Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

              09. Nota congiunturale - settembre 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

                                                                                                       1.9.2014

                                                                                                                                                                            (chiusura: 31.8.2014, 21:00)

 

 

di Angelo Gennari  

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc397281002 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc397281003 \h 1

La coltre di ghiaccio dei Poli si sta pericolosamente sciogliendo... di brutto   (mappa) PAGEREF _Toc397281004 \h 1

Attenzione, se ci abituiamo...   (vignetta) PAGEREF _Toc397281005 \h 2

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc397281006 \h 2

La trapunta piena di sbreghi che è oggi l’Iraq...   (mappa) PAGEREF _Toc397281007 \h 8

Bé, per fortuna che abbiamo salvato l’Iraq da Saddam... I consigliori: Bush,Cheney,Rumsfeld ...  (vignette) PAGEREF _Toc397281008 \h 10

Ma non è affatto un pareggio                Lo sapevi che Israele dice di farlo a nome nostro!?   (vignette) PAGEREF _Toc397281009 \h 17

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc397281010 \h 23

L’ebola e il riassunto di tutte le nostre speranze e le nostre paure... (vignetta) PAGEREF _Toc397281011 \h 24

in America latina.. PAGEREF _Toc397281012 \h 24

CINA... PAGEREF _Toc397281013 \h 26

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc397281014 \h 28

EUROPA.... PAGEREF _Toc397281015 \h 35

I dati della crisi delle economie di Germania e Francia   (grafico) PAGEREF _Toc397281016 \h 37

L’Ucraina dallo spazio: la NATO, i miei spioni distinguono tra cose russe e cose ucraine― dice... (foto) PAGEREF _Toc397281017 \h 46

La libertà d’espressione..., in America...   (vignetta) PAGEREF _Toc397281018 \h 50

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc397281019 \h 53

Bianchi, neri, anzitutto; ma anche ricchi e poveri: Ferguson-MO-Stati Uniti d’America, mondo... (vignette) PAGEREF _Toc397281020 \h 53

Quando qualche notizia buona nell’economia reale terrorizza lor signori...   (vignetta) PAGEREF _Toc397281021 \h 55

FRANCIA... PAGEREF _Toc397281022 \h 56

Francia, l’andamento reale del PIL... (grafico) PAGEREF _Toc397281023 \h 57

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc397281024 \h 57

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

           TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

●Le due grandi “lenzuolate” di ghiaccio dei Poli, Nord e di quello Sud – che coprono la Groenlandia e l’Antartide – stanno “perdendo”, cioè si stanno ormai  “sciogliendo” nei due grandi oceani glaciali, l’Artico e l’Antartico, allo stupefacente ritmo di 120 miglia3, cioè di 500,2 km3 all’anno. E’ la scoperta recente del CrioSat-2, la sonda spaziale europea che sta misurando lo spessore del ghiaccio sui continente dei due poli e sui ghiacciai da quando il programma, nel 2010, è stato lanciato dall’Agenzia spaziale europea/EURSAT. E il tasso di perdita del permafrost, del permagelo continentale dei vertici del pianeta, dal 2009 ad oggi si è più che raddoppiato con un conseguente inizio di  impatto drammatico sul cambiamento climatico del mondo.

I ricercatori, di base all’Alfred Wegener Institut del Centro Helmholtz per la Ricerca polare e marina in Germania, misurano col Crio-Sat i lastroni di ghiaccio, dello spessore di svariati km., usando altimetri a impulsi radar di altissima precisione che fanno rimbalzare segnali molto brevi dalla stratosfera sulla superficie del ghiaccio e misurando il tempo del rimbalzo calcolano anche lo spessore del ghiaccio sorvolato in ogni momento.

● La coltre di ghiaccio dei Poli si sta pericolosamente sciogliendo... di brutto   (mappa)     

Scala dell’altezza/spessore della coltre di ghiaccio sull’Antartide Iin miglia e in Km ( ▄▄  massima ▄▄  minima) 

Fonte: AW-I, Bremerhaven, c/d

 

Il tasso medio di scioglimento del permafrost nell’Artico è di 90 miglia3 all’anno, mentre in Antartide la perdita è più ridotta a un terzo, circa 30 miglia3 (Guardian/Observer, 24.8.2014, Robin McKie, ‘Incredible’ rate of polar ice loss alarms scientists L’‘incredibile’ tasso di scomparsa dei ghiacci polari allarma gli scienziati http://www.theguardian.com/environment/2014/ aug/24/incredible-polar-ice-loss-cryosat-antarctica-greenland; e AW-I for Polar Ice Research/Bremerhaven ― AW-I per la ricerca sui ghiacci polari, 20.8.2014, Record decline of ice sheets: For the first time scientists map elevation changes Declino record del ghiacci [in Groenlandia e Antartide]: per la prima volta gli scienziati ne mappano lo spessore ▬ http://www.awi.de/en/news/press_releases/detail/item/record_ decline_of_ice_sheets_for_the_first_time_scientists_map_elevation_changes_of_greenlandic_and/?cHash=40fbf 2d15cbc909996cc02458d8cd973).

Con tanti saluti e auguri personali di rapido annegamento ai tanti servi di lor signori che negano fieramente il fatto che il cambiamento climatico ormai costituisca uno dei grandi problemi globali che quest’unico pianeta che abbiamo deve affrontare...

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di settembre 2014 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

• il 14, elezioni politiche generali in Svezia;

• il 18, referendum in Scozia sull’indipendenza dalla Gran Bretagna;

• il 20, elezioni legislative in Nuova Zelanda;

• il 21, elezioni senatoriali in Francia.

●Attenzione, se ci abituiamo...   (vignetta)

Se...               tu...                tolleri...        questo...       allora...      

i prossimi...   saranno...     i...                  tuoi...            figli... (i primi passi del principino George)

Fonte: The Guardian, Martin Rowson, 21.7.2014    

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●In Tunisia, il luogo di nascita della primavera araba rimane su un percorso – per  intenderci ma anche semplificando al massimo – che persegue ancora una sua democrazia, diciamo,  all’occidentale: e forse è l’unico ormai, con tutti gli altri che dopo ma quasi insieme erano partiti finendo nel peggio e nel caos in tutto il Medioriente e il Nord Africa ma vive comunque male il passaggio, pressato  dalla baraonda mortale che è diventata la Libia e dalla vicinanza del gigante egiziano che è andata indietro, invece, tornando al peggio del mubarakismo. Il risultato finale è che anche in Tunisia si rovesciano, traboccano, tensioni che in realtà ad essa sembrerebbero ancora largamente estranee (Lignet, 12.8.2014, Tunisia: Terrorists Threaten Tunisia’s Transition to Democracy― Tunisia:  i terroristi minacciano la transizione alla democrazia http://www.lignet.com/ArticleAnalysis/Terrorists-Threaten-Tuni sias-Transition-to-Democra).

●Dopo un’interruzione di una decina di giorni, pare adesso dovuta effettivamente solo all’intasarsi di tankers carichi di greggio curdo-iracheno in attesa di poter scaricare/caricare nel terminal del porto di Ceyhan – all’estremo sud e est della Turchia, proprio a fianco del confine siriano – l’ultimo giorno di luglio è stato caricata, e è partita il 1° agosto, la quinta petroliera ingaggiata alla bisogna, l’acquirente del cui carico però, secondo fonti turche, non è stato reso noto. Il contenzioso è noto.

Secondo il governo di Bagdad – che al momento è debolissimo per l’attacco armato dell’ISIL (d’ora in poi sempre identificato come IS, semplicemente Islamic StateStato islamico, l’auto-definizione che di sé dà, ormai, il preteso, presunto, ma anche concreto, tentativo di califfato) e la rivolta sunnita e perché resta paralizzato dal proprio stallo istituzionale – tutto il greggio iracheno, compreso quello estratto nella regione curda, deve essere venduto e distribuito solo dalle autorità federali, come da Costituzione, per poter mantenere l’integrità territoriale del paese.

E annuncia che porterà chi vende e/o acquista petrolio iracheno “illegalmente” ceduto davanti alle competenti autorità di arbitrato internazionale (Yahoo News!, 31.7.2014, Fifth tanker of Iraqi Kurdish oil loading in Turkey Sotto carico in Turchia la quinta petroliera di greggio curdo http://news.yahoo.com/fifth-tanker-iraqi-kurdish-oil-loading-turkey-officials-133359088.html); e Stratfor – Global Intelligence, 28.7.2014, Iraqi Kurdistan Attempts to Bypass Baghdad, by Way of Texas― Tentativi del Kurdistan iracheno di scavalcare Bagdad attraverso il Texas [non è riuscito subito, il primo, che non resterà certo l’ultimo però, perché il dipartimento di Stato, preso al solito alla sprovvista, ha lasciato per ora a bagnomaria, nel Golfo del Messico, il tanker greco che trasporta il petrolio curdo... E la cosa resta, come dire, in sospeso] http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/iraqi-kurdistan-attempts-bypass-baghdad-way-texas#axzz 392 Q5NseZ).

E, proprio a fine mese, comincia a “sbloccarsi”, per modo di dire, un altro pezzetto del mistero delle petroliere... erranti. Il tanker United Kalavryta, 81.000 tonn. di stazza, proveniente da Gibilterra e che, stavolta, trasportava oltre un milione di barili di greggio curdo iracheno (valore di mercato di 100 milioni di $: ma che ha anche già dovuto pagare oltre 20.000 $ al giorno di diritti di sosta per una trentina di giorni di attracco al largo della costa texana), appena fuori del limite delle acque territoriali, è stata ora costretta a ripartire verso destinazione ignota avendo le autorità americane respinto la richiesta dell’armatore di scaricare il greggio che una non meglio identificata compagnia americana aveva acquistato.

Scommetteva sul fatto che avrebbe potuto convincere la Guardia costiera americana. Ma il 25 agosto un tribunale texano ne ha respinto l’istanza su richiesta del dipartimento di Stato anche se non ha potuto eseguirne il sequestro del carico, essendo la petroliera fuori delle acque territoriali―  come se la questione avrebbe mai fatto da ostacolo nel caso si trattasse, ad esempio, di un tanker carico di greggio iraniano, per dire... (The Houston Chronicle, 28.8.2014, Oil tanker near Texas leaves after legal dispute Petroliera parte dalle coste del Texas dopo una vertenza legale http://www.houstonchronicle.com/ news/%20texas/article/Oil-tanker-near-Texas-leaves-after-legal-dispute-5717723.php).      

●In Libia, diversi raids di caccia bombardieri non identificati (egiziani? ma al Cairo smentiscono; algerini? ad Algeri stan zitti...) hanno, tra il 18 e il 20 agosto, colpito installazioni di ribelli islamisti in lotta contro il fatiscente potere centrale dentro Tripoli e nelle vicinanze della capitale. Nessuno ha rivendicato l’azione e il governo ha confessato di non avere neanche la minima idea di chi ringraziare – o, se mai volesse ma non vuole, magari deplorare – ma il sospetto più che fondato è che dietro ci sia il governo algerino, contrapposto in modo sistematico a ogni tipo di islamismo estremista e di jihadismo (The Economist, 22.8.2014, Chaos in Libya – A mistery air raidhttp://www. economist.com/news/ middle-east-and-africa/21613351-hint-foreign-involvement-fails-presage-peace-mystery-air-raid).

Anche se poi da fonte statunitense si mormora – con qualche carta di intelligence e, dicono, alcune intercettazioni in appoggio – che si tratta in realtà proprio di aerei egiziani e degli Emirati del Golfo in modo diverso molto allarmati – per la vicinanza geografica l’uno e il contagio delle idee gli altri – dall’impetuosa avanzata dell’estremismo di marca IS (New York Times, 25.8.2014, D. D. Kirkpatrick e E. Schmitt, Egypt and U.A.E. Said to Secretly Bomb Militias in Libya― L’Egitto e gli Emirati arabi uniti  avrebbero bombardat o in segreto le milizie libiche http://www.nytimes.com/2014/08/26/world/africa/egypt-and-united-arab-emirates-said-to-have-secretly-carried-out-libya-airstrikes.html?_r=0).

Nel frattempo, fazioni di diverse milizie si contendono il controllo del’aeroporto internazionale di Tripoli che era già del tutto sfuggito al governo centrale e due parlamenti, quello trasferitosi per ragioni di “sicurezza” a Tobruk nell’est da Tripoli e quello più “islamista” che a Tripoli resta, si contendono la rappresentanza della sovranità popolare. Appunto, il caos puro, mentre migliaia di persone scappano sulle carrette gestite dagli scafisti e non di rado vanno in mare a crepare o, comunque, a affrontare un futuro da incubo...

●Alla fine – alla fine di questa puntata della tragica farsa chiamata Libia post-Gheddafi – in un’altrettanto grottesca dichiarazione congiunta con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia  anche l’Italia esprime la sua profonda preoccupazione per “ogni interferenza esterna negli affari libici che non fa che esacerbare le divisioni attuali e minare la transizione democratica in atto nel paese”, dice... Guardandosi bene ovviamente dal dire dove sia in atto questa (sic!) “transizione democratica”, in Libia che, come riconosce chiunque ha gli occhi aperti è una nozione più che una nazione (Ministero degli Esteri, Roma, 25.8.2014, dichiarazione – rigorosamente e solo in inglese, malgrado l’annuncio, sul sito stesso della Farnesina – sulla Situazione in Libia http://www.esteri.it/MAE/IT/ Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Comunicati/2014/08/20140825_p3plus3onlibya.htm?L A NG=IT).

Due giornoi dopo, a riscontro, si dimette infatti il governo ufficiale di Abdullah al-Thani che, per ragioni di sicurezza era stato costretto a spostarsi a Tobruk in Cirenaica, quasi ai confini con l’Egitto, dopo che l’assemblea “eletta” l’ultima volta, il Congresso generale nazionale – nel frattempo sostituito anch’esso a giugno scorso, e sempre a Tobruk, confusamente ma di fatto, da un’altra Assemblea parlamentare, aveva deciso di riconoscere al suo posto il governo rivale di stampo più estremo, più nettamente islamista, presieduto da Omar al-Hassi con l’incarico di formare un gabinetto di salvezza nazionale islamista al posto di quello che tanto ha subito rinunciato perfino a combattere (Telesur/Caracas, 29.8.2014, Libya's Interim Government Resigns― Si dimette il governo ad interim della Libia ▬ http://www.telesurtv.net/english/news/Libyas-Interim-Government-Resigns-20140829-0006.html).    

●In Siria, le forze dello Stato Islamico, secondo notizie di stampa in arrivo a metà agosto, hanno quasi smesso di attaccare, troppo spesso avendo la peggio, le forze del regime di Assad e assunto il controllo, però, di diverse città e villaggi della provincia di Aleppo strappandole ai gruppi sunniti ribelli nemici di Assad ma anche loro nemici (The Economist, 15.8.2014). Assad tenta di farsi “aprire” dagli Stati Uniti offrendo una “cooperazione coordinata” ai loro raids aerei se intendono, poi, sul serio, come dicono, attaccare i superestremisti IS e aiutare a fermarli.

Nel frattempo, però, mentre i nemici dell’IS discutono a distanza tra loro se e come cercare di frenare l’avanzata in Iraq, il gruppo jihadista conquista a sorpresa con un’offensiva che fa 500 morti la base aerea di Tabqa vicino a Raqqa, sua roccaforte da tempo nel nord della Siria e ad est di Aleppo. Sono molti i militari che, in occidente, aprono a questo punto alla possibilità di lavorare con Assad. Ma i loro governi resistono: solo qualche mese fa Assad per loro era il nemico principale (The Economist, 29.8.2014).  

Sei mesi or sono, Obama chiedeva senza ottenerlo al Senato, rinunciandovi all’ultimo momento per il rischio di sentirsi dire di no – da sinistra e da destra – l’assenso a bombardare Assad, dice un po’ ottusamente di no: perché Assad, in buona sostanza (enuncia il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, Briefing stampa del 26.8.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/08/26/press-gaggle-press-secretary-josh-earnest-en-route-charlotte-nc-8262014) – al contrario del saudita coronato Abdullah bin Abdulaziz – quello che non fa fino ricordare come sciaboli via di prammatica e per legge le teste in piazza e, quando non le lapidi, faccia scudisciare le donne che osano togliersi il velo in pubblico – lui invece è un tiranno “cattivo”...

Droni americani, viene ammesso anche a Washington, stanno attualmente conducendo una serie di operazioni di ricognizione sul territorio siriano e fonti rigorosamente anonime affermano che, nei fatti e malgrado ogni smentita, rifornisce di intelligence sui movimenti dei militanti jihadisti Damasco attraverso l’intermediazione di Russia ed Iraq (الحرية السورية ―Syrian Freedom▬ La libertà della Siria [un blog ricco e ben finanziato, edito all’estero, dai vertici che sopravvivono bene, lì, delle ex formazioni armate dei ribelli siriani che ora in Siria neanche esistono più, spazzate via dall’ISIS e dall’IS, poi spazzato via da Assad], 26.8.2014, Fred Hof (sic!), Al Assad Is Laying a Deadly Ambush for Obama in Syria― In Siria, Al Assad sta tendendo un tranello mortale per Obama [cioe, costringerlo ad aiutarlo] ▬ http://syrianfreedomls.tumblr.com/post/9592006935 8/bashar-al-assad-is-laying-a-deadly-ambush-for-obama-in#.

     Tra l’altro, qui è peggio che perfino da noi: tre teste e cinque opinioni...: sullo stesso sito, almeno altri due contributi parlano di Obama che deve scegliere, invece, di colpire insieme, Assad e IS e di Obama che sta – invece e per fortuna, dice questo – colpendo già insieme Assad e l’IS... Stessa fonte, opinioni non diverse ma proprio opposte... E non si tratta di un dibattito, ma di una lite furibonda... boh!).

●Sempre più complicato il quadro in Iraq, mentre comincia a traballare al-Maliki, con la sua insistenza a farsi ricandidare dalla coalizione sci’ita al quarto mandato come primo ministro... Peggiora, infatti, il quadro della guerra interna che sembra sempre meno sotto controllo. I miliziani dello Stato Islamico, a inizio agosto,  hanno inflitto una sconfitta dura alle forze peshmerga curde― che, di fatto, e malgrado le forti tensioni con Bagdad, costituiscono lo scudo vero tra l’IS e Bagdad stessa. Hanno ucciso 27 curdi espellendoli da tre villaggi e proclamando di aver preso il controllo della diga di Mosul, la Chambarakat sul Tigri, la più grande del paese, che fornisce acqua e energia elettrica a tutto il nord.

I media qui dicono che questa è la prima sconfitta sul campo dei curdi che, però, precisano di aver  solo temporaneamente perso i villaggi ma di controllare ancora saldamente la diga. Loro, i curdi, almeno sembrano aver chiaro che è questo l’obiettivo strategico dell’IS al momento: non tanto il controllo del territorio in sé ma quello delle fonti idriche che, poi, sono necessarie per viverci. Più che di una vera sconfitta questa è stata, forse, la prima vera prova di forza che i curdi hanno dovuto affrontare sul campo.

Soprattutto in una zona da sempre considerata sotto il loro effettivo controllo. Il senso dell’attacco più che nel conquistare e tenere i territorio preso, da parte dell’IS, è nel segnale forte di volersi prendere come priorità immediata le dighe e poi, strategicamente parlando, tutto l’Iraq, Kurdistan incluso, e non solo le regioni arabe: sci’ite e sunnite. I curdi dovranno, comunque, lavorare a migliorare la qualità e il tempismo della loro intelligence dentro l’IS e sa comunque di non potersi aspettare nessun aiuto da Bagdad.

Che, però, adesso dice di voler dare – senza precisare proprio quando, nelle parole del ten. gen. dell’aviazione irachena Qassim al-Moussawi, che annuncia la decisione del primo ministro al-Maliki – il suo sostegno alle operazioni dei curdi contro le milizie dell’IS (Los Angeles Times, 4.8.2014, P. J. McDonnell, Iraqi Government offers Kurds air support against militants Il governo iracheno offre sostegno aereo ai curdi contro i militanti [islamisti] ▬ http://touch.latimes.com/#section/613/article/p2p-80991571).

Sarebbe il primo caso di cooperazione Forze armate irachene e curde, quando poi in realtà per frenare l’offensiva dell’IS a Samarra, a nord di Bagdad, contro le proprie forze armate l’aviazione ha, sì, bloccato l’attacco ma non è riuscita mai ad essere decisiva, neanche a Tikrit. L’aviazione irachena non è, in effetti, un gran che ma Maliki conta sul fatto che combattere o comunque battersi contro il nemico comune potrebbe rafforzare il senso di essere tutti iracheni e smussare la spinta all’indipendenza dei curdi. Probabilmente è un’altra illusione. Resta il fatto che l’IS ha proprio qui, nell’incapacità di difendersi dagli attacchi aerei, il suo peculiare tallone di Achille.

Ma è, a tutti, evidente che, se in prima battuta e in primissima fila, non saranno gli stessi peshmerga a difendersi contro l’offensiva dell’IS, il Kurdistan verrebbe come tale distrutto (Deutsche Welle/DW/Berlino, 3.8.2014, mkc/hc, ISIS beats back Kurds to take Mosul Dam and three towns― L’IS caccia indietro i curdi per prendersi la diga di Mosul e tre villaggi http://www.dw.de/isis-beats-back-kurds-to-take-mosul-dam-and-three-towns/a-17829105).

●Da quando lo Stato Islamico, l’IS, in ripiegamento rovinoso dal fronte siriano, ha preso d’assalto l’Iraq associando a se stesso alcuni dei resti peggiori del lascito di Saddam Hussein buonanima, sembrano aver trovato in effetti poca opposizione con l’eccezione reale e concreta dei combattenti curdi. C’è una tradizione plurisecolare dietro, una tradizione e la storia ultradecennale di contrasto ai poteri esterni, dagli antichi imperi persiani a Saddam Hussein, alla moderna Turchia.

I peshmerga (in curdo, quelli che fronteggiano la morte) hanno accettato e avuto, in tempi recenti, anche l’appoggio puntuale dei servizi americani e di quelli di Israele, interessati a tenere gli iracheni di Saddam, nel 1967 e nel 1973, occupati con loro e non in  grado di intervenire direttamente contro gli americani nelle guerre del Golfo (LIGNET, 11.8.2014, B. M. Downing,  Kurdish Fighters Face Down ISIS Army With US Help I combattenti curdi fronteggiano l’esercito dell’’IS [anche] con l’aiuto dell’esercito americano ▬  http:// www.lignet.com/ArticleAnalysis/Kurdish-Fighters-Face-Terrorist-Army-With-US-Help).

Al momento, a fine agosto, le informazioni più avvertite dicono che in effetti (già) 400 consiglieri militari e specialisti di operazioni speciali americani sono sul terreno con i peshmerga: qualsiasi poi siano le smentite più o meno ufficiali e sempre ricordando, qui, quanti sono minimamente avvisati che, con Kennedy (ben 52 anni fa), cominciò così l’avventura vietnamita― scontate tutte le differenze tra quella epica lotta di liberazione nazionale e quella guerra americana sbagliata e criminale e questa tragica farsa grondante sangue che è oggi il califfato (The Economist, 22.8.2014, Iraq, Syria and the Islamic State - A war that crosses national boundaries Una guerra che scavalca i confini nazionali http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21613343-iraq-and-america-have-pushed-back-islamic-state-it-will-take-much-more).

●Intanto, l’offensiva dell’IS ha consolidato la conquista della diga di Mosul e, di fatto, cacciato via decine di migliaia di cittadini – cristiani, sci’iti, curdi – di fronte all’avanzata infrenabile del califfato, portando Obama a proclamare che, in queste condizioni, gli USA potrebbero anche sentirsi costretti a ri-intervenire e a “considerare la possibilità di raids aerei contro le milizie dell’IS o – come se poi fosse la stessa cosa... – di paracadutare cibo e medicine per far fronte alla crisi umanitaria di cui patiscono i circa 40 mila esponenti di minoranze religiose che stanno morendo di fame e di sete

Poi, di fatto, la possibilità da parte degli americani di ripartire coi raids aerei viene subito messa in atto, neanche dieci ore dopo l’annuncio, con gli aerei di una portaerei al largo nel Golfo contro un pezzo di artiglieria dell’IS che cannoneggiava le vicinanze di Erbil la capitale del Kurdistan, insieme al lancio coi paracadute di grandi taniche d’acqua sulla dolorosa processione di profughi assetati in un durissimo esodo (New York Times, 7.8.2014, H. Cooper, Obama Weighs Airstrikes or Aid to Help Trapped Iraqis, Officials Say― Obama valuta raids aerei o aiuti per aiutare gli iracheni intrappolati [dall’ISIS: che, detto così, non ha molto senso: dovrebbe essere, piuttosto, raids e, non o, aiuti...] http://www.nytimes.com/2014/08/08/world/ middleeast/obama-weighs-military-strikes-to-aid-trapped-iraqis-officials-say.html?_r=0).

Non è che la valutazione più esperta del Pentagono stesso dia ora grandi speranze di efficacia ai raids americani: tutto il contrario... Afferma, il ten. gen. William Mayville, on una stima acida e realistica dell’efficacia possibile degli interventi aerei decisi da Obama di “aspettarsi che l’IS non si impressionerà troppo e si metterà ad agire altrove. Insomma, in nessun modo quel che pensiamo ci autorizza a credere di essere in grado, ora, di frenare il peso della minaccia posta dall’IS all’Iraq e a tutta la regione (Guardian, 11.8.2014, S. Ackerman, US air strikes in Iraq will have minimal impact on Isis – Pentagon― Gli attacchi aerei americani in Iraq, secondo il Pentagono, avranno solo un minimo impatto sull’IS http://www.theguardian.com/world/2014/aug/11/us-air-strikes-iraq-isis-minimal-impact-pentagon).

La cosa sicuramente più rilevante ad emergere da questa notizia è che, solo poche ore prima, il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva assicurato alla stampa che i raids americani, verificatane la capacità da rilievi effettuati a terra (ma come? da chi?) erano stati “molto efficaci”. Chi dei due si sbagliava, allora? (Stratfor, 11.8.2014, U.S. Official calls airstrikes very effective Esponente americano dichiara  che i raids aerei sono risultati particolarmente efficaci ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-us-official-calls-airstrikes-very-effective#axzz3A6VqkoKm).

Solo qualche giorno dopo, poi, il gen. Martin Dempsey, capo dei capi di stato maggiore delle Forze armate americane, parlando ai media seduto accanto al ministro della Difesa Hagel se ne esce, con una cacofonia anzi una vera e propria dissonanza allarmante, addirittura asserendo che gli USA non sono in grado di sconfiggere le milizie dell’IS se non intervengono e li “impegnano” (eufemismo: ci fanno la guerra) dove sono sul terreno e anche in Siria. Anche con un’alleanza “tattica” – dice – con Bashar al-Assad... che sarà estremamente interessante star a vedere come potrà svilupparsi nei fatti: se combattendo dal cielo con le bombe l’IS e, invece e insieme magari, dando una mano agli altri islamisti che contro l’IS sono ma vogliono sempre far fuori il regime... (New York Times, 21.8.2014, M. R. Gordon e H. Cooper, U.S. General Says Raiding Syria Is Key to Halting ISIS Il generale americano [di grado più elevato] afferma che la chiave per fermare l’IS è attaccarlo in Siria http://www.nytimes.com/014/08/22/world/middleeast/ isis-believed-to-have-as-many-as-17000-fighters.html?_r=0#).

Obama si era affrettato a precisare di persona, intanto, che gli USA non torneranno in Iraq – anche se poi, solo qualche giorno dopo come già abbiamo annotato, il Pentagono ammette la presenza sul campo a fianco dei peshmerga in Iraq di una pattuglia di alcune centinaia di “consiglieri militari” . Aveva ragione. Anche se non è una nuova guerra questa è la ripresa di quella vecchia, comunque lui preferisca chiamarla, dichiarata “mission accomplished” già da quel criminale internazionale di Bush nel 2003 e ri-dichiarata conclusa proprio da lui, ufficialmente e solennemente, alla Casa Bianca.

Stavolta non dal ponte di una portaerei su cui, in divisa da pilota ma come passeggero, era atterrato nel Golfo ma lui ormai presidente da tre anni in prima persona a ottobre del 2011 dopo ormai nove anni di guerra e di invasione americana che all’Iraq ha lasciato in eredità il regime di Nouri al-Maliki... Il governo che in pratica gli hanno imposto loro scegliendolo dall’inizio dell’invasione e che estremizzando il suo settarismo ha aperto le porte al male maggiore: all’iper-settarismo assassino del califfato― sconfitto in Siria da Assad e rifugiatosi rampante più che mai adesso in Iraq.

Che proclama di agire per volere di Allah – si capisce... –, anche se papa Francesco ha ben ricordato a tutti i credenti come sia una bestemmia invocare il nome di Dio per arrivare a giustificare, predicare e propagandare guerre, stragi, omicidi; certo, ha infelicemente evitato stavolta di menzionare le avventure di qualche secolo fa che, col nome benedetto e blasfemo di Crociate, andarono in Terra santa a massacrare mori e giudei in nome del Deus lo vult della prima crociata di Pietro l’Eremita e papa Urbano II che ancora oggi, immarcescibile,  costituisce il motto araldico dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme...

... noi pensiamo, umilmente sicuro, che invece sarebbe stato opportuno e utile che papa Bergoglio lo avesse detto, come di solito fa senza limitarsi a predicarlo agli altri, anche se la predica viene fatta per sacrosante ragioni. Anzi avesse recitato solennemente stavolta il mea culpa, come già fatto da Giovanni Paolo II una volta e, un po’ tirato per la mozzetta da alcune sue improvvide gaffes su Maometto, anche da Ratzinger. Era opportuno farlo proprio ora che bastonava così duramente le pretesa degli islamisti estremisti che nel 2014, proprio come i cristiani estremisti del Medioevo, quando loro ci insegnavano tolleranza e saggezza, sterminavano i mori – guarda un po’ – perché Dio lo voleva.

Avrebbe forse inciso un tantino di più, se ribadita ora, l’ammonizione all’IS che nessun Dio e nessun Allah ai crociati di ieri o ai mezzalunati di oggi che si chiamano jihadisti – entrambi pretesi guerrieri santi, cioè – ordina, o consente, di sgozzare i diversi da loro, di crocifiggere i curdi o di sotterrare vivi i bambini, fossero pure eretici, di decapitare esseri umani perché per esempio di credo yassida[1] o di cittadinanza diversa.  

Poi Obama, beninteso, assicura che quelle americane saranno sempre e solo bombe mirate..., come ha già fatto sapendo di mentire perché era tecnicamente impossibile garantirlo (i danni collaterali)  in Afganistan, e che verrà anche stavolta inevitabilmente smentito fino appunto ai primi reportages di bambini squartati “per errore” da una bomba sia pure intelligente ...

●E tra l’altro, è anche possibile che Obama, così, stia scegliendo una strada che apre analoghe opportunità, per esempio e di certo, anche a Putin. Qui a Washington s’é cominciato a riflettere su un paradosso che alla fine non è tale per niente: il presidente americano ha ordinato alle sue forze armate di entrare in azione per proteggere una popolazione resa estremamente vulnerabile con autorizzando l’intervento degli F/A-18 americani contro le forze armate dell’IS.

Che avanzano e colpiscono le popolazioni cristiane, curde sci’ite e quelle che si rifanno alla setta yassida (la minoranza della minoranza sci’ita, particolarmente esecrata come super-eretica perché dove sono concentrati, nell’Iraq del nord, sincretisticamente, seguono Bibbia, Corano e zoroastrismo. Giovedì 6 agosto a decidere di ostacolare l’IS con le bombe, dunque adesso – e annunciando che non si tratterà di qualche giorno ma se va bene di settimane – vale a dire di sicuro di mesi – adesso è Obama.

Ora, il 13 agosto, il Pentagono rende noto che i combattenti curdi – con l’aiuto dei raids aerei americani e di una missione di ricognizione dell’area condotta da una squadra specializzata di marines e di truppe speciali (non più di 130 unità), inclusi anche alcuni soldati britannici – sono riusciti ad aprire un corridoio agli yassidi per consentire loro di uscire dalla ridotta del monte Sinijar nel nord dell’Iraq dove l’IS era riuscito a confinarli. Una situazione, dunque, più gestibile e meno precariamente disperata che rende meno probabile quella che sarebbe stata, comunque, un’operazione di evacuazione quasi impossibile.

