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     09. Nota congiunturale - settembre 2008

        31.8.2008 / 10:00

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Segnaliamo – perché di per sé è sfizioso e perché ci pare, comunque, di qualche utilità per chi pazientemente ci legge – che il ministro Renato Brunetta[1], il superflagello degli assenteisti pubblici, probabilmente detiene il record italiano dell’assenteismo pubblico.

Al parlamento europeo, di cui è membro per l’Italia, è fra i deputati meno assidui, al 611° posto, con il 48,21% (e sui 20.000 euro al mese: demagogia, dirà lui conoscendolo bene sicuramente … sì, sacrosanta demagogia,cern rispondiamo noi). Peggio di lui per presenze, tra gli italiani, solo Pannella, Di Pietro, Veltroni, Mastella e Dell’Utri…

Ma come la mettiamo col tasso di assenteismo suo personale anche all’università di Roma, dove lui insegna e cui, molto opportunamente e anche con qualche (sacrosanta!) animosità si sono rivolti per sapere “se tra il 1999 e il 2008 il prof. Brunetta abbia preso aspettativa o, in caso contrario, come abbia conciliato tutti i propri incarichi”. Perché il sospetto, ancora sacrosanto, è che si tratti pure qui di assenteismo. Del resto con quattro lavori lautamente retribuiti (anche come deputato italiano e come ministro: quello forse meno ricco è il prestigioso incarico, di per sé a tempo pieno, di insegnante universitario) di cose da fare il ministro ne ha…

Si resta in attesa di qualche (pronto?) riscontro…

Vorremmo qui, anche, mettere l’ultima parola – ma sappiamo che non è possibile, certo – a una vecchia diatriba, alla sarabanda che si è svolta e si sta svolgendo un po’ ovunque – in America, in Italia, in Europa – sull’immigrazione.

Il punto è che, sicuro, è un problema politico e sociale e culturale. Non fosse altro che perché – pungolata, sollecitata, impaurita – una parte importante della popolazione è preoccupata, allarmata,m anche terrorizzata al di là del merito stesso e dei fatti:da semplice percezione la cosa, a questo punto, diventa un problema politico. Così, nelle paure di tanta gente per bene, sguazzano tutti gli infami del mondo. Non a caso, le stesse e gli stessi, dovunque.

E, allora, diciamo sommessamente la nostra. Semplice semplice, in fondo: nessun essere umano – vecchio, donna, uomo, bambino, bambina – può venir dichiarato, tanto meno considerato e/o essere mai, un illegale. Da nessunissima “autorità” e da nessuna legge. Di per sé, proprio in quanto essere umano.

Informa l’ISTAT[2], l’8 agosto, che nel secondo trimestre del 2008 il prodotto interno lordo, in valori riferiti all’anno, appunto, di riferimento 2000, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, rimanendo fermo  rispetto al secondo trimestre del 2007.

Il risultato congiunturale del PIL è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto dell’industria, di una sostanziale stazionarietà dei servizi e di un aumento dell’agricoltura. Il secondo trimestre del 2008 ha avuto una giornata lavorativa in meno rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero di giornate del secondo trimestre del 2007.

A confronto, e sempre nel secondo trimestre, il PIL è cresciuto in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti e dello 0,2 nel Regno Unito. In termini tendenziali, cioè rispetto al secondo trimestre del 2007, il PIL è cresciuto dell’1,8% negli Stati Uniti e dell’1,6% nel Regno Unito.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Scrive, in una sua nuova proposta (A Green New Deal) che punta a far fronte alla crisi ecologica, la New Economic Foundation, un’istituzione che spinge per assumere presto, subito, su come farlo proposte nuove macroeconomiche che “L’economia globale oggi deve fare i conti con una ‘triplice stretta’: la combinazione di una crisi finanziaria alimentata dal credito, un  cambiamento climatico che va accelerandosi e prezzi torreggianti dell’energia sostenuti da prezzi esorbitanti del greggio. Ed è sempre più chiaro che questi tre fattori sovrapposti e intrecciati l’uno con l’altro, stanno preparando un perfetto ciclone economico e sociale di cui non si ha traccia dai tempi della Grande depressione, con conseguenze potenzialmente devastanti[3].

Ci si comincia, anche se non ancora compiutamente, a render conto che globalizzazione e mercati maggiormente integrati creano prosperità – anche se non per tutti, mai – collegando i coltivatori di cotone del Texas e le fabbriche tessili cinesi ma seminano anche e moltiplicano problemi e sofferenze quando le cose vanno male.

Tra le principali proposte avanzate dalla Fondazione, per rovesciare come un calzino vecchio e ormai logoro l’economia del +1 – solo quantità, dicono – in una “nuova economia verde e efficace”, un gruppo di esperti – famosi e anche, non è sempre la stessa cosa, autorevoli –  invocano quel che propongono anche altri, ed è già abbastanza eversivo, come investire massicciamente nelle energie rinnovabili— e, così, anche creare massicciamente nuovi posti di lavoro.

Ma poi si distinguono da tutte le altre proposte – scienziati, accademici, economisti e politici – per la proposta, realmente “sovversiva” diciamo, “di sciogliere forzosamente per legge i grandi gruppi, i cartelli bancari e con essi la forza distorcente dell’industria del credito. Solo così, osservano, si toglie di mezzo la minaccia del danno sistemico che ha forzato e sta forzando tanti governi ad utilizzare soldi pubblici per il salvataggio dei risparmi privati che amano rischiare ma detestano perdere.

   Per far questo, lo strumento proposto è una nuova alleanza politica tra chi dell’ambiente si preoccupa sul serio, ambientalisti, anche diversi industriali, sindacalisti, che sposti i rapporti di forza, gli equilibri di potere esistenti, promuovendo gli interessi di un’economia intesa globalmente invece che quelli mirati e privati di una cricca di finanzieri della City o di Wall Street o, magari ovviamente in dodicesimo, di Piazza Affari “convincendo le banche a rendere più disponibile capitale a basso costo indirizzato alle priorità più pressanti[4].

Ormai, se non è una costante le somiglia: ripetute, nuove cadute dei prezzi del greggio all’origine (fin sotto i 115 dollari al barile intorno a metà agosto, a partire dall’8[5], per consegne cosiddette future a settembre) si accompagnano a un rafforzamento del dollaro e a preoccupazioni montanti su una crescita dell’economia che sopravanzano quelle relative all’offerta.

E’ soprattutto la domanda di energia in America, in netto ribasso,con molti fondamentali in peggioramento, a frenare la domanda di petrolio. Ed è la convinzione dei mercati che la questione georgiana sia stata aperta e (quasi) chiusa a velocità supersonica a stoppare subito ogni timore di prezzi in aumento a causa della guerra[6].

Anche se poi, solo qualche giorno dopo – visto che i russi stavolta, al contrario di quel che hanno fatto finora praticamente da vent’anni, non mollano, come i media americani davano per scontato – dopo essere scesi, dall’11 luglio, di ben 18 dollari al barile, i prezzi risaltano in su in un solo giorno, il 21 agosto, con un aumento di 5 dollari, del 5,4% e a 121,18 dollari al barile[7].

In ogni caso, l’Agenzia internazionale per l’Energia dell’ONU, mentre annota come sia importante la discesa dei prezzi che in ogni caso, storicamente, restano alti, avvisa che non è prudente aspettarsi che la caduta dei prezzi duri a lungo visto che la domanda di Cina e Medio Oriente, in particolare, sta salendo e riempie già larga parte del vuoto lasciato dai paesi dell’OCSE. E poi la situazione internazionale, anche ma non tanto per la guerra della Georgia ed alla Georgia, quanto per l’Iran che sta dietro l’angolo, non sembra certo propensa ad aiutare a contenere i prezzi[8].

D’altra parte, sul mercato del combustibile, si profila una novità non da poco e su  cui bisognerà tornare a riflettere. Il leviatano russo dell’energia, Gazprom, ha firmato il 15 agosto ad Ashgabat, la capitale del Turkmenistan, un’intesa, un nuovo schema di accordo, per l’acquisto stabile e programmato del gas turkmeno. Anatema per le grandi compagnie energetiche mondiali e, va detto, trionfo per le idee di Enrico Mattei (contratti di lungo periodo, sottratti per quanto possibile, dalle due parti insieme, agli alti e bassi del mercato)[9]. Insomma, certo, il mercato ancora c’è, e ci sarà, ma l’accordo stabilisce principi di formazione dei prezzi che dovrebbero guidare l’acquisto russo del gas turkmeno per i prossimi vent’anni.

A questo primo accordo se ne associa un secondo che facendo di Gazprom il “donatore principale” per tutti i programmi energetici di Ashgabat, in combinazione con l’altro, assicura alla Russia il controllo – per contratto – dell’export turkmeno di gas naturale. In effetti “c’è di sicuro grande frustrazione a Washington. La Russia, in sostanza, ha di gran lunga rafforzato la sua posizione di principale fornitore di gas naturale all’Europa[10].

Altri grandi esportatori, adesso, citeranno il precedente di Ashgabat e gli europei non hanno la dimensione e l’unità di comando, chiamiamola così, per competere davvero con Gazprom. Naturalmente – e va detto, solo per colpa loro – perché neanche fanno lo sforzo di darsi una politica energetica veramente comune. Così la Russia sta preparando un futuro nel quale anche l’Azerbaijan – un accordo simile a quello del Turkmenistan – diventerà probabilmente il precedente di un futuro in cui l’influenza di Mosca sul prezzo del gas naturale diventerà ancora più importante sul mercato mondiale.

Insomma un grande cartello. Ma costruito sui contratti, ancor più che su accordi di tipo geopolitico, comunque anch’essi sempre presenti. Ma non è quello che l’ARAM.CO, l’American Arab Company americana, fa da sessant’anni in Arabia e con l’Arabia saudita?          

Comunque, insieme all’aspettativa che il rallentamento della crescita in America freni la domanda, il calo del greggio e delle commodities in generale, derrate alimentari comprese, ha fatto risalire le azioni delle borse americane[11].

Secondo alcuni osservatori, è forse un segno che ormai la perdita di valore dei titoli di borsa s’è bloccata[12]. Anche se poi hanno registrato ricadute rapide per l’afflusso dei nuovi dati relativi alla disoccupazione crescente che i mercati giudicano, stavolta, allarmante. Soprattutto per gli scenari collaterali che apre sul futuro prossimo.

Ne abbiamo parlato nella Nota subito precedente. Vogliamo riprendere, senza concluderlo, il punto del fallimento del Doha round. Semplicemente aggiungendo che se Doha è fallito, tutto sommato, e malgrado quanto hanno detto e scritto stampa finanziaria e certi economisti – che “la posta non avrebbe potuto essere più alta” – non c’è poi tanto da rammaricarsi: “è dal novembre del 2001 quando a Doha, nel Qatar, venne lanciato questo round di negoziati” sul commercio internazionale che va avanti questa faccenda. Perché, in realtà, non si è mai trattato davvero di facilitare lo sviluppo. Per cui il collasso dei negoziati non cambia niente…

Anche la promessa ai paesi poveri derivante dalla fine (comunque improbabile) del protezionismo sulle derrate agricole di alcuni grandi paesi ricchi, sarebbe in effetti stata una mezza fortuna e una mezza disgrazia: molti paesi in via di sviluppo, infatti, non esportando derrate avrebbero dovuto pagare di più quelle che erano costretti comunque per sfamarsi a importare, altri – gli esportatori – loro magari sì le avrebbero pagate di meno…

Ma, se si fosse trattato di cotone e di zucchero a vedersi tagliati i sussidi, sarebbero stati in realtà consumi poco frequenti tra i poveri dei paesi poveri. I grandi vincitori, così, non sarebbero stati i  consumatori del Terzo e del Quarto mondo ma i nostri, degli Stati Uniti e dell’Unione europea ,che a lungo hanno pagato e continuano pagare fior di sussidi ai produttori dei loro paesi.

Quanto alla tariffe sui prodotti industriali, i paesi “ricchi” chiedevano a quelli più “poveri” che le abbattessero drasticamente per cominciare a rinunciare ai propri sussidi all’agricoltura. Ma, anche qui, i potenziali benefici sarebbero marginali visto che le tariffe dei paesi in via di sviluppo, anche se ancora più alte di quelle dei paesi sviluppati sulle importazioni industriali sono già al loro minimo storico: sì e no, dalle stime della stessa Banca mondiale, un possibile aumento del reddito dell’1%.

Il problema è nel mito sul quale è stata costruita tutta la filosofia e la visione del Doha round, la cosiddetta teoria della bicicletta, cioè che un sistema commerciale multilaterale e mondiale sta in piedi solo finché la liberalizzazione va avanti— che è volato in pezzi, però, quando USA, Europa e alcuni paesi chiave in via di sviluppo hanno scoperto quanto fosse complesso e difficile liberarsi dei loro protezionismi.

D’altra parte, resta vero che se il mondo vive nel regime commerciale più liberale della storia, non è certo perché c’è l’Organizzazione mondiale del commercio a fare la guardia ma perché i grandi paesi – ricchi o poveri che poi siano – pensano che così ci guadagnano. Quindi l’allarmismo non solo non serve, perché la continuazione di un commercio mondiale ordinariamente forte non dipende in realtà da nessun round, ma siccome aspettative e psicologia qui forse contano addirittura più dei risultati economici reali, potrebbe addirittura essere controproducente.

Così – conclude il ragionamento e predice Rodrick[13]non mettetevi a versare lacrime su Doha. Non è mai stato un round mirato davvero allo sviluppo, quello, e il mondo di domani difficilmente apparirà diverso da quello di oggi anche se è fallito”.                 

Nello Zimbabwe di Robert Mugabe, proseguono – fra interruzioni e mìnacce – i difficili tentativi di formare un governo d’unità nazionale (tra Mugabe che ha vinto le presidenziali al secondo turno, perché l’opposizione, il Movimento per il cambiamento democratico di Tsvangirai. che aveva vinto il primo e le elezioni legislative s’è ritirato non certo volontariamente ma, comunque, lasciandogli così campo libero). In parlamento, la maggioranza dell’opposizione (MDC, Movimento per lo sviluppo democratico) è riuscita ad eleggere – fra fischi e scherni verso Mugabe – il nuovo presidente che ha il potere di stabilire l’agenda, ma cui sfugge del tutto il potere esecutivo che resta sempre saldamente in mano a Mugabe[14].    

Difficile arrivare a un compromesso vero, irrigidite come sono le due parti: forte, una, della legittimità molto probabilmente reale di quello che sarebbero stati i risultati, l’altra della legittimità formale che le viene dall’abbandono dell’altro candidato.

Il governatore della Banca centrale, Gideon Gomo, dice che intende strozzerà l’inflazione (al momento, e in salita, al 2.200.000%, con una pagnotta che a Harare costa 200 miliardi di dollari  tagliando dieci zero dal valore nominale della valuta, oggi ovviamente in valore reale proprio quasi uguale a zero[15].

Così, dal 1° agosto, 1 miliardo di dollari dello Zimbabwe equivale – almeno sulla carta: e, in fondo, di carta moneta si tratta – a un nuovo ZimbDollar. Un’operazione che qualche volta è riuscita, anche per dimensioni di inflazione analoghe, di vera e propria iperinflazione, cioè:

• l’Argentina nel 2001;

• il caso più eclatante, e forse di maggior successo, fu quello della Germania di Weimar dove, nel 1923, il presidente della Reichsbank, Hjalmar Schacht[16] – quando l’inflazione si calcola fosse di molte volte (con l’854.000.000.000% e la gente che andava nei negozi portandosi dietro, nelle carriole, i marchi necessari a fare la spesa) sopra quella attuale dello Zimbabwe – condusse con successo questo tipo di operazione (cancellò nove zeri e portò 10 miliardi di marchi a un valore nominale, e poi di fatto reale, del Rentenmark, il nuovo marco.

Il Paraguay, semplificando, è l’ultimo in ordine di tempo dei paesi latino-americani che, per usare la terminologia dei suoi nemici, "si vanno allendizzando”: spostandosi, cioè, democraticamente, con elezioni pulite, “a sinistra”: dopo Chavez (Venezuela), Morales (Bolivia), Correa (Ecuador) e, a modo loro, diverso nella tattica simile per la strategia (o forse viceversa?), anche Lula (Brasile) e Bachelet (Cile) e forse anche l’argentino Kirchner, si muovono in quella direzione (la priorità al cambiamento economico e sociale rispetto allo status quo), insieme ora al nuovo presidente, Fernando Armindo Lugo Mendèz.

Lugo, anche qui semplificando un po’ ma per dare l’idea: ex giovanissimo vescovo della “teologia della liberazione”, nel suo paese chiamato da tutti, anche da chi lo detesta, il “vescovo dei poveri”, dopo essersi dimesso dalla carica ecclesiastica come vuole la Costituzione per poter assumere l’incarico, ha anche ottenuto dal Papa una speciale dispensa che gli ha consentito – la prima volta nella storia della Chiesa per un vescovo e non per un semplice prete – di rinunciare all’ordine vescovile.

Ora verrà “ridotto allo stato laicale” – si dice così nel linguaggio desueto ma ufficiale della Curia, come se i laici fossero per status inferiori ai preti… – per poter accedere, il 15 agosto, alla presidenza strappata alle urne al dominio del partito Colorado da sempre al potere, quando “democraticamente”, da poco con un presidente che ha gonfiato di molto la spesa pubblica concentrandola però sui clientes, Nicanor Duarte Frutos, quando prime e per ben trentacinque anni, con la dittatura militare odiata del gen. Alfredo Stroessner.

Il Santo Padre ha riconosciuto che Lugo è stato eletto dalla maggioranza per guidare il Paraguay per i prossimi cinque anni” – ha spiegato, con tutta evidenza a denti stretti e rassegnato, il nunzio apostolico Antonini, dando conto del come si fosse arrivati a questa decisione senza alcun precedente.

Lugo ha chiamato la decisione “un segno d'amore da parte di papa Benedetto XVI”. Anche se Antonini, con una punta di veleno?, ha tenuto a precisare che ormai la riduzione allo stato laicale gli consente anche di sposarsi, il nuovo presidente del Paraguay ha detto che non ha alcuna intenzione di farlo[17].

Dimenticavamo di dire che Lugo, se non s’è capito, è uno degli esponenti della nuova sinistra latino americana, unita soprattutto da una sensibilità sociale e da una cultura molto più lontana dagli yankees di quanto fosse quella dei loro predecessori, meno ideologica certo (Cuba non è più un modello da copiare ma, sul sociale, certo da seguire) ma sempre radicale e decisa— è la prima volta, forse, che questi in questo continente e nel mondo provano a fare una rivoluzione che inizia dalla vittoria alle urne per poi consolidarsi in programmi forti di ridistribuzione del potere e anche della proprietà della terra.

E’ lo stesso sviluppo che si sta approfondendo in Bolivia, dove Evo Morales che, in qualche modo, ha già fatto la storia quando è stato eletto come primo presidente indigeno – indio cioè, di discendenza non europea del paese – ed il primo ad aver vinto col 54% dei voti, stravince adesso un referendum cosiddetto di “richiamo”, cioè di cancellazione della sua presidenza, che l’opposizione conservatrice aveva imposto per caccialo via o, almeno, per tarpargli le ali. Ma dell’84% dei votanti, stavolta il 68% dei voti sono stati a favore suo e del suo programma (sociale, populista, radicale, anti-establishment— chiamatelo come volete). E lo rafforzano non di poco.

Tutti i conformisti del benpensantismo locale e globale – boliviani, sud-americani e nord-americani, e anche alcuni in Europa – lamentano adesso che la vittoria di Morales è preoccupante perché forza il paese “verso una polarizzazione che storicamente ha portato al separatismo ed alla violenza[18]. In effetti, anche i quattro governatori dei territori più ricchi e potenzialmente secessionisti hanno avuto dalla loro la maggioranza, anche se in percentuale più bassa, dei suffragi. Ma è anche qui il trionfo dell’ipocrisia: come se fino a ieri violenza, repressione e un paese spaccato in due fossero realtà ignote in Bolivia… ma quando a subire erano i più ed i reietti, i sepolcri imbiancati locali consideravano la cosa del tutto naturale.

Insomma, la Bolivia resta divisa come è sempre stata ma, adesso, col 68% dei voti a Evo Morales, molti più di ieri evidentemente e dell’altro ieri. Il contenzioso sul quale i terratenientes hanno dichiarato, perdendola, la loro guerra a Morales è stato sulla proprietà della terra e sul controllo dei redditi degli idrocarburi di questo paese.

Dovunque nel mondo questi sono diritti dello Stato, qui tradizionalmente – secondo la vecchia tradizione… – erano per il 50% diritti delle regioni e delle province (devolution o federalismo fiscale, se volete, ante-litteram). Questo rapporto aveva già cambiato legislativamente Morales, portando alle casse dello Stato, per una ridistribuzione colossale da effettuarsi ormai sul piano nazionale e non più locale, entrate extra di 1,5 miliardi di dollari (in un paese col PIL a 13 miliardi:  come se allo Stato in Italia arrivasse un extra gettito del 10% del PIL).

Volevano rovesciare questo nuovo stato di cose le quattro province della cosiddetta “mezzaluna” dell’est del paese che, con una media di reddito superiore del 40% di quella delle altre cinque province ed una popolazione india molto inferiore (dal 16% della regione del Pando al 38% di Santa Cruz, rispetto al 66-84% degli altri Stati), avevano imposto il referendum.

Puntavano a far sconfessare dal popolo direttamente e, quindi, mettere sulla difensiva Morales costringendolo ad arretrare e hanno ottenuto esattamente il contrario, strillando adesso – adesso… – alla divisione del paese e confermando così sia la legislazione nazionale sugli idrocarburi, sia la proposta di ridistribuzione della terra coltivabile che, col 40% del lavoro dipendente in agricoltura e più dei 3/4 dei boliviani in situazione ufficiale di “povertà”, diventa una riforma centrale economica e politica. Adesso questa è diventata la proposta di riforma radicale che la valanga di sì strappata alle urne da Morales, oltre le questioni di legittimità e di legalità che già aveva dalla sua, lo autorizza a perseguire.

Il fatto è che, anche se l’elettorato ha pesantemente smentito la tesi dimostratasi del tutto minoritaria che Morales se ne fregasse del volere della gente per portare avanti la sua agenda radicale, sinistrorsa e polarizzante. Non sarà, però, certo l’ultimo tentativo che gli avversari metteranno in campo per sviare l’andamento voluto dai più in questo paese, passando magari a forme di ribellione civile anche armata. Sono minoranza, ma dalla loro hanno ancora però la larghissima prevalenza dei media boliviani, di proprietà dell’oligarchia e totalitariamente schierati contro “el señor presidente usúrpante[19]. Ma anche per loro, dopo il referendum, sarà più difficile.

Vaste proteste, di massa e generalmente neanche violente, nel Kashmir, il territorio a cavallo tra India e Pakistan ma controllato dall’India, sia nelle regioni a maggioranza mussulmana, sia nella regione hindi di Jammu. La protesta, su tutti e due i fronti, parte dalla contesa sulla proprietà della terra ma si allarga presto a dimostrazioni pro o contro l’indipendenza del territorio[20].

La novità è tutta proprio nella dimensione e nella qualità di queste dimostrazioni: non violente e di massa, dopo un controllo militare e una repressione durissima durata per anni da parte dell’India. Una novità da guardare con grande attenzione[21]. Anche perché, parallelo a questo sviluppo, c’è il sordo rumoreggiare delle dimostrazioni che si svolgono sotto i vessilli verdi del profeta, con slogan che somigliano sempre di più a quelli jihadisti in corso un po’ in tutta l’area.

Per chiudere su una nota non sappiamo ancora se di ridicolo affanno – lo è al 99,999999...%  – o di preveggente iattura – lo è, forse, allo 0,111111…% – come dicono i catastrofisti che mai tanto hanno meritato sicuramente quel nome – il 10 settembre p.v. – prima cioè della nostra prossima Nota congiunturale che, nell’evenienza, leggereste con qualche difficoltà – a Ginevra, sotto il Monte Bianco, entra in funzione uno strano apparecchio, il Large Hadron Collider del CERN, un collisore-acceleratore di particelle atomiche come l’hadron, appunto (che, in realtà, è una particella subatomica composita fortemente interattiva che entrerà in collisione con le sue sorelle in un anello lungo 17 miglia a 100 metri di profondità). Un esperimento di grandezza e complessità totalmente nuove di cui i fisici che l’hanno costruito ci dicono che spingerà a livelli mai prima tentati la ricerca sulla fisica delle particelle.  

Mai primi tentati, appunto. Come mai prima tentate nella storia del mondo, per definizione, sono tute le cose nuove, però. I critici, tra cui pochi – ma, grazie a Dio, poco accreditati scienziati – preconizzano ora che l’acceleratore produrrà un buco nero infinitesimale, che comunque ingoierà l’universo. Non solo la terra, proprio l’universo. A noi sembra un po’, come dire?, spropositata… ma – come diceva don Benedetto Croce, segnandosi al passaggio d’un funerale: ma con le corna – non si sa mai!

in Cina

Questa è una fase che, sotto il profilo economico, e non solo, del paese si presenta come uno snodo assai delicato[22]. In effetti, una delle ragioni della caduta nelle ultime settimane del prezzo del greggio – mediamente un po’ meno del 20% – e della riduzione del costo di rame, zinco, alluminio, è stata la riduzione o la chiusura di molte fabbriche in Cina: sia per il periodo olimpico (si trattava di abbattere la cappa di smog a Pechino e nelle altre città: obiettivo che non ha avuto poi troppo successo, ma il cui fallimento non sembra, alla fine, aver troppo danneggiato le performance olimpiche[23]), sia perché è rallentato il ritmo di crescita dell’economia dove molte fabbriche hanno ridotto la produzione e il consumo di materie prime, o hanno proprio chiuso (temporaneamente) i cancelli.

Si potrà ridurre così anche, almeno un po’, in tutto il mondo il fardello dell’inflazione (tale è la dimensione ed il peso, ormai, della Cina) ma si ridurrebbe anche l’ormai già impalpabile crescita economica globale: specie nei paesi più sviluppati. “La Cina ha già rallentato molto ma molto rallenterà ancora”, preconizza alla Goldman Sachs, il capoeconomista per la Cina, Hong Liang. Naturalmente sono tante le previsioni che lui come ogni altro suo collega hanno sbagliato finora…

Ma, in effetti, c’è un solido consenso stavolta: dall’11% e più all’anno, la crescita del PIL dovrebbe scendere al 9,5-9% nell’anno a venire. Un tasso invidiabile, da tutti. Ma che rende comunque più  difficile rispondere alla domanda di lavoro dei milioni di contadini che continuano ad arrivare dalle zone rurali nelle città…

Quanto all’attivo commerciale cinese, il massimo da otto mesi è stato raggiunto a luglio[24] sia nei confronti dell’Europa che dell’America (25,3 miliardi di dollari, il 4% in più rispetto allo stesso mese del 2007; 136,7 miliardi di dollari di export, +26,9% contro 11,4 miliardi di import, +33%), malgrado tute le preoccupazioni (reali) per il calo della domanda globale. Del resto, qui contano per compensare (quasi) il rallentamento europeo e americano sulla domanda, in crescita graduale e costante, dai paesi in via di sviluppo verso i cui mercati la Cina ha fatto passi da gigante, giocando la partita in termini di competizione economica ma anche direttamente politica.

Le autorità hanno reagito subito alle previsioni. “Le priorità dell’aggiustamento macro – è stato annunciato in una conferenza stampa abbastanza rara, una settimana appena prima delle Olimpiadi – sono il mantenimento di un tasso di crescita relativamente rapido – meno dell’anno scorso, ma più della previsione – e, soprattutto, il controllo di prezzi che salgono troppo”.

Però, dopo aver frenato gradualmente l’economia negli ultimi anni adesso Pechino sta, gradualmente, consentendo allo yuan di perdere qualche po’ di valore sul dollaro proprio per raffreddare la crescita dell’inflazione. E sta mettendo in funzione diverse misure di ordine tecnico (banche, cambi, ecc.) per stimolare di nuovo, appena possibile anche se sempre con la massima prudenza, la crescita.

In ogni caso, vengono buoni segnali anche dagli investimenti enormi in edilizia e in infrastrutture che ormai coprono tutto il paese con indici crescenti di produttività e restano solidi gli investimenti esteri sempre maggiormente mirati all’high-tech. Secondo esperti non di ultima fila (il managing director della Ryder, impresa gigante di logistica americana) questi sono poi investimenti, esteri e  domestici, che “non riguardano solo le infrastrutture, ma anche la formazione delle persone a tutti i livelli che si sta facendo avanzata”.

Il valore delle vendite al dettaglio è salito del 23,3% nell’anno, a luglio, al massimo da nove anni. E l’inflazione scende, per il terzo mese consecutivo, adesso al 6,3%.

Non tutti, certo, la vedono tutto sommato così lusinghiera per la Cina. C’è chi argomenta secco, e con una punta di astio, come un accademico americano che a lungo ha lavorato in Cina, come non sia vero che il 21° secolo sarà il secolo della Cina[25]. Troppo presto per dirlo e troppo esagerato. Ed è certamente vero che sono molti, e seri (il tasso di inquinamento; la distribuzione della ricchezza prodotta tra campagna e città; lo scarsa osservanza anche dei diritti umani e democratici, per quanto non sembri – questa, ancora – porre problemi di massa…), i problemi da fronteggiare perché questo paese diventi davvero una superpotenza (almeno secondo il metro nostro, consueto, di misurarne lo status).

Anche il ministro del Tesoro americano, Henry Paulson, all’impertinente domanda di chi, durante i giochi olimpici, gli faceva osservare come la Cina stesse quasi raddoppiando il numero delle medaglie d’oro degli americani, ha reagito stizzito – ma rispondendo a picche, quando era stato chiamato a cuori… – snocciolando una serie di “problemi economici reali” che si addensano ormai sulla Cina. Problemi che, poi, in forma diciamo più consona, ha raccolto e illustrato anche per iscritto[26].

