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     10. Nota congiunturale - ottobre 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

02.10.13

 

Angelo Gennari

 

   

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare tutti gli spazi vuoti tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc368235053 \h 1

nel mondo in generale (e in sintesi) PAGEREF _Toc368235054 \h 1

L’Italia peggio proprio di tutte le economie grandi   (grafico) PAGEREF _Toc368235055 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto-resistenza-crollo dei rais), AFRICA e AMERICALATINA    PAGEREF _Toc368235056 \h 3

Al Campidoglio: punire Assad? o punire Obama?   (vignetta) PAGEREF _Toc368235057 \h 5

La (tragica e grottesca) patacca di John Kerry   (foto e video) PAGEREF _Toc368235058 \h 7

in CINA (e nei paesi ASIAtici) PAGEREF _Toc368235059 \h 26

La corruzione: già… ma solo in Cina?   (vignetta) PAGEREF _Toc368235060 \h 27

EUROPA... PAGEREF _Toc368235061 \h 31

Sì,adesso il Cavaliere piange davvero…  (foto) PAGEREF _Toc368235062 \h 31

Il salvataggio della Concordia: immane… quasi quanto quello dell’€…   (vignetta) PAGEREF _Toc368235063 \h 33

STATI UNITI. PAGEREF _Toc368235064 \h 37

Lo scandalo della % dei redditi andati nel 2012al 10% delle famiglie USA (grafico e vignetta) PAGEREF _Toc368235065 \h 42

Piccolo satana!..... Assicella del male!…   (vignetta) PAGEREF _Toc368235066 \h 48

GERMANIA... PAGEREF _Toc368235067 \h 50

Avanzo primario dal 2000 al 2013: Germania e Italia – Indovinate chi “vince”?   (grafico) PAGEREF _Toc368235068 \h 54

FRANCIA... PAGEREF _Toc368235069 \h 54

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc368235070 \h 55

GIAPPONE... PAGEREF _Toc368235071 \h 55

 

  L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale (e in sintesi)

Anzi, in estrema sintesi:

• Anche se, in generale, i cosiddetti mercati sembrano preoccuparsi più dei dati e della politica monetaria, la politica tout-court come tale, sta tornando – è tornata – di prepotenza sotto il mirino dell’attenzione del mondo: di prepotenza, per il bombardamento americano della Siria, per “punire” – dice – l’uso delle armi chimiche di Assad.

• Questa, però, sembra ancora l’eccezione – un’eccezione che si chiama guerra! – tra scadenze che premono ormai sugli Stati Uniti e riguardano le tre questioni fiscali, di bilancio, incombenti: la cosiddetta risoluzione continua, il tetto imposto per legge al debito pubblico e il cosiddetto sequestro, l’imposizione di un tetto uguale su ogni capitolo delle spese federali attraverso tagli lineari e indiscriminati— le tre grandi questioni che attanagliano presidenza e Congresso.

• Anche in Giappone, nell’arco dei prossimi due mesi, si troveranno a dover decidere – nel bel mezzo di un periodo di tensioni geopolitiche con la Cina, di tentate contro-“riforme” strutturali (liberalizzazioni del mercato del lavoro, tagli delle pensioni) che trovano forti resistenze tra la gente che ha salutato bene, invece, la politica monetaria e di una più larga pubblica spesa voluta dal governo ma ferocemente osteggiata dai mercati finanziari, con la necessità di spese obbligate e ormai colossali  per mettere una toppa (letteralmente) ai buchi dei reattori nucleari che vorrebbero ma temono di rimettere in funzione…

• In Europa, invece, tutto – troppo – sembra dipendere da quello che si comincerà a sbloccare o che resterà immobile nelle scelte di fondo del paese e dell’Unione tutta, dopo le elezioni tedesche del 22 del mese…

L’economia globale continuerà a crescere per il resto dell’anno, anche se arrivano dalla Cina e dagli altri mercati cosiddetti emergenti segni di rallentamento – relativo – dei tassi di una crescita che, comunque, lì resta sempre la più sostenuta al mondo (Cina: +7,2% nel 3° e +8,1 nel 4° trimestre dell’anno). Certo, in alcune di queste economie emergenti ma ancora fragili, la crescita che resta si riduce anche perché associata alla prospettiva trapelata di una politica monetaria USA più ristretta (rialzo dei tassi di interesse) che hanno causato “instabilità di mercato, costi finanziari in aumento, fughe di capitali e svalutazioni” peggio, naturalmente, dove i governi dipendevano molto dagli investimenti esteri per poter finanziare i loro deficit di conto corrente.

