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                       09. Nota congiunturale - settembre 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

Angelo Gennari

 

           (1.9.2015)

(chiusura 18:00)

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc428808164 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc428808165 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc428808166 \h 2

● La più famosa ricetta del super-chef Erdoğan. PAGEREF _Toc428808167 \h 11

in Africa. PAGEREF _Toc428808168 \h 18

CINA... PAGEREF _Toc428808169 \h 20

● Scende con noi?... PAGEREF _Toc428808170 \h 23

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc428808171 \h 25

EUROPA.... PAGEREF _Toc428808172 \h 33

● Ma perseverare è proprio diabolico (e idiota) no?. PAGEREF _Toc428808173 \h 34

● La mitologia greca, secondo Angela Merkel (che di mitologia, come di economia, non capisce una cippa... PAGEREF _Toc428808174 \h 36

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc428808175 \h 42

in America latina. PAGEREF _Toc428808176 \h 44

GERMANIA.... PAGEREF _Toc428808177 \h 46

FRANCIA.... PAGEREF _Toc428808178 \h 46

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc428808179 \h 46

● Accerchiamo la Cina! l’incubo e il sogno di Abe... meno dei giapponesi, pare... PAGEREF _Toc428808180 \h 47

● Ma come, non siete contenti? Vi ho appena riportata l’oca che fa le uova d’uranio!. PAGEREF _Toc428808181 \h 49

 

 Si prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di settembre 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilievo:

• L’11 settembre, a Singapore, elezioni politiche anticipate di un anno.

• Il 20 settembre, in Grecia, nuove elezioni anticipate da Tsipras e, stavolta, si tratta di  un referendum definitivo sul dargli carta bianca non tenendo conto né del precedente che era sembrato dare la vittoria al popolo greco, né dello sbracamento di fronte al ricatto di lor signori, della decisione stavolta probabilmente definitiva che mette fine a ogni ulteriore tergiversazione. Insomma, stavolta si decide davvero della Grecia nell’euro, ormai, e probabilmente dell’euro stesso.

• Il 27 settembre, in Catalogna, regione autonoma della Spagna. dopo il referendum consultivo sull’indipendenza che era stato dequalificato dal governo e che gli indipendentisti avevano vinto a novembre 2014 con oltre l’80% dei voti, si torna a votare per le elezioni politiche della regione che  stavolta nessuno può “svalutare” e che vedono schieramenti favorevoli all’indipendenza: una maggioranza che, se confermata anche stavolta dal voto, aprirebbe però stavolta sicuramente la crisi costituzionale e istituzionale con il potere politico centrale di Madrid – che minaccia anche,  come spaventapasseri ma probabilmente inefficace, l’ostilità dell’Unione europea – e che resta seccamente contrario.

nel mondo in generale

●No, il WP non ha ragione (Washington Post, 16.8.2015, E. J. Dionne, When Yeats comes knocking Quando Yeats arriva bussando[1] https://www.washingtonpost.com/opinions/when-yeats-comes-knocking/2015/08/16/dd1f3f 38-42bc-11e5-8ab4-c73967a143d3_story.html?hpid=z5), come non hanno ragione, quanti da noi, come i Casini o i Tremonti, spiegano da anni che il costante declino del centro politico moderato, sia centro-destra che centro-sinistra, un po’ dappertutto nel mondo, è dovuto alla globalizzazione tout-court: perché, sintetizzano su quel giornale, è la globalizzazione di per sé che infiacchisce la capacità di ogni governo moderato di mantenere le promesse che fa: il capitale, infatti, può scapparsene più facile con essa vigente in un clima più congeniale, diminuendo  nullificando la base fiscale – ogni  in entrata – di un paese o dell’altro e ogni sforzo di regolare l’economia.

Il fatto è che la globalizzazione dovrebbe di per sé anche avere l’effetto di ridurre l’inuguaglianza rendendo più facile avvantaggiarsi di costi più bassi altrove dei servizi e in specie dei servizi delle libere professioni – medici, chirurghi, avvocati, dentisti ... solo che negli USA come altrove mentre hanno abbattuto quasi ogni protezione per i mestieri manuali peggio pagati (operai, impiegati d’ordine, servizi personal-materiali hanno addirittura aumentato il protezionismo garantito da meccanismi del tipo degli ordini professionali, dei brevetti e dei monopoli di medioevale memoria tipo copyright coi quali, invece, si fomentano e si incoraggiano appunto posizioni di privilegio e di evasione/elusione fiscale.

Insomma, per dirla proprio com’è, il nodo non è la globalizzazione che abbassa il livello di difesa e alza la concorrenza per i lavoratori meno pagati che hanno già largamente perso (come da noi) grazie alla precarietà ormai strabordante e all’indebolimento dei sindacati) o non hanno neanche mai avuto una difesa sindacale efficace (come in America). Ma la globalizzazione che manca per tutti quei mestieri e le professioni iper-protette di ordini professionali (degli avvocati, dei medici...) che alzano barriere all’entrata sul mercato blindato di chi potrebbe far loro davvero concorrenza sui prezzi se potesse legalmente arrivare a farlo.

Così come, ad esempio in India dove questo monopolio di Stato non è osservato, producono a 10 farmaci che in America o in Italia sono prodotti a 1.000 con la scusa di ricompensare ricerca, innovazione e sviluppo: come se, in India, R&S avvenissero gratis e non regolamentate e moderate dall’interesse pubblico invece che dal privilegio garantito dalla patente, ieri reale e oggi repubblicana magari, del monopolio privato...

●L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), con le nuove previsioni appena rese note, ha aumentato le anticipazioni di previsione di oltre 200.000 barili fino a 94,2 milioni al giorno in più  sulla stima precedente. Ma anche la richiesta maggiore di greggio, non basterà ad abbassare una produzione che resterà sovrabbondante almeno fino a tutto il 2016, mantenendo bassi i prezzi sul “cosiddetto” libero mercato.

Ma la IEA conclude di intravvedere anche segnali significativi ormai di un rovesciamento di tendenza – un  “riequilibrio” lo chiama – sui mercati, aspettandosi che l’impennata della produzione in America, spinta dall’ingordigia di fare a breve il massimo di profitto, fattore chiave nella depressione del prezzo di vendita a medio termine. Termine che, secondo l’IEA, ormai  già in autunno 2016, sta arrivando.

E va anche considerato che la previsione, tiene solo conto di questa produzione in aumento, non ancora di quella in arrivo dall’Iran con la caduta delle sanzioni (The Economist, 14.8.2015; e International Energy Agency, 12.8.2015, IEA Releases Oil Market Report for August L’IEA pubblica il Rapporto di previsione di agosto sul mercato del greggio ▬ http://www.iea.org/newsroomandevents/news/2015/august/iea-releases-oil-market-report-for-august.html).     

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Il 30 luglio, il presidente dell’Egitto,  El Sisi, e Mohammed bin Salman, principe della Corona e successore designato di re Salman dell’Arabia saudita, solo a quel titolo, certo non per anzianità né tanto meno per competenza, subito diventato anche ministro della Difesa del Regno, hanno firmato, incardinata su 6 obiettivi di programma, la cosiddetta Dichiarazione del Cairo:

1.  Sviluppo della cooperazione militare tra le due satrapie per arrivare a formare un’unica Forza armata araba congiunta;

2.  Maggiore impegno in investimenti di cooperazione congiunta nei campi dell’energia,  dell’elettricità e dei trasporti;

3.  Raggiungimento dell’integrazione economica tra i due paesi e progresso per arrivare ad essere punti focali degli scambi commerciali mondali;

4.  Intensificazione di mutui investimenti tra Egitto e Arabia saudita per pervenire all’incremento di progetti congiunti;

5.  Rafforzamento della cooperazione nei campi culturali, politici e mediatici per combattere meglio, insieme, i pericoli dell’attuale destabilizzazione della regione;

    6.Definizione di confini marittimi concordati tra Arabia saudita e Egitto: mai concordati finora e

       formalmente fissati, col Mar Rosso che, come ai tempi raccontati nell’Esodo di Mosé e degli ebrei, costituiva e costituisce finora l’unico confine esistente.

Tutto e solo bla-bla di intenzioni abbastanza improbabili, con qualche prospettiva concreta di avanzamento, forse, per quest’ultimo punto. E che, fa annotare l’allineata e coperta stampa del Cairo, “sostiene e sviluppa” la proposta anticipata a marzo da Sisi a un vertice di capi delle Forze armate della Lega Araba per la formazione di una forza congiunta― una forza unica disse, azzardando molto, troppo, proprio Al Sisi (Ashraq al-Awsat, 30.7.2015, Sawsan Abu-Husain, Arabia, Egypt sign “Cairo Declaration” boosting wide-ranging ties―  Arabia e Egitto firmano la “Dichiarazione del Cairo”  http://www.aawsat.net/ 2015/07/ article55344583/saudi-arabia-egypt-sign-cairo-declaration-boosting-wide-ranging-ties).

●E, infatti, l’iniziativa – come sempre – si è subito persa nel nulla. Il segretario generale della Lega araba, un burocrate egiziano sempre al servizio di ogni rais del Cairo, ha rinviato l’incontro al vertice che avrebbe dovuto finalmente discutere nel merito della formazione di una forza armata  araba congiunta davvero interforze. L’incontro era stato convocato per il 27 agosto ed è stato annullato il 25 (Hürriyet Daily News, 26.8.2015, Agence France-Presse (A.F.-P.), Arab League delays meeting on joint military force― La Lega araba rinvia indefinitamente l’incontro che avrebbe dovuto lanciare la sua forza militare congiuntahttp://www.hurriyetdailynews. com/arab-league-delays-meeting-on-joint-military-force-.aspx?pageID=238&nID= 87569&NewsCatID=352). 

Questo nuovo patto di armi ed armati – ognuno con le sue ambizioni e le sue strategie – avrebbe dovuto poter schierare una forza armata di rapida reazione a comando unico – già di chi? – specie a causa del riequilibrio americano ormai avviato di un incipiente intesa con l’Iran. In queste condizioni si tratterebbe al meglio di una forza probabilmente più presunta che altro e  sempre soggetta a mille veti diversi tra loro e quindi paralizzanti e a un utilizzo, invece, assai limitato (Stratfor – Analysis, 8.4.2015, The Arab League Contemplates a Joint Force― La Lega araba contempla [appunto: contempla] una forza militare congiunta https://www.stratfor.com/analysis/arab-league-contemplates-joint-force).

Ma forse l’accordo del Cairo tra El Sisi e bin Salman tenta, più limitatamente e puntualmente piuttosto, di dare basi un po’ più realistiche: è il tentativo di parte saudita di “comprarsi” l’Egitto, accentuandone in qualche modo la dipendenza finanziaria dal regno contro il terrorismo – o, meglio, quello che re Salman considera tale – e soprattutto contro l’espandersi post-accordo di Vienna  dell’influenza iraniana in Medioriente, in considerazione dello status, forse troppo facilmente riconosciutogli sulla base solo di antichissime gesta nasseriane di essere la  maggiore e più efficiente Forza armata araba regolare al mondo.

Se è così, il principino della Corona intensificherà molto le visite e le mance distribuite a tutti gli Stati membri della cosiddetta coalizione da Riyād sponsorizzata che va bombardando lo Yemen per convincerli ad intensificare i raids e lasciarli coordinare e comandare da quelli che sono gli interessi sauditi.

●L’apertura ufficiale della nuova  rotta marittima che, lungo un percorso di 72 Km. ha inaugurato il 6 agosto, con una cerimonia solenne alla presenza di diversi capi di Stato, la nuova tratta del canale di Suez, costringendo a schierarci – ma una tantum – più di 10.000 truppe speciali di sicurezza  con decine e decine di elicotteri di scorta soltanto per coprire l’ultimissimo tratto, Ismailia, della sponda occidentale del canale di Suez. Viene detto, in modo ufficiale, che si dimezzerà così però il tempo di transito nella navigazione del canale raddoppiandone gli introiti.

Per ragioni, al solito, di prestigio – di scena – El Sisi vuole mostrare che gli egiziani sono sempre capaci di grandi progetti (ma il canale aperto nel 1869 non fu opera precipuamente loro) e la nuova tratta potrebbe diventare davvero l’hub  di un trasporto e di scambi moltiplicati. Il problema è che la nuova rotta di navigazione, proprio per queste sue potenziali caratteristiche, moltiplicherà per due o per dieci le opportunità di attentare al naviglio in transito (Voice of America/VoA, 6.8.2015, Egypt: ‘New’ Suez Canal to Open Aug. 6 Egitto: il ‘nuovo’ Canale di Suez apre il 6 agosto http://www.voanews.com/content/ egypt-says-new-suez-canal-to-open-aug-6/2821363.html).

●In Egitto, se le premesse, e le promesse, dopo le necessarie verifiche, finiranno per venire confermate, l’ENI ha scoperto un grande giacimento di gas naturale al largo delle coste. Il campo off-shore di Zohr, a 4.150 metri di profondità e che sembra estendersi su 100 Km2., ha un potenziale di produzione calcolato già in stima quasi finale in almeno 8,5 miliardi di metri3 (l’equivalente di 5,5 miliardi di barili di greggio): che costituirebbe un forte aiuto al consumo interno per diversi decenni (ENI, 30.8.2015, Comunicato stampa, Eni scopre nell'offshore egiziano il più grande giacimento a gas mai rinvenuto nel Mar Mediterraneo http://www.eni.com/it_IT/media/comunicati-stampa/2015/08/Eni-scopre _offshore_egiziano_il_piu_grande_giacimento_gas_mai_rinvenuto_nel_Mediterraneo.shtml).

A giugno scorso l’ENI aveva firmato un contratto di esplorazione col ministero egiziano dell’Energia per 2 miliardi di $. La scoperta dell’ENI ne segue di analoghe, sempre off-shore nel Mediterraneo, anche al largo di Israele, con quella di due anni fa poi molo molto ridimensionata ma che quando venne   annunciata sembrava essere la più consistente  (Stratfor – Analysis, 27.6.2013, Israel Contemplates Exporting Natural Gas Israele pensa di poter esportare gas naturale https://www.stratfor.com/ analy sis/israel-contemplates-exporting-natural-gas).

●La Tunisia, per la seconda volta in qualche mese, ha subìto da parte di miliziani dell’ISIL, alcuni autoctoni diversi importati, in attacchi terroristici specificamente mirati alla sua industria turistica, con decine di morti tra gli ospiti europei e un gran brutto colpo all’economia e all’immagine del paese. E cominciano a imporre al paese la questione se è in grado di combattere con efficacia il terrorismo senza dover rinunciare alle libertà di stampo civile e sociale che qui davvero la primavera araba ha generato. Sempre ammesso, poi, che qualsiasi altro paese sia riuscito mai a farlo, dandosi o rafforzandosi dittature militari o satrapie di stampo medioevale rette dalla frusta e la sciabola (New York Times, 9.8.2015, Carlotta Gall, Change in Militant Tactics Puts Tunisians on Edge Il mutamento di tattiche dei terroristi mette le mani sull’orlo dell’insicurezza totale http://www.nytimes.com/2015/08/10/world/africa/ change-in-militant-tactics-puts-tunisians-on-edge.html).

●Nelle grandi manovre non tanto di sgancio quanto di ricerca di possibili alternative all’unica sponda che finora ha trovato in Siria, il regime di Bashar al-Assad, al Cremlino stanno ora prestando qualche attenzione sempre poi dichiarando di doverne verificare richieste, intenzioni e ambizioni con proclami e fatti, alla Coalizione della Rivoluzione siriana e delle altre Forze di Opposizione, come si chiama adesso l’ultima formazione della “contestazione moderata” ma anche, quando può e vuole, combattente contro il governo di Assad ora presieduta da Khaled al-Khoja che guida la visita a Mosca  della più alta delegazione di sempre, su invito del governo russo per “esporre il suo punto di vista e le proprie proposte”: che potrebbero ormai non limitarsi più – qui cominciano a dire – alla semplice scomparsa senza condizioni di Assad.

In realtà, a Mosca poi, il 13 agosto, al-Khoja ancora chiarisce che quella di Lavrov, resta soltanto una speranza: i suoi, anche perché sul campo contano poco – ma molto di più nei caffè di Istanbul – restano inevitabilmente legati alle posizioni e alla decisioni politiche e islamo-settarie dei loro sponsors d’occidente, all’uopo delegati dagli americani. Khoja va giù dritto asserendo che la proposta russo-iraniana di una soluzione politica immediata con Assad “non può funzionare”. Perché? perché lo dice lui. senza alcuna spiegazione. Invece, la motivazione dei sauditi è chiara: perché il rais siriano è un empio, scismatico, alauita e sci’ita (Agenzia TASS, 7.8.2015, Syrian opposition leader to head coalition’s delegation during visit to Moscow Il capo dell’opposizione siriana conduce una delegazione della sua coalizione in visita a Mosca http://tass.ru/en/world/813098 http://tass.ru/en/world/813098).

Forse gli sforzi in corso da anni da parte dei russi di mettere in piedi un negoziato che porti a un governo post-Assad in Siria negoziato, però, con Assad e non contro di lui mirato tout-court alla sua eliminazione, hanno ancora bisogno di tempo per cominciare a trovare qualche riscontro  (Stratfor, 13.8.2015,  Rebel leaders still refusing to talk with Assad I leaders [si fa per dire!) dei ribelli rifiutano ancora [tanto loro se ne stanno chi a Londra, chi a Parigi, chi a Ankara...] di palare con Assad https://www.stratfor.com/ situation-report/syria-russian-iranian-plan-unworkable-opposition-leader-says).  

Per la prima volta a luglio, secondo voci autorevoli quanto anonime provenienti da Damasco, il capo del Security Bureau della Siria, gen. Ali Mamluk ha fatto una visita riservatissima e confidenziale a Riyād, incontrando lo stesso principe bin Salman. Debitamente autorizzato dal presidente Bashar. Ed è una prima assoluta (Stratfor – Analysis,  3.8.2015, Riyadh and Damascus Hold a Quiet Dialogue Riyād e Damasco aprono ,pacatamente, un dialogo https://www.stratfor.com/analysis/riyadh-and-damas cus-hold-quiet-dialogue).

●Non è una prima ma è un fatto abbastanza insolito da venir segnalato come comunque qualche po’  anomalo che il ministro degli Esteri saudita al-Jubeir va a Mosca a incontrare il ministro russo Sergei Lavrov su una vasta gamma di argomenti che vanno dal mercato mondiale dell’energia e su come coordinarci l’azione di due grandi esportatori, allo Stato islamico e alla guerra civile in Siria. E’ la seconda volta che i due si incontrano in una settimana avendo già aperto il dialogo tra di loro a Doha e avendone discusso separatamente col segretario di Stato, John Kerry (Kiyv Post,/Kiev, 9.8.2015, Russia, Saudi foreign ministers to talk energy markets, Syria ― I ministri degli Esteri russo e saudita [a giorni] parleranno a Mosca di mercato dell’energia e di Siria http://www.kyivpost.com/content/kyiv-post-plus/reuters-russia-saudi-foreign-ministers-to-talk-energy-markets-syria-on-tuesday-395361.html).

E la cosa interessante è che, malgrado al-Jubeir escluda da qualsiasi ruolo possibile nel futuro della Siria il presidente Assad (come se poi spettasse a lui deciderlo!), Lavrov insista di non vederla in modo analogo neanche un po’, ma anche affermi nel voler proseguire il dialogo con Riyād: che, dunque, qui non è chiuso.

E, sempre a Mosca, il 17 agosto, il ministro degli Esteri iraniano Zarif si sente ripetere dal collega russo che il suo governo non ha alcuna intenzione di dar retta alle richieste di Washington e dei suoi tirapiedi dell’opposizione “moderata” siriana che come prealable a ogni progresso propone la cacciata del presidente Assad: “se qualcuno dei nostri partners resta del parere che alla fine del periodo di transizione Assad deve andarsene, si tratta di una posizione semplicemente per noi inaccettabile. Alla fine della transizione, spetterà comunque, invece, al popolo siriano decidere”.

Zarif  ha aggiunto al sostegno totale a questa posizione che per Teheran si tratta di una “questione, anzitutto, di principio”. A  noi, a chi non è siriano, a tutti, può spettare “solo il compito di facilitare il dialogo tra i siriani, non altro”. Queste sono finora le dichiarazioni più esplicite della Russia in materia da diversi mesi, rese forse necessarie dal relativo successo, quasi solo però tra i convertiti, della propaganda degli esuli di Parigi e di Londra e della clacque che hanno coltivato e da cui sono stati coltivati a Washington, della leggenda che i russi starebbero per mollare Assad.

Il riferimento, non l’unico, al “periodo di transizione” alla fine del quale spetterà scegliere al popolo siriano, è  di rilievo perché implica una discussione in corso nelle fila stesse del regime di Damasco.  Di qui il fatto, in sé importante e nuovo, nuovo e importante,  che all’interno e anche tra i russi ormai sia concepibile adesso la sconfitta alle urne di Assad o, anche, le sue dimissioni in qualche modo però negoziate (The Syria Times/Damascus, 17.8.2015, Lavrov:Only the Syrian People  Themselves Can Decide Their Future Lavrov: solo i siriani stessi  potranno decidere del loro futurohttp://syriatimes. sy/index.php/don-t-miss/19204-lavrov-only-the-syrian-people-themselves-can-decide-their-future).

●D’altra parte, sapendo di dover continuare a contare, per errori suoi e altrui, per l’unico cruciale puntello politico-strategico sui russi, Damasco si dà anch’esso da fare sondando altre sponde possibili. Il ministro degli Esteri Walid al-Moallem si incontra perciò il 7 agosto, a Muscat, con il suo omologo dell’Oman marcando la prima visita ufficiale da più di quattro anni di un alto esponente politico siriano in uno degli Stati del Golfo, anche se al contrario degli altri l’Oman non aveva mai rotto i rapporti con Damasco.

Il conflitto siriano sembra in effetti cominciare lentamente a sdipanarsi, come rileva a Roma,  incontrando e esortando il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, con scarso esito almeno all’evidenza, anche Gentiloni che lo sollecita a rilevare che adesso – dopo l’accordo Iran-5+1– Russia, Stati Uniti, Iran e Arabia saudita dovrebbero sforzarsi di trovare un qualche straccio di accordo per cominciare a disinnescare la bomba siriana e a spingere in quel senso tutti i loro protettiuel senso tuti i loto protettti . Il giorno prima, al-Moallem si era incontrato a Teheran col presidente iraniano Rouhani e alti esponenti del governo iraniano (New York Times, 6.8.2015, Rick Gladstone, Syrian Official’s Visit to Oman May Signal a Diplomatic Opening― La visita dell’esponente del governo siriano all’Oman può essere il segnale di un’apertura politica http://www.nytimes.com/2015/08/07/world/middleeast/syrian-foreign-minister-visits-oman-the-regional-conciliator.html).

●Mentre qualcuno cerca (Mosca) e qualcun altro (Riyād) sembra rassegnarsi a lasciar cercare, senza più lanciare anatemi a priori e seminare la strada di ostacoli un qualche difficilissimo terreno comune tra il “via Assad” puro e semplice di Riyād e il trovare proprio con lui, Mosca, una “soluzione diversa” che lo aiuti ad “uscire” dallo stallo se alla fine poi accetta con le garanzie minime necessarie a chi con lui (i più forse) si è finora schierato, viene però ora annunciato il rinvio del viaggio, molto atteso a Ankara, del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif per provare a esplorare una possibile posizione intermedia sulla Siria (i due paesi sono, del resto, su posizioni del tutto opposte: la raffianca da sempre – due paesi sunniti contro uno sci’ita – l’Arabia saudita contro la Siria). E non certo, in entrambi i casi, per riserve sull’osservanza dei diritti umani in Siria.

Nessuna motivazione viene fornita per il rinvio – viene puntigliosamente precisato, però, che non è stata una cancellazione – inserita, com’era, tra un viaggio in Pakistan e uno in Russia. Il fatto è che, mentre la politica continua, quando ci riesce, le sue discussioni diplomatiche, finché non saranno ribelli, di ogni stampo, e lealisti, tra loro molto diversi e tali spesso per motivazioni molto diverse –  a prender atto che, dopotutto, il rais di Damasco, rispetto ai tagliagole dell’ISIL, è il “male minore... sul campo saranno loro, o chi li rappresenta direttamente, a negoziare al posto di chi altrimenti, su questo tema, non è in grado, come ormai dimostrato, di impegnare a nulla proprio nessuno (Arabian Business.com, 11.8.2015, Iranian foreign minister's Turkey visit postponed -Turkish official―  Posposta, informano i turchi, la visita del ministro degli Esteri iraniano http://www.arabianbusiness.com/iranian-foreign-minister-s-turkey-visit-postponed turkish-official-602295.html#.VcpNuXHtkoI).

●Quasi a fine mese, la Russia stringe la sua iniziativa sulla Siria, riunendo a Mosca a discuterne con Vladimir Vladimirovič Putin il re di Giordania, Abdullah II, il presidente egiziano, Abdel Fattah El Sisi e il principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Mohammed bin Zeyed al-Nahyan―  riconosciuto universalmente come l’uomo forte degli Emirati Arabi Uniti. La ragione ufficiale e, se volete, per chi vuol farlo credere a fini interni, di pseudo-copertura è l’apertura ufficiale a Zhukovsky (Mosca) del salone internazionale aeronautico, Maks-2015.

Alla sua presentazione ufficiale sono stati invitati, ha annunciato a tutti e tutti i nominati hanno di fatto accettato (ma non i sauditi per cui sarà presente alla mostra ma senza partecipare all’incontro re Salman e gli iraniani), entrambi qui per acquistare armi, gli S-300 e forse anche per conoscere de visu  i nuovissimi Sukhoi-15.

Gli speciali ospiti del primo gruppo, a parte, parleranno anche della crisi siriana e della ricerca di una possibile via di uscita, del rapporto tra arabi e iraniani e della rivolta e della crisi dello Yemen (The Times of Israel, 25.8.2015, Middle East leaders flock to Moscow for Syrian talks, arms deals Diversi leaders mediorientali volano a Mosca per trattare di Siria e di sistemi d’arma http://www.timesofisrael.com/middle-east-leaders-flock-to-moscow-for-syrian-talks-arms-deals/#!).                                                                                                                                                               

●Intanto, il Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, ha annunciato di ritirarsi dalle posizioni al fronte che lo impegnavano contro truppe dello Stato Islamico nel nord della Siria. Dichiaratamente è l’accettazione della strategia dello Stato Islamico che da subito s’era dichiarato ostile, e con le armi, contrariamente alle esitazioni di al-Nusra, alla tattica turco-americana di creare una cosiddetta zona cuscinetto per i rifugiati siriani nel nord-ovest del paese.

Nei giorni scorsi, era stato fatto notare  da corrispondenti più attenti dal fronte che ormai, in effetti e nei fatti, la concorrenza tra al-Nusra (formazione di militanti siriani altrettanto tagliagole di quelli dell’ISIL) e le formazioni, appunto, dello Stato Islamico, era praticamente cessata se non quando motivata da dissensi locali tra i capi guerriglieri sul posto. Ma il trend era chiaro da tempo e sembrava ormai anche scontato l’arrivo della vera e propria fusione di al-Nusra con lo SI. Finora l’ultima e forse la più importante linea difensiva di Assad e dei suoi – quella decisiva, però – è stata la frammentazione e la mancanza di coesione strategica di un’opposizione divisa tra tanti obiettivi e diversi capi e unita solo dall’odio per l’infedele che s’è appropriato del potere a Damasco (Al Jazeera-America, 10.8.015, Al-Qaeda’s Syria affiliate to withdraw from US-backed buffer zone ▬ L’affiliato di al-Qaeda in Siria si ritira dalla zona cuscinetto appoggiata [e bombardata] dagli USA http://america.aljazeera.com/articles/2015/8/10/al-qaedas-syria-affiliate-to-withdraw-from-us-backed-buffer-zone.html).