Gli americani preoccupati che la Cina ci possa mai superare, si preoccupano per le ragioni sbagliate”, ha garantito. Intanto, la sua popolazione urbana nei prossimi anni arriverà al 45%: da noi e in Europa è già al 75%... La Cina deve modernizzarsi. E per farlo, secondo il banchiere Paulson “deve dotarsi di un settore finanziario più dinamico e competitivo che canalizzerebbe risorse ed investimenti verso industrie a meno alta capitalizzazione, come quella di servizi ed informazione e non tanto, e non più, verso il settore manifatturiero”…   

Ma il fatto è, come predice solo due giorni dopo che Paulson ha fatto la sua predizione (mascherata da auspicio di maggiore cooperazione, ma in realtà un’iniezione di fiducia, un po’ forzata, nel futuro immediato degli Stati Uniti d’America), la Global Insights[27], che si definisce – ma è realmente accreditata – come una delle maggiori imprese di futurologia economica e di market intelligence, che l’anno scorso gli Stati Uniti erano il maggior paese manifatturiero del mondo, con un 20% della produzione, e la Cina era seconda col 13%, già l’anno prossimo la Cina sarà il primo col 17% e si metterà dietro l’America, al 16%. Riprendendosi il posto che per 1.800 anni, fino alla metà del XIX secolo, nel 1840, dicono gli storici dell’economia, quando la Gran Bretagna o, meglio, l’impero britannico la scalzarono da quel posto. Corsi e ricorsi, insomma…

Ma l’idea fissa di una certa scuola di pensiero, quella dell’autore che andiamo citando, che il nodo del problema sia da identificare con l’invecchiamento della popolazione cinese sembra davvero l’equivalente sul piano sociologico della “terra piatta” con cui alla corte della regina Isabella e di re Ferdinando si diceva che Colombo era un visionario se non proprio addirittura un eretico (come sussurrava, ai re cattolicissimi, Tomás de Torquemada, inascoltato stavolta, grande inquisitore di Castiglia, Aragona, León, Catalogna e Valencia.

Il punto è che i cinesi vivono da pochi decenni molto più a lungo: da 35 anni nel 1949, l’anno della rivoluzione maoista, a 73 oggi, con gran parte dell’aumento prima del 1980: cioè – malgrado tutto… – proprio sotto Mao. E la peraltro discutibile non fosse che per i modi autoritari – ma questo, è del tutto pacifico, è un paese autoritario – con cui è stata imposta e anche largamente accettata, la politica di razionamento delle nascite (un figlio a famiglia) ha ridotto di molto il livello delle nascite.

Ecco, secondo questo autore e la sua scuola di pensiero, l’invecchiamento medio della popolazione cinese non è solo una storia di orrore ma anche un freno drammatico alle sue possibilità di crescita. Solo che, quest’ultima almeno, è una fregnaccia.

La Cina ha sperimentato una crescita media vicina al 10% all’anno, ormai da dieci anni. Che si è tradotta in un tasso medio pressoché equivalente di crescita del PIL pro-capite; cosa non proprio usuale che, qui, è stata possibile proprio grazie al fortemente rallentato aumento demografico. Così cresce – è cresciuto – rapidamente il livello di vita.

Ora, se una porzione di questo aumento di condizioni di vita, viene in futuro tassata per sostenere una popolazione crescente di cittadini inattivi, sia questi che i cittadini lavoratori potranno ancora godere – con l’aumento di crescita che, comunque, continua – di condizioni di vita migliori di quelle attuali.

Per esempio, facciamo che il tasso di aumento di produzione per lavoratore cada in Cina di un (relativamente) modesto 7% all’anno. Dopo vent’anni, in ogni caso, l’aumento di produzione per lavoratore sarebbe quasi quattro volte più alto di oggi, oltre il 280%. Se il paese imponesse una tassazione ulteriore del 15% sulle paghe, il reddito netto resterebbe tre volte superiore a quello di oggi.

E se il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati fosse anche solo di 2 a 1, sarebbe un livello di tassazione sufficiente a sostenere ogni pensionato a un livello di reddito comunque superiore del 20% a quello del lavoratore odierno.

Questo è un ragionamento che vale tale e quale anche per noi. Solo che, naturalmente, il nostro livello di crescita di PIL e di produzione non è così alto, anzi… Ma è aritmetica semplice semplice, a cui non si sfugge e che non giustifica così – almeno – alcun falso allarme sull’invecchiamento. Dal punto di vista economico, esso è perfettamente gestibile. Del resto, c’è la prova del nove: i paesi a crescita economica inferiore e con popolazioni molto più giovani di quella cinese (India stessa, Egitto, ecc.), già hanno ed avranno nel futuro prossimo venturo problemi demografici molto più seri.

E, poi, il ragionamento di questo articolo è abbastanza curioso. I grandi problemi della Cina, dice l’autore, sono inquinamento e carenza di certe risorse. Bè, non sarebbero maggiori – dal punto di vista economico, a prescindere dal come magari, visto che di questo che tratta – se la Cina non avesse controllato le nascite?

Un’ultimissima nota. Per chiudere su Olimpiadi, diritti umani e Cina. Un tema che resta aperto ma con un rispetto per la storia e la cultura altrui che dobbiamo tutti imparare a gestire ed approfondire senza concedere niente. Ma anche senza forzare propagandisticamente, dal nostro punto di vista la cosa: insomma, se non si perdona niente o poco alla Cina, bisogna non perdonare o perdonare molto poco agli Stati Uniti. Altrimenti continuiamo ad essere ipocriti e poco credibili.

Anche per questo abbiamo apprezzato un intrigante editoriale sul NYT di uno dei commentatori più conservatori, anche reazionari che schiera il quotidiano. Ma pure uno dei più seri e seriamente “pragmatici”. Che non significa senza principi, ma con principi saldamente radicati nella realtà e nella concretezza. A chi legge inglese consigliamo seriamente di leggerlo tutto. Qui non possiamo riportarne che una frase estrapolata ma che dà il senso di una valutazione che a noi sembra corretta del momento in cui, dal punto di vista dei diritti, si trova, oggi, la Cina.

Oggi – scrive Kristof – la Cina mi ricorda la Taiwan della metà degli anni ’80 quando una classe media in ascesa domandava più libertà. Praticamente tutti i paesi che sono intorno alla Cina, dalla Mongolia all’Indonesia, alla Tailandia, alla Corea del Sud, sono diventati piòà aperti e meno repessiuvi— non per l’amabilità dei loro governi ma a causa della pressione dei loro popoli[28].

Già… il mondo alla Cina deve chiedere molto di più, visto quel che è stata capace di mostrare e di mostrarci. Ma alla Cina deve anche, necessariamente, dimostrare e, perciò, mostrare una coerenza, una consistenza, una trasparenza che non tollerano più ipocrisie.   

nei paesi “emergenti”

Il Brasile[29], l’economia maggiore dell’America latina, sembra finalmente sul punto di realizzare il suo immenso potenziale come attore economico di livello globale, secondo molti economisti. Il paese sta cavalcando la fase espansiva maggiore da trent’anni a questa parte, con ripercussioni importanti di aumento della ricchezza tra i super-ricchi e di allargamento di quella dei ceti medio-bassi.

Non ancora, a dire la verità, almeno a livelli macro significativi per i più poveri anche se la miseria più nera, che ancora esiste, comincia a venire erosa. Anche il Brasile, all’ultimo Doha round, a Ginevra, ha fatto sentire il suo peso tenendo una posizione più defilata di quella degli altri grandi del Terzo mondo, ma piuttosto che mollare alle pretese americane di cancellare ogni forma di protezione per l’agricoltura del Terzo mondo – di cui, è vero, ha meno bisogno degli altri – anch’esso ha tenuto duro dicendo di no.

Però, malgrado tutti i timori (inesistenti) e tutte le aspettative (gonfiate) che Lula aveva suscitato tra nemici e seguaci, egli si è guardato bene dall’interferire nei mercati finanziari ma ha messo in moto alcune specifiche e mirate politiche sociali, soprattutto micro, che ora hanno cominciato a dar frutti: il baratro tra i redditi, uno dei più vasti al mondo, dal 2001 è sceso di 6 punti percentuali e, se il 10% dei redditi più alti dal 2001 al 2006 è aumentato del 6% ù, il 10% più basso è cresciuto del 58%[30].

Ma il Brasile, tra i paesi latini d’America (con Cuba e, in minor misura, il Venezuela) è il paese con la spesa pubblica sociale di gran lunga maggiore in percentuale sul PIL: rispetto al Messico, per dire, del 400%. E, rispetto a molti altri paesi industrialmente emergenti, qui hanno diversificato molto di più la base produttiva, espandendo un potenziale enorme in agricoltura e cominciando a sfruttare di più le ricchezze di un sottosuolo che forse non hanno eguali al mondo.

Petrolio e derrate alimentari hanno tirato la crescita, ma il paese è sempre meno dipendente da queste “monoculture”. E ha un mercato domestico di 185 milioni di abitanti ancora largamente da rifornire… con l’import, che tratta molto bene – a condizioni vantaggiose e soprattutto protratte nel tempo – i clienti brasiliani per fidelizzarseli e con la produzione “indigena”. E abbondano i segnali di un nuovo accesso a una ricchezza che è sempre stata lì, inutilizzata.

La Petrobas, l’ente nazionale petrolifero, ha scioccato il settore annunciando a novembre che il giacimento sottomarino di Tupi, offshore e a grande profondità al largo di Rio, è ricco di forse otto, dieci miliardi di barili: che ne fanno una delle scoperte maggiori da molti anni nel mondo. E’ costoso da estrarre – ma non più tanto, intorno o sopra i $140 di vendita al barile – e complesso, data la profondità. Ma Petrobas calcola di poter produrre sul milione di barili al giorno facendoci un buon profitto a partire dal 2010[31].

Anche i dolori di testa che la crisi dell’economia statunitense dà, per esempio, all’Europa sembrano qui attenuati: l’export negli USA in fondo rappresenta solo il 2,5% del PIL del paese… In un certo senso, il Brasile è più duttile perché per Brasilia il resto del mondo conta meno che, ad esempio, per Germania e Italia. Anche se proprio l’export nel resto del mondo ha dimostrato la propria importanza determinante nell’arricchimento di tanti brasiliani al vertice della cupola capitalistica nazionale ma, anche, del Brasile nel suo complesso.

Perché la novità vera della presidenza di Lula è questa: di pari passo con l’arricchimento di tanti privati, al top ma anche nei ceti medi e medio-bassi (soprattutto col minicredito di banche dello Stato come quella del Nordeste, una delle regioni più povere, finalmente in crescita), sono stati allargati e migliorati infatti molti programmi sociali che, magari avevano avuto inizio sotto la presidenza Cardoso oltre che sotto quella stessa di Lula, ma che adesso vengono sistematicamente seguiti, finanziati e aiutati a crescere.

O anche solo a sopravvivere, finalmente, Bolsa Familia, il programma di assistenza alle famiglie più povere, distribuisce un sussidio di 5,6 miliardi di dollari a quasi 45 milioni di brasiliani (poco più di 1.000 dollari l’uno all’anno), che è stato spesso sufficiente a fare la differenza.

Insomma, il Brasile si muove. E per esso ormai si può dire come si diceva trenta, trentacinque anni fa della Cina, riprendendo in verità una motto che risale addirittura a Napoleone Bonaparte, Quando la Cina si sveglierà… il mondo tremerà, e non solo in campo calcistico.

Sicuro. Restano sempre ed ancora seri problemi: il gap tra ricchi e poveri, in termini relativi…; la distruzione in progress della foresta pluviale e, più in generale, con la deforestazione selvaggia, poco regolata in nome del progresso che è necessario, di fette enormi di Amazonia; la scommessa, forse già esagerata, sui bio-combustibili anche se, è vero, qui si tratta di canna da zucchero e non di grano: che è una differenza importante, come non si stanca di spiegare Lula.

E poi c’è un altro problema, non piccolo, e che serve a contestualizzare i dati e il discorso su un grande paese come il Brasile, con  quasi 190 milioni di abitanti, che per questo ormai “conta” nella politica mondiale. Ma la sua economia, pur con tutte le buone cose sopra annotate, non è poi in effetti così specialmente robusta.

Infatti, a paragone delle altre grandi economie di successo dei paesi in via di sviluppo e emergenti – Cina, India e anche Russia: crescita media oltre il 7% negli ultimi sei anni – il tasso di crescita dell’economia brasiliana resta modesto, sul 2,5% nello stesso periodo: certo, meglio di prima – prima di Lula – ma poi neanche tanto

In realtà è anche rispetto al resto dell’America latina che il Brasile non decolla come davvero potrebbe: è prima del Messico (2% di crescita) ma ben dietro Argentina (+7,1%), Perù (4,9%), Cile e Colombia (+3,6%). Per non parlare del Venezuela (solo nel 2007, +8,3%[32]) che, però, si sa, galleggia sul petrolio… E questo è il vero nodo che Lula ancora non ha neanche cominciato a sciogliere.  

EUROPA

L’euro è sceso al minimo da febbraio, perdendo parecchi punti sul dollaro, a un cambio di 1,50. Conseguenza, dicono di nuovi segnali in arrivo tutti insieme di un ulteriore rallentamento delle economie un po’ in tutta Europa[33].

L’inflazione nell’eurozona tocca ormai il 4,1%, a giugno, salendo dal 4 di un mese prima. La disoccupazione resta stabile, al 7,3% in giugno. La fiducia economica cade al minimo livello da cinque anni, secondo l’inchiesta mensile della Commissione europea[34], che ribadisce a fine agosto gli stessi dati, anzi anche un poco peggiori, di fine luglio[35]. Le vendite al dettaglio scendono a giugno dello 0,6%, crollando del 3,1% dal giugno di un anno prima.

E, in effetti, tutta l’economia è arretrata in Europa nel secondo trimestre. La flessione media netta è dello 0,2% (che, però, è un +1,5% sullo stesso periodo dell’anno scorso), inevitabile con le tre economie maggiori dell’eurozona che si restringono: Germania, -0,5% e Francia ed Italia -0,3[36]. Solo la Spagna, con il +0,1%, delle grandi economie dell’eurozona, è salita un poco…

Calano gli ordini all’industria nell’eurozona di un altro 0,3% a giugno, dopo il -5,4 di maggio.

Così, stavolta, neanche la Banca centrale osa alzare i tassi, lasciando ad agosto quello di riferimento (il “tasso minimo di offerta applicato alle operazioni di rifinanziamento principali”, come lo chiamano i banchieri) dov’è, al 4,25%[37] (dopo averlo alzato di quarto di punto a luglio) anche se l’inflazione cresce, perché crescono forti pure questi segnali di fiacca dell’economia.

In Russia, ad una conferenza stampa convocata per illustrare le sue intenzioni – il “programma” – di andar giù duro ed estirpare dal paese e dall’economia sia il peso di un’amministrazione pubblica che resta elefantiaca, sia la corruzione largamente diffusa che sta avvelenando la possibilità stessa di fare business nel paese, ma anche per mostrare che malgrado i problemi seri che si stanno evidenziando per gli investitori stranieri – spesso forzati da leggi e regolamenti all’improvviso occhiutamente applicati alla lettera: come nel caso BP[38] – il suo intende restare un paese accogliente per i capitali stranieri[39].

Vuole sradicare la corruzione, Medvedev, e magari chi sa ci riesce. Ma, come tendono a fare un po’ tutti i businessmen – in fondo è la natura in sé della bestia – quelli nostrani che diventano primi ministri, quelli russi che diventano presidenti come Medvedev che dirigeva Gazprom … ma, in realtà, poi, un po’tutti – si scorda anche lui che se c’è un corruttore poi c’è sempre un corrotto, se c’è un concussore poi c’è sempre un concusso.

In coincidenza – per chi, però, alle coincidenze ci crede[40]… gli altri, in diversi, leggono la differenza come uno screzio iniziale, non proprio irrilevante – il primo ministro Putin, predecessore di Medvedev, sembra aver voluto mettere paura alle borse russe (San Pietroburgo e Mosca) attaccando le pratiche di export e il comportamento fiscale della compagnia mineraria Mechel. E’ la tattica che, a suo tempo, sfiancò e portò all’affondamento e alla resa la Yukos, la compagnia petrolifera privata di Michail Khodorkhovsky e all’incarcerazione, ormai da diversi anni, del boss.

Che, comunque, e a prescindere dall’artificiosa motivazione dell’accusa – la vera ambizione di Khodorkhovsky sembra essere stata, piuttosto, l’ambizione del miliardario padrone della Yukos di far pesare i suoi miliardi direttamente in politica tentando di scalzare Putin in persona – appare solidamente fondata su un comportamento di evasione ed elusione fiscale ben dimostrata.

Poi, in quest’area, si concretizza l’evento principale del mese: il trionfo della prosopopea, dell’approssimazione, del dar per scontato quel che non è scontato per niente, della fede cieca e imbecille nei propri miti nazionali (san Giorgio e il drago: ma qui era semmai San Giorgio e… l’orso)…

La Georgia, nella notte tra il 7 e l’8 agosto, ha attaccato la regione autonoma del Sud Ossezia, a popolazione largamente russofona, travolgendo alcune centinaia di caschi blu (russi) che l’ONU, con l’accordo della stessa Georgia, dal 1992 aveva mandato lì in “interposizione”. Cioè da quando Sud Ossezia e Abkhazia, i territori a cavallo di Georgia e di Russia ma a netta maggioranza russa, avevano chiarito che per loro era una cosa l’associazione con la Georgia all’interno del quadro sovietico e tutta un’altra, non accettata, la degradazione a minoranza etnica direttamente ed esclusivamente governata dai georgiani.

I georgiani persero, già allora, sul campo il braccio di ferro con osseti e abkhazi appoggiati dai russi  e hanno perso ancora una volta, e anche peggio, adesso sempre sul campo. Perché ci hanno riprovato. Infatti, stavolta su chi ha attaccato non c’è nessun dubbio, anche se i tanti sepolcri imbiancati in circolazione, di parte e propagandisti anche se mascherati da diplomatici o esperti, continuano a dire il falso.

In prima fila, incapace di mantenere per scelta deliberata il codice d’onore del proprio mestiere, la grande stampa americana di informazione mainstream, quella dei “fatti separati dalle opinioni” di venerata memoria: come il NYT, quando pur scrivendo che “il presidente della Georgia, Mickeil Saahashvili, ha stupidamente e tragicamente provocato i russi… quando ha spedito il suo esercito ad invadere l’enclave separatista del Sud Ossezia”, conclude, poi, che però “non esiste alcuna scusa immaginabile per l’invasione russa della Georgia”. A parte il buonsenso, che tra invasione e contro-invasione impone sempre di assegnare la colpa alla prima, è davvero ipocrisia pura[41].

La stampa italiana, in genere, segue. In genere, però. Perché, intanto i primissimi articoli, anche di quotidiani ideologicamente assolutamente di parte[42], forse perché non firmati e assemblati in redazione sui primi dispacci delle agenzie giornalistiche, in genere assai più “obiettive” delle grandi firme piene di pregiudizi che scrivono dalla scrivania e non dal fronte.

E perché alcune firme importanti, del “dettaglio” di chi ha attaccato per primo, tengono ben conto: al contrario dei più, questi osservatori non sono ignoranti né di diritto né di storia né di diplomazia e di politica e, dunque, non reagiscono intestinalmente in base ai pregiudizi usuali (russo cattivo, antirusso di per sé buono) ma col cervello e con la conoscenza della storia. Per dire:

• Scrive Barbara Spinelli: “il nuovo presidente georgiano ha aggredito l’Ossezia del Sud, ignorando due referendum favorevoli all’indipendenza… È probabile… che nella sua follia ci sia del metodo. È il metodo di chi si sente spalleggiato, se non istigato. Alle sue spalle c’è un’America che mira a un’egemonia senza saperla esercitare; che da anni addestra militari georgiani, finanzia il nazionalismo di Tbilisi, promette l’adesione alla NATO più per accendere incendi che per spegnerli. È la crescente presenza USA nel Caucaso e in Asia centrale che ha spinto anche il Cremlino alla follia. Senza l’appoggio USA, Saakashvili sarebbe stato meno avventurista. Il suo metodo è l’attacco bellicoso, visto come sostituto della politica. NATO e Unione Europea sono per lui non strumenti di pacificazione, ma attrezzi di guerra[43]

• Scrive Alberto Ronchey che, sì, le nazioni ai confini della Russia “cercano garanzie in occidente”. Ma attenzione a non farlo “con azzardi temerari come quello del georgiano Saakashvili che ha dato inizio alla guerra d’agosto nell’Ossezia meridionale, prestandosi alla reazione ‘sproporzionata’ dei russi[44]

• Scrive Arrigo Levi che “…l’America ha spinto la Georgia di Saakashvili a un’avventura assurda e senza esito”: l’America o, qualcun altro comincia a pensare, la parte più falcheggiante del governo Bush per dare una mano all’amico georgiano; che “dopo aver preso le parole dell’America per realtà sacrosanta, poi si è accorto che erano solo parole”, appunto[45]

• E scrive, infine (ce ne sarebbero altri… conservatori e liberal, reazionari e progressisti: ma non accecati dal pregiudizio umorale antirusso), Sergio Romano che stavolta l’Europa ha contato – e conterà ancora, almeno se non si mette paura del proprio (relativo) coraggio – perché “le circostanze sono state favorevoli all’Unione”. Infatti, “dopo avere dato alla Georgia un sostegno inopportuno e velleitario, gli Stati Uniti non potevano essere i mediatori della crisi[46]… 

Né è possibile, ci sembra, obnubilarsi la memoria fino a scordare che al Consiglio di sicurezza dell’ONU, convocato d’urgenza il primo giorno, l’8 agosto, subito dopo l’invasione e i bombardamenti georgiani dell’Ossezia del Sud, fu il no georgiano, i veti in appoggio di USA e Gran Bretagna e la mancanza di coraggio degli altri occidentali ad impedire l’adozione della risoluzione proposta dai russi di un “ritorno allo status quo ante con immediato cessate il fuoco”: quando ancora non erano in Georgia, le truppe russe[47] …     

Poi c’è chi, come Richard Holbrooke ad esempio, l’uomo di Bill Clinton e tessitore americano dell’accordo di Dayton e oggi, purtroppo, consigliere di politica estera di Barak Obama che, magari anche un po’ con l’imbroglio – vedi più avanti – mise fine alle avventure della Repubblica Serpska di Karadzic a metà degli anni ’90, interviene a dire sciocchezze sulla base di una propria autorevolezza presunta, leggendaria (assai leggendaria).

Ora, Holbrooke sentenzia che “questo non è un conflitto che la Georgia ha voluto e che il comportamento di Mosca è una sfida diretta all’ordine europeo ed internazionale[48]: un pezzo da Ministero della Verità di orwelliana memoria (verità = bugia, guerra = pace, ecc.) dal quale trasuda la nostalgia americana, di tutti gli americani, di quell’altra Russia, quella imbelle di Eltsin che Mr. Holbrooke, appunto, infinocchiava a Dayton, senza neanche sforzarsi troppo.

Ma il mondo – non i soloni che scrivono di politica estera sui nostri giornali cosiddetti mainstream e per i quali, sempre e comunque, Russia è cattiva e America è buona – stavolta ha letto bene dietro il falso e l’indignazione ipocrita, come è davvero andata: che non è così, che l’aggressione georgiana a un territorio nominalmente suo ma da quasi vent’anni omai autogovernato è avvenuta bombardandone a tappeto e senza preavviso (mille morti subito, nelle prime due ore) con aerei e missili Grad la capitale, Tskhinvali, invadendola poi coi suoi carri armati l’8 agosto. E aprendo così la stura alla risposta russa che, inesorabile e subito, ha schiacciato la Georgia[49].

Difficile, poi, a questo punto, non fare l’equazione tra l’artiglieria serbo-bosniaca che, schierata sulle colline, bombarda la capitale separatista di Sarajevo— un crimine di guerra secondo l’accusa trascina ora Karadzic alla gabbia del tribunale dell’Aja; e l’artiglieria georgiana che, schierata alla periferia di Tskhinvali, rade al suolo quest’altra capitale separatista… cioè che, tra due crimini di guerra che, se non si continuassero a fare inaccettabili distinzioni tra i “nostri” criminali di guerra ed i “loro”, dovrebbero portare anche Saakashvili alla gabbia dell’Aja. 

Dice con orgoglio il colonnello Arsen Tsukhishvili che fa, anzi faceva visto che la sua unità è stata letteralmente frantumata dai russi, il capo di stato maggiore dell’unica brigata di artiglieria georgiana, che “tutti i trecento cannoni ai suoi ordini spararono simultaneamente sul nemico[50] quando la Georgia aprì la sua malaugurata offensiva su Tskhinvali il 7 agosto.

Certo, lo spettacolo di carri armati russi (stavamo quasi per dire “sovietici”… tale e tanta è l’abitudine) che in un giorno di agosto scavalcano un confine internazionale, puzza maledettamente di 1968 e di primavera di Praga… Ma è un ricordo del tutto fallace: qui stata la Cecoslovacchia, pardon, la Georgia a attaccare…

Creato così il casus belli, sguinzagliando irresponsabilmente i propri soldati di cui, tra l’altro quello sparapanzane del presidente georgiano Saakashvili aveva vantato che fossero state addestrate – ed è vero – dalle  Forze speciali americane[51] e da quelle israeliane[52], e di fronte al loro fiasco totale, ha chiesto (ovviamente invano) aiuto all’America. La Russia, infatti, ci ha messo un giorno ad intervenire – come Tbilisi sapeva benissimo che sarebbe avvenuto – per impedire alla Georgia di riprendersi, con le armi poi, un territorio da sempre russofono. E’ come se la Serbia si fosse ripresa con la forza il Kosovo… e anche questo era stato detto prima— tal quale.

In fondo, oltre al merito della questione – a chi ha attaccato e a chi ha controattaccato – è questa la parola – Kosovo – è questo il fatto – quel che è accaduto in Kosovo – che spiega al meglio da solo perché Stati Uniti, NATO e Unione europea si siano sentiti obbligati a restarsene seduti ed immobili, anche se avessero mai voluto menare le mani per conto di Saakashvili.

Il fatto è che chiunque ha visto come la Russia sia stata provocata e anche costretta a difendere i russi dell’Ossezia del Sud aggrediti dai carri e dagli aerei georgiani, i suoi “caschi blu” ed i suoi interessi nazionali, per così dire, nel Caucaso. Lo scheletro nell’armadio spalancato, che in occidente si è tentato invano ma è risultato impossibile non vedere, è la città sventrata di Tskhinvali. Questo è stato il centro della crisi in Ossezia del Sud: un paese che si pretende democratico ed europeo, aspirante alla UE ed alla NATO, ha per la seconda volta dal 1991 trasformato una città in un agglomerato fantasma bombardato. E tutto è cominciato da lì.

E, tra parentesi, certo, poi è vero che la Russia sta anche di fatto cercando di liberarsi, e di liberare anche se non richiesta ma con una scusa eccellente ormai, i georgiani dalle follie di un presidente per lo meno malvisto dalla metà della sua popolazione (vedi i risultati risicatissimi a suo favore delle ultime elezioni, del gennaio di quest’anno, per quanto poi anche largamente forzate e truccate).

Così nessuno s’è precipitato a dare una mano – concreta – alla Georgia quando la Georgia, fatta la frittata, ha chiesto aiuto alla “comunità internazionale”, cioè a chi sta con l’America ma, in realtà, appunto, all’America (quale aiuto? diplomatico? politico? militare?) avvisando anche, per far pressione su Washington, che avrebbe ritirato dall’Iraq la metà del suo contingente: mille uomini di quel che resta della coalizione dei cosiddetti volenti ma sempre più, ormai, recalcitranti.

Erano il pegno lasciato lì a garantirsi la benevolenza di Bush, ma che non ha neanch’esso potuto convincerlo se non a fulminare a parole la Russia, anche se poi ha dato il suo contributo diretto alla guerra georgiana aerotrasportando a Tbilisi, d’urgenza, dove è arrivato comunque in ritardo, quel contingente.

Anche gli inglesi hanno pensato bene di dire la loro, chiedendo ai russi di “ritirarsi”. Salvo prendersi e ingoiare la bordata del ministro degli Esteri Sergey Lavrov che “senza voler fare comparazioni improprie” (però le ha fatte) ha ricordato il caso “somigliante” dell’invasione argentina delle Falkland e della risposta britannica: “con la differenza non irrilevante, forse, che l’Ossezia è al confine russo e per gli osseti è Russia mentre le Falkland che, per molti dei loro abitanti sono britanniche, sono a migliaia di km. dal Regno Unito[53]

La risposta dell’Unione europea è stata, pur essa, immediata: lavorerà, dice il rappresentante per i suoi rapporti esteri Solana, per il cessate il fuoco (e vorrei vedere!) e manderà “appena possibile” un contingente di monitoraggio per sorvegliare la tregua (benissimo, risponde la Russia a tamburo battente: però non è la UE a poterlo autorizzare, deve essere l’ONU, anzi il Consiglio di sicurezza dell’ONU…). Poi, però, e per fortuna, il nodo ha cercato di dare una mano a scioglierlo scavalcando l’inesistente (anche se non solo per colpa sua) Solana, il presidente di turno dell’UE, Sarkozy…

Altrettanto inane quanto quella collettiva della UE, anche se un tantino più stravagante, è stata la reazione del Dipartimento di Stato: “noi sosteniamo – ha detto infatti il portavoce americano – l’integrità territoriale della Georgia [già, quale? quella del ’92? prima che, appunto, Ossezia del Sud e Abkhazia, al crollo dell’URSS, la abbandonassero e ne restassero di fatto fuori fino a ieri? oppure, l’integrità territoriale che con la guerra la Georgia ha tentato di riprendersi oggi? perché se è questo che dicono, come poi sono costretti a chiarire – unico contentino al loro disgraziato e sprovveduto alleato georgiano – dicono una scemenza che proprio non esiste più] e chiediamo l’immediato cessate il fuoco”: che, detto subito dopo che la Georgia era stata sderenata dalla Russia e non subito prima e, poi, da chi aveva appena finito di affossare l’integrità territoriale della Serbia, benedicendo secessione di fatto, referendum e dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, è il massimo della faccia tosta…

E, il 9 di prima mattina, dopo che a Pechino, ai Giochi, Bush ha chiesto a Putin di incontrarlo, e lo ha fatto restando, però, pubblicamente in un primo momento – quando più contava – in silenzio malgrado le telefonate accorate del presidente georgiano Mikheil Saakashvili, la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, fa sapere ad ogni buon conto che “gli Stati Uniti non manderanno comunque nessun rappresentante [che solo il georgiano in realtà aveva loro chiesto di mandare] fino a che, e solo dopo che, sia stato raggiunto un cessate il fuoco[54].

Stavolta, però, l’operazione si è subito intoppata. Del resto, sono stati sempre i georgiani, dopo qualche ora dall’inizio dell’aggressione quando ancora i russi non erano arrivati in Sud Ossezia, a rifiutare il primo cessate il fuoco che, all’ONU, avevano chiesto subito proprio i russi costringendo, così, i loro grandi e impotenti alleati americani – europei al seguito, come al solito, coda tra le gambe – a non approvare la risoluzione (cessate il fuoco immediato) che essi stessi, gli Stati Uniti, avevano fino ad allora fatto capire di voler sostenere[55]

Poi ci ha ripensato, la Georgia, due giorni dopo, quando ormai era stata respinta e sconfitta, però,  e quando, ormai, era troppo tardi per una risoluzione dell’ONU che riuscisse a salvare il suo territorio dalla rappresaglia russa. Perché, ormai era diventato chiaro come “Mosca apparisse decisa a smantellare il potenziale militare della Georgia per punirla del brutale tentativo di riprendersi il controllo dell’enclave secessionista del Sud Ossezia[56].