Ripresa diversificata in Europa con Giappone (+2,6 e +2,4 nel 3° e nel 4° trimestre), USA (+1,7 nell’anno) e anche Gran Bretagna (+0,7) che avanzano a tassi più alti e con l’eurozona che nel complesso ora è uscita da sei trimestri consecutivi (un anno e mezzo) di contrazione ma, con l’eccezione dell’Italia, unico dei paesi del G-7 che continua a restare ancora, inesorabilmente, in recessione (1. OECD/OCSE, 3.9.2013, Interim Economic Assessment Valutazione ad interim dell’economia http://www.oecd.org/economy/outlook/Interim_ Assessment_Hand out­_September_2013.pdf); 2.  New  York  Times,  

● L’Italia peggio proprio di tutte le economie grandi   (grafico)

Crescita dei PIL nella 8 maggiori economie - % di cambio 2012-2013 

Fonte: Stima provvisoria dell’OCSE, 3.9.2013

3.9.2013, D. Jolly, World Economy Growing Unevenly, O.E.C.D. Says L’OCSE dice che l’economia globale cresce, ma non uniformemente http://www.nytimes.com/2013/09/04/business/global/world-economy-growing-unevenly-oecd-says. html?ref=global- home & _r=0).

Dati subito confermati da Bruxelles (per l’Italia il secondo trimestre sarà ancora in contrazione, per lo 0,2%  (EUROSTAT, 4.9.2013, #130-2013, Second estimate for the second quarter of 2013 - Euro area GDP up by 0.3% and EU27 up by 0.4%; -0.5% and 0.0% respectively compared with the second quarter of 2012 Seconda stima per il secondo trimestre 2013 - PIL dell’eurozona +0,3% e PIL dell’UE a 27 su dello 0,4%; -0,5 e, rispettivamente, 0 a confronto col secondo trimestre 2012 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-04092013-BP/EN/2-04092013-BP-EN.PDF) e che le previsioni ufficiali del governo italiano modificheranno tra poco ancora in peggio.

La Boeing ha fatto svolgere con successo al suo nuovo Dreamliner, l’aereo passeggerei “del sogno” come lo ha battezzato, il test inaugurale. Il 787-9, questo modello, ha una portata di quasi 500 Km.  superiore a quella del 787-8 già in servizio e ha posto per 40 passeggeri di più. Il valore delle azioni della compagnia ha raggiunto nei giorni scorsi il massimo anche a fronte di alcuni ritardi subiti proprio dal Dreamliner. E’ anche in attesa, ormai quasi sicura, di un grosso ordinativo in arrivo dalla Corea del Sud.

●Anche la canadese Bombardier ha completato il volo inaugurale del suo nuovo trasporto passeggeri della serie CS a fusoliera stretta nella speranza di metterlo in concorrenza utile sul mercato del corto e medio raggio che oggi è dominato dal duopolio Airbus e Boeing. La serie CS accomoda tra i 100 e 149 passeggeri, usa motori più silenziosi della media e meno carburante a parità di percorso. Finora è riuscito a piazzare 177 ordini, non pochi, e entrerà in servizio commerciale tra un anno (The Economist, 20.9.2013, Commercial aircraftBombardier lights a fuse Aerei commerciali – Bombardier accende la miccia http://www.economist.com/news/business/21586556-canadas-new-passenger-jet-threatens-old-duopoly-bombardier-li gh ts-fuse).

Un’ultima annotazione, in questo paragrafo che cerca di capire meglio le dimensioni sovrannazionali e mondiali non vantate o sperate quanto vere e plausibili dei rapporti commerciali e finanziari tra America e Europa in particolar, e dunque anche politici – di cooperazione, di convivenza, di possibile conflitto – tra America e Europa.

Segnalano dunque i verbali di come Jörg Asmussen, che su indicazione della SPD tedesca siede – nominato dal governo Merkel – nel Comitato direttivo della BCE, abbia vantato in un recentissimo incontro dell’EBRD, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo molto critico nei confronti di come gli USA rimandino sempre la soluzione strutturale del loro “irresponsabile” accumulo di debito federale (AboutChina, 26.9.2013, EBRD Executive Committee called on the U.S. long-term fiscal restructuring policy against repeatedly adjust the debt limit Il Comitato esecutivo dell’EBRD fa appello alla ristrutturazione della politica fiscale di lungo termine americana in alternativa al continuo riaggiustamento del tetto del debito http://www.51jiwo.com/finance/ 11160.html) il potenziale di crescita “di grande rilevanza” del promesso accordo di deregolamentazione tariffaria tra Unione europea e Stati Uniti d’America.  

Che, sempre vantato come fatto reale per farlo passare, in realtà, non è mai stato realisticamente credibile, mentre la ragione fondamentale per cui  Commissione e Amministrazione statunitense perseguono l’accordo non è affatto la crescita sperata, in realtà abbastanza insignificante, ma altra. La dissero in un momento di candore, di prosternazione veritiera alle logiche del dio mercato e, poi, tutto considerato ai loro veri sponsors, l’ex ministro del Tesoro americano che ha mosso l’idea, Tim Geithner, già golden boy della grande banca Goldman Sachs e in attesa di tornarci a fare il capo e il solito Olli Rehn, ex calciatore di mediocre abilità finlandese, il nullista liberista ora Commissario agli affari economici e monetari UE.