●In Libano, che non sa se ha più destabilizzatori all’interno del suo parlamento fazioso e anarchico o fuori (Israele, la Siria, un po’ tutti gli arabi che non ne capiscono proprio la vivace dialettica politica, “nimico a Dio e a li nimici sui” e ai suoi stessi storici protettori e colonizzatori, un paese rissoso che non riesce a darsi – eleggendolo: qui dove ancora teoricamente si può un presidente, ma lo impedisce l’eterno settarismo di etnie, clans e religioni – dopo una sede vacante ormai di oltre un anno, adesso il primo ministro minaccia di dimettersi, tra dimostrazioni di piazza, occupazioni e sgomberi manu militari, un morto almeno e decine di feriti, accusato di non riuscire a dare una gestione “normale” alla capitale neanche per la semplice raccolta dell’immondizia― però..., se guardiamo a Napoli, a Roma  e anche a Atene e Parigi... (The Daily Star, 23.8.2015, Thrash threatens to bury Beirut again L’immondizia minaccia di seppellire Beirut per l’ennesima voltahttps://www.dailystar. com.lb/ArticleRelated.aspx?id=312217).

●Intanto, in Iraq il primo ministro Haider al-Abadi, rispondendo a un’istanza di semplificazione e anti-spreco originariamente avanzata dal Grande Ayatollah Al-Sistani, il più alto esponente del clero sci’ita che gode di autorevole voce in capitolo – unica eccezione – al di là della divisione settaria – ha ottenuto il sostegno del suo Gabinetto il 9 agosto per licenziare in tronco una vasta serie di burocrati, alti funzionari e anche esponenti politici di primo piano “per ridurre”, dice, la corruzione che continua a dilagare. Dando un alt, però temporaneo, a settimane di protesta contro la gestione del governo, Al-Abadi ha proposto di cancellare dalla Costituzione tutta una serie di plurime e ridondanti vice-presidenze della Repubblica e di vice-premiers previsti per soddisfare le contrapposte esigenze di rappresentanza delle varie etnie del paese.

Un’esigenza che resta comunque anche se nel Gabinetto hanno votato a favore il vice-presidente e predecessore di Abadi come primo ministro, Nouri al-Maliki, sci’ita come l’attuale PM ma a capo di una diversa fazione politica e un altro Vice-presidente, Osama al-Nujayfi, lui stesso sunnita. Essenziale, per il governo, è riuscire a tenere fuori dell’ richiamo dei jihadisti dello Stato Islamico le popolazioni sunnite che ora si sentono emarginate, frustrate e sono anche, spesso, perseguitate (Press TV/Teheran, 9.8.2015, Iraqi prime minister to cancel key posts of vice president, deputy premier― Il primo ministro iracheno cancellerà posti chiave di vice-presidenti e vice-premiers http://www.presstv.ir/Detail/2015/08/09/423946/ Iraq-Prime-Minister-Haider-Abadi-state-posts-reform-plan).

Il parlamento ha appoggiato all’unanimità la proposta del governo nella speranza di molti, disperata quasi, che si riesca così a riformare il sistema ancor più disfunzionale e pressoché rovesciato messo in piedi dalla caduta di Saddam con  l’occupazione americana secondo le regole immarcescibili del pro-consolato d’occupazione militare e del divide et impera con cui ogni imperialismo da sempre usa perpetuare il proprio potere. Ci sono molti pericoli in agguato, però, non foss’altro nel cancellare posti di lavoro, stipendi, prebende finora scontate di personaggi importanti e che continueranno comunque a contare e darsi da fare nel tentativo di arrivare a rifarsi.

L’eliminazione di posti pur largamente cerimoniali, come quelli coperti dal vice presidente al-Nujaifi e dal vice-primo ministro al-Mutlaq – posti comunque dotati di forte potere di spesa e di patronaggio – come vedrà reagire, ora, chi si rapportava a quei sunniti che li occupavano. Così come reagiranno alla finora sistematica spartizione che, per quanto di parte, almeno garantiva qualche quota di potere o sottopotere anche ai politici e funzionari sunniti che poi li usavano.

Non sempre, ma anche per tenere tranquilla la non irrilevante aliquota di popolazione sunnita che una volta ai tempi di Saddam comandava, più o meno con gli stessi criteri e lo stesso settarismo, forse anche maggior crudeltà ma pure maggiore efficienza e capacità di risultati, il paese. Tra l’altro non sono lievi i dubbi sulla stessa legittimità, la costituzionalità stessa di queste misure. E poi, ormai, sono molti i sunniti che vivono in aree controllate dallo Stato Islamico che l’anno scorso ne ha preso il controllo anche capitalizzando torti ed emarginazione subiti e percepiti dai sunniti.

●In ogni caso, passando oltre i consigli di prudenza anche di diversi dei loro, e dello stesso grande ayatollah al-Sistani, il parlamento ha ora formalmente incolpato a maggioranza (16 c omponenti della commissione di inchiesta su 24) l’ex premier sci’ita Nouri al-Maliki insieme a diversi altri esponenti del suo precedente governo e sarà ora deferito con loro a un processo per la caduta di Mosul di giugno 2014 di fronte all’offensiva delle truppe dello Stato Islamico (lo dicono a Russia Today― RT/Mosca, 17.8.2015, Mosul blame game:Iraqi ex-PM Maliki accused in fall of key city to ISIS― Scaricabarile per Mosul:l’ex premier iracheno Maliki accusato pr l caduta nelle mani dell’ISIL dela città chiave ▬ https://www.rt.com/news/312603-iraq-mosul-isis-trial).

Il Rapporto asserisce che al-Maliki aveva ricevuto informazioni imprecise sullo stato effettivo della minaccia incombente sulla capitale del nord e che, per superficialità, non aveva costretto il comandante, ten. gen. Mahdi Gharawi, à a rendergli conto dello stato effettivo del tutto inadeguato delle difese della città. Mentre il parlamento adesso votava però, al-Maliki andava a presentare le sue ragioni proprio a Teheran. Sarebbe di sicuro un errore se qualcuno, chiunque, pensasse che uno come lui potesse rassegnarsi a un’agenda di “riforme” condotte proprio da chi gli è succeduto facendolo fuori con l’appoggio di Obama e anche l’assenso, reticente ma che alla fine sbloccava uno stallo che si faceva intenibile e pericoloso non solo per l’Iraq ma ormai anche e proprio per Teheran.         

●Anche perché schierato con chi lo difende, e chiede di far decadere l’accusa vista come tutta e solo politico-politicante, la resa dei conti interna a un’ulteriore divisione tra e dentro la fazione sci’ita, c’è in prima fila, pare, ora proprio il governo iraniano: anzi, direttamente pare essersi mosso proprio verso il PM Haider al-Abadi ricordandogli dell’immunità di cui, come tutti i leaders governativi iracheni, ha diritto anche e proprio al-Maliki (Al Watan, 17.8.2015, The Daily Star/Beirut, 17.8.2015, Iraqi panel blames Maliki, asks trial for fall of Mosul Commissione irachena mette sotto accusa Maliki e chiede il processo per la caduta di Mosul https://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Aug-17/311429-iraqi-panel-blames-maliki-others-for-fall-of-mosul.ashx); e  Stratfor – Analysis, 14.8.2015, Attempts at Unification Could Divide Iraq More I tentativi di unire [e semplificare] il potere potrebbero ancor più dividere l’Iraq https://www.stratfor.com/analysis/attempts-unification-could-divide-iraq-more).

E, adesso, anche il presidente della regione autonoma curda dell’Iraq, Massoud Barzani, ammonisce pubblicamente al-Abadi a non provare neanche, come aveva accennato in un primo momento a  cancellare quattro ministeri e unificarne altri quattro, riducendo il numero dei componenti del Gabinetto da 33 a 22 ministri, più lui, approfitandone anche per togliersi di mezzo l’eterno ministro curdo Hoshyar Zebari, sempre al governo dall’invasione americana ad oggi, prima, per moltissimi anni agli Esteri e ora alle Finanze (Dinar Updates/Bagdad, 17.8.2015, Don’t touch our Ministry, Iraq Kurdistan tells PM Non  toccate il nostro ministro, il Kurdistan iracheno ammonisce il PM http://www.dinarupdates.com/show thread.php?17541-News-Time-with-BGG-8-17-15).

Per convincere Abadi a forzare il passo sembra essere stato decisivo l’appoggio, mai così esplicito e dichiarato, di un’autorità qui, con l’esclusione forse degli jihadisti estremi dell’ISIL, universalmente riconosciuta come: l’ayatollah Sistani, sempre molto reticente a pronunciarsi in politica interna ma, quando lo fa con  chiarezza, anche molto efficace. Fu lui, in fondo anche a convincere a levarsi di mezzo un anno fa il primo ministro al-Maliki, che aveva anche resistito alle pressioni congiunte di Obama e dell’Iran,  evitando all’ultimo lo scoppio giudicato altrimenti inevitabile di una nuova guerra civile su vasta scala. Ma bisogna vedere se Sistani, perfino lui, sarà sufficiente allo scopo...

Anche l’atteggiamento iraniano nei confronti di un Haider al-Abadi rafforzato sarà da osservare con attenzione. Sullo scacchiere del grande gioco inter-islamico con l’Arabia saudita e di quello delle potenze regionali e mondiali, l’una con e contro l’altra (Turchia, Egitto, USA e Russia), un più forte e meno dipendente  PM iracheno, anche se sci’ita, non è necessariamente un fatto che  a Teheran vedono proprio bene, preferendogli  forse qualcuno che ancora dipenda più direttamente da loro (New York Times, 11.6.2015, Omar Al-Jawoshi e Tim Arango, Iraqi Parliament Unanimouly Approves Government Overhaul…but― Il parlamento iracheno approva all’unanimità la riforma del governo... mahttp://www.nytimes.com/2015/ 08/12/world/middleeast/iraqi-parliament-unanimously-approves-government-overhaul...but.html).

●Nel frattempo, a conferma del ribadito immobilismo favorito a modo suo da tutto l’occidente, il segretario generale dei social-democratici curdi, Muhammad Haji Mahmud, rende pubblico che esponenti dei governi americani, britannici e delle Nazioni Unite hanno separatamente ma congiuntamente chiesto ai diversi partiti del Kurdistan iracheno di consentire per consenso al presidente della regione autonoma, Masoud Barzani, di restare in carica al di là della scadenza del 20 agosto posponendo ogni tentativo di riforma formale, però, di almeno due anni.

La preoccupazione degli occidentali – che, soprattutto a parole, appoggiano perché è la più efficace la resistenza dei curdi contro i miliziani dello Stato Islamico che, però, proprio i turchi reputano anche molto pericolosi per le idee indipendentiste e, al minimo, autonomiste che seminano tra la popolazione curda della Turchia stessa – è che non sarà possibile per i curdi continuare a fare insieme la guerra e portare avanti le trasformazioni politiche di cui vanno discutendo.

Il fatto è che la loro regione è la più stabile, la più prospera e la più dinamica di tutto l’Iraq: ma sfoggia anche connotazioni quasi dinastiche, e familistiche, di tipo che è stato chiamato sultanesco nella spartizione del potere e del governo. Si tratta, in effetti, del quadro regionale più complesso e intricato che si presenti sulla faccia del pianeta: Siria, Iraq, Arabia saudita, Iran, USA, Gran Bretagna, Francia, Unione europea e, certo non proprio  ultima, la Russia... Ma riformare il sistema di governance curdo, contemporaneamente poi al tentativo di al-Abadi di ristrutturare quello nazionale iracheno, è una sfida di portata davvero storica (Carnegie Middle East Center/Beirut, 18.8.2015, Kawa Hassan, Kurdistan Politicized Society Confronts a Sultanistic System― La società curda politicizzata fa i conti con un sistema a stampo sultanistico http://carnegie-mec.org/2015/08/17/kurdistan-s-politicized-society-confronts-sultanistic-system/ieta).

●Per la seconda volta nella storia dell’Arabia saudita (la prima, appena un mese fa), e col bisogno mai prima tanto pressante di riempire un buco che si allarga viepiù nel bilancio per finanziare le varie guerre che in nome della sua, l’unica interpretazione valida della shar’ia, ormai conduce e finanzia a raggio diversificato (in Yemen, Siria, Iraq, di tanto in tanto anche contro lo SI),  il Tesoro – che qui, pubblico o privato, è sempre quello anche insieme personale di re Salman, ha emesso titoli per 5 miliardi di $, dopo i 7 del mese scorso con maturità dai cinque ai dieci anni e ottimi rendimenti e sta progettandone di nuovi che forse potrebbero anche non essere più riservati ai soli investitori sauditi (The Economist, 14.8.2015, Saudi Arabia’s finances – Asset-rich, cash-poor ­ - - ­ The Kingdom borrows  to compensate for falling oil prices Le finanze dell’Arabia saudita – Ricca di proprietà e beni, povera di liquidi - - Il Regno si mette a fare prestiti per compensare la caduta dei prezzi del petrolio http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21661029-kingdom-borrows-compensate-falling-oil-prices-asset-rich-cash-poor).

E’ anche questo un ulteriore caso di eterogenesi dei fini, per cui scommettendo come il suo imbarazzato sponsor di sempre all’americana e con esiti analoghi, Riyād che ha orchestrato il premeditato abbassamento dei prezzi del greggio all’OPEC per “rovinare” il nemico iraniano, pare abbia finito intanto, mentre l’Iran sullo scacchiere strategico vince (Vienna), col rovinarsi – in parte, in parte... – per prima.   

●Il ministero dell’Interno e della sicurezza dell’emirato del Kuwait ha scoperto e rivelato una rete fitta di militanti, tutti in qualche modo legati ed attivi allo Stato Islamico. Cinque erano kuwaitiani, uno dei quali ucciso al momento dell’arresto e altri quattro hanno riconosciuto di aver ricevuto lezioni in quella che il ministro chiama “scienza del terrorismo” e addestramento militare e sono stati coinvolti in attività dei due tipi in Siria e in Iraq.

L’ondata di repressione è stata scatenata dal suicidio-massacro del 26 giugno in un moschea sci’ita a Kuwait City, anche se il ministro insiste che questi arrestati non hanno partecipato a quell’attentato. In passato gli attacchi terroristi sunniti contro l’emirato anche e forse soprattutto perché le poche decine legate alla monarchia degli al-Sabah erano stati generosi donatori dei gruppi islamisti-estremisti anti-sci’iti in Iraq. Ma è l’emergere dello SI che ha tolto di mezzo la bolla dell’immunità. Ma due attacchi separati in due mesi di per sé non sembrerebbero costituire una vera destabilizzazione dello Stato. Più preoccupante per le autorità è che si siano costituite due cellule di terroristi separate per condurre l’attacco.

Sono le uniche due? E’ una questione chiave che ora si pone alle autorità è se, di cellule simili, non ce ne siano altre. In altri termini, quanto è attiva la sovversione dell’ISIL, nel flaccido e assonnato emirato del Kuwait (Arab Times/Kuwait City, 30.7.2015, Kuwait Cracks Cell Of ‘IS Militants’― Il Kuwait sbaraglia una [seconda] cellula di militantI dell’ISIL http://www.arabtimesonline.com/kuwait-cracks-cell-of-is-militants).

●Il Qatar ha formalmente deciso di sostenere pienamente – ha detto, ma senza spiegare come – la campagna in corso di bombardamenti dei turchi nel nord dell’Iraq, come è ormai noto a tutti contro l’ISIL ma soprattutto contro i peshmerga curdi, rompendo il fronte – già però piuttosto traballante – della Lega araba, almeno a stare a un comunicato del ministero degli Esteri di Doha. Il giorno prima la Lega aveva infatti condannato la Turchia chiedendole, su istanza del governo iracheno, di rispettarne pienamente la sovranità.

●Ma Erdoğan che ha preso la decisione grave di riaprire la guerra coi curdi, smentendo se stesso, proprio subito dopo aver insistito perché la formazione del nuovo governo mantenesse vivo con chi entrasse nella coalizione il processo di pace con la loro ala politica “di sinistra” e armata del PKK di Öcalan, non può tornare indietro. Anzi, sembra proprio che machiavellicamente, come si usa  dire – ma Machiavelli in genere aveva ragione perché era col cervello che lui ragionava – abbia mandato all’aria tutto per anticipare le elezioni puntando al patriottardismo più becero contro la pace per recuperare la maggioranza assoluta che al voto di qualche mese fa ha perso proprio contro i partiti curdi che lo hanno malamente battuto (New York Times, 5.8.2015, Tim Arango e Ceylan Yeginsu, Turkey’s Push Into War Is Seen as Erdogan’s Political Strategy La spinta della Turchia alla guerra è parte della politica machiavellica di Erdoğan http://www.nytimes.com/2015/08/06/world/middleeast/turkey-recep-tayyip-erdogan-airstrike-pkk-isis.html).

E, in realtà, i colloqui per la formazione di un governo di coalizione tra i due maggiori partiti, l’A.K.P. Adalet ve Kalkınma Partisi― il Partito di Sviluppo e Giustizia – di Erdoğan e del primo ministro Davutoğlu – e il C.H.P Cumhuriyet Halk Partisi il Partito repubblicano del Popolo, laico  ed erede del laicismo militante di stampo francese importato ed instaurato dal padre della Turchia repubblicana, il maresciallo Ataturk, e guidato oggi da Kemal Kiliçdaroğlu, sono stati ora, a metà agosto, stati dichiarati falliti.

 Di fatto, il C.H.P., era dal 1920 in poi restato il partito al potere, da sempre aiutato da tre-quattro colpi di Stato militari – la Costituzione affidava ai militari la laicità dello Stato― e loro così la interpretavano... Poi però rimpiazzato alle urne con maggioranze larghe dell’A.K.P., fino alla perdita di quella assoluta, non di quella relativa  però, alle ultime elezioni politiche del 7 giugno scorso.

E qui è nata la grande tentazione per Erdoğan: forzare la mano per nuove elezioni anticipate rovesciando la linea, sua e fino a ieri ribadita, della pace negoziata da posizioni comunque di forza coi curdi del P.K.K. Essa aveva infatti favorito alle urne, sottraendo proprio a lui il 10% e qualcosa di più di suffragi che gli avrebbero dato di nuovo la maggioranza assoluta, non come aveva temuto e per una piccola parte anche scontato, a pro’dei laici duri repubblicani quanto, piuttosto, a sorpresa, dei filo-curdi e del centro-sinistra democratico dell’ala più parlamentarista.

Che, così, sono arrivati forti terzi alle urne e in parlamento a Istanbul e, profittando dell’obbligo impostogli dagli USA di premere qualche po’ militarmente sull’ISIL, in Siria e in Iraq, Erdogan si è trovato a tentar di recuperare sul terreno tradizionale del principale avversario, il partiottardismo d’accatto (New York Times, 13.8.2015, Tim Arango, Turkish Coalition Talks End Fruitlessly, Making New Elections Likely― I negoziati per la formazione della coalizione di governo in Turchia finiscono senza risultati, aprendo la strada a nuove elezioni anticipate http://www.nytimes.com/2015/08/14/world/europe/turkey-coalition-talks-fail-new-elections-likely.html).

●Poi, e a complicare ancor più le cose, capita quanto spesso succede avendo a che fare con questo garbugli come la Lega araba, che molto somiglia al modo di funzionare verticista e confuso di quasi tutti gli organismi analoghi, NATO compresa, dove a decidere è uno solo o, di tanto in tanto, anche un altro― quando l’Inghilterra, quando la Francia, quando magari pure la Germania. E gli altri fanno sempre e solo da comprimari e non contano niente... Che poi, e di frequente, per prazsi  neanche spesso tenuti a essere presenti e votanti per venir computati con la maggioranza degli Stati membri che é stabilita, così, e non proprio di rado, diciamo per default (Kurdish Daily News, 5.8.2015, Qatar backs Turkey over bombing raids in northern Iraq while Arab League condemns it―Il Qatar appoggia la Turchia per i bombardamenti sul Nord dell’Iraq ma la Lega araba la condanna ▬ http://kurdishdailynews.org/2015/08/05/qatar-backs-turkey-over-bombing-raids-in-northern-iraq-while-arab-league-condemns-it); e Stratfor – Analysis, 8.4.2015, The Arab League Contemplates a Joint Force La Lega araba parla di una possibile forza di intervento congiuntahttps://www.stratfor.com/analysis/arab-league-contemplates-joint-force).

E capita anche la confusione di idee che coglie impreparati gli altri oppositori del presidente. I cosiddetti vincitori morali spiazzati dal suo totale cinismo. Qui, come si accennava, uno dei partiti che a Istanbul le elezioni le avevano vinte rafforzandosi di oltre il 400% e arrivando al 13% dei voti, il Partito Democratico Popolare l’H.D.P.―  in turco: Halkların Demokratik Partisi― in curdo: Partya Demokratik a Gelan, che esalta le autonomie dei popoli della e dentro la Repubblica turca ed è il vero vincitore non solo morale delle elezioni, avendo strappato a Erdoğan dal niente non solo la maggioranza dei 2/3 he ancora non aveva per cambiare come voleva la Costituzione ma anche la differenza che gli dava almeno la maggioranza assoluta che aveva – un partito aperto ai curdi e a una nuova concezione più “libertaria” della politica e della società finora qui quasi aliena: il partito nuovo che fa capo a Selahattin Demirtaş...

... adesso si rivolge direttamente al P.K.K. chiedendogli di “rimuovere il dito dal grilletto” e al governo turco perché fermi “l’escalation della violenza” aprendo col primo colloqui mirati: a entrambi, cioè, l’impossibile. E, contemporaneamente, chiede a Damasco di aprire un colloquio― ma non è chiaro con chi, presumibilmente però coi soliti, ma quasi inesistenti sul campo, oppositori  siriani moderati, civili e militari, an che se certo non – si direbbe – con l’ISIL (Economic World Net/Ankara, 8.8.2015, Pro-Kurdish celebration personality calls for stairs to hindrance Turkey violence[in un inglese del tutto traballante,  di quasi impossibile traduzione e che, per intuirne il senso, richiede addirittura un po’di divinazione, significa – azzardiamo... – in buona sostanza] Una celebre personalità filo- curda chiede di accumulare ostacoli all’avanzata della violenza in Turchia http://economicworld.net/world/pro-kurdish-party-leader-calls-for-steps-to-halt-turkey-violence)... Insomma, un vero guazzabuglio.

● La più famosa ricetta del super-chef Erdoğan

Com di prepara l’omelette alla ISIS?  Rompere il maggior numero disponibile di uova curde ... versare olio sul fuoco e rosolare per bene l’opposizione parlamentare allo  shish-kebab ripassandola su false piste e presentare il conto al popolo turco ... mmmmnn  ... excellent!    

Fonte: Khaled Bendid, 14.8.2015

Forse è ancora presto per pronunciarsi – sicuramente lo è per farlo in termini definitivi – sull’esperimento che il presidente Erdoğan ha lanciato più di un decennio or sono quando, in modo all’inizio e per anni anche promettente, il partito di Giustizia e Sviluppo ruppe col sistema pressoché secolare obbligatorio e militante imposto da Ataturk e dai militari e sostituendolo nei fatti, anche non volendolo, c on maggiore spazio lasciato non tanto all’Islam ma proprio all’islamismo senza poi uscire neanche più sempre a controllarlo.

Di fatto, però, la laicizzazione non più obbligatoria e imposta per legge ha favorito l’ammodernamento del paese, aprendo anche in buona fede e per anni l’Europa, poi però pericolosamente bloccata non per colpa sua ma per l’ignava passività, la mancanza di coraggio dell’Europa stessa, Ma, poi, al dunque e anzitutto l’incapacità di chiarezza – sì o no alla Turchia? ma, soprattutto, senza aver fatto quello che poi ha finito col fare, lasciandola in un’estenuante e scoraggiante, per chi ci aveva davvero puntato a portare la Turchia  come tale in  Europa,.

E peggio ancora, oltre due secoli dopo l’era dei lumi discriminandola – come  fece Ratziinger, girandoci un po’ intorno, e con lui Sarkozy, Hollande e pure Merkel, cercando piuttosto di gettare il sasso ma, vergognandosene un po’, anche nascondendo la mano) – perché questi in fondo sono diversi da noi: mussulmani...

●Intanto, già subito, e ancora in agosto, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha lasciato perdere l’ammoina delle consultazioni e ha puntato al bersaglio grosso convocando per novembre – sotto la spinta combinata del patriottardismo anti-curdo, dello Stato Islamico, della pressione degli americani che vogliono vederli contro i tagliagole più direttamente impegnati e delle maree di rifugiati siriani che scappano disperati chi allo SI, chi ad Assad e tutti alla fame e al terrore – le sue nuove elezioni anticipate che in queste condizioni di emergenza, quasi per disperazione spera adesso gli diano l’agognata maggioranza assoluta alle urne.

Adesso ha conferito al premier uscente, Ahmet Davutoğlu – ancora in carica solo per riempire l’attesa, tentando invano di formare un governo di coalizione dove conterebbe comunque soltanto lui e tutti gli dovrebbero dire sempre di sì – il mandato per formare un governo ad interim che porti la Turchia alle elezioni il 1° novembre (Hürriyet/Istanbul, 25.8.2015, Turkey’s election board sets Nov. 1 as date for snap election La commissione elettorale turca fissa al 1° novembre la data delle nuove elezioni anicipate http://www.hurriyetdailynews.com/turkeys-election-board-sets-nov-1-as-date-for-snap-election.aspx?pageID=238& nID=87495&NewsCatID=338).

Secondo la costituzione turca, quella che il presidente vuole vincere le elezioni con una maggioranza dei 2/3 per modificarla in modo da rafforzare se stesso (proprio come Renzi: ma almeno non a forza di voti di fiducia in parte forzati sui suoi, in parte “comprati” ove si trovano (Verdini e soci) ma comunque con le elezioni).    

Adesso, il governo ad interim deve essere formato entro cinque giorni e le elezioni si devono tenere entro tre mesi. Ma adesso Davutoğlu – non, o non ancora Erdogan – ha fatto capire di voler raggiungere i 18 voti che mancano per la maggioranza assoluta e farsi approvare il governo anche solo ad interim, senza doversi piegare a formarlo senza gestirlo per oltre due mesi ma declassandosi solo a gestire il periodo elettorale― proprio alla Renzi o alla Berlusconi, cioè offrendo posti di Gabinetto a esponenti singoli e eminenti del Partito repubblicano e del Partito-movimento nazionalista▬ il Milliyetçi Hareket Partisio. Con entrambe le formazioni, una di centro-sinistra, di tradizione ataturkista, che hanno subito respinto la “proposta indecente”.

Proposta che, invece, per indecente che sia, ha accolto il Partito Democratico Popolare, quello nuovo di Selahattin Demirtaş che, in cambio di un ministro nazionalista e due suoi ministri di qui al 1° novembre, dà il suo voto per garantire al partito di Davutoğlu il governo pre-elettorale― anche giocandosi forse così qualcosa, e forse anche molto, della sua popolarità tra i curdi stessi e gli  anti-erdoğaniani (Financial Times, 9.8.2015, Piotr Zalewsky, Turkey appoints opposition groups to interim  cabinet La Turchia designa gruppi politici di opposizione nel gabinetto ad interim http://www.ft.com/intl/cms/s/0/531bbeda-4e3b-11e5-b029-b9d50a74fd14.html#axzz3kEFw12qm).

