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     09. Nota congiunturale - settembre 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

02.09.12

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc334280059 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc334280060 \h 1

Aumentano i prezzi delle derrate…  la soluzione (forse?) (vignetta)…... PAGEREF _Toc334280061 \h 3

in Cina. PAGEREF _Toc334280062 \h 10

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais. PAGEREF _Toc334280063 \h 15

Lettera di ringraziamento…  (vignetta) PAGEREF _Toc334280064 \h 26

EUROPA.... PAGEREF _Toc334280065 \h 34

Una giornata come tutte le altre in borsa, la più importante istituzione finanziaria in ogni paese… (vignetta) PAGEREF _Toc334280066 \h 36

Sì, penso proprio che i greci se ne debbano andare… (vignetta) PAGEREF _Toc334280067 \h 39

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc334280068 \h 47

Le disparità etniche e razziali nel tempo: restano tutte, in America (e, certo, non solo…)  (grafico) PAGEREF _Toc334280069 \h 48

Romney vs Obama: il nulla e le gaffes di là e, di qua, l’economia (vignetta) PAGEREF _Toc334280070 \h 49

L’obiettivo? Ammazzare il nemico… Già. ma chi è? (vignetta) PAGEREF _Toc334280071 \h 50

Casa Saud: “Dignità in Siria…, Libertà in Libia… ma…”  (vignetta) PAGEREF _Toc334280072 \h 54

La pleonastica, impresentabile Lady Catherine Ashton, Baronessa di Upholland* (foto) PAGEREF _Toc334280073 \h 59

GERMANIA.... PAGEREF _Toc334280074 \h 61

FRANCIA.... PAGEREF _Toc334280075 \h 62

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc334280076 \h 63

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc334280077 \h 66

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevene

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda economico-politica del mese di settembre 2012 prevede

• il 3, la convenzione democratica (scontata la ri-nomination di Obama) a Charlotte, in Nord Carolina: 600.000 abitanti ma la seconda città degli USA, dopo New York, per numero di banche…;

• sempre il 3, incontro delicatissimo e peraltro di routine dei ministri delle Finanze dell’eurozona;  

• il 6, a Francoforte direttivo della BCE: abbasserà i tassi? o bla, bla, bla?;

• il 9, a Hong Kong, elezioni legislative di questa Regione amministrativa speciale  della Cina;

• il 12, sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla costituzionalità (loro, interna) delle nuova legislazione sul fiscal compact  votato dal Consiglio europeo; 

• sempre il 12, elezioni parlamentari in Olanda;

• il 14-15, a Cipro (presidenza di turno della UE), riunione formale dell’ECOFIN (i ministri delle Finanze del’eurozona).

●Parliamo subito, appena in apertura di questa Nota, di un libro nuovo di zecca del Nobel Joseph Stiglitz, appena stampato ma non ancora uscito che ci ha inviato mantenendo una promessa fattaci quando, l’ultima volta che venne a Roma lo aiutammo con qualche volenterosa interpretazione. Si chiama “Il prezzo dell’Ineguaglianza” e la scorsa che abbiamo potuto finora dargli ci ha fato apprezzare la recensione fattane sul NYT da Thomas Edsall (New York Times, 3.8.2012 T. B. Edsall, Separate and Unequal Separati e ineguali http://www.nytimes.com/2012/08/05/books/review/the-price-of-inequality-by-joseph-e-stiglitz.html?_r=1& pagewanted=all).

Vale la pena di parlarne riportandola largamente appena possibile, adesso cioè, ai nostri lettori. Per poi magari tornarci sopra. Non per deprimerci, certo. Come dice, invece, lo stesso Stiglitz per indignarci meglio o, con termine equivalente ma, come lui preferisce esprimersi, un po’ più efficace…

La sua “è una convinta e convincente contro-argomentazione sia delle teorie economiche del laissez-faire, del liberismo e dei neo-liberismi di ogni colore e gradazione ma anche delle teorie  liberal”: del centro-sinistra che accetta il mercato com’è, per dirla all’europea. “L’economia convenzionale, tutta, da destra a sinistra, descrive il presente come risultato inevitabile di alcuni sviluppi come globalizzazione, automazione, collasso del debito”, dei debiti, privati e pubblici “del 2008 e un establishment” auto-replicante “che si costruisce su una pretesa cooptazione meritocratica. Stiglitz rifiuta proprio i termini del dibattito e ne sposta del tutto l’asse.

Non è il cambiamento tecnologico e sociale in atto che ha prodotto la società attuale a due livelli  ma l’esercizio del potere politico che hanno da parte di chi detiene il potere dei soldi sui processi di legislazione e di regolazione. ‘Anche se in gioco possono ben esserci forze sottostanti di ordine economico, è la politica ad aver formattato i mercati e lo ha fatto in modi che avvantaggiano la crema a spese di tutto il resto delle società nostre’. Ma la politica, insiste, è soggetta al cambiamento.

Stiglitz è un Nobel che insegna economia alla Columbia University e… occupa una posizione di punta dominante nella rivoluzione intellettuale che viene sfidando a fondo l’ortodossia economica dominante” tra cui emerge, naturalmente, l’altro Nobel “Paul Krugman (End this depression now Mettete fine adesso a questa depressione, subito, W.W. Norton ed., 2012: dedicato “ai disoccupati, che meritano di meglio”: ve ne abbiamo già parlato nella Nota congiunturale no. 7-2012, in Nota1)...

L’argomentazione collettiva di questo gruppo di dissidenti non è solo che l’ineguaglianza è una violazione di valori morali ma anche che interagisce con un sistema politico che ha per suo motore il denaro e conferisce perciò un potere eccesivo ai più ricchi. In sostanza, quelli che il potere ce l’hanno lo usano per sottrarsi a ogni competizione possibile e acquisendo per sé particolari vantaggi fiscali, quote di mercato protette dalle legislazioni” (i numeri chiusi e gli ordini professionali che è la legge ad imporre mentre sul mercato la concorrenza per i manovali e i braccianti agricoli è selvaggia) “o da altre forme di quelle che gli economisti chiamano rendite di posizione.

Gli apologeti del mercato libero e puro, in questa visione, non riconoscono il fatto che un potere economico concentrato si converte in potere politico. Per esempio, la destra [in America] ha salutato lo svuotamento della patrimoniale e la cancellazione del limite ai contributi alle campagne elettorali  malgrado ogni prova provata che queste pratiche restringano la concorrenza— concentrando ancor più la ricchezza, nel primo caso e, nel secondo, nel caso dei finanziamenti politici, dando ancora più potere di controllo delle decisioni politiche all’America degli affari.

Stiglitz e i suoi alleati spiegano che un mercato libero e concorrenziale sarebbe davvero di grande beneficio per la società tutta intera, ma che per funzionare e continuare a restare funzionale deve sottostare a una regolamentazione del pubblico e alla sua sorveglianza. Se non sono costretti, gli interessi dominanti usano tutto il potere che hanno per fare profitti a spese della maggioranza. E la concentrazione del potere in mani private, è convinto Stiglitz, può essere tanto dannosa a un buon funzionamento del mercato quanto un eccesso di regolamentazione e di controllo politico.   

In un suo editoriale recente, pubblicato proprio per presentare questo suo lavoro (J. E. Stiglitz, The price of inequality Il prezzo dell’ineguaglianza, 5.6.2012 ▬ http://www.project-syndicate.org/commentary/the-price-of-inequality), Stiglitz ha brevemente sintetizzato lui stesso il succo della sua argomentazione:

‘L’ineguaglianza – scrive – porta con sé crescita più bassa e minor efficienza. La carenza di opportunità si traduce nel fatto che la risorsa maggiore che c’è – la gente – non è utilizzata a pieno. Sono molti alla base, ma anche nel mezzo, della piramide sociale a non vedersi consentire di dare il loro meglio perché chi è ricco, ha bisogno di minor servizi sociali e si preoccupa che un governo forte possa ridistribuire i redditi e utilizza la propria influenza politica per tagliare le tasse e soffocare la spesa pubblica. Il che comporta sottoinvestimento nelle infrastrutture, nell’istruzione pubblica, nella ricerca tecnologica, ostacolando i motori veri della crescita…

Ancor più importante è che l’ineguaglianza in America sta minando alla base valori e identità dell’America. Con l’ineguaglianza ormai a certi estremi, non è sorprendente che i suoi effetti si manifestino su tutto il ventaglio delle pubbliche decisioni, dalla condotta delle politiche monetarie alle allocazioni del bilancio. L’America è diventato un paese che non prevede più [come prometteva la Costituzione] ‘giustizia per tutti’ ma un paese ricco di favoritismo per i ricchi e di giustizia solo per chi può permettersela— una cosa addirittura palese nel caso della bolla speculativa edilizia e della crisi ipotecaria dove le grandi banche erano convinte non solo di essere troppo grandi per fallire ma anche per essere mai chiamate a rendere conto a qualcuno di quel che avevano fatto”. E avevano pure ragione, no?

Stiglitz non sembra molto ottimista. Anzi… Quando comincia a scrivere il libro, “all’inizio delle rivoluzioni arabe del Mediterraneo e del movimento di Occupy Wall Street[1],  pensa e scrive che ci ‘sono momenti nella storia quando in tutto il mondo la gente sembra sollevarsi e dire, insieme, che qualcosa è sbagliato

Ora sa, vede, che “se Mitt Romney cattura la Casa Bianca, con ogni probabilità le sue proposte fiscali e di regolamentazione finiranno con l’incarnare tutto quel che lui trova più ripugnante. E se anche Romney perdesse, non sembra che il sistema politico americano sia pronto a rispondere ala chiamata alle armi lanciata da Stiglitz”.

●Il servizio di ricerca del Congresso(il Congressional Research Service, CRS) comunica e documenta che nel 2011, gli USA hanno triplicato a $ 66,3 miliardi le loro vendite di armamenti sul mercato internazionale, dando così all’America una quota addirittura dell’80%, coi resti che vanno a tutti gli altri: Russia (secondi, con $ 4,1 miliardi venduti nell’anno), Cina ($ 2,1 miliardi), Francia, Gran Bretagna, Gerrmania e Italia (tutte insieme, $4,1 miliardi), e tutti gli altri insieme si spartiscono i resti. Il dato dell’anno costituisce, a stare sempre al CRS il massimo mai raggiunto in un solo anno.

Nell’anno si è combattuto armi alla mano solo in Libia, in Siria, in Iraq e in Afganistan, dove nel corso di una guerra in atto si comprano munizioni e non armamenti moderni. All’orizzonte sembrano, dunque, davvero prepararsi altri conflitti armati e viene in mente, ovviamente, l’Iran e forse anche la Corea del Nord contro di cui c’è chi sta comprando adesso armi dall’America (1) Interpress Service Agency (IPS), 27.8.2012, C. L. Biron, U.S. Foreign Weapons Sales Triple, Setting Record Triplicate le vendite di armi americane all’estero,raggiungendo il record http://www.ipsnews.net/2012/08/u-s-foreign-weapons-sales-triple-setting-record; 2) New York Times, 6.8.2012, T. Shanker, U.S. Arms sales make up most of global market Le vendite americane di armi sono gran parte di tutto il mercato globale http://www.nytimes.com/2012/08/27/world/ middleeast/us-foreign-arms-sales-reach-66-3-billion-in-2011.html).

●La FAO, l’organismo che per le Nazioni Unite studia e fa proposte sui problemi della produzione agricola e della fame nel mondo ha comunicato che l’indice dei prezzi delle derrate alimentari è salito a luglio del 6%, a 213 da 201 di giugno, coi prezzi di granaglie, zucchero e soia al massimo di sempre all’ingrosso. L’aumento, il record dal 238 del febbraio 2011, è oltre che della speculazione rampante il risultato della siccità che ha colpito nel mondo grandi regioni di produzione.

Aumentano i prezzi delle derrate…  la soluzione (forse?)… (vignetta)

Fonte: A. Martirena, 31.8.2012

Solo scorte abbondanti di grano e di riso hanno tenuto sotto controllo l’indice che segue i prezzi all’esportazione, mantenendolo del 10% sotto il vertice di due anni fa (FAO Sala Stampa, 9.8.2012, In rialzo del 6% l’indice FAO dei prezzi alimentari-Granaglie e zucchero guidano l’incremento http://www.fao.org/ news/story/en/item/154266/icode).

●I corto circuiti a catena che, ripercuotendosi su tutta la griglia elettrica della federazione dell’India, hanno mandato in tilt, a fine luglio, la distribuzione dell’energia in almeno una dozzina di Stati della Repubblica, lasciando la metà della popolazione, quasi 600 milioni di abitanti, senza corrente dall’Assam al Rajasthan per quasi due giorni interi, ha provocato le dimissioni del ministro responsabile— che, però, è stato promosso a ministro degli Interni mentre il titolare di questo dicastero è stato a sua volta fatto “salire” di grado andando alle Finanze: con un gesto sconclusionato, non spiegato e inspiegabile, quasi di sfida all’opinione pubblica. Il ministro non andava troppo “punito”, infatti, essendo uno dei pilastri del potere centrale e accusando il governo soprattutto gli inadeguati investimenti non fatti in manutenzione dai suoi predecessori.

Come spesso qui in India, sembra proprio il riflesso di un problema sistematico di carenza di governance, di accumulo di corruzione e di incompetenze che a volte sembra quasi negare quella che, in effetti, poi è una storia di grande sviluppo, seconda solo a quella della vicina Cina. E di colpa si è trattato sicuro. Ma sono anche emersi calcoli e presupposti sbagliati a catena di molti tecnici e addetti ai lavori sulla possibilità di ricorrere, per coprire le mancanze temporanee di corrente, a un pezzo o al’altro della griglia.

Naturalmente, la richiesta che, al dunque, si è accumulata è stata in questo modo eccessiva quando tutti e tutti insieme vi hanno fatto ricorso: il classico sovraccarico, ma a dimensioni mai prima raggiunte (1) NBC News, 31.7.2012, Second Indian outage in two days cuts power to more than 600 million people In India, il secondo corto circuito in due giorni lascia senza energia più di 600 milioni di persone http://worldnews.nbcnews.com/news/2012/07/31/13046777-second-indian-outage-in-two-days-cuts-power-to-more-than-600-million-people?lite); 2) The Economist, 3.7.2012, An area of darkness Un’area di buio ▬ http://www. economist.com/node/21559977).

●Qualche segnale che comincia a preoccupare il governo indiano viene dagli investimenti diretti esteri (IDE) nel paese che calano come anche, con la crisi globale, quelli in Cina ma non in Brasile dove continuano a crescere, ma qui in India in modo molto più accentuato— a giugno si tratta di una contrazione del 78% in un anno. E il governo ha costituito un panel speciale incaricato di studiare e proporre misure “migliorative” (per chi investe: meno tasse, anzi forse nessuna, condizioni di lavoro sempre peggiori per chi lavora e il lavoro ancora lo trova, tutto sempre più deregolamentato e liberalizzato si intende) del clima del business (The Economic Times/New Delhi, 25.8.2012, Government sets up investment panel as FDI slumps 78% in June Il governo, dopo la caduta del 78% degli IDE, crea un panel per favorire gli investimenti http://articles.economictimes.indiatimes.com/2012-08-25/news/ 33385233_1_foreign-direct-investment-fdi-investment-decline).

●Anche le esportazioni diminuiscono, a luglio, a 22,4 miliardi di $ rispetto ai 26,3 del luglio dell’anno prima. Ma è da maggio, e per tre mesi consecutivi, che scende l’export, secondo i dati resi pubblici dal ministero del Commercio e dell’Industria. E stanno crescendo le pressioni dei produttori che chiedono al governo maggiore supporto e più sussidi per abbassare i costi di trasporto e, in genere, le esternalità, come si chiamano (The Economic Times/New Delhi, 14.8.2012, Exports decline sharply by 14.8% in July 2012, Imports down by 7.61% Le esportazioni scendono seccamente del 14,8% a luglio e le importazioni del 7,61 http://www.somberi.com/archives/2012/08/20120814_india_business.php.).

●Sempre dall’India arriva un richiamo all’attenzione, diciamo, di chi ne segue gli ormai tanti e diverse modi di azione e di presenza nel mondo. Viene ora reso noto, da una cooperativa di agenzie di stampa indiana che non cita le fonti se non per dire che sono di origine militare, che il paese ha prodotto il primo missile balistico intercontinentale di fabbricazione domestica e capace di trasportare a destino ogive nucleari, lanciate dal primo – e unico per ora – sommergibile strategico indiano, l’INS Arihant (sanscrito)— Distruttore del nemico.

Varato dal cantiere navale di Visakhapatnam— la citta del destino, sulla costa dello Stato di Andhra Pradesh  nel sud-est del paese nel 2009, il sottomarino nucleare, 111 metri di lunghezza, scafo dotato di 6 torpedini sottomarine da 533 mm., sarà dotato fino a 12 missili balistici intercontinentali da 15-20 kilotoni Sagarika Oceanico, in grado di arrivare a bersagli a 700 km. di distanza.

Ma, dicevamo, non è proprio una vera notizia. L’annuncio informale, ma che viene poi dall’Organismo nazionale di ricerca e sviluppo per la difesa dell’India, conferma che adesso il nuovo missile va in produzione. Il che significa che ci sarà ancora un anno da aspettare per vederlo in linea e che i suoi primi pattugliamenti da deterrente effettivo cominceranno dopo la prossima estate (The Diplomat, 27.7.2012, J. R. Holmes, India’s military comes of age Le forze armate indiane diventano adulte http://thediplomat.com/the-naval-diplomat).

●Però adesso, e gli è costato molto doverlo riconoscere, l’ambizioso ministro della Difesa A. K. Antony che aveva annunciato solo qualche giorno prima il lancio operativo della prima portaerei di concezione e fabbricazione indiana, ha dovuto comunicare al parlamento che il varo è stato posposto fino al 2013, senza ulteriori specificazioni, a causa di ritardi “deplorevoli e forse anche colpevoli”, dice, nella consegna di equipaggiamento e componenti varie.

Ora il lancio era stato originariamente programmato per due anni fa, nell’ottobre del 2010 e adesso si parla di un’entrata in servizio effettivo dell’unità nel 2018. E’ sicuramente grave ma resta il fatto che l’India sta costruendo una sua portaerei totalmente autonoma, dalle cianografie ai rivetti,  secondo le specifiche che essa stessa le ha conferito (Tribune/Chandrigar, 22.8.2012, Aircraft carrier project delay to hit naval preparedness-Project runs two years behind schedule Il varo ancora rinviato della portaerei indiana – in ritardo di due anni – colpirà la preparazione navale http://www.tribuneindia.com/2012/20120620/nation.htm#2).

●Intanto, l’India rende noto che sta firmando un contratto con l’americana Boeing per l’acquisto di 22 elicotteri Apache Longbow 22 AH-64D per un totale di 1,4 miliardi di $. L’Apache ha vinto la concorrenza col russo Mi-28 Havoc nei tests operativi  condotti dall’esercito indiano che altre volte aveva  fatto la scelta opposta per obici da campo, ad esempio, o anche aerei da caccia. Il contratto con la Boeing prevede anche la fornitura agli indiani di missili aria-terra Hellfire, di missili terra-aria Stinger e di apparecchiature radar di controllo (Times of India/Economic Times, 1.8.2012, India gears up to order 22 Apache helicopters for $ 1.4 bn L’India si accinge a ordinare 22 elicoteri Apache per 1,4 miliardi di $ http://economictimes.indiatimes.com/news/politics/nation/india-gears-up-to-order-22-apache-helicopters-for-1-4-bn/arti cleshow/15581861.cms).

●L’economia dell’Indonesia, la maggiore nell’Asia sud-orientale, è cresciuta del 6,4% nel secondo trimestre, più della aspettative visto il caldo delle esportazioni di materie prime e minerali greggi e spinto, invece, dalla crescita del potere d’acquisto delle nuove e fiorenti classi delle classi medie e dagli investimenti che il paese continua a fare pubblici e privati che stanno crescendo al ritmo più rapido dalla fine degli anni ’90 (The Economist, 20.8.2012).

●Nel secondo trimestre del 2012 il PIL del Messico è cresciuto del 4%, secondo i dati comunicati dal quel dipartimento delle Finanze. Un tasso di crescita a salire di meno ma sempre positivo e, rispetto a tanti altri, sostenuto. Le entrate pubbliche sono cresciute del 9% grazie al reddito in aumento dell’export del petrolio e lo stesso passo hanno tenuto più o meno le spese. Il debito pubblico netto è salito del’1,9% rispetto alla fine del 2011 e è, oggi, appena al 33% del PIL. I lavoratori formalmente registrati come occupati sono aumentati nel lo stesso trimestre del 4,7%

(Tuscaloosa News/Alabama, 30.7.2012, Mexican economy grew 4 percent in 2QMessico: l’economia nel 2° trimestre è cresciuta del 4% ▬ http://www.tuscaloosanews.com/article/20120730/API/1207301061).

Brasile e Venezuela hanno formalizzato l’accordo, osteggiato apertamente quanto inutilmente dalla Boeing e da Washington, per l’acquisto di 20 aerei di linea Embraer 190 di costruzione brasiliana, col versamento anticipato di 270 milioni di $ per i primi sei e un totale che per tutti i 20 dovrebbe arrivare ai 900 milioni di $ (Brazil Portal, 31.7.2012, Venezuela buys six jetliners and contracts 20 from Brazil’s Embraer Il Venezuela compra sei aerei di linea e ne prenota 20 dalla brasiliana Embraer http://brazilportal.wordpress.com/2012/07/31/venezuela-buys-6-jetliners-from-brazils-embraer).

L’accordo è stato raggiunto alla prima riunione utile con la partecipazione piena del Venezuela nel Mercosur, una volta aggirato l’ostacolo del rifiuto di ratifica all’adesione di Caracas da parte del Senato paraguayano con la sospensione proprio di Asunción dall’adesione esso stesso al Mercato comune Sud-americano a causa del suo golpe “illegittimo” che il mese scorso ha deposto il presidente della Repubblica Fernando Lugo.

Forte disagio per l’opposizione in Venezuela che, ormai in piena campagna elettorale, vede l’adesione del paese al Mercosur come un chiarissimo ed esplicito segno di appoggio politico di Brasile, Argentina e Uruguay, contro la volontà dichiarata degli Stati Uniti, alla ricandidatura del presidente Chávez. Pompata a dovere dal NYT, un’esperta sociologa e politologa dell’opposizione dell’università di Caracas, Elsa Cardozo, nota come “la decisione riveli la debolezza politica del Mercosur in un momento in cui è precaria la protezione dei diritti democratici in Venezuela”.

Ma, proprio a proposito di diritti democratici, in realtà, a Brasilia, a Buenos Aires e a Montevideo – e in gran parte dell’America latina tutta – leggono l’appoggio a Chávez proprio al contrario: come il sostegno ai diritti democratici dei venezuelani a scegliersi da soli chi li governa, senza l’ingerenza conclamata dei nord-americani (New York Times, 31.7.2012, S. Romero [è uno yanquee di cittadinanza e di credo – di quelli che giurano sul libero mercato e sulla giusta prevalenza dei nord-americani su quelli del Sud], With Brazil as Advocate, Venezuela Joins Trade Bloc Col Brasile come sponsor, il Venezuela aderisce al blocco commerciale [col quale gli Stati Uniti non c’entrano …ma vogliono entrarci comunque e dettarne le regole di funzionamento, si capisce] http://www.nytimes.com/2012/08/01/world/americas/mercosur-trade-bloc-admits-venezuela-as-full-member.html?ref= global-home).

●Arriva, intanto, notizia che a luglio, rispetto a giugno, il tasso di inflazione è sceso in Venezuela all’1% abbattendo la media annuale al 19,4%, comunica il ministro delle Finanze Jorge Giordani (El Universal/Caracas, 7.7.2012, Inflación llegó a 1% en julio ▬ http://www.eluniversal.com/economia/120807/inflacion-llego-a-1-en-julio). Si tratta della prima contrazione sotto il 20% da quattro anni – e tra gennaio e luglio 2012 sotto il 10%; nell’anno, poi, con un aumento solo dello 0,2% per alimentari e bevande analcooliche – quando il tasso medio di crescita dei prezzi al consumo era oscillato nell’ultimo decennio tra il 25 e il 30%.

E’ un fatto che lo stesso giornale – il principale dell’opposizione viscerale antichávez – definisce con rabbia “oggettivo”, ma denuncia imputandolo alla “statalizzazione crescente” dell’economia: un fatto anch’esso oggettivo ma nei risultati, dicano quel che vogliono, invece apprezzato dalla gente comune che deve fare la spesa quotidiana e soprattutto dai meno abbienti. Che sono sempre, e di gran lunga, i più numerosi…

Si tratta, infatti, sicuramente anche dell’effetto dirimente della cosiddetta Legge dei costi e dei prezzi che, dal novembre scorso, ha messo sotto controllo attraverso un nuovo organismo centrale i meccanismi “automatici” di mercato (domanda/offerta/monopolio) che portano all’incremento quasi meccanico dei prezzi al dettaglio di derrate e prodotti fondamentali. Naturalmente, la lettura convenzionale del meccanismo dava per certa la pronta rarefazione dei prodotti sul mercato e lo scatenarsi della borsa nera. Ma stavolta, pare, il risultato maggiore sia stato quello di sottoporre a un controllo il meccanismo automatico, senza immediate e pronte conseguenze indesiderabili (Agenzia Stratfor, 5.12.2011, Venezuela’s Government Grasps Greater Economic Control Il governo del Venezuela si accaparra maggiori controlli sull’economia http://www.stratfor.com/analysis/venezuelas-government-grasps-greater-economic-control).

E, secondo un comunicato di metà mese della Banca centrale, il PIL nel secondo trimestre è cresciuto di un 5,4% sullo stesso periodo dell’anno scorso, in crescita per il settimo trimestre consecutivo dopo una recessione durata oltre un anno. Il tasso di crescita del 2011 era stato del 4,2%. E non sono dati che l’opposizione contesta (l’Universal stesso li dà per corretti, come del resto quando registravano il calo del PIL (New York Times, 17.8.2012, Agenzia Associated Press (A.P.), Venezuela Gov't Says Economy Up 5.4 Percent— I dati del governo danno un PIL in crescita del 5,4% ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/08/17/world/americas/ap-lt-venezuela-growing-economy.html?ref=global-home).

●In Brasile, invece, migliora a 3,8 miliardi dai 4,4 miliardi di $ di giugno il deficit dei conti correnti, mentre aumenta l’afflusso di investimenti diretti dall’estero a luglio, a 8,4 miliardi di $, il livello più alto dal dicembre 2010, secondo una comunicazione del 23 agosto della Banca centrale (Lloyd’s/Dow Jones Newswires, 23.8.2012, G. Jeffries, Brazil Current Account View Improves in July Migliora a luglio la posizione dei conti correnti del Giappone http://www.lloyds.com/News-and-Insight/News-and-Features/Dow-Jones/article/7946/update-brazil-current-account-view-improves-in-july).

●Nel 2012-2013 questo paese diventerà il maggior produttore al mondo di soia, nelle previsioni del Consiglio internazionale del grano che, parlando della seminagione di altre aree a soia sia per i prezzi crescenti che per la crisi climatica— l’ondata di siccità che ha colpito la coltivazione statunitense nel Midwest, aumenta la previsione del raccolto del Brasile nel periodo di 1 milione di tonnellate a 76 per il biennio, mentre la previsione indicata per gli USA è di 73 milioni di tonnellate, 6 milioni in meno della precedente (Agenzia Reuters, 23.8.2012, Brazil may overtake U.S. as top soybean producer – IGC Il Brasile potrebbe superare gli USA come il maggior produttore mondiale di soia ▬ http://af.reuters. com/article/commoditiesNews/idAFL6E8JNLZ520120823).

●Anche l’Argentina, sullo stesso tema, annuncia adesso di essere pronta, dopo l’agosto più piovoso mai registrato che ha creato ottime condizioni per la seminagione di ottobre, a produrre una forte raccolta di soia anche per far fronte alla riduzione di quella statunitense. Già oggi l’Argentina è il terzo paese esportatore al mondo, al momento appunto dopo Stati Uniti e Brasile (GMA News, 29.8.2012, Argentina to help fill global soy gap, says farm chamber L’Argentina aiuterà a riempire la carenza globale di produzione di soia , dice la Camera di commercio agricola http://www.gmanetwork.com/news/story/271593/economy/ agricultureandmining/argentina-to-help-fill-global-soy-gap-says-farm-chamber).

Sudan e Sud Sudan, annuncia ad Addis Abeba, dove s’è svolto il negoziato, il mediatore dell’Unione africana ed ex presidente sudafricano Tabo Mbeki, hanno messo fine alla disputa nata all’atto stesso pure concordato della secessione del secondo dal primo, oltre un anno fa, sulla spartizione delle risorse petrolifere del Sud Sudan, un territorio senza sbocchi al mare che deve pagare per il trasporto del suo greggio dai porti del Nord un prezzo concordato e ormai anche parecchio arretrato. Adesso, grazie all’accordo, riprenderà il flusso dell’esportazione verso Nord: almeno fino al prossimo rifiuto o alla prossima impossibilitò di pagare il dovuto.

Il fatto è che Sud e Nord Sudan sono inestricabilmente legati: la secessione, che è servita a soddisfare le rivendicazioni indipendentiste del Sud e l’insana voglia americana di punire il Nord islamista, non è mai stata in alcun modo sostenibile in termini di indipendenza economica e sono state pure e irresponsabili istigazioni gli incoraggiamenti venuti in specie dagli Stati Uniti d’America, dal Congresso in specie ma anche dalla politica estera della Clinton.

Avevano promesso al Sud di “sostenerlo” e poi, come sempre quando non sono in ballo loro interessi primari e davvero strategici (addirittura in Georgia, in Kosovo hanno fatto proprio lo stesso), l’hanno improvvisamente mollato a metà strada... Ma adesso s’è arrivati al dunque. Alla fine, partendo dalla richiesta del Sud di pagare per il transito non più di $ 1 al barile e dalla richiesta del Sudan di ottenerne un mino di 36, l’accordo è stato fatto sui $10, un prezzo sempre assai favorevole a Juba e una concessione importante da parte di Kartoum.

Stavolta anche la Clinton, incontrando il presidente del Sud Salva Kiir, ha contribuito utilmente, a freddarne i bollori facendogli presente che in ogni caso “un po’ di qualcosa è meglio di quanto sia il tutto di niente”. L’accordo è ancora quasi solo di principio, bisognerà discutere di tempi, di modi e anche, e soprattutto, delle questioni e delle misure che possano garantire il flusso in sicurezza di un prodotto vitale per tutti, lungo un percorso di centinaia di km. in guerra praticamente da sempre.  

E tutti sanno che è probabile che prima di arrivare alla pace ci vorranno ancora mesi, se non anni, di conflitto e forse di guerra (1) China org. 4.8.2012, Agenzia  Xinhua, Sudan, South Sudan reach oil deal Sudan e Sud Sudan raggiungono un accordo sul greggio http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-08/05/c_123529587.htm; 2) New York Times, 4.8.2012, J. Gettleman, Two Sudans Reach Deal on Fees for Oil Pipelines I due Sudan raggiungono un accordo sul trasporto del greggio via oleodotto http://www.nytimes.com/2012/08/05/world/africa/two-sudans-reach-deal-on-fees-for-oil-pipelines.html?ref=global-home).

Come, del resto, di molti mesi ancora, forse di un anno – e se tutto va liscio – si dovrà aspettare per riprendere una produzione significativa, a ritmo pieno forse tra un anno, secondo la stima del negoziatore capo del Sud Sudan ai colloqui di Addis Abeba. Nei primi mesi, entro dicembre prossimo forse, la produzione potrebbe riprendere a un ritmo si 150.0000 barili al giorno arrivando a 190.000 entro forse tre, quattro mesi (Reuters, 7.8.2012, Mading Nor, South Sudan to restart oil wells in September, full output in a year Il Sud Sudan farà ripartire i pozzi di petrolio a settembre, con produzione piena tra un anno http://uk.reuters.com/article/2012/08/07/uk-southsudan-talks-idUKBRE87610P20 120807).

●Sembra, davvero, che qualcosa si muova in Corea del Nord: almeno rispetto all’era glaciale del vecchio leader, Kim Jong-il, adesso, col nuovo, Kim Iong-un: che è figlio del vecchio e nipote del predecessore ma sembra, come dire, più duttile e aperto, rispetto agli standard usuali della Corea claustrale del Nord.

Dopo la liquidazione del vice-maresciallo Ri Yong-ho, il capo nominale delle Forze armate – sparito dalla ribalta politica e non si sa bene come: se in pensione, per quanto forzata, o messo a riposo sotto due metri di terra e di neve; se per un effettivo tentativo di golpe militare o per le resistenze che faceva ai cambiamenti che il giovanissimo nuovo numero uno stava apportando alla politica del paese – è cominciato un giro di visite-presentazioni-chiarimenti presso tutti i governi dei paesi alla penisola coreana prossimi geograficamente e dell’unico lontano coi quali Pyongyang mantiene rapporti formalmente amichevoli (Cina, Russia, Indonesia, Vietnam, Laos e Cuba).

Ora a Hanoi va in visita il presidente del presidium della Suprema assemblea popolare Kim Yong-nam (malgrado il nome e gli usi dei Kim no, lui non è un membro della famiglia), che ricopre la carica formale di capo dello Stato e incontra il presidente vietnamita Truong Tan Sang e il capo del partito comunista Nguyen Phu Trong. E prima di ripartire per Vientiane, in Laos, incontrerà il primo ministro vietnamita Nguyen Tan Dung.

Emissari del nuovo leader Kim Jong-un sono già stati in Russia, in Cina e in Indonesia. E, all’ordine del giorno degli incontri era sempre lo scambio di informazioni reciproche tra regimi fratelli, come tra loro secondo tradizione vetero-comunista – ma non solo – continuano a chiamarsi (Vietnam Daily Life, 6.8.2012, North Korea head of State meet his Vietnam colleague in Hanoi Il capo di Stato nord coreano incontra l’omologo vietnamita http://www.daylife.com/photo/05Dy5B94mD2PB?__site=daylife&q= Vietnam).

●E adesso si viene a sapere che, il 29 agosto, per la prima volta da quattro anni, i governi di Nord Corea e Giappone riprenderanno colloqui ufficiali a livello ministeriale – il governo di Tokyo vuole sondare quella che appare come una qualche apertura – su un’agenda di discussione che resta completamente aperta. Non subordinata, cioè, come fino ad oggi aveva chiesto Tokyo, ad affrontare al primo punto gli episodi di rapimento di cittadini nipponici di cui accusa Pyongyang (Kyodo News, 14.8.2012, Uncertainty hovers over abduction issue ahead of Japan, N. Korea talks C’è incertezza sulla qustione rapimenti prima della ripresa dei colloqui Giappone-Corea del Nord http://english.kyodonews.jp/news/2012/08/176 555.html).

E quando, poi, l’incontro effettivamente ha luogo, il punto di vista espresso subito a caldo dai delegati giapponesi è che il negoziato ha portato effettivamente a un lavoro estremamente concreto e solido di preparazione dell’agenda di futuri, prossimi, incontri a livello politico di maggiore impegno (New York Times, 29.8.2012, M. Fackler, Japanese and North Korean Officials Hold First Talks in Four Years Esponenti di Giappone e Corea del Nord tengono i primi negoziati in quattro anni http://www.nytimes.com/2012/08/30/world/asia/japanese-and-north-korean-officials-hold-first-talks-in-four-years.html? ref=global-home).

●Quasi a metà mese – e per la prima volta in modo che sembra suonare pressoché ufficiale e “autorizzato” – viene diffusa qualche notizia di merito proprio sulle scelte di politica economica che sarebbero costate il posto – e chi sa, poi, se solo quello – al capo gerarchico dell’esercito di carriera che voleva continuare a difendere, contro le velleità di cambiamento del figlio, la linea tradizionale del padre Kim Jong-il: prima, comunque, la spesa militare e solo poi il resto.

Secondo informazioni arrivate – hanno assicurato – direttamente da fonti sicure del Nord ma confermate in modo autonomo anche da fonti convergenti arrivate a Radio Free Asia, la radio “indipendente” finanziata dal Congresso americano e gestita in ben nove lingue della regione direttamente dalla CIA, Pyongyang ha delineato e scritto e sta per promulgare le nuove misure.

Si discute ancora, in segreto ovviamente, solo del modo di rendere pubblica la cosa dei livelli dell’informazione da dare e di a chi darli su una lista complesse di nuove misure economiche che dovrebbero modificare il sistema di distribuzione gestito dallo Stato.

A partire dal prossimo autunno il governo si prenderà – cioè andranno al pubblico ammasso – solo il 70% dei raccolti lasciando ai contadini il 30%. Un dipartimento speciale centrale della gestione economica aumenterà mediamente i salari dei nord-coreani consentendo qualche misura di autonomia di gestione alle imprese. Il regime ha per il momento, deciso di testare il nuovo sistema per tre mesi, da settembre a dicembre (Korea JoongAng Daily, 10.8.2012, Lee Young-jong, Kim Hee-jin, North Changing its Economic Model:Sources Il Nord sta cambiando il suo modello economico ▬ http://koreajoongangdaily. joinsmsn.com/news/article/article.aspx?aid=2957707).

●A partire da fine luglio, diverse agenzie di stampa sud coreane hanno diffuso la veridicità di un’altra notizia che in qualche modo rafforza anche l’attendibilità della prima e secondo cui in Corea del Nord sono state scoperte e il governo ha provato a Corea del Sud e Cina di avere localizzato, fornendone gli opportuni campioni, l’esistenza nel paese di colossali depositi per quasi 20 milioni di tonnellate, di terre rare, del valore che i tecnici di Seul presumono superi i 6.000 miliardi di $: cioè, dopo la Cina, il secondo maggior detentore al mondo. E sarebbero già cominciati i negoziati, sia con Seul che con Pechino, messe anche sapientemente in concorrenza tra loro…

Le notizie, non ancora del tutto verificate sulla dislocazione e i tempi possibili e reali di sfruttamento dei giacimenti sembrano comunque abbastanza attendibili da aver messo in subbuglio mercati e industrie elettroniche (si tratta di minerali ormai diventati essenziali per la fabbricazione di apparati turbina, motori di aerei a reazione avanzati, comunicazioni satellitari e quant’altro…) e prima ancora delle cancellerie del mondo occidentale.

