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     09. Nota congiunturale - settembre 2011

      

  

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01.09.11

 

Angelo Gennari

 

    

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.... PAGEREF _Toc302582159 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc302582160 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc302582161 \h 3

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc302582162 \h 4

Eid Mubarak— La Festa di Mubarak (vignetta) PAGEREF _Toc302582163 \h 9

● Quando il Nostro dava il cinque al tiranno, gli baciava la mano e Frattini, per lui, sproloquiava. PAGEREF _Toc302582164 \h 11

● Dopo Ben Ali e Mubarak, pure Gheddafi… e, tra un po’, forse qualche suo amico, chi sa? (vignetta) PAGEREF _Toc302582165 \h 12

● Ma, adesso, qualcuno ha un’idea di come si fa ad aggiustare un paese? (vignetta) PAGEREF _Toc302582166 \h 14

● Sì, abbiamo vinto noi! BP = Cameron; Obama = Exxon; Total = Sarkozy (vìgnetta) PAGEREF _Toc302582167 \h 17

in Cina. PAGEREF _Toc302582168 \h 27

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc302582169 \h 30

EUROPA.. PAGEREF _Toc302582170 \h 31

● Il giuramento che Merkozy / Sarkel chiedono all’Europa (vignetta) PAGEREF _Toc302582171 \h 37

STATI UNITI. PAGEREF _Toc302582172 \h 45

● Profitti (al massimo dal 1950) e salari (al minimo dal 1955) in % del PIL (grafici) PAGEREF _Toc302582173 \h 50

● I giudizi e le proiezioni di Standard&Poor’s (per il mondo) PAGEREF _Toc302582174 \h 56

● Scuse americane (vignetta) PAGEREF _Toc302582175 \h 60

GERMANIA.. PAGEREF _Toc302582176 \h 66

FRANCIA.. PAGEREF _Toc302582177 \h 68

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc302582178 \h 69

● Aiuti umanitari (vignetta) PAGEREF _Toc302582179 \h 69

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc302582180 \h 69

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Gli indicatori del disagio finanziario di un paese sono molti e diversi: dal costo per chi ne detiene titoli di assicurarli ai Lloyds di Londra contro l’eventualità del default, al costo degli interessi più alti da garantire per rendere interessante a qualcuno comprare i tuoi BoT. E, aggiungono gli inglesi, poi c’è il cosiddetto test di Healey[1].

A fine settembre del 1976, “Denis Healey, cancelliere dello Scacchiere” laburista nel governo di James Callaghan, squassato da una congiuntura pesantissima di lunga stagflazione, con la fiducia nella sterlina, quella dei mercati e dell’opinione pubblica in caduta libera, giunto sulla scaletta dell’aereo col quale stava andando a un incontro a Hong Kong, raggiunto dalla notizia che i “mercati” si stavano scatenando contro sterlina e economia del paese, tornò indietro, fece convocare dal premier una riunione straordinaria di gabinetto e il giorno dopo portò e fece approvare a Westminster un piano durissimo di austerità che tagliava drasticamente il bilancio come prezzo per ottenere l’aiuto alla sterlina del FMI. Fu “un esempio cristallino di un governo che veniva scavalcato dagli eventi in corso”, a prescindere da quel che faceva.

Adesso, a inizio mese, il premier spagnolo José Luis Zapatero aveva deciso di prendersi qualche giorno di vacanza, prima del Congresso del suo partito cui comunque si presenta dimissionario. E ha dovuto cancellarla di colpo a fronte dello spread che, rispetto ai Bund tedeschi, era scattato per i decennali del Tesoro spagnoli al di sopra del 6%, al 6,45: oltre, dunque, la linea rossa del panico finanziario sui differenziali: quella, superata la quale, nel caso di Grecia e Irlanda ha portato al ricorso diretto alle buone grazie del FMI e della BCE: di fatto, quasi tecnicamente al default.

Il test di Healey, dunque, è quello delle partenze forzatamente e improvvisamente cancellate. Ed è un test affidabile di quando un paese arriva lì lì sull’orlo del baratro.

●Proprio lo stesso giorno, il 2 agosto, lo stesso problema si pone anche all’Italia: lo spread è arrivato anche da noi al massimo, per i BoT decennali rispetto ai Bund… ma da noi quel giorno è stato annunciato che il 4 agosto in Italia il parlamento chiude per ferie estive… e riaprirà solo il 12 settembre perché, viene comunicato, un centinaio di deputati se ne va “in pellegrinaggio in Terra Santa” ai primi di settembre. Forse perché da noi ormai non bastano più né lo stellone né padre Pio bisogna sostituire loro per salvarsi, chi sa?, direttamente il Principale.

Ma, una volta tanto, lo scherno del paese che si va ammucchiando corale verso questa massa di irresponsabili e fasulli chierichetti (baciapile in capo il comunion-liberazionino Maurizio Lupi) tale da obbligare a una marcia indietro almeno parziale: si ricomincerà il 6 settembre… con il parlamento comunque in ferie per un mese.

Poi Berlusconi-Tremonti annullano per l’emergenza e d’autorità queste ferie: dopo aver detto al parlamento il 3 agosto che subito non c’era da fare niente, perché tanto è colpa solo della speculazione finanziaria internazionale, annunciano il 5 che invece bisogna accelerare per il crollo di borsa e i dati del PIL che ci danno in crescita ormai solo dello 0,3%: meglio di Francia e Germania, al momento, ma in condizioni tanto peggiori di loro.

Poi, verso metà agosto il governo coagula una proposta nuova, rivista profondamente, di manovra e, poi, il 29 agosto decide che la manovra sarà cambiata ancora (“il mio cuore sanguina”, dice il cieco di Arcore perché dovrà alzare un poco le tasse ai più abbienti). Insomma: in un mese di manovre ne hanno, alla fine, presentate tre, radicalmente diverse. E poi continuano ad avanzare altre modifiche: la quarta, la quinta, la sesta… cancellazione dei riscatti delle pensioni per studio o servizio militare e poi no; introduzione dell’IVA sui generi di lusso e poi no e poi ancora, forse, un po’ sì… ecc., ecc., ecc. 

E, alla fine della fine – forse: perché ancora deve pronunciarsi il parlamento, su tutto, compresa la nuova misura forse di risparmio effettivo che per proposta governativa dice di voler dimezzare il numero dei parlamentari…— ma chi ci crede mai? – tra tagli alla spesa sociale (comuni, regioni, lavoro e, un po’, pure le pensioni) e qualche sacrificio richiesto ai ceti medi un tantino più agiati, chi paga sarà la spesa sociale.

Un florilegio, per illustrare meglio l’idea, dei giudizi puntuti tradotti per meglio dare l’idea dell’articolo americano:

• “Il centro destra di Berlusconi, abituato a scivolare sopra i problemi e a promettere riforme che non porta mai a compimento, ora si trova con le spalle al muro” (S. Folli, Il Sole 24Ore, 10.8.2011).

• «L’incontro con le parti sociali sui cambiamenti da fare, inclusi tagli alle pensioni e aumenti di tasse, che in Italia come in molti altri paesi europei postula un accordo, non è finito in nessuna proposta concreta»: perché nessuna ne ha fatta il governo: e «“è il caso di sottolineare che su questo incontro si impernia niente di meno che il futuro del paese”» (F. de Bortoli, Corriere della Sera, 10.8.2011).

• «La settimana scorsa, sotto pressione dei mercati, Mr. Berlusconi e il ministro delle Finanze Tremonti avevano annunciato che l’Italia avrebbe ridotto il deficit di bilancio dal 3,9% atteso quest’anno a zero entro il 2013 invece che entro il 2014, come pianificato in un pacchetto di aumenti di tasse e di tagli di spesa passato dal parlamento il mese scorso: neanche il Signore onnipotente ha un’idea di come il governo intenda riequilibrare il bilancio entro il 2013”, commenta il sen. Mario Baldassarri, un economista che viene dal M.I.T, presidente della Commissione Finanze del Senato che ha rotto con Berlusconi l’anno scorso. “Decideranno all’ultimissimo momento”».

• «Dice Stefano Micossi, economista, professore al Consiglio [in realtà al Collegio] d’Europa [di Bruges] e direttore di Assonime, un centro studi delle società di borsa italiane che “Berlusconi non capisce proprio i mercati, capisce gli interessi”: specie i suoi, si capisce… E “questo è diventato un governo di confraternite e cambiarlo oggi sarebbe uno sforzo tremendo”».

●In buona sostanza, il governo Berlusca, quello che non avrebbe messo mai le mani nelle tasche degli italiani, le tasche stavolta – tra tagli di spese e nuove tasse – agli italiani gliele ha proprio sfondate (il carico fiscale, previsto per chi le tasse alla fine le paga, supererà tra due anni il 45%); e poi ha anche reso più precario, liberalizzandolo ulteriormente, un mondo del lavoro che nella precarietà già stava annegando— se ci riuscirà, certo: ma probabilmente vista l’inerzia, la debolezza, la paura delle opposizioni politiche e anche sociali ce la farà.

Adesso parlano ancora in tanti, in troppi, del dovere che avremmo, tutti, di unirci per aiutare a risolvere i problemi economici e finanziari di questo paese. Ma prima riusciamo a trovare la saggezza, il coraggio di buttarla a mare – questa dannata solidarietà nazionale che fa schifo perché è e continuerebbe ad essere sempre tra disuguali – tardi comunque sarà.

●E rinunciando qui ad entrare nel merito anche delle flebili controproposte delle opposizioni, a questo punto non rinunciamo però a segnalarvi, confessandovi che è un peccato non potervelo qui riprodurre in tutta la sua integralità uno dei più godibili articoli[2] che entrando nel merito di quella che sarebbe una vera riforma globale – non solo l’Italia, ma l’Europa e il mondo, in un  certo senso – con grande competenza economica e storica, dipinge sotto forma di paradosso un evento storico, purtroppo, inventato e una soluzione invece, di grande efficacia affidata a un “papa straniero”, come l’A. sapidamente lo chiama. Non lo possiamo riportare qui, dicevamo (è troppo lungo) ma, insistiamo, ne raccomandiamo la lettura. E anche attenta…

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Il prezzo dell’oro[3] oggi vale davvero… oro: in un mondo così incerto sulla propria crisi e sui suoi costi per tutti, e per ciascuno in particolare, il bene rifugio per eccellenza da sempre, da prima ancora di Nabucodonosor, è arrivato a valere 1.881$ l’oncia (31,10 grammi), a +29% sull’inizio dell’anno con chi ha soldi da parte a ricercarvi un’illusoria, probabilmente, sicurezza per i propri investimenti.

●Si sono incontrati a Ulan-Udé, vicino al Lago Baikal in Siberia, il presidente russo Medvedev e quello nord-coreano Kim Jong-il[4], per la prima volta dal 2002 in visita in Russia. Dopo che per anni sia Mosca che Seul avevano insistito con la Corea del Nord perché lasciasse costruire attraverso il territorio nord-coreano un gasdotto capace di trasferire il gas russo per far fronte alla domanda crescente di Corea del Sud e anche, forse, Giappone. Per il trasporto, il Nord Corea potrebbe incassare ogni anno anche più di 500 milioni di $ all’anno, una quantità importante di valuta pregiata di cui ha grande bisogno.

La Russia vuole anche discutere della possibilità di prolungare la ferrovia Transiberiana attraverso il Nord fino alla Corea del Sud e di costruire elettrodotti ad alta tensione per vendere l’elettricità in eccesso (per esempio, proprio quella prodotta dalla centrale idroelettrica di Bureiskaya che Kim ha visitata sulle sponde del lago Baikal) ai mercati coreani, sia Nord che Sud.

Ma l’autoisolamento, in parte scioccamente coltivato dall’occidente, in parte ossessivamente ricercato da Pyongyang stessa, della Corea del Nord complicherà sicuramente la cosa, come e quanto il contenzioso che esiste tra Nord Corea e Sud e anche la stessa Russia, oltre che formalmente con l’ONU ma – quel che conta davvero – soprattutto gli Stati Uniti, sul programma di armamenti nucleari di Pyongyang.

Al riguardo, però, mentre – ipocritamente, proprio quanto l’America – la Russia promette di ridurre i suoi armamenti atomici e poi lo fa solo nella misura che ritiene conveniente ai propri interessi, esattamente come l’America chiede agli altri di rinunciare alle loro armi nucleari se ce l’hanno (non Cina, Gran Bretagna e Francia, ma a tutti gli altri)…

… meno ipocritamente dell’America – anche se, a dire il vero, ci vuole poco – prende atto che chi ne ha un po’, di armi nucleari, a meno di una parità effettiva non ci rinuncia (la Corea del Nord non l’attacca nessuno, in effetti; l’Iraq sì; e Gheddafi, finché diceva, comunque credibilmente, di avere la bomba A nessuno lo ha toccato; poi, quando ha dimostrato di non avercela più…).

E meno paranoicamente dell’America tenendo conto di questo fatto, tenta di negoziare senza fare troppe minacce inevitabilmente a vuoto, del tipo “al lupo al lupo”. Si può, quindi, cercare più flessibilità dalla Corea del Nord ma senza illudersi di estinguerne le ambizioni nucleari. Perché dal suo punto di vista sono assolutamente razionali… E qualcosa, forse – ma negoziando così – si può anche ottenere.

Coi russi, così, Kim Jong-il s’è detto d’accordo[5] ad accettare una moratoria sui test e sulla produzione di armi nucleari, dichiarando anche di acconsentire alla ripresa dei colloqui coi cosiddetti “cinque + 1”. L’addetta stampa del Cremlino, Natalia Timakova, ha annunciato questi risultati alla fine dell’incontro di Ulan-Udé, Ulan la rossa nel dialetto mongolo locale, situata nella Siberia meridionale e capitale della Repubblica autonoma dei buriati. Naturalmente, per ora, si tratta solo di impegni verbali ai quali i nord coreani, ma anche gli altri, saranno tenuti a dar seguito concreto…

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

●La primavera araba (che è già un’etichetta falsa perché onnicomprensiva di realtà anche molto diverse) si è ormai trasformata in estate torrida dovunque, senza ancora portare praticamente da nessuna parte ancora a soluzioni che possano considerarsi definitive. Prima di tentare un’analisi un po’ più dettagliata, caso per caso, proviamo a dare una qualche visione, un po’ semplificata, di sintesi.

●Anzitutto, annotiamo (qui come tra parentesi: ma pensate all’effetto che, in ogni senso, questo tipo di discorsi inconsulti ma come si dice “franchi” fanno al Cairo, a Tripoli, o a Sana’a…) che il sig, Michael Scheuer, che per la CIA era (diversi anni fa) a capo del dipartimento che dava la caccia a bin Laden e ad al-Qaeda, ha dichiarato papale papale che la primavera araba è stata un incubo per tutti i servizi segreti occidentali.

Dall’Egitto al Libano – ha spiegato Scheuer – sia il risentimento verso di noi per avere abbandonato i loro capi, sia il fatto che molti spioni (agenti, li chiama lui) se la siano dovuta dare a gambe, hanno accecato la nostra capacità di osservare quel che succede davvero tra i militanti. Chi ha vinto davvero è al-Qaeda: per noi americani, per i britannici e per tutti i servizi segreti europei è stato un disastro. La primavera araba per noi è stata un disastro”.

Ci viene da osservare soltanto che, quando questo qui parla “per l’occidente” parla per sé e noi, per esempio, non ci rappresenta di certo. E che, visti i risultati del lavoro fatto da questo spione e da quelli che aveva al suo servizio, non è che poi ci abbiamo perso granché a… perdere i suoi servigi.  Il consiglio sul quale ha insistito (Scheuer parlava al Festival di Edinburgo, in un dibattito di politica estera: e, ormai, per fortuna di tutti, non può più dare altro che consigli) è che “dobbiamo” – dice lui che ha questo vizio di parlare col plurale majestatico non avendo nulla proprio di maiestatico – rilanciare il programma delle cosiddette renditions[6].

Che, è utile ricordare, sono i rapimenti programmati e del tutto extra legem – qualsiasi legge sia chiaro – di gente sospettata, mai condannata, da governi e servizi segreti che viene inguattata in carceri speciali supersegreti in giro per il mondo, per torturarla più liberamente e, così – forse – ottenere le informazioni di cui “abbiamo” – dice sempre lui – sempre bisogno.

Il “forse” nel suo discorso non lo ha introdotto lui si capisce: sulla inutilità, non solo l’inaccettabilità della tortura lo diceva già due secoli e mezzo fa un certo Cesare Beccaria che, nella storia, ha lasciato traccia ben più di tutti gli Scheuer…    

●Ribadendo, comunque, che ogni caso è profondamente diverso dall’altro, anche se tutti hanno anche alcune componenti cruciali in comune, continuiamo sulle cose più serie.

Come, ad esempio, popolazioni assai giovani, carenza di opportunità e di lavoro, sistemi politici autoritari, corruzione diffusa e carenza di rendicontazione politica da parte dei governi esistenti: caratteristiche uguali ma diversamente tollerate, o comunque accettate, dall’occidente, santimonioso ed ipocrita: a causa del petrolio ovviamente, di interessi strategici, di mercati in cui esportare, di paura dell’islamismo e di compiacenze verso Israele.

E come il fatto che se, oggi, chiedi a un egiziano, a un bahrainiano, a un tunisino, uno yemenita, a un libico, a un siriano come chiamano quello che stanno politicamente vivendo nel loro paese tutti lo chiamano in arabo thawra rivoluzione, non primavera— un termine che denota certo un risveglio ma anche un periodo limitato tra due parentesi.

E, quando fanno riferimento al processo collettivo, di massa, che scuote tutto il Mediterraneo e oltre nel Medioriente, tutti usano semplicemente e uniformemente il plurale thawrat.

In Egitto, l’apertura del processo a Mubarak ha ricordato al resto del Nord Africa arabo che in molti vogliono vedere alla sbarra i rispettivi rais. Ma anche che il futuro dell’Egitto stesso è sempre in bilico tra il supergoverno dei militari ad interim, una Costituzione che resta ancora da scrivere e un processo politico in bilico continuo tra involuzione, evoluzione e subbuglio.

Sembra più solida l’avanzata delle riforme in Tunisia, come in Marocco. Situazioni diverse ma entrambe più stabilizzate e meno esplosive, anche se sempre soggette agli alti e bassi delle pressioni delle tendenze islamiste, non uniformi però e diverse tra loro.

E, comunque, proprio in Tunisia, dove tutto poi è cominciato alla fine dell’anno scorso, sempre più evidente si fa che il processo di transizione verso la democrazia sarà lungo e non facile.

In Marocco[7], dice il ministro degli Interni, Taieb Cherkaoui, le elezioni parlamentari si tengono il prossimo venerdì 25 novembre, dopo che è stato raggiunto l’accordo fra tutti i partiti politici legalmente esistenti nel regno. Lo scorso 1° luglio gli elettori avevano già approvato a schiacciante maggioranza in un referendum un pacchetto di riforme che limiteranno i poteri di re Mohammed VI.

In Algeria sono stati finora diversi gli elementi che hanno contribuito – come, anche se diversamente dal Marocco – a tenere sotto controllo la situazione. E’ forte, anzitutto, la memoria dell’ecatombe, 100.000 morti almeno, che negli anni ’90 costò qui il conflitto fra regime militare e estremisti islamisti armati. Qui poi le autorità hanno, contrariamente al testardo no di Mubarak, quasi subito levato le leggi sullo stato d’emergenza che da allora datavano.

E grazie alle entrate del paese da greggio e gas naturale subito iniziato a spenderne una buona fetta in sussidi ai disoccupati, ai prezzi degli alimentari di più largo consumo, in aumenti dei salari pubblici, concessioni economiche concrete a vari starti della popolazione.

L’opposizione poi, sempre sotto occhiuto controllo di autorità estremamente paternalistiche e cautamente allertate, era divisa da discordie pesanti all’interno tra studenti, movimenti delle donne, disoccupati, lavoratori pubblici, professionisti cosiddetti libri e – incapace di trovare una piattaforma comune – ha visto ciascuna scheggia di quella che avrebbe potuto essere altrimenti un’opposizione coesa, incisiva e fors’anche risolutiva impegnata a perseguire i suoi particolari e più  immediatamente avvertiti interessi[8].

Un’altra importante differenza rispetto all’Egitto, ma anche alla Libia e alla Tunisia, è che in questo paese l’apparato di sicurezza, amalgamato a forza dalla lunga e durissima guerra civile contro gli islamisti armati, è molto più integrato nel sistema politico. Le forze di polizia sono aumentate sostanzialmente di numero, da 50.000 che erano a metà degli anni ’90 alle 170.000 di oggi, sono relativamente ben pagate e professionalizzate e più inserite nella vita normale delle popolazioni.

E – importante – non si sono lasciate andare a una repressione cieca e a largo raggio indiscriminato e hanno fatto centinaia di vittime tra i civili.

In Libia, mesi e mesi di bombardamenti NATO stanno riuscendo, sono riusciti, a frantumare un’economia che non funzionava affatto male – produceva e distribuiva ricchezza, dal petrolio anzitutto, in maniera socialmente per il 90% dei libici ugualitaria e efficace: aveva portato davvero l’acqua nel deserto e il PIL pro-capite dei libici a 14.400 $ all’anno a parità di potere d’acquisto[9]: il  reddito più elevato di tutta l’Africa – a distruggere per lo meno a metà un paese e, così,  a sbalzare di sella Gheddafi anche massacrando, quando è stato utile e/o necessario, le popolazioni civili che bisognava “proteggere”.

Forse questa analisi è un po’ secca, priva di sfumature. Ma questa è la verità, al di là del fatto che qui la rivolta popolare è stata – malgrado quei dati – poi davvero di massa e reale. La Libia, subito, da quando s’è capito che i ribelli avrebbero perso, è stata crucialmente martellata dai raids aerei della NATO: una serie, sì, di massacri a tappeto.

Del resto, in massacri all’ingrosso si sono specializzate entrambe le parti come hanno attestato ora, nei giorni di quello che sembra al momento il round di scontri finale, i media internazionali.

Medici e giornalisti dimostrano” ora, prove alla mano, “che le due parti si sono abbandonate a veri e propri massacri intorno a Tripoli, mentre infuriava la battaglia intorno al compound di Gheddafi[10]. Il passo, del resto, “dalle sparatorie di gioia in aria al saccheggio e anche alle scaramucce tribali”, e peggio, “può essere veloce come una tempesta di sabbia[11].

O anche, aggiungiamo noi per riequilibrare un po’ una specie di sbilanciamento culturale immotivato, visto quel che è successo in tanti dopoguerra dalle parti del nostro occidente civilizzato, “come una pioggerellina di marzo”.

Subito prima dell’assalto che sembra ormai proprio quello finale, si manifestano del resto anche crepe evidenti nel regime di Tripoli: la defezione a metà agosto dell’ex primo ministro e già vicinissimo sodale di Gheddafi, poi – da anni – tenuto a discreti arresti domiciliari, Abdessalem Jalloud, era stata per lui il segnale più pesante.

Anche perché Jalloud, accusato da tempo di essere in contatto discreto non tanto col Berlusca (tempo perso: e poi, ormai, non poteva) o con Sarko (comunque, tempo strategicamente sprecato) ma proprio coi servizi segreti americani, sembra la conferma che a Washington non vogliono ripetere l’errore di Bagdad facendo con Saddam piazza pulita di tutte le strutture del regime e trovandosi così nel caos dell’anarchia insurrezionale totale.

Ecco, forse, la resurrezione di Jalloud, ora “fuggito” in Italia con tutta la famiglia all’ultimo momento utile, forse proprio questo indica: bisogna ricostruire, non azzerare, e per ricostruire occorre “inglobare nel nuovo” parte almeno del vecchio perché la politica della tabula rasa sarebbe esiziale.

In Bahrain la repressione armata e sistematizzata su cui lo zio Sam ha chiuso tutti e due gli occhi, l’aiuto anche militare diretto dei paesi del Golfo fratelli (ricordate gli aiuti fraterni dell’URSS di mezzo secolo fa?) i movimenti di rivolta sono stati efficacemente anche se ancora non definitivamente schiacciati.

E in Yemen, dove il sostegno effettivo anche se mezzo negato pubblicamente degli americani al traballante presidente Saleh, è stato cruciale, è andata un po’ alla stessa maniera. Anche se, visto l’impasse che si trascina e il ribollire della rivolta un po’ in tutto il paese con punte di infiltrazione al-Qaedista qua e là ricorrenti, pare che l’America adesso tenti di mediare essa stessa.   

Parlando dall’Arabia saudita, dove è ancora convalescente e da cui, comunque, per ora rinuncia a tornare a Sana’a, il presidente Saleh ha duramente obiettato[12] all’accordo che, dice, é stato mediato dagli USA l’11 agosto in un incontro a Riyād tra esponenti del suo governo e parte dell’opposizione e che gli chiederebbe di cedere al più presto il potere in cambio della totale immunità

Per parte sua, il Brig. Gen. Yehia Mohamed Abdullah Saleh, nipote del presidente, che ha ripreso bene, pare, in salute ma se ne resta ancora in Arabia saudita mentre sostiene che il dialogo è l’unica via d’uscita dall’impasse politico avverte che “romperà il collo”, di persona, a chiunque tentasse di rimuovere il presidente Saleh con la forza dalla carica che è sempre ufficialmente la sua[13].

Lui lavora, però, per impedire al paese di tornare agli scontri di massa per strada che rimetterebbero a rischio la stabilità del paese. Purché sia rispettata la scadenza del 2013 di conclusione del mandato presidenziale, una transizione pacifica che includa l’opposizione, dice, può cominciare anche subito.

●In Arabia saudita, re Abd Allāh b. Abd al-Azīz Āl Saūd, che qualche decina di sudditi ribelli li fa  decapitare normalmente in piazza con la scimitarra ogni mese, ha letteralmente “comprato” il dissenso facendo abbondante ricorso al Tesoro reale che, per legge, è tuttuno con quello dello Stato saudita.

Ma ormai si sente assediato e a rischio per la presenza sciita al potere, minoritaria certo nel paese ma che tra Iran e Iraq, passato dal ferreo controllo del sunnita Saddam a quello sciita iraniano, dire che li allarma è dir poco.

●In Giordania, invece, il suo omologo e omonimo, Abd Allāh II ibn al-Husayn, più che fare ricorso a un Tesoro che lì è quasi vuoto, va avanti con promesse di riforma istituzionale, sociale e politica che appaiono abbastanza credibili e, comunque, sono per ora credute più o meno a sufficienza da riuscire a calmare tensioni e acque.

A metà mese annuncia, così, che il Comitato reale per la revisione della Costituzione è arrivato a un accordo. Tra l’altro propone di dar vita a una vera e propria Corte costituzionale che qui, finora, si riassumeva tutta nella figura del re e propone che l’età minima per candidarsi alle Camere venga ora  abbassata a 25 anni[14].

Resta un buco importante che la proposta di revisione costituzionale che il re presenta al parlamento non colma— e non a caso. E l’opposizione, coi Fratelli mussulmani, avanza una richiesta precisa di modifica che, se non accettata, comporterebbe il suo rifiuto a partecipare alle elezioni.

Dichiara Hamzeh Mansour, segretario generale del Fronte di Azione Islamica che ne è l’ala politica, chiede[15] che prima del ricorso alle urne la Costituzione venga rivista a specificare subito che i futuri primi ministri debbano essere designati non dal sovrano ma dai partito o, altrimenti, dalle coalizioni che in parlamento formano la maggioranza degli eletti.

Che, francamente, sembra una richiesta sensata, ma suona anche come un ballon d’essai per sondare la disponibilità del re a concedere quello che nessuno degli altri monarchi della regione ha concesso anche a costo di migliaia di morti.  

●Un altra base di comune preoccupazione è, sembra con altri anche a chi scrive, che dappertutto la domanda che è emersa come dominante dei popoli arabi – almeno delle masse che, coi nuovi  e i vecchi strumenti della comunicazione sociale sono riuscite a manifestarsi al mondo – s’è incarnata nei concetti e nelle parole d’ordine di libertà ed uguaglianza: democrazia e dignità – valori squisitamente e secolarmente associati all’occidente – in lotta contro i poteri occulti e oscuri della dittatura e del dispotismo. Insomma, lo scontro in atto per aprire il processo politico e renderlo trasparente, far applicare le regole della legge in maniera giusta e anche uguale.

Scelte cruciali – libertà e uguaglianza – come da noi abbiamo imparato a spese di tutti – ma da cui viene fuori lampante, anche qui, la mancanza cruciale dell’altro elemento che non è fatto solo di uguaglianza formale dei diritti – di diritto ai diritti – ma di quella che tutte le rivoluzioni moderne – ognuna con le sue esiziali carenze e i suoi vuoti (schiavitù che permane di qua, pure con Washington e Jefferson,  terrore imperversante di là con e dopo Robespierre, uguaglianza imposta e piantonata con la violenza dello Stato da Lenin e Mao) avevano battezzata fraternità: la garanzia, cioè, di poter usufruire non solo del diritto ai diritti ma di un minimo di uguaglianza anche concreta, reale: di un minimo decente di giustizia anche economica.

Solo un esempio. Dal tormentato e complesso processo politico economico che traversa l’Egitto possono emergere ragionevolmente come forze egemoni – per usare una categoria a noi ben nota – o ancora i militari con un volto rifatto, o una coalizione dominante che, a bocce ferme, sembra sarà composta dall’innaturale alleanza tra Fratelli mussulmani, anch’essi col volto riformato e rifatto – si  pensa – e il grande partito della borghesia egiziana al-Wafdla Delega (nome che è di per sé è già tutto un programma).

Nemici irriducibili – la visione secolarista e laica contro quella religiosa e islamica dei valori (un po’ come da noi i radicali più tradizionali alla Pannella e i fondamentalisti cattolici alla Binetti) – ma che condividono la visione liberista del mercato e un’agenda politica che punta a farne il valore finale e dirimente dell’assetto della società.

Insomma: siamo al punto in cui, se non viene rapidamente e radicalmente corretto l’andazzo con una diversa condivisione del potere non solo sul piano politico ma anche su quello sociale, la primavera araba può cominciare a trasformarsi nell’inverno d’un grande scontento[16].   

●E adesso, paese per paese, un po’ più analiticamente.

In Egitto, il 3 agosto mattina, alle 10 precise, l’ora annunciata, su un letto d’ospedale disposto in una gabbia di filo di ferro eretta all’interno dell’aula magna dell’Accademia di Polizia del Cairo, già intitolata proprio a Mubarak, è comparso in giudizio e in diretta televisiva[17] l’ex rais Mohammed Hosni el Sayyed Mubarak, in quella che è stata sicuramente una sessione catartica per il mondo arabo e per il mondo tutto.

Analoga, forse, solo a quella del tribunale del parlamento che decretò di tagliare la testa a Carlo I Stuart re d’Inghilterra nel 1649 o a quella del tribunale rivoluzionario che processò Luigi XVI in Francia nel 1793 e fece decapitare il cittadino Luis Capeto ridotto, per così dire, da re allo stato laicale.

Eid Mubarak— La Festa di Mubarak (vignetta)

 

 −Non colpevole! Chiunque dice che io, il        −No, non mi prenderò queste 

padre della Nazione, sono responsabile            accuse standomene qui

per la morte anche di un solo egiziano,              immobile!

               lo farò divorare dai coccodrilli!

−…Questo tribunale qui, è una buffonata!       −Ma avete un’dea di come il

Chiunque ha nominato lei come giudice            popolo egiziano chiamerà il 

dovrebbe essere fucilato!                                   giorno in cui il suo beneamato              

               Ma, signor Mubarak, è stato              presidente verrà condannato a

proprio lei a nominarmi…                                 morte?

                                                                                               “Eid Mubarak?

Fonte: Khalil Bendid, 9.8.2011                                              La festa di Mubarak?”

 

La domanda adesso è se i rais che schiacciano i loro popoli impareranno dal processo che devono aumentare la repressione per sopravvivere alle rivoluzioni che li interpellano o prenderanno nota che, prima o poi, se non sanno accettare di mettersi in discussione può toccare a loro di finire in gabbie come quella.

Con alcuni che, comunque, nel clima nuovo protestano contro il processo (“state mettendo alla sbarra l’Egitto”) e molti che invece vi inneggiano, Mubarak è comparso di fronte alla Corte chiamata a giudicarlo per aver ordinato l’uccisione di decine di dimostranti e per corruzione, insieme ai due figli Gamal e Alaa, all’ex ministro degli Interni Habib el-Adly e ad altri sei alti ufficiali delle forze di sicurezza.

Fino all’ultimo la seduta pubblica era stata in dubbio per la riluttanza, comprensibile, dei 19 componenti del Consiglio supremo militare a “umiliare” quello che per decenni era stato il loro supremo comandante in capo e aveva fatto generali, in pratica, tutti loro: ma poi, di fronte al rifiuto del presidente del Tribunale ad aprire altrimenti la seduta, anche loro hanno dovuto mollare. Il giudice ora ha promesso un giudizio rapido. Ma che significa “rapido” non lo sa proprio nessuno.

Tutti apprezzano invece, i favorevoli come anche i contrari, che questo è diventato davvero “Il giorno del giudizio” (dal titolo del settimanale più popolare, Al-Ahram le piramidi). D’altra parte, ormai non c’era altro modo di ripristinare la fiducia nella leadership, ormai comunque discussa, dei militari da parte di molti di quelli che scendono in piazza ogni giorno.

Ma il problema di fondo è sempre uno: e di difficile soluzione— basta guardare ai grovigli che il  governo turco man mano deve sciogliere per riuscire a liberarsi della tutela dei militari: c’è chi, della vecchia classe politica non islamica turca – laica e repubblicana ma piuttosto autoritaria, diremmo noi – lo accusa di accumulare, emarginando così i militari “troppo” potere… Il punto, a noi sembra, è verificare e assicurarsi, in una società civile moderna, che il controllo delle forze armate e della polizia ritorni a un governo civile.

Ma, certo, poi bisogna assicurare che il governo civile resti un buon governo civile – ma questo è lavoro per la democrazia che nasce… e bisogna vegliare a che la seconda quantità di aiuti militari concessa dagli USA a un altro paese – la prima spettando, ovviamente, a Israele – non condizioni troppo la vita di quello che sarà il futuro governo civile egiziano.

●Alla coalizione islamista non piacciono affatto le linee guida che per la nuova Costituzione ha proposto ora il Consiglio supremo delle FF.AA. Sul perché non siano graditi i princìpi avanzati e quali siano, ancora nessuna chiarezza, però: se non che i militari cercano di confermare – come sembra ovvio – per costituzione, istituzionalmente, quanto possono del loro potere attuale[18].

E che  a obiettare sembrano essere principalmente i partiti islamici[19] (anche se il Consiglio supremo sembra nutrire dubbi, e li esterna, sulla non interferenza nei processi politici interni di “aiuti” americani a gruppi privati egiziani[20]…): il che di per sé non è un gran bel segno…

●All’Egitto adesso arriva la promessa della Banca mondiale[21] di una “donazione” di 247 milioni di $ (per ora non è ancora un impegno; e bisogna stare a vedere bene le condizioni che in cambio saranno imposte) che dovrebbe servire a aiutare il ministero della Pianificazione e della Cooperazione internazionale, si dice, a trattare con le organizzazioni internazionali regionali e finanziarie.

Un prestito, invece, di 330 milioni di $ andrà alla costruzione della linea ferroviaria tra Beni Suef e Assiut, con altri 100 milioni che dovrebbero servire a modernizzare acquedotti e reti di irrigazione nella cosiddetta Nuova Vallata per accompagnare l’irrigazione fornita dalla Vallata del Nilo e istradarla verso le zone desertiche del Sahara occidentale.

Poi ci saranno altri 600 milioni di $ per finanziare la costruzione della centrale elettrica a nord di Giza (dove sono le grandi piramidi) e altri 219 milioni che dovrebbero aiutare a collegare una stazione di produzione elettrica eolica alla rete più generale.

Ai 2 miliardi di $ che costituiscono l’impegno teorico assunto globalmente dalla Banca mondiale mancano nel nostro elenco diverse  altre centinaia di milioni e si tratta in ogni caso di infrastrutture dello stesso tipo, costruzione soprattutto di centrali elettriche e collegamenti, rimaste incomplete.

Si tratta anche qui, però, di negoziarli, tutti questi prestiti, come del resto da negoziare dicevamo, saranno, le cosiddette donazioni…

●Anche in Tunisia, sono iniziati i processi[22] per malversazione e truffa a chi era fino ai primi dell’anno un onnipotente. Qui Ben Ali, in esilio dorato in Arabia saudita, non è per il momento raggiungibile e così, intanto, sono stati chiamati a pagare molti famigli suoi e di sua moglie, Leila Trabelsi, ancora più detestata di lui: amici e parenti, tutti clienti, venticinque dei quali sono stati condannati così il 12 agosto a pene detentive dai tre mesi ai sei anni e multati per un totale di 200 milioni di dinari, sui 100 di €, per aver tutti tentato di scappare portandosi dietro soldi e gioielli.   

●Sulla Libia, mentre le notizie sembrano ormai tutte proclamare il crollo del regime di Gheddafi, è bene, anzi è necessario, fare un’opera di ricostruzione della memoria. Tanto per tenere tutti in allenamento, soprattutto chi – vero Frattini? vero Berlusconi? – vorrebbe farci scordare del passato.

Abbiamo il dovere, cioè, così almeno ci pare, di ricordarci e di far ricordare, tenendo sempre in allenamento quel po’ di senso dello humour che abbiamo, il passato, molto recente del resto, anche con le due foto che seguono,

Quando il Nostro dava il cinque al tiranno, gli baciava la mano e Frattini, per lui, sproloquiava

e con un ricordo documentato, preciso.

Quando a febbraio venne abbattuto in Tunisia Ben Alì, il “nostro” ineffabile, Franco Frattini (un altro che, come Tremonti, ci viene dalla covata de il manifesto dei tardi anni ’70:  ma senza colpa, sia chiaro, né di Pintor né di Rossanda: era già allora un craxista-leninista, piuttosto), che ora si vanta del fatto che la guerra a Tripoli è stata una “felice intuizione italiana” (bugia: se fu intuizione, lo fu di Sarkozy, non certo nostrana), proclamò, in una preziosa intervista[23] che Gheddafi a suo avviso era un “modello per tutto il Nord Africa”, perché evidenziava, come lui aveva scoperto e personalmente teneva a attestare, una via nordafricana alla democrazia.

Parole sue, proprio tra virgolette: “Faccio l' esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama ‘dei Congressi provinciali del popolo’: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi”.