Si tratta di promuovere un’altra delle tante deregolamentazioni che hanno garantito a lor signori la vittoria nella “guerra di classe” che è in atto – come la descrive da anni l’ultramiliardario americano Warren Buffett  ((New York Times, 26.11.2006, Ben Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning? Nella guerra di classe, indovinate un po’ quale classe sia quella che vince? http://www.nytimes.com/2006/11/26/business/yourmo ney/26every.html?_r=0) quella di un’altra ridistribuzione dei redditi a favore di chi ha di più contro chi ha di meno, con il libero commercio in programma a difesa proprietà intellettuale, dei brevetti e del settore finanziario nell’una e l’altra delle due economie in cambio del continuo aumento della concorrenza per la maggior parte dei lavoratori a più bassi compensi, messi dunque in competizione sempre più al ribasso tra loro.

Ora, uno studio molto analitico e documentato, sviluppato proprio su incarico della Commissione dal Centro per le ricerche economiche e politiche del Regno Unito ha trovato e dimostrato, in effetti, che – e al massimo – l’accordo di abbattimento tariffario in agenda aumenterebbe il PIL americano dello 0,39% a regime, a fine 2027, tra quindici anni, ma più probabilmente solo allo 0,21%.  Vale a dire in termini annui un aumento pagato tutto, alla fine, dai più deboli, forse, dello 0,015%. Certo, per l’Europa ogni anno la media di crescita aggiunta sarebbe un tantino più alta: forse (i buffoni!) dello 0,020%... (CEPR/Londra, Ricerca diretta da J. Francois per la Commissione europea, 3.2013, Reducing Transatlantic Barriers for Trade and Investment— La riduzione delle barriere transatlantiche a commercio e investimenti  (tav. 16, p. 46) ▬ http: //trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/march/tradoc_150737.pdf).

Ma, se la deregolamentazione ulteriore che è lo scopo vero della misura liberistica in questione premiasse ancora di più le rendite di posizione già privilegiate rispetto alle posizioni dei redditi da lavoro, allora tutto davvero si spiegherebbe: altro che crescita ulteriore: ricchezza extra per pochi e più miseria per altri.

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di ottobre 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

10-11, incontro dei ministri delle Finanze dei G-20 a Washington;

11-13, vertice annuale (sempre a Washington) del FMI;

16, in Azerbaijan , elezioni presidenziali;

19, in Malaysia, elezioni del Consiglio supremo, il Comitato centrale, del partito di governo, UMNO, il Barisan nasional, Unione nazionale malaysiana che tra scissioni e ricomposizioni – quasi mai dettate da ragioni politiche e tanto meno morali ma di affari, alla voi sapete chi – sta comunque al governo dal 1951;

20, in Lussemburgo, elezioni parlamentari;

24, a Bruxelles Consiglio europeo;

27, elezioni parlamentari in Argentina;

27, elezioni presidenziali in Georgia;

25-26, nella Republica ceca, dopo lo scioglimento del governo di Jiři Rusnock che non ha ottenuto la fiducia, elezioni legislative anticipate di oltre sette mesi.

MEDITERRANEO arabo (tramonto-resistenza-crollo dei rais), AFRICA e AMERICALATINA

●Anche in Egitto, oltre che in Libia e Algeria, le compagnie petrolifere americane – nel caso di specie la Apache Corp. di Houston (Texas) – stanno cedendo quote di cointeressenza, o di loro proprietà, per lo sfruttamento o l’esplorazione di nuovi giacimenti di greggio alla SINOPEC cinese (la China Petroleum and Chemical Corporation) per 3,1 miliardi di $. La stessa Apache ha precisato che, però, le sue operazioni nel travagliato paese del Nord Africa arabo continuano – ai cinesi ha ceduto solo il 33% della proprietà – senza risentire tropo sostiene degli squilibri in atto perché le sue operazioni – precisa – “si svolgono in aree isolate e poco popolate del paese, lontane dai centri degli eventi politici che hanno scosso e ancora scuotono la regione(Apache News, 29.8.2013, Apache to receive $3.1 billion in exchange for 33 percent interest in Apache Egypt Apache riceverà 3,1 miliardi di $ in cambio del 33% dei suoi interessi nell’Apache Egypt http://investor.apachecorp.com/releasedetail.cfm? ReleaseID=787946).

●Intanto, continua inesorabile il consolidamento del regime militare di al-Sisi. Ormai sono migliaia gli aderenti alla Fratellanza mussulmana sbattuti senza processo – tanto meno un processo “regolare” – in galera e prosegue la caccia alla leadership, ormai anche intermedia, degli Ikhwan— i Fratelli: è stato ora arrestato nella capitale, insieme all’ex governatore di Qalyubia, Hossam Abu El-Bakr, la regione del delta del Nilo, a breve distanza a nord del Cairo, il portavoce della Fratellanza, Gehad el-Haddad, presentato alla stampa coi ferri ai polsi e con la faccia gonfia di ecchimosi (lo fa rilevare, con un soprassalto minimo di dignità professionale, l’organo del governo almeno in una sua prima edizione prima di sostituire la foto con una di archivio  (Al Ahram/il Cairo, 17.9.2013, Muslim Brotherhood spokesman Gehad El-Haddad arrested Arrestato il portavoce della Fratellanza Gehad El-Haddad ▬ http://english.ahram.org.eg/News Content/1/64/81830/Egypt/Politics-/Muslim-Brotherhood-spokesman-Gehad-ElHaddad-arrest.aspx).

