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     09. Nota congiunturale - settembre 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc271062717 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc271062718 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc271062719 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc271062720 \h 2

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc271062721 \h 2

EUROPA.. PAGEREF _Toc271062722 \h 2

STATI UNITI. PAGEREF _Toc271062723 \h 2

GERMANIA.. PAGEREF _Toc271062724 \h 2

FRANCIA.. PAGEREF _Toc271062725 \h 2

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc271062726 \h 2

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc271062727 \h 2


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Si affretta a dire Tremonti, dopo che solo l’astensione il 4 agosto ha salvato il governo dalle dimissioni (meno della metà della Camera ha respinto la mozione che dimissionava forzatamente il sottosegretario alla Giustizia Caliendo, uomo della P-2 e ora anche della P-3, e di fatto, se fosse passata, avrebbe dimissionato pure il Berlusca: e lui stesso d’ora in poi è ostaggio di Gianfranco Fini) che “un’eventuale crisi, se ci sarà, non avrà effetti sui conti pubblici”…

Certo, sui mercati, chi un po’ di coscienza e di senso civico ce l’ha (alcuni ce ne sono, anche lì…) tirerebbe pure lui un gran respiro di sollievo se cascasse il governo; ma, senza coscienza come sono in genere i mercati – avete presente il jingle banalotto anzichenò di Che banca!? quello che i suoi risparmi li mette appunto in Che Banca!, del gruppo Mediaset …per capirci – a crederci davvero non c’è proprio nessuno oltre a lui, con quella faccia da Brighella che si ritrova.

Non ci crede neanche il suo sottosegretario, il prof. Mario Baldassarri – che, però, non è un commercialista ma, al contrario di lui, davvero un economista (della scuola di Modigliani, poi) che non ci sarebbero ripercussioni sui conti pubblici: con €370 miliardi da pagare di qui agosto a fine anno, a dicembre— in quattro mesi: 100 miliardi di € al mese, dice alla 7,[1] a crederci sono solo i polli…

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il NYT sta conducendo una sua appassionata campagna sul pericolo della tendenza demografica che vede in aumento la popolazione delle aree sottosviluppate del mondo e in calo, per contro, quella del mondo sviluppato a causa della differenza nei tassi di natalità. Grande è l’allarme che lancia, in particolare, per il rapporto crescente tra pensionati e lavoratori attivi[2]*: che rovinerebbe l’economia.

Ora, ci possono esser diverse ragioni per paventare esiti come questi. Ma quella puramente economica, francamente, non ci pare la più rilevante. Infatti, se aumenta il rapporto tra chi va in pensione e i lavoratori in attività è pur vero che sta aumentando già da un secolo a questa parte: il secolo in cui proprio i paesi più ricchi sono diventati sempre più ricchi, dopotutto. E la dipendenza maggiore della popolazione che invecchia da quella attiva viene compensata numericamente, di fatto, dalla minore dipendenza della popolazione infantile che diminuisce.

Insomma, avremmo una società con più vecchi e meno bambini. Non sarà bella, sicuro, ma non è detto che sia necessariamente né drammaticamente più povera. E, poi, come sempre da cent’anni a questa parte a prendersi cura della creazione di risorse di cui c’è bisogno nelle nostre società c’è l’aumento costante di produttività. E il problema che avremo sarà quello della distribuzione: del criterio con cui la ricchezza verrà ridistribuita tra chi la produce e chi no. Che, però, sarà anche probabilmente la maggioranza delle persone…

E poi si saranno altri problemi drammatici: per dire, pensiamo anche solo all’immigrazione… ma non sarà un problema di risorse carenti. Bensì, come sempre, di giustizia carente semmai nella loro distribuzione. Appunto…

In ogni caso, e tanto per fare… chiarezza sulla natura di questa crisi, ci sembra utile segnalare per pensarci un po’ sopra (e forse non farsi prendere per i fondelli, alla fine) alcuni fatti che, francamente, sembrano andare un po’ controtendenza o, almeno, contro la lettura “normale” che ne dà la maggioranza, di economisti, di politici, di opinione pubblica, e anche di uomini d’affari. Il fatto è che parliamo tutti di crisi, no, e magari anche al plurale. Ma bisognerà anche capirsi bene. Infatti, di quali crisi davvero parliamo, se i profitti stanno salendo alle stelle?

Nel primo trimestre del 2010 i profitti delle società per azioni alle borse di New York e di Londra sono saliti in media dal 20 al 100%[3]. Certo, sulla sostenibilità di questo balzo in avanti si può discutere, è vero. Ma, di fatto, i profitti sono ora schizzati a livelli medi superiori a quelli precedenti l’inizio della recessione nel 2008[4]. E il fenomeno cresce quanto più crescono le dimensioni delle imprese, delle corporations, in questione[5].

Il senso che balza agli occhi da queste prime riflessioni – sulle quali ci riserviamo altri approfondimenti – è comunque che – paradossalmente ma, in realtà, poi non troppo… – mentre i redditi sono effettivamente diminuiti, la domanda è effettivamente calata, la disoccupazione e il lavoro precario sono saliti dovunque, non è calata altrettanto la produzione, fatta però con meno lavoratori – e a costi più bassi – e sono migliorati i conti delle aziende. E, con essi, senza remora alcuna, anche, e come, i profitti[6]

Da tenere presente, secondo chi scrive, il verdetto che dà uno dei top columnists del NYT [7], dopo aver parlato con esperti, americani e tedeschi, di ogni colore e tendenza politica sulla situazione dell’economia, americana, europea e mondiale: che “le cose stano andando così: le cose vanno meglio, quando non vanno peggio; i salvataggi funzionano, se non dove invece non funzionano; le cose andranno leggermente meglio, se non dove andranno peggio; lo sapremo ormai presto, a meno di non saperlo”. Chiarissimo, no?

In Australia, elezione sbiadita e insipida tra i laburisti di Julia Gillard e i conservatori di Tony Abbott che hanno entrambi qualificato la loro campagna con una rincorsa al centro preoccupata solo di non distinguersi dall’avversario più che di conquistare nuovi voti. I laburisti sono riusciti in effetti a perdere un’elezione che non sembrava neppure possibile perdere per un governo di centro-sinistra.

Uscivano da tre anni di governo, con il premier defenestrato in un golpe interno di palazzo dai laburisti stessi tre mesi fa, Tony Rudd, che aveva fatto dell’economia australiana l’unica tra i trentadue paesi dell’OCSE a non passare per le forche caudine della recessione, mantenendo un massimo di disoccupazione al 5%.

Ma due mesi fa ai laburisti era venuto il ballo di San Vito. S’erano impauriti, per molti di loro Rudd era troppo di sinistra: pensate che parlava perfino di aumentare un po’ le pensioni, tassando per pagarle come per continuare a tenere in piedi un welfare decente del 5% i superprofitti delle grandi compagnie minerarie... l’industria più importante del paese.

Aveva anche osato parlare di mettere sotto controllo i gas serra come della “più grande sfida morale del nostro tempo”, mettendo in  agenda la necessità di fare i conti con la scarsità d’acqua che affligge il paese e quella crescente di terra arabile che il riscaldamento globale tende a restituire alla desertificazione.

Ma poi, su questo punto, minacciato dall’interno del partito e dalla sua stessa vice premier aveva ceduto… ma al partito non era bastato. Una vera e propria congiura di palazzo così l’ha fatto fuori e un partito che aveva tutte le carte in regola per vincere, impaurito del suo stesso coraggio dalla propaganda feroce dell’avversario conservatore – ma se tutto il mondo va a destra come osi tu portarci a sinistra? anche se, ovviamente, molto moderatamente a sinistra – l’ha liquidato. E poi ha giurato che le gente, contenta di averglielo visto fare, gli avrebbe dato ancora più voti.

E così ha perso, anticipando per di più, senza essere costretto a farlo, le elezioni avendo chiaramente dimostrato di non essere in grado neanche di governare se stesso mentre chiedeva di governare il paese. E questo è, ci pare, il fattore più efficace per battere ogni e qualsiasi partito che anticipasse le elezioni mentre è al governo.

Insomma, la corsa tra laburisti e conservatori è stata una monumentale rincorsa a dimostrare chi dei due fosse più grigio in una campagna segnata dal terrore di rischiare anche il minimo e solo preoccupata di evitare qualsiasi elemento che potesse, non sia mai, sembrar differenziare l’uno dall’altro partito.

Il risultato, ancora una volta, giustamente e inevitabilmente a questo punto, è sfociato in un’assenza di maggioranza. 71 voti per i laburisti e 71 per la coalizione di liberali e nazionalisti alla Camera che non consentirà la formazione di un governo monocolore[8] ma obbligherà, pare, a una qualche coalizione incapace di misure serie.

E saranno adesso cinque deputati del tipo mi si rizzi, tra verdi e indipendenti, di loro natura conservatori ma odiati da e aventi in odio profondo il partito conservatore l’ago della bilancia: hanno guadagnato voti, pare, proprio per la rinuncia dei laburisti a applicare fino al 2012 la legge che avevano pure voluta e che metteva un tetto alle emissioni di gas serra. Forse, adesso, i laburisti tenteranno di far maggioranza solo con gli indipendenti eletti alla Camera ma, al Senato, i pochi Verdi (più che alla Camera) sono decisivi…

E sarebbe, in qualche modo, la vendetta della storia se il capo dei conservatori Abbott che ha caratterizzato la sua campagna sull’unico slogan davvero impegnativo che definiva, pare un po’ troppo semplicisticamente, una “ca***ta” il problema del riscaldamento globale, coi laburisti che essendosi “liberati” di Rudd – quello invece della “più grande sfida morale del nostro tempo” – neanche osavano controbattere, condannato a restare forse all’opposizione proprio dal voto dei verdi. Così come sarebbe intrigante vedere i laburisti costretti a riprendere in qualche modo la bandiera dell’ecologismo dalla polvere in cui l’avevano improvvidamente buttata via. Anche se lo dovrebbero fare, ormai, comunque senza Rudd…

Una campagna, insomma, e anche un’elezione farsa e fuffa, questa australiana, segnata poi dalla stramberia, a andarci leggeri, della pubblicazione, proprio la settimana delle elezioni, di un romanzo di fantapolitica scritto dalla figlia dell’ex premier laburista Kevin Rudd che descrive con mille dettagli il complotto dei pavidi, della sua vice primo ministro che, all’interno del partito al governo, ha costretto un premier alle dimissioni sostituendolo lei stessa… e portando, per la prima volta nella storia del paese, un partito al governo a perdere le elezioni senza riconfermarsi almeno una volta.

Il PIL dell’India cresce, nel secondo trimestre, dell’8,8%[9].

Gli eventi importanti del mese che viene: 

• A parte la convocazione in Italia di un parlamento ormai fibrillante – l’8 settembre: data forse fatidica per la seconda volta –  che dovrebbe fare la conta, speriamo un po’ più seriamente, su cose che davvero obbligherebbero perfino questo primo ministro a tirare le conclusioni – non un voto di sfiducia individuale, per capirci, ma una proposta di legge – nel mese gli altri principali appuntamenti sono, per questo settembre,

• il referendum costituzionale in Turchia: che darebbe maggiori poteri al parlamento rispeto ad esercito e magistratura;

• le elezioni parlamentari in Svezia e in Venezuela;

• incontro del Politburo del partito comunista della Corea del Nord (sulla futura leadership?).

in Cina

Sempre forte la crescita del PIL, ma in via di stabilizzazione pur su livelli assai alti, sempre i più alti del mondo. Rallentano alquanto, infatti, i ritmi[10] di produzione industriale, investimenti fissi, vendite al dettaglio e non causalmente ma per la decisione politica, annunciata, delle autorità che guidano qui i ritmi economici.

Devastanti e costose, ovviamente – e stavolta è difficile calcolarle nell’aumento del PIL. Sono sottrazioni nette e pesanti alla ricchezza collettiva – le inondazioni scatenate dall’incuria totale con cui la Cina ha trattato, per troppi anni, la natura: che, adesso, si vendica: come da noi, proprio come da noi ma a dimensioni moltiplicate come quelle del territorio e della popolazione di questo paese: disboscamenti selvaggi, incuria generalizzata…

Fra le misure che gli ambienti finanziari internazionali non si aspettavano, la misura del sistema bancario che frena la concessione di nuovi crediti e, a sua volta, frena la liquidità. Vengono emessi a luglio, così, 533 miliardi di yuan ($78,7 miliardi), un centinaio in meno rispetto a giugno.

Intanto, però, diventa ufficiale – anche se la notizia è molto più pompata da noi che da loro – quanto era già stato annunciato da tempo: è la Banca centrale del Giappone stavolta a annunciare che la sua economia è cresciuta, nel secondo trimestre, di circa $1.280 miliardi, al di sotto dei $1.330 miliardi di aumento registrato dall’economia della Cina. E’ un risultato, dice la BoJ, che ormai a fine anno garantisce il sorpasso[11].

Qui ormai sembra che facciano tutto più in fretta, e più in grande ma non sempre meglio di certo, che da noi in occidente: una coda di traffico sull’autostrada che collega Pechino al Tibet (dovuta, come spesso succede anche da noi, pare a lavori di miglioramento dell’autostrada esistente) è durata nove giorni sgranandosi per oltre 100 km., ci hanno detto le cronache[12].

E, adesso, dopo aver scavalcato, negli anni recenti e nell’ordine, Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania, davanti alla Cina ormai restano solo gli Stati Uniti d’America e, secondo la fonte, che assicura di tenersi prudente, entro il 2030 la sua economia scavalcherà anche il PIL degli Stati Uniti. Altre stime, meno prudenti ma sempre serissime – alcune grandi banche internazionali d’affari di Hong Kong e Macao ma anche la stessa Banca mondiale in un pronostico dello scorso giugno – parlano addirittura del 2020[13]. Insomma, come diceva – o avrebbe detto? – Napoleone a Sant’Elena, “quand la Chine s'éveillera, le monde tremblera”…

Il calcolo, fatto a un tasso di cambio più realistico, dice che la Cina aveva passato il Giappone già da qualche anno (nel 2009 la CIA lo dava già, come abbiamo ricordato più volte a un effettivo potere di acquisto di $8.748.000.000.000 miliardi, quattro-cinque volte quello ufficiale e metteva il PIL nipponico alla metà, a $4.150.000.000.000[14].

Certo, solo cinque anni fa il PIL della Cina era a $2.300 miliardi, sì e no  metà al cambio ufficiale di quello giapponese. E, certo, la Cina sa bene che le resta moltissimo da fare e che un incidente può stare sempre dietro la porta. Sa, in ogni caso, che il Giappone ha un’economia assai matura e un tasso demografico molto basso. Loro hanno appena cominciato e sono secondi, con una popolazione molto giovane, nelle convulsioni di un’urbanizzazione accelerata e in condizioni di vita ancora largamente sottosviluppate per buona parte dei cittadini (il PIL pro-capite è ancora dieci volte sotto quello cinese, almeno nominalmente). Il che significa anche, però, che la Cina ha ancora molto spazio per crescere, anche se ha bisogno di imparare a ridistribuire la propria ricchezza.

Alla fine, fra venti-trent’anni, le gerarchie più o meno normali nella storia saranno ristabilite: i paesi che hanno la popolazione di gran lunga maggiore, Cina e India, torneranno a percentuali di ricchezza molto più normali, che tre secoli fa erano dopotutto le loro, una volta che si saranno sottratti a retaggi di sfruttamento intrinseci al modello che a forza, nell’800, venne da loro esportato dall’impero britannico, da quelli coloniali europei e, anche, dall’incipiente imperialismo statunitense.

I cinesi, loro, ci vanno cauti, insomma, senza esagerare nel trionfalismo, anzi moderando assai i toni. Scrive sul sito web in inglese traducendo l’editoriale del direttore Li Hong, il giornale del partito, il Quotidiano del Popolo, che “il paese non ha proprio ragione di autocompiacersi”. E ricorda il cammino assai lungo ancora da compiere per portare ogni cittadino cinese a un benessere decente[15].

Qualcuno, con cautela, comincia a mostrare anche qui, in effetti, qualche preoccupazione. Certo, è vero che se la Cina dovesse decidere di richiamare, cioè di mettere all’incasso, i suoi crediti in dollari, l’economia americana di botto collasserebbe. Ma il problema è, come è noto, che se devi €1.000 o $1.000 alla banca,  dopo sì e no un mese, ti prende per la gola, mentre se le devi 100 milioni di $ o di € ti lecca i piedi… Perché a quel punto non pagare il debito sarebbe molto meno doloroso, probabilmente, alla fine per il debitore che fallisce che per il creditore che si ritrova valuta, titoli, cambiali uguali a carta straccia…

Che è poi la ragione di fondo per cui, cautamente sempre, la Cina sta prendendo le distanze dal dollaro al quale era strettamente legata. E cerca di diversificare, cautamente per non mettere paura ai mercati, le sue riserve ridistribuendole su un paniere di monete. Delle quali però – euro, yen – non è che si fidi molto… anche se adesso pare che punti più sullo yen (v. qui, al capitolo sul GIAPPONE).

La crescita del tasso di inflazione, che a luglio tocca un livello elevato rispetto agli ultimi standard, il 3,3%, dovrebbe comunque resterà intorno al 3% per il resto dell’anno, data l’abbondanza di scorte alimentari e le aspettative sui prezzi in diminuzione, dice rassicurante la Commissione nazionale di Sviluppo e Riforma. Le vendite al dettaglio sono cresciute a luglio, anno su anno, del 17,9% arrivando a 1.225 miliardi di yuan ($180,8 miliardi), secondo l’Ufficio statistico nazionale. La Banca popolare di Cina, la Banca centrale, dichiara che i nuovi prestiti denominati direttamente in yuan cadono a luglio a 532,8 miliardi ($78,6 miliardi), 80 meno all’incirca del mese prima[16].

Botta e risposta tra il presidente dell’Am-Cham China, la Camera di commercio americana a Pechino, John D. Watkins, e il capo dell’Ufficio anti-monopoli del ministero del Commercio, Shang Ming. Alla costante lagnanza di molti imprenditori stranieri – che in Cina sono trattati male, che giocano sempre su un campo in dislivello e sempre a loro sfavore rispetto al mondo degli affari autoctono – Shang risponde secco “che in Cina tutte le imprese sono alla pari davvero – quelle di Stato, quelle private, quelle cinesi e quelle straniere, così come le stesse multinazionali – sotto la stessa legge antimonopolistica che non discrimina niente e nessuno”.

Certo, soggiunge – anche non poco sarcastico: e qui la cosa non è proprio usuale –  se poi uno viene in Cina e non parla cinese e vuole fare affari sempre in inglese forse poteva una volta ma, oggi, “qualche problema ulteriore, lo trova[17]

E’ probabile, però, comunica il portavoce del ministero del Commercio Yao Jian, che l’attivo della bilancia commerciale[18], per la fine dell’anno, si avvii a un ridimensionamento. Nel secondo trimestre, proseguendo la tendenza degli ultimi tre mesi, mentre le esportazioni continueranno a salire ma in misura più contenuta, le importazioni continueranno a crescere, accompagnando con l’ingresso di materie prime e macchinario industriale, un aumento medio costante dei redditi e forti investimenti in tecnologie di risparmio energetico, col paese che – dice Yao – resterà anche in futuro una forte base manifatturiera.

Una notizia in apparenza molto curiosa desta interesse a attenzione e meriterà di essere seguita, se non la lasciano, come qui da noi potrebbe ben capitare, cadere per disattenzione e/o lì non la riescono a “seppellire” tra le varie ed eventuali. E’ l’intervista del tutto inconsueta rilasciata da un maggior generale dell’Armata popolare, Liu Yazhou, alla rivista Phoenix di Hong Kong.

Il generale avverte i suoi superiori nel partito e i suoi colleghi dell’esercito che la Cina ormai deve scegliere: o abbraccia la democrazia all’americana o accetta di collassare come la vecchia Unione  sovietica. E’ un’estrema semplificazione, dirla così, ma in sostanza è quanto sostiene Liu. Gi Stati Uniti hanno successo – dice: cosa che però è tutta da dimostrare – perché dietro c’è un sistema che “lascia respirare i cittadini e libera la loro creatività” e bisognerà fare come loro. Ma generalizzare così, basta chiedere ai venti milioni di senza lavoro effettivi che ci sono lì, è tanto ingenuo quanto semplicisticamente pericoloso. A parte questo sprovveduto dar per scontato e di per sé ovvio che l’unica forma di democrazia possibile sia quella americana…

Intrigante davvero è che il gen. Liu sia stato promosso di recente da vice commissario politico dell’aeronautica popolare a commissario politico dell’università nazionale della Difesa. E’ un figlio dorato del sistema, Liu, il cui padre era lui stesso un generale e il suocero è Li Xiannan, uno degli “otto immortali” del comunismo cinese (Mao, Ciu En-lai, Deng Xiao-ping…) e che fu anche presidente della Cina. Ma, al contrario di altri figli del sistema, il gen. Liu utilizza il suo nome e il suo pedigree per ritagliarsi un qualche spazio di dissenso…

Ma stavolta scommette – e rischia – grosso: rovescia la lezione che Pechino tirò nell’89 dal crollo dell’URSS imputato agli eccessi della riforma politica. No – lui dissente, e con sicuro coraggio – è che, invece, arrivò troppo tardi e troppo lentamente[19]… Ora, da Liu si può anche dissentire e probabilmente – anche se, speriamo, solo in parte – non gli daranno retta. Ma sarà davvero di grande interesse, per vedere come le cose stano andando in Cina, vedere cosa il generale continuerà o non continuerà a poter fare…

Un altro maggior generale manifesta, in modo attento e molto mirato, un punto di vista che comprensibilmente è di certo, stavolta, quello del governo cinese. Il generale dell’Armata popolare di liberazione, Luo Yuan, sul giornale delle Forze armate, scrive che “se qualcuno mi attacca non ha ragione di meravigliarsi se io contrattacco”. Questa è policy, linea delle Forze armate cinesi: e  non sono, aggiunge, vuote parole.

Spiega che se “Washington spinge il proprio confine di sicurezza fino addosso a quello degli altri (il mar Giallo, il mar Cinese meridionale)” – e parla dichiaratamente delle ripetute manovre navali congiunte con la marina sud-coreana della VI flotta americana, appena al largo delle coste cinesi – dà il segno manifesto che la sicurezza degli altri per gli USA è cosa secondaria. Ma non è secondaria per gli altri. E questo lo devono arrivare a capire. E la Cina, che non vuole avere nessun nemico nel mondo, non è disposta ad essere da nessuno “angariata[20]

Intanto, a ferragosto, il Pentagono pubblica il Rapporto che il Congresso americano gli impone di aggiornare ogni anno e rendere pubblico, “Sugli sviluppi militari e di sicurezza che riguardano la Repubblica popolare di Cina[21]. Un documento che, da quando esce, suscita le ire di Pechino che non riconosce agli USA il diritto non tanto di descrivere “a modo loro fatti ed eventi” quanto di emettere su di essi valutazioni di merito e, ovviamente, di parte. Stavolta, il Rapporto sostiene che “la Cina ha fatto alcuni progressi quanto a trasparenza degli eventi in materia militare che la riguardano, ma non abbastanza”.

Pechino ribatte – con un portavoce scelto volutamente di seconda fila, dal ministero della Difesa, proprio per non dar importanza al’importanza che secondo la Cina questa presa di posizione ha – che il Pentagono tinteggia di un’ombra minacciosa quello che è un rafforzamento del tutto ragionevole delle posizioni cinesi ed esagera deliberatamente quella che chiama la minaccia verso Taiwan. In ogni caso, Pechino non consente a nessuno, neanche all’America – afferma – di dire quel che è abbastanza trasparente o non lo è: non per gli altri. Comunque non certo per la Cina [22]

Il Rapporto americano conclude che, con le sue nuove e maggiori capacità militari, la Cina potrebbe d’ora in poi contribuire agli sforzi di garantire interventi umanitari e di sicurezza a livello mondiale (scordatevelo, risponde in sostanza Pechino: i vostri interventi umanitari non sono coincidenti coi nostri…). “Purtroppo”, è l’altra conclusione, con le sue migliorate tecnologie capaci di interdire l’accesso al territorio cinese (navi, aerei, ecc.) la Cina è ormai in grado anche di tenere a distanza le forze armate americane (potete scommetterci, è la replica di merito dei cinesi…). E, “purtroppo”, aggiunge, la mancanza di trasparenza “aumenta il potenziale di malintesi e calcoli sbagliati” tra le due potenze (nel merito, su questo punto, non c’è risposta cinese).

Il capo del Comando militare degli Stati Uniti per il Pacifico, ammiraglio Robert Willard, ricordando che sono 150 anni ormai, dalla metà dell’800 che gli USA sono presenti con loro naviglio militare nell’area, afferma – parlando, dalle Filippine, proprio del Rapporto – che la nuova “assertività di parte cinese nel Mar cinese meridionale sta suscitando preoccupazioni non piccole in tutta la regione”: dove il termine assertività non significa, come in italiano, solo chiaro e netto ma anche forte, risoluto, deciso e prepotente…

Coi cinesi che gli rispondono subito che nessun paese “della regione” – e, in effetti, dal Mar cinese meridionale, gli USA distano alcune migliaia di km., almeno – ha sollevato con Pechino alcun problema particolare, augurandosi che se ne hanno li sollevino… ma è proprio quello che gli americani dimostrano chiaramente di non volere: vogliono, invece, parlare loro per la regione, come la chiamano[23]. Ma la nuova Cina, assertiva com’è, dopo aver scavalcato anche il Giappone, rifiuta di accettare che lo facciano… E’ un fatto nuovo. Ma ancor più nuovo è che l’America non è abituata a sentirselo dire così, papale papale. E, forse, ora ci si dovrà abituare.

Gli organi di stampa ufficiali hanno reso noto che il governo intende ridurre da 68 a 55 i reati per i quali è prevista anche la pena di morte.(questo paese ha il record assoluto nel mondo, certo anche per la popolazione, seguito nell’ordine da Iran, Pakistan e Stati Uniti d’America che se la battono per il terzo posto[24]…). Il contrabbando di reperti storici e archeologici e la falsificazione delle denunce fiscali sono due dei reati che non comporteranno più la pallottola alla nuca (una sola: per risparmiare). E questa è anche, di sicuro, un’operazione di PR[25].

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

In India, le esportazioni sono aumentate del 30,4% nell’anno a fine giugno, con importazioni in aumento del 23% ma un passivo di bilancia dei pagamenti che, dato il valore comunque superiore dell’import sull’export, sempre a giugno aumenta a $10,55 miliardi dai 9,4 di un anno prima[26].

La produzione industriale, a giugno, scende in Brasile di un 1% destagionalizzato in un mese, ma resta a +11,1% rispetto a un anno prima[27].

E, ormai alla vigilia delle presidenziali che dovrebbero eleggere Dilma Roussef del Partido do trabalho, con la benedizione del presidente uscente Lula contro il conservator-liberista (di etichetta, social-democratico) José Serra – che, nel tentativo probabilmente disperato e soprattutto vano di distinguersi e trovare alleanze  e quattrini, ha speso le ultime settimane della campagna all’attacco della politica estera “terzomondista” e antiamericana di Lula: senza grande fortuna perché, tra l’altro, è una politica assai popolare – forse è anche ora di fare il punto.

Partendo proprio dagli anni di Lula e da una realistica valutazione del rendimento economico dei suoi due mandati per questo immenso paese, non dalla favola bella, come ha detto lui stesso in uno degli ultimi comizi, di dove aveva sperato otto anni fa di portare il Brasile. E la realtà e che dei cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) il suo è il paese che è cresciuto di meno: tra 1998 e 2008 – rispettivamente – del 39, 94, 99 e 155%. E, a quel livello di sviluppo, quasi iniziale, i numeri grezzi contano: e contano molto[28].

Sotto la presidenza di Lula i progressi del paese negli snodi-chiave di un’economia che si va sviluppando, sono stati davvero significativi. Il PIL medio pro-capite è salito del 23%, rispetto al 3,5% degli anni (1995-2002) della presidenza Cardoso. Il tasso di disoccupazione ufficiale, quello misurato – comunque con gli stessi criteri di allora – è sceso quasi della metà, dall’11 al 6,9%. E il tasso di povertà, dal 2003 al 2008, è calato dal 38,7 al 25,8%[29].

Ma adesso il punto è tornato dov’era quando Lula è partito: ci vorrebbe – ci vuole – una politica economica più “radicale” anche della sua. Vediamo: negli anni tra il 1960 e il 1980 il reddito pro-capite – la misura basilare disponibile per prendere il polso al progresso di un’economia – in Brasile era cresciuto del 123%: tra il 1980 e il 2000 è cresciuto meno del 4% e, dal 2000, del 24%. E la differenza è determinante perché la crescita grezza di un’economia non è certo tutto (e ha ragione chi vuole rifare i calcoli non basandosi più solo sul PIL: una misura, per l’appunto, del tutto grezza) ma, in un paese che si sviluppa, è la premessa, comunque, di gran parte del progresso sociale che la gente, in gran maggioranza, vuole vedere e arrivare a toccare.

E il fatto – aritmetica pura – è che se il Brasile avesse continuato a svilupparsi ai tassi del ventennio ’80-2000 oggi sarebbe a un PIL pro-capite di livello europeo. I cinquanta milioni di poveri che ha oggi sarebbero meno della metà, forse anche molti di meno e quasi tutti i brasiliani camperebbero in condizioni di vita, di salute e di istruzione migliori.

Poteva succedere? E’ successo. La Corea del Sud, che nel ’60 era molto indietro al Ghana come condizioni di vita media, fino al 1980 è cresciuta rapidamente, proprio come il Brasile. Ma, poi, al contrario del Brasile la sua economia ha continuato a crescere e non è crollata. E oggi ha un livello medio di vita simile a quelli medi europei.

La differenza, sul piano economico, è che la Corea del Sud non ha fatto sua nessuna delle scelte che allora fece (si fa per dire: dovette fare, anche se non le avesse volute fare c’era lo zio Sam di qua e il Fondo monetario di là a fargliele fare: che invece in Asia del Sud est – tra guerra del Vietnam prima e guerra contro i sovietici in Afganistan poi – era, come dire?, distratto) il Brasile.

Alti tassi di interesse reale, politiche di bilancio severe (anche a volte pro-cicliche), vaste ondate di privatizzazioni, tetti di inflazione imposti dalle banche centrali: il tutto a deprimere il tasso di crescita e a spingere periodicamente a una supervalutazione della valuta che ha sistematicamente fatto male alla produzione industriale e manifatturiera  rendendo le esportazioni troppo care e le importazioni troppo a buon mercato per non azzoppare la produzione interna. Col governo che, dando pedissequamente retta a Banca mondiale, Fondo monetario, Dipartimento di Stato e Washington consensus, ha lasciato perdere ogni politica di industrializzazione e ogni strategia di sviluppo programmato.

Insomma, liberismo quasi sfrenato e volutamente selvaggio. E quello stento 4% di crescita del PIL in vent’anni. Adesso, non è agevole sicuramente riprendere la strada di uno sviluppo più autonomo ma la questione per chi oggi in Brasile vota a ottobre è proprio di scegliersi il governo che, a partire dalla base già acquisita con Lula, sia in grado e voglia adottare le politiche economiche capaci di far sfruttare al Brasile tutte le sue immense potenzialità di una crescita forte, stabile e equilibrata.

Capace, cioè, e innanzitutto, di combattere e mettere sotto controllo i possenti interessi privati, autoctoni e esteri che si oppongono a questo cambiamento— specie quelli finanziari di ogni ordine e grado che al Brasile chiedono di riprendere la strada dell’alto tasso di sconto, della sopravvalutazione della valuta nazionale e della crescita bassa: la strada che sembrano privilegiare i grandi media del paese, tutti al servizio per definizione di quegli interessi.

E ‘ un punto di vista, il nostro. Discutibile? sicuro. Ma, allora, discutetelo… Perché è documentato.

Intanto, in Colombia, neanche una settimana dopo che il nuovo governo del presidente Juan Manuel Santos, delfino dell’uscente Álvaro Uribe e conservatore come lui ma meno di lui, naturalmente, legato alle intransigenze del confronto/scontro ideologico e quasi-militare del recente passato, ha riportato alla normalità le relazioni col Venezuela (Chávez e Santos si sono stretti pubblicamente la mano e hanno tenuto a farlo vedere al mondo), la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo e incostituzionale l’accordo sulle basi militari  raggiunto con gli Stati Uniti.

Pare che la Corte abbia annullato il Trattato per il modo in cui è stato approvato, senza pronunciarsi sul merito. Ma la cancellazione è comunque avvenuta, e contro il voto del parlamento – perché la Colombia (la Colombia: al contrario di altri…) pare diventare un paese dove la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) comincia forse a essere è rispettata.

E la nuova situazione al vertice dell’esecutivo (sul contenzioso col Venezuela la nuova ministra degli Esteri, Maria Angela Holguin, ha dichiarato pubblicamente, parlando per il nuovo presidente, che “No podemos seguir mirándonos el ombligo il paese non può andare avanti così, guardandosi l’ombelico[30]) rende comunque più difficile adesso, e forse proprio impossibile, consentire alle truppe americane un accesso, libero e senza condizioni, alle basi colombiane come Uribe e la canciller Clinton, come qui la chiamano, avevano voluto per gli yankees, contro la richiesta pressoché unanime alla Colombia del vertice dell’Organizzazione degli Stati americani[31].