Di sicuro, quest’uomo diciamo così di scarsa decenza intellettuale – non ha mai riconosciuto, e mai riconoscerà, di aver detto la colossale caz***a che ha detto – rifletteva il parere del suo capoccia. Che ha l’alibi, però, dell’imbolsimento in progress dovuto all’età, all’estenuazione della vitalità, alla poca consuetudine al discutere e al mediare cui il mestiere politico – poveraccio – lo obbliga. Comunque, pare ormai certo che il rais si vada avviando a sparire dalla cronaca.

Non può essere altrimenti, del resto, dopo il sofà a forma di sirena dorata della famiglia Gheddafi che la televisione libica ha mostrato alla gente che ormai, inevitabilmente, di lui più che tremare ride a crepapelle.

E ci è venuta in mente – ma stavolta credeteci sulla parola per favore: non ci va di metterci a cercare il riscontro preciso – la famosa osservazione di Orwell secondo cui al passo dell’oca di nazista memoria era possibile nascere, e sopravvivere, solo in un paese dove alla gente era proibito ridere del governo. Anche qui in Libia, ovviamente lo era.

Ma, come in Italia dove pure a Mussolini il passo dell’oca era piaciuto, la gente rideva a vederlo, qui quella paura che attecchiva anche sotto Gheddafi con grande difficoltà, ormai non è più neanche pensabile…

Ma va fibrillando, e di brutto, anche il fronte ribelle[24], subito prima di quella che appare come la spallata decisiva al regime, a fine agosto.  La Coalizione per la rivoluzione del 17 febbraio, il gruppo forse più importante nell’est della Libia e nella rivolta, ha chiesto le dimissioni delle autorità che, nel Consiglio transitorio, hanno ordinato l’arresto e poi, di fatto, almeno tollerato l’esecuzione – cioè, l’assassinio a freddo – del generale comandante delle “armate” ribelli, Abdel Fattah Younes.

 

Dopo Ben Ali e Mubarak, pure Gheddafi… e, tra un po’, forse qualche suo amico, chi sa? (vignetta)

Sonetto Ozymandias (altro appellativo del faraone Ramsete II, il Grande)

  “Guarda alle mie opere, o Onnipossente, e dispera” di Percy B. Shelley

Fonte: The Guardian, 25.8.2011, di Nick Hayes

E hanno chiesto di espellere dal Consiglio, e poi sottoporre a processo, il vice presidente dell’esecutivo ribelle, Ali al-Essawi, un giudice, Jumaah al-Jawzi al-Obeidi, il ministro della Difesa Jalal el-Digheily e il suo vice Fawzi Bukatef: identificati, e non per antipatia, come i mandanti

Ma il principale “accusato”, al-Essawi, ha subito annunciato che ovviamente lui resta al suo posto. Così come ha dichiarato che il Consiglio non ha alcuna intenzione di seguire l’altra richiesta del “17 febbraio”: cioè,  come chiedeva con insistenza proprio Younes, di sciogliere le milizie che, a decine, operano nelle aree tenute dai ribelli riconoscendo la necessità di formare un esercito veramente nazionale, al di sopra e al di là di milizie, tribù ed etnie. E nessuno ha risposto: col dibattito, però, del tutto sotto traccia, ma sempre più pericolosamente, che tra gli insorti continua.

Poi, un po’ a sorpresa, il Consiglio nazionale transitorio decide non solo di accogliere la richiesta di dimissioni forzate di alcuni componenti del governo provvisorio, ma di sciogliere tutto l’esecutivo al cui presidente, Mahmoud Jibril, viene chiesto di eleggerne uno nuovo di zecca[25].

●Verso metà mese, spunta una notizia che sembra indicare un dibattito, e probabilmente anche qualche dissenso, nel governo russo rispetto alla Libia. Il presidente Medvedev dichiara di sostenere la risoluzione 1973/2011 del CdS dell’ONU che autorizza l’intervento militare contro gli attacchi alla popolazione libica condotti dal governo di Gheddafi e provvede a proclamare che ora, con un ritardo di oltre cinque mesi, la Russia aderisce alle sanzioni votate dallo stesso Consiglio di Sicurezza: che, a suo tempo, non aveva approvate ma neanche, col suo veto, bloccate.

Ma non si rimangia – come pure Medvedev sembrerebbe qua e là tentato di fare leggendo il testo del decreto interpretativo della posizione russa pubblicato ora sul sito presidenziale[26] – quel dissenso che il suo governo ha manifestato ripetutamente e seccamente contro l’estensione dei bombardamenti non solo, come autorizzato, alla difesa dei cittadini libici che, anzi, Mosca ha sempre detto ne vengono direttamente troppo spesso, e con bombe inevitabilmente cretine anche se le chiamano intelligenti, ammazzati, feriti, aggrediti.

Ma, in definitiva, il decreto esplicativo di Medvedev mette in evidenza come ai vertici russi su politica estera e di difesa non c’è sempre esattamente un’univoca linea. Cosa risaputa da tempo: vi coesistono – in conflitto e alla ricerca di continue mediazioni – pulsioni, intenzioni e anche sensibilità diverse per attenzione, apertura e condiscendenza verso i desiderata dell’occidente: con i protagonisti il presidente, il primo ministro e anche, un po’ più defilato, il ministro degli Esteri…

Certo, succede anche altrove – in America ormai la tensione tra la capo-falchessa Hillary Clinton e Obama risulta spesso palese: ma lì, alla fine se vince lei è solo perché, col suo assenso, lui la lascia vincere. Qui, il processo è più complicato, spesso anche più trasparente e meno scontato, e la soluzione finale più di sovente è il risultato di un compromesso.

Che qualche volta premia l’uno, qualche altra l’altro dei duellanti. Comunque, l’equivoco di questa conduzione binaria Medvedev-Putin della Russia verrà, ormai, chiarito a breve: si approssimano le elezioni presidenziali per l’anno prossimo e le candidature verranno presto annunciate…

●In definitiva, dovendo chiudere il dibattito sul passato e sul come si è giunti, o si sta giungendo, a questo esito possiamo ben dire – noi, che a Gheddafi mai abbiamo baciato la mano né dato il cinque – come e quanto non ci dispiaccia per niente che sia stato abbattuto.

   “Restiamo fermamente del parere, però, che l’intervento armato occidentale in Libia sia stato sbagliato. La caduta di un dittatore è sempre benvenuta, specie quando si è insediato da quarant’anni al potere, anche se del governo come in questo caso preciso gliene fregava poco basta che gli dicesse comunque sempre di sì chiunque al momento lui ci avesse insediato.

   Forse Gheddafi non è stato neanche il peggiore di tutti i dittatori sulla faccia del pianeta e per 42 anni è stato il beneficiario del più crasso interventismo dell’occidente, dalle bombe di Reagan che gli fecero fuori una figlia, a cento tentativi imbelli di sanzioni e di ostracismo con tra parentesi qua e la, soprattutto nel periodo ultimo, le amicizie petroleose dei Blair”— e dei Berlusconi che lo slinguavano in pubblico. “Ma certo sarebbe stata altra cosa se ad abbatterlo fosse stato il suo popolo e non le armate dell’occidente[27]”...

Nel 1942 Churchill disse, con azzeccata cautela, che la campagna di Libia che aveva sortito la sconfitta delle armate di Rommel non era il principio della fine ma, “forse, la fine del principio” della seconda guerra mondiale. Ed è così, adesso, ancora una volta di certo, per la sconfitta di Muammar Gheddafi (se poi verrà acclarata e confermata). Per lo meno stavolta nessuno – se non forse il Frattini: che giustamente, però, nessuno si fila – si affretta a proclamare il suo pateticamente ridicolo “missione compiuta”…

Hanno cominciato dalla no-fly-zone – dissero – per “salvare Bengasi”, poi si sono schierati da una parte nella guerra civile, poi hanno effettuato una delle più sistematiche e cruente campagne di bombardamento della storia per “difendere il popolo libico”, riconoscendo alla fine che, forse, ci si poteva riuscire solo trovando il modo di “eliminare Gheddafi”.

Somalia, Libano, Iraq, Kosovo, ancora Iraq, Afganistan: sono tutte campagne cominciate così, con un blitz che avrebbe vinto rapidamente una battaglia, neanche una guerra, ma che si è poi strascicato in un’occupazione senza fine. Se una Libia che galleggia sul petrolio diventa adesso una specie di staterello del Golfo insediato qui nel Mediterraneo, il colpo di coda nei confronti dell’occidente potrebbe essere davvero pesante. Sperando sempre che la guerra civile si fermi presto a scala macro, diciamo, ma sapendo che rischia di trasformarsi sul serio in un altro Iraq.

E’ che, al dunque, noi dobbiamo e possiamo anche fare il tifo per una parte, magari anche discretamente aiutarla, ma come essa si libera poi da quell’altra – se non si tratta di una guerra mondiale – qui, come dovunque in una guerra civile, è affar suo. A meno di voler governare noi, l’occidente – non noi l’Italia, per nostra fortuna che dalla Libia dovremo comunque, per decenza, restare lontani – un altro Stato cliente. Ingovernabile…   

●Perché, ora, il dibattito vero e quello che più interessa, sulla Libia, riguarda il futuro: e, anzitutto, ormai sembra proprio la possibilità che avrà o non avrà il Consiglio nazionale transitorio di assicurarsi democraticamente, come si dice, il controllo e la governance sulla Libia post-Gheddafi e/o la possibilità che si continuino invece a sviluppare altre spaccature e “sbavature” pure cruente, come quella che è costata la vita al gen. Younes. Il fatto è che[28] intorno a Tripoli agiscono una quarantina, almeno, di “kitaeb” (in origine il termine significa libro…), milizie armate e organizzate anche se non regolarmente pagate e tutte aventi a disposizione una marea di armi individuali che non spariranno certo il giorno dopo la caduta del rais.

E in qualsiasi guerra che ha in sé, come questa, il carattere dell’uno contro tutti e dei tutti contro ciascuno, al di là della lotta contro il nemico principale, Gheddafi, si formano sempre aspettative forti da parte di chi effettivamente combatte. Aspettative che, poi, sono di rado le stesse per tutti. Tanto per cominciare, fra le kitaeb di Tripoli e quelle di Bengasi e contro l’egemonia, la preminenza, che adesso Bengasi comincia a rivendicare proprio nei confronti di Tripoli. E, dopo la rivoluzione, o la controrivoluzione, adesso di Tripoli nei confronti di Bengasi.

Ma, adesso, qualcuno ha un’idea di come si fa ad aggiustare un paese? (vignetta)

Fonte: IHT, 26.8.2011, R. Chapatte

Nell’immediato, il problema principale resterà quello di inglobare in qualche modo, ma con risultati convincenti, alcuni dei grandi gruppi tribali alleati di Gheddafi, come i Warfalla e gli stessi Gadadfa  la sua tribù, per arrivare a farli sentire parte integrante, partners a pieno titolo, della nuova Libia. I Gadadfa, poi sono la tribù che domina in particolare la città di Sirte – dove, appunto è nato il rais – e controlla di lì strategicamente l’autostrada principale che collega l’est e l’ovest del paese e sono anche la tribù che, in larga parte, domina l’importante oasi di Sebha.

Altro nodo cruciale da affrontare e risolvere, qui, è che la Libia avrebbe bisogno, per “presentarsi” all’estero in modo credibile, di una qualche organizzazione di partito politico tradizionale, di una Costituzione, di qualcosa che sia istituzionalmente considerato normale – conosciuto, usuale – nella e dalla “comunità internazionale”. Una forma di Stato che, però, da quarant’anni Gheddafi aveva sistematicamente stralciato da qualsiasi esperienza e dalla coscienza popolare, alla quale del resto era sempre stata estranea, sostituendola col concetto di sovranità popolare diffusa dove tutti, comeci ha spiegato Frattini venivano consultati, magari un po’ caoticamente e lui solo, poi, però decideva.

E qui, potenzialmente, si annida ancora un altro conflitto, perché i concetti stessi di una Costituzione, di rappresentanza, di delega, di partito o di partiti e che tra i molti avvocati del CNT è vivo e presente, resta del tutto alieno alla base di giovani che costituisce la spina dorsale delle formazioni ribelli. E su questo punto si è già aperta una dura polemica tra il presidente della CNT, Mustafa Abdel-Jalil, e il vice presidente Abdel Hafez Ghoja, più sensibile di lui agli umori di questa base. D’altra parte l’assenza di un partito strutturato e onnipresente, com’era il Ba’ath di Saddam Hussein in Iraq, potrebbe invece essere una benedizione per questo paese.

Insomma. Il CNT ha conquistato posizioni importanti e da diversi punti di vista ha anche gestito bene la sua occasione. Ma resta un collettaneo di vassalli e valvassori, di piccoli feudi e non un governo coerente e credibile. Per lo meno, ancora non di certo. Né il suo non aver impedito e, poi, anche investigato e efficacemente punito l’assassinio di Abdel Fattah Younes, ma averlo nascosto sotto il tappeto di una dimissione collettiva e perciò stesso pro-forma che non ha poi riguardato chi probabilmente al vertice aveva impartito l’ordine dell’esecuzione, è servito ad attenuare sospetti e preoccupazioni.

Ma adesso, forse, saranno – dobbiamo tutti sperarlo – i libici stessi a pretendere che il Consiglio renda loro conto di quel che fa. Con lo scongelamento dei vasti fondi che il regime di Gheddafi aveva improvvidamente tenuto nelle banche dell’occidente e con l’accesso, graduale, alla rendita petrolifera[29] il Consiglio Nazionale Transitorio acquisirà grande potere e con esso la tentazione a cancellare dal proprio nome l’aggettivo temporale. E, perciò, sarà indispensabile monitorare come userà quei fondi e mettere in grado di funzionare le articolazioni di una società civile in Libia.

L’istinto democratico, però, non nasce da solo in una società che ne è stata sempre prìvata e lo ha, quindi, sempre ignorato. E’ un istinto e sono abitudini che non vengono donate da Dio, da Allah, o da nessun altro. Le istituzioni, gli organismi, le associazioni capaci di costituire il contrappeso necessario al potere politico vanno sviluppate, nutrite e rafforzate per giungere alla democrazia. Anche perché, come da noi abbiamo imparato e hanno imparato anche democrazie più antiche e consolidate della nostra – i casi Murdoch e Berlusconi insegnano – la libera stampa, libera davvero,  non fa affatto comodo a tutti.

Dopo tutto, Gheddafi era arrivato lui stesso al potere sull’onda certo di un golpe militare, ma anche di un’insurrezione popolare e populista e c’è rimasto per anni in sintonia col suo popolo. Ma i libici, come gli iracheni, come gli afgani, come tanti altri prima di loro, non sono abituati e in realtà non hanno neanche l’idea dell’idea di democrazia.

E i nuovi leaders – tutti: da Jibril a Jalil a Jalloud – nuovi non sono per niente: vengono tutti da lì, dalla stessa culla da cui nacquero e si nutrirono Gheddafi, Saddam e Hamid Karzai.

E solo un ignorante arrogante, o un pagliaccio, può aspettarsi che questi ribelli qui spontaneamente si mettano ad ossequiare i princìpi della democrazia parlamentare o dell’equilibrio dei poteri.

Per riassumere, infine: potranno unirsi le forze ribelli e non continuare a spaccarsi? riusciranno a pacificare il paese senza gettarlo in un bagno di sangue con una ragionevole rapidità? e a ricostruire un’economia e specie un flusso del greggio che è stato di fatto annullato da sei mesi di guerra e lo resterà, inevitabilmente, ancora a lungo?

E, forse più importante di tutto, riuscirà il CNT a riportare il controllo del monopolio del potere armato – la prerogativa di ogni Stato sovrano – nelle mani del potere legale, con centinaia di migliaia di armi che girano per il paese uscite dagli arsenali durante le guerra civile— gli americani sospettano, probabilmente con qualche ragione, che Gheddafi avesse immagazzinato anche armi chimiche e che almeno alcuni di questi stocks siano adesso finiti in mano a qualche tribù, qualche kitaeb, o qualche fazione autonoma ribelle o, forse, addirittura – dicono loro – nelle mani di al-Qaeda[30])?

●Importante è, però, che il 25 agosto, secondo quanto ha comunicato alla stampa il segretario generale Nabil Elaraby, la Lega araba abbia riconosciuto il CNT come rappresentante ormai effettivo (non ha detto legittimo, ancora) del popolo libico[31]. Il suo rappresentante presso la Lega, Abdelmoneim el-Houni, è stato invitato a riprendere il posto che a tale titolo gli spetta già dalla prossima seduta del consesso.

Ma come al solito il riconoscimento della Lega per quanto significativo significa poco, perché ogni singolo paese poi, in realtà, decide da solo se e quando effettivamente passare al riconoscimento politico e diplomatico pieno su base bilaterale… L’Algeria, per esempio, dove AQIM (Al-Qaeda nel Maghreb islamico) ha appena ammazzato in un agguato diciotto ragazzi dell’Accademia  militare nazionale – ha subito precisato che non procederà al riconoscimento ufficiale del CNT come governo legittimo della Libia finché esso non dimostri il suo impegno, concreto, contro gli estremisti al-Qaedisti nel paese.

Che esistono – anche se a chi appoggia i ribelli non piace prenderne atto – e che il CNT stesso ha finora sempre condonato con la motivazione che non bisogna dividersi. L’Algeria invece ha le prove – sostiene – che non pochi militanti di al-Qaeda da essa stessa consegnati a Gheddafi sono stati liberati e si sono uniti agli insorti[32]… 

●Molto serie si rivelano, in effetti, anche le fratture nella coalizione dei ribelli che di opposizione ha molto, di coalizione assai poco (si azzannano e si ammazzano un po’ troppo spesso l’uno con l’altro) e di capacità di governo proprio nessuna. E troppo spesso, poi, fanfaronano come ha dovuto notare anche quello che di fatto sembra essersi trasformato nel loro organo di stampa americano, il NYT, il giorno che avevano dato per arrestati i figli di Gheddafi e lui messo alle corde.

E, poi, hanno dovuto ammettere di non avere idea di dove il rais fosse mentre Saif al-Islam Gheddafi compariva a sorpresa, circondato dai suoi, di fronte alla stampa internazionale in un grande hotel di Tripoli e li sbeffeggiava pubblicamente. Se continuano a comportarsi così, lamenta il giornale, trasmettono al mondo inevitabilmente “il senso del loro vuoto di potere[33]”.

●Intanto è partita la corsa alla pole position per riprendere a accaparrarsi il petrolio libico— gara già di per sé piuttosto indecente perché su piste rese scivolose dal bagno di sangue legato al cambiamento di regime ormai dato per concluso praticamente da tutti, a favore dei ribelli: e ti credo, con tutti i bombardamenti NATO che li hanno coperti, hanno loro aperto la strada e riaperto potenzialmente almeno i rubinetti del petrolio all’occidente. La Libia è il terzo maggior produttore del mondo e detiene le riserve più vaste accertate nel continente africano.

Sì, abbiamo vinto noi! BP = Cameron; Obama = Exxon; Total = Sarkozy (vìgnetta)

Siamo uniti dietro la vittoria del popolo libico contro l’oppressione

Foto:  Guardian, 27.8.2011, G. Barker

Ha cercato di posizionarsi per primo, in prima fila, Franco Frattini quasi con fretta ingorda dichiarando alla televisione il 22 agosto, quando i ribelli sproloquiavano di aver catturato i Gheddafi e dando loro incoscientemente credito, che l’ENI “avrà il ruolo di numero 1 nel futuro del paese nordafricano” (ma la vignetta qui sopra smentisce: i numeri uno veri, adesso, dopo la vittoria del CNT, sono quei tre signori e, per loro, BP, Exxon e Total, altro che l’ENI.

Che, se poi vincono davvero e fino in fondo i ribelli, ha molto terreno da recuperare: il fuscello Berlusca e lo stesso ministro, galleggiando sul mare nostrum, hanno fatto troppe virate e troppo brusche per non essere costretti adesso a riadattarsi.

Se poi Frattini continuerà a ciurlare nel manico è anche peggio: afferma[34], e non è vero, che la società è già di nuovo presente nella Libia orientale “tecnici dell’ENI sono già al lavoro per valutare come riattivare i pozzi in tempi rapidi” e far ripartire la produzione. Costringendo – e non è certo la prima volta – l’ENI a smentirlo negando categoricamente di aver già spedito suo personale nella regione che è certo la fonte principale delle importazioni italiane di petrolio ma ancora zona di guerra.

Una settimana dopo, invece, a Bengasi va personalmente il presidente dell’ENI, Paolo Scaroni[35], comunque il primo tra i grandi capi di una delle “sorelle” importanti, ma a contrattare consegne immediate di benzina al CNT contro promesse di future consegne di greggio: quando e se… Scaroni spera di poter rimettere in funzione, dice[36], entro metà ottobre il Greenstream, il gasdotto lungo piò 500 km. che, traversando il Mediterraneo in alcuni punti a profondità che vanno oltre i 1.120 m., portava il gas naturale libico dala stazione di compressione di Mellitah al terminale di ricevimento di Gela, in Sicilia.

Scaroni dice che l’obiettivo “è un tantino ambizioso” ma è possibile anche se, ammette, lo stato delle installazioni a Mellitah, dove il metano è immesso nel gasdotto (quando funzionava forniva all’Italia l’11% del gas naturale importato), è ancora sconosciuto… Ma… e allora?. In ogni caso, fa notare, è più facile riavviare le operazioni da un impianto per il gas che da uno di greggio petrolifero.

ENI (che per l’Italia importa – importava – il 20% del greggio da Tripoli), BP britannico, Total francese, Repsol YPF spagnolo e OMV austriaco erano tutti sotto Gheddafi grandi produttori in Libia e anche compagnie americane come Hess, Conoco Phillips e Marathon (la Exxon) avevano contratti in essere (ma dalla Libia gli USA ricavavano meno dell’1% del loro import di greggio). Ma la verità è che adesso, coi ribelli che andassero – che andranno, probabilmente – al potere, nessuna compagnia – neanche l’ENI e neanche quelle tre grandi – può dare nulla di scontato per il futuro.

Anche se, presumibilmente, americani, francesi, britannici e italiani saranno trattati meglio dei petrolieri e degli acquirenti di gas naturale russi, cinesi o brasiliani, paesi che hanno cercato di moderare, come hanno potuto cioè poco, il prurito antigheddafiano alle mani dell’occidente. La competizione più dura, a coltello, adesso sarà proprio tra ENI e Total, con dietro i rispettivi governi: quello di Sarkozy che nei confronti dei ribelli dalla parte dei quali è intervenuto per primo trascinandosi dietro gli altri ha una cambiale più grossa all’incasso, e più solida di quella di Berlusconi, voltagabbana sì ma riluttante e controvoglia nei confronti del suo amico Gheddafi.

Ma il primo enigma, quello che condizionerà tutto, riguarda l’ambiente e la sicurezza che sarà garantita – nei fatti, non a promesse – alle compagnie petrolifere straniere: che difficilmente altrimenti invieranno davvero tecnici e operai in una Libia che restasse preda di sommovimenti o turbolenze, come quelli che è prevedibile continuare e non ancora per poco tempo.

D’altra parte, la ripresa dell’export di greggio su larga scala dipende non solo dall’estrazione e dal trasporto ma anche dalla rapidità delle riparazioni ai grandi terminal dell’export di Ras Lanuf e di Es Sider – un anno o due, prevedono al minimo all’ENI – e il precedente di aree sottoposte a rivoluzioni e guerre come nei decenni recenti l’Iran e l’Iraq ricorda che ci sono voluti anni e anni per riprendere un ritmo accettabile di esportazione…

E dobbiamo cominciare a dire alto e forte che solo quando i libici che hanno liberato la Libia di Gheddafi, la libereranno una volta per tutte degli stranieri che li hanno aiutati a liberarsi di lui, la Libia sarà – per la prima volta – davvero liberata e libera. 20.000 raids aerei, rifornimenti continui, di armi e altro, sostegno logistico e, pare, anche di truppe speciali sul campo (addestramento, pianificazione, coordinamento), sono stati elementi chiave per la vittoria. Non è detto affatto che i ribelli non avrebbero potuto farcela da soli. Ma, ormai, manca comunque la controprova: che ai libici è stata letteralmente scippata.

Adesso, di quel peso e di quelle presenze, si devono liberare al più presto perché altrimenti sarà una vittoria a metà: che resterà per sempre, nella memoria di tanti libici e dei popoli arabi tutti, irreparabilmente macchiata. Perché, alla fine della fiera, se l’intervento occidentale contro Gheddafi fosse davvero stato motivato, come avevano giurato approvando la risoluzione 1973/2011 dell’ONU, solo dalla volontà di risparmiare i civili, da tempo avrebbero accettato uno dei tanti cessate il fuoco e la ricerca del negoziato che, per esempio, l’Organizzazione per l’Unità Africana aveva ripetutamente proposto e che più che i ribelli hanno sistematicamente respinto proprio i veti delle potenze occidentali.

Proprio quelle che abbiamo indicato sopra: le più interessate a sottrarre il controllo del petrolio libico a un capo ciclotimico, depresso e insieme maniaco, farsesco, imprevedibile e irresponsabile come il Gheddafi col quale si ritrovavano a che fare. Ma, dopo averlo spalleggiato e puntellato a lungo.

La verità vera l’ha scritta, spudoratamente e cristallinamente, sull’FT[37], il presidente dell’americano  Council on Foreign Relations of America, il centro di dibattito e lo think tank più autorevole e più influente del paese. “I raids aerei della NATO hanno giocato il ruolo centrale nella vittoria dei ribelli”, questa è la verità: a marzo le forze di Gheddafi stavano per riprendersi Bengasi e a fermarle allora, respingendole poi, sono stati solo gli aerei della NATO.

La verità è che “l’intervento ‘umanitario’ presentato come qualcosa che serve a salvare vite umane che si credevano – leggete bene: “si credevano…” – in pericolo è stato in realtà un intervento politico che aveva lo scopo di far cambiare con la forza il regime”: di forzare il regime change in Libia. E indovinate perché…

Ma a questo punto – ecco il succo di questo articolo – Obama ci deve ripensare: l’America ha bisogno di mandare proprio i marines: è difficile, infatti, “esercitare una leadership senza una presenza sul posto…”; ovviamente è costoso e rischioso farlo, ma l’unica cosa che potrebbe essere “più costosa e rischiosa è una Libia in cui il governo non controlli il suo territorio”: mentre andrebbe benissimo, a Haass e a chi è come lui è tanto sfrontatamente e chiaramente imperialista, una Libia in cui il governo non sarebbe libico, perché inefficace, ma quello efficace degli Stati Uniti d’America.

Ci sarà molto da fare. Ma questo è un paese che, dopotutto, “prima dei disordini produceva 1.600.000 barili di greggio petrolifero al giorno”.

Già… appunto.  E grazie della chiarezza.

●Diverse voci tra quelle degli occidentali presenti in Consiglio di sicurezza, ma anche la Turchia che sul tema – pur se al momento non fa parte dei dieci che vi siedono a rotazione – appare, come dire?, un po’ più credibile degli altri (USA, Germania, pure l’Italia), hanno chiesto al CdS di mettere all’o.d.g. i fatti che si sviluppano in Siria e, in specie, la dura repressione che il governo di Bashar al-Assad ha scatenato contro la popolazione ribelle. E’ dal 15 marzo che sembra impegnato solo a sopravvivere in effetti… e a ogni costo.

E’ comprensibile, l’indignazione, ed è giusta. Se no, che ci sta a fare il Consiglio di Sicurezza? Ma, come al solito, l’appello è viziato perché sempre riservato ai figli dell’oca nera e al CdS non si discute della repressione in atto in altri paesi governati da figli di pu***na altrettanto carogne ma protetti dall’oca bianca, come – per dire – Yemen e Bahrain.

L’appello, però, suona doppiamente ridicolo quando a lanciarlo è la vice oca bianca, per bocca di uno gnorri come il ministro degli Esteri inglese, William Hague[38], degno concorrente del nostro Frattini. Dice a premessa che contro Damasco, naturalmente – ma non spiega il perché di quel naturalmente: vuol dire, traduciamo noi, perché a Damasco il regime è troppo forte e perché la NATO, che fa i conti un po’ meglio dopo il fallimento in Libia, è contraria – non “c’è neanche la più remota possibilità” di un intervento armato, “fosse pure autorizzato dall’ONU”.

E poi aggiunge, il tapino, che su Damasco va esercitata comunque una più forte pressione in particolare da parte “degli altri paesi arabi (Yemen e Bahrain compresi?), tutti – specifica lo sprovveduto e disinformato ministro – compresa la Turchia”: che, ovviamente, anche se lui non lo sa, non è un paese arabo…

Alleati arabi della Siria sono invece certamente, e i più stretti nella regione, gli Hezbollah del Libano e, anche se pure loro non arabi, gli iraniani. E se, adesso perfino loro (Hassan Nasrallah da Beirut e da Teheram, il ministro degli Esteri, Ali Akhbar Salehi, riconoscono pubblicamente la serietà dei problemi di Damasco e che essi non possono essere risolti col guanto di ferro attualmente impiegato, per Assad si mette, forse, male davvero.

Lui resta forte, e pure il regime. Ma, man mano che passa il tempo e l’opposizione, magari più silenziosamente, comincia a organizzarsi, si trovano confinati in una ridotta fortificata ben difesa e armata fino ai denti ma anche sempre più ridimensionata, sia come spazio che come collegamenti internazionali[39]. Anche la Russia, che continua a opporsi, e ne ha ben ragione a interventi armati stranieri, comincia però a voler discutere con l’opposizione e non solo, più, con Assad...

La Francia annuncia che, per parte sua, continuerà a proporre – e visto che all’ONU non sfondano in sede UE – oltre quelle esistenti e, palesemente, del tutto inefficaci, un altro round di sanzioni contro la Siria… E la UE fa sapere, sempre attraverso la Francia, di starle già “preparando”, quelle sanzioni, per manifestare così la sua indignazione dopo l’ultima rata di repressione dura inflitta dal regime ai ribelli.

Ma, poi, si viene a sapere che si tratterà di altri blocchi di conti bancari, se intestati ai maggiorenti siriani (sempre che se ne trovi ancora qualcuno, ormai, di tanto sprovveduto anche se li tenesse da lasciarli ancora a suo nome) e di ulteriori blocchi dei visti d’entrata nei paesi europei a selezionati dirigenti siriani (se mai, anche qui, ma non si capisce perché, a qualcuno di loro venisse voglia di chiederli. Insomma, un esercizio di impotenza chiarissimamente eccellente.

Anche perché le sanzioni applicate a un regime di un paese del Terzo mondo manifestano sempre – sempre – il difetto che lì le masse, come si dice, la gente le legge comunque come una prepotenza dell’imperialismo dei paesi avanzati: in parte – non in piccola parte – perché le sanzioni, anche quando se le meritano, i signori di Washington, di Parigi, di Londra e di Mosca a se stessi non le applicano mai…

Stefania Craxi, che dicono essere sottosegretaria agli Esteri, si accontenta  non potendo far altro di fare invece la faccia feroce e, in questo tragicomico show di arcigna indignazione e di inadeguatezza della comunità internazionale, annuncia la decisione del suo governo (il nostro…) di ritirare, ohibò!, l’ambasciatore a Damasco. Ma trova trombetta solo negli applausi di qualche falco repubblicano e new-con al Congresso americano, non sul NYT, o sul WP e neanche sul WSJ ma sul… Kansas City Star[40]

Poi, il Consiglio di Sicurezza, preso atto di una situazione che si va facendo obiettivamente gravissima, di una repressione diffusa e feroce (decine e forse centinaia di vittime), dell’ “indignazione”, tanto ipocrita quanto impotente, degli autoproclamati interpreti della cosiddetta “comunità internazionale”, udito il segretario generale far dire al suo portavoce – ma non dirlo lui, di persona – che il regime di Assad con la repressione che ha scatenato ha perso ogni senso di umanità…, come se qualche regime al mondo lo avesse mai avuto, decide di non prendere nessuna decisione.

Così la misura presa dal Consiglio di Sicurezza, alla fine approvata senza voto formale da tutti e quindici i suoi componenti (meno il Libano che si dissocia perché “non aiuta ad uscire dall’impasse attuale”, che forse è vero, ma perché soprattutto, e questo è sicuro, ha un rapporto delicatissimo con la Siria di Assad) è attenta, prima, a non essere una risoluzione – cioè un documento ufficiale col massimo dell’autorevolezza possibile, ma solo una dichiarazione neanche “del presidente di turno” ma solo “letta dal presidente di turno” del CdS, che è diversi gradini più giù nella liturgia onusiana…

Dunque, le parole “condannano – doverosamente – “le molte violazioni dei diritti umani e l’uso della forza contro i civili da parte delle autorità siriane”. Ma poi, subito, sono attente – e forse anche troppo – a “riequilibrarsi”: la dichiarazione chiede infatti “a tutte le parti di agire col massimo della responsabilità – a tutte: dunque non solo, e neanche soprattutto, al governo – evitando ogni rappresaglia e anche ogni attacco contro le istituzioni dello Stato siriano[41]”… Appello ad Assad, ma anche ai ribelli, dunque messi sullo stesso piano di responsabilità sulla questione del rispetto dei diritti…  

Intanto l’ambasciatore americano in Siria, Robert S. Ford, che due settimane fa era andato nelle strade in sommossa per manifestare la solidarietà del suo paese con la rivolta trovandosi così praticamente, e ovviamente, persona non grata per il governo di Assad. Secondo Ford, che non porta alcuna prova a sostegno della sua convinzione,  le sanzioni – quelle sanzioni – comincerebbero a mordere…

Ma il fatto è che, mentre Obama stesso ha chiesto la rimozione di Gheddafi dalla Libia e lo ha bombardato finché non ha passato l’incarico ai tirapiedi europei – qualche volta, è vero, quando si montano la testa anche veri e propri mosconi cocchieri – neanche i bombardamenti sono riusciti a spostarlo, come era stato detto quasi all’istante, dal suo posto di comando.

E è lo stesso Ford a riconoscere apertamente, adesso, che le opzioni di Washington nel caso della Siria sono anche meno promettenti visto che pure secondo il Pentagono – che qualche lezione dall’Iraq e dall’Afganistan forse l’ha cominciata a tirare – un intervento armato occidentale – e tanto più americano – è fuori luogo[42] e gli altri paesi arabi, specie dopo il fallimento libico, non lo hanno mollato e, tanto meno, sono disposti a schierarglisi contro e a fargli guerra. E al governo siriano non manca il sostegno, o comunque l’opposizione di chi conta, come Cina e Russia, si limita – proprio come quella, al dunque, di tutti gli altri paesi – alla condanna morale e,  comunque, reitera l’ostilità a una rimozione forzata.

In buona sostanza, l’esperienza recente e amara della Libia e del fallimento NATO, quella ben più antica, cocente e costosa dell’Iraq e del fallimento USA, il “risentimento” di Russia, Cina e anche altri, più o meno silenti ma ugualmente riottosi a farsi cacciare giù in gola un altro intervento umanitario condotto a forza di bombe, soprattutto l’ostilità dei siriani stessi, specie di quelli che dovrebbero essere “aiutati” a farsi aiutare in quei modi, a prezzo magari della distruzione del loro paese, e il rischio concreto che qui si tratterebbe proprio di un secondo Iraq, più che di una seconda Libia— tutto questo dice chiaro, pare perfino agli USA, che è meglio lasciar perdere. E chiedere, piuttosto, a chi alla Siria, ad Assad, può ancora parlare come la Turchia per esempio, di farlo con maggiore insistenza…

●L’8 e il 9 di agosto, si verifica una successione intrigante e strana di fatti a Damasco.

• Dimissioni e sostituzione, prima, del ministro della Difesa, ten. gen. Ali Habib Mahmoud, uomo di lunga data del presidente e, come lui, alawita, per ragioni di salute (è settantreenne) col gen. Daoud Rajiha[43], cristiano maronita, di dieci anni più giovane e altrettanto “fedele”: mossa che molti qui leggono anche, o soprattutto, come finalizzata a prevenire il diffondersi delle proteste interne all’esercito— anche se a dire il vero non si sentono notizie e neanche rumori in questo senso.

• Si sente, e come, invece il fracasso causato, un giorno dopo le dimissioni, dalla morte improvvisa (un ictus, dicono) proprio del vecchio ministro, Habib, appena dimissionario/to: non c’è nessuna conferma – tanto meno ufficiale – che sia stato fatto fuori da altri militari alawiti che hanno fatto i conti con lui per aver resistito al peggio della repressione contro la città in rivolta di Hama. Ma il sospetto dilaga. E non su Twitter: dentro la stessa dirigenza assediata. Il problema che hanno questi ultras, assediati più dello stesso Assad (forse), segnala però anche almeno due altre contraddizioni, una interna e una esterna al regime.

• Perché anche il nuovo ministro della Difesa Rajiha sulla repressione sembra pensarla proprio come quello dimissionario/to e ora deceduto e/o assassinato[44]. Anche se – contraddizione nella contraddizione ma, questa, nel campo anti-Assad – proprio la settimana prima tanto Habib come il suo sostituto Rajiha erano stati messi, con eccellente tempestività nella lista delle sanzioni dell’ONU per volere degli USA…

Se poi è vero… Arrivano, infatti, indicazioni da Damasco che, forse, si tratta di una montatura (lo denuncia una dichiarazione del morto alla radio). Però, appare più sottilmente abile del solito, orchestrata da qualche frangia capace di manipolare bene, elettronicamente, i media del mondo arabo e occidentale[45]: la vecchia arte della disinformatia, forse, applicata a un nuovo contesto…

●Mette le mani avanti, da parte sua, l’ambasciatore russo alla NATO che, secondo la scuola dell’a pensar male si fa peccato, magari però ci si azzecca, dice ad alta voce quello che qualcuno sussurra: che la NATO starebbe preparando una campagna militare per rovesciare il presidente siriano non per ragioni pretesamente “umanitarie” ma perché essa costituirebbe il preludio necessario a preparare un attacco all’Iran. Dmitri Rogozin sostiene[46], in un’intervista alle Izvestia, come lo stesso testo della recente dichiarazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sembri indicare che la pianificazione militare appropriata è già in preparazione…

Ma, allora, anche se nessuno glielo chiede, perché il rappresentante russo nel CdS avrebbe lasciato fare?: pare davvero un po’ paranoico, no?— con l’operazione intesa così a concludere la propaganda e le operazioni militari di “alcune potenze militari occidentali” nel Mediterraneo… Rogozin, che è  vicino sia a Putin che a Medvedev, dice che la pressione sta crescendo sull’Iran e che la Russia resta preoccupata di un’escalation possibile verso la guerra, mentre continua a restare contraria a una soluzione con la forza dell’impasse siriano.    