Saakashvili, da avventurato avventuriero che è, aveva del resto pubblicamente messo in programma – da quando, nel 2003, con una sommossa di piazza popolar-populista aiutata e battezzata dalla propaganda di alcune fondazioni americane che la sostenevano e la foraggiavano come la “rivoluzione delle rose”, aveva estromesso il predecessore, eletto anche lui, Shevarnadze – di riprendersi l’Ossezia del Sud.

Nel ‘92 era stato proprio Shevarnadze a cercare di imporre la sovranità georgiana sull’Abkhazia ed a perdere il bracco di ferro con essa e con la Russia che le stava dietro. Ma, allora, la Russia non affondò la risposta fin dentro la Georgia. Ma ora che i georgiani ci hanno riprovato, proprio il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi[57], forzando a tutti la mano, pare anche agli americani, scatenando stavolta una guerra per l’Ossezia subito fallita.

Così, a tre giorni dall’inizio della guerra, di fronte alla disfatta, la Georgia ha dovuto ritirare le truppe dall’Ossezia. Ma, tentando ancora una volta, sconsideratamente, di alzare la posta come forse nessuno aveva pensato che potesse fare, Tbilisi ha attaccato anche l’altra regione di confine con la Russia e di popolazione russofona di cui non aveva da sedici anni il controllo, l’Abkhazia. Che poi deve mollare, ovviamente, e adesso ha perso anch’essa per sempre.

Il grande regista georgiano Otar Iosseliani, in esilio dalla Georgia e dall’URSS dal 1982, pur affermando anche lui – questione di fede per un georgiano – che le regioni ribelli sono parte integrante della sua Georgia, dice quello che potrebbe essere – almeno a noi sembra – un giudizio finale, definitivo, e dato con cognizione di causa chiamando Saakashvili un folle, letteralmente un pazzo[58]: uno che, tecnicamente, spiega, non ha proprio nozione della differenza tra immaginazione e realtà.

Man mano, nei giorni immediatamente seguenti all’invasione e alla contro-invasione, la posizione americana – sempre attenta, però, a non prestare il destro a nessuno, e tanto meno ai georgiani, di illudersi su un proprio coinvolgimento diretto contro i russi – nell’impotenza totale si irrigidisce. Appare miope, però, e anche astigmatica la condanna (verbale, solo verbale…) della “pericolosa e sproporzionata reazione[59] russa contro la Georgia proprio perché è accompagnata da uno “sproporzionato” ed assurdo silenzio su Saakashvili che, in fondo, ha “solo” ridotto a calcinacci e macerie la capitale del Sud Ossezia, trucidato coi carri armati centinaia di osseti, adesso convinti ancora di più di quanto già fossero a tenersi il più lontano possibile dalla Georgia, e ammazzato decine di soldati russi della forza di interposizione di caschi blu lì voluta dall’ONU.

D’altra parte, replica duro Putin, noi non accettiamo certo lezioni sulla “proporzionalità” di una reazione da chi di proporzionalità non ne mostra da sempre nessuna (e non ne chiede nessuna ai propri alleati, come quando, due anni fa, ha lasciato bombardare ben più sproporzionatamente e per un mese di seguito il Libano da Israele…) attaccando “preventivamente” e con motivazioni fasulle altri paesi o reagendo ad attacchi che pure ha subito (le Torri gemelle) moltiplicando per centinaia di migliaia di volte il numero delle vittime…

In effetti, e per fortuna, altre reazioni americane, pur vicine al regime di Bush. comunque stavolta, et pour cause, più prudente lui stesso, appaiono molto più serie. Viene fatto osservare, ad esempio – quasi con rabbia, ma finalmente con realismo – come “quel che hanno fatto i russi, per la prima volta dalla caduta dell’Unione Sovietica, è stato di agire in modo decisivo militarmente e di imporre quella che è la realtà sul campo. Lo hanno fatto senza chiedere il permesso a nessuno e mettendo con le spalle al muro tutti i paesi che nella zona guardavano all’occidente per intimidire i russi: oggi tutti obbligati a considerare quanto è realmente avvenuto[60].

Così prendono atto tutti, i georgiani anzitutto, di quello che tutti sapevano: di quali fossero i rapporti di forza reali, non quelli con prosopopea da qualcuno presunti o sperati. Sembra prenderne atto, opportunamente, anche Bush stavolta che, per quanto frustrato, a caldo, a Pechino, ha impetrato quasi clemenza con Putin per l’alleato suo, discolo e un poco cretino.

Forse, nelle vicinanze di casa sua, la Russia insomma qualche droit de régarde ce l’ha[61] e gli altri è, comunque, meglio che ne tengano conto… Sarebbe stato utile, certo, e più responsabile, se al focoso e irresponsabile seguace georgiano allevato in America e esportato da lui a fare la rivoluzione antirussa in Georgia, Bush questo fatto della vita l’avesse chiarito prima.

Saakashvili, sbagliando i conti, ha tentato di tutto, su presupposti però inesistenti, per allargare e internazionalizzare il conflitto. A livello di istinto, di sensazioni, di reazione “guerrafreddista” di stampo antico, gli è anche riuscito. Ma lì s’era dovuto fermare. Ai gesti, ai simboli, alla fuffa. Anche quel falchetto in carriera del sen. John McCain era caduto come un tordo nella sua trappola, andando l’anno scorso a guadagnarsi un’altra medaglia (oltre a quelle vere che ha per aver fatto, soprattutto da prigioniero di guerra però, la campagna del Vietnam), la Croce di San Giorgio di prima classe, semplicemente col visitare, seguito da uno scodinzolante Saakashvili, una delle poche frazioni ad etnia dominante georgiana del Sud Ossezia.

Adesso McCain (il cui principale consigliere di politica estera Scheunemann ha fatto per alcuni anni e ha continuato a fare fin nel mezzo di questa guerra e finché non è stato scoperto, il lobbista per il governo della Georgia, a 200.000 dollari all’anno a lui versati personalmente[62]) fulmina la Russia, quasi invocando un intervento militare se non diretto (impensabile) almeno di sostegno esplicito alla Georgia, e senza ricordare, come del resto fa Bush, che però chi ha attaccato è Tbilisi. E Obama tentenna, traballa ma, alla fine, anche lui – pur con maggiore cautela – reagisce col riflesso condizionato di tutti gli americani e dice che la colpa è dei russi, evitando anche lui di accennare all’attacco georgiano scatenato in Ossezia.

Non altrettanto polli, grazie a Dio e grazie a un po’ di saggezza concreta, alla luce della peraltro nota sconsideratezza avventurosa di Saakashvili che oggi dopo aver provocato scientemente una guerra si sentirebbe altrimenti sicuramente protetto dall’usbergo NATO, erano stati Merkel e Sarkozy quando, all’ultimo vertice della NATO di Bucarest dell’aprile scorso, hanno resistito anche per gli altri europei (gli unici ad averne dichiaratamente il coraggio) alla pressante sponsorizzazione fatta da Bush della Georgia come nuovo membro della NATO. E hanno detto di no – anche all’Ucraina: per le stesse ragioni – con grande sagacia.

La Francia – parlò chiaro il primo ministro François Fillon – si oppone all’entrata di Georgia e Ucraina perché pensiamo che non sia una buona risposta al bilanciamento dei poteri all’interno dell’Europa e tra l’Europa e la Russia”. E Angela Merkel, per la Germania, aggiunse seccamente che, poi, paesi intrappolati in conflitti regionali non dovrebbero tentare di diventare membri[63].

Era proprio quel che voleva Saakashvili, invece, contando su quel che gli aveva promesso, facendo il passo dove per fortuna la gamba sua non poteva arrivare, George W. Bush. Il fatto è che la cancelliera tedesca aveva capito subito il gioco… anche se adesso, con i russi in Georgia, pur “invitati” dalla dissennatezza dei georgiani, cerca di fare la faccia un po’ più dura coi russi ma non dice certo ai georgiani che ora nella NATO saranno accolti a braccia aperte[64]

E’ questa, in effetti, la posizione che il vertice straordinario d’emergenza della NATO ha assunto il 20 agosto a Bruxelles: gli Stati Uniti, con la Rice, durissimi a chiacchiere e – sempre a chiacchiere – più o meno seguiti dagli altri, hanno dichiarato che non faranno pressioni ora per l’ammissione della Georgia: “tacita confessione – scrive acido e realistico il NYT, viste le parole che sceglie per dirlo con qualche nostalgia inconfessabile del menare le mani!!! – che agli Stati Uniti e agli alleati europei manca lo stomaco per uno scontro militare con la Russia[65].

La misura concreta dell’indignazione comune è indicata, così, nel comunicato ufficiale con la decisione di rimettere allo studio la questione dell’adesione alla NATO (che non significa assolutamente niente se prima non si risolve il contenzioso territoriale con Abkhazia e Ossezia del Sud…), mentre, a latere, tocca a Frattini chiarire contro chiacchiere maliziose lasciate filtrare che comunque “il Consiglio misto NATO-Russia” non viene sciolto: per lo meno non per volontà della NATO… e, dice il comunicato ufficiale, “che adesso non si può andare avanti e continuare a far affari con Mosca come al solito”.

Risponde pressoché in diretta il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che “la NATO sta tentando di fare dell’aggressore una vittima, di nascondere sotto una mano di bianchetto assai trasparente un regime criminale in via di collasso e sta prendendo la strada del riarmo della leadership attuale in Georgia”.

Parole altrettanto dure, e perfino di più, di quelle della Rice. Ma quelle che di sicuro hanno più “ferito” sensibilità e suscettibilità radunate a Bruxelles, sono riportate dalle agenzie di stampa russe, non da quelle occidentali, che hanno informato di come Lavrov abbia sarcasticamente chiesto, fuori della conferenza stampa ufficiale: “Niente business as usual? Che fanno, smettono di comprare petrolio e metano russi?”. Parole quasi sprezzanti, che spiegano che meglio non si può un’altra ragione, oltre alla prudenza, dell’impotenza in cui Stati Uniti e Georgia hanno cacciato la NATO e in cui i paesi della NATO si sono lasciati cacciare…

Il problema qui è posto, anche se non si vede proprio come e quando verrà affrontato e risolto o, più probabilmente, rimandato e lasciato a marcire. La NATO serve agli Stati Uniti, specie in questa fase bushista della loro politica di potere a fornire una verniciata di legittimità internazionale ben al di là di quello che era il mandato internazionale per cui venne fondata: la difesa dell’Europa e del continente nord-americano dall’espansionismo comunista sovietico… che non c’è più, da tempo.

Anche se, naturalmente, alle soglie dell’Europa resta sempre la Russia: lo Stato di gran lunga più grande, potente e, come dire, assertivo del continente. Col quale bisogna imparare a convivere anche perché, come dice sensatamente Frattini, non è proprio possibile isolare la Russia. Sarebbe un po’ come il vecchio sogno imperiale britannico, quello che parlava della Manica come dello spazio che isolerebbe il Continente europeo dal Regno Unito…

Ma sono stati questi Stati Uniti, questi di Bush in particolare, per ingordigia di potere, per incapacità di trovare una misura largamente accettabile del loro potere reale, ad avere azzoppato la NATO, alla fine forse in maniera terminale. Non la dissoluzione pura e semplice, probabilmente, ma una perdita di credibilità – l’impotenza, addirittura cercata visto come è stata fomentata l’avventura georgiana per ora è il culmine di questo vuoto di credibilità – che rischia di portare all’irrilevanza politica ed alla paralisi militare.

Questo, sembra a chi scrive, è però solo uno degli aspetti di un’analisi davvero su tutti i fronti che ormai è indispensabile aprire. Un altro potrebbe riguardare un’arma di ritorsione, tutto sommato in una situazione di rapporti che si vanno irrigidendo, di poco costo che non il Cremlino ma, come si dice, ambienti vicini al Cremino: che succede, mettiamola in forma ipotetica, se i russi decidono che d’ora in poi per comprare petrolio russo bisogna pagarlo in rubli?

Certo, magnanimamente Mosca potrebbe dire a chi, le grandi multinazionali occidentali della distribuzione che probabilmente a ragione lamentassero di non avere rubli sufficienti di procurarseli cambiando dollari e euro. Con l’inverno quasi alle porte quegli importatori ed i loro paesi avrebbero poco da scegliere. Con conseguenze, sui mercati economici e finanziari internazionali, facilmente prevedibili.

Al di là del bla-bla-bla bellicoso, dal vertice straordinario bis della NATO, il 20 agosto a Bruxelles proprio per le stesse ragioni di equilibrio, di opportunità, di un livello di provocazione che senza dirlo tutti vedono avrebbe rischiato di essere intollerabile e, dunque, non tollerato nei fatti, sembravano, adesso, ancora più forti le ragioni che consigliavano di tener fuori dell’Alleanza regimi esplicitamente, dichiaratamente, litigiosamente, antirussi, collocati proprio ai confini russi, come quelli di Ucraina e Georgia. In definitiva, un poco di preveggenza e un pizzico di coraggio che hanno impedito, stavolta, all’Unione europea di essere trascinata in un marasma impossibile.

Ora, a prescindere dalla meccanica stessa dei fatti – che però non è irrilevante per niente: alla fine della fiera, bisognerà pur ricordare chi, qui, ha attaccato per primo… – è forse più chiaro perché è stupido stuzzicare l’orso. Uno dietro l’altro, l’avevano detto – per anni a chiunque in occidente volesse ascoltare – Gorbaciov, Eltsin, perfino Putin: il messaggio, sempre lo stesso, il tono soltanto un poco diverso: se spostate il confine del confronto tra ovest ed est, i confini della NATO per intenderci sempre più ad oriente, la Russia prima o poi lo spingerà indietro.

E’ precisamente quanto ha fatto alla fine della seconda settimana di agosto, quando i georgiani hanno cercato di spingere quel confine un poco più in là. E la Russia ha reagito, impartendo una lezione a tutti, per mezzo dei georgiani, sui limiti del potere americano e occidentale in genere e dell’espansionismo militare in particolare.  

Ma è francamente grottesco pensare che, dove hanno fallito Napoleone Bonaparte – impantanato nel ghiaccio e nel fango del generale inverno Mickhail Kutuzov – e Adolf Hitler – bloccato dall’Armata Rossa di Iosef Vissarionovich Dzhugashvili, un georgiano meglio noto come Stalin – adesso ci abbia provato l’avvocaticchio della Columbia University, Mikheil Saakashvili, esportato in Georgia su un’ondata di dollari: uno che gli americani si sono covati in seno, come Saddam, come Osama, come i talebani stessi per poi ritrovarselo a fare, probabilmente, di testa sua. Uno che, vedi sopra, il suo connazionale Iosseliani ha giustamente diagnosticato come “in preda a un delirio di onnipotenza”.

Adesso sarà difficile convincere i russi a lasciare la presa prima di aver messo in ginocchio la leadership e le forze armate georgiane. Vogliono, infatti, mandare un segnale, che più chiaro sarebbe improbabile riuscire a dare, agli altri ex satelliti di non farsi venire strane idee di aderire alla NATO o di mettersi comunque al servizio della politica estera americana.  

In altri termini, questa miniguerra e la sconfitta che, almeno per ora, l’ha chiusa è il prezzo che Bush paga per aver costretto anche molti nolenti a riconoscere di corsa l’indipendenza del Kosovo e per aver avventatamente perseguito il progetto di piazzare lo scudo spaziale ai confini russi. Bush è anche riuscito, adesso, lasciando campo libero al bushottino Saakashvili, a bruciare la credibilità degli Stati Uniti in Georgia e nel mondo: il fatto è che gran parte dei georgiani s’erano, con qualche motivo, convinti che qualsiasi cosa facessero, tanto gli USA li avrebbero appoggiati.

Questo a Tbilisi si aspettavano ora… il presidente georgiano e la sua gente. Anche se il traguardo della NATO, che non erano riusciti a conquistare malgrado lo sfegatato tifo di Bush, avrebbe pur dovuto insegnar loro qualcosa… Sarà importante per tutti, però – e per i russi anzitutto – riuscire ora a contenere e battere la voglia di stravincere: magari annettendosi pezzi di Georgia, o mettendola a governare da qualcuno scelto da Mosca e non dai georgiani.

Poi, il 12 agosto sera, tardi, la realtà è venuta a bussare alla porta di Saakashvili con la proposta di accordo su sei punti definita nel pomeriggio tra Sarkozy per l’Unione europea e il presidente russo Medvedev. Che sono i veri vincitori, va detto.

Il secondo sul piano politico-militare: il piano in sei punti trangugiato – tra mille strilli di protesta e proclami di impotente vendetta, ma trangugiato – da Saakashvili impone il ritiro immediato da Ossezia del Sud e Abkhazia delle truppe georgiane, lasciando i due territori secessionisti in mano alle milizie locali e ai loro protettori russi,  che sono anche “autorizzati” per qualche non specificato periodo di tempo a “pattugliare” il territorio georgiano in cui sono entrati.

Il primo è il vincitore sul piano diplomatico-politico. Qui, chiaramente il presidente francese ha  forzato la mano anche al suo stesso ministro degli Esteri. Questi, Bernard Kouchner, senza neanche aspettare che collegialmente quelli della UE si mettessero d’accordo e, come poi s’è capito cercando di anticipare il suo presidente, era andato a portare ai georgiani quando la catastrofe che s’erano attirata, però, per loro era già chiara una prima bozza, diciamo così morbida di possibile accordo da presentare poi a Mosca.

Bernard Kouchner, uno degli inventori, in chiave apertamente americanista, dell’interventismo democratico-umanitario aveva però fatto un passo troppo lungo che non teneva conto a sufficienza né delle responsabilità di chi aveva attaccato né della durezza dei fatti reali. Adesso – previsione di chi scrive – Kouchner è stato spiazzato ed anche, a tempo più debito, a rischio di probabile licenziamento.

Sarkozy ha puramente e semplicemente, realisticamente, rovesciato l’approccio, tenendo conto, appunto, proprio di questi due fatti: è andato prima a Mosca e poi, con l’accordo già siglato a due con la Russia, a presentarlo a Tbilisi. E, se Kouchner si salverà, dipende ormai solo da quanto dura sarà la pena che i russi faranno pagare ai georgiani. Più alta è e più Sarkozy continuerà a tollerare il suo misirizzi.

Ma, ora, “le disposizioni concordate da Medvedev e Sarkozy, presente anche Vladimir Putin a garanzia di un reale impegno di Mosca prevedono il non ricorso alla forza, la cessazione immediata di tutte le ostilità, il libero accesso agli aiuti umanitari, il ritorno delle forze armate georgiane alle ‘postazioni permanenti’ [dunque, in Georgia e solo in Georgia], il ritiro delle forze russe nelle posizioni precedenti al conflitto [dunque in Russia, ma anche in Ossezia del Sud e in Abkhazia, dove erano già], un dibattito internazionale sul futuro status delle repubbliche indipendentiste di Ossezia del Sud e Abkhazia[66].

Le resistenze si manifestano ancora, a parole, col georgiano – che, tre ore prima di incontrare il plenipotenziario europeo, in piazza, s’era lasciato andare in un grande comizio disperante e quasi disperato a strillare che “sto vincendo e ricaccerò indietro” i russi – ma che adesso in televisione, parlando stavolta in inglese (tanto per chiarire chi è l’unico interlocutore che gli interessa anche se se ne sente chiaramente “tradito” e, forse, anche per farsi peggio capire forse da chi solo tre ore prima lo aveva sentito giurare ben altro) e in tono ben più moderato precisa che almeno sull’Abkhazia la Georgia mantiene il suo punto di vista…

Il fatto è che lo mantengono anche i russi, con la differenza che adesso hanno anche i mezzi e la legittimità, per lo meno di chi si sente e sfrutta il fatto di essere stato provocato a reagire, per fare quel che da tempo volevano: riconoscere e col tempo far riconoscere formalmente – precedente Kosovo insegnando[67] – l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia. A meno che poi – sotto la pressione, pubblica e forte, degli osseti stessi e degli altri – decidano di annettere, su richiesta e referendum loro, le enclaves russofone…

Il fatto è che Saakashvili apponendo, pur di evidente e forzata malavoglia la firma all’impegnativo accordo già siglato da Sarkozy e Medvedev, ha consentito (non poteva far altro con la sua prima e seconda armata del tutto sbrindellate dalla sua decisione di attaccare l’Ossezia del Sud) ai russi di spingersi ancora più avanti in Georgia sotto la copertura dell’art. 5 del protocollo, le cosiddette “misure addizionali di sicurezza”, come le chiama il progetto che a Mosca le garantisce e che, in qualche modo, la legittima ed autorizza a restare in Georgia[68]. Ma non è chiaro per quanto: e sarà fonte di confusione e di dissensi sicuri.

Accetta anche, ormai, quella firma georgiana (reiterata poi davanti alla Condoleezza Rice in missione di consolazione, tra minacce e fulmini tonitruanti e vacui del tipo “non arretreremo di un metro dal territorio osseto o abkhazo”… quando già da diversi giorni l’arretramento è stato completato) di attestare la sconfitta della propria smisurata ambizione.

In effetti, il riconoscimento di Medvedev dell’integrità territoriale della Georgia in linea di principio c’è, ma riguarda ormai solo il territorio georgiano sui cui c’è l’accordo di tutti e viene anche accettata l’unica richiesta di modifica avanzata da Saakashvili: colloqui diretti tra gli attori della faccenda e niente conferenze internazionali per dirimere lo status delle regioni autonome che vorrebbero andarsene.

Era uno dei sei punti dell’accordo originale di Mosca di qualche ora prima mediato da Sarkozy. Ma, se è il georgiano a volerlo, a Mosca sta bene che  nessuno metta becco tra Russia, Georgia ed Ossezia, vista la situazione sul campo, no?, e anche qui la richiesta di Saakashvili appare particolarmente cretina.

Ma c’è anche, nell’accordo, la presa d’atto forzata, ingoiata da chi avendo imposto lo scontro lo ha perso sul campo, della postilla scritta, inequivocabile, del presidente russo: a fronte del non arretreremo verbale e dell’arretramento reale georgiano, la precisazione di Mosca, di ben altro peso sul campo, è che al problema dei due statarelli secessionisti la risposta spetterà a Ossezia del Sud e Abkhazia, tenendo conto della storia e dei recenti avvenimenti”. Mica vale solo per gli amici degli americani il diritto alla secessione, insomma, se cominciamo a riconoscerlo in giro…

Referendum perciò. Come quelli che già ripetutamente in passato si sono espressi per la secessione, senza che Tbilisi mai ne avesse accettato formalmente il responso. Però, stavolta… Dopotutto, scrive Medvedev nella postilla, “né l’Ossezia del Sud né l’Abkhazia sono mai state parte della Georgia da quando è diventata uno Stato indipendente”. Per cui, e nei fatti firma anche l’ambiguo presidente georgiano, referendum. Non era certo quel che Tbilisi avrebbe voluto sentirsi dire, visto che sanno benissimo come andrebbe a finire qualsiasi referendum. Ma è il risultato inequivoco del loro avventuroso avventurismo e hanno da prendersela con se stessi soltanto.

All’America che – causa anch’essa del suo mal con le scriteriate scelte strategiche dell’era di Bush II – riconsidera, ripensa e mugugna sulla propria impotenza (questo è il termine che, in questa occasione, più le si addice) non resta che schiumare di rabbia e “minacciare” (lo fa Condoleezza, segretaria agli Esteri proprio grazie a una fama, assai mal meritata all’evidenza, di grande esperta di cose russe!!!; con Bush che stavolta sta zitto) di escludere la Russia – negando i fatti ormai pure palesi che ne fanno il paese aggredito e, però, vincitore – dal G-8 (ma non si può)[69], dalla OMC (ma se la Russia non c’è e le interessa esserci sempre di meno?), dall’OSCE (che, senza la Russia, però, visto che significa per la “sicurezza e la cooperazione” in Europa, non avrebbe proprio alcun senso), ecc., ecc., ecc. Del tutto vacuamente, cioè.

Minacce vuote, le chiama puntualmente sul NYT, Gorbaciov[70]: “alcuni politici americani hanno minacciato di espellere la Russia dal G-8, di abolire il Consiglio NATO-Russia e di tenere la Russia fuori dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Sono minacce vuote.

E’ da tempo che i russi si chiedono a che ci servono queste istituzioni se, poi, la nostra opinione non conta mai niente? Serve solo a sederci a una bella tavola imbandita ad ascoltare qualche conferenza? Alla Russia, da tempo, sono andati dicendo di accettare semplicemente i fatti. Ecco  a voi l’indipendenza del Kosovo… Ecco a voi l’abrogazione unilaterale del Trattato sui Missili anti-balistici e la decisione americana di piazzare le difese missilistiche in paesi con voi confinanti… Ed ecco a voi la sempiterna espansione della NATO verso le vostre frontiere. Tutte mosse portate avanti sullo sfondo di colloqui suadenti sulla necessità della cooperazione. Ma secondo voi chi è che continuerebbe per sempre a far finta di credere a una simile farsa?”.

Minacce vuote. Mentre la NATO esclude di sciogliere il Consiglio misto con la Russia, è la Russia che sgonfia le gomme all’Alleanza e avverte di come, nelle condizioni date, non le interessi più cooperare con la NATO. Vuol dire, possibilmente?, anche  probabilmente?, che gli americani non avranno più corridoi aerei nello spazio aereo russo per i loro voli (trasporti e bombardieri) verso l’Afganistan. E il nostro (si fa per dire) povero, volenteroso, Frattini, che vede il Consiglio misto  come se fosse un premio per i russi, adesso li invita a ripensarci, prendendosi di rimando un semplice “perché? a noi che ne viene?”, al quale non sa come rispondere…

Dice, con Gorbaciov, il ministro degli Esteri Lavrov che, infatti, dalla cooperazione ci ha guadagnato qualche poco la Russia, ma molto più la NATO finora. E dice il vero. Tra l’altro, spiega un osservatore americano, Washington teme che “Mosca, più baldanzosa e più estraniata, potrebbe mettersi a usare la sua influenza e la sua industria degli armamenti per minare gli interessi americani in giro per il mondo[71]. Già… peccato che ci stiano pensando un po’ tardi.

Alla fine, vedrete, Bush si spingerà forse a minacciare il boicottaggio delle Olimpiadi invernali che si terranno tra… otto anni a Sochi, in Russia. Ma, naturalmente, di qui ad otto anni…

L’America è incavolata, anche, perché si sente costretta ad appoggiare ufficialmente Sarkozy e, irritata, cerca di premere nella UE sui più sensibili, diciamo così, al richiamo della foresta guerrafreddista: i paesi ex sovietici che si sentono schiacciati, chi più sì chi meno, dall’iniziativa di Sarkozy a seguirlo, magari mugugnando, anche loro.

Due le controreazioni americane immediate e concrete, al di là degli strilli di indignazione che impressionano poco e alle profezie di rapporti, adesso diventati difficili coi russi per il futuro (adesso? come se da tempo ormai fossero facili, con gli antimissili programmati ai confini russi). La prima, appunto, è forzare i tempi e, proprio nel pieno di questa crisi, arrivare alla firma coi polacchi dell’accordo sui dieci missili americani da piazzargli in casa: decisione che nell’immediato non cambia niente ma peggiora il clima russo-americano.

Perché, a ben vedere, quello che il mondo ormai sa (non quello che gli viene raccontato, certo) è che missili che nessuno è in grado di provare che funzioneranno verranno schierati contro missili lanciati da siti che potrebbero non esistere… Tanto per dimostrare che a George Bush non mancano mai idee – cattive idee – per giocare strani scherzi al mondo.   

A ferragosto, infatti, controreazione russa, del tipo se voi suonate la vostre trombe…: il vice capo di stato maggiore, colonnello generale Anatoly Nogovitsyn, chiarisce che così “la Polonia ha automaticamente fatto di se stessa un bersaglio al 100%”, con un’azione che, comunque, “non può restare impunita[72].

La Polonia, a questo punto – spiega, dicendo forse l’ovvio, ma con voluta brutalità – avendo accettato di ospitare e schierare sul suo territorio questi missili sapeva quel che faceva: la dottrina strategica russa, va ricordato ma lo sanno tutti benissimo, prevede anche di usare armi nucleari contro un alleato attivo, non soltanto passivo, di una potenza nucleare come l’America[73].

Parole veramente pesanti. Ma scontano il fatto, a lume di ragione non controverso, che se la Polonia, sovrana, può fare le scelte che vuole e mettersi in casa i missili di chi vuole, avvisano pure con nettezza che, prima di farle, farebbe meglio a tener conto delle reazioni altrui incontrovertibilmente altrettanto sovrane

La secondo misura immediata degli USA è l’invio di aiuti umanitari ai georgiani, con aerei da trasporto militari: ma, anche qui, messaggio sgonfiato dall’atteggiamento tronfio di Tibilisi che tende a spacciare l’aiuto americano per una qualche forma di aiuto militare e “costringe gli USA così alla precisazione [come dire?, un po’ penosa coi russi]: i cargo militari americani vanno in zona solo per portare aiuti umanitari, non per difendere i porti della repubblica caucasica”[74], come lasciava intendere Saakashvili.

Quando la polvere si sarà un poco depositata, e il rumore delle bombe un po’ allontanato, i georgiani dovranno decidere cosa fare del loro futuro, come ricostruire le loro strutture militari che, per punirli dell’invasione in Ossezia e togliere loro ogni volontà di rivincita i russi hanno sistematicamente distrutto, ma anche ormai cosa fare del loro pericoloso presidente. Al momento, sotto la controffensiva russa, tutti o quasi hanno serrato i ranghi dietro a Saakashvili (succede sempre) ma le alternative a una presidenza al minimo così inaffidabile ed avventurosa da portare il paese sull’orlo dell’annientamento già si delineano.

Sono, infatti, parecchi gli esponenti dell’opposizione che alle elezioni del gennaio scorso Saakashvili ha battuto, di pochissimo e anche col trucco, e che se sotto le bombe russe sono restati ben silenziosi ma che adesso si riaffacceranno (Shalva Natelashvili, a capo del partito georgiano del lavoro, Irakli Kakabadze che dopo essere stato diversi mesi in prigione è andato in esilio a New York…),  disponibili appena potranno ad emarginare lo scriteriato presidente se e quando saranno certi che la controffensiva russa s’è esaurita.

Da parte nostra, se dovessimo puntare su qualcuno, lo faremmo sull’ex più volte ministro di Saakashvili stesso, Irakli Okruashvili, anche lui, adesso, dopo quelle strane elezioni, costretto all’esilio. Ma all’esilio a Parigi, sotto l’ala protettrice francese che adesso conta, va dicendo a tutti e in diretta televisiva anche lui, che la Russia “riconosce senza tergiversazioni la sovranità della Georgia, ma che questo non significa che la parte georgiana possa fare tutto quello che vuole”.