Ma nessuno, tanto meno al Pentagono, ha spiegato che fine abbiano fatto in concreto i 40.000 yassidi assediati. Cercano di spiegarlo ai media alcuni di loro (New York Times, 14.8.2014, Rod Nordland, Despite U.S. Claims, Yazidis Say Crisis Is Not OverMalgrado quel che dicono gli americani, gli yassidi sostengono che la crisi non è finita per niente http://www.nytimes.com/2014/08/15/world/middleeast/iraq-yazidis-obama-sinjar-crisis.html?). Parlano, insieme agli inviati dell’ONU che seguono sul luogo quegli sfollati, assetati e affamati di decine di migliaia di persone ancora disperse e di un’operazione di salvataggio che, se mai questo fosse stata davvero, non si può affatto dire conclusa.

Lo confermano, a fine mese, una serie di immagini satellitari (della ImagesSat International) scattate il 21 agosto, una decina di giorni dopo che gli americani avevano con grande sicumera dichiarata risolta la crisi, ad attestare ancora della presenza di migliaia di sfollati accampati all’aperto, affamati e praticamente incapaci di difesa, sul fianco sud del monte Sinijar nel tentativo di sfuggire all’assedio degli islamisti. E è dal 13 agosto che non ricevono alcun aiuto paracadutato, dopo che i gongorzolli, dopo una ricognizione per lo meno superficiale, avevano dichiarato superata la crisi... Guardian, (comments), Spencer Ackerman, Mona Mahmood, Ian Saleh e Kenton Powell, Yazidis still stranded on Mount Sinijar― Gli yassidi ancora asserragliati sul monte Sinijar ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/aug/27/-sp-yazidis-mount-sinjar-isis-satellite-images); e ImagesSat International, 21.8.2014, ▬ http://www.imagesatintl.com/?s= mount+sinijar).

● La trapunta piena di sbreghi che è oggi l’Iraq...   (mappa)

A metà Agosto, lo stato dell’Iraq...

Area sotto controllo dell’IS  Area sottocontrollo curdo

Fonte: The Economist, 15.8.2014

●Il 19, ricompare – vuota, al largo della costa di Israele, a stare al sito che rintraccia in diretta gli spostamenti marittimi della Reuters AIS Live ship tracking – una petroliera, la Kamari, bandiera greca, 80.000 tonn. di carico utile, che aveva appena finito di trasportare greggio dal Kurdistan iracheno. Era stata caricata una decina di giorni prima nel porto turco di Ceyhan e parzialmente scaricata in Croazia del greggio che trasportava prima di “spegnere”, illegalmente e con qualche rischio, arrivata a nord della penisola egiziana del Sinai e ormai nelle vicinanze di Israele, il 17 agosto, le sue apparecchiature elettroniche, i cosiddetti trasponders (▬ http://www.aislive.com; e Daily Star/Beirut, 20.8.2014, Kurdish oil Tanker appears loaded off Israel― Petroliera carica di greggio curdo compare al largo di Israele http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2014/Aug-20/267846-kurdish-oil-tanker-appears-unloaded-off-israel.ashx#axzz3B7A0VQjm).

●Intanto, e finalmente, al-Maliki si rassegna ad andarsene, lasciando perdere il “diritto” formale che insisteva a ragione sula base strettamente costituzionale di avere di provare a formare lui il nuovo governo che, però, ormai non era più in grado neanche di provare a fare (New York Times, 14.8.2014, Tim Arango, Maliki to Step Aside, Ending Challenge to Nominee Maliki se ne va, mettendo fine alla sua sfida al nuovo PM designato http://www.nytimes.com/2014/08/15/world/middleeast/iraq-prime-minister-.html?_r=0).

●Ma, a questo punto – e come tra parentesi: una delle tante conseguenze impreviste e deleterie per loro e per tutti che puniscono e colgono sempre di sorpresa la politica estera americana – l’intervento umanitario in aiuto degli yassidi – necessario quanto forse insufficiente – è un altro scomparto di questo vaso di Pandora che si va scoperchiando. Perché ora, con analoga motivazione, davvero anche lì umanitaria, potrebbe farlo anche il presidente Putin... nell’Ucraina dell’est – se Kiev non si ferma― per proteggere quelle popolazioni cristiano-ortodosse e russofone. Anche perché, agli occhi della gente normale, dovunque – perfino in America – la pretesa di difendere la popolazione di origine russa che fosse in pericolo non appare solo un pretesto ma una linea tutto sommato comprensibile e ragionevole.

Aggiunge una studiosa di Russia e di cose russe, ex addetta all’apparato di intelligence americano, Fiona Hill che insegna ora alla Brookings Institution, che “se di questa scusa Putin abbia o meno bisogno è un’altra questione. Ma questa è assolutamente una ‘scusa’, chiamiamola pure così, che potrebbe ben usare. Gli fornisce solo altro combustibile, se volesse usarlo”.

E’ l’argomento della cosiddetta “equivalenza”, che in Russia ributtano sempre addosso a chi in occidente – e spesso, è vero, ipocriticamente li critica – guardate alle vostre continue violazioni dei diritti umani nel mondo (guardate, cioè, alla trave che avete nel vostro occhio, da Abu Ghraib a tutto il resto, oltre che alla pagliuzza che c’è nel nostro) – anche se non sembra sempre un’analogia sempre perfetta, a Mosca funziona sempre e siccome ha una sua effettiva cogenza funziona spesso anche altrove, da noi in occidente e pure in America (New York Times, 8.8.2014, P. Baker, Iraq Strikes Seen as Giving Putin Pretext in Ukraine― I raids in Iraq considerati come un pretesto per Putin [se volesse... o ne avesse bisogno...] in Ucraina http:// www.nytimes.com/2014/08/09/world/europe/iraq-strikes-seen-as-giving-putin-pretext-in-ukraine.html?partner=rss& emc=rss).

Ma così facendo, e ancora una volta, gli USA corrono il rischio di scordarsi delle principali lezioni che l’intervento e l’occupazione, dal 2003 a adesso, pure sembravano avere loro impartito: qui, come in Afganistan del resto, come dovunque. Che se è decisivo fermare e sconfiggere il fanatismo dello Stato Islamico, questo non lo possono fare i raids aerei ma solo gli iracheni stessi, qui – lì, gli afgani – e mai forze estranee, di più pure esterne e straniere, profondamente diverse e delle quali il mondo – soprattutto quello mussulmano e non certo a torto – sospetta il cinismo, l’egoismo, il fine ultimo del perpetuare lo sfruttamento.

Insomma, alla coscienza umanitaria dell’occidente non crede più proprio nessuno, ormai. E i raids di Obama verranno letti inevitabilmente come un intervento a favore di un qualsiasi governo settario iracheno. Alla fine, l’unico intervento esterno che in queste condizioni disperate può dare forse una mano all’Iraq è quello che obbliga, costringe, Maliki ad andarsene e gli iracheni – forzandoli: sci’ti ma anche curdi e sunniti – a formare una vera coalizione di unità nazionale in grado, forse, di respingere l’offensiva del califfato e riproporre un futuro per gli iracheni tutti. Che decideranno poi loro se vogliono stare insieme o dividersi.

●Ora tocca al nuovo leader della coalizione, sci’ita sempre, sul quale punta il nuovo presidente della Repubblica, il curdo Fouad Masum, la cui elezione era stata imposta al, e a malincuore accettata dal, premier Maliki che, il 10 luglio, mentre l’Iraq continua a subire malamente l’attacco senza tregua dell’IS, aveva nominato al suo posto, con una forzatura effettiva, come s’è già

Bé, per fortuna che abbiamo salvato l’Iraq da Saddam... ● I consigliori: Bush,Cheney,Rumsfeld ...   (vignette)

 

 

Fonte: Houston Chronicle, 18.6.2014,  N. Anderson                          Fonte: INYT, 8.8.2014, Patrick Chappatte

accennato, del dettato della Costituzione ma attenta ai nuovi rapporti di forza e di debolezza relativa ormai in formazione un altro membro della coalizione shi’ita, Haider al-Abadi, attuale vice presidente del parlamento, nella convinzione che per tentare di uscire dall’impasse tragico della politica irachena bisogna ormai escludere dal gioco una figura ormai divisiva come quella del primo ministro attuale.

Adesso, nei trenta giorni che la Costituzione dà al nuovo premier per formare un governo di coalizione allargato anche a curdi e sunniti e rimpiazzare Maliki, questi sembra sul serio essersi arreso ai nuovi rapporti di forza, non più sorretto da alcuna alleanza esterna né degli americani né degli iraniani che hanno ufficialmente chiarito, alla fine con lo stesso Guardiano della rivoluzione,  che, se Teheran è sempre dalla parte del legittimo governo iracheno non vuol dire che questo necessariamente sia quello di Nouri al-Maliki... E gli hanno dato così, sembra proprio, il colpo di grazia.

Subito, ormai, anche il presidente del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani informa che lui e i suoi sosterranno la nomina di al-Abadi, mentre al nuovo PM designato arrivano le congratulazioni ufficiali – simultanee e, anche perciò, significative – di John Kerry per gli USA e di Mohammad Javad Zabari per l’Iran (Stratfor, 12.8.2014, Iraq: Kurdistan regional president suppors new leader In Iraq il presidente della regione curda appoggia il nuovo PM http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-kurdistan-regional-president-supports-new-leader#axzz3A6VqkoKm).

E poi, a al-Abadi – finora egregio e pressoché sconosciuto gregario, piuttosto in basso nella gerarchia del partito sci’ita islamico Dawa, il partito dell’Appello del premier uscente: e, forse, proprio per questo adesso arrivato al vertice ora anche con l’endorsement formale dello stesso premier forzatamente uscente, al-Maliki che dà la notizia della sua decisione in diretta Tv avendolo accanto a sé, in atteggiamento doverosamente compunto e giustamente preoccupato ma anche chiaramente compiaciuto – perviene anche l’approvazione cruciale del Grande ayatollah degli sci’ìti, Ali al-Sistani.

Che in televisione ha parlato della designazione di Abadi come di un’opportunità di cercare davvero la soluzione delle catastrofiche crisi gemelle, politica e di sicurezza, del paese chiedendo a nome di tutti gli iracheni – nella sua veste, forse, di unica autorità a poterlo ancora fare con qualche credibilità generale con la possibilità almeno di venire ascoltato – alle forze armate di superare ogni tentazione settaria e ogni lealtà di fazione evitando di ostentare bandiere diverse di ogni colore che non sia quello dell’Iraq.

Bandiera anche di difficile discernimento, peraltro, avendo dall’assassinio del giovane re Faysal II, dal colpo di Stato del 1959 originalmente di stampo nazional-nasseriano e dalla presa del potere del ba’ath prima e, poi, da Saddam ad oggi, l’Iraq ha cambiato, anche nel corso dell’occupazione militare americana e dopo, almeno sei-sette bandiere ufficiali, oltre alla decina di disegni diversi che è stata ma mano proposta e lasciata cadere.

E diversi esponenti sunniti, in effetti, gli rispondono di voler provare a trattare con Abadi: dice di parlare per molti di loro lo sceicco Ali Hatem Suleiman, leader-chiave sunnita anche per età troppo giovane però per essere stato vicino a Saddam e duramente ostile allo Stato Islamico e alla sua visione fanatica di un’unità forzata sotto la sua lettura della shar’ia e che è alla guida della tribù Dulaimi, largamente maggioritaria nella città di Ramadi, al centro dell’Iraq, 110 Km. a nord di Bagdad e, sui 600 mila abitanti, capoluogo della vasta provincia desertica di Anbar che, rispondendo direttamente a al-Sistani, si dice pronto con molti altri a un’alleanza dietro forti garanzie di gestione realmente unitaria e non più settaria del paese (Al Arabiya News, 15.8.2014,  Sunni leaders open to joining Iraq’s new Govmt― Diversi  capi sunniti si dichiarano aperti a allearsi col nuovo governohttp:// english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/08/15/Iraq-s-Sistani-for-unity-behind-PM-designate-Abadi.html).

●Anche da parte dei curdi appaiono segnali di nuova apertura politica. La loro delegazione nel governo Maliki – uscita due settimane fa dal gabinetto per protesta contro l’accusa del premier che, ormai forse un po’ fuori di testa, aveva imputato a Erbil di appoggiare i terroristi dell’IS nell’offensiva contro Bagdad arrivando a sostituire d’autorità, e senza averne il potere poi, il ministro degli Esteri federale, il curdo Hoshiyar Zebari – è pronta a rientrare ora, sotto la leadership di al-Abadi, nel nuovo governo iracheno.     

Tutti in definitiva, anche all’estero  – iraniani,  americani, anche i sauditi che li hanno pure figliati con qualche riluttanza, lo stesso al-Sistani – scommettono su due sviluppi: che un governo di al-Abadi sarà diverso― più pronto al compromesso:  ma  e non è affatto sicuro... finora era sempre stato allineato e coperto dietro Maliki, anche se spesso identificato come possibile sua alternativa interna, ma caratterizzato nei confronti dei sunniti e del ba’ath da analoga intransigenza alla sua; e che, essendo maggiormente “inclusivo”, come insistono a chiamarlo gli americani con un concetto che, però, qui resta largamente incomprensibile― sarebbe un governo che in qualche modo potrebbe portare alla sconfitta dello Stato Islamico. Due previsioni ipotetiche, tutte da dimostrare…

... e che puntano comunque su una premessa politica ancor tutta da dimostrare essa stessa, basata com’è solo sulla speranza che il sostegno degli arabi sunniti resti anzitutto di qualche incisività come è stato quando all’inizio ha appoggiato l’offensiva dell’IS anche ora che ci hanno ripensato; ma non c’è nulla ancora che dimostri come a fermare i fondamentalisti islamisti basterebbe, o sarebbe comunque cruciale, un cambio di alleanza.

Oggi, l’IS si è rafforzato in equipaggiamento e uomini, migliorando capacità di collegamento e di manovra. Da quando, oltre un mese fa, ha consolidato la sua presa di potere a Mosul, provocando in due giorni il collasso dell’esercito iracheno, l’IS ha smesso di contare sulle tribù arabe sunnite contro le forze armate regolari, visto che, comunque, resistono anche senza riuscire che raramente a frenarla all’imposizione rigida della shari’a nella versione sua, la più intransigente...

●Non a caso, a Erbil, il 27 agosto, il presidente del Kurdistan iracheno Massoud Barzani affiancato dal ministro degli Esteri iraniano, Javad Zabari, dichiara ai media che il primo paese in assoluto a mandare armi in quantità significativa al governo curdo-iracheno per aiutarlo a combattere e sconfiggere lo Stato Islamico, è stato proprio l’Iran. Zabari ha smentito, però, anche se diverse fonti giornalistiche lo avevano affermato, che il suo paese stesse mettendo sue truppe di terra a disposizione di Erbil. Ed è anche un segnale chiarissimo dato da Teheran ai suoi alleati e proteti sci’ti iracheni che stanno tentando di formare il nuovo governo centrale dopo aver accantonato al-Maliki che devono trovare l’accordo con le altre fazioni e gli altri partiti iracheni, a cominciare proprio dai curdi (Islamic Invitation Turkey, 26.8.2014, Massoud Barzani: Iran the first country that supplied Kurds with arms to fight ISIL― Massoud Barzani: l’Iran è stato il primo paese a fornire ai curdi le armi per combattere contro l’ISIL http://www.islamicinvitationturkey.com/2014/08/26/massoud-barzani-iran-the-first-country-that-supplied-kurds-with-arms-to-fight-isil).

●Ma a questo punto, bisognerebbe avere forse proprio il coraggio di concludere anche che l’aveva vista giusta anni fa l’attuale vice presidente degli Stati Uniti, allora senatore Joseph Biden quando parlava, prima della catastrofica “impennata” militare voluta da Bush nel 2007 e del suo ultimo impalmare avventurosamente al-Maliki come capo del governo unitario del’Iraq dopo Saddam, della necessità di salvarlo spezzandolo almeno in tre separati, ma federati, paesi: uno sunnita, uno sci’ita e uno curdo (rimandiamo all’ultima volta che abbiamo ampiamente illustrato la sua proposta e qui diamo di nuovo il link più importante in proposito (USA Today, 1.5.2006, (A. P.), Biden: Split Iraq into 3 Different Regions ― Biden: dividiamo l’Iraq in tre diverse regioni ▬ http://usatoday30.usatoday.com/news/ wash       ington/2006-05-01-biden-iraq_x.htm). Proposta lasciata, poi, troppo presto cadere sotto il fuoco incrociato di al-Maliki e di Bush.

Proposta ora rilanciata – con l’osservazione che siamo all’inizio di un lungo, doloroso m inevitabile  processo di sbriciolamento dei vecchi confini imperiali tracciati sulla sabbia del Medioriente dall’accordo Sykes-Picot del 1916, poi ratificati anche dagli USA “anti-colonialisti” dopo la prima guerra mondiale, con una strategia magari capace di dare una mano a contenere davvero le allucinazioni geo-politiche assassine di gente, qui, come questi dell’IS.

Rilanciata dall’ex Alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina dal 2002 al 2007, attuale presidente dell’UNICEF britannico, ex membro dei servizi segreti e leader del Partito liberale prima della rovinosa esperienza attuale di minoranza del partito nella coalizione coi conservatori di Cameron al governo, lord Paddy Ashdown. Che però non si rifà apertamente al maggior peso specifico e politico del vice presidente di Obama (Guardian, 14.8.2014, Paddy Ashdown, Western intervention over ISIS won’t prevent the break-up of Iraq L’intervento occidentale contro l’ISIS non preverrà la frantumazione dell’Iraq http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/aug/14/western-intervention-isis-iraq-muslim).

Ma che sembra sempre l’ipotesi più promettente che oggi si affaccia sul mercato dei rapporti internazionali in evoluzione e in costruzione magmatica e confusa del Medioriente e del suo rapporto nuovo col mondo. Ci sono anche timori, però, che la creazione formale di uno Stato forte e del tutto autonomo come quello che vogliono i curdi, riconosciuto dal resto del mondo, potrebbe in realtà aumentare l’instabilità nella zona, anche se è proprio difficile intuire come sarebbe possibile... ― preoccupazione che adesso ha espresso apertamente, ad esempio, il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier.

Che, parlando proprio a Bagdad dove con altri ministri della UE aveva appena dato un assenso di massima (perché soggetto al sì di ogni singolo parlamento oltre che di quello europeo;  e, poi, alla fine chi paga?) a spedire, insieme alle armi americane, armamenti di produzione anche pesanti al governo curdo, è l’unico – ma la voce della Germania ha qualche peso – ad esprimersi avanzando dubbi assai forti, tra i poteri occidentali che in qualche modo stanno accorrendo a portare aiuti contro l’attacco dell’IS.

Esprime aperte riserve contro l’ipotesi alla quale in molti ormai sembrano invece cominciare, anche se in modo ancora come un po’ sotto traccia, camuffato, a dar credito: i curdi sono, di fatto, il gruppo etnico più numeroso che, nella regione, non ha un proprio Stato e la maggioranza di loro abita in Turchia, che non a caso nell’area è tra i governi più preoccupati di questo sviluppo (Sunday’s Zaman/Istanbul, 17.8.2014, Steinmeier says independent Kurdish state would destabilize region▬ Steinmeier affema  che un Kurdistan indipendente destabilizzerebbe ancora di più la regione ▬ http://www.todayszaman.com/anasayfa_steinmeier-says-independent-kurdish-state-would-destabilize-region_355914.html).

●Una considerazione, forse, per ora finale. Tre anni fa lo Stato Islamico, allora non ancora ISIL oggi IS, neanche esisteva. Adesso controlla estensioni vaste di Siria ed Iraq. Facendosi riprendere anche in diretta, spesso, su You Tube e Twitter – strumenti di per sé neutrali ma sempre piegati alle richieste di chi lo utilizza – ha ormai dimostrato di essere molto di più di una semplice organizzazione terroristica trasnazionale― è anche, e come, un’entità organizzativa capace di sofisticate capacità di controllo, comando, trasmissione e collegamento, propaganda e logistica che ha dato prova di essere in grado di prendersi e di tenere, tatticamente di quando in quando anche all’uopo cedendoli e ritraendosi, territori strategicamente critici nel cuore del Medioriente.

Due tesi contrapposte sulle sue origini – ci sono i nemici di sempre della Siria, del regime dichiaratamente non islamico e laico e autoritario di Bashar al-Assad che hanno pagato, fomentato, armato e scatenato l’islamismo estremista e fondamentalista di stampo al-Qaedista che poi si è sfrangiato, separato ma restando estremizzato e diventandolo sempre di più anche con chi tra i suoi alleati però è meno vicino e non disposto soltanto a ubbidirlo.

E, al contrario, c’è chi, tra i nemici sempre mortali ma più moderati di Assad sostiene la tesi opposta che ISIL e IS sono state anche e soprattutto proprio il prodotto dello sforzo combinato di chi come il diabolico Assad ha deciso di lasciare spazio all’estremismo sunnita, il suo più feroce nemico, perché intanto cominciasse col fargli piazza pulita dei suoi altri nemici lasciando i più fieri nemici esterni, i sauditi, liberi di armarli. E’ la lettura, che a noi pare molto più stiracchiata di quella semplice dell’odio al secolarismo moderato di Bashar, alauita/sci’ita, da parte del filone fondamentalista wahabita/sunnita della casa reale  saudita che non ha ami avuto bisogno del permesso di Assad per fargli la guerra.

Ma, per una lettura diversa dalla nostra e radicalmente anti-siriana, cioè anti-Assad, scandalizzata perché avrebbe lasciato fare ai suoi nemici il lavoro di distruggere altri suoi nemici, una lettura che tenta anche se in modo malamente così abborracciato di ricostruire senza prova alcuna l’origine dell’IS, allora ISIL, raccomandiamo quella che offre il (Guardian, 22.8.2014, Ali Khedery, How Isis came to be Come è nato l’ISIS http://www.theguardian.com/world/2014/aug/22/syria-iraq-incubators-isis-jihad). Khedery – presidente e direttore esecutivo dei Dragoman Partners – già il nome è un programma – un’agenzia di consulenza per uomini d’affari americani che lavorava in Siria e anche in Kurdistan e ne è stata espulsa è americano e ha servito da consigliere speciale per ben cinque ambasciatori americani in Iraq: e, come consigliere senior, con tre capi del Comando Centrale militare americano dal 2003 al 2010.

Per l’intero percorso, cioè, poco glorioso e disgraziato dell’invasione e occupazione statunitense della Mesopotamia. Ed è stato l’esponente americano che più a lungo ha servito il suo paese in Iraq. Con un curriculum come il suo (attestato non solo da come i suoi consigli hanno ridotto la missione in Iraq e l’Iraq stesso, cioè dai risultati, ma anche dalla documentazione – ben 68 citazioni specifiche: non granché lusinghiere – che gli dedica Wikileaks (▬ https://search.wikileaks.org/search?q= ALI+KHEDERY) noi non lo sceglieremmo neanche per affidargli un portierato delle case popolari nel Bronx o a Ponte Lambro… Ma il fatto è che – anche se fosse mai vero – è proprio stupido lamentarsi di Machiavelli perché fa il Machiavelli: perché cerca di far scannare l’uno con l’altro i nemici che ha... Più intelligente sarebbe, casomai, a noi sembra  non costringerlo, per sopravvivere, a farlo.

A Gaza, l’offensiva che a metà agosto devasta ancora la striscia, stavolta è cominciata con la parte israeliana che aveva a disposizione una nuova dotazione di armamenti high-tech costruiti anche in loco ma spesso, come per la tecnologia della “cupola di ferro” antimissili, importata chiavi in mano dall’America; e con una rete di intelligence in tempo reale particolarmente efficiente, l’infiltrazione di decine e forse centinaia di proprie spie – in genere prezzolate – tra i palestinesi e con un forte, impaziente, appoggio di opinione interna a Netanyahu per arrivare a infliggere a Hamas una dura, e definitiva, lezione.

Ma, ancora una volta, le Forze armate di Israele sono state colte di sorpresa, da un attacco sferrato a partire da uno delle decine, forse centinaia di tunnels scavati e approntati nella striscia che hanno portato allo shock del tutto inaspettato non solo di due altri morti tra i soldati invasori ma anche di un prigioniero (pareva, anche se i soliti ipocriti chiamano ostaggio un israeliano catturato sul campo e prigioniero, invece, un palestinese: in realtà, poi, anche il prigioniero alla fine era, in effetti, morto)...

Sempre più evidente diventa il vecchio aforisma che vede uno degli eserciti più esperti e preparati del mondo, le Forze armate israeliane, ad aver predisposto secondo il modo di ragionare pedissequo degli Stati maggiori, piani sofisticati che al dunque si sono rivelati datati: pronti forse a combattere sempre la stesse vecchie guerre – quella su grande scala chiamata “Piombo fuso” contro lo stesso avversario di fine 2008 e quella più ridotta del 2012 che Israele chiamò “Pilastro difensivo” nel 2012 – contro avversari che, invece, hanno altrimenti preparato in modo adeguato e pratico la loro guerra di terra.

Israele sapeva bene, in effetti, dell’esistenza dei tunnels, ma non aveva idea che Hamas fosse addestrato a utilizzarli nel modo che gli esperti di Tel Aviv adesso chiamano di “un fronte a 360 gradi”. E, se nel corso di tutta la campagna di Gaza a cavallo di fine 2008-inizio 2009, Israele aveva subìto lo scotto di 10 soldati morti, 4 per “fuoco amico”; stavolta, a metà agosto, i soldati israeliani uccisi sono una settantina, Hamas ha ancora sui 4.000 razzi a disposizione e ne ha già sparati – questi con minore efficacia se non sul piano psicologico di massa – già almeno 2.500 contro Israele.

Sono morti, adesso, appena prima di fine agosto 2.122 palestinesi, la stragrande maggioranza dei quali civili, sollevando una reazione forte e via via più inasprita nel mondo alle scelte di Tel Aviv e la richiesta sempre più pressante a Israele di accettare una tregua senza condizioni a Gaza (cioè, adesso, sùbito, non a tunnels che comunque, gli israeliani esigono di avere il diritto di continuare a distruggere anche durante il cessate il fuoco: che è poi il motivo per cui Hamas non lo accetta mai, inteso in questo modo). E facendo anche, più o meno nello stesso periodo, stavolta almeno otto volte più morti di allora fra i soldati israeliani.

Certo, in carniere Tel Aviv ha messo l’eliminazione di centinaia di militanti di Hamas e ne ha fermati molti altri. Ma il comando militare e la leadership politica dell’organizzazione restano intatti. Sottoterra, spesso, ma perfettamente in grado di mantenere e sviluppare contatti e un’efficiente catena di comando. Le Forze armate israeliane, poi, non sono sembrate pronte a far fronte con efficacia a militanti armati disposti e in grado di attaccarle a sorpresa e ben addestrati all’uso di queste gallerie sotterranee: strumento di guerra il cui uso è noto almeno dalla guerra di Troia (probabilmente tra il 1194 e il 1184 a.C.) e usato tanto per entrare in quanto per uscire da ogni territorio assediato. Come è Gaza.

La differenza è che nel 2008 Hamas evitava gli scontri frontali con Tsahal/Tzva HaHagana LeYisra’el― le Forze di Difesa israeliane, l’esercito, immergendosi nell’ambiente sovraffollato della striscia. E oggi è pronta invece anche a ingaggiare il combattimento armato, con l’onnipotente esercito di Israele.

In definitiva, ormai a un mese e più dall’inizio della guerra e con alle spalle molti giorni di offensiva di terra, una vittoria conclusiva, cioè una sconfitta decisiva di Hamas, sembra eludere le capacità di Israele, anche conducendo una guerra senza risparmio contro l’obiettivo civile che è Gaza― città con una densità di quasi 10.000 abitanti per ognuno dei suoi 45 Km2, considerata e trattata tutta come  obiettivo militare. La questione, però, in realtà non è militare― fa osservare Yaakov Amidror, generale israeliano in pensione ma fino a novembre scorso consigliere per la sicurezza nazionale del governo. La questione è arrivare a capire quello che vuole Israele.

Portare a Gaza una tranquillità totale richiederebbe la capillare occupazione militare della striscia e una prolungata permanenza armata nel territorio, assumendone direttamente e praticamente la gestione. Cosa fatta per decenni in passato, prima di passare al blocco e all’assedio di stampo medievale da Israele, ma senza alcun successo (New York Times, 1.8.2014, I. Kershner, Hamas’s Shift to Tunnel Warfare Catches Israel by Surprise― La nuova tattica di guerra dei tunnels sotterranei ha preso Israele di sorpresa ▬ http://www.nytimes.com/2014/08/ 02/world/middleeast/an-old-playbook-leaves-israel-unready-for-ham ass-tunnel-war-.html). Ma, questo, Israele neanche solo economicamente ormai se lo potrebbe permettere. Però, anche se è improbabile, non è impossibile che ci provi ancora una volta...

●Il fatto, conclude il settimanale conservatore britannico Economist, tutto pur sbilanciato a suo favore è che, per Israele, un paese aperto all’esterno su un’idea di libertà” dalle assonanze occidentali anche se, inevitabilmente, con l’occupazione militare ormai perpetua anche di impronta coloniale e colonialista (New York Times, 4.8.2014, Ali Jarbawi, Israel’s colonialism must end Il colonialismo israeliano deve aver fine http://www.nytimes.com/2014/08/05/opinion/ali-jarbawi-israels-colonialism-must-end.ht ml?_r=0) sta avanzando “una delegittimazione che si va trasformando in una vera e propria minaccia strategica” per il suo stesso futuro.

Dopo Netanyahu che ormai, malgrado il successo di opinione, si sta sempre più chiudendo in un vicolo senza uscita possibile, ma proprio per Israele sta diventando – nelle parole di un istituto di studi politici  israeliano citato da The Economist, 1.8.2014, Israele – Winning the battle, loosing the war: For all its military might, Israel faces a grim future unless it can secure peace Vince in battaglia, ma perde la guerra: Con tutta la sua potenza militare, Israele ha davanti un futuro arcigno a meno di non riuscire a assicurarsi la pace http://www.economist. com/news/leaders/21610264-all-its-military-might-israel-faces-grim-future-unless-it-can-secure-peace-winning).

●Nella notte tra l’1 e il 2 agosto il gabinetto di sicurezza (ristretto) di Israele aveva deliberato un ritiro parziale di truppe di terra, in particolare dal centro della striscia di Gaza, mantenendo sempre però la campagna di bombardamenti dell’aviazione. Molte critiche alla destra più a destra del primo ministro: per aver frequentemente spostato gli obiettivi annunciati dell’operazione e per averla adesso parzialmente frenata senza aver obbligato i palestinesi ad alcun accordo.

Da parte dei comandi militari si è, invece, insistito nel far osservare come i ragazzi che segnalavano con le dita a V di vittoria il ritiro parziale in corso dei  micidiali carri armati Merkava Mark II almeno dal centro della città di Gaza mentre l’IDF continuava a martellare il centro della città, segnalavano che in ogni caso ormai la situazione a Gaza-città e in tutta la striscia è stata comunque drasticamente migliorata con il ridimensionamento – loro dicono – di Hamas. Che certo a 4.000 e più razzi in meno, ormai.

Ma, ammettono le stesse IDF, anonimamente, che altri tunnel saranno scavati da Gaza a Israele e che “comunque la striscia può cominciare a ricostruirsi, adesso o a breve, ripartendo da un punto più basso di quello da cui era stato costretto a ripartire il Libano nel 2006”. Ma non sembra aver imparato niente, l’esercito israeliano, dalle sorprese sgradite assai che anche questa vota la guerra di Hamas sembra avergli riservato... (Haaretz, 4.8.2014, Gili Cohen, Live Update – Day 27, Operation Protective Edge Giorno 27, aggiornamento in progress sull’operazione  Protective Edge http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1. 608548#!).

●Poi, alle 7 del mattino del 5 agosto, un’altra proposta – meno dettagliata delle precedenti – di cessate il fuoco avanzata dal Cairo, viene accettata. Stavolta, formalmente insieme, dalle forze palestinesi e da quelle di Israele: che dichiara di aver distrutto tutti i 32 tunnels, dice, che collegavano la striscia al territorio di Israele. In realtà, dichiara però di aver distrutto tutti quelli che ha trovato― ma non può escludere di non averli trovati proprio tutti...: cioè, non lo dice ma si riserva di ricominciare quando vuole.

E mentre annuncia di aver ritirato tutte le sue forze dal territorio di Gaza, tace di possibili nuovi raids aerei, Hamas si impegna a prendere parte a colloqui che puntino a una soluzione duratura di pace per la regione. Che tenga conto, però, anche delle proprie esigenze: sostanzialmente, della fine del blocco economico della striscia. Tutto francamente molto vago ma, sicuramente, anche meglio del tran-tran omicida di lanci di razzi, bombardamenti, assassinî più o meno mirati e attentati (New York Times, 5.8.2014, S. Erlanger e Ben Hubbard, Cease Fire in Gaza Begins as Israel Says It Pulls Troops A Gaza ha inizio il cessate il fuoco, mentre Israele dice di star ritirando le truppe http://www.nytimes.com/2014/08/06/world/middle east/israel-gaza-strip-conflict.html).

