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     10. Nota congiunturale - ottobre 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                    

 

 

Angelo Gennari

 

 

 

2.10.2014

(chiusura: 1.10.2014 (12:00)

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila  no – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc399933800 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc399933801 \h 1

Hanno deciso di rivedersi sul se fare un altro vertice per... considerare di... decidere se…   (2 vignette) PAGEREF _Toc399933802 \h 2

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE... PAGEREF _Toc399933803 \h 3

  Chi occupa e bombarda cosa? in Siria e in Iraq...   (mappa) PAGEREF _Toc399933804 \h 5

Se l’unica soluzione che hai a disposizione è un martello, ogni problema per te diventa un chiodo   (vignetta) PAGEREF _Toc399933805 \h 10

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc399933806 \h 19

Una cura sperimentale ci sarebbe... ma potrebbe avere qualche effetto collaterale... E costa cara... (vignetta) PAGEREF _Toc399933807 \h 20

in America latina.. PAGEREF _Toc399933808 \h 21

CINA.... PAGEREF _Toc399933809 \h 22

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc399933810 \h 23

EUROPA.... PAGEREF _Toc399933811 \h 31

Ah, sei tu! E con quale esercito?   (vignetta) PAGEREF _Toc399933812 \h 36

In caso di emergenza, rompere il vetro e buttare via...  (vignetta) PAGEREF _Toc399933813 \h 38

Ma che succede davvero al PIL della Russia?...   (grafico) PAGEREF _Toc399933814 \h 48

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc399933815 \h 51

Facciamo come la Spagna, dice la UE... creiamoci un  mercato del lavoro come un ‘buco nero’!  (grafico) PAGEREF _Toc399933816 \h 53

GERMANIA.... PAGEREF _Toc399933817 \h 54

FRANCIA.... PAGEREF _Toc399933818 \h 55

Tanti auguri,  Marianne!   (vignetta) PAGEREF _Toc399933819 \h 56

GRAN BRETAGNA che, malgrado tutto, ancora sopravvive. PAGEREF _Toc399933820 \h 56

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc399933821 \h 59

Un cerotto qua (costoso) e uno là (molto costoso): il rimedio della TEPCO, Inc. per Fukushima... (vignetta) PAGEREF _Toc399933822 \h 59

 

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di ottobre 2014 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

• il 4, in Lettonia, elezioni legislative;

• il 5, elezioni presidenziali e legislative in Brasile;

• il 5, elezioni legislative in Bulgaria;

• il 10-12, assemblee  annuali del FMI e della Banca mondiale a Washington;

• il 12, in Bolivia, elezioni presidenziali e legislative;

• il 15 ottobre, elezioni politiche e presidenziali in Mozambico, dove il presidente Guezuba non può ripresentarsi; l’opposizione, da anni presunta pacificata ma sempre armata e sempre, appena ha potuto, ribelle al governo legittimo, il RENAMO, movimento conservatore appoggiato e tenuto in piedi per anni dal Sudafrica dell’apartheid, alla vigilia di queste elezioni si è nuovamente impegnato a accettare la competizione politica “democratica” firmando anche, col loro capo Afonso Dhlakama, un formale cessate il fuoco;

• il 20, in Indonesia, inaugurata la presidenza di Joko “Jokowi” Widodo in Indonesia;

• il 26, in Brasile, se sarà necessario, ballottaggio per le presidenziali;

• sempre il 26, in Tunisia elezioni legislative; e   

• in Uruguay, sempre il 26, presidenziali: col ballottaggio, se servirà, un mese dopo;

• e, per quello che conta, entro il 31 ottobre, in Egitto legislative e (lì pesano) pure in Libano.

●Il World Economic Forum di Davos ha pubblicato anche quest’anno la graduatoria della cosiddetta competitività internazionale. Svizzera e Singapore restano ai primi due posti e l’America sale al terzo. Nell’eurozona, un po’ tutta nei guai, Spagna e Portogallo vanno un po’ meglio rispetto al 2010 mentre Grecia e Italia restano piuttosto giù dove erano già e la Francia è scivolata giù di ben otto posti (The Economist, 5.9.2014; e World Economic Forum/Davos, Klaus Schwab, The Global Competitiveness Report, 2014-2015 ▬ http://www3.weforum.org/docs/WEF_GlobalCompetitivenessReport_2014-15.pdf).

●L’OCSE ha finalmente reso pubbliche le prime conclusioni e raccomandazioni elaborate dai suoi Uffici tecnici su richiesta del direttivo composto da tutti i ministri delle Finanze dei 34 Stati membri, i più ricchi del mondo ammessi nel club ristretto di quelli capitalisticamente avanzati anche se ormai un po’ tutti in deliquio. Il tentativo, che troverà fierissime opposizioni degli austeriani per gli altri cui l’iniziativa sul nodo è stavolta stranamente sfuggita di mano, è quello di bloccare le imprese che cercano di spostare i propri profitti all’estero, dove pagano meno tasse su capitali e profitti e che ormai, come dice la stessa OCSE, è diventato un “rischio reale e troppo diffuso”.

Le proposte cercano di rimodellare i circa 3.000 trattati fiscali che a livello internazionale definiscono, a partire dal 1920 e fino ad oggi, l’inefficacia pressoché totale della regolazione. Il problema è che non trovano mai le bocce, quelli che danno i poteri di agire ai regolatori (il Congresso americano che pure lamenta a voce alta il fenomeno ma intende mantenere la selvaggia libertà del capitalismo sfrenato di muoversi senza lacci e lacciuoli; la Commissione e il parlamento europeo che denunciano ma non agiscono mai contro gli Stati membri che favoriscono una tassazione di favore a ogni forma di evasione: Irlanda, Lussemburgo, Cipro, ma anche l’Olanda e non solo), per stringere operativamente.

Il fatto è che ormai è diventata la norma per le grandi compagnie transnazionali anzitutto di parcheggiarsi o, almeno, di trasferire la residenza fiscale di larghe fette del loro avere – specie i cosiddetti intangibili, come le rendite di patenti e brevetti – in locazioni come Bermuda o, appunto,  Lussemburo ed Irlanda dove per chi investe non ci sono tasse, o ci sono tassazioni ridicole, fregando così gli altri paesi. Ma agire – questo è il punto che tutto finora ha frenato e frena ancora – negherebbe in radice proprio la logica del sistema, quella che per esempio ha consentito alla Apple – il più “furbo” di tutti gli evasori globali forse – di ri-indirizzare i suoi fondi in modo da renderli totalmente sovrani perché di fatto irreperibili.

Era stato il G-20 nel 2012 a chiedere all’OCSE di avanzare proposte e adesso, a fine settembre, si trova a doverle approvare...  Si vedrà non tanto da quello che firmano adesso, al vertice dei ministri delle Finanze di Cairns  ma da quello che poi faranno se stavolta avranno deciso di fare un tantino sul serio o no... Per ora i ministri presenti al hanno sottoscritto l’impegno a scambiarsi automaticamente informazioni su base reciproca a cominciare da... fine 2018.

Dove non si capisce bene il ritardo di quattro anni concesso ai fedifraghi e non si vede quali sarebbero i meccanismi efficaci di punizione  effettivamente applicati né, tanto meno, al dunque da chi... Anche perché poi, se pure il sì dei poteri politici riuniti in Australia col tema all’o.d.g. fosse globale, il prossimo passo ancor più difficile sarebbe di tagliare le unghie (con la galera, la gogna, magari il taglio delle mani― alla islamista ma senza il taglio della testa magari...) “ai legali e ai commercialisti delle multinazionali per impedire loro di trovare altre vie di fuga”.

E voi ci credete che qualcuno poi lo farebbe davvero? (The Economist, 19.9.2014, Corporate tax dodging – Transfer policing Per una polizia [davvero?] internazionale dei trasferimenti di rendite e proprietà – [contro: davvero?] l’evasione fiscale globale delle grandi imprese http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21618911-big-economies-take-aim-firms-running-circles-around-their-taxmen-transfer; e Guardian,21.9.2014, Bridie Jabour, G20 countries agree to exchange tax information to stamp out evasion― I paesi del G-20 concordano di scambiarsi informazioni fiscali per cancellare l’evasione http://www.theguardian.com/world/2014/sep/21/g20-counties-agree-to-exchange-tax-information-to-stamp-out-evasion).

●Forse sarebbe stato davvero più onesto, e sicuramente di qualche maggiore efficacia, se al vertice straordinario dell’Assemblea generale dell’ONU sul tema di un riscaldamento globale che viene  segnalato come sempre più drammaticamente urgente, l’intervento del presidente Obama (di cui parla lungamente il NYT, ma senza rilevare l’omissione) centrato in larga parte sul tentativo di portare la Cina a concordare su una riduzione delle sue emissioni di gas metano nell’atmosfera, si fosse partiti senza le ipocrisie già archiviate nel 2009 (vedi la vignetta qui sotto) e sempre poi ripetute in ogni vertice sul tema, docuneu, d dovunque. Dando atto del fatto che la Cina rimane un paese ancora molto più povero degli Stati Uniti, anche se li ha ormai superati come PIL, perché ha quattro volte la popolazione degli USA e, dunque, un consumo pro-capite di combustibili fossili – questo è il problema – che nei fatti è solo 1/3 di quello degli USA.

● Hanno deciso di rivedersi sul se fare un altro vertice per... considerare di... decidere se…   (2 vignette)

Cambiamento climatico             Leaders del mondo IL MONDO NON RESTERÁ FERMO/MENTRE GLI ATTI DI POCHI RABBUIANO IL NOSTRO FUTURO COLLETTIVO/

                                                                                                                      STIAMO METTENDO INSIEME UNA COALIZIOE INTERNAZIONAE/ CONTRO LA  MINACCIA CRE3SCENTE PORTATA

                                                                                                                      AL MONDO/. ATTRAVERSO LA NOSTRA  AZIONE COORDINATA SMINUIREMO E DERADEREMO LE CAAPCITÁ DI

                                                                                                                      QUESTI DANNATI DEMONI ―  I  MAGGIORI  EMITTENTI  DI  GAS  SERRA: didascalia sbagliata!  

                       Corsi e ricorsi storici                    

Fonti: al vertice di Copenhagen, 2009 [http://homebasedlife.squarespace.com/journal/2009/12/9/copengate-copenhagen-hypocrisy.html]: e

The Economist, 26.9.2014, KAL 

(New York Times, 23.9.2014, M. Landler e Coral Davenport, Obama Presses China on Global Warming Obama, sul riscaldamento globale, preme sulla Cina http://www.nytimes.com/2014/09/24/world/asia/obama-at-un-climate-summit-calls-for-vast-internatio nal-effort.html?ref=world&_r=0#).

Di più: gran parte delle emissioni cinesi sono direttamente legate alla produzione della montagna di merci esportate poi negli Stati Uniti. Così, di fatto, esportando in Cina il carico delle emissioni connesse alla produzione per loro e al loro consumo. E ancora: il problema del riscaldamento globale è associato all’accumularsi nel tempo e nell’atmosfera di quantità crescenti di anidride carbonica prodotta per far fronte alle richieste del mercato americano.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●Il governo tedesco ha comunicato – dopo una riunione tra cancelliera, ministro degli Esteri (Frank-Walter Steinmeier) e ministra della Difesa (Ursula von der Leyen) che, per aiutarli a sconfiggere l’offensiva dei militanti estremisti islamisti dello Stato Islamico, è disposto a cedere armamenti dai suoi magazzini – specie modelli recenti di Panzerfaust― Pugno corazzato-3, lancia razzi anti-carro, efficaci, di semplice utilizzo e anche i meno costosi, e mitragliatrici – ai peshmerga curdi iracheni.

Dopo il vertice, la signora van der Leyen ha detto ai media che le armi in questione, con giubbetti antiproiettile e altro equipaggiamento protettivo è in grado di mettere in linea e pronti a combattere 4.000 peshmerga. Le prime tre spedizioni, che includeranno anche 8.000 fucili d’assalto G36, di fabbricazione tedesca, e munizioni relative, almeno 30 sistemi anti-carro MILAN (Missile d´Infanterie Léger Antichar) e 5 veicoli di trasporto fanteria, pesantemente corazzati, Dingo.

Nessuno ha neanche sfiorato il tema del chi pagherà il conto (sui 70 milioni di €, alla fine). Potrebbe anche, ma non è confermato, farsene carico il Tesoro tedesco (Deutsche Welle, 31.8.2014, Germany to arm Kurdish forces fighting Islamic State in Iraq― La Germania armerà le forze curde contro lo Stato islamico in Iraq http://www.dw.de/germany-to-arm-kurdish-forces-fighting-islamic-state-in-iraq/a-17891859). Stessa identica la posizione del governo italiano: fornitura di armi in magazzino ai curdi, ma quante e chi alla fine paga poi neanche nel caso nostro si sa e bisogna pure ormai fare i conti con le modeste, concrete nostre possibilità di bilancio ma anche di quello tedesco...

●A Tuz Khurmatu e ad Amerli, nel nord del Kurdistan iracheno l’Iraq, il primo giorno di settembre e per la prima volta aerei e droni americani dal cielo e, in terra, milizie appoggiate e armate dagli iraniani hanno operato insieme con lo stesso scopo: sconfiggere sul campo (e, per loro, più in sicurezza, sopra il campo) i militanti dell’IS che stanno attaccando in Iraq, e fanno male.

Ma sono gli stessi che combattono, facendo bene invece― pur con la consueta  ferocia di troppo che in Iraq non va bene: però contro la Siria di Assad magari anche sì. E Obama giura in Tv al paese che, con milizie appoggiate comunque dalla Siria contro l’IS, non ci sarebbe stato, né ci sarebbe potuto essere, alcun coordinamento. Dice che intende bombardare l’IS anche in Siria, comunque, e non vuole aspettare, per farlo, neanche l’OK del Senato. Glielo lasceranno fare, vedrete, come sempre in questo paese pur potendo come hanno fatto rarissimamente, stopparlo.

Così la notte tra il 22 e il 23 settembre, aerei americani (droni e caccia “invisibili” a tecnologia Stealth, gli F-22 Raptor) e missili cruise del tipo Tomahawk lanciati nel Golfo persico dalla portaerei USS Bush (l’America è l’unico paese che al mondo erige statue, titola scuole e battezza navi col nome di persone ancora viventi...) colpiscono diversi obiettivi a Raqqa, città del nord siriano sotto controllo dell’IS, ovviamente con gli inevitabili danni collaterali. Che però non contano mai: quelli della popolazione civile, dicono “al massimo” una decina di donne e bambini...    

Ma almeno Obama non ha provato a forzare contro il territorio siriano controllato dalle truppe di Assad... Del resto, a farlo non era stato neanche implicitamente coperto dal Congresso che, per quanto pusillanime, almeno sulla carta, glielo aveva esplicitamente negato un anno fa, quando fu proprio Putin ad aiutarlo a uscire dal cul de sac in cui s’era cacciato con l’ultimatum a Assad sulle armi chimiche convincendo il regime siriano a consegnare tutto il suo arsenale alle Nazioni Unite...

●Alla fine, come era quasi facile prevedere, tra una negazione totale e carica di potenziali rischi della utilità di un coordinamento e un preavviso utile a evitare rischi e problemi, è stata ragionevolmente trovata la mediazione pragmatica: informa Teheran che, anche se Washington continua ufficialmente a negarlo, ha prima di condurre i suoi raids del 22 settembre sul territorio siriano ha assicurato Teheran e, direttamente o indirettamente, anche Damasco che non avrebbe attaccato Assad. La notizia corrisponde anche a quella proveniente dalla Siria che il governo è stato effettivamente preavvisato prima degli attacchi aerei USA. Ma, secondo voi, a chi bisogna credere? (come la vedono gli ambienti più avvertiti, e anche consapevoli in Israele, lo dice chiaro Haaretz/Tel Aviv, 24.9.2014, Middle East Updates / U.S. told Iran of intent to strike IS militants in Syria, source says― Aggiornamento sul Medioriente / Gli USA hanno avvisato l’Iran della loro intenzione di colpire i militanti dell’IS in Siria ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/middle-east-updates/1.617308).

In maniera criptica – ma palesemente anche ipocrita – un esponente del dipartimento di Stato ha ammesso, parlando con la Reuters, che sì, abbiamo comunicato all’Iran le nostre intenzioni e le nostre assicurazioni: ma non abbiamo coordinato né coordineremo con loro tempi o obiettivi della nostra azione dove tutto sta a capire cosa significhi, naturalmente, il termine “coordinare”...

Anche perché, poi, stavolta, se insistesse nel fare la guerra direttamente alla Siria, come vogliono molti, potrebbe rischiare l’impeachment... davvero – e questo lo sa anche lui dopo il rifiuto del maggio 2013 del Congresso perfino di prendere in considerazione l’ipotesi – dopo che la Camera dei Comuni britannica aveva rifiutato il permesso a Cameron di bombardare Assad. Anche solo teoricamente, certo, perché un organismo senza spina dorsale come questo Senato potrebbe anche, poi, ripensarci... Non sarebbe la prima volta in cui l’augusto consesso dice e si nega, irresponsabilmente afferma e, irresponsabilmente, e a seguire, si auto-smentisce...

Ora, Obama giura anche che, bombardando l’IS, si guarderà bene dall’aiutare in alcun modo Bashar al-Assad. Il presidente siriano ha certo avvisato che gli americani hanno bisogno per bombardare obiettivi che comunque si trovano sul suo territorio del suo consenso. Questo, gli ricorda, prescrive a tutti – anche agli USA – il diritto internazionale vigente, senza eccezioni... Ma di questo a Obama non potrebbe probabilmente fregare di meno.

●Risponde subito a Assad, parlando in un “piccolo gruppo” di famigli ma assicurandosi di far trapelare quanto ha detto, che se le forze regolari siriane tenteranno con la difesa antiaerea di opporsi di opporsi ai raids che sul loro territorio gli americani decidessero di condurre, lui (dice proprio “io”, da sbruffone che ha però i mezzi per esserlo...) “le annienterò”. Assicurando così, aggiunge, “la caduta di Bashar al-Assad”.

E non si capisce bene se dice sul serio perché, se avesse successo, rischierebbe davvero di consegnare la Siria non certo ai suoi impotenti alleati in loco, se ancora ci sono sul campo, ma proprio all’IS... E la cosa se, da una parte, delizia dall’altra, e a ragione, preoccupa molto chi fa filtrare la notizia il New York Times – ma, soprattutto, chi la rilancia (Times of Israel, 15.9.2014, Obama said willing to overthrow Assad if Syria attacks US planes Si dice che Obama sia disposto a rovesciare Assad se la Siria attaccasse gli aerei USA [che attaccassero la Siria...] ▬ http://www.timesofisrael.com/obama-said-willing-to-overthrow-assad-if-syria-attacks-us-planes/#!) che, sul posto, meglio conosce i suoi polli... tutti!

Ma, tutto sommato, forse ad Assad converrebbe anche lasciarlo fare: le bombe americane non autorizzate se si limitassero a colpire l’ISIS ferirebbero certo il suo orgoglio e gli farebbero perdere la faccia, ma farebbero più male assai ai jihadisti e, dunque, forse, dopo aver protestato debitamente, alla fine potrebbe starsene zitto. Si aprirebbero, però, contraddizioni non piccole e pure imperscrutabili per tutti.

Per esempio, se  le bombe americane forzassero l’ISIS, o IS, ad abbandonare i campi petroliferi che ha catturato nell’est del paese, la questione nel lungo periodo aiuterebbe di certo Assad ma nel breve potrebbe anche danneggiarlo sul serio se fosse vero, come proprio sembra, che alla fine il principale cliente dei jihadisti che controllavano – estraevano e vendevano – quel greggio sembra proprio essere stato a lungo l’esercito regolare... siriano: di fatto, uno dei grandi finanziatori dell’IS, dunque... 

Questo è il complicatissimo groviglio che si è creato in Siria e, adesso, nessuno è in grado di dire con certezza a chi alla fine un intervento come questo costerebbe di più... meno di tutti sono in grado di capirlo gli americani che hanno posto a se stessi nei termini qui delineati― del cui prodest alla fine (US State Department, Bureau of Intelligence and Research/INR, che ha il compito specifico di fornire al segretario “informazioni aggiuntive” a quelle della DIA – servizi segreti militari – e della CIA – lo spionaggio ufficiale –. Sul tema in questione hanno formato un apposito gruppo (ah! ah!) di studio― insomma, come si dice da noi, “hanno aperto un fascicolo”... ▬ http://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/3580.htm).

Lo sanno bene tutti, anche quelli dell’IS che hanno cominciato a reagire a una minaccia non solo più potenziale per loro mettendosi a decapitare americani a go-go: che siano o no combattenti. Perché, comunque, fanno tutti la guerra a loro, cioè la guerra a Allah... La cosa, l’unica che dovrebbe farci tremare tutti – i popoli che li vivono, quelli che lì mandano i loro soldati a occupare, difendere e offendere e bombardare quei territori, specie noi che lì ci andiamo da stranieri lontani che non ne capiscono niente per definizione – è che ormai dobbiamo – dovremmo – finalmente fare i conti su serio col futuro di queste regioni.

Adesso le cose che racconta Obama sul futuro dell’Iraq e dell’ISIL – come lui continua a chiamare l’IS e non si capisce bene perché – potrebbero anche far un po’ sogghignare i cinici―  e sono tanti, certo, comprensibilmente sul tema. Analizza parola per parola il testo integrale del discorso presidenziale urbi et orbi, alla nazione e al mondo (Guardian, 11.9.2014, Spencer Ackerman – redattore capo per i problemi di sicurezza nazionale della redazione americana del giornale inglese – Illegal? Irrational? Irrelevant? Obama's Isis address falls down on every front― Illegale? Irrazionale? Irrilevante? Quanto dice Obama si sfalda su di sé, pezzo su pezzo  ▬ http://www.theguardian.com/world/interactive/2014/sep/11/obama-speech-isis-analysis).

E già dal titolo si domanda, retoricamente, se quel che dice il presidente non sia, in effetti, tanto stracolmo di eufemismi, dubbie attestazioni di quelli che lui chiama fatti, di riserve, omissioni e, qua e là, anche di qualche occasionale verità da suonare neanche solo poco credibile ma proprio fasullo. E documenta il tutto con il testo di quel che ha detto, annotandolo e commentandolo con certosina e anche esasperata scrupolosità.

●Nel frattempo, preoccupato al solito dei diritti umani violati da Assad  – e che di certo lui viola: anche se dire che i 200.000 trucidati della guerra civile sono tutti a suo carico, mette in una parentesi troppo facile la parte di massacri che spettano di diritto alla responsabilità degli oppositori – molto più che di quelli violati dai loro amici e, soprattutto, dall’IS, l’organo che si auto-dichiara Syrian Human Rights Watch Osservatorio siriano sui diritti umani, da Londra segnala - allarmato dall’aiuto che bombardare l’ISIL inevitabilmente potrebbe dare al regime siriano, che comunque, da quando Barack Obama il 10 settembre ha annunciato di voler “degradare e alla fine distruggere” lo SI, più di 200 altri combattenti si sono aggiunti ad  Aleppo alle fila islamiste estremiste 

 Chi occupa e bombarda cosa? in Siria e in Iraq...   (mappa)

 

 

Obiettivi dei raids USA e della coalizione   Aree di popolazione curda    Aree di presenza dell’IS  Aree sotto controllo curdo

Fonte: Istituto per lo Studio della Guerra, Columbia University/The Gulf 2000 Project

 

campo (Stratfor – Global Intelligence, 23.9.2014, Airstrikes in Syria will weaken, not destroy militants I bombardamenti aerei sulla Siria indeboliranno, ma non distruggeranno i militanti http://www.stratfor.com/analysis/ airstrikes-syria-will-weaken-not-destroy-militants-0#axzz3EbV3quob)

L’ “Osservatorio” – però – che ha sede a Londra, guidato da un ricco commerciante di abbigliamento lì esiliato da anni, tal Rami Abdul Rahman che gode di ostentate ammanicature eccellenti sia a Westminster che tra i media e dichiarante legami con una rete di informatori sul terreno, in Siria e via Internet che nessuno ha ovviamente mai potuto verificare, segnala anche che i raids aerei degli USA hanno colpito altri gruppi di militanti islamisti.

Come i cosiddetti Khorasan il Gruppo del Grano (dal nome di una provincia iraniana con forte presenza di immigrati arabi che produce gran parte di questa qualità graminacea) già affiliato, e poi comunque vicino, a quelli di Jabhat-al-Nusra, gli ultimi adepti che restano ancora tra jihadistiprovenienti dalla’Afganistan, dallo Yemen, dalla Siria e da espatriati europei a al-Qaeda nello schieramento estremista ribelle anti-Assad (Agenzia Reuters, 26.9.2014, E. Morrissey, US airstrikes forcing AQ to partner with ISIS I raids aerei degli USA costringono Al-Qaeda a fare fronte comune con lo Stato islamico ▬  http://hotair.com/archives/2014/09/26/reuters-us-airstrikes-forcing-aq-to-partner-with-isis).

Tra l’altro, un seguace di al-Qaeda, noto per lavorare molto con Twitter, conferma che il 24 settembre, nel primo attacco aereo condotto contro i Khorasan, è stato ucciso Muhsin al-Fadhli che ne era a capo. Intanto, però, sempre più forti si fanno a Washington le indicazioni sul fatto che il gruppo Khorasan sia stato letteralmente inventato ad hoc dalla (cosiddetta) Intelligence americana: per forzare la mano a opinione pubblica e Congresso da un presidente che vuole continuare a fare quel che gli pare come una minaccia diretta e urgente alla sicurezza dell’Europa e degli USA re-importando da noi, a minacciare San Pietro e il mausoleo di Lincoln, gli al-Qaedisti addestrati finora in Afganistan, in Siria, in Iraq (per citare una fonte diretta, è stata una crassa e pura invenzione dimostra, con documentazione diretta e tutta ufficiale, The Intercept, 28.9.2014, Glenn Greenwald e Murtaza Hussain, The Fake Terror Threat Used to Justify Bombing Syria La minaccia falsa di [nuovo] terrore usata per giustificare i bombardamenti in Siria  ▬ https://firstlook.org/theintercept/2014/09/28/u-s-officials-invented-terror-group-justify-bombing-syria).

 

E, adesso, neanche una decina di giorni dall’annuncio, nei fatti, Arabia saudita, Giordania, Bahrein, e Emirati Arabi Uniti hanno fatto loro l’attacco facendo volare per lo più F-16 forniti (cioè venduti) loro dagli americani mentre il Qatar, più “aperto” agli “ideali” dell’IS fornisce comunque un supporto tecnico-logistico agli altrui raids..La Francia s’è associata e un suo disgraziato turista assai poco tempista nella scelta dell’ itinerario, è stato immediatamente decapitato mentre anche il Regno Unito ha aggiunto i suoi Tornadoes ai raids contro l’IS.

●Ma a questo punto per tutti noi si impone davvero l’obbligo di iniziare a riflettere – ma sul serio – alla necessità che hanno questi paesi – Siria, Iraq, ecc. ecc. – di non vederci più andare a impicciarci degli affari loro anche – e soprattutto – con mal concepite buone intenzioni e interventi di carattere militare che per loro, sempre, vanno poi a finire in peggio. Sono gli interventi militari dell’occidente in passato che hanno inventato e costruito, dal nulla o quasi, al-Qaeda e l’ISIS e l’IS e questa specie di buco nero che è diventata la Libia del post-Gheddafi (Guardian, 11.9.2014, Sami Ramadani [iracheno, docente di sociologia negli USA, oppositore e poi esule già sotto Saddam, nemico dell’intervento, dell’occupazione e del futuro lasciato dagli americani al suo paese],The last thing Iraq needs is more misguided military action by the West L’ultima cosa di cui ha bisogno l’Iraq è un atro intervento militare mal concepito dell’occidentehttp://www.the guardian.com/commentisfree/2014/sep/11/iraq-misguided-military-action-created-isis-al-qaida).

Ma voi credete che abbiamo – che abbiano – imparato qualcosa?

Se la possibile cooperazione tra USA e Iran non si fermasse, poi, solo a sporadiche evenienze, sarebbe sul serio un cambiamento – di portata anche drammaticamente nuova – di paradigma e di comportamento in Iraq e anche in Siria, nei fatti e secondo la regola aurea che il nemico del mio nemico è mio amico, sia per l’Iran che per gli Stati Uniti: che ormai hanno e sanno di aver perso, o al meglio di star rapidamente perdendo, la loro influenza nella vecchia Mesopotamia, il paese dei due fiumi se non in occasioni come queste alla fine, a favore di Teheran (New York Times, 1.9.2014, U.S. and Iraq Unlikely Allies in Iraq Battle Gli USA e l’Iraq improbabili alleati in battaglia [e] in Iraqhttp://www.nytimes. com/2014/09/01/world/middleeast/iraq.html?_r=0). Ma non hanno più molto da scegliere...

Tutto sommato, stavolta, a voce alta e forte, è proprio John Kerry a dire che proprio l’Iran ha un ruolo da giocare nell’abbattere il potere e l’estremismo dell’IS (Agenzia Bloomberg, 20.9.2014, Sangwon Yoon, Kerry Says Iran Has Role in Defeating Islamic State Kerry riconosce il ruolo che ha l’Iran per la sconfitta dello Stato Islamico http://www.bloomberg.com/news/2014-09-19/kerry-says-iran-has-role-in-defeating-islamic-state-extremi sts.html). E cominciano a saltare un po’ di nervi fra emiri e re sunniti del Golfo che hanno spesso appoggiato direttamente e indirettamente, spesso su input stesso di Washington in funzione anti-sci’ita e anti-iraniana prima al-Qaeda e, poi, ISIL e IS... e ora devono, in qualche modo, darsi da fare a “riciclarsi”...

Gli USA, anche se come al solito prudono loro le mani, forse stavolta hanno anche intuito qualcosa… Almeno stanno tentando di mettere insieme, col segretario di Stato Kerry, una specie di coalizione araba sunnita – lui, l’unico occidentale presente: gli altri non sono stati neanche invitati – a Jeddah, in Arabia saudita, ha riunito un vertice con dieci paesi arabi che sono tutti, Arabia saudita, Bahrain, Egitto, Emirati arabi uniti, Giordania, Iraq, Libano, Kuwait, Oman, Qatar: ma l’unico che conta davvero qualcosa è però il Regno saudita; e, anche ma solo come osservatore che, infatti, non ha firmato il comunicato finale, la Turchia di Erdoğan, paese che arabo non è ma mussulmano sì, e come tutti i regimi degli altri paesi citati meno, formalmente, il Libano anche sunnita e, per di più, noto anche proprio per aver aiutato l’IS, almeno contro la Siria.

Ora la Casa Bianca sta sottoponendo a forti pressioni anche il governo di Istanbul per ottenere che la Turchia blocchi  e impedisca comunque la vendita che l’IS fa sul suo mercato nero di migliaia di barili di greggio iracheno di cui si è appropriato e che le forniscono milioni di $ di ricavi cash. L’accesso a questi fondi è cruciale per pagare reclute e armi e finanziare la sua guerra. Ma, al momento, il governo turco nega di poter fare qualcosa per bloccarli anche se gli americani sono convinti che mentre, forse, i turchi non potrebbero del tutto bloccare il processo, sarebbero in grado di comprometterne seriamente il funzionamento se lo contrastassero anche con la forza

Si tratta di una rete di percorsi e tracciati, boschivi e montagnosi,  che esiste ed è in uso spesso dai tempi di Saddam quando riusciva a sfuggire al blocco di Bush prima della prima guerra del Golfo  per sopravvivere... en sopravvisse: allora. Ma non è che contro non si potesse allora e non si possa, volendo, ancor oggi far niente per rallentare o disturbare seriamente l’operazione... (New York Times, 13.9.2014, D. E. Sanger e J. Hirschfeld Davis, Struggling to Starve ISIS of Oil Revenue, U.S. Seeks Assistance From Turkey In lotta per negare allo Stato Islamico i ricavi della vendita del petrolio [dell’Iraq che ha occupato], gli USA cercano l’aiuto della Turchia http://www.nytimes.com/2014/09/14/world/middleeast/struggling-to-starve-isis-of-oil-revenue-us-seeks-assistance-from-turkey.html?_r=0#).

I turchi, comunque, hanno subito anche chiarito che gli USA non potranno utilizzare le loro basi e le risorse (soldati e mezzi) che hanno nel paese nel lotta che dicono di voler condurre contro l’IS. E, contemporaneamente, sempre in reazione al discorso del presidente americano, gli islamisti “moderati” siriani dell’opposizione ad Assad annunciano che si sono alleati proprio all’IS per combattere contro il governo. Crolla così proprio l’aspettativa enunciata con troppa sicumera da Obama di costruire una qualche alleanza coi moderati contro i jihadisti estremisti (NightWatch KGS, 11.9.2014, No expectation of help from “moderate” Islamists against IS for Obama Nessuna aspettativa di aiuto dagli islamisti “moderati” contro lo Stato Islamico per Obama ­▬ http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch _14000195.aspx).

Però, poi, personalmente Erdoğan, senza prendere impegni cogenti e precisi, il 16 settembre dice  che Istanbul potrebbe anche considerare la creazione di una zona cuscinetto al confine meridionale del paese con Iraq e Siria contro lo Stato Islamico. Zona di interposizione che, secondo Istanbul, non dovendo essere instaurata sul proprio territorio ma su quello siro-iracheno, dovrebbe essere per lo meno “approvata” dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU in carenza del sì degli Stati sovrani rispettivi― come se poi anche questo fosse di per sé sufficiente.