EUROPA

L’economia dell’eurozona nel secondo trimestre, il PIL, è cresciuta nel complesso dell’1%, nettamente al di sopra delle previsioni, al tasso maggiore da quattro anni rispetto specie a al declino dello 0,2% nel primo trimestre[32]. Avviene sulla spinta della crescita tedesca – la migliore dalla riunificazione di vent’anni fa: +2,2% – che compensa il lento aumento di Spagna (+0,2%) e Italia (+0,4) e la contrazione acuta (-1,4) registrata in Grecia. Non potrà essere una crescita stabile, dicono ora le previsioni: quelle stesse, però, che si sono appena dimostrate sbagliate— evidenziando ancora una volta la discrasia tra crescita forte tedesca e fiacca un po’ di tutto il Sud d’Europa.

La BCE, a inizio agosto, conferma il tasso di sconto per l’eurozona[33] là dove era, allo 0,5%, e il presidente Trichet da parte sua, non si capisce quanto per obbligo di funzione quanto per convinzione, che la crescita in Europa “tiene” malgrado “l’incertezza imperante”.

A giugno, l’attivo della bilancia commerciale[34] dell’eurozona si attesta nell’insieme a €2,4 miliardi (ma sono un surplus di €60,2 miliardi per la Germania, da gennaio a maggio; e un deficit di 25,6 miliardi per la Francia, 21,3 per la Spagna, 11,2 per l’Italia e 10,7 della Grecia…; è deficit netto globale, invece, per l’UE a 27 (per 9,6 miliardi di €) di cui ben 42,8 segnano il buco del Regno Unito che non riescono a compensare neanche l’attivo di tutti gli altri messi insieme…

La produzione industriale, sempre dell’eurozona, scende a giugno in un mese dello 0,1%[35].

Il Commissario al bilancio dell’Unione europea, Janusz Lewandowski, ha avanzato – ma non si è capito bene se come ballon d’essai o come ballon d’essai di cui proprio così, anticipandolo ad arte,  si provocava l’affondamento immediato – l’idea di autorizzare l’Unione a raccogliere direttamente suoi fondi con l’imposizione diretta di imposte minime ma, messe tutte insieme, importanti sulle transazioni finanziarie, i biglietti aerei e altro. Dicono così subito no, quasi a priori, Gran Bretagna, Francia, Germania e, anche, Italia[36]

Intanto, si apprende che i revisori dei conti di UE e FMI hanno dato il loro OK al versamento al Tesoro di Grecia[37] della seconda rata da €9 miliardi del pacchetto di salvataggio deciso a cavallo tra maggio e giugno da UE e FMI. Avverte, però, il documento che tira le conclusioni della missione di certificazione, che il tentativo del governo di aumentare le entrate con la lotta all’evasione fiscale non sta raggiungendo gli obiettivi fissati…

Il governo merita, intanto, però ampie lodi dal Fondo monetario e dall’Unione europea, grazie al fatto che il governo di Atene è stato capace di tagliare al 39,7% del suo deficit di bilancio nella prima meta del 2020 a confronto con lo stesso periodo del 2009, superando perfino l’obiettivo fissato dal programma di salvataggio al 39,5%. Cifre e documentazione sono state riviste il 5 agosto da BCE, FMI e UE e certificate come corrette ed in coerenza con l’obiettivo[38] (certo, anche i dati precedenti, poi constatati fasulle, e non solo quelli dei governi di Atene, avevano avuto l’imprimatur degli stessi certificanti padrini…). Adesso Atene si può, comunque aspettare a settembre un’altra rata, sui 9 miliardi dei 110 miliardi del pacchetto di salvataggio globale.

E ciò anche se viene fuori un nuovo ostacolo, in realtà quasi preannunciato[39], quando adesso il parlamento della Slovacchia vota (69 a 2) contro la partecipazione del paese al fondo europeo di salvataggio della Grecia (la parte della Slovacchia era per €816 milioni). È, ammonisce subito, il Commissario europeo Olli Rehn[40], una violazione dell’impegno solenne preso da tutti i membri dell’Eurogruppo, i 16 dell’eurozona, Slovacchia inclusa (ma col precedente governo, a fine maggio: questo, di centro-destra è stato eletto su una piattaforma che prometteva appunto di cambiare il voto del paese).

Ora, i membri dello stesso Eurogruppo e il Consiglio dei ministri economici e finanziari dovranno tornare sulla questione nel loro prossimo incontro, spiega Rehn affermando che, in ogni caso, il voto della Slovacchia non può mettere in pericolo il programma di aiuti alla Grecia e di riforme in Grecia. Ma su questo punto, con ogni probabilità, Rehn sbaglia per il proprio forzato ottimismo, diciamo, professionale: perché il pericolo che si dipani il gomitolo faticosamente raggomitolato a suo tempo esiste e come…

In fondo, quando viene fatto osservare che il reddito medio mensile di un lavoratore slovacco è di €308 contro gli €816 del lavoratore greco si solleva un punto – la solidarietà del povero col ricco – che trova anche altri riscontri nell’Unione e nell’eurozona. Ma lo sfilarsi slovacco sarebbe un precedente che, in realtà, l’UE non può permettersi di sottovalutare perché, come lo stesso Rehn è obbligato a riconoscere, poi la Slovacchia, cancellando il suo impegno, non corre rischio alcuno sul piano giuridico ma, dice lui, “si espone a conseguenze politiche”: non specificate, però.

Ma, il suo ragionamento non sembra impressionare granché Bratislava: la Slovacchia con Radicova, neo prima ministra della destra[41], insiste invece – alla Berlusconi che, insofferente com’è, già  una volta lo disse – e critica il fatto che la Commissione si permetta di criticare dei parlamentari eletti: come se l’essere eletti significasse anche essere sciolti da ogni responsabilità e in grado di dire qualsiasi cosa ed il suo contrario… insomma, fosse una garanzia di non essere st***zi).

E, in effetti, a ruota, in effetti, alla Slovacchia s’accoda l’altra metà della vecchia Cecoslovacchia, la Repubblica ceca, col nuovo primo ministro Petr Necas dichiara che delegare poteri in campo finanziario dai singoli Stati all’Unione è “un ponte che non bisogna oltrepassare”. E che, in ogni caso, Praga non intende più partecipare – qualsiasi cosa avesse promesso il precedente governo – al piano di salvataggio della Grecia[42]. Questi neanche si pongono il problema che con ogni probabilità sarebbero loro domani i più indiziati a cercare solidarietà…

La verità è che l’altra faccia della virtuosa medaglia dell’austerità ellenica è, però, nota: peggiora di brutto l’andamento dell’economia reale della Grecia, col PIL che a fronte dell’aggressivo taglio di spesa pubblica e della caduta degli investimenti e dei consumi pubblici scende nel secondo trimestre dell’1,5% rispetto al primo e crolla del 3,5 sullo stesso trimestre dell’anno prima[43], mentre aumenta sopra il 10%, oltre tre punti in più dell’anno prima, il dato della disoccupazione.

Viene specificato, e dà da pensare, che ora le attese di disoccupazione a fine anno salgono al 12%  e, per il 2011, al 14,3. Naturalmente     questo sarebbe sempre il dato ufficiale, quello che pronostica l’OCSE con il suo calcolo che tiene conto solo dei disoccupati registrati, mente il più grande dei sindacati greci, il confederale GSEE che all’OCSE, nel TUAC, ha il ruolo di consulente purtroppo non troppo ascoltato, considera il 20% tra due anni come cifra più realistica tenendo conto anche del non lavoro nascosto, in continuo aumento e perciò non registrato e non ufficiale. E con un’emigrazione che riprenderà i ritmi degli anni ’60 e un reddito reale che è già tornato ai livelli dei primi anni 80[44].

Chi raccoglie questi dati, il moderato e attento settimanale tedesco che abbiamo appena citato, riferisce anche quanto gli dice un lavoratore disoccupato che, garantisce ed è facile credergli, parla a nome di moltissimi altri: bisogna che stiano attenti, “se portano via il pane alla mia famiglia, io li sbatto giù dalle loro poltrone— è meglio che al governo, chiunque siano, lo sappiano. E che non ci chiamino anarchici, se succede! Noi siamo capi famiglia e siamo disperati”, ormai. “Le cose qui stanno ribollendo davvero. E, prima o poi, se va avanti così, esplodiamo”.

E’ meglio tenerlo, presente, no? Anche nell’Unione nel suo complesso, dove la percentuale degli occupati (tra i 15 e i 64 anni) scende, con la crisi, a fine 2009 al 64,6% e quella dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni sale al 46% (non era neanche al 37% solo dieci anni fa: un gran progresso, non c’è per dire, per questa schifezza di mercato del lavoro voluto dai tanti Sacconi e loro affini)[45], a giugno la percentuale dei disoccupati nell’eurozona, è rimasta uguale, al 10%, con quasi 16 milioni di europei ufficialmente contati tra i senza lavoro[46].

L’agenzia Standard & Poor’s ha provveduto, proprio alla vigilia di una nuova offerta di buoni del Tesoro dell’Irlanda sul mercato alla ricerca di un rifinanziamento del suo debito, ad abbassarne ad AA- da AA il debito sovrano e ad affibbiargli una “previsione negativa[47], a causa del costo inaspettatamente alto del salvataggio del sistema bancario irlandese dopo che lo scoppio della bolla edilizia ha buttato nel baratro i debiti ipotecari di centinaia di irlandesi e di decine e decine di banche.

Conseguenza immediata: l’allargarsi al 3,21% dello scarto di rendimento tra bond dell’EIRE e bund tedeschi. E all’Europa torna a porsi così nuovamente il problema dello spazio di fare il bello e il cattivo tempo che non si decide a togliere a queste sanguisughe del mercato… Dice che non si può dare la colpa al termometro, se dice qual è la temperatura del malato. Ma se fa un comunicato e una conferenza stampa per dirlo, il termometro, allora c’è qualcosa che non va, no? Il problema mesi fa se l’era posto ma poi, in effetti, semplicemente e pavidamente, ha lasciato perdere[48].

In Spagna, a luglio, il tasso di disoccupazione cala leggermente[49], attestandosi a 3.910.000 senza lavoro, 73.790, o l’1,9%, in meno del mese scorso (a giugno il tasso complessivo era al 20%): la disoccupazione ufficiale, quella registrata nelle liste di disoccupazione ufficiali, è scesa in 16 regioni, Catalogna, Valencia e Galizia in testa.

Intanto peggiora, e notevolmente, la situazione sociale. E comincia a salire, corposa, una protesta che per il momento resta ancora piuttosto sorda – ma perciò stesso anche più pericolosa – mossa dal crescente disagio sociale: sono stati tagliati, infatti, con effetti inevitabilmente concentrati su classi e ceti più poveri, servizi e sussidi sociali e ne risentono naturalmente anche qui, in misura minore però che in Gran Bretagna, ad esempio, classi e ceti più poveri…

Nel secondo trimestre, il PIL è cresciuto di un modesto 0,2%[50], sostenuto quasi solo dall’export e da alcune misure provvisorie. Se confermato nel terzo, secondo la convenzione degli economisti che data il fenomeno fine recessione a due trimestri consecutivi, anche a un solo +0,1%, anche la Spagna ne sarebbe uscita.

Tornando, per un momento (ne abbiamo già parlato), alla sentenza della Corte internazionale di giustizia, detta impropriamente sentenza dell’ONU, pronunciatasi a fine luglio sull’indipendenza e la secessione dalla Serbia del Kosovo, c’è da notare con attenzione che:

• si è limitata a decretare come, in diritto internazionale, non sia affatto vietato a un paese dichiararsi indipendente e anche proclamare la propria secessione; e che

• però, qui si è fermato: perché proclamarla non significa affatto affermarla e, tanto meno, conquistarsela, né significa che altri debbano riconoscerla;

• poi, in effetti, tra tutti i paesi europei, ma firmatari anche gli USA, pre-esisteva un accordo politico – cosiddetto di Helsinki – dal 1° agosto 1975. Firmarono, allora, tra gli altri Honecker e Schmidt per le due Germanie, Giscard d’Estaing per la Francia, Gerald Ford per gli Stati Uniti, Josip Broz Tito per la Jugoslavia, Leonid Breznev per l’URSS, Harold Wilson per il Regno Unito, Agostino Casaroli per la Santa Sede e Aldo Moro per l’Italia… – in base al quale i confini intra-europei non avrebbero dovuto né potuto essere cambiati se non per accordo di tutti gli attori interessati.

Insomma, se qualcuno lo avesse mai dubitato, la questione è politica. Se apri il vaso di Pandora… apri non solo conflitti magari al momento latenti – Nord Irlanda e Paesi baschi – ma anche conflitti al momento roventi – Abkazia, appunto (dove la Russia ha adesso schierato batterie di missili antiaerei a breve raggio S-300 modernizzati contro nuove tentazioni che venissero alla Georgia di forzare la mano[51]: non c’è stata alcuna reazione americana, neanche verbale stavolta, a prender atto ormai, si direbbe, della realtà delle cose…), Ossetia del Sud, Nagorno-Karabak – e altri che stanno lì a sfrigolare davvero esplosivi tra paesi della stessa Unione europea – gli ungheresi in Slovacchia e Romania, per esempio –… E’ proprio il caso, cioè, di attizzarli?

Tanto per chiarire con un messaggio fattuale, e chiarissimo, quello verbale ripetutamente inviato finora, il presidente russo Medvedev si reca subito in visita, la prima, alla regione secessionista abkaza della Georgia, che la Russia è ancora l’unico paese a riconoscere come indipendente ufficialmente. Ma il messaggio è chiaro: possiamo farlo anche noi, come lo fate voi; e noi possiamo davvero, nel senso che ce lo possiamo permettere visti i rapporti di forza in loco, proprio come voi state facendo in Kosovo. La Georgia protesta: esattamente come, per il Kosovo, protesta la Serbia[52]

In effetti, il vice premier della Moldova Victor Osipov, si affretta a chiamare “illogica” la richiesta di riconoscimento avanzata all’ONU dalla Transdniestria[53]. Gli esponenti della regione secessionista moldava hanno utilizzato, accusa Osipov, la recente sentenza della Corte di giustizia internazionale sul Kosovo per pubblicizzare la loro rivendicazione. Solo di propaganda si tratta, fa osservare – piuttosto a ragione sembrerebbe – il vice primo ministro moldavo: perché non è che “l’ONU riconosce l’indipendenza di alcuno, ma associa solo i paesi che sono riconosciuti già come indipendenti”. Solo che li associa a maggioranza dei voti; e se la Transdniestria non li ha, non li ha di certo neanche il Kosovo nel suo contenzioso con la Serbia

Sulla quale nel frattempo cresce la pressione tedesca e, attraverso la Germania, europea. Infatti, il ministro degli Esteri Guido Westerwelle è andato a dire a Belgrado, in visita bilaterale ma sapendo lui come sapevano i serbi che rappresentava anche la maggioranza – però, certo, non  l’unanimità dell’Unione – che il futuro dei Balcani è sicuramente nella UE ma che nessun nuovo paese potrà esservi integrato se avrà aperti contenziosi esteri, sui confini anzitutto con qualche vicino. E che, quindi – anche se non detto proprio così, questo intendeva – era meglio si rassegnasse al fatto dell’indipendenza del Kosovo…

Solo un paese che aspiri alla “soluzione cooperativa non conflittuale dei conflitti aperti” coi suoi vicini, può diventare un membro dell’Unione, ha detto Westerwelle in pubblico. E’ stata facile, a quel punto, anche la risposta – “doverosa e non polemica ma fattuale”, ha detto – del primo ministro serbo, Mirko Cvetkovic, che sarebbe stato utile se la UE rivolgesse anche ai kosovari, magari una volta ogni tanto, l’appello a risolvere pacificamente il contenzioso territoriale. E a non agire unilateralmente, anche perché “per avere un conflitto bisogna essere almeno in due”… e chi lo apre, il conflitto, ha qualche responsabilità in più di chi lo subisce[54].

Che sembra una precisazione sensata oltre che opportuna: solo parlandosi, si trova una soluzione. Anche se non proprio appiattita su quello che la NATO, forse, più dell’Europa considererebbe un comportamento cooperativo…

Intanto (oggi la Russia, domani il mondo, col cambiamento climatico? non si può dire, ma la verità e che non si sa. Però si teme. Comunque si dovrebbe temere e molto…), la Russia ha bloccato, per decreto del governo e completamente, le esportazioni di grano e di cereali da adesso fino alla fine dell’anno, in reazione alla siccità e agli indomabili incendi boschivi che hanno portato milioni di tonnellate di granaglie a bruciare sui campi, distruggendo quasi un terzo dell’area coltivabile del paese e malamente azzoppando l’agricoltura. Non è cosa da poco considerando che è russo il 17-18% della produzione mondiale di cereali e che l’anno scorso il paese ha esportato il 20% della sua produzione (in totale, quasi 100 milioni di tonnellate) sui mercati africani e mediorientali.

Il capo del servizio meteorologico di Stato, Alexander Frolov, prevede che a causa del maltempo imperversante quest’anno il raccolto, che allora fu di 97 milioni di tonnellate, calerà del 35% a non più di 67. E Frolov dice che anche il raccolto di barbabietole da zucchero e di patate ne risentirà parecchio[55]. Insomma, e in parole povere, per la prima volta da dieci anni si affaccia la possibilità che la Russia non possa evitare di ridiventare un paese importatore di cereali.

Ma, soprattutto, e al di là della scarsità di grano che resterebbe comunque relativa (la Russia ha riserve ampie), il problema realmente complesso (un incubo logistico, dicono alcuni esperti) sarebbe di assicurarne il trasporto in modo costante e sufficiente nelle grandi aree urbane (la popolazione della Russia è distribuita su ben 13 fusi orari diversi, dove le città sono essenzialmente isole di popolazione densamente assemblata in un mare di steppe, foreste e campi: lavorati e no).

In questo immenso paese, la tensione tra città che consumano cereali e campagne che li producono è stata sempre parte essenziale del DNA dello Stato[56], qualsiasi forma esso nei secoli abbia assunto. E funzione essenziale dello Stato (dei grandi proprietari terrieri, dei boiardi e dello zar, poi dei Commissari del popolo e del Cremlino, ieri come URSS e oggi come Federazione russa) è sempre stata quella di garantire la mediazione: un imperativo strategico, storicamente assicurato dalla forza del terrore, a volte (la persecuzione dei kulaki dei primi anni ’30 per obbligarli a portare il grano all’ammasso), altre da quella della società e del partito.  

Subito sono scattati, al massimo da due anni a questa parte, i prezzi alla borsa del grano di Chicago e, in generale sui mercati che, come appunto quello americano, ne importano grandi quantità da Mosca; e, insieme ai prezzi del grano, sono balzati all’insù anche quelli di orzo, mais e di ogni altra granaglia, riso compreso. A Mosca sono cessate di arrivare le forniture usuali di grano saraceno che, quando riprenderanno, prevedono un aumento immediato del 60%...

Dobbiamo prevenire l’aumento dei prezzi interni alimentari, conservare il bestiame che in mancanza di grano andrebbe perduto e aumentare le riserve per l’anno prossimo”, ha spiegato Putin in televisione[57], avvertendo che non avrebbero avuto ragione di lamentarsi quelli che hanno preferito stipulare con noi contratti di importazione quasi solo a breve: si ritorce adesso su questi mercanti, ha aggiunto, la voglia di speculare a breve senza garantirsi e senza garantire in niente i nostri produttori…

I quali, comunque, si preoccupano molto – o dicono di preoccuparsi – del segnale sbagliato che ai mercati potrebbe dare il divieto di esportare, danneggiando la reputazione di fornitori affidabili dei russi. Lo dice il presidente della Confederazione dei coltivatori di grano, Arkady Zlochevsky, che chiede un ritardo nell’inizio del blocco. Ma si ha una risposta precisa e secca dalla ministra dell’Agricoltura, Yelena Skrynnik che, a nome del premier Putin, spiega che no, che il contratto con l’Egitto verrà onorato ma nessun altro perché nessun altro è stato previsto e firmato a termini che, per volontà degli acquirenti, andassero oltre questo agosto[58].

Anche perché subito, ben prima che l’ondata di conseguenze avesse avuto la possibilità stessa di espandersi, la speculazione al dettaglio ha spinto su i prezzi del 15-20% fino ai supermercati, e il governo naturalmente si allarma[59]. I prezzi del latte, dei prodotti caseari e dei cerali sono schizzati in su con tutta la catena della distribuzione a dare la colpa all’ondata di calore.

Preoccupati sono anche i produttori di grano degli altri grandi paesi esportatori, però: Canada, Australia, gli stessi Stati Uniti, perché il messaggio che viene dai mercati è forte e chiaro, gridano che bisogna adesso piantare di più dove si può, dove non ci sono stati disastri ecologici o particolari devastazioni, per cogliere l’occasione di vendere domani di più.

Ma il timore diffuso è che possa essere come qualche anno fa, prima della recessione, quando i prezzi del grano erano saliti alle stelle spinti dagli speculatori al tempo delle semine ma, dopo il raccolto, crollarono e punirono molti che ci avevano creduto[60]

In ogni caso, dice il vice primo ministro Igor Shuvalov, il bando alle esportazioni potrebbe essere rivisto dopo il raccolto e alla luce di quantità e qualità della produzione effettiva e del bisogno di consumo interno[61]. E si viene a sapere che anche Kazakistan e Ucraina, le altre due grandi regioni di produzione di grano stanno considerando se e come e quanto razionare le proprie esportazioni[62].

E, mentre alcuni grandi produttori di cereali dei paesi vicini (Ucraina, Tajikistan, Kazakistan…) annunciano anche loro misure di controllo alle esportazioni per gli stesi motivi, su un altro fronte la Russia ha chiesto ai suoi partner nell’Unione doganale da poco costituita, Bielorussia e Kazakistan, di fermare – come chiedono le clausole del Trattato – l’importazione di vini moldavi e georgiani che non corrispondano agli standard di sicurezza fissati dalle regole comuni[63].

Naturalmente, come è logico e per così dire inevitabile, tutti leggono la mossa come se fosse solo politica: dettata dalla guerra sorda che a Mosca è aperta con la Moldova, sulla secessione minacciata – e in parte attuata, con l’appoggio russo – della Transdniestria russofona e con la Georgia per la tentata, e fallita, invasione georgiana del 2008 in Abkazia e Sud Ossetia…

Che sia così sono pochi a dubitarne. Che i vini georgiani e moldavi non siano sempre del tutto affidabili quanto a standard di sicurezza pure, però…

Intanto, a luglio, l’inflazione si è fermata al 5,5%, scendendo dal 5,8 del mese prima[64].

La disoccupazione [65]a luglio è scesa dal 9,2% del taso uficiale a un ben piò contenuto 5,8%.

E’ ancora un po’misterioso se la Russia stia facendosi accettare com’è – indipendente, orgogliosa, a se stante – e non come vorrebbero invece che fosse – collaborativa e sostanzialmente supina – dagli Stati Uniti, consolidando la propria presa – economica e geo-politica, “benevola” stavolta, più che militare od ideologica – sui territori suoi prossimi e che una volta, magari, facevano parte insieme ad essa dell’Unione sovietica; o se si prepara a quella che per molti in America ma anche in Russia, è una possibile confrontation – probabilmente solo economico-diplomatico-politica – con l’America di Obama e dell’impaziente Hillary Clinton: per quanto inguaiata essa sia nelle tante cose di cui si impiccia nel mondo e nel mezzo di una recessione che non è affatto ancora finita…

Nel Nord del Caucaso, alle frontiere meridionali russe, c’è un’escalation di rivolta violenta che si va diffondendo. La domanda di fondo è se si tratti di una specie di insurrezione islamica generale. Del resto, anche in Georgia, nella regione chiamata del Paniski Gorge, a nord est, ai confini della Cecenia, ci sono stati attacchi di elementi islamici estremisti contro quelli convenzionalmente chiamati moderati.

Come era stato annunciato, il 1° agosto l’Ucraina ha alzato i prezzi del gas al consumo interno del 50%, nel tentativo di riequilibrare il bilancio secondo le condizioni imposte dal Fondo monetario per erogare al paese l’aiuto in compenso promesso di €15,1 miliardi[66]

Come invece non era stato annunciato, il ministro dell’Energia ucraino Yuri Boyko dice adesso che Kiev ha dato inizio ai colloqui con la russa Gazprom per risolvere la disputa sugli 11 miliardi di m3 di gas naturale che sono, nominalmente, di proprietà – nei trasferimenti fasulli fatti dal precedente governo di Yushenko – della società svizzera RosUkrEnergo. Bisogna studiare, dice Boyko, una recente sentenza che in Svizzera ha dato torto all’Ucraina riconoscendone la titolarità effettiva del contratto, non quella pro-forma, e quindi imputandole la responsabilità di risponderne a Gazprom, che non è stata pagata per il metano fornito, ma “senza danneggiare le riserve di gas del paese”.

Il che significa, spiega il ministro che, comunque, il gas non verrà restituito a Gazprom, neanche a rate. Si dovrà trattare sul prezzo del transito del gas attraverso il territorio ucraino “garantendo” un minimo di 100 miliardi di m3 di volume all’anno[67]. Garanzia che Gazprom pare non abbia nessuna intenzione di dare a priori… Chi dite che dal braccio di ferro, comunque, uscirà meglio?

Subito dopo la cerimonia del suo giuramento, il nuovo presidente polacco, appena inaugurato, Bronislaw Komorowski, ha invitato a Varsavia quello russo, Dmitri Medvedev, esprimendo il desiderio di veder rafforzato il rapporto tra Polonia e Russia. L’annuncio arriva subito prima della visita che Komorowski sta per fare a Bruxelles, dove intende discutere delle prospettive di integrazione del suo paese nell’Unione (entrata nell’euro? di certo, è assai prematura: ma lui,  evidentemente, non è molto convinto delle capacità del governo polacco).

Poi passerà anche da Berlino e Parigi per sottolineare – dice – quanto Varsavia tenga al rafforzamento della cosiddetta iniziativa di Weimar che, lanciata anni fa, punta – finora, a dire il vero, senza grande efficacia – a stringere i rapporti e il coordinamento della presenza polacca dentro l’Unione europea[68].

In Ungheria, il governo destrorso monocolore del partito Fidesz (il 75% dei seggi, dunque la maggioranza ultra-assoluta per fare quel che politicamente gli pare), di Viktor Orban, un populista in senso antico, per intenderci un Silvio Berlusconi – ma senza escort e la cultura del frivolo e un po’ volgare che è sua e, soprattutto, al contrario di lui restio a piegare le ginocchia ai desiderata del mondo finanziario internazionale: populista in questo senso qui – ha duramente attaccato la Banca centrale e il suo presidente[69], Andras Simor, un  tecnocrate puro.

Ma da sinistra: perché è stato deliberatamente colpevole di aver mantenuto molto alto il tasso di interesse bancario (il più alto d’Europa, al 5,25%) per mantenere la fiducia degli investitori esteri il cui peso, però, con i conti del paese ha bisogno. Ma il cui prezzo è stato quello di portare al fallimento migliaia di imprese e ha fatto soffrire maledettamente tutta l’economia. Tutta l’economia reale. E questa, certo, ancor più delle escort è la differenza tra lui e il nostro…

Non c’è andato leggero Orban che, in fase di sacrifici comunque, ha anzitutto tagliato d’autorità onorari e premi del banchiere centrale di ben il 75% con una mossa demagogica certo ma subito popolarissima e poi ha ordinato l’apertura di un’inchiesta amministrativa sul fatto che, dice, Simor abbia investito, come si dice, offshore, centinaia di migliaia di dollari di sua proprietà. Che, per un banchiere centrale, non è certo il massimo.

Scatta, purtroppo, la solidarietà di casta a livello di BCE e di Commissione europea – per questo – e l’accusa al governo magiaro è quella di interferire con l’indipendenza della Banca centrale. Bisognerà adesso vedere con attenzione, forse, o chi sa solo con curiosità, come va a finire questo braccio di ferro… che, comunque, sarà interessante seguire.

Perché, diavolo, dove sta andando il mondo se i governi – e i governi di destra poi – si mettono davvero a tassare le banche? Potrebbe anche succedere che, la prossima volta, qualcuno si metta a dare davvero la caccia agli evasori fiscali – cioè ai propri amici e sponsor principali – e dimostri che il modo di uscire da questa crisi fatta di tante crisi accumulate (di bilancio, degli scambi, del lavoro, di condizioni di vita continuamente al ribasso) sta proprio nel rilanciare un po’ di crescita inflazionistica.

Certo, non è proprio l’Ungheria, forse, il paese che sta messo meglio per provare a farlo, con quel governo, la debolezza strutturale e l’emarginazione che si ritrova. Ma l’esempio, che sarà studiato da tutti, potrebbe anche essere eversivo e contagioso. E se a provarci si mettesse, chi sa mai?, anche chi, schierato a sinistra come Papandreou in Grecia o Zapatero in Spagna, ha in ogni caso udienza, struttura economica e potenzialità ben maggiori di quelle di Budapest (sono due dei grandi poli di maggiore attrazione turistica al mondo) potrebbe davvero funzionare.

Dopotutto, la realtà ormai si è incaricata di dimostrare che non c’è quantità di austerità applicabile (non quella sognata da pochi e incubo cui troppi resisterebbero), né riforma finanziaria appena abbozzata e abborracciata (si sta vedendo, dovunque) in grado di risolvere il problema, di tirarci fuori dalla crisi. Insomma, bisogna rovesciare proprio la logica dei numeri, tornare a Keynes – al Keynes della spesa pubblica ragionata fatta di investimenti sulle cose che crescono o sulle cose che valgono (istruzione, ricerca), senza sprecare ma anche senza lesinare sul futuro per uscire da un presente di me**a per la maggior parte di noi, dei cittadini di questo e dei nostri paesi.

E’ logico, dal punto di vista individuale, che a chi ha tanti patrimoni ed è carico di bonds, le cose vadano bene così, coi sacrifici concentrati su chi è più precario, meno sicuro e anche più numeroso e, quindi, è ferocemente contrario a un periodo di crescita razionalmente inflazionistica che deprimerebbe i suoi  redditi (e le sue rendite)[70]. Certo, potrebbe anche intaccare i salari ma adesso, in questo contesto globale di depressione, è esattamente il contrario di qualche anno fa: oggi l’inflazione aiutando la crescita aiuterebbe anche i redditi bassi più di quanto li svaluterebbe la deflazione deprimendo la crescita.

Sicuro, non è proprio dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma, intanto, dicono così i pochi che avevano visto venire il temporale, l’avevano detto e non erano stati ascoltati. E dicono il contrario i molti economisti-cantori del tutto va ben madama la marchesa che, invece, erano ben stati ascoltati. Insomma – e qui sì già al di là di ogni ragionevole dubbio – è dimostrato che la deflazione che incombe – il seguire ciecamente le cosiddette politiche pro-cicliche che durante una recessione indeboliscono deliberatamente un’economia, il tenere molto alti i tassi di sconto, ecc. – è una linea ortodossa classica che sta ammazzando sviluppo e occupazione, redditi e domanda e investimenti nella crescita. In quella, almeno, che conta per i più…

Il presidente della Romania, Traian Basescu, alla radio esprime il parere pesante che il governo, dice,  dovrebbe ripensare all’agenda di adattamento che si è dato per l’accesso all’eurozona entro il 1° gennaio 2015 che “non è realistica”: il paese ha, infatti, seri problemi di bilancio e scarti importanti rispetto ai parametri che non gli consentirebbero di arrivarci in tempi utili. Non tanto il deficit/PIL e il debito/PIL, che pure pongono problemi, quanto la stretta che obbligarsi a rispettarli imporrebbe ai fondamentali veri e propri dell’economia: occupazione, produzione, crescita[71]

La Svezia,[72] in controtendenza col clima di austerità che appesantisce tutto il continente, prepara le elezioni generali del 19 settembre con la coalizione di centro-destra al governo e i socialdemocratici di opposizione che promettono al paese di non toccare la spesa e di tagliare, almeno un poco, le tasse.

Resta da segnalare che, nella sua testarda, e subdola perché sistematicamente disinformata e, quindi, approssimativa campagna contro il modello sociale europeo – o quello che considera tale (un welfare decente universale davvero (definito “troppo generoso”), la protezione dei diritti del lavoro e dei contratti che, come tali, non possono essere dissolti unilateralmente (come vorrebbe invece il Marchionne, in nome del fatto su cui concorda il NYT, ma non ad esempio Warren Buffet[73], onesto stramiliardario, che non ci sarebbero più differenze tra capitale e lavoro) – “anche e perfino per la benevola Danimarca ormai diventa una sfida sostenere il suo benigno Stato-provvidenza[74].

Ma fatti, cifre, dati attestano che questi preoccupati curatori del fallimento danese farebbero meglio. decisamente, a preoccuparsi dei fatti loro. Il deficit di bilancio della Danimarca è a meno di un terzo di quello americano (al 3% del PIL), il debito un terzo di meno (il 40% sul PIL) di quello americano, con un tasso di disoccupazione ufficiale al 4,2%, molto meno della metà di quella americana: certo, ben altrimenti sussidiata – è vero ed è questo che rode agli ideologi della destra, compresa quella danese, sicuro, che le elezioni magari anche le vince ma poi non osa toccarlo – da quel benigno Stato-provvidenza. E la Danimarca, rispetto agli USA, vanta anche una sfilza di attivi, non di buchi, di bilancia commerciale: che, dopotutto, è una delle misure più rispettabili della competitività di un paese[75].  

