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     09. Nota congiunturale - settembre 2007

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc176263032 \h 1

Stima preliminare del PIL del II trimestre. PAGEREF _Toc176263033 \h 2

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc176263034 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc176263035 \h 2

in Cina. PAGEREF _Toc176263036 \h 4

in Russia. PAGEREF _Toc176263037 \h 6

EUROPA.. PAGEREF _Toc176263038 \h 9

STATI UNITI D’AMERICA.. PAGEREF _Toc176263039 \h 11

GERMANIA.. PAGEREF _Toc176263040 \h 35

FRANCIA.. PAGEREF _Toc176263041 \h 36

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc176263042 \h 36

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc176263043 \h 38

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

 

Anni fa, quando presiedeva la Camera, Pieferdinando Casini bacchettò duro il suo co-partitario Bruno Tabacci, reo di aver ipotizzato che, dopo l’entrata nell’euro dell’Italia, la Banca d’Italia destinasse all’abbattimento del debito qualche miliardo di € della sua ricchissima dote di riserve valutarie (€97.251 milioni tra riserve ufficiali e oro), ormai inutilizzate o utilizzabili solo a babbo morto, come assicurazione di ultima istanza contro un crollo finanziario.

Non si può, sentenziò Casini. Non lo consente l’Unione perché l’idea non appare conforme ai Trattati europei e alle loro procedure “ai fini dell’assunzione delle decisioni in ordine alle riserve valutarie nell’ambito del sistema delle banche centrali[1]. Non era vero, naturalmente, come dimostrarono subito Francia e anche Austria portandola a termine ripetutamente.

Nicholas Sarkozy, ministro delle Finanze nel 2004 (poi, ancora nel 2005 e nel 2006, anche il suo successore) hanno convinto la Banca di Francia a dirottare e investire sul mercato valutario migliaia di €, altrimenti immobili, per finanziare spese di ricerca e sviluppo altrimenti non finanziabili. E ha fatto lo stesso l’Austria con un fondo in cui la banca centrale versa 75 milioni di € all’anno di ricavi della gestione delle riserve valutarie, anche qui a finanziamento della ricerca.

Adesso, con Montecitorio che torna alla carica e, seguendo il vecchio e rinnovato impulso di Tabacci, “impegna” il governo a verificare la possibilità d’un utilizzo delle riserve auree e monetarie italiane per ridurre il debito pubblico o per “forme più qualificate di spesa” (rilancio della spesa di R&S, ad esempio), il presidente della BCE pontifica di “regole del trattato che vanno rispettate in tutte le circostanze [2]… scordandosi di quando la Francia, con lui presidente della Banca  di Francia, invece non lo fece, almeno a stare al suo dire.

Perché non è consentito neanche al presidente della BCE inventarsi le regole, né cambiarle di volta in volta. Solo che ci vorrebbe qualcuno al governo capace di dirglielo. E, poco ma sicuro, non  sarà TPS, ortodosso com’è (e ortodosso non è un insulto, certo un qualche rispettoso dileggio, diciamo, sì: nel senso di timido, ossequioso, deferente riguardo verso qualsiasi autorità monetaria che è proprio nel suo DNA originale)[3].

Continua la tragi-farsa dell’Alitalia. Quando si è ritirato l’ultimo partecipante all’asta – non piacevano a nessuno le condizioni d’acquisto: i pochi licenziamenti concessi, l’esigenza di trattare coi sindacati…, che di questo in realtà, poi, si tratta – è di nuovo subentrato il governo. Ma, al solito, rimandando tutto a fine agosto; o, più probabilmente, a settembre…

A chi scrive sembra che in realtà tutto sia chiaro: e lo diciamo con piena coscienza della semplicità, come dire, semplicistica della soluzione ipotizzata. A questo punto:

• o si vende Alitalia in blocco, come si fece con Swissair e Sabena a suo tempo, liquidando tutto e ricominciando da capo con una struttura molto più smilza, assorbendone – e, se possibile, facendone assorbire agli azionisti i costi, anche sociali;

• o si rifonda Alitalia mettendoci i (tanti) soldi pubblici necessari ed affidandola, poi, a una gestione davvero pubblica – sì: alla vecchia maniera delle aziende vere e proprie di Stato), a capo della quale chiamare un grande manager – pagato bene, benissimo: ma un po’ come con certi giocatori di calcio più coi premi partita che con gli ingaggi – che abbia già dimostrato di saperci fare e di saperci fare costruendo ponti invece che tagliandoli. Sapete chi abbiamo in mente, no?

Se troveranno un’altra soluzione, efficace, efficiente e non socialmente penalizzante, saremo i primi a gridare al miracolo.

Stima preliminare del PIL del II trimestre

In base alle informazioni finora disponibili, nel secondo trimestre del 2007 il prodotto interno lordo (PIL), corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato (con due giornate lavorative in meno rispetto al trimestre precedente e una in più rispetto al secondo trimestre del 2006) è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dell’1,8 rispetto al secondo trimestre del 2006.

Questo risultato congiunturale del PIL è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dei servizi e di una diminuzione di quello dell’agricoltura e dell’industria.

A scopo di confronto, nel secondo trimestre il PIL è cresciuto in termini congiunturali dello 0,8% nel Regno Unito e negli Stati Uniti ed, in termini tendenziali, del 3% nel Regno Unito e dell’1,8% negli USA.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

C’è un argomento, forte, del quale bisognerà cominciare presto a parlare. E’ quello che emerge dal contrasto tra le politiche energetiche e quelle alimentari perseguite, ad esempio ma non solo, dal Brasile di Lula¾ agri-coltura trasformata in agri-energia e le politiche preconizzate, per esempio ma non solo da Castro¾ coltivare roba da mangiare più che da bruciare.

L’argomento, grosso modo, si pone così: la terra che, una volta, veniva coltivata dovunque per crescere derrate alimentari vede oggi la propria produzione spesso distolta e rivolta invece a trasformarla in biocombustibili.

E’ uno sviluppo che, forse, aiuterà il mondo a lottare contro il riscaldamento globale, problema che sta diventando (letteralmente) asfissiante, per tutti. E’ la scuola di pensiero del Brasile di Lula. Ma è anche un fattore che in tutto il mondo tende ad alzare il costo dei prodotti alimentari e a rendere più dura, per molti, la vita nei paesi sottosviluppati. E’ la scuola che preoccupa, soprattutto, chi la legge alla Fidel Castro. Se ci aggiungete la carenza d’acqua, crescente, i disastri naturali e una popolazione che aumentano,  avrete – secondo molti – la ricetta di un grande disastro in arrivo…

Dicevamo: sarà inevitabile riparlarne.    

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, su forte iniziativa della Gran Bretagna, e personalmente di Gordon Brown, e a ruota degli USA – costa poco e c’è una fortissima lobby interna di fondamentalisti evangelici a chiederlo – ha votato una risoluzione, in realtà largamente emendata e abbondantemente alla fine annacquata su richiesta di alcuni Stati africani e di altri membri (specie la Cina che col Sudan ha assunto un ruolo quasi di potenza protettrice…), per rafforzare fino a 26.000 soldati la spedizione di caschi blu nella regione del Darfur[4] sudanese.

Dove, secondo l’accusa avanzata all’ONU, e in genere dal mondo occidentale, la guerra civile, che vede schierato il governo fra i repressori di una parte sull’altra, ha fatto almeno 200.000 morti e 21 milioni e mezzo di profughi[5].

Il governo del Sudan stavolta ha accettato di aprire colloqui coi ribelli del Sud. A dire il vero contesta, senza grande credibilità, i dati dell’ONU perché la repressione l’ha condotta senza tregua e continua a condurla. Ma afferma, e su questo punto preciso con credibilità notevolmente maggiore, che gran parte del Darfur è ormai in pace e che quanto vi imperversa ancora di guerra civile è adesso scontro tra tribù rivali, irriducibili verso il governo ma anche tra di sé, dopo aver resistito per anni all’ingerenza dell’ONU.

Comunque ha accettato, come la maggior parte dei gruppi ribelli. Il più importante dei quali, però, quello dell’etnia Fur guidato – da Parigi – dal capo guerrigliero el-Nur ha fatto saltare adesso la conferenza di pace di Arusha nel nord della Tanzania, dopo che nel maggio 2006 aveva fatto fallire quella di Abuja, in Nigeria[6].

Non accetta, in sostanza, gli altri interlocutori della sua parte e vorrebbe sceglierli lui… o, più precisamente, rifiuta di discutere e concordare con loro una posizione comune ai ribelli da presentare poi alla trattativa col governo sudanese.

Adesso, a rigore e per serietà, sarebbe forse il caso di attendersi che venisse affrontato, al Consiglio di Sicurezza, il nodo dell’Ogaden, che non sarà ancora il Darfur ma dove da diversi mesi il governo etiopico ha lanciato una specie di pulizia etnica di massa contro ribelli (islamici) che, da anni, vogliono l’autodeterminazione e combattono contro gli etiopi per ottenerla[7].

La settimana scorsa, senza tante lagnanze della “comunità internazionale”, guarda un po’, il governino etiopico ha espulso dall’Ogaden gli ultimi osservatori della Croce Rossa Internazionale che vi restavano. Ma voi ci credete? In Etiopia, come in Ogaden, non c’è petrolio. E, qui, lo sponsor principale degli etiopi, in funzione antiterrorismo si capisce, ma con licenza integrale di terrorismo interno assicurata, sono gli Stati Uniti d’America…

Allora, mettiamoci d’accordo. Finiamola con l’ortodossia del cuius regio eius et religio in campo di etnie e di nazionalismi. Ma finiamola pure con l’ipocrisia delle guerre umanitarie: una contraddizione in termini, un ossimoro politico e giuridico, e poi… in alcuni casi sì e, in altri, no solo perché alcuni sono simpatici, o amici – anche se carogne – e altri no…

A meno che…, a meno che anche qui, al fondo, ci sia poi il petrolio. O, meglio, il gas naturale. Perché, a luglio, l’Etiopia ha firmato un contratto per 1,9 milioni di $ con la Petronas malese che  svilupperà i depositi di gas naturali appena scoperti nell’Ogaden, vicino al confine somalo. La compagnia malese conta di riuscire ad estrarne, nel tempo, sui 4.000 miliardi di m3.

E il Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (ONLF), che il governo etiope aveva dichiarato da tempo di aver annientato, comunque ha avvisato le compagnie petrolifere straniere a starsene fuori dell’area di propria competenza: il bacino dell’Ogaden, 350.000 kmq., più della superficie italiana[8]...

La Commissione esteri del parlamento britannico è d’accordo con le posizioni che D’Alema e Prodi, Daniel Levy, già consigliere per le questioni palestinesi del governo israeliano di Barak e, pare, non pochi memrbri dleo stesso gabinetto britannico – in controtendenza netta con la saggezza convenzionale e la stupidità reale dei più in occidente – hanno espresso di recente sulla questione Israele-Palestina:

• il boicottaggio decretato contro Hamas da tutto l’occidente, sotto la spinta ottusa ma inesorabile degli americani e degli israeliani, ha provocato e provoca più danni che benefici;

• il cosiddetto “Quartetto” (USA, Russia, Europa, ONU), e il suo nuovo rappresentante designato Tony Blair, dovrebbero invece sforzarsi di “implicare” direttamente anche Hamas nel negoziato anche perché, tra l’altro, esso non è affatto un monolite;

• e – conclude secco il rapporto ufficiale britannico – la politica dell’impegnarsi anzitutto, se non solo, sulla Cisgiordania e del lasciare Gaza al suo destino, danneggia ogni progetto di pace[9].  

Appena è stato chiaro che l’uragano Dean, provocati i suoi ingenti danni nei Caraibi e nel Sud degli Stati Uniti, ha però soltanto sfiorato la produzione petrolifera del Golfo del Messico, il costo del greggio è sceso sotto i $70 al barile per la prima volta da quasi due mesi e poi si è attestato lì, grosso modo[10].

in Cina

La Federazione nazionale dei fabbricanti d’auto ha dichiarato di aver bisogno di più talenti, particolarmente di disegnatori e tecnici specializzati, se vuole sostenere uno sviluppo più rapido. Ogni anno in queste materie si laureano tra i 6 ed i 7.000 studenti. Sui 7.000, secondo la Federazione, sono le persone di questa qualificazione di cui hanno bisogno grandi marche straniere per sviluppare un sistema di produzione indipendente. Nel 2010 l’industria si aspetta di impiegare 3.570.000 dipendenti e nel 2020 conta di dar lavoro a 7.760.000 persone[11].   

Il governo, dice il primo ministro Wen Jiabao, assicura ai cinesi la stabilizzazione dei prezzi al consumo. Perché stanno salendo preoccupazioni legate ad un’inflazione che, a luglio, ha toccato il 5,6% ed il livello più elevato da trentaquattro mesi[12].

L’attivo della bilancia commerciale salta in su del 67% a luglio su un anno prima, a 24,4 miliardi di $, battendo ogni record eccetto quello di 26,9 miliardi di un mese prima[13]. Malgrado ogni frenata ed ogni, anche dura, misura di punizione, malgrado i richiami di merci e le multe imposti per la scoperta di esportazioni qualitativamente difettose e perfino, in qualche caso, potenzialmente o realmente dannose.

Si tratta di dentifrici, pneumatici, frutti di mare… E la Mattel, il fabbricante di giocattoli maggiore del mondo, s’è visto costretto a ritirare dal mercato, americano e non, quasi mezzo milione di giocattoli[14] made in China (comprese le bambole Barbie) con troppo ritardo classificati come potenzialmente pericolosi (vernici a base di piombo; batterie elettriche difettose…) e non solo dal ministero della Sanità americano). E poi, subito dopo, ad estendere fino a 18 milioni di pezzi quelli ritirati dai negozi di tutto il mondo. E anche la Nokia fa ritirare la bellezza di 46 milioni di batterie per cellulari made in China

La Cina, così, finalmente, viene costretta a preoccuparsi della qualità di quello che fabbrica in cotale abbondanza, della sicurezza di quello che fabbrica – perché se no smette di venderlo – e, forse, chi sa?, anche della sicurezza – la costrizione essendo, da una parte il mercato e, dall’altra, la politica e la necessità di non perdere la faccia – e di come lo fabbrica: del livello di insicurezza in cui devono lavorare i cinesi, cioè.

Perché la perdita di fiducia potrebbe, se non recupera subito, essere  una potenziale catastrofe: non solo commerciale o di public relations… Così, una vice primo ministro, Wu Yi, viene nominata (come dicono gli americani) zar della sicurezza, una specie di authority onnipotente che può intervenire dovunque, su chiunque e su tutto per imporre ogni tipo di misura di sicurezza[15].

Tutti inutili palliativi, però, se la Cina non si “rassegna” al fatto che deve pagare di più per produrre – in materie prime, produzione e costo dei produttori – quello che paga adesso…

Il problema che avevamo segnalato nella passata Nota congiunturale 8-2007 – il tasso di inquinamento dell’aria a Pechino, ad un anno dalle Olimpiadi del 2008: celebrato con una cerimonia rutilante e anche un po’ stravagante sulla piazza Tienanmen – è arrivato al dunque: il Comitato olimpico internazionale lo ha notato, lo ha notato il governo cinese e, adesso, saranno prese misure di contenimento e di riduzione dell’avvelenamento dell’aria.

Stanno discutendo se possono obbligare i cinesi a riandare a piedi, lasciando le auto a casa, o se adottare (per ora…) solo le targhe alterne anche perché, francamente, non si vede come altrimenti, pur essendosi attrezzata in modo stupefacente, Pechino potrebbe pretendere a far tenere, per esempio, le gare olimpiche di resistenza[16]

Ma l’America spinge, ormai quasi ossessivamente, anzitutto per un apprezzamento dello yuan rispetto al dollaro, convinta che sia questa la chiave di volta per un riequilibrio del commercio bilaterale— e non si capisce, però, allora, perché non dia un taglio netto – che il mercato imporrebbe – al valore di un dollaro supersopravvalutato ancor oggi.

Ma lo fa con due strategie diverse e anche opposte: quella del Tesoro che chiede tempo per un “dialogo economico strategico” con la Cina che porti alla rivalutazione della valuta cinese e teme che tutto salti con misure punitive unilateralmente decise; e quella del Senato che ha poco pazienza per il dialogo e vuole forzare la mano ai cinesi. Ignorando, però, gli uni e l’altro, che è la fame di beni e servizi cinesi a buon mercato negli ipermercati americani dalla Cina degli americani a far gonfiare quei record.

D’altra parte, le pressioni americane possono anche diventare davvero controproducenti, specie in un momento di grande turbolenza come quello che passa di questi tempi l’America e Wall Street. Qua e là, infatti, emergono voci, autorevoli, a dichiarare come non sia poi tanto saggio – costituisca una rinuncia immotivata a uno strumento di natura economica che “non è saggio neutralizzare” – non usare nei negoziati commerciali e finanziari con gli USA il peso delle riserve in valute estere, per un valore di 1.330 miliardi di $, investite pesantemente per ben due terzi ancora, anche se in calo, in titoli del Tesoro americano o assets comunque denominati in $: di questi due terzi, più di $400 miliardi sono in biglietti verdi tenuti in cassaforte.

Insomma, dice al Telegraph di Londra Xia Bin, a capo della gestione finanziaria del Centro nazionale di Ricerca per lo Sviluppo, se a Washington vince l’ala dura al Senato o alla Casa Bianca, quella che vuole imporre sanzioni per forzare una rivalutazione dello yuan senza tener conto del fatto che i fondamentali dell’economia americana imporrebbero all’America anzitutto di svalutare, Pechino dovrebbe usare le sue riserve come “carta di scambio”: cioè, attento che se puoi ben fare male a me io faccio ancora più male a te[17]. Se cambio in euro o vendo i miei assets in dollari, tu devi svalutare di brutto e ti  si impennano i tassi di interesse. E lo sai.

Rincara, poi, un economista dell’Accademia cinese delle Scienze, He Fan, che gli americani devono far bene attenzione: se sotto pressione politica la moneta cinse si apprezzasse significativamente la Banca centrale di Pechino non potrebbe che cedere dollari “e la conseguenza potrebbe essere una svalutazione massiccia del dollaro americano[18]

D’altra parte suona vuota, ipocrita e falsamente angustiata la genuinità della preoccupazione con cui un bel po’ d’America e d’Europa vedono imprese cinesi attivarsi, investire ed operare all’estero, nei paesi più poveri, più disgraziati e anche più inquieti dell’Africa – il casus belli è il Ciad – e, appunto, “si preoccupano[19]

Il fatto è che “in paesi ricchi di minerali ma in pratica abbandonati da ogni investitore straniero a causa di turbolenze e corruzione [come se a casa nostra, diciamo – per dirne solo pochi – tra Parmalat qui, Enron negli USA e mazzette alla famiglia reale saudita nella Gran Bretagna di Blair, la corruzione non fosse di casa, non fossimo stati noi i laureati e detentori di master che hanno insegnato tutto a tutti gli altri] le imprese cinesi si sono rimesse a produrre cobalto e bauxite”.

E le grandi multinazionali minerarie euro-americane, per ragioni di profitto mancato, così come gli Stati cui fanno riferimento, per ragioni strategiche, cominciano – appunto – a “preoccuparsi”…

in Russia

Il governo russo, con le riserve estere della Banca centrale, arriva a controllare oggi un totale di $413 miliardi di riserve: pro-capite, si tratta delle riserve più vaste di qualsiasi paese del mondo, compresa la Cina. Questa che ha messo in cassaforte la Russia è una quantità di valute pregiate percepita dai governi stranieri, e soprattutto dai mercati, a livelli tali da mettere efficientemente al sicuro il rublo dalla caduta, improbabile ma sempre possibile, del prezzo del petrolio.

E, intanto, l’ammontare di queste riserve rassicura gli investitori stranieri sulla stabilità dell’economia. Kenneth S. Rogoff, economista di Harvard e già capo economista della Banca mondiale, ha detto che ormai “escludendo un paio di potentati petroliferi dove, però, i soldi appartengono alla famiglia regnante locale, che è qualcosa di diverso, le riserve valutarie estere della Russia hanno ormai superato tutti i nuovi paesi industrializzati dell’Asia[20]”.

E, a Wall Street come alla City, gli analisti concordano sul fatto che i fondamentali dell’economia russa vanno anche bene. L’inflazione viene gestita dopo essere stata ridotta e stabilizzata anche se non certo eliminata. E attraverso il controllo stretto sulla società come sulla politica, il regime è riuscito anche a contenere la domanda di spesa sociale entro limiti che ritiene “compatibili”: gradualmente in aumento costante ma, come dicono qui, all’americana, manageable. Un approccio di leadership autocratica ed “illuminata” che ricorda da presso quello del modello di sviluppo “autoritario asiatico”.  

C’è anche da dire – cosa che di regola viene stranamente sottovalutata – che il petrolio non è affatto l’unico prodotto minerale che esporta la Russia né la sua unica fonte di reddito all’estero. E che ormai gli investimenti esteri sono diventati un fattore significativo: il capitale privato estero è affluito in quantità 360 volte superiore nei primi sei mesi di quest’anno a paragone con lo stesso semestre del 2006. Di essi, legati al petrolio e ad altre industrie estrattive, solo il 30%.

Si apre, probabilmente, un nuovo contenzioso tra Russia e mondo occidentale. Mosca ha inviato una spedizione scientifica a reclamare come parte della propria piattaforma continentale il fondo marino dell’Artico[21]: con due mini-sub, a raccogliere esemplari geologici che spera siano in grado di rafforzare la sua pretesa ed a piantarci una bandiera russa costruita in titanio speciale anti-ruggine.

