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                         10. Nota congiunturale - ottobre 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

Angelo Gennari

 

 

           (1.10.2015)

(chiusura: 00.01) 

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc431418366 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc431418367 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc431418368 \h 3

Africa.. PAGEREF _Toc431418369 \h 13

CINA.... PAGEREF _Toc431418370 \h 14

● Houston, abbiamo un problema!... PAGEREF _Toc431418371 \h 15

● Il papa di chi?. PAGEREF _Toc431418372 \h 19

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc431418373 \h 20

● Il Mar Caspio, il fulcro di un rilancio egemonico russo, geo-politicamente efficace. PAGEREF _Toc431418374 \h 20

in Oceania.. PAGEREF _Toc431418375 \h 24

EUROPA.... PAGEREF _Toc431418376 \h 24

● L’Unione europea reagisce (si fa per dire...) alla foto del bimbo siriano affogato sulle coste della Turchia. PAGEREF _Toc431418377 \h 31

● Sogno, miraggio o incubo? La libera circolazione... PAGEREF _Toc431418378 \h 32

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc431418379 \h 35

● Il veto che (forse, poi...) stavolta funzionerà... PAGEREF _Toc431418380 \h 36

in America latina.. PAGEREF _Toc431418381 \h 37

GERMANIA.... PAGEREF _Toc431418382 \h 40

La VW:ma era Mozart  a dire che ‘Così fan tutte’, no?. Ma lo slogan diceva che era una tedesca!. embé?. PAGEREF _Toc431418383 \h 40

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc431418385 \h 40

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc431418386 \h 42

 

 

 Si prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di ottobre 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilievo:

•Il 15 e 16 ottobre, a Pechino, primo vertice dei paesi ASEAN non per negoziare ma per discutere insieme delle rivendicazioni di sovranità che si accavallano nell’area del Mar Cinese meridionale;

•Il 18, nella Repubblica centrafricana elezioni presidenziali e parlamentari. Potrebbero ancora vedersi deteriorare una situazione di sicurezza rovente per gli scambi di massacri reciproci e a turno e le atrocità tipo dente per dente tra popolazioni cristiane e mussulmane; oppure, ma ci credono in molti di meno, potrebbero forse, stabilizzare un po’ la situazione;       

• Il 25 ottobre, in Guatemala, ballottaggio delle presidenziali tra il conservatore tradizionale di destra Baldizón e la candidata della sinistra sociale tradizionale, Sandra Torres, dopo le dimissioni e l’arresto per corruzione del presidente in uscita, eletto alle urne ma erede legittimo e rappresentativo della vecchia classe golpista militare.

• In ottobre, previsto – se alla fine non lo posticiperanno ancora un volta...– il processo delle elezioni parlamentari in diverse tappe che, fino a dicembre inoltrato,si svolgeranno in Egitto e finora sempre rinviate dai golpisti che, ora assicurano (ah! ah!), avendo messo fuori legge ogni opposizione effettiva, condannandone anche a morte i leaders, garantirà il passaggio del paese alla democrazia.

nel mondo in generale

●Torniamo a parlare di petrolio e del suo prezzo, a partire dalla promessa ora infranta di Obama (l’ennesima) di tornare a consentire la trivellazione nell’Artico americano, di greggio dalle grandi profondità. No, Obama è più ignorante che ipocrita quando apre vaste aree dell’Artico americano alle trivelle dei petrolieri (lo sostiene sul Washington Post, 2.9.2015, Stephen Stromberg, No, Obama isn’t a climate hypocrite No, Obama non è un ipocrita sul clima http://www.washingtonpost.com/blogs/post-partisan/wp/2015/09/01/no-obama-isnt-a-climate-hypocrite), ma non per deplorarlo: il contrario...

Citando un  parere, non proprio al di sopra delle parti, sintetizza l’argomento che lo assolve, per così dire, dal peccato di ipocrisia e, secondo questi, insieme lo condanna come ignorante o, al minimo, male informato. Il fatto da cui parte è che “più petrolio estratto in un posto in genere equivale da qualche altra parte a meno greggio lì estratto― per ché è così che funzionano i mercati e il meccanismo dei prezzi”, tutti perfettamente come sono fungibili (Council on Foreign Relations, 13.5.2015, Michael Levi, The Environmental and Climate Stakes in Arctic Oil Drilling― Le questioni in ballo su clima e ambiente nelle trivellazioni di petrolio nell’Artico http://blogs.cfr.org/levi/2015/05/13/the-environmental-and-climate-stakes-in-arctic-oil-drilling).  uanto a clima ed ambiente di   

Questo, in generale, appunto è vero: è un fatto. Ma non considera un altro fatto anche più lampante e pesante.  Che, per definizione, qualsiasi restrizione delle trivellazione alza il prezzo del greggio.  E nessuno si mette a trivellare l’Artico – è difficilissimo e costoso – e non dove praticamente non costa niente.  Ma se la trivellazione non può aver luogo lì, dove costa di meno, si alzerebbe il costo del petrolio. In questo senso, la restrizione della trivellazione avrebbe lo stesso effetto sul consumo di greggio di una tassa sull’uso del carbone: alza il prezzo al consumo.

Una tassazione sul carbone sarebbe una linea più sensata per scoraggiare il consumo di petrolio o, più in generale, sull’uso di combustibili fossili di quella che è una chiusura di territori alla trivellazione (questo ai fini del contenimento del riscaldamento globale ma ci cono anche altre ragioni per voler proteggere l’Artico). Ma se una carbon tax non è possibile per ragioni politiche, allora diventa ragionevole sottrarre comunque, anche a caso, aree di territorio dell’Artico alla trivellazione.

Altra considerazione di rilievo sul tema – per quanto banale spesso neanche considerata – è che in realtà, poi, all’industria non interessa niente se ricava $100 al barile dal petrolio che vende oppure, come da qualche tempo, solo $40. Quel che le interessa davvero è quanto ricava al netto del costo di produzione. C’è anche petrolio in giro che può essere prodotto ancora a costo basso ma la maggior parte del greggio che l’industria della trivellazione sta ora cercando di tirar fuori è a costo elevato.  Se mettiamo insieme i due dati, e si rileva che il costo di produzione medio del greggio a livello mondiale è sui $30 al barile, si conclude che il livello potenziale, col crollo dei prezzi, è sceso di più dell’80%: e il profitto è caduto dalla media di $70 al barile ad appena una decina.

Di fatto, poi, dato che è molto meno il petrolio estraibile a $40 al barile di quello a $100, il declino nel potenziale profitto toccherebbe e andrebbe oltre quasi sicuramente il 90%. L’industria, in altri termini, avrebbe oggi molto meno interesse a trivellare comunque e dovunque di quanto fosse solo un no e mezzo fa. Ma proprio l’insistenza con cui l’industria petrolifera ha insistito per strappare – e ottenere – l’assenso di Obama a riprovarci nell’Artico, sembra indicare che i prezzi nel futuro prossimo venturo essa se li aspetta ormai certo più vicini ai $100 al barile che ai 40.

●I  prezzi del petrolio sono andati su è giù come legati a un elastico sui mercati che li vede man mano assorbire dati assai diversi registrando una produzione lievemente al ribasso del greggio americano; più elevati livelli dello stoccaggio globale; una revisione al rialzo del PIL statunitense  che lo dà nel secondo trimestre a un +3,7% a tasso annuo; e altre indicazioni  invece di rallentamento del manifatturiero cinese. Un esempio di questi andamenti a yo-yo, che tutti hanno effetti diretti, immediati e futuri, sul prezzo del greggio lo ha visto schizzare su del 25%, prima di ricadere di botto e di molto, nel corso di un periodo di soli tre giorni (The Economist, 4.9.2015).

Anche attori che di regola non lavorano insieme – si sono ora messi almeno tacitamente a operare insieme andando oltre e, tagliandoli ancora (Al Arabiya, 11.9.2015, Iran drops crude price to three-year low in fight for Asia market share― L’Iran [ma anche il Kuwait: e, forse, è solo l’inizio] abbassa il prezzo del greggio al prezzo più basso da tre anni nella battaglia per le quote di mercato asiatiche http://english.alarabiya.net/en/business/economy/015/ 9/11/Iran-drops-crude-price-to-three-year-low-in-fight-for-Asia-market-share.html).

●Non è la sola occasione che sembra aprirsi ora, nel dopo accordo dei 5+1 all’Iran se, come ha ripetutamente accennato il presidente Rouhani, vuole aiutare a sbloccarsi inimicizie ancestrali tra Stati mussulmani sci’ti e sunniti. Il Kuwait, accennavamo appena sopra, sta agendo come se si trattasse proprio di un’intesa sul delicatissimo piano della fissazione dei prezzi ddl greggio, contro i desiderata addirittura dell’Arabia saudita. Ma adesso è il Bahrain. Staterello pulcino, che galleggia sul petrolio e si fa ricco del supersfruttamento e del diritto negato dei lavoratori indo-bengalesi e arabi che importa a go-go, finche dura...

Si apre – anzi si allarga la guerra sui prezzi tra paesi produttori ed esportatori membri nell’OPEC. La concorrenza tra loro, in un momento di stra-produzione, ha fatto crollare la media dei prezzi, anche al di là delle intenzioni che aveva Riyād quando più di un anno fa l’ha innescata per “punire” l’Iran. Con conseguenze che, però, data l’assoluta fungibilità di questo mercato, ormai hanno costretto lo stesso regno saudita a ricorrere ai mercati cercando prestiti per finanziarsi il rosso che si è così, scioccamente imprevisto, aperto anche nel proprio bilancio (Stratfor – Analysis, 3.11. 2014, Lower Oil Prices Carry Geopolitical Consequences― I prezzi al ribasso del greggio portano con sé conseguenze geopolitiche  globali https://www.stratfor.com/analysis/lower-oil-prices-carry-geopolitical-consequences).

●Dicevamo del Bahrain che, dando sui nervi all’onnipotente monarca saudita, dichiara ormai di essere, adesso, pronto a parlare “costruttivamente” con Teheran – l’apostata, l’eresiarca, l’eretico campione sci’ita – se si dimostra pronto a fare il primo passo per metter fine alle ostilità, sia politiche che militari: lo dichiara, adesso, il ministro degli Esteri Sheikh Khalid bin Ahmed della famiglia onnipotente e padrona degli al-Khalifa.

Khalid bin Ahmed sembra uno dei pochi uomini di governo della regione a sottolineare per primo come, finora, i tentativi anche da qualcuno intrapresi nella regione – da qualche paese del Golfo e dall’Iran stesso – per avviare un qualche dialogo sono sempre arrivati fuori tempo o secondo formule errate. Adesso però – non lo dice così (neanche lui osa) – ma la soluzione alle guerre regionali dirette e indirette con l’Iran sta nel fatto che, ora, l’accordo tra Iran e 5+1 ha diluito, attenuato e dissolto il potere in tutto il Medioriente di tutti gli attori principali creando una miriade potenziale di nuovi conflitti e di strane, sempre potenziali, alleanze (Gulf Digital News/GDN― Dubai 16.9.2015, Raji Unni Krishnan, Bahrain ready for a peace dialogue with Iran Bahrain pronto a un dialogo di pace con l’Iran http://www.gdnonline.com/Details/23742/Bahrain-ready-for-a-peace-dialogue).

●Ma, adesso, sono i petrolieri a mettere loro in quiescenza la diatriba sulla trivellazione del petrolio nell’Artico quando il nome e il simbolo per antonomasia delle sette sorelle, la Royal Dutch Shell, decide e annuncia che si ritira dalla ricerca di greggio, fermando di botto tutte le operazioni costose e poco producesti, ora dicono, nell’area artica dell’Alaska. Si trattava di una campagna di esplorazione e di ricerca programmata della durata di nove anni― e che, finora, ha di fatto buttato via inutilmente sui 7 miliardi di $, a fronte dell’ormai prolungato e pesante periodo di ribasso dei prezzi.

Si tratta, naturalmente, anche di prospettive di perdite colossali per le entrate di Stati come appunto Alaska e Washington che ci avevano puntato e essi stessi investito miliardi delle loro tasse anche rinunciando a fior di entrate fiscali (New York Times, 28.9.2015, Clfford Kraus e Stanley Reed,  Shell Exits Arctic as Oil Slump Forces Industry to Retrench― La Shell se ne va dall’Artico con tutta l’industria costretta a economizzare tagliando le spese ▬ http://www.nytimes.com/2015/09/29/business/international/royal-dutch-shell-alaska-oil-exploration-halt.html#).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●In Egitto, l’esercito annuncia di aver lanciato quella che, senza fornire precisazioni, autodefinisce un’importante operazione militare nella penisola del Sinai contro le formazioni dello Stato Islamico che da mesi vi vanno imperversando. Dice il Cairo che, nell’offensiva condotta nelle zone di Rafah, Sheikh Zuweid e El-Arish oltre a una trentina di  militanti, sono rimasti uccisi anche due suoi soldati e una decina sono stati i feriti (Times of Israel/Tel Aviv, 8.9.2015, 29 jihadists killed in Sinai ‘major operation’― 29 jihadisti uccisi in una ‘importante operazione’ nel Sinai http://www.timesofisrael.com/29-jihadists-killed-in-sinai-major-operation).

E viene fuori anche che oggi pure gli Stati Uniti starebbero considerando l’opportunità di aumentare il loro contingente nella Forza Multinazionale di Osservatori che l’ONU lì, su loro iniziativa, ha inviato dalla stipula (nel 1981) della pace tra Israele e Egitto: anche se nessuno sembra avere la minima idea del per fargli fare che cosa: non certo, però, per combattere  (Sratfor – Analysis, 22.8.2015, The U.S. Reconsiders Its Position in the Sinai― Gli USA starebbero riconsiderando la loro posizione sul Sinai https://www.stratfor.com/analysis/us-reconsiders-its-position-sinai).

●Il primo ministro egiziano Ibrahim Mehleb è stato improvvisamente dimesso, subito prima di metà settembre, anche se il governo resta in carica per, come si dice, il disbrigo degli affari  correnti. Il presidente feld-maresciallo al-Sisi che aveva manifestato in diverse occasioni recenti, anche pubblicamente, la sua insoddisfazione per l’inconcludenza indubbia del Gabinetto, ha chiesto di formarne uno nuovo “efficiente” (come se bastasse ordinarlo!) entro una settimana all’attuale ministro del Petrolio, Sherif Ismail. Scadenza che, in effetti, come succede in questo tipo di democrature militari e come anche da noi a qualcuno piacerebbe veder capitare viene mantenuta: sui  tempi, non è affatto detto  per l’efficacia (Al Jazeera, 19.9.2015, Egypt's Sisi swears in new government― L’egiziano Sisi fa giurare il nuovo g overno ▬ http://www.aljazeera.com/news/2015/09/egypt-sisi-swears-government-150919132205044.html).

E così, passo dopo passo ma in accelerazione, prosegue la restaurazione mubarakiana: due dei nuovi ministri, quello dell’istruzione Zaki Badr e il collega del turismo, Hisham Zaazou, sono vecchie – e piuttosto puzzolenti – mummie tirate fuori dal museo polveroso del regime mubarakiano e rimessi nei posti che coprivano già in  diversi governi del vecchio rais.

ueto ipo di democrature militari e come molri anche da noi sperano di vedere aui cap

Qualche giorno prima era stato arrestato nel corso di un’inchiesta su corruzione e mazzette in alto loco, il ministro dell’Agricoltura Sala el-Din Helal. Al Cairo, devono fare i conti in questo momento con l’insorgenza di formazioni affiliate allo SI nel Sinai, una presenza e una minaccia che forza un calo secco di produzione di petrolio e di gas dalla regione (Al Jazeera-America, 12.9.2015, Egypt's government resigns amid corruption probe Il  governo egiziano dimesso nel mezzo di un’inchiesta anti-corruzione http://america.aljazeera.com/articles/  2015/9/12/egypts-government-resigns-amid-corruption-probe.html).

●Quanto mai tempestiva e fortunata, dunque, la scoperta appena annunciata dall’ENI di un grande giacimento off-shore di gas naturale, sempre intorno lì al Sinai al largo dell’imbocco del canale di Suez, a  Zohr,  su 100 km2 di superficie, a 1.450 metri di profondità con un potenziale di produzione stimato, già dopo una verifica quasi completa, sui 30.000 miliardi di piedi3, equivalenti a  miliardi e mezzo di barili di greggio petrolifero (Iran e Russia, che detengono le maggiori riserve stimate al mondo, ne hanno per 34.000 e, rispettivamente, per 32.000 miliardi di piedi3).

●L’AD dell’ENI, Claudio Descalzi, anche poi neanche petitus,  ha puntigliosamente tenuto a precisare (la Repubblica, 31.8.2015, A. Greco, Claudio Descalzi: ‘L’indipendenza energetica del Cairo può dare stabilità a tutta la regione’ ▬ http://www.repubblica.it/esteri/2015/08/31/news/claudio_descalzi_l_indipendenza_ energetica _al_cairo_puo_dare_stabilita_a_tutta_la_regione_-121944717 ) che comunque la produzione di Zohr sarà largamente riservata allo sviluppo interno dell’Egitto... E sarà da vedere.

●Nelle settimane tra fine agosto e inizio settembre diverse fonti parlano del rafforzamento in atto da parte dei russi di equipaggiamento bellico, personale specializzato di supporto e assistenza, aerei da combattimento, piloti e personale specializzato di assistenza a terra. Ci sono voci – non confermate ma di diversa fonte – di soldati russi e personale addetto a veicoli semoventi corazzati che sarebbero stati filmati in Siria nord-occidentale, al confine con Turchia e Iraq.

Altre informazioni confermano che i russi si sono in pratica stabiliti in una base vicino a Damasco da cui intraprendere missioni di appoggio e di combattimento aereo contro l’ISIL. L’esercito di Assad smentisce, però, questi rapporti ormai reiterati ma al momento non confermati né documentati, su una presenza militare russa tanto rafforzata. Né si sentono fonti autorevoli, perché credibilmente indipendenti a confermarlo. Si tratta anche di un modus operandi del tutto atipico rispetto a quello usuale di Putin che preferisce sempre un approccio indiretto, più mascherato.

In ogni caso l’ultima fabbrica di voci in proposito, il sito-web israeliano Ynet.newscom, sponsorizzato dal governo, è per lo meno sospetto (Ynet.com, 31.8.2015, Alex Fishman [un altro della nidiata di neo-cons americani], Russian Jets in Syrian Skies Caccia a reazione russi nei cieli siriani http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4696268,00.html). E, tutto considerato e soppesato, sembra in realtà che una simile espansione di presenza militare russa non sia seriamente credibile.

Seriamente, ad apparire ormai quasi sicuro è che, con la presenza di consiglieri e di assistenza tecnica, sia aumentato in queste settimane l’invio e l’arrivo di armi russe al governo siriano. Come quello di armi e consiglieri americani ai ribelli siriani della dissidenza – molto, molto eterea – interna (Russia Direct/San Pietroburgo,  28.8.2015, Yuri Darmin, Russia's Syrian strategy is no longer up in the air― La strategia russa in Siria non è più solo basata in aria http://www.russia-direct.org/opinion/russias-syrian-strategy-no-longer-air)...

Tanto eterea che adesso il generale statunitense capo del Comando centrale delle FF.AA., confessa alla Commissione senatoriale delle Forze armate che il contingente di 54 ribelli siriani contro Assad, individualmente “coltivati” dal Pentagono al modico costo per il contribuente di circa 8-9 milioni di $, in costi di addestramento e “mercede” di un anno, si sono ormai ridotti a 4 – dopo pochi mesi, con molti  uccisi da al-Nusra, diversi semplicemente “eclissatisi” – : quattro, non uno di più. Ma malgrado ciò, ci riprovano, lanciando a maggio scorso, insieme alla Turchia, a un nuovo programma di ingaggio, addestramento e armamento che punta a reclutare 15.000 ribelli (54 per 9 milioni di $... e 15.000, se poi li trovano – chiede dubbioso, ma senza ottenere risposta, il presidente della Commissione, senatore repubblicano ex concorrente di Obama, John McCain – a quale costo? (US Senate Armed Service’s Committee, 16.9.2015, Hearings Deposizione del comandante, Gen. Lloyd J. Austin III – testo integrale http://www.armed-services.senate. gov/imo/media/doc/Austin_09-16-15.pdf).

●Il fatto è che, però, a prescindere quasi dal se è vero o no – e probabilmente è vero che i russi stanno incrementando aiuti e presenza di supporto diretta ad Assad – a Washington continuano a preoccuparsi di quel che la Russia potrebbe mirare a fare in Siria. Il che è normale e del tutto comprensibile. Meno comprensibile, invece, è che Casa Bianca, Pentagono e dipartimento di Stato facciano finta di scandalizzarsi – o, peggio, magari si scandalizzino realmente come la maggioranza degli americani che credono nel diritto degli USA a fare quel che gli pare nel mondo perché loro sono... loro e gli altri no, nella presunzione dell’ “eccezionalismo” statunitense che li faceva unici nella storia, come pronosticava George Washington, il loro primo presidente[1].

Perché, adesso, nella capitale che porta il di lui cognome, cominciano forse davvero a temere l’intensificazione russa del sostegno militare alla Siria di Bashar al-Assad. Semplicemente farebbero proprio come l’America che non solo rivendica il diritto ma da anni sostiene i ribelli che al rais siriano fanno la guerra ma sono da subito, in pratica, riusciti a terrorizzare però – come dicono tutti i sondaggi e gli inviati dello stesso NYT – la grande maggioranza dei cittadini siriani più di quanto abbia fatto lo stesso Assad.

Che pure – in una guerra civile feroce come questa – non è stato proprio uno stinco di santo, anche lui responsabile di misure estreme e (ma nessuno lo ha ancora dimostrato: non solo affermato) di crimini di guerra (New York Times, 6.9.2015, M. Gordon e E. Schmitt, Russian Moves in Syria Pose Concerns for United States Le mosse della Russia preoccupano gli Stati Uniti http://www.nytimes.com/2015/09/05/world/ middleeast/russian-moves-in-syria-pose-concerns-for-us.html).

Adesso, alle ultime critiche manifestate al ministro degli Esteri russo Lavrov da quello americano Kerry, contro quella che lui chiama una crescente interferenza russa nelle cose siriane, dopo la prima “sorpresa” espressa a caldo da Sergei Lavrov, che si dice un tantino “scioccato dalla faccia tosta degli USA”, risponde  direttamente la portavoce del ministero a Mosca, Maria. V. Zakharova,   dichiarando ufficialmente la forte sorpresa di fronte a un ammonimento americano anzitutto “scandalosamente” diverso dal loro comportarsi.

E, poi, centrato su un’escalation del conflitto in Siria imputato alla Russia quando, nella realtà, la linea del Cremlino – sostiene – è stata la stessa “coerente da anni: abbiamo sempre fornito e continueremo a prestare sostegno, equipaggiamento ed aiuti per lottare e sconfiggere in Siria tutti i terrorismi(New York Times, 7.9.2015, Neil MacFarquhar, Russia Answers U.S. Criticism Over Military Aid to SyriaLa Russia respinge la critica americana sul suo aiuto militare alla Siria http://www.nytimes.com/2015/09/05/world/middleeast/russian-moves-in-syria-pose-concerns-for-us.html).

●E, subito dopo, il 9 di settembre, il ministero degli Esteri russo conferma in effetti che, come per tanti paesi che nel mondo vendono e forniscono armi anche loro mandano esperti e addestratori militari in giro per il mondo, loro pure hanno in Siria i loro consiglieri militari. E’ parte integrante dell’accordo e degli impegni contrattuali tra paesi sovrani, quando sia necessario, inviare gli specialisti che servono ad addestrare le Forze armate del governo in questione a far funzionare materiale e tecnologia di un tipo piuttosto che l’altro.

Quanto alle voci su un attuale aumento di presenza militare russa nel paese, dice il ministro dell’Informazione siriana, si tratta di chiacchiere e invenzioni di intelligence araba e occidentale. L’8 settembre, in effetti, esponenti del Pentagono avevano riferito senza alcun sostegno verificabile documentale di tre aerei da trasporto giganti, Antonov AN-225― in russo― Антонов Ан-225 –Мрия― Mriya― sogno, in italiano, nella città costiera di Latakia, installando – dicono sempre le stesse fonti, unità di abitazione modulari prefabbricate e sistemi portatili di controllo del traffico aereo. La verità è naturalmente ovvia: che i russi ci sono da tempo e stanno anche accrescendo aiuti e assistenza (qualche giorno dopo iventa ufficiale che i grandi Antonov atterrano ormai con un vero e proprio ponte aereo in quell’aeroporto e che esso è difeso da una decina di enormi carri armati da combattimento di ultima generazione T-90).