STATI UNITI

Assicura i suoi lettori il NYT[76], nel tentativo di “coprire” con l’invenzione di una nuova, improbabile disciplina chiamata “econofisica” il foltissimo gruppo di economisti che non avevano proprio visto arrivare la tempesta finanziaria e cercano adesso di spiegarne il perché secondo loro “oggettivo” – tutti economisti della scuola del conventional wisdom cui troppo spesso il giornale faceva e fa ancora fedelmente, e però ormai assurdamente, riferimento – che prevedere una crisi finanziaria è tanto difficile quanto predire un terremoto.

Ma dice il falso. Perché che ci sarà un sisma catastrofico entro una trentina d’anni  lungo la faglia di Sant’Andrea, in California, si può predire, mentre predire non si può il momento esatto in cui la terra sotto l’oceano si spaccherà… E andata così per la crisi economica. Dove però era ben stato predetto (qui, in carattere con queste Note facciamo nomi solo, americani[77]: ma volendo potremmo aggiungerne alcuni anche nostrani).

In effetti, la crisi era talmente prevedibile che venne effettivamente prevista da chi di economia se ne intendeva, evidentemente, un poco di più. Ma, soprattutto, il problema è che economisti, e giornalisti economici, non sfuggono alla struttura di incentivi esistenti nella professione (anche da noi, anche in Italia): quella appunto che non incoraggia, anzi attivamente scoraggia, un economista dal rompere con la saggezza convenzionale e largamente maggioritaria anche quando si mostri del tutto errata.

Quella che, insomma, non “punisce” mai chi per la sua fedeltà inconsulta ad antiche e obsolete dottrine di cose economiche (del tipo che il mercato è libero, che è meglio se si autoregola, ecc.) conduce, ha condotto, e riconduce poi sempre alla fine a conseguenze che sono disastrose per l’economia e il paese. Conclusione: finché questa struttura di incentivi (carriera, consulenze, editoriali profumatamente compensati…), magari anche con qualche disincentivo entrambi legati ai risultati, non viene cambiata, non valgono invenzioni metodologiche o esoteriche, come l’econofisica, a rimediare…

Perché la verità è che non sono state tanto le incompetenze a trascinare l’America e il mondo alla crisi quanto proprio gli incentivi a ignorare e sottovalutare le conseguenze delle bolle speculative e ad avere paura della lotta, penosa, che avrebbe comportato smascherare il conventional wisdom dominante. La sindrome sicuramente ha contagiato anche moltissimi funzionari e impiegati di banche, di borsa e di governo che sapevano bene cosa avveniva ma tacevano tutti, finché premi, gratifiche ed incentivi li premiavano proprio per starsene zitti e finché stavano zitti. 

Sì, la crescita sta rallentando ed è una scommessa sicura ormai che la disoccupazione andrà crescendo, non  calando, nei mesi a venire. Il che è male, ma quel che è peggio c’è ormai la prova che l’élite di governo, in senso lato, qui se ne frega— che ciò che una volta era un intollerabile livello di disagio economico sta diventando la nuova, accettata, normalità”: perché non affligge, naturalmente, quell’élite. Che, ieri, si rendeva conto dell’iniquità del considerare normale quel malessere, oggi sembra proprio pensare che gli altri devono imparare a tollerarlo.

Non tanto tempo fa, se uno avesse previsto che presto un lavoratore su sei sarebbe stato disoccupato o sottoccupato in America”, il 17% della forza lavoro, dato ufficiale “o che il disoccupato medio lo sarebbe restato per 35 settimane di seguito, sarebbe stato catalogato come   malato di pessimismo strampalato— in parte perché, se qualcosa del genere mai fosse davvero avvenuto, i responsabili della politica avrebbero di certo sollevato il piede dal freno per arrivare a creare lavoro. Ma, adesso che questo è successo” non vediamo quasi niente di simile.  

Niente! In Congresso c’è una minoranza di blocco sufficiente a frustrare ogni misura di rimedio possibile (e non sono solo i repubblicani a interessarsi prioritariamente solo delle tasse dei ricchi da abbassare…); la Fed, la cui legge istitutiva pure prevede che oltre alla stabilità dei prezzi deve preoccuparsi di rafforzare l’occupazione, se ne frega; ma che sta facendo, del suo principale potere, quello di mobilitare e governare l’indignazione della gente, il presidente stesso? E, al dunque, dove sta l’indignazione stessa della gente, finché non si sente direttamente in pericolo[78]?

Ha scritto di recente parole di verità cristallina sulla natura di questa crisi David Stockman, l’ex direttore al Bilancio della presidenza Reagan, allora un’ultrà friedmaniano del monetarismo che, abbastanza presto nel corso della presidenza repubblicana, mollò tutto perché aveva perso la fede vedendo fra i primi come il rigorismo conservatore del presidente coprisse solo le mani bucate di tanti interessi privati.

Ha scritto che adesso è chiaro, “non c’è davvero da sorprendersi se durante l’ultima bolla speculativa (dal 2002 al 2006) l’1% dei redditi più elevati degli americani – quelli pagati soprattutto dal casinò di Wall Street – hanno incamerato i due terzi dell’aumento del reddito nazionale, mentre al 90% di tutti gli altri – a causa proprio principalmente dell’economia reale che si raggrinziva – è andato solo il 12% della crescita. Ecco, bisogna dirlo. Questo baratro che crescer tra la ricchezza di pochi e quella di tanti non è colpa del mercato. E’ il frutto scadente di una politica economica guasta[79].

Secondo lui, che di noi è molto più ottimista, in questa articolata analisi che resta però piena di sacrosanta indignazione, sta arrivando il giorno del redde rationem: in finanza, in economia e quindi anche in politica. Noi, più modestamente, ci accontentiamo di ritornare alla Fed, alla diagnosi della sua voluta inazione che aveva stilato dieci anni fa un eminente studioso di economia che oggi… presiede la Fed stessa, il prof. Ben Bernanke, scrivendo di una gran brutta situazione di stallo economico che avrebbe richiesto, spiegava, un attivo intervento, ad abbassare i tassi o con qualche altra misura di reflazione dell’economia, di spinta alla spesa, ai consumi, da parte della Banca centrale… giapponese. Coprendosi dietro a tassi di sconto a breve già vicini allo zero, la BoJ sosteneva, invece, di non poter fare molto…

Ma, chiariva Bernanke[80], che allora insegnava a Princeton, che “lungi dall’essere impotente la Banca del Giappone potrebbe fare moltissimo se solo si decidesse mai ad abbandonare la sua cautela eccessiva e la sua risposta sempre difensiva a ogni critica”. Invece, “come tanti piccoli burocrati questi si nascondono dietro a minori difficoltà di ordine tecnico o istituzionale pur di non fare scelte”.

Già… Bernanke allora scriveva per la Banca del Giappone di questa ignavia colpevole e tremebonda che portava alla sua “paralisi autoindotta”. Ma, conclude oggi Paul Krugman, richiamandoglielo alla memoria[81]. che se fosse intellettualmente onesto, oggi potrebbe/dovrebbe dire esattamente la stessa cosa della Federal Reserve che presiede lui stesso...

Invece questa casta di grandi professionisti in adorazione perpetua della finanza e del dio quattrino commenta aspramente Krugman[82], “banchieri centrali, ministri delle Finanze e politici che si atteggiano a difensori della virtù fiscale, ricordano da vicino i grandi sacerdoti degli antichi culti che chiedevano di vedersi offrire sacrifici umani per lenire l’ira degli dei invisibili”: dei mercati, oggi, coi sacrifici umani che sono i disoccupati, i sottoccupati, i poveri, i più deboli sempre e comunque…

C’è, per semplificare il dibattito ma rispettandone le linee di faglia reali, chi si preoccupa del debito finanziario del paese e chi del suo debito sociale e di quello dell’economia reale. Che no, non sono esattamente la stessa cosa. E tra i quali, nel breve e nel medio periodo – qui come altrove e qui anche più, forse, che altrove – bisogna scegliere quello di cui in primis preoccuparsi. Fra quanti si preoccupano anzitutto degli squilibri del bilancio, forse è un analista economico della Bloomberg[83] a stilare la più severa.

A dire la verità, però, non è uno di quelli che sembrano tanto preoccuparsi di predicare di raddrizzare il bilancio. Perché tanto, proclama, non c’è niente da fare.  Non c’è aumento di spesa che tenga, in realtà, né taglio alle tasse che sia sufficiente, gli Stati Uniti sono al fallimento, non sono in grado di pagare i propri debiti[84]. Più preoccupata sembra la revisione annuale dell’economia USA stilata a inizio agosto dal FMI.

Sul bilancio americano riferisce “di accogliere con favore le misure di stabilizzazione annunciate, ma devono prender atto che un aggiustamento ben maggiore di quello iscritto in bilancio sarebbe necessario per stabilizzare il rapporto debito/PIL”: che poi, a dire il vero, preso a sé non è affatto così spaventoso. Colossale, invece, è il buco di bilancio, il deficit/PIL, che “associato all’attuale politica fiscale è vasto rispetto a qualsiasi plausibile tasso di sconto: chiudere questo gap imporrebbe un aggiustamento di bilancio permanente annuale di circa il 14% del PIL[85].

Che resterà, infatti, conferma adesso il CBO, il Congressional Budget Office, Ufficio congressuale del bilancio che istituzionalmente fa le pulci ai conti del governo – come la Ragioneria dello Statto da noi: ma indipendente dal Tesoro e dal suo controllo politico – grosso modo a questi livelli, a $1.300 miliardi anche nel 2010, per la contrazione delle entrate dovuta alla crisi e alla recessione e alle tasse in meno che sono stata incassate, molto più che all’eccesso stesso di spesa[86].

E siccome le entrate federali (certo, poi ci sono imposte anche a livello statale e locale: ma il grosso è quello) degli Stati Uniti sono il 14,9 % del PIL, il Fondo monetario spiega che, per riequilibrare il deficit/PIL, il carico fiscale dovrebbe raddoppiare… Pazzia, ovviamente. E missione politicamente impossibile.

E, così, sta partendo, o meglio sta ripartendo ma adesso con particolare ferocia, un attacco coordinato e massiccio in nome del risparmio sul bilancio federale contro il sistema di Sicurezza sociale che celebra a metà agosto il suo 75° anno (la fondò e la lanciò nel 1935, in forme poi definite negli anni, la prima amministrazione dell’ancora non dichiarato New Deal di Franklin Delano Roosevelt). Contro sono schierati in blocco tutti i repubblicani, ma disgraziatamente non pochi democratici, pure.

E’ un’accusa falsa e puramente ideologica, alla cui base c’è l’ignoranza dei benestanti, chiamiamoli così, e – soprattutto – l’indifferenza dei più alle condizioni di un numero di americani che sta aumentando ogni giorno. L’aritmetica, la contabilità, danno torto, in effetti, a chi dice di temerne il default o il carico eccessivo sul bilancio. Perché esso non c’è, è una brutta favola metropolitana inventata da chi vuole ammazzare il programma perché è “socialismo”.

Attestano i conti ufficiali che la Social Security, che paga essenzialmente per pensioni di anzianità, pensioni di invalidità e Medicare, cioè assistenza medica agli anziani, è un programma che si autofinanzia attraverso una ritenuta su salari e stipendi (la Federal Insurance Contributions Act, la legge federale che appunto impone il contributo obbligatorio a dipendenti e datori di lavoro: come da noi, ma che qui grava in proporzione molto di più sui primi che sui secondi).

Il fondo fiduciario pubblico che copre il programma è pienamente coperto, dicono i conti attuariali del Congresso, fino almeno al 2037, di qui a ventisette anni. E basterebbe poco, anche se si dovesse provvedere ad aumentare i versamenti, per coprire il fabbisogno. Dicono, gli imbroglioni: ma la popolazione americana invecchia… e nel corso dei prossimi vent’anni, il calcolo conferma, il costo del programma di Sicurezza sociale passerà dall’attuale 4,8 a un 6% del PIL…

E’ vero, ma è anche vero che si tratta di un aumento significativamente inferiore a quello della spesa per armamenti dal 2001, l’anno dell’11 settembre ad oggi: mai, da allora, il Congresso ha considerato questo buco di bilancio come di un’emergenza sufficientemente seria ad aumentare le tasse, o anche solo ad annullare il taglio di quelle previste.

E la cosa più seria[87] è che sembra, ancora una volta purtroppo, che lo stesso presidente presti qualche attenzione – illudendosi di recuperare così su chi lo accusa di spendere troppo – agli argomenti disonesti e speciosi inventati da chi vuol cominciare di qui per smantellare quel che resta – il 4-5% del PIL – di sicurezza sociale in questo paese…

Il fatto è che i dati del malessere che pervade e che va affogando l’America sono, in effetti, drammaticamente eloquenti, in un paese che poi se non hai soldi ti considerano pure peccatore nei confronti di Dio (lo dicono i sondaggi: al 60%) e sistematicamente ti marginalizzano: a giugno 2009, un anno fa, la forza lavorativa civile (esclusi cioè i militari e i galeotti: che sono quasi 3 milioni, comunque… e il dato è drammatico in sé) era a 156 milioni di americani: ora è a due milioni di meno (non sono diminuiti, però, galeotti e militari)[88].

Il problema, è vero, non riguarda solo questo paese né solo il governo di Obama. E’ quello di tutti i governi, chiamiamoli pure per capirci di centro-sinistra, che si sono dati come logica economica di prendersi cura a colpi di palliativi dei più svantaggiati tra i propri cittadini ma accettando, anzi scegliendo, di non sfidare più i fondamentali di un assetto economico che privilegia pochi e punisce molti e ricompensa sempre, ogni volta, i bancarottieri maggiori su chi non riesce, magari, a pagare la rata di un’ipoteca. Ormai sembra questo l’andazzo generale. Imperante. Ma inaccettabile. E che speriamo siano in tanti a respingere…

Il dato ufficiale sulla disoccupazione a inizio agosto[89] è fermo al 9,5% del mese prima con le imprese che hanno aggiunto a luglio 71.000 posti di lavoro a quelli esistenti, dopo averne creati solo 31,000 a giugno, ma meno 20.000 unità rispetto al dato previsto dalle previsioni di consenso. Ma sono andati persi altri 131.000 posti di lavoro mentre la revisione dei posti perduti il mese prima è raddoppiata: allora, andarono persi ben 221.000 posti.

Il fatto è che la crescita non è abbastanza rapida da tenere il passo con quella normale della popolazione. Il numero dei disoccupati di lunga durata è sceso a 6,6 milioni di senza lavoro da 6,8: comunque, secondo diversi osservatori, un livello scandaloso per un’economia così sviluppata. La riluttanza delle imprese ad assumere, però, è senza pari finora e blocca tutto[90]. Solo negli ultimi tre mesi, sono usciti dal mercato attivo del lavoro, e perciò non vengono calcolati ufficialmente come disoccupati anche se lo sono tutti e tutte molto concretamente, 1.155.000 senza lavoro.

In sintesi, la perdita netta di posti di lavoro registrata nel Rapporto occupazionale del mese fotografa un mercato del lavoro che ormai è in folle: al meglio, del tutto ingessato. Il PIL è cresciuto per quattro trimestri consecutivi, ormai, ma il tasso di crescita è molto al di sotto della media di tutte le riprese dopo le precedenti recessioni (a fine agosto, viene corretto nettamente al ribasso l’aumento del PIL del secondo trimestre: non più al 2,4%, ma solo all’1,6[91]).

Il problema è che, per dirla sempre con Krugman – che sa ben quel che dice – quando si parla di ripresa “l’importante è capire se è abbastanza rapida da abbassare una disoccupazione che arriva alle stelle. C’è bisogno di un PIL che cresce al 2,5%, infatti, solo per evitare l’aumento dei senza lavoro e di una crescita molto più rapida per abbatterla significativamente”… e ha voglia “Tim Geithner, il segretario al Tesoro, a dire che ‘siamo sulla via della ripresa’. E’ falso. Non ci siamo per niente[92]. E lo sa anche lui.

La conseguenza è palese, del resto: in 16 Stati e nel Distretto di Colombia, Washington, D.C., la regione cioè della capitale, la disoccupazione supera ormai il 20%. E, anche se la cosa scandalizza ogni animo conservatore, ormai è ora che il governo si dia da fare per aiutare a creare lavoro[93]. Perché è del tutto ovvio che nessuna austerità aiuterà a creare posti di lavoro.

E non si può certo dimenticare la notizia, chiamiamola pure così, con cui a inizio anno un’analisi di dati ufficiali e pubblici di fonte governativa raccolti dal NYT rilevasse – e rivelasse – subito dimenticata, naturalmente, come oltre 6 milioni di americani vivessero senza altri redditi se non i buoni pasto passati loro da uno o l’altro ente di assistenza pubblica (federale, statale, municipale).

Per ottenerli devono autocertificarsi come del tutto nullatenenti e senza alcun reddito, senza accesso ad alcun’altra forma di welfare, assicurazione, sussidio di disoccupazione, o altro—dichiarazioni poi verificate e approvate dagli enti pubblici in questione. Le cose, con la recessione, sono ora assai peggiorate e ben “più di uno su cinquanta americani vive oggi in una famiglia il cui reddito non consiste altro che di soli buoni pasto[94]… E come i buoni pasto siano attualmente distribuiti a ben 41 milioni di americani: uno ogni otto[95].

E tutti, tutti i cittadini di questo paese che hanno dato per scontato, da sempre, che la crescita fosse cosa scontata, in pratica un diritto degli americani, per la prima volta nella loro storia scoprono, vedono tutto intorno a sé i disoccupati, tanti senza lavoro ormai pressoché stabilmente, sanno perché li conoscono spesso anche personalmente che non è colpa loro come il pensiero sempre dominante in quella loro società ha predicato – uno, se è povero, è povero per colpa sua – e che domani può toccare a loro, qualunque posto essi occupino oggi nella scala gerarchica del lavoro, operaio, impiegato, funzionario o dirigente che sia…

Nota un osservatore attento[96] ai problemi di questo genere che “non è che stiamo andando verso questa zona a rischio. Ci siamo già dentro. Gli Stati Uniti non rimarranno una società stabile se questa colossale crisi del lavoro non viene presa di petto— e presto. Non si può consentire a una disoccupazione di queste dimensioni di continuare a suppurare. E’ un errore e le sue conseguenze sarebbero tanto distruttive ed intollerabili quanto inevitabili”.

E’, nel complesso, una rivoluzione culturale. Ma non per Obama che sembra ricascarci, nella smania/mania sempiterna di mediare comunque. Non si stanca di ricordargli le sue esitazioni, i suoi ripensamenti, i suoi continui e inani tentativi di accontentare i “moderati” che, in realtà, poi sono reazionari puri e incontentabili[97], uno come Paul Krugman. Si tratta di americani che amano tantissimo il loro paese, anzi sono convinti di essere solo loro ad amarlo, con quelli che come loro la pensano. Ma lo amano tanto da trovare scomode e sconvenienti, magari,e come dicono alcuni anti-americane alcune delle libertà fondamentali che l’America promette ai suoi figli…

Questo è un paese che, oggi molto più di tanti altri, sembra andare spesso fuori ragione, preda di miti e delusioni di massa tanto artefatte quanto pericolose: il bisogno di demonizzare ogni avversario, reale o inventato, per disumanizzarlo e, poi, come un bestia naturalmente feroce trattarlo; le armi di distruzione di massa di Saddam; la fobia dell’Iran; la minaccia che le tribù pashtun dell’Afganistan, che se ne stanno da sempre aggrappate alle pendici dell’Himalaya, stiano adesso tramando per sbarcare in massa sulle rive dell’Hudson.

Ma c’è anche di più assurdo, di più pazzesco: il paese sembra ormai “attraversato da una specie di esaurimento nervoso che vede la destra diffondere a piene mani paura e disinformazione amplificata dalla velenosa eco che rappresentano i media moderni[98]. Così – lo dicono i sondaggisti più accreditati[99] – viene fuori che il 12% dei cittadini americani (più o meno, 36 milioni) sono stati convinti dalle tv cavo di destra, dai predicatori evangelisti e da media irresponsabili che Obama è un “islamico occulto” e il 20% (sui 60 milioni) che è un “presidente illegittimo” perché non è nato in America, come impone la Costituzione, essendo – assicurano – un falso il certificato di nascita che lo dà nativo delle Hawaii…

Ricorda, a motivazione del titolo del suo pezzo, l’autrice di questo articolo come “lo storico scozzese di metà ‘800 Charles Mackay osservasse nel suo ‘Straordinarie illusioni popolari e pazzia delle masse’[100] come ‘gli uomini pensino in branchi, impazziscano in branchi, ma poi guariscano solo uno per uno’ ”. Insomma, bisogna avere pazienza. Tanta. Ci vuole tempo per rinsavire…

Ma, come spiegò una volta Truman, è lì, alla casa Bianca, che nel sistema americano la mano non può più essere passata a nessuno, è lì che spetta la decisione finale. A Obama, su un piano diverso  cercano di ricordarlo ormai in tanti fra i suoi, che se la sua ricetta economica sta fallendo – se invece che all’8% massimo, la disoccupazione è già al 9,5% ufficiale – è perché lui ha dato retta ai suggerimenti che gli venivano da vecchi guru non certo reazionari ma dell’establishment finanziario moderato-cantabile, come il clintoniano Larry Summers e, addirittura, il bushista (era sottosegretario allo stesso dicastero sotto Bush) Timothy Geithner al Tesoro: gente che aveva dato una mano, se non altro col proprio lassismo verso il sistema finanziario e la banche, al cataclisma di inizio 2008.

E la responsabilità di aver dimezzato lo stimolo[101], rispetto ai consigli che venivano da Christina Romer, il capo dell’ufficio dei suoi consiglieri economici, e da Nobel non legati a banche e finanza come Stiglitz e Krugman per dar retta al conventional wisdom – non indebitiamoci troppo – di Summers e Geithner, entrambi a quel mondo fermissimamente collegati, alla fine è la sua…

Stiglitz e Krugman sono da tempo lontani dall’orecchio del presidente e anche la Romer adesso se ne va, dimettendosi – tanto per quello che riesce a influire, ha detto – lasciandolo ai suoi errori (se, nel decidere, c’è da mediare tra destra e sinistra lui media sempre a destra: in ogni politica, all’interno ed all’estero) e ai consigli, alla fine, letali dei suoi amici bancari[102].

Riciccia, si potrebbe ben dire, dopo un inoperoso silenzio di mesi, anche l’ex governatore della Fed, Alan Greenspan, che se ne stette zitto e anzi sconsigliò ogni intervento per frenare la bolla speculativa di borsa dei primi anni 2000 e quella più recente del mercato edilizio: degno predecessore del Bernanke che gli è succeduto, altrettanto deliberatamente neghittoso e distratto: sicuramente più preparato di lui, ma altrettanto immobile…

Ora Greenspan dice la sua sullo stato dell’economia americana, al solito ambiguo e ingarbugliato come una Sibilla: sta attraversando, constata, una “pausa”, nel mezzo di una “modesta ripresa” che si avverte, però, come “quasi una recessione”… forse, chi sa?, non lo è anche se – ove i prezzi in edilizia scendessero ancora - potrebbe riprendere col carattere cosiddetto a doppia W: discesa, stallo, ripresa, e discesa ancora[103]… Forse era meglio se taceva, non aggiungendo la sua alla cacofonia dominante.

Intanto, a giugno, le spese per consumi ristagnano e i redditi[104] pure, “inaspettatamente” secondo i soliti guru, quelli della scuola convenzionalmente ottimista; secondo i pessimisti un po’ meno convenzionali – che hanno, ancora una volta, ragione – invece il ristagno è proprio quello previsto. Le vendite al dettaglio restano piatte, in effetti, dopo un aumento dello 0,1% a maggio esattamente così come i redditi personali.

La produzione industriale è cresciuta, a luglio, di un buon 1% contribuendo a calmare un po’ di timori sull’incombere di una ripresa imminente della recessione a doppia W. Ma solo un poco… anche perché una lettura appena appena non proprio superficiale del dato rileva come, destagionalizzato, gran parte del risultato è dovuto al fatto che quest’anno, contrariamente a ogni altro, le fabbriche di auto di Detroit non hanno chiuso per l’aggiornamento stagionale appunto dei loro modelli… il che porta subito a un aumento dell’8,8% della produzione di auto ma, di per sé, garantisce un grosso calo già adesso in agosto[105].

Intanto crolla del 27% a luglio, al doppio delle attese e al minimo da 15 anni, il volume delle vendite di case sul mercato edilizio[106] e torna a riaccendersi la paura diffusa della recessione appunto a doppia W, diventando una specie di incubo cui giornali economico-finanziari. E cade di un quinto l’ammontare dei prestiti ipotecari.

A proposito di ottimismo convenzionale, l’esempio lampante è in un articolo del WP che, dopo aver preso atto, dati recenti riportati alla mano, della debolezza recente dell’economia, racconta ai lettori che “nei primi tempi di una fase di espansione economica, bisogna aspettarsi frenate e ripartenze assai discontinue[107]. Peccato, solo, che questo fenomeno non sia mai stato vero per una fase come questa: che non è di espansione, ma di ripresa dopo una recessione pesante, quando invece i tassi di crescita sono particolarmente accentuati.

Nel primo trimestre della ripresa che seguì alla recessione del 1974-75, l’economia infatti aumentò del 3,1%, rispettivamente nel secondo del 6,9, del 5,3 nel terzo e del 9,4% (a ritmi che oggi diremmo cinesi) nel quarto. E nei primi cinque trimestri dopo la recessione del 1981-82 l’economia crebbe del 5,3 e, rispettivamente, del 9,3, dell’8,1, dell’8,5 e dell’8%[108]     .

Insomma…, altro che “bisogna aspettarsi frenate e ripartenze”! Esperienza, dati statistici e precedenti dicono tutti che se la ripresa davvero ci fosse ormai, e proprio adesso, dovrebbe manifestarsi robusta. E che non lo faccia è un gran brutto segno. La realtà è che, invece, l’economia americana è nelle fasi iniziali di una spirale deflazionistica. Ci risentiremo, sul tema, fra qualche tempo…

E proprio il job report di inizio agosto “toglie ogni dubbio ormai che è in atto un rallentamento, secco, dell’economia. Le probabilità di una recessione nuova, o di una ricaduta comunque, restano spiacevolmente elevate[109]. E conferma che “l’iniziativa dei democratici è troppo timida, quella dei repubblicani di puro ostruzionismo”…

Intanto, i rendimenti dei buoni del Tesoro crollano, al minimo storico insieme alla preoccupazione in aumento di una ripresa economica che sta frenando. Il dollaro scende al minimo da tre mesi contro l’euro e addirittura da 15 anni rispetto allo yen[110]. E la Federal Reserve, il 10 agosto annuncia che comprerà direttamente i propri bond a lungo termine, una specie di “facilitazione quantitativa” light che immette liquidità sul mercato ma in misura, come al solito. Con due “difetti”, però.

Il primo è che sarà una misura tanto controllata e moderata da non riuscire, in sé, probabilmente a fare la differenza e, se vorrà avere qualche effetto poi non potrà fermarsi a queste misure di puro tamponamento… ma è, comunque, un segno chiarissimo di preoccupazione crescente per la deflazione che avanza e per una ripresa che è molto lenta[111].

Non è neanche questo, poi, forse il problema più grave con questa misura: ma è che così si stampa moneta solo per acquistare debito, con un’ agenzia di Stato, la Fed, che li acquista da un’altra, il Tesoro, e non per stimolare l’economia reale: in altre parole, là dove si puote danno retta ancora una volta alle ricette fasulle di Milton Friedman piuttosto che, anche su questo tema, a quelle di John Maynard Keynes[112].

Il primo fondava il suo argomento principale, che adesso viene portato pari pari dalla Fed a motivazione delle sue scelte, nel fatto che a trasformare la recessione degli anni 1930 in una vera e propria depressione (produzione a -30% e disoccupazione ufficiale al 25) fu il collasso della liquidità: con le banche costrette a mettere all’incasso i loro crediti interbancari, cioè quelli con le altre banche, innescando l’effetto domino che portò al collasso tante di loro e perse tanti risparmi.

Il secondo, Keynes, non era affatto contrario all’idea che il governo creasse liquidità, ma sosteneva che la deve spendere su progetti di investimento: una combinazione di meccanismi monetari con una politica fiscale, di bilancio, attiva…

Nella prima metà dell’anno, straordinariamente, i governi degli altri paesi (un po’ tutti: Cina, Giappone, India e Sud Est asiatico, Europa, mondo arabo, ecc.) hanno intanto deciso – certo senza mettersi d’accordo tra loro ma rispondendo tutti agli stessi segnali – di vendere i loro bond americani: che erano una volta, tenuti nelle loro riserve e acquistati in continuazione, un pilastro criticamente importante della finanza degli Stati Uniti d’America. Nel 2007, l’anno prima di questa grande recessione, il Tesoro prese in prestito $237 miliardi, di cui l’81% veniva da acquisti delle Banche centrali, per lo più, di paesi esteri[113].

Quest’anno, appunto nel primo semestre, sono stati venduti dall’estero $10 miliardi in più di quanti ne siano stati acquistati: è dal 2000, quando gli Stati Uniti erano in attivo netto e non avevano bisogno di farsi prestare niente dall’estero – che i governi stranieri non sono stati venditori netti per un anno intero. Ma, adesso, ne hanno, eccome!, un enorme bisogno… si devono pagare due guerre costosissime, e che al momento non rendono, 700 basi militari all’estero e le forze armate più grosse e di gran lunga più costose del mondo e trovare il modo di continuare a pagare programmi interni (per contrastare almeno un poco la recessione, per i salvataggi bancari e finanziari…) dei quali non possono fare a meno…

A giugno, peggiora la bilancia commerciale, informa il Dipartimento del Commercio[114], col deficit che salta al 18,8% oltre il dato di maggio e arriva a $49,9 miliardi, solo in quel mese, prendendo di sorpresa le previsioni ottimistiche, ancora una volta, di troppi analisti. E il risultato peggiore dall’ottobre del 2008, con l’export che scivola del 2,2%, ben sotto i $150,5 miliardi, e le importazioni che aumentano del 3% fino a $200,3 miliardi. Nel corso del primo semestre dell’anno, l’aumento del deficit  commerciale sta preparandosi a toccare un tasso annuale di $494,9 miliardi, il 32% sopra i $374,9 del deficit 2009, anno che risentì pesantemente, sia per export che import, della recessione.

Il calcolo di un autorevole istituto di ricerca sulle infrastrutture in America dice che, a fine 2009, solo per far fronte alle necessità primarie di cura, sistemazione e riparazione di quelle spesso fatiscenti nel paese riportandole a quella che i tecnici definiscono una “condizione accettabile”, che non significa buona, servirebbero ben $3.000 miliardi.

A ribadire l’urgenza del problema la notizia, che riflette soltanto la realtà di un’America nella quale non più qua e là e di tanto in tanto ma su grandi estensioni territoriali (tutta Colorado Springs, tutta la fascia centrale degli USA, da Fresno in California a Philadelphia, in Pennsylvania, interi quartieri di Washington) restano senza corrente elettrica per ore (in America, mica nel Burundi: nella capitale, per due giorni interi) per la fragilità delle vetuste reti di distribuzione che vanno continuamente in tilt)[115]

In Afganistan, oggi, sembra che la nuova tattica in auge sotto Obama sia quella, vecchissima, degli “assassini mirati”. Quella che in Vietnam, nei tardi anni ’60 e primi ‘70, mezzo secolo fa, fece decine di migliaia di morti (26.369 secondo il conto fatto dai servizi segreti[116]) tra i “sospetti” quadri dei Vietcong – molti alla fine erano semplici contadini –, non servì politicamente a granché e, in realtà, accelerò la sconfitta: si chiamava programma Phoenix, in vietnamita Chiến dịch Phụng Hoàng. Venne abbandonata, allora, perché “improduttiva”, disperante comunque.

Adesso, a leggere i documenti cosiddetti segreti del Pentagono messi in rete da WikiLeaks che parlano soprattutto del periodo Bush, la novità maggiore nei sei mesi che esaminano della presidenza di Obama sarebbe che va a farsi benedire del tutto, programmaticamente, la linea del conquistare i cuori e le menti.

Rimpiazzata proprio da qualcosa di simile all’operazione Phoenix, oggi condotta anche attraverso gli “assassinii mirati”, più asetticamente governati a distanza con i velivoli senza pilota, i drones[117]. Certo, con gli inevitabili “danni collaterali”… uno dei quali avrebbe potuto essere – dal Pentagono ci hanno provato – il tentativo cui sembrava in un primo momento essersi piegata anche la giustizia svedese di arrestare per stupro il direttore del sito web, Julian Assange: dopo sei ore dalla notizia, infatti, il procuratore generale dice[118], lasciate perdere per piacere, era un’accusa del tutto falsa….  i cuori e le menti degli afganiZ anchp’essa poi alal fine un oprodotto del Vietnam,

Ripensando, adesso, alle cose serie, a quello straordinario mucchio di documenti – classificati Confidential, Secret, Top-Secret e Ultra – che WikiLeaks ha ricopiato elettronicamente dalla superprotetta rete del Pentagono e fornito a fine luglio a New York Times, Guardian e Der Spegel – come al solito pieni di cose stranote, note, meno note e anche, di quando in quando, effettivamente segrete – a parte il mistero che nessuno ha spiegato di come sia stato possibile riprodurne addirittura più di 90.000 senza far scattare nessun allarme in un sistema di intelligence, si fa per dire, che impiega più di 800.000 persone[119] (spie, informatori, tecnici, specialisti, analisti, assassini e poliziotti di vario stampo…) adesso, dopo il tentativo a vuoto di mandare in galera il fondatore di WiliLeaks, c’è il grottesco e vendicativo sforzo degli imbelli e degli incompetenti di cercare di mandare in galera, e in America sarà certo più facile, per una vita il soldato semplice che è stato accusato di aver “parlato” e detto e documentato la tragica verità. E qualche domanda si pone e, anche, con qualche impellenza.