Un segnale di intenzioni – ma soprattutto – di presenza assai chiaro. Secondo il diritto internazionale, sono cinque i paesi il cui territorio si estende parzialmente al di là del Circolo polare artico – Russia, USA, Canada, Norvegia e Danimarca: la Groenlandia, più esattamente, che, però, è un paese ormai da tempo amministrativamente autonomo – ad avere e reclamare il diritto di sfruttare economicamente una zona geografica sottomarina estesa al massimo a 320 kmq. dalle loro coste.

Adesso la Russia reclama una maggiore estensione del territorio per il proprio sfruttamento economico, affermando – e sarà questa, formalmente, la ragione su cui fonderà la pretesa – che la propria piattaforma continentale si estende, con la catena montuosa sottomarina di Lomonosov lunga quasi 2.000 km., dalla Siberia fino Polo Nord. Richiesta, ancora non formalmente avanzata, ma che condivide anche la Groenlandia-Danimarca, che una parte della cresta di Lomonosov rivendica come sua, più ad ovest di quella russa…

Tutti gli Stati che affermano la loro sovranità, la devono provare, però. In ogni caso, adesso la Russia ha dato inizio, forse, all’ultima corsa all’oro coloniale della storia (ma si tratta, fortunatamente, di un colonialismo senza indigeni da massacrare e sfruttare, in questo caso: forse l’unico; a meno che la corsa allo sviluppo dei giacimenti di gas e di oro nero sottomarino finisca per distruggere un altro pezzo cruciale dell’equilibrio geologico di questo pianeta e provochi di per sé un’ecatombe). Perché proprio di petrolio, si tratta.

E, col riscaldamento climatico che va assottigliando la banchisa del Polo Nord, diventa potenzialmente più facile perforare e sfruttare i ghiacci sottomarini arrivando a quello che è sicuramente il deposito di petrolio e gas naturale più gigantesco del mondo. La Russia lo vuole per sé, con qualche ragione geografico a suo favore; ma soprattutto, pare, con la messa a punto di tecnologie sottomarine specifiche che anche gli americani stentano a contrastare.

Dal 2000, la Russia sta provando a farsi certificare dall’ONU il proprio diritto sulla base della affermata estensione del proprio zoccolo continentale fino al Polo. Ma l’ONU, che non ha mai detto di no, finora non ha neanche detto di sì… E la nuova Russia di Putin, certo non quella traballante – in ogni senso – del suo predecessore buonanima (forse buonanima, forse cattiva…), ha deciso di accelerare sui tempi. 

Non sarà per niente un contenzioso pacifico. Alla fine, sul piano del diritto – poi bisognerà vedere che succede sul piano di fatto, ovviamente – sarà la Convenzione delle Nazioni Unite sulla legge del mare (UNCLOS) a dirimere anche questa vertenza, come quelle analoghe un po’ in tutto il mondo. Tra i problemi: gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione asserendo che la sua parte XI, relativa proprio ai diritti minerari sottomarini, non è market friendly… e, quindi, non possono ricorrere, proprio loro, proprio a niente.

Ma ricordate lo scontro, non solo anche se per fortuna soprattutto verbale e mediatico, durissimo di qualche mese fa tra Iran e Regno Unito sullo Shatt el- Arab? Gli inglesi pattugliavano con la loro cannoniera la metà che, prolungando la separazione della via d’acqua, affermavano essere di proprietà irachena, stante la divisione delle acque fatta da loro, potenza coloniale e imperiale, negli anni ’20 del secolo scorso… decisione in realtà mai ratificata in diritto internazionale perché mai formalmente accettata dai due paesi, Iran ed Iraq, che riguardava[22].

La vertenza, si ricorderà, gli iraniani la risolsero a modo loro, prima, sequestrando la cannoniera britannica e, poi, graziosamente restituendo i loro prigionieri inglesi agli inglesi. Il fatto è che la legge del mare dice come ogni divisione del mare, se contenziosa, per essere data per giudicata va approvata da entrambe le parti.

Intanto, alla corsa all’oro nero subartico si aggiunge il Canada, col suo forse tardivo ruggito del topo. Accortosi del grande ritardo con cui si muove, solo dopo che i russi gli hanno dato la sveglia, il primo ministro Stephen Harper, è andato di corsa al Polo – ma sopra, non sotto – e alla stampa ha dichiarato che “il nuovo governo comprende come il primo principio della sovranità sull’Artico è: usala o perdila. L’annuncio che facciamo oggi vuol notificare al mondo che il Canada è una presenza reale, di lungo termine, qui nell’Artico[23].

Forte e chiaro. Anche se, a dire il vero, per ora è solo un annuncio di presenza a venire: di una base di addestramento per 100 militari a Resolute Bay e di un porto in acque profonde a Baffin Island. Ma, appunto, di presenza a venire si tratterà. I russi già ci stanno, invece. E sotto il Polo, non sopra e vicino…

Anche su un altro piano, ed anche più sommariamente, Putin si è fatto sentire chiaro da Washington e dall’Europa. Nel braccio di ferro che ha chiaramente in corso con Bush, Putin ha adesso annunciato, nel corso del vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai che riunisce i capi di Stato di Russia, Cina, India, Iran e di una serie di altri Stati che una volta erano nella vecchia URSS, di aver “deciso – dopo  quindici anni di interruzione – di ripristinare i voli dell’aviazione strategica russa su base permanente[24].

Ha richiamato il fatto che l’interruzione unilaterale di quei voli, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, aveva “intaccato la sicurezza russa” non avendo trovato alcun risconto nel comportamento degli americani: che avevano continuato sempre a far volare i loro bombardieri strategici…

Il punto, da mesi, è sempre lo stesso: la Russia non vi consente più, se e appena può, di agire unilateralmente aspettandovi da noi solo acquiescenza; o tornate al rispetto di un equilibrio “multipolare”, o vi ci costringeremo noi, colpo su colpo. Insomma per dirla con le parole di un esperto di cose russe di Washington, Cliff Kupchan, se volete essere costantemente e unilateralmente “aggressivi”, potete – anzi ormai dovete – aspettarvi che noi siamo più “assertivi[25]

O, in termini più universalmente geo-strategici, malgrado la forte disapprovazione che l’America ha espresso, l’espansione in sé di un’istituzione come l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai è un segnale forte – in assenza di altri che sarebbero più forti ma che non sono disponibili – che sta tentando di ricostituirsi un ordine, in qualche modo, più multipolare del mondo[26].

Come recita la dichiarazione finale che, per un vertice multinazionale, una volta tanto e a prescindere dal merito, sembra però sensata e perfino leggibile, “le sfide del mondo di oggi e le minacce alla sicurezza di tutti possono essere efficacemente contrate attraverso gli sforzi congiunti della comunità internazionale[27]

Ci sta provando… bisognerà vedere, però, se malgrado la fragilità – anzitutto morale – della leadership politica americana di oggi ci riuscirà, considerata anche la pavidità strategica di tutti gli altri (come la NATO, come l’Unione europea…).

Copiando, se non dà troppo fastidio il gioco di parole, il copione già messo in atto dai russi con la Shell per il progetto Sakalin II, adesso anche il governo del Kazakstan accusa il consorzio di sviluppo del campo petrolifero offshore di Kashagan sul Mar Caspio di gravi violazioni ambientali e minaccia di sospenderne il lavoro[28].

Può essere vero, è probabile. Può essere esagerato, probabile pure. Ma resta il fatto che il progetto, uno dei più importanti del mondo (secondo l’ENI – capoconsorzio con Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, ConocoPhillips, la francese Total, la Inpex Holdings giapponese e la kazaka KazMunaiGaz – produrrà 1,5 milioni di barili al giorno a regime: una quantità di petrolio quasi record, specie fuori del Medio Oriente) vede costi di sviluppo già moltiplicati per tre su tempi di produzione anch’essi raddoppiatisi: avrebbero dovuto dare i primi litri di greggio nel 2005 e se va bene sgorgheranno fuori nel 2010.

Insomma, il governo kazako adesso ha scuse e motivazioni, motivazioni e scuse, per chiedere ai partners “mal adempienti” una quota più ampia dei benefici di Kashagan.    

EUROPA

Rallenta, e anche parecchio, il PIL dell’eurozona nel secondo trimestre (solo +0,3%).

Colpa dei tedeschi, segnalano a Bruxelles, dove l’EUROSTAT dà sempre in crescita, per fortuna, ma anche in frenata la maggiore economia europea (il massimo è per Austria e Svezia, +1%; la Grecia è sotto zero, -0,8%; e poi, al minimo, +0,1%, Portogallo ed Italia).

Su base annua, l’Italia resta sempre sui valori di crescita più bassi, +1,8% (un po’ più su della maglia nera, la Francia, +1,3, e del Portogallo, +1,6); ma anche gli Stati Uniti, in quest’ultimo anno, crescono solo come l’Italia, dell’1,8%). Al top, Grecia (+4,2%), Spagna (+4); Austria (+3,7); e Svezia (+3,3%)[29].

L’inflazione nell’eurozona è salita all’1,8%nell’anno, a luglio, dall’1,9 di giugno. Il tasso di disoccupazione resta immutato al 6,9%[30].                                      

Il presidente della BCE Jean-Claude Trichet lascia capire – in pratica lo dice, ma così diretto in realtà non lo dice, né che lui lo dica si dice mai – che, anche se adesso ha lasciato al 4% attuale il tasso di sconto, segue con “grande attenzione” la volatilità dei mercati finanziari globali e, perciò, a settembre la banca li alzerà anticipando altre perturbazioni[31]

Ad Ankara, l’ex ministro degli Esteri, Abdullah Gul è stato finalmente eletto presidente della Turchia dalla nuova maggioranza, rafforzata, del partito “islamico moderato” della Giustizia, da anni già al governo con il primo ministro Erdogan. Secondo il partito secolarista e laico e filomilitare d’opposizione si tratta, di niente di meno che della restaurazione del califfato in Turchia.

Adesso attenti, sembrano dire: a meno che a “salvare la Turchia” non intervenga un altro golpe militare (sarebbe il quinto dal 1960) preparatevi all’instaurazione della poligamia, delle donne obbligatoriamente velate, delle amputazioni pubbliche di mani o di gambe; insomma, tutto quello che succede in Iran o, magari, in Arabia saudita…

E’ un po’ uno spaventapasseri, messa così, si capisce. Gul è un credente osservante, con un passato di politico islamico, e la sua elezione ha infranto la presa ferrea sul potere che, per ottantaquattro anni, l’establishment militar-secolare ha mantenuto, e aperto la porta ad una nuova classe media che identifica se stessa grazie, anche e proprio, alla propria identità islamica.

Questa elezione, in un certo senso, sovverte davvero la gerarchia, la natura quasi del potere in Turchia: una democrazia secolare fatta di cittadini islamici il cui presidente adesso, per la prima volta dai tempi in cui la carica è stata occupata da Mustafa Kemal Ataturck, si propone di essere laico restando islamico e lo giura aprendo la via a una nuova classe di dirigenti nata dalle province e sempre considerata retrograda dall’intellighentsia laica, laicista e militare di Ankara.

Abdullah Gul, un economista pressoché neo-liberista di 56 anni, un poliglotta, il leader turco da sempre più aperto all’Europa, e che di Europea maggiormente ha capito, per questo è stato trattato dai militari, anche dopo la sua elezione, come persona non grata: scostandosi in maniera pesante dal protocollo non hanno partecipato alla cerimonia del giuramento di quello che ora è, comunque, il loro comandante in capo.

Lui, adesso, ha diritto di veto sulla legislazione, controlla centinaia di designazioni della struttura e  dell’amministrazione, in particolare del potere giudiziario e il suo partito “islamico moderato” adesso controlla quasi tutto lo Stato: esecutivo, legislativo e presidente. Finora era stato proprio il presidente, la garanzia dell’altro vero potere in Turchia, quello militare. La verità è che gli toccherà muoversi con circospezione doppia di quella di qualsiasi suo predecessore.   

Nel discorso di accettazione, ha ribadito e sottolineato più volte la sua lealtà ai valori laici, secolari, della democrazia turca. Ha rinnovato l’impegno, che è stato il suo nei quattro ultimi anni come ministro degli Esteri, a portare il paese in Europa.

Ha fatto notare il preside della facoltà di sociologia dell’università Fatih di Istanbul, Ali Murat Yel che, per i turchi, la scelta di Gul come presidente è qualcosa di “eversivo” quanto lo sarebbe per gli americani l’elezione di un nero a presidente degli Stati Uniti. Tutto nelle regole, ma una svolta epocale davvero. “Qui i contadini, gli agricoltori, la piccolissima borghesia, si sono trovati sempre imposti dall’alto, quelli che i militari e i secolaristi, i grand commis dello Stato, i burocrati di mestiere, chiamavano i valori repubblicani. E adesso dicono : guardateci, siamo qui, democraticamente, e vogliamo sceglierci la nostra strada[32].

Ma la differenza è che una volta, dicono quelli che li vedono in progress, erano intransigenti. Ora chiedono il diritto di mettersi il velo, se vogliono, non di imporlo a chi non vuole metterselo. Ma i militari non si fidano. Anche perché, all’ordine del giorno immediato del partito che col 47% dei voti popolari ora gestisce democraticamente tutto il potere, c’è proprio il cambiamento della Costituzione ataturkista e del modo in cui poi l’hanno cambiata, nel tempo, i successivi colpi di stato.

Vogliono che dalla prossima volta sia il popolo ad eleggere direttamente il presidente della Repubblica, vogliono purgare dei divieti “secolaristi” – che il laicismo lo impongono come valore in sé, copiati dalla legge fondamentale della Francia di inizio secolo (l’altro) – il testo fondamentale… Sarà un bel braccio di ferro e un’operazione di equilibrio assai delicata…

La Polonia, in crisi profonda, va a votare a novembre con ben due anni di anticipo. E’ saltata, nella rincorsa al massimo di demagogia e di sciovinismo, la coalizione guidata da Jaroslaw Kaczynski che ha cacciato dal governo tutti e quattro i ministri dei due partiti minori della coalizione e forse stavolta, chi sa, i risultati possibili potrebbero anche essere un po’ meno di destra

Il voto – secondo i sondaggi, almeno – potrebbe, infatti, aprire la strada a un governo di coalizione che scalzerebbe il gabinetto Kaczynski, guidato dal suo partito della Legge e della Giustizia, Prawo i Sprawiedliwość, con uno guidato dalla Platforma Obywatelska, la Piattaforma Civica, un partito democristiano e liberal-conservatore, tendenzialmente filoeuropeo e sicuramente meno paranoico-estremista-destrorso-populista.

La paranoia kaczynskiana al governo – e alla presidenza della Repubblica, col secondo gemello – ha subito cominciato a denunciare la PO come un covo sovversivo che vede una poco santa alleanza tra Cremlino e Bruxelles – l’Unione europea, letterale… – tesa a far perdere alla Polonia la propria sovranità… su che cosa, poi, non si capisce bene davvero[33].

La Serbia, che sente crescere le pressioni americane perché molli sul Kossovo, ma fiduciosa della buona protezione che le alzano intorno, comunque, la fratellanza cristiano-ortodossa con la Russia (chi l’avrebbe mai detto ai tempi di Tito e di Stalin?) e la riluttanza di molti altri, ormai, a seguire pedissequamente gli ordini (non più l’egemonia) americani, si dice per bocca del ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, pronta al compromesso sul futuro status della provincia ribelle.

Aggiungendo che, a lungo termine certo, il futuro della Serbia non potrà che essere nell’Unione europea (“massimo di autonomia mai vista sulla faccia della terra, dentro uno Stato unitario”, di cui naturalmente i kossovari dicono di non contentarsi [34].

A inizio agosto, a due mesi dalla data delle elezioni anticipate, è cominciata la campagna elettorale in Ucraina dove, tutti i sondaggi concordano, è in netto vantaggio il partito delle Regioni del primo ministro, Viktor Yanukovich, che molti dicono filorusso ma che forse è solo meno americanolatra degli altri,  il presidente della repubblica, Vicktor Yushenko e la sua alleata-rivale di sempre, Yulia Timoshenko.

STATI UNITI D’AMERICA

Viene prima l’uovo o prima la gallina? Si lamentano in molti del deprezzamento del dollaro dicendo che è dovuto al bassissimo livello di risparmio in questo paese, un fatto sicuramente da deplorare. Ma, a stare anche solo alle prime lezioni di economia, le più scolastiche, causa ed effetto vanno proprio nel senso contrario— cioè: sono i bassi tassi di risparmio che portano al rialzo dei tassi di interesse che attraggono capitali esteri, che spingono in su il dollaro. Ed è questo dollaro, così artificialmente e testardamente sopravvalutato in realtà, e niente affatto deprezzato che crea un vasto deficit commerciale.

Insomma, non è che i consumatori si mettono ad acquistare beni di consumo alla Wal-Mart perché il governo ha un alto deficit commerciale. Comprano merci importate, invece che di produzione nazionale, perché è proprio il valore artificiale del dollaro tenuto su dai capitali importati dall’estero ad averle messe così a buon mercato.

Invece, sarebbe proprio il dollaro sopravvalutato e non il taglio alle tasse di Bush – concentrato poi, si sa, sulle aliquote elevate – la causa del deficit commerciale (il taglio sconsiderato alle tasse è colpevole di molte altre cose, non tanto di questa: anzi questa è più un’eredità della presidenza di Clinton che di quella di Bush).    

Il deprezzamento (inevitabile) del dollaro farà male: si tradurrà in prezzi all’importazione più alti,  in più alta inflazione e, assai probabilmente, in tassi di interesse più alti. Ma non c’è più modo di evitarlo. La politica di Clinton e Rubin (il suo ultimo ministro del Tesoro) nel breve termine aveva significato import a prezzi bassi, meno inflazione e, certo, milioni di posti di lavoro persi nella produzione manifatturiera e un deficit commerciale insostenibile nel lungo termine.

In questo senso, su questo punto, la politica del dollaro forte di Rubin-Clinton è stata tanto cieca quanto quella di tagli alle tasse di Bush. Il deficit commerciale, però, e il dollaro forte sono colpa di Bush solo nella misura in cui non ha voluto svalutarlo abbastanza… Adesso, il conto – salato – vedrete, arriverà tutto insieme.

In questa economia che ogni del giorno smentisce (fin che lo smentisce…) il giudizio razionale di chi ammonisce che così non può più continuare, riprende aire il tasso di crescita del PIL, che, nella prima stima del Dipartimento del Commercio, sale nel secondo trimestre dell’anno del 3,4%: la miglior performance dal primo trimestre del 2006. Considerato separatamente, anche il tasso di fiducia del consumatore americano tocca a luglio il massimo da sei anni.

Ma ormai, sotto la pressione di un mercato diventato molto, molto nervoso per la bolla speculativa edilizia e quella degli hedge funds, Gli analisti tagliano le attese di crescita economica: secondo tutti i sondaggi citati al massimo tra il 2,1 e l’1,9% non più e, probabilmente, anche meno. Secondo “Angelo R. Mozilo, l’amministratore delegato della maggior società di prestiti ipotecari d’America, e del mondo, la Countrywide Financial [di cui riparleremo, inevitabilmente, più avanti] ‘questa è la fase massima di panico che mi sia capitata di vedere in cinquantacinque anni di lavoro nei servizi finanziari’ [35].

Vanno male le vendite al dettaglio. Perfino quelle ai teenagers che, in genere, sono più refrattarie all’influenza dell’andamento dell’economia. Colpa, naturalmente, del costo di combustibili e benzina che assorbe una fetta più consistente del reddito e del fenomeno per cui gli acquirenti prima di comprare adesso ci pensano due volte[36].

Crescono i prezzi all’importazione, a luglio dell’1,5% e per il sesto mese consecutivo; ma, neutralizzato (anche se, come è ovvio, si tratta di cosa impossibile) dal prezzo dell’import petrolifero, l’aumento è contenuto allo 0,2% su giugno quando, però, era della metà, allo 0,1%. Nell’anno che finisce a luglio l’aumento dei prezzi di alimentari e bevande è stato di un forte 9,8%.[37] Ma l’inflazione globale[38] ha rallentato nell’anno, a giugno, all’1,9% dal 2 che era a maggio.

Solo che resta sempre sopra l’aumento annualizzato del costo del lavoro per unità di prodotto (2,1% nel secondo trimestre). E la cosa preoccupa, come preoccupa un fiacco livello di crescita della produttività, salito meno delle attese sull’anno scorso nel secondo trimestre (+1,8%: in recupero, però dal gran brutto +0,7 del primo trimestre). Ma, nei dati appena rivisti, a un tasso annuo sull’ultimo triennio dell’1,2%: sotto l’1,5% medio del lungo periodo di rallentamento della produttività 1973-1995.   

Il tutto contribuisce – a parte il pregiudizio di sempre di ogni Banca centrale – a tenere focalizzata l’attenzione della Fed sull’inflazione piuttosto che sul rallentamento economico, che pure comincia ad avanzare in forme e con intensità ed effetti niente affatto più marginali[39].