Proprio come, dall’altra parte, ci sono americani e tutti i cosiddetti “amici della Siria” – della Siria anti-Assad, si capisce – che di fatto intervengono da anni anche se ormai qaulcuno comincia a chiedersi pure a chiedere davvero poi a favore di chi... vista l’assoluta inconsistenza dei loro assistiti sul campo...

Latakia, tra l’altro, è la roccaforte territoriale dove da sempre è insediato il centro del potere alawita/sci’ita del clan di Bashar al-Assad (lo riporta così, senza alcuna verifica – cioè: è credibile anche se non documentato – ma questo non è precisato: Yahoo!News, 8.9.2015, Huge Russian military planes land in Syria― Grandi trasporti aerei militari russi atterrano in Siria ▬ http://news.yahoo.com/huge-russian-military-planes-land-syria-221502659.html).

Il caso sta montando in sordina e viene alla luce con molto rumore come un problema politico  quando il governo bulgaro rende noto, con qualche imbarazzo, di aver rifiutato il diritto di sorvolo agli aerei russi che portano aiuti e consiglieri militari in Siria. Gli USA hanno chiesto la stessa cosa alla Grecia, che però ancora non ha risposto. Ma la questione sta montando e, se non si trova il modo di disinnescarne l’impatto, tutti – bulgari, greci se dicono poi anche loro anche se palesemente nolenti alla fine di sì e pure gli americani – che usano ancora lo spazio aereo russo per i voli da e in Afganistan ad esempio – si possono aspettare – e protesteranno, protesteranno... potete scommetterci – quando i russi ricambieranno lo “sgarbo” bloccando loro i sorvoli sull’immenso territorio russo.

●Poi, inaspettatamente, poco più avanti in settembre, sotto pressione dei militari USA preoccupato un po’ di questo tit-for-tat, di questo dare ed avere che, forse, al dunque, penalizza più loro di quanto alla fine intralci i loro omologhi russi, adesso, il segretario di Stato John Kerry ha detto che Washington accetta l’offerta da tempo sul tavolo di aprire con Mosca incontri tra alti gradi militari sul rafforzamento in atto degli aiuti russi in Siria, anche se poi, cominciando dai militari gli incontri proseguiranno più in alto, a livello politico.

Sergei Lavrov lo aveva appena ripetuto a Kerry il 16 settembre e l’offerta stavolta non è stata lasciata cadere. Ha anche tenuto a spiegare all’americano che il suo governo è interessato in Siria a combattere e sconfiggere la minaccia dello Stato Islamico. Anche se, in secondo luogo, ovviamente con ciò stesso i darà una mano all’alleato Bashar al-Assad, che Mosca continua a considerare il legittimo presidente della Siria.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Mariya Zakharova, dettagliando l’offerta di Lavrov ha chiarito che Mosca non ha alcun problema a fornire informazioni a chiunque consideri “un valido interlocutore che le si rivolga attraverso i canali appropriati”. Noi agiamo soprattutto per prevenire il continuo peggioramento di una situazione che, se non controllata subito diventa il dramma della fuga di popoli interi ai quali non è sopportabile che l’Europa continui a rispondere ripescando migliaia di annegati dal Mar Mediterraneo o con fili spinati, muri, gas lacrimogeni e peggio alla faccia di ogni discorso di umanità e solidarietà...

Sembra un po’ curioso – annota molto acidamente  e dal suo punto di vista anche amaramente  il sito ufficiosamente vicino al Pentagono che spesso qui trovate citato (NightWatch KGS.Washington. D.C., 17.9.2015,  Russia, Syria, the West https://www.kforcegov.com/index.aspx),  proprio perché sottolinea quello che ufficialmente non può essere detto, grazie in sintesi a un tasso minore di ipocrisia rispetto all’occidente, all’America ma anche all’Unione europea la Russia ha assunto “una posizione moralmente superiore e più credibile e anche con questa offerta – alla fine accettata, senza però una controfferta di effettiva reciprocità di discutere dei loro aiuti da parte degli USA – li fa apparire al mondo, tutto considerato, come più ragionevole”.

●D’altra parte, tra le varie dichiarazioni – fattuali e di propaganda – delle due parti emerse in questa occasione la più rivelatrice è stata sicuramente quella enunciata dal segretario di Stato americano quando ha formalmente annunciato, prima di un colloquio col collega degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed che la posizione dell’Amministrazione Obama resta la stessa.

I suoi obiettivi in Siria restano sempre quelli “di sconfiggere l’ISIL e di una soluzione politica del conflitto che non potrà essere raggiunta nel lungo periodo se non con l’uscita di Mr Assad dal governo”. E cambia tutto con quella specificazione sul “lungo periodo”: finora era subito che il fine degli USA era quello di sbattere Assad subito fuori del potere. Ma è stato finora impossibile,   perfino per l’ISIL (New York Times, 18.9.2015, M. R. Gordon e E. Schmitt, U.S. Agrees to Begin Military Talks With Russia on Syria― Gli USA sono ora d’accordo con la Russia nel dar inizio a colloqui sulla Siria http://www.nytimes.com/2015/09/19/world/europe/us-to-begin-military-talks-with-russia-on-syria.html?_r=0).

I principali strumenti militari che i russi stanno adesso inviando ad Assad sono veicoli blindati corazzati BTR-82, armi di piccolo calibro, lancia-granate e autocarri militari BPM-97 (Al-Jazeera/Doha, 10.9.2015, Russian aid flights to Syria carry military equipment― I voli russi di aiuti alla Siria portano materialI millitari http://www.aljazeera.com/news/2015/09/aid-flights-syria-carry-military-equipment-15091011011 7672.html). Si tratta di aiuti che adesso arrivano da Iran ed Iraq, dopo il no di Bulgaria e anche Grecia che si piegano alla richiesta degli USA, e sono, almeno ora, davvero aiuti gratuiti non avendo certo la Siria la possibilità oggi di finanziarne l’acquisto (Stratfor – Analysis, 10.9.2015, Confirming Russia's Expanded Presence in Syria― Confermata una pesenza più allagata della Russia in Siria ▬ https://www.stratfor.com/ analysis/confirming-russias-expanded-presence-syria)..

●Intanto, la Tv di Stato siriana conferma che le truppe regolari sono state fatte evacuare, dopo quasi due anni di strenua difesa, dalla base di Abu al-Juhur, nella provincia nord-occidentale di Idlib, ai confini con la Turchia sud-occidentale. E’ stata la formazione legata ad al-Qaeda di Jabhat al-Nusra― il sostegno del popolo a condurre l’assalto. Restano in armi e attivi nella zona di Idlib due gruppi di sci’iti e il vice ministro degli Esteri russo, Bogdanov  si riferisce anche alle difficoltà e agli intralci posti all’arrivo degli aiuti di cui ha bisogno chi combatte sul campo contro lo Stato Islamico e i suoi militanti.

E denuncia l’ipocrisia e le responsabilità di chi – Bulgaria, Grecia e America – impedisce, o ostacola, piuttosto, l’arrivo al governo siriano dei rifornimenti di cui ha bisogno per sconfiggere davvero i tagliagole (Stratfor – Geopolitical Diary, 8.9.2015, Moscow  Lashes Out Against Europe Over Syria― Mosca attacca l’Europa per la Siria https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/moscow-lashes-out-against-europe-over-syria).

All’ISIL, anche se criticamente, continua ad affiancarsi al-Qaeda,che col suo numero uno, Ayman al-Zawahiri, torna a chiedere come fa già da qualche tempo a tutti i giovani islamisti che vogliono la jihad e vivono in USA e in Europa, a portare lì, con l’azione delle loro cellule ormai anche troppo lungamente dormienti, i loro attacchi – direttamente nel cuore del sistema e non tanto nei paesi islamici (Stratfor – Security Weekly, 20.8.2015, Grassroots Cells: Even More Dangerous Than Lone Wolves― Le cellule di base:anche più pericolose di lupi solitari https://www.stratfor.com/weekly/grassroots-cells-even-more-dangerous-lone-wolves).    

Promette di lavorare con lo SI  contro l’occidente, specie in Iraq e in Siria, invocando l’unità delle forze jihadiste, che ammette essere però molto difficile da realizzare anche perché, tra l’altro lui non rinuncia a dire, e anzi ribadisce, che la sua pretesa di definirsi come califfato è totalmente illegittima, sia storicamente sia teologicamente, secondo il Corano e la shar’ia (Stratfor – Security Weekly, 9.7.2015, Scott Stewart, The Jihadist Blowback Against the Islamic State― La reazione jihadista contro lo Stato Islamico [non per i metodi e i comportamenti, si capisce, ma per... la pretesa di proclamarsi... un califfato] https://www.stratfor.com/weekly/jihadist-blowback-against-islamic-state).

●Più avanti in settembre, la Russia fa anche sapere a tutti che, in ogni caso, come fa qualsiasi paese sovrano al mondo, riserva a se stessa se richiesto dal legittimo governo siriano  – se e quando lo riconoscesse necessario – di mandare sue truppe a fianco di Assad anche ad affiancarlo direttamente. Lo dice il 18 assentendo a un’osservazione avanzata il giorno prima dal ministro siriano degli Esteri Walid al-Moallem, sul fatto che Damasco non esiterebbe a chiederglielo se ne avesse bisogno “come è normale in una normale alleanza” pur smentendo che soldati russi già  combattano oggi in territorio siriano.

Per ora, precisa, si tratta di ipotesi (The Times of Israel, 18.9.2015, Kremlin: Russia would consider any Syrian request to send troops― Il Cremlino ribadisce che la Russia considera con favore un’eventuale richiesta di mandarle truppe in aiuto http://www.timesofisrael.com/kremlin-russia-would-consider-any-syrian-request-to-send-troops; e  Stratfor – Analysis, 17.9.2015, Russia Fortifies Its Position in Syria― La Russia rafforza le sue posizioni in Siria https://www.stratfor.com/analysis/russia-fortifies-its-position-syria), malgrado riserve e timori manifestati ma irrilevanti per russi e siriani di paesi come Stati Uniti e Turchia.

Adesso sembra confermato, anche con la convalida di immagini satellitari della AllSourceAnalysis (Stratfor – Analysis, 21.9.2015, Russian Fighter Aircraft Arrive in Syria― In Siria, arrivano caccia russi a reazione https://www.stratfor.com/analysis/russian-fighter-aircraft-arrive-syria) che la Russia abbia rafforzato il suo contingente alla base aerea di Basil al-Assad a Latakia con l’arrivo anche di nuovissimi caccia a  reazione. Il Sukhoi SU-25 è un caccia monoposto che fornisce supporto aereo ravvicinato alle truppe di terra, mentre l’SU-30 è un bi-posto ancor più modernizzato.

●Specificano, poi, fonti americane non identificate su diversi media che i russi hanno ormai schierato nella base di Latakia, insieme a 20 elicotteri da trasporto e attacco, anche 12 caccia multiruolo SU- 24, 4 SU-30 e altri 12 SU-25 da attacco a terra. Secondo queste fonti, tutto sembra  indicare che i russi intendono condurre in Siria operazioni non sempre più solo su scala limitata e  in  reazione alle offensive dell’ISIL. I russi sembrano poter aver concluso che, allo stato, neanche gli sforzi degli Hezbollah libanesi e dell’Iran potrebbero non bastare a salvare il governo siriano. Arrivando anche forse a decidere di volere e di poter ridiventare una potenza presente e, ancora una volta, strategicamente “pesante” in Medioriente.

Per questo, che ovviamente li preoccupa, e per evitare interferenze e potenziali conflitti pericolosi e perché non previste e non autorizzate scorribande nei cieli siriani sia loro che di loro alleati del Golfo mai comunicate a Damasco, gli americani vogliono, adesso, parlare di cose e presenze militari in Siria coi russi. Quella che con un nuovo e singolare neologismo chiamano una “de-conflittualizzazione”, con la quale contano di rafforzare il regime di Bashar al-Assad e anche, possibilmente, di avviare qualche progresso a una soluzione concordata.

O, comunque più concordata ormai che affidata solo ad altre distruzioni e tragedie come tutte quelle tentate e fallite finora, a costi altissimi e inutilmente (The Economist, 25.9.2015, Syria, Russia and the West – A game-changer in Latakia?― La Siria, la Russia e l’occidente― Un cambio radicale delle regole del gioco a Latakia? ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21667947-russias-intervention-side-bashar-al-assad-just-might-increase). Adesso, i russi contano di poter puntare per questo tentativo anche sull’aver trascinato gli USA almeno a discuterne la possibilità.

●Anzi, Putin insiste. Subito prima di incontrare Obama all’ONU il 28, quando il russo avrà appena  tenuto il suo intervento all’Assemblea generale, per discutere su richiesta dell’americano del tema della Siria, proclama – e col diritto internazionale alle spalle: citando specificamente articoli e commi della Carta dell’ONU a sostegno – e anticipa in qualche modo quello che dirà alle Nazioni Unite. Ricorda che il sostegno alle forze ribelli in Siria da parte americana non é solo inefficace, come dimostrano fatti e ripetute defezioni per congiungersi allo Stato Islamico, ma sottolinea che è anche illegale, mentre il presidente Assad meriterebbe – dice – il sostegno pieno di chiunque si oppone al terrorismo perché contro di esso egli combatte sul serio e non solo a chiacchiere  (The Sunday Express/Londra,  27.9.2015, Putin calls US support for rebel forces in Syria 'illegal' and says it just arms ISIS― Putin chiama ‘illegale’ il sostegno americano ai ribelli siriani e dichiara che nei fatti serve solo ad armare l’ISIS http://www.express.co.uk/news/world/608267/Putin-US-support-for-rebel-forces-Syria-illegal-ISIS).  

●Sabato 26 settembre un altro aereo da trasporto russo atterra alla base aerea di Hmeimim nella provincia di Latakia, il più grande porto anche del paese che si affaccia sul Mediterraneo, proseguendo nella tendenza che vede in arrivo un trasporto militare al giorno nel paese, un volo accompagnato da una scorta di caccia. All’ONU il 28 ad Obama Putin illustrerà il crescente coinvolgimento in Siria di forze militari russe e lo farà, anzi lo rivendicherà, apertamente  (ChannelNewsAsia, 26.9.2015, Russia builds up Syria airbase as US policy suffers setback― La Russia costruisce una nuova base aerea in Siria, marcando [un altro] arretramento delle strategie  americane [che, lo stesso giorno, al Pentagono ammettono come un contingente di una settantina di “liberi –ah! ah! – combattenti”da loro addestrati hanno consegnato armi e bagagli sciaguratamente, in cambio del rompete le righe e del loro si salvi chi può, ai miliziani soci di al-Qaeda] ▬  http://www.channelnewsasia.com/news/world/russia-builds-up-syria/2152772.html).

●Obama, nel discorso dal podio dell’Aula magna dell’ONU, non accetta di chiamare Assad altro che un “tiranno”, che è certamente― ma cade nel ridicolo riservando quel titolo solo a lui e non ai tanti suoi altri omologhi emiri, sultani, rais, monarchi e “capi di Stato” che a modo loro a Assad come pure a se stesso somigliano – ne condanna, per dire, l’uso delle bombe a grappolo che ha copiosamente utilizzato come il suo predecessore per anni in Afganistan – ma nei fatti si arrende e concorda che, per il momento, il nemico principale come gli ricorda Putin dagli stessi microfoni in Siria è lo Stato Islamico.

Concludono i due, nel colloquio di 90minuti che segue a quattr’occhi,  che ogni comando militare congiunto russo-americano contro i tagliagole non è un’ipotesi realistica. Ma anche che almeno i militari devono tra loro discutere, pianificare e concordare tra loro per non intralciarsi, e peggio, a vicenda. Lavrov e Kerry, i due ministri degli Esteri, coordineranno incontri e cooperazione necessaria e possibile. 

                                                                                                                                         

●A Mosca, intanto, il 21 settembre ne ha parlato col premier israeliano Benjamin Netanyahu in visita ufficiale che ha discusso col presidente russo Putin di come riuscire a evitare scontri accidentali― sempre sui cieli siriani, che anche Israele viola costantemente. Netanyahu ha pure manifestato il suo allarme per l’eventualità che il nuovo equipaggiamento arrivato da Mosca possa cadere in mano agli Hezbollah o ad altri gruppi militanti contrari al suo governo.

Annuncia il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, che i due presidenti (della Federazione russa e del Consiglio dei ministri di Israele) “hanno deciso di stabilire canali di scambio di informazione su una materia tanto sensibile(RT/RussiaToday/Mosca, 24,9.2015, Russia and Israel agree to ‘more honest’ exchange of information on Syria – Kremlin―  Il Cremlino: Russia e Israele si accordano su un ‘più onesto’  scambio di informazioni sulla Siria [proprio per evitare ogni incidente possibile tra Damasco e Tel Aviv e tra Tel Aviv e Mosca]▬ https://www.rt.com/news/ 316235-russia-israel-syria-cooperation).

●Senza vere spiegazioni, se non la novità della pressione dell’ISIL/SI, prima di metà mese, l’Egitto di al-Sisi torna sulla decisione presa due anni fa da Morsi, il predecessore eletto – che proprio lui ha prima  deposto col golpe e, poi, fatto condannare a morte – decidendo di tornare sulla decisione che, da bravo Fratello mussulmano ruppe ogni rapporto col governo siriano, anche se – pare – non  tutti i legami esistenti sul piano della sicurezza però da quando, anche in Egitto, hanno cominciato a premere gli sgozzagole dello SI.

●Intanto, in uno sviluppo separato ma come sempre qui anche inevitabilmente legato, e anche nel tentativo di sottrarsi all’accusa montante tra i palestinesi di non fare niente di niente per riportare alla ribalta il loro problema,Mahmoud Abbas, il presidente dello Stato di Palestina Mahmoud Abbas accusa Israele e il suo governo di aver violato gli accordi che a Oslo, nel lontano ormai 1993 avevano firmato Yasser Arafat e Ytzhak Rabin, poi assassinato da un esponente della destra israeliana per cui già allora simpatizzava Netanyahu e che formavano la base stessa dell’accordo sulla soluzione di due Stati indipendenti affiancati, Israele e Palestina, che però lui da sempre ha prima boicottato e poi testardamente negato.

E, poi, Abbas/Abu Mazen (il nome di battaglia da tempo dismesso) proclama che ormai (New York Times, 30.9.2015, R. Gladstone e Jodi Rudoren, Palestinians No Longer Bound by Oslo Deal, Leader Says I palestinesi non si considerano più legati all’accordo di Oslo http://www.nytimes.com/2015/10/01/world/  middleeast/mahmoud-abbas-palestinian-authority-un-speech.html).

Alla Tv siriana la scorsa settimana Assad aveva detto di non volere che l’Egitto venisse usato come un rampa di lancio contro la Siria e altri paesi arabi. E, sempre la settimana scorsa, lo stesso Sisi ha incontrato Putin, che di Assad resta il maggiore e più forte alleato internazionale (The Daily Star/Beirut, 11.9.2015, Syria, Egypt agree on restoring  ties Siria, Egitto concordano di ristabilire rapporti diplomatici https://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Sep-11/314833-syria-egypt-agree-on-restoring-ties-report.ashx).

In definitiva, ormai ha vinto la tattica russa che, facendo come l’America, cioè inserendosi direttamente e senza chiedere pareri a nessuno legittimamente in un conflitto armato dalla parte del  suo  alleato, il governo siriano, costringe l’America che sempre l’aveva escluso a scendere a patti: parleranno, adesso Washington e Mosca – con quello che un alto esponente politico siriano ha definito un “loro tacito accordo”: di fatto che gli americani hanno ingoiato, o stanno ingoiando,  la constatazione che non esiste più la premessa cara a Obama di non chiedere a Assad di auto-eliminarsi ancor prima di aver cominciato a negoziare con chi vorrebbe cambiare il regime siriano (The Guardian News/Lagos,  24.9.2015,  Tacit agreement’ between US, Russia to end Syria war: Assad adviser― ’Accordo tacito’ tra USA e Russia per mettere fine alla guerra in Siria – dice un consigliere di Assad ▬ http://www.ngrguardiannews.com/ 2015/09/tacit-agreement-between-us-russia-to-end-syria-war-assad-adviser/ )..       

●Nella guerra che, anche sconfinando come e quando le pare, la Turchia conduce anche ai suoi vicini Siria ed Iraq per contrastare la ribellione in armi cui ha di nuovo costretto i curdi del PKK alleati contro i tagliagole dell’ISIS – attaccandoli, malgrado l’accordo di tregua con loro negoziato, raggiunto e, tutto sommato, funzionante da almeno due anni solo al fine politicante di anticipare le elezioni e rivincerle. Ma stavolta con la maggioranza dei 2/3 che gli era stata negata puntando, stavolta, sul patriottardismo imbastardito dell’elettorato.

Intanto, Forze speciali turche hanno sconfinato nel Nord dell’Iraq all’inseguimento di militanti del PKK sospettati di essere coloro che, in uno scontro armato in territorio turco (turco-curdo per l’esattezza) il 6 settembre avevano ucciso 16 militari col rincrudimento immediato dei raids aerei che il governo d Ankara aveva già scatenato, sotto la copertura iniziale di un attacco all’ISIL contro il territorio controllato dal PKK (Ekurd Daily/Erbil,  8.9.2015, Turkish troops cross into Iraqi Kurdistan to pursue PKK rebels― Truppe turche sconfinano nel Kurdistan iracheno all’inseguimento di ribelli del PKK http://ekurd.net/ turkish-troops-enter-kurdistan-2015-09-08).

Escono, dopo ave cercato di resistere invano moderando e mediando per qualche tempo, forzati però dal ritmo crescente dell’offensiva del governo ad interim di cui facevano parte contro i curdi del PKK, i due ministri del nuovo partito filo-curdo HDP che dovrebbe portare la Turchia alle nuove elezioni anticipate denunciando l’impossibilità di convivere e lavorare in un gabinetto che, per quanto limitato alla gestione degli affari correnti, considera appunto normale, col partito di maggioranza relativa, l’AK di Erdoğan l’escalation di bombardamenti anche indiscriminati sui curdi, creando e pompando un’atmosfera – come denuncia uno dei due ministri dimissionari – di isterismo,  addirittura da colpo di Stato (The Economist, 25.9.2015).

●Il governo di Beirut, che in ormai più di un anno non è riuscito a far eleggere il nuovo presidente  della Repubblica paralizzato com’è dal potere di veto di tutte e ciascuna delle fazioni diverse  che paralizzano il Libano è riuscito almeno a approvare un piano per tentare di risolvere il problema della spazzatura che sta invadendo la  capitale. Con una maratona d’emergenza, come l’ha chiamata il ministro dell’Agricoltura, Akram Shehajeb, “abbiamo approvato un percorso per uscire dalla crisi”: tutto puntato sulla  decentralizzazione tra i vari municipi che ora dovrebbero ricevere fondi con cui gestire direttamente la raccolta a livello locale della spazzatura.

Questa era una delle rivendicazioni chiave della mobilitazione e della protesta che s’era dato il nome di “puzzate, andatevene”. Il piano del governo prevede anche di convertire due enormi cumuli di rifiuti cresciuti sregolatamente in vere e proprio discariche in grado di contenere immondizia  per più di un anno e di riaprire temporaneamente la discarica principale esistente nel paese e la cui chiusura a luglio aveva scatenato la protesta, diventata alla luce di una crisi politica irrisolta da anni un’ingovernabile protesta politica.

Adesso, qui come dovunque, i quartieri più vicini alle nuove discariche e a quella che si vuole riaprire si stanno ribellando e la  crisi non sembra affatto finita. Ma la protesta non sembra più in grado di minacciare direttamente il governo perché non è stata in grado di trasformarsi in un movimento effettivo, unificato (anzi! si è subito diviso tra chi è per e chi è contro l’una o l’altra localizzazione e quindi, appunto, capace di mettere davvero in pericolo il governo centrale... per inesistente e atrofizzato che esso già fosse.