●Adesso, con l’intermediazione difficile dell’Egitto – che col suo nuovo dittatore militare pencola chiaramente per Israele contro Hamas e i palestinesi – comincia al Cairo un negoziato indiretto tra una squadra di interlocutori israeliani di alto profilo e un’altra che mette insieme alti esponenti di Hamas, Fatah e del gruppo armato della Jihad Islamica che anch’esso combatte a Gaza. Le posizioni negoziali di partenza delle due formazioni sono estremistiche e addirittura surreali:

• i palestinesi chiedono la ricostruzione da parte israeliana di Gaza, l’apertura di accessi terra-mare- aria per la striscia, il rilascio dei prigionieri e il diritto a riarmarsi delle forze palestinesi;

• Israele, da parte sua, vuole il disarmo completo delle forze palestinesi e il divieto loro imposto di riarmarsi comunque col diritto, riconosciuto, di continuare a bloccare la striscia. .

Gli egiziani hanno sùbito fatto sapere che non consentiranno – ma che significa? – a nessuno degli interlocutori – anche se formalmente nel testo della dichiarazione nominano solo Hamas – di trasmettere all’altro le sue richieste più estreme (The Daily Star, 6.8.2014, Israel-Hamas cease-fire sets stage for talks― Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas prepara lo scenario per i colloqui http://www.dailystar.com.lb/News/ Middle-East/2014/Aug-06/266212-israel-hamas-cease-fire-sets-stage-for-talks.ashx#axzz39bL8yNJX).

●Ma il solito pachiderma che si agita a Washington trova il modo di fare anche peggio. Il presidente Obama che governa quasi come Renzi – troppo spesso a forza di chiacchiere – sente il dovere di chiarire che lui sostiene sia la fine dell’assedio israeliano a Gaza, sia la fine al lancio di razzi palestinesi contro Israele. E fin qui, bene. Ma non in contemporanea: l’obiettivo “a breve termine”, spiega, deve essere la cessazione del lancio dei razzi palestinesi e, solo dopo, “a lungo termine”, si tratterà di togliere l’assedio a Gaza e riaprirne i confini (Stratfor, 7.8.2014, Palestinian Territories: U.S. President Says Gaza Cannot Remain Closed Off Territori palestinesi, il presidente americano afferma che Gaza non può restare un carcere [ma, prima, dice, bisogna che la smetta di reagire/agire contro chi la tiene sotto chiave...]    http://www.stratfor.com/situation-report/palestinian-territories-us-president-says-gaza-cannot-remain-closed#axzz39 nqV0i3t).

Dichiarazione per lo meno avventurosa, questa di Obama – sfuggitagli senza  che quasi ne avvertisse il clamoroso squilibrio: di questo, moralmente siamo sicuri; ma è peggio di una scusa, è un’irrilevanza― perché  ha convinto i negoziatori nei presupposti dai quali partivano che con questi mediatori andrebbe comunque bene a Israele e male ai loro avversari: condannando a morte la tregua prima ancora che potesse nei fatti neanche partire.

Così saltano anche le tregue di metà agosto e, dopo qualche giorno di sosta per raccogliere i morti,  quelle che seguono: Israele, al Cairo, dice no alla richiesta di Hamas di togliere l’assedio alla striscia e da Gaza ripartono attacchi di razzi a Israele e subito i conseguenti, cento volte più mortali, raids aerei immediati su Gaza già l’8 agosto mattina.

●C’è anche uno strano effetto collaterale, a Londra. La baronessa Sayeed Warsi, membro della Camera dei lords, è stata un altra “vittima” – ma per la sua stupidità, essenzialmente – di questa guerra di Gaza: la prima e unica, e per diverso tempo di sicuro anche ultima, ministra mussulmana del gabinetto conservatore britannico che ora, dimettendosi, anche se con settimane di ritardo, accusa il primo ministro di aver usato un “approccio e un linguaggio sulla crisi di Gaza moralmente del tutto indifendibile”.

Non ha osato neanche – fa rilevare Warsi, di famiglia molto ricca originaria del Pakistan – chiamare la reazione di Israele “sproporzionata”: il termine che stavolta hanno osato azzardare addirittura Unione europea e dipartimento di Stato (Obama in persona si è spinto anche un tantino più in là, a parlare del suo “crepacuore” di fronte alle sofferenze dei palestinesi... come se in esse la sua politica riluttante ma, nei fatti poi, compiacente con Netanyahu, non avesse niente a che fare) coi bombardamenti della città a densità di popolazione più alta al mondo da parte delle Forze armate di Israele.

Anzi, denuncia la Warsi, ha tenuto a dichiarare di non condividere proprio il giudizio del pur pusillo segretario generale del’ONU che distruggere a forza di bombe non uno ma più asili dell’ONU a Gaza, pur noti perché dal GPS debitamente segnalato, costituiva “un’abominevole decisione e un atto criminale”. Questo, ha concluso ribadendo un giudizio dal quale finora però non ha tratto le conseguenze, è “un paese che ha reso legittima è anzi perfino lodevole una vera e propria diffusione dell’islamofobia”.

Tutto lì, però: ancora non si è dimessa – e non lo farà... questione, in fondo e al dunque squisitamente di “classe” – dal partito ci cui a quel tritolo è stata perfino presidente (New York Times, 5.8.2014, A. Cowell, Muslim Minister Quits British Government to Protest Gaza Policies Ministra di religione islamica abbandona il gabinetto britannico per protesta verso la sua linea [condiscendente con Israele] su Gaza  ▬ http://www.nytimes.com/2014/08/06/world/europe/muslim-minister-quits-british-government-to-protest-gaza-policie s.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news &_r=0).

●Warsi segnala anche, utilmente per chi volesse prestare attenzione, un grosso rischio che potrebbe, e dovrebbe – anche pensando solo a se stessa – preoccupare molto anche Israele ma ancora non sembra farlo. Una delle conseguenze dell’operazione Orlatura di protezione è la carenza di acqua nella striscia di Gaza a causa degli attacchi aerei che hanno distrutto in pratica l’intero sistema idrico dell’area urbana del mondo a più alta densità di popolazione (circa 5.000 abitanti per Km2). Le conseguenze peggiori di questa situazione sono gli effetti sistemici che derivano dalla distruzione o dalla messa fuori uso degli impianti di produzione e distribuzione dell’energia elettrica che aziona il pompaggio necessario alla fornitura alla popolazione e alla refrigerazione indispensabile, tra l’altro, a medicinali e alla rete sanitaria per fatiscente che essa spesso anche sia.

Incombono, ormai, dopo oltre un mese, minacce di colera e di altre epidemie croniche che, come tali poi per loro natura si sa, non tengono gran conto di passaporti e visti, di muri, confini e neanche di carri armati e posti di blocco (l’on. Warsi fa riferimento a un Rapporto dell’OXFAM, 5.8.2014, Gaza on the brink of a major health crisis Gaza sull’orlo di una crisi sanitaria di grande portata http://reliefweb.int/sites/reliefw eb . int/files/resources/2014.pdf).

Ma non è affatto un pareggio                Lo sapevi che Israele dice di farlo a nome nostro!?   (vignette)

Tunnels distrutti!                                                    Gaza

Insieme a ogni ponte verso la pace!

Fonte: INYT, Patrick Chappatte, 1.8.2014              Fonte: Khalil Bendid, 7.8.2014

E mentre la stragrande maggioranza dei più di 2.000 morti palestinesi di questa guera sono civili – più di 500 di loro, proprio bambini – e 64 dei 68 morti israeliani sono soldati: l’ultima vittima di un razzo lanciato al solito a casaccio il 21 agosto da Gaza e precipitato su un kibbutz appena fuori della striscia, nel Negev, ha però ammazzato un bimbo di 4 anni: calcolatevela da voi, la percentuale... – vede sempre e solo Hamas che l’occidente bolla di terrorismo e non le Forze armate israeliane che possiedono, e se volessero potrebbero ben adoperare, la più sofisticata e avanzata tecnologia di puntamento coi loro arsenali di terra e dell’aria.

E’ questo – sembra anche a chi scrive, il fattore che secondo tanti amici di Israele e, Barukh atah Adonai Eloheinu― grazie a Dio, anche diversi israeliani – sta facendo perdere l’anima allo Stato ebraico. E’ questo – ammonisce una conservatrice come la Warsi: è lo star zitti su questo – che sta facendo perdere onore, faccia e futuro anche a tutto l’occidente... Che non ha neanche, più, l’onestà intellettuale di chiedersi quale sarebbe stata la reazione del mondo – la nostra – se numeri e tipologie dei morti, soldati e civili e bambini,  fossero stati qui rovesciati, tra palestinesi e israeliani.

Né abbiamo, e forse mai troveremo, l’onestà di riconoscere e chiedere perdono per come noi occidentali seminammo lì, uscendo dalla prima guerra mondiale – noi, Inghilterra, Francia e anche Italia: e malgrado gli strepiti contrari, di fatto anche l’America di Woodrow Wilson che accettò di lasciarli fare – le guerre e l’odio futuro – spartendoci fra di noi tutto il Nord Africa e il Medioriente...

●Vi proponiamo – riassumendolo per punti e appena sviluppati – dal sito in inglese di uno studioso israeliano famoso, Alon Ben-Meir, che insegna alla New York University relazioni internazionali e tiene un blog di grande interesse, mai banale ma sempre sensato, sforzandosi sempre di restare equilibrato – non facile, spesso – una riflessione intitolata, significativamente, La maledizione dell’occupazione(The Curse of the Occupation, 16.7.2014 ▬ http://www.alonben-meir.com/article/curse-occupation), sempre reso disponibile, dopo qualche giorno on-line, anche nel testo arabo ▬ http://www.alonben-meir.com/article/%d9%84%d8%b9%d9%86%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d8%a9-%d8%a7%d9%84%8%a% 8ad%d8%aa%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%80%d9%84%d8%a7%d9%84/?lang=ar).

Dove tenta di costringere tutti, ma soprattutto gli attori della tragedia, a riflettere a partire dalla natura di quell’esperienza che è l’arte, la storie e la vita dell’umanità intera  che è rappresentata dalla cosiddetta tragedia greca, del fatto che, inevitabilmente, senza un salto di discontinuità, sui tuti stanno andando alla catastrofe.

Riassumendo, dunque:

• L’occupazione agli occhi di molti israeliani è giustificata dalla violenza della controparte, specie quella che viene fuori da Gaza, controllata da Hamas rispetto alla calma relativa della Cisgiordania che, appunto, non è da Israele solo      assediata ma militarmente proprio occupata.

• In realtà, però, è la stessa occupazione la causa alla base ormai di un conflitto senza fine e del ripetersi delle deflagrazioni di cieca violenza tra Israele e Hamas.

• Israele afferma il diritto suo, come quello di ogni altro popolo, all’auto-difesa quando viene aggredita, ma è sua deliberata politica di governo e di governance quella di utilizzare ormai  l’occupazione come una copertura sempre più lisa all’espansionismo dei suoi che credono e vogliono imporre coi fatti la cosiddetta realtà della Grande Israele.

• Netanyahu, al Congresso statunitense, il 24.5.2011 parlava di Israele che ha diritto a tutta la terra che fu dei suoi padri: 4.000 anni fa già “vi introducevano già l’idea di un unico Dio” (la ragione,  poi, secondo molti storici, delle persecuzioni romane di ebrei e di cristiani secoli dopo per l’intolleranza in radice insita nel concetto stesso di unico...).

• E Naftali Bennett, il ministro dell’Economia nel 2012 ha proclamato che Eretz Israel―  la Terra di Israele, è roba degli ebrei e solo degli ebrei – tale e quale alla pretesa, dall’altra parte, di Hamas – e chiede apertamente l’annessione diretta e immediata a Israele della cosiddetta Area C: cioè, del 60% della Cisgiordania.

• Ecco dove e perché è fallita ogni prospettiva, ogni vaga speranza anche di dar vita a uno Stato palestinese accanto a Israele, e ogni piano anche il più vicino alle sensibilità israeliane come quello americano della soluzione di due Stati per due popoli.

• Negare che Israele sia una potenza militarmente occupante – l’unica ormai “tollerata” dal mondo civile nel dopoguerra e da cinquant’anni – è il massimo dell’ipocrisia, checché se ne dica...

• Ma, e soprattutto, per sua natura e a prescindere dalla diatriba su torti e ragioni storici e di diritto, un’occupazione militare erode e alla lunga distrugge i “valori morali” degli e tra gli occupanti perché comporta la violazione dei diritti umani degli occupati con un’impunità pressoché totale. Dove il blocco e l’assedio militare di Gaza è forse anche peggio dell’occupazione militare della Cisgiordania.

• Rilancia in continuazione ed esaspera odio, rancore e risentimento, incoraggiando una resistenza violenta contro il blocco e contro l’occupazione e il rifiuto di Israele da parte di Hamas. Che, a sua volta, fornisce a Israele la scusa e alimenta la logica perversa dell’assedio e dell’occupazione.

• E ecco la spiegazione razionale del comportamento di Netanyahu: non vuole affatto distruggere Hamas, vuole controllarne la  militanza degradandola di tanto in tanto, ogni tanti anni, come capacità militare e distruggendone progressivamente gran parte delle infrastrutture appena le iniziano a ricostruire.

• Adesso, prima o poi come si dice, tra qualche giorno o qualche settimana, Israele e Hamas concorderanno su una tregua precaria e un ancor più precario cessate il fuoco che continuerà a durare finché servirà gli interessi immediati degli uni e degli altri: il livello di intransigenza da riaffermare e consolidare di Israele e quello della militanza da indurire e estremizzare di Hamas.

• In sostanza ed in sintesi, l’occupazione militare è un maledizione che disumanizza sia l’occupato che l’occupante e si scontra frontalmente coi requisiti minimi di rispetto dei diritti umani e che postula ormai un’iniziativa di sblocco da parte di chi meglio se lo può consentire: il più forte,e quello che in questa situazione ha anche le ragioni più deboli.

●A metà agosto emerge – ma nessuno sa davvero quanto sia vero e quanto sia falso – su denuncia dello Shin Bet, il servizio di intelligence per gli affari interni dello Stato di Israele (nome ufficiale Shabak (in ebraico, שב"כ― ascolta, acronimo di שירות ביטחון כלל'― Shérūt haBītāhōn haKlālī―  Servizio di sicurezza generale, le cui due prime iniziali ebraiche originano proprio l’espressione Shin Bet – che, con credibilità in tutta evidenza non proprio disinteressata, ha annunciato il 18 agosto di aver arrestato 93 militanti di Hamas colpevoli di complottare contro le autorità dell’ANP in Cisgiordania.

Possibile? sì; probabile, un po’ meno visto che ormai i palestinesi stanno lavorando a, e con un, governo unitario, insieme di Fatah e Hamas e che Israele ha tutto l’interesse e l’intenzione di “spaccare” continuando a renderlo impossibile con ogni mezzo... Il  complotto, dice il direttore dello Shin Bet, Yoram Cohen, ora, è stato organizzato dall’ala oltremare di Hamas a Istanbul e prevedereva l’infiltrazione a lungo termine di suoi militanti nei quadri di Fatah (embé? verrebbe normale di dire...) e di destabilizzare, per prendere il potere scalzandolo, anche in Cisgiordania con una campagna di omicidi di massa (come se ai palestinesi occupati e assediati là mancassero, esecuzioni e omicidi)...

Naturalmente si tratta di un golpe che non c’è stato ma che sicuramente avrebbe potuto e, dice Israele, avrebbe dovuto esserci e, pur cautamente parlando di una possibile provocazione, contro tutti i palestinesi, il presidente dell’Autorità e dello Stato di Palestina Mahmoud Abbas. Come attesta che più chiaro è impossibile l’agenzia, mai ufficialmente ma informalmente e notoriamente più vicina di ogni altra al Pentagono le immagini rese pubbliche dallo Shin Bet di armamenti sequestrati e catturati dai complottisti di Hamas dando peso all’ipotesi di un vero complotto... “sempre che gli israeliani non se li siano del tutto inventati”― fabricated, scrive (NightWatch, 18.8.2014, Shin Bet and Hamas plot Lo Shin Bet e il complotto di Hamas http://www.kforcegov.com/Services/IS/ NightWatch/NightWatch_14000174.aspx).

E’ un fatto che, in ogni caso, come sottolinea NightWatch, Hamas ha un appoggio significativo anche in Cisgiordania e non solo a Gaza, dove malgrado certi tratti spietati del suo fare la guerra a Israele e di imporre la sicurezza sul territorio e le deficienze sue organizzativo-gestionali, idi governo del giorno per giorno molti scommettono che, in una corsa elettorale pulita e onesta con Fatah, potrebbe ancora e sempre uscirne vincente.

L’operazione israeliana a Gaza ha in effetti registrato in tutta la Cisgiordania una serie di manifestazioni duramente represse dall’occupazione militare israeliana a sostegno degli ackî― i Fratelli di Gaza e di Hamas. In ogni caso, al momento, a fine agosto sembra di poter concludere, sintetizzando, che le due parti non appaiono decise a una ripresa a tutta scala delle ostilità. Hamas insiste sulla cessazione del blocco e l’apertura di un aeroporto e di un porto nella striscia e Israele sul disarmo a priori di Hamas. E siamo lì, impantanati (The Economist, 22.8.2014).

●Poi, con un colpo di reni, il 26 sera, al Cairo viene raggiunto un accordo che, stavolta, potrebbe anche tenere. Dopo ben 51 giorni di guerra, con un conteggio macabro e forse definitivo dei morti di 71 israeliani (tra gli ultimissimi due civili di un kibbutz) e 2.200 palestinesi― dieci più, dieci meno, tanto per quello che contano...: con un rapporto che resta quello, a circa 1 contro 31.

Prevede subito l’apertura di valichi a Gaza per consentirle l’arrivo di rifornimenti e la cessazione, insieme e non uno prima e gli altri dopo, del lancio di razzi su Israele e dei raids sulla striscia. Il resto – l’apertura di porto e aeroporto a Gaza, la chiusura dei tunnels, una cessazione permanente delle ostilità – è affidato alla ripresa rapida di negoziati sempre attraverso l’intermediario egiziano per arrivare non alla pace – non sia mai ! – ma una tregua permanente sì...

Hamas celebra l’evento come se fosse una sua grande vittoria – e certo per i milioni di abitanti della striscia la riapertura dei valichi in entrata e in uscita dalla città assediata lo è – ma come sempre sarà poi tutto da vedere. Perché, per necessario e alla fine da tutti e due i contendenti subìto/accettato, questo cessate il fuoco non risolve nessuno dei problemi di fondo. Ma almeno non pretende più di mascherarli col sangue dei giovani soldati di Israele, di quelli di Hamas e dei bimbi di Gaza.

Ma, a fronte della vittoria conclamata, c’è anche spesso anche un genuino sentimento di aver vinto, ci sono una montagna di fatti che proclamano un costo esorbitante per consentire a chiunque di poter parlare davvero di vittoria. Fra 1/4 e 1/3 della città di Gaza, e di parecchi agglomerati urbani della striscia, sono ridotti a macerie. Più di 2.200 palestinesi sono morti e 10.000 sono rimasti seriamente feriti. Più di altri 300.000 abitanti di Gaza sono adesso senza casa, secondo i conti fatti dall’UNHR dell’ONU.

Il costo di infrastrutture e di danni all’edilizia non abitativa di Gaza ammonta a oltre 5 miliardi di $, ma una ricostruzione costerà alla fine molto di più. Manca la corrente elettrica e manca l’acqua potabile. La gente rischia davvero la diffusione di colera e altre infezioni dopo la distruzione pressoché totale del sistema di sanità pubblica. E Hamas è in bancarotta, dipendendo ormai quasi completamente e solo dagli aiuti del Qatar.

Sono fatti che pressoché dovunque porterebbero nel mondo a parlare di una sconfitta. Ma qui siamo in Medioriente e quello che appare non è quasi mai tutto quello che è. Qui l’idea è che, alla fine, Hamas sia effettivamente riuscita almeno a far togliere parte del blocco e dell’assedio riaprendo diversi valichi...

Questa tregua somiglia da vicino a quella, certo imperfetta, ma durata una ventina di mesi che a inizio 2012 mise fine al conflitto su vasta scala tra Hamas e Israele (Deutsche Welle, 26.8.2014, Egypt announces agreement on long term Gaza truce L’Egitto annuncia un accordo per una tregua a lungo termine a Gaza http://www.dw.de/egypt-announces-agreement-on-long-term-gaza-truce/a-17880373; e  Times of Israel, 26.8.2014, Ricky Ben-David, U.S. comes out in favor of open-ended truce agreement Gli USA si dichiarano favorevoli a un accordo di  tregua senza scadenza predeterminata http://www.timesofisrael.com/day-50-hamas-confirms-talk-of-new-truce-rockets-from-lebanon-fired-at-galilee-idf-hits-back); e ancora New York Times, 26.8.2014, Fares Akram e J. Rudoren, Hamas and Israel Agree to Extended Gaza Cease-Fire― Hamas e Israele concordano su un cessate il fuoco a lungo termine a Gaza http://www.nytimes.com/2014/08/27/world/middleeast/israel-gaza-strip-conflict.html?_r=0).

Il capo di stato maggiore delle IDF, le Forze di Difesa, le forze armate israeliane, Benny Gantz, ha – avrebbe... – rivelato di aver saputo da un informatore vicino a Hamas che sarebbe stato direttamente stavolta il capo politico dell’organizzazione, Khaled Mesh’al, in un incontro a Doha con Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, e con l’emiro del Qatar, sceicco Tamim Ben Hamad Al-Thani, l’unico dei sovrani del Golfo che oggi lo appoggi e niente affatto l’Egitto al Cairo, a portare alla conclusione della preannunciata tregua senza scadenze.

●Con il tempismo che sono sempre in grado di decidere loro, pagandone il prezzo, i ribelli siriani, compresi gruppi di combattenti del Fronte al-Nusra di obbedienza al-Qaedista, hanno preso il controllo di un posto di confine sulle alture del Golan dopo essersi scontrati con truppe del governo di Assad. Ora, la cattura di posti di confine è sempre simbolica, raramente pratica e in Siria sono strutture poco difendibili. Lo sono sempre per definizione, specie alla periferia di un paese già destabilizzato da una guerra in corso e ancora di più stretto com’è da un nemico come Israele.

Insomma, per definizione, i posti di confine funzionano in tempo di pace. In  una contingenza di guerra servono sì e no a dare l’allarme e non altro. Gli islamisti hanno, dunque, scelto di sprecare risorse e energia e farsi bersaglio per strappare una “vittoria” che resta magari simbolica ma che proprio per questo per loro è importante. Gli aerei siriani, in un paese perfettamente avvertito della potenza dei simboli, hanno perciò subito preso a martellare di bombe il posto di confine in questione.

Che al-Nasra aveva catturato provocando una decina di morti e, dopo un solo colpo appena fuori misura, lo sconfinamento dello scontro che voleva anche con Israele (Haaretz/TelAviv, 27.8.2014, J. Koury e Gili Cohen, IDF fires at Syria army position after officer wounded by errant fire― Le Forze di difesa di Israele sparano contro postazioni dell’esercfito siriano dopo il ferimento di un ufficiale a causa di un colpo vagante http://www.haaretz.com/news/ diplomacy-defense/.premium-1.612717).

I militanti islamisti siriani che hanno conquistato il posto di frontiera a Kuneitra, sul Golan, strappandolo alle truppe regolari di Assad, hanno anche catturato 47 caschi blu dell’ONU del contingente delle Isole Figi e ne hanno bloccati 81 delle Filipp. E’ un numero signifativo che costringe ora l’ONU a trattare. Confermando che i caschi blu posono forse mantenere una pace precaria, se c’é, ma non certo imporsi su un fronte di guerra dove, spesso non sono neanche in grado poi di difendersi e sono anche costretti a cedere il passo a militanti dotati per lo più di armamento leggero ma dotati di spirito di sacrificio e incuranti di sacrificare alla bisogna se stessi. Mentre i caschi blu sono smee legati a regole di condota strette e severe e possomo aspirare a qualcoxa di più che la resa solo se e quando il loro comando in loco ecceda violando gli ordini i confini del proprio mandato.

●Il tema del come atteggiarsi degli altri arabi rispetto a Hamas, filiazione della Fratellanza mussulmana dall’Egitto a tutta la regione,  è uno dei nodi che vengono dibattuti, senza arrivare però a una visione comune, adesso ad esempio tra il Qatar e gli altri Stati del Golfo Persico e, poi, con maggior omogeneità tra i partecipanti invece, a Abu Dhabi, la capitale degli Emirati. Una delegazione saudita guidata dal ministro degli Esteri Saud al-Faisal, dal capo dei servizi segreti Khalid Bin Bandar e dal ministro degli Interni e della sicurezza, principe Mohammed bin Nayef, è giunta negli Emirati, infatti, il 28 agosto. Qui si è incontrata col principe ereditario Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, dopo la più burrascosa  visita in Qatar (Asharq al-Awsat―ll Medioriente/Londra, Saudi delegation concludes “last-minute diplomacy” tour in Abu Dhabi Delegazione saudita conclude un giro diplomatico dell’ultimo minuto a Abu Dhabi http://www.aawsat.net/2014/08/article55336011).

●Per chiudere la parte di queste note relativa al processo decisionale che, tra avanzate ed arretramenti anche in contraddizione forte ha, alla fine, portato ai vertici di Hamas al sì alla tregua, a ordinare ai suoi, scavalcando molte obiezioni, l’accettazione del compromesso pare sia stato stavolta  personalmente, Khaled Mesh’al citando – secondo quanto ha riportato alquantoalunt  meravigliato il gen. Gantz, che però dimostrava di crederci – addirittura Federico II di Prussia, secondo il quale “in guerra il vero peccato mortale non è di prendere decisioni sbagliate ma di non prendere decisioni”... E lui stavolta l’ha presa. Probabilmente, dice sempre Gantz, è un apocrifo. Ma anche credibile, conoscendo un poco Mesh’al...

In conclusione, sempre purtroppo temporanea e sempre purtroppo grondante lacrime e sangue, ci fatto una forte impressione per l’onestà intellettuale con cui l’A., dando ragione a Netanyahu gli pone una domanda cruciale, e niente affatto retorica come invece era la sua. Il primo ministro di Israele asseriva all’inizio della guerra di Gaza, e Shlomo Sand[2], lo cita (v. a fondo pagina l’indicazione, dove esistano, delle edizioni italiane). “‘Nessuno Stato normale può accettare di essere fatto bersaglio del lancio di razzi. E aveva assolutamente ragione, Netanyahu. Anche se sarebbe stato necessario ricordare al primo ministro di Israele che nessuno Stato normale può neanche accettare che nella sua capitale, la capitale del popolo ebraico, un terzo degli abitanti sia privato della propria sovranità e senza diritti democratici. In modo analogo, ci sono pochi Stati al mondo che come questo rifiutino per anni con ostinazione di definire i propri confini definitivi nella speranza, malamente celata, di espanderli ancora. Non è che, chi sa mai, esista un collegamento fra tutto questo e il carattere ‘anormale’ di Israele?”. Già...

Chi scrive così è Shlomo Sand, citato dalla traduzione in francese fatta dall’originale ebraico (Mediapart, 20.8.2014, Les muses et la mort Le muse e la morte http://blogs.mediapart.fr/edition/les-invites-de-mediapart/article/200814/les-muses-et-la-mort). E conclude che ogni israeliano sano di mente dovrebbe riflettere sul fatto che “in mancanza di una soluzione equa, i fantasmi di migliaia di donne, di bimbi e di vegliardi, discendenti dei rifugiati del 1948, erranti tra le case in macerie di questa estate del 2014, continueranno a nutrire odio ancora per un tempo assai lungo”.

●A corollario del conflitto di Gaza, la Banca centrale di Israele ha sorpreso i mercati – tutto sommato piuttosto ristretti che al paese interessano e si interessano – tagliando il tasso di sconto di riferimento di 1/4 di punto percentuale, al più basso livello di sempre (già raggiunto solo un mese fa). Già prima del conflitto l’economia era considerata infatti in frenata ma la Banca pensa adesso che i suoi effetti, specie sul turismo, il 7% del PIL, “dureranno relativamente a lungo (The Economist, 29.8.2014, Israel’s economy – Shekeled and bound L’economia di Israele – Riempita di e incatenata agli shekels ▬ http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21614169-strong-shekel-hurting-israels-economy -more-conflict).

●Intanto, mentre l’ultima emergenza – come è nella natura umana stessa – scaccia la penultima dalla ribalta dei media, dall’attenzione e dalle preoccupazioni di opinioni pubbliche sempre, e comunque, per forza di cose distratte e sempre adeguatamente montate a vedere e sentire quel che lor signori vogliono che vedano e sentano, l’Iran ha dato inizio alle modifiche che, in base all’ultima versione dell’accordo ad interim concluso a Ginevra in sede ONU nel vertice coi P5+1 in cambio dell’allentamento di parte delle sanzioni, devono limitare nel reattore di Arak a 250 Km. da Teheran, nelle montagne vicine a Qom e Esfahan, la quantità prodotta di plutonio potenzialmente utilizzabile come combustibile anche per armi nucleari.

E’ una delle preoccupazioni maggiori avanzate in quella sede sia da quanti, l’occidente in genere, non vorrebbero neanche riconoscere a Teheran il diritto di qualsiasi paese aderente al Trattato di non proliferazione nucleare a produrre energia atomica sia da quanti – come Russia e Cina glielo riconoscono ma vogliono sentirsi garantiti della natura civile, non militare, della produzione. E, adesso, annuncia il capo del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Saleh, il paese sta onorando l’impegno.

Israele protesta perché alla buona fede dell’Iran non ha mai creduto ma, come paese dotato di fior di bombe atomiche e neanche aderente al Trattato, ha strillato troppo forse e troppe volte il suo al lupo al lupo per non rischiare di non essere più neanche ascoltata (An  Nahar Il mattino/Kuwait, 27.8.2014, Iran talks set to get off on right foot with EU chief after Akar reactor has plutonium output capped I colloqui con l’incaricata della UE riprendono col piede giusto dopo che il reattore di Araq trova un limite alla produzione di plutonio http://en.annahar.com/article/165167-iran-talks-set-to-get-off-on-right-foot-oot-with-eu-chief-after-akar-reactor-has).

Ma come sembra inevitabile, tanto a Washington come a Teheran, non c’è accordo su come trattare la questione. E, adesso, tocca ai falchi americani cercare di sabotare l’abbozzo di intesa raggiunta rilanciando dal dipartimento del Tesoro e quasi di straforo, distratta com’è la Casa Bianca tra decapitazioni dell’IS annunciate e invasioni possibili o fantasiose, chi sa, ma pur sempre credibili ,ai confini della Russia europea, una serie di nuiove sanzioni, più che altro irritanti, su individui e agenzie e enti iraniani per il ruolo che hanno nel programma nucleare iraniano.

Di fatto, i colloqui di Ginevra hanno portato alla luce sia le divisioni che ci sono a Teheran nel merito tra le diverse fazioni sia quelle che, sempre tra le fazioni diverse confliggono a Washington― i neo-cons residui ma che contano ancora allo State Dept, gli internazionalisti della scuola wilsonian-trumaniana interventista a fin di bene a cavallo delle due guerre mondiali, i nostalgici tout-court della guerra fredda, i realisti, le colombe... e quant’altri . E queste resistenze, sorde quanto tenaci, complicano tutto...

E, alla fine, è in prima persona Rouhani, il premier chiamato metà seriamente e metà per attaccarlo lo “sceicco diplomatico” – o meglio così improbabilmente, perché “sceicco” è un titolo arabo e non iraniano..., dice il giornale che passa per essere puntigliosamente preciso – decide di andare lui stesso all’attacco: non c’è niente da fare, proclama, degli USA non ci si può mai fidare perché sempre, se Kerry ti dice che sì, c’è un McCain che dice di no, se Obama dà a intendere che si può fare, qualcun altro si oppone e blocca tutto.