Con un “cedimento” alla richiesta pressante dettata dall’evidente cattiva coscienza che si portano dietro e ufficialmente per per motivi umanitari – dicono – su richiesta della Casa Bianca, i golpisti al governo concedono un colloquio telefonico con i familiari dopo mesi di segregazione carceraria al presidente che il golpe ha deposto, Mohamed Morsi. Gli fornisce anche l’alibi, se mai ne avessero avuto bisogno, per continuare a tenerlo segregato in attesa del processo- farsa che stanno mettendo in piedi visto che conferma loro che, comunque, lui non mollerà dalla rivendicazione della legittimità del suo governo (World Bulletin, 17.9.2013, Morsi to family:“I’ll stand my ground until my last breath” Morsi alla famiglia:manterrò ferme le mie posizioni fino all’ ultimo respiro che avrò http://www.worldbulletin.net/?aType=haber& ArticleID=118221).

 uio telefonico , ascoltatp e refiostrato, all’dex pewdiente

La decisione del presidente Obomba, pardon, Obama di chiedere l’approvazione del Congresso prima di mettersi a bombardare la Siria ha preoccupato molto, pare, Israele. Un analista di cose militari di stampo, tutto considerato, razionale che scrive su un quotidiano indipendente e diciamo pure progressista (Haaretz/Tel Aviv, 1.9.2013, Amos Harel, Obama seeking Western legitimacy, but Arabs perceive him as weak Obama in cerca di una legittimazione in occidente, viene percepito dagli arabi [assicura lui, che arabo non è e parla soprattutto, poi, dei timori degli israeliani] come debole http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premiu m-1.544590).

Scrive molto seccamente che “dal punto di vista di Israele – dando per scontato che ce ne sia ovviamente uno solo e monolitico: quello di Netanyahu – la conclusione da trarre da questo fatto è tutt’altro che incoraggiante. La teoria che gli USA si precipiterebbero all’ultimo momento in aiuto di Israele e attaccherebbero l’Iran” non se attaccasse Israele ma preventivamente “per togliere di mezzo la minaccia del suo nucleare, sembra meno e meno probabile”. Noi speriamo che abbia proprio ragione, ma non saremmo purtroppo sicuri che abbia torto…

Da questa faccenda controversa della richiesta al Congresso di approvargli l’intervento, viene anche fuori, però, una incoerenza tutta americana e anche un po’ grottesca, insita nel rapporto stesso, complesso e pieno di contraddizioni, tra Barak Obama e la verità che, al solito, fa a cazzotti tra quel che dice e quel che lascia dire e quel che fa.

Ha scritto, non solo senza smentite ma anzi con sicure conferme, chi sapeva quel che diceva che “per rendere le cose ancora un po’ più complesse, i più stretti aiutanti di Obama hanno tenuto a chiarire che la sua richiesta al Congresso di approvargli l’intervento non è in ogni caso discriminante. Cioè, potrebbe attaccare la Siria anche se il voto fosse contrario”: insomma prende per il sedere il Congresso, gli americani e il mondo tutto (TIME Magazine, 31.8.2013, M. Scherer e Z. Miller, Unwilling to act alone, Obama pulls back from brink of war Non volendo agire del tutto da solo, Obama si tira indietro dall’orlo della guerra http://swampland.time.com/2013/08/31/unwilling-to-act-alone-obama-pulls-back-from-brink-of-war/#ixzz2dafPg459).

C’è chi spera ancora nella resipiscenza di un uomo che spesso agisce senza alcuno scrupolo ma spesso appare tormentato come il presidente Barak Obama II. Dopotutto, è stato ricordato, lui stesso scrisse in un libro che, anni fa, ha dedicato a un padre che aveva conosciuto assai poco[1] che fu proprio lui a parlargli di un pensatore italiano, sardo, marxista chiamato Antonio Gramsci e a segnalargli, in particolare, un passaggio dei suoi scritti.

Barak Obama senior era stato un economista influente nel governo kenyota degli anni ‘60. Lui lo conobbe poco – la madre, con cui visse sempre, che era divorziata lo aveva fatto crescere alle Hawaii e poi in Indonesia, prima di tornare in America, da cui nel frattempo lui era partito definitivamente.

Era un intellettuale qualche po’ bohemien e anche qualche po’ sregolato (morì in un incidente stradale  in cui incorse perché era ubriaco a 46 anni, nel 1982) che non ha conosciuto bene, che era stato lettore di economia all’università di Harvard lui stesso (il suo lavoro più conosciuto è un pamphlet corposo per il “socialismo africano” di cui stila la parte economica, duramente anticapitalista: East Africa Journal, 7.1965, Problems facing our socialism I problemi cui deve far fronte il nostro socialismo http://www.politico.com/pdf/PPM4 1_080411 _ bhobama_article_1965.pdf).

E di cui parla a fondo e con grande rispetto nel libro che gli consacra, lungo ben 500 pagine e scritto quando alla presidenza neanche pensava e non si preoccupava certo nel far sapere, dunque – il futuro presidente era allora un insegnante di diritto costituzionale all’università di Chicago ancora neanche senatore – che certificava alla vasta platea del razzismo americano il fatto che il padre non era solo nero ma anche marxista convinto e combattivo terzomondista antimperialista… il padre.