Per qualche tempo era sembrato che gli Hezbollah e il loro partito sci’ita  volessero  stavolta spingere a fondo, approfittando dei disordini e dello scontro per dare la spallata finale al governo, ma – o per una loro riconsiderazione o per decisioni forse dell’Iran e dei siriani vi abbiano ancora una volta rinunciato (The Daily Star, 10.9.2015, Government  approves plan  to  end garbage  crisis Il governo approva un piano per  metter fine alla crisi della spazzatura  ▬ http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2015/Sep-09/314559-cabinet-session-to-talk-trash-crisis-officer-promotions.ashx).

●In Algeria, il presidente Abdel Aziz Bouteflika ha licenziato in tronco diversi generali tutti facenti capo, ed a capo, del dipartimento di Intelligence e Sicurezza, tra i quali il direttore della Sicurezza interna e capo di quella personale del presidente secondo fonti non identificate di chi riporta la notizia. Il Département du Renseignement et de la Sécurité/DRS, nella dizione francese qui utilizzata, era stato diretto per decenni dal generale di corpo d’Armata Mohamed Mediene che ne era stato finora l’uomo forte e, insieme, un fulcro di grande potenza politica (era largamente considerato il vero uomo forte de regime, anche più dello stesso Boutefkika).

Tutti gli incarichi coperti dai generali ora emarginati sono stati ora concentrati sul gen. Ahmed Gaid Salah, fino ad oggi capo di stato maggiore dell’esercito e vice ministro della Difesa. , Bouteflika aveva iniziato un lavoro di graduale smantellamento dell’influenza politica del DRS prima della sua rielezione, diciamo, guidata di aprile, anche in preparazione di una sua eventuale, possibile uscita (è 78enne, al vertice dal 1999 e anche da tempo seriamente malato). Ma non sembra né saggio né prudente, adesso, per smantellare un potere accentrato, quello di accentrarlo in un'altra persona od istituzione ancora di più  (Channel News Asia/Singapore, 11.9.2015, Algeria's Bouteflika sacks generals to curb power of military intelligence― Bouteflika licenzia parecchi generali per ridimensionare il potere dell’intelligence militare in Algeria http://www.channelnewsasia.com/news/world/algeria-s-bouteflika-sack/2118590.html)...            

●Nello Yemen, ora che sono passati all’attacco diretto e anche, come dicono gli americani, a calpestare il territorio del Nord, quello originario degli Houthi, con gli stivali sauditi, degli Emirati uniti e del Bahrain – la coalizione degli invasori-restauratori del presidente dimissionario e dimissionato ‘Abd Rabboh Mansūr Hādī. Che da Riyād ha chiesto direttamente agli alleati di riconsegnarli il paese dopo averlo distrutto, pietra su pietra – proprio come programmaticamente va facendo lo Stato Islamico nella regione – rimettendolo con le bombe sul trono...

Il problema che hanno tutti in comune è, però, che le bombe saudite possono forse riuscire a rincollargli il sedere sulla poltrona presidenziale ma non a tenercelo. E ecco il tentativo, per lui e alleati necessario anche se irto di difficoltà, di rioccupare materialmente anche il Nord del paese, la capitale Sana’a, il cuore dello Yemen da sempre controllato dagli Houthi  e dalle tribù sci’ite.

Tentativo, quello della coalizione che resta assai problematico e che, subito, rivela tutta la sua  pericolosità. Neanche avevano cominciato a spingersi verso il Nord , infatti, e un plotone di soldati di una colonna blindata del Bahrain si è subito scontrata, nella zona di confine dell’Arabia saudita confinante con lo Yemen con la resistenza lasciando sul campo 5 soldati che la stavano  pattugliando. E, subito dopo, a Ma’rib, le vecchia capitale del regno di Saba , a 170 Km. da Sana’a, un attacco con missili terra terra degli Houthi provoca la morte di una cinquantina di loro commilitoni degli Emirati uniti.

Della coalizione arabo-sunnita impegnata nell’invasione e nel tentativo di riportare il docile loro dipendente che è Hadi alla presidenza dello Yemen, sono state duramente colpite così tutte le forze presenti: Emirati, Bahrain, Arabia saudita e pare anche, e contemporaneamente, ma altrove anche un contingente del Qatar: tutti insieme in un giorno più soldati della coalizione di invasori-o-fate-voi-liberatori che in ogni altro singolo scontro della guerra dello Yemen.

Segnando una sconfitta pesante per la coalizione che da mesi stanno invano tentando – e si capisce meglio bene perché, ormai – dal loro punto di vista ma sempre soprattutto con raids aerei visto l’esito di questi disastrosi conati di avanzata via terra nella, malgrado tutto, persistente illusione di ridurre alla resa il governo, il potere, degli Houthi che rimane sempre insediato comunque a Sana’a.

Subito, in effetti, nella pratica dei sauditi come nelle dichiarazioni dell’agenzia ufficiale di notizie del Bahrain, annunciano di essere tornati all’attacco: ma, ormai, forse con qualche maggiore prudenza, appunto,  con “raids aerei distruttivi” contro quelle che chiamano “le roccaforti delle milizie ribelli”: cioè, tutto lo Yemen del Nord.

Ammazzando anche però – risulta – decine, forse centinaia di yemeniti schierati contro gli Houthi, vittime anch’essi, come insegna  sempre l’esperienza americana dal Vietnam a oggi di queste guerre condotte dall’aria, dell’inesorabile e sembra anche scontatamente sicuro “fuoco amico (New York Times, 4.9. 2015, Kareem Fahim, Houthi Rebels Kill 45 U.A.E. Soldiers in Yemen Fighting Nello Yemen, i ribelli Houthi [come li chiama il giornale che fa sue, pedestremente, le posizioni del governo appoggiando  in modo scontato i sauditi e vuole continuare a tenersi la base navale di Aden; mentre, per chi tiene per gli Houthi, invece, il loro ormai è l’unico legittimo governo dello Yemen] uccidono in scontri a fuoco 45 soldati degli E.A.U http://www.nytimes.com/2015/09/05/ world/middleeast/27-soldiers-in-saudi-led-force-reported-killed-in-yemen.ht ml?_r=0).

La stampa araba all’estero ha intanto calcolato che ormai sono almeno 10.000 i soldati della coalizione (3.000 dell’Arabia saudita, 5.000 degli Emirati Arabi Uniti e 1.000 da Bahrain, Egitto e Qatar. E conferma che stanno preparando operazioni militari a nord di Sana’a nel cuore della terra ancestrale degli Houthi che finora si è dimostrata molto ostica non tanto a una forza di invasione quanto, poi, alla sua trasformazione in forza di occupazione.

Finora non ci sono mai riusciti altri arabi, né prima di loro l’impero britannico. Questa è una minaccia che trova, però, ora forse per la prima volta il tentativo di ricacciare gli Houthi, in una zona concentrata tutta intorno a Sana’a, una specie di ridotta per loro (العربي al- Araby/Kuwait,8.9.2015, Arab coalition readies for battle in Yemen's north Le forze arabe della coalizione saudita si preparano alla battaglie nel nord dello Yemen http://www.alaraby.co.uk/ english/politics/2015/9/8/coalition-readies-for-battle-in-yemens-north).

Difficile che ci riesca adesso il presidente Hadi, anche con l’aiuto di re Salman, che comunque non si azzarda a tentare ancora alcuna offensiva sul terreno contro l’antichissima capitale ridotta ormai al ballo tragico delle proprie macerie dove rischierebbe anche lui il “fuoco amico”,  da cui gli Houthi comunque non sloggiano. Si accontenta, invece, di tornare per qualche giorno da Riyād ad Aden,  per la festa di Eid al-Hada. Ma nessuno ha la minima idea di quanto durerà questo ritorno  che somiglia molto da vicino a quello del periclitante Benito Mussolini a Salò, 70 anni fa... Solo che qui l’alleato, per quanto riluttante a combattere piede a terra, non è l’ancor più cadaverico Adolf Hitler...

●Due immani tragedie, alla Mecca, entrambe imputabili molto in alto – all’impreparazione abborracciata con cui le autorità, ancora una volta, dopo le stragi che hanno colpito il pellegrinaggio dell’Hajj per la straripante ressa che ha lasciato accalcare i fedeli sulla grande spianata della Kaaba, in un tunnel vicino alla quale nel 1990 quasi 1.500 persone perirono schiacciate nella confusione e nell’assembramento e, adesso, dopo gli oltre 100 morti schiacciati dal crollo di un’immensa gru con cui la più grande famiglia araba di costruttori e palazzinari, i bin Laden – sì quella famiglia lì... – stavano ammodernando la piazza, hanno lasciato ripetersi

Sempre lì, nella vallata di Mina subito ai margini della Mecca e della Kaaba, quasi per distrazione, un’altra immane tragedia dove almeno altre 800 persone sono morte schiacciate e più di 1.000 ferite nella calca senza un regolarizzazione di alcune efficacia della massa di pellegrini in movimento (Huffington Post, 24.9.2015, Nidal al-Mughrabi, Hundreds Killed In Stampede Outside Mecca ― Morti ammazzati a centinaia nella calca subito fuori la Mecca http://www.huffingtonpost.com/entry/mecca-stampede-mina-haj_5603b317 e4b0fde8b0d14e22).

Africa

●Tra il 28 e il 30 di agosto, i tagliagole di Boko Haram― nel dialetto hausa del nord della Nigeria, L’educazione  occidentale è empia e proibita, hanno condotto una serie di assalti condotti a cavallo, uccidendo un’ottantina di persone in attacchi separati condotti contro tre villaggi del nord-est del paese, 68 in un solo villaggio 12 negli altri due, senza che neanche un soldato o un rappresentante delle forze di sicurezza si facessero vivi (non lo rende noto il governo centrale – ma non lo può smentire – e lo denuncia invece su ZeeNews, Uttar Pradesh-India, 31.8.2015, Il governatore del Borno rende noto che Boko Haram ha trucidato 80 persone in aree remote del suo Stato Boko Haram kills 80  in remote parts of Borno State: Governor ▬ http://zeenews.india.com/news/world/boko-haram-kills-68-in-remote-part-of-borno-state-gover nor_1665024.html).

Nessuno degli attacchi è stato fatto con attentati suicidi o con  esplosivi, tutti singolarmente mirati con mitra e arma bianca. Il nodo della sicurezza qui è sempre drammatico: la cosiddetta Forza multinazionale e multifunzione non ha neanche cominciato a mettersi insieme, per non dire neanche a cominciare a operare.  Segue invece da molto vicino il modus operandi – o non operandi – di molti degli Stati africani che sembrano avere come priorità non tanto il compimento della missione assegnata quanto la sistemazione gerarchica e logistica del, anzi dei, quartieri generali.

Il risultato è che il nuovo presidente, il “duro” generale Muhammadu Buhari, non ha neanche cominciato a onorare l’impegno, con cui aveva vinto alle urne, di sconfiggere Boko Haram. Ora, il 20 settembre, quattro bombe hanno ucciso oltre 100 persone a Maiduguri nella città del nord-est dello Stato nigeriano di Borno. Tra gli obiettivi un passaggio ferroviario,una moschea, un centro-video, nel quale la gente seguiva in streaming su Internet a una partita di calcio europea..

E l’ultima delle bombe assassine rivendicate da Boko Haram fa strage in un mercato affollato dove la popolazione comprava carni di pecora e provviste varie per  la ricorrenza della festa di عيد لأضحىEid al-Hadha― la Festa del sacrificio, che ricorda il mese  del pellegrinaggio alla Mecca l’حَجّ― l’Hajj, quando diventa tra l’altro precetto tra i più sacri della legge islamica la “condivisione” coi poveri: il quarto pilastro dell’Islam, (con la professione di fede, le preghiere rituali, l’elemosina e l’aiuto ai poveri e lo stesso Hajj), ma per questi assassini zeloti, solo un’ altra occasione di scatenare un massacro.

Il tempismo dell’attacco è anche una  risposta evidente quanto sprezzante alle vanterie di Buhari. Gli attentati sono arrivati al pomeriggio dopo che il generale aveva parlato del traballare evidente di Boko Haram celebrando come un grande vittoria l’apertura di qualche scuola in alcune aree – anche, dice, “perfino” – del nord del paese. Il che dimostra, tra l’altro, che malgrado orrori e massacri, o proprio per questo trova ancora una base significativa di consenso nel nord-est del paese.

●Nuovo colpo di stato militare in Africa nord-occidentale, in un paese che il colonialismo francese aveva chiamato Alto Volta e che un nuovo giovane leader militare, Thomas Sankara, aveva ribattezzato negli anni ’80 Burkina Faso― nella lingua  locale burkinabé, la terra della gente che sta in piedi, un paese senza sbocco al mare di 270.000 Km2, un po’ più piccolo dell’Italia. Partito come un tentativo serio e decente di costruire un regime seriamente indipendente e popolare vide metter fine all’esperimento, in obbedienza agli interessi coloniali francesi che si sentivano minacciati, con il golpe voluto per conto loro da François Mitterrand e culminato sparando a bruciapelo a Sankara dall’autoproclamato successore Blaise Compaore (vedi il film dell’esecuzione in You Tube, 15.10,.1987 ▬ https://www.youtube.com/watch?v=XHp-hz8Xn2Q).

Compaore è poi rimasto al potere per oltre 27 anni, dedicando una bella feta del PIL a soddisfare la sua clientela militare ma era stato cacciato poi quasi un anno fa e costretto in esilio da una LARGA protesta popolare che, adesso, i golpisti della Guardia presidenziale – con un’azione di stampo apertamente corporativo proprio come quelle che secondo la prassi dei pretoriani negli ultimi decenni di declino dell’impero romano facevano e disfacevano gli imperatori – vorrebbero riportare – pare – al potere, cacciando e non più solo esiliando ma sbattendo in galera con un altro golpe militare il governo civile da poco in carica (BBC – Africa, 17.9.2015, Burkina Faso coup sparks deadly street protests― Il golpe in Burkina Faso accende n piazza scontri anche mortali http://www.bbc.com/news/world-africa-34276807).

Dopo due o tre giorni, e insieme a una forte resistenza popolare, comincia a manifestarsi anche un duro dissenso nei ranghi dell’esercito che prende posizione e chiede ai golpisti, inviando tre battaglioni pesantemente armati a pattugliare e far pressione nelle strade della capitale Ouagadougu, di tornare indietro. Però, il loro capo, gen. Gilbert Diendere, che di Compaore era stato capo di stato maggiore, ancora non molla e pur accettando la mediazione dell’Organizzazione per l’Unità africana insiste a restare al potere fino alle prossime elezioni... Ma, a questo punto, la vittoria dei golpisti si fa impossibile.

E il golpe si avvia così, almeno stavolta, per mano degli stessi militari e col sostegno di una maggioranza importante di burkinesi – la gente che se ne sta ricca in piedi a sfrigolare estinguendosi come una candela di cattivo sego andata a male. Lo stesso generale golpista in capo ora ammette, parlando coi media locali, di aver sbagliato tutto: “abbiamo scoperto, ma sapevamo già, che la gente non era d’accordo. E, poi, è questa la ragione per cui abbiamo lasciato perdere”. 

Il presidente ad interim, Michel Kafando, che era stato portato al governo un anno fa dall’estromissione voluta da una piazza civile di dimostranti dopo gli anni della dittatura militare di Compaore e era stato arrestato e allontanato dal golpe insieme al suo governo è tornato nella residenza presidenziale dopo neanche una settimana con un accordo negoziato insieme ai leaders stessi del golpe che ritirano dalla capitale i ribelli della Guardia presidenziale dietro la promessa della loro sicurezza personale e di quella di chi avevano coinvolto nel golpe (BBC News, 23.9.2015, Burkina Faso coup: Michel Kafando reinstated as president― Il golpe in Burkina Faso: Michel Kafando ritorna in carica  come presidente http://www.bbc.com/news/world-africa-34334430).

●L’appena ripristinato, legittimo governo del Burkina Faso ha sciolto il reggimento di sicurezza della Guardia presidenziale che aveva condotto il golpe, alla fine fallito, del 17 settembre scorso. Hanno anche verificato una per una l’inventario delle armi in dotazione del reggimento appena dissolto e le cui truppe verranno anch’esse disperse tra gli altri reparti senza altre particolari misure punitive, come negli accordi di resa che hanno, con la spinta popolare e la mediazione dell’esercito regolare che ormai da diversi anni ha assunto un ruolo di garante di fatto dietro le quinte e di ultima istanza dell’ordine costituzionale (Reuters, 26.9.2015, Burkina Faso government disbands elite unit behind coup― Il governo scoglia l’unità di élite che era dietro il golpe http://www.reuters.com/article/2015/09/25/us-burkina-army-idUSKCN0RP2C520150925).

●Elementi non  proprio isolati, almeno alcune decine di membri della Guardia presidenziale sciolta e dispersa dal governo appena tornato in carica che aveva provato a cacciare via ma alla fine arrendendosi, s’è rimangiato l’accordo raggiunto col primo ministro e il comando delle Forze armate e ha rifiutato di abbandonare le armi. Ci sono stati scontri armati fra reparti della Guardia e dell’esercito e la BBC ha riferito di una caserma di pretoriani insoddisfatti e della resa, alla fine forzata, di 300 di loro. L’aeroporto di Ouagadogou è stato, nel corso degli scontri, isolato e chiuso.

Il disarmo di qualsiasi gruppo armato di militari che hanno tentato un golpe classico di stampo pretoriano non è mai, quasi mai, proprio pacifico. Il reggimento ribelle della Guardia era composto da più di 1.200 soldati. E non è ancora chiaro quanto è successo delle centinaia di questi militari che mancano per ora all’appello. Non sarà probabilmente questo l’ultimo scontro registrato prima del ritorno a una pacificazione generale.

CINA

●In Cina, l’agenzia di notizie ufficiale (tipo l’ANSA (Xinhua, 11.9.2015, China to roll out trillion-yuan fiscal stimulus― La Cina mette in moto uno stimolo fiscale da migliaia di miliardi nela sua economia http://news.xinhuanet.com/english/2015-09/11/c_134614345.htm) informa di uno stimolo fiscale in arrivo di oltre 1,2 trilioni di yuan (sui 188 miliardi di $), forse fino a 1,5, su informazioni messe in circolo dalla China International Capital Corp. per fornire nuovo capitale a progetti di investimento che coinvolge non solo le principali banche cinesi ma anche istituti di credito commerciali e investitori privati. Si tratta di qualcosa che la CICC stessa calcola poter mobilitare qualcosa come 5-7 trilioni di yuan: dal 2,5 al 3,4% del 2015.

La Cina – senza concedere spazio alcuno alle strumentalizzazioni degli avversari ideologici, politici e commerciali che comunque poi, obiettivamente, stanno andando anche peggio – sta probabilmente passando per la crisi economica principale traversata dai tempi di Deng Xiaoping (Stratfor – Geopolitical Weekly, 18.8.2015, China's Crisis: The Price of Change― La crisi della Cina: il prezzo del cambiamento https://www.stratfor.com/weekly/chinas-crisis-pricechange).

●E il 13 del mese a Pechino si parla apertamene, in una riunione aperta e non riservata , di revisione e, anzi, di una completa trasformazione del sistema di proprietà dello Stato. Il piano che dovrebbe venir applicato per il 2020 vuole riformare le imprese “zombie”, come le chiamano anche qui – morte ma che cercano artificialmente di restare ancora viventi, cioè, e incoraggiare – si dice... ma non c’è ancora nessuna seria conferma – “fusioni” tra capitale di Stato e capitali privati e come farlo.

Le nuove linee-guida tratteranno diversamente le imprese di Stato orientate al profitto da quelle di impronta diversa. E non garantiscono affatto, che le imprese di Stato d’ora in poi saranno lasciate fallire― e queste erano le due cartine di tornasole di chi, qui e fuori, voleva veder adottare al paese una piena via capitalistica. Mentre qui molti anche, e meno altrove, però proprio per questo tirano invece un respiro di sollievo al rifiuto cinese di piegarsi completamente alle regole, o alle fisime, del cosiddetto mercato.

Staranno più attenti oradi quanto siano stati in passato magari, a non rendere troppo più complicata qui la vita anche alle imprese che anche qui mirano al profitto privato (del resto, si contano orma a centinaia di migliaia anche in Cina i cinesi che sono ricchi a milioni di $ a testa e a praticare più flessibilità con le cosiddette “imprese miste” e la partecipazione dei capitali privati in imprese di Stato. Queste riforme potrebbero aggiungere subito uno 0,33% all’anno di PIL alla ricchezza del paese― è il calcolo dei ricercatori che lavorano per il Consiglio di Stato (China Daily/Pechino, 14.9.2015, Lan Lan, China’s State owned enterprises reforms get new guidance Le imprese cinesi di Stato avranno una diversa guida per riformarsi http://usa.chinadaily.com.cn/epaper/2015-09/14/content_21850962.htm).

●Il 3 settembre, 70°anniversario della vittoria sull’impero nipponico, la Cina ha celebrato l’evento, cui ha conferito grande importanza, in due modi. Due parate militari, in sostanza  Una è stata pubblicizzata subito – sia per segnalarne la portata nuova ed inusuale, sia per qualificarne però anche gli effettivi limiti – dal dipartimento della Difesa americano: tre navi militari cinesi, una di appoggio logistico e a un battello anfibio si sono stazionate da qualche giorno nel mare di Bering, al largo delle isole Aleutine, non molto distanti da dove Obama visitava l’Alaska  come parte dell’atteso tour presidenziale.

Il comunicato del Pentagono correttamente puntualizza, nell’ordine, “di essere perfettamente al corrente della flottiglia di cinque navi da guerra del PLAN― la Marina dell’Armata di Liberazione Popolare nel mare di Bering e, poi, di rispettare pienamente come è suo dovere la libertà di ogni nazione di far operare le sue navi militari, in acque internazionali, secondo le norme del diritto internazionale vigente”.

Da notare, dieci anni fa e anche meno, la U.S. Navy avrebbe dovuto magari tollerare bofonchiando  una presenza militare simile ma no l’avrebbe certo mai ufficialmente “riconosciuta” e, quasi, salutata come “normale”... ma, anche qui, sic transit – o comunque decrescit – gloria mundi. Proprio nel mar di Bering, intorno alle Aleutine, aveva operato la Marina imperiale del Sol Levante nel corso della seconda guerra mondiale, scegliendo alla fine di arrendersi ai russi e non ai cinesi di Ciang Kai-shek, Ora la rimpiazza, in uno stato di pace per fortuna e non da sola, un’altra potenza navale asiatica.

Houston, abbiamo un problema!...

La Cina annuncia ufficialmente che sta andando sulla luna...

Fonte: Clarin (Buenos Aires), 2015, Sergio Langer 

Sarebbe utile anche rilevare l’analogia forte, ma soprattutto fortemente simbolica, con la task force che la Cina ha inviato addirittura nel Mediterraneo orientale, ad aprile, in operazioni di addestramento allora coi russi. Per far accettare a tutti, anche ai più riottosi lasciandogli lo sfogo solo di borbottare invano il loro scontento, l’idea che la Cina ha diritto di esserci come ogni altro paese e Marina del mondo che sia in grado di farlo, di mostrare la bandiera dove lo ritengono utile e fattibile. Non costituiscono di per questo – anche se adesso la sfoggiano più lontano dalla Cina di quanto mai si sia prima spinta – un pericolo ma hanno fatto di sé il fattore, un fattore di peso, di una situazione tattica in rapido cambiamento.

L’altra è stata un’immensa, lunga e trionfalistica parata militare a Pechino. Che ha fatto notizia sia per la sua imponenza, sia per i nuovi sistemi d’arma che ha per la prima volta mostrati pubblicamente, sia perché Xi Jinpimg fa saggiamente precedere lo show dall’annuncio della più ingente riduzione del personale militare dal 1997 (più di 300.000 unità), inteso a dimostrare, all’interno come all’estero, che lui malgrado ogni crisi è sempre saldamente al timone non solo del paese ma anche e proprio dell’Amata Popolare, che le intenzioni della Cina non sono aggressive verso nessuno e che Pechino con tutti è disposta a ragionare e discutere e con nessuno a mettersi in guerra se non costretta.

Così, mostrano e parlano, volutamente in un contesto preparato con grande accuratezza, di nuove armi ultramoderne come i missili intercontinentali strategici Dongfeng-5B, 东风导弹 Vento dell’Est,    in grado di trasportare a bersaglio fino a 16.000 km. di distanza diverse ogive termonucleari e i missili balistici anti- navali Dongfeng-21D. Anche i  nuovissimi caccia J-15 e i caccia-bombardieri  J-7A sono stati per la prima volta esibiti e resi visitabili alle delegazioni straniere presenti (Agenzia Xinhua, 3.9.2015, Massive parade highlights China’s “active defense” military strategy― Un’imponente parata evidenzia la strategia militare di “difesa attiva” della Cina  ▬ http://news.xinhuanet.com/english/2015-09/03/c_134583959.htm).    