E’ infatti aperta la questione di scoprire e spiegare – credibilmente – chi abbia compilato tutti quei documenti, chi e come vi abbia avuto accesso con la disponibilità di tempo, soldi e tecnologie necessaria a trasmetterli all’estero, al mondo intero, violando procedure, protocolli e – forse – anche la legge. L’immagine che ci è stata trasmessa è quella di un individuo motivato e coraggioso o anche di un piccolo gruppo che ha rivelato al mondo una verità scioccante— solo che non è stato davvero rilevato un bel niente che non fosse dagli esperti ma anche dai non troppo esperti, già ben conosciuto.

E, allora, la domanda vera è sempre la stessa: a chi giova? a chi poteva davvero interessare rendere nota con tanti dettagli una verità che era già così conosciuta:

• che i pakistani stanno dando una mano da sempre ai talebani;

• che, però, anche tra gli afgani e perfino al governo c’è chi lo fa;

• che gli americani, dopo aver creato Osama e i talebani[120], e avendo prima deliberatamente “provocato” con la CIA l’intervento dei sovietici inventando, armando e finanziando i mujaheddin[121], hanno continuato a sbagliare tutto; e

• che chi gli va dietro ciecamente fa proprio altrettanto.

• E che, sopratutto, la guerra è persa, visto se non altro che non si riesce a vincerla, ormai da nove anni...

Chiunque egli-esso-essi colpevoli/responsabili siano stati è sicuro che hanno certosinamente messo insieme la documentazione più potente per dimostrare che è meglio andarsene via il prima possibile dalla “tomba degli imperi” e che, se è un’operazione di intelligence, altro che quella buffonata dello scambio di spie tra Washington e Mosca di un mese fa!

Che la guerra coi talebani in Afganistan “la stiamo perdendo”, come comunità internazionale “di cui siamo parte” proprio, e soprattutto, perché “abbiamo perso la battaglia della conquista dei cuori e delle menti” degli afgani (e, non lo aggiunge questo, anche dei pakistani): perché “per vincere il loro sostegno bisognerebbe portar loro lo sviluppo economico e provare che non solo la loro condizione può cambiare ma anche che può migliorare. E anche perche “agli insorti, che dalla loro hanno tutto il tempo che vogliono, per vincere basta aspettare”. Perché non è come per gli americani: il tempo è dalla loro…

In ogni caso, il portavoce dei talebani Zabihollah Mojahed, in una delle conferenze stampa, che più o meno apertamente e regolarmente, tiene alla luce del sole ha comunicato a un’attiva agenzia di stampa[122] che a Peshawar, in Pakistan, rappresenta i media islamisti di come e quanto gli insorti abbiano incrementatola la loro attività contro gli occupanti nel Nord dell’Afganistan. Un deputato afgano di quella regione conferma, aggiungendo che ormai i talebani stanno, sistematicamente ma flessibilmente, anche cominciato a raccogliere le tasse in quei territori…    

Che sia una battaglia persa, del resto, si vede subito anche solo a rifletterci un po’. Basta, ad esempio, solo considerare come il cinquantenne cittadino sudanese Ibrahim al-Qosi, il primo al-qaedista ufficialmente condannato per appartenenza al movimento terrorista dopo otto anni di detenzione preventiva a Guantánamo, al costo complessivo – dice il portavoce del tribunale, tal Joe DellaVedova – di quasi 8 milioni di $, fosse accusato di essere stato l’assistente… cuoco di bin Laden, in Pakistan molti anni fa.

E, confessandosi lo scorso aprile colpevole (ma di che non si sa: è segreto), abbia dato all’Amministrazione di Obama la sua prima vittoria nel controverso tribunale militare per crimini di guerra[123]: la sentenza lo condanna alla fine a 14 anni di detenzione[124], che poi saranno in definitiva scalati… In fondo, non era manco l’assistente di bin Laden, no?, ma solo il vice del capo cuoco del superterrorista. Mai condannato, lui, perché solo il cuoco, anzi l’assistente, hanno preso dopo una caccia durata oltre un decennio…

Che sia persa, lo dichiara il presidente pachistano Asif Ali Zardari in un’intervista[125] rilasciata nel corso di una specie di pellegrinaggio in Europa (non in Italia: da noi Berlusconi, in quei giorni, ha da fare con… Caliendo e i vari Casini) per tentar di chiarire il denunciato doppio gioco dei servizi segreti militari del suo paese coi talebani e la guerra. Ma Zardari, il vedovo della Bhutto, come tutti i suoi predecessori civili da sempre, è tutt’altro che affidabile – perché sistematicamente tagliato fuori – sulle cose militari del suo paese…

Anche i talebani – quanto Zardari e, in fondo, quanto gli americani che quella dizione l’hanno inventata e l’abbandonano, ora, solo per la loro disperazione di fondo – sanno che, alla fine, la guerra la vince chi conquista la lealtà della gente e, anche se le loro direttive ai propri combattenti consentono “la punizione con la morte di chi collabora con gli infedeli”, un nuovo opuscolo largamente diffuso di direttive impartite dal Mullah Omar, il loro capo supremo, ai combattenti impone di “trattare la popolazione non combattente secondo morale e norme islamiche per conquistarne il cuore e la mente” – frase, come si vede, quanto mai fortunata e diffusa – “e che va fatto ogni sforzo per evitare di danneggiare la popolazione civile[126].

E, di fronte alla campagna dei media occidentali, non certo infondata ma altrettanto certamente ben concertata dalle PR, cioè dalla propaganda di USA e NATO, che evidenzia e denuncia i danni alla popolazione civile inflitti dalle offensive dei talebani, questi adesso sapientemente rilanciano.

Vero, ora si viene a sapere che quando a gennaio scorso, Mullah Abdul Ghani Baradar, il numero due del capo supremo dei talebani Mullah Omar, venne catturato per caso in una retata di truppe americane e afgane, in realtà quello fu il risultato di un’operazione condotta insieme da servizi segreti militari pakistani e CIA, allo scopo preciso, tenuto nascosto per mesi a Karzai[127], di far saltare il negoziato che con Omar, tramite proprio Baradar, era stato avviato[128].

La spinta era stata dei pakistani, estremamente preoccupati di non essere loro a mediare ma di sentirsi scavalcati dal colloquio diretto tra afgani. Insomma, vatti a fidare degli amici: catturato così, casualmente? catturato a tradimento, piuttosto, come William Wallace di Scozia da Edoardo I di Inghilterra nel 1305, cioè nella sostanza violando, proprio come in quel caso e in non pochi altri, il salvacondotto che lo invitava a parlamentare (Braveheart).  

Malgrado ciò, i talebani a modo loro provocatoriamente rilanciano. Adesso, propongono all’avversario – e rendono noto di averlo proposto – di costituire una Commissione mista d’inchiesta sulle accuse reciproche di aver causato deliberatamente l’uccisione e/o il ferimento di civili nel corso del conflitto, Commissione che – suggeriscono – potrebbe essere formata dall’Organizzazione della Conferenza Islamica, da investigatori della Commissione dei diritti umani dell’ONU, dalla NATO e dai talebani stessi.

La proposta è rimasta così un po’ nel limbo, perché dalla NATO non c’è stata risposta, anche se in privato è emerso che ci sono paesi e contingenti favorevoli e governi e contingenti assolutamente contrari. Soprattutto, purtroppo, quello che conta e che unico, come sempre e su tutto, decide col sissignore ossequioso degli altri: indovinate un po’ quale[129]… Il fatto è che questi benedetti americani sono sempre convinti – o fanno finta per ragioni di opinione loro interna di esserlo – del rischio, mettendosi a parlare e tanto più a “lavorare” insieme ai talebani, di “legittimarli” politicamente: confermando così di non aver capito ancora un bel niente e che il fatto stesso di tardare a dare una risposta – e di non darla con un sì secco e chiaro – è una sconfitta politica. Lì, in Afganistan, ma non ci piove anche, poi, qui da noi.

Verso metà mese si apprende anche che il presidente Karzai ha deciso – avrebbe deciso… – di cacciare dal paese tutti i mercenari, le truppe private di sicurezza, i guardioni che a decine di migliaia affiancano le truppe americane facendo la guardia alle ambasciate, scortando i convogli militari ma anche conducendo direttamente operazioni di rastrellamento e di “pulizia” del territorio.

Il tutto, usufruendo dello status che, a quel titolo e con quella copertura, garantisce loro di fare quel che vogliono come vogliono, senza alla fine dover rendere conto a nessuno neanche delle atrocità che non di rado commettono nel paese. Siccome questo, però, è un punto di totale dissenso con il contingente americano e con la Casa Bianca, bisognerà vedere se stavolta riesce a spuntarla, Karzai, o se fa ancora il re travicello— perché non è la prima volta che ci prova: a novembre aveva detto entro fine 2011; oggi dice che entro quattro mesi devono tutte cedere il posto alle forze interne di sicurezza afgane[130].

D’altra parte – anche se, la fonte essendo il NYT, per il governo afgano è ormai almeno sospetta (ma guarda un po’ dove siamo arrivati…) – si viene adesso a sapere che il presidente Karzai ha licenziato in tronco il capo del suo servizio anticorruzione, Fazel Ahmed Faqiryar, perché – denuncia lui e conferma il quotidiano – aveva “ripetutamente rifiutato di bloccare le inchieste anticorruzione contro altissimi esponenti dello stesso governo Karzai[131].

La verità è che se l’Afganistan, come il Pakistan del resto, muore di fame o di alluvioni oltre che, naturalmente di attentati e bombardamenti, i governi pakistano e afgano si vedono i dollari e anche gli euro uscire dalle orecchie e soffrono, anche per questo di una corruzione rampante che fa anch’essa la forza della insorgenza talebana. Ma, così com’è, da noi non fa fino ricordarlo. E’ più facile chiedere al parlamento un altro assegno in bianco (di quelli votati quasi all’unanimità da destra a sinistra) per le truppe e gli “aiuti” umanitari:.. ai governi pakistano e afgano…

E, al fondo, la storia in Afganistan, al dunque, si rivela davvero tale e quale a quella del Vietnam. Qui, come lì, un’armata tecnicamente avanzata ha invaso un paese del Terzo mondo che stava appena riprendendosi da un altro tentativo di conquista e dominazione straniera (qui, sovietica; lì, francese). E a quel punto sia Vietnam che Afganistan ne avevano più che abbastanza di soldati stranieri. Oggi, in Afganistan come in Vietnam ieri, e dopo nove anni di guerra, dicono che gran parte dei soldati dell’esercito nazionale afgano non capiscano proprio perché mai siano chiamati a combattere contro altri afgani… 

Sia in Vietnam come in Afganistan, gli Stati Uniti dichiarano di voler sconfiggere il nemico per poi andarsene a casa. Ma, pur sconfitto, il nemico, lui, vietnamita o afgano che sia, resta lì a casa sua e, quando gli americani alla fine, se ne andranno, ci sarà – come sempre: come ci fu dopo la guerra di indipendenza americana, dopo la resistenza da noi e in Francia, come dopo il ritiro dei sovietici in Afganistan, e degli americani dal Vietnam (dove fu la meno cruenta, va detto): sempre – la  resa dei conti per chi avrà collaborato con gli occupanti-invasori.

In Vietnam fu la paura del comunismo (e il castello di immaginifiche fandonie che ci crearono sopra coloro che volevano l’intervento militare: la teoria del domino, ricordate?, quando il nodo era forse solo il nazionalismo vietnamita) che portò prima  cautamente Kennedy, poi avventurosamente Johnson, infine paranoicamente Nixon a impegnare l’America. In Afganistan, è stata la paura dell’islamismo e del terrorismo, più ancora come idea che come fatto, a portare l’armata americana: come se davvero senza i talebani (e con Osama bin Laden nascosto, magari, in Pakistan o ancora in Sudan o, chi sa, a Monaco di Baviera…), non ci sarebbe stato l’11 settembre.

In un caso, come nell’altro, comunque si trattava di idee, di ideologie. E, in un caso come nell’altro, la scelta di combattere con la forza delle armi un’idea o un’ideologia, si è rivelata tragicamente fallimentare. Adesso, come allora, l’unica soluzione per gli Stati Uniti e per quanti loro reggono più che altro sull’inerzia la coda, è di andarsene, incassando la perdita di prestigio che ciò comporta oggi piuttosto che una ancora peggiore domani e, se si mettono una mano sulla coscienza come hanno fatto poco per il Vietnam, magari offrendo un asilo a chi ha collaborato con loro.

Non ce ne sono altre, oggi come oggi, di soluzioni seriamente possibili. L’altra che e appena stata enunciata lascia molto perplessi, anche se l’ha pensata un cultore serio della real-politik. Robert Blackwill, già ambasciatore americano in India – a partire dal fatto che i tempi lunghi sono in ogni caso intollerabili da sopportare per l’occidente e, in specie, fa notare lui per gli americani e che questa sarà invece ancora una guerra lunga, lunghissima…

In effetti già, di gran lunga, la più lunga della storia americana – suggerisce (sintetizza un osservatore attento) “una sorta di spartizione dell’Afganistan, in accordo tacito o esplicito con alcuni dei suoi più potenti vicini, quali il Pakistan e l’Iran, che lascerebbe le regioni meridionali, abitate in maggioranza dalle tribù pashtun, ai talebani, consolidando invece la presenza alleata nel Nord del paese e mantenendo una continua pressione militare sui talebani sia per impedire l’allargarsi della loro sfera di influenza, sia per continuare a contrastare il terrorismo[132].

O, almeno, lui spererebbe. Ma sembra proprio peggio la toppa del buco…

In Pakistan intanto, il seguito delle tremende alluvioni che hanno devastato grandi territori e colpito personalmente almeno venti milioni di pakistani sta ancor più del solito fiaccando l’autorevolezza del governo Zardari rafforzando l’appeal che in questo paese da sempre, specie nelle emergenze, e malgrado – o forse proprio a causa – dei loro modi spicci e brutali hanno i militari[133] che, di fatto, hanno governato il paese per più della metà dei 63 anni della sua esistenza (il governo attuale è al potere solo da tre anni, dopo il decennio di potere del generale Musharraf).

E, certo, non lo ha aiutato il suo andarsene a zonzo a 6.000 km di distanza, in visita in Europa, mentre lì la gente – la gente comune non quella della sua èlite – moriva flagellata da inondazioni di violenza biblica… Né al paese sono piaciute diatribe e litigi feroci tra governo e opposizione su come distribuire gli aiuti internazionali in arrivo (scarsi comunque) dal mondo per alluvionati e sfollati.

Anche l’esercito non ha dimostrato grande efficienza ma, come era ovvio, molta disciplina in più, con 60.000 uomini impegnati da settimane intere sul fronte del disastro. E il fatto che, a difendere l’autorevolezza del governo civile sia rimasta in questo paese, praticamente da sola, l’ambasciatrice degli Stati Uniti d’America, Anne W. Patterson, non depone per niente a favore della sua pericolante credibilità. E non perché è donna in un paese islamico anche abbastanza estremista, ma perché è americana…

Per quanto riguarda l’Iran, l’analisi che – depurata di quanto di ampolloso e predicatorio inevitabilmente, iranianamente diremmo, la copre – viene condotta e diffusa da uno dei massimi comandanti delle Guardie rivoluzionarie non perde certo di validità, se è valida, per il fatto di essere proposta da lui. Bisognerebbe saperne tenere conto perché francamente quella di Yadollah Javani resa nota il 1° agosto[134] sembra una tesi sagace, capace di tenere insieme e anche spiegare razionalmente svariati fattori dell’equilibrio e del gioco geo-politico nella regione.

Sia USA che Russia – comprensibilmente dal loro punto di vista, osserva il capo dell’ufficio politico della Guardia della rivoluzione Javani – si preoccupano del peso maggiore che l’Iran va acquisendo a livello mediorientale. La risoluzione sulle sanzioni che hanno, insieme, elaborato e diretto contro il suo paese – con la tecnica collaudata anche se un po’ troppo trasparente del poliziotto cattivo, gli USA, e di quello più buono, la Russia – è la prova che entrambi sono in allarme perché stanno perdendo peso e Washington, soprattutto, avendo ormai deciso di metter fine – anche se ci vorrà tempo – alla sua sciagurata avventura in Iraq, si è reso conto che in ogni caso chi ne uscirà più forte è l’Iran.

Da parte sua, alla Russia fa comodo, molto, che l’Iran si opponga agli USA e all’occidente ma non vuole vederlo diventare la potenza dominante nella regione. D’altra parte, per gli USA continuare a dominare lo scacchiere mediorientale e continuare a “governare” la risorsa petrolio significa riuscire a gestire e tenere in qualche modo sotto controllo, sotto scacco, la Russia; e, per la Russia, che intende continuare ad ostacolare l’espansionismo occidentale verso i propri confini – la spinta nach Osten— verso l’Est della NATO – il non veder collassare l’Iran significa anche evitare, o almeno, rinviare, la propria potenziale esclusione dall’equazione del potere nella regione. 

Allo stesso tempo, Javani, facendo eco alla dichiarazione che le FF.AA. americane sono sempre pronte ad attaccare l’Iran “anche se non lo desiderano[135], risponde rendendo nervosi gli americani ma inquietando anche molti altri osservatori più distaccati – in pochi usano e di regola osano  replicare pan per focaccia sistematicamente agli americani, anche su punti che pure appaiono meramente retorici: e questi, invece, non mancano un’occasione – che il paese è da tempo preparato all’attacco di Israele e/o degli USA.

Riprende la dichiarazione del capo dei capi di stato maggiore delle Forze armate americane, amm. Mike Mullen, che al Senato ha detto di essere pronto all’attacco (e anche, però, che non lo vorrebbe dover portare: Mullen, come Javani, non è un generale da scrivania, è uno che cosa è la guerra – quanto sia sporca, quanto puzzi… – lo sa): Javani si dice certo (?), però, che Stati Uniti e Israele “non oseranno[136] attaccare l’Iran: gli USA dice fanno la voce alta per nascondere l’umiliazione che stanno subendo in Iraq e in Afganistan; e Israele, da sola, non oserebbe mai…

Intanto, il ministro del Petrolio Masud Mir-Kazemi e il presidente dell’ente petrolifero di Stato Ahmad Ghalebani, dopo che il capo dello staff del presidente della Repubblica, Esfandiar Rahim Mashaei, dichiara che il rapporto con l’Unione europea sta diventando inutile, va in Cina a inizio agosto a cercare nuovi investimenti nel settore dello sviluppo energetico e della costruzione di nuove raffinerie.

La Cina al presente ha investimenti e discute di aumentarli nei giacimenti iraniani di Masjed, Soleiman, Nord Azadegan, Sud Azadegan e Sud Pars. Il giorno prima il vice ministro del Petrolio, Hossein Noqrehkar-Shirazi, aveva annunciato che gli investimenti cinesi nei campi petroliferi iraniani hanno ormai raggiunto i $40 miliardi e che l’offerta di Pechino è ora di costruire in Iran, subito, entro due anni chiavi in mano, sette grandi raffinerie. Il viaggio è fatto anche per mettere adesso i contratti nero su bianco[137].

Al Dipartimento di Stato che obietta come si tratti di misure che vanno contro le sanzioni, il portavoce del ministero degli Esteri cinese fa osservare, seccamente, che forse vanno contro le loro sanzioni ma non contro quelle dell’ONU, che di misure del genere non parlano. Ma il fatto è che sono interpretazioni soggettive… E il vice primo ministro Li Keqiang, subito dopo aver letto un dispaccio di agenzia sul “richiamo” del Dipartimento di Stato alla Cina perché osservi le sanzioni scrupolosamente, replica all’istante che Pechino applicherà, avendole votate, le sanzioni dell’ONU, “non certo quelle stabilite isolatamente da altri[138]: chiunque essi siano…

Anche la Turchia afferma di non vedere alcuna ragione per frenare i suoi scambi di prodotti energetici con l’Iran, assicura Taner Yildiz, ministro che sovraintende il settore. Le imprese di ogni paese hanno tutto il diritto di continuare commercio ed affari, aggiunge  nome del suo governo a un convegno internazionale tenuto a Trebisonda[139], rivolgendosi direttamente all’incaricato d’affari americano a Ankara.

Intanto, anche la Banca centrale della Bielorussia dichiara che le sanzioni americane su due istituti bancari del paese controllati dall’Iran non avranno alcuna conseguenza sui rapporti economici tra i due paesi. Le due piccole banche in questione stanno cercando al momento di incrementare i rapporti commerciali bilaterali e sono perfettamente in regola con la legislazione bielorussa né in alcun modo connesse con i settori nucleari, o energetici, in Iran: gli unici colpiti dalle sanzioni USA[140]. Naturalmente, adesso bisognerà vedere se l’opinione degli americani è la stessa… e, visto che non lo è, che faranno.

Devono, però, fare anche i conti per quanto a malincuore con la geopolitica, il rapporto speciale che esiste, cioè, da sempre e comunque di contiguità e di reciproca identità, tra Russia e Bielorussia al di là delle tensioni stesse, sempre presenti e sempre transeunti, tra Mosca e Minsk. Quella tra la grande Russia e la piccola Russia, la Russia Bianca (questo significa Bielorussia).

E’ questo il fattore che li lega in un’unione di fatto pressoché indissolubile: culturalmente anzitutto (lingua e religione), ma poi storicamente (dagli zar ai soviet), finanziariamente, economicamente e territorialmente[141]. Per cui gli americani devono muoversi con prudenza, anche et dona ferentes, attenti a non forzare mai i ritmi delle tensioni che pur sempre esistono tra Mosca e Minsk ma pure a cogliere le occasioni che loro si offrissero. Solo che per farlo servirebbero idee, strategie e un minimo di visione coerente. E questa America proprio non ne ha.     

Il segretario generale della AIEA, l’Agenzia atomica dell’ONU, Yukiya Amano, fisserà presto la data dell’incontro sul nucleare tra Iran e cosiddetto Gruppo di Vienna, noto come P5+1[142]. Lo dice, ma per ora non trova conferma, il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki: però lo stesso sito dell’AIEA riporta la notizia lanciata dall’iraniano[143].

Il Brasile, ha firmato alla fine – adducendo a motivo che il suo paese rispetta tutte le risoluzioni dell’ONU – un decreto legge che ratifica le sanzioni[144]: anche precisando che non riguarda il Brasile se non teoricamente perché i suoi scambi con l’Iran sono soltanto relativi a prodotti agricoli, che restano fuori però delle sanzioni stesse.

E’ un segno, eloquente, però delle pressioni che vengono da Washington per riportare pur se solo in apparenza anche il Brasile all’ovile, assorbendo la riconferma da parte di Lula del suo impegno a lavorare con la Turchia sull’offerta che insieme i due paesi avevano fatto all’Iran e che l’Iran aveva accettato… E questo è un punto a favore degli USA…

Un punto contro è, invece, marcato dalla Turchia, che ci tiene a ribadire di non intendere interrompere[145], né adesso né poi dice, le sue vendite di benzina all’Iran. Lo annuncia il ministro dell’Energia Taner Yildiz, specificando che nessuno, del resto, lo ha chiesto ad Ankara (ma lo chiederanno, lo chiederanno…). La costruzione da parte della joint venture turco-iraniana (il partner turco è SOM Petrol) finirà di costruire e metterà anche in funzione l’oleodotto tra Iran e Turchia che fornirà di greggio anche l’Europa, spiega Yildiz.

D’altra parte, non è che all’Iran le sanzioni americane (quelle “legali” dell’ONU non ne prevedono proprio) abbiano fatto mancare le necessarie forniture di benzina. Certo, Exxon e Total, per dire, le hanno interrotte ma – comunica l’agenzia ufficiale e confermano le statistiche, anche se non le singole imprese – l’Iran ha potuto comunque importare, negli ultimi quattro mesi, 1.370.000 tonnellate di benzina da sette diversi paesi in competizione tra loro per vendergliele (Emirati Arabi Uniti, Turchia, Turkmenistan, Olanda, Singapore, Oman e Arabia saudita)[146].

Si tratta di quantità (e sempre disponibile, poi, per ragioni non solo commerciali, ma anche evidentemente politiche, c’è il Venezuela, per dirne uno solo…) sufficienti a coprire il suo fabbisogno: la differenza tra quanto raffina in casa e quanto serve a far fronte alla domanda interna ma non, in prospettiva, ad evitare la necessità di aumentare il prezzo del consumo alla pompa e/o la riduzione della razione sussidiata (che ora, per 100 litri ogni mese, 10¢ di € al litro[147]: mentre il costo di un litro al mercato libero, è il doppio; per memoria, da noi, un litro a metà agosto era su €1,40…).

A metà luglio, Teheran rivela poi di aver importato nel corso del primo trimestre del 2010, pagandoli $3,6 miliardi, materiali ed equipaggiamento per la costruzione di reattori nucleari da parte di 23 paesi stranieri[148]: una lunga lista che comincia con la Russia e prosegue attraverso Francia, Cina, Giappone, Emirati arabi uniti, Belgio, Corea del sud, Turchia, Finlandia, India, Spagna, Bahrain, Ucraina, Irlanda, Danimarca, Svezia, Slovacchia, Singapore e Austria, fino a chiudersi con Svizzera, Italia, Germania e Gran Bretagna…

Dalla Germania, precisa, un reattore nucleare, dalla Russia quello che le stanno consegnando a Bushehr, dagli altri varie strumentazioni, congegni, ecc. E se c’è bisogno, specifica, è in grado di mostrare le fatture. Nessuno smentisce. E nessuno promette neanche di non farlo più…  

Un altro punto – di grande rilievo, ci sembra – viene sottolineato da uno dei più famosi, anche da noi, ma soprattutto dei più “genuini”, tra i riformisti iraniani, Mehdi Karroubi, già candidato alle ultime presidenziali contro Ahmadinejad che dice chiaro e tondo il proprio disaccordo sulle sanzioni americane e occidentali, sulla politica dell’isolare e punire tutti per le colpe (ipotetiche) magari di uno o di pochi. La gestione dell’economia da parte del governo, spesso sbagliata argomenta ha portato a una recessione profonda e aumentato l’inflazione. Ma le sanzioni e la politica stessa delle sanzioni sono state un regalo fatto proprio al potere e ad Ahmadinejad.

Le sanzioni – spiega – sono di per sé controproducenti perché colpiscono in primis i più poveri, quelli che non si possono permettere alternative, i lavoratori e i contadini, e danno una bella scusa al regime per combattere a fondo chi non è d’accordo accusandolo di fare la quinta colonna[149]. Considerazioni addirittura banali ma che non sembrano intaccare le certezze ideologiche e, fanaticamente moralistiche dell’occidente.

Stesso tema sviluppa, con forza, intervenendo all’Unione delle Associazioni islamiche d’Europa a metà agosto risulta tanto più efficace, l’ex presidente iraniano che ha preceduto Ahmadinejad, quel Mohammed Khatami – definito da tutti i media occidentali, imitatori e spappagalleggianti all’unisono dietro ai confratelli americani – come l’ex presidente “riformista”.

e la sua critica contro la cecità della politica delle sanzioni, per l’effetto coagulante cui forzatamente obbliga una società altrimenti ancora dibattuta e divisa, acquisisce forte credibilità proprio e anche perché non rinuncia alla critica del governo: Ahmadinejad manca di tolleranza, e il regime oggi somiglia sempre di più a un qualsiasi totalitarismo dove la critica al regime, al governo, è considerata un tentativo di rovesciarlo.

In realtà, sembra quasi che questa sia davvero la boa di salvataggio principale che abbiano oggi i giovani leoni serrati intorno a Ahmadinejad, perché stavolta c’è davvero tensione nelle massime sfere del potere tra loro e i vecchi “chierici” arrivati al potere nel 1979 con Khomeini. E non si tratta delle fantasie bacate della rivoluzione verde anelata a Londra e a Washington e, sostanzialmente, fatta nella realtà iraniana di massa – come, poi, s’è visto anche se non è stato mai onestamente riconosciuto – solo o quasi da qualche immagine non si sa quanto autentica trasmessa da Internet e da Twitter. No, stavolta le differenze emergono e sono proprio i media iraniani a parlarne.

Insomma, non è affatto una sfida al regime, come quella che quelli dicevano e per cui tanto illusoriamente lavoravano ma, stavolta, di sicuro è una lotta interna al regime, fra fazioni diverse. Che non è, di per sé, cosa nuova. Nuovo è che, intorno a Ahmadinejad, si sta dando l’occasione di coalizzarsi così, e anche a torto, la reazione di una massa popolare che non ci sta a piegarsi dicendo sissignore agli americani. E che, se si arriva adesso allo scontro, questo è un fattore possente che giocherà a suo favore.

Sempre a proposito di sanzioni, ancor più importante forse, per l’Iran, è che finalmente la Russia abbia onorato il suo contratto per la consegna chiavi in mano del reattore atomico di Bushehr: ufficialmente la faccenda era fuori delle sanzioni ma si è trattato, comunque, di una sfida chiara e pubblica ai desideri espressi da Stati Uniti e Israele.

Non si tratta, comunque, di una novità “eversiva”: sono più di trent’anni che Bushehr è in costruzione ed un reattore atomico di vecchia generazione alimentato a plutonio. Mentre la forza del programma atomico nucleare del paese è nelle diverse costruzioni, ben altrimenti disperse e “protette” (anche, prudentemente, nel sottosuolo dopo che Israele attaccò e distrusse in un raid aereo del 1981 il reattore di Osirak di Saddam) e, perciò, molto più difficilmente attingibili da un qualsiasi attacco non direttamente nucleare, dunque.

Il processo di caricamento del reattore (che non è ancora, comunque, l’inizio della produzione)  dura una settimana ed è cominciato il 21 agosto[150] nella città sul Golfo Persico vicina a Shiraz, dove alla presenza di autorità iraniane e russe hanno cominciato a caricare nel reattore nucleare, che era in costruzione ormai da 35 anni (prima con l’aiuto americano, poi francese e, infine, russo), le cellule di uranio sotto il controllo dell’Agenzia atomica delle Nazioni Unite.

Mosca ha tenuto a riaffermare – lo dice in modo ufficiale il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, senza che gli americani stavolta dissentano[151]: del resto, la cosa è lapalissiana – che il reattore di Bushehr funzionerà in realtà anche per scoraggiare l’Iran[152] in campo nucleare, aiutandolo a ridurre almeno in parte, e in condizioni del tutto controllate e accertate, al di fuori da ogni rischio proliferazione, la quantità di uranio che, in ogni caso, decide di prodursi.

E’ stata la Rosatom, l’agenzia atomica russa a provvedere il 21 agosto, come annunciato, a dissigillare e inserire nel reattore di Bushehr il combustibile nucleare che era stato consegnato già un anno fa e che, da allora, aveva tenuto sotto attento controllo insieme alla stessa AIEA, del resto presenti al “lancio”.

In definitiva, sulle sanzioni ed il loro ennesimo fallimento, è il LAT[153] che sintetizza al meglio, ci sembra, lo stato dell’arte. Ricapitola come, frustrati dalle limitazioni che imposte alle sanzioni in sede di Consiglio di sicurezza, hanno imposto alle voglie degli USA Brasile, Turchia e, soprattutto, Cina e Russia, gli Stati Uniti, facendo un pressing anche asfissiante – ma al quale, in fondo, volendo bastava dire di no – sono riusciti a convincere/costringere gli europei (l’UE) ad estendere i loro interventi contro l’Iran (commerci e finanza) in modo del tutto improvvido molto al di là, dei dettati della risoluzione dell’ONU.

E hanno fallito perché, come scrive il quotidiano della California vagamente indignato per il business perso, “Cina, Russia, India e Turchia si stanno precipitando sulle opportunità di far business che offre oggi loro l’Iran con il cumulo di sanzioni ben al di là di quelle decretate dall’ONU che si vede imporre dall’occidente”. Però inutilmente, perché non mordono sul regime ma solo sulla gente, rafforzando così intorno al regime la solidarietà nazionale.

Dunque, per ora è perduta la scommessa di Obama— carota e bastone: dove si tratta di un grosso randello ma sempre poco efficace come minaccia e di una carota che c’è, in linea di principio, ma non è mai anche l’unica che sarebbe appetibile dalla controparte, cioè il riconoscimento effettivo nei fatti del principio di diritti uguali a quelli di tutti gli altri sempre e dovunque. Poi si vedrà: la prossima puntata è a settembre, intorno alla babilonia che sarà la prossima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Per ora il presidente della Banca centrale dell’Iran, Mahmoud Bahmani, ha fatto sapere che sono stati ritirati da tutti gli istituti bancari europei i fondi iraniani depositati[154], per sottrarli a possibili sequestri motivati dalle sanzioni dell’ONU o da quelle americane e europee. Era uno scenario, dice Bahmani, al quale la Banca era preparata ormai da oltre un semestre e che le ha consentito così di sfuggire a ogni “punizione” sperata da Washington.