Quando, poi, non è lo stesso Obama che ci ripensa. Non è neanche inaffidabilità. È la natura dell’America, questa continua incertezza e variabilità (New York Times, 30.8.2014, T. Erdbrink, Facing Hard-Liners and Sanctions, Iran’s Leader Toughens Talk Facendo fronte a falchi e sanzioni,il presidente dell’Iran parla duro http://www.nytimes. com/2014/08/31/world/middleeast/iran.html?_r=0). E’ per questo, spiega, che “la nostra gente degli americani non si fida,per cui sarebbe meglio si decidessero a fare qualcosa capace di ricostruire per il futuro qualche po’ di fiducia. Ma, sfortunatamente, mosse come quelle che vedono tutti i P5+1 dire con noi di sì e poi, loro da soli, affibbiarci nuove sanzioni, non fanno che approfondire la sfiducia”.

uesto spiaga

nel resto dell’Africa

●I ribelli estremisti islamisti, anche in Repubblica centro-africana, dove loro si contrappongono con uguale ferocia e detta da antichissimi settarismi tribali, bande e gruppi di ribelli estremisti “cristiani”, hanno attaccato subito dopo metà agosto più di una trentina di civili: sparati, torturati, impiccati e ammazzati a bastonate. Intendevano, hanno detto ad alcuni “spettatori”, ripulire otto villaggi dove dovrebbero a metà settembre arrivare le truppe della missione di pace che l’ONU ha – avrebbe: va discusso e deciso chi paga, alla fine...  – deciso di dislocarvi.

Le missioni estere militari che già sono nel paese, quella francese e quella dell’Organizzazione per l’Unità Africana, sono riuscite in effetti a “proteggere” Bangui, la capitale, ma non a frenare e tanto meno a fermare gli assassinî da parte di miliziani islamisti e cristiani.

●In Mali, sono rimasti uccisi due caschi blu e sette sono stati feriti in un attentato suicida a Ber,  nel nord del paese. E l’ONU ha, come di prammatica, deplorato l’attacco: il terzo in una settimana. Con un totale di cinque morti dalla parte delle “truppe di pace “ (ossimoro, però...).  Al momento sono 9.300 i soldati e le forze di polizia arrivati a pattugliare il Mali da diversi paesi africani col complemento di 700 professionisti (medici, ingegneri, consiglieri) civili.

La quantità di forze militari internazionali autorizzata dall’ONU è, al momento, di 12.400 tra soldati e poliziotti. Anche qui, come in Repubblica centro-africana, la missione dell’ONU ha stabilizzato per così dire la situazione generale di sicurezza ma i continui attentati sono un permanente richiamo al fatto che terroristi e militanti islamisti costituiscono una minaccia crescente alla sicurezza locale (Irish Sun, 20.8.2014, Welcoming political progress, UN envoy warns of dire humanitarian situation in C-AR and Mali Salutando i progressi politici, l’inviato dell’ONU avverte della paurosa situazione umanitaria che avanza nella RC-A e in Mali http://www.irishsun.com/index.php/sid/224901313/scat/b8de8e630faf3631).

●In Liberia, la capitale, Monrovia, ha visto bloccare tutto un circondario di decine di migliaia di persone da polizia e anche esercito che tentavano di sigillarne uscita e entrata cercando di contenere il temuto contagio della pandemia di ebola. Ma gli sforzi mirati a identificare e mettere in quarantena chi ne fosse stato infettato, con i casi sospetti concentrati soprattutto nel quartiere particolarmente povero di West Point, non hanno avuto successo. La gente impaurita e disperata ha  eretto e abbattuto barricate e, nel tentativo di chiudere il quartiere intero le forze di polizia hsnno utilizzato cavalli di frisia, filo spinato, lancio di urticanti, lacrimogeni e anche proiettili veri e propri.

La questione è anche complicata e tragica per i sopravvissuti (l’ebola non ammazza inesorabilmente tutti gli infettati, risultando mortale però anche nel 60-80% dei casi. Ma con poche eccezioni quando provano a rientrare nel mondo normale dei viventi, si vedono respingere o accogliere con sospetto, paura o reazioni anche peggiori dal vicinato. La rivolta di piazza e la diffusione del virus ormai a livello di una regione dell’Africa centro-occidentale quasi intera – Guinea, Sierra Leone, Liberia, anche Senegal e Nigeria: e, adesso, proprio a fine agosto, pure in Congo, l’ex Congo belga – registra già il numero più elevato di casi dal 1976 quando l’infezione emorragica più letale di sempre venne identificata per la prima volta a Ebola, un villaggio proprio della Repubblica democratica del Congo.

Il contenimento di un virus come l’ebola che si manifesta come una violentissima febbre emorragica  trasmessa per contatto diretto attraverso ferite della pelle o mucose, col sangue o altri fluidi secrezioni corporee (feci, urine, saliva, sperma) di primati (scimmie e persone) infette è particolarmente difficile in ambienti affollati come i quartieri urbani più diseredati e il tentativo stesso delle autorità di contenere i malati entro una cerchia urbana ristretta ha causato la rivolta di chi avrebbe così dovuto essere contenuto, restando però anche “prigioniero”.

● L’ebola e il riassunto di tutte le nostre speranze e le nostre paure... (vignetta)

Ebola: tasso di mortalità 60% (CDC-Centro di controllo delle malattie infettive)

“Siamo... fiduciosi.. . che... l’ebola... non... sia... nulla... di... cui... doversi... preoccupare” ......

Fonte: The Federalist Papers, Steve Straub, 5.8.2014

La Liberia al momento, a metà agosto, conta già 576 dei 1.350 decessi verificati nei quattro paesi dell’Africa occidentale finora interessati e sta sperimentando il collasso di un sistema di sanità pubblica già molto fragile, sopraffatto dall’impossibilità di far fronte in queste condizioni a esigenze  gravissime ma più di routine che, nelle strutture esistenti, restano insoddisfatte.

E’ un’emergenza gravissima dentro un’altra emergenza gravissima”, dicono chiaro i sanitari dell’ONG Mèdecins sans frontières, sottolineando come nei fatti vengono così emarginate le cure per la malaria infantile e ogni prevenzione delle malattie che colpiscono le donne incinte ((New York Times, 20.8.2014, Norimitsu Onishi, Clashes Erupt as Liberia Imposes Quarantine to Curb Ebola Scoppiano scontri per l’imposizione della quarantena contro l’ebola da parte del governo della Liberia http://www.nytimes.com/2014/08/21/ world/ africa/ebola-outbreak-liberia-quarantine.html).

E dice proprio a fine mese l’Organizzazione mondiale della sanità, pur attenta a non diffondere allarmi particolari, ritiene che la diffusione dell’infezione si va espandendo in tutta l’Africa occidentale, dove si contano ormai 1.552 morti e che, prima di bloccarla, potrebbe arrivare a oltre 20.000 (Guardian, 28.8.2014, L. O’Carroll, Ebola cases in West Africa could rise to 20.000, says WHO ▬ http://www.theguardian.com/society/2014/aug/28/ebola-cases-rise-20000-world-health-organisation-west-africa-death-toll).  

in America latina

●Sapendo che la mossa è probabilmente inutile, il governo dell’Argentina ha avanzato comunqu3 un reclamo formale alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja contro gli Stati Uniti accusando il tribunale di New York di aver violato la propria sovranità quando ha cominciato a impicciarsi del debito sovrano di Buenos Aires a partire dal 2012. Altre, infatti, e non quelle di ogni singola nazione erano le vie dei ricorsi possibili previste nei contratti stipulati tra creditori e debitore.

Ma è una mossa praticamente inutile perché, mentre da sempre gli USA pretendono di dettare le proprie regole agli altri, nessun tribunale americano – se non lo decide da sé – accetta la giurisdizione di un altro paese e tanto meno di un tribunale internazionale... Buenos Aires ha voluto, però, così fissare il punto e denunciare uno stato delle cose che considera inaccettabile di uno stato di diritto ineguale tra contraenti, al livello di Stati, entrambi invece in diritto sovrani (First online, 8.8.2014, L’Argentina denuncia gli USA alla Corte internazionale dell’Aja http://www.firstonline.info/a/2014/08/ 07/largentina-denuncia-gli-usa-alla-corte-internazion/998a539b-24f8-4a25-a7a3-425d25a4dfb3).

Papa Francesco ha tolto la scomunica a divinis e il divieto di celebrare la messa che, qualche decennio or sono, sotto il papato anti-comunista militante di papa Wojtiła – che assolveva chi si ribellava ai tiranni comunisti ma solo a loro – aveva colpito, con altri sacerdoti della cosiddetta teologia della liberazione, anche padre Miguel d’Escoto Brockmann, missionario della congregazione religiosa statunitense di Maryknoll per l’appoggio dichiarato al governo sandinista del Nicaragua – ne è stato anche ministro degli Esteri per quasi 11 anni, presiedendo anche per uno, contro la volontà dichiarata ma impotente degli Stati Uniti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Padre Miguel d’Escoto aveva dato, e mai rinnegato – anzi – il suo appoggio dichiarato alla rivoluzione sandinista del Nicaragua che rovesciò, con le armi e facendo appello esplicito alla dottrina cattolica (Tommaso d’Aquino) del diritto alla ribellione contro il tiranno, la dittatura servo-reaganiana di Anastasio Somoza (Il Messaggero, 9.8.2014, Padre Miguel d'Escoto Brockmann torna a celebrare messa: Papa Francesco revoca la sospensione a divinis ▬ http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/VATICANO/ papa_francesco_padre_sansinista_sandinista_sospensione_a_divinis/notizie/831971.shtml).

Ora potrebbe finalmente anche aprirsi, per essere portato avanti fino alla fine – alla canonizzazione: del resto ci hanno portato Woitiła, no?... – anche il processo canonico per elevare, come dicono, agli onori degli altari, la “voz de los que no tienen voz”, il vescovo e martire di San Salvador Óscar Arnulfo Romero, ammazzato nel 1980 mentre celebrava la messa sull’altare della cattedrale da scherani della dittatura militare al potere sempre agli ordini, poi è stato accertato nei tribunali statunitensi, degli Stati Uniti.

Allora era al governo Jimmy Carter, ma già non contava più niente, dopo la crisi degli ostaggi americani sequestrati all’ambasciata di Teheran anche per la sua stolta decisione “umanitaria” di dar asilo allo shah dell’Iran costretto a fuggire dalla rivoluzione. Ora è stato Francesco in persona, tornando dalla Corea a dire che lui è favorevole (in fondo, si tratta di interpretazione: “ucciso per odio della fede”, secondo Francesco, di come Romero la interpretava in favore dei poveri e degli oppressi; o in odio alla sua critica della giunta militare, per ragioni politiche, dicono quei sepolcri imbiancati che gli sono succeduti, nominati da Roma, e sempre gli si sono opposti nella gerarchia salvadoregna... trovando proprio a Roma, con qui conservatori politici tradizionalisti di Woytiła e Ratzinger, sempre ascolto: ma oggi, pare proprio, non più – New York Times, 19.8.2014, G. Palumbo e D. Cave, An Obstacle to Honoring an Archbishop Is Removed Rimosso [in Vaticano] un ostacolo per onorare un arcivescovo http://www.nytimes.com/2014/08/20/world/americas/ catholic-ban-on-honoring-archbishop-is-removed.html).

●Bisognerà ora star molto attenti a non sbagliare celebrando, a sinistra, il papa come uno dei “nostri”. Ma Bergoglio non è affatto un marxista né sta cercando di “resuscitare” la teologia della liberazione. Ma è assolutamente deciso a difendere e promuovere una visione molto molto critica del capitalismo, dei suoi valori che non sono tali e delle sue priorità che sono tutte sbagliate. In nome di quelli che considera i valori e le priorità che ai cristiani impone il Vangelo.

Francesco ha parlato della “necessità di gettare in aria e rovesciare la frittata del cambiamento”: punta a una “Chiesa povera e per i poveri”. Ma non è, la sua, la riabilitazione della teologia della liberazione. Romero stesso non era un teologo della liberazione ma piuttosto un “conservatore” sempre aperto all’innovazione in materia teologica e pastorale alla Giovanni XIII: orripilato dalla selvaggia sete di sangue della giunta salvadoregna e dei suoi padroni yankees.

E non è un marxista, Francesco. Ha parlato spesso con affetto e anche con amore dei suoi amici marxisti ma se ha alcun senso cercare di etichettarlo in qualche modo politicamente è, forse, come  un “peronista”. Che appunto però in termini europei, e non strettamente argentini, è una categoria senza senso e senza significato e, dunque, non lo infastidirebbe poi più di tanto. E la cosa forse più importante che ormai ci conferma questo cambio è che, in futuro, la visione della Chiesa cattolica sarà sempre meno definita da alcuna corrente intellettuale di stampo europeo― e ancor meno di origine nord-americana.

●Maria Osmarina Vaz de Lima – Marina Silva, 56enne figlia d’una coppia mista di raccoglitori di gomma del Rio delle Amazzoni, attivista ambientalista diventata famosa per aver respinto con forza compromessi in politica, cristiano-evangelica (che potrebbe anche succedere dopo un presidente di sinistra cattolico come Lula, una di sinistra agnostica come Dilma, una adesso di sinistra protestante evangelica, della forte componente in ascesa e spesso in polemica con una gerarchia cattolica molto cauta nella società brasiliana) e già ministro dell’Ambiente sotto la prima presidenza di Lula – si è assicurata la designazione del Partito socialista/PSB alla presidenza della Repubblica del Brasile, rimpiazzando Eduardo Campos, perito in un disastro aereo nel corso della campagna elettorale per il voto del 5 ottobre.

I sondaggi indicano che avrebbe il sostegno popolare per sfidare la presidente Dilma Rousseff, del partito dei lavoratori/PT che era stata a capo dello staff di Lula alla presidenza prima di diventare lei stessa presidente del Brasile. Dilma, negli anni ’70 e sotto la dittatura dei militari venne imprigionata e torturata per mesi per il ruolo svolto in un gruppo di giovani rivoluzionari marxisti e resta favorita alla rielezione con la media del 38% dei sondaggi.

Ma ora Marina Silva ha scavalcato il secondo candidato nei sondaggi, quello del Partito socialista democratico Aécio Neves, il favorito del business, portando il sondaggio al 21% dal 10 che raggiungeva con Campos grazie, soprattutto, a molte preferenze di voto che ora pare si vadano trasferendo dal PT di Rousseff al suo PS (Datafolha, Instituto de pesquisas― Istituto di sondaggi/Brasilia, 15.8.2014, Com Marina, disputa presidencial iria para o segundo turno Con Marina, lo scontro per la presidenza andrebbe al secondo turno http://datafolha.folha.uol.com.br/eleicoes/2014/08/1502039-com-marina-disputa-presi dencial-iria-para-o-segundo-turno.shtml).

La Silva, del resto, viene lei stessa da una lunga militanza nel Partido dos Trabalhadores di Lula, l’ex presidente che aveva preferito raccomandare Rousseff piuttosto che Silva, giudicata da lui un po’ troppo di sinistra e anarchicheggiante e che poi, alle presidenziali come candidata dei verdi prese un 19% dei consensi (Guardian, 20.8.2014, J. Watts, Marina Silva set to secure Socialist party nomination for Brazil presidency― Marina Silva si assicura la designazione del partito socialista alla presidenza del Brasilehttp://www. theguardian.com/world/2014/aug/20/marina-silva-socialist-party-brazil-presidency).

Dopo il sondaggio condotto alla fine del primo dibattito televisivo trasmesso a scala nazionale. E  che non avrebbe promosso in maniera incontrovertibile alcun candidato, Marina Silva ha raggiunto il 29% delle preferenze e Dilma Rousseff è scesa dal 39 al 34%. E, secondo le tendenze registrate, la signora Silva vincerebbe andando al ballottaggio (The Economist, 29.8.2014)...   

CINA

●Il flusso di credito rallenta significativamente – tra gli osservatori c’è chi dice drammaticamente – nel corso del mese di luglio fino a 273,1 miliardi di ¥ (44,3 di $) nel dato comunicato il 13 agosto dalla Banca centrale della Repubblica popolare cinese. E partono le speculazioni dalle banche occidentali a Pechino su un possibile nuovo stimolo monetario deciso dal governo del premier Li Keqiang che vedrebbe a maggior rischio il target di crescita del 7,5% fissato per quest’anno.

Da parte sua il FMI aveva raccomandato il mese scorso alla Cina di frenare espansione e credito parlando di “rischi di vulnerabilità” da debiti crescenti dei privati e dall’esposizione del sistema bancario alla possibile crisi edilizia in arrivo col rallentamento del ritmo delle nuove costruzioni. La Banca centrale aveva fatto subito osservare, però, che le recenti misure di  una regolamentazione del credito ai privati più strette ed imposte a tutte le istituzioni che lo elargiscono (sia ai privati che alle pubbliche imprese) avrebbero “presto” portato alla riduzione della massa creditizia e anche della liquidità stessa nel sistema.

Ed è quel che è successo nell’arco di un mese soltanto: ma, come voluto e previsto, non en catastrophe, annota la Banca centrale, la Banca del Popolo cinese, facendo notare, con una certa soddisfazione,al FMI di guardare un po’ più da vicino piuttosto e con maggiore preoccupazione a quanto avviene a tanti istituti bancari d’occidente che vedono i governi forzati a salvarli a spese del pubblico per evitare crolli che sono troppo grandi per poter sopportare.

Intanto, le vendite al dettaglio aumentano a luglio dallo stesso mese dell’anno prima del 12,2%: un po’ meno ma in maniera insignificante del tasso stimato d3eòl 12,5 dalle banche private d’occidente che operano qui mentre l’espansione della produzione industriale sale a luglio come a giugno del 9,2% sul mese prima. Gli investimenti fissi con l’esclusione dell’edilizia rurale crescono nel periodo gennaio-luglio rispetto al 2013 del 17%: invece del 17,3% dei sei mesi precedenti. A noi – coi numeri nostri dell’ISTAT che ci vanno incalzando e appiattendo ogni mese di più – pare francamente una lamentazione ridicola. Ma anche qui, con ali molto più fiacche e ululati assai più fiochi dei nostri uccellacci, volano fior di gufi (Agenzia Bloomberg, 13.8,2014, China Credit Gauge Plunges as Expansion in Money Supply SlowsVa  giù  la  misura  del  credito in Cina con l’espansione della liquidità che rallenta http://www.bloomberg.com/ w/2014-08-12/china-credit-gauge-unexpectedly-plunges .html).

E la Cina attesta ora, a inizio agosto, un surplus commerciale per luglio di 47,3 miliardi di $, con l’export verso l’America che aumenta del 12,3% e verso l’Europa del 7% rispetto agli stessi dati del’anno precedente (AllPortCargoServices, 8.8.2014, China posts record trade surplus La Cina registra l’attivo record del commercio estero http://allportcargoservices.com/retailnews/allport-knowledge/supply-side-news/china-posts-record-trade-surplus-but-domestic-economy-may-lag/801684846).

●Una corte a giurisdizione mista, con competenze insieme in materia civile e penale, nella provincia dello Jiangsu, che comprende Nanchino e Shangai, ha trovato la divisione Mercedes Benz della tedesca Daimler AG colpevole di “manipolazione dei prezzi” dei servizi post-vendita in Cina delle sue autovetture. E’ da tempo che le autorità di questo paese hanno messo nel mirino una serie di industrie di proprietà estera, da quella del latte in polvere a parecchie aziende high tech, cercando di obbligare anche per via giudiziaria a obbedire alla sua legislazione antimonopolio del 2008 (South China Morning Post/Hong Kong, 18.8.2014, China finds Mercedes Benz guilty of price manipulation La Cina trova la Mercedes Benz colpevole di manipolazione dei prezzi https://customerservice.scmp.com/meter/1/1?destination =http%3A%2F%2Fwww.scmp.com%2Farticle%2F1575943%2Fchina-finds-mercedes-benz-guilty-price-manipula tion&referer=http%3A%2F%2Fwww.scmp.com%2Farticle%2F1575943%2Fchina-finds-mercedes-benz-guilty-pri ce-manipulation).

La potente Commissione di Riforma e Sviluppo nazionale del governo cinese ha imposto forti ammende anche a 12 imprese giapponesi che fabbricano parti di ricambio per auto e cuscinetti a sfera per aver, come ha scoperto una specifica indagine mirata, fissato i prezzi minimi di vendita con un accordo oligopolistico e illegale (The Economist, 22.8.2014, Trust busting in China – Unequal before the law? La lotta contro i monopoli in Cina – Non proprio uguali di fronte alla legge [gli stranieri, o per cominciare dagli stranieri]? ▬ http://www.economist.com/news/business/21613348-chinas-antitrust-crackdown-turns-ugly-foreign-carmakers-forefront-unequal).

●Il 28 luglio, un  gruppo di uomini mascherati hanno aggredito, con armi bianche – asce e coltelli soprattutto – cittadini, forze dell’ordine e impiegati di comuni e province  nella contea di Shache della regione occidentale dello Xinjiang, soprattutto nelle città di Elixku e di Huangdi distruggendo veicoli e ammazzando e ferendo persone e bloccando strade e autostrade. Ha detto il governo della regione che 59 “terroristi” sono stati eliminati sul territorio della contea di Shache, dopo aver ucciso 37 civili.

Sono stati attacchi terroristici attribuiti dalle autorità agli insorti islamisti uiguri che, a loro volta, li fanno risalire alla dura repressione contro manifestazioni, certo non propriamente pacifiche (diverse bombe in stazioni ferroviari e mercati) di dissenso organizzato in una campagna di repressione che è stata resa pubblicamente nota in ritardo, a cose fatte (China.org, 2.8.2014, Terrorism in Xinjiang http://http//www.china.org.cn/china/2014-08/03/content_33128937.htm).

●Adesso è venuto fuori che Zhou Yongkang, uno dei gerarchi più potenti della Cina, ex capo di tutti i servizi di polizia e di sicurezza del paese è finito sotto inchiesta interna del PCC per serie violazioni della “disciplina di partito”― cioè perché accusato di corruzione. Già membro qualche anno fa del 17° comitato permanente dell’Ufficio politico dal 2007 al 2012, proprio la crème de la crème – in tutto sette persone: una specie di superministero ristretto del partito e del governo – Zhou è la figura più eminente della nomenclatura a venire così abbattuta da decenni, consolidando probabilmente il potere del presidente Xi Jinping.

Che sta, sì, ripulendo il partito ma, secondo i suoi critici – non proprio assenti né ormai sempre supinamente silenti – per ora almeno risparmiando scrupolosamente da ogni inchiesta i suoi seguaci che, anche qui, la voce popolare dice si vanno arricchendo a spese della comunità tutta (The Economist, 1.8.2014, China – No ordinary Zhou― Cina: Non come uno Zhou qualsiasi ▬ http://www.economist.com/ news/china/21610313-carrying-out-most-significant-purge-generation-xi-jinping-seeks-tighten-his-grip-no).

Yi Xianliang, vice direttore del dipartimento Affari oceanici e confinari del ministero degli Esteri cinese ha ribadito alla stampa che il paese ha il diritto di costruire sulle isole sue sia nel Mar cinese meridionale che in quello orientale per migliorare le condizioni di vita dei loro abitanti. “Quel che la Cina farà, o non farà, sarà deciso solo dal governo cinese. Non c’è nessun altro al mondo che sarà in grado di farci cambiare idea... Le isole Spratly sono, intrinsecamente, territorio cinese e sul territorio cinese solo il governo cinese ha diritto di parola(The Diplomat/Tokyo, 5.8.2014, Shannon Tiezzi, China rejects proposed “freeze” on provocative South China Sea move La Cina respinge il “congelamento” proposto delle sue mosse provocatorie nel Mar cinese meridionale http://thediplomat.com/2014/08/china-rejects-proposed-freeze-on-provocative-south-china-sea-moves).

Questa è stata la risposta di Pechino a una proposta congiunta USA-Filippine che proponeva il congelamento di ogni attività che altri considerassero provocatoria, inclusa la costruzione di qualsiasi edificio su isole e scogliere del Mar cinese meridionale. Nel rispondere Yi ha chiesto, con pesante ironia, in base a quale titolo, da oltre 12.600 Km. di distanza – da un altro mondo – gli USA pretendano di poter anche solo parlare della vicenda.

E’ almeno dal 2005 che, in effetti, la Cina non molla un centimetro sul tema della sua sovranità sui mari cinesi, orientale e meridionale. Schemi di cooperazione e joint ventures sono sempre possibili e anche auspicate: ma tutte nella cornice, nel contesto, di questa sovranità che nessuno ha in realtà la forza di contestare nell’unico modo potenzialmente efficace: cioè, con la forza.

C’è sempre spazio, anche, per manovre diplomatiche tese ad evitare scontri e conflitti. Ma non per una diversa risoluzione, su altre basi, del nodo. E la diplomazia, dal punto di vista degli avversari della Cina, ha il difetto di prolungare lo status quo allargando i tempi a disposizione di Pechino per sviluppare le sue capacità militari, sul luogo già prevalenti. Insomma, la moral suasion, qui proprio non vale. E non vale alcuna forma di coercion. Se non quella dell’America, appunto. Ma a mezzo mondo di distanza... E costa cara. E rischia perfino una guerra mondiale... E allora?

●Intanto, si viene anche a sapere che nel pericoloso gioco a nascondino tra le Marine degli USA e di Cina e dei loro aeroplani da guerra un caccia di Pechino ha accostato a dieci metri un ricognitore P8-Poseidon di sorveglianza della U.S. Navy in spazio aereo – dicono gli americani – internazionale ma anche, ammettono, “appena al largo [dieci metri, cinquanta?...] delle coste cinesi”... Gli americani hanno protestato... ma guardandosi bene dal considerare l’ipotesi di quel che sarebbe successo se un ricognitore cinese si fosse approssimato a qualche metro di distanza dallo spazio aereo della California, per dire (New York Times, 22.8.2014, H. Cooper, U.S. Says Chinese Fighter Jet Confronted American Navy Plane― Gli USA dicono che un caccia cinese confronta da vicino un aereo della Marina americana http://www.nytimes.com/2014/08/23/world/asia/us-says-chinese-fighter-jet-confronted-american-navy-plane.html ?partner=rss&emc=rss).

Alla protesta americana, la Marina di Pechino ha disposto quasi sprezzante  negando solo che il suo caccia si fosse avvicinato tanto all’intruso americano da rischiare una collisione: a meno che, ha puntualizzato sardonicamente dieci metri di distanza siano considerati dai piloti americani una distanza insicura... o a considerali tali siano – aggiungono quasi elegantemente – i “protocolli” di sicurezza iper-protettivi dell’Aviazione di Marina USA.

Poi, a seguire, Pechino ha “consigliato” a Washington, postandolo sul sito web del ministero della Difesa, di ridurre il numero dei pattugliamenti aerei che conduce in prossimità delle sue coste se vuole migliorare i rapporti bilaterali, o non vuole, “nel tempo”, dover sopportare misure analoghe. Pechino non mette in questione che gli americani siano restati nello spazio aereo internazionale ma parla di misure analoghe, se continuerà ad essere provocata (Dagblad Suriname, 28.8.2014, China Gov’t urges halt to U.S. surveillance patrols Il governo cinese preme perché gli USA mettano fine ai voli di pattugliamento e di sorveglianza del suo territorio https://nl-nl.facebook.com/DagbladSuriname/posts/679755175444427).      

nel resto dell’Asia

●La Corea del Nord ha tenuto, inusitatamente, a smentire, anche se con un linguaggio non precisamente diplomatico – del tipo: tanto della sua visita non ce ne poteva importare di meno... – che il lancio di tre suoi razzi al largo del Mare Orientale della penisola, il Mar del Giappone, avvenuto quasi in contemporanea con l’arrivo a Seul, dall’altra parte della penisola sulla costa occidentale, al largo del cosiddetto Mar Giallo, di papa Francesco sia stato altro che una coincidenza.

Ha speso qualche parola il portavoce degli Esteri di Pyongyang a sottolineare che questo tipo di lanci vengono sempre preannunciati con mesi di anticipo, che quindi ne era ben conosciuta la traiettoria mentre, in ogni caso, era ben nota la rotta del volo del papa del tutto diversa. Il diniego secco, almeno stavolta, sembra insomma riflettere come stanno davvero le cose (New York Times, 15.8.2014, Choe Sang-hun, North Korea Claims Rockets Were Unrelated to Pope’s Trip La Corea del Nord afferma che i suoi lanci di razzi non erano in rapporto con il viaggio del papa [a Sud] ▬ http://www.nytimes.com/2014/08/16/world/asia/ north-korea-says-rocket-launches-had-nothing-to-do-with-popes-visit.html?_r=0#).   

Di rilievo, anche se a latere forse pure maggiore, il benestare della Cina al sorvolo del suo spazio aereo da parte del jet papale (CatholicOnlineNews/Washington,USA, 14.8.2014, Pope Francis sends greetings to Chinese president en route to South Korean trip Papa Francesco, in viaggio per la Corea del Sud, manda saluti ed auguri al presidente cinese http://www.catholic.org/news/hf/faith/story.php?id=56550): è la prima volta tra RPC e SCV che, fuori data e fuori tempo, riconosce ancora col nome di Zhōngguó l’isola scissionista di Taiwan e la Repubblica di Cina. Una situazione che ormai dovrebbe avviarsi, però, a conclusione, forse ormai a mesi: dicono alla Santa Sede―  ma lo dicono, a dire il vero, da anni, dai tempi del card. Casaroli e poi di Giovanni Paolo II.

Il fatto è che lo SCV non vuole cedere riconoscendo, come tutti nel mondo, dal 1973 con Nixon anche gli USA― ma non una ventina di piccolissimi paesi per la maggior parte lautamente pagati da Taipei, tipo Trinidad e Tobago, l’Ordine sovrano militare di Malta (per definizione e tradizione plurisecolare reazionario e, appunto lo SCV.

I cattolici, che sono sull’1,5% della popolazione più o meno 400.000 sull’isola, a Pechino sono sui 16 milioni: la stragrande maggioranza sono, per avere libertà di culto nella Chiesa di obbedienza “patriottica”, come la chiamano qua, che dissente da Roma sul potere di ordinazione di preti e vescovi, tutti validamente tali ma non obbedendo solo all’autorità romana, dichiarati scismatici, e separata per ragioni politiche da Roma: perché, appunto, questa non riconosce la sovranità di Pechino e questo non riconosce l’autonoma sovranità e obbedienza a Roma, un’autorità “straniera”, di una Chiesa cinese...

●In Afganistan, un soldato dell’esercito regolare di cui è stato reso noto solo il cognome, Rafiqullah, un ventenne in divisa da due anni originario della provincia di Paktia, ha sparato a raffica, nella sede dell’università nazionale di Difesa maresciallo Fahim, appena fuori Kabul, uccidendo, prima di venire abbattuto, anche un maggior generale americano, Harold J. Greene, l’ufficiale di grado più alto caduto dalla guerra del Vietnam a oggi e ferendo, pare non mortalmente, il brigadier generale tedesco Michael Bartscher, due generali afgani e vari ufficiali superiori britannici (New York Times, 5.8.2014, M. Rosenberg e Haris Kakar, U.S. General Is Killed in Attack at Afghan Base, Officials Say― Generale americano ucciso nell’attacco in una base afganahttp://www.nytimes.com/2014/08/06/world/ asia/afghanistan-attack.html?_r=0). In un secondo momento, è stato appurato che altri due dei quattordici feriti sono poi deceduti.

Fa parte anche questo probabilmente della narrativa – diciamo – tribale, integrante della leggenda talebana  che sottolineatura il tema di cacciare gli stranieri in un clima di crescente disordine e, per loro, di paura e di avvilente degrado. Che è quanto, sostengono i mujaheddin, dovettero subire i sovietici più di vent’anni fa e, coi loro antenati, prima, i britannici. E’ questa la loro mezza leggenda ma anche mezza realtà, che in effetti ha visto i sovietici impegnati a combattere metro per metro per riuscire a ritirarsi sulla strada da Kabul a Termez seguendo il corso del grande fiume Amu Darya.

Il disegno sarebbe quello, oggi, di far patire lo stesso tipo di uscita forzata e sofferta agli americani che si ritirano, anche se di per sé, secondo il vecchio detto romano, “a nemico che fugge, ponti d’oro”. Solo che qui, questi sembrano privilegiare piuttosto il far pesare al nemico, anche se fugge, e fino in fondo se possono, il peccato originale di avere proprio osato invadere questo fiero e, a modo suo, spietato paese...

●Sullo stallo totale, il cosiddetto riconteggio mediato dal povero Kerry delle presidenziali, il segretario di Stato americano è dovuto intervenire di nuovo― e ha ottenuto le stesse promesse dai due candidati di arrivare ad intendersi. Ma la diatriba, in realtà, è sul fondo: non su come contare o non contare uno scarabocchio appena forse leggibile su una scheda elettorale, né sulla quantità degli imbrogli elettorali di qua e di là. E’ sui poteri da ridistribuire tra il nuovo presidente – chi vince tra i due – e il perdente che, come premier avrà di certo poteri inferiori ai suoi ma anche superiori a quelli che aveva il vecchio primo ministro. E, in sostanza, sui chi ha il potere di nominare e licenziare i ministri e di dare o ritirare le deleghe... E qui, sul nodo vero, i due sono sempre lontani anni luce. Ma i talebani premono ogni giorno di più.