Se, infatti, il lavoro dipendente comincia ad alzare la testa e a reclamare di spartire un po’ di quella produttività che, comunque, tiene al record il livello medio dei profitti d’impresa, qui sono dolori per l’inflazione, visto che nessuno crede a una rinuncia anche solo parziale delle imprese ai benefici che fanno, considerando la stradominante volontà politica di non costringervele…

Però, ciò non impedisce venerdì 3 agosto di registrare uno dei peggiori tonfi in un giorno a Wall Street (il Dow Jones, giù di 230 punti, oltre il 2%; poi, il 15 agosto, precipita del 10%...). Catalizzatore del crollo, stavolta, il commento un po’ a ruota libera e dunque sincero di un importante finanziere, Sam Molinaro della Bear Stearns Cos., che descrive le turbolenze in atto sul mercato creditizio come le peggiori che ha visto almeno da 22 anni[40]. Così come le critiche dei giorni seguenti fate da molti analisti. Ci sono momenti anche di ripresa, s’intende, del Dow Jones ma è l’altalenare, ormai, il segno dominante e crea ovviamente molta incertezza.

C’è chi ha descritto quel che è successo come la prima volta, forse, che in America quella categoria sconosciuta che si chiama dei poveri, in generale invisibile alla classe dei multimilionari, è entrata in scena dando una mano a sfasciare il sistema finanziario globale: che, per conto suo, aveva già cominciato a farlo da solo…

Cominciando col mettergli, fra le ruote del meccanismo di accumulazione usuale, una serie di zeppe: quelle che, concretamente, il sistema gli mette a disposizione. Prima, hanno smesso in tanti di pagare le rate delle ipoteche, portando poi ad imitarli su su per la catena gerarchia, dopo i poveri-poveri, i poveri e, poi, una certa parte non irrilevante delle classi medie.

Poi, con una mossa d’abilità tanto diabolica quanto subdola, hanno smesso di fare la spesa. I grandi magazzini uno dopo l’altro denunciano cali che definiscono preoccupanti e H. Lee Scott, amministratore delegato dell’impero della distribuzione al dettaglio Wal-Mart, basso prezzo-basso costo del lavoro, come un qualsiasi gruppo di difesa dei consumatori nostrano parli lamentosamente del problema della quarta settimana: “non è un segreto che molti dei nostri clienti si trovino senza soldi alla fine del mese…”.

Un secolo fa Henry Ford capì per primo che, se voleva far soldi, doveva pagare abbastanza i propri operai da consentire loro di diventare clienti della Ford. Wal-Mart, finora almeno, questo non sembra proprio averlo capito (che spesso il suo cliente è il suo stesso produttore) e continua a pagare al minimo possibile, e anche meno, i suoi dipendenti (è il più grande datore di lavoro d’America).

Ma il meccanismo stesso andava anche oltre. Da una parte, le Wal-Mart e gli H. Lee Scotts d’America sono andati avanti per anni a tagliare sistematicamente il potere d’acquisto dei salari  squilibrando sempre di più a proprio favore l’equilibrio salari/profitti; e, dall’altra, sostituendo il potere d’acquisto che veniva a calare con le cambiali, con le ipoteche, con le carte di credito in plastica che, per qualche tempo, offrivano credito a tassi apparentemente bassi, all’inizio anche fissi, a quegli stessi produttori-clienti-consumatori.

Insomma, credito facile al posto di salari decenti… Insomma, una volta si poteva anche risparmiare abbastanza per comparsi una casa. Adesso, proprio non si riusciva più a risparmiare. Ma incentivavano a ipotecarti, per finanziarti i consumi. Ma nessuno aveva pensato – oddio, nessuno…: i soliti dubbiosi, i soliti menagrami, sì, a dire il vero; loro l’avevano scritto, l’avevano detto – dove mai i “poveri” avrebbero trovato i soldi per pagare tutti i soldi per cui si andavano indebitando, nella catena di Sant’Antonio del capitalismo a credito senza regole e freni…

Non è che il capitalismo globale sia rimesso in questione, in America, e che tanto meno se non nei sogni/incubi di qualche squilibrato, avanzi la rivoluzione in America… però adesso, può darsi, se la botta è forte abbastanza che si ricominci a parlare della necessità di qualche regola da imporre – da re-imporre – al sistema.

Quelle che, contro il dissennato parere dei neo-liberisti, hanno continuato a predicare, andando all’indietro nel tempo, e con mille ragioni, economisti come Joseph Stiglitz, Paul Samuelson, John Kenneth Galbraith, John Maynard Keynes, su su fino a Adam Smith – sì, Adam Smith: il fondatore-inventore del concetto di economia di mercato – che predicava, poco ascoltato proprio dai suoi ingordi epigoni, che le regole ci vogliono.

E che non ci si può fidare neanche dell’impegno ad autoregolamentarsi di chi va controllato, spiegava, perché ““l’interesse dell’uomo d’affari, in qualsiasi particolare branca del commercio o dell’industria, è sempre in qualche aspetto differente e persino opposto a quello del pubblico. [Perché] è sempre suo interesse ampliare il mercato e ridurre la concorrenza… [la prima cosa magari anche utile, spesso, per il pubblico] ma la seconda sempre contraria all’interesse pubblico…

    [Per questo]la proposta di ogni nuova legge o regolamentazione commerciale proveniente da questa classe dovrebbe sempre essere ascoltata con grande cautela e non dovrebbe mai essere adottata prima di lungo e attento esame, cioè considerata non soltanto con la più scrupolosa ma con la più sospettosa attenzione. Essa viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico, la quale ha generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato e oppresso[41].

In questa situazione ormai di grande insicurezza la Fed, togliendo deliberatamente spazio all’ipotesi di possibili riduzioni future, aveva lasciato fermo martedì 7 il tasso di sconto e, così, del tutto insoddisfatta l’ansietà, palesemente crescente, sui mercati finanziari d’America per gli effetti che sui livelli del credito, e sull’economia tutta, avrebbe potuto avere e, in effetti, stava avendo il restringimento delle usuali consuetudini creditizie qui così facili[42].

Poi, dieci giorni dopo, all’improvviso con una seduta a sorpresa prima mai (quasi) vista, il presidente della Fed, Bernanke è corso ai ripari: accettando il fatto che siamo di fronte a una vera e propria “calamità” (perché, aveva di recente solennemente annunciato, altrimenti non lo avrebbe mai fatto…) ha contraddetto se stesso e dato retta alle borse e ai loro intimoriti operatori e ha abbassato, tutto insieme, il tasso di sconto di mezzo punto (dal 6,25 al 5,75%) oltre ad iniettare ancora liquidità sul mercato[43].

Con tutta probabilità, è questo il consenso, la Fed taglierà ancora il tasso di un altro quarto di punto, almeno, e magari anche prima della prossima seduta normale in calendario, che è al 18 settembre.

Bernanke, che ha sostituito da poco più di un anno Alan Greenspan alla testa della Fed, per tutto questo tempo aveva ripreso il ritornello a lui caro: no, non c’è alcuna bolla speculativa seria…; e, se ci fosse mai, i problemi sarebbero comunque circoscritti al mercato dei mutui subprime…; in ogni caso, proprio perché non c’è alcun problema, non esiste alcuna minaccia per il sistema finanziario…

Sembrerebbe, a rileggere le dichiarazioni della Fed di tutti questi mesi, che non sapessero proprio di che stavano parlando le massime autorità monetarie di questo pianeta, visto che a richiamarli alla realtà – che sarebbe pure il loro mandato preciso di prevedere e di tamponare in anticipo – ci sono voluti i crolli di borsa e soprattutto gli appelli al “fare qualcosa”: nella linea vera e collaudata delle banche centrali, che dovrebbero essere – ma mai sono – proprio al di sopra delle parti.

Pure, Bernanke aveva giurato di non seguire pedissequamente Greenspan, l’idea sua guida da colonna del partito conservatore che gli investitori – purché investissero – potevano osare le scommesse più arrischiate tanto, dietro l’angolo, c’era la Fed pronta al soccorso col ribasso del tasso di turno.

Ben Bernanke aveva segnalato, discretamente ma chiaramente come fanno i banchieri centrali, che quest’abitudine andava dismessa, che la Fed non avrebbe più agito come áncora di salvataggio di quanti, investitori e banchieri, s’erano buttati a pesce sulla montagna di rischiosissimi mutui ipotecari subprime negli anni recenti…

Detto questo, però, anche per lui la pressione, diciamo, del mercato è stata troppa. Ma, adesso certo, si apre la strada ad alcune considerazioni  che – almeno per chi ha una sensibilità, come dire?, sociale vicina alla nostra – sembrano proprio (eufemismo) un po’ imbarazzanti.    

Intanto questa, per un sancta sanctorum come la più importante Banca centrale del mondo, è una rara ammissione di errore[44]: sbagliavamo di brutto l’approccio alla crisi del credito, in realtà era una crisi più di insolvenza – dunque peggiore – che di liquidità… e, comunque, per rimediare a una crisi di credito la soluzione è quella (fino a ieri anatema… ma adesso a soffrire sono i grandi hedge funds, le grandi banche: e questa è la differenza) di rendere il credito ancora più facile.

Poi viene fuori, in modo trasparente, quanto si sapeva ma veniva negato con indignazione. Che se hai amici influenti alla Banca centrale o alla Fed, se sei un hedge fund manager, o un gestore di grandi fondi di investimento – cioè, per definizione, se sei uno che i rischi degli investimenti a rischio li conosce e si ritiene in grado di far loro fronte – allora puoi contare sulla mano misericordiosa di un sussidio pubblico (non altro è l’accesso delle banche a un credito facile, più facile comunque, garantito solo a loro dalla Fed o dalla BCE in questo momento) per darti una mano.

Mentre se, invece, sei solo uno che ha fatto un mutuo a tasso magari variabile per farsi la casa e altro collaterale non hai (sia esso vero, sia magari anche fasullo), allora riscontri proprio la mancanza di mani amiche e santi in paradiso. Di più, ti devi anche sorbire le prediche sul privato che è bello e il pubblico che è brutto, sul fatto che la società si regge sul principio del calvinismo bancario che ognuno pensa a te e Dio a tutti, ecc., ecc., ecc.

Certo, c’è il fattore ricatto implicito, col quale bisogna fare i conti: il fatto che far portare il peso delle loro colpe alle istituzioni finanziarie e ai perversi strumenti finanziari che sono la causa delle turbolenze attuali dei mercati potrebbe far male alle gente normale (investitori che non fanno solo speculazione, risparmiatori piccoli e medi) piuttosto che, o comunque di più che, ai banchieri e ai managers canaglia…

E allora, se le cose stanno – come stanno – così, fate un po’ voi: vi fidate, quando adesso tanti sopracciò vi dicono che non taglieremo più i tassi, che lo hanno fatto abbastanza, anche se gli analisti dicono, invece, che saranno costretti ancora a tagliarli per tamponare le emorragie di liquidità del sistema? E, del resto, non è la straordinarietà stessa delle parole del comunicato della Fed a dirlo?

Quando, col tono piatto di questi testi ufficiali, se ne esce dicendo che ormai “condizioni di credito più severe e incertezza accresciuta hanno il potenziale di frenare il proseguimento della crescita dell’economia… con il rischio in modo apprezzabile più negativo, ormai, proprio per la crescita[45]. Dove è quell’apprezzabile che dà il segno alla svolta.

O l’aver detto che non li avremmo mai tagliati, se non en catastrophe, i tassi, se non in  vista di una “calamità”, adesso conferma soltanto che proprio alla calamità siamo arrivati?   

Il costo del denaro così cala, e calerà, per le banche commerciali che ne avessero bisogno in emergenza e, sperano alcuni anche per tanti risparmiatori-speculatori, grossi e più piccoli ma ingordi tutti nel recente passato, che si attendono così di poter recuperare un po’ di fiato… gli illusi.

In realtà qui si pone – ma solo per chi ci tiene a un minimo di onestà intellettuale, ovviamente – un problema di fondo, diciamo di coerenza economica: tra la neutralità (la chiamano indipendenza) di banche centrali e mercati e la loro dipendenza sfacciata e, ormai dimostrata, dai signori degli stessi mercati, dai padroni che una volta si dicevano delle ferriere e che ora, a ferriere scomparse, si dicono delle finanze.

Avete mai visto una banca centrale o un grande gruppo finanziario mettersi una mano sulla coscienza, decidere di dare una mano al sistema sanitario o, per dire, a un impresa di Stato inguaiata? No, in quel caso si sente inesorabilmente e sempre dire che quello sarebbe buttare soldi al vento… regalargli agli hedge funds managers invece no, eh?

Tornando alle cose serie – come se queste poi fossero barzellette – i governatori delle Banche centrali, come i governi, dovrebbero essere tenuti a render conto delle loro scelte e non scelte. Qui, il meltdown finanziario che stanno subendo i mercati sarebbe stato molto meno serio e doloroso, per tutti, e molto più gestibile.

Solo se gente come Greenspan e Bernanke, ma anche come i governatori della BCE, avessero preso prima misure capaci di contenere il gonfiarsi della bolla speculativa edilizia e di controllare – come avevano il potere di fare – il crescere di mutui troppo facili e troppo facilmente variabili che aiutavano a gonfiarla con gli eccessi sfrenati del mercato ipotecario.

Ma questi no, questi che pure sono i dipendenti pubblici col potere più discrezionale e maggiore, se sfasciano i piatti nessuno li chiama mai a render conto. Solo a noi sembra un po’ strano?

D’altra parte, anche nell’economia reale le cose non vanno poi tanto bene. Sono anni che le vendite di auto non vanno male così: rispetto al luglio 2006, -22% alla General Motors e -19% alla Ford. Perfino le vendite della Toyota sono calate. Ma, non ci crederete (o, forse, avendo ormai capito come funziona…) salgono i profitti di tutte le marche.

Arrivano adesso, ad agosto, anche i dati del censimento ad attestare lo stato, appunto, dell’economia reale: che le spoglie dela crescita economica del paese sono state di fatto sequestrate da quelli che il NYT chiama “wealthy”, cioè i ricchi, ed “extremely wealthy”, i supericchi

• sì, il reddito medio dal 2005 sale a $48.201, dello 0,7%;

• sì, il  numero delle famiglie ufficialmente in povertà scende al 12,3% dal 12,6 del 2005;

• sì, sembrerebbero buone notizie, ma:

• il reddito medio delle famiglie rimane ancora, nel 2006, di circa 1.000 dollari sotto quello che era nel 2000;

• nel 2006 sono 36,5 milioni i cittadini americani che vivono in condizioni di povertà— 5 milioni in più di sei anni prima;

• questo periodo di crescita – l’ultima recessione, due trimestri consecutivi di calo del PIL, è finita nel 2001 – sta entrando nella storia con la dubbia distinzione dell’unica espansione prolungata nel corso della quale i redditi della famiglia americana tipica non sono mai riusciti a toccare il vertice del ciclo precedente;

• nel 2006, poi, i redditi da lavoro delle persone impiegate a tempo pieno, uomini e donne, sono calati più dell’1%: il che suggerisce che essendo, invece, leggermente saliti i redditi delle famiglie sono saliti non per ulteriori guadagni ma perché è aumentato il numero di chi lavoro, a part-time o precario a questo punto, nelle famiglie[46].

E, infine, sempre i dati del censimento segnalano “un largo aumento” del numero degli americani sprovvisti di ogni assicurazione sanitaria: inesorabilmente cresciuto negli ultimi sei anni e, solo l’anno scorso, di 2,2 milioni di persone salendo dai 44,8 milioni del 2005 a 47 milioni[47].

Nota un’analista famoso, fra quelli che si sono fatti milionari in $ scrivendo sui grandi giornali delle loro previsioni di mercato, peraltro neanche sempre azzeccate, che “d’improvviso, qui, non è più così facile farsi prestare soldi. E’ vero per i proprietari di case. E’ vero per le imprese. Solo due mesi fa sembrava che ogni azienda potesse in pratica farsi imprestare soldi a bassi tassi di interesse. Adesso il credito sembra essersi prosciugato pressoché dovunque.

    Sembrava un problema limitato, che riguardasse i prestiti ipotecari a gente dal credito discutibile, ma all’improvviso è  cresciuto come un fungo diventando una rotta che minaccia di rendere la vita difficile a chiunque abbia bisogno di prendere soldi in prestito[48].

Dice che non è una novità: da noi è sempre stato così… Ma – questa è la verità – qui non era da moltissimo tempo così. E, adesso, tutto entra in crisi. Non sarà Armageddon, il giorno del giudizio, ma fior di banche, di hedge funds, di montagne di credito andranno a gambe all’aria. E le strette creditizie, per definizione, tendono ad espandersi a macchia d’olio.

E’ la radice della crisi montante. Finora, i soldi, qui, te li tiravano dietro. Ti regalavano le carte di credito, ti fornivano finanziamenti a basso costo senza garanzia alcuna. Sulla parola. Sull’ottimismo senza fondo, in realtà, su cui si basava tutta l’economia. Non più, ormai.

Il crollo è sui cosiddetti mutui suprime (chiamiamoli pure, per dare l’idea, come li chiamano qui, mutui trash—mutui “monnezza”), quelli su cui non c’è quasi garanzia e che, quindi, non danno nessuna certezza di stabilità a chi li ha contratti: le banche rivogliono subito indietro i loro soldi, aumentano i tassi sui mutui e, siccome li rivogliono indietro tutte e tutte insieme, ecco il crollo.

L’impatto di gran lunga peggiore, però, c’è stato in Europa più che in America (anche se le conseguenze più dolorose cominceranno a farsi sentire, in progress, anche e molto in America). Per diverse ragioni: nessuno lo dice, ma chi lo deve sapere lo sa, che i paesi europei a maggior rischio sono Spagna, Italia e Irlanda.

In Spagna, il 98% dei nuovi mutui sono ormai a tasso variabile (costano poco quando vengono contratti all’inizio, ma poi…) con la maggior parte concessa ai nuovi immigrati, dalla storia creditizia per lo meno fragile e labile. La combinazione di volatilità, di inesperienza, di impennate del costo delle case, di demografia quasi negativa (sono pochi i giovani non immigrati in grado di comprarsi le case messe in vendita dai pensionati) minaccia tempesta: crisi combinate del mercato edilizio e di quello finanziario.

In Italia, con l’ondata di regolarizzazione degli immigrati illegali del 2002 e l’introduzione massiccia di mutui a tasso variabile e di tecniche di vendita anche da noi subprime. Ma, per fortuna nostra e di tutti, il boom italiano è molto recente e, partendo da una base ancora ristretta adesso ne risulterà limitato l’impatto negativo.

Anche in Irlanda, l’introduzione dei cosiddetti mutui al 100% ha trovato particolare favore: quasi un quarto delle nuove case in quest’ultimo anno sono state finanziate così. Così: cioè a condizioni che in Italia nessuna banca avrebbe mai praticato: prestiti senza garanzia alcuna, cioè, e senza alcuna percentuale trattenuta inizialmente sul prestito: dunque, contratti stipulati per 100 €, ovviamente con gli interessi, ma prestito erogato integralmente al 100%. Tutto sommato, stavolta, è servita la maggior esosità delle banche italiane come il più drastico divieto fatto ai subprime in Gran Bretagna e Germania. Solo che la situazione si fa adesso pesante.

Pagherà di più l’Europa dell’America (nell’immediato). Per la solita percezione presunta del mercato, dei mercati, che giudicano i mutui ipotecari americani roba più solida (sono americani, no?) e quelli europei meno. Ma nell’immediato. Perché l’aspettativa, proprio per gli Stati Uniti, si va facendo pesante.

L’agenzia ipotecaria Thornburg del New Mexico, che si specializza in ipoteche per l’edilizia residenziale di lusso con 45 miliardi di $ di fondi a disposizione – non certo, in sé, un’impresa a rischio esposta ai subprime ma che sul mercato secondario dei subprime aveva comunque appoggiato gran parte del suo “collaterale”, ha visto crollare il valore delle sue azioni del 46% in pochi giorni e ha dichiarato l’ovvio: di non poter più distribuire dividendi ai propri azionisti.

Il mercato secondario, infatti, è evaporato lasciando la compagnia alle prese con un sempre più  difficile reperimento di risorse finanziarie improvvisamente diventate irreperibili (nascoste almeno per ora, per dirla volgarmente, sotto il materasso).

Pure, su 38.000 prestiti in atto solo 58 sono stati “richiamati”. Ma è la paura a dettare il clima: “Siamo – ha dichiarato il presidente della Thornburg, Larry Goldstone – in un clima di mercato dove non si possono più finanziare ipoteche con nessuno degli strumenti che tradizionalmente abbiamo adoperato negli ultimi quattordici anni[49]: subprime, appunto, hedge funds, quant’altro…

Poi, di certo, qualcos’altro inventeranno. Ma per ora è dura.  

E’ che, appunto, anche se non proprio del tutto all’improvviso, i finanziamenti sui mercati finanziari si sono inariditi – i prestiti si sono fatti più rari e più cari – e tutti gli investitori si sono messi a spostare assets verso investimenti che percepiscono un po’ più sicuri. Il crollo delle pedine nel domino bancario è cominciato a fine luglio con la IKB Deutsche IndustrieBank che ha annunciato una “non irrilevante” emorragia di valore di parecchi suoi mutui subprime.

E dopo che il governo tedesco ha commesso l’ “errore” di mettere insieme, e rendere pubblico, un pacchetto speciale di salvataggio per l’IKB (inevitabili tutti e due: salvataggio, per tenere in piedi la banca, e annuncio pubblico, per lo stesso motivo: ed errore, comunque, perché ha contribuito non poco a seminare panico) è diventato anche inevitabile che tutte le banche centrali si siano messe ad inondare di liquidità per cercare di prevenire il contagio: il ritiro improvviso e massiccio di fondi e assets dal sistema.