L’India chiarisce, da parte sua, con l’ambasciatore a Teheran, Sanjay Singh, che continuerà a comprare greggio dall’Iran, come da anni ormai, e a cooperare nel settore petrolchimico. E che sta conducendo colloqui con Teheran sull’acquisto, nel prossimo futuro, anche di gas naturale[155]. L’India, spiega Singh, è a un tasso di crescita dell’8,6% e che, nel prossimo decennio, il paese avrà bisogno di moltiplicare l’energia di cui potrà disporre almeno del 400%. Quindi non farà le distinzioni che le vorrebbe imporre da lontano gente le cui priorità sono altre…

Al fuoco – tentiamo un approccio diverso al problema? in parole povere? – c’è tanta carne ormai a mostrare che l’unica possibile via d’uscita da quest’impasse che sta attanagliando, senza esiti possibili altro che catastrofici, il Medioriente tutto, l’Europa, gli Stati Uniti, il mondo è la vecchia odiata e odiosa ma anche – visto come sono fatti queste carogne di esseri umani – imprescindibile real-politik.

Partiamo, nel farlo, dal fatto che a marzo scorso, a Mosca – nel tentativo di convincere i russi, vanamente parrebbe, a non consegnare le chiavi del reattore di Bushehr a Teheran – Hillary Clinton predicò per l’ennesima volta il credo americano sul punto: che, secondo il TNP nucleare “l’Iran ha il diritto ad avere la sua energia atomica per usi civili”, aggiungendo che “non ha però diritto a un suo programma di armamenti nucleari[156].

E perché non ha questo diritto? Perché, spiega la maestrina dalla giacchetta rossa, la Clinton, “non si comporta bene”. Strana concezione del diritto internazionale che non convince neanche i russi (glielo spiega seccamente il collega ministro degli Esteri, Lavrov). Scontato, purtroppo, che Hillary – ma neanche Lavrov, si capisce che però almeno evita di evocare così scioccamente il tema – dica parola sul fatto che, evidentemente, a quello stesso programma avrebbero invece diritto, secondo gli USA, i vicini immediati dell’Iran, Pakistan e India, oltre che – naturalmente – Israele… Perché non è questione di diritto ma della decisione di farlo e, dunque, è questione di fatto.

Ci sarebbe da discutere molto, certo, se qualsiasi paese abbia davvero il diritto a costituirsi armamenti capaci di metter fine alla vita sul pianeta così come noi tutti la conosciamo. Ma è semplicemente ridicolo, oltre che straordinariamente ipocrita, che a predicare così sia il paese che al mondo ha l’arsenale atomico più vaste e distruttivo. Il diritto dell’Iran, insomma, è purtroppo identico a quello di Israele, degli USA, dei russi e di quanti altri… Gli USA possono, a buon diritto, sostenere che a loro non piace vedere un Iran nucleare. E Ahmadinejad, a buon diritto, sensatamente e meno ipocritamente può rispondergli semplicemente con il suo usuale ‘chi se ne frega!’.

Il fatto è che tutti i paesi dotati di armamenti nucleari – e gli USA per primi: per storia, dimensione e gerarchia nel mondo – non hanno più ormai una possibilità appena decente di far accettare dalla comunità internazionale, come dicono, la loro politica bifronte, dei due pesi e delle due misure, dell’ipocrisia inconfessabile per cui quello che per loro è un diritto sacrosanto, per gli altri no… A meno di avere il loro permesso…

In questa situazione, la via d’uscita è il negoziare da pari a pari. Perché in diritto si tratta di paesi sovrani. Ma la retorica del diritto, non essendo retorica ma il riflesso del fatto della pari sovranità che governa a tutt’oggi il mondo e i suoi equilibri, se viene respinta in nome di una ragione che non è comprensibile agli altri perché si basa soltanto su basi di prepotenza che non possono altro che incancrenire il contrasto.

Ci vuole un discorso pulito, chiaro che faccia appello all’interesse dell’Iran stesso. Bisogna che parta dal riconoscimento che fino ad oggi, è vero, gli Stati Uniti hanno sempre menato (per un centinaio di volte da un secolo a questa parte) e invaso i paesi che armi nucleari non ce l’avevano. Si sono rassegnati a chi se le costruì, pochissimi anni dopo di loro perché non potevano impedirglielo (inglesi, francesi) e/o non osavano far loro la guerra.

E, anche quando hanno tuonato contro chi se le voleva costruire (il Pakistan, l’India…) poi, quando se le era fatte – perfino la Corea del Nord – li ha lasciati stare. Qui – primo riconoscimento di fatto – si capisce allora perché l’Iran anche se lo nega – come hanno fatto sempre tutti: come fa ancora Israele che, pure, ogni tanto se ne scorda e lo confessa – le armi nucleati probabilmente le voglia: per sottrarsi alla minaccia e al ricatto della superpotenza Stati Uniti d’America.

Ma attenti, noi – noi Stati Uniti – non è che proprio controlliamo Israele. E vi conviene stare attenti, anche voi. Quelli hanno paura sul serio e quando vi minacciano lo fanno sul serio. Vi ricordate di Osirak? E, più di recente, nel 2007 di quel reattore (forse… forse) costruito, sospettavano e sospettavamo anche noi, dai nord-coreani in Siria?

Se vi attaccano perché sono matti dalla paura, questo è il punto al quale vi conviene davvero pensare, potete davvero permettervi – economicamente, socialmente, in un paese che come il vostro ha perso qualche anno fa un milione di cittadini nella guerra contro Saddam, che viene boicottato in vari modi dal mondo che conta e ha una popolazione di 70 milioni di cui il 25% ha meno di 15 anni – potete davvero permettervela una guerra?

Non sarebbe meglio, magari anche per voi, che rallentaste un po’ il passo, che deste – o, almeno, sembraste dare – un po’ di spazio a chi frena invece che a chi dalle parti nostre attizza alla guerra contro di voi?... Non sarà un ragionamento molto sofisticato, d’accordo. Ma sicuramente è molto più sofisticato e credibile dell’approccio che oggi non si fa e del ragionamento costruito solo di ipocrisia, demonizzazione e minacce che, invece – con i presidenti Clinton, Bush ed Obama – l’America rivolge all’Iran.

Bisogna impedire, potrebbe anche essere loro spiegato (ma non esiste, ovviamente)  in un impeto di irresponsabile, pazzesca franchezza – e bisogna che anche voi vi preoccupiate di impedire però – che finisca col vincere anche stavolta il tipo di intelligence fasulla che ha inventato la necessità dell’invasione dell’Iraq, e che sta montando adesso l’attacco all’Iran con gli stessi imbrogli, l’identica narrativa, perfino talvolta e non di rado gli stessi imbroglioni che ripetono tali e quali i raggiri e i giochi delle tre carte di allora… Insomma, vogliamo buttarla via questa signora Hillary Clinton con la sua politica umanistica doubleface incapace di mordere e, magari, richiamare in servizio il vecchio Kissinger?

A un po’ di real-politik sembra, adesso, puntar la Turchia con la proposta, per la fine del Ramadan (dopo il 10 settembre) di tenere a Damasco una conferenza internazionale (su richiesta di forze politiche irachene, ma non è chiaro di chi…; e non è chiaro ancora neanche con la partecipazione di chi) sul futuro dell’Iraq[157]. Non il solito bla-bla di false promesse e di impegni finanziari a venire, ma una cosa che cerchi di risolvere l’impasse politico a Bagdad e soprattutto – scrive la fonte di questa notizia – per tentare di ridurre l’influenza sull’Iraq sia degli Stati Uniti d’America che dell’Iran: i due poteri, quello calante e quello crescente…

Nel loro scontro, stanno le radici di questo stallo. Per gli Stati Uniti, adesso, oltre a mostrare che a Bagdad si forma un governo – per potersene andare dall’Iraq senza perdere la faccia, come almeno hanno annunciato di voler fare, con almeno la metà delle loro truppe prima delle elezioni di medio termine di novembre in America – c’è l’esigenza di assicurare che, nel nuovo governo di Bagdad, esista uno spazio abbastanza vasto da garantire una voce ai sunniti, minoranza ma determinante comunque nel paese e rappresentata oggi, al dunque, dall’ex primo primo ministro del dopo Saddam, al-Allawi. Che, dopotutto, alle elezioni è arrivato primo, ma ha preso due seggi di meno della alleanza sciita rivale.

Gli iraniani, al contrario, non vogliono rivedere coinvolti al governo anche i sunniti, loro nemici storici e troppo vicini all’Arabia saudita, da sempre concorrente strategico nella regione e nel mondo islamico di Teheran. E, poi, c’è la Russia che, come si dice oggettivamente, è interessata a continuare a vedere gli USA infognati anche in Iraq: perché così sicuramente ha le mani più libere per fare gli affari suoi senza interferenze americane, altrimenti onnipresenti, nel resto del mondo, in tutta l’Eurasia[158].

Anche per questo forse, da ultimo, dopo che al-Allawi inaspettatamente se ne è andato a Mosca a parlare con Putin e Medvedev e Alexander Voloshin (colui che gli americani, anche se il suo titolo ufficiale nella nomenclatura è assai marginale, considerano come l’eminenza grigia del Cremlino, e  coordinatore di fatto, dicono, anche se senza alcun titolo formale, dei servizi segreti), sembra che gli USA abbiano accennato ad allentare il loro quasi-veto a una ricandidatura di al-Maliki a capo del nuovo governo o, meglio, a vederlo sostituire con un altro esponente della sua stessa coalizione sciita, sempre che ai sunniti venga riservata una presenza comunque significativa  nel gabinetto…

Difficile, impossibile in pratica, che la conferenza di Damasco proposta dalla Turchia si riesca effettivamente a tenere, per lo meno alla data annunciata: sono cominciate subito, a Teheran come a Washington e Bagdad, le grandi manovre per silurarla; e, in ogni caso, i tempi sono troppo vicini. Ma l’importante è che, forse, sia adesso partito il segnale che all’Iraq si offrono altri interlocutori interessati e capaci, chi sa?, di sottrarlo alla morsa asfissiante delle due grandi potenze incombenti: Iran e America.

In Egitto, lui fa le corna di certo, tutti si aspettano ormai la scomparsa di Mubarak che, sicuramente, sta male. Un cambio, che non potrebbe avvenire ancora democraticamente, alla testa del più grande paese arabo, aprirebbe scenari possibilmente anche molto nuovi – e perciò destabilizzanti – per tutta la regione.

Ma la successione è, a dir poco, confusa: tra il figlio, Gamal (El Deen Muhammad Hosni Sayed) Mubarak che ha studiato all’American University del Cairo lavorando poi nella Bank of America, sempre al Cairo e a Londra, ma avrebbe bisogno ancora di tempo per affermarsi e le gerarchie militari, da tempo impazienti di un regime sonnacchioso da un’era geologica.

Gi egiziani (cioè, le autorità) si preoccupano anche della prospettiva emergente di un Sudan che si spaccasse in due, come adesso è possibile col referendum, né che mettesse a rischio la distribuzione tradizionale delle acque del Nilo di cui il delta è a fine corso e, dunque, a rischio di tutto quello che – non impedito da accordi politici e dalla potenziale minaccia militare – succedesse a monte.

Intanto, l’Amministrazione Obama e il Regno saudita concludono quella che risulta essere la più consistente vendita di armi pesanti mai fatta finora nella storia del mondo: includerà 70 elicotteri Black Hawk UH-60 e fino a 60 elicotteri d’attacco Long Bow Apache (per una trentina di miliardi di $) in un accordo che impegna gli Stati Uniti a vendere in dieci anni un pacchetto allargato di armamenti all’Arabia saudita che vale il doppio, una sessantina di miliardi di $. Il contratto copre anche la cessione di parti di ricambio e di simulatori di volo e la manutenzione di lungo periodo per i velivoli[159].

A ruota – tutti coloro che appena se ne intendono ci andavano scommettendo da giorni: la Bets R Us di Londra, agenzia di scommesse tra le più grandi del mondo, 54 Matthias Road, London N16 aveva aperto un conto on-line particolare e pagava 2 a 1, non molto tanto era sicura che la notizia sarebbe arrivata entro dieci giorni: chi ci ha scommesso così ha vinto – viene annunciato che Israele acquisterà adesso, gratis – coi fondi dell’aiuto militare a Israele versati dal governo americano alla Lockheed Martin americana che li fabbrica – 20 caccia multiruolo e monoreattore Stealth (invisibile) F-35I Lightning.

L’accordo è che il ministro della Difesa, Barak, ha autorizzato l’esborso di $4 miliardi al Pentagono, coi quali, dicono fonti del ministero della Difesa di Gerusalemme, Israele sarà in grado di mantenere la propria superiorità aerea[160]; spesa che verrà rimborsata, alla fine, con meno di un decimo del conto presentato ai… sauditi per i loro elicotteri. Misteri poco gaudiosi davvero. Almeno per gli arabi…

Sulla questione dell’assalto condotto in acque internazionali dalle truppe speciali di Israele alla flottiglia turca, e dei 9 morti che ha fatto la notte del 31 maggio sulla Mavi Marmara (il Marmara blu: dal nome del mare interno che separa la Turchia europea da quella asiatica e il mar Nero, il Bosforo, dall’Egeo, lo stretto dei Dardanelli) sembra che adesso Israele sia pronta a accettare l’indagine internazionale che finora aveva rifiutato[161]. Erano cresciute le pressioni su Gerusalemme e, per la prima volta, il governo ha accettato un’inchiesta internazionale sul comportamento dei propri militari. Dichiara Netanyahu stesso di sentirsi rassicurato dalla “posizione equilibrata e dal mandato scritto bilanciato” che ha ricevuto dall’ONU la Commissione d’inchiesta.

In effetti, essa sarà composta da due commissari di parte, uno turco e uno israeliano, e da due super-partes, entrambi noti “amici” di Israele, neozelandese il presidente, ex primo ministro Geoffrey Palmer, e colombiano il secondo, il presidente uscente Álvaro Uribe Velez, che li ha contrattati col segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon.

Anche la Turchia si dichiara disposta a accettare, pur riservandosi di perseguire lo scopo dell’inchiesta che l’ONU (meglio, il segretario generale che si sbilancia un po’ troppo, infatti) indica come secondario – l’assegnazione delle responsabilità – più che quello primario formalmente quello di studiare e raccomandare “come evitare il ripetersi di incidenti simili”. In effetti, i risultati dell’inchiesta saranno inesorabilmente azzoppati e non riusciranno a chiarire proprio niente.

Perché gli inquirenti, come s’è affrettata a spiegare l’ambasciatrice americana all’ONU, Susan Rice, che pure non c’entra niente (ah! ah!), potranno basarsi solo sui risultati acquisiti dalle due inchieste separate, israeliana e turca e solo su quella base e facendo magari qualche ulteriore richiesta alle due parti potranno lavorare[162]. Una specie di Corte di cassazione, insomma, che non potrà davvero giudicare nel merito.

Tanto più che Israele minaccia subito di ritirare il proprio consenso se come chiedono i turchi verrà chiesto a suoi militari di deporre sotto giuramento davanti alla Commissione[163]. Pare, in effetti, che Netanyahu avesse ottenuto questa curiosa promessa (per non dire altro) addirittura dal segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon, senza che però avesse sentito nessuno della Commissione…

Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità palestinese sul quale premono insieme gli americani, perché accetti di negoziare direttamente con Netanyahu, e il mondo arabo per una volta forse davvero unito, perché lo faccia sì, ma con la garanzia scritta anzitutto americana che non sarebbe l’ennesimo escamotage israeliano per sfuggire a una decisione e a un’agenda di ritiro da tutti i territori ancora occupati dentro la Cisgiordania e della fine dell’assedio di Gaza.

Lui è perfettamente cosciente, poi, di condurre un difficilissimo (e anche rischioso: ne va della sua stessa sopravvivenza e, forse, non solo politica) gioco di equilibrio con l’altra ala del mondo palestinese (Hamas) che non crede – e non a torto, evidentemente, finora – che alcun colloquio mai avrà efficacia.

Sembra, o sembrava, che Abbas stavolta avesse trovato il modo di uscire dalla stretta (non di risolvere o avviare il problema a un accenno di soluzione: ma almeno di costringere Israele ad assumersi la responsabilità dello stallo): si dichiara pronto, infatti, a riprendere il negoziato diretto se Israele come le ha chiesto ufficialmente il “quartetto ONU” presieduto da Blair (USA, Russia, Unione europea e ONU stessa) fermerà davvero la costruzione dei suoi insediamenti illegali nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Cioè, se accetterà di ripartire dai confini che Israele si conquistò con la guerra del ’67. Ma Netanyahu insiste: senza condizioni[164]…o, come traducono la sua insistenza due osservatori israeliani onesti e che mirano al sodo, ancora una volta e sempre Netanyahu rigetta qualsiasi colloquio di pace basato sui confini del 1967 [165].  

Ora, il 2 settembre, alla Casa Bianca, Obama incontra direttamente, lui, Abbas e Netanyahu[166]. L’invito, perché le parti si incontrino a Washington, parte sempre dal “quartetto” ma tutti sanno che l’unico incontro a contare sarà, ovviamente, quello alla Casa Bianca. E se, di qui ad allora, nessuna delle due parti scatenerà una “provocazione” tale da far saltare il tavolo prima ancora che si apra, forse l’impegno diretto del residente statunitense potrebbe anche riuscire a farli incontrare per una o due volte ancora.

Quanto probabilmente sia inutile l’esercizio, ai fini della pace, appare purtroppo chiaro. Ma il ministro degli Esteri francese, fa finta di non vedere e insiste, roboante a chiacchiere come sempre, che l’Europa deve avere un suo ruolo nei colloqui di pace di Washington e scrive della sua preoccupazione alla rappresentante dell’Unione europea, Catherine Ashton[167]

Bernard Kouchner, scorda in tutta evidenza, o forse avverte quanto evanescente sia comunque la presenza europea, che nel quartetto ella rappresenta proprio l’Unione europea… Ma non gli viene in mente come, e soprattutto quanto, sia anche l’inane consistenza delle proposte europee, sempre e comunque allineate e coperte ai desideri di Washington ed Israele, a rendere ridondante, e perciò vacua – e, dunque, una non presenza – la presenza europea.

Ma l’impasse sarà comunque inevitabile, se la rigidità di chi deve cedere qualcosa (territorio contro pace: ovviamente Israele) non si allenta e se i cosiddetti mediatori non ritrovano almeno un po’ – un filo, non più – di coraggio. Invece, tanto per cominciare, l’invito avanzato dal quartetto ONU a nome di tutti alla fine chiede alle parti, Israele compresa, soltanto di “evitare provocazioni”; senza osare neanche chiedere di prolungare l’interruzione, che adesso scade prima di fine settembre per decisione di Netanyahu, del permesso di edificare a Gerusalemme est e, perciò, illegalmente nuove abitazioni…

Non è difficile capire perché, in queste condizioni, lo scetticismo di Hamas probabilmente avrà ancora una volta ragione. Del resto, è subito diventato notorio che Abbas, come la mette il NYT[168] che ha raccolto voci e prove, ha dovuto ingoiare pressioni – diplomatiche dicono, ma in realtà di ogni tipo – da America e Europa. Mentre, subito evidente è diventato che su Israele, al solito, ci sono andati leggeri. Infatti, l’incontro sarà proprio incondizionato: Israele non ha dovuto promettere niente di niente… come Netanyahu voleva e, subito, si affretta a ribadire.

E, anzi, il 22 agosto, nel corso della riunione di governo settimanale, il primo ministro israeliano ha specificato che, in realtà poi, Israele una precondizione ce l’ha, al contrario di quanto aveva detto: i palestinesi la loro – che lo Stato di Israele non ricominci a costruire nuove abitazioni in insediamenti ebraici nei territori occupati – la fanno valere al futuro ormai, Israele no: prima ha lasciato partire l’invito del quartetto e di Obama, poi, adesso, pretende che l’ANP una precondizione la deve accettare: che il negoziato dovrà concludersi col riconoscimento di Israele “come Stato ebraico[169].

Che è già pretesa tale da fare il paio solo con quella analoga di chi esige di vedere riconosciuto il proprio paese come Stato islamico, punto e basta: Arabia saudita, per dire, o Iran. Ma poi, almeno, non chiede al mondo di riconoscergli il carattere di democrazia occidentale. E, poi, c’è anche da capirsi bene su quel che è questo “Stato ebraico”. Perché messaggio, sogno, utopia, ideologia sionista, stanno a  coprire cose, almeno in parte, radicalmente diverse.

La prima è il messaggio che prese corpo nell’800 e si concretizzò nel 1948, attraverso la mediazione tragica e atroce – ma anche essenziale alla sua realizzazione – di una terra per gli ebrei radicata, però, nelle forme ed istituzioni della democrazia all’europea, anche se allora quando il sionismo nacque con Herzl la democrazia era ancora imperfetta, quasi solo nascente. L’altra forma del sionismo è quella dell’affabulazione mitica e mistica del fondamentalismo ortodosso: che, però, come ogni fondamentalismo, è esclusivo ed esclusivista e intollerante di qualsiasi pluralismo…

Chiedere ora ai palestinesi di riconoscere, addirittura prima ancora di cominciare a trattare, che alla fine Israele deve avere il diritto di trattare palestinesi e arabi che restassero suoi cittadini come fa già adesso, visto che loro non sono ebrei, cioè come cittadini di seconda classe, è davvero assurdo. In altre parole è quello che l’ex presidente americano Carter ha chiamato il diritto all’apartheid di Israele. In Sudafrica, almeno, lo dettava solo la forza, non è che chiedevano a Mandela e ai suoi di riconoscerglielo come diritto. Qui come tale, come diritto, lo vogliono, addirittura a priori, riconosciuto.

E, come ha subito dovuto dire Wassel Abu Youssef, membro dell’esecutivo dell’OLP, nessuna organizzazione palestinese – nessuna – può mai, ovviamente, accettare una simile condizione. Forse è l’ennesima tattica. Ma alla fine – speriamo: e la mettiamo così, come una speranza, non più – Netanyahu potrebbe anche rimanere impigliato, e soffocato, dalle sue tattiche e costretto a lasciare la mano.

Ha spiegato, prima di quest’ultimo sviluppo – meglio inviluppo – “un ex negoziatore di parte israeliana, Daniel Levy, che Abbas voleva e aveva bisogno di un riferimento chiaro al confine del 1967 [almeno come punto di riferimento del negoziato]: invece gli hanno dato dodici mesi [il tempo della scadenza che, come mille altre prima, stavolta Obama ha fissato per concludere il negoziato] per continuare a esporre il suo caso  nella speranza [nell’illusione, piuttosto] che, allora, gli americani si risolveranno a intervenire decisamente [170]

A Israele, in effetti, non hanno chiesto niente. E, come è ovvio, infatti, rilancia… Nell’invito, e speriamo non proprio per sempre, si è persa – del resto la redazione del testo l’avevano affidata, e non a caso ma come garanzia di parzialità filoisraeliana, a quel pesce freddo di Blair[171]… – del tutto la spinta propulsiva che conteneva l’appello di Obama al Cairo al ritiro, al dialogo, al negoziato, alla pace. Non c’è più niente, ormai, neanche a Washington, che non sia il ragionare freddo, ma alla fine impotente perché spudoratamente sbilanciato, dello staff clintoniano (della Clinton, non più tanto del Clinton) che per conformazione mentale e ignoranza della storia concepisce una trattativa solo e sempre a partire dal sì preliminare al padrone, al più forte…

Così che adesso, dopo aver detto il suo sì strangugliato a Obama rischiando prestigio, credibilità e la sua stessa sopravvivenza come rappresentante del suo popolo martoriato, Mahmud Abbas è ridotto a minacciare di far saltare la ripresa dei colloqui se riprenderà in Cisgiordania e a Gerusalemme est, l’attività di costruzione di immobili per soli ebrei.

L’ha dovuto giurare per “sopravvivere” a una riunione dell’esecutivo dell’OLP a Ramallah[172] e solo a questa condizione, non avendo potuto portare all’incontro la garanzia che nessuna costruzione riprenderà nei territori occupati, ha avuto il consenso – peraltro senza neanche un voto formale visto che oltre la metà dei componenti dell’esecutivo erano stranamente assenti – ad andare all’incontro di Washington.

Poi c’è stata anche l’uscita proterva di Netanyahu. E, onestamente, una scommessa a questo punto sarebbe almeno 5 a 1 contro una “sopravvivenza” efficace dell’Autorità nazionale palestinese come essa è oggi.    

Nella controversia tra Israele e Libano – che ha visto scoppiare un incidente armato e anche serio al confine tra i due paesi dove Israele ha imposto, e non solo sul suo territorio, una zona “neutrale” che, però, pretende di controllare – si inserisce con l’effetto stridulo, e insieme grottesco, del suono di un gessetto che striscia di sbieco su una lavagna, una dichiarazione del governo americano. L’offerta avanzata dal governo iraniano a quello libanese, di aiuti in forniture militari nel caso gli vengano interrotti, perché sgraditi a Israele, quelli americani, sarebbe “una violazione della sovranità libanese[173]. La logica non è affatto evidente, naturalmente – almeno per i non americani – ma tant’è…

Il Libano reagisce con prudenza ma non può non affermare, come fa con le parole taglienti del ministro della Difesa Elias Murr, uno di più filoccidentali del suo composito gabinetto, che non esiste una concezione secondo cui al Libano viene dato aiuto militare sì, ma a patto che accetti di non usarlo per proteggere “il territorio, il popolo e i confini contro l’aggressione israeliana[174] e che, invece, ogni possibile aiuto senza condizioni è il benvenuto.

In parallelo, anche se forse davvero in coincidenza, il Libano ha deciso di dare ai 400.000 rifugiati palestinesi nel paese gli stessi diritti[175] che hanno tutti gli altri lavoratori stranieri, mettendo fine a anni di discriminazione di fatto che da sempre colpiscono i palestinesi in tutto il mondo arabo in nome, si capisce, dei princìpi più nobili: siccome i palestinesi hanno, naturalmente, il diritto a tornare a casa loro, in Palestina, non possono essere in alcun modo integrati in altri paesi arabi…

Ma anche qui, ovviamente e senza ipocrisie, si tratta di diritti del tutto teorici: come, è vero, teorico è il diritto dei cittadini libanesi poveri ad essere ricchi, o anche solo a sfamarsi ogni giorno. O, se è per questo, è teorico – perché la società è stata organizzata così da renderlo soltanto tale – il diritto di qualsiasi essere umano che sta sul pianeta ad usufruire concretamente delle prerogative che, per il fato stesso di essere nato, gli conferirebbe – bisogna usare il condizionale – il fatto stesso, appunto, di essere nato. Diritti pure proclamati e consacrati, con ipocrisia tutta umana, da delibere, ordinanze, sentenze, decreti, dichiarazioni universali, Costituzioni… e chi più ne ha di più pure ne metta.

Intanto, Obama ha formalmente dichiarato chiusa la guerra in Iraq (la “guerra scema”, la chiamò otto anni fa: ma da un anno e mezzo è anche la sua “guerra scema”…) in un discorso ai reduci delle guerre americane[176]. Resteranno, come già detto dallo stesso Obama però, 50.000 soldati americani per addestrare gli iracheni – anche se, la miseria!, dopo otto anni… – e in qualche modo garantire la sicurezza di… se stessi. 50.000 soldati che resteranno fino a fine 2011…

Ma qui ci credono in pochi che poi se ne andranno, visto che resta ancora ufficialmente, comunque, metà del contingente e che esso verrà “implementato”, si dice così, da un numero doppio di mercenari rispetto a quelli attualmente presenti[177]

Poi, certo, suona anche abbastanza assurda l’idea che, comunque, i 50.000 GI’s del corpo di spedizione che restano si limiteranno all’addestramento. Vista in un contesto più vasto, questa è una forza combattente che, dopo Afghanistan e Germania è, per dimensioni, la terza dislocata all’estero dagli Stati Uniti d’America (lì c’è ancora una guarnigione di ben 54.000 GI’s. per che fare davvero nessuno lo sa)…

A Bagdad, c’è poi una nuova ambasciata di dimensioni colossali (oltre due km. di lunghezza distribuiti su due edifici in cemento armato e ultrablindato) e la bellezza di una mezza dozzina di grandi basi militari distribuite un po’ in tutto il paese. E i due fatti, insieme, non sembrano proprio indicare che il corpo di spedizione intenda davvero andarsene entro la fine del 2011. Una promessa, questa di Obama, che somiglia da vicino a quella di di chiudere la base di Vuantamaìnamo entro il gennaio 2010: otto mesi fa…        

Ci credono in pochi anche perché, poi, improvvidamente il comandante delle truppe americane – uno di quei soldati che parlano anche quando non pare essercene bisogno, tanto per dire la loro forse – il gen. Ray Odierno, dice alla CNN[178] che lo intervista, di come sia chiaro – alla Casa Bianca, però, reagiscono male: sarà chiaro per lui, bofonchia un portavoce… – che, se c’è bisogno, i soldati partiti (tutti professionisti) possono sempre essere richiamati e tornare a combattere. Alla faccia degli impegni assunti dal Comandante in capo…

L’Iraq, poi, è un paese che a più di cinque mesi dalle elezioni resta totalmente bloccato. Il voto non ha sciolto il dilemma su chi sarà presidente e sono in opera due tentativi di mediazione dal’esterno ad altissimo livello per arrivare a una soluzione che forzi un accordo tra le due liste a modo loro entrambe vincenti.

Uno dei due tentativi, iraniano, vede impegnato a fondo lo speaker del parlamento iraniano, Ali Larijani, a mediare tra le due fazioni (lo Stato della Legge, SoL, e l’Alleanza nazionale Irachena, l’INA) della coalizione sciita che alle elezioni ha vinto la maggioranza dei seggi. Pare che sia calata l’ostilità dell’INA, in origine imposta dall’ala interna alla coalizione del “chierico ribelle” – lo chiamano così gli americani – Moqtada al-Sadr, ad accettare come primo ministro chi era al potere prima delle elezioni, Nouri al-Maliki che, in cambio, prometterebbe ad al-Sadr quattro posti di governo – compreso quello di ministro degli Interni – e la liberazione di tutti i detenuti dell’ala saadrista, compresi quelli, diverse decine, condannati a morte per le loro imprese belliche anti-americane e antigovernative[179].

In questi giorni viene, poi, annunciato che è tornato in Iraq dall’ “esilio” in Iran dove si era rifugiato, Ismail al-Lami, anche noto col nome di battaglia di Abu Deraa[180], uno dei massimi comandanti dell’Armata del Mehdi sciita di Muktada al-Sadr, obiettivo primario nel mirino degli americani dal 2004: quando si rese “colpevole di un gran numero di attacchi feroci” (sono sempre feroci, per definizione, quelli del nemico— è evidente: quelli della nostra parte sono notoriamente caritatevoli…) contro le milizie sunnite e contro gli americani.

L’altra coalizione, al-Iraqiya, capeggiata dall’ex primo ministro, il primo del dopo invasione americana, al-Allawi, aveva preso più voti (anche se due seggi in meno) degli avversari e il suo vice, Muhammad Salman al-Tai, spiega l’impegno dell’Iran sciita a favore degli avversari col fatto che considerano Allawi in pratica un infedele – troppo laico – e uno che comunque ha troppi sunniti tra le sue fila.

Avvertendo la morsa, a questo punto al-Iraqiya, che per il momento si mantiene più unita, almeno apparentemente[181], degli altri, e insiste sul suo diritto alla premiership – anche se è disponibile, per ottenerlo, a cambiare candidato: dice il portavoce, Shakir Kitb, a Larijani che la coalizione mista sciita, sunnita e, per così dire, laica potrebbe candidare al posto del suo capofila, Iyad Allawi, uno tra Muhammad Tawfiq Allawi, Osama al-Nujayfi o Tariq al-Hashimi[182]. Se non le sarà permesso, si riserva il diritto di opporsi con ogni mezzo e rigetta in partenza ogni tentativo di al-Maliki di comprare con posti ministeriali uno per uno (davvero ogni luogo è paese…) i suoi voti.

Abbiamo usato l’avverbio “apparentemente”, a qualificare l’aggettivo “unita” riferito ad al-Iraqiya, perché, in realtà, a fine mese è uno dei suoi massimi esponenti, Hassan al-Alawi, a rivelare inopinatamente – e bisogna, allora, anche chiedersi perché e, a questo punto, a chi giova –che nel partito ci sono conflitti non risolti che potrebbero “anche sfociare nel sangue[183]

Ci sarà bisogno di almeno tre mesi, soggiunge, per mettere a punto e far accettare la lista dei rappresentanti che nel governo eventuale dovrebbero rappresentare insieme le sue svariate componenti: soprattutto islamisti, nazionalisti, ex ba’athisti e comunisti, Per farlo, Ayad al-Allawi avrà bisogno della concorrenza di tutti sui nomi: e non sarà cosa facile. In particolare, e prima ancora di aprire il confronto con l’altra coalizione, dei capi delle fazioni in qualche modo organizzate che con lui hanno dato vita a al-Iraqiya: Tarek al-Hashemi, Saleh al-Mutlaq, al-Karbouli o Osama al-Nujaifi.