Secondo le regole del vigente diritto internazionale che puntigliosamente ricorda, a chi come gli USA se lo fosse scordato, il portavoce del partito al potere Beşir Atalay, non essere mai stato abolito (Stratfor, 19.9.2014, Turkey: U.N. Should Authorize Buffer Zone Plan La Turchia afferma che la zona cuscinetto ai confini [con Siria e Iraq] dovrebbe essere autorizzata dall’ONU http://www.stratfor.com/situation-report/turkey-un-should-help-buffer-zone-plan-ruling-party-spokesman-says#axzz3Ds8958Oe).

Il fatto è che da quando la guerra settaria, la guerra civile, in Siria ha spalancato la porta proprio all’emergere dell’ISIL e, poi, dell’IS, la Turchia attraverso mille contraddizioni ha dovuto fare i conti con gli jihadisti che premono su di essa da entrambi i confini: qualche volta assecondandoli, in modo contorto, dice il NYT – che il presidente turco accusa di “fabbricare notizie ad arte” per ostacolare i rapporti tra Turchia e USA – qualche altra contrastandoli, sempre un po’ ambiguamente (Today’s Zaman, 16.9.2014, Turkey weighs establishing ‘buffer zone' against ISIL threat La Turchia valuta la possibilità di stabilire una zona ‘cuscinetto’ contro la minaccia del’ISIL [ma non specifica da quale parte dei confini...] http://www.todays zaman.com/_erdogan-turkey-mulls-buffer-zone-against-isil_358851.html).

Tra l’altro adesso, pare solo col rifiutarsi di dire di sì a quello che chiedevano gli americani – di entrare appieno nella loro coalizione anti IS – la Turchia è riuscita a farsi liberare dall’IS che li aveva sequestrati a giugno a Mosul 46 suoi diplomatici con le loro famiglie (Guardian, 20.9.2014, E. Graham-Harrison, Turkey celebrates return of hostages and opens border to Kurds fleeing Isis― La Turchia festeggia il ritorno dei suoi ostaggi e apre il confine ai curdi che scappano dall’ISIS http://www.theguardian.com/world/2014/sep/20/  turkey-hostages-syria-kurds-isis).

Ma, ottenuto questo non piccolo risultato, il nuovo PM turco appena nominato dal presidente  Erdoğan, Ahmet Davutoglu, garantendo (sic!) a chi lo ascolta, anche se in pochi gli credono, che la sua decisione del tutto autonoma non ha nulla a che fare con le pressioni degli americani per l’assunzione da parte turca di più vaste responsabilità nella lotta all’IS, annuncia che l’esercito turco sarà autorizzato a condurre operazioni oltrefrontiera in Siria (Hürriyet Daily News/Istanbul, 23.9.2014, Turkey to expand scope of Iraq-Syria motions La Turchia allargherà la misura e gli obiettivi dei suoi interventi in Iraq-Siria http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-to-expand-scope-of-iraq-syria-motions.aspx?pageID=238&nID=7210 3 &NewsCatID=352).

●Il fatto è che anche qui, come un po’ dappertutto nel Medioriente e su questo argomento, anche per la Turchia c’è un evidente conflitto di interessi: tra il cercar di sconfiggere i militanti dello Stato Islamico che premono appena fuori dei confini in Siria  e vogliono incorporare come Stato islamizo anche la Turchia e il rischiare così di rafforzare gli sci’iti iraniani e iracheni; così come l’impegnarsi a sconfiggere, comunque, l’abominevole e abominato IS e il non rafforzare il potere dei separatisti curdi dentro la stessa Turchia... Tutto radicato anche qui, a cavallo dei confini artificiosi nell’area mesopotamica (Siria, Iraq, Libano, Giordania) e in Palestina proprio come sul confine artificioso tracciato dagli imperi coloniali di fine ‘800 nell’Asia centrale (India, Pakistan, Afganistan)...

Intanto, da parte sua, la CIA (che all’origine della guerra civile siriana addestrò, ovviamente in segreto e nascondendo la mano, diverse centinaia di militanti jihadisti estremisti perché attaccassero Assad) ha reso anche noto che, secondo il proprio più recente conteggio, l’IS schiera ormai in campo tra Iraq e Siria una forza combattente pari ad almeno 31.500 militanti: significativamente di più di quelli stimati appena una settimana prima (Schema.root.org, 14.9.2014, CIA estimate of ISIL strength a political ploy La stima della CIA sulla forza dell’IS, una manovra politica http://schema-root.org/region/americas/north _america/usa/government/independent_agencies/central_intelligence_agency). In definitiva, la conclusione è che gli scontri sul campo continueranno a inasprirsi...

Tutti gli altri Stati e governi presenti al vertice di Jeddah si sono invece, almeno ufficialmente, impegnati, in un ambiguo e reticente comunicato finale letto dal saudita, a combattere e fermare (sic!: cioè?) i sunniti estremisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’IS,” in modo appropriato”. Ma nessuno di loro ha spiegato come poi vuole e potrà farlo, in concreto (New York Times, 11.9.2014, M. R. Gordon, Arab Nations Vow Help to Fight ISIS ‘as Appropriate’ Gli Stati arabi si impegnano a combattere l’ISIL in “modo appropriato” (sic!) http://www.nytimes.com/2014/09/12/world/middleeast/john-kerry-saudi-arabia-isis-strategy.html?_r=0).

●Uno sviluppo a latere del vertice, strappato dall’Egitto a un riluttante Qatar, “convinto” anche dalle pressioni di John Kerry, è stata l’espulsione della rappresentanza della Fratellanza mussulmana che ormai, nell’emirato quasi soltanto in tutto il mondo islamico, aveva trovato un appoggio dopo che il golpe militare al Cairo aveva abbattuto il governo comunque legittimo dei presidente Morsi e dei Fratelli mussulmani e esposto i suoi simpatizzanti a una repressione feroce.

Il governo dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e del suo familiare e primo ministro Abdullah bin Nasser bin Khalifa Al Thaniqui fanno tutto proprio e sempre, non solo la successione al monarca, strettamente in famiglia: e Abdullah è cugino di Tamim ha chiesto a sette alti esponenti della Fratellanza lì da loro in esilio di lasciare il paese entro dieci giorni. E la Fratellanza, compreso l’attuale suo leader ad interim, Mahmoud Hussein, ha detto che onorerà la richiesta (Miraji News, 13.9.2014, Rudi Hendrick, Prominent Muslim Brotherhood Figures Leaving Qatar Esponenti del vertice della Fratellanza mussulmana lasciano il Qatar http://mirajnews.com/middle-east/promi nent-muslim-brotherhood-figures-leaving-qatar).

●Dopo il vertice di Jeddah il segretario di Stato Kerry è sembrato – sembrato... – ottenere, dice la portavoce del Dipartimento di Stato USA tacendo di chi si tratta però, da “alcuni” paesi arabi l’offerta agli USA – non all’Iraq... – di bombardare anche loro in quel paese le postazioni dello Stato Islamico (New York Times,14.9.2014, Arab Nations Offer to Fight ISIS From Air― Alcuni paesi arabi offrono di combattere contro l’IS dall’ariahttp://www.nytimes.com/2014/09/15/world/ middleeast/arab-nations-offer-to-conduct-airstrikes-against-isis-us-official-says.html?_r=0#).

Kerry ha concluso intorno a metà settembre un giro tra i paesi dell’area mirato a ottenerne l’appoggio alla campagna di raids aerei proclamata da Obama ma senza alcuna presenza di truppe USA a terra (Stratfor – Global Intelligence, 10.9.2014, Obama's Islamic State Strategy: Intel, Advisers and No Boots on the Ground― La strategia di Obama contro lo Stato Islamico: Intelligence, consiglieri militari e nessun soldato americano sul posto http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/obamas-islamic-state-strategy-intel-advisers-and-no-boots-ground #axzz3DNmGmwMg).

Anche se poi, a metà mese, il presidente dei capi di Stato maggiore americani, gen. Martin Dempsey, si lascia sfuggire – o fa apposta a lasciarsi sfuggire... – affiancato dal segretario alla Difesa, il silente Chuck Hagel, e deponendo alla Commissione Forze Armate   del  Senato che “se  ritenesse utile attaccare specifici obiettivi dell’IS anche dai consiglieri americani raccomanderebbe al presidente Obama di lasciarglielo fare”...

Come, insomma, volevasi dimostrare: forse l’IS si può fermare dall’aria, ma i generali sanno che bombardarlo dal cielo non basterebbe a  sconfiggerlo... (USA Today, 16.9.2014, T. Vanden Bruck, U.S. advisers may fight alongside Iraqis I consiglieri americani potrebbero anche combattere sul terreno accanto ai soldati iracheni http://www.usatoday.com/story/news/nation/2014/09/16/hagel-dempsey-500-million-is-plan/15710377; e U.S. Senate Armed Services Committee,16.9.2014, U.S.  Policy Towards Iraq and Syria and the Threat Posed by the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL)― La politica USA verso l’Iraq e la Siria e la minaccia dell’ISIL: deposizioni del segretario alla Difesa C. Hagel e del capo dei capi di Stato maggiore M. Dempsey (testo integrale) ▬ http://www.armed-services. senate.gov/hearings/14-09-16-us-policy-towards-iraq-and-syria-and-the-threat-posed-by-the-islamic-state-of-iraq-and-the-levant-isil).

Ma Josh Earnest, l’addetto stampa della Casa Bianca, ci tiene a precisare che Dempsey parlava “ipoteticamente” e che nulla di quanto ha detto va contro le decisioni che alla fine poi sempre al presidente spettano.

●Però, un articolo assai ben informato del NYT conclude adesso che “dopo sei settimane di raids e di bombardamenti aerei americani, le forze armate irachene hanno appena scalfito la loro presa su quello che ormai è più di un quarto del territorio iracheno (New York Times,  D.D. Kirkpatrick, 22.9.2014, As Sunni Tribes Sit on Sidelines, U.S. Airstrikes Don’t Halt ISIS that Holds Its Ground in Iraq― Con le tribù sunnite che restano a guardare, i bombardamenti degli USA non fermano l’IS che continua a occupare il suo pezzo di Iraq http://www.nytimes.com/2014/09/23/world/middleeast/isis-iraq-airstrikes.html?_r=0).

●Intanto, il primo ministro designato al-Abadi sta riempiendo i ranghi di un gabinetto che vuole al massimo composto di 30 ministri – giù dai 41 del governo al-Maliki – e si sarebbe già impegnato a nominare un sunnita a capo del ministero chiave degli Interni... Poi il 6 settembre, però, il parlamento nomina il gabinetto ma lascia scoperti, e affidati all’interim dello stesso PM, i posti cruciali degli Interni e della Difesa: un segnale molto preoccupante. Il fattore dominante e cruciale nel nuovo gabinetto dovrà infatti essere l’equilibrio.

Cioè, in queste condizioni, una maggiore “inclusività” come la chiamano i politologi americani: etnica e delle varie sette e fazioni, da una parte, e probabilmente anche una maggiore apertura agli USA per prendere un po’ più le distanze dall’Iran, in un governo ormai non più esclusivamente sci’ita ma che non vuole né può. in ogni caso, separarsi da o mettersi certo a osteggiare il regime di Teheran.

Se l’unica soluzione che hai a disposizione è un martello, ogni problema per te diventa un chiodo   (vignetta)

Proverbio/detto attribuito all’aforista americano Abraham Kaplan

 

Nel 2003, il problema era Saddam ... e abbiamo bombardato l’Iraq  facendolo a brandelli. Ora  che l’Iraq è completamente dtstrutto,  è ancora un problema E noi che facciamo? Lo so, lo rifacciamo a pezzetti... Attenti, però: la regola è che, se poi lo rompi, lo paghi 

 Fonte: Khalil Bendib, 4.9.2014

●Il fatto è che per opporsi con efficacia all’IS e rovesciarne le vaste conquiste territoriali – dopo che l’essenziale sostegno iraniano e curdo ha aiutato a rallentarne e frenarne l’offensiva – a Bagdad è necessario anche il sostegno tecnico e tecnologico di armamenti americani: lo ha dimostrato proprio la pesante frenata imposta ai jihadisti da bombardamenti USA che stanno scontando con le decapitazioni mirate a cittadini americani condannati proprio perché americani e, dunque, nemici.

Ma, lo accennavamo, siamo alle solite... Tredici anni dopo l’11 settembre, l’IS adesso controlla tra Siria e Iraq un territorio quasi uguale al Belgio e un po’ più grande dell’Albania, possiede risorse per decine e centinaia di milioni di $ e basi militari, domina i social media come al-Qaeda mai ha potuto e saputo appunto dopo quella data e ne stabilisce, spesso, l’agenda anche con video tecnicamente perfetti che trasmettono immagini orrificanti, che fanno paura e cui non siamo in grado di opporre che qualche tentativo abborracciato e anche stupido di censura. E forse 800 islamisti cittadini britannici, 900 francesi, 100 o 200 americani sono entrati nei ranghi dei jihadisti e il loro appello ideal-ideologico sta arrivando anche in Italia.

Non pochi giovani tra gli islamici che sono qui, e qui sono anche nati, come tutti i loro coetanei, emarginati senza aspettative e senza aspirazioni, si sentono proporre una narrativa iper-semplicista dei buoni, i fedeli di Allah, contro i cattivi, chi non crede alla vera fede e un senso forte, duro e cristallino, di fratellanza di fronte alla forza del quale l’occidente dell’ognuno per sé e lor signori su tutti a farsi gli affari loro, resta del tutto afono.

Giustamente schiacciato dal suo passato, lontano e recente, di colonialismo e imperialismo, di sterminio militare, di occupazione e sfruttamento, l’occidente non è in grado, anche per l’ipocrisia che lo rode, di far sentire l’appello che pure hanno i valori che proclama al mondo di libertà, democrazia, giustizia sociale e delle regole del diritto uguale – solo teoricamente – per tutti. E come, sempre più spesso, succede ormai dappertutto anche da noi è semplicemente il racconto della frustrazione che produce estremismo.

Su tutto, dominanti gli errori americani di lettura della realtà e di forzature volontaristiche, il consueto e mostruoso colpo di coda della legge delle conseguenze impreviste, come la chiamano qui dove così l’hanno battezzata i politologi:

• la dissennata, sbagliata e mal condotta, lunghissima guerra di Bush in Iraq;

• il non aver voluto tener conto che i due alleati più stretti degli USA nò mondo islamico, Arabia Saudita e Pakistan, sono stati, su istigazione stessa degli USA, i principali finanziatori, diffusori e tramiti dell’estremismo sunnita;

• l’incapacità di giocare un ruolo davvero positivo in Egitto, la casa di un quarto degli arabi del mondo;

• e col fiasco in quel paese-chiave lì a dimostrare che quei paesi potrebbero riuscire a tirarsi fuori dallo scontro suicida tra dittatura e islamismo;

• l’incapacità di vedere e capire quel che stava davvero succedendo in Libia ed in Siria;

• e l’incomprensione del fatto che, nel mondo arabo ancor più e più rapidamente che altrove, qualsiasi vuoto di presenza e di potere non viene riempito dalla democrazia ma dall’estremismo;

• e la sbadataggine sostanziale che, da Washington, fino all’ultimo ha accompagnato la ritirata dall’Iraq non riuscendo a vedere neanche che l’andarsene così lasciandolo nelle mani del settarismo sci’ita condannava alla guerra civile settaria quel paese al caos: proprio come è successo per la Libia senza Gheddafi;

• ma, soprattutto poi, c’è stata da parte americana proprio l’impossibilità “culturale” qui  di rendersi conto che al-Qaeda era un’idea e non un’organizzazione e che qui, adesso, sta nuovo e vero saldo di qualità che adesso lì si verifica.

●Perché l’IS (come spiega bene sul Guardian, 9.9.2014, Kevin McDonald, ISIS jihadis aren’t medieval – they are shaped by modern, western philosophy I jihadisti dell’ISIS (IS) non sono medievali per niente ­– sono stati, invece, modellati dalla moderna filosofia occidentale: quella dei Lumi, di Voltaire (come al solito, no:  a qui c’est la faute?... e  della Rivoluzione francese ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/09/isis-jihadi-shaped-by-modern-western-philosophy). Il contrario del tentativo che si fa qui in occidente di scaricarne l’agire del tutto aberrante (sgozzamenti, crocifissioni, esecuzioni di massa, ecc., ecc.) su qualcosa di radicalmente “altro” da noi, non è – non sarebbe, dunque... – affatto un ritorno al passato ma una moderna, addirittura tradizionale, ideologia con un significativo debito verso la storia e la cultura politica dell’occidente.

●Questa, a rileggerlo bene – dice Kevin McDonald, che insegna psicologia e scienze comportamentali alla California State University è merita di essere preso sul serio: uno che lavora non sul sentito dire ma con una lettura attenta di personaggi e  di testi – questa è la nervatura fondamentale del discorso con cui, nella grande moschea di Mosul al-Baghdadi, il nuovo califfo dell’IS, si è proclamato tale.

Citando diverse volte, nel suo lungo discorso, il pensatore islamico indo-pakistano, Sayyid Abul A’la Maududi, fondatore nel lontano 1941 di quello che è stato il primo vero e proprio partito politico multinazionale e pan-islamico, diffuso in molti paesi del sud e del sud-est asiatico, il Jamaat-e-Islami―   e inventore in termini contemporanei del termine stesso di Stato Islamico: che, di per sé, è proprio la negazione in radice del senso stesso dell’Umma: la comunità senza confini, invece, fatta insieme nel mondo da tutti i credenti in Allah.

Certo, secondo Maududi e il suo insegnamento radicale[1], la frase del Corano secondo cui “solo di Dio è l’Ukm[2]” legittima solo il governo che si esercita in nome della shar’ia, della volontà di Dio. Ma proprio Maududi poi ha propagandato nel mondo dell’Islam una lettura “islamica” di quel che, dice lui, è il legato vero della rivoluzione francese: la promessa di uno Stato fondato su “un complesso di princìpi, e non di leggi umane, opposto a quelli di nazione e di popolo”. Che nell’evoluzione storica, nel passaggio da Robespierre a Napoleone però, si è come “avvizzito” e la cui realizzazione storica oggi egli si attende solo dallo “Stato Islamico”.

Una cittadinanza universale separata dai concetti di nazione, Stato, comunità, geografia e storia che dia corpo al cittadino dell’Islam universale. Ed è chiaro che, in questa visione  assoluta, chi non si converte alla verità è un negatore di tutto e va “escluso” con le misure che si impongono a chi combatte Dio, perciò l’uomo e la comunità dei credenti e, in realtà, dei viventi.

Ma più che il Corano, così, sembra entrarci piuttosto l’originale “extra ecclesiam, nulla  salus”– nel senso proprio originario del termine, di comunità, di quanti, tutti, ci vivono – della tradizione tardo giudaica e di quella originale cristiana (in oriente, Origene, Gs 2, 1-21 e 6, 22-26 e, in occidente, Cipriano, Epistola ad Jubaianum: PL 3, pp. 1123-1124: chi non è dentro è fuori e per lui non c’è salvezza!. Forse è opportuno ricordare, anche, concludendo su questo punto che solo con il Concilio ecumenico Vaticano II e la Costituzione conciliare Gaudium et Spes, questa visione è stata “superata”: nel 1965...).

●In realtà, la prima cosa da fare sarebbe quella di mandare in pensione, e con somma urgenza, la giaculatoria ipocrita del “no, non c’è una soluzione militare al problema”. Ma nell’unica maniera  che ha un senso. Cioè, prendendola davvero sul serio. Non per farla seguire subito a ruota dall’altra metà della giaculatoria – che, intanto, cominciamo a buttare giù le bombe. Solo così una strategia può diventare davvero globale. Di cosa potrebbe, forse, essere fatta allora una politica nuova e più promettente di questa?

Avverte un esperto vero, o almeno uno che con faccende analoghe ha avuto a che fare nel recente passato, un ex comandante delle forze speciali britanniche, le SASSpecial Air Forces, che “il dibattito parlamentare è stato del tutto privo di qualsiasi assennato riferimento alla soluzione politica che per l’Iraq è invece indispensabile considerare  se questo bombardamento deve poter avere alcun senso.

Adesso come adesso, spiega, un’azione di bombardamento non legata ad alcuno scopo politico aprirà solo grandi occasioni di propaganda per l’ISIS e il suo tentativo di legitimizzare la loro presa di possesso dell’Iraq occidentale” (The Independent, 27.9.2014, R. Williams, Iraq crisis: Get the politics right, then the plan for the military might work La crisi in Iraq: fare le scelte politiche giuste e, allora, una soluzione anche militare potrebbe forse funzionare http://www.independent.co.uk/voices/iraq-crisis-get-the-politics-right-then-the-plan-for-the-military-might-work-9759924.html). Una soluzione politica, magari accompagnata come suggerisce Williams, che ha comandato le forze speciali NATO sia in Iraq che in Afganistan e, spesso, in polemica aperta coi suoi commilitoni americani, dovrebbe essere fondata su pochi fattori. E dichiarata in modo del tutto trasparente.

Lo suggeriva, qualche giorno prima e indipendentemente da lui un altro studioso di cose politiche e relazioni internazionali (Miami Herald, 18.9.2014, Andrew J. Bagevich, Islamic State is a symptom, not the disease Lo Stato islamico è un sintomo e non la malattia http://www.miamiherald.com/opinion/op-ed/from-our-inbox/article2150350.html) insegna storia e politica delle relazioni internazionali all’università di Boston dopo essere stato a lungo un militare in servizio attivo anche lui che si definisce un vecchio conservatore alla Eisenhower contrario, proprio perché la conosce bene, all’esasperazione del militarismo come unica soluzione di tutti i problemi dell’America e del mondo:

• per esempio, e anzitutto, ci vuole la deliberata volontà di abbassare il profilo militare di una sconfinata presenza nel mondo (letteralmente: più di un migliaio di basi militari, in 156 paesi, Global Research, 24.12.2013, J. Dufour ▬ http://www.globalresearch.ca/the-worldwide-network-of-us-military-bases/5564),  costosissima (forse l’1% del 4,73% di PIL per le spese militari nel 2013), con 1.388.000 soldati professionisti di cui oltre 112.000 dislocati all’estero, senza calcolare l’Afganistan (VetFriends, U.S. Foreign Deployments Facts Dati sulla dislocazione all’estero di truppe americane  ▬ http://www.globalresearch.ca/the-world wide-network-of-us-military-bases/5564).

    Perché, d’altra parte, ripetutamente questa tattica ha dimostrato quanto sia controproducente  (dando una volta tanto seguito concreto al principio che Obama ha pur enunciato ma non praticato di “evitare di fare cose cretine e poi di tornare a rifare le stesse cose”;

• in secondo luogo, poi, è necessario mettere in piedi qualsiasi azione sulla base di princìpi davvero comuni tra quanti vi partecipano, per frenare e contenere i “cattivi” senza tradire i propri stessi valori;

• cioè, prendendo atto che, ormai è indispensabile far vedere, provare, di essere coerenti coi valori che si proclamano e si professano: perché nel mondo interconnesso di oggi è ormai intollerabile, nel senso che proprio non è più tollerata (Abu Ghraib non è mai stato un’eccezione: ma che Abu Ghraib sia stato spiattellato sulle Tv di tutto il mondo è stato una catastrofe, inevitabile però e anche opportuna secondo noi, per la credibilità dell’America) la compunta e piagnona ipocrisia dei due pesi e delle due misure giustificata solo in nome del “perché io posso farlo e tu no”. Anche perché non è affatto così: il terrore lo sanno usare pure loro, e anche “meglio” mediaticamente, su scala forse meno massiccia ma simbolicamente (decapitazioni individuali, l’11 settembre...) magari anche più “efficiente”;

• e, a margine, sarebbe anche importante capire come “aiutare” i popoli islamici del globo a riconciliare la modernità con la tradizione― ma rassegnandosi, allora, a trovare il modo di farlo adattandosi al loro modo di essere e di pensare senza pretendere di convertirlo al nostro. 

    “E’ una proposta a lungo termine – fa osservare il prof. Bagevich – ma richiede considerevole pazienza e dite che  non è senza rischi? Potete  scommetterci! L’alternativa, però, è quella che gli Stati Uniti vanno inseguendo dalla guerra che hanno perso in Vietnam, quasi 50 anni fa, di colpire quasi alla cieca i nemici calcolando la vittoria sul numero dei Vietcong ammazzati, senza mai capire che così, per ogni nemico annientato se ne creavano almeno due nuovi – della caccia al nemico senza fine e fino alla fine dei tempi. Che, però, per definizione non è una strategia. E’ accettare la guerra permanente come inevitabile ed è la pura e semplice ammissione di un fallimento storico”.

●Intanto, un giornale iracheno riferisce il 14 settembre che il vice-presidente – uno di sette... – ed ex primo ministro Nouri al-Maliki ha “duramente criticato la decisione del nuovo premier Haydar al-Abadi di fermare il bombardamento aereo sulle aree urbane controllate dall’ISIL al fine di evitare ulteriori vittime tra la popolazione civile”. E’ una decisione che nei fatti – ha denunciato – aiuta Da’ish, l’acronimo in arabo dell’IS o ISIL.

Ed è una dichiarazione sintomatica del disordine nel paese, soprattutto nel governo che è stato ricompattato in buona sostanza per le pressioni straniere su una base maggiormente allargata anche a curdi e, soprattutto, ad esponenti sunniti. Questi reagiscono male alle critiche dell’ex premier oltranzista sci’ita mentre i curdi dentro il governo federale vigilano a garantirsi l’autonomia interna che hanno accresciuta negli ultimi tre mesi, tutto sommato, malgrado l’attacco dell’IS.

Ma il prevalere – in tutte le diverse fazioni, politiche, etniche e confessionali irachene – delle preoccupazioni diciamo così di parte è un indicatore significativo del fatto che i leaders iracheni  in fondo non percepiscono la minaccia dell’IS tanto incombente o minacciosa quanto i media sembrano descriverla qui in occidente. Il fatto è che l’estremismo dell’ISIL fa paura ma la sua osservanza dei dettami della shar’ia corrisponde da vicino anche alla predicazione wahabita che è quella che conta dove più conta: in Arabia saudita.

Il che spiega anche la dichiarazione del nuovo presidente iracheno il 15 settembre sul fatto che Egitto, Emirati arabi e, soprattutto, Arabia saudita non hanno bisogno di prendere parte ai raids aerei contro l’IS. Che anzi l’Iraq non li vuole. Proprio come, dice chiaro e forte Abadi, le truppe americane non sono benvenute e a esse non sarà consentito ora entrare in Iraq. Che, poi, è la posizione di Teheran. E, non a caso, ha anche espresso, con forza, il suo disaccordo e quello del suo paese sul fatto che l’Iran sia stato escluso dalla conferenza di Parigi sulla coalizione da mettere in piedi  contro l’IS... (Huffington Post, 17.9.2014, Vivian Salama e Qassim Abdul-Zahra, Iraq premier nixes US ground troops L’Iraq rifiuta truppe di terra americane  ▬ http://www.huffingtonpost.com/huff-wires/20140917/ml-iraq).

Anche il Grande Ayatollah al-Sistani, l’autorità religiosa più ascoltata nel paese pure da molti iracheni che scii’ti non sono, lo conferma con qualche cautela appena maggiore: è necessario, fa sapere, lasciando intendere attraverso un portavoce dopo la preghiera del venerdì 19 settembre nella moschea di Karbala di capire bene come ci sia bisogno ormai di un aiuto anche esterno per sconfiggere l’IS che “tutti i capi di questo paese siano ben avvertiti ed attenti a prevenire che l’assistenza esterna contro lo Stato Islamico diventi l’ingresso utile a rompere la nostra indipendenza... La cooperazione con lo sforzo internazionale non dovrà mai essere presa a pretesto per imporre decisioni straniere agli sviluppi in Iraq, soprattutto in campo militare(New York Times, 19.9.2014, D. D. Kirkpatrick e D. Bilefsky, Iraqi Cleric Urges Vigilance Against Western Interference― [Massimo] leader religioso iracheno preme per una vigilanza attenta contro le ingerenze occidentali http://www.nytimes.com/2014/09/ 20/world/middleeast/iraq-isis.html?ref=world).

E, proprio a fine mese, arriva notizia che i peshmerga curdi hanno preso il controllo di quattro petroliere cariche di greggio prodotto in aree controllate dall’IS che stava per essere contrabbandato non si sa bene se in Giordania o in Turchia: si tratta di greggio legalmente di proprietà poi dello Stato centrale iracheno e c’è anche il sospetto che, in questo tragicomico imbroglio, prima della cattura del carico, l’IS avesse raggiunto un qualche accordo proprio con gli esponenti del governo curdo a Kirkuk su una possibile transazione... (Stratfor, 3.9.2014, Iraq: oil tankers filled with smuggled oil seized Iraq: petroliere cariche di greggio di contrabbando catturate http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-oil-tankers-filled-smuggled-oil-are-seized#axzz3EbV3quob).

●La “popolarità” di Hamas, in netto aumento nei territori occupati della Cisgiordania “amministrati” ma di fatto solo nominalmente dal governo di Muhammad Abbas e dall’ANP, malgrado il fatto che la vittoria dell’ala intransigente palestinese si possa definire solo una vittoria politica e non certo sul campo dello scontro armato con Israele e abbia causato immense devastazioni per la popolazione della quale però i residenti incolpano Israele e i suoi alleati e non quelli che vedono come gli unici difensori che almeno “tentano di fare qualcosa”, sembra aver deciso l’ANP stessa a rompere gli indugi, passando all’offensiva, tenta di recuperare qualche spazio rispetto ai rivali-alleati di Hamas.

Per questo ha deciso di presentare ora all’ONU due richieste molto specifiche: contro Israele e contro i desiderata degli Stati Uniti (tanto, osserva, per quello che dar loro retta ha prodotto...) già alla prossima sessione dell’Assemblea generale in autunno. Le annuncia la signora Hanan Ashrawi, vecchia (anche se per una signora sarebbe meglio non dirlo) compagna già di Arafat e ora di Abbas alla guida di Fatah e del parlamento della Cisgiordania e una delle personalità più sperimentate in campo internazionale della leadership palestinese, stimata anche con chi come lei ci collabora ma ci combatte anche in continuazione, come appunto Hamas.

• la prima è che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU imponga a Israele senza tergiversazioni ulteriori di mettere fine entro tre anni all’occupazione militare che le Nazioni Unite hanno sempre riconosciuta illegale; e Israele tenta di correre come può ai ripari facendo aprire alla sua procura militare un’inchiesta contro “episodi” (cinque in tutto) che anche a Tel Aviv  qualcuno ha  percepito come pericolosi se, invece che trattati in un tribunale militare e con l’usbergo del segreto di Stato, fossero spiattellati in sedute pubbliche (New York Times, 10.9.2014, I. Kershner, Israel Investigating Possible Gaza War Misconduct― Israele investiga possibili casi di ‘cattiva (sic!) condotta’ nella guerra di Gazahttp://www.nytimes. com/2014/09/11/world/middle east/gaza-strip-israel-criminal-investigation.html?_r=0).

• e, ancora, avvalendosi delle prerogative cui ormai come Stato “osservatore” all’Assemblea e anche membro di diritto aderente alla Corte Penale Internazionale, la Palestina denuncerà per crimini di guerra alla Corte stessa il comportamento di Israele nella guerra di Gaza... costringendo ancora una volta gli Stati Uniti così a sputtanarsi mettendo il veto in Consiglio di Sicurezza alla condanna di comportamenti israeliani che pur essi stessi, gli Stati Uniti,  hanno definito come illegittimi.

Documenta il NYT (New York Times, 2.9.2014, Somini Sengupta e R. Gladstone, Palestinian Laders Want Three-Year Deadline on Israeli Occupation I capi palestinesi chiedono una scadenza triennale all’occupazione israeliana http://www.nytimes.com/2014/09/03/world/middleeast/abbas-plans-to-seek-security-council-help.html) che, un sondaggio appena pubblicato e, da esso stesso attestato serissimo, condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research appena pubblicato dimostra che l’approccio di Hamas contro Israele e la sua occupazione perpetua – resistenza armata e attacco coi razzi al territorio israeliano – è largamente aumentato sia a Gaza stessa, malgrado la durissima punizione che ha dovuto sopportare e in Cisgiordania― quel che preoccupa anzitutto Israele, che questo prezzo ha dovuto pagare e gli americani che glielo hanno lasciato fare: ma al quale, ci potevano anche pensare, no?

Le principali conclusioni indicano che, se oggi si tenessero elezioni libere tra tutti i palestinesi, come quelle, le uniche, finora sperimentate nel 2006, Hamas le vincerebbe ancora più nettamente di allora e molti residenti della Cisgiordania sarebbero anche favorevoli a trasferire i metodi della resistenza di Hamas anche in Cisgiordania. Ben l’86% dei rispondenti al sondaggio sosterrebbero il lancio di razzi da Gaza contro Israele se assedio economico e blocco della striscia non fossero rimossi.

Dal 26 agosto al 30 settembre, il sondaggio ha intervistato un campione rappresentativo di 1.270 palestinesi adulti in Cisgiordania e Gaza, con un margine di errore possibile al massimo del 3%. Risultati in dettaglio e documentazione della metodologia del sondaggio sono dettagliati nel sito indicato (PSR/Ramallah, 2.9.2014, Special Gaza War Poll Speciale: sondaggio sulla guerra di Gaza ▬ http://www. pcpsr.org/en/special-gaza-war-poll).