Il punto più intrigante è che mentre la Federal Reserve ha messo nel calderone della liquidità globale qualcosa come $35 miliardi (ma poi una settimana dopo ne ha aggiunti, di gran corsa, altri 8,4), il Giappone e la Banca federale australiana $4,2 miliardi,  la BCE che, all’indomani del panico dell’11 settembre, aveva messo a disposizione, come si dice, dei mercati un totale di $70 miliardi di € adesso si affretta a tirarne fuori, sull’unghia, fino a 211…

Insomma, ad andarci di mezzo alla fine saranno come al solito gli stracci: a meno che il crollo sia così catastrofico da sembrare davvero un altro ’29 – da far saltare il banco per tutti e a tutti imporre regole nuove e, stavolta, ferree: altro che deregulation… – le varie Fed, BCE, BoE, ecc. penseranno a far recuperare le loro perdite, come potranno, alle banche, ai fondi, e cosi via.

Proprio a chi irresponsabilmente, cioè, ha fatto sempre più soldi, finché si è interrotta la catena di Sant’Antonio, prima inventando e, poi, irretendo con ed “imponendo” crediti e titoli substandard a una marea di risparmiatori ingenui, ignari, magari anche insipienti. Avete presente tutti quelli piccoli e medi che si sono fatti vendere dalle banche i titoli spazzatura della vecchia Parmalat?

Ma ai subprime in persona, tutti quelli che quasi senza collaterale a sostegno si sono visti inabissare nel debito perché la società, i modelli sociali, imponevano loro di consumare e il sistema finanziario elargiva credito e carte di plastica, prima, quasi gratuitamente ma, poi, a tassi ineluttabilmente sempre più impennati, a questi non ci penserà nessuno.

Insomma, penseranno alla Countrywide Financial, il più grande istituto americano che vende ipoteche e che sta ormai lavorando alla procedura di fallimento per proteggersi dai suoi creditori, ma non si preoccupa – ormai non può più – dei disgraziati che nella rete della Countrywide erano scivolati.

Come hanno confessato – anonimamente, si capisce – alcuni impiegasti attuali e diversi funzionari che fino a poco tempo fa erano dipendenti della Countrywide Financial, l’istituto finanziario ora in scacco ha “sistematicamente manovrato molta gente comune verso l’accesso a ipoteche ad alto costo che non erano affatto adatte a loro[50].

Ha notato Krugman che “la scorsa settimana nelle filiali della Countrywide Bank, con lunghe file agitate di risparmiatori che cercavano di ritirare i loro depositi, la scena ricordava da vicino quella della banca sull’orlo del fallimento, come nel filmLa vita è meravigliosa”, la piccola banca rovinata dall’ingordigia e dalla malvagità del banchiere Potter che, poi, nell’incubo di James Stewart fonda rovinando, tutti i piccoli risparmiatori, la città di Pottersville”.

Come capita – commenta Krugman – i clienti della Countrywide esageravano un po’ ... Perché i depositi bancari [anche se non gli investimenti in titoli] fino a $100.000 sono protetti [comunque in casi come questi di fallimento d’una banca intera] dal sistema assicurativo federale[51]. Ma qui il problema non è certo quello dei singoli conti correnti bancari, intorno al massimo ai 70.000  €. E’ che la banca è parte integrante della Countrywide Financial che, come tale, è nei guai proprio sulla sua montagna di ipoteche.      

Forse un po’ meno pessimista, ma sempre preoccupata, la reazione di un altro guru del mercato, come Robert DiClemente, capo economista per gli USA della Citi, il più grande gruppo bancario del mondo che si chiamava fino a  pochi mesi fa Citigroup. “Al fondo, questo del mercato del credito è un aggiustamento salutare”, osserva: si era francamente andati tutti un po’ in là coi crediti facili…

Ma è la velocità della stretta sui mercati finanziari, dettata dalla paura del futuro prossimo venturo, che crea onde procellose sui mercati finanziari a spaventare azionisti e detentori di titoli e a far dire al prudente DiClemente di essere “effettivamente un po’ nervoso: perché questo potrebbe essere un focherello di bosco che, però, può facilmente finire fuori controllo…[52]. Bè, un focherello pare, diciamo, una discreta sottovalutazione: adesso bisogna vedere come reagiscono le borse, cioè l’altro pezzo del mercato che finora, forse per eccessiva paura, ha cercato di muoversi poco: titoli e azioni…

Forse il commento più secco e ragionatamente agghiacciante di questi giorni è stato quello dell’economista Paul Krugman, quando sintetizza così un breve e lucido suo editoriale: “Quel che sta succedendo sui mercati finanziari sono cose che mettono paura sul serio agli economisti monetaristi: si è prosciugata la liquidità[53]. Insomma, è questo il motivo di fondo per cui il motore si sta fermando. Alla BCE, l’avrebbero capito meglio della Fed e perciò, in realtà, reagirebbero con maggior decisione allo spettro che così si prospetta…

Non è difficile capire, allora, perché insieme all’indice edilizio di Standard & Poor’s che dà i prezzi delle case nel secondo trimestre del 2007 al massimo declino dal 1987, il Conference Board, l’istituto che segue mese per mese il tasso di fiducia degli investitori e dei consumatori in America, constata adesso in agosto che anch’esso in nettissimo calo.

Dateci atto, per cortesia: sono mesi, anni forse, che andiamo scrivendo qui di un’economia americana tanto indebitata da avvitarsi in crisi profonda[54] non appena, come ora, fosse stata costretta a pagare. E sono mesi, anni forse, che abbiamo descritto la meccanica del fenomeno. Al contrario di tanti (due nomi soli e illustri: Alesina, Giavazzi) di turno che continuano a sopire, chetare, chetare, sopire…: no, assicurano, professori universitari che sono, i risparmiatori non hanno troppo da preoccuparsi…

Ma dite anche un po’ se mai chi scrive si deve, piuttosto che con loro, trovare d’accordo con uno come Giulio Tremonti, che – nato anche lui su quel ramo del lago di Como come il Conte zio manzoniano del chetare e sopire – qui non sopisce per niente e dice che questa è crisi vera, come quella del ’29 – e qui forse esagera un po’ – e che – qui secondo noi, invece,ha proprio ragione – è colpa della globalizzazione non regolata…

Stavolta, quando finalmente a gennaio 2009 George Walker Bush lascerà la Casa Bianca, sarà difficile al suo successore, chiunque egli/ella poi sia, dirsi sorpreso dello stato comatoso delle finanze pubbliche che avrà ereditate. Negli anni, la sua Amministrazione ha costruito quella che, nel Dr. Stranamore, l’ambasciatore sovietico Alexei De Sadesky chiama, in altro contesto ricorderete, “macchina fine di mondo”: perché nel 2010 vengono a scadenza, e tutti insieme, quasi tutti i tagli fiscali operati per i ricchi specie dal 2001 al 2003.

Non è una scoperta, lo sanno tutti e malgrado ciò, già in campagna elettorale, parecchi candidati parlano di estendere quelle agevolazioni fiscali e, insieme, di nuove e costose iniziative di politica sanitaria. I repubblicani, in genere, sono per rimandare di almeno un altro decennio il redde rationem semplicemente estendendo i tagli di Bush e approfondendo i buchi, quelli commerciali e di bilancio. I democratici pensano di lasciare in vigore solo i tagli per i redditi inferiori ai 200.000 $ all’anno e, insieme, di non far salire le tasse per le classi medie.

Ma il fatto è che tutti i nodi che tengono in rosso profondo i conti verranno al pettine insieme, tra fine 2008 e inizio 2010: incluse le perdite di 2.000 miliardi di $ di entrate in dieci anni— che hanno beneficiato quasi esclusivamente ai redditi alti; e anche i 1.000 miliardi di $ di mancate entrate per l’immediato futuro se non verranno alzate le tasse ai redditi medi, in alternativa alla cosiddetta minimum tax alternativa.

E, a meno di qualche coraggioso scatto di reni – in campagna elettorale, però, improbabile –, al pettine i nodi verranno davvero[55].

In sintesi – e per concludere sul punto della crisi di borsa, della crisi dei mutui, della crisi ipotecaria, di questo tsunami che segue lo scoppio della bolla speculativa edilizia e che, in forma e su terreni diversi, replica l’ondata di ritorno che, per lo scoppio della bolla speculativa di borsa, seguì e diede luogo alla recessione del 2001 – vale la pena di cercar di semplificare un ragionamento tecnico, inevitabilmente, e qualche poco ripetitivo. 

Non è vero che non se ne potessero accorgere, né allora né ora. Ma, a quanti fuori del coro – del mainstream – richiamavano alla realtà dei fondamentali, gli ambienti politici, quelli economici ortodossi ed i media non davano retta.

Il punto, che si vedeva ma veniva ignorato, era che i fondamentali del mercato di borsa allora (e in parte anche ora) come adesso, soprattutto, di quello edilizio erano e sono seriamente sopravvalutati: gonfiati.

Nel caso della bolla speculativa della borsa, ancora a inizio 2000 e dopo che la borsa aveva già cominciato a sgonfiarsi con segni crescenti di nervosismo, gli economisti che, per esempio, sotto l’autorevole nome e copertura della Fed di Philadelphia stilavano il cosiddetto Livingston Survey[56] si aspettavano ancora e ufficialmente andavano predicendo crescita forte e nuovi record nei valori e nei livelli di borsa…

Oggi, per il mercato edilizio, l’universalmente citato e più famoso “esperto”, David Lereah, capo economista dell’Associazione nazionale degli agenti immobiliari d’America, aveva monopolizzato le aspettative di mercato con pubblicazioni dal titolo, ora tragicamente esilarante, come quello del suo ultimo libro, Perché il boom edilizio non finirà e come puoi trarne profitto Tutti i media citavano lui[57], tutti su quanto diceva scommettevano; ed i pochi che dubitavano della saggezza di chiedere all’oste se il vino era buono, al meglio li trattavano – come dicevamo – da menagrami…

Chi studia le cose economiche ma sfugge al preconcetto che compito dello studioso sia quello “patriottico” di sostenere la politica del tutto va ben e del viviamo nel migliore dei mondi possibili, spiega adesso – ma aveva provveduto a segnalare da anni, in realtà: adesso lo rispiega, piuttosto[58] – come e perché le cose sono andate e non potevano che andare così.

Grosso modo, fino al 1995 e come tendenza globale, i prezzi di vendita delle abitazioni si sono mossi seguendo il tasso medio di inflazione. Ma dal 1995, e scontata l’inflazione, erano saliti più del 70%. Da questa crescita, del tutto anomala, voluta dalla speculazione edilizia e spinta dalla grande domanda di case, era nata una bolla da 8.000 miliardi di $.

Ma proprio la crescita dei prezzi edilizi ha portato a un’offerta eccessiva, eppure assolutamente prevedibile, e infatti prevista, di case: mai vista prima nella storia del mercato, con scorte di case invendute arrivate a superare, col 70%, il record storico precedente e con le case di proprietà non abitate che toccano quasi il doppio del picco precedente.

Ora, la correzione della bolla edilizia butterà probabilmente in recessione l’economia ed è possibile che si possa trattare di una brutta recessione. Per riportare le scorte di case a livelli normali, l’attività edilizia dovrà scendere molto più di quanto abbia fatto finora e con essa calerà tutta l’economia. La perdita di fino a 8.000 miliardi di $ della bolla porterà a una contrazione secca dei consumi con una risalita a livelli normali del tasso di risparmio.

Ancora: la grande esuberanza di questi ultimi anni sviluppatasi intorno all’edilizia ha già causato una forte sopravvalutazione dei titoli in borsa sulle tendenze di lungo periodo. Il che significa, man mano che si sgonfia il mercato edilizio, anche la forte caduta del mercato dei titoli.

Ecco: la colpa specifica di politici, economisti e media è stata quella di non prestare attenzione ai fondamentali reali dei mercati di borsa e edilizio, lasciando così le bolle speculative gonfiarsi fino a livelli davvero pericolosi. Con conseguenze serie per l’economia tutta intera e per decine di milioni di famiglie il cui patrimonio principale e, spesso, unico era una casa che adesso risulta di gran lunga sopravvalutata.

Il meccanismo ormai è, però, trasparente: adesso tutti, governo e industria edilizia compresa, dicono la verità – il NYT titola di Calo previsto nel prezzo medio delle case americane – anche se tendono a sminuire, comprensibilmente. Quello che non ci pare più scusabile è il commento del giornale: “questo rovesciarsi di posizioni appare particolarmente scioccante visto che molti esponenti del governo e dirigenti dell’industria edilizia avevano detto fermamente proprio l’opposto: che non ci sarebbe mai stato declino nel settore[59].

Quando invece è proprio l’ottimismo forzato delle letture ufficiali – e l’ovvia prudenza che avrebbe imposto a questi propalatori dell’ottimismo ufficiale di mai dire mai – che avrebbe dovuto mettere tutti ben sull’avviso, come abbiamo appena finito di argomentare...

Ma è come per tutti i pesci grossi di imprese che falliscono e pigliano comunque miliardarie liquidazioni e premi di (sic!): c’è mai qualcuno di loro, su questo mercato del lavoro fatto da pochi figli dell’oca bianca e tantissimi di oche del tutto normali, che sia davvero chiamato a pagare – di suo, diciamo, in contanti – per i disastri che ha provocato?  

E, poi, ancora a proposito di “modello americano”… Prima o poi – ma sarà poi, vedrete – bisognerà prendere per le corna un problema drammatico del quale questo paese non ha ancora proprio preso coscienza e all’estero in pochissimi si rendono conto. E’ quello segnalato e studiato da due economisti, dell’università di Santa Fè e di Siena, il primo, di quella del Massachusetts a Boston, il secondo, il cui ragionamento proviamo qui, inevitabilmente, solo a riassumere ma che raccomandiamo a tutti di prendersi la pena di leggere bene e per esteso (e non fa male che il paper sia scritto, per un documento tecnico ed economico, in modo particolarmente scorrevole)[60].  

L’America avrebbe, anzi ha, sviluppato un’economia da guarnigione con oltre un quinto della propria forza lavoro impiegata nella veste di guardiani, addetti alla sicurezza, carcerieri, poliziotti: che, invece, di produrre sorvegliano quel che viene prodotto. Nei 200 anni e poco più di vita degli Stati Uniti questo numero di guardiani-guardioni è aumentato costantemente.

Ora, lo studio di cui stiamo parlando scopre e documenta che maggiore la porzione di forza lavoro impiegata in questo modo, maggiore la diseguaglianza sociale. In scala, subito dopo gli USA, viene l’altro paese anglo-sassone, poi la Grecia, poi a scendere un po’ tutti i paesi dell’occidente e la Russia e, con il 10% circa della forza lavoro, alla fine dell’elenco Svizzera, Islanda e Svezia.

Parte della spiegazione, dicono gli Autori, è l’iperprofessionalizzazione di ogni mantenimento dell’ordine: “negli USA – notano – se il vicino fa troppo rumore, non si bussa alla parete né si telefona, si chiama la polizia”. Nel 2012, secondo le proiezioni del Dipartimento per la Sicurezza nazionale, nelle scuole superiori ci saranno più guardie che insegnanti e il numero dei poliziotti (da quelli federali a quelli del precinto di quartiere) che mantengono l’ordine a casa supererà quello dei soldati che combattono all’estero”. Sempre che per allora non abbiano allargato le guerre in Iraq e in Afganistan  magari aggiungendoci anche l’Iran e chi sa chi altro ancora…

E, negli USA, gli Stati con il più elevato tasso di ineguaglianza, come New York e la California, impiegano più addetti alla guardia delle cose e alla sicurezza delle persone di quelli, come il Wisconsin o lo Iowa, dove le differenze economiche e sociali sono più ridotte.

Dice il vecchio racconto di Agatha Christie, quello dei dieci piccoli indiani, che man mano… finché, ricordate?, ne restò uno… anzi, non ne restò più nessuno. Bè, ora siamo arrivati quasi alla fine della lista. Karl Rove, di cui il Wall Street Journal lamenta la dipartita (politica, si capisce, politica) come quella dell’ alter ego di Mr Bush” (certamente, il suo primo confidente: nei giorni buoni il presidente lo chiamava “ragazzo genio”, o l’ “architetto”, in quelli cattivi, familiarmente, “bocciolo di stronzo” (dice che è un detto texano[61]…), a metà mese lascia la carica di consigliere massimo e primo di politica interna del presidente.

Poi, a fine mese, Bush perde per dimissioni pure il ministro della – si fa per dire – Giustizia, Alberto Gonzales (di cui, più avanti: lui chiamato, afettuosamente “Fredo”, da Gorge W.: Fredo, come il fratello cretino della saga dei Corleone, quelli del Padrino di Mario Puzo). Insomma, comincia a venir fuori come cominci a funzionare laltro proverbio, quello dei topi che scappano via, prima uno a uno e poi a catena, dalla nave che affonda.

Come gli va riconosciuto, Karl Rove, il consigliere politico più vecchio e efficace dell’entourage di Bush, è stato colui che è riuscito a trasformare il giovane Bush, un ex alcolizzato e imboscato alla leva, in un personaggio rimpacchettato a politico born againrinato (rinato al Signore…) e adottato dalla macchina da voti che in questo paese sono i trenta milioni di fondamentalisti religiosi: quelli non islamici.

Perché, di fondamentalisti qui ce n’è a bizzeffe, gente che crede col cuore e il cervello che la Bibbia ha un valore letterale – insomma: Dio avrebbe creato il mondo e l’universo letteralmente in sei giorni… e il settimo si riposò) proprio come qualche decina di migliaia di binladenisti jihadisti giurano sul fatto che a essere preso alla lettera, invece, è il Corano.

Karl Rove, vero dottor Viktor von Frankenstein del XXI secolo, capace di inventarsi il presidente Frankensbush, dopo aver proposto e fatto votare, il prodotto all’anima più bigotta e conservatrice del paese, decine di milioni di americani. Prima, come governatore del Texas e, poi, per due volte, come presidente degli Stati Uniti d’America. E, nel farlo, è riuscito a ridurre il partito democratico a un ammasso di contraddizioni e di dubbi, di culture politiche configgenti e di confusione dalla quale solo ora comincia a riprendersi. Ma con enorme difficoltà.

Un genio come stratega elettorale, ci sono pochi dubbi, manipolatore della politica e come inventore e ordinatore di trame e imbrogli politici. Che hanno efficacemente abbindolato tutta una nazione. Ma che, semplicemente, non funziona più. E’ “la leggendaria reputazione di Karl Rove che ha cominciato a svanire con le elezioni del 2006 e ha continuato ad essere erosa, da allora, quasi ogni giorno[62].

Il fatto è che non c’è uno solo tra i candidati della campagna presidenziale di parte repubblicana che oggi cerchi Bush, l’aiuto di Bush, e non c’era più nessuno che tenesse a farsi associare alla figura di un grande maneggione ormai patentato (quello che conta non è esserlo, ma essersi fatto scoprire) come Karl Rove. Certo, che l’uscita con cui Rove, per ora, chiude la sua carriera[63] attaccando i democratici perché – dice – sono loro ad aver demonizzato Bush, secondo loro colpevole dei guai in cui l’America si è cacciata in politica internazionale per aver “deliberatamente ingannato il paese”…

E’ un modo di dire davvero curioso, quel “deliberatamente”. Che, in un impeto unico di sincerità, Rove voglia forse dire che il presidente non era mai stato cosciente davvero di mentire quando giurava che le armi di distruzione di massa di Saddam ne facevano un pericolo grave e imminente per gli Stati Uniti d’America? Perché le cose sono due, allora: era uno sciocco, o era un furfante? è sempre stato uno sciocco, o è sempre stato un furfante? o, forse, è sempre stato una combinazione dei due?

Sic transit, dunque… ma, purtroppo, al presidente più manipolatore e più manipolato della storia restano ancora un anno ed alcuni mesi alla Casa Bianca.

Il fatto è che c’è anche da considerare il modo in cui, in soli otto mesi, i democratici sono riusciti a buttare alle ortiche la loro credibilità su questo, il punto da anni nevralgico della politica americana: l’Iraq, quello su cui i loro elettori, la maggioranza, li avevano chiamati a rovesciare la politica del presidente— non a cercare di darle un volto in qualche modo impossibilmente più umano.

E il fatto, a nostro avviso tragico, è che tutti i candidati a oggi per le presidenziali – tutti, uno solo escluso – partono dal presupposto – politico e prima ancora culturale – di fondo che la politica estera interventista, a dir poco, dell’America debba proseguire. Sono solo i dettagli sul come farla proseguire che cambiano.

Dicevamo che solo uno, un vecchio ginecologo del Texas, settantre anni, ancora in attività, un repubblicano storico, conservatore – di quando i conservatori, alla Eisenhower, pregiudizialmente aborrivano le avventure armate all’estero ed erano convinti che il welfare fosse soprattutto questione di generosità personale, da incoraggiare in mille modi diversi ma soprattutto con il taglio alle tasse personali: si chiama Ron Paul, è un vecchio congressista del Texas ed è considerato da tutti assolutamente ineleggibile, proprio perché è uno tanto chiaro e tanto pulito.

Né c’è alcuno dei candidati, in realtà forse ormai proprio nessuno in tutto il Congresso – due, tre eccezioni: comunque contate su una mano, credeteci – a chiedersi della legittimità, anzi meglio e più strettamente definita, proprio della legalità della presenza americana in Iraq…

Ricordate?