Fu lui, ricordò, a parlargli di un filosofo e politico italiano chiamato Antonio Gramsci... Peccato che, una volta assunto all’augusto soglio – alla Casa Bianca – il presidente non si sia più  ricordato della specifica lezione di cui ha raccontato che gli avesse raccomandato la lettura il padre sulla verità e la sua natura di per sé “rivoluzionaria” (L’Avanti torinese, 19/2/1916, ora nel volume “Sotto la Mole”, Einaudi 1960, p.43, Editoriale La conferenza e la verità http://cesim-marineo.blogspot.it/2012/03/ciascuno-il-suo-gramsci.html #!/2012/03/ciascuno-il-suo-gramsci.html).

Osservava Gramsci, semplicemente, che “dire la verità è rivoluzionario…Siamo persuasi che i fatti dovevano rimanere tali anche in tempo di guerra, e che la storia e la cultura sono cose troppo da rispettare perché possano essere deformate e piegate dalle contingenti necessità del momento. La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire”.

Ma forse una speranza – scriviamo prima del voto al Congresso – che se il voto alla fine sarà no, malgrado quanto dicono i suoi “consigliori” più grezzi, porrà problemi seri poi a essere scavalcato semplicemente fregandosene – a questo punto e malgrado tutto potrebbero – potrebbero… – essere “proprio gli americani. Non è solo la futilità degli otto anni di guerra in Iraq, la frustrazione dell’Afganistan, la perdita di migliaia di soldati e la mutilazione di altre decine di migliaia di loro [soldati americani, si capisce: gli unici che, alla fine poi contano] che oggi stanno causando tanti dubbi sull’attacco alla Siria.

 

● Al Campidoglio: punire Assad? o punire Obama?   (vignetta)

Fonte: NYT, P. Chappatte, 5.9.2013

 

    E non è neanche solo il costo finanziario della guerra in un era di austerità. C’è anche il senso crescente che il problema vada anche al di là dell’esagerato estendersi dell’impero. Sotto esame ormai c’è proprio lo steso concesso di impero. Vent’anni fa gli americani erano orgogliosi di essere la super-potenza globale. Sentivano di aver vinto una grande vittoria nella guerra fredda. Ma adesso scoprono il baratro in cui li ha sprofondati il trionfalismo della ‘fine della storia’. Sia il complesso militar-industriale degli Stati Uniti che l’élite del potere di Washington si sentono oggi in un grande disagio.

    E anche adesso che i droni senza pilota e i missili lanciati a distanza di continenti interi stanno offrendo all’America [ma non solo al’America, questo è il punto: non ne hanno mai avuto il monopolio e sempre meno l’avranno] il potenziale di un’era senza più interventi pagati anche coi loro morti, Obama sta cercando di ridar voglia agli americani [ma trova resistenze forti] di assumere ancora una volta un loro ruolo ‘punitivo’ (Guardian, 1.9.2013, J. Steele, Syria: the US public faces a grim reality TV choice— Siria: l’opinione pubblica americana si scontra con una specie di scelta da reality Tv ▬ http://www.theguardian.com/commentis free/2013/sep/01/us-public-doubts-attacking-syria).

●Soprattutto, però, il problema dell’America di Obama, come di quella di Bush, come di quella di Nixon, come di quella di Johnson e di Kennedy stesso, per dire – dell’America che spergiura il falso per vero come fanno molti altri paesi ma che non accetta di essere neanche in questo come ogni altro paese e, per questo, perché è l’America, pretende di essere creduta sulla parola – è che nessuno al mondo sulla parola invece crede più. Perfino il parlamento britannico, glielo dice, perfino il ministro degli Esteri italiano, perfino il papa: gente che più diversa tra loro non potrebbe esserci.

E anche se poi, stretti alle corde, quasi nessuno di essi gli voterebbe al dunque contro, diciamo all’ONU se fosse chiamato a farlo, perché a non credergli e soprattutto a dichiararlo sono la Russia e la Cina che hanno, dicendoglielo in quella sede, il potere di bloccare ogni riconoscimento internazionale legittimo alla sua posizione. Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo che pure aveva stabilito col suo omologo Kerry un eccellente rapporto personale – tutt’altro della fredda distanza che a vicenda manteneva con Hillary Clinton – dopo l’intemerata sua, di lui, conferenza stampa del 1° settembre, dichiara che le prove sulle armi chimiche di Assad trasmesse dagli USA “non sono assolutamente convincenti”…

In quella documentazione non c’è nessun dato specifico e verificabile, non ci sono locazioni geografiche precise identificate con coordinate, nomi, nessunissima prova che i test cui ci si riferisce siano stati condotti e trasmessi da esperti forensi di calibro confermato ma che la Russia è disposta a inviare membri della sua legislatura a discutere della questione con membri del Congresso americano (Montreal Gazette, 2.9.2013— Russia may send legislators to US to discuss Syria with congressmen http://www.montrealgazette.com/news/Russia+says+evidence+presented+them +Syria+chemical+weapons/8859687/story.html)

Anche la Cina ha ricevuto la “documentazione” del dipartimento di Stato americano. Ma, anche lì, “senza nessuna validazione della sua autenticità” afferma il ministero degli Esteri. E la Cina a questa constatazione si ferma, pur dice il portavoce “con la massima buona volontà (Agenzia Reuters, 2.9.2013, U.S. briefs China on chemical weapons use evidence in Syria Gli USA informano la Cina delle armi chimiche usate in Siria http://www.reuters.com/article/2013/09/02/us-syria-crisis-china-idUSBRE98104820130902).