Contemporaneamente, mentre il presidente Medvedev, differenziando – sembra – la posizione di Mosca, torna a sostenere che Assad deve “governare la situazione senza un ricorso massiccio alla forza o dovrà scontrarsi con misure prese da altri (sanzioni, ecc.)[47], il ministro degli Esteri Lavrov, che lavora direttamente sotto la supervisione del presidente, torna a riaffermare che comunque la Russia si oppone, e continuerà ad opporsi[48] a qualsiasi misura o intervento militare contro la Siria. Già il fallimento dell’avventura della NATO in Libia dimostra quanto una soluzione a conflitti di tale natura stia solo nel dialogo e nel negoziato tra le parti.

In apparenza – forse che sì, forse che no: forse riflette qualche divergenza reale, forse solo qualche sfumatura, forse è un gioco delle parti che vuole tenere insieme un po’ tutto e anche il suo contrario – sembra una posizione contraddittoria o incerta. Oppure, è diplomazia e politica metternichian/  kissingerian/machiavellica dell’antica scuola europea…

Intanto, anche “accogliendo” senza ovviamente dirlo la raccomandazione di massima uscita, pur se non come risoluzione, dal CdS dell’ONU (di includere istituzionalmente tutte le componenti etniche, sociali e politiche nel processo del dialogo interno da rilanciare) il presidente Bashar al-Assad ha emesso, sulla sua personale autorità che non bisogno, naturalmente, di alcuna approvazione parlamentare, un decreto che consente la creazione di partiti politici e il loro funzionamento accanto al partito Ba’ath che finora ha monopolizzato il potere[49].

Ma Obama – al quale Assad, replicando a tamburo battente, raccomanda comunque di “pensare ai gravissimi problemi che lo stanno schiacciando” (una rodomontata, è chiaro: ma basata, non c’è dubbio, su fatti) – si rivolge a lui, e alla Siria tutta, chiedendogli di andarsene— perché, spiega[50], “il futuro della Siria dovrà essere deciso dal suo popolo, ma il presidente Bashar al-Assad si frappone a questa sua aspirazione”. Però lo chiede a lui, al solito: non al re del Bahrain, né a quello dell’Arabia saudita, carogne anche loro coi popoli rispettivi ma amici e alleati dell’America, loro…

E dietro a Obama, come sempre, come al solito – non prima, dopo[51]… – arriva la dichiarazione congiunta di identico tenore e delle steso vacuo effetto di Francia, Inghilterra e Germania (il Berlusca aveva troppo da fare in casa per essere consultato… e poi tanto): che non ci fanno proprio una bella figura.

Quel che conta certamente di più, piuttosto, è che ormai tra i cittadini siriani la credibilità della parola di Assad è scaduta sempre più in basso: più in basso perfino di quella che ha Obama in America, di quella di Zapatero in Spagna e, perfino, di quella di Berlusconi da noi…

Annota, ci sembra correttamente, un portavoce della Turchia il 19 agosto, in forma non ufficiale ma impegnativa anche perché, rispetto agli altri con l’eccezione dei russi va controcorrente, che è troppo presto per aspettarsi realisticamente che Assad si rassegni e se ne vada. La domanda che sale dal’interno del paese in questo senso c’è ed è forte ma non è, a giudizio di Istanbul, abbastanza potente ed univoca come era stata in Egitto e in Tunisia.

E’ ancora “immatura[52]”, un po’ come in Libia al momento dove però malgrado l’opposizione resti radicalmente divisa si è già coagulata in una rivolta anche armata. Qui no. Qui è una ribellione ancora molto spontanea, disorganizzata, caotica e, drammaticamente, ancora tutt’altro che unita.

●In definitiva, a questo punto – prima che, magari adesso dopo la Libia, qualcuno ricominci a parlare di intervento umanitario in Siria (anche se come abbiamo visto è molto meno probabile) – una riflessione si impone sul doppio standard, sui due pesi e due misure, sull’ipocrisia dell’occidente che è di due tipi, a parte considerazioni legate al vecchio concetto di sovranità degli Stati che sarà, pure, oggi più labile e consunto di ieri ma va allora affrontato e dibattuto in sede davvero internazionale, all’ONU cioè, magari in una conferenza internazionale dedicata per quello che è e in modo almeno tanto convincente quanto i giuristi del XVII secolo fecero quando fondarono la teoria della sovranità degli Stati[53].

Perché la nostra ipocrisia detta nei fatti le eccezioni alla regola: l’interventismo per difendere e affermare i diritti dell’uomo smette di essere un sacrosanto dovere morale e politico quando a violare i diritti siano gli amici, magari di turno (lo abbiamo detto mille volte: l’Arabia saudita, lo Yemen…; e smette di essere obbligatorio se a violarli, quei diritti, è magari chi è troppo forte per essere sfidato: la Libia sì, insomma, quando conviene e non prima però; e il Tibet ovviamente no, perché lì a prescindere dal merito della questione, che è discutibile come sempre, si sfiderebbe la Cina!!! E, no, non si può.

●Qui, proprio qui, si pone davvero il problema – e è utile spenderci qualche riga di più – in termini che ormai non sopportano ulteriori equivoci. La base, chiamiamola così ideologica, dell’intervento in Libia è andata evolvendo progressivamente dalla guerra in Bosnia e dal genocidio in Ruanda. Al vertice mondiale ONU del 2005 venne per la prima volta “passata” la dottrina della cosiddetta “responsabilità di proteggere”: in sostanza, affermava che alla comunità internazionale spetta il compito, il dovere, di proteggere quelle popolazioni che man mano si trovano a subire pesanti violazioni dei loro diritti umani. Poi, nel 2008, gli USA, eleggendo l’Amministrazione Obama, elessero un gruppo di persone che in questo assunto ci credono davvero.

Sono i nuovi multilateralismi, che somigliano molto, però, nella pratica agli unilateralisti di Bush: pronti, comunque, a intervenire con la differenza che cercano (ma non è neanche per loro una condizione sine qua non) sempre il coinvolgimento di altri: della “comunità internazionale”, come amano chiamarla, una strana entità che cambia di volta in volta, a seconda delle convinzioni di ognuno dei partecipanti volta per volta: esempio, al bombardamento della Libia partecipano Francia, Inghilterra e, in diverse tappe, l’Italia, e anche l’America in modo decisivo all’inizio, ma la Germania no; altrove partecipava pure Berlino…

I nuovi multilateralismi includono, anzi lei è convinta di esserne il capo, Hillary Clinton, decisa a recuperare il dipartimento di Stato dalla tutela e dall’ombra del Pentagono dove a lungo è stato sotto Bush; la persona che ha designato a capo del suo Ufficio di pianificazione, Anne-Marie Slaughter (cognome curioso, significa letteralmente ‘massacro’), che insegnava a Princeton (e ci è tornata da poco), co-autrice di un appello[54] neo-wilsoniano, come lo chiamano qui dal nome del presidente della prima guerra mondiale (quella che, giurava lui, avrebbe “messo fine per sempre a tutte le guerre”), e che mette insieme un’agenda di attivismo fatta dei dettami della sicurezza nazionale di volta in volta determinati con quelli sempiterni dei “valori americani” attraverso un mix operativo di diritto internazionale, alleanze per la democrazia, diritti umani e dominio del mercato.

Nel Consiglio nazionale di sicurezza, che la Casa Bianca coordina e che dipende direttamente dal presidente, una delle personalità dominanti è la signora Samantha Power[55], giornalista, accademica e attivista da sempre dei diritti umani che ha lavorato nell’ufficio dell’allora sen. Barak Obama e ha vinto due premi Pulitzer per i suoi appassionati libri di documentazione e denuncia di genocidi e violazioni dei diritti umani negli anni di e pre-Bush.   

Il diritto di intervenire per ragioni umanitarie limita, asserisce questa scuola di pensiero, i diritti di uno Stato sovrano in nome del bene più grande— la protezione dell’umanità e insiste sul dovere che hanno gli altri di prevenire il male, se necessario anche attraverso l’uso della forza. Ma ci sono (almeno) due grossi problemi con questa dottrina e la sua applicazione.

Il primo, anche se è ovvio poi che differenze ci sono, è la somiglianza nauseabonda con la falsa teorizzazione che ha giustificato la guerra all’Iraq e la sua invasione nel 2003 – quella delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Si tratta, in tutti e due i casi, comunque, di giustificazioni preventive di interventi negli affari altrui e della richiesta alla propria opinione pubblica e a quella mondiale di preventiva e cieca fiducia nei tuoi governanti e nella loro indiscussa veridicità.

Poi c’è la selettività inquietante di tutta la faccenda. I princìpi che sorreggono l’idea non sembrano, in sé, discutibili. Ma, in pratica, chi è poi, di volta in volta – sempre e inevitabilmente – a decidere se il diritto a proteggere i diritti dell’uomo va o no applicato? Ci risiamo: è la questione dei due pesi e delle due misure. Come dicevamo, la Libia sì e il Tibet no? quali crimini di guerra sì e quali no? quelli di Saddam sì e no quelli di Bush? quale pulizia etnica sì, quella di Milosevic e quella di Mikhail Saakashvili in Georgia no? e perché – è una domanda un po’ estrema, forse ma pertinente… non impertinente – perché Bush non dovrebbe spartire una cella del tribunale dell’Aja col suo collega Karadzic? perché il primo è dei “loro” e il secondo dei “nostri”?

E’ quando queste domande sulle contraddizioni interne tra teoria e pratica vengono poste ai predicatori del nuovo diritto/dovere di ingerenza umanitaria che li riduci inevitabilmente al silenzio, o a una fiacca – e contraddittoria – difesa del questo sì e questo no perché questo è possibile e questo no e, comunque fare qualcosa qui è meglio che non fare niente dovunque. Un ragionare che, però, coi princìpi, con le leggi, col diritto e la sua necessaria coerenza, non ha proprio cittadinanza alcuna.

Anche sotto la penna del migliore dei suoi difensori, come è, forse, l’editorialista del NYT Roger Cohen quando scrive che “non esiste in materia una dottrina che abbia risposte fisse, o la certezza che un intervento di successo in Libia non significa che farlo in Siria sarebbe altrettanto fattibile [dove i due termini qualificativi, “di successo” e “fattibile” tolgono già, di per sé ogni credibilità e valore a un discorso di principio: o, come dice lui, di dottrina]. Ma l’idea che l’occidente [poi, dal contesto, si capisce che vuol dire l’America] deve a volte prepararsi a combattere per i suoi valori [definiti da chi? e come è chiaro, poi, a definirli di volta in volta possono essere gli stessi autori ma non sono gli stessi valori] contro la barbarie [anch’essa diversa, di volta in volta] è la migliore speranza [dice lui] di avere un 21° secolo meno crudele del 20°[56]”.

Il problema centrale all’argomentare in questione è che i diritti umani non sono poi neanche un linguaggio eterno e uniforme e, che piaccia o no, sono sempre coinvolti, letteralmente intrisi, delle avventure imperiali, quelle europee dei secoli scorsi e quelle – diverse ma simili – americane di ieri e di oggi. Centrale nell’auto-giustificazione morale e politica delle imprese del colonialismo e dell’imperialismo è sempre stata la convinzione adamantina nella giustezza morale del proprio comportamento.

Esso era al fondo, sempre e comunque, inteso anche al miglioramento dello status del colonizzato: gli portavamo la religione, no?, l’igiene, un minimo di istruzione… anche se, poi, lui, loro, non se ne rendeva/no sempre conto. Rudyard Kipling lo cantava come “il fardello dell’uomo bianco”, nei confronti dell’uomo colorato…. un peso da portare anche se scontava oltre all’onere tanti onori e tanto tanto oro incassato.

Adesso, questo diritto di naturale imperiale – ormai in quei termini ingiustificabile – interverrebbe a giustificarlo quest’altro, quello della comunità internazionale a farsi polizia universale, anche se opportunisticametne selettiva. Ma, come ben scrisse Carl Schmitt, il giurista tedesco sul cui pensiero e il cui sostegno al nazismo si appoggiò all’inizio il potere hitleriano, “in fondo il segno definitivo del potere non sono neanche le armi, ma la capacità di una persona o di un regime a creare, e imporre, nuove norme”. Questa fanfaluca della “comunità internazionale”, ad esempio, se non si provvede presto a sgretolarla e a sput***rla una volta per tutte, rischia di diventare una di queste norme. E Carl Schmitt, di potere e di giustificarne l’uso comunque, se ne intendeva.

●Anche nello Yemen tutto minaccia di tornare alla “normalità”, dopo la repressione a tappeto condotta dal presidente Saleh— occhiuta, capillare e ferocemente di massa: niente da invidiare a Gheddafi o ad Assad. Ma all’alleato ormai ultradecennale Saleh, da tempo Obama ha smesso di chiedere come ha fatto per circa un mese anche con lui dopo l’inizio della rivolta e come fa ogni giorno con loro di farsi da parte. Anzi…

Invia un emissario personale e speciale, l’assistente segretario di Stato alla Difesa Michael Vickers, ad incontrarne – mentre lui ancora si cura nell’Arabia saudita – il capo di Stato maggiore, Ahmed Ali al-Ashwal[57]: e non discutono di alcun ultimatum, di nessun avvertimento, di alcuna data di uscita ma, dice il Pentagono, parlano di cooperazione militare, addestramento di truppe speciali, riabilitazione (non meglio definita) e lotta al terrorismo…

E, il comunicato congiunto rilasciato all’agenzia ufficiale yemenita a fine incontro, afferma che “l’esponente americano ha lodato gli sforzi costanti dello Yemen nella lotta al terrorismo e ha espresso tutto il sostegno americano al paese, alla sua stabilità, unità e sicurezza”.Altro che rivolta! alla faccia dei ribelli di cui due mesi fa si esaltava, anche qui, l’anelito alla libertà…       

Sta riprendendosi, infatti, Saleh, dai postumi delle ferite seguite all’attentato del 3 giugno e non trasferirà, come era stato ipotizzato, i suoi poteri al vice presidente Abd Rabboh Mansour Hadi. Lo comunica alla stampa il vice ministro delle Informazioni, Abdu al-Janadi, ricordando che Saleh lo aveva nominato facente funzioni quando era stato costretto a recarsi in Arabia saudita per curarsi. Secondo i medici dell’ospedale militare saudita che lo hanno in cura, il presidente dello Yemen potrebbe tornare a Sana’a subito, già nel prossimo futuro[58].

Ma non lo farà: il 12 agosto, centinaia di migliaia di dimostranti scendono in piazza praticamente in tutte le città dello Yemen anche se stavolta meno nella capitale più presidiata: a Taiz, a Ibb, ad al-Hudaydah, a Saada, ad Aden e a Marib. Mentre poche migliaia di yemeniti a lui favorevoli organizzano una controdimostrazione a Sana’a, in piazza Al-Sabiine[59].

●Il Libano prova a fare la voce un po’ grossa: alla celebrazione della 66a Giornata dell’Esercito, il presidente Michel Suleiman, che prima di salire alla massima carica lo comandava lui stesso, ha promesso al paese che il governo lavorerà per demarcare chiaramente i confini marittimi di sfruttamento economico (il contenzioso aperto è, naturalmente, su 850 km2 di Mediterraneo al largo tra Libano ed Israele) e, pur mantenendo l’impegno del paese al rispetto dell’armistizio con Tel Aviv dettato dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, riafferma il diritto inalienabile e sacro del Libano a restaurare la sua sovranità sui territori occupati (da Israele, naturalmente) con ogni mezzo possibile e legittimo a sua disposizione[60].

Forse sottintendendo che l’uso stesso dell’esercito sarebbe legittimo, come mezzo per il fine annunciato, ma che purtroppo non è possibile considerarlo realmente a disposizione e, soprattutto, efficace. Per lo meno se non conta anche su Hezbollah che ha già dimostrato, ma in difesa, di poter resistere agli israeliani…

●Adesso, poi, un quotidiano libanese di qualche peso e soprattutto finora di qualche reale attendibilità lumeggia uno scenario di guerra con Israele possibile e anche imminente: a settembre. Citando anonime ma autorevoli “fonti diplomatiche europee” asserisce che Israele sta mettendo nel mirino “istituzioni dello Stato del cedro, incluse diverse caserme dell’esercito, depositi di armi di Hezbollah e parecchi leaders del partito islamico e dello Stato stesso, come un po’ tutte le reti elettriche e di irrigazione che percorrono il paese[61].

Sono informazioni che sarebbero pervenute in particolare ad alcuni dei contingenti europei (sì, pare proprio anche a quello italiano) dell’UNIFIL (Forze ad interim delle Nazioni Unite in Libano) che aggiungono come lo stato maggiore di Israele garantisca al governo il successo in ogni scontro con Hezbollah. Però, però… aveva garantito anche nel 2006: l’ultima volta, quando le IDF, le Forze armate di Israele ne uscì con le ossa rotte e l’armistizio forzato imposto dal CdS…

E, secondo queste informazioni, il gen. Benny Gantz, da febbraio nuovo capo di stato maggiore, avrebbe aggiunto che, soprattutto, una guerra in questo momento potrebbe/dovrebbe fiaccare la determinazione del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas a cercare da parte dell’ONU il riconoscimento, sempre in settembre, dello Stato di Palestina… D’altra parte, il governo di Tel Aviv ha perso le speranze di riuscire a bloccare l’iniziativa dei palestinesi perché quando, insieme a Barak Obama, ammonisce che essa “mette a rischio i colloqui di pace” ottiene l’impossibile: fa ridere anche i polli, visto che li ha deliberatamente e sempiternamente affossati da anni…

●E, senza neanche cominciare a vergognarsene, gli americani provano alla fine a giocare la carta del ricatto. Riferisce, infatti, alla stampa Saeb Erekat, trovando per lo meno stavolta il coraggio di dire di no alla richiesta che l’interlocutore americano gli aveva rivolto di tenere segreto, con l’eccezione del presidente Abbas, quel che gli diceva a nome del suo governo.

Il console generale degli Stati Uniti a Gerusalemme – che neanche gli USA arrivano a riconoscere come capitale dello Stato di Israele: anche la loro ambasciata è a Tel Aviv – Daniel Rubinstein, gli ha trasmesso il messaggio che se i palestinesi insistono a volere il riconoscimento dell’Assemblea generale dell’ONU come Stato sovrano – per quello che poi vale, naturalmente: gli USA annunciano da adesso che al Consiglio di Sicurezza bloccheranno comunque la decisione col veto – il Congresso americano provvederà ad imporre “misure punitive[62]: in pratica a stoppare ogni forma di aiuto all’ANP che in America è esso a votare, circa 470 milioni di $ all’anno.

Che marca, però, anche l’unico segno di attenzione che gli Stati Uniti, al di là delle chiacchiere vuote di Obama, riservano al problema dei palestinesi. Secondo gli Stati Uniti, infatuo, neanche la proposta fatta un anno fa all’ONU dal loro presidente – riconoscimento pieno di Israele da parte palestinese e araba in  cambio del suo ritiro dai territori occupati dopo il 1967, Cisgiordania e Gaza – è accettabile per Israele— e perciò stesso non è accettabile per gli americani. Alla faccia dell’onore e del prestigio ormai perduto di Barak Hussein Obama.

in Cina

●L’indice dei prezzi al consumo è salito del 6,5% a luglio[63] – il massimo da quasi tre anni – mentre i prezzi alla produzione, secondo i dati comunicati dall’Ufficio nazionale di statistica, salgono del 7,5%. A fronte – è sempre necessario tenerlo a mente – di un aumento del PIL che, nel secondo trimestre, cala sì: ma dal 9,7% del primo al 9,5% (noi, e quasi tutti gli altri peraltro, stiamo tra lo 0 e l’1 e qualcosa per cento).

Attivo della bilancia commerciale in crescita, a 31,5 miliardi di $ a luglio, al massimo dal gennaio di due anni fa: importazioni in aumento del 22,9% sull’anno precedente ed esportazioni del 20,4. E la produzione industriale, sempre a luglio e anno su anno, è salita del 14%, appena meno del mese prima[64].

●Uno studio della Federal Reserve Bank di San Francisco[65] rileva che su ogni dollaro speso dai consumatori americani per un prodotto “made in China” sono solo 45 i centesimi che arrivano alla fine dove il prodotto lo hanno fabbricato, cioè in Cina. 55 centesimi di quel dollaro, invece, sono incassati in America: pagano per tutti i servizi prodotti negli USA per trasportarli, per affittare gli spazi di immagazzinamento, per i salari ai dipendenti, impiegati e commessi dei punti di vendita, per il marketing del prodotto, i profitti che vanno agli azionisti di chi alla fine lo vende al dettaglio, ecc., ecc.

Di più: la parte di prezzo del prodotto che alla fine arriva in mani americane è superiore per i prodotti made in Cina che per quelli fabbricati in ogni altro paese. Dicono i dati del dipartimento per il Commercio, e conferma la ricerca della Fed, che è il 36% – invece del 55 – la media di incasso statunitense sui prodotti realizzati altrove nel mondo.

In altri termini: all’America – alle  compagnie americane e ai loro dipendenti, ai loro azionisti e ai loro dirigenti – conviene largamente far produrre in Cina piuttosto che altrove, dovunque,  in Giappone, in Italia o in Germania quello che importano e vendono a casa loro. Lo sciovinismo anticinese che dilaga in America – lo studio lo accenna solo, anche se non lo dimostra: stesso rapporto, in proporzioni qualche poco diverse, lo dimostrerebbe un’inchiesta condotta anche da noi in Europa – è senza senso: dal supersfruttamento dei lavoratori in Cina ci guadagnamo noi. Non c.v.d., ma come sapevamo. Da sempre.

Quanto alla vexatissima quaestio del valore, sottostimato secondo gli americani – e, del resto, secondo i più – bisognerà che qualcuno prima o poi spieghi perché il vice presidente Joe Biden, in visita a Pechino, abbia speso tempo e eloquenza a rassicurare i cinesi dell’affidabilità degli investimenti che hanno fatto in Bonds[66].

Una linea, in fondo, incomprensibile: visto che la Cina, proprio con l’acquisto di grandi quantità di buoni del Tesoro statunitensi, sostiene il valore del dollaro tenendolo parecchio più alto del suo valore reale – e, lamentano a Washington, danneggiando così l’export americano – non sarebbe, forse, stato meglio dire loro ufficialmente la verità e, così, scoraggiarli?

Che – come tutti sanno del resto – se la Cina disinvestisse mai e scaricasse i suoi Bonds, il dollaro crollerebbe e, quindi, i buoni del Tesoro americano si rivelerebbero, da una parte, come un pessimo investimento e, dall’altra, farebbero salire il valore dello yuan e calare quello del dollaro…  facendo felici gli esportatori USA ma scontentando e non poco chi importa dalla Cina prodotti di consumo così a buon mercato. Insomma, è il caso di dire, questi pretendono al solito la moglie piena e la botte ubriaca. O viceversa…

●Dicono le ultime proiezioni del Fondo monetario internazionale che, a parità di potere d’acquisto cioè del metro più corretto e oggettivo di misurarla, l’economia americana è, allo stato, più grande del 40% di quella cinese. Il fatto è che l’aumento del PIL di Pechino avanza da tempo, però, molto di più e molto più rapidamente di quello americano. Secondo i calcoli della più importante istituzione finanziaria internazionale che ha sede a Washington, alla fine del mandato del presidente americano che sarà eletto a fine 2012, cioè entro il 2016, l’economia cinese supererà con un PIL di 18.975,744 miliardi di $ quella americana che resterà a 18.807,547 miliardi di $[67].

●Dopo la notizia sulla costruzione in programma di almeno altre tre portaerei che completeranno la flotta cinese[68], la prima che la Cina possiede ristrutturata da un nave mai del tutto finita e comprata anni fa dagli ucraini cui era stata ceduta dai russi, la Varyag, ha lasciato il porto di Dalian nella provincia di Liaoning per le sue prime prove di navigazione effettiva in mare[69]. Al ritorno serviranno ancora alcuni mesi per attrezzare la portaerei alla navigazione operativa, anche come strumento bellico vero e proprio.

●La Cina, seguendo scrupolosamente tutte le procedure previste, aveva avanzato richiesta già un anno fa all’Autorità internazionale sui Fondali marittimi, istituita in base alla Convenzione internazionale sulla legge del mare, perché autorizzasse l’Amministrazione oceanica cinese di Stato ad esplorare i fondali dell’Oceano indiano sud-occidentale alla ricerca, in acque internazionali, di solfuri multimetallici su un area vasta 10.000 km2.

Le risorse dei fondali marittimi in acque internazionali sono, secondo la Convenzione, retaggio di tutta l’umanità e chiunque può esplorare e sfruttarle economicamente, purché segua la trafila che la stessa Convenzione prevede… Pare, però, che in India non se ne fosse accorto nessuno e solo ora, dopo che l’Autorità internazionale sui Fondali ha reso noto di aver accordato il permesso, l’Ufficio dell’Intelligence Navale di New Delhi (DNI) si sia cominciato a allarmare.

Scrive, infatti, l’Indian-Express[70] che, secondo il DNI, “ormai i cinesi avranno buone ragioni per mantenere una loro continua presenza navale nella regione… con l’opportunità di collazionare legittimamente informazioni oceanografiche e idrologiche. Inoltre, avrebbero anche la scusa perfetta per far incrociare nell’area loro navi da guerra”.

In realtà, qualsiasi nave, da guerra o no, ha il diritto di incrociare in acque internazionali quando e dove vuole nel mondo. Gli indiani, come tutti, lo sanno perfettamente (e glielo hanno confermato i servizi legali del loro ministero). Ma la loro apprensione può anche essere compresa. Il fatto è che i cinesi li hanno fregati e senza colpo ferire.

●Anche il Vietnam riapre il contenzioso marittimo con Pechino. Infatti, con quella che appare una forzatura diplomatica, il ministro degli Esteri Pham Binh Minh, incontrando l’ambasciatore cinese a Hanoi, Sun Guoxiang, marcare la protesta del suo paese alla notizia diffusa dall’agenzia Xinhua che la Cina sta conducendo ricerche scientifiche nel mar Cinese meridionale col vascello oceanografico Tan Ban Hao[71]. L’obiezione del Vietnam è sempre la stessa: si tratta di che una tale attività viola sovranità e giurisdizione di Hanoi, proprio il punto, cioè, che Pechino non è mai stato disposto a concedere.

●E il Giappone non sembra star proprio a vedere… Nel contenzioso sulle isole Senkaku, come le chiama Tokyo, o Diaoyu, secondo il nome cinese, ma di fatto al momento amministrativamente controllate dal Giappone, il capo di gabinetto nipponico Yukio Edano ha dichiarato che, in caso di conflitto tra priorità della difesa della sovranità territoriale, anche se si tratta di poche rocce disabitate di qualche km. quadrato, e priorità dell’economia, le prime avranno sempre la priorità.

Se uno scenario come questo si dovesse mai verificare, aggiunge Edano, è inevitabile che alcuni rapporti economici con paesi vicini ne uscirebbero danneggiati. I commenti del segretario del gabinetto ministeriale intendono chiarire un’affermazione del Senato del giorno prima secondo cui, nel caso di un’invasione straniera delle isole Senkaku, il Giappone impiegherebbe le sue Forze militari di difesa contro l’invasore[72]

●E, in effetti, il clima, anche se sembra restare sotto controllo, un po’ si riscalda. Due pescherecci cinesi, come hanno fatto in passato, penetrano nelle acque a una trentina di km. al largo dell’isola di Kuba, una delle Senkaku/Diaoyu e, dice Edano, sono stati “intercettati” da un guardiacoste della imperiale Marina nipponica che ha provveduto a “ammonirli”. Gli hanno risposto che stavano solo esercitando il diritto al loro lavoro in acque territoriali cinesi e non giapponesi, allontanandosi solo “dopo qualche tempo[73].

Edano ha poi reso noto che l’ambasciatore cinese a Tokyo è stato convocato per esprimergli la forte protesta del governo imperiale giapponese. Ma, a domanda, ha dovuto rispondere che anche l’ambasciatore nipponico è stato convocato a Pechino per esprimergli la protesta del governo della Repubblica Popolare cinese. Insomma, il solito balletto diplomatico anche se tra qualche maretta. O, in termini sportivi, se preferite, uno a uno…

Sia la Cina di Pechino che Taiwan rivendicano, in definitiva, le stesse acque e le stesse isolette rocciose al loro centro e gli Stati Uniti che, dal 1945 al 1972 occuparono le isole dopo averle liberate dall’occupazione nipponica, formalmente si sono dichiarati “neutrali” anche se nel 1971 il Senato USA aveva a larghissima maggioranza raccomandato al presidente Nixon di riconoscere i diritti del Giappone sulle Senkaku. Ma l’Amministrazione di Nixon, aveva preso tempo e due anni dopo, aprendo alla Cina di Mao aveva lasciato cadere quella posizione assumendone una, appunto, ufficialmente neutrale.

●Nell’altro contenzioso, in qualche modo parallelo, quello sulle isole Spratly nel mar Cinese meridionale dove analoga diatriba è aperta tra diversi paesi che tutti avanzano anche loro qualche pretesa su quelle acque (Filippine, appunto, ma anche Vietnam, Taiwan, Malaysia e Brunei), l’ambasciatore cinese a Manila, Liu Jianchai, invia un segnale di disponibilità a negoziare che nessuno osa accogliere immediatamente ma neanche, poi, rifiutare: Pechino intende discutere e praticare una joint venture per l’esplorazione del terreno e delle acque delle isole Spratly[74] alla ricerca di minerali preziosi: le sue prospezioni iniziali offrono buone aspettative.      

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●Il Venezuela, tra l’uno e l’altro round di chemioterapia cui il presidente Chávez si sta sottoponendo e tra una sosta a Cuba dove si cura e un ritorno a Caracas dove governa, si viene a sapere[75] che sta progettando di trasferire 6,3 miliardi di $ delle sue riserve valutarie da diverse banche europee dove oggi sono depositate a istituti di credito russi, cinesi, o brasiliani: per ora non identificati, ma tutti di paesi amici – almeno più amici, o così ritenuti a Caracas – di quelli.

Il governo venezuelano ha anche in progetto di riportare nella camere blindate della sua Banca centrale le 211 tonnellate d’oro, valutate sugli 11 miliardi di $, che adesso ha in deposito all’estero: a cominciare dalle 99 tonnellate che sono oggi presso la Banca d’Inghilterra e delle quali ha già chiesto ufficialmente il rimpatrio.

Molti analisti si grattano la testa, rileva per esempio il Wall Street Journal, domandandosi il perché di una simile operazione che sposta assets da paesi considerati finanziariamente sicuri ad altri che lo sono di certo meno. Ma fanno in realtà solo finta di stupirsi, perché è difficile scordare così facilmente che sono gli stessi paesi finanziariamente sicuri per gli uni a non esserlo per niente per altri.

Sono proprio gli ultrasicuri Stati Uniti e Gran Bretagna i più pronti, in effetti, a schiaffare sanzioni e appropriarsi dei beni di chi non considerano più come un paese amico: per non esserlo in realtà basta non essere più sempre assenzienti e consenzienti ai loro desiderata politici ed economici. Come ormai dimostrano decine di esperienze: dalla Libia all’Iran, ecc., ecc.

E certo Chávez e il suo governo non godono, in questo momento, di buona fama a Wall Street e alla City, a Washington e a Londra. E, quindi, hanno qualche buona ragione di temere colpi di mano e cercare di prevenirli: prima che sia troppo tardi. Ma, poi, in verità, potrebbe anche essere che – e anche            questo dicono a Washington negli ambienti finanziari – Cina e Russia vogliono anche così garantirsi: con l’oro e le valute che restano di proprietà del cliente venezuelano dei loro crediti montanti nei suoi confronti…

Si parla, in effetti, di una nazionalizzazione – termine che sembrava ormai desueto, no? e che di per sé fa vedere rosso ai mercati: e al WSJ[76] – del settore aurifero. In una telefonata con la televisione di Stato, Chávez dice che sia le operazioni di esplorazione, estrazione e potrebbero essere a breve nazionalizzate per decreto.

●In una prima per il Brasile, il governo ha messo all’asta i diritti di costruzione e gestione di un nuovo aeroporto nella città di Natal, 800.000 abitanti e capitale del Rio Grande do Norte, e ha annunciato l’intenzione di aprire gare analoghe per la privatizzazione di tre altri aeroporti compreso quello internazionale di Saō Paulo nel prossimo futuro. Ma non sembrano esserci, né in Brasile né all’estero, sui mercati, grandi prospettive di liberalizzazione reale[77]. Come al solito, in realtà, tutti dicono di voler liberalizzare ma, al dunque, pochi sono davvero disposti a concorrere…      

EUROPA

●Il PIL, la crescita dell’economia, sia nell’eurozona che in tutta l’Unione a 27, ha rallentato nel secondo trimestre allo 0,2%, nella prima stima dell’EUROSTAT. In Francia è restata nulla e in Germania è cresciuta solo dello 0,1%, rispetto all’1,3 del primo trimestre. In Italia la crescita ha registrato lo 0,3% e in Spagna lo 0,2 nello stesso secondo trimestre (certo, anche perché peggio che nel primo non potevano andare)[78].

A giugno il tasso di disoccupazione[79] è rimasto al 9,9% di maggio nell’eurozona (9,4 nella UE tutta intera) quando, a  giugno dell’anno prima, era al 10,2%. Il minor numero di disoccupati si è registrato in Austria (4%), Olanda (4,1),e Lussemburgo (4,5%) – statisticamente parlando, cioè, viste le dimensioni ridotte delle popolazioni in questione, dato pressoché irrilevante – mentre i valori più alti, per la ragion inversa, sembrano più significativi riguardando Spagna (21%), Lituania (16,3) e Lettonia (16,2: questi ultimi entrambi nel 1° trimestre dell’anno) e, poi, molti altri paesi tutti intorno al 9-11%.   

L’inflazione nell’eurozona è calata “inaspettatamente” – dicono[80]: quando, invece, è più che spiegabile col tasso di attività in riduzione generalizzata dovunque – a luglio al 2,5%: a giugno era stato più alto dell’anno prima del 2,7%[81]. Ma prima che lor signori ai governi si rendano conto che il culto voodoo di un’inflazione da tenere come traguardo fisso al 2% – la mania della BCE, ma imposta alla BCE dai governi – sta facendo crollare ormai non solo i muri di riporto ma anche le mura portanti della casa Europa bisognerà che oltre alla Spagna e all’Italia, forse, tocchi pure cominciare a crollare all’architrave Germania. Ma allora, probabilmente, sarà tardi per rimediare.

●Intanto, cominciano a emergere voci e indicazioni che la Grecia non riesca, non stia riuscendo –malgrado il rigore imposto, a far fronte agli impegni dati e agli obiettivi per essa fissati di riduzione di spesa dalla trimurti dei suoi grandi creditori istituzionali internazionali: BCE, UE e FMI. Per cui, la rata del salvataggio prevista a settembre sarà con ogni probabilità, dicono[82], rimandata.

Del resto rivengono fuori voci, improbabili per l’esito auspicato ma persistenti, e provenienti da fonti realmente autorevoli: buon ultimo il presidente dell’Istituto di ricerche economiche congiunturali IFO  dell’università Ludwig Maximilian di Monaco, Hans-Werner Sinn) che attestano di un montare nell’opinione tedesca (sul governo federale e nell’opinione pubblica di pressioni[83], per quanto qualificate almeno discutibili, come giustificazione formale tesa a convincere/costringere la Grecia a uscire (solo temporaneamente, si capisce, dicono tutti…) dall’eurozona.

E ci sono informazioni molto fondate sul fatto che quattro paesi dell’eurozona – dopo la Finlandia che per prima, bilateralmente, aveva strappato alla Grecia l’impegno, adesso anche Austria, Olanda e Slovacchia e Slovenia – stanno chiedendo alla Grecia di dare in garanzia assets collaterali sotto il suo controllo (il Partenone? o i soldi del prestito?) a garanzia del pagamento futuro del debito: dicono alla BCE che “se la tentazione come temiamo si comincia a diffondere non sarà una complicazione di poco conto[84]”.

Comprensibilmente la Germania fa, a questo punto, presente che qualsiasi patto di questo tipo raggiunto a latere tra Grecia e Finlandia e tanto più con altri paesi che conceda a Helsinki qualche garanzia collaterale a fronte della sua partecipazione al salvataggio finanziario di Atene, deve avere anche l’approvazione di tutti gli altri membri dell’eurozona[85]: anche perché, se mai avesse successo la pretesa di tutti e cinque, se ne andrebbero più del 10% dei 109 miliardi di € del pacchetto di salvataggio.

Perché non è previsto che ad alcun patto bilaterale sia consentito di funzionare a detrimento degli altri contraenti. Non solo: a Berlino non è neanche pervenuta, come del resto a nessun altro governo dell’eurozona, alcuna copia del patto bilaterale finnico-ellenico e, formalmente, la Germania vuole agli atti dell’Unione la sua protesta. E, a questo punto, anche l’Austria chiede col suo ministro delle Finanze e degli Interni, Maria Fekter, che la decisione sul nodo sia collettiva: o è valida, dice, “per tutti i piccoli paesi d’Europa[86]” o per nessuno: e, surrettiziamente aggiunge così a un dibattito confuso e caotico la variabile delle dimensioni.

Poi, dopo che la ministra delle Finanze finnica, Jutta Urpilainen, ha insistito che il suo paese non molla sull’esigenza del collaterale per fornire il suo contributo al salvataggio greco – parlava a una riunione del suo gruppo parlamentare, quello socialdemocratico che sostiene la coalizione di governo – ma ha ammesso che ci vuole ormai un modello unico in Europa per risolvere la questione[87].