Con Saakashvili su un solo punto è d’accordo, Medvedev: “L’integrità territoriale è questione più complessa e anche più difficile che non può essere definita in piazza con le manifestazioni o nel corso di riunioni internazionali”. Secondo la Russia, che qui dalla Georgia dissente e ha ora fatto capire a tutti che il suo dissenso conta strappandoci sotto anche la firma di Saakashvili, “bisogna chiedere all’Ossezia del Sud e all’Abkhazia se vogliono vivere dentro un singolo Stato con la Georgia”, o  no[75]

In ogni caso, adesso, mentre Bush manda Condoleezza Rice a Tbilisi a massaggiare il bollente alleato georgiano per confermargli, forse, l’impegno (di principio… ormai di principio) all’integrità territoriale, Medvedev chiarisce che “la Russia agirà come garante sul piano internazionale dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia[76], le due enclaves filorusse, delle quali la prima ha subìto l’attacco georgiano e la seconda è passata essa stessa all’attacco delle truppe georgiane che ancora stavano sul suo territorio sia per ricacciarle indietro, sia per alleviare un po’ la pressione sui fratelli osseti.

E la parola passa ora al presidente Saakashvili. Che, però, anche nella seconda versione del documento già firmato con Medvedev e con Sarkozy, quella presentatagli dalla Rice due giorni dopo, torna firmarla anche se, secondo quel che dicono gli americani stessi[77], mentre chiede alle forze armate russe di “ritirarsi riconosce loro un diritto, pur limitato (l’art. 5 già menzionato: ma quanto limitato non è proprio chiaro), a continuare a pattugliare il territorio georgiano”. Certo, la Rice e anche Bush tornano a chiedere ai russi di ritirarsi del tutto. Ma, forti di quell’impegno e della vittoria sul campo, i russi se la prendono comoda: lo faranno, lo fanno, ma non lasciano che i tempi glieli dettino a Washington.

In ogni caso pare possibile, e forse ormai anche probabile, che ci siano presto nuove elezioni in Georgia dopo quelle almeno dubbie del gennaio scorso[78] e dopo i fati nuovi che adesso hanno squassato Ossezia, Georgia e Russia.

La speranza, probabilmente vana, è che questa occasione possa essere colta per affrontare finalmente, multilateralmente, coerentemente ed una volta per tutte— senza fare figli e figliastri: né col Kosovo, né per la Bosnia, né per l’Ossezia, né con il Tibet (tra parentesi, le decine di migliaia di bandiere e gagliardetti in giro per il mondo a gridare il loro “Tibet Libero” erano fabbricate… in Cina: business is business, no?, e da entrambe le parti), né per nessun altro dei tanti, forse più di cento casi analoghi, aperti o in gradi diversi sobollenti nel mondo.  

Il punto è: come va trattato, sul piano del diritto anzitutto e poi nella pratica, il problema di un territorio che vede una maggioranza locale voler secedere dalla maggioranza nazionale nella quale è incluso? Il solito Kouchner semplifica come sempre quando afferma che la soluzione è una sola, che “quando due comunità decidono di non parlarsi l’un l’altra se non con le armi, non c’è scelta se non quella di separarle[79].

A parte che, intanto, a nessuno dovrebbe essere consentito dare loro una mano a scannarsi e a spaccarsi – perché se no qui sì e lì no? – non è meglio tener conto di quel che ci dice la storia, a partire dalla guerra di secessione che proprio per negare in radice il principio sciocco (kouchneriano) del suo tempo Abraham Lincoln fece un secolo mezzo fa negli Stati Uniti?

Principio che, tra l’altro, non è mai stato vero neanche in Europa dove ha funzionato solo per la separazione tra Cechia e Slovacchia e in tutti gli altri casi ha provocato tensioni e conflitti. E dove dai paesi baschi in Spagna alla Transdniestria in Moldova e anche ed ancora nella Russia stessa, di casi come questi ce ne sono almeno un’altra ventina. Tutte bombe a orologeria già innescate, Monsieur Kouchner…

Ci sembra che bisognerebbe almeno discuterne. Senza che nessuno si sente autorizzato a predicare agli altri o a pontificare, e tanto meno ad impartire penitenze – poi pure ridicole da assai dubbi pulpiti. In realtà ce ne sarebbe assoluto bisogno, perché la confusione concettuale, morale, quella delle lingue e delle azioni, ormai sta diventando esplosivamente contraddittoria. Proviamo a mettere in ordine le contraddizioni, eclatanti, che questa storiaccia russo-georgiana porta più in evidenza.

Non c’è alcun dubbio che sia stato l’intervento militare georgiano nell’Ossezia del Sud a portare alla guerra con la Russia. Ma la guerra mediatica parallela che il fumante presidente georgiano Saakashvili, un maestro, ha scatenato contro i ghiaccioli mediatici russi, Putin e Medvedev, tenta – e anche con successo se non fosse per il dettaglio di chi ha cominciato: che a poco a poco è diventato inevitabilmente più chiaro ed indiscutibile – di rimettere in questione un po’ tutto…

Aiutato anche dall’elefantiaca ponderatezza con cui nell’era delle Notizie Tv 24/24 si muovono i vertici russi: mentre il georgiano è costantemente alla CNN, col suo buon da mezz’ora dopo che le sue truppe hanno sferrato l’offensiva per “ristabilire l’ordine costituzionale” in Ossezia del Sud e maschera a botte di scioglilingua i bombardamenti che la sua aviazione – esistente ancora per poche ore – sta conducendo su Tskhinvali, i russi ci mettono quattro giorni a mandare uno che sa parlare in inglese in diretta alla CNN e perdono – inevitabilmente per come va il mondo: in diretta e in inglese – la guerra mediatica. Ma sul terreno vincono[80].

In America, poi, ha riferito, il Project for Excellence in Journalism (PEJ), un gruppo di ricerca parte del famoso e accreditato Pew Research Center, di Washington, D.C., nella settimana tra l’11 e il 17 agosto la guerra in Ossezia del Sud/Georgia, la guerra russo-georgiana ha ricevuto più copertura della stessa campagna elettorale 2008 e anche delle Olimpiadi: il 26% di carta stampata e di prime time sui media. E questo proprio nel momento in cui un’inchiesta dello stesso Progetto, pubblicata a luglio, rilevava che il 64% dei direttori di quotidiani in America hanno cominciato a tagliare drasticamente lo spazio che finora dedicavano alle faccende internazionali sui loro giornali.

Ma allora, come ha fatto a diventare così tanto “notizia” questo conflitto in un posto lontano che un americano su dieci è in grado, forse, di identificare sulla carta geografica— e neanche l’Ossezia: proprio la Georgia? Il direttore del PEJ, Mark Jurkowitz, ha spiegato i risultati dell’indagine col fatto che, in America – ma anche in Europa – un conflitto locale, regionale al massimo se si fosse sviluppato in America latina, od in Asia, è stato “venduto” con il linguaggio e gli schemi e le memorie ed i paralleli della guerra fredda.

Insomma, “è stato inquadrato nello schema della lotta del buono contro il cattivo, del piccolo contro il grosso”, a prescindere se qui piccola era forse la Georgia contro la Russia, ma ancora più piccola era l’Ossezia nei confronti della Georgia; e se di buoni non ce n’era proprio nessuno, ma solo uno scemo che, senza poterselo permettere, alla fine della fiera aveva iniziato a menare le bombe contro uno cento volte più grosso di lui… facendo leva, anzitutto, sulla semplificazione così cara proprio a Saakashvili del David-Georgia contro il Golia-Russia— solo che, nell’originale a perdere fu Golia e vinse David… qui no.

Ed è stata costruita così tutta la favola pensata per garantirsi, sbagliando scommessa, l’acquiescenza dei russi a farsi sottrarre territorio magari georgiano di nome ma ormai dal 1992 russo di fatto. Favola per propagandare la quale il governo di Tbilisi aveva speso, in America, negli anni scorsi, decine di milioni di dollari a pagare le lobby americane: quella principale (vedi sopra) essendo lo studio Scheunemann che porta il nome ed è di proprietà del principale consigliere di politica estera del candidato repubblicano, John McCain.

Il fulcro della campagna, la leva che avrebbe dovuto rovesciare i veri rapporti di forza, era proprio la “narrativa” che, lobby aiutando, ipersemplicazioni e falsificazioni storico-politiche pure, descriveva le cose – storia, eventi e sviluppi – in un quadro di riferimento familiare, scontato: quello della “guerra fredda – ormai defunta ma sempre familiareper la maggior parte degli americani[81].      

E, poi, ci sono le altre contraddizioni. Di chi era il diritto? di intervento umanitario, si tratta? o di imperialismo?

• Il presidente Saakashvili presenta il suo intervento militare contro il regime del Sud Ossezia come un diritto. E da un punto di vista strettamente legale, di diritto internazionale, sembra avere anche qualche ragione. La repubblica dell’Ossezia del Sud non era finora riconosciuta sul piano internazionale neanche dalla stessa Russia che, universalmente però, ne viene riconosciuta come la tradizionale potenza protettrice. L’Ossezia del Sud così, sul piano formale, appartiene alla Georgia anche se Tbilisi ne ha perso il controllo di fatto da quindici anni e la gran maggioranza dei suoi residenti sono di cultura, di etnia e di cittadinanza, di passaporto, russi.

• E’ anche interessante notare come Saakashvili usi, per descrivere le sue operazioni militari in Ossezia del Sud, lo stesso linguaggio che la Russia ha usato, a suo tempo, per motivare il suo intervento in Cecenia: “per restaurare l’ordine costituzionale dello Stato”. Per quel che lo riguarda il coinvolgimento russo equivale ad un’interferenza negli affari interni e ad una dichiarazione di guerra contro la Georgia.

   Ed è su questa base che fondava le sue, infondate, aspettative di aiuto dall’occidente, specie dall’America che, del resto, era sembrata a tutti incoraggiarla a sfidare l’orso. Ma come alla Russia, ovviamente, nessuno aveva “dato una mano” a reprimere la rivolta cecena, così nessuno ha dato una mano – “armata” diciamo – a Saakashvili a sopprimere quella osseta: qui la differenza è solo di fatto: i ceceni sono stati battuti dai russi; gli osseti, dai georgiani, no).

• Ci sono poi le sesquipedali contraddizioni di tutti, Russia e Stati Uniti in particolare, che dovrebbero per conto loro ciascuno fare la pace finalmente col loro cervello.

    La Russia deve affrontare l’incoerenza colossale che si porta in groppa. Come l’ha descritta sul Guardian un editoriale assai interessante, pur se assai sbilanciato contro la Russia, “quale che sia il precedente che l’occidente possa aver stabilito riconoscendo il Kosovo, Sud Ossetia e Abkhazia stanno laggiù, nel Caucaso, a distanza di appena una catena di montagne dalla Cecenia. E non si vede allora perché quel che è buono per i due stati secessionisti della Georgia non è buono per la Cecenia. Se Ossezia e Abkhazia sono legittimati ad essere Stati-nazione, perché non la Cecenia, contro di cui la Russia ha condotto due guerre terribili per costringerla a restare nella federazione?[82].

     ♦ L’unico punto di questo scritto che non possiamo sottoscrivere tale e quale è quel “quale che sia il precedente che l’occidente possa aver stabilito riconoscendo il Kosovo”: perché non è stato affatto un precedente “qualsiasi” e ha certificato da parte dell’occidente, nolente o volente, 350 anni di diritto internazionale buttati irresponsabilmente al vento; il trattato di Westfalia è morto e sepolto? viva la legge del più forte, sempre…; e perché il vaso di Pandora che avrebbe scoperchiato era stato visto, previsto e indicato.

    Ed ora la Russia sta “motivando” il proprio contro-intervento con gli argomenti che contro la Serbia di Milosevic all’inizio degli anni ’90 usarono gli occidentali per condurre l’intervento militare NATO a difesa del Kosovo.

    Intervenire a sostegno di Abkhazia e Suid Ossezia, dice adesso la Russia è infatti dovuto anche per ragioni di ordine “umanitario”, dice. C’era bisogno di intervenire adesso per impedire a decine di migliaia di cittadini russi dell’Ossezia del Sud (neanche come nel caso del Kosovo di cittadini “altri”) e delle centinaia di caschi blu russi che sono stati mandati lì dall’ONU, con l’accordo di tutti, anche dei georgiani, a fare da peacekeepers…    

• E’ l’identico argomento che usò a suo tempo la NATO per bombardare la Serbia per settantotto giorni di seguito, addirittura: e che, anche se i russi non lo dicono esplicitamente,  tende quasi a giustificare gli attacchi aerei contro alcune città, come Gori, e contro le infrastrutture georgiane.

In definitiva, è chiaro che entrambe le parti hanno imparato qualcosa dall’altra. Ma altrettanto chiaro è che nessuna delle due ha capito niente. In realtà, poi, il quadro da chiarire è ancora più vasto. Intanto, “e limitandoci alle conseguenze economiche, di per sé certo la guerra in Georgia non sarà gran cosa [questo avevano già detto i mercati: cfr. Nota6, sopra], ma comunque segna la fine della Pax Americana— l’era in cui gli Stati Uniti mantenevano il monopolio dell’uso della forza militare” in giro per il mondo.

Il che solleva alcune rilevanti questioni sul futuro stesso della globalizzazione…, a cominciare dalla dipendenza dell’Europa dal metano russo forse anche più che dal petrolio mediorientale”. E se, poi, adesso “la Cina volesse affermare anche con l’esercizio delle propria forza la sua rivendicazione su Taiwan”, quale sarebbe “lo scombussolamento economico mondiale conseguente?[83].

Il quadro immediato, anche solo restando vicino a casa nostra, riguarda il Caucaso tutto, l’equilibrio in Europa (quello che, a Bucarest, il primo ministro francese Fillon impedì provvidenzialmente e saggiamente a Bush e Saakashvili di rovesciare definendolo “il bilanciamento dei poteri all’interno dell’Europa e tra l’Europa e la Russia”). E mette sul tavolo il problema dell’equilibrio della deterrenza nucleare nel mondo.

Qui conviene essere chiari. Non si è trattato affatto di un testa a testa tra montoni impazziti su due piccoli pezzi di territorio insignificanti dell’Eurasia. Quello che i media non ci rappresentano mai è il contesto in cui va letta la disputa nel Caucaso, cioè quello della sicurezza nucleare strategica delle superpotenze (perché, essendolo sempre restata per quantità necessaria ad annientare comunque qualsiasi avversario sul piano della pura potenza atomica, ormai la Russia lo è ridiventata anche sul piano cosiddetto convenzionale: costretta a dimostrarlo sul campo, lo ha dimostrato, mentre si andava indebolendo, sul campo (Iraq e Afganistan), la supremazia americana).

Dalla fine della guerra fredda all’inizio degli anni ’90, la NATO e Washington in primissima linea – che, comunque, la NATO sempre ciecamente seguiva – hanno però sistematicamente perseguito lo status che la strategia militare moderna chiama di primazia nucleare.

Semplificando al massimo, e anche un po’ brutalmente, se una delle due maggiori potenze nucleari sviluppa per prima una difesa antimissilistica operativa – dunque reale, anche primitiva se volete ma non più solo progettuale: o che almeno sembri credibilmente tale per l’avversario potenziale – il risultato è l’indebolimento, se non l’annullamento, drammatico del controcolpo nucleare di risposta dell’arsenale atonico della potenza contrapposta. Insomma, chi sviluppa la difesa antimissilistica ha “vinto” – dicono proprio così – la guerra nucleare.

Come ha osservato, e fatto osservare, intervenendo su un saggio scritto da due esperti americani di strategia militare e di “scudo spaziale” su Foreign Affairs uno specialista russo, costringendo molti a riflettere (in America il suo commento è stato notato e fatto notare come un contributo che dovrebbe diventare lettura obbligata tra chi fa politica e in specie strategia) “chi legge con attenzione l’articolo di Lieber e Press – e non al modo nostro, russo, qualche volta un po’ paranoico – vede chiarissima l’argomentazione: l’equilibrio strategico tra Stati Uniti e Russia sta diventando meno stabile er aumenta la possibilità tecnica, obiettiva, di un primo colpo da parte degli Stati Uniti. In un momento di crisi, questa stabilità può portare a una guerra nucleare accidentale”.

Aveva iniziato il suo articolo, Arbatov, notando che “Lieber e Press non si sono dati per compito quello di spaventare nessuno. L’articolo si basa sui limiti imposti agli autori sia dalle informazioni di cui dispongono (e dati accurati sulle forze nucleari russe non sono disponibili in dettaglio sufficiente) sia sui modelli (che sono molto semplici a paragone tanto di quelli dello stato maggiore russo che della Difesa americana). Dunque, è sulla base delle informazioni che hanno che hanno gettato l’allarme”. Di questo si tratta: hanno messo in evidenza lo scenario di conseguenze possibili. E, dice Arbatov, hanno fatto benissimo[84].

Certo, è pura demenza, sia pure strategica. Ma è chiaro adesso perché i russi considerano tanto destabilizzanti gli antimissili americani alle porte di casa? Comunque – avviata dalla ricerca sullo “scudo spaziale” con Reagan, perseguita anche da Clinton e, anzitutto, ora, da Bush il piccolo, mai finora dimostrata conclusivamente come realmente efficace – questa è la dottrina ufficiale strategica degli Stati Uniti d’America[85]. E questa è la questione su cui la Russia di Putin ha tracciato la sua linea rossa nella sabbia, decidendo di resistere alla pressione statunitense.

E l’accelerata di Washington, non solo per piazzare i propri antimissili alle porte della Russia, in Polonia e nella Repubblica ceca, ma per allargare la NATO fino ai suoi stessi confini fisici alla Georgia e all’Ucraina, è stata – più che comprensibilmente – letta a Mosca come una minaccia militare aggressiva all’estremo ed insopportabile per la sicurezza nazionale dei russi.

Sotto questo profilo, la disgraziata e scellerata avventura georgiana scatenata il 7 agosto  è diventata una doccia ghiacciata – quel  che gli americani chiamano un reality check: una verifica delle teorie e delle aspettative presunte sul campo, nella realtà dei fatti – per tutti: georgiani, americani, ex paesi dell’Est e NATO stessa[86].

Anzitutto a chi scrive sembra – e questi nostri scritti non pretendono mai di “separare i fatti dalle opinioni” come, mentendo e (ormai affermiamo) sapendo di mentire dice molta grande stampa, anglosassone e no: ma cercano più che di separarli (impossibile: ognuno li vede sempre coi suoi occhiali, mai con quelli degli altri) di esporre i fatti prima e, poi, le opinioni— le nostre ovviamente – che il conflitto, questo conflitto, russo-georgiano non rappresenti affatto l’inizio e tantomeno il richiamo a una nuova guerra fredda.

Certo, è il fallimento – il termine fracaso della lingua spagnola rende forse anche meglio l’idea di quel che è successo – della strategia di tre diverse amministrazioni americani (le due dei Bush, intervallate da Clinton) di irretire la Russia, strappandole intanto il controllo sul Caucaso, in un’alleanza subordinata con l’occidente come junior partner, quasi, al quale far meritare l’integrazione stessa nelle sue, sue dell’occidente, istituzioni.

Ma non di una nuova guerra fredda si tratta. Si tratta del fallimento di questa strategia di co-optazione e captazione quasi imperiale, di rifiuto della cooperazione, del fatto cioè che con la Russia i conti vanno fatti per quello che essa è e resta— non più comunista, ma sempre una grande potenza regionale e continentale e, militarmente, una superpotenza che esige il rispetto e la parità di considerazione per i suoi interessi nazionali almeno quanto sono tenuti in considerazione quelli di chiunque altro.

Adesso, prima di arrivare a qualche conclusione su quel che secondo noi sarebbe utile fare da parte di tutti, proviamo a sintetizzare, in poche righe, come si sono sviluppati i fatti nei venti giorni che al momento in cui scriviamo queste ultime righe del pezzo assai lungo di questa Nota su Russia e Georgia sono passati dall’inizio della crisi.

• Cioè, dall’invasione e dal bombardamento della capitale dell’Ossezia del Sud da parte georgiana, da cui – non va dimenticato – tutto è cominciato.

• C’è stata la reazione russa, l’occupazione/liberazione di Ossezia del Sud e Abkhazia da parte russa e lo sconfinamento, tutto sommato contenuto, in territorio georgiano.

• Ma, al 27 agosto, c’erano ancora truppe russe in alcune aree-chiave come il porto di Poti.

• Nel frattempo, Mosca ha riconosciuto l’indipendenza delle due enclaves ribelli, portando a precedente voluto dagli altri il Kosovo.

• E Saakashvili sopravvive, ormai, solo facendo il duro, anche se il suo esercito non esiste più come struttura operativa.

• Quell’aquila del pensiero strategico che è il presidente Bush ha deciso di mandare nella regione quell’altra aquila della diplomazia che è il vice presidente Cheney.

• E, soprattutto, si è avvelenato, come mai da vent’anni a questa parte, il rapporto Est/Ovest. Inevitabilmente, essendo questa la prima volta in cui i russi hanno risposto concretamente alla lunga serie di provocazioni (l’inclusione di molti paesi dell’Europa orientale e dei baltici ex sovietici nella NATO, malgrado gli impegni presi, e di pressioni dall’occidente (le cosiddette rivoluzioni soft incoraggiate da Washington, dagli istituti e fondazioni e agenti, civili e di intelligence, di Washington, a destabilizzare gli assetti politici dei paesi agli immediati confini russi…, gli antimissili alle mura di Mosca, ecc.,ecc.) di cui siamo venuti facendo la lista…

Ora sarà importante per tutti – ed è dir poco – tenere freddi i nervi:

Saakashvili si deve dare una ridimensionata, facendo i conti con quel che la sdua Georgia ha il diritto di essere ed è: un Stato sovrano, sicuro, ma che non può permettersi – non ne ha il diritto, se il diritto non lo ha la Serbia col Kosovo e se non può imporlo con la forza, come con saggezza la Serbia ha rinunciato a fare – la sua sovranità a chi non la vuole (Ossezia e Abkhazia) e non la subisce più da molti anni;

Putin e Medvedev devono rendersi conto che anche se, come ogni altro Stato, quando sono attaccati hanno il diritto (e come dicono loro il dovere) di difendersi, di difendere i russi e di pretendere il rispetto che, sul piano internazionale, è dovuto per mille ragioni, compresa la banalissima “pari dignità” oltre alla forza che hanno, a qualunque altro Stato sovrano, devono temperare i toni della loro vittoria, del loro sprezzo anche troppo palese per le smargiassate saakashviliane oltre che per le vuote, anche se ipocrite, ammonizioni di Washington.

   E devono  stemperare i toni delle loro ragioni e i termini delle loro condizioni, specie nel trattare con chi dal primo minuto non è stato completamente d’accordo con Bush e con le sue scriteriate politiche: con Sarkozy, con Merkel e, a modo suo, anche stavolta con Berlusconi via Frattini. Questo anche quando (come stavolta: e non succede sempre) hanno più ragione che torto.

   Adesso che hanno riconosciuto Ossezia del Sud e Abkhazia (ormai non è solo fatto compiuto, è una richiesta ufficiale, formale che viene dai due popoli di onorare la loro autonomia e dal parlamento russo unanime di accoglierla) fregandosene delle obiezioni dei georgiani – in fondo è il prezzo finale che Saakashvili paga alla sua avventata avventura bellica – qui si parrà di loro nobilitate: cioè della loro ragionevolezza di fondo, della loro intelligenza, alla fine, della situazione nuova che così si viene a creare.

   Certo, la loro è una sfida all’occidente[87], ma di fatto è una sfida all’America e dovranno dimostrare a tutti anche di saperla gestire fino in fondo. La loro grande scusa è che l’occidente, col Kosovo la sfida l’ha lanciata per primo: per colpa di chi lo ha voluto fare ma anche di chi, sapendo di sbagliare, si è lasciato trascinare e ha assentito.

   I russi hanno agito da grandi protettori di Ossezia e Abkhazia, però almeno hanno agito in prima persona anche perché sono stati trascinati in guerra e e l’hanno vinta subito; non come hanno fatto gli americani quando – pur avvertiti delle conseguenze probabili e possibili presumendo di poter fare quel che volevano come hanno fatto da anni – hanno garantito protezione e indipendenza al Kosovo. Ma per conto terzi, cioè per conto dell’Albania…

• gli ex paesi satelliti, che hanno dalla loro la ragione di tanti anni di sudditanza a cui hanno potuto finalmente dire basta, devono capire però che per diventare europei fino in fondo va ricalibrato il loro modo di dirlo , anche – sì anche – evitando le provocazioni, le punture di spillo, i dispetti geopolitica con cui stuzzicano l’orso: perché lui è orso e loro, al massimo, lepri e perché se agiscono contro devono sempre aspettarsi che quello reagisca;

• noi europei occidentali, la “vecchia Europa”, dobbiamo decidere – non solo per contare, anche per sopravvivere ormai in modo da non essere vaso di coccio tra vasi di ferro – di metterci insieme. Anche se fosse necessario farlo all’inizio, solo, con chi ci sta, anche se fosse necessario mollando i presentuosi ed illusi fratelli della “nuova Europa” e quelli più scafati come gli inglesi che, diceva realisticamente e profeticamente de Gaulle[88], grazie alle loro “relations privilégiées et particulières, hanno ‘venduto’ il cuore oltreoceano”.

   Bisognerà farlo finché matureranno la comprensione del fatto – non discutibile – che la Russia è anch’essa Europa, che con essa è necessario lavorare insieme e che, per cooperare, non si può continuare ad accodarsi sempre a poteri lontani coi quali è indispensabile, certo, restare alleati ma alleati che stanno in piedi e non supini e sdraiati;

   Insomma, che bisogna fare esattamente il contrario della rete che stanno tessendo da soli a Downing Street ed del cercare di rimestare in acque già di loro abbastanza melmose.  Dove si vanno distinguendo ancora una volta per il loro untuoso “seguismo” nei confronti di Bush. Il giovane ministro degli Esteri David Miliband, probabilmente incoraggiato – con una certa malizia? dal PM Gordon Brown – prendendosi un attimo di respiro dalla guerra interna che ha aperto tra i laburisti per scalzare proprio il primo ministro, è andato a Kiev ad ammonire i russi del dovere che hanno – i russi: gli altri no, eh? – di rispettare la sovranità dell’Ucraina…

    Commenta, riflettendo per fortuna un’opinione che anche lì, in Inghilterra, comincia a crescere – il Guardian[89] che “andando a fare la predica ai russi sulla sovranità dell’Ucraina, il ministro degli Esteri britannico non sembra neanche capire ciò di cui va parlando. Ma di quale parte di Ucraina sovrana va cianciando? dell’enclave filorussa della Crimea o della maggioranza dell’est e del centro del paese che, quando glielo hanno chiesto, ha sempre detto di non voler aderire alla NATO? Ma non si rende conto, Miliband, che questa nazione è stata sempre storicamente divisa tra est ed ovest? e cosa pensa che succederà alle vecchie ferite, se anche lui tra gli altri si mette a tirare un po’ più forte di qua oppure di là?...

   Dia un’occhiata un po’ più da vicino a quanto ha scritto sull’Ucraina un eroe dell’occidente come Alexander Solzhentsyn per rendersi conto che i nostri giochi a somma zero non stanno in piedi… Solzhenitsyn s’è battuto contro l’Unione Sovietica, ma anche contro una qualsiasi indipendenza dell’Ucraina”: che è improponibile, ha spiegato per centinaia di pagine, storicamente e culturalmente.

   Questo è veramente un campo minato… “Finora, russi e ucraini di ogni colore politico, blu o arancione che fosse, e di ogni diversa etnia hanno risolto le differenze che hanno col negoziato ed evitando al massimo ogni spargimento di sangue”. Non sarebbe meglio non destabilizzare questo equilibrio delicato, ficcandoci il naso dentro? Per conto proprio e, a maggior ragione, per conto terzi addirittura?

   Lo spingere verso est e sempre più vicino alla Russia gli interessi militari e petroliferi occidentali ha contribuito alla destabilizzazione almeno altrettanto degli altolà della Russia verso i propri vicini dell’ovest. Ma le prime sono venute prima delle seconde… E’ un fatto.

• e, infine, gli americani: bé, quel che è necessario è che gli americani spazzino via una presidenza, un’amministrazione, un modo di concepirsi nel mondo che si è dimostrato disastroso per tutti e, anzitutto, per loro: con una perdita catastrofica di credibilità, di egemonia – cioè di autorevolezza e di autorità – che non si reggono solo sulla forza e che Bush ha provveduto a cancellare del tutto. Non solo, anche dal punto di vista dei falchi statunitensi, è riuscito come altri mai a ridurre pressoché all’impotenza militare-strategica (con la Georgia) gli Stati Uniti d’America, l’unica superpotenza esistente.

Tutti, poi, tutti dicevamo dovrebbero tener saldi i nervi.

• Intanto, bisognerebbe smettere di abbattere tramezzi e tirarne su altri nel vecchio appartamento condominiale che si chiamava URSS e che oggi è suddiviso tra tanti abitanti diversi: specie nell’ala sud dell’appartamento già così fragile e pencolante.

• Bisognerebbe smettere anche di  militarizzare il Mar Nero. E

• Di far finta ipocritamente che questo sia un conflitto tra alti ideali, la libertà: cioè la democrazia liberale all’occidentale predicata e, certo, poco praticata ad esempio proprio in Georgia di qua e l’autoritarismo di là, anche se un autoritarismo come in Russia temperato e plasmato anch’esso ormai dal capitalismo: la mappa post-sovietica reale è cosa ben più complessa di queste semplificazioni grottesche.

• I conflitti locali dovrebbero mantenersi locali. Invece, come stanno ora le cose, sembra che un  po’ tutti si diano tanto da fare a per allargarli almeno a livello regionale. E, come risultato, la Russia e la NATO stanno avanzando come sonnambuli verso un confronto di cui nessuno ha bisogno e che nessuno ha fatto piani per affrontare.

Due ultime note. La prima riguarda, emblematicamente – e scusate se insistiamo ma ormai  bisogna pur arrivare a farsi sentire, non foss’altro insistendo – l’appiattimento della nostra grande stampa cosiddetta di informazione, e dei media in genere, sulla “narrativa”, la chiamano così, diciamo pure di parte, suggerita e di fatto imposta da Washington tanto da divenire quasi scontata. Succede da anni, fino al botto dell’imbroglio scoperto, come in Iraq. Ma funziona sempre. Con eccezioni che si contano davvero sulle dita di una mano sola.

Esempio: il 21 agosto, il Corriere riferendo della seduta, l’ennesima, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che non è riuscita a trovare l’accordo per una risoluzione intitola una corrispondenza da New York: Georgia, i russi dicono “no” all’ONU: senza specificare che anche gli occidentali, d’accordo con Washington, dicono no all’ONU perché presentano anche loro bozze di risoluzione che, esattamente come quella russa, non riescono a raggiungere la maggioranza e passare: poer timore dei veti contrapposti e incrociati.   