• Bush intervenne e invase a marzo del 2003 l’Iraq senza alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza ad autorizzarlo. Malgrado le pressioni che a nome suo Colin Powell che poi confesserà di essersene vergognato ma che lo fece comunque – anche mentendo e recitando scenette ridicole, con la fialetta “avvelenata” sulle armi chimiche di Saddam e le foto truccate delle “armi di distruzione di massa” esibite in televisione – non riuscì a mettere insieme i nove voti, e non solo per i veti che se il Consiglio si fosse espresso lo avrebbero – teoricamente – bloccato. Decise così, semplicemente, di saltare il passaggio.

• Poi, qualche settimana dopo l’anche troppo facile rovesciamento del governo iracheno – troppo facile ed illusorio: questa Nota può ben dirlo alto e forte, perché lo dicemmo allora e, dopo, da sempre… – nel maggio del 2003 la risoluzione no. 1483 del Consiglio riconosceva, come governo di fatto dell’Iraq, ma a denti stretti, “il potere occupante – testuale – sotto comando unificato”.

• Nell’ottobre del 2003, dopo il “mission accomplished” bushista e i primi spuri, apparenti successi, il Consiglio fece un passo ulteriore e conferì non agli USA come tali – pura ipocrisia – ma alla coalizione dei cosiddetti “volenti” guidata dagli USA il mandato di dare stabilizzazione e stabilire la sicurezza in Iraq. Il mandato sarebbe cessato entro un anno, ma il Consiglio avrebbe potuto riconsiderare la scadenza “in considerazione del punto di vista di un governo iracheno rappresentativo ed internazionalmente riconosciuto”.

• A giugno del 2004, la risoluzione no. 1546 del Consiglio stipula che “al 30 giugno 2004, cioè a fine mese, l’occupazione avrà termine, l’Autorità della coalizione provvisoria cesserà di esistere e l’Iraq riaffermerà la sua piena sovranità”.

• Da allora, nel 2005 fu il primo ministro iracheno al-Jaafari e nel 2006 il primo ministro al-Maliki a chiedere al Consiglio di rinnovare il mandato, formalmente, della coalizione.

Ora, il mandato scade a dicembre. Ma

• A giugno 2007, il parlamento iracheno ha passato esso una risoluzione che chiede di dire sì o di dire no a un’altra simile richiesta del primo ministro. Al-Maliki non ha controfirmato la risoluzione che, quindi, non è diventata legge. Ma il nervosismo crescente tra lui e Washington potrebbe anche portarlo stavolta a firmarla.

• E il parlamento, da parte sua, ha già riapprovato un’altra risoluzione che chiede al governo di stabilire un’agenda, per un ritiro ormai prefissato, di tutte le truppe straniere: la stesa richiesta avanzata dalla maggioranza del Congresso e degli elettori d’America.

Insomma, da dicembre, senza un rinnovo esplicito del mandato su richiesta degli iracheni, l’ipocrisia della legittimità e della legalità della presenza delle truppe americane in Iraq diventerebbe proclamata.

Bush ha già detto che se ne fregherebbe (“resterò qui finché resto alla Casa Bianca”). Ma forse il popolo americano, e il suo tremebondo Congresso stavolta no. E la cosa potrebbe importare anche di più, molto di più, agli iracheni cui sembra mancare giusto il pelo finale per mandare tutto all’aria…

D’altra parte, tra i democratici americani comincia a serpeggiare un timore niente da poco. La conseguenza della loro incapacità di chiarezza e di pulizia intellettuale è che, secondo l’ultimo sondaggio Gallup, oggi – solo qualche mese dopo una vittoria elettorale giocata tuta sul no alle truppe in Iraq, appunto – il Congresso gode (si fa per dire…) di un tasso di fiducia del 14%: il più basso da quando l’agenzia più autorevole del mondo ha cominciato a fare ai potenziali elettori questa domanda e ben cinque punti sotto il 19% dei repubblicani un anno fa[64].

Insomma, questo è il sospetto. questi sono anche capaci, perfino dopo Bush, di riconsegnare la Casa Bianca a un inquilino repubblicano

Vedete, alla, faccia di tutte le sue durezze, il presidente americano non ci crede più affatto di poter vincere la guerra. Perché, se mai fosse possibile, lo sarebbe solo impegnandovi risorse sufficienti. Cioè, anzitutto ed almeno, un massiccio input di truppe, tale da re-imporre la leva obbligatoria— cosa che in questo momento nemmeno una popolazione in generale succuba come questa sarebbe disposta a ingoiare. E Bush, questo, lo sa.

D’altra parte, cercare di mandare più soldati in Iraq, o di estendere ancora la presenza al fronte di chi già ci sta, per la seconda o la terza volta magari  – e succede spesso: con turni al fronte che diventano terrificanti corvées – significherebbe limitare e diluire dovunque altrove nel globo la presenza e l’agibilità operativa delle truppe americane. Qualcosa di cui questo presidente, e i generali che gli vanno dietro, non vogliono sentire parlare.

Insomma, visto che i leaders politici e militari in America non sono in grado di fare l’una scelta né l’altra, le truppe bisognerà ritirarle. Ma allora, per restare, bisognerebbe modificare del tutto la mission, riciclarsi sulla diplomazia, abbassare soprattutto la cresta. Non sembra che a questa drastica scelta nessuno sia pronto: né il presidente né il Congresso né nessuno dei candidati mainstream, come si dice, tra quelli che vorrebbero strappargli la Casa Bianca sembra disposto a fare…

Secondo alcuni, in definitiva comincia ad avanzate il sospetto che il lascito bushista potrebbe anche sopravvivergli. Perché potrebbe anche darsi che Bush sia stato il sintomo, e non la causa; e che il disprezzo di Rove e del resto della banda bushotti per la realtà del mondo com’è sia, in effetti, un genuino riflesso di come la maggior parte degli americani, oggi, vedono il mondo.

Anni fa, proprio Rove – anche se tentando con poco successo di restare anonimo – spiegò per bene in un’intervista restata famosa, la megalomani a profonda di questa Amministrazione, la sua, quella del capo suo: che l’unica realtà, ormai, è quella che viene creata dagli Stati Uniti onnipotenti d’America e subita da tutti gli altri.

No, non è  così che funziona più realmente il mondo. Adesso, noi siamo un impero e, quando agiamo, la creiamo noi, la nostra realtà reale. E mentre voi perdete tempo a studiare la realtà, noi passeremo di nuovo all’azione, creando nuove realtà, che voi potrete anche studiare e3d è così che le cose ormai andranno avanti. Noi siamo gli attori della storia e voi, tutti voi, sarete destinati a studiare quel che facciamo noi[65].

E’ il vecchio sarcastico detto, più semplice e altrettanto arrogante, che “chi può fa, e chi non può chiacchiera”. Solo che stavolta, come del resto da parecchio tempo, non sono in pochi a voler mandare all’aria questa rilettura specifica della realtà reale…

Il problema è che la virtù che agli americani manca di più, purtroppo, e più che a ogni altro popolo al mondo, è l’umiltà… Il giorno che a New York, o a Pocahontas (Iowa, 1.970 abitanti), sulla rispettive V strad, non vedrete una gigantesca bandiera a stelle e strisce esposta a ogni due o tre finestre, allora sarà forse il segnale che qualcosa cambia.

Ma il fatto chiaro ormai, anche per gli osservatori distratti che però tengono gli occhi aperti e siano  in buona fede, è che, su qualsiasi altra cosa possano litigare iracheni, americani e inglesi, su un punto cruciale sono tutti d’accordo: in tutti e tre i paesi, sono ampie la maggioranze che ormai apertamente si oppongono all’occupazione dell’Iraq, maggioranze larghe che vogliono veder tornare a casa loro tutte le truppe.

Americani e iracheni, alleati superiore e inferiore, litigano ormai apertamente e di brutto, proprio  sull’essenziale. Il giorno che per i primi le cose si fanno ancora più tragiche (almeno per chi ancora calcola il costo delle proprie avventure anche in sangue…), il giorno in cui “cade per una mancanza meccanica”, e ammazza quattordici militari, un elicottero UH-60 Black Hawk (bé, cade…: lo dicono i militari stessi[66]; come l’hanno detto tante altre volte nel recente passato, salvo poi ammettere che di abbattimento vero e proprio si era trattato…), proprio quel giorno scoppia in pubblico l’alterco duro tra Bush e il primo ministro al-Maliki.

Al presidente che lo richiama a fare di più, molto di più, per metter fine alla violenza settaria che squassa l’Iraq e costruire un governo vero e proprio di unità nazionale, s’aggiunge a distanza di poche ore a Bagdad l’Ambasciatore Crocker, a dire del comportamento “estremamente deludente” del governo iracheno e che il sostegno americano all’Iraq non era affatto “scontato”.

Naturalmente, non può essere vero in quanto, come dice l’antico adagio, Bush e al-Maliki sono l’uno all’altro legati ormai come l’impiccato alla corda. E il secondo – che, come Bush non è certo un Führer incontrollabile e, comunque, all’opinione pubblica non può dare l’impressione di esserlo, non è un qualsiasi Petain sottomesso e, comunque, all’opinione pubblica sua, o almeno a quella dei suoi, non può dare l’impressione di esserlo – ha risposto, immantinente, che nessuna nazione al mondo ha il diritto di fissare nessuna “agenda” per l’Iraq e che il suo paese può comunque e sempre “trovarsi amici altrove[67], vale a dire ovviamente in Iran.

Sono solo parole (la corda e l’impiccato, si diceva) ma significative. Come la reazione immediata di Bush che “ad un pubblico di reduci americani dall’Iraq, fedelissimi [da mesi parla in pubblico solo davanti a un pubblico selezionato e invitato], si affretta a dire che Nuri al-Maliki è ‘un brav’uomo’ e che non spetta ai politici di Washington decidere del suo futuro[68]… Come se finora non avessero fatto sempre e proprio questo.

Brav’uomo” o meno – e, certo, metterla così è piuttosto ridicolo – questo è un altro incredibile sbaglio bushista: il problema non è se è bravo o somaro, al-Maliki, né la sua la ristrettezza mentale o la sua incompetenza: perché l’attuale primo ministro, come i suoi due predecessori, come il suo successore sono “i prodotti logici del sistema che hanno creato qui gli Stati Uniti.

    Un sistema che scientemente ha empowered la maggioranza sciita a lungo repressa e deliberatamente marginalizzato la dominanza sunnita a lungo dominante. Un sistema destinato a produrre qualcuno assai simile al signor al-Maliki, uno sciita settario molto più interessato a regolare i conti del passato che a riconciliare gli iracheni nella condivisione di potere indispensabile per una democrazia unificata e pacifica nel paese[69]. Però, notate due cose:

• La prima è che anche qui serpeggia, per benintenzionata che sia, una visione di sé come qualcuno, gli Stati uniti d’America, che sarebbe in grado di “empowerare” qualcuno semplicemente mettendolo al potere formale: e che così non ha funzionato, invece, non funziona e bisognerebbe avere l’onestà, più che il coraggio se volete, di confessarlo. Anzitutto a se stessi.

• La seconda, che David Petraeus, George Bush, Donald Rumsfeld e Condoleezza Rice non confesseranno mai agli americani, è che la storia dei loro quattro anni e più di guerra in Iraq – più lunga della seconda guerra mondiale – è segnata tutta dalla contraddizione, lampante ed irriducibile, che dal primo momento li lacera.

    Quella che fa a cazzotti tra la voglia di sconfiggere duramente gli insorti sunniti, gli uomini di Saddam, da una parte, e dall’altra l’estrema cura di farlo, per quanto possibile, evitando poi di consegnare una vittoria lampante agli sciiti al governo e, soprattutto, agli amici degli iraniani, pure loro sciiti e per loro tramite agli iraniani stessi.

    L’antinomia, insomma, è quella tra il sostenere strategicamente la struttura odierna, e in  buona sostanza sciita, dello Stato iracheno messo in piedi da loro; e il fatto per cui, come poi non può non constatare il comandante americano, tre quarti dei soldati americani uccisi o feriti in Iraq nel mese di luglio sono stati colpiti da miliziani sciiti[70].

Intanto, a Washington e nello stesso Iraq imperversano scenari su scenari relativi al ritiro. Il che non vuol dire, però, che la cosa stia lì lì per succedere. Dopotutto, Richard Nixon venne eletto presidente nel 1968 sulla promessa di farla finita con la guerra del Vietnam e le truppe americane stavano ancora laggiù cinque anni dopo.

E’ anche chiaro poi, e non solo per i tre paesi così direttamente più coinvolti ma ormai per tutto il mondo, che in Iraq gli Stati Uniti hanno già sofferto una pesante sconfitta strategica. Era cominciata, e il mondo l’aveva subito vista, come un’invasione flagrante di stampo antico: l’occupazione di un paese sovrano manu militari e il cambio del suo regime operato a forza di bombe.

Ma era un’invasione verniciata dei colori sgargianti della libertà da far recuperare (solo che non c’era mai stata, lì come in tantissimi altri posti del mondo, la libertà…) a un popolo intero: cui non avevano davvero creduto se non per puro opportunismo che un po’ di governi. In realtà era la  dimostrazione creduta facile di un potere imperiale che si riteneva incondizionato e incondizionabile e voleva imporre il suo volere nel cuore del mondo arabo e islamico a una serie di apersi produttori di greggio.

Un’invasione che, garantiva Cheney, doveva durare un mese, con il dispiego di due o tre divisioni e col ritorno rapido e glorioso a casa, tra bandiere spiegate e profitti assicurati. Ma un’invasione che, in realtà, si è dimostrata si è dimostrata fatalmente vulnerabile alla “guerra asimmetrica”.

La guerra asimmetrica, quella del mordi e fuggi, del tira il sasso e nascondi la mano che Benjamin Franklin aveva raccomandato e George Washington praticato con successo contro le truppe del generale Cornwallis e del re Giorgio III nella guerra di indipendenza americana…   

E’ di questo che oggi tutti, e l’America anche, pur cercando di rinviare l’inevitabile, di mettere la sordina alla realtà, sta prendendo coscienza. Rinviare o mascherare… Ma, se non si risolve il problema di fondo – la concezione missionaria e imperiale che tanta parte dell’America continua ad avere di sé – non si risolverà niente. E non ci sembra – purtroppo – che l’America – le classi dirigenti d’America – sia ancora pronta a capirlo[71].

Infatti, Robert Gates, il ministro della Difesa, già qualche tempo fa ha lasciato capire che la tentazione vera, in fondo la prima, sarebbe quella di restare, confinando magari un contingente di truppe ridotto in una decina di grandi basi disseminate nel territorio iracheno per garantirsi comunque il controllo del territorio. E del petrolio che ci sta sotto… ma anche questa, con un paese che ormai sta deflagrando in tanti piccoli pezzi, è un’altra illusione.

Megalomania, probabilmente. Come quella che, in questi giorni, sta vedendo dare gli ultimi ritocchi al monumento più incredibile che gli americani abbiano eretto – e mai erigeranno, visto come vanno le cose – alla loro guerra in Iraq[72]: dentro la “zona verde”, l’unico pezzo di territorio ormai controllato non solo da loro ma da tutta la coalizione e dal governo iracheno a Bagdad, hanno messo su sulle rive del Tigri la più gigantesca ambasciata americana che esista al mondo.

La più grande, con più di 1.500 impiegati, estesa sulla dimensione di 80 campi di calcio, disegnata per essere del tutto autosufficiente senza dipendere in alcun modo (elettricità, acqua, gas, servizi…) da nulla che sia iracheno. Ed anche la più costosa: spesa autorizzata dal Congresso, tre anni fa, $600 milioni, che arriveranno alla fine almeno al doppio.

E, a respingere la tentazione, diciamo, del “trinceramento a prescindere”, quella per gli occupanti di ridurre comunque le loro truppe: sarebbe il piano di ripiego della Casa Bianca, questo, mentre la maggioranza del Congresso, al solito, prima di arrendersi farà mostra di qualche ammoina di più.

L’idea del presidente sembra essere quella di trincerare le decine di migliaia di GI’s che resteranno in Iraq in una decina di campi fortificati: un piano di gran lunga lontano da quello chiesto, fuori ed in Congresso, i veri oppositori della guerra[73].

Il piano vero del presidente sembra essere quello che gli è sfuggito – forse casuale, forse studiato – buttando, come si dice troppo sportivamente, il cuore oltre l’ostacolo nella riunione di reduci dell’Iraq cui abbiamo accennato— o, meglio, sfidando sapendo forse di rischiare poco in considerazione della fragilità di una maggioranza che non fa il suo mestiere mettendolo con le spalle al muro.

Così Bush, facendo un paragone molto arrischiato con la guerra del Vietnam[74], ha detto tondo che “le truppe americane resteranno comunque in Iraq finché lui sarà presidente[75]; e, forse per la ragione anzidetta di un Congresso che non osa fare ciò di cui pure è convinto, potrebbe anche riuscire a spuntarla, resistendo fino alla (sua) fine…

Ma, certo, se mai ardisse, ed è possibile – dalla sua ha la ragione, la storia, la tradizione, i numeri per forzare una procedura di impeachment – la fine della presidenza Bush potrebbe anche essere anticipata… non purtroppo, ci sembra, la fine dell’avventura irachena: appunto, fino all’ultimo minuto possibile…

Ma, così, saranno solo le ulteriori escalations di una resistenza armata feroce e di massacri scatenati contro la popolazione civile (un attacco coordinato di quattro terroristi suicidi, mirato contro una piccola comunità etnica, gli Yazidi, nel nord del paese, ha fatto subito prima di Ferragosto 500 morti e 1.500 feriti) a sbloccare, atrocemente, l’impasse[76].

Due anni fa, ancora il vicepresidente Cheney aveva assicurato il paese che l’insorgenza ormai “stava esalando i suoi ultimi respiri[77]: evidentemente come la notizia “alquanto esagerata” della morte di Mark Twain, riferite da Mark Twain. Ma, mentre il mondo, e i media del mondo, sono sempre più andati concentrando la loro attenzione sulle atrocità che portano il timbro, vero o falso che sia, di al-Qaeda e sui massacri interetnici, la guerra di guerriglia, quella asimmetrica contro le forze di occupazione, non ha mai rallentato. La media, ormai, è di cinquemila attacchi ogni mese, venti volte di più che quattro anni fa, e sale la lista dei caduti americani ed inglesi...

L’Iraq sta vivendo la sua crisi politica – e non solo politica – più acuta dalla caduta di Saddam. Il consenso nazionale, dei tre gruppi etnico-religiosi, su cui si era basata tutta la traballante costruzione messa in piedi dall’occupazione americana in poi, sta saltando. La crisi sul territorio aumenta, certificano i reporters statunitensi in loco – o, almeno, nella zona verde – con “l’aumento della violenza settaria sotto il martellamento continuo degli assalti meccanizzati americani che hanno accelerato di molto non solo l’esodo delle popolazioni ma anche la frantumazione del paese in tante enclaves settarie[78].

A Karbala, a fine agosto, anche una cinquantina di morti fra fazioni tutte sciite ma tutte opposte l’una all’altra: non più solo una guerra tra sette, come si accennava, ma anche dentro ogni setta… L’anarchia totale, insomma. E, adesso, prima ancora che gli americani poi se ne siano andati. Anzi proprio quando sono lì al massimo della loro presenza.

Sul piano dell’implosione politica, tutto il blocco sunnita, che pure non è per niente un monoblocco, ha abbandonato il governo accusandolo di non far niente (anzi…) per frenare i massacri di sunniti da parte delle milizie sciite. E il parlamento rifiuta, o comunque non è in grado, di fare quanto gli chiedono gli americani.

Che sarebbe, poi, di legiferare per rispettare il massimo numero possibile dei diciotto benchmarks: leggi, misure, riferimenti su come le cose vanno in Iraq e su cui il Congresso chiede all’Amministrazione di rispondere per metà settembre. Ma non lo fa. Anzi, secondo costume – d’altra parte, con 40° all’ombra, si capisce pure –, in agosto se n’è andato in ferie – sollevando in America molto malumore[79] – mentre in tutto il paese esplodevano gli attentati peggiori, per lo più contro i civili, e le incursioni americane peggiori di sempre, per lo più anch’esse contro i civili[80].

Tant’è… il nuovo comandante in capo delle truppe americane il generale David Petraeus, è uno cui non potrebbe importarne di meno dell’equilibrio dei poteri costituzionali, presidente e Congresso. Così mette le mani avanti e candidamente (spudoratamente? militarmente?), annuncia al Times di Londra[81]: da quel che ho capito e che, comunque, io penso, ha detto, settembre “è la scadenza per un rapporto, non certo per un cambiamento di linea”. E questa, per quanto potrà poi strepitare l’impotente Congresso degli Stati Uniti d’America, è la linea sua e quella cui il presidente s’è ormai disperatamente attaccato.

La colpa – dice a denti stretti il generale Raymond Odierno, comandante sul campo della coalizione “dei volenti” in Iraq – che è un militare di carriera e sa quanto sia poco serio lamentarsi se Tecoppa non sta lì fermo a lasciarsi infilzare, e degli sciiti non proprio legati al governo ma armati e addestrati dagli iraniani… Come se di addestramento particolare in Iraq qualcuno avesse ancora bisogno e come se di armi, qui, non ce ne fossero di per sé in giro abbastanza…

Tanto più che è confermato, poi, come e qualmente risulti che gli americani si siano “persi” in  Iraq più di centomila pezzi di armamento, da quello leggero a quello pesante… Questo, che sicuramente è l’esercito regolare più potente del mondo, qualche volta, qui in Iraq spesso davvero, sembra il leggendario esercito di re Franceschiello…

Così un’ispezione recente[82] ha rilevato (non proprio rivelato: si sapeva già, solo che adesso si è anche fatto il conto preciso) che le forze armate statunitensi non sono in grado di render conto almeno di 111.000 mitragliatori AK-47 e di 80.000 pistole a ripetizione distribuite – dicono – alle forze di sicurezza irachene.