Israele reagisce nel solo modo che ormai sembra conoscere, innalzando il livello della sfida politica a tutta quella che essa stessa chiama la comunità internazionale: i suoi alleati, non i palestinesi, cioè. Annuncia di essersi ora appropriata direttamente di altre terre occupate in Cisgiordania pubblicando i bandi di gare per la costruzione di altre 283 nuove unità d’abitazione riservate “soltanto a cittadini ebrei” di Israele nelle aree boschive dell’insediamento di Gush Etzion su altri 4,5 Km2, intorno a Betlemme.

Americani, e europei a ruota, hanno condannato la misura perché, naturalmente, mina ancora di più qualsiasi tentativo di far riaprire un qualche tipo di colloquio di pace coi palestinesi. E’ l’ennesimo cedimento del premier di destra, Netanyahu, alla destra ancor più estrema e radicale del suo ministro dell’Economia e degli Affari religiosi, Naftali Bennett, di Casa ebraica... (The Economist, 5.9.2014, Another thousand acresBinyamin Netanyahu orders the biggest land-grab in a generation― Altri 1.000 acri – Binyamin Netanyahu ordina il più grande furto di terra [palestinese] da una generazione http://www.economist.com/news/ middle-east-and-africa/21615644-binyamin-netanyahu-orders-biggest-land-grab-generation-another-thousand)

●Tanto per parlare sempre di comunità internazionale e di due pesi e due misure... Quel pilastro dell’ordine internazionale (e della fornitura di petrolio) che è l’Arabia saudita, uno Stato che decapita regolarmente, manco fosse l’IS, chi condanna a morte – con la sciabola, però, segno di civiltà, anche se sempre in pubblico, e non col coltellaccio (Amnesty International aveva già contato, al 21.5.2013, una cinquantina di esecuzioni giudiziali – alcune anche per crocifissione, nel regno – senza particolari levate di scudi nel mondo: Saudi Arabia: Five beheaded and ‘crucified’ amid ‘disturbing’ rise in executions― Arabia saudita: cinque decapitazioni e ‘crocifissioni’ mentre aumentano in modo allarmante le esecuzioni di Stato http://www.amnesty. org/en/news/saudi-arabia-five-beheaded-and-crucified-amid-disturbing-rise-executions-2013-05-21) è adesso andato anche un po’ più in là ribadendo, in forma meno cruenta dell’IS, ma mica tanto poi, il suo fanatismo, certo più coreografato di quegli altri macellai.

Ora ha sbattuto nelle patrie galere Raif Badawi, editore e animatore di un forum internet liberalizzante per il reato di “insulti all’Islam”: dieci anni di carcere e 1.000 (mille!) scudisciate e, se poi sopravvive, dieci anni di divieto all’espatrio e di accesso ai media; con in più una multa da 266.000 $. Già, ma qui va tutto bene, questa è l’amica monarchia saudita, mica la Corea del Nord di Kim Jong-un... (The Economist, 5.9.2014).

(●Una parentesi: sul concetto in sé di “comunità internazionale”, che personalmente ci sembra pressoché inventato e anche irritante perché cambia di volta in volta con a perno fisso soltanto che al centro, da almeno un secolo, ha sempre gli Stati Uniti d’America semplicemente perché quel posto se l’è preso in quanto è la potenza più forte, vale la pena di leggere la riflessione che dedica alla nozione – come sempre in ogni suo libro sfacciatamente di parte, sfacciatamente pro-domo sua ma anche, senza la minima vergogna, raziocinante e sagace – Henry Kissinger.

Kissinger parte dalla constatazione che, ormai da qualche decennio, “la ‘comunità internazionale’ viene evocata e invocata forse e, ormai, con maggiore insistenza che mai prima, il concetto non riesce a presentare alcun insieme concordato e chiaro di obiettivi, di strumenti e di limiti... E’ il caos che, in realtà, ci minaccia, affiancato da un livello di interdipendenza che non ha esso stesso nella storia alcun precedente”.

Sarà difficile dare corpo oggi come ieri a una tale comunità perché, nella storia moderna, non c’è mai stato un vero e proprio ordine davvero internazionale. Civiltà diverse si sono sempre date da fare a crearne, invece, le loro differenti versioni. La civiltà cinese e quella islamica sono quasi sempre state auto-centrate. Se non eri dentro l’Umma, la grande comunità universale dei credenti, nel  secondo caso o se, nel primo, non godevi della sudditanza celeste, eri un infedele od un barbaro. Non c’era alcuna questione, in questi casi, della ricerca di un qualche equilibrio.

La versione americana di questa fantomatica comunità internazionale, storicamente molto più recente e  meno rigida, con più sfumature, è però quasi altrettanto accentrato― un ordine dove tutto andrà bene quando il mondo rinsavirà e si abituerà a pensare come l’America (cosa che, sgradevolmente però, in un modo o nell’altro sempre resiste a fare) e, al dunque, come vuole l’America.

Per esclusione, riflette Kissinger, il punto di partenza nella storia forse migliore è il modello europeo dell’equilibrio del potere garantito dalla cosiddetta “pace di Westfalia”, centrata su un concetto di convivenza pluralista che per secoli ha rappresentato, insieme, la forza e la debolezza, dell’Europa.

Il pilastro su cui poggiava il sistema e si fondavano la sua reciproca accettabilità e accettazione era il cosiddetto “cuius regio, eius et religio”: secondo il quale il sovrano di un territorio decideva quale fosse la religione del suo paese[3] ma ponendo alla base dell’ordine europeo lo Stato-nazione. A ogni sovrano spettava il titolo di “maestà” – sopra c’era solo Dio onnipotente – con identica dignità a tutti pari a quella di tutti gli altri. Si apriva così l’età della diplomazia (prima, solo la Repubblica di Venezia – quasi mille anni di storia di sovrana autonomia – era dotata dell’istituto degli ambasciatori).

Un equilibrio dei poteri, però, che non durava sempre per sempre: inevitabilmente emergevano nuove potenze da “contenere”, e anche sfide – del tutto abnormi e perverse, quasi demenziali al principio dell’intangibilità personale dei sovrani – le esecuzioni del re perfino da parte di un altro: la decapitazione di Maria Stuarda da parte di Elisabetta I – o, addirittura, da insurrezioni di ordine “irrazionale” come quella di Cromwell in Inghilterra nella prima metà del ‘600 o come – peggio – la rivoluzione francese che non solo come il maresciallo inglese segò il collo al re ma esprimeva la volontà di portare tutti all’eguaglianza.

Dopo Waterloo e la disfatta di Napoleone, la Santa Alleanza di Vienna e di Metternich conferì di fatto al Regno Unito di Gran Bretagna il potere di decidere, o almeno di influenzare in modo importante ogni nuovo equilibrio, spostandosi, a seconda delle sue convenienze, da una o dal’altra parte.

Ora – ignorando per un momento i punti ciechi della visione kissingeriana – l’America sbaglia ma ha sempre buone intenzioni― come se contasse qualcosa per chi americano non sia;  l’Islam, lui razionalista a tutto tondo, non lo capisce proprio― per cui è un fenomeno incomprensibile; l’Iran è la perfidia incarnata― il male contro il bene, un credo nel quale, con quest’unica eccezione non ha mai creduto; una quasi tenera, se possibile, considerazione per Israele e per i suoi estremisti― l’assassino di Yitzhak Rabin, in fondo, è “un giovane studente ebreo radicale”.

E, soprattutto poi, il posto di sé nella storia, suo di Henry Kissinger, che piega tutta la lettura della realtà – senza rispetto per la storia reale – al fine che si prefigge di raggiungere― un monumento a se stesso: lui non dice mai a nessuno, scusate ho sbagliato – quella di Henry (Heinz Alfred) Kissinger, (91 anni) il grande  real-politiker che, secondo chi scrive, sarebbe però utile far leggere a chiunque si occupi seriamente di politica internazionale[4], rimane una lettura interessantissima della storia e della realtà moderna).

●L’Iran, rovesciando tutto quello che gli esperti prevedevano potesse fare, ha invitato la Cina – e la Cina, sempre smentendo le previsioni, ha immediatamente accettato – a prender parte alle esercitazioni navali che sta conducendo nel Golfo persico la sua Marina militare. Due navi da guerra cinesi, una l’incrociatore lanciamissili Changchun, che di regola staziona nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale per operazioni antipirateria a difesa di quelle rotte dove passa tutto l’export-import di Pechino con l’Europa, l’Africa e il medi oriente (l’Iran esporta ormai quasi tutto il petrolio che riesce a sfuggire alle sanzioni americane proprio in Cina) sono così attraccate, sconvolgendo ogni presunzione contraria, nel grande porto iraniano di Bandar Abbas, seminando sconcerto e dubbi negli stati maggiori della V flotta americana e della Royal Navy... (New York Times, 21.9.2014, T. Erdbrink e C. Buckley, China and Iran to Conduct Joint Naval Exercises in the Persian Gulf― Cina e Iran conducono esercitazioni navali congiunte nel Golfo persico ▬ http://www.nytimes.com/2014/09/22/world/ middleeast/china-and-iran-to-conduct-joint-naval-exercises-in-the-persian-gulf.html?_r=0#).

●Nella capitale yemenita, a Sana’a’, scontri duri nelle strade tra ribelli Houthi e milizie para-governative, con 38 morti. I rivoltosi sono arrivati fin nei sobborghi e hanno assediato l’università. Migliaia di persone sono sfollate ma le autorità non hanno riferito di altre vittime (che, però, sono decine), pur ammettendo che l’università al-Iman, un’istituzione di notevole importanza per l’istruzione religiosa di militanti sunniti, continua a restare sotto assedio.

Gli Houthi sono sciiti della minoranza zaida di quell’ala dell’Islam (la più tollerante), vivono nel nord del paese e sono in lotta da oltre un decennio per strappare al governo centrale più autonomia, più territorio e, in genere, un trattamento più equo. Ora la loro protesta e rivolta anche ormai nella capitale è finalizzata a costringere il regime a un passo indietro e al ripristino di una serie di piccoli sussidi tagliati dal governo nel corso dell’estate per poter usufruire di un credito del FMI.

Più che le forze regolari, però, sono state le milizie sunnite il vero bersaglio degli Houthi. Si tratta di milizie islamiste alleate al governo e da sempre al controllo finora del potere centrale. Lo Yemen, dopo la caduta dell’autocrazia ultra-trentennale di ‘Alī Abd Allāh Sāleh, deve anche affrontare una serie di altre sfide – secessionisti nel Sud del paese, terroristi di al-Qaeda e altre tribù in rivolta (The Yemen Times/Sana’a’, 19.9.2014, Nasser Al-Sakkaf, Fighting spreads in the capital Nella capitale, la battaglia si allarga http://www.yementimes.com/en/1817/news/4361/Fighting-spreads-in-the-capital.htm).

Poi, dopo qualche giorno di scontri e di morti, il capo della tribù ribelle degli Houthi, che naturalmente si chiama Abdul-Malik al-Houthi, ha dato un segnale di disponibilità a fermare il conflitto armato accogliendo l’appello dell’emissario speciale dell’ONU, Jamal Benomar, designando due suoi vice come delegati speciali per discutere e concludere al più presto un accordo col  governo di Sana’a’ (Al Arabiya, 20.9.2014, U.N. brokers accord after heavy Yemen clashes L’ONU negozia un accordo dopo i pesanti scontri nello Yemen http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/09/20/Ye men-TV-building-on-fire-as-clashes-continue-in-capital.html).

Ma nulla di tutto questo alla fine in realtà poi funziona. Il governo, spaccato tra un primo ministro intransigente coi ribelli e un presidente almeno in teoria più conciliante, non riesce a stringere il negoziato. E, dopo che i morti negli scontri per strada e nella capitale arrivano quasi a 150, i media di Stato e la stessa agenzia ufficiale SABA annunciano le dimissioni del primo ministro Mohammed Salem Bassindwa.

Intanto, mentre viene data alle fiamme la sede della televisione ufficiale, il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi nega di aver ricevuto alcun atto del genere, contribuendo solo alla confusione imperante mentre salta in aria ogni mediazione annunciata e i ribelli Houthi si impossessano oltre che dell’università anche ormai della sede del ministero della Difesa, di quella della Banca centrale e di una base militare chiave nel centro della capitale... (Yahoo! News, 21.9.2014, Ahmed al-Haji, Yemen State media: Prime Minister Resigns I media ufficiali dello Yemen: dimissioni del primo ministro http://news.yahoo.com/ fighting-resumes-yemens-capital-140137523.html).

Dopodiché, a dimissioni del governo acquisite, Houthi e quel che resta del governo ritrovano – lo afferma quest’ultimo – una specie di cessate il fuoco. Ma anche stavolta raggiunto, parrebbe, solo tra chi negoziava e non anche da tutti coloro che a negoziare li avevano inviati. Smentisce, infatti, l’accordo il portavoce ufficiale di al-Houthi  (Memo Middle East Monitor, 21.9.2014, Yemeni authorities order curfew in Sanaa after Houthi rebels seize TV building Le autorità yemenite ordinano a Sana’a’ un nuovo coprifuoco dopo che i ribelli Houthi si prendono il palazzo della Tvhttps://www.middleeast monitor.com/news/middle-east/14269-yemeni-authorities-order-curfew-in-sanaa-after-houthi-rebels-seize-tv-building; e Al-Masdar/Abu Dhabi, 22.9.2014, ▬ http://www.almasdarnews.com/?s=al+houthi).

Nei fatti, anche qui all’estremo sud della penisola arabica dominata dall’Arabia saudita, vincono adesso gli sci’iti e, di fatto, vince l’Iran contro il predominio sunnita di sempre e, soprattutto, contro la vicina potenza sunnita dei sauditi. Ma viene da domandarsi quanto possa durare nello Yemen il nuovo equilibrio... Che, infatti, il presidente Rabbo che ha dovuto subire l’accordo denuncia subito neanche asciugato l’inchiostro, della sua stessa firma, come il risultato di un complotto che porterà alla guerra civile... Come se fino ad ora, qui, avessero invece danzato il minuetto...

●In Libia, si allarga ancora una volta a Bengasi, il 6 settembre, la battaglia per il controllo dell’aeroporto internazionale. Da una parte, le forze guidate dall’ex generale Khalifa Hifter, alleato di quelle del governo e, dall’altra, i combattenti islamisti estremisti locali che hanno attaccato l’aeroporto civile e quello militare tentando di strapparlo al controllo del governo centrale (ma quale, poi? quello di Tripoli o quello che si è ormai insediato a Tobruk?). Le truppe irregolari di Hifter hanno usato gli elicotteri di cui, non si sa bene a che titolo, di fatto dispongono per bombardare i campi dei sospetti militanti islamisti, con tre morti e parecchi feriti (Reuters, Former general’s forces and Islamists clash in Libya’s Benghazi Le forze dell’ex generale e gli Islamisti si scontrano a Bengasi, in Libia http://www.reuters.com/article/2014/09/06/libya-security-idUSL5N0R70J620140906).    

Il tutto mentre alleati (ma di chi? e contro chi?) e vicini tentano di capirci qualcosa (Stratfor – Global Intelligence, 28.8.2014, The Difficulty of Choosing Sides in Libya La difficoltà di scegliere con chi stare in Libia http://www.stratfor.com/analysis/difficulty-choosing-sides-libya#axzz3CebIxucQ).

●E, di fronte adesso, a tante pretese voci amiche che minacciano di intervenire e aiutare ancora una volta, nel modo solito – bombardando – la Libia, la più antica tribù-nazione libica, quella dei nomadi Tuareg col loro Consiglio supremo hanno manifestato il rifiuto “nettissimo” di ogni “intervento militare diretto” da parte di truppe o forze militari straniere nel paese.

L’unica via d’uscita, insistono i Tuareg, è il dialogo, il colloquio, il negoziato tra tutti: l’unica soluzione è politica e non – “come ormai è stato ampiamente dimostrato la forza e lo scontro militare”,  specie sotto direzione straniera (un accenno discreto ma chiaro all’opposizione del popolo Tuareg all’intervento militare NATO che costò la vita a Gheddafi e ha seminato il caos totale nel paese – (Stratfor, 14.9.2014, Libya: Tuareg Tribes Reject Foreign Military Intervention Le tribù Tuareg rifiutano ogni intervento militare straniero http://www.stratfor.com/situation-report/libya-taureg-tribes-reject-foreign-military-intervention#axzz3DNmGmwMg).

nel resto dell’Africa

●In Lesotho il paese che parla la lingua sotho, 30.000 Km2 di regno, quasi sfornito di risorse idriche e tutte concentrate su alture prossime ai confini con – e che aiutano a rifornire lo – stesso Sudafrica e completamente incluso nel territorio sudafricano, il primo ministro Tom Thabane fuggito a fine agosto in Sudafrica per sfuggire alla potenziale minaccia di arresto e destituzione da parte dell’esercito del suo paese ha tentato di convincere Pretoria a aiutarlo a riprendersi il posto. Lui e il suo rivale, il vice premier Mothetjoa Metsing, si sono incontrati contemporaneamente ma separatamente col governo di Pretoria e altri mediatori dell’area di cooperazione dell’Africa del Sud (SADC) che stavano da tempo tentando di risolvere “pacificamente” la crisi politica del paese.

Thabane chiede ai mediatori di aiutarlo a riprendersi il potere inviando forze militari di intervento ma pare che non siano disposti a ascoltarlo. Nel 1998, il Sudafrica già intervenne militarmente durante una serie di manifestazioni e una rivolta che lo minacciava in pratica dell’invasione da parte di decine di migliaia di disperati in fuga dagli scontri e di destabilizzarne il precario equilibrio fra cittadini residenti e lavoratori emigrati residenti in Sudafrica e provenienti da paesi come, ad esempio, Lesotho, Botswana e Mozambico.

La crisi attuale tra fazioni politiche in conflitto in Lesotho appoggiati da forze militari e di sicurezza in concorrenza tra loro non è ancora sfociata in disordini significativi. E non c’è stata, stavolta, alcuna minaccia di occupare o minacciare il flusso di acque che dalle alture del Lesotho comunque alimentano le dighe da cui viene servita anche parte del territorio sudafricano (la causa immediata che nel ‘98 causò l’intervento militare di Pretoria).

Se questo, il fattore cruciale, non cambia il Sudafrica militarmente non interverrà e cercherà piuttosto di portare i contendenti a un accordo di mediazione e di spartizione del potere fra le fazioni rivali del Lesotho. E, in effetti, in pratica sùbito, fallito lo scopo principale della sua missione a Pretoria, Thabana è già tornato a Maseru... (StreamAfrica, 3.9.2014, S. Otachi Abuya, Exiled Lesotho PM Thabane returns home Torna a casa il premier [appena autoesiliatosi] del Lesotho http://streamafrica. com/news/exiled-lesotho-pm-thabane-returns-home-attempted-coup).

●Lo Zimbabwe e la Russia firmano un accordo da 3 miliardi di $ per sviluppare la miniera di platino di Darwendale, a nord della capitale Harare, dove adesso la produzione è al massimo consentito dai mezzi disponibili ma può essere moltiplicata di parecchie volte con Mosca che si farà anche carico degli investimenti necessari a costruire una moderna fonderia. Il 16 settembre il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov è arrivato a Harare (Agenzia Bloomberg, 15.9.2014, Godfrey Marawanyika e Brian Latham, Russia, Zimbabwe to Develop Nation’s Biggest Platinum Mine Russia e Zimbabwe svilupperanno la più grande miniera di platino del paese http://www.bloomberg.com/news/2014-09-15/russia-zimbabwe-to-jointly-operate-platinum-mine-in-darwendale.html).

Subito dopo, viene reso noto che il Fondo monetario internazionale – proprio come se fosse un qualsivoglia Gazprom di fronte ai debiti non pagati del debitore cronico Ucraina nei suoi confronti – non avendo lo Zimbabwe rimborsato come doveva il suo credito, e avendogli preferito piuttosto pagare i debiti suoi interni verso impiego pubblico (stipendi e pensioni) e fornitori, ha tagliato qualsiasi credito al paese africano. E’ lo stesso organismo, quello presieduto dalla segaligna mammoletta francese Christine Lagarde, figlia spirituale e politica dell’imbroglione Nicolas Sarkozy, che aveva del tutto ipocritamente tuonato contro le misure “politiche” di taglio al credito insoluto di un proprio cliente privato come Naftogaz ucraino... (BBC, 27.9.2014, R. Padmore, No more credit to Zimbabwe for delaying repayments to IMF▬ Nessun altro credito allo Zimbabwe che tarda a rimborsare il Fondo monetario http://www.bbc.com/news/business-29387821).  

In tal modo, tra l’altro, il Fondo continua a fornire doviziosi e, sicuramente agli occhi dei suoi cittadini, non incredibili alibi al governo dell’ormai novantenne, e forse prossimo a un qualche più o meno onorato ritiro del presidente autocrate ma anche vero padre della patria e liberatore dal Regno Unito, Robert Mugabe che accusa le sanzioni decretate contro Harare dal “colonialismo” della UE e dall’ “imperialismo” degli USA di tutti i guai economici che sta da decenni passando.   

●Dopo solo tre giorni da quando la Sierra Leone aveva tolto il blocco all’entrata e all’uscita nel paese a causa della minaccia dell’epidemia di Ebola, il governo ha sostituito il provvedimento con un decreto di quarantena per più del milione di abitanti dei distretti del nord di Port Loko e Bombali e del distretto meridionale di Moyamba. La decisione è stata presa appena prima dell’inizio dell’Assemblea nazionale delle Nazioni Unite proprio per discutere dell’Ebola che viene ora rilevato come un’emergenza sempre più minacciosa e non, come s’era detto, ben contenuta (Stratfor – Global Intelligence, 20.9.2014, Managing the Ebola Outbreak and Media Perception Come gestire l’epidemia di Ebola e la percezione che di essa danno i media http://www.stratfor.com/analysis/managing-ebola-outbreak-and-media-perception-disease#axzz3E9baL4fO; e Al Jazeera, 26.9.2014, Sierra Leone quarantines over one million La Sierra Leone mette in quarantena un milione di persone http://www.aljazeera.com/news/africa/2014/09/ sierra-leone-quarantines-over-one-million-ebola-2014925918528 25986.html).

● Una cura sperimentale ci sarebbe... ma potrebbe avere qualche effetto collaterale... E costa cara... (vignetta)

Ebola comincia con sintiomi di tipo                 

influenzale, poi con la febbre e con

un tremore furioso. E poi ti dissangui

fino a morire.

Ma in America, dicono, hanno scoperto, una

possibile cura. Perché non provarla, allora?

Ma è sperimentale! potrebbe anche fare un

po’ male...                         

Fonte: Bok©14creators.com,  9.2014

L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che, in questa ondata pandemica che ormai ha toccato praticamente tutti i paesi dell’Africa occidentale, nell’arco di poco più di sei mesi i morti sono stati un po’ più di 2.900 e migliaia le persone infettate. Il dr. Jackson Naimah, che  lavora per Medici Senza Frontiere a Monrovia, in Liberia, racconta che sono stati decine i pazienti morti alle porte della sua clinica per carenza pura e semplice di letti dove isolarli, di personale e di medicine con cui curarli o anche solo alleviare un po’ le loro sofferenze. Paura e disinformazione, diffuse per ignoranza o anche ad arte, sono spesso altrettanto se non addirittura più letali del virus stesso (Pittsburgh-Post Gazette, 28.9.2014, T. C. Smith, Ebola, the scorecard Il conteggio sull’ebola http://www.post-gazette.com/opinion/2014/09/28/Ebola-the-scorecard-epidemiologist-Tara-C-Smith/stories/201409280051).       

in America latina

●Mentre Marina Silva continua la corsa alle presidenziali arrivando ormai nei sondaggi alla pari con la presidente Dilma Roussef, il Brasile torna in recessione e per tutto il primo semestre del 2014, adesso a -0,6% dopo che nel primo trimestre era già sceso del -0,2. La ragione principale è stata un tuffo in basso profondo degli investimenti. Il governo ne aveva previsto a inizio anno una crescita dell’1,8%  che adesso però sembra proprio impossibile.

Guido Mantega, ministro dell’Economia nega che si tratti di recessione ma, secondo la definizione accettata comunemente dei due trimestri consecutivi di calo, di questo proprio si tratta e anzi è in tre degli ultimi quattro trimestri. Mentre ora, anche secondo gli analisti più vicini al governo, sarà difficile che nel 2015 il PIL possa salire anche solo dell’1%, non certo del 3 che a Brasilia presumevano.

Anche il mese di quasi ferie decretato a livello dei singoli Stati e dei municipi interessati per alleggerire la pressione sui trasporti pubblici durante i recenti mondiali di calcio, ha contribuito al calo di produzione e di PIL: secondo l’Ufficio studi della Banca Itaú, una delle principali in Brasile, anche nel terzo trimestre, per luglio, oltre che la metà di giugno ciò farà registrare una pesante caduta nella ricchezza prodotta almeno per la metà della percentuale persa di PIL.

Finora le imprese hanno cercato di non licenziare― non tanto per una legislazione del lavoro che, comunque, in questo paese lo rende un po’ più difficile che in paesi ad analoghi stadi di sviluppo, come gli altri BRICS, ma soprattutto perché la carenza relativa di manodopera professionalmente ben addestrata rende la cosa più costosa e complessa poi da rovesciare. E anche un mercato del lavoro piuttosto rigido – sia per una popolazione che cresce ma che anche invecchia più a lungo e per giovani che ormai studiano più a lungo anche qui – ha aiutato il reddito medio a far fronte all’inflazione che resta testardamente elevata.

La sostanza è che la disoccupazione resta, comunque, inchiodata appena al 4,9%. E, calcolando questo peraltro essenziale parametro, forse Mantega avrebbe anche ragione a negare che l’economia qui sia in recessione... comunque a sostenere che, per ora, qui non va poi tanto male (The Economist, 5.9.2014, Brazil’s recession – The Government shrugs off descent into recession― La recessione in Brasile Il governo fa spallucce alla discesa in recessione http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21615624-government-shrugs-brazils-descent-recession-).

La campagna presidenziale continua a correre sul filo del rasoio di un risultato che pare sicuro non si risolverà al primo turno e al secondo dipenderà dall’appeal dei protagonisti ma anche dal trasferimento dei voti dei candidati che ne saranno esclusi. La campagna è stata anche molto tesa, connotata come mai prima, dicono gli esperti, dal meccanismo della cosiddetta pubblicità negativa mirata ad attaccare anche solo demagogicamente il carattere, la personalità e i risultati politici della candidata avversaria.

E è anche sceso direttamente in campo l’ex presidente “Lula” ad appoggiare direttamente – anche con attacchi molto personali a Silva che l’hanno palesemente ferita (lei uscì dal suo secondo governo accusandolo di aver mollato la battaglia intrapresa insieme contro chi si andava mangiando l’Amazzonia e la foresta pluviale brasiliana) – Rousseff  che su sua designazione quattro anni fa gli è succeduta (The Economist, 26.9.2014, Presidential election – The battle for Brazil― Le elezioni  presidenziali – La battaglia per il Brasile http://www.economist.com/news/americas/21620190-days-go-first-round-race-too-close-call-battle-brazil).       

●La perdita massiccia di petrolio che nel 2010 ha inquinato il Golfo del Messico è costata alla compagnia Halliburton statunitense 1,1 miliardi di $ per i danni che ha comportato il suo aver mal “cementato” il pozzo sottomarino scavato dalla Deepwater Horizon, piattaforma semisommergibile di perforazione operata dalla BP. Il costo per ora è più oneroso di quello che un tribunale di New Orleans aveva imposto ala stessa BP, ma il giudice ha adesso sentenziato di aver trovato la stessa multinazionale “pesantemente negligente” e perciò gravemente colpevole condannandola a una pena per dolo di oltre 18 miliardi di $. Halliburton e la proprietaria della piattaforma, la Transocean, sono state dichiarate soltanto “negligenti” e per questo pagheranno di meno (The Economist, 5.9.2014).

 

CINA

●Dopo aver pubblicato gli ultimi dati su una produzione industriale che ad agosto ha toccato il livello più basso da sei anni (comunque sempre intorno al 7% in aumento) con investimenti diretti esteri al minimo da quattro anni, la Banca centrale ha fornito ai cinque principali istituti bancari del paese un finanziamento a interesse bassissimo di oltre 81 miliardi di $ (in yuan, 500 miliardi): con la clausola esplicita – un po’ come adesso la BCE con le banche di sua competenza – che li rimettano a disposizione di clienti e investitori a interessi anch’essi contenuti.

E, a questo punto, si fanno forti voci e indicazioni che la Banca popolare di Cina potrebbe adesso tagliare anche il tasso di sconto per spingere avanti PIL e produzione (The Economist, 19.9.2014, China’s economy – A test of will – After a sharp slowdown, stimulus is back on the agenda L’economia della Cina – Un test di volontà – Dopo un rallentamento accentuato, sull’agenda torna lo stimolo http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21618913-after-sharp-slowdown-stimulus-back-agenda-test-will).     

●Benny Tai, massimo animatore del movimento di Occupy Central, che già sbagliando nel nome occidentale che si era scelto per pubblicizzarsi in America (al posto del suo d’origine, Yu Ting) così lo aveva chiamato, pappagalleggiando in un contesto diverso ed estraneo quello americano di Occupy Wall Street e che per Hong Kong rivendicava autonomia decisionale su come eleggere le autorità locali, a partire dal sindaco della megalopoli autonoma ma cinese, nel voto del 2017 con regole ora “dettate” di fatto da Pechino e dalla legislazione pan-cinese, secondo cui le candidature devono essere presentate – come succede del resto per le liste in molti paesi anche occidentali o da un numero di maggiorenti― come in Francia o da una raccolta di firme autenticate― come da noi, per esempio, in Italia – mentre  gli Occupy chiedevano che chiunque potesse presentarsi an he singolarmente e senza alcun filtraggio...

... ora ammette che l’obiettivo di far cambiare le sue decisioni alla Cina è fallito e lo  ridimensiona a una crescita di “risveglio civile”, spostando a un giorno festivo – senza quindi disturbare commerci e affari – la grande manifestazione di strada che avrebbe voluto paralizzare il centro commerciale e economico di Hong Kong (South China Morning Post,/Hong Kong, 2.9.2014, Occupy Central’s strategy has failed and support is waning, Benny Tai admits in extraordinary interview― La strategia dell’Occupy Central [Hong Kong] è fallita e, ammette Benny Tai, in una straordinaria intervista, sta perdendo appoggi ▬ http://www.scmp.com/news/hong-kong/article/1583636/occupy-centrals-strategy-has-failed-and-support-waning-benny-tai).

E anche la reazione ufficiale del governo britannico alla decisione del parlamento cinese ne riconosce la legittimità, smentendo le aspettative gonfiate e sostanzialmente infondate degli attivisti pro-democrazia di trovare a Londra un sostegno: il trattato sino-britannico del ‘97 che, viene ricordato, ne riconosceva l’appartenenza alla Cina stabilendone alcune autonomie, riconosceva anche, però, che i meccanismi dell’autonomia sarebbero stati stabiliti dalla Cina e Londra, adesso, “riconoscendo che non c’è nessun modello elettorale perfetto, dichiara che l’importante è che il popolo di Hong Kong ora avrà una vera scelta e un interesse concreto all’esito delle elezioni”.

Va anche aggiunto che, pure se il Trattato avesse mai detto altrimenti, a Hong Kong Londra conta ancora parecchio ma non conta neanche un centesimo, ormai, di quanto pesi la Cina. Punto e basta. (New York Times, 5.9.2014, A. Wong, British Response to Election Limits Upsets Activists in Hong Kong La risposta britannica ai limiti [cioè alle regole, comunque pluralistiche, più all’occidentale di sicuro che alla cinese] posti al sistema elettorale inquieta gli attivisti di Hong Kong http://www.nytimes.com/2014/09/06/world/asia/british-response-to-election-limits-upsets-activists-in-hong-kong.html?_r=0).

●Il clima che oggi trovano le imprese straniere in Cina, secondo un rapporto della Camera di Commercio americana nel paese (China-U.S..com, 2.9.2014, U.S. companies say China subjectively en forcing laws Le imprese statunitensi affermano che la Cina applica la sua legislazione discriminandole http://www.sino-us.com/36/US-companies-say-China-subjectively-enforcing-laws.html), si è parecchio deteriorato. Dichiara, questo rapporto, che il 60% delle compagnie americane si sente “meno benvenuto”, dal 41% a fine 2013. La metà degli imprenditori statunitensi in Cina pensano di essere stati “attenzionati” nel corso delle recenti campagne anti-trust e anti-corruzione condotte nel paese.

Il capo del potente ufficio di regolazione cinese ha subito descritto la denuncia, “se tale si può definire, avanzata senza nomi e senza testimonianze, senza alcun fondamento” e invitato le imprese americane che la sottoscrivono a verificare – ha detto – la durezza “razzista” con cui in America ostacolano le imprese cinesi, accusandole sistematicamente anche di spionaggio industriale, con procedimenti che poi nel 90% dei casi alla fine vengono chiusi senza alcun risultato (The Economist, 5.9.2014).

●Come tra parentesi quasi, dopo che un mese fa è stato sfiorato l’incidente – di fatto: un aereo militare cinese e uno americano si sono praticamente toccati sulla costa cinese – ma, a chiusura della sua prima visita in Cina, la consigliera per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Susan B. Rice, si è sentita apertamente “consigliare” dal vice presidente della Commissione centrale militare della Repubblica popolare di Cina, gen. Fan Chanlgong di “diradare o, meglio, cancellare le operazioni di sorveglianza attiva in prossimità del territorio cinese” da parte degli aerei della Marina americana.