E – questo è il fatto, sempre relativo al Corriere : ma di esempi ne potremmo fare a decine – il pregiudizio è tanto scontato, tanto normale ormai, da obbligare un personaggio come Sergio Romano – ambasciatore, docente, notista di politica internazionale tra i più preparati – quasi a scusarsi con i lettori spiegando che la sua “interpretazione è personale [perché quella, ad esempio, di uno gnorri come Angelo Panebianco, non è personale?] e potrà sembrare a qualche lettore troppo ‘filo-russa’ [in altre parole, perché non dice che Putin è il diavolo e che sta pensando a rimettere in piedi l’ “impero del male”]”[90]. Penoso, francamente penoso.

La seconda annotazione concerne, piuttosto, della verifica sullo stato mentale dei nuovi ideologi pro-guerra fredda che si presentano, in ogni paese come fautori sfegatati, e ad ogni costo, della democrazia come merce di esportazione— per rendersi più presentabili dopo quel che loro, i neo-cons (come è stato ben detto, forti coi deboli e deboli coi forti: non con la Cina, insomma, non con la Russia, ma con l’Iraq sì, o almeno ci provano), hanno combinato in Iraq e in Afganistan e che si accingono, se ci riescono, a combinare adesso in Iran (neo o non neo, diceva John Stuart Mills, non è vero che tutti i conservatori sono stupidi; ma è vero che la maggior parte degli stupidi sono conservatori).

Un ideologismo, al meglio un idealismo peloso (agisce solo contro i propri nemici secondo tradizione, essendo gli amici figli di puttana, magari, ma appunto amici…) e sfrenato dietro il quale, anche qui, c’è fortissima puzza di quel petrolio al cui passaggio dalle repubbliche centrali asiatiche dell’ex Unione sovietica, scavalcando la Russia, Saakashvili s’era naturalmente detto disponibile e interessato…

Solo che oggi, con l’attacco disastroso all’Ossezia del Sud da parte georgiana, i russi hanno la migliore delle scuse per far arretrare nei fatti e sul terreno il disegno americano di controllare le forniture azerbaigiane di petrolio scavalcando l’oleodotto russo verso occidente attraverso l’oleodotto che volevano veder costruito proprio in Georgia.

Ma, ed è peggio, in quest’idealismo senza freni e senza vergogna si affaccia, al fondo, con prepotenza un modo di pensare sciatto e pataccone che ogni volta si ripete a memoria ma che rischia, se va ancora avanti per molto, di sputtanare la democrazia, come concetto e come procedura, tanto da mettere in pericolo la capacità stessa di presa che un’idea così forte continua ad avere in giro per il mondo.

Anche perché poi, alla lunga e alla prova dei fatti, l’interventismo democratico neanche si sta rivelando efficace ma del tutto smussato e impotente. Sono decine i casi in cui, ormai, si è tentato di dare una mano a una causa – alcune meno, altra più meritevoli – non aiutando concretamente a rafforzarsi ma intervenendo da fuori e interpretando da fuori quella che avrebbe potuto essere la volontà di chi una situazione la soffriva da dentro.

Guardate, per dire l’ultima, il Tibet e la Cina, dove – al di là del merito da discutere del Dalai Lama e del suo regime abbastanza ormai improponibile – andare a strillare Tibet libero – in inglese, poi – a Pechino durante le Olimpiadi è solo servito a cementare i cinesi intorno al loro regime…

O guardate in Zimbabwe: ma qualcuno davvero credeva di riuscire a mandare a gambe all’aria un satrapo esperto e furbo e legittimato dalla storia dell’anticolonialismo e dell’indipendenza del suo paese come Mugabe, sostituendolo con una specie di fantoccio britannico come Morgan Tsvangirai solo perché a dirlo erano Londra e Washington? Ma non ci facessero ridere, quelli che per quasi un anno a cominciare da Gordon Brown hanno cercato di venderci Tsvangirai per un Nelson Mandela.

In Serbia emerge, a tozzi e bocconi, ma resta da approfondire e verificare, la “verità” sulla cattura di Karadzic. Francamente non sembra un cedimento a una visione cospiratoria, complottistica, della storia, dire che è vero, che proprio nessuno poteva riconoscerlo – come si presentava a metà tra un barbone e un curatissimo mago Merlino – il Dr. David Dabic… nessuno se non quelli che, però, quell’identità gliela diedero (i servizi segreti serbi?) anche, magari, su suggerimento – come lui stesso ha detto – di Holbrooke, il mediatore americano dell’accordo di Dayton… Quelli che quella identità gliela diedero e che, adesso, al tempo giusto, sono andati a riprenderlo.

Sembra – c’è la certezza politica non la certezza giuridica (almeno ancora) – che Karadzic abbia detto la verità, insomma, quando alla prima udienza dell’Aja ha raccontato la sua verità. In sostanza, come riferisce una fonte assai ben informata[91], “quattro diverse fonti del Dipartimento di Stato hanno confermato a un ricercatore americano, Charles Ingrao della Purdue University, che l’ambasciatore americano Richard Holbrooke attraverso mediatori”, non direttamente e non per iscritto, cioè, ma con tutta l’autorità che gli veniva dall’essere il plenipotenziario del presidente Clinton ai colloqui di pace di Dayton in Ohio “aveva stretto un accordo con l’ex leader della Republica Srpska, l’entità serbo bosniaca appena definita e concordata” con quella croata e quella mussulmana in Bosnia, “che, in cambio del suo abbandono della ribalta politica, gli sarebbe stata garantita la libertà personale e l’immunità”.

Holbrooke avrebbe poi negato, ammesso e nuovamente negato di aver preso l’impegno direttamente su richiesta di Clinton e del Pentagono e negato, ammesso e ancora negato di essersi poi rimangiato l’impegno perché Karadzic, “telefonando” ai suoi amici serbo-bosniaci, avrebbe lui stesso violato l’accordo.

La verità sembra che, alla fine, l’accordo sia stato sconfessato perché a scavalcare l’ambasciatore provvide direttamente la segretaria di Stato Madeleine Albright che non volle onorarlo facendone un punto di dissenso con Clinton stesso, “convincendo”, alla fine, la Corte dell’Aja – che di per sé era prontissima a lasciarsi convincere – a ricominciare, e ora a concludere con l’assenso dei serbi, la caccia a Karadzic.

Dicevamo che di un accordo scritto non si trova traccia (Holbrooke mica è uno stupido). Ma l’ex comandate in capo della spedizione della NATO in Bosnia nel 1995 e nel 1996, il generale William Nash, ha confermato alla Radio olandese che “non vennero mai dati né ricevuti ordini specifici di arrestare Radovan Karadzic e il generale Ratko Mladic, sospetti di crimini di guerra… perché si temeva che [il loro arresto] avrebbe destabilizzato la situazione dopo gli accordi di Dayton”.

Che è una spiegazione credibilissima.

STATI UNITI

Il PIL ristagna come e quanto questo paese da tempo non era abituato a vedere. Da aprile a giugno, secondo i dati ufficiali, la crescita è stata ben inferiore alle attese e, nei mesi finali del 2007, è stata addirittura negativa[92], abbattendo così le residue speranze-illusioni di una rapida ripresa. E adesso, le stime, riviste e confermate[93], sottolineano che per la prima volta da sei anni il PIL è diminuito.

Poi, come succede spesso in questo strano paese, la riconferma della conferma dà invece una stima del PIL di nuovo in buona salita nel secondo trimestre, a +3,3%, tirata dall’export aiutato dalla caduta del dollaro e da una consistente ripresa dei consumi[94]. Solo che, ormai, prima di districarsi da questo tira e molla e di pronunciarsi, meglio aspettare ancora…

E la Fed tiene al 2%, ad agosto, i tassi di interesse[95]. E, inoltre, citando la continua fragilità della crescita, ha deciso di “aumentare l’efficacia delle esistenti misure tese a garantire la liquidità del sistema:” in  pratica, ha esteso fino a fine gennaio il periodo in cui anche le grandi banche di Wall Street, le banche di investimento, come le banche commerciali normali, possono accedere a fondi a tasso scontato come quelli che mette a disposizione la Fed[96].

Il cui presidente, Bernanke, avverte adesso il paese che l’economia ormai “per un certo tempo [la solita sottovalutazione d’ufficio che non riesce a mascherare niente, però] non si svilupperà come pure sarebbe nel suo potenziale” ma, e soprattutto, alle “autorità di regolazione finanziaria” che esistono ma, specie sotto Bush, sono state volutamente dormienti, chiede di “sviluppare un’azione di vigilanza più forte e approfondita[97].   

A proposito di Federal Reserve, interessante sottolineare come il suo vecchio presidente (per quasi vent’anni, dal 1987 al 2006), Alan Greenspan, dica adesso che il crollo dei subprime non tocca ancora il fondo, anzi… Interessante perché per tutto il suo mandato Greenspan aveva sempre negato esserci qualsiasi bolla speculativa… quella che ora, dice, non ha ancora finito di sgonfiarsi facendo male, e molto, a chi non proprio innocente – semmai incosciente – aveva tentato di sfruttarla.

Certo, tutti – compreso Greenspan – hanno il diritto di ripensare le proprie posizioni. Ma uno che, come lui, ha ricoperto certe posizioni, e certe responsabilità, se cambia idea ha anche il dovere di spiegare perché e magari di chiedere scusa per essersi così clamorosamente sbagliato: anche perché solo così non si ripete – forse – lo sbaglio.

D’altra parte, sempre a parere di chi scrive, anche il prestigioso quotidiano che dà la notizia avrebbe il dovere di spiegarne il contesto, perché nei miliardi di parole che al tema ha dedicato negli anni recenti non ha mai neanche sfiorato quello che pure era prevedibile solo che non si fosse abbeverato soltanto alle fonti ufficiali – Fed, Tesoro, Casa Bianca – e che infatti, da altri di minor “peso”, purtroppo, anche se di assai maggiore sagacia era ben stato preconizzato.

E perché anche adesso seppellisce questo spunto rivelatore su Greenspan dentro un’articolessa dal titolo, al solito, sconsideratamente ottimistico e quanto mai impostore, accennando al contenuto “vero” solo nel sottotitolo[98]. Quando, poi, arriva anche la notizia che nel 2007, questo maggio su quello del 2006, è crollato del 15,8% il prezzo medio della case, dal 15,2 di aprile[99]

In ogni caso, almeno per il momento, la maggioranza democratica al Senato e alla Camera – cui si sono aggiunti un sufficiente numero di repubblicani (anche loro si presentano alle elezioni a novembre) da battere in breccia il volere (dichiarato) del presidente di mettere il veto – ha passato una legge per aiutare i debitori dell’edilizia: oltre che i grandi istituti del credito (e ormai del debito) ipotecario come Freddie Mac e Fannie Mae, anche 400.000 proprietari di case (ma solo quelli più esposti: cioè, quelli più ricchi) che potranno rifinanziare, così, a tassi agevolati perché sostenuti da fondi pubblici, le loro ipoteche bancarie.

L’argomento, non infondato anche se ipocrita dell’opposizione, è che così si darebbe (come se fosse la prima volta…) un aiuto pubblico a spese dei contribuenti a chi ha rischiato ai fini di quello che credeva un facile profitto privato, azzardando e sapendo di azzardare troppo[100].

A luglio, con dati resi pubblici ai primi di agosto, per il settimo mese consecutivo diminuisce il numero delle buste paga – una misura che sottovaluta scientemente i dati reali ma l’unica considerata qui nel computo della disoccupazione – con un tasso ufficiale che sale dello 0,2% al 5,7, anche se qualcuno, tra gli esperti, trova il modo di consolare gli afflitti osservando (nei titoli o nei sottotitoli dei grandi giornali, con l’ottimismo sciapo consueto) che, comunque, è andata meglio di quanto gli “esperti” avessero previsto…

Ma esperto, come ricorda G. B. Shaw, viene troppo spesso chiamato chi annuncia con regolarità e certezza eventi che non si verificano mai, nega quelli che invece si verificano e spiega, poi, perché, malgrado tutto, ha avuto ragione lui[101]...

Il fatto è che, da quando nel dicembre scorso il settore privato ha cominciato a licenziare, da solo ha tagliato 665.000 posti di lavoro e l’economia, nel suo insieme, ne ha cancellati 463.000. Ed il tasso di disoccupazione tra la popolazione maschile adesso è al 6,1%, il più alto dal novembre del 2003. Per le lavoratrici la disoccupazione resta al 5,2%. Il gap tipicamente si spiega – in epoca di, o vicina a una, recessione – col fatto che le donne vengono pagate, regolarmente, di meno. Non solo qui, certo.

Sono aumentati a 1.741.000 dal minimo raggiunto in aprile 2006, i lavoratori forzosamente messi a tempo parziale. E il computo di tutti i lavoratori che, secondo l’ammissione ufficiale dello stesso Bureau of Labor Statistics, dovrebbero essere calcolati come disoccupati arriva, sempre a luglio, al 10,3% (la cosiddetta “misurazione U-6”)[102].

Anche la produttività scende. Certo, continua a salire, in molti casi più che negli altri paesi industrialmente avanzati del mondo (ma è possibile considerare ancora la Cina come un paese industrialmente arretrato?). Però rallenta: dal tasso annuale del 2,6% nel primo trimestre al 2,2 del secondo. E, insieme, cade la crescita, per contenuta che fosse, di salari e stipendi[103].    

Come scrive il prof. Krugman, “la misura più corretta della disoccupazione, quella che tiene conto del numero crescente di dipendenti obbligati a subire e accettare tagli sia alle loro ore lavorate che ai salari, è salito dall’8,3 al 10,3% nell’ultimo anno [altro che il 5 e qualcosa per cento del dato ufficiale] tornando grosso modo al punto di cinque anni fa[104].

I prezzi al consumo sono saliti a luglio del 5,6% sullo stesso mese dell’anno prima, al tasso maggiore da diciassette anni. Garantendo, in pratica, che la Fed si guarderà bene, malgrado il rallentamento economico, di far scendere neanche un po’ il tasso di interesse[105].

E, come si può ben capire, l’inflazione più alta rallenta anche la spesa per consumi di giugno: aggiustata all’aumento dei prezzi al consumo i consumi cadono per un valore dello 0,2% a luglio, al minimo da cinque mesi, e dello 0,5% su giugno, anche se la caduta è frenata, ma solo frenata, dall’impatto sull’economia dello stimolo fiscale voluto da Bush qualche mese fa proprio per rilanciare un poco i consumi. Il massimo della perdita è dovuto al crollo di vendite di automobili, senza di cui sarebbe invece salita di uno 0,1%. Ma lo 0,4% della differenza è fatto anche, e molto, di un +0,4 di incremento del prezzo dell’energia[106].

Un curioso articolo del WSJ[107], testo sacro del business di questo paese, riesce a scrivere quasi duemila parole in un articolo che compara i salari e la crescita dei salari in Europa e in America   senza menzionare una volta, neanche per sbaglio, le conseguenze macroeconomiche del ristagno o, addirittura, del regresso del potere d’acquisto su realtà economiche in cui il consumo garantito da quei salari costituisce il 70, come in America, o poco meno del PIL, come da noi.

L’articolo sottolinea che nell’eurozona c’è più timore di una spirale di rincorsa prezzi-salari che negli Stati Uniti perché da loro – cioè, da noi – la presenza di sindacati – malgrado tutto, diciamo noi – più forti e efficaci di quelli americani riesce meglio a tener dietro all’andazzo dell’inflazione. Ma non sottolinea, anzi non annota per niente, che se i salari americani non reggono il passo dell’inflazione, come da noi ma anche più che da noi visto che lì i salari sono meno difesi nel loro potere d’acquisto, chi ne soffre è appunto il potere d’acquisto. Dunque, l’economia come tale.

In questo paese, il tasso di risparmio da anni era già quasi a zero, con chi lavora che già spende tutto, cioè, il suo salario. E ora, se collettivamente e o individualmente, questo si restringe ancora, in moltissimi, i più, saranno obbligati a consumare di meno specie in un contesto dove anche quelli che stavano meglio non hanno più alle spalle il collaterale di una casa non ipotecata contro cui ottenere credito. Con conseguenze, evidenti, di ristagno ulteriore per tutta l’economia. Di questa consecutio logica, neanche una parola, però, sul Wall Street Journal.   

Salgono di un tasso elevato, a luglio, al di sopra delle aspettative più rosee/incoscienti degli esperti, anche i prezzi all’ingrosso nei confronti del mese precedente, dell’1,2%, e del 9,8% in un anno: il massimo da ventisette 27 anni[108]. E l’inflazione al dettaglio che salirà adesso per effetto del peso di questa all’ingrosso potrebbe davvero congelare i consumi di brutto.

Il deficit commerciale, si riduce abbastanza di sorpresa, a 56,8 miliardi di dollari a giugno col dollaro, in indebolimento, a spingere le esportazioni e il record del costo del petrolio a frenare le importazioni: così, nel mese, c’è un +1,8% di import ma più che bilanciato del +4% dell’export[109].

C’è la speranza che il deficit (di poco) inferiore alle attese “sostenga qualche poco la crescita nel secondo trimestre”: crescita che viene “dalla domanda del Brasile, della Russia, dell’India, del Medio Oriente…”: oggi, cioè, è nel Terzo mondo di una volta che si radicano le speranze di crescita[110].

Qualcuno, qua e là ma ancora troppo di rado, tra gli economisti sottolinea che il recente aumento del valore del dollaro è un rischio grosso per l’economia americana. E questo – la politica del biglietto verde: difenderlo a ogni costo per questioni di prestigio o lasciarlo andare per aiutare l’economia – è probabilmente il fattore più importante, che avrà più impatto nel breve termine sulla salute economica del paese, di cui dovrà decidere presto il nuovo presidente degli USA.

Il fatto è che, per tutta la presidenza di Bush jr. e negli ultimi anni di Clinton, un decennio, la supervalutazione del dollaro è stato uno dei problemi più seri dell’economia americana. Il valore elevato del dollaro ha portato all’insostenibile deficit commerciale attuale, che nel 2006 toccò il massimo al 6% del PIL. Per definizione, deficit commerciale significa che quanto un paese importa  (economia privata e governo) più di quanto esporta.

E questo, a sua volta, significa che senza un boom degli investimenti – che proprio non si riesce a vedere – sono inevitabili o un largo deficit pubblico, o un basso livello di risparmio privato, o una combinazione dei due. Nel lungo periodo, né l’una né l’altra delle due eventualità e, tanto meno, le due insieme come oggi, sono desiderabili o sostenibili.       

In questo paese, però, nessuno apre ancora preoccuparsi di un deficit commerciale che, pure, vede l’America e le sue politiche – le guerre in Afganistan e in Iraq, ad esempio – dipendere dal finanziamento cinese … se Pechino non compra i BOT americani, gli americani o vanno a casa o si pagano la guerra pagando più tasse… Ma, pur essendo consistentemente ben sopra al deficit di bilancio, qui pare che del debito con la Cina (e non solo con la Cina) non freghi niente a nessuno. Finché dura…

Ora l’unico modo per riportare il deficit commerciale, il debito estero, a una dimensione gestibile è di ridurre il valore del dollaro. Un dollaro più basso è, poi, molto importante alla luce del collasso della bolla edilizia. E bisogna anche tener conto che, senza il leggero miglioramento degli ultimi mesi della bilancia commerciale, l’economia sarebbe stata in crescita negativa per tutti gli ultimi tre trimestri: recessione, cioè, anche ufficialmente e clamorosamente.

Insomma, se lo scopo è quello di battere un rallentamento economico prolungato e, forse, già ora una recessione, gli USA devono far calare il dollaro per un periodo lungo. E la maniera più facile per farlo, per un paese sovrano che lo decide da solo sarebbe di mettere altri dollari sui mercati – qui basta stamparli, ancora – certo, a breve almeno, sopportando un’inflazione più alta ed  impipandosene di ogni spocchioso prestigio.

La via alternativa, con lo stesso impatto sulla bilancia commerciale, ma molto più complessa e politicamente implausibile e, certamente, meno applicabile è quella di sussidiare le esportazioni e tassare le importazioni. Sistematicamente.

Per noi, noi europei, sarebbe comunque una penalizzazione per l’export ma anche una misura che comporterebbe sollievo per l’import, specie del petrolio, visto che continuiamo a pagarlo in dollari anche per la carenza di qualsiasi politica energetica comune e del coraggio, comune, che agli europei servirebbe (ma non sia m ai: gli americani potrebberop per proporre all’OPEC di passare all’euro)    

Uno studio ordinato da alcuni parlamentari al GAO, il Centro studi del Congresso (indipendente formalmente e, in genere, anche realmente: in genere, diciamo, perché comunque per la spesa è un’agenzia che dipende dal Tesoro) fa i conti con l’evasione fiscale di quelli che qui chiamano i fat cats, i gatti grassi… e dimostra quello che sapevano tutti da sempre: che due imprese su tre, negli Stati Uniti, dal 1998 al 2005 non hanno pagato un dollaro di tasse federali.

Lo studio che copre 1.300.000 aziende di ogni dimensione, la maggior parte piccole, con un fatturato annuo complessivo di 2.500 miliardi di dollari comprese molte imprese straniere che operano negli USA, è stato commentato dal senatore Carl Levin, democratico del Massachusetts che aveva ordinato lo studio dicendo che “è la dimostrazione di come troppe corporations usino fior di trucchi per mandare all’estero in qualche paradiso fiscale i propri profitti sottraendoli così all’obbligo di pagarci sopra le tasse giustamente dovute agli Stati Uniti[111].

Ma, adesso, il senatore Levin e il GAO, diffonderanno i nomi di questi contribuenti felloni? O anche lì ci sarà qualche vergognoso diritto di privacy che, come da noi, li aiuta a restare in eterno nascosti?      

Lo racconta, papale papale come qui ve la traduciamo, l’equivalente de Il Sole 24 ore (moltiplicato almeno per dieci) in America[112]: ad obbligare gli USA ad aiutare i colossi dei fondi ipotecari quasi in fallimento, sarebbero stati… i cinesi. Dunque – scrive il WSJ – “ora viene fuori che il sostenitore più sfegatato del salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac è stato il governo cinese. I cinesi possiedono sui 500 miliardi di dollari di titoli proprio di Fannie e Freddie e hanno fatto sapere al segretario del Tesoro americano che si aspettano di essere totalmente rimborsati del loro investimento”.

Il punto di forza dei cinesi verso il Tesoro americano era che “se non li ripaghiamo al 100%” – aggiungiamo noi, come un Argentina qualsiasi, come un qualsiasi paese del Terzo mondo sull’orlo della bancarotta – “i cinesi possono cominciare a scaricare sui mercati le centinaia di miliardi di dollari di loro assetts denominati in valuta verde”, possibilmente dando la stura così a una fuga pericolosa dal dollaro e all’aumento pesante del costo del servizio del debito dello zio Sam.

La Cina non è il solo paese ad avere un interesse cruciale nella legislazione di salvataggio fatto a spese pubbliche di istituti finanziari formalmente privati. Sono molti i governi stranieri che hanno fatto il carico di titoli di Fannie e Freddie, secondo i dati raccolti dal Consiglio per le relazioni esterne: “nella lista, dopo la Cina, il no. 2 è la Banca centrale di Russia che ha accumulato circa 200 miliardi di dollari di credito sui due giganti del debito ipotecario statunitense. E anche i paesi petroliferi del Golfo hanno inguattato lì centinaia di miliardi di loro entrate”.

Intanto, nel 2007, l’Ufficio del Censimento ha contato 45.700.000 persone che in       questo paese sono senza nessuna assicurazione sanitaria, meno dei 47 milioni dell’anno prima ma un’enormità in più dei 38.400.000 del 2000, prima dell’era Bush. E il tasso di povertà ufficiale è al 12,5% (quasi  38 milioni di americani), col Mississippi che è lo Stato più povero dove oltre il 20% dei residenti risultano ufficiale al di sotto della linea della povertà[113].   

Le ultime proiezioni ufficiali, quelle che alla fine porteranno alla definizione (scusate il gioco di parole) definitiva del deficit di bilancio 2009 lo danno al record di sempre, con 490 miliardi di dollari (escluse le spese per le guerre di Iraq e Afganistan, però, qui conteggiate a parte). Ma, come dovremmo sempre ricordare, questi 490 miliardi, un record in termini assoluti, costituiscono una cifra in sé senza senso, proprio nel senso che non significa niente perché è in dollari nominali.

La misura che conta è quella che definisce, invece, il rapporto deficit/PIL: che è il 3,3%. Dato importante che non sfonda alcun tetto fissato dalle autorità monetarie e economiche americane che qui non c’è. Sfonda, invece, il tetto convenzionale del 3% voluto dalla BCE e quello della Banca d’Inghilterra, addirittura del 2%: a prescindere, poi, dal fatto che questi tetti vengono regolarmente per non dire sempre violati. Per la Gran Bretagna adesso è quasi il doppio, per l’eurozona oggi è il 4,1%.

L’Iraq, sullo stato del cui progresso politico neo-cons, governo americano e gran parte dei media – che, malgrado tutto, lo seguono a ruota osando raramente richiamare in dubbio, come pure storia ed esperienza imporrebbero, quello che dice la Casa Bianca: i media cosiddetti mainstream, quelli che seguono il corso principale della corrente del fiume – continuano a versare melassa, in realtà secondo un’informazione e una valutazione un po’ più disincantata e completa sta per esplodere. E anche prima delle elezioni americane di novembre.

Infatti, anche escludendo di qui ad allora una guerra dell’America – o di Israele ed America – con l’Iran, e pur prosternandosi all’adorazione della affermata miracolosa impennata, restano accesi neanche troppo sotto la cenere almeno quattro focolai di incendio immediatamente pronti a scoppiare:

• la prima scintilla è la crisi che sta montando a Kirkuk, dove la spinta della maggioranza curda per un controllo politico e territoriale totale – nella provincia, ricchissima di riserve di greggio; ma anche nelle altre a maggioranza curda della regione del Nord, Diyala, Salahuddin e Ninewa – non si scontra solo con l’ostilità dichiarata della Turchia ma anche, e soprattutto, con la resistenza minoritaria ma forte degli arabi iracheni; e questa è la crisi maggiore, quella più prossima ormai a scoppiare;

• la seconda è nell’Iraq occidentale e nella provincia di Anbar, dove il cosiddetto “risveglio” (sahwa) dei Figli dell’Iraq apertamente appoggiati (cento dollari al mese per miliziano) dagli americani sta cercando di prendere il potere nello scontro in corso da tempo col partito islamico dell’Iraq, un blocco fondamentalista sunnita ben radicato;

• la terza è nel fermento che sobbolle fra le fila dell’ “esercito del Mahdi” dell’Hojatoleslam ribelle Moqtada al-Sadr – hojatoleslam è una carica “ecclesiastica” di medio livello, se così si può dire, degli sciiti – dove cresce la rabbia e la frustrazione per i passi in avanti sulla via del potere che, appoggiati dall’Iran, stanno facendo i rivali del Consiglio Supremo islamico dell’Iraq (ISCI). Ma il blocco Sadr mantiene un radicamento “sociale” (di difensore dei poveri, come formalmente si chiama) che gli altri si sognano anche se dipende politicamente e finanziariamente dall’Iran.

• la quarta scintilla, pronta a ravvivare un'altra vampata di guerra civile, è la decisione presa dal governo di Bagdad, a dominante largamente sciita, di stanare e schiacciare i capi degli insorti sunniti ora pagati e, così, acquisiti direttamente dagli americani alla loro causa[114], non necessariamente e anzi assai poco a quella di un Iraq unito ma inevitabilmente a maggioranza sciita.

   Perciò, da loro enormemente apprezzati per il lavoro sporco che svolgono, in prima come in seconda linea, ma che il governo al-Maliki non apprezza per niente e, anzi, vede come il fumo negli occhi, il maggiore pericolo, forse, per gli equilibri di potere futuri. Anche per questo non desidera, e non vuole, tenersi tanto di più in casa gli americani.

E poi, c’è il barometro vero, col mercurio che precipita decisamente, a segnare tempesta, della situazione in Iraq: il fatto che degli oltre due milioni di iracheni che sono scappati dal paese dopo l’invasione e l’occupazione ne sono tornati, sì e no, il 2%[115]... E loro saranno, o meno, in grado di giudicare stabilità, sicurezza, tutte quelle belle cose che l’ “impennata” americana avrebbe assicurato…

Il contenzioso immediato, quello al proscenio oggi nei prossimi mesi, ma che riflette poi tutto il resto, è la nuova legge elettorale provinciale, forse ancor più decisiva di quella nazionale perché incide sul potere reale, locale, che una maggioranza trasversale comprendente sciiti (il blocco Sadr) ma anche sanniti aveva votato, ma che il veto del presidente Jalal Talabani (curdo) ha temporaneamente bloccato.

Una questione che sta minando la debole, e fluida, maggioranza in carica, fatta di frazioni religiose sciite (meno le più “laiche”, diremmo noi, non certo islamicamente parlando ma sul piano del pragmatismo politico, come quella di Sadr) e i gruppi che si raccolgono intorno ai vari signori della guerra curdi. In ogni caso, il parlamento iracheno alla fine non è riuscito a trovare una soluzione capace di superare veti reciproci e il veto formale di Talabani e, con la proclamazione della fine della sessione parlamentare – se ne riparla, se poi se ne riparla – in autunno inoltrato – il fato delle elezioni provinciali (regionali, diremmo noi) resta così in dubbio[116].

Un altro schiaffo per Bush che era intervenuto più volte personalmente per far passare la legge – non rassegnandosi al fatto ormai del tutto evidente che, al contrario di re Mida, tutto quel che lui tocca si trasforma in m…a – con il primo ministro al-Maliki, col presidente Talabani e col presidente della Camera, Mahmoud Mashhadani. 

L’unico fattore che potrebbe calmare le acque – su questo concordano tutti, in Iraq come anche a Washington, anche alla Casa Bianca dove però non accettano di rassegnarvisi – è se l’Iran si impegnasse a premere su tutti i gruppi sciiti per indurli a comportarsi “bene”.

Ma perché mai, di grazia, non essendo riusciti malgrado i loro sforzi gli Stati Uniti ad installare a Bagdad un regime anti-iraniano (ricordate l’accoglienza fraternamente calorosissima riservata due mesi fa dallo stesso governo al-Maliki a Ahmadinejad?), perché mai Teheran dovrebbe togliere così le castagne roventi dal fuoco dalle mani del suo principale avversario?

La soluzione che vuole McCain sembra essere quella di provocare un redde rationem con l’Iran e fargli la guerra. Quella di Obama appare consistere nel cercare di trattare con l’Iran per stabilizzare l’Iraq. L’impressione di chi scrive è che né l’una né l’altra funzionino.

La prima perché, invece, destabilizzerebbe tutto il Medio Oriente senza impedire alla fine, anzi accelerando, la costruzione della Bomba iraniana. La seconda perché, se si preoccupasse solo dell’Iraq non interesserebbe l’Iran.