E, subito dopo, è anche costretta ad ammettere che l’accordo originario con la Grecia ormai è saltato (è stato decisivo il no dei tedeschi) e che bisognerà cercare ormai altre soluzioni accettabili per tutti gli interlocutori. Con ripercussioni che, però, nell’ambito degli equilibri di governo saranno ormai tutte da verificare da capo, perché così salta una delle condizioni – e proprio la principale – che avevano permesso l’accordo di maggioranza[88]. Tanto che la ministra deve poi pubblicamente confermare il suo impegno a chiedere la garanzia del collaterale: ma, come si sa, se chiedere è sempre legittimo[89]

Tra parentesi: il secondo pacchetto di salvataggio alla Grecia deciso – si fa per dire…: proposto dal vertice europeo – per la Grecia deve ancora passare per il voto favorevole, e niente affatto scontato, di tutti i parlamenti dell’eurozona – nessuno escluso e – secondo certe interpretazioni peraltro forzate dei trattati europei che ci ritroviamo – anche di quelli dei paesi dell’Unione che dell’eurozona non fanno parte. E ciascuno dei quali ha il potere di veto, votando no da solo cioè di far saltare tutto…

E, intanto, la Bundesbank ci mette la sua criticando il pacchetto perché, scopre – scoprendo l’ovvio – che, comunque, “l’eurozona così ha compiuto un passo importante che rischia una condivisione per tutti dei rischi” che in Germania non piace proprio a nessuno. Ma che è ovviamente, invece, è l’unica speranza ormai di salvare un’Europa che posa tornare a significare qualcosa che vale.

Bisogna citare, perfino forse a suo merito – adesso che è un po’ meno legata alla posizione formale del suo governo – il parere della nuova presidente del Fondo monetario internazionale, la signora Christine Lagarde[90], ex ministra delle Finanze francese che ha rimpiazzato il povero Strauss-Khan (povero perché malato come disse la moglie del Berlusca suo coetaneo), che avverte tutti: guardate, ex colleghi illustri, che “le turbolenze economiche attuali hanno portato alla luce una serie di gravi falle nell’architettura dell’eurozona, falle che adesso mettono a rischio la sostenibilità stessa dell’intero progetto”.

Certo, il coraggio che trova – Lagarde – non riesce a spingersi fino al punto della denuncia del fatto che il problema vero è l’insostenibilità di una moneta unica da sola e di diciassette, e più, politiche economiche tutte diverse… ma certo se l’avesse detto, l’avrebbero accusata di ingerenze indebite…  anche – anzi proprio – perché aveva osato dire la verità.

●Per il Portogallo, le cose sembrano andare diversamente— per ora e sempre che sulla Grecia, adesso, non si intoppi tutto. La trimurti finanziaria (non FMI, UE e BCE ma, in origine, la forma triplice dell’Essere supremo dell’induismo che si manifesta nell’aspetto uno e trino di Brahmā, Visnu e Śiva, le divinità della Trinità indù) ha deciso e annunciato il 12 agosto di approvare l’esborso a Lisbona degli 11,5 miliardi di € della seconda rata[91].

Il percorso richiesto al, e concordato col, governo portoghese viene in effetti scrupolosamente seguito. E la trimurti, Lagarde compresa, non resiste ad aggiungere che ciò avviene perché qui, al contrario che altrove (per dire, la Grecia, no?), c’è un’apertura effettiva dell’economia alla concorrenza…

●Stavolta, dopo averlo alzato già per due volte quest’anno, neanche i banchieri centrali d’Europa hanno osato aumentare il tasso di sconto con tutte le borse che crollano in America ma anche, e come, in Europa: Piazza Affari, in quattro giorni, ha bruciato nella prima settimana di agosto ben il 12% del valore totale delle sue azioni; e la crescita che si aggira grosso modo tra lo 0 e qualcosa e l’1%, con poche eccezioni di qualche peso. Che così, nella sessione di inizio mese, è stato lasciato fermo all’1,50%[92].

Pure quel 4 agosto era cominciato quasi bene con l’intervento della stessa BCE sul mercato dei debiti sovrani nel tentativo mirato, e quasi dichiarato, di impedire alla crisi di ingoiarsi, dopo la Grecia, l’Irlanda e forse la Spagna anche l’Italia: la terza economia dell’eurozona, troppa grossa si dice per fallire o, facendo le corna, forse per essere salvata .

Perché anche se ha ragione Berlusconi quando ripete che il debito globale dell’Italia – pubblico più privato – ci mette in ottima posizione e non certo al primo posto nel buco del solo debito pubblico. Ma ai mercati non gliene frega niente di quello che dice il Berlusca e del debito contenuto dei privati loro se ne impipano: li impressiona di brutto che il debito pubblico italiano sia arrivato a giugno a 1.901 miliardi di €.

Così quando Trichet, in conferenza stampa, un po’ avventato forse – anche se, per il modo di vedere che hanno pressoché tutti i banchieri centrali, per lui doveroso – si mette a parlare dei pericoli che incombono all’orizzonte, della necessità che in Italia il governo dia una stretta ulteriore al bilancio e quando si conferma che l’acquisto di Bonds sui mercati del’eurozona era stato tanto moderato da essere considerato chiaramente inadeguato dagli investitori, la frittata è fatta. E le borse vanno in tilt.

Ed è stato curioso, ma anche rivelatore, lo scambio di battute – tese e anche evidentemente polemiche – tra Tremonti e Berlusconi poco dopo, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, appena usciti dall’incontro con le parti sociali che avevano appena finito di incontrare e che tutte una cosa avevano chiesto al governo: di curarsi, subito, della crescita.

Al ministro che diceva di come l’Italia fosse in contatto con l’Unione europea, col Fondo monetario internazionale e con l’OCSE per discutere delle sue strategie di crescita – la domanda che le parti sociali, tutte, avevano appena finito di porre al premier incontrandolo al mattino: l’Italia ha tanti deficit da curare, ma quello più grave e immediato è questo: la crescita bloccata – lo stesso Berlusconi si preoccupava di aggiungere che oltre a quegli organismi il governo è anche “in contatto con la BCE”. E Tremonti, chiaramente sorpreso, aggiungeva: sì, penso che sia importante, “ma la BCE non è coinvolta”… se non  forse perché potrebbe mettersi a comprare BoT italiani: il suo ruolo è per scelta sua tecnico molto più che politico.

Perché al contrario del desso premier anche Tremonti si rende conto che il problema dell’Italia e della sua credibilità finanziaria sui mercati è tutto politico e niente affatto tecnico… E che, in questo senso, la domanda, altrimenti insensata perché inefficace, delle opposizioni – di un segno forte di discontinuità al vertice – sarebbe l’unico elisir che potrebbe davvero dare una svolta immediata sui mercati alla credibilità delle finanze italiane. Facendo bene alla borsa compresi i titoli delle tre aziende (come le chiama lui) che il primo ministro si era appena vantato il giorno prima di “avere in borsa” parlando alla Camera.

●In ogni caso, forse proprio oggi, alla vigilia dell’accesso alla sua presidenza di una persona che, per certi versi, come Mario Draghi stimiamo, è ora di specificare con grande chiarezza quelle che, non solo ma anche secondo noi, sono le colpe specifiche da imputare alla Banca centrale europea nello sviluppo di questa crisi epocale: colpe perché, anche nei limiti del proprio mandato, certo può essere magari forzandolo un poco per costringere i governi ad agire, avrebbe potuto o non potuto, dovuto o non dovuto fare.

• La crisi originale è scaturita dal fatto che la BCE non ha fatto caso, o ha sottovalutato, volutamente o meno non conta ma certo anche volutamente – legata com’è a un’ideologia del laisser faire al mercato e ai propri interessi— di chi, cioè, da quel mercato poi viene, ne fa parte e ci torna, alla fine del proprio mandato, comunque – e, quindi, non ha contrastato in niente la colossale bolla speculativa edilizia che andava montando nell’eurozona, specie ma non solo in Spagna e in Irlanda: consentendo alle speculazioni di ingigantirsi fino all’orlo del collasso, dello scoppio che su questo andazzo prevedibile e da prevedere ma volutamente sottovalutato e ignorato – avrebbe finito   inevitabilmente col travolgere le loro economie.

• Poi, la BCE ha deliberatamente reagito alla crisi, una volta scoppiata, limitando la portata della propria risposta. Neanche una volta, per sbaglio, ha portato il tasso di sconto overnight – quello fatto nel prestare denaro alle banche di ogni paese dell’eurozona – vicino alo zero, e sotto l’1%, come invece faceva ad esempio la Fed americana per incentivarle/obbligarle a fare esse stesse prestiti a basso interesse alle imprese. E’ stata troppo cauta anche nelle cosiddette facilitazioni quantitative e, adesso, addirittura ha cominciato a rialzarli, i tassi – già lo ha fatto due volte, ricordavamo, quest’anno – dichiaratamente per paura di uno spettro pressoché inesistente come l’inflazione: e sempre secondario comunque rispetto alla carenza di crescita dell’economia, di tutte le economie.

• E sa benissimo che tassi di interesse più alti peggioreranno il debito di tutti i paesi, specie di quelli che oggi sono in maggiore difficoltà, perché eleveranno per ciascuno di loro comunque il servizio del debito, il costo che dovranno pagare a chi presta loro soldi; e perché, così, rallenteranno la crescita e, quindi, diminuiranno le entrate mentre si faranno più elevati, alla fine e inevitabilmente i costi di una protezione sociale (disoccupazione, sussidi) alla quale nessuno in Europa – pena la rivoluzione davvero – potrà mai rinunciare— mica è l’America questa!

●Domenica 7 sera, dopo una straordinaria conference call telefonica, la BCE aveva dichiarato di essere pronta ormai a intervenire sui “settori disfunzionali” del mercato acquistandone i titoli se le “disfunzioni” (cioè, Italia e Spagna) le riforme che devono fare le fanno subito e non rimandano più. Essa immediatamente e, appena le procedure di approvazione lo consentiranno (servono mesi, però…) interverrà acquistandone i titoli che nessuno altrimenti gli compra più.

Così, il lunedì mattina alla riapertura dei mercati, il rendimento sui decennali di Stato spagnoli cala subito di oltre 80 punti base e quello dei decennali italiani appena un poco di meno (la Spagna, dopotutto, a novembre va alle elezioni quando ancora Zapatero ha la maggioranza parlamentare… mentre, da noi, il Berlusca giura invece che lui resta lì abbarbicato fino al 2013)[93]

Poi, anche in Europa, gli effetti del downgrading sulle borse americane sono arrivate di botto e  neanche i quasi 6 miliardi di € di intervento della BCE sui mercati, a comprare BoT italiani e spagnoli, è stata sufficiente. Ma adesso ci obbligheranno ad accelerare su privatizzazioni, liberalizzazioni, riforme (sicuramente in peggio) del mercato del lavoro.

Dicono che si tratta di rimettere in movimento quel che in Italia, o in Spagna, c’è poco, la mobilità del lavoro. Ma ignorano – meglio fanno finta di ignorare – che non ci può essere alcuna mobilità del lavoro se prima il mercato non lo crea, un lavoro che proprio non c’è. Ora, lasciar gestire a Berlusconi questa situazione, visto che gli altri a cacciarlo via non ce la fanno proprio…

D’altra parte, è anche (non solo, certo, non solo: e in secondo piano, forse) qui la sovranità perduta dall’Italia che oggi paghiamo… Ma ormai siamo al dunque, ci sembra. Il che non significa affatto che una volta riconosciuto onestamente (con onestà intellettuale, cioè) quel che davvero sta succedendo, poi si decidano a farlo, coloro che possono.

●Nel corso della crisi – peraltro ancora… in corso – chi prima, chi dopo, in pratica tutti i leaders europei hanno espresso critiche feroci delle speculazioni di mercato in atto contro i singoli paesi e  l’euro vendendo e comprando short (cioè scommettendo sul rialzo o il ribasso futuro, per definizione speculativo) dei titoli dei vari Tesori di cui non erano neanche in possesso, e contro le agenzie di rating che hanno regolarmente spinto al ribasso il credito di tanti paesi europei. Quelle stesse agenzie che gonfiarono di recente, sapendo quel che facevano, il valore reale di tanti titoli in borsa, intestandosi così, insieme all’ingordigia di quegli stessi speculatori, la responsabilità della crisi mondiale.

Ma gli uni e le altri, speculatori e agenzie, fanno in fondo il loro mestiere: i primi insinuandosi nelle contraddizioni del mercato, comprando a poco e rivendendo a molto per fare il proprio esclusivo profitto: non tanto dei singoli risparmiatori quanto degli investitori, non tanto dei singoli investitori quanto dei fondi pensione e, sempre, dei managers e dei banchieri: puramente e semplicemente il loro mestiere perché speculare in questo sistema è del tutto legittimo…

Così come nessuno se la può davvero prendere con le agenzie: i loro “pareri” sono, appunto, opinioni e non certificazioni di fatto; e, come tali – come la vostra opinione, come la nostra – sono perfettamente legittime: anche se e quando finiscono col fare milioni di affamati o di disoccupati.     

Non è sopprimendo l’insopprimibile in questo sistema – speculazioni e opinioni – che si affronta e tanto meno si risolve il problema dell’eurozona, dell’euro e della ripresa delle nostre economie. E’ solo cominciando a prendere per le corna il vero problema strutturale del’euro. Che non è, però, deprimere con le controriforme strutturali ora invocate il prezzo del lavoro, le condizioni del pensionamento, il costo di un sistema decente di sanità pubblica e di welfare…

●No. E’ il solito il problema veramente strutturale d’Europa: c’è un’unione monetaria che per funzionare bene ha bisogno di quella che, però, si chiama anche un’unione fiscale, cioè di bilancio— una politica economica “più” comune[94]. Lo veniamo dicendo da anni, per quel che ci riguarda dall’inizio dell’euro[95]: una politica monetaria unica con diciassette politiche di bilancio ecc, ecc., diverse e divergenti, non regge a lungo: e, infatti, adesso è scoppiata.  

Questa politica comune ancora non c’è. E non c’è ancora la decisione di darsela. Per cui alcuni paesi si ritrovano con un valore, sempre e comunque artificialmente fissato dell’euro, per loro troppo alto e altri per cui è troppo basso. Che penalizza certe economie e ne favorisce altre. Per cui certo, oggi riequilibrare significa per chi finora ha lucrato – la Germania e le sue esportazioni – restituire un poco di quel che ha lucrato. Insomma, dietro al deficit greco (irlandese, portoghese, e al debito italiano, che è il cumulo dei tanti deficit annuali) c’è anche la mancanza di un’unità di bilancio, di politica economica. Non solo e forse non tanto  l’irresponsabilità di una classe politica e di una cittadinanza che ha vissuto a lungo al di sopra dei propri mezzi: se fosse così, l’America sarebbe già da tempo finita in cantina…

Ma non hanno ancora dichiarato, urbi et orbi, da Bruxelles alla Commissione e da Francoforte alla BCE, e dai governi tutti o quasi liberisti che le controllano che questo è il problema. Se non lo fanno non c’è possibile riforma che tenga, che valga, che possa alla fine utilmente passare.

La ricetta per i mali di questa Europa che impartisce, invece, un finanziere come George Soros[96], uno che come tale ha le mani in pasta – anche a volte solo distruttivamente si capisce – nelle cose d’Europa, specifica poi che, in realtà, “una soluzione davvero globale della crisi dell’euro richiede insieme tre componenti principali: la riforma e la ricapitalizzazione del sistema bancario— dove il termine chiave, sottolineiamo, è proprio riforma.

Cioè, nel contesto, una nuova regolazione del sistema bancario, se vuole e deve essere salvato da noi, cittadini e governi; un regime di eurobond— dunque, proprio la soluzione politica integrata di cui stiamo parlando, a partire da una vera e propria politica di bilancio europeo; e un meccanismo di uscita”— dall’euro, quando esso si facesse insopportabile per una economia.

Il giuramento che Merkozy / Sarkel chiedono all’Europa (vignetta)

E, adesso, ripetete con noi/ Noi, i membri dell’Unione europea / Noi, i membri dell’Unione europea

Ci impegnamo ad essere economicamente responsabili / Ci impegnamo ad essere economicamente responsabili

E perciò crediamo / E perciò crediamo

Nei bilanci in equilibrio e in un debito più basso / Nei bilanci in equilibrio e in un debito più basso

Finalmente!!!... / E crediamo anche… che il mondo è piatto, che la luna è fatta di formaggio e che,

alla fine del giardino, ci sono tante fatine nascoste…

FonteThe Economist, 20.8.2011, vignetta di KAL

  

●Col dollaro quasi in caduta libera (a 77¢ per franco, un terzo meno di un anno fa) e le sofferenze dell’euro (quasi altrettanto: 1,11 franchi— molti in meno degli 1,38 che un euro valeva un anno fa)  e le crisi dei debiti sovrani di USA e paesi dell’eurozona, la Svizzera che s’è letteralmente ritrovata con il franco al valore praticamente dell’oro, un attivo dei conti correnti pari quasi al 15% del PIL, disoccupazione intorno al 3% (ufficiale ma anche reale, nei fatti), un debito pubblico, crescita l’anno scorso a un +2,6%, sta diventando una specie di cassaforte per tutti i ricconi del mondo (ancora più degna, cioè della loro “fiducia” di quanto lo sia sempre stata), è corsa ai ripari.

La sua Banca centrale ha dichiarato non di prendere ancora, ma che prenderà tempestivamente tutte le misure necessarie a frenare il rialzo del franco: esso, in effetti, ha spinto a livelli elevatissimi il costo dei prodotti dell’industria e dei servizi svizzeri: da una tazzina di caffè, a una vacanza sugli scì, a una barra di cioccolato ormai qui costa tutto carissimo e non si esporta più niente… mentre gli svizzeri si sono mesi a importare a capicollo e vanno in Francia o in Italia a far incetta, a buon prezzo con la forza del loro franco, di consumi e beni di investimento esteri.

E il governo è preoccupato. Preoccupato perché, in sostanza, tutto va bene, anche se a soffrirne sono turismo ed esportazioni[97].

●In Danimarca invece, il premier Lars Lokke Rasmussen ha annunciato di aver convocato le elezioni leggermente anticipate per metà settembre[98] in quello che si preannuncia come un voto complicato per la coalizione di centro-destra ormai al potere da dieci anni. Con l’economia che ristagna e una disoccupazione che cresce – anche se col sovvenzionamento alle imprese che mantengono il lavoro piuttosto che licenziare i lavoratori e risparmiando così sui generosi sussidi ai disoccupati del sistema social-democratico che restano in vigore senza che il centro-destra li abbia mai rimessi in questione – anche se resta ancora a un tasso ufficiale 4% (dato di giugno), il centro-sinistra sembra addirittura godere di qualche vantaggio nelle intenzioni di voto.

La parola d’ordine su cui la coalizione conservatrice cercherà di rivincere è che il paese è costretto a scegliere ormai tra abbassare il debito pubblico o tagliare il welfare. I social-democratici reagiscono: sì il welfare nel paese è robusto ma lì deve restare tanto più che un debito pubblico del 40,4%[99] è tra i più bassi del mondo, non solo dell’unione europea.

Poi, insistono a mettere in evidenza i social-democratici – contro quella che denunciano come una campagna di terrorismo psicologico messa in atto per arrivare a tagliare il welfare – qui sacrosanto – accontentando gli istinti liberisti dei meno e più ricchi tra i sostenitori dei conservatori – quello che conta non è poi neanche tanto il debito pubblico quanto il debito estero. E, anche qui, la Danimarca sta molto meglio di altri paesi[100]: al 19° posto nel mondo, l’Italia e al 9°, gli Stati Uniti, come è noto, sono di gran lunga i primi: da soli sopra l’insieme del debito estero dell’Unione europea.   

●Alla fine Merkel e Sarkozy ( = Merkozy?) in un incontro bilaterale a Parigi, il 16 agosto, danno la linea – una specie di zig-zag fatto da mille compromessi e diecimila dubbi, però – a tutta l’eurozona: non è certo che passerà alla fine, a livello di tutti gli altri 15 dell’eurozona, però sembra comunque essere un po’ più consistente – a parole, certo, a parole per ora – di quel che forse i più si aspettavano. Dicono, insieme:

• Primo: che è necessario creare un qualche governo economico capace di contare in tutta l’eurozona, a Cipro come a Berlino. Sarà composto da tutti i capi di governo che formano oggi il Consiglio e si incontrerà due volte all’anno.

   Commenta il presidente della Commissione Barroso – a latere ovviamente: mica ha partecipato e dalla proposta esce con le ossa rotte: del resto, come capo dell’esecutivo europeo si è dimostrato tutt’altro che capace di operare, di fare, di realizzare – che è una buona idea: un formato e una frequenza regolare dei vertici dell’eurozona che si dia un a presidenza permanente contribuirebbe a dare al Consiglio dei primi ministri una leadership più autorevole, più stabile e più forte.

   In pratica, e a incontro bilaterale ancora in corso, Barroso si candida… Ma viene subito bacchettato: Merkel e Sarkozy precisano che loro intendono chiedere al presidente dell’Unione, Herman van Rompuy – una specie di maggiordomo ossequiente, anche più di Barroso – e non a quello della Commissione, di presiedere lui il nuovo governo dell’eurozona.

   A Merkel e Sarkozy, così, riuscirebbe il colpo di mano di far fuori insieme il presidente dell’Eurogruppo, Juncker – scordano, però, che lui dovrebbe dar loro come primo ministro del Lussemburgo il suo assenso: perché servirebbe comunque l’unanimità per il loro progetto – e il presidente della Commissione.

   In definitiva, più che la loro, questa sarebbe a dire la verità, la vittoria di Londra: la sepoltura una volta per tutte dell’Europa federale guidata da un parlamento eletto e, forse domani, da un esecutivo eletto pur esso; e il trionfo dell’Europa intergovernativa, un volta per tutte.

   D’altra parte, c’è da osservare che in realtà “proporre un governo economico dell'Europa formato dai capi di Stato e di governo dei 17 paesi dell'eurozona è pura retorica poiché essi si riuniscono già periodicamente come hanno fatto – ad esempio, l’ultima volta – il 21 luglio[101]” scorso.

   Il fatto, però, è che se a José Manuel Barroso, ex barricadero della rivoluzione dei garofani portoghese trasformatosi in amministratore consenziente e zerbino del declino d’Europa – non come persona fisica, si capisce ma come personaggio che racchiude in se tutta l’inettitudine, l’infingardia e la mancanza di coraggio dell’Europa che ci ritroviamo: o, forse, peggio… – va augurato tutto il male possibile e una rapida uscita dal ruolo che tanto inutilmente ha coperto – “è la Commissione europea come istituzione che deve rispondere delle sue azioni al Parlamento europeo”: e qui, questi,la sostituirebbero senza colpo ferire, vista soprattutto la sua dabbenaggine“con diciassette capi di Stato e di governo ed un Presidente che rispondono di fatto solo a sé stessi.

• Secondo: a ciascuno dei 17 paesi dell’eurozona verrà chiesto di adottare la “regola d’oro” – o, meglio, di ferro – che fisserebbe un limite a tutti i deficit di bilancio entro l’estate del 2012: ma questa non è una regola nuova, sta da sempre nei Trattati (prima di Maastricht e, poi, di Roma) e è stata reiterata solo pochi mesi fa, per cui l’unica novità sarebbe forse nell’anticipazione di qualche mese; e, anche qui, Barroso non resiste alla tentazione di pronunciarsi sull’ovvio: infatti, dice, una moneta comune richiede anche una disciplina più comune… come se la moneta comune nascesse oggi.

• Terzo: la coppia di ferro (= Sarkel?) proporrà che su tutto il territorio dell’eurozona per tutti gli operatori – tutti, senza eccezione: anche quelli che non sono nell’eurozona – venga istituita e applicata un nuova tassa sulle transazioni finanziarie. Il mese prossimo, a settembre, avanzeranno una proposta dettagliata in materia. Merkel fa sapere che secondo lei la tassa dovrebbe essere applicabile, ed applicata, all’interno dell’Unione a 27, non solo dell’eurozona. Ma la City rende subito noto che, da questo orecchio, la Gran Bretagna non intende proprio sentirci[102]

   E Barroso, anche qui, si butta a pesce: è uno strumento che dovrebbe garantire un contributo più equo del settore finanziario all’equilibrio dei conti pubblici. La Commissione, ricorda, aveva già annunciato di voler fare una proposta in questo senso. E lo farà (adesso si mangia le mani, per non aver osato oltre che accennarla anche avanzarla).

   Sarkozy, per conto suo, lo aveva del resto già fatto: solo che allora la sua idea originale era quella di utilizzare il ricavato della tassa per finanziare lo sviluppo del Terzo mondo e i tentativi di moderare i cambiamenti climatici[103]; e, adesso, in questa nuova versione, dovrebbe servire a puntellare, più prosaicamente, i conti dell’eurozona. Un brutto segno dei tempi: per noi e per il Terzo mondo, di certo… e probabilmente l’ennesima presa per i fondelli, visto che gli speculatori che essa vorrebbe tassare – moderatamente, sia chiaro – dicono subito di no, che loro sono contrari. E di regola, hanno loro l’ultima parola…

• Quarto, non si è andati avanti sulla proposta di creare gli euroBonds – in sé largamente risolutiva della crisi, ma un’idea che dipende da una governance dell’eurozona e della stessa Unione più efficacemente unitaria, economicamente e politicamente integrata – avanzata di recente con insistenza da Tremonti e da Juncker il presidente dell’ECOFIN e del governo del Lussemburgo, riprendendo un vecchio progetto del presidente dell’Unione, Delors (che sviluppava l’idea originariamente, ancora anni prima lanciata dal duo italiano Altiero Spinelli e Franco Visentini).

   Merkel ha insistito che “i Bonds unitari non sarebbero una cura miracolo”, Sarkozy sul punto ha fatto un passetto indietro riconoscendo che “non sarebbero risolutivi oggi”. Ma anche la cancelliera ha fatto un passo avanti, riconoscendo che potrebbero essere domani, però, “la risorsa di ultimo appello”. Insomma, entrambi hanno riconosciuto che, magari, in futuro…

Tre considerazioni, adesso, non certo conclusive a giudicare dai risultati di questa conferenza stampa.

• La prima è che, a stare alle reazioni di borsa e degli analisti, ai mercati non sembrano andar bene per niente: l’idea di “più Europa” li preoccupa, infatti; ma, contraddittoriamente, gli euroBonds gli piacciono: non per la carica di integrazione e unità economica e politica che necessariamente comportano, come s’è appena detto, ma perché comunque mettono a carico di altri, i contribuenti, almeno parte dei loro guai finanziari; per contro, per loro, è anatema la proposta, che si va facendo ormai più concreta, della tassazione sulle transazioni finanziarie…

• La seconda è che ormai la Francia sembra allinearsi un po’ di più alla Germania – è questione di rapporti di forza – ma anche riuscire a piegare qualche po’ un’eurozona, magari un po’ più disciplinata e forse anche qualche poco, chi sa, a dimensioni un poco rimpicciolite (ma come? tecnicamente, come?) a una visione di maggior integrazione sia economica che politica…

• La terza è che, neanche per sbaglio, quei due chiamano per nome e cognome quello che potrebbe forse essere, certo improntandolo ad altri princìpi che privilegino sul serio la crescita, il rimedio, lo strumento principe di una governance e di un’integrazione economica dell’Europa: chiamiamolo, per intenderci, lo strumento offerto da un vero bilancio federale dell’Unione europea.

●Il mi-si-rizzi di turno stavolta sono i polacchi— che però qualcosa adesso contano in quanto occupano la presidenza di turno, semestrale, del’Unione. Non sono soddisfatti, dice il primo ministro Donald Tusk, della proposta franco-tedesca. Ma sono anche particolarmente ipocriti, stavolta, mettendosi ad attaccare “da sinistra” – loro… – le proposte del duo Merkozy: dal punto di vista, cioè, dell’integrazione e dell’unità dell’Europa: della governance, comunque più forte, di cui lì Europa ha bisogno e per cui troppo poco, dice Varsavia, i due si sono spesi[104].

Fosse vero, sarebbe una svolta radicale per la Polonia— ma tutto il mondo sa che l’ultima cosa voluta da questa Polonia – allineata da sempre com’è ai reazionari d’Europa e, anzitutto, ai conservatori britannici – è sempre stato ed è un rafforzamento vero dell’eurozona: di cui Varsavia, a ogni buon conto, neanche fa parte.

Dunque, il vero intento della lamentela di Tusk non è affatto quello dichiarato, probabilmente, ma punta a ricordare al colto, all’inclita e a chi non ci vuole pensare che, poi, alla fine, qualsiasi cosa l’eurozona decida – questa o qualsiasi altra magari davvero più coerente e più  forte – l’ultima parola in base ala regole dei Trattati spetterà a tutti i 27: e all’unanimità. A meno che Merkel, Sarkozy, Merkozy o chiunque altro ne abbia, magari, la convinzione trovi il coraggio per buttare all’aria, figurativamente ma chiaramente, il tavolo: dicendo che lo fa per cambiarlo… 

●I rappresentanti del governo serbo hanno dato l’assenso a una bozza d’accordo proposto dalla Forza NATO in Kosovo (KFOR)  per cercare di comporre lo scontro, anche armato a momenti, per il controllo di due postazioni di confine che il governo kosovaro aveva ordinato alle sue truppe speciali di conquistare. Senza che, però, ci riuscissero. L’accordo che è stato firmato dal ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic, dal capo del dossier Kosovo per il governo di Belgrado, Borislav Stefanovic e dal comandante in capo delle truppe del KFOR, il magg. gen. Erhard Buhler, tedesco è stato però subito respinto dal governo di Pristina[105]: non gli cede, infatti, come vorrebbe il controllo dei due posti di confine…

Su Belgrado, in ogni caso, premono come al solito gli USA e, con essi, anche diversi governi europei: quelli che hanno invano finora tentato di imporre alla UE una posizione unanimemente filokosovara. Adesso non dicono – non osano tanto: ma lasciano capire – che, per sbloccare i colloqui sul suo futuro accesso alla UE, la Serbia dovrebbe rassegnarsi a cedere i due posti di confine di Brnjak and Jarinje al controllo del Kosovo.

Anche se non esiste alcun presupposto giuridico o storico per questa soluzione e se sono stati proprio i kosovari ad attaccare, come quasi sempre qui, e anche se non intendono accettare alcun accordo di sorta ma solo forzare la risoluzione loro favorevole della vertenza: il confine, oggi dopo gli scontri di fine luglio fisicamente controllato dal KFOR, va ceduto a loro.

●In Polonia, dove continuano a riservarsi il diritto – come lo chiamano, ma come non è – di non dar seguito alle normative europee di conservazione ambientale nella ricerca e lavorazione delle rocce scistose per estrarne gas naturale, la compagnia-monopolio di Stato PGNiG annuncia che, a fine mese, comincerà la trivellazione nella provincia ex tedesca della Pomerania. Il presidente della PGNiG, Michal Szubski, ha dichiarato di essere “prudentemente ottimista” che dai pozzi trivellati si potrà ricavare gas su scala industriale entro metà del 2012[106]. Ma il contenzioso con l’Europa, le cui  regole per lo sfruttamento delle scisti bituminose sono severe e, contrariamente a quello che sostiene il governo polacco, non sono affatto opzionali, resta aperto e si va avvelenando.

●Nella Repubblica ceca hanno la disgrazia di ritrovarsi come presidente della Repubblica una specie di Carlo Giovanardi al cubo… è Vaclav Klaus, economista (di destra, di destra) e reazionario sfondato (come Giovanardi, proprio come Giovanardi) che, adesso, si scatena a denunciare la lettera che 13 ambasciatori di paesi stranieri a Praga hanno firmato per sostenere i diritti dei gays che anche in quella città intendono celebrare la giornata del loro orgoglio[107].

Ora, secondo chi scrive, forse gli ambasciatori avrebbero anche potuto fare a meno di esprimersi, pur se hanno ragione a affermare che è diritto di tutti quello di celebrare quel che vogliono pubblicamente. Ma, sempre secondo noi, è da ricovero urgente in manicomio che un presidente della Repubblica, come peraltro un sottosegretario di Stato, intervenga in proposito a pontificare tanto a sproposito… Per fortuna davvero stavolta la sua voce resta particolarmente senza riscontro perfino in un paese dell’est europeo come la Cechia[108].

●La Bielorussia consolida i suoi rapporti, mai tranquilli in modo scontato, con la Russia acquisendo il 35% della quota di proprietà della Belaruskali, una delle maggiori imprese del paese come una garanzia collaterale per i 2 miliardi di $ che attraverso la Sberbank, la maggiore banca russa, le fornirà insieme alla Deutsche Bank. Il presidente della Sberbank, German Gref[109], ha comunicato al primo ministro Vladimir Putin che il prestito russo verrà garantito dalle future consegne di potassio e che il finanziamento verrà fornito direttamente all’impresa, senza passare dal governo di Minsk.

E il primo ministro Putin incontrando il suo omologo bielorusso Mikhail Myasnikovich, nell’ambito del consiglio di coordinamento economico dei due paesi e del Kazakistan, assicura[110] − pur non prendendo alcun impegno ad ostacolare “attivamente” le sanzioni americane contro Minsk −  la garanzia del suo paese a cercare legami economici tra di loro sempre più stretti, invocando il coordinamento delle politiche economiche proprio per far meglio fronte comune alla volatilità e alle incertezze dei mercati finanziari globali. E ha espresso, venendo al punto che maggiormente assilla i suoi interlocutori la sua fiducia che la Bielorussia riuscirà a superare le difficoltà che le sanzioniamericane e atlantiche” le stanno erigendo contro.

●Del resto, a Minsk restano e vengono, infatti, impiegate alcune possibilità di “rappresaglia”, per così dire. Provvede così subito ad “affondare”, testualmente, quello che Obama aveva sempre considerato un grande successo dell’Amministrazione, annullando l’efficacia dell’accordo (si badi: non l’accordo stesso) col quale aveva concordato a dicembre 2010 di rinunciare alla propria scorta di uranio arricchito, riducendo così quello che l’Amministrazione americana considera una potenziale pericolosa occasione di diffusione di materiale nucleare[111].

In altre parole: tu mi colpisci con le sanzioni che decidi unilateralmente? E io, unilateralmente, mi metto a sabotarti un piano al quale tu tieni molto. Tanto più che gli scambi e gli aiuti economici che avrebbero dovuto bilanciare da parte tua il “sacrificio” bielorusso non si sono mai concretizzati in niente. Come spesso, del resto, da qualche tempo l’America ha fatto, ripetutamente, anche con la Corea del Nord…

L’imposizione, appena annunciata di nuove sanzioni economiche americane – dice il ministro degli Esteri bielorusso, Sergei N. Martynov – “è  contraria allo spirito di interazione e di cooperazione tra i due paesi” e, in risposta, la Bielorussia ha congelato il progetto cui tenevano tanto gli Stati Uniti.

E a questo punto, Washington, pur insistendo nel suo appello a Minsk perché “riconosca” i diritti umani e liberi tutti i suoi prigionieri politici – che i bielorussi naturalmente dicono essere prigionieri comuni, non rinunciando a denunciare il “lungo elenco” di prigionieri politici in America (il primo, in realtà l’unico che poi nominano, però, è il caporale Bradley Mannings, il “gola profonda” di WikiLeaks) – “deplora ed esprime disappunto” per la decisione dei bielorussi.

Ma accusa il colpo: stavolta non parla la tonitruante segretaria di Stato come quando qualche giorno fa aveva annunciato il fulmine delle nuove sanzioni statunitensi come una sua personale vittoria; lo fa fare (e quasi tra parentesi) solo da una portavoce anonima, o quasi, del dipartimento di Stato.    

●Parlando a Sochi, in Russia, ai confini proprio col suo paese, l’Ucraina, il presidente Viktor Yanukovich ha dichiarato[112], l’11 agosto, che tra i due paesi vicini, legati dalla lingua comune, dalla religione, da una cultura largamente condivisa e da una storia strettissimamente intrecciata, è indispensabile trovare un compromesso, extragiudiziale ha detto (anche perché legalmente il contratto degli ucraini coi russi pare proprio perfettamente legale), sulla vexata quaestio del prezzo del gas naturale venduto da Mosca a Kiev. L’Ucraina, ha detto Yanukovich, lavorerà a questo fine; Medvedev, che era presente anche lui, s’è limitato, in silenzio, a annuire…

La settimana prima era stato il primo ministro ucraino, Mykola Azarov, ad accennare alla possibilità che Kiev si rivolgesse a un qualche tribunale internazionale commerciale per la revisione del prezzo concordato con Mosca contrattualmente nel 2009. Quel contratto venne allora concluso per la parte ucraina dal primo ministro, Yulia Timoshenko, attualmente sotto processo di fronte a una Corte di Kiev proprio per i termini economicamente sfavorevoli allora negoziati con Mosca: “tradendo gli interessi nazionali”, dicono adesso a Kiev.

In quella sede, l’ex presidente della Repubblica ucraina e unica carica di governo, allora, più alta di quella della Timoshenko, denuncia adesso che lei gli forzò la mano mettendolo davanti al fatto compiuto di un contratto capestro “in cui gli interessi nazionali venivano venduti per considerazioni di ordine politico[113]”:  per tenersi buoni i russi, cioè, proprio la Timoshenko che, per Mosca, era sempre stata politicamente la nemesi ma con loro sempre, prima di fare politica, da dirigente industriale ha proficuamente trattato…

La Timoshenko già qualche giorno prima era anche finita in galera, per aver deliberatamente come dicono gli americani offeso la Corte rifiutandone giurisdizione e competenza[114]: “disprezzo della corte” reiterato dal rifiuto, poi, di chiedere scusa al tribunale.

Adesso il premier ucraino, Azarov, chiarisce[115] che qualsiasi patto simile a quello trovato tra Russia (Sberbank-Gazprom) e Bielorussia (Belaruskali-Beltransgaz), all’Ucraina non va bene. Sono completamente diversi i percorsi di sviluppo economico e le esigenze dei due paesi, rileva. In sostanza, i bielorussi possono anche integrarsi coi russi, noi no; noi  preferiamo farlo con l’Unione europea.

L’Ucraina, insomma, non è all’interno di questo particolare processo di integrazione nell’ambito del quale Putin si è impegnato a offrire per conto della Russia all’Ucraina una nuova formula di prezzamento ridotto del gas naturale. E’ una scelta coraggiosa: l’Ucraina conferma di privilegiare la sua strada, verso l’integrazione nell’Unione europea. E non è disposta a nessuna, anche parziale fusione, quindi, come invece sembra essere Minsk, tra Naftogaz e Gazprom. Ma è, probabilmente, ancora una volta un’illusione: l’Europa, a mettersi dentro l’Ucraina, non è proprio pronta.

I russi lo sanno, e lo sanno gli ucraini: l’Europa a Bruxelles lo ha ripetuto e dimostrato, del resto, già molte volte e con molta chiarezza. Per cui, adesso, è Medvedev a fare la voce un po’ grossa: gli accordi esistenti tra Russia e Ucraina vanno rispettati fino in fondo perché sono perfettamente validi. Ma, certo, per il futuro potrebbero essere considerate opzioni diverse. Per esempio, preparandosi all’unione doganale con Bielorussia, Kazakistan e Russia stessa senza avanzare proposte “improbabili” e non previste  dall’istituto stesso di una partecipazione “condizionale[116].