●Nello Yemen, il premier del governo dimissionato e dimissionario ma che, grazie alle bombe saudite – un peccato mortale che sarà difficile far dimenticare agli yemeniti – sembra essersi ripreso più che il controllo l’occupazione almeno temporanea del Sud del paese, Khaled Bahah, è tornato ad Aden, con sei suoi ex ministri, sulle ali di un jet militare di Riyād e sotto la protezione dei pretoriani sauditi per incontrare (informa l’Agenzia Xinhua/Nuova Cina di Pechino, l’1.8.2015, Exiled Yemen PM returns to Aden Il PM yemenita in esilio torna ad Aden http://news.xinhuanet.com/english/2015-08/01/c _134470898.htm) forze lealiste all’ex presidente fuggiasco Hadi nelle provincie di Lahj e Abyan, l’estremo sud-ovest del paese, all’incrocio tra Golfo di Aden e Mar Roso e proprio davanti al porto di Djibouti. Ormai è dal 17 luglio che la capitale del Sud è tornata sotto l’occupazione, sempre contesa però, saudita continuando a procedere alla sistematica distruzione del Nord del paese.    

●Sembra prender atto del nuovo status politico-militare – il nord e la capitale Sana’a saldamente in mano al governo Houthi ma martellato dalle bombe saudite e il Sud , con Aden, tornato sotto il controllo militare di Hadi e del suo padrone saudita – il governo dello Yemen, con la flessibilità che da sempre ne connota la politica piuttosto pragmatica, ma anche un implicito riconoscimento di debolezza relativa― non riescono a riprendersi il Sud del paese, anche se mantengono un solido controllo del nord e della capitale (Ahramonline/Cairo, 3.8.2015, Yemen rebel chief says ready for political settlement Il capo dei ribelli [in realtà, del governo insediato a Sana’a] si dice pronto a una soluzione politica http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/136834/World/Region/Yemen-rebel-chief-says-ready-for-political-settl em.aspx) si dice pronto a riprendere le fila della difficilissima ricerca di una soluzione politica.

Il capo del governo degli Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, che continua a essere sostenuto dall’Iran, parlando il 2 agosto, torna a affermare che un accordo politico resta possibile col governo in esilio mentre il presidente di questo Abd Rabbo Mansour Hadi sta cercando di ristabilire almeno la percezione, l’impressione, di un controllo politico sulla penisola (Stratfor – Analysis, 3.8.2015, In Yemen, Coalition Forces Move North Nello Yemen, le forze della vecchia coalizione avanzano verso il Nordhttps:// www.stratfor.com/analysis/yemen-coalition-forces-move-north).

Il 3 agosto l’ex presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh – che per trent’anni, aveva prima riunificato e poi guidato il paese da vero autocrate tradizionale ma garantendone un tranquillo  costante sviluppo e una pace sostanzialmente decente fino alle sommosse e al golpe ispirato dall’Arabia saudita che nel 2012 lo aveva estromesso – ha accusato di tradimento il suo successore, il sudista e filo saudita ex presidente Hadi, suo successore e dimissionario poi pure lui e espulso dalla rivolta interna della popolazione degli Houthi di etnia zaida sci’ita del Nord del paese, per essersi schierato come un Giuda qualsiasi con l’aggressore-bombardiere-invasore del Nord.

Il fatto è che né le vecchie truppe dei sostenitori che ancora gli restano, né gli stessi Houthi, sembrano disporre delle armi pesanti necessarie a contrastare e respingere i raids degli F-16 sauditi e dei carri armati AMX Leclerc di terza generazione inviati, con alcune centinaia di veicoli corazzati di fanteria BMP – si vocifera di un’intera brigata – dagli Emirati Arabi Uniti: che, naturalmente, smentiscono ma senza gran convinzione visto che ci tengono a acquisire meriti e crediti nei confronti del grande protettore/sponsor saudita presente nell’area.

Ma il risultato è lo stallo: perché, in ogni caso, la coalizione sta scoprendo anche, giorno per giorno, che la resistenza sul terreno degli Houthi, si fa più dura man mano che gli scontri si spostano a Nord sul loro territorio e/o si fa più consistente man mano che invece cerca di avanzare a Est, contro al-Qaeda e una resistenza tribale che, man mano, a casa propria si indurisce vieppiù (Defense Blog, 4.7.2015, UAE sent to Yemen AMX Leсlerc main battle tanks Gli EAU inviano nello Yemen i loro carri armati di punta Leclerc http://defence-blog.com/?p=7043).

In effetti, alla fine della prima settimana di agosto, gruppi di jihadisti affiliati di al-Qaeda nello Yemen hanno preso il controllo di tre agglomerati vicini ad Aden – Rabat, al-Lahoum  e al-Masaabin – trasformandoli, dopo averlI “adeguatamente” purgati, in vere e proprie basi militari, con le proprie fila schierate qui contro gli sci’ti Houthi e, insieme, l’ISIL che, profittando del conflitto yemenita-saudita, continuano ad allargare il loro controllo sulla regione (A.P., 6.8.2015, Al-Qaida exploits Yemen chaos to seize 3 towns Al-Qaeda sfrutta il chaos nello Yemen per conquistarsi altre tre cittadine http://ktar.com/2015/08/06/yemen-officials-al-qaida-exploits-chaos-to-seize-3-towns).

Ormai, dopo cinque mesi di intervento sotto forma di raids aerei sauditi, impossibili da fermare per chi viene ogni giorno da essi colpito, sta forse avviandosi a una qualche chiusura questa guerra – o, almeno, questa fase della guerra dello Yemen. E’ che la campagna aerea del grande vicino del nord, sostenuto in mille modi dallo zio d’America, contro la forte maggioranza/minoranza Houthi e sci’ita (dipende se del Nord o del Sud del paese) si è andata trasformando in una controffensiva mirata anche a sostenere l’ex presidente Hadi, il sudista dimissionato, ripetutamente dimissionario e subito scappato badoglianamente a rifugiarsi dal grande protettore, il saudita Salman, che lo Yemen da sempre vuole ingoiarselo o almeno controllarlo completamene per assicurarsene il succube allineamento.

La questione – da quando i sauditi hanno almeno parzialmente cambiato strategia adottando dopo molte iniziali esitazioni anche la tattica di rischiare, puntando selettivamente a occupare, fortificandolo e equipaggiandolo con moderni mezzi cingolati il territorio che man mano vanno riconquistando agli Houthi – ormai non sembra più se si arriverà a un qualche accordo ma a quali specifici termini si arriverà ormai a una pace che resterà comunque precaria perché non risolverà le spaccature profonde che dividono il paese: la frattura Nord-Sud di sempre superata solo nel trentennio di dittatura un po’ più “indipendente”, leggermente più “illuminata” e pure più “accettata” del precedente presidente, Saleh.

Ora, probabilmente, con la guardia pretoriana alle spalle messa a disposizione dai sauditi, l’ex presidente dimissionario fedifrago (Hadi, l’uomo che ha chiesto loro di seppellire di bombe il paese per farsi rimettere in sella sulle macerie) torni, ma certo rischiando, a Aden. Un evento concepito, da diversi punti di vista,  da lui come una pietra miliare politica e di sicurezza. Il più importante di questi aspetti è che, secondo lui, insediarsi nella vecchia capitale del Sud legittimerebbe anche per chi tra i suoi – dopo la fuga a metà tra leprotto furbastro e tremebondo agnellino – ne avesse bisogno la sua rivendicazione di essere sempre il legittimo presidente yemenita (NightWatch KGS, 17.8.2015, @kgsnightwatch.com).

Un fatto che segnalerebbe, poi, come le forze di terra spalleggiate dalla coalizione saudita abbiano consolidato il loro controllo su Aden dopo mesi di scontri armati inconcludenti, e comunque, non decisivi. Con una presenza fisica non sporadica ma per così dire, ormai fissa che può – potrebbe – ma lui, separatista sunnita del Sud e traditore del suo paese e loro, tribù unitarie e sci’ite del Nord dello Yemen – riportare l’essenza del conflitto alla narrativa familiare tra yemeniti del Sud e del Nord, separatisti e unitari... Ma con le bombe che ormai non lo rendono più possibile...

Solo che, subito, solo a due o tre giorni dall’annuncio ufficiale che Aden è sotto il completo controllo delle forze di Hadi e di re Salman – o, piuttosto, viceversa – e aver strombazzato il suo ormai molto prossimo ritorno in forze e stabile con tutto il governo, scoppia una bomba proprio all’ingresso degli uffici provvisori del nuovo governatore di Aden, ammazzando quattro poliziotti e ferendone altri 10, proprio nel punto che teoricamente avrebbe dovuto essere il più protetto e sicuro della città. E questo è stato solo il più clamoroso di uno stillicidio di attacchi che segnano la resistenza di una parte rilevante della popolazione al nuovo-vecchio e screditato potere insediato sulle scomode baionette saudite a smentire tutte le garanzie assicurate.

E’ vero che i gruppi armati principali degli Houthi hanno ripiegato, ma non solo loro soltanto i nemici di Hadi che schierano anche ormai in prima fila altre numerose tribù e le forze non trascurabili che ancora restano fedeli al vecchio rais, Ali Abdullah Saleh, autoritario anche lui ma ben più autorevole, di uno Yemen unito e unitario (Kentucky.com/Lexington, 20.8.2015, Ahmed al-Haji, Bomb in governor's office in southern Yemeni city kills 4 Bomba nell’ufficio di governo della città del Sud Yemen uccide 4 persone http://www.kentucky.com/2015/08/20/ 39970 36_yemen-officials-explosion-in-aden.html?rh=1).    

D’altronde, la stessa alleanza saudo-sud yemenita che, spianandone a mucchi di macerie gli antichissimi edifici  pervenutici intatti da quasi 3.000 anni fa, non durerà però molto al di là di questo breve periodo. Il Sud di Hadi, quando si arriverà nuovamente a una qualche tregua appena più stabile, reclamerà – rafforzato dalla vittoria dell’alleanza con Riyād – la sua indipendenza dai sauditi ma dovrà far sempre i conti con le voglie di umma dell’interpretazione wahabita di quella decrepita monarchia, così simili a, e insieme minacciate, da quelle ancor più radicali del califfato islamico. Ma anche della rivolta del Nord, l’antico centro politico del paese, delle sue tribù fieramente indipendenti, di ideologie aliene ma ormai un po’ di meno come quelle socialistoidi nel frattempo emerse anche qui.

Nel tentativo di rappacificarsi con l’opinione pubblica di Israele, in maggioranza, dopo l’accordo con l’Iran e con il pungolo delle lamentazioni terrificate e terrificanti del governo di Benjamin Netanyahu, fortemente ostile, il governo americano ha annunciato che rilascerà “sulla parola” il  cittadino americano e spia confessa di Israele, Jonathan Pollard, l’agente dei servizi segreti della Marina a stelle e strisce, preso in flagrante e condannato all’ergastolo per alto tradimento nel 1987  e per il quale nel 1998 il Mossad, il servizio segreto all’estero di Israele, aveva riconosciuto del tutto irritualmente lo status di proprio agente.

Restano da definire alcune condizioni (la più delicata: sarà libero di andarsene a godersi l’accoglienza da eroe che lo aspetta in Israele; e come far ingoiare la decisione ai servizi segreti americani che gli imputano, anche, di aver materialmente esposto a rischi anche mortali, ma non meglio specificati, parecchi loro agenti in Medioriente (The Economist, 31.7.2015, Burn after readingThe Jonathan Pollard case― Bruciare dopo aver  letto http://www.economist.com/news/united-states/21660163-fate-israeli-spy-shows-how-two-allies-misunderstand-each-other-burn-after-reading).

●E, per Israele, si fa sempre più impellente finalmente capire, e poi anche riflettere un tantino sul fatto che, considerando lo stato reale dell’armamento esistente e di quello che ha a disposizione, Israele ha 200 e più ogive nucleari subito disponibili per la “consegna”, alla Nagasaki, su Teheran, Isfahan, Qom, Mashhad, Ahvaz― mentre gli ayatollah non una che è una. E che  il fatto – non la teoria, non l’ubbia, non la fissa, non il pregiudizio non fondato sui fatti – è che se anche poi l’Iran sviluppasse un’arma nucleare – e come molti osservatori, qualcuno anche in Israele, noi  restiamo convinti che Teheran ha interesse ad apparire di lavorarci più che in realtà, poi, ad averla – uno sviluppo simile non costituirebbe un minaccia come si dice esistenziale per Israele.

Perché di fatto Teheran non può permettersi di ignorare nei fatti la realtà incombente, non solo la teoria e la dottrina, della “mutua distruzione assicurata”. E, poi, malgrado dissensi, riserve e un rapporto al momento anche teso, gli USA non tollererebbero un attacco iraniano a un alleato a loro tanto vicino e Teheran non ha proprio interesse a invitare così, allora sì, una rappresaglia degli Stati Uniti d’America.

Il fatto vero, la minaccia che schiaccia davvero il futuro di Israele ma che a larga parte delle sue classi dirigenti appare invisibile, è tutta interna e non esterna: lo sgretolamento  delle regole della legge, la fragilizzazione delle istituzioni politiche, la perdita di una finalità condivisa comenazione” – tutto quel che differenziava dal resto del Medioriente Israele – sono sfide qui ed oggi, subito, che mettono Israele in un angolo e costituiscono un pericolo imminente molto più della retorica iraniana o di quella sua stessa.

L’Iran non è in sostanza in grado di distruggere sul serio Israele, nell’attuale ambientazione geo-politica del Medioriente. Solo Israele oggi è in grado di autodistruggersi... E grazie a Netanyahu, ci sta forse pure riuscendo (Stratfor – Analysis, 14.5.2011, The Geopolitics of Israel: Biblical and Modern Le geopolitiche  di Israele: quella biblica e quella moderna [e la confusione tra le due: che la sta rovinando] ▬ https://www.strat for.com/analysis/geopolitics-israel-biblical-and-modern).

Cina e Russia si stanno mobilitando anche loro, tra i primi paesi importanti a cercare di approfittare di quella che, con la loro presunzione usuale di sopracciò, gli americani chiamano l “nuova rispettabilità” dell’Iran.

Le compagnie cinesi di ricerca e produzione di greggio cominceranno tra due mesi, ad ottobre, già a pompare sui 160.000 barili al giorno da due progetti già in preparazione in Iran sud-occidentale. L’Iran, già dal 2014, ha ripetutamente stimolato la Sinopec e la China National Petroleum Corporation  prepararsi a pompare greggio a partire dalla fine del 2015 anticipando, correttamente come s’è visto, la fine delle sanzioni. E’ dalla fine del 2010 che i progetti cinesi erano stati rallentati o congelati a causa proprio della minaccia e della realtà, poi, delle sanzioni. Dunque, si tratta di vecchi progetti già conclusi nel 2007 (Agenzia Reuters, 31.7.2015, Chen Aizhu, China state firms start pumping new oil in Iran Le imprese statali cinesi cominceranno a pompare nuove greggio iraniano http://www.reuters.com/ article/2015/07/31/china-iran-oil-idUSL3N10B29620150731). 

L’Iran produce allo stato 3 milioni di barili al giorno di greggio dei quali 1,2 milioni sono esportati, sempre allo stato, in Asia. E i cinesi ormai sembrano decisi ad approfittare tra i primi delle nuove possibilità ora aperte ma che gli iraniani, sapientemente, davano per scontate ormai già da  almeno un anno.

●A fine agosto, si viene ufficialmente a sapere che la cooperazione nucleare civile tra Cina e Iran riparte subito in forze, con la firma a Pechino di un memorandum da parte di Ali Akbar Salehi, il capo dell’Agenzia iraniana per l’energia atomica. L’accordo di principio comporterà il ridisegno del reattore ad acqua pesante di Arak e la costruzione di diversi piccoli impianti nucleari ACP100, un disegno originale cinese di reattore atomico multi-funzionale. Nel frattempo, il capo operativo della Export Development Bank di Teheran ha parlato col suo omologo cinese della futura cooperazione dei due istituti sul finanziamento di progetti di sviluppo industriale e commerciale iraniani (FARS News Agency/Teheran, 26.8.2015, Iran, China to Expand Civilian N. Cooperation― Iran e Cina espanderanno la loro cooperazione nucleare http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13940604000307).    

●Quanto alla Russia, il 30 luglio Vladimir Kozhin, il consigliere di Putin che per lui gestisce acquisti e vendite di sistemi d’arma russi, ha dichiarato che i sistemi anti-missile di difesa aerea S-300 che aveva venduto all’Iran prima dello stop delle sanzioni e poi congelate, verranno ora consegnati dopo essere stati opportunamente “ammodernati”, senza dar ascolto ai preventivi lai di Israele che ne teme gli effetti: ovviamente, però, trattandosi di anti-missili, solo a seguito di suoi possibili attacchi...

Il progetto era stato congelato nel 2010 e ha, perciò, effettivo bisogno di un aggiornamento. Non è stata ancora comunicata ufficialmente la data di consegna per l’anno prossimo degli S-300 a Teheran (PressTV/Teheran, 30.7.2015, Russia preparing S-300 for delivery to Iran by 2016 La Russia dice di star preparando la consegna degli  S-300 all’Iran  per il 2016 http://www.presstv.ir/Detail/2015/06/03/414089/Iran-Russia-S300-Vladimir-Kozhin-Kremlin-AlmazAntey-Yan-Novikov).

●Prima ancora che fosse raggiunto l’accordo tra Iran e 5+1, il generale iraniano Qassem Suleimani che comanda la cosiddetta Forza Quds del Corpo delle Guardie rivoluzionarie – professionista e  tattico come tale altamente stimato da chiunque con lui abbia dovuto scontrarsi, Israele e ISIL anzitutto (con Kerry una volta a dire che “aveva sangue americano sulle mani”, anche  senza mai spiegare dove, quando e come: così, sulla parola).

Suleimani – uno le cui idee vengono oggi studiate nelle maggiori scuole di guerra del mondo – è volato a Mosca a incontrare gli alti gradi delle FF. AA. russe, il ministro della Difesa Sergei Shoigu e Putin fregandosene, lui e loro, delle cosiddette sanzioni che, in teoria, glielo avrebbero voluto vietare (Business Insider, 7.8.2015, Pamela Engel, Iran’s military mastermind just gave the US the bird La mente militare dell’Iran ha mandato gli USA a farsi fottere col suo beffardo marameo http://uk.businessinsider.com/irans-military-mastermind-just-gave-the-us-the-bird-2015-8?r=US&IR=T). Di fatto, è l’inizio dello smottamento già diventato una vera slavina ma che stava da tempo già sgretolando le sanzioni, anche prima della conclusione dell’accordo di Vienna.

●In Libia, un tribunale del governo “ufficialmente riconosciuto” ha condannato a morte, e in absentia, Saif al-Islam Gheddafi per crimini che includono l’aver fucilato alcuni rivoltosi mentre tentavano, alla fine come si sa riuscendoci, di rovesciare il padre, Muammar Gheddafi, al potere da 42 anni. Il capo dei servizi segreti del rais, Abullah al-Senussi, è stato uno degli altri otto imputati condannati a morte. Ma la milizia che occupa e detiene, di fatto, il potere nella città di Zintan e che da mesi trattiene Saif Gheddafi, ha fatto sapere di rifiutarne l’esecuzione come anche di consegnarlo alla corte penale di Tripoli che anch’essa non riconosce come autorità effettiva (The Economist, 31.7.2015).

●In visita negli Emirati Arabi Uniti, per la prima volta da 34 anni, da quando ci andò Indira Gandhi, un primo ministro dell’India, stavolta Narendra Modi, andrà oltre che nella capitale, Abu Dhabi, anche nella città più moderna e tipica della sfrenata crescita ipercapitalistica del paese  costruito dal super-sfruttamento di almeno un 30% della popolazione, 2,2 milioni di cittadini indiani non residenti o di origine indiana ma non cittadini dell’India da cui gli investitori stranieri e locali hanno spremuto sangue (migliaia di morti in “incidenti” sul lavoro) e sudore le ultramoderne sfavillanti costruzioni di Dubai.

Non è che ci si debbano aspettare troppe proteste dall’indiano che mira sfacciatamente a copiarne il modello (nessun diritto per chi lavora e massima libertà per chi sfrutta) ma a differenza di questi del Golfo, lui, non ha i capitali per farlo né l’appeal per attirarseli in casa. Lui è lì per parlare di cose serie; energia,commercio e partnership di sicurezza...

L’India ha sempre mantenuto, però, anche buoni rapporti con l’Iran malgrado e anche sfidando a volte, cautamente, le sanzioni americane. La differenza è che Modi si rivolge anche, e non quasi soltanto agli Stati arabi sunniti. Anche su un piano globale, la diaspora  bna assomma a circa un 30% di individui che ne fanno la seconda nel mondo dopo quella dei cinesi d’oltremare.

Sostenendo, e dichiarando proprio di voler sostenere il governo indiano, la Foxconn taiwanese che assembla iPhones e altri prodotti elettronici nelle sue fabbriche in Cina, ha ora annunciato di voler investire almeno 5 miliardi di $ nello Stato del Maharashtra per fabbricare altri suoi analoghi impianti di montaggio e assemblaggio. Sono anni che l’India tenta di sviluppare un’industria del manifatturiera a partire proprio dall’assemblaggio e a salire, poi, come ha fatto la Cina, senza riuscirci.

La Foxconn è stata molto contestata e costretta, anche, a “correggere” in Cina, piegandosi a rispettare dopo molte resistenze parecchie condizioni del codice del lavoro per l’azione contestatrice forte di un “sindacalismo che, qui, inizia a flettere i muscoli proprio a partire dalle fabbriche di proprietà o di gestione straniera, ha deciso di cominciare a farsi sentire dove nascono le joint ventures.

Delle quali comunque, gli investitori stranieri, pur lamentandosi delle discriminazioni subite rispetto alla concorrenza locale, speciwe delle imprese statali non si indignano poi più di tanto continuando a trarne, evidentemente e comunque, lauti e soddisfacenti profitti. Adesso, proprio la Foxconn ha raggiunto un’intesa con la Xiaomi di Pechino per assemblare i suoi smartphones in India, dove sta diventando più “conveniente” per lor signori rifinirli, dopo averli fabbricati invece qui o a Hong Kong, a Singapore, a Taiwan e in Malaysia (The Economist, 14.8.2015).

●Una caratteristica unificante tra il Congresso americano e quello iraniano è che né l’uno nè l’altro obbediscono mai pedissequamente al proprio governo e al proprio presidente. Solo che quello iraniano proprio dal parlamento dipende, quello americano molto, molto di meno. Solo che, in Iran hanno in più e al di sopra di tutti e di fatto “riconosciuto” da tutti la Guida suprema dalle  prerogative mal definite ma anche per questo, nei fatti, onnicomprensive e definitive.

Per cui, a decidere di dire un no clamoroso alla richiesta di visitare il paese avanzata dal presidente  palestinese Mahmoud Abbas è stato, magari non proprio protocollarmente, il parlamento e ne ha reso ora notizia il consigliere dello speaker, il deputato Hoseyn Sheykholeslam, tenendo a negare, però, il conflitto coi palestinesi  e  riducendolo a quello con l’Autorità di governo della Cisgiordania occupata, non con Hamas, la resistenza vera che combatte nel Gulag sul Mediterraneo”.

E’ così che lo chiama il NYT (New York Times, Mohammed Omer, Gaza, Gulag on the Mediterranean http://www.nytimes.com/2015/08/25/opinion/gaza-one-year-on-still-in-ruins.html), o nel lager” come lo chiamano in vece in Iran – ma poi, si apprende, averlo corretto in modo politicamente-americano-corretto, da lager a gulag, il quotidiano nuovayorkese – “cui Israele ha ridotto Gaza: sia chiaro – precisa pedantemente Sheykholeslam – che un qualsiasi leader di questa vera resistenza sarebbe sempre il benvenuto in Iran(FARS  News, 19.8.2015, Parliament Advisor: Mahmoud Abbas's Request for Tehran Visit Rejected― Consigliere parlamentare:respinta la richiesta di Mahmoud Abbas di visitare Tehran http://english.farsnews.com/newstext. aspx?nn=13940528000455).

Che, sulla parola sua personale, garantisce come il suo paese non abbia raggiunto alcuna intesa né politica né di altro genere con Israele. E’ anche preoccupato, probabilmente, Sheykholeslam, dal tentativo saudita di “comprarsi”, anche con elargizioni e/o bustarelle, politiche e personali, qualche sostegno anche nelle fila di Hamas (Stratfor – Analysis, 27.7.2015, Saudi Arabia and Hamas: A Pragmatic Partnership Arabia saudita e Hamas: alla ricerca di una partnership pragmatica https://www.stratfor.com/analysis/ saudi-arabia-and-hamas-pragmatic-partnership).

●D’altra parte, una zeppa nell’ingranaggio del tentativo della maggioranza al Congresso di far saltare l’accordo nucleare con l’Iran la mette adesso proprio l’Agenzia dell’ONU per l’Energia Atomica― l’IAEA, il cane da guardia sempre attento alle sensibilità e ai desiderata degli americani ma sempre più quelli del potere esecutivo, Casa Bianca e dipartimento di Stato, che del legislativo, il Congresso. L’IAEA adesso il 20 agosto dichiara la sua “soddisfazione” per l’accesso avuto e che avrà garantito al sito militare di Parchin che gli americani sostengono giocare in ogni caso un ruolo chiave – anche se non precisano proprio, perché non lo sanno, qual è – nel programma nucleare di Teheran.

L’Agenzia atomica dell’Iran ha respinto, lo stesso giorno come pura invenzione un articolo dell’Associated Press che sosteneva l’esistenza di un accordo tenuto segreto tra AIEA e Iran in base al quale Teheran potrebbe utilizzare suoi ispettori per ispezionare Parchin (ne riferisce l’Agenzia di Teheran, Tasnim, e lo conferma subito la stessa AIEA dell’ONU, cfr. The Daily Star, 21.8.2015, IAEA denies report on Iran ‘self-inspections’ L’AIEA smentisce l’esistenza di un rapporto sull’ ‘auto-ispezione? iraniana  ▬ http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Aug-21/312060-iaea-denies-report-on-iran-self-inspections. ashx). Stavolta un’invenzione di parte americana non solo contro gli iraniani, ma anche contro il loro stesso governo.

Da parte sua, la Casa Bianca ha espresso la propria fiducia che ogni accordo tra IAEA e Iran resterà nell’ambito previsto e concordato raggiunto a luglio tra 5+1 e Teheran (Stratfor – Geopoliical Diary, 14.7.2015, What Matters in the Iranian Nuclear Deal Quello che conta nell’accordo nucleare con l’Iran https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/what-matters-iranian-nuclear-deal).

●Vanno avanti anche gli sforzi per arrivare a riaprire come da programma entro agosto la vecchia sede dell’ambasciata britannica a Teheran chiusa quattro anni fa dopo l’ocupazione di una massa di manifestanti (Reuters, 20.8.2015, G uy Faul Conbridge e W. James, Britain to reopen embassy in Tehran ― La Gran Bretagna riaprirà la sua ambasciata a Teheran ▬ http://www.reuters.com/article/2015/08/20/us-iran-britain-idUSKCN0QP1E720150820).

in Africa

●In Nigeria, Boko Haram in azione, con pubblico sgozzamento di 10 “eretici” in un villaggio vicino al lago Ciad. In una dichiarazione congiunta a fine luglio il nuovo presidente  nigeriano Buhari e quello del Camerun Biya hanno proclamato la volontà di sradicare dalla faccia della terra i ribelli jihadisti ma con una dichiarazione che finisce in coda di pesce, annunciando “l’intensificazione dello scambio di informazioni fra i due paesi”.

Forse più rilevante è che i due capi di Stato abbiano anche espresso la volontà di accordarsi su un vecchio contenzioso di confine tra Nigeria e Camerun e annunciato, insieme, che il generale nigeriano Iliyasu Isa Abbah è il nuovo comandante della Task force congiunta di 5 paesi centrafricani (contingente di 8.700 soldati, tra Nigeria, Camerun, Niger, Benin e Ciad) per cui finora, in particolare, proprio il non accordo sulla demarcazione del confine tra Nigeria  e Camerun nella  regione costiera ricca di petrolio della penisola di Bakassi (rispettivamente, estremo Sud-Est e estremo Nord-Ovest) non aveva mai reso possibile una cooperazione efficace dopo il conflitto armato bilaterale mantenutosi sempre acceso anche se un po’ sotto le braci dopo il 2006.

