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     09. Nota congiunturale - settembre 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.09.2009

 

Angelo Gennari

 

 

 

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE... PAGEREF _Toc239507629 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc239507630 \h 2

nel mondo.. PAGEREF _Toc239507631 \h 2

in Cina.. PAGEREF _Toc239507632 \h 3

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…). PAGEREF _Toc239507633 \h 6

EUROPA... PAGEREF _Toc239507634 \h 9

Dimensioni dello stimolo paese per paese. PAGEREF _Toc239507635 \h 12

STATI UNITI. PAGEREF _Toc239507636 \h 20

PRO                  Obama                CONTRO.. PAGEREF _Toc239507637 \h 20

Lista degli interventi militari americani nel mondo:1890…... PAGEREF _Toc239507638 \h 48

GERMANIA... PAGEREF _Toc239507639 \h 60

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc239507640 \h 62

GIAPPONE... PAGEREF _Toc239507641 \h 63


TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Avverte l’ISTAT[1]che, nel secondo trimestre del 2009, il prodotto interno lordo (PIL), in valori concatenati con l’anno di riferimento 2000, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,5% rispetto al primo e è a un forte -6% rispetto al secondo trimestre di un anno fa. La contrazione congiunturale è il risultato di una diminuzione del valore aggiunto su tutti i fronti, nessuno escluso: agricoltura, industria e servizi.

A confronto con alcune altre principali economie, nel secondo trimestre il PIL è diminuito in termini congiunturali dello 0,8% nel Regno Unito e dello 0,3% negli USA. In termini tendenziali, il PIL è diminuito del 5,6% nel Regno Unito e del 3,9 negli Stati Uniti.

La prima settimana di agosto una previsione OCSE della quale sul sito dell’Organizzazione di Parigi, però, non si trova riscontro e di cui parla, invece, un sito italiano[2], ma  senza dare riferimenti o links precisi all’originale dice che comincia a rallentare la contrazione del PIL in Italia. Lo direbbe il superindice, per Francia e ancor più, appunto, per l’Italia nel secondo trimestre –

In ogni caso a questa notizia si riferisce direttamente Silvio Berlusconi, arrivando essa appena in tempo utile a confortare l’ennesima conferenza stampa/soliloquio pre-ferie del presidente del Consiglio – che fa la valutazione di sintesi dei primi quattordici mesi, come è ovvio “eccellenti”, del suo governo[3] – e che, subito, sottolinea come questi dati – in realtà, più che dati, per ora solo la valutazione del Desk Italia dell’OCSE: ancora, in effetti, di dati non si tratta proprio – sostengano – come in fondo è loro dovere, lascia come capire – la sua previsione-appello alla fiducia…

Poi un’altra rilevazione OCSE, ma questa dettagliatamente documentata invece, precisa che nei 30 paesi dell’Organizzazione, convenzionalmente i più ricchi del mondo, la crescita si sta stabilizzando a zero, nel secondo trimestre del 2009 dopo la caduta del 2,1% del precedente trimestre. E precisa anche e documenta, che in Italia il PIL frena di più[4], alla faccia di quello che va raccontando il capo del Governo di impunità nazionale italiano. In fondo, tra tutte quelle dell’OCSE l’economia italiana è l’unica che registri variazioni trimestrali negative su ben sette trimestri di seguito, con la sola eccezione (+0,5%) del primo lontano periodo del 2008.

Uno studio importante, economicamente e politicamente di grande rilievo (e di grande imbarazzo: se mai ciò fosse possibile, certo, per certe facce di tolla[5]…) e per certe forze politiche di governo e qualcuna, magari, anche non, appena pubblicato dalla Banca d’Italia, attesta che l’immigrazione per il nostro paese è una manna[6].

E non solo dal punto di vista più ovvio e immediatamente da tutti percepito, dell’arricchimento di una demografia che, altrimenti, sarebbe sempre negativa. Ma anche perché, “nell’ultimo decennio, l'aumento dell’occupazione, soprattutto nel Centro Nord è stato sostenuto da rilevanti afflussi di immigrati dall’estero… Gli stranieri hanno oggi un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani e redditi da lavoro significativamente inferiori”. In altri termini, più direttamente, l’afflusso di immigrati non toglie lavoro agli italiani.

E, spiega che “la crescente presenza straniera non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani che, al contrario, sembrano accresciute per gli italiani più istruiti e per le donne. In particolare, l’offerta di lavoro femminile italiana si è giovata dei maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani”: nel senso che sono state centinaia di migliaia le donne italiane che hanno potuto cercare e trovare un lavoro remunerato una volta che colf e badanti si sono fatte carico di tanta parte del loro lavoro domestico.

Nel 2008, secondo i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT, i lavoratori stranieri residenti in Italia rappresentavano il 7,5% dell’occupazione complessiva; al Centro Nord l’incidenza era superiore al 9%, a fronte del 3 nel Mezzogiorno. “Il tasso di occupazione degli stranieri in età lavorativa era pari al 67%, 9 punti percentuali in più rispetto agli italiani. Il divario è in parte riconducibile a caratteristiche individuali, quali la minore età media degli stranieri e la necessità di avere un lavoro per ottenere il permesso di soggiorno, in parte alla loro concentrazione nelle aree più sviluppate del paese, dove è più forte la domanda di lavoro”.

Il tasso di occupazione degli stranieri residenti nel Mezzogiorno era pari al 59%, circa 9 punti in meno rispetto a quello del Centro Nord. “E’ ragionevole ipotizzare che i più bassi tassi di occupazione nel meridione risentano della maggiore diffusione del lavoro sommerso e dei fenomeni di irregolarità”.

Elaborazioni sui dati dell’ISMU, l’Istituto della regione Lombardia per lo Studio delle Multietnicità – disponibili ovviamente per la sola Lombardia – “mostrano una notevole differenza nei tassi di occupazione femminili a seconda del paese di origine. L’incidenza delle donne occupate è particolarmente alta per quelle originarie dei paesi dell’Europa centro orientale (comunitarie o extracomunitarie) e dell’America centro meridionale; notevolmente di più che per le donne del Nord Africa, del Medio e Vicino Oriente e dell’Asia centrale”.

Secondo elaborazioni condotte sull’Indagine relativa ai bilanci delle famiglie della stessa Banca d’Italia, “i redditi da lavoro dipendente degli stranieri nel settore privato sono inferiori di circa l’11% a quelli degli italiani. Il differenziale salariale, oltre al minore livello di istruzione medio degli stranieri immigrati, è attribuibile a una maggiore concentrazione in settori di attività e mansioni meno qualificate e in imprese meno produttive. Le retribuzioni degli stranieri nel Mezzogiorno sono più basse di quelle al Centro Nord”.

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Citando la domanda crescente della Cina (vedi) l’Agenzia Internazionale per l’Energia, che rappresenta gli interessi dei paesi consumatori, ha ora rivisto il suo rapporto sulla domanda globale di petrolio e, parlando di una richiesta cinese che si attesterà in media sugli 8,1 milioni di barili al giorno nel 2009 e su 8,4 nel 2010, aumenta la previsione di 190.000 barili al giorno quest’anno e di 70.000 l’anno seguente[7].

Sulla questione che avvicinandosi la data del prossimo G-20 torna alla ribalta, della ri-regolamentazione della finanza internazionale, due sviluppi di qualche interesse. Il più importante viene dalla Gran Bretagna, dove lord Turner, il capo dell’Agenzia di regolazione britannica, senza farne il nome rispolvera la famosissima e dalla finanza  sempre aborrita Tobin Tax.

Stavolta, ripropone lui una tassazione globale delle transazioni finanziarie internazionali, ma non tantom, come aveva fatto il premio Nobel americano, per ridurre e regolare così il flusso delle operazioni puramente speculative che dominano il mercato quanto di bloccare gli eccessi di autocompensazioni che grandi banchieri e managers si autoattribuiscono senza doverne rispondere mai a nessuno.

La seconda idea è del presidente francese Nicolas Sarkozy che la butta lì, all’attenzione di tutti, perché non vuole, adottandola solo per la Francia, ridurre la capacità del sistema bancario d’oltrAlpe di “attrarre i migliori talenti della professione”. Si tratterebbe di mettere un tetto, per legge o per regolamento, ma obbligatorio non volontario, a compensi, bonus, gratifiche della stessa gente che è nel mirino di Turner, primo barone di Ecchinswell[8].

Ma se aspettano tutti che tutti siano d’accordo prima di decidere e prima di agire, staranno a discutere ancora per cinquant’anni. Qui mica si tratta di comprimere, o ridurre, i salari della gente comune dopotutto, roba che si fa con una sola seduta di CdA o una firma di direttore generale,no?   

in Cina

Da questo affascinante, e malgrado tutto ancora largamente sconosciuto, paese emergono di tanto in tanto notizie che fanno seriamente pensare: in questi giorni, il governo ha lanciato un piano nazionale teso ad incoraggiare, anche con incentivi materiali non irrilevanti, la donazione volontaria di organi. Nel farlo, ha riconosciuto che, a oggi, i 2/3 degli organi usati nei trapianti qui vengono espiantati, post-mortem ovviamente – almeno si spera… – ai  condannati alla pena capitale.

Qui la percentuale di esecuzioni è di 0,07 per 100.000 abitanti, una delle più elevate anche se non la più alta al mondo. La cosa è raccapricciante, per la sensibilità nostra – che, ammesso, non è l’unica al mondo e neanche la più diffusa – ma ancora più impressionante, e qui parliamo solo per noi che stiamo scrivendo: per voi, decidete voi – è che i cinesi difendono questa pratica su una base di “razionalità”: del tipo, qui non si spreca niente[9]… Appunto, razionale.

I dati su investimenti interni e produzione mostrano una crescita che riprende ad essere sostenuta, malgrado indicazioni meno brillanti proprio dal fronte delle esportazioni[10]. Perché è l’economia interna che si è messa a tirare di più, con l’indice degli ordini delle imprese a toccare il massimo da quattordici mesi per produzioni e ordinativi, alimentando la fiducia in una ripresa che, anche se sempre a luglio, e rispetto a giugno, le esportazioni hanno continuato a crescere ma di meno, sembra ormai ben avviata.

A luglio, in effetti, sul piano dell’import e della produzione, l’afflusso giornaliero di petrolio ha toccato la media di 4,6 milioni di barili – oltre la metà della produzione dell’Arabia saudita, per dare un’idea – e quello di materiale ferroso greggio è stato di 58,1 milioni di tonnellate. E, nell’anno fino a luglio, la produzione industriale fa un notevole balzo in avanti, a +10,8%, un po’ più ancora che a giugno. Il valore delle vendite al dettaglio, su un anno prima, aumenta del 15,2%, con le vendite di automobili che, sempre sul luglio scorso, crescono del 70,5%. E si tratta di una ripresa forte che non ha alimentato alcuna inflazione: i prezzi al consumo, sempre a luglio su luglio, sono addirittura caduti dell’1,8%[11].

E, adesso, l’aspettativa di tutti è che l’economia cinese avrà un forte rimbalzo nel terzo trimestre, col PIL previsto in crescita solida dell’8,5% sullo stesso trimestre del 2008. L’indice dei prezzi al consumo, misura chiave dell’inflazione, dovrebbe andare al ribasso intorno all’1,3% nello stesso periodo, mentre i prezzi all’ingrosso dovrebbero scendere quest’anno del 7,9% sull’anno scorso[12].

E si ripresenta con forza, quasi con prepotenza, la tesi che era sembrata raffreddarsi all’inizio della recessione. Che, mentre finora erano stati, invariabilmente, gli USA a guidare l’uscita dai precedenti episodi, seguiti poi dall’Europa e dal resto del mondo, il catalizzatore della ripresa stavolta potrebbe essere proprio la Cina alla testa ed insieme al resto dell’Asia, dove le economie stanno risorgendo con prepotenza e con ciò stesso aiutando le riprese europea e americana ancora schiacciate, invece, dalla peggiore recessione da ottant’anni in qua.

E, in effetti, nientepopodimeno che la Deutsche Bank, di regola un istituto non solo conservatore ma che ci tiene ad apparire tale, di fronte alle ultime notizie di una ripresa in positivo nel secondo trimestre in Germania e in Francia, mentre prevede che l’effetto traino cinese si farà presto sentire in America, ha ora pubblicato un rapporto che dando per scontato come esso sia già arrivato in Europa gli dà un titolo addirittura sfacciato: “Il secondo trimestre dell’eurozona: made in China?[13].

La Cina è già il primo mercato di esportazioni per il Giappone e si avvia  a diventarlo anche per la Germania, scalzando gli Stati Uniti… E se il PIL americano (14.000 miliardi di $/anno) è ancora quasi doppio di quello cinese (8.000 miliardi), solo pochissimi anni fa era più che triplo e la “predizione secondo cui ormai non è tanto lontano il giorno in cui una Cina sempre più potente sorpasserà l’influenza globale dell’economia americana pare ogni giorno farsi più vicina[14].

La Banca centrale, l’organismo di regolazione, per frenare il flusso “forse troppo elevato” di concessione di crediti, ha però “suggerito” (per ora solo suggerito… come una specie di guida verbale) che il rapporto di adeguamento dei prestiti alla massa del capitale dei singoli istituti bancari deve presto arrivare al massimo del 12%: per prevenire possibili rischi finanziari[15]. L’effetto sembra essere stato immediato: neanche una settimana e viene rilevato, dalla stessa Banca centrale, che già a luglio rispetto al mese precedente i crediti sono diminuiti di 3/4, a 52 miliardi di $ da 224[16].

Intanto, con l’abbondanza di crediti, un costo del lavoro che rispetto a quello americano è ancora estremamente contenuto, le imprese cinesi stanno scavalcando, e di brutto, gli americani sul percorso che porta alla produzione di elettricità attraverso il solare[17].

Si diceva, una volta, che quando agli Stati Uniti veniva il raffreddore ai paesi vicini veniva la polmonite. Succede qualcosa di simile adesso, e sempre più spesso, ai vicini della Cina. Che se vogliono avere rapporti buoni e normali – e ne hanno certo bisogno più loro di Pechino – devono tener conto delle esigenze e delle idiosincrasie dei cinesi.

Lo sta imparando a sue spese l’Australia, paese dall’economia più che rispettabile ma anche nano geopolitico. Adesso, Pechino ha improvvisamente e clamorosamente cancellato la partecipazione[18], da tempo annunciata, al vertice di Cairns nel Queensland australiano di sedici paesi del Pacifico del vice ministro degli Esteri, He Yafei, per un vertice economico cui Canberra annetteva la massima importanza. Manifestando, così, il proprio “forte risentimento” di fronte all’accoglienza favorevole riservata, in nome del rispetto dei diritti umani, dal governo australiano all’attivista islamista uighura Rebiya Kadeer, esule miliardaria (in $) dalla regione autonoma uighura dello Xinjiang.

I cinesi all’incontro hanno mandato, invece, un burocrate che non aveva il potere di stipulare alcun accordo ma solo di riferire. Decidete voi, insomma – è la scelta che Pechino ha proposto a Canberra – se preferite incontrare chi in Cina conta e decide e concludere accordi commerciali che voi, soprattutto, considerate importanti o una pericolosa ribelle fondamentalista che mette in pericolo la sovranità della Cina, istigando anche la rivolta armata.

E, infatti, strangugliandosi ad ingoiare il proprio mal riposto amor proprio, il ministro degli Esteri australiano Stephen Smith si è, a questo punto e a scanso di problemi più seri, affrettato a prendere le distanze dalla esponente della ribellione uighura, affermando solennemente che era considerata soltanto come una cittadina cinese in visita privata e, purtroppo, “montata dai media” in Australia ad altri cittadini privati. E ribadendo ufficialmente che l’Australia riconosce comunque la piena e indiscussa sovranità della Repubblica popolare cinese sulla regione autonoma uighura dello Xinjiang.

C.v.d.

Un forte scontento di fondo nei rapporti con gli Stati Uniti d’America è emerso dall’incontro a Pechino – aperto alla stampa – tra il capo di Stato maggiore dell’Armata popolare cinese, Chen Bingde, e il suo omologo americano, gen. George Casey[19]. Voi “cercate costantemente il nostro aiuto a livello internazionale,  nella guerra in Afganistan o nella lotta alla pirateria sulle coste della Somalia – interessante notare che non fa riferimento all’Iran – ma continuate a minare la fiducia reciproca che è necessaria a questa cooperazione persistendo nel vendere armi a Taiwan”. Insomma, “quando avete bisogno di noi, tutto bene, tutti amiconi. Se no, fate quel che volete, offendendo così, con la massima superficialità il popolo cinese. State attenti, però: non è una collaborazione che così possa andare avanti”.

Casey, da parte sua, si è limitato a prendere atto che è “difficile costruire un rapporto duraturo partendo dal punto di vista che noi abbiamo un problema e quel problema siete voi”. Ma non ha provato neanche a giustificare la premessa: non spettava a lui, quella che il suo collega metteva così radicalmente in questione era la politica del suo paese. E questo, ovviamente, è il problema: 6,5 miliardi di $ di pacchetto-armamenti per Taiwan… E resta del tutto aperto, se una parte pensa soltanto a sé e se ne frega delle sensibilità dell’altra.

Identico refrain, poi, qualche giorno dopo. Una dichiarazione del ministero della Difesa cinese sottolinea che “la causa principale dei problemi tra forze aeree e navali” cinesi e americane è la “costante” azione di spionaggio, di sorveglianza militare ed altro condotta dagli Stati Uniti al largo delle coste cinesi. Per evitare “incidenti”, altrimenti prima o poi inevitabili, gli USA dovrebbero “allentare e eventualmente dismettere” la loro sorveglianza costiera.

Risponde di getto Susan Stevenson, portavoce dell’Ambasciata americana a Pechino: gli Stati Uniti “esercitano la loro libertà di navigazione sui mari del mondo secondo il diritto internazionale e prestando la massima attenzione ad evitare incidenti non voluti”. Replica di nuovo il ministero cinese: gli americani non dovrebbero scordare mai che il diritto internazionale non dà certi privilegi e certi diritti soltanto a loro e ch anche ma Marina cinese, se volesse, potrebbe[20]… O, presto, comunque potrà.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

Anche in India, la ripresa della produzione industriale si segnala forte, col 7,8% di aumento a giugno sullo stesso mese dell’anno scorso[21]. E proprio a fine agosto viene reso noto che il PIL nel secondo trimestre è cresciuto del 6,1%, secondo le previsioni degli analisti[22]

In Brasile, la senatrice del PT, Marina Silva, l’apostola della difesa dell’Amazonia dalle grinfie del suopersfruttamento industriale, ha confermato che esce dal partito di Lula, entra nei Verdi e probabilmente si mette in corsa per il mandato presidenziale l’anno prossimo, contro Dilma Rousseff, sua ex collega indicata da Lula stesso[23]. Sarà necessario riparlarne.

Sia perché la defezione di Marina è la cartina di tornasole del disagio reale nel partito dei lavoratori seminato dal realismo delle politiche economiche e sociali di Lula (il progresso verso una società più equa si vede: ma è molto, troppo lento); sia perché, così, anche qui si ripete la sindrome che colpisce le sinistre, dovunque, al benaltrismo e al +1 e che le condanna poi al frazionismo e alla sconfitta anche contro oppositori di scarto, dozzinali, magari macchiette vere e proprie della politica ma capaci di unificare intorno a sé gli scontenti e le destre di ogni colore.

A Cuba, la cose non vanno bene. Sul piano interno, ha annunciato all’Assemblea nazionale il capo dello Stato Raul Castro, per la seconda volta nell’anno bisognerà tagliare le spese di bilancio per far fronte ai costi crescenti della crisi economica e ai danni che tre devastanti uragani consecutivi hanno inferto all’isola. Sul piano internazionale, cioè anzitutto sul piano dei rapporti con gli USA, mentre il tono e l’atteggiamento del presidente americano è stato “meno ostile” nei confronti di Cuba, l’intimazione ripetutamente “e rozzamente” venuta dalla segretaria di Stato – che l’Avana deve cambiare regime, sistema politico ed economico, per avere migliori relazioni – è “una disgrazia: inappropriata e inaccettabile per ogni cittadino appena decente della Repubblica sovrana di Cuba”.

Il governo ha anche dovuto talvolta rinegoziare i termini degli impegni (servizio del debito, pagamenti vari, contratti) che aveva con “entità straniere”, ma non ha nessuna intenzione di piegarsi ai desiderata stranieri e di cambiare il suo sistema sociale e politico. Il diritto di chiederlo ce l’hanno solo i cubani, nelle forme che la Costituzione del paese prevede, e non certo Stati, partiti, interessi stranieri. Tantomeno, con la loro storia alle spalle, gli yankees[24].

Sempre in America latina, malgrado la campagna della grande stampa statunitense, il NYT[25] in particolare contro il Venezuela (come già con l’Iraq, per intenderci) – che aiuterebbe ancora i guerriglieri delle FARC contro il governo della Colombia – coincidente (casualmente?) col tentativo statunitense e la richiesta tempestiva agli USA fatta da Bogotà di aprire nel paese tre basi militari, è scattata la reazione di molti governi della sinistra “moderata” – che però conta: Brasile e Cile, per capirci – che si è venuta ad aggiungere a quella scontata e perciò assai meno rilevante, per gli americani, dei governi della sinistra “spinta” (Venezuela, Bolivia, Ecuador). Cuba non ha insistito nemmeno: è a tutti noto, da sempre, che è contro ogni base yankee nel subcontinente.

Si dichiarano esplicitamente, e anche poco diplomaticamente, ma chiarissimamente contrari – e tengono a farlo sapere – a un aumento di truppe statunitensi in Colombia: ed è forse la prima volta che a farlo non è, appunto, un governo come quello di Cuba. Lula dice seccamente che “non gli piace l’idea di una base americana in questa regione” e la presidente cilena, Michelle Bachelet, chiama il piano “inquietante” e chiede che la questione sia messa all’ordine del giorno del prossimo incontro dell’UNASUR[26], l’Unione delle Nazioni Sudamericane, comunità di sedici nazioni andine e anche no che, nata da un anno, vorrebbe costituire un grado maggiore di coordinazione economica e politica al di là dei precedenti Gruppo andino o Mercosur.

Il presidente colombiano, Álvaro Uribe Vélez, che con qualche buona ragione non ritiene utile partecipare alla riunione, nel tentativo di disinnescare comunque l’ostilità manifesta di tutto, o quasi, il continente, intraprende un viaggio in ben sette paesi (Argentina, Uruguay, Peru, Cile, Brasile, Paraguay e, forse, anche in Bolivia) “per tentare di spiegare” – di più in effetti è difficile – le ragioni del suo assenso alla richiesta degli americani (del Pentagono, spiegano puntigliosamente da Washington, non della Casa Bianca: e Uribe pare abbia preso la precisazione assai male…)[27].

Così, lunedì 10 agosto, a Quito, la povera ma bella capitale coloniale dell’Ecuador, sulle Ande, sotto l’impulso di Lula, l’UNASUR dichiara a maggioranza, con forza solenne, che all’America latina non piace affatto nessuno sforzo di nessun governo estero di impicciarsi dei fatti latino-americani, di cercare di modellarli a sua immagine e somiglianza, a rischio di creare qua e là nuovi scontri e nuovi campi di battaglia, dove i “buoni”, chiunque essi siano, usando proiettili veri ma benintenzionati, cerchino di far fuori i “cattivi” che rispondono con pallottole, per definizione e ovviamente, “cattive”.

Alla fine, mentre l’UNASUR, come era scontato  bolla con una  condanna nettissima e unanime il golpe in Honduras e fa appello a tutti i paesi del continente, senza eccezione – cioè a Washington – perché aiutino concretamente a cacciare via gli usurpatori[28], la dichiarazione finale non affronta direttamente il tema delle basi americane in Colombia.

Lo farà – il punto è stato ufficialmente iscritto in agenda – al prossimo incontro già convocato dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’UNASUR. Nel frattempo, però, non staranno fermi. Il presidente brasiliano, Lula, e la presidentessa de Kirchner dell’Argentina hanno proposto, e il vertice ha subito approvato, un incontro col presidente Uribe e il presidente americano Obama per discutere delle ragioni di tutti. Intanto, però, la riunione di Quito esprime all’unanimità la sua “inquietudine” e mentre Chávez montava l’annuncio come una “evidente minaccia di guerra”, la signora Kirchner dice che l’annuncio delle nuove basi americane in Colombia “crea una situazione senza precedenti, chiaramente inaccettabile[29].

Finalmente, dopo oltre un mese e mezzo, “i diplomatici di professione degli Esteri hanno raccomandato alla segretaria di Stato Hillary Clinton che la cacciata del presidente honduregno Manuel Zelaya va considerata, e denunciata, ufficialmente, anche dagli Stati Uniti”, dopo che l’ha fatto già tutta l’America latina e l’ha fatto l’Europa, “come un golpe militare”.

E la Clinton, che finora  aveva tergiversato (per dare, diceva, agli honduregni il tempo di trovare un compromesso: fuori i golpisti, era il suo ipocrita suggerimento, ma fuori anche Zelaya; ma anche perché gente a lei molto vicina[30] ha interessi in comune con alcuni dei golpisti civili e militari honduregni – ne curano le PR a Washington – dovrà adesso decidere.

Anche perché, altrimenti, per lei d’autorità potrebbe a questo punto anche decidere la Casa Bianca… Coglie la palla al balzo la ministrao degli Esteri del governo Zelaya e dice chiaro che l’uso del termine “golpe militare” qui a Washington significa che ormai i golpisti hanno “perso i loro patroni[31]: se la decisione diventa ufficiale, tra l’altro, viene proibito dalla legge americana il trasferimento di aiuti, fondi o quant’altro dagli USA all’Honduras. E per il regime è la campana a morto.

L’Argentina ha appena annunciato che, per non dover tagliare le spese sociali, taglierà drasticamente le spese militari. La ministra della Difesa, Nilda Garré, dice: subito, della metà,  alla fine di questo trimestre e ancora di un altro 30% se sarà necessario alla fine del prossimo. Non siamo in guerra e non ci prepariamo a farla, ha spiegato la presidentessa, e stiamo traversando una congiuntura economica dura che ci impone di selezionare la spesa pubblica.

Ne usciamo, salvando il salvabile, solo così. E’ una questione di priorità, in fondo. Una   questione di scelta: su cosa è più urgente salvare. Ora la scelta fatta dal governo sarà pure “populismo” (così lo bollano la destra argentina e un bollettino americano ben informato m molto “militarista”[32]: ma è la scelta che, forse, consentirà a tanta gente di tirare avanti invece di crepare di fame).

Intanto, il ministro dell’Economia argentino Amado Boudou a Brasilia ha firmato col ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega un accordo che apre a Buenos Aires un credito di 1,7 miliardi di $, depositato preso la Banca centrale argentina, valido per sei mesi e in vigore dal 22 agosto[33].

Per chiudere – temporaneamente – questa panoramica sugli sviluppi in atto in America latina, c’è da far notare come la Russia abbia appena venduto al Venezuela 50 elicotteri Mi-17, Mi-26 e Mi-35M con il materiale necessario alla manutenzione e riparazione dei mezzi. Le informazioni vengono fornite dalla Rosoboronexport, agenzia unica per la vendita di armi russe di San Pietroburgo. A Washington, che sembra non aver gradito, l’agenzia ricorda vendite analoghe americane a paesi ben più geograficamente vicini alla Russia di quanto lo sia il Venezuela agli USA. L’esportatore, anzi, chiarisce che la portata massima di questi elicotteri resta comunque ben lontana dal poter anche solo sfiorare il territorio statunitense[34]

EUROPA

Nell’ennesima dimostrazione di totale impotenza che purtroppo va caratterizzando la sua politica estera – non solo la sua, certo – l’Unione ha espresso “con forza” ma anche, appunto, con totale incapacità di incidenza, la propria protesta per l’altro anno e mezzo di arresti domiciliari inflitto dal regime birmano all’oppositrice Aung San Suu Kyi colpevole di essere stata “visitata”, e pare proprio a sua insaputa, da un sedicente sostenitore americano che ha stranamente potuto infrangere tutte le misure di sicurezza con le quali i militari la tengono isolata da quando, ormai molti anni fa, aveva vinto le uniche elezioni libere mai tenute nella vecchia Birmania diventata adesso Myanmar.

In questo modo, con altri diciotto mesi di “arresti domiciliari” i militari l’hanno esclusa comunque dalle loro elezioni che hanno annunciato di voler tenere entro un anno e per le quali erano chiaramente terrorizzati dalla possibile concorrenza della sua fragile ma tenace opposizione.

L’Unione prenderà “misure mirate[35] contro il regime birmano, annuncia col suo “ruggito del topo” la presidenza di turno svedese. In sostanza verranno “bloccati” ora, oltre ai conti personali dei membri della Giunta, anche quelli dei quattro giudici militari che hanno emesso il verdetto. Nessuno dei quali, però, risulta possedere conti correnti da sequestrare in  nessuna banca europea. Anche perché, se qualcuno lo avesse mai avuto, dovrebbe essere proprio cretino a lasciarceli, pronti per il sequestro.

Il problema è che queste sanzioni è, naturalmente, che sono del tutto inefficaci, incapaci di mordere. L’unica possibilità concreta sarebbe quella di venir sostenute e applicate dalla Cina, che invece – e non è cero l’ultimo paese importante – le rifiuta denunciando che non riconosce a nessuno il diritto di scegliersi l’amico da risparmiare e il nemico da boicottare in base ai propri codici di comportamento. Ha ragione: dovrebbe esserci una regola uguale per tutti, per la violazione dei diritti umani. Per la Birmania, naturalmente, come per la Cina stessa, l’Italia, la Russia, come per il Darfur.

E anche per gli Stati Uniti e la loro ormai pluriennale conclamata violazione dei diritti dei prigionieri politici e dei prigionieri di guerra… Finché questo problema – che per essere “accettabile” e, soprattutto, praticabile il perseguimento delle violazioni dei diritti umani va condotto nei confronti di tutti i regimi, tanto delle dittature più sfacciate che delle democrazie di maggiore tradizione – finche questo problema non viene affrontato e risolto ci sarà sempre, e inevitabilmente, la scusa per qualcuno di fare orecchie da mercante e poi di gridare, anche solo ipocritamente e strumentalmente, ma in modo convincente, contro l’ipocrisia e l’arroganza di qualcun altro.

In Francia e in Germania, l’economia è cresciuta dello 0,3% nel trimestre da aprile a giugno “mettendo così fine” alla recessione[36]. La ministra delle Finanze francese, Christine Lagarde, ha dichiarato con una certa soddisfazione sorpresa che finalmente, “dopo quattro trimestri la Francia sta uscendo dal rosso dell’economia”. E la Germania sottolinea, pure. E’ sicuramente l’indicazione più significativa e convincente, finora, che la crisi si stia avviando a finire. Nello stesso trimestre, nel complesso dei 16 paesi dell’euro l’economia si è contratta dello 0,1% e il calo dello 0,8% della Gran Bretagna abbassa dello 0,3% il PIL dell’Unione a 27.

A tasso annuo, invece, l’economia dei 27 paesi si è contratta a tasso annuo dell’1,2% mentre i 16 paesi dell’euro hanno visto una riduzione del loro PIL complessivo dello 0,4%. Negli Stati Uniti, e nello stesso periodo, la contrazione era stata dell’1%. Osserva il capo-economista dell’UniCredit tedesca, Andreas Rees[37], che “è in arrivo una ripresa a forma di ‘V’ nella seconda metà dell’anno trascinata dall’export riacceso soprattutto in Asia[38], per ora”.