Cosa che, invece, potrebbe fare il riconoscimento esplicito all’Iran del diritto non a farsi la Bomba (che dichiara, poi, di non voler fare) ma a dotarsi di proprie centrali nucleari energetiche sotto controllo internazionale: da rafforzare però, allora, in linea di principio per tutti i firmatari del Trattato di non proliferazione. Tutti, come previsto, non solo l’Iran.

In ogni caso, finché gli Stati Uniti restano lì inchiodati, a mettere una pecetta qua e un cerotto sanguinante di là, versando mazzette da un milione di dollari qua e un milione di là alle diverse fazioni irachene, riusciranno a farle collaborare con Washington ma mai a costringerle a collaborare tra loro. Saranno obbligate a farlo solo se e quando loro se ne andranno.

Che, poi, e al fondo, è la ragione su cui concordano pressoché tutti gli iracheni. Fra loro ancora non c’è consenso sul futuro dell’Iraq, su quella che dovrà essere la natura, la statualità nuova dell’Iraq. Ma un nuovo consenso ormai gli americani, in realtà, sono riusciti a svilupparlo fra gli iracheni: che finché loro non se ne vanno, finché il governo continua ad essere stampellato da una presenza militare straniera così schiacciante non ci sarà possibilità alcuna di una genuina e possibile unità del paese[117].  

Il che però con Bush è impossibile: sarebbe non tanto la sconfitta, quanto il riconoscimento della sconfitta strategica di tutta la sua presidenza, pubblica ed eclatante e perciò per lui insopportabile. Ma è difficile con chiunque poi gli succeda, Obama compreso perché lì “c’è il petrolio, e gli USA hanno deciso di mantenerne il controllo globale. Inoltre l’esercito lo devono pagare comunque, in qualunque posto si trovi. E le armi le devono usare, se vogliono svuotare i magazzini e far funzionare le fabbriche[118].

Impossibile, dunque. E impossibile anche con McCain che, alla vigilia della nomination del suo partito, continua a blaterare che solo la vittoria è accettabile come esito di questa che, ormai, è la più lunga guerra della storia americana. Mentre Obama, nel discorso finale dell’altra Convention, quella democratica di Denver, chiude l’argomento: se eleggete me “dall’Iraq ce ne andiamo, presto,  responsabilmente”. Che da una parte è ovvio, dall’altra è chiaro e, insieme, sufficiente forse a contentare anche qualche patriottico cuore…

Però anche Bush, che non lo confesserà mai, ha forse cominciato a capire che oggi, come ieri gli iracheni si rifiutarono di continuare a chiamarli liberatori e cominciarono a chiamarli occupanti praticamente subito, dopo i primissimi giorni, quando capirono che gli americani non erano affatto arrivati solo per liberarli da Saddam e che non se ne sarebbero andati, ora non sono disposti ad accettare una presenza militare permanente – come la Germania, come il Giappone, come l’Italia, ad esempio – sul loro territorio.

Alla fine, pare che la segretaria di Stato, di passaggio per Bagdad dopo l’incontro NATO di Bruxelles, sia riuscita a strappare a al-Maliki un accordo, certo sottoposto a mille varianti possibili,    sulla data per far andar via gli americani. Ma è un accordo che Bush trangugia assai di malanimo perché è, comunque, fissa la data dell’evacuazione completa delle truppe della coalizione dei cosiddetti volenti e del contingente americano tutto intero. Altro che basi permanenti…

La data del ritiro dalle città, tutte, sarà il giugno prossimo (e su questo ha “vinto” il primo ministro iracheno), mentre dal resto del paese le truppe americane se ne andranno, alla data annunciata già adesso (altra vittoria di al-Maliki), entro la fine del 2011 “se le condizioni restano relativamente stabili” (vittoria di Bush: voleva fissarla ben dentro il mandato del  suo successore, che naturalmente può sempre cambiarla lui non chiama queste date scadenze, naturalmente, ma “obiettivi cui aspirare”; gli iracheni, per parte loro, dicono invece chiaro che sono proprio “scadenze”)[119]…  

Al-Maliki voleva le truppe combattenti americane fuori delle città tra sei mesi al massimo e tutte le truppe americane entro altri dodici mesi; Bush pretendeva che accettasse di farli restare con la scusa che se no scoppia la guerra civile (facile la replica: e, adesso, che c’è?). L’accordo, comunque, deve ancora passare formalmente per il filtro del litigioso governo iracheno e, soprattutto, della fragile maggioranza al parlamento di Bagdad… E anche il Congresso americano insiste che vuole dire la sua, che non si accontenta più di firmare una cambiale in bianco a Bush (e era ora).

La questione si rifletterà, inevitabilmente e subito, nella campagna elettorale americana. Anche se è ancora difficile capire bene come. Ma, certo, ogni clima, diciamo, caldo – dopo l’attacco e il contrattacco georgiano-russo, poi, da cui “l’America” si è sentita umiliata: i russi non hanno subìto e ingoiato in silenzio, stavolta, come ormai qui erano abituati a dare per scontato –  nel mondo e nel paese sembra fare il gioco di McCain.

Ha fatto notare, commentando la crisi russo-georgiana, George Stephanopoulos, conduttore della rete televisiva ABC e già consigliere di Clinton nei primi quattro anni della sua presidenza, come “ogni volta in cui si va addensando una crisi internazionale di portata maggiore, è facile che essa giochi a favore di John McCain[120]. E’ un’opinione condivisa dalla squadra di McCain tutt’intera: la politica estera è il punto forte della sua candidatura e la guerra in Ossezia/Georgia l’ha aiutato, rimuginando tutte le viscere a stelle e strisce di questo paese.

Arriva a dirlo a alta voce, a fine agosto, anche Putin lasciando da parte anche senza far nomi, ogni diplomazia scivolosa e di fatto, nei fattimi, accusando la casa Bianca (Bush stesso) Cheney?) di quello che gran parte dei democratici americani vanno dicendo alla Convention: convinti, anche se poi patriottardamente si allineano alla condanna antirussa, che la crisi è stata fatta montare anche dall’OK avventato (tanto abbozzano, quelli…) dato da Washington[121]

Del resto, solo poche settimane fa, un vicinissimo consigliere di McCain, Charlie Black, in uno di quei momenti di incontrollata sincerità che capitano proprio a tutti, aveva fatto notare che un serio attacco terroristico in America prima delle elezioni avrebbe certo aiutato il voto per il suo senatore e contro Obama… salvo poi scusarsi e precisare che, comunque – vecchia tecnica, no?, specie delle persone troppo incoscientemente sincere – lo avevano capito male[122]

Vista la curiosa convinzione, ingoiata dai media e fatta ingoiare da loro all’opinione pubblica, che cinque anni da prigioniero di guerra in Vietnam, alla fine degli anni ’60, lo qualificherebbero più del suo oppositore come comandante in capo ed esperto a districarsi nei meandri della politica internazionale. Non cinque anni di guerra: cinque anni da prigioniero di guerra...

Le cose poi, anche in Afganistan, vanno male assai e oggi il rischio è che i fallimenti di Bush, appoggiati tutti da McCain, vengano fatti pagare di più a Barack Obama… L’ultima, a parte un centinaio di morti in due o tre attentati suicidi, è la denuncia del ministero degli Interni, poi ripresa personalmente dal presidente Karzai: “novantacinque civili, la grandissima  maggioranza donne e bambini, sono stati martirizzati oggi in un’operazione delle forze della coalizione nella provincia di Herat”...

E’ la seconda volta in un mese e mezzo che Karzai ci va giù duro, preannunciando nuove “iniziative” per frenare il facile “bombismo”— much too easy bombing (dice) degli americani e lasciando quasi intendere (solo quasi, però…) che d’ora in poi “si opporrà” più decisamente (come?) a bombardamenti su aree dove ci sia anche popolazione civile.

Dice di averlo chiesto da tempo ma che non gli danno retta. Il problema è che lui, almeno sulla carta, è il presidente dell’Afganistan e che se non gli danno retta, se facesse sul serio e non per finta, potrebbe ordinare la cessazione di tutti gli attacchi aerei. Ma non lo fa.

Naturalmente, infatti, sarebbe una tattica inaccettabile per la coalizione. Che, certo, ha un grilletto facile anche dal cielo e all’ingrosso, ma che è anche sicura – non a torto – che i talebani proprio lì si nascondano, tra la gente— come in ogni guerra di guerriglia sostanzialmente fa ogni resistente. Gli americani smentiscono: cercavamo gli insorti, li abbiamo accerchiati, ci hanno sparato addosso, li li abbiamo bombardati, per obiettivo avevamo un capo talebano (uno!) e tra i morti, che sono solo trenta, non c’è nessun civile: credeteci sulla parola. Punto e basta.

Ma non basta per niente. Anche il rappresentante dell’ONU nel paese conferma: le informazioni che abbiamo, e che abbiamo verificato, dicono che almeno 90 civili, 60 dei quali bambini, sono rimasti uccisi nel raid aereo americano vicino a Herat[123].

E poi ci sono gli afgani, il governo stesso, a negare la tesi americana e della coalizione (la stessa cosa: per essa parlano e fanno quasi tutto sempre gli americani) che nell’area ci fossero i talebani e denunciano: “il fatto è che la morte di civili in operazioni militari – aveva detto il ministro – sono diventate una questione altamente emotiva per gli afgani, molti dei quali sentono che le forze della coalizione internazionale si danno poca o nulla preoccupazione [delle possibili vittime] quando lanciano i loro attacchi aerei: e, così, distruggono qualsiasi supporto popolare alla loro presenza[124].

Già. Tutto qui. E non sembra poco perché è anche così che, magari, si vince qualche battaglia ma che sicuramente si perdono le guerre.

Brutta, per gli USA, anche – e forse ancor più – la resa di Musharraf in Pakistan[125]. Dopo aver fatto qualche po’ d’ammuina, proclamando di sacrificare l’interesse suo personale per evitare che l’impeachment “spacchi” il paese – quando lo spaccavano i suoi colpi di Stato, tutto bene, s’intende – Musharraf se ne va…

Era spalle al muro per la decisione congiunta, anche se sofferta (discussioni tra i più duri e i più cauti) della nuova maggioranza di chiederne l’impeachment – la messa sotto accusa per alto tradimento (colpi di Stato svariati, messa fuori legge illegale della Corte suprema, repressioni e massacri della popolazione civile…) – ma anche e forse, anzitutto, di fronte ad una serie di cedimenti tra i suoi sostenitori e, infine davanti alla dichiarazione ufficiale, per lui estremamente destabilizzante, di neutralità dei militari.

Aprendo un buco non piccolo per le affidabilità su cui tradizionalmente in questa zona cruciale del mondo (Afganistan, Cina) contavano gli Stati Uniti. Il fatto nuovo è che, per la prima volta da almeno trent’anni, il governo del Pakistan sembra poter sfuggire (bisognerà vedere se poi in pratica ci riesce, sempre che in effetti lo voglia…) alla manipolazione consueta, qui, di Stati Uniti e Gran Bretagna. L’ultimo tentativo lo fecero solo qualche mese fa, cercando di imbellettare un po’ e di rendere un po’ più accettabile Musharraf affiancandogli come vice l’ex presidente Bhutto. Subito assassinata, non si è ancora capito bene da chi. Ma il risultato finale di tutti gli scombussolamenti è questo.

Insomma, la notizia è buona, buonissima. Il  maresciallo-presidente che ha conquistato il potere nel 1999 con un golpe militare, se ne va. Ma il meglio è che se ne va per merito di un’ondata, anzi di diverse ondate, di pressioni politico-civili e non di una pallottola assassina. Il che, per un paese descritto spesso come il più pericoloso del mondo sembra un grande incoraggiamento democratico.

E la notizia cattiva è che la partenza di Musharraf non rende il Pakistan molto meno pericoloso. Perché anche se alla fine i pakistani sono riusciti a mandare il loro maresciallo-presidente-satrapo a giocare a quel golf che tanto gli piace, per adesso in una tenuta di campagna poi, forse, in Arabia saudita, non vuol dire – tanto meno automaticamente – che, in Pakistan “ci si possa aspettare adesso una qualche irruzione della democrazia. Il paese è passato da una dittatura divorata dalle tarme ad un democrazia piena di tarme essa stessa”.

Adesso che l’ex generale dittatore è stato mollato da tutti, vecchi commilitoni compresi così come il suo grande protettore americano, l’unica cosa che resta da vedere è quanto tempo ci metteranno i suoi successori “civili” (maestri di nepotismo, clientelismo e corruzione quando anni fa sono stati al governo talvolta contro e talaltra con il presidente militare) ad inimicarsi di nuovo il popolo tanto da scatenare magari un altro golpe…

Senza scordare, poi, che questo stranissimo, affascinante, infuocato paese di 165 milioni di cittadini si è dotato, nel silenzio complice o neghittoso di tutti, di un suo armamento nucleare indipendente. Come la “nemica” India che gli sta addosso...

In ogni caso, dicendo sicuramente il vero ma sbagliando completamente tono, come capita spesso sotto Bush, la segretaria di Stato americana Rice si è affrettata a dire che gli Stati Uniti, “ringraziando Musharraf per i suoi sforzi contro il terrorismo”, puntano “sulla completa continuità nel tipo di rapporti che hanno con il paese e continueranno a premere sul nuovo governo perché prosegua la lotta contro l’estremismo nei suoi confini[126].

Irritando non poco i resti del musharrafismo che ancora ci sono, potenti, nel paese e altrettanto e anche più il nuovo governo, tutto meno che unito però che avrebbe dovuto trovare una candidatura comune, difficilissima, alla presidenza del paese.

Ma, tanto per non smentire proprio nessuno, e per forzare la mano al suo alleato/avversario riluttante, il partito di Sharif, la Lega islamica pakistana che aveva basato tutta la sua campagna elettorale sul reintegro nella sua vecchia carica del vecchio presidente della vecchia Corte suprema, licenziata manu militari da Musharraf, il giorno dopo che questi se ne è andato (in pellegrinaggio, da buon mussulmano, alla Mecca: ma torna?) tenta di forzare la mano chiedendo, come da accordo pre-elettorale tra i due partiti vincenti,  la reintegrazione effettiva.

Solo che “Mr. 10%” – non sono in pochi a chiamare così in Pakistan Zardari, il nuovo primo ministro del Partito popolare di maggioranza relativa, accennando alle sue mani lunghe…, anche se poi lo hanno votato anche in tanti in nome della moglie che gli è stata ammazzata, la Bhutto – esita perché il giudice cacciato via, Iftikhar Muhammad Chaudry, a suo tempo aveva detto di non approvare l’amnistia per malversatori e ladri di fondi pubblici in cui Musharraf, per invogliare la Bhutto a tornare, aveva incluso anche il nome del marito[127]. Che quella amnistia aveva accettata.

Zardari, però, anticipa Sharif sul tempo – qui sono più machiavellici che al parlamento e al governo italiano – e presenta la sua candidatura alla presidenza della repubblica al posto di Musharraf, facendosi forte anche del nome di sua moglie, la “martire” assassinata[128]… E, a questo punto, Sharif esce completamente dalla coalizione e presenta la candidatura alternativa alla presidenza di un altro ex presidente della Corte suprema.

Noi – proclama – siamo entrati nella coalizione in completa sincerità per restaurare la democrazia. Ma sfortunatamente tutti gli impegni presi con noi non sono stati onorati”. In chiaro, cioè, Zardari ha rifiutato di ripristinare la Corte suprema nella sua interezza, ha forzato sulla composizione del gabinetto, e adesso si è presentato di persona alle elezioni per la presidenza. Un po’ troppo, decisamente. Si deciderà teoricamente in parlamento – l’elezione, però, non la cronica instabilità del paese – anche col voto delle quattro assemblee provinciali, il 6 settembre[129].

E poi c’è sempre l’America, questa America di Bush, con cui fare i conti e quella che ci sarà sicuramente anche domani. Qui dibattono, lo fanno sapere e lo scrivono senza che una sola voce, una sola – tra quelle responsabili del policy making e dello stesso dibattito politico – discuta se sia giusto, appropriato e davvero utile discutere tra CIA e Pentagono[130] – senza coinvolgere nessun pakistano, se agire da soli invadendo le arre di frontiera del paese alla caccia dei loro nemici.

Se succede, stanno cercando di spiegare gli esperti veri (non quelli venditi almeno ideologicamente ai neo-cons) e chi tra gli americani stessi è sul campo, sarebbe unificare tutto il Pakistan intorno ai ribelli. E riconsegnarlo dritto dritto in mano ai militari, tra l’altro… e non a quelli più come Musharraf amici degli americani, piuttosto a quelli maggiormente vicini ai talebani.

La Corea del Nord ha annunciato che, visto il rifiuto degli USA a cancellare come da intesa il paese dalla loro lista delle sanzioni come paese “sponsor del terrorismo internazionale” (definizione imprecisata e stabilita, comunque, dagli americani da soli), interromperà lo smantellamento delle proprie strutture nucleari, civili e militari e “riprenderà in considerazione la ricostruzione della torre di raffreddamento – smantellata da pochi mesi – della centrale di Yongbyon[131] e non si piegherà come ha dovuto fare l’Iraq alle richieste di ispezioni aggiuntive degli Stati Uniti.

La cancellazione dalla lista dei paesi canaglia appena Pyongyang avesse detto sì alle richieste americane – formalmente le richieste del gruppo dei sei: USA, Russia, Sud Corea, Cina, Giappone; di fatto, tutti sanno come stanno le cose – era prevista nell’accordo ma se e quando gli USA si dichiarassero soddisfatti delle informazioni ricevute. E non lo hanno fatto…

Molto probabile è che Pyongyang abbia ormai deciso di lasciar perdere quest’amministrazione americana morente e di aspettare di vedere se la nuova presidenza americana perseguirà una linea qualche po’ differente.

Negli USA, sul fronte elettorale di novembre – più forse che per le elezioni presidenziali per quelle congressuali: si rinnova un terzo del Senato ogni due anni e tutta la rappresentanza congressuale – comincia a far riflettere il fatto che la più grande azienda del mondo per fatturato, il colossale conglomerato come si dice di supermagazzini al dettaglio – migliaia e migliaia nel mondo – che si chiama Wal-Mart a considerare queste elezioni importanti.

Tanto che i suoi massimi dirigenti hanno aperto una campagna di pressioni, né discrete né segrete – qui tutto è legale – per convincere dirigenti intermedi, supervisori, e personale esecutivo a votare e cercar di far votare dipendenti e anche clienti contro i democratici – magari non per i repubblicani: non è facilissimo; ma contro i democratici – a novembre[132].

Il messaggio è semplice: se vincono i democratici è probabile che riuscirebbero stavolta a cambiare la legge federale che rende più semplice organizzare sindacalmente le imprese— compresa la Wal-Mart, l’Atto di Libera Scelta dei Dipendenti che questo prevede, già votato alla Camera e che, se aumentano i democratici, corre il rischio di passare al Senato. Non sarebbe una legislazione eversiva: pretende, però, semplicemente di rendere possibile per qualsiasi lavoratore che lo desideri iscriversi a un sindacato! Cosa che oggi, però, e per esempio proprio alla Wal-Mart (non è questa la filosofia della nostra famiglia, pressioni, minacce, licenziamenti…), se non illegale dappertutto (ma in una ventina di Stati sì) come in Cina, è di fatto praticamente impossibile[133].

Lo ha detto a Denver, alla Convenzione, e con queste parole che per un attimo hanno fatto rabbrividire tanti buoni americani, sorpresi di sentirselo dire anche se erano democratici, il presidente dell’AFL-CIO, la più grande Confederazione sindacale, John Sweeney…

Human Rights Watch, la ben nota organizzazione per i Diritti umani, che in America tutti lodano quando si batte per i diritti umani di tutti nel mondo, in Darfur o in Venezuela per dire, ma da cui prendono le distanze se e quando si impiccia dei ditti umani in casa propria o in casa degli amici, nel 2007 ha reso pubblico un proprio rapporto[134] che documenta minuziosamente le violazioni sistematiche dei diritti dei lavoratori dipendenti proprio alla Wal-Mart: come la violazione “più macro e diffusa da parte del padronato americano” un po’ in tutta la catena dei suoi magazzini, fatta di minacce, rappresaglie, spionaggio interno e anche l’obbligo di assemblee di imbonimento antisindacale imposte dal padrone ai lavoratori. Almeno a quelli che vogliono tenersi il posto di lavoro.

Intanto Obama, sotto attacco continuo, in apparenza anche di una banalità sconcertante (è magro e, se guardate bene è anche nero…: come se non lo avesse notato nessuno) e sempre più personalizzato negativamente da parte della campagna di McCain (in sostanza tentano di tutto e di più per farlo passare agli occhi degli americani per l’ “altro”) che si va deliberatamente incattivendo ogni giorno di più, commette – secondo noi – due errori, speriamo francamente non fatali.

Il primo, che per ora menzioniamo soltanto, è l’errore – in politica molto grave – del buonismo di chi non contrattacca con altrettanta cattiveria all’attacco dell’avversario, lo stesso con cui gli scherani di George Bush perseguirono sistematicamente nel 2000 Al Gore (accusato di menzogna, lasciò perdere…) e nel 2004 John Kerry (accusato di fellonia e tradimento, lui che in Vietnam aveva combattuto davvero e aveva vere medaglie, prima di tornare a casa e denunciare la guerra, non vomitò contro Bush l’accusa, vera, di essersi lui sì davvero inguattato per evitare la leva, lasciò perdere…), sia in campagna elettorale che nel conteggio dei voti.

Qui bisogna mettersi in testa che le elezioni in democrazia si fanno non per partecipare— alla de Coubertin, né per secondi fini, pur nobili— come cambiare il sistema elettorale. Ma, primo, per battere l’avversario principale e, secondo, per vincerle! E qui, d’ora in avanti, Obama deve sfilarsi i guanti bianchi e decidersi a contrattaccare, duramente, senza scrupoli, facendo pressione su tutti i punti deboli dell’avversario, che sono moltissimi e sui quali bisogna far leva: dai miliardi della moglie, alla smemoratezza senile (che non è una colpa ma per un presidente…), al millantato credito, alla profonda ignoranza (confessa) di ogni cosa d’economia e non solo (Iraq confuso con Iran, turchi con arabi, sunniti con sciiti…).

Il secondo errore continua ad essere quello di continuare a spostarsi al centro. Probabilmente, così, conforta i suoi nemici, che comunque non si fideranno mai tanto da votare per lui e scombussola, a dir poco, chi gli vuol bene…

Fino a ieri era, per ragioni sia ambientali che tecniche, del tutto contrario all’idea di mettersi a trivellare la tundra e il pack ghiacciato dell’Alaska o le coste atlantiche degli USA per tirarci su quella che sarebbe, comunque, una quantità di petrolio infinitesimale: “irrilevante” la definisce il dipartimento dell’Energia se si pensa di alleviare così la grande sete di combustibile fossile americana, in sostanza il costo della benzina; e, poi, neanche oggi o domani ma tra dieci, quindici anni quando la nuova estrazione fosse entrata a regime[135]

La ragione, si capisce, è la grande pressione di sondaggi, anche sondaggi “indirizzati” dall’industria petrolifera, che danno gli americani favorevoli in massa a bucare ed estrarre comunque ed ovunque nell’illusione che il petrolio arrivato così in più sul mercato abbasserà i prezzi alla pompa. Ma, a parte i mille caveat, arrivandone comunque dannatamente troppo poco – a regime, dicevamo, sì e no 100.000 barili al giorno – non servirà di sicuro allo scopo. Così, adesso, Obama molla e dice che, bè, con cautela, forse, sulle coste, sotto il mare, si può trivellare. Almeno un po’…

Il problema che ha costretto Obama ad aggiustare la sua posizione è che con questa storiaccia della benzina a 4 dollari al gallone, che tutti gli americani si sentono addosso, ha finito col regalare a McCain il vantaggio che ancora un mese fa era suo. Il repubblicano ha semplificato tutto, perché – e in questo ha ragione – gli americani capiscono solo le cose semplici e nette, odiano le questioni complicate e le sfumature, le vivono come confusione e vaghezza anche quando sono invece proprio complesse.

Si è limitato, McCain, semplicisticamente a dire all’America offrendoglielo come un altro articolo di fede della sua ideologia che, con una crisi energetica pesante come quella attuale, bisogna mettersi a cercare tutte le soluzioni possibili, inclusa la trivellazione di tutto il possibile nelle vaste riserve ancora vergini dell’Alaska e delle piattaforme continentali sottomarine di Atlantico e Pacifico…

E ha semplificato il tutto in uno slogan banale e, come s’è detto, fasullo. Ma estremamente diretto e potente: trivelliamo adesso, trivelliamo tutto, trivelliamo dovunque… Dite, e magari dimostrate pure, che non funziona? E chi se ne frega! E’ una risposta. Qual è la tua?

E Obama, spostandosi così – perché è obbligato a farlo e/o perché ci ripensa – invece di dire quel che sa essere vero, che a fronte del costo ambientale il petrolio che si aggiungerebbe alle riserve americane sarebbe illusorio – “irrilevante” – come avverte l’Agenzia ufficiale per l’energia – sta caricando anche e pericolosamente di dubbi i suoi sostenitori di sempre e conforta gli altri, i nemici cui rimane semplice dire, così, vedete che avevamo ragione.

Tra le altre, c’è poi a confondere gli animi la sua per lo meno anomala scelta di spostare l’enfasi dall’Iraq sull’Afganistan, sulla “guerra buona” come lui spiega per distinguerla da quella “cattiva”, in Iraq[136], su una presenza militare da rendere lì ancora più forte, quasi fosse possibile giocarla a compensazione appunto del ritiro dall’Iraq.

Il fatto è che questa di Obama suona agli orecchi di molti dei suoi come una decisione tutta e solo politica – politicantemente (non è un refuso) motivata – dettata più che altro dal sarcasmo dei McCainisti, floscio d’accordo ma capace di mordere nel patriottardismo strisciante che, bene o male, tende a legare sotto le false spoglie di un patriottismo esibito del tutto tipico della stragrande maggioranza degli americani.

Tutti, o quasi. E’ il patriottismo, non solo americano si capisce ma qui monomaniaco, delle mille bandiere per kmq. in ogni strada, delle bandierine di plastica o di alluminio sfoggiate all’occhiello, dell’alzabandiera mattutino davanti a tutte le casette in tutta l’America, della mano sul cuore al suono dell’inno nazionale…

E’ il tipo di patriottismo cieco (non superficiale ma innocuo come quello che fa essere contento anche chi scrive se l’Italia alle Olimpiadi vince una medaglia d’oro) che porta anche un osservatore sagace che ha appoggiato a lungo Bush ma ormai, avendolo “letto” bene da anni, è quanto mai disincantto nei suoi confronti, come Thomas L. Friedman, a scrivere correttamente che “la ragione principale per cui stiamo perdendo in Afganistan non è perché lì abbiamo pochi soldati [è la tesi di Obama] ma perché [aggiunge poi assurdamente senza averne la minima coscienza] non ci sono abbastanza afgani pronti a combattere e morire per il tipo di governo che noi vogliamo dargli[137].

Ed è tutto qui: lui, come Obama, come Bush al limite, è convinto che invece ci dovrebbero essere tanti afgani disposti a morire per darsi il tipo di governo che per loro vogliono… gli Stati Uniti d’America? Ma vi rendete conto?

Ma, di sicuro, non è questo il tipo di leadership, chiamiamola pure così per l’assenza di un termine immediatamente migliore, di cui in questi tempi critici e dopo la catastrofe bushista hanno bisogno l’America e il mondo.

In ogni caso, poi, ci sono da affrontare e risolvere ormai due problemi, entrambi quasi occultati an che perché sembravano esse stati superati ma che sono, invece, ancora lì e decisivi per la vittoria di Obama. Il primo sta nel convincere l’America media che lui è uno di loro[138], non come in molti lo considerano un elitario (non tanto perché sia ricco, che qui non scandalizza nessuno, ma uno con due lauree e due masters universitari, uno che ha scritto libri, che è evidentemente una testa d’uovo, un intellettuale: che, qui, è quasi un insulto), superando il sospetto che resta nel cuore dell’America profonda.

Informa, deve mostrasi, forse, non necessariamente  patriottardo magari, ma patriottico sì; capace di parlare al cuore, ai sentimenti e di far superare alla gente i suoi pregiudizi; di emozionare la gente, come riusciva benissimo a fare nei primi mesi della campagna elettorale. E il secondo problema è il vero convitato di pietra di queste elezioni presidenziali.

In molti si chiedono come mai non vada meglio, Obama? Con un avversario che è poco dire moscio ed ottuso, con un predecessore alla Casa Bianca che – è il giudizio anche di molti repubblicani – ha insudiciato e pure ridicolizzato l’America… Come mai non abbia ormai distanziato l’avversario con le sue straordinarie capacità oratorie e di tenere la scena…

Perché i sondaggi non gli danno più quel margine largo che, obiettivamente, a questa data dovrebbe essere il suo? C’è una risposta a queste domande che nessuno qui vuole ascoltare. E’ la questione razziale diventata, secondo molti, la grande innominata perché innominabile, della campagna elettorale— un fattore che potrebbe tornare ad essere quello, alla fine, determinante[139]

Dobbiamo provare a rinunciare all’illusione che qualsiasi presidente americano (anche e perfino Jimmy Carter, quando era in carica) sia disposto prima di fare quello che gli pare o quello che ritiene necessario, a un comportamento come lo chiamiamo ora multilaterale, piegato cioè a un’opinione che non sia quella del suo paese.

Diceva Richard Perle, superconsigliori repubblicano del Pentagono di Donald Rumsfeld, anima nera dei neo-cons e inventore della guerra in Iraq di “non credere che gli Stati Uniti siano legati alle stesse regole che valgono per la più piccola nazione africana. La vita non funziona così”. Che è vero, ovviamente ed in parte, ma è anche le negazione radicale del diritto internazionale e del diritto delle genti.

E se scavate, vi accorgete che, per quanto magari facciano loro ribrezzo le politiche e le ossessioni imperialiste di Perle, non sono molti gli americani a dissentire da quella sua impostazione.

Diceva Madeleine Albright, democratica, segretaria di Stato americana (con Clinton) che il suo paese “si sarebbe mosso con gli altri, multilateralmente, quando avesse potuto: e unilateralmente quando avesse dovuto”.

Diceva Daniel Patrick Mohynihan, democratico, ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU dell’azione con cui gli Stati Uniti deliberatamente sostennero il dittatore militare indonesiano Suharto nel 1975, lasciandogli annettere la piccola isola di Timor est con la forza militare e, per farlo, accettando che massacrasse centinaia di migliaia dei suoi abitanti. Infatti, “gli Stati Uniti desideravano la completa impotenza delle Nazioni Unite in tutte le misure che intendessero assumere per frenare l’operazione militare. Era un compito affidato a me – che ero un democratico anche se servivo un presidente repubblicano (Ford) – e devo dire che l’ho portato a compimento con un successo non inconsiderevole” (Memorie: A Dangerous Place Un posto pericoloso, 1980, ediz. Little Brown, p. 247).