Questa imponenza e il grande rilievo che Xi Jinping ha voluto dare all’evento hanno fatto notizia di per sé. Gonfiata poi anche oltremisura dalla sottolineatura tutta, a dire il vero, degli americani che hanno sollevato i coreani del Nord rifiutando pubblicamente col loro numero uno, giovane e traboccante in ogni senso, Kim Jong-un, di presenziare perché non gli era stato consentito di sedere sul palco d’onore degli ospiti della parata vicino al presidente cinese Xi Jinping.

Lasciando così il campo alla presidente sud-coreana Park arrivata a Pechino anche per colloqui bilaterali con l’omologo cinese il giorno prima. Questo è ormai il loro sesto vertice bilaterale, mentre il nord-coreano non ha mai finora incontrato, per le sue puntigliose pretese di forma ma anche e soprattutto per le divergenze di sostanza― sull’armamento nucleare di Pyongyang che la Cina confinante, pur riconoscendoglielo come diritto sovrano al contrario degli USA, non apprezza per niente.

E lo dice, anche, nel comunicato congiunto stilato con Park Geun-hye irritando ancor più Kim, specificando che “tutte le parti interessate, Nord e Sud Corea, dovrebbero aderire all’obiettivo della denuclearizzazione della penisola coreana – dove è solo il Nord a darsi un armamento atomico ma, dice, a fronte dell’armamento nucleare che nel rapporto di una bomba a qualche centinaio nell’area le impongono basi e Marina USA –. Le parti dovrebbero anche lavorare – aggiungono – a una pronta ripresa dei colloqui a sei che faccia progredire sul tema – la denuclearizzazione – proprio  come è stato fatto di recente per arrivare a un accordo positivo sul nucleare iraniano”. Un’idea che, per il Nord, è anatema... e peggio.

Ma, studiosamente come si dice in inglese – cioè, con grande cura a non prendersela direttamente con lui – Pyongyang non resiste a non prendersela con la presidente sud-coreana – forse per un minimo di riguardo al presidente Xi Jinping che mentre lei parlava ne approvava palesemente il dire, senza stavolta insultarla personalmente – per aver, dice, offeso il Nord parlando della “fattiva e utile” mediazione “di qualcuno” (l’innominato Xi personalmente, cioè).

A  lui, invece, preferisce  rispondere coi fatti e, all’annuncio reiterato che Pechino avendo come da sempre sull’armamento nucleare di Pyongyang idee più vicine a quelle di Seul, intende adoperarsi per riattivare con una sessione di studio preparatoria a Pechino gli incontri a lungo sospesi,  ormai dal 2008, tra Corea del Nord, Corea del Sud, Mosca, Stati Uniti, Giappone e Cina sul tema della denuclearizzazione della penisola di Corea...

Al dunque, poi, il 17 e 18 settembre la Corea del Nord ha boicottato – unico attore assente – il convegno “di studi” sponsorizzato ufficialmente a Pechino per discutere del tema del nucleare  nord-coreano e delle opzioni per un rilancio dei colloqui esapartitici. L’occasione, promossa dall’Istituto di Studi Internazionali cinesi e introdotta personalmente dal ministro degli Esteri Wang Yi era il 10° anniversario dell’accordo deciso da Pyongyang e poi fatto saltare dall’intransigenza ciecamente ottusa del governo di Bush nel non voler osservare pienamente l’impegno preso.

Che, allora, da parte sua, puntigliosamente aveva invece mantenuto e lasciato verificare chiudendo e anche smantellando in buona parte il suo programma nucleare – in cambio di aiuti materiali e di garanzie pubbliche e pubblicizzate di sicurezza da parte degli altri interlocutori al regime: mai onorate dagli USA, per responsabilità personale del neo-cons John Bolton che Bush impose, anche con forzature evidenti, come voce pubblica dell’America a capo della missione americana all’ONU proprio per boicottare l’accordo che pure aveva per lui negoziato il segretario di Stato Colin Powell, ormai  però in uscita, alla fine del suo primo mandato.

Mentre Pyongyang finora si limitava a rispondere col mantra della richiesta di aggiungere all’agenda oltre alla sua anche la “denuclearizzazione di ogni altra forza atomica estranea all’area”, mirata per improbabilmente – anche se pariteticamente – che fosse ai missili atomici cruise e ai cacciabombardieri americani che nell’area comunque da sempre continuano a incombere, adesso replica facendo sapere urbi et orbi di aver ripristinato e riavviato i suoi impianti di produzione di combustibile nucleare. E che non accetterà mai di farsi coinvolgere in quello che l Cin, anche la Cina, sembra proporle: uno schema di intesa del tipo che è ora passato tra USA e Iran.

A metà mese il direttore, che resta anonimo, dell’Istituto per l’Energia Atomica della Corea del Nord, comunica che il complesso di produzione di Yongbyon compreso l’impianto di arricchimento del reattore da 5 megawatt è stato rammodernato, ricalibrato e rimesso in azione, riprendendo le normali attività. E, se provocata e minacciata, aggiunge, Pyongyang è pronta a usare le sue armi  nucleari contro chiunque, Stati Uniti d’America compresi.

Lo stesso giorno, l’Amministrazione per lo Sviluppo nazionale Aerospaziale del nord dichiara che è entrata nella fase finale di produzione, alla vigilia del lancio di un nuovo satellite di osservazione della superficie terrestre dall’atmosfera, con un lancio che avrà luogo prima della metà di ottobre. Seul dichiara a sua  volta che, se il lancio avviene, ricorrerà all’ONU che, però, non ha alcun potere di intervento su affari che attengono, per la Carta, solo alla sovranità di ogni Stato.

In buona sostanza, tutti gli osservatori appena indipendenti ed attenti concordano sul fatto che oggi, per la Corea del Nord, come fa rimarcare una fonte ufficiosamente ma anche realmente assai vicina al Pentagono, “sarebbe pura pazzia rinunciare alla capacità nucleare del proprio paese e la sopravvivenza stessa del loro regime”: è la lezione che Gheddafi aveva ben tenuto presente finché non rinunciò, fidandosi delle promesse fasulle dell’occidente e pagando il suo errore con la vita, all’incipiente arsenale nucleare libico (Stratfor ­– Analyis, 20.5.15, Why North Korea Needs Nukes― Perché la Corea del Nord ha bisogno delle sue bombe https://www.stratfor.com/analysis/why-north-korea-needs-nukes).

●Anche se alcuni mesi fa Pechino aveva lasciato dire e confermare di aver sospeso le attività di recupero terra e costruzioni nelle isole e nei piccoli atolli delle acque del Mar Cinese meridionale, nuove immagini satellitari di varie origini – anche sistemi e istituti privati – si vanno accumulando  . nuove immagini, riprese anche ora a inizio settembre. Ne riferisce l’autorevole Center for Strategic and International Studies/CSI di Washington, D.C., mostrando una serie di riprese di attività di drenaggio in corso nell’arcipelago delle Spratly, rivendicato anche da Vietnam e Filippine.

Con l’allargamento anche di un canale che appare essere diventato  navigabile su un isolotto vicino e una pista d’atterraggio lunga 3 Km., varie piattaforme per elicotteri e alcune cupole radar e  quella che appare una torre di sorveglianza e alcune installazioni di comunicazioni elettronica (Reuters, 16.9.2015, D. Brunnermann, China's Development Of South China Sea Show In New Images Lo  sviluppo in  corso nel Mar Cinese meridionale in nuove immagini satellitari http://www.huffingtonpost.com/2015/04/16/china-south-sea-images_n_7082658.html).

●Ovviamente, ripensamenti e sviluppi di questo tipo da parte cinese non aiutano poco la posizione diciamo pure poco conciliativa del premier del Giappone Abe, che a metà settembre promette al segretario del partito comunista Vietnamita, Nguyen Phu Trong, la fornitura di nuove navi pattuglia per rafforzare le forze vietnamite nel Mar Cinese meridionale. Abe non ha specificato quante navi fornirà ma nel 2014 il suo ministro degli Esteri parlava già – e lì tutto era rimasto: alla chiacchiera- di cdere ad Hanoi sei pattugliatori “di seconda mano”. Ora, Abe promette anche sugli 800 milioni di $ di crediti per infrastrutture (Voice of America/VoA, 15.9.2015, Japan to Step up Help for Vietnamese Maritime Security― Il Giappone promette di aumentare gli aiuti per la sicurezza marittima del Vietnam http://www.voanews.com/ content/ap-japan-to-step-up-help-for-vietnamese-maritine-security/2964709.html).

●Una situazione e un rapporto di forze che,ormai, tutti vedono e anche l’America riconosce – deve   riconoscere – come profondamente diverso. Adesso si viene a sapere da fonti militari americane, nel corso di una conferenza stampa al Pentagono, che a metà settembre due caccia intercettore cinesi JH-7 hanno, appunto, intercettato un “ricognitore-spia” americano RC-135, della Boeing – il successore del famigerato U-2 – costringendolo ad abbandonare il lavoro di ricognizione  con una manovra che definisce non proprio pericolosa ma comunque “imprudente” nello spazio aereo sul Mar Giallo, tra Shangai e la penisola di Corea. L’annuncio arriva,  ufficiale, e forse non proprio casualmente, dopo sette giorni  proprio mentre Xi Jinping atterra in visita ufficiale negli Stati Uniti (Fox News, 23.9.2015, Chinese fighter jets intercept Air Force plane over Yellow Sea, Pentagon says Caccia cinesi intercettano un aereo [spia] americano sul Mar Giallo, constata il Pentagono http://www.foxnews.com/politics/2015/09/23/chinese-fighter-jet-intercept-american-plane-over-yellow-sea)

Il 15 e 16 ottobre la Cina ospiterà i ministri della Difesa dei paesi  dell’ASEANl’Associazione delle Nazioni del Sud Est del Pacifico, per un confronto diretto e la discussione del sobbollire di tensioni nel Mar Cinese meridionale (The Diplomat/ Tokyo, 3.6.e 24.9.2015, Prashanth Parameswaran, China to Hold First Meeting With ASEAN Defense Ministers in Beijing La Cina ospiterà a Pechino il primo vertice  coi ministri della Difesa degli Stati dell’ASEAN http://thediplomat.com/2015/06/china-to-hold-first-meeting-with-asean-defense-ministers-in-beijing).

Ha invitato a discutere insieme (non a negoziare insieme― quella è la tattica che vorrebbero imporle gli USA: ma le rivendicazioni in conflitto sono tutte diverse, e anche confliggenti una con l’altra anche per proporsi loro come mediatori, dichiarandosi invece pronta a farlo con tutti e di tutte le rivendicazioni; ma sempre e solo bilateralmente) tutti i 10 Stati dell’Associazione, dentro la quale si incrociano e si intersecano le contrapposte rivendicazioni sulla sovranità di diverse aree di oceano Pacifico tra Cina, appunto, Vietnam, Filippine, Taiwan, Malaysia, Indonesia e Brunei.

Intanto, in ogni caso, mentre continua da parte di Pechino il lavoro di costruzione e di recupero-terra sugli isolotti, gli scogli egli atolli della zona, una maggiore e più assertiva presenza del Giappone anche sul piano della sicurezza militare cerca di rafforzare, in funzione palesemente di ostacolo alla Cina, potenziali alleanze con altre pretese territoriali avanzate sulla stessa area.     

Il papa di chi?

Il papa dei poveri!   Ma...  è una religione che mi è sconosciuta del tutto! (Wall Street)

Fonte: INYT, 22.9.29015, Patrick Chappatte

●Il 25 settembre, appena conclusa la visita di papa Francesco a Washington, arriva a Seattle nello Stato di Washington, in visita alla Apple, alla Microsoft e ad altre start-ups della tecnologia di punta cibernetica americana, ma – significativamente – non  alla Google che lì pure si trova ma con la quale litiga da anni il capo della vera, nuova superpotenza mondiale, il presidente della Cina Xi Jinping, che la Casa Bianca dopo prolungate esitazioni dovute alla pressione stupida e stavolta finalmente anche vana, di Taiwan e dei suoi antichi alleati la cui lobby da sempre li finanzia in Congresso, ha finalmente deciso di accogliere come una vera e propria visita di Stato, non solo personale ma finalmente  pienamente ufficiale, con tutto il protocollo di Stato, la prima come tale di un presidente cinese oltre che la prima in assoluto, poi, per lo stesso Xi  per concludere poi il viaggio a New York.

E si parla già, autorevolmente, da entrambe le parti, di arrivare a concludere un accordo bilaterale, il primo in assoluto tra due Stati, per un controllo del non utilizzo militare del ciberspazio già in occasione di questo incontro. Il che significa che esso però era stato già preparato e negoziato da molto tempo (New York Times, 19.9.2015, D. B. Sanger, U.S. and China Seek Arms Deal for Cyberspace― USA e Cina cercano un accordo militare per il ciberspazio http://www.nytimes.com/2015/09/20/world/asia/us-and-china-seek-arms-deal-for-cyberspace.html?_r=0).

●In ogni caso, malgrado il rallentamento indubbio dell’economia cinese, altrettanto indubbiamente però relativo (siamo sempre sopra il 7% di crescita del PIL), trasuda fiducia e agisce con grande fiducia in tutta la gestione che sta operando nel governare la Cina. Da parte sua, non c’è lcuna disponibilità a sacrificare nulla sul pino della sovranità del paese, su una sicurezza cibernetica che non sia del tutto paritetica, né sulla concezione profondamene ancora diversa dei diritti prima ancora confuciana che maoista (dove il pubblico conta naturalmente sempre più del privato, dell’individuale).

E’ invece disposto a cooperare con gli USA su Nord Corea e – nei limiti finora osservati – a quella che si potrebbe chiamare la piena dignità con tutti gli interlocutori: specie, anche e molto sulle forme, con l’Iran. Si dimostrerà molto interessato a capire anche come e in che limiti, poi, gli USA considerano la nuova legislazione nipponica sulla sicurezza e sulla difesa militare: specie nelle questioni dello spazio marittimo che, ricorda sempre, tutti – compresi i giapponesi – chiamano i mari cinesi: meridionale e orientale...

●I profitti introitati in agosto dall’industria cinese sono scesi di 156,6 miliardi di yuan, sui 24,59  miliardi di $, contraendosi dell’8.8% sull’anno precedente stando ai dati dell’Ufficio nazionale di Statistica (South China Morning Post/Hong Kong, 28.9.2015, China's industrial profits fall 8.8pc in August compared with year ago― Ad agosto i profitti industriali calano dell’8,8 rispetto a un anno fa http://www.scmp.com/news/china/ economy/article/1861976/chinas-industrial-profits-fall-88pc-august-compared-year-ago). Si tratta in assoluto del maggior calo registrato da quando il Bureau ha iniziato a rilevare il dato, nel 2011. Nei primi otto mesi del 2015 questa misura è andata giù dell’1,9% sullo stesso periodo dell’anno scorso. Costi crescenti, prezzi in declino e il calo di borsa hanno depresso il rendimento degli investimenti e la fluttuazione del valore dello yuan ha aumentato del 23,9% il costo per le finanze d’impresa (S tratfor – Analysis, 22.9.2015, China's Economic Evolution Shrinks Its Foreign Currency Reserves― L’evoluzione economica della Cina comporta una contrazione delle riserve valutarie straniere del paese ▬ https://www.stratfor.com/analysis/ chinas-economic-evolution-shrinks-its-foreign-currency-reservesb).

nel resto dell’Asia

●Gli investitori stranieri, rileva l’Agenzia Bloomberg a fine settembre, si sono messi a vendere titoli di paesi del Sud Est asiatico al ritmo più elevato dal 1999. Nel terzo trimestre del 2015, titoli filippini, tailandesi e indonesiani sono stati scaricati per qualcosa come 5,1 miliardi di $ di valore e l’Indice composito MSCI dell’Asia del Sud Est è caduto del 21%. E la perdita complessiva sta per diventare, nota sempre Bloomberg, la più secca da quando ha cominciato a raccogliere i dati 16 anni fa.

Sono vendite  tutte a seguire un periodo prolungato di tassi molto bassi del credito americano che avevano alimentato massicci guadagni in tutte e tre le piazze citate ma adesso si sono viste messe in pericolo dal rallentamento dell’economia cinese, dall’indebolimento di parecchie valute e dal prezzo in ribasso delle materie prime (Stratfor, 30.9.2015, Southeast Asia: Foreign Investors Selling Off Stocks At Record Rate Asia del Sud-Est, gli investitori stranieri vendono titoli di borsa a ritmo record https://www.stratfor.com/ situation-report/southeast-asia-foreign-investors-selling-stocks-record-rate).

●Il IV vertice dei cosiddetti “Cinque del Caspio” tenuto un anno fa, a fine settembre, a Astrakhan (a 90 km. dalla foce del Volga) tra Russia, Iran, Azerbijan, Turkmenistan e Kazakistan ha deciso e proclamato, in un specie di sua dottrina “caspica”, tipo dottrina Monroe del XXI secolo,  che non consentiranno presenze militari esterne ed estranee in quel mare interno e che ogni problema che possa insorgere sarà risolto solo tra gli Stati del litorale. Lo spiegano, a fine incontro, i cinque capi di Stato con una dichiarazione congiunta di Vladimir Putin e Hassan Rouhani, Russia ed Iran, a nome di tutti. E adesso Nursultan Nazarbayev sta già preparando il Vertice, nel 2016, in Kazakistan.

Il Mar Caspio, il fulcro di un rilancio egemonico russo, geo-politicamente efficace

 

 

Fonte: Diplomatic Intelligence, 9.2015 ▬  http://www.diplomaticintelligence.eu/editorial/951-for-members-only-the-consequences-of-the-caspian-summit-s-foreign-military-ban.  

L’intesa, che stabilisce la sovranità esclusiva su un’area di 15 miglia marine per lo sfruttamento economico di ogni paese, serve a promuovere anche una cooperazione per combattere e per il possibile attenuare le conseguenze di  disastri naturali, controllare gli sviluppi meteorologici e la protezione ambientali. Il Mar Caspio poi presenta caratteristiche uniche di risorse bio-ecologiche e grandi quantità di petrolio e di gas per una stima complessiva, in continuo aumento, sui 20 miliardi di tonnellate e riserve accertate per almeno altri 5 miliardi. Subito dopo, cioè, le riserve oggi stimate del Golfo Persico e in comune solo uno di questi paesi: l’Iran.

Con tutto il corredo di progetti, piani e intenzioni di cooperazione tra i cinque (si discute anche della costruzione più che possibile di una circonvallazione ferroviaria su tutta la costa del Caspioche dimezzi i tempi e raddoppi le possibilità del trasporto), emerge l’obiettivo russo – del tutto legittimo ma del tutto contrario alle voglie di contenimento e sgretolamento dell’influenza russa degli americani della residua e ancora influente scuola neo-cons – di incorporare e integrare l’area nella sua sfera di interessi.

Tra l’altro, uno sviluppo come questo capace di integrare e esaltare la cooperazione tra Russia, Azerbaijan, Turkmenistan e Iran renderebbe anche molto più agevole controllare le velleità revansciste e anti-russe dell’Ucraina (Oilprice.com, 14.10.2014, Scott.Belinksi, Caspian Sea Could Be Key To Russian Control of  Eurasian Energy Markets Il Mar Caspio potrebbe essere la chiave del controllo russo dei mercati dell’energia euroasiatici http://oilprice.com/Energy/Energy-General/Caspian-Sea-Could-Be-Key-To-Russian-Control-Of-Eurasian-Energy-Markets.html).

●Il governo della Tailandia ha identificato (con certezza, dice: ma a non pochi osservatori restano seri dubbi) il ragazzo ripreso da una telecamera mentre lasciava davanti al santuario buddista di Erawan, attrazione anche turistica famosa nel centro di Bangkok, una bomba che a metà agosto ha fatto alcune decine di morti, in un 25enne cittadino cinese-uighuro mussulmano dello Xiniang, Yusufu Mieraili (Kyodo News/Tokyo, 9.9.2015, Passport authentication confirms Bangkok last suspect is Chinese― L’autenticazione del passaporto conferma a Bangkok che il suo definitivo  sospetto è un cinese http://english.kyodonews.jp/news/2015/09/373634.html?searchType=site&req_type=article&phrase=bangkok).

In un secondo momento, l’identificazione del ricercato viene corretta in un altro cittadino cinese di origine uighura tal Abudusataer Abudureheman (ABCNews/Washington, D.C., A.P., Thailand Seeks Arrest of Uighur Man in Bangkok Bombing― La Tailandia  cerca l’arresto di un uighuro (cinese) nell’attentato  alla bomba di Bangkok  ▬ http://abcnews.go.com/International/wireStory/thailand-seeks-arrest-12th-suspect-bangkok-bombing-33707192), noto anche, però, come Bilal Muhammad, come Bilal Turk, o anche Adem Karadag...

Abudureheman, come ormai le autorità hanno convenuto – per evitare confusione, dicono! – di chiamarlo univocamente “per il momento” risulta ai tailandesi essere riuscito a fuggire subito dopo l’attentato subito in Bangladesh e di qui, forse, essere anche rientrato in Cina. Anche se non se ne ha ancora alcuna  conferma...

Anzi, alla fine, il 28 settembre, la “confessione” – ottenuta come,  lo sanno solo coloro che l’hanno estratta e chi l’ha subita, però – viene portata a sigillo e prova della conclusione dell’inchiesta – resta da chiarire, una volta per tutte, solo la precisa identità dell’esecutore che avrebbe agito per conto di una  banda di trafficanti di giovanissimi/e prostituti/e  che il governo aveva cominciato a perseguire – con la caccia al responsabile dell’eccidio del tempio di Erawan dichiarata ora ufficialmente risolta... Ma non è proprio che tutti i tailandesi ne sembrino onestamente convinti (Channel News Asia, 28.9.2015,  Panu Wongcha-um Thailand's hunt for main Bangkok bombing suspect ends―  Messa fine alla caccia per il principale sospetto della bomba esplosa a Bangkok ▬ http://www.channelnewsasia.com/news/asiapacific/thailand-s-hunt-for-main/2155568.html).

●Il Consiglio di riforma costituzionale (247 membri), designato sempre qui, in Tailandia, dalla giunta militare, ha respinto la bozza di riforma costituzionale presentatagli, con 135 voti contro 105 e 7 astensioni e le nuove elezioni vengono, dunque, (curioso, no?) ancora posticipate. Chi sa fino a quando. Un nuovo Consiglio, sempre designato dai militari dovrà adesso scrivere un’altra bozza entro un anno e mezzo. E poi se ne parlerà.

Una delle clausole proposte e bocciata col massimo di no – ma, molti pensano, talmente provocatoria da essere stata proposta proprio per assicurarsi che il testo fosse respinto e con esso, come previsto, tutto il pacchetto, ricominciando da capo – prevedeva che  “durante una crisi nazionale” constatata sempre naturalmente dalle Forze armate, anche quando fosse eletto un nuovo governo, il potere passasse alla Giunta di turno (BBC News/Asia, 6.9.2015, Thailand constitution: Military's council rejects draft―  LaCostituzione tailandese: il Consiglio designato dai militari respinge la bozza di Costituzione [proposta dai militari] http://www.bbc.com/news/world-asia-34149523).

●“Adesso, le Nazioni Unite hanno raccomandato dopo mille esitazioni che venga aperta dal Tribunale Internazionale per i Crimini di guerra di portare alla sbarra non solo e sempre qualche capo di Stato africano ma anche stavolta i dirigenti dello Sri Lanka. Poi, ci hanno ripensato,  rapidamente e ipocritamente, Stati Uniti e Inghilterra, anzitutto: perché è essenziale, in questo caso specialissimo di crimini immondi e efferati non disturbare un governo che ora è filo-occidentale”. (New York Times, 27.9.2015, Nilan Fernando, Sri Lanka’s War Crimes Controversy Il diverbio sui crimini di guerra nello Sri Lanka http://www.nytimes.com/2015/09/28/opinion/sri-lankas-war-crimes-controversy.html).