Sempre che non voglia accettare, ha fatto capire sornione ma chiaro il generale, analoga condotta cinese. Il fatto è che gli americani sono convinti ormai di avere acquisito questo loro diritto di ricognizione attiva, come lo chiamano in pentagonese, semplicemente perché loro sono l’America, e – sempre perché sono l’America – di non doverlo riconoscere ad altri. Per la Rice è stata una brutta sorpresa. Ma vedrete che la sfida continuerà (New York Times, 9.9.2014, J.Perlez, China Asks U.S. to End Close-Up  Military Surveillance La Cina chiede agli USA di smetterla con la sorveglianza militare ravvicinata del suo territorio http://www.nytimes.com/2014/09/10/world/asia/susan-rice-meets-with-chinese-general.html).

●Non è una prima assoluta – c’è stato l’intervento di un milione di soldati cinesi (con 180.000 morti stimati sul campo) in Corea all’inizio degli anni ’50 a respingere l’avanzata del gen. MacArthur che aveva oltrepassato e respinto l’invasione del Nord ma andando oltre il 38° parallelo, in territorio nord-coreano – ma nei decenni seguenti l’invio di truppe cinesi all’estero, in qualsiasi tipo di missione, è sempre rimasto assai contenuto. Ma, adesso, invierà – viene reso noto – un battaglione di 700 militari nel Sud Sudan per proteggere i campi petroliferi in cui Pechino ha ingenti investimenti. Saranno sotto il comando, però, di una missione di intervento e peace-making dell’ONU (The Economist,12.9.2014).

●Sul rapporto bilaterale tra Cina, India e altri paesi, vedi qui, sotto gli altri paesi in questione.

nel resto dell’Asia

●Subito a inizio settembre, i colloqui tra i due candidati alla presidenza dell’Afganistan, in corso durante il lavoro di riconteggio/verifica del voto nel ballottaggio delle elezioni presidenziali tenute ormai due mesi e mezzo fa, sono falliti. Secondo Mohammad Mohaqeq che, dopo una verifica regolare avrebbe dovuto essere il vice presidente eletto col nuovo presidente della Repubblica Abdullah Abdullah, tutto è saltato perché persiste restando invalicabile una visione diversa sui poteri.

Che, secondo la mediazione tra loro divisata dal mediatore americano, il segretario agli Esteri Kerry, si sarebbero dovuti dividere e alla quale erano sembrati – a lui così era sembrato, e così aveva detto al mondo – assentire (The Globe and Mail/Toronto, 1.9.2014, Hamid Shalizi e Sanjeev Miglani, Afghan talks on unity government collapse ▬  In Afganistan, falliscono i colloqui su un governo unitariohttp://www.the globeandmail.com/news/world/afghan-talks-on-unity-government-collapse/article20295686). E, arrivati a metà settembre, la Commissione elettorale che ha concluso i suoi lavori continua a non comunicarne il risultato e il paese resta in un limbo di potere che fa il gioco solo dei talebani.

In effetti, l’occidente, cioè l’America, ha sempre parlato di elezioni come se l’Afganistan fosse qualcosa di scontata sua competenza: gli afgani, era dato per certo qui, avrebbero votato secondo il  concetto loro, nostro, di libera elezione, senza affidarsi alle indicazioni di voto provenienti per ciascun afgano e per tutti – con eccezioni individuali – dalle direttive di clans e leaders tribali. Neanche, qui in America, a qualcuno dei diecimila esperti del tema che vi pullulano era venuto pensato che sarebbe ancora successo quanto sempre finora successo: che, in particolare nelle zone a maggioranza pashtun – la maggioranza etnica poi del paese – si riempissero fraudolentemente e sistematicamente nottetempo le urne con voti predesignati[5].

Alla fine, la Commissione annuncerà che ha vinto Ghani, perpetuando al vertice un potere pashtun che affiancherà quello dei talebani, essi stessi quasi tutti pashtun. Come sempre sono stati i pashtun ad aver qui in un modo o nell’altro governato per secoli. L’arrivo di una, diciamo, più moderna tecnologia, e del voto come forma di ratifica della democrazia, non hanno cambiato le fondamenta della cultura politica afgana. In un modo o nell’altro, sono sempre i pashtun qui che comandano.

La novità è che tagiki e anche parecchi uzbeki hanno comunque rischiato, puntando assai più dei pashtun su una democrazia di forma diversa, all’occidentale. Hanno scommesso e hanno perso. I pashtun si sono invece affidati alla cultura millenaria afgana di stampo tribale e, con essa, e il suo marchingegno di controllo, vinceranno ancora una volta. Ghani sarà presidente ma non perché abbia davvero raccolto più voti del suo antagonista. Sarà presidente perché ancora una volta lui e i pashtun hanno imbrogliato meglio e di più. E questa sarà la seconda volta che Abdullah vince e, insieme, che perde, coi giochi di prestigio pashtun consentiti e ratificati dagli americani.

Ma stavolta, e alla fine se non si trova un accordo tra i due, ci saranno proteste. Forti, diffuse e violente. In prospettiva, poi, un’altra presidenza pashtun dopo quella eterna e contenziosa e contraddittoria del designato dagli americani, e poi ad essi anche istituzionalmente ribelle, Hamid Karzai, potrebbe ora davvero assicurare il ritorno al potere dei talebani a Kabul. Il segnale semantico rivelatore saranno le due parole chiave – care poi anche, e soprattutto, ai padrini americani – inclusiveness e national unity – quando arriveranno dall’Arg― la cittadella,  il palazzo presidenziale di Kabul in mano ancora e sempre ai pashtun, rivolte ai pashtun talebani di Mullah Omar: un invito chiaro a negoziare e concordare un loro ritorno al potere.

Poi, anche se non è ancora chiaro cosa potrebbe significare, Ghani e Abdullah un accordo alla fine sembrano raggiungerlo. E, almeno per ora, lo stallo sembra superato... Il primo, il vincitore vero, si rassegna all’inevitabile vittoria formale del secondo che la Commissione elettorale ha certificato avere preso più voti ma rinunciando a pronunciarsi sulla loro legittimità e ottenendo in cambio di questa acquiescenza i poteri teorica mente effettivi di una specie di primo ministro. Ma, di fatto, forzando maledettamente e proprio buttando a mare la Costituzione che invece fondava un regime presidenziale.

L’accordo raggiunto tra i due ha previsto una strana formula di annuncio che non parla mai di chi ha vinto e chi ha perso e mai annuncia qual è stato il conteggio dei voti ma si limita a proclamare che alla Commissione risulta “eletto come presidente” il candidato Ashraf Ghani Ahmadzai “e annuncia ufficialmente la fine del processo elettorale”.

Certo, ora bisognerà vedere quanto dura... con una divisione di poteri che vedrà andare a Abdullah o a chi lui designerà le gestione dell’esecutivo nel giorno per giorno e al presidente quella strategica del paese... L’accordo così annulla e neanche dice qual è stato il risultato vero del ballottaggio, tende a incoraggiare e premiare la frode elettorale, mina la democrazia come principio facendo in modo che alla fine non conti proprio nella gestione effettiva del governo del paese. E – come  avevano accuratamente previsto e predetto proprio i talebani, e va ripetuto, demolisce il dettato della Costituzione cancellandone l’efficacia senza autorità né alcun precedente legale.

Ma, intanto, stavolta pare che il segretario di Stato americano – anche se alla cerimonia della firma dell’intesa al palazzo presidenziale, davanti a Karzai, è ostentatamente assente lo stesso ambasciatore americano, quasi a voler convincere qualcuno che la decisione sia stata solo degli afgani – sia riuscito a portare a casa sul serio, eccezionalmente, qualcosa... (New York Times, 20.9.2014, Rod Nordland, Afghan Presidential Rivals Finally Agree on Power-Sharing Deal― I rivali afgani per la presidenza finalmente si mettono  d’accordo [pare…] su una [non ben precisata] condivisine dei poteri http://www.nytimes.com/2014/ 09/21/world/asia/afghan-presidential-election.html?_r=0).

Però resta il fatto che, adesso, proclamato presidente, Ghani farà quello che vuole e solo una rivolta violenta, una guerra civile, lo potrà adesso costringere a rinunciare a una parte del suo potere. La crisi forse è stata tamponata. Ma non è sicuramente finita. Come ha scritto, ma in tutt’altro contesto, quello del conflitto israelo-palestinese, lo scrittore israeliano Amos Oz, anche qui la conclusione sembra quella tipica di una tragedia di Anton Čeckov dove alla fine “tutti sono delusi, frustrati, amareggiati: col cuore infranto ma... vivi”...

●Il meno soddisfatto di tutti, forse, è però il vecchio presidente uscente, Karzai, nel corso dell’ultima riunione del suo gabinetto. “L’America – dice confermando, anzi, riprendendo quanto aveva detto più volte: lui che, personalmente, è l’afgano che, in tutti i sensi, più ha guadagnato dal sostegno degli USA – non ha mai voluto la pace in Afganistan, perché ha sempre avuto agende sue e scopi propri. Se essa e il Pakistan avessero voluto e volessero la pace, essa in Afganistan sarebbe possibile”. Ma proprio adesso il suo successore, su questo punto pare proprio appoggiato dal candidato “perdente”, s’è di nuovo impegnato a dare retta a Washington sul negoziato coi talebani: non se ne farà probabilmente più niente.

James B. Cunningham, l’ambasciatore americano, risponde stizzito che si è trattato di un’ “uscita molto scortese” che “disonora le migliaia di caduti americani per la difesa dell’Afganistan”.  Molto risentito e niente diplomatico poi l’ambasciatore anche per la sottolineatura dell’aiuto, che Karzai descrive come “disinteressato”, dell’India al paese (sul miliardo di $) contro i più di 100 miliardi di assistenza economica degli USA e le altre decine di miliardi forniti dagli altri alleati NATO, “motivati” però, secondo lui, solo dai propri interessi con l’eccezione, ha aggiunto, dei tedeschi che  hanno svolto sempre e solo un ruolo di addestramento e mai di presenza armata e attiva sul campo (New York Times, 23.9.2014, Rod Nordland, In Farewell Speech, Karzai Lashes Out at American Agenda Nel suo discorso di addio, Karzai attacca duramente l’agenda degli americani http://www.nytimes.com/2014/09/24/world/asia/ hamid-karzai-afghanistan.html?_r=0).     

●Verso fine settembre i talebani, da una parte, pare che sospendano le operazioni militari che avevano rilanciato soprattutto e a tappeto nella provincia dell’Helmland continuando quelle già intraprese a giugno scorso. A luglio e in agosto, l’esercito nazionale afgano aveva contrattaccato recuperando ma poi, nella seconda parte di agosto e all’inizio di settembre perdendo ancora in larga parte molti dei distretti nelle città principali. Coi talebani che insisteranno ora che il sostegno aereo della NATO va, col ritiro in corso, diminuendo e si andrà progressivamente fermando.

Karzai sta tentando di sminuire la gravità della situazione di sicurezza, o piuttosto di insicurezza, nell’Helmland e altrove. Le cifre ufficiali dicono che solo nel distretto di Sangin da giugno ci sono stati più di mille morti. E attribuiscono le loro perdite proprio al non intervento dell’aviazione NATO che hanno chiesto con insistenza ma ormai non ottengono più che sporadicamente... Ma se la forze regolari afgane non possono controllare singoli distretti ed intere province senza l’appoggio aereo continuo della NATO, i talebani adesso, nel corso dell’anno prossimo, si prenderanno tutto il paese (NightWatch KGS, 7.9.2014, Taliban continues offensive strategy I talebani continuano a perseguire la loro strategia offensiva http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000190.aspx).

Ma i talebani, con la tecnica della goccia che dietro goccia scava e a lungo sgretola la lapide, quasi a celebrare a modo loro l’accordo precariamente raggiunto al vertice, assaltano a centinaia la provincia di Ghazni, subito a sud-ovest di Kabul, uccidendo più di cento tra soldati regolari e miliziani del regime e decapitando in pubblico più di dieci civili condannati dal loro tribunale islamico per eresdia (Reuters, 26.9.2014, Mustafa Andalib, Taliban storm Afgan district south-west of capital, 100 killed I talebani, facendo 100 morti, prendono d’assalto un distretto a sud-ovest della capitale http://in.reuters.com/article/ 014/09/26/afghanistan-attacks-idINL3N0RR2MA20140926).

Si è trattato di un attacco per respingere il quale le truppe governatve hanno dovuto far intervenire un’intera divisione di fanteria, col supporto determinante dell’aeronautica USA ancora presente e, dopo la cattura dei jihadisti sopravvissuti l’impiccagione-linciaggio pubblico di diversi talebani. L’operazione ha comunque alimentato, con quelle per l’Afganistan finora anomale decapitazioni,  timori diffusi che questi specifici gruppi di talebani siano poi collegati allo Stato Islamico.

Negli ultimi tempi, mentre il governo della provincia, informava l’agenzia ufficiale, confermava  di aver perso ogni contatto, citando il vice capo della polizia dell’area di Ghazni, con larga parte delle forze di sicurezza – esercito e polizia –, fonti diverse andavano informando che gli estremisti stavano reclutando attivamente militanti nell’area (Agenzia Khaama Press/Kabul, 25.9.2014: l’agenzia ufficiale del governo centrale – ma unica e sola a farlo – parla di Around 100 civilians brutally massacred in Ghazni province― Circa 100 civili brutalmente massacrati [come se ci fosse un modo soft e cortese, non brutale, poi,  di massacrare 100 civili...] nella provincia di Ghazni http://www.khaama.com/around-100-civilians-brutally-massacred-in-ghazni-province-6752).

All’inaugurazione della presidenza di Ashraf Ghani Ahmadzai, e alla presenza del suo nuovo e inedito (figura extra Costituzione che è stato necessario inventarsi per sbloccare l’impasse di un conteggio palesemente fasullo e palesemente però incorreggibile) primo ministro, Adbullah Abdullah, ilo vero vincitore che ha perso il discorso  inaugurale ha messo in chiaro che

• seguendo il tracciato voluto dal presidente uscente, Hamid Karzai, Kabul continuerà a perseguire colloqui di pace coi talebani; e

• abbandonando, invece, la via della rivendicazione su cui si era intestardito Karzai di una sovranità nazionale che sotto gli americani non ha senso e a cui si deve sempre rinunciare come condizione per averli sul proprio territorio, l’Afganistan realisticamente si rassegna a firmare il cosiddetto Status of Forces Agreement/SOFA― l’Accordo sullo stato delle Forze che sottrae ai tribunali afgani e concede agli americani la giurisdizione per il perseguimento di reati eventualmente compiuti dai loro militari in territorio afgano: tutti e qualsiasi essi siano. Con la rinuncia, dunque, anche formale alla sovranità nazionale[6].

E’ il collasso della sicurezza in Iraq dopo il ritiro dell’esercito americano che ha nei fatti obbligato anche l’Afganistan a tirare la lezione. Ghani e Abdullah su questo concordano riconoscendo che le forze afgane anche se di gran lunga superiori e meglio armate di quelle dei talebani non riescono a mantenere una sicurezza minimamente accettabile per il loro governo, soprattutto se fosse, come sarebbe, in assenza anche di copertura aerea. Anche gli attacchi a Kabul, se restano le truppe straniere, non costituiscono pare, per ora, un pericolo mortale per il regime. E’ un fatto che, per ora, tiene per così dire quasi a freno i talebani e rafforza il governo afgano. Ed è questo fatto che, per il momento, connota il cambio della guardia a Kabul.

Adesso l’accordo autorizza gli americani a restare alle condizioni che vogliono loro “fino a fine 2024 e oltre”: che, tradendo ogni impegno coi suoi elettori, garantisce la trasmissione al successore di Obama – quello che doveva mettere fine a tutte le guerre d’America – un’eredità di conflitti ormai senza fine (Guardian, 30.9.2014, S. Ackerman, New Afghanistan pact means America’s longest war will last until at least 2024 Il nuovo patto afgano vuol dire che la guerra più lunga d’America durerà almeno fino al 2024 http://www.theguardian.com/world/2014/sep/30/us-troops-afghanistan-2024-obama-bilateral-security-agreement).

●Il premier giapponese Shinzo Abe e quello indiano Narendra Modi hanno concordato a inizio mese di elevare lo status del rapporto bilaterale tra i due paesi a quella che hanno chiamato una “partnership strategica e globale”. Tokyo si è impegnata a investire 33,5 miliardi di $, 3,5 trilioni di yen, in fondi pubblici e privati per aiutare a finanziare lo sviluppo dell’India nel corso dei prossimi cinque anni, fino al 2015. I due governi accelereranno i negoziati bilaterali per un patto sul nucleare civile per consentire al Giappone di portare in India “tecnologia moderna legata al nucleare”. Non viene specificato, però, se  in campo esclusivamente civile...

Abe si è detto anche pronto a fornire supporto finanziario, tecnico e operativo per esportare in India il sistema ferroviario ad alta velocità, il treno-pallottola― lo Shinkansen che, da oltre sessant’anni, dalle Olimpiadi di Tokyo del 1964, collega Tokyo a Osaka, nel Sud del paese, a oltre una media di 250 Km. all’ora sui 515 della distanza globale con quattro fermate intermedie e la fama di essere ancora ben all’altezza di altre tecnologie più moderne e, in ogni caso, resta la tratta ferroviaria più frequentata e puntuale che esiste al mondo. Modi ha ora annunciato di voler costruire un tratto ad alta velocità, sui 320 Km. all’ora, fra Mumbai e Ahmedabad a 550 Km., dall’altra parte dell’India.

Sul piano della sicurezza – che dà una connotazione sicuramente e potenzialmente anche militare alla partnership globale – si è sviluppato un rapporto stabile tra i due paesi che promette adesso di rafforzarsi. L’India, in effetti, condivide col Giappone un chiaro interesse a “contenere” – come amano dire, sempre molto pieni di sicumera sulle proprie possibilità, gli strateghi americani – l’espansione cinese particolarmente sui mari circostanti la Cina... e il Giappone.

Si tratta di un rapporto reciproco che la Cina scruterà ora con grande attenzione specie alla luce della, diciamo, più estesa interpretazione che ormai il Giappone di Abe dà, tra qualche difficoltà e resistenza anche nelle classi dirigenti, alla linea di limitazione costituzionale all’autodifesa del ruolo delle sue Forze armate (Narendra Modi’s web site, 1.9.2014, Tokyo Declaration for India–Japan Special Strategic and Global Partnership Dichiarazione di Tokyo sulla partnership speciale strategica e globale tra India e Giappone http://www.narendramodi.in/tokyo-declaration-for-india-japan-special-strategic-and-global-partnership).

●In India si apre, forse..., con un annuncio di tipo nuovo e roboante – inusitato finora al personaggio – un capitolo nuovo e potenzialmente molto pericoloso. Ayman al-Zawahiri, il leader riconosciuto e erede, diciamo così, spirituale, di Osama bin-Laden, ha annunciato il 4 settembre la formazione di una branca indiana di al-Qaeda che alzerà la bandiera della jihad, dice, facendo radicare la legge islamica in tutto il subcontinente. E le autorità centrali di sicurezza indiane dichiarano subito lo stato di allerta generale. Gli Stati del Gujarat e del Kashmir, specificamente menzionati nel video di Zawahiri, sono messi in emergenza speciale anche se finora non si sono viste indicazioni di una presenza e di un’attività di al-Qaeda lì o altrove in India.

Il video, che un sito antiterrorismo dedicato di Washington, il SITEIntel, ha recuperato e provveduto a ridiffondere in giro per il mondo – a volte è davvero misteriose, no?, quelle che, se parlasse un cristiano, chiamerebbe le vie della provvidenza! – parla di rivitalizzare la voce del profeta come lui solo legittimamente la interpreta in Birmania, in Bangladesh e in buona parte dell’India stessa (SITEIntelGroup, 5.9.2014, A-Q Leader Incites for Jihad, Expresses Determination to Extend Fighting from Pakistan to Bangladesh, Burma, and India Il capo di A-Q incita alla jihad e annuncia la sua determinazione a estendere la lotta dal Pakistan al Bangladesh, alla Birmania e all’India https://news.siteintelgroup.com/Table/Jihadist-News).

Zawahiri sembra reagire così, o forse anche così, alla concorrenza che gli sta facendo più a ovest in Siria e in Iraq il califfato auto-proclamato con intenzioni poi dichiaratamente espansive da Abu Bakr al-Baghdadi, tenendo alta la tensione religiosa in una regione dove trucidare in massa la gente islamica da parte degli indù è appena dietro ogni possibile incidente stradale: e anche, ma meno spesso, viceversa. Dove, per esempio, l’ala principale del partito Bharatiya Janata― il Partito popolare hindù del premier, ha e anche vanta una storia coerente di negazione e repressione degli islamici.

La reazione indiana, ancora solo proclamata, ma immediata è stata la dichiarazione di uno stato speciale di allerta ed emergenza negli Stati della federazione a popolazione islamica predominante – Uttar Pradesh, West Bengal, Bihar, Gujarath e Maharashtra – e nello Jammu & Kashmir, dove sono di meno in numero assoluto ma in larga maggioranza i mussulmani (BBC, 4.9.2014, India on alert after ‘Indian al-Qaeda’ video L’India in allarme dopo il video di ‘al Qaeda in India’ http://www.bbc.com/news/world-asia-29058915).

●Il primo attacco della nuova branca di al-Qaeda per il Sud-Est asiatico non è stato, però, sferrato a un obiettivo indiano ma proprio al Pakistan, solo qualche giorno dopo l’annuncio. Asim Umar, il nuovo emiro di Al Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQSI― Qaidat al-Jihad fi’Shibhi al-Qarrat al-Hindiya), designato dal capo supremo, Ayman al-Zawahiri, il successore di bin-Laden, ha fatto postare dal portavoce Osama Mahmood sul web la rivendicazione dell’abbordaggio a una fregata pakistana di costruzione cinese F22P, della classe Zulfiqar―la Spada, 123 m. di lunghezza e sulle 3.000 tonn. di stazza, con un equipaggio di 170 uomini all’ancora nel porto militare di Karachi, ad opera – ha sostenuto – di una parte, comunque insufficiente ad impadronirsene, dell’equipaggio stesso con cui poi si riprometteva di lanciare missili contro una portaerei americana che era effettivamente in rada e poco distante.

Tre assalitori alla fine sono stati uccisi e sette catturati: abbastanza inetti – con un migliore addestramento avrebbero potuto anche riuscire a lanciare almeno un missile – il che non rende affatto la cosa meno leggera. E’ il punto significativo che questo attacco sottolinea: l’ambizione di questo nuovo gruppo figliato da al-Qaeda di mirare – almeno per ora anche andando a vuoto – con i missili Harpoon in dotazione alla fregata stessa al bersaglio grosso di una portaerei americana (Pakistan Defence, 15.9.2014, Al Qaeda claimed responsibility for Saturday night’s attack on a naval dockyard in Karachi― Al Qaeda rivendica la responsabilità dell’attacco di sabato notte in un cantiere navale di Karachi http://defence.pk/ threads/al-qaeda-has-claimed-responsibility-for-saturday-night%E2%80%99s-attack-on-a-naval-dockyard-in-kara chi.333580).   

●A inizio settembre, in Pakistan, intanto, si inasprisce la crisi politica. Tutti i comandanti militari più alti in grado si sono riuniti in un vertice presieduto dal generale Raheel Sharif, capo di stato maggior generale. Si sono lasciati con una dichiarazione solenne e resa pubblica di “sostegno alla democrazia e di preoccupazione seria per l’andamento delle crisi politica”. L’opposizione ha continuato la protesta di piazza e occupato, impedendone le trasmissioni, la Tv nazionale per qualche ora, fino all’intervento per una volta efficace delle forze di sicurezza.

Il presidente dello stesso partito di Imran Khan, che però è il capo del gruppo parlamentare della minoranza, Javed Hashmi, lo ha apertamente accusato di aver scatenato la piazza in combutta con l’esercito e con l’assenso tacito della Corte suprema per mantenere la pressione sulla maggioranza legittima di governo di Nawaz Sharif, lasciando decidere alla fine e mettendosi di fatto al servizio  delle Forze armate.

E’ lo stesso scenario usato nel 1996 nel golpe, con destituzione dell’allora premier Nawaz Sharif – lo stesso di adesso – da parte dell’allora capo dell’esercito generale Pervez Musharraf  che, in un secondo momento, da autonominato capo del governo si autoproclamò capo dello Stato e unico detentore del potere. Il fatto evidente ormai è che, se polizia e forze paramilitari di sicurezza non sono in grado di restaurare l’ordine civile e il governo Sharif non può affidarsi ai militari per mantenersi al potere, il primo ministro è politicamente, ancora una volta e per la seconda volta, defunto...

●In definitiva ormai, Nella vita politica del Pakistan, si è andata affermando una rara certezza che  Nawaz Sharif è spacciato, dalla combinazione – come tale, però, inusitata finora di una forza politica largamente minoritaria, come quella rappresentata dal populista e carismatico ex campione nazionale di cricket, Imran Khan, fattosi improvvisamente rampante anche perché fattosi improvvisamente alleato e connivente, con l’invece consueta insofferenza dei militari per le procedure della democrazia e il fatto che le decisioni finali in essa sono affidate a un potere civile non gerarchicamente definito,  ma delegato in qualche modo dalla volontà popolare.

Lo denuncia  Javed Hashmi, capo dello stesso partito di Khan che annuncia anche le sue dimissioni di protesta dal Majlis contro l’avventurismo dell’ala parlamentare che conduce irresponsabilmente la piazza (Guardian, 2.9.2014, Cyril Almeida, A rare certainty in Pakistani politics:― Nawaz Sharif is doomed ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/02/pakistani-politics-nawaz-sharif-imran-khan-army).

Così, adesso, alla ventiquattresima ora, Nawaz Sharif reagisce convocando una sessione d’emergenza dell’Assemblea nazionale, il parlamento dove,  contro una minoranza particolarmente rumorosa che vuole la sua defenestrazione e la reclama con migliaia di persone ammassate fuori del palazzo che ospita il Majlis― il parlamento in seduta congiunta.

Lì – anche se,  come s’è visto, con crepe ormai vistose tra le fila degli oppositori più scalmanati: che avevano annunciato, con Imran Khan e Tariq-ul-Qadri di schierare un milione di dimostranti ma non sono mai riusciti a farne scendere in piazza più di qualche migliaio – Sharif gode di una maggioranza sicura, appoggiata anche dall’opposizione del secondo partito del paese che, sul nodo del governo civile o subordinato ai militari – e pur con critiche aspre sulla sua condotta e sulle scelte iniziali di schierare al polizia contro una protesta che poi è degenerata anche per questo – praticamente all’unanimità lo sostiene.

Ma il nodo è che al solito qui – e non solo, a dire il vero, poi... – quel che conta più probabilmente è la maggioranza che al momento c’è non in parlamento né sulle piazze ma nelle caserme e tra i più alti gradi militari. Che il potere lo vogliono ma per default dei politici. Che poi, magari, come già in passato, faranno sbrigativamente saltare in aria, la primo ministro Benazir Bhutto, nel 2007 o, con apposito processo-farsa, impiccare il primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto, suo padre, nel 1979 (The Daily Mail/London, 2.9.2014, (A.P.), Pakistan lawmakers back premier amid mass protests I legislatori pakistani sostengono il premier nel bel mezzo delle proteste di massa http://www.dailymail.co.uk/wires/ap/article-2740431/Pakistan-lawmakers-premier-amid-mass-protests.html).

●Il governo però intanto, morto o moribondo che sia, ha designato, e ovviamente con l’accordo delle Forze armate, il nuovo capo dell’ISI, il Servizio Interservice di Intelligence che in passato ha attivamente operato e cospirato per abbattere più di un governo e anche adesso ha appoggiato per settimane il tentativo di abbatterlo appoggiando di fatto le dimostrazioni palesemente eversive del più piccolo dei partiti di opposizione e contro tutto il resto del parlamento.

Il ten. gen. Rizwan Akhtar ora nominato (New York Times, 22.9.2014, Salman Masood, Pakistani Military Names New Spy Agency Chief― Le Forze armate [in realtà il governo, d’accordo e forse anche su loro indicazione] del Pakistan designa il nuovo capo dello spionaggio [militare] http://www.nytimes.com/2014/09/23/world/asia/pakistani-military-names-new-spy-chief.html) è naturalmente vicino al capo delle Forze armate, gen. Raheel Sharif, a sua volta, tutto considerato  (ci sono state anche tensioni in passato, tra i due) abbastanza vicino al primo ministro Sharif (omonimo ma non suo parente) è in qualche modo “nuovo”, però, a lungo e in molti modi apertamente schierato contro tutta la gamma degli estremisti islamisti militanti del paese e l’ala stessa dell’ISI che finora li ha spesso sostenuti in funzione anti-governo afgano e, soprattutto, anti-indiana.

Acktar, in una sua vecchia dissertazione del 2008, quando frequentava da allievo il Collegio di guerra dell’Esercito americano, scriveva che la sfida strategica vera per il Pakistan è quella di “perseguire aggressivamente un avvicinamento con l’India” e anche – contenzioso anche adesso, ma allora, nel 2008, sotto il presidente dittatore militare Musharraf anche molto pericoloso che il ruolo delle Forze armate dovrebbe “limitarsi a garantire la sicurezza del paese contro aggressioni esterne e a condurre una guerra attiva contro il terrorismo” e non a governare il paese (USAWF Class of 2008, 19.3.2008, US-Pakistan Trust Deficit and the War on Terror Il deficit di fiducia tra USA e Pakistan e la guerra al terroreADA479028[1].pdf).

●Intanto, i disordini in corso a Islamabad e i dubbi sulla solidità del governo Sharif hanno portato il presidente cinese Xi Jinping  a posticipare la sua visita di Stato a Islamabad che prevedeva anche, lamenta il giovane ministro degli Esteri, Aizaz Ahmad Chaudry, la firma di accordi che per il suo paese valevano investimenti per 34 miliardi di $. Adesso si tratta di ricalendarizzare la visita “al più presto possibile”.

La decisione di Pechino in effetti rappresenta un serio contrattempo, e anche una pesante sconfitta, per il premier Nawaz Sharif in mezzo a dimostrazioni di piazza e alla minaccia neanche velata di un intervento militare che stanno rimettendo in questione – a parte le condizioni dure che, al solito, gli venivano imposte – la possibilità stessa di ottenere dal FMI l’apertura di credito che gli aveva richiesto, anche con urgenza (Bloomberg BusinessWeek, 6.9.2014, Xi Postpones £34 Billion Pakistan Trip Amid Protests In mezzo alle proteste, Xi pospone una visita da 34 miliardi di $ in Pakistan http://www.businessweek.com/ news/2014-09-06/xi-postpones-34-billion-pakistan-trip-amid-protests).

Ma, intanto, l’agenda di Xi Jinping che prevedeva dopo il Pakistan la visita ufficiale del capo dello Stato cinese anche in India, viene mantenuta, con Pechino che scarica sul caos di Islamabad tutta la responsabilità di quella tappa andata buca. E la visita ha luogo nello Stato del Gujarat, al nord-ovest dell’India, a New Delhi, dal 17 al 19 del mese, preceduta da tappe intermedie che in modo soft offrono alternative concrete a diversi paesi dell’area – allo Sri Lanka ad esempio – perché si ritrovino un po’ meno dipendenti dalla grande potenza indiana― ma una presenza condotta molto in punta di piedi e con grande savoir faire diplomatico...

Si tratta, in assoluto della prima visita di un capo di Stato o di governo cinese in India senza che sia preceduta da una in Pakistan da sempre alleato vicino a Pechino. E snobbare, o dare l’impressione di snobbare così Islamabad, rafforza l’idea che la politica estera perseguita da Xi è del tutto, non convenzionalmente, pragmatica. Del resto, già tre, quattro volte Xi Jinping s’era incontrato con la presidentessa sud-coreana Park Jeun-kye, ed è anche andato a incontrarla a Seul, prima di aver mai fatto visita a Pyongyang o di aver mai finora incontrato il presidente Kim Jong-un...

La politica estera di Xi appare fondata molto più che su amicizie storiche e parentele più o meno ideologiche su un’interpretazione degli interessi nazionali di sicurezza strettamente cinesi. La stampa indiana, che spesso copia il peggio del populismo d’accatto e del sensazionalismo di quella popolar-populista che da sempre copia, quella inglese, sbandiera i motivi di conflitto e di tensione tra New Delhi e Pechino (territoriali, concorrenzial-commerciali).

E non c’è dubbio che, se  i due paesi sono concorrenti sul piano strategico, Modi e Xi sembrano in grado e disposti a trattare l’uno con l’altro. E, per il momento, anche di aiutarsi l’un l’altro, senza rischiare necessariamente lo scontro. Entrambi disposti a rompere programmaticamente vecchi stereotipi e a lasciare a margine per una volta, ossessioni e gelosie pakistane (The Times of India, 18.9.2014,  A rousing welcome for Xi at Ahmedabad airport ― Un’accoglienza sorprendente per Xi all’aeroporto di  Ahmedabad [capitale dello Stato del Gujarat] http://timesofindia.indiatimes.com/india/A-rousing-welcome-for-Xi-at-Ahmedabad-airport/articleshow/42766447.cms).

●Nel corso del vertice, il primo ministro indiano e il presidente cinese hanno firmato 12 diversi memoranda di intesa. Tra gli altri, uno di natura del tutto nuova e in qualche modo sorprendente per lo sviluppo di una rotta ferroviaria diretta che faciliti i pellegrinaggi ai santuari del Tibet attraverso lo Stato federale indiano del Sikkim. Sono previsti, poi, grandi investimenti nelle ferrovie dello Stato indiano. E la Cina ha precisato l’intenzione di investire in India, nel corso del prossimo quinquennio, qqualcosa  come 5 miliardi, almeno, di $. Negli Stati dell’est del paese, la Cina investirà in una serie di cosiddetti parchi industriali, o zone speciali di sviluppo. E, a chiusura del vertice con Modi, Xi ha dichiarato che i due paesi “concordano e hanno obiettivi comuni di sviluppo e comuni filosofie sul come perseguirli”.