Il neopresidente Muhammadu Bukari, lui sì al contrario di quello etiope che Obama era andato a omaggiare falsamente e ipocritamente a Addis Abeba come “democraticamente scelto dal popolo”, di ritorno da Washington si è portato dietro, invece di un impegno concreto di soldi e di armi per combattere Boko Haram la solita, insulsa perché controproducente predica americana a pensare a combattere la corruzione: un male vero nel suo paese, ma anche qui – bofonchia, perplesso e scorato, ma anche in modo da essere ascoltato da qualche microfono – basta vedere le mazzette che la miriade di lobbysti che hanno sempre il voto finale passano apertamene in giro per le austere aule del Congresso...

E’ questa la gente che, al dunque, ritarda e blocca con mille scuse – o motivazioni comunque collaterali – il nodo da sciogliere: le operazioni contro Boko Haram. La primavera scorsa, l’offensiva di notevole successo contro i jihadisti riuscì proprio perché coincise con una esercitazione militare in Ciad su larga scala coinvolgendo anche, tra gli altri, contingenti militari americani e francesi (Mokokorkus.com., 23.7.2015, Washington, D.C. stands still for president Muhammadu Buhari at TV’s meet and greet Washington. D.C., si ferma per l’incontro in TV e il saluto al presidente Muohammadu Buhari http://www.stelladimokokorkus.com/2015/07/president-buharis-meet-and-greet-in.html).

●Ora, a metà agosto, il leader dei tagliagola di Boko Haram, Abubakar Shekau, smentisce con audio/video trasmesso ai media di essere stato – almeno per la sesta volta – ucciso. Certo, può essere un falso. Ma può essere anche l’ennesimo falso quello messo in scena dal governo nigeriano. by, aveva perfino annunciato per dare una mano al collega della Nigeria, che non solo Shekau era stato ammazzato ma che lo avevano anche immediatamente sostituito con Mahamoud Daoud, secondo lui “più disposto al dialogo col governo nigeriano(Stratfor, 17.8.205, Nigerian militant leader denies to be again dead Il capo dei miliziani nigeriani nega, ancora una volta, di essere stato ammazzato https://www.stratfor.com/situation-report/nigeria-militant-leader-denies-death-again).

●A nord-ovest della Nigeria, il Mali, dove un governo pressoché inesistente e del  tutto impopolare  ha cercato di riprendersi il mese scorso la città di Anefis violando dichiaratamente l’accordo di pace appena firmato all’ONU un mese prima con i ribelli, subisce ora le conseguenze di una decisione mal preparata e peggio eseguita, con il coordinamento di tutti i movimenti ribelli degli Azawad, la regione a grande maggioranza di popolazione tuareg del Nord del paese.

Che adesso, sicuramente, potrebbe peggiorare di molto la minaccia di instabilità che la rivolta in molti modi coincidente anche se radicalmente diverse (nazionalismo e indipendenza dei Tuareg contro jihadismo e visione universalista dei tagliagole) dello SI, onnicomprensivamente e forzatamente islamista posta a un governo già di per sé assai traballante (Reuters, 24.8.2015, Mali separatists to suspend participation in peace talks I separatisti maliani sospendono la loro partecipazione ai colloqui di pace http://uk.reuters.com/article/2015/08/24/uk-mali-violence-idUKKCN0QT0UC20150824).

●Il presidente della Repubblica del Congo, l’ex Congo-Brazzaville, Denis Sassou-Nguesso, ha licenziato due ministri del suo stesso Gabinetto per essersi dichiarati contrari pubblicamente al suo disegno di far rivedere la Costituzione e candidarsi così per un terzo mandato. I due, Claudine Munari, del Commercio, e il titolare del Pubblico Impiego, Guy-Brice Parfait Kolelas, si sono uniti alla coalizione degli oppositori.

Dal ’79 al 1992, quando venne introdotto nel paese un sistema multipartitico, era stato già presidente ma perse quelle elezioni. Tornando al potere cinque anni dopo la conclusione della guerra civile con una vittoria molto discussa e contestata nelle elezioni del 2002 e ancora quelle del 2009 tra molte denunce di brogli sistematici. Come sempre ogni dove ma forse in questo continente anche più, chi ha il potere resta a galla finché riesce a tenere sostanzialmente indiviso il sostegno delle forze di sicurezza del proprio paese (101 News FM-Br/Congo-Brazza, 11.8.2015, Cedric Mathuthe, Congo’s Sassou Nguesso fires belligerent ministers Il presidente del Congo-Brazzaville  Sassou-Nguesso licenzia in  tronco  i ministri che gli si mettono contro http://www.news101.co.za/news-africa/ congos-sassou-nguesso-fires-belligerent-ministers).

●Il presidente del Sud Sudan, nato solo quattro anni fa dalla grande campagna di PR pagata da imprese dell’industria petrolifera americana che si sono, quotandosi, prenotate mettendo le mani avanti per sfruttare il greggio potenzialmente nel paese abbondante, il secessionista dal Sudan Salva Kiir Mayardit non ha firmato l’accordo di pace che sembrava ormai in dirittura d’arrivo coi suoi compari secessionisti e ormai suoi rivali per prendersi il controllo del loro nuovo paese “perchè – ha detto – lui ha ancora bisogno di tempo”.

Le divisioni tra tutti i protagonisti della scissione, che dopo anni di guerra civile alla fine il Sudan accettò di subire, e ora continuano nel Sud tra le  varie loro fazioni occupate a scannarsi reciprocamente (Sudan Tribune/Parigi on-line, anti-nord Sudan, finanziato da governi e servizi segreti occidentali fin dalla metà dell primo decennio, 18.8.2015, South Sudan’s Kiir demands more time, as Machar signs final peace agreement― Il sud sudanese Kiir chiede altro tempo mentre Machar [già vice presidente secessionista dal Nord con e sotto lo stesso Kiir e uno degli altri leaders secessionisti] firma subito l’accordo finale ▬ http://www.sudantribune.com/ spip.php?article56084)

Poi, con una settimana di ritardo e senza uno straccio di spiegazione, firma anche il presidente in carica del Sud Sudan, Salva Kiir. Il punto forte dell’accordo, se appena appena regge, prevede la smilitarizzazione della capitale, Juba con l’affidamento (si fa per dire...) della sicurezza nelle mani di una qualche forza militare straniera che dovrebbe essere pagata e composta da militari delle Nazioni Unite e dell’Unione africana― ma, tra l’altro, pagata da chi? (Al Jazeera,26.8.2015, South Sudan president signs peace deal with rebels― Il presidente del Sud Sudan firma [buon ultimo] l’accordo di pace coi ribelli http://www.aljazeera.com/news/2015/08/south-sudan-expected-sign-peace-deal-rebels-150826084550000.html) .

●E anche negli USA cominciano a sorgere dubbi, perfino tra chi per primo ha preteso dai banchi dell’ONU, di crearlo un Sud Sudan separato dal Nord, dal Sudan vero e proprio come condizione  per avere la pace ma dando così solo l’occasione ai capi di ogni fazione di garantire altre guerre tribali al nuovo e appena creato dal nulla disgraziato paese. Era tutta gente – mignatte attaccate al potere e non ancora scartate – all’inseguimento che seguivano ubbìe e chiodi fissi dei neo-cons covati da Reagan e Zberzinski e Bush jr. dentro gli think-tanks fatti proliferare nell’ultimo ventennio del secolo scorso.

O seguivano le illusioni coltivate nei gangli stessi dell’amministrazione da alcuni strateghi-diplomatici tipo l’ambasciatrice obamaniana al Palazzo di Vetro, Samantha Power, una specie di prima vestale “emmaboniniana” dei diritti umani: da imporre, si capisce se necessario, anche se “rosolati” all’americana al fuoco della guerra e dei raids aerei “umanitari”. Tutti magari anche in buona fede, credendoci...

Esempio di scuola: Gheddafi ma, prima ancora, e ancor più criminalmente, il capolavoro fatto nell’ex Jugoslavia frantumandola e armandone l’una etnia  contro l’altro, scatenandone come avrebbe potuto intuire anche un sottosegretario, per dire, dell’NCD, tutti i diversi settarismi più biechi...

●Comunque, per la prima volta da anni, un esponente del governo americano, il plenipotenziario speciale per il Sudan e il Sud Sudan, Donald Booth, si è recato a Kartum per discutere col ministro degli Esteri del presidente Bashir – che, se osasse recarsi, come sarebbe suo pieno diritto, a New York, a rappresentare il proprio paese alla prossima assemblea generale dell’ONU, potrebbe anche venire arrestato su richiesta della procura della Corte criminale di Giustizia della stessa ONU che, però, non ha alcuna giurisdizione né sul Sudan né sugli Stati Uniti in violazione della stessa Carta che invece gli garantisce, questo sì, il diritto a parlare dal podio delle Nazioni Unite.

Una portavoce dell’ambasciata americana ha riferito ai media che i due rappresentanti dei rispettivi governi hanno ripreso a discutere delle rispettive posizioni  tentando almeno  di spiegarsi l’un l’altro i rispettivi punti di vista con scorno e dissenso impotente e appena mascherato della signora  Power che aveva appena finito di pronunciare in sede di Commissione dell’ONU la sua sessantesima personale concione contro le malefatte del presidente Bashir. Senza aver mai trovato mezza parola da ridire su campioni degli umani diritti come il re dell’Arabia Saudita, il rais dell’Egitto, ecc., ecc. (The Sudan Tribune, 26.8.2015, U.S. special envoy meets with Sudan Foreign minister L’inviato speciale americano incontra il ministro degli Esteri del Sudan ▬ http://sudantribune.com/spip.php?article56195)...  

CINA

●Fa rilevare qualcosa di nuovo sulla Cina, Paul Krugman, pur attento – a differenza di tanti suoi colleghi che per sviolinare i potenti di casa loro tendono a esagerare i guai e i problemi degli altri – a ridimensionare l’allarme sparso a piene mani sulla borsa cinese tenendo concettualmente, e in pratica, meno conto dell’economia di carta (rendite più o meno gonfiate e borsa) e più conto dell’economia reale (tasso di crescita sempre sbalorditivo, inflazione che, tutto sommato, resta ben contenuta e disoccupazione che nel dato ufficiale – come per tutti – resta sotto un tasso medio del 5% (New York Times, 31.7.205, China’s Naked Emperors Gli imperatori nudi della Cina www.nytimes.com/ 2015/07/31/opinion/paul-krugman-chinas-naked-emperors.html).

In sostanza, Krugman sostiene e argomenta che, anche qui i politici che hanno governato ai tempi del massimo boom economico, come proprio i loro omologhi americani e europei, non hanno la minima idea di quel che vanno facendo. Tanto per cominciare, tendono a illudersi in molti sulla loro competenza. L’americano Jeb Bush, il fratello minore del Bush minore che fu il peggior presidente degli Stati Uniti d’America, “immagina e racconta per dire, di essere stato un mago dell’economia perché, quando era governatore della Florida quello Stato fu obiettivo e soggetto di un boom speculativo edilizio gigantesco ma ebbe la fortuna di finire il mandato subito prima che il tutto andasse a gambe all’aria...

E ricordate l’onniscienza e l’onnipotenza con cui i burocrati giapponesi si comportavano negli anni ’80 prima di riuscire a figliare la lunga stagnazione da cui il paese non è ancora uscito”?  In questo contesto vanno visti i movimenti della borsa cinese. Di per sé il prezzo dei titoli a Shanghai non dovrebbe contare un granché, ma sono le stesse autorità – come Bush il piccolissimo e i buro-politicanti nipponici – ad aver messo la loro credibilità in ballo e, malgrado il successo in particolare degli ultimi 25 anni dell’economia cinese, anche qui “chi governa non ha la minima idea di quel che viene facendo”.

La realtà è che è in questione la struttura di spesa della Cina – altissimi investimenti pubblici e basso consumo privato, con forte risparmio obbligato delle famiglie anche a causa di una rete di sicurezza sociale assai lasca: virtuosa per la seconda parte, secondo lor signori; pessima per la prima che, per essere buona dovrebbe essere, invece, in mano non del potere pubblico ma di quei privati potenti che anche in Cina si qualificano ualificamno ormai come “lor signori”.

Era una struttura che ha funzionato finché la rovente crescita economica ha offerto sufficienti occasioni di investimento che, ora in calo, non vengono compensate abbastanza dal consumo privato. Ci sono stati sforzi veri di riforma – creando, ad esempio, un sistema di welfare generale che però resta sempre a maglie troppo rade per essere davvero efficace. Ma il passo di queste grandi riforme resta troppo lento per bilanciare lo scompenso di spesa. E il risultato è anche qui una bolla speculativa che tende per sua natura a crescere fino ad esplodere e  che chi ha il potere tende a sostenere puntellandone i prezzi ormai supervalutati spingendoli al rialzo sul valore reale.

Proprio come in America, qualche anno fa. Qui, e insieme, a facilitare ma anche a complicare le cose, esiste un formidabile, immane e capillare secondo mercato ombra, fuori del sistema bancario, essenzialmente non regolato, con un governo che avendo molto spinto perché qui i privati mettessero in moto un sistema di borsa “come tutti gli altri”, vuole quasi a ogni costo “difendere la sua reputazione” per aver scelto questa strada che sembra aver arricchito davvero il paese ma, a scapito dell’uguaglianza.

“In definitiva. Cosa abbiamo imparato? L’incredibile crescita della Cina non è stata un miraggio e la sua economia rimane sempre ancor oggi una gigantesca macchina produttiva. I problemi di transizione a una crescita più modesta sono naturalmente di rilievo notevole: ma, uesto si sa bene da qulche tempo. che lo fossero, si sapeva da tempo. Qui la notizia vera non è questa, non riguarda l’economia della Cina. Riguarda piuttosto questi politici della Cina. Scordatevi quel ch avete sentito sulla loro brillantezza e le loro lunghe vedute. Giudicando dal loro agitarsi di oggi neanche loro hanno proprio l’idea di quel che vanno facendo”. E Krugman, così, chiude il cerchio...

E, proprio in sintesi estrema, si può descrivere il periodo appena trascorso dalle borse cinesi come il percorso di un anno accidentato su e giù per i picchi e gli abissi delle montagne russe della borsa. Dal luglio 2014, l’indice composito era salito a Shanghai al 22 giugno 2015 a livello eccezionale di quota 5.166. Da allora, e in pochi mesi, quell’indice era poi sceso al livello minimo di 3.700, un bel crollo ma non abbastanza profondo da cancellare, e neanche poi tanto significativamente ridurre i guadagni dell’anno che restano, alla fine, intorno al 70%. Alla faccia, direbbe qualcuno che conosciamo anche troppo bene, dei gufi... anticinesi.

●In ogni caso, di fronte all’isteria quasi usuale sulla caduta delle borse in Asia, in Europa e meno negli Stati Uniti, sarebbe utile magari anche ricordare che:

• la prima cosa, e la più importante, anche e perfino in America e non solo in Italia è che il mercato, la borsa non è affatto l’economia. Le fluttuazioni di borsa sono la assoluta normalità e con l’economia reale non hanno niente a che fare. Al crollo dell’87 delle borse – il caso recente più famoso – non corrispose in effetti nel mondo dell’economia reale neanche l’ombra di nel mondo reale di una qualche crisi corrispondente.

• Ma anche su un periodo di tempo più esteso non esistono correlazioni dirette tra andamento del mercato di borsa e andamento dell’economia (crescita del PIL). Nel decennio degli anni ’70, la borsa perse più del 40% del suo valore in termini reali, nel decennio degli anni ’80-‘90 il PIL aumentò in media del 3,3% rispetto al 3,2% con cui praticamente lo stesso rendimento aveva accompagnato un crollo come quello degli anni ’70.

Un non senso allo stato puro, spiegabile solo prendendo atto che l’economia reale (PIL, occupazione, salari, consumi, investimenti) quella che riguarda tutti, non ha quasi niente a che fare con le scommesse di borsa che interessano, sì e no, ora come allora, il 20% degli americani (CNN, 10.4.2015, Over half of Americans have $0 in stocks Più di metà degli americani possiedono 0 dollari in borsa [e il 20% di loro ne possiede il 97%] ▬ http://money.cnn.com/2015/ 04/10/investing/investing-52-percent-americans-have-no-money-in-stocks).

E, poi, anche lasciando da parte l’erraticità di questi movimenti, a dir poco slegati del tutto tra loro e inaffidabili, la borsa neanche in linea di principio può misurare l’attività di un’economia. Si suppone, invece, che rappresenti l’attuale valutazione dei profitti attesi in futuro.

●La Banca centrale di Cina ha deciso di svalutare lo yuan il 10 agosto (dell’1,9% sul dollaro) e poi ancora, l’11, sempre in quantità limitata (ancora dell’1,6) e, infine, pare, ancora un po’ il 12,di un altro 1,1% fino a 6,40 per $: comunque, la percentuale maggiore da vent’anni già solo nel primo giorno) dandone notizia, come sempre fan tutte le Banche centrali, solo a cose fatte ma col solito seguito abbastanza generalizzato di vendita di azioni delle borse anche e soprattutto altrove (che però, dopo due giorni, prova anche a recuperare... Poi, deprezzato lo yuan intorno al 4%, il cmab io sembra finire per stabilizzarsi.

Una mossa tesa a far  riprendere slancio all’economia  abbassando i costi dell’export cinese con la svalutazione (New York Times, 10.8.2015, Neil Gough e Keith Bradsher, China Devalues Its Currency Amid Economic Slowdown Per contrastare il rallentamento dell’economia, la Cina svaluta la sua moneta http://www.nytimes .com/2015/08/11/business/international/china-lowers-value-of-its-currency-as-economic-slowdown-raises-concern s.html). Ha contemporaneamente annunciato, quasi in contraddizione, che in futuro però lascerà ai mercati una maggiore influenza nel decidere sul valore della moneta…

          Dunque, hanno fatto l’operazione anzitutto per contrastare il rallentamento della crescita dell’economia e tenere alta l’occupazione con un’altra spinta all’export... ma anche per fare del renminbi― 人民币 la “moneta del popolo”, l’appellativo ufficiale dello yuan, una valuta di portata e di peso finalmente davvero globale all’altezza della seconda economia del globo, avviata (secondo il FMI più domani, ormai, che dopodomani) a diventarne anche formalmente la prima: in grado – la vera preoccupazione degli americani – di promuoverne, cioè, gli obiettivi diplomatico-politici non solo con la finanza ma anche con una dimensione assai più centrale nel mercato degli scambi globali e in quello dei cambi (New York Times, 11.8.2015, Neil Irwin, Why Did China Devalue Its Currency? Two Big Reasons Perché la Cina ha svalutato la valuta? due grandi ragioni http://www.nytimes.com/ 2015/08/12/upshot/ why-did-china-devalue-its-currency-two-big-reasons.html).

Di contraddizione, non a caso si diceva, perché sembra preoccuparsene soprattutto il Tesoro americano dove più di ogni altro proprio questo – di lasciar fare i mercati – chiedevano anche con petulanza alla Cina ma che ora se ne preoccupa perché in questo momento di relativo (rispetto agli altri) indebolimento dell’economia, i mercati potrebbero anche reagire con un’ulteriore svalutazione dello yuan.

Gli americani insistevano a denunciare che la Cina “manipolava” la sua valuta, come se poi lo facesse di nascosto mentre gli altri erano distratti. Ma era tutto ufficiale, dichiarato e proclamato. La Cina non crede alla cosiddetta economia del libero mercato e ha ragione. Anche la Fed regola e, dunque, “manipola” in base ai suoi criteri e desiderata il valore del dollaro aggiustando tasso di sconto e tassi di interesse e se volesse potrebbe fare, e quando vuole fa, effettivamente lo stesso, svaluta quando, come e quanto vuole.

Adesso è  chiarissimo – ma non lo era stato solo per chi non volesse vederlo – che la Cina agisce sui mercati per contenere il valore della propria moneta. I 4 trilioni di $ delle riserve di valuta pregiata cinesi sono di più ma neanche di tanto poi dei 3 trilioni detenuti dalla Federal Reserve e servono allo stesso scopo di tener bassa la pressione sui tassi di interesse del paese rendendo più facile il credito all’economia.

 E’ anche evidente la convinzione del governo cinese sul fatto che una più attenta vigilanza sul valore relativo della sua valuta ha effetti sulla bilancia dei pagamenti. Serve a tenerla in equilibrio, e sempre più in attivo che in passivo. Quello che il Tesoro americano continua a trascurare, irresponsabilmente, da Reagan in poi, continuando ad accumulare da anni passivi a livelli sempre di rosso più fondo che, se non corretti, alla fine, schiacceranno il paese.

Poi, parallelamente alla Cina, sono già diverse altre valute a seguirla contro il dollaro. Il che contraddice la comune convinzione di Washington che, se la Cina lasciasse rivalutare sul dollaro la propria moneta i mercati aprirebbero alle importazioni americane nel mondo come effetto del valore accresciuto dello yuan e perciò dell’indebolimento dell’export cinese che così aprirebbero le porte a quello statunitense. Solo che non andrà affatto così visto che, solo per fare alcuni nomi, Tailandia, Malaisia, Singapore, India, Filippine, Vietnam e Indonesia si sono subito messe a seguire le s valutazioni di Pechino abbattendo ogni speranza americana di mettersi loro a far concorrenza a Pechino.

Adesso, “se la Cina – avverte quasi premuroso il NYT (New York Times, 12.8.2015, edit. brd., China’s currency dilemma― Il dilemma della valuta cinese http://www.nytimes.com/2015/08/12/opinion/chinas-grip-on-its-currency .html)non dovesse consentire al mercato di fissare il tasso di cambio del renminbi, non si potrà mai aspettare di venire considerata come una valuta globale”:  che in parte è vero, in buona parte è la solita ipocrisia svergognata., una premura che puzza moltissimo.

Perché, come tutte le Banche centrali, la Fed per prima, alla fine della fiera è il Tesoro americano, la Casa Bianca sempre a deciderli. E’ che il presidente della Fed e tutti i suoi componenti, come quelli di ogni altra Banca centrale,sono alla fine designati, nominati non eletti, sovranamente dai massimi responsabili della politica. Che alla fine a quei posti li hanno nominati. E, forse, ma dipenderà, ce li ri-designeranno. Altro che la favoletta dell’indipendenza. Fanno tutti finta. E tutti lo sanno. Compresi i ponzatori ipocriti del  NYT.

Scende con noi?...

Economia cinese   Giappone   Usa e Economia globale   Eurozona          

Fonte: INYT (The Straits Times, Singapore),31.8.2015, Heng Kim Song

●Ricorrendo alle sue enormi riserve di valuta estera la Banca centrale cinese,  la Banca popolare della Cina中国人民银行Zhōngguó Rénmín Yínháng, ha immesso 100 miliardi di $ extra che definisce “di policy” della sua Wutongshu, la sua piattaforma di investimenti o  il  veicolo che le serve proprio a investire quelle sue riserve con 48 miliardi nella China Development Bank e 45 nella Export-Import Bank di Cina. Entrambe seguono le direttive del governo centrale – come in effetti, poi, fanno sempre tutte le banche di tutto il mondo al di fuori dell’ipocrisia di facciata – d i cui la prima investe in medio-grandi progetti pubblici o, comunque, di carattere nazionale e la seconda  si dedica a prestiti che finanziano operazioni di export/import.

Anche qui è stato spiegato che l’obiettivo è quello di rafforzare la base del capitale disponibile e stimolare l’economia cinese che cerca di aumentare il valore unitario delle proprie attività estere senza contemporaneamente tirarsi fuori – come in occidente continuano a raccomandarle di fare – degli investimenti che finanziano le grandi imprese di Stato (Channel News Asia, 19.8.2015, China pumps US tens of bln $ into banks for economic boostLa Cina pompa decine di miliardi di $ USA nelle banche per dare una spinta ulteriore all’economia http://www.channelnewsasia.com/news/business/china-pumps-us-$-tens-b-into/ 2060824.html).

●Intanto, però, preoccupazioni e incertezze, montate anche apposta da chi ci specula ma non sempre infondate sull’economia cinese e di altri mercati emergenti hanno continuato a pesare sui prezzi delle materie prime, facendo scendere quello del rame sotto i $ 5.000 la tonnellata sul mercato degli scambi dei  metalli di Londra per la prima volta da sei anni. Il barile di Brent, il greggio del mare del Nord, è andato sotto i $ 47.

La compagnia Glencore, che tratta di compra-vendita mineraria e di commercio di quelle materie prime, ha ammesso in una comunicazione agli azionisti di aver sottostimato l’effetto che il rallentamento dell’economi cinese, anche se quasi solo nominale – resta sempre al meglio tra quello delle grandi, e ben al di sopra del 7% di media annua di aumento – avrebbe avuto sul suo business sui pessimi profitti registrati nella prima metà di quest’anno: col valore medio delle sue azioni che è crollato del 47% (The Economist, 21.8.2015).

●Una considerazione, per il momento diciamo quasi finale, ma che è razionale avanzare, è che in Cina non sia affatto in corso quello che in molti, sia speranzosi che impauriti specie in Europa e in America, chiamano una liquefazione del mercato ma è, piuttosto, una correzione da tempo dovuta. In effetti, sono pochi i dati reali a supportare che l’economia cinese stia rallentando dal 7% previsto da quel governo per la prima metà di quest’anno.

La crescita dei salari è sul 10% finora, anno su anno, e forte resta la creazione di posti di lavoro nei settori non agricoli; il reddito effettivamente disponibile e le spese per consumi delle famiglie continuano a crescere significativamente. E questi non sono di sicuro – neanche i gufi più scettici e catastrofici lo possono ignorare – i segnali in arrivo da un’economia che prevede probabilità di un atterraggio duro.

Ormai sono i servizi, non l’industria – e da tre anni pieni – a tirare l’economia e così è probabile che andrà avanti visto che il reddito pro-capite in Cina viene speso ormai in parte preponderante su consumi come intrattenimento, viaggi, e altri servizi piuttosto che su merci e prodotti di consumo ormai. La correzione al ribasso che il combinato disposto di una tutto sommato modesta  svalutazione dello yuan sul dollaro e di interventi correttivi guidati, di Stato, imposti al mercato finanziario sono invece un rimedio anche troppo ritardato, una stretta di briglie esercitata da chi ha il potere di farlo. L’esito evidente, anche, di uno scontro politico, proprio poi alla vigilia del viaggio del presidente Xi Jinping a Washington (New York Times, 26.8.2015, N.  R. Lardy [sua è la segnalazione dei datiui riportati; nostra la rilevanza che all’impegno statale di correzione della selvaggia libertà dei mercati invece qui sottolineata. Lardy è un liberal-conservatore dell’invece neo-cons Istituto Peterson  per l’Economia Internazionale di Washington, D.C., che è riuscito, finora, a mantenere una certa libertà di giudizio...], False Alarm on a Crisis in China ▬   http://www.nytimes.com/2015/08/26/opinion/false-alarm-on-a-crisis-in-china.html).

●La Cina ha sospeso, comunica a inizio agosto il ministro degli Esteri Wang Yi, i suoi lavori di costruzione sugli isolotti del Mar cinese meridionale nel corso del vertice con gli omologhi miistri dell’ASEAN― l’Associazione dei paesi del Sud Est asiatico, dove il ministro cinese e gli altri hanno concordato di accelerare le consultazioni già in corso su un codice di condotta marittimo, annunciano insieme in conferenza stampa Wang e il collega tailandese, gen. Tanasak Patimapragorn (48th ASEAN Foreign Ministers meeting, 1-6.7.2015, Kuala Lumpur http://lowermekong.org/events/48th-asean-foreign-ministers-meeting-amm-post-ministerial-conference-pmc).    