Forse anche qui, però, la sentenza è un po’ prematura, visto che per convenzione universale ce ne  vogliono due, non un solo, di trimestri di crescita per sentenziare la fine, come ce ne vogliono due di calo, del resto, per decretare l’inizio di una recessione…

In ogni caso, a giungo, nell’eurozona aumentano gli ordinativi industriali, del 3,1% al massimo mensile dal novembre 2007. Che lascia, comunque, i nuovi ordini a -25,1% su un anno fa[39]. E sale pure l’indice composito che misura la produzione manifatturiera ad agosto da livello 47 a 50, il più alto da quindici mesi[40].

A inizio agosto, la BCE ha confermato all’1% il tasso di sconto per l’Unione europea. Al contrario di quello che aveva detto di voler fare, poi, la Banca non ha dato seguito alla promessa di aprire, moderatamente si capisce, alla “facilitazione quantitativa”, cioè all’acquisto diretto di 60 miliardi di € di titoli coperti, cioè garantiti, nei vari paesi europei. Una mossa qualche po’anomala che equivale, nei fatti, a comprare azioni sicure scontando, così, il costo del denaro per le imprese di cui si acquistano titoli.

Intanto, EUROSTAT rileva che l’inflazione nei sedici paesi dell’eurozona è scesa a luglio più della stima, allo 0,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (a giugno sul giugno 2008, era già calata dell’1%) per i costi al ribasso dell’energia e l’aumento della disoccupazione che ha frenato la spesa delle famiglie[41]. Anche ad agosto l’inflazione scende ancora dello 0,2%, sempre secondo EUROSTAT[42].

La Banca d’Inghilterra, che al meccanismo ha già fatto abbondantemente ricorso (per 200 miliardi di sterline), e che ha deciso di lasciare il suo tasso di sconto allo 0,50%, la metà della BCE, adesso rilancia prima con altri 50 e pi con altri 175 miliardi perché, spiega, “la recessione è più profonda del previsto e anche se esiste qualche segnale di allentamento delle condizioni del credito, nella realtà delle cose il prestito alle imprese s’è ristretto e gli spreads sui prestiti bancari restano alti[43].

La BCE, che ha speso sì e no 5 miliardi di € del pacchetto di facilitazioni che s’era fatta autorizzare a immettere sul mercato, anche se riconosce che la situazione del credito nel resto d’Europa non è certo più facile che in Inghilterra non intende invece attivarli e non ha neanche abbassato i tassi.

Intanto, nell’eurozona persiste la recessione: l’inflazione nell’anno, a luglio, è calata dello 0,6% nella stima preliminare. La disoccupazione resta ferma al tasso elevato del 9,4% a giugno. Le vendite al consumo cadono in quel mese, sempre nella zona euro, dello 0,2%, e, sull’anno prima, del 2,4%[44]. Cala anche la produzione industriale nel’eurozona a giugno, dello 0,6% sul mese prima, e del 17% sul giugno 2008[45].

Informa l’EUROSTAT che l’eurozona ha registrato un attivo di bilancia commerciale di 4,6 miliardi di € a giugno, più del doppio dei 2,1 di maggio, il surplus maggiore ormai da due anni. Nell’Unione europea a 27, compresi gli 11 che non sono nella zona euro, cioè, i conti del commercio estero restano bene in deficit per 4,3 miliardi di €, in riduzione netta però rispetto al rosso di 19,3 miliardi di un anno fa[46].

Un’analisi, competente e molto accurata, condotta dall’Istituto sindacale europeo[47] della CES, la Confederazione europea dei sindacati, dei pacchetti di stimolo fiscale effettivamente messi in atto dai paesi membri dell’Unione europea, evidenzia sia il volume complessivo dell’impegno, sia il contenuto, sia il coinvolgimento dei partners sociali e, in modo particolare, dei sindacati nell’applicazione dei vari stimoli.

I fatti principali che emergono dall’analisi:

• Su quest’ultimo punto, segnala lo studio dell’ISE che riportiamo tra virgolette, mentre “l’atteggiamento dei sindacati verso i piani di stimolo dei rispettivi governi varia e anche molto tra i vari paesi, ma si può dire che – con l’eccezione dell’Italia – le centrali sindacali dei diciotto paesi presi qui in considerazione hanno assunto una posizione largamente simile”: cioè, largamente critica. L’Italia fa eccezione perché, come è ben noto, ha visto dividersi di brutto la posizione della CGIL – diciamo per semplificare e a prescindere da un giudizio di merito che qui non ci interessa evidenziare – da quelle di CISL e UIL: critiche sempre tutte, ma in misura palesemente, e politicamente, diversa.

• Presi tutti insieme i pacchetti di stimolo fiscale finora messi in atto o anche solo annunciati dai governi dell’Unione ammontano solo all’1% del PIL nel 2009 e allo 0,6% nel 2010: se vengono tutti “implementati”, la spesa sarebbe alla fine di appena l’1,6% del PIL complessivo. Del tutto insufficiente, cioè, anche tenendo conto degli stabilizzatori automatici[48], data profondità e estensione della caduta della produzione per tentare di riequilibrare l’economia globale. Italia e Belgio hanno messo in moto (e solo in parte, poi) pacchetti che, stanno in un biennio, molto al di sotto dell’1% del PIL, mentre Francia e Olanda arrivano appena a quell’1%.

• La distribuzione effettiva dell’ammontare dei vari pacchetti di stimolo tra i paesi europei indica che è stato evitato il problema del cosiddetto free riding[49] da parte delle economie più piccole. Però, un certo numero di paesi importanti, che si trovano a dover gestire “vere o presunte” restrizioni di bilancio, hanno rinunciato a fornire un vero e proprio stimolo fiscale (è il caso proprio e anzitutto, l’abbiamo visto, dell’Italia— per il debito pubblico; e di Gran Bretagna e Ungheria— per il deficit di bilancio). Il che sottolinea l’assenza, nell’Unione, sia di una coordinazione effettiva delle misure di bilancio sia di un sostegno comune alle posizioni più fiscalmente complesse.

• Il contenuto dei pacchetti varia molto da paese a paese, senza realmente alcun coordinamento effettivo di qualità. Nella maggior parte dei casi il considerevole impegno sugli investimenti è importante ma è preoccupante la debolezza di misure mirate e ben finanziate capaci di far fronte all’ormai imminente crisi dell’occupazione. E, anche a essere buoni, i vari pacchetti in essere costituiscono un’occasione perduta per avviare a concretezza lo spostamento, pur proclamato essenziale unanimemente, verso un modello di crescita più “verde” di quello attuale.

Tutto considerato, si può forse dire – conclude lo studio dell’ISE che andiamo qui discutendo e del quale, in Tabella a seguire, esponiamo i dati macro principali – che l’insieme di stimoli offre all’Europa un qualche grado di molto relativo sollievo.

Ma appaiono sicuramente non appropriate sia l’autosoddisfazione esibita dai governanti europei e nazionali per le loro risposte alla crisi (dal pavoneggiarsi, tra lazzi e sghignazzi, di chi ha magari speso di meno ma strombetta di aver risolto tutto e anzi di aver anticipato tutti e segnato per tutti la via della soluzione, al meno tronfio ma ugualmente compiaciuto autocongratularsi degli altri), sia la crescente focalizzazione, troppo precipitosa, sulla strategia di uscita dalla crisi (quando nella crisi stiamo ancora infognati).

Essendosi trovati, grazie al crollo americano che li ha messi all’angolo, a sbattere con una crisi a scala senza precedenti, i governi europei, incapaci di decidere insieme, hanno insieme deciso di muoversi ognuno per conto suo a stimolare – chi più chi meno, chi di qua chi di là – le loro economie.

Ma la crisi ha messo a nudo tutta la debolezza, attuale e strategica, della governance economica dell’Europa: qualcosa che dovrebbe essere parte, ormai, delle riforme che andrebbero fatte nell’ottica proprio di quella ri-regolamentazione tale da assicurare che una crisi analoga a questa non si ripeta in futuro.

Dimensioni dello stimolo paese per paese

 

 

  Au 

Be

Dan

Fin

FR

Ger

Gr.Br. 

IT  

Ol 

Sp

Svez

Ungh

Stimolo totale

(% del PIL)

2,4

0,9

2,2

1,5

1

2,64

1,5

0,2

1

4,6

2,4

0

PIL nominale 2009

(miliardi di €)

292,1

357,8

243,6

197,5 

1995

2566,4

1890,2

1621,4

605,9

1117,6

325,2

110,2

% di incidenza sul PIL

degli stabilizzatori automatici

0,47

0,52

 

0,59

0,48

0,53

0,51

0,45

0,53

 

0,53

0,44

0,55

0,47

% di perdita del PIL 2009

su PIL 2008

-1,3

-1,7

-1,3

-1,5

-1,4

-1,4

-2,4

-1

-1,4

-1,9

-1,8

-1,2

Deficit/PIL 2008

-0,6

-0,5

3,1

5,1

-3

0

-4,2

-2,5

1,2

-1,6

2,6

-3,4

Debito pubblico/PIL 2008

55,80

84,38

20,53

30,49

64,19

63

46,19

101,76

46,86

36,87

34,47

63,98

La valutazione dello stimolo è quella reale – e lo garantiamo noi: non badate a quello che i governi dimenticano di aver dichiarato, firmato e ratificato… – fatta dall’ISE sula base di tutti i dati resi pubblici dai governi; la stima dell’ammontare degli stabilizzatori automatici è dell’OCSE; gli altri dati vengono dall’AMECO Database con l’eccezione di quello sullo scarto tra il PIL di quest’anno e quello dell’anno passato per il quale la valutazione è basata sulla previsione di primavera della Commissione europea. 

 

L’Islanda, avendo, in modo assai anomalo, ottenuto una specie di percorso preferenziale, dopo la domanda di adesione presentata appena un mese fa, per la propria adesione alla UE, si sta preoccupando di eliminare al più presto almeno l’ostacolo che è stata sollecitata ad eliminare da Gran Bretagna e Olanda. Ripagherà i 5,7 miliardi di $ che qualche mese fa prese in prestito per rimborsare i depositanti della sua Banca Icesave on-line che con la crisi stava fallendo.

Il governo è riuscito a far approvare al parlamento le necessarie leggi di spesa[50] legando il rimborso (che comincerà nel 2016 e andrà avanti per nove anni con 2,3 miliardi di sterline agli inglesi e 1,3 miliardi di € agli olandesi) alla prospettiva di accelerazione dell’iter europeo e alla necessità di trovare così accesso al prestito sulla carta già ottenuto dal Fondo monetario internazionale per 4,6 miliardi di $.  

Turchia e Russia, con la presenza a sorpresa e, di fatto, su autoinvito dell’Italia, di Berlusconi[51], si sono incontrate ad Ankara a inizio agosto dando una grande pubblicità, inconsueta, al vertice bilaterale dei loro presidenti del Consiglio— trilaterale, col Cavaliere, ma solo per la conferenza stampa finale. Inconsueta era la pubblicità data all’incontro, non certo l’incontro stesso, che anzi i due premier sono soliti tenere di frequente, sul mar Nero a Sochi.

Inusuale è stata, dunque, la visibilità che Erdogan e Putin hanno voluto dare a questo inco  ntro: per mostrare al mondo, a Europa e America, che il rapporto turco-russo va avanti – al contrario di altri rapporti che restano in sofferenza, come quello turco con l’Unione europea – e senza problemi su un tema delicatissimo, poi, come quello della politica energetica.

Meno di un mese fa, dopo che il suo paese con l’Unione europea – ma senza alcuna garanzia di finanziamento europeo: questo è il nodo, che l’Europa non ha di una politica energetica ma tante e diverse e concorrenziali tra loro… – aveva siglato l’altro progetto di gasdotto, il Nabucco, che punta sula carta ambiziosamente a trasportare il gas dal Caucaso alla Turchia, e all’Europa occidentale più in là, scavalcando il territorio russo, adesso Erdogan firma – che più manifestamente non si può coi russi: e con una possibile partecipazione finanziaria dell’ENI, che spiegherebbe bene anche se sempre impropriamente la presenza di Berlusconi – il progetto ugualmente ambizioso chiamato South Stream  (letteralmente, la Corrente del Sud).

Questo gasdotto mira a spedire il gas naturale russo in Bulgaria, per l’ulteriore distribuzione in Europa, scavalcando la riottosa e inaffidabile Ucraina, attraverso i fondali del mar Nero in territorio turco. Tanto South Stream come Nabucco dovranno superare enormi problemi politici, tecnici e finanziari per diventare realtà. Ma tra i due, certo, non fosse altro che per una disponibilità finanziaria reale diversa – perché sembra già esserci e non è il risultato ancora a venire di una politica energetica comune che non c’è e non si intravvede neppure con una leadership comunitaria inesistente, più che light, come quella della Commissione attuale a Bruxelles.

Ci sono grandi implicazioni politiche, di per sé e in ogni caso, pure in annunci di politica energetica nell’immediato vuoti e futuribili come questi. I russi, ben informati da Erdogan di tutto il percorso relativo all’annuncio del Nabucco per metà luglio, riescono così col South Stream che si affaccia alla ribalta e, forse, con maggiore credibilità subito dopo, a ricordare alle potenze occidentali che i turchi non li aiuteranno – e manco Berlusconi, forse – a tagliarli fuori dalle forniture di gas e petrolio che li mettono sempre in grado di poter pesare sull’Europa.

E la Turchia – alla faccia delle avversioni ideologiche tedesche, francesi e dei crociati dell’Europa giudaico-cristiana d’antan – si affermano come un attore indispensabile ormai nelle politiche sia dell’Est che dell’Ovest: dicono sì a tutti i progetti che l’Est come l’Ovest offrono loro e si prendono il tempo – perché nessuno li stringe, nessuno ha il coraggio di scegliere – che è necessario a gettare le basi della loro espansione geo-politica.

E, soprattutto, con la politica degli incontri bilaterali coi russi, i turchi dimostrano che sono finiti i tempi in cui erano solo l’avamposto strategico del’impero americano alla periferia di quello russo e che stanno diventando, molto più di ogni paese europeo ormai, una potenza media ma con rilievo globale essa stessa.

Sintetizzando, l’accordo South Stream sembra dimostrare a tutti chi tra gli europei è più disposto a impegnare e impegnarsi, a “compromettersi”, direttamente, geo-politicamente, coi russi: e sono almeno due gli attori strategici che si lasciano e si vogliono lasciar coinvolgere: turchi e italiani, ora; domani, sicuramente, anche i tedeschi, vista la totale irrilevanza di ogni, anche solo embrionale politica energetica, dell’Europa unita.

E’ un messaggio chiaro. Per tutti. Per gli europei, per i russi e per gli americani. Sempre in Russia, intanto – e la cosa può acquistare qualche rilievo se il calo dovesse prolungarsi – le esportazioni di gas naturale della prima metà del 2009 scendono a 48,8 miliardi di mc3, del 45% anno su anno, ai paesi importatori che non siano ex repubbliche dell’Unione sovietica (dati del Servizio dogane)[52]. Invece, le esportazioni alla Comunità degli Stati indipendenti, che in maniera assai lasca e ormai anche anacronistica riunisce con l’esclusione degli Stati baltici le ex repubbliche dell’URSS, diminuiscono nello stesso periodo del 37,2% a 6,2 miliardi di mc3. Globalmente, nei primi sei mesi del 2009, la Russia ha esportato 55 miliardi di mc3 di gas per un valore di 15,97 miliardi di $: una perdita secca e importante di entrate, conseguenza della recessione mondiale.

Di fatto, la caduta del PIL in questo paese, davvero pesante proprio per il calo del prezzo del petrolio e del gas l’export dei quali ne costituiva parte importante, forse è arrivata a toccare il fondo – forse – secondo i dati preliminari del Goskomstat[53], il servizio federale russo di statistica: anche qui la contrazione del secondo trimestre è stata contenuta rispetto a quella accentuata del primo sul precedente. Globalmente il crollo ha sfiorato nel primo trimestre il 10% ma, stagionalizzato per le differenze climatiche sempre estreme in Russia a causa dell’asperità degli inverni, tocca lo 0,5%: molto, molto di meno.

Mosca, per controllare e ridurre la caduta del PIL, evitando un disastro ben maggiore, si è avvalsa dei 597,5 miliardi di $ del suo fondo di riserva “per i giorni di pioggia”, come lo chiamano, il terzo cumulo di riserve in dollari maggiore al mondo dopo quello cinese e giapponese. Ed è stata anche aiutata non poco da una certa ripresa, negli ultimi mesi, di petrolio e metano.

Su Mosca, si affaccia una nuova, pesantissima, minaccia di guerra economica dichiarata e scatenata dalla ribellione cecena – variando la tattica di sempre che finora metteva nel mirino direttamente e quasi solamente i civili (il teatro di Mosca del 2002, la scuola di Beslan del 2004, i due aerei fatti saltare in aria sempre nel 2004: centinaia di morti, centinaia di bambini tra loro) – e  facendo stavolta parzialmente crollare, con una granata dirompente anti-carro di inusitata potenza, la diga idroelettrica Sayano-Shushenskaya sul bacino dello Yenissei nella Repubblica russa della Khakasia, nel Sud Ovest della Siberia orientale.

Insieme a diversi, consueti quelli che sembrano ormai “consueti” attentati, per la diga ci sono stati, alla fine, diverse decine di morti e feriti e l’interruzione seria della distribuzione di corrente elettrica in diverse città della Siberia. Se questa nuova tattica cecena si concretizzasse, adesso, come minacciato su un sito Web dei ribelli, mettendo in particolare sotto attacco le infrastrutture delle reti energetiche, i gasdotti e gli oleodotti russi, si porterebbe dietro sicuramente risposte molto severe da parte del Cremlino.

Che, per ora, ha smentito la rivendicazione cecena imputando l’incidente a gravi superficialità e buchi manageriali e di manutenzione della diga (un malfunzionamento d’un trasformatore non riparato e lasciato in funzione, con conseguente esplosione e rottura della parete della diga) e, anzi, dicendo che i ribelli vogliono provocare così proprio reazioni che sperano inconsulte di Mosca[54].  

In Lettonia, di male in peggio: il PIL si contrae del 19,6% nel secondo trimestre, ancora di più che nel primo quando era calato del 18%[55] e Standard&Poor abbassa il rating “sovrano”, la sua valutazione del debito del paese da BB+ a BB per la quarta volta nell’ultimo anno.

Ma il primo ministro giura che la recessione è finita… anche se Svezia e altri paesi nordici, con le lo banche sovraesposte come sono debito delle economie baltiche dopo essersi aggressivamente  espanse nella regione mostrano tutta la loro preoccupazione.

Dopo uno stallo durato molto a lungo, pare – pare – avviata ormai a soluzione la controversia confinaria che per volontà della Slovenia ha bloccato il progresso della Croazia sulla via dell’adesione all’Unione europea. L’hanno dichiarato congiuntamente la nuovissima premier croata, del partito democristiano (conservatore) HDZ, Jadranka Kosor, e il primo ministro sloveno, Borut Pahor, socialdemocratico (centrista)[56].

Sul conflitto sempre latente con la Georgia, nell’anniversario della breve deflagrazione di un anno fa e fra “rumori” ridondanti di provocazioni in arrivo, da una parte e/o dal’altra, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha pensato di chiarire “una volta per tutte che prima della tentata occupazione militare da parte georgiana, con l’attacco del 5 agosto e il bombardamento anche aereo che causò centinaia di vittime tra la popolazione civile di Abkazia e Sud Ossetia e non poche anche nel contingente di osservatori russi presenti in quei territori su richiesta della stessa Georgia e dell’ONU, la Russia non aveva intenzione di offrire loro il proprio riconoscimento diplomatico”.

Poi, dopo che la Russia – spiega – ha dovuto intervenire per ripristinare l’ordine preesistente, diventato chiaro per tutti come le due “repubbliche” georgiane a maggioranza etnica largamente russa non potevano certo godere di alcune sicurezza restando sotto sovranità georgiana e con “la NATO che, come organizzazione, si era schierata con la Georgia di Saakashvili che negava i fatti accertati da tutti, OSCE compresa, su chi aveva aggredito e chi s’era difeso, il riconoscimento formale è servito proprio a spezzare il vecchio schema, lo schema da guerra fredda[57], voluto da Tbilisi e da Washington. La Casa Bianca di Bush e di Cheney, allora.

Ci si può credere fino in fondo, ci si può credere parzialmente, ci si può non credere, in parte o in toto, al racconto dei russi o quello dei georgiani. Ma questa di Sergei Lavrov è la versione che a tutt’oggi appare più suffragata dai fatti noti e dalle inchieste ancora parziali condotte dall’OSCE. E, comunque, è la più convincente.  

Adesso, quel che è cambiato – a parte le fanfaronate del vice presidente Biden intese a massaggiare un po’ l’ego, ma solo quello, del suo amico Saakashvili – è la nuova, maggiore, prudenza anche americana. Nega con forza che il suo paese stia armando la Georgia, l’assistente segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Alexander Vershbow. E precisa: forniamo assistenza, ma si tratta solo di “assistenza militare non letale”, centrata sullo studio di tecniche di addestramento, di gestione del personale, di dottrina militare. E l’assistente segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici, Philip Gordon, aggiunge che parte dell’assistenza militare fornita ai georgiani dagli americani serve a “prepararli per andare a combattere in Afganistan[58]

Smentisce lui, e smentisce il comandante del corpo dei marines americani, gen. James Conway (aveva assicurato che l’addestramento, che comincia tra un mese, che non “avrebbe sicuramente mirato ad aiutare i soldati georgiani in un eventuale conflitto coi russi, essendo focalizzato contro la guerra di guerriglia”), il ministro della Difesa georgiano, Vasil Sikharulidze, intervistato dall’A. P., sostiene che invece proprio quel tipo di addestramento sarà di grande utilità nel caso di un nuovo conflitto con la Russia. Quello che, come volevasi dimostrare, denunciano i russi.

Poi, Sikharulidze, gettato il sasso, ha provato anche ad autosmentirsi… Ma non gli ha creduto nessuno[59]. Stavolta l’oltranzismo verbale gli costa il posto, però. Pare per l’irritazione degli stessi americani. Solo qualche giorno dopo, infatti, senza che naturalmente la cosa sia collegata come causa-effetto, viene sostituito da Bacho Akhalaya[60] che ripete, comunque, di voler incrementare le capacitò di difesa della Georgia, modernizzarne le forze armate e accelerare il processo di integrazione nella NATO. Processo che, dimentica anche lui di notare, resta però fantomatico…

Da parte sua, e a dimostrazione del fatto che gli uomini di Saakashvili non impareranno mai nulla, Eka Tkeshelashvili, segretario del Consiglio nazionale di sicurezza della Georgia, avendo smentito – è naturale – ogni provocazione da parte georgiana e detto che le voci seminate dai russi di un riarmo georgiano alimentato dall’estero sono un “mito” (i russi dicono che oggi sono soprattutto gli ucraini a passare armi anche pesanti a Tbilisi: e ricordano a Kiev neanche troppo sottilmente quanto sia esposta a ritorsioni economiche, energetiche in specie, da parte loro), aggiunge che il suo paese è “in costante contatto con gli Stati Uniti per disinnescare le tensioni sull’Ossetia del Sud[61].

Affermazione semplicemente puerile, vista l’assoluta ininfluenza e la mancanza di presenza diretta americana nell’area e considerando anche l’opinione, consolidata sembra, dell’Unione europea (lo dice anche il suo inviato speciale nel Caucaso meridionale, Peter Semneby) che più che di tensioni reali si tratta di tensioni “virtuali”, di chiacchiere e “sbruffonate”: più che altro, va implicitamente da sé, georgiane[62].

Non c’è dubbio, in effetti, che l’obiettivo dei georgiani sia sempre quello: vogliono entrare nella NATO; un anno fa, sbagliando tutti i calcoli, avevano tentato di forzare la mano agli altri, europei e americani, contando sul fatto che – al dunque. il giorno dello scontro coi russi – si sarebbero trovati costretti a schierarsi con loro. Ma non ha funzionato, non hanno imparato e insistono.

Che l’obiettivo della Georgia resti quello di fare della NATO il proprio scudo, “perché non c’è alternativa per noi all’adesione”, lo conferma lo stesso Mikhail Saakashvili. L’alternativa, annuncia, ci sarebbe e consisterebbe “nel disarmo e nella capitolazione della Georgia: inconcepibile e, anche, impossibile[63]. Già: la “capitolazione” della Georgia… ma rispetto a che? L’obiettivo, in realtà, non è la NATO ma come è chiaro quello di riprendersi costi quel che costi – a parole almeno: visto che coi fatti è proprio impossibile – Abkazia e Ossetia.

Il fatto è che, molto semplicemente, come tutti gli illusi, specie gli autoillusi, anche Saakashvili è uno che nega in radice la realtà. Cioè non tiene conto che, adesso e in prospettiva certo ravvicinata, nessuno ce li vuole nella NATO, dove tutti poi hanno potere di veto – immaginate un po’ Francia e Germania – quando anche e perfino Joe Biden un mese fa ha detto loro, su richiesta specifica di Obama, in pieno parlamento di Tbilisi di rassegnarsi al fatto che la Georgia non sarà mai capace di recuperare con le armi il territorio perduto nel corso della guerra con la Russia dell’anno scorso[64].

L’Ucraina, viene dichiarato da un consorzio di banche e banchieri internazionali, potrà contare su un credito fino a 1,7 miliardi di € nel corso del prossimo anno e mezzo per ammodernare la sua rete di gasdotti in modo che consenta il transito necessario anche a impedire un’altra crisi nelle forniture di gas naturale all’Europa. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo è pronta a prestare 750 miliardi di $, la Banca mondiale fino a 500 miliardi e la Banca europea degli investimenti ne  offre 450. Ma, tutte, stipulano che l’Ucraina deve garantire il completamento in tempo utile dei lavori alle sue reti. Nessuna garanzia ovviamente, però, di sostituirsi agli ucraini nel pagamento dei debiti e dei conti verso i fornitori russi… Ma questo, naturalmente, è il nodo vero della questione[65]

Intanto il presidente Medvedev rende noto in una lettera all’ucraino Yushenko che non invierà il nuovo ambasciatore russo a Kiev[66] (anche se questa decisione non si traduce di per sé, viene subito specificato[67], nella rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi), considerando l’ostilità viscerale dichiarata dal suo omologo ucraino verso Mosca. A lui personalmente, dichiara, va fatta risalire la responsabilità principale, dice, del deterioramento dei rapporti tra i due paesi che bisognerà cercare di migliorare, adesso, a prescindere dai rapporti formali diplomatici, nei fatti.

Il cahier de doléances russo contro Yushenko è nutrito e tutto personalizzato: cosa non del tutto credibile perché la Timoshenko, di fatto, l’ha spesso spalleggiato ma che sembra voler rendere più agevole un dietro-front ucraino. E’ una lista lunga e, essendo russa, naturalmente riflette il punto di vista dei russi. Comprende[68]:

• l’appoggio diplomatico e politico alla Georgia e contro la Russia;

• la vendita di armi “offensive” ai georgiani prima e anche dopo la guerra dell’agosto 2008;

• l’interferenza con le operazioni navali della Flotta russa del mar Nero basata a Sebastopoli;

• l’interruzione e/o l’interferenza a danno del flusso del gas naturale russo in Europa occidentale;

• l’uso della “minaccia russa” per forzare, contro il suo stesso popolo, l’ingresso nella NATO;

• le discriminazioni imposte e i soprusi nei confronti degli investitori russi in Ucraina;

• l’ondata di revisionismo lanciata a glorificare i collaborazionisti della seconda guerra mondiale;

• e anche, e perfino, il tentativo di disturbare la visita in Ucraina del patriarca ortodosso russo.

Sottolinea, nel suo blog, Medvedev per i “fratelli ucraini” e per lo stesso Yushenko, come l’opinione del popolo ucraino non sia affatto monolitica a suo sostegno e che, se cambia il presidente nelle elezioni che a Kiev si terranno tra meno di quattro mesi, ne potrà venir fuori un nuovo rapporto positivo e tutto diverso con la Russia.

Tenta di replicare Yushenko facendo dire alla sua portavoce, Vira Ulianchenko, che non è con lui ma con tutti gli ucraini “con tutto il nostro popolo e la nostra nazione” che ce l’ha Medvedev. Ma non convince molto neppure tantissimi ucraini[69] anche perché l’accusa è specifica e circostanziata e la replica, invece, è generica e in blocco senza alcun diniego delle “imputazioni” se non la rivendicazione che si tratta di “scelte sovrane” di Kiev[70]. E poi perché Medvedev riprende, e rilancia,  voci insistenti già emerse nel dibattito interno tra i politicanti ucraini.

Annota il presidente russo, in effetti, che la politica di Kiev che ha irritato e preoccupato maggiormente i russi è stata proprio il sostegno anche militare (vendita a Saakashvili di armi da guerra pesanti, carri armati e antiaerea e a prezzi stracciati, prima e dopo la guerra di un anno fa): un’azione che Yushenko ha tenuto segreta anche agli altri leaders ucraini, perfino – è l’accusa, neanche tanto chiaramente negata – intascando parte del ricavato delle vendite.  

L’accordo sulla cessione di armi dall’Ucraina alla Georgia, del resto, è stato ed è ferocemente osteggiato da una grossa fetta, sembra maggioritaria della popolazione e non solo di quella di etnia filo-russa. Yushenko, adesso, afferma che lui “non ha mai violato il diritto internazionale, comunque” (e quel comunque la dice lunga…). Però, Mosca non considera ovviamente la cosa dal punto di  vista della legittimità formale, ma come una scelta deliberatamente ostile da correggere d’urgenza per ristabilire rapporti normali.

Magari aspettando che il popolo ucraino scarichi il litigioso presidente che si è dato qualche anno fa... Intanto il blocco Yulia Timoshenko, alleato parlamentare riottoso e nemico del presidente, ha chiesto che una seduta straordinaria del parlamento si occupi d’urgenza dei problemi “drammatici” coi quali il paese deve fare i conti: un bilancio catastroficamente in rosso, la necessità di trovare subito aiuti adeguati, il problema dei rapporti con la vicina Russia…

E Viktor Yushenko stesso, il 19 agosto, si sente spinto a specificare alla televisione nazionale che, in ogni caso, l’Ucraina come tale vuole rapporti con la Russia che siano “attivi su tutti i piani: politico, diplomatico ed economico”, anche se ci sono differenze di percezione tra i due paesi[71]. A Kiev, nessuno lo sembra prendere troppo sul serio, però…

Il confronto russo-ucraino si va facendo cocente. A Sebastopoli, sembra più che altrove, si vanno ripetendo piccoli “incidenti”, in sé magari anche vagamente ridicoli, tra le forze navali russe che sono lì in base al trattato di dissoluzione della vecchia Unione sovietica e in entrambe le capitali c’è preoccupazione che una qualsiasi scintilla, più o meno occasionale, potrebbe innescare un incendio più grande. E’una situazione particolarmente delicata anche perché in Crimea la popolazione è etnicamente russa al 60% e proprio a Sebastopoli la percentuale di russi etnici è anche più alta[72].

Infine, arriva anche notizia dell’intenzione – non altro per ora: ma già più che sufficiente a causare turbolenze non da poco: senza neanche fare i conti con lo scetticismo che al Quartier generale dell’Alleanza ha accolto la notizia… – secondo cui il presidente del partito liberal-democratico moldavo, Vlad Filat, intende proporre un referendum chiedendo agli elettori l’integrazione della Moldova nella NATO.