Mohynihan, poi senatore dello Stato di New York prima di Hillary Clinton, uno dei politici americani sicuramente più aperti e progressisti, in uno scritto di alcuni anni dopo ebbe, almeno, la decenza di aggiungere però di essersi vergognato “perché ho difeso una politica vergognosa da guerra fredda di cui vittima è stato il popolo di Timor[140]. E fidatevi se ve ne risparmiamo tante altre: tutte però, inesorabilmente, dello stesso tenore.

Questo è un sentimento forte e quasi universale che, per il bene dell’America e del mondo, però, va governato. E detto questo, continuiamo a ripetere che se potessimo votare, noi – lo avete probabilmente capito, viste le scelte che concretamente ci sarebbero offerte, malgrado tutto sì e con convinzione (speriamo non sia una contraddirne tropo eclatante – voteremmo per il senatore Barak Obama.

Adesso, ed è emerso chiaro alla Convenzione di Denver quest’ultima settimana di agosto malgrado l’appoggio caloroso che Hillary ha dato a Barak, bisogna anche vedere come ed in cosa finisce con lo sfociare il sordo risentimento dei clintoniani (e delle clintoniane ancor più…) verso chi comunque considerano l’ “usurpatore” di quello che sentivano essere il loro destino.

Perché, malgrado tutto o a causa proprio di tutto, McCain sta facendo riesumare alcune citazioni della Clinton nella corsa delle primarie alla Convention che adesso si prestano ad essere sfruttate a fondo.

Quando, per esempio, Hillary diceva “io conosco McCain e, come me, è uno di grande esperienza in materia di sicurezza nazionale e negli affari internazionali [anche se è uno che ha ripetutamente dimostrato di non capire neanche la differenza tra sunniti e sciiti…] mentre tutta l’esperienza di Barak Obama in materia sta in un discorso che ha fatto nel 2002…”.

O di Bill Clinton a Denver, a latere della Convention, quando fa la domanda, evidentemente retorica “se vi trovate davanti ad uno col quale andate d’accordo su tutto ma che non vi dà alcuna fiducia di poter poi fare quello che vi promette e uno col quale andate d’accordo solo su metà di quel che dice ma in cui poi avete fiducia che quel che promette poi lo farà, che fate?”.

E solo quando qualcuno gli risponde duro che la prima cosa che conta e alla fine decide è quello che l’uno e l’altro promettono, si affretta ipocritamente ad aggiungere, tra mille grasse risate, che quanto ha detto “non aveva nulla a che fare con la situazione attuale”… aggiungendo che poi lui vota Obama.

Insomma, come il sospetto che s’era insinuato da mesi nel comprendonio anche nostro, davvero queste elezioni i democratici, malgrado tutto, possono solo perderle. Ne sono capacissimi. E non sarebbe la prima volta…

Poi… poi, però – e per chi come noi ha avuto la fortuna di essere lì: niente a che vedere con l’essere presenti per televisione a una kermesse così americanissimamente straordinaria – nel suo discorso alla Convenzione il giorno dopo, è stato lui con la grande oratoria populista e efficace di cui è capace a garantire al paese dalle prime parole (“sono qui, stasera,  per sostenere con voi Barak Obama”) alle ultime (“ve lo dico da ex presidente, Barak Obama è pronto a guidare l’America e a ripristinare la leadership dell’America nel mondo. Pronto a preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti. Barack Obama è pronto ad essere presidente degli Stati Uniti”, come può essere pronto per quel job unico al mondo chiunque lo approcci, comunque, per la prima volta.

Sempre più pronto – aggiunge sogghignando leggermente – poi, di quell’altro che sta lì da otto anni coi risultati che tutti abbiamo visto o quest’altro che vi vuole entrare e sa parlare solo dei suoi cinque anni di prigionia: che ne fanno magari un eroe, chi sa, ma di certo non necessariamente un presidente[141]… Smussando così, forse, l’arma più forte – l’inesperienza – che, strumentalmente visto che il ragionamento dell’ex presidente non fa una grinza, usavano contro Obama i mccainisti…  

GERMANIA

Vale la pena di segnalare che, assolutamente controtendenza, in agosto recupera, rispetto al peggior score da sedici anni, la fiducia degli investitori, con un buon +8,4% che accompagna il calo dei timori sul rallentamento dell’economia nella maggiore economia d’Europa. Si resta ancora molto al di sotto della media storica, ma la ripresa è evidente, anche se una bella doccia fredda viene dall’annuncio ufficiale, contemporaneo, che sono saliti a luglio all’8,9% sullo stesso mese dell’anno scorso i prezzi alla produzione (aumenti del costo di gas naturale, elettricità e petrolio): a livelli ormai sconosciuti dall’ottobre 1981[142].

Poi, neanche una settimana dopo, la fiducia di investitori e consumatori scende, di brutto[143]. E si ricomincia a parlare, credibilmente, di recessione per lo meno tecnica: due trimestri di crescita sotto zero per la prima economia d’Europa. L’istituto di ricerche economiche di Monaco (IFO), è passato improvvisamente a registrare il minimo livello di fiducia del mondo degli affari da tre anni. Ma, secondo la GfK, autorevole agenzia di ricerca sulla fiducia dei consumatori, e secondo il DESTATIS, l’ufficio statistico federale, nel secondo trimestre del 2008, i consumi si sono già “ritirati” dello 0,5%, per il terzo trimestre consecutivo.

Dice, e dice bene, Michael Glos, il ministro dell’Economia, che il tallone d’Achille del paese sta diventando proprio il livello troppo basso dei consumi e promette di agire, anche se non spiega ancora come. Sicuramente, se i consumi tedeschi vanno in stallo, mentre lo sono già quelli americani, e i nostri da ani, i nostri si avviteranno in una spirale al ribasso di cui non si vede neanche come possa riprendere a salire…

GRAN BRETAGNA

Correggendo una prima notizia, naturalmente ottimista, che dava il PIL nel secondo trimestre, in lieve ascesa dello 0,2% e, rispetto allo stesso trimestre dell’anno passato, a un +1,6%, adesso l’Ufficio statistico nazionale dice che il PIL è restato del tutto fermo. E’ il dato più basso da sedici anni a questa parte, quando nel ’92 l’economia era ufficialmente in recessione e un altro indice che ci siamo o ci stiamo arrivando.

Hector Sants, che dirige l’authority di regolazione finanziaria, dice ora quel che ha appena detto in America il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke: dice che bisognerà vigilare, perché mentre ha fiducia che le banche inglesi sono ben capitalizzate al momento, “ci si deve preparare alla possibilità di una altra caduta, anche molto più secca”.

E poi – non dite che siamo fissati: dice proprio così e, purtroppo, siamo ancora capaci di scandalizzarci – aggiunge: “Dobbiamo ancora vedere a pieno le conseguenze che sui mercati finanziari avranno gli effetti dell’economia reale[144]. A noi, francamente, sembra proprio aberrante.

In altri termini, quello che Sants dice è quello che dicono i freddi analisti e specialisti delle banche centrali, un po’ tutte o quasi: che sulle attività finanziarie arriverà la tempesta nel frattempo addensatasi della crescita bassa, della disoccupazione che cresce, dell’inflazione che si va impennando dovunque, ecc. ecc.: dell’economia reale, per l’appunto… della quale finora autorità – governo, banche centrali, regolatori vari – si sono sostanzialmente fregati…

Intanto, a giugno, è caduto a 36.000 il numero delle ipoteche approvate per l’acquisto di abitazioni: è il livello più basso dal 1993, quando è stato istituito un registro ufficiale al riguardo. Ed è salito al massimo storico il numero di sequestri di case ipotecate[145]. L’inflazione, poi,  luglio sale al 4,4%, con una previsione ufficiale (BoE) oltre il 5 nei prossimi mesi, con tasso ufficiale di disoccupazione al 5,4% nel secondo trimestre (qui, tra l’altro, calcolato solo su chi si iscrive alle liste – in ogni caso a luglio al massimo dal 1992 – ma anche trimestralmente e non mensilmente)[146].

Secondo le statistiche ufficiali, l’unica luce in questo buio diffuso è che il volume delle vendite al dettaglio sarebbe salito dello 0,8% nel mese scorso e del 2,1% su un anno fa. Sarebbe, diciamo, perché il British Retail Consortium, una specie di associazione dei dettaglianti britannici, non solo smentisce ma documenta che non è affatto così, che in realtà anno su anno le vendite sono calate, sia per valore che per volume (e lo spiega in modo convincente, sottolineando soprattutto che molta gente ha sostituito acquisti di secondo livello rispetto a quelli che una volta si poteva permettere e si permetteva[147].

Poi, quasi sbottando, il Cancelliere dello scacchiere, Alistair Darling, lamentando a voce forse un po’ troppo alta per essere il numero due del governo che il gabinetto non riesce proprio a comunicare con gli elettori, dando un enorme dispiacere al suo vicino di casa del 10 Downing Street, il premier, all’improvviso dice la verità: il paese deve prepararsi ad affrontare quella che possibilmente sarà “la più grave caduta della sua economia  da sessant’anni[148], più profonda e più duratura di quello che chiunque (bé, non proprio chiunque… sono almeno cinque anni che, anche se malvolentieri continua ad appoggiarlo, il sindacato lo dice al New Labour) mai si aspettasse. 

I britannici, anche e persino ormai il governo New Labour, è arrivato a capire che dopo diciassette anni di crescita ininterrotta – e a prescindere da una ridistribuzione che è invece peggiorata dei frutti della crescita stessa – la recessione forse già c’è[149] o, comunque, è vicina. Adesso, ammonisce il prof. David Blanchflower[150], uno dei più autorevoli membri esterni del direttorio della Banca d’Inghilterra, insigne economista del Dartmouth College e dell’università di Monaco di Baviera, che la Gran Bretagna, si sta tuffando a testa in giù nel pieno di una recessione che costerà centinaia di migliaia di posti di lavoro e durerà più di un anno.

Blanchflower non è uno iettatore ed insiste che la BoE stessa deve tagliare d’urgenza i tassi di interesse. Le cose andranno peggio che negli USA altrimenti, sostiene, perché almeno lì i tassi li hanno tagliati. E il governo dovrebbe decidersi a modificare (così come sono, “sono vecchia ferraglia”) le regole, i tetti, fissati al bilancio perché tanto li sta mandando all’aria già adesso l’economia che rallenta.

Sono nove mesi di seguito che Blanchflower vota, sempre in minoranza, nel direttorio (qui i verbali delle riunioni sono pubblici) per tagliare il tasso di sconto.

E ora – è suo diritto, anche se “non si fa” – spiega all’opinione pubblica perché, con grande imbarazzo di tutti i fini dicitori del tutto va ben… I suoi colleghi ancora non lo seguono ma, intanto, è il governatore della Banca stessa, Mervin King, a parlare di un aggiustamento “difficile e penoso” che l’economia dovrà sopportare, con la crescita che resterà in stallo probabilmente – previsione ufficiale ormai – anche nel primo trimestre del 2009.

E il New Labour, ora, è davvero nei guai. Con Blair, nel 2005 s’era già visto falcidiare di quasi due terzi la maggioranza alla Camera dei Comuni ma di un’incollatura aveva ancora prevalso contro una debolissima opposizione dei Tories. Dal ’97, data del primo trionfo di Blair, al 2005 i laburisti hanno perso per strada 4 milioni e mezzo di voti, gli iscritti al partito di sono più che dimezzati, come i suoi fondi. E l’aspettativa adesso è che i conservatori siano tornati in corsa non solo per una ma, probabilmente, per due tornate elettorali.

Certo, forse mancano ancora due anni alle elezioni – più in là il primo ministro non può andare; ma può anticiparle quando vuole e, in genere, i primi ministri lo fanno se sono speranzosi di vincerle – ma adesso il sondaggio più autorevole conferma le impressioni dei media: gli elettori voterebbero per il conservatore Cameron piuttosto che per il laburista Brown, o per il suo possibile sfidante interno Miliband, con uno scarto schiacciante[151].

La causa di questa rovinosa ritirata è tutta politica. Il blairismo, anche se ribattezzato brownismo – adoriamo il mercato e lasciamolo fare, cerchiamo di compensare le sue cattiverie con un po’ di Stato sociale, sì, ma riducendo comunque il peso di un welfare che, se no, zavorra il mercato e gli impedisce di assicuraci crescita sempre in salita: niente di socialista, niente di socialdemocratico, niente di laburista cioè – è la risposta sbagliata nei tempi ormai del declino forzato della globalizzazione e della fine – o della grande frenata alla – crescita. Né basta un supplemento di volontà e di autoritarismo sociale a garantire la tranquillità dei soggetti inc…..i di Sua Graziosa Maestà.

Il fatto è che negli undici anni di governo New Labour è cresciuta l’inuguaglianza dei redditi, è caduto seriamente il tasso della mobilità ed è salito non poco quello di povertà. E i sudditi britannici adesso chiedono l’intervento diretto anche se costoso dello Stato, una tassazione più incisiva delle grandi ricchezze intoccabili, l’indirizzo di questi soldi recuperati al welfare che proprio i laburisti hanno taglieggiato in questo decennio.

Insomma, il rovesciamento del programma del New Labour, che questo proprio non intende farlo perché confesserebbe anni di errori strategici: giacché non c’è proprio niente di socialista, di socialdemocratico, di laburista, di progressista, di semplicemente umano, nell’ineguaglianza crescente, nella mobilità sociale calante e nella povertà montante. Specie a fronte del leader conservatore Cameron che, magari solo a parole – ma a parole sì – sta esaminando “come arrivare a controllare profitti e superstipendi dei fat cats” britannici o, comunque, qui residenti.

Qui, come altrove, la tregua, o la resa forse, della sinistra ai mercati è partita come condizione di eleggibilità – quel che mancava, dicevano, ma era necessario per vincere le elezioni – ma si è ormai trasformata in una facile e scontata ignoranza, peggio nella volontà di ignorare, come nei fatti i mercati davvero lavorano— e non lavorano.

  

GIAPPONE

La Banca del Giappone conferma una valutazione pessima della situazione economica, la peggiore dalla crisi finanziaria asiatica del 1997-98. Il segnale è chiarissimo: la stretta del credito negli Stati Uniti si sta estendendo troppo rapidamente per consentire al Giappone di evitare, ormai, la recessione.

Più in dettaglio, poi. I tassi di interesse restano allo 0,5%, dove li lascia il 19 agosto la Banca centrale. Come di consueto, per questa “vil razza dannata” un po’ cortigiana e, appunto, rigolettiana che sono i banchieri centrali, il governatore Masaaki Shirakawa assicura che la valutazione negativa dell’economia non ha scosso in niente – e ti pare – la convinzione della Banca nella ripresa, anche se l’economia è in uno stato acuto di “pigrizia”: termine che non usava più, la Banca, dal 1998 quando i capitali scappavano dall’Asia dopo lo scoppio dell’anno prima di una bolla speculativa pesante che aveva gonfiato i valori delle proprietà immobiliari[152].

Il PIL si contrae dello 0,6% nel secondo trimestre (anche se è l’1% più alto di un anno fa) marcando nuovi segnali di difficoltà per l’economia[153]. Si rafforza l’impressione che il paese sia entrato, anche se forse non tecnicamente ancora ma realmente sì, in recessione, dopo una fase di espansione, comunque moderata che, aperta nel 2002, è stata la più lunga dal dopoguerra. Esportazioni in calo, consumi deboli, declino della spesa in investimenti, pubblici e privati, costo elevato dell’energia e delle materie prime che il Giappone importa completamente, il rallentamento dell’economia americana[154]… Insomma, il Giappone pare l’Italia.

Il tasso di disoccupazione (ufficiale… ufficiale…) è al 4,1% a giugno, in salita dello 0,1% in un mese. La produzione industriale, sempre a giugno, è caduta del 2%, completando così la caduta per due trimestri consecutivi. La fiducia dei consumatori va al minimo di sempre e l’inflazione sale dell’1,9% a luglio da giugno, depurata come amano fare qui sistematicamente (e assurdamente) le statistiche della Banca centrale dal costo di alimentari e combustibili. In termini un po’ più reali, l’inflazione all’ingrosso a luglio ha raggiunto il 7,1% da un anno prima, al ritmo più elevato dall’8,1% del lontano gennaio 1981[155].


 

[1] Funzione Pubblica.it, 6.8.2008, fonti: cfr. www.funzionepubblica.it/forum/display_topic_threads.asp?ForumID=4& TopicID=1744&PagePosition=1&showActive=7&ReturnPage=Active/): dalle fonti originarie www.fainotizia.it/ sito web radicale) + Il Piccolo, di Trieste + la Lettera del presidente della provincia di Genova, Alessandro Repetto, ex sindacalista CISL dei bancari, al rettore dell’università di Roma, dove Brunetta è professore ordinario (molto ordinario…) di economia del lavoro.

[2] Come al solito, questi dati – che riportiamo perché ci sembrano particolarmente indicativi – ma anche tutti quelli, magari anche più dettagliati che riguardano mese per mese l’economia del paese, sono facilmente reperibili su www.istat.it/.

[3] New Economics Foundation, (cfr. www.neweconomics.org/gen/)

[4] Guardian, 21.7.2008, D. Teather, Green New Deal group calls for break-up of banks Il Gruppo per un nuova proposta chiede che I grandi cartelli bancari siano sciolti forzosamente.

[5] New York Times, 8.8.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Oil Prices Tumble Again; Stock Markets Surge Il prezzo del petrolio rotola ancora all’ingiù; aumentano le borse.

[6] New York Times, 14.8.2008, (A.P.), Oil Prices Fall as Weak Demand Outweighs Georgia Conflict I prezzi del petrolio calano con la domanda in ribasso che fa premio anche sul conflitto georgiano.

[7] New York Times, 22.8.2008, M. M. Grynbaum, A Surge in Oil Amid the Tensions in Europe Un’impennata del greggio, dopo le tensioni crescenti in Europa.

[8] Guardian, 12.8.2008, A. Balakrishnan, IEA: Oil prices may not fall for long AIE: i prezzi del greggio potrebbero non scendere molto più a lungo.

[9] Utile per conoscere un po’ meglio le idee – diciamo pure la concezione, l’ideologia, che ad Enrico Mattei è costata molto probabilmente la vita – nel libro di M. Colitti, ENI – Cronache dall’interno di un’azienda, 2008, ediz. EGEA.

[10] Counterpunch, 1.8.2008, M. K. Bhadrakumar, Coup in the Great Caspian Play Colpo nel Grande Gioco del Caspio (cfr. www.counterpunch.com/bhadrakumar08012008.html/).

[11] New York Times, 5.7.2008, M. M. Grynbaum, Stocks Rally as Oil Prices Drop to Three-Month Low Ripresa  in borsa, coi prezzi del greggio che scendono al minimo da tre mesi.

[12] New York Times, 1.8.2008, F. Norris, From Assurance to Desperation— Dalle certezze alla disperazione.

[13] Sulla scorta di un breve articolo del prof. Dani Rodrick (Guardian, 8.8.2008, Don’t cry for Doha— Non piangete per Doha) che insegna, a Harvard, economia politica internazionale e che, all’inizio degli anni ’80, formulò per primo tra i grandi accademici una critica solidissima della globalizzazione come la stava disegnando, insegnando e “imponendo” il cosiddetto Washington consensus, in pratica Fondo monetario, Banca mondiale, Tesoro americano… e gli altri tutti accodati.

[14] The Economist, 30.8.2008.

[15] Guardian, 1.8.2008, L. Elliott, Zimbabwe brings in new currency to tackle inflation crisis Lo Zimbabwe mette in circolazione una sua nuova valuta (cfr. www.forexchange.it/cambio-Dollaro-Zimbabwe-ZIMBABWE-ZWD.asp/).

[16] Fu sulla base di questa esperienza che poi Hitler fece di Schacht il suo finanziere capo e, dal 1934, ministro dell’Economia del Reich, contribuendo in misura che economisti e storici giudicano decisiva al rafforzamento dell’economia di guerra che i nazisti andavano preparando.

   Anche se, poi, subito prima della guerra venne destituito e rinchiuso successivamente nei campi di concentramento di Ravensbrűck, Flossenburg e, infine, a Dachau dove restò fino al 1945; aveva, in effetti, animato una cospirazione per “rimuovere” dal potere il Fűhrer. Al processo di Norimberga, dopo la guerra, questo fatto gli meritò, dal membro del collegio d’accusa americano, Telford Taylor, il riconoscimento che “Nessuno dei membri della resistenza civile al nazismo ha fatto di più, o avrebbe potuto fare di più, di quel che ha in realtà fatto Schacht” (Edward Norman Peterson, Hjalmar Schacht: For and Against Hitler— Per e contro Hitler, Christopher edit., Boston, 1954).

   Anche se il capo dei procuratori americani al processo si batté, in conflitto con altri colleghi, per la condanna di Schacht (“un opportunista che si servì di Hitler finché gli fece comodo e poi lo mollò”), alla fine l’ex ministro di Hitler fu uno dei tre accusati di fronte al tribunale internazionale per i crimini di guerra nazisti ad essere assolto”. Dopo la guerra, una tribunale tedesco di denazificazione lo condannò, comunque, a otto anni di lavori forzati. Ma Schacht fu liberato dopo soli due anni.

[17] The Economist, 2.8.2008; e cfr. www.korazym.org/index.php/esteri/6-internazionale/246-paraguay-il-vescovo-lugo-ri dotto-allo-stato-laicale/); e i  numerosi articoli sul Paraguay nel sito del Council for Hemispheric Affairs di Washington, D.C. (cfr. www.coha.org/2008/08/paraguay/).

[18] Guardian, 12.8.2008, E. Mendizabal, Bolivia divided— La Bolivia divisa.

[19] E’ l’epiteto, uno tra i meno insultanti, che per due o tre giorni dopo il voto scioccante che ha dovuto subire, perfino La Razón, il quotidiano violentemente anti-Morales di La Paz, ha resistito ad usare. Ma che poi ha ripreso in un coro di irrisioni ed ingiurie sempre più colorite e sempre più di stampo, diremmo noi, bossiano— devolution, secessione, lotta armata, ecc. (cfr. www.la-razon.com/versiones/).

[20] The Economist, 23.8.2008.

[21] Guardian, 22.8.2008, A. Roy, Land and freedom— Terra e libertà.

[22] New York Times, 5.8.2008, Booming China Suddenly Worries That a Slowdown Is Taking Hold La Cina che cresce si preoccupa di un possibile rallentamento.

[23] Qui, e solo fra parentesi, citiamo al volo la faccenda del boicottaggio, per la violazione dei diritti umani in Cina. Il problema vero è che s’è scatenata, spontaneamente per tanta gente, perché problemi di diritti umani in Cina ce ne sono di certo; ma anche benissimo orchestrata da chi di diritti umani, nel mondo, quasi professionalmente – comunque sussidiato largamente da fondazioni e governi per motivi spesso anche dubbi – si occupa.

    Insomma, ma è possibile che solo a noi – o quasi – sembri qualche poco grottesca questa grande fiera dell’ipocrisia in cui coloro che strillano di più contro le violazioni dei diritti in Cina sono poi gli stessi – Stati Uniti in testa, poi Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania: insomma, il Gotha del mondo capitalisticamente avanzato – che, a parte il loro non assodato rispetto degli stessi diritti, sono nei fatti i più aperti, anzi proprio sbracati, nel far affari col paese che un giorno sì e uno no passano il tempo a denunciare?

    Perché nei fatti dalla Cina dipendono tutti in modo che sfiora quasi l’assurdo, sia nell’import che nell’export e che addirittura come gli Stati Uniti hanno i due terzi del loro colossale debito estero affidati alla benevolenza cinese, come – sempre nei fatti – lo stesso finanziamento delle loro guerre, Iraq e Afganistan, che altrimenti non potrebbero da tempo  più portare avanti…

    Sempre tra parentesi, ha fatto un poco impressione veder censurata completamente la Rivoluzione maoista e Mao stesso dalla lunga, fantasmagorica e coloratissima, luccicante carrellata che ha aperto la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi ricostruendo la plurimillenaria storia della Cina: in definitiva è stato come se avessero cancellato tutto il XX secolo. Mentre, naturalmente, sulla piazza Tienanmen, la Piazza della Pace celeste, il grande ritratto di Mao Tse Tung  resta irremovibilmente al suo posto…  

[24] New York Times, 12.8.2008, (A.P.), China’s Trade Surplus at an 8-Month High L’attivo commerciale della Cina al massimo da otto mesi.

[25] Washington Post, 27.7.2008, J. Pomfret, A Long Wait At The Gate To Greatness Una lunga attesa alla porta della grandezza.

[26] Foreign Affairs, 10.2008, H. M. Paulson jr., A Strategic Economic Engagement- Strengthening U.S. Chinese Ties— Un impegno economico strategico - Rafforzare I legami cino-americani (cfr. www.foreignaffairs.org/20080901faessay 87504 / henry-m-paulson-jr/a-strategic-economic-engagement.html?mode=print/).

[27] ShareholdersUnite.com, 27.8.2008, The US isn’t losing to China at the Olympics only— Non è solo alle Olimpiadi che gli USA stanno perdendo con la Cina (cfr. http://shareholdersunite.com/?p=499/); e, per la fonte, Global Insight, Country Intelligence, China, 18-8-2008 (cfr. www.globalinsight.com/ProductsServices/ProductDetail1036.htm/).

[28] New York Times, 16.8.2008, N. D. Kristof, Malcontents Need Not Apply Non c’è bisogno che gli scontenti facciano domanda di ammissione.

[29] Gran parte dei dati di questo capitoletto sul Brasile, là dove non altrimenti indicato, sono desunti dalla sintesi fornita sul New York Times, 31.7.2008, A. Barrionuevo, Strong Economy Propels Brazil to World Stage Un’economia forte spinge il  Brasile alla ribalta mondiale.

[30] Marcelo Côrtes Neri, 2007, Poverty, Inequality and Income Policies: Lula's Real Povertà, ineguaglianze e politiche dei redditi: il real di Lula [o, nel gioco di parole inglese, anche: il Lula reale], Economics Working Papers (Ensaios Economicos da EPGE) 662 (cfr. http://ideas.repec.org/p/fgv/epgewp/662.html/).

[31] Petroleum Economist, 12.2007, T. Nicholls, The Tupi oil discovery transforms Brazil's upstream prospects— La scoperta del giacimento di Tupi trasforma le prospettive di produzione del Brasile (cfr. www.petroleum-economist.com/default. asp?page=14&PubID=46&ISS=24389&SID=698825/).

[32] Dato del C.I.A. Worldfactbook, 2008.

[33] New York Times, 8.8.21008, C. Dougherty, Fears of European Slowdown Weaken the Euro I timori di un rallentamento in Europa indeboliscono l’euro.

[34] The Economist, 2.8.2008.

[35] New York Times, 30.8.2008, Agenzia Bloomberg, European Index of Economic Confidence Slumps Si affloscia l’indice europeo della fiducia economica.

[36] New York Times, 14.8.2008, C. Dougherty, Economy in Europe Contracted in Second Quarter L’economia è arretrata in Europa nel secondo trimestre.

[37] New York Times, 8.8.2008, C. Dougherty, Interest Rates Kept Steady in Europe I tassi tenutì fermi in Europa; e BCE, Decisioni di politica monetaria, 7.8.2008, Dichiarazioni del presidente J.-C. Trichet (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/ 2008/html/is080807.en.html/: “perché i rischi alla stabilità dei prezzi nel medio periodo rimangono elevati ed è cruciale che adesso non ci siano rincorse salariali  – e ti pare!! non una parola sui grassi margini di profitto e sui ricarichi imposti dalla distribuzione al consumo: la cura è tenere fermi i salari… – mentre a metà del 2008 la crescita reale del PIL è in netto calo”).

   Ma a noi, banchieri centrali, spetta pensare solo all’inflazione, ribadisce Trichet: è quello, e solo quello, il mandato che abbiamo … Per il resto, per la crescita, ci pensino i politici (che non lo fanno) e ci pensi il mercato.

[38] Cfr. Nota congiunturale, 8-2008, cap. Gran Bretagna, sulla joint venture TNK-BP.

[39] New York Times, 31.7.2008, C. J. Levy, Medvedev Acknowledges Business ‘Nightmares’ in RussiaMedvedev riconosce che in Russia ci sono “incubi” per il  mondo degli affari.

[40] Non ci credono, alla coincidenza, probabilmente con qualche ragione, osservatori acuti – anche se estremamente di parte come Yevgeny Volk, il direttore per la Russia della Fondazione americana Heritage Foundation, la più reazionaria d’America, che a Radio Free Europe sentenzia come questi siano i primi sintomi della spaccatura, scontata, tra Medvedev e Putin, che riflette quella classica e di lunga durata tra i tecnocrati medvedviani e i siloviki, gli uomini dei servizi, vicini a Putin: Medvedev, dice, ha cominciato ad indebolire, o almeno a cercare di indebolire,  i seguaci di Putin che meno gli vanno bene” (RFE, 5.8.2008, B. Whitmore, Is a Medvedev-Putin split brewing?— Sta lentamente montando una spaccatura Medvedev-Putin?: cfr. www.rferl.org/content/Article/1188666.html/).   

[41] New York Times, 12.8.2008, edit., Russia’s War of Ambition— La guerra dell’ambizione russa.

[42] Il Giornale, 8.8.2008, redaz., Ossezia, guerra e caos Uccisi 10 militari russi: ”In corso pulizia etnica”.

[43] La Stampa, 11.8.2008, B. Spinelli, Le due follie [la seconda, “anche se molto più intelligente” essendo quella di Putin che “non vuol rassegnarsi alla perdita dell’URSS”].

[44] Corriere della sera, 19.8.2008, A. Ronchey, Il Putin bifronte.

[45] La Stampa, 19.8.2008, A. Levi, Europa e fragile America.

[46] Corriere della sera, 13.8.2008, Ma stavolta l’Europa c’è.

[47] Security Council (SC), riunioni 5951a e 5952a dell’8.8.2008 (cfr. www0.un.org/apps/press/searchSClast.asp/).

[48] Guardian, 11.8.2008, R. Holbrooke, Russia crosses the line— La Russia va oltre i limiti.

[49] Guardian, 8.8.2008, A. Dawar, H. Womack e P. Walker, Georgia calls for US help as Russians invade to defend South Ossetia— La Georgia chiede aiuto agli Stati Uniti dopo l’invasione russa per difendere il Sud Ossetia.

[50] Guardian, 29.8.2008, edit., Belligerent bluster Spacconate belligeranti.