Il conflitto che per quasi un trentennio ha visto il governo dello Sri Lanka condurre una guerra interna senza quartiere contro la minoranza politicamente attiva dei ribelli Tamil che puntavano a un loro Stato separato nel Nord-Est dell’isola di Ceylon, con qualcosa forse come un centomila trucidati senza discriminazioni tra giovani e vecchi, uomini, donne e bambini è stato ora documentato sotto il titolo di crimini di guerra e contro l’umanità imputabili alle parti ma, in maniera assolutamente preponderante al governo del precedente autocrate, il presidente Mahinda Rajapaksa ora sostituito dopo avere nel  corso del 2014 sostanzialmente messo fine alla sua sporca guerra con regolari  elezioni regolarmente contestate e sviluppate (Ufficio dell’Alto Commissario per i Rifugiati, Final Report and Recommendation, A/HRC /30/61, 16.9.2015, 272(19)pp. http://www.ohchr.org/EN/countries/ AsiaRegion/Pages/LKIndex.aspx).

Naturalmente, se passa l’inchiesta blanda che, sotto pressione quasi unanime di USA e Europa – ma  anche di Cina, India e Russia – l’apposito Ufficio dell’ONU si appresta ora a raccomandare e, coi suoi limiti tutti di convenienza politica segnalati dal rapporteur stesso delle Nazioni Unite nell’editoriale sopra segnalato del NYT, ad annunciare, sarebbe – è – lo sputt***mento totale di tutta la macchinosa procedura.

Che continuerebbe, come al solito, a far figli – tutti o quasi tutti – e figliastri: gli africani e, qua e là, eccezionalmente magari, qualche cambogiano o ex jugoslavo sparso, ormai novantenne e notoriamente antipatico all’occidente e alle sue “anime belle” di difensori dei diritti umani a singhiozzo...

●A Singapore, il partito di Azione popolare, al potere, ha stravinto – 83 degli 89 seggi in palio – nelle elezioni tenute l’11 settembre, col partito rivale dei Lavoratori che ha perso anche un seggio rispetto a quelli (solo 7) ottenuti nel 2011. Atri otto partiti in lizza non hanno conseguito neanche un deputato.

Si è trattato delle prime elezioni dopo la scomparsa del fondatore del paese, Lee Kwan Yew, il fondatore anche del partito azionista che ha di fatto lasciato in eredità al figlio Lee Ksen Yoong, largamente accettato da un’opinione pubblica tradizionalmente docile rispetto alla conduzione “illuminata” e, a modo suo, paternalistica, modernizzatrice, certo autoritaria ma sempre autorevole, del vecchio Lee (The Straits Times/Singapore, 11.9.2015, Melissa Lin, Polling Day: More than 2 million have cast their votes―Ai seggi votano più di 2 milioni di elettori http://www.straitstimes.com/singapore/singaporeans-head-to-the-polls).

●Con un’azione di grande clamore, reale e mediatico anche di più, un assalto di un gruppo di talebani a una prigione della città di Ghazni, al centro dell’Afganistan, ha liberato centinaia di prigionieri. Nel raid almeno una quarantina di agenti di sicurezza e di guardie carcerarie sono rimasti uccisi. Il vice governatore di Ghazni, Mohammed Ali Ahmadi, ha calcolato che siano fuggiti 352 carcerati, di cui oltre la metà, dice, accertati essere militanti talebani (The Hindu, Kolkata, 14..9.2014, Taliban storm Afghan prison, free hundreds of inmates― I talebani assaltano una prigione afgana  e liberano centinaia di carcerati http://www.thehindu.com/news/international/south-asia/taliban-storm-prison-in-afghanistan-free-hundreds-of-inmates/article7651284.ece).

E Kabul dovrà ora rivolgersi, ancor più di quanto facesse finora, all’aiuto del governo e delle Forze armate del Pakistan (Stratfor – Analysis, 12.8.2015, Attacks in Kabul Test Afghanistan-Pakistan Relations Gli attacchi a Kabul mettono ala prova i rapporti afgano-pakistani https://www.stratfor.com/analysis/attacks-kabul-test-afghanistan-pakistan-relations).

●In effetti, dopo aver assediato Kunduz, la capitale della provincia omonima ai confini col Tajikistan, i talebani sono riusciti a conquistare e continuano a controllare, senza che riesca a   sfondare con successo la controffensiva dal governo frenata da imboscate e scontri non risolutivi, la prima grande città afgana tenuta sotto controllo per oltre ventiquattrore dal 2001 (New York Times, 28.9.2015, J. Goldstein e Mujib Mashal, Taliban Seize Major Afghan City for First Time Since 2001 I talebani conquistano per la prima volta dal 2001 una grande città afgana http://www.nytimes.com/2015/09/29/world/asia/taliban-fighters-enter-city-of-kunduz-in-northern-afghanistan.html?_r=0).

Il governo aveva subito proclamato di volersi riprendere Kunduz con un deciso contrattacco sul territorio, ad horas, subito smentito dagli americani che, quasi a riflesso condizionato, hanno subito reagito invece bombardando la città dall’aria, tanto per farsi nuovi amici e alleati (RAI News, 29.9.2015, Afganistan: gli  USA [come riflesso condizionato, quasi] bombardano Kunduz dopo la conquista della città da parte dei talebani http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Afghanistan-Usa-bombardano-Kunduz-dopo-assalto-talebano-ec04f051-08fa-4a3b-9be0-ffde47f61ae0.html).

●D’altra parte, l’alternativa che resta a Kabul ora che gli americani non vogliono più intervenire negli scontri a terra è di rivolgersi alle buone intenzioni verso di loro dei servizi militari pakistani.  Che, però, continuano a avere problemi seri coi loro talebani: quelli che si sono inventati, allevati e addestrati in casa coi servizi segreti militari prima di esportarli in Afganistan, su richiesta conforme americana in funzione antisovietica allora di Brzezinski[2] e poi, con Reagan, del gen. Haig, insieme all’altro figlioccio made in USA dal nome fatidico grazie poi al crimine cui diede concretezza di Osama bin Laden.

Nel frattempo, sono stati almeno 20 i morti e decine i feriti nell’attacco che hanno condotto il 18 settembre contro la base aerea di Badaber, a 10 Km. a sud di Peshawar mirato a fare anche morti – altri 10 – in una vicina moschea: col tutto a far sistematicamente parte di un assalto teso ad assottigliare le difese del regime sul territorio (Tv satellitare Samaa― in lingua urdu سماء News/Karachi, 18.9.2015, Zamir Laghari, Nisar, air chief brief PM over Peshawar attack― Il ministro federale degli Interni Chaudhry Nisar Ali Khan e il capo dell’aviazione militare riferiscono al premier pakistano sull’attacco contro Peshawar http://www.samaa.tv/pakistan/ 2015/09/ nisar-air-chief-brief-pm-over-peshawar-attack).

●In ogni caso, i talebani, che non sono mai stati finora in grado di tenere e governare un territorio conquistato contro l’intero esercito governativo e i suoi alleati su grandi estensioni in modo permanente, servendosi per lo più come sono costretti a fare di armamento leggero, non si sono neanche mai organizzati finora per farlo, riconoscendo che questo è un limite loro inerente e che operazioni di stampo militare convenzionale, come il tenere il territorio di un grande città, al di là del tocca e fuggi per affermare la loro tattica consueta – quella ddl mullah Omar e, per ora, ancora del suo successore – esporrebbero i miliziani a diventare facili obiettivi di attacchi aerei massicci e contro i quali difficilmente potrebbero proteggersi come proteggere lo steso territorio afgano.

E’ la vecchia lezione appresa con e sotto l’occupazione allora sovietica di trent’anni fa. Se occupano stabilmente un territorio e per esso permanentemente combattono, perdono. Sempre meglio per loro l’erosione costante della fiducia nella capacità del governo e dei suoi alleati di tenere e governare il territorio. Tutta la strategia di Kabul riposa del resto sul mettersi in grado di difendere, tenere e governare senza vuoti di potere i grandi centri amministrativi, le città, i nodi di trasporto e i collegamenti: abbandonando magari il governo quotidiano delle campagne e della montagna ai ribelli. Ma ora, con e dopo Konduz, temono con ragione a Kabul, potrebbe anche avanzare – sempre oculatamente gestita, però – una qualche nuova strategia, maggiormente “offensiva” del nuovo mullah Mansour.

E se il governo centrale non volesse o non potesse tenere più tutti i grandi centri abitati sotto il proprio controllo, il sistema come tale allora si farebbe sul serio a rischio di un collasso imminente...

●Del resto, come sempre con tutti i vicini, anche tra India e Pakistan la tensione continua a restare alta. Malgrado l’intensificarsi di incontri fra i capi dei servizi di sicurezza confinari dei due paesi non sembra infatti cambiato un granché. Le due parti avevano pure deciso di evitare rappresaglie automatiche e qui la rappresaglia pakistana a un attacco indiano che seguiva a ruota  uno iniziale pakistano è stata ritardata di due giorni.

Ma il punto è che il governo, ma poi in realtà le Forze armate del Pakistan non sembrano volere o potere applicare mai durevolmente alcun accordo di sicurezza né con l’India né con l’Afganistan. Sono possenti e diversi gli interessi, in primis proprio quelli delle FF.AA. che in Pakistan appaiono convinti che una certa instabilità sui confini costituisca addirittura un qualche vantaggio. Confini non sempre sicuri  giustificano comunque l’esistenza di ranghi militari ben nutriti: in tutti i sensi ma anche nei due sensi, ovviamente.

●Infatti, adesso, l’India ha deciso di rafforzare proprio i suoi pattugliamenti al confine, comprandosi subito 37 elicotteri militari pesanti tra Boeing AH-64 Apache da attacco e CH-47 Chinook da trasporto di 12 tonnellate che aveva ordinato tre anni fa ma adesso paga e immediatamente schiera superando ogni esitazione dettata da ragioni di costo (The Economist, 25.9.2015)

in Oceania

●Giù, proprio agli antipodi rispetto all’Europa, in Australia, golpe interno al Partito liberale di maggioranza relativa che caccia il suo leader e, in quanto tale all’inglese anche, automaticamente, primo ministro, Tony Abbott; e in un inaspettato ballottaggio interno, identico a quello con cui due anni fa lui aveva fatto fuori il predecessore (“ma noi non siamo i laburisti che da sempre lo fanno”,  aveva appena finito di reclamare a inizio del dibattito interno, il 14 settembre) viene rimpiazzato senza neanche un grazie da Malcolm Turnbull, il suo ministro delle Telecomunicazioni e ex sfidante nelle elezioni interne di due anni fa.

Che così è il quarto premier liberale in due anni. No, qui non sono i presidenti del Consiglio a contare, è la democrazia parlamentare che resta solida, com’era da noi nella seconda Repubblica (peggio? meglio?, a chi scrive comunque il nuovo non sembra poi tanto meglio del vecchio). Il nuovo premier è Malcolm Turnbull (e è il quarto in due anni) che dice non esserci alcuna necessità adesso di anticipare le elezioni  prima della scadenza regolare che è l’anno prossimo (The Economist, 18.9.2015, Politics in Australia Turnbull’s turn La poltica in Australia La mano passa a Turnbull http://www.economist.com/news/asia/21665053-yet-another-prime-minister-removed-and-assassin-malcolm-turnbull-promises).

D’altra parte, tutti i sondaggi davano ormai da mesi, se si fosse andati nel prossimo futuro alle urne, a vincenti ormai sarebbero da mesi i laburisti. Il fatto è che la leaderhip di Abbott ha allarmato gli australiani coi suoi reiterati allarmi di al lupo al lupo, e sempre agli USA appecoronati sul tema della sicurezza e del terrorismo, e ai negazionisti europei su quello delle migrazioni, lasciando c ostentatamente in secondo piano i temi che davvero allarmano la gente della crisi economica e finanziaria che anche qui si è fatta pesantemente sentire.

EUROPA

●Giovedì 3 settembre il presidente della BCE, Mario Draghi ha detto a nome, come sempre, di tutto il Direttivo, compresi quanti hanno preferito, anche qui come sempre, o quasi salvo i mormorii d’uso, non dissentire pubblicamente che la Banca si appresta a intervenire aumentando la spesa col suo “quantitative easing” mettendo in circolazione maggiore quantità di moneta per alimentare  lo stimolo economico “se continuano le turbolenze attuali nell’economia globale”. Però, per farlo, aspetterà di raccogliere ulteriori e più complete  informazioni… Intanto, confermano i suoi uffici lo stesso giorno, vanno rivisti – al ribasso – i dati delle previsioni della stessa BCE sulla crescita nell’Unione: che, a fine anno,  nei 19 paesi dell’eurozona arriverà a non più dell’1,4%.

In sostanza, in una Nota ai clienti, fa rilevare Karen Ward  attenta osservatrice internazionale e capo economista della Banca globale HSCB, con sede centrale a Londra, “ancora una volta la BCE è riuscita a provocare la desiderata reazione dei mercati – particolarmente ora che hanno svalutato i cinesi – l’indebolimento dell’euro senza effettuare nei fatti un reale cambiamento di linea”: solo, cioè, con l’effetto annuncio. La Banca centrale lo ha fatto anche risparmiandosi un’operazione di abbassamento ulteriore del tasso di sconto dallo 0,05% dove è ormai attestato da un anno (New York Times, 3.9.2015, J. Ewing, Draghi Says E.C.B. Is Ready to Expand Stimulus, but Not Yet― Draghi dice che la BCE è pronta a incrementare lo stimolo, ma non ancora ▬  http://www.nytimes.com/2015/09/04/business/international/ecb-leaves-rates-unchanged.html?_r=0).

●L’EUROSTAT, l’ufficio statistico centrale della UE con sede a Lussemburgo, ha certificato che il tasso di disoccupazione a luglio è sceso in media nell’eurozona al 10,9%, il minimo dal febbraio2012. Il tasso più basso, in Germania è stato del 4,7% con la Grecia (che nella rilevazione di maggio) ha registrato il più alto, al 25%, la Spagna quasi a ruota, al 22,2%, e in Francia sale leggermente al 10,4%. In Italia è andata un po’ meglio, al 12% (come per tutti i dati in questione e in ogni paese dell’euro, a prescindere dalla qualità dei posti di lavoro creati: condizioni, livelli salariali (EUROSTAT, 1,9.2015, Unemployment Rates 7.2015-seasonally adjusted evolution, 2015 Tassi di disoccupazione 7.2015-destagionalizzati, evoluzione,2015 http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/ index.php/ File:Unemployment_rates,_seasonally_adjusted,_July_2015.png).

L’inflazione, sempre nell’eurozona (19 paesi), è restata ferma allo 0,2%. Il dato della ripresa economica, che resta in complesso molto depressa, sembra assai poco impressionata inora dallo stesso cospicuo pacchetto di stimolo lanciato a marzo dalla BCE.       

●Sulla Grecia, “l’incendiario ex comunista, Alexis Tsipras, è l’unica figura politica ormai in grado di mettere insieme in Grecia un governo con una maggioranza capace di far passare comunque― of pushing through, however, le misure di austerità e le riforme strutturali che esige l’Unione europea”... Comunque, sentenzia, a prescindere: giuste o sbagliate; anche a prezzo di lasciar passare un golpe per farlo..., anche a prezzo di ammazzare – per guarirlo, si capisce – il malato...     

Motiva la sua scelta – solo apparentemente curiosa – Foreign Affairs, l’aulica, patinatissima e, di fatto, semi-ufficiale, rivista bimestrale del Council on Foreign Relations, di fatto lo think tank del   dipartimento di Stato – in realtà, della sua ala che, forgiata agli inizi della guerra fredda, da George Kennan e da Dean Acheson, si definì “internazionalista” nel senso che l’America si dava il compito prima di ntenere, poi di respingere e, infine, di sconfiggere a livello mondiale le ambizioni dell’Unione sovietica. Una scelta strategica, sostanzialmente comprensibile e motivata dal fatto che quella era l’URSS di Stalin.

Una scelta sdirazzata molto male poi con Reagan e  Clinton, che non seppero e non vollero approfittare delle opportunità offerte loro da Gorbaciov e soprattutto il secondo Bush nella convinzione e nella presunzione di aver vinto e nella sistematica provocazione (ormai tanto non conta più, si deve solo rassegnare come tutti a dirci supinamente di sì) della Russia di Putin che, secondo loro, avrebbe dovuto essere destinata a star sotto ma non ci sta. E si è andata affermando e è passata, spesso con Obama anche, come la più vicina ai neo-cons reaganiani (Foregin Affairs bymonthly Magazine/New York, 31.8.2015, Alexandra Filindra e R. D. Kelemen, Party on, Tsipras – Why the Eurozone Needs a Syriza Victory― Avanti, Tsipras – Perché l’eurozona ha bisogno di una vittoria di Tsipras https://www.foreignaffairs.com/articles/europe/2015-08-31/party-tsipras).

●Intanto, queste elezioni anticipate del 20 settembre, Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze ha spiegato in dettaglio ai suoi concittadini, e all’opinione internazionale, i motivi delle sue dimissioni: dice il perché non è stato al sì di Tsipras dopo il no che, insieme a lui, aveva chiesto e ottenuto che il paese dicesse. E per cui è anche restato, stavolta, fuori da ogni candidatura.

Lo ha fatto in un articolo-editoriale sul NYT (New York Times, 8.9.2015, Y. Varoufakis, How Euope Crushed Greece Come l’Europa stritolò la Grecia http://www.nytimes.com/2015/09/09/opinion/yanis-varoufakis-how-europe-crushed-greece.html). Scrive ora di “volersi concentrare a dare una mano a costruire un movimento politico pan-europeo, ispirato dalla primavera d’Atene che lavori per la democratizzazione di tutta l’Europa e delle sue istituzioni”. Perché, “se ‘la primavera di Atene’– quando il popolo greco ha coraggiosamente respinto le condizioni di austerità catastrofiche dei precedenti pacchetti di salvataggio – ha insegnato una lezione è che la Grecia si riprenderà solo quando l’Unione europea decida di passare dal ‘Noi gli Stati’ al ‘Noi, i popoli d’Europa’”.

●Ma forse ormai, a pochissimi giorni dalle elezioni, lor signori stanno riuscendo ad ammazzare con la complicità ormai rassegnata di Syriza stessa, le speranze che Syriza aveva messo in moto, Infatti, a inizio mese il 2 settembre i conservatori di Nea–Dimokratia hanno scavalcato marginalmente, nelle intenzioni voto raccolte nel sondaggio dell’istituto GPO per Tv Mega, la sinistra radicale di Syriza che tra avanti e avanti e dietro― un capolavoro di assoluta ambiguità: votate no al referendum! L’avete fatto? grazie! Adesso però, visto che ci abbiamo ripensato, rivotateci per cambiare tutto e fare come se al referendum aveste votato sì!

Così ora Nuova democrazia prenderebbe il 25,3% dei sondaggio contro il 25% che andrebbe a Siryza: che al referendum aveva fatto il pieno, però, sul no alle condizioni capestro di Schäuble e soci col 60% dei suffragi... Un capolavoro, non c’è che dire! (Euractive, 2.9.2015, New Democracy overtakes Syriza ahead of 20 September election― Nuova Democrazia passa avanti a Syriza prima delle elezioni del 20 settembre http://www.euractiv.com/sections/elections/new-democracy-overtakes-syriza-ahead-20-september-election-317301), se poi, proprio in dirittura, Tsipras non ce la facesse a ripassare davanti mettendo in piedi comunque a questo punto un accrocco contradditorio e fragilissimo di governo.

●E domenica 20, alle urne, succede proprio questo. Col 3,69% circa dei voti e 10 seggi del piccolo alleato di destra, l’ANEL – che, dopo l’uscita dal suo partito della minoranza che, non cervelloticamente proprio lo accusava di tradimento – e che ora si aggiunge al 35%, a conti fatti, del risultato di Syriza (Nea-Dimokratia prende il 28% e Alba dorata, i neo-nazisti della destra estrema arrivano terzi) per consentirgli di formare una nuovo governo con una maggioranza non più assoluta ma sufficiente... Certo, mentre al referendum ci fu una partecipazione alta al voto del 64% degli aventi diritto e stavolta solo il 56, e il margine necessario per governare è ormai solo di quattro voti con tutti gli alleati.

In definitiva, come in una specie di grottesco ‘gioco dell’oca’, Atene sembra tornata alla casella di partenza, dimostrando che non necessariamente il malcontento generato dai diktat e il conseguente peggioramento delle condizioni materiali di vita sono in grado, di per sé, di mettere in discussione la presa egemonica, ideologica e politica di quella che qualcuno chiama ottocentescamente la “borghesia europea” e noi, forse banalizzando, preferiamo caratterizzare come il dominio di “lor signori”.

Perché, ecco, la domanda che ora preme su tutti qui è che Tsipras non si sa bene cosa adesso dovrà gestire e come, se il mandato lo ha avuto adesso ottenendo comunque solo l’1% di voti meno delle elezioni di inizio anno o lo ebbe allora, e dunque su quali scelte precise. E fatte alla fine da chi― dai greci? dall’Unione europea? dalla troika? E su questo che si gioca ormai il futuro di Tsipras e della Grecia. E, poi, a  veder bene, anche e proprio dell’Europa futura (Ekathimerini/Atene, 21.9.2015, Official results of the Greek elections― Risultati ufficiali delle elezioni greche ▬ http://www.ekathimerini.com/201726/ article/ekathimerini/news/official-results-of-the-greek-elections).

Un fatto su cui attentamente riflettere è che, come avvisa gongolando Renzi – anche con la sua piuttosto consueta indecenza, pensando a Varoufakis e al fatto che, anche col suo voto dichiarato, chi ha lasciato Syriza non ha preso neanche il 3% dei voti non entrando neanche in parlamento – “chi di scissione perisce, di scissione perisce”. E’ un fatto, questo. Ma non significa neanche lontanamente – se per qualcuno vale ancora qualcosa, come dovrebbe – che vincere sia di per sé poi equivalente ad avere ragione...  

●In Spagna, in Catalogna, cresce la pressione formalmente ineccepibile perché tutta giocata in termini giuridici ma anche vissuta come un’interferenza scorretta e pesantissima sul voto del 27 settembre), pro o contro l’indipendenza. Un portavoce della Commissione – solo un travet europeo, cioè – se n’è uscito, in punta di diritto, a dire che un voto catalano per l’indipendenza dalla Spagna si tradurrebbe in un’uscita automatica dall’Unione da sanare, se poi lo vorrà, con una domanda formale di ri-adesione alla UE. Perché, una regione che diventa un nuovo Stato indipendente in territorio spagnolo diventerebbe un altro paese, che può certo chiedere l’adesione, come la Serbia per dire, ma dovrà poi fare i conti per cominciare con quello che sarebbe il veto del Regno di Spagna oltre che con i dubbi di diversi altri paesi membri minacciati da analoghe tentazioni di potenziali scissioni.

E’ esattamente la stessa posizione annunciata a Bruxelles mesi fa prima del referendum sulla scissione della Scozia dalla Gran Bretagna― che, però, lì a forza di promesse poco mantenute, non passò (Stratfor, 18.9.2015, Spain: Catalan Independence Would Mean EU Exit, Brussels Says― Spagna: l’indipendenza catalana significherebbe la sua uscita dalla UE, dice Bruxelles https://www.stratfor.com/situation-report/spain-catalan-independence-would-mean-eu-exit-brussels-says; e  Stratfor – Analysis, 20.8.2015, Europe's Crisis Will Manifest in Spanish Elections― La crisi dell’Europa si manifesterà [anche] nelle elezioni in Spagna https://www.stratfor.com/analy sis/europes-crisis-will-manifest-spanish-elections).

●Al voto poi gli indipendentisti, tutti insieme, raggiungono la maggioranza dei seggi ma non proprio quella dei voti (intorno al 48%) e la questione della secessione resta così a bagnomaria in Catalogna e in Spagna – e in Europa – in un tempo di crisi già assai grave per tutta l’Unione (New York Times,  28.9.22015, R. Minder, Vote Fails to Settle Dispute on Secession by Catalonia― Il voto non risolve la disputa sulla secessione della Catalogna http://www.nytimes.com/2015/09/29/world/europe/election-fails-to-resolve-fight-over-catalonias-direction.html), in un momento in cui l’Unione è già sommersa da mille problemi tutti drammatici (crisi dei profughi, crisi greca, crisi montante col Regno Unito e, più in generale, della propria quasi totale impotenza.