Improvvisamente in mano a Pyongyang non c’è più solo qualche rudimento di arma atomica grezza ma anche la materia prima più desiderata, centellinata e costosa al mondo – le terre rare – che finora sembrava quasi monopolio della Cina. E al cui sfruttamento la Cina stessa pare oggi essere invitata a partecipare… Roba da morire di rabbia, per i molti che qui in occidente continuano a storcere il naso perché tanto quelli sarebbero morti di fame (Yahoo!News, 23.7.2012, Koreas held talks on joint mining of rare earths Le due Coree aprono colloqui sullo sfruttamento congiunto delle terre rare [del Nord] ▬ http://sg.news.yahoo.com/koreas-held-talks-joint-mining-rare-earths-063230870--finance.html)

●Significativa anche, ed insieme, è adesso la notizia, che proviene dal ministerro cinese del Commercio, di aver firmato un accordo con la Corea del Nord per lo sviluppo congiunto di speciali zone economiche sul territorio del Nord. L’accordo prevede la costituzione e l’operazione di comitati di gestione bilaterali, la fornitura di energia elettrica per lo meno in una delle zone in questione e una sistematica cooperazione in campo agricolo.

Rispetto agli accordi più ambiziosi ed elaborati firmati due anni fa quando a Pyongyang governava Kim Yong-il, è un ridimensionamento ma, al contrario di quel che avvenne allora, ora a passo più cauto e misurato gli accordi dovrebbero poter trovare reale applicazione: la Cina, stavolta, sembra più disposta, col nuovo equilibrio raggiunto a Pyongyang a fornire assistenza piuttosto che a volerla proporre/imporre a suo modo. Entrambe le parti, questa è la realtà, hanno modificato il loro approccio alla vicenda.

Immutato, resta l’interesse e l’impegno della Cina ad assistere e cooperare con la Corea del Nord e evidente è la volontà di Pechino a rendere la cosa chiara e lampante a Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. E’ una messa a punto importante, dopo lo scontro quasi pubblico dell’aprile scorso, negli ultimi mesi di vita di Kim Yong-il, per la caparbietà nel testare un lancio spaziale agli occhi di molti dei vicini sospetto di obiettivi militari – e, in ogni caso – fallito, condotto contro il parere di Pechino che al contrario di Washington ne sosteneva la piena legittimità ma lo riteneva, a ragione, anche tecnicamente prematuro.

Adesso, nel clima che, tutto sommato, molto prima del previsto il giovane Kim Yong-un è riuscito a creare, all’interno ma anche all’estero, intorno alla percezione del proprio regime, i nuovi accordi sono per lui una vittoria e per Pechino una ragionata scommessa sul suo piano di riforme che se, alla prova dei fatti, riuscisse poi anche a fare profitti per la joint venture porterà la Cina ad investire di più sul Nord Corea (Ministero del Commercio di Cina, 15.8.2012, PRC Commerce Ministry's Statement on China-North Korea SEZ Meeting Comunicato del ministero del Commercio della RPC sull’incontro con la Corea del Nord per le zone economiche speciali nord-coreane http://www.ncnk.org/dprk-news/2012/prc-commerce-ministrys-statement-on-china-north-korea-sez-meeting).

E si comincia anche a parlare della ripresa del dibattito accademico a Pyongyang, seppellito anni fa, di avviare una vera e propria riforma monetaria; un’idea che, da sola, però non ha senso e anzi è catastrofica se non si sviluppa nel quadro di un impegno totalmente diverso di fare del paese un paese “normale”, inserito nel processo degli scambi internazionali da cuim volutamente finora si è tenuto al di fuori.

E adesso, a fine agosto, dal Giappone – ma attraverso un’unica agenzia di stampa – viene la notizia che arrivano, da Pyongyang, una specie di sondaggio, di ballon d’essai, sulla possibilità di presenziare, come ospite invitato alla pari di altri paesi, il vertice dell’APEC, l’Associazione asiatico-pacifica di cooperazione economica, del prossimo mese in Russia, a Vladivostok sul Golfo di Pietro il Grande del Mar del Giappone, in un momento in cui il Nord ha, tra l’altro, bisogno di riaprire contatti col Sud Corea e, anche, con gli stessi Stati Uniti e pare che voglia riprendere quelli col Giappone stesso sulla ricerca che Tokyo vorrebbe fosse ripresa dei soldati nipponici morti in Corea nella seconda guerra mondiale (Townhall Finance.com,  29.8.2012, Japan and North Korea may start MIA talks Giappone e Nord Corea potrebbero aprire i loro colloqui sui soldati nipponici dispersi in azione nel corso della seconda guerra mondiale http://finance.townhall.com/columnists/nightwatch/2012/08/31/japan_and_nkorea_start_mia_talks/ page/full)

in Cina

●E’ probabile che, a fronte di un certo rallentamento della crescita economica (per capirci: forse, intorno al 7% invece che intorno al 9%...), la Banca centrale di Cina e le autorità di controllo delle Finanze allentino i freni dell’offerta monetaria per tener fede all’impegno di mantenere un crescita “stabile e controllata” del credito a imprese e clienti. Lo stabilisce, del resto, una dichiarazione dell’ufficio politico del Comitato centrale del partito comunista cinese, che è una raccomandazione ma, di fatto, è una disposizione.

Anche un rapporto della China International Capital Corporation Limited (CICC), la prima banca di investimento cinese creata per finanziare joint ventures nel 1995, preconizza che la Banca centrale abbassi ancora i tassi di interesse tenendo basso l’ammontare delle riserve obbligatorie come risposta a una domanda che non è più tanto alta e al calo dell’inflazione. Le banche commerciali e di risparmio del paese, adesso, si dovranno concentrare nel finanziare lo sviluppo economico locale, municipale, provinciale e regionale (ShangaiDaily.com, 31.7.2012, Banks to support local gov't financing: informal report Secondo un rapporto ufficioso, le banche ora sosteranno il finanziamento dei governi locali http://www.shanghaidaily.org/article/article_xinhua.asp?id=86387).

●Il calo dell’export viene qui direttamente, e correttamente, attribuito alla domanda che crolla in Europa e negli USA. Ma cala anche l’import di petrolio e di ferro e materiale ferroso e aumentano, così, naturalmente, le attese che il governo cinese – mica comandando BCE e Fed qui, coi loro dogmi liberisti e monetaristi alle spalle. L’1% di crescita delle esportazioni in Cina a luglio è il tasso più debole da gennaio, quando addirittura ci fu una lieve flessione e ha segnato una bella frenata dalla crescita del mese prima a più dell’11%. L’export verso la UE è sceso oltre il 16%.

Le importazioni di greggio petrolifero a luglio sono a luglio del massimo da nove mesi e quelle di materiale ferroso per la quarta volta in cinque mesi con raffinerie e acciaierie che tagliano la produzione a fronte della domanda in calo. Nel complesso in luglio, dall’anno prima, le importazioni sono cresciute del 4,7%, il ritmo più fiacco da aprile e ancora ben al di sotto delle aspettative di aumento previste al 7,2%. E la Cina, nel mondo è di gran lunga il maggior acquirente di materia ferrosa greggia, di carbone e di molti altri minerali e metalli industriali.

Questo rende chiarissimo che neanche la Cina potrà sfuggire alla crisi globale dell’economia, anche se qui, diversamente che da noi, le autorità di governo sembrano ben altrimenti determinate per lo meno a fermare il crollo, rilanciando investimenti e consumo: cioè facendo esattamente il contrario di quel che economia e economisti convenzionali hanno convinto il resto del mondo a fare. Ma, se la crescita finalizzata alla crescita è simile all’ideologia suicida delle cellule cancerose essa non è, contrariamente a quel che i convenzionali sostengono, quella di chi li denuncia come criminali e ignoranti: questi finalizzano, infatti, la crescita all’occupazione anzitutto…

E’ la negazione della crescita come priorità in nome del dogma monetarista che la sacrifica deliberatamente a una pretesa stabilità che i fatti dimostrano essere una scelta del tutto scriteriata (riferimenti qui al Guardian, 10.8.2012, China’s July export figures add to slowdown fears I dati sull’export  cinese a luglio ampliano i timori di previsioni di rallentamento economico globale http://www.guardian.co.uk/business/2012/aug/10/ china-exports-weak).

●Viene reso noto, anche, che a luglio sono calati dell’8,7% dall’anno prima, a 7,58 miliardi di $, gli investimenti diretti esteri (IDE) nel paese, ed è il secondo mese consecutivo,dice il ministro del Commercio a metà agosto. Il flusso di IDE in Cina è ammontato a 66,67 miliardi di $, in ribasso del 3,6% all’anno (Xinhua, 16.8.2012, China’s FDI inflow falls for second month L’arrivo di IDE in Cina cade per il secondo mese di seguito http://news.xinhuanet.com/english/business/2012-08/16/c_131789157.htm).

●A ottobre 20 13, a San José di Costarica, secondo un accordo appena firmato a Pechino tra la ministra del Commercio Anabel Gonzales e Wan Jifei, presidente del Consiglio di Cina per la promozione del Commercio internazionale, verrà ospitato un vertice dedicato sino-latinoamericano – dunque con esclusione di Washington – che sarà la ripresa di una serie da qualche tempo interrotta. E, al dipartimento di Stato, arriva già qualche segnale di nervosismo (CA Data,16.8.2012, VI China-LA and the Caribbean Business Summit at end 2013 VI vertice del business sino-latinoamericano dei Caraibi a fine 2013 http://en.centralamericadata.com/en/article/home/VI_China_LA_and_the_Caribbean_LAC_Business_Summit).            

●La China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) ha annunciato un’importante e, comunque, intrigante scoperta nel Mar di Bohai, la parte interna del Golfo del Mar Giallo, prossima ma separata dalla penisola di Corea, di un nuovo, promettente giacimento sottomarino denominato Qinhuangdao 29-2 e in grado di produrre subito fino a 6.600 barili di greggio e sui 130.000 m3 di gas naturale al giorno, la massima capacità delle rocce clastiche del fondo di quel mare di relativamente assai facile accesso (appena qualche decina di metri dalla superficie)(CNOOC, 14.8.2012, Hong Kong, Successful Appraisal of Qinhuangdao 29-2 Le perizie stimano come un successo la portata del giacimento di Qinhuangdao 29-2 http://www.cnoocltd.com/encnoocltd/newszx/news/2012/2101.shtml).

●Con una mossa che appare subito poco gradita ai soliti signori dei mercati – certe reazioni negli ambienti più tradizionali di Wall Street e della City, dove pure gli interessi cinesi si fanno ormai pesantemente sentire, sono immediate e, nell’immediato però, anche impotenti – e forse  in  base anche all’accordo che in materia sta tessendo con le due Coree (cfr. qui subito sopra, Yahoo!News, 23.7. 2012) che, oltre alle sue, sembrano possedere le riserve principali di terre rare nel mondo, Pechino annuncia quella che sarebbe se la portasse avanti davvero, una novità di rilievo. Starebbe  pianificando, cioè, la costituzione di un autorevole piattaforma per la fissazione/indicazione di un  indice internazionale dei prezzi dei minerali rari”. Insomma, di un vero marchingegno che costituirebbe proprio un cartello.

La notizia se tale poi è – anche se appare possibile: lo dice il general manager Zhang Zhong,del gruppo Rare-Earth Hi-Tech Co. (REHT), di Bautou in Mongolia interna, la zona che produce già oltre la metà del minerale prodotto che parlava alla conferenza annuale dell’industria, domandando retoricamente perché il prezzo del petrolio o dell’oro lo stabilisce un’apposita congrega designata dai produttori e maggiori dealers che si riuniscono alla borsa di Londra e quelli – produttori e venditori di terre rare – non dovrebbero/potrebbero indicare/fissare un analogo strumento a Pechino, una volta che al mercato venisse offerta questa soluzione visto che altra non sembrerebbe tra l’altro esistere.

La REHT lancia l’idea – oligopolio, monopolio: sì… ma petrolio e ferro e oro forse non lo sono  altrettanto perché sarebbero a Londra e non a Baotou ? – insieme a una decina di altre imprese cinesi che tra loro gestiscono l’88% delle riserve conosciute e attualmente accertate in Cina: non ancora quelle coreane, per ora (China Daily, 8.8.2012, China launches rare earth trading platform La Cina lancia una piattaforma di compensazione per il mercato internazionale delle terre rare http://www.chinadaily.com.cn/china/2012-08/08/content_15652230.htm).

●Sull’altra questione che in questi ultimi mesi ha attirato attenzioni e anche preoccupazioni, il complesso e spinoso contenzioso sui confini delle acque territoriali rivendicate, su base di leggende, tradizioni, culture diverse ma analoghe da tutti gli Stati che costeggiano il Mar Cinese Meridionale, ora si comincia nettamente a vedere che nell’ultimo anno è cambiato in qualche modo, quello che si potrebbe, impropriamente ma significativamente, chiamare l’onere della prova nella diatriba.

Fino a tempi recenti, la posizione cinese è sempre stata quella che ha mantenuto una rivendicazione di principio costante mentre la discussione è stata praticamente monopolizzata dalle rivendicazioni tonitruanti e regolarmente pubblicizzate tra gli altri Stati della regione: Vietnam, Filippine, Malaysia… Negli ultimi cinque anni, invece, il dibattito sulla proprietà delle zone in questione è stato dominato dai cinesi con gli altri Stati costieri ben avvertiti dell’impossibilità di sfidare la Cina senza avere neanche l’appoggio, pubblico, proclamato e teoricamente anche armato degli USA.

Che, pubblicamente, proprio non si vede: all’America tra l’altro non garba un granché aprire anche su questo fronte un potenziale conflitto con la Cina; e, poi, ai suoi interessi, quelli delle imprese americane che hanno le tecnologie più avanzate e convenienti per condurre le prospezioni, i sondaggi e le trivellazioni per conto di chiunque poi sia che controlla quei fondi marini, in realtà non fa differenza. E, certo, la Cina poi, come cliente/pagatore, è più affidabile degli altri.

Adesso i cinesi decidono di levare il livello della loro rivendicazione. Chiedono conto agli Stati Uniti di quello che, al solito, improvvidamente afferma il dipartimento di Stato, quando mettendo il naso in altrui faccende fa rilevare che gli Stati Uniti stanno monitorando da vicino la situazione nel Mare Cinese aggiungendo che l’apertura cinese di una guarnigione militare cinese su territorio cinese, a Sansha, “va contro gli sforzi di collaborazione diplomatica tesi a risolvere le differenze e rischia di  produrre un’escalation delle tensioni nell’area(3.8.2012, dichiarazione di Patrick Ventrell, vice portavoce, sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2012/08/196022.htm).

Zhang Kusheng, vice ministro degli Esteri ha subito convocato il vice capo della missione diplomatica americana a Pechino, Robert Wang, per esprimergli le “severe rimostranze” cinesi: la Cina, dice il testo scritto consegnato al vice ambasciatore, “esprime la sua ferma insoddisfazione e risoluta opposizione alle interferenze americane in questioni del tutto al di fuori della sua area di competenza e di interesse, preme perché gli USA mettano subito riparo ai propri errori, rispettino seriamente sovranità ed integrità territoriale cinesi e si attivino per incrementare genuinamente stabilità e prosperità nell’Asia sud-orientale”.

Come fa – chiede poi retoricamente la presa di posizione cinese – l’America, che pretenderebbe di fare essa l’honest broker nella vicenda: una contraddizione in termini quando si associa il termine onesto al termine americano e al termine mediatore, sogghigna a latere chi legge il comunicato – a evitare accuratamente di far cenno nella sua presa di posizione alle minacce contro pescherecci cinesi di battelli militari di certi paesi e alle loro pretese ingiustificate su isole e territori cinesi?”.

Come fa a proclamare neutralità, l’America, e poi a offrire alle forze navali filippine, peraltro abbastanza decrepite, l’aiuto di cui hanno bisogno? Dicono che per loro è essenziale la libertà di navigazione lungo vie d’acqua che vedono ogni anno il transito di merci per 5.000 miliardi di $, metà del tonnellaggio che circola ogni anno nel mondo. Ma anche la Cina, mugugnano a Pechino – dove da tempo hanno imparato a rendere par per focaccia almeno sul piano dialettico – ha allora diritto a “preoccuparsi” per il transito, di petrolio e quant’altro, soggetto alla buona volontà degli Stati Uniti ad esempio per il canale di Panama… (New York Times, 5.8.2012, Reuters, China Calls in U.S. Diplomat Over South China Sea La Cina convoca l’ambasciata americana sulla questione del Mar Cinese meridionale http://www.nytimes.com/reuters/2012/08/05/world/asia/05reuters-china-usa-southchinasea. html?ref=global-home).

●Una delegazione dell’Armata Popolare di Liberazione di Cina, condotta dal vice capo di Stato maggiore Cai Tingting, è arrivata a fine agosto negli Stati Uniti per incontri al massimo livello tra le gerarchie militari “per informazioni reciproche”— e, sperabilmente, certo, qualche chiarimento pure (Global Times/Beijing, 20.8.2012, Xinhua, Chinese military delegation leaves for US visit Delegazione militare cinese parte per una visita in USA http://www.globaltimes.cn/content/728015.shtml).

Discuteranno anche probabilmente, e sicuramente su iniziativa degli americani, della notizia emersa in questi giorni secondo cui, per dirla col NYT (New York Times, 24.8.2012, K. Bradsher, Missile Advances by China Are Seen as Reply to U.S. Moves I progressi missilistici della Cina sono visti come una risposta alle mosse degli USA http://www.nytimes.com/2012/08/25/world/asia/chinas-missile-advances-aimed-at-thwarting-us-defenses-analysts-say.html?ref=global-home).

La Cina – riassume così all’inizio quanto espone ampiamente il servizio – sta sviluppando una nuova generazione di missili in grado di darle maggiori capacità di colpire obiettivi negli USA, sopraffacendo le possibilità d, dicono gli analisti di ogni sistema di difesa” antimissili.

Ha spiegato al quotidiano americano, che ne riferisce tra virgolette, “il prof. Sun Zhe, che insegna rapporti internazionali all’Università Tsinhua di Pechino ed è un famoso commentatore sui rapporti sino-americani che lo sviluppo della potenza militare cinese è solo in risposta agli sforzi costanti di altri paesi, e in particolare degli USA, di perseguire il continuo miglioramento del loro arsenale.Noi abbiamo detto e ripetuto che la Cina non sarà mai prima a utilizzare l’arma nucleare’– e gli altri si guardano bene dal farlo… – ‘ma dobbiamo metterci in grado di difenderci. E io ho proprio paura che la minaccia maggiore che ci troviamo di fronte venga proprio dagli USA’ ”.

E vagli a dar torto… Certo non aiutano a calmare le paure cinesi – come si vede, diciamo, obiettivamente più fondate di quelle americane – la caterva di proclamazioni jngoiste e scioviniste regolarmente dieci volte più aspre e stridenti di quelle cinesi che arrivano da Washington, specie in campagna elettorale: quelle dei repubblicani, nostalgici dei bei tempi di Chiang Kai-schek e anche di quando la Cina rossa non aveva da contrapporre alla superpotenza americana che i suoi grandi numeri umani e quelle dei democratici alla signora Clinton che mai guardano la trave saldamente conficcata nell’occhio loro e guardano solo a quelle nell’occhio del dirimpettaio cinese…, o russo se è per questo, o bielorusso, o venezuelano, o chiunque non sia coperto dalla bandiera a stelle e strisce (mette in luce con preoccupazione, queste rispettive, chiamiamole, pericolose idiosincrasie il New York Times, 23.8.2012, P. Hays Gries – professore di studi internazionali e di area geo-politica presso l’Università dell’Oklahoma e direttore dell’Istituto per gli studi delle questioni sino-statunitensi – Why China Resents Japan, and US Perché la Cina ce l’ha col Giappone, e con noi http://www.nytimes.com/2012/08/24/opinion/why-china-resents-japan-and-us.html?ref=global-home).

●Intanto, Tokyo non sembra rassegnarsi al fin de non recevoir ricevuto, in termini politici e diplomatici, da Pechino alla sua idea che rifiuta perfino di prendere in considerazione la cessione a pagamento – lauto pagamento – al Giappone delle isole o almeno di alcune delle isole Senkaku: le cinesi Diaoyu. Il governo cinese ha fatto ufficialmente, e clamorosamente, sapere che continuare su questa strada – anche “con mosse subdole rivolte a comprare singoli appezzamenti di terreno ai proprietari cinesi nelle Diaoyu da parte di singoli compratori nipponici, ovviamente organizzati allo scopo” – danneggia gravemente i rapporti tra i due paesi ma farà male, al dunque, “solo al Giappone(Osaka News, 10.8.2012, Japan plan to buy disputed isles risks China’s ire Il piano del Giappone di comprarsi le isole sotto disputa fa arrabbiare la Cina http://www.osakanews.net/index.php?sid/207297811/scat/c4f2dd8ca 8c78044).  

E, in effetti, ricevendo, a Tokyo, il suo omologo ministro degli Esteri di Taiwan, Timothy Chin-Tien Yang, il ministro giapponese degli Esteri, Koichiro Gemba, e ascoltato senza reagire il suo “appello a trovare una soluzione al problema del riconoscimento della sovranità cinese sulle isole” – questione su cui l’opinione di Formosa coincide con quella di Pechino – conferma i piani di “acquisizione” pacifica del suo governo perché comunque Tokyo non può riconoscere tale diritto. Conferma, però, che comunque il Giappone è pronto a cooperare con Taiwan. Come, del resto, anche con la Cina (Kyodo News, 7.8.2012, Gemba firm on Senkakus, hopes isle row won't hurt Japan-Taiwan ties Gemba è duro sulle Senkaku, spera che la diatriba sulle isole non danneggi i rapporti nippo-taiwanesi http://english.kyodonews.jp/news/2012/08/174709.html?searchType=site&req_type=article&phrase=taiwan+senkaku).

●Poi, e insieme, forse mettendosi sotto i denti un po’ troppa carne neanche poi tanto genuina, a Tokyo reagiscono anche con molta durezza verbale contro Seul – proteste diplomatiche, sospensioni delle relazioni e perfino poco velate minacce – “colpevole” della visita del suo presidente, Lee Myung-bak, alle isole Dokdo o, come le chiamano in Giappone, Takeshima.

Sono due o tre rocce di pochissimi Km2, disabitate e in pratica inabitabili che, piazzate a metà del braccio di mare tra Giappone e Corea costituiscono qui l’ennesimo punto di contenzioso tra i tanti paesi che incombono sull’area. Qui, per fortuna di tutti, la Cina non c’entra ma, adesso, per la prima volta l’isola è stata visitata dal presidente coreano, dopo esserlo stata diverse volte da vari ministri, ma stavolta il Giappone reagisce di brutto.

Per il Giappone è cosa delicata, tra le diverse lasciate irrisolte qui dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale e la brutale dominazione imperial-coloniale nipponica in Indonesia, nelle Filippine, in Corea specie – conquistata militarmente, occupata e schiacciata con centinaia di migliaia di vittime civili dal 1910 al 1945 – e in Cina, naturalmente, quando solo l’occupazione e il governo militare degli USA e poi la loro alleanza e protezione USA riuscirono a impedire ai paesi occupati e poi vittoriosi (Cina, Corea, Filippine, Indonesia, Malaysia ecc.) di ottenere dagli invasori la “soddisfazione” che altrimenti avrebbero avuta (New York Times, 10.8.2012, Choe Sang-hun, South Korean’ Visit to Disputed Islets Angers Japan— La visita sud coreana negli isolotti contesi e fa inalberare molto il Giappone http://www.nytimes.com/2012/08/11/world/asia/south-koreans-visit-to-disputed-islets-angers-japan.html?_r=1&ref=glo bal-home).

●E suscita, in effetti, il solito grande subbuglio l’annuncio stesso – chiaramente e volutamente provocatorio in questo momento di rinnovato revanscismo di Tokyo e reazioni dovunque – la decisione da parte di un componente del pur tramontante gabinetto Noda, il ministro del Turismo e dei Trasporti Yuichiro Hata, di recarsi in visita ufficiale a metà agosto nel 67° anniversario della resa del Giappone nella seconda guerra mondiale al cimitero di guerra/sacrario di Yasukuni. Alla fine poi sono due i membri del Gabinetto Noda che, in tight e cilindro come si usa qui, vanno a chinarsi ai morti di Yasukuni… malgrado l’appello a desistere dello stesso  premier.

Visita che periodicamente – anche se non proprio ogni anno – si ripete da parte di politici nipponici di vertice alla rincorsa del peggior revanscismo nostalgico al cimitero di guerra (il tempio scintoista di Tokyo, santuario della pace nazionale) dove sono inumati decine di generali e ammiragli condannati e impiccati a fine conflitto come criminali di guerra proprio per i massacri efferati e di massa che avevano ordinati e fatti eseguire in quegli anni in tutti i paesi occupati dell’Asia sud-orientale ed eretto poi a santuario del nazionalismo vetero imperiale d’antan (1)Global Times/Shangai, 10.8.2012, Xinhua, Japanese Minister Hata says to visit Yasukuni Shrine on August 15 Il ministro nipponico Hata annuncia che visiterà il sacrario di Yasukuni il 15 agosto ▬ http://www.globaltimes.cn/content/726261.shtml; 2) New York Times, 15.8.2012, M. Fackler e Choe Sang-hun, Japanese Ministers Visit War Shrine Amid Tension with Asian Neighbors[Due] ministri giapponesi visitano il sacrario di guerra in mezzo a tensioni coi paesi asiatici vicini http://www.nytimes.com/2012/08/16/world/asia/japanese-ministers-visit-tokyo-shrine.html?ref=global-home).

●Il più strampalato e fosco scandalo politico da molti anni in Cina – roba del livello degli intrighi di Lady Macbeth – ha tenuto anche se in toni soft la ribalta – stemperato però non ignorato sulla stampa cinese – col processo per omicidio contro Gu Kailai, la moglie di Bo Xilai, ex gerarca del partito astro montante fino alla sua disgrazia e destinato a entrare nel ristrettissimo gruppo dei nove che compongono la presidenza dell’Ufficio politico del partito, col ruolo pare, hanno detto di lui, di un recupero populista ma anche sofisticato della tradizione maoista – che ha trovato la signora colpevole dell’assassinio misterioso a novembre scorso di Neil Heywood.

Heywood era un uomo d’affari inglese “amico” della famiglia e, con essa e per essa, viene detto al processo, a lungo procacciatore d’affari che lei ha confessato di aver avvelenato durante un incontro in un albergo a cinque stelle. Man mano che emergono nuovi dettagli, anche sordidi, di violenza e malversazioni criminali, si fa chiaro però, ed è comprensibile anche perché nessuno ha potuto dimostrare io contrario, il disegno della leadership cinese che ha da mesi purgato Bo Xilai e sta cercando di presentare i fatti, i misfatti, come l’aberrazione una tantum di un sistema invece strutturalmente, dice, pulito (The Economist, 10.8.2012, Going quietly? Verso un tramonto quieto?; il partito conta di seppellire Bo Xilai col processo alla moglie http://www.economist.com/node/21560308).

E alla fine viene reso noto che Gu Kilai è stata condannata a morte ma che la pena le è stata sospesa, di fatto commutata nel carcere a vita (New York Times, 20.8.2012, A. Jacobs, China Defers Death Penalty for Disgraced Official’s Wife— La Cina sospende la pena di morte per la moglie dell’ex leader in disgrazia ▬ http://www.nytimes.com/2012/08/20/world/asia/china-defers-death-sentence-for-disgraced-officials-wife.html?pagewan ted=all).

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●Il nuovo governo egiziano di Hisham Kandil, porta con la firma del presidente Mohamed Mursi il segno di un’evidente tolleranza e, anzi, della netta opzione per una transizione morbida, con un gabinetto di continuità dove ben sei ministri lo erano già in diverse compagini del dopo Mubarak. L’unica vera e forte novità è la designazione a ministro della Giustizia di Ahmed Mekky, antico e notissimo esponente del Foro del Cairo, energico difensore dell’indipendenza giudiziaria: questa sì appare subito come una sfida, l’unica forse diretta ai massimi esponenti del sistema mubarakiano che sono restati tutti al loro posto e si sono dimostrati una delle eredità più impervie lasciata al paese da Hosni Mubarak, un saldo puntello del potere dei militari e anche una sfida residua al potere effettivo del presidente Mursi.

Intanto, però, aumentano nel paese i disordini per le ripercussioni pesanti della crisi economica sulle condizioni delle masse e la ripresa di episodi non sempre e solo sporadici di intolleranza e settarismo tra islamici e copti cristiani. Solo quattro Fratelli mussulmani sono rappresentati al governo e nessuno dei salafiti dell’ala islamica più radicale e mancano, oltre all’isolato Mekky, altre personalità di spicco della nuova scena politica egiziana. E, naturalmente, il prossimo ministro della Difesa sarà quello vecchio autodesignato, il feld-maresciallo Mohamed Hussein Tantawi che nessuno scolla dalle torrette dei carri armati (New York Times, 2.8.2012, Kareem Fahim e Mayy El Sheikh, New Egyptian Cabinet Includes Many Holdovers Il nuovo gabinetto egiziano include molti vecchi esponenti http://www.nytimes.com/2012/08/03/world/middleeast/new-egyptian-cabinet.html?ref=global-home).

E che, infatti, viene  subito confermato al suo posto. Solo quando se ne andrà tranquillamente si potrà dire che la “rivoluzione”, forse, qui si avvia a conclusione. Intanto, il presidente ha cancellato senza alcuna spiegazione – è trapelato uno scontento di fondo in Egitto verso il sostegno pubblico di Teheran al regime di Assad nella guerra civile di Siria – la sua preannunciata partecipazione a Teheran al vertice del Movimento dei non-allineati (118 paesi membri) di fine agosto. L’Egitto sarà comunque presente, col primo ministro entrante Kandil o, forse, col ministro degli Esteri Mohamed Kamel Amr (The Times of Israel/Tel Aviv, 3.8.2012, Y. Goldman e G. Fisher, Morsi set to skip Non-Aligned Movement conference in Iran Mursi salterà la partecipazione alla conferenza dei Non Allineati di Teheran http://www.timesofisrael.com/morsi-to-skip-non-aligned-movement-conference-in-iran-reports-london-based-paper).

Poi, quasi un ripensamento. Alla fine ci andrà, tornando dalla prima visita che farà in Cina, avendogli richiamato il nuovo ministro degli Esteri che è proprio l’Egitto, in quanto attuale presidente del Movimento, cui spetta trasmettere formalmente il seggio a rotazione della presidenza al successore: appunto, l’Iran (Egypt Independent-Al-Masry-Al-Youm/il Cairo, 8.8.2012, Egypt considers participating with president in Tehran summit L’Egitto considera di partecipare col presidente al vertice di Teheran http://www.egyptindependent.com/ news/egypt-considers-participating-tehran-summit).

Alla fine, dal 26 al 31 agosto per il 16° vertice sono presenti tra i 120 paesi rappresentati a Teheran alcuni pezzi da novanta del vecchio Movimento dei non allineati: dal presidente egiziano a quello, ovviamente persiano, al presidente cubano Raul Castro, al libanese Michel Suleiman, al primo ministro indiano Manmohan Singh e al presidente pakistano Asif Ali Zardari.

Non potrà presenziare il primo ministro di Gaza, Ismail Haniyeh di Hamas, la cui annunciata presenza è stata apertamente osteggiata – a consolazione di tutti i nemici della Palestina – dalla ANP di Abu Mazen. Ma Haniyeh, con senso di responsabilità che è stato apprezzato molto e da molti, ha a questo punto preferito declinare l’invito che pure aveva ricevuto e che gli avrebbe offerto una grande ribalta. Che ora, certo, la sua assenza metterà il presidente dell’Autorità palestinese in imbarazzo a riempire (New York Times, 26.8.2012, (A.P), Gaza Hamas Premier DropsPlan to Go to Iran Summit Il primo ministro di Hamas da daza lascia cadwere il progetto di recarsi al vertice in Iran http://www.nytimes.com/aponline/2012/08/26/world/middleeast/ap-ml-palestinians-iran.html?ref=global-home).

Per la Corea del Nord non partecipa il nuovo leader supremo, Kim Yong-un, sostituito da quello che è il facente funzione numero uno formale del paese, Kim Yong-nam, presidente del presidium della Suprema assemblea popolare della Repubblica Democratica Popolare di Corea (il presidente del paese è formalmente sempre Kim Il-sung, il fondatore, deceduto nel 1994).

Sarà presente, viene ufficialmente annunciato in anticipo dall’ONU, anche il segretario generale Ban Ki-moon, malgrado, dice la Reuters, l’appello di Stati Uniti e Israele a non “premiare” con la sua presenza l’Iran… Ma – stavolta risponde abbastanza seccamente: ed è la prima nei confronti del suo sponsor supremo, dell’autoinibito Ban – lui ci sarà “perché prende sul serio le sue responsabilità verso tutti i membri della comunità internazionale(UN News Centre, 22.8.2012, Secretary-General to attend meeting of Non-Aligned Movement in Iran at end of August Il segretario generale parteciperà al vertice del Movimento dei non-allineati in Iran a fine agosto http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID =42722&Cr=Iran&Cr1=).

E parteciperà, o almeno sarà presente, anche l’Arabia saudita! col vice ministro degli Esteri principe Abdulaziz bin Abdullah che sarà presente come auditore/osservatore attentissimo. E, certo, il regno saudita non può passare in alcun modo per un paese non-allineato, epperò, come del resto un po’ tutti, dalla Russia alla Cina e tanti altri che non-allineati non sono, hanno ricevuto l’invito. Anche gli USA, si capisce, e per dire la Gran Bretagna e l’Italia. Ma quelli hanno detto di sì, gli USA per cecità e prosopopea (se andassimo lì, li andremmo a premiare!) di no e Londra e Roma pure, per non  irritare la Clinton.

Ovviamente, Teheran è contento che i sauditi ci siano, come tanti altri e come il normalmente succubo agli USA segretario generale dell’ONU e non soddisfatto che non ci vadano altri pure invitati se non altro per dimostrare alla Clinton e alla sua platea in modo ancora più chiaro che poi l’Iran non è per niente “isolato” come lei va dicendo da tempo in giro per il mondo (Saudi Defense.com, 24.8.2012, Saudi deputy foreign minister to attend the NAM meeting in Tehran Il vice ministro degli esteri saudita sarà presente al vertice dei non allineati di Tehran http://www.saudidefence.com/saudi-deputy-foreign-minister-to-attend-the-nam-meeting-in-tehran-141).

Ora, dalla caduta dell’Unione Sovietica in poi, le riunioni del Movimento – nato nel 1956 – che nell’esistenza stessa di quel “modello” che si pretendeva e in parte era anche “alternativo” aveva trovato un puntello non da poco contro la prevaricazione altrimenti scontata e comunque dominante di quello capitalista – non hanno più avuto gran senso. Ora il tempismo di questo incontro coincide con l’emergere di un nuovo aggregato di interessi statali e non statali sicuramente non in sintonia con quelli americani.

E’ stata la primavera araba a fare da levatrice a questo nuovo accordarsi di poteri e di relative potenze e/ o debolezze. E il 16° vertice rappresenta ora una rara occasione per cristallizzare e ridare vigore a quello che una volta (ai tempi di Nasser, Nehru, Tito e Sukarno: che rifiutavano di allinearsi dietro l’URSS o gli USA e i loro modelli più o meno imposti, più o meno indotti, di società) era un credo diffuso, significante e, anche, significativo.

Dal punto di vista degli effetti propagandistici e politici questo vertice sta diventando una specie di incubo per gli americani: quella ossessionata diplomazia americana centrata tutta e solo sull’esclusione di Teheran s’è trasformata ormai in una ennesima figuraccia con l’Iran che emerge sempre più chiaramente come l’avatar di ogni ispirazione antiamericana.

Oggi, però, tra i paesi della primavera araba, in linea di principio, nessuno è ostile come diversi dei non allineati erano allora agli investimenti americani e neanche, in sé, agli americani. Quella attuale che si manifesta tra loro è piuttosto la reazione a un sistema globale che si appalesa ormai, anche se comincia a traballare esso stesso parecchio, come tendenzialmente unipolare. Che a molti nel mondo ancora non è poi proprio accettabile.

Non piccolo scoop, come dicono quelli dei media, è il colpo riuscito all’Iran di far visitare il reattore nucleare di Busher non tanto al presidente cubano quanto tra gli altri anche al segretario generale dell’ONU  Ban Ki-moon anche se non al presidente egiziano. Mohammed Mursi è uno di diversi capi di Stato – nel contesto, certo, il più significativo – tra quelli che hanno acceduto all’invito del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad per, in qualche modo, testimoniare con la loro propagandata presenza la legittimità del programma nucleare persiano contro la propaganda contraria.

Ma forse addirittura ancora più significativa è proprio l’annunciata presenza del numero uno delle Nazioni Unite, una vera novità, di per sé anche eclatante, malgrado appelli e, anche non troppo velate “minacce” che – viene testimoniato in Israele – gli sono state rivolte perché desistesse sia da Tel Aviv che da Washington (1) Haaretz, 22.8.2012, Defying calls from U.S., Israel, UN chief plans visit to Tehran Sfidando le richieste di Stati Uniti e Israele, il numero uno dell’ONU progetta la sua visita a Teheran ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/defying-calls-from-u-s-israel-un-chief-plans-visit-to-tehran-1.460076);2) Tre nd/Baku, 27.8.2012, D. Katinoglu, Iran: Ban Ki-moon to visit Iran’s nuclear facilities—  Ban Ki-moon visiterà le installazioni nucleari dell’Iran http://en.trend.az/ regions/iran/2059259.html); 3) e, sempre Haaretz, stesso giorno, ecco subito uno degli articoli-minaccia, francamente un tantino grottesco, firmato da un fautore dell’attacco preventivo all’Iran, Chemi Shalev, Another reason for Ban Ki-moon to stay home: Tehran summit could shorten path to war Altra ragione per cui  Ban  Ki-moon dovrebbe restarsene a casa: il vertice di Teheran potrebbe affrettare la guerra [... quella che, cioè, vuole adesso , o almeno dice di volere, proprio Israele] http://www.haaretz.com/blogs/west-of-eden/another-reason-for-ban-ki-moon-to-stay-home-tehran-summit-could-short en-path-to-war.premium-1.459799).

Alla fine (spiega all’agenzia UPI e al quotidiano del Cairo Al-Akhbar il 27.8. un portavoce della presidenza egiziana), Mursi fa dire che non può visitare di persona l’impianto di Bushehr a causa dell’accumularsi dei suoi impegni in casa e nel mondo— ma anche probabilmente perché astenersi su questo specifico punto dopo aver guidato con fermezza il vertice a sostenere le posizioni iraniane su tutta la questione del nucleare (il documento finale del vertice riflette parola per parola il suo dire sul nodo), è un segnale di flessibilità che in realtà non avrebbe aggiunto nulla e gli avrebbe forse sottratto qualche possibilità di manovra (Atlantic Sentinel, 27.8.2012, N. Ottens, Morsi’s Iran Visit shows “independence” from Washington La visita di Moursi in Iran mostra l’indipendenza da Washington http://atlanticsentinel.com/2012/08/morsis-iran-visit-shows-independence-from-washington).