Una mossa inane, dunque probabilmente, che “minaccia di spaccare e far saltare per aria la coalizione filo-europea che governa il paese e di attirargli addosso le attenzioni non volute della Russia[73], essendo, fra l’altro, il paese sicuramente più povero in assoluto d’Europa e assai vicino a Mosca  per cultura, tradizioni e storia… E anche una mossa che potrebbe riaprire la minaccia di secessione della Transdniestria, la regione a larghissima maggioranza etnica russa, già tentata di andarsene per conto suo.

STATI UNITI

Mettiamola così. E’ troppo presto, sicuramente, per dare un giudizio, tanto più per pensare che esso possa ragionevolmente pretendere ad essere probativo. Ma non è forse troppo presto per sintetizzare, grezzamente, il senso delle opinioni contrapposte che il paese si va formando sul suo nuovo presidente che è lì ormai da sei mesi.

Sono opinioni non necessariamente e seccamente sempre divise bipartiticamente, anche se come è naturale l’ideologia di ciascuno incide sul suo giudizio. Oggi a inizio agosto, a dire che tutto sommato Obama fa bene è ancora una maggioranza degli americani. Ma è già parecchio ridotta rispetto solo a qualche mese fa.

Le opinioni si dividono e si motivano grosso modo cosi

                          PRO                                  Obama                                                   CONTRO

 

Alla fine, viene dopo uno come Bush, no? Peggio non può certo andare

Ma non ha voluto – o non ha potuto – come aveva solennemente promesso                                                                        

1.mettere fine alle guerre;

2. chiudere una volta per tutte il carcere di Guantánamo, a Cuba, da lui stesso dichiarato una “vergogna nazionale”;

2.mettere sotto processo i criminali di guerra americani

3.cancellare la legislazione liberticida che limita i diritti dei cittadini americani 

S’è trovato subito a fare i conti con una crisi economica e finanziaria globale…

1. la “sua“ riforma sanitaria costerà 2.000 miliardi di $: ma non garantisce una copertura per tutti gli americani senza eccezione e neanche garantisce, a forza di compromessi, l’accesso al servizio pubblico oltre che alle cure privatamente pagate;

2.il bilancio, comunque, andrà in rosso per altri 2.000 miliardi di $;

3.ha regalato, senza praticamente obbligarlo a riformarsi davvero, 24.000 miliardi al sistema bancario privato: sembra continuare a lavorare in base alla premessa che “quel che è buono per Wall Street è buono per l’America”, insomma    

Ha, comunque, migliorato l’immagine e la posizione degli americani e dei loro alleati nel mondo

Sta aumentando, non riducendo, la spesa militare

E’ già riuscito a stabilizzare, almeno un poco, l’Iraq

Nella gestione del giorno per giorno, ma concreta, della politica internazionale cede sempre il passo ai falchi – e soprattutto li lascia liberi di parlare e, quasi, di dettargli l’agenda – quando si scontrano con le colombe. Provvedendo magari poi lui a ragionare (come in Medio Oriente, come con l’America latina…: ma a parole, non con i fatti. Di quelle è generoso, di questi molto meno (vedi Cuba, vedi il golpe in Honduras…)

Sta portando avanti una difficile riforma all’interno: sono migliorate, almeno un po’, le regole che governano sanità, sistema bancario, imposizione fiscale, politica abitativa

 

Ci sono segnali – iniziali, sicuro: ma di qualche rilievo (vedi qui oltre) – di uscita dalla depressione e di un “principio della fine” (Obama) della recessione

Anche se non sono pochi tra i più progressisti[74] a invocare una nuova ondata di stimolo economico (vedi qui oltre) e  i conservatori inveterati[75] a restare anch’essi pessimisti.

La gente, in maggioranza, ha simpatia per il presidente

 

E’ uno che parla chiaro e semplice, non semplifica tutto a slogan, cerca di farsi capire anche dagli avversari (in casa e fuori) e le gente ha ancora speranza in lui

 

E , soprattutto, speranza nel suo mandato. In quattro anni, forse in otto, dovrebbe poter migliorare parecchio le cose.

 

 

Non saremmo più in depressione, saremmo – dicono ormai in molti, come abbiamo visto – solo in recessione… Di fatto, l’economia americana si è contratta dell’1% nel secondo trimestre a tasso annuo, nella stima iniziale, poi confermata a fine mese anche dalla seconda, ancora non definitiva, però[76]. Le imprese hanno tagliato il magazzino più del previsto e anche ridoto drasticamente gli investimenti in impianti e macchinari, ma si è trattato di riduzioni in buona parte compensate da equivalenti, e anche inferiori, cali di consumi, esportazioni e costruzione di abitazioni. A luglio, però, resta anemica la spesa per consumi che, anzi, cala dello 0,1%[77].

Ma si comincia a riprendere la spesa per investimenti: che, però, flette sempre, dell’8,9% sul primo trimestre, quando era precipitata addirittura del 39,3 rispetto a quello precedente, l’ultimo del 2008. In cui la crescita complessiva del PIL è stata adesso rivista al ribasso, allo 0,4% dal precedente dato dell’1,1: un calo su un crescita già debole di oltre il doppio[78].

Risale invece, anche se poco, in luglio la produzione industriale (fabbriche, miniere e pubblici servizi), dello 0,5% su giugno quando era scesa dello 0,4%, con l’inizio di questa ripresa, la prima da ben nove mesi tirata dall’auto[79]. La produzione manifatturiera, soprattutto per l’aumento di auto assemblate che salgono in un mese a luglio dai 4,1 ai 5,9 milioni, cresce dell’1%.

E sempre a luglio aumenta la produzione di beni di investimento[80], del 4,9% su giugno, cioè di 7,8 miliardi di $ a 168,4 miliardi. E’ il terzo aumento mensile negli ultimi quattro mesi e il maggiore, in percentuale, dal luglio 2007, seguendo il calo dell’1,3% di giugno. Con l’esclusione dei trasporti, l’aumento di luglio si riduce allo 0,8% e, escludendo i beni per la difesa, aumenta del 4,3. Scende anche, dello 0,8%, il magazzino di beni di investimento manifatturati, per il settimo mese di seguito, coi nuovi ordinativi per la difesa che salgono del 14,8% e quelli per beni non destinati a armamenti  e servizi nel campo della difesa che crescono meno ma, comunque, dell’8,6%.

Cala il mercato edilizio a luglio, come numero di prime pietre delle case di abitazione che scendono dell’1% mentre va giù, dell’1,8%, il numero dei permessi per la costruzione di nuovi edifici[81].       

Nel corso dei prossimi mesi, più di un milione e mezzo di disoccupati americani si troveranno (con mezzo milione già a settembre) ad aver esaurito il monte ore che, a legislazione e contrattazione vigente, offre loro un aiuto di qualche consistenza[82] contro la caduta nel baratro della povertà: individuale e familiare. Al momento quasi metà dei 50 Stati sono coperti da sussidi pubblici anche federali, per un periodo di 79 settimane dal licenziamento: il periodo più lungo da quando esiste una copertura pubblica della disoccupazione, dagli anni 1930— copertura molto molto diversa da Stato a Stato.

Oggi, questa fragile ancora di salvezza vale per 9 milioni di lavoratori americani che ricevono una media di 300 $ alla settimana, variando secondo la loro anzianità pregressa e il luogo dove lavoravano. Il fatto è che, nei tempi della grande mobilità e della grande offerta di lavori di una volta, quando la disoccupazione ufficiale era al 4%, l’aspettativa era che i periodi di disoccupazione restassero limitati: tutto il contrario di oggi, quando durano mesi e mesi e esauriscono presto il monte ore e il monte finanziamenti (la disoccupazione di giugno era al 9,5% su base nazionale e in Michigan, uno degli Stati più industriali d’America, al 15,2%, ed è sopra il tasso nazionale anche nell’Illinois di Barack Obama.

Adesso, cominciano ad arrivare segnali di ripresa o, come andiamo ripetendo prudentemente – noi, almeno, limitandoci peraltro a ripetere quanto va dicendo Obama –, di inizio della fine della recessione. L’ultimo è il dato sull’occupazione di luglio, con un rallentamento, appunto, della perdita di posti di lavoro 247.000, il minimo dallo scorso agosto, a suggerire che – ri-appunto – la recessione sta cominciando a riassorbirsi ma, anche, che pure nell’interpretazione ufficiale i dati indicano come si continueranno a perdere posti di lavoro fino a ben dentro l’anno prossimo[83].

Il tasso di disoccupazione cala dello 0,1% dal 9,5 di giugno a questo 9,4 di luglio, smentendo le attese di un aumento ulteriore. Ma sono molti gli economisti, ora più cauti rispetto allo sfrenato ottimismo che ancora di recente li contraddistingueva, che è sceso solo perché più di 422.000 disoccupati hanno smesso di cercare lavoro e sono quindi usciti, formalmente, dalle liste di disoccupazione ufficiale. Restando beninteso, però, disoccupati.

Questo contenimento di quello che sarebbe stato altrimenti un vero e proprio flagello nel campo del lavoro è, certamente, un buon risultato dello stimolo economico da 787 miliardi di $ iniettato nell’economia. La sofferenza dell’economia reale prosegue ma è meno dura di quanto era ancora in inverno. Dimostra, anche, probabilmente, però, che per rilanciare più rapidamente e più intensamente produzione, occupazione, consumi e investimenti lo stimolo è ancora insufficiente.

Tanto più che i disoccupati di lungo periodo, quelli senza lavoro da più di sei mesi, aumentano di quasi 600.000 unità, a oltre 5 milioni: e sono già ormai più di 1/3 dei 14,5 milioni di disoccupati ufficialmente contati in questo paese. Con prospettive nei prossimi mesi, e ancora forse almeno per un anno, piuttosto fosche proprio sul nodo dell’occupazione.  

Commenta, sintetizzando bene, Moody’s Economy, un foglio per addetti ai lavori dell’omonima Agenzia, che “stiamo passando da una massiccia emorragia di posti di lavoro a un’emorragia bella grossa e ci avviamo verso la stabilità del mercato del lavoro, credo, entro l’anno prossimo”. Che, detto così, suona bene: anche se quale stabilità, in alto o in basso, evita di dirlo; e se all’anno prossimo manca, appunto, almeno un anno... ed è anche diminuito, leggerissimamente però, cioè di fatto continua pesantemente, il taglio delle ore lavorate per chi ancora resta al lavoro.

Nel contempo migliora, e dai primi dati non di poco, costituendo però un cambiamento di per sé non necessariamente vantaggioso per l’occupazione, almeno a breve, la produttività del lavoro misurata sull’aumento della produzione per ora di lavoro: del 6,4%, nel secondo trimestre rispetto allo stesso dell’anno prima. E il costo del lavoro, intanto, diminuisce del 5,8%. Tutti e due record di assai dubbio valore[84].

C’è anche da prendere nota dello scontento che, motivatamente, cresce tra i più colpiti dall’impatto della recessione sull’economia reale: ovviamente, gli americani meno abbienti. Scrive uno di loro, che potrebbe benissimo essere un pensionato della FNP-CISL o della SNP-CGIL – solo che lì non c’è un sindacato pensionati cui iscriversi per cercare di organizzarsi e resistere meglio – al NYT che “come pensionato a reddito fisso sono inc…..issimo col presidente Obama e la sua Amministrazione per averci negato l’adeguamento al costo della vita della sicurezza sociale nel 2010. Non mi dite che è colpa della recessione economica: il governo, i soldi per salvare gli istituti finanziari e l’industria automobilistica, li ha trovati. E noi chi siamo: carne tritata?[85].

Però, è anche importante demolire uno dopo l’altro tutti i miti, inventati e artefatti sulla leggendaria “dinamicità” del modello americano:

• pura leggenda, appunto, è la grande mobilità sociale di questo paese: da anni almeno e sempre di più, con milioni e milioni di americani che devono fare i conti con la vendita forzata della propria casa ipotecata;

• pura leggenda che questo paese sia al top della competitività internazionale: considerato il deficit commerciale che questo paese si trascina dietro da anni e che è il metro internazionalmente da tutti riconosciuto come il più valido in materia;

• pura leggenda, l’esemplare vitalità economica del paese che si vantava da anni (con Regan, Bush padre, ma anche Clinton e Bush figlio, una più liberista dell’altro) di essere il meno regolato finanziariamente ed economicamente del mondo: perché ormai tutti riconoscono, anche i paladini di ieri del laisser faire più sfrenato, che se è crollato così è crollato così proprio per questo;

• e pura leggenda è anche l’ultimo, forse il più connaturato mito, la narrativa dell’americanismo diffuso e volgare che pretende essere questa la culla naturale della piccola e media impresa: espressione del tutto naturale ed intrinseca dell’istinto animalistico e individualistico dell’homo americanus che, appena può, si fa la sua piccola impresa individuale.

Questa è parte integrante della leggenda aurea, dell’evangelismo fasullo che costituisce il nocciolo duro della favola su cui si costruito questo paese. Ma è falso proprio questo mito del self-made-man americano. Se si guarda alla percentuale reale dei lavoratori autonomi o dei dipendenti effettivamente impiegati nell’industria manifatturiera e nell’high tech, si scopre che quanto a PMI gli Stati Uniti occupano uno degli ultimi posti tra i paesi a reddito più elevato.

Ha scritto il Nobel dell’economia Krugman, dopo aver letto l’ultima seria ricerca sul tema[86], che questo è “un altro dei miti americani che ora, con la crisi, mordono la polvere[87]. E lo spiega col desiderio (tipico dell’Italia, ad esempio, nota con precisione, di sfuggire così restando piccoli alla legislazione più rigorosa sul lavoro applicata alle imprese più grandi) ma anche, con l’assenza di un sistema nazionale sanitario che copra i dipendenti  delle PMI in America e che costituisce qui uno dei tanti rischi del quale chi fa piccola e media impresa, ad esempio e in generale, in Europa non si deve preoccupare.

Anche da questo versante si arriva, insomma, a parlare del legame tra occupazione, produzione, equilibrio sociale e necessità di una vera riforma sanitaria e del fatto che però, e al di là di ogni razionalità, trova fortissime opposizioni non solo tra i conservatori repubblicani ma anche tra i democratici: anzitutto in un blocco di deputati del Sud, eletti con qualche difficoltà in quelle aree del paese che hanno votato più per McCain che per Obama alle ultime presidenziali.

Li svergogna, pubblicamente, in uno dei suoi ultimi interventi prima che se lo portasse via a 77 anni un cancro al cervello, Edward M. Kennedy, il capo indiscusso e battagliero dell’ala progressista dei democratici in Senato, che sponsorizza una ricerca completa e precisa a dimostrare che lo fanno per farsi rieleggere da un elettorato più conservatore ma, soprattutto, che lo fanno per soldi. Puramente e semplicemente. Perché, in fondo, poi è la stessa cosa.

E’ un fatto, insomma, che questi rappresentanti del popolo si sono, anche, venduti per soldi. Prendono in media 1 milione di $ l’anno di contributo elettorale dalle lobby dell’industria farmaceutica[88] che si oppone ferocemente alla riforma perché ci guadagnerebbero i cittadini, i malati, i poveri in specie, ma ci perderebbe qualcosa il valore delle sue azioni. Nomi, cognomi e quantità delle sovvenzioni sono svelate, senza remore e dettagliatamente, stavolta, dal WP[89].

Ma serve a poco sia farlo rivelare che farlo osservare. Il problema è che i repubblicani che attizzano la protesta con le accuse più assurde e la organizzano servendosi di tutti i mezzi e di ogni tipo di soldi, più sporchi sono magari meglio anche è, si trovano però a rappresentare un sentimento diffuso. Tanto diffuso, in effetti, quanto impastato di pura e semplice crassa ignoranza (intesa proprio tecnicamente: non sanno proprio quello che dicono; o, peggio, invece lo sanno) e di  paura, che ricorre all’intimidazione e alla menzogna sistematica.

Due esempi. Il primo è quello riferito nei giorni scorsi su Stephen Hawkins, il grande matematico, astrofisico e cosmologo, immobilizzato in ogni movimento dall’atrofia muscolare progressiva (il cosiddetto morbo di Lou Gerhig) che lo ha colpito da molti anni, autore di uno dei massimi bestsellers della grande divulgazione scientifica col suo A Brief History of Time[90], un grande scienziato cui, nei giorni scorsi, è stata conferita alla Casa Bianca da Obama la Medaglia della Libertà.

Un foglio conservatore specializzato e molto diffuso, l’Investor’s Business Daily, aveva scritto in tono affranto che uno come il prof. Hawkins non avrebbe avito nessuna possibilità in Gran Bretagna, ad esempio: dove il sistema sanitario pubblico avrebbe “da anni cancellato il suo nome dalla lista dei cittadini per i quali si potevano spendere i soldi della sanità pubblica perché ormai viveva una vita essenzialmente e socialmente senza alcun valore[91].

Poi è stato costretto a correggersi: perché Hawkins stesso, alla Casa Bianca, comunicando per mezzo del costoso sintetizzatore vocale fornitogli dal servizio sanitario nazionale, ha ricordato quel che tutti sapevano, o avrebbero potuto sapere dandosi la briga di una ricerca semplice semplice su Internet: che lui, in effetti, è cittadino britannico, che risiede a Oxford, che è professore emerito all’università di Cambridge dove insegna sulla cattedra che fu già occupata da Isaac Newton… e  che uno dei milioni di cittadini assistiti dal servizio pubblico a costo diretto zero e con un incidenza di spesa sanitaria sul PIL ameno due volte minore di quell che sarebbe se affidata a un sistema sanitario privato.

E personalmente poi ha tenuto a chiarire che, al contrario di quanto sostenevano i critici americani dell’intervento pubblico nella sanità, “se non ci fosse stata la sanità pubblica inglese, io non sarei da tempo più vivo. E, come me, tanti altri cittadini britannici[92], ha aggiunto, osservando sarcasticamente che in Inghilterra e in Europa, che lui sappia, nessuno vive come tanti in America nel terrore di ammalarsi e di non poter essere ricoverato perché non ha soldi…

Il secondo episodio è quello ricostruito sul NYT da Paul Krugman: “C’è stato – racconta – un episodio recente che la dice lunga. Un deputato democratico del Texas, Gene Green, in una riunione in un piccolo comune da lui convocata con gli elettori sul tema, si è trovato di fronte a un attivista che rivolgendosi al pubblico chiedeva di sapere se, come lui, anche i concittadini ‘si opponessero da buoni americani  a ogni forma di sanità socializzata o di assistenza sanitaria gestita dal governo’. Quasi tutti si opponevano. Allora Green, prendendo la parola chiese quanti dei presenti partecipassero al  programma Medicare. E alzarono la mano quasi la metà dei presenti…

   Il fatto è che la gente che non sa come il programma Medicare sia un programma sanitario gestito proprio dal governo federale [per gli ultrasessantacinquenni] non reagiscono, con ogni probabilità, alla proposta vera, effettiva, del presidente Obama. E potrebbero anche credere, perciò, alla disinformazione che stanno diffondendo a piene mani gli oppositori della riforma sanitaria”…: anche le più assurde, come quella diffusa ad arte dalla struttura repubblicana, aiutata dall’industria farmaceutica scatenata, che il programma di assistenza pubblica porterebbe all’eutanasia obbligatoria per gli anziani…

E’ una lotta da condurre sul filo della ragione e su quello della passione. Sul primo versante c’è il rinnovo presidenziale dell’incarico a Ben Bernanke come presidente della Fed (non tutti concordano: ha avuto il merito di non tergiversare troppo nel prendere di petto la crisi, ma ha avuto un accecamento ideologico totale quando, per oltre un anno, aveva prima negato che crisi ci fosse[93]), E c’è una novità, se volete, vecchia e un’argomentazione che, invece, appare nuova.

A fine agosto la Casa Bianca avverte che la recessione, più profonda anche delle previsioni, ha portato a un aumento dei deficit ora stimato a 1.600 miliardi di $ quest’anno e in 9.000 miliardi e non, solo, in 7.100 miliardi di $ nei prossimi dieci anni. E’ una novità, a dire il vero, più che vecchia abbastanza scontata perché largamente prevista come dice l’Ufficio del Bilancio della Casa Bianca (OMB).

Attenzione, avvisa però il responsabile, Peter Orszag, c’è chi dice che, in questa situazione, non resta che tagliare drasticamente le spese. Ma, e qui c’è l’argomentazione nuova, “c’è chi dice che, allora, visto il deficit, non ci possiamo permettere la riforma sanitaria… Ma io dico che il solo modo di controllare i costi complessivi della sanità è proprio quello di rivedere il sistema, dalla a alla z: è proprio il buco di bilancio a costringerci a dar vita a una riforma della sanità fiscalmente ben disegnata[94].

Avverte, a ogni buon conto Paul Krugman che come è ovvio si tratta di una cifra imponente. Ma avverte anche che, al momento, il deficit è una benedizione per l’economia americana come per quella di tutti i grandi paesi: che solo la spesa in deficit ha salvato l’America e il mondo da una crisi ancor più drammatica che avrebbe sprofondato soprattutto l’economia reale, produzione, occupazione… prolungando la crisi stessa. Certo, scrive, “la previsione a lungo termine preoccupa, ma non è catastrofica[95]. Quindi non lasciatevi impaurire, raccomanda agli americani anche lui, dallo spaventapasseri del deficit e del debito per non fare una riforma come questa indispensabile anche per l’economia come tale.

Però, per vincere questa battaglia ci vuole molto, molto di più della ragione. Ci vuole la passione. Lo rende chiaro in un intervento tutto urlato al Senato il sen. Jim De Mint, della Carolina del Sud, repubblicano e uno dei più reazionari in assoluto tra i politici americani, che chiede quasi strangugliandosi “ai veri americani” di far in modo che questa “santa battaglia” diventi la “Waterloo di Obama”) e, come si vede, anche su filo dei colpi proibiti, molto più che sul filo della ragione, della razionalità, del ragionamento[96]. “E – conclude Krugman – se Obama non sarà in grado di ricatturare un po’ della passione del 2008, non sarà in grado di ispirare i suoi sostenitori ad alzarsi in piedi e a farsi sentire, allora la riforma della sanità potrebbe anche fallire[97].

E questo finora è un po’ il problema che sottende tutta la presidenza Obama, in tutti i campi: intuizioni giuste, proposte serie ma troppo spesso mancanza d’anima, per la sensibilità tipica del suo far politica anche sempre politicante che premia la ricerca del compromesso rispetto alla ricerca della soluzione giusta: quella su cui aveva vinto, con la passione oltre che con la ragione, la campagna presidenziale.

Conoscendo lui – a Roma vedemmo insieme anni fa, traducendoglielo in pratica parola per parola, il film “Aprile” di Nanni Moretti – e anche, un po’, la situazione americana e la nostra, se fosse stato in Italia, Krugman avrebbe in questa occasione ben potuto lanciare al presidente, il morettiano immortale motto “Obama, di’ qualcosa di sinistra!”.

Anche stavolta, ormai, sembra proprio che si arriverà a un compromesso al ribasso. Viene cancellata dalla proposta di Obama, infatti, la partecipazione assicurativa concorrenziale con i privati di un ente pubblico che avrebbe lasciato ai singoli cittadini la scelta di aderire al sistema pubblico o a quello privato con le spese coperte per legge dal sistema universale per tutti. In cambio, sembra ora aperta la strada a quelle che vengono chiamate possibili cooperative assicurative, ma senza supporto pubblico che – sempre forse – i repubblicani e tutti gli interessi consolidati potrebbero anche sforzarsi di trangugiare, loro, sempre che alla fine queste cooperative risultino abbastanza spezzettate da non consentire più economie di scala al sistema pubblico[98]...

Adesso, la ministra della Sanità e dei Servizi umani, Kathleen Sebelius, anche se fino a non più tardi di un mese fa dichiarava, con Obama, che fosse questo – la possibile alternativa pubblica alle assicurazioni private – il tratto fondamentale della riforma assicura che invece non è questo “l’elemento essenziale” della legislazione.

Perché resterebbero, dice – ma solo se sopravvivranno a emendamenti, sabotaggi procedurali, filibustering e allo scoramento che prende piede tra molti dei fautori: questo Sebelius non lo dice perché non è affatto certo che ci riusciranno – la necessità per ogni cittadino di dotarsi di un’assicurazione sanitaria; il divieto agli assicuratori di discriminare gli assicurati in base alla loro storia medica o alle malattie pregresse; e l’aiuto pubblico ai singoli assicurati quando non ce la facessero a pagarsi le polizze. Saltano però, dicevamo, le economie di scala. E salta il principio dell’intervento del pubblico, al di là del Medicare, nella gestione della sanità. Insomma, in quella delle banche va bene. Pure per aiutare la General Motors. Ma qui no.

E’ una rinuncia niente affatto simbolica, di principio che alienerebbe, o rischierebbe di alienare, ad Obama il sostegno di parecchi dei suoi, pur consentendo il passaggio della sua riforma più importante e, per questo, più osteggiata dai conservatori. A patto, appunto, però, di accettare di snaturarla[99], rischiando anche così il contraccolpo di perdere voti liberal nell’ala progressista del partito che sono altrettanto necessari però, e forse anche di più, a far passare la riforma di quelli più conservatori.

Insomma, lo scontro vero è quello che Obama aveva contato di esorcizzare appellandosi al superamento della guerra di culture che da decenni sta lacerando l’America tra i valori di ieri e quelli di oggi e domani[100]. Non ha funzionato. Lo scontro resta vero e radicale con quella frangia – neanche tanto esigua, poi, forse il 20% – che  ancora crede visceralmente in una politica estera neo-conservatrice e aggressiva e in una politica economica neo-liberista— alla faccia del disastro iracheno e dell’implosione dell’economia globale. Deve diventare chiaro, per vincere oltre che alle urne nella società, che per questa gente come per quanti ovunque votano regolarmente contro i propri interessi nessun discorso razionale conta, nessun discorso politico.

Qui si tratta di spostare il centro politico di gravità da dove è stato per tutti gli anni di Bush e da dove nella percezione viscerale di troppi resta, dalla centralità del mercato come soluzione ottimale dei problemi al fatto – non solo al sogno che, per ora più che altro si è trattato di questo – del “sì, si può fare”.

In questo percorso l’elezione di Obama, in realtà, si sta rivelando il passo avanti necessario che è stata, ma in definitiva non sufficiente per niente. Serve forse, in qualche modo, controbilanciare quel 20% irrazionale, ma a modo suo razionalissimo, che non parla al cervello ma al cervelletto primordiale della gente riuscendo a scaldarne il cuore.                                                                                                                         

Insomma, qualcosa che venga anche da fuori dell’area politica canonica, a stimolare, spingere, provocare il buon senso del sistema, per mobilitare passionalmente la gente – e sono tanti gli americani più che decenti, tanti di più ma troppo spesso afoni: come del resto tanti, troppi italiani – e anche a bollarne – escludendole, marginalizzandole, banalizzandole – le frange conservatrici interne al partito democratico stesso che fanno da sponda supinamente ai conservatori.

Serve, al dunque, una forza capace anche di tenere sotto pressione un’Amministrazione e un presidente che troppo spesso si stanno tirando indietro e non sembrano più capaci di motivare, di dare speranza, di dimostrare che davvero “you can”, come avevano promesso all’America e al mondo.

Perché sarà pure presto, ma è già passato oltre metà anno e non sono solo i sostenitori molto a sinistra di Obama che prendono nota e denunciano il loro scontento. Ricorda amareggiata al WP[101] Chris Ann Cleland, una giovane agente immobiliare della Virginia che aveva appassionatamente fatto il tifo per lui, libera professionista assolutamente moderata e intervistata come credibilmente rappresentativa delle tanti elettrici del presidente, che Obama aveva promesso di cambiare la cultura di sempre di Washington: “quella favorevole alle corporations e a chi ha tanti soldi e di aiutare invece le famiglie americane normali”.

Come quelle che vengono da me cercando di comprare una casa e pur lavorando in due, magari, non se lo possono più permettere. “Bè, quella promessa non l’ha mantenuta: ha aiutato con miliardi e miliardi di dollari banche e banchieri che continuano a dire di andare in fallimento e sta avviando il paese su una strada che potrebbe anche rivelarsi peggiore per chi in America lavora”.

Insomma, a questa signora – come francamente a chi scrive – sembra almeno curioso che non il governo Berlusconi o quello di Sarkozy ma una presidenza progressista come quella americana neanche si ponga di straforo, almeno nel dibattito, l’ipotesi che anche adesso, quando molte banche – di quelle, ricordate?, troppo grosse per lasciarle fallire – che grazie ai soldi pubblici, lì come qui, non solo non sono fallite ma fanno già fior di profitti, si possa cominciare a chiedere loro di cominciare a restituire i soldi presi in prestito.

Queste parole riflettono una delusione assai forte e vera, di chi si sente tradito e lo vuol far sapere, nella speranza che qualcuno a Obama segnali che non si tratta di un disincanto solo individuale. E la conclusione, più arrabbiata che sconsolata, è che nei fatti “per l’americano della strada non è cambiato niente: e a me sembra quasi di essere stata presa per i fondelli”.

Scrive il WP[102] che sui dati di previsione relativi alla migliore performance economica nel secondo trimestre (-1% di PIL, rispetto al -6 e oltre dei due precedenti), “pesano dei se importanti: il più preoccupante è la fragilità del consumatore americano. Perché scatti una ripresa economica sostenuta, la produzione in aumento avrà infatti bisogno di trasformarsi in un mercato del lavoro più stabile e in una fiducia dei consumatori più sostenuta. Lo riconoscono oggi anche gli ottimisti”.

Peccato che questa diagnosi sia sbagliata nelle stesse sue implicite premesse. Da come la mette questo articolo gli americani sembrano essersi messi a consumare meno, così all’improvviso per una questione di mancanza di fiducia… che manca, comunque e sempre, e a metà agosto, nell’indice preliminare Reuters/University of  Michigan la dà  63,2, contro il 66 di luglio (la piccola ripresa di valore dei consumi annunciata dalla Fed qualche giorno prima era dovuta – è stato poi ammesso – ai prezzi in aumento dei consumi essenziali, come l’energia, nel periodo in esame, piuttosto che a acquisti in aumento di beni in aumento).

Ma, come riconosce subito Wall Street dove la borsa fa subito un bel tonfo all’ingiù (riprendendosi ad altalena, al solito, almeno un po’) unendosi alle consorelle oltremare, la realtà è quella che riconoscono quanti non fanno di mestiere gli imbonitori: che gli americani si sono messi a consumare molto di meno non per mancanza di fiducia ma per mancanza di soldi. Infatti gli americani, hanno perso quasi 6.000 miliardi di $ solo sul valore delle loro case (20.000 $ per ogni singolo americano: uomo, donna, bambino) che, gonfiato come era stato nella e dalla bolla speculativa edilizia, aveva alimentato liquidità e domanda di consumo per anni. E hanno anche visto sfumare altri 6.000 miliardi di $ di valore dei loro titoli in borsa.

Insomma, non è che gli investitori non hanno fiducia, è che gli americani non hanno più soldi: con quelle perdite nei loro bilanci familiari una caduta dei consumi annuali intorno al 3,5% del PIL, intorno a 500 miliardi di $, era scontata.

Lo conferma anche il fatto, poco noto, ma ufficiale, che il tasso di risparmio nel secondo trimestre quest’anno è stato del 5,2%, addirittura inferiore alla media storica, a conferma che la gente in rapporto al proprio reddito disponibile ancora consuma a tasso elevato. Dunque, non sembra questo il problema vero. Il problema è che dalla crisi si esce solo incrementando il reddito disponibile non degli americani che con il neo-liberismo si sono perfino arricchiti ma delle decine e decine di milioni di americani – almeno 250 milioni su 300 – impoveriti dall’economia dominante degli ultimi trent’anni, da Reagan in poi, in buona sostanza.