Adesso, qui a Barcellona, per il futuro della Catalogna, della Spagna e di un premier come il democristiano Rajoy in crollo precipitoso e continuo e ancora una volta, tutto sembra rinviato, alle prossime elezioni politiche generali  a fine 2015.

Turchia e Russia  hanno congelatoper il momentoil TurkStream, il progetto di gasdotto russo-turco con cui direttamente Erdoğan aveva aderito mesi fa alla proposta di Putin e col quale sarebbe stata scavalcata – sarà, se poi andrà a buon fine – la necessità di trasferire il gas russo verso l’Europa attraverso le forche caudine dell’Ucraina: sempre precarie come sono da anni. Ankara e Mosca non trovano ancora, infatti, l’accordo su chi dovrà costruire il gasdotto e sullo sconto che i turchi chiedono sul gas, secondo informazioni fornite dal sottosegretario al ministero del’Energia e delle Risorse naturali turco Sefa Sadık Aytekin, che spiega come anche l’impossibilità di formare il nuovo governo a Ankara e l’attesa ora delle nuove elezioni anticipate abbiano convinto le parti a soprassedere momentaneamene (Hürriyet/Istanbul, 11.9.2015, Merve Erdil, Turkey, Russia ‘freeze Turkish Stream talks’― Turchia e Russia ‘congelano il negoziato sul TurkStream’ http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-russia-freeze-turkish-stream-talks.aspx?pageID=238&nID=88349&NewsCatID=348).

●Poi, subito, a dimostrare che la trattativa, interrotta su iniziativa turca, comunque Ankara  intende continuarla, il suo ministro degli Esteri, Feridun Sinirlioglu, con una non casuale aggiunta a un viaggio ufficiale in Azerbaijan, vola a Sochi, in Russia, ai confini proprio con la Crimea, per riprendere la discussione coi russi proprio sulla Crimea e sulla Siria come sulle condizioni di ripresa dello stessoTurkStream. Il vero dissenso tra i due governi è sulla Siria: per Ankara aiutare Assad vuol dire solo far morire e scappare più siriani, per Mosca è l’unico modo di riportare un  minimo di ordine e di pace in quel disastrato paese (Stratfor, 15.9.2015, Turkey: Foreign Minister To Visit Russia  Il ministro degli Esteri turco in visita in Russiahttps://www.stratfor.com/situation-report/turkey-foreign-minister-visit-russia).

●A Chișinău, capitale della Moldova, ventimila persone (il 30% della popolazione, come a Roma una dimostrazione di 2 milioni di persone) hanno manifestato contro il governo, stavolta più attenti del solito a non dividersi anzitutto tra di loro. Due dei tre partiti russofoni hanno organizzato la protesta, dopo quella quasi altrettanto forte del 6 settembre contro il gabinetto filo-occidentale di Valeriu Strelet, dei liberal-democratici, per il fallimento totale che riconosce anche apertamente nel controllo, contrasto e nella riduzione della piaga della corruzione e nel dare il via alle riforme che s’era impegnato a far applicare.

E la piazza chiede anche altre elezioni anticipate, a pochi mesi dalle precedenti. La grande mnifestazione ha luogo, poi, il giorno dopo la notizia, pesante per il governo filo-occidentale, che il Fondo monetario ha appena rifiutato di aprire con esso il negoziato richiesto per l’ennesimo prestito di cui ha assoluto bisogno per continuare a pagare pensioni e stipendi (TASS/Mosca, 25.  9.2015, Leaders of Moldova’s anti-government protests agree not to hamper each other― In  Moldova, i  vari leaders anti-governativi promettono [stavolta] di non ostacolare l’un l’altra le proprie manifestazioni http://tass.ru/en/world/823771).   

●I ministri degli Esteri di Armenia, Edward Nalbandian, e dell’Azerbaijian, Elmar Mammadyarov, si incontrano all’Assemblea dell’ONU a New York per discutere della scissione del Nagorno-Karabakh cui partecipavano anche rappresentanti dell’OSCE―  l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

L’Azerbaijan torna invano a chiedere la fine di quella che chiama l’occupazione armena, mentre proseguono una serie di scontri armati di bassa intensità. Di recente, sia l’aumento dell’attività diplomatica e dell’interlocuzione tra le parti, sia quello del conflitto armato anche se a passo cadenzato alternato a strappi di improvvisa, pericolosa, accelerazione ha portato molti osservatori a prevedere che stiano maturando i tempi per una soluzione della crisi  (LatinoFox News, 26.9.2015, Armenia says it will use artillery, missiles to repel Azerbaijani attacks― L’Armenia afferma che per respingere gli attacchi dell’Azerbaijian userà missili e artiglieria http://latino.foxnews.com/ latino/news/2015/09/26/ armenia-says-it-will-use-artillery-missiles-to-repel-azerbaijani-attacks; e Stratfor – Analysis, 21.9.2015, Gaming Out Nagorno-Karabakh― Giocandosi il Nagorno-Karabak https://www.stratfor.com/analysis/ gaming-out-nagorno-karabakh).

In ogni caso, a bocce ferme, la situazione favorisce sul campo l’Armenia: sia perché occupa il territorio conteso col supporto della maggioranza della popolazione autoctona, sia perché – al contrario di Baku che ha cercato l’appoggio – esterno e, per forza di cose, molto molto lontano – della diplomazia americana, Erevan ha invece contato su quello praticamente molto vicino anche se sempre cautamente oculato della vicina Russia.     

●A Kiev, sulla piazza del parlamento dell’Ucraina, l’ultimo giorno di agosto tre agenti della Guardia nazionale sono rimasti uccisi e altri loro colleghi anche seriamente feriti, da una granata lanciata in mezzo a un gruppo di agenti da un reduce del fronte che in mezzo a una folla di dimostranti d’estrema destra, del partito Svoboda e del cosiddetto Settore di destra, olezzanti tutti di neo-nazismo, che protestavano al solito modo, così, contro un emendamento costituzionale che allargava, di pochissimo comunque, gli spazi dell’autonomia nella zona separatista del Donbass.

Il modo della protesta/rivendicazione è quello di sempre per questa gente e, sempre con la benedizione e l’abbraccio ripreso in passato anche in Tv personalmente dell’assistente segretaria di Stato americana, la neo-cons, obamaniana di origine ebraica dell’ala cosiddetta “internazionalista-interventista dei democratici, Victoria Nuland andata a coccolarli e aiutarli istigandoli e coprendoli nel loro vizietto di sfoggiare vessilli nazisti e buttar bombe per abbattere, nel febbraio del 2014, il legittimo governo odiato dagli USA del presidente Yanukovich con la copertura irresponsabile e colpevole della UE.

Il parlamento, pur ormai epurato e purgato com’è dei vecchi deputati, aveva appena approvato una legislazione che teoricamente allargava il minimo  - che sperava necessario ma era in ogni caso del tutto insufficiente – a dare qualche credibilità alle pretese di apertura del presidente Poroshenko verso le due regioni dell’est ribelle ucraino (Kiyv Post/Kiev, 31.8.2015, Voice of America: Poroshenko said violent Kyiv protest ‘stab in the back’― Dice la Voce dell’America [cioè, e piuttosto, del dipartimento di Stato, americano manovrata direttamente dalla Nuland] di Poroshenko che parla della violenta protesta di Kiev come di “una pugnalata alle spalle”  ▬ http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/voice-of-america-poroshenko-said-violent-kyiv-protest-stab-in-the-back-396917.html).

La legislazione sull’autonomia locale s’è finora mossa, a Kiev, a passo di lumaca dopo che, quest’anno a febbraio, la guerra nell’est del paese era stata bloccata con gli accordi di Minsk. Mediati, tra Ucraina e Russia, da Germani, Francia e Bielorussia, hanno ridimensionato – o piuttosto “contenuto” – il conflitto ma non lo hanno mai fermato. Anche a causa delle tergiversazioni di Poroshenko che, da una parte, giura pubblicamente che non cederà mai alle loro rivendicazioni e, dall’altra, fa passare misure incapaci di accontentare i separatisti e, tanto meno, gli oltranzisti filonazisti mascherati da filo-europei che solo allo scontro con la Russia, anche se idiota come il loro, sembrano auspicare.

●Intanto, il 2 settembre in Ucraina il Consiglio Nazionale di Sicurezza e di Difesa rende pubblico il testo della Nuova Dottrina Militare della Repubblica che, per la prima volta, identifica ufficialmente la Russia come “avversario militare”, specifica come priorità assoluta del paese l’adesione alla NATO e  chiede al governo di entrarci “in modo pieno, totale e globale”. Il  nuovo paper enfatizza il bisogno di migliorare le capacità professionali delle Forze armate”, prendendo atto dell’inadeguato e carente lavoro finora compiuto e della probabilità “elevata” – dice – di un coinvolgimento straniero nel conflitto che ancora va lacerando il paese.

Diversi altri passi insistono poi sulla necessità di migliorare la preparazione delle truppe e delle riserve a una mobilitazione militare d’urgenza, l’addestramento e la “guerra psicologica e progandistica”.

Il testo va, adesso, sottoposto all’approvazione del presidente Poroshenko entro fine anno (poi accelerano tutto e lui lo firma già il 25 settembre). Il presidente, del resto, dice di voler ascoltare “altre opinioni” ma ribadisce di non avere bisogno – perché  tanto è comunque “scontato”, si lascia sfuggire – del sì del parlamento: a cui dovrebbe toccare solo votare sì o no, non discutere ed emendare: proprio alla Renzi, che forse proprio da questa cristallina democrazia è venuto a imparare.

E’ tutto molto formale e di poca sostanza perché, d’altra parte, lo stesso Poroshenko presiede il Consiglio che ha approvato e prorogato il testo e lo presenta sottolineando trattarsi di un approccio più complesso e mutato all’integrazione dello strumento militare e di quelli non militari che cambia fondamentalmente, secondo una dottrina militare che chiamiamo ibrida il carattere stesso della lotta armata”... qualsiasi cosa ciò poi significhi per i problemi concreti e drammatici – politici, sociali, istituzionali e – anche – militari, che l’Ucraina deve urgentemente affrontare.

Il dramma che traspare da tutto il testo e dalla sua presentazione è che  l’obiettivo strategico principale – l’ingresso nella NATO – potrebbe continuare a restare un desiderio, al massimo un flatus vocis. Non basta, infatti – ed è stato dimostrato e detto chiaramente già nella guerra tra Georgia e Russia e poi perfino quando la Crimea con un genuino referendum popolare s’è staccata dall’Ucraina tornando alla Russia – al di  là delle proteste verbali – il sì degli americani, dei loro seguaci britannici e delle scodinzolanti appendici della politica estera neo-cons anti-russa e fuori-tempo degli americani oltre che, certo, per la storia e le memorie che, come ovunque e sempre, qui anche più di altrove tutti si portano dietro.

Per portarli nell’Alleanza, ci vuole l’unanimità dei consensi e il superamento dei problemi insopportabili di una corruzione onnivora e della presenza tracotante nei gangli stessi del potere di strutture e formazioni apertamene neo-naziste. E molti – i più dei paesi membri: Germania, Francia, Italia, Spagna, Turchia, Olanda, Belgio, ecc., ecc.: la lista è lunga – non pensano ce ne siano proprio le condizioni.

Quando poi esse si creassero, l’attesa sarebbe lunghissima: perfino dei moltissimi anni che all’Ucraina non sono bastati, e ancora non bastano, per entrare nell’Unione europea. Alla faccia della priorità prioritaria del documento ucraino e delle intenzioni che esso proclama (Organizzazione del Consiglio  Nazionale di Sicurezza e di Difesa dell’Ucraina― Організація діяльності Ради національної безпеки і оборони України/Kiev, 2.9.2015, Comunicato sui risultati dell’incontro di presentazione della Bozza di Dottrina Nazionale di Sicurezza 2015 http://www.rnbo.gov.ua/en/news/2253.html?PrintVersion); e Kyiv Post, 3.9.2015, New Ukraine doctrine declares Russia military opponent― La nuova dottrina ucraina dichiara che la Russia è un “avversario militare” http://www.kyivpost.com/content/ukraine-new-ukraine-doctrine-declares-russia-military-opponent-397081.htm).

●I ministri degli Esteri dell’Unione europea riuniti in Consiglio, a Bruxelles il 14 settembre, hanno deciso – cioè hanno ciecamente insistito – di prolungare di altri sei mesi il diniego dei visti ai russi e agli ucraini filo-russi incorsi nelle loro sanzioni e che sarebbero stati in vigore fino al 15 settembre. Proprio quando si stanno aprendo, comunque, per la prima volta spiragli concreti, sul campo, di un qualche possibile scongelamento dello stallo frontale.

Solo questo conferma che questa massa di incapaci, inadeguati e incompetenti che qui in Europa ci fanno da ministri degli Esteri, non ci capiscono proprio una cippa. Prima hanno contribuito a creare il problema nel febbraio del 2014 tenendo irresponsabilmente bordone agli americani che li mandavano pure “a fa’ n’c**lo” (la neo-cons assistente segretaria di Stato Victoria Nuland, ricordate?) perché erano un po’ restii ad istigare e, come faceva lei, pagare quella accozzaglia di politicanti revanscisti e di militanti neo-nazisti che rovesciarono il governo, incapace e corrotto di Yanukovich, ma costituzionalmente legittimo, con una specie di contro-rivoluzione che ha causato al paese la perdita della Crimea e la guerra civile col Donbass.  

Ora, la notizia dell’estensione delle sanzioni viene diffusa alle 10 e 15 di lunedì 14 febbraio a Bruxelles. Ma solo due ore prima lo stesso Consiglio aveva preso atto “con soddisfazione” della comunicazione appena ricevuta dal presidente ucraino Poroshenko che la “smobilitazione” al fronte è ormai in atto e che lui la sta promuovendo, trovando riscontro positivo dall’altra parte  (Interfax, 14.9.2015, Ukraine launches large-scale demobilization-Poroshenko L’Ucraina lancia una smobilitazione su larga scale, annuncia Poroshenko http://en.interfax.com.ua/news/general/289883.html). Ma che così facendo noi ci stiamo dando da fare a affondare.

Questo era forse il primo effettivo segnale che entrambe le parti stanno cercando davvero una soluzione al conflitto. E questi, da Mogherini a Gentiloni, da Steinmeier a Fabius – e compagnia brutta dicendo – tutto quel che riescono a pensare è a come rilanciare le loro sanzioni. Così, quasi  per inerzia...

Ma credono davvero gli inetti – tra una lamentela e l’altra perché la Russia, come dice la Mogherini “incomprensibilmente” poi magari si incazza e schiaffa su di loro le sue contro-sanzion,i di avere a che fare col Granducato di Fenwick del Ruggito del topo, o col principato di Ruritania del Prigioniero di Zenda e non con la Repubblica federativa di Russia, uno dei G-7 veri (non il Canada, l’Italia e pure Gran Bretagna che ormai sono solo fasulli, un paese che unico al mondo è esteso davvero su due continenti? Solo questo fatto dovrebbe ormai essere servito a insegnare all’Europa di Machiavelli, di Metternich e pure di Henry Kissinger, se volete, che per usare il bastone – quando e se poi uno se lo possa permettere e ne abbia il diritto – bisogna anche adoprare però la carota...

●Intanto, il parlamento ucraino ha approvato, con oltre 300 sì su 450 votanti, l’accordo raggiunto tra Kiev e i suoi creditori sulla ristrutturazione di circa 18 miliardi di $ del suo debito cosiddetto sovrano. Naturalmente si tratta di un’approvazione per ora di mero principio su cui non conta niente il parere del parlamento ma è cruciale quello di chi gestisce il credito e ne determina le condizioni (Financial Times, 17.9.2015, Roman Olearchyk, Ukraines’s parliament approves debt restructuring deal Il parlamento ucraino approva l’accordo sulla ristrutturazione del debito http://www.ft.com/intl/cms/s/0/576b77d8-5d21-11e5-9846-de406ccb37f2.html#axzz3mVbZSxJg).

●Alla fine, in Ucraina, pare che i russi stiano riuscendo a “convincere” i separatisti dell’est ucraino a rispettare il principio, raggiunto nei due accordi di Minsk, in base ai quali le elezioni nelle repubbliche di  Donetsk e di Luhansk avrebbero dovuto aver luogo in contemporanea con quelle di tutte le altre regioni ucraine. Una questione tutta di principio cui, in fondo, costa poco tener fede come ci si era impegnati.

Così, adesso, il 22 settembre, il negoziatore di Luhansk, Vladislav Deinego, propone di spostare anche le loro al 21.2. 2016 invece che ora, ad ottobre. Anche se la data iniziale è stata cambiata e posticipata da Kiev, unilateralmente (Stratfor, 22.9.2015, Ukraine: Separatists To Propose Election Delay In Ucraina, i separatisti proporranno di posticipare anche le loro elezioni https://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-separatists-propose-election-delay-0; e Stratfor Analysis, 12.9.2015, Ukraine Heads Back to the Negotiating Table― L’Ucraina sta tornando al tavolo negoziale https://www.stratfor.com/analysis/ukraine-heads-back-negotiating-table).

●Pare essersi tragi-farsescamente, come s’era avviata, anche conclusa la telenovela delle due portaelicotteri francesi Mistral vendute ai russi, da loro già pagate e in cantiere per lavori di ristrutturazione avanzata, poi cancellata dai francesi col conseguente pagamento di una pesante penale di 1,1 miliardi di € per, chiamiamola pure, tigna pura di stampo sanzionista― una strana sanzione che così, alla fine, e c.v.d. penalizza solo la Francia.

La Russia ha infatti approvato la vendita da parte francese delle due navi all’Egitto e agli Emirati arabi, con l’acquisto egiziano finanziato da un prestito russo subordinato però all’acuisti elcioteri russi, tra l’altro meno costosi degli omologhi americani o francesi. Il lavoro nei cantieri francesi è intanto passato dalla ristrutturazione prevista alla rimozione dalle due piattaforme navali dei sistemi russi di telecomunicazione che erano da tempo in via di installazione (Cairo News Net, 3.9.2015, Russia approves Mistral carrier sale to Egypt, UAE― La Russia approva la vendita delle portaelicotteri Mistral a Egitto e EAU http://www.caironews.net/index.php/sid/236401567).

● L’Unione europea reagisce (si fa per dire...) alla foto del bimbo siriano affogato sulle coste della Turchia

Fonte: INYT, 3.9.2015, Patrick Chappatte

 

E, parallelamente, continua l’altro esodo, quello che preme soprattutto nel Mediterraneo, via mare e  che arriva soprattutto dalla Libia. Per cui l’Unione europea, dice adesso a inizio settembre, Francesca Mogherini, dopo una riunione d’emergenza preparatoria ufficiale di metà mese che ha visto chiacchierare insieme del tema  pochi ministri e diversi direttori generali della Difesa di paesi dell’Unione a Lussemburgo, “sta – starebbe – discutendo di pianificare” un’anticipazione della seconda fase – della prima, però,  chi se n’era davvero accorto? – dell’operazione di repressione sul contrabbando di esseri umani, con la cattura e la distruzione da parte delle autorità in acque internazionali – non nelle acque territoriali libiche – delle barche che ne gestiscono il traffico.

●Questa, vero?, facile ma anche straordinaria e straordinariamente spietata vignetta – un vero e proprio editoriale politico e morale dà tutto il senso del tragico esodo forzato migratorio tra Siria e Germania, via Grecia, Serbia, Ungheria e Austria  e Ungheria e sulla via crucis, anche di effettive,  reali e materiali flagellazioni con tanto di imposizione di affilate e taglienti corone di filo spinato a un’umanità da anni già oppressa e angariata.

Ma, fra pianificare e fare, in questa ameba d’Europa, c’è di mezzo ... oltre al mare anche un mucchio di tempo. Certo, mancano i mezzi finanziari, le stesse premesse legali di autorizzazione a un intervento armato dall’ONU e anche i mezzi tecnici e navali in grado di condurre, sotto comando unificato e sul serio “europeo”, le operazioni militari (quali? con quali regole di ingaggio? e quali garanzie che le bombe – poi di questo si tratta – non affonderanno mai con navigli e gommoni anche poveri c cristi – certo, poi, per lo più  mussulmani – in  fuga dalla guerra e dalla fame?).

Però – assicura stavolta l’Alta Commissaria forse con maggiori speranze – almeno ci proviamo... Ma il fatto resta, sta qui tutto il problema e qui la soluzione del problema di questi disperati per l’Unione europea? E, se Mogherini non riesce, lei e non solo lei, a tirar fuori questo ragno dal buco,

Sogno, miraggio o incubo? La libera circolazione...

 Ma non è che il filo spinato tra Texas e Messico poi sia meglio        Paradiso!

Fonte: INYT, 16..9.2015, Patrick Chappatte

che fa? manda tutti a quel paese e fa davvero uno scandalo? Magari anche solo dimettendosi (European External Action Service-EEAS/Luxembourg, 3.9.2015, #150903_02_en, Dichiarazioni Federica Mogherini ▬ http://www.statewatch.org/news/2015/sep/eu-hgh-rep-informal-defence-ministers.pdf)...

●Queste precisazioni non precisano quasi niente e vengono  dopo il vertice di Bruxelles del 14 settembre (Times of Israel, 14.9.2014, EU backs military action against Mediterranean people smugglers― L’UE appoggia [appoggia? Aveva detto che avrebbe direttamente esercitato... buffoni!... Ma non è proprio in grado di farlo mancando volontà politica, disponibilità di spendere e di rischiare e la propria generale impotenza] l’azione militare contro i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo http://www.timesofisrael.com/eu-backs-military-action-against-mediterranean-people-smugglers), sono stati approvati dal Consiglio dei ministri dell’Unione “piani di azione militare” – prima fase: li chiamano così: di azione; ma si tratta solo di preannunci di future intenzioni – dei paesi UE nel Mediterraneo contro i trafficanti di merce umana anche “a perdere” (tanto pagano sempre in anticipo...), allo scopo di frantumare le reti che operano a partire dalla Libia.

La seconda fase di quella che, col solito slecchiinamento chiamano, ovviamente in inglese, operazione EUNavForMed, consentirà alle forze navali dei paesi membri di catturare e distruggere barconi, vascelli e gommoni, anche se solo in acque internazionali.

La terza fase, un po’ confusamente come è stata enunciata a cavallo con la seconda e la prima, consiste nella caccia ai mercanti di essere umani all’interno delle acque territoriali libiche che miri a distruggerne reti, collegamenti, organizzazioni e mezzi di trasporto prima ancora che riescano a partire.

Tutti questi passaggi, o fasi come le annunciano a Bruxelles, non hanno nulla di ancora concluso, definitivo e già deciso e hanno tutte bisogno di unanimità che non c’è tra i 28 membri dell’Unione – tutti i governi e tutti i parlamenti – e l’approntamento delle strutture e di comandi integrati congiunti oltre al finanziamento che mancano tutti del tutto e hanno bisogno del consenso del governo – dei governi – e dei poteri tribali libici e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che non si vede proprio – e grazie a Dio – dare l’assenso al bombardamento preventivo e non verificato proprio di bersagli che saranno anche carichi di esseri umani.

Insomma, pura chiacchiera e fuffa alla faccia del decisionismo e del volontarismo impotente di Renzi, di Mogherini e di Juncker. E mai e comunque si tratta di qualcosa con cui l’Unione tenti neanche di pensare a prendere di petto le questioni di fondo che spingono e guidano le ondate migratorie e i problemi nel breve – ma ormai anche a lungo termine – che pone il numero crescente dei richiedenti asilo (Stratfor – Geopolitical Diary, 6.8.2015, In Europe, Few Good Options for Resolving the Immigration Crisis― In Europa, poche opzioni buone per risolvere le crisi delle migrazioni ▬ https://www.stratfor.com/ geopolitical-diary/europe-few-good-options-resolving-immigration-crisis).

Alla fine, guarda un po’, quel che decidono è di rinviare tutto a un altro vertice dei ministri degli Interni l’8 ottobre, tra un mese... dove le posizioni sarebbero ovviamente, con gli stessi protagonisti, restate le stesse e non serve a niente e a nessuno che il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel definisce ufficialmente come una figura ridicola per l’Unione e, ufficiosamente, bolla con una pura e semplice figura di me**a, una Figur Scheiße.  

Perché al dunque né lui, né il compare Alfano, né quello francese hanno poi preteso, come potevano fare, che la Commissione chiedesse – o hanno chiesto loro in prima persona – il voto e la decisione  a maggioranza ch avrebbe scavalcato i veti posti alle quote dei quaquaraquà dell’Est e dei più egoisti come Regno Unito e Danimarca rivelando certo, però, come il re fosse nudo, con tutte le sue vergogne scoperte... Al solito...