Perché o questa soluzione, che è quella proposta da Mosca, viene presa in considerazione anche se Kiev fa ancora resistenza, o l’Ucraina deve preoccuparsi di inventare qualche  altro marchingegno capace di  “interessare la Russia a una diversa e più ravvicinata forma di cooperazione”: sempre che insista ad avere – se lo vuole, come sembra volerlo – un qualche concreto rapporto “preferenziale”.

Ma, certo, la notizia che, a ruota – e per ripicca tanto evidente quanto futile – dà il primo ministro dell’Ucraina Mykalov Azarov[117] che il suo paese ridurrà, di circa i due terzi, in un periodo però imprecisato (da uno a tre anni) non aiuta molto: anche perché l’eventuale fonte alternativa non viene comunque indicata e che sia a prezzi inferiori a quelli di mercato che vogliono praticare i russi. a bocce ferme pare per lo meno improbabile.

●La Russia, questa Russia più capitalistica e capitalisticamente più che ideologicamente motivata di quella antica, bada anzitutto ai propri interessi. Come dimostra anche il fatto che, senza esitazioni, Gazprom ha presentato richiesta di arbitrato obbligatorio, come il contratto prevede, al tribunale di arbitrato di Stoccolma nei confronti del ministero dell’Energia della Lituania per la disputa che esso ha aperto con la Lietuvos Dujos, l’ente di gestione del gas di Vilnius[118].

Gazprom sostiene che, con questa sua azione, il governo lituano stia cercando di infrangere l’accordo tra azionisti che ha con il ministero lituano che è suo co-azionista nella proprietà delle Lietuvos Dujos al cinquanta per cento. E Gazprom, quando si muove sul piano contrattuale, si nuove con totale sicurezza…

●Passando, ora, invece a parlare di cose serie, viene reso noto che la Russia sta testando un nuovo missile strategico basato su piattaforme navali (navi e, soprattutto, sommergibili: l’allineatore, lo chiamano) di cui il Centro di progettazione missilistica di Stato Makayev dice che è più potente e preciso del missile attualmente dispiegato, il Bulava— la mazza[119].Gli allineatori, in russo Sineva azzurro, sono in grado di trasportare a destino da metà al doppio di ogive nucleari di potenza limitata— limitata… si fa per dire: diverse volte, comunque, la potenza di Hiroshima…

●Le Forze spaziali della Russia (VKS), la branca delle forze armate che copre le operazioni spaziali, riceveranno a fine anno due sistemi radaristici Voronehz-DM[120] che coprono uno spazio fino a 5.000 km. di distanza e garantiscono la parità nucleare strategica in caso di dispiegamento effettivo sul campo del sistema balistico antimissilistico europeo. Uno dei due radar sarà posizionato ad Armavir, in Armenia centrale, l’antichissima capitale del paese che, con la Russia, hanno concluso l’accordo, prima di venir ribattezzata, in epoca sovietica, come Hoktemberyan (in onore della rivoluzione di ottobre).

Servirà a completare la rete fornita attualmente dai due radar già piazzati, il primo, in Azerbaijan, a Gabalinskaya, il sito che Mosca, prima del rifiuto statunitense, aveva offerto di “condividere” con gli USA, in caso fosse stata accettata la loro proposta di lavorare insieme alla rete antimissilistica di USA e NATO e, il secondo, nella regione russa di Kaliningrad, sul Baltico. Nel 2012 un terzo radar verrà costruito nella regione di Irkutsk, in Siberia, per coprire anche lo spazio che va dalla Cina alla costa occidentale degli USA.

STATI UNITI

●Ogni tanto, qua e la, come per caso, emerge una scintilla di verità. Ora, sul NYT è l’Associated Press[121] a far rilevare e spiegare quello che tutti i media avrebbero il dovere di dire con chiarezza, e una volta per tutte: che i politicanti – dagli estremisti del Tea Party, ai conservatori repubblicani, a quelli democratici e al presidente stesso – che urlano contro la spesa fuori controllo, il deficit e il debito, non sanno proprio quello che dicono.

Perché è dimostrato, e chiarissimo, che deficit e debito sono esplosi a causa della recessione e non il contrario. Prima che esplodesse la spesa per i programmi di assistenza contro la disoccupazione, la riduzione degli orari di lavoro, la perdita del potere d’acquisto dei redditi più bassi, non prima della recessione e dei suoi effetti, cioè, non c’era problema, dimostrano i dati messi per iscritto dalla A.P.  

●No, non è il classico tanto tuonò che piovve… L’accordo su un rialzo – che molti già dicono insufficiente – del tetto del debito pubblico è stato finalmente trovato dopo che i repubblicani avevano cercato invano di far passare la loro versione – solo tagli alle spese, bocciata al Senato – e i democratici avevano anche loro fallito su quella che preferivano – anche tagli, non pochi, ma pure qualche tassa in più ai più ricchi tra i contribuenti, bocciata alla Camera – con un compromesso, come al solito e come è nella natura della bestia un po’ a ogni latitudine e longitudine, che però somiglia tanto a un pastrocchio.

Obama ha parlato[122] di un successo perché ci sarà, in ogni caso, un no al default e una riduzione del deficit: taglio concordato, già subito, per 400 miliardi di $ nella spesa dei prossimi dieci anni (2011-2021), dice il presidente: che, spiega, come “così ne risulterà il più basso livello di spesa pubblica interna dai tempi della presidenza Eisenhower che di per sé non sembra cosa di cui molto vantarsi  ma a un livello – assicura: lui – che ci consentirà ancora di fare investimenti che creino lavoro in settori come l’istruzione e la ricerca. In ogni caso, ci siamo assicurati – come, anche qui, il presidente non lo dice – che questi tagli non siano tanto repentini da frenare un’economia che resta ancora fragile”.

Poi, spiega sempre Obama, ma “per novembre”, di qui a quattro mesi (mai sentito parlare di politica dei due tempi?) un Comitato congressuale ad hoc, bipartisan, farà “una proposta di riduzione ulteriore del deficit per altri 2.000 miliardi a tutto il Congresso per un suo voto secco a favore o contro. E, a quel punto, si dovrà discutere di ogni e qualsiasi proposta di taglio possibile per arrivare a quel livello complessivo di taglio. Tutto sarà sul tavolo, aperto alla discussione”: dai tagli alla difesa, alla sicurezza sociale, alla spesa sanitaria, a quant’altro…

●Per ora nessuno neanche intuisce qualcosa di più. L’unica certezza è che per ora si tratta di un rapporto tra tagli di spesa e tasse di ben nove a uno e che sarà difficilissimo strappare al Pentagono e ai conservatori all’attacco qualche taglio significativo alle spese pure supergonfiate della Difesa (ridondanti, ripetitive: ogni arma ha il suo sistema beniamino e spesso sono il copione l’uno dell’altro: aerei, elicotteri, ecc.).

Sulla potenza del complesso che qui è noto come lobby militar-industriale, e della battaglia che metterà in campo per difendere le sue commesse e i suoi privilegi, metteva già in guardia nel 1961 il presidente, e comandante in capo delle truppe alleate nella seconda guerra mondiale, Dwight D. Eisenhower[123]. Lo sanno tutti, qui e tutti sanno che non esiste lobby neanche vagamente tanto efficace che si batterà domani per la sicurezza sociale e per le spese pubbliche sulla sanità…

Per ridurre o evitare al massimo questa previsione di tagli al Pentagono, si mobilitano già in grande anticipo i pezzi da novanta dello spin, della propaganda, dell’allarmismo fasullo. Per esempio, il WP[124] si è inventato addirittura un altro modo di presentare fatti, dati e notizie. Dice, nascondendo dietro il dito la luna (lo fa anche il NYT, ma un po’ più abilmente, lo stesso giorno), ai lettori che il Pentagono potrebbe – dovrà forse – essere costretto a tagliare di almeno 600 miliardi di $ la spesa nel corso del prossimo decennio. E non c’è dubbio che, detta così, la faccenda suoni per qualcuno anche seria…

Ma la stima ufficiale di spesa militare del prossimo decennio, secondo il Congressional Budget Office[125], la Ragioneria dello Stato, è ufficialmente a oggi di 7.800 miliardi di $ e, quindi, il taglio paventato sarebbe inferiore all’8% della previsione di spesa. E se il paese tornasse mai a spendere per le spese militari in percentuale del PIL quanto spendeva non vent’anni ma solo dieci anni fa – prima delle guerre in Afganistan e in Iraq che, in ogni caso, ufficialmente, ha deciso, no?, di concludere – il costo ammonterebbe a 5.400 miliardi di $: non 600, ma 2.400 di meno del preventivato.

Del resto, annotava un centocinquanta anni va Karl Marx, come gli succedeva spesso rendendo addirittura banalmente lampante quello che in tanti si adopravano, e si adoprano, a mascherare, che “L’impatto di una guerra è economicamente evidente perché equivale esattamente a quel che succederebbe se una nazione dovesse buttare a mare una parte del suo capitale[126]”.      

Ma, tornando all’accordo tra Obama e repubblicani al Congresso, scrive la specialista del NYT di cose militari, Elisabeth Bumiller – ottima amica del Pentagono— anche troppo per la sua attitudine che, in passato, in Iraq, mise anche nei guai la sua credibilità nei confronti del suo stesso giornale: ne uscì per il rotto della cuffia perche al contrario di altri suoi colleghi, lei non aveva mentito ma solo contribuito a offuscare, placare, lenire la realtà dura com’era... – che “il testo è così poco dettagliato che su tutto domina una confusione rampante sulla dimensione e la concretizzazione delle riduzioni effettive[127]: cioè, poi, alla fine se e dove taglieranno. Dubbi che non si ripetono tanto pesanti, anche questo lo sanno tutti, per gli altri tagli che bisognerà effettuare…

La realtà è che Obama, per evitare nell’immediato il default, ha dovuto impegnarsi a considerare trattabili per un taglio futuro anche quelle spese “sociali” che lui stesso aveva proclamato tagliabili. E si ritroverà, tra qualche mese, di fronte allo stesso impasse – due maggioranze diverse. A meno che non ritrovi – o trovi: forse esso mai è stato davvero suo – il coraggio delle sue convinzioni mettendo sotto accusa – politica – la resistenza repubblicana con una campagna condotta al calor bianco e senza più alcun compromesso: come dicono qui, senza prendere prigionieri, avvalendosi degli enormi poteri che ha qui la presidenza.

Intanto, e si percepisce immediatamente, la tendenza che è passata – questa è la realtà – con l’assenso strangugliato del presidente – che, comunque dice di sì: la realtà cui ormai tutti si devono arrendere, i suoi fans come i suoi detrattori, è che ci eravamo tutti sbagliati: Obama è un centrista conservatore, mascherato da centrista liberal che non offre proprio nessuna speranza di cambiamento a nessuno – è stata il prevalere di una linea che si può definire come  —Dalla spesa ai tagli di spesa in una situazione di stallo dell’economia[128]. E nessuno, questo, lo può mascherare: neanche stavolta la facondia del presidente, come la chiamano ui la sua destrezza da venditore di olio di serpente.

Saranno molti i commentatori a dire che, col rialzo del tetto del debito, il disastro è stato evitato. Ma sbaglieranno”. E’ il giudizio secco di Paul Krugman[129], il Nobel dell’Economia, uno dei primi sostenitori del presidente che da tempo, però, vede profondamente tradita la politica economica che la nuova Casa Bianca aveva promesso e, all’inizio, era sembrata incarnare.

Perché, alla luce delle informazioni già disponibili, l’accordo è in se stesso un disastro e non solo per il presidente Obama e il suo partito. Danneggerà infatti un’economia già in depressione; peggiorerà, con ogni probabilità, anziché alleviare il problema del deficit a lungo termine dell’America; e, ancor più importante, dimostrando che l’estorsione nuda e cruda funziona e non comporta alcun costo politico, trascinerà il paese ben avanti sulla strada che lo conduce a diventare una vera e propria repubblica delle banane”.

In una congiuntura economica di depressione, infatti, osserva Krugman, la cosa peggiore è tagliare la spesa pubblica perché così si approfondisce la depressione e la crescita, di conseguenza ancora più bassa e non ridurrà affatto i costi del servizio del debito anzi, siccome la decisione significa indebitarsi ancora per pagare i debiti già esistenti, di fatto si traduce in un ulteriore aumento di costi del servizio del debito. Questo, sul piano economico.

●E, qualche giorno dopo, come di suo solito prendendo anche ferocemente in giro tanti – praticamente tutti – i politici (i repubblicani servi dei padroni, dice lui senza mezzi termini; e i democratici, servi sciocchi degli stessi padroni aggiunge), sulla manovra bipartisan dice la sua lo stramiliardario Warren Buffett, che anni fa già rilevò come l’America fosse in realtà tutta percorsa dalla lotta di classe. Una guerra vera e proprio, annotava, che la sua classe, quella dei capitalisti, stava stravincendo… pericolosamente aggiungeva, però.

Ora scrive in un editoriale molto molto pungente sul NYT, che raccomandiamo anche per analogia a molti miliardari italiani— pur se di ben altra sensibilità loro, è inutile forse precisarlo: “I nostri leaders ci hanno chiesto sacrifici condivisi. Ma me, quando ce li hanno chiesti, mi hanno risparmiato. E, avendo io chiesto ai colleghi mega-ricchi quali fossero i sacrifici che si dovessero aspettare, ho scoperto che anche tutti loro saranno esentati[130].

Un consiglio ai nostri lettori: chi può legga anche il resto – sacrosantemente feroce – di questo editoriale dove, ancora una volta, Buffett sottolinea come, in proporzione, lui paghi meno tasse di tutti i suoi dipendenti… Certo, oltre 6 milioni di $, percentualmente sul suo reddito: che “pare una bella cifra” – ragiona – finché, conti alla mano si verifica che è meno della metà di quello che il fisco chiede a un qualunque lavoratore cui lui paghi un salario.

Lui, nel 2010, ha infatti versato al fisco il 17,4% di tasse, mentre l’aliquota media per tutti i suoi dipendenti è, invece, del 36%: perché il loro è reddito da lavoro, il suo da profitto e da rendita. Anche qui, proprio come da noi, i salari sono tar-tassati molto più di profitti e di rendite… e per quello che riguarda il secondo, il terzo forse, miliardario al mondo, questa è una cosa profondamente ingiusta. Lui la denuncia, ma se toccasse a lui doverla subire – dice – ci costruirebbe su una rivolta…

Buffett è fatto così anche perché, si capisce, se lo può permettere. Sembra proprio come un altro miliardario di conoscenza nostra che teorizzava in pubblico – e da primo ministro di un governo democratico e adesso teorizza di meno, ma ci crede sempre – che l’evasione fiscale fosse un diritto per chi se la può permettere. Lui no, lui sfodera in pubblico tutte le vergogne e le ingiustizie sociali di cui si macchia l’America.

Non possiamo purtroppo tradurvelo tutto, qui. Ma non resistiamo all’idea di riferire –  a voi ma soprattutto ai Sacconi e, in coda, anche ai Bonanni di turno che loro dan retta – quel che Buffett scrive anche a sempiterno disdoro dell’altra favola metropolitana cui danno spazio, ancora una volta, nella loro indefessa – e assai fessa: perché del tutto controproducente – voglia di svilire il lavoro degli altri.

Aggiunge Buffett, infatti, sul dogma di fede berlusconiana e non solo che “le tasse alte scoraggiano la creazione di posti di lavoro e gli investimenti” che si tratta puramente e semplicemente di un falso.

Ho lavorato con chi investe per 60 anni – è quello il suo lavoro: investire soldi soprattutto degli altri e lo fa piuttosto bene, con ottimi risultati per chi gli affida i suoi soldi per fare soldi – e devo ancora vedere un solo investitore che – anche e perfino quando le tasse sui guadagni di capitale erano al 39,9% nel 1976-77 – scansava un investimento sensato a causa dell’incidenza del fisco sul suo potenziale guadagno.

   La gente investe per fare soldi e le tasse potenziali non l’hanno mai scoraggiata dal farlo. E a quanti poi argomentano che una tassazione più elevata danneggi la creazione di posti di lavoro, farei notare che fra il 1980 e il 2000 al monte lavoro sono stati aggiunti al netto, in questo paese, 40 milioni di posti. E sapete quel che è successo da allora a oggi: aliquote fiscali più basse e una creazione di posti di lavoro molto più fiacca”.

●Ma tornando all’accordo tra Casa Bianca e Congresso, la minaccia reale, in prospettiva, che per l’occupazione e la crescita si annida nell’accordo cosiddetto bipartisan l’ha subito avvalorata un rapido e documentatissimo studio, supportato da un apparato serio di dimostrazioni e di calcolo, di un istituto di ricerca indipendente sul lavoro e l’economia, l’Economic Policy Institute della capitale[131] che ha dimostrato, almeno da un decennio ormai, lo score migliore di previsione effettiva sugli accadimenti della finanza e dell’economia: semplicemente perché agisce davvero come un apparato di analisi indipendente che non ha da servire padrone alcuno.

Nel breve termine la minaccia è alla creazione di nuovi posti di lavoro, nel lungo proprio alla crescita dell’economia. I tagli di spesa previsti e il non aver esteso le esenzione fiscali sulle buste paga e i sussidi di emergenza per la disoccupazione costeranno all’economia americana 1.800.000 altri posti di lavoro di qui alla fine del 2012.

L’accordo taglia poi, in misura del tutto sproporzionata e al livello più basso da mezzo secolo, la parte cosiddetta non discrezionale, cioè obbligata per legge, del bilancio federale: tagliando potenzialmente, così nell’arco dei prossimi dieci anni, gli investimenti nell’istruzione, nel campo delle infrastrutture dei trasporti, dell’edilizia, della sanità e dell’alimentazione infantile.

I tagli di spesa previsti ridurranno nel 2012 la crescita del PIL di 43 miliardi di $, abbassando l’occupazione di circa 323.000 unità. Il non aver prolungato l’esenzione parziale della tassazione sulle buste paga ridurrà, poi, il PIL di altri 128 miliardi di $ e farà perdere 972.000 posti di lavoro; così come la cancellazione dei sussidi di disoccupazione d’emergenza costerà al PIL altri 70 miliardi di $, col risultato di altri 528.000 posti di lavoro in meno.

In altri termini e in conclusione: questo accordo così formulato sul superamento del tetto del debito nell’economia reale – crescita e occupazione – avrà per conseguenza nel 2012, rispetto allo stato attuale della politica di bilancio, risulterà nella perdita di più posti di lavoro di quanti ne fossero stati creati dall’inizio del 2010.

Oltre la metà dei tagli previsti dall’accordo sono a carico della porzione discrezionale (cioè non pre-definita per legge) e di non sicurezza del bilancio, la spesa non legata alla definizione classica di spesa per la sicurezza, che rappresenta solo il 15% del totale della spesa federale però. I tagli iniziali a questa porzione della spesa pubblica finiranno col ridurla dal 3,5 al 2% del PIL nel 2021, il livello più basso da mezzo secolo.

Ora, se il Comitato congressuale bipartisan deciso dall’accordo non trova un’intesa di qui a novembre sul resto dei tagli, o se il Congresso poi non lo approva, scatta un meccanismo automatico e predefinito di “sequestro” che ridurrà la porzione discrezionale di spesa non di sicurezza all’1,7% del PIL. Cioè, grosso modo, alla metà del livello attuale. E in fase di crisi economica acuta… con previsioni di crescita del PIL vicine all’1, se va proprio bene forse al 2%... con la conferma che l’aumento del PIL del secondo trimestre è stato rivisto all’ingiù, all’1% invece che come prima era stato, imprudentemente e al solito ottimisticamente, gonfiato all’1,3%[132], non si trata proprio di novità incoraggianti.

●Questo mentre il dipartimento del Commercio attesta dati patetici di crescita dell’economia nel primo semestre del 2011, lo 0,8%[133], che quasi manco l’Italia: molto al di sotto di quel 2,5 che, al minimo, sarebbe necessario solo per la copertura dell’aumento naturale in questo paese (nati – morti + immigrati) della forza lavoro; il che, tradotto in disoccupati, significa che, invece, di migliorare l’America, dopo la fine della recessione, continua a andare indietro.

Per contro, gli stessi dati confermano sia per il 2009 che per il 2010 una crescita forte, fortissima,  dei profitti, specie se paragonata a quella di alcuni anni fa. In realtà, a partire da dopo la presidenza di Nixon, nella prima metà degli anni ’70 (ormai sono quasi quarant’anni cioè, già con Carter ma poi con Reagan e tutti i suoi successori, democratici inclusi (Clinton, Obama) a chi si guadagna la vita giocando coi soldi propri e degli altri è andata sempre di gran lunga meglio che a chi se la guadagna sudando con mani e cervello. Ed è stata una scelta politica. Che, essendo stata fatta qui, si è ripercossa a catena su tutti gli altri paesi che, tutti, l’hanno copiata.

Per esempio, nel 2010, nel settore della produzione interna i profitti in America si sono accaparrati il 23,8% del reddito e quelli del settore finanziario addirittura il 31,7%.

Come percentuale di appropriazione dei profitti e, rispettivamente, dei salari sul PIL i dati sono ben riflessi nei due grafici seguenti: rispetto, ad esempio, al 6,5-7% del PIL ai profitti nel 1970 e al 58-60% ai redditi da lavoro, nel 2010 eravamo al 13% per i profitti e al 55% per il lavoro; aumento di oltre il 400% per i primi e calo più o meno del 100%, al metà, per i secondi[134].

● Profitti (al massimo dal 1950) e salari (al minimo dal 1955) in % del PIL (grafici)

Fonte: U.S. Bureau of Economic Analysis e Market Watch, 29.7.2011.

●Questo sul piano strettamente economico. Dove conta anche, e molto – perché ormai testimonia di un trend – la notizia che la previsione ultima del Congressional Budget Office (l’equivalente – ma non al Tesoro al Congresso – della nostra Ragioneria dello Stato) è di un deficit di bilancio che quest’anno, alla fine, toccherà i 1.300 miliardi di $, appena al di sotto di quello dell’anno scorso, all’8,5% del PIL.

Ma il CBO ha anche ridotto drasticamente le sue previsioni sul deficit cumulativo 2012-2021 a 3.500 miliardi di $ dalla proiezione precedente di 6.700[135], quasi del doppio, a causa soprattutto dei tagli di spesa previsti nel bilancio che ha consentito di alzare il tetto al debito pubblico. In maniera più immotivata e fideisticamente enunciata (perché non in base ai dati attuali verificati che fanno un trend neanche della metà ormai quasi a due terzi dell’anno), il CBO prevede anche che il PIL crescerà del 2,4% quest’anno e del 2,6% il prossimo.

●Sul piano, invece, politico, Krugman parla infatti, e senza mezzi termini, di “resa codarda” del presidente perché alla fine ha accettato tagli profondi di spesa, appunto, contro nessuna nuova entrata, nessuna nuova tassa sulle grandi ricchezze, i grandi redditi e i grandi profitti, come aveva detto di voler fare. E la prossima volta, a novembre, i repubblicani – che hanno ottenuto quel che volevano: tagli di spesa e nessun aumento di tasse – saranno ancora più imbaldanziti dalla resa di oggi.

Perché – e questa è l’accusa dura ma niente affatto infondata di Krugman e di tutta la parte non piccola del partito democratico che, anche nel voto congressuale ha detto di no al compromesso di Obama, per il quale la maggioranza dei repubblicani invece ha alla fine votato – la Casa Bianca ha perfino rinunciato a battersi.

Dice che, però, così è stato evitato il disastro. Con un pessimo accordo. certo ma necessario per sfuggire al caos. Solo che il caos se l’erano inventato i repubblicani e la loro ala estremista, il Tea Party, e Obama che avrebbe potuto forzare il gioco se avesse osato farlo a inizio anno, rinunciando alla ricerca di un compromesso che lo ha portato adesso, per evitare sull’orlo della catastrofe il caos finanziario, a gettare il paese nel caos più pericoloso ancora dell’economia reale.

Altra opinione importante – di più, decisiva alla fine – è quella di Pechino[136] dove, nell’immediato,  tacciono le autorità ma studiosi e media sono subito molto critici. Il piano degli USA – dicono e scrivono – garantisce che l’economia continuerà a indebitarsi solo per poter continuare a pagare i suoi vecchi debiti e ci dà buone ragioni di preoccupazione: il fatto è che ormai incombe come unica via d’uscita da un debito estero stracolossale una pesante svalutazione del dollaro che ci penalizzerebbe duramente.

Ma ormai devono stare attenti: non è detto che dovremo continuare a sopportarne le bizze e le fisime per sempre… “questi stanno affondando sempre di più nelle sabbie mobili” e non ce l’ha ordinato il medico di affondare con loro. Quando le autorità si decidono a dire la loro, la Banca centrale si felicita ufficialmente del passaggio dell’ “Atto di Controllo del Bilancio 2011” del quale, annuncia il governatore della Banca centrale Zhou Xiaochuan, la Cina “osserverà da vicino l’implementazione”: la Cina “spera che il governo statunitense assuma decisioni di grande responsabilità nella gestione del proprio debito considerando sempre gli interessi globali oltre che quelli degli Stati Uniti stessi”.

E Zhou dichiara anche che, per parte propria, la Cina continuerà a cercare di diversificare le gestione delle sue riserve[137].

●Il dato pervenuto il 5 agosto dal dipartimento del Lavoro attesta che, anche se l’occupazione cresce a luglio di 117.000 unità, al massimo da aprile, il numero dei posti di lavoro aggiunti non è  sufficiente per la stessa fonte ufficiale che lo rende noto a scongiurare o anche solo a alleviare i timori di una recessione che sta ripartendo. Il tasso di crescita mantiene saldamente la creazione di occupazione a livelli lentissimi e segnala la persistenza di un alto livello di senza lavoro. Il fatto è che il leggero calo di disoccupazione di luglio è stato dovuto soltanto alla caduta di forza lavoro attiva e non all’aumento di occupazione[138]. E continua a crescere la lunghezza dei periodi di disoccupazione, che salgono mediamente ormai a 40,4 settimane consecutive: più di nove mesi.

Pessimo il dato sulla produttività del lavoro[139], con esclusione di quello agricolo che viene calcolato a parte: cala dello 0,3% nel secondo trimestre dell’anno, dopo che il dato sul primo trimestre era stato rivisto al ribasso al -0,6, addirittura del 2,4%.... O, chi sa?, dato ottimo, invece,  visto che l’alternativa a una produttività più bassa sono, a parità di domanda, più numerose assunzioni o l’incremento delle ore lavorate. A una persona normale, cioè  – non a un Savonarola di quelli che predicano l’austerità solo agli altri: non a un Sacconi, dunque, e certo non o a un Brunetta qualsiasi – più che da preoccuparsi la notizia dovrebbe far solo piacere…

Molto interessante ma anche per qualcuno di noi osservatori – ma non tutti, non tutti… – scontato, il rapporto non proprio nuovissimo ma, purtroppo, sempre di attualità del Centro per gli studi di mercato della Northeastern University che – come spiega bene il lungo titolo[140] che lo caratterizza – conclude sulla responsabilità diretta nella recessione del sistematico smantellamento dimensionale delle imprese, delle riduzioni di ore di lavoro finalizzate solo a spendere meno, di un aumento di produttività del lavoro che si è riflesso, e in modo voluto, solo sull’incremento dei profitti d’impresa, senza essere in niente condiviso dal monte salari, quasi per niente reinvestiti e aumentati, però, “a un tasso relativo massimo rispetto a ogni altro periodo post-recessione dalla seconda guerra mondiale in qua”.

La maggior parte degli americani – scrive la giovane autrice dell’articolo[141] che ci porta a conoscenza del Rapporto della NWU ed è un’organizzatrice di base attiva ed attenta del movimento di protesta contro il capitalismo selvaggio che ha infettato e infestato l’America – non sono neanche lontanamente marxisti” e neanche, come si direbbe in Europa, di sinistra. In America sono tutti dannatamente pragmatici…

A noi interessa che il capitalismo funzioni, che generi guadagni e opportunità— non solo, però, per i titani di Wall Street ma anche per la gente normale che lavora. Dopotutto questo è il succo della storia americana… Ma il fatto è che, se non ci scontriamo di petto con l’avidità di impresa, non creeremo più nuovi posti di lavoro in America”.

Un solo accenno di commento nostro su questo punto: su quel, forse, come a noi politicizzati e schierati europei questa bella ma disperante ingenuità americana appare inevitabilmente, un tantino patetico “Noi vogliamo che il capitalismo funzioni”…

Perché, probabilmente, funziona, funziona: lavora benissimo a concentrare ricchezza sempre in meno mani. E forse, anche qui ci sarà qualcosa di nuovo – ma insieme di vecchissimo – da imparare, col vecchio Marx sociologo e analista economico più che ideologo, certo, e col vecchio prosaico e concreto John Maynard Keynes, su come potrà mai funzionare il sistema capitalistico quando in quelle poche mani avrà concentrata tutta la ricchezza e tutti gli altri – i lavoratori, la massa dei produttori e dei consumatori – non avranno più soldi da spendere …

●Ma anche in questa situazione ormai, complessivamente davvero disperante, i sette uomini e le tre donne che formano alla Fed il cosiddetto Comitato per il mercato aperto che fissa i tassi di interesse, ha stavolta forse discusso della gravità della cosa ma poi, come fanno sempre i buoni banchieri centrali, ha lasciato i tassi dov’erano[142]. Molto bassi, cioè, tra lo 0 e lo 0,25% rispetto a quelli europei (più del doppio) ma in ogni caso nessuna, assolutamente nessuna azione.

Fidando nella forza, una volta forse anche taumaturgica, di quello che era il proprio prestigio – ma che, da tempo, è in calo verticale – la Fed promette però – ed è un evento senza precedenti – “che, per aiutare la crescita, lascerà ancora per almeno due anni il tasso di sconto federale vicino allo zero e che – se l’economia ancora si indebolisse – è pronta a impiegare una gamma diversificata di strumenti di politica monetaria” compreso – forse – un  terzo round di acquisto di Bonds del Tesoro. 

Pure, al contrario della BCE il mandato della Fed è, ufficialmente, doppio: da una parte la stabilità del dollaro, certo; ma, dall’altra anche tenere alto il livello dell’occupazione: e, con i disoccupati al 9,1% ufficiale della forza lavoro, sicuramente quasi al 20 effettivo, la Fed semplicemente ha tradito il proprio mandato. I falchi anti-inflazione della Fed si sono scatenati e hanno di fatto impedito alla maggioranza dello stesso Comitato perfino misure  certo non pacifiche ma altrettanto certamente meno dannose della totale inazione attuale.

Per esempio, rilanciando un po’ la liquidità da immettere sul mercato con altre “facilitazioni quantitative”, o con un forte aumento dei rendimenti dei Bonds quinquennali, o ancora – come lo stesso presidente della Fed Bernanke aveva consigliato di fare al Giappone anni fa quando ancora faceva il professore a Princeton, preannunciando il perseguimento di un tasso d’inflazione  volutamente cercato a livello, per esempio, del 4% (quello attuale non si schioda da 3 mesi a questa parte dal 3,6%). Che non sarebbe poi un grande scostamento, come si vede, ma avrebbe il risultato immediato di ridurre, col tasso degli interessi reali il peso del debito ipotecario sulle case, consentendo così un margine di spesa maggiore ai proprietari inguaiati.

Erano, anche, suggerimenti di Nobel dell’economia come Krugman e Stiglitz e del capo economista stesso del Fondo monetario, Olivier Blanchard: da tempo[143]. Ma erano suggerimenti eterodossi, contrari alla saggezza economica convenzionale che ci ha rovinati sì, ma è quella cui i signori di Wall Street ma anche della Casa Bianca e della BCE sono abituati… Quindi, non si poteva: i banchieri centrali puri e duri – “vil razza dannata[144] – si preoccupano solo dell’inflazione.

E’ davvero una tragedia per tutti: perché finché la principale economia del mondo non riuscirà a spezzare le reni al problema, non dell’inflazione che a fine 2011 è prevista a un massimo del 2,9% ma del lavoro che manca— fino ad allora, la domanda finale dei consumatori americani resterà debole. E, dato che in questo paese i consumi costituiscono quasi i 2/3 del PIL, questo è un freno che schiaccia la crescita e la ripresa non solo per gli USA ma per tutte le economie del mondo, sia quelle più sviluppate che quelle ancora in via di sviluppo che, tutte, hanno bisogno di vendere i loro prodotti anche, e soprattutto, in America.    

●Intanto, in condizioni che aumenteranno il costo del servizio del debito su ogni nuovo credito che riuscirà a ottenere il governo federale, come anche tutti gli operatori che in molti modi ad esso sono legati, incombe anche un downgrade del credito sovrano americano[145]. E’ la perdita della famosa tripla AAA che, seguendo di molti mesi l’anticipazione del downgrading inflitto per ben due volte al debito sovrano statunitense dalla consorella cinese, la Dagong Global Credit Rating Co. Ltd., poi, Standard&Poor’s effettivamente abbassa ad AA+ il 6 agosto perché non considera soddisfacente il compromesso raggiunto tra Casa Bianca e Congresso e vede negativamente la possibilità di un accordo politico che consenta di controllare le finanze dello Stato federale.

Il quotidiano finanziario più paludato e importante del mondo, il WSJ, aveva ripetutamente, e come i fatti hanno poi dimostrato, scioccamente attaccata l’agenzia cinese[146] – col tono della quasi lesa maestà e del voi come osate: scordandosi che poi sono loro, i cinesi, i proprietari del debito americano – ma adesso concordano tutti che ad avere ragione erano loro, a Pechino, anche se per ora le altre consorelle americane di S&P’s patriotticamente non seguono. D’altra parte, spiega S&P’s, proprio perché siamo americani, non possiamo evitare di comportarci col debito di casa nostra diversamente da quel che fanno con quello di altri.

E adesso, stavolta ufficialmente, anche la Cina reagisce. L’Agenzia Xinhua, esprimendo un giudizio che data la sua natura – appunto, ufficiale – è quello della dirigenza del paese, afferma subito dopo la notizia che “Washington deve curarsi ormai e con urgenza dalla sua dipendenza dal debito” ed imparare a “vivere entro i propri mezzi[147]”.

Pechino, dopo la declassazione del giudizio di S&P’s sul debito americano è ovviamente preoccupata delle conseguenze sul valore dei suoi assets e dei suoi Bonds americani: dopotutto, e all’inverso, anche la Cina “dipende” dal’indebitamento americano, e non è che possa facilmente sostituire, specie nel clima di crisi attuale globale, altri investimenti a quelli che ha in America.

E Xinhua si spinge a suggerire, pienamente conscia di toccare un tabù tutto politico, che l’America cominci col tagliare le sue gigantesche spese militari (sette volte le nostre in $, annota; e, anche a parità di potere d’acquisto, almeno tre volte: pure, loro, gli americani sono sui 300 milioni e noi, cinesi, siamo sui 1.400.  

E se adesso, come prevede, il servizio del debito passasse solo quest’anno per l’America dai 250 miliardi di dollari di interessi diciamo a 300, le svalutazioni a catena potrebbero cominciare a succedersi a ruota… come per la Grecia alla fine. Non proprio, però: infatti, Moody’s ha già detto che, contrariamente a quel che ha fatto con Atene, per parte sua, finché il Tesoro continuerà a pagare gli interessi sul debito da parte sua non ci sarà il downgrading

Anche se subito anch’essa impartisce una previsione di evoluzione negativa della situazione, senza ancora, però, assegnare un suo voto. E Fitch ha mantenuto il suo AAA[148]. D’altra parte, va anche aggiunto che i buoni del Tesoro non hanno subìto sul mercato, almeno nell’immediato, l’aumento forzato dei rendimenti che era stato temuto.

●E questo è uno strano mistero. Scrive il NYT[149] che diversi “deputati stanno investigando la causa della rimozione del rating AAA del paese, una valutazione assai importante per i mercati finanziari”. Ma è poi, davvero, così? Se una tripla AAA è così cruciale per i mercati, allora come si spiega che nel primo giorno di contrattazioni dopo la svalutazione di S&P i prezzi dei Bonds si sono impennati invece di deprezzarsi?

Un downgrade vuol dire che il debito pubblico degli Stati Uniti è ancora più a rischio… quindi, esige rendimenti maggiori, perciò si vende a meno. E qui, invece, si vende a più… Certo, poi la borsa è scesa di brutto ma questo “panico”, relativo è stato un fenomeno che si spiega coi timori della crisi del debito saliti per Spagna e Italia con la crisi dell’euro e il timore di un altro effetto cascata tipo Lehman Brothers del settembre 2008.

●Finalmente, però, adesso, dopo che a livello di alcuni singoli paesi europei, anche importanti – Francia, Italia, Spagna in occasioni diverse – e anche una o due volte della stessa, irritatissima, Commissione europea – s’era messa in dubbio la presunzione delle agenzie di rating ad emettere valutazioni e condanne (non il loro diritto!, si badi bene, ché di per sé anche il sottoscritto può dire che secondo lui il debito sovrano dell’isola di Tonga fa schifo: il punto è che a lui nessuno dà retta… a S&P’s, a Moody’s, decisamente troppa e in troppi… ma forse è colpa loro piuttosto che delle agenzie, no?)…

… adesso che tocca agli USA qualcosa forse potrebbe anche muoversi: A Washington, infatti, riemerge la rabbia per il rating affibbiato al credito[150] americano: politici e legislatori chiedono finalmente a voce alta e chiara se questi servizi bancari privati, che poi sono proprietà delle banche stesse su cui in passato hanno anche dato giudizi, appunto, quanto mai “servizievoli” (la Lehman Brothers, alla vigilia del fallimento, il 14 settembre del 2008, sfoggiava nel blasona la tripla AAA che le assegnavano unanimi le tre agenzie sorelle… che in realtà sapevano bene come in realtà stesse lì lì per fallire), hanno anzitutto la competenza (visto quello che han fatto) per arrogarsi il diritto di valutare le finanze sovrane di uno Stato sovrano.