L’altro tentativo di mediazione risale – risalirebbe? – direttamente ad Obama che – dicono molto autorevolmente[184] – si è, si sarebbe, rivolto al Grande Ayatollah al-Sistani per chiedergli di sbloccare lui l’impasse: ayatollaicamente…

Che non è il massimo per il leader di una democrazia laica, come l’America, anche se è poi sui generis, come appunto l’America. Ma difficilmente al-Sistani entrerà nel merito del contenzioso politico e, invece, lancerà come ha già fatto un appello, diciamo noi per capirci, alla Napolitano: al senso di responsabilità di chi, come e peggio che da noi, ne ha proprio poca…

Sui due fronti – formazione del governo (da marzo, quando ci furono le elezioni: e siamo a settembre) e ritiro delle truppe – lo stato degli atti al presente vede, per il governo, il rifiuto secco della coalizione (sciita, non proprio granitica: c’è al-Sadr) a spartire il governo con l’oppositore. L’Alleanza nazionale irachena di al-Maliki ha esplicitamente respinto l’ipotesi, proposta dagli americani, di una spartizione del governo con l’altra coalizione (sciita-sunnita-“laica”, più invisa all’Iran), al-Iraqiya, quella di al-Allawi, ex primo ministro anche lui. Siamo noi, ha fatto dichiarare al-Maliki, a rappresentare la maggioranza degli iracheni, noi dovremmo formare il nuovo governo, e al-Iraqiya non ci strapperà mai il diritto di nominare il primo ministro[185]

La reazione immediata è stata il ritiro di al-Iraqiya dai colloqui per la formazione del nuovo governo[186]. Formalmente, ha dichiarato una portavoce del gruppo, la signora Maysoon al-Damluji, perché al-Maliki ha descritto al-Iraqiya come un gruppo settario “sunnita”: etichetta che esso respinge (Allawi stesso è sciita), non perché la consideri in sé offensiva ma perché esige di essere descritto per quello che è: una coalizione al di là di ogni etichettatura settaria o etnica, che comprende solo iracheni. Iracheni laici, iracheni sunniti, iracheni sciiti e basta…

E, sull’onda di queste notizie, si apprende[187] che intanto al-Iraqiya, la coalizione di Allawi, si incontra alla ricerca ormai di un’intesa con la fazione di al-Sadr, che pure è parte – non si sa più quanto davvero integrante, però, anzi piuttosto traballante ormai – dell’altra coalizione, quella di Maliki, l’INA. Si tratta, dichiarano insieme, di cercare di uscire dallo stallo assumendo una “comune e cruciale posizione” per la formazione di un nuovo governo.

Alla fine, un qualche accordo di consenso lo troveranno – commenta da parte americana l’ambasciatore, ormai in partenza, Christopher Hill – per un governo talmente onnicomprensivo da risultare disperatamente debole, incapace di affermarsi e travagliato dallo stallo continuo sulla legislazione necessaria a delineare un Iraq post-americano”.

E il fallimento dell’élite che gli Stati Uniti scelsero e, di peso, importarono al seguito delle truppe di invasione che fecero fuori, in meno di un mese, Saddam e il suo regime per restare poi infognate dall’insurrezione, solleva oggi questioni fondamentali sulla possibilità stessa di sopravvivenza del legato politico che la partenza americana si lascia dietro e porta, anzi, a temere/pensare sul crollo, strato dopo strato, di tutto l’edificio marcio che gli americani si stanno lasciando dietro. E’ quanto teme, e dice apertamente ormai di temere, “il vice presidente Abdel Abdul Mahdi, uno che dall’esilio venne importato e uno dei politici più importanti del paese: ‘dovremmo tutti vergognarci – dice – del modo in cui abbiamo condotto questo paese’[188].

Nel tentativo, forse, di trovare un mallevadore meno compromettente degli americani e un po’ più con voce in capitolo – forse – nei confronti degli iraniani, che gli sono ferocemente avversi, Iyad al-Allawi è andato anche a Mosca, su invito di Medvedev e incontrando anche Putin. Annuncia che si tratta di rafforzare la fiducia tra il gruppo di al-Iraqiya e i potenziali alleati di cui avrà bisogno domani, quando – dice – sarà al governo in Iraq, dopo che l’INA scarterà il veto di al-Maliki col sostegno del presidente di entrambi i suoi blocchi, sia quello di Muktada al-Sadr che il Consiglio supremo islamico dell’Iraq guidato da Ammar al-Hakim. Probabilmente, Allawi qualche poco si illude. Ma è interessante quanto a largo spettro siano i riferimenti cui tiene[189]

Al ritorno da Mosca Allawi trova la novità – per lo meno finora preannunciata – di una dichiarazione dell’INA che, dopo un incontro d’emergenza al suo interno, ha “deciso di alterare il suo meccanismo per la scelta di un nuovo capo dell’esecutivo e che il nuovo meccanismo verrà annunciato a giorni[190]. Se ora questo venisse poi confermato, sarà probabilmente possibile per l’INA ricostituire la sua unità, potendo usufruire anche della quarantina di voti controllata da Sadr.

Resterebbero aperti, evidentemente, ed anzi sarebbero certamente esacerbati, tutti i problemi relativi alle divisioni etniche e settarie (religiose, interislamiche: sunniti e sciiti) che questa soluzione rinfocolerebbe: e bisogna prendere atto che, poi, questa oggi sembra la soluzione più gradita agli iraniani (la soluzione sciita) e perciò meno, ovviamente, agli americani. 

Quanto al ritiro dei soldati USA, anche dentro il governo americano, certamente nel Senato, la conferma a livello presidenziale che le truppe americane se ne andranno suona a parecchi più che altro come una mossa per cercare di alleviare un po’ le frustrazioni della base progressista del presidente per la continuazione della campagna disgraziata che lui, però, chiama la “guerra giusta”, quella in Afganistan, ma che molti democratici ormai, la maggioranza del partito sicuramente, considera almeno altrettanto scema di quella dell’Iraq. E, insieme a quella, se continua un po’ anche più di quella, come il fattore maggiore che ha alienato dall’America simpatia e stima anche tra i propri amici nel mondo.

I responsabili – checché ne dica il presidente scopiazzando il predecessore – del crollo delle Torri gemelle non furono, infatti, i talebani afgani ma sauditi e egiziani legati a al-Qaeda, stanziati in Pakistan e che lì, in Europa (soprattutto in Germania) e anche in America, s’erano addestrati— non in Afganistan. E non suona proprio congruo, Obama, quando declama che “se l’Afganistan fosse sommerso da un’insurrezione ancora più vasta, al-Qaeda e i suoi affiliati terroristi avrebbero ancora più spazio per pianificare il loro prossimo attacco e, io, come presidente degli Stati Uniti rifiuto che ciò possa avvenire”.

Come se ci volessero i 189.500 Km2 dell’Afganistan per ospitare un capannone: tutto lo spazio di cui ebbero bisogno quelli di al-Qaeda per concepire, pianificare, preparare e condurre l’11 settembre.

Adesso Obama dichiara che il ritiro dall’Iraq va avanti, però, come programmato. Ma ribattezzare chi resta a combattere, e viene pagato per restare a combattere, come mercenario professionista invece che come soldato di professione, potrebbe semplicemente ridursi a rinominare l’occupazione con un nome meno sgradito e, si spera, un po’ più accettabile. Ma se ci provasse, l’America e l’Iraq, non gliela farebbero passare liscia.

Molti in America non si rassegnano a credere che Washington abbia davvero deciso di lasciare l’Iraq senza che esso sia riuscito a darsi – e senza che l’America sia riuscita a dargli – un governo credibile, un esercito minimamente affidabile né tanto meno ad accontentare neanche una delle aspettative che le sue altisonanti promesse – libertà  (Iraqi freedom, aveva battezzato l’invasione quello spaccone imbelle di George Bush), e poi democrazia, sicurezza, benessere – avevano suscitato anche se, a dire il vero, solo in una piccola parte della popolazione che a quel fine si era vista invadere, occupare, bombardare, vessare dagli invasori e dai resistenti.

Proclama il 31 agosto, senza enunciarlo proprio così, dal palco della celebrazione ufficiale della partenza ufficiale degli ultimi combattenti americani ufficiali a Bagdad, il primo ministro in carica ma ormai extra tempo, Nuri al-Maliki, contestato dagli oppositori, che “adesso l’Iraq ha riconquistato la sua indipendenza[191] (dunque, sembra concedere, o dar per scontato,  che con gli americani l’aveva persa…) e aggiunge che, poi, questo Iraq è sempre meglio di com’era con Saddam no? Ma non è detto che sia questa anche l’opinione media degli iracheni, pure a leggere gli articoli paludati, semicelebrativi, auto-assolutori e forzatamente verniciati di rosa di certa stampa aulica[192].

In effetti, per larga parte della gente comune si stava meglio davvero, quando si stava peggio… E proprio adesso, mentre inizia il lento e cadenzato ritiro delle truppe combattenti americane – due passi avanti e uno indietro – arriva la notizia che al-Qaeda potrebbe anche tornare in forza ad affacciarsi direttamente anche qui al fronte, direttamente.

Perché aumenta la defezione tra le fila dei cosiddetti Figli dell’Iraq, i combattenti che gli americani hanno valorizzato, armato e finanziato per molto tempo (la grande idea dell’impennata del tardo 2007): semplicemente perché, viene confermato, al-Qaeda è pronta a pagarli – e di fatto li sta pagando – per combattere dalla sua parte più, parecchio di più, di quanto facessero o facciano gli americani[193]

Sono ancora molti, del resto, gli interessi e le persone, in America e in Iraq, ad affermare la necessità di una presenza statunitense continua, molto molto più prolungata nel tempo in ogni caso in Iraq. Parecchi dicono apertamente che serve a garantire l’accesso americano alle grandi riserve di petrolio irachene, altri ripetono che serve a bilanciare l’Iran— anche se ormai c’è poco più da bilanciare, dopo che distruggendo l’Iraq lo hanno in pratica consegnato all’Iran.

Altri, più nobilmente e piamente, dicono che una presenza armata americana, magari a costi ridotti, magari più di guarnigione ormai che altro, potrebbe aiutare l’Iraq, un paese con una lunga storia di violente insurrezioni, copi di stato e regimi tirannici, dal riprecipitare nella guerra civile (altri, naturalmente e probabilmente a maggior ragione, pensano che accelererebbe la guerra civile che non s’è mai fermata).

Tra chi è interessato a tenerli qui, gli americani, il più a lungo possibile, trasparenti sono, ovviamente più di altre, alcune motivazioni come quelle degli altri gradi militari iracheni. Il ten. gen Babaker Zebari, capo di stato maggiore dell’esercito, precisa che anche se e quando le forze armate irachene saranno in grado di assicurare la sicurezza interna il controllo delle basi aeree e navali dovrà restare agli american, così come quello delle frontiere. I poteri e i mezzi necessari ad esercitare tale controllo passeranno gradualmente agli iracheni ma in vari stadi che dureranno di sicuro “almeno fino al 2020[194]. Insomma, non si tratta proprio di domani mattina…

Qui, sempre, casca l’asino americano. In Medioriente, in specie ma non solo, tutti soffrono da sempre di quella strana presunzione tutta americana che se una grande potenza – e l’America in specie – vuole davvero qualcosa, finisce con l’ottenerla e quando vuole, più o meno. Ma non funziona affatto così. In Libano, nei territori palestinesi occupati, in Siria… E neanche in Iran e, malgrado guerra ed occupazione, neanche in Iraq…

Ora, dalla parte di quelli che vogliono veder restare – e proprio a fare la guerra, non l’addestramento – gli americani, adesso c’è addirittura, autorevolmente, l’ex ministro degli Esteri di Saddam Hussein, il vecchio Tareq Aziz, a chiedere agli americani di non andarsene. Non rinuncia, a scanso di equivoci, ad accusare aspramente americani e inglesi di “aver ammazzato il suo paese in mille modi diversi”: ma, adesso, che lo sbaglio è stato fatto, dice, “va corretto, non lasciato lì a suppurare condannando  a una morte definitiva l’Iraq”.

Aziz, che dice di aver spesso dissentito da Saddam – sull’invasione del Kuwait, sul suo ambiguo dire e non dire quanto alle armi di distruzione di massa che ha offerto a Bush il pretesto di inventarsele – rifiuta di criticarlo (“io non sono un opportunista”) almeno finché resta in galera – oggi è prigioniero del regime iracheno e condannato a morte anche se sembra che, per lui, il più occidentale dei ministri di Saddam, il cappio a strappo che ha quasi decapitato Saddam e letteralmente staccato la testa dal collo di almeno uno dei suoi altri ministri, condannati a morte, forse – forse – non verrà messo in azione.

E in questa, la prima intervista che abbia potuto rilasciare dopo quasi otto anni dalla sua resa agli “invasori” americani, a tre settimane dall’inizio della guerra[195] (è incarcerato – sotto sorveglianza speciale ma, dice l’intervista, trattato bene – nella prigione di Kadhimiya sulla riva occidentale del Tigri, a nord di Bagdad: proprio là dove vennero impiccati Saddam Hussein e quattro dei suoi ministri) colui che fu il vice di Saddam ne difende il ruolo storico: “per trent’anni è lui che ha costruito l’Iraq e, adesso,l’Iraq l’hanno distrutto. Ci sono molti più malati di prima, molti più affamati. Non ci sono servizi per la popolazione. La gente, a centinaia, viene ammazzata ogni giorno”. E va giù duro durissimo: “Obama è un ipocrita che lascia l’Iraq in preda ai lupi”.

Lui è uno di quelli che alla partenza degli americani dal suo paese, ci crede. E, paradossalmente, la teme. Da sempre convinto, come oggi ribadisce, che il ruolo storico di Saddam fosse quello di garantire anche con la forza la difficile unità di un paese letteralmente inventato disegnando linee rette sulla sabbia dal colonizzatore, vede ora scatenarsi il rischio del caos totale…

E’ interessante riflettere su quel che significa una simile conclusione, alla fine di un simile ragionamento, da parte di un fedelissimo di Hussein, anche lui pure condannato a morte, sulle possibilità di pace futura che lui vede per il suo paese, con al-Qaeda e i suoi amici al timone… Perché è questo che teme. Obama lascia i suoi addestratori, questo sì, e forse per anni ancora. Moltiplicherà il numero dei mercenari ma altro pare proprio difficile che faccia e che voglia fare.

E si riapre – forse, e forse è anche tempo, obbligato dall’analisi di Aziz: la mettiamo giù con le stesse parole con cui delinea la questione il Guardian – il dibattito sul ruolo di Saddam nella storia del suo paese e del Medioriente.

La più recente opinione, convenzionale, di Saddam Hussein è, naturalmente, che era un brutale dittatore, che governava il suo popolo con la paura e che ha trascinato l’Iraq in una serie di devastanti conflitti prima con l’Iran e poi con l’occidente; e che, qualsiasi sia poi il giudizio – se sia stato giusta o sbagliata la guerra del 2003 – la sua deposizione fu un bene comunque assoluto.

   Si può anche sostenere, però, una lettura alternativa del suo caso— che, alla testa del movimento ba’athista, Saddam Hussein sia in realtà stato un modernizzatore laico che portato all’Iraq lo sviluppo economico, è stato una roccaforte contro la rivoluzione islamica (appoggiato dall’occidente negli anni ’80 contro l’Iran) e colui che ha cementato l’unità dello Stato-nazione iracheno contro le forze centrifughe dei diversi gruppi etnici e religiosi che lo squassavano…

   In questa luce, Saddam Hussein potrebbe essere visto come uno di una lunga linea di leaders nazionalisti del Medioriente – da Kemal Ataturck via Gamal Abdel Nasser e Muammar Gheddafi – i cui metodi di controllo sociale possono ben essere stati repressivi e che, a volte, hanno sfidato l’occidente con grandi gesti demagogici. Ma che possono rivendicare di aver ‘servito i loro paesi’, modernizzandoli e lasciandoli, alla fine, più grandi di come li avevano trovati.

   Insomma, Tareq Aziz ha ragione sul fatto che la storia potrà giudicare Saddam Hussein un po’ diversamente da quello che fanno i suoi detrattori degli ultimi giorni? Quale sarà l’immagine a lungo termine di Saddam Hussein? E, oggi, l’Iraq senza di lui sta davvero meglio di quanto stesse con lui?[196].        

Sul fronte del disarmo, la Russia ha dichiarato ufficialmente[197] che non ce la farà a distruggere tutto lo stock di armi chimiche che ha ancora immagazzinato entro i termini fissati dal Trattato del 1997, il 2012… E’ la crisi finanziaria che ha ridotto i mezzi disponibili a portare a termine l’impegno, sia quelli propri sia quelli che, per il trattato, avrebbero dovuto essere forniti da altre potenze.

La notizia è stata messa in rete dal governo della regione (Oblast) di Kirov, nella Russia europea nordorientale, dove (negli impianti di Maradykovsky) è accumulata e viene eliminata gran parte delle residue armi chimiche dell’era sovietica. Al 12 luglio, viene rivelato, e gli americani che lo verificano confermano, la Russia aveva distrutto un po’ più di 19.150 tonnellate di armamenti chimici, il 47,9% del loro stock.    

Questo articolo non dice nulla sulle armi chimiche USA: la cui distruzione è altrettanto in ritardo, però, anche se per una percentuale di armi residue minore (sul 20%, pare: gli americani contano una per una le bombe e gli ordigni dei russi ma non rendono noti quanti siano i loro: e una delle clausole dell’ “aiuto” a distruggere lo stock dei russi è che Mosca non è autorizzata a divulgare alcun dato).

Restano oggi in un deposito di Pueblo, nel Colorado, sui 125.000 ordigni, sotterrati sotto blocchi di cemento spessi dai 30 ai 40 cm. e vecchi anche di 50 anni (non pochi infatti “perdono”…) e altri 15.000 (di più recente fabbricazione) a Richmond in Kentucky. Tutti avrebbero dovuto essere distrutti su ordine del Congresso entro il 1994, ma non li toccarono fino al trattato del 1997. L’eliminazione dello stock residuo dovrebbe avvenire con appositi incineritori, secondo una procedura che però prende molto tempo e costa molto e, adesso, l’esercito pensa,  invece, di liberarsene facendoli esplodere[198].   

Sull’altro fronte del disarmo, quello della riduzione delle armi di distruzione di massa, il Trattato START, le cose si vanno complicando di gran lunga in America, dove pure tutti gli esperti – tecnici, militari, politici – sono chiaramente a favore della ratifica ma al Senato la solita “minoranza di blocco”, in assenza di una coerente fermezza della maggioranza, cerca al solito di mandare tutto in malora. Dicono, i critici preconcetti, che dei russi è meglio non fidarsi, che le ispezioni sono insufficienti, che le riduzioni in programma ostacolerebbero le possibilità dello sviluppo di missili antimissili americani…

Su quest’ultima obiezione rispondono i tecnici: semplicemente non è vero, non fanno alcun ostacolo; e sono molti, poi, i dubbi sul fatto che la tecnica antimissilistica stessa funzionerebbe... Sulle obiezioni insoddisfatte del livello delle verifiche, non hanno senso visto che, con lo START I  scaduto a dicembre scorso, senza un rinnovo, non sarebbe più possibile, per definizione, proprio nessuna verifica degli arsenali russi[199]

Intanto, l’ostruzionismo repubblicano al Senato americano ha successo e obbliga la Commissione Affari Esteri a ritardare il voto sulla ratifica almeno fino a settembre. Mentre i russi denunciano subito decine di casi in cui gli USA – dicono – hanno violato, sapendo di farlo, lettera e spirito del vecchio trattato START[200].

I russi non sembrano usare la denuncia allo stesso modo, per bloccare la ratifica ma piuttosto per assicurarsi – stavolta – la contemporaneità delle due ratifiche, ma è forte la specifica dichiarazione del ministero degli Esteri che “nel periodo di validità dello START I [fino a dicembre, cioè] le preoccupazioni della Russia sull’ottemperanza degli  americani al Trattato non sono state acquietate[201]: in particolare, alla base USAF di Vanderberg sono state riequipaggiate, senza il necessario accordo di Mosca, cinque postazioni di lancio di missili balistici intercontinentali e hanno rimesso in linea di volo parecchi bombardieri strategici pesanti; si sono anche registrate altre violazioni dei termini del Trattato, anche di quelli che riguardano armi chimiche e armi biologiche.  

GERMANIA

Export e import salgono a giugno, il primo del 28,5% sullo stesso mese dell’anno precedente e del 31,7% il secondo: per le esportazioni si tratta del massimo dall’ottobre del 2008 in un mese, per  un valore di €88,7 miliardi e, sul mese prima, a dato destagionalizzato, la crescita è del 3,8% mentre le importazioni aumentano dell’1,9%. Sempre in giugno, e solo in quel mese, l’attivo della bilancia dei pagamenti, sempre a valore destagionalizzato, registra il valore assai forte di 12,3 miliardi[202].

Boom dell’export, nuovamente, dunque, e anche una ripresa buona dell’occupazione (alla media contenuta del 7,6%, a livello quasi pre-crisi, dal 9,1 che era a gennaio), anche se più precaria di prima e sostenuta da sussidi pubblici spesso, coi salari che però, al massimo, riescono a tenere il potere d’acquisto ma non ad aumentarlo.

Questo relativo ma evidente successo tedesco sicuramente rafforza, a Berlino, la determinazione a continuare per la strada sperimentata: salari bloccati da anni, alto tasso di risparmio di chi non vive a salario, esportazione come motore forte di crescita. E anche un tasso di disoccupazione controllato al ribasso attraverso fondi pubblici per quantità non irrilevanti e specificamente destinati ad aiutare le imprese a non licenziare ma a tenersi, magari ad orario ridotto (lo chiamano Kurz-Arbeit— lavoro accorciato), il personale che altrimenti considererebbero in eccesso e manderebbero a casa.

Così, adesso, a luglio l’occupazione aumenta a 40,2 milioni di persone, di 141.000 unità, cioè dello 0,4% dal luglio di un anno prima. E i dati destagionalizzati ne registrano l’aumento di 9.000 unità sul mese prima[203].

Ma in America come in Europa, proprio questo modello continua anche ad alimentare dibattito[204] e perfino risentimento.

Anzitutto c’è da fare i conti col fronte delle panzane, l’America citata ad esempio di cicala, che spende e che spande, e la Germania formica, che risparmia ed investe. Non sono pochi a destra, tra i repubblicani americani e più in generale i conservatori disinformati o, peggio disonesti – ma per chi scrive su grandi mezzi di comunicazione è peggio l’ignoranza o la mala fede? – a dire che la via americana del big government e della spesa pubblica per riprendersi dalla recessione è esattamente il contrario della linea tedesca all’austerità.

Nota uno dei più famosi di questi notisti, David Brooks sul NYT, che “questa divergenza crea di per sé un esperimento quasi automatico: chi ha avuto ragione? I primi risultati dell’esperimento dicono che hanno avuto ragione i tedeschi[205]: quelli che, rispetto all’America hanno speso di meno. Nel secondo trimestre il PIL è, infatti, cresciuto in Germania del 9%, mentre l’economia americana è rimasta quasi stagnante.

Solo che la premessa è fasulla, inventata. Hanno speso di più, non di meno, i tedeschi. La tabella che segue, tratta dalla documentazione ufficiale dell’OCSE[206], mostra le valutazioni ufficiali di quell’organismo sovrannazionale che è, di fatto, l’Ufficio studi congiunto del Club dei 32 paesi più ricchi del mondo: mostra la spesa per consumi (diciamo pure per lo stimolo alla ripresa delle rispettive economie) di Germania e Stati Uniti d’America dal terzo trimestre del 2008 fino al secondo del 2010, incluso:

Già, proprio così: partendo entrambe le economie da una base fatta uguale a 100 a inizio terzo trimestre 2008, gli Stati Uniti – cicala scialacquona –  arrivano tutto considerato a un 102 virgola qualche cosa e la Germania – formica sparagnina – a 104,8. Cioè, proprio il contrario. La Germania ha speso di più per lo stimolo ed è cresciuta di più… Non è detto che sia automaticamente e solo propter hoc, ma tanto per dire le cose così come stanno e non come se le inventano lor signori pro domo loro e dei loro interessi. Non solo, ma anche sì, ideologici.

Molto più seria ci sembra l’altra polemica in atto con la Germania. Perché – anche alla ricerca di alibi, certo, ma con un pizzico grosso di verità – viene sottolineato adesso come la crescita tedesca avvenga troppo spesso a spese del resto d’Europa, specie dei paesi più deboli. Il fatto è che la Germania esporta molto di più di quello che importa, beneficiando di un accesso al credito molto più facile di quello dei paesi con debito alto[207] e della caduta di valore dell’euro che quei problemi per mesi e mesi hanno scatenato.

Come anche qui abbiamo sostenuto e riferito, rifacendoci ad economisti della massima autorevolezza[208], adesso perfino un investitore-speculatore di genio, tra i massimi anche lui della nostra epoca come George Soros, ha scritto che “tagliando il suo deficit di bilancio e impedendo un aumento dei propri salari per compensare il declino nel potere d’acquisto dell’euro, la Germania sta rendendo realmente più difficile a tutti gli altri recuperare la loro competitività[209].

E, dunque, il problema si pone. Ma fino a quando continueranno a “sacrificarsi” gli operai tedeschi – sono dieci anni che non vedono aumentare i loro salari reali –, a  farsi carico di tutto l’assetto del loro sistema inguaiando di brutto, però, tutti gli altri? Fino a quando i socialdemocratici tedeschi lasceranno fare tutto a Merkel e ai suoi, rinunciando a fare coalizione – e maggioranza di governo: come potrebbero – con verdi e “rossi” della Linke per rovesciare l’assetto neo-liberista appena appena corretto da qualche residua preoccupazione, come si dice qui, sociale di mercato? Anche in Germania, ormai, c’è chi se lo comincia a chiedere…

L’IFO dà al tasso di fiducia delle imprese[210] tedesche per agosto un alto livello, a 106,7, il più alto da oltre due anni. Piò pessimistiche sono le loro previsioni per un futuro meno immediato.

Intanto, però, il governo fa una cosa di sinistra. Adotta un progetto di tassazione delle banche in percentuale di imposizione variabile e in funzione della dimensione dei singoli istituti e del livello di rischio delle loro attività finanziarie[211].

FRANCIA

Ufficialmente ridimensionata la previsione di crescita per il 2011, dal 2,5 a un 2% che, con ogni probabilità – almeno altrettanta, probabilisticamente, delle previsioni precedenti – sarà poi da ribassare ancora. La dichiarazione[212] segue un incontro tra Sarkozy e i massimi responsabili economici del governo. Dicono che il PIL del 2010 arriverà a, o supererà, il target dell’1,4% perché la crescita futura prossima ventura inevitabilmente sarà ormai inferiore all’attesa.

Adesso, con una faccia tosta quasi berlusconiana, la ministra delle Finanze, Christine Lagarde, annuncia una “magnifica” crescita, nel secondo trimestre 2010, dello 0,6%... che certo è meglio della crescita zero…[213]. Ma è ancora presto, aggiunge prudentemente, anche con questo slancio “magnifico”, per rivedere in rialzo l’aumento previsto al 2,5% per il 2011.

Le tasse non aumenteranno, giura Sarkozy, ma il fisco, dice il suo ufficio, incasserà €10 miliardi in più nel 2010 grazie al taglio su diverse detassazioni speciali finora consentite[214]. L’incasso andrà a riduzione del deficit. Nei prossimi anni la sostituzione dei pensionati nell’impiego pubblico avverrà con un rapporto di due fuori e uno nuovo dentro e vigerà il congelamento dei trasferimenti agli enti locali.

Qui, il governo ha deciso di fare da battistrada alla caccia alle streghe, ai Rom[215] cioè, che vivono “illegalmente” nel paese. Illegalmente, però, solo fino a un certo punto – alla faccia di Sarkozy e di Maroni – perché i Rom in questione sono anche per lo più cittadini romeni, di un paese comunitario cioè che reclama perciò, come per tutti i cittadini europei, anche per loro la libera circolazione. La Commissione europea, che non è forse neanche tanto convinta e lo fa manifestamente controvoglia, non può comunque esimersi dal chiedere alla Francia di rispettare lettera e spirito dei Trattati di Roma e si impegna a monitorare da vicino la situazione...

E mentre Maroni coglie subito, e ovviamente, l’occasione per manifestare la sua malriposta solidarietà con i Rom… – oplà, scusate il lapsus: col ministro degli Interni francese – annunciando che si ripromette di far chiarire in sede europea che non è con gli zingari come tali che ce l’hanno – e, dunque, non sono razzisti – ma con qualunque essere umano, europeo e non, che sia senza mezzi di sussistenza e, dunque, di ultrarazzismo si tratterebbe – il Comitato dell’ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale avverte il governo di Sarkozy – quello di Liberté, Egalité, Fraternité, dopotutto – che tra l’altro “il Comitato è preoccupato per l’aumento di incidenti e di violenze di natura razzista contro i Rom sul territorio francese”.

E non dice di altri solo perché, al momento, non sono all’o.d.g. Ma ci arriveranno, ci arriveranno… Il Comitato è stato informato, ed è in possesso della documentazione relativa, del fatto che i Rom “non sono stati affatto, come impongono convenzioni e leggi europee, informati individualmente e da loro non è stato individualmente acquisito il libero, informato e completo consenso al rimpatrio nei paesi d’origine”. Non hanno osato spingersi fino a chiedere al governo francese di desistere dall’applicare quelle misure, ma gli chiedono di “evitare… i rimpatri collettivi e di cercare soluzioni durature per sistemare le questioni relative ai Rom sulla base del pieno rispetto dei loro diritti umani[216].

Il punto, infatti, non è se bisogna o no sgombrare i campi abusivi: certo che bisogna! è se ci si mette in grado di mettere in piedi campi non abusivi (come li chiamano loro “attrezzati”: ma a cosa esattamente?, poi?) prima di mettersi a sgombrare manu militari o poliziesca o, peggio, a dare alle fiamme quelli abusivi, limitandosi poi alle deportazioni forzate… Che se sono tali, non mirate su chi è colpevole di qualche specifico delitto, sono sempre così: appunto,forzate.

Ma certo, se da noi come in Francia (Italia e Germania erano già state criticate dall’ONU per l’identica ragione) uno considera questi diritti (il diritto alla libera circolazione dei cittadini europei, cioè, in tutta Europa) come irrilevanti rispetto al sacrosanto diritto all’impunità dei colletti blu e bianchi, i satrapi di Stato di casa nostra, allora…

La stessa Commissione dell’ONU, nella stessa occasione, invita anche l’Iran a “fare di più per proteggere le sue minoranze etniche a rischio, arabi, kurdi e baluchi. Non è chiaro se e quanto di un colpo al cerchio e di uno alla botte si tratti, ma l’irritazione di Sarkozy all’essere schiaffato fianco a fianco con gli eredi di Khomeini è palese: dice l’ONU di non avere dati precisi sulla consistenza di queste minoranze in Iran e, quindi, ammette di agire sulla base di un “fumus”, come lo chiama e nient’altro: ma alla Commissione “appare evidente come la loro partecipazione alla vita pubblica appaia in sofferenza”.

Insomma, qui c’è un sospetto di discriminazione – temperata, poi, dalla presa d’atto nel documento che ci sono in atto anche azioni di rivolta armata da parte di frange di quelle minoranze – anche per le condizioni della donna – anche se “in termini di istruzione e di accesso al lavoro in Iran sono stati fatti progressi di grande rilievo”, lì – per la Francia e i Rom – la cosa è “documentata”: non ha tanto torto, Sarkozy ad arrabbiarsi[217], no? quasi peggio di Ahmadinejad…

GRAN BRETAGNA

A luglio, inflazione al 3,1% su base annua[218], e per la terza volta in sei mesi il governatore della Banca d’Inghilterra deve “spiegarsi” col governo per la distanza, ben più del 50%, dall’obiettivo, il 2% di aumento che, insieme governo e BoE, avevano decretato sarebbe stato raggiunto.

Fino ad oggi i liberal-democratici hanno portato pochissimo a casa del loro programma elettorale e del patto che per trascinarli nella coalizione aveva fatto a Clegg il primo ministro conservatore Cameron: è arrivata, in pratica solo l’abolizione della terza pista dell’aeroporto londinese di Heathrow, per ragioni “verdi”, care al cuore progressista del lib-dem.

Ma non si riescono a portare a casa il vago, indeterminato, non numerato ma profferito impegno a ridurre il numero dei parlamentari e ridisegnare i confini delle circoscrizioni elettorali in modo più equilibrato e rispettoso dell’effettiva distribuzione della popolazione (meno squilibrato a favore delle campagne, cioè).

E, soprattutto, non si vede neanche l’inizio di trasformazione in fatti, proposte di legge, ecc., della promessa di un referendum sul sistema elettorale: la ragione fondamentale, cioè, per cui alla fine il partito s’è convinto ad andare coi conservatori che, sul punto, erano sembrati più credibili dei laburisti; il superamento del maggioritario secco del chi è primo piglia tutto. Adesso, poi, il leader dei liberal-democratici confessa – pubblicamente… e finalmente[219] – che in fondo il cambio del sistema di voto – da sempre l’impegno centrale del partito – non è il suo “solo scopo della vita”. Forse – forse, perché per dargli un calcio dove non batte il sole, ci vuole un po’ di coraggio dentro il partito – adesso Clegg qualcosa potrebbe rischiarla.

Invece, le cose che sono passate, come fatti già e non come promesse verbali, degli impegni di governo… li hanno visti dover chiudere gli occhi, letteralmente, per sottoscrivere un programma economico che fino al giorno delle elezioni era per loro anatema: e che adesso scaricherà, inevitabilmente e selvaggiamente – vista quella che è la struttura stessa e il modo di funzionare delle nostre società – gran parte del peso dei tagli alla spesa pubblica sulle donne: in particolare, sulle donne lavoratrici di quel ceto medio che spesso vota – votava forse – liberal-democratico e che dipendono largamente per il loro lavoro e per i servizi all’infanzia da cui il loro poter lavorare è legato dai servizi pubblici resi disponibili o no.