La Cina ribadisce con Wang l’offerta di aprire a ogni richiesta colloqui, negoziati, trattative sul piano bilaterale. Mai però – per rispetto di tutte le sovranità coinvolte, la propria in particolare – a livello multilaterale e con potenze “estranee” (gli USA). Nei due giorni precedenti era stata proprio questa l’offensiva congiunta sferrata da Filippine e Malaysia che, al momento, presiede l’ASEAN contro il programma cinese di costruzioni sulle isole del Mar cinese meridionale mentre analogo assillo ha avanzato con lo stesso insuccesso, incontrando a latere proprio Wang – a   meno che la sospensione annunciata dai cinesi sia considerata tale – dal ministro statunitense John Kerry (Stratfor – Analysis, 26.7.2015, Dokdo Island: A Case Study in Asia’s Maritime Disputes Il caso dell’isola di Dodko [독도/獨島 in coreano; 竹島 Takeshita: in giapponese: isolotti dispersi su 180.000 e più Km2. di mare, a 215 Km. di distanza dalle coste coreane e a 250 da quelle nipponiche; note anche come isole Liancourt dal nome della baleniera francese che le diede il suo nome nel 1859]: un argomento di studio  sulle dispute marittime in Asia https://www.stratfor.com/analysis/dokdo-island-case-study-asias-maritime-disputes).

●Intanto, però, la sospensione delle costruzioni continuerà a essere osservato ma con un’eccezione: andrà avanti a completamento anche il lavoro della trivella cinese al pozzo Haiyang Shiyou 981 in acque reclamate anche dal Vietnam, secondo una comunicazione dell’Amministrazione di Sicurezza Marittima di Pechino (Agenzia Sputnik, 25.8.2015, China completes drilling oil well in waters disputed by Vietnam― La Cina completa la trivellazione di un pozzo di greggio in acque disputte dal Vietnam ▬ http://sputnik   news.com/asia/20150825/1026148548/China-Oil-Rig-Exploration.html).

Continua, dunque, col lavoro di esplorazione dei fondali nel perseguimento, incessante ma cauto e sempre aperto alla discussione e alla mediazione bilaterale di rafforzare la propria presenza fisica, l’autorevolezza e l’autorità della Cina nell’area senza dar luogo alla scintilla capace di accendere un conflitto armato (Stratfor – Analysis, 8.5.2014, China Uses Deep-Sea Oil Exploration to Push Its Maritime Claims― La Cina impiega la trivellazione in profondità d’esplorazione alla ricerca di greggio per spingere avanti le proprie rivendicazioni di controllo marittimo ▬ https://www.stratfor.com/analysis/china-uses-deep-sea-oil-exploration-push-its-maritime-claims).

nel resto dell’Asia

●In Afganistan, l’ultimo giorno di luglio, fonti dei vertici talebani confermano la morte, “qualche tempo fa”, del Mullah Omar. Una dichiarazione rilasciata a nome del fratello e del figlio, Yaqoub,  chiede a afgani e mussulmani di “perdonargli  gli sbagli che può aver commesso durante il periodo in cui ha governato l’Afganistan”. Il portavoce ufficiale del movimento, Zabiullah Mujahid, dando atto della veridicità della notizia (The Economist, 31.7.2015, The one-eyed man who was king - The Taliban      lose a leader and their unity― L’uomo con un occhio solo che è stato un re – I talebani perdono un leader e [il governo afgano spera] la loro unità http://www.economist.com/news/asia/21660178-taliban-lose-leader-and-their-unity-one-eyed-man-who-was-king).

E dà anche conto che i talebani hanno già scelto il suo successore. Sarà il mullah Muhammed Akhtar Mansour, il suo vice adesso e, in ogni caso, da mesi ormai e forse proprio da almeno due anni, il capo di fatto operativamente parlando, dei talebani che da sempre  aundo Mullah Omafr presidev a il paese era il minuistro gode dell’appoggio dei servizi segreti militari del Pakistan e che era ministro dei Trasporti e dell’aviazione civile che, nel 2001, lo seguì in esilio in Pakistan sotto i bombardamenti a tappeto delle Forze di invasione.

Fermato diverse volte dai pakistani è stato sempre prontamente rilasciato e, da quando diventò il  vice di Omar nel 2010, ha sempre sostenuto le posizioni del Pakistan o, più esattamente, dei suoi servizi militari, appoggiando in pubblico le posizioni ufficiali di Omar e schierandosi duramente contro l’agire “empio” e esecrando dell’ISIL.

Il titolo ufficiale di Mansour, che dopo aver assunto la responsabilità della successione sarà quello di Guida suprema: non l’altro che resterà riservato a Omar, di Guida dei fedeli..., un po’ – absit iniuria... – come  uno dei numeri 10 stracelebrati e amati di una squadra di calcio del livello di Maradona, Platini, Del Piero, Totti.... Così l’Emirato islamico dell’Afganistan sembrerebbe cominciare a trasformarsi, con l’assenza al vertice di un vero e proprio emiro indiscutibilmente  riconosciuto e chiamato tale perfino dai governativi come era lui, in qualcosa di meno “idealistico” e di più centrato sulla gestione normale, anche amministrativa, del cosa fare e del cosa cercare.

Mansour – che ha gestito prima, e con grande successo, a dire dell’ONU e degli americani stessi quando era al governo con Omar, il programma talebano di repressione della coltivazione di papavero da oppio e, poi, nel corso dell’insurrezione un’altrettanto efficace campagna di produzione controllata e di trasformazione del papavero in oppio – vede diventare adesso suo vice Sirajhuddin                    Haqqani, uno dei più duri e spietati capi del gruppo anti-governativo dello stesso nome  in azione  tra i talebani, responsabile, secondo i servizi segreti afgani della maggior parte degli attentati dinamitardi a Kabul. 

Gli Haqqani, sostengono al governo sono semplicemente dei killers.  Ma, dei governativi, loro dicono esattamente lo stesso… Sirayhuddin sarà affiancato da un altro vice, come lui sempre dell’ala più intransigente del movimento, Maulavi Hibatullah Akhunzada, presidente dell’Alta Corte dei talebani quando erano al governo del paese. Ma, a ogni nuovo sviluppo, la storia sembra ancor più complicarsi. Voci e notizie di ogni fonte parlano della morte di Omar avvenuta due anni fa, ma di un processo di selezione del successore che, ibernato per due anni, avrebbe preso meno di una settimana.

La successione di Mansour, da sempre a favore, come era Omar, di negoziati di pace per quanto contraddittori e complessi, e quella di Haqqani, che risulta nettamente schierato per una vittoria militare globale, riflettono differenze non riconciliate tra le forze dei talebani afgani (New York Times, 31.7.2015, Taimoor Shah e Rod Nordland, Taliban Pick New Chief and 2 New Hard-Line Deputies I talebani  scelgono il loro nuovo capo e 2 vice dell’ala intransigente http://www.nytimes.com/2015/08/01/world/asia/taliban-leader-announcement.html).

Insomma, continuerà la guerra civile, bombardamenti aerei, attacchi di droni americani, attentati e esplosioni di bombe improvvisate mentre continuerà anche, probabilmente, la ricerca e la pratica di colloqui negoziali precari. Il nuovo status di Haqqani sarà un problema serio per gli americani che,  favorevoli al negoziato tra gli afgani, sono al gruppo sempre stati – ricambiati – fieramente ostili e hanno pubblicamente giurato di non volerli mai incontrare. Ma lo hanno già fatto, dicono al dipartimeno di Stato senza saperlo, il 7 luglio, presenziando – come i rappresentanti del governo cinese – alla prima sessione del negoziato interafgano a Islamabad, dove per i talebani c’erano anche quelli del gruppo Haqqani. E adesso, ovviamente, lo rifaranno: stavolta con piena cognizione di causa...

Forse, la voce più sonora che resta dell’opposizione interna è quella di Mullah Abdul Manan Niazi che, durante il governo talebano, fu governatore provinciale nel nord e nell’occidente dell’Afganistan che ha lamentato l’esclusione che il precipitoso processo di scelta per la successione ha, di fatto, impedito “la partecipazione attiva – non altrimenti definita, però: pare che parecchi siano arrivati in tempo per votare ma non per partecipare davvero al dibattito – di grandi mujahedeen, chierici,  comandanti sul campo”.

Di qui, certo, anche l’insistenza con cui il nuovo emiro titolare, anche se non dei “fedeli” ma solo del “movimento”, Mullah Mansour, ha fatto appello pubblico perché il movimento dei cosiddetti “studenti” – questo significa talebani, che sono di etnia largamente pashtun, del resto la più numerosa nel paese, come anche in buona parte del Pakistan – di “stare in guardia dalla deliberatamente divisiva propaganda nemica che semina o tenta di disseminare il dissenso”.

E si rivolge insieme al dissenso interno, tra le fila di chi ha sul gozzo, ad esempio, gli Haqqani, ma anche di chi ha dovuto affrontare l’insorgenza vera e propria di unità che hanno trasferito la loro lealtà alle fila dello Stato Islamico che si è affermato in non pochi distretti come forza dominante nella ribellione afgana al governo di Kabul, ancora sostenuto dai kafir, gli stranieri, i nemici di Dio (New York Times, 1.8.2015, J. Goldstein, Taliban New Leader Urges Unity, Playing Down Peace Talks Il nuovo capo dei talebani preme per l’unità, ridimensionando i colloqui di pace http://www.nytimes.com/2015/08/02/world/asia/talibans-new-leader-urges-unity-playing-down-peace-talk.html?_r=0)...

●Vale la pena di segnalare che la conferma della scelta del nuovo leader Mansour ha provocato maretta e anche dissenso e opposizione in parte della leadership talebana, una divisione accolta con molto favore e pubblicizzata dallo Stato Islamico e, invece, salutata e appoggiata pubblicamente dal capo di al-Qaeda, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, ex numero due di Osama bin Laden cui fa riferimento chiaro per nome e cognome nell’annunciare l’impegno con una dichiarazione audio-video anche postata on-line (Deccan Chronicle/Hyderabad, 13.8.2015, Al-Qaeda's Zawahiri pledges allegiance to new Taliban chief― Zawahir (al-Qaeda) giura fedeltà al nuovo capo dei talebani ▬ http://www.deccanchronicle. com/150813/world-asia/article/al-qaedas-zawahiri-pledges-allegiance-new-taliban-chief).

Anzi, Zawahiri celebra “l’onore conferito per primo ed unico all’emiro Mullah Mohammad Omar, comandante dei fedeli, che Allah ne abbia misericordia, e all’emirato islamico di aver costituito il solo legittimo emirato dalla caduta del califfato ottomano”, a inizio ‘900, dopo la prima guerra mondiale, l’unico in assenza del quale “non esiste al mondo altro legittimo emirato” una scomunica diretta e nettissima delle pretese dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi, fondatore e inventore dal nulla dello  Stato Islamico― pura e semplice contraddizione in termini. 

●E’ stato fatto osservare (in un servizio perspicace su Asia Times Online, 1.8.2015, di M.K. Bhadrakumar, Pakistan trims Taliban’s sails – and that’s good for peace Il Pakistan tagliuzza le vele talebane― il che, per la pace, è un bene http://atimes.com/2015/08/pakistan-trims-talibans-sails-and-thats-good-for-peace) che il rimpiazzo fulmineo ma, pare, a due anni dalla morte, di Omar con Mansour sia stata un’astuta manovra, tutto sommato riuscita senza pagare pegno, per far fuori dalla possibile nuova leadership dei talebani afgani i leaders più duri, intransigenti e pronti a combattere in preferenza rispetto a ogni altro tentativo di soluzione. Pur alla fine largamente “accettato” il processo decisionale è stato manovrato nei tempi di riunione, discussione e voto in modo da favorire Mansour, il candidato dei servizi segreti militari dei pakistani, l’ISI. Per protesta, il fratello e il figlio di Omar se ne sono andati. Ma poi sono tornati.

Lo scopo dei servizi segreti militari del Pakistan, l’ISI, è quello di stabilizzare la parte occidentale del paese avendo deciso la loro leadership militare e politica, il primo ministro Sharif ma, soprattutto, il capo di Stato maggior generale delle Forze armate gen. Sharif (solo omonimo, non parente) di facilitare e garantire la sicurezza del cosiddetto Corridoio economico sino-pakistan-iraniano che collegherà lo Xiniang della Cina occidentale sul percorso via terra e ferrovia che segue a nord tutta la costa del Mare arabo (il grande golfo del Pacifico che dall’India arriva alla Somalia costeggiando Pakistan, Iran ed Arabia saudita.

L’amicizia tra Cina e Pakistan – ha ditirambato Sharif, celebrando a  Peshawar l’88° anniversario  della Fondazione dell’Armata Popolare cinese, col primo ministro suo omonimo che assentiva – è “più profonda dell’oceano e più dolce del miele” e ogni nemico della Cina è un nemico del Pakistan.

E’ un commento che apertamente rileva come  dietro i nuovi colloqui che cercano un pace interna sempre assai ardua in Afganistan, stavolta si manifesta attivissima proprio la Cina, perché il Corridoio economico postula un livello di garanzie di sicurezza più alte di quanto il Pakistan abbia voluto o potuto mantenere sul percorso del suo territorio occidentale. Se andrà un po’ meno sul dichiaratorio e un po’ più sul concreto, l’idea implica un grado di alleanza militare e di sicurezza senza precedenti tra Pakistan e Cina che già sta allarmando – e si capisce bene – l’India e, in modo del tutto anomalo non fosse per la sua onnipresenza, anche l’America, sempre più emarginata,  nei fatti, dal gioco politico-diplomatico.

●In ogni caso, il ministro degli Esteri dell’Iran, Zarif, ha bollato come ridicola l’accusa – di fonte credibilmente israeliana e generata da quei servizi segreti – secondo cui proprio l’Iran sarebbe contrariato dalla prosecuzione e dal completamento Corridoio economico sino-pakistano che comprende anche il porto di Gwadar, sulla costa del Baluchistan pakistano, affermando che “l’Iran invece sostiene la crescita e lo sviluppo del corridoio dovunque esso passi sul territorio pakistano”.

In conferenza stampa congiunta col Consigliere per la sicurezza nazionale pakistano, Sartaj Aziz, che sta per recarsi a una serie di colloqui in India (ancora una volta però, poi, rinviata: i pakistani la subordinavano a un incontro previo e previamente annunciato e accettato dalla controparte indiana con una delegazione dei ribelli del Kashmir: del tutto impensabile) l’iraniano Zarif dichiarava la convinzione di Teheran sulle maggiori opportunità di sviluppo sia per il Baluchistan che per la regione confinante del Sistan – la vecchia Scizia di romana memoria – iraniano opportunità “fondamentali nella lotta sia contro la miseria che l’estremismo”.

Continuano, di fatto, gli scontri a cavallo del confine. Malgrado gli sforzi tentati, appena iniziati e  ancora falliti, adesso per ultimi anche dagli iraniani, almeno altri 10 civili delle due parti sono rimasti uccisi e una cinquantina sono stati i feriti quando, subito dopo il 28 agosto truppe indiane e pakistane si sono sparate a colpi di mortaio e di artiglieria ai confini tra la provincia pakistana del Punjab e il Kashmir amministrato dall’India (Al Jazeera, 28.8.2015, Civilians killed as India and Pakistan exchange fire― Civili uccisi in un nuovo scambio di fuoco tra India e Pakistan http://www.aljazeera.com/news/ n2015/08/ civilians-killed-india-pakistan-exchange-fire-kashmir-150828074204835.html). Naturalmente, l’una parte accusa l’altra di aver cominciato a sparare senza provocazione...

Zarif, d’altra  parte, esplicitamente, chiarisce che il suo paese non considera affatto la concorrenza del porto pakistano di Gwadar come nociva agli interessi del suo porto di Chabahar nell’est iraniano, a poche decine di km. dal confine (The Tribune, 13.8.2015, Kamran Yousaf,  Iran not against CPEC, Gwadar port: Javad Zarif Javad Zarif assicura che l’Irannon è affatto contro il Corridoio e contro il porto di Gwadar http://tribune.  com.pk/story/937304/pakistan-iran-must-work-jointly-against-sectarianism-extremism-javed-zarif): che, invece, sarebbero – sono, lui sostiene – assolutamente complementari.   

La Cina ha tradizionalmente sostenuto sia il Pakistan che l’Iran e presterà grande attenzione, di certo, a non pregiudicare i suoi interessi strategici prevalenti in Asia centrale rispetto a quelli importanti ma per essa meno decisivi nella più lontana area del pak-iraniano Baluchistan. Del resto, anche il progetto cinese della “via della seta” che a Pechino hanno battezzato di “una strada e una cintura”, qui viene fatto notare, ha chiare prospettive vantaggiose per l’Iran stesso specie con i collegamenti ferroviari ulteriormente resi ora possibili con la Turchia e la Russia.                     

Il capo dell’Ufficio politico dei talebani a Doha, in Qatar (di fatto il capo della loro rappresentanza ufficiale diplomatico/politica nei paesi del Golfo, Syed Mohammad Tayab Agha, sì è dimesso clamorosamente per protesta il 4 agosto adducendo a motivo lo “storico errore” commesso, prima, nascondendo per mesi la scomparsa del Mullah Omar e, poi, scegliendone il successore in modo tutt’altro che trasparente  e partecipato” e fuori dell’Afganistan ma a Quetta, in Pakistan

Da un circolo ristretto di sostenitori, una specie di shura―  di Consiglio “minore” che come ogni altra volta in cui si sono scelti nello stesso modo, “dall’estero” componenti della leadership ha avuto ripercussioni negative sulla nostra “nazione oppressa(dna/Mumbai, 4.8.2015, Taliban official Mohammad Tayab Agha resigns in sign of growing internal divide L’esponente talebano Mohammad Tayab Agha si dimette con un segnale di crescente divisione interna http://www.dnaindia.com/world/report-taliban-official-mohammad-tayab-agh-resigns-in-sign-of-growing-internal-divide-2111200).   

Già il linguaggio di Agha è rivelatore, però, concetti come estero, nazione, Stato invece di umma comunità dei credenti,  shari’a legge e legislazione religiosa e pashtun l’etnia maggioritaria che abita ignorando il concetto stesso di frontiera tra Afganistan e Pakistan:  che erano e restano del tutto estranei però alla logica, alla visione del mondo e alla pratica talebana di Mullah Omar. E, in effetti, Agha ha chiesto a tutti i componenti del movimento, di tornare in Afganistan “per preservare la propria indipendenza”: un’abbastanza trasparente pur se indiretto riferimento all’influenza che il Pakistan eserciterebbe sulla nuova Guida suprema. Come, però, secondo la sua stessa concezione del mondo, era di fatto l’idea di fondo della Guida dei Fedeli scomparsa, Mullah Omar.

Presumibilmente, ora si tenterà di comporre il diverbio – abbastanza radicale, però, da non essere di soluzione proprio pacifica – magari con una nuova shura di composizione più tradizionalmente allargata anche se, qui, il fattore chiave non sarà mai il richiamo nazionalista di Agha – che resta comunque fortissimo di un paese mai controllabile nella storia da alcun invasore straniero, sempre il più potente del periodo che a turno ci ha sempre provato.    

Ma nessun accordo né alcuna sanatoria sarà in grado di risolvere estensione e natura, influenza e grado di controllo o di interlocuzione del potere militare pakistano con la leadership talebana afgana sulla ricerca di qualche accordo di pace col governo di Kabul.

●Un’analisi appena attenta sul perché stia – o sembri – cominciare a cambiare un, tutto sommato poi, abbastanza dinamico stallo che sembrava ormai in atto tra un massacro e l’altro fra gli attori del teatro complessivo dei conflitti del Medioriente. Il fatto è che qui, dappertutto, l’un contro l’altro cercano di farsi lo sgambetto in scaltrezza e furbizia cercando di usare l’ISIL per far male al nemico più tradizionale (più sfacciatamente, lo fa la Turchia contro la Siria e contro i curdi irrequieti della penisola anatolica.

Ma anche l’Iran, che raramente ci si è scontrato direttamente sul campo, ha provato ad usare lo Stato Islamico e la sua peculiare, terrificante gamma di orrori come strumento di autodistruzione, o almeno di sgretolamento dall’interno, e come “giustificazione”, anche, del regime di Assad che è, per contrasto evidente, comunque preferibile anzitutto per gli stessi siriani ai tagliagole islamisti (cfr. Geopolitical monitor, August 3, 2015, Dmytro Voronenko, New Regional Alliances Emerge in the Fight against Islamic State Emergono nuove alleanze nella lotta contro lo Stato Islamico http://www.geopoliticalmonitor.com/new-regional-alliances-emerge-in-the-fight-against-islamic-state).

●Il 7 agosto, Kabul ha sperimentato altri tre attacchi suicidi alla bomba, facendo per lo meno altri 50 morti e circa 300 feriti. Un autocarro bomba è esploso accanto a un edificio che la stampa locale ha definito installazione di intelligence militare. Una seconda bomba ha colpito una folla di cadetti della polizia (una trentina di morti e altrettanti feriti) e la terza è scoppiata proprio davanti al quartier generale della capitale delle Forze speciali americane. Poi, il giorno dopo, a smentita puntuale su una transizione della leadership dei talebani, che ne avrebbe potuto e al governo ma anche tra gli osservatori più allocchi molti pensavano anche che avrebbe dovuto minare morale e efficacia dei militanti e ridurre intensità e livello della violenza.

Qui, nel distretto di Khanabad della provincia di Konduz, ai confini a nord est col Tajikistan, sono stati ammazzati tre civili, ma secondo un trend che sembra ormai affermarsi con 19 morti tra le guardie afgane che sorvegliavano all’esterno e all’ingresso la costruzione: cioè, i “mercenari” pagati direttamente dagli americani.

E’ la cosa forse più rilevante è che, in questa fase, sembra – sembra... – esserci una maggiore attenzione da parte degli attentatori a mettere al centro del mirino bersagli militari o legati alla polizia o, meglio ancora, agli stranieri: occupanti-invasori-liberatori, come li – e si – autodefiniscono e chi di loro è più direttamente collaborazionista...

 (Tribune/Karachi,10.8.2015, L’escalation dell’insurrezione: le bombe dei talebani ammazzano diversi afgani [ma più selettivamente: militari, forze di sicurezza, “collaborazionisti” delle truppe americane]▬ http://tribune.com.pk/story/935224/escalating-insurgency-taliban-bombing-kills-21-in-afghanistan).

●Il presidente dell’Afganistan, Ashraf Ghani ha chiesto con molta forza al Pakistan di premere sui talebani dopo le ultime esplosioni di auto che nella zona dell’aeroporto di Kabul hanno ucciso il 10 agosto un  numero imprecisato ma che conta almeno una dozzina di militari e anche diversi cittadini civili afgani. Ghani ha chiarito che Islamabad deve decidersi finalmente a far fronte alla ricerca e distruzione delle fabbriche che in Pakistan costruiscono bombe e dei campi di addestramento degli insorti e, soprattutto, dei cosiddetti martiri-suicidi che poi le trasferiscono e si trasferiscono di là del confine, in Afganistan: “di fatto, così, mentre puntavamo su – e speravamo nel – la pace, da un paese vicino ci continuava e ci continuano a fare la guerra(The Tribune/Karachi, 10.8.2015, Volte-face: Kabul hits out at Islamabad over uptick in violence Volta-faccia: Kabul attacca Islamabad per l’incremento della violenza ▬ http://tribune.com.pk/story/935892/volte-face-kabul-hits-out-at-islamabad-over-uptick-in-violence). 

Tutto il materiale dei talebani (esplosivi e bombe) è dal 2001, dall’inizio dell’invasione americana,  che arriva nel paese dal Pakistan, come Karzai, presidente prima di Ghani, è andato ripetendo da anni agli americani che però non hanno mai voluto fermare i militari pak. Che da sempre puntano su quella che chiamano “insorgenza/guerriglia” a bassa intensità secondo la dottrina strategica – appresa, in modo spesso grezzo e approssimato nelle scuole di guerra americane – del cosiddetto “moltiplicatore” per le Forze armate del Pakistan in rapporto soprattutto con quella che considerano la minaccia principale: l’India.

E, su come applicare questo cosiddetto “moltiplicatore strategico di forze” a Afganistan e India, la politica di Islamabad non ha, e non ha mai avuto, alcuna voce in capitolo sui militari: un assetto assicurato quando è stato necessario da una mezza dozzina di golpe, mai contrastati sul serio dagli americani. Adesso, Shuja Khanzada, il ministro incaricato di combattere il terrorismo nel Punjab, la più popolata provincia del Pakistan, è stato ucciso da un attentatore suicida-omicida insieme a altre 19 persone. Attentato rivendicato da Lashkar-e-Jhangvi― l’Esercito di Jhangvi[2] gruppo affiliato ai talebani che ribadiscono anche la loro tattica e strategia di aver rivendicato in questo modo anche la morte “misteriosa” il mese prima in custodia delle forze di sicurezza  del suo capo, Malik Ishaq (The Economist, 21.8.2015).

Sul concetto stesso di Stato Islamico, così come lo hanno proposto per la prima volta sulla ribalta internazionale – a forza di decapitazioni, crocifissioni, roghi e massacri – i tagliagole autonominati dal califfo al-Baghdadi  come i successori di al-Qaeda, vale la pena di rifletterci ancora un po’...  Il nodo è sempre se Lo Stato Islamico è, e ha diritto di chiamarsi con qualche credibilità,  uno... Stato?  (Geopolitical monitor – Situation Report, 5.8.2015, Zachary Fillingham, Is Islamic State a State http://www.geopo liticalmonitor.com/is-islamic-state-a-state).

Per cercare una risposta al quesito bisogna anzitutto capirsi su quel che, appunto, costituisce uno Stato. Si potrebbe partire da quello che sembra in diritto internazionale un minimo comun denominatore quasi universalmente accettato. Secondo la convenzione di Montevideo del 1933 sui Diritti e Doveri degli Stati, un trattato internazionale che cerca con discreto successo si è pensato finora di definirne prerogative e responsabilità nell’era moderna. Sono quattro i criteri elencati nella convenzione per affermare una statualità: un territorio definito, un governo, una popolazione e la “capacità di entrare in relazione con altri Stati”.

Una volta acquisiti questi tratti caratteristici, questi requisiti, uno Stato è per definizione uno Stato. Le prime tre precondizioni sono piuttosto facili da riconoscere (anche se Israele notoriamente e da sempre rifiuta perfino di contemplare l’idea di definire il proprio territorio: “a nord confina con..., a  sud...”: considerandosi la terra di tutti gli ebrei del mondo, un po’ proprio come l’Umma sarebbe quel di tutti i mussulmani; il che complica non poco infatti, i rapporti di Stato che ha e, soprattutto non ha, specie con gli altri Stati  della regione).

Queste prime tre precondizioni sono, in effetti, presenti ovunque un’entità a caratteri statuali praticamente si affermi. E l’ultimo dei quattro criteri, il più soggettivo o il meno obiettivo, che spesso mette fuori portata una statualità vera e propria: “la capacità di entrare in relazione con altri Stati”. Già...: con chi, da quanti Stati e quali è poi necessario farsi riconoscere come Stato per esserlo? a volte pare che bastino gli Stati Uniti... Ma, il Donetsk e  la sua Repubblica? la Repubblica curda di Siria? o, appunto, lo Stato islamico?