Un incontro tra alti esponenti dei due eserciti, tenuto a latere degli incontri politici, è stato anche tenuto per discutere quelle che gli indiani chiamano “continue intrusioni” in territorio rivendicato dall’India ai confini del suo Nord-Ovest con la Cina. Non si sono verificati progressi. I giornali indiani hanno denunciato, e i cinesi debitamente smentito, che Pechino è solito far avanzare coi suoi soldati anche gruppi di nomadi così forzando gli indiani a frenare le loro reazioni...

Però..., però poi si viene a sapere che proprio in coincidenza con la partenza di Xi in India le truppe cinesi hanno cominciato a ritirarsi dalla zona della base di Chumar, nell’est montuoso del Ladack, dove – dicono gli indiani – avevano sconfinato e si sono ritirati dalla loro parte della frontiera come sempre qui, sull’Himalaya, mai ben definita. Pechino sta cercando in modo piuttosto sistematico di riparare i rapporti tesi che ha nella regione del sud asiatico (Stratfor – Global Intelligence, 19.9.2014. Beijing takes a new approach to South Asia― Nuovo l’approccio di Pechino verso l’Asia meridionale http://www.stratfor. com/geopolitical-diary/beijing-takes-new-approach-south-asia).

Il presidente Xi aveva appena finito di ribadire che, secondo la parte cinese, ogni specifica controversia di tipo territoriale tra i due paesi vicini va trattata isolatamente dallo sviluppo di migliori relazioni di cooperazione, economiche e anche politiche tra i due paesi che, comunque, devono poter andare avanti. Sul punto non sembra aver trovato, però, grandi riscontri da parte indiana. Insomma, il vertice sino-indiano ha fatto passi avanti, importanti. Ma con sviluppi più limitati proprio sui punti più caldi del contenzioso (NightWatch KGS, 18.9.2014, The Sino-Indian summit conclusions, understandings and continued disagreement― Vertice sino-indiano: conclusioni, intese e disaccordi http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000201.aspx). Qui  tutto sembra come congelato. O, come s’è visto, quasi...

EUROPA

●Il presidente della BCE, Draghi, a conclusione della sessione di inizio settembre del Board della Banca centrale annuncia che, prendendo un po’ di sorpresa i mercati, stavolta la Banca ha tagliato  al minimo di sempre, allo 0,05% il tasso di riferimento principale, il tasso di sconto, per le banche che prendono in prestito danaro, portando in negativo del doppio di quello attuale, dal -0,1 al -0,2%,  il tasso di deposito delle singole banche europee rendendo per loro più oneroso il parcheggio dei loro depositi e sperando così di spingerle invece, finalmente, a prestarli a imprese e consumatori.

Ma pur svelando un piano iniziale e inatteso per comprare azioni e titoli di Stato “obbligazioni garantite” cioè, si ferma al di qua dell’impegno a dar inizio a un vero e proprio programma di cosiddette facilitazioni quantitative che potenzialmente la potrebbe coinvolgere nell’acquisto di porzioni di debito pubblico di uno Stato o dell’altro. Draghi ha detto che i 24 del Board della BCE non erano unanimi ma che la decisione è stata presa con una “confortevole maggioranza” tanto sul taglio del tasso di riferimento principale quanto sulla faccenda delle facilitazioni quantitative: dove però la decisione non è stata ancora possibile, anche se erano molti i governatori delle singole Banche centrali nazionali che spingevano in questo senso. Anche se non i tedeschi, sempre e  immarcescibilmente contrari...

Insomma, un rinvio, ma ormai forse a breve termine. Mentre già l’inatteso ribasso del tasso di sconto dell’eurozona porta la moneta unica al ribasso massimo sul dollaro da 14 mesi (1 € = $1,3036) aiutando l’export, e fa fare un balzo avanti a tutte le borse (Guardian, 4.9.2014, A. Monaghan, ECB cuts rates in surprise move to help boost flagging eurozone― La BCE taglia a sorpresa i tassi di sconto per rafforzare l’eurozona http://www.theguardian.com/business/2014/sep/04/ecb-cuts-rates-help-eurozone-economies; e ECB / BCE, Banca centrale europea/Francoforte, 4.9.2014, Dichiarazione introduttiva di Mario Draghi, presidente della BCE alla conferenza stampa del Board https://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140904.en.html).

Il fatto che Draghi ha osato l’inosabile, il no spernacchiante a Merkel e alla Bundesbank che hanno votato contro, ha caratterizzato questa sessione della BCE dimostrando che è possibile farlo: se uno trova il coraggio di farlo e non solo di dirlo. E non si limita a sparare sulla sua decisione (al solito: bum!) con 20 miliardi di € di tagli lineare ma trova, come si dice volgarmente, le p**le respingendo nei fatti, e non solo nei belati, gli ukase di una Commissione di guitti (nel senso tecnico del gergo teatrale di attore di basso livello: cattivi dilettanti e poco preparati, sempre con una recitazione sopra se non, spesso, fuori le righe. Una Commissione, tra l’altro, già moribonda che passa alle cronache come forse la peggiore sdraiata  tappeto sempre ai diktat dell’arcigna zia tedesca d’Europa...

E è anche, forse, come fa notare puntualmente Paul Krugman, una confessione di disperazione: che è qualcosa di buono, visto che la Banca – e chi la dirige anzitutto, lui fa notare – è pienamente cosciente della minaccia mortale che ormai la deflazione montante e sempre più dovunque costituisce  per l’economia dell’Unione (New York Times, 4.9.2014, P. Krugman, The Deflation Caucus―  Quelli che sono a favore della deflazione http://www.nytimes.com/2014/09/05/opinion/paul-krugman-the-deflation-caucus-html?_r=0#).

●Va fatto notare che il modo in cui il nuovo presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, lui stesso un conservatore proprio come Barroso ma di ben altra classe e savoir faire e anche capacità di comprendere quando – come adesso sarebbe necessario cambiare strada – ha condotto e concluso i negoziati per la composizione della Commissione mettendo prima la Mogherini al posto, quasi da lui subìto all’inizio, di vice-presidente e incaricata degli Affari Esteri e di Sicurezza dell’Unione, di tutti gli altri 27 membri.

E, poi, è arrivato alla designazione all’altro posto che conta di più di una strana équipe di Commissari che include certo il francese Moscovici, inviso a tedeschi e inglesi perché gode, anche immeritatamente dopotutto, della fama di quasi-anti-liberista― ma, poi, decide di metterlo per sicurezza e garanzia della Merkel sotto la leadership e “sorveglianza” informale ma effettiva e reale  come coordinatore di tutta di un altro dei vice-presidenti della Commissione.

Si tratta del finlandese neo-cons e monetarista di scuola austeriana – è Krugman che la chiama, e chiama i suoi adepti, così – che, confermato dal suo governo di destra Yjrki Katainen, si definisce un ortodosso rigorista classico e coordinerà il lavoro di tutti i commissari con portafogli economici. 

E il Commissario che, adesso, ha nominato a un posto economico assolutamente chiave,  quello che presiederà alla regolamentazione degli Affari finanziari nell’Unione garantendo che nulla si faccia per disturbare la libertà selvaggia soprattutto della City di Londra, è Lord Jonathan Hill di Oareford, antieuropeista mandato da Cameron a Bruxelles proprio per garantirsi l’intangibilità della cassaforte di casa...

●Insomma, noi diremmo che si comincia piuttosto male davvero... Il fatto è che Juncker si è contentato di assegnare gli incarichi in base al criterio della minor resistenza come metro fondamentale delle sue scelte,o se volete del far piacere un po’ a tutti e proprio dispiacere a nessuno.

Così per la prima volta, un presidente della Commissione si è inventato un mucchio di vice-presidenti abnorme, attribuendone diverse a paesi “piccoli” (Slovenia, Bulgaria, Lettonia), dando ai francesi il portafoglio dell’Economia che volevano col Commissario Moscovici – ma mettendolo sotto la supervisione del falco liberista finlandese Katainen (vice-presidente anche lui e, come gli altri vice, adesso con una specie di diritto concreto di veto sugli altri commissari) con la motivazione dichiarata che ha così deciso perché “la Francia comprende le politiche di crescita che l’Europa ha bisogno di implementare”...

...che presumibilmente si riferisce ai 300 miliardi di € dell’ “ambizioso pacchetto per lavoro, crescita e investimenti”, stanziati attraverso la BEI― la Banca europea degli investimenti e il bilancio europeo, che lui ha proposto al Consiglio e al parlamento. Ma che sarà, fatti bene i conti, di gran lunga inferiore a una cifra “ambiziosa” (100 miliardi di € all’anno per tre anni sono solo lo 0,8% del PIL dei paesi dell’Unione, calcolato a circa 12.000 miliardi).

E, poi, non sono proprio 300 miliardi di € da stanziare ma “fino a 300”, cioè anche meno, anche molto di meno: con la differenza che potrebbe essere colmata dalla partecipazione, quanto mai improbabile però, di “privati”. E la spesa di fondi che la BEI stessa nel passato ha stanziati ma non sono mai stati effettivamente ancora impiegati farebbe, forse, il totale (la Repubblica.it, Blog/Soldi e poteri, C. Clericetti, Renzi e i soldi di Juncker http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2014/07/17/renzi-e-i-miliardi-finti-di-juncker).

Poi, Juncker ha dato pure alla Gran Bretagna il portafoglio che voleva e all’ex ministro degli Esteri olandese Frans Timmermans il potere cruciale di applicare il principio di sussidiarietà, tagliando molte – dice – delle procedure burocratiche attualmente in vigore. E Regno Unito e Olanda da tempo si ripromettono di ridurre la burocrazia nell’Unione.

Interessante è che il portafoglio dell’Immigrazione sia stato dato alla Grecia uno dei paesi che in Europa oggi deve fare fronte a una forte ondata in arrivo di emigrazione forzata dal Medioriente e quello del portafoglio sulla politica digitale sia passato ala Germania, uno dei paesi d’Europa più preoccupati dei buchi che si vanno aprendo nel continente quanto al rispetto della privacy dei cittadini.

Ora, naturalmente, le nomine che lui ha proposto e il Consiglio ha accettato dovranno tutte passare al vaglio del parlamento europeo dove non è scontato che passeranno de plano e diversi candidati/e, comunque, faranno fatica (ricordate quando anni fa il parlamento bocciò il candidato di presentato da Berlusconi, Rocco Buttiglione?).

●Il 22 settembre a Berlino Angela Merkel incontra il primo ministro di Francia, appena confermato dal voto anche se in calo drammatico della sua Assemblea nazionale che aveva deciso di andare a presentare – da austeriano a austeriana – il suo caso per chiederle un po’ di pazienza sul deficit/PIL persistente del suo paese malgrado l’impegno che sta prodigando a ridurlo col taglio di spesa pubblica e l’alleggerimento della tassazione di impresa― cioè proprio le misure che lei predica al mondo per quanto siano autodistruttive.

Non ha alcun successo, naturalmente: lei ribadisce il Verbo, il suo. E, scordandosi che il suo paese ha più di una volta perseguito, in violazione delle regole europee, alle quali si appella un deficit/PIL sopra il 3%, continua – pur “apprezzando le ambiziose riforme di struttura” (stesse parole che ha usato con Renzi) – si mette a fare la predica al francese colpendolo nell’amor proprio di una grandeur largamente consunta provocandone una reazione comunque qualche po’ risentita (AF.-P.), 22.9.2014, French PM in Berlin pledges to push economic reforms Il PM francese a Berlino si impegna a accelerare le riforme economiche ▬ http://www.afp.com/en/news/french-pm-berlin-pledges-push-economic-reforms).    

Ma restano i fatti: testardi. Tutta l’Europa meridionale, ma anche diversi altri Stati dell’Unione ormai, incolpano una domanda tenuta volutamente bassissima per il diktat tedesco del persistere della crisi e Mario Draghi sta portando la stragrande maggioranza della BCE stessa, a convalidare l’idea che l’eurozona dovrebbe nel suo complesso allentare la propria politica fiscale garantendo così, di fatto e rapidamente, forse, l’aumento degli investimenti.

Non è chiaro, però, dove avrebbero luogo questi nuovi investimenti – molti auspicano proprio in Germania, che passa ormai da un lungo periodo di bassi tassi di investimento e contenuti costi del lavoro (senza aumenti, in sostanza) e che avrebbero anche il merito di alzare l’inflazione alleggerendo la pressione della competitività dell’export tedesco sul resto dell’Unione.

Ma Merkel e i suoi sono rigidamente contrari a facilitare più investimenti perché continuano a farsela sotto per la  paura di un’inflazione che pure non esiste― ma la sola alternativa che si intravvede – quella di una Banca centrale europea che acquisti come parte di una massiccia facilitazione quantitativa all’americana il debito sovrano periferico dei paesi del Sud europeo – per la Germania stessa è ancor più tabù. Così che, alla fine, ci si avvia alla scelta forzata del minor male. Cui potrebbe finire col dare il proprio singultante consenso. 

●Il presidente russo Putin ha detto, in un’intervista televisiva – cui poi ha fatto riferimento l’emittente, finanziata dalla CIA, Radio Free Europe – che per mettere fine al conflitto e alla rivolta in Ucraina orientale bisognerà “considerare” la possibilità di una qualche “statualità” per la regione dell’est a cavallo del bacino del Don. Ha, però, smentito di aver inteso indicare, pur utilizzando il termine russo con cui quella zona è nota, Novorossiya, alcuna soluzione... Dipende poi dalla ragionevolezza dei protagonisti trovare le forme (autonomia, federazione, altro) per la migliore soluzione che renda fruibile davvero una pace.

L’Europa, e specie l’Unione europea, ammonisce Putin – che stavolta sicuramente ha ragione – nel fare gli auguri alla nuova responsabile Esteri della UE, Mogherini, per “un buon lavoro di cui tutti avremo bisogno”, dovrebbe “vergognarsi” per il silenzio con cui ha coperto senza fiatare l’uso da parte del governo ucraino di bombardamenti sulle città e i villaggi dell’est del suo stesso paese... (Radio Free Europe, 31.8.2014, Putin Calls for Eastern Ukraine ‘Statehood’ Talks Putin chiede colloqui su una ‘statualità’ per l’Ucraina dell’est http://wwwrferl.org/content/putin-statehood-eastern-ukraine/26559197 .html).

Fa naturalmente gli auguri, Putin, anche al premier polacco, Tusk, notoriamente russofobo che diventa presidente del Consiglio europeo al posto di van Rompuy (ambedue, come nota seccamente Charlemagne, uno dei più acuti e abbastanza euroscettici osservatori di cose europee dell’Economist, 5.9.2014, “per ragioni che hanno poco a che fare con le sfide che l’Europa deve affrontare”: la sua crisi anzitutto, cioè  – Dance of powers Il ballo dei poteri http://www.economist.com/news/europe/21615618-debate-over-eus-top-jobs-has-little-do-europes-many-challenges-dance-powers).

Diverse crepe manifestate di recente, quanto a capacità e efficienza militare dell’esercito ucraino sul campo, hanno messo intanto sotto pressione il presidente Petro Poroshenko e il suo sbrindellato governo (Stratfor – Global Intelligence, 28.8.2014, Ukraine’s military efforts hampered by limited support Gli sforzi militari ucraini ostacolati da un sostegno che resta limitato [come, però e anche di più ovviamente, quello dei russi ai russofoni] ▬ http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/ukraines-military-efforts-hampered-limited-support#axzz3Bz HA1McU).

In effetti le forze leali a Kiev sono da mesi ormai all’attacco nel Donbass contro i ribelli, sostenuti e rafforzati da aiuti dei russi. Ma le forze armate ucraine sono assai carenti di un addestramento professionale che, dopo l’indipendenza del 1991, è stato largamente assente―  e è stato e resta, al momento, qualcosa che l’occidente nel suo complesso non s’è mostrato molto propenso ad offrire.

Reticenza assolutamente spiegabile e saggia, prudente – nell’ottica della contiguità geografica da cui non si può prescindere e della convivenza e collaborazione necessarie, economica e politica, di tutta l’Europa  coi russi – che, con le divisioni interne alle forze politiche ucraine dopo le forzature di febbraio scorso e il “golpe di piazza” che gli seguì con la defenestrazione del presidente comunque eletto e legittimo Yanukovich, ha fatto solo il gioco della strategia russa e di quella dell’est ucraino, avventatamente provocato così a spingersi con la Crimea alla secessione e all’unione con Mosca e, col resto, verso l’autonomia e il separatismo.

In queste ultimissime settimane diverse unità di regolari ucraini all’attacco nell’est non sono riuscite sempre a mantenere aperte le linee di rifornimento con Kiev, trovandosi anche accerchiate e perdendo l’accesso al suo sostegno logistico. Ma la gran parte delle forze armate di Kiev riescono sempre ad avere accesso ai rifornimenti necessari a combattere e il governo di Poroshenko sta cercando di procurarsi dall’occidente equipaggiamento militare moderno.

Che, però, intanto è molto costoso (e i soldi per pagarselo sono pressoché inesistenti...) perciò devono contentarsi del poco che gli regalano) e, poi, si tratta speso di un equipaggiamento molto sofisticato col quale non hanno consuetudine, e che quindi spesso utilizzano come possono, senza arrivare ai livelli di efficienza  delle forniture di materiale russo che arriva ai ribelli dell’est. Spesso vetusto, di seconda mandata ma non obsoleto, ben conosciuto dai ribelli e, in genere, efficace, efficiente e di uso quasi intuitivo, e niente affatto complesso come quello di tante tecnologie occidentali.

Il tipo di materiale che per funzionare non ha bisogno di un pezzo di ricambio da 50 centesimi di $ che deve essere importato, però, dal’America e intanto tiene fermo, per dire, un sistema antimissile da 10 milioni, ma  che invece basta aggiustare, come proverbialmente si dice, anche con una forcina per capelli. E pure usata, magari... (The New Atlantis, autunno 2006, The Paradox of Military Technology http://www.thenewatlantis.com/publications/the-paradox-of-military-technology).

E, poi, perfino uno come Obama che ormai tende, come si notava, a considerare ogni problema un chiodo e a attaccarlo sempre col martello, è stavolta carico di dubbi. Non gli va di sfruculiare troppo la Russia e Putin e, quando Poroshenko al Congresso americano, il 17, titillando la sua destra revanscista lancia un appello anche emotivo a ricevere dagli USA armamenti moderni e pesanti perché la guerra – dice – non si può fare ricevendo in aiuto “binocoli da visione notturna e coperte”, sa naturalmente che il presidente ucraino ha ragione. Ma sa anche meglio che lui la guerra con la Russia non anela a farla e che, alla fine della fiera, se la facesse l’Ucraina la guerra alla Russia, ne uscirebbe polverizzata...

Per cui declina l’invito a fornire a Kiev armamenti davvero letali per provarci. Annuncia, invece, la fornitura di un pacchetto di aiuti per 46 milioni di $ che include una strumentazione radar di preavviso su razzi in arrivo, autocarri, battelli da ricognizione, giubbotti anti-proiettile, equipaggiamento pesante del genio militare. E dopo averlo incontrato alla Casa Bianca, Poroshenko ha detto alla stampa e ai media che così gli va bene... Come se qualcuno potesse pensare che avrebbe potuto e voluto mai dire il contrario... (A.P.), 18.9.2014, Julie Pace e Deb Riechmann, Ukraine's pleas for lethal aid from US go unmet― Gli appelli dell’Ucraina agli USA per ottenerne aiuti militari letali non trovano risposta http://bigstory.ap.org/article/3625313d1b54411ea0753387ccbd36b2/obama-ukraine-president-meet-white-house ).       

●Intanto, la Francia – sotto la pressione degli alleati NATO, specie americani e adesso un po’ di più anche tedeschi – accenna il 3 settembre all’intenzione, non di più per ora, di ritardare – non di cancellare, come chiedevano gli americani – la consegna della prima delle sue due portaelicotteri Mistral già vendute ai russi almeno fino a novembre. Finora era stata riluttante a farlo – e lo resta – per un contratto che vale sugli 1,3 miliardi di €. Forse così spera di riuscire a evitare le sanzioni previste dal contratto per la mancata consegna... (le Figaro, 3.9.2014, La France suspend la livraison du premier Mistral à la Russie― La Francia sospende la [in realtà, a veder bene poi, decide di decidere, forse, la sospensione della] consegna del primo dei suoi Mistral alla Russia ▬ http://www.lemonde.fr/europe/article/2014/09/ 03/les-conditions-pour-la-livraison-du-premier-mistral-a-la-russie-pas-reunies_4481370_3214.htm).

●Da parte sua, il ministro degli Esteri russo ha tenuto a ribadire che il suo governo resta formalmente contrario all’entrata ventilata da parte ucraina del paese vicino nella NATO, richiamando gli Stati Uniti in particolare alla lettera e al senso dell’accordo intervenuto a suo tempo tra i due paesi sul nodo in questione, tra Gorbaciov e  Eltsin, da una parte, e Clinton e Bush,  dall’altra (Stratfor, 4.3.2014, Russia: Moscow Opposed To Ukraine Joining NATO La Russia si oppone all’adesione alla NATO dell’Ucraina http://www.stratfor.com/situation-report/russia-moscow-opposed-ukraine-joining-nato#axzz3 KogzhS).

●Lo slancio e il senso del movimento in avanti che, con l’entrata in azione di quelle che appaiono essere in effetti unità “di volontari” russi nell’Ucraina del sud-est, si è spostato di nuovo dalla parte dei ribelli russofoni e vede nella prima settimana di settembre, subito prima del vertice NATO di Cardiff (in realtà di Newport, nel Galles del Sud) obbligati a abbandonare l’aeroporto di Luhansk.

Poi, Putin raggiunge un accordo sulle de-escalation della retorica russo-ucraina col presidente Poroshenko che, dopo aver confermato sul suo sito l’accordo, sembra, però, avere difficoltà a far trangugiare la tregua sul campo e anche solo quella verbale a chi, come il primo ministero Yatsenyuk, era stato al contrario di lui parte integrante del golpe e della rivolta originaria contro l’ex presidente Yanukovich e sul suo futuro come uomo di Washington, non sul presidente arrivato al potere dopo e in modo di sicuro più “democratico”, aveva fondato la propria sopravvivenza politica.

Il testo dell’accordo viene precisato per ora solo sul sito web del Cremlino ma confermato “nelle linee generali” anche dalla presidenza a Kiev e, pur mancando ancora molti dettagli, è preciso, scandito in sette punti:

• al primo punto c’è il cessate il fuoco, effettivo e verificato, da parte di Kiev e dell’est ucraino;

• il rilascio di tutti i prigionieri, da entrambe le parti;

• l’apertura immediata di corridoi umanitari per i residenti delle aree separatiste;

• la riparazione/ricostruzione delle infrastrutture danneggiate o distrutte;

• il dispiegamento immediato di osservatori internazionali messi in grado di monitorare con efficacia il cessate il fuoco.

I separatisti hanno adesso dichiarato, subito dopo Putin, di non volere più l’indipendenza ma una qualche statualità, appunto l’autonomia dentro uno Stato federale ucraino. E il comportamento diverso, radicalmente, di Putin nei confronti di come si è comportato con i separatisti della Crimea la dice lunga. Dopo una breve fase iniziale, i russi non hanno mai in realtà incoraggiato la secessione del Donbass, o anche solo di Donetsk e Luhansk, con alcuna dichiarazione pubblica. Il loro aiuto non è stato mai sufficiente a consentir loro di andarsene davvero, ma è bastato a impedire agli ucraini di schiacciarli come avrebbero voluto.

Ah, sei tu! E con quale esercito?   (vignetta)

A Cardiff, l’annuncio: una forza di reazione NATO di 4.000 (quattromila!) militari...

Fonte: The Observer/Londra, Chris Riddell, 7.9.2014

Le dichiarazioni di Putin e l’accordo cui sembra proprio sia arrivato con Poroshenko il 3 settembre, proprio alla vigilia di Cardiff, confermano che la Russia non punta alla frammentazione ulteriore dell’Ucraina e preferisce vedervi una regione autonoma filo-russa che consenta a Mosca un accesso alla Crimea e a sbocchi portuali amici nella metà settentrionale della costa del mar Nero. Proprio l’afflusso, in questo momento, dei volontari russi sembra il segno che Putin vuole una soluzione della crisi prima dell’inverno. Il prezzo che dovrà pagare potrebbe giocarsi su un nuovo sconto al gas venduto all’Ucraina...

Forse al vertice di Cardiff si saranno un po’ rosi le unghie, brindando a champagne anche se non si capiva bene davvero a che cosa… Il fatto è che Putin fa tutto quello che fanno i suoi pari grado: mente, è cinico, fa il duro (la Repubblica, lunedì 1° settembre riporta, citando fonti non identificate, che avrebbe detto a Barroso per telefono di potersi prendere, se volesse, Kiev in due settimane; con lui che prima protesta, poi smentisce e minaccia di rendere pubblica, come rende noto l’ambasciatore russo alla UE Vladimir Chizhov   all’Agenzia RIA Novosti ( ▬ http://en.ria.ru/world/20140902/192572227/-Russias-EU-Envoy-Kremlin-Ready-to-Release-Re cording-of.html) la registrazione della telefonata per dimostrare che il presidente uscente della Commissione mentisce, ottenendone un’imbarazzata marcia indietro (citavo a memoria..., forse ho un po’ forzato..., forse ho capito male..., sapete la traduzione...: ma ci pensate a chi eravamo in mano!).

    Ma l’effetto, comunque, è raggiunto grazie alla bamboccionata del solito scriteriato Barroso: New York Times, 2.9.2014, Putin Reportedly Says Russia Coul ‘Take Kiev in Two Weeks’Putin, a quanto riferiscono, dice che la Russia ‘potrebbe prendersi Kiev  in due settimane’ http://www.nytimes.com/2014/09/ 03/world/europe/ukraine-crisis.html?_r=0).

Intanto, è riuscito, pur con le molte indicazioni – sempre annunciate ma mai documentalmente dimostrate (neanche dalla confuse e enigmatiche foto satellitari mostrate) – che la Russia avrebbe davvero mandato carri armati, artiglieria e truppe in Ucraina orientale a far sì che in occidente nessuno, neanche gli americani, abbia ufficialmente mai parlato di una vera e propria invasione dei russi. E’, questo, sicuramente un successo politico-diplomatico del presidente Putin, frustrante quanto pochi altri per chi gli si oppone, nell’offuscare in modo efficace il confine convenzionale tra la guerra e la pace. Non è la prima volta che avviene, naturalmente: l’invasione americana dell’isola di Grenada (1983) e di Panama (1989) riuscirono di fatto ad imporsi come fatto compiuto in maniera analoga anche se ancor meno “pulita” perché, certamente, meno spiegabile e “giustificata”.

Ma di fatto Putin pare proprio fare qualcosa di più che “interferire”. Forse non invaderà proprio, nel senso di conquistare e occupare, ma di certo aiuta direttamente i ribelli e se ne sbatte apertamente di sanzioni tanto mal congegnate, in effetti, da sembrar fare più male a chi le impone che a chi le subisce (Guardian, 29.8.2014, A. Roxburgh, No one knows what Putin’s up to, but sanctions are the West’s biggest mistake Nessuno sa cosa Putin davvero voglia, ma le sanzioni sono lo sbaglio maggiore dell’occidentehttp://www. theguardian.com/commentisfree/2014/aug/29/ukraine-putin-sanctions-west-biggest-mistake).

Lui sa che la NATO non farà la guerra per l’Ucraina, anche perché la NATO sa bene (perfino un crociato della NATO come Enrico Mentana, al TG-7 delle 20,30 del 2.9.2014, sente il bisogno di dire, per il secondo giorno di seguito, che qui “i torti non stanno tutti da un’unica parte”...) di aver “provocato” la Russia, di aver incoraggiato – e anche chiesto – all’Ucraina di provocare la Russia e che così – proprio così – hanno dato a Putin l’occasione di “intervenire” in Ucraina.

E su questo preciso crinale appare evidente, in effetti, all’interno dell’alleanza occidentale una divisione assai netta. Quella che separa chi, in particolare i tre piccoli Stati baltici, e la stessa Ucraina – che non è nella NATO ma vorrebbe disperatamente esserci – tende a definire il conflitto proprio come un’invasione (come altro si può chiamare una presenza illegale sul territorio di un altro paese, dopotutto?) e chi resiste a dire che le cose sono così chiare (anche se non lo riconoscerà mai ufficialmente, perché sa di avere la coscienza sporca o sa che contro il legittimo governo ucraino e contro le popolazioni russofone del paese sono state portate fior di provocazioni).

La lezione di fondo e valida dappertutto, dagli USA, alla Cina, alla Russia, e che l’Ucraina avrebbe potuto e dovuto imparare ad esempio dalla Finlandia è che i paesi di piccola stazza e dimensione contenuta con vicini grandi e possenti devono imparare a conviverci, per sopravvivere. La Finlandia, che è forse l’unico paese vicino all’URSS prima e alla Russia poi a non avere mai avuto particolari problemi territoriali con Mosca nel dopoguerra, ha saputo conviverci, senza doversi mai sottomettere mantenendo stile e modo di vita, costumi e democrazia all’occidentale perché sempre attenta a non tirare la coda irritando troppo l’orso che le dormiva a fianco (New York Times. 2.9.2014, R. Nyberg [ex ambasciatrice di Svezia in Russia e in Germania], Finland’s  lesson for Ukraine― La lezione della Finlandia per l’Ucrainahttp://www. nytimes.com/2014/09/03/opinion/finlands-lesson-for-ukraine.html?_r=0#).

Onestamente non sembrano esserci dubbi che, provocato dal golpe di febbraio e ingannato da Bruxelles e da Washington, Putin ha infranto la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina con  ottime ragioni. Ma l’America aveva decine di volte fatto lo stesso – e con ragioni molto più deboli – in America latina, con la dottrina Monroe a copertura delle sue tante vergogne e della sua “sfera di influenza”. E’ che sempre, in politica estera, ci sono stati nel mondo due pesi e due misure...

Ma il nodo ormai si pone un po’ dovunque in Europa. L’area di lingua e di cultura russa in Ucraina dell’est avrebbe avuto diritto  e avrebbe dovuto ottenere, dopo il golpe che ha rovesciato un governo sicuramente corrotto, come tanti altri, ma anche legittimamente eletto e proprio e soprattutto dai voti di quella regione del paese. E ormai il messaggio è alto e chiaro dovunque, in un’Europa sempre più inevitabilmente integrata: che le regioni dissidenti possono venir “acquetate” solo col riconoscere loro una maggiore autonomia: guardate al Kossovo, per credere, ai Paesi baschi, alla Scozia, alla stessa separazione consensuale tra Repubblica ceca e Slovacchia...

Del resto, che altro fare sul serio? Il coro cacofonico degli esperti è pressoché unanime: l’occidente che ingloberebbe un po’ tutto, dagli USA a Malta, “deve mostrarsi fermo... risoluto... insegnare alla Russia una lezione... far vedere a Putin chi scandisce i tempi e detta le mosse...”. Ci vogliono altre sanzioni, anche se mai sono state più controproducenti, aiuti per Kiev, sostegno all’Ucraina, altro sostegno ai paesi che con la Russia sono confinanti, più battaglioni NATO cosiddetti di reazione rapida e lì pre-dispiegati (l’idea cara all’inutile e forse inesistente Rasmussen)...

● In caso di emergenza, rompere il vetro e buttare via...  (vignetta)

(contiene Anders Fogh Rasmussen – il pomposo e tambureggiante segretario generale uscente della NATO)

Fonte: Guardian, Steve Bell, 4.9.2014

Ma tutti, poi, tutti – senza eccezione alcuna – alla fine della fiera aggiungono che “non possiamo certo sognarci di scendere in guerra” e che (Mogherini stessa, appena eletta come la chiamano Ms. PESC, lo dice dopo una qualche sceneggiata cui ha dovuto stare anche e proprio per essere eletta) e “una soluzione diplomatico-politica è comunque inevitabile”.

Perché, dal primo momento dello scontro, chiunque capisca anche solo un abbozzo di strategia, di tattica, di logistica, di rapporti di forza economici e militari – di politica, insomma, e non di ideologia o di vuoti patriottardismi – ha saputo che Putin non avrebbe mai potuto perdere e, soprattutto, che mai avrebbe consentito di perdere militarmente con l’Ucraina, la Russia avendo sempre e in qualsiasi momento la possibilità di rovesciare sul terreno la quantità di forze, militari economiche e anche politiche necessarie almeno per impedire quell’esito...

L’errore grave, il vero peccato mortale, dell’occidente, NATO e UE, è stato quello di aver promesso agli ucraini loro amici che sarebbero entrati in Europa e nella NATO illudendoli e giocando così dritto nelle mani di Putin e del suo unico, vero punto di forza: il sostegno reale che, in cambio magari di poco ma subito, dava e otteneva tra le popolazioni russe vicine ai confini (Guardian, 2.9.2014, S. Jenkins, While NATO swills champagne, it’s Putin who calls the shots― Mentre la NATO  sorseggia a champagne è Putin che prende le decisioni http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/02/nato-vladimir-putin-summit-ukraine).