E, adesso, non più o molto di meno. Lo attesta anche l’Istituto di Studi Fiscali, un centro di studi specializzato e indipendente al quale, fino a che è arrivato al governo ha sempre fatto riferimento Nick Clegg stesso. Che allo studio non trova di meglio che rispondere che sì, è vero. Aggiunge però, davvero lemme lemme, che l’ISF ha ragione a definire “regressive” le misure del programma perché di esso si limita a calcolare solo i tagli— le cose certe e decise.

E non anche, come dovrebbe, dice Clegg – ma comincia a ridergli dietro il suo stesso partito: che, dopotutto, è il partito di Keynes e di Beveridge… – “l’impegno del governo a premiare gli studenti migliori fra i non abbienti che migliorerà le l oro opportunità e al cambiamento ulteriore del sistema fiscale[220]. Peccato solo che numeri qui non ce ne siano ma, appunto, solo promesse. E vaghissime… neanche il Cavaliere era arrivato finora a pretendere che fra le cose “fatte” dai suoi governi ci fossero anche quelle proprio non “fatte”. Semplicemente mentiva lui, dicendo di averle fatte e che, a chi non lo riconosceva, peste lo colga…

Ora, con la popolarità dei lib-dem giù al 12 dal 20% e quella del leader Nick Clegg all’8%, il bilancio su cui adesso è impegnato il governo, del 600% più duro di quello che i liberal-democratici avevano promesso, a parte il suo squilibrio vergognoso a favore dei ceti più agiati, costerà carissimo al partito per non dire del suo fallimento sul fronte della riforma elettorale. E il partito lo avverte, lo sa.

Tanto per cominciare, arrivano le prime prepotenti smentite alla premessa su cui, con la solita irresponsabile ondata di ottimismo, si fondava tutto il programma economico lib-cons: che l’economia, sulla spinta del programma neo-liberista e delle promesse sue implicite ai detentori del capitale di arricchirsi ancora di più si sarebbe subito rimessa a correre.  

In effetti, alla finanza, alle banche e anche al Tesoro va bene – a luglio, il deficit di bilancio cala più rapidamente del previsto col ritorno al profitto e, quindi, anche a entrate maggiori dalla tassazione sulle imprese[221]. Ma è una panzana.

Perché, adesso, con redditi reali in stallo, e anche in calo, disoccupazione in aumento e domanda che scende, la Banca d’Inghilterra taglia le proprie previsioni di crescita (per ora…) dal 3,6% di maggio al 3% sull’anno.

La colpa, dice il governatore King, è delle le singole banche molto più lente di quanto noi ci aspettassimo a riaprire i rubinetti del credito (chi sa mai perché, eh? e chi sa su che fondassero alla BoE la loro convinzione che quei rubinetti sarebbero stati riaperti se non sul proprio sconsiderato e forzato ottimismo) e della fiacca della ripresa negli Stati Uniti e in Europa (proprio come lì, guarda un po’, in Gran Bretagna…)[222].

GIAPPONE

Continuando nella linea di progressiva, e cauta, diversificazione delle proprie riserve valutarie la Cina continua a puntare sullo yen giapponese. A giugno ha comprato 456,7 miliardi di yen del debito pubblico nipponico ($5,3 miliardi), secondo la certificazione del ministero delle Finanze a Tokyo. E, nella prima metà dell’anno, ha comprato per 1.730 miliardi di yen, cioè l’equivalente nella moneta nipponica di ben $20,7 miliardi[223].

Sull’altro fronte del rapporto chiave all’estero per il paese, quello americano, il dollaro tocca sullo yen il valore minimo da quindici anni, riattizzando i timori qui sempre in agguato che un rafforzamento eccessivo dello yen danneggi la ripresa, come sempre tirata dall’export e, quindi, pronta a deprimersi dall’apprezzamento dello yen.

Al livello attuale, sugli 84 yen per dollaro, lo yen si è apprezzato a un parità dove spesso, in passato, la Banca centrale del Giappone ha ritenuto di dover agire.  Adesso, però, osserva la Nomura Bank di Tokyo, sembra reagire più tranquillamente al rischio di una decrescita/deflazione imminente, ma resta sull’allerta e la previsione è che si precipiterebbe a ritoccare tassi e altri parametri se la parità si avvicinasse ancora al livello considerato qui insuperabile, degli 82 yen per dollaro[224].

E questo pare ormai un trend che per qualche tempo ancora rimarrà costante. Gonfiato dall’appetito di molti investitori per assets considerati alla stregua di solidi beni rifugio, inclusi i bond giapponesi denominati in yen, la moneta giapponese si sta rafforzando da mesi sia sull’euro che, soprattutto, sul dollaro[225] e la cosa butta giù di brutto la borsa perché preoccupa molto le tante imprese che lavorano per e vendono anzitutto all’estero. Il che ha stimolato l’accentuarsi della retorica solita della Banca centrale sulla sua vigilanza e disponibilità a intervenire. Ma ancora nessuna azione reale...

Poi, però, proprio a fine agosto la BoJ, la Banca centrale, allenta un tantino la politica monetaria cercando di frenare così l’ascesa dello yen[226]. Non lo fa, però, nel modo più diretto e efficace che sarebbe ovviamente quello di abbassare ancora il tasso di sconto. Da una parte, infatti, il direttorio in sessione d’emergenza vota all’unanimità di mantenere il tasso di sconto allo 0,1% – ma non si vede francamente perché per farlo fosse necessaria una riunione speciale: bastava non fare niente e il risultato sarebbe stato chiaramente lo stesso – e, dall’altra, decide di ampliare il volume di liquidità disponibile per le banche secondo lo schema che fornisce 20.000 miliardi di yen ($351 miliardi) a tasso fisso e per sei mesi al sistema bancario: adesso, nello stesso periodo, questa cifra potrebbe aumentare di un terzo.

La Banca promette che sarà pronta ad assumere un atteggiamento più aggressivo “se avrà indicazioni di un ulteriore rallentamento dell’attività economica” e il primo ministro annuncia che incontrerà “più di frequente” il governatore della Banca del Giappone. Che, detta così, in sé sembra proprio una minaccia…   

In definitiva, mentre l’economia cinese passa in tromba davanti a quella nipponica, Tokyo registra un irrilevante 0,1% di crescita del PIL[227] nel secondo trimestre dell’anno sul primo: molto al di sotto delle previsioni. Anche se gli effetti del ribasso dell’export – la cui espansione resta ma è in calo ormai da cinque mesi – non sono ancora arrivati appieno a farsi sentire sull’economia. E sulle statistiche.

Intanto, il Consiglio supremo di sicurezza e difesa del paese (lo compongono politici, militari, industriali e accademici, con compiti meramente consultivi) rende pubblicamente noto che il Giappone dovrebbe rivedere a fondo le proprie dottrine ufficiali sulla Difesa[228], compreso il divieto di legge all’export di armamenti. Le forze di difesa nipponiche (Self Defence Forces Forze di autodifesa: e il nome ne definisce con evidenza il mandato) dovrebbero giocare un ruolo maggiore nelle operazioni di cooperazione internazionali per la pace (traduci: un ruolo combattente, anche,  nelle missioni militari all’estero).

Poi, la maggiore presenza militare in Asia orientale della Cina e l’esistenza di un programma nucleare nord-coreano dovrebbero spingere il governo a installare in permanenza più truppe sulle isole nipponiche meridionali e a moltiplicare le attività di sorveglianza in tutta l’area.

In altri termini le SDF, da forza costituzionalmente mirata solo alla difesa e, cioè, al respingimento di un attacco esterno contro il paese, dovrebbe trasformarsi  in un partecipante attivo alle missioni di pace internazionali (cioè, al meglio, di guerra fatta per imporre una propria concezione di pace) e, più in generale, ad un assetto non tradizionale di sicurezza e ricognizione attiva, cioè armata.

E’ una mission che, sicuramente, costerebbe molto di più. E, tra parentesi, richiederebbe una revisione della Costituzione che, con quelle restrizioni di tipo esclusivamente e rigidamente difensivo, venne imposta al paese dagli americani vincitori nel periodo della loro occupazione post bellica a Tokyo (quando il vice imperatore, quello che contava, era il gen. MacArthur)…    

Il partito democratico al governo, che ha visto due mesi fa le dimissioni di Yukio Hatoyama, il leader che lo aveva portato alla vittoria alle elezioni legislative di un anno fa a causa delle resistenze diffuse alle sue scelte proprio nel partito stesso – gli impedivano, disse andandosene, di dare attuazione alle promesse fatte alle elezioni – vede ora sfidato il nuovo primo ministro Naoto Kan dal vecchio ma potente politicante Ichiro Ozawa[229] alle elezioni interne per la leadership che si terranno tra un mese. Ozawa è largamente osteggiato alla base del partito ma tra i quadri dei democratici gode di molti appoggi. E se vince, tra un mese, si ricomincia da capo…

 


 

[1] la 7Tv, 6.8.2010, In onda.

[2] New York Times, 29.7.2010, S. Roberts, Population Research Presents a Sobering Prognosis— Le ricerche sulla demografia obbligano a riflettere

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] Financial Times, 10.8.2010, p. 7. (cfr.www.ft.com/cms/s/0/514f4754-a44d-11df-abf7-0144feabdc0.html?ftcamp=rss/).

[4] Money Morning, 31.3.2010, Investors News (cfr. www.moneymorning.com/reports/TER0710_WMMRL701.pdf/)

[5] Consensus Economics, 12.8.2010 (cfr. www.consensuseconomics.com/).

[6] Il ragionamento qui riprodotto è stilato, e documentato, dall’economista  e sociologo J. Petras della Binghamton University di New York, sotto il link, tra gli altri, della VoltaireNet (cfr. www.voltairenet.org/ article166734.html/).

[7] New York Times, 17.8.2010, T.L. Friedman, Really Unusually Uncertain— [Un futuro] davvero inusualmente incerto:…  dove, però, a noi l’unica cosa inusuale sembra l’uso di quell’avverbio: ma quale “inusualmente”!.

[8] Guardian, 21.8.2010, A. Rourke, Australia faces hung parliament as Julia Gillard's Labor party suffers losses— L’Australia di fronte a un parlamento bloccato per la perdita di consensi dei laburisti di Julia Gillard; e New York Times, 21.8.2010, M. Foley, No clear winner in Australian voting— Non c’è vincitore chiaro nel voto australiano.

[9] Xinhua, 31.8.2010, India posts 8.8% GDP growth in Q2 2010— L’India registra una crescita dell’8,8% nel secondo trimestre del 2010 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/business/2010-08/31/c_13471076.htm/).

[10] New York Times, 11.8.2010, China’s Economy, While Still Surging, Begins Showing Signs of Moderation— L’economia della Cina continua a crescere ma comincia a esibire segni di qualche moderazione.

[11] New York Times, 15.8.2010, D. Barboza, China Passes Japan as Second-Largest Economy La Cina sorpassa il Giappone come seconda economia al mondo.

[12] The Economist, 28.8.2010.

[13] In Yahoo!News, 16.8.2010, China surges past Japan as No. 2 economy; US next?— la Cina balza avanti al Giappone come economia no. 2: gli USA sono i prossimi? (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100816/ap_on_bi_ge/as _japan_ economy/). Il PIL degli Stati Uniti è stato l’anno scorso di $14.260 miliardi, quasi tre volte quello cinese, ma calcolato non a parità di potere d’acquisto ma a parità di cambio: che è un valore fasullo, non misurando davvero quello che si compra con 1 yuan rispetto a 1 dollaro o a 1 euro o a 1 yen.

[14] CIA, The World Factbook (cfr. www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2001rank.html?coun tryName=China&countryCode=ch&regionCode=eas&rank=3#ch/).

[15] Renmin Ribao, 16.8.2010, Li Hong, After China becomes 'second' largest economy— Ora che la Cina è diventata la seconda maggiore economia del mondo (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90002/96743/7106151.html/).  

[16] Xinhua (Agenzia Nuova Cina), 11.8.2010, China's July CPI rises to 21-month high, PPI growth falls— Il tasso di inflazione al consumo arriva al massimo da 21 mesi ma è in calo l’aumento dei prezzi alla produzione (cfr. http://news.xinhuanet. com/english2010/business/2010-08/11/c_13439569.htm/).

[17] The China Post, 13.8.2010, China says foreign firms get fair anti-trust shake La Cina afferma che le imprese straniere sono trattate alla pari dalla sua legislazione anti-monopolistica (cfr. www.chinapost.com.tw/business/asia/b-china/2010/08/ 13/268547/China-says.htm/).

[18] Sino Daily, 17,8,2010, Reduction of China’s trade surplus foreseen Previsione di riduzione dell’attivo commerciale cinese (cfr. http://wn.com/China's_Trade_Surplus_Falls/).

[19] Sidney Morning Herald, 12.8.2010, China must reform or die La Cina, o si riforma o muore (cfr. www.optuszoo.com. au/news/180146/china-must-reform-or-die.html/).

[20] Wuxinghongqi China Military Report, 13.8.2010, PLA severely warned the U.S.: If are attacked, we will certainly counterattack L’APL ammonisce gli USA severamente: se siamo attaccati, contrattacchiamo,sicuramente… (cfr. http://wuxing hongqi.blogs pot.com/2010/08/pla-severely-warned-us-if-are-attacked.html/).     

[21] Report Posted on Military and Security Developments in China— In linea il Rapporto al Congresso sugli sviluppi militari e di sicurezza in Cina, 2010, Office of the Secretary of Defense, 2010, (cfr. www.defense-aerospace.com/articles-view/release/3/117320/pentagon-says-chinese-military-transparency-still-lacking.html/); e per il testo completo dell’Annual report to Congress, Military and Security DevelopmentsInvolving the People’s Republic of China— (cfr. www.defense.gov/pubs/pdfs/2010_CMPR_Final.pdf/).

[22] New York Times, 18.8.2010, Agenzia Reuters, China Warns U.S. Military Report Threatens Ties La Cina avverte gli USA che il Rapporto militare da loro stilato minaccia i rapporti reciproci; e Comunicato stampa del ministero della Difesa della RPC, Chinese experts rebute Pentagon Report— Gli esperti cinesi rigettano il Rapporto del Pentagono (cfr. http://eng.mod. gov.cn/Opinion/2010-08/18/content_4185232.htm/).

[23] New York Times, 18.8.2010, Reuters, U.S. Says SE Asia Concerned By China Assertiveness Gli USA asseriscono che il Sud Est asiatico è preoccupato della risolutezza cinese.

[24] Deutsche Welle, 30.3.2010, Amnesty releases global death penalty figures— Amnesty rilascia i dati globali sulle esecuzioni (cfr. www.dw-world.de/dw/article/0,,5408941,00.html/).

[25] The Economist, 28.8.2010.

[26] The Economist, 7.8.2010.

[27] The Economist, 7.8.2010.

[28] CEPAL, Commissione economica delle Nazioni Unite sull’America latina, Nota #65, Brazil and the Other BRICs (cfr. www.eclac.cl/notes/65/Subsedes_Brasil.html/).

[29] Dati della CEPAL (cfr. www.eclac.cl/publicaciones/xml/3/38063/Brazil.pdf./).

[30] La Semana (Bogotá), 21.8.2010, Corte Constitucional fallará hoy sobre la demanda contra el acuerdo militar entre Colombia y EE.UU. La Corte costituzionale spiegherà oggi il suo no all’accordo militare tra Colombia e Stati Uniti (cfr. www. semana.com/nacion/Seccion/3.aspx/).  

[31] Vedi Nota congiunturale no.9-2009, in Nota29 (cfr. New York Times, 10.8.2009, A Barrionuevo, Ecuador: Area Leaders Voice Worry Over G.I.’s for Colombia— In Ecuador i leaders di tutta la regione si preoccupano della nuova presenza dei soldati americani in Colombia). 

[32] EUROSTAT, 13.8.2010, Boll. #120, Euro area and EU27 GDP up by 1.0%  +1.7% in both zones compared with the second quarter of 2009 L’eurozona e l’UE a 27 crescono dell’1%  e dell’1,7, entrambe, rispetto al secondo trimestre di un anno fa (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-13082010-BP/EN/2-13082010-BP-EN.PDF/).

[33] New York Times, 5.7.10, J. Ewing e J. Werdigier, Two European Central Banks Hold Steady on Rates Due Banche centrali europee [oltre alla BCE, quella d’Inghilterra] tengono fermi i tassi; e BCE, 5.7.2010, Decisioni di politica monetaria (cfr. www.ecb.int/press/pr/date/2010/html/pr100805.it.html/).

[34] EUROSTAT, 13.8.2010, Boll #119, Euro area external trade surplus 2.4 bn euro; 9.6 bn euro deficit for EU27 L’attivo commerciale dell’eurozona a €2,4 miliardi, e a €9,6 il deficit dell’UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_PUBLIC/6-13082010-AP/EN/6-13082010-AP-EN.PDF/).

[35] EUROSTAT, 12.8.2010, Boll. #118, Industrial production down by 0.1% in euro area  Stable in EU27— La produzione industriale cala dello 0,1% nell’eurozona e resta stabile nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PU BLIC/4-12082010-AP/EN/4-12082010-AP-EN.PDF/).

[36] The Economist, 14.8.2010.

[37] New York Times, 5.7.10, S. Daley e N. Kit Santonis, Greece Gets Good Progress Report From Lenders La Grecia ottiene dai creditori una buona pagella economica; e BCE, Dichiarazione della Commissione europea, della BCE e dell’FMI sulla prima missione di valutazione in Grecia (cfr. www.ecb.int/press/pr/date/2010/html/pr100805_1.it.html/).

[38] European Bailouts, 10.8.2010, Greece budget gap sh http://europeanbailout.tk/greece-budget-gap-shrinks-39-7-per-cent-to-meet-bailout-target-monsters-and-critics-com/rinks 39.7 per cent to meet bailout target— Il buco di bilancio si restringe del 39,7% per far fronte all’obiettivo del salvataggio (cfr. http://europeanbailout.tk/greece-budget-gap-shrinks-39-7-per-cent-to-meet-bailout-target-monsters-and-critics-com/).

[39] Cfr. Nota congiunturale 6-2010, cap. EUROPA, p. 23. 

[40] Business Insider, 12.8.2010, V. Fernando, The E.U. Rips Into Slovakia For Backing Out Of The Greece Bailout L’U.E. attacca la Slovacchia per il suo ritiro dal salvataggio greco (cfr. www.businessinsider.com/slovakia-backs-out-of-the-greece-bailout-2010-8/).

[41] El Pais, 26.8.2010, Eslovaquia pide a Bruselas que se disculpe por criticar su decisión de no apoyar a Grecia La Slovacchia   chiede   le scuse  di  Bruxelles per la critica alla sua decisione  di  non appoggiare la  Grecia  (cfr. www.elpais.com/articulo/economia/Eslovaquia/pide/ Bruselas/disculpe/criticar/decision/apoyar/Grecia/elpepueco/20100826elpepieco_3/Tes/).

[42] Kurier (Vienna), 26.8.2010, Tschechien: "Keine Hilfe für Griechenland"Cechia: "nessun aiuto alla Grecia" (cfr. http://kurier.at/ nach richten/2026351.php/).

[43] New York Times, 12.8.2010, A.P., Greek Recession Deepens Amid Spending Cuts— La recessione greca peggiora coi taglio di spese.

[44] Der Spiegel, 18.8.2010, C. Jessen, Tensions Rise in Greece as Austerity Measures Backfire Le tensioni crescono in Grecia col contraccolpo delle misure di austerità (cfr. www.spiegel.de/international/europe/0,1518,druck-712511,00.html/).

[45] EUROSTAT, 4.8.2010, Boll. #110, Employment rate in the EU27 fell to 64.6% in 2009  But rate for older workers up to 46.0% Il tasso di occupazione nell’Unione a 27 cade al 64,6%  Ma quello dei lavoratori più anziani sale al 46% (cfr. http:// epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-04082010-BP/EN/3-04082010-BP-EN.PDF/).

[46] EUROSTAT, 30.7.2010, Boll. #113, June 2010 - Euro area unemployment rate stable at 10.0%   EU27 stable at 9.6— Giugno 2010–L’eurozona è a un tasso di disoccupazione stabile sul 10%  E l’Unione a 27 è stabile al 9.6% (cfr. http://epp.euro stat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-30072010-AP/EN/3-30072010-AP-EN.PDF/).

[47] New York Times, 25.8.10, C.V. Nicholson, Irish Debt Rating Downgraded on Eve of Big Bond Sale— La valutazione del debito irlandese abbassata alla vigilia di una grossa vendita di buoni del Tesoro.

[48] Era stata la Commissione stessa ad avanzare la proposta di creare presso la BCE un’agenzia di rating della UE come tale (New York Times, 2.6.2010, J. Kanter, European Panel Suggests Centralized Ratings Oversight La Commisione europea suggerisce una supervisione centrale dei rating) che supervisionasse, per lo meno, la governance di tutta questa attività. Ma ci hanno pensato i ministri delle Finanze europei, sempre pronti a piegarsi al dio quattrino, a bocciarla sul nascere

[49] RTT, 3.8.2010, Spanish Unemployment Continues To Fall La disoccupazione continua a calare in Spagna (cfr. www.rtt news.com/Content/AllEconomicNews.aspx?Node=B2&Id=1380340/).

[50] El Pais, 26.8.2010, El INE confirma que el PIB de España creció un 0,2% en el segundo trimestre L’INE conferma che il Pil della Spagna è cresciuto dello 0,2% nel secondo trimestre (cfr. www.elpais.com/articulo/economia/INE/confirma/PIB/Espana/crecio/segundo/ rimestre/elpepueco/ 20100826elpepueco_1/Tes/).

[51] The Economist, 14.8.2010.

[52] EurasiaNet.org (Tbilisi), 8.8.2010, Medvedev Visits Abkhazia On Anniversary Of Russia-Georgia War Medvedev visita l’Abkazia nell’anniversario della guerra russo-georgiana (cfr. www.eurasianet.org/node/61690/).

[53] Allmoldova,  3.8.2010, Infotag, Transnistria’s appeal for recognition to United Nations is illogical L’appello della Transdniestria per il riconoscimento dell’ONU è insensato (cfr. www.allmoldova.com/en/moldova-news/1249047918.html/).

[54] B=92 (Belgrado), 26.8.2010, Top officials meet with German FM Esponenti del vertice serbo si incontrano col ministro degli Esteri tedesco (cfr. www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2010&mm=08&dd=26&nav_id=69298/).

[55] A-cop’s-watch.com, 9.8.2010, Russia: Lower Harvest Amounts Predicted Russia: previsione di raccolti più bassi in arrivo (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/2010/08/whats-going-on-in-world-today-100809.html/).

[56] Stratfor, 20.8.2010, Russia’s food security challenge La sfida della sicurezza alimentare in Russia (cfr. www.stratfor. com/rint/169552/).

[57] New York Times, 5.8.2010, A. E. Kramer e J. Healy, Russia Bans Grain Exports After Drought Shrivels Crop La Russia proibisce l’esportazione di grano dopo che la siccità [e il fuoco] riducono il raccolto.

[58] St. Petersburg Times,10.8.2010, On the grain export ban— Sul divieto all’esportazione di grano (cfr. www.sptimes.ru/in dex.php?action_id=2&story_id=32171/).

[59] Rossiyskaya Gazeta (Российская Газета),11.8.2010 (cfr. www.rg.ru/about.html/).

[60] New York Times, 19.8.2010, K. Johnson, U.S. Farmers Wary of Gaining From Russia’s Woes Gli agricoltori americani preoccupati [stavolta] di far soldi cavalcando i guai dei russi.

[61] RIA Novosti, 7.8.2010, Russia may revise ban on exports of grain after crop harvestLa Russia potrebbe rivedere il bando all’export di grano dopo il raccolto (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100806/160096382.html/).

[62] Reuters, 11.8.2010, Ukraine considers grain export quotas for 10/11 L’Ucraina considera l’imposizione di quote di esportazione al suo grano per il 2010-11 (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE67A07520100811/).

[63] Ne riferisce, ovviamente malignandoci un poco, l’Agenzia Stratfor, notoriamente vicina al (o finanziata, oltre che dai sottoscrittori paganti, anche dal?), Pentagono, 30.7.2010, D. Astakhov, A new use for the Customs union Un uso nuovo dell’unione doganale (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100730/_russia_new_use_customs_union/).

[64] The Economist, 7.8.2010.

[65] The Economist, 28.8.2010.

[66] Stratfor, 1.8.2010, Ukraine: Domestic Gas Prices Rise 50 Percent Il prezzo del gas all’interno aumenta in Ucraina del 50% (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100801_ukraine_domestic_gas_prices_rise_50_percent/).

[67] Inside Ukraine, 2.8.2010, Russia Ukraine will talk on natural gas Russia e Ucraina discutono sul gas naturale  (cfr. www.insideworld.com/ukraine/08/02/2010/).

[68] Agenzia Itar-TASS, 18.8.2010, Komorowski calls for strengthening relations with Russia Komorowski chiede il rafforzamento delle relazioni con la Russia (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15415660&PageNum=0/).

[69] New York Times, 2.8.2010, L. Thomas jr., Hungary Lays Blame for a Fiscal Crisis on Its Central Bank— L’Ungheria dà la colpa della sua crisi di bilancio alla sua Banca centrale.

[70] Financial Times, 19.7.2010, edit., Hungary blunders L’Ungheria fa un pasticcio, ammoniva l’organo finanziario di Londra già un mese prima che “Il Fondo monetario deve tenere duro: con tanti paesi in situazioni vulnerabili, non si può permettere di essere considerato come un gonzo. Tirar fuori qualche cartellino giallo o anche rosso”, la scena era nella mente di chi scriveva a pochi giorni dalla finale del campionato mondiale di calcio in Sudafrica, “è un buon sistema per mandare un segnale ad altri governi che possano essere tentati di flirtare con l’indisciplina” dei bilanci (cfr. www.ft.com/cms/s/0/65b9bf9e-9363-11df-bb9a-00144feab49a.html/).

   Così come sfiora esplicitamente l’assurdo lasciare che Moody’s e Standard & Poor’s – quelli che coi loro tripli AAA avevano dato ai bonds immondizia la loro credibilità che un paio di anni fa ha precipitato il mondo nella crisi – adesso ributtino giù, come se fosse Giove Pluvio a parlare, l’Ungheria … e gli ungheresi maledettamente inc***ti…

[71] RomaniaPress, 11.8.2010, Romania Should Reconsider Euro Adoption Calendar, President Says La Romania dovrà riconsiderare il calendario di adozione dell’euro, dice il Presidente (cfr. www.romaniapress.com/news-1009249.html/). 

[72] The Economist, 21.8.2010.

[73] New York Times, 26.11.2006, B. Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning Nella guerra di classe, indovina quale classe sta vincendo (cfr. www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmoney/26every.html/).

[74] New York Times, 16.8.2010, L. Alderman, Denmark Starts to Trim Its Admired Safety Net La Danimarca comincia a ridimensionare [sarà pure così… anche se i fatti, al di là delle proclamate intenzioni di quel governo oggi reazionario, non gli danno, almeno ancora, proprio ragione!!!] la sua ammirata rete di sicurezza sociale.

[75] Dati sull’economia danese, dal CIA World Factbook, 2009 (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/da.html/).

[76] New York Times, 31.7.20120, E. Dash, A Richter Scale for Markets Una scala Richter per i mercati.

[77] Nouriel Roubini e Dean Baker… Ma potremmo aggiungere, tra gli altri, anche i Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman, meno assillanti dei primi due, forse, ma al dunque corretti previsori anche loro (cfr. http://rwer.wordpress. com/2010/05/13/keen-roubini-and-baker-win-revere-award-for-economics-2/).  

[78] New York Times, 1.8.2010, P.Krugman, Defining Prosperity Down— La ridefinizione al ribasso della prosperità.

[79] New York Times, 31.7.2010, D. Stockman, Four Deformations of the Apocalypse— Quattro deformazioni dell’Apocalisse.

[80] B. Bernanke, 12.1999, Japanese Monetary Policy: A Case of Self-Induced Paralysis?— La politica monetaria del Giappone: un caso di paralisi autoindotta? (cfr. www.princeton.edu/~pkrugman/bernanke_paralysis.pdf/).

[81] New York Times, 12.8.2010, P. Krugman, Paralysis at the Fed— Paralisi alla Fed.

[82] New York Times, 19.8.2010, P. Krugman, Appeasing the Bond Gods—  Alla pacificazione degli dei dei bonds.

[83] Agenzia Bloomberg, 11.8.2010, L. Kotlicoff, US is bankrupt and we don’t even know it Gli USA sono in bancarotta e non lo sappiamo neanche (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-08-11/u-s-is-bankrupt-and-we-don-t-even-know-commen tary-by-laurence-kotlikoff.html/). 

[84] Bloomberg, Grafici sulla percentuale di PIL (cfr. www.bloomberg.com/apps/quote?ticker=FDDSGDP:IND/).

[85] IMF, 30.7.2010, IMF Executive Board Concludes 2010 Consultation with the United States Il Comitato esecutivo del Fondo conclude la sua consultazione 2010 con gli Stati Uniti (cfr. http://www.imf.org/external/np/sec/pn/2010/pn10101.htm/).

[86] New York Times, 19.8.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Analysts See $1.3 Trillion Deficit— Gli analisti prevedono un deficit di bilancio di $1.300 miliardi.

[87] Secondo l’argomentazione qui riassunta, con grande precisione, competenza e passione sul New York Times, del 15.8.2010, dal prof. P. Krugman, col titolo Attacking Social Security All’attacco della sicurezza sociale.

[88] Dipartimento del lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), Tab.A-1, Employment status of the civilian population by sex and age— Situazione dell’occupazione della popolazione civile per sesso ed età (cfr. www.bls.gov/news.release/ empsit.t01.htm/).

[89] New York Times, 6.8.2010, M. Rich, Private Growth Is Tepid as U.S. Economy Sheds Jobs Overall La crescita cdel settore privato è tiepida mentre l’economia Americana taglia globalmente lavoro.

[90] New York Times, 6.8.2010, D. Leonhardt, A Weak Report, With Glimmers Rapporto debole, ma con qualche barlume.

[91] New York Times, 27.8.2010, M. Rich, U.S. Growth Last Quarter Is Lowered to 1.6% Pace La crescita USA nell’ultimo trimestre viene abbassata all’1,6%.

[92] New York Times, 26.8.2010, P. Krugman, This is not a Recovery No, questa non è una ripresa

[93] EPI, Economic Policy Institute, (Washington, D.C.), 6.8.2010, Jobs Picture— Quadro dell’occupazione (cfr. www.epi.org/quick_takes/entry/unemployment_rate_shows_a_job_market_stuck_in_neutral/).

[94] New York Times, 3.1.2010, J. deParle e R. M. Gebeloff, Living on Nothing but Food Stamps Sopravvivendo a forza di buoni pasto.

[95] Boston Globe, 8.8.2010, J. Green, The raid on food stamps Il raid sui buoni pasto (cfr. www.boston.com/bostonglobe/ editorial_opinion/oped/articles/2010/08/12/the_raid_on_food_stamps/).

[96] New York Times, 9.8.2010, B. Herbert, Horror Show— Il teatro dell’orrore.

[97] Sullo scontro che vede sempre e solo i reazionari all’attacco e i democratici sempre in difesa, anche su un tema del tutto diverso da questo, il Guardian, in una corrispondenza (20.8.2010, Immigration: the midterm battleground Immigrazione: il terreno di battaglia del medio termine), avverte: a novembre, alle elezioni di medio termine, sembra in effetti che i repubblicani, almeno al momento, siano avvantaggiati anzitutto dalla determinazione e dall’aggressività con cui, alla Bossi e anche peggio, sono costantemente all’attacco vantando come merito patriottico la loro rigidità sul tema dell’immigrazione— in un paese poi come questo, fatto tutto di immigrati… esclusi, forse, i pellerossa indigeni.

   Mentre i democratici cincischiano, esitano, non sono capaci né di dire un sì secco alla “legge e all’ordine” né di respingere per quello che è – razzista, volgare e anche controproducente, antieconomico – l’attacco dei repubblicani. E’ questo loro pilatesco atteggiamento, pieno di contraddizioni, il fatto che potrebbe costare loro milioni di voti persi di potenziali elettori latino-americani, cittadini ormai degli Stati Uniti… e comprensibilmente, come dire, indignati.

[98] New York Times, 21.8.2010, M. Dowd, Going Mad in Herds Quando si impazzisce per branchi. 

[99] New York Times, 20.8.2010, T. Harshaw, When is a Muslim not a Muslim? Ma quand’è che un mussulmano non è un mussulmano?

[100] Charles Mackay, Memoirs of Extraordinary Popular Delusions, 1a ed. London, Office of the National Illustrated Library, 1848.    

[101] New Yorker, 12.10.2009, R. Lizza, Inside the crisis–the White House economic team) Dentro la crisi – la squadra economica della Casa Bianca (cfr. www.newyorker.com/reporting/2009/10/12/091012fa_fact_lizza?printable=true/).

[102] New York Times, 6.8.2010, T. Harshaw, Obama’s Endangered Economists Gli economisti a rischio di Obama.

[103] The Economist, 7.8.2010.

[104] The Economist, 7.8.2010.

[105] Non si accorge proprio, di questo dettaglio della destagionalizzazione, il Washington Post, che il 18.8.2010, a firma N. Irwin, titola che l’Industrial production tops expectations La produzione industriale supera le attese (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/08/17/AR2010081705685.html/).