Sarebbe il 30% delle armi distribuite in Iraq negli ultimi tre anni ad essere così diventato uccel di bosco, conclusione raggiunta mettendo a confronto i registri del Comando multinazionale di transizione delle forze di sicurezza in Iraq (MSTC-I) e quelli tenuti al Comando del generale Petraeus: che, prima di diventare comandante in capo di tutti i comandanti in capo in Iraq, era responsabile proprio dell’addestramento e della fornitura di armi agli alleati iracheni…      

Nel paese, ormai le testimonianza di reporters che continuano ad essere “embedded” – incastonati, inglobati, come si dice – tra truppe amiche per forza di cose – gli insorti – ormai è, però, una testimonianza sempre meno ossequiosa verso la vulgata, i comunicati stampa e i filmati pre-programmati dall’autorità militare e politica in campo; come, del resto, sempre meno ossequiosi sono ormai gli stessi soldati che se ne fregano, sempre più spesso, delle mordacchie imposte dai superiori e attestano di un esercito americano “prostrato, esausto, assediato dalla fatica da combattimento in una nuovo tipo di guerra cui nessuno lo aveva preparato e che va avanti a lattine energetiche di Red Bull e di Rip It [83]

Tutta la griglia elettrica dell’Iraq è sull’orlo del collasso con una domanda che sale, scarsi rifornimenti, un impennarsi di sabotaggi e la decisione di diversi governi provinciali di staccare i loro impianti dalla griglia energetica nazionale. Il portavoce del ministero nazionale dell’Elettricità riferisce[84] di forniture energetiche che sono al minimo dall’estate del 2003.

E’ tale il disastro e l’anarchia montante, che Bush si è messo a far pressione perfino sulla disprezzatissima ONU perché rafforzi la propria presenza in Iraq e aiutare così – ma come, poi? – il corpo d’occupazione americano... malgrado quanto e come lui stesso abbia sprezzato e ignorato all’inizio dell’avventura irachena ogni ruolo dell’ONU perché lo considerava frenante.

Ma, adesso, che contano su un segretario generale voluto da lui, il sudcoreano Ban Ki moon da poco nominato e del tutto ossequiente, al contrario del predecessore Kofi Annan che ogni tanto apertamente difendeva l’indipendenza dell’organizzazione che amministrava, gli USA ci provano.

E riescono, dati i rapporti di forza oggettivi loro e quelli soggettivi di debolezza degli altri alle Nazioni Unite, a strappare un voto favorevole del Consiglio di Sicurezza (sulla mozione loro e, al solito, degli inglesi) tesa a rafforzare anzitutto l’entità della presenza dell’ONU a Bagdad e ad estenderne il mandato per “consigliare, aiutare ed assistere” il governo iracheno…

E’ un flatus vocis probabilmente, un’altra usurata pecetta messa a coprire l’impotenza politica della grande superpotenza: ma vi si prestano tutti, Italia compresa che, come è noto, adesso, è anch’essa nel Consiglio di Sicurezza…

Un pio desiderio, e lo sanno tutti, anche perché a scompigliare i piani bushisti ci sta pensando il sindacato interno del personale onusiano che ha votato all’unanimità la propria non disponibilità. Anzitutto perché – denuncia – troppa parte del personale è contrattualmente precario e non garantito, perciò afferma condizionato nella propria libera scelta dalla propria stessa precarietà.

E poi – domanda, abbastanza retoricamente – “come si può pretendere di estendere e prolungare il servizio del personale dell’ONU in Iraq – funzionari e tecnici dell’ONU non sono militari, dopotutto – quando  i soldati americani non sono più in grado di proteggere ormai neanche se stessi?[85].

Osservazione che verrebbe da dire del tutto scontata tanto è evidente. Ma che non basterà, probabilmente, a fermare la volontà politica. A fermarla e a far tornare indietro gli incauti – speriamo di sbagliarci… ma non ci contate[86] – sarà ancora un a volta il campo…

Dove, sordamente ma neanche poi troppo, si va sviluppando una dura polemica tra le forze di spedizione americana ed inglese. Se ne esce il gen. Jack Keane, un quattro stelle appena pensionato ma ammanicatissimo con la leadership attuale di questo Pentagono e di questo governo, che la situazione a Bassora, il territorio controllato a sud dagli inglesi, in mancanza dell’impegno di truppe sufficienti, “si è andata e si va ogni giorno deteriorando”.

E gli inglesi reagiscono, piccati, dicendo in sostanza agli americani di guardarsi la trave nel proprio occhio e che, nella zona che controllano loro, sono loro, “è il capo di stato maggiore delle forze armate britanniche a decidere il livello di impegno[87], comunque.

Parla di crisi incipiente dell’impero americano, intanto, uno che di fine degli imperialismi se ne intende – ed, anzi, della fine di quello sovietico è stato il primo responsabile: cosa che, tra l’altro, non pochi in Russia non gli perdonano – Michail Gorbaciov. Mentre in occidente molti, e anche giustamente, lo considerano l’artefice delle prime riforme democratiche in Russia.

In realtà – ma è un suo merito, a veder bene le cose obiettivamente – i due fenomeni hanno proceduto insieme anche se molti, a Mosca e dintorni, lo disprezzano accusandolo di aver aperto la strada al capitalismo selvaggio che nei primi dieci anni della nuova Russia, consolidato da Yeltsin, ha aperto la strada e stra-arricchito pochissimi ben ammanicati al potere gettando a lungo, per anni, in un umiliante stato di povertà la grande maggioranza dei russi.

Oggi Gorbaciov, con convinzione, tenta di far capire a chi magari non ci prova neanche dalle parti nostre le peculiarità della Russia e sostiene, in generale, le politiche di Putin, come in Russia fa la stragrande maggioranza dei russi. Ma ormai è anche passato all’attacco di quelle di Bush. Senza mezzi termini. Una critica che, venendo da chi da noi ha la credibilità di aver distrutto la vecchia URSS, da noi conta anche a prescindere da chi la dice poi per sensatezza di quel che dice.

Il fatto che gli americani vogliano sempre vincere, che soffrano del complesso del vincitore, è la principale ragione per un mondo così confuso e così complicato[88]. Gorbacviov non lo dice, ma potrebbe anche come in altre sedi far rilevare che è dal 1945, dopo tutto, che l’America non vince più neanche una delle sue innumerevoli guerre: se non, certo, a Grenada ed a Panama… Questa Amministrazione, invece, afflitta da questo complesso di superiorità, ha tentato di costruirsi un nuovo impero senza rendersi conto che gli altri non lo avrebbero supinamente accettato.

Alla testa di tanti leaders americani hanno dato gli inni alla vittoria nella guerra fredda, convincendoli di avere ormai le mani completamente slegate e libere di fare quel che volevano. Non hanno capito che “la guerra fredda l’abbiamo persa tutti e che tutti abbiamo vinto, invece, con la sua fine”.

Bisognerebbe, invece, che in America si decidessero a prender atto (anche per farci i conti, certo: ma razionalmente) del ruolo crescente del mondo islamico, dei cambiamenti che stanno avendo luogo in Russia, così come della crescita di Cina, India e Brasile: e che bisognerebbe continuare, e non contraddire, gli sforzi per il disarmo e contro la proliferazione nucleare.

Gorbaciov ha ragione ma non gli daranno retta. Non ancora, almeno…

Perché, accanto a qualità di conio raro (la generosità e la simpatia personale, l’apertura individuale al dibattito, anche se più raramente al dubbio, la varietà incredibile e, per chi non la constata da sé, la sorprendente complessità sociale, etnica, culturale e geografica, con tuta la varietà che essa genera…), la malattia endemica degli americani è che, presi insieme, peccano quasi tutti di arroganza e di ignoranza (se volete, viceversa).

Sintomatico – parlando di sanità, poi… – è che uno dei candidati repubblicani alla presidenza, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, pontifichi contro le proposte “socialiste” dei democratici sulla sanità dicendo che “noi dobbiamo farlo all’americana e che bisogna stare attenti alla trappola. Altrimenti è il disastro. Ci toccherebbe subire una sanità alla canadese, alla francese, all’inglese…[89]. Cadono davvero le braccia. Perché è proprio con l’Europa che, proprio senza conoscerla, Giuliani ce l’ha.

E’, appunto, come Bush, un ignorante – uno che ignora: ad esser buoni – la realtà delle cose e arrogante nella sua profondissima convinzione sbagliata di possedere la verità. L’avessero, una sanità all’europea – che tra l’altro costa al paese la metà della loro – i 47 milioni di cittadini americani, moltissimi i bambini, che non ne hanno alcuna, di copertura sanitaria…

E, ormai, non lo dicono solo loro. Un editoriale recentissimo, importante, del grande quotidiano di New York si raccomanderebbe assai alla lettura dell’ex sindaco di New York. Segnala sotto la domanda Ma questo è il miglior sistema sanitario al mondo?[90] – domanda assolutamente retorica – anche alcune risposte di lettori tra cui quella di uno che – nome e cognome e indirizzo, medico di professione - , in modo assolutamente appropriato, invece dà la risposta vera:

Ma perché mai – si chiede – esprimere sconcerto di fronte al fatto che l’economia più possente del mondo non produce il miglior sistema sanitario del mondo? Il fatto è che se un paese fa del risultato economico la linea di fondo su cui riposa tutto il sistema e, se l’economia in questione è, senza vergogna, truccata per favorire il 10% più ricco dei cittadini, non dovrebbe essere tanto sorprendente che quel sistema sanitario sia poi calibrato a funzionare esattamente nello stesso modo[91]. Già…

D’altra parte il Congresso, per l’ennesima volta, si è arreso – in nome della lotta al terrorismo, si capisce – alla richiesta del presidente di affidare al ministro delle Giustizia, Alberto Gonzales, la certificazione della necessità di allargare lo spionaggio elettronico interno: non ci sarà, così, da parte della magistratura più alcun bisogno d’autorizzazione per intercettare telefonate ed e-mails di cittadini americani che corrispondano con l’estero[92].

Ma Gonzales, il ministro, lui stesso sotto inchiesta proprio al Senato per aver ripetutamente mentito (è dimostrato), truccato le carte (anche questo è dimostrato) per favorire la carriera di magistrati, vicini al sentire del presidente e aver, come dicono qui, rifiutando di rispondere al Congresso,  “ostruito la giustizia” non l’hanno fatto arrestare, come avrebbero potuto, per aver rifiutato di testimoniare ma hanno preferito aspettare che si dimettesse…

Cosa che ha fatto a fine agosto, tra l’elogio funebre elevatogli da Bush (peccato, perché “è un uomo di grande integrità, decente e di alti principi”: qualità delle quali si era accorto solo lui…) e il sospiro di sollievo (quasi) tutti gli altri[93].  

Così – dopo aver incaricato il deputato Jay Inslee di presentare una risoluzione formale nei suoi confronti di inizio delle procedure di impeachment – se ne sono liberati solo perché lui è scappato ma non senza approvare una legge che da a lui, o al suo successore, il potere di mettere le chiavi della gabbia delle galline nelle mani della volpe[94]

Insomma, anche se adesso sono almeno riusciti a liberarsi del fedifrago ministro della Giustizia – che però si è subito affrettato a ricordare come lui sia tenuto sempre a stare agli ordini ricevuti da Bush e rifiuterà di testimoniare: e il problema torna ad essere sempre lo stesso.

E’ Bush che va messo sotto impeachment per cercar di salvare l’anima dell’America… Ma, pur  con una maggioranza democratica ormai netta al Congresso, quel ramo del parlamento sembra continuare ad aver Paura della sua stessa paura[95], fino a regalare, con quel pastrocchio di legge che ha votato, poteri che lui neanche aveva richiesto a un presidente che vorrebbe ma non osa mettere sotto accusa…

Insomma, vedrete, dovrà alla fine spirare come presidente e solo allora l’America troverà il coraggio di confessare a se stessa che il carattere unico della sua presidenza è nel motto inespresso, ma non per questo meno vero e sentito, che tutta l’ha incorniciata: che il fine giustifica sempre i mezzi scelti da Bush e che tutti i mezzi sono infinitamente adattabili in quanto per definizione non ci sono altri fini riconoscibili e accettabili che quelli decisi da Bush…

Dopo la quarantena imposta dalla Corea del Sud, le proteste americane e la durissima controprotesta di Seul, è scattato un blocco generale alle importazioni di carne bovina dagli USA perché – viene specificato – essendo stati falcidiati anche lì, come in Inghilterra (v. più avanti,  proprio sotto GRAN BRETAGNA) i servizi veterinari pubblici – non riesce a garantire la sicurezza dei propri prodotti: “come la Cina”, ha sogghignato sottovoce, ma non abbastanza da non farsi sentire dai giornalisti americani, un funzionario coreano[96]

Il ministero dell’Agricoltura aveva infatti scoperto prodotti bovini lasciati partire dagli USA senza ispezione, dopo che le importazioni di carni americane erano state riaperte da poco, dopo tre anni di interruzione. Quando, nel 2003, la Corea del Sud era il terzo esportatore di carni americane, per $815 milioni di valore.

Sull’ormai eterno contenzioso relativo al nucleare dell’Iran, gli Stati Uniti non temono più alcuna contraddizione. Sembra viverle, anzi, queste contraddizioni con una certa disinvoltura: quella che dice all’Iran no tu no e, alla domanda ovvia, perché?, risponde soltanto perché no?

Adesso, è stato pubblicato, simultaneamente, il testo ufficiale del cosiddetto accordo 123 (sembra che sia la centoventitreesima stesura…) tra USA e India sulla produzione di combustibile nucleare in impianti indiani con tecnologie anche americane. Non c’è alcuna menzione di salvaguardie e, tanto meno, divieti di test nucleari[97], che pure era l’ultima area di contenzioso ancora aperta. Ma, certo, l’India già ce l’ha la sua bomba e di esperimenti nucleari già ne ha condotti diversi.

Anche se, come dicono i media filogovernativi, gli USA si sono piegati, in India alla cosa ci credono pochi… L’accordo, infatti, ha provocato violente reazioni nel parlamento indiano, anche nella maggioranza che lo governa (che senso ha, da una parte, “garantire forniture affidabili di combustibile nucleare” e, dall’altra, “garantire che se si interrompono” le forniture gli USA si impegnano a darsi da fare per ripristinarle…

La realtà è che qui non sono pochi a non credere a un India in grado di aspirare a diventare una grande potenza affidandosi alla buona volontà americana; chi è contrario perché, dice, anche se l’accordo rispetta formalmente la sovranità del paese, comunque prevede “ispezioni e controlli” statunitensi…

Dall’altra parte, c’è chi in America, al Congresso, ha dubbi proprio sul fatto che l’Accordo 123 garantisce all’India di poter aver accesso a tecnologie nucleari USA (oltre a quelle di cui s’è dotata autonomamente a dire il vero e che, comunque, continuerà a sfruttare lo stesso) senza aver prima firmato – contrariamente all’Iran, invece, ma come il Pakistan ed Israele – il Trattato di non proliferazione nucleare.

Uno dei massimi esperti americani di non proliferazione, Joseph Cirincione, del Centro per il progresso americano,  ha commentato che “l’accordo è una capitolazione totale rispetto agli obblighi che impone la legge americana”. E’ quello che hanno scritto al presidente, mettendo le mani avanti, alcune decine di congressisti.

Il Pakistan è di parere identico, magari non necessariamente con le stesse preoccupazioni. Il nuovo accordo fra tra il grande protettore-contestatore americano e il vicino-fratello-coltello indiano: destabilizzerebbe comunque gli equilibri regionali, del subcontinente e di tutta l’Asia e spingerebbe l’India a fabbricarsi più bombe nucleari.

Perché potrebbe produrre energia negli impianti che, secondo l’accordo, saranno soggetti a ispezioni. Liberando tutti gli altri per l’arricchimento non sottoposto a controlli di uranio che serve a fare, appunto, le bombe… Per dire delle contraddizioni che gli americani si fanno anche in casa, ad arricchire quelle che si fabbricano fuori[98].

E, a conferma delle proprie contraddizioni, anche se è riuscito finora a strappare tre risoluzioni – a dire il vero piuttosto inconcludenti: se no non sarebbero passate – contro l’Iran, adesso gli Stati Uniti trovano maggiori difficoltà anche con chi trattano coi guanti bianchi nel tentativo di accaparrarsene il beneplacito, un alto esponente del governo USA ha chiesto, e fatto sapere di aver chiesto, all’India di “ridurre” i suoi rapporti economici con l’Iran[99].

E lo ha chiesto, in un’intervista telefonica con diversi canali televisivi dei vari paesi, a Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Giappone: con l’eccezione di quest’ultimo, cioè, tutti paesi con diritto di vero all’ONU. Quelli che avevano votato – tutti: senza eccezione – le sanzioni all’Iran…

C’è voluto il presidente afgano Karzai, uno che più dipendente da Bush non si può, a trovare il coraggio di dirgli, a Washington, in diretta tv, alla CNN, che contro i problemi del terrorismo e per l’Afganistan in specie, per lui, l’Iran è un “fattore che aiuta e che è una soluzione” contro i problemi del terrorismo.

Bush, messo in imbarazzo così pesantemente a casa sua, non può non reagire. Ma lo fa lemme lemme, forse per cortesia, neanche ripetendo stavolta che lui è sicuro del contrario e limitandosi a dire ai giornalisti che “ci andrebbe molto più cauto a dire di un’influenza iraniana in Afganistan come forza positiva…

    Dopotutto questo è un governo che ha proclamato il desiderio di fabbricarsi un’arma nucleare [ma è (un’altra) menzogna: dice che Teheran ha “proclamato” la propria volontà in questo senso: ma Teheran ha sempre “proclamato”, e anche enfaticamente, di non volere proprio nessun’arma nucleare. Pakistan e Israele, per dire di due potenze nucleari prossime assai all’Iran e, in altro modo, agli Stati Uniti, quelle armi non le proclamano, invece le hanno].

    E, dopotutto, questo è un governo, che sfidando un accordo internazionale [ma non è vero neanche questo: l’accordo in questione, il Trattato di non proliferazione nucleare, l’Iran l’ha rispettato sempre alla lettera: gli consente, come ad ogni altro firmatario, libertà di ricerca e tecnologia nucleare a fini pacifici] fa sberleffi all’intera comunità internazionale[100].

Già… e quanti, e quante volte, si sono fatti davvero sberleffo della comunità internazionale, bloccando, respingendo e violando non una o due o tre, ma decine e decine di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza? con lei in prima fila, signor presidente, e Tel Aviv in seconda.

Resta il fatto che mai nessun alleato americano se non il povero Karzai è andato a dirgli in faccia così quel che pensava, o quel che credeva, o quel – come afgano, dopotutto, in Afganistan – era obbligato a credere o a far finta di credere... ma per dire che il re è nudo bisogna trovare il coraggio di farlo, o trovarsi costretti (come Karzai, dall’interno) a farlo..

Karzai rischia brutto, dicevamo dipendente com’è dalla buona volontà di Washington alla fine. Però, in misura che sale, dipende anche ormai ogni giorno di più dalla “tolleranza” delle sue tribù, dei suoi signori della guerra, del suo esercito e degli stessi talebani.

Per cui, dimostrando l’influenza crescente su Kabul di Teheran, e mettendo le dita dritte dritte negli occhi di Bush – che ormai, per azzeccarne una, non sa più proprio che cosa fare – proprio dopo aver avuto il privilegio di esserne stato ospite al ranch ed averne ascoltato la severa e personale messa in guardia contro chi “disprezza la comunità internazionale”, Karzai ha subito accolto Ahmadinejad a Kabul “per rafforzare i legami fraterni tra i due paesi[101]

A dire il vero, a dire agli americani cosa ne pensa davvero delle loro approccio ai problemi dell’Afganistan, è stato anche un comandante britannico sul campo, innominato ma ben identificato, quando ha chiesto ha chiesto alle forze americane di andarsene dalla sua area di operazioni, la provincia di Helmland perché “l’alto numero di vittime civili che provocavano sistematicamente rendeva impossibile il compito di ‘avvicinarsi’ alla popolazione locale”. Gli americani hanno ovviamente smentito.

Ma gli inglesi non lo hanno fatto…[102]. Anzi, hanno ribadito. Buoni, anche se facili profeti, del resto, se solo qualche giorno dopo ritornano le vittime del “fuoco amico dei GI’s”, sempre dall’alto, sempre da diecimila metri d’altezza, come viene viene, perché Le bombe americane ammazzano tre soldati britannici in Afganistan[103].

Dall’Afganistan, arriva intanto notizia, ufficiale, resa nota dall’ONU che il paese nel 2007 ha prodotto il record di oppio, battendo quello dello scorso anno: soprattutto con l’aumento di produzione del 45% del raccolto della provincia di Helmland, controllata oggi largamente dai talebani. Che dopo esser stati campioni del proibizionismo totale e più severo quando erano al potere, oggi si finanziano largamente con l’oppio e la sua esportazione in occidente[104].