Così come a noi onestamente è sembrato importante che sia Mursi che Ban Ki-moon abbiano scelto di andare per appoggiare lì, insieme, il diritto di Teheran a darsi la sua energia nucleare a scopi pacifici, con gli stessi obblighi e le stesse responsabilità di ogni altro paese – anche se poi Ban è tornato a dire che Teheran dovrebbe fare qualcosa più degli altri per soddisfare le paure degli altri – ma stavolta lo ha fatto da solo – quanto per condannare anche chiaro e tondo e con durezza il livello e i metodi cui Assad è ricorso per far fronte alla guerra civile e che, invece, hanno avuto l’assenso incondizionato di Ahmadinejad.

Insieme, hanno denunciato Mursi e Ban, è questo – è Assad, il suo regime – ad aver trasformato una richiesta di massa di riforma politica in un’atroce guerra civile e qui è la sua responsabilità principale. Come adesso ha spiegato, ci sembra bene, sulla questione Kofi Annan, nel libro di memorie che è appena uscito – e che dedica largo spazio soprattutto alla guerra in Iraq e ai dubbi che aveva l’allora segretario di Stato americano Colin Powell: che la Casa Bianca stesse mentendo a lui per primo, che però – sempre se è vero poi… e vatti a fidare – ci cascò come un pero, per convincerlo ad appoggiare la guerra a Saddam – Bashar al-Assad, nei primi dei numerosissimi incontri che, come inviato speciale e mediatore dell’ONU, ha avuto con lui:

sembrava porsi in una posizione di totale diniego, convinto che gran parte dei problemi della Siria venivano dalle intromissioni di mestatori stranieri. Se se ne andassero dalla Siria – era convinto – e la lasciassero in pace, i siriani risolverebbero senza ritardi tutti i loro problemi (New York Times, 30.8.2012, R. Gladstone, Powell Was More Skeptical About Iraq Than Previously Thought, Annan Says Powell era scettico, perfino più di quanto mai si fosse finora pensato, sulle colpe dell’Iraq [cioè, sulle verità delle accuse che gli faceva la Casa Bianca di essersi messo da parte armi di distruzione di massa] afferma Annan http://www.nytimes.com/2012/08/30/world/middleeast/kofi-annan-memoir-iraq-war-united-nations.html?ref=global-home).

Annan dice chiaro di essere del parere – o almeno, certo, sembra proprio esserlo – del suo successore Ban Ki-moon e del presidente Mursi: “leaders come Mr. Assad – scrive – tendono a credere nel mondo che essi stessi finiscono col crearsi”… E ha ovviamente ragione, anche se sarebbe utile ricordare che tale destino sembra davvero accomunare un po’ tutti i leaders, per il mestiere forse che fanno e i sicofanti da cui sono tutti pressati[2]. E questo, hanno detto alto e forte i due a Teheran, e alla presidenza accanto a loro hanno dovuto ingoiarlo silenti l’ayatollah Khamenei, la Guida suprema, che nel discorso inaugurale del vertice, s’era guardato bene dal fare un qualsiasi riferimento a Damasco, e il maggior alleato di Assad nella regione, il presidente Ahmadinejad…

E anche importante, e forse ancor più, è stata la frase, rivolta in diretta televisiva a tutto l’Iran ma attraverso diverse emittenti via cavo, per esempio, anche a Israele, dal presidente dell’ONU “di respingere con forza le minacce di ogni Stato membro delle Nazioni Unite di distruggerne un altro – frase particolarmente abile, va detto, e attentamente studiata per riferirsi tanto, come tutti hanno bene inteso, a respingere la virulenta retorica di fondo iraniana contro l’esistenza di Israele come Stato quanto le minacce specifiche hic et nunc pubblicamente annunciate da Tel Aviv, di attaccare e bombardare Teheran preventivamente.

Così come a noi è sembrato anche importante che Ban Ki-moon abbia anche voluto in quella sede “respingere ogni tentativo indegno di negare la veridicità di eventi storici, come l’Olocausto” di fronte a chi, come Ahmadinejad, lo fa sistematicamente oltre che con argomentazioni fiacche, inefficaci e come le chiamano alcuni ‘oltraggiose(New York Times, 30.8.2012, T. Erdbrink e R. Gladstone, As Iranian Hosts Watch, Egyptian and U.N. Leaders Rebuke Syria Con gli ospiti iraniani che lo guardano, i leaders dell’Egitto e dell’ONU rimproverano la Siria http://www.nytimes.com/2012/08/31/world/middleeast/ban-ki-moon-broaches-delicate-topics-with-iranian-officials.html?_r=1&ref=global-home) anche per chi, tra gli ebrei stessi – non pochi – accusa poi il governo di Israele di averci costruito su – ma su quel fatto, non su quella invenzione – addirittura “un’industria[3].

●Sul fronte del rapporto bilaterale di Egitto con Israele sia l’Assemblea costituente che l’ex candidato alla presidenza Amr Moussa, ex segretario generale della Lega araba e prima, per circa dieci anni, anche ex ministro degli Esteri di Mubarak e lui stesso ora eletto all’Assemblea, hanno fatto appello al presidente Mursi perché l’Egitto chieda formalmente la modifica del Trattato di pace con Israele del 1979 in modo da mettere in grado le sue forze di sicurezza e le sue Forze armate di operare nel Sinai anche ai confini con Israele— cosa ora loro impedita, con poche eccezioni.

Si tratta, dice Moussa, di “proteggere con l’efficacia che evidentemente oggi manca la sovranità dell’Egitto sul suo territorio e impedire il ripetersi di episodi come l’uccisione in assenza di una vera presenza militare insediata e operante di 16 poliziotti egiziani da parte non è ancora ben chiaro di chi: Moussa lascia intendere di optare per la provocazione di estremisti armati palestinesi arrivati da Gaza, “che l’Egitto dovrebbe con forza ammonire e punire”.

Ma non esclude infiltrazioni di al-Qaeda o addirittura – dice – non può essere esclusa a priori (ed è vero, naturalmente) la provocazione di forze speciali israeliane (che, però, pare stavolta che proprio non c’entrino (Al Masry Al-Youm, 6.8.2012, Moussa calls for Israel peace treaty amendment, Sinai security Moussa chiede di emendare le misure di sicurezza nel Sinai previste dal trattato di pace con Israele http://www.egyptindependent.com/news/moussa-calls-israel-peace-treaty-amendment-sinai-security).

All’attacco, condotto a sorpresa contro il posto di confine del Sinai con Gaza, la risposta di Mursi è stata davvero fulminea e durissima. Prima ha subito liquidato, per mancanza di professionalità manifesta, il capo dei servizi segreti Murad Mofawi che pare avesse avuto da Gaza qualche soffiata ma aveva scontato, sbagliando, che durante il digiuno del Ramadan gli islamisti non avrebbero osato attaccare i militari egiziani e ha licenziato sui due piedi anche il governatore e il capo della polizia militare della regione.

Mursi ha saputo approfittare, con grande tempismo, del momento “ordinando” – non chiedendo o pregando: ordinando, e tutti lo hanno notato debitamente prendendone nota – al ministro della Difesa feld-maresciallo Tantawi, l’uomo forte dello SCAF – di rimpiazzare entro 48 ore il capo della polizia militare, Hamdi Badeen, e ha nominato direttamente senza passare per consultazioni o designazioni altrui il magg. gen. Hamed Zaky a capo della Guardia repubblicana, il magg. Gen.,Maged Mostafa Kamel  come capo delle Forze centrali di sicurezza e Mohammed Osama a capo della direzione di sicurezza della città del Cairo (Al Jazeera, 9.8.2012, Jamal Elshayal, Egypt's president fires intelligence chief— Il presidente egiziano licenzia in tronco il capo della sicurezza ▬ http://www.aljazeera.com/ news/middleeast/2012/08/201288151651222389.html).

E, poi, ha reagito con un contrattacco militare in buona e dovuta forma facendo fuori molti estremisti che avevano sforato dai tunnel sotterranei provenendo da Gaza – poi è stato confermato, anche se Hamas ha disperatamente smentito – contro il territorio egiziano per poi attaccarne le guarnigioni: trenta morti tra di loro, contro i 16 militari da essi trucidati e una ventina di arrestati, adesso sottoposti agi “opportuni” interrogatori.

Ha inoltre manifestato di apprezzare pochissimo le lodi che al suo decisionismo ha ritenuto, anche qui psicologicamente sbagliando, di fargli pubblicamente il governo di Netanyahu, comunque felice dell’indurimento egiziano nei confronti di Gaza di cui subito ha chiuso il passaggio (Guardian, 8.8.2011, Abdel-Rahman Hussein, Egypt launches Sinai offensive against Islamic militants and Israel welcomes response L’Egitto lancia l’offensiva nel Sinai contro i militanti islamisti [di Gaza] e Israele ne saluta la risposta http://www.guardian.co.uk/world/2012/aug/08/egypt-sinai-offensive-islamic-militants).

Infine il presidente, di fronte alla non reazione del potente feld-maresciallo Tantawi e dello SCAF alle sue misure fulminee di epurazione e sostituzione “per incompetenza manifesta” di diversi alti ufficiali che tutti erano stati nominati da loro, ha forzato alle dimissioni anche Tantawi stesso, il capo di Stato maggiore gen. Sami Enan e i comandanti delle varie armi sostituendoli subito con generali di sua scelta e cancellando d’autorità anche la legislazione decretata dallo SCAF che si riservava il controllo gerarchico e operativo sulle Forze armate.

Nuovo ministro della Difesa è stato nominato il ten. gen. Abdel-Fattah el-Sissi e ha nominato come suo vice presidente l’ex giudice Mahmud Mekki, segnalatosi per la testarda opposizione a Mubarak, che gli era inevitabilmente costata il posto. E’ una grande scommessa ma, nell’immediato, sembra giocata con pieno successo. E’ stato annunciato che Tantawi ha dato il suo assenso a restare in servizio onorario come consigliere personale del presidente Mursi (New York Times, 12.8.2012, Kharebm Fahim, In Upheaval for Egypt, Morsi Forces Out Military Chiefs Con un capovolgimento di posizioni, Mursi obbliga ad andarsene i capi militari http://www.nytimes.com/2012/08/13/world/middleeast/egyptian-leader-ousts-military-chiefs.html?ref=global-home).

Adesso, risulterà comunque difficile una qualsiasi reazione dura dello SCAF, che infatti non c’è, anche perché Mursi è riuscito sapientemente a dividerlo: i nuovi, tutti di una ventina di anni più giovani, vengono anche loro da quella stessa covata e pensionano i vecchi e la prossima tappa del braccio di ferro si sposterà per il consolidamento dei poteri della presidenza della Repubblica nel confronto/scontro coi poteri della Suprema corte costituzionale che “potrebbe anche tentare di annullare adesso la cancellazione da parte di Mursi della Dichiarazione costituzionale supplementare con la quale molti dei poteri esecutivi del presidente eletto erano stati requisiti, tre giorni prima del suo giuramento dallo SCAF. Cosa che presto comunque, richiederebbe il rimpiazzo della Corte stessa(Guardian, 12.8.2012, Abdel-Rahman Hussein, Egyptian defence chief Tantawi ousted in surprise shakeup Il capo della Difesa egiziana licenziato con un rivolgimento a sorpresa http://www.guardian.co.uk/world/2012/aug/12/egyptian-defence-chief-ousted-shakeup).

●Bisognerà ora cercare di capire bene la natura vera, materiale, concreta del cambiamento degli equilibri che improvvisamente sembra delinearsi. Perché c’è, anche, una versione abbastanza accreditata e comunque plausibile: che, di fronte alla necessità pure per ragioni assolutamente impellenti di ripresa dell’economia, che ormai da oltre un anno è paralizzata, potrebbe essersi trattato di una specie di liquidazione in qualche modo concordata.

“Appoggiata” e sponsorizzata stavolta dal presidente: nessuna umiliazione, come poi ha detto parlando in Tv, né delle persone né delle istituzioni, anzi  il “doveroso e dovuto” conferimento a Tantawi dell’ordine del Nilo, la più alta onorificenza che il paese conceda a un suo cittadino e il titolo di consigliere speciale del presidente, ecc., ecc. – e un rimpiazzo interno, concordato nello SCAF stesso, con il tipo di rimozione pacifica – senza carcere stavolta, però – che Tantawi aveva operato proprio lui di persona nei confronti di Mubarak.

Di una specie di lifting democratico del volto dell’Egitto, insomma, si tratterebbe soprattutto per soddisfare certe fisime americane e attrarre gli investimenti che servono al paese. Stavolta, però, non sarebbe di pura cosmesi a trattarsi se le Forze armate hanno comunque dovuto mollare il loro controllo sulle imprese e le proprietà del settore militare, sulla carriera dei militari stessi: insomma, il nerbo che ha finora intessuto e innervato il loro potere nel paese da prima di Mubarak fino a ieri.

●Di grande interesse appare il fatto che il nuovo capo di Stato maggiore delle Forze armate, gen. Sedky Sobhi, “allievo sette anni fa presso l’Alta Scuola di guerra dell’Esercito Americano in Pennsylvania scrivesse in un paper d’esame in quella sede”, mettendosi anche in parte nei guai con chi lì lo aveva mandato e chi lo ospitava, “come la presenza militare degli americani nel Medioriente fosse sempre una presenza ‘unilaterale’, di sostegno univoco e unilaterale a Israele e perciò fosse essa stessa all’origine di una guerra globale che non può essere vinta contro i militanti islamisti nel mondo (1) New York Times, 16.8.2012, D. D. Kirkpatrick e Kareem Fahim, In Paper, Chief of Egypt’s Army Criticized U.S. In un suo lavoro di accademia, il nuovo capo dell’esercito egiziano criticava gli USA [sembra curioso, ma per questi americani qui non lo è, questa è la cosa orripilante: che già allora, sotto Mubarak poi, criticasse gli USA e che adesso quelli lì lo abbiano addirittura fatto capo dell’esercito] ▬ http://www.nytimes.com/2012/08/17/world/middleeast/in-paper-chief-of-egypt-army-criticized-us.html?_r=1&ref=global-home; 2) per una larga sintesi del paper dell’allora ten. col. Sobhi, descritto dal suo insegnante dell’Accademia, gen. David Lovelace, come un ragazzo “audace nelle sue argomentazioni, mai timido o convenzionale nel motivarle e chiaramente destinato o a essere buttato via o a fare una straordinaria carriera”, cfr. Reuters, 16.8.2012, E. Blair, Egypt general’s paper offers insight into thinking Il compito dell’esame accademico in America del nuovo capo di Stato maggiore egiziano offre una visione del suo pensiero http://af.reuters.com/article/topNe ws/idAFJOE87F01C20120816).

●In realtà qui, nel paese chiave e centro della primavera araba e della rivoluzione mediterranea del 2011-2012 non c’è proprio nulla che sia ancora concluso: i politici che hanno vinto pro-tempore – e è già una novità chiave – stanno cercando e sembra anche riuscendo a riformare le istituzioni per controllare meglio il potere che il voto ha dato loro; i militari stanno forse rassegnandosi a un passo indietro rispetto al potere che la rivoluzione, senza poi davvero volerlo, temporaneamente aveva  loro consegnato.

L’Egitto e il suo futuro, la sua rivoluzione, si reggono ormai su tre gambe che sembrano aver scartato la quarta, le Forze armate, e sono una presidenza, un parlamento e una piazza — piazza della Liberazione che, a sostegno di Mursi, è tornata subito stracolma. Anche gli Stati Uniti hanno, nelle settimane recenti, sempre più chiaramente mostrato di fidarsi – è parola esagerata, forse. fidarsi, ma dà un po’ l’idea – più di Mursi che di Tantawi. Ma restano ossessionati dal solito rebus ossessivo che continua ad assillarli. Che non è, no, la democrazia ma l’atteggiamento rispetto a Israele.

Cioè, mentre sono passati a puntare su di lui più che sui generali sul fronte della legittimità dell’Egitto, nessuna novità abbastanza rassicurante per soddisfarli viene per gli Stati Uniti quanto alla posizione che alla fine prenderà l’Egitto di Mursi su e per Israele. Da questo punto di vista si sentivano più rassicurati dai Tantawi e dai suoi ma avevano visto che nel braccio di ferro andava ormai cedendo. Però non c’è niente da fare: non arrivano proprio a capire che continuare a chiederlo come continuano a fare pubblicamente alla fine, poi, è solo controproducente: qualunque sia il nuovo potere che riuscirà alla fine a consolidarsi al Cairo agli egiziani non può interessare di meno di allearsi a Israele contro altri paesi arabi.

E Mursi lo fa vedere ancora una volta dicendo un no secco agli USA che, anche con l’appoggio esplicito di Israele – tanto per sbagliare completamente, al solito, la psicologia dell’approccio – gli avevano chiesto, improvvidamente e temerariamente (mai chiedere senza conoscere prima quale sarà la risposta: era la vecchia regola di un saggio della realpolitik come Henry Kissinger: altro calibro, francamente, rispetto alla signora che siede oggi sulla sua poltrona al dipartimento di Stato USA…) di lasciargli ispezionare una nave iraniana, “sospettata” di trasportare armi in Siria attraverso il canale di Suez che esso, l’Egitto, controlla (Haaretz, 26.8.2012, Egypt turns down U.S. request to inspect Iranian arms ship on way to Syria L’Egitto respinge la richiesta americana di ispezionare una nave iraniana che trasporta armi alla Siria http://www.haaretz.com/news/middle-east/report-egypt-turns-down-u-s-request-to-inspect-iranian-arms-ship-on-way-to-syria-1.460733).

Quello che agli egiziani, e a Mursi, a questo punto soprattutto interessa, è trovare risposte concrete ai problemi veri – economici e sociali e di sicurezza nelle strade del Cairo e di Assuan – e, anche certo ma non solo e anzitutto non prima degli altri nodi da sciogliere. Qui sbagliano di brutto, i liberal egiziani, gente che in genere non ha da fare i conti col companatico che non riesce a mettere insieme al pane ogni giorno: certo che alla gente interessa parlare, esprimersi, manifestare e votare liberamente. Ma, anche qui, i prossimi a vincere saranno sicuramente i populisti estremisti che stanno già – come in tanti altri paesi, del resto, anche da noi in Europa – in trepida attesa di prenderselo loro il potere, se chi poi ce l’ha, il potere, i problemi della gente normale non riesce a risolverli…

Alla fine, ad approfittarne sarà chi riuscirà a dare risposta al bisogno troppo spesso oggi frustrato, per esempio, di rifornire regolarmente il mercato interno della distribuzione di carburanti, come adesso succede con le banche estere e chi governa gli scambi che fermano il credito e caricano alti premi di rischio per fornire lettere di credito necessario a coprire i costi del greggio importato per le preoccupazioni – reali e artefatte anche, però – del mercato sulla stabilità finanziaria e politica del paese.

Il problema è anche che, grazie al massiccio sussidio pubblico, un litro di benzina al distributore qui costa intorno ai 20 centesimi di €, non più. Ma è difficilissimo con salari, e in genere redditi, per il 90% degli egiziani, in caduta reale continua, dismettere quei sussidi… (Reuters, 23.8.2012, E. Farge e J. Payne, Egypt struggles to buy fuel as credit dries up Col credito che gli viene prosciugato, l’Egitto lotta per comprare i combustibili http://www.reuters.com/article/2012/08/23/egypt-fuel-idUSL6E8JNGOP20120823).

E qui il nodo dei nodi sono i milioni di ragazzi e anche di ragazze egiziani senza lavoro col tasso ufficiale che sale, nel secondo trimestre del 2012, dall’11,8 dell’anno scorso stesso trimestre, al 12,6%, attualmente cioè a 3.400.000 disoccupati – che  contati come negli USA, senza includere come lì nel calcolo delle forze di lavoro disoccupate numeri enormi di militari, di forze di sicurezza, di galeotti e di chi non si iscrive alle liste ufficiali di disoccupazione – equivale almeno al 17-18% reale della forza lavoro arriva, per i giovani tra i 15 e i 29 anni sempre in questo stesso secondo trimestre e sempre nel dato ufficiale al 77,5% (Stratfor, 15.8.2012, Egypt: Unemployment Rate Hits Record High Egitto: il tasso di disoccupazione a livelli record  ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/egypt-unemployment-rate-hits-record-high).

All’Egitto, dunque, non possono interessare le prediche dell’America, interessa trovare un aiuto concreto e, soprattutto, immediato. Come quello che sembra arrivare proprio adesso dal Qatar che tra tutti i principati del Golfo è, al momento, il più “liquido” e quello che, spregiudicatamente,  dà una mano insieme  finanziare, sia la rivoluzione in Siria sia l’economia egiziana. Adesso, c’è stata la concessione di un credito di 2 miliardi di $ annunciato in un incontro ufficiale col presidente egiziano dell’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani (ABC News, 12.8.12012, Qatar Grants Egypt $2 Billion Loan Il Qatar concede all’Egitto un prestito da 2 miliardi di $ http://abcnews.go.com/International/ wireStory/qatar-grants-egypt-billion-dollar-loan-16986065).

E, rispetto al prestito urgente che il governo di Hesham Kandil ha chiesto al FMI, per 4,8 miliardi di $, le condizioni politiche (pressoché inesistenti) ed economiche (molto più lasche) offerte dal Qatar sono sicuramente più allettanti. E, soprattutto, rispetto ai tempi che a Washington hanno comunicato al Cairo come possibili per una conclusione (ancora sei, sette mesi almeno), l’esborso sarebbe molto più rapido. Christine Lagarde, la numero uno del Fondo, ha spiegato a Kandil che i negoziati proseguono ma anche che in ogni caso, l’eventuale versamento avverrà a tappe, a rate, e sotto la continua sorveglianza del FMI stesso (Al Arabiya News, 22.8.2012, C. Camel, Egypt formally asks IMF for $4.8 bln loan L’Egitto chiede ufficialmente al FMI un prestito da 4,8 miliardi di $ http://english.alarabiya.net/articles/2012/08/ 22/233509.html).

●Bisogna notare che adesso in Algeria – ed è la prima volta che la cosa si manifesta con questa serietà – la branca nazionale della Fratellanza mussulmana, il Movimento della Società per la Pace, ha avvertito il governo con comunicazioni alla stampa e manifestazioni “controllate”, che se non dà luogo rapidamente a una serie di riforme reali, non proprio “specificate”, una rivoluzione popolare si fa imminente anche qui, dove i militari hanno finora guidato con mano ferma, anche se non rigida, lo scontento e il governo dello scontento.

Anche qui la Fratellanza mette avanti le mani, pronta a sfruttare – come si conviene in qualsiasi paese dove la dialettica politica si approssima a diventare quasi normale – le debolezze del governo al potere. Vuol dire che il regime algerino non è in pericolo concreto, ma ormai comincia a trovarsi anch’esso nel mirino “se non si dà una smossa”, come si esprime Bouguerra Soltani, il presidente, del partito – alle elezioni non ha vinto, ma tutti sono convinti che i risultati qui sono stati truccati – perché c’è ancora tempo per agire sul serio… se il governo riesce a capirlo…

Se no, è importante che ad Algeri gli eredi della grande rivoluzione di fine anni ‘50 che portò all’indipendenza dalla Francia ricordino come il popolo abbia sempre dimostrato, qui, grande pazienza ma poi, quando si è mosso, storicamente, è andato avanti fino in fondo e senza alcuna esitazione; noi, dice adesso Soltani abbiamo posticipato la primavera, non l’abbiamo di certo cancellata (Al Akhbar, 6.8.2012, Algerian Muslim Brotherhood Warns of Revolution La Fratellanza mussulmana algerina ammonisce sulla rivoluzione in arrivo http://english.al-akhbar.com/content/algerian-muslim-brotherhood-warns-revolution)...

●Dalla Tunisia, un gran brutto segnale. Arriva notizia che un gruppo di islamisti estremisti (o se volete di estremisti islamisti…) hanno aperto un contenzioso rivolgendosi direttamente al governo, appoggiato da manifestazioni di piazza, per “esigere” che Habiba Ghribi, la prima tunisina a vincere una medaglia olimpica perché nella corsa che ha vinto indossava un costume indecente e troppo “rivelatore”.

La notizia arriva via social network e, come per la natura della bestia in questione è qualcosa di tanto attendibile quanto molte, moltissime, delle panzane che ci arrivano dai paesi della primavera/rivoluzione araba: spesso chiacchiere, e mozioni soltanto di chi le scrive senza alcuna rappresentatività se non di se stessi, via Twitter o Facebook, spesso corredate di foto e video di fattura dilettantesca, che comunque non dimostrano niente, e ancora più spesso col fine addirittura sguaiato della propaganda.

Però… Qui la notizia la riprendono al-Jazeera e France-24 e danno corpo (Al Jazeera, 15.8.2012, Eyes on Tunisia Occhi sulla Tunisia http://stream.aljazeera.com/story/eyes-tunisia-0022316), come se parlassero 10 milioni e mezzo di tunisini quando hanno manifestato e espresso la loro indignazione per il fatto che Ghribi corresse i 110 m. a ostacoli in calzoncini, e vincesse in condizioni tanto indecorose la medaglia d’argento, sì e no 1.000 fanatici.

Il problema è che quello che anche sotto i suoi rais (il migliore, il fondatore Bourguiba e il successore, Ben Ali, poi cacciato via dalla prima ventata della primavera araba) con la Costituzione del 1956, che riconosceva pari diritti a uomini e donne esplicitamente, era stato da questo punto di vista uno dei paesi più aperti e tolleranti dell’Islam e adesso minaccia di passare un emendamento alla bozza di Costituzione che ufficialmente dichiara come la donna sia un essere in realtà “complementare” dell’uomo. Insomma, sì, un gran brutto segnale..

●Anche in Marocco qualcosa si muove… Dopo essere “scampato” a quasi tutto il maremoto della rivoluzione di primavera, e poi delle tempeste dell’anno sopravvenuto, sulla base – concordano molti osservatori della fiducia popolare fondata in parte sulla leggenda ma, in parte, anche sulla storia della discendenza diretta di S.M. il re Mohammed VI Ben Al- Hassan, comandante dei fedeli, dallo stesso profeta Maometto: col re di Giordania l’unico altro sovrano arabo a portare il titolo di Sayyd che denota l’antica ascendenza – oggi nasce, o meglio si ripresenta, una coalizione di oltre una decina di gruppi, associazioni, coalizioni dei diritti civili molto insoddisfatta di come vanno le cose.

Con alla testa alcuni sindacati del paese e il movimento 20 febbraio, che un anno fa diede qui inizio a una serie di richieste soprattutto di natura economico-sociale, ha convocato e tenuto l’11 agosto una serie di manifestazioni e proteste che hanno visto alcune migliaia di cittadini e lavoratori in piazza, a Rabat, a Casablanca, a Marrakesh, contro la repressione e l’arresto di chi protesta; ma anche, tornando agli inizi della primavera marocchina di un anno fa, per chiedere interventi concreti da parte del governo “islamico moderato” di Abdelilah Benkirane contro il costo della vita che aumenta e il potere d’acquisto che cala.

Tutto considerato, però, il governo sembra aver assorbito la protesta con qualche disinvoltura: le migliaia di dimostranti non sono diventate, come aveva mostrato anche di temere, decine di migliaia e, almeno per il momento ancora, non si sono dovute riscontrare particolari violenze contro le forze dell’ordine (Al Arabiya, 12.8.2012 Anti-government demonstrations held in Morocco’s main cities Dimostrazioni confro il governo in tutte le principali città del Marocco http://english.alarabiya.net/articles/2012/08/12/231752.html)...

●In Libia, invece, dopo aver ricevuto feroci critiche dai deputati per la condotta delle forze di sicurezza negli ultimi mesi – specie gli attacchi a luoghi di culto diversi, la distruzione di monumenti funerari anche di valore storico e artistico conclusi senza nessun arresto motivato e senza reali progressi delle inchieste, il ministro dell’Interno Fawzi Abdelali ha dato le dimissioni. Ma, dopo un giorno, le ha ritirate, avendo ottenuto qualche scusa a mezza bocca e essendosi convinto, soprattutto, che con esse – ha detto – la situazione si sarebbe soltanto complicata (Al Jazeera, 29.8.2012, Interior minister reverses decision and withdraws resignation Il ministro degli Interni si smentisce e ritira le dimissioni http://www.aljazeera.com/news/africa/2012/08/2012828151119960654.html).   

Però, la crisi non si sgonfia, tutt’altro. Subito dopo il governo ha messo in stato di “massima allerta” l’area della città di Bengasi, la seconda città del paese e praticamente la capitale con fortissime pulsioni all’autonomia – e all’anarchia – della Cirenaica, l’ovest del paese, che diede vita alla rivolta iniziale contro Gheddafi e che continua ad essere travagliato da fortissime manifestazioni di intolleranza verso stranieri e “diversi” (i libici di pelle più scura, gli occidentali, i cristiani, i mussulmani di sètte minoritarie, quanti meno si conformano alle regole dettate dagli islamisti duri.

Lo ha denunciato il vice ministro degli Interni, Wanis al-Sharif, quando ancora il ministro non ci aveva ripensato. Lui – ma ormai ci credono in pochi – sostiene che sono i “rimasugli” del regime di Gheddafi a creare il caos; altri – e ormai sembra certo più credibile: Gheddafi i vincitori lo hanno linciato quasi un anno fa ormai e i suoi stanno ormai tutti in non idilliache galere – sostengono che sono proprio quanti hanno abbattuto Gheddafi che stanno alimentando il caos con i loro contraddittori e inconciliabili programmi (Stratfor, 29,8.2012, Libya: State Of Emergency Announced In Benghazi Libia: annunciato stato di emergenza a Bengasi http://www.stratfor.com/situation-report/libya-state-emergency-announced-benghazi).

E viene infine – infine… per ora – annunciato dal parlamento che solo un mese fa ha ricevuto i suoi poteri dal Consiglio nazionale di transizione – ma, in realtà, è lo speaker del Congresso nazionale, Omar Hamaidan, a annunciarlo dovendo specificare di parlare solo “per alcuni suoi membri” – che un nuovo governo verrà nominato l’8 settembre p. v. E’ solo una speranza, però, e soggetta a mille condizioni e pre-accordi, garantita da niente e nessuno, quella poi di riuscirci sul serio (China Daily, 30.8.2012, Libya to form new Government on Sept.8 La Libia formerà [dovrebbe formare…] il nuovo governo l’8 settembre http://www.chinadaily.com.cn/world/2012-08/30/content_15719174.htm).

●La Fratellanza mussulmana in Giordania ha dichiarato col suo leader Jamil Abu Bakr – e francamente si capisce bene il perché – di boicottare le elezioni convocate per consentire al popolo di esprimere un parere “esclusivamente consultivo – viene specificato dal Gabinetto reale – perché l’autorità della corona hashemita nel paese non è contestabile da nessuno (Stratfor, 13.8.2012,  Jordan: MB Trying To Limit King's Authority-Spokesman Il portavoce della Fratellanza mussulmana annuncia che tenterà di limitare l’autorità del re http://www.stratfor.com/situation-report/jordan-mb-trying-limit-kings-authority-spokesman)  Come non era contestabile in Inghilterra, no?, l’autorità definita di scaturigine divina di re Carlo I Stuart , decapitato nel 1649 a Londra dalle “teste tonde” di Cromwell o quella di Luigi XVI  Capeto segata a Parigi nel 1789 dai sanculotti di Robespierre.  

Di fatto, le due monarchie più, diciamo, aperte del mondo arabo, quella giordana e quella marocchina, le uniche che accettandone le rivendicazioni meno radicali e cercando poi di castrarle hanno tentato di “governare” il cambio molto meglio dei tanti rais-dittatori (Zine El Abidine Ben Ali,  Hosni Mubarak , Muhammar Gheddafi, Alī ′Abd Allāh Șāleh, Bashar al-Assad…), sembrano ora destinate anch’esse a avviarsi a una qualche accelerazione del loro sgretolamento.

●Parigi, rivolgendo il messaggio direttamente alla giunta al potere a Bamako, ha chiarito stavolta senza mezzi termini – come del resto era da tempo evidente a chi voleva capirlo – che fornirà aiuti e finanziamenti anche ingenti all’eventuale spedizione militare inter-africana che andasse a reprimere con le armi, come sarà inevitabile, l’insorgenza al-qaedista e islamista estremista che con la guerra civile ha di fatto occupato, e in qualche modo anche scippato, la rivolta dei Tuareg nel nord del paese per combattere il caos che nel Mali ha scatenato l’intervento occidentale in Libia.

Stavolta ha parlato il ministro della Difesa del governo francese, Jean-Yves Le Drian,: soldi sì, armi pure ma neanche un soldato per quanto desiderabile sia l’intervento. La carne da macello, però, no: ci pensino loro, gli africani se vogliono (Le Point, 4.8.2012, Mali: la France appuiera une intervention armée, mais n’en prendra pas l’initiative Mali: la Francia appoggerà un intervento armato [in realtà, e l’abbiamo detto, Le Drian dice, molto più chiaro, che Parigi è pronto a “pagare” ma che se vogliono, gli africani, la guerra se la devono fare da soli, contro i ribelli…] ▬ http://www.lepoint.fr/monde/mali-la-france-appuiera-une-intervention-armee-mais-ne-prendra-pas-l-initiati ve-04-08-2012-1492960_24.php).

 ●In Siria siamo allo stadio peggiore dello stallo, quello dei massacri ciechi e reciproci. Nel suo tentativo di restare al potere, il regime ha compromesso molto di quello che lo costituiva come Stato ma ha consolidato, almeno nel breve-medio termine, la propria resistenza e la propria adattabilità nel diventare sempre più simile a un’intrattabile, possente milizia. L’opposizione, che riesce – sembra – a sfogliar via gli strati superficiali dal bulbo del regime, non è arrivata davvero al suo nocciolo duro e è sempre più minacciata al suo interno, malgrado sforzi e resistenza dell’antica guardia di resistenti, dal settarismo, dal fondamentalismo e dalla violenza sfrenata delle sue “rappresaglie”.

Che adesso promette, però, di non fare “più”… – e l’avverbio già la dice lunga – viene comunicato ora in un “nuovo” ordine appena emesso dal Libero Esercito Siriano (di Londra) che proibisce torture e uccisione di prigionieri, come ha chiesto di fare al regime di Assad ma anche, dopo averne accertato l’uso diffuso, e ufficialmente, ai ribelli un’apposita inchiesta investigativa condotta dall’ONU.

Dice ora il col. Qassem Saadeldin per il LES “che tutti i suoi combattenti sono tenuti a implementare i princípi del diritto internazionale che proibisce di danneggiare i civili e di …torturare e uccidere i combattenti fatti prigionieri”. Già… E de creta anche che i suoi militanti non devono appartenere ad alcuna fazione politica, etnica o religiosa (i siriani?) né partecipare,  in uno Stato siriano del dopo Assad, ad alcuna attività di partito. Dice… (The Star/Beirut, 21.8.2012, Free Syrian Army bans abuses, party politicsUn divieto del Libero Esercito Siriano proibisce violenze e politiche di partito http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2012/8/21/worldupdates/2012-08-20T215244Z_1_BRE87J0VC_ RTROPTT_0_UK-SYRIA-CRISIS-REBELS&sec=worldupdates).    

Sempre più intricata e coinvolta, anche al di là della sua volontà, in quel che resta della struttura tradizionale del potere di Assad, la comunità della minoranza alawita si sente condannata ad uccidere per sopravvivere o a scomparire tentando di farlo. In pratica, si sta combinando una forza inarrestabile che vede, da una parte, l’opposizione sempre più concentrata anche contro la volontà esplicita e non dichiarata di alcuni dei suoi stessi principali sponsors stranieri – specie gli americani, sempre più “imbarazzati” dal connubio che si trovano a dover condividere addirittura con al-Qaeda (il Fronte di sostegnoNusra del popolo del Levante…, i guerriglieri di al-Tawhid Wal Jihad… – sull’obiettivo di annichilire e ridurre a pezzetti anche fisicamente – con gli strumenti del “martirio”, i linciaggi, i massacri –;

e, dall’altra, il regime intenzionato a mostrare e dimostrare al paese che la vittoria dell’opposizione sarebbe il caos e a partire dalla mattanza immediata e all’ingrosso della comunità alawita porterebbe all’espandersi della guerra civile tra tutti e con tutti, alla frantumazione di orni armonia intercomunitaria e a quel che resta di uno Stato moderno, autoritario ma tutto sommato non il peggiore dell’area.

●Il primo ministro di Assad, il sunnita Riad Farid Hijab, ha – come dicono pudibondi gli americani –  defected defezionato, cioè, ha mollato e cambiato di fronte, disertato: scappando, pare, con la famiglia in Giordania. Il governo dice che in realtà Hijab è stato licenziato ma, come al solito, qui ormai siamo alla doppia improbabile verità e alla doppia, sicura e certa, bugia.

Il senso politico della faccenda sembra, in realtà. più chiaro. Significa che l’élite sunnita che, finora, aveva cooperato con gli alawiti al potere adesso respinge un futuro che la veda schierata ancora con Assad. Hijab era stato nominato primo ministro solo pochi mesi fa, come parte del programma di riforme politiche che il regime aveva tentato – aveva sostenuto – di iniziare. Questa potrebbe diventare davvero, ormai, una specie di ultima spiaggia per gli alawiti che se perdessero sentono, sanno di essere tutti destinati allo sterminio (CBS, 8.8.2012, Syria: Prime minister Riad Hijab sacked; Opposition source tells CBS News he defected Siria: il primo ministro Riad Hijab licenziato; ma fonti dell’opposizione dicono alla CBS che ha defezionato http://www.infowars.com/syria-prime-minister-riad-hijab-sacked-opposition-source-tells-cbs-news-he-defected).

Aiuta a capire un po’ meglio, secondo noi, la lettura recentissima di una serie di osservazioni di uno dei giovani leaders della rivoluzione siriana contro Assad, uno che l’ha fatta e la fa anche con le armi, non solo da una sedia da Londra o con il passacarte di un bonifico da Riyāḍ, che ne ha scritto su The Guardian: sono stati la militarizzazione e l’interventismo esterno nella militarizzazione della rivolta che ne hanno infiacchito la base popolare e democratica drammaticamente aumentando il grado e il tipo di violenza che s’è scatenato… e il conto delle vittime.

Vittime: colpevoli, cioè responsabili e innocenti, cioè anche i tanti non combattenti (The Guardian, 22.6.2012, Haytham Manna, Syria’s opposition has been led astray by violence L’opposizione dei siriani è stata deviata dalla violenza [molto precisamente analizza, spiega e documenta l’A., dall’influenza e dalle armi provenienti dall’estero che hanno lacerato e diviso in mille frantumi e dieci diverse obbedienze il movimento della rivolta civile siriana rendendo la pace una chimera sempre più remota]  http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/jun/22/syria-opposition-led-astray-by-violence).