E per uscirne definitivamente, poi, con una ripresa che sia sostenuta e sostenibile, bisognerà che gli USA correggano il loro cronico squilibrio commerciale. Vale a dire che si rassegnino a svalutare il dollaro. Pesantemente.

C’è chi, invece, per non ammettere quello che secondo loro non è ammissibile forse, una svalutazione che considerano catastrofica per l’immagine degli USA ma che sarebbe anche l’unico mezzo di uscire dai loro ancor più catastrofici buchi strutturali, punta a una forte ripresa del mercato edilizio: “La costruzione di case e il loro prezzo sono caduti per quasi tre anni ormai e per definizione non possono ormai che aumentare[103].

Solo che non è cosa. Forse è anche vero che l’edilizia non può che andar su: le costruzioni sono crollate ad appena 1/3 del tasso di crescita quando la bolla edilizia era al massimo dell’espansione. Non si gonfieranno di nuovo, e tanto meno di botto, ma diciamo nel prossimo anno, o anche nel prossimo semestre, non cadranno oltre. I prezzi sono tutt’altra cosa. Perché il fatto di fondo è che i prezzi del settore edilizio restano, malgrado i tre anni di calo, ancora del 10-15% almeno al di sopra delle tendenze di lungo periodo del mercato. Ma è difficile visto che nel paese ci sono miriadi di  alloggi sfitti e vuoti capire come tale situazione sia correggibile con prezzi che riprendessero davvero a salire.

E tutti ormai, dagli economisti più paludati e ufficiali a quelli più iconoclasti ma che più hanno mostrato nei fatti di avere ragione, dagli industriali al governo stesso sanno e dicono che adesso la disoccupazione salirà e resterà elevata, sopra o intorno al 10% ufficiale per almeno un anno. Così come risaliranno gli interessi ipotecari.

Se questa – prezzi delle case in aumento – è la ricetta, c’è qualcosa che proprio non si capisce. Il fatto è che la ripresa forse c’è, sì, ma sembra, ancora, al massimo una tigre di carta.

E c’è da dire anche che tra gli esperti pur favorevoli a stimolare ancora l’economia c’è chi, come lo stramiliardario Warren Buffett (ricordate? quello della mia “classe che ha stravinto la lotta di classe… ma non è buona cosa perché, se fossi io al posto del 98% degli americani che lavorano e guadagnano tanto meno di me, mi incavolerei di brutto, come secondo me poi faranno[104]: una parafrasi, ovviamente, ma fedele al suo pensiero più volte proclamato) pur sostenendo la necessità di stimolare ancora l’economia reale, dice che adesso bisogna smettere di indebitarsi trovando i soldi col recupero dei prestiti fatti alle banche che li devono restituire e tagliando le spese (l’unico americano di cui abbiamo letto avere le palle per dire chiaro che i soldi vanno trovati anche riducendo le spese per armamenti: “per lo più inutili”…).

Perché, dice[105], “come è certo che continuare ad emettere anidride carbonica nell’atmosfera farà sciogliere gli iceberg, è certo che continuare ad emettere, stampandoli, i biglietti verdi causerà la liquefazione del potere d’acquisto della moneta”. Stiamo, infatti, “continuando trasfusioni dopo trasfusioni di enormi dosi di medicina monetaria e creando deficit annuali più che doppi di qualsiasi altro dal 1920, con l’eccezione degli anni della seconda guerra mondiale, 1942-1946”.

Gli effetti, finora, sono quasi invisibili, ma “il pericolo che presentano può essere tanto dannoso quanto quello che si è manifestato con la crisi finanziaria stessa”. Il Congresso deve smetterla di aumentare il rapporto debito/PIL e riportare la crescita dell’indebitamento americano in linea con la crescita delle risorse effettive degli USA. Deve cominciare tagliando le spese e recuperando soldi dove si possono ormai recuperare: “se non vogliamo che il paese trasformi la sua economia in quella da repubblica delle banane descritta da Keynes”.

A giugno, è un fatto, la Cina ha ridotto il credito detenuto in titoli di debito americano nella misura più vasta da nove anni ormai a questa parte. Oltre 25 miliardi di $, il 3% in un mese, secondo i dati resi noti dalla stampa cinese[106] e confermati dal Dipartimento del Tesoro. Di per sé non significa molto, perché si tratta anche di dati particolarmente volatili da un mese all’altro (a maggio le riserve in $ della Cina erano salite di 38 miliardi). Ma il declino record di giugno evidenzia che, in generale, l’appetito dell’Asia per i titoli americani non cresce come cresceva e va, anzi, tendenzialmente scemando[107].

In Iraq, tira le conclusioni un’inchiesta del NYT, “un’economia che aveva una grande capacità manifatturiera e vantava un settore agricolo robusto, è diventata del tutto dipendente dalle importazioni e dal petrolio[108].

Izzat al-Douri, capo del partito Ba’ath, il partito,  di Saddam Hussein, in clandestinità ha chiesto agli insorti che comanda, sul sito web del partito e della resistenza, di “cominciare a partecipare come possono alla vita politica, creando un Consiglio di guida suprema nazionale inclusivo di tutti i poteri della resistenza armata e non armata” e capace di “dare unità di linea politica, di parola e di sua espressione sui media” assumendo il ruolo che servirà dopo la vittoria ad “assumere il ruolo che compete alla resistenza[109].

I servizi segreti americani e quelli iracheni ritengono, con ragione più che probabile, che si tratti di millanteria. Intanto, però, “l’Iraq va esplodendo. Letteralmente”: il 19 agosto, a Bagdad, davanti al ministero delle Finanze e a quello degli Esteri, nella controllatissima e sicurissima “zona verde” due bombe estremamente sofisticate hanno fatto, per ora, 95 morti e 600 feriti. “Si è trattato probabilmente dei due attentati più crucialmente significativi” – del tipo, attenti che se gli americani se ne vanno davvero qui torniamo noi a comandare – dai tempi dell’attentato al quartier generale delle Nazioni Unite nel 2003[110]. E, tenendo il conto aggiornato, c’è chi ricorda che “non è si è certo trattato di un incidente isolato”.

Forse al contrario, o comunque più di tre anni fa, non si tratta tanto di scontri direttamente settari, tra sunniti e sciiti, ma di un conflitto tra etnie: arabi, curdi, turcomanni e minoranze sparse. “Che però potrebbe essere una minaccia ancora più pesante per la stabilità del paese”. Ma siamo già ai Limiti delle possibilità di controllo[111]

Ma millanteria o no, comunque i fatti sono quelli che sono – esplosivi – e sia il governo al-Maliki che i servizi di sicurezza militari americani, ormai tagliati un po’ fuori dalle operazioni dirette ma sempre più preoccupati, si sono immediatamente allertati: sembra, in effetti, esserci anche come un suggerimento che potrebbe tendere a spostare il terreno di lotta dall’insurrezione armata pura e semplice a una strategia più complessa. Specie, appunto, col ritiro in progress delle truppe americane. Non è chiaro quale sia la reale influenza di al-Douri tra gli insorti ma è un fatto che il governo imputi spesso attacchi, attentati e azioni degli insorti proprio al gruppo del Ba’ath di al-Douri.

A preoccupare sempre di più l’esercito americano è, però, proprio il montare della faida tra iracheni e curdi. L’addetto stampa del Pentagono, Geoff Morrell, saluta come “rincuorante” così, cercando di gonfiarne il senso, l’incontro tra il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki e il presidente della regione curda irachena Massoud Barzani dopo più di un anno di rifiuto reciproco.

Adesso, dice Morrell con ingenuità tutta americana e degna di miglior causa , la presenza di truppe a stelle e strisce è necessaria anche per consentire la risoluzione delle differenze “etniche” tra i due popoli. Sono queste, conferma, le tensioni al momento più pericolose per la “stabilità” del paese. E il maggior generale Robert Caslen, comandante delle truppe americane nel Nord dell’Iraq si spinge addirittura a dire che la situazione, esplosiva, potrebbe risolversi “in uno scontro etnico, letale, tra le forze contrapposte[112].

D’altra parte si fa sempre più duro lo scontro interno alla stessa fazione sciita che domina il governo al-Maliki. Adesso, addirittura, si viene formando per le prossime legislative di gennaio una nuova alleanza tra gruppi sciiti, compreso il blocco dichiaratamente antiamericano di Muqtada al-Sadr, il “clerico” rivoluzionario come lo definiscono i giornalisti statunitensi, che include in linea di principio anche alcune formazioni sunnite e curde ma “esclude deliberatamente il partito Dawa, il partito del primo ministro, alimentando i timori [di qualcuno, ovviamente, non certo di tutti] di un’influenza crescente dell’Iran sullo sciismo iracheno[113]. Che potrebbe tentare con successo, in quell’occasione, di farlo fuori dalla carica.

Tanto più ora che il suo massimo sponsor, l’ayatollah Abdul Aziz al-Hakim, sostenitore dell’invasione americana ma anche vicinissimo all’Iran, è morto a Teheran[114] dove si stava curando da un cancro che alla fine (aveva 59 anni) lo ha vinto. Potrebbe adesso seguirlo a capo del Consiglio Islamico Supremo dell’Iraq, il figlio Ammar al-Hakim (c’è poco d fare gli schizzinosi: dopotutto chi successe da noi a Ugo la Malfa se non il figliolo, Giorgio La Malfa?).

Abdul Aziz al-Hakim aveva salvato al-Maliki qualche mese fa stoppando col suo no una congiura di palazzo che voleva sostituirlo e che, adesso, ha ripreso lena. Infatti, pare che già fosse forzatamente fuori gioco in questi ultimi giorni quando la coalizione di maggioranza sciita, il (l’ISCI), aveva deciso di andare avanti trasformandosi ed emarginando il partito Dawa. A questo punto, al-Maliki potrebbe anche tentare di trasformare la sua estromissione in un’occasione, per quanto forzata, di creare e condurre la prima vera coalizione nazionale della politica irachena che potrebbe tentare di porsi su basi quasi-laiche trasversalmente a sette e etnie. E, forse, ci proverà[115].

Intanto, in preparazione non si sa capisce ancora bene di cosa – ma l’Iran viene subito in mente… – esce intanto la notizia che gli Stati Uniti vogliono arrivare a consegnare ai reparti operativi entro il 2010 un nuovo tipo di bomba a penetrazione specificamente disegnata, arrivando sottoterra fino a 60 metri, per esplodere e distruggere bunker a quella profondità… come quelli che potrebbero ospitare laboratori – per esempio – iraniani.

Si tratta di una bomba convenzionale, cioè non nucleare, di potenza dieci volte superiore a quella massima ora disponibile – la più potente finora fabbricata – sotto sviluppo da due anni e ormai in  dirittura d’arrivo. Pesa 13,5 tonnellate, è lunga quasi 7 metri ed è a rilascio gravitazionale, cioè buttata giù dal cielo, da un B-52 o da un bombardiere stealth (invisibile al radar) B2. Per procedere basta, ora, che il Congresso storni a questo capitolo i fondi che ha deciso di risparmiare cancellando la costruzione di altri caccia bombardieri F-22[116].

In effetti, sono cominciate le grandi manovre che, alla scadenza di settembre – scadenza, che Obama si è autoimposta e ha proclamata da solo per accontentare Israele – se Teheran non si piega al Consiglio di Sicurezza – e non ferma, come da richiesta illegittima che gli viene fatta, ogni suo lavoro sul nucleare(che è suo diritto di Stato sovrano portare avanti), compresa ogni ricerca su quello civile (al solito, perché solo l’Iran? perché è notoriamente guidato da una manica di fanatici religiosi? allora, di grazia, perche non anche e proprio Israele, guidato com’è da Netanyahu[117], da Lieberman e, anche, peggio?) – potrebbe anche costringere il presidente americano a decidere tra bombardare l’Iran, lasciare che Israele lo attacchi o procedere comunque a una stretta dura sulle sanzioni[118] che blocchi, ad esempio, l’importazione del 40% di benzina di cui quel paese ha bisogno, ma non può raffinare da solo per i propri consumi.

E’ il tipo di sanzione cui fa riferimento esplicito, in visita a Berlino, Netanyahu scimmiottando, e non a caso, l’aggettivazione che al sostantivo sanzione aveva affibbiato Hillary Clinton: sanzioni crippling, in grado di azzoppare cioè chi le subisce, nel caso in cui l’Iran continuasse a perseguire ricerca e lavoro sul nucleare, di qualsiasi tipo esso sia, lui invoca, anche se il Consiglio di sicurezza non le autorizzasse, anche cioè se fossero totalmente illegali (ma solo contro l’Iran, si capisce). Merkel ha emesso un po’ di suoni più meno compiacenti, invocando anche la fine degli insediamenti israeliani. E Netanyahu non ha, ovviamente, risposto[119].

Questa – dell’embargo della benzina all’Iran – è però una mossa rischiosa, già lungamente studiata dall’Amministrazione Bush e scartata ma che ora si riaffaccia coi falchi in servizio permanente effettivo anche sotto Obama (la Clinton stessa, Biden…). Scartata, allora, perfino dalla banda bushotti perché per funzionare aveva (e avrebbe ancora) bisogno del sì acquiescente – e quanto meno improbabile – di Russia e di Cina, ma anche di quanti importano dall’Iran fiumi di petrolio esportandovi essi stessi benzina (l’Italia, anzitutto…, ma anche la Germania) e che così tutto metterebbero a rischio.

Anche perché Teheran ha già annunciato come reagirebbe: considererebbe un embargo marittimo come un atto di guerra – e lo sarebbe se non fosse votato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza – tagliando per rappresaglia l’export di petrolio e bloccando il traffico marittimo alle petroliere nello Stretto di Hormuz. L’aggressione poi ricompatterebbe ogni conato di divisione interna, ricementando il pese intorno ala sua dirigenza. Oggi, con l’economia globale nel mezzo di una crisi così catastrofica, l’idea è ancora più balzana e il rischio almeno raddoppiato.

L’economia di un embargo sulla benzina poi non avrebbe alcun senso. Dicevamo che il 40% del consumo è importato. Entra nel paese e poi viene venduta insieme a quella raffinata in loco a un prezzo scontato con l’aiuto di Stato di circa 10 centesimi di $ (sui 7 centesimi di €) al litro. Naturalmente il consumo è molto elevato e la benzina così sussidiata viene anche contrabbandata e venduta a paesi vicini.

E’ un costo annuale per l’erario che nell’ultimo decennio è costato dal 10 al 20% del PIL, secondo i prezzi internazionali e il prezzo fissato alla pompa dallo Stato iraniano. E’ un sussidio, questo, che a Teheran tutti i governi hanno invano cercato di ridurre, nessuno di essi riuscendovi (il rischio di reazioni popolari violente ogni volta che ci hanno provato avendoli dissuasi), portando il costo del prezzo al consumo alla media mondiale.

Allora, nel caso, improbabile, che l’embargo comunque riuscisse, il consumo di benzina si ridurrebbe del 40% di combustibile raffinato non più importato e le entrate aumenterebbero perché ovviamente non ci sarebbe più la necessità di pagare, per di più, in valuta la benzina importata. La gente ne soffrirebbe ma, chiaramente, stavolta per la perfidia dello straniero e il governo si troverebbe con altrettanti soldi in più da spendere. Insomma, le sanzioni otterrebbero quello che Teheran ha cercato di fare per anni ma senza alcuna responsabilità del governo. Soltanto arricchendolo!

Insomma, prima di pensare a una simile strategia qualcuno ci dovrebbe pure riflettere. Il fatto è che potrà anche essere facile, forse, il passaggio di una legislazione tanto cretina alla Camera e al Senato, sempre e comunque e a prescindere deferenti ai desiderata di Tel Aviv. Ma gli americani corrono davvero il rischio stavolta – rischio per loro e le loro pretese di onnipotenza – di trovarsi ad applicare sanzioni che non hanno né capo né coda e che sarebbero rifiutate – nei fatti se non apertamente – anche dai loro più stretti alleati.

Per fortuna, però, un blocco navale come quello che nella propria ignoranza qualcuno vorrebbe, l’America che conta e decide non sembra oggi (tra impegni in Iraq ancora e, soprattutto, in Afganistan) interessata a farlo. In ogni caso chiunque ha un po’ di scienza e coscienza dovrebbe adoperarsi per farlo capire, ove non lo capisse, all’America.

Intanto, sorgono nuovi dubbi – e da fonte ufficiale: americana sui tempi reali di una potenziale minaccia atomica dell’Iran. Un Rapporto del Bureau di Intelligence e di Analisi del Dipartimento di Stato sostiene e documenta che l’Iran “non sarebbe in grado” anche se volesse “di produrre materiale di gradazione bellica prima del 2013[120]. Il rapporto è stato consegnato su sua  richiesta alla Commissione ristretta senatoriale sull’Intelligence dopo un’audizione che aveva reso nota la conclusione a febbraio scorso. L’analisi, insiste il rapporto, si basa esclusivamente sulla valutazione delle capacità tecniche iraniane e non su un giudizio relativo a quella che “potrebbe essere la decisione politica di farsi la bomba”.

Di recente, poi, tutto il mondo ha potuto evidentemente notare che nel regime iraniano (e ripetutamente: durante il processo di massa ai rivoltosi, discutibile come tutti i processi di massa e, qui, anche di più; all’inaugurazione della seconda presidenza di Mahmoud Ahmadinejad; nelle dimostrazioni che continuano, anche se più sporadicamente…) appaiono crepe rilevanti nell’architettura stessa del sistema. Anche se non è chiaro per niente come e in che direzione quelle crepe potranno poi effettivamente allargarsi…

Il fatto è che la crisi nel sistema ne ha portato in rilievo una caratteristica che da noi troppo spesso non è stata capita. Che l’Iran è un labirinto di istituzioni in competizione l’una con l’altra, fatte di esponenti politici eletti, non-eletti e designati dall’alto. E’ problematico dire, così, se la Repubblica islamica sia pura teocrazia, democrazia o anche un’oligarchia, perché in realtà è un misto di queste tre forme di regime che concentra, tradizionalmente, il potere nelle mani di un’élite religiosa e in cui il diritto a governare deriva da una fusione di quello che viene percepito come diritto divino e diritto derivato dalla sovranità popolare.

Prima del 2005, quando venne eletto Ahmadinejad presidente, il potere era diviso e spartito tra rifornisti e conservatori. Con la sua presidenza attivista e aggressiva si è aperta una spaccatura tra i conservatori: tra i pragmatici alla Rafsanjani e gli ultra-osservanti alla Ahmadinejad, tra i quali ha cercato a lungo di restare al di sopra, e così di mediare, la Guida suprema della rivoluzione, l’erede di Khomeini, l’ayatollah Khamenei.

Con queste ultime contenziose e discusse elezioni, Khamenei però non ha più potuto astenersi, ha dovuto scegliere e ha scelto per Ahmadinejad, coalizzando contro di sé – ma con quali conseguenze pratiche nessuno ancora riesce a capirlo – i conservatori cosiddetti pragmatici e perciò stesso prudenti e i cosiddetti riformatori contro i conservatori cosiddetti radicali— con la Guida suprema stessa che, pure, manifestamente, li ama assai poco e si innervosisce spesso, apertamente, per il carattere imprevedibile del presidente della Repubblica eletto (forse sì e forse no: ma comunque al potere).

Per questo, adesso, Khamenei ha dato via ad un’ala di conservatori più vicini a lui che ad Ahmadinejad, una specie di terza forza o terzo partito guidata dallo speaker del parlamento, Ali Larijani. Adesso, mentre il primo controlla  – ma con difficoltà non irrilevanti – l’esecutivo, il secondo ha il controllo effettivo del legislativo (che deve dare la fiducia ai ministri di Ahmadinejad e non glieli timbrerà sicuramente a scatola chiusa) e del giudiziario. Insomma, si capisce bene perché da noi si capisca così poco di questo strano ircocervo di regime, delle sue dinamiche contraddittorie, delle sue peculiarità e della fusione, che in effetti poi lo formatta, di democrazia popolare e di derivazione della legittimità del potere dal credo interpretato dai religiosi sciiti.

Che, poi, neanche sono un clero alla maniera nostra… e, comunque, vedono il loro potere diluito da quello che Khamenei stesso lascia spartire a “laici” come Ahmadinejad o Larijani, o alle formazioni  militari di vecchio o nuovo stampo che da lui direttamente dipendono ma ormai formano anche un  potere in sé, e forse a sé, vero e proprio…

Di qui certe confusioni in casa nostra. Così alla fine, a Washington ad esempio, a raffreddare certi bollori più o meno demenziali (ma perché mai gli Stati Uniti, ripete spesso ipocritamente qualcuno anche autorevolmente ma non ingenuamente, faro di democrazia in questo mondo, dovrebbero “riconoscere” un governo antidemocratico come quello iraniano? come se non ne riconoscessero altri, di governi non democratici, gli Stati Uniti…— e sempre concedendo poi che qualcuno, perfino gli USA, abbia l’imprimatur, o il brevetto, della democrazia…), viene il chiarimento.

Il governo americano, cioè, riconosce il governo iraniano di Ahmadinejad. Come era ovvio, e anche scontato, ma ancora non proclamato: e adesso sì, per la frustrazione di tutti i neo-cons e dei loro compari… Lo dice ufficialmente l’addetto stampa della Casa Bianca, Robert Gibbs, che gli USA riconoscono Mahmud Ahmadinejad come “il leader eletto del suo paese”. Al reporter che, puntiglioso, notava come però gli USA non si fossero fatti rappresentare alla cerimonia del giuramento del nuovo-vecchio presidente, Gibbs altrettanto puntigliosamente replicava che “la decisione e il dibattito sulla rielezione sono cose che vanno avanti in Iran, condotte dagli iraniani e che il nostro obiettivo continua ad essere quello di arrivare ad escludere che l’Iran sviluppi un suo programma di armamenti nucleari. Per questo bisogna discutere con chi lì è al governo[121].    

Era chiarissimo che Gibbs descriveva uno stato di fatto non il riconoscimento, di per sé, da parte del governo americano di un diritto.

Poi, ufficialmente, arriva la correzione… semantica[122]. Parziale e formale, ma imbarazzante ed imbarazzata. Ho sbagliato, dice il portavoce Gibbs, non avrei dovuto usare il termine “eletto” proprio perché “la questione della correttezza di quelle elezioni la deve decidere il popolo iraniano. Ma è un fatto che Mahmud Ahmadienjad sia il presidente che ha prestato giuramento nelle forme dovute”.

Pan bagnato, dunque, anche se non zuppa. E bisogna che si rassegni anche chi avrebbe voluto veder trionfare l’altra versione dei fatti, quella della “rivoluzione verde” vincente che, invece, per le strade ha perduto anche se per diversi osservatori ha vinto. Ma solo su Twitter, Facebook e magari YouTube. Insomma, nella realtà virtuale.

Intanto l’Unione europea, nell’unica manifestazione di unità in politica internazionale di cui è stata capace da mesi, decide – come segno non si sa bene di cosa – di delegare all’ambasciatore svedese (la Svezia ha la presidenza semestrale di turno) di rappresentare i paesi aderenti all’inaugurazione della nuova presidenza Ahmadinejad. Dicevamo, manifestazione – a dire la verità, un po’ ridicola – ma manifestazione di unità… Però dicevamo male.

Ci ha pensato la Gran Bretagna a “sottrarsi”. Il governo di Sua Graziosa Maestà ha infatti inviato a presenziare alla cerimonia l’ambasciatore Simon Gass. Per poter continuare a discutere con l’Iran di nucleare e diritti umani, dice. E il balletto diplomatico suona così ancor più ridicolo[123].

Chiude questo giro di pista del chi ci fa la peggiore figura proprio Ahmadinejad, che avrebbe forse più presidenzialmente potuto risparmiarsi di dire la sua nel ridicolo di cui gli altri si erano andati profusamente cospargendo il capo. Addirittura nel discorso inaugurale della sua seconda presidenza dopo il giuramento, riferendosi ai paesi occidentali che non si erano congratulati per la sua ri-elezione, ha tenuto a dire che “nessuno in Iran sta aspettando le loro congratulazioni. A noi interessa poco del vostro approccio scontroso, tanto quanto non ce ne facciamo niente dei vostri sorrisi ipocriti e delle vostre congratulazioni[124]: così però, forse, dimostrando il contrario…

Però, poi, quasi alla vigilia di un rapporto che potrebbe essere importante per offrire o non offrire una motivazione a chi vuole rilanciare sanzioni, agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) vengono ri-aperte le porte per un’ispezione che non era stato loro consentito di fare da un anno (come pure era diritto iraniano: sono ispezioni volontarie) al reattore ad acqua pesante quasi completato vicino alla città di Arak, al centro del paese. “Teheran da sempre sostiene che servirà alla ricerca e a produrre isotopi per utili in medicina, ma i sospetti dell’occidente si appuntano sul fatto che [come tutti i reattori ad acqua pesante] teoricamente potrebbe anche fabbricare il plutonio che serve a fabbricare, a sua volta, la bomba[125].

Il governo iraniano ha anche mollato ora sulle ispezioni alla centrale di arricchimento dell’uranio di Natanz che è dotata già di 7.000 centrifughe. Con i cambiamenti che Teheran ha consentito di fare, come richiesto, alle sue procedure l’AIEA potrebbe anche poter “certificare che queste centrifughe sono effettivamente configurate per produrre uranio per la generazione di elettricità, a basso arricchimento piuttosto che ad alto, quello necessario per produrre le bombe”. Del resto, risulta da autorevoli indiscrezioni diplomatiche e scientifiche in arrivo dall’AIEA stessa[126] che da maggio l’Iran ha smesso di aggiungere altre centrifughe alla catena che sta assemblando a Natanz.

Può essere, probabilmente è, solo una mossa tattica per cercare di disinnescare la pressione in un momento comunque difficile per il regime… Può essere anche un rallentamento dovuto a problemi di ordine puramente tecnico… Può essere, forse, qualcosa di più promettente... In ogni caso, l’AIEA nel suo rapporto al Consiglio di sicurezza l’AIEA riferisce il fatto, dichiarando il 28 agosto che l’Iran, ormai in grado – se vuole – di produrre più combustibile nucleare ne ha ridotto, però, la produzione e commentando di non poterne in ogni caso certificare i motivi[127].

Come di “non poter provare ma anche di non poter escludere che Teheran abbia condotto ricerche per la costruzione di un’arma nucleare”. Una volta, nel Medioevo, si procedeva in casi simili alla “prova di Dio”: se uno messo al rogo come eretico non bruciava, era perché Dio, riconosciuta la sua innocenza, era intervenuto a salvarlo[128]

C’è concreta anche la possibilità che il regime iraniano stia mettendo le mani avanti, cercando di stemperare quella che sembra prepararsi come la nuova – e, in piena franchezza, ingenuamente assurda – pensata obamiana[129]: convincere Israele a bloccare i nuovi insediamenti ebraici nei territori palestinesi legando, appunto, la cosa come do ut des per l’adozione di nuove, dure sanzioni contro l’Iran.

Va specificato, o meglio a noi sembra utile osservare, che quel “sull’orlo di un accordo” del titolo del Guardian citato qui subito sopra, a Nota129, è un po’ come la speranza che sorge talvolta nei malati da una visita a Lourdes. Perché, secondo lo stesso servizio, che non cita d’altra parte alcuna fonte autorevole, “Israele offrirebbe una moratoria temporanea e parziale sull’espansione dei suoi insediamenti in Cisgiordania e gli Stati arabi dovrebbero normalizzare i loro rapporti con Israele stessa”, Cioè, da una parte una “moratoria temporanea e parziale”, dall’altra tutto e subito…

E, infatti, subito, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – che da tempo rischia la credibilità che gli resta con i suoi, visto che la sua disponibilità al negoziato non ha finora portato a niente, anzi al peggio – è costretto a far specificare dal suo aiutante Nabil Shaatz che lui “non negozierà più con Israele – Obama o non Obama, Iran o non Iran – finché Israele non bloccherà tutti i suoi insediamenti nei territori palestinesi e non si impegnerà formalmente alla creazione di uno Stato palestinese[130].

In fondo, come sintetizza l’offerta degli USA a Israele un peraltro innominato “alto interlocutore” americano, “l’Iran, per Israele, è una minaccia esistenziale, gli insediamenti no…”. Ma come dicono i napoletani qui siamo proprio in mano a le criature… giusto a questi qui può venir mai pensato che, malgrado la loro sconvolgente debolezza, gli arabi potrebbero mai dare3 agli israeliani tutto e subito accontentandosi di una “sospensione temporanea e parziale” degli insediamenti di Israele in terra araba: a nessuno viene neppure in mente che anche se, magari, per Israele la minaccia esistenziale potrebbe essere davvero l’Iran – non che lo è: la prova che lo sia non l’ha mai data nessuno – ma che per i palestinesi proprio gli insediamenti sono già, e da tempo, una minaccia esistenziale… nel senso proprio di minaccia alla loro stessa esistenza.

Anche Germania e Francia, quasi in contemporanea e non a caso – la richiesta precisa e insistente è di Obama – trovano il modo di minacciare o, più educatamente diciamo, di “avvertire” che se l’Iran non interrompe i lavori sul programma nucleare si vedranno obbligate a intensificare le sanzioni esistenti.

In ogni caso, ci tiene a puntualizzare il ministero degli Esteri di Teheran, se ci sono davvero paesi preoccupati del programma nucleare iraniano, dovrebbero semplicemente “rivedere le loro strategie e invece di scontrarsi mettersi a interagire con l’Iran”, visto anche come l’esperienza insegna che le sanzioni non funzionano e che, in ogni caso, quelle rivolte contro l’Iran non hanno e non potranno impedire al paese di perseguire i “diritti legali” riconosciutigli, come a ogni altro paese, dal Trattato di non proliferazione a sviluppare la sua tecnologia nucleare[131].

A margine, almeno per ora, dei fatti riguardanti Israele c’è il secco annuncio del premier incaricato in Libano, il conservatore filo-occidentale Saad al-Hariri, che Hezbollah sarà parte integrante del suo governo: sia “che a Israele piaccia sia che non piaccia”, dice esplicitamente, dopo aver ricevuto l’ambasciatore statunitense che s’è fatto interprete – si dice così – delle  preoccupazioni del suo governo ma anche, evidentemente, di governi geograficamente vicini (vicinissimi) che a Beirut non hanno però, ovviamente, la loro rappresentanza diplomatica.

Sono gli interessi del Libano a rendere necessario il coinvolgimento di tutte le parti nel Gabinetto”, spiega. O, almeno, gli interessi del Libano come li percepisce, adesso, anche lui obbligato dallo spostamento di questi ultimi tre mesi del partito social-progressista druso del camaleonte Walid Jumblatt che passa dall’ala american-saudita a quella più filosiriana e più decisa a respingere le “interferenze” americane e gli “interventi armati” israeliani: lui, la tradizionale nemesi storica degli al-Assad di Siria, in questa fase obbliga il Libano a riavvicinarsi alla Siria[132].

Appena si viene a sapere dell’incontro, davvero straordinario e tenuto fino all’ultimo supersegreto, dell’ex presidente americano Bill Clinton con il presidente nord-coreano Kim Jong-il, uno dei massimi esperti americani di Nord-Corea, Daniel Pinkston, dell’International Crisis Group, ha osservato che “tra i due paesi c’è una lunga agenda irrisolta di questioni aperte. E’ del tutto evidente, perciò, che oltre alla questione delle due giornaliste, parlino anche di questo vasto contenzioso. Altrimenti, di certo, non ci sarebbe andato un ex presidente degli Stati Uniti, in particolare visto che la moglie è, poi, proprio la segretaria di Stato[133].