[51] E’ un programma di aiuti militari che va avanti dal 1992 quando, subito, gli USA offrirono e anche in modo pesante e pressante, aiuti alla Georgia: leggere la trascrizione sul sito del Pentagono della conferenza stampa congiunta a Washington, il 7.5.2008, del segretario alla Difesa americano Rumsfeld e del ministro della Difesa georgiano tenente generale David Tevadze (cfr. www.defenselink.mil/transcripts/transcript.aspx?transcriptid=3430/).

    Inoltre, L. Annunziata, per venire all’oggi (su la Stampa, 12.8.2008, L’America smarrita), ricorda quella che anche a lei sembra una “sequenza significativa”: a luglio “mille marines USA hanno partecipato a manovre congiunte con le forze georgiane in una operazione battezzata ‘Operation immediate response 2008’, conclusasi solo 10 giorni prima dell’invasione russa [preceduta, anche Annunziata tende a scordarselo, dall’attacco georgiano in Ossezia del Sud…]. Una coincidenza?”. Già, appunto… e chi ci crede?

 

[52] Haaretz (Tel Aviv), J. Lis e M. Katz, IDF vets who trained Georgia troops say war with Russia is no surprise I soldati israeliani che hanno addestrato le truppe georgiane dicono che la guerra con la Russia non li sorprende proprio. La conferma, sempre su Haaretz, 12.8.2008, Georgian minister tells Israel Radio: Thanks to Israeli training, we're fending off Russian military Ministro georgiano dice alla radio israeliana: grazie all’addestramento israeliano, stiamo respingendo i russi [ma il  ministro della reintegrazione nazionale, Temur Yakobashvili, evidentemente era un poco strafatto…]

[53] Ministero degli Esteri russo, sito inglese, 10.8.2008 (cfr. www.mid.ru/brp_4.nsf/main_eng/).

[54] CNN.com, 8.8.2008, Bush meets Putin over Georgia fighting— Bush incontra Outin sul conflitto in Georgia (cfr. http://edition.cnn.com/2008/WORLD/europe/08/08/georgia.reax/index.html/).

[55] The Independent, 8.8.2008, Agenzia Reuters, South Ossettia leader says 1,400 killed in conflictIl Sud Ossetia afferma di contare 1.400 morti [per l’attacco georgiano] (cfr. www.independent.co.uk/news/world/europe/georgian-army-moves-to-retake-south-ossetia-888487.html/); e, qui, Nota42..

[56] The Observer, 10.8.2008, P. Beaumont, M. Collick e H. Womack, Russia widens attacks as world pleads for peace in South Ossetia— La Russia allarga l’attacco, mentre il mondo invoca la pace nel Sud Ossetia [titolo ipocrita di un foglio russobofo, e  convintamene tale, per “coprire”, non riuscendoci, un ben diverso contenuto, poi, dell’articolo…].

[57] Non è stato un caso, sostiene un autorevole osservatore come Tom de Vaal, dell’Institute on War and Peace Reporting di Londra (cfr. 8.8.2008, www.iwpr.net/?p=crs&s=f&o=346066&apc_state=henh/) ma “i georgiani hanno calcolato che solo con Medvedev a Mosca e Putin a Pechino, potevano riprendersi la capitale in due giorni e poi difenderla nei prossimi due mesi perché è certo che i russi non la ingoieranno”. Errore: questo, con Putin fuori, era comunque il momento in assoluto peggiore per provarci, perché proprio la sua assenza obbligava Medvedev a fcarsi sentire, senza esitazioni.

   Il suo collega Jonathan Eyal, direttore dell’Istituto reale di studi per la sicurezza sempre di Londra (RUSI) non ha esitato a dire, della decisione georgiana di bombardare dall’aria Tskhinvali, che è stato un tentativo deliberato e sfrontato – e noi aggiungiamo suicida: il ruggito del topo…) di “umiliare i russi. Una scommessa calcolata dei georgiani”. Ma una scommessa calcolata male e catastroficamente persa già al primo giorno (cfr. www.google.it/ search?source=ig&hl=it&rlz=1G1GGLQ_ITIT265&q=RUSI+%2B+jonathan+eyal+/).

   Perché, alla fine, uno che chiede aiuto non può aspettarsi di mettersi a scazzottare per primo un avversario cento volte, poi, più grosso di lui (Guardian, 8.8.2008, D. Hearst e J. Orr, Analysis: Georgia's decision to shell Tskhinvali could prove 'reckless'— Analisi:la decisione georgiana di bombardare Tskhinvali può dimostrarsi temeraria).

[58] la Repubblica, 10.8.2008, intervista di A. Ginori, La rabbia di Iosseliani: “Una guerra assurda”.

[59] Guardian, 10.8.2008, M. Tran, US condemns 'dangerous' Russian response in South Ossetia— Gli USA condannano la “pericolosa” risposta dei russi nel Sud Ossezia.  

[60] Global Diplomacy, 10.8.2008, G. Friedman, direttore di Stratfor, uno think tank di strategia e intelligence di rilievo (cfr. http://globaldiplomacy.wordpress.com/).

[61] New York Times, 10.8.2008, H. Cooper, In Georgia Clash, a Lesson on U.S. Need for Russia— Nel conflitto georgiano, una lezione sul bisogno che della Russia hanno gli USA (la tesi è che, della Russia, non possono fare a meno per tenere a freno l’Iran; e che “nella stessa amministrazione americana avanzi la consapevolezza che forse gli Stati Uniti non possono averle tutte vinte, che devono scegliere le loro priorità soprattutto e proprio per quel che concerne la Russia”.

     Ma la realtà è poi ancora più drastica: che, quanto a rapporti di forza nel Caucaso, gli USA non sono proprio in grado di far prevalere, se pure mai ci provassero, sul campo il proprio punto di vista e non solo perché si somo gikà andati a impicciare in due altre grandi guerre in giro per il mondo …

   E di questo perfino uno come Bush ha preso atto, è stato costretto a dar atto. Commenta sempre il NYT che “il Dipartimento di Stato ha reso subito chiaro che non esiste alcuna possibilità di un intervento militare degli Stati Uniti”, quello chiesto da Saakashvili. “E che non c’è alcuna possibilità di portare la NATO o la comunità internazionale ad interferire in questa faccenda”. 

[62] Washington Post, 13.8.2008, M. Mosk e J. H. Birnbaum, While Aide Advised McCain, His Firm Lobbied for Georgia — Con il consigliere che consigliava McCain [sulla Georgia], la sua ditta faceva propaganda [e prendeva soldi] dai georgiani.

[63] Osservatorio Caucaso 15.4.2008, Dichiarazioni finali al vertice NATO, Per ora niente Georgia (cfr. www.osservato riocaucaso.org/article/articleview/9409/1/204/). 

[64] Come nota lucidamente il New York Times, Merkel continua a “barcamenarsi tra la posizione americana secondo cui alla Georgia dovrebbe essere offerto subito di entrare nella NATO e il punto di vista europeo quello che parla invece di un qualche tempo futuro possibile” (19.8.2008, S. Erlanger, Europe Wonders if It Can Square Its Need for Russia With a Distaste for Putin— L’Europa si chiede se può conciliare il suo bisogno [di lavorare con la Russia] con la propria antipatia per Putin [che è una domanda davvero ingenua, almeno se si pensa alla necessità dell’alleanza dell’Europa con l’America, di qua, e alla quasi ripugnanza dell’Europa per Bush, di là]…

    E rinasce nella pubblicistica americana la vecchia distinzione dello sputtanariussimo Rumsfeld, che pure sembrava ormai superata, tra la posizione diciamo più razionale della Germania, della Francia, della Spagna ma tutto sommato anche dell’Italia, pur quella di oggi (la “vecchia Europa”, quella dell’ovest) contro la “nuova Europa”, quella dell’est, bellicosa a parole – solo a parole, s’intende – che non guarda mai all’Unione per una qualsiasi leadership europea ma, scodinzolando dietro al governo di Sua Maestà, sempre, anche – anzi soprattutto – quando sbaglia, dietro alla posizione di Washington.

[65] New York Times, 20.8.2008, H. Cooper e T. Rachman, NATO Ministers Warn Russia, No ‘Business as usual’I ministri della NATO avvisano la Russia: [adesso] niente ‘business as usual’.

[66] la Repubblica, 12.8.2008, Russia e Georgia: sì a Sarkozy - Tbilisi accetta il piano modificato [modificato con l’accordo di Mosca: non si discuterà in nessuna conferenza internazionale dello status definitivo di Ossezia e Abkhazia che dicono i russi, deciderà un referendum, proprio come è stato – come avete voluto voi occidentali che fosse – in Kosovo…

[67] Quando quel cavolone del ministro degli Esteri francese Kouchner, il campione dei diritti umani, conquistati qualche volta ma molto più spesso persi, a forza di guerre, andò a Mosca dopo il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, al presidente della Commissione Esteri della Duma, Konstantin Kosachev che gli faceva osservare come quel riconoscimento fosse “uno sbaglio assoluto” e costituisse “un terribile precedente” rispose pomposamente con un trombante “La storia giudicherà!”.

   Infatti, ha deciso!!! Altrettanto tronfiamente adesso, dopo il riconoscimento russo di Ossezia e Abkhazia, Kouchner propone “sanzioni” contro la Russia. Il ministro degli Esteri Lavrov rileva sardonico che a Kouchner “piace molto chiacchierare”: si scorda – tra l’altro – che la Russia ha il veto e che, quindi, all’ONU non passerebbe alcuna sanzione e che se, per esempio, qualcuno in Europa poi ci provasse deve prepararsi a non importare più un litro di gas o un barile di greggio russo… per dirne solo due: e in Europa nessuno, ma proprio nessuno, potrebbe permetterselo. Lo ricorda, opportunamente, sul Guardian, 28.8.2008, I. Bancroft, The recognition game Il gioco dei riconoscimenti.

   In ogni caso, poi, subito dopo che improvvidamente Kouchner si è buttatto avanti, alti esponenti della diplomazia francese frenano: un anonimo altissimo esponente degli Esteri, che ovviamente non è Kouchner ma che altrettanto ovviamente riflette un sentire più alto, autorevole e decisionale del suo, dice secco che “non è certo questo il tempo per proclamare sanzioni” (Guardian, 29.8.2008, L. harding, 29.8.2008, Russia accuses west of 'bias' over actions in Georgia— La Russia accusa l’occidente di ‘pregiudizi’ per come guarda alle cose in Georgia).

   Del resto, come fa osservare freddamente una commentatrice della radio Eco di Mosca, citata dal giornale appena citato, Yulia Latynina, “non sembra proprio che l’occidente di oggi abbia alcun mezzo per punire uno Stato che non è di certo uno Stato canaglia”. Quali che siano i desideri fuori misura di Saakashvili, quelli di Bush e quelli di Kouchner. Già…

[68] New York Times, 14.8.208, A. E. Kramer, Peace Plan Offers Russia a Rationale to Advance— Il piano di pace offre alla Russia la motivazione per avanzare ancora.

[69] Un bel saggio apparso su OpenDemocracy, di P. Jordan, 15.8.2008, discute i pro e i contro di questa mossa (Expel Russia from the G-8? Espellere la Russia dal G-8?). Conclude che, se proprio si vuole, questo è il momento, dato che ora è maggiore l’indignazione occidentale e l’opportunità di farlo, sostanzialmente, ma rileva: 1. che se la Russia non ha forse dato seguito alle raccomandazioni collettive del G-8, lo ha fatto pur sempre per quelle più politicamente importanti in misura maggiore di ogni altro aderente senza eccezione; e, tra l’altro, 2. che in ogni caso le decisioni del G-8 non hanno valore legale obbligante nei confronti di nessuno dei sottoscrittori… (cfr. www.opendemocracy.net/ russia/article/should-russia-nùbe-expelled-from-G8/). 

[70] New York Times, 20.8.2008, M. Gorbachev, Russia Never Wanted a War— Ma la Russia non ha mai voluto una guerra.

[71] New York Times, 21.8.2008, P. Baker, U.S. Sees Much to Fear in a Hostile Russia— Per gli StatiUniti molto da temere da una Russia ostile.

[72] New York Times, 15.8.2008, T. Shanker e N. Kulish, Russia Lashes Out on Missile Deal— La Russia critica duramente l’accordo missilistico.

[73] Guardian, 16.8.2008, I. Traynor, L. Harding e H. Womack, Moscow warns it could strike Poland over US missile shield— Mosca avverte che potrebbe anche colpire la Polonia per i missili americani.

[74] Il Tempo, 15.8.2008, B. Ottaviano, I tank russi restano in Georgia.

[75] Quotidiano.net, 12.8.2008, Sarkozy e Medvedev, accordo in sei punti (cfr.  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008 /08/12/110964-sarkozy_medvedev_accordo_punti.shtml/).

[76] New York Times, 14.8.208, E. Barry e C. J. Cheevers, Russia Backs Separatists as Rice Heads for Talks on Crisis La Russia sostiene i separatisti mentre Rice va a discutere sulla crisi.

[77] Guardian, 16.8.2008, I. Traynor, L. Harding e H. Womack, Georgia and Russia declare ceasefire Georgia e Russia proclamano il cessate il fuoco.

[78] New York Sun, 14.1.2008, M. Dzhindzhikhashvili, Thousands Protest Georgia Presidential Election— A migliaia protestano contro le elezioni presidenziali in Georgia (cfr. www.nysun.com/foreign/thousands-protest-georgia-presidential-election/69468/).

[79] Cfr. Nota67, sopra.

[80] New York Times, 21.8.2008, C. J. Levy, Russia Prevailed on the Ground, But Not in the Media La Russia ha vinto sul campo ma non sui media.

[81] New York Times, 24.8.2008, P. Joshi, Media Talk: Caucasus War Draws Interest— Il discorso dei media: la guerra del Caucaso suscita interesse; e PewResearch Center Publications, 19.8.2008, M. Jurkowitz, War in Georgia is Bigger News than the Campaign— La guerra in Georgia fa più notizia della campagna elettorale.

[82] Guardian, 26.8.2008, This is a defining moment Questo è un momento di charimento.

[83] New York Times, 15.8.2008, P. Krugman, The Great Illusion— La grande illusione.

[84] L’articolo di K. A Lieber e D. G Press era apparso su Foreign Affairs, 3-4.2006, The Rise of U:S: Nuclear Primacy— L’ascesa della primazia nucleare americana (cfr. www.foreignaffairs.org/20060301faessay85204-p0/keir-a-lieber-daryl-g-press/the-rise-of-u-s-nuclear-primacy.html/).

   L’articolo di A. Arbatov [direttore del Centro per gli Studi di Sicurezza Internazionale all’Istituto per l’Economia Mondiale e per i Rapporti internazionali dell’Accademia russa delle Scienze, uno studioso che lavora anche al Centro Carnegie di Mosca] appare in una raccolta di commenti al primo, sempre su Foreign Affairs, 9-10.2008, Nuclear Exchange: Does Washington Really Have (or Want) Nuclear Primacy? Ma l’America possiede (o cerca) davvero il primato nucleare? (cfr. www.foreignaffairs.org/20060901faresponse85514/peter-c-w-flory-keith-payne-pavel-podvig-alexei-arbatov-keir-a-lieber-daryl-g-press/nuclear-exchange-does-washington-really-have-or-want-nuclear-prima cy.html?mode=print/).

[85] The National Security Strategy of the United States of America, 3.2006La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 3.2006. Testo sul sito della Casa Bianca (cfr. www.whitehouse.gov/nsc/nss/2006/).

[86] Guardian, 12.8.2008, D. Hearst, NATO stops here— La NATO si ferma qui; e ancora Guardian, 13.8.2008, R. Fox, A reality check for NATO— Una verifica sul campo per la NATO.

[87] Guardian, 26.8.2008, M. Tran, Russia defies west by recognising Georgian rebel regions— La Russia sfida l’occidente riconoscendo le due regioni ribelli della Georgia.

[88] Testo della seconda dichiarazione francese, scritto personalmente, e “per amicizia verso il Regno Unito” in inglese, dal presidente Charles de Grulle, sul “no” (il primo era stato nel 1963) alla domanda britannica di adesione all’allora Mercato Comune, 16.5.1967 sul Modern History Sourcebook Raccolta di Fonti di storia moderna della Fordham University (cfr. www.fordham.edu/halsall/mod/1967-degaulle-non-uk.html/).

[89] Guardian, 27.8.2008, D. Hearst, David Miliband steps into a minefield— David Miliband mette i piedi in un campo minato

[90] Corriere della Sera, 20.8.2008, Le paure di uno zar [anche il titolo gli hanno parzialmente deformato, a Romano].

[91] Balkan Insight, 6.8.2008, N. Ahmetasevic, Exclusive:‘Pentagon Behind Karadzic Immunity Deal’, Expert— Esclusiva: ‘Dietro l’accordo di immunità per Karadzic, c’era il Pentagono’, dice un esperto (cfr. www.balkaninsight.com/en/main/investiga tions/12277/?tpl=299&ST1=Text&ST_T1=Article&ST_AS1=1&ST_max=1/), e anche il libro che Holbrooke scrisse  lui stesso su quell’esperienza, del quale non parla naturalmente del tema ma ammette di aver promesso e rotto mille promesse per arrivare allo scopo: To End a War Per far finire una guerra, ed. Random House, 1999.       

[92] Bureau of Economic Analysis, 31.7.2008, GDP 2nd Quarter and Revised Estimates 1st Quarter PIL, 2° trimestre e Stime riviste del 1° trimestre (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/); e New York Times, 31.7.2008, P. S. Goodman e M. M. Grynbaum, G.D.P. Grows at Tepid 1.9% Pace Despite Stimulus Il PIL cresce a un tiepido 1,9% annuo malgrado gli stimoli. 

[93] Guardian, 31.7.2008, K. Hopkins, Recession fears as US economy shrinks for first time since 2001 Paure di recessione con l’economia americana che si restringe per la prima volta dal 2001.

[94] New York Times, 28.8.2008, M. M. Grynbaum, Economic Growth Stronger Than Expected— La crescita economica più forte delle aspettative.

[95] New York Times, 5.7.2008, Federal Reserve Keeps Its Key Interest Rate at 2%— La Federal Reserve tiene il tasso di riferimento chiave al 2%.

[96] The Economist, 2.8.2008.

[97] New York Times, 22.8.2008, M. M. Grynbaum, Bernanke Urges Broader Oversight of Financial Firms Bernanke fa pressione per una più vasta vigilanza su banche  e istituti finanziari.

[98] Washington Post, 1.8.2008, N. Irwin, Economy Grows on Impact of Stimulus – Troubles Expected as Effect Wears Off L’economia cresce sull’impatto dello stimolo economico – Ma avanzano I guai, scomparendo man mano gli effetti.

[99] Secondo l’indice dei prezzi edilizi in venti grandi città della Standard&Poor/Case Shiller, 29.7.2008 (cfr. www.bloom berg.com/).

[100] The Economist, 2.8.2008.

[101] New York Times, 1.8.2008, M. M. Grynbaum, Jobless Rate Climbs to 5.7% as 51,000 Jobs Lost in July Il tasso di disoccupazione sale al 5,7% con la perdita a luglio di 51.000 posti di lavoro.

[102] Dipartimento del Lavoro, BLS, 1.8.2008 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e presentazione, del tutto ufficiosa questa al contrario di quella del testo citato subito in precedenza, nel documento del CEPR, D. Baker (cfr.  www.cepr.net/index.php/data-bytes/jobs-bytes/unemployment-rate-rises-to-5.7-percent,-economy-loses-51,000-jobs/).   

[103] New York Times, 8.8.2008, (A.P.), Worker Productivity, and Wages, Slowed in July Produttività del lavoro, e salari, rallentano a luglio.

[104] New York Times, 4.7.2008, A Slow-Mo Meltdownm— Una liquefazione al rallentatore.

[105] New York Times, 14.8.2008, M. M. Grynbaum, Inflation Hits Annual Pace Not Seen Since 1991 L’inflazione al massimo ritmo di rialzo annuale dal 1991.

[106] New York Times, 13.8.2008, M. M. Grynbaum, Weak Retail Sales Report Sends Stocks Down I titoli di borsa vanno giù per  le cattive notizie dalle vendite al dettaglio.

[107] Wall Street Journal, 22.8.2008, J. Perry e S. Reddy, Inflation Is Stinging U.S. Workers Harder— L’inflazione colpisce più duramente i lavoratori americani (cfr. http://online.wsj.om/article/SB121935236568761377.html?mod=hpp_ us_ whats _news/).

[108] New York Times, 20.8.2008, M. M. Grynbaum, Wholesale prices Jumped in July— Balzo in su a luglio dei prezzi.

[109] Reuters, 12.8.2008, D. Palmer, June trade gap shrinks despite oil price surge— Il deficit commerciale si reduce malgrado l’impennata del prezzo del petrolio (cfr. http://www.reuters.com/articlePrint?articleId=USN1248028220080812/); e Dipartimento del Commercio, 12.8.2008, Gutierrez Statement on June 2008 Trade Numbers Dichiarazione [del segretario del Commercio] Gutierrez sui dati degli scambi di giugno 2008 (cfr. http://www.commerce.gov/NewsRoom/Top News/PROD01_006914/).

[110] Cfr. la dichiarazione di Gutierrez appena citata.

[111] New York Times, 13.8.2008, L. Browning, Study Tallies Corporations Not Paying Income TaxUno studio elenca le grandi imprese che non pagano le tasse sul redddito.

[112] Wall Street Journal, 29.7.2008, Political Diary (cfr. www.survivalistboards.com/showthread.php?t=20873/).

[113] The Economist, 30.8.2008.

[114] New York Times, 22.8.2008, R. A Oppel jr., Iraq Takes Aim at Leaders of U.S. Tied Sunni Groups— L’Iraq mette sotto tiro i capi dei gruppi sunniti legati agli USA.

[115] Frontline Club, 16.7.2008, video dell’intervento di John Cockburn, Iraq: a fragile sovereignty— Iraq: una sovranità fragile (cfr. www.frontlineclub.com/club_videoevents.php?event=2483/).

[116] New York Times, 6.8.2008, C. Robertson, Iraqis Fail to Agree on Provincial Election Law Gli iracheni non  riescono ad accordarsi sulla legge elettorale provinciale.  

[117] The Philadelphia Inquirer, 17.8.2008, L. Korb, Iraqis must control their own security— Gli iracheni devono controllare la propria sicurezza (cfr. www.philly.com/inquirer/opinion/20080817_Iraqis_must_control_their_own_security.html/).

[118] Diceva proprio così, 14.8.2005, un’intervista al prof. J. Colarusso, della Mc Master University di Hamilton, Canada e membro del direttivo del Consiglio Atlantico canadese (non un antiamericano, dunque: che però oggi probabilmente sarebbe un po’ meno sicuro di ieri, anche se ha sempre confermato il ragionamento esposto in questa intervista di tre anni fa), specialista mondiale di lingue, storia ed antropologia delle regioni caucasiche (cfr. http://masadaweb.org /2008/08/14/masada-n-764-14-8-2008-anarco-capitalismo/).

[119] New York Times, 22.8.2008, S. Farrell, Draft Accord With Iraq Sets Goal of 2011 Pullout Bozza di accordo con l’Iraq fissa il ritiro alla scadenza del 2011.

[120] ABC News, 19.8.2008, rubrica settimanale Tv (cfr. http://abcnews.go.com/ThisWeek/).

[121] New York Times, 29.8.2008, C. J. Levy, Putin Suggests U.S. Provocation in Georgia Clash Putin insinua che nel conflitto con la Georgia c’è stata provocazione americana.

[122] CNN Politics.com , 24.6.2008, Adviser sorry he said terror attack would help McCain— Si dice spiacente il consigliere di McCain per ave detto che un attacco terroristico aiuterebbe McCain (cfr. http://edition.cnn.com/2008/POLITICS/06/23/mc cain.terrorism/index.html/).

[123] The Economist, 30.8.2008.

[124] Guardian, 23.8.2008, S. Sharafyar, Afghanistan: 76 civilians die in airstrike, ministry claims— Afganistan: 76 civili [cifra, poi, corretta quasi a cento] uccisi in un bombardamento aereo, accusa il ministero.; e New York Times, 24.8.2008, C. Gall, Afghan President Assails U.S.-Led Airstrike— Il presidente afgano attacca il raid aereo condotto dagli USA.

[125] New York Times, 18.8.2008, J. Perlez, President Musharraf of Pakistan Resigns— Il presidente pakistano Musharraf si dimette.

[126] Cfr. Nota123.

[127] New York Times, 20.8.2008, J. Perlez, Sharif Threatens to Pull Out of Pakistani Coalition— Sharif minaccia di tirarsi fuori della coalizione di governo.

[128] New York Times, 22.8.2008, Party Picks Bhutto Widower for Pakistan President Il partito sceglie il vedovo della Bhutto per la carica di presidente del Pakistan.

[129] New York Times, 25.8.2008, J. Perlez, Fractious Coalition in Pakistan Breaks Apart Si spacca la rissosa coalizione del Pakistan.

[130] Los Angeles Times, 23.8.2008, P. Siegel e J. Meyer, U.S. debates going after militants in Pakistan— Gli USA dibattono se andare a caccia da sé dei militanti in Pakistan.

[131] New York Times, 26.8.2008, C. Sang-Hun, N. Korea Threatens to Restore Plutonium Plant La Corea del Nord minaccia di rimettere in piedi la sua fabbrica di plutonio; e Dichiarazione del ministero degli Esteri nord-coreano, 25.8.2008 (cfr. www.kcna.co.jp/index-e.htm/).

[132] Wall Street Journal,1.8.2008, A Zimmerman e K. Maher, Wal-Mart warns of democratic win— Wal-Mart allarmata da una vittoria democratica (cfr. http://online.wsj.com/article/SB121755649066303381.html/).

[133] Vedi la campagna massiccia e capillare che, sul punto, sta conducendo la Federazione dei sindacati, AFL-CIO (cfr. www.freechoiceact.org/page/s/aflcio?source= aflcioweb/), per convincere i lavoratori ad appoggiare e far appoggiare una legge che, nel resto del mondo occidentale, sembrerebbe addirittura ridicolo dover far approvare tanto è evidente il diritto di chiunque, se vuole liberamente, a sindacalizzarsi comunque.

[134] Human Rights Watch, in PWW, 1.8.2008, J. Wendland, Wal-Mart tells employees to vote against Democrats Wal-Mart ordina ai suoi dipendenti di votare contro i democratici (cfr. http://pww.org/article/view/1348479/).

[135] EIA, Official Energy Statistic from the U.S. Government, Annual Energy Outlook 2007 with Projections to 2030— Previsioni energetiche annuali 2007 e proiezioni al 2008, statistiche ufficiali del Governo USA (cfr. www.eia. doe.gov/oiaf/archive/aeo07/issues.html/).

[136] Tutte le guerre americane, sempre, hanno una loro leggenda e legenda, fondate sullo scontro del bene (noi) e del male (loro). La prima guerra mondiale fu, per gli americani, “la guerra che avrebbe messo fine a ogni guerra”. La seconda, naturalmente, fu la guerra che doveva “sconfiggere per sempre il fascismo”. L’Iraq è stato, successivamente, la guerra che serviva a fermare la diffusione delle armi di distruzione di massa di Saddam; poi, visto che non c’erano proprio, la guerra per punire Saddam alleato di al-Qaeda; ancora, visto che non trovava uno straccio di prova per dimostrare il collegamento, la guerra per battere Saddam; battuto il quale, diventò la guerra per esportare in Iraq la democrazia a botte di bombe e di occupazione militare; per rivelarsi alla fine un’avventura sconsiderata che ha distrutto la credibilità e lo stesso peso strategico e politico dell’America e, alla fine, una montatura costruita intorno a falsità e saldamente ancorata a una frode sistematicamente fabbricata ad ogni livello del governo federale…  

[137] New York Times, 30.7.2008, T. L. Friedman, Drilling in Afghanistan— Trivellando l’Afganistan.

[138] The Observer, 24.8.2008, A. Rawnsley, Obama needs Americans to believe that he's one of them Obama ha bisogno di farsi credere dagli americani uno di loro.

[139] The Observer, 24.8.2008, P. Harris, NewsUS elections: Why has Obama stalled? No one mentions race Le elezioni americane:perché Obama è in stallo? nessuno parla della questione razziale.

[140] D. P. Mohynian, Pandaemonium: Ethnicity in International Politics— Pandemonio: il fattore etnico nella politica internazionale, ediz. Oxford University Press, 1993, p.153), Queste, e molte altre citazioni, dalla raccolta on-line su www.uspoliticsonline.net/125812-post5.html/.

[141] Denver, testo del discorso di Bill Clinton alla Convention democratica, 27.8.2008 (cfr. www.huffingtonpost.com/ 2008/08/27/bill-clinton-democratic-c_n_121941.html/).

[142] New York Times, 20.8.2008, (A.P.), Germany: Investors Confidence Rises Sale la fiducia degli investitori in Germania

[143] New York Times, 27.8.2008, C. Dougherty, Data Points to Downturn in Germany, With a Ripple Effect FearedDati [recenti] in Germania parlano di una caduta dell’economia, con l’effetto di onde concentriche in espansione.

[144] New York Times, 22.8.2008, J. Verdigier, Britain’s Economy Came to a Halt in 2nd Quarter— L’economia Britannica si blocca del tutto nel 2° trimestre.

[145] The Economist, 2.8.2008; e Guardian, 9.8.2008, P. Collinson e H. Osborne, Home repossessions up by 48% on last year I sequestri di case ipotecate crescono del 48% in un anno.

[146] The Economist, 16.8.2008.

[147] Guardian, 232.8.2008, edit., Ground down— Triturati.; e BRC, 21.8.2008, Official Figures Don’t Reflect Retail Reality— I dati ufficiali non riflettono la realtà delle vendite al dettaglio (cfr. www.brc.org.uk/details04.asp?id=1425/).

[148] Guardian, 30.8.2008, N. Watt, Economy at 60-year low, says Darling. And it will get worse L’economia al più basso livello da sessant’anni, dice Darling. E andrà peggio.

[149] New York Times, 8.8.2008,J. Werdiger, Britain Comes to Grips With a Slowdown La Gran Bretagna deve fare i conti con la decelerazione economica

[150] Guardian, 21.7.2008, A. Seager, Hundreds of thousands face job loss in UK, says top economist— Sono centinaia di migliaia a dover fronteggiare la perdita del lavoro, dice uno dei massimi economisti.

[151] Guardian, 18.8.2008, W. Woodward, Voters favour Cameron by 21% Gli elettori favoriscono Cameron con una maggioranza del 21%.

[152] New York Times, 20.8.2008, Reuters, Japan: Gloomy Economic Assessment Giappone: fosche valutazioni sulla situazione dell’economia.

[153] The Economist, 2.8.2008.

[154] New York Times, 13.8.2008, Reuters, Japan: Economy Contracted in Second Quarter— Contrazione dell’economia nel secondo trimestre.

[155] New York Times, 13.8.2008, (A.P.), Wholesale Inflation at 27-year High— L’inflazione all’ingrosso al massimo da 27 anni; e The Economist, 23.8.2008.