E gli americani, con l’opposizione reiterata del governo afgano e anche del corpo di spedizione britannico, riparlano di un uso diffuso dei loro “erbicidi” per stroncare la coltivazione dell’oppio. Altro argomento di contenzioso tra alleati perché, al contrario degli americani, gli altri sono convinti che gli erbicidi servano a stroncare indiscriminatamente ogni coltivazione e finiscano, perciò, col creare più astio ed opposizione tra i contadini afgani.

Sulla vera e propria, nuova e insieme vecchia, ossessione americana dell’Iran, adesso la segretaria di Stato – che sembra non saper più a che santo votarsi per cercare di calmare i bollori bellici dei neo-cons di Washington – pare impegnata nella manovra diversiva di perorare, o comunque coprire, una stranissima dichiarazione secondo cui gli Stati Uniti considererebbero la Guardia Rivoluzionaria iraniana, in pratica l’esercito di Teheran come tale,  un’ “organizzazione terroristica”: “sarebbe la prima volta in cui gli Stati Uniti aggiungerebbero alla loro lista di organismi terroristi le forze armate di un qualunque governo sovrano[105].

E una mossa che nessuna cancelleria del mondo potrebbe mai prendere sul serio – neanche il Foreign Office ormai – ma che, nelle intenzioni, dovrebbe forse far guadagnare un po’ di tempo – ma guardate un po’ con questi pazzi a che siamo arrivati! – a chi in America non vuole (ancora?) dare via libera all’attacco armato all’Iran…

GERMANIA

Un tribunale del lavoro ha stoppato lo sciopero già proclamato dei ferrovieri per “non turbare il traffico delle vacanze”. Non è una soluzione, naturalmente, perché la minaccia di sciopero resta tutta. E la richiesta è di un aumento salariale del 31%[106].

Il surplus commerciale è sceso dai 17,4 miliardi di € a maggio ai 14,9 di giugno, soprattutto per l’aumento delle importazioni[107].  

FRANCIA

Il deficit commerciale della Francia è calato a 3 miliardi di € a giugno dai 3,2 di maggio[108].

Grand fracas, come dicono qui i commentatori – un gran casino, diremmo noi, di tipo mediatico  – ma poi alla fine niente di niente per l’accordo tra Gheddafi e Sarkozy che ha portato, di là, alla soluzione della crisi che coinvolgeva sei infermiere e medici bulgari e, di qua, alla cancellazione dei quasi €42 milioni di debito dei tempi sovietici contratto dalla Libia verso la Bulgaria ed alla possibilità di concludere un mega acquisto libico di missili anticarro MDBA della EADS francese (quasi 206 milioni di €)[109].

Naturalmente, di qua il primo ministro bulgaro, Sergei Stanishev, di là il presidente francese hanno smentito indignati che si trattasse mai di uno scambio e ribadito che solo di considerazioni umanitarie politiche si è trattato. Appunto…

GRAN BRETAGNA

Sale la prospettiva – non più ormai solo la possibilità o la probabilità – di una crisi pesante del debito ipotecario dopo che si allunga, e di molto, il numero delle case espropriate per debiti non onorati (per le rate che le famiglie non sono state più in grado di pagare alle banche).

E, in giro per la City, col tasso di espropriazione delle case per non rimborsi di rate di mutuo che sale del 30%, al massimo da otto anni (77 espropri in media ogni giorno), e gli interessi da pagare che crescono col crescere del tasso di sconto, si diffonde tensione e paura.

Lo attestano i dati del Council of Mortgage Lenders, il Consiglio dei prestatori ipotecari del Regno che, sul suo sito[110], dice di “rappresentare il 98% degli operatori della professione e di avere per scopo la promozione di un habitat fiorente dove possano crescere, insieme il mercato della case e quello ipotecario” (sic!)[111]. E avvisa che “a giugno, il prezzo delle abitazioni è cresciuto nel Regno Unito sulle 1.000 sterline alla settimana, a una media di 214.222”, sui 316.490 € secondo gli ultimi dati.

Intanto, i dati della Banca centrale rilevano che la montagna di debiti personali degli inglesi ha toccato il massimo da sempre e che molte famiglie soffrono di seri problemi nel tenere i ritmi imposti dal rimborso: ormai i cittadini inglesi sono indebitati ciascuno pro-capite per un totale superiore al valore del PIL. Anche qui, come in America, è la sovraesposizione bancaria sul mercato edilizio la parte più vulnerabile di un’economia fondata sul debito.

Il debito reale delle persone fisiche e delle famiglie sarebbe a 1.985 miliardi di € mentre il PIL del 2007 arriverebbe a 1.963 miliardi. Secondo il Consiglio nazionale dei consumatori britannici sono sei milioni le famiglie con evidenti problemi di rimborso dei debiti incorsi  in un momento come questo in cui le difficoltà di trovare credito sono in forte aumento. E, secondo l’Istituto nazionale di ricerche economiche e sociali, il rapporto tra debito delle famiglie e redditi personali è, ormai, di 1,62 a 1— più elevato perfino del pessimo 1,42 degli Stati Uniti[112].

Sembrava probabile, viste le mani avanti che metteva da qualche tempo la Banca centrale[113] anticipando la necessità, per tenere intorno al 2% il tetto d’inflazione, di regolare di nuovo al rialzo il tasso di sconto, che in tempi brevi bisognerà portarlo, forse in due tappe, dal 5,75% di oggi, a inizio agosto, al 6,25: sarebbe il massimo da decenni.

Poi arriva la notizia, e lascia esterrefatta la City, di un tasso di inflazione che scende sotto il 2%, all’1,9[114]. I mercati non capiscono: i prezzi del petrolio sono rimasti, a lungo, intorno ai $70 al barile e s’è parlato con insistenza della benzina alle pompe a 1 sterlina al litro; un’estate calda e con poca pioggia – e poi con troppa, tutta insieme e all’improvviso – ha fatto marcire nei campi molte derrate e ha provocato molte voci di penuria e di rincari a venire… A spiegare il fenomeno – che intanto, però, convince la BoE a tener fermi i tassi – ci sono due possibilità e non di più.

La prima è il solito blip, cioè un temporaneo e breve sbalzo all’ingiù che lascia intatta la possibilità di tassi di sconto che, con il riaggiustamento a tassi di inflazione elevati, arriveranno al 6%, a fine anno.

La seconda è che un’inflazione all’1,9% e un crollo del 10% dei prezzi dei mobili il mese scorso dicano qualcosa sullo stato reale, abbastanza comatoso, dell’economia del Regno. Non sono dati inaspettati, dopotutto: la Ryanair, la Tesco, altre imprese hanno segnalato da almeno due mesi che la domanda di consumi rallenta per il costo dei prestiti in continuo aumento e per troppo modesti incrementi nei redditi da lavoro reali.

Secondo chi segnala il fenomeno[115], quella che vale è la seconda che hai detto…

Il tasso di disoccupazione, nel trimestre fino a giugno, tocca il 5,4% (sempre nel calcolo, ufficiale qui, inglese), dello 0,1% sotto quello del trimestre precedente.     

Anche la nuova epidemia di afta epizootica che sta colpendo la Gran Bretagna non aiuta di certo l’economia: dopo che USA, Cina e Unione europea hanno annunciato misure urgenti per bloccare l’export britannico, il ministro dell’Agricoltura, malgrado una difesa immediata ma poco convinta del bestiame nazionale, è stato costretto a dichiarare lui stesso il blocco alle esportazioni[116]. E’ la seconda volta in pochissimi anni che il Regno Unito è costretto a misure estreme di emergenza (l’ecatombe delle  bestie, alla fine, è l’unico rimedio efficace)…

Ma la polemica è aperta. Ed è tutta politica. La tesi degli anti-liberisti, con ragioni empiriche forti basate sull’esperienza, sempre inglese, del 2001, è che avendo di fatto tanto ridotto il servizio veterinario nazionale, pubblico, da averlo praticamente abolito sostituendolo con servizi privati sensibili, per definizione, alle esigenze delle aziende, adesso e ancora una volta se ne pagano le conseguenze; la tesi degli smantellatori dei servizi pubblici, in nome dell’assioma indimostrabile come ogni atto di fede che privato è buono e pubblico è cattivo, tutta sulla difensiva è che non vi sono prove sufficienti per la condanna. Ma la gente condanna per conto suo le carenze di controllo della produzione bovina nazionale: le vendite di carne sono crollate, verticalmente.

Intanto, nella prima visita ad limina del nuovo premier britannico al presidente Bush, al contrario del suo predecessore che ci teneva a sdraiarsi e a farsi vedere sempre appecoronato davanti a Bush – strana concezione della lealtà in un’alleanza –, Brown ha ritenuto, sintetizza l’Economist[117], di distinguersi con discrezione, ma chiaramente, dalle posizioni americane.

Siamo alleati contro il terrorismo, stiamo insieme in Iraq “dove dobbiamo tener fede alle nostre responsabilità”… Ma noi stiamo riflettendo – come a dire: altri, chiaramente, non lo fanno… – e, in ogni caso, cominceremo presto ad andarcene dall’Iraq. Bush è apertamente contrario e ha spiegato come lui “preferirebbe” che gli inglesi restassero a far compagnia agli americani finché lui non decide di andarsene. Ma Brown ha ascoltato ed è passato oltre[118].

Spiega Fred Kagan[119], un altro dei neo-cons dell’American Enterprise Insitute, che è assolutamente indispensabile “far restare gli inglesi”: perché sono l’ultimo alleato credibile che rimanga qui agli USA e, se se ne vanno, è il “muro della diga” che comincia a sgretolarsi.

E poi gli inglesi sono ormai indispensabili, argomenta, per tenere sotto controllo la via di rifornimento principale delle truppe americane: quella che, traversando direttamente il deserto dal Kuwait, potrebbe anche trasformarsi in una via d’uscita – cioè, di fuga – dall’Iraq  …

Intanto, Gordon Brown sta prendendo in seria considerazione l’anticipo delle elezioni politiche al prossimo ottobre dalla data ultima di scadenza del giugno 2010, approfittando del vantaggio di sei punti percentuali di cui il Labour attualmente gode dopo il cambio di guida al governo sul partito conservatore rivale.

GIAPPONE

Il PIL è cresciuto dello 0,1% nel secondo trimestre e del 2,3 sull’anno prima. Il surplus commerciale, a luglio, è sceso più del previsto, del 21,1% sull’anno prima, a 5,9 miliardi di $: la prima caduta da gennaio. Con esportazioni in crescita dell’11,7% ed esportazioni in crescita del 16%[120].

Il tasso di disoccupazione scende a giugno al 3,7%, il livello ufficiale più basso da nove anni. La produzione è cresciuta nel mese all’1,2%, il primo aumento dallo scorso febbraio. L’inflazione del cosiddetto nocciolo duro è scesa, sempre a giugno, sotto lo 0,1%[121].

Il primo ministro Abe ha perso malamente le elezioni di fine luglio, in cui si eleggevano metà dei seggi del Senato, ed è stato costretto a cedere, per la prima volta, il posto di partito di maggioranza relativa alla Camera Alta della Dieta. In dieci mesi di governo, anche per la monomania costosa e bellicosa di voler rifare grande a tamburo battente il Giappone rinforzandone la spina dorsale militare, Abe ha quasi affossato le fortune del partito liberal-democratico.

Resta salda, peraltro, la maggioranza alla Camera Bassa e in un sistema di bicameralismo imperfetto come questo, Shinzo Abe non si dimette. Ma, ormai, aumenta la fibrillazione politica anche tra i suoi.

Anche perché la nuova maggioranza non ha perso tempo ad eleggersi un proprio presidente del Senato, sviluppo particolarmente minaccioso per la capacità di controllare l’agenda legislativa del primo ministro. Un’idea di come potrebbero andare le cose, potrebbe venire dal rifiuto subito annunciato dal capo del partito democratico ora maggioritario al Senato del rifiuto di estendere, al di là delle scadenza del prossimo novembre, la legge antiterrorismo che fornisce agli USA sostegno logistico nel Pacifico e consente agli USA i rifornimenti in mare e sulla costa.

Agli Stati Uniti, che hanno subito richiesto un incontro urgente tra il loro Ambasciatore, Thomas Schieffer, e il capo dell’opposizione, cioè della nuova maggioranza al Senato, Ichiro Ozawa, ovviamente non va bene per niente. Ma la risposta, cortesissima, è stata immediata: onorato di incontrarlo, ma io resto – noi restiamo – della nostra idea: “che sia per l’Afganistan o per l’Iraq, non siamo affatto convinti che i rapporti USA-Giappone dipendano dal dire di sì alle scelte della politica dell’amministrazione statunitense… per discutere dobbiamo essere, noi e loro, su basi di parità[122].

Intanto, Shinzo Abe ha perso anche un altro dei suoi colleghi di gabinetto, colpevole di corruzione (bustarelle), e ne vede in difficoltà un altro, il ministro nientepopodimeno della Giustizia, Jinen Nagase, che si è fatto lautamente sovvenzionare da un’impresa di costruzioni. La quale, per gli ispettori del lavoro, in compenso sottopaga largamente i propri dipendenti. E la cosa, perfino qui, fa un po’ scandalo…

E il partito democratico sta anche minacciando di porre il veto contro la designazione dell’ex vice ministro delle Finanze Toshiro Muto al posto che, dice, “richiede ben altre competenze” di vice governatore della Banca del Giappone.


 

[1] RAINews24, 23.10.2002, Casini, inammissibile la proposta Tabacci (cfr. www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid= 28107/).

[2] Il Sole 24Ore, 3.8.2007, B. R., Trichet: non toccate le riserve; e Le scelte degli altri .

[3] Il Sole 24Ore, 1.8.2007, L.L.G., Riserve, silenzio di Padoa Schioppa.

[4] The Economist, 4.8.2007.

[5] Preoccupatissima l’ONU, dunque, e certo a ragione. Meno preoccupati, e meno responsabili, i rappresentanti dei grandi paesi ricchi, il nostro compreso, in Consiglio di sicurezza. Hanno votato tutti a favore: loro impegnandosi a finanziare ed equipaggiare la spedizione di caschi blu, i componenti africani del Consiglio ad inviarli. Questi hanno onorato l’impegno: i 26.000 uomini da loro promessi sono pronti; ma non è arrivata una lira bucata da tutti i paesi ricchi che s’erano impegnati, per parte loro, a finanziare l’operazione (Swissinfo, 13.8.2007, AU says enough African troops for Darfur force L’Unione africana afferma che ci sono sufficienti truppe africane per la forza di pace in Darfur: cfr. www.swissinfo.org/eng/international/ticker/detail/AU_says_enough_African_troops_for_Darfur_force.html?site

Sect=143&sid=8102386&cKey=1187022184000/). 

[6] Observer, 5.8.2007, X. Rice, Key Darfur rebel chief boycotts peace talks— Un importante capo ribelle del Darfur boicotta i colloqui di pace.

[7] Guardian, 5.8.2007, T. Porteous, Ethiopia’s dirty war— La guerra sporca dell’Etiopia.

[8] Ethiopian Review, 10.8.2007, Ethiopia's regime signs Ogaden gas deal with Petronas Il regime etiopico firma l’accordo sul gas dell’Ogaden con la Petronas (cfr. www.ethiopianreview.com/articles/938/).

[9] British House of Commons, 13.8.2007, Foreign Affairs Committee (cfr. www.publications.parliament.uk/pa/cm20060 7/cmselect/cmfaff/363/36305.htm/).

[10] The Economist, 25.8.2007.

[11] The Hindu Business Line, 6.8.2007, 'China's booming auto industry needs more talents'— L’industria automobilistica cinese, in grande boom, ha bisogno di altri talenti’ (cfr. www.thehindubusinessline.com/blnus/10061006.htm/).

[12] New York Times, 13.8.2007, Inflation Surges in China— In Cina, si impenna l’inflazione.

[13] New York Times, 10.8.2007, Agenzia Associated Press (A.P.), China’s July Trade Surplus Soared 67 percent L’attivo commerciale della Cina schizza in su del 67%.

[14] Mattel, Lista dei giocattoli “richiamati” del 4.8.2007 (cfr. http://service.mattel.com/us/recall.asp/).

[15] New York Times, 18.8.2007, D. Barboza, China Seeks to Regain Confidence on Food Safety— La Cina cerca di riconquistare fiducia sulla sicurezza dei propri prodotti alimentari [ed altri].

[16] The Economist, 11.8.2007.

[17] Easybourse.com, 8.8.2007, Treasurys Dive as Fed, China Rattle Bond Market I buoni del Tesoro affondano, con la  Fed e la Cina che scuotono I mercati dei bond (cfr. /www.easybourse.com/Website/dynamic/ News.php?NewsID=283998& lang=fra&NewsRubrique=2&pageliste=2/).

[18] China Daily, 7.8.2007, H. Fan, Long term RMB reform benefits China and U.S.— [Soltanto] una riforma a lungo termine dello yuan beneficerebbe sia la Cina che gli USA (cfr. www.chinadaily.com.cn/bizchina/2007-08/07/content_ 6015 7 49.htm/).

[19] New York Times, 13.8.2007, H. W. French e L. Polgreen, China, Filling a Void, Drills for Riches in Chad La Cina, riempiendo un vuoto, trivella ricchezze in Ciad.

[20] New York Times, 8.8.2007, A. E. Kramer, The Almighty Ruble— Il rublo onnipotente [una volta si diceva del dollaro, no?].

[21] The Economist, 4.8.2007; e The Telegraph. 3.8.2007, A Blomfield, Russian Submarine Plants Flag at North Pole— Sottomarino russo pianta la bandiera al Polo Nord (cfr. www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml;jsessionid=htuhiovf5 dej3qfiqmfsff4avcbq0iv0?xml=/news/2007/08/02/wpole102.xml/).

[22] Lo ha messo in chiaro, allora, il prof. Richard Schofield, del King’s College dell’Università di Londra, come anche il prof. Craig Murray, già capo della Sezione marittima degli Esteri britannici dall’89 al ’92: “non esiste alcun confine marittimo concordato tra Iraq ed Iran nel Golfo Persico”. Il confine disegnato sulle mappe britanniche, insomma, “è un falso senza forza legale” (per es., cfr. www.xanga.com/Confederate_Coqui/). Per il testo completo della Convenzione, vedi l’Admiralty and Maritime Law Guide, UNCLOS, 10.12.1982 (cfr. www.admiraltylawguide.com/conven/unclos table.html/).   

[23] Guardian, 11.8.2007, E. MacAskill, Canada uses military might in Arctic scramble Il Canada usa il suo potere militare [bum! magari minaccia di usare…, magari prospetta di usare…: ma usa, proprio no!] nella contesa sull’Artico.

[24] Guardian, 17.8.2007, F. Attewill, Putin orders resumption of strategic bomber flights— Putin ordina la ripresa dei voli dei bombardieri strategici russi.

[25] New York Times, 18.8.2007, A. E. Kramer, Russia Resumes Patrols by Nuclear Bombers—La Russia riprende i pattugliamenti dei suoi bombardieri nucleari.

[26] Guardian, 20.8.2007. D. Hiro, Re-ordering the world order— Riordinare l’ordine mondiale.

[27] Pravda English Forum, 14.8.2007, 'S.C.O. Summit Demonstrates its Growing Cohesion— Il vertice dello S.C.O. dimostra la sua coerenza crescente (cfr. www.pinr.com/report.php?ac=view_report&report_id=673&language_id=1/). 17.8.2007, China, Russia, Central Asian leaders tout new strength— Cina, Russia e [gli altri leaders] del’Asia centrale mostrano la loro nuova forza (cfr. http://engforum.pravda.ru/showthread.php3?postid=2325137/).

[28] New York Times, 22.8.2007, J. Mouawad, Kazakhstan Threatens to Halt Work on Big Offshore Oil Project— Il Kazakstan minaccia di interrompere il lavoro sul grande progetto petrolifero offshore.

[29] EUROSTAT, 14.8.2007, Euro area GDP up by 0.3%, EU27 up by 0.5% Il PIL dell’eurozona sale dello 0,3% e quella dell’Unione a 27 dello 0,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page?_pageid=1090,30070682,1090_ 33076576 &_ dad=portal&_schema=portal/).

[30] The Economist, 4.8.2007.

[31] New York Times, 3.8.2007, C. Dougherty, European Bank Signals September Rate Rise La Banca europea segnala un rialzo dei tassi a settembre.

[32] New York Times, 29.8.2007, S. Tavernise e S. Arsu, Turk with Islamic Ties is Elected President¾ Eletto presidente dei turchi candidato con legami islamici. 

[33] New York Times, 12.8.2007, J. Dempsey, Poland to Hold Early Elections La Polonia terrà elezioni anticipate. 

[34] RadioFreeEurope, 2.8.2007, Serbian  Minister Promises Kosovo ‘Widest Autonomy’ Ministro serbo promette al Kossovo la più ampia autonomia” (cfr. www.rferl.org/featuresarticle/2007/08/468c4ad6-4d69-4035-895b-47f2deabf015.html/).

[35] New York Times, 24.8.2007, E. L. Andrews, Analysts Cut Expectations for Economic Growth.

[36] New York Times, 10.8.2007, (A.P.), Retailers Report Disappointing Sales Figures for July— Le vendite al dettaglio dicono di dati deludenti in luglio.

[37] New York Times, 10.8.2007, Agenzia Reuters, U.S. Import Prices Rise for 6th Straight Month Crescono in America per il sesto mese consecutivo i prezzi all’importazione.

[38] The Economist, 4.8.2007.

[39] New York Times, 7.8.2007, Agenzia Reuters, Productivity Growth Weak, Inflation Risk Seen— Debole crescita della produttività, previsione di rischio d’inflazione.