Nella sua sconfinata, quasi ingenua, innocenza da “bravo americano”, Kerry se ne è uscito alla Tv afgana con una frase alla Kennedy, a dire che quel che conta non è chi uscirà vincitore alla fine ma quanto credibile sia per la gente la sua vittoria. Se, adesso, scordando – o facendo finta di scordare – che – come Kennedy da politico pragmatico aggiungeva però subito dopo – tutto quello che tra un anno qualcuno però ricorderà è il nome del vincitore...

E se davvero alla fine lo stallo fosse sbloccato da una mediazione di “condivisione dei poteri” che non ha alcuna base neanche nella Costituzione americana ma, soprattutto, nessuna in quella afgana, nei costumi, nella tradizione di questo paese, allora, avrebbero ragione i talebani. E’ tutto quello che, di questa Costituzione e di questo processo elettorale, hanno sempre affermato loro: che non vale neanche la carta da macellaio del mercato di Kabul in cui avvolgere un coscio d’agnello, come ripete – dicendo di non voler scadere in volgarità – un loro portavoce senior, Zabihullah Mujahed (▬ http://www.sify.com/news/afghan-soldier-kills-us-general-wounds-about-15-news-others-oifwLtfbbeieg.html).

●Sulla questione di chi ha vinto, poi, le elezioni, in realtà tutti se ne impipano di Kerry e di quello che vanno promettendogli. Sono sempre ferramente bloccati nel diniego reciproco. Il 13 agosto il pretendente Ashraf Ghani ha detto che se il riconteggio a verifica proverà che le elezioni le ha vinte lui, non è affatto, al dunque, disposto – checché abbia detto a Kerry – a condividere il potere con Abdullah Abdullah... E non lui direttamente ma il suo più influente sostenitore, il potente governatore della provincia di Balkh, Attah Mohammad Noor, ha dichiarato e, dice senza smentite per conto della sua parte, che se la verifica dimostra che il voto è stato alterato e Abdullah non venisse designato presidente, ci sarà l’insurrezione della maggioranza e la guerra civile.

Uno, insomma, vuole solo ricontare i voti, senza verificarne genuinità e validità uno per uno. L’altro esige una scrupolosa validazione: ci sono decine di seggi dove si sono contati in effetti più voti degli iscritti alle liste elettorali. E questa divergenza sul compito stesso della Commissione spiega perché l’accordo partorito dalla levatrice americana sia morto ancora prima di essere nato. Kerry non ha seguito la cosa, messo in piedi un meccanismo di vera verifica, l’ha solo annunciato, anzitutto a fini di politica sua, interna. Come volevasi dimostrare e avevamo, facilmente, preconizzato giù un mese fa (Nota congiunturale no. 8-2014, cap. Afganistan http://www.angelogennari.com/ notaagosto14.html).

Mancavano le premesse, cioè proprio un’idea minimamente condivisa di cosa potesse e dovesse essere un potere accettato e accettabile da tutti, almeno dai non talebani. Il fatto è che al dunque entrambi i candidati, proprio come gli americani, vedono un’elezione come una contestazione dalla quale debbano uscire in ogni caso un vincente e uno o più perdenti.

Solo la consuetudine tutta asiatica, e sempre un po’ ipocrita, di dire di sì in pubblico a un alto dignitario straniero per non fargli perdere la faccia e consentirgli di tornare a casa da vincitore spiega le strette di mano e gli abbracci tra i due contendenti afgani con Kerry. Che però ormai dovrebbe anche saperlo, no?

I seguaci di Abdullah, che con ogni probabilità (in base alla ricostruzione svolta nel link immediatamente qui sopra e alle indicazioni emerse, adesso, dalla verifica) è stato il vincitore reale, sono convinti che, se presidente venisse dichiarato il pashtun Ashraf Ghani – l’uomo dell’etnia numericamente maggioritaria ma anche spaccata per lo meno a metà dai talebani – il regime continuerà a  trattare, anzi senza più gli americani tra i piedi, ormai indurirà il modo che ha di trattare uzbeki e tagiki come cittadini di seconda classe. E il ritorno dei talebani al potere, anche con la connivenza pashtun sarebbe pressoché inevitabile...

Il riconteggio concordato avrebbe dovuto aver fine il 25 agosto ma la Commissione elettorale indipendente centrale, a fine di quella giornata, ha riferito che la verifica è stata completata solo per il 67% e di aspettarsi di finirla entro una decina di giorni. L’ufficio della presidenza Karzai ha nel frattempo annunciato che la cerimonia del giuramento del nuovo capo dello Stato si svolgerà il 2 settembre. Il che di sicuro significa che verrà, ancora, rinviata.

Anche perché il 27 agosto, Abdullah ritira i suoi verificatori da quella che, in effetti, non è per niente una verifica scheda per scheda e neanche a campione ma, ormai è chiaro, solo un riconteggio e la Commissione a quel punto, dicendo che comunque continuerà a ricontare, chiede a Ghani di ritirare anche lui i suoi delegati. Per Abdullah è impossibile, però, rassegnarsi: sarebbe la seconda volta di seguito che i pashtun lo fregherebbero con la frode ufficialmente organizzata che nel 2009, cin la copertura alla fine anche degli americani, portò alla rielezione di Karzai ottenuta grazie a una marea di schede fasulle stipate nelle urne all’ultimo momento e, anche allora, solo contate e mai verificate davvero.

La realtà è quella che è,  inutile forzarla o inzuccherarla: anche l’Afganistan – come la Libia, l’Egitto, l’Iraq: le altre icone della libertà esportata con le armi o affidata ai tiranni amici dalla criminale illusione bushista – è l’illustrazione perfetta del fallimento americano neo-con. Non sono paesi pronti o comunque disposti ad accogliere l’importazione di una democrazia formale di stampo occidentale. Oggi, così, dopo quasi quindici anni di intervento diretto – di invasione e di  occupazione – e poi di gestione mediata da chi l’America ha scelto, dopo qualcosa come due trilioni, tre di dollari buttati via l’Afganistan è ancora sull’orlo della ripresa della guerra civile o, addirittura, della frantumazione in mille schegge impazzite e ingovernabili se non, forse, ognuna per sé...

E adesso il presidente uscente Karzai, per il quale comunque la campana sta suonando i suoi rintocchi finali, ha già fatto sapere all’irritato e irrilevante funzionario capo della NATO, Rasmussen, che il 4 settembre al vertice di Cardiff che ha all’o.d.g. con l’Ucraina anche l’Afganistan, lui neanche ci sarà...

●Il nuovo primo ministro dell’India, Narendra Modi, per la seconda volta nei suoi primi due mesi in carica (è stato eletto a maggio) ha reso visita allo Stato di Jammu e Kashmir e, a Kargil, ha parlato di fronte a una grande folla. Rivolgendosi alle truppe indiane lì di stanza, Modi ha attaccato il Pakistan che “se ha  perso la forza per affrontare una guerra convenzionale, continua a delegare al terrorismo le sue battaglie”.

Finora i capi dell’esecutivo federale indiano avevano raramente visitato il Kashmir e Jammu, uno degli Stati più poveri dell’India. Kargil, quasi  cavallo del confine all’estremo nord dell’India era stata proprio il centro della quarta guerra indo-pakistana del 1999 (quasi 5.000 morti tra i militari pakistani e 500 tra quelli indiani) finita male per Islamabad un po’ come tutti gli scontri aperti tra i due paesi. Si è trattato della prima visita di un premier indiano da allora.

Quello di Modi, oggi, è stato un attacco niente affatto velato all’appoggio che Islamabad offre da sempre agli insorti islamisti indipendentisti e filo-pakistani locali e all’infiltrazione in Kashmir, non sempre neanche mascherata, di truppe regolari o ausiliarie del Pakistan.

E’ un intervento che sembra anche mirato a non lasciare in silenzio altri spazi di movimento al Pakistan― dopo le aperture iniziali con l’invito a Nawaz Sharif, il PM di quel paese, anche lui di nomina recente, alla cerimonia d’inaugurazione a New Delhi della sua premiership: che non ha visto, però, dopo né cessare né rallentare le incursioni e le punture di spillo. Che era, poi, proprio la critica feroce di Modi all’inerzia dei suoi predecessori.

Ma sembra anche un intervento disegnato a irritare e volutamente le forze armate del Pakistan, sempre presuntuosamente boriose della potenza della loro forza bellica di esercito regolare, tra l’altro dotata come, anche se meno, degli indiani di un suo armamento nucleare. Modi, però, ha sicuramente ragione nel merito, nel senso che il Pakistan – convengono tutti gli studiosi della materia compresi i suoi, non sarebbe sicuramente in grado di affrontare l’esercito indiano in campo aperto senza dover ricorrere rapidamente al nucleare: ma, allora, scatenando anche il proprio suicidio.

Una condizione che esiste e non è cambiata da ormai dodici anni (India Today/New Delhi, 14.8.2014, Modi slams Pakistan for proxy war on way to Cargil Modi, in viaggio per Kargil, incolpa aspramente il Pakistan per la guerra per procura [condotta contro Kashmir e India  ▬ http://indiatoday.intoday.in/story/narendra-modi-kargil-siachen-glacier-power-projects/1/376627.html).

Il ministero degli Esteri di Islamabad in una nota di commento ha deplorato la carica “infelice” di astio delle dichiarazioni del premier indiano, deliberatamente provocatorie quando poi il Pakistan va manifestando ogni intenzione di migliorare i rapporti con l’India, dice. Ma il problema è proprio che in Pakistan, ormai come del resto sempre nessuno sa mai chi davvero comanda: il governo? l’esercito? o, al dunque, i servizi segreti dell’esercito stesso? (New York Times, 13.8.2014, Hari Kumar, Pakistan calls Modi’s remarks on terrorism ‘unfortunate’― Il Pakistan  dice che i commenti di Modi sul terrorismo sono ‘infelici’ http://www.nytimes.com/2014/08/14/world/asia/pakistan-calls-modis-remarks-on-terrorism-unfortunate. html?_r=0#).

●Il 18 agosto, l’India ha cancellato i colloqui di pace col Pakistan in calendario al 25 agosto a causa dell’incontro che l’Alto Commissario pakistano a Nuova Delhi aveva appena tenuto, prima di un incontro preparatorio coi negoziatori indiani, con i separatisti ribelli del Kashmir malgrado gli avvertimenti contrari del governo indiano. E’ il secondo “sgarbo” in una settimana sul Kashmir subìto da Islamabad come un affronto. Provocato, comunque, dall’oltranzismo che prevale nei rapporti interni politici di Islamabad. Il fatto è che la politica interna dei due paesi sembra ormai sempre più dominata e resa più ardua, e pericolosa, nei già sempre difficili rapporti tra i due paesi.

Il PM Modi è sotto pressione dai nazionalisti indù che gli chiedono di prendere nei fatti e sùbito una posizione dura, intransigente e coerente con quella preannunciata nella campagna elettorale che due mesi fa lo ha portato con una valanga di voti al governo.

Il PM pakistano, Sharif, è sotto attacco anche lui da parte di chi protesta contro la sua debolezza e l’inefficienza del suo governo e ne reclama le dimissioni in grandi dimostrazioni di massa e ha sul collo il fiato delle Forze armate di cui a Islamabad si continua a dire che sta preparando un altro  intervento di tipo ancora una volta golpista. Non può, dunque, certo  permettersi di apparire debole di fronte alla propria opinione pubblica, al sentire comune popolare.

Questa sarebbe la seconda volta in meno di vent’anni che vedrebbe un governo presieduto da Nawaz Sharif abbattuto da un golpe. In effetti, sia nel caso dell’India che, e  ancor più, forse, in quello del Pakistan, sembrano tutt’altro che maturi i tempi per tentare di sviluppare un rapporto più maturo e meno litigioso tra i due paesi vicini (Washington Post, 18.8.2014, Rama Lakshmi, India cancels talks with Pakistan over tea invitation to Kashmiri separatists― L’India cancella i colloqui col Pakistan per l’invito a prendere il tè fatto ai separatisti del Kashmir http://www.washingtonpost.com/blogs/worldviews/wp/2014/08/18/india-cancels-talks-with-pakistan-over-tea-invita tion-to-kashmiri-separatists).

●In Pakistan del resto, i deputati eletti all’Assemblea nazionale dalla terza forza parlamentare, il 10%, esattamente 34 su 342, del partito Tehreek-e-Insaf/il PTI/Movimento pakistano per la Giustizia, presieduto dall’ex popolare giocatore di cricket Imran Khan, ha promesso che tutti i suoi deputati si dimetteranno nel tentativo di obbligare anche così il premier a dimettersi lui stess, convocando nuove elezioni e riconoscendo che la sua elezione di un anno fa venne orchestrata fraudolentemente. Uscirà anche, dice Khan, dai parlamenti regionali del Punjab, del Sindh e del Baluchistan ma non da quello della provincia  dove è in maggioranza, il Khyber Pakhtunkhwa, dove è in maggioranza.

Imran Khan condurrà adesso quella che promette di essere una grande marcia di protesta nella cosiddetta Zona Rossa ad alta sicurezza della capitale, Islamabad. L’annuncio ha mandato a vuoto l’iniziativa preannunciata dal governo di aprire discussioni con Khan e con l’altra figura pubblica carismatica che in questa protesta lo appoggia, Muhammad Tahir-ul-Qadri.

E’ un uomo politico in senso assai lato, un predicatore islamico popolare sempre schierato contro qualsiasi governo, specie centrale, studioso del sufismo e della tradizione – che esiste – della tolleranza islamica, professore di diritto costituzionale all’università del Punjab, fondatore e presidente di una grande ONG internazionale, il Minhal-ul-Quran Internationalla Via del Corano international, e a capo anche del Forum di dialogo islamico-cristiano che associa esponenti religiosi mussulmani, cattolici compreso lo stesso vescovo Bona Vaneer, presidente della Conferenza episcopale ad Hyderabad e altri prelati cristiani.

Ma la protesta, che inizia forte e promettente, si spegne presto di fronte all’ostentata neutralità per omissione dei militari, pro o contro, e non pare probabile che riesca a forzare Sharif alle dimissioni. In realtà, al meglio, Qadri e Khan non sembrano riuscire a strappare niente al governo e, al peggio, indeboliscono ancora una fragile struttura politica democratica che, almeno, onora il diritto di protesta popolare rafforzando la mano delle tentazioni golpiste sempre forti nell’esercito pakistano.

Esso resta, in effetti, il pericolo vero ad incombere, alimentato dall’impazienza  contro le lentezze e le indecisioni del governo civile: contraddittoria, però, perché vorrebbe vederlo agire con decisione contro i talebani locali, ma non contro quelli afgani e al-Qaeda che ha contribuito a creare esso stesso nei tardi anni ’70 per conto degli americani, vorrebbe vederlo attaccare, o comunque punire l’alterigia da grande potenza dell’India, strappare più aiuti militari agli americani ma, insieme, a loro ribellarsi in nome della dignità nazionale che da sempre conculcano (The Economist, 22.8.2014. Protests in Pakistan – Nighttime  happenings Proteste in Pakistan – Gli eventi di qualche nottatahttp://www.econo mist.com/news/asia/21613344-nighttime-happenings).    

Da noi a mettere fretta, in circostanze molto serie ma, per nostra fortuna,  non di pace o di guerra, ci sono il M5S e, a modo suo, anche il premier Renzi che si autoprotesta anche un tantino bizzarramente... lì ci sono i servizi segreti militari e le forze armate con una fortissima tradizione di presenza politica e di interferenza golpista largamente introiettata e avventatamente dotate, anni fa, da governi civili anche di un rozzo ma concreto armamento nucleare. E cui poi, alla fine, prima l’uno, poi l’altro politico, finiscono anche spesso col rivolgersi en catastrophe per uscire dalla crisi  (Dawn/Islamabad, 21.8.2014, Agenzia Reuters, Military: no coup, but ‘space must be shared’ by Govt with Armed Forces I militari: nessun golpe, ma il governo deve ‘condividere gli spazi di comando’ con le Forze armate http://www.dawn.com/news/1126545/from-czar-like-prime-minister-to-deputy-commissioner-type-character).

●Poi, e piuttosto avventatamente, proprio a fine mese, il premier Nawaz Sharif si rivolge all’esercito e al capo di Stato maggiore, Raheel Sharif (solo un omonimo: una specie di Rossi nostrano), chiedendone la mediazione e aprendo così una nuova scena per lui poi estremamente rischiosa: riconosce in pratica, come denuncia subito Imran Khan, che a questa crisi non c’è soluzione politica, non si dimette ma sembra riconoscere – e le Forze armate ne sapranno profittare di certo – che ormai la strada è aperta a tutto, compresa una sua nuova deposizione che gli fosse imposta ma che ha quasi ormai pre-accettata (Al Jazeera, 28.8.2014, Pakistan Army steps in amid political crisis Il governo chiede all’esercito pakistano di intervenire nel mezzo della crisi politica del paesehttp://www. aljazeera.com/news/asia/2014/08/pakistan-army-mediate-political-crisis-2014828222017842695.html).

●Infatti, arriva anche subito il casus belli, e le Forze armate lo coglieranno al volo abbattendo il governo loro, e non certo il partito del 10% che però gliene dà il modo protestando per strada – sanno che il tasso di approvazione dei sondaggi tra i cittadini al premier Sharif è ancora piuttosto elevato, intorno al 64% di un possibile voto politico anticipato e staranno attente comunque a come muoversi― certo, per quello che questo fattore qui conti e possa contare...

La polizia dello Stato del Punjab ha presentato, proprio quel giorno, il 28 agosto, un primo rapporto informativo che chiede l’apertura di un’inchiesta penale contro 21 persone , incluso il premier Sharif, e il capo dell’esecutivo del Punjab stesso, Shahbaz Shasrif (lui, invece, fratello del premier) nel caso della morte di 14 dimostranti del Partito Awami Tahreek il 17 giugno a Lahore in duri scontri con la polizia.

Il governo ha accolto la richiesta di iscrizione del caso all’albo del tribunale di Islamabad – una delle richieste centrali del leader del PAT, Tahir-ul-Qadri che, con Imran Khan, sta conducendo la campagna di piazza contro il governo centrale (The Times of India, 28.8.2012, Pak govt agrees to Qadri's demand of FIR against Sharif Il governo pakistano dà l’assenso alla richiesta di Qadri di un Primo Rapporto Informativo contro [il premier] Sharif http://timesofindia.indiatimes.com/world/pakistan/Pak-govt-agrees-to-Qadris-demand-of-FIR-against-Sharif/articleshow/41093043.cms).

Ma la Corte suprema del Pakistan ha appena confermato l’assoluta immunità del governo dal potere giudiziario. Il che conferma l’impressione che si tratti comunque di una forzatura imposta al governo stesso dalla pressione esterna: non certo quella del partito di Khan... L’esercito, del resto, non ha gradito affatto che Sharif abbia dato la stura al perseguimento del suo ex capo e ex dittatore militare Musharraf per alto tradimento (prima che alcuni anni fa fosse votata l’immunità giudiziaria per il governo).

Sembra ormai non proprio marginalmente attendibile la voce diffusa a Karachi e Islamabad che il gen. Sharif abbia già informato il premier Sharif xdel fato che potrà rimanere in carica fino a fine mandato ma solo ormai come un capo dell’esecutivo di tipo “cerimoniale”. Mentre sarà direttamente l’esercito a gestire il governo. Qui, come sempre – l’eccezione sembra essere solo la Turchia: paese islamico ma proprio a cavallo tra est e ovest, tra Europa e Asia – è l’esercito che fa la legge e si impone al potere civile: sempre.

A conferma che i criteri – pieni di buchi e di contraddizioni – della democrazia all’occidentale (laica, liberale, figlia dei Lumi, di Voltaire e di Robespierre) potrà, se saprà mutarsi almeno un po’ anche sul piano del’equità estendersi, forse, a est in Europa) ma anche in questo come in tanti (quasi tutti?) i paesi islamici è meglio per tutti – loro per primi  forse – se la lasciamo perdere... E, certo, non gliela andiamo a imporre.   

●In Tailandia, il capo della giunta, gen. Prayuth Chan-ocha, che a maggio ha preso il potere cacciando col golpe il governo eletto, ma populista e inviso a ricchi e aristocrazia di Yingluck Shinawatra e che ha sciolto il parlamento, facendosi “eleggere” come nuovo primo ministro dal Consiglio consultivo da lui stesso nominato: 191 a favore e nessuno contrario. Puntigliosi e attenti alle forme e mai alla sostanza, anche qui all’uomo forte interessa restare al potere. La nomina deve essere approvata dal re ma è ovviamente una buffonata, ufficialmente chiamata una formalità.

Come capo dell’esercito il mese prossimo, compiuti i 60 anni, deve infatti andare in pensione tra un mese e, invece, nella nuova posizione di civile e capo del governo, come l’ex feld-maresciallo al-Sisi in Egitto, non ha problemi formali (che per questi generali felloni sembrano contare molto) a restare al comando. Così, da primo ministro in borghese, sarà in grado di portare avanti il suo programma di riforme civili e sociali imposte, come qui sempre ogni qualche anno, dai militari al servizio di monarchia, aristocrazia e oligarchia alla maggioranza degli elettori specie contadini e operai che hanno fatto ripetutamente vincere gli Shinawatra.

Ma resterà ancora fino all’ultimo giorno che può in servizio anche per sottolineare quale sia la sua vera base di potere e finché non avrà arrangiato col re – cui spetta, sempre formalmente, l’ultima parola su tutto― un po’ come era da noi con Re Sciabolettai, al tempo del Puzzone, negli anni ’30 del secolo scorso (Bangkok Post, 25.8.2014, Army ready for Prayuth ceremony L’esercito prepara la cerimonia [del finto addio] di Prayuth http://www.bangkokpost.com/news/politics/ 428474/army-ready-for-prayuth-ceremony).

EUROPA

-0,2% di PIL per l’Italia nel secondo trimestre, dopo il calo già registrato nel primo, e dunque di nuovo piena recessione malgrado, o forse anche e proprio per, il bla bla di Renzi sull’Italia che per l’Europa sarebbe stata un esempio di crescita e dei suoi che continuano a far masturbare il paese su quelle che chiamano le riforme istituzionali concordate, come se fossero davvero le priorità ,coll’ex cavaliere scavalierato oltre che sput**nato.

E, a cascata, entra in allarme tutta l’Unione: i primi colpi di coda della crisi ucraina sul piano economico, senza neanche che siano ancora scattate le contro-sanzioni dei russi, stanno affondando le previsioni adesso perfino in Germania... Nel secondo trimestre del 2014 il PIL è calato anche qui dello stesso 0,2% rispetto al primo, secondo l’Ufficio statistico nazionale, il DESTATIS, facendo anche notare che si tratta della prima contrazione economica dal 2013...

Detta così fa meno impressione che se l’Ufficio che, certo, non lo nasconde però non lo sottolinea, non facendo così rilevare come è davvero abnorme qu il dato: perché, rispetto al +0,8 del primo trimestre adesso il -0,2 del secondo, scandisce una perdita secca di un intero punto di PIL (DESTATIS/Deutsche Statistiches Bundesamt, Bruttoinlandsprodukt im 2. Quartal 2014 um 0,2 % zurückgegangen Il PIL cala dello 0,2% nel secondo trimestre del 2014 https://www.destatis.de/DE/PresseService/Presse/Pressemitteilung en/2014/08/PD14_287_811.html).

E anche in Francia, la seconda economia dell’eurozona, ristagno piatto: PIL allo 0% di crescita nel secondo trimestre e per il secondo di seguito, sull’orlo della recessione anche formale. Il ministro delle Finanze Michel Sapin, è ora costretto ad abbassare la stima annuale di crescita della metà rispetto al +1% dela previsione ufficiale e a dar atto che adesso il deficit di bilancio sfonderà il 4% del PIL, senza poter più rispettare l’impegno di restare sotto il tetto del 3,8% già consentitole in deroga dal 3 che è – sarebbe – l’impegno nell’eurozona.

E se la prende esplicitamente con la BCE, con Draghi, che non avrebbe consentito alla Banca centrale di aprire la strada alla cosiddetta “facilitazione quantitativa”, all’inglese, per capirci, o all’americana: un forte stimolo di liquidità a un’economia e a una domanda carente che “registra una situazione eccezionale di bassa crescita e, insieme, bassa inflazione in tutta l’eurozona. (France24.com, 14.8.2014, Broken down’ French economy stagnates in second quarter Un’economia francese ormai ‘rotta’, ristagna nel secondo trimestre http://www.france24.com/en/20140814-broken-down-french-economy-stagna tes-second-quarter/#./?&_suid=140804625756205919738379000773).

Ma, se uno come questo ministro riproduce tal quale il verso attualmente emesso dal suo presidente, come lo chiama bene Krugman uno che tradendo tutte le promesse fatte al so popolo nella campagna presidenziale contro Nicolas Sarkozy “senza alcuna spina dorsale, François Hollande, ha affossato la sua presidenza e molto probabilmente ormai anche il progetto europeo stesso, con la sua succube accondiscendenza ai voleri degli austeriani”. Anche se proprio adesso in agosto, comincia – pare... ma vedremo subito a fine mese nel Consiglio europeo – a  dare qualche segno di insofferenza: da verificare quanto serio, però...

Qualche giorno prima, il ministro dell’Economia (una carica divisa qui e meno “pesante” di quella delle Finanze), Arnaud Montebourg, e separatamente quello dell’Educazione, dell’Istruzione superiore e della Ricerca, Benoît Hamon, attaccano frontalmente la linea di politica del governo perché succuba delle scelte economiche tedesche. Lo fanno, però, facendo finta che siano scelte del neo-liberista primo ministro Manuel Valls quando, in realtà, come è nella natura stessa di questo sistema, si tratta delle scelte subìte, supine ma anche alla fine sempre accettate, del presidente Hollande.

Alla fine il presidente ritrova un po’ della sua vecchia spina dorsale per punire chi dissente dal suo servile piegarsi alla Merkel e alle sue richieste austerian/bruxellesi. In realtà resta l’ameba di sempre, perché resta con vinto che quello che fa non cambia e non cambierà in niente in meglio le fortune d’Europa e di Francia. L’incarico viene, infatti, riaffidato a Valls, con una scelta che sembra contraddittoria con le grandi dichiarazioni antiausteriane d’antan ma è coerente coi fatti della sua piaggeria.

Il nuovo ministro dell’Economia Emmanuel Macron è, coerentemente stavolta ma disastrosamente, una specie di neo-cons, mai nel partito socialista ma un personaggio di peso come consigliere personale di Hollande, uno di quei pretesi “riformisti” in realtà contro-riformisti e liberisti e un investment banker della Rotschild alla Mario Monti ma senza il cosiddetto prestigio  accademico e europeista di cui Monti godeva prima del suo effimero e disgraziato passaggio al governo.

E’ un giovane, 36 anni, da sempre molto ammanicato con Wall Street peraltro, Macron (Corriere della Sera, 26.8.2014, Greta Sciaunich, Il nuovo ministro dell’Economia http://www.corriere.it/esteri/14_agosto _26/francia-rimpasto-governo-valls-emmanuel-macron-economia-1830cf7e-2d42-11e4-b2cb-83c2802e5fb4.shtml) e con gli accademici neo-liberisti che hanno condotto il mondo tutto alla rovina ma che, malgrado la prova provata della loro insipienza ancora non abbiamo impiccato ai lampioni per i disastri umani e le sofferenze che hanno perversamente generato. Cosa giusta – umana, diciamo, decente – non farlo. Ma stupida, invece, non averli cacciati via a calci nel deretano, senza stipendio e pensione, come tante delle loro vittime.

E Montebourg se ne va, su una posizione che – speriamo non sbagli: ma temiamo che sbagli – lui pensa identificarsi con quella che vede più dura di Renzi: per ora, almeno, dura solo a parole o, se volete, a chiacchiere, ciance, fole e fanfaluche... Insieme a lui se ne va Hamon, e anche la ministra della Cultura, Aurelié Filippetti.

L’uscita, la scelta adesso forzata di Hollande, infatti, sembra in effetti tradire anche forse le ultime speranze di Renzi di far rovesciare la linea austeriana dal prossimo Consiglio europeo di qui a sette giorni, il 30 e 31 agosto. L’impegno ora preso di nuovo da Valls e nuovamente fatto proprio da Hollande sembra in realtà consistere del piano triennale che vuol tagliare pesantemente i deficit di bilancio a venire, da tempo tutti sopra il 3%, mentre verrebbero ridimensionato anche e forte il carico fiscale sulle imprese.

Programma finanziato da 50 miliardi di € di tagli alla spesa pubblica cui la sinistra, compresa la sinistra del PS di Montebourg, è forse disponibile solo se è concentrata a ridurre non le tasse ai ricchi e agli uomini d’affari ma a sostenere la domanda di consumo al dettaglio (Guardian, 25.8.2014, A. Penketh, François Hollande gambles on excluding Socialist dissidents― François Hollande scommette sull’esclusione dei disidenti socialisti [dal governo] ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/aug/25/francois-hollande-socialist-dissidents-reshuffle-france). Ma il problema di fondo è ormai visibile e squadernato sul tavolo: l’Europa sta oggi continuando a affondare – anche grazie alla consistenza da ameba, della spina dorsale di Hollande a fronte di Merkel e alla vacua inanità del belato negativo di tanti altri, in una situazione economica peggiore di quanto fosse 85 anni fa ai tempi della Grande Depressione.

Lo dice e lo spiega chiaramente Paul Krugman, pochi dubbi anzi nessuno che “si tratta di una delle maggiori catastrofi della storia dell’economia del mondo (New York Times, 21.8.2014, P. Krugman, The Euro Catastrophe http://krugman.blogs.nytimes.com/2014/08/21/the-euro-catastrophe/?_php= true&_type =blogs&_r=0#); e, per una ricchissima documentazione della responsabilità della scuola austeriana e dei suoi ukase sullo stato agonico dell’economia europea cfr. Hans Bockler Stiftung―Fondazione del sindacato tedesco DGB /Düsseldorf, Institut für Makroökonomie, Research paper #92, 7.2012, S. Gechert e H. Will, Fiscal Multipliers: A Meta Regression Analysis Moltiplicatori fiscali: analisi di una meta regressione http://www.boeckler.de/pdf/p_imk_ wp_97_2012.pdf).

Ma tentennano tutti. Sempre. Non si decidono a buttare a mare i falsi profeti, né quelli – i tanti – ch ne hanno seguite e supinamente applicate le ricette letali dando retta a una dottrina economica  tanto antropofaga, nefasta e sbagliata. Anche perché spesso, certo, a mare dovrebbero buttare anche se stessi. Non vogliono dover confessare di avere sbagliato tutto. Anche loro: gli Hollande, i Monti, i Renzi, i Berlusconi, le Merkel. Non i secondi violini, i solisti. Colpevoli anche loro, sicuro, di stonare di brutto, come Draghi e i banchieri centrali un po’ tutti. Insomma, i solisti e i direttori d’orchestra, oltre ai compositori.

In definitiva, le tre maggiori economie europee – che tra di loro, fanno i 2/3 della ricchezza dell’eurozona – vanno proprio male. E torna a insistere Renzi: bisogna allentare i freni della politica monetaria, che più propriamente, però, anche se senza dirlo così chiaramente, imputa ai governi che non vogliono deciderlo come quello tedesco o che non osano obbligarvelo come lo stesso governo francese e, nei fatti, non a chiacchiere finora anche il suo.

● I dati della crisi delle economie di Germania e Francia   (grafico) 

PIl: % di cambiamento dal 1° trimestre

           Germania       Francia                 

Fonte: Agenzia Thomson Reuters/The Economist, 15.8.2014

Ma, poi, forse hanno ragione tutti, Sapin, Renzi e Draghi: loro chiedendo minore rigidità e lui insistendo su una capacità decisionale più integrata e più unita di tuta l’eurozona e, anche, di tutta l’Unione: che, con le istituzioni attuali, il governatore ha ragione, può venire in modo stabilmente efficace solo con una decisione di fondo del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo 

L’Italia resta ancora la terza delle tre grandi potenze europee del’eurozona e quella che continua a perdere ancora in graduatoria: anche se Renzi, che cerca flebilmente facendo rumore di indorarsi la pillola, evidenzia che il suo -0,2% anno su anno del secondo trimestre è, in realtà, un aumento di PIL (+0,1 rispetto al confronto annuo precedente, a -0,3): mentre quello tedesco è, invece, anno su anno un intero punto di PIL andato perduto (EUROSTAT, 14.8.2014, #125/2014, GDP stable in the euro area Il PIL stabile nell’eurozona http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14082014-AP/EN/2-14082014-AP-EN.PDF).  