Certo che poi è anche e, addirittura, banale spernacchiare le “prove” che l’America porta all’attenzione del mondo – perché magari è anche vero che Assad sia colpevole di aver gassato i cittadini siriani a lui nemici ma sembra più credibile di Kerry quando fa rilevare che, data la natura della bestia chimica, avrebbe anche inevitabilmente colpito nelle aree urbane sotto il mirino i suoi stessi soldati. Perché il problema è tutto lì: all’America non si può proprio più credere sulla parola.

Se nel parlare di prove disponibili ma che per ragioni della segretezza delle fonti non si fanno vedere ma di cui si parla soltanto, l’unica immagine tirata poi fuori nella conferenza stampa del 1° settembre dal segretario di Stato John Kerry (Department of State, Press conference del segretario di Stato John Kerry, 1.9.2013, http://www.state.gov/secretary/remarks/2013/09/213695.htm) per vendere al pubblico americano la guerra da fare alla Siria è la foto che qui sotto riproduciamo.

E che ritrae – dice lui – la fila di poveri morti seminati dal gas di Assad il 21 agosto alla periferia di Damasco, risulta al dunque tratta però, per sciatteria, per presunzione, per sfacciataggine, da un video del 2003 girato in Iraq di un bombardamento americano e di quei poveri morti, vittime due volte quindi degli americani (il link col video è ▬ http://www.youtube.com/watch?v=U8GzdlZV-kU), allora c’è la conferma che mentiscono ancora, sapendo o, peggio forse, neanche sapendo di mentire.  

La (tragica e grottesca) patacca di John Kerry   (foto e video)

Fonte: foto e video di Marco di Lauro [uno dei maggiori fotoreporter di guerra, italiano che lavora in America, cfr. htt://www.marcodilauro.com]

Lo attesta chi girò quelle immagini, Marco di Lauro che dice adesso di essere letteralmente “caduto dalla sedia”., quando ha visto Kerry raccontare e mostrare le immagini di quella tragica e grottesca  favola in diretta Tv per convincere, turlupinandolo, l’opinione americana e quella mondiale.

Come i russi, va detto, come i cinesi, come anche la Germania e l’gia, come il parlamento britannico – non il primo ministro che s’era già sdraiato a tappetino e che è stato fatto forzatamente levare dalla posizione prona cui s’era accomodato –  il 3 settembre anche il segretario generale dell’ONU, il sud-coreano Ban Ki-moon, di solito sottomesso, ligio e ossequioso alle volontà degli USA che lo hanno fatto eleggere e potrebbero farlo rieleggere confermando che ha dovuto far rientrare anticipatamente il 30 gli ispettori che aveva inviato in Siria perché su Damasco incombeva la minaccia dei bombardamenti USA.

E ha anche detto chiaro che, mentre apprezza la decisione del presidente Obama di rivolgersi al Congresso lui deve insistere: ogni azione di tipo militare contro qualsiasi paese del mondo per essere legale e legittimata deve essere appoggiata, approvata e autorizzata nelle forme dovute dal Consiglio di Sicurezza (New York Times, 3.9.2013, R. Gladstone,U.N. Chief Reaffirms Opposition Strike on Syria Il capo dell’ONU riafferma la sua opposizione all’attacco alla Siria http://www.nytimes.com/2013/09/04/world/ middleeast/un-chief-reaffirms-opposition-to-strike-on-syria.html?_r=0). Concludendo che “dovremmo tutti evitare l’ulteriore militarizzazione del conflitto, ridando vita piuttosto alla ricerca di una soluzione politica”.

A ogni buon conto, e a scopo esclusivamente cautelativo per tutelare le truppe italiane presenti nel territorio libanese nell’ipotesi di un intervento armato americano contro la Siria, spiega l’amm. Luigi Binelli-Mantelli capo di stato maggiore della Difesa, è stata ora inviato al largo delle coste libanesi, il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, altri 195 componenti armati del corpo italiano di interposizione dell’ONU, UNIFIL, di interposizione sul territorio tra Hezbollah ed Israele, con dotazioni missilistiche, difensive e offensive, di prassi e, forse, anche una fregata della classe Maestrale, come parte che così diventa integrante dell’UNIFIL stesso (Altalex, 5.9.-2013, Siria: Ammiraglio Binelli Mantelli, Italia ha inviato una nave in Libano http://www.altalex.com/index. php?idnot=64330).