Poi però forse vergognandosi un po’ della loro stessa impotenza, su spinta tedesca,  viene a riunione conclusa deciso di anticipare il tutto con una riunione del vertice dei Capi di Stato e di governo al 23 settembre e la minaccia – poi  bisognerà vedere, però... – che  stavolta si fa sul serio: se hanno la maggioranza prevista e qualificata, potrebbero stavolta sul serio pretendere di decidere imponendo così le quote di ripartizione. Ma a quale punto si ribloccherà tutto, vedrete, nella discussione sulle percentuali di ogni paese e sulle “punizioni” eventuali per chi comunque non ci volesse stare...

Ma bisognerà aspettare per capirci qualcosa davvero. Perché, all’inizio, a minacciare il voto a  maggioranza – e come sovrappensiero  in Tv, a 8 e 1/2, è solo il sottosegretario alla presidenza per gli Affari europei, Sandro Gozi, che sembra far capire di parlare per il premier Renzi, forse lanciando così una specie di flebile ballon d’essai... Mentre il Commissario europeo Dimitris Avramopoulos, che detiene il portafogli dell’Immigrazione si affretta a far sapere che la Commissione non intende invece forzare un voto a maggioranza qualificata ma continua a cercare un compromesso anche se inevitabilmente al ribasso.

Il 22, il giorno prima del vertice dei numeri uno, si incontrano così ancora una volta i ministri degli Interni (EurActive, 17.9.2015, Commission ready to drop mandatory quotas for refugee― La Commissione pronta a far cadere la sua richiesta di quote obbligatorie di rifugiati http://www.euractiv.com/sections/justice-home-affairs/commission-ready-drop-mandatory-quotas-refuge es-317723). A maggioranza, stavolta raccomandano ai capi di governo e di Stato di decidere, come prevede il Trattato – ma su un tema politico di questa portata è la primissima volta – a maggioranza.qualificata e non all’unanimità. Se no, non se ne uscirebbe più.

 

E, alla fine, il 23, se ne esce proprio così. Col voto contrario della Repubblica ceca, dell’Ungheria, della Slovacchia e della Romania, con l’astensione di Polonia e Finlandia e l’opzione esercitata da Gran Bretagna e Danimarca e riconosciuta su questi temi dal Trattato originale della loro adesione alla UE,di non partecipare, viene votata la decisione proposta dalla Commissione sulle quote obbligatorie. 66.000 delle 120.000 richieste di asilo verranno trasferiti inizialmente da Italia e Grecia e il resto lo saranno l’anno prossimo.

Con una pesante correzione e per ottenere alla fine l’astensione della Polonia, ai nove paesi dell’Europa centrale e orientale della UE chiederà di  accogliere in tutto 15.000 migranti. Mentre Francia e Germania assorbiranno entrambe il doppio del numero che per loro era stato previsto. In conclusione, poi, il premier slovacco Robert Fico avvisa che, con alcuni altri colleghi dell’area al momento non ancora identificati sfiderà la decisione e l’Accordo: ma non dice come (Stratfor, 23.9.2015, EU: Deal Reached On Migrant Quotas Nella UE, raggiunta la decisione sulle quote migranti https://www.stratfor.com/situation-report/eu-deal-reached-migrant-quotas).

●La nostra brava  Federica Mogherini, forse per chiarire questa gran confusione ma forse anche riuscendo solo a confonderla ancora di più, comunica poi un po’ più avanti, come se fosse cosa fatta – quando non lo è ancora per niente... – che le operazioni navali nel Mar Mediterraneo dell’EUnavfor Med inizieranno – dovrebbero iniziare – ad abbordare, perquisire e sequestrare battelli sospettiin acque internazionali (lo precisa bene l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri e di Sicurezza e vice presidente della Commissione― dopo i dieci minuti che servono a introdurla con tutti i suoi titoli altisonanti che manco un nobile spagnolo del ‘600 in conferenza stampa.

Tutto però assai prematuro. I trafficanti, o sospetti tali piuttosto, di esseri umani verranno poi portati di fronte a magistrati inquirenti italiani, marcando così, dice, il principio della seconda fase dell’operazione navale. Seguirà poi la terza, che forse chi sa potrebbe prevedere di condurre le stesse operazioni dentro le acque territoriali libiche anche se ciò presume l’OK del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – tutt’altro che scontato dopo il disastro del precedente della seconda metà del 2011: che anzi,  scontato, parrebbe il veto – e, soprattutto, per la necessità di acquisire l’assenso del governo, anzi dei governi, libici. A parte i rischi annessi e connessi, più certi che probabili di danni collaterali in assalti in mare contro barconi e battelli sovraffollati di profughi, donne e bambini anche...

Ma subito, tra gli Stati della UE, ripartono le critiche: sulla natura e il senso stesso dell’operazione navale, EUnavfor Me che sembra a tanti troppo concentrata su quanti richiedono asilo venendo dalla Libia, mentre la rotta greco-balcanica appare ormai diventata la via principale dei migranti che ora dalla Turchia tentano di passare in Europa (EU-EEAS/European Union-External Action Services, 25.9.2015, Remarks of the High Representative Federica Mogherini at the EUNAVFOR MED's Operational Headquarter in Rome, September 24, 2015― Dichiarazioni di Federica Mogherini al quartier generale operativo della EUNAVFOR MED, Roma,24.9.2014 ▬ http://eeas.europa.eu/statements-eeas/2015/150925_01_en.htm).

●Il vice premier cinese Wang Yang – parlando al Forum di Mosca sullo sviluppo dell’economia dell’Estremo oriente russo, subito dopo che il presidente ospite aveva impegnato il proprio paese a garantire favorevoli e paritetiche condizioni di sicurezza sia economica che materiale e personale e il sostegno pieno dello Stato agli investitori sia asiatici che russi che volessero arrivare a lavorare nell’immensa regione siberiana – ha assicurato che la Cina è in linea con l’auspicio  della Russia , lo condivide e, mentre conta sull’impegno di Putin, garantisce il proprio.

L’interesse e la spinta verso la Cina da parte di Mosca si è fatta del resto evidente quest’ultimo  anno (Stratfor – Analysis, 3.9.2015, Russia’s Relationship With China Grows,Slowly But Surely I rapporti tra Russia e Cina crescono, lenti ma sicuri https://www.stratfor.com/analysis/russias-relationship-china-grows-slowly) specie dopo la svolta europea contro la Russia, non sempre convinta e condivisa ma sempre anche suo malgrado subìta e supinamente schiacciata sulle scelte e le priorità americane.

Il messaggio di Pechino è chiaro. Condivide il piano di Putin, anche perché lo trova  complementare al suo di iniettare nuova vitalità nello sviluppo economico siberiano, ci vede un conveniente e sicuro ritorno ma forse un po’ meno rapido e non proprio nell’immediato su una scala così larga come quella sperata da Mosca. Insomma, la Cina ci sta ma mai a scatola chiusa e richiede condizioni e termini anche a sé favorevoli.

●Nel frattempo, la Russia allarga e rafforza la propria area di influenza, in Bielorussia, paese che dallo scioglimento dell’Unione sovietica aveva cercato di avvicinarsi all’Unione europea che l’ha ringraziata per i buoni uffici interposti con un certo successo ad abbassare il livello dello scontro militare tra Kiev e Mosca a Minsk, ma non le ha fatto nessuna apertura concreta, e insieme ha mantenuto i suoi legami tradizionali militari e strategici con la Russia.

Adesso, Mosca che non ha moltissimo da offrire su questo piano alla Russia Bianca (Bielorussia significa questo: cosa che, anche da sola, illustra già bene il peso di una storia e di una cultura largamente comuni), annuncia con Putin che, vista la persistenza con cui la NATO cerca di spingere la sua presenza verso l’est europeo, sempre più vicino ai confini con la Russia intende aprire una sua base aerea in Bielorussia che gliela aveva offerta e potrebbe aiutarla a proiettare a occidente il proprio potere militare in un momento di tensioni delicate e crescenti e a rintuzzare, comunque, la pressione occidentale ai propri confini.

Lo fa, si capisce,  con  l’assenso del presidente Aleksandr Lukašenko, la cui insulsa demonizzazione in Europa sembra non solo sempre più controproducente e del resto incostante ma anche non molto più meritata, poi, di quella che toccherebbe, per dire, a altri come Orbán o Poroshenko (Radio Free Europe-Radio Liberty/RFE-RL, 20.9,2015, Putin Backs Plan For New Russian Air Base In Belarus― Putin è ora pronto ad aprire una nuova base aerea russa in Bielorussia http://www.rferl.org/content/russia-belarus-air-base-plan/ 27257584.html).

STATI UNITI

●In agosto e malgrado il livello di nuovi posti di lavoro più deludente dal 2008ad oggi – meno di 173.000 unità – il tasso ufficiale di disoccupazione è sceso al 5,1%, fornendo argomenti contrastanti al dibattito tra i soliti austeriani ancora prevalenti nell’accademia e fautori di un qualche aumento del tasso di sconto a scopo precauzionale (questi ancora temono l’inflazione... bah!.  e hanno paura di  una crescita che salendo sopra il 2% su base annua possa farsi troppo “calda”... boh!!) contro quanti niente affatto convinti – ma loro con le prove dell’esperienza – della cosiddetta saggezza convenzionale a respingerne il contenzioso perché la crescita e la ripresa restano  sempre troppo basse per rimediare ai danni che l’economia in questi anni ha, comunque, pesantemente subìto.

L’aumento dell’occupazione in agosto c’è stato, ma molto più basso dei 220.000 posti delle peggiori previsioni. E continuano, in ogni caso, a cambiare in peggio le condizioni del lavoro dipendente― più precarietà, salario stagnante, o quasi (New York Times, 4.9.2015, N D. Schwartz e Byniamin Appelbaum, Jobs Report Gives Ammunition to Both Sides of Fed Rate Debate― Il Rapporto sull’occupazione fornisce argomenti alle due parti del dibattito nella Fed ▬ http://www.nytimes.com/ 2015/0t9/05/business/economy/jobs-report-hiring-unemployment-wages-interest-rates.html ?_r=0; e Dip Lavoro, Washington, D.C., BLS/Bureau of Labor Statistics, 4.9.2015, Employment Situation Summary, August 2015 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; ancora, EPI, Economic Policy Institute,  Washington, D.C., http://www.epi.org/blog/the-bottom-line-of-this-jobs-report-the-fed-should-hold-the-line-and-let-the-economy-conti nue-to-recover).

In fondo, come commenta e riassume nel titolo questo studio dell’EPI, Il Rapporto dovrebbe in ultima analisi indicare che la Fed deve  tener duro sui tassi senza aumentarli e lasciando continuare a riprendersi un’economia  che ne ha sempre bisogno. “Il tasso ufficiale di disoccupazione è solo uno dei tanti dati ed esclude tutti i lavoratori che, a milioni, hanno lasciato il mercato del lavoro a causa della mancanza di opportunità offerte a chi vorrebbe poter lavorare a tempo pieno ma può solo trovare impiego a tempo parziale (EPI, 4.9.2015, The Missing Part of the Unemployment Story La parte mancante del racconto sulla disoccupazione http://www.epi.org/publication/missing-workers).

   Semplicemente perché l’economia non crea lavoro al ritmo necessario e la ripresa non crea un consistente aumento dei compensi del lavoro dipendente (EPI, 4.9.2015, Slow wage growth is a key sign of how far the U.S. economy remains from a full recovery La fiacca crescita dei salari è il segnale cruciale della distanza che  resta da coprire  all’economia USA per arrivare a una ripresa piena http://www.epi.org/nominal-wage-tracker).

●Altro fattore che bisogna trovare il modo di sottolineare è che l’Ufficio centrale del Censimento― il Census Bureau adesso attesta che il numero degli americani senza copertura assicurativa sanitaria  si è drasticamente ridotto col passaggio e l’entrata in vigore del sistema dell’Obamacare al 10,4% (ancora sui 33 milioni di persone, comunque) di quattro volte dal 41,8%, nel 2013 (The Economist, 18.9.2015)

●Alla fine la riunione del direttivo Fed di giovedì 17 giugno, resistendo alle tentazioni maggiormente austeriane, decide di non toccare i tassi non con le parole ma proprio, in sostanza, con le motivazioni addotte dalla scuola krugmaniana: che la ripresa anche in America è ancora incerta, il lavoro aumenta ma si va precarizzando e svalutando  in mezzo a un impoverimento della maggioranza dei lavoratori e che, con l’incipiente e crescente sentore di problemi in Cina e nel resto del mondo, una stretta monetaria sarebbe in realtà intempestiva e pericolosa per tutti, USA compresi.

Certo, si lascia anche intravvedere – ma anche questa è l’ennesima volta – che alla prossima, tra un mese o tra due, potrebbero anche ripensarci davvero  (New York Times, 17.9.2015, Byniamin Appelbaum, Fed Leaves Interest Rates Unchanged La Fed lascia fermi i tassi di interesse http://www.nytimes.com/2015/ 09/18/business/economy/fed-leaves-interest-rates-unchanged.html?_r=0).

●Il presidente Obama è riuscito ad assicurarsi l’impegno del minimo numero di senatori 34, un terzo del totale che serve a bloccare l’opposizione all’accordo con l’Iran su nucleare/sanzioni: i democratici da soli contano un’altra decina di senatori che però già dicono o fanno intendere  di voler  votare contro insieme  a tutti i repubblicani. Ma non costituirebbero così la maggioranza di  60 voti necessaria a annullare il diritto di veto del presidente contro procedure di blocco.

Oggi si calcola che più avanti nel mese il voto formale non riuscirà forse a passare – non superando  cioè i 60 voti che secondo la complicatissima arzigogolata procedura di annullamento di un veto presidenziale servono, poi, a passare al voto di merito cui – sì o no – basterebbe invece il 50% +1 . (Wall Street Journal, 2.9.205, K. Peterson e C. Lee, Obama Secures 34 Senators’ Support for Iran Nuclear Deal―  Obama si assicura il sostegno dei 34 senatori necessari al passaggio dell’accordo con l’Iran su nucleare/[sanzioni] ▬ http://www.wsj.com/articles/obama-secures-34-senate-democrats-support-for-iran-nuclear-deal-1441203473).

●Poi, però, il 10 settembre i democratici al Senato hanno consegnato al presidente una notevole vittoria, bloccando il tentativo dei repubblicani di  far  passare una loro risoluzione di bocciatura dell’accordo di scambio mucleare contro le sanzioni per l’Iran che per essere bloccata avrebbe ora dovuto venire contrastata da un esplicito veto presidenziale (New York Times, 10.9.2015, J. Steinhauer, Landmark Nuclear Accord Will Avert a Veto Showdown L’accordo fondamentale sul nucleare eviterà ora lo scontro frontale del veto presidenziale http://www.nytimes.com/2015/09/11/us/politics/iran-nuclear-deal-senate.html?_r=0).            

● Il veto che (forse, poi...) stavolta funzionerà...

NOI   ASSICUREREMO   CHE    IL   PESSIMO   ACCORDO   CON  L’ IRAN    NON   DECOLLERA’    MAI!!!

                                                                 MA ERA IL NOSTRO, DI VETO,  CHE DOVEVA BLOCCARLO...  

Foto: The Economist, 4.9.2015,KAL   

E, il giorno dopo, con un appello al Majlis in cui minaccia gli USA di cancellare tutto l’accordo se sospenderanno e non cancelleranno del tutto le sanzioni, il Grande Ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della Repubblica dell’Iran, chiede ai deputati di approvare formalmente e ufficialmente l’accordo raggiunto a Vienna coi 5+1 (New York Times, 3.9.2015, T. Erdbrink e Somini Sengupta, Iran’ s Supreme Leader Orders Parliament to Vote on Nuclear Deal― La Guida suprema iraniana ordina [ma è scorretto: il termine originale, in farsi, corrisponde, in inglese, a ,“chiede con forza”] al Majlis di votare l’accordo  ▬  http://www.nytimes.com/2015/09/04/world/middleeast/ayatollah-ali-khamenei-iran-supreme-leader-nuclear-deal-vote.html).

●Dopo l’ondata iniziale di interesse manifestato, soprattutto in Europa e in Asia, per la prospettiva di rifare finalmente affari su base normale anche con l’Iran – esso finalmente liberato e loro liberi dal peso delle sanzioni. On una somma di anni di consumi ormai in fila e inevasi e file di businessmen in attesa che sbavano per vendere loro tutto e di tutto, perché adesso a Teheran, all’improvviso hanno cominciato a farsi molto cauti e perfino qualche poco angosciati?

Pure, il calcolo dell’arretrato non di beni di consumo – che, in sé, pure è enorme – ma di essenziali beni strumentali che gli iraniani vorrebbero subito esaurire comprandoli all’estero è stato calcolato in qualcosa come 200 miliardi di $ nel settore energetico, di una trentina nell’industria turistica, è impressionante― ma pagarli poi è cosa del tutto diversa. Col prezzo del petrolio sceso della  metà e il freno della crisi, per gli iraniani non è facile pagare quel che si compra.

Rimangono tra l’altro in vigore alcune sanzioni finanziarie americane che non riescono forse più ormai a proibire ma continuano a ostacolare i trasferimenti interbancari tra Teheran, Londra, Parigi, Berlino senza che ancora questi grandi di seconda fila siano giunti a costringere gli americani a mollare la presa (The Economist, 4.9.2015, Investment  in IranNot so fast Investimenti in Iran – Non  così presto http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21663261-enthusiasm-post-sanctions-iran-being-tempered-realism-not-so-fast).

●D’altra parte, come avvisa un saggio e plurimillenario proverbio anche iraniano, plurisecolare anche in Italia e forse solo secolare ma diffuso anche in America, quello secondo cui la gatta presciolosa...

Così, la risposta alla reiterata domanda dell’ambasciatore USA di incontrare a Bagdad la sua controparte iraniana, su cui ha insistito per più di un mese per discutere preliminarmente e anzitutto dei rispettivi punti di vista sulla politica interna irachena – il paese cui entrambi erano accreditati – ma per risposta ha avuto sempre e solo un fin de  non revoir a meno che gli incontri partecipassero anche rappresentanti del governo di Bagdad (ne parlano solo fonti iraniane; e gli americani non confermano né smentiscono: Iran Press, 17.9.2015,Iran ignores US requests for meeting on Iraq L’Iran ignora le richieste americane di incontrarsi per trattare di Iraq http://www.presstv.ir/Detail/2015/09/17/429625/Iran-Iraq-US-DanaeiFar-).

in America latina

●In Venezuela, il governo ha dichiarato in stato di emergenza altri quattro municipi, ufficialmente, dal 1° settembre secondo la Gazzetta ufficiale che vengono ora ad aggiungersi ad altri sei comuni che vi erano stati già messi dal 22 agosto, quando nella zona, al confine con la Colombia, vennero uccisi da un cecchino colombiano tre soldati venezuelani (Stratfor – Geopolitical Diary, 27.8.2015, The State of the State of Emergency in Venezuela― Lo stato dello Stato d’emergenza in Venezuela▬ https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/state-state-emergency-venezuela).

Poi, però, con le scuse della Colombia e una promessa di pronta compensazione alle famiglie de militari uccisi, il 3 settembre riprende il traffico alla frontiera col Venezuela. Ma, solo dopo due o tre giorni, lo stato d’emergenza torna ad esser proclamato nella stessa zona e, al confine, tornano strettissimi controlli del traffico.

Adesso, a Quito, capitale dell’Ecuador, con la mediazione di quel ministro degli Esteri e di quello uruguaiano, si incontreranno adesso d’urgenza quelli dei due paesi per discutere come risolvere il contenzioso di confine dopo gli attacchi ripetuti delle Forze armate colombiane e le chiusure delle frontiere decise da Caracas il 20 agosto (El Universal/Caracas, 10.9.2015,D. Torres, Cancilleres de Venezuela y Colombia se reunirán el sábado en Ecuador― Le ministre degli Esteri di Venezuela e Colombia si incontreranno sabato in Ecuador http://www.eluniversal.com/nacional-y-politica/150910/cancilleres-de-venezuela-y-colombia-se-reuniran-el-sabado-en-ecuador).

Insieme, la Repubblica di Colombia e le FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia annunciano la fine della guerra civile che conducono da cinquant’anni nel paese – di qua la guerriglia, di là dittature militari, con i loro efferati massacri di centinaia di migliaia di contadini indi, e dictablande magari anche elette ma sempre succubi al condizionamento insofferente e al riconoscimento maldisposto e sempre refrattario dei militari di riconoscere tutta una serie di diritti umani e civili – e si sono sempre succeduti insieme all’onnipresenza della cocaina che governa tutta l’economia. Le FARC hanno anche concordato con  Bogotà di cominciar e a consegnare le armi a sei mesi dalla firma dell’accordo.

L’annuncio arriva dopo l’accordo specifico su un meccanismo transitorio di giustizia con un Tribunale speciale che si esprimerà su tutti i casi connessi all’insurrezione armata: un passo chiave nei colloqui di pace che i stanno avviando – pare... – alla conclusione (New York Times, 23.9.2015, Colombian President Announces FARC Plan― Il presidente colombiano annuncia il piano di pace definitivo con le FARC http://www.nytimes. com/video/world/100000003933721/colombian-president-announces-farc-plan.html)

Ora, il presidente Manuel Santos e il capo delle FARC, Timoleón Jimenez annunciano all’Avana – dove papa Francesco li aveva stimolati in quel senso appena qualche giorno prima ringraziando Cuba per “il prezioso lavoro di ricucitura svolto per anni dalla sua sapiente diplomazia” – di aver raggiunto un accordo di massima ma già, di fatto, completo su come arrivare a punire quanti negli anni hanno commesso crimini di guerra “da entrambe le parti”.

Era forse l’ultimo ostacolo che ancora si frapponeva all’accordo (resta l’ostilità profonda e radicale dell’estrema destra del narco-paramilitare e ex-presidente Alvaro Uribe, l’uomo di Washington  che alla presenza militare americana non vuole dover rinunciare a gettare ancora benzina sul fuoco, scommettere sulla guerra e contro qualsiasi accordo “che favorisce l’impunità” anche se, certo, solo quella per i guerriglieri.

Ha funzionato, invece, l’ultimatum lanciato da Santos― dobbiamo chiudere entro novembre o bisognerà ricominciare da capo e non con me... E, adesso, Jimenez e Santos annunciano la data della firma che dovrebbe avvenire il 23 marzo 2016 (The Economist, 25.9.2015, A big leap towards peace in Colombia – An ultimatum unblocks a groundbreaking agreement on justice Un ultimatum sblocca un accordo molto innovativo sulla giustizia http://www.economist.com/news/americas/21666233-ultimatum-unblocks-groundbreaking-agreement-justice-big-leap-towards-peace-colombia).

●Proprio adesso, poi, in Venezuela, la Cina, provocando le riserve inusuali quanto arroganti e scontate in diplomazia della portavoce del dipartimento di Stato americano, ha annunciato di voler aiutare Caracas ad aumentare la sua produzione di petrolio, garantendole poi l’acquisto del greggio a un prezzo prefissato con un credito a tasso praticamente zero di 5 miliardi di $. Il presidente Nicolás Maduro ha firmato l’accordo a Pechino rinnovando al contempo un altro prestito analogo raggiunto qualche mese fa. Dal 2005, alla faccia del dispiacere, tutto politico-politicante ma in proposito del tutto irrilevante, formulato dall’America, la Cina ha prestato complessivamente 50 miliardi di $ al Venezuela (Wall Street Journal, 2.9.2015, Venezuela: China to Provide $5 Billion Oil Loan― Venezuela: la Cina fornirà 5 miliardi di $ di prestito per  lo sviluppo petrolifero http://www.wsj.com/articles/venezuela-says-china-to-give-5-billion-oil-loan-1441159070).  

●In Guatemala, il presidente della Repubblica uscente, Otto Pérez Molina, che si ripresentava con non infime probabilità di successo data la base tradizionalmente non irrilevante della destra estrema e nazionalista in questo paese, si è dimesso a tre giorni dalle elezioni  (Prensa Libre/Città del Guatemala, 3.9.2015, Pérez va a prisión, Maldonado asume presidencia― Pérez va in galera, Maldonado [il suo vice presidente  che il 6 settembre decade anche lui] assume la presidenza http://www.prensalibre.com/guatemala/justicia/perez-molina-se-presentara-ante-el-juez-dice-su-abogado).