●L’unico fattore che a questo punto può forse ancora sbloccare questo antagonismo infernale è che dentro l’opposizione prevalga decisamente l’ala politica, quella interna, senza più gli apporti estremistici esterni che hanno radicalizzato strategia e tattica incoraggiati dagli apprendisti stregoni dal quartetto irresponsabile americo-saudita-anglo-francese: un monumento alla pratica e alla teoria delle conseguenze non previste e incontrollabili delle proprie azioni. Che ha lasciato ogni spazio all’estremismo fondamentalista di chi ha sempre mirato alla pulizia etnica e settaria che oltre agli alawiti mira a far fuori tutte le minoranze siriane: i curdi  i drusi, i cristiani, gli ismailiti.   

Forse, allora, potrebbe essere possibile riprendere un colloquio tra regime – Assad potrebbe essere convinto ad andarsene ma non, non subito certo, se ne andrà il regime – e opposizione che si depurasse delle possenti frange estremiste come era sembrato possibile finché, come dicono in gergo, non erano state empowered, rese proprio possenti dallo scatenarsi a loro esclusivo favore delle interferenze estranee e esterne.

Se Assad finisse col rendersi conto delle sue anche personali responsabilità nel capire che la sua cecità nel non considerare la profondità della richiesta di riforme, di vera e propria rivoluzione, è stata se non la molla iniziale di sicuro la grande occasione offerta ai nemici tutti della Siria (interni, certo, che la durezza della repressione ha potenziato e esterni, americani e soprattutto israeliani,

Lettera di ringraziamento…  (vignetta)

Carissimo Bashar, onestamente non                            Non potevamo certo prevedere,           

mi  eri proprio per niente simpatico. Il                         noi, che proprio TU ti saresti pre

desiderio più caldo di Israele è sempre                         stato a fare tutto questo per noi  e

stato quello di vedere indebolirsi, spac                         a farlo volontariamente!

carsi, frantumarsi la Siria e vederla di-                       Dal profondo del mio cuore,     

strutta.  Ma  COME realizzarlo, poi,                        Grazie!

questo sogno?...                                                                               Bibi (Netanyahu)                       

                                                                                                               Bè, con  nemici come Assad chi è

                                                                                                                                                     che ha davvero bisogno di amici?

Fonte: 23.7.2012, K. Bendid    

forse, allora, potrebbe ritornare utile la spola di Kofi Annan (o di Lahdar Brahimi, il diplomatico algerino di lungo corso all’ONU che lo seguirà) che ha declinato per disperazione l’incarico di una mediazione impossibile che gli avevano conferito mesi fa…) [queste considerazioni su quello che lui ha chiamato il “tragico stallo” della crisi siriana, derivano in buona parte dall’analisi svolta nell’ultimo, e più aggiornato, Rapporto sul MO, no. 128, redatto dall’International Crisis Group, ICG [gruppo d’analisi sostenuto e composto da indipendenti autorevoli, tutti notoriamente di origine e stampo filo-occidentale] dell’1.8.2012 e intitolato Syria’s Mutating Conflict Il conflitto sula Siria è mutato http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/egypt-syria-lebanon/syria/128-syrias-mutating-conflict.aspx).

●Indicazioni di qualche attendibilità, se la fonte verrà confermata, sembrano dire che davvero ormai, a certe condizioni, Assad potrebbe partire. Lo accennerebbe il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov, rendendo anche noto che il fratello di Assad, Maher, che comandava la Guardia rivoluzionaria, avrebbe riportato nell’attentato di metà luglio che ha decapitato la leadership della sicurezza militare siriana gravissime ferite e l’amputazione traumatica delle gambe, e versa ora in condizioni gravissime. E lo riporterebbero su un blog… israeliano che cita Al Watan, un quotidiano… saudita – entrambi dunque fonti secondarie e come tali, per definizione, non proprio disinteressati – voci al momento ancora non confermate (YNet/Tel Aviv, 14.8.2012, Russian official: Assad's brother lost legs in Damascus attack Esponente russo: il fratello di Assad ha perso le gambe nell’attentato di Damasco http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4268290,00.html).

Notizia subito smentita, però, anche se in forma indiretta – il vice ministro russo non ha concesso alcuna intervista a Al Watan e, dunque, è falsa…: ma è falso o è vero quel che dice la presunta intervista che tale mai è stata? (Ynet,15.8.2012, Moscow denies Russian diplomat said Assad ready to step down Mosca smentisce che l’esponente degli Esteri russo abbia detto di un Assad pronto ad andarsene http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4268391,00.html). 

●Intanto cresce tra i curdi di Siria un attivismo antisiriano e anti-regime che, a questo punto, però, comincia a preoccupare moltissimo la Turchia – pur dichiaratamente nemica di Assad e attivissima finora nel sostenere i ribelli – per il potenziale secessionista di creare ai suoi confini con la Siria uno Stato curdo autonomo e indipendente e – dunque, teme Ankara – di dar corpo allo spettro del dover fare i conti ormai con un vero e proprio Stato curdo indipendente ai suoi confini: la stessa minaccia che è riuscita finora a bloccare al suo interno con la repressione anticurda e in Iraq con le sue incursioni militari nel Kurdistan iracheno.

Anche qui, siamo a un’altra conseguenza non voluta, e criminalmente ignorata anche se poi in sé non fosse sbagliata, di una certa politica di cui turchi come americani come europei non avevano calcolato appieno la portata e, appunto, gli effetti indesiderati (The Economist, 3.8.2012, Is there an alternative to chaos? Ma c’è qui un’alternativa al caos? http://www.economist.com/node/21559951).

Dal paese, appena possono e come possono, se ne cominciano anzi continuano ad andarsene via i cristiani. Per lo più verso il Libano. Si sta verificando come una balcanizzazione in Siria nel senso che tutte le etnie e le sétte qui stanno cercando di aggregarsi, di tenersi insieme, abbandonando anche case, proprietà, ricordi. Ora è, come venticinque, trent’anni fa toccato all’arcivdescovo greco-ortodosso di Aleppo, Jean-Clément Jeanbart, che dopo aver subito il sacheggio e l’incendio del suo ufficio da parte di militari che non ha saputo dire di che parte fossero esatatamente, si è rifugiato in Libano (The Daily Star/Beirut, 28..8.2012, Aleppo Archbishop flies to Lebanon: Vatican Radio L’arcivescovo di Aleppo fugge in Libano, dice Radio Vaticana http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2012/Aug-27/185864-aleppo-archbishop-flees-to-lebanon-vatican-radio.ashx#axzz24r0CJUZq).

Jeanbart, in un’intervista di qualche mese fa che fece grande scalpore ebbe a dire seccamente che secondo lui – come, in effetti, secondo un po tutta la minoranza cristiana del paese – al-Assad era “una brava persona” ma anche di “temere che il tempo per lui ormai stesse finendo(France 24 International News, 13.1.2012, Intervista a Annette Young ▬ http://www.france24.com/en/20120113-interview-jean-clement-jeanbart-archbishop-aleppo-syria-bashar-al-assad-christian-community).

●E si vanno spazientendo… a Parigi. D’altra parte, questo è un paese che quando si avverte – ed è, come ora – secondo nei rapporti di forza sul campo e, malgrado le proprie aspirazioni/velleità, magari anche terzo: come nel corso della seconda guerra mondiale, già il gen. de Gaulle, capo delle resistenza francese dimostrò spesso come alleato assai scomodo sia per Roosevelt che per Churchill – ha il bisogno di farsi sentire.

E’ stato già l’anno scorso il caso di Sarkozy che forzò la mano a tutti nell’offensiva anti-Gheddafi, è ogni tanto, sembra, il caso con la Siria adesso, anche in nome del fatto storico che quello fu suo territorio coloniale e che, in effetti, nell’apertura di quella piaga qualche responsabilità grave (l’invenzione del Libano, per esempio) la Francia ce l’ha… e, questo, quasi a prescindere da chi stia poi all’Eliseo…

Così, adesso, François Hollande, prima, lancia agli altri occidentali il messaggio che, fregandosene perfino dei forti dubbi che crescono tra gli americani sul coinvolgimento dei “peggiori” islamisti estremisti infiltrati e, come si dice, empowered da finanziaamenti armi e politica dell’Arabia saudita alla testa delle formazioni ribelli in Siria, specie di quelli di al-Qaeda, bisogna che ormai l’opposizione formi subito un governo suo alternativo che Parigi, dice, sarebbe disposto a riconsocere, anche se esso non controlla ancora territorio siriano in modo effettivo e pemanente (New York Times, 27.8.2012, S. Enlarger, France Urges Creation of Interim Syrian Government, Pledging Recognition La Francia preme per la creazione di un governo siriano ad interim, impegnandosi al riconosimento diplomatco http://www.nytimes.com/2012/08/28/world/middleeast/rebels-claim-to-shoot-down-syrian-helicopter.html?ref=world).

E, poi, nella stessa occasione – era l’annuale discorso rivolto dal presidente della Repubblica al corpo diplomatico francese – sempre Hollande ammoniosce il presidente sirianio Bashar al-Assad che l’uso di armi chimiche sarebbe legittimazione giustificata di azioni militari straniere di intervento armato. Ma anche in quell’aulico e, di sicuro, informatissimo consesso di esperti nessuno ha osato fargli osservare che non c’è mai stato e non c’è nulla di simile in nessuna pandetta e in nessun comma di diritto internazioanle (Al Jazeera, 27.8.2012, France warns Syria over chemical weapons use La Francia avverte la Siria sull’utilizzo delle armi chimiche http://blogs.aljazeera.com/topic/syria/france-warns-syria-over-chemical-weapons-use).

Subito, fa notare il ministro degli Esteri di Damasco, Muallem, che per bombardare Iraq, Afganistan e Libia, Francia e alleati, non hanno avuto nessun bisogno di acclarare che Gheddafi usasse le armi chimiche (non lo ha fatto)… E bisognerà pure – questo lo richiamiamo noi, non il siriano – far osservare come, negli anni ’70, i bombardamenti americani col napalm dei vietnamiti, dei laotiani e dei cambogiani o, negli anni ’80, quello iracheno – con l’iprite fornita a Saddam da Reagan – degli iraniani e quello di Gaza, col fosforo bianco degli israeliani, a inizio 2009, motivarono – si sa no, o ci sbagliamo? – la condanna etica e gli interventi armati promossi dai francesi contro Stati Uniti, Iraq e Israele… I sepolcri imbiancati!!!

Sul primo tema – il riconoscimento pieno da parte francese di un loro governo provvisorio – i ribelli però non sanno che farsene se corre il rischio di restare tale…, solo loro, dei francesi o quasi. In forma francamente un tantino brusca, lo chiarisce alla Agence France-Presse un “attivista” come essa lo definisce chiarendo che si tratterebbe di uno sforzo sprecato se il riconoscimento si fermasse lì e non arrivasse dalla comunità internazionale come tale… Pio desiderio, ovviamente, allo stato attuale (Now Lebanon, 28.8.2012, Syrian opposition activists say too soon for new government In Siria, attivisti dell’opposizione dicono che è troppo presto per formare un nuovo governo http://www.nowlebanon.com/NewsArchiveDe tails.aspx?ID=431302).

Anche un “attivista” non meglio identificato, ma uno che conta dell’opposizione siriana che si riunisce nei bistrots di Parigi, nei pubs di Londra o, come in questo caso, nelle Brauereien di Berlino, dice alla Agence France-Presse subito dopo che, se il riconoscimento restasse quello che si profila, solo francese o magari soltanto saudita con quello di Hollande, allora è meglio aspettare che si formi una volontà “collegiale” della comunità internazionale tutta intera di riconoscere, e quindi aiutare, un governo siriano alternativo. Ma si tratta, e lo sa anche lui, di un pio desiderio (Now Lebanon, 28.8.2012, Syrian opposition activists say too soon for new government Rappresentanti dell’opposizione siriana affermano che è troppo presto per pensare a formare un  nuovo governo http://www.nowlebanon.com/News ArchiveDetails.aspx?ID=431302).

●L’Italia, da parte sua, mosca cocchiera qual si conferma, riunisce a Roma il 29 agosto un’inutile altro incontro i amici della Siria, e cioè dell’opposizione siriana – nobilitato o arricchito, come accenna la portavoce della Farnesina, dalla presenza della vice assistente segretaria di Stato americana per il Medioriente, Beth Jones (non assistente e tanto meno la segretaria di Stato, ma la… vice assistente).

Incontro cui anche la stampa internazionale, d’altra parte, dedica qualche cenno solo focalizzato ancora una volta sulla presenza anche americana visto che nel merito il sostegno agli oppositori resta inevitabilmente alle chiacchiere perché quello che conta – armamenti e soldi – non passa certo da questi canali diplomatici strasecondari (Xinhua.net, 30.8.2012, U.S. diplomat attends meeting in Rome Diplomatica americana presenzia a una riunione a Roma http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-08/30/c_123647521.htm).

A vederla con qualche benevolenza è un vano tentativo di rilanciare un minimo di iniziativa autoctona, diciamo così, per farsi prendere appena sul serio. Ma si tratta di un’iniziativa del tutto involucrata, e senza respiro perché volta solo a una delle parti in conflitto, dentro quella europea che non osa chiamarsi così per la debolezza e l’inesistenza, l’irrilevanza da lei supinamente accettata, dell’Alta rappresentante europea Catherine Ashton, e schiacciata così da un’altra ennesima bellicosa iniziativa congiunta anglo-francese col supporto molto vocale ma, in sostanza, di tipo quaquaracqua americano. E’ qualcosa che tende, come dice questo nuovo linguaggio annacquato neo-orwelliano che adoperano, to engage, a “ingaggiarsi”, a impegnarsi cioè ma, soprattutto, a parole e senza davvero doversi impegnare.

L’ultima volta in cui la politica estera italiana manifestò una minima sua autonomia nella regione mediorientale – si ricorderà, dopo l’epico scontro dell’ottobre 1986 Reagan-Craxi su Sigonella che vide frustrate le pretese americane di dettare la sua legge universale a tutti facendo bloccare sulla pista dell’aeroporto della base la Delta Force americana del generale Steiner dai carabinieri del colonnelo Annichiarico – fu quando, nel luglio 1996, Massimo D’Alema, allora ministro degli Esteri imponendosi alle stesse titubanze di Prodi, presidente del Consiglio, malgrado l’ennesimo no sempre americano – stavolta di Bush che mandò Condoleezza Rice a cercare di infilare tra le ruote dell’iniziativa ma senza successo il bastone statunitense – convocò a Roma un vertice straordinario sul Libano che riuscì a disinnescare e mettere fine alla guerra che aveva lanciato l’invasione israeliana del paese dei cedri…

Ma, appunto, come per fare qualcosa – bloccare una guerra ad esempio – sono i parametri stessi dell’azione che vanno cambiati: dicendo un no magari cortese ma fermo proprio agli Stati Uniti e alla loro finta velleità di essere accettati  come onesti mediatori tra i contendenti. E a palazzo Chigi, come alla Farnesina, aria di questo tipo di iniziativa proprio non c’è.

●A fine mese comincia a coagularsi invece quella che già si chiama, sulla Siria, l’iniziativa Mursi. Prima e dopo la visita a Teheran per il vertice dei non allineati, va a Pechino e Mosca e butta la sua rete. E, rispetto all’impostazione di Obama e, per lui, della Clinton (o, forse, viceversa…),  come sottolinea “uno studioso di scienze politiche dell’università americana del Cairo, Emad Shahin, Mursi spacca di netto a metà la divisione consueta che gli americani fanno della regione: fra amici degli occidentali, Egitto e Arabia saudita, di qua, e Iran dall’altra parte(New York Times, 26.8.2012, D. D. Kirkpatrick, Egyptian Leader Adds Rivals of West to Syria Plan Il leader egiziano aggiunge anche  rivali dell’occidente al piano per la Siria http://www.nytimes.com/2012/08/27/world/middleeast/egyptian-president-seeks-regional-initiati ve-for-syria-peace.html?_r=1).

E poi vuole coinvolgere, direttamente e in prima persona, non solo Teheran ma anche chi ha contrastato finora in sede diplomatica le soluzioni “unilaterali”, americane e occidentali. Cioè, Russia e Cina. Ma l’America è in grandissimo imbarazzo, ormai, perché s’è convinta che anche l’Egitto di Mursi condivide il suo obiettivo di far andare via Assad. Ma che, per ottenerlo, si muove in modo totalmente diverso dal loro.

Il fatto di non essere parte di alcun asse del preteso bene o, per altro verso, del male presunto, oggi dà credibilità a un governo che come quello egiziano è, e tiene a mostrarsi come e quanto può da tutti autonomo ma in contatto con tutti e, come tale, contrariamente a quanto hanno fatto finora tutti gli altri in grado di  parlare con tutti. Anche, e perfino, con chi come il presidente Bashar al-Assad  vorrebbe veder rimpiazzato.

Solo, e chiaramente, non con un re travicello senza nome in parte messo in piedi, in parte inventato e largamente armato dai suoi nemici.   

●Nel frattempo, il governo dell’Iraq rende noto che “rivedrà” i suoi rapporti con la Turchia dopo la visita nel Kurdistan iracheno del ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, il 2 agosto a Kirkuk senza il consenso del governo centrale iracheno. In effetti, la visita non autorizzata di Davutoglu nella regione autonoma curda dell’Iraq ha costituito in sé una seria violazione del protocollo diplomatico e, agli occhi del governo iracheno di al-Maliki, di una vera e propria provocazione.

Si complicano, a livello di guardia, in questo scenario i rapporti tra il governo federale e quello della regione irachena del Kurdistan, mai troppo tranquilli. In assenza dell’accordo formale che si dice essere stato raggiunto tra il ministro della Difesa iracheno e le forze armate curde dei peshmerga, l’esercito iracheno non si è ancora ritirato dal distretto di Zummar, nella provincia di Diyala, spiega Bagdad, annunciando che un altro contingente di suoi militari è stato spostato a Saadiya, proprio lungo il confine sudorientale del territorio curdo in Iraq (AKNews, 8.8.2012, Bryar Mohammed, Iraqi army moves to disputed area in Diyala L’esercito iracheno si sposta nell’area contesa di Diyala http://www.aknews.com/en/aknews/4/320842).

E, anzi, in un’escalation pericolosa a Bagdad viene rimessa in questione la stessa apertura dell’ufficio di rappresentanza della regione autonoma del Kurdistan nella capitale federale. L’ufficio è stato chiuso d’autorità con la semplice cancellazione da parte del PM al-Maliki delle carte che lui stesso aveva firmate dopo che i rapporti col KRG si sono tesi per i contatti che Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, aveva aperto.

E, malgrado gli ukase iracheni, mantiene sempre aperti senza passare da un’autorizzazione previa nazionale i contatti iniziati ma che, così, non riesce a concludere per trivellare, esplorare e sviluppare potenziali giacimenti di greggio e gas naturale nella regione anche con grandi compagnie estere (dalla Exxon alla Total alla stessa Gazprom). Il blocco è stato ed è sempre sostanzialmente dovuto proprio al veto e alle diffide di Bagdad.

Ma la coalizione centrale di Nouri al-Maliki dipende sempre per la maggioranza che in parlamento riesce a tenere  anche e proprio dai voti curdi… e così sicuramente adesso la sta rischiando (Kurdish Observer, 17.8.2012, Maliki flexes muscles as he orders closedown of KRG representative office in Baghdad Maliki esibisce i muscoli e ordina la chiusura della rappresentanza del KRG a Bagdad http://kurdishobserver.blogspot.it/ 2012/08/maliki-flexes-muscle-as-he-orders.html).

E si va avvelenando ogni giorno il confronto/scontro. Ora il governo regionale curdo minaccia di cominciare a fermare ancora a settembre ogni esportazione di greggio curdo iracheno a causa, dice però prudentemente e piuttosto ipocritamente non tanto della questione della sovranità – dove è su un terreno delicato e insicuro del divieto imposto da Bagdad ma, più formalmente e soprattutto in modo istituzionalmente appropriato, del non pagamento alle compagnie della regione da parte del governo centrale dei prodotti e dei servizi resi.

La risposta di Bagdad è altrettanto formale: il governo del Kurdistan non ci ha ancora fornito la certificazione e le ricevute delle spese sostenute dalle sue compagnie su mandato di Bagdad nella forma dovuta. Lo dice il vice ministro delle Finanze Fadhil Nabi e prima di approvare i pagamenti c’è da fare tutto un lavoro di verifica e un auditing ufficiale (A cop’s watch, 28.8.2012, Iraq: Kurdistan Regional Government Threatens To Halt Oil Exports In September In Iraq, il governo regionale del Kurdistan minaccia di interrompere da settembre l’export di greggio http://acopswatch.blogspot.it/2012/08/whats-going-on-in-world-today-120829.html).

Si va anche poi vieppiù complicando il quadro politico/strategico… Il fatto è che il governo di Bagdad è, e resta, filo-iraniano. Turchi e curdi sono sunniti e hanno in comune l’intenzione, per indebolire il governo alawita/shi’ita di Assad, di rafforzare l’opposizione curda in Siria. Il problema è stato che l’insurrezione curda ha però – come si sarebbe ben potuto intuire – stimolato in Turchia i loro insorti curdi, quelli del PKK, portando a una reazione preoccupata e dura della repressione militare da parte dell’esercito e delle forze di sicurezza turche.

L’ “istinto” dei turchi  è stato quello, in questa situazione, di “allargarsi” trasformandosi nell’attore chiave del rovesciamento del regime siriano, incoraggiato deliberatamente dall’avventurismo di Washington. Ma, adesso – e già lo vedono tutti – nessuno ringrazia i turchi per l’incoraggiamento che hanno dato ai curdi siriani, quando poi le forze di sicurezza della Turchia hanno ripetutamente dimostrato, malgrado la durezza della repressione esercitata, di non essere in grado di controllare i curdi di Turchia riducendoli all’impotenza. I turchi stanno forse cominciando a capire di essersi spinti troppo in là, rispetto non certo alle loro ambizioni quanto alle loro forze e effettive possibilità.

Per il governo turco si va facendo forte la tentazione di spostare il suo “appoggio” dai soli curdi siriani a tutti i ribelli che combattono contro Assad. Ma è il ragionamento che ha visto gli USA, ad esempio, spostare il loro appoggio in Egitto su tutti gli oppositori, nel caso loro aprendo per la prima volta le porte a un dialogo culturale e politico alla Fratellanza mussulmana: “legittimandola” agli occhi pedissequi di tutto l’occidente come una forza accettabile per il dopo Mubarak e, anche con questa “diversa” disponibilità, secondo non pochi avversari laici, radicali e liberali egiziani che però la portata della cosa la gonfiano oltremisura, dando loro una forte spinta di credibilità.  Ora, qui in Siria, spostare l’appoggio dai curdi a quello ai ribelli potrebbe però ormai significare per Istanbul mettersi ad appoggiare gli al-Qaedisti e gli islamisti estremisti…

●Intanto prima a Damasco, poi a Aleppo si reca in visita ufficiale, e debitamente “montata” dai media, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, uno dei massimi dirigenti, Saed Jalili, con larga scorta di diplomatici, generali e ministri del regime di Teheran. Visita annunciata e seguita in diretta Tv, compresi i colloqui con Bashar al-Assad, e testimonianza diretta che il traffico aereo e gli spostamenti di cortei diplomatici di altissimo rango in quelle città – a smentita, almeno parziale ma pure abbondante dei video trasmessi sui media nostrani e forniti dall’opposizione che ogni dieci minuti mostrano ormai tutto messo a ferro e fuoco e fiamme – si vanno svolgendo in realtà in condizioni di sicurezza se non normali comunque accettabili…

E anche la visita, immediatamente seguita a quella a Damasco, di Jalili a Beirut e l’incontro sempre in Tv e in pompa magna col segretario generale e massimo esponente di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah – oltre a quelli più discretamente tenuti con quasi tutto l’arco dei partiti presenti in quel parlamento – suonano a smentita degli analisti che, speranzosamente e prematuramente almeno, dal loro punto di vista, si erano messi a parlare di “rottura della mezzaluna di governi amici dell’Iran che collegava tra loro il Golfo Persico al Mar Mediterraneo” e, comprendendoci anche l’Iraq, oltre  (i soliti iperentusiasti e dilettanteschi portavoce del dipartimento di Stato: come P. Ventrell, 2.8.2012 ▬ http://www. state.gov/r/pa/prs/dpb/2012/08/196015.htm).

●Alla voglia di protagonismo della Casa Bianca in campagna elettorale – con quell’altro che, ben inteso, sarebbe anche peggio, però… – sembra utile far sapere ufficialmente che il presidente Obama “non esclude”, come Zeus tonitruante o il martello di Thor, di creare su qualche area di Siria che “appaia” – non che necessariamente sia – sotto il controllo delle truppe ribelli una no-fly zone sulla sola sua autorità – perché può farlo, cioè, e deve far vedere ai suoi media bellicosi e ai suoi elettori potenziali cui rodono le mani di più, che lui può, o pensa di poterlo fare: non certo perché, la cosa essendo comunque irrilevante nel dibattito americano, abbia il diritto di farlo— in queste condizioni, dunque, una no fly-zone dove neanche ce ne sarebbe bisogno visto che sarebbe dove già c’è il controlo dei rivoltosi ma, in questo modo, certo, senza neanche esporsi a una possibile reazione siriana…

Il consigliere capo di Obama per le questioni del controterrorismo – o tali definite da lui – John Brennan specifica che non è ancora una scelta, ma che il governo USA sta valutando vantaggi e svantaggi di diverse opzioni e diversi “piani di contingenza” – gli studi pronti del tipo che fare se… o se… o ancora se… – sempre tenuti a  disposizione. Comunque, assicura, il presidente non ha mai annunciato di avere escluso una qualsiasi opzione: nessuna (Reuters, 8.8.2012, Tabassum Zakaria, White House official says Syria no-fly zone not off table Un esponente della Casa Bianca afferma che una no-fly zone in Sira non è affatto esclusa http://www.reuters.com/article/2012/08/08/syria-usa-idUSL2E8J8CNO20120808).

Poi interviene di nuovo, a evocare la possibilità di costituire una no-fly zone per decisione propria anche senza il consenso del Consiglio di sicurezza, il portavoce del Pentagono George Little “constatando” l’aumento di attacchi aerei da parte del governo siriano verso zone “liberate” del paese; e lo contraddice il collega portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, insistendo che il presidente conta e punta ancora sull’efficacia delle sanzioni e delle pressioni internazionali per “convincere” Bashar al-Assad ad andarsene… ma sia chiaro, si affretta ad aggiungere alla cacofonia delle voci americane il portavoce del dipartimento di Stato, Patrick Ventrell, gli Stati Uniti non escludono “nessuna opzione” tra quelle a loro disposizione (Xinhua.net, 14.8.2012, U.S. undecided on no-fly zone— Gli USA  indecisi sulla no-fly zone ▬ http://news.xinhuanet.com/english/world/2012-08/14/c_131784 343.htm).

Non è a disposizione ribadisce, con grande nettezza, la Russia  perché Mosca, per quanto la riguarda, non darà mai il suo assenso a una no-fly zone sulla Siria. Le Nazioni Unite dovrebbero impegnarsi a risolvere la tragedia umana dei rifugiati della guerra civile siriana, coi mezzi già sperimentati e ripetutamente anche con successo più volte provati dal diritto umanitario internazionale e non inventandosi no-fly zones sulla Siria.

Lo dichiara per l’ennesima volta – ribadendo che la Russia non si farà più infinocchiare da una coalizione di paesi che pretende di parlare a nome del mondo e, comunque, dell’occidente senza che nessuno l’abbia mai autorizzata a farlo come è già successo con l’attacco alla Libia – il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.

Non è accettabile e non sarà accettato usare strumentalmente la reale e serissima crisi umanitaria in Siria per creare zone di intervento militare in territorio siriano: viola la sovranità della Siria che, fino a prova contraria, è un paese sovrano, riconosciuto dall’ONU, e perciò stesso viola la Carta stessa delle Nazioni Unite.

Si tratta, invece, di moltiplicare gli sforzi proprio con l’intervento diretto e l’impegno concreto (aiuti ai rifugiati e ricerca di una soluzione pratica e reale) da parte di tutto il Consiglio di sicurezza dell’ONU: l’essenziale è che sia una soluzione concordata se si vuole mettere fine davvero alla guerra civile; l’essenziale è sostenere la soluzione che proporrà – concordandola com’è necessario perché funzioni con le parti, riducendole entrambe alla ragione – il nuovo mediatore del Consiglio di Sicurezza al posto di Kofi Annan, Lahdar Brahimi (RT News, 17.8.2012, Military intervention in Syria will lead to catastrophe – Lavrov Un intervento militare esterno in Siria porterebbe alla catastrofe – Lavrov http://rt.com/news/lavrov-military-intervention-syria-006).

Però, sempre più evidente sta diventando la contraddizione interna della linea, o se volete dello zig zag che è la linea politica americana rispetto alla crisi siriana: vogliono far fuori Assad – amico e alleato dell’Iran, questa è la sua colpa vera – praticamente con ogni mezzo: nel farlo si trovano in accordo – stesso obiettivo e stessi mezzi – con al-Qaeda. E’ che vogliono abbattere Bashar al-Assad ma non vogliono veder vincere, però, al-Qaeda: e questa è la contraddizione… e puntano a cercare di governarla.

Lo conferma, adesso, un lungo rapporto ufficiale di circolazione limitata e confidenziale, secondo cui la CIA ha cominciato a controllare e a filtrare – cosa che finora facevano senza alcuna avvertenza – alle armi che dispensa attraverso i turchi agli insorti siriani perché appunto, spiega il Rapporto, gli americani vogliono che Assad perda ma non vorrebbero rischiare di far vincere per responsabilità propria i terroristi islamisti (Agenzia NightWatch-KGS, 12.8.2012, The CIA Fears I timori della CIA http://www.kforcegov.com/NightWatch/NightWatch_12000154.aspx).

Che poi è la stessa, ragionata, preoccupazione adesso anche di chi maggiormente si è adoperato – su indicazioni dall’alto: non perché fosse stato comprato, ma perché come altri prima di lui, s’era convinto di fare il proprio dovere patriottico (come in Iraq, in Vietnam, ecc., ecc.) – ad attizzare le braci della rivolta lì in Siria. Come comincia ad emergere da un reportage firmato sul NYT da uno dei maggiori apostoli dell’interventismo di parte americana che sta riconsiderando pure lui la questione… sempre che non sia, come teme lui stesso, già un po’ tardi (New York Times, 21.8.2012, D. D. Kirkpatrick, Concerns About Al Qaeda in Syria Underscore Questions About Rebels Su al-Qaeda in Siria vengono in evidenza una serie di allarmi rispetto ai ribelli http://thelede.blogs.nytimes.com/2012/08/21/concerns-about-al-qaeda-in-syria-underscore-questions-about-rebels).

Questa, in realtà, non è più solo un’insurrezione, é diventata una guerra civile anche se, per esserlo, le manca ancora una delle caratteristiche compiutamente necessarie a riconoscerle tale status in diritto internazionale: il controllo stabile almeno di un pezzo del territorio da parte di chi rifiuta il governo in carica, dove il termine qualificativo ed operativo è nell’aggettivo stabile.

A meno di prendere sul serio – come verità più rivelata che dimostrata però, come realtà in essere più che come speranza di chi comunque i ponti se li è bruciati alle spalle – le parole dell’ex primo ministro di Assad, per alcuni mesi soltanto, Rihad Farid Hijab alla prima sua conferenza stampa ad Amman da quando ha, come si dice, “disertato”: “basandomi sulla mia esperienza e la mia posizione, io dico che adesso il regime sta cadendo a pezzi, moralmente, materialmente ed economicamente: le sue forze militari si vanno, poi, arrugginendo e controlla solo il 30% del territorio siriano”.

Non dice certo che il 70% del territorio lo controllano i ribelli, Hijab: però è l’unico riferimento nominalmente appena appena serio che al tema si sia sentito fare, sempre indirettamente, da chi ormai è schierato chiaramente contro Assad (New York Times, 14.8.2012, Ex Prime Minister of Syria Assaults Assad GovernmentL’ex primo ministro siriano attacca il governo di Assad http://www.nytimes.com/2012/08/15/ world/middleeast/ex-prime-minister-of-syria-assails-assad-government.html?_r=1 &ref=global-home).   

Gli USA, comunque, anche se forse un po’ tardi stanno accorgendosi – e ormai la cosa trapela anche sui media internazionali di massa in occidente – che i combattenti siriani contro il regime sono anch’essi colpevoli di atti di atrocità sistematici, sistematizzati e non sporadici contro i civili, le minoranze e anche gli osservatori internazionali.

Così, anche tra le forze americane che sostengono attivamente la rivolta stanno iniziando a riconsiderare – ad alcuni livelli almeno: quelli più operativamente vicini ai campi di battaglia – l’opportunità di perseguite in alternativa qualche accordo di tipo più negoziato che forzato: trovando resistenze da parte dei puritani che ai piani alti del dipartimento di Stato vogliono invece la punizione del male. Solo che, non sono spesso in grado di controllare più il livello di violenza e controviolenza che hanno prima liberato, poi incoraggiato e, infine, sostenuto.

●Intanto, per il Libano, gli americani – o meglio, il governo americano, l’ala sua più attivista e aggressiva – si dice preoccupato per l’“inerzia” dell’Unione europea che rifiuta di dichiarare puramente e semplicemente “terroristi” i membri della formazione sciita degli Hezbollah. E gli americani – meglio, i loro soffietti mediatici che strombettano sempre al seguito del piffero suonato sempre sulla stessa nenia dalla particolare area filoisraeliana che è dominante al dipartimento di Stato – per la loro frustrazione escono in modo addirittura scioccamente inverecondo allo scoperto.

Scrivono, infatti, quei servi sciocchi del NYT, letteralmente – non tutti sciocchi, alcuni sapendo bene il servizio che vanno facendo, altri silenti e, perciò anche peggio, acquiescenti – che “la non volontà della UE di mettere gli Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste complica molto gli sforzi dell’occidente” di combattere l’estremismo…

Dove diventa lampante che l’occidente è fatto da Stati Uniti e Israele e, ormai, secondo questi cretini esclude l’Europa che, infatti, non fa che complicare la vita all’occidente— alla faccia della carta geografica e della storia (New York Times, 15.8.2012, N. Kulish, Despite Alarm by U.S., Europe Lets Hezbollah Operate Openly Malgrado gli allarmi USA [o proprio a causa della loro irrazionale monomania?] l’Europa lascia operare apertamente gli Hezbollah http://www.nytimes.com/2012/08/16/world/europe/hezbollah-banned-in-us-operates-in-europes-public-eye.html?ref=global-home).

Gazprom, cioè la Russia, sta studiando l’opportunità di partecipare allo sviluppo del deposito off-shore (130 km. al largo della costa israeliana di Haifa e a 1 km. e ½ di profondità nel Mediterraneo) di gas naturale. In Israele, è il quotidiano finanziario Globes a dare le notizia (parlando anche dell’interesse della francese Total) che Gerusalemme  sta valutando la possibilità , mentre a Mosca è il quotidiano in inglese The Moscow News a confermarlo (1) Globes/, 19.8.2012, Nadav Neuman e Hillel Korel, Leviathan partners in talks with foreign gas giants I partners del Leviatano discutono con giganti stranieri del gas naturale http://www.globes.co.il/serveen/globes/docview.asp?did=1000775156 2) The Moscow Times 20.8.2012, Agenzia Bloomberg, Gazprom Considering Role in New Israeli Offshore Project Gazprom considera un ruolo nel nuovo progetto off-shore di Israele http://www.themoscowtimes.com/business/article/report-gazprom-considering-role-in-new-israeli-offshore-project/466853.html).

Il gruppo israeliano Nobels del miliardario Landau, che ha annunciato una consistenza stimata di ben 20.000 miliardi di riserve di gas naturale nel giacimento – più di quelle che restano alla Gran Bretagna nel Mare del Nord – ha reso noto che la joint venture è già allargata a altre imprese israeliane come la Ratio Oil Exploration 1992, il gruppo Delek Drilling e la Avner Oil Exploration. Ma ora pensa seriamente di estendersi.

Politicamente la scelta è delicata anche perché sulla sovranità israeliana, di fatto effettiva del giacimento e difficilmente contestabile con gli unici mezzi – militari – che lo potrebbero fare, pesano le riserve di ordine giuridico-territoriale avanzate dall’Autorità palestinese e dallo stesso Libano. Quest’ultima, però, già proposta ma anche ufficialmente ridimensionata da Beirut in sede di Nazioni Unite, cioè nella sede appropriata, sembra godere di un curioso appoggio del dipartimento di Stato americano, dovuto probabilmente alla nazionalità di alcuni interessi statunitensi presenti nei gruppi d’affari che l’hanno fatta avanzare al governo libanese (Haaretz/Tel Aviv, 10.7.2011, U.S. backs Lebanon on maritime border dispute with Israel Gli USA appoggiano il Libano nella disputa marittima territoriale sui confini con Israele http://www.haaretz.com/print-edition/news/u-s-backs-lebanon-on-maritime-border-dispute-with-israel-1.372377).

Un’altra riserva – di ordine pratico, poi – viene avanzata a Mosca dagli analisti del mercato petrolifero della VTB Capital, grande banca privata d’affari russa del miliardario Dmitry Loukashov: “noi siamo – scrive – assai cauti perché l’espansione del mercato russo del gas naturale sarebbe meglio che la sviluppassimo in Russia piuttosto che altrove, in quanto abbiamo in territorio nostro di gran lunga le riserve maggiori esistenti al mondo, sia anche perché alla luce della domanda relativamente bassa di gas naturale che viene oggi dal mercato europeo soprattutto è dubbia la giustificazione economica di partecipare a questo nuovo progetto”.

EUROPA

●La Banca centrale europea, parlando col suo presidente a conclusione di quella che forse era stata la più attesa sua riunione mai messa in agenda – il direttivo mensile di Francoforte del 2 agosto, avrebbe dovuto chiarire, convincendo le iene in agguato lì sui mercati, come e quando sarebbero state rese operative le misure con cui il presidente Draghi aveva chiamato “le misure necessarie a salvare l’euro”.  Invece, Draghi ha solo ribadito la promessa fatta: “la BCE è pronta a acquistare titoli di Stato in concerto col Fondo di salvataggio”.

E ha poi aggiunto – e non poteva non farlo, forse, visto il diktat arrivato appena il giorno prima da Berlino: la Germania è contraria a qualsiasi acquisto da parte della BCE di titoli di Stato europei – ma il risultato è stato disastroso – che ci vorranno “diverse settimane” perché la Banca centrale riesca a mettere in moto i meccanismi del sistema. Non c’è, dunque, impegno a un’azione immediata e i mercati non perdonano. Avevano del resto fatto presagire loro – irresponsabilmente no? ancora una volta… e anche i banchieri centrali, non solo i politici – che stavolta sarebbero passati all’azione. Ma invece di agire, Draghi che aveva alzato le aspettative, ha continuato a ciurlare nel manico e tutti i titoli, le borse, hanno assai malamente reagito.