Ma è una consolazione assai debole, con l’aglietto come si dice a Roma[3], quasi ridicolmente roseata, renziana appunto. Seguiremo e commenteremo, soprattutto, nel futuro prossimo venturo... tanto questi gran bischeri, per dirlo alla toscana – toscani, italiani, inglesi, tedeschi o americani che siano – ancora mica cambiano approccio e idea...

... fedeli e ossequiosi, come sono, alla guerra fredda d’antan e all’ideologia devastante della scuola economica neo-cons di Chicago di quarant’anni fa (Il Sole 24-ore, 6.8.2014, I dati del PIL: Italia in recessione tecnica [cioè, vera e propria]― res://ieframe.dll/acr_depnx_error.htm#ilsole24ore.com,http://www.ilsole 24ore.com/art/notizie/2014-08-06/i-dati-pil-italia-recessione-tecnica-torna-incertezza-mercati--200336.shtml; e Renzi avanti con maggior decisione: dipende da noi http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-08-06/pil-sacconi-reces sione-richiede-straordinarie-riforme-strutturali-partire-mercato-lavoro-113540.shtml); e, anche, New York Times, 6.8.2014, J. Ewing e Gaia Pianigiani, Italy Falls Back Into Recession, Raising Concern for Eurozone Economy L’Italia ricade nella recessione, sollevando preoccupazioni per tutta l’eurozona http://www.nytimes.com/2014/08/07/business/in ternational/italy-falls-back-into-recession-raising-concern-for-euro zone-economy.html).

●Quando studiavamo a Yale, tantissimi anni fa, nei corsi di Economia introduttiva insegnavano la formula, l’equ    azione, che Y = C+I+G+(X-m), a significare che PIL = alla somma di consumi, investimenti, spesa statale e esportazioni nette. Per cui, il risultato che l’Italia sia adesso ri-affondata in piena recessione per la terza volta dalla crisi del 2008 non può sorprendere quelli che allora studiavano quella formuletta basilare e i fattori suoi componenti.

Disgraziatamente, quest’elementare logica economica non trova spazio presso Renzi, i suoi, né la sua opposizione ufficiale e spesso, è anche incapace di esprimersi nel testo di riferimento che vi citiamo più spesso in queste Note, cercando disperatamente di sput**narlo, il NYT, che ha sempre il pregio, però, della semplicità e della chiarezza delle sue insulse argomentazioni rispetto alla confusa nebulosità di quelle degli studiosi e dei pennivendoli, anche autorevolissimi, ma generati dal mostro del liberismo sfrenato in America come e quanto da noi; accademici dal nome famoso – ma non Nobel, non Nobel... loro – come gli Alesina o i Zingales o gli impeversanti Giavazzi, per dire dei nostri...

Adesso l’articolo del NYT cui facciamo riferimento (quello già appena citato di Ewing e Pianigiani del 6 agosto) lo conferma: questa logica – che se facciamo venire a mancare i fattori componenti della domanda, si fa crollare la domanda stessa – in questo articolo, non trova nessuno spazio. E’ la logica  modestamente esposta da noi (e, nell’argomentazione appena sotto ampiamente articolata del link che forniamo a un testo recente sulla crisi dell’eurozona dal Nobel Stiglitz) sulla drammatica debolezza del’economia italica e su gran parte del resto dell’eurozona.

Ma la storia, vera, di fondo, è presto delineata. Dal 2010 l’Unione europea sta chiedendo sistematicamente ai paesi dell’eurozona di ridurre i deficit di bilancio. Cioè, di tagliare la spesa pubblica e, oppure o in combinazione, di aumentare le tasse. Ma, appunto, la più scarsa spesa pubblica che ne deriva, riduce direttamente la domanda economica. E anche le tasse in aumento riducono indirettamente la domanda tagliando il reddito disponibile e, dunque, i consumi[4].

In sintesi, la UE ha chiesto a molti dei paesi dell’eurozona di ridurre deliberatamente la domanda nelle loro economie. Ma non ha indicato, perché semplicemente non c’è, alcun meccanismo in grado di rimpiazzare la domanda così andata persa. C’era, è vero, prima dell’euro. Se l’Italia, la Spagna e le altre economie che si sono trovate sull’orlo della recessione e ci sono poi precipitate, avessero potuto lasciar fluttuare liberamente il tasso di cambio allora, forse, sarebbe anche stato possibile che la svalutazione avrebbe loro consentito un aumento delle esportazioni nette (meno care, mentre più costose sarebbero diventate le importazioni nette). Così, malgrado da una parte – questa  – la  frenata, continuano la crescita almeno da quell’altra...

Ma trovandosi i paesi che più ne avrebbero avuto bisogno nell’eurozona per la loro scelta strategica troppo fiduciosa, a posteriori si può ben dire, sulla coerenza del cammino di unità economica che sarebbe seguito all’unità monetaria (questa fu la scommessa di Ciampi e di Prodi che, di per sé, era razionale e strategicamente corretta ma che è stata negata non solo ma soprattutto dalle fobie dei tedeschi), questa strada è loro sbarrata: a meno che l’euro come tale, nel suo complesso, decidesse di lasciarsi svalutare. Per farlo, però, ci sarebbe stata la necessità di completare appunto il percvorso europeo di integrazione verso l’unità: anche sul piano delle politiche economiche e non solo di quella monetaria. Il peccato originale, mai perdonato e perdonabile all’euro.

L’alto tasso di disoccupazione provocato dalle politiche economiche imposte, e scelte, dalla UE – dalla Commissione e dal Consiglio europeo, ma anche subìte, tutto sommato passivamente, dal parlamento – potrebbe avere a termine un qualche effetto di stimolo abbassando i salari. Tagliando i redditi da lavoro dipendente, le varie economie potrebbero anche migliorare le rispettive posizioni competitive nei confronti della Germania e di altre più forti economie dell’eurozona.

Ma con un tasso di inflazione pressoché ormai inesistente anche in Germania, ovviamente, con la moneta unica e l’unica politica monetaria esistente, il processo è talmente lento che non riesce neanche mai a cominciare... e, inoltre, per chi così si vede ridurre il reddito da lavoro da subito è immediatamente assai doloroso.

In breve, non esiste alcuna plausibile opzione – senza rovesciare come un calzino tutta questa politica – o almeno senza cominciare a completarla subito quella che in fondo Draghi ha ben individuato adesso: il progetto dell’integrazione anche economica non monetaria soltanto. Parlando, infatti, il 7 agosto in sede di presentazione delle conclusioni del Direttivo della BCE (vedi appena qui sotto), anche se solo per accenni, ha detto chiaro di una ormai necessariacessione di sovranità nazionali”.

Non, come da noi al solito banalmente è stato letto, o almeno non tanto  per dirci di fare le riforme strutturali (la cancellazione dei diritti dei lavoratori, per dire: se non la facessimo noi, ce la detterebbe Bruxelles...) ma che possa davvero dar luogo – era questo il senso, sul serio – a una politica comune economica sovrana di tutta l’Unione nel suo insieme. Da qualche parte sarebbe forse stato onesto farlo rilevare nell’articolo del NYT che andiamo criticando, no?  che come quando cade un martello su un piede, la fisica insegna quanto sia normale aspettarsi che al piede faccia poi male, così in economia sarebbe normale aspettarsi che la caduta della domanda faccia male all’economia...

●Adesso date retta e date una rapida occhiata alle slides qui allegate che, in estrema efficace sintesi (sono in tutto 43 (7 righe l’una, al massimo) e anche del testo (in tutto 24 cartelle)  della conferenza che, in inglese, ha dato a Roma il 24.5.2014, il Nobel dell’Economia, Joseph E. Stiglitz (per le slides , cfr ▬  http://www.eguaglianzaeliberta.it/admin/EDITOR/my_documents/my_files/Stiglitz%20slides.pdf; mentre, per il testo integrale dell’intervento , cfr ▬ http://www.eguaglianzaeliberta.it/admin/EDITOR/my_documents/my_files/Stiglitz%20testo.doc), danno un’efficacissima analisi e propongono la serie di “ricette”, proposte, soluzioni – alle quali da molto tempo ci siamo ispirati come alternative reali, anche perché – a parte l’autorevolezza di chi le propone – si tratta di esperti che – loro sì! – non si sono sbagliati mai, come quelle dell’altro Nobel dell’Economia, Paul Krugman, che su queste nostre Note spesso vi andiamo citando...   

●La Turchia ha eletto, come suo presidente il premier Recep Tayyp Erdoğan al primo turno, col 52% dei voti all’AKP, il suo Partito della giustizia e dello sviluppo. Malgrado l’ostilità di molti esponenti delle élites ma grazie alla spinta della grande maggioranza della gente comune. E malgrado i gravissimi errori che il premier ha compiuto per battere gli oppositori interni, appoggiando anche troppo apertamente gli estremisti fondamentalisti dell’IS contro il suo stesso più ragionato istinto a loro decisamente ostile.

Così Erdoğan è diventato il primo presidente turco eletto a suffragio universale diretto, all’americana, con un’affluenza alle urne del 74,12% degli aventi diritto. Certo, quasi la metà dei votanti gli sono stati contro, in questa specie di referendum che era diventata questa elezione: ma Renzi, perfino Renzi, su un voto in qualche modo indiretto e senza conseguenze istituzionali interne ma solo politiche ha preso solo il 40% dei voti e, alla fine, Obama è stato eletto dal voto favorevole grosso modo solo di un quarto, forse, degli americani.

Come chiunque è al potere in una democrazia di stampo occidentale anche lui ha utilizzato il controllo, la supremazia che un governo ha nel controllo dei media, cercando di emarginare le sfide di chi vuole scalzarlo dal comando. Ora il prossimo punto in agenda sembra essere quello di espandere i propri poteri con la creazione di un esecutivo suo, all’americana, dichiaratamente proprio del presidente, cercando di rafforzare il carattere che è riuscito già a far passare nel paese di uno Stato non più proclamato istituzionalmente laico e addirittura anti-islamico (quello che era prima, sotto il regime dei miliari) in uno invece islamico-“moderato”, certo non islamista ma ogni tanto anche tentato da qualche opportunismo di stampo invece, magari, anche islamista (LIGNET, 12.8.2014, Erdogan continues Transformation of Turkey as President― Erdoğan adesso, da presidente, continuerà a trasformare la Turchia ▬ http://www.lignet.com/InBriefs/Erdogan-continues-Transformation-of-Turkey-as-Pres).  

Ora, promette, di poter anche pensare a riconciliare il paese (la Repubblica, 10.8.2014, Erdoğan è il nuovo presidente: ora, la riconciliazione sociale http://www.repubblica.it/esteri/2014/08/10/news/erdogan_presidente_ elezioni_verso_vittoria_primo_turno-93521907). Di certo è che, ora, leggerà il risultato come un mandato forte di rafforzamento netto del potere esecutivo. Che è vero. Ma, stavolta, non è solo questo.

Anzitutto, chi gli si oppone e continua a farlo non dovrebbe sottovalutare le ragioni niente affatto di radice “religiosa” del suo successo. Intanto, l’oppositore principale e ufficiale, Ekmeleddin İhsanoğlu, conservatore e appoggiato dal Partito repubblicano del popolo/CHP, tradizionalmente vicino alle istanze militari ormai domate da Erdoğan, e dall’estrema destra del Partito d’azione nazionale/MHP, è un personaggio del tutto anti-carismatico e poco popolare. Le principali differenze di policy che lui ha manifestato col primo ministro uscente non erano sulle questioni sociali e economiche, che hanno suscitato nel paese anche grandi proteste di massa, ma sul suo stile acerbo, sulla retorica “populista”, come la chiama, e la polarizzazione sulla politica mediorientale.

Il fatto è che, con lui come primo ministro ormai da un dodicennio, il Partito della giustizia e dello sviluppo ha sicuramente garantito alla gente più giustizia e, anche, molto molto sviluppo in più. Che nessuno ha potuto contestargli: un PIL quadruplicato e uno sviluppo economico caratterizzato da grandi investimenti infrastrutturali. Con il codazzo, ovviamente, qui come dovunque – come a Milano, all’Expo, come per esempio a Berlino, nella modernizzazione accelerata della capitale dopo la fine della DDR – di tutta la parte oscura legata agli appalti, ecc., ecc. (Deutsche Welle, 14.8.2014, The dark side of Turkey's construction boom― Il lato oscuro del boom edilizio in Turchia http://www.dw.de/the-dark-side-of-turkeys-construction-boom/a-17839525).

Ma resta il fatto, fondamentale per la grande maggioranza dei turchi, che la crescita economica si è attestata per anni e da anni sul 5%, con un’inflazione che tende comunque al ribasso riuscendo anche a portare un forte esercito dalle tradizioni interventiste prepotenti e addirittura fondate nella stessa Costituzione fondante di Ataturk, riportati sotto il controllo civile. E ha offerto ai curdi di Turchia più diritti di ogni predecessore (l’uso legittimo, anche in ambito istituzionale, della lingua  non più proibito per legge) raggiungendo un cessate il fuoco effettivo anche se non del tutto ancora completamente finalizzato che ha comunque “retto” dal 2013, pur in mezzo alle tremende turbolenze dell’area (da una parte Russia, Crimea, Ucraina; dall’altra Siria, Iraq e Gaza) che non lo hanno certo aiutato. Come anche, però, diverse delle sue scelte filo-sunnite e anche, a volte, pure filo-estremiste: in Siria, prima, con l’ISIL e, poi, anche con l’IS adesso, in Iraq.

●L’unica vera novità nel quadro politico che queste elezioni hanno presentato è ora l’HDP, il Partito democratico del popolo, che sembra cominciare a abbozzare una risposta potenzialmente anche elettorale di sinistra-sinistra presentandosi sulle posizioni e anche con la sponsorizzazione dichiarata del greco Alexis Tsipras e del suo partito (una novità vera, la “copertura” di un leader greco per un partito turco!). E ha preso più del 6% alle presidenziali, molto più di ogni ottimistica previsione.

Erdoğan potrebbe adesso, però, aver anche raggiunto il massimo del successo – che è, comunque, un’enorme, rispetto a qualunque altro leader occidentale, maggioranza assoluta, oltre il 52% dei suffragi ottenuti, per riconoscimento di tutti in sostanza liberamente – coi suoi metodi autocratici così in fondo legittimati, non riesce a far presa su quest’altra Turchia attenta agli equilibri ecologici e contraria a un ipersviluppo economico che sta devastando anche una delle città del mondo in soluto tra le più belle come Istanbul, incapace di comprendere quella che naturalmente considera una visione francamente antiquata del ruolo della donna.

Certo, forse, qui islamicamente molto più “moderata” ma che anche qui, per esempio, ai vertici stessi del partito di Giustizia e Sviluppo in campagna elettorale, il vice premier Bülent Arinç ha bizzarramente – a molti, ma non a tutti è sembrato – invitato le donne turche alla modestia e, dunque, a non ridere in pubblico. Suscitando, giustamente, grandi risate di  derisione ma anche vasti consensi  tra la cittadinanza (Guardian, 2.8.2014, Constanze Letsch, The bizarre debate over female laughter shows Turkey's women need a new deal ▬ Il bizzarro dibattito sul riso delle donne in pubblico mostra che nel paese le donne hanno bisogno di un altro contratto sociale http://www.theguardian.com/world/2014/aug/02/turkey-women-absurd-debate-female-laughter-new-deal).

Mentre agli osservatori risulta che la Turchia è in assoluto uno dei sistemi che sbattono in carcere al mondo più giornalisti (Committee to Protect Journalists/Comitato internazionale per la Protezione dei giornalisti, 18.12.2013, Rapporto di Elana Beiser ▬ http://cpj.org/reports/2013/12/second-worst-year-on-record-for-jailed-journalists.php).

Bisogna soprattutto tenere presente che, anche malgrado questo, qui ancora conta e giustamente la conferma che la piccola borghesia commerciale, i ceti  nuovi professionali, anche i contadini diventati in tanti nuova classe operaia, in condizioni di forte sfruttamento vissuto sempre, però, comunque come emancipazione sociale di massa, votano per il modernizzatore moderato Erdoğan. E lo faranno probabilmente ancora.

Ma ormai qui sembra anche aprirsi la strada a quello che sarà il dopo-Erdoğan: quell’altra Turchia più giovane, più libera e moderna, più cosciente e impaziente che comincia adesso a votare e farsi sentire per questa nuova sinistra, anche tra tanti giovani che sono e si sentono mussulmani ma vogliono esserlo in modo ormai nuovo e moderno (Guardian, 12.8.2014, R. Seymour, Erdoğan win in Turkey heralds a surprising  rise on the new left La vittoria di Erdoğan in Turchia vede una sorprendente ascesa della nuova sinistra [che, forse, come spesso capita a sinistra, si illude un po’ o – meglio – illude i suoi affezionati osservatori] ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/aug/12/erdogan-turkey-president-surprising-rise-new-left).

E questa novità, che ancora forse sta appena cominciando a germogliare, è la promessa – l’attesa – di molti, compresi molti degli islamici moderati più giovani, che appena tramontata – ancora dieci anni forse – l’era di Erdoğan della necessaria transizione dal regime militare dei generali voluto da Kemal Ataturk un secolo fa a quello civile dell’Islam suo, politico e “moderato”, la Turchia possa avviarsi verso una forma di democrazia ma non necessariamente di economia più vicina a quella  in genere praticata qui da noi in occidente, in Europa.

Smentendo chi sostiene – malgrado, e sono solo esempi, il Cile di Pinochet, l’Indonesia di Suharto, oggi l’Arabia e gli Stati arabi del Golfo e tanti altri – che le due cose come hanno predicato neo-cons e simili da decenni, contagiando anche molti che non ci credevano, vadano sempre e necessariamente poi insieme...

●Al nuovo presidente, che mira apertamente ad ottenere  poteri esecutivi rafforzati rispetto a quelli del predecessore, diminuendoli alla francese al successore – ma avrà problemi senza i due terzi dei voti necessari alla Camera per cambiare la Costituzione – succederà sia come capo del partito che come primo ministro l’attuale ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu. Era partito, all’inizio, mirando a fare della Turchia un paese “senza nemici e senza avversari”. Ma ha scoperto, cammin facendo, nel corso degli anni, di doversi scontrare con grossi ostacoli:

• con la UE, che procrastina ad aeternum la sua adesione: perché un paese comunque mussulmano;

• con Israele paese da sempre amico ma che massacra e occupa i palestinesi e ammazza i volontari turchi che portavano aiuti su una nave turca in acque internazionali;

• coi siriani, diventati nemici da cancellare appoggiando i pur estremisti alleati dell’ISIL e, poi, dell’IS – quelli del califfato islamista – qualche volta anche e perfino favoriti;

• con gli USA, il Grande Fratello di sempre, sempre più sbilanciato verso Israele e sempre meno attento alle sensibilità e alle priorità di Istanbul;

• con la Russia, comunque troppo grande e troppo vicina...

Anche per lui non sarà affatto facile, a cominciare dalla ostilità manifesta del presidente della Repubblica uscente, Abdullah Gül, che negli ultimi mesi aveva preso qualche po’ le distanze dallo stesso Erdoğan (Today’s Zaman/Ankara, 21.8.2014, Ruling party nominates Davutoğlu as the new leader to form next gov't― Il partito di governo designa Davutoğlu come il proprio leader che [come tale] formerà il nuovo governo http://www.todayszaman.com/mobile_detailHeadline.action?newsId=356364).

●A fine agosto, dopo  che per mesi la Germania s’era lamentata per la sistematica opera di spionaggio elettronico condotta contro Berlino, anche intercettando i cellulari di Stato e quello personale usati da Angela Merkel dalla NSA, la branca dedicata dell’intelligence americana, grande imbarazzo per le rivelazioni – tutto il mondo è paese e i tedeschi facevano gli ipocriti a far finta di non saperlo – che lo spionaggio del loro paese, il BND/Bundesnachrichtendiens/i Servizi federali di intelligence aveva  riservato l’identico trattamento da anni alla Turchia ( e, poi, in realtà, a chi sa quanti altri paesi)..

La Turchia, come la Germania, come gli USA sono paesi alleati e anzi, diversamente dalla Germania, anche paesi fondatori della NATO e, adesso, l’ambasciatore tedesco a Istanbul – questa è stata la differenza – sembra essersi almeno scusato, seriamente però più perché i suoi sono stati presi con le mani nella marmellata che per averlo fatto. O, almeno, il governo federale tedesco ha lasciato dire di essersi scusato promettendo ai turchi un’inchiesta ufficiale e esauriente del cui esito già sanno tutto tutti.

Proprio quello che Obama, senza ipocrisie stavolta, ha rifiutato di fare rivendicando il diritto di farlo perché “we can”: perché tanto possiamo― ma appunto, ormai, come tutti... (Hürryiet-Daily News/Istanbul, 21.8.2014, Celal Özcan, German intelligence ‘spied on whole of Turkey’― L’intelligence tedesca‘ha spiato contro la Turchia a tutto campo’ http://www.hurriyetdailynews.com/german-intelligence-spied-on-whole-of-turkey. aspx?pageID=238&nID=70709&NewsCatID=351); e The Economist, 22.8.2014).

●Ancora una volta la BCE ha tenuto fermi dov’erano tutti i tassi di interesse che regola centralmente nell’eurozona, compreso quello chiave del rifinanziamento bancario, allo 0,25%. Se aumentassero i rischi geopolitici di destabilizzazione e quindi di crisi anche economica in Europa, e altri paesi, lascia capire Draghi nella presentazione delle decisioni del Direttivo, sprofondassero ancora nella recessione come adesso è capitato all’Italia (due trimestri consecutivi di calo del PIL) la Banca potrà e dovrà decidere nuove azioni.

In fondo sostiene, e tutto sommato ha ragione, che se adesso tocca all’Italia la colpa è dell’“incertezza” regolatoria e politica che, con buona pace di Renzi, essa presenta anche con lui di sé sui mercati. Ma lui, con Renzi, in sostanza è d’accordo: dopotutto di mestiere fa il banchiere centrale e, come lui, è un liberista/riformista― come li chiamiamo noi un contro-riformista: uno di quelli decisi a privatizzare, liberalizzare ma in sostanza a deregolamentare tutto il possibile (New York Times, 7.8.2014, J. Ewing, E.C.B. Leaves Interest Rates Unchanged, Despite Geopolitical Risks― La BCE lascia immutati i tassi di interesse, malgrado i rischi geopolitici http://www.nytimes.com/2014/08/08/business/ international/ecb-leaves-interest-rates-unchanged.html); e Dichiarazione introduttiva del presidente Mario Draghi alla conferenza stampa di presentazione delle decisioni del Direttivo, 7.8.2014, Frankfurt am Main ▬ https://www.ecb.europa.eu/ press/pressconf/2014/html/is140807.en.html).

●Nella strana realtà tra l’incredibile fiabesco o, piuttosto, da incubo e l’irreale che è diventata l’Ucraina, il parlamento ha votato – oddio! ha votato – di non respingere  né accettare le dimissioni (hanno votato solo in 16 su 450 deputati per accettarle, m non gli hanno votato la fiducia... Gli hanno chiesto, “informalmente” però, di continuare come primo ministro… E lui ha accettato, pur senza avere una maggioranza qualsiasi da mettere in campo, dopo che un’estemporanea e fatiscente maggioranza di una volta sola ha accolto per il momento la proposta di introdurre una nuova tassa di guerra piatta, della stessa percentuale su un salario di € 150 al mese quanto sui quelli da 10.000.

E che, non a caso, ovviamente, neanche da lontano – troppo complesso e difficile, dice – punta a toccare rendite e evasione fiscale imperante (Stratfor, 31.7.2014, Ukraine: Votes Indicate Parliament Has Avoided Escalating Political Crisis Ucraina: il voto parlamentare evita [forse..., non è per niente chiaro...] l’impennata della crisi politica http://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-votes-indicate-parliament-has-avoided-escalatin g-political-crisis#axzz392Q5NseZ).

Il fatto è che il legame di dipendenza, il vero e proprio cordone ombelicale, che lega Washington a Yatseniuk e anche soprattutto a Berlino, è tale da rendere impossibile malgrado tutto alle barcollanti istituzioni ucraine rinunciare a lui subito. O, almeno, per ora...

●D’altra parte, dopo settimane ormai che il nuovo presidente ucraino Poroshenko ha ripreso l’offensiva militare contro la sfida separatista dell’est del paese e lui e i suoi alleati occidentali sono riusciti a costringere Mosca sulla difensiva, la Russia sta ricominciando a premere anche con

minacce credibili di intervento mlitare se Kiev non si dà una calmata sul campo. – decine di migliaia di truppe approntate, dentro i confini russi  proprio come sono ormai decine quelle pronte entro quelli ucraini – anche se non è affatto chiaro se poi il Cremlino intenda dare alla prospettiva un seguito effettivo. Perché potrebbe anche mirare solo ad espandere le proprie opzioni – dall’intervento militare alla de-escalation – in modo di mettersi in grado comunque di agire rapidamente quando avrà deciso la prossima mossa.

Intanto l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha cominciato a disegnare un quadro di possibile intervento presentato come di carattere umanitario e autorizzato dal CdS dell’ONU, adombrando una missione di interposizione dell’ONU tra le truppe di Kiev e la regione che vuole autonomia e separatismo del Donbass per evitare un’estensione della tragedia dei bombardamenti della popolazione civile già in corso (Stratfor – Global Intelligence, 5.8.2014, Russia seeks to maximise its options in Ukraine La Russia cerca di allargare le proprie opzioni in Ucraina http://www.stratfor.com/ geopolitical-diary/russia-seeks-maximize-its-options-ukraine#axzz3AjGOBS2g).

●Senza rinunciare a tenere sulla testa di Kiev la spada di Damocle della minaccia di un proprio intervento militare – costi poi quel che costi – per impedire quello che chiama il genocidio da parte del governo ucraino contro le popolazioni russofone del Donbass (secondo stime di osservatori dell’ONU nella regione – il bacino del Don – sono oltre 2.000 ormai i morti tra i civili), il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che si è incontrato domenica 17 agosto a Berlino con i suoi omologhi tedesco Steinmeier, francese Fabius e l’ucraino di fresca nomina Pavlo Klimki.

E  dice che qualche passo avanti è stato fatto, che è utile continuare il dialogo in questo “formato” e che, comunque, Washington – che, come i britannici, non era presente – deve ormai usare la sua influenza per portare Kiev a far cessare la sua guerra contro la popolazione dell’est del proprio pese. Quanto a Mosca, lui garantisce che, se e quando trovasse dall’altra parte un riscontro minimo grazie anche finalmente alla garanzia americana stavolta proposta in buona fede, è per parte sua in grado di convincere i russofili a fermare la guerra e aprire il negoziato (ITAR-Tass/Mosca, 18.8.2014, Russian FM confirms progress at ministerial meeting on Ukraine in Berlin― Il ministro degli Esteri russo conferma progressi nell’incontro  sull’Ucraina di Berlino ▬ http://en.itar-tass.com/world/745437).

Il russo ha anche avvisato che qualsiasi nuova consegna di materiale militare a Kiev da parte NATO o UE costituirebbe violazione degli accordi precedentemente negoziati e sarebbe contrastata da mosse analoghe di riequilibrio mentre la tregua delle armi deve essere intanto immediata e incondizionata (RIA Novosti, 18.8.2014, Ceasefire in Ukraine must be unconditional – Lavrov on the situation Il cessate il fuoco in Ucraina deve essere incondizionato –  Lavrov sulla situazione http://en.ria.ru/video/20140818/19211 9492/Ceasefire-Must-be-Unconditional--Lavrov-on-Situation-in-Ukraine.html).

●La nuova ondata di sanzioni contro la Russia per l’Ucraina – dove in realtà torti e ragioni non sono proprio affatto chiariti... anzi! – su indicazione dell’America e la forzatura dei suoi portavoce europei (Gran Bretagna, Polonia e paesi baltici) ha, d’altra parte, ora visto piegarsi anche l’Unione europea all’ukase americano. Era stata attentamente calibrata a Bruxelles a non toccare comunque il gas e i suoi annessi e connessi – almeno per non tafazzare direttamente se stessi – ma facendo in modo invece da rendere più complesso e difficile, quasi impossibile, a investitori americani e europei di investire in banche di proprietà dello Stato russo e vietando loro di esportare nuove tecnologie nel campo delle industrie russe petrolifera e della difesa.

Non il gas, come si è sottolineato, dove la dipendenza dai russi, per tutti i paesi europei è di dimensioni sesquipedali e, se le cose continuassero a trascinarsi fino all’autunno, potrebbe diventare drammaticamente pressante con l’avvicinarsi del freddo e dell’aumento della domanda. Ma la  reazione russa è stata tanto immediata quanto, per chi non fosse del tutto stupido, prevedibile: adesso – ha avvisato personalmente il ministro degli Esteri russo, un diplomatico di consumatissima scuola che, al contrario dei suoi omologhi americano e europei, nessuno prende mai sottogamba – adesso vi dovrete aspettare non un’interruzione delle forniture (sarebbe controproducente anche per noi) ma un più che discreto aumento del costo del nostro gas naturale per voi.

A sanzioni, insomma, così “distruttive e miopi”, contro-sanzioniinevitabili ma un po’ più  mirate”: come le ha chiamate Putin, rivolgendosi al governo, “accurate”... I russi, il credito – se ne hanno bisogno – lo trovano anche subito, in Cina ad esempio; e le tecnologie per l’estrazione del petrolio, magari un po’ meno meno sofisticate, comunque da loro da sempre funzionano...

Ma gli europei, tedeschi, italiani, ungheresi, austriaci ma anche, e soprattutto, lituani, polacchi, estoni, ecc., ecc.,  il gas da dove lo importano? dalla Libia, gli stolti? (The Economist, 1.8.014, Sanctions on Russia – This is going to hurt Le sanzioni alla Russia – Adesso faranno male [ma questi qui sono convinti che faranno male alla Russia... noi siamo d’accordo con Lavrov: faranno molto molto più male, al dunque, all’Europa] ▬ http://www.economist.com/news/europe/21610322-cost-vladimir-putins-gamble-ukraine-going-up-he-shows-no-sign-changing). E, per ridirla con chiarezza, gli ominicchi e le donnicciole che, a oltre un quarto di milione di € al mese più connessi ed annessi, fanno alla Commissione europea da portavoce, da istigatori e da interpreti purtroppo autorizzati e se ne escono scioccamente accusando Mosca che le sue contro-rappresaglie “costituiscono una decisione politicamente motivata”. Ma non mi dire!!  

Come la prima delle contro-mosse subito annunciate da Putin che è il blocco per un anno, più o meno per ora, alle importazioni dai paesi europei e all’America di molti prodotti agricoli: l’elenco include, nella risoluzione annunciata dal premier Medvedev, l’alt all’import di carni di bue, di maiale, di pollame, di pesce, latte e prodotti caseari, vegetali e frutta da Australia, Canada, Unione europea, Norvegia e Stati Uniti a partire da subito e per i prossimi dodici mesi.

Naturalmente, e come volevasi dimostrare, il NYT, campione di doppiogiochismo patriottardico, trova anche qui, pur riconoscendo che da parte dei russi si tratta di una “risposta” alle sanzioni occidentali, il modo di dire che, così facendo, Mosca “alza il livello del confronto” con l’occidente (New York Times, 7.8.2014, Neil MacFarquahar, In Reprisal Russia Imposes Trade Sanctions on the West In rappresaglia , la Russia impone le sue sanzioni commerciali contro l’occidente http://www.nytimes.com/2014/08/08/world/ europe/http://www.nytimes.com/2014/08/08/world/europe/russia-sanctions.htmlrussia-sanctions.html).  

La scommessa che fanno a Mosca è che se ciò potrà comportare, e comporterà, per la Russia, un aumento di prezzi al consumo, il costo per gli esportatori soprattutto europei che dovrebbero impegnarsi a far ripensare i loro governi sulle loro sanzioni sarà anche più penoso. L’esportazione di alimenti e derrate alimentari dalla UE in Russia nel 2013 ammontava a 12,2 miliardi di €, dopo parecchi anni di aumento in percentuale sempre sopra il 10% (Guardian, 6.8.2014, Jennifer Rankin, Russia bans agricultural imports from west in tit-for-tat sanctions move― La Russia bandisce le importazioni agricole dall’occidente con una linea di contro-sanzioni  dell’occhio per occhio ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/aug/06/russia-bans-im ports-eu-us-sanctions). Per l’Italia si tratta di qualcosa intorno al miliardo di €.