Scattano con effetti immediati, a causa delle accuse di corruzione ormai diventate quasi una litania da parte degli oppositori, le misure di una magistratura, mai neanch’essa al di sopra di ogni sospetto, di aprire un’inchiesta ufficiale ordinando pure l’arresto precauzionale di Pérez Molina per aver intascato mazzette in cambio di “facilitazioni fiscali”. Prima, in settimana, il parlamento lo aveva privato dell’immunità. La sua difesa è che è vittima di un complotto promosso e voluto, anche e soprattutto, da “interessi stranieri” e anzitutto proprio americani.  

Che sembrano in effetti presenti. Al di là del fatto che dietro le accuse ci sono,  in questo caso, anche forti indizi e prove effettive. Ma sembrano anche esserci forti indicazioni – basta leggere adesso la stampa statunitense univocamente supina a far passare la versione colpevolista diffusa, secondo prassi usuale qui, per coloro di cui non si fidano o, magari, non si fidano più.

Pérez era stato il capo dei servizi segreti militari guatelmatechi sponsorizzato e protetto proprio dagli americani e dall’amministrazione Bush e il negoziatore capo dei militari che aveva, per loro conto, condotto al processo di transizione al governo di civili che mise fine nel dicembre 1996 a quasi 40 anni di regimi militari e a una guerra civile  che aveva fatto oltre 100.000 morti assassinati, anche con un vero e proprio genocidio di buona parte della popolazione india.

Tutti quei dittatori – dall’abbattimento nel ’54, con un golpe militare organizzato dalla CIA di Allen Dulles[3] perché il presidente guatemalteco Arbenz era colpevole di non dir loro sempre e solo di sì, per essere stato pericolosamente ma democraticamente eletto fino all’ultimo dei golpisti senza eccezione – furono poi a dir poco appoggiati dagli Stati Uniti. Ma anche di lui, che pure li aveva sempre fedelmente serviti, l’America adesso ha provato a disfarsi con la mobilitazione di Public relations vicini all’ala neo-cons del dipartimento di Stato (New York Times, 3.9.2015, Azam Ahmed e E. Malkin Otto Pérez Molina of Guatemala Is Jailed Hours After Resigning Presidency― A ore di distanza dalla dimissioni da presidente del Guatemala, arrestato Otto Pèrez Molina http://www.nytimes.com/2015/09/04/world/americas/otto-perez-molina-guatemalan-president-resigns-amid-scandal.html).

Anche lui, che alla fine dopo l’oscura ma fruttuosa carriera a difesa e protezione omertosa di tutti i golpisti, della casta degli interessi costituiti e dei loro manovratori yankees, era stato eletto democraticamente nel 2012, era diventato ormai un ex amico imbarazzante e comunque, a questo punto, “usato” e controproducente.

●Adesso, dal primo round del 6 settembre, esce vincente un ex comico di qualche fama locale, Jimmy Morales, col 24% dei voti, prima del 19% della seconda arrivata, Sandra Julieta Torres Casanova per la sinistra, già first lady come moglie del presidente (2003-2011) Àlvaro Colom sempre molto attiva come operatrice politica per le cause della parità femminile e dei diritti dei bambini. Terzo, a un’incollatura da lei, è uscito Manuel Baldizón della destra conservatrice, come dicono qui, dei terratenientes e degli oligarchi filo-americani tradizionali.

Adesso, il 25 ottobre così, al ballottaggio vanno Morales e Torres e potrebbe diventare decisivo il voto di quel quinto dei suffragi che al primo turno s’è riversato sul candidato della destra tradizionale. Che probabilmente punterà, visto chi è Baldizón e gli interessi che incarna, sulla difesa dei valori o dei disvalori più conservatori: se è costretto, cioè, sull’ignoto Morales piuttosto che sulla Torres ben più conosciuta e, a naso, per l’oligarchia più pericolosa (New York Times, 7.9.2015, E. Malkin, Comedian Wins First Round of Presidential Vote Un comico [localmente famoso: ... ma guarda chi si rivede!] vince il primo turno del voto presidenziale http://www.nytimes.com/2015/09/08/world/americas/guatemala-presidential-election-jimmy-morales.html).

S&P’s, la famigerata agenzia di rating americana, e americanocentricamente orientata Standard&Poor’s, ha tagliato la valutazione del credito sovrano del Brasile al livello della cosiddetta junkspazzatura. L’economia è andata declinando con una recessione pesante in parte imputabile al taglio di investimenti del manifatturiero e della produzione di energia in qualche  modo imposta dal ribasso dei prezzi delle materie prime. Un’altra rogna ad infastidire Brasilia che deve anche fare i conti con prezzi al consumo in aumento e un tasso in crescita della disoccupazione (The Economist, 11.9.2015).

GERMANIA

Pesantissimi contraccolpi di immagine, di deprezzamento catastrofico del titolo in borsa, di una multa che potrebbe superare, e non si sa ancora di quanto, i 20 miliardi di $ e della possibile galera per molti dirigenti e responsabili della  Volkswagen e una figura gretta e penosa per tutta l’industria e l’immagine “onesta” e “morale”della Germania dopo la confessione che ben 11 milioni di auto sono state “truccate elettronicamente per far apparire ben sotto al tetto di emissioni di gas di scarico consentito in America e in molti altri paesi del mondo (New York Times, 22.9.2015, J. Ewing, Volkswagen Says 11 Million Cars Worldwide Are Affected in Diesel Deception La Volkswagen ammette: a livello mondiale, 11 milioni di auto coinvolte dalla frode [elettronica] degli scarichi dei suoi motori diesel http://www.nytimes.com/ 2015/09/23/business/international/volkswagen-diesel-car-scandal .html?_r=0).

● La VW:ma era Mozart  a dire che ‘Così fan tutte’, no?. Ma lo slogan diceva che era una tedesca! embé?

Avete truffato e mentito ― tanto, poi,  chi paga alla fine è l’Europa...

Fonte: INYT, 25..9.2015, Patrick Chappatte

GRAN BRETAGNA

Jeremy Corbyn, vecchio parlamentare laburista (66enne), mai neanche vicino a un qualsiasi incarico di governo, specie negli anni di Tony Blair e anche di Gordon Bown – gli  anni del New Labour che lui ha sempre denunciato una “sventura, un tradimento e una svendita degli ideali e degli scopi del partito e del socialismo”. Anni cui  associa anche l’“imbroglio” di quella che considera un’Unione europea che proprio la Gran Bretagna, flaccida e reazionaria, loro e di Cameron ha largamene contribuito a fuorviare e traviare, sottraendo poteri al parlamento e all’elettorato per devolverli non al popolo ma ai governi – ha adesso stravinto le primarie dei laburisti. E ha stravolto la linea del partito e forse, domani, del governo di Sua Maestà.

La sua piattaforma assolutamente eversiva rispetto a quella tradizionale del neo-laburismo ultra-light convertito al conservatorismo da Blair, ha battuto tutte le candidature meno caratterizzate e più scontate della sua nel partito – Yvette Cooper, Liz Kendall e Andy Burham: tutte col bollino dei capi tradizionali, blandamente laburiste sia in politica intenzionale che europea che interna e, ancora una volta, solo appena più centriste di quelle conservatrici dei conservatori, diventando adesso con uno schiacciante 60% delle preferenze e ben il 76% dei votanti tra gli iscritti al partito, il loro nuovo capo e il primo da decenni non omologabile che adesso contrasterà Cameron e le sue politiche alle prossime elezioni e una voce profondamente diversa da quella di tutti gli altri ectoplasmi del cosiddetto socialismo europeo che restano oggi a Bruxelles.

Bisognerà vedere poi al voto, ma adesso l’ala blairita del partito laburista è stata letteralmente obliterata dal voto del Congresso con cui Corbyn ha sbaragliato con uatro volte tanti vori del suo pimo rivale almeno quattro volte il primo arrivato dei suoi oppositori. Dopo aver regalato paese, e in modo non solo politicamente criminale, la guerra in Iraq e, poi, la bolla speculativa edilizia il cui collasso ha portato alla recessione del 2008-2009 e alla crisi finanziaria.

Cui decise di  rimediare seguendo la filosofia reaganiana di favorire la disuguaglianza sociale del trickle down, in origine  ispirata da Thatcher – la tesi grottesca dei reaganolatri che arricchire i meno e i già ricchi alla fine avrebbe fatto sgocciolare, per inerzia, un po’ più di ricchezza anche sui più, i tanti di più che sono anche i più poveri. Una prassi concreta, altro che una teoria cervellotica,  che, c.v.d., invece ha solo moltiplicato le ineguaglianze.

In realtà la ricetta vera di Corbyn in politica interna e in politica fiscale consiste nello spostare lo scopo del quantitative easing già largamente praticato dalla Banca d’Inghilterra dal facilitare l’acquisizione di assets, titoli e proprietà, favorendo la capitalizzazione dei ricchi al comprare cose concrete: anche beni di consumo, certo, ma soprattutto assistenza all’infanzia, asili e scuole, ospedali e sanità, Internet veloce e all’avanguardia, ricerca di energia pulita... Sempre di soldi pubblici si tratterebbe ma di segno economico e sociale rovesciato del tutto. Quello che i Blair, tanto quanto i conservatori di nome, come tutti quelli di fatto, profondamente detestano.    

Corbyn è un antico militante che ha fatto tutte le marce della pace e contro le politiche imperialiste, come sempre le ha chiamate, di Johnson, Reagan e Bush, che sostiene, anche se con critiche dure a   Hamas, l’ala schierata sul campo contro l’occupazione piuttosto che Abu Mazen ed è dichiaratamente contrario all’intransigenza tanto sbagliata, perché caparbiamente negatrice del punto di vista degli altri, quanto futile e velleitaria, spesso addirittura provocatoria, delle scelte di policy americane contro la Russia.

E Corbyn è uno che, sul versante delicato dell’armamento nucleare britannico, subito rinuncerebbe alla forza missilistica dei Trident sottomarini― inutile, spiega, perché solo una brutta copia di quella americana; e dannosa sia perché costa decine di miliardi di sterline, di cui c’è disperato bisogno per rilanciare il welfare smantellato in buona parte dai tories e dai blairisti figliocci legittimi e eredi  di Thatcher; sia perché tanto il Regno Unito non potrebbe decidere comunque mai niente sull’uso delle sue ogive atomiche che ha da decenni delegato completamente agli Stati Uniti, pur senza mai confessarlo (Guardian, 1.7.2014, R. Norton-Taylor, UK's nuclear deterrent entirely dependent on the US – crossparty report― Un Rapporto [ufficiale] bi-partitico [alla Camera dei Comuni] documenta che il deterrente nucleare del Regno Unito dipende interamente dagli USA http://www.theguardian.com/uk-news/defence-and-security-blog/2014/jul/01/trident-nuclear-weapons-uk).     

Corbyn, ancora, è ferocemente avverso a una globalizzazione che gli interessi di lor signori e l’acquiescenza delle cosiddette sinistre si sono accaparrati per favorire sistematicamente i più ricchi... Insomma un politico, e una piattaforrna, che sembrano davvero alternativi.

E la cui valenza, con allarme e quella che stavolta sembra proprio paura – questa è la Gran Bretagna mica il Venezuela, signori... – mette  non a caso in evidenza il NYT sottolineando come “con la sua elezione un convinto socialista – che, nel contesto americano, suona proprio come “comunista” –impegnato a rovesciare le politiche centriste – cioè, conservatrici, anti-riformiste e contro-riformiste, propriamente reazionarie il  Labour è caduto in mano alla  sinistra dura per la prima volta ormai da decenni (New York Times,  12.9.2015, S . Castle, With Jeremy Corbin Elected as New Leader, Britain’s Labour Party Takes a Hard Left Turn Con l’elezione di Jeremy Corbyn come nuovo leader, i laburisti britannici svoltano a sinistra, quella dura [cioè., quelle vera!] http://www.nytimes.com/2015/09/13/world/europe/labour-party-election-jeremy-corbyn.html?_r=0).

Il problema che adesso avrà Corbyn è che – mentre il suo appello a rigettare le politiche del New- Labour trova ormai forti eco in un’opinione laburista che ne sembra ormai disgustata quanto lui (“Le cose possono cambiare e cambieranno... Dobbiamo respingere scelte grottesche che portano a promuovere l’ineguaglianza come motore del progresso o a scaricare sui rifugiati i problemi che le nostre scelte ci stanno condannando a subire”) i suoi critici, nell’apparato e nell’oligarchia del  partito che hanno perso al Congresso restano convinti che il suo credo, rifiutando il compromesso centrista e di destra, riporterebbe ancora una volta il Labour lontano dal potere.

Ma lui domanda, con Tacito, “a che serve e a chi serve, vincere se per farlo poi fa di se stesso il nemico?”. Non li ha convinti. Ma, intanto, ha convinto il partito. Loro scommettono ancora, però, anche se finora hanno sempre perso anche e proprio alle urne da quando chi vota conservatore ha capito che, allora, é meglio puntare sull’originale che sul surrogato. Dicono, questi sepolcri imbiancati, che adesso, con Corbyn, votare Labour sarebbe un suicidio...

Solo che il suicidio, o almeno la Caporetto del Labour, c’era stato già elettoralmente, da quando allora, invece di mettersi a scimmiottare i Tories, i laburisti scozzesi hanno puntato sempre a sinistra quasi tutti i loro voti: sullo Scottish National Party, che si è preso così tutti meno 3 soli dei 59 seggi che erano in lizza coi laburisti. Insomma, il disastro lo ha già fatto proprio la Terza via di Blair, non la via “socialista” di Corbyn e di chi tifa per lui. E, a dire il vero, peggio che perdere 56 seggi sui 59 che un partito aveva, si può? (BBC, 8.5.2015, UK seats results 2015 elections Risultati elettorali (in seggi) delle politiche del 2015 http://www.bbc.com/news/election/2015/results).  

GIAPPONE

●“Questo, il Giappone – attesta e scrive Paul Krugman – non è di certo un paese che dia l’impressione a chi lo osserva, ma anche a chi lo studia, di vivacchiare in un’economia in depressione. Perché, a ben vedere, poi non lo è. Qui – per dire, e non è proprio poco – la disoccupazione resta assai contenuta, al 3,3% a luglio anche l’economia non cresce più come una volta ma assai più lentamente a causa anche e anzitutto di un paese di età mediamente elevata con giovani al lavoro in numero che si restringe sempre di più negli anni che sono i loro più produttivi. Perché, misurata sul numero degli adulti che sono invece al lavoro, l’economia nipponica negli ultimi venticinque anni è cresciuta quasi al ritmo di quella statunitense e di più di quella media nell’Unione europea.

Ma il Giappone continua ad affondare nel pozzo senza fondo della sua deflazione. Che ha creato una società dove la gente mette i suoi soldi contanti sotto il materasso rendendo impossibile ogni flessibilità di policy: che è, poi, la ragione per cui gli uomini d’affari qui incontrati sono davvero terrorizzati da una possibile ricaduta dei guai che stanno toccando la Cina...

Ora, la ragione principale per cui il Giappone non riesce a tirarsi fuori da quella trappola è la grande difficoltà dei suoi governanti a rompere con le nozioni di comportamenti reputati convenzionalmente ‘responsabili’ ”.

Insomma anche qui, dove il governo Abe è stato meno ‘convenzionale’ di molti altri, anche qui hanno presto frenato il rilancio economico – lasciandosi mal consigliare – imponendo più tassazione indiretta sul valore aggiunto,aumentando l’IVA e frenando i consumi: tutto per esibire, come dicono lor signori, specie in Europa, da noi, la bella figura di una politica detta responsabile. Ma deleteria.

E per quanto e quante volte alcuni di noi si preoccupino di spiegare come, se stampare moneta – per semplificare – e pagare così i debiti suona irresponsabile in tempi normali, questi non siano proprio tempi normali e che, oggi, in un’economia depressa e deflazionistica la politica convenzionale monetaria e finanziaria sia invece una pericolosa follia.

E il risultato è che, sette anni dopo la crisi finanziaria, la politica sia ancora azzoppata da questa cautela. Insomma, è proprio la responsabilità che sta uccidendo l’economia globale(New York Times, 11.9.2015, Paul Krugman, Japan’s Economy, Crippled by Caution L’economia del Giappone è azzoppata dalla circospezione http://nyti.ms/1Qskvyj).

●Così che l’indice dei prezzi al consumo è caduto ad agosto dello 0,1% in un anno sul precedente, il primo calo da quando la Banca centrale ha lanciato il suo pacchetto di stimolo biennale di 670 miliardi di $ secondo i dati rilasciati ora, il 25 settembre, dal ministero degli Interni secondo quel che ne riferisce la stampa non solo nipponica. Intanto, il tasso duro dell’inflazione che comprende sia i dati relativi al costo dell’energia e dell’alimentazione è cresciuto su un anno fa dello 0,2% ma adesso, da luglio ad agosto, rimane piatto.

●Mentre proprio a fine settembre emerge che la produzione manifatturiera scende, per il secondo mese consecutivo, dello 0,5% da luglio secondo i dati forniti dal ministero del Commercio. Salgono, ma più lentamente che per il recente passato, i dati sul consumo al dettaglio sottolineando la fragilità di questo fattore cruciale, il più colpito proprio dall’aumento dell’IVA colpito dal cedimento di Abe all’attacco di saggezza convenzionale (e convenzionalmente cretina) che in buona parte è passato anche qui.

Il sondaggio sulle attese del manifatturiero, condotto sempre a fine mese dal ministero, prevede un aumento adesso a fine mese solo dello 0,1%  riattizzando nel governo la voglia di forzare la Banca centrale – che la natura della bestia vi è sempre restia – a nuove misure anche monetarie di stimolo per rilanciare la crescita e spingere in su l’inflazione (Tokyo News Net, 30.9.2015, Japan factory output slides unexpectedly, risks of recession rising― La produzione industriale giapponese scivola inaspettatamente e sale il rischio di recessionehttp://www.thetokyonews.net/index.php/sid/237182965).   

●In ogni caso, crescono anche qui le tentazioni e i fattori che spingono, come ovunque, lor signori, l’accademia convenzionale a loro prostrata e, alla fine, i governanti che potrebbe portare il programma di rilancio economico noto col nome del premier, l’Abenomics, a deragliare ormai praticamente  del tutto (Stratfor – Analysis,  30.9. 2015, Forecasting Japan: The Failure of Reform Prevedendo il Giappone: il fallimento della riforma [già: ma quale? la solita, quella dettata dalla saggezza convenzionale? o quella che era andato, a inizio anno, a predicare il prof. Paiul Krugman a un premier che era sembrato convinto ma che anche lui, poi, s’è messo paura: gli suggeriva di fregarsene degli ammonimenti dei pensa-bene-e-personalmente-razzola-male-assai e spingere inflazione e crescita del PIL anche col debito, sfidando lor signori e loro serventi?] https:-//www.stratfor.  com/analysis/forecasting-japan-failure-reform).

Da tempo, obiettivo del governo e scelte della Banca centrale convergono sul far uscire l’economia dalla deflazione contrastato però anche e proprio dall’a svalutazione del prezzo dei combustibili che ha tendenzialmente tenuto bassi i prezzi al consumo (Stratfor, 25.9.2015, Japan: Core Inflation Falls For First Time In Two Years― Giappone: l’inflazione del nocciolo duro declina per la prima volta in due anni).

●Il segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Nikolai Patruscev, è arrivato a Tokyo per qualche giorno di approfondimento del punto di vista sulla nuova legislazione di sicurezza e autodifesa del Consiglio omologo nipponico. L’incontro coincide anche con l’11° Comitato intergovernativo tra i due paesi che si tiene a Mosca sui temi invece economici e degli scambi focalizzato quest’anno a a migliorare il cosiddetto business climate in modo da renderlo più “attraente” per le imprese giapponesi.

I ministri degli Esteri dei due paesi si stanno negli stessi giorni incontrando nello sforzo di riaprire il negoziato su un trattato di pace definitivo che metta fine a seguiti che si trascinano dietro dalla conclusione della seconda guerra mondiale, finora bloccati dallo stallo sul contenzioso territoriale di alcune isole conquistate dall’URSS alla fine di quel conflitto. E’ un confronto che a ottobre riprenderà al livello dei vice ministri degli Esteri  (Stratfor, 22.9.2015, Japan: Russian Security Council Chief Arrives In Tokyo― Giappone, il capo del Consiglio di Sicurezza russo in visita a Tokyo https://www.stratfor.com/situa tion-report/japan-russian-security-council-chief-arrives-tokyo).

●Poi, il 28 settembre a New York, all’ONU si incontrano brevemente Putin e Abe e concordano di far proseguire i negoziati sul vecchio contenzioso territoriale che, del resto, hanno provveduto a far riaprire imponendolo essi stessi e da poco appena riaperto. Ne riparleranno direttamente nel corso del prossimo G-20 a novembre in Turchia  e nelle Filippine al Forum previsto dell’APEC (Kyodo News, 28,9,2015, Abe, Putin aim for mutually acceptable solution to territorial row― Abe e Putin puntano a una soluzione mutuamente accettabile del contenzioso territorialehttps://english.kyodonews.jp/photos/2015/09/376684.html). 


 

[1] George Washington, Messaggio di saluto al popolo americano alla vigilia della scadenza del secondo mandato [in effetti ,lui scriveva sul suo “declino di una terza candidatura alla presidenza”, il 19.9.1796, sul settimanale (The American Advertiser/Boston:  ▬ www.access.gpo.gov/congress/senate/farewell/sd106-21.pdf).

   Diceva – tra molte raccomandazioni che, poi, hanno forgiato la politica estera e interna degli Stati Uniti per decenni e che spesso sono state tradite, nella forma, ma per validarne meglio la sostanza (per esempio, l’ “America agli americani” della cosiddetta Dottrina Monroe, dal nome del  suo successore e quinto presidente americano – che l’America doveva rinunciare a qualsiasi alleanza permanente con qualsiasi potenza europea perché la sua “eccezionalità benedetta da Dio”che attraverso due grandi oceani la separa dalle satrapie occidentali (rispetto all’America) dell’Asia e dalle monarchie assolute europee d’oriente, glielo consente e lui lo raccomanda (la negazione, in radice, di quello che  un secolo dopo, l’America – per contrastare la minaccia di Stalin e potenziare la sua monolitica egemonia – organizzerà con la NATO.         

[2] Zbigniew Brzezinsk, consigliere per la Sicurezza nazionale di Carter e poi anche di Reagan e loro segretario di Stato  ha scritto di suo pugno che gli USA avevano volutoregalare all’URSS la sua guerra del Vietnam” mandando squadre di agenti segreti a mettere in piedi i mujaheddin e a inventarsi Osama bin Laden in Afganistan nell’anno precedente l’entrata delle truppe dell’URSS chiamate ad aiutare il governo comunista del paese contro gli insorti islamici uadre di ropovocazione e fi (cfr. Intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...” (cfr. http://hebdo.nouvelobs.com/sommaire/documents/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanistan-avant-les-russes. html/); notizia del resto già anticipata dall’ex direttore della CIA, poi ministro della Difesa di Bush e anche nel primo mandato di Obama, Robert Gates, nelle sue Memorie: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon&Schuster ed.).

[3] Arbenz, lui stesso un generale ma con forte sensibilità nazionale, s’era fatto eleggere  e aveva presto iniziato una decisa politica di rimessa in questione con le nazionalizzazioni degli interessi di monopoli statunitensi nel suo paese come quelli della statunitense United Fruit Company che convinse il già di per sé favorevole governo di Eisenhower e Dulles (l’anno prima, con l’operazione AJAX,  per ragioni del tutto analoghe aveva abbattuto il governo democratico di Mossadeq in Iran e rimesso lo scià sul trono del pavone) a mettere i piedi l’operazione PBSUCCESS, che poi rivelata  al mondo da riìcercatori e storici, molti anni dopo è stata anche documentata dalla stessa CIA.

   Che – con i consueti sbianchettamenti trasparenti di una censura cretina – sono stati poi scrupolosamente pubblicati, ad esempio, in Nicholas Cullather, The CIA’s classified account of its operations in Guatemala― Il resoconto classificato dalla CIA delle sue operazioni segrete in Gutemala, 1952-1954, Stanford University Press 1999 ▬ http://www.jstor.org/stable/166478).