Ha anche cercato di salvarsi un po’ in corner. Perché, annunciando di voler agire di concerto col Fondo di salvataggio può anche argomentare, come Draghi è quasi arrivato a fare, di non violare formalmente il divieto fatto dai Trattati alla BCE di usare i suoi fondi per finanziare i governi membri dell’eurozona comprandone i titoli.

Potrebbe farlo, acquistando i bonds direttamente, il Fondo europeo di stabilità finanziaria, ma non ha liquidità sufficiente che invece avrebbe, se autorizzata ad agire, per definizione la Banca centrale che, come stanno le cose, può invece acquistare titoli comprandoli solo sui mercati secondari, in misura insufficiente cioè a tenere bassi i costi del servizio del debito spagnolo e italiano (lo spread con quello tedesco) con la minaccia del suo massiccio intervento – e basterebbe la minaccia: non sarebbe neanche necessario poi l’intervento perché la BCE sarebbe, allora sì, il prestatore di ultima istanza che ha dietro di sé le risorse di una vera banca centrale in grado di stampare moneta e fiaccare la speculazione e i mercati.

E qui c’è la divisione interna alla eurozona e alla UE che, a fine giugno, il lodo Monti era sembrato aver superato costringendo la Merkel a ingoiare nel Consiglio europeo un interventismo e un attivismo della BCE di portata nuova e diversa, però non ancora bene specificata: un attivismo, comunque, chiaramente rivolto a regolamentare i mercati liberi e selvaggi e contro la speculazione.

La Merkel s’era forse arresa ma adesso è la Bundesbank che ha ripreso e sta costringendola a riprendere le fila dell’intransigenza alemanna in nome di un’opinione pubblica che resta fermissimamente contraria a ogni responsabilità economico-finanziaria che sia condivisa così negando in radice le ragioni stesse dell’essere Europa.

E questa è la divisione oggi in Europa: che costringe Draghi a navigare tra l’incudine delle paure tedesche (anche il tasso di sconto resta immobile così, allo 0,75% fissato un mese fa anche in una situazione che pure peggiora…), le attese e le paure dei mercati e le necessità dell’Europa di ridare vigore alle sue economie in sofferenza (1)  New York Times, 2.8.2012, J. Ewing, Assurances but no Action by European  Central Bank Assicurazioni sì, ma nessun fatto dalla Banca centrale europea http://www.nytimes.com/2012/08/03/business/global/europes-central-bank-holds-benchmark-interest-rate-at-0-75.ht ml?ref=global-home; 2) Dichiarazione introduttiva del presidente della BCE, Mario Draghi, conclusioni del Direttivo di Francoforte del 2.8.2012 ▬ http://www.ecb.int/press/press conf/2012/html/is120802.en.html).

Perché in verità, in verità, bisognerebbe che qualcuno a quelle dure cervici teutoniche spiegasse e facesse capire, magari anche a martellate, che le loro pingui esportazioni se le scorderanno presto se in Europa resteranno alla fine loro, da soli, ad avere la liquidità necessaria a comprarsele…

Poi, alla fine, rileggendo bene e rigo per rigo il testo di Draghi, molti osservatori, proprio lì nei mercati, sembrano cogliere che al fondo, in realtà, alcune misure concrete e immediate di azione vera e propria il presidente della BCE, senza magari sembrarlo proprio per non sembrare mettere le dita negli occhi ai tedeschi, le aveva invece annunciate, ci ripensano e il giorno dopo aver buttato tutto giù, così a pelle, sempre a pelle sembrano ripensarci.

Si restringono di nuovo gli spreads, spagnolo e italiano. Risalgono, impennandosi, le borse che solo il giorno prima erano sprofondate. Siamo al solito: i mercati non sono razionali, sono bestie sanguigne e belluine, senza calcoli se non istintivi e senza alcun raziocinio. “I mercati finanziari hanno terminato la settimana su una nota al rialzo… con una specie di rinnovata fiducia nella Banca centrale europea a far impennare azioni, titoli e prezzi del petrolio(Guardian, 3.8.2012, L. Elliott e D. Rushe, Shares surge after markets reappraise Mario Draghi's eurozone debt plans Le azioni si impennano dopo che i mercati riconsiderano i progetti di Mario Draghi sui debiti dell’eurozona http://www.guardian.co.uk/business/2012/ aug/03/shares-surge-mario-draghi-eurozone-plans).

Ha spiegato bene il meccanismo dei ragionamenti – oddio, chiamiamoli pure così… – dei mercati un banchiere importante tedesco (Holger Schmieding, capo economista della banca Berenberg, la più antica banca d’affari privata della Germania) che il quotidiano britannico cita così: “L’intervento di una Banca centrale funziona se e quando fa impressione ai mercati, Se la BCE li convince che sta davvero per provvedere una solida rete di sicurezza ai governi sovrani solventi che restano su un percorso di riforme, può essere in grado di riportare sui mercati chi è disposto ancora a investire. E, in quel caso, al dunque, non avrebbe più neanche bisogno la Banca di comprarli davvero essa stessa molti titoli di debito sovrano”. Chiaro,, no? Non è questione di realtà, ma di pure impressioni, sensazioni, pruriti al limite [ricordate la straordinaria vignetta riprodotta qui, or è qualche numero, dalla copertina di qualche anno fa de The Economist? e che ad ogni buon grado riproduciamo di seguito ancora una volta]

 

● Una giornata come tutte le altre in borsa, la più importante istituzione finanziaria in ogni paese (vignetta)

Ma lo sapete come vanno davvero le cose?

Ho qui un titolo che potrebbe davvero ascendere… - Davvero ascendere? – ASCENDERE? - …endere? -… endere? –

VENDERE! - VENDERE! - VENDERE! - VENDERE! Questa è pazzia, io me ne vado - Hasta la vista! - ista? - ista?-

ista? - …quista? - ACQUISTA! - ACQUISTA! - ACQUISTA! - ACQUISTA! - … Sapete, io ho qui un  titolo che …

Fonte: IHT, 27.10.1989 KAL

Adesso, vedrete che fra qualche altro giorno cambieranno ancora una volta di umore…

●Quell’imbecille (nel senso etimologico del termine: dal latino, in-baculum, uno senza bastone, senza spina dorsale, senza nerbo, senza cervello e senza niente insomma), quello scemotto un tantinello tonto di Mitt Romney, ex governatore del Michigan che è venuto imperversando in Europa e in Medio Oriente (cioè in Israele, dove è andato a farsi la campagna elettorale americana) a forza di gaffes (ma proprio una al giorno, una dopo l’altra— se cercate la voce su Google ne trovate – le abbiamo contate dodici – e di fesserie che a casa sua non fanno nessun effetto purtroppo, ma gli servono – o almeno lui crede – alla rincorsa di ogni voto reazionario e conservatore e che se gli dei non provvedono altrimenti potrebbe anche essere il prossimo presidente degli Stati Uniti, ha continuato a seminare le sue cavolate anche nelle ultime tappe del viaggio (The Economist, 3.7.2012):

• A Gerusalemme, ha detto di sapere che i palestinesi sono tanto più poveri degli israeliani perché sono incolti… non perché sono militarmente occupati e socialmente schiacciati… imbarazzando pure, col suo grezzo razzismo, non pochi ebrei israeliani; e questa è sicuramente la gaffe; ma la tragedia vera è che in America come in questo paese, ma anche in Europa, ormai, anche da noi, tutti pensino normale e accettabile che “un candidato alla presidenza degli Stati Uniti lasci qui il messaggio chiave di incoraggiare, anzi di istigare”, come ha fatto questo lo Stato di Israele “a fare una guerra e una guerra sconsiderata, oltretutto, all’Iran dichiarando che ‘è dovere solenne e imperativo morale’ dell’America schierarsi a fianco del guerrafondaio premier di Israele(New York Times, 4.8.2012, Avraham Burg[4], Israel’s Fading Democracy— La democrazia che va svanendo in Israele http://www.nytimes.com/2012/08/05/opinion/sunday/israels-fading-democracy.html?src=me&ref=general).

• A Londra aveva s’era subito messo il piede in bocca uscendosene alla vigilia dei giochi olimpici con l’osservazione, quanto meno precipitosa, che la Gran Bretagna non era affatto pronta per un’organizzazione così complessa…; 

• A Danzica, dove è andato a solleticare il revanscismo sempre latente e purtroppo anche sempre disponibile di un grande, vero personaggio storico come Lech Wałesa ricordandogli i meriti storici di Reagan (aver sderenato l’URSS) come se poi fossero i suoi (non di Wałesa, che in parte forse lo sono, ma dei conservatori americani: cioè suoi) s’é messo a sproloquiare che dalla Polonia tutti, l’America come gli altri europei, hanno granché da imparare.

Essa, dice, è infatti “in marcia verso la libertà economica e il libero mercato e un governo che, ristretto a poche funzioni, incarna la marcia verso condizioni più elevate di vita” e ha continuato per tutto il viaggio a contrastarla, negativamente s’intende, alla vecchia Europa, come la chiama risuscitando gli epiteti dello screditato vice presidente di Bush, Cheney – quello delle armi di distruzione di massa di Saddam che non c’erano – quella, dice, simbolicamente rappresentata dai guai dell’eurozona “dove una forte regolamentazione sociale e una larga rete di welfare portano la responsabilità della intrattabile crisi economica”.

Questo è uno che non cura e non s’informa neanche su quello che dice! perfino Walesa, reazionario e ossessionato com’è diventato, dopo aver detto che per la Casa Bianca lo appoggia, è costretto a dire pubblicamente che questo Mr Romney è comunque un personaggio piatto, “privo di ogni carisma”.

A parte il parere dei polacchi, dei lavoratori polacchi, della gente della Polonia sulle sue condizioni reali di vita, che non collima precisamente e largamente col suo, anche i ragazzini sanno che i paesi col welfare più solido e anche con la regolamentazione più seria in Europa sono i paesi nordici, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia e la Finlandia – tra l’altro anche quelli coi conti più in regola – e subito dopo di loro vengono Germania, Olanda, Austria e Francia. E che nessuno s’è mai sognato di identificare Stati come Grecia, Spagna, Italia e neanche l’Irlanda come quelli della maggiore spesa sociale e del welfare più generoso e della regolamentazione più severa ed occhiuta… Tutt’altro.

Insomma, bastava un po’ di onestà intellettuale per non raccontare il falso agli americani, perché la crisi in Europa è stata per la verità confinata proprio ai paesi col welfare meno generoso di tutti. Epperò, almeno a noi, appare ancora più grave che le frescacce di Romney un giornale come il NYT le faccia passare de plano, così senza neanche tentare di farle presenti ai propri lettori: forse per partito preso, per disonestà intellettuale – che sarebbe grave – ma forse – e sarebbe più grave – perché al Times ci credono anche loro (New York Times, 31.7.2012, A. Parker, A different continent, a different tune Un continente diverso, una canzone diversa [anche se a vedere bene, contrariamente a quanto lascia intendere il titolo, la canzone è sempre quella: la lode monocorde al libero mercato, senza lacci, deregolato e selvaggio] ▬ http://www.nytimes.com/2012/08/01/us/politics/romney-in-europe-tones-down-anti-european-comments.html?_r=2& hp).

●In una riunione coi ministri delle Finanze delle regioni spagnole – convocata dal ministro del Bilancio del governo centrale di Spagna, Cristobal Montoro, boicottata però dalla regione autonoma più importante, la Catalogna (Barcellona) e che ha visto i rappresentanti della seconda autonomia forte, l’Andalusia (Siviglia, Granada…), uscire dalla sala rifiutandosi di votare gli obiettivi indicati (debiti delle autonomie al tetto del 15,1% del PIL di ogni regione nel 2012 e non più del 16% nel 2013. Asturie e isole Canarie hanno votato contro.

E mentre il ministro del governo spagnolo insiste sui suoi poteri di imporre il tetto al debito delle regioni autonome, le quattro che hanno preso le distanze votando contro o, comunque, rifiutando di dire di sì al governo ricorrono adesso alla Corte costituzionale: perché nei fatti non pare proprio che il potere di imporre tetti sia una potere della Spagna come federazione di autonomie (El Mundo.es., 31.7.2012, Cataluña, Andalucía, Asturias y Canarias se rebelan contra la deuda ▬ http://www.elmundo. es/elmundo/2012/07/31/espana/1343751005.html)

E, in effetti, il rapporto di un’importante fondazione di ricerche con sede a Madrid (la Fondazione di Studi Economici Applicati, FEDEA) ha in questi giorni concluso che i 17 governi regionali sono materialmente in grado di impedire alla Spagna di raggiungere i suoi obiettivi dichiarati di riduzione del bilancio. Nel senso che le regioni, cui fa capo la responsabilità della spesa sanitaria e dell’istruzione, eccederanno quasi certamente i limiti che il governo nazionale ha fissato, se intendono far fronte anche con gravi limitazioni ai servizi che devono offrire, e il deficit/PIL del 2012 non potrà mai così scendere al 6,3% dall’8,9 % come il governo ha pubblicamente promesso (Hürriyet Daily News/Istanbul, 23.8.2012, Regions of Spain ‘main budget risk’ Le regioni spagnole costituiscono il rischio maggiore per il bilancio http://www.hurriyetdailynews.com/regions-of-spain-main-budget-risk.aspx?pageID =238&nID=28366&NewsCatID=344).

E, dopo queste premesse, la Catalogna adesso si è ufficialmente rivolta al governo centrale annunciando di dover pescare per salvarsi nel fondo del Tesoro nazionale per un aiuto statale “d’emergenza” superiore ai 5 miliardi di €. Si tratta proprio del finanziamento di pezzi dello Stato sociale che da Madrid è dovuto in quoat parte alla regione ma che Madrid non riesce più a versare secondo gli impegni.

Ma questa notizia emerge proprio mentre viene fuori anche che il crollo dell’economia spagnola è, al dunque, perfino peggiore di quello finora detto o temuto. I dati ufficiali del 28 agosto dicono che il PIL si è ancora contratto, dell’1,3% nel secondo trimestre su base annua: peggio della stima che finora si fermava a -1% trimestre su trimestre e, naturalmente, peggiorando anche la valutazione di fine anno che era al -0,4% e passa adesso al -0,6.

E ciò il giorno dopo che la stima ufficiale per il 2011 e il 2010 è stata già rivista al ribasso evidenziando che la quarta economia dell’Europa sta, appunto, ancora peggio di qaunto si pensasse (Financial Times, 28.8.2012, R. Atkins e C. Jones, Catalonia heightens Spanish debt fears— La Catalogna aumenta i timori per il debito della Spagna ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/dc1816b2-f0ff-11e1-89b2-00144feabdc0.html #axzz24vmTvJtn).   

●Il vice ministro delle Finanze della Grecia, Christos Staikouras, ha detto da parte sua in televisione a fine luglio che il paese è ormai pressoché senza liquidità, avendo esaurito anche le riserve. Non ha ancora, infatti, ricevuto la rata di aiuti prevista in arrivo e la aspetta con ansia (Yahoo!News, 31.7.2012, Agenzia Reuters, Near-bankrupt Greece says cash reserves drying up La Grecia quasi in bancarotta dice che sta esaurendo le riserve liquide http://uk.news.yahoo.com/near-bankrupt-greece-says-cash-reserves-drying-102236291--finance.html).

Incontrandosi il 2 agosto, la coalizione di governo ha confermato solennemente, a se stessa ma soprattutto ai poteri forti che la soprassiedono dall’esterno, di dover applicare e far applicare i tagli di spesa a cui s’è impegnata per restare nell’eurozona e che, dunque, rimangiandosi gli ultimissimi impegni presi in parlamento per ottenerne la fiducia, rovescerà l’ordine dei fattori: adesso farà i tagli, poi – e si vedrà quando e come e se – proverà a chiedere di poter riaprire il negoziato con la troika o, almeno, con l’Unione europea.

Lo ribadisce il ministro delle Finanze Yannis Stournaras, che annuncia di stare per incontrarne gli ispettori della troika per discuterne. Ma la verità è che li incontrerà per chiederne l’OK: senza, ancora una volta, riuscire a strapparglielo. Questa è la conclusione che – a ragione – ne tira l’opposizione della sinistra radicale ma anche, a modo suo, europeista: Syriza denuncia che ormai il governo va avanti per riflessi condizionati, come un animale da circo, col domatore che obbedendo alle leggi pavloviane fischia e il gabinetto che, come una scimmietta, all’ordina di tagliare taglia e all’ordine di aumentare l’austerità austerizza, sbagliando totalmente la ricetta rispetto a ciò di cui la gente ha bisogno (Athens News Agency, 2.8.2012, Govt. Announcement and Syriza accusations L’annuncio del governo e la denuncia di Syriza http://www.hri.org/news/greek/ana/2012/12-08-02.ana.html#02).

●E, a metà agosto, arriva l’ennesima conferma della gravità mortale ormai qui della crisi: non che ci fosse bisogno ma, dopo il crollo del PIL nel primo trimestre (-6,5%), adesso, nel secondo, nuovo tuffo, -6,2. Dal secondo trimestre del 2008, l’economia greca si è contratta di oltre il 18% e, con una disoccupazione che passa al 23,1% di maggio dal 22,6 di aprile e i giovani senza lavoro addirittura al 55% , chi parla chiaramente di vera e propria depressione, ci va leggero…

E molti osservatori ormai dicono che non è più questione di volontà. La Grecia si avvia a uscire en catastrophe dall’euro, spinta dai propri debiti ma sopratutto dall’impossibilità di crescere (e tra l’altro, quindi, di continuare a pagarli), se poi il governo Samaras volesse davvero tener fede alle promesse prese con nuovi tagli  che ormai arrivano proprio al midollo, neanche più solo all’osso (New York Times, 13.8.2012, D. Jolly,  Greek Economy Shrank Dramatically in 2nd Quarter L’economia greca si rattrappisce drammaticamente nel 2° trimestre http://www.nytimes.com/2012/08/14/business/global/greek-economy-shrank-dramatically-in-2nd-quarter.html?ref=global).

●Anche dal Portogallo, segnali netti di forte contrazione dell’economia nel secondo trimestre dell’anno con -3,3% di PIL, dopo il -1,2 del primo trimestre, in sostanza per il collasso della domanda interna. Sempre nel secondo trimestre, il tasso ufficiale di disoccupazione arriva al 15% della popolazione attiva, +0,1 dal precedente, registrando così 820.000 portoghesi senza lavoro (Instituto nacional de estatística de Portugal, 15.8.2012, Dados estatístico: principais indicadores http://www.ine.pt/xportal/xmain?xpid=INE&xpgid=ine_princindic&contexto=pi&selTab=tab0).

●Arrivano a metà mese dati sulla salute dell’eurozona che il solito NYT non trova di meglio che sintetizzare in un titolo e in un sottitolo direttamente contraddittori— così però riflettendo forse stavolta al meglio la realtà: prima, nel titolo dice che (New York Times, 14.8 2012, J, Ewing, Euro Zone’s Economy Declines Less Than Expected L’economia dell’eurozona peggiora meno delle attese http://www.nytimes.com/2012/08/15/business/global/daily-euro-zone-watch.html); poi, sottitola che “nel secondo trimestre la crescita in Germania non è stata sufficientemente forte da compensare la recessione persistente in Spagna ed Italia”.

Il PIL nei 17 paesi dell’eurozona è calato, così, dello 0,2%, “da stagnazione a declino lasciando presagire una ripresa di recessione in tutto il blocco più avanti nell’anno che metterà ancora più sotto pressione i politici europei che stanno lottando per mantenere in vita la moneta unica”…. Insomma, il contrario  rispetto a quel ridicolo titolo sul calo contenuto della mancanza di crescita...

Sì, penso proprio che i greci se ne debbano andare… (vignetta)

 

Fonte: NYT, 4.8.2012, W. Hammer

●A chiarire a tutti il clima pesante che si va, malgrado poi le smentite, creando, prima l’Austria fiscalmente felix e poi la virtuosa Finlandia danno segnali addirittura lampanti di prevedere l’implosione dell’eurozona, nel suo complesso. Prima è Vienna a chiedere agli uffici della sua stessa presidenza del Consiglio  e, separatamente, alla Commissione di studiare un meccanismo legale per cui se un paese volesse, potrebbe lasciare l’eurozona. Poi, è il ministro degli Esteri finlandese Erkki Tuomioja a dire il 18 agosto che il suo paese si sta preparando a una potenziale rottura dell’eurozona (The Telegraph, 17.8.2012, Finland prepares for breakup of eurozone La Finlandia si prepara alla rottura dell’eurozona http://www.telegraph.co.uk/finance/financialcrisis/9480990/Finland-prepares-for-break-up-of-eurozone.html)...

●In Romania, la crisi politica si manifesta in modo sempre più, come dire, bizzarro – dopo il fallimento (per mancanza del quorum necessario) anche nel secondo referendum della conferma popolare dell’impeachment parlamentare del presidente di destra della Repubblica, Traian Basescu – e la sua conseguente rimozione mancata. Viktor Ponta, il primo ministro di centro-sinistra che ha fallito l’obiettivo ma ha ancora la maggioranza in parlamento, sostituisce a sorpresa e senza alcun preavviso di ordine politico e/o istituzionale cinque membri del Gabinetto, compresi i ministri di Esteri, Interni e Giustizia con un’altra interpretazione costituzionale per lo meno forzata.

E ha reso ancor più assurdo il passaggio nominando a nuovo ministro dei Rapporti col parlamento un controverso suo giovane deputato, Dan Sova, che si era appena fatto notare in una controversia maleodorante in Tv negando la realtà storica dell’Olocausto nel suo paese dove, aveva detto, il filonazista maresciallo Antonescu non aveva lasciato deportare e uccidere nessun ebreo romeno, Adesso si è scusato, riconoscendo di aver sbagliato e che in realtà gli ebrei rumeni trucidati sotto Antonescu erano stati almeno 250.000 (1) The Economist, 10.8.2012; 2) Agenzia ASCA, 10.8.2012, Romania: ministro negazionista chiede scusa: sull'Olocausto ho sbagliato http://www.asca.it/news-Romania_ministro_ negazionista_chiede_scusa__sull_Olocausto_ho_sbagliato-1186583-ATT.html).

●Poi, dopo un periodo di pericoloso vuoto istituzionale – la Corte costituzionale aveva deciso,  subito dopo il referendum, di prendere tempo prima di certificarne il risultato ufficiale e ci ha messo dieci giorni a risolvere il rebus – alla fine è confermato: con un voto di 6 contro 3 viene deciso che, anche se l’88% dei voti espressi avrebbero voluto cacciarlo via, Basescu resta presidente perché il referendum, con meno del 50% dei votanti, “non ha raggiunto il quorum”: lo ha spiegato, personalmente, al apese il presidente della Corte, Augustin Zegrean. L’interpretazione che voleva dare al referendum il governo era, invece, giuridicamente forzata e inmaccetabile (AGERPRESS, 21.8.2012, CCR: Referendum valid in organisational terms; invalid in terms of quorum http://www.agerpres.ro/english/index.php/news-of-the-day/item/143376-CCRs-Zegrean-Referendum-valid-in-organisa tional-terms-invalid-in-terms-of-quorum.html).

Adesso, è stato deciso – il governo ha deciso: lo annuncia il ministro degli Interni Mircea Dusa—  ma pare che il presidente sia d’accordo anche lui – che le elezioni politiche generali si terranno il 2 dicembre prossimo. Resta il problema di fondo, che la sfalsatura dei mandati tra presidenza della Repubblica e parlamento continuerà a insidiare la stabilità futura di questo paese.

E la discrasia stessa tra le due cariche e il malanimo politico e anche personale tra chi le incarna (proprio come in Italia capita per la riforma elettorale – coi collegi uninominali: come vuole il centro-sinistra…; col voto di preferenza: come vuole la destra… e, perciò, niente riforma – e, in più, qui da noi con la complicazione ulteriore della fissa del Cavaliere di crearsi una presidenza della Repubblica eletta direttamente dal popolo— perché ancora non ha capito di essere, stavolta lui, proprio personalmente, politicamente finito) sembra davvero rendere impossibile, finché non cambiano le persone, neanche pensare di cominciare a affrontare il problema (Romania Insider.com, 27.8.2012, Parliamentary election scheduled for December 2 in Romania Le elezioni parlamentari calendarizzate a dicembre 2 in Romania http://www.romania-insider.com/parliamentary-elections-scheduled-for-december-2-in-romania/63753).

●Nel parlamento della Repubblica Ceca sta montando una rivolta, neanche più tanto sorda, contro i programmi di ulteriore austerità che il primo ministro Petr Necas sta cercando di far ingoiare al paese. La critica si accentra ormai sull’esperienza— sul fatto che così forse mette a posto i conti, un poco di più, ma affossa del tutto l’economia, la produzione, i consumi, l’occupazione… Niente di nuovo cioè, neanche sotto il cielo ceco (Agenzia Bloomberg, 22.8.2012, P. Laca, Czech Austerity Revolt Threatens Cabinet as Slump Bites— Sotto la stretta della recessione,la rivolta contro l’austerità minaccia il governo ceco http://www.bloomberg.com/news/2012-08-21/czech-austerity-revolt-threatens-cabinet-as-slump-bites.html).

La legge, approvata dalla maggioranza che al Verkhovna Rada, il parlamento dell’Ucraina, che sostiene il presidente Yanukovich e fieramente osteggiata dai partiti filooccidentali della minoranza parlamentare, che consente – non obbliga, ovviamente, ma nei fatti allarga l’utilizzo del russo (nel paese lo parla, comunque, quasi la metà della popolazione e, di fatto, lo conoscono e usano da secoli tutti i non analfabeti) e di altre lingue di minoranza come lingue ufficiali, è entrata in funzione – malgrado le violente, ma tutto sommato anche effimere, proteste di massa nel paese – il 10 agosto: dopo che il presidente della Camera aveva rassegnato le dimissioni, poi però ritirandole nel tentativo di bloccare così la firma presidenziale e l’attuazione della nuova legge (Kyiv Post, 8.8.2012, Yanukovich signs language bill into law Yanukovich firma e la legge linguistica entra in vigore http://www.kyivpost.com/content/ukraine/yanukovych-signs-language-bill-into-law-311230.html).

A metà agosto emerge sulle prime pagine del mondo, sottolinea, senza certo inventarsela, la debolezza dell’economia dell’Italia. Ma, tra parentesi, parla anche di un certo indebolimento di alcuni fondamentali proprio della Germania. Da noi, il PIL, ha confermato l’ISTAT, è calato dello 0,7% nel periodo aprile-giugno rispetto al risultato del trimestre precedente, con una contrazione del 2,5 % nel secondo trimestre sullo stesso dell’anno prima. Recessione profonda perché questo è addirittura il quarto trimestre di calo consecutivo.

E, anche sul piano dei conti ai quali tutto – ma proprio tutto – va sacrificando il PM, andiamo di male in peggio: il debito pubblico non regredisce né frena ma anzi continua a aumentare arrivando a 1.970 miliardi (1,970 trilioni) di € come precisa Bankitalia mentre anche il deficit/PIL non riesce a frenare ma sale, di 1,1 miliardi, a 47,7 miliardi di € soprattutto a causa della condivisione italiana del carico dei salvataggi per altre economia europee ancor più nei guai. Il rendimento dei BoT, decennali, è restato vicino al 6%.    

In Germania, fa notizia che gli ordinativi industriali a giugno, su maggio, sono scesi bruscamente dell’1,7%: molto di più di quel che prevedevano, in un solo mese, anche le analisi più pessimistiche. Alle fabbriche, rispetto all’anno prima, sono pervenuti meno ordini, cupamente chiosa il ministro dell’Economia, Phillip Rösler, per un forte -7,8%.

Però resta anche vero che ormai è tedesco l’attivo commerciale più vasto a questo punto dell’anno, con oltre 200 miliardi di $, e anche la previsione che a fine 2012 secondo l’OCSE possa essere suo, superiore a quello della Cina, il saldo commerciale più favorevole. Tanto che si preoccupa di “raccomandare” ai tedeschi di ovviare all’eccesso di attivo commerciale investendo globalmente di più (non più consumi, idea per i climi luteran-teutonici pericolosamente peccaminosa (Financial Info, 14.8.2012, Germany could overtake China’s 2012 trade surplus with the world’s largest—La Germania potrebbe superare con il suo  l’attivo commerciale cinese a fine 2012 http://www.financialinfo.co/germany-could-overtake-chinas-2012-trade-surplus-with-the-worlds-largest.html).

La conclusione che al solito, per il consueto eccesso di conformismo ed asservimento all’ortodossia dominante – certo, con poche ma anche straordinarie eccezioni – trae con superficialità da questi fatti l’articolista, è la più banalmente ovvia: che, in fondo e al dunque, si tratta di un avviso, un richiamo “proprio la crescita in calo continua a complicare gli sforzi dei capi europei per restaurare la fiducia nell’eurozona (New York Times, 7.8.2012, D. Jolly, Economy Slumps in Italy and Germany In Italia e in Germania l’economia rallenta http://www.nytimes.com/2012/08/08/business/global/daily-euro-zone-watch.html?_r=1&ref =business).

Anche dalla Francia cattive nuove, di analoga portata: nel terzo trimestre prevede l’8 agosto e fa sapere la Banca centrale di Francia non ci si può aspettare una ripresa economica, anzi andrà bene se la contrazione del PIL nel trimestre che finisce con settembre non andrà giù oltre lo 0,1% (RT, 8.8.2012, France to slide into recession says central bank La Francia scivola nella recessione afferma la Banca centrale) http://rt.com/business/news/recession-central-bank-debt-148).  

E se aggiungiamo il fatto che pure la Gran Bretagna è in piena recessione, che anche quella Banca centrale, pure fuori dell’eurozona, solo tre mesi fa pur cedendo alle richieste del governo sembrava convinta che l’economia sarebbe cresciuta adesso dello 0,8% e, invece, dopo il -0,3 del primo trimestre, è costretta ora a marcare un calo più che doppio, dello 0,7%, nel secondo e a smentirsi, ma – si capisce – senza chiedere scusa dello sbaglio fatto né sentire, almeno, il dovere di spiegare perché ha sbagliato (Office of National Statistiscs, ONS, 8.8.2012, GDP Prelimimary Estimate Q2: -0,7% Stima preliminare del Pil del 2° trimestre http://www.ons.gov.uk/ons/rel/gva/gross-domestic-product--preliminary-estimate/q2-2012/index.html).

●Così, con Germania, Francia, Italia e Inghilterra anche – e a dire il vero, prima – la Spagna è là dove s’è lasciata cacciare dalla politica economica che l’ha guidata all’insegna dell’austerità dominante, ci siamo: tutti i grandi paesi d’Europa, e non solo dell’eurozona, sono davvero nei guai.

Del tutto ignorato, naturalmente, qui è il fatto che una delle principali ragioni per cui la crescita in Europa resta tanto bassa sono proprio le misure di austerità che, imposte uniformemente un po’ dovunque in Europa, hanno depresso la dinamica economica. La perdita secca di domanda pubblica dei bilanci tagliati “a prescindere” (i tagli cosiddetti lineari sono proprio questo: a prescindere, da ogni considerazione di necessita, utilità o danno) significa che nell’economia viene messa minor domanda, di investimenti e consumi, perciò proprio – è 2 + 2 – minor crescita.

Il dramma è che i grulli parlanti che decidono delle politiche economiche in Europa e in occidente (lor signori e i loro solerti dipendenti serventi: Commissione, tanti accademici, tanti media facitori di opinione convenzionalmente banale, Eurogruppi e governi – sembravano, erano, convinti – e non si arrendono neanche ora alla prova contraria provata – che il calo di domanda del pubblico nel mercato sarebbe stato sostituito guarda un po’… – dal pronto e dicevano automatico arrivo dekka fata Fiducia,

La fata turchina delle forze spontanee del mercato ci avrebbe pensato lei – una volta ridotta la spesa pubblica, e sottratta dignità al lavoro dipendente come dice, senza dirlo così, la signora Fornero – a ricostituire e rilanciare la domanda (a Radio anch’io…, 8.8.2012, dal Corriere della sera, 8.8.20122, “Sarà un autunno difficile…” [ma noi, ribadisce, continueremo sulla stessa strada delle nostre riforme/controriforme, ribadendo così proprio l’assunto nostro: che gli accademici e i ministri come lei, dalla natura e della natura di questa crisi, non hanno imparato niente: perché è sempre alla fata turchina della Fiducia che credono ▬ http://www.corriere.it/ economia/12_agosto_08/fornero-autunno-difficile-fiat-marchionne-classe-operaia_12c303f6-e134-11e1-9040-4b74873 c03cd.shtml). Ma come era ovvio, poi, non lo ha fatto.

●E adesso lei stessa, Crudelia Fornero, prova a dire – ma ribadendo (non sia mai! che, vendicativo com’è, quello la prenda per poco amica…) che continua sempre, a dare la sua “fiducia” a Marchionne – che dobbiamo ridare “la dignità agli operai”: cioè, senza dirlo, confessa che gliel’avevano tolta quelli che la pensavano come lei e che come lei lo andavano insegnando da anni dalle loro cattedre…

E’, poi, arrivato appena in ritardo per i tempi suoi e, forse, per risparmiarle qualche dubbio che l’ha portata a questa dolorosa confessione (se tale poi era…), il vergognoso assist del NYT  offerto alla sua sconsolata e ristretta scuola di pensiero ammollandoci l’indecoroso punto di vista che ha ragione lei, che in Italia licenziare è troppo difficile (New York Times, 10.8.2012, L. Alderman, Italy Wrestles With Rewriting Its Stifling Labor Laws L’Italia combatte per riscriversi le sue soffocanti leggi sul diritto del lavoro http://www.nytimes.com/2012/08/11/business/global/italian-business-potential-thwarted-as-crisis-persists.html?_r=1& ref=business).

Dice già tutto, no? ma non basta. Perché, poi, questa tapina di articolista, giovane ma/o/e molto piegata alla sensibilità di chi si sente vicino a Wall Street dove ha sempre lavorato e non capisce niente assolutamente dei problemi della gente normale – che Dio se la porti via (professionalmente, si capisce!) per sempre come quelli lì di Wall Street, specifica prima come vanno le cose in Italia: dove nessuno viene mai licenziato perché – spiega – c’è l’art. 18 e – spiega sempre – che se in Italia uno “pensa” che un suo dipendente per esempio si mette a rubare, prima di licenziarlo deve dimostrarlo in tribunale dove le cause durano anni, ecc., ecc…

Poi, per spiegare ai suoi lettori in America quanto sia grama la vita per i padroni in Italia, aggiunge tutta soddisfatta che “per contrasto, il dipendente di un datore di lavoro del settore privato negli USA può licenziare il lavoratore non appena scopre il furto”: o, meglio, appena dice di aver scoperto il furto: non è tenuto a doverlo provare e tanto meno davanti a una parte terza…o anche solo perché gli, o le, sta magari antipatico, se non si mette a violare sfacciatamente la legislazione federale antidiscriminazione:  lo licenzia dicendo che lo fa perché è di colore, o perché è gay, per esempio, o anche soltanto – soltanto? – donna…

La scommessa di questi è quella di lor signori – sempre che poi siano in buona fede e ci credano, si capisce – che la magia del mercato, lasciato liberamente selvaggio, avrebbe compensato, anzi stracompensato, la domanda di lavoro calante. Peccato solo che chi adesso è chiamato a pagare il conto di questo calcolo comunque sbagliato – visto che la disoccupazione poi aumenta dappertutto anche dove vigono le legislazioni più liberistiche, cioè più schiavistiche, del cosiddetto libero-ma-solo-per-qualcuno mercato – siano sempre e solo lavoratori dipendenti e classi sociali più deboli. E il peggio è che questi – ma soprattutto chi malgrado le prove pessime che di se stessi hanno dato li sta ancora a sentire – ancora non si arrendono all’evidenza.

Tra parentesi, l’articolessa di NYT non intervista nessuno dei pur non pochissimi tra sindacalisti – quelli seri, non quelli che dicono sempre di sì – accademici, esperti, professori e, perfino, qualche politico o, magari, tie’, un giornalista di parere diverso… L’impressione è che ormai anche questo prestigioso giornale vada avanti con la convinzione che imprenditori e loro corifei dicano sempre la verità… Ma qualche volta, almeno in Europa no?, non è proprio così…

●Conferma, ora, anche l’ultimo bollettino della BCE (Bankitalia/Bollettino BCE, 8.2012 ▬ http://www. bancaditalia.it/eurosistema/comest/pubBCE/mb): è una fotografia raccapricciante, e anche netta, che parla di tutti e, per l’Italia specificamente, dice che ha imprese, molte, a rischio di insolvenza e molte banche pure; un rischio però condiviso, in pratica, con tutti gli altri paesi: solo che il nostro è più accentuato. E è un  rischio, e se ne accorge la BCE, che insieme alla disoccupazione crescente e alla crescita mancante, si estende ormai dappertutto.

Analisi e denuncia chiarissima. Ma niente ricetta. Peggio, anzi: perché, al di là di qualche flebile e pavido mugolio, la sua resta sempre la stessa ricetta. Bisogna competere meglio, mettere in concorrenza i poveri tra loro cioè, bisogna esportare – come e a chi, se nessuno importa più niente dall’estero? – bisogna, appunto, “ricostruire la fiducia”. Non ce la fanno, proprio non ce la fanno, a recitare il mea culpa, a dire la verità.

Che la fiducia della gente l’avevano e, in anni di gestione monetariamente ortodossa e teutonicamente convenzionale del proprio ruolo, l’hanno bruciata, che – è vero – non glieli hanno mai dati i poteri di cui avevano e c’era bisogno, ma – è anche vero – mai hanno premuto davvero per chiederli. Mica se la sentono, neanche ora, di dire netto a sé e ai loro governi che bisogna subito, adesso – loro e loro – cambiare strada… Ma nessuno che comunque provveda a ridurre nelle camicie di forza che sicuramente si meriterebbero chi tanti danni ha provocato e continua a provocare alla gente.

 Questa la causa – vera – dei guai che continuano a schiacciarci senza trovare rimedio alcuno: un’austerità stupida e suicida che significa solo calo di investimenti, di consumi, di tutto. Perché quello – il calo di fiducia – non è mai  la causa, è piuttosto l’effetto.