E’ una clausola che, dipendendo da come viene interpretata, soggettivamente, di fatto significa in modo molto lato che per acquisire la statualità bisogna essere riconosciuti in diritto da “altri Stati”. Quali e quanti, poi, è al buon  cuore di chi li conta. Il sistema internazionale così è di fatto e di diritto un club di Stati che come tali concordano di riconoscersi, i cui membri possono o non possono negare l’entrata nel club a un nuovo venuto su basi anche solo chiaramente politiche <: tì e tu no... Perhé? Perché no!

Oggi uno Stato come la Palestina – che ha un territorio ma non riesce a definirlo non per colpa sua, che ha – ma quasi per modo di dire – un governo, e che certo ha una popolazione – è riconosciuto in diritto da decine e decine di altri Stati e perciò Stato lo è malgrado la palla nera con cui un  solo altro membro del club, peraltro esso stesso in diritto un po’ traballante, in sostanza Israele, continua  pervicacemente ad  opporgli.

La definizione di  Montevideo, come base anche solo della discussione dunque, è  tutt’altro che perfetta. Ma presume un aspetto chiave  della statualità moderna che non è solo un elenco da spuntare di caratteristiche tali da fare uno Stato, ma anche una validazione cruciale di accettazione o rifiuto da parte degli altri. Indefinita, però, sempre al punto tale d non essere mai affidata a criteri di giustizia che, in diritto internazionale mai nulla han no contato ma, al dunque in buona sostanza sono sempre guidati dai rapporti di forza. E mai sempre e solo dai propri.   

●La Corea del Nord sta lanciando, a partire dall’Assemblea generale dell’ONU una vasta campagna politico-diplomatica, semplicemente per far accettare il principio e il fatto della fabbricazione e del lancio di missili balistici nord-coreani dal paese che – accettato o no, comunque Pyongyang ha già affermato e imposto a tutti coi fatti: esattamente proprio come hanno fatto tutti i paesi del mondo che hanno voluto farlo, burlandosi anch’essa degli anatemi degli USA che hanno praticato l’usanza per primi, del resto, e di chi altro è andato loro dietro cominciando a protestare solo quando a provarci è toccato ai coreani.

Come tutti, e mentendo come tutti – anche la Corea del Sud e il Giappone – Pyongyang giura che le sue intenzioni sono del tutto e solopacifiche”, di ricerca, e nulla hanno a che fare col programma di armamenti nucleari di cui – grezzo, è vero, e solo per meno di 10, forse, solo di 5 testate atomiche – si è comunque dotato il paese (Voice of America/VOA - News-Asia,   Washington, D.C., 11.5.2015, Brian Padden, South Korea Says North Missile Launch a Serious Concern La Corea del Sud dice che il lancio di un missile del Nord è una seria preoccupazione http://www.voanews.com/content/south-korea-urges-north-to-stop-testing-submarine-launched-missiles/2762649.html). E che, in ogni caso, anche se per il solo fatto di doverne palar sembrano un efficace strumento, come si dice, di deterrenza...

Il 20 agosto accusano a Sud, la Corea del Nord ha sparato contro unità militari del Sud oltre confine, senza fare vittime, anche se né la prima né la seconda notizia vengono confermate dal ministero della Difesa di Seul. E’ stato colpito un altoparlante usato per trasmettere messaggi di propaganda, ma la percezione che le due Coree ormai siano sull’orlo di una guerra tra loro è soprattutto una nozione che gira in Giappone o in America, non qui sul 38° parallelo (Stratfor – Analysis, 28.6.2015, The Island Between the Two Koreas― L’isola tra le due Coree https://www.stratfor.com/ analysis/island-between-two-koreas). L’incidente è certo dietro l’angolo, qui come e più che altrove, qui come e più pericolosamente che altrove; ma, se ci sarà – l’incidente – sarà probabilmente il risultato di qualche possibile e probabile, tragico, qui pro quo...   

All’attacco, ch dunque appare palesemente del tutto simbolico, del Nord – contro la campagna di propaganda condotta da mesi, verbalmente e col volantinaggio lanciato da palloncini dal Sud – ha risposto un bombardamento di obici da 155-mm., attentamente portato anch’esso senza fare vittime. Il Consiglo di Sicurezza nazionale a Seul ha fatto molti rumori e strepiti, centrati soprattutto sul rafforzamento delle fortificazioni del Nord al confine (The Korea Herald/Seul, 20.8.2015, Koreas trade fire near western border― Le due Coree si scambiano colpi d’artiglieria [ma attentamente a vuoto] in prossimità del confine occidentale http://m.koreaherald.com/view.php?ud=20150820001152&ntn=0).

In ogni caso, poi, sia a Seul che a Pyongyang, sembrano – quando il rischio sembra farsi più concreto – prevalere quanti cercano di frenare i bollori. (New York Times, 22.8.2015, Choe Sang-hun, South and Norh Korea meet to defuse border tensions Sud e Nord Corea si incontrano per disinnescare le tensioni sul confine http://www.nytimes.com/2015/08/22/world/asia/north-korea-attack-on-south-triggered-by-propaganda-loudspeak ers.html). Anche perché, essendo  passate le parti a scambi di  colpi di fuoco, per quanto attenti si aprono ormai rischi concreti.

Nessuna delle due Coree, pur attente adesso a non riattizzare le braci, hanno comunque smesso di continuare l’allerta e di prepararsi alla guerra. Il Nord avrebbe fatto uscire dalle basi la maggior parte dei suoi sottomarini e ha lasciato in postazioni comunque avanzate l’artiglieria nei pressi della Zona Demilitarizzata spostando in avanti anche mezzi da sbarco gonfiabili ad  aria  compressa. E la Corea del Sud ha richiamato d’urgenza nei pressi di  Seul, praticamente al confine, sei caccia F-16 che stavano partecipando a esercitazioni miste con gli americani in Alaska.

L’impressione è che non sia proprio probabile una deflagrazione bellica aperta anche se il vecchio adagio romano del prepararsi alla guerra per evitare proprio la guerra non vuol dire affatto che andrà proprio così. Ma a Sud dovrebbero riconsiderare la sensibilità percepita a Nord di certe in realtà ridicole campagne grezze di propaganda (altoparlanti.., volantini...) considerate invasive  e  provocatorie di spazi sovrani altrui. E a Nord dovrebbero rivalutare i costi anche e soprattutto economici di una mobilitazione che in ogni caso, in un’economia totalmente e pervasivamente centralizzata, risulta molto costosa... Dovrebbero. Entrambe.

E, in effetti, poi nella notte tra il 24 e il 25 agosto la Corea del Sud ha deciso e dichiarato di interrompere subito la campagna via altoparlante al confine col Nord Corea, mentre a Pyongyang hanno annunciato di far scendere il livello dallo stato attuale di “semiguerra” a quello di “allerta elevata” (New York Times, 24.8.2015, Choe Sang-Hun, Koreas Agree on Deal to Defuse Tensions― Le Coree concordano su un’intesa per disinnescare la tensione al confine http://www.nytimes.com/2015/08/25/world/asia/ http://www.nytimes.com/2015/08/25/world/asia/south-korea-vows-not-to-back-down-in-military-standoff-with-nor  th.html?_r=0#).

L’intesa, messa nera su bianco in coreano, in cinese e in inglese, prevede 6 punti precisi inclusi i due nodi-chiave: l’espressione da parte del Nord, su richiesta precisa dal Sud del “rammarico” (non proprio delle scuse) per i suoi due militari rimasti feriti dall’esplosione di una mina che il “maltempo” aveva trascinato nella terra di nessuno a sud della linea di demarcazione;  e comprende l’annuncio di Seul di dismettere la sua campagna di propaganda lungo la linea di demarcazione. Insomma, per ora, ha prevalso la ragione sulla reazione indignata quanto ipocrita delle due parti. Interessante l’accenno della presidente del Sud, signora Park Geun-Hye, al lavoro di mediazione attento e rispettoso che ha svolto la Cina...       

●In Tailandia, a Bangkok, attentato suicida-omicida, con 19 morti nella pagoda buddista di Erawan, nel centro della capitale e meta famosa del turismo di massa che il regime militare imputa a caldo, “probabilmente a forze che mirano a distruggere l’economia e il turismo” ma  – salvo poi una rapida  correzione – anche e forse soprattutto a smantellare e, probabilmente sbagliando quanto all’efficacia del mezzo, distruggere” la dittatura militare andata al, potere col golpe da più di un anno (The Guardian, 17.8.2015, Bangkok bomb: Thai capital reeling after deadliest attack in years― La bomba di Bangkok: la capitale  thai, dopo l’attacco più letale da molti anni http://www.theguardian.com/world/2015/aug/17/ bangkok-bomb-thai-capital-reels-deadliest-attack-in-years).

Si tratta, dice il capo della polizia della Giunta, supportato da riprese video registrate, foto e risultati forensi, di un attentato organizzato in modo misto dall’opposizione interna politica e sociale – che non è sparita chiaramente per niente ma si è solo clandestinizzata – e da simpatizzanti “non sino- tailandesi ma di stampo arabo o morfologicamente eurocentrico”, come lo definisce la polizia stessa.     

●Il Partito nazionale unificato dello Sri Lanka ha vinto le elezioni politiche e ne vede il risultato come un referendum contro il legato dell’ex presidente Mahinda Rajapaksa e del suo Partito della libertà ma non ottiene la maggioranza assoluta pur più che raddoppiando i suoi seggi a 106 su 200, ma non potrà governare che facendo alleanze se vuole far passare le riforme “democratiche” promesse dal primo ministro Ranil Wickremesinghe. L’ex presidente esce sconfitto per la seconda volta in un anno, perdendo ora dopo le presidenziali anche le politiche: la sua “Alleanza per la libertà del popolo” ottiene 95 deputati.

Rajapaksa era stato capo dello Stato per quasi dieci anni, durante i quali aveva ordinato e personalmente spietatamente condotto a cavallo e nel corso  del 2009 una cruenta repressione dei separatisti Tamil. Le  elezioni  politiche erano state anticipate di un anno a causa dell’ostruzionismo parlamentare messo in atto proprio dal suo partito. Il voto – al quale erano convocati poco più di 15 milioni di elettori – si è svolto pacificamente nel paese segnato ancora dai quasi 30 anni che era durata quella guerra civile (Al Jazeera, 19.8.2015, Sri Lanka's PM defeats ex-president in elections― Il premier dello Sri Lanka sconfigge alle elezioni l’ex presidente http://www.aljazeera.com/news/2015/08/sri-lanka-elections-150818133605788.html).

Il presidente aveva perso le elezioni dopo essere stato lasciato dal suo ministro della Sanità, Maithripala Sirisena, che si è alleato con l’altra coalizione facendo campagna col primo ministro Ranil Wickremesinghe su una piattaforma di radicali riforme costituzionali che avrebbe bisogno per passare di un maggioranza dei 2/3, 150 voti, in parlamento. Il partito che ha vinto tende a rappresentare la maggioranza dei singalesi buddisti. In pratica, significa che per ottenerla il presidente e il premier dovranno ora acquisire nuovi seguaci tra i Tamil e i  mussulmani e incoraggiare ulteriori defezioni dall’ex partito di maggioranza.

●La Banca centrale del Kazakistan ha svalutato il tenge (dal turco antico bilancia, peso equivalente...), in reazione anche e soprattutto al deprezzamento delle valute cinese e  russa – lo ha così motivato proprio il presidente del Consiglio Karim Massimov – del massimo dall’ultima volta un anno e mezzo fa. Del 4,3% che, in mezza giornata, ha visto salire a 196,90, e lì attestarsi, il cambio con la moneta americana.

La mossa è motivata dal bisogno del paese – il maggior produttore di greggio in Asia centrale e cruciale per molti Stati ed economie della regione    di adattarsi al minor valore del rublo e dello yuan (Reuters, 19.8.201, Mariya Gordeyeva, Sharp fall in Kazakh tenge sparks devaluation talk, action― La caduta rapida del tenge kazako innesca voci di svalutazione e, poi. proprio la svalutazione http://www.reuters.com/article/2015/08/ 19/kazakhstan-tenge-idUSL5N10U13C20150819; e  Stratfor – Geopolitical Diary, 13.8.2015, Staving Off Unrest in Kazakhstan Per allontanare agitazioni e conflitti in Kazakistan https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/staving-unrest-kazakhstan).

●L’arcipelago-Stato di Singapore (5,5 milioni di abitanti, di cui oltre il 70% di etnia cinese e il 30 malese) ha deciso per iniziativa del primo ministro Lee Hsien Loong, 63enne figlio di Lee Kuan Yew, morto da appena qualche mese, il fondatore della patria indipendente di Singapura― in malese la città del leone, nella speranza di continuare a godere dell’aura solidissima del padre che in una sola generazione nei suoi più di trent’anni di autoritarismo illuminato e di governo pragmatico e   considerato spiccatamene “onesto” ha portato il paese da un reddito da Terzo mondo allo status di uno dei più sviluppati del primo (The Economist, 28.8.2015, The Lee side La parte di [o dei] Lee http://www.economist.com/news/asia/21662576-fifty-years-ruling-party-looks-secure-lee-side).

EUROPA

Prima o poi, vedrete, si troverà qualcuno che ai vertici perfino di queste sfibrate e un po’ stomachevoli istituzioni europee, così come sono ridotte, dirà la verità pura e semplice sulla triste storia della Grecia, e della Germania, che la crisi ha portato finora, ma ancora troppo camuffata alla luce: se no, vedrete, papale papale la dirà – l’ha già detta (cfr. Laudato si’... Lettera enciclica Sulla cura della casa comune, 24.5.2015 ▬ http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_ 0150524_ enciclica-laudato-si.html – proprio il... papa.

Gli avidi prestatori di crediti ai prodighi governi greci di destra e social-democratici, i tedeschi per primi, profusero loro a interessi da strozzo caterve di soldi sapendo perfettamente che quelli non sarebbero mai stati in grado di restituirgli il capitale iniziale che, furbissimamente, si sarebbero fatti rimborsare invece più e più volte con interessi pagati per i greci ai tedeschi e agli altri direttamente dalla BCE e dal FMI con nuovi prestiti dedicati poi solo a ripagarli almeno al 90%.

● Ma perseverare è proprio diabolico (e idiota) no?

La strada che ha davanti l’Europa senza un bilancio unico: meglio, se no, lasciar perdere...

                                            Pronti? Nord     Sud     EURO Haaa!

  

Fonte: The Economist, 25.7.2015, KAL

Proprio come fecero in America per tirare fuori dai guai, coi soldi pubblici, gli avidi banchieri che avevano scommesso sui mutui ipotecari senza copertura reale. Però, continuano, persistono, perseverano, appunto, diabolicamente cercando di spremere il sangue dalle pietre. L’unica soluzione ormai è solo quella che hanno capito perfino al Fondo monetario, la signora Lagarde: che il debito va cancellato, o comunque drasticamente ridotto, più che con perdite ulteriori con l’obbligo della rinuncia a lucrarci ancora.

●In Grecia,dopo cinque settimane di sospensione imposta agli scambi, a cavallo tra il primo “no”, tonitruante, del 60% del paese che alle urne su richiesta del governo ha respinto l’ultimatum dei creditori e, poi, la resa improvvisa di Tsipras che ha consegnato sul vassoio la sua testa alla troika col cambio di maggioranza orchestrato con la destra in massa adesso a aiutarlo e affossarlo, Atene ha riaperto la borsa. Quando lo shock post-traumatico dovuto alla giravolta di Tsipras ancora non è stato digerito né dai suoi oppositori né dai suoi, o ex suoi, sostenitori).

Coi controlli di capitale ancora in funzione, il valore delle azioni è precipitato mentre un’inchiesta della Banca centrale ha calcolato che la produzione del manifatturiero è crollata al livello più basso da quando 16 anni fa avevano cominciato a computarla. Il governo ha manifestato l’intenzione di arrivare a finalizzare il nuovo pacchetto di cosiddetto salvataggio entro martedì 18 agosto e forse – “salvo la definizione di qualche dettaglio”, definizione in cui da sempre, però, si annidano i guai – ci si è anche riusciti, ma ormai sembra sicuro che Tsipras sarà costretto, con esiti incerti, a ricorrere a elezioni anticipate in autunno: con un protrarsi inevitabile dell’instabilità. Della Grecia e dell’Europa tutta (The Economist, 7.8.2015).

●Ma il fatto, dimostrato ormai senza più dubbi è il fallimento totale – e chi scrive qui aggiunge purtroppo – della cosiddetta strategia dell’ europeismo di sinistra che per gli ultimi cinque anni, sbagliando, ha seguito Syriza: tutta, da Tsipras all’ultimo estremista sinistrorso del partito che ora protesta, si piega, si ribella e si inchina poi ancora ma, per un quinquennio, appunto, avendo lasciato anche lui fare e anche lui nei consessi del partito debitamente approvato.

Alla base di questo errore c’era sempre stata la convinzione che i memoranda della troika e l’austerità teleologica eretta a dogma teologico fossero rovesciabili all’interno della logic a stesa dell’eurozona e, in senso più largo, dell’Unione europea. E che non ci fosse così bisogno, dunque, di alcun piano alternativo perché, in ultima analisi – per la premessa e la base stessa di tutto il ragionamento, della scommessa di Tsipras – una soluzione politica positiva sarebbe stata trovata nel quadro dell’euro e che l’esibizione stessa delle credenziali di questi nuovi greci come “buoni  europei” avrebbe potuto essere utilizzata, al dunque, come merce di scambio al tavolo europeo. Bé,  sbagliavano tutto. Sbagliavano tutti.

Come sbagliavano anche quelli, come chi scrive, che credevano nella forza finale della ragione. E anche, in fondo, della speranza. Ma contro il dogma morente e caparbio dei  tolemaici odierni, non c’era in realtà niente da fare. Prima bisognava e bisogna, infatti, sbaragliare lor signori e sput****re loro che li puntellano: farli fuori scientificamente, martellando i fatti evidenti dei loro fallimenti su tante cervici vuote e tante orbite cieche. E solo poi, ripartire. Non da zero ma quasi. Se si vuole salvare la Grecia. E, con essa, l’Europa.

●Adesso si ricomincia, il 13 agosto, con la tragicommedia – ma nei fatti è proprio e solo un tragedia – dell’esame e dell’approvazione formale per la terza volta ufficiale e forse la sesta, la settima, l’ennesima, effettiva e reale, di un altro piano di salvataggio che il parlamento greco ha ri-ri-ratificato con una maggioranza di voti mancanti di Syriza ancora più numerosa dell’ultima volta ma disinvoltamente rimpiazzati da quelli centristi e della destra anche di stampo, più che politicamente estremo, estremamente neo-liberista.

In effetti, la “ciccia” è nello scambio con un’altra dose di  contro-riforme economiche e sociali benvenute perché, dice Bruxelles, stavolta più pienamente “strutturali”: un nuovo fondo indipendente dalla mano pubblica anche se non si capisce bene – in realtà si capisce benissimo – intestato a chi, che dovrà servire a “privatizzare” – che vuol dire? – assets e beni per ora ancora pubblici― per definizione, quindi,  appunto alienati e passati ai privati per – come sempre – garantire il rimborso degli interessi pregressi del debito pregresso ai creditori.

Altro che alleviare, ridurre, cancellare il debito anche, visto che gli interessi sono stati ormai ripetutamente pagati, per mettere in grado la Grecia di ricominciare a pagarlo... Di questo si tratta e di nient’altro: di mettere subito in grado la Banca centrale di Atene di rimborsare alla Banca centrale europea gli interessi e una minima porzione del capitale per un vecchio pagamento dodi 3 miliardi di €...

Infatti, quasi a ruota, subito dopo, uasi a ruota, subito copo, arriva il placet dell’Eurogruppo, anche questo l’ennesimo, e poi quello di diversi parlamenti dell’eurozona tenuti a pronunciarsi (The Economist, 14.8.2015, Third time lucky? – Greece’s latest bail-out Fortunata [sic!!!] per la terza volta? L’ultimo salvataggio della Greciahttp://www. economist.com/news/finance-and-economics/21661028-another-step-away-brink-euros-perpetual-delin quent-third-time)... e con l’approvazione ufficiale del cosiddetto Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) ha fatto “passare” i 13 miliardi di € della prima rata del terzo pacchetto di salvataggio. Di cui, ben 12 miliardi sono già stati bruciati per ripagare gli interessi sul debito in scadenza.

Passa anche il sì del Bundestag tedesco, il giorno 19, con 454 voti su 585,113 contrari e  8 astenuti. Quando s’era votato un mese fa per decidere se cominciare il negoziato sul terzo pacchetto furono 119 i contrari. Il giorno prima avevano dato il loro sì anche i parlamenti austriaco, estone e spagnolo e poi quello olandese. Ma su tutto continua a incombere il vero nodo di tutti i nodi: il debito schiacciante, ripagato più volte, mai estinto e mai estinguibile in termini finanziari a bocce ferme (cancellazione, insieme, di interessi e principal, il capitale iniziale – coi nuovi prestiti ricevuti ma poi impegnati solo per ripagare gli interessi pregressi. egli 85 miliardi di €...

Versamenti che serviranno a tenere a galla la Grecia, ma appena utili a continuare a pagare, però, gli interessi pregressi e già accumulati... Come nell’eterno mito di Sisifo dove lor signori hanno da molto tempo sostituito gli dei onnipotenti costringendo il re a trascinare il macigno fino in cima alla collina per poi vederlo rotolare ogni volta giù fino alla base... ricominciando la fatica da capo. Adesso, tocca alla Grecia― quando fino a qualche decennio fa sembrava retaggio solo di paesi del Terzo mondo: Brasile, Argentina, Indonesia, ecc., ecc.

 Se ne usciva, alla fine, solo trovando il coraggio di dire di no, che basta, che non si poteva ricominciare a inerpicarsi, ritrascinandosi dietro lo stesso debito di capitale e di interessi accumulati sempre nuovi. Cioè, dichiarando di non potere e di non voler più pagare: col default, subendo per qualche tempo la vendetta – alla fine però sempre impotente quando gli Stati sovrani trovavano il coraggio di dirgli di andare a quel paese – sia degli dei, che di lor signori. Ultimi, i casi dell’Islanda e dell’Argentina. Ma solo gli ultimi di un lunghissima serie...

La mitologia greca, secondo Angela Merkel (che di mitologia, come di economia, non capisce una cippa...

E, alla fine, la Grecia r ipagherà il  debito (ma l’ha fatto, l’ha fatto, si informi signora maestra...)

Fonte: INYT, 9.8.2015, Patrick Chappatte

In questa situazione, la nuova maggioranza di Atene finirà però col non reggere e, prima o poi, anche il sostegno di qualche altro parlamento tra quelli dei vari Stati dell’euro finirà col mancare. E saremo alla nuova tragedia. Quella “buona”, definitiva cioè, in cui non riusciranno più a tamponare precariamente i buchi politici facendo retromarcia e facendo sparire con un truccaccio delle tre carte, il risultato di un referendum popolare che si chiedeva alla gente di vincere per Tipras ma che lui per primo davvero aveva probabilmente sperato di perdere...

●Prima o poi, dicevamo. E forse quasi subito. Perché i partiti di minoranza e di opposizione (i conservatori di Neo-Dimokratia, a destra, e i social-democratici del PASOK, che una volta almeno erano di centro-sinistra, e avevano, dopo il voltafaccia del premier, riempito i buchi lasciati da dozzine di deputati di Syriza nella maggioranza assoluta, spiegano adesso che in una mozione di fiducia vera e propria non voteranno mai, però, a favore di Tsipras.

Che adesso ha chiesto un Congresso straordinario del suo partito a inizio settembre. Ma che se le cose resteranno così potrebbe anche prima essere costretto a convocare nuove elezioni anticipate dall’esito stavolta sul serio imprevedibile non fosse che per il caos totale in cui getterebbe il paese, come ha ammesso il ministro dell’Energia Panos Skourletis. Naturalmente, e al solito, mette il naso, di sicuro arbitrariamente, negli affari di un paese membro dell’Unione – alcuni, mica tutti, chiaro... la Grecia sì, terreno di libera caccia, ma non la Germania, la Gran Bretagna, la Francia; e, per altro verso, Polonia o Lussemburgo...

Sostengono qui i media liberal e di sinistra che “funzionari  e esponenti politici dell’Unione hanno chiesto a Tsipras di non tenere il voto fino alla prima revisione del programma di salvataggio e Tsipras stesso ha detto che non dovrà essere comunque prima di ottobre(TO BHMA To Vima La Tribuna/Atene, 17.8.2015, Syriza Deputy and Tsipras stalwart, Dimitris Papadimoulis, says another confidence vote probable, with result dubious, new early elections possible..., but EU wants delays Il deputato di Syriza, Dimitris Papadimoulis, seguace duro di Tsipras, afferma che un altro voto di fiducia è probabile, con dubbio risultato, nuove elezioni anticipate possibili..., ma l’UE vuole rinviare tutto http://www.tovima.gr/en/article/ ?aid=730054).

●Ma proprio lui ormai è appeso a un filo. Lo sa e ha deciso di tagliarlo, o di rafforzarlo, senza altre tergiversazioni. Alla fine di un procedere così tortuoso e così tormentato, Alexis Tsipras risolve, appena arriva da Bruxelles il primo iniziale versamento del terzo pacchetto di salvataggio, col quale pagare sull’unghia gli interessi dovuti per non andare súbito, adesso, in default, annuncia che uale pzagzare gli interessi covui, comd xsi xicevz all annuncia si andrà a nuove elezioni anticipate fissate al 20 settembre. Ma allora, in un modo o nell’altro, qualcuno sarà stato definitivamente “purgato” e qualcuno – qualcun altro? – definitivamente avrà “vinto” (New York Times, 20.8.2015,Niki Kitsantonis e Jim Yardley, Greek Prime Minister Calls for New Elections Il primo ministro greco convoca nuove elezioni http://www.nytimes.com/2015/08/21/world/europe/greek-prime-minister-alexis-tsipras-to-call-new-elections-minister-says.html).

Insomma, l’UE, dopo aver investito mesi di tempo e ingoiato chilolitri forse di bile per tentare di far  fuori Syriza praticamente riuscendoci col far cambiare posizione a Tsipras, si trova ora direttamente minacciata dalla su iniziativa che forza il passo, costringendo la Piattaforma di Sinistra a lasciare Syriza per dar vita al nuovo Partito di Unità Popolare sotto la guida dell’ex ministro dell’Energia Panagiotis Lafazanis.

In attesa, forse, dell’arrivo a tempo più debito dell’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, l’autore della strategia prima vincente al referendum e poi ripudiata da Tsipras del no alle condizioni della UE e della troika (New York Times, 21.8.2015, Jim Yardley, In a Twist, Europe  May Find Itself Relying on Success of Alexis Tsipras of Greece Con un voltafaccia, l’Europa potrebbe, forse, doversi   affidare al successo di Alexis Tsipras in Grecia [che, però, dovrebbe riuscire a riconquistare molti suoi vecchi elettori tra quelli che, disgustati, lo hanno lasciato oltre a vincerne molti di nuovi tra quelli di destra che ora potrebbero – è possibile... – anche dargli la  loro fiducia― ma chi garantirebbe da un altro suo voltafaccia?] http://www.nytimes.com/2015/08/22/ world/europe/alexis-tsipras-greece-syriza-popular-unity.html).

●Adesso, sono saliti a 53 i componenti della sinistra di Syriza che si dimettono insieme dal Comitato centrale del partito di governo (Ekathimerini/Atene, 26.8.2015, Massive defections from Syriza’s Central Committee Defezioni di massa dal Comitato Centrale di Syriza http://www.ekathimerini.com/200910/article/ ekathimerini/news/massive-defection-from-syrizas-central-committee).  La lettera, firmata da tutti loro, accusa il governo di aver ignorato i risultati del referendum sul pacchetto di salvataggio, anzi proprio di averlo tradito e letteralmente rovesciato e di aver firmato – contro il mandato che aveva esso stesso arichiesto e trionfalmente ricevuto dal popolo un nuovo memorandum d’intesa coi creditori. E i 53 hanno anche condannato il premier Tsipras per aver preso la decisione di convocare adesso nuove elezioni anticipate per il 20 settembre arrogandosela senza averne il potere e ignorando il diritto statutario a farsi sentire sul tema del Comitato centrale del partito.