[40] New York Times, 3.8.2007, (A.P.), Stocks Fall Sharply Amid Credit Fears— Le azioni vanno giù seccamente tra timori sul credito.

[41] La Ricchezza delle Nazioni,  Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, ultimissime righe, p. 393.

[42] New York Times, 7.8.2007, J. W. Peters, Fed Leaves Rate Steady; No Sign of Future Cut La Fed lascia fermi i tassi; nessun segnale di tagli futuri.

[43] New York Times, 18.8.2007, J. W. Peters e V. Bajaj, Fed Cuts Lending Rate in Surprise Move— Con una mossa a sorpresa, la Fed taglia il tasso dei prestiti.

[44] New York Times, 18.8.2007, L. Uchitelle, Fearing Slide in Economy, Fed Cuts Its Discount Rate Sotto la  paura di uno scivolone dell’economia,la Fed taglia il tasso di sconto.

[45] Dichiarazione del Federal Open Market Committee della Fed, 17.8.2007 (cfr. www.federalreserve.govboarddocs/ press/monetary/2007/20070817/default.htm/).

[46] New York Times, 29.8.2007, edit., A Sobering Census Report: Americans’ Meager Income Gains¾ I severi dati del  censimento: magri guadagni di reddito per gli americani.

[47] New York Times, 29.8.2007, edit., A Sobering Census Report: Bleak Findings on Health Insurance¾ I severi dati del censimento:davvero deprimenti sulla copertura sanitaria.

[48] New York Times, 5.8.2007, F. Norris, The Loan Comes Due— Il prestito arriva a scadenza.

[49] Guardian, 15.8.2007, A. Clark, US mortgage malaise spreads to low-risk lenders— Il malessere ipotecario si diffonde in America tra i prestatori a basso rischio.

[50] New York Times, 26.8.2007, G. Morgenson, Inside the Countrywide Lending Spree— Dentro la spirale di vendite della Countrywide.

[51] New York Times, 19.8.2007, It’s a miserable life La vita è un cosa miseranda

[52] New York Times, 5.8.2007, A. Berenson, What’s a Fed Chairman to Do? Ma che dovrebbe fare un presidente della Fed?

[53] New York Times, 10.8.2007, P. Krugman, Very Scary Things Cose che mettono davvero paura.

[54] La illustra, con ben altra autorevolezza, un breve e succoso articolo pubblicato anche in Italia del premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz, su la Repubblica, 10.8.2007: titolo in prima pagina, non rispondente del tutto al pezzo, Le colpe di Greenspan (perché dal testo è chiarissimo che le colpe sono soprattutto quelle del presidente degli Stati Uniti nel 2001 e dopo, più che quelle certo concomitanti e “tecniche” del presidente della Fed); che in terza, più fedelmente riprende come America immersa nei debiti; e alla fine la bolla è scoppiata. E’ anche vero (Idem) che Bush getta acqua sul fuoco, assicurando che “la nostra economia è solida”. Ma, ovviamente, e soprattutto sulla parola, nessuno sembra dargli più retta…

[55] New York Times, 3.8.2007, T. Redburn, The 2010 Economic Doomsday— 2010, il giorno del giudizio economico.

[56] Livingston Survey, PHila fed, 11.1999, Economic growth continues in 2000— Nel 2000 la crescita economica continua  (cfr. www.philadelphiafed.org/files/liv/livdec99.html/).

[57] National Association of Realtors Bulletin, 1.9.2006, D. Lereah (cfr. www.realtor.org/publicaffairsweb.nsf/Pages/ CommercialREMarketDemandGrowing?OpenDocument/).

[58] CEPR, Center for Economic and Policy Research, 8.2007, D. Baker, Midsummer Meltdown: Prospects for the Stock and Housing Markets Il crollo di mezzestate: prospettive per il mercato di borsa e quello edilizio (cfr. www.cepr.net/docu ments/publications/meltdown_2007_08.pdf/).

[59] New York Times, 26.8.2007, D. Leonhardt e V. Bajaj, Drop Foreseen in Median Prices of U.S. Homes.

[60] S. Bowles e A. Jayadev, Garrison America— La guarnigione America , The Economists’ Voice, 2007, vol. 4, issue 2, p.3 (cfr. www.bepress.com/ev/vol4/iss2/art3/). 

[61] la Repubblica, 14.8.2007, A. Flores d’Arcais, Bush perde il mago delle elezioni.

[62] New York Times, 13.8.2007, J. Rutenberg, Karl Rove, Top Strategist, Is Leaving the White House— Karl Rove, il capo stratega, lascia la Casa Bianca.

[63] New York Times, 19.8.2007, J. Rutenberg, Spurning Criticism Rove Blames Democrats— Sprezzante delle critiche, Rove se la prende coi democratici.

[64] The Gallup Poll, 21.6.2007, F. Newport, Americans' Confidence in Congress at All-Time Low— La fiducia degli americani nel Congresso tocca il minimo di sempre.

[65] New York Times Magazine, 17.20.2004, R. Suskind, Faith, Certainty and the Presidency of George W. Bush— Fede, certezza e la Presidenza di George W. Bush.

[66] New York Times, 22.8.2007, D. Cave e G. Bowley, 14 U.S. Soldiers Dead in Copter Crash in Iraq— 14 soldati americani muoiono nella caduta di un elicottero in Iraq.

[67] Idem.

[68] Guardian, 22.8.2002, F. Attewill, Bush pledges support for Iraqi PM— Bush promette di sostenere il PM iracheno.

[69] New York Times, 24.8.2007, edit., The problem isn’t Mr. Maliki— Il problema non è Mr. Maliki .

[70] Boston Globe, 5.8.2007, K. Gamel, U.S. blames Shiite militias for attack Gli USA incolpano [sic!] i militanti sciiti per gli attacchi subiti (cfr. www.boston.com/news/world/middleeast/articles/2007/08/05/us_blames_shiite_militia_for_attacks/).

[71] Guardian, S. Milne, 9.8.2007, Eventually, the US will have to negotiate its way out— Alla fine, gli USA dovranno trattare per trovare la via di andarsene.

[72] USA Today, 19.4.2006, B. Slavin, U.S. embassy rising in Baghdad L’ambasciata americana a Bagdad cresce (cfr. http://www.usatoday.com/news/world/iraq/2006-04-19-us-embassy_x.htm/).

[73] New York Times, 18.8.2007, S. Lee Myers e T. Shanker, White House to Offer Iraq Plan of Gradual Cuts La casa Bianca offrirà un piano di tagli graduali per l’Iraq.

[74] Rischioso perché fondato su un assunto storicamente fasullo: “Il ritiro americano dal Vietnam viene largamente ricordato, infatti, come la fine ignominiosa di una guerra sbagliata— che però ha avuto poche reali ripercussioni negative per gli Stati Uniti ed i loro alleati”. Insomma, proprio per niente come la fine sbagliata di una guerra giusta, neanche in America, neanche da Kissinger (New York Times, 23.8.2007, T. Shanker, Historians Question Bush’s Reading of Lessons of Vietnam War for Iraq— Gli storici mettono in dubbio la lettura  bushista delle lezioni del Vietnam per la guerra in Iraq).

    Certo, morti ammazzati nelle vendette post-vittoria ce ne sono stati: ma molti di meno che nelle purghe in Francia o in Italia tra petainisti e fascisti dopo la seconda guerra mondiale, moltissimi in meno di quelli che ci furono in America dopo la sconfitta e la partenza degli inglesi nella guerra d’indipendenza americana…

    Certo, poi ci furono i campi di rieducazione, in Vietnam: preferibili comunque alle esecuzioni sommarie…

    Ci furono i milioni di morti dell’autogenocidio perpetrato dai khmer rossi in Cambogia… ma non ci sarebbero stati i khmer rossi, per cominciare, senza i colpi di stato voluti da Washington contro l’ago dell’equilibrio cambogiano, il principe Nordom Sihanouk, il cui regime volevano vedere distrutto perché Sihanouk rifiutava di fare il loro leccapiedi, senza che proprio la politica kissingeriana del terrore seminato dai B-52 avesse aperto la porta del potere ai khmer rossi e senza che per volontà di Nixon fosse lasciato loro per anni il seggio della Cambogia all’ONU anche dopo che, finalmente, a mettere fine al regno del terrore di Pol Pot in Cambogia erano stati proprio i vietnamiti, non certo gli americani…

    Senza scordare quelli che Bush si scorda, i milioni e milioni di morti fatti dagli americani in Cambogia e in Laos, le vittime collaterali dei bombardamenti a tappeto dei B-52 che dell’Indocina, deliberatamente – altro che collaterale, cioè incidentalmente! – per anni avevano teso a fare un “territorio lunare”…    

   Per questo, quando Bush se ne esce a dire del disastro che si scatenò, quando gli americani se ne dovettero andare, “con terribili violenze e l’aggiunta al nostro vocabolario di dizioni come ‘campi di rieducazione’, ‘boat people’ e ‘killing fields’ ” [quelli di Pol Pot]…

   …anzitutto i vietnamiti si incavolano (il governo si limita a sottolineare come “sappiamo tutti come sia stata la guerra imposta dagli USA, in realtà, a sottoporre il popolo vietnamita a inenarrabili sofferenze e perdite”; tra la gente della strada c’è chi sbotta e fa notare che “al mondo non c’è nessuno cui dispiaccia che la guerra in Vietnam non sia andata avanti; nessuno, eccetto Bush…”: Guardian, 23.8.2007, (A.P.), Vietnam rejects Bush’s Iraq comparison Il Vietnam respinge il paragone di Bush con l’Iraq)…

    …e sono la stragrande maggioranza gli storici ma anche gli americani in genere che, come si diceva una volta, il cervello all’ammasso non l’hanno portato, a chiedersi di quale disastro si sia mai trattato, specie alla luce del fatto che la cosiddetta “teoria del domino”, sempre di kissingeriana ispirazione, era una tragica favola (se cade il Vietnam cade il Laos, cade la Cambogia, cade l’Indonesia, cade Singapore, ecc., ecc,.) e del fatto che quella del Vietnam è forse, ancor più della Cina, l’economia in crescita capitalisticamente più forte dell’Asia.

[75] Guardian, 22.8.2007, E. MacAskill, Bush gambles with Vietnam reference over Iraq— Bush azzarda coi suoi riferimenti al Vietnam riguardo all’Iraq.

[76] New York Times, 22.8.2007, D. Cave e J. Glanz, Toll Rises Above 500 in Iraq  Bombings— Il conto sale sopra i 500 morti negli attentati  [di ferragosto] in Iraq.

[77] CNN.com, 20.6.2005, Iraq insurgency ‘in last throes’, Cheney says— Gli insorti iracheni ormai all’ultimo respiro, dice Cheney (cfr. www.cnn.com/2005/US/05/30/cheney.iraq/).

[78] New York Times, 24.8.2007, J. Glanz e S. Farrell, More Iraqis Said to Flee Since Troop Increase Da quando sono aumentate le truppe americane, aumenta il numero degli iracheni in fuga dal paese.

    Del resto, scrive sempre sul NYT, stesso giorno, T. Shanker, Number of Iraqis Held by U.S. Is Swelling Il numero di iracheni detenuti dagli USA si sta gonfiando; e spiega, limitandosi a riportare la notizia che gli viene passata così dai militari e che si guarda bene dal commentare in qualsiasi modo, che “il numero dei detenuti [dei detenuti… bè, si sa bene in quali condizioni lo siano…] in mano della coalizione militare americana in Iraq è aumentato del 50% sotto la spinta del aumento di truppe ordinato dal presidente Bush”...

[79] Il segretario alla Difesa Gates ha detto, il 4 agosto, nella trasmissione televisiva della NBC Meet the Press che la decisione di per sé è “inaccettabile”. A ruota, il giorno dopo, il presidente del parlamento iracheno, Mahmud Mashhadani, replica che le ferie del parlamento iracheno le stabilisce solo il parlamento iracheno… e che quel che è o meno accettabile per i parlamentari iracheni lo decidono loro, non i ministri americani… Che, detto così, pare quasi vero (Boston.com, 5.8.2007, Gates says Iraq politics disappointing— Gate dice che la politica irachena è frustrante, cfr. www.boston.com/news/world/middleeast/articles/2007/08/05/gates_says_iraq_politics_disappointing?mode=PF/).

[80] Christian Science Monitor, 27.7.2007, S. Dagher, Iraqi  government in deepest crisis Il governo iracheno nella crisi più nera (cfr. www.csmonitor.com/2007/0727/p01s05-wome.html/).

[81] The Times, 20.6.2007, intervista di R. Beeston al gen. Petraeus (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/iraq/ article 1963400.ece/).

[82] Del G.A.O., diciamo in termini nostrani della Ragioneria dello Stato, il primo organo non dipendente dai militari ma dal Congresso ad aver messo bocca nella questione: BBC News, 1.8.2007, US ‘looses track’ of Iraq weapons—  Gli USA hanno perso il conto delle armi irachene (cfr. http/news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/6932710.stm/).

[83] Observer, 12.8.2007, P. Beaumont, Fatigue cripples US army in Iraq L’affaticamento azzoppa l’esercito americano in Iraq.

[84] Guardian, 6.8.2006, S. Hurst, Power cuts worsen as Iraqi grid nears collapse— I tagli dell’energia aumentano con l’avvicinarsi al collasso della griglia energetica irachena.

[85] Guardian, 9.8.2007, E. MacAskill, Staff vote against plans to increase presence— Il personale vota contro i progetti di estenderne la presenza.

[86] Guardian, 22.8.2007, F. Attewill, US general questions Britisah tactyocs in Iraq—

[87] Guardian, 22.8.2007, F. Attewill, US general questions British tactics in Iraq— Generale americano mette sotto accusa le tattiche britanniche in Iraq.

[88] Conferenza stampa, Mosca, resoconti della rete di Agenzie KUNA (cfr. www.kuna.net.kw/NewsAgencies PublicSite / Article Details.aspx?id=1830620& Language=en7/) e New York Times, 28.7.2007, A. E. Kramer, Gorbachev Faults U.S. ‘Winner Complex’— Gorbaciov stigmatizza il complesso del vincitore degli americani.

[89] CNN.com, 31.7.2007, P. Steinhauser, Giuliani attacks democratic health plans as ‘socialist’— Giuliani attacca come ‘socialisti’ i progetti democratici sulla sanità (cfr. www.cnn.com/2007/POLITICS/07/31/giuliani.democrats/#cnnSTCText/).

[90] New York Times, 12.8.2007, edit., World’s Best Medical Care?

[91] New York Times, 14.8.2007, Letters to the editor.

[92] C’è, anzi, di più. Dice il New York Times (18.8.2007, J. Risen e E. Lichtblau, Concern Over Wider Spying Under New Law Preoccupazioni in crescita per lo spionaggio in più cui apre la porta la nuova legislazione) che “i nuovi vasti poteri di sorveglianza approvati dal Congresso in corso di mese potrebbero in realtà consentire all’Amministrazione Bush di condurre operazioni di spionaggio che possono andare, ora, ben oltre le intercettazioni telefoniche.

    Così adesso, senza alcuna approvazione di nessun tribunale, sarà ora possibile condurre perquisizioni di cittadini americani e sequestrare loro carte e documenti.

    La controversia, scoppiata in ritardo, illustra come, nel solito frenetico mucchio accumulato di lavoro di fine stagione, il Congresso abbia passato una legge che forse neanche capiva bene e che senza che gli autori se ne rendessero conto potrebbe aver dato al governo più poteri di sorveglianza di quanti esso stesso poi ne cercasse…”.

    In realtà, poi non è neanche vero che non fosse stato subito identificato, l’inghippo: il Guardian, 6.8.2007, a firma di M. Wheeler, e senza perdersi dietro alle alchimie della politica politicante americana, intitolava già, infatti, che Congress creates wiretap Catch-22— Per le intercettazioni, il Congresso crea un meccanismo da  Comma-22.

[93] New York Times, 27.8.2007, S. Lee Myers e P. Shenon, Embattled Attorney General Resigns Il ministro della Giustizia, preso d’assalto, si dimette.  

[94] E adesso, certo, esiste un altro pericolo: il Senato è, in vacanza, e riprenderà i lavori il 5 settembre. Così, costituzionalmente, Bush ha il potere di nominare, senza doverlo subito sottoporre all’approvazione del Senato, un qualche altro suo scherano allineato e coperto…. Lo fa sospettare proprio il momento di queste dimissioni. Ma stavolta potrebbe costargli più caro delle tante altre, troppe, volte in cui lo ha fatto (per nominare ministri, giudici, ambasciatori: tutte nomine del potere esecutivo che, però, hanno bisogno dell’approvazione esplicita del Senato… meno quelle che fa con un anno di tempo per farle approvare nei periodi così detti di recess, di chiusura temporanea del Senato).

[95] New York Times, 7.8.2007, edit., Fear of Fear Itself.

[96] Boston Globe, 2.8.2007, (A.P.), South Korea suspends U.S. beef imports— La Corea del Sud blocca le importazioni di carne bovina dagli USA (cfr. www.boston.com/business/articles/2007/08/02/south_korea_suspends_us_beef_ im ports/).

[97] Times of India, 3.8.2007, 123 shows US met Indian concerns— Il 123 mostra che gli USA hanno accettato le esigenze dell’India (cfr. http://timesofindia.indiatimes.com/articleshow/msid-2253730,prtpage-1.cms/).

[98] Washington Post, 28.7.2007, R. Wright e E. Wax, U.S. and India Finalize Controversial Nuclear Trade Pact— USA e India mettono a punto un controverso accordo sul commercio nucleare.

[99] CNN-IBN India, 6.8.2007, intervista col sottosegretario di Stato Nicholas Burns, sito del DepState (cfr. www.state.gov /p/us/rm/2007/90884.htm/).

[100] New York Times, 6.8.2007, S. Gay Stolberg, Bush and Afghan Leader Differ On Iran— Bush e il presidente afgano  divergono sull’Iran (cfr. per il testo delle dichiarazioni, www.nytimes.com/aponline/us/AP-Bush-Karzai-Text.html?page wanted=print/).

[101] Guardian, 14.8.2007, R. Tait, Ahmadinejad’s first Afghan visit ruffles US feathers La prima visita in Afganistan di Ahmadinejad fa saltare i nervi a Washington.

[102] International Herald Tribune, 8.8.207, C. Gall, British military ask U.S. forces to leave Afghan province I militari britannici chiedono alle forze armate americane di andarsene dalla provincia afgana [di Helmland, che è sotto è stato presentato l’identico articolo, un giorno dopo, sul New York Times, British Criticize Air Atttack in Afghan Region— I britannici criticano gli attacchi aerei nelle regioni afgane. “Criticano”… Moscio, no?

[103] New York Times, 24.8.2007, D. Rhode, U.S. Bomb Kills 3 British Soldiers in Afghanistan.

[104] New York Times, 26.8.2007, D. Rohde, Taliban Raise Poppy Production to a Record Again— I talebani aumentano ancora una volta al record la produzione di oppio.

[105] New York Times, 15.8.2007, H. Cooper, U.S. Weighing Terrorist Label for Iran Guards— Gli USA valutano se assegnare alla Guardia iraniana l’etichetta di  terroristica”.

[106] The Economist, 11.8.2007.

[107] The Economist, 11.8.2007.

[108] The Economist, 11.8.2007.

[109] International Herald Tribune, 3.8.2007, N. Clark e S. Castle, EADS confirms it is selling military equipment to Libya— L’EADS conferma che sta vendendo equipaggiamento militare alla Libia.

[110] CMLofUK, 3.8.2007 (cfr. www.cml.org.uk/cml/home/).

[111] CMLofUK, Statistiche dei pagamenti arretrati e degli espropri, primo semestre 2007 (cfr. www.cml.org.uk/cml/media/ press/1239/).

[112] The Telegraph, 23.8.2007, E. Conway, Record numbers face debt meltdown— Numeri record e fusione del debito.

[113] Inflation Report, 4.2007, l’analisi economica dettagliata della Banca in base alla quale il Comitato monetario fissa i tassi di interesse. Ne parla il Guardian, 8.8.2007 Bank of England ‘likely to raise rates to 6%’— La Banca d’Inghilterra ‘probabilmente alzerà i tassi al 6%’.

[114] The Economist, 18.8.2007.

[115] Guardian. 14.8.2007, L. Elliott, Schocks and the City— Gli shock e la City.

[116] Guardian, 8.72007, Foot and mouth outbreak— L’epidemia di afta eopizootica (cfr. http://blogs.guardian.co.uk/news/ archives/2007/08/08/foot_and_mouth_outbreak_wednesday.html#more/).

[117] The Economist, 4.8.2007.

[118] Guardian, 8.8.2007, E. MacAskill, J. Borger e P. Wintour, US uneasy as Britain plans to for early Iraq withdrawal— Gli USA in difficoltà di fronte al progetto britannico di ritirarsi dall’Iraq.

[119] Guardian, 2.8.2007, R. Fox, Overwatch and overmatch Supervegliare e supereguagliare

[120] Trade Statistics of Japan (Prov. July 2007— Statistiche commerciali del Giappone (Provv. 7.2007), 22.8.2007 (cfr. www.customs.go.jp/toukei/latest/200707ce.pdf/).

[121] The Economist, 4.7.2007.

[122] Guardian, 7.8.2007. J. McCurry, Japanese upper house elects opposition MP as president La Camera Alta  nipponica elegge un parlamentare d’opposizione [solo che l’opposizione, lì, è maggioranza] come presidente