Intanto, mentre al G-20 di San Pietroburgo Obama sulla Siria si ritrova del tutto isolato, in compagnia soltanto dell’impegno esplicito a fare la guerra affiancandolo del presidente francese Hollande, come lo sbeffeggiano ormai (sul Guardian, 2.9.2013, T. Dowling, America’s new poodle: a memo to François Hollande Appunto per il nuovo cagnolino da grembo dell’America: François Hollandehttp://www.theguardian. com/world/shortcuts/2013/sep/02/america-new-poodle-francois-hollande).

Ma è in tutto il paese, chiosa acido il NYT (New York Times, 8.9.2013, S. Daley, After Bold Step on Syria, French Leader Finds Himself Dismissed as Lackey che Dopo l’ audace passo sulla Siria [il sì quasi senza condizioni che, a nome della Francia, ha dato a Obama sarebbe, secondo questo titolo, ‘l’audace passo’] il presidente francese si trova bollato come un lacchè [degli americani] ▬ http://www.nytimes.com/2013/09/09/world/europe/after-bold-step-on-syria-french-leader-finds-himself-dismissed-as-lackey.html?pagewanted=all&_r=0).

E non aiuta proprio – anzi tutto il contrario – il goffo appello che nel suo francese un po’ ballerino il segretario di Stato Kerry rivolge alla televisione francese equiparando Assad a… Hitler: ed esponendosi subito, alla replica ben informata e niente affatto complimentosa del conduttore che gli richiama alla mente le identiche parole che nel 2003 il vice presidente Cheney, in inglese non in francese, spese contro Saddam Hussein e le sue armi di distruzione di massa che poi manco c’erano…

Peggio di tutto, per lui, sintetizza il quotidiano americano è che, però, essendosi affrettato e senza alcuna consultazione dell’Assemblée nationale a dare l’OK della République all’intervento, si ritrova adesso su uno strapuntino ad aspettare, come alla fine ha dovuto dire che è meglio, l’OK dell’ONU che non ci sarà mai e, soprattutto, la decisione del Congresso americano…

Insomma ha dato il cambio a Cameron, il premier britannico che occupava saldamente da sempre lo zerbino ai piedi del presidente americano di turno, proprio come Blair prima di lui, ma l’ha dovuto lasciare per forza dopo il voto contrario della Camera dei Comuni e che ormai può dare al presidente – e gli dà ma a poco gli serve – solo un appoggio “morale”. Costringendo così Obama a uscire dal vertice con pochissimi sostegni dichiarati e nessun consenso concreto alla richiesta che fa.

Al presidente manca perfino l’appoggio esplicito, e l’intervento – soldi  forse sì, ma un’ azione militare diretta anche solo di supporto no – dell’Arabia saudita che pure da sempre soffia venti e semina grande tempesta facendo da grande elemosiniere e armiere a tutti i nemici di Assad, al-Qaedisti compresi, del resto, i più ideologicamente e idealmente vicini al suo modo di essere islamici (Osama, non a caso era un principe saudita)…

Riyād vede da sempre, comunque, la Siria come il luogo e l’occasione della battaglia campale che le impone il credo suo wahabita: l’apocalisse finale nello scontro dei mussulmani sunniti contro gli eretici mussulmani sci’iti e a questa vera e propria guerra santa scatenata in ogni sua dimensione ma, alla fine della fiera, mirata contro l’Iran sci’ita e per di più neanche arabo, dedicherà tutte le forze e le risorse che ha— con l’eccezione di mandare a combattere sul campo i propri soldati. Meglio che a versarci sangue siano i kafir, gli infedeli. Gli americani ad esempio…   

In conclusione, la puntata di Obama a San Pietroburgo si conclude con un fallimento della missione che s’era molto ambiziosamente assegnata di convincere gli altri – amici e avversari, alleati e potenziali concorrenti – dei torti esclusivi della Siria; e con una ridimensionata drastica alla concezione di sé dell’America, finora sempre in sede internazionale, almeno fino alla Libia, da tutti scontata come vincente— Ma, d’ora in avanti, non più…

La verità, a dirla tutta, è che al tavolo del Palazzo di Costantino di San Pietroburgo hanno vinto le regole del diritto internazionale vigente, quelle dettate dalla Carta dell’ONU, il diritto internazionale e, anche, Putin…: se facessero la guerra stavolta alla fine, sarebbe come per l’Iraq, disse una volta Bush senza sapere neanche di citare in anticipo Obama, noi la facciamo perché “noi possiamo”— we can. Stavolta l’America che, se vuole, la guerra in ogni caso ovviamente la fa, la farebbe  contro, non – e neanche per finta – con, il mondo.