●Dalla Polonia, comunque, arrivano adesso segnali “strani”, almeno rispetto al recente passato che sembrava fatto di incommensurata e cieca fiducia negli USA – a loro andava benissimo uno che tuonava a vuoto, magari, ma tuonava sempre contro l’ “impero del male” – perché adesso è proprio il presidente della Repubblica. Bronislaw Komorovski, che pubblicamente lamenta quanto sia stata “sbagliata” – parole sue – la decisione di diversi governi succedutisi alla guida del paese  negli ultimi anni di dispiegare gli elementi di un sistema di difesa antimissilistico americano proprio sul territorio polacco. Si è trattato, dice ora chiarissimo, di un grave “errore politico”.

Non abbiamo tenuto conto, spiega, del rischio correlato ai cambiamenti d’umore oltre che di dirigenza dei governi americani e dell’effetto che essi avrebbero avuto sull’effettivo sviluppo del sistema missilistico americano in Europa. In altri termini, abbiamo imparato che degli americani, anche per le diverse responsabilità che portano sugli equilibri globali rispetto a noi, non ci si può mai illimitatamente “fidare”.

Non lo dice, ma riconosce – una volta tanto lucidamente per un politico polacco – che gli USA sono inevitabilmente condizionati dal rapporto strategico che hanno coi russi, al di là dell’ammoina e della faccia feroce che gli andamenti interni spesso belluini della politica interna americana assumono nei confronti della Russia prima con Clinton, poi, con Bush e anche proprio con Obama, che poi si sa allo scudo antimissile non ha mai né tecnicamente né strategicamente creduto: e con solide ragioni, come dimostrano – anche e ad abundantiam – due studi scientifici recenti (The National Interest, 26.7.2012, P. Coyle, The Failures of Missile Defense I buchi della difesa missilistica http://nationalinterest.org/print/commentary/the-failures-missile-defense-7248).

Adesso – dice al settimanale a diffusione nazione Wprost del 4 agosto: ma non è chiaro neanche se ne abbia trattato col governo… – che proporrà un piano suo autonomo di difesa antimissilistica con missili basati sia a terra che aerotrasportati. Si può, ovviamente, trattare solo di un esercizio un po’ ingenuo e grezzo di pressione e ricatto politico per forzare la mano all’amministrazione americana in epoca di elezioni… Ma, comunque, la dichiarazione di Komorowski testimonia di una difficoltà mai chiarita sulla credibilità dell’impegno americano.

Al contempo, l’intervento del presidente polacco solleva un dubbio, e per niente da poco, sulla capacità del paese a fornirsi degli strumenti auspicati, per ragioni sia tecnologiche che tecniche che di finanziamenti, indipendentemente dall’alleanza di cui fa parte  e dalla compatibilità stessa sua diciamo giuridica nel farlo.

Non a caso, il ministro della Difesa, Tomas Semonyak, subito realisticamente corregge il presidente parlando, piuttosto, di un sistema difensivo missilistico da stanziare in Polonia: ma d’accordo e insieme con Francia e  Germania. Che nessuno dice, sa, opina neanche, essere poi d’accordo… E chi ha problemi, naturalmente, a nascondere una certa soddisfazione è la Russia (ITAR-TASS, 6.8.2012, R. Bridge, Warsaw blasts US missile defense deal Varsavia condanna l’accordo missilistico di difesa  con gli USA http://rt.com/politics/ warsaw-us-missile-defense-russia-972).

D’altra parte la Polonia ancora non ha chiarito, non ha voluto e potuto chiarire, le sue intenzioni sull’eurozona. L’entrata, coi dati del paese, tutto sommato più decenti di molti altri, sembrava imminente per di più caldeggiata molto com’è dalla Germania. Ma la visione in qualche modo unica di sé che hanno i polacchi – quasi del proprio difficile ma anche splendido isolamento – la spinge a mettersi di traverso a qualsiasi disegno di una maggiore integrazione economica e politica nell’Unione che, invece, sembra dover andare ormai inevitabilmente fianco a fianco proprio con la sopravvivenza dell’euro.

Ha scritto l’ex ministro per gli Affari europei, Mikolaj Dowgielewicz, oggi vice governatore della Banca dello Sviluppo del Consiglio d’Europa  che, sfortunatamente dal punto di vista di Polonia, Cechia, Svezia e degli altri paesi che ora stanno fuori del blocco “ciò inevitabilmente significa che l’Unione diventa sempre più un club a due livelli”: chi è fuori dell’euro e chi è dentro.

●Ne prende atto, stavolta pare con realismo spietato e senza l’aria di voler dare lezioni a nessuno né la supponenza con cui, senza mai dire di farlo, il suo governo reazionario e assolutamente euroscettico cerca di tirarsi fuori dal consesso dell’Unione di cui pure fa parte, l’Ungheria, col ministro dell’Economia Gyorgy Matolcsy che, in un articolo su un foglio di destra molto alla moda, Hety Válasz, dice che l’euro dovrà e potrà diventare anche la moneta del suo paese solo tra una ventina d’anni.

Non aggiunge maliziosamente ma sembra quasi sottintendere, anche stavolta, il suo maleaugurante sempre se poi l’euro ce la fa a sopravvivere. La crisi dell’eurozona, sentenzia, mettendosi anche lui a fare l’economista senza averne alcun titolo se non quello politicamente affidatogli di esserne il ministro è dovuto alle ambizioni eccessive che l’hanno tentata a spingersi troppo in là e osare troppo. Non come ormai riconoscono, invece, tanti esperti davvero di aver troppo esitato ad applicare i poteri di cui si sarebbe potuto dotare, se avesse osato “più Europa” e non meno (MSN Money, 30.8.2012, Reuters, Hungary shelves euro entry for two decades: minister L’Ungheria accantona la sua entrata nell’euro per due decenni, dice il ministro http://money.msn.com/business-news/article.aspx?feed=OBR&Date =20120830&ID=15503049&topic=TO PIC_ECONOMIC_INDICATORS&isub=3).

Ma chi è fuori – se l’euro sopravvive e dunque l’eurozona si rafforza e diventa ancor più coesa: come sembra ancora, e malgrado tutto, più probabile rispetto allo scenario della dissoluzione – conterà inesorabilmente di meno a Bruxelles: quando adesso si aprono i negoziati per la ripartizione del bilancio comunitario 2014-2020 e, si calcola, sugli 85 miliardi di € di fondi strutturali di cui la Polonia conta di riuscire a negoziare per sé la fetta maggiore. Ma, se perde di peso… cosa che naturalmente preoccupa Varsavia ma non Budapest, nel suo pochissimo splendido isolamento.

La Polonia potrebbe, in queste condizioni, lasciarsi tentare di fare da puntello principale agli inglesi che resterebbero loro a capeggiare il blocco dei resistenti all’integrazione e, poi, proprio la crisi dell’euro ha convertito non pochi polacchi che erano favorevoli a entrare nell’eurozona a frenare. Ma così anche a condannarsi allo status di seconda classe che un’Unione a due velocità, o a cerchi concentrici, o a cooperazioni rafforzate le lascerebbe in Europa.

E’ un dilemma da ed al quale non riesce a tirarsi fuori anche perché, con questi chiari di luna, quasi il 70% dei cittadini polacchi se dovesse votare per o contro l’entrata nell’eurozona sarebbe contro (The Economist, 17.8.2012, Poland and the euro: the Augustinian delay La Polonia e l’euro: il dilemma agostiniano[5]  http://www.economist.com/node/21560598). Alla Russia vanno bene queste difficoltà di un governo nei suoi confronti così “rompiballe” come quello di Varsavia: va bene il dilemma che le si apre  interno all’Europa e alle sue contraddizioni dentro l’Europa e vanno meglio le contraddizioni con gli USA che si preannunciano su fronte della politica missilistica.

Meno ragioni di soddisfazione ha la Russia, però, per il test fallito del suo nuovo (bè, nuovo: è in costruzione e sperimentazione da quasi diciotto anni…) sommergibile d’attacco Severodvinsk che, adesso, sta incontrando nuovi problemi con un reattore nucleare che, in sostanza, fa troppo “rumore” quando in immersione era stato disegnato per essere il sottomarino più silenzioso del mondo. E che, adesso, non entrerà in servizio almeno fino alla fine del 2013. A questi problemi, comunica adesso una fonte del costruttore, si sono infine aggiunti anche i ritardi nella consegna delle speciali torpedini autoguidate di cui è armato a fini autoprotettivi (Interfax Mil.ph., 14.8.2012, Nuclear sub test unsuccessful La sperimentazione del nuovo sub nucleare russo non ha avuto successo http://www.militaryphotos.net/forums/showthread.php?216295-Russia-Nuclear-submarine-Severodvinsk-test-unsuccess ful).

●Contemporaneamente, però, giungono voci molto, molto attendibili – ma, ovviamente, non confermate: non hanno interesse a ufficializzarle i russi e, tanto meno, gli americani…  – che, come in un romanzo di spionaggio di tipico stampo da guerra fredda dell’epoca reaganiana[6], un sommergibile nucleare russo di classe Akula Orfano, noto proprio per la sua straordinaria silenziosità in immersione, ha incrociato senza essere scoperto dalle difese americane per alcune settimane, ma sempre tenendosi in acque internazionali, nel Golfo del Messico.

Allo stesso tempo, sussurrano le stesse fonti, alcuni bombardieri strategici russi Tu-160 hanno operato una serie di incursioni negli spazi aerei dichiarati ristretti anche se ancora internazionali in prossimità della California e dell’Alaska. Non c’è né, ragionevolmente, ci sarà mai una conferma. Ma la notizia sembra assai plausibile (U.S. Air Forces in Europe, USAFE, 8.2012, NewRussian strategies http://www.airpower.maxwell.af.mil/airchronicles/aureview/1971/jan-feb/Clark.html).

●Da Mosca arriva anche notizia che Gazprom, l’ente di Stato che produce e esporta gas naturale, ha venduto in Europa il 17% in meno anno su anno, per 71,93 miliardi di m3 nei primi sei mesi del 2012. Le esportazioni globali dell’ente nello stesso semestre è ammontato a 104,4 miliardi di m3 (Stratfor, 15.8.2012, Russia: Natural Gas Exports To Europe FallRussia: si riducono le esportazioni di metano in Europa http://www.stratfor.com/situation-report/russia-natural-gas-exports-europe-fall).

●Il PIL della Russia, nel primo semestre del 2012, è cresciuto del 4,4%, dicono stime preliminari del Servizio statistico federale russo (Stratfor, 20.8.2012, Russia: Economic Growth Tops 4% La crescita dell’economia va oltre il 4% http://www.stratfor.com/situation-report/russia-economic-growth-tops-4-percent).

Assicura un esperto americano di – dicono così – gestione dei conflitti, Daniel Serwer della Johns Hopkins University e dell’Istituto per la Pace, finanziato dal governo USA e che collabora con quello del Kosovo, che nessuna parte del paese, inclusa la regione controllata dai serbi ai confini della Serbia e abitata a grande maggioranza serba, entrerà mai nell’Unione europea insieme alla Serbia (B92/Belgrado, 21.8.2012, Agenzia Tanjug, Kosovo “won’t join EU together or as part of Serbia” Il Kosovo non aderirò all’Unione europea insieme a, o come parte de,lla Serbia http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2012&mm=08&dd=21&nav_id=81867).

Non è molto chiaro quel che una frase, apparentemente tanto insensata, davvero significhi: che Pristina non entrerebbe mai insieme a Belgrado…, che non entrerebbe se entrasse prima Belgrado…, che se fosse prima Pristina ad aderire metterebbe il veto a Belgrado… Ha scritto sempre Serwer, commentando pro-domo sua – pro Kosovo (paese e governo che hanno tutti i crismi dello Stato-canaglia dei crismi del dipartimento di Stato ma sono stati inventati e sostenuti dagli USA) e pro Washington – la situazione che oggi “il rischio maggiore per l’indipendenza del Kosovo è la spartizione: Belgrado è stata chiara sulla sua intenzione di tenersi i tre municipi e mezzo del Nord a maggioranza serba”.

E proprio perché tutti riconoscono che sia a maggioranza serba, kosovari compresi, si può ben capire… Tanto più che a Belgrado si va rafforzando il partito più intransigente e, scrive sempre l’esperto, che la Russia potrebbe ormai volersi “vendicare della decisione occidentale di sostenere l’indipendenza del Kosovo sostenendo i movimenti secessionisti delle due province autoctone e a maggioranza russa della Georgia: l’Abkazia e l’Ossezia del Sud”…

… altra frase insensata, perché allora sono anni che la Russia non ha alcun bisogno di “vendicarsi”. Dopo la guerra ancor più insensata che le scatenò contro nel 2008 il presidente georgiano Saakašvili, s’è da tempo vendicata, la Russia, costringendolo a ritirarsi, umiliato e coda tra le gambe, sul campo e non solo sostiene ma con la sua stessa presenza incombente garantisce contro la Georgia, e esattamente nella stessa logica della legittimità della secessione in Kosovo, quella della secessione in Georgia…

●Il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko – che tutta l’Europa ormai chiama, per mancanza completa di fantasia e scimmiottando la Clinton (non a torto stavolta ma, siamo alle solite, con quale diritto?) l’“ultimo dittatore d’Europa” – ha dichiarato in un discorso solenne al paese che la Bielorussia deve cambiare, che deve studiare i modelli anche occidentali di democrazia, che dovrà “democratizzarsi ma senza piegarsi a minacce, pungoli o ricatti dell’esterno perché un sviluppo democratico si deve fondare sull’evoluzione e il gradualismo  non su repentine rivoluzioni o rivendicazioni di piazza” irrispettose di ogni cultura locale (RT, 23.8.2012, Lukashenko vows democracy, opposition insists on fair polls Lukashenko promette democrazia, l’opposizione insiste su elezioni libere http://rt.com/politics/lukashenko-belarus-elections-democracy-396).

●Il senato dell’Uzbekistan ha approvato a larga maggioranza, e in via definitiva dopo la Camera, una legge che proibisce la concessione di basi militari a qualsiasi potenza straniera nel paese. E, aggiunge il ministro degli Esteri, Abdulaziz Kamilov, non ci sarà comunque “neanche alcuna squadra straniera operativa e neanche addestrativa” in questo paese e “nessun soldato uzbeko combatterà mai in guerre e territori stranieri”.

Commenta, acidulo, un esperto russo, Vladimir Zharikhin, dell’Istituto sulla Confederazione degli Stati Indipendenti che la notizia non è la migliore possibile per la Russia, che avrebbe preferito, e ha anche premuto, per una cooperazione più stretta con l’Uzbekistan all’interno della peraltro finora assai lasca Organizzazione di cooperazione di sicurezza della Confederazione. In effetti, dopo che sarà completato il ritiro delle truppe americane dall’Afganistan, ribadisce la stessa preoccupazione già avanzata da Putin questo commento, “lo stato della sicurezza in tutta l’area potrebbe complicarsi parecchio dal 2014(RT-RIA Novosti/Mosca, 30.8.2012, Uzbekistan bans foreign military bases L’Uzbekistan bandisce tutte le basi militari straniere http://rt.com/politics/uzbekistan-military-base-ban-956).

STATI UNITI

●Dopo metà agosto, Standard & Poor’s colpisce anche l’economia americana: le probabilità che gli Stati Uniti ricadano in recessione sono salite, dal 20% che l’agenzia di rating aveva stimato a febbraio scorso al 25% di oggi. Dai primi mesi dell’anno l’attività economica ha frenato e le conseguenze di riflesso della crisi in Europa o di un atterraggio duro dell’economia in Cina – anche se quest’ultimo, dice S&P’s, è sempre meno probabile di una nuova scivolata in America, comunque  rende più incerte qui le previsioni future (Yahoo!Finance, 22.8.2012, Risk of US double-dip recession rises: S&P Il rischio di una doppia recessione aumenta: S&P’s http://sg.finance.yahoo.com/news/risk-us-double-dip-recession-171240267.html).

●Aumentano di qualche decina di migliaia di unità i posti di lavoro creati in luglio, sui 160.000 addetti— e, dicono i democratici, che ciò dimostra come funzioni la ricetta di Obama contro la disoccupazione; ma aumenta anche in un mese, dall’8,2 all’8,3%, il totale della disoccupazione ufficiale— e i repubblicani a dire, naturalmente, che ciò testimonia invece del fallimento della politica del governo. Che è responsabile ma solo per aver fatto troppo poco, non certo troppo per promuovere il lavoro. E’ uno strano, Obama, uno che fissa sempre alti tutti i suoi obiettivi in ogni campo, in politica estera (la pace in Palestina per due Stati e due popoli, il disarmo nucleare globale, la fine delle guerre americane…) e in casa (la piena occupazione, l’uguaglianza non solo nominale dei diritti ma anche concreta delle opportunità…)

E poi li raggrinzisce e, addirittura, li deforma o li nega tutti, procedendo a fare nulla o quasi e al rallentatore poi, ormai da quasi quattro anni (1) New York Times, 3.8.2012, C. Rampell, Pace of Hiring Rose in July, but Jobless Rate Ticked Up— il ritmo delle assunzioni è salito a giugno, ma è salito anche il tasso [ufficiale, e di più quello effettivo ] di disoccupazione  ▬ http://www.nytimes.com/2012/08/04/business/economy/us-added-163000-jobs-in-july-jobless-rate-ticked-up.html?ref= global-home; 2) Bureau of Labor Statistics (BLS), 3.8.2012, USDL-12-1531, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm).

Fa notare un istituto di ricerche specializzato e realmente indipendente sul mercato del lavoro che il “ritmo di crescita dell’occupazione che va avanti ormai da un anno e mezzo, in media 150.000 nuovi posti ogni mese, è appena sufficiente a tenere il passo della crescita demografica ma che,  per abbassare in modo significativo la disoccupazione, dovremmo a quel ritmo aspettare per lo meno un decennio prima di ritornare a una situazione” sul 4-5% di senza lavoro, a un livello considerato qui tradizionalmente “di piena occupazione”, la percentuale ritenuta “naturale”, insomma normale.

E’, finalmente, calata nel mese la percentuale di senza lavoro che lo restano per più di sei mesi di seguito, ma resta molto elevata in assoluto, intorno al 40% della forza lavoro quando era appena al 17% subito prima della recessione. E cala ancora in aprile al 63,6% il tasso di partecipazione al lavoro, quando sempre a inizio recessione, nel dicembre 2007, era al 66%: cioè, sono ben 3,8 milioni i lavoratori e lavoratrici che mancano al conto della partecipazione totale che ci sarebbe stato in condizioni di pre-recessione.

E il grafico qui sotto rappresenta nel tempo, di tre anni in tre anni, a partire dal 1973 ad oggi, aggiornato al 3 agosto 2012, il dato della disoccupazione riflesso in colori diversi per le tre etnie principali rappresentate nella platea americana del lavoro dipendente (lavoratori/rici di più di 16 anni).

   

Le disparità etniche e razziali nel tempo: restano tutte, in America (e, certo, non solo…)  (grafico)

 

Dipendenti  bianchi

Dipendenti  ispanici

Dipendenti  neri

Fonte: Bureau of Labor Statistics, 8.2012, Current population survey, public data series1973-2012/raccolti negli Economic Indicators dello Stato dell’America al lavoro, EPI, Wash., D.C. (http://stateofworkingamerica.org/economic-indicators).       

Dicono gli esperti – da prendere sempre con le molle anche quando, di raro, quelli ufficiali non sono granché ottimisti – che il tasso di occupazione non risalirà agevolmente neanche nel resto dell’anno. Il fatto è che la produzione sembra tornata al livello del dicembre 2007, prima dell’inizio della recessione, ma che lo fa con cinque milioni di unità di lavoro in meno.

Sono entrati al posto loro spesso i robot, ma molti sono stati rimpiazzati da altri lavoratori condannati ad almeno dieci ore al giorno, ogni settimana senza più vacanze e ferie, diventate un lontano ricordo e l’ora di pranzo spesa a lavorare mangiando al volo un panino. Insomma, nel paese dove la destra parla di un nuovo presidente che abbatterà ogni laccio e lacciuolo al lavoro, il presidente in carica e, probabilmente quello che per fortuna – a paragone, certo: niente di meglio e di più – tornerà ad esserlo, ha lasciato nei fatti smantellare le difese del lavoro organizzato e il potere residuo del sindacato.

Qui, come stanno cercando di fare da noi, tra deregolamentazione selvaggia e liberalizzazioni portata avanti anche con la complicità non sempre ignara e innocente della stessa politica amica ma sempre pagata dall’avversario e perfino delle organizzazioni nate storicamente per difendere il lavoro salariato, i sindacati che dovevano solo resistere allo smantellamento delle difese del mercato del lavoro, hanno anticipato tutto.

Aveva scritto sessant’anni fa il grande sociologo e storico del lavoro e del diritto del lavoro nato in Ungheria e diventato poi cittadino americano, Karl Polanyi[7], che il sindacato è nato, e viveper interferire nelle leggi dell’offerta e della domanda e, nella misura del possibile, rimuovere tutto quel che riguarda il lavoro umano dall’orbita del mercato”. Parole sacrosante e valide oggi come lo erano ieri e compito per svolgere il quale il sindacato resta necessario finché, facendo questo che è il suo mestiere, resta utilmente in vita.

●Intanto, il candidato alla presidenza dei repubblicani, Mitt Romney, ha scelto prima di metà agosto il vice che, una volta designato formalmente alla Convention del 27-30 del mese a Tampa, in Florida, formerà con lui il cosiddetto ticket— biglietto, letteralmente, del GOP (Grand Old Party grande vecchio partito, anche se lo chiamano così: ma grande, poi! e vecchio, nato com’è solo con Abraham Lincoln…).

E’ il deputato Paul Ryan, probabilmente la scelta più a destra che nel suo partito, estremamente di destra in termini economici e culturali già di per sé, fosse possibile. Della sua designazione sembrano essere molto contenti alla base del partito… quello di Lincoln e di Eisenhower ma dove Reagan e Bush sono ormai considerati essi stessi dei moderati e si sopravvive soltanto schierandosi più a destra di Gengis Khan.

E, per gli stessi motivi – perché è così a destra: il taglio completo delo Stato sociale, il rilancio sfrenato del militare e dell’America first – qualsiasi ne sia poi il costo e l’avventurismo – tanto da far risaltare il senso di responsabilità e il moderatismo di Obama. A questo punto l’avversione del GOP per il Medicare – il programma pubblico di sostegno sanitario agli anziani, popolarissimo, com’è ovvio, anche tra i repubblicani anziani – può diventare il fulcro intorno al quale si gioca questa elezione: e favorire – al di là delle fisime ideologiche – Obama (The Economist, 24.8.2012, The man with the plan L’uomo col piano [di tagliare tutta la spesa pubblica e le tasse… specie, si capisce,  quelle dei ricchi perché – dice – sono loro che investono e – dice – garantiscono la crescita] ▬ http://www.economist.com/node/21560556)

●Alla fine della Convention una comparazione obiettiva (non un’interpretazione: parola per parola, proprio una letta lì accanto all’altra) dei contenuti della piattaforma programmatica di oggi, 2012, e di quella che portò nel 1980 alla designazione di Ronald Reagan attesta di enromi passi ideologici proprio all’indietro: su tematiche – e sono soltanto esempi specifici – come diritto all’aborto, all’ambiente e all’istruzione pubblica da tre sì, in effetti, siamo passatio a tre no secchi e senza condizioni che, se passassero, porterebebro indietro socialmente e, secondo noi almeno, economicamente l’America non di trenta ma anche di cinquant’anni e più. Perché già negli anni ‘50 e ‘60, i repubblicani erano molto più avanzati: con Eisenhower e Nixon di quanto lo siano questi qui di Romney e Ryan (New York Times, 28.8.2012, M. Cooper, Platform Sharp Turn to Right has Conzservatives Cheering ▬ http://www.nytimes.com/2012/08/29/us/politics/republican-platform-takes-turn-to-right.html?_r=1)

Ci sono atti di fede reazionari che da noi farebbero sorridere, tanto per dire, forse perfino i grulli della destra nostrana (nessun limite alla vendita di armi automatiche anche pesanti a qualsiasi cittadino e appoggia, e anzi chiede, l’esposizione obbligatoria dei Dieci comandamenti in tutti gli uffici pubblici          

● Romney vs Obama: il nulla e le gaffes di là e, di qua, l’economia (vignetta)

Foto: The Economist, 3.8.2012, KAL                       E’ una corsa serrata!

●Sono emerse indicazioni di un rimbalzo nel mercato edilizio. La vendita di case – escluse le nuove – a luglio, e a paragone con lo stesso mese dell’anno prima, è cresciuta del 10,4% e il prezzo medio è salito del 9,4, a $187.300 (sulla costa occidentale, l’aumento è stato più che doppio, al 25%.  (The Economist, 24.8.2012). E’ un segnale importante che potrebbe segnalare un inizio di ripresa significativo ma deve trovare riscontro, prima di farsi davvero rassicurante, anche in un rilancio di costruzioni e di vendita di nuove abitazioni.   

●E’ la ponderata opinione di Vladimir Vladimirovič Putin, che critica duramente la decisione americana, che le forze statunitensi e quelle della NATO che hanno scelto di affiancarsi a loro in Afganistan dovrebbero restarci finché non hanno finito il lavoro improvvidamente cominciato. Oltre la scadenza annunciata, cioè, del 2014.

Il ritiro, che dovrà cominciare all’inizio del 2013, lascerebbe infatti tutta l’Asia centrale, la regione immediatamente a Sud della Russia, esposta alla violenza del militantismo estremista islamista e al traffico di droga: riconsegnando l’Afganistan ai talebani o, in alternativa, e magari insieme, anche ai vecchi signori della guerra, della coltivazione dell’oppio e del narcotraffico.

E’ deplorevole – ha pontificato Putin – che tanti partecipanti all’operazione stiano pensando ora ad andarsene al più presto. S’erano fatti carico di quello che, con linguaggio antico e desueto chiamavano il fardello della civiltà da portare a quei popoli a ogni costo  e dovrebbero continuare a portarlo avanti fino a compito esaurito”.

Putin lancia questo messaggio a un raduno di paracadutisti nella città di Ulyanovsk, sul Volga, a 900 km. ad est di Mosca. Se, quando se ne andranno, non ci sarà ordine in Afganistan i nostri confini meridionali saranno in subbuglio e per tenerli sotto controllo c’è poco da affidarsi alla leadership attuale di quel paese. Quel po’ di controllo che c’è, al momento, sta tutto sulle spalle dei contingenti NATO. “E’ per questo che anche noi li stiamo aiutando. Ma noi, lì, abbiamo già combattuto. Adesso sono loro ad essere voluti andare e sono loro a doverci ora combattere… Ma la cosa, è chiaro, è anche nel nostro interesse. Certo, su moltissimi altri fatti ed eventi la pensiamo diversamente. Abbiamo approcci, opinioni, interessi diversi.

La NATO”, in sé e per sé, “è e resta un rigurgito della storia, un ritorno di acidità nell’esofago dal passato, dai tempi della guerra fredda. Ma in altri campi, nella lotta alla pirateria sui mari, contro il terrorismo internazionale, contro il crimine organizzato, possiamo lavorare insieme. Sempre seguendo i nostri interessi nazionali”, ha ricordato Putin, già spia del KGB’. L’articolo è firmato per l’Agenzia Reuters, da una giornalista veterana, Gabriela Baczynska: che si è specializzata ormai negli articoli anti-Putin, proprio ad personam.

Anche qui, non è che sollevi problemi o dubbi sull’analisi di Putin, Baczynska; non è che dica come e quanto sia sbagliata o incongrua; non che magari senta il bisogno di denunciare il cinismo del presidente… No, a lei che conosce il pubblico suo americano di bocca buona, basta demonizzarlo aggiungendo, dove non è di alcuna rilevanza ovviamente, che era uno del KGB!

Anni fa scriveva regolarmente di Bush, figlio e padre: e ci fosse stata una volta, una sola, che abbia sentito la necessità di richiamare il fatto che Bush padre a suo tempo fu, addirittura, il capo dei capi di tutte le spie, il capo della CIA… (New York Times, 1.8.2012, Reuters, NATO Should Finish Job in Afghanistan, Putin SaysLa NATO, dice Putin, dovrebbe completare il lavoro cominciato in Afganistan http://www.nytimes.com/reuters/2012/08/01/world/asia/01reuters-russia-nato-afghanistan.html?ref=global-home).

 Però è vero. E facile dirlo adesso che ci stanno gli americani lì in prima linea. E in seconda e anche  in terza, ormai, come nelle retrovie… visto che ogni giorno aumentano i soldati americani ammazzati a tradimento dai soldati in divisa dell’esercito afgano che non li sopportano più e, da tempo, non ne sono sopportati a vicenda.

Dice bene il cartoon icastico che qui riproduciamo a seguire, sugli addestratori americani che restano lì ancora a formare le truppe del nuovo esercito afgano. Dice tutto…

● L’obiettivo? Ammazzare il nemico… Già. ma chi è? (vignetta)

Ma, prima, OK, per prima cosa definite ‘ il nemico’

Fonte: IHT, 23.8.2012, P. Chappatte

●Verso fine agosto, il comandante della coalizione militare NATO in Afganistan, gen. John R. Allen, spiegando alla stampa che gli “incidenti” mortali e ormai quotidiani che vedono soldati afgani trucidare e venir trucidati da GI’s americani, sono dovuti anzitutto… allo “stress” del digiuno del Ramadan sulle “reclute indigene”, ha proclamato che, a veder bene, la coalizione sta vincendo la guerra.

Infatti, solo dieci dei 405 distretti che suddividono le 34 province del paese, sono quelli ancora coinvolti, ha detto, dalla violenza armata. E ha fatto i nomi: Sangin, e in particolare i suoi distretti di Nahr e Sarraj, più Pol-el-Alam nella provincia di Lowgar e i distretti di Maiwand, Panjwai e Zherai in quella di Kandahar e ancora Nowzad, Musa Qala, Kajaki, Nad e Ali…

Ora, questa lista fatta da Allen è pura panzana e non è affatto una misura di progresso effettivo. Qualche anno fa, fra quelli che lui avrebbe considerato i distretti “peggiori” di questa lista, non ci sarebbe stato solo Pol-el-Alam e, invece, sarebbero state incluse le province di Paktia e Paktika… In altri termini, questo elenco è proprio una lista d’accusa contro tutta una policy e una fallita strategia militare. In quattro e più anni non è stata sostanzialmente davvero ridotta la volatilità del controllo di una dozzina almeno di province nel Sud del paese e di quella dozzina di distretti che, al loro interno, hanno sempre rappresentato, e ancora rappresentano, il cuore dell’insurrezione (Salon.com, 23.8.2012, (A.P.), R. Burns, Rebel Attacks in Afghanistan, TodayGli attacchi dei ribelli in Afganistan, oggi http://www.salon.com/2012/08/23/afghan_insider_attacks).

Gli almanacchi delle Nazioni Unite di una ventina di anni fa, quando ancora non si trovavano direttamente sul web ma erano stampati, registravano che la popolazione afgana pashtun aveva profondi e storici legami con Pakistan e Iran. L’Afganistan vent’anni fa con la caduta della presenza sovietica era un paese ad altissima disoccupazione che mandava i suoi uomini a lavorare a ovest, appunto, verso Isfahan, Teheran e Qom, e a est, in direzione di Karachi e Lahore.

I pashtun andavano e poi tornavano sempre non appena migliorata la loro condizione lungo canali clandestini ma consolidati, ufficiosi epperò noti a tutti di trasferimento che passavano da tute el province di confine, Helmand, Kandahar, Lowgar. E quando arrivò nel 2001 l’invasione americano-inglese le popolazioni pashtun contrarie al regime di Kabul e agli stranieri si spostarono nelle province che sfuggivano alla loro preponderante presenza. E ora, andandosene via gli occupanti, ritornano. E così che l’Afganistan è sopravvissuto per secoli fosse il nemico la siccità o una delle tante – e tutte fallite – invasioni straniere.

L’Afganistan, paese senza sbocchi al mare, è una componente di un sistema multi-nazionale, con le sue regioni settentrionali e meridionali delimitate dall’Hindu Kush, la catena montuosa dell’Afghanistan e della frontiera del Nord-Ovest e delle Aree tribali del Pakistan: la propaggine occidentale delle catene del Pamir, del Karakorum e dell’Himalaya. Insomma, e per capire, nessuna guerra è vincibile in Afganistan se, insieme, non viene vinta anche in Pakistan, ma anche nell’Iran orientale e in tutte le regioni meridionali dei paesi che in quella zona hanno alla fine del nome il suffisso “stan”: Turkmenistan, Tajikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e, appunto, Pakistan oltre all’Afganistan.

Il primo a capirlo e a dirlo – senza che poi gli altri generali (mongoli, indiani, inglesi, russi e americani, giù giù fino al colonnello comandante della italiana Folgore) che dopo di lui provarono, fallendo, a conquistare l’Afganistan, lo riconoscessero mai così lucidamente – fu Alessandro Magno, il macedone, nel IV secolo a.C. Qui, e ancora una volta per l’ennesima volta, il commento del gen. Allen è solo l’attestato del fallimento di quest’ultima conquista militare che, in un decennio è costata milioni di vite e trilioni di dollari, con l’ovvia conclusione che la leadership statunitense, sia militare che politica ha dimostrato anch’essa di non sapere come condurre una guerra di contro- insorgenza.

Quella che, a modo loro, con metodi altrettanto spicci, hanno fatto di certo con maggiore successo, invece, negli ultimi decenni Sri-Lanka e India. Un’esperienza che forse sarebbe stato meglio consultassero gli strateghi delle superpotenza di oggi, così come sarebbe stato meglio se nelle loro esaltate scuole di guerra avessero letto più delle tattiche del gen. Kutusov che della blitz krieg del maresciallo Rommel e delle considerazioni di Sun Tse, prima, sulle guerre di insorgenza e poi della Vita di Alessandro che scrisse Plutarco oltre venti secoli fa: rispetto proprio alla campagna bellica, l’unica, quella di Battria (l’antico nome dell’Afganistan) che, ci racconta, egli perse (US Dep.t of Defense, Office for Public Affairs, conversation with John R. Allen, Lt. Gen., Commander in Chief ISAF, News Briefing Conferenza stampa http://www.defense.gov/transcripts/transcript.aspx?transcriptid=5105).        

●Nel frattempo, si viene a sapere che l’Arabia saudita di recente ha instaurato colloqui e veri e propri negoziati con i capi dei talebani e i leaders afgani di Hizb-i-Islami, alcuni dei quali hanno da tempo anche loro colloqui con gli americani, per esplorare come Riyāḍ possa “efficacemente partecipare al processo di conciliazione”. Fino a ieri, l’Arabia saudita rifiutava di coinvolgersi coi talebani senza una loro prioritaria denuncia di al-Qaeda, ma oggi lascia cadere questa pregiudiziale (The Express Tribune/Karachi, 24.8.2012, Tahir Khan, Afghan reconciliation: Saudis spring into action in face of US-Taliban impasse La riconciliazione afgana: davanti all’impasse US-talebani, i sauditici provano loro passano all’azione http://tribune.com.pk/story/425491/afghan-reconciliation-saudis-spring-into-action-in-face-of-us-taliban-impasse).

●In conclusione: come è noto, Barak Obama ha annunciato – e la NATO ha subito doverosamente, immancabilmente, annuito – che le forze della coalizione lasceranno del tutto l’Afganistan entro il 2014. Checché, per le sue ragioni, ne venga dicendo il russo Putin… Ma i fattori dell’inesorabile legge sull’eterogenesi dei fini – contro l’America e i suoi desiderata strategici: dovuta alla spesso sofisticata capacità di analisi ma sempre ingenua e rozza capacità di sintesi per arrivare a comprendere motivazioni e ragioni del potenziale avversario – sono sempre in agguato

E alla fine impongono quasi sempre, rispetto alle previsioni più razionali e “scientificamente” studiate, sviluppi catastrofici per gli obiettivi che l’America – i suoi think tanks, i suoi panels, i suoi staff tecnici e i suoi decisori politici reali – quella contraddittorietà dei mezzi rispetto ai fini che da decenni manda in frantumi qualsiasi finalità si sia ripromessa di raggiungere l’America— dalla Corea, al Vietnam, all’Iraq, all’Iran, all’Afganistan…

Qui, oggi, con una sicurezza in continuo deterioramento, l’inaffidabilità e l’incontrollabilità – dal punto di vista della NATO – di larga parte della polizia e dell’esercito afgano (quasi tutti pashtun, cvomr la gran parte dei ribelli – e la presenza sempre incombente in tutto il territorio dei talebani, sia afgani che pakistani, si intravvedono tuti gli elementi che possono forzare la mano e rovesciare una ritirata pianificata in una rotta magari al rallentatore ma assolutamente caotica.

E la sordina è la reazione, unica in occidente, al profilarsi di questa catastrofe, quella che c’è in America, del resto, con Obama che non ne parla mai in campagna elettorale e il suo avversario nemmeno: anche qui, come per la crisi finanziaria e economica, quasi delega agli esperti e ai tecnici che, con la complicità dei politici in questa situazione ci hanno tutti affondato.

Scrive su un’importante rivista specializzata, una delle più libere e meno convenzionali e anche per questo tra le più professionali e professionalmente apprezzate, un professore che a Harvard insegna relazioni internazionali: “Ve lo ricordate che esiste ancora la guerra in Afganistan? Ricordate? quella che avevano definito la ‘guerra buona’, in opposizione a quella immotivata in Iraq, quella combattuta in risposta all’attacco di al-Qaeda del’11 settembre e al rifiuto all’intimazione sommaria” e, a quel punto, anche senza prove di Bush, “ai talebani di consegnargli bin Laden: Ricordate? In seguito l’invasione e l’occupazione vennero giustificate, a turno da tante diverse motivazioni: 1. dal bisogno di prevenire la formazione di altri santuari del terrorismo internazionale; 2. dal desiderio di liberare le donne afgane; 3. dall’imperativo di portare a una società tribale e pre-medioevale la democrazia e una ‘governance’ di tipo moderno: e. 4., come sempre, dfaslòa necessità di mantenere la ‘credibilità’ dell’America”           

Nessuno di tutti questi obiettivi, conclude Walt, è stato raggiunto (Foreign Policy, S. M. Walt, 14.8.2012, Why isn’t anyone talking about Afghanstan? Perché nessuno parla dell’Afganistan? http://walt.foreignpolicy.com/posts/2012/08/14/the_lessons_of_afghanistan). La politica afgana sta andando a rotoli, se già non ci è andata, e a credere che la NATO si lascerà dietro un ectoplasma di Stato che riesca a funzionare non c’è più nessuno. Neanche a parlare, ovviamente, di una democrazia liberale minimamente moderna. Da noi, per dire, non arrivano più a sostenerla neanche (forse?) i boccaloni alla Piero Ostellino...