Subito è scattata la procedura costituzionale per le dimissioni del governo. Dopo una settimana dalle dimissioni e dopo aver incaricato a turno tutti i capi partito di provarci scontandone il fallimento, il presidente della Repubblica greca, Prokopis Pavlopoulos, nomina la presidente della Corte costituzionale Vassiliki Thanou come nuova e prima premier che porterà il paese alle elezioni il 20 settembre prossimo venturo.

Con l’interim, il posto chiave di ministro delle Finanze, quello che – prima del dissolvimento interno causato dalle scelte subite e forzate di Tsipras – era stato di Varoufakis, va adesso a Giorgos Houliarakis un accademico che ha preso parte al recente negoziato coi creditori e quello di ministro dell’Economia diventa Nikos Christodoulakis che, tra il 2002 e il 2003, presiedette l’Eurogruppo come ministro delle Finanze del PASOK allora ancora al governo la Repubblica, 28.8.2015,  ▬ Grecia, per la prima volta un premier donna: incarico ad interim a Vassiliki Thanou http://www.repubblica.it/esteri/2015/ 08/27/news/grecia_premier_interim_donna-121749413).

Un autorevole sondaggio dell’istituto, connotato politicamente sul centro-sinistra ma senza legami di tipo partitico, Efimerida ton Syntakton Il giornale dei redattori ha rilevato come il 64% della popolazione greca è contrario alla decisione di Tsipras di convocare queste nuove elezioni anticipate. Siryza ha trovato il sostegno solo del 23% dei sondaggiati – -3% sul sondaggio di giugno – mentre Neo-Dimokratia è salita al 20% (Guardian, 8.8.2015, Greece’s carataker government sworn in with first female prime minister― Il governo designato per gli affari correnti giura con un primo ministro che per la prima volta è una donna http://www.theguardian.com/world/2015/aug/28/greece-caretaker-government-sworn-in-first-female-prime-minister; e TelesurTv/Caracas, 28.8.2015, Greece Calls Elections for September 20, Appoints New Finance Minister La Grecia convoca le elezioni per il 20 settembre ,designa un nuovo ministro delle Finanze [ad interim] ▬ http://www.telesurtv.net/english/news/Greece-Calls-New-Elections-for-September-20-201508 28-0013.html).

●Il presidente della Generalitat catalana Artur Mas ha firmato il decreto di calendarizzazione per il 27 settembre delle elezioni regionali. Un’alleanza tra partiti indipendentisti e associazioni, come si dice, di società civile dichiara di voler separare la regione autonoma della Catalogna dal Regno di Spagna contro la volontà di Madrid che, col suo sfibrato e sput****natissimo primo ministro, Mariano Rajoy, esclude a priori la possibilità oltre che la legittimità di una secessione effettiva. Dalla sua, certo, Rajoy ha una Costituzione ormai molto discussa, una monarchia ormai molto meno  autorevole e i poteri, questi sì ancora reali, dello Stato centrale (Radiomundial, 4.8.2015, Jorge Rivas, Convocan a elecciones independentistas en Cataluña ▬ http://www.radiomundial.com.ve/article/convocan-elec ciones-independentistas-en-catalu%C3%B1a).

Rajoy sta cercando un qualche interessamento anche con l’opposizione del gruppo autonomista meno connotato finora politicamente e dichiaratamente, però, non separatista, dei Ciudadanos tentando un qualcosa che non avrà mai la maggioranza necessaria a bloccare le elezioni anche con l’improbabile associarsi dell’ex glorioso Partito socialista catalano.

Più efficace, piuttosto, forse ancora un’opinione pubblica non, o non ancora, convinta in maggioranza dell’utilità, della fattibilità e della necessità del separatismo. Intanto, però, il governo regionale catalano sta  già predisponendo le sue istituzioni di Stato indipendenti, un’agenzia delle entrate e una fondazione bancaria che potrebbe costituire il nucleo della futura Banca centrale catalana, di quella che è comunque la regione più ricca e produttiva di tutta la Spagna.

●La Gran Bretagna denuncia la Spagna: di aver violato la sua sovranità – che ovviamente non riconosce ormai dopo tre secoli di occupazione militare coloniale della promontorio estremo a Sud della penisola iberica. I dirigenti locali britannici dichiarano anche che gli spagnoli hanno ripetutamente fatto penetrare nelle loro acque territoriali senza permesso né preavviso diversi loro battelli.

La Spagna ritorce l’accusa, da parte sua, parlando di una situazione ormai insostenibile di colonialismo selvaggio nel X XI secolo (Financial Times/Londra, 9.8.2010, Helen Warren, U.K. accuses Spain of Gibraltar incursion Il Regno Unito accusa la Gran Bretagna di incursioni illegittime a Gibilterra [che rivendica invece il diritto di pattugliare a fini di polizia le acque  territoriali della penisola Gibilterra: che è sua] ▬ http://www.ft.com/intl/ cms/s/0/4b2138ce-3eda-11e5-9abe-5b335da3a90e.html#axzz3iRTgrXNY).

●Il 25, primo accordo importane mediato e trainato di persona, il primo tutto a suo nome,  da Federica Mogherini per gli Esteri della Commissione tra Kossovo e Serbia che, dopo anni di stallo, vede il riconoscimento formale dei diritti dei cittadini kossovari di etnia serba (intimes, 26.8.2015, Kosovo, Serbia Sign Agreements On Ethnic Rights, Energy And Telecoms Kossovo e Serbia firmano un accordo su diritti etnici, energia e telecomunicazionihttp://wiihot.com/2015/ 08/26/kosovo-serbia-sign-agreements-on-ethnic-rights-energy-and-telecoms).

L’accordo, negoziato a Bruxelles viene salutato a Belgrado dal presidente Aleksandar Vucic  come “la caduta dell’ultimo ostacolo che restava all’adesione della Serbia all’Unione”. Ma viene anche salutato da forti dimostrazioni di piazza che riaffermano come il “Kossovo resterà serbo per sempre”, mentre esattamente al contrario, a Pristina, molti protestano per i diritti riconosciuti ai serbi in quanto tali in Kossovo. Insomma, francamente ogni trionfalismo e anche ogni apertura a una soluzione realmente fatta propria da tutti, sembra francamente ancora prematura.

effettivamente, l’intesa definisce anche la creazione di un’associazione semi-autonoma di 10 municipi in territorio kossovaro ma a maggioranza serba. Questo blocco avrà una sua assemblea, con un suo presidente e una propria bandiera ma restando soggetta alla legge del Kossovo. Già un tentativo analogo, tentato anni fa dalla baronessa Ashton che aveva coperto il posto di Mogherini, nella Commissione era però fallito proprio per le contraddizioni interne che presentava.

La nuova associazione avrà suoi poteri su economia, istruzione, sanità e amministrazione locale e la Serbia avrà titolo a finanziarla senza imporre tasse o balzelli sulla popolazione kossovaro-serba. C’è anche la definizione di regole che normeranno l’uso del ponte di Mitrovica, una città divisa a nord del Kossovo e a sud  del della Serbia: ma, in realtà, la spaccatura più che Mitrovica divide ormai un cumulo di macerie, di sabbia e di pietre che squarcia letteralmente in due la città.

●La Macedonia, dopo aver bloccato per vari giorni in una specie di vere e proprie gabbie per diversi giorni migliaia di migranti che, a prezzo di decine di feriti cercavano di passare in Serbia per poi muoversi verso i paesi del Centro (Ungheria) e del Nord Europa (Germania), anche con diversi feriti anche tra i suoi poliziotti, ha all’improvviso “sbracato”― come ha notato, sempre con l’eleganza che ne connota il tratto, il “nostro” Salvini. Una volta che entrassero in Ungheria, ormai  in area Schengen di libera circolazione nell’Unione, per loro si aprirebbero strade più ambite in Germania, in Svezia e, teoricamente, anche in Inghilterra.

E Budapest sta tirando su un vero e proprio muro di contenimento al confine con la Serbia per tenerli fuori: con qualcuno che parla di fino spinato elettrificato commentato poi su quel muro: un lager vero e proprio, di storica memoria, dove mancherebbero solo le torrette coi mitra. Nell’Europa del 2015 (Guardian, 23.8.2015, Sofia Papadopoulou, Macedonian army allows migrants to cross border L’esercito macedone permette agli emigrati di superare i confini http://www.theguardian.com/world/2015/aug/ 23/macedonian-army-allows-migrants-to-cross-border).

●Adesso, dopo centinaia di migranti morti in un mese, soffocati nei tir sulle autostrade d’Europa e asfissiati nelle stive blindate dei barconi che traversano il Mediterraneo, i ministri della Giustizia e degli Interni della UE hanno deciso, a fine agosto, di riunire un vertice di emergenza a metà settembre, tra due settimane, a Lussemburgo, che ha la presidenza semestrale a rotazione. Roba che, se non fosse stata d’emergenza, avrebbero tenuta forse, sì e no, tra un anno... per dire di come tutto davvero a questo mondo è relativo (i24News, 30.8.2015, EU ministers to meet Sept. 14 for urgent migrant talks I ministri della UE si incontreranno il 14 settembre per colloqui urgenti sui migranti http://www.newsjs.com/url.php?p=www.i24news.tv/en/news/international/83973-150830-eu-ministers-to-meet-sep tember-14-for-urgent-migrant-talks).

La sostanza è che, adesso, Germania, Francia e Gran Bretagna vogliono ottenere una più equa distribuzione dei cercatori d’asilo e dei migranti tra i paesi dell’Unione e cercare di “prevenire (ma come, davvero?) il traffico di migranti(Stratfor – Geopolitical  Diary, 6.8.2015, In Europe, Few Good Options for Resolving the Immigration crisis― In Europa, poche opzioni decenti per risolvere le crisi dell’immigrazione ▬ https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/europe-few-good-options-resolving-immigration-crisis). Ma gli inglesi propongono, contro gli altri – o meglio, con più spudoratezza degli altri: tanto, da buoni liberisti, a loro mai è nulla fregato se non della libera circolazione dei capitali – il blocco pressoché completo della libera circolazione delle persone dentro l’Unione

●Vi ricordate, sempre a proposito di panzane che ci han propinato che, a Bruxelles e da Bruxelles, hanno raccontato, per mesi già quando andavano costruendo la candidatura alla Commissione del lussemburghese Jean-Claude Junker del leggendario – in tutti i sensi – piano che portava e porta il suo nome? Ma adesso, a un anno dall’annuncio, è addirittura ufficiale. Ora, “ oltre alla pretesa di rilanciare la crescita con risorse globali irrisorie – e anche in larga parte non fresche di meno di 300 miliardi di € – esso è ancora lontano dal diventare operativo, anche se sono stati  già calcolati e annunciati i primi finanziamenti: l’Italia, che contribuisce con 8 miliardi, ne avrà 2. E il resto non è – per nessuno – sicuro”. Insomma. Un’altra presa per i fondelli: ma, ora, è ufficiale (Repubblica, Soldi e potere, blog C. Clericetti, 20.8.2015, Italia grandi affari: dà 8 miliardi ne riceve 2 http://clericetti.blogautore. repubblica.it/2015/07/06/bce-alla-prova-di-indipendenza).

Leggetevi il breve pezzo per intero. Ne vale la pena.

●La Turchia, insoddisfatta degli sconti che la Russia intende farle sul gas importato con l’accordo di principio raggiunto tra Erdoğan e Putin, ha sospeso il completamento del progetto di gasdotto che, scavalcando la necessità del transito obbligato per l’Ucraina, i russi chiamano Turkish Stream. Poi, superato l’ostacolo e – sembra – trovata l’intesa viene fuori che il vero ostacolo per adesso, è forse la reticenza dei turchi ad accogliere le richieste dei russi di concedere loro, a Gazprom, tutte le quattro licenze di costruzione delle linee previste per completare il gasdotto – finora ne hanno concessa una sola senza, però, offrire altre soluzioni altrettanto competitive – complicano, proprio sul piano intergovernativo, la finalizzazione dell’accordo.

E, adesso, fa capire il circospetto ministro dell’Energia Alexander Novak, ai russi puzza il fatto che dopo aver incontrato a Washington Obama, concordando con lui l’intesa per attaccare l’ISIL ma soprattutto il suo placet di fatto per attaccare i curdi al confine siro-iracheno, rallenta la conclusione dell’accordo intergovernativo (Anadolu Agency, Energy News Terminal, 29.7.2015,  Murat Temizer e Elena Teslova, Russian Min.: Turkey, Russia agree on discount for gas, but...― Il  ministro russo dell’Energia: Turchia e Russia concordano sullo sconto per il gas, ma...  http://aaenergyterminal.com/newsRegion.php?newsid=5967189).

●La Russia e la Francia hanno finalmente risolto il contenzioso che Parigi aveva innescato rifiutando di onorare, anche se con gran riluttanza, le sanzioni alla prima, non cedendole più le due portaelicotteri di classe Mistral già comprate e pagate da Mosca. Il consigliere di Putin su cessioni e acquisti di armamenti all’estero, Vladimir Kozhin, “il negoziato che normalizza la situazione è ormai stato finalizzato, sia per le modalità degli ultimi pagamenti che per le condizioni della consegna, manca ormai, materialmente, solo la firma definitiva”.

Hollande, da parte sua, chiaramente imbarazzato perché non vuole far vedere la sua marcia indietro in ogni caso non ha smentito, affermando però che la decisione finale sarà la sua, ma prendendosi ancora qualche giorno prima di annunciarla definitivamente (DefenseNews.com, 31.7.2015, Gabrielle Tetrault-Farber, Mixed Messages From Russia,more from France on Mistral Deal― Dalla Russia segnali confusi, ma ancor più dalla Francia sull’affare dei Mistral http://www.defensenews.com/story/defense/policy-budget/policy/2015/07/ 31/russia-says-mistral-compensa tion-deal-reached--france-afp/30932247).  

Il governo di Hollande aveva stoppato tutto senza ancora, come avrebbe dovuto in base al contratto restituire il dovuto alla Russia, pagando anche l’onerosa penale prevista perché imputava a Mosca le carenze di applicazione degli accordi di tregua di Minsk per l’Ucraina. Ma la Francia ha sempre rifiutato, dicendoglielo anche in faccia, il postulato dettato da quel gollonzo umano del presidente polacco del Consiglio europeo, Donald Tusk, che ai greci, lui, ha dichiarato detto di considerare la Russia un “nemico” dell’Europa... I russi che hanno volutamente svalutato la rilevanza per loro della commessa francese, insistendo di essere in grado comunque di costruirsi vascelli analoghi, sono ben soddisfatti in ogni caso di vedere adesso i francesi cambiare, loro, idea e di potersi avvalere delle moderne tecnologie di assalto delle portaelicotteri  Mistral.       

●In Moldova, il nuovo premier Valeriu Strelet, entrato in carica l’ultimo giorno di luglio. Dopo essere stato eletto il  giorno prima da 52 deputati sui 101 del parlamento, ha promesso che il paese continuerà ad integrarsi con l’Unione europea – e era, per fortuna, il candidato di compromesso... – assicurando  che l’unico mezzo per battere la corruzione e ricominciare a crescere – ha detto, fra le risate di scherno facili dell’opposizione – proprio e solo quello di integrarsi agli altri europei: ignorando i problemi di crisi che vanno praticamente tutti subendo e quelli della corruzione che li appesta in pratica sempre tutti... La Moldova era restata senza capo di governo dalle dimissioni, per scandali e corruzione, del precedente premier Chiril Gaburici (Moldpres/Chisinaiu, 30.7.2015, New Moldovan government takes oath― Giura il nuovo governo moldovo http://www.moldpres.md/en/news/2015/07/30/ 15005103).

●Adesso, Bruxelles ha finalmente versato all’Ucraina una rata di 1,7 miliardi di € di assistenza finanziaria dal Fondo monetario, come reso noto la presidente dalla Banca centrale ucraina, Valeria Hontaryeva. E’ la seconda rata di un prestito dal programma chiamato “Fondo di facilitazione estesa” (sic!: certo che questi hanno una fantasia...) che dovrebbe servire a riempire un po’ le riserve in valuta internazionale del Tesoro: dovrebbero arrivare a toccare a fine anno i 18 miliardi di € pagando anche, in piccola parte, il debito esistente per l’import fatto, ma mai onorato pagato, di gas naturale. Si tratta di una misura a cortissimo respiro per restare a galla oggi e domani, ma che già dopodomani non eviterà, sempre secondo la Banca centrale ucraina, il possibile default del paese sul proprio debito estero: coi fornitori russi del gas e del petrolio e gli speculatori dei Fondi privati americani e tedeschi.  

Lo conferma direttamente e esplicitamente anche lo stesso Fondo monetario che, scartando ormai ogni falsa diplomazia, dichiara che il persistere del conflitto interno e ormai la probabilità di un protrarsi pressoché indefinito dei colloqui coi privati sulla ristrutturazione del debito (Kiev ne chiede, invece, una parziale ma consistente cancellazione o addirittura  la denuncia  del fallimento da parte dei grandi creditori di Stato (la Russia, per prima) e pone ormai rischi “eccezionalmente elevati” alla capacità di questo paese di ripristinare la propria credibilità finanziaria. Anche per il FMI il default si fa sempre maggiormente probabile (Reuters, 4.7.2015, Further conflict, debt dispute pose high risk to Ukraine recovery: IMF Il FMI afferma che il protrarsi del conflitto e del contenzioso sul debito estero mette a alto rischio ogni possibile ripresa ucraina http://www.reuters.com/article/2015/08/04/us-ukraine-crisis-imf-idUSKCN0Q91 UJ20150804).

●Alla fine, però, dopo mesi di dibattito e di scontri dialettici particolarmente acrimoniosi l’Ucraina è riuscita a concludere ol branco dei suoi creditori un’intesa che include un 20% di cancellazione del debito rappresentato dal capitale inizialmente ottenuto, il cosiddetto principal, del valore più o  meno di 18 miliardi di $ e rinvia il pagamento di circa quattro anni. Ma il FMI, che comunque sostiene – deve sostenere, e lo dice, su disposizione dei governi occidentali del direttivo – l’accordo,  non sembra affatto convinto che poi riuscirà con ciò ad evitare il default (The Economist, 28.8.2015).

Il verdetto è chiarissimo. Lo riassume un titolo molto chiaro del Guardian (cfr. 30.8.2015, Larry Elliott,

Ukraine's debt deal is better than defaulting – but it's just a stop gapL’accordo sul debito ucraino è meglio del default – ma è solo una toppa http://www.theguardian.com/world/2015/aug/27/ukraine-debt-deal-better-than-default-but-just-stop-gap): una  toppa  che presto farà venire fuori, visibile a tutti,  lo sbrego totale. Con una crisi economica che  è peggio di quella greca e, in più, una guerra in buona parte cercata su incoraggiamento degli apprendisti stregoni garanti dell’esito – perché tanto i russi se ne sarebbero stati fermi – e poi largamente invece subìta senza una fine visibile, l’Ucraina è sull’orlo della disperazione. 

●Guai seri, però, vengono fuori anche in Russia, dove il secondo trimestre dell’anno registra un’economia in brutta contrazione del 4,6% (Bloomberg Business, 10.8.2015, Anna Andrianova, Russia’s GDP punge 4.6%Il PIL della Russia cala del 4,6% http://www.bloomberg.com/news/articles/2015-08-10/russian-economy-shrinks-4-6-as-oil-slump-risks-deeper-recession). Anche il rublo si è svalutato, al di sotto dei 64 rubli per dollaro. Sono anche e soprattutto gli effetti immediati nell’anno delle sanzioni che hanno colpito il paese ma soprattutto del lungo periodo di bassa dei prezzi del petrolio. I dati più recenti hanno anche mostrato che i consumi al dettaglio hanno visto una significativa riduzione di spesa, anno su anno, analoga e anche più drastica di quella che hanno subìto, per quanto in crisi, quasi tutti i paesi europei occidentali.

Ma è soltanto la seconda recessione nei 15 anni ormai di governo di Vladimir Putin.

●La NATO, col dissenso scorbutico ma, alla fine, impotente – si sono astenuti – di alcuni dei paesi baltici, neanche tutti anche se erano tutti scontenti, ha deciso di “ridimensionare” – almeno della metà, per ragioni di costi, hanno detto – i voli di “polizia aerea” sul Mar Baltico condotti dall’Alleanza dai 16 giornalieri ad 8 su Lituania, Estonia e Lettonia. E’ il solito allarme Ucraina che  sta calando a fronte di costi che sono, alla fine ormai e da chi conta, giudicati eccessivi di fronte a investimenti non solo finanziariamente elevati ma anche, essendo in fondo solo precauzionali, esposti a rischi elevati anche solo per sbaglio (Stratfor, 5.8.2015, Baltics: NATO Reducing Air Missions La NATO riduce le missioni aeree sui paesi baltici https://www.stratfor.com/situation-report/baltics-nato-reducing-air-mission).

●Non è difficile prevedere che la Commissione europea continuerà ad insistere nella ricerca,  fallimentare peraltro, di un mercato unificato dell’energia per tutta l’Unione. Fallimentare perché nessuno dei paesi membri pospone il proprio interesse e le proprie necessità alle priorità di un’Agenzia unica inesistente ed evanescente, senza la volontà politica e le risorse necessarie a  nascere sul serio come qualcosa di più di un flatus vocis.

Continuerà contraddittoriamente a provarci, la Direzione per l’Energia dell’Unione, ma non bloccherà mai il TurkStream: se russi e turchi lo metteranno poi insieme. Almeno finché avrà il sospetto – sapendo di non potersi fidare di Kiev che poi, però,  nell’Unione neanche vuole e può fare entrare, di avere prima o poi bisogno del gas russo per quella via alternativa senza che e l’Ucraina blocchi magari il passaggio di quello di Mosca come ha già fatto e minaccia ogni giorno di fare ancora, Bruxelles potrà far finta –  contentandosi in fondo di poco – che Gazprom non violi troppo platealmente, in modo troppo pubblico, le regole su infrastrutture e ambiente che la UE auto-impone ai suoi  e cerca di imporre anche agli altri (Stratfor – Analysis, 18.8.2015, Building a European Energy Market La costruzione di un mercato europeo dell’energia [ovvero, dell’impotenza e dell’illusione] ▬ https://www.stratfor.com/analysis/building-european-energy-market).

Ma non – mai... si capisce – non mai all’America!

STATI UNITI

●I dati finali di luglio pubblicati dal dipartimento del Lavoro (U.S. Department of Labor, Bureau of Labor Statistics/BLS, 7.8.2015, USDL-15-1515, Washington. D.C., Employment Situation Summary 7.2015 ▬ http://www.bls. gov news.release/empsit.nr0.htm) mostrano la creazione di 215.000 nuovi posti di lavoro in luglio,  col tasso di disoccupazione ufficiale che resta fermo al 5,3% , anche se nel mese sono stati creati 35.000 posti in meno della media dei 12 precedenti, ma vicinissimo al dato ufficiale fissato dalla Fed al 5,2% per proclamare la “piena occupazione”.

A frenare, dunque, la stretta monetaria moderata che in molti si aspettano e magari anche auspicano dalla stessa Banca centrale ci sarebbero al momento, sostanzialmente, solo le turbolenze al ribasso del mercato cinese del cambio dello yuan e la paura non certo di un’inflazione chenon esiste neanche negli incubi dei più stupidi tra i monetaristi, ma le mosse di Pechino siano poi proprio il preludio di una vera più pesante svalutazione per aiutare l’export cinese rispetto a tutti li altri, anche e specie, qui temono, proprio agli  Stati Uniti d’America (New York Times, 7.8.2015, N. D. Schwartz, Solid Jobs Report Gives Fed One More Signal to Raise Rates [o questo, almeno]― Un solido Rapporto sull’occupazione fornisce alla Fed un’altra spinta ad alzare i tassi  [è il messaggio che la grande stampa, manovrata – o, se volete andarci giù un po’ più leggeri, influenzata – da lor signori tende a far passare a livello di opinione] http://www.nytimes.com/2015/08/08/business/economy/jobs-report-july-unemployment-hiring-wages. html).

Restano gli ormai storici punti deboli strutturali di questa economia, specificamente il basso tasso di partecipazione della forza lavoro (tutto è relativo, ovviamente, se guardiamo al nostro, in Italia: bassissimo...: qui al 62,6%, mai così basso però dalla fine degli anni ‘70) e all’infimo incremento dei compensi salariali delle grandi masse, oltre il 90%, dei dipendenti. Fa osservare la nota mensile del centro studi di tendenze pro-labor e, sempre razionalmente, anti-establishment dell’Economic Policy Institute di Washington, D.C. (EPI, 7.8.2015, Elise Gould, Slow Wage Growth is Certainly Not a Sign of the “Some Further Improvement” Needed for the Fed to Raise Rates― Il debole incremento dei salari non è di sicuro il segnale di “quel qualche miglioramento” di c ui la Fed ha bisogno per rialzare i tassi http://www.epi.org/blog/slow-wage-growth-is-certainly-not-a-sign-of-the-some-further-improvement-needed-for-the-fed-to-raise-rates). 

Jimmy Carter, ex presidente, il 39°,  degli Stati Uniti d’America, 91anni e, lo ha appena rivelato di persona, malato irrimediabilmente di cancro, con la libertà di pensiero e d’opinione di cui da vecchio e rispettato statista gode da tempo, malgrado e anche forse a causa dell’odio nei suoi confronti dei più fanatici e bigotti razzisti anzitutto americani, e riprendendo alcuni ovviamene più cauti spunti critici allarmati accennati di recente dallo stesso presidente Obama, ha parlato in un programma TV diffuso in tutti gli Stati Uniti (Thom Hartmann intervista Jimmy Carter, 31.7.2015 https://firstlook.org/theintercept/2015/07/30/jimmy-carter-u-s-oligarchy-unlimited-political-bribery/? comments=1) .

Ha detto seccamente al paese, sempre spiegandolo e motivandolo, e mai come un anatema ma come un atto di amore profondo, che il suo paese “ormai è un’oligarchia” in cui “la corruzione politica senza limiti” ha creato “la sovversione completa del sistema politico come restituzione di favori ai loro più ricchi contribuenti privati”. Sia democratici che repubblicani, ormai – argomenta Carter – considerano “un loro personale benefit/prerogativa questi finanziamenti senza fine, senza fondo e senza limiti”.

●Questa prima fase della corsa alla presidenza – affollatissima tra i repubblicani, meno tra i democratici – nota qui come la “corsa dei cani”, si trascina non segnalandosi quasi mai per idee e quasi solo per insulti e attacchi personali ai concorrenti più diretti. Alla Fiera dello Iowa – il primo degli Stati che in meeting separati di partito (i caucuses, dal termine indo-americano che denotava  le riunioni plenarie delle tribù) sceglierà a partire dal prossimo 1° febbraio i candidati presidenziali nel lungo e sfibrante processo della nomination che man mano, primaria per primaria, vedrà qualcuno cadere e gli altri, fino al loro turno, restare in corsa – hanno proceduto patriotticamente a ingozzarsi del piatto nazionale, fegatini di pollo fritti dorati, e a predicare sulla vacuità e la depravazione altrui oltre che delle loro sconfinate virtù.