Se poi questo paese sono gli Stati Uniti onnipotenti d’America… Ma certo ci vorrebbe un minimo di leadership decisa a punire, e a far vedere di voler punire, chi ha causato anzitutto la crisi, banche e finanza e ideologia dell’ingordigia irresponsabile eretta a valore sistemico; e questo presidente, nella sua sconfinata voglia di abbracci ecumenici ha diverse volte ripetuto che lui no, che non è il caso, che sono cose che capitano… anche se a pagarle poi, alla fine, così sono sempre i poveri cristi che le subiscono e basta…

In teoria, naturalmente, le agenzie di rating dovevano essere sottoposte da tempo, dagli anni ’30 a dire la verità sul piano legislativo, alle regole fissate da organismi regolatori federali, mai ancora però sul piano normativo (da noi si direbbe che mancavano, e sono non a caso sempre mancati, i regolamenti di applicazione delle leggi…) e ancor più il vuoto è eclatante dopo che il loro colpevole fallimento era stato denunciato a inizio 2011 da una Commissione parlamentare… ma con ritardi (casuali? colpevoli?) di chi il regolamento di applicazione lo avrebbe dovuto scrivere. E, adesso, sotto inchiesta è finita al Congresso proprio la lentezza dei regolatori…

Stavolta, poi, il Tesoro americano accusa l’agenzia di aver fato un errore grossolano nel calcolo delle proiezioni di debito: un errore da 2.000 miliardi di $... E, stavolta, un critico durissimo del Tesoro e delle sue scelte come il Nobel Paul Krugman in sostanza dimostra, brevemente ma tecnicamente[151], come e perché ha torto S&P’s: stavolta siamo proprio affondati, dice, nell’ “ora del dilettante”: con errori che un bambino delle elementari non avrebbe dovuto fare. E si chiede, aggiungendo la sua autorevolissima voce ai dubbi che abbiamo già sopra elencato: “e così sono questi i signori chiamati a pronunciarsi sulla credibilità finanziaria degli USA”… e degli altri pure, no?, anche se (ubi maior…) Krugman manco ci pensa…

Qui, riprodotto dal NYT, l’elenco dei ratings e delle previsioni che – in ordine decrescente – ai debiti sovrani dei vari paesi riserva a oggi Standard&Poor’s. Sono giudizi che contano perché i cosiddetti mercati danno retta alle fisime (come si può altrimenti spiegare un rating come quello qui dato alla Cina da questi “mendicanti internazionali” che sono diventati gli americani?) e alle idee di questi che, per definizione però, sono istituti manipolatori dei mercati (non solo, dunque – ma anche, sicuro – il termometro che misura la febbre; spesso, ormai, proprio e anche la febbre.

● I giudizi e le proiezioni di Standard&Poor’s (per il mondo)

 

Fonte: NYT, 6.8.2011

●La soluzione, forse, sarebbe quella di fregarsene proprio. Perché altrimenti la potenza distruttiva dei giudizi di S&P’s o di  Moody’s, essi sì veramente sovrani, su uno Stato e un’economia, anche la più grande del mondo, sono ormai per tutti lampanti. Un recente, e raro, profilo del signor David Beers, capo dell’ufficio di S&P’s che assegna i giudizi della sua agenzia al mondo, ha fatto notare come sia lui, uno di cui “nessuno ha mai sentito parlare ma che conoscono benissimo tutti i ministri delle Finanze del mondo[152], il padrone dei mercati.

E’ lui che ha svalutato al livello di “quasi-immondizia” (near junk status) il credito della Grecia rendendo quasi nullo il piano di salvataggio UE. E è lui che chiedeva agli USA, per non svalutarne il debito, che tagliassero le spese non dei 2.400 miliardi alla fine concordati ma di 4.000 miliardi di $, e che non avendolo loro fatto ha tolto la terza A al rating americano.

E all’attenzione di tutti comincia così ad imporsi qualche domanda. Almeno due ce ne vengono subito in mente:

• Chi è che ha mai eletto a giudici dei mercati e del mondo – di governi, economie, debiti e popoli – i Beers, i Moody’s e i loro pari?

• E, poi, perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa di quello che pensa e dice uno come Beers? E’ sempre lui no, e gente come lui – sono le tre grandi agenzie – che la Commissione congressuale d’inchiesta sulla crisi finanziaria ha descritto, nel suo rapporto del gennaio 2011[153], come “gli operatori-chiave della fusione finanziaria” di fine 2008.

   “Al cuore della crisi – spiega – c’era la montagna di titoli collegati a ipoteche che, senza il sigillo dell’approvazione di quelle agenzie, non avrebbero potuto esser messi sul mercato e venduti. Gli investitori di esse si fidavano, spesso ciecamente…Fu la loro valutazione che aiutò il mercato a impennarsi e fu la loro svalutazione nel corso del 2007 e del 2008 a creare il caos per il mercato stesso e per le aziende”.

Dopotutto, ha notato subito malignamente Paul Krugman, “S&P’s ha decretato – col downgradingche il debito degli USA non costituisce più un investimento sicuro ma – sui mercati – gli investitori si  stanno ammucchiando uno sull’altro e sul debito americano, spingendo giù il rendimento dei decennali sotto il 2,4%. In pratica è un rifiuto massiccio, da parte del mercato, delle preoccupazioni che avanza S&P’s[154]. In realtà, è la borsa infatti che crolla, non i rendimenti dei Bonds e questo è un segno chiaro che quel che preoccupa davvero seriamente i mercati è la mancanza di crescita, non altro.

E’ questa, proprio come da noi, la vera emergenza… E “se – stavolta – l’economia ricadesse in recessione, come stanno ammonendo sia possibile molti economisti, lo spargimento di sangue sarebbe anche peggiore di quanto sia stato l’ultima volta[155]: il problema è la crescita che non c’è più e che, certo, con gli effetti della recessione passata e mai ancora recuperata non riprende sicuro… Anzi.

●Però, intendiamoci bene. Le borse sono, per definizione, da quando esistono e poi negli ultimi trent’anni molto di più fatte da chi fa l’allibratore e/o gestisce le scommesse degli altri. Non sono mai state, e mai diventeranno, consessi di razionali previsori e studiosi delle tendenze economiche e finanziarie. Ma come amava sfottere il vecchio prof. Paul Samuelson che se ne intendeva e ha insegnato prima a Yale tanti anni fa, dove glielo sentimmo dire, e poi all’MIT di Boston fino a quando è scomparso, nella prolusione che teneva ogni anno, le borse – i mercati – non sono l’economia.

In effetti, diceva, le borse hanno correttamente predetto “ben nove delle ultime cinque recessioni”. In fondo, sono gli stessi geni, no?, quelli che investono sui mercati che avevano scommesso sulla solidità e la cristallina purezza di tutti i titoli mondezza che giravano sul mercato certificati dalla parola, poi, delle società di rating profumatamente pagate, quando non possedute, dalle stesse banche e dalle stesse imprese della cui solidità si facevano garanti con le varie AAA generosamente loro assegnate.

Come ha scritto l’economista e finanziere statunitense Zachary Karabell[156], commentando l’evento del downrating americano, “il risultato migliore di questa faccenda sarebbe che questi svalutassero l’America— e che il mondo facesse spallucce…, con i ratings assegnati ai titoli dall’insieme dei compratori e dei venditori [non da due o tre studi privati di controversa reputazione]. Per lo meno verrebbe dimostrato che questi imperatori, riccamente paludati come pur sono, indossano vesti molto molto logore”.

C’è anche chi lancia, provocatoriamente sia chiaro, in America[157] – ma tecnicamente la questione non è affatto infondata – sotto un altro aspetto la domanda del “chi se ne frega?”, almeno del downgrade se non proprio del debito in sé. Per l’America, appunto.  Perché, si chiede, come potrebbero mai gli Stati Uniti non essere più in grado di pagarsi il loro debito estero? Il debito americano è emesso tutto in dollari americani e, quindi, il governo americano è tenuto a pagare in dollari il suo debito.

Ma è il governo americano che stampa i dollari. Che fa, all’improvviso si scorda di come si fa a stamparli? La controindicazione, ovviamente, è che anche qui potrebbe scattare – scatterebbe: ma chi dice che sarebbe, per l’America, una disgrazia? – una grossa svalutazione del valore del dollaro e della sua capacità di attrazione per chi se lo volesse mettere da parte. Ma – tecnicamente – di per sé – il problema sarebbe davvero risolto…

●Un altro che s’è “divertito” a modo suo, per paradosso che non è paradosso per niente, a dire quanto fa schifo agli americani che lavorano come è diventata questa loro America oggi, è il regista-documentarista, autore e premio Oscar (Sicko, Capitalismo: una storia d’amore, Bowling for Columbine, Farhenheit 9/11…), Michael Moore (con la sua sacrosanta cattiveria.

Oggi tanti ragazzi, in America – annota sul suo sito[158] dicono di aver saputo di un tempo in cui chi lavorava poteva permettersi una famiglia e anche di mandare i figli all’università con lo stipendio di un solo genitore (e di quando quell’università in Stati come la California o New York) praticamente era pure gratuita). Quando chiunque volesse trovare un lavoro che pagasse una paga decente lo poteva trovare.

   Quando la gente lavorava cinque giorni alla settimana, otto ore al giorno, aveva liberi i due giorni del fine settimana e, ogni estate, le ferie pagate. Quando erano molti i lavori sindacalizzati, da chi faceva il facchino al commesso del droghiere, a chi ti pitturava le pareti di casa; e ciò significava che, per quanto poco ‘qualificato’ fosse il lavoro che avevi, ti dava garanzie di pensione, ogni tanto qualche aumento, una copertura sanitaria e qualcuno che, se cercavano di fregarti sul lavoro, solidarizzava con te.

   I giovani di oggi hanno sentito parlare di questo tempo mitico— solo che non era un mito era la realtà”.

Ma finì, dice Moore, il 5 agosto del 1981 quando Reagan licenziò in massa tutti i controllori dell’aria che scioperavano per i loro diritti e il resto dei sindacati americani non alzò paglia per dirgli di no. Come in Italia, aggiungiamo noi, forse quell’epoca finì quando, in nome della “responsabilità” nazionale, qualche anno dopo i sindacati rinunciarono a trattare, negoziare e lottare e si accontentarono di partecipare. Ovviamente, poi, nell’era del Berlusca, inesorabilmente anche sempre di meno…   

●In Afganistan, vengono fatti affondare i colloqui segreti che Washington aveva tenuto per almeno tre volte nel recente passato con un emissario personale del capo talebano Mullah Omar: affondano perché ne è venuto a conoscenza il governo afgano, sentendosi scavalcato in casa propria e li ha fatti saltare rendendoli pubblici, annunciando anche di voler arrestare il plenipotenziario dei talebani, Tayyab Aga che, ovviamente, è sparito dalla circolazione[159].

Intanto, a inizio agosto, perdono la vita nella “caduta” di un elicottero Chinook, il più grosso trasporto a disposizione degli USA, 31 soldati delle truppe speciali americane (22 proprio della stessa unità degli specialissimi Navy Seals che tre mesi fa avevano dato la caccia e ammazzato Osama bin Laden) e anche 7 militari afgani[160]. Ed è il record di decessi americani in un solo giorno.

Così come questo mese di agosto diventa il più letale nei quasi 120 mesi, ormai, della guerra afgana[161]. Qui, in occasioni analoghe e anche in questa, i comunicati USA e NATO parlano sempre di precipitazione o caduta, e pappagallescamente così ripetono all’unisono i media: perché mai, almeno in prima battuta, bisogna concedere al nemico che un elicottero o un aereo te l’abbia “abbattuto”.

Tra parentesi, in tre giorni sono “caduti”, in qualche modo sono andati persi, anche se senza altre vittime – per lo meno, così dice per la NATO il gen. Carsten Jacobsen, principale portavoce dell’ISAF, che parla di atterraggi forzati – anche due altri elicotteri: e tre in tre giorni è un nuovo record, per così dire, che parla con ogni probabilità di nuovi missili terra-aria a disposizione dei guerriglieri: tipo gli Stingers americani a spalla che diedero tanto fastidio vent’anni fa, qui, ai russi, per capirci[162]

Ma è sempre così. Gli spin doctors nostrani, americani e occidentali in genere, non lasciano mai dire che un carro armato o un blindato Lince è stato distrutto da una bomba o da un proiettile talebano: mai! e sempre infatti aggiungono, per far capire quanto rozzo sia il nemico, che esso subdolamente ha fatto scoppiare di nascosto un “ordigno improvvisato” (quando sparano i carri armati alleati, invece – è noto – mettono i preavvisi…). Come se riuscissero scaramanticamente, così, a diminuirne l’efficacia, nei fatti sempre invece altamente performante.

Sarebbe un “merito” riconosciuto ai talebani dire che hanno abbattuto un aereo e non sia mai! anche se a tutti le stanno suonando e tutti lo sanno… Il portavoce della NATO, però, forse stavolta vergognandosi un po’, ammette che nell’area, invero, c’era “qualche attività del nemico”. E la finzione dura poche ore, non più.

Annota seccamente il giornale da cui riprendiamo qui la notizia, organo ufficioso che ci tiene a dirsi “indipendente” dalle truppe americane, che in effetti “i disastri aerei sono relativamente frequenti in Afganistan”… anche se di rado ce lo raccontano. Ma, qui, con 31 americani – il numero più alto di morti nei dieci anni di guerra in un solo giorno – neanche gli spin doctors del corpo di spedizione a stelle e strisce non possono proprio non dircelo.

●Nell’ambito di quello che sembra un piano a lungo termine (bilaterale) che tende ad attenuare la dipendenza, militare e politica, del Pakistan dagli Stati Uniti, la Cina ha ricevuto a Pechino (segretamente, ma si è subito comunque saputo) il capo dellIntelligence interservizi (l’ISI), i servizi segreti militari di Islamabad, ten. gen. Ahmed Shuja Pasha[163]. La Cina, secondo un’anonima fonte militare pakistana ha offerto al paese, al suo governo e in modo particolarissimo proprio ai militari del Pakistan, un dialogo strategico aperto su tutti i fronti e la disponibilità a venire incontro ai suoi bisogni energetici e di difesa e, anche, alle richieste di sviluppo civile del paese.

Nell’immediato, poi, Pechino ha ottenuto un bel regalo dal Pakistan, irritando in maniera furente Washington, come a Islamabad sapevano ben del resto che sarebbe stato scontato: infatti, proprio il capo dell’ISI ha consentito a tecnici, scienziati e esperti cinesi di accedere a, e fotografare i, rottami dell’elicottero Black Hawk americano, altamente modificato a tecnologia Stealth supersegreta[164], che era caduto nel raid contro bin Laden.

I cinesi si sono anche portati via campioni di quel che loro interessava di più: la speciale “pelle” dell’elicottero, la speciale vernice “invisibile” che, consentendo di deflettere gli impulsi dei radar pakistani, aveva permesso ai Navy Seals americani di arrivare senza essere scoperti ad Abbottbad a scovare e ammazzare bin Laden. Ma non, purtroppo per loro, a portarsi via o distruggere tutti i rottami lasciati sul posto.

C’era anche un altro scopo per la visita del generale pakistano. I cinesi intendono, come si dice, “richiamare l’attenzione” dell’ISI sul fatto che gli attentati terroristici di fine luglio a Kashgar, nello Xinjiang, a casa loro, sono stati condotti – lo dice ufficialmente un comunicato del governo municipale della stessa città di Kashgar – da militanti addestrati proprio in Pakistan del movimento islamico del Turkistan orientale. Risulta ai cinesi dalla confessione, non è proprio chiaro quanto spontanea, di uno dei militanti catturati che dall’addestramento a Rawalpindi erano usciti superideologizzati e dediti al principio della jihad… guerra santa e martirio.

●Sull’altro lato di questo strano ircocervo, il presidente pakistano Asif Ali Zardari[165] dichiara che, per evitare continui e spesso pare anche crescenti problemi tra i due paesi, bisogna lavorare per raggiungere termini chiari di ingaggio nella lotta comune contro i militanti islamisti sul territorio pakistano. Gli errori in cui incorrono l’una parte o l’altra, in assenza di uno schema di accordo “definito e documentato” tra di esse, possono altrimenti minare i rapporti bilaterali.

Lo ha detto al rappresentante speciale degli USA per Afganistan e Pakistan, Mark Grossman, che ovviamente si è detto d’accordo, “in linea di principio[166]. Ma, in linea di principio, USA e Pakistan sono d’accordo da almeno vent’anni… E da almeno vent’anni si scontrano sul terreno pratico del diritto di fare, del cosa fare, del come e del chi ha il diritto di farlo, in terra pakistana e afgana.

D’altra parte, dice sempre il comunicato ufficiale di Islamabad, l’inviato speciale americano ha colto l’occasione per presentare le scuse del suo governo per i danni collaterali che certi bombardamenti provocano “di tanto in tanto”—occasionally recita il comunicato, al paese amico e alleato…).

● Scuse americane (vignetta)

Al  telefono il PM pakistano Yousaf Raza Gilani

    Salve! Avete raggiunto il dipartimento di Stato americano. I nostri operatori

sono momentaneamente occupati. Ma la vostra chiamata per noi è importante…

    Se i nostri aerei senza pilota, o i nostri elicotteri, hanno ammazzato migliaia di

innocenti civili pakistani, intendiamo scusarci dell’inconveniente…

Fonte: Khalil Bendid, 15.6.2011                                                   …ma continueremo

                                                                                                                          di sicuro a farlo…

 

Scuse che, appunto, non sembrano soddisfare molto il governo e soprattutto l’esercito pakistano. In una lettera ufficiale all’ambasciata americana di Islamabad, il governo chiede[167] ai partners americani di phase-out, cioè di mettere in calendario, di programmare, nell’arco di circa un mese, la fase di uscita dal paese di circa 200 funzionari o dipendenti statunitensi: a prescindere, specifica, dal loro status diplomatico (tutti sanno, qui come dovunque nel mondo, che le spie più importanti sono coperte dall’immunità diplomatica…). Forse, precisa un’altra fonte, si potrebbe trattare alla fine del ritiro forzato anche di 300 persone.

L’ambasciatore americano, Cameron Munter, che era in ferie, torna subito in sede per far fronte alla situazione, anche se il portavoce dell’ambasciata si affretta a smentire “notizie, voci e chiacchiere palesemente false”. Però, intanto, taglia le ferie e torna di corsa mentre è al portavoce che viene concessa una non troppo meritata vacanza. Non era stato autorizzato a dichiarare niente, infatti, visto che avrebbe dovuto essere – e, poi, è stato: ma il giorno dopo – il ministero degli Esteri pakistano a smentire. Che, in realtà, poi, ha smentito solo che fosse stata avanzata richiesta per il ritiro “di 200 inviati americani”: come dire, forse 190 sì[168]

●Anche in Iraq si riapre un capitolo irto di problemi per le forze di occupazione/liberazione americane. Il governo del primo ministro al-Maliki pare deciso ormai, malgrado le lotte interne che nella coalizione si vanno arroventando sul punto, a chiedere agli americani di far restare alcune migliaia delle loro truppe se non altro per compiti di sorveglianza ai confini e di addestramento[169].

Ma, in visita di commiato a Bagdad, il capo dei capi di stato maggiore delle FF.AA. americane, amm. Mike Mullen, rende pubblica – anche se la cosa irrita molto sia Talabani, il presidente, che al-Maliki – l’esigenza di cui del resto essi erano sempre stati al corrente (e che noi italiani, la gente diciamo normale, abbiamo saputo valere anche a casa nostra solo ai tempi della strage del Cermis[170]).

Che per far restare alla fine del 2011 qualche migliaio di soldati americani sul terreno in Iraq (a Bagdad, negli ambienti vicini al premier, si parla di 15.000 GIs: che sarebbero però la meta di quelli che, ufficialmente, restano oggi) è necessario che il paese rinunci anche formalmente alla sua sovranità. Perché nessun americano – nessuno, dal presidente al più reietto dei vagabondi del Bronx – accetterebbe mai di veder processato sotto un’altra giurisdizione un suo compatriota, qualsiasi fosse l’accusa – civile, penale, di crimini di guerra – avanzata nei suoi confronti.

Questo diritto che gli Stati Uniti non riconoscono, anzi negano, a chiunque altro, vale solo per loro… per nascita, perché sono loro. Non sarà facile, perché adesso gli iracheni – tutti, non solo i collaboratori al governo – lo sanno, e perché, soprattutto, lo sa la componente, cruciale per la coalizione di governo, di Muqtada al-Sadr che sul no a ogni ulteriore presenza americana e, in particolare, proprio su questo punto di rinuncia esplicita alla sovranità, non può permettersi di arretrare.

O di arretrare troppo, diciamo… Perché poi, alla fine, lo stesso al-Sadr accenna che gli addestratori americani a restare non “dovrebbero” essere più di una sessantina: cioè, è proprio sul principio su cui non transigeva che in effetti, “realisticamente”, ora transige… Ma a questo punto, naturalmente, perché non settanta, allora, gli addestratori? o settemila?

Anche se naturalmente la sua “tendenza” – la fazione sciita più intemeratamente e dichiaratamente antiamericana nella coalizione di governo – resta sempre contraria a prolungare, chiedere o anche solo autorizzare e tollerare ancora – dice – la presenza americana. E minaccia, addirittura, il… ricorso all’ONU che, naturalmente, a Washington fa tremare a tutti vene e polsi[171].

Difficile anche perché non arretreranno gli americani. Almeno finché non si rassegneranno al fatto che proprio il loro status nel mondo ormai è radicalmente cambiato, o sta cambiando; e che, prima o poi – ormai più prima che poi – dovranno accettare di essere trattati più o meno come tutti gli altri.

Per ora Mullen, riferendo dell’incontro ai reporters americani al seguito – manco fosse una diva o un capo di Stato – dice che al-Maliki e lo stesso Talabani gli hanno promesso di prendere rapidamente e seriamente in considerazione l’esigenza che egli ha loro posto[172]

In ogni caso nessuno può sostenere oggi – e neanche i media americani di osservanza più patriottica, in realtà, poi ci provano – che gli iracheni non si siano pronunciati… Lo hanno fatto ormai molte volte, a partire da quando venne stipulato l’accordo. Citiamo da quel primo sondaggio:

Domanda 24[173]:

E’ stato raggiunto un accordo tra governi iracheno e americano secondo il quale i soldati statunitensi dovrebbero essere tutti ritirati dall’Iraq entro fine 2011. Lei pensa che se ne dovrebbero andare prima, restare più a lungo, o la scadenza prevista è più o meno quella giusta.

   Prima della fine del 2011: il 46% degli intervistati

   Restare più a lungo: il 16%

   La scadenza è quella giusta: 35%

   Non rispondo/Non so: 2%”.

Risultati chiari e, da allora, nella sostanza, con un’oscillazione in più o in meno del 3%, non sono cambiati…    

●Forse in Israele, finalmente, sta crescendo il numero di cittadini che sembrano cominciare a capire come il pericolo vero per il paese, quello immediato e che impedisce di far progressi in tutti gli altri campi compresa la pace – un pace giusta –, sia quel governo nulla facente, e peggio, di Benjamin Netanyahu: la sua coalizione destra-sinistra, dove gli ex laburisti dell’ex premier Barak fanno le veci dei “responsabili” da noi e lui dello Scilipoti, fa tale e quale la coalizione di Berlusconi in Italia: su qualità della vita, occupazione, crescita, sanità, progresso sociale.

150.000 persone, come 2 milioni da noi, sono scese in strada a protestare su queste parole d’ordine a fine luglio, prendendo di sorpresa – perché non aveva saputo vedere i segnali della rabbia montante – il premier che, proprio come il Berlusca, ha fatto lo struzzo e non ha saputo fare meglio che far finta di niente. Sembrava quasi diventata la Spagna degli indignati o addirittura l’Egitto che ha cacciato via Mubarak, Tel Aviv: ma anche Haifa, Gerusalemme e Ashkelon s’erano passate parola…

Lui, Netanyahu, dice che è solo populismo: basta un attentato per strada, è sicuro, a stoppare ogni rivolta. Ma non capisce che è anche un fatto politico: conta, e lo fa capire, sul fatto che a settembre quando il paese sarà sotto attacco all’ONU per il riconoscimento della Palestina, supererà di balzo ogni problema e la gente si serrerà intorno a lui. Ma forse stavolta si sbaglia. Tanto per cominciare al contrario di sempre, almeno a chiacchiere ma ora anche a chiacchiere, Israele è fuori di ogni orizzonte di pace. E la gente che questo lo vede, vede e sa anche di non poterne più: sente di vivere in un paese che contrariamente a ogni sua tradizione è diventato profondamente ineguale.

Daniel Doron – scrive il NYT direttore del Centro israeliano per il progresso economico e sociale, un’istituzione accademica decisamente liberista e filo mercatista – concorda:Monopòli e cartelli dominano da anni ogni sfera della vita qui e, dopo anni di sfruttamento, i consumatori israeliani si stanno svegliando. C’è un senso diffuso che la gente semplicemente non lo tollera più: non lo vuole più tollerare”.

E Shai Golden, vice direttore di Maariv la Sera – grande quotidiano popolare moderato spiega che “la sinistra, la sinistra sociale, sta sorgendo a nuova vita, anche se quella politica non trova ancora il coraggio di dire la sua per esempio su quanto parole e realtà come ‘occupazione’ ed ‘insediamenti’ abbiano pesato sulla vita di questo paese”. Ma l’impressione, aggiunge, è che questa inerzia ora possa anche andarsene: sono molti ad aver capito che ormai è ora di cambiare l’ “ordine di priorità di questo paese [174].

●Ma se in Israele le cose sembrano andare, e forse anche muoversi un po’ in questo senso, in America vanno di male in peggio. La Camera dei rappresentanti con un esercizio di voto che non si può altro che definire arrogante a 407 contro 6 ha “chiesto” ufficialmente all’Amministrazione Obama, mettendo come si dice le mani avanti nel senso più zoticamente e grossolanamente incompetente, di “usare tutto il capitale diplomatico degli Stati Uniti nel mondo” – in altri termini, mettendo in campo senza remora alcuna tutta l’influenza e le capacità di condizionare e ricattare che hanno – per cercare di bloccare l’iniziativa dei palestinesi alla prossima Assemblea dell’ONU in autunno per il riconoscimento come Stato a pieno titolo.

Di più: questi 407 deputati americani filoisraeliani (cioè, filo Netanyahu) minacciano anche nel testo che votano di tagliare ogni finanziamento americano ai palestinesi, quelli più urgenti di carattere esclusivamente umanitario – gli unici che del resto oggi autorizzano – all’Autorità nazionale palestinese. Niente di nuovo, certo…

Quando, a fine 2008, Israele ha invaso, rioccupato e bombardato a tappeto Gaza (22 giorni, l’operazione Piombo fuso)  per fermare – dissero – gli attacchi dei razzi palestinesi che di lì, su specifica provocazione del resto, partivano (13 vittime israeliane contro 1.300 abitanti di Gaza: un rapporto di 1 a 100, secondo il calcolo fatto da B’Tselem, noto e apprezzato gruppo di difesa di diritti umani di Israele), la Camera americana votò 390 a 5 per salutare’invasione come “diritto all’autodifesa di Israele”.

E’ una pagliacciata – tomfoolery[175] – irresponsabile e reiterata che serve però efficacemente a bloccare ogni pur labile intenzione di un presidente che non brilla del resto davvero per coraggio se non – e con mille cautele – sul piano puramente verbale. E è una forzatura che sperpera nel ridicolo ogni restante credibilità internazionale dell’America come agente di mediazione nel conflitto del Medioriente.

Anche perché incoraggia all’intransigenza cieca e suicida il governo Netanyahu e riduce al minimo ogni speranza pur tenue di pace che ancora residui. E rinfocola la disperazione di quei palestinesi che sono e si sentono esclusi da tutto, specie da ogni speranza, e non aspettano più ma ripetono ancora la tragica sceneggiata dell’attentato al bus nel Negev di questo mese, che scatena il bombardamento israeliano di Gaza, che rimette in moto i razzi palestinesi su Ashdod, che riscatena…: “uno scontro sempre uguale a se stesso. Il problema è che, nel frattempo, molto, se non tutto, è cambiato”, non solo lì, ma soprattutto lì. “Benvenuti nel nuovo Medio Oriente, che ha bisogno – oggi più che mai – di analisi complesse[176].

Come quella che meritoriamente tenta un commentatore israeliano famoso, tutt’altro che di sinistra o anti-sionista, anzi… ma che ha chiaro il concetto del possibile, dell’utile e del praticabile: e di ciò che proprio non lo è[177]. Esattamente quello che in Israele chi decide sembra deciso a non fare.

Scrive che “l’ultima cosa di cui adesso Israele ha bisogno – dice – è di portare tutto il mondo arabo a unirsi. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di consentire al mono arabo di distrarsi dal dibattito sul comportamento ignobile del presidente siriano Bashar al-Assad verso i suoi compatrioti, dirigendolo invece contro le truppe delle Forze di Difesa israeliane che operano a Gaza.

   Tutti i popoli arabi della regione si stanno sollevando in cerca di libertà e dovremmo fare tutto il possibile, noi, per lasciare che questo processo continui a svilupparsi. Ecco perché un’operazione di terra – un’invasione, un’occupazione armata – di Gaza oggi renderebbe furioso anche l’Egitto… e provocherebbe una condanna globale in un momento di delicatissimo rilievo— a settembre: prima della dichiarazione di indipendenza attesa dai palestinesi e del voto dell’ONU”. Già…

●Il capo della Banca centrale iraniana Mahmoud Bahmani ha detto, a inizio agosto, che il suo paese è nella pratica delle cose in grado di recuperare miliardi di dollari del debito che vanta nei confronti dell’India per il greggio che le ha consegnato senza dover necessariamente ricorrere all’aiuto della Turchia. Lo dimostrerebbero i pagamenti sperimentalmente fatti all’Iran dalla raffineria indiana di Mangalore della Petrochemicals Ltd. of India attraverso la Halbank di Ankara ma senza passare per mediazioni ufficiali del governo turco o di quella Banca centrale[178].

E, a metà mese, sempre il governatore Bahmani, in un’intervista all’agenzia stampa di Stato[179], afferma che sono stati già ricevuti i 2/3 dei pagamenti dovuti dall’India all’Iran (sono sui 4 miliardi e mezzo di $). E conferma che Teheran non ha alcun problema coi pagamenti che sono dovuti da Cina e Corea del Sud.

●Intanto, a Teheran il parlamento ha confermato con 216 voti a favore sui 246 deputati presenti, la nomina fatta a ministro del Petrolio[180] dal presidente Mahmoud Ahmadinejad di Rostam Qasemi, comandante della Guardia rivoluzionaria, capo del Corpo del Genio e della compagnia edilizia Khatam al-Anbia, di proprietà della Guardia stessa (da tutte le altre cariche, subito dopo il giuramento, però, si dimette subito). Il parlamento sapeva benissimo nel votarlo che Qasemi è nella lista delle personalità iraniane punite dalle sanzioni della UE e degli Stati Uniti che gli impediscono in teoria di viaggiare e di detenere proprietà in USA e in Europa.

Ma ha voluto così chiaramente mostrare, dopo essersi in qualche modo riavvicinato alle posizioni del presidente accettandone il candidato, di non attribuire alcuna rilevanza ai divieti della “comunità internazionale. Sarà interessante ora vedere, alla prossima riunione dell’OPEC che si terrà nella sede usuale di Vienna, se l’Austria rifiuterà di onorare il passaporto diplomatico del ministro Qasemi. Noi scommettiamo, sanzioni o non sanzioni, che no…

●In Iran, un componente di peso della Commissione Esteri del Majilis, Hoseyn Amiri Khamkani, manifesta pubblicamente – e non a titolo personale – una forte irritazione con Mosca per i reiterati ritardi subiti nella consegna dell’impianto nucleare di Bushehr che, in effetti, è ancora in costruzione e da più di dieci anni[181].

In queste condizioni, però, Teheran lascerebbe fuori Mosca dal resto del programma e siccome si tratta della costruzione di diverse altre centrali che, dice Khamkani, costano di più nell’immediato degli impianti a combustibili convenzionali ma offrono poi rendimenti più elevati a lungo termine risultando così più economici, alla fine a rimetterci sarà la Russia e a guadagnarci chi (la Cina?) la sostituirebbe. Ma, come capita spesso, a parlare di Iran e per l’Iran, resta da capire bene quanto serie siano promesse e minacce…

Un effetto, stavolta, potrebbero averlo avuto, però. Il capo del programma atomico iraniano, Fereydoun Abbasi Davani, annuncia ufficialmente che il reattore nucleare di Bushehr che i russi stanno costruendo da quasi dieci anni sarà collegato alla rete nazionale elettrica del paese a fine agosto e, dice Davani, tra novembre e dicembre (ma qui da sempre le date sono assai ballerine) saranno raggiunti i 1.000 megawatt di potenza che rappresentano al massimo le capacità dell’impianto[182].

●Viene riferito subito dopo metà mese che il ministro degli Esteri russo, Lavrov, basandosi sui risultati dell’incontro bilaterale avuto con l’Iran, esprime la speranza che i negoziati tra questo paese e le potenze mondiali sul programma atomico di Teheran possano presto riprendere, seguendo lo stampo della proposta avanzata da Mosca alla quale, aggiunge, gli iraniani hanno mostrato “vivo interesse”.

Lavrov parla in conferenza stampa congiunta col ministro degli Esteri di Teheran, Ali Akbar Salehi, che esprime l’apprezzamento del suo paese per l’approccio graduale – “passo dopo passo[183]”, lo chiama – della proposta dei russi – di cui, peraltro non è che nel merito si sappia davvero niente di più – aggiungendo che l’Iran ne studierà attentamente i dettagli. Troppo ottimista, il russo, visto che da Washington non esce fiato? troppo cauto, il persiano? o troppo insicuro di quella che sarà, alla fine, la risposta che conta: quella della Guida suprema a Teheran?

●Ma arriva conferma che Teheran, ormai, vuole anche un po’ forzare la mano e intende portare in tribunale l’altro contenzioso che ha aperto da tempo con Mosca per la consegna, regolarmente contrattata e pagata, di sistemi missilistici antiaerei S-300. L’ambasciatore iraniano a Mosca Mahmud Reza Saijadi ha detto in conferenza stampa che l’Iran non è del parere che quei sistemi ricadano sotto la proibizione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

E aggiunge che la sua decisione di portare la Russia in giudizio potrebbe portare Mosca a riconsiderare la stessa idea che il suo ministero degli Esteri in passato aveva difeso contro l’interpretazione che gli Stati Uniti d’America danno alla risoluzione. La Russia, però, nel frattempo ci ha ripensato e mantiene, ora, che in realtà le sanzioni ben interpretate le impediscono di consegnare gli S-300 all’Iran senza che, prima, le sanzioni siano cancellate e che, perciò, Mosca ha dovuto cancellare il contratto[184]. Mosca ha espresso la sua sorpresa[185] alla notizia di ricorrere, come il contratto stesso prevede, a un tribunale internazionale per fargli dirimere la vertenza sui sistemi di difesa antiaerea S-300.

Probabilmente, per l’Iran sarà una causa persa. Gli S-300 non sono elencati specificamente nel testo delle risoluzione dell’ONU ma è anche chiaro che, quando essa parla di armamenti offensivi e difensivi che consentano a chi li riceve atteggiamenti e comportamenti “aggressivi”, c’è poco davvero da equivocare.

In ogni caso, proprio a fine mese, il presidente del Comitato parlamentare di amicizia russo-iraniano Mehdi Sanai dice[186] che il suo paese ha deciso di portare il caso di fronte alla Corte internazionale di arbitraggio di Parigi che gestisce le dispute commerciali tra paesi sovrani: perché l’industria russa, NPO Almaz di Mosca, che ha firmato il contratto ed è stata pagata in anticipo per l’80% degli 800 milioni di $ concordati, è un’impresa privata, e non di Stato.    

GERMANIA

●Scrive, cascando un po’ dalle nuvole il WP[187], che anche in Germania rallenta la crescita… “Anche alcuni dei pochi punti che ancora brillavano all’orizzonte economico cominciano, infatti, a appannarsi. Per esempio, inopinatamente anche la crescita economica della stessa Germania sembra rallentare”. Ma guarda un po’…

E, infatti, viene subito confermato, negli ultimi dati registrati finora nell’eurozona, che il PIL della Germania nel secondo trimestre è cresciuto solo dello 0,1% mentre il consenso degli economisti puntava, ottimista come al solito, a uno 0,5. E l’Ufficio di Statistica federale ha reso noto di aver rivisto al ribasso, all’1,3, invece che alla stima precedente dell’1,5%, la crescita del primo trimestre. Insomma, secondo alcuni, e non proprio sprovveduti, potrebbe anche essere l’inizio della fine per il Wirtschaftswunder, il miracolo economico tedesco[188]. Nel contempo l’attivo della bilancia commerciale si riduce del 17% rispetto a un anno prima a giugno, a 11,3 miliardi di €[189].

Sarà che, forse, un po’ come la BCE stessa e gli altri grandi media, compresi i grandi quotidiani tedeschi, tutti un po’ sciovinisti, anche il WP s’era scordato che i crapuloni – secondo loro – greci, portoghesi, irlandesi, spagnoli e italiani – avrebbero prima o poi cominciato davvero a dar loro retta, a stringere un po’ di più la cinta e ad abbassare il ritmo dei consumi di roba made in Germany, smettendo di comprarsi Mercedes e BMW e la miriade di beni di investimento tedeschi che qui hanno tenuto su tanto a lungo la domanda e la crescita.

●Anche la fiducia traballa[190]. Dice l’inchiesta mensile condotta sul tema dall’IFO di Monaco che quella degli affari, come la chiamano, cala parecchio di più delle aspettative a luglio, confermando la sensazione che sia in corso e, soprattutto, si prepari un brutto rallentamento dell’economia più robusta d’Europa.

●Altro punto di grande debolezza per i tedeschi sono le loro banche, fra le più dichiaratamente recalcitranti – et pour cause – a sottoporsi di recente agli stress tests voluti dalla BCE (uno dei grandi istituti di credito dei Länder, l’Helaba, la Hessische Landesbank, dello Stato di Essen-Thuringia, fu l’unico in Europa a rifiutarlo proprio all’immediata vigilia e la stessa Deutsche Bank  ha passato il test per un’incollatura[191].

“Rileva la Banca dei Regolamenti Internazionali di Ginevra – citata dall’ex PM britannico Brown[192] che il sistema bancario tedesco vanta crediti [si fa per dire] nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia per qualcosa come 1.500 miliardi di $ e all’inizio della crisi aveva il 30% del monte crediti totale aperto a istituzioni pubbliche e private di questi stessi paesi”. E 1.500 miliardi di $ sono, dopotutto, il 15% del PIL tedesco.