Alla fine – come ha scritto uno studioso vicino alla scuola kissingeriana, Thomas Graham, docente della Georgetown University[7] la Russia ha a cuore quanto succede in Ucraina molto più di quanto mai faccia l’occidente per ragioni che salterebbero agli occhi di chiunque abbia speso anche solo dieci minuti a studiare di storia russa e ucraina (New York Times, 3.9.2014, Anatol Lieven, A Way Out for Ukraine Una via d’uscita per l’Ucraina che poi è, secondo l’A., “la possibilità di una soluzione politica e può solo consistere di uno status speciale autonomo per la regione del Donbass all’interno dell’Ucraina http://www.nytimes.com/2014/09/04/opinion/a-way-out-for-kiev-and-moscow.html?_r=0). Eh, già... ma ci volevano miliardi di € di distruzione e più di 2.000 morti per arrivarci... se poi ci si riesce...

●La strategia inesistente con cui l’America viene approcciando il nodo Ucraina – faccia ingrugnata, strida un po’ roboanti e... poi? – è tutta riassunta nell’immagine e nelle parole iniziali con cui Obama, andato a discutere, forse, ma sicuramente a dare la linea, come si dice, sulla pace o/e la guerra in Europa, apre la sua conferenza stampa (alle 16:51 di venerdì 5 settembre (Guardian, 5.9.2014, NATO Summit, Cardiff, A. Sparrow, Live blog http://www.theguardian.com/politics/blog/live/2014/sep/ 05/nato-summit-in-wales-politics-live-blog)...

Parole di prammatica ma proprio senza alcun senso: “per me è un grande onore essere il primo presidente in carica a visitare il Galles”― che se, per caso, un reporter meno ossequiente e un po’ più intraprendente degli altri, gli avesse chiesto, cortesemente come è giusto fare ma una volta tanto un po’ a bruciapelo, “scusi, signor presidente, ma esattamente perché è un grande onore?”, sarebbe probabilmente caduto dal podio.

Intanto, a Minsk,Ucraina e territori ucraini dell’est raggiungono l’accordocancellando ogni peso e rendendo obsoleta che avrebbe potuto forse avere il vertice NATO e rendendo del tutto inutili, o quasi, le sue decisioni (Cardiff ha deciso, in buona sostanza, solo di dar vita quando sarà possibile, alla divisata – da Rasmussen – forza di intervento speciale NATO di forse 4.000 soldati capaci alla bisogna di confrontare i russi― che, ovviamente, a casa loro o alle porte di casa loro, se vogliono, sono in grado di schierarne 40.000 o 400.000: e il buon Mentana nostrano trova il modo di intitolare il suo pistolotto di introduzione al suo TG delle 20:30 del 5 settembre, parlando di “dura reazione (sic!) della NATO contro Putin”... anche se poi riconosce che lui e Poroshenko hanno scavalcato del tutto la NATO.

Loro, chi è sul terreno e dunque conta, e con la mediazione non certo di Obama – e di Barroso ancor meno – ma proprio di Putin― essenziale, anche se piuttosto sgradita al governo traballante e ora a breve definitivamente affossato di Kiev, ma valutato dal presidente per quel che era invece, “essenziale”, rinviandone solo l’esecutività formale, il suo mi-si-rizzi di primo ministro, quello del golpe di febbraio.

Un accordo per ora di principio ma che comincia a essere  subito operativo che potrebbe finalmente – potrebbe... – trasformarsi in un duraturo cessate il fuoco supervisionato dal terzo garante, come dicevamo non la NATO o la UE ma l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa di cui tutti i contendenti sul campo fanno parte per aprire il necessario, e speriamo anche sufficiente, dialogo politico a ricucire almeno gli sbreghi peggiori prodotti dalla prepotenza dei russi, dall’avventurismo super-nazionalista ucraino e dalle provocazioni, dalle forzature, dalle illusorie promesse di USA, NATO e UE ... proprio come volevasi dimostrare (v. il link citato nel blog del Guardian appena sopra indicato).

Un accordo, reputano molti analisti, di ogni parte, che stavolta potrebbe – potrebbe... ma il diavolo si annida come sempre anche qui nei dettagli... – davvero tenere vista la differenza principale che c’è con quelli precedenti: che, come dice chiaro e tondo la valutazione che ne fa uno degli analisti più accreditati del NYT (NYT, 5.9.2014, Neil MacFarquahar, Ukraine Deal Imposes Truce Putin DevisedL’accordo raggiunto per l’Ucraina impone la tregua disegnata da Putin http://www.nytimes.com/2014/09/06/ world/europe/ukraine-cease-fire.html), non è stato solo appoggiato ma proprio stilato da Vladimir Putin.

E se il cessate il fuoco resterà in vigore lo determineranno probabilmente i negoziati sul futuro politico dell’Ucraina del sud-est. Il cessate il fuoco è stato concordato dopo due settimane di controffesiva ribelle appoggiata, secondo gli ucraini, da truppe, carri e artiglieria russi o, secondo i russi, di alcuni loro “volontari” che sono riusciti a ricacciare indietro la maggior parte dell’avanzata nel frattempo condotta dalle truppe regolari di Kiev. In ogni caso, nel testo dell’accordo che al momento ha messo fine al conflitto, non c’è alcuna menzione della rimozione di questa presenza.

Il piano formale, in 14 punti, include riferimenti al cessate il fuoco come tale, ad alcune misure pratiche che portano al ritorno di un livello di controllo governativo sulla regione del Donbass e ad alcuni accenni a cambiamenti politici nel futuro a venire per la governance di quella regione, secondo il resoconto sommario che ne fa l’agenzia nazionale governativa ucraina di informazione. L’accordo riporta quasi parola per parola, in effetti, la proposta di tregua che a giugno scorso aveva avanzato il presidente ucraino Petro Poroshenko ma con contributi dovuti alla penna di Vladimir Putin sui quali lui ha concordato.

Certo, i separatisti hanno chiesto che le forze regolari ucraine si ritirino completamente dalla regione: richiesta senza alcuna possibilità di essere accolta; come, del resto, quella contraria che le milizie abbandonino i loro armamenti. Per il futuro l’accordo dice che il potere sarà “decentralizzato” e la lingua russa “protetta”: e proprio il tentativo degli estremisti di destra del parlamento post-golpe di mettere fuori legge l’uso del russo come lingua legale nell’est del paese era stato un fattore cruciale nello scatenamento della rivolta.

Poroshenko ha tenuto a congratularsi dell’accordo in una dichiarazione che ha postato sul suo sito ufficiale (Sito web della presidenza ucraina, dichiarazione del presidente Poroshenko sulla cessazione del fuoco, 5.9.2014, 16:10  ▬ http://www.president.gov.ua/en), alla quale pare aver a lungo resistito, senza successo, il premier ormai uscente, riconoscendo apertamente l’importanza che ha avuto in proposito il piano in sette punti, contributo riconosce cruciale e personale del presidente Putin.

E ha detto apertamente che l’ostacolo principale alla trasformazione del cessate il fuoco raggiunto in stabilizzazione permanente del rapporto tra Russia e Ucraina e tra est del paese e Kiev è che i primi vogliono una federalizzazione che includa anche il diritto di ogni regione a condurre, o a influire in modo decisivo, sui propri rapporti con l’estero e lui invece offre solo un decentralizzazione. Se si spingesse oltre, del resto, sa che dovrebbe affrontare il colpo di coda dei revanscisti e estremisti di ogni destra che a Kiev resta ancora al potere.

●Sembra, però, subito interrompersi la tregua. Le parti si accusano a vicenda di averla violata in particolare nella città portuale di Mariupol bombardata nella seconda notte di cessate il fuoco, anche se poi tutti sembrano preoccuparsi di dire che la tregua non è morta... Subito, a Bruxelles, i più papisti, come si dice del papa, partono in tromba. Il 7, immediatamente, gli esponenti dei vari paesi che a Bruxelles in assenza dei rispettivi ministri formano il consiglio dei rappresentanti permanenti decidono – oddio! decidono: lo diranno a Roma, a Parigi, a Londra, a Berlino e a... Cipro e, poi, aspetteranno.

Ora includeranno altre restrizioni al credito e altri divieti all’export in aggiunta alla proibizione di visti per viaggiare in occidente (se poi mai lo volessero...) e del blocco dei depositi che avessero da noi lasciato in banca (ma, certo, se li hanno lasciati qui, se lo meritano..., gollonzi che sono!). Le nuove sanzioni dovrebbero essere mirate a Gazprom Bank e a Gazprom Neft, ma non toccheranno Gazprom come tale (hai visto che si dovessero davvero incavolare e ci chiudessero in parte, come dicono i polacchi che stanno facendo con loro, i rubinetti del gas.

A latere, si affretta a dare il suo sì alle misure il premier britannico David Cameron impegnandosi a far funzionare le sanzioni – dice – anche se poi il cessate il fuoco dovesse tenere davvero (Stratfor, 7.9.2014, Russia: Europe Votes To Expand Sanctions Russia: l’Europa vota per espandere le sanzionihttp://www. stratfor.com/situation-report/russia-europe-votes-expand-sanctions#axzz3CebIxucQ).

O, per dirla meglio su come è andata anche se senza proprio proclamarlo, intanto decidono davvero di incrementare le sanzioni ma, per il momento, anche... di non applicarle (New York Times, 8.9.2014, A. Higgins, Brushing Off Threats, E.U. Votes to Toughen Its Sanctions on Russia― Ignorando [ma davvero? i bugiardi...]  le minacce [di ritorsioni], la UE vota per indurire le sue sanzioni contro la Russia [non oggi, però: domani...] http:// www.nytimes.com/2014/09/09/world/europe/ukraine-russia-crimea-mariupol-poroshenko.html). Poi, rendendosi forse conto del rischio di far sghignazzare un po’ tutti, dalle Montagne Rocciose agli Urali, contrordine compari, decidono di farle subito invece  scattare. Ma, come bisogna obbligatoriamente per serietà arrivare a concludere – sempre fatto salvo Gazprom – si capisce – staremo a vedere...  

Intanto, Kiev proclama con Yatsenyuk, il premier falco che sta ancora al vertice anche se non ha ottenuto la fiducia e emette a raffica, spalleggiato dal dipartimento di Stato – la Victoria Nuland, quella del vaf**nculo all’Europa ma anche da quelli stessi che a Bruxelles lei aveva mandato, appunto, af**anculo – sproloqui tonitruanti tesi palesemente a sabotare qualsiasi accordo politico che il presidente Poroshenko conduce intanto con Putin.

Yatsenyuk è andato anche dicendo – ma si è subito scoperto che, come spesso capita ai falchi ucraini, millantava soltanto – che al vertice di Cardiff era stato deciso di fornire armamenti dai paesi NATO al suo esercito. Ma nessuno (nessuno: dagli USA alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania...) conferma e tutti, anzi, smentiscono... E, come contentino, l’Unione europea annuncia poi di annunciare l’inizio dell’implementazione dell’accordo preliminare non di adesione ma di associazione, di carattere economico e commerciale, col governo ucraino. E il messaggio è lo stesso: non vi vogliamo, almeno per ora dentro, a pieno, con noi... Vi promettiamo tutto e di più per stare con noi e non con la Russia. Ma non possiamo e non vogliamo portarvi, dentro, adesso.

E, intanto, il parlamento ucraino vota insieme – contro il desiderio espresso del premier ma secondo l’altrettanto esplicito e contrastante auspicio del presidente della Repubblica – sia la ratifica del cosiddetto, e più che altro scandito sempre e ancora al futuro, trattato di associazione alla UE, sia l’autonomia e l’auto-governo alle regioni di Luhansk e di Donetsk nel Donbass, riconosce la lingua russa e il suo utilizzo anche ufficiale in quelle regioni, riconosce loro il diritto di creare forze autonome di sicurezza e di “perseguire localmente i loro rapporti internazionali” (che vuol dire esattamente, nessuno lo sa...).

Sono tutti punti cui teneva Putin e che adesso, nero su bianco, riconosciuti con la destra nazionalista e iper-occidental/americana, dalla maggioranza del parlamento di Kiev (Deutsche Welle, 16.9,.2014, Ukraine approves special status for rebel-held east― L’Ucraina approva uno lo status speciale per le are dell’est in mano ai ribelli ▬ http://www.dw.de/ukraine-approves-special-status-for-rebel-held-east/a-17924099).

Invece sul primo punto, il trattato di associazione, Putin in una lettera inviata al collega ucraino Poroshenko chiede con insistenza all’Ucraina di non applicare le misure commerciali dell’accordo di associazione con l’Unione europea. E Putin aggiunge essere “convinzione del governo russo che solo un aggiustamento sistematizzato dell’accordo di associazione che prenda in conto l’intera gamma dei rischi per i legami economici russo-ucraini per l’intera economia russa che possa consentirle di mantenere gli scambi e la cooperazione economica tra la Federazione russa e l’Ucraina”. Se non fosse così, bisognerà sapere che ci saranno conseguenze serie nei rapporti tra i due paesi (Yahoo! News, 23.9.2014, Reuters, Robin Enmott, Putin warns Ukraine against implementing EU deal Putin ammonisce l’Ucraina contro l’applicazione dell’accordo con la UE http://news.yahoo.com/putin-warns-ukraine-against-implementing-eu-deal-letter-155456222--finance.html).

Non risponde, come è scontato, il presidente ucraino: almeno pubblicamente… Ma avvisa che l’intenzione del suo paese, adesso, è – secondo quella che chiama “la sua visione”: infatti, è proprio un visionario… – quella di chiedere una piena adesione per l’Ucraina alla UE nel... 2020. Anche lui, in definitiva, è uno di quei leaders che si danno da fare più con gli impegni – sempre copiosi e sovrabbondanti – che con l’effettiva realizzazione delle cose promesse. Poroshenko parlava davanti a un congresso di giuristi e di giudici di un altro pacchetto di riforme – ben una sessantina – necessarie  e tutte da fare in progress – specie di camici di costrizione economico-finanziaria che nessuno crede, né qui né nell’Unione europea, mai riusciranno a venire (Agenzia ITAR-Tass, 25.9.2014, Poroshenko: Ukraine to apply for EU membership in 2020 Poroshenko: l’Ucraina chiederà di entrare come paese membro dell’Unione europea nel [...] 2020 http://en.itar-tass.com/world/751193).

●Intanto, il 20 settembre, a Minsk, in Bielorussia, l’ambasciatore russo a Kiev, Mikhail Zurabov, la signora Heidi Tagliavini, svizzera e rappresentante dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l’ex presidente ucraino (1994-2005) Leonid Kuchma per Kiev e una rappresentanza dei ribelli dell’Est ucraino, hanno consolidato, cercando di dargli più corpo e sostanza un nuovo accordo di cessate il fuoco.

Di veramente nuovo, esso prevede la creazione di una zona di interposizione di 30 km. presidiata dall’OSCE, attraverso il ritiro di 15 km. dal confine dell’artiglieria delle due parti e la sospensione su tutta la zona di confine contesa tra Kiev e Donbass di ogni sorvolo aereo. E’ anche vietata la deposizione in tutta la zona, e da entrambe le parti, di nuovi campi minati. Il negoziato poi – viene unanimemente deciso – dovrà subito riprendere anche sul piano politico-diplomatico della ricerca di una soluzione globale per la richiesta di autonomia – quanto estesa? quanto limitata? – dei territori russofoni sud-orientali.

Ma bisogna riconoscere che non è certo un caso se questa parte del dossier non è stata finora affrontata nell’incontro di Minsk... (Guardian, 20.9.2014, Ukraine negotiators agree to buffer zone to separate warring partners I negoziatori sull’Ucraina concordano su una zona cuscinetto di separazione delle parti in guerra http://www.theguardian.com/world/2014/sep/20/ukraine-negotiators-agree-buffer-zone). Il negoziato poi  – viene unanimemente deciso – dovrà adesso riprendere subito anche sul piano politico-diplomatico della ricerca di una soluzione globale.

●Con l’istinto sottile e scaltro che talvolta lo contraddistingue, specie in questioni di politica estera – e noi non possiamo fare a meno di riconoscerglielo, anche se ci fa  come si dice un po’ senso doverglielo riconoscere! – Berlusconi manifesta il proprio radicale dissenso dal piatto allineamento costruito contro la Russia sull’Ucraina dagli Stati Uniti. Segnala come sia “ridicolo e irresponsabile quel che sta facendo la NATO, inseguendo gli USA e tirandosi indietro a strascico anche l’Europa”.

Tutti sapevano, perché dovevano saperlo – era il loro mestiere saperlo, ucraini e americani per primi – che la Russia “non poteva non difendere e abbandonare a se stesse le popolazioni di lingua e cultura russa” dell’Ucraina orientale. Riassunto, forse, anche un tantino semplicistico ma sostanzialmente – politicamente, storicamente – tutto considerato corretto... (Il fatto, 7.9.2014, La NATO è irresponsabile con la Russia http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/07/crisi-ucraina-silvio-berlusconi-nato-e-irresponsabile-con-la-russia/1113073).

E’ quanto dicono, in buona sintesi, in una lettera aperta al NYT tre ex ambasciatori americani a Mosca, gente di mestiere, non politicanti o nominati per aver regalato al candidato presidente qualche decina di milioni di $, come di frequente qui accade, per la campagna elettorale comprandosi così cash un posto non solo di grande prestigio ma anche cruciale per i rapporti tra le superpotenze e, dunque, per la pace nel mondo.

Scrivono Jack F. Matlock, Jr. (1987-2001), Thomas R. Pickering (1993-1996) e James F. Collins (1997-2001: ambasciatori  americani che hanno coperto per quindici anni gli USA al Cremlino, con Putin con Eltsin e anche con Gorbaciov – che (New York Times, 8.9.2014, Give Diplomacy With Russia a Chance― Bisogna dare un’opportunità alla diplomazia con la Russia http://www.nytimes.com/2014/09/09/opinion/ give-diplomacy-with-russia-a-chance.html) “è arrivata l’ora di re-impegnare davvero la leadership americana in un serio sforzo diplomatico per” arrivare a normalizzare il problema. Basta, cioè, con le prediche, basta con le minacce, basta con le sanzioni e le contro-sanzioni...

Noi tre abbiamo visto in prima fila l’alto prezzo pagato quando si interruppero rapporti e dialogo tra Washington e Mosca, come alla fine dell’era sovietica, quando si sforzarono di prevenire l’indipendenza dei paesi baltici, all’epoca del Kossovo e dell’insurrezione in Chechnia― non lo dicono qui – l’hanno già detto altrove – forse anche perché non spetta loro: ma rapporti e dialogo si interruppero per le forzature di Clinton e di Bush Jr. che pretendevano e riuscirono a ignorare quanto essi stessi avevano concordato con Gorbaciov e Eltsin sull’Europa, la NATO e i limiti delle rispettive aree di influenza.

Ogni volta in cui si produsse questa rottura, poi abbiamo dovuto pagare alti costi per la pace e la sicurezza sia degli USA che della Russia che dei loro alleati. E’ l’esperienza a convincerci che una diplomazia creativa, disciplinata e seria – e dal  contesto è lampante da che parte, secondo questa lettera aperta, essa manchi davvero – fornisca l’unico percorso che ci porta ad uscire da crisi distruttive e dall’affidarci alla violenza e al confronto conflittuale... Per ora, e fortunatamente, pare che tenga, in sostanza, l’accordo di cessate il fuoco – negoziato tra Vladimir Putin e Petro Poroshenko – anche se ci sono molte ragioni per trattare con cautela questa apertura. Ma è un’occasione che non dovremmo permettersi di lasciaci scappare...

Ridare vigore alla diplomazia americana-russa sarà una vera sfida. Gli effetti negativi della crisi ucraina sono parte integrante di un più vasto declino dei rapporti reciproci in questi ultimi anni... Ulteriori sanzioni, aumentate pressioni militari e l’escalation sul campo di battaglia non potranno mai arrivare, in sé, a definire una via d’uscita da questa crisi. Solo l’utilizzo pieno dell’arte della diplomazia, d’altra parte, può seriamente aiutare Poroshenko ad approfittare di nuove aperture per definire i rapporti coi vicini del suo paese, a restaurare la sovranità dell’Ucraina e a mettere fine una volta per tutte allo spargimento di sangue.

Sanzioni e altri sfori cosiddetti punitivi di escalation della pressione politica e militare, l’affidarsi a un’azione unilaterale senza il necessario accompagnamento diplomatico, garantirebbero solo altra, continua sofferenza al popolo ucraino― che è fatto di ovest ma, anche, di est del paese... In definitiva, è giunto il momento per gli USA di rimettere in campo tutte le carte diplomatiche di cui dispone, anche il nuovo ambasciatore – da poco, dopo un irresponsabile quasi distratto vuoto pericoloso ora nominato a Mosca – per riattivare una capacità di iniziativa diplomatica sulla questione ucraina e indirizzare i rapporti degli USA con la Russia su un percorso più produttivo”.

●In Polonia, nel frattempo, pare sia stato deciso che a succedere al primo ministro Tusk diventato presidente del Consiglio europeo sia la signora Ewa Kopacz, presidente della Dieta, il parlamento. Dovrà subito fare i conti con elezioni municipali quasi immediate e, al massimo l’anno prossimo, se nel frattempo tiene, anche quelle politiche. La sua Piattaforma Civica, partito di governo, ha subito un forte calo di popolarità anche per lo scandalo che ha colpito suoi eminenti esponenti registrati di nascosto mentre si scambiavano pesanti apprezzamenti su alleati e avversari (The Economist, 5.9.2014).

In effetti, poi, il 16 del mese il presidente Komorowski designa Kopascz come primo ministro. E il 27 settembre il Sejm― il parlamento dovrà ora votare la fiducia (The Warsaw Voice, 16.9.2014, Parliamentary speaker Ewa Kopacz appointed Poland’s Prime Minister― La presidente del parlamento Ewa Kopacz designata come primo ministro polacco ▬ http://www.warsawvoice.pl/WVpage/pages/article.php/29486/news).

●Sul paese intanto si affacciano anche nubi qualche po´procellose, dopo che per mesi ha spronato in ogni modo senza sosta la UE alle sanzioni anti-russe. Il suo ente di Stato che compra ed importa nafta e gas, il Polskie Górnictwo Naftowe i Gazownictwo SA/PGNiG, rende noto, a fine della prima settimana di settembre, che Gazprom – che produce e esporta il gas russo mentre il PNGiG, quello che  consuma soltanto e può solo importare – ha cominciato a ridurre nel periodo detto più o meno  il 20% del flusso.

Si assicura così, denuncia – molto probabilmente a ragione – l’ente di Stato ucraino, Ukrtransgaz, soprattutto di ridurre le quantità di combustibile che Varsavia potrebbe decidere di cedere a Kiev contrastando gli effetti del blocco russo (l’Ucraina ormai importa solo il gas che paga sull’unghia, aveva accumulato un debito colossale con Gazprom che, nel clima attuale, “non fa più regali” né prezzi di favore. Pare che, in sé, la cessione di gas a terzi con un simile meccanismo che chiamano di reverse flow/flusso alla rovescia, sia cosa legittima. Come è legittima, però, in base agli obblighi  contrattuali anche la riduzione delle quantità che il fornitore deve trasferire al cliente.

Succede naturalmente quando, in quest’area del continente europeo, si va verso l’autunno e sta sopravvenendo il tempo del Grande Gelo (Guardian, 10.9.2014, Reuters, Russia’s Gazprom ‘limiting gas supplies to Poland’ La russa Gazprom sta ‘limitando i rifornimenti di gas alla Polonia’ http://www.theguardian.com/ world/2014/sep/10/russia-gazprom-gas-supplies-down-poland-ukraine). Ma, certo, se uno continua a non pagare o rompe troppo gli zibedei a chi ha il coltello dalla parte del manico...  E, infatti, alla fine, dopo qualche giorno – che, però, pare aver costretto la PGNiG a garantire, pubblicamente anche se non si è capito bene come ai russi, che da parte sua non ci sarà alcun “reverse flow” per l’Ucraina – i rubinetti si riaprono a pieno regime. Ma l’idea, intanto, è passata...

E quando, adesso, il ministro polacco dell’Economia, Janusz Piechocinski, informa (The Warsaw Voice, 12.9.2014, Gazprom vows to meet Poland’s gas delivery  demands Gazprom si impegna a rispondere alle richieste polacche di fornitura di gas [ma...] ▬ http://www.warsawvoice.pl/WVpage/pages/article.php/29456/news) che il flusso è tornato alla normalità, dice il vero. Ma non è in grado di garantire al paese che l’incremento richiesto a Gazprom sarà accordato― e tanto meno al prezzo del contratto in vigore perché si tratta di una nuova richiesta tutta da negoziare.

E, soprattutto che, per avere un riscontro positivo, Varsavia dovrebbe dare garanzie certe che non trasferirebbe comunque il gas a chi non ha oggi ulteriori accessi alla produzione russa perché – come assicura Aleksej Borisovič Miller, presidente del CdA – “Gazprom rispetterà scrupolosamente gli accordi contrattuali esistenti” e, se non verranno “bilateralmente” concordate le variazioni contrattuali necessarie, non fornirà “a nessuno neanche un m3 di gas in più”.

(Tra parentesi, è quello che adesso si è impegnato a fare il  governo ungherese, rispettando la lettera dell’accordo contrattuale che ha stipulato con Gazprom (Guardian, 26.9.2014, Hungary suspends gas supplies to Ukraine under pressure from Moscow― L’Ungheria, sotto la pressione di Mosca, sospende i rifornimenti di gas all’Ucraina http://www.theguardian.com/world/2014/sep/26/hungary-suspends-gas-supplies-ukraine-pressure-moscow).

L’ente magiaro di Stato, FGSZ, riprendendo le dichiarazioni ufficiali del PM Victor Orbán ha ribadito che il paese non si potrebbe permettere neanche se volesse di mettere a rischio le forniture di cui ha bisogno nel prossimo futuro e, perciò, “si atterrà rigorosamente agli accordi che ha direttamente stipulato con Gazprom”. Naftogaz, l’ente statale ucraino, reagisce flebilmente denunciando che la decisione dell’Ucraina di dismettere la fornitura a rovescio “è contraria ai princìpi cardine della UE sul suo mercato unico energetico”. Dimentica, però, Naftogaz, che:

• quei princìpi chiave non sono ancora per niente una politica energetica unica, che infatti proprio non esiste, tanto è vero che ogni singolo paese europeo dalla Germania a Malta si fa la sua politica energetica bilateralmente con i diversi fornitori che trova: e soprattutto proprio coi russi;

• del resto, una politica energetica comune esiste ed è sempre esistita, di fatto, soltanto nelle fantasie di falsa onnipotenza – visto che mai le sue decisioni e proposte sono contate una cippa – del Commissario tedesco Günther Öttinger che, adesso, la sua protettrice Merkel ha almeno accettato di lasciar spostare al presidente Juncker al portafoglio sull’economia digitale..., l’uomo che è stato probabilmente il più deleterio in assoluto di tutti i vecchi Commissari, forse più addirittura delol stesso frolloccone capo, Barroso).

●Comunque, poi, verso fine settembre Öttinger dice di aver messo insieme – per l’ennesima volta – Gazprom per i russi e Naftogaz per gli ucraini sui termini di un nuovo accordo che potrebbe venire sottoscritto da entrambe le parti; dice che Mosca e Kiev potrebbero approvarlo in una settimana... se regge, cioè se Kiev secondo la nuova intesa paga a Mosca 3,1 miliardi $ cash a fronte del conto finora insoluto in due rate già fissate e, comunque, entro la fine dell’anno.

In cambio, Gazprom assicurerebbe la consegna a Naftogaz di almeno 5 miliardi di m3 di gas da ottobre 2014 al marzo prossimo al prezzo concordato – anche dagli ucraini adesso: ma già fissato e rifiutato ben sei mesi fa, a dire il vero – di $ 385 per 1.000 m3  da pagare comunque in contanti prima della consegna (New York Times, 26.9.2014, Melissa Eddy e Alison Smale, Deal Reached to Provide Ukraine with Russian Gas Raggiunto un accordo [ma chi si fida?] per fornire all’Ucraina il gas russo [se prima paga buona parte del debito e,  in futuro, tutto in contanti...] ▬ http://www.nytimes.com/2014/09/27/world/europe/russia-ukraine-gazprom-deal.html ).     

Insomma, pare il solito millantare proprio di Öttinger, che è già fuori causa ma non si rassegna al tramonto da zar dell’energia d’Europa, come amava chiamarsi senza disporre però di un € o di un3 di gas. Ma i fatti duri e crudi dicono che Kiev consuma ogni anno una 50na di miliardi di m3 di gas di cui ne produce sì e no una ventina avendone immagazzinati in riserva una cifra tenuta segreta ma ben nota agli esperti di non oltre 16 miliardi di m3

●Chiusa qui la parentesi, intanto in Polonia sconquassi, anche nell’assetto del nuovo gabinetto. La premier rimpiazza, infatti, il vecchio, navigatissimo, presenzialista, poliglotta e russofobo ministro degli Esteri, Radek Sikorsky, discendente del generale ed ex primo ministro polacco Władysław Sikorski, che resse il paese su posizioni fermamente antinaziste ma anche ostili a Stalin durante la seconda guerra mondiale fino alla sua scomparsa nel 1943 in un misterioso disastro aereo.

Sikorsky viene ora promosso, col classico ut amoveatur perchè possibile forte concorrente alla stessa premiership, al suo vecchio posto di presidente del parlamento e al dicastero degli Esteri viene ora piazzato un apparatchick di partito che di politica internazionale mai si era interessato e ha provato anche a resistere a una nomina per la quale non si considera affatto indicato, Grzegorz Schetyna. Uno che in teoria potrebbe, però, anche segnalare a Mosca una disponibilità diversa da quella  sempre osteggiata da Sikorski nella ricerca di un compromesso sensato, mutuamente accettabile e non più basato sull’ostilità storicamente ancestrale ma anche potenzialmente deleteria nei e per i rapporti col grande vicino dell’Est (The Economist, 19.9.2014, Poland’s new Foreign Minister – Party hardy Il nuovo ministro degli Esteri polacco – Un uomo duro del partito [di governo] ▬ http://www.economist.com/ blogs/easternapproach es/2014/09/polands-new-foreign-minister). 

●Deleteria per la Polonia, che dipende per otre il 70% dalle importazioni di gas e petrolio russo. Ma è l’Europa tutta, a oriente come a occidente, che i combustibili di Mosca condizionano permettendole di impiparsene della stupidaggine di sanzioni certamente più dannose per noi che per loro― tra l’altro, i rubinetti del gas alternativo proveniente dalla Libia, col caos che la guerra per eliminare Gheddafi, si sono ormai chiusi mentre alla Russia il mercato cinese offre ormai sbocchi che le permettono di mandarci al limite a quel paese con le nostre patetiche minacce di non comprarle più il gas. I dati che qui sotto riproduciamo li abbiamo tratti dall’EUROSTAT e dalla percentuale di energia russa che pesa sul totale importato da ogni paese.

In ordine di dipendenza maggiore dai combustibili (gas e petrolio) importati dalla Russia sul totale dell’energia che gli europei della UE importano sono:

1. Slovacchia: 98%; 2. Lituania: 92%; 3. Polonia: 91%; 4. Bulgaria: 90%; 5. Ungheria: 86%; 6. Finlandia: 76%; 7. Polonia: 73%; 8. Lettonia: 72%; 9. Estonia: 69%; 10. Romania: 47%; 11. Svezia : 46%; 12. Grecia: 40%; 13. Olanda: 34%; 14. Croazia: 35%; 15. Germania: 30%; 16. Belgio: 30%; 17. Italia: 28%; 18. Slovenia: 24%; 19. Francia: 17%; 20. Spagna: 14%; 21. Gran Bretagna: 13%; 22. Portogallo: 10%; 23. Danimarca: 10%; 24. Austria: 9%; 25. Cipro: 3%; 26. Malta: 2%; 27. Irlanda: 1%; quanto al Lussemburgo, il ventottesimo membro della UE che dalla Russia importa combustibile per quantità irrilevanti, non è “classificato” (New York Times, 21.3.2014, agg. a 2.9.2014 ▬ http://www.nytimes.com/interactive/ 2014/03/21/world/europe/how-much-europe-depends-on-russian-energy.html; e EUROSTAT, Russia-EU, All Basic Statistical Indicators, dal 12.2011▬ http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Russia-EU_-_basic_statistical_indicators; per gli ultimissimi dati disponibili da EUROSTAT Further Eurostat information, Main tables and Database).

●Forse ormai è arrivato anche il momento di tirare qualche conclusione, almeno provvisoria, sull’esito del conflitto ucraino, militare e politico. Ora che sembra davvero avviato anch’esso a  concludersi: come si diceva, almeno temporaneamente. Ha perso l’occidente – coloro che hanno preteso di parlare per l’occidente: Stati Uniti e Unione europea e, con loro, ha perso Kiev che aveva voluto ascoltare le loro incerte sirene – e hanno vinto i russi e i protetti dai russi

Dunque, e ormai pare alla fine, hanno vinto sul campo i filo-russi e perso le forze regolari ucraine. I fatti sono stati spesso oscurati dalle contrapposte propagande di guerra, l’essenziale è stato colto perfino sotto la coltre soffocante delle bugie di comodo. Partendo dalla situazione antecedente al conflitto,  col referendum dei mesi scorsi, la Crimea passa alla Russia, che fa sentire il peso della sua forza militare scacciandone le truppe ucraine senza sparare praticamente un colpo. Dopodiché sono state le province russofone del Donbass a tenere i loro referenda per l’indipendenza. Volevano in seguito aderire anche alla Federazione russa, che però preferisce una strategia gradualistica e di guerra a bassa intensità.