Gli USA saranno molto meno “colpiti” dell’Europa dalle contro-sanzioni di Putin, perdendo in tutto forse un po’ più di un miliardo di $ quasi tutto concentrato in esportazioni di pollame, carne suina     (Washington Post, 7.8.2014, R.R. Ferdman, Russia’s ban on American food imports is going to hit the U.S. poultry, pork and nut industries the hardest― Il divieto russo sulle importazioni di alimentari dagli USA colpirà soprattutto l’industria americana che produce pollame, carni suine e delle noci http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2014/08/0 7/russias-ban-on-american-food-imports-is-going-to-hit-the-u-s-poultry-pork-and-nut-industries-the-hardest).

In effetti, da subito Mosca ha inviato in giro per l’America del Sud (nove paesi in sette giorni) il 59enne suo plenipotenziario all’agricoltura, Sergei Alekseyevich Dankvert, il capo del servizio federale veterinario e fitosanitario ma, di fatto, quello che in America chiamano lo zar incaricato di tutti gli approvvigionamenti strategico-alimentari della Federazione russa. Che ha subito tirato a casa risultati concreti e copiosi in termini contratti stilati.

Ma anche a buon mercato, avendo sapientemente messo in concorrenza tra loro i vari fornitori sud-americani nazionali molti dei quali  vendono, poi, gli stessi prodotti agricolo-alimentari nel mondo (ProgresoWeekly/Brasilia, 7.8.2014, F. Pagliery, LatAm stand sto profit from Russia’s food ban L’America latina gudagnerà dal divieto di importazione agli alimentari imposto [dalle contro-sanzioni] russe all’occidentehttp://progreso weekly.us/latam-stands-profit-russias-food-ban).

E si parla anche di un altro tipo di contro-sanzioni, effettivamente molto molto “accurate” di Putin, che metterebbe subito in crisi tutte le grandi compagnie aeree occidentali: restrizioni o, addirittura,  divieto anche totale di sorvolo del territorio siberiano. Aumenterebbe, se completo, di oltre un’ora e mezza il tempo di transito di ogni singolo volo diciamo tra Parigi e Tokyo, Berlino e Pechino, Londra e Manila e tra Roma e Melbourne; e, ovviamente, di molto, i costi. Per ora è solo una pesante minaccia. Ma, questi stromboli non ci avevano pensato a quel che sarebbe venuto fuori, alla fine, dal vaso di Pandora che andavano in questo modo, casualmente e irresponsabilmente, stappando? (la Repubblica, 5.8.214, Sanzioni, la Russia risponde alla UE: forse stop ai voli sulla Siberiahttp:// www.repubblica.it/esteri/2014/ 08/05/news/sanzioni_russia_ucraina_ue_ voli_siberia-93189322).

●Anche il Giappone si allinea, ma in parte, con le sanzioni, pare solo con misure mirate agli individui identificati e indicati da Washington e non ancora alle banche e alle imprese. Abe non ha ancora rinunciato, pare sempre, a convincere Putin a fare un trattato di pace che metta fine alla perdita delle isole Curili a favore della Russia, l’URSS di Stalin allora vincente con la resa senza condizioni dell’impero alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma certo, così, il suo sogno – la sua illusione – va all’aria (New York Times, 5.8.2014, M. Fackler, Japan Keeps Door to Russia Open While Imposing Sanctions― Il Giappone tiene aperta la porta alla Russia, pur imponendo sanzioni ▬ http://www.nytimes.com/2014/08/06/world/asia/japan-keeps-door-to-russia-open-while-imposing-sanc tions.html).

●Intanto, l’Italia, anche cercando forse di stemperare le resistenze incontrate alla nomina di Federica Mogherini, la avanza finalmente e ufficialmente – Renzi, sul punto, dopo aver scioccamente insistito a non farlo – fino a provocare un mese fa l’assolutamente irrituale no del Consiglio alla candidata – ha dovuto piegarsi, come era ovvio che fosse pur senza aver potuto strappare alcuna garanzia preventiva di successo.

Ma prima di sfondare, ha ancora incontrato forti resistenze dagli Stati membri dell’Europa dell’Est più russofobi (i baltici, la Polonia: che, adesso, ha prima ufficialmente avanzato in contrapposizione a quello di lei per lo stesso posto di responsabile Esteri della Commissione il nome, pesante, del suo ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, poi l’ha ritirata ma rilanciando, e vincendo, col candidare il proprio primo ministro Donald Tusk come nuovo presidente, al posto del vagamente blando van Rompuy, del Consiglio europeo.

Intanto, l’Unione da segnali di disponibilità, ancora tutta da verificare, a rilanciare le sanzioni contro la Russia. Così adesso, come al solito sulla base di una mezza comunicazione ricevuta per ora informalmente da Fincantieri, il direttore Igor Vilnit della compagnia navale russa Rubin che, con quella italiana, co-produceva e costruiva il prototipo largamente modificato di un minisommergibile S-1000 da 1.000 tonn. di stazza, il governo italiano si appresterebbe a annunciare – per ora non lo dichiara in prima persona – di aver sospeso il progetto.

Scrive, amaro, un sito specializzato che “mentre la Francia resiste alle pressioni di Washington e della UE che vorrebbero indurla a rinunciare a vendere a Mosca le due navi portaelicotteri tipo Mistral, l’Italia si piega agli alleati che in relazione alla crisi in Ucraina chiedono la cessazione della cooperazione militare e industriale con la Russia” e sospende quello che era, anche se già in corso, un progetto di sviluppo congiunto d’avanguardia molto promettere. Sottolinea l’ing. Vilnit, solo “per ragioni politiche(AD/Analisi Difesa, 26.7.2014, Sub S-1000: Roma sospende il progetto italo-russo http://www.analisidifesa.it/2014/07/sottomarini-s-1000-roma-sospende-il-progetto-italo-russo).

●In modo analogo, adesso, anche la Germania si piega: annuncia la revoca della licenza di costruzione alla Rheinmetall Defence AG tedesca per edificare un simulatore di addestramento elettronico high-tech in un centro militare della regione russa del Volga: per un contratto di circa 130 milioni di €. Ma, al fatto che Putin torni adesso indietro dalla Crimea e dalla minaccia di frenare la voglia di rifarsi del governo ucraino – quello golpista attuale di Kiev – perché il centro di addestramento russo-tedesco o il minisub italiano-russo se li devono ora fare da soli a Mosca, nessuno davvero ci crede. Neanche per un momento.

E, adesso, la Rheinmetall sa, e avverte Berlino, che le penali per la rottura di contratto coi russi non se le vuole certo addossare visto che a farlo l’ha obbligata il governo federale (Lignet/Langley Intelligence Group Network/Washington, 5.8.2014, New German Sanctions Likely to Have Little Effect on Putin― Le nuove sanzioni tedesche contro Putin non avranno che piccoli effetti http://www.lignet.com/InBriefs/New-German-Sanc tions-Likely-to-Have-Little-Effect-); e  Moscow Times, 5.8.2014, M. Brodner, Russia to sue Germany’s Rheinmetall  for stopping combat simulator exports― La Russia porterà in tribunale la Rheinmetall tedesca per l’alt all’export del contratto del  simulatore da battaglia  res://ieframe.dll/acr_depnx_error.htm#themoscowtimes.com,http://www.themoscowtime s.com/business/article/russia-to-sue-germanys-rheinmetall-for-stopping-combat-simulator-exports/504614.html).

●Però poi, a fine agosto, anche Merkel si mette a parlare di inasprimento delle sanzioni... mentre Putin nega, quando i satelliti spia della NATO dicono, ma senza dimostrarlo con alcuna sicurezza, di aver accertato l’entrata di un migliaio di militari con mezzi corazzati in Ucraina: questione di interpretazione e di lettura delle immagini mai chiare e certe: i mezzi corazzati russi sono quelli che ha in dotazione anche Kiev e le foto riprese fanno vedere solo macchie più o meno simili a modellini di carri.

Ma non riescono a far vedere quali, né se si tratti di territorio russo o ucraino (Washington Post, 28.8.2014, D. Lamothe, NATO: these new satellite images show Russian troops in and around  Ukraine― NATO: queste nuove immagini satellitari mostrano [dicono loro] truppe russe in e intorno [per forza di cose, no?] all’Ucraina http://www.washingtonpost.com/news/checkpoint/wp/2014/08/28/nato-these-new-satellite-images-show-russian-troops-in-and-around-ukraine).

Insomma, e forse con qualche imprudenza, la cancelliera si fida meno di Putin e più di Rasmussen, della NATO delle sue “letture” satellitari. Il che si può anche capire, ma costa: probabilmente più, come sembra, a chi le sanzioni le mette che a chi le subisce... Tafazzi, insomma, docet, anche a Berlino...

● L’Ucraina dallo spazio: la NATO, i miei spioni distinguono tra cose russe e cose ucraine― dice... (foto) 

Fonte: NATO Hqs, Brussels - Digital Globe, 21.8.2914: semoventi russi (?), dice la NATO, in Ucraina... e si deve crederle sulla parola

Anche se, pur minacciando ancora una volta, a latere del Consiglio europeo di fine agosto, sulla base delle foto dubbie ma possibilmente anche, come dire, genuine di Rasmussen una nuova stretta di vite sulle sanzioni antirusse guida tuti nel’opporsi a fornire armi NATO a Kiev perché resta convinta che alla Russia non farebbero né caldo né freddo ma, soprattutto, perché darebbero l’impressione che dalla crisi russo-ucraina si potrebbe uscire con uno sbocco che non sia politico e diplomatico... 

 

●Sulla Serbia, sempre muovendosi all’unisono con la grazia coordinata e le movenze raffinate della diplomazia dei rinoceronti, Unione europea e Stati Uniti stanno pressando il governo affinché chiarisca la sua posizione entro il primo settembre. Belgrado, dicono, deve scegliere: sostenere le sanzioni europee alla Russia oppure rischiare di perdere i finanziamenti promessi dall’Europa (Look-out News, 24.7.2014, Serbia: dall’occidente ultimatum a Belgrado http://www.lookoutnews.it/ue-usa-ultimatum-serbia-sanzioni-russia). Solo che i serbi resistono: anche perché – secondo i più flessibili alle ragioni europee soprattutto perché – ai finanziamenti promessi non ci credono più con buonissimi motivi.

E’ la mossa maldestra, e anche scontata, di una diplomazia ad angolo ottuso.

Che si muove facendo intravvedere per chissà quando la carota ma pretende di usare immediatamente il bastone – al contrario degli americani che promettono di pagare e poi pagano, magari poco ma qualcosa anche subito, la Ashton e soci promettono solo e sempre―  pura “miopia politica col solo risultato che forse potrebbe ottenere di spingere la Serbia tra le braccia del Cremlino come non era accaduto – con la Jugoslavia – neppure ai tempi dei regimi comunisti (sempre Look-out. News, appena cit.).

E, in effetti, il presidente della Repubblica di Serbia, Tomislav Nicolic, ha cominciato a premere lui sui più “flessibili” dei componenti del governo perché decidano di non prendere parte al programma di sanzioni che la UE sta mettendo insieme rischiando contraccolpi forti di ordine economico (flussi e costi delle forniture di gas e petrolio russo),ma soprattutto sottolineando le ripercussioni politiche e l’inasprimento dei rapporti con l’unica potenza al mondo che abbia sostenuto coerentemente le ragioni dei serbi e l’intangibilità dei loro confini dopo la rottura della Jugoslavia.

Con ciò tocca una corda ancora sensibile tra la popolazione comprensibilmente sempre e ancora amareggiata e risentita per il tradimento dell’occidente sul Kosovo, solennemente promesso come integrante e inalienabile retaggio della Serbia e poi mollato (Stratfor, 31.7.2014, Serbia: Country Should Not Join Sanctions On Russia, President Says Il presidente della Serbia ammonisce a non unirsi alla sanzioni contro la Russia http://www.stratfor.com/situation-report/serbia-country-should-not-join-sanctions-russia-president-says#a xzz392Q5NseZ).

●Anche la Bulgaria, cedendo alla pressione del Consiglio europeo – anche perché insieme alla candidatura della Mogherini al ruolo di Mrs. o Mr. PESC, come dicono lì: l’Alta/o responsabile per la Politica estera e di Sicurezza nella nuova Commissione e di quella del polacco Sikorski, è stata presentata anche quella della commissaria bulgara uscente, Kristalina Georgieva – ha reso noto per bocca del presidente Rosen Plevneliev – che parla, però, senza un governo che oggi è dimissionario alle spalle – che lui continua a sostenere il progetto South Stream ma che, prima di sbloccarne il lavori per il tratto bulgaro, sarà necessario – contrariamente a quel che hanno deciso altri partecipanti alla joint venture che hanno deciso invece per conto loro – attendere la decisione finale della Commissione.

Intanto, e a seguito di queste notizie, imputando però direttamente non tanto alla UE quanto al senatore americano John McCain, ex candidato alla Casa Bianca dei repubblicani, e alle sue pressioni da vero e proprio lobbysta sul presidente bulgaro, la marcia indietro, l’impresa russa Stroytransgaz, che aveva vinto la gara ha ritirato la sua decisione di costruire il pezzo di gasdotto della Bulgaria, annunciandolo in questi termini col presidente Gennady Timchenko (Kiyv Post/Kiev, 5.8.2014, Reuters, Timchenko company blames McCain for lost Bulgaria South Stream work―  La compagnia di Timchenko imputa a McCain la perdita della costruzione del tratto bulgaro del gasdotto South Stream http://www.kyivpost.com/content/business/reuters-timchenko-company-blames-mccain-for-lost-bulgaria-south-stre am-work-359322.html).

E a questo punto, Sofia decide, però, di seguire l’esempio di quelli che pure sono i più russofobi nell’Unione, i polacchi:  che vogliono moglie ubriaca e, insieme,  botte piena – il proverbio c’è pure da loro – e chiedono, perciò, alla UE coma già hanno fatto i polacchi “adeguate compensazioni” per le prevedibili conseguenze che, sulle forniture di gas russo domani e subito per l’alt alle importazioni di prodotti agricoli e alimentari, verranno ora dalla rappresaglia alle sanzioni che loro hanno fieramente voluto, e quasi imposto, tenendo bordone agli USA ai bocconi che hanno dato loro retta e le hanno votate.

I bulgari stimano di perdere subito a causa dell’embargo alla Russia sui 10 milioni di € solo nell’immediato e li vogliono da Bruxelles; che a loro, come a quanti (alla Sołidarnosc, nel periodo della transizione, tanto per capirci...) erano abituati a fare sciopero contro i comunisti ma a chiedere comunque di avere il salario regolarmente pagato) dovrà spiegare i fatti della vita (EURActive, 12.8.2014, EU tries to limit damages from Russian food embargo La UE tenta di limitare i danni dall’embargo sugli alimentari dei russi [ma, in realtà, il testo spiega che a Bruxelles, come si dice, gli Uffici stanno solo cercando di capire la portata dei danni che la rappresaglia russa potrà provocare paese per paese...] http://www.euractiv.com/sections/ europes-east/eu-tries-limit-damage-russian-food-import-ban-307778).

●Anche il Kirghizistan si è unito al progetto di sistema anti-aereo del Caucaso e dell’Asia centrale dopo un incontro a Vladivostok a fine luglio del Comitato di coordinamento del Consiglio dei ministri della Difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (Armenia, Bielorussia, Kazakistan, ora Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan).

E questa è un’altra sconfitta tattica – e forse anche strategica: per l’estensione del territorio che copre e il momento in cui avviene – una delle tante disfatte politico-diplomatiche che gli USA hanno tentato, in modo del tutto inadeguato, di evitare (Stratfor, 31.7.2014, Kyrgyzstan: Bishkek Joins Central Asian Air Defense System Project Bishkek si unisce al progetto di sistema di difesa antiaereo nel Caucaso e in Asia centrale http://www.stratfor.com/situation-report/kyrgyzstan-Bish kek-joins-central-asian-air-defense-system-project#axzz392Q5NseZ).

●Una corte d’arbitrato olandese, la cui giurisdizione non è riconosciuta dal governo russo – né, d’altra parte, neanche quello americano – ha  decretato che Mosca deve rimborsare danni per 50 miliardi di $ agli ex detentori di azioni della Yukos, una compagnia petrolifera russa proprietà di oligarchi locali e di qualche azionista occidentale da tempo defunta, dopo la condanna per evasione fiscale, truffa e malversazione nel 2003 del suo ex azionista di maggioranza, l’oligarca russo miliardario e nemico di Putin Mickhail Kodorkowsky, rimesso da poco in libertà (per grazia dello stesso Putin) e dal tribunale di San Pietroburgo costretto a pagare svendendo la Yukos alla Rosneft di Stato (The Economist, 1.8.2014).

Come è ovvio, e sa per prima la Corte nella sua imparruccata impotenza, lo Stato sovrano della Repubblica Federativa di Russia non darà neanche un copeco a nessuno: Kodorkowsky è andato in galera anche perché era un nemico dichiarato di Putin. Ma era pure un truffatore, uno speculatore e un evasore fiscale…

●Una considerazione di sintesi, su cui consiglieremmo a tutti, e soprattutto ai nostri governi, di cominciare a riflettere è che Putin mostra di essere convinto che, come sempre nella sua storia, se messa alle strette – da Napoleone, da Hitler, da Obama: e perfino a prescindere dalla capacità dei suoi capi del momento – o, meglio, se gli stranieri tentano di metterla in un angolo – la Russia è in grado di fare sostanzialmente da sola, di reagire, di sfidare chi la sfida.

Oggi, non la si può del resto facilmente isolare, con alle spalle la rinnovata alleanza politico-commercial-finanziaria con la Cina che le pretese egemoniche americane hanno lasciato loro come unica via d’uscita dal vicolo cieco in cui tentavano di cacciarle entrambe: il paese più grande e la seconda superpotenza nucleare esso steso del mondo e il più grande e dinamico mercato con a disposizione la montagna di credito di gran lunga più grande del mondo.

Di più, la Russia scommette oggi che nel braccio di ferro che dovesse aprirsi specie con l’Europa, quando, ormai a mesi, arriva l’inverno – il suo grande alleato di sempre – il bisogno di gas che solo la Russia su base stabile può soddisfare costringerà Germania, Italia, ecc., ecc., ma anche Polonia e Lituania, con la gestione di una diversa e anche solo un po’ più sagace Commissione europea (Barroso stesso, anzitutto, la Ashton, chiunque adesso succeda a Öttinger...) a sbattere, come dicono gli americani, per prime le palpebre.

Scommette, in buona sostanza, di essere ormai in grado di fare abbastanza da sé, se costretto e se vuole, per costringere a una revisione come quella che a Gorbaciov a suo tempo era stata promessa – a “contropartita” della riunificazione tedesca e del ritiro dall’est europeo – da Kohl, da Clinton e poi anche da Bush che rispettasse nell’era del dopo guerra fredda anche gli interessi geopolitici e economici russi, non solo quelli americani e della NATO.

Dietro di sé – miracolo della propaganda: ma neanche poi più sofisticata e invasiva di quella che da questa nostra parte del mondo è sistematicamente scatenata ad appoggiare i desiderata dei nostri grandi e dei nostri meno grandi: da Renzi ad Obama – ci sono i dati duri di tutti i sondaggi. L’ultimo dell’autorevolissimo e indipendente Centro di ricerche Levada di Mosca mostra che il 74% dei russi hanno una visione profondamente negativa del ruolo dell’America.

Sul piano del conflitto e degli scontri armati sul territorio, mentre prosegue la tendenza che vede espandersi il controllo sul territorio dell’est dell’Ucraina da parte del governo centrale a scapito dei ribelli russofoni che stanno perdendo non tanto più gradualmente il controllo del territorio grazie anche agli aiuti militari ma, soprattutto, all’inquadramento e all’addestramento fornito specie dai servizi americani a Kiev, pare a chi scrive che l’accettazione sostanzialmente supina anche se accompagnata da grandi strepiti e proteste verbali del governo di Kiev e degli occidentali della colonna di “aiuti umanitari” di Mosca (250 camion  entrati oltre confine nel Donbass senza alla fine il consenso di Kiev, stia ad indicare che un qualche accordo di fatto, sia stato raggiunto. Anche se di certo non è stato formalizzato, ai vertici tra Ucraina e Russia, tra Putin e Poroshenko  accettando il passaggio “pacifico” del confine tra Russia e territorio ucraino dell’est sotto precario controllo delle forze regolari ucraine.

L’ipotesi che a questo punto azzardiamo – non possiamo dire certo di più – è che incontrandosi adesso, subito, a fine agosto come è in calendario Poroshenko e Putin potranno – o potrebbero – chiudere – o meglio cautamente cominciare a avviare a chiusura – la questione della secessione con l’arrivo di aiuti umanitari al Donbass dalla Russia. L’Ucraina dovrebbe rinunciare, però, a esercitare un’adesione piena alla UE: offerta che, a pieno titolo, tanto, non le è stata mai ancora fatta... (Wall Street Journal, 22.8.2014, A. Troianovski, Naftali Bendavid e W. Mauldin, Ukraine Says Rusdia Violated its Border L’Ucraina dice che la Russia ha violato i suoi confini [però ingoia e li lascia passare senza sparare su una colonna peraltro disarmata e senza scorta] ▬ http://online.wsj.com/articles/russia-accuses-kiev-of-deliberately-halting-humanitarian-aid-convoy-1408697601).

Poroshenko alla vigilia dell’incontro con Putin decreta adesso lo scioglimento della Rada, il parlamento, puntando a farne eleggere il 26 ottobre uno ancora più malleabile di quello che, a forza di purghe e secessioni, ha ereditato e finora gestito ma che resta non facilmente plasmabile ai suoi fini: in trenta giorni dalle dimissioni del premier uscente, in carica solo per gli affari correnti, non gli ha dato nessun nuovo governo. Ma tutto sommato a lui va bene così – resta di fatto da solo al comando. E non è certo neanche che, poi, con le nuove elezioni gli andrà molto meglio anche se certo col non voto delle regioni orientali sarà più facile ma anche assai meno rappresentativa la nuova Rada...

Adesso è sicuro che nei prossimi due mesi, fino al voto, gli interessi contrapposti di occidente e Russia si intrigheranno in lungo e in largo sul campo della tenzone ucraina – già all’incontro di Minsk, in Bielorussia, di fine agosto, che formalmente era tra gli Stati dell’Unione doganale dell’Est europeo cui l’Ucraina, sulla carta, ancora appartiene – Putin ha detto in pubblico, e Poroshenko annuiva, che si deve e si può anche riaprire il dossier del gas fornito dalla Russia all’Ucraina (ITAR-Tass, 26.8.2014, Ukraine contact group to resume work soon Kremlin spokesman Il gruppo di contatto sull’Ucraina  riprenderà presto i propri lavori http://en.itar-tass.com/world/746865).

L’unica cosa per ora certa è che per quanti sono convinti che il processo steso di negoziato già faccia sostanza, i colloqui sono già stati un successo. E per chi combatte sul campo, i ribelli del Donbass o i regolari di Kiev, il negoziato è irrilevante. L’offensiva e la controffensiva continuano.

E non è chiaro per niente quel che finiranno col fare Poroshenko e l’ala paramilitar/militante dello schieramento politico del paese, quella che a febbraio 2014 ha fatto il golpe precipitandolo nella guerra civile, se gli elettori poi a ottobre magari rieleggeranno una maggioranza ancora una volta filorussa al parlamento di Kiev...

●Ai servizi russi di notizie e di propaganda incaricati di mettere in evidenza sistematicamente le ipocrisie dell’occidente e, in specie, dei sopracciò americani, stanno facendo molto comodo in questi giorni le immagini ritrasmesse da Ferguson dove l’impazzare della repressione contro giovani di colore ed emarginati più poveri che protestano dopo l’assassinio, inizialmente tenuto coperto dalle autorità, da parte di un poliziotto di un ragazzino disarmato, conferma giudizi e pregiudizi.

E consente, ad esempio, a Konstantin Dolgov, rappresentante speciale russo per i problemi dei diritti umani, di citare in televisione l’ipocrisia americana che, contro l’ammonimento del Vangelo, richiama, denuncia sempre “la pagliuzza negli occhi altrui e mai la trave conficcata nel proprio”, in tema come la difesa pelosa della democrazia e dei diritti dell’uomo... Anche se poi, è vero, proprio e sempre solo di pagliuzze, nell’occhio dello czar russo non si può solo parlare...

Polemico, propagandistico... non c’è dubbio. Ma il mondo e i russi (compresi gli stessi critici duri del Cremlino e di Putin qui: e qui ce ne sono e si fanno sentire alto e forte, liberamente sì; ma, sul punto, sono anche loro estremamente imbarazzati, vista la loro ingenua fiducia nella democrazia americana) e tutti sanno ormai bene che non è falso: come denunciano gli allarmi sollevati – e citati da Dolgov stesso – “dai più attenti attivisti americani sui diritti umani nel loro paese”.

E gli USA – martella – sono il paese e il governo che ha esaltato come lotta per la libertà – con Obama a coprire la sua neo-cons da strapazzo, l’assistente segretaria di Stato Victoria Nuland – le violenze di piazza con cui a Kiev venne rovesciato il governo discutibilissimo ma legittimo di Viktor F. Yanukovych.  Per non parlare poi della vera e propria epidemia che infetta l’America tutta, sempre e da sempre ma sempre più acuta e letale, per l’uso indiscriminato di armi da fuoco che, in pratica in libera vendita e senza licenza alcuna, finiscono regolarmente anche in mano a ragazzi e giovanissimi.

Uno dei soliti articoli del NYT, imbarazzato ma anche questo ossessivamente patriottardico, cita la signora Maria Baranova, arrestata mesi fa e per fortuna anche rapidamente rilasciata per le proteste di piazza contro il governo di Putin. Che, adesso, al solito su Twitter anche lei, e accanto alle foto di Ferguson, scrive “grazie governo americano, non riesci neanche a immaginare quanto quelli che come noi qui in Russia si battono per l libertà. Ma non capite che anche qui, con Putin quelle foto le vediamo tutti?”.

Dove è difficile se meravigliarsi più la sincerità del grido che sembra chiedere almeno agli americani di mantenere il silenzio sulle proprie vergogne o per la sempliciotta presunzione, visto che il problema principale a Baranova sembrano essere proprio le foto di Ferguson e il fatto che le vedano in Russia e non quello che documentano di quanto succede oggi in America, a Ferguson, dieci anni fa a Los Angeles (New York Times, 19.8.2014, D. M. Herszenhorn, In Russia, Scenes From Ferguson Are Played as Nothing Shocking: It’s America!― In Russia,le scene di Ferguson vengono viste come qualcosa di non proprio scioccante: questa è l’America! http://www.nytimes.com/2014/08/20/world/europe/in-russia-scenes-from-ferguson-are-played-as-nothing-shocking-its-america.html?_r=0#).

● La libertà d’espressione..., in America...   (vignetta)    

Scusate signori   Speravo mi poteste aiutare...  INDIETRO, vada indietro!   Mi sto dando da fare a condannare il modo di mantenere l’ordine pubblico in altri paesi   Ma la militarizzazione in corso della polizia qui in America   INDIETRO, VADA indietro! Mi sta complicando le cose... LE HO DETTO DI ANDARE INDIETRO!   Mi stavo chiedendo se loro e altri dipartimenti di polizia   Potreste essere così gentili da... dimostrare maggiore capacità di autocontrollo...   Grazie per avermi ascoltato.

Fonte: The Econiomist, 22.8.2014, KAL

Ma, tornando al nodo, tuttaq con l’uso

la sfida che Mosca ha lanciato al potere “illegittimo” che l’occidente s’è conquistato in Ucraina, anzitutto riportando per volontà largamente riconosciuta dei suoi abitanti la Crimea alla Russia combinata poi alla resa dei conti sull’Ucraina – fa notare Lev Gudkov, direttore del Centre – hanno  reso ancor  più popolare (malgrado, o chi sa, proprio a causa del  confronto  a brutto muso?) Vladimir Vladimirovič Putin (The Economist, 8.8.2014, Russia and the West – How to lose friends Russia e occidente – Come perdere [falsi?] amicihttp://www.economist. com/news/europe/21611141-vladimir-putin-pretends-he-can-make-russia-self-sufficient-and-strong-how-lose-friends; e Levada Centre/Moscow, Recent research 3-7. 2014 ▬ http://www.levada.ru/eng/research). E solo chi non capisce niente di niente del peso di fatti politicamente geo-strategici come questi in zone diverse da casa sua può sottovalutarlo.

O, addirittura, forse non riuscire neanche a intuirlo... Chiaro, ormai, in ogni caso è che Mosca non punta, se mai davvero lo ha fatto, a spaccare e dividere l’Ucraina dopo essersi ripresa la Crimea. Insiste, però, sull’autonomia delle regioni russofone dentro l’Ucraina e su una struttura federativa dello Stato. E potrebbe riuscirci senza dover fare la guerra.

●Sul piano del confronto ormai quasi scontro internazionale tra Russia e NATO, tocca ora come sempre a Anders Fogh Rasmussen, ex premier danese e segretario generale della NATO, un altissimo funzionario che non ha alcun reale potere né esecutivo nè propositivo ma è spesso usato come lanciatore di ballons d’essais delle più provocatorie opinioni e proposte proprio per sondare il terreno prima delle decisioni ufficiali e formali del comando politico dell’Alleanza.

Il prossimo vertice della quale si tiene ora a Cardiff il 4 settembre e – dice lui – supererà le divisioni ancor esistenti in occidente tra falchi – Polonia, Lituania, altri paesi baltici, non pochi degli altri Stati ex comunisti (ma non tutti― non Ungheria, non Bulgaria, non Slovacchia, né Cechia e Romania per dire), ma anche se spesso contraddittoriamente paesi con ambizioni gonfiate e globali come Francia e Inghilterra e, sempre, in questa fase di politica estera neo-cons verniciata dalla volontà e, insieme, dalla relativa prudenza di Obama, dagli Stati Uniti d’America – e nella NATO quasi colombe (Germania, Italia, Spagna).

La proposta di Rassmussen – che non ha ancora convinto, pare l’Amministrazione americana, piuttosto restia a “sovraestendere” i propri impegni militari – è quella che la NATO stabilisca ora “come deterrenza verso Putin e la sua propensione a causare problemi nelle ex repubbliche baltiche ex sovietiche”, una più incisiva presenza attiva con proprie basi militari: “dobbiamo pre-posizionare rifornimenti, equipaggiamenti, infrastrutture pre-preparate, basi e quartier generali.

Al dunque, e in sostanza, in futuro vedremo una presenza della NATO in Europa dell’Est molto più visibile”: proprio accanto alla Russia... Ma questo è un formale confine politico, un tabù, che la Germania si era formalmente impegnata a non varcare con Kohl, ad esempio e addirittura al Bundestag, e insieme a tutta la NATO: quando chiese alla Russia, appena dissolta l’ex Unione Sovietica, di potersi riunificare a inizio anni ’90 (Sei quotidiani europei, in Italia la Stampa, 26.8.2014, pubblicano in contemporanea la stessa intervista a Rasmussen, segretario generale della NATO, La Nato blinda il confine est dell’Europa. Intervista a Rasmussen:“La Russia destabilizza l’Ucraina” ▬ http://www.lastampa.it/ 014/ 08/26/esteri/la-nato-blinda-il-confine-est-delleuropa-intervista-a-rasmussen-la-russia-destabilizza-lucraina-Sdg49 7aAgcFz3gYhXqndPP/pagina.html] tra cui Guardian, 26.8.2014, I. Traynor, 26.8.2014 – da cui lo citiamo: infatti il quotidiano torinese non mette il link se non solo col titolo del pezzo – Nato plans east European bases to counter Russian threat La NATO progetta [sarebbe meglio dire che è il signor Rasmussen a proporre alla NATO di farlo] di aprire sue basi in Europa dell’Est per far fronte alla minaccia russa http://www.theguardian.com/world/2014/aug/26/nato-east-europe an-bases-counter-russian-threat).                                     

Il vertice di Cardiff, vedrete, qualcosa farà ma, non farà sua fino in fondo la provocazione del suo capo ufficiale – che tanto conta assai poco: esaltato e strapagato funzionario internazionale che obbedisce ed esegue, non decide mai e che, comunque, vede ormai il suo mandato in scadenza immediata –, eviterà di spingersi fino a quel punto senza formalizzare la decisione come un’installazione “permanente” di comandi della NATO – sarà l’aggettivo chiave, permanente,         quello che ha usato Rassmussen, da verificare se apparirà nel comunicato finale o come tenteranno di mascherare il fatto che alla fine non ci sarà – nei paesi dell’est europeo.