Questo senza contare l’esposizione – non irrilevante, sui 100 miliardi di $ – delle banche di qui al debito pubblico americano e alla montagna di quello privato, soprattutto edilizio, e a ogni speculazione bancaria e di borsa sia in America che, naturalmente, in Europa.

Anche per questo “dobbiamo convincere la Germania che la crisi non la possiamo superare senza la disponibilità di un eurobond comune, europeo, la legislazione necessaria a un coordinamento maggiore fiscale [cioè di bilancio] e finanziario e un ruolo della Banca centrale europea che vada un passo oltre quello di guardiano di una bassa inflazione aggiungendovi anche quello di prestatore di ultima istanza.

   Alla fine, la Germania dovrà dare il suo accordo a un meccanismo comune che possa consentire all’Europa di pagarsi l’uscita dalla crisi. L’aver fallito la Germania, nel recente passato, di agire dalla posizione di forza in cui si trovava mette ora in pericolo non solo quello stesso paese ma anche l’intero progetto europeo che la Germania ha speso decenni a sviluppare”.

Già… prima di Merkel, però: coi cancellieri precedenti a lei, da Kohl ad Adenauer, attraverso Schmidt e Brandt, tutti europeisti convinti e convinti che il ruolo della Germania fosse solo in Europa. E che lei ha lasciato perdere anche con il contributo e per responsabilità diretta sua, del meno euroscettico dei governanti britannici ma sempre abbastanza da scoraggiare ogni passo avanti di integrazione europea quando era cancelliere dello scacchiere e poi premier.

E che, adesso, forse, si pente anche se non arriva a confessarlo del suo ruolo di freno che è stato cruciale. E non si può non notare che, in ogni caso, neanche ora impegna e neppure auspica che il suo partito

●Il sistema della cosiddetta ripartizione del lavoro (lavorare meno, lavorare tutti… ricordate?) è esecrato, come noto da tutti i conservatori… anche da quelli mascherati spesso da progressisti. Bè, non proprio tutti. Qui, nella Germania di Angela Merkel e del governo cristiano-democratico/liberal-liberista, il sistema è in atto da diversi anni, sulla base di un’iniziativa legislativa socialdemocratica che ha avuto inizio sotto la coalizione di governo precedente, quella tra social-democratici e liberali.

Sono ormai diversi anche gli specialisti accademici, macroeconomisti ed economisti del lavoro non solo sociologi e politologi, a spiegare la differenza del tasso di disoccupazione tra Stati Uniti e Germania proprio con questo fattore[193], visto che poi il tasso di crescita dell’economia nei due paesi è stato, grosso modo, paragonabile dall’inizio della contrazione economica. In effetti, a luglio la disoccupazione americana è al 9,1% ufficiale e, forse, al 15 effettivo; la disoccupazione tedesca, ufficiale e anche reale, si attesta intorno al 7%; e, dal livello dov’era prima della recessione, in Germania il tasso di disoccupazione è sceso più di mezzo punto percentuale, mentre in America è inesorabilmente sempre salito.

Il fatto è che la Germania incoraggia, incentiva proprio, le aziende a ridurre le ore di lavoro come alternativa al licenziamento. L’accordo, diciamo così di prammatica, il più diffuso, vede un lavoratore medio occupato per un 20% di ore in meno che alla fine porta a casa un salario inferiore del 4%. Gran parte della differenza è a carico della spesa pubblica, sotto forma di un sussidio al tempo di lavoro ridotto, col resto a carico delle imprese. Ed è uno schema in Germania dannatamente popolare fra tutti: parti sociali e mondo politico.    

FRANCIA

●Anche qui il secondo trimestre è stato terribile: crescita zero[194], letteralmente. E anche qui, con un dato diventato perfino peggiore della stasi del PIL italiano, si fa avanti il timore di una frenata generale. Altro che il previsto 2% di PIL in più e una frenata collettiva, a questo punto, di tutti i grandi paesi europei: Spagna, Italia e anche, ormai, Francia e Germania stessa, per non parlare del sempre fiacco dato britannico, fuori dell’euro. E la produzione industriale[195], a giugno rispetto a quello dell’anno prima, è calata dell’1,6%.

Qui il deficit di bilancio (sul 6%) è sopra quello italiano e se il rimedio, come da noi, fosse quello di mettersi a tagliare ancora di più la spesa pubblica, a fronte di quel calo di crescita, per arrivare al target del 5,7%, sarà proprio dura. Nessuno per la Francia prevedere che vada sotto il martello delle agenzie come la Spagna e l’Italia ma, dopo l’attacco di S&P’s addirittura all’America, neanche la Francia, sicuramente, è al riparo.

Dopo la svalutazione del rating americano, in effetti, molti avevano parlato della possibilità che, a breve, sarebbe scattato il downgrade del debito sovrano francese ed è stata necessaria una smentita formale delle tre agenzie per assicurare che le sue tre AAA Parigi le avrebbe tenute: al momento. Ma è, comunque, scattato l’effetto secondario della chiacchiera, l’aumento immediato del prezzo dell’assicurazione contro possibili svalutazioni per tutti i detentori del debito gallico così come per lo stesso Tesoro francese.

Il 9 agosto è così aumentata, di quasi 150 punti base, lo 0,15% in più[196] del giorno precedente di apertura dei mercati, a 163.630 € il costo annuo dell’assicurare titoli francesi del valore di 10.000.000 € contro una possibile svalutazione. A questo punto, per calmare borse e borsini, Sarkozy torna precipitosamente dalle vacanze, anche lui come Berlusconi convinto – sarà… – che la sua presenza serva a qualcosa in proposito. E in realtà, qui, serve, perché se non altro costringe le tre agenzie a dire che il rating resta dov’era…

Tutti, nel mondo capitalisticamente avanzato, stanno soffrendo la crisi del debito, del deficit, della loro credibilità finanziaria, dell’affidabilità stessa ormai delle loro istituzioni bancarie. Specie qui, in Francia proprio, che mai avrebbe pensato di doversi rassegnare – come Italia, Spagna e anche Belgio – ad accettare da adesso a inizio settembre l’ “indicazione” dell’ente regolatore UE di frenare drasticamente la vendita short delle azioni, la vendita allo scoperto che scommette, per speculare, sul loro futuro valore di borsa senza pagare subito e sull’unghia, è un sintomo chiaro e non usuale di paura e di sofferenza reale.

E se è un modo per cercare di rispondere alla crisi dell’euro, siamo alla canna del gas, dice Kenneth Rogoff, economista molto molto conventional già a capo dell’Ufficio ricerche e studi del FMI. Serve a poco, e per pochissimo tempo[197]… lui è d’accordo coi puri e duri come olandesi e austriaci: i mercati devono restare liberi di fare e speculare come e quanto vogliono: quello è il loro mestiere!.

Intanto, è il ballo di San Vito per la terza più grande banca di Francia, il cui valore di borsa è sceso del 40% da un mese, la Société Générale, la più largamente esposta al contagio per la sua vasta detenzione di titoli del debito europeo di vari paesi[198], soprattutto la Grecia, ma anche Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, per 18,2 miliardi di € e ancora di quasi 20 miliardi di titoli della stessa Francia per un mucchio di derivati quanto mai ora, poi, barcollanti.

GRAN BRETAGNA

●A giugno, l’andamento della produzione industriale[199] resta piatto rispetto a maggio e scende dello 0,3% sul giugno del 2010. La disoccupazione è cresciuta dal 7,7 del tasso ufficiale al 7,9% nel secondo trimestre rispetto al primo. E l’inflazione è salita dal 4,2% di giugno al 4,4 di luglio, con la previsione della Banca d’Inghilterra che nei prossimi mesi la vede salire almeno al 5%.

La serietà dei dati è confermata anche dal fatto che, contrariamente al mese prima quando due dei nove membri del Comitato di politica monetaria della BoE che fissa i tassi di sconto, stavolta a luglio nessuno dei nove si è espresso per ritoccarli in ascesa[200]

● Aiuti umanitari (vignetta)

Quartier generale dei ribelli libici

 

Ma non è che dovremmo inviare truppe

In aiuto agli insorti di Tottenham?

Fonte: The Independent, 9.8.2011

GIAPPONE

●L’economia del Giappone si è contratta dello 0,3% nel secondo trimestre, meno delle attese però e parecchio meno di quanto fosse andata nel primo, largamente in ragione del fatto che i consumi personali e delle famiglie sono scesi solo dello 0,1%[201] grazie alla più forte spesa pubblica immessa nell’economia dopo lo tsunami e il disastro di Fukushima.

●Il 4 agosto, lo yen giapponese si è svalutato di oltre il 4% sul dollaro[202], come risultato delle disposizioni prese, con discrezione, dalla Banca centrale. Si è trattato della caduta più accentuata dall’ottobre del 2008, quando precipitò tutto insieme del 6,1%. Il governo e le autorità monetarie sono dichiaratamente preoccupate perché l’apprezzamento costante negli ultimi mesi della valuta nipponica rispetto a dollaro ed euro comporta un ridimensionamento, potenziale e già anche reale, dell’export.

Ed è l’ennesimo mistero della squilibrata, in ogni senso anche razionalmente, finanza internazionale che abbiamo: perché il dollaro è sicuramente nei guai, con gli squilibri ormai dichiaratamente eclatanti in ogni campo dell’economia americana; e l’euro traballa; ma, dopo Fukushima, e anche prima con la deflazione che qui impera da anni, l’economia nipponica non è certo fiorente. L’attivo dei conti correnti cade, a giugno, dell’11%, a 6,6 miliardi in $, la metà cioè di quello che era un anno prima[203].

Moody’s ha menato duro anche al Giappone, a fine agosto, svalutandone il rating di un livello, ad Aa3, il quarto dei suoi, mentre S&P già lo aveva fatto a gennaio, per la convinzione acquisita – ha spiegato[204] – che i frequenti cambi di governo (il prossimo è annunciato a giorni), le deboli prospettive di crescita e l’accumularsi di disastri nucleari e naturali che impongono di aumentare la spesa in deficit, continueranno a rendere difficile al governo di fare i conti col debito accumulato (ormai arrivato, dice l’OCSE, al 220% del PIL).

A conferma della totale irrazionalità dei cosiddetti mercati, a poche ore di distanza il ministro delle Finanze Yoshihiko Noda, deve annunciare di mettere loro a disposizione altri 100 miliardi di $ di liquidità immediata dalla riserva della Banca centrale per far fronte all’aumento “sconsiderato” – dice, a ragione – del valore dello yen sul dollaro, agevolando gli investimenti all’estero in assets specialmente energetici.

Ma qui è come un po’ per l’America: ai mercati del downgrading, che ha contribuito tanto a affossare il credito di parecchi paesi dell’eurozona, non sembra impipargliene niente… ragion di più, ovviamente, perché l’Europa trovi il coraggio di dire ai signori delle agenzie di rating che non sono graditi e per fare da sola, a livello ufficiale di rating, magari nell’ambito della BCE…   

●Il governo giapponese ha chiesto a diversi paesi (Vietnam, Malaysia, Australia…) di offrire diritti di accesso preferenziali ai loro depositi di “terre rare” all’industria elettronica nipponica in cambio dell’aiuto, tecnico e finanziario, che essa darebbe alla costruzione e al rafforzamento delle loro infrastrutture. Con Tokyo che si prenderebbe, anche, a carico il necessario addestramento del personale.

Sono i paesi che sono ritenuti annoverare una quantità industrialmente rilevante di minerali rari[205]: che poi tanto rari non sono ma, piuttosto, dispersi e di difficile e costosa estrazione e lavorazione e di cui la Cina ha il 40% delle riserve e oltre il 90% del mercato delle esportazioni; anche gli USA ne hanno in quantità ma non ritengono spesso conveniente – almeno per ora – mettersi a sfruttarne i depositi.    

●Un fatto nuovo, e sconvolgente per questo paese, si sta verificando sotto gli occhi di tutti. Per la prima volta, forse, da sempre i giapponesi vivono all’unanimità, in pratica, una sempre più diffusa mancanza di fiducia nella politica e, anche, nei media[206]. E’ la devastante ricaduta politica, molto molto italiana, in una popolazione che aveva sempre sentito finora verso le “autorità” una larga fiducia. La gente non crede più alle rassicurazioni dall’alto sul livello di radiazioni che sono state emesse o no, fa domande, cerca informazioni diverse.

Soprattutto dopo che è venuto fuori, come nel distretto di Tsushima, subito dopo l’esplosione che aveva distrutto i reattori di Fukushima e a spandere radioattività nell’ambiente, “le autorità – l’ufficio stesso del primo ministro: per ignoranza, forse, ma anche ormai è stato accertato per l’istinto burocratico dominante, “per non creare il panico, per evitare responsabilità, per non esporsi a critiche[207]”, avevano deciso di tenere segreto per diversi giorni il fatto che i venti proprio dove era scappata la gente stavano portando le radiazioni…

Oramai, e Fukushima ha aiutato per la discesa di sicuro, la gente non crede più neanche al primo ministro, sempre pro-tempore qui, nel senso che sempre durava poco, ma una volta che era in carica sempre coperto dall’indiscussa autorità che gli veniva da chi – il popolo, l’imperatore, il Tennō (sovrano celeste) col quale si identificava l’unità del paese e del popolo e che, fino al 1945, era oggetto di un culto universale (Arahitogami) – gliele trasmetteva.

Naoto Kan, il premier, è ormai da tempo e tutti lo sanno e non solo per il disastro di Fukushima, un precario che resta in carica solo perché nessuno in questi frangenti ambisce realmente a sostituirlo. Ma è anche lui ormai che se ne vuole andare e ora, a fine agosto[208], lo rimpiazzano in una speciale elezione interna del suo partito.

Viene eletto il suo ministro delle Finanze, Yoshihiko Noda, che si presenta su una piattaforma diversa: per la prima volta da molto tempo un candidato primo ministro dice la verità, che il paese per cominciare a uscire dal suo incubo finanziario si deve abituare all’idea che, per esempio, bisognerà aumentare le tasse…

Adesso, nel secondo round delle elezioni interne al Partito democratico, il 29 del mese sconfigge con 215 voti contro 177 il ministro del Commercio Banri Kaieda e, il giorno dopo, viene eletto dalla Dieta primo ministro, il 62° in 64 anni nel Giappone del dopoguerra, dal primo del 1947 nominato in realtà dalla potenza occupante e il 6° in 5 anni[209].

Non sarà del tutto liscia l’ “accettazione” del nuovo PM da parte di molti dei suoi vicini, Cina in primis ovviamente in un momento poi di già acuta tensione per le rivendicazioni territoriali reciproche, se Yoshihiko Noda dovesse confermare il suo atteggiamento, solo di recente non più tanto reiterato, che vuole assolvere dalle loro colpe i criminali di guerra giapponesi, condannati e messi a morte per i massacri perpetrati in tutta l’Asia occupata dalle loro truppe prima e nel corso della seconda guerra mondiale in Manciuria, in Cina, nelle Filippine, ecc., ecc[210].    

Una cosa che potrebbe in futuro passare a merito storico di Naoto Kan è che, finalmente, anche se ormai era cosa obbligata, il Giappone separerà la sua Agenzia per la sicurezza nucleare dal ministero dell’Industria[211] che, finora, l’aveva sempre inglobata e insieme subordinata al dipartimento che si preoccupava di far finanziare, estendere e vendere in tutto il paese i reattori nucleari. Adesso, almeno in teoria, dopo Fukushima e sotto l’ala meno possente ma un po’ più indipendente del ministero per l’Ambiente, potrebbe esserci qualche probabilità che il lavoro dell’Agenzia non venga più subornato o manipolato dalle imprese energetiche sia nipponiche che americane ai propri fini.

Naturalmente ora bisognerà vedere come questa decisione sarà applicata. Perché qui la burocrazia è ancora più asservita all’industria di quanto lo sia da noi, e quel che decide un governo non diventa mai di per sé esecutivo. E non sempre e solo perché il parlamento non è d’accordo. Spesso, lì come qui, perché il governo fa solo l’ammoina: fa finta…

 


 

[1] Guardian, 2.8.2011, Eurozone crisis: failing the Healey test— Crisi dell’eurozona: il test fallito di Healey.

[2] l’Unità, 23.8.2011, C. Clericetti, I sette giorni che cambiarono la finanza (cfr. http://nuke.carloclericetti.it/Fictionfi nanziaria/tabid/244/Default.aspx/). 

[3] The Economist, 13.8.2011.

[4] New York Times, 21.8.2011, Choe Sang-hun e M. Schwirtz, North Korean Leader Tours Siberian Hydroelectric Plant Il leader nord coreano visita una centrale idroelettrica siberiana.

[6]Guardian, 28.8.2011, C. Higgins, Arab spring has created ‘intelligence disaster’, warns former CIA boss La primavera araba ha creato “un disastro per i servizi”, avverte un ex boss della CIA

[7] France24International, 16.8.2011, AFP, Morocco to hold early vote on November 25 Il Marocco terrà elezioni anticipate il 25 novembre (cfr. http://www.france24.com/en/20110816-morocco-hold-early-vote-november-25/).

[8] Foreign Policy, 31.3.2011, L. Achy, Why did protests in Algeria fail to gain momentum? Perché le proteste in Algeria non sono riuscite a fare massa critica? (cfr. http://mideast.foreignpolicy.com/posts/2011/03/31/why_did_protests_ in_alge eria_­ fail_to_gain_momentum/). 

[10] New York Times, 25.8.2011, D. D. Kirkpatrick e H. Fahim, Inside a Libyan Hospital, Proof of a Revolt’s Costs— Dalle corsie di un ospedale libico, le prove del costo della rivolta.  

[11] Ha scritto, qui un po’ leggermente, un nostro amico col quale ci troviamo spesso d’accordo – non sempre: in generale non quando scrive di Medioriente… in tutte le sue dimensioni, lui infatti tende ad essere monodimensionale, solo dalla parte di Israele: Il mattino, 26.8.2011, F. Nicolucci, Ricordare la lezione irachena (cfr. http://sfoglia.ilmattino.it/matti no/pagpdf/lettere.pdf/).

[12] The Daily Sentinel (Grand Junction, Colo.),11.8.20121, Associated Press (A.P.), A. al-Haji, Yemeni president objects to power transfer deal Il presidente yemenita obietta all’accordo sul trasferimento di poteri (cfr. http://hosted2.ap.org/COG RA/f29d8dad34bd498da777a4fb9802979d/Article_2011-08-11-ML-Yemen/id-0c3269d8c0bb4601 b42743b95ef2e35f/).

[13] The BanglaDesh (Dhaka), 11.8.11,Yemeni general wants talks but “ready to break necks” Generale yemenita vuole trattare ma è “pronto a rompere le ossa del collo” (cfr. http://www.thebangladeshtoday.com/international.htm/).

[14] Ma’an News Agency (Agenzia di informazioni palestinese, Bethlehem, Cisgiordania), 15.8.2011, Jordan king unveils constitutional reform proposals Il re di Giordania svela le proposte di riforma della Costituzione (cfr. http://www.maannews .net/eng/ViewDetails.aspx?ID=413141/).

[15] Trend, 28.8.2011, Jordanian opposition demands limits on king’s powers— L’opposizione giordana chiede limiti ai poteri del re (cfr. http://en.trend.az/regions/met/arabicr/1924117.html/).

[16] Riassumiamo qui, perché ne condividiamo preoccupazioni e speranze, l’analisi avanzata sul Guardian, 12.8.2011, da K. Diab, The Arab spring’s bottom line— L’ultimo baluardo della primavera araba: ci sembra condivisibile sia nelle  preoccupazioni che nelle speranze. E, anche, purtroppo, nel suo pessimismo di fondo.

[17] New York Times, 3.8.2011, A. Shadid, In Arab World First, Mubarak Stands Trial in Egypt In una prima assoluta per il mondo arabo, Mubarak a processo in Egitto. Dopo la seconda udienza, però, a metà agosto, il presidente della corte ha ordinato che il resto del proceso non venga più trasmesso in diretta televisiva per “evitare l’umiliazione inutile dell’imputato” e per “ragioni di ordine pubblico”: c’è ancora, e si manifesta vociferante, una fetta di opinione pro- Mubarak nel paese pronta a scontrarsi con i molti che ormai non sono disposti a perdonargli niente (New York Times, 15.8.2011, D.D.Krkpatrick, Judge Ends Broadcast of Mubarak at Trial Il giudice mette fine alla trasmissione del processo a Mubarak).

[18] Dichiarazione costituzionale del Supremo Consiglio delle Forze Armate, sulla Carta costituzionale approvata nel referendum del 19.3.2011 e rivista dallo stesso SCAF 8.2011, testo integrale dei 63 artt. del documento approvato 14.4.2011(cfr. http://www. egypt.gov.eg/english/laws/constitution/ default.aspx/).

[19] Texas Int’l Law Journal, Northwestern University, K. Stilt, Islam is the Solution”: Constitutional Visions of The Egyptian Muslim Brotherhood “L’Islam è la soluzione”: visioni costituzionali della Fratellanza mussulmana di Egitto (cfr. http:/ /www.tilj.org/journal/46/stilt/Stilt%2046%20Tex%20Intl%20LJ%2073.pdf/).

[20] Al-Masry al-Youm, 12.8.2011, AFP, Egypt probes civil groups' funding amid US tension— L’Egitto, in tensione con gli USA, indaga sul finanziamento di gruppi politici privati (cfr. http://www.almasryalyoum.com/en/node/485784/).

[21] Al-Masry al-Youm, 11.8.2011, S. Nour Eldeen, Egypt accepts US$2 billion from World Bank L’Egitto accetta 2 miliardi di $ USA dalla Banca mondiale (cfr. http://www.almasryalyoum.com/en/node/470503/).

[22] Los Angeles Times, 13.8.2011, A. Sandel, Tunisia: Court sentences 25 relatives of Ben Ali and his wife to prison Tunisia:.il tribunale condanna alla galera 25 parenti di Ben Ali e della moglie (cfr. http://latimesblogs.latimes.com/babylonbeyond/2011/08/tunisia-trial-ben-ali-leila-trabelsi-sakhr-materi-cash-jewelry-security-revolution-escape-saudi-arab.html/).

[23] Corriere della Sera, 17.2.2011, intervista di M. Caprara a F. Frattini, “Arginare il fondamentalismo  È questa la priorità dell' Europa” - Frattini indica Gheddafi come modello per il mondo arabo (cfr. http://archiviostorico.corriere.it/2011/genna io/17/Arginare_fondamentalismo_questa_priorita_dell_co_8_110117013.shtml/).

[24] New York Times, 4.8.2011, K. Fahim e D. K. Kirkpatrick, Major Libyan Rebel Group Seeks Shake-Up in Ranks Il principale gruppo dei ribelli cerca di dare una forte rimescolata ai ranghi.

[25] Feb17th Movement, 8.8.2011, Libyan Unrest: Libya’s National Transitional Council has fired its executive board and has asked Mahmound Jabril, its chairman, to re-elect a new one— Malcontento in Libia: il Consiglio nazionale transitorio ha licenziato il governo chiedendo al suo presidente, Mahmoud Jibril, di rieleggerne un altro (cfr. http://feb17.info/news/live-libyan-unrest-august-8-2011/).

[26] 1) Agenzia RIA Novosti, 12.8.2011, Russia ‘backs’ NATO action in Libya La Russia sostiene l ’azione della NATO in Libia (cfr. http://en.rian.ru/world/20110812/165729976.html/); 2) Executive order on fulfilment of UN Security Council Resolution 1973, 12.8.2011, testo dell’Ordine esecutivo del presidente russo (cfr. http://eng.kremlin.ru/acts/2703/).

[27] Guardian, 23.8.2011, S. Jenkins, The end of Gaddafi is welcome. But it does not justify the means— La fine di Gheddafi è benvenuta. Ma non giustifica i mezzi.

[28] Per gli elementi fattuali, informativi, di questa analisi sul futuro immediato siamo debitori dell’ultimo, sagace, contributo di un vero specialista di cose del Mediterraneo arabo come Steve Negus, su The Arabist, 22.8.2011, Libya: can the rebels rule? Libia: ma i ribelli sono in grado di governare? (cfr. http://www.arabist.net/blog/2011/8/22/libya-can-the-rebels-rule.html/).

[29] New York Times, 25.8.2011, S. L. Myers e D. Bilefsky, U.N. Releases $1.5 Billion in Frozen Qaddafi Assets to Aid Rebuilding of Libya— L’ONU rilascia 1,5 miliardi di $ di assets congelati a Gheddafi per aiutare la ricostruzione della Libia, cortocircuitando così per volontà politica ma suscitando qualche flebile obiezione giuridica che non si trasforma, però, mai in un’opposizione decisa, quella che in realtà era, ed è ancora, una questione irrisolta. La decisioen su chi suia ora il legittimo governo della Libia titolare in tutto di ben 160 miliardi di $ depositati all’estero: soprattutto a New York e Londra, proprio.

   Il CdS dell’ONU su richiesta degli USA – i ribelli avevano chiesto che a presentarla fossero altri, per ragioni di opportunità politica (anche nella nuova Libia la troppa vicinanza all’America… infetta). Ma nessuno lo ha fatto, e gli USA dove la maggior parte dei fondi immediatamente rilasciabili senza troppe complicazioni legali – basta al “certificazione”, come la chiamano qua del presidente, o di chi per lui – hanno invece tenuto a intestarsi l’iniziativa e acquisire c osì meriti verso il CNT sbloccando subito il miliardo e mezzo depositato direttamente nelle banche federali a New York.

   Anche gli inglesi hanno promesso di farlo – hanno promesso, però… non lo hanno fatto – e Berlusconi ha sempre promesso 500 milioni di $ di aiuti (ma, ovviamente, non subito: non a manovra aperta e contenziosa com’è…) e disposto – disposto… – che l’ENI fornisca subito al CNT su impegno verbale a restituirli – domani… – sotto forma di greggio e gas naturale alcuni imprecisati milioni di $ di benzina e combustibili lavorati di cui a Tripoli c’è urgente bisogno… 

[30] Stratfor, 23.8.2011, Libya: U.S. Sources Concerned About Weapons Stockpile Fonti americane [peraltro rigorosamente non identificate] preoccupate per gli arsenali militari di Gheddafi  [che potrebbero essere finiti anche in  mano ad al-Qaeda…] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110823-libya-us-sources-concerned-about-weapons-stockpile/).

[31] Al Jazeera, 25.8.2011, League backing to CNT L’appoggio della Lega alla CNT (cfr. http://blogs.aljazeera.net/live blog/libya-aug-25-2011-1336/).

[32] Libya Tv for the free.com, 25.8.2011, Algeria wants revolutionaries to curb Al-Qaeda L’Algeria cheide che I rivoluzionari libici mettano sotto controllo gli al-Qaedisti nele loro fila (cfr. http://english.libya.tv/2011/08/25/algeria-wants-revolutionaries-to-curb-al-qaeda/).

[33] New York Times, 22.8.2011, D. D. Kirkpatrick e K. Fahim, Qaddafi’s son taunts rebels in Tripoli A Tripoli, il figlio di Gheddafi prende in giro i ribelli.

[34] Le strade dell’informazione, 22.8.2011, Agenzia Italia (AGI), Libia, Frattini:“Italia pronta a fare la sua parte per la ricostruzione delle infrastrutture” (cfr. http://www.lestradedellinformazione.it/acm-on-line/Home/Rubriche/Lestradedel Mondo/articolo7868.html/).

[35] English Libya Tv for the free.com, 29.8.2011, Italian oil executives visit Benghazi Il capo dell’ente del petrolio italiano in visita Bengasi (cfr. http://english.libya.tv/2011/08/29/italian-oil-executives-visit-benghazi/).

[36] 1) Agenzia ANSA.it, 31.8.2011, Libia: Scaroni, rinvio gasdotto ottobre (cfr. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/ economia/2011/08/31/visualizza_new.html_729829043.html/); 2) Middle East online, 31.8.2011, Libya gas line to Italy to re-open by October 15 Il gasdotto Libia-Italia dovrebbe riaprire a metà ottobre (cfr. http://www.middle-east-online.com/ english/?id=47869/).

[37] Financial Times, 22.8.2011, R. Haass, Libya now needs boots on the ground La Libia adesso ha bisogno di truppe americane (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/559804f8-cc7f-11e0-b923-00144feabdc0.html/).

[38] Jerusalem Post, 1.8.2011, Reuters, Britain rules out military intervention in Syria La Gran Bretagna esclude un intervento militare in Siria (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?ID=231891&R=R1/).

[39] New York Times, 31.8.2011, R. G. Khouri, Assad, Going Down Assad, in discesa.

[40] The Kansas City Star, 1.8.2011, (A.P.), A. Rizzo (cfr. http://www.kansascity.com/2011/08/ 01/3049440/france-eu-pre paring-new-sanctions.html#storylink=rss/).

[41] UNSC, Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 3.8.2011, dichiarazione letta dal presidente di turno del mese di agosto, Hardeep Singh Puri, ambasciatore dell’India (cfr. http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=39229&Cr =Syria&Cr1=/).

[42] New York Times, 2.8.2011, S. L. Myers e N. MacFarquhar, U.S. Seeks Pressure on Syria, but Options Are Few Gli USA cercano di far pressione sulla Siria, ma ci sono poche opzioni

[43] Agenzia Stratfor, 9.8.2011, Global Intelligence, Defense Minister Reshuffle Shows Nervous Regime Il rimpiazzo del ministro della Difesa mostra il nervosismo del regime (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110808-syria-defense-mini ster-nervous-regime/).  

[44] Stratfor, 9.8.2011, Global Intelligence, Syria's Former Defense Minister Found Dead L’ex ministro della Difesa trovato morto (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110809-syrias-former-defense-minister-found-dead/).

[45] Stratfor, 10.8.2011, Global Intelligence, In Syria, Confusion Surrounds Former Defense Minister's Alleged Death Confusione in Siria intorno alla morte presunta dell’ex ministro della Difesa (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110810-sy ria-confusion-surrounds-former-defense-ministers-alleged-death/).

[46] RIA Novosti, 5.8.2011, Rogozin: NATO plans campaign in Syria, tightens noose around Iran Rogozin: la NATO pianifica una campagna in Siria e stringe il cappio intorno all’Iran (cfr. http://en.rian.ru/world/20110805/165570384 html/).

[47] RIA Novosti, 5.8.2011, Medvedev warns Syria’s Assad of some kind of decisions Medvedev avverte il siriano Assad della possibilità di “alcune misure” (cfr. http://en.rian.ru/world/20110804/165565483.html/).

[48] RIA Novosti, 5.8.2011, Moscow warns against interference in Syria’s conflict Mosca mette in guardia contro interferenze nel conflitto siriano (cfr. http://en.rian.ru/world/20110805/165559426.html/).

[49] Naharnet (Beirut), 4.8.2011, Syrian Arab News Agency (SANA), Assad decrees multy-party system Assad decreta un sistema multipartitico (cfr. http://www.naharnet.com/stories/en/11945-sana-assad-decrees-multi-party-system/). 

[50] White House, 18.8.2011, President Obama’s statement on the situation in Syria Dichiarazione del presidente sulla situazione in Siria (cfr. http://www.whitehouse.gov/blog/2011/08/18/president-obama-future-syria-must-be-determined-its-people-president-bashar-al-assad/). 

[51] Stratfor, 18.8.2011, Syria: U.K., France, Germany Call For Al Assad's Resignation Siria: Gran Bretagna, Francia, Germania chiedono le dimissioni di Assad (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110818-syria-uk-france-germany-call-al-assads-resignation/).

[52] Poten.com, 19.8.2011, AFP, Russia opposes Western calls for Assad to go, Turkey says its too soon La Russia è contro gli appelli dell’occidente perché Assad se ne vada e la Turchia dice che sono prematuri (cfr. http://www.poten.com/News Details.aspx?id=11543855/).

[53] Due letture, diverse ma sostanzialmente coincidenti sulla forza della concezione della sovranità nazionale e della pari dignità di tutti gli Stati in diritto in: D. Fisichella, Giusnaturalismo e teoria della sovranità in Joseph de Maistre, ed. D’Anna, Messina-Firenze, 1963; e A Cassese, Diritto internazionale, ed. Il Mulino, Bologna, 2003. per i giusnaturalisti, naturalmente, il riferimento e all’opera di frate Francisco de Vitoria, O.P. (1483-1546), di Jean Bodin (1529-1596), di Huig de Groot (Ugo Grozio, 1583-1645), di Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716)…

[54] A.-M. Slaughter, The Idea That Is America L’idea che è l’America, ed. Basic Books, 2007 [una visione idealizzata, utopistica e tutta yankee di quella che, seconda questa scuola di pensiero che in realtà, poi, risale molto più indietro – forse con la sola eccezione di George Washington per il quale l’America proprio per non snaturarsi doveva imparare a farsi i fatti propri – dovrebbe essere la missione salvifica dell’America nel mondo. 

[55] S. Power, A Problem From Hell Un problema dall’inferno, ed. Harper, 2007: sui genocidi – qualcosa di più dei massacri: la volontà di sterminare un popolo intero – che, nel secolo scorso, hanno imperversato nel mondo e che – lei denunciava – l’America si è ben guardata dal condannare esplicitamente e, tanto più, dal fermare come avrebbe potuto:  armeni, ebrei, cambogiani, curdi, iracheni, tutsi del Rwanda, bosniaci… guardandosi bene però, si capisce – e  non per distrazione – dal ricordare il genocidio primale, quello degli indo-americani su cui l’America ha fondato se stessa…

[56] New York Times, 29.8.2011, R. Cohen, Score one for interventionism Uno a zero per l’interventismo [umanitario, si capisce…].

[57] 26thSepNet [il 26.9.1962 è la data della rivoluzione nazionale che abbatté l’imamato e creò la repubblica dello Yemen del Nord], 4.8.2011, General Staff Chief meets U.S. Assistant Secretary of Defense— Il capo di Stato maggiore incontra l’assistente segretario di Stato americano alla Difesa (cfr. http://www.26sep.net/index.php?lng=english/).

[58] Agenzia Xinhua (Nuova Cina), 2.8.2011, Yemen's Saleh not to transfer power any more  for incapacity— Lo yemenita Saleh non trasferirà più il suo potere a causa delle sue ferite (cfr. http://www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/articleType/Ar ticleView/articleId/669033/Yemens-Saleh-not-to-transfer-power-for-incapacity-spokesman.aspx/).   

[59] Al Arabiya News, 12.8.2011, S. Ghasemilee, Hundreds of thousands of Yemenis hold anti- and pro-Saleh rallies Centinaia di migliaia di yemeniti dimostrano contro e [alcune migliaia] a favore di Saleh (cfr. http://english.alarabiya.net/arti cles/2011/08/12/162008.html/).

[60] Ya Libnan (Beirut), 1.8.2011, Army day: Suleiman reiterates Lebanon’s commitment to 1701 Giornata dell’Esercito: Suleiman reitera l’impegno del Libano al rispetto della 1701 (cfr. http://www.yalibnan.com/2011/08/01/army-day-suleiman-reiterates-lebanon%E2%80%99s-commitment-to-1701/).

[61] Naharnet (Beirut), 12.8.2011, European Diplomats Warn of Possible Israeli War on Lebanon Next Month Fonti diplomatiche europee avvertono di una possibile guerra di Israele contro il Libano il mese prossimo (cfr. http://www.naharnet. com/stories/en/12613-european-diplomats-warn-of-possible-israeli-war-on-lebanon-next-month/).

[62] New York Times, 26.8.2011 (A.P.), US Warns of Aid Cut for Statehood Bid Gli USA avvertono del taglio agli aiuti se i palestinesi chiedono il riconoscimento come Stato.

[63] China Daily (Quotidiano di Cina), 9.8.2011, China's CPI up 6.5% in July L’indice dei prezzi al consumo sale del 6 e 1/2 per cento a luglio (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/bizchina/2011-08/09/content_13075955.htm/).

[64] The Economist, 13.8.2011.

[65] 1) New York Times, 15.8.2011, C. Rampell, ‘Made in China,’ but still profiting Americans ‘Made in China’, ma sempre facendo fare profitti agli americani; 2) per il testo dello studio della Federal Reserve Bank of San Francisco (FRBSF), 8.8.2011, # 2011/25, G. Hale e B. Hoblin, The U.S. Content of ‘Made in China’ Il contenuto americano del ‘Made in China’ (cfr. http://www.frbsf.org/publications/economics/letter/2011/el2011-25.html/).

[66] Washington Post, 21.8.2011, K. B. Richburg, Biden tells China that U.S. investments ‘safe’ Biden dice alla Cina che gli investimenti in America sono ‘affidabili’ (cfr. http://www.washingtonpost.com/world/asia-pacific/biden-tells-china-us-inve tments-safe/2011/08/21/gIQAzGzPUJ_story.html/).

[67] IMF, World Economic Outlook Database— Database, Previsioni economiche mondiali, 4.2011 (cfr. http://www.imf.org/ external/pubs/ft/weo/2011/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=32&pr.y=8&sy=2009&ey=2016&scsm=1&ssd=1&so

rt=country&ds=.&br=1&c=924%2C111&s=PPPGDP&grp=0&a=/).

[68] Cfr. Nota congiunturale 8-2011, in Nota96.

[69] Virgilio Notizie, 10.8.11, Pechino vara la sua prima portaerei, la “Varyag” (cfr. http://notizie.virgilio.it/esteri/pechi no-vara-sua-prima-portaerei-varyag_153863.html/).

[70] Indian Express, 31.7.2011, China set to mine central Indian Ocean, Delhi worried— La Cina estrarrà minerali dal fondo marino dell’oceano Indiano e Delhi si preoccupa (cfr. http://www.indianexpress.com/news/china-set-to-mine-central-indian-ocean-delhi-worried/824900/).

[71] M&C, 9.8.2011, Vietnam issues protest against Beijing survey in South China Sea Il Vietnam protesta contro I rilevamenti condotti da Pechino nel mar Cinese meridionale (cfr. http://www.monstersandcritics.com/news/asiapacific/ news/article_1655827.php/Vietnam-issues-protest-against-Beijing-survey-in-South-China-Sea/).

[72] Mainichi Daily News, 11.8.2011, Japan to dispatch SDF if Senkaku Islands invaded: Edano Il Giappone invierà le sue Forze di difesa se le isole Senkaku venissero invase (cfr. http://mdn.mainichi.jp/mdnnews/news/20110811p2g00m0dm0 07000c.html/).

[73] Chimerica War, 24.8.2011, Two Chinese Boats Enter Waters Near Disputed Islands Due battelli cinesi nelle acque vicine alle isole disputate (cfr. http://www.chimericawar.org/latest_news.html/).