E questo, ovviamente e proprio, malgrado ogni diniego formale e scontato di qualsiasi collegamento tra la missione “umanitaria” di Bill Clinton e ogni altra incombenza politica… Ha aiutato, si è anche appreso a margine, che Bill Clinton nel 1994, alla morte di Kim Il-sung, avesse discretamente fatto pervenire a Kim Jong-il le sue personali “condoglianze”. Chi, tra i coreani aveva lanciato per primo l’idea facendo sapere all’ex vicepresidente Al Gore da una delle giornaliste arrestate che una visita di Clinton sarebbe stata “apprezzata” dal Caro Leader che avrebbe gradito di poterlo ringraziare per il suo gesto…

Poi, giocava sicuramente anche l’autorevolezza di un ex presidente, per di piò anche sposato all’oggi segretaria di Stato… Tanto più che, qualche giorno prima del viaggio del marito, Hillary Clinton, che malgrado il suo ruolo attuale non è mai stata un gran campionessa di diplomazia, se n’era uscita paragonando le “provocazioni” dei governanti di Pyongyang (il lancio di missili a corta e media gittata, l’arresto di chi sconfina senza passaporto e visto: che, nel caso di specie, sono provocazioni perché sono appunto nord-coreane; quando e se li fa qualcun altro, tutto regolare…), a quelle di “ragazzini desiderosi di attenzione”. Battute “volgari” e anche un po’ “buffe”, le aveva subito chiamate il ministero degli Esteri nord-coreano.

Ma due giorni soltanto prima del viaggio e, ovviamente essendone lei a conoscenza, Hillary aveva aggiunto che da parte americana “tutti [governo compreso, dunque: non una scusa ufficiale, dunque, ma un sorry che include anche il governo, alla lettera] sono enormemente spiaciuti per l’incidente nel quale sono incorse le due giornaliste[134]: di fatto ammettendo, così, che il 17 maggio del 2009 le due intraprendenti croniste erano sconfinate dal territorio cinese a quello nord-coreano (questo il motivo dell’arresto: ora, dietro la richiesta formale USA e la presentazione delle loro scuse, Kim Jong-il le ha amnistiate).

Stavolta, probabilmente, aveva anche ragione. Nel senso che negli ultimi mesi Pyongyang ha anche aumentato le tensioni come mezzo, forse, di pervenire, riuscendoci, a quello che secondo gli analisti americani più tradizionali era il suo vero obiettivo da mesi: costringere l’America ad impegnarsi direttamente in colloqui bilaterali. Solo la settimana scorsa Pyongyang aveva detto formalmente di essere disponibile a discutere dei suoi programmi nucleari.

E non a caso, ad accogliere Bill Clinton all’aeroporto Sunan (—autosufficienza) della capitale, c’era il negoziatore della Corea del Nord per gli affari nucleari che è anche vice ministro degli Esteri. D’altra parte, come commenta Pinkston, riferendosi alla stupida cocciutaggine di tutti i falchi in  materia, “se non si offre altro che il bastone, sempre, qual è l’incentivo a cooperare quando poi a uno si chiede di farlo”?

Non è, naturalmente, l’opinione dei super-reazionari d’America, quelli che con i risultati ormai visibili a tutti, ogni problema lo risolvono a forza di bombe – ma mandando al fronte, ovviamente, i figli degli altri, mai i loro – come il superfalco John Bolton, ex ambasciatore all’ONU di straforo (nomina mai ratificata dal Senato) di Bush[135]. Il cui argomento, praticamente unico, è che  negoziare coi coreani del Nord, uno dei regimi dell’ “asse del male” come lo definiva il suo amato Bush, dà un segnale di debolezza al nemico. E non il contrario, eh?, non sia mai detto.

Resta il nodo di fondo: la bomba di Pyongyang che, al contrario di quella di Teheran per ora inesistente ma possibile, per la Corea del Nord è un’assicurazione reale e una potenziale arma di pressione mentre per gli USA è un problema e una potenziale arma di ricatto. E’ questa oggi la sostanza del contenzioso tra i due paesi, irriducibile nella sua radicalità. La Corea del Nord ha voluto la bomba per sottrarsi al peso schiacciante e condizionante di un paese dichiaratamente avversario (“l’asse del male’) che da sempre – verso i propri avversari, specie se sprovvisti di difese adeguate e, soprattutto, “credibili” per potere di deterrenza – avanza come una macchina schiacciasassi (Vietnam, Iraq…).

Magari anche inventandosi le occasioni per fare la guerra (Vietnam e l’incidente del Golfo del Tonchino, Iraq e le cosiddette, inesistenti, armi di distruzione di massa pronte a colpire Buckingham Palace in tre quarti d’ora…) o per rovesciare i regimi e i governi, magari democratici anche – in decine di casi – che non gli vanno bene (alla fine di questo capitolo, e a titolo informativo, abbiamo preparato una lista “storica” degli interventi americani nel mondo: da un testo che più ufficiale, poi, non si può…).

Ecco, il deterrente nucleare serve come strumento per rendere troppo costoso agli Stati Uniti trattare in questo modo la Corea del Nord: trattarla, cioè, come ha trattato Saddam, lasciando invece in pace e anzi schierandosi a difesa di chi, come i regnanti sauditi poi, quanto a diritti umani si comporta anche peggio di lui. Dal punto di vista statunitense, ogni accordo passo per passo o comunque centellinato rappresenta un altro possibile ripensamento, poi, dei nord-coreani e per essi, perciò, politicamente insostenibile. In definitiva: le parti aspettano ambedue che a capitolare sia l’altra, nessuna delle due ha fiducia nell’altra tanto da fidarsi delle sue intenzioni.

Per ora riparte forse, con Clinton, il dialogo. Anche se ancora non è proprio negoziato. E anche se risolvere il contenzioso nucleare sarà tutta un’altra questione. E se sarà possibile, bisognerà forse farlo con uno scambio: ma non basterà scambiare le bombe e le tecnologie nucleari nord-coreane per qualche decina o centinaia di tonnellate di petrolio e di grano o di riso.

Ci vorrà un trattato di pace bilaterale in vera e propria forma, tra Stati Uniti d’America, del Sud e Corea del Nord al posto dell’armistizio che regge e traballa dal 1953; ci vorrà la conseguente normalizzazione dei rapporti diplomatici ed economici dei due paesi; e la ratifica formale da parte del Senato americano del nuovo accordo.

Altrimenti Pyongyang non rinuncerà alle sue armi nucleari, che l’America stessa conta del resto sulle dita di una sola mano al massimo[136], di fronte a quelle americane che sono dislocate a centinaia[137] in tutta la Corea del Sud e puntate contro il Nord. Solo che un Trattato in buona forma con la Corea del Nord al posto dell’armistizio è la negazione di tutta la linea americana nel Sud-Est asiatico dalla seconda guerra mondiale in poi. Ed è forse il tabù più tabù della politica estera americana dai tempi della guerra fredda.

Ci si può rassegnare e anche, forse, accettare un armistizio con un nemico irriducibile – la guerra di Corea, gli americani, in fondo non l’hanno mai vinta; come neanche quella del Vietnam; e altre…, parecchie altre – ma riconoscergli pari dignità in diritto internazionale questo no. Noi siamo l’America… Per questo anche Obama dice no, adesso, a colloqui diretti con Pyongyang. Si terranno solo nell’ambito di quelli del sestetto organizzati da Pechino, se si terranno… Perché non osa, neanche lui, infrangere il tabù[138]. O, forse, non ritiene opportuno emarginare i cinesi.

Solo che, oggi, davvero, non si può mai dire mai…   

Appena entrato in carica, il nuovo segretario generale della NATO, l’ex premier danese Anders Fogh Rasmussen, si è affrettato a ammonire che ONU ed Unione Europea devono lasciarsi coinvolgere in Afganistan[139], sia sul piano militare che su quello civile: nella guerra contro i talebani come nella ricostruzione di quel paese.

Questa è la priorità numero uno dell’Alleanza, ha detto (la NATO, quest’anno a agosto ha già dovuto celebrare un funerale militare in più per militari di paesi del’Alleanza che in tutto l’anno passato: 295 contro 294), anche se poi in assenza di qualsiasi decisione di questo genere da parte dell’Alleanza stessa – che ne ha discusso prima su istanza di Bush, poi anche di Obama: ma mai niente del genere ha deciso e, tanto meno, collettivamente discusso… – ha dovuto specificare che questa è, sarebbe, la sua priorità come segretario della NATO. Poi, ha pensato bene di aggiungere che la stessa priorità se la dovrebbe dare anche l’ONU. Ma, anche qui, non ha spiegato perché… Insomma, ipse dixit.

Poi ha perseverato, spiegando che, anzi, sempre secondo lui, la NATO dovrebbe mettere insieme un corpo di spedizione e di occupazione combinato di almeno 400.000 militari, grosso modo il doppio di quello attualmente presente[140]… E ha pensato male di aggiungere, stilando una specie di suo personale programma – e cominciando assai male il mandato, nel senso che nessuno appunto aveva e ha mai chiesto a un segretario generale, un alto funzionario esecutore di strategie per lo meno teoricamente da definire solo collettivamente e comunque mai da lui, quale sia il suo programma – che le altre due priorità sono migliorare il rapporto della NATO coi russi dopo la guerra russo-georgiana e quello con gli Stati “moderati” dell’Africa del Nord e del Medio Oriente…

Però, evidentemente, sapendo benissimo quel che gli sarebbe stato chiesto là dove si puote quel che si vuole e più non dimandate, Rasmussen aveva solo anticipato il messaggio americano[141]. Che, infatti, arriva solo pochi giorno dopo.

Anche coi nuovi influssi di 17.000 soldati americani, esso dice, e con tutti gli incrementi a livello di sicurezza mesi in piedi per le elezioni, la situazione in Afganistan va rapidamente deteriorandosi e I militari americani dicono che il loro numero nel paese è insufficiente[142]. Gli insorti sono all’offensiva in tutto il Sud afgano coi talebani e all’est con il clan degli Haqqani, il capo dei quali, Jalaluddin, era stato un combattente famoso dell’insurrezione anti-sovietica degli anni ’80[143], poi preconizzato da Karzai come suo primo ministro ma che da qualche anno è passato a guidare la nuova guerra santa contro l’invasore, stavolta americano…

Il nodo, quello di fondo che sarà prima o poi necessario tagliare, e al quale dovranno rispondere prima o poi – absit iniuria verbis – sia gli Obama sia i Berlusconi, sia i Robert Gates che – ri-absit iniuria – gli Ignazio La Russa, è, però, un altro. Prima di porlo, forse, una volta tanto, vale la pena di esaminare una per una le ragioni che l’America è andata via via adducendo per motivare il suo intervento e portarsi dietro, in forma più o meno simbolica – ma i morti non sono mai simboli: da una parte e dall’altra – molti alleati: inglesi, berlusconidi vari e, anche, in qualche modo, i pieddini: tutti a silente e, spesso, menzognero rimorchio.

• La prima menzogna, e la più pervicace, è che siamo in Afganistan, anche noi con gli americani, perché così teniamo lontani i terroristi dalle nostre strade: quando così, in realtà, andiamo formando legioni di terroristi lì e aumentiamo il pericolo del terrorismo qui…

• Il gen. Petraeus, l’architetto della strategia americana – chiamiamola pure così – da tutti gli alleati assunta e mai da nessuno discussa, ha dichiarato, dopo tanti altri a partire dal Bush minore ma anche da Obama, che gli attentati alle Torri gemelle vennero pianificati in Afganistan. Come dire?, questa motivazione è finta: forse Osama bin Laden era in Afganistan, ma se fosse stato a New York, a Londra, a Parigi o a Roma non avrebbe fatto alcuna differenza. Chi ha condotto lo scempio dell’11 settembre erano quasi tutti cittadini sauditi, risiedevano anche in Germania e in Egitto e, alcuni di loro, erano stati addestrati alle più elementari manovre di volo in scuole organizzate e gestite in Florida dalla CIA, altro che da presunti club di volo privati…

• E c’è poi la straordinaria verità rivelata alla Casa Bianca, il 9 novembre 2008, negli ultimi giorni della presidenza di Bush, dalla sua addetta stampa Dana Perino[144] che, alla domanda sconcertata di un giornalista che l’aveva sentita imputare a un personaggio come Khalid Scheikh Mohammed la responsabilità dell’11 settembre le domandava esterrefatto se non era di bin Laden che voleva parlare risponde seccamente che “no, che  la mente dietro il complotto non era lui ma era proprio Khalid Sheikh Mohammed, che in questo momento è in galera[145]

Badate bene, Khalid è cittadino kuwaitiano e pakistano e in Pakistan è stato arrestato dai servizi segreti del suo paese… e, in base al processo americano, in Afganistan non risulta neanche essere mai stato. Tra l’altro, dopo il suo trasferimento in mani americane, nel tempo e anche sotto tortura, si è trasformato nel più attendibile informatore al servizio della CIA su al-Qaeda, quanto ha fatto e quel che pianificava[146]

• E avete preso nota della distinzione quando vigente e quando no, a seconda della convenienza, tra complotti pianificati in Afganistan o in Pakistan o sulle montagne a cavallo tra Pakistan e Afganistan, là nel Waziristan? Ma dov’è che vennero effettivamente pianificati gli orrori dell’11 settembre? che ai montanari afgani sono costati un milione di morti, se bastano, e quattro di sfollati?

• Avete notato come i nostri politici non parlano mai del fatto che dal 1996 al 2001, quando i talebani erano al potere la produzione di oppio nella provincia di Helmand era stata del tutto sradicata? Coi nostri quotidiani che continuano a dire come i talebani si finanzino con l’eroina, 100 milioni di $, dicono… Come lo sanno? chi glielo ha detto? e quali, tra la quindicina di gruppi in cui è sparpagliata ormai la costellazione talebana senza alcun comando unificato, sarebbero i destinatari della manna? Ma ci si può fidare di simili giornali e di simili portavoce?

• Miliardi e miliardi di $, in varie forme, sono stati rovesciati sull’Afganistan dal 2001, ma alla popolazione afgana, ai più poveri, non è arrivato praticamente niente, se non per il lavoro di qualche ONG, ovviamente sospetta e sospettata perché qualche aiuto (1 su 100, forse) ha cercato di darlo. La verità è che le condizioni della povera gente afgana sono peggiorate dal 2001 e, con la guerra, è anche ovvio. Come ovvio, non fosse altro che per questo, e a parte le affinità ideologico-religiose, diciamo così, è che allora secondo tutti gli osservatori (leggi anche solo la documentazione di parte insospettabile che qui abbiamo riportata) gli afgani spesso appoggino i talebani.

• E la condizione delle donne (con l’eccezione, poi dubbia, delle famiglie privilegiate che abitano soprattutto a Kabul) forse è perfino peggiorata – anche se sembra impossibile dirlo: ma leggete, sempre qui sopra, le testimonianze delle leggi e dei fatti) – dai tempi dei talebani grazie alla presenza ingombrante dei signori della guerra e della loro mentalità almeno tanto feudale quanto quella dei talebani stessi.

Ha detto John Simpson, commentatore principale di politica estera della BBC – coraggiosamente  sia rispetto agli standard di media superficialità patriottardica ormai consueti anche alla sua una volta gloriosa testata e vista l’ipersensibilità permalosa del suo governo sulla faccenda (ma, se fosse stato in Italia, il presidente del Consiglio lo avrebbe sicuramente tacciato di traditore della patria) – che se metà dei soldi spesi in Afganistan per la guerra, non ci sarebbe proprio la guerra. Forse un po’ una semplificazione, ma anche un barlume di verità nella nebbia di questa guerra.

Dopo questa, ci scusiamo, certo lunga premessa che speriamo però chiarificatrice, si può ora arrivare al vero nodo di fondo che emerge alla fine di ogni altra considerazione— storica, strategica, politica, anche di pura e semplice umana decenza: che, cioè, prima o poi, meglio prima che poi, bisogna decidersi davvero a capire come, forse, sia meglio lasciare che tutti i popoli seguano il percorso autoctono del loro sviluppo senza interferire in nome di valori che magari non sono neanche i loro.

In altre parole, gli afgani stavano “meglio”, da tutti i punti di vista, col feudalesimo di re Mohammed Zahir Shah, coi regimi pro-sovietici di Babrak Karmal o Mohammad Najibullah e il loro regime laico nazional-comunista, col mullah Omar e i suoi talebani, o con gli americani e i signori della guerra che, insieme a Karzai, loro sostengono? Perché, per noi occidentali, il problema dell’Afganistan è un problema di onestà. Di essere onesti con noi stessi, anzitutto.

I nostri politici – diciamo, gli americani: da Bush e ancor oggi, con gli altri tutti, più o meno silenziosamente, accodati – erano convinti di poter invadere l’Afganistan, sostituirne a modo loro il governo, installare un regime di proprio gradimento – più o meno fantoccio, ma fantoccio di certo, per definizione: perché scelto da loro –, difendere quel regime e sconfiggere chi a esso si opponeva, anche – se necessario, mica per cattiveria, se necessario… – distruggendo il paese per disintegrare al-Qaeda e distruggere i talebani, per poi ricostruirne l’infrastruttura distrutta servendosi anche dei favoleggiati proventi del famoso gas-oleodotto progettato già al tempo dei talebani. In una missione di civilizzazione e di modernizzazione che, in ogni caso, si sarebbe ripagata anche quasi da sola la spesa…

Tutto, poi, a buon mercato. Cioè, senza spendere molto: in soldi, in vite umane, in sacrifici e tasse per pagarsi la guerra… Questa era la premessa di tutta l’avventura, così come l’avevano calcolata, facile facile e a buon prezzo, nella loro sconfinata presupponenza e ignoranza di storia, geografia, antropologia ed economia, Rumsfeld, Cheney e Bush e i neo-cons che s’erano inventato tutto il disegno.

Eccola la bugia sesquipedale su cui questi geni della geo-politica hanno fondato la vendita della loro avventura all’opinione pubblica occidentale: che la guerra era una missione umanitaria, oltre che di civilizzazione, di riscatto, di libertà, ecc., ecc. e, anche, che si potesse fare il tutto quasi per niente. Questo aveva creduto la gente, soprattutto là dove più era necessario che ci credesse, in America, questo era stato predicato e fatto trapelare dai media appecoronati, o anche soltanto impigriti, che copiano i comunicati ufficiali e mai farebbero domande scomode alle conferenze stampa rosate, bevendo tutto come fatto mai a dubbio soggetto perché lo dice il padrone.

Adesso, però, è diventato impossibile tenere in piedi questo castello di sabbia. E questo è il problema. Come si tiene in piedi una guerra costruita sulla menzogna eretta a politica di Stato, un’avventura che si sta facendo ogni giorno più costosa in vite umane bruciate – le loro e le nostre – in costi per l’economia da sostenere nel mezzo di una crisi finanziaria e economica che non consente di sprecare risorse, senza dire alla gente la verità?

Cioè, che a prescindere da ogni altra considerazione – come giustizia, pace, rispetto degli altri, proporzionalità fra fini (e solo quelli nobili, poi…) e mezzi – tenere sotto controllo un paese come l’Afganistan avrebbe bisogno, forse, di mezzo milione, forse – data la specifica, selvaggia conformazione orografica e la frantumazione etnica del paese – di un milione di uomini in armi, sul terreno e su base permanente. Qui e oggi, quando già da noi, e soprattutto da loro, in America, non  ne possono più della montagna di vite, di soldi e di menzogne sopportate finora.

Ma allora perché non dichiarare onestamente la laida verità che, magari, può anche convincere qualcuno? Che nessuno di noi è lì davvero per la democrazia, per i diritti delle donne, per educare qualcuno a qualcosa, magari anche solo a leggere e scrivere, o per ricostruire la nazione afgana. Che al-Qaeda, la grande scusa, ormai s’è da tempo trasferita nei suoi accampamenti e nelle caverne del Pakistan. E che la guerra è motivata – per qualcuno magari, se detto così, onestamente – dal rifiuto talebano dei tardi anni ’90 di consentire alla compagnia petrolifera UNOCAL americana di stendere in territorio afgano l’oleodotto che avrebbe aperto all’occidente le abbondanti riserve di petrolio del bacino del Caspio.

Adesso c’è questa mezza arlecchinata delle elezioni a Kabul… Non lo diciamo noi, spiega bene invece perché non avrebbe potuto essere altrimenti – e giorni prima che queste elezioni si tengano – un lungo, articolato, scrupoloso e documentatissimo servizio sul NYT di una delle più attente e capaci reporters investigative d’America, una giornalista-analista di quelle/i che di quando in quando risollevano il prestigio, ogni tanto sputtanato dal servilismo filo-patriottardico, del più grande giornale del mondo[147]. Un lungo articolo che è impossibile anche solo provare a riassumere, ma che – di cuore e di cervello, diciamo – raccomandiamo di leggere a qualunque nostro lettore che sia in grado di farlo. Qui, dunque, siamo costretti a limitarci a segnalarlo. E’ meglio di niente, no?

Invece, col permesso di chi eventualmente voglia leggerci, avanziamo qualche altra considerazione.

Intanto va rilevato, anche per come è stato montato e presentato, il giudizio ufficiale – afgano e americano: che poi è quello che, superficialmente, nei fatti ancora a breve almeno, più conta – che il NYT sembra, naturalmente, far suo annotando debitamente che Le elezioni sono chiamate un successo malgrado gli attacchi[148] perché, anche se hanno votato la metà degli afgani del 2005 (e poi…), il governo afgano dice che ha votato un numero sufficiente (comunque, sì e no, un terzo appena di chi poteva votare) da “annullare lo sforzo degli insorti di deragliare il voto”.

Insomma, manco s’era depositata la polvere sulle urne che, appunto, “governo americano, Nazioni Unite e Unione europea salutavano le elezioni come un successo, lodavano gli elettori come eroi e gli scrutatori per la loro (relativa) efficienza. E verrebbe da ridere, se non fosse una vera e propria vergogna. Il voto è stato seriamente colpito dalla violenza e da imbrogli su vasta scala e non è affatto probabile che i risultati siano in grado di placare una popolazione già frustrata da otto anni di cattivo governo e di corruzione dilagante[149].      

Proprio come la volta scorsa, quando un estatico funzionario dell’ONU fuori di un seggio mostrava alle telecamere il dito macchiato di inchiostro di un elettore spiegando, urbi et orbi, che dicendo che “questo è quel che significa democrazia”.

Ma non era vero allora, come non lo è adesso. Non si bombarda un paese a tappeto, non si occupa e non se ne ammazza per sette anni la gente – neanche i neo-cons arrivano ad affermarlo – solo per amore del loro diritto a votare. La guerra, invece, è stata fatta e continua per punire i talebani colpevoli di aver ospitato Osama bin Laden. La punizione c’è stata.  Quel che proprio non c’è è invece la democrazia. Che in Afganistan, come altrove e più che altrove, non arriverà mai sulla canna di un fucile – quella era le rivoluzione, semmai… e, poi… – e tanto meno dalle bombe a grappolo che piovono dal cielo. La lotta per una forma di democrazia sentita propria sarà lunga e difficile se quel valore, come quello del rispetto dei diritti umani e dei diritti della donna, dovrà mai essere percepito dalla gente come proprio e non trapiantato per forza.

Per questo, questa facciata di democrazia non convince, anzitutto non convince gli afgani, neanche quelli che hanno votato perché forse, coi signori della guerra e le forze di sicurezza sul collo, rischiavano alla fine forse di più a non votare poi che a votare. E, poi, i nostri governi, qui in occidente, quelli che lì intervengono e troppo spesso bombardano per far affermare la democrazia in quelle antichissime terre selvagge, i nostri – da Obama a Ignazio La Russa, per dire – non sono forse quelli che della democrazia dimostrano ogni giorno di fregarsene, visto che le loro opinioni pubbliche a quell’intervento sono sempre più ostili?

Certo, in Afganistan il voto, anche se vince Hamid Karzai o Abdullah Abdullah, e non il preferito degli interventisti umanitaristi, di molte ONG occidentali e del governo Obama, Ashraf Ghani, in un’elezione sicuramente bacata ma a quanto pare anche vivacemente contestata, è meglio di quello che c’era prima, col nuovo-vetero fondamentalismo islamico dominante dei talebani. Ufficialmente, dopo una settimana dal voto, sul 10% dei voti scrutinati, a Karzai grosso modo è andato il 40% dei suffragi e a Abdullah il 39%, secondo la Commissione elettorale (poi, a scrutinio si dice fatto al 20%, il 44 e rispettivamente il 35%).

La verità che man mano emerge prepotente, però, dalla conferma del caos politico e  procedurale e del cumulo inestricabile di spaccature tribali e etniche che ha marcato il voto (gli uzbeki che hanno votato hanno votato gli uzbeki, i tagiki per i tagiki…) e di imbrogli che ha tappezzato tutto il primo turno per tutti i candidati[150], adesso si inasprisce andando alle presidenziali al secondo turno.

A Washington, almeno, la preoccupazione trapela e sfonda la cortina dell’ottimismo di maniera come non riesce a fare da noi. Dice Obama che il risultato rispecchia “abbastanza onestamente” la volontà degli afgani: e quell’abbastanza (fairly) dice quasi tutto. E’ che montano le indicazioni di brogli[151]: urne pre-riempite di schede, mancanza sfacciata di imparzialità tra gli scrutatori, elettori che hanno votato pur con il dito macchiato – ma di inchiostro ben lavabile[152] – due, tre e più volte. E donne, tante, che non hanno proprio potuto votare, certo sotto la pressione dei talebani ma anche, e come, di tanti patriarchi feudali, vassalli e valvassini dei signori della guerra al governo o vicini al governo…

E la Commissione di controllo delle elezioni, messa in piedi, pur chiudendo tutti e due gli occhi e anche il terzo, dall’ONU, con Karzai e Abdullah a proclamare ambedue di essere i sicuri vincitori del primo turno adesso dice che l’ “Esame dei reclami per frode potrebbe ben cambiare l’esito del voto[153]. E a questo punto neanche Karzai, che ci aveva provato a proclamarsi vincitore, dichiara più di aver vinto con la maggioranza assoluta, saltando così la necessità, formale, del secondo turno: piuttosto, insiste nel dipingere se stesso come l’unico tra i candidati a essere capace di tener testa – e ce n’è bisogno, dice – agli americani[154].

Aumenta la sensazione che, a questo punto, il nuovo o vecchio presidente si troverebbe ancora più in debito di quello uscente proprio con loro, i paci e capetti locali e che, anzi, a questo punto la battaglia potrebbe ben essere condotta su un crinale pericolosamente settario, tra l’etnia pashtun maggioritaria di Karzai e quella, possente anche se minoritaria, tajika di Abdullah.

Non farebbe nessuna differenza così, alla fine, chi vincesse  in uno Stato sempre più disfunzionale e fallito come quello che continuerà (forse) ad esistere poggiando sulle baionette americane e inglesi e, anche se un po’ più riluttanti, italiane in attesa che tutto si riapra quando, alla fine, ce ne andremo e resteranno a casa loro, a decidere da loro, gli afgani, che futuro vogliono e sono in grado di darsi.

Una “cleptocrazia, non una democrazia”, questo è l’Afganistan racconta nel suo nuovo e importante libro appena uscito[155] la più giovane e coraggiosa parlamentare afgana, Malalai Joya, che non si sa ancora se è stata rieletta; ma che venne sospesa dal parlamento per aver insultato, rischiando davvero la vita, chiamandoli però col loro nome di assassini di massa e signori della guerra i principali alleati di governo di Karzai, come il massimo produttore di droga afgano (giura la CIA[156]) e probabile nuovo vicepresidente Mohammad Qasim Fahim e il massacratore all’ingrosso di qualche anno fa di migliaia di prigionieri talebani e suo grande elettore, Abdul Rashid Dostum.

E’ stata sempre Malalai ad affermare che con le donne e i loro diritti, ad esempio, come del resto mostra la legislazione che Karzai ha sponsorizzato e firmato, non è che la “democrazia” di oggi sia più benevola o rispettosa di quella dei talebani. E non spetta certo a noi, o alla Casa Bianca, contestarglielo!

Il dramma vero è che, anche se Obama asserisce (ultimo a inizio agosto il suo consigliere per la sicurezza interna, John  Brennan) che lui ha smesso di fare “la guerra globale al terrore” di Bush, qualsiasi sia il nome che le ha dato ha comunque “escalato” la sua guerra in Afganistan, ha subito aumentato di 17.000 soldati, e aumenterà ancora, il contingente e sta chiedendo agli alleati di aumentare il grado di “attivismo”, cioè di prontezza al combattimento, del loro.

Il nemico, i talebani, in fondo chi sono davvero, al di là di ogni demonizzazione, meritata o no che essa sia? Racconta di sé e di loro un contadino afgano che vive sulle montagne, intervistato da un giornalista iracheno per il Guardian, che “la situazione, in verità, è molto semplice. Noi siamo mussulmani, siano gente tribale, i talebani sono mussulmani e sono delle stesse nostre tribù, i soldati stranieri non sono mussulmani e nessun referendum ha chiesto mai alla gente di farli venire qui. La volontà di Allah ci dice di combattere l’occupazione e per questo la gente è contraria all’occupazione. La gente ideologicamente è del tutto simile ai talebani. Per questo loro non si nascondono. Perché vivono tra la gente[157].

Questo, riconosce senza dirlo così, si capisce, anche il comandante americano sul campo, il gen. McChrystal, confessando al WST che, appunto, sul campo, “i talebani ora stanno vincendo[158] (forse aveva letto almeno il titolo del servizio del giornalista iracheno che abbiamo appena citato). Poi in un’altra intervista McChrystal la combina anche peggio: prima asserendo, ma senza dimostrazione alcuna, che “dal 2001 ad oggi le capacità del governo afgano sono migliorate”; poi facendo rilevare che i “talebani oggi pongono una sfida concreta alla sovranità dell’Afganistan” (ma, non era migliorato tutto? “dal 2001 ad oggi”?); infine, affermando di essere certo, comunque, che “noi – lui, cioè – non perderemo ma vinceremo nella lotta con gli insorti[159]. Perché? perché lo dico io, poffarbacco!.

E sempre questo spiega, forse, perché Karzai faccia ora passare una legge che, visto il supporto senza ritegno che gli viene dall’occidente, da noi, non dovrebbe da chi lo sostiene coi soldi nostri almeno, essergli consentita. Perché noi mussulmani, e di quella lettura dell’Islam poi, certo non siamo.

Vogliamo dire che sarebbe intollerabile, che è intollerabile, se e quando una cosa del genere la vogliono i costume tribali e settari dei talebani; ma quando l’uomo che l’occidente sponsorizza non solo con quattrini suoi ma anche con centinaia e migliaia di vite di suoi soldati firma una legge che stabilisce essere un “diritto degli afgani di rifiutare alimentazione e sostegno alle mogli che rifiutino le domande sessuali dei rispettivi mariti”.