Ora, quando all’America sarà passata anche questa sbornia elettorale – e anche se ci sarà, come malgrado lui stesso è probabile, la soluzione migliore, cioè quella di un pessimo presidente rieletto al posto di un pazzo irresponsabile e socialmente criminal-criminogeno –,  diciamo al principio dell’anno prossimo e sempre che non sia nel frattempo scoppiata una catastrofe ancora più immane dalle parti del Medioriente sempre, magari, per l’eterogenesi dei fini – col tentativo di isolare l’Iran che ha solo incoraggiato una politica suicida cone quella di Netanyahu a scatenarsi – faremmo meglio tutti – diciamo qui noi – italiani, tedeschi, francesi – tutti quelli che ancora restano lì in Afganistan con gli americani – a preoccuparci che non vada fuori controllo una situazione che ci si sta comunque avviando.

Bisogna rovesciare il tavolo, ormai, proprio per poter riprendere il gioco.

●In Turchia, malgrado resistenze – ora non più dichiarate ma concrete e anche esplicite – il Supremo Consiglio militare ha obbedito al governo e ordinato il 4 agosto di dimettersi dal servizio attivo a 55 generali e ammiragli, 37 dei quali erano sotto inchiesta per aver complottato, tentato e in parte anche cominciato ad attuare anni fa un golpe contro il primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Si tratta di diversi pensionamenti così mascherati e forzati in mezzo a una ventina di normali e programmatici ritiri, messi tutti insieme per non arrivare a un processo, secondo le esigenze avanzate dalla FF. AA. e accettate da Erdogan stesso (Today’s Zaman/Istanbul, 7.8.2012, E. Sonkan, Turkey's top military council forces all jailed generals to retire Il massimo organo militare obbliga alle dimissioni tutti i generali incarcerati http://www.todayszaman.com/news-288612-turkeys-top-military-council-forces-all-jailed-generals-to-retire.html).

●Con una decisione inaspettata, e adesso sotto la lente di ingrandimento degli osservatori, specie di quelli americani, il Custode delle due Sacre Moschee, re Abdullah bin Abdul-Aziz,  re dell’Arabia saudita ha personalmente invitato – e fatto sapere di aver ufficialmente invitato – il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad a recarsi, per il vertice di emergenza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica che si terrà il 26-27 del mese di Ramadan, cioè a metà agosto, alla Mecca presso la Fondazione per l’infanzia islamica bisognosa di Makkah Al-Mukarramah (Iran News Agency, IRNA, 4.8.2012, S Arabia invites Ahmadinejad to Mecca summit L’Arabia saudita invita Ahmadinejad al vertice della Mecca http://irna.ir/News/Politic/S-Arabia-invites-Ahmadinejad-to-Mecca-summit/80260276).

Il Gabinetto di Ahmadinejad non annuncia subito una decisione, riservandosi la risposta quando avrà decifrato, forse, il senso vero, politico, di un invito che appare quanto mai inusitato (come custode delle due Moschee, Abdullah è tenuto a lasciarle visitare in pellegrinaggio a qualsiasi mussulmano, ma non è certo tenuto a invitarlo lui e tanto meno a farlo in veste ufficiale…). E l’invito era di sicuro inatteso in questo momento di massime tensioni tra i due paesi su tutto: dalla Siria al rapporto col Grande Satana di qua e il SuperAlleato di là, al nucleare e alle questioni della sovranità nazionale.

Ora, prima di accettare formalmente l’invito, Teheran  vorrebbe sapere qual è l’agenda del vertice: se Abdullah  consentirà a trattare  anche della crisi  in Bahrain[8] che all’Iran sta a cuore, o se punta

Casa Saud: “Dignità in Siria…, Libertà in Libia… ma…”  (vignetta)

Minoranza sciita in Arabia saudita    Bahrain  … ma pace a casa mia!

Fonte: K. Bendid, 21.8.2012

praticamente solo a discutere di come appoggiare la rivolta in Siria: se fosse così, l’invito sarebbe ugualmente accettato ma a un livello inferiore, con la specifica, effettivamente avanzata poi, che Teheran c’è “per discutere degli sviluppi preoccupanti che si vanno verificando in tanti e diversi paesi islamici”: e non certo, cioè, solo in Siria (The Star/Beirut, 6.8.2012, Reuters, Iran's Ahmadinejad to attend Syria summit in Saudi Arabia L’iraniano Ahmadinejad sarà presente al vertice sulla Siria in Arabia saudita  ▬ http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2012/8/6/worldupdates/2012-08-06T101811Z_1_BRE8750E6_RTRO PTT_0_UK-IRAN-SAUDI&sec=Worldupdates).

Però l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica – come Ahmadinejad del resto ben sapeva – è uno strumento inventato, finanziato e strutturato, del tutto dipendente dal regno saudita e l’incontro di Riyāḍ si conclude come non avrebbe non potuto: con la condanna della Siria e soltanto della Siria e la sospensione della Repubblica Araba Siriana dall’adesione.

Il ministro degli Esteri saudita Saud al-Feisal ha ancora una volta ripetuto, come da copione, che sarebbe “una splendida idea dare più armi ai ribelli siriani”, come già fa da mesi, ma il segretario generale dell’Organizzazione, l’accademico turco Ekmeleddin Ihsanoglu, ha tenuto a concludere nel discorso di chiusura del vertice di non aver constatato, però, “un grande sostegno per l’idea di un intervento militare esterno” in Siria.

E il ministro degli Esteri di Teheran, Ali Akbar Salehi, prima di abbandonare il vertice in anticipo, come aveva già fatto Ahmadinejad dopo che re Abdullah, pur avendo voluto affiancarselo inaugurando l’incontro aveva lasciato che gli rifiutassero poi la parola “secondo le regole procedurali dell’ordine di intervento previsto dall’alfabeto arabo” è intervenuto per denunciare “la violazione della regola procedurale e politica dello statuto dell’OCI” con la sospensione di un paese aderente discussa e votata in sua assenza (Reuters, 16.8.2012, Asma Alsharif, Organization of Islamic Cooperation suspends Syria L’Organizzazione per la Cooperazione Islamica sospende la Siria http://www.reuters.com/article/2012/08/16/us-syria-crisis-islamic-summit-idUSBRE87E19F20120816).

●Anche il presidente egiziano Mursi, che alla fine dopo qualche esitazione ha deciso di partecipare personalmente al vertice islamico, svolge un intervento curioso, a metà tra il pio – o se volete il lagnoso – e l’indignato. Aveva egli stesso appena ordinato e fatto, con spietata efficienza stavolta, eseguire il bombardamento dei suoi ribelli estremisti islamisti nel Sinai per i loro attacchi alle forze di sicurezza; e, qui, la condanna voluta dai sauditi e dagli americani alla repressione di Assad come tale rifiuta di pronunciarla.

Ma dice, alla fine, che l’unica soluzione possibile alla crisi viene da una stretta cooperazione tra Arabia saudita, Turchia, Egitto e Iran e che comunque ormai è ora che in Siria “cambi il regime”— qualsiasi cosa ciò poi voglia precisamente dire (Ahramonline/il Cairo, 15.8.2012, Egypt's Morsi calls for Muslim alliance to solve Syria crisis at OIC Summit Al vertice OCI l’egiziano Mursi invoca un’alleanza islamica per risolvere la crisi siriana ▬ http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/140/50469/Egypt/First--days/Egypts-Morsi-calls-for-Muslim-alliance-to-solve-Sy.aspx).

●Un po’ più chiaro, anche se ancora trasparente per niente se non in linea di principio, diventa il segnale che dopo il vertice lancia la presidenza egiziana attraverso un suo portavoce: dice che la continuità del regime siriano non è più all’evidenza accettabile, ma ribadisce di restare totalmente contrario a ogni interferenza militare negli affari interni siriani, perché aumenterebbe sicuramente la violenza degli scontri attuali. E chiarisce anche che non è ancora prossima la ripresa piena dei rapporti diplomatici tra Egitto e Iran (Stratfor, 24.8.2012, Egypt: Presidency Rejects Continuation Of Syrian Regime Egitto: la presidenza respinge la continuazione del regime siriano http://www.stratfor.com/situation-report/ egypt-presidency-rejects-continuation-syrian-regime).

 

●Intanto, l’Iran rende noto – lo dichiara il ministro della Difesa, Ahmad Vahidi – di aver sperimentato “con successo” un suo missile balistico a corto raggio (300 km. dal punto di lancio, il Fateh— Conquistatore 110 di quarta generazione), dotato soprattutto di un nuovo sistema di guida inerziale e elettronico che sta progettando, dice, di installare in futuro su tutti i suoi missili (Swissinfo.ch, 4.8.2012, Iran test fires short-range missile with new guidance system— L’Iran sperimenta un missile a corto raggio con un nuovo sistema di guida http://www.swissinfo.ch/eng/news/international/Iran_test_fires_short-range_missile_with_new_guidance_system.html?cid=33243510).

●Sull’ultra vexata quaestio del solito minacciato  attacco autunnale di Israele all’Iran, scrive adesso un commentatore americano, ebreo e filo-israeliano ma che ama ragionare sui fatti e non sugli isterismi o le paure soltanto e che vale la pena di riportare. Dopo aver sintetizzato le ragioni politiche e tecniche, per lo meno fa un cenno anche a quelle morali – è giusto o no, oltre che dannatamente rischioso, mettersi a bombardare un paese che non ti ha attaccato? – solo qualcuno in Israele dove, per fortuna, esistono ancora persone che sollevano il tema con forza (Haaretz, 3.4.2012, David Grossman, As Netanyahu pushes Israel closer to war with Iran, Israelis cannot keep silent Noi israeliani non possiamo starcene in silenzio mentre Netanyahu spinge Israele sempre più vicino alla guerra con l’Iran http://www.haaretz.com/opinion/as-netanyahu-pushes-israel-closer-to-war-with-iran-israelis-cannot-keep-silent.premi um-1.455672).

Non possiamo starcene in silenzio, dice Grossman, il cui figlio è stato ucciso combattendo per Israele durante l’invasione del Libano del 2006, un’avventura contro la quale lui stesso si era schierato. Non è questo è che assilla anche i più ragionevoli tra gli amici americani di Israele, come un acuto osservatore di origine israeliana ma cittadino americano come Roger Cohen. Che èperò, riferendosi solo alla parte pragmatica del suo stesso filone di ragionamento annota come “un attacco unilaterale di Israele all’Iran sarebbe un disastro. Lo unirebbe saldamente in una furia unanime contro gli aggressori e consoliderebbe la Repubblica islamica al potere almeno per una generazione; fornirebbe un bel sostegno al traballante regime siriano; radicalizzerebbe tutto il mondo arabo” per non dire di tutto il mondo islamico, “in un momento di transizione delicatissima; accenderebbe con gli Hezbollah il confine del Libano;rilancerebbe Hamas…

   …e metterebbe in pericolo le truppe americane che restano nella regione; costituirebbe una miccia accesa per il terrorismo; farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio; farebbe barcollare un’economia globale che già è tanto vulnerabile; innescherebbe una guerra a scala della regione; offrirebbe all’Iran un’ancora di salvezza proprio quando pare che le sanzioni comincino a mordere; aggiungerebbe alla faida storica del mondo arabo contro Israele una faida persiana che mai sarebbe più dimenticata; e, al meglio, potrebbe forse frenare ma al massimo per un paio d’anni le ambizioni nucleari dell’Iran, al peggio accelerarne invece i programmi spingendoli a farsi la bomba in gran fretta, mandando via dal paese gli ispettori della AIEA”.

   E naturalmente – ma  questo lo aggiungiamo noi: strano che al pragmatico Cohen non sia venuto in mente – non solo spaccherebbe il Consiglio di sicurezza del’ONU ma anche verticalmente tutto l’occidente (che non è solo l’America o l’Inghilterra…)

   “No forse neanche questo disastro costituirebbe una minaccia all’esistenza stessa di Israele— una frase anche troppo consunta ormai. Ma costituirebbe un errore strategico, devastante. No, non lo fare, Bubi! E io non dico questo con leggerezza. Tutti i discorsi che girano in Israele sulla distribuzione delle maschere antigas riflettono una paura reale in Israele [quelli che girano a Teheran, minacciata da mesi da minacce di guerra unilaterale non hanno rilevanza, ovviamente per l’A.] anche se sono alimentati artatamente.

   Ma Israele deve tenere a mente che nessun presidente americano può accettare che l’attuale regime del’Iran diventi atomico. E Obama, su questo punto, è stato esplicito [ma se, forse, è nel potere che ha Obama – forse… – non accettarlo non è che ciò ipso facto sia un diritto di Obama]. L’Iran non sta arricchendo l’uranio, come sostiene, per un reattore di epica disfunzionalità che produca energia [come il Giappone, no? quanto a epica disfunzionalità… ma, del Giappone, l’America si fida e, comunque, non  sono fatti suoi… e, poi, tanto disfunzionale a produrre energia elettrica quello iraniano sarebbe così capace di produrre bombe?!? o è che il Giappone è sempre docile verso l’America e l’Iran no?].

   Ma è anche vero – scrive sempre Cohen – che l’Iran non ha ancora assiemato tutti i componenti necessari a fare una bomba. Se mai prendesse la decisione di farlo io mi aspetto che la risposta militare americana sarà rapida e devastante. La scelta saggia di Israele è perciò la pazienza”.  (New York Times, 16.4.2012, R. Cohen, Israel’s Iran ItchIl prurito iraniano di Israele http://www.nytimes.com/ 2012/08/17/opinion/israels-iran-itch.html).

Com’è che l’osservatore che scrive questa nostra Nota non si sente, poi, per niente rassicurato nel sapere che Israele potrebbe delegare la decisione di bombardare o no Teheran all’America? Non c’è neanche un cenno  come vedete, alla questione etica o, anche solo, a quella di diritto. “Obama è stato esplicito”, registra Cohen, raccomandando a Israele di pazientare. E tanto basta…

Sullo stesso tema tornano ossessivamente a scrivere in Israele, sull’attacco da molti ma non da tutti auspicato – e come congiunto, poi – preventivo israelo-statunitense all’Iran, E arrivano alcuni nuovi input di qualche rilievo.

Anzitutto è Mosca a mettere le mani avanti con gli USA adesso sull’Iran. Non parla dell’attacco militare preventivo che credono ancora impensabile, lì. Per quel poco che potrà servire – specie avvoltolato nel linguaggio soft di una diplomazia tutto sommato ipotetica e poco tagliente – così lancia un ammonimento che comunque vuol far sentire prima che ancora una volta gli Stati Uniti agiscano da soli, una dichiarazione del ministero degli Esteri rende noto come “ulteriori sanzioni unilaterali” americane che tentassero di ostacolare transazioni di compagnie russe con l’Iran sarebbero sicuramente dannose per i rapporti tra i due paesi. Che a Mosca ancora risultano, fino a prova contraria, stare sensatamente a cuore anche a qualcuno a Washington.

La Russia, dice il ministero – noto a tutti come uno degli Stalinskie Vysotki, i sette edifici di Stalin, i sette grandi grattacieli o sette sorelle inaugurati agli inizi degli anni ’50 – è un membro leale delle Nazioni Unite e, “al contrario di altri” ricorda, ha sempre osservato tutte le misure sanzionatorie che l’ONU ha deciso: sia in Consiglio di Sicurezza che in Assemblea generale, tutte, da quelle contro il Sudafrica dell’apartheid a quelle contro l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi, comprese quelle votate contro l’Iran per l’ostruzionismo esercitato a certe richieste, anche se formalmente discriminatorie perché solo ad esso rivolte, ma rivolte comunque dall’ONU.

E la Russia è coerente, senza scegliere fior da fiore, “come fa qualcun altro”, a seconda della propria unilaterale convenienza politica e della propria interpretazione del diritto delle genti, afferma il ministero. Non è strettamente, forse – sulla guerra di Corea c’è probabilmente qualcosa da ridire sul comportamento rigorosamente giuridico dell’URSS di Stalin – ma certamente Mosca è stata molto più docile alle decisioni dell’ONU di quanto siano stati gli USA. Però, precisa Mosca,  “ovviamente”, noi non facciamo nostre le sanzioni che gli USA definiscono e decidono da soli e respingiamo il tentativo di sempre degli USA di estendere la copertura della loro legislazione all’intero mondo (China Daily, 13.8.2012, Moscow warns new sanctions against Iran could damage Russia-U.S. ties Mosca avvisa che nuove sanzioni contro l’Iran potrebbero danneggiare i rapporti con gli USA http://www.chinadaily.com.cn/xinhua/2012-08-13/content_6712815.html).

Poi c’è il dibattito in Israele e in America su Israele. Del primo abbiamo già accennato, Del secondo – ma poi c’è anche un dibattito incrociato, quasi incestuoso, israelo-americano, quanto mai peculiare sul tema dove spesso i più filo sionisti: nel senso storico del termine, quelli che fanno  ciecamente il tifo per un’Israele dominante e dominatrice in Medioriente, sono gli americani e quelli più restii sono spesso gli israeliani – il quotidiano israeliano Ma’ariv (diretto dall’ex portavoce del Primo ministro Netanyahu, Nir Chefetz: circolazione gonfiata dalla distribuzione gratuita del giornale sui treni e nelle stazioni) annota qualche considerazione di un certo rilievo.

Si dice certo, sulla base di informazioni che desume da non nominate fonti americane, politici sia democratici che repubblicani, che il presidente Obama sotto pressione degli ambienti filoisraeliani americani – la lobby, cioè che annovera dalla sua per ragioni diverse, alcune nobili altre un tantino meno, il 90% del Congresso anche se meno della metà del popolo americano – non sarebbe in grado di ignorare un attacco – cioè un’aggressione preventiva – di Israele all’Iran se avesse luogo prima delle presidenziali di novembre e sarebbe inevitabilmente portato ad appoggiare militarmente Israele specie se all’aggressione, poi, Teheran, come è ancor più anche inevitabile oltre che giusto, reagisse.

Starsene a vedere dalla panchina la guerra con l’Iran costerebbe il posto a Obama, secondo Ma’ariv  mentre sostenere Israele – sempre che vinca, però… – neutralizzerebbe Romney (questa, in realtà, è la speranza di Netanyahu e del suo vice Barak, fedifrago profugo laburista e suo principale alleato)… Dei militari che – per semplificare – dalla parte dell’occidente (America, Israele) dovrebbero condurla la guerra gli americani sembrano – ma al solito, sarebbero i più lontani dal campo di battaglia – quelli più favorevoli.

Mentre tutto l’apparato di sicurezza e di intelligence di Israele, ancora scottato dall’improvvida e controproducente guerra del Libano del 2006, ci va molto più cauto… E, finalmente, qualche voce un po’ più coraggiosa si sente anche tra i politici più mainstream, come si dice. Adesso è Shaul Mofaz, ex ministro della Difesa di Israele, ex generale dell’esercito e fino a un mese fa vice primo ministro dello stesso Netanyahu che poi ha mollato per la sua incapacità di far fare il servizio militare anche agli studenti del rabbinato ortodosso più stretto. Che vogliono si continui a riconoscere per legge che loro il paese lo difendono con la preghiera…

Ora Mofaz dice chiarissimo – per le conseguenze militari, politiche ed economiche che esso si porterebbe dietro e farebbe precipitare sul paese: anche lui non è che trovi obiezioni di diritto o morali: ma è proprio per questo, forse, fa effetto – che Un attacco di Israele all’Iran sarebbe un disastro— (New York Times, 17.8.2012, Reuters, Israel Strike on Iran Would Be Disaster: Netanyahu's Ex-Deputhttp://www.nytimes.com/reuters/2012/08/17/world/middleeast/17reuters-israel-iran.html?ref=global-home).

E’ Richard Silverstein, studioso israelo-americano che sul suo blog significativamente intitolato Tikun Olam Ripariamo questo nostro mondo – un vecchio concetto umanistico dell’originale tradizione rabbinica – che ha appena pubblicato, sulla sua parola a cui qui credono tutti, i piani segreti di Netanyahu per l’attacco all’Iran, ha adesso riportato anche il testo, che lì abbiamo trovato tradotto e chiosato dell’articolo di Ma’ariv (1) Tikun Olam, 15.8.2012, R. Silverstein, Bibi’s Secret War Plan I piani segreti di guerra di Bibi http://www.richardsilverstein.com/tikun_olam/2012/08/15/bibis-secret-war-plan  2) Tikun Olam, 13.8.2012, R. Silverstein, Maariv Quotes U.S. Sources “Close to President” Saying We Will Join in Israeli Attack Maariv cita sue fonti americane “vicine al presidente”: dicono che ci uniremo [gli americani, cioè] all’attacco israeliano http://www.richardsilverstein.com/tikun_olam/2012/08/13/maariv-quotes-u-s-sources-close-to-president-saying-we-will-join-in-israeli-attack).

●Poi anche Shimon Peres, premio Nobel della pace, laburista sionista, primo ministro e ministro della Difesa e degli Esteri per decine di volte e per decine di anni numero uno del Labor, ormai, a 90 anni, venerando padre della patria e nono presidente della Repubblica di Israele, già al governo con Golda Meir  subito dopo la fondazione di Israele, pensa bene di uscirsene anche lui chiaramente. È contrario ad attaccare l’Iran ma anche lui, si capisce, uomo di princìpi inflessibile com’è…, solo se Israele lo dovesse fare da sola. Con gli USA, cioè ovviamente, a rimorchio degli USA –, allora tutto bene, s’intende (Corriere della sera, 16.8.2012, Iran: Peres, Israele  non può far da sola http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Esteri/Iran-Peres-Israele-non-puo-far-solo/16-08-2012/1-A_002598294.shtml).

L’unica cosa certa è che qui non si tratta di eterogenesi dei fini, ma proprio di stupidità irresponsabile e preannunciata se è vero, come è vero, che man mano che aumentavano ritmo tambureggianti e toni striduli delle minacce apocalittiche di guerre preventive, di bombardamenti fors’anche nucleari da parte israeliana vedevano di pari passo e ovviamente  crescere e perfezionarsi il lavoro di arricchimento dell’uranio e i baluardi anche sotterranei eretti a sua ulteriore protezione  in Iran…   

Così che adesso, conclude inequivocabilmente, rivolgendosi in modo diretto e pubblico agli israeliani – anche se piuttosto incongruamente nella sua veste pro-tempore di capo della delegazione americana alla cerimonia di apertura delle… paraolimpiadi di Londra (sic!) – il presidente dei capi di Stato maggiore delle Forze armate USA, gen. Martin Dempsey, “un attacco militare israeliano al programma nucleare dell’Iran potrebbe forse frenarlo ma non lo fermerebbe e”, ovviamente, farebbe “saltare la coalizione internazionale che oggi si è formata sulle sanzioni e potrebbe anche finire con l’accelerarlo”.

Insomma, tutto il contrario della valutazione di Netanyahu: proprio c.v.d. (Guardian, 30.8.2012, R. Norton-Taylor, Israeli attack on Iran 'would not stop nuclear programme' Un attacco israeliano all’Iran non fermerebbe il loro programma nucleare’ http://www.guardian.co.uk/world/2012/aug/30/israeli-attack-iran-not-stop-nuclear).

●Dove, invece, non c’è proprio discussione alcuna e, soprattutto nessun tentativo minimamente organico, argomentato, indipendente, autonomo e, dunque, credibile di evitare il peggio è in Europa su Iran, Israele e sula posizione da prendere di mediazione effettiva e non di scelta insulsa tra il nuovo impero del male, Teheran,  e mondo del bene, noi stessi: come gli USA chiedono a tutti di assumere automaticamente al riguardo, tal quale a quella loro.

In Europa non è che è proibito: non se ne parla proprio, presa com’è d.g. della propria crisi e della contemplazione impotente del proprio ombelico. E in assenza, poi, della capacità ma prima ancora della volontà, della voglia di giocarsi il proprio stesso mandato ma facendo almeno qualcosa di chi pure è preposta per incarico istituzionale a riempire il vuoto della politica estera comune europea— certo, rischiando il fallimento ma almeno provandoci, come la nullafacente vice presidente della Commissione e Alta (si fa proprio per dire…) rappresentante della UE per le questione dei rapporti internazionali, proprio se ne tace.

La pleonastica, impresentabile Lady Catherine Ashton, Baronessa di Upholland* (foto) 

e “membra” della Camera dei Lords (e delle ladies) *Upholland, suo villagio natale del Lancashire, pop. 4.400 ab. 

In Europa, quando si parla di Iran e di Israele, ad altro si pensa. E, se non ci si preoccupasse solo di quello, anche giustamente. Si pensa al petrolio. Così, soprattutto nel nord del continente, si sta lavorando a immagazzinare greggio stoccandolo dovunque e comunque possibile in anticipo rispetto alle tensioni che stanno montando nei confronti dell’Iran.

Belgio e Olanda hanno comprato al buio, future come si dice, pagandole al prezzo di oggi per consegna a settembre ed ottobre, 250.000 tonnellate di diesel e benzina e il Belgio ha cominciato un suo sistematico stoccaggio di greggio, per far fronte – dice – agli obiettivi strategici ordinati dall’Unione europea. E anche la Francia, a metà agosto, si è messa a comprare grosse quantità di greggio e lanciato anch’essa un’offerta  per l’acquisto future di altro petrolio. Lo ha reso noto adesso l’amministratore delegato della belga Apetra, la compagnia nazionale di stoccaggio (EurActive, 20.8.2012, L’Europe fait des réserves de pétrole alors qu’un conflit iranien se profile à l’horizon http://www.euractiv.com/fr/energie/europe-fait-des-reserves-de-petr-news-514345).

●L’India ha riaperto il dibattito col Pakistan sul Kashmir, il territorio conteso dell’Himalaya, tornando a riaffermare solennemente, col ministro della Difesa Antony che l’occupazione pakistana di porzioni dei territori di Jammu e Kashmir della repubblica indiana si trovano, perciò in stato di occupazione illegale cui ormai è ora di mettere fine dando completa applicazione all’accordo di Simla (1972) e alla dichiarazione di Lahore (1999), dei due rispettivi primi ministri: strumenti diplomatici lasciati sempre incompiuti dall’ostruzionismo del Pakistan.

La questione del Kashmir è una piaga aperta, che resta purulenta, sullo scacchiere geo-politico dell’Asia centrale e non sembra avviata ad alcuna ragionevole soluzione soprattutto, a parere di chi scrive, per responsabilità della realpolitik un po’ d’accatto del Pakistan.

I pakistani chiamano i territori in questione Azad Kashmir— Kashmir, naturalmente, libero. Sono costituiti da una stretta striscia di territorio, a medie e grandi altezze (fin sopra i 4.000 metri), che faceva parte del principato del Kashmir e Jammu che nel 1947, al momento della partizione, aderì all’India, venne militarmente occupato e proclamato annesso dal Pakistan e si assestò, poi, con la mediazione dell’ONU su una linea di controllo armistiziale.

La decisione di oggi di Antony, di riaprire il dossier è probabilmente dovuta alla recente ripresa di attacchi nel territorio del Kashmir indiano da parte di militanti islamisti infiltrati e appoggiati dall’intelligence militare e dall’artiglieria pakistana: è raro in effetti che l’India asserisca tanto pubblicamente quanto ha fatto Antony, la sua rivendicazione al Kashmir occidentale sotto controllo effettivo dei pakistani. Perché il Kashmir libero è in realtà autonomo solo di nome, un’entità artificiale controllata presidiata militarmente da Islamabad.

Il Pakistan, a differenza di quel che proclama, non ha mai avuto interesse ad appoggiare un Kashmir islamista indipendente e che non potrebbe più controllare. Ma non vuole neanche annettersi una popolazione nota per la sua ancestrale e riottosa pratica ribellistica e comunque, atavisticamente, per tradizione e storia più attenti all’India che al Pakistan. D’altra parte, uno Stato del Kashmir davvero indipendente e alla ricerca della sua identità, delle alleanze, delle inimicizie, del proprio ubi consistam statuale, si trasformerebbe assai presto in una nuova fonte di instabilità regionale.

Il vero interesse del Pakistan è quello di poter motivare plausibilmente, così, il mantenimento di un esercito di mezzo milione di militari professionisti, un apparato militare che il paese, in realtà, non si può permettere. E’ l’unica ragione plausibile all’interno del paese, e con i paesi coi quali è in rapporto, per mantenere all’esercito un rango ed un peso nella vita politica del paese altrimenti ingiustificabile.

Anche se tutti sanno, i pakistani per primi, che se dovessero mai scontrarsi con l’esercito indiano in una guerra convenzionale (ma entrambi hanno le loro atomiche…) le Forze armate del Pakistan non sopravvivrebbero che pochi giorni allo scontro con quelle indiane. E, al dunque, la Costituzione dell’India, al contrario di quella del Pakistan, identifica lo Stato autonomo di Jammu e Kashmir ( 101.387 km2 e 11.442.000 abitanti) come “parte integrante della Repubblica”, come l’Assam o il Rajastan. Il che significa che nessuna autorità del paese è legittimamente titolata a negoziare e tanto meno a compromettere la sovranità dell’India sul territorio.

●Intanto il Pakistan tiene anche chiarire, col capo dell’esercito gen. Ashfaq Kayani, che la possibilità di cui aveva parlato insieme a Rawalpindi, la capitale militare del Pakistan, con il capo del Comando centrale degli USA, gen. James Mattis, il 16 agosto – che non c’è niente di vero nella notizia filtrata dell’accordo raggiunto tra il comandante dell’intelligence militare ten. gen. Zaheer-ul-Islam coi massimi dirigenti della CIA americana per far condurre operazioni militari congiunte dei due eserciti contro i militanti islamisti delle regioni di frontiera del Nord Waziristan.

Si può trattare, al massimo, specifica Kayani – e Mattis non può che assentire – di azioni coordinate sulla base di uno scambio di intelligence: una volta che tutti conducano lo scambio, precisa malignamente pensando al precedete del blitz di Abbottabad contro Osama bin Laden su una base del tutto “paritaria e leale(Pakistan Army blog, 17.8.2012, Gen. Kayani meets Gen. Mattis: clarification Si incontrano i genn. Kayani e Mattis: puntualizzazione http://www.pakistanarmy.gov.pk).

●Intanto in America e scoppiato il caso dell’ex ambasciatore pakistano a Washington, Hussain Haqqani – che un anno fa costò il posto al primo ministro Gilani mandando una lettera-appello, mai chiarito se per sua richiesta o iniziativa autonoma, ai capi di Stato maggiore americani per segnalare la necessità ci un intervento a impedire un golpe militare contro il governo di Islamabad: salvo poi, quando il golpe non ci fu essere costretto col primi ministro ad andarsene – e che ormai ha lasciato il suo paese vivendo stabilmente in esilio dorato a Boston dove insegna relazioni internazionali presso quella università,

Ora, commentando i risultati di un sondaggio d’opinioni ad alta affidabilità e, a parere di chi se ne intende, ad alta credibilità che ha riscontrato essere l’opinione del 75% dei Pakistani quella che “gli Stati Uniti d’America sono nemici del Pakistan”, Haqqani – che descrive se stesso come uno dei pochissimi pakistani favorevoli a stretti legami con gli USA – ha detto, in un simposio che ne dibatteva, che Pakistan e Stati Uniti dovrebbero decidersi a “divorziare”, abbassando comunque il livello delle loro relazioni reciproche.

Non è realistico per il Pakistan – spiega l’ex ambasciatore – pensare che gli USA si schiereranno mai col Pakistan se lanciasse una guerra con l’India o comunque contro di essa si trovasse in conflitto, proprio come irrealistico sarebbe che gli USA dal Pakistan si aspettassero una rinuncia all’armamento nucleare o la rottura dei legami che intrattiene da sempre con gli “estremisti”. Infatti “non è pensabile che Islamabad abbandoni il sostegno a quei gruppi jihadisti che considera proprio come moltiplicatori sotto-convenzionali (sic!) del potere e dell’influenza che ha su base regionale”.

Le implicazioni di un simile sondaggio, che probabilmente perfino sottovaluta l’ostilità diffusa tra i pakistani, sistematicamente attizzata e rinfocolata, poi, dalla scelta americana di continuare a bombardare il paese coi loro droni senza pilota, che sparano alle formiche coi mitra, malgrado o forse anche proprio per l’opposizione ufficiale e pubblica che la gente della strada considera non genuina – del resto, basterebbe ordinarlo, no, di desistere agli americani, o altrimenti cacciarli via? – sono chiarissime: nessun governo che cooperi davvero con gli USA lo potrebbe fare senza andare contro la schiacciante maggioranza dei pakistani.

Del resto ormai vedono tutti che questo è possibile solo perché qui, e da sempre, l’esercito comanda sul serio tuta la politica di sicurezza e il governo civile ubbidisce: dal presidente della Repubblica al primo ministro. E’ che, per tenere in piedi la leggenda che lo fa sopravvivere – la favola con cui si autogiustifica come baluardo che difende contro l’India il paese – l’esercito pakistano ha bisogno dell’assistenza militare americana. Sanno tutti, però, che l’ultima cosa desiderata dall’India è forse dover occupare altro territorio mussulmano e doversi curare di altre minoranze tribali e della loro perenne rivolta.

La conferenza di Haqqani può risultare davvero esiziale per gli interessi delle forze armate pakistane perché mette in luce come mai prima la politica di sicurezza nazionale di quella casta militare (mezzo milione di soldati professionali) sempre immobile, auto centrata e sempre uguale a se stessa. Ma, e soprattutto, in nessun modo davvero funzionale – ormai appare lapalissiano a chiunque in America sia in buona fede e non tema di confessare di avere sbagliato – agli interessi sensati di una strategia americana che sia appena lucida e non ciecamente ripetitiva di sé.

Perché obiettivamente si può sostenere, come ha di fatto evidenziato Haqqani, che la linea americana mai a favore del Pakistan e sempre della casta dei suoi militari, giustificata in nome dell’insano coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti da essi stessi imposti all’Asia centrale, sono serviti solo nello scorso decennio a rafforzare i legami di quella stessa casta militare del Pakistan con il peggiore estremismo islamista e, anzitutto, a rendere cristallini e saldi i legami di Pakistan e Cina (1)Dawn/Karachi, 23.8.2012, US, Pakistan must ‘divorce’ as allies: Husain Haqqani USA e Pakistan devono divorziare come alleati, dice Husain Haqqani http://dawn.com/2012/08/23/us-pakistan-must-divorce-as-allies-hus ain-haqqani; 2) [per il testo integrale dell’inchiesta del] Pew Research Center, 27.6.2012, Pakistani Public Opinion Ever More Critical of U.S. 74% Call America an Enemy L’opinione pubblica pakistana sempre più  critica verso gli USA – Il 74% chiama l’America un paese nemico http://www.pewglobal.org/2012/06/27/pakistani-public-opinion-ever-more-critical-of-u-s: documento che era stato già qui, nell’ultima nostra Nota congiunturale no. 8-2012, segnalato ai lettori e che ora commenta l’ex ambasciatore Haqqani di fronte agli americani).

●A fine mese, la Corte suprema torna, dandogli più tempo perché si conformi, sulla sentenza con cui intimava al nuovo primo ministro Raja Pervez Ashraf di concedere al governo svizzero il nulla osta a riaprire l’inchiesta di secondo grado contro il presidente della Repubblica, Asif Ali Zardari  per i delitti di corruzione di cui, noto come Mr 10%, si era reso colpevole e era stato condannato a Berna quando era marito dell’ex prima ministra Benazir Bhutto, poi assassinata nel suo paese. Adesso Ashraf avrà più tempo, ma il 18 settembre dovrà dire che lo ha fatto o dimettersi. Come il suo immedito predecessore, Youuf Raza Gilani, costretto due ensui fa a dinetersi epr non aver obbeduitop alal Corte (Pakistan Sun, 27.8.2012, Pakistan PM in Court In tribunale il pimo ministro del Pakistan http://www.heraldsun.com.au/news/breaking-news/pakistan-pm-arrives-in-court/story-e6frf7k6-1226459061479).  

GERMANIA

●La Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk AktienGesellschaft (RWE A.G.), il secondo ente di produzione e distribuzione elettrica del paese, ha annunciato il taglio di altri 2.400 dipendenti oltre agli 8.000 già dichiarati in eccesso. Dice che i fattori determinanti della decisione sono stati il piano di chiusura degli impianti nucleari su tutto il territorio nazionale entro il 2022 stabilito dal governo e approvato dal parlamento e la caduta della domanda di energia un po’ in tutto il continente.

Ma questa è la Germania e le sue regole di libero mercato sono anch’esse tedesche, cioè regole vere, dalla Mitbestimmung, che è viva e vegeta, all’obbligo fatto alle imprese di negoziare col sindacato, mica è l’Italia. Questa è la decisione, simile a quelle annunciate da Marchionne per esempio da noi… Qui, prima di diventare operativa una decisione del genere – anche per gli 8.000 non solo per questi ultimi 2.400 esuberi – sarà discussa, negoziata e smorzata. Da noi Marchionne invece fa, disfa e di lui la credulona Fornero dice che, comunque, si fida: se ha detto che iveste – sproloquia – vuol dire che investe. Ah! ah! (The Economist, 17.8.2012).

●Il tasso di disoccupazione sale al 6,8% a luglio dal 6,6 del mese prima. Stima l’Agenzia federale del Lavoro che i rischi per l’economia sono in aumento aggiungendo che, anche se l’andamento del mercato del lavoro resta tutto sommato in tendenza positiva, anche qui ormai ci sono segni di avanzante debolezza (TIMEWorld, 31.7.2012, (A.P.), Germany’s Jobless Rate Up to 6.8% in July Il tasso di disoccupazione in Germania sale al 6,8% in luglio ▬ http://world.time.com/2012/07/31/germanys-jobless-rate-up-to-6-8-in-july).

●L’Associazione delle banche tedesche – Bundesverband Deutscher Banken (BdB), che rappresenta le principali banche private del paese, come la Deutsche Bank e la Commerzbank – vorrebbe veder assegnate alla Banca centrale europea un’autorità e una competenza effettiva di regolazione e di supervisione su tutta l’eurozona. Sarebbe una novità di rilievo e sembrerebbe, prima facie, indicare quello che dice la BdB stessa: nero su bianco, “la necessità di rimuovere a livello di supervisione l’influenza delle politiche nazionali”…

Poi, però, nei dettagli, le faccende si complicano: all’interno del documento si accenna anche alla creazione di una speciale autorità indipendente… dice: ma da chi, indipendente? dalla Banca centrale stessa, magari? non è chiaro ed è qualche poco sospetto… sempre, poi, viene detto, sotto “l’autorità politica finale”, secondo l’associazione bancaria, dell’Unione europea.

Ma l’autorità politica finale, rispetto ad adesso, per decidere cosa? Non è che, considerando un certo qual maggiore attivismo come Banca centrale assunto ormai sotto la presidenza di Mario Draghi, le banche tedesche, affiliate e serventi della Bundesbank, stanno cercando di inventarsi di tutto e di più per scombinare le acque? (EurActiv, 22.8.2012, Euro rises amid talk of expanded ECB role L’euro cresce tra discorsi di un ruolo allargato della BCE http://www.euractiv.com/euro-finance/euro-rises-amid-talk-expanded-ec-news-514383).