Finora, con un processo di selezione così irrazionalmente impostato dal mucchio della dozzina di aspiranti alla nomination repubblicana emerge per le sue estreme provocazioni il miliardario palazzinaro Donald Trump, razzista proclamato, sessista sfegatato, anti-semita e anti-ebreo ma, ovviamente, ciecamente filo-israeliano a prescindere che reclama la deportazione sistematica e senza eccezioni di tutti gli immigrati “illegali”. La sua capacità di attrarre voti è la stessa che stiamo vedendo sondare da qualche anno in Europa: lui è comunque un esterno, non è riconosciuto come un politico tradizionale (The Economist, 21.8.2015, Iowa’s State fair – Of  chops  and choppers ▬ http://www.eco nomist.com/news/united-states/21661672-dozen-candidates-some-giant-vegetables-and-sculpture-butter-chops-and-choppers).

Uno come lui – e a ogni corsa presidenziale ce n‘è sempre almeno uno a concorrere – anche se in genere, ma stavolta è più duro, si fanno auto-scartare abbastanza presto – è la perfetta illustrazione di come qui – ma non solo (pensate, per dirne uno solo al nostro Casini, felicemente sposato e ri- sposato) sono spesso i bigotti baciapile tradizionali che giurano sul matrimonio sacro e indissolubile, per dire, come questo Trump. Uno che ha fatto i suoi primi miliardi, sfruttando il gioco d’azzardo, sia un perfetto conservatore moderno che si rivolge ai benpensanti e alle famiglie tradizionali, agli elettori evangelici, tradizionalisti, anti-divorzio e anti-gay arrivando così tra questi elettori conservatori in testa alle preferenze di chi appunto, conservatore o credendosi tale, si fa abbindolare da questi sepolcri imbiancati pure male.

La verità è che conservatori sono quanti cercano di conservare qualcosa che, secondo loro, vale. Vale, appunto, la pena di conservare. Ma questi sono interessati a conservare, e a moltiplicare, come tutti i buoni conservatori  – questo sì – la “roba” loro. Il conservatorismo di stampo religioso, come la fede conservatrice nei mercati, non sono stati mai equivalenti all’essere osservanti e tanto meno a vivere come vivevano i santi che ci credevano; né a credere che decida davvero la mano invisibile per promuovere così l’imprenditorialità.

Secondo la definizione realistica e assolutamente, a noi sembra, azzeccata, che ne dà il prof. Corey Robin[3] il conservatorismo è in realtà un movimento reazionario “a difesa del potere e del privilegio contro ogni sfida democratica dal basso, in particolare nelle sfere private della famiglia e del luogo di lavoro”. Il punto, in realtà è su chi comanda e l’esser certi che chi comanda continui a restare al comando. “Trump così è ammirato perché tutti sanno che mette sempre al loro posto, cioè sotto, le donne e chi è un lavoratore subordinato; e, così, non importa se poi desidera la donna d’altri”, neanche a chi tra i suoi è religioso “o se si mette a reclamare guerre commerciali. Il fatto è  che uno come questo Trump – fa notare tirando le conclusioni del ragionamento Paul Krugman – non è una diversione, è una rivelazione e  porta allo scoperto le motivazioni reali del movimento (New York Times, 26.8.2015, P. Krugman, The Reactionary Soul― Il sentimento reazionariohttp://krugman.blogs.nytimes. com/2015/08/26/the-reactionary-soul).    

●Dalla parte dei democratici, Hillary Clinton sembra continuare a tenere bene la testa della corsa. Ma è pressata anche lei – e sempre più da vicino – dalla forte, piuttosto inaspettata, e straordinaria  rimonta di un altro aspirante “strano” per questi climi, considerato –  molto diversamente da Trump ma ancor più di lui un politico non “tradizionale”: Bernie Sanders, senatore del Vermont ma da sempre battitore libero e l’uomo più a sinistra del Senato.

Anche qui, come tra i repubblicani, il termine che sintetizza il senso dominante di questa elezione sembra essere uno: l’indignazione, la rabbia. Otto anni fa,  per Obama il senso della campagna fu invece lo slogan della speranza. Ora vogliono sembra cambiare, come succede in Europa: comunque e quasi con chiunque... E Sanders in questo è un outsider quanto e più profondamente, nel merito, di Trump. Questi promette in realtà e di continuare a inselvatichire la società, a renderla sempre più cattiva coi deboli, sempre più concorrenziale e piegata i desideri dei ricchi: seconmdo la tendenza che qui e altrove, è schiacciante da anni.  

Sanders è altro, proprio tutt’altro. Rispetto anche ai suoi. Uno che, dopo due mandati, si presenta davvero, e nel merito, come un’alternativa ai suoi elettori,  come un “socialista”, qui e s u una piattaforma “socialista”, dichiarandosi per uno Stato sociale molto più forte e equo, con tasse da aumentare  molto ma solo sui capitali, i profitti spropositati e le rendite, l’uomo che chiede l’appoggio dei sindacati, delle classi medie e dei poveri e respinge “con schifo morale” – ha  detto – quello dei ricchi e degli elusori fiscali.

In definitiva, un ridistributore della ricchezza ma al contrario di Reagan, verso il basso, programmaticamente. Uno che, muovendosi proprio come auspicava sopra Carter – però solo raramente riuscendo a farlo da presidente – ha già mangiato un’ampia fetta della maggioranza relativa che appoggiava un politico democratico tanto ultra-tradizionale quanto conosciuto come la Clinton, ora anche minacciata dalla possibile candidatura del vice-presidente in carica di Obama, Joe Biden (The Economist, 21.8.2015, The Sandernista revolutionhttp://www.economist. com/news/united-states/21661668-vast-crowds-turning-out-bernie-sanders-are-not-all-they-seem-sandernista-revolution).

in America latina

●In Brasile, ogni segnale va lampeggiando a notificare che l’economia continuerà a dover lottare ben al di là di quest’anno, giacché in questo 2015 il PIL sicuramente si contrarrà nuovamente e ha problemi seri e che sembravano ormai desueti come un’inflazione montante tassi di interesse, in aumento, scandali e corruzione debordanti (non solo qui, certo: ma onestamente non è una consolazione) e l’incertezza politica che ormai circonda il governo di Dilma Rousseff e che non sembra destinata proprio a sparire presto. Il cosiddetto clima economico e finanziario, preme sulle aspettative del business nazionale mondiale e sulle aspettative di investimento che finiranno, secondo i pronostici del mondo degli affari e di chi vuole male al governo,i trascinerà così almeno fino a tutto il 2017. D’altra parte, sono queste stesse difficoltà che, secondo altre e anche  in parte le stesse analisi motiveranno Brasilia a cambiare le sue strutture di regolazione economica e, alla fine, a migliorare il clima degli affari nel paese (Stratfor – Analysis, 19.8.2015, In Brazil, Economic Recovery Stalls In Brasile, la ripresa resta in stallo https://www.stratfor.com/analysis/brazil-economic-recovery-stalls).

●Il governo di Dilma Rousseff, ha annunciato che investiràe, con la partecipazione, in sostanza al 100% finanziaria cinese, 53 miliardi di $ per generare altra elettricità rispetto agli attuali livelli di produzione e un’altra ventina di miliardi in nuove linee entro il 2018, aggiungendo tra i 25.000 e i 31.000 megawatts e altri 37.000 km. di cavi elettrici al sistema nazionale di trasmissione elettrica (Xinhua.net, 11.8.2015, Brazil announces new energy plan worth over 50 bln USD― Il Brasile annuncia nuovi piani di produzione di energia per oltre 50 miliardi di $ http://news.xinhuanet.com/english/2015-08/12/c_134509268.htm).

●Il Brasile si è trovato sotto il mirino di Standard & Poor’s, con un debito pubblico, nel 2015, in ascesa – vero – di 2 punti percentuali, ma sempre al 58,91% del PIL che per esso valgono e non ad esempio  per la Germania, che col 74,1% di debito pubblico – per non parlare di Giappone (230%) e, ovviamente, anche Italia (132,1%) – è fuori quota. E lo sbatte sotto osservazione, come si dice eufemisticamente, per “eventualmente” presto degradarne la valutazione. La Banca centrale continua intanto a stringere i cordoni della politica monetaria, sotto la guida severa del falcheggiante ministro delle Finanze Joaquim Lewy, alzando per la sesta volta di seguito di 50 punti base il tasso di sconto (The Economist, 31.7.2015, Brazil Finances – The vanishing surplus, with a loosening of fiscal targets Le finanze del Brasile – L’attivo di bilancio va scomparendo con un allentamento degli obiettivi di bilancio http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21660167-loosening-fiscal-targets-elicits-predictable-respon se-vanishing-surplus).

Sempre in Brasile, l’operazione giudiziaria anticorruzione “lavaggio auto” sta accumulando prove, indizi e materiali che stanno portando ad allargare l’inchiesta ad altri settori dell’economia e a mettere sotto la lente di ingrandimento della pubblica attenzione – qui dicono, all’italiana – altri esponenti politici di ogni affiliazione politica (Valor économico, 4.8.2015, Juliano Basile, Corruption investigation may last 1,000 days L’inchiesta sulla corruzione potrebbe durare anche mille giorni http://www.valor. com.br/international/news/4162446/corruption-investigation-may-last-1000-days).

Finora la campagna di stampa è stata centrata anzitutto sulla corruzione seminata a piene mani dall’ente petrolifero di Stato, Petrobras/Petroleo Brasileiro SA, e cominciata a marzo 2014, soprattutto ai politici. Ma, adesso, l’ondata di rivelazioni, trascrizioni, intercettazioni in arrivo da mille “fischietti” e spioni che hanno deciso di parlare, porta gli inquirenti a parlare di almeno altri due anni di investigazioni.

Nel corso dell’ultima settimana l’inchiesta ha cominciato ad estendersi anche all’industria nucleare, con l’arresto e la traduzione in carcere il 3 agosto dell’ex capo dello staff del presidente Lula, Josè Dirceu, il secondo uomo più importante nella storia del PT brasiliano dopo Lula che era già ai domiciliari in base a un processo precedente – e predecessore a quel posto proprio della presidente Rousseff – con effetti che potranno riverberarsi nel tempo, e di brutto, sul futuro del partito del Trabalho al governo (Wall Street Journal, 4.8.2015, Luciana Magalhaes e Rogerio Gelmayer, Brazilian Police Arrest José Dirceu, Ex-Chief of Staff, in Petrobras Probe― Nell’indagine sulla Petrobas, la polizia brasiliana arresta l’ex capo dello staff José Dirceu ▬ http://www.wsj.com/articles/brazils-federal-police-charge-jose-dirceu-in-petro bras-probe-1438612314).    

●Il presidente Juan Manuel Santos, della Colombia, ha ordinato alle Forze armate di interrompere gli attacchi aerei contro gli accampamenti della FARC, i ribelli rivoluzionari di sinistra, in risposta al cessate il fuoco di un mese  da loro decretato. Non è l prima tregua ad essere conclusa e poi  violata da entrambe le parti ma, soprattutto,  da un esercito recalcitrante a accettare la pace , l’incorporazione degli stessi ribelli o di una loro parte nelle sue fila e, magari, anche un qualche redde rationem, poi, per le innumerevoli stragi di cui s’è reso responsabile in decenni di repressione e guerra civile come stanno emergendo – anche se con molta cautela – dall’esito dei colloqui di pace in corso all’Avana per mettere fine a una mattanza che vede da decenni una guerra civile in atto in questo disgraziato paese (The Economist, 31,7,2015).

●In Argentina, in una specie di preludio alle presidenziali del prossimo ottobre, con l’appoggio della presidenta uscente dell’Argentina, Cristina Fernández Kirchner, ha vinto il candidato del suo Frente de la Victoria alle Primarias abiertas simultáneas y obligatorias, con cui ogni coalizione il 9 agosto ha scelto in un voto segreto condotto e garantito secondo regole ufficiali e uguali per tutti: sarà Daniel Scioli, governatore di Buenos Aires, ex campione mondiale (otto volte) di motonautica/off-shore, ex direttore della svedese Electrolux nel paese e il più di sinistra tra i concorrenti.

Che, anche il più apprezzato – dicono qui, che non fa mai male  – da papa Bergoglio e, col 30% dei voti espressi, è diventato il candidato più probabile a succederle nelle primarie presidenziali vincendole contro Mauricio Macri, sindaco di Buenos Aires e uomo di  centro-destra, designato dalla coalizione Cambiemos (Clarin/Buenos Aires, 10.8.2015, Ganó Scioli, el frente de Macri quedó a casi 8 puntos y Massa sigue en la pelea[Dei tre candidati alle primarie  presidenziali] Ha vinto  Scioli, col Fronte di  Macri distaccato di quasi 8 punti e Massa che in gara arriva ultimo http://www.clarin.com/politica/Elecciones_2015-Primarias-Presidenciales_0_1409859090.html).

●In Bolivia, dove ormai a lungo hanno approfittato di una domanda forte dell’esportazione di gas naturale, questa congiuntura favorevole potrebbe avviarsi a finire. L’aumento previsto della produzione e dell’esportazione dell’Argentina di pari passo con una più attiva ripresa di quell’economia e una serie di difficoltà di natura regolatoria degli standards ambientali imporrà problemi e restrizioni all’industri energetica autoctona – cui vanno ad aggiungersi anche l’isolamento geografico della Bolivia stessa – l’unico paese latino-americano, col Paraguay, senza sbocco al mare – dai grandi mercati del gas naturale al di fuori del Cono Sud continuerà a far da ostacolo a export e investimenti.

L’elevato reddito dei grandi giacimenti del sud est boliviano metterà in grado La Paz di continuare a tenere a distanza a breve – e forse anche medio termine – le grandi compagnie private ma anche le riforme regolatorie, citate e in arrivo, non sembra sufficiente a far fronte alla minaccia argentina (Stratfor – Analysis, 18.8.2015, Bolivia's Natural Gas Sector Is Under Threat In Bolivia, è a rischio il settore del gas naturale ▬ https://www.stratfor.com/analysis/bolivias-natural-gas-sector-under-threat).

●Negli USA continua la campagna di PR contro il Venezuela, accusato di “―cercar di zittire i suoi critici(New York Times, 8.8.2015, edit. board, Venezuela tries to silence its critics http://www.nytimes.com/ 2015/08/08/opinion/venezuela-tries-to-silence-critics.html) per “ragioni politiche”. Campagna pagata da miliardari “anti-chavisti” – come continuano a chiamarsi, a due anni ormai dalla morte di Hugo Chávez – oltre che dai soldi pubblici forniti per legge dal dipartimento di Stato. Escludendoli – dice – “per ragioni politiche” dal concorrere come candidati alle elezioni.

Ma, come fanno osservare in una lettera al giornale dall’ambasciata venezuelana (New York Times, 23.8.2015, ltr dell’incaricato d’affari, Maximilien Arvelaiz ▬ http://www.nytimes.com/2015/08/08/opinion/venezuela-tries-to-silence-critics.html),  se gli USA hanno le loro leggi a consentire o ad escludere candidature elettorali, le ha anche il Venezuela. Nel caso in questione,  tal Maria Corina Machado  non è stata in grado di svelare, come richiede la legge, le fonti di diversi suoi contributi finanziarie mentre altri aspiranti candidati avevano reclamato a gran voce l’abbattimento violento del governo eletto democraticamente” del presidente Nicolás Maduro. E, in un’inconsistente sua replica il NYT, guardandosi dall’entrare nel merito, ha semplicemente detto di “non fidarsi”, di Maduro come di Chávez prima di lui.

GERMANIA

●L’export tedesco in Russia è calato, a causa delle sanzioni, del 31% anno su anno nella prima metà del 2015 a non più di 10 miliardi e mezzo di € secondo un rapporto del DESTATIS, l’ufficio federale statistico (Stratfor, 25.8.2015, Germany: Exports To Russia Post Steep Decline Germania: l’export in Russia registra un declino pesante  ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/germany-exports-russia-post-steep-decline). Il Comitato dell’Industria tedesca dell’Est dichiara di stimare che alla fine le esportazioni nell’anno scenderanno al di sotto della metà dell’anno prima. Insomma, non c’è dubbio che le sanzioni hanno fatto male alla Russia. Ma hanno fatto molto male pure all’Europa  e anche, e come, alla corazzata tedesca.

FRANCIA

●Fuori del Front Nationale, capeggiato ormai dalla figlia Marine, il fondatore 87enne Jean-Marie Le Pen aveva ripetutamente ripreso i temi, il linguaggio e il retaggio originale, dichiaratamente anti-semita e filo-nazista, del suo passato di collaborazionista filo-hitleriano di Vichy: di quando era un giovane fascista quindicenne, rimasto sempre impenitente (New York Times, 20 .8.2015,  Adam Nossiter, Jean-Marie Le Pen, Co-Founder of National Front, Is Ousted From French Far-Right Party Jean-Marie Le Pen, co-fondatore del Partito Nazionale di Francia, espulso dal [suo] partito di estrema destra http://www.nytimes.com/2015/08/21/ world/europe/jean-marie-le-pen-france-national-front-party.html).

GIAPPONE

●Quest’anno,  inusuale la cerimonia di commemorazione dell’anniversario della resa dell’impero alle potenze alleate, USA, Russia e Gran Bretagna, Cina e Filippine, nelle parole calibrate e soppesate una a una dell’imperatore Akihito che, diversamente e, anzi, contrariamente dal suo bellicoso e reticente premier Shinzo Abe, ha tenuto ad esprimere il “profondo rimorso” – e non solo un vago, generico e scontatorammarico”, suo “personale aggiunto a quello del suo paese”, per le “atrocità” commesse in guerra dal Sol Levante prima e durante il secondo conflitto mondiale.

Tutt’altro tono, e parole diverse, uele ddl’81 enne sovrano, che hano trovato l’eco da quelle del primo ministro che la stampa nipponica più allineata e coperta ha tentato invano di nascondere e perfino di sopprimere. Senza successo alcuno. Anche per merito – o colpa, secondo certi patriottucoli... – del principe della corona, il 55enne Naruhito  che, pignolo quanto chiaro possibile in questa lingua che ignora meticolosamente dire no per cortesia, ha sottolineato, parlando di Abe, come sia assolutamente necessario ormai “trasmettere correttamente la storia, senza ricostruzioni cosmetiche” alle future generazioni (New York Times, 15.8.2015, J. Soble, Emperor Akihito Expresses ‘Deep Remorse’ for Japan’s Role in World War II― L’imperatore Akihito esprime il ‘profondo rimorso’ per il ruolo del Giappone nella seconda guerra mondiale http://www.nytimes.com/2015/08/16/ world/asia/emperor-akihito-expresses-deep-remorse-for-japans-role-in-world-war-ii.html).

●Nella sua smania di mostrarsi “disponibile” a fare, o a far mostra di prepararsi comunque a fare “se necessario” anche la guerra, scavalcando così le ultime remore che la propria Costituzione, tirata di qua e stiracchiata là, ancora potrebbe riuscire a frapporgli, il governo del Giappone ha deciso senza attendere oltre di dare in prestito alla marina militare delle Filippine, tre suoi aerei ricognitori per metterla in grado di pattugliare le acque interessate alla disputa aperta con la Cina sul Mar cinese meridionale (Manila News  Wire, 5.8.2015, Transfer of Japan’s Military Equipment for  the Philippines on its Way In corso il trasferimento di materiale bellico dal Giappone alle Filippinehttp://www.manilalive wire.com/2015/06/transfer-of-japans-aircraft-radars-and-patrol-vessels-for-the-philippines-on-its-way).

Ci sono ancora problemi di tipo giuridico da entrambe le parti e, come è naturale, la prevista reazione cinese che senza lanciare minacce parla di “inevitabili conseguenze con cui dover fare i conti. Ma il governo nipponico deve ancora avanzare a quello di Manila una proposta formale al riguardo e non è detto che ai filippini vadano bene i tre aerei Beechcraft TC-90 King Air proposti dai giapponesi, ai quali preferiscono i più moderni Lockheed Martin P-3C, in grado anche di intercettare, secondo le capacità vantate dalla Lockheed, l’attività sottomarina dei cinesi. Ma anche i  giapponesi paventano, a ragione, che si possa trattare di intrusioni in acque internazionali un po’ troppo, forse, aggressive e rischiose specie per una paese medio-piccolo come le Filippine...

Certo è che le Filippine non sono in grado di garantire, o anche solo di perseguire con qualche efficacia i propri veri o presunti interessi marittimi senza aiuti di altri alleati (Stratfor – Geopolitical Diary, 9.8.2015, In the Pacific, New Military Agreements for a New Alliance Structure Nel Pacifico, emergono nuovi accordi militari e nuove strutture di alleanza https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/pacific-new-military-agreements-new-alliance-structure).

● Accerchiamo la Cina! l’incubo e il sogno di Abe... meno dei giapponesi, pare...

                                                      Si cercano alleati...

Fonte: gesafe.com, 7.2015, Hong Kong

●Intanto, nel consueto ipocrita omaggio che il vizio paga – tanto costa poco... – alla virtù, come il 6 agosto di ogni anno, il PM in carica, Shinzo Abe, un guerrafondaio convinto, lamenta lo scoppio della prima atomica della storia su Hiroshima nel 1945 e, accompagnato dall’ambasciatrice degli USA in  Giappone Caroline Kennedy (la figlia di John, ormai 58enne) china il capo, l’ipocrita, ai quei 135.000 poveri morti della Realpolitik[4].

●La Kyushu Electric Power il 10 agosto – almeno così è stato dichiarato: ma uno, o due giorni dopo, non ancora confermato – riavvia (forse sarebbe meglio dire che, su spinta del governo nazionale se, poi, ce la farà stavolta... si appresta a riavviare, uno dei generatori del complesso di reattori atomici dell’impianto di Sendai, a sud dell’arcipelago, a quasi un anno dalla decisione assunta dal consiglio comunale di far ripartire l’impianto.

Il problema, uno dei tanti poi, è che oltre l’ostilità diffusa tra la gente il complesso deve ancora “passare” le verifiche dei nuovi parametri di sicurezza imposti – ma all’italiana poi: con eccezioni, ritardi, esenzioni – dopo il disastro dell’impianto nucleare di Dai-ichi, a Fukushima (Wall Street Journal/New York, 11.8.2015, A. Martin, Japan Restarts Nuclear Power After Two-Year Shutdown Il Giappone [forse] riparte con la produzione di energia nucleare dopo lo stop di due [in realtà quattro] anni  ▬ http://www.wsj.com/ articles/japan-restarts-first-reactor-since-fukushima-disaster-1439259270).

Senza, poi, certo dimenticare che, ad appena una sessantina di kilometri da Sendai, restano in attività, diciamo così, discretamente gorgogliante i due vulcani gemelli di  Zaō e Naruko (Kyodo News, 10.8.2015, Japan set to restart nuclear reactor Tuesday morning― Martedì mattina, il Giappone fa ripartire il reattore atomico [di Sendai] ▬  https://english.kyodo news.jp/news/2015/08/368330.html). Lo sanno bene, i dirigenti della Kyushu Electric che, però, ci mettono ancora un volta una classica toppa peggio perfino del buco: sostengono di non dover prendere nessuna speciale precauzione (come in primis lo spegnimento stesso del reattore) per il rischio possibile di un’eruzione vulcanica proprio vicino al reattore di Sendai.

●E proprio mentre, lo stesso giorno, il 15 agosto altre autorità giapponesi, scientifiche e anche politiche, avvertono di eruzioni “imminenti” anche più vaste di quelle usualmente ricordate nella regione da un altro vulcano, il Sakurajima, alto più di un Km. e che proprio il 19 agosto in effetti si mette a vomitare cenere e anche lava fino  5 km.  di altezza a soli 50 Km. dagli 890MW prodotti dal reattore di Sendai sull’isola il cui nome, Kyushu, è addirittura nel logo dell’impresa. Il 19 agosto il reattore aveva già raggiunto il 50% della potenza e, se non venissero prese le “misure straordinarie” che continua a escludere  conta di arrivare già il che aveva già il 24 agosto alla piena potenza di produzione.

Ma il governo Abe, malgrado l’altissimo rischio – quel vulcano, insieme agli altri gemelli del trio, ha già seminato distruzione diverse volte nell’area in decenni recenti – non vuole continuare a importare energia a costi alti mettendo in forse, invece, la strategia già preannunciata ormai da due anni almeno di rivitalizzazione economica da far ripartire proprio dal rilancio, qui molto discutibile e discusso, del nucleare (Stratfor – Analysis, 9.9.2013, Japan's Nuclear Troubles Could Derail Its Economic Plans― I guai nucleari del Giappone potrebbero farne deragliare la strategia economicahttps://www.stratfor.com/ analysis/japans-nuclear-troubles-could-derail-its-economic-plans).

Premono su Abe anche i dati dell’economia, che rimarcano un PIL in contrazione, nel secondo trimestre, per quello che sarà un tasso annualizzato dell’1,6%: la prima, significativa, marcia indietro dall’impennata pesante dell’IVA di metà 2014 che ora ha frenato parecchio i consumi, il primo motore anche qui dell’economia. Ma sono anche caduti investimenti e esportazioni nette (The Economist,21.8.2015).  

● Ma come, non siete contenti? Vi ho appena riportata l’oca che fa le uova d’uranio!

In Giappone, ripartono i reattori nucleari...Banzai!                     INDUSTRIA ATOMICA

                                                 Hiroshima   Nagasaki  Chernobyl   Fukushima...  E il prossimo?

FonteKhaled Bendid, 19.8.2015

 


 

[1] Titolo ispirato al poema dell’inglese W. B. Yeats, del 1919, The second coming La seconda venuta, dove annota come The best lack all conviction, while the worst are full of passionate intensity”― “I migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono carichi di passione”.    

[2] Haq Nawaz Jhangvi, è  lo studioso sunnita pakistano, anti-sci’ita ma anche schierato contro l’establishment sunnita,  assassinato a neanche 40 anni nel 1990 cui si rifà il gruppo richiamandosi al suo nome (cfr. BBC News, 1.1.2002, Pakistan’s Islamic Groups I gruppi islamisti pakistani http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/politics/1736832.stm).

[3] Docente di Scienze politiche al Brooklyn College e al Centro di Studi post-universitari della City University di New York, ha dedicato il suo lavoro di questi ultimi anni allo studio del conservatorismo e del neo-conservatorismo americano e dell’incapacità dell’America, anche della sua cosiddetta sinistra, di gestire senza smargiassate e passi pericolosamente più lunghi della propria gamba la propria effettiva supremazia del dopo Guerra Fredda.

   E’autore di un lavoro davvero seminale che – senza minimizzare niente né niente imbellettare – intitola The Reactionary Mind: Conservatism from Edmund Burke to Sarah Palin Il cervello reazionario: il conservatorismo, da Edmund Burke a Sarah Palin – come dire: dal massimo pensatore del XVIII secolo inglese di quella concezione che si pretende addirittura morale alla vuota vescica stridula e rumoreggiante della destra estrema americana, l’ex governatrice dell’Alaska nel ticket presidenziale repubblicano di quattro anni or sono – Oxford University Press,  2011 (non tradotto in Italia).      

[4] Truman confessò poi, infatti, che quella di mettere fine alla guerra era di fatto una scusa e che lo  onvinsdero militari e  il dipartimento di Statona sganciare le due atomiche “per mettere paura a Stalin”. Con l’eterogenesi dei fini sempre fedele a se stessa pronta subito a vendicarsi: perché furono proprio Nagasaki e Hiroshima a convincerlo con un programma straordinario di soli tre-quattro anni, a fabbricarsi da sé la bomba A e poi a ruota la H col loro corredo di ICBM (HThis Day in History,  25,7,2015, Truman drops hint to Stalin about a terrible new weapon Truman ha lasciato cadere un accenno con Stalin sulle nuove terribili armi degli USA [Truman  scrisse nel suo Diario che proprio per questo glielo annunciò una decina di giorni prima,  nella speranza anche di metterlo sotto pressione perché, impaurito, appunto, cedesse  sulle pretese che avanzava con gli alleati relativamente alla suddivisione post-bellica dell’Europa] ▬  http://www.history. com/this-day-in-history/truman-drops-hint-to-stalin-about-a-terrible-new-weapon).