E’ una legge che vale solo per i mussulmani sciiti, ha spiegato Karzai, necessaria, anche se aveva promesso di opporsi, per fargli acquisire l’appoggio dei loro capi evincere le elezioni. E, questo, con tutto il rispetto delle diversità culturali, ecc., ecc., almeno questo, noi non dovremmo proprio accettarlo. E tanto meno accettare di pagarne a pie’ di lista il conto…

Dice Karzai che la legge, però, è stata rivista. Ma la versione che il parlamento afgano alla fine ha passato afferma adesso, letteralmente, che basandosi sul principio del “Tamkeen”, una specie di convenzione di tipo contrattuale che definisce i doveri delle parti in un rapporto di lavoro, specifica, “la disponibilità della moglie a sottomettersi al godimento sessuale legittimo del marito e al divieto, che è il suo, di uscire dalla casa eccetto che in caso di necessità estrema, senza il consenso del marito” E aggiunge: “se qualsiasi delle disposizioni di cui sopra non viene osservata dalla moglie, ella è considerata disobbediente[160]. Dalla legge, che oggi è in vigore. Anche col nostro silente consenso, signora Boniver e, per par condicio, anche signora Bonino…

Del resto, di tutti i paesi del mondo solo gli Stati Uniti d’America non si sono mai peritati di ratificare – e nessuno dei presidenti che da Reagan in poi si sono succeduti ha mai fatto la battaglia necessaria a far ratificare – la Convenzione del 1979 per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Il fatto è che la Convenzione venne approvata subito da 64 Stati e ratificata dopo nemmeno un anno dal numero di paesi necessario a farla entrare in vigore[161]. Oggi sono 185 i paesi membri dell’ONU aderenti. Ma questo è il problema. Tutto quello che è firmato ONU puzza per gli Stati Uniti perché, anche se solo sulla carta, sembra metterli alla pari degli altri Stati. Il che non sia mai detto…

Alla fine della giornata elettorale, il 20 agosto, sintomatico sembra proprio che, a giudizio sempre del NYT, la questione numero uno – in pratica l’unica – che il paese ha discusso – quando ha discusso – sia stata non se ma quando e con chi è meglio negoziare come capo nominale di uno Stato, dopo tutto,  anch’esso nominale, la pace o, comunque, una qualche tregua coi talebani[162]

Il nodo è che forse davvero, come scriveva Karl Marx, “la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa[163]. In ogni caso, la conferma è che la storia non sembra mai insegnare niente a nessuno. Date un’occhiata a come inizia la stesura della Voce sull’ “Afghanistan” una vecchia edizione dell’Enciclopedia Britannica[164]: “Questa mal pianificata e azzardata avventura era carica dall’inizio degli elementi di un’inevitabile fallimento. Un governo imposto su un popolo fieramente libero da armi straniere è sempre impopolare; quel governo è incapace di stare in piedi da sé; e gli ausiliari stranieri che gli danno una mano si trovano presto, così, obbligati a scegliere fra il restarci per puntellarne il potere o ritirarsi con la probabilità che esso crolli dopo la loro partenza”. Già, appunto…

Intanto gli americani, il governo, a fine agosto sembrano aver già deciso come andrà a finire o, meglio, mostrano chiaramente già di saperlo. Prendendo atto, ormai, che il voto è irrimediabilmente fasullo (“gli osservatori internazionali che hanno lavorato per mesi in Afganistan, dicono ormai che il problema è quello di una corruzione sistemica e istituzionalizzata[165]: c.v.d.), Richard Holbrooke, inviato speciale della Casa Bianca in Pakistan e in Afganistan, preme – e fa sapere di premere – sul presidente ancora in carica.

Gli USA vogliono che, tagliando via dubbi e imbrogli, Karzai accetti in ogni caso il ballottaggio dichiarandosi già da oggi pronto a formare un governo di coalizione. Non, però, con il candidato che con lui andrebbe al secondo turno, Abdullah Abdullah, ma col candidato vero di Washington, l’ex ministro delle Finanze, Ashraf Ghani[166], uno che ha lavorato alla Banca mondiale e nella capitale americana per molti anni e che già qualche mese fa gli americani avevano provato a sostituire allo steso Karzai. Allora senza successo.    

Riaffaccia, intanto, contraddittoriamente, la sua brutta faccia al sole delle notizie la questione delle torture e del trattamento riservato dagli americani, e non solo in passato, ai detenuti della loro guerra al terrore e delle loro occupazioni militari in giro per il mondo. Per il passato, ora pare che il Dipartimento della Giustizia abbia deciso di aprire un’inchiesta sugli episodi più noti di tortura sponsorizzati o diretti dalla CIA. E, per il futuro viene fuori ora che, Obama o no,  Gli USA annunciano di voler continuare la pratica delle renditions forzate, anche se sotto maggiore supervisione[167].

Le cosiddette renditions sono, naturalmente, i trasferimenti forzati ed extra-legem di detenuti sospettati di terrorismo in custodia di altri Stati cui lo chiede l’America, chiedendo anche loro (più di frequente che ad altri, pare a Marocco, Egitto e Siria) di “interrogarli” in maniera tanto “convincente” da farli parlare.

E il problema per l’America si conferma sempre lo stesso. Viene percepita ­– dovunque nel Terzo mondo, malgrado la presenza di Obama (percepita, purtroppo, giorno dopo giorno più come fumo che altro – come la stessa forza invasiva, anche ben intenzionata talvolta ma in buona sostanza  potere bruto, prepotente e arrogante. E’ l’analisi preoccupatissima, e niente affatto banale, che fa il capo di stato maggiore delle FF. AA. statunitensi, l’amm. Mike Mullen quando dice[168] che l’America continua a perdere lo scontro ideologico, anche e soprattutto quello con l’islamismo militante, perché quelli denunciati da alcuni come “problemi della nostra fallimentare comunicazione strategica”, di come spiegare quel che facciamo, “per lo più non sono affatto problemi di comunicazione”.

Sono problemi, invece, “di linea e di esecuzione”, di quel che facciamo nel mondo e, se all’estero “continuano a vederci come arroganti, incuranti degli interessi e dei valori degli altri, o anche insultanti nei loro confronti” – ad esempio, come torturatori o gente che non si preoccupa delle torture inflitte in suo nome ad altri “non ci sono public relations sufficienti a curare il problema: ogni volta che non rispettiamo i valori che andiamo proclamando, o gli impegni assunti, sembriamo gli americani arroganti che il nemico dice che siamo”.

Il problema che anche Mullen ancora non vede, però, è che non sono affatto solo i nemici a vedere gli americani così. Anche se, poi, sicuramente ha ragione quando spiega che, comunque, “non bisogna poi solo curarsi di raccontare bene la propria parte di una storia ma che bisogna anche imparare a diventare buoni ascoltatori di quel che dicono gli altri”.

La comunità mussulmana, nota Mullen, “è un mondo complesso che noi non riusciamo pienamente a capire— e neanche tentiamo sempre di riuscire a capire. Ma è solo con l’apprezzamento condiviso della cultura di un popolo, dei suoi bisogni e delle speranze che ha per il proprio futuro che potremo mai arrivare noi stessi riuscire a soppiantare la narrativa estremista”. Perché poi la “narrativa estremista” dei mussulmani spetti all’America provvedere a soppiantarla, alle forze armate americane in particolare, Mullen neanche se lo chiede. Ancora…

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Lista degli interventi militari americani nel mondo:1890…

 

 (e delle minacce di interventi atomici) / con esclusione di quelli antecedenti (il primo praticamente alla fondazione, nel 1798, contro “interessi francesi” a Santo Domingo) e con esclusione della prima, della seconda guerra mondiale, della guerra di Corea, della guerra del Vietnam e delle guerre in Iraq (1991 e 2003- — ) e in Afganistan (2002- —) ancora in atto. L’elencazione prescinde dalle motivazioni, vere o presunte, degli interventi stessi, alcuni dei quali – di per sè  – potrebbero anche apparire comprensibili… sempre riconoscendo a un paese il diritto (che in base al diritto internazionale non ha di “impicciarsi” degli affari di un altro…

(Fonte: Library of Congress, Congressional Research Service Biblioteca del Congresso, Servizio di ricerche, 5.10.2004, R. S. Grimmett (cfr. www.au.af.mil/au/awc/awcgate/crs/rl30172.htm/).

 

PAESE o TERITORIO

DATE DELL’ INTERVEN TO

TIPO DI FORZE ARMATE IMPIEGATE

OSSERVAZIONI

Sud DAKOTA

1890 (-?)

Truppe di terra

Massacro di Wounded Knee: 300 indiani Lakota, senza distinzione di genere o di età.

ARGENTINA

1890

Truppe di terra

Protezione di interessi (proprietà immobiliari) di alcuni cittadini americani a Buenos Aires.

CILE

1891

Truppe di terra

I marines reprimono i ribelli nazionalist.

HAITI

1891

Truppe di terra

Ribadita, con diversi morti tra i pescatori neri, la conquista dell’Isola di Navassa (Haiti) agli Stati Unit: per la raccolta di guano.

IDAHO

1892

Truppe di terra

Soppressione manu militari dello sciopero”illegale” dei minatori d’argento.

HAWAII

1893 (-?)

Marines

Rovesciamento e annessione del regno indipendente delle Hawaii.

CHICAGO

1894

Truppe di terra

Soppressione manu militari dello sciopero”illegale” dei ferrovieri (34 morti).

NICARAGUA

1894

Truppe di terra

Occupazione di un mese di Bluefields, sulla costa atlantica meridionale del paese.

CINA

1894-95

Marines

Intervento nella guerra sino-giapponese.

COREA

1894-96

Marines

Occupazione di Seoul nel corso della guerra sino-giapponese.

PANAMA

1895

Truppe di terra, marines

Invasione e occupazione per alcuni mesi della provincia Colombiana.

NICARAGUA

1896

Marines

Occupazione del porto di Corinto.

CHINA

1898-1900

Marines

Partecipazione alla repressione dei corpi di spedizione occidentali contro la cosiddetta rivolta dei Boxer.

FILIPPINE

1898-1910 (-?)

Forze navali, truppe di terra, marines

Conquistate dalla Spagna: 600.000 morti tra i filippini

CUBA

1898-1902 (-?)

Forze navali, truppe, marines

Sottratta con la guerra alla Spagna. Ancora occupata, dopo un “trattato ineguale”, cioè  imposto al governo cubano, la base di Guantánamo.

PUERTO RICO

1898 (-?)

Forze navali, truppe, marines

Sottratta alla Spagna, l’occupazione continua: ormai però, dopo più di un secolo, introiettata dalla popolazione come una vera e propria americanizzazione— ormai approvata anche per referendum, però.

GUAM

1898 (-?)

Forze navali, truppe, marines

Sottratta alla Spagna, ancora occupata ed utilizzata come  base militare.

MINNESOTA

1898 (-?)

Truppe di terra

 L’esercito attacca gli indiani Chippewa a Leech Lake.

NICARAGUA

1898

Marines

Occupazione del porto di San Juan del Sur.

SAMOA

1899 (-?)

Marines

Intervento di sostegno nella battaglia per la successione al trono delle Isole.

NICARAGUA

1899

Marines

Ri-occupazione del porto di Bluefields.

IDAHO

1899-1901

Truppe di terra

L’eser4cito occupa la regione mineraria di Coeur d'Alene per sopprimere uno sciopero.

OKLAHOMA

1901

Truppe di terra

L’esercito schiaccia la rivolta degli indiani Creek.

PANAMA

1901-14

Forze navali, truppe, marines

Intervento per spaccare il canale dalla Colombia nel 1903, annessione della Zona del Canale nel 1914.

HONDURAS

1903

Marines

Intervento contro i moti rivoluzionari.

REPUBBLICA DOMINICANA

1903-04

Truppe di terra

Intervento a protezione degli interessi (proprietà) americani nel corso dei moti rivoluzionari.

COREA

1904-05

Marines

Sbarco nel corso della guerra russo-giapponese.

CUBA

1906-09

Marines

Sbarco nel corso delle elezioni.

NICARAGUA

1907

Truppe di terra

L’esercito americano inaugura il protettorato della “diplomazia del dollaro”.

HONDURAS

1907

Marines

I marines sbarcano nel corso della guerra col Nicaragua

PANAMA

1908

Marines

I marines intervengono nello scontro post-elettorale tra le fazioni.

NICARAGUA

1910

Marines

I marines sbarcano, per l’ennesima volta, a Bluefields e Corinto.

HONDURAS

1911

Truppe di terra

A protezione degli interessi americani nella guerra civile.

CINA

1911-41

Interventi navali, truppe

Sporadiche occupazioni di luoghi dove si verificano insorgenze.

CUBA

1912

Truppe di terra

A protezione degli interessi U.S.A. nella guerra  civile.

PANAMA

1912

Marines

Durante una campagna elettorale turbolenta, per riportare l’“ordine”.

HONDURAS

1912

Marines

A protezione degli interessi americani.

NICARAGUA

1912-33

Truppe di terra, bombardamenti

Occupazione decennale, lotta antiguerriglia.

MESSICO

1913

Forze navali

Evacuazione di cittadini americani nel corso della rivoluzione.

REPUBBLICA DOMINICANA

1914

Forze navali

Bombardamento delle posizioni ribelli.

COLORADO

1914

Truppe di terra

L’esercito reprime lo sciopero dei minatori.

MESSICO

1914-18

Forze navali, truppe,

Serie di interventi contro i nazionalisti.

HAITI

1914-34

Truppe di terra, bombardamenti

Dopo una rivolta, 19 anni di occupazione e interventi militari.

REPUBBLICA DOMINICANA

1916-24

Marines

Otto anni di occupazione militare.

CUBA

1917-33

Truppe di terra

Occupazione e “protettorato” economico.

RUSSIA

1918-22

Forze navali,truppe di terra

Cinque interventi contro i bolscevichi e dalla parte dei “bianchi”.

PANAMA

1918-20

Truppe di terra

Intervento “di polizia” nei disordini post-elettorali.

HONDURAS

1919

Marines

Sbarco nel corso della campagna elettorale.

JUGOSLAVIA

1919

Truppe di terra, marines

Negli scontri italo-serbi in Dalmazia, intervento  per  l’Italia.

GUATEMALA

1920

Truppe di terra

Due settimane di repressione armata di moti sindacali.

WEST VIRGINIA

1920-21

Truppe di terra, bombardamenti

Interventi delle FF. AA. americane contro i minatori.

TURCHIA

1922

Truppe di terra

Combattimenti contro i nazionalisti a Smirne.

CINA

1922-27

Marines, truppe di terra

Interventi nel corso della rivolta nazionalista.

HONDURAS

1924-25

Truppe di terra

Due interventi armati nel corso delle campagne elettorali.

PANAMA

1925

Marines

Soppressione dello sciopero generale.

CINA

1927-34

Marines

Intervengono dislocandosi in varie parti del paese.

EL SALVADOR

1932

Forze navali

Navi da guerra intervengono nella repressione della rivolta dei contadini indigeni condotti da Farabundo Marti.

WASHINGTON DC

1932

Truppe

Intervento a reprimere la rivolta dei veterani della prima guerra mondiale.

DETROIT

1943

Truppe

L’esercito reprime la rivolta dei soldati neri.

IRAN

1946

Minaccia di uso del nucleare

Contro l’intervento di truppe sovietiche nel nord dell’Iran.

YUGOSLAVIA

1946

Minaccia di uso del nucleare, bombardamento navale

In risposta all’abbattimento di un aereo americano.

URUGUAY

1947

Minaccia di uso del nucleare

Dislocati B-52 come “dimostrazione di forza”.

GRECIA

1947-49

Operazioni di commando

A sostegno dell’estrema destra nella guerra civile anticomunista.

GERMANIA

1948

Minaccia di uso del nucleare

Dislocati B-52 a sostegno del trasporto aereo durante il blocco di Berlino.

CINA

1948-49

Troops/Marines

Evacuazione di cittadini americani prima della vittoria di Mao..

FILIPPINE

1948-54

Operazioni di commando

La CIA dirige la guerra contro i ribelli Huk.

PUERTO RICO

1950

Operazioni di commando

Soppressi i moti di Ponce per l’indipendenza.

IRAN

1953

Operazioni di commando

Abbattimento del governo Mossadeq nella restaurazione  dello Shah orchestrata da CIA

e MI5 britannico.

VIETNAM

1954

Minaccia di intervento nucleare

Proposta ai francesi, poi cancellata,  di usare bombe nucleari contro i vietnamiti a Dien Bien Phu.

GUATEMALA

1954

Operazioni di commando, bombardamenti

La CIA dirige e arma l’invasione  di guatemaltechi in esilio dopo che il governo Arbenz, democraticamente eletto, nazionalizza alcune proprietà terriere americane; intervento di bombardieri con base in Nicaragua.

EGITTO

1956

Minaccia di intervento nucleare, marines

Ammonimento ai sovietici di tenersi fuori della crisi di Suez tra Egitto e Francia/Gran Bretagna/Israele; i marines evacuano i cittadini stranieri.

LIBANO

l958

Marines

Occupazione in aiuto del governo.

IRAQ

1958

Minaccia di intervento nucleare

Ammonizione all’Iraq contro un intervento in Kuwait.

CINA

l958

Minaccia di intervento nucleare

Ammonizione alla Cina contro ogni minaccia a Taiwan.

PANAMA

1958

Truppe di terra

La “protesta delle bandiere” sul canale esplode in scontri armati.

CUBA

l961

Operazioni di commando

La CIA dirige l’invasione fallita della Baia dei Porci.

GERMANIA

l961

Minaccia di intervento nucleare

Avvertimento di possibile escalation nucleare durante la crisi del muro di Beerlino.

LAOS

1962

Operazioni di commando

Nel corso della guerriglia per abbattere il governo .

 CUBA

l962

Minaccia di intervento nucleare, intervento navale

Blocco navale nel corso della crisi dei missili: sull’orlo della guerra con l’URSS.

 IRAQ

1963

Operazioni di commando

In un golpe organizzato dalla CIA viene ucciso il presidente, portato al potere il partito Ba’ath e riportato nel paese Saddam Hussein come capo dei sevizi segreti.

PANAMA

l964

Truppe di terra

Uccisi decine di panamensi che manifestavano per il ritorno del Canale alla sovranità panemense.

INDONESIA

l965

Operazioni di commando

Colpo di Stato diretto dalla CIA contro il presidente Sukarno. Il nuovo governo dittatoriale di Suharto si consolida emarginando ed esiliando il vecchio leader indipendentista nel corso di un biennio stermina centinaia di migliaia di appartenenti o presunti tali alla sinistra.

REPUBBLICA DOMINICANA

1965-66

Marines, bombardamenti

Sbarco nel corso della campagna elettorale.

GUATEMALA

l966-67

Operazioni di commando

Intervento dei berretti verdi contro i ribelli.

DETROIT

l967

Truppe di terra

L’esercito reprime la rivolta dei neri: 43 morti.

STATI UNITI

l968

Truppe di terra

21.000 soldati intervengono in molte città a reprimere la rivolta nera dopo l’assassinio di Martin Luther King.

CAMBOGIA

l969-75

Bombardamenti, truppe di terra, marines

A latere della guerra in Vietnam, colpo di stato militare che apre poi la strada alla vittoria dei Khmer rossi, a anni di massacri e di bombardamenti del paese: tra i 2 e i 3 milioni di cambogiani massacrati e affamati .

OMAN

l970

Operazioni di commando

Gli USA dirigono l’invasione di marines iraniani.

LAOS

l971-73

Operazioni di commando, bombardamenti

A latere della guerra in Vietnam, gli USA dirigono l’invasione vietnamita del Laos e ne bombardano a tappeto il territorio.

SUD DAKOTA

l973

Operazioni di commando

Assedio dell’esercito agli indiani Lakota a Wounded Knee.

MEDIO ORIENTE

1973

Minaccia di intervento nucleare

Allerta e minaccia di intervento nucleare durante la guerra del Kippur.

CILE

1973

Operazioni di commando

In appoggio al golpe condotto sotto direzione della CIA da Pinochet contro Allende.

ANGOLA

l976-92

Operazioni di commando

Per oltre un quinquennio la CIA supporta ed addestra i ribelli dell’UNITA finanziati e organizzati dal Sud Africa dell’apartheid contro i governo dell’MPLA.

IRAN

l980

Truppe, minaccia di intervento nucleare bombardamento abortito

Raid fallito degli elicotteri delle forze speciali per liberare gli ostaggi dell’Ambasciata americana: la caduta, o l’abbattimento, di un elicottero fa otto morti; anche stavolta ammonimento ai russi di non  lasciarsi “coinvolgere” dagli iraniani.

LIBIA

l981

Operazioni aeronavali

Due jets libici abbattuti nel corso di manovre aeree.

EL SALVADOR

l981-92

Operazioni di commando, truppe di terra

Consiglieri, sorvoli, aiuti contro i ribelli, breve scontro di soldati in una  presa di ostaggi.

NICARAGUA

l981-90

Operazioni di commando, intervento  navale

La CIA dirige, finanzia, sostiene e  partecipa ai tentativi di contro-rivoluzione dei Contra, massacri compresi di decine di migliaia di contadini; minamento dei porti nicaraguensi.

LIBANO

l982-84

Operazioni navali, intervento di marines, bombardamenti

I marines aiutano i falangisti ad espellere l’OLP dal Libano, la marina USA bombarda le posizioni dei mussulmani.

GRENADA

l983-84

Marines e truppe di terra, bombardamenti

Invasione ed occupazione con l’installazione di un governo fantoccio.

HONDURAS

l983-89

Truppe di terra

Manovre e costruzione di basi militari  ai confini.

IRAN

l984

Aerei

Abbattimento di due jets iraniani sul Golfo.

LIBIA

l986

Bombardamento aereo e navale

24 aerei attaccano Tripoli e Bengasi, distruggono case di Gheddafi e ne ammazzano, con successo, una figlia.

BOLIVIA

1986

Truppe di terra

Intervento nella regione della coca.

IRAN

l987-88

Intervento navale, bombardamenti

Nuovi interventi a sostegno di Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran.

LIBIA

1989

Aerei navai

Abbattimento di due jets libici.

ISOLE VERGINI

1989

Truppe di terra

Intervento nella repressione di moti  razziali dopo l’uragano, a  St. Croix Black, nelle I. V.

FILIPPINE

1989

Aerei

Copertura aerea fornita al governo contro un possibile golpe.

PANAMA

1989 (-?)

Truppe di terra, bombardamenti

Bombardamento di Città di Panama, con 2.000 morti, 27.000 soldati invadono l’isola e ne arrestano il governo.

LIBERIA

1990

Truppe di terra

Evacuazione degli stranieri nel corso della guerra civile.

ARABIA SAUDITA

1990-91

Truppe di terra, aerei

540.000 soldati americani stazionati nel paese per respingere l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Truppe americane e poi di una coalizione alleata  anche in Oman, Qatar, Bahrain, Egitto e Israele.

LOS ANGELES

1992

Truppe di terra

Army, Marines deployed against anti-police uprising.

SOMALIA

1992-94

Truppe di terra, marines, bombardamenti

Occupazione alla testa di truppe dell’ONU durante la guerra civile con una delle fazioni e contro l’altra.

JUGOSLAVIA

1992-94

Blocco navale

Contro Serbia e Montenegro per la guerra con cui Milosevic tenta di impedire la deflagrazione della ex Jugoslavia.

BOSNIA

1993-?

Jets, bombardamenti

Nel corso della guerra civile, pattugliamento di interdizione della ‘No-fly zone’; abbattuti aerei serbi e bombardati diversi centri popolati (la stessa Belgrado).

HAITI

1994

Truppe di terra, marines

Blocco contro il governo militare, le truppe consentono di tornare al presidente Aristide tre anni dopo il golpe.

ZAIRE

1996-97

Marines

Presenza nei campi di rifugiati del Rwanda, a copertura anche di attività di rivolta contro il governo in carica nello Zaire.

LIBERIA

1997

Truppe di terra

Soldati sotto il fuoco durante l’evacuazione di cittadini stranieri.

ALBANIA

1997

Truppe di terra

Evacuazione di rifugiati, scontri a fuoco.

SUDAN

1998

Missili

Distruzione con missili cruise di un impianto farmaceutico “indicato” – erroneamente o volutamente – dall’Intelligence (sic!) come impianto di fabbricazione di gas nervino per il terrorismo; decine di morti.

AFGANISTAN

1998

Missili

Attacco con missili cruise a campi di addestramento della CIA per i vecchi  alleati mujaheddin antirussi diventati i nuovi nemici antiamericani del fondamentalismo islamico  talebano o al-Qaedista.

IRAQ

1998-?

Bombardamenti, missili

Quattro giorni di bombardamento “ad alta intensità” dopo una presunta, e poi anche smentita, denuncia di ostruzionismo [non] avanzata [d]agli ispettori dell’ONU.

JUGOSLAVIA

1999

Bombardamenti, missili, truppe

Dopo il rifiuto della Serbia di ritirarsi dal Kossovo serbo, bombardamenti della NATO e occupazione del Kossovo stesso.

MACEDONIA

2001

Truppe di terra

Spiegamento di truppe NATO per disarmare e sloggiare ribelli albanesi.

YEMEN

2002

Missili

Attacco di missili da un aereo drone senza pilota contro basi di al-Qaeda.

FIIPPINE

2002-?

Truppe di terra, marines

L’addestramento di truppe filippine che combattono contro i ribelli islamisti di Abu Sayyaf si trasforma in vere e proprie missioni di combattimento nell’arcipelago Sulu ad ovest di Mindanao.

COLOMBIA

2003-?

Truppe di terra

Forze speciali americane intervengono a  supporto delle truppe colombiane contro la guerriglia.

IRAQ

2003-?

Truppe di terra, marines, bombardamenti,  missili

Invasione dell’Iraq con un corpo di 250.000 soldati,  rovesciamento di Saddam e occupazione armata. Bush dichiara la sua presuntuosa “missione compiuta” ma guerriglia e resistenza sunnita e sciita insorgono contro l’invasione. 160,000 truppe regolari e altrettanti mercenari a contratto occupano e stabiliscono nel paese basi permanenti.

LIBERIA

2003

Truppe di terra

Breve coinvolgimento nel corpo di cosiddette forze di pace.

HAITI

2004-05

Truppe di terra, marines

Sbarco di marines, dopo che un golpe militare caccia il presidente Aristide, cui Washington “calorosamente” consiglia di andarsene.

PAKISTAN

2005-?

Missili, bombardamenti, operazioni (si fa per dire…) segrete

Attacchi della CIA e delle Forze speciali su presunte basi di al-Qaeda e villaggi presuntivamente occupati dai talebani: molti morti.

SOMALIA

2006-?

Missili,

operazioni navali, operazioni segrete

Forze speciali americane a sostegno dell’invasione etiopica che rovescia il governo islamico. Attacchi di AC-130 e di missili cruise contro i ribelli e blocco navale contro i “pirati”.

SIRIA

2008

Truppe di terra

Forze speciali conducono raid di elicotteri in territorio siriano e uccidono cinque civili.

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GERMANIA

L’intervento diretto di Angela Merkel sembrava aver portato a metà mese[169] – ma poi sembrano essere subentrati contrordini o controindicazioni, comunque ritardi decisionali[170] e, a fine mese, il nodo non è stato ancora definitivamente sciolto – superando le resistenze ulteriori della General Motors al possibile trasferimento di tecnologie americane incorporate nella Opel (come se fossero, poi, davvero particolarmente appetibili per qualcuno), alla conclusione della vendita dalla Opel alla Magna International, che era sostenuta dalla maggiore banca russa, la Sberbank.

E’ un accordo importante per salvare venticinquemila posti di lavoro tedeschi alla Opel, questione di notevole portata per Merkel in campagna elettorale (nelle elezioni regionali del 30 agosto in tre Länder la sua CDU, molto avanti nei sondaggi nazionali, adesso rischia di perdere però la maggioranza[171], perché, se i socialdemocratici non avanzano i democristiani perdono voti e ne guadagna la nuova sinistra: nella Saar, in Turingia e in Sassonia, si potrebbero e si dovrebbero formare così governi alternativi di sinistra (SDP + Neue Linke) anche se, poi, i primi continuano a giurare – alla PD italiano, per intenderci e probabilmente con gli stesi esiti – che, a livello nazionale, con essi mai formeranno un governo).

L’accordo per la Opel, poi, è un accordo rilevante, strategicamente parlando, che include una “collaborazione ravvicinata” con la GAZ, la seconda azienda automobilistica russa. Il giorno dopo che l’accordo sembrava concluso, a metà mese, ma senza far ancora i conti con la GM e i suoi tremori patriottardici – dopo che Berlino aveva rifiutato l’offerta della FIAT e anche l’altra offerta concorrenziale, quella belga – Merkel è andata ad incontrare il presidente russo Medvedev a Sochi, sul mar Nero, dove era in vacanza.

Dicono voci discrete della cancelleria che Merkel abbia anche, ma in maniera “appropriata”, sollevato il problema posto da certi recenti assassinii di esponenti di organizzazioni per i diritti umani in Cecenia; e non smentiscono, anche se è stato loro specificamente richiesto, le stesse fonti che il presidente russo abbia voluto discretamente informarsi di alcuni recenti episodi di “odio razziale” esplosi in Germania— ristabilendo così distanze e rapporti: ognuno guardi alle rogne di casa sua, insomma, preliminarmente... anche se è una replica piena di ipocrisia anche questa.

Sul fondo, si tratta di un accordo e di un incontro (uno dei molti) che mettono in evidenza il crescente consolidamento di rapporti economici forti tra Russia e Germania. Per Berlino, si tratta di incrementare la domanda russa di esportazioni, auto e macchinari pesanti in particolare, cioè buona parte del suo export di prodotti manifatturati: il 47% del PIL tedesco è fatto di esportazioni e, dunque, il mercato russo è parte cruciale della strategia tedesca per uscire dalla recessione. Per Mosca, la collaborazione significa anzitutto opportunità di modernizzazione tecnologica e dell’economia e relativo aumento del peso politico nei rapporti con la Germania non più legato soltanto, o quasi esclusivamente, all’esportazione del suo gas naturale.

E se alla Polonia viene il ballo di San Vito, per ragioni storiche evidenti – sia di quando nel 16° secolo spadroneggiava su Russia e Germania, sia di quando più di recente ne subiva lo strapotere – commenta acido e realistico un uomo di governo tedesco, a Varsavia dovrebbero pur ricordarsi che la Russia di oggi, comunque, non è certo l’URSS di ieri, che la Polonia deve imparare a calcolare bene amicizie e capacità di influenza, o di “ricatto” che ha e che, soprattutto, la Repubblica federale tedesca non somiglia in nulla alla Germania di ieri.

Anche se oggi, per la prima volta da sessant’anni forse, comincia a ripensare da sé – entro i limiti di quello che è: una piccola potenza intermedia e parte integrante e decisiva dell’Unione europea – la propria politica estera. Se poi i polacchi non se ne rendono conto, o se ai polacchi la cosa non va, peggio per loro…

Del resto, per le idiosincrasie e le suscettibilità di questo orgoglioso e ingombrante paese dalla storia sempre tormentata e sofferta pesa la decisione che Obama alla fine prenderà sugli antimissili da schierare ai confini con la Russia. Che i polacchi vogliono disperatamente vedere piazzati a casa loro come simbolo di un, a quel punto, indissolubile legame con gli americani ma che i russi contrastano con tutta la loro rilevante forza d’urto, non solo politica.

Sembra, in effetti, che la revisione dei piani in atto da parte dell’Amministrazione statunitense stia “per abbandonare la prevista dislocazione nei siti polacchi e cechi. ‘E’ chiaro ormai che l’Europa orientale non è l’epicentro di questa Amministrazione americana’ dice un portavoce del ministero degli Esteri polacco, Piotr Paszkowski[172], volendo in realtà dire che Obama, se appena può, non intende scontrarsi per un armamento di quanto mai dubbia efficacia tecnico-militare e strategica ma di immenso peso politico – a 20 chilometri dalla frontiera russa – con Putin e Medvedev.

Adesso, il sistema di difesa missilistico è sotto studio, le possibilità che sia dislocato in Polonia sono 50 e 50”, sempre poi – anche se il portavoce questo non lo dice – che i cittadini di Polonia e Cechia accettino davvero di mettersi in casa uno scudo spaziale che somiglia troppo da vicino a una trappola: cosa che, in ogni caso, sembra entusiasmarli molto meno dei loro governi.