[74] Stratfor, 24.8.2011, Philippines: China Interested In Joint Mineral Exploration In Spratlys Filippine: la Cina ha interesse a un’esplorazione minerale congiunta delle Spratly (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110824-philippines-china-interested-joint-mineral-exploration-spratlys/).

[75] Money.com, 17.8.2011, Forrest Jones, Venezuela Moves Billions Into Gold, China, Russia Il Venezuela sposta miliardi di suoi dollari sull’oro, in Cina e in Russia (cfr. http://www.moneynews.com/StreetTalk/Venezuela-Gold-China-Russia/2011/ 08/17/id/407690/).

[76] Wall Street Journal, 17.8.2011, Venezuela’s Chavez to Nationalize Gold MinesIl Venezuela di Chavez nazionalizzerà le sue mineire d’oro (cfr. http://onespot.wsj.com/business/2011/08/17/3e48f/venezuelas-chavez-to-nationalize-gold/).

[77] The Economist, 27.8.2011.

[78] EUROSTAT, 16.8.2011, #118/2011, Euro area and EU27 GDP up by 0.2%  +1.7% in both zones compared with the  second quarter of 2010 Eurozona e UE a 27 crescono dello 0,2% e dell’1,7% nelle due aree rispetto al 2° trimestre del 2010 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-16082011-AP/EN/2-16082011-AP-EN.PDF/).

[79] EUROSTAT, 1.8.2011, #114/2011, Euro area unemployment rate at 9.9% - EU27 at 9.4 Il tasso di disoccupazione dell’eurozona al 9,9% - quello della UE a 27 al 4 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01082011-AP/ EN/3-01082011-AP-EN.PDF/).

[80] The Economist, 6.8.2011.

[81] EUROSTAT, 17.8.2011, #120/2011, Euro area annual inflation down to 2.5%-EU down to 2.9%- L’inflazione nell’eurozona stimata al 2,5%- Quella della UE a 27 scende al 2,9% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC   /2-17082011-AP/EN/2-17082011-AP-EN.PDF/).

[82] Stratfor, 13.8.2011, Greece: New Bailout May Be Delayed Grecia: ritardo possibile della nuova rata di salvataggio (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110813-greece-new-bailout-may-be-delayed/).

[83] 1) New York Times, 10.8.2011, J. Ewing e L. Alderman, Some in Germany Want to Temporarily Exit the Euro Zone Alcuni in Germania vogliono che la Grecia esca temporaneamente dall’eurozona; 2) IFO Münich, H.-W. Sinn, Euro crisis due to structural imbalances La crisi dell’euro è dovuta a squilibri strutturali [naturalmente, sono quelli degli altri, mai quelli della Germania…: che imponendo, le sue regole per tutta l’eurozona è in realtà all’origine della crisi] (cfr. http://www.ces ifo-group.de/portal/page/portal/ifoHome/e-pr/e1pz/_generic_press_item_detail?p_item id=16367563/).

[84] New York Times, 18.8.2011, S. Castle, Requests for Collateral Pose a Hurdle for Greek Bailout Le richieste di garanzie collaterali pongono nuovi ostacoli al salvataggio greco.

[85] Yahoo!News, 22.8.2011, AFP, Finland-Greece debt deal needs eurozone OK: Germany L’accordo sul debito tra Finlandia e Grecia ha bisogno dell’OK dell’eurozona, dicono i tedeschi (cfr. http://news.yahoo.com/finland-greece-debt-deal-needs-eurozone-ok-germany-150155537.html/).

[86] KXNet.com, 24.8.2011, (A.P.), Austria insists on bailout collateral from Greeks L’Austria insiste su qualche forma di collaterale per il salvataggio della Grecia (cfr. http://www.kxnet.com/getArticle.asp?ArticleId=826669/).

[87] Stratfor, 25.8.23011, Greece: Finnish Collateral Stance Unchanged La posizione relativa al deposito collaterale dei greci per la Finlandia resta ferma (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110825-greece-finnish-collateral-stance-un changed/).

[88] Stratfor, 25.8.23011, Greece: Finnish Collateral Debt Deal Collapses Crolla l’accordo sul collaterale del debito per la Finlandia (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110826-greece-finnish-collateral-debt-deal-collapses/).

[89] Stratfor, 26.8.2011, EU: Finland remains on track for collateral demand Nell’Unione, la Finlandia resta [dice] impegnata a chiedere garanzie collaterali (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110826-eu-finland-remains-track-collate ral-demands/).

[90] New York Times, 28.8.2011, J. Ewing e L. Story, Finland Could Upend Fragile Consensus on Greece La Finlandia potrebbe mandare all’aria il fragile consenso raggiunto sulla Grecia.

[91] eGovmonitor, 12.8.2011, EU: Statement by the European Commission, ECB and IMF on the First Review Mission to Portugal UE: Dichiarazione sulla prima missione in Portogallo di revisione [dei conti] da parte della Commissione europea, della ECB e del FMI (cfr. http://www.egovmonitor.com/node/43275/).

[92] 1) New York Times, 4.8.2011, J. Ewing e J. Werdigier, E.C.B. Buys Bonds in Bid to Quell Sovereign Debt Crisis La BCE compra titoli di Stato nel tentativo di calmare la crisi del debito sovrano; 2) BCE, Dichiarazione introduttiva, conferenza stampa del presidente J.-C. Trichet, 4,8.2011 (cfr. http://www.ecb.int/press/pr/date/2011/html/pr110804.it.html/).

[93] New York Times, 8.8.2011, C. Hauser e D. Jolly, European Intervention Buoys Italy and Spain L’intervento europeo aiuta a galleggiare Italia e Spagna.

[94] Guardian, 9.8.2011, L. Prieg, There’s no future for the eurozone without fiscal union— Non c’è futuro per l’eurozona senza un’unione fiscale.

[95] Cfr., ad esempio, la nostra Nota Rap 1-2000 (gennaio 2000).

[96] Financial Times, 14.8.12011, G. Soros, Three steps to resolving the eurozone crisis Tre passi per risolvere la crisi dell’eurozona (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/ba30bc32-c4f7-11e0-ba51-00144feabdc0.html#axzz1V8KYPpvI/).

[97] New York Times, 3.8.2011, Swiss Franc Has Muscle, Except in Switzerland Il franco svizzero va forte, ma danneggia la Svizzera.

[98] Euro News, 26.8.2011, Denmark calls general election in September La Danimarca convoca le elezioni politiche generali a settembre (cfr. http://www.euronews.net/2011/08/26/denmark-calls-general-election-in-september/).

[99] CIA World Factbook 2011, Total Government Debt by Countries Totale del debito pubblico paese per paese (fine 2010) (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2186rank.html/).

[100] CIA World Factbook 2011, Total Government External Debt by Countries— Totale del debito estero paese per paese (fine 2010) (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2079rank.html/).    

[101] Dal commento del prof. Virgilio Dastoli, presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo, al vertice franco-tedesco, 18.8.2011 (sul sito del Gruppo Fasana, in gruppo-fasana@googlegroups.com/).  

[102] Reuters, 17.8.2011, Germany says transaction tax would be EU-wide La Germania precisa che la tassa sulle transazioni sarebbe a scala di tutta l’Unione (cfr. http://uk.finance.yahoo.com/news/UPDATE-1-Germany-says-targetukfo cus-3896695326.html?x=0&.v=1/).

[103] L’idea originaria era del Nobel americano dell’economia James Tobin, è stata identificata a lungo col suo nome, la Tobin Tax (l’ultima volta qui ne abbiamo trattato in Nota congiunturale no. 5-2011 e il link più utile per informarsene alla stessa fonte è il seguente: James Tobin, Conferenza sulla Globalizzazione dei Mercati tenuta all'Università “La Sapienza”, Roma, 27-28.10, 1994.

   Il testo, rivisto l’11.1.1995, utilizza, in parte, materiali poi pubblicati dall’A. in una tavola rotonda tenuta con Barry Ei- chengreen e Charles Wyplosz sul tema Two cases for sand in the wheels of international finance Due buone ragioni per  mettere granelli di sabbia nelle ruote della finanza internazionale, pubblicata nel The Economic Journal, vol. 105, no. 428, 1/21

995 (il link è reperibile direttamente su Google, con questi riferimenti). Lo abbiamo anche tradotto in italiano e messo su Progetto, dell’Ufficio Studi CISL, 5-6.12.1995, Una tassa sulle transazioni valutarie: perché e come.

   Tobin parlava di tassare pochissimo (qualcosa fra lo 0,1 e lo 0,5% del valore) ma per un ammontare che sarebbe stato colossale (ogni giorno la speculazione finanziaria coinvolge centinaia e migliaia di miliardi di dollari in tutto il mondo) le transazioni finanziarie di ordine speculativo: per scoraggiare e ridurre appunto la speculazione che, in epoca di liberismo e deregolamentazione selvaggia dei mercati e per accumulare risorse più che in grado – calcolava Tobin – di risolvere i problemi della fame, della povertà e dello sviluppo nel mondo.

   Adesso, chiaramente per non riconoscere che Tobin aveva avuto davvero un’idea geniale (anche se poi, con un suo certo qual rammarico, se n’erano per così dire “appropriati” i… no-global) la chiamano… Robin Tax: toglierebbe ai ricchi per regalare ai poveri, insomma, come l’eroico brigante della foresta di Sherwood. Oppure, forse, alla fine ai banchieri dell’eurozona?

[104] EUBusiness, 19.8.2011, Poland ‘dissatisfied’ with Sarkozy-Merkel summit La Polonia è scontenta del vertice Sarkozy-Merkel (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/poland-france-debt.btw/).

[105] B92 Net, 4.8.2011, Kosovo won’t accept agreement, government says— Il Kosovo non accetterà l’accordo, afferma il governo (cfr. http://b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2011&mm=08&dd=04&nav_id=75755/).

[106] BBC Monitoring European, 12.8.2011, Rzeczpospolita, A. Lakoma, First Shale Gas To Flow Before August Is Over— Il primo flusso di gas da rocce scistose dovebbe cominciare prima della fine di agosto (cfr. http://www.plann ing.org/news/daily/story.htm?story _id=162355004/)

[107] San Francisco Gate, 8.8,.2011, (A.P.), Czech president attacks diplomats over gay remarks Il presidente ceco attacca i diplomatici stranieri per [le loro affermazioni favorevoli ai diritti de]i gay (cfr. http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/n/ a/2011/08/08/international/i070708D87.DTL&type=printable/).

[108] New York Times, 15.8.2011, I. J. Konviser, Czech Leader Is Isolated in Opposing Gay Parade Il presidente ceco resta isolato nella sua opposizione alla parata dei gays.

[109] France24 International, 5.8.2011, Russia's Sberbank secures Belarus potash stake La banca russa Sberbank si assicura una quota del potassio bielorusso (cfr. http://www.france24.com/en/20110805-russias-sberbank-secures-belarus-potash-stake/).

[110] RIA Novosti, 15.8.2011, Belarus counting on Russian support to overcome U.S. sanctions La Bielorussia conta sul sostegno russo per superare le sanzioni americane (cfr. http://en.rian.ru/world/20110815/165809148.html/).

[111] New York Times, 19.8.2011, M. Schwirtz, Belarus Suspects Pact to Give Up Enriched Uranium La Bielorussia sospende il patto di rinuncia all’uranio arricchito.

[112] RIA Novosti, 11.8.2011, Ukrainian president calls for out of court gas price settlement Il presidente ucraino chiede una decisione finale extragiudiziale sul prezzo del gas (cfr. http://en.rian.ru/world/20110811/165707630.html/).

[113] Guardian, 17,8,2011, (A.P.), Viktor Yushchenko testifies against Yulia Tymoshenko Viktor Yushenko testimonia contro Yulia Timoshenko.

[114] RIA Novosti, 12.8.2011 e  precedenti, The Timoshenko case and her detention Il caso Timoshenko e la sua detenzione (cfr. http://en.rian.ru/trend/tymoshenko_case_2011/).

[115] RIA Novosti, 16.8.2011, Ukraine rejects Belarusian model of gas cooperation with Russia L’Ucraina rifiuta il modello di cooperazione energetica di Bielorussia e Russia (cfr. http://en.rian.ru/business/20110816/165828156.html/).

[116] Interfax.com, 24.8.2011, Current Russia-Ukraine gas deal is to be honored - Medvedev Medvedev: l’accordo in vigore tra Russia e Ucraina sul gas va onorato (cfr. http://www.interfax.com/newsinf.asp?id=267957/).

[117] RIA Novosti, 30.8.2011, Ukraine wants to cut Russian gas supplies by two-thirds - PM L’Ucraina vuole [vorrebbe…] tagliare dei due terzi le forniture di gas dalla Russia (cfr. http://en.rian.ru/business/20110830/166303657.html?id=/).

[118] Stratfor, 30.8.2011, Lithuania: Gazprom Files For Arbitration In Utility Dispute Gazprom contro la Lituania ricorre all’arbitrato  per la disputa sulla  comproprietà del gestore del gas naturale (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/2011 0830-lithuania-gazprom-files-arbitration-utility-dispute/).

[119] RT.com, 9.8.2011, ­Russia tests state-of-the-art Liner strategic missile La Russia testa lo stato dell’arte del suo nuovo missile strategico Liner (cfr. http://rt.com/politics/news-line/2011-08-09/#id15927/).

[120] Indian Review of Global Affairs, 11.8.2011, Russia: Early Warning Missile Radars To Be Deployed— Russia: saranno ora dispiegati radar di pronto avvistamento missilistico (cfr. http://irgamag.com/?page=Missile_1108 2011/).

[121] New York Times, 20.8.2011, (A.P.), Fact Check: Recession Is Culprit in High US Debt Per l’alto debito degli Stati Uniti, colpevole è la recessione.

[122] 1) White House, dichiarazione del presidente, 31.7.2011 (cfr. http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2011/07/31/ remarks-president/); 2) New York Times, 2.8.2011, Text of the Debt Ceiling Agreement Testo completo dell’accordo approvato dal Senato dopo la Camera (cfr. http://www.nytimes.com/interactive/2011/08/01/us/politics/debt-ceiling-bill-text.html?hp/).

[123] Dwight D. Eisenhower, nel messaggio realmente rivoluzionario col quale salutava il paese abbandonando l’incarico, alla fine del secondo mandato, 17.1.1961 (cfr. http://www.h-net.org/~hst306/documents/indust.html/).

[124] Washington Post, 4.8.2011, Defense secretary Leon Panetta warns of budget-cuts layoffs Il segretario alla Difesa Leon  Panetta avverte della necessità a fronte di nuovi tagli di nuovi licenziamenti (cfr.  http://www.washingtonpost.com/world/ national-security/defense-secretary-leon-panetta-warns-against-more-cuts-in-pentagon-budget/2011/08/04/gIQAWM8 AvI_story.html/).

[125] CBO, 1.7.2011, The Budget and Economic Outlook: Fiscal Years 2011 to 2021— Il bilancio e le previsioni  economiche: anni fiscali 2011-2021 (cfr. http://www.cbo.gov/doc.cfm?index=12039/).

[126] K. Marx (e F. Engels), Grundrisse— Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica (1857-58), ed. La Nuova Italia, Firenze ,1997.

[127] New York Times, 1.8.2011, E. Bumiller, Pentagon Faces Possibility of Hundreds of Billions in Spending Cuts Over 10 Years Il Pentagono di fronte alla possibilità di dover tagliare nei prossimi dieci anni centinaia di miliardi delle sue spese. [Ma, anche qui: forse ha ragione lei, che così fa come è usa fare un po’ il soffietto al Pentagono: quella del presidente, che anche questi tagli sono sul tavolo della discussione, forse è promessa di marinaio…].  

[128] New York Times, 31.7.2011, B. Appelbaum e K. Rampell, From Spending to Cuts, While the Economy Stalls—.

[129] New York Times, 31.7.2011, P. Krugman, The President Surrenders Il presidente si è arreso.

[130] New York Times, 14.8.2011, W. E. Buffett, Stop Coddling the Super-Rich Piantatela di coccolare i super-ricchi.

[131] EPI, 4.8.2011, A Fieldhouse e E. Pollack, Debt ceiling deal threatens jobs, economic growth L’accordo sul [l’aumento del] tetto del debito minaccia lavoro e crescita dell’economia (cfr. http://www.epi.org/publications/entry/7413/).

[132] New York Times, 26.8.2011, Second Quarter GDP Revised Down To 1% Il PIL del 2° trimestre rivisto al ribasso fino ad una crescita dell’1%.

[133] US Department of Commerce, 30.7.2011, GDP average growth first half 2011 Crescita media del PIL nella prima metà del 2011 (cfr. http://www.commerce.gov/search/node/GDP%20average%20growth%20firsdt%20half%202011/).

[134] Marketwatch, 29.7.2011, R. Nutting, Corporate profits’ share of pie most in 60 years - Profits soar even as GDP and people limp along La parte della torta che va ai profitti di impresa è al massimo da 60 anni – I profitti salgono alle stelle mentre il PIL e la gente arrancano (cfr. http://www.marketwatch.com/story/corporate-profits-share-of-pie-most-in-60-years-2011-07-29/).

[135] 1) The Economist, 27.8.2011; 2) Congressional Budget office (CBO), Updated budget and economic outlook Bilancio e previsioni economiche aggiornate (cfr. http://www.cbo.gov/).

[136] China Daily, 2.8.2011, Li Xiang e Li Xing, intervista con Chen Daofu del Policy Research Center di Pechino, China’s Foreign Reserves Dilemma Il dilemma delle riserve valutarie estere della Cina [che pure sono scese precipitosamente, dai 1.611 di fine 2010 a 1.159 miliardi di $ del fine maggio 2011] (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/cndy/2011-08/02/content_1302 8567.htm/).

[137] The People’s Bank of China, 5.8.2011, Governor Zhou Xiaochuan on the Pass of Budget Control Act of 2011 by the  U.S. Congress Il governatore Zhou Xiaochuan sul passaggio da parte del Congresso americano dell’ Atto di Controllo del Bilancio 2011 (cfr. http://www.pbc.gov.cn/publish/english/955/2011/20110803005649524654819/20110803005649524 654819_.html/).

[138] 1) New York Times, 5.8.2011, U.S. Posts Stronger Job Growth in July Gli USA vedono a luglio una crescita più forte di posti di lavoro; 2) Dipartimento del lavoro (BLS), 5.8.2011, The Employment situation July 2011, USDL-11-1151, Payroll employment rises 117,000 in July; unemployment rate changes little (9.1%)— L’impiego in busta paga [ufficiale, cioé] sale di 117.000 unità a luglio; il tasso di disoccupazione quasi non cambia: è al 9,1% (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm/); 3) EPI, Washington, D.C., 5.8.2011, H. Shierholz, Job growth in low gear La creazione di posti è assai fiacca (cfr. http://www.epi.org/quick_takes/entry/job_growth_in_low_gear/); 4) New York Times, 5.8.2011, C. Rampell,  Length of Unemployment Continues to Break Records La durata della disoccupazione continua a battere tutti i records.

[139] Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), 9.8.2011, USDL-11-1185, Productivity and Costs, Second Quarter 2011, Preliminary— Produttività e costi, 2° trimestre 2011, dati preliminari (cfr. http://www.bls.gov/news.re lease/prod2.nr0.htm/).

[140] NWU (Boston, Mass.), A. Sum e J. McLaughlin,How the Economic Output Recession of 2007-2009 Led to the Great Recession in Labor Markets: The Role of Corporate Job Downsizing, Work Hour Reductions, Labor Productivity Gains, and Rising Corporate Profits Come la recessione dell’economia del 2007-2009 ha portato alla grande recessione sul mercato del lavoro: il ruolo del downsizing di impresa, della riduzione di orari lavorati, dei guadagni di produttività del lavoro e dei profitti d’impresa (cfr. http://www.northeastern.edu/clms/wp-content/uploads/ How_the_U.S._Economic_Output_Recession_of_20072009_Led_to_the_Great_Recession_in_Labor_Markets.pdf/).

[141] Guardian, 24.8,2011, S. Kohn, Profit on Wall Street, recession on Main Street Profitti per chi fa finanza¸ recessione per chi fa economia reale.

[142] Federal Reserve, 9.8.2011, Comunicazione stampa (cfr. http://www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/ 20110809a.htm/).

[143] Wall Street Journal, 12.2.2010, B. Davis, IMF’s top economist suggests higher inflation rate L’economista capo del FMI suggerisce un tasso d’inflazione più alto (cfr. http://www.theaustralian.com.au/business-old/news/imfs-top-economist-suggests-higher-inflation-target/story-e6frg90x-1225829673235/).

[144] Rigoletto, Atto II, Scena IV.

[145] New York Times, 30.7.2011, B. Appelbaum, Taking a Closer Look at the Result of a Credit Downgrade Un’occhiata più da vicino al risultato di una svalutazione del credito.

[146] Wall Street Journal, 6.10.2011, M. Gongloff, US Has Already Defaulted, Says Chinese Rating Agency Agenzia di rating cinese afferma che gli Stati Uniti sono già in default (cfr. http://blogs.wsj.com/marketbeat/2011/06/10/us-has-already-defaulted-says-chinese-rating-agency/).

[147] New York Times, 6.8.2011, D. Barboza, China Tells U.S. It Must ‘Cure Its Addiction to Debt’ La Cina dice agli USA che devono ‘curare la propria dipendenza dal debito’.

[148] The Economist, 20.8.2011.

[149] New York Times, 17.8.2011, L. Story, U.S. Inquiry is Said to Focus on S.&P. Ratings Un’inchiesta americana mirata sui rating di  S&P.

[150] New York Times, 6.8.2011, L. Story, J. Creswell e G. Morgenson, Anger Over Credit Rating Resurfaces in Washington—.

[151] New York Times, 7.8.2011, P. Krugman, I heard it through the baseline L’ho capito subito, fin dal principio.

[152] Reuters, 2.8.2011, R. Younglai e A. da Costa, Insight: when rating agencies judge the world— [A proposito di] Giudizi: quando le agenzie di rating giudicano il mondo (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/08/02/us-ratings-insight-idUSTRE 7714TI20110802?feedType=RSS&feedName=everything&virtualBrandChannel=11563/). 

[153] Wall Street Journal, Rapporto finale della Commissione nazionale d’inchiesta sulle cause della crisi economica e finanziaria negli Stati Uniti, Conclusioni, p. xxv (cfr. http://online.wsj.com/public/resources/documents/fcic_final_repo rt_ full_opt.pdf/).

[154] New York Times, 8.8.2011, P. Krugman, Aaauuuggghhh! Market Commentary Aaauuuggghhh! Il commento del mercato.

[155] New York Times, 7.8.2011, C. Rampell, Second Recession in U.S. Could Be Worse Than First In America, la seconda recessione potrebbe essere anche peggiore della prima.

[156] Reuters, 29.7.2011, Z. Karabell, The Great Debate: Debt Police Go Rogue I poliziotti del debito diventano canaglie (cfr. http://blogs.reuters.com/great-debate/2011/07/29/debt-police-go-rogue/).

[157] CEPR, 2.8.2011, Beat the Press Facendo le pulci alla stampa, D. Baker, What Does a Downgrade of U.S.Debt Mean?—  Ma che vorrebbe davvero dire una svalutazione del debito americano?

[158] M. Moore.com, 5.8.2011, The Day the Middle Class Died Il giorno che morirono i ceti medi [americano fino ai capelli com’è, e malgrado la sua acuta “opposizionite”, Michael Moore chiama ceti medi ma che da noi – vedi la descrizione che ne fa – una volta si chiamavano operai  e oggi ancora si chiamano lavoratori] (cfr. http://www.michaelmoore.com/words/mike-friends-blog/30-years-ago-today/).

[159] New York Times, 29.8.2011, (A.P.), Afghans Scuttle US-Taliban talksGli afgani mandano all’aria i colloqui americano-talebani.

[160] Stars and Stripes, 6.8.2011, 31 Americans killed in helicopter crash, Afghanistan president says 31 americani uccisi per la caduta di un elicottero, comunica il presidente dell’Afganistan (cfr. http://www.stripes.com/31-americans-killed-in-heli copter-crash-afghanistan-president-says-1.151345/).

[161] 66 militari americani, finora [e in tutto il 2011, 299; per tutte la forze ISAF, 402; di cui 41 italiani]: New York Times, 30.8.2011, (A.P.), August ìs deadliest month for U.S. in Afghanistan— Agosto è il mese con più morti americani in Afganistan.

[162] Guardian, 8.8.2011, Reuters, Nato helicopters crash-lands in Afghanistan Elicotteri della NATO costretti ad atterraggi forzati in Afganistan

[163] The Express Tribune (Karachi), 1.8.2011, K. Yousaf, Looking towards East: Spy chief on a mission to Beijing Guardando ad Est: il capo dello spionaggio [militare]in missione a Pechino (cfr. http://tribune.com.pk/story/221259/cias-paki stan-chief-leaves-country/).

[164] Dawn (Karachi), 15.8.2011, Pakistan let China see “stealth” chopper from bin Laden raid Il Pakistan ha lasciato  che la Cina desse “un’occhiata” all’elicottero a tecnologia stealth del raid contro bin Laden (cfr. http://www.dawn.com/2011/08/ 15/pakistan-let-china-see-stealth-chopper-from-bin-laden-raid-ft.html/).

[165] Uno che può solo vantare il merito politico di essere il vedovo della signora Benazir Bhutto, il cui assassinio nel gennaio del 2008 lo ha portato del tutto inaspettatamente, e immeritatamente, alla presidenza e che adesso ha appena decretato che “qualsiasi battuta poco rispettosa nei suoi confronti inviata per SMS, e-mail o via Twitter è punibile con 14 anni di prigione come offesa al capo dello Stato (cfr. The Telegraph, 21.7.2011, I. Wilkinson, Pakistan president Asif Zardari bans jokes ridiculing him Il presidente del Pakistan Asif Zardari proibisce le barzellette che lo ridicolizzano, cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/pakistan/5878525/Pakistan-president-Asif-Zardari-bans-jokes-ridiculing-him.html/).

   Prima della morte della moglie, Zardari era famoso perché tutto il paese lo chiamava, davvero all’unanimità, “Mr.10 per cento”. Indovinate perché?

[166] Comunicato dell’Ufficio di Presidenza della Repubblica Islamica del Pakistan, 1.8.2011 (cfr. http://www.presidentof pakistan.gov.pk/scrctPrivatePhp/readHomeBannerNews.php?intRand=4318580572&lang=en/).

[167] Indian Review of Global Affairs (IRGA), 24.8.2011, Pakistan: U.S. Embassy Asked To Phase Out’ Officials’ - Report Notizie della richiesta da parte del Pakistan agli USA di ritirare dal paese [molti] ‘funzionari’: le fonti citate dall’agenzia specializzata indiana sono fonti di stampa, il quotidiano di Karachi The Observer e la Tv sempre di Karachi, The Nation

[168] Agenzia NightWatch, 25.8.2011, Pakistan’s denial… La smentita del Pakistan… (cfr. http://www.kforcegov.com/Ser vices/IS/NightWatch/NightWatch_11000175.aspx/).

[169] New York Times, 3.8.2011, M. S. Schmidt, Iraq to seek extended US troops presence L’Iraq cercherà di prolungare la presenza di truppe americane.

[170] Il 3.2.1998, un Grumman EA-6B Prowler da addestramento dei Marines di stanza ad Aviano andò, mente faceva bravate aeree passando sotto la funivia del Cermis, in val di Fiemme, ad urtare e tranciarne il cavo portante causando la caduta della cabina e la morte di 19 cittadini e del manovratore: sette tedeschi, cinque belgi, tre italiani, due polacchi, due austriaci e un olandese.

   L’Italia fece le mosse per processare i piloti colpevoli ma, dopo anni, scoprimmo tutti quello che i responsabili del governo sapevano perfettamente ma avevano tenuto segreto, nelle parti cruciali, anche al parlamento che lo aveva ratificato: che non avevamo proprio il diritto di processare nesuno, avendovi rinunciato nel 1951 con la firma dello Status of Forces Agreement tra Stati Uniti e Italia (NATO Basic Documents, London SOFA, 19.6.1951, cfr. http://www.nato.int/docu/basictxt/b510619a.htm/: specie l’art,. VII) che lo riservava solo agli americani. Al processo, così, tenuto in America, il pilota e il copilota, che avevano distrutto anche le registrazioni di bordo, vennero prima assolti poi degradati e, infine, il primo dovette scontare… quattro mesi di detenzione  a domicilio coatto. Punto e basta. Alla faccia delle vittime e della giustizia.

[171] The Iraqi Dinar, 27.7.2011, Sadrists: We will go to UN if U.S. stay I sadristi: ricorreremo all’ONU se gli USA restano [una minaccia ridicola in realtà, se a chiederglielo fosse formalmente alla fine il governo iracheno che… essi stessi sostengono] (cfr. http://theiraqidinar.com/2011/07/27/sadrists-we-will-go-to-un-if-u-s-stay-2/).

[172] Fox news, 2.8.2011, Mullen wants immunity for GI’s to stay in Iraq Mullen vuole l’immunità perché i soldati americani restino in Iraq (cfr. http://www.foxnews.com/world/2011/08/02/mullen-us-troops-must-have-legal-immunity-to-stay-in-iraq/).

[173] Iraq Poll February 2009, 13.3.2009, dati raccolti nell’ultima settimana del febbraio 2009 (cfr. http://news.bbc.co.uk/ 2/shared/bsp/hi/pdfs/13_03_09_iraqpollfeb2009.pdf/).

[174] New York Times, 31.7.2011, E. Bronner, Israelis Feel Tug of Protests,Reviving the Left’s Spirits Israele sente la forza della protesta che ridà anche forza allo spirito di sinistra.

[175] New York Times, 3.8.2011, N. D. Kristof, Seeking balance on the Mideast Alla ricerca di equilibrio per il Medioriente.

   Kristof riferisce che, come sempre quando scrive su Israele, gli arriva addosso inevitabile l’accusa di usare due pesi e due misure: perché lui sarebbe sempre pregiudizialmente, dicono, contro Israele… E spiega – con una motivazione che in larga parte faremo nostra – che sì, è vero: lui riconosce di “non versare tanto inchiostro a denunciare violazioni anche più gravi dei diritti umani, diciamo, in Siria. Ma il fatto è che io – spiega – da Israele pretendo, effettivamente, di più, in parte perché i dollari delle mie tasse forniscono armi ed aiuti proprio a Israele [e con grande abbondanza: vedi il foglio sugli Aiuti statunitensi, economici e militari, a Israele: storia e attualità, in Jewish Virtual Library, M. Bard, 13.1.2010, cfr. http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/US-Israel/foreign_aid.html/].

   Il fatto, conclude l’A., è che io, “ad alleati democratici del mio paese come Israele, applico pesi e misure più stringenti — proprio come faccio per gli Stati Uniti stessi”. E, a parte l’ingenuità tutta americana di Kristof  nel dare ancora per scontata, malgrado tutto e tutto quanto si sa, che dà per scontata la natura cristallinamente democratica in sé, e comunque, di America ed Israele, sembra anche a noi che sia giusto comunque applicare un criterio di due pesi e due misure più esigente a chiunque democratico e rispettoso dei diritti umani si proclami di fronte al mondo, rispetto a chi neanche ci prova…

[176] Invisible Arabs, 19.8.2011, P. Caridi, Negev, e altro (cfr. http://invisiblearabs.com/?p=3393/).

[177] YNet (Tel Aviv), 22.8.2011, H. Daum, Don’t Invade Gaza Strip Non invadete la striscia di Gaza (cfr. http://www.ynet news.com/articles/0,7340,L-4112144,00.html/).

[178] The Oil Drum, 3.8.2011, Agenzia Mehr (Teheran), Iran Central Bank: Turkey not part of India oil payments La Banca centrale dell’Iran: la Turchia non è il tramite del pagamento del petrolio dall’India (cfr. http://www.theoildrum. com/node/8214/).

[179] Indian Express, 15.8.2011, Iran says India paid two thirds of oil debt L’Iran afferma che l’India ha pagato I due terzi del suo debito petrolifero (cfr. http://www.indianexpress.com/news/iran-says-india-paid-two-thirds-of-oil-debt/832185/).

[180] Al Jazeera, 3.8.2011, Iran’s parliament approves new oil minister Il parlamento dell’Iran approva il nuovo ministro del Petrolio (cfr. http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2011/08/201183135510621346.html/).

[181] Al-Manar (Beirut), 9.8.2011, Iran MP: Iran to Build More Nuclear Plants Un parlamentare iraniano annuncia che il suo paese costruirà [o, meglio, si farà costruire; forse, adesso, dalla Cina  visto che la Russia recalcitra…] altri impianti nucleari (cfr. http://www.almanar.com.lb/english/adetails.php?eid=24016&frid=23&seccatid=32&cid=23&fromval=1/).

[182] Agenzia Mehr (Teheran), 14.8.2011, Bushehr power plant to be connected to national grid by Aug. 30— L’impianto nucleare di Bushehr sarà collegato alla rete nazionale entro il 30 agosto (cfr. http://www.mehrnews.com/en/NewsDe tail.aspx?pr=s&query=davani%20bushehr%20nuclear%20&NewsID=1383576/)

[183] KRVS, 17.8.2011, Russia hopes Iran talks will be based on Moscow ideas La Russia spera che i colloqui sull’Iran si baserano sule proposte di Mosca (cfr. http://www.publicbroadcasting.net/krvs/news.newsmain/article/0/0/1841259/ World/Russia.hopes.Iran.talks.will.be.based.on.Moscow.ideas/).

[184] Agenzia RT, 24.8.2011, Iran launches missile case against Russia L’Iran porta in giudizio la Russia nel caso dei missili [antiaerei pagati e mai consegnati] (cfr. http://rt.com/news/c-300-iran-contract-037/).

[185] Agenzia RT, 25.8.2011, Russia surprised by Iran's lawsuit over S-300 contract La Russia è sorpresa dalla causa aperta dall’Iran sul contratto relativo agli S-300 (cfr. http://rt.com/politics/news-line/2011-08-25/#id16949/).

[186] Agenzia Press Tv (Teheran), 31.8.2011, Iran takes Russia to arbitration court L’Iran porta la Russia davanti al tribunale di arbitrato (cfr. http://www.presstv.ir/detail/196651.html/).

[187] Washington Post, 5.8.2011, N. Irwin, Markets plummet on global economic fears I mercati crollano a causa di timori economici di portata globale (cfr. http://www.washingtonpost.com/business/economy/markets-plummet-on-global-econo mic-fears/2011/08/04/gIQALFdBvI_story.html/).

[188] Guardian, 16.8.2011, G. Wearden, German economic slowdown raises fresh eurozone fears Il rallentamento dell’economia tedesca accresce nuove timori per l’eurozona.

[189] The Economist, 27.8.2011.

[190] New York Times, 24.8.2011, J. Ewing, Business Confidence Slips in Germany— In Germania, scivola indietro la fiducia del mondo degli affari

[191] Cfr. New York Times, 15.7.2011, I risultati degli stress test alle banche europee, in Nota congiunturale 8-2011. 

[192] New York Times, 15.8.2011, G. Brown, Saving the Eurozone Per salvare l’eurozona.

[193] Center for Economic and Policy Research (CEPR), Washington, D.C., 7.2011, D. Baker, Work Sharing: The quick route back to full employment La ripartizione del lavoro, la strada veloce verso il ritorno al pieno impiego (cfr. http://www. cepr.net/documents/publications/work-sharing-2011-06.pdf/). 

[194] New York Times, 12.8.2011, L. Alderman, French Economy Ground to Halt in 2nd Quarter— L’economia francese si blocca del tutto nel 2° trimestre.

[195] The Economist, 13.8.2011.

[196] Market Watch, 10.8.2011, Cost to insure French debt jumps Si impenna il costo per assicurare il debito francese (cfr. http://www.marketwatch.com/story/cost-to-insure-french-debt-jumps-2011-08-10-107110/).

[197] New York Times, 12.8.2011, L. Story e S. Castle, Four European Nations to Curtail Short-Selling Quattro Stati europei freneranno le vendite in borsa allo scoperto.

[198] New York Times, 12.8.2011, L. Story e L. Alderman, Global Jitters Gather Over State of Société Générale Le turbolenze globali si addensano sullo stato della Société Générale.

[199] The Economist, 13.8.2011.

[200] The Economist, 20.8.2011.

[201] The Economist, 20.8.2011.

[202] Agenzia Bloomberg, 4.8.2011, Yen Drops Versus Dollar, Euro After Bank of Japan Intervention Lo yen cade nei confronti di dollaro ed euro, dopo l’intervento della Banca del Giappone (cfr. http://www.businessweek.com/news/2011-08-04/ yen-drops-versus-dollar-euro-after-bank-of-japan-intervention.html/).

[203] The Economist, 13.8.2011.

[204] New York Times, 23.8.2011, H. Tabuchi, Moody’s Cuts Japan’s Rating One Notch, Citing Its Giant Debt Moody’s taglia il rating del Giappone di un livello, citando il suo debito gigantesco.

[205] Stratfor, 19.8.2011, Japan: Tokyo Offers Infrastructure Aid For Rare Earth Rights Giappone: Tokyo offre aiuti in  infrastrutture in cambio di diritti sulle terre rare (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110819-japan-tokyo-offers-infra structure-aid-rare-earth-rights/).

[206] Guardian, 8.8.11, M. Dusinberre, After Fukushima, Japan’s ‘authority myth’ is crumbling In Giappone, si sgretola il ‘mito dell’autorità’.

[207] New York Times, 8.8.2011, N. Onitshi e M. Fackler, Japan Held Nuclear Data, Leaving Evacuees in Peril In Giappone, tennero nascosti i dati sul disastro nucleare lasciando gli sfollati in pericolo.

[208] The Economist, 13.8.2011.

[209] Kyodo News, 29.8.2011, T. Karube, Noda to become Japan's new PM after winning DPJ election Con la vittoria interna nel PD, Noda è il primo ministro del Giappone (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/2011/08/111571.html/).

[210] Xinhua, 29.8.2011, edit., Japan's new PM needs to respect China's core interests, development demands Il nuovo PM del Giappone deve rispettare gli interessi di fondo della Cina e le sue esigenze di sviluppo (cfr. http://news.xinhuanet.com/ english2010/china/2011-08/29/c_131082001.htm/).

[211] Reuters Africa, 12.8.2011, L. Sieg e S. Takenaka, Japan says to set up new nuclear safety watchdog Il Giappone afferma che sta mettendo in piedi una nuova agenzia di supervisione della sicurezza nucleare (cfr. http://af.reuters.com/article/ worldNews/idAFTRE77B1Q220110812/).