All’inizio di giugno scatta così l’operazione “antiterrorista” del governo ucraino. Con l’inizio delle attività belliche il 4 giugno, Poroshenko appena eletto presidente a parziale sanatoria del golpe di destra finanziato e politicamente sostenuto anche dall’America e dall’Unione europea avventurosamente  contro il legittimo, anche se magari da molti avversato governo Yanukovich, presume e proclama di volere e poter riconquistare in un mese e poco più di tempo il Donbass, regione strategica per l’Ucraina specialmente dal punto di vista economico trattandosi a tutt’oggi di un notevole bacino carbonifero, le cui risorse sono indispensabili alla dissestata economia del paese.

Un mese  perché dai tempi della seconda guerra mondiale si sa che il tempo dei combattimenti in quella regione del mondo è solo l’estate. Già in ottobre, infatti, le truppe di terra restano inevitabilmente impantanate. Poroshenko sa che l’offensiva deve chiuderla al più presto, dell’arrivo delle piogge e del generale inverno. Ha anche, poi, il vantaggio di contare sull’impreparazione dei filorussi e di una forza militare di gran lunga superiore a quella male armata, male organizzata e improvvisata dei filo-russi, una fora regolare comprendente almeno, dicono alla NATO,  800.000 unità.

Ma è proprio questo calcolo ad essere la tomba militare dell’iniziativa di Poroshenko. Le forze armate ucraine spingono sull’acceleratore nel corso del mese di giugno e nella prima metà di luglio con tutti i giornali occidentali, gli italiani mai in seconda fila, ad annunciare che la guerra sta per finire perché gli ucraini ormai stanno per accerchiare e prendere Donetsk e Lugansk. Dopo lo strano intermezzo dell’abbattimento del volo malaisiano, i combattimenti riprendono furiosi ma sono i filorussi a passare alla controffensiva respingendo le forze di Kiev. Cos’è successo e cosa i media, specie quelli nostrani, non ci hanno spiegato o voluto spiegare?

Il punto culminante in cui, per dirla alla Clausewitz, come in ogni guerra si rovesciano i rapporti di forza – per restare in zona, la battaglia di Stalingrado nella seconda guerra mondiale – qui è stato nella scoperta che malgrado fossero largamente preponderanti le forze regolari ucraine non erano affatto né così numerose né tanto ben armate quanto diceva la propaganda, la loro e quella che da noi la andava supportando. 40 mila soldati al massimo, per una regione tanto vasta e motivata allo scontento come il Donbass e, poi, con centinaia e centinaia di chilometri di distanza dai centri del comando regolare ucraino.

Per cui l’occidente ha premuto su Kiev, sul suo premier creato dal golpe, perché scatenasse i suoi irregolari fascisti e neo-nazisti, le forze paramilitari di Svoboda Libertà e Pravyi Sektor Settore Destro, che nessuno dal governo centrale è in grado di controllare e governare, per riconquistare comunque il Donbass: proprio come aveva fatto Milosevic in Serbia per tenersi legate a forza le altre nazionalità jugoslave. Le forze irregolari serbe di Arkan scorrazzavano selvagge per la Croazia e la Bosnia tra il ’92 e il ’95 e quel fatto, allora come ora, attestava delle grandi difficoltà in cuu versava l’esercito regolare.

Neanche il monopolio aereo dell’Ucraina ha loro consentito di arrivare oltre le porte della città assediate dell’est ucraino, Donetsk e Luhansk, che così per settimane hanno solo martellato con l’artiglieria. E a tutto questo va aggiunto lo stato comatoso di un’economia come quella ucraina che dipende in tutto, non solo militarmente, dall’aiuto esterno e si rivolge addirittura alla Russia perché le fornisca, malgrado il debito accumulato e che resta insoluto, di avere con pagamento posticipato anche il nuovo gas che le serve e non può pagare.

La forze dei filo-russi, della zona vasta che Putin chiama Novarossya, erano certo militarmente anche più deboli di quelle regolari e non hanno un aereo che è uno, ma hanno vantaggi di posizione consolidati: 

• giocano in “casa”;

• non hanno nulla da perdere giacché per loro una riconquista ucraina significava ormai solo repressione, oppressione e perdita di ogni libertà;

• fanno la guerra ma su un fronte per loro più compatto;

• sono appena al di là della linea di rifornimento rappresentata dal confine russo;

• e, per questo motivo, possono fare un turnover più frequente e più rapido delle loro truppe, perché da quanto poi si è capito, i filo-russi venivano mandati aldilà del confine a riposare per poi rientrare a combattere, in questo modo riuscendo spesso anche ad avere la meglio su forze superiori ma anche più stanche;

• in altri termini, perché avevano dietro le spalle, subito dietro le spalle, un apparato economico e bellico di rifornimento come quello russo: e convinto a sostenerle in modo calibrato e sufficiente a farle prevalere.

I russi poi sono anche qua e là scesi in campo a dare una mano. Ma sempre scrupolosamente attenti a mimetizzarsi e in numeri tanto calibrati da bastare a fronteggiare più o meno “paritariamente” i regolari ucraini, riuscendo di fatto sempre a contenerne le velleità più offensive e ad evitare l’accusa di un’ “aggressione” diretta all’Ucraina che neanche gli USA hanno mai in effetti osato avanzare nelle forme dovute e non propagandisticamente soltanto, anche se specie il loro house boy prediletto, il premier ucraino Yatsenyuk, glielo ha ripetutamente richiesto...

Ecco perché Poroshenko appena ha potuto ha chiuso un accordo di tregua militare e cessazione delle ostilità che di fatto prende atto della sconfitta militare contro la volontà del premier e, di riflesso, anche la sconfitta politica. Ed ecco come, a questa soluzione ormai manca solo il sigillo ultimo della estromissione dal governo di Arseniy Petrovych Yatsenyuk, il giovane e scalpitante estremista incapace di fare i conti con la realtà oltre che con le sue ambizioni personali e patriottardi che.

La lezione, difficile da trangugiare per l’Europa ha forse avuto già le sue conseguenze soprattutto per il cambio che, non certo solo forzato dal fattore che abbiamo appena preso in esame, ha però già cambiato anche se solo in parte i connotati della nuova Commissione europea – da soli, già il cambio di Barroso con Juncker, malgrado tutti i suoi limiti, e quello di Öttinger alla delega dell’Energia sono stati fatti globali.

Ma la lezione ancor più difficile che ha dovuto tirare Obama è che la sua superpotenza ormai è circoscritta, che Putin è riuscito a paralizzargliela in Europa approfittando anche della sovra- estensione con la quale aveva voluto continuare, malgrado costi eccessivi e incapacità–non volontà più a sostenerli, a volerla dettare e far trangugiare al mondo.   

Ustio oper la Polonia, Ma la dipendenza dell’Europa tutta , occidentale e orientwle, xal gad e ion genre dala vorniture energetiche dei russi è eclatante. L’elenco che abiamo stilato lo abiamo tratto

●Sul tema Russia – economia, società, governance sotto Putin – Edward Lucas, redattore capo del britannico Economist e autore di un libro[8], sicuramente “guerrafreddaio” anche se più sensato di parecchi altri recenti lavori sul tema – sempre, però, traguardato da un’ottica assai provinciale: noi, l’occidente, siamo il benchmark, il metro di misura e il traguardo; gli altri sempre a noi devono rapportarsi... –che proprio adesso, Ucraina aiutando, sta avendo un’ondata di nuova popolarità anche negli USA, e forse anche da noi (dopo aver venduto sì è no 2.000 copie in cinque anni, adesso sarebbe arrivato quasi a 10.000 di riedizione). 

Ha raccontato ora all’America – e Sky ha annunciato che la diffonderà pure in Italia – un’intervista vivace a Morning Edition, il programma mattutino della popolare ma anche spesso un po’ acciabattata National Public Radio (5.9.2014, visibile sul web in ▬ http://www.npr.org/2014/09/05/345997365/                                       ukraine-crisis-requires-a-new-rulebook-author-says) ha contribuito a diffondere una serie di giudizi e di pre-giudizi molto partigianamente distorti sullo stato e il percorso dell’economia della Russia e sulla corruzione sotto il governo di Putin in quella società.

Come sempre, in qualsiasi questione del genere, sarebbe opportuno – anzi, necessario – fare la tara tra grano e loglio e comparare anche su quel che succede sugli stessi temi a casa nostra. Ma qui sono proprio i dati di fondo ad essere deformati, quando non proprio inventati. Ora in Russia, come da noi, come in tante parti del mondo, a nord, sud, ovest e est, c’è corruzione e c’è anche tanta rabbia per la corruzione che, proprio come da noi, tutti sanno che c’è.

Ma c’è da ricordare anzitutto che la corruzione in questo paese è nata prima di Putin. Secondo i dati della Banca mondiale la nuova Repubblica federativa russa incassò 8,3 miliardi di $: più o meno, mille volte meno del loro valore, una differenza di cui profittarono, certo, anche diversi squali del vecchio regime, comprando a 1 quel che valeva 1.000, ma soprattutto fior di oligarchi ben ammanicati di quello nuovo (World Bank privatization Data base-Tav. 4.3A, Progress in Privatizaton in Developing Countries, 1990-1999― Progressi nela privatizzazione dei paesi in via di sviluppohttp://siteresources.world bank.org/GDFINT/Resources/334952-1257197824814/appen4.pdf).

Negli anni di Eltsin, la Russia per tutte le proprietà che “privatizzò” sotto Eltsin, e sotto consiglio e pressione di accademici e advisors americani piovutile addosso dall’America per “aiutarla a liberalizzarsi” – tutti neo-cons e neo-liberisti convinti di aver vinto una volta per tutte la guerra fredda e della Fine della storia[9], che ormai il collasso dell’URSS avrebbe provocato. Uno solo di essi, poi (il prof. Jeffrey Sachs di Harvard: sul web, c’è ormai larga documentazione di quello che egli chiama il suo “errore”), trovò il coraggio di ammettere che i loro, e proprio sul piano economico, erano stati pessimi suggerimenti; anzi proprio del tutto, “catastroficamente sbagliati”.

Sono stati gli anni in cui la cura da cavallo imposta all’economia russai per liberalizzarla a forza dai lacci del sovietismo la portò letteralmente al collasso e che solo il rovesciamento del trend voluto e poi imposto da Putin è riuscito a correggere. Sono i dati dell’FMI per tutto il periodo a dimostrare come il PIL della Russia sia calato del 30% negli anni di Eltsin― sei volte il crollo dell’economia americana durante la Grande Recessione.

E anche come, poi, dal 1999, l’anno in cui lui è arrivato al potere, il PIL sia aumentato quasi del 100% con i prodotti dell’economia diventati largamente, e spesso per la prima volta, disponibili alla maggioranza dei russi che ne hanno toccato e cambiato veramente la vita di decine e decine di milioni di cittadini.

Non è che questi risultati economici, anche da soli, abbiano magari largamente contribuito oltre al recupero del senso, ammodernato, di un ruolo e di una dignità collettiva dei russi specie di fronte agli americani e a quei sopracciò degli europei che stanno affondando nei guai e nella loro prosopopea a giustificare, o almeno a spiegare – rispetto ai nostri Renzi, Hollande, Cameron, Obama e anche Merkel – l’appoggio che trova nella sua opinione pubblica?   

Ma che succede davvero al PIL della Russia?...   (grafico)

Fonte: Fondo Monetario Internazionale

 

●Adesso, poi,  il 24 settembre – dopo aver cancellato per ben 13 settimane consecutive una serie di aste di buoni del Tesoro russi a causa del pessimo clima  diffuso e anche artatamente seminato da chi poi nei fatti controlla i mercati finanziari – il ministero delle Finanze mette in vendita a Mosca con successo 262 milioni di $ di bonds che matureranno nel 2023. Certo, a interessi maggiori del passato precedente le sanzioni, ma che il governo ha considerato comunque – e i mercati con esso – come un successo (Financial Times, 24.9.2014, R. Wigglesworth e E. Moore, Russia launches first debt sale in two months― La Russia piazza la prima asta di vendita del suo debito in due mesi http://www.ft.com/intl/cms/s/2f6d06ac-43f0-11e4-8abd-00144feabdc0,Authorised=false.html?_i_location=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcms%2Fs%2 F0%2F2f6d06ac-43f0-11e4-8abd-00144feabdc0.html%3Fsiteedition%3Dintl&siteedition=intl&_i_referer=http%3 A%2F%2Fwww.ft. com%2Fintl%2Ftopics%2Fplaces%2FRussia#axzz3EMBx9Bjl).

L’asta coincide nel tempo coi tentativi espliciti anche dei russi, e forse soprattutto dei russi, di frenare le tensioni con l’Ucraina e con il fronte occidentale che l’ha aiutata a rovesciare il legittimo governo di Kiev e a rovesciarne il regime portando alla reazione dei russofoni e della Russia stessa. Adesso dal 5 settembre il nuovo cessate il fuoco sembra tenere e la stessa Unione europea s’è un po’ “calmata” annunciando di voler riconsiderare, riaggiustandole o alleggerendole a fine settembre le sanzioni decretate contro la Russia l’11 del mese (Stratfor – Global Intelligence, 15.8.2014, Europe Remains Divided over Russian Sanctions L’Europa resta divisa sulle sanzioni alla Russia http://www.stratfor.com/ analysis/europe-remains-divided-over-russian-sanctions#axzz3E9baL4fO).         

Questo in Europa, anche se dagli USA non arrivano indicazioni analoghe. Ma, per la Russia come per l’Europa, sono d’altra parte le sanzioni dell’Unione e le contro-sanzioni nei confronti dell’Unione quelle che maggiormente e assai più largamente contano... Scambi nell’ordine di proporzione di 1 per gli USA e 10 per l’Europa. In particolare, proprio Gazprom osservava l’andamento dell’asta perché era, ed è, chiaramente interessato a rientrare in un mercato finanziario più “normale”.

Il gigante del gas russo non è stato direttamente toccato dalle sanzioni ma parecchie imprese russe come il gemello del petrolio, Rosneft, ad esempio, al quale viene impedito l’accesso al credito a lungo termine pensano ora di potersi veder allentare la morsa― che, del resto, fa più male a noi che a loro, visto e considerato che le sanzioni non vengono certo applicate ai russi dalla più grande fonte di credito sul mercato: i cinesi.

Il Cremlino spera apertamente che l’asta possa costituire un qualche segnale di inversione nel flusso degli investimenti esteri visto che mercati si calcola che l’afflusso di capitali stranieri nel paese sia calato nei primi tre trimestri del 2014 di circa il 50%. Quest’anno ci si attende che il PIL del paese resti piatto – non che, come speravano e si dicevano sicuri a Wall Street, sarebbe crollato – con capitali in uscita dal paese stimati, sempre dagli americani che raramente però ne azzeccano una, di 100  miliardi di $.

Ma la situazione del quadro macro-economico preoccupa comunque anche il Cremlino, come oggi del resto qualsiasi altro governo del mondo. E siamo ora, a settembre-ottobre, al momento in cui viene discusso il bilancio e anche le prospettive di bilancio traguardate non più rigidamente come nei vecchi piani quinquennali ma comunque nell’orizzonte dei prossimi anni. Nel governo russo – lo ripetiamo, come in tanti altri... – ci  sono opinioni diverse soprattutto e proprio sulle previsioni di declino o di sviluppo frenato del futuro prossimo venturo: e se le prossime aste di piazzamento dei titoli dello Stato federale russo andassero anch’esse decentemente, Putin avrebbe quasi vinta la sua ultima battaglia contro quella che denuncia come la pretesa egemonia americana.

●Il 14 settembre, le elezioni in Svezia hanno rovesciato il governo conservatore di destra del Partito moderato e rimesso al governo la sinistra (dopo otto anni di forzata assenza). Una settimana prima del voto, l’ultimo sondaggio aveva evidenziato come il partito conservatore e la coalizione di destra del primo ministro Fredrick Reinfeldt avessero ormai decisamente perso molte posizioni e che sarebbero stati sicuramente battuti da una coalizione che capeggiata – con parecchie frizioni interne però – dai social-democratici anche di verdi e movimenti diversi, compresi gli ex comunisti.

Coalizione anche un po’ eterogenea, guidata dal leader dei social-democratici, da sempre qui il partito principale della sinistra, il combattivo ma anche pragmatico e un tantino grezzo – faccia, e anche un po’ modi, di pugile stagionato – ex saldatore e capo del sindacato dei metalmeccanici, l’IF Metall. Kjell Stefan Löfven, uno che si definisce di sinistra ma sostiene – alla Renzi! – che ormai non ci sono più differenze di valori veri tra destra e sinistra...; e sull’immigrazione “generosa” promette più rigore all’ingresso.  

Malgrado ciò – o ancora, chi sa, proprio perciò? – ha messo insieme il 44% dei voti contro (il 31,1 da soli ai Socialdemocratici), un 39% del centro-destra (i Moderati solo il 23,2%) e anche, però, un pauroso passo in avanti, dal 5 al 13%, di Democrazia svedese, il partito anti-immigrati, xenofobo e reazionario una specie di Superlega nostrana (Quotidiano.net, 14.9.2014, Elezioni in Svezia, primi exit poll: in testa i socialdemocratici, boom per l’estrema destra http://www.quotidiano.net/svezia-voto-1.206992; e Stratfor – Global Intelligence, 15.9.2014, Sweden: Elections Result In Political Fragmentation Svezia: le elezioni danno il risultato di una frammentazione politica  [ma i social-democratici, alla fine, il governo lo faranno...]▬ http://www.stratfor.com/ situation-report/sweden-elections-result-political-fragmentation#axzz3DNmGmwMg).

La lettura che ne hanno dato osservatori e analisti politici è stata che mentre, in questo paese, la  ▬ maggior parte degli svedesi stanno tutto sommato bene e esso mantiene un grado di coesione e un senso di equità come valore in Europa ancora e sempre invidiabile, molti svedesi – grazie a Dio,  e alla buona volontà loro, molti di più dei razzisti estremisti – sono a disagio di fronte a quello che è il fenomeno nuovo nato con la destra al governo.

Che in Svezia, anche in Svezia ormai, sono usciti fuori i poveri: coloro che, rispetto agli altri – qualche centinaio di migliaia di cittadini ormai, sono e sono destinati a restare meno privilegiati, con meno opportunità e meno diritti. Immigrati, anche se in genere qui sono trattati meglio che altrove, e anche cittadini svedesi.

E, pur se la destra qui è stata molto più attenta che altrove in Europa a non rinnegare in nome di una modernità malissimo intesa, sacrificandole agli spiriti selvaggi della concorrenza le conquiste del vecchio stato sociale “dalla culla alla tomba”, la maggioranza pur, tutto considerato, benestante del corpo sociale non sopporta più proprio l’emarginazione e la povertà che le scelte di fondo del governo conservatore di privilegiare – come dicono da noi – più il merito e lasciar perdere un po’ di più l’attenzione al bisogno, hanno comportato anche per fette importanti del welfare svedese e, concretamente, per tante persone.

Insomma, la maggioranza non si sente proprio moralmente a suo agio. La disoccupazione, anche se in qualche calo, è in generale cresciuta insieme alla precarietà del lavoro, mentre meno “generose” sono diventate diverse forme di protezione sociale (con dati, da Sweden Statistics, aggiornati all’11.9.2014, Sweden Unemployment Rate, 1980-2014― Il tasso di disoccupazione in Svezia dal 1980 al 2014 http://www.trading economics.com/sweden/unemployment-rate).

Oggi, così, il tasso di disoccupazione arriva al 7,4%, giù dal 7,1 di un trimestre fa ma sopra la media degli ultimi 25 anni, stabile intorno al 5-5,8%. I senza lavoro cosiddetti di lunga durata (per più di un semestre) sono all’1,5% del totale e i disoccupati tra i giovani arrivano a un 22%, qui considerato largamente “insopportabile” dall’opinione pubblica e dall’elettorato ma che il governo considera, invece, “necessario”, ha detto, a garantire la mobilità della manodopera.

Che, poi, è quel che adesso forse più gli costa elettoralmente. L’elettorato, l’opinione, resta in questo paese, pronto a cambiare – dopo decenni di democrazia socialdemocratica concreta (un welfare vero e solido e, certo, anche costoso) hanno voluto provare la destra che, pur attenta a non tagliare troppo welfare (neanche Renfeldt ha cancellato il diritto a una pensione “generosa” per tutte e per tutti a 65 anni di età) adesso si trova licenziata proprio per aver abbassato troppo lo stato del benessere che la gente ha scoperto di voler tenere anche pagando alte tasse e, magari, con qualche po’ meno di competitività.

Insomma, questo è un paese capace di compassione – di soffrire insieme a chi è più sfortunato e di fare insieme qualcosa – correggendosi  per essersi allontanato troppo da quella che F. D. Roosevelt chiamò nel 1938 in America la virtuosa e concreta “via di mezzo[10]” svedese tra diritti dell’individuo e dell’uomo come essere sociale che sempre vive insieme ad altri e mai veramente da solo. E non è poco davvero in un mondo di ladri e di tagliagole come il nostro è ormai sempre più diventato (Guardian, 9.9.2014, edit., Point of view: on the Swedish elections Il punto di vista sulle elezioni svedesi http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/09/guardian-view-on-swedish-elections).

Ma questo è anche un paese che deve ormai fare i conti, anche all’interno della sua nuova maggioranza con pulsioni in parte, e anche non poco diverse, sul tema degli stranieri: richiedenti di asilo politico che arrivano soprattutto dall’Africa e – ed è questione diversa ma parte dello stesso problema, dei lavoratori immigrati che vemg ono dall’est europeo, Polonia specie e paesi baltici.

STATI UNITI

●Il Wonkblog, come chiamano lo strano angolo delle curiosità politiche che riservano alle notizie strane sul WP (Washington Post, 3.9.2014, Ylan Q. Mui, OECD: America’s job market is better than most OCSE: il mercato del lavoro americano è migliore di molti altri http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2014/09/03/ oecd-americas-job-market-is-better-than-most) ha detto ancora una volta ai lettori, citando il Centro studi più importante, chiamiamolo così, dei paesi cosiddetti capitalisticamente avanzati che il mercato del lavoro americano è migliore di molti altri in giro per il mondo. Che è vero, naturalmente, guardando al tasso di disoccupazione ufficiale in sé: ma lo è molto meno se, invece, si guarda al cosiddetto tasso di partecipazione della popolazione attiva.

Il tasso di partecipazione per gli uomini tra i 25 e i 64 anni (nell’età piena come si dice del lavoro) è infatti ancora inferiore di 3,7 punti percentuali rispetto al livello di prima di quest’ultima recessione (OECD.StatExtracts, Short-Term Labor Market Statistics, aggiornate al 7.9.2014 [quasi il doppio, tra 25 e 64 anni, di quello dell’Italia: comunque, 32 contro 56%, ma quasi il peggiore di sempre ] ▬ http://stats.oecd.org/Index.aspx? QueryId=38902) mentre, per esempio, in Giappone e in Germania la partecipazione al lavoro nel frattempo è salita del 3,3%, mentre in Francia è scesa, ma solo dello 0,7%.

In realtà, l’eurozona stessa nel suo complesso – anche con l’inclusione ovviamente di paesi che hanno un bassissimo tasso di partecipazione come Italia, Grecia e Spagna – sotto questo riguardo va meglio di quanto vadano gli Stati Uniti. In sostanza, l’affermazione che il mercato del lavoro americano va meglio, anche molto meglio, di quello di gran parte del resto del mondo “ricco” non è poi tanto attendibile.

In definitiva, la bella favola di un mercato del lavoro americano tanto più produttivo di posti di lavoro degli altri dipende solo dal fatto che le statistiche ignorano, per come sono fatte, i milioni di persone che neanche sono contate. Perché, certo, ignorando i disoccupati reali, è molto più facile, no?, azzerare o quasi il tasso di disoccupazione...

●Aumentano molto meno, comunque adesso, negli ultimi mesi i posti di lavoro creati nel mercato americano, al ritmo più basso dall’inizio dell’anno, con la creazione solo di 142.000 nuove posizioni di lavoro. E smentendo pesantemente tutte le previsioni (ma che le fanno a fare? viene quasi da chiedersi...). Il tasso di disoccupazione ufficiale scende di una tacca, al 6,1 dal 6,2%, ma solo – come abbiamo appena finito di far rilevare – a causa del numero di persone che sono semplicemente cadute fuori dell’orizzonte del lavoro, non mettendosi neanche, per scoraggiamento come si dice, più nemmeno a cercarlo.

La spiegazione anche della leggero ribasso, al 62,8%, del tasso di partecipazione degli americani al lavoro – che torna così ai livelli più bassi da decenni – è imputabile, secondo molti osservatori, almeno per la metà ai tanti disoccupati che ormai hanno rinunciato anche a cercarlo, un lavoro qualsiasi. Il calo si è manifestato omogeneo in molti settori, coi servizi meglio però della produzione manifatturiera e, soprattutto, un solido aumento di lavoro, +43.000 posti nel settore sanitario a dimostrazione che l’espansione del sistema detto di Obamacare, della riforma che porta il nome del presidente e comincia a funzionare quasi a regime, porta nuova domanda di nuovi pazienti che al sistema, finora per loro inaccessibile, ora si aggiungono.

Si tratta anche, secondo molti osservatori, dell’indicazione più netta che, al di là dell’aumento sensibile del PIL del 4,2% nel secondo trimestre,  la crescita nel resto di quest’anno si va forse assestando intorno al 2 e qualcosa per cento. La Fed, adesso, con ogni probabilità non accelererà come proponevano anche qui i signori dell’austerità per l’austerità, i tempi di una maggiore stretta monetaria.

Un’altra osservazione da fare è che i rapporti mensili del dipartimento del Lavoro, con rilievi fatti su una forza lavoro sui 156 milioni di addetti e spostamenti più o meno sull’1,5, al massimo il 2% in un mese, dicono in verità molto poco. Sia per i miglioramenti che per il peggioramento dei dati…   (New York Times, 5.9.2014, Nelson D. Schwartz, U.S. Jobs Growth Slips in August After Months of Bigger Growth L’aumento di posti di lavoro cala in agosto dopo mesi di crescita elevata http://www.nytimes.com/2014/09/06/business/au gust-jobs-report-released-by-labor-department.html?_r=0); e Dip.Lavoro, Bureau of Labor Statistics/BLS, 5.9.2014, USDL-14-1642, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm; e, anche, il commento sugli ultimi dati mensili dell’Economic Policy Institute/EPI/Washington,.D.C., 5.9.2014, Elise Gould, Job Growth Slows in August; Wage Growth Far From Inflationary― La crescita dell’occupazione a agosto rallenta ; la  crescita dei salari lontana dall’essere inflazionista http://www.epi.org/publication/job-growth-slows-august-wage-growth-infla tionary).

E poi c’è il nodo che, Paul Krugman prende da par suo di petto riferendosi proprio a quel che è stato detto stavolta – anche stavolta – al Forum Ambrosetti, il vertice della creme de la creme del capitalismo, snobbato deliberatamente a Cernobbio da Renzi che ha preferito recarsi a parlare agli scouts per una riverniciatina se non proletaria almeno, diciamo, popolare: che la colpa è del mercato del lavoro non riformato, si capisce, strutturalmente che, perciò, lo inchioda e ne paralizza la dinamica...

E questo alla vigilia, da parte dell’OCSE, della certificazione che tra i 7 Grandi, i pretesi G-7 – di cui ormai, per convenzione soltanto, facciamo ancora parte – l’Italia è l’unico in recessione piena e l’organizzazione di Parigi – quella di cui il Ministro Padoan è stato capo-economista per anni e fino all’ incarico attuale – ci dà per quest’anno in calo ancora secco di PIL dello 0,4%... (OECD/OCSE, Interim Economic Asesssment Forecasts― Valutazioni e previsioni ad interim delle economie, 15.9.2014 http://www. oecd.org/eco/outlook/Interim-Assessment-Handout-Sep-2014.pdf).

Il prof. Krugman li prende ben bene per i fondelli, come si meritano, tutti questi austeriani a spese degli altri, s’intende: dall’alto dei loro redditi personali al minimo a cinque zeri mensili e,    ovviamente, intoccabili. Lui non fa i nomi dei nostri: ma li conoscete, li conosciamo tutti, dagli Ichino, ai Giavazzi[11], ai Sacconi, ai Morando, a Renzi e ai suoi e a tutti lor signori come a noi piace chiamarli.

Krugman ci segnala “un articolo del FT”, una corrispondenza proprio da Cernobbio (Financial Times, 7.9.2014, J. Tornhill e C. Jones, , Economists point to emerging ‘Draghinomics’― Diversi economisti indicano l’emergere di una ‘Draghinomics’ [che lui, Krugman, con motivi fondati constata essere, di fatto, molto simile alla ‘Kruganomics’: bando al monetarismo, politica fiscale keynesiana e la necessità di cominciare a tagliare  un po’ le unghie, almeno fino alla lunetta,  a lor signori] ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/578c7fce-3689-11e4-85be-00144 feabdc0.html#axzz3Cuntaa9V) facendo notare come, una volta tanto, “si tratta di un servizio più che decente”, di cui lo ha “colpito questo piccolo passaggio: ‘Un altro alto esponente della UE  presente al Forum che raccoglie decisori politici, uomini d’affari e accademici ha detto che "la chiave di tutto sono le riforme strutturali. I paesi che le hanno fatte stanno andando meglio: Irlanda, Spagna e Portogallo. Italia e Francia  dovrebbero pensarci su un po ”.

In realtà, ci stanno pensando – chi governa questi paesi ci sta pensando e come – cioè stanno considerando anche troppo queste idee sciagurate. Perché sono i dati a dimostrare quanto davvero infelici esse siano e quanto essi sbagliano, quanto chi va in giro e, dall’alto del suo aureo scanno, come l’eminente eurocrate che Krugman cita, semina queste boiate non capisca, anzi neanche veda  proprio, un belìn.

Esclama Krugman, che ancora non aveva potuto leggere le raccomandazioni – che sapeva, però, essere in arrivo – dagli accademici e dagli “esperti” che allignano e pubblicano a Francoforte il  Bollettino della BCE stessa (ECB/BCE, Bollettino mensile, 9.2014 ▬ https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/mobu/ mb201409en.pdf) ah, la Spagna... di sicuro, sulla faccenda offre una bella lezione, alla Francia, ad

● Facciamo come la Spagna, dice la UE... creiamoci un  mercato del lavoro come un ‘buco nero’!  (grafico)

Tasso di disoccupazione   ▬ Spagna  ▬ Francia  (in % e per periodi)  

 

Fonte: Database OECD/OCSE, Harmonized Unemployment (gross), 2008-2014

esempio” (ma, visti i numeri – che riproduce il grafico tratto qui sotto da dati tratti ed elaborati dai Databases dell’OCSE: 10% di senza lavoro in Francia e 12% in Italia... che lì sono a ben più del doppio, al 25% di disoccupazione pur avendo fatte, loro, tutte le riforme strutturali del mercato del lavoro... e da questo modello che tanto insistentemente, caparbiamente e stupidamente propongono cui, secondo questi emeriti cretini, accademici compresi e servi di lor signori, avremmo dunque proprio in proposito solo da copiare).

Conclude il premio Nobel dell’economia, che ha curato l’elaborazione e la riduzione a grafico di questi dati, col massimo disprezzo di cui è capace per l’assenza di onestà intellettuale di questi impresentabili citrulli, che “per quanti tra noi non aderiscono al culto delle riforme strutturali la storia della Spagna è chiarissima: il paese è passato per un periodo di piena depressione che ha  portato a un altro periodo di graduale e penosa ‘svalutazione interna’ con la caduta dei costi del lavoro, rendendo la Spagna più competitiva, così, rispetto all’Europa. E, come risultato, la Spagna sta cominciando solo ora a riprendere, leggermente, il tasso di crescita che nei trimestri a noi più vicini (ma solo in questi) è stato più alto di quello francese.

Presentare questo fatto come un trionfo delle riforme strutturali postula un cumulo di preconcetti talmente sfacciato da impedire loro – a questi imbranati – perfino di dare un’occhiata ai dati(New York Times, 9.9.2014, P. Krugman, The Structural Fetish― Il feticcio delle riforme di struttura http://krugman.blogs nytimes.com/2014/09/09/the-structural-fetish/?_php=true&_type=blogs&_r=0#).

●Intanto, la Fed ha cominciato con qualche insistenza non casuale a indicare che si sta indirizzando a metter fine al suo programma di acquisto diretto di titoli per immettere liquidità nell’economia con le sue cosiddette “facilitazioni quantitative” con quella che adesso, a ottobre, potrebbe essere l’ultima di tante acquisizioni mensili.

Indicazioni, però, e non decisioni ancora restando sempre vaga sul tempismo effettivo di quello che annuncia essere un moderato aumento del tasso di sconto affermando, quasi ad equilibrare le aspettative, di prevedere comunque di mantenerlo “per un tempo ancora considerevole” a un livello vicino allo zero: linguaggio che i mercati non si aspettano di veder richiamare quando si avvicinasse sul serio la decisione di un qualche aumento (The Economist, 19.9.2014, The Federal ReserveStill patient, but for how long? La Federal Reserve – Ancora paziente, ma per quanto ancora? ▬ http://www.economist.com/blogs/ freeexchange/2014/09/federal-reserve).

Sono, però, anche qui molti gli osservatori che – puntando il dito sul basso livello di inflazione e ancora, nei fatti e non nelle cifre ufficiali, sull’alto livello di disoccupazione che effettivamente ristagna ancora oltre il 9% – a consigliare alla Fed di prendersela con molta calma. E che, nella sua presidente, la signora Yellen, trovano un certo ascolto anche se sempre contrastato qui come dovunque dalla manica degli austeriani in servizio permanente effettivo... anche quando non avrebbero, come non hanno, ragione di esistere a fronte di un basissimo livello di inflazione nel paese. 