Non oltre, anche se – come direbbe Renzi – rosicheranno Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia... Ma vedrete che la tensione salirà e Putin non se ne starà solo passivamente a vedere. Intanto ha cominciato a parlare ancora delle zone dell’est ucraino favorevoli alla separazione/autonomia spinta da Kiev, Novorossiya (Pravda.english, 29.8.2014, Putin addresses Novorossiya militia with special message Putin rivolge alle milizie della Novorossiya con un messaggio speciale http://english.pravda.ru/russia/kremlin/29-08-2014/128401-putin_novorossiya_militia-0): invitandoli a “rilasciare” per ragioni umanitarie le migliaia di soldati ucraini che hanno preso prigionieri, assicurando che la Russia favorirà la cosa in ogni modo possibile. 

La Russia, adesso, potrebbe arrivare a finanziare fino al 35% dei costi di costruzione di un nuovo reattore nucleare di produzione di energia elettrica che l’Armenia si aspetta di costruire per un totale di 4,9 miliardi di $. Lo ha reso noto, adesso, il ministro armeno dell’Energia e delle risorse naturali, Yervand Zakharyan, ch ne prevede il completamento nel 2026, quando bisognerà chiudere un vecchio reattore nucleare  già esistente. E’ una delle condizioni chiave che l’Armenia va ponendo per aderire all’Unione doganale proposta da Mosca in alternativa ormai esplicita alle chiacchiere della UE rivolte, senza impegno alcuno però, ai paesi della periferia dell’ex Unione Sovietica

L’impianto nuovo, che andrà in costruzione, dice Zakharyan, dal prossimo anno, prevede la produzione di 1.000 Megawatt (MW) di energia elettrica per sostituire il reattore nucleare lanciato nel 1976, chiuso dopo un catastrofico terremoto nel 1988 e rilanciato nel 1995 ma, di nuovo oggi non operativo. Al momento vengono prodotti, da una seconda unità produttiva soltanto, 407,5-MW: tutto il resto del fabbisogno è importato (Prime Business News, 11.8.2014, Russia may finance 35% of Armenian nuclear plant construction― La Russia può finanziare il 35% di un nuovo impianto nucleare in Armenia ▬ http://www.1prime.biz/news/0/%7B21587A32-09BE-4768-9003-35B43 BD9D7E3%7D.uif?layout=print).

●Subito dopo la prima settimana di agosto tra Russia e USA si verifica un curioso “incidente che, pare, non abbia avuto mai precedenti (o che, se li ha avuti, non sono mai stati divulgati. La Marina militare russa – la Flotta del Nord, con base a Sevoromorsk, nel distretto di Murmansk, all’estremo nord-ovest della Russia compresa anche la penisola di Kolaha “allontanato” nel mare di Barents, utilizzando diverse navi da guerra e diversi aerei anti-sub Ilyushin II-38, un sottomarino nucleare degli Stati Uniti, SSN-774, di classe Virginia, il più moderno sub d’attacco dell’arsenale americano con (finora) presunte caratteristiche stealth (di “spettro”, di invisibilità, dicevano e millantavano: in realtà di una dichiarata, ma ora dimostrata solo presunta irreperibilità in immersione che era, in effetti, si è visto, inesistente.

Reperito, o “scoperto”, il 7 agosto in acque che “costeggiavano” il confine russo, il sommergibile americano ha lasciato subito l’area e le unità anti-sub della marina russa lo hanno seguito e “scortato” per 27 minuti finche si è allontanato dalle acque territoriali. Questo è quanto si è saputo, per dichiarazione dei russi. Mentre quelli trasparenti, gli americani, imbarazzati come sono, non volendo riconoscere di essere stati scoperti e cacciati via, hanno deciso di restare sul tema del tutto silenti.

Per ora e finché possono. Non a lungo, vedrete (Military Tech Cooperations, 9.8.2014, American submarine was found and “expelled” from the border waters – the General Staff of the Navy― Sottomarino americano scoperto ed “espulso” dalle acque costiere – dichiara lo Stato maggiore della Marina russa ▬ http://militarytechcooperations.wordpress. com/2014/08/09/american-submarine-was-found-and-expelled-from-the-border-waters-the-general-staff- of-the-navy; e Navy Times, 9.8.2014, Russia: Apparent US Sub Driven From Barents Sea― In apparenza (sic!), un sottomarino [americano] cacciato dal mare di Barents http://www.navytimes.com/article/20140809/NEWS08/308090047/Russia-Apparent-U-S-sub-driven-from-Barents-Sea).

Analoga forzatura, sembra, o un simile (ma, a questo punto quanto casuale?) ballon d’essai proprio come tentativo di sondaggio delle reazioni possibili, viene in coincidenza temporale svelata e denunciata dalla flotta anti-sommergibilistica russa del Pacifico che, dall’altra parte del mondo e della Russia, a 17.000 Km. di distanza dal mare di Barents nell’Artico, nel mare di Okhotsk, rende noto il 21 agosto di aver individuato e intercettato nello Stretto di La Perouse che separa l’isola russa di Sachalin da quella nipponica di Hokkaidō, in acque “possibilmente”, dice a Vladivostok in  Siberia lo stato maggiore della Marina russa di “propria competenza” un sommergibile giapponese.

L’ammiragliato (viene riferito dall’Agenzia ITAR-Tass, 21.8.2014, Russia&India Report, Russian top brass denies forcing Japanese submarine out of La Perouse Strait― Le massime cariche militari russe negano di aver dovuto forzare un sottomarino nipponico [uno degli 11 della classe Oyashio a motore diesel] ad abbandonare le acque dello Stretto di La Perouse [larghezza massima, 43 km.]▬ http://en.itar-tass.com/russia/746026) dà conto che non c’è stato neanche bisogno di avvertire i nipponici di lasciare l’area, cosa che hanno fatto prima ancora di esserne notificati appena si sono avveduti di essersi spinti troppo vicini alle acque territoriali russe. Ma solleva il problema dell’imprudenza e della possibile provocazione in simili episodi...

STATI UNITI

●Quanto resti aperta in questo grande paese la piaga storica della discriminazione razziale – elezione o no di Obama che, pure, era sembrata cominciare a dare un segnale diverso – che non è – ormai chi vuole vederlo lo ha visto benissimo – solo razzismo ma anche sempre (anche da noi, no? guardate alle posizioni leghiste contro gli immigrati) una forma e uno strumento della lotta di classe imposta ai più poveri da chi comunque  meno povero è – viene ora attestato da quel che è successo a Ferguson: perché tutti sanno che se non fosse stato un diciottenne “afro-americano”, Mike Brown, certo anche strafottente, ma – come qui dicono le patenti di guida, unico documento di identità, spesso – un ragazzo “ariano” altrettanto strafottente ma non di colore, il poliziotto che l’ha ammazzato quasi a bruciapelo sparandogli in testa non lo avrebbe fatto.

Lo sanno tutti e lo va dimostrando l’autopsia, come la corsa a rimpiazzare in pratica con l’unico poliziotto nero il capo della polizia della cittadina del Missouri (21.000 abitanti, l’80% bianchi, che la crisi economica ha trasformato da classe media a mediamente povera in una generazione soltanto)...

● Bianchi, neri, anzitutto; ma anche ricchi e poveri: Ferguson-MO-Stati Uniti d’America, mondo... (vignette)

Hai il diritto di restare in silenzio, sottorappresentato e povero...   Bè mi sentivo più a mio agio quando i poliziotti giravano in auto

      

Fonte: INYT,  Patrick Chappatte, 19.8.2014                                          Fonte: Orange County Register/LA, Calif., 20.8.2014 [http://www.ocregister.com/

                                                                                                                                              articles/protect-632294-serve-tahmooressi.html?pic=1]

●Aperta con molto anticipo, come sempre qui, la campagna elettorale per le presidenziali del 2016, quando Obama non può succedere a se stesso e il suo vice, Joe Biden, avrà 74 anni: probabilmente troppi per candidarsi, a parte ogni altro problema (nel partito democratico è, comunque, più a sinistra del presidente). Prima a scattare dal filo di lana è stata, però forse con troppo anticipo e così esponendosi al fuoco di interdizione di chi non la apprezza, l’ex first lady e, poi, prima di Kerry, prima segretaria di Stato di Obama, Hillary Clinton.

Che si è messa a punzecchiare il presidente con i curiosi commenti falcheggianti, da dura liberal democratica di scuola internazionalista e, dunque, sempre attivista e vicina ai neo-cons in politica estera, che le sono del tutto naturali ma anche e sempre assai calcolati, facendo rilevare come “Non fare stupidaggini” – il principio-guida enunciato del presidente in politica estera – non possa essere “principio di organizzazione” per la politica estera di “un grande paese”.

Lei è sempre stata alla destra di lui, anche se e quando era segretaria di Stato ha condiviso – o almeno coperto: come doveva..., pena le dimissioni – tutte le sue decisioni compresa quella che ora in modo incoerente gli rimprovera― di non aver appoggiato direttamente – con soldi e armi e anche truppe speciali – come lei voleva gli insorti siriani della prima ora contro il regime di Assad (The Economist, 14.8.2014, America and Syria - Hillary’s jabs America e Siria - Le pugnalate di Hillaryhttp://www. economist.com/blogs/democracyinamerica/2014/08/barack-obama-talks).  

●Il bilancio di occupazione e disoccupazione a luglio cambia, in meglio ma anche – come al solito, qui – anche in peggio. Sono stati creati 209.000 posti di lavoro con un segnale che viene ad aggiungersi ad altri positivi delle ultime settimane. Però, questo aumento è stato inferiore rispetto a quello del mese precedente e il tasso ufficiale di disoccupazione è anch’esso marginalmente aumentato dal 6,1 al 6,2%.

Parecchi economisti leggono in positivo il dato che nelle statistiche resta negativo ma sarebbe – potrebbe essere letto – anche perché starebbe ad indicare che un po’ più di disoccupati hanno deciso di registrarsi nelle liste ufficiali riflettendo forse – questa è la speranza – che nella lunga lista di chi neanche si segna più, per scoraggiamento come si dice, neanche più tra i disoccupati – tanto non serve a nulla – qualcuno veda, o creda di veder, crescere qualche opportunità di lavoro.

Ma i dati appena resi pubblici dal dipartimento del Lavoro segnalano anche che a luglio salari e stipendi, cioè i redditi da lavoro dipendente, sono rimasti inchiodati salendo solo di 1 ¢ di $ e salendo in un anno solo di 2 ¢: appena appena sopra dell’inflazione. Le condizioni di vita della gente comune ristagnano così completamente. E il tasso di partecipazione alla forza lavoro a luglio è salito al 62,9%. Ma resta al minimo dal lontano 1978: e si traduce in un tasso reale di disoccupazione molto più in ripida discesa di quello riflesso in quello che è il tasso ufficiale Che sono, secondo la valutazione estremamente rigorosa che pure ne fa l’EPI,

• al giugno 2014, totale dei lavoratori mancanti se non ci fosse la crisi: 5.860.000;

• tasso ufficiale di disoccupazione: 6,2%;

• se chi neanche cerca più lavoro lo facesse, si registrasse e, come si dice, “emergesse”: 9,6% (New York Times, 1.8.2014, D. Searchey, Job Market Shows New Gains, but Pace Eases Il mercato del lavoro in qualche miglioramento, ma a un ritmo che va decrescendo http://www.nytimes.com/2014/ 08/02/business/jobs-numbers-for-july-released-by-labor-department.html#); e Dipartimento del Lavoro, BLS/Bureau of Labor Statistics, 1.8.2014, USDL-14-1391, Employment Situation Summary–July  2014 http://www.bls.gov/news. release/ empsit.nr0.htm); e, anche, il commento dell’EPI/Economic Policy Institute di Washington, D.C., 1.8.2014, Missing Workers: The Missing Part of the Unemployment Story― I lavoratori che mancano: e la parte che manca dalla storia della disoccupazione http://www.epi.org/publication/missing-workers) che ogni  mese misura, valuta e calibra i dati dell’economia reale, dei posti che ci sono e di quelli che mancano).

●Insomma, e come sempre qui, dati cattivi e dati buoni, insieme. Ma a Wall Street – si capisce, anche qui come sempre – i dati che agli esseri umani normali sembrano buoni sono proprio quelli che preoccupano di più lor signori. La Bank of America ha raggiunto un accordo con le autorità federali di regolazione dei mercati finanziari in base al quale pagherà una multa di circa 17 miliardi di $ per aver fraudolentemente venduto azioni avallate da coperture ipotecarie sostanzialmente inesistenti nel corso della crisi finanziaria del 2008. In particolare è stata punita la vendita di prodotti ipotecari tossici gestita dalla Countrywide Financial e dalla Merrill Lynch acquisite entrambe dalla Banca d’America a buon mercato, quando erano ormai sull’orlo della bancarotta (The Economist, 22.8.2014, Bank settlements – Good bye to all that Sistemazioni bancarie – Addio a tutto questo http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21613310-bank-america-shells-out-end-litigation-tied-financial-crisis-goodbye).

Sul NYT, rilevano stavolta correttamente (New York Times, 19.8.2014, W. D. Cohan, Sound and Fury in Bank Settlement, Still Signifying Nothing Rumore e furore nelle soluzioni inventate per le banche [che hanno deliberatamente imbrogliato investitori e clienti] con accordi che ancora [e sempre deliberatamente] non dicono proprio nientehttp:// dealbook.nytimes.com/2014/08/19/sound-and-fury-in-bank-settlements-still-signifying-nothing/?_php=true& _type= blogs&_php=true&_type=blogs&ref=international&_r=1#) che la decisione concordata col dipartimento della Giustizia dalle maggiori banche coinvolte/imputate nella securizzazione di ipoteche fraudolente che così ha largamente tolto dai guai gli enti imputati. L’alternativa sarebbe stata quella di portare le banche davanti a un tribunale penale, non alla giurisdizione civile con conseguenze forse anche un poco più serie finanziariamente per le banche e i loro attuali azionisti, questa soluzione comporta che dei guai combinati nessuno dei responsabili dovrà personalmente rispondere: finendo, come avrebbe dovuto, in galera per anni.

Se il punto, come le autorità di governo federale proclamano, fosse davvero quello di fornire un forte disincentivo a comportamenti illegali e criminali come quelli di questi banchieri e questi finanzieri, allora non ci sarebbe stata soluzione migliore e più giusta, meritata – per loro e per la gente – della galera. “Invece della verità, quella che viene dal dipartimento di Stato è una ‘dichiarazione dei fatti avvenuti’ pesantemente negoziata e debitamente censurata su quel che , alla fine, poi è andato male e è stato criminalmente fatto andar male”. Perché ai colpevoli veri, tutti in pensione o ormai altrove con pacchetti di compensazione che ammontano ciascuno a decine di milioni di $ e anche più nelle capienti loro personali saccocce, come si spinge a dire anche il NYT. Questo sarebbe pesato davvero, il costo per i loro ex datori di lavoro preoccupa lor signori assai meno...

Quando qualche notizia buona nell’economia reale terrorizza lor signori...   (vignetta)

WALL STREET, LA FINANZA, REAGISCE MALE ALLE NOVITÁ  POSITIVE DELL’ECONOMIA

                               La disoccupazione scende, anche l’inflazione, l’economia reale mostra segni di

                               ripresa,  il 99% comincia a rialzare la testa...    ADDIO, MONDO CRUDELE ! 

 

Fonte: Khalil Bendid, 7.8.2014

 

L’indice S&P 500 della borsa a Wall Street è cresciuto per la prima volta fin sopra quota 2.000, dalla quota 1.000 che aveva toccato ormai 16 anni e mezzo or sono. A luglio le borse erano andate giù ma a agosto hanno subito cominciato a riprendersi prima di impennarsi, con gli investitori che se ne sono come impipati sia dei fatti di Gaza che dell’Ucraina che dello stato tutto considerato pietoso delle economie reali: tutte. Adesso, una serie di fattori concomitanti sui mercati, il tempismo in particolare di decisioni attese sui tassi di sconto delle principali banche centrali a inizio settembre potrebbero intervenire a raffreddare gli istinti animali rampanti delle borse: che, delle economie reali, continuano comunque – irresponsabilmente – a fregarsene (The Economist, 29.8.2014).

●Alla Fed, la maggioranza del Board (la Federal Reserve, la Banca centrale, è guidata da un direttivo formato dai presidenti di sette Banche centrali di altrettanti stati, nominati dal presidente degli USA per un mandato di 14 anni), guidato da qualche mese dalla prof. Janet Yellen riesce, ancora, a tenere a freno, ma con qualche maggiore difficoltà pare, una minoranza di Falchi che gridano al lupo al lupo sempre e comunque (New York Times, 21.8.2014, P. Krugman, Hawks Crying Wolf― http://www.nytimes.com/2014/08/22/opinion/paul-krugman-hawks-crying-wolf.html).

Krugman, come al solito implacabilmente denuncia come, guidati dal presidente della filiale della Fed di Philadelphia, Charles Plosser, di cui “bisognerebbe pur ricordare come – e lo documenta con altrettanti links denunciasse l’inflazione avanzante nel 2008, nel 2009. nel 2010 e, ancora, nel 2011, nel 2012 e nel 2013. Sbagliando ogni volta ma perseverando, imperterrito”.

Mentre – ed è questa, però, la vera denuncia – i primitivi che decidono le politiche economiche, presidenti, premiers, ministri, lo lasciano imperversare imperterrito non decidendo mai di cacciarli magari anche cacciandogli in testa, magari, per spiegarlo bene a tutti, anche il cappuccio d’asino con le orecchie lunghe... Il 22 e 23 agosto, a Jackson Hole, nel Wyoming, in un ipergonfiato simposio di banchieri centrali, la signora Yellen difende sottolineando che anche se la recessione in America è ormai finita da anni l’occupazione è rimasta in crisi, non riuscendo neanche a recuperare i milioni e milioni di americani che l’economia comunque nel frattempo ha espulso dal lavoro.

E  Draghi insiste, più attento di altri ma, vivaddio! tutto sommato un banchiere centrale di formazione ortodossa, ben conscio di portare sul groppone la recessione europea imperversante e tutta intera, che mentre bisogna resistere nell’eurozona ad altri appelli all’austerità e pensare a uno stimolo più forte a un’economia agonizzante, ci vogliono... sempre le “riforme strutturali”― tentando al solito di lisciare il pelo a Angela ma anche a François e Matteo e promettendo di usare se necessario altre misure-non precisate ma non convenzionali (New York Times, 22.8.2014, B. Appelbaum, Draghi Calls for Less Austerity and More Stimulus in Europe Draghi chiede meno austerità e più stimolo in Europa http://www.nytimes.com/2014/08/23/business/international/draghi-calls-for-less-austerity-and-more-stimulus-in-europe.html?ref=europe&gwh=B02DF43E7DB8318B58D5A0ED6815510E&gwt=pay).

E con lui, al contrario di quello che sembra capitare ormai a tutti – sulle cose concrete fatte, e non solo sulle promesse/speranze, anche a Renzi – sembra davvero che basti la parola: a Jackson Hole non ha fatto niente e neanche ha promesso di far niente. Ha lasciato solo intravvedere la possibilità non specificata di immettere più liquidità per investimenti e consumi. E i mercati hanno reagito subito euforici, impennandosi dappertutto. Era successo già due anni fa quando mise in piedi il marchingegno tutto teorico per salvare i bilanci in pericolo dei paesi membri (“tutto – disse – per salvare l’euro”) e anche allora bastò dirlo senza mai mettere mano ad alcun esborso per vincere quella sua prima scommessa...

Il 28 agosto l’ultimo dato sfornato dalle continue revisioni statistiche – troppo forse per non risultare spesso contraddittorie e sfrangiate – dice che alla fine della fiera, il tasso di crescita del PIL del secondo trimestre sarebbe salito sul precedente di un solido +4,2% con le sole importazioni in calo netto, quasi del 2% (ma anche qui: siamo solo alla seconda stima e tutto potrebbe anche cambiare― più facile ridimensionandosi che crescendo, però...

Anche in considerazione del fatto che, poi, il 4,2% ora previsto invece del 4 precedente registra in realtà il fatto che l’avanzata scandisce un arretramento dal 2,1% del primo trimestre, imputabile al cattivo tempo. Che, alla fine dei  conti, censisce un aumento complessivo a tasso annuale del’1,1% effettivo nel primo semestre del 2014. Insomma, tutto considerato poi, quasi niente di che (dati del dipartimento del Commercio, 28.8.2014, Bureau of Economic Analysis, 28.8.2014, National Income and Product AccountsGross Domestic Product, Second Quarter 2014 (Second Estimate)― Conti nazionali sul reddito e sul prodotto interno, 2°  trimestre (2a stima) http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm).

FRANCIA

●Un aggiornamento dei dati e della situazione economica della Francia sulla base di un grafico scovato e prodotto dal blog bisettimanale dell’americano e Nobel dell’economia Paul Krugman sulla crescita reale e non solo nominale del PIL dal 2008, l’inizio della crisi e oggi (New York Times, 27.8.2014, P. Krugman, What’s the Matter With France? Ma qual è il problema con la Francia? http://krugman. blogs.nytimes.com/2014/08/27/whats-the-matter-with-france/?_php=true&_type=blogs&_r=0).

Basta un’occhiata e risulta chiaro che la Francia ha fatto meglio della media dell’eurozona e molto meglio della virtuosa e creditrice Olanda, anche se non proprio quanto la Germania, ovviamente”. Adesso, come lo stesso Krugman ha fatto notare, il presidente Hollande, “dopo anni e anni di passività”, ha deciso di licenziare in tronco chi, fra i suoi stessi “ne contesta il servilismo― subservience alle richieste tedesche e europee di sempre più austerità”.

Dicono  tutti che la Francia non è competitiva. Non crea lavoro. E, se dicono tutti così, specie gli “esperti” neo-lib nostrani per dire alla Ichino o quelli del NYT , bè, è così no? ma poi un’occhiata ai dati, non alle chiacchiere e alle opinioni, e ecco la sorpresa. Infatti, focalizzandosi su cifre e condizioni reali proprio del lavoro si scopre che

Francia, l’andamento reale del PIL... (grafico)

  Germania     Francia      Eurozona   Olanda  (base 2008: 1° trim = 100)

Fonte: INYT, 27.8.2014

La Francia ha una partecipazione relativamente bassa al lavoro delle classi più anziane grazie a quelli che tutti considerano generosi programmi pensionistici pubblici e anche un tasso relativamente basso dei giovani, grazie a altrettanto relativamente generosi aiuti che consentono di non costringerli a mettersi al lavoro e incoraggiano, concretamente, versando loro sussidi sempre pubblici, per far loro frequentare la scuola: anche con altri fattori che entrano in gioco per scoraggiare l’occupazione iper-giovanile.

Pure, altri dati che sempre Krug nell’articolo mete in evidenza, attestano che da questo punto di vista e anche con l’obbligo che invece hanno, anche per sopravvivere, ad andare presto al lavoro il tasso reale di partecipazione delle coorti d’età tra i 25 e i 54 anni è di gran lunga migliore per la Francia che per gli Stati Uniti (Fig. 1: 80,8 contro 75,8%).

E altri dati reali che Krugman qui riproduce dimostrano come il buco dei conti correnti francesi, tanto poco competitivi, no?, sui mercati mondiali come percentuale di deficit sul PIL in miliardi di $ o di € neanche si avvicinino al perpetuo rosso americano negli anni del leggendario, e fasullo, “boom di Bush” (Fig. 2: -0.8 contro -2% del PIL).

Quanto al costo di finanziarsi il deficit sui mercati, gli investitori internazionali sono, è vero, così preoccupati dallo stato agonico delle finanze pubbliche francesi che rifiutano di prestare capitali se non contro il tasso di interesse da sempre... più basso mai praticato (Fig. 5: il 2%, per i titoli decennali). Ci sono altri dati che l’A. riproduce (nelle Figure 3 e 4) su costi unitari del lavoro e tasso negli anni di inflazione/deflazione a dimostrare che la Francia è sempre stata nella media europea e che se mai il suo problema non è stato certo quello dell’offerta – come la sua politica succube rispetto alla Germania implicava – ma semmai quello di una domanda troppo bassa e carente.

Insomma, badate bene. Anche qui, un conto è la leggenda e uno – tutt’altro! – è la realtà. La Francia di Hollande è in realtà un paese malato di ipocondria, un malato più immaginario che altro. “Ed è questa sua ipocondria a portarlo a accettare cure da fattucchiere che poi costituiscono la causa effettiva del suo malessere”. Non lo dice così, Krugman, giustamente non si permette: ma è chiaro a quale fattucchiera vada pensando... 

GIAPPONE

● Il debito pubblico del paese si avvia, a fine anno, a raggiungere un incredibile 240% del PIL, consolidando l’indisputata leadership che detiene  come il paese industrializzato più indebitato. L’Italia resta solo a un lontanissimo 130%. Nel 2012, con entrate fiscali per 437 miliardi di $ (in € al cambio attuale, sui 327 miliardi) ha speso solo in servizio del debito, a pagarne gli interessi, 257 miliardi di $. Se ci aggiungiamo i circa 300 miliardi di $ che nel 2014 dovrà sborsare per la spesa complessiva della sicurezza sociale, il governo giapponese – per bellicoso che voglia essere, quello di Abe che vorrebbe sfidare sul piano militare la Cina! – ha speso prima del sorgere del sole del primo giorno dell’anno fiscale tutti i soldi che pensa di poter incassare negli altri 364...

E’ vero che può ancora andare avanti così, per un po’... Molto meno chiaro, per quanto ancora: specie con le ambizioni fuori ogni misura del suo primo ministro (i dati citati sono quelli ufficiali del bilancio pubblicato a fine giugno. Fateci sopra le considerazioni che volete: noi raccomandiamo di consultare anche solo, magari, Geopolitical Monitor, 23.7.2014, Z. Fillingham, Japan: To Owe Is Human. But.... Giappone: indebitarsi è umano, ma… http://www.geopoliticalmonitor.com/japan-fiscal-outlook-2014-owe-human).

Sintetizza l’ultimo dato il NYT osservando che il -6,8% di PIL nel secondo trimestre a tasso annuo costituisce lo scivolone più secco dal tempo dello tsunami e del disastro nucleare di Fukushima del 2011 (New York Times, 13.8.2014, Reuters, Japan’s Economy Contracts After Sales Tax Increase L’economia si contrae dopo l’applicazione dell’aumento del’IVA http://www.nytimes.com/2014/08/14/business/international/japan-s-economy-contracts-after-sales-tax-increase.html?_r=0#).

C’è anche da tener conto del fatto, in genere sempre poco considerato qui come altrove, che la crescita del PIL del primo trimestre ha inciso direttamente anche sulla sua contrazione al secondo. A giugno, infatti, a consuntivo del primo trimestre veniva fatto notare (CNBC, 8.6.2014, Dhara Rasaninghe, Robust growth lifts hope for Japan’s economy Una crescita robusta aumenta le speranze per l’economia giapponese http://www.cnbc.com/id/101741481).

Sempre il NYT , in un altro pezzo sottolinea come, in effetti, un calo del 6,8% a tasso annuo è un problema assai forte per la Abenomics – ormai, all’americana, chiamano anche qui così la politica economica del premier Abe – anche se andrebbe considerato come nel trimestre precedente il PIL era invece salito del 6,7%, quasi lo stesso tasso...

L’effetto, cioè, di acquisti in massa anticipati e della conseguente impennata del PIL prima dell’entrata in funzione dell’IVA proprio ad aprile e quindi di macchine, apparecchiature e case,   altre compere costose fatte nel primo trimestre proprio per evitare di dover pagare la tassa. Comunque, la modesta contrazione, del -0,1 nel semestre preso insieme, dovrebbe portare a riflettere. E’ un pericolo? Certo.

Ma va considerato nell’insieme. Anche per l’effetto importante che una spesa pubblica in rapido aumento come quella voluta da Abe all’inizio del nuovo governo, respingendo le ipotesi di saggezza convenzionale economica – alla troika, per intenderci, alla Fondo monetario, alla BCE coi loro iugulatori rapporti deficit e debito/PIL diventati i parametri del bene e del male, ha comunque un effetto ormai molto diverso da quello che veniva inflitto un anno fa a un’economia che, convenzionalmente poi, sopportava, nel rincorrere invano poi quei parametri, un crollo ritmato ormai intorno al 7% di contrazione annuale.


 

[1] Ma è il caso di ricordare quanto ha menzionato (letteralmente) parlando appena un mese fa al Royal United Services Institute, Sir Richard Dearlove – anche qui, il nome tradotto letteralmente, significa “Caroamore” – andato in pensione come capo dei Servizi Segreti britannici, l’MI6, dal 1999 al 2004 ha detto sulle dirette responsabilità del regno saudita  e dell’allora capo, lui, dei servizi segreti della monarchia del petrolio e della sabbia, il principe Bandar bin Sultan (“no queste cose non capitano, certo, così., per caso... ricordo perfettamente il commento, agghiacciante, cui  in confidenza  Bandar si abbandonò”...

   Si vantava, era solo qualche anno fa, di aver creato, inventato e armato praticamente a partire da niente l’ascesa per diversi anni dell’IS. Dopo essersi inventata già, su istigazione di Reagan e, prima ancora, di Brzezinski già sotto Carter, quella di al-Qaeda e di Osama bin Laden...

   Appunto, in nome di Allah. Lo sapevano direttamente, da ani, insomma, i servizi segreti britannici e lo confessano oggi. Qualcuno crede per un attimo che non lo sapessero quelli statunitensi? che di Bandar bin Sultan erano stati direttamente i padrini, curandolo, addestrandolo, allevandolo e sponsorizzandolo col capo della monarchia saudita, re Abdullah bin Abdulaziz.

   Sir Richard Dearlove cita tra virgolette il principe Bandar: “Non siamo lontani ormai in Medioriente, caro Richard, da un prossimo futuro in cui bisognerà auspicare che ci pensi Allah ad aiutare gli sci’iti. Più di un miliardo di sunniti che siamo ne abbiamo avuto semplicemente abbastanza di loro”. Di questo, Dearlove che oggi è felicemente in pensione non a caso, parla proprio adesso: a cose fatte, forse – chi sa’ – per cercare, come può ormai, di mettere qualcuno sull’avviso (The Independent, 13.7.2014, P. Cockburn, Iraq crisis: How Saudi Arabia helped Isis take over the north of the country― La crisi in Iraq: come l’Arabia saudita ha aiutato l’IS a prendersi il nord del paese http://www.independent.co.uk/voices/ comment/iraq-crisis-how-saudi-arabia-helped-isis-take-over-the-north-of-the-country-9602312.html).

   Il testo completo di Sir Richard – segnalato soprattutto perché, contrariamente alla convenzionale lettura del fenomeno estremista islamista, mette in evidenza come la minaccia reale sia oggi concentrata non tanto nella guerra dell’islamismo oltranzista all’occidente quanto in quella tra mussulmani e loro sette e etnie – è reperibile (a pagamento, in ▬ RUSI/Royal United Services Institute, Londra, 7.7.2014 ▬ https://www.rusi.org).

[2] Storico e professore ordinario presso l’università di Tel Aviv e scrittore, saggista di fama internazionale, israeliano, ebreo e antisionista autore, tra altri lavori, di tre libri recenti e assai controversi ma anche di grande profondità: uno che, col titolo di Come ho smesso di essere ebreo, ed. Rizzoli, 2013, scaricabile come ebook, volendo, si spiega da sé; gli altri su L’invenzione del popolo ebraico, ed. Rizzoli, 2010, scaricabile anch’esso come ebook e Comment la terre d’Israël fut inventèe, ed. Flammarion, 2014; libri che contro di lui hanno scatenato una fortunatamente fallita (gli israeliani ebrei hanno i loro diritti civili, al contrario degli israeliani non ebrei: perché proprio come a essere mussulmani non si può rinunciare, non si può abiurare dall’ebraismo) anche se vera e propria caccia alla strega.

[3] Espressione della cucina romana/romanesca d’un tempo a significare che, se ci contentiamo di insaporire con quello – l’aglietto verde non ancora formato, senza spicchi – una pietanza, ci accontentiamo di poco― espressione, però, come attestava già nel 1760, sulla Gazzetta Veneta, Gasparo Gozi entrata di diritto nella lingua italiana: come in, cita, “ognuno mi conforta con gli aglietti”.

[4] Qui, e va menzionato per onestà intellettuale, c’è anche un effetto dal lato dell’offerta, dalla parte del supply-side, col cambio di incentivi così attivati/disattivati: ma è un effetto molto, molto più debole, in ogni caso e per ogni tipo di consumi.