Sul piano più strettamente economico, qui in Germania, l’Istituto di Ricerche IFO dell’università di Monaco attesta che ora, a luglio, la fiducia delle imprese risale a 90,5 dall’87,4, in concordanza con altri indici che mostrano una ripresa incipiente dopo la recessione più profonda che abbia mai colpito la Germania nel dopoguerra. E’ scontato che, dentro l’Unione, questo paese beneficerà per primo, con un po’ di ripresa, del suo status di superpotenza esportatrice[173].

La disaggregazione dei dati del PIL mostra un dato particolarmente importante, cioè una crescita della spesa per consumi dello 0,7% nel secondo trimestre, al massimo dal quarto del 2006[174].  

GRAN BRETAGNA

Nel secondo trimestre del 2009, il PIL britannico si è ridotto dello 0,7% sul primo, quando era calato del 2,4%. Anno su anno, alla fine del secondo trimestre, il PIL si è contrato del 5,5%, la perdita più elevata di sempre[175].  

Nella caduta più accentuata di sempre della domanda di energia elettrica, l’industria britannica l’ha ridotta dell’8%, secondo la Drax, uno degli operatori privati della rete britannica[176]. Un pessimo segnale per l’attività produttiva. La centrale elettrica della Drax, nello Yorkshire, è il più grande impianto di produzione di energia alimentato a carbone d’Europa e fornisce da sola il 7% dell’elettricità britannica.

The Old Lady of Threadneedle Street, la vecchia signora di via della Cruna dell’Ago – la Banca d’Inghilterra, come la chiamano dall’indirizzo dov’é a Londra da quando venne fondata nel 1694 – prima di annunciare le sue nuove misure di facilitazione quantitativa della liquidità sul mercato necessarie a non lasciar sprofondare la crescita, nella prima settimana di agosto, lasciandosi andare a un turpiloquio volutamente, e per la prima volta, esplicito ha chiamato a “sucker’s rally” (che vi traduciamo, meno volgarmente di quanto alla lettera sarebbe possibile, con “la festa dei c…..i”) la convinzione che ottimisticamente si era diffusa negli ambienti finanziari che la recessione fosse finita o stesse per finire.

L’espressione, pesante, ha la sua storia perché venne usata subito dopo il Grande Crollo del ’29, quando molti – troppi – a Wall Street credettero, e vennero durissimamente per questo puniti, che il mercato ormai si stesse riprendendo. Ricrollando peggio di prima… A giugno del 1930, il presidente Hoover disse a una delegazione di vescovi e di uomini di banca che gli chiedeva di istituire programmi di aiuto di urgenza ai disoccupati che “cari signori, siete arrivati con sessanta giorni di ritardo: vi comunico che la depressione è finita[177].

Qualche illusione aveva suscitato la notizia che la produzione industriale a giugno era cresciuta dello 0,5%. Ma là dove più conta, perché sempre più in ritardo in questo campo poi è la ripresa, sulla disoccupazione[178] tutto va peggio. Sale di 220.000 unità, a 2,4 milioni e al 7,8%, il tasso più alto dal lontanissimo 1995 nel calcolo ufficiale e la crescita impetuosa del numero dei giovani che si ritrovano senza lavoro e senza prospettive prossime di lavoro alimenta quella che i giornali cominciano qui a chiamare “la generazione perduta”: quasi un milione di ragazze e ragazzi sotto i 25 anni solo al metà dei quali riesce a ricevere un sussidio di disoccupazione per qualche mede ma poi va a ingrossare le file degli “spostati” sociali. E tra gli addetti ai lavori salgono sempre più alte le denunce di quanti finalmente riconoscono che il modo di contare qui come disoccupati solo quelli che si iscrivono e in certe condizioni drasticamente complicate alle liste risultano tali.

Contrariamente alle previsioni ufficiali della Banca d’Inghilterra e quelle autorevolissime, maggioritarie, della City, l’inflazione resta immobile a luglio su giugno, invece di calare, all’1,8% a tasso annuale[179].

GIAPPONE

Anche qui un po’ affettatamente, si dà quasi per scontato che il recupero di PIL registrato nel secondo trimestre, + 0,9%, e +3,7% a tasso annuo, segni già la fine della recessione: quando bisognerà almeno aspettare un altro trimestre consecutivo di aumento per proclamarlo con qualche minima attendibilità. Sicuro, invece, è l’aumento del 6,3% dell’export sul trimestre precedente[180].

Nel primo semestre del 2009, la Cina è diventata il primo partner commerciale del Giappone, scalzando dalla posizione tradizionalmente detenuta gli Stati Uniti. Questo malgrado il calo generale dell’export cinese e anche, in assoluto, di quello col Giappone stesso. Resta che, nei primi due trimestri del 2009, il 20,4% del volume di scambi del Giappone è stato rappresentato da quello con la Cina, mentre con gli Stati Uniti gli scambi si sono ridotti al 13,7%. Al terzo posto, col 6,1% del totale, c’è la Corea del Sud[181].

L’inflazione, per il quinto mese di seguito, cala a luglio anno su anno del 2,2%. Cala anche del 2%, sempre anno su anno, la spesa delle famiglie[182].

Alle elezioni del 30 agosto, come tutti ormai si aspettavano – in Giappone e nelle cancellerie del mondo – si è registrata la vittoria del partito democratico[183], addirittura più larga pare del previsto,  che rimpiazza al governo dove è stato per 52 degli ultimi 53 anni, dal 1956 ad oggi, il partito liberal-democratico.

Il PD appare un elemento nuovo, e perciò in qualche maniera anche destabilizzante, potenzialmente, in un’area che gli Stati Uniti ritengono delicatissima per l’incombere della superpotenza cinese e la presenza comunque inquietante della Corea del Nord.

Il fatto – inaudito, nel senso di mai avvenuto prima dal dopoguerra – è che la piattaforma elettorale del nuovo partito di governo nipponico si impegna a “riesaminare il ruolo militare degli USA nella sicurezza della regione pacifico-asiatica e sul senso che hanno, oggi,  le basi militari USA che continuano dopo più di mezzo secolo a restare in Giappone[184].

Si tratta di chiacchiere da manifesto elettorale, dice qualcuno: irrilevanti, come tutte le promesse elettorali. Si tratta di una possibile rivoluzione cultural-politica, dicono altri, e urlava il partito liberal-democratico sperando che la novità spaventasse gli elettori (non è servita). Ma il nuovo primo ministro, Hatoyama, ha messo allo studio subito la             questione dei rapporti internazionali del paese, “in spirito di vera amicizia con l’America di Obama”, ha garantito. Non si tratta, in effetti, di cambiare e neanche di prendere le distanze dall’alleanza tradizionale. Si tratta, però, certamente di non acquattarsi come qui – e non solo qui – è tradizione dietro le scelte dell’alleato.   

Ma anche insistendo senza chiedere a nessuno il permesso – e questa è la vera “rivoluzione culturale” – su un approfondimento e un necessario miglioramento dei rapporti coi vicini, storici e tradizionali avversari di sempre, Cina e Corea del Sud. Per così dire, a prescindere…

E’ un rapporto che troppo spesso è andato avanti ed indietro in questi ultimi decenni complicato dal patriottardismo revanscista del PLD: fiori ufficialmente deposti sulle tombe dei criminali di guerra giapponesi e tutto un pullulare di racconti revisionisti sui massacri di massa perpetrati durante l’occupazione in Cina e in Corea nella seconda guerra mondiale. Il Partito democratico di queste scivolate nostalgiche dice di non volerne sapere.    

Si tratterà anche di un cambio generazionale davvero totale. Nessuno dei nuovi ministri avrebbe memorie personali, da dimenticare o da rivendicare magari, a nome dei padri (il PLD – la balena bianca: lo chiamano proprio così – è tradizionalmente un partito che passa spesso di padre in figlio gli incarichi di governo), della guerra di conquista e della sconfitta e neanche qualche ragione particolare di nutrire qualche particolare ragione di gratitudine verso gli alleati del dopoguerra.

Se va così, i prossimi saranno mesi interessanti per la politica estera giapponese e anche per quella americana. Anche perché adesso, poi, al dunque, il PD non potrà più evadere, come è riuscito a fare per tutta la campagna elettorale sull’onda della voglia di cambiare che lo sorreggeva, il nodo del come fare i conti con la crisi che ha amplissimamente colpito il Giappone ed è stata affrontata finora dal PLD solo aumentando il debito pubblico del paese. Una strategia sicuramente necessaria però altrettanto sicuramente insufficiente dalla quale, in effetti, sempre finora il PD non si era molto distinto.


 

[1] ISTAT, 7.7.2009, Stima preliminare del PIL II trimestre 2009 (cfr. www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/ stimapil/ 20090807_00/ testointegrale20090807.pdf/).

[2] AffarItaliani.it, 7.8.2009, Recessione/L'Italia è già in ripresa. Lo dice l'Ocse. Ma il Pil è ancora in affanno (-0,5%) (cfr. www.affaritaliani.it/economia/pil_istat_stima070809.html/).

[3] Palazzo Chigi, Conferenza stampa di sintesi, 7.8.23009 (cfr. www.governo.it/).

[4] OECD, Quarterly National Accounts–Second Quarter 2009 Conti nazionali trimestrali-Sec ondo trimestre 2009, Paris, 19.8.2009 (cfr. www.oecd.org/dataoecd/62/27/43514819.pdf/).

[5] L’on. (rappresenta l’Italia al PE, purtroppo…) Borghezio (uno che di balle sesquipedali se ne intende) ha commentato lo studio di Bankitalia dicendo che è una “balla”… “perché vedo una realtà molto diversa e Bossi ci ha insegnato a ragionare con quello che vediamo”: sano principio sempre che non si sia cechi o orbi, però (cfr. www.ansa.it/opencms/export/site/noti zie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_1645347566.html/).

[6] Banca d'Italia, Pubblicazioni economiche, no. 61/2009,L’economia delle regioni italiane nell’anno 2008,cap. VIII, L’immigrazione (cfr. www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/sintesi/eco_reg_2008/economia_regioni_ italiane _2008.pdf/).

[7] Asian Energy, 14.8.2009, IEA revises upward global oil forecasts La AIE rivede in aumento le previsioni globali sul petrolio (cfr. http://asianenergy.blogspot.com/2009/08/iea-revises-upwards-global-oil-demand.html/)

[8] The Economist, 29.8.2009.

[9] The Economist, 29.8.2009.

[10] Sjna, 3.8.2009, China's Domestic Spending Powers Manufacturing Upturn La spesa interna potenzia in Cina la crescita della produzione manifatturiera (cfr. http://bbs.sina.com/viewthread.php?action=printable&tid=88053/). 

[11] The Economist, 15.8.2009.

[12] TRENDSnIFF, 22.8.2009, China Economy May Expand 8.5% in Third Quarter 2009 L’economia cinese potrebbe crescere dell’8,5% nel terzo trimestre (cfr. http://trendsniff.com/2009/08/22/china-economy-may-expand-8-5-in-third-quarter-2009/).

[13] Deutsche Bank Report, 8.2009, “Eurozone Q2 GDP: Made in China?”— (cfr. www.db.com/en/downloads/company/ 090728-Outlook_3Q09_PWM_US.pdf/).

[14] New York Times, 23.8.2009, N. D. Schwartz, Asia’s Recovery Highlights China’s Ascendance La ripresa asiatica valorizza l’ascesa della Cina.

[15] Fin Reg21β, 6.8.2009, Chinese Banks Pressed To Check Credit-Granting Impetus In H2— Pressione sulle banche in Cina per frenare il ritmo delle concessioni di credito nella seconda parte dell’anno (cfr. www.finreg21.com/news/briefing-asia-banking-aug-7-2009/).

[16] Agenzia Stratfor, 11.8.2009, China: New Loans In July Drop Sharply Cina: i nuovi prestiti a luglio crollano nettamente (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090811_china_new_loans_july_drop_sharply/).

[17] New York Times, 24.8.2009, K. Bradsher, China Racing Ahead of U.S. in the Drive to Go SolarLa Cina passa avanti di corsa agli Stati Uniti sulla strada del solare.

[18] Forbes.com, 18.8.2009, Associated Press (A.P.), R. McGuirk, Australia says China canceled minister's visit— L’Australia dice che la Cina cancella la visita del ministro (cfr. www.forbes.com/feeds/ap/2009/08/18/ap6788003.html/).

[19] New York Times, 20.8.2009, (A.P.), China Slams U.S. fo Violatina‘National Interests’ La Cina accusa gli USA di violare I suoi  ‘interessi nazionali’.

[20] Agenzia France-Presse (AF-P), 28.8.2009, China urges US to end military surveillance at sea La Cina preme sugli USA perché smettano le operazioni di sorveglianza costiere (cfr. www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iNEpvc 5LdCOsYcoQpnlJoI6Z_H9A/).

[21] The Economist, 15.8.2009.

[22] Times of India, 31.8.2009, E. Kinetz, India's economic growth accelerates to 6.1 percent La crescita economica accelera in India al 6,1% (cfr. www.timesleader.com/news/ap?articleID=2747747/).

[23] The Economist, 29.8.2009.

[24] PerthNow.com, 2.8.2009, Agenzia France-Presse, With respect, Hillary Clinton is wrong, says Raul Castro Rispettosamente, dice Raul Castro, Hillary Clinton sbaglia (cfr. www.news.com.au/perthnow/story/0,21598,25870856-50127 60,00.html/). 

[25] New York Times, 2.8.2009, S. Romero, Venezuela Still Aids Colombia Rebels, New Material Shows— Il Venezuela sta ancora aiutando i  ribelli colombiani, come dimostra nuovo materiale appena scoperto: si tratta di dischetti che l’esercito dichiara di aver sequestrato in Colombia  alle FARC: senza altra identificazione e senza alcuna prova, solo sulla parola delle forze armate colombiane e, peggio, di consiglieri americani, CIA, ecc.

   Lo giurano come ieri avevano, appunto, giurato sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. E, proprio come ieri, il NYT lascia che un suo giornalista, questo Romero – che tra qualche mese forse caccerà via, come ha dovuto fare anni fa, almeno due suoi colleghi “inventori”, colpevoli di “non aver controllato” la veridicità di quanto scrivevano (ma in realtà, almeno nel caso di Judith Miller, licenziata in tronco per aver “passato” come verità dimostrate le invenzioni del governo, servizi segreti e Pentagono per convincimenti patriottardici). Quando invece sapeva bene – ma, del resto, lo sapeva anche il giornale – che al massimo si trattava solo di voci di origine dubbia, non suffragate da prova alcuna.

   Adesso sembra proprio che ci risiamo, copia conforme della disinformatia di ieri, sempre sul NYT e sempre per lo stesso tipo di patriottardismo imbastardito; l’articolo, infatti, cita come sua fonte “alcuni file di computer catturati da ribelli in mesi recenti e ora sotto verifica da parte di enti di intelligence occidentali”: cioè, non si sa cosa, non  si  sa chi, non si sa come e non si sa quando e dove. Si cita come fonte solo quello che dice la fonte… anonima, poi…

[26] Stratfor, 3.8.2009, Colombia: Opposition To Increased U.S. Presence Grows Colombia: cresce l’opposizione a un aumento della presenza statunitense (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090803_colombia_opposition_ increased_u_s _presence_grows/). 

[27] Stratfor, 3.8.2009, Colombia: Uribe To Visit 7 Countries To Discuss Base Agreement Colombia: Uribe visita sette paesi per discutere l’accordo sule basi militari (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090803_colombia_uribe_visit_7_ coun tries_discuss_base_agreement/).

[28] Dichiarazione finale, 11.8.2009 (cfr. www.individual.com/story.php?story=105149048/).

[29] New York Times, 10.8.2009, A Barrionuevo, Ecuador: Area Leaders Voice Worry Over G.I.’s for Colombia— In Ecuador i leaders di tutta la regione si preoccupano della nuova presenza dei soldati americani in Colombia.

[30] Cfr. Nota congiunturale 8-2009, pp.16-17.

[31] Agenzia Reuters, 27.8.2009, U.S. moves toward formal cutoff of aid to Honduras Gli USA si muovono verso il taglio ufficiale di tutti gli aiuti all’Honduras (cfr. www.reuters.com/article/vcCandidateFeed1/idUSN27337589/).

[32] Stratfor, 13.8.2009, Geopolitical Diary: Coming to Terms with Argentina’s Economic Problems Alla resa dei conti coi problemi economici dell’Argentina (cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20090812_geopolitical_diary_coming_ terms_magnitude_argentinas_economic_problem/).

[33] la Nacion, 19.8.2009, Suman cerca de US$ 1700 millones a las reservas— Alle riserve argentine si aggiungono 1.700 milioni di $ americani [dal Brasile: che consentono di allentare un po’ le pressioni del FMI] (cfr. www.lanacion.com.ar/nota. asp?nota_id=1164084/).

[34] Agenzia ITAR-Tass, 19.8.2009, Russian Helicopters to Venezuela— Elicotteri russi al Venezuela (cfr. http://nightwatch afcea.org/NightWatch_20090819.htm/).

[35] New York Times, 13.8.2009, S. Mydans e S. Otterman, Europe Extends Sanctions Against Myanmar L’Europa allarga le sanzioni contro Mynmar.

[36] eircom.net, 13.8.2009, France comes out of recession—  La Francia [con la Germania] esce dalla recessione (cfr. http:// news.eircom.net/breakingnews/16249346/).

[37] New York Times, 13.8.2009, C. Dougherty, France and Germany Lift European Economy— Francia e Germania risollevano l’economia dell’Europa.

[38] In effetti, dopo Cina, Singapore, Vietnam e Corea del Sud, ora, anche Hong Kong sembra avviarsi ad uscire dalla recessione nel secondo trimestre: una combinazione di maggiore saggezza nella gestione delle banche e di stimoli economici di discreta ed efficace importanza (in New York Times, 15.8.2009, B. Wassener, Hong Kong Joins Asia‘s Rapid Climb Out of Recession Hong Kong si unisce alla rapida ripresa dalla recessione in atto in Asia).

[39] EUROSTAT Newsrelease, #121/2009, 24.8.209, Industrial new orders up by 3.1% in euro area-Down by 0.4% in EU27 I nuovi ordinativi industriali crescono del 3,1% nell’eurozona. Scendono dello 0,4 nell’Unione a 27 (cfr. http://epp.euro stat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-24082009-AP/EN/4-24082009-AP-EN.PDF/).

[40] The Economist, 29.8.2009.

[41] EUROSTAT Newsrelease, #118/2009, 14.8.2009, Euro area annual inflation down to -0.7%-EU down tyo 0,2%— L’inflazione nell’eurozona cala dello 0,7% e dello 0,2 nell’Europa a 27 (cfr.  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ cache/ITY_PUB LIC/2-14082009-AP/EN/2-14082009-AP-EN.PDF/).

[42] EUROSTAT Newsrelease, #122/2009, 31.8.2009, Euro area inflation estimated at -0.2% L’inflazione nell’eurozona cala dello  0,2 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31082009-AP/EN/2-31082009-AP-EN.PDF/).

[43] BoE,Banca d’Inghilterra, 6.8.2009, Bank of England Maintains Bank Rate at 0.5% and Increases Size of Asset Purchase Programme by £50 Billion to £175 Billion La Banca d’Inghilterra tiene il tasso bancario allo 0,5% e aumenta la dimensione del programma di acquisto di assets garantiti da 50 a 175 miliardi di € (cfr. www.bankofengland.co.uk/publications/news/ 2009/063.htm/); e Banca centrale europea; e Banca Centrale Europea, 6.8.2009, Dichiarazione introduttiva del presidente della BCE, J.-C. Trichet (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/html/is090806.en.html/)

[44] The Economist, 8.8.2009.

[45] EUROSTAT Newsrelease, #116/2009, 12.8.209, Industrial production down by 0.6% in euro area Down by 0.2% in EU27 La produzione industriale cala dello 0,6% nell’eurozona e dello 0,2 nell’Europa a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/4-12082009-AP/EN/4-12082009-AP-EN.PDF/9/).

[46] EUROSTAT Newsrelease, #119/2009, 17.8.209, Euro area external trade surplus 4.6 bn euro,4.3 bn euro deficit for EU27— Attivo commerciale per l’area dell’’euro a 4,6 miliardi di €,decificit per l’Unione a 27 di 4,3 miliardi (cfr. http://epp.eurostat.  ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-17082009-AP/EN/6-17082009-AP-EN.PDF/).

[47] ISE/ETUI, A. Watt e M. Nikolova, A quantum of solace? An assessment of fiscal stimulus packages by EU Member States in response to the economic crisis Un qualche grado di sollievo? Una valutazione dei pacchetti di stimolo dei paesi membri della UE in risposta alla crisi economica (cfr. www.etui.org/research/activities/Employment-and-social-policies/ Reports-and-working-papers/WP-2009.05/).

[48] Si tratta di quei meccanismi economici, legati a fattori istituzionali, che servono a contenere le fluttuazioni cicliche. Esempio, con la progressività dell’imposta personale sul reddito, l‘espansione/contrazione dell’attività economica determina una crescita/riduzione del prelievo, appunto, automatica – in assenza, dunque, di provvedimenti discrezionali  della politica – che attenua la variazione del reddito.

[49] Il free riding (letteralmente, libero passaggio) è il fenomeno per cui chi beneficia di un bene o di un servizio comune non corrisponde allo Stato, o all'ente somministratore di quel bene comune, in questo caso l’Unione, il suo contributo sotto forma di imposta o di altro versamento proporzionato a quel che riceve.

[50] New York Times, 28.8.2009, (A.P.), Iceland to Repay 2 Countries for Failed Bank— Per i suoi fallimenti bancari l ’Islanda rimborserà due paesi.

[51] Riferisce la Reuters, il 7.8.2009 (che qui citiamo da www.stratfor.com/sitrep/20090807_turkey_italian_ pm_exagge rated_his_role_pipeline_deal_source/), di aver appreso da fonte turca che Sull’accordo dell’oleodotto il primo  ministro italiano ha esagerato il suo ruolo Turkey: Italian PM Exaggerated His Role In Pipeline Deal - Source: precisamente,  “la proclamazione del premier Silvio Berlusconi di un suo coinvolgimento personale nell’accordo energetico russo-turco [questa la sua motivazione nel chiedere, ed ottenere, di presenziare alla firma: dice il sito di palazzo Chigi che la partecipazione della Turchia al progetto South Stream è “un successo personale del presidente del Consiglio”: non lo è, ci sarebbe stata, e c’è stata, comunque; ma lui ha tenuto a voler marcare adesso il suo coinvolgimento] era esagerata, ha spiegato un alto esponente del governo turco.

   Infatti, l’accordo era stato già concluso, quando Berlusconi s’è presentato ad Ankara per la cerimonia della firma con Vladimir Putin e il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. ‘Questo è il genere di cose [insomma, e di fatto, il Berlusca ad Ankara si è presentato a sorpresa] – conclude indulgente la fonte turca – che può costituire un problema diplomatico. Ma, siccome si trattava di Berlusconi, ha fatto solo sorridere i due leaders’ ”…

   Dove non si sa, a prima vista, se è maggiore il ridicolo o la vergogna… A meno che questa sia invece una mossa – è questa l’interpretazione più sapida, più saporita e, forse, stavolta più intelligente – del tipo di quella della fiera che, avendo annusato per tempo la preda, ci tiene a marcare subito, prima di altri, un pezzo del territorio…  

[52] Oil&Gas Eurasia, 6.8.2009, Russia's gas exports down 45%— Scendono del 45% le esportazioni di gas russo (cfr. www. oilandgaseurasia.com/news/p/0/news/5403/).

[53] Goskomstat, 11.8.2009 (cfr. http://feast.fe.msk.ru/koi/infomarket/emn/rating/gstat.html/); e New York Times, 11.8.2009, A. E. Kramer, In Russia, Data Signals a Leveling Off of the Decline In Russia, i dati segnalano una stabilizzazione della contrazione.

[54] Stratfor, 21.8.2009, Russia: The Chechen Economic War Threat La minaccia di guerra economica cecena (cfr. www. stratfor.com/analysis/20090821_russia_chechen_economic_war_threat/).

[55] Financial Times, 10.8.2009, A. Ward, Latvia’s rating cut as GDP falls 19.6%— Il rating della Lettonia svalutato dopo la caduta del PIL del 19,6%.

[56] Croatian Times, 31.7.2009, Croatia and Slovenia expect to resolve border dispute this year Croazia e Slovenia si aspettano di risolvere la loro disputa di confine entro l’anno (cfr. www.croatiantimes.com/news/General_News/2009-07-31/5177/Croatia_and_Slovenia_expect_to_resolve_border_dispute_this_year/).

[57] Ria Novosti, 5.8.2009, Russia's recognition of Abkhazia, S.Ossetia not planned – Lavrov— Lavrov: il riconoscimento di Abkazia e Sud Ossetia non era nei piani (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090805/155730694.html/).

[58] Stars and Stripes, 8.8.2009, J. Vandiver, Russia, Georgia tense ahead of anniversary of 2008 war-U.S. urges sides to show restraint Russia e Georgia: tensioni prima dell’anniversario della guerra del 2008-Gli USA premono sule parti perché mostrino moderazione (cfr. www.stripes.com/article.asp?section=104&article=64072/) [quotidiano indipendente che si rivolge “alla comunità militare americana” e qui spiega che “la natura della partnership militare degli Stati Uniti con la Georgia è cambiata da quando Tbilisi ha lanciato l’anno scorso il suo attacco per riconquistare l’Ossetia del Sud, provocando l’invasione russa della Georgia stessa.

   L’addestramento impartito dai militari americani – e da quelli israeliani ai georgiani – specificamente mirato ad azioni di guerra compreso l’addestramento delle forze speciali e la fornitura di equipaggiamento anticarro, rimane a tutt’oggi sospeso, spiega il Comando americano in Europa”. D’altra parte, per l’efficacia che quell’addestramento aveva dimostrato di avere…

   Il presidente israeliano Shimon Peres si è incontrato, il 18 agosto, a Sochi col presidente russo. Gli ha chiesto di non sostenere, soprattutto di non vendere armi difensive (antiaeree in particolare, come i missili S-300. all’Iran). Si è sentito rispondere, come poteva ben immaginare del resto, che di armi, appunto, difensive si tratterebbe, ma che la Russia – confermando la sua contrarietà all’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran “come da parte di qualunque potenza non ne sia ancora dotata” – riconsidererà “ogni politica che si dimostri poter alterare l’equilibrio delle forze nella regione”. E Medvedev ha fatto sapere riservatamente al governo iraniano (dice Stratfor, 21.8.2009, Mixed Signals from Teheran— Segnali contraddittori da Teheran, cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20090820_mixed_signals_tehran/: il “messaggio contraddittorio iraniano” sarebbe – anche se noi la contraddizione non la riusciamo a vedere – quello tra questo tentativo di rafforzare le difese antiaeree del paese, da una parte, e i segnali più distensivi avanzati verso occidente aprendo di nuovo gli impianti nucleari alle ispezioni dell'AIEA: v, poi, qui a p.37, Nota125) che, finché non siano del tutto dissipati in modo per Mosca soddisfacente i dubbi che restano sulla natura dei suoi programmi nucleari, la Russia non venderà all’Iran il suo, da Israele tanto temuto, sistema di difesa antiaereo S-300. 

   Però Medvedev ha anche fatto notare a Peres che, in ogni caso, quelle russe sono armi anti-, cioè difensive, mentre i carri armati Merkava e l’addestramento che gli risulta siano stati forniti dall’esercito israeliano alla Georgia, si configurano come armi offensive (Ha’aretz, 19.8.2009, Medvedev:I'll review decision to sell Iran anti-aircraft missiles—Medvedev: riconsidererò la decisione di vendere all’Iran i missili anti-aerei (cfr.www.haaretz.com/asen/pages/108 58/). Chiaro, no? 

[59] Marin Independent Journal (Tbilisi), 22.8.2009, L. Jakes, Georgian official backs off training comment Esponente georgiano ritira il suo commento sull’addestramento [dei marines] (cfr. www.marinij.com/tablehome/ci_13176259/).

[60] RIA Novosti, 27.8.2009, Georgia replaces defense minister La Georgia rimpiazza il ministro della Difesa (cfr. www.en. rian.ru/world/20090821/155881686.html/).

[61] AlertNet, 5.8.2009, Georgia denies claim of "aggressive rearming"— La Georgia nega l’accusa di un “riarmo aggressivo” (cfr. http://alertnet.org/thenews/newsdesk/L5323725.htm/). 

[62] Stratfor, 6.8.2009, EU: Tensions In South Ossetia More 'Virtual' Than Real - Envoy Dice l’inviato [europeo] che le tensioni nel Sud Ossetia sono più ‘virtuali’ che reali (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20090806_eu_tensions_ south_ossetia_ more_virtual_real_envoy/).

[63] Stratfor, 7.8.2009, Georgia: 'Our Policy Is To Join NATO' - Saakashvili Saakashvili proclama che “il nostro obiettivo è aderire alla NATO” (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090807_georgia_our_policy_join_nato_saakashvili/).

[64] Cfr. Nota congiunturale 8-2009, pp. 46; e Washington Post/Zaxi, 23.7.2009, Biden denies arms to Georgia— Biden nega le armi alla Georgia (cfr. http://zaxilive journal.com/657210.html/).

[65] Stratfor, 31.7.2009, Ukraine: International Lenders To Help Fund Natural Gas Upgrades Ucraina: i prestatori internazionali aiuteranno a finanziare l’ammodernamento del [trasporto di] gas naturale (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/20090731_ukraine_international_lenders_help_fund_natural_gas_upgrades/).

[66] New York Times, 11.8.2009, M. Schwirtz, Moscow Signals Widening Rift With Ukraine Mosca segnala che il suo distacco con l’Ucraina si va approfondendo; e v. anche NYT, 29.11.2008, M. Schwirtz, Claims of Secret Arms Sales Rattle Ukraine’s Leaders Le testimonianze sulla vendita segreta di armi [alla Georgia] scuote i leaders ucraini.

[67] Agenzia RIA Novosti, 11.8.2009, Diplomatic Ties With Ukraine Are Not Being Broken: Russia— La Russia: non stiamo rompendo i legami diplomatici con l’Ucraina (cfr. http://en.rian.ru/)

[68] Kyiv Post, 13.8.2009, J. Marson, Kremlin target­ Il bersaglio del Cremlino (cfr. www.kyivpost.com/nation/46934/); elenca tutte le accuse come, del resto, naturalmente anche il blog del presidente russo (President of Russia, Videoblog, 11.8.2009, cfr. www.kremlin.ru/eng/sdocs/vappears.shtml/).   

[69] Kyiv Post, 12.8.2009, Presidential aide: Medvedev’s “aggressive tone” aimed at nation, not just Yushchenko— Il tono aggressivo di Medvedev, dice un’assistente presidenziale, è rivolto alla nazione, non solo a Yushenko (cfr. www.kyivpost.com/na tion/46836/).

[70] RussiaToday.com, 16.8.2009, Yushchenko “disappointed by Medvedev’s ‘unfriendly’ letter”— Yushenko “deluso dalla lettera ‘non amichevole’ di Medvedev” (cfr. www.russiatoday.com/Politics/2009-08-14/yushchenko-medvedev-letter-answer .html/).

[72] New York Times, 27.8.2009, C. J. Levy, Russia and Ukraine in Intensifying Standoff Russia e Ucraina in uno stallo che si va arroventando.