GERMANIA

●Intanto, l’Alternative für Deutschland, strappa il 10% del voto nelle elezioni del Land di Sassonia regalando al partito che si oppone all’euro per alcune ragioni buone e molte cattive ma in sé, forse, non alla UE  i suoi primi seggi in un parlamento statale. Bissando subito dopo il successo anche in Turingia e in Brandenburgo (sempre 10 e 12%), come sintetizza un buon articolo che descrive il fatto (The Economist, 5.9.2014, German Politics, The Alternative’s astonishing ascent La politica tedesca – La stupefacente ascesa dell’Alternativa http://www.economist.com/news/europe/21615610-large-centrist-parties-become-more-alike-radical-fringe-gets-stronger-alternatives; e, sempre The Economist, 19.9.2014, German Politics, There is an alternative – The continued rise of Alternative for Germany in state elections La politica tedesca: Un’alternativa c’è – La continua crescita dell’Alternativa per la Germania nele elezioni dei Länder http://www.economist.com/ news/europe/21618849-continued-rise-alternative-germany-state-elections-there-alternative).con l’omologazione centrista dei grossi partiti, la frangia radicale – di destra, in realtà, anche qui – si rafforzano. Ma qui, almeno, il vaccino dell’anti-nazismo di massa sembra che ancora funzioni.

Uber, l’impresa privata che, via web, con un’applicazione già in funzione in 170 città ormai di quasi 50 paesi del mondo sta sconvolgendo offerta e domanda sul trasporto pubblico e debitamente regolato da leggi nazionali e statuti municipali dei taxi, ha detto che intende continuare a funzionare in Germania, uno dei suoi più proficui mercati dove, però, adesso il tribunale federale di Francoforte ha vietato le pratiche che violano leggi sui trasporti e regolamenti municipali ha proclamato che hanno ragione i tassisti che anche qui, come dovunque in Europa, si oppongono alla deregolamentazione della loro attività.

Salvo poi lo stesso tribunale ripensarci dopo una settimana, congelando il divieto perché il giudizio era stato non propriamente asntiocipato, dice. Manifesta comprensione per gli argomenti dei tassisti regolari ma congela tutto e rinvia la sentenza definitiva  per un cavillo neanche legale ma proprio e solo legalistico (Wall Street Journal, 16.9.2014, Ulrike Dauer, German Taxi Driver to Appeal Lifting of Uber Ban I tassisti tedeschi fanno appello contro la sospensione del divieto di operatività imposto all’Uber http://online.wsj.com/articles/court-overturns-ban-on-uberpop-in-germany-1410872575).

Sia in Europa che in America, e con moltissime buone ragioni, i regolatori pubblici nazionali e locali si cominciano in ogni caso a opporre con qualche efficacia alla pretesa di una libertà di mercato che sfugge a ogni regola – ma hanno sempre avuto bisogno per muoversi della protesta semi-legittima dei lavoratori interessati. Adesso, l’intervento diretto della giustizia tedesca mette Uber fuori legge, ma le intenzioni bellicose che avanza annunciano che cercherà di reagire e di opporsi. Ma, per i tassisti e più in generale per chi osteggia la deregolamentazione selvaggia del business senza lacci e lacciuoli si tratta, sicuramente, di una vittoria importante (The Economist, 5.9.2014; e The Economist, 19.9.2014).

Confermata poi dalla sentenza d’appello, a Francoforte e a Berlino che, sulla base del fatto che non ha alcuna licenza per agire... senza licenza – alla faccia della deregulation – in Germania, proprio in Germania, Uber è e resterà fuori legge e non può, né potrà, più operare: perché pretende di farlo proprio senza lacci e lacciuoli, senza curarsi di quello che dice il diritto (Bloomberg, 26.9.2014, Karin Matussek, Uber Must Stop Car Services in Germany’s Two Biggest Cities Uber deve mettere l’alt ai suoi servizi automobilistici nelle due maggiori città della Germania http://www.bloomberg.com/news/2014-09-26/uber-faces-ban-in-berlin-after-overturning-german-wide-measure.html).

FRANCIA

●Il  governo di Manuel Valls, depurato degli oppositori interni al partito socialista, è sopravvissuto al voto di fiducia all’Assemblea nazionale che il 16 settembre con 269 voti contro ben 244 e 53 astenuti ne ha approvato la linea che rivendica minor rigore a livello europeo ma, all’interno, lo predica e lo pratica (proprio alla Renzi). Ad aprile la fiducia era stata votata da 306 deputati e la maretta continua: sono stati 31 deputati socialisti ad astenersi apertamente.

E a ottobre si vota il bilancio di previsione 2015, già con uno sfondamento netto del 3% di deficit/PIL al 4,4% ufficialmente annunciato che, dice il governo Valls e ratifica il presidente Hollande, impone tagli profondi alla spesa pubblica, proprio come dice Renzi per scelta propria e per tagliare le tasse alle imprese― ma in realtà anche e soprattutto perché se no Frau Kanzlerin si irriterebbe di molto... (le Monde, 16.9.2014, T. Wieder, Le gouvernement de Manuel Valls obtient la confiance [ pesantemente ridotta: da maggioranza assoluta a relativa, con le astensioni che qui contano come non voto] de l’Assemblée nationale http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2014/09/16/valls-gouverner-c-est-aller-cher cher-la-confiance_4488422_4355770.html).

La conseguenza è che, se si andasse presto alle elezioni, Hollande crollerebbe e il Fronte nazionale della destra xenofoba di Marine Le Pen vincerebbe. Ma malgrado questo gli allocchi al vertice del PSF persistono... Così, è quasi esclusivamente sul piano della creazione e della gestione della moneta che l’Eliseo sta spingendo per una politica più espansiva e per un rallentamento del rigore d parte di Commissione e Consiglio con un’interpretazione più flessibile dei tetti di deficit promossi a Bruxelles.

Ma, qui, scontrandosi con l’oggetto irremovibile della volontà tedesca: la Germania, essendoci tra l’altro caduta essa stessa, non è inesorabile se qualcuno sfora qua e là il tetto del 3% e potrebbe anche acconsentire a qualche ulteriore piano di investimenti come quello divisato dal presidente Junker dei 300 miliardi di €: che poi, tanto, sono in realtà – come abbiamo già visto – molti di meno e probabilmente incapaci di rilanciare l’economia malata della Francia. E degli altri, ormai Germania compresa.

La vera minaccia per Hollande, come per molti altri esponenti delle élites europeiste europee, non viene però dai parlamenti ma da rivolte e sommosse, se non cambiano strada. E’ un’impennata vera e forte del disordine sociale alla base er nei corpi sociali che potrebbe portare al crollo del governo. E con esso, probabilmente, trascinandosene dietro anche altri che, come quello italiano, ne condividono pulsioni, esitazioni, ritardi e soprattutto incapacità di invertire la rotta cambiando strada radicalmente e così rischiando l’uscita a destra piuttosto che non quella di regime a sinistra. Tanto succubi ancora sono sempre tutti, malgrado le prove provate e ormai dimostrate al contrario, della cosiddetta saggezza convenzionale.

Ma, intanto, si riaffaccia alla ribalta, riproponendosi ai suoi come il meno peggio – e davvero ci vuole poco... – quella faccia di tolla di Nicolas Sarkozy... , che è sempre sotto inchiesta dopo essere stato anche in guardina per una notte, ma se ne frega altamente visto il patatrac, il totale vuoto di capacità di governo e di iniziativa che ha presentato Hollande alla presidenza: che qui è il vero governo. L’istituto di sondaggi Odoxa che conduce un’inchiesta accurata per il giornale di destra Le Pariien che pure sostiene sempre il candidato del suo partito, chiunque al limite esso sia, attesta ora che il 54% dei francesi “n’amerait pas sa candidature”.

Il suo partito, l’UMP, erede ormai sderenato della famiglia gaullista, sceglierà il suo candidato nelle primarie del prossimo 29 novembre dove, se alla fine lui si presenterà,  sicuramente – malgrado tutto! proprio come se, da noi, FI facesse mai le primarie e Berlusconi si presentasse – sbaraglierebbe ogni concorrenza interna atra i fedelissimi anche contro l’ex premier Alain Juppé che invece nel centro-destra appare di gran lunga come il candidato preferito dagli elettori: e correrebbe così contro Hollande e stavolta soprattutto contro la candidata della destra estrema Marine Le Pen... (The Economist, 26.9.2014, Nicolas Sarkozy’s return – Je reviens... Il ritorno di Nicolas Sarkozy – Rieccomi... http://www.economist.com/news/europe/21620265-former-president-prepares-another-run-presidency-je-reviens).

Tanti auguri,  Marianne!   (vignetta)

Francia                                   Rieccomi! Dolcezza mia...

           Hollande         Sarko       ( e Le Pen?)       scandalo

Fonte: Orange County Register, 25.9.2014 , Santa Ana, Calif (USA)

 

GRAN BRETAGNA che, malgrado tutto, ancora sopravvive

In Scozia, lo sapete, alla fine hanno vinto i no alla scissione: 33,3% contro 44,7%. Sotto la guida del frolloccone in capo, il primo ministro David Cameron, Westminster era quasi riuscita a ottenere quel che alla maggioranza degli inglesi sembrava impossibile: perdere la Scozia, grazie alla presunzione del primo ministro. Il sì era ha quasi vinto, pare proprio, perché più che una campagna elettorale si era manifestato come un movimento, riuscendo a mobilitare molti che ormai comunque non si curavano neanche più di votare.

Perché la campagna del no era partita troppo sicura di vincere e arrivata quasi spossata alla fine è riuscita a recuperare solo mobilitando appieno tutti i mezzi di comunicazione è stata per lo meno saccente, perché l’andiamocene e il facciamo da noi era sicuramente un azzardo ma carico di passione e sembrava difendere un paese che si curava degli anziani e dei bambini e non solo o soprattutto degli indici di borsa e dei banchieri.

Dietro al suo no, il primo ministro britannico aveva mobilitato perfino Obama e tutte le risorse, in notevole calo è vero ma ancora pesanti dell’ex impero, l’appoggio totale del mondo della finanza e degli affari. Ma questa più che una risorsa alla fine si è rivelata quasi un disastro. In Scozia la gente chiaramente non ne può più della nuova economia del capitalismo britannico: quello caro ai Cameron e anche ai Renzi del mondo. Anche se, poi, forse, la separazione completa potrebbe portare questo pezzo di ex non più tanto Gran Bretagna a uno stallo pure pericoloso.

L’errore di fondo, anche qui, è stato lo stesso di cui sono responsabili troppo spesso gli uomini – e le donne anche: pensate solo a Boschi e Madia, per dire  – del potere o che commettono in molti di quelli che, dovunque (in Francia Hollande finirà col consegnare democraticamente il potere alla destra quasi estrema e razzista della Le Pen anche grazie non certo alla sua attività extraconiugale, che in         questo paese non ha mai danneggiato nessuno dei suoi predecessori, dall’Ancien Régime a oggi, ma al suo disprezzo – sulla parola, credibile, della sua ex amante – ipocrita per i poveri in chi amava atteggiarsi a nemico dei ricchi e dei privilegiati: gli sdentati, come lei dice lui li chiama (sans-dents) quando ne parla tra amici...

E’ questo disprezzo, la presunzione di potersene fregare dei loro sentimenti, che minaccia sul serio di mandarli a casa: a Londra, come a Parigi, come a Roma, ormai. E qui è così che è successo: un referendum sull’indipendenza si è trasformato per questo – per l’impazienza e l’insofferenza mostrata da gente come Cameron per chi fa fatica a campare e a curarsi e a far educare i figli – cammin facendo in un referendum sulla democrazia e il modo di concepirla. Chi dice, per scartare la necessità di dialogo, negoziato e mediazione, con sufficienza che chi non è d’accordo con lui, tanto, “se ne farà una ragione”, perché “non ce n’è per nessuno”,  né per chi elude le tasse per 100 milioni di € all’anno né per chi guadagna 1.200 € al mese: che è tutto uguale, tutto “grasso che cola”... è proprio lui che non ha capito una “cippa”, per dirla alla toscana...

E quando Gordon Brown, l’ultimo primo ministro laburista che, dopo le contro-riforme selvaggiamente liberiste di Tony Blair, cercò vanamente di tamponare le ferite e gli sbreghi che aveva deliberatamente inferto in nome della libertà del più ricco di essere tale senza lacci e lacciuoli e regole e tempi della democrazia, a pochi giorni del voto, ha scritto in un editoriale accorato sulla grande stampa britannica e anche sul NYT che la Scozia – lui, come lo stesso Blair, è scozzese – dovrebbe restare nel Regno Unito.

Perché “i quattro paesi che formano la Gran Bretagna condividono valori e una democrazia che li rappresenta”, non si accorge che ormai qui come dovunque hanno dato retta alla voce ammaliatrice delle catastrofiche sirene[12] neo-cons, non è più da tempo così (New York Times, 5.9.2014, Gordon Brown, Why Scotland Shoul Stick With Britain― Perchè la Scozia dovrebbe restare attaccata alla [Gran] Bretagna http://www.nytimes.com/pages/opinion/international/index.html?action=click&pgtype=Homepage&region=TopBar&module=HPMiniNav&contentColle c tion=Opinion&WT.nav=page).  

Perche proprio il tessuto di comune sentire e comune gioire e patire che ancora trent’anni fa, prima di Thatcher, teneva insieme i britannici, conservatori o laburisti che fossero, prima con la signora di ferro e poi col suo allievo Blair ma anche con l’opera completata da Cameron malgrado e lo stesso vacuo tentativo di Brown stesso di frenare ma non di rovesciare l’andazzo, è stato ormai sfregiato e lacerato senza rimedio.

Certo, fosse passato il sì,  si sarebbe anche scatenata una montagna di speranze, alcune anche assai pericolose perché qualcuna, di sicuro, anche assurda (Guardian, 9.9.2014, autori diversi, If Scotland votes for independence: the key questions answered― Se la Scozia vota per l’indipendenza: le risposte alle questioni chiavehttp://www.theguardian. com/politics/2014/sep/09/-sp-if-scotland-votes-for-independence-key-questions). Non sono queste le motivazione che un ferreo conservatore e difensore dell’Unione, quasi un portavoce ufficioso del primo ministro, espone, a caldo dopo il risultato già nel titolo che invita a riflettere sul quotidiano mediamente liberal/progressista dove spesso offre il pensiero, come dire. un po’ antagonista rispetto a quello “editoriale” del giornale (Guardian, 19.9.2014, Martin Kettle, Yes came within a whisker; one day they will be back Il sì è arrivato a un pelo; e un giorno tornerà http://www.theguardian.com/com     mentisfree/2014/sep/19/scottish-independence-union-survived-put-away-flags).

Dopotutto, quando è il 45% della cittadinanza che dice di volersene andare, il problema posto alla politica, per definizione l’arte dello stare e del come stare insieme, anche se il 55% adesso ha prevalso, è davvero gigantesco. Meglio così piuttosto che una vittoria e una sconfitta di scarto ristretto, meglio – e onesto anche e chiarificatore – che il capo degli indipendentisti, il chief minister della Scozia, autonoma ma non indipendente, Alex Salmond, ha già annunciato che a novembre va via. La Scozia non sarebbe stato il primo né l’unico paese europeo a secedere pacificamente, senza rivolte né guerre civili. Lo ha fatto, dando all’Europa e al mondo, una lezione magistrale dopo la tragedia dell’ex Jugoslavia, la Cecoslovacchia.

●Ma già ora il 9 novembre la Catalogna (Barcellona) terrà il referendum sulla sua indipendenza che, però, Madrid legalmente ma duramente – alla fine, con ogni probabilità, anche inutilmente – ha annunciato di voler contrastare perché non previsto – dice, e a ragione: ma, corregge Artur Mas, il presidente della Catalogna, anche lui a ragione, neanche proibito – dalla Costituzione in vigore del dopo Franco... Bisognerà stare attenti con attenzione a come governo di Madrid e autonomia catalana sapranno gestire il loro contrasto per evitarne la tracimazione in un’altra cosa simile a uno socntro di piazza o anche a una guerra civile. Che scoppierebbe di certo se il dettato formale il governo centrale tentasse di forzarlo con le armi...

In effetti, l’annuncio fatto il 12 settembre è stato un vero e proprio guanto di sfida lanciato all’austeriano e impopolare governo di destra di Rajoy ma col quesito referendario formulato in linguaggio ambiguo che già rappresenta un delicato compromesso che cerca di tenere insieme le faglie aperte dentro la fragile coalizione che governa la regione catalana. Così forse viene facilitato, però, anche il compito del governo centrale di gestire il nodo della secessione minacciata. Per ora il risultato del braccio di ferro è che se, in apparenza, la Catalogna sembra meglio avviata sulla strada della possibile indipendenza, in realtà la situazione si è probabilmente assai complicata.

Alla fine, così, i quesiti referendari saranno due, proprio perché dettati dal compromesso interno alla coalizione di governo di Convergenza e Unione, dove la prima componente è più sensibile all’appello indipendentista della seconda ma ha anche bisogno del sostegno parlamentare della sinistra repubblicana, che è in realtà un partito quasi moderato di centro-sinistra ma sempre sul tema dell’indipendenza da Madrid estremamente vocale. Anche ai tempi di Francisco Franco.

Così alla fine il primo quesito referendario è se la Catalogna debba essere “uno Stato a sé stante”. E, se la risposta è si, il secondo quesito chiede – ma è subordinato e separato: e questa è l’ambiguità e la concessione degli indipendentisti – se dovrebbe essere “uno Stato indipendente”. Ma non è chiaro affatto che succede, poi, se la risposta fosse, come è possibile, sì al primo quesito e no al secondo...

E sembrano cumularsi una serie di altri problemi dai quali Spagna e Catalogna si dovranno districare:

• Barcellona è la regione autonoma più ricca del paese e vuole tenersi i propri versamenti fiscali...;

• se se ne andasse, che moneta potrebbe darsi la Catalogna...;

• e come potrebbe restare nella UE avendo bisogno del sì spagnolo per starci...; • e la NATO, la grande base navale di Rota comandata da un contrammiraglio spagnolo e territorio sovrano spagnolo, il “cancello del Mediterraneo”, come la chiama la U.S. Navy che l’ha costruita e finanziata sotto il franchismo nel ’53 e, di fatto, la affitta facendone la base permanente dei suoi sommergibili nucleari nel Mediterraneo occidentale, che fine farebbe?

Tutto questo marasma di precari equilibri, tensioni e guarentigie viene rimesso in questione... e nessuno neanche riesce a intuire quale soluzione – questi e altri interrogativi – potrebbero avere. Anzitutto il principale di essi: se, come la sinistra repubblicana insiste, tenere comunque il referendum, violando deliberatamente la sentenza della Corte, che sarà negativa sulla legittimità dell’esercizio, o – come dibattono gli altri partiti compreso quello dello stesso Mas – sospenderlo per aprire un nuovo round di negoziato col governo centrale che, al di là del termine per qualsiasi governo centrale indigeribile di “indipendenza”, si dichiara anche pronto a trattare.

Il problema è anche che mentre Artur Mas ha sempre ripetuto che il referendum si terrà, ha anche sempre sostenuto che non violerà la legge: e le due cose non si tengono proprio... La sospensione o la cancellazione, del voto al momento, a fine settembre, sembra probabile. Ma sicura, se fosse così, sarà la crisi del governo regionale con elezioni anticipate dove il centro del dibattito sarà però una contesa proprio sulla rivendicazione inasprita dell’indipendenza.

Per tornare alla Scozia, però, i due principali protagonisti sembravano aver cominciato bene, con prudente saggezza, la loro gestione del dopo referendum, dopo che i vincitori hanno ceduto alla tentazione, a dire il vero, anche a ciurlare nel manico.

Salmond ha subito annunciato le sue dimissioni, ma ha anche detto che il governo dell’autonomia scozzese comunque lavorerà insieme a quello britannico per aiutarlo a devolvere i nuovi poteri promessi al paese. Quelli che, nella sua rincorsa al voto il primo ministro Cameron ha promesso che saranno trasferiti alla Scozia. E lui, adesso, il primo ministro britannico, assennatamente ha evitato il trionfalismo e ribadendo, a risultato acquisito pur con qualche pericolosa frenata interpretativa al ribasso, l’impegno a trasferire entro gennaio i nuovi poteri promessi alla Scozia ma anche alle altre autonomie non ancora altrettanto ribelli: ad esempio, il Galles...

Ed è stato un fatto importante per uno che è quasi riuscito, con la sua prosopopea sopracciò, a convincere una maggioranza di scozzesi a mollare Regno Unito e Union Jack... Altrettanto importante è che, anche al di là delle intenzioni che avevano mosso la richiesta del referendum, gli scozzesi siano riusciti a rimettere all’ordine del giorno, e forse, addirittura a reinventare e rifondare un’idea funzionante di democrazia in qualche modo nuova...

Ma è onesto anche riconoscere che lo stesso Cameron che pure aveva detto di sì al referendum perché dava per scontato che avrebbe vinto lui anche se non era affatto così, come nella sua supponenza non aveva capito, senza scegliere la via facile che alla fine, probabilmente, ormai, in questo secolo, sarà inutile dovunque ormai venga tentata del rifiuto al confronto. Insomma, anche lui, pur se per un errore di calcolo alla fine ha fatto la scelta giusta.

GIAPPONE

●Più di tre anni dopo il terremoto e lo tsunami che causarono la fusione di parte del “nocciolo” del reattore nucleare dai-ichi numero uno di Fukushima, l’Ufficio del regolatore nazionale giapponese ha ora dichiarato come gli chiedeva di fare il governo Abe, che vuole rilanciare la produzione di energia atomica, che l’impianto è ormai sicuro e può essere rimesso in funzione in piena sicurezza.  Subito dopo il disastro il governo precedente aveva chiuso i 48 reattori in funzione nel paese.

E ora,  se riusciranno ad avere il sì delle autorità locali, strette tra esigenze economiche e timore ancora largamente diffuso tra la popolazione, potrebbero subito riaprire i due reattori dell’impianto di Sendai sull’isola di Kyushu, all’estremo sud del’arcipelago nipponico (The Economist, 12.9.2014.

●Kunihiko Shimazaki, uno dei cinque governatori dell’Autorità di regolazione nucleare del paese e una delle voci anche maggiormente autorevoli in senso rigoroso (è un famoso sismologo) è in scadenza come membro dell’Autorità e il suo posto verrà sicuramente riempito ora da un amico dei... giaguari nuclearofili. Se il governo di Abe lo avesse del resto riproposto non avrebbe accettato per non rischiare di coprire le sue scelte sciagurate (Japan Times, 18.9.2014, NRA loses sole quake expert in mandatory reshuffle― L’Autorità nazionale di regolazione del nucleare perde i suo unico esperto di sismologia alla scadenza del suo mandato http://www.japantimes.co.jp/news/2014/09/19/national/nra-commissioner-who-led-rigorous-nuclear-screenings-leaves-office/#.VBtqPpR_sWY ).

 

● Un cerotto qua (costoso) e uno là (molto costoso): il rimedio della TEPCO, Inc. per Fukushima... (vignetta)

 

Fonte: INYT, Patrick Chappatte, 1.9.2014

 

●Il NYT, sempre, riprende una storia intrigante (Reuters, Japan's 'Abenomics' Feared in Trouble as Challenges Build― Timori di guai per la ‘Abenomics’ giapponese col montare delle sfide economiche [come il basso tasso di fertilità, anzitutto...] http://www.reuters.com/article/2014/09/02/japan-economy-abenomics-idUSL3N0R107T2 014 0902). Richiamando attenzione e preoccupazioni sul fatto che il Giappone va perdendo, fino forse a avviarsi, dice, a una specie di “virtuale estinzione” il numero dei suoi abitanti. E afferma che la cosa preoccupa molto la classe politica, che punta almeno a mantenerlo sopra i 100 milioni nel 2060, un calo comunque del 20% su oggi...

Ma a parte che misure per aumentare il tasso di fertilità sono ben conosciute – quelle di un welfare più generoso  che hanno quasi triplicato in vent’anni in Svezia e, in generale, nei paesi scandinavi con l’aiuto pubblico alle donne in età fertile e all’infanzia e che, invece, non sono mai state applicate in Italia – la domanda è: quale sarebbe il disastro per il Giappone se l’isola diventasse un po’ meno affollata (adesso è a 349 abitanti per Km2: in Italia è a 203) per il resto del secolo, con spazi più vasti per abitante e minore inquinamento ambientale?

O, almeno, a noi – anche a noi – pare che la domanda più sensata sarebbe questa.

E, poi, nel 1900 la popolazione nipponica era sui 45 milioni di abitanti, nel 1950 sugli 83 milioni, a 100 milioni nel 1967 e nel 2000 a 127 milioni. Se nel 2050 scendesse a 108 milioni, il Giappone sarebbe davvero sottopopolato? E, ancora, se la classe politica fosse davvero così preoccupata del problema, potrebbe anche risolverlo sacrificando qualche po’ il concetto abnorme che ha difeso e promosso con le sue politiche anti-migratorie almeno dalla fine dell’800 di “purezza della razza” o del sangue puro, come lo chiamano qui, dello junketsu, lo 純血: cfr. I giapponesi e la loro eugenetica http ://www.unitus.it/ scienze/giovani/lucci/file%20html%20miei/geografiaumanagiappone.html).


 

[1] Che ha sviluppato nel corso di 30 anni con la traduzione personale rigo per rigo del Corano, in sei volumi e in lingua urdu a fronte dell’originale arabo medievale del VII secolo d.C, Il significato del Corano― in arabo: Tafhim al-Qur'an: che non è solo un’accuratissima traduzione, però, ma anche, e soprattutto, una lettura nel contesto del tempo di Maometto e una profonda esegesi del testo basata sulla tradizione (hadith) sunnita.

[2] L’Hukm è definito da lui e dai suoi seguaci come esercizio del potere – saggio,  in campo temporale – del governo, fatto col pronunciare sentenze e condanne, di giudicare tra parti avverse, saggio, prudente e considerato, e confacentesi alla shar’ia – la legittima interpretazione della legge islamica e del Corano― cioè, la sua... (cfr. Qura’n, Sura 6 Al-An’ham― il bestiame, 89-90: “Essi sono coloro a cui demmo la Scrittura e la Saggezza e la Profezia – l’Hukm come, nel loro complesso, definisce questi doni di Allah il testo sacro – coloro che Allah ha guidato: tu, attieniti alla loro guida”― Ma è un’interpretazione del Corano che resta molto controversa (nell’Islam molti interpretano questa lettura come una vera e propria forzatura a favore di quella che questa scuola definisce, senza altro fondamento e tout-court, come la volontà di Dio. 

[3]La religione di un Paese è quella di chi lo regge”: principio giuridico, in base al quale un suddito doveva conformarsi alla religione ufficiale del suo Stato. Principio applicato in Svizzera dopo la sconfitta e la morte di Hulrych Zwingli a Kappel (1531) da parte dei cattolici antiriformisti  che resistevano all’egemonia dei cantoni protestanti e esteso poi a tutto l’impero germanico.

    Prima con la pace di Augusta (1555) e, poi, nel 1648, allargato a tutta l’Europa, mettendo fine con la pace di Westfalia – sulla base, appunto, del cuius regio e dopo qualche strascico – sia alla guerra degli ottant’anni tra Spagna e principi tedeschi frenatori del potere imperiale absburgico, sia a quella dei trent’anni sempre tra Spagna e i sette principati dei Paesi Bassi.  

[4] Henry Kissinger ci ha scritto, ed è appena stato pubblicato in America per i tipi della editrice Penguin, The World Order L’ordine mondiale, 2014 l’ultimo, forse - ha novantunanni suonati, dopotutto... – dei  suoi volumi “storici”. Sempre interessanti e informativi ma sempre, anche, e va costantemente ricordato leggendoli sciti a gloria eterna di Kissinger Henry, nato Heinz Alfred nel 1923).  

[5] E, senza neanche rifarsi ai precedenti, sarebbe bastato leggere con qualche attenzione il lavoro – come si dice “seminale” – del maggiore studioso americano del paese, antropologo e archeologo oltre che storico che gli ha dedicato il lavoro di una vita straordinariamente operosa e vissuta sul campo: Louis Dupree, col suo Afghanistan― Oxford University Press, 2002 (mai tradotto in italiano) ▬ per scaricarlo, però a pagamento, direttamente da Internet, cfr. http://www.download-genius.com/download-k:Afghanistan+by+Louis+Dupree.html?aff .id=3637&aff.subid=10).  

[6] Del resto, deve sempre rassegnarsi a farlo chiunque – Germania, Giappone, Belgio, Italia...: è stato il caso dei piloti americani che giocando e zuzzurrellando tra loro a passare sotto il cavo della funivia del Frejus lo tranciarono, ammazzando una ventina di disgraziati turisti (strage del Cermis, 9.3.1976).

    Processati, così in forza del SOFA, dal loro tribunale militare, una volta tornati subito in America – per dolo e non solo per negligenza colposa avendo, anche, provveduto maldestramente a cercare di truccare la scatola nera e le prove vennero tutti e quattro liberati dopo pochi giorni di fermo ai domiciliari.

    Ma si sa, so’ ragazzi e i suoi ragazzi in armi, come dire, un po’ esuberanti l’America li difende sempre. Anche quando poi li condanna ma sempre poi liberandoli quasi subito: come, in sostanza, fecero perfino per la strage ordinata e compiuta nel villaggio di Mỹ Lai (Vietnam: 347 civili mitragliati, stuprati, baionettati – solo donne, bimbi e vecchi – dalla compagnia Charlie della 11a brigata di fanteria leggera americana, comandata dal tenente William Calley  16.3.1968: alla fine Calley, unico imputato ad essere condannato, dal tribunale militare americano, scontò tre anni di arresti domiciliari per gli oltre 300 assassinî personalmente ordinati – e autorevolmente coperti. Nixon lo graziò, dopo tre anni  di arresti domiciliari nell’alloggio ufficiali scapoli di Fort Benning in Georgia).

  E come fecero anche per Abu Ghraib, lo scandalo emerso nel 2004 (il carcere militare che gli americani trasformarono in una vera e propria officina di torture all’ingrosso subito a sud di Bagdad, in Iraq: qui, anche se costretti a riconoscere che la tortura – chiamata ipocritamente “interrogatorio rafforzato” – era stata autorizzata dall’alto, direttamente dalla Casa Bianca e da Bush, furono processati e incarcerati per poche settimane e sempre a domicilio solo due reclute, con perfetta osservanza della parità di genere, la soldatessa Lynndie England― quella che trascinava al guinzaglio per i corridoi del carcere un iracheno nudo, tumefatto e sanguinante e il soldato semplice, Charles Graner, che flagellava e pisciava sui suoi prigionieri).

[7] Presso la Scuola superiore del Servizio Estero in Qatar e autore di un rilevante lavoro su Ukraine and Russia: a fraternal rivalry― Ucraina e Russia: una rivalità fraterna, U.S.Institute of Peace Press,ed. 1999 [non pubblicato in italiano].

[8] Edward Lucas, anche in italiano: La nuova guerra fredda. Il putinismo e le minacce per l’occidente, ed. Università Bocconi, 2009. 

[9] Altro libro dal titolo (La fine della storia e l’ultimo uomo, di Francis Fukuyama, ed. Rizzoli, 2003,  e dalle tesi catastroficamente sbagliate ma che ammaliarono per alcuni anni alcuni pensatori e anche molti pseudo pensatori

   La principale, di stampo storiografico, affermava che il processo di evoluzione sociale, politica ed economica dell’umanità ha raggiunto l’apice alla fine secolo americano, il XX, e da questo momento si è aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale... poi arrivò l’11 settembre, il fanatismo islamista e il fallimento, anche, del capitalismo come soluzione dei problemi di questa umanità che, invece, resta sempre in progress.

   Come ha poi ammesso lo stesso autore in un altro lavoro di feroce auto-critica, America al bivio. La democrazia, il potere e l'eredità dei neoconservatori, di Francis Fukuyama, ed. Landau, 2006.

[10]  E’ proprio questo il titolo di un fortunatissimo libro del giornalista premio Pulitzer Martin Childs, uscito nel 1936 a rendere popolare in America l’esperienza ancora abbastanza iniziale della socialdemocrazia svedese. Un libro largamente citato da Roosevelt già all’inizio della campagna presidenziale del 1936 come, appunto, la giusta via di  mezzo, sperimentata, tra il capitalismo rampante e spietato che trionfava in America e il collettivismo forzato dell’Unione Sovietica (The Middle Way – The Swedish Model― La via di mezzo – Il modello svedese, Yale University Press, 1936, mai tradotto in italiano – allora c’era il fascismo al potere – e a cui la letteratura nostrana si è riferita spesso col titolo, sbagliato, di “la terza via”).  

[11] Il prof. Francesco Giavazzi, è vero, proprio da qualche settimana, insieme al suo gemello prof. Alberto Alesina e anche, spesso al prof. Guido Tabellini, sembra aver cominciato anche a ripensarci (cfr. Vox (ingl. laVoce.info, 21.8.2014, F. Giavazzi e G. Tabellini, How to jumpstart the eurozone economy Come riavviare l’economia dell’eurozona http://www.voxeu.org/ article/how-jumpstart-eurozone-economy) ma ancora con ambiguità e tanti stranguglioni... Ma, credeteci sulla parola se non avete voglia di leggere e di informarvi direttamente, è una imbarazzata quanto un  po’ imbarazzante autocritica che non confessa di essere tale... 

[12] Odissea, Omero (VII sec. A.C.), canto XII, trad. ital. di I. Pindemonte.