[106] Guardian, 24.8.2010, K. Allen, US home sales in record July slump La vendita di case a luglio in caduta record.

[107] Washington Post, 29.7.2010, N. Irwin, A crossroads for the U.S. economy L’economia americana a un bivio (cfr. www. washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/07/28/AR2010072806049.html/).

[108] Intermediary Business Group, T. Anderson, Recession Recovery - A Historical Perspective, 2009— Recessione e ripresa Una prospettiva storica,19.6.2009 (cfr. www.ssga.com/library/exchng/Recession_Recovery_Tom_ Anderson_ 6.19. 09CCRI1245936726.pdf/).

[109] New York Times, 8.8.2010, edit., As the Economy Slows— Mentre rallenta l’economia.

[110] The Economist, 7.8.2010.

[111] New York Times, 10.8.2010, S. Chan, Fed, Citing Slowdown, to Buy U.S. Debt— La Fed, di fronte al rallentamento [che ormai anch’essa ufficialmente constata] comprerà il debito pubblico U.S.A.

[112] M. Friedman, con A. Schwartz, A Monetary History of the United States, 1867-1930, Princeton University Press ed., 1963.

[113] New York Times, 20.8.2010, F. Norris, For a Change, U.S. Debt Is Staying in the U.S Tanto per cambiare, il debito americano resta negli USA.

[114] New York Times, 11.8.2010, A.P., U.S. Exports Faltered in June; Trade Deficit Widened— Le esportazioni americane a giugno traballano e il deficit commerciale si allarga. Due giorni dopo i dati che sforna , vengono corretti in peggio e sono quelli qui riportati.

[115] New York Times, 8.8.2010, P.Krugman, America Goes Dark— L’America si fa buia.

[116] Dale Andrade, Ashes to Ashes: The Phoenix Program and the Vietnam War— Cenere alla cenere: il programma Phoenix e la guerra del Vietnam, Lexington, MA, Heath ed. 1990 (cfr., in specie, per i conteggi, http://usacac.army.mil/CAC/mil review/English/MarApr06/Andrade-Willbanks.pdf/).

[117] Guardian, 11.4.2010, A. Qureshi, The ‘Obama doctrine’: kill, don’t detain La dottrina Obama: ammazzare, non incarcerare.

[118] Guardian, 21.8.2010, D. Batty, Rape warrant against Wikileaks founder Julian Assange cancelled Cancellato l’ordine di cattura contro Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks 

[119] Washington Post, 21. 7.23010, D. Priest e W.M. Harkin, Top secret America (cfr. http://projects.washingtonpost. com/top-secret-america/articles/).

[120] Disse enfatico il presidente Ronald Reagan, ricevendo calorosamente alla Casa Bianca il 21.3.1983 una delegazione di talebani e altri guerriglieri islamici che si battevano in Afganistan contro gli occupanti (sovietici), che “guardare questi eroici combattenti della libertà combattere gli arsenali moderni con le loro armi di piccolo calibro è una grande ispirazione per tutti coloro che amano la libertà” (dal saluto che rivolse loro, nella raccolta dei documenti presidenziali della Fondazione Reagan, cfr. www.reagan.utexas.edu/archives/speeches/1983/32183e.htm/).

[121] La mossa pensata, ispirata e abilmente (si fa per dire, ovviamente) “istigata” da Zbignew Brzezinski (allora segretario di Stato del presidente Carter) fu che gli USA cominciarono ad aiutare i ribelli, fornendo aiuti militari in segreto che sarebbero poi continuati fino al ritiro sovietico nel 1989, già “sei mesi prima dell’intervento di Mosca” a sostegno del governo comunista afgano: cogliendo così l’occasione, come scrisse in un memorandum segreto ma ora pubblico diretto a Carter, per “regalare all’URSS la sua guerra del Vietnam” (cfr. Intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes... (cfr. http://hebdo.nouvelobs.com/ sommaire/do cuments/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanistan-avant-les-russes.html/).

     Lo aveva del resto rivelato già prima proprio l’ex direttore della CIA, poi ministro della Difesa di Bush e oggi di Obama, Robert Gates, nelle sue Memorie: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon&Schuster ed.)

[122] The Nation (Islamabad), 27.8.2010, Taliban spokesman boasts of more activity Il portavoce dei talebani vanta un più grande attivismo (cfr. www.nation.com.pk/pakistan-news-newspaper-daily-english-online/International/27-Aug-2010/Za bihollah-Mojahed-press-conference/).

[123] Yahoo!News, 7.7.2010, J. Sutton, Bin Laden's cook pleads guilty at Guantanamo Il cuoco di bin lden si confessa colpevole a Guantánamo (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20100707/wl_nm/us_guantanamo_sudan/).

[124] New York Times, 11.8.2010, Reuters, Bin Laden's Cook Gets 14 - Year Sentence Il cuoco di bin Laden condannato a 14 anni.

[125] A le Monde, 3.8.2010, J. Folloroux, Pour le président pakistanais, la coalition "est en train de perdre la guerre contre les talibans" (cfr. www.lemonde.fr/international/article/2010/08/03/pour-le-president-pakistanais-la-coalition-est-en-train-de-perdre-la-guerre-contre-les-talibans_1395113_3210.html#ens_id=1381948/).

[126] New York Times, 3.8.2010, (A.P.), Taliban Code of Conduct Seeks to Win Hearts, Minds— Il codice di condotta dei talebani punta a conquistare il cuore e le menti [degli afgani].

[127] Che, d’altra parte, secondo diverse fonti americane risulta essere lui stesso – da anni, dal tempo della guerriglia dei mujaheddin contro i sovietici – un agente CIA: cfr. N. Mills, Karzai: the failing American intervention and the struggle for Afghanistan— Karzai:il fallimentare intervento americano e la lotta per l’Afganistan, John Wiley & sons ed..

   Come, del resto, il fratello minore: verità accertata, accettata, confessata e, ormai, anche documentata: New York Times, 28.10.2009, Ahmed Wali Karzai, on CIA Payroll— Ahmed Wali Karzai, a libro paga CIA (cfr. www.nytimes.com/2009/10/28/world/asia/28intel.html) — a semplificare ovviamente le cose…

   E come, ora, è stato certificato è anche il caso del capo del Consiglio nazionale di sicurezza afgano, aiutante strettissimo di Karzai, Mohammed Zia Salehi, anche lui da anni a libro paga del servizio segreto americano, anche se non è ancora chiaro esattamente con quale funzione: lo racconta per bene il New York Times, 25.8.2010, D. Filkins e M. Mazzetti, Key Karzai Aide in Corruption Inquiry Is Linked to C.I.A. Assistente chiave di Karzai nell’inchiesta contro la corruzione, collegato alla C.I.A. (cfr. www.nytimes.com/2010/08/26/world/asia/26kabul.html/): qualcosa che, commenta il quotidiano di New York, mette in evidenza “le contraddizioni che sono al cuore della linea dell’Amministrazione Obama in Afganistan dove c’è chi simultaneamente chiede a Karzai di sradicare la corruzione che pervade tutto il suo governo e, insieme e a volte, sussidia precisamente chi è sospettato di essere al cuore di quella stessa corruzione”.

   E già: solo che fa finta di meravigliarsi, il giornale... Quando è ormai chiaro per tutti che tutti i boss al potere a Kabul sono uomini della CIA, che la CIA li paga tutti da anni, che la C IA li ha installati, tutti, da anni al potere e che la CIA di tutti loro ormai non si fida. Per lo meno quanto poco della CIA – ma rassegnato a non farci niente – si fida anche Obama che, pure, della CIA nomina e comanda, in teoria, tutti i capi… Che ci volete fare, è l’intelligence dell’intelligence. E, questa, non è, poi, certo l’unica contraddizione di cui si nutre l’Amministrazione Obama, all’estero come all’interno.

   Il giorno dopo la rivelazione del NYT, se ne esce il Washington Post, 27.8.2010, The CIA is making secret payments to multiple members of Afghan President Hamid Karzai's administration— La CIA fa pagamenti segreti a svariati membri dell’amministrazione del presidente Karzai (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/08/26/AR20100826 06776.html/) e attesta che, in realtà, la CIA porta a libro paga una pletora di esponenti dell’amministrazione afgana, a tutti i livelli visto che o li ha comprati dopo, o ce li ha direttamente inseriti. E ha aggiunto che Arabia saudita e Turchia sono tra gli altri paesi che iniettano soldi in canali “paralleli”a Kabul per influenzare quel che avviene al governo di quel paese.

[128] New York Times, 22.8.2010, D. Filkins, Pakistanis Tell of Motive in Taliban Leader’s Arrest I pachistani dicono come avvenne davvero la cattura del leader talebano.

[129] Guardian, 16.8.2010, J. Boone, Taliban call for joint inquiry into civilian Afghan deaths considered La proposta dei talebani di un’inchiesta congiunta sulla morte dei civili afgani sotto considerazione.

[130] Guardian, 16.8.2010, J. Boone, Karzai to scrap foreign security firms in Afghanistan within four months Entro quattro mesi Karzai intende  cancellare in Afganistan le ditte straniere di sicurezza privata.

[131] New York Times, 28.8.2010, D. Filkins e A.J. Rubin, Graft-Fighting Prosecutor Fired in Afghanistan Afganistan:  procuratore anticorruzione licenziato in tronco.

[132] Affari Internazionali, 7.8.2010, S. Silvestri, Afghanistan tra escalation e ipotesi di spartizione (cfr. www.affarinter nazionali.it/articolo.asp?ID=1525/) (il testo dell’articolo di Blackwill in Financial Times, 21.7.2010, America must give the south to the Taliban L’America deve cedere il Sud ai talebani [sempre che ci stiano a non prendersi tutto il paese, sì intende…) (cfr. www.ft.com/cms/s/0/7caa5128-94f3-11df-af3b-00144feab49a.html/).

[133] New York Times, 20.8.2010, (A.P.), Floods Expose Civilian-Military Divide in Pakistan Le inondazioni portano in primo piano le divisioni tra civili e militari in Pakistan.

[134] Stratfor, 1.8.2010, Iran: U.S., Russia Concerned On Growing Power-IRGC Il Corpo della Guardie Rivoluzionarie: USA e Russia, allarmati dal potere crescente dell’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100801_iran_us_russia_ concerned_ grow ing_power_irg/ per il testo completo dell’intervento di Javani, cfr. www.kayhanintl.com/aug2/index.htm/: Kayhan. un influente agenzia e giornale di Teheran direttamente sotto la supervisione dell’Ufficio del leader supremo l’ayatollah Khamenei, è un sito quasi sempre “bloccato” da Google con la dizione minacciosa che il “sito potrebbe arrecare danni al tuo computer)”: alla faccia della libertà di espressione e di informazione…).

[135] A.P., Anne Gearan, 1.8.2010, Top US military officer says Pentagon has an Iran attack plan, but doesn't want to use it Il militare americano più alto in grado dice che il Pentagono ha un piano d’attacco, ma che non lo vuole usare (cfr. www. washingtonexaminer.com/politics/ap/top-us-military-officer-says-pentagon-has-an-iran-attack-plan-but-doesnt-want-to-use-it-99715754.html/).

[136] Islamidavet (Teheran), 2.8.2010, Iran general downplays US war threat Generale iraniano ridimensiona la minaccia di guerra americana (cfr. www.islamidavet.com/english/2010/08/02/iran-general-downplays-us-war-threat/).

[137] Press Tv, 3.8.2010, (A.P.), Iran minister visits China for refinery investment Ministro iraniano visita la Cina per trovare investimenti in nuove raffinerie (cfr. http://af.reuters.com/article/energyOilNews/idAFLDE6720ZU20100803/).

[138] Yahoo!News, 6.8.2010, China pledges Iran cooperation as oil minister visits— La Cina si impegna a cooperare con l’Iran nel corso della visita del suo ministro del Petrolio (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100806/wl_mideast_afp/chinairaneco nomydiplomacyenergy/).

[139] Business Week, 6.8.2010, Bloomberg, Turkey Has No Plans to Curb Iran Petroleum Trade, Minister Says— La Turchia non ha intenzione di frenare i suoi scambi petroliferi con l’Iran, dice il ministro preposto (cfr. www.businessweek.com/ news/2010-08-06/turkey-has-no-plans-to-curb-iran-petroleum-trade-minister-says.html/).

[140] Stratfor, 4.8.2010, Belarus: U.S. Sanctions Will Not Affect Trade Ties With Iran Bielorussia: le sanzioni americane non avranno conseguenze sui legami commerciali con l’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100804 _belarus_us_sanctions _will_not_affect _trade_ties _iran/).

[141] Stratfor, 23.8.2010, A. Natruskin, Russia, Bielorussia: the ties that bind Russia, Bielorussia: i legami che uniscono (cfr. www.stratfor.com/print/169765/).

[142] balita-dot-ph, 9.8.2010, Iran says IAEA to set date for nuclear talks soon— L‘Iran afferma che l’AIEA fisserà la data per l’incontro sul nucleare (cfr. http://balita.ph/2010/08/09/iran-says-iaea-to-set-date-for-nuclear-talks-soon/).

[143] IAEA, 9.8.2010, Daily Press Review (cfr. www.iaea.org/NewsCenter/Dpr/pressreview.html/).

[144] Agence France-Presse, 10.8.2010, Brazil signs on to UN sanctions against Iran Il Brasile sottoscrive le sanzioni dell’ONU contro l’Iran (cfr. www.france24.com/en/20100810-brazil-signs-un-sanctions-against-iran/).

[145] Reuters, 11.8.2010, O. Coskun, Turkey backs petrol sales to Iran despite sanctions— La Turchia sostiene le vendite di prodotti petroliferi all’Iran, malgrado le sanzioni (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE67A25J20100811/).

[146] Fars News Agency, 17.8.2010, Suppliers Vying to Sell Gasoline to Iran I fornitori competono per vendere benzina all’Iran (cfr. http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=8905261594/).

[147] Radio Free Europe, 18.8.2010, Iran Plans To Cut Subsidized Gasoline Quota L’Iran progetta di tagliare la razione di benzina sussidiata (cfr. www.rferl.org/content/Iran_Plans_To_Cut_Subsidised_Gasoline_Quota/1847089.html/).

[148] Stratfor, 16.8.2010, Iran: Nuclear Equipment Imported From 23 Countries Iran: euipaggiamento atomico importato da 23 diversi paesi (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100816_iran_nuclear_equipment_imported_23_countries/).

[149] Guardian, 11.8.2010, intervista di S. Kamali Dehghan, Iran sanctions strengthen Ahmadinejad regime-Karroubi— Le sanzioni contro l’Iran rafforzano il regime di Ahmadinejad, dice Karroubi.

[150] New York Times, 21.8.2010, (A.P.), Despite Sanctions, Iran Fuels First Nuclear Reactor Malgrado le sanzioni, l’Iran lancia il suo primo reattore nucleare.

[151] Lo dichiara il portavoce del Dipartimento di Stato, Darby Holladay, citato il 21.8.2010, a Bushehr appena avviato da Ha’aretz, 21.8.2010, N. Mozgovaya, U.S.: Iran's nuclear power plant bears no 'proliferation risk— Gli USA: l’impianto nucleare dell’Iran non comporta alcun ‘rischio di proliferazione’ (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/u-s-iran-s-nuclear-power-plant-bears-no-proliferation-risk-1.309378/). 

[152] Stratfor, 18.8.2010, Iran: Bushehr A Deterrent For Iran - Russian FM— Il ministro degli Esteri russo: Bushehr è un deterrente per l’Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100818_iran_bushehr_deterrent_iran_russian_fm/).

[153] Los Angeles Times, 8.8.2010, P. Richter, U.S. and EU fail to isolate Iran USA e Europa: fallisce l’isolamento dell’Iran (cfr. www.latimes.com/news/nationworld/world/la-fg-iran-sanctions-20100809,0,6722759.story/).

[154] Reuters, 27.8.2010, Iran says has withdrawn assets from European banks L’Iran annuncia di aver ritirato i suoi fondi dalle banche europee (cfr. http://af.reuters.com/article/energyOilNews/idAFHAF72608120100827/).

[155] MehrNews (Teheran), 15.8.2010, India wants Iranian gas: ambassador— L’India vuole il gas dell’Iran, dice l’ambasciatore (cfr. www.mehrnews.com/en/NewsDetail.aspx?NewsID=1134380/).

[156] The Times, 19.3.2010, T. Halpin, Iran’s atomic ambitions cause impasse at disarmament talks Le ambizioni nucleari dell’Iran stanno bloccando i colloqui di disarmo (cfr. http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/us_and_americas/article 7067882.ece/).

[158] Per un’analisi originale di questo intergioco sulla pelle dell’Iraq, v. Stratfor, 24.8.2010, US, Iranian and Russian interests in Iraq Interessi americani, iraniani e russi in Iraq (cfr. www.stratfor.com/print/169776/).

[159] Wall Street Journal, 14.8.2010, U.S.-Saudi Arms Plan Grows to Record Size— Il pacchetto di vendita di armamenti all’Arabia saudita cresce fino a dimensioni senza precedenti (cfr. http://online.wsj.com/article/NA_WSJ_PUB:SB10 00 1424052748703960004575427692284277852.html/).

[160] The News Tribune (Tacoma, Wash.), 15.8.2010, A. Heller, Israel to purchase F-35I fighter jets from US Israele comprerà caccia F-35I dagli Stati Uniti (cfr. www.thenewstribune.com/2010/08/15/1302232/israel-to-purchase-f-35i-fighter. html#ixzz0wmS6TcaC/).

[161] Guardian, 2.8.2010, H. Sherwood, Gaza flotilla raid: Israel to co-operate with UN inquiry Il raid contro la flottiglia di Gaza: Israele coopererà con l’inchiesta internazionale dell’ONU.

[162] New York Times, 3.8.2010, edit., Israel, Turkey and the U.N. Israele, Turchia e Nazioni unite.

[163] Ha’aretz, 10.8.2010, B. Ravid, Israel: UN won't question IDF soldiers in Gaza flotilla probe— Israele: l’ONU non farà domande ai soldati della IDF [la Forza israeliana di difesa] nell’inchiesta sula flottiglia di Gaza (cfr. www.haaretz.com/news/diploma cy-defense/israel-un-won-t-question-idf-soldiers-in-gaza-flotilla-probe-1.307020/).  

[164] Yahoo!News, 8.8.2010, Agenzia France-Presse, Abbas sets terms for resuming direct talks with Israel Abbas fissa i termini per la ripresa di colloqui diretti con Israele (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100809/wl_mideast_afp/mideast talks palestiniansisraelabbasael/).

[165] Ha’aretz, 12.8.2010, A. Issacharov e B. Ravid, Netanyahu rejects peace talks based on 1967 borders— (cfr. www. ha aretz.com/print-edition/news/netanyahu-rejects-peace-talks-based-on-1967-borders-1.307430/).

[166] New York Times, 20.8.2010, (A.P.), US Says Israel, Palestinians to Resume Peace Talks Gli USA dicono che Israele e palestinesi riprenderanno i colloqui di pace.

[167] Ha’aretz, 27.8.2010, France: EU must play role in Israeli-Palestinian talks— La Francia dice che lnione europea dev e giocare un ruolo nei colloqui israelo-palestinesi (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/france-eu-must-play-role-in-israeli-palestinian-talks-1.310630/).

[168] New York Times, 20.8.2010, H. Cooper e M. Landler, Palestinians Resuming Talks Under PressureI palestinesi riprendono i colloqui sotto pressione.

[169] San Francisco Chronicle, 22.8.2010, Netanyahu Says Talks Must Lead to Recognition of Jewish State Netanyahu afferma che i colloqui dovranno comunque portare al riconoscimento dello Stato di Israele come Stato ebraico (cfr. www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/g/a/2010/08/22/bloomberg1376-L7JNMF6TZ01T01-5JRT0PI2R4M68TN2GF4T6S3OJA.DTL#ixzz0xPx0oi lQ/).

[170] Cfr. Nota136.

[171] Trattasi di quel Tony Blair che, eletto premier britannico nel 1997, recitava nel suo discorso inaugurale di ‘una generazione, la mia, che potrebbe essere capace di contemplare un’intera esistenza senza dover andare in guerra o senza dover mandare in guerra in nostri figli” e che, adesso, due guerre e centinaia di migliaia di morti dopo, continua a giustificarsi col mantra (di fronte alla Commissione d’inchiesta Chilcot sulla guerra d’Iraq) dell’ “ho fatto solo quel che credevo fosse giusto e necessario”: che va bene per lui come, d’altra parte per chiunque, sia egli Berlusconi, Joseph Stalin o, perfino, Adolf Hitler…

[172] China Daily, 21.8.2010, Abbas would withdraw from talks if settlement resumed Abbas si ritirebbe dai colloqui se ricominciasse la costruzione degli insediamenti (cfr. www.chinadaily.net/xinhua/2010-08-21/content_743779.html/).

[173] Ha’aretz, 10.8.2010, N. Mozgovaya, U.S.: Iran's actions compromise Lebanon's sovereignty USA: le azioni dell’Iran compromettono la sovranità del Libano (cfr. www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/u-s-iran-s-actions-compromise-lebanon-s-sovereign ty-1.307216/).

[174] Reuters, 11.8.2010, Lebanon says aid to army must be unconditional— Il Libano afferma che gli aiuti alle sue forze armate devono essere incondizionati (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE67A2ZE20100811/).

[175] The Economist, 21.8.2010.

[176] New York Times, 2.8.2010, P. Baker, In Speech on Iraq, Obama Reaffirms Drawdown— In un discorso sull’Iraq, Obama riconferma il ritiro.

[177] Riferisce la Saudi Gazette (Riyad), 19.8.2010 (cfr. www.saudigazette.com.sa/index.cfm?method=home.regcon& content  ID=2010082081446/) che il New York Times informa di come il Dipartimento di Stato stia per raddoppiare a circa 7.000, per ora, il numero dei contrattisti di sicurezza, cioé dei mercenari, che manderà adesso, in Iraq…

[178] CNN, 22.8.2010, Commander: U.S. could have military presence in Iraq after 2011— Il comandante delle truppe USA: anche dopo il 2011ci potrà ancora esserci presenza americana[di truppe combattenti  (cfr. http://politicalticker. blogs.cnn.com/2010/08/22/commander-u-s-could-have-military-presence-in-iraq-after-2011/).

[179] Stratfor, 12.8.2010, Iraq: Iran Mediated SoL-INA Dispute La disputa tra SoL e INA mediata dall’Iran (cfr. www.strat for.com/sitrep/20100812_iraq_iran_mediated_sol_ina_dispute/).

[180] Stratfor, 19.8.2010, Iraq: a militant leader returns Il ritorno di un leader militante (cfr. www.stratfor.com/analysis/20 100819_iraq_militant_leader_returns/).

[182] Stratfor, 12.8.2010, Iraq: Al-Iraqiya Is United, Insists On Premiership Iraq: al-Iraqiya che resta unita insiste sul suo diritto al premierato (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100812_iraq_al_iraqiya_united_insists_premiership/).

[183] The Iraqi Dinar, 26.8.2010, Alawi: al-Iraqiya Block Conflicts Could Lead to Bloodshed Alawi: il blocco di al-Iraqiya soffre di conflitti che potrebbero sfociare in un bagno di sangue (cfr. www.theiraqidinar.com/alawi-al-iraqiya-block-conflicts-could-lead-to-bloodshed/).  

[184] Foreign Policy, 5.8.2010, Obama Sent a Secret Letter to Iraq's Top Shiite Cleric— Obama ha mandato una lettera segreta al massimo religioso sciita (cfr. www.foreignpolicy.com/articles/2010/08/05/obama_sent_a_secret_letter_t o_  iraqs_top_shiite_cleric/).

[185] Aswat al-Iraq, 15.8.2010, INA rejects US plan to divide power between Allawi, Maliki Maliki: l’INA respinge il piano USA di condivisione del governo con Allawi (cfr. http://en.aswataliraq.info/?p=135652/).

[186] Reuters, 16.8.2010, W. Ibrahim, Rivals stop coalition talks in Iraq in sectarian rowIn Iraq, i rivali bloccano i colloqui nello scontro settario (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE67F2LB20100816/).

[187] Reuters, 17.8.2010, W. Ibrahim, Iraq's Allawi says to intensify talks with Sadrists— Allawi intensifica – dicono – i  colloqui con i saadristi (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE67G5D120100817/).

[188] New York Times, 17.8.2010, A. Shadid, Iraqi Leaders Fear for Future After Their Past Missteps I leaders iracheni temono il futuro dopo i loro errori passati.

[189] Stratfor, 20.8.2010, Iraq: Bloc Leader's Russia Visit Will Build Confidence - Spokesman La visita del leader del blocco iracheno per costruire fiducia [dice il portavoce di al-Iraqiya] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100820_iraq_al_iraqiya _ list_leader_visits_russia/).

[190] Stratfor, 22.8.2010, Iraq: INA Holds Emergency Meeting Iraq: l’INA in riunione d’emergenza (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/20100822_iraq_ina_holds_emergency_meeting/).

[191] Guardian, 31.8.2010, J. Meikle, Iraqi prime minister says US pullout restores independence Il primo ministro iracheno dice che il ritiro americano ridà all’Iraq la sua indipendenza.

[192] New York Times, 31.8.2010, S. Farrell, Iraqis Judge America’s Seven Years in Their Country Gli iracheni giudicano i sette anni di America nel loro paese.

[193] Guardian, 10.8.2010, M. Chulov, Fears of al-Qaida return in Iraq as US-backed fighters defect Paura di un ritorno in forze di al-Qaeda in Iraq con la defezione di combattenti col sostegno degli USA.

[194] BBC News Middle East, 12.8.2010, Iraqi general says planned US troop pull-out 'too soon'— Generale iracheno [non uno qualsiasi: il capo di stato maggiore] dice che il ritiro progettato delle truppe americane avviene ’troppo presto’ (cfr. www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-10947918/).

[195] Guardian, 5.8.2010, M. Chulov, Saddam Hussein deputy Tareq Aziz calls for US forces to stay in Iraq Il vice di Saddam Hussein, Tareq Aziz, chiede che le forze armate americane restino in Iraq.

[196] Guardian, 6.8.2010, Dibattito aperto, Saddam Hussein and the judgment of history Saddam Hussein e il giudizio della storia.

[197] New York Times, 2.8.2010, Agenzia Reuters, Russia to Miss Chemical Weapons Deadline – Statement— La Russia non risucirà a mantenere la scadenza sulle armi chimiche – Dichiarazione.  

[198] CommonDreams.org, 19.2.2010, (A.P.), D. Elliott e P. Solomon Panda, US to blow up its chemical weapons stockpile Gli USA faranno esplodere il loro magazzino di armi chimiche (cfr. www.commondreams.org/print/52989/).

[199] New York Times, 1.8.2010, edit., Ratify the Treaty— Ratificare il Trattato.

[200] New York Times, 7.8.2010, Russia Accuses U.S. Of Loose Weapons Control— La Russia accusa gli USA di controlli lassisti, irresponsabili, sulle loro armi atomiche.

[201] RIA Novosti, 7.8.2010, Russia has issues with U.S. over non-proliferation regime— La Russia ha questioni aperte con gli USA sul rispetto del regime di non proliferazione (cfr.  http://en.rian.ru/mlitary_news/20100807/160104816.html/).

[202] DESTATIS,  9.8.2010,  Statistiches  Bundesamt Deutschland Ufficio statistico federale (cfr. www.destatis.de/jets peed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/ForeignTrade/Conten t100/kah611x12,templateId=renderPrint.psml/).

[203] DESTATIS, 31.8.2010, Pressemitteilung Nr. 303— Comunicato Stampa, Erwerbstätigkeit im Juli 2010: Weiter Zuwächse im Vorjahresvergleich L’occupazione a luglio 2010: ulteriore crescita sull’anno precedente (cfr. www.destatis. de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/DE/Presse/pm/2010/08/PD10__303__132,templateId=renderPrint.psml/).

[204] New York Times, 13.8.2010, N. Kulish, Defying Others, Germany Finds Economic Success Sfidando gli altri, la Germania trova il suo successo economico.

[205] New York Times, 26.8.2010, The Parent Model Il modello genitore.

[206] Citata e riprodotta in CEPR,(Washington,D.C.) 27.8.2010 (cfr. www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/david-brooks-takes-advantage-of-affirmative-action-for-conservatives/).

[207] Anche se, poi, bisognerebbe pur decidersi a demistificare questo culto dei conti da tenere in ordine… E’ importante, certo, ma… Per dire: Mozambico, Libia, Guinea Equatoriale hanno un debito pubblico sotto il 5% del PIL ma è difficile sostenere che da loro le condizioni di vita siano migliori di quelle di Giappone e Italia, che sono sopra il 115% di deficit/PIL, della Francia che è al 77, degli USA che sono al 55% circa (secondo le classifiche comparate stilate dalla CIA, cfr. www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2186rank.html/).   

[208] Vedi Stiglitz e, perfino, Keynes: cfr. Guardian, 5.5.2010, J. E. Stiglitz, Reform the euro or bin it Riformate l’euro o buttatelo via, Nota congiunturale no. 6-2010, in Nota83.

[209] New York Review of Books, 19.8.2010, The Crisis and the Euro La crisi e l’euro (cfr. http://www.nybooks.com/r ticles/archives/2010/aug/19/crisis-euro/?pagination=false http://www.georgesoros.com/articles-essays/entry/the_ crisis_and_the_euro/).

[210] Institut für Wirtschaftsforschung (IFO)— Istituto di ricerche economiche dell’Università di Monaco, 8.2010, ifo- Konjunkturtest— Ifo Indagine congiunturale (cfr. www.cesifo-group.de/portal/page/portal/ifoHome/a-winfo/dlindex/ 10indexgsk?lang=de/).

[211] Le Monde, 25.8.2010, Le gouvernement allemand adopte un projet de taxe bancaire (cfr. http://www.lemonde.fr/eco nomie/article/2010/08/25/le-gouvernement-allemand-adopte-un-projet-de-taxe-bancaire_1402445_3234.html/).

[212] Yahoo!News, 20.8.2010, France slashes 2011 growth forecast La Francia taglia le previsioni di crescita del 2011 (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100820/ts_afp/francepoliticseconomy_20100820143341/).

[213] Le Monde, 13.8.2010, Christine Lagarde annonce une "magnifique" croissance de 0,6 % du PIB (cfr. www. lemonde.fr/economie/article/2010/08/13/christine-lagarde-annonce-une-magnifique-croissance-de-0-6-du-pib_13 98513_3234.html/).

[214] Business Time, 21.8.2010, France to abolish US$13 bln in tax breaks La Francia abolirà esenzioni fiscali per $13 miliardi (cfr. www.businesstimes.com.sg/sub/latest/story/0,4574,400489,00.html/).

[215] The Economist, 21.8.2010.

[216] New York Times, 27.8.2010, Reuters, U.N. Criticizes France on Roma Policy— L’ONU critica la Francia sulla sua politica per i Rom.  

[217] New York Times, 27.8.2010, Reuters, U.N. Urges Iran to Tackle Racism— L’ONU preme sull’Iran contro il razzismo.

[218] The Economist, 21.8.2010.

[219] Guardian, 20.8.2010, H. Siddique, Nick Clegg: Coalition will go on even if electoral reform fails— Nick Clegg: la coalizione durerà anche se fallisce la riforma elettorale.

[220] Guardian, 25.8.2010, A. Sparrow, Nick Clegg says report attacking emergency budget is 'partial'— Nick Clegg dice che il rapporto che attacca il bilancio d’emergenza è ‘parziale(Per il Rapporto integrale dell’IFS, The distributional effect of tax and benefit reforms to be introduced between June 2010 and April 2014: a revised assessment Gli effetti distributivi delle riforme da introdurre tra giugno 2010 ed aprile 2014. una riconsiderazione (cfr. www.ifs.org.uk/publications/5246/).

[221] New York Times, 19.8.2010, J. Werdigier, Data Point to a Strengthening Recovery in Britain I dati parlano di un rafforzamento della ripresa in Gran Bretagna.

[222] New York Times, 11.8.2010, J. Werdigier, Britain Cuts Growth Forecast as Recovery Slows— Col rallentamento della ripresa, la Gran Bretagna taglia le previsioni di crescita.

[223] Renmin Ribao (Quotidiano del Popolo), 9.8.2010, China continues buying Japanese government debts La Cina continua ad acquistare debito del governo nipponico (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/7097900.html/)

[224] New York Times, 11.8.10, H. Tabuchi, Dollar Hits Low Against Yen, Dealing Blow to Japan’s Economy Il dollaro scende al minimo contro lo yen, assestando un colpo all’economia del Giappone.

[225] New York Times, 25.8.2010, B. Wassener, Yen Swells and Japanese Market Sags Lo yen si gonfia e il mercato giapponese si sgonfia.

[226] Reuters, 30.8.2010, BoJ eases policy and Government hints at intervention La Banca centrale allenta la politica monetaria e il governo accenna ad un qualche suo intervento (cfr. www.reuters.com/article/idUSTOE67S01V20100830/).

[227] The Economist, 21.8.2010.

[228] The Mainichi Daily News, Agenzia Kyodo, Japan should ease arms export rules: panel report— Il Giappone, raccomanda una Commssione governativa, dovrebbe rendere meno stringenti le sue regole sull’export di armamenti (cfr. http://mdn.mai nichi.jp/mdnnews/news/20100827p2g00m0fp035000c.html/). 

[229] The Economist, 28.8.2010.