[73] APA, 20.8.2009, Moldova plans to hold referendum on NATO membership La Moldova [ma poi, in realtà, solo uno dei partiti della coalizione di governo] vuole un referendum per aderire alla NATO (cfr. http://en.apa.az/news.php?id= 10 6437/).

[74] I proff. Krugman, Stiglitz, Shiller, tutti Nobel… e molti altri.

[75] Scrive il prof. K. Rogoff di Harvard (MoneyNews.com, 11.8.2009, U.S. May Have to Face Second Recession Gli USA possono dover scontrarsi con una seconda recessione (cfr. http://moneynews.com/streettalk/recession/2009/08/11/ 246 620.html?s=al&promo_code=8538-1/), monetarista della peggiore scuola friedmaniana e già capo economista del FMI, che “Gli USA sono di fronte a un periodo prolungato di crescita fiacca e probabilmente anche un’altra recessione entro cinque anni”.

   E spiega, anche in dettaglio come e perché: non siamo proprio al decennio perduto dell’economia giapponese ma quasi; la crisi del mercato edilizio persiste, frenerà tutto e i fallimenti ipotecari continueranno; molti tra i singoli Stati e il governo federale dovranno alzare presto le tasse, perché non sono più in grado altrimenti di offrire servizi non tanto essenziali ma che la gente considera ormai tali e sta salendo minacciosamente il livello dell’indebitamento, interno ed estero…  

[76] U.S. Department of Commerce, Bureau of Economic Analysis (BEA), 27.8.2009, Gross Domestic Product:  Second Quarter 2009 PIL: 2° trimestre 2009 (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/).

[77] Reuters, 13.8.2009, Retail sales fall Cadono le vendite al dettaglio (cfr. www.reuters.com/article/newsOne/idUSN 1322747920090813/9/).

[78] Bureau of Economic Analysis, 31.7.2009 (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/).

[79] New York Times, 14.8.2009, Associated Press (A.P.), Industrial Production Up for 1st Time in 9 Months— La produzione industriale sale per la prima volta da nove mesi.

[80] U.S. Census Bureau, 26.8.2009, Highlights from the advance report, July 2009 Dati salienti dal rapporto preliminare. luglio 2009 (cfr. www.census.gov/indicator/www/m3/).

[81] The Economist. 22.8.2009.

[82] New York Times, 1.8.2009, E. Eckholm, Prolonged Aid to Unemployed Is Running Out— Sta scadendo l’aiuto ‘lungo’ ai disoccupati.

[83] New York Times, 7.8.2009, J. Healy e L. Uchitelle, Job Losses Slow in July, Signaling Shift in the Economy—  A luglio rallenta la perdita di posti di lavoro, segnalando un qualche spostamento dell’economia; Dipartimento del Lavoro, BLS, Economic News Release— Comunicato sullo status dell’economia, 7.8.2009 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit. nr0. htm/); e EPI, 7.8.2009, H. Shierholz, Economic Picture: Recovery Act saving jobs, but long-term unemployment highest in 70 years— Quadro economico: la legge sulla ripresa [lo stimolo economico] salva posti di lavoro, ma la disoccupazione di lungo periodo è al livello più alto in 70 anni (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobs_picture_ 2009 0807/).

[84] U.S. Department of Labor, 11.8.2009, Productivity and Costs, Second Quarter 2009, Preliminary Dati preliminari su produttività e costi (cfr. www.bls.gov/news.release/prod2.nr0.htm/).

[85] New York Times, 31.8.2009, ltr. al direttore, American retirees feel the pinch— I pensionati americani sentono la stretta.

[86] CEPR (Center for Economic and Policy Research), 8.2009, John Schmitt and Nathan Lane, An International Comparison of Small Business Employment Comparazione internazionale dell’occupazione nella piccola impresa (cfr. www.cepr.net/documents/publications/small-business-2009-08.pdf/).

[87] New York Times, 4.8.2009, P. Krugman, Big Business America— L’America del big business.

[88] Cfr. l’analisi accurata che delle lobbies organizzate in campi diversi svolge J. Harwood, sul New York Times del 2.8. 2009, in Batteground: The Lobbying Web— Campo di battaglia: la rete delle lobbies.

[89] Washington Post, 31.7.2009, Industry is generous to influential bloc— L’industria [farmaceutica] è generosa con un blocco influente (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/07/30/AR2009073004267_pf.html/).

[90] S. Hawking, trad. 2006 della B.U.R, come La grande storia del tempo.

[91] Investor’s Business Daily, 31.7.2009, How House Bill Runs Over Grandma Come la proposta di legge della Camera [sulla sanità] passa sopra vostra nonna: la tesi: “Fra le clausole piccole piccole della legge della Camera sulla ‘riforma’ della sanità c’è un clausola che fornisce assistenza agli anziani su come accorciarsi la vita. In altri termini, non preoccuparti nonni, è gente del governo e ti vuole aiutare”).

[92] Guardian, 11.8.2009, intervista a H. Muir, Who cares if Professor Stephen Hawking lives or dies. Actually, we all do— Ma a chi importa se il professor Stephen Hawking vive o crepa? Bè, in realtà a tutti noi.

[93] Commenta brevemente Paul Krugman (sul New York Times, 25.8.2009, On the reappointment of Ben Bernanke Sulla ridisegnazione di Ben Bernanke): “In generale, sono contento” per il primo motivo; “ma una perplessità ce l’ho – aggiunge – non tanto su Bernanke, quanto sul simbolismo più largo insito in una riconferma come questa— che la reiterazione pare proprio confermare la Sindrome della Persona Seria, anche nota come ‘è meglio avere in carica qualcuno che s’è convenzionalmente sbagliato, per andare d’accordo con la maggioranza, piuttosto che qualcuno che  aveva invece ragione andando non convenzionalmente contro il mucchio dei signorsì sissignore’ ”; e di tipo del tutto analogo è l’argomentazione sviluppata, sul Financial Times, da Stephen Roach, presidente della Morgan Stanley Asia, il 25.8.2009, The case against Ben BernanKe Il caso a sfavore [della ridesignazione] di Ben Bernanke (cfr. www.ft.com/cms /s/0/a2ba2378-9186-11de-879d-00144feabdc0.html?ftcamp=rss&nclick_check=1/).

[94] New York Times, 26.8.2009, E. L. Andrews, U.S. Raises Estimate for 10-Year Deficit to $9 Trillion Gli Stati Uniti aumentano la previsione di deficit a dieci anni a 9.000 miliardi di $.

[95] New York Times, 28.8.2009, P. Krugman, Till Debt Does Its Part Finché il debito farà la sua parte.

[96] Per vedere e sentire come lavora un fanatico fondamentalista e reazionario americano, vale la pena di seguire dal suo sito l’intervento di De Mint al Senato (cfr. http://demint.senate.gov/public/).

[97] New York Times, 6.8.2009, P. Krugman, The Town Hall Mall La riunione dell’orda in comune.

[98] New York Times, 17.8.2009, S. G. Stolberg, Public Option’ in Health Plan May Be Dropped Potrebbe esser lasciata cadere l’‘opzione pubblica’ nel piano di riforma sanitaria.

[99] Guardian, 16.8.2009, P. Elliott, White House appears ready to drop 'public option'— La Casa Bianca appare pronta a far cadere la ‘pubblica opzione’.

[100] Nel discorso di accettazione della candidatura dei democratici a Denver, un anno fa, aveva parlato di cambiare la natura profonda della vita politica americana, del fatto – diceva – che abbiamo “perso il senso di un destino comune”, giurando che avrebbe “restaurato la promessa di una democrazia dove ridiventasse possibile trovare la forza e la grazia per costruire ponti sui fossati che ci dividono e di unirci in uno sforzo comune”. “Ridiventasse possibile”, diceva Obama. Solo che non c’era mai stata in America, quella democrazia. E lui per primo in realtà lo sapeva. Se non per ragioni di classe, forse nel caso suo, di sicuro per ragioni razziali. E, sempre di sicuro, quella democrazia ancora non c’è…

[101] Washington Post, 5.8.2009, S. Somashekhar, Some Voters Who Backed President Disillusioned Over Economic Pledges— Alcuni elettori che hanno appoggiato il presidente delusi dai suoi impegni economici non rispettati (cfr. www.washing tonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/08/04/AR2009080402787.html/).

[102] Washington Post, 1.8.2009, N. Irwin e Y. Q. Mui, Economy Turning Out of Steep Dive— L’economia comincia ad uscire dal baratro profondo (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/07/31/AR2009073101350.html/).

[103] New York Times, 7.8.2009, E. L. Andrews, Economists See a Limited Boost from Stimulus Gli economisti vedono una spinta limitata dallo stimolo.

[104] Lo ha scritto, la prima volta e non certo l’ultima, addirittura nella Lettera agli azionisti, datata 8.3.2004, del Berkshire Hathaway Investment Fund, che presiede ed in pratica è suo, l’8.3.2004 (cfr. http://money.cnn.com/2004/03/06pf/buffet _letter/index.htm/).

[105] MoneyNews, 19.9.2009, J. Crawshaw, Buffett: U.S. Could Become Banana Republic Buffett: gli USA potrebbero diventare una repubblica delle banane (cfr. http://moneynews.newsmax.com/streettalk/buffett_banana_republic/2009/ 08/19/249871.html?s=al&promo_code=85AE-1/).

[106] CCTV.com, 18.8.2009, dal Ren Min ri-bao— Quotidiano del popolo, China massively offloads US debt holdings first time in 2009— La Cina, per la prima volta adesso nel 2009, scarica massicciamente i suoi titoli di debito USA (cfr. http://english .cctv.com/20090818/102142.shtml/).

[107] New York Times, 21.8.2009, F. Norris, America May Need to Find Another Financier— L’America potrebbe dover trovarsi qualche altro finanziere.  

[108] New York Times, 14.8.2009, T. Williams, Idle Iraqi Date Farms Show Decline Of Economy Le piantagioni di datteri lasciate incolte mostrano il declino dell’economia.

[109] Reuters, 1.8.2009, Iraqi Baath leader urges insurgents enter politics Il capo del Ba’ath iracheno chiede con forza che gli insorti entrino in politica (cfr. www.reuters.com/article/latestCrisis/idUSL1320861/).

[110] New York Times, 20.8.2009, E. Etheridge, The Bombs of Iraq.

[111] Guardian, 20.8.2009, The limits of restraint.

[112] Yahoo!News, 11.8.2009, Pentagon "very nervous" about Arab-Kurdish feud Al Pentagono sono molto nervosi per la faida arabo-curda (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20090811/wl_nm/us_iraq_usa_1/).

[113] New York Times, 24.8.2009, (A.P.), New Shiite Alliance Excludes Iraqi Prime Minister Una nuova alleanza sciita esclude il primo ministro iracheno.

[114] New York Times, 26.8.2009, M. Santora, Shiite Powerbroker Dies, in Blow to Iraqi Party Muore il grande mediatore sciita ed è un colpo per il [suo] partito in Iraq.

[115] Guardian, 26.8.2009, R, Alaaldin, Maliki makes a bold move Maliki tenta una mossa audace [ma perché non viene detto, qui, che in realtà è stato obbligato a fare quella scelta?].

[116] Couriermail.com.au, 3.8.2009, US wants to make 30,000 pound bomb Gli USA vogliono costruire [in realtà stanno già costruendo, adesso vogliono dotare i loro reparti di] bombe da 13,5 tonn. (cfr. www.news.com.au/couriermail/story/0,23739, 25873708-954,00.html/).

[117] Per una documentazione delle posizioni di estrema destra fondamentalista del primo ministro di Israele, ad esempio, cfr. www.historycommons.org/entity.jsp?entity=benjamin_netanyahu/. E per conoscere qualcuna delle peggiori dichiarazioni estremiste del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, cfr. Nota congiunturale 3-2009, p. 47, in specie Note133 e 134.

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[118] New York Times, 2.8.2009, D. E. Sanger, U.S. Weighs Iran Sanctions if Talks Are Rejected— Gli USA valutano sanzioni [più rigide: perché sanzioni contro l’Iran sono già in atto] all’Iran se vengono rifiutati i colloqui. In realtà, come del resto spiega bene questo articolo (ma anche altri: sempre New York Times, ad esempio, 18.8.2009, Reuters, Iran Says It Is Ready for Nuclear Talks L’Iran dice di essere pronto per colloqui sul nucleare – notizia subito quasi-smentita e subito riconfermata quando si viene a sapere che ha riaperto i suoi impianti agli ispettori: cfr. Nota125), sembra importante annotare che Obama non minaccia sanzioni se Teheran non smette di lavorare l’uranio, arricchendolo…; ma – e non è la stessa cosa – solo se l’Iran dovesse rifiutarsi di riaprire il negoziato… Tutti, insomma, giocano sull’equivoco e non casualmente di certo.

[119] 7 year peace treaty signing , 27.8.2009, R. Bousso, Netanyahu calls for crippling sanctions against Iran Netanyahu invoca sanzioni capaci di azzoppare l’Iran (cfr. http://israel7777777.blogspot.com/).

   Dei tanti siti web che riportano questa notizia ci apre intrigante citarvi questo, 7 volte 7, americano naturalmente di una delle sétte fondamentaliste che fanno il tifo per Israele: perché, secondo la loro interpretazione dell’Apocalisse (Revelations, quel libro del Nuovo Testamento si chiama in lingua yankee, non in inglese) appena Israele avrà vinto la sua battaglia finale, ci sarà lo scontro finalissimo tra Gog e Magog, tra il bene e il male, la fine del mondo. Quando tutti i buoni andranno in cielo, vicino a Dio padre, i cattivi – Israele compresa, sia chiaro, se gli ebrei non avranno intanto provveduto a convertirsi al cristianesimo: sono sempre la razza deicida, dopotutto, no? – nella Gehenna, all’Inferno…

   D’altra parte, fu questa la motivazione biblica, a modo suo – si capisce – biblica, di fede (fondamentalista, appunto) citata da George W. Bush al presidente francese Chirac quando gli chiese – ma senza riuscire a convincerlo… – di schierare la Francia con l’America nell’invasione dell’Iraq: accelerare il compimento dei tempio, lo scontro finale tra Gog e Magog “che sono già al lavoro là, in Medio Oriente” (cfr. J.-C..Maurice, Si vous le répétez, je démentirai...:  Chirac, Sarkozy, Villepin, Plon ed., 2009: passaggio citato anche in Wikipedia, ala voce Gog and Magog, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Gog_and_Magog#cite_note-46/: ecco perché – comunque e malgrado ogni riserva – l’essersi liberati senza arrivare all’Apocalisse di un pazzo furioso come il presidente Bush ha costituito per il mondo un enorme passo avanti: di portata davvero… apocalittica). 

[120] Washington Post, 7.8.2009, W. Pincus, Iran Years From Fuel For Bomb— L’Iran è ancora lontano anni dall’avere il combustibile necessario a costruirsi la bomba (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/08/06/AR2 009080603920.html/); e  Jerusalem Post, 8.8.2009, US: Iranian bomb no earlier than 2013— USA: la bomba iraniana non prima del 2013 (cfr. www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1249418551465&pagename=JPost%2FJPArticle%2F Show Full/).

[121] White House, Press Conference , 4.8.2009 (cfr. www.whitehouse.gov/the_press_office/Briefing-by-White-House-Press-Secretary-Robert-Gibbs-8/4/09//).

[122] White House, Press Gaggle Chiacchierata con la stampa, in volo sull’Air Force 1(cfr.  www.whitehouse.gov/the_press_ office/Gaggle-by-Press-Secretary-Robert-Gibbs-on-Air-Force-One-en-route-South-Bend-Indiana-8/5/09//).

[123] The Times, 4.8.2009, British envoy to attend Ahmadinejad’s swearing-in— L’ambasciatore britannico presenzierà al giuramento di Ahmadinejad (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article6739457.ece/).

[124] Stratfor, 5.8.2009, Iran: Ahmadinejad Sworn In As President Al giuramento di Ahmadinejad come presidente in Iran (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090805_iran_ahmadinejad_sworn_president/).

[125] Guardian, 20.8.2009, J. Borger, Iran lets in UN inspectors ahead of nuclear report L’Iran lascia entrare gli ispettori dell’ONU [della AIEA, più esattamente] prima della pubblicazione della relazione sul nucleare.

[126] Reuters, 25.8.2009, Iran's nuclear program (cfr. www.reuters.com/article/gc08/idUSTRE57O2GQ20090825/).

[127] New York Times, 29.8.2009, W. J. Broad e D. E. Sanger, Nuclear Agency Says Iran Has Bolstered Ability to Make Fuel but Slowed Its Output L’Agenzia nucleare dice che l ’ Iran ha incrementato la capacità di fabbricare combustibile ma ne ha rallentata la produzione.

[128] New York Times, 29.8.2009, Reuters, Iran Says Report Confirms Atomic Work Peaceful— L’Iran sostiene che il rapporto conferma come il suo lavoro atomico sia di natura pacifica.

[129] Guardian, 25.8.2009, E. MacAskill, Barak Obama on brink of deal for Middle East peace talks Barak Obama sull’orlo di un accordo per I colloqui di pace in Medio Oriente.

[130] Ha’aretz, 31.8.2009, Reuters, Abbas: No peace talks without full settlement freeze Non ci saranno negoziati senza un pieno congelamento degli insediamenti (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1111369.html/).

[131] Central Chronicle.com, 24.8.2009, Stop countering nuclear drive, Iran tells world powers L’Iran dice alle potenze mondiali di smetterla di contrastare la sua ricerca su nucleare (cfr. www.centralchronicle.com/viewnews.asp?articleID=13 072/).

[132] The National (Beirut), 26.8.2009, ‘Hizbollah will be in cabinet’, says Hariri ’Hezbollah entrerà nel govemo’, dice Hariri (cfr. www.thenational.ae/apps/pbcs.dll/article?AID=/20090826/FOREIGN/708269946/1011/).

[133] Guardian, 4.8.2009, T. Branigan, Kim Jong-il issues order to free US journalists Euna Lee and Laura Ling Kim Jong-il dà l’ordine di liberare le giornaliste americane Euna Lee e Laura Ling.

[134] New York Times, 5.8.2009, M. Landler e P. Baker, Bill Clinton and Journalists in Emotional Return to U.S. Bill Clinton e le giornaliste tornano in USA.

[135] Washington Post, 4.8.2009, J. R. Bolton, Clinton's Unwise Trip to North Korea— Lo scriteriato [dice Bolton, il cui unico titolo non è nella carriera diplomatica o in quella accademica ma solo nel suo essere fondatore della congrega dei neo-cons] viaggio di Clinton in Corea del Nord.(cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/08/04/ R2009080401486.tml?idopi nionsbox1/).

[136] Statement by the Office of the Director of National Intelligence on the North Korea Nuclear Test Comunicato stampa no. 19/06 dell’Ufficio del Direttore dei sistemi di Intelligence USA sul test nucleare della Corea del Nord, 16.10.2006 (cfr. www.fas.org/nuke/guide/dprk/odni101606.pdf/).

[137] Tra il 1958 e il 1991, dislocate su tutto il territorio della Corea del Sud ci sono state fino a diverse centinaia di armi nucleari, di otto tipi e diverse potenze detonanti (fino a parecchi megatoni). Poi, dalla fine del 1991, per decisione del presidente Bush padre – che era stato a capo della CIA e ben avvertito dell’esposizione di quelle armi a una possibile avanzata o al sabotaggio dei nord-coreani – vennero sostituite da armamenti nucleari su aerei delle portaerei delle VI Flotta e da missili intercontinentali piazzati sul territorio americano: W.J. Perry (consigliere speciale della Casa Bianca,  Review of United States Policy Toward North Korea: Findings and Recommendations— Analisi della politica americana verso la Corea del Nord: rilievi e raccomandazioni, 12.10.1999 (cfr. www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB87/nk20. pdf/9/).  

[138] The Chosun Ilbo (Seoul), 20.8.2009, No direct talks with Pyongyang on merit, Washington reiterates Nessun  colloquio diretto sul merito con Pyongyang, conferma Washington (cfr. http://english.chosun.com/site/data/html_dir/2009/08/ 20/20090820.html/).

[139] Suomenkuvalehti.fi, 3.8.2009, Belgium NATO New Chief Speaks— Parla il nuovo capo della NATO in Belgio (cfr. http:// suomenkuvalehti.fi/kuvat/2009/08/03/belgium-nato-new-chief/).

[140] Stratfor, 20.8.2009, Afghanistan: NATO Chief Seeks 400,000-Strong Security Force Il capo [si fa per dire: il segretario generale è solo un alto funzionario, senza alcun potere decisionale e, formalmente, neanche di proposta…] della NATO vuole una forza di sicurezza di 400.000 soldati (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090820_afghanistan_nato_chief_ seeks_ 400000­strong_security_force/).

[141] Stratfor, 28.8.2009, Greece: Bring Balkans Into Euro-Atlantic Framework - Rasmussen Rasmussen chiede alla Grecia di condurre i balcani dentro la NATO (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090828_greece_bring_balkans_euro_atlantic_ framework_rasmussen/). Questa è un occasione cui il segretario generale si fa prendere anche di più la mano dal suo entusiasmo neofitico iperatlantistico, scavalcando – e di molto – il consenso cui è arrivata l’Alleanza. Qui anticipa quelli che lui considera sviluppi desiderabili per l’Alleanza tutta. In visita ad Atene afferma che tutti i paesi balcanici devono entrare nella NATO nei prossimi anni, che questa sarà la sua missione e che la Grecia – dopotutto sta chiacchierando lì a Atene… – avrà un ruolo di traino e di guida (sic!) in tutto il processo. Ma, a dire il vero né il primo ministro greco, Costas Karamanlis, né quella degli Esteri, Dora Bakoyannis, né quello della Difesa,  Evangelos Meimarakis, sembrano particolarmente attratti da questa visione del futuro prossimo dell’Alleanza e del lloro nell’Alleanza. Per non dire di molti altri paesi alleati…

[143] Scrive Wikipedia che “era stato coltivato come asset ‘unilaterale’ dalla CIA negli anni ’80 ricevendo in contanti decine e  decine di migliaia di dollari per il suo lavoro antisovietico” (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Jalaluddin_ Haqqani#Mujahideen_leader/).

[144] Ma dal sito della Casa Bianca (cfr. www.whitehouse.gov/search/?keywords=Dana%20perino%2011.09.2008/) di quel giorno questa citazione è curiosamente scomparsa…

[145] … restando invece – sono i guai o i pregi, se volete, della moderna tecnologia – fino ad oggi perfettamente reperibile e visibile sul Web, su YouTube (cfr. www.youtube.com/watch?v=3gwb2EuzGN4/).

[146] Rapporto della CIA, 13.7.2004, sugli interrogatori di Khalid Scheikh Mohammed, desecretato in data 24.8.2009 ma con ampi spazi di censura ancora sbianchettati (cfr. http://documents.nytimes.com/c-i-a-reports-on-interrogation-metho ds#p=233/).

[147] New York Times, 9.8.2009, E. Rubin, Karzai in His Labyrinth Karzai nel suo labirinto.

[148] New York Times, 21.8.2009, C. Gall e S. Farrell, Afghan Election Called a Success Despite Attack—.

[149] New York Times, 25.8.2009, J. MacKenzie [direttore dell’Istituto di Studio della guerra e della pace in Afganistan e corrispondente da Kabul delle Global Post News], Afghanistan’s Sham Vote Il voto pagliacciata dell’Afganistan.

[150] New York Times, 21.8.2009, H. Cooper e C. Gall, Afghan Election Poses New Tests for Washington— Il voto afgano pone nuovi problemi per Washington [non detto nel titolo, ma lo dice l’articolo ora che tutti lo vedono: per l’imbroglio che sono state palesemente queste elezioni. Problemi per gli USA, naturalmente, quelli per l’Afganistan, e per chi dagli USA si è fato incautamente trascinare in Afganistan, chi se ne frega…].

 

[151] Sempre sul New York Times, 22.8.2009, sempre C. Gall, Intimidation and Fraud Oberved in Afghan Eections Intimidazioni e brogli nelle elezioni afgane.

[152] Lo documenta fotograficamente sull’Observer, 23.8.2009, H. Marking, It is insulting to Afghans to declare their election a success E’ un vero e proprio insulto per gli afgani dichiarare un successo le loro elezioni.

[153] New York Times, 23.8.2009, (A.P.), Fraud Filings Could Sway Vote— Le denunce di brogli potrebbero cambiare l’esito del voto.

[154] New York Times, 28.8.2009, H. Cooper, Karzai Using Rift With U.S. to Gain Favor With Afghans— Karzai utilizza i dissensi con gli USA per ottenere il favore degli afgani [ma non è che così alla fine si viene a scoprire che, agli afgani, gli USA stiano proprio sulle scatole?].

[155] M. Joya, Raising my voice Alzando la voce, ed. Rider, 2009. 

[156] Adesso, molto preoccupata del Frankenstein cui ancora una volta ha aiutato a dar vita, la CIA si preoccupa, molto:  New York Times, 26.8.2009, J. Risen e M. Landler, Accused of Drug Ties, Afghan Official Worries U.S. Accusato di legami di droga, un esponente afgano preoccupa gli USA.

[157] Guardian, 15.8.2009, Ghaith Abdul-Ahad, Inside the Taliban: 'The more troops they send, the more targets we have' Da dentro il mondo dei talebani: ‘ Più truppe ci mandano contro, più bersagli ci danno’.

[158] Wall Street Journal, 10.8.2009, Taliban Now Winning – Warning  of Rising CasualtiesI talebani stanno vincendo – Attenzione a vittime in aumento (cfr. http://online.wsj.com/article/SB124986154654218153.html#articleTabs%3Darticle/).

[159] Deutsche Presse-Agentur, 18.8.2009, U.S. Commander: Taliban much stronger, but I will win! USA: i talebani sono molto più forti, ma vinco io! (cfr. www.dpa.de/Suche.erweiterte_suche.0/).

[160] Guardian, 14.8.2009, J. Boone, Afghanistan passes 'barbaric' law diminishing women's rights L’Afganistan passa una legge ‘barbara’ che riduce i diritti delle donne.

[161] Cfr. testo, storia, firme e ratifiche in www.un.org/womenwatch/daw/cedaw/.

[162] New York Times, 17.8.2009, C. Gall, Peace Talks With Taliban Top Issue in Afghan Vote— La questione numero uno nel voto afgano sono i colloqui di pace coi talebani

[163] K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, incipit, 1° ediz., Bruxelles, 1836; ed. Riuniti, 2006.

[164] Encyclopedia Britannica, 11a edizione, 1910-1911, The first Afgan War, 1838-42: che non era, poi, affatto la prima –lo era per gli inglesi, però: e tanto bastava – né sarebbe, certo stata l’ultima… (cit. in New York Times, 21.8.2009, S. Farrell,  Nothing New Under the Sun— Niente di nuovo sotto il sole (cfr. http://atwar.blogs.nytimes.com/2009/08/21/ nothing-new-under-the-sun/?scp=1&sq=nothing%20new%20under%20the%20sun&st=cse/).

[165] New York Times, 30.8.2009, C. Gall, Increasing Accounts of Fraud Cloud Afghan Vote— Tutte le verifiche e i resoconti di imbrogli che montano annebbiano il voto afgano [annebiano è termine molto blando: ma rende l’idea…].

[166] FARS News Agency (Teheran), 29.8.2009,US Pushing Karzai to Form Coalition Gov't— Gli USA fanno pressione su Karzai perché formi un governo di coalizione (cfr. http://english.farsnews.com/newstext.php?nn=8806071554/).

[167] New York Times, 25.8.2009, D. Johnston, U.S. Says Rendition to Continue, but With More Oversight—.

[168] Joint Force Quarterly, autorevolissimo e ufficialissimo trimestrale degli Stati maggiori riuniti, no. 54, 3° trim. 2009, intervista (cfr. www.ndu.edu/inss/Press/jfq_pages/editions/i54/TOC.pdf/).

[169] Reuters, 13.8.2009, Merkel-Medvedev talks to focus on investment, Opel I colloqui tra Merkel e Medvedev si incentrano sugli investimenti e sulla Opel (cfr. www.reuters.com/article/privateEquity/idUSLD18857620090813/).

[170] Il Giornale, 22.8.2009, P. Bonora, Pasticcio Opel, da Gm ancora nessuna decisione (cfr. www.ilgiornale.it/a.pic1?I D=376158/); e La Stampa, 22.8.2009, A. Alviani, A sorpresa GM non decide (cfr. www.lastampa.it/redazione/cmsSe zioni/economia/200908articoli/46587girata.asp/).

[171] New York Times, 30.8.009, (A.P.), Merkel's Party Loses Ground in German Votes— Il partito della Merkel perde terreno nei voti tedeschi.

[172] New York Times, 28.8.2009, J. Dempsey e P. Baker, U.S. Mulls Alternative for Missile Shield Gli USA pensano a diverse alternative per lo scudo missilistico.

[173] IFO, 26.8.2009, Geschäftsklimaindex-Konjunkturtest Indice di fiducia delle imprese-Inchiesta congiunturale (cfr. www. cesifo-group.de/portal/page/portal/ifoHome/a-winfo/d1index/10indexgsk ifo-group.de/portal/page/ portal/ifoHome/a-winfo/d1index/10indexgsk/); e New York Times, 27.8.2009, Reuters, German Business Confidence Up Strongly Sale decisamente la fiducia delle imprese in Germania.

[174] The Economist, 29.8.2009.

[175] Office of National Statistics (ONS), 28.8.2009, Q2 2009, GDP Growth— Crescita del PIL [in realtà, calo del PIL] nel 2° trimestre (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/ nugget.asp?id=192/).

[176] Guardian, 4.8.2009, A. Seager, Fall in power demand 'unprecedented'La caduta della domanda di energia ‘non  ha precedenti’.

[177] Trading Stocks, 5.6.2009, J. P. Whitefoot, Is The Recession Already Over? Or Is History Repeating Itself? Ma la recessione è già finita? O la storia si sta ripetendo? [in altre parole, adesso come allora, arrivano le ondate della disoccupazione di massa?](cfr. http://stockmarketbs.com/?p=27/); e Observer, 9.8.2009, N. Cohen, Don't be fooled – the recession is far from over Non fatevi ingannare – la recessione non è finita, e di gran lunga (cfr. www.guardian.co.uk/ commentisfree/2009/aug/09/recession-politics-economy-nick-cohen/).

[178] Guardian, 12.8.2009, A. Seager, Unemployment jumps 220,000 to 2.4m La disoccupazione salta in su di 220.000 unità  a 2, 4 milioni.

[179] Guardian, 18.8.2009, J. Kollewe, Higher-than-expected inflation defies City forecasts Un’inflazione più alta del previsto sfida le previsioni della City.

[180] Stratfor, 17.8.2009, Japan: Recession Ends As Exports Grow In Giappone la recessione finisce con la crescita delle esportazioni (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20090817_japan_recession_ends_exports_grow/).

[181] SinaEnglish, 19.8.2009, China becomes Japan's largest trading partner in first half of 2009— La Cina diventa il maggiore partner commerciale del Giappone nella prima metà del 2009 (cfr. http://english.sina.com/business/2009/0819/264 374.html/).

[182] NewsonJapan.com, 28.8.2009, Japan's core CPI down 2.2% in July, record fastest fall— L’inflazione cala del 2,2% a luglio, al record di sempre (cfr. www.breitbart.com/article.php?id=D9ABI90G0&show_article=1/).

[183] The Japan Times.online, 30.8.2009, DPJ certain to win landslide victory Sicura la vittoria a valanga del PD (cfr. www.japantimes.co.jp/).

[184] Guardian, 10.8.2009, S. Tisdall, Japan tries to loosen the US leash Il Giappone tenta di allentare la briglia americana.