FRANCIA

●Hollande si trova a far fronte, dopo ormai un’estate calda, forse anche a un autunno molto molto caldo. Al di là dell’ondata di criminalità diffusa che l’estate e la calura accendono dovunque e anche qui, emergono anche problemi molto più seri e più intrattabili. A partire dai primi giorni di luglio una serie di accampamenti di zingari (gens du voyage, li chiamano qui) alla periferia di molte grandi città sono state smantellate con raids di polizia condotti in genere all’alba. Più di dieci accampamenti sono stati distrutti e più di un migliaio di persone sono state fatte sfollare. Alcune sono state rimpatriate a forza in Romania. Altri devono ora arrangiarsi per strada.

La notte del 13 agosto, nella sonnacchiosa città di Amiens, a nord di Parigi, che soffre di un alto livello di disoccupazione giovanile, una specie di rivolta di giovani ha dato fuoco a una scuola elementare e ha lasciato in strada qualche decina di ragazzi e di poliziotti feriti. Che è stato un duro richiamo alla realtà nel 100° giorno dell’elezione di François Hollande. Il ministro dell’Interno Manuel Valls ha invocato il necessario spirito di fermezza, i manganelli cioè, nel far fronte ai disagi sociali.

I problemi dei giovani disoccupati di Amiens sono anche legittimi, ma bisogna tracciare una linea rossa contro la violenza diretta alle forze dell’ordine… Così come la miseria che schiaccia la popolazione Rom, gli zingari, deve poter suscitare la simpatia dei francesi, ma le condizioni sanitarie inaccettabili dei loro accampamenti ai margini delle città sono… inaccettabili. Dunque vano rimossi, non tanto le condizioni, gli accampamenti. Insomma, la filosofia è questa ed è il linguaggio, se volete, è quello di un Roberto Maroni o, peggio, chi sa?, di un Gianni Alemanno, in bocca a un ministro socialista di Hollande.

Quando nel 2010 Nicolas Sarkozy attaccava i campi Rom, i socialisti lo denunciavano come intollerante e incapace di risolvere i problemi, solo di spazzarli via, nascondendoli per un po’ sotto il tappeto. Oggi sono sparite le quote da lui istituite di rimpatrio forzato—  discutibilissimi, poi, sul piano giuridico visto che la stragrande maggioranza dei Rom sono cittadini comunitari, cui si applica Schengen. Oggi s’è un po’ acquetata l’aggressiva retorica pubblica della destra. Ma la linea politica pratica del governo resta sostanzialmente la stessa. E la sinistra del governo, di fatto tace e, dunque, acconsente. Come a volte verso politiche analoghe fa anche da noi.

Quando qui ancor più che altrove, forse, le radici della violenza delle periferie urbane non affondano nelle politiche poco ferme dell’ordine pubblico ma nella miseria e nel disordine che la miseria diffusa porta sempre con sé. Insomma, ci vogliono risorse e la capacità di gestirle in modo mirato: cioè bisogna creare lavoro. E subito, non – neanche qui, neanche con un  governo socialista – nel secondo tempo di una politica di cui arriva a destino poi sempre e solo il primo. 

Così come anche il modo di affrontare il problema zingari richiede risorse, impiegate in modo nuovo. Qui il rimpatrio forzato di molti degli abitanti Rom dai loro accampamenti smantellati in Bulgaria e Romania ha assunto una curiosa movenza, come circolare. Nel 2011, 7.284 cittadini romeni e 1.429 bulgari sono stati destinatari di quello che il governo Sarkozy aveva chiamato aide de retour, mediamente un pagamento di 300 € per adulto in cambio del suo accordo a tornarsene a casa.

Il costo del programma, sui 26 milioni di € e mezzo non è neanche particolarmente oneroso per gli standards dell’aiuto pubblico di questo paese – meno della metà del cartellino del calciatore Ibrahimovic acquistato dallo sceicco per il Paris St. Germain dal Milan – ma non è una politica che abbia un gran senso, anche da un punto di vista repressivo o, comunque, dissuasivo.

Se una manciata di euro in regalo a un povero Rom dell’Europa dell’Est e, poi, un biglietto gratuito per tornarsene a casa, sono il peggio che gli può capitare, bè, sembra quasi un incentivo a venire. Come dimostra anche il fatto che la popolazione zingara di Francia, malgrado migliaia di espulsioni negli anni sia rimasta stabile, su1le 15-20.000 unità (The Economist, 17.8.2012, Liberté, égalité, fermeté?- France’s interior minister is showing his toughness, but not always his good sense Il ministro degli Interni francese  [come un po’ tutti gli altri… va da sé col mestiere, pare] mostra la propria durezza, ma non proprio il suo buon senso http://www.economist.com/node/21560604).

GRAN BRETAGNA

●L’ufficio Servizi finanziari del dipartimento di Stato americano ha accusato la grande banca d’affari britannica Standard Chartered che finanzia da due secoli, dietro adeguata provvigione ovviamente, scambi e commerci internazionali, di aver “favorito nascondendoli” 250 miliardi di $ di transazioni del governo iraniano (acquisto e vendita di prodotti e servizi) in violazione delle sanzioni dell’ONU.

La SC, che ha una storia plurisecolare e trae il 9% del fatturato da scambi con Asia, Africa e Medioriente, ha risposto – trovando anche una copertura ufficiosa ma esplicita della Banca d’Inghilterra e dello stesso governo di SM – a muso duro all’accusa di aver esposto gli Stati Uniti a “terroristi, mercanti d’armi, trafficanti di droga e regimi corrotti sfidando gli americani a rendere pubbliche le prove che hanno o che avrebbero (ma sono “segrete” per definizione loro…) e definendo i servizi finanziari del dipartimento di Stato come una manica di dilettanti, che di sistema bancario reale non capiscono niente e che loro hanno sempre e scrupolosamente rispettato leggi e regolamenti…

Le analisi interne e l’inchiesta che ha condotto in proposito dimostrano – ha sostenuto – che con un’approssimazione del 99,9% tutte le transazioni condotte per la Banca anche con l’Iran sono state assolutamente in regola con le sanzioni che nel periodo denunciato, 2001-2007, erano applicate soltanto dagli USA.

La pena che gli americani potrebbero imporre alla SC è il ritiro della licenza a operare a New York, che è per essa essenziale non tanto in sé, per condurre i suoi affari che, in grandissima maggioranza, scavalcano comunque transazioni con gli USA, ma forniscono il ponte finanziario fra i 70 paesi in cui hanno luogo le sue operazioni quasi tutte denominate in dollari che, dunque, devono in un modo o nel’altro passare ancora attraverso il sistema finanziario americano.

Alla fine troveranno un accomodamento e la SC dovrà pagare una dura multa. Ma lo scopo vero era probabilmente quello di richiamare alla memoria di chiunque voglia investire nel mondo attraverso istituti non americani che, comunque, alla fine, dipendono anche essi da loro, da Wall Street e dagli USA anzitutto, vulnerabili come sono ai conflittuali valori tra liberi mercati, profitti al massimo e paese che ancora stampa la valuta di riserva che malgrado tutto vale ancora un po’ in tutto il mondo  (The Economist, 10.8.2012, My dollars, my rules— I miei dollari, le regole mie http://www.economist.com/ node/21560317).

E in fondo è questo – molto più che aver dato una mano all’Iran – il vero peccato mortale che ora la SC è chiamata a pagare. A rate, perché subito, si accorda col “regolatore” bancario dello Stato di New York $340 milioni di multa ma resta ancora sotto schiaffo per il contenzioso che separatamente le ha aperto contro il dipartimento di Stato a livello federale. E subito ci guadagna (New York Times, 15.8.2012, (A.P.), Standard Chartered Shares Rise on Settlement Dopo l’accordo [e la multa], in borsa salgono le azioni della SC http://www.nytimes.com/aponline/2012/08/15/world/europe/ap-eu-britain-standard-chartered.html?ref=global-home)

Da notare il fatto, a testimonianza di quanto al dunque perfino questi, i meccanismi più duri della  regolamentazione motivati da una paura insana, comunque deliberatamente alimentata e artefatta  nei confronti dell’Iran, sono in realtà fragili quando hanno a che fare con lor signori (categoria cui la SC per lignaggio appartiene), che questo succede dopo aver pagato una multa di ben 340 milioni di $ e aver reso noto di averne mesi da parte altri 400 per far fronte alle penalità. La verità è che dalle transazioni che ha professionalmente curate, SC comunque ne ha tirato fuori almeno cinque volte tanto (The Economist, 17.8.2012, An unsettling settlement Una soluzione inquietante http://www.economist.com/node/21560583).

[A proposito, e tra parentesi, dice – e bisognerebbe trovare conferma alla notizia: ma indicazioni, per ora generiche, in arrivo dalla http://www.crudeoil-price.net tendono a convalidarlo) – il ministro iraniano dell’Industria, delle Miniere e del Commercio estero, Mehdi Ghazanfari a metà agosto, nei quattro mesi dal 20 marzo al 20 luglio il 70% dei pagamenti versati dal paese per importazioni non sono dipesi più dal ricavo del greggio petrolifero, il 60% se si escludono anche le esportazioni di gas naturale (Iran Daily, 14.8.2012, Oil income reliance declining Diminuisce l’affidamento del paese dalle entrate del petrolio http://www.iran-daily.com/1391/5/25/MainPaper/4307/Page/4/Index.htm#).]

●Intanto l’Iraq si preoccupa di negare l’accusa che gli viene avanzata – dal NYT, in specie, che raccoglie denunce addirittura di Obama alla banca Elaf islamica di Bagdad – di aiutare l’Iran a evadere le sanzioni contrabbandandone il petrolio e spostandone tra diversi istituti bancari la valuta. Lo assicura l’ufficio del primo ministro al-Maliki il cui portavoce, Ali al-Dabbagh, chiarisce il 20 agosto che tra paesi confinanti esistono sempre possibilità di scambio e commercio di merci che restano del tutto legittime in quanto rimangono all’interno di un rapporto come quello con l’Iran, sostiene, sempre rispettoso delle regole imposte dalla legge internazionale.

Cioè, implica senza esplicitamente affermarlo, solo delle sanzioni approvate dall’ONU— non altre. Dura da ingoiare, onestamente, per gli USA visto che è l’identica posizione formalmente presa dalla Russia (Yahoo!News, 18.8.2012, A.F.-P., Iraq 'helping' Iran skirt sanctions L’Iraq sta aiutando l’Iran a evadere le sanzioni http://news.yahoo.com/iraq-helping-iran-skirt-sanctions-014629722.html).

C’è anche la parte più filo-sciita della coalizione di governo irachena – quella rappresentata dal blocco parlamentare al-Ahrar ispirato dall’hajatoleslam Moqtada al-Sadr (l’alleato che odia di più gli americani e quello da loro unanimemente e visceralmente più odiato) – che ha chiesto subito dopo questi eventi, in parlamento e pubblicamente, al governo di al-Maliki di prendere le distanze dalla politica di sanzioni internazionali contro l’Iran. La richiesta, procrastina a dovere il presidente della Camera, dovrà però essere discussa, preliminarmente a un eventuale dibattito in aula, dalle apposite commissioni parlamentari (Stratfor, 20.8.2012, Iraq: Bloc Asks Baghdad To Distance Itself From Iran Sanctions Iraq: un blocco parlamentare chiede a Bagdad di distanziarsi dalle sanzioni contro l’Iran http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-bloc-asks-baghdad-distance-itself-iran-sanctions).

●Ashti Hawrami, ministro delle Risorse naturali del governo regionale del Kurdistan di Iraq, ha negato attendibilità alla notizia che il governo statunitense abbia consigliato alle compagnie petrolifere americane di non investire in quella regione senza il consenso prioritario del governo federale di Bagdad. Si tratta di voci “senza attendibilità alcuna”, assicura, visto che “il governo americano non ha comunicato niente del genere al governo regionale curdo”.

Il che, però, per disgrazia del Kurdistan “autonomo”, non significa affatto che Washington non abbia consigliato davvero i petrolieri americani dal seguire la via dell’accordo con Bagdad prima di azzardarsi a  investire in Kurdistan (Iraq Business News, 21.8.2012, Hawrami Hits Back at “Baseless” Reports on US Oil Policy Hawrami replica alle notizie senza fondamento sulla politica americana http://www.iraq-businessnews.com/2012/08/21/hawrami-hits-back-at-baseless-reports-on-us-oil-policy)… 

●Intanto, e per tornare alla campagna martellante di isolare l’Iran e alle sue altalenanti fortune, il direttore regionale del Consiglio di Hong Kong per lo sviluppo del commercio con l’Asia e l’Africa, Stephen Wong, annuncia lo stesso giorno che il suo territorio è pronto ad espandere rapporti economici e scambi con l’Iran e vede un grande potenziale in una mutua cooperazione (IRNA, 14.8.2012, Hong Kong to develop trade with Iran Hong Kong svilupperà gli scambi con l’Iran http://www.irna.ir/News/Economic/Fars-Province,-Hong-Kong-to-expand-commercial-relations/80274723).

Anche le raffinerie sud-coreane ricominceranno a importare greggio iraniano, fino a 200.000 barili al giorno, a partire dal prossimo settembre, comunicano fonti del ministero dell’Economia di Seul. L’assicurazione del greggio trasportato e dei trasporti stessi verrà fatta in Iran, invece che presso compagnie europee o occidentali e, così, ovvierà al divieto delle sanzioni (Al Arabiya News, 20.8.2012, South Korea to resume Iran oil imports from Sept.: Government sources La Corea del Sud, secondo fonti del governo, riprende da settembre l’import di greggio iraniano http://english.alarabiya.net/articles/2012/08/20/233220.html).

●Ben nove dei venti “esperti” che, all’inizio del governo conservator-liberale a febbraio 2010, firmarono una lettera aperta di sostegno entusiasta all’austerità preconizzata dal cancelliere dello scacchiere entrante George Osborne, hanno adesso firmato un’altra lettera aperta al governo aggiungendo le loro firme a quelle di chi aveva, invece e anticipando gli eventi, subito criticato le scelte e che oggi tutti insieme invocano una svolta a U per l’economia. Degli altri undici, dieci hanno rifiutato di rispondere e solo uno ha detto che rifirmerebbe oggi le raccomandazioni che entusiasticamente appoggiava ieri.

Certo, l’alibi per molti di loro è che adesso la pensano diversamente perché sono cambiate le circostanze. Ma è falso e la loro è, comunque, solo una scusa: perché la Gran Bretagna aveva allora un’economia già depressa, in particolare perché già allora era difficile abbassare un tasso di sconto già molto basso e c’era per questo bisogno proprio del contrario di quel che scelse di fare il governo: di investire con fondi pubblici quel che i privati rifiutavano di fare.  

E oggi della stessa scelta si tratta. Occorre la rinuncia a un’austerità che è solo controproducente e, dopo tre trimestri ormai di recessione piena con previsioni pessime – proprio come, o quasi come, l’Italia e per certi versi peggio (qui, oltre ad affossare la crescita come da noi manco i conti sono stati rimessi in ordine: e, poi, con una sterlina indipendente e non la macina da mulino inflessibile dell’euro al collo e la capacità di trovare credito sui mercati praticamente allo 0% di interessi a dieci anni invece che al nostro 6… (New Statesman, 15.8.2012, G. Eaton, Osborne's supporters turn on him I sostenitori di Osborne gli si rivoltano contro http://www.newstatesman.com/blogs/politics/2012/08/exclusive-osbornes-supporters-turn-him).

Ora riferisce ancora il NYT, riferendo di dati rilevati dalla Banca d’Inghilterra (New York Times, 15.8.2012, D. Jolly, British Employment Defies Weak Economy L’occupazione britannica sfida un’economia debole http://www.nytimes.com/2012/08/16/business/global/british-empoyment-defies-weak-economy.html?_r=2&ref=world) che la contrazione dello 0,7% nel secondo trimestre. Ma non solleva neanche, con la consueta superficialità, la conclusione cui correttamente avrebbe dovuto giungere: che con questo tasso trimestrale di calo del PIL quello annuale del crollo dell’economia corrisponderebbe, come viene di regola misurato negli USA, a un colossale -3%.

E, se la percentuale di perdita del PIL e il tasso di occupazione contenuto di cui si meraviglia il tritolo citato del NYT riflettono la realtà – come sembra – la conclusione aritmeticamente inevitabile è che in questo paese la produttività va scemando più dell’1% a trimestre: e è una tragedia economica effettiva, anche se nell’immediato non la peggiore, perché l’alternativa sarebbe un aumento assai più forte di quello attuale del tasso di disoccupazione (Guardian, 15.8.2012, L. Elliott, Falling productivity may explain the jobs riddle La produttività in caduta può spiegare l’enigma dei posti di lavoro http://www.guardian.co.uk/business/economics-blog/2012/aug/15/falling-productivity-jobs-slowing-economy).

●Mentre Londra ha visto completare con enorme successo di immagine le sue dorate Olimpiadi, va crescendo nella coalizione di governo la nube nerissima di una forte contesa sulla cosiddetta riforma costituzionale di uno strano paese che una Costituzione scritta manco ce l’ha. Non, cioè, su una crisi economica dello stampo e della portata che la Gran Bretagna non vede dall’immediato dopoguerra. I conservatori, impegnati dall’accordo coi liberal-democratici a dire sì al progetto di legge che riformava la Camera dei Lords, con una rivolta parlamentare di base hanno fatto fallire la riforma che avrebbe visto scegliere in futuro larga parte dei lords col voto, invece che per titolo ereditario o diritto di posto occupato (una ventina di vescovi anglicani, ad esempio).

E i liberal-democratici minacciano adesso di bloccare la revisione delle circoscrizioni elettorali in senso che programmaticamente avvantaggi, con il loro rimpicciolimento, i seggi più “conservatori” come prevedeva l’accordo stesso di coalizione… Certo, ora bisognerà vedere se troveranno il minimo di cosiddetti che, sotto diversi generi e forme magari, comunque servono sempre per dire di no ai tories rischiando di andare così alle elezioni anticipate in condizioni, visti i risultati della coalizione per i Lib-Dem tutti negativi, che punirebbero di brutto probabilmente il partito. Comunque, ormai la coalizione sembra tenersi insieme più che su un minimo di valori comuni solo sulla paura (The Economist, 10.8.2012, Suicide pact for a feuding coalition Patto suicida per una coalizione rissosa http://www.economist.com/node/21560256).

Solo il 16% degli elettori dicono, nel sondaggio molto accreditato dell’ICM, che la coalizione riuscirà a restare in piedi fino al 2015, la data in cui il governo sarebbe obbligato a convocare le prossime elezioni e il 43% sicuro che non andrà ancora oltre un anno di vita viste anche le prospettive scurissime sull’economia (Guardian, 12.8.12, P. Wintour, Coalition government will not survive until 2015 election, voters predict Secondo gli elettori, la coalizione al governo non sopravviverà fino alle elezioni del 2015 http://www.guardian.co.uk/politics/2012/aug/12/coalition-government-brink-collapse-voters). 

GIAPPONE

Male anche l’economia giapponese che, nel secondo trimestre dell’anno, non riesce a crescere che dello 0,3%, che è meno di quel che predicessero governo e Keindaren, il mondo degli affari. La Banca centrale, sostenendo che la ricostruzione in atto per il disastro di Fukushima è ben avviata, ne riconosce comunque – preconizzando un ribasso significativo di esportazioni specie quelle cruciali verso il resto dell’Asia e una domanda in calo – l’insufficienza complessiva, dicendosi pronta a intervenire su tassi e liquidità. Anche perché ormai sembra più contenuta la spinta che alla ricostruzione delle aree devastate dal sisma e dallo tsunami del marzo 2011 era venuta l’anno scorso e all’inizio di questo 2012 (1) New York Times, 13.8.2012, Hiroko Tabuchi,  Hit at Home and Abroad, Japan Slows to a Crawl Colpito dal calo dell’economia in casa e all’estero, il Giappone rallenta e annaspa http://www.nytimes.com/ 2012/08/14/business/global/14iht-yen14.html?ref=global-home; 2) The Economist, 17.8.2012).

●Adesso, il governo stesso di Tokyo ha provveduto a svalutare il livello del PIL, per la prima volta da dieci mesi, secondo il rapporto mensile consueto dell’ufficio del Gabinetto ma senza una stima precisa solo un valofre artrotoncato intoerno al -0,3% nell’anno. I rischi che incombono sull’economia del paese includono un’altra frenata dalle economie dei paesi oltremare con tutti i collegati effetti all’interno, incluse brusche fluttuazioni sui mercati finanziari e su quello dei capitali. La conseguenza è il taglio di tutte le aspettative: su consumi personali, edilizia, export, import e produzione industriale.

Il governo pensa però, senza spiegar bene come, di riuscire a minimizzare le conseguenze sul mercato del lavoro (Monthly Economic Report, 8.2012, sintesi del rapporto  ▬ http://www5.cao.go.jp/keizai3/ getsurei-e/2012aug.html).

Altri dati, però, continuano a segnalare l’allarme. Si apprende ora, da calcoli nuovi elaborati dall’Agenzia governativa per le risorse naturali e l’energia – che nessuno smentisce – che se tutti i 50 reattori nucleari al momento bloccati, con una o due eccezioni che il governo ha voluto, dopo lo shock di massa che la catastrofe di Fukushima ha inferto al paese, venissero chiusi permanentemente, le compagnie elettriche subirebbero perdite dell’ordine di 56 miliardi di $ e almeno quattro di esse fallirebbero.

E anche nel governo si apre un dibattito duro; se cancellare proprio il nucleare – come vorebeb il ministro di Stato per le opzioni strategiche, Motohisa Furukawa, mentre l’opzione per cui si impegna il ministro incaricato di “curare” le conseguenze del disastro, Goshi Hosano, è quella che li vuole solo veder diminuire, dal 20 al 40% (New York Times, 29.8.2012, Hiroko Tabuchi, Japan facess costs of closing reactors Il Giappone deve far fronte al costo della chiusura dei reattori [prego notare: tocca “al Giappone”, a tutti i contribuenti, pensarci… non al capitale di rischio, che non vuole rischiare! E la cosa è detta così, come se fosse scontato, del tutto naturale che in un sistema di tipo capitalsitico le perdite siano sopportate da tutti e non dai capitalsiti che una volta, appunto, chiamavamo di rischio. Quando l’unica ragione, diceva già Adam Smith, per cui la società, tutti noi, dovrebbe lasciarli fare – in realtà diceva lui le conviene lasciarli fare – alti profitti] http://www.nytimes.com/2012/08/30/business/energy-environment/japan-faces-costs-of-closing-reactors.html?ref=global-home).

●Il deficit commerciale nel mese di luglio, a 517,4 miliardi di yen ($ 6,5 miliardi), è stato il più vasto di sempre. Responsabilità dice il ministero delle Finanze di esportazioni frenate per la recessione globale in corso e, in  specie, per la crisi europea (meno auto, meno macchine utensili) e per l’incremento di import di greggio e gas naturale per la cessazione della produzione di energia nucleare dopo Fukushima. E, come il ministero segnala in un rapporto preliminare, per la prima volta si verifica un deficit negli scambi di due mesi consecutivi (Kyodo News, 22.8.2012, Japan logs biggest trade deficit for month of July ll Giappone registra il massimo deficit commerciale nel mese di luglio http://english.kyodonews.jp/news/2012/08/177892.html).

●Il primo ministro, Yoshihiko Noda, da poco al potere nel partito democratico, dove ha rilevato il predecessore con un’azione di rivolta interna parlamentare che ha avuto buon esito, è riuscita adesso a convincere – pare – l’opposizione a votare una riforma fiscale che aumenta le entrate e in parte riforma anche la sicurezza sociale in cambio dell’impegno alle elezioni politiche anticipate appena le riforme saranno passate. Detto e fatto stavolta – col ricambio interno di ben cinque ministri nella formazione stessa del governo – e ormai si andrà al voto: probabilmente non prima che i nemici di Noda nel partito riescano adesso a rovesciarlo (Kyodo News, 10.8.2012, Tomoyuki Tachikawa, Tax hike legislation enacted in Japan, inviting election La legge di riforma delle tasse, in aumento, passa in parlamento, e porta alle elezioni http://english.kyodonews.jp/news/2012/08/175716.html).

●Il Giappone ha ora annunciato, nel peggiore dei modi possibile – ma come capita a una diplomazia ingessata, irrigidita sui princìpi però ipocritamente, secondo la convenienza percepita, quasi quanto quella ormai catalettica del dipartimento di Stato: sempre uguale a se stessa, coartata a ripetere che bisogna dar retta agli Stati Uniti, perché loro hanno ragione sempre e su tutto essendo gli Stati Uniti… se no – di non aver ancora deciso se espandere un sistema di scambio valutario automatico, come si dice uno swap arrangement, che aveva  messo in piedi con la Corea del Sud tra yen e won (ma non è affatto detto che, poi, oggi, l’accordo convenga più ai coreani che ai giapponesi…).

Perché “non può ignorare”, dichiara il ministro delle Finanze Jun Azumi, le dichiarazioni di quel governo e di personalità sud coreane che “antagonizzano la popolazione nipponica e i suoi sentimenti”: come quelle del presidente sud coreano Lee Myung-bak, vuol dire, quando ribadisce che l’imperatore giapponese dovrebbe scusarsi pubblicamente per la conquista e i modi della conquista della Corea nella seconda guerra mondiale da parte dell’esercito giapponese e come se gli unici sentimenti da rispettare, in una cerimonia voluta proprio perché è provocatoria verso tutti gli altri come quella del cosiddetto sacrario di Yasukuni (cfr. sopra), fossero i sentimenti dei giapponesi (Stratfor, 17.8.2012, Japan: Tokyo May Not Extend Expanded Currency Swap With Seoul-Finance Minister Giappone: Il ministro delle Finanze dice che Tokyo potrebbe non estendere [per ripicca] l’accordo di scambio valutario automatico con Seul http://www.stratfor.com/situation-report/japan-tokyo-may-not-extend-expanded-currency-swap-seoul-finan ce-minister).

E, nello stesso senso, non bastando forse la tensione montante con la Corea a un governo così traballante come quello di Noda, il Giappone adesso si mette anche a “provocare” la Cina. Stupidamente, perché sanno tutti che se arrivano al dunque sarebbe Tokyo che dovrebbe  mollare… Adesso, una flottiglia di una ventina di barconi che trasporta qualche decina di autodefinitisi “nazionalisti nipponici”, alcuni vestiti con le divise dell’esercito di occupazione della Manciuria nella seconda guerra mondiale, sbandierando i vessilli dell’armata imperialista si è diretta in partenza dall’isola di Ishigaki, la più a sud-ovest dell’arcipelago giapponese, verso le isole Senkaku/Diaoyu.

Il piano proclamato dai giapponesi consiste in una missione “di preghiera”, preparata dal gruppo di estrema destra Gambare Nippon Tieni duro Giappone , che si reca a pregare per gli eroici morti del loro esercito nel corso della guerra patriottica al servizio del Tenno. La reazione cinese, di massa, popolare e che esplode subito in una decina di città (Guangzhou, Jinan, Hangzhou, Chengdu, Changsha, Wenzhou, Harbin and Shenzhen… ma non ancora, e non certo per caso, in forma spiccata a Shangai e Pechino…), viene accompagnata e coltivata ma anche “moderata” dal governo e promettendo però poco di buono (Jakarta Globe, 20 8.2012, Agenzia A.F.-P., Flags, Tensions Raised in Japan-China Island Row Bandiere e tensioni vengono sollevate nella controversia nippo-cinese sulle isole http://www.thejakartaglobe.com/international/flags-tensions-raised-in-japan-china-island-row/539259).

●Impegolato com’è nelle sue contraddizioni politiche, il presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou, che è alla vigilia delle elezioni presidenziali tra l’altro, riafferma duramente che le isole Diaoyu sono roba di Taiwan, e cioè territorio cinese. Ma poi si rimangia ignominiosamente tutto precisando che lui non si allineerà mai con la Cina rivendicando le isole finche tutta la Cina – sostiene il folle – non avrà optato di riunirsi liberamente alla libera Taiwan…

Anche se non lo riconoscono più come Repubblica di Cina, il nome ufficiale dell’isola, malgrado la sua forza economica neanche più gli Stati Uniti stessi che ormai da quarant’anni attribuiscono anch’essi la sovranità su Taiwan/Formosa alla Repubblica popolare di Cina chiedendole solo di non riprendersela, come legittimamente potrebbe, con la forza.

A riconoscere diplomaticamente, come Cina, Formosa sono in effetti ormai solo una ventina di staterelli insignificanti al mondo – e solo perché, poi, lautamente pagati per farlo – e la… Santa Sede, per ragioni sue “di principio” neanche ben definite (Silobreaker, 21.8.2012, Taiwan president calls for calm on island dispute Il presidente di Taiwan fa appello alla calma nella disputa sulle isole http://www.silobreaker.com/taiwan-president-calls-for-calm-on-island-dispute-5_2265919129976307743).

In ogni caso, il ministero degli Esteri di Taiwan comunica ora che la navigazione di suoi battelli “nelle sue acque territoriali”, in prossimità delle isole Diaoyu, sarà d’ora in poi “protetta”. Dice il portavoce del ministero, Steve Hsia, che la protezione non sarà però offerta dalla marina militare di Formosa – che comunque non sarebbe in grado di farlo – ma da attivisti e pescherecci che operano, comunque, nella zona. Aggiungendo, così, confusione a quella già esistente (Stratfor, 22.8.2012,  Taiwanese Sailing In Disputed Waters To Be Protected…— i battelli di Taiwan nelle acque contese saranno protetti... ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/china-taiwanese-sailing-disputed-waters-be-protected).


●La Cina invece, quella vera, la Repubblica popolare, la superpotenza nuova, ha lasciato parlare il gen. Luo Yuan, dell’Armata popolare che, debitamente autorizzato, butta lì un’idea muova, tutta simbolica e d’immagine ma perciò di grande impatto mediatico: quella di dare alla sua prima portaerei, la Varyag, un nuovo nome, chiamandola Isole Diayoutai: proprio come simbolo della rivendicazione nazionale sulle isole e suggerendo anche che, data la natura isolata, selvaggia e, in pratica, inabitata delle formazioni rocciose che costituiscono l’isola esse vengano utilizzate dalla marina cinese come poligono di tiro (Want China Times, 22.8.2012, Commission Varyag as 'Diaoyu': PLA general— Un generale dell’Armata cinese propone di rinominare la Varyag come ‘Diaoyu’ http://www.wantchinatimes.com/ news-subclass-cnt.aspx?cid=1101&MainCatID=11&id=20120821000049).

●Fa sapere adesso la Russia col capo di Stato maggior generale Nikolai Makarov che, considerando il nuovo attivismo sguinzagliato dal Giappone in questi ultimi mesi su tutta la questione isole nel Pacifico, ha ordinato la dislocazione e l’aggiornamento di postazioni militari sulle isole Curili. Non manderà più truppe ma, per esempio, nuove batterie antiaeree terra-aria Tor-M2, elicotteri d’attacco Mi-28N, complessi missilistici mobili costieri e sistemi di comunicazione. Non carri armati, perché su quelle isole rocciose sarebbero di impossibile dislocamento. Verranno anche costruite sulle isole due acquartieriamenti militari per il pattugliamento che si rendesse necessario e tutto questo dovrebbe essere concluso entro il 2015, è la previsione che fa il generale Makarov (Stratfor, 29.8.2012, Russia: Kuril Islands To Get New Military Equipment La Russia trasferirà nuovo equipaggiamento militare sulle Curili http://www.stratfor.com/ situation-report/russia-kuril-islands-get-new-military-equipment).


 

[1] Leggendo i “Diari”, appena pubblicati (G. Orwell, Diaries, curati da P. Davison, ed. Livewright, N.Y., N.Y., 2012) dello scrittore britannico George Orwell (1984, La fattoria degli animali, ecc.) abbiamo trovato una chicca straordinaria, datata 13 giugno 1940, che profetizza a modo suo la storia così cara oggi a questo movimento (Occupy Wall Street) che ha fatto breccia nella fantasia della gente, quella dell’1% dei privilegiati contro il 99% della gente comune.

   Annotava Orwell, il 3.6.1940, riferendo su una lettera al Daily Telegraph che lamentava come i ricchi dovessero, purtroppo, ormai fare a meno dei loro cuochi ‘per tutto il periodo della guerra’: “Niente evidentemente insegnerà mai a questa gente che essite anche l’altro 99% della popolazione”. Orwell è sempre stato noto per le sue sconvolgenti capacità di vedere lontano.

[2] Kofi Annan e Nader Mousavizadeh, Interventions: A Life in War and Peace Interventi: una vita in guerra e in pace [non tradotto],  ed. Penguin Press, Londra, 4.9.2012.

[3] Norman G. Finkelstein [ebreo americano, figlio di sopravvissuti del ghetto di Varsavia e del campo di sterminio di Auschwitz di cui non nega certo l’esistenza ma implacabilmente, e documentatamente, denuncia lo “sfruttamento” in moltissimi lavori e polemiche. Il principale è  The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering, ed. Verso, 9.2003— trad ital., L' industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, ed. BUR, 2004).

[4] Burg è stato presidente dell’Assemblea parlamentare di Israele, la Knesset, è un critico impietoso della politica del governo d’Israele e l’autore di un libro che i sionisti di destra 8anche quelli nostrani) denunciano come eretico e che ha un titolo significativo: The Holocaust is Over; We Must Rise From its Ashes L’Olocausto è finito: dobbiamo rinascere dalle sue ceneri, ed. Palgrave MacMillan, 2009. In italiano, addirittura un anno prima nel 2008, per i tipi di Neri Pozza, Sconfiggere Hitler. Secondo questa lucida voce critica e di sinistra nei confronti del suo paese, Israele deve andare oltre l’eredità avvelenata che le ha lasciato Hitler e che con la Shoah le ha fornito una specie di alibi oggettivo rendendola come indifferente alle sofferenze altrui: nella visione di Burg, se non potrà o non lo vorrà fare, “in Medioriente non ci sarà mai pace e Israele non avrà un futuro”.

[5] Agostiniano come nela famosa preghiera di Sant’Agostino di Ippona, Le Confessioni: “Dammi la castità e la continenza, Signore…  ma non subito, non subito” (libro VIII, 17).  

[6] Stiamo pensando a Caccia a Ottobre rosso(1984), per esempio, di Tom Clark, forse il migliore e più intrigante, ben noto anche da noi pure per la versione cinematografica (1990) con a protagonista Sean Connery.    

[7] K. Polanyi, 1944, The Great Transformation La grande trasformazione, ed. Einaudi, 1976 (anche in http://www.trec cani.it/enciclopedia/karl-polanyi).

[8] A proposito, su Al Arabiya del 16.8.2012, Bahrain court jails prominent activist for 3 years— si legge – e su pochissimi altri organi di stampa viene riferito, tanto meno con qualche evidenza – che un tribunale del Bahrain ha condannato a tre anni di carcere e di isolamento completo l’attivista sciita dei diritti umani più noto , perché il più perseguito del paese, Nabeel Rajab ▬ http://english.alarabiya.net/articles/2012/08/16/232613.html, dopo aver già mandato in galera decine di medici e infermieri che avevano osato curare le ferite ai manifestanti bastonati e impallinati nella repressione dei mesi scorsi dalle truppe reali supportate da quelle saudite…

   Dicevamo a proposito, e non a caso. Perciò inseriamo qui quest’annotazione proprio a latere a latere, perché stavamo leggendo della sacrosanta indignazione dui tutto il mondo, pare, per la condanna a due anni di carcere delle tre ragazze russe, le Pussy Riot – traduzione corretta ma mai evidenziata del nome – propagandisticamente poi in inglese mica in russo! – pussy: l’organo femminile…- che erano andate a cantare (sic! l’abbiamo ascoltata su You Tube…) una loro innocua preghiera punk contro Putin (letteralmente, e scusate tanto, ritmata sulla frase di voler mostrare al mondo la “me*da sran , in russo; di dio”: rigorosamente,  si capisce, con la “d” minuscola) sull’altare maggiore della Basilica di San Pietro… no, ci sbagliamo della cattedrale di Westminster…o di Nôtre Dame…, no, scusate della cattedrale di Cristo il Redentore, a Mosca.

   E dice che il patriarca Kiril si sia un po’ alterato… e Putin pure.

   C’è – come scrive un editoriale importante di chi pure, verso quel mucchietto di stralunate ma furbe ragazze è molto comprensivo e invita con forza e buoni argomenti, ideali e pratici, le autorità russe a ridurre loro drasticamente la pena (Guardian, 17.8.2012, edit., Putin v. punk Putin contro punk http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/aug/17/pussy-riot-punk-putin-editorial) – chi, pur mettendo correttamente in burletta l’argomento, ingenuo e sciocco, che in fondo di un museo si trattava, non di una chiesa vera e propria (quando la Basilica di Cristo Redentore – che Stalin aveva smantellato pietra su pietra ed è stata, pietra su pietra, ricostruita) è proprio la cattedrale della Chiesa ortodossa di Mosca – domanda retoricamente e giustamente, no? 

   Già…, e proprio a proposito di musei, “quanti poi sarebbero stati al mondo i musei che avrebbero guardato semplicemente dall’altra parte mentre diverse coppie, tra loro una Nadezhda Tolokonnikova pesantemente e evidentemente incinta, una delle tre donne condannate il 17 agosto, si facevano filmare mentre facevano sesso per illustrare ai moscoviti come venissero fot**ti dal loro governo? il British Museum? il Louvre?forse  il  Metropolitan di New York? [nel 2008 misero su You Tube quelle scene volutamente porno riprese in un museo di Mosca il gruppo di iconoclasti di cui lei allora faceva parte: e avdeva appena 17 anni…] Guardate che la voglia di farla pagare agli anarchici che degli altri se ne fregano completamente, “ non è solo cosa dei russi”.

   Perché è chiaro, e da noi i nostri esaltatori delle Pussy Riot non lo capiscono proprio: non sono solo i benpensanti convenzionali a considerare come espressione di libertà di pensiero quella che – secondo la grande lezione di Voltaire e non solo – non confligge col diritto altrui, ma vogliono vedere questi comportamenti volutamente in contrasto col diritto degli altri puniti secondo le leggi e i costumi vigenti. Anche perché, poi, alla fine, questa è gente che rafforza solo chi proprio la libertà di tutti vuol limitare…

   Ultima considerazione che riprende l’inizio di questa Nota a fondo pagina: avete visto montare sulla stampa libera .nostra, qualche indignazione per i tre anni affibbiati a Nabeel Rajab, il giovane attivista del Bahrain, uno che va in galera per la libertà perché, lui, per rivendicarla, non nega né oltraggia quella degli altri.