Naturalmente, strombazzatori e trombette di scorta – anche Letta alla fine, a sorpresa, contro le posizioni assunte da Bonino e da lui stesso in Consiglio dei ministri…: ma, vedrete, che questa manica di cag*ni che abbiamo al governo non ne renderà conto comunque… Bonino, si capisce, per prima che poi, il giorno dopo ha la faccia tosta di aderire alla convocazione del papa a piazza San Pietro per scongiurare la guerra – si affrettano (in undici su venti, compresa l’America stessa, diventati poi dodici con la tardiva adesione della Germania) a firmare un documento di principio che condanna la Siria: ma non dice di aderire all’attacco anche se sembra – sembra – spingersi a chiamare giusta la “punizione”: appoggiamo gli Stati Uniti ma, sia chiaro, armatevi voi e partite se volete voi, noi no…

Obama, dopo ore di dibattito il 7 settembre, attesta realisticamente il NYT, si è dovuto accontentare di questo pezzo di carta senza valore sicuramente giuridico e in realtà neanche politico, pur tornando con linguaggio busciottianamente e indecentemente retrò a timbrare perché lo dice l’America come “Stati canaglia” e poi, al massimo, di “dichiarazioni generiche di preoccupazione sull’uso di armamenti chimici (New York Times, 6.9.2013, P. Baker e S. Lee Myers, Obama Stimied in Bid to Rally World Leaders on Syria’s Strike Obama bloccato nel tentativo di portare i leaders del G-20 ad appoggiare il suo attacco armato alla Siria http://www.nytimes.com/2013/09/07/world/middleeast/obama-syria-strike. html?ref=glo bal-home&_r=0).

Il pezzo forte dell’argomentazione di Putin, basato su un logica sana – se Obama avesse demolito la quale, ha spiegato, convincendo i colleghi non solo con documenti la cui unica prova era la richiesta di fiducia al buio, ma razionalmente e convincendo anche lui della responsabilità sui gas di Assad, la Russia avrebbe anch’essa votato per un intervento in Siria sotto regolare mandato dell’ONU, è che a perderci usando il gas fosse solo il presidente siriano sfidando il 21 agosto, quando sul terreno e proprio a Damasco c’erano già gli ispettori dell’ONU, la linea rossa tracciata da Obama[2]. Putin, che Assad lo conosce bene, è d’accordo che è un duro, che è anche brutale nel difendere se stesso ed i suoi. Ma garantisce che è persona responsabile. Non un pazzo e, tanto meno, uno che gioca d’azzardo.

E  ha convinto anche, per loro ammissione, molti di quelli che codardamente poi non hanno saputo trovare modo e coraggio per dire no alla foglia di fico del documento con undici firme inventato in extremis da Obama. Letta è arrivato a dire che lui l’ha firmato perché non si potevano lasciare soli gli Stati Uniti, non perché Obama lo avesse persuaso (lo ha spiegato, parafrasando sia Putin che gli altri interlocutori su informazione diretta di chi al G-20 era effettivamente presente, il New York Times, 6.9.2013, Dmitri Trenin [a Mosca, direttore del Carnegie Center americano], Putin Takes Center Stage on Syria Sulla Siria Putin [al G-20] ha rubato il centro della scena http://www.nytimes.com/2013/09/07/opinion/global/putin-takes-center-stage-on-syria.html?_r=0).

In definitiva, San Pietroburgo ha mostrato e dimostrato a tutti e a tutto il mondo che se forse, anzi sicuramente, gli Stati Uniti non hanno ancora un rivale globale non sono ormai più in grado di averla sempre vinta a livello mondiale. E che, in fondo, se dire loro di no non serve sempre e necessariamente a fermarli, è in grado, però, ormai, di bloccare l’esercizio concreto della loro egemonia planetaria.

●Intanto, prima durante e dopo il vertice, la Russia rafforza considerevolmente la sua presenza di navi da guerra nel Mediterraneo che prevede, teoricamente, 16 navi di cui, al momento, schiera la metà. Adesso arrivano in zona anche il cacciatorpediniere Nastoychivyy, della Flotta baltica, e la fregata Smetlivy, della Flotta del Mar Nero, sicuramente in grado di “infastidire” anche con la loro sola presenza non poco, diciamo così, la capacità operativa, sempre teorica anch’essa finora, delle navi americane della VI Flotta. E stanno anche arrivando in zona le due grandi navi da sbarco del Mar Nero, la Novocherkassk e del Baltico, la Minsk (Agenzia NightWatch, 4.9.2013, Russian fleet strengthened in the Med Si rafforza la Flotta russa nel Mediterraneo si rinforza http://www.kforcegov.com/Services/IS/ NightWatch/NightWatch _13000191.aspx).

alla fine, subito dopo il G-20, perfino la Francia alla riunione immediatamente seguente di Vilnius dei ministri degli Esteri della UE convocata per tentare di rabberciare lo sbrego inaudito finora con gli USA dichiara, il 7 settembre, che, prima di mettersi a bombardare per punire Assad bisogna aspettare l’accertamento delle responsabilità da parte degli ispettori dell’ONU: mollando il buon Obama praticamente a se stesso e unendosi agli altri governi europei che unanimi andavano assumendo quella posizione.

L’Italia, la Germania, la Spagna e, a latere, la stessa Turchia che, mentre giuravano solidarietà imperitura all’alleanza e all’America, all’America però andavano tutti dicendo che stavolta alla cieca – come in Iraq, come in Afganistan, come in Kossovo e come contro la Serbia – non l’avrebbero, nei fatti, coi loro corpi di spedizione seguita. Anche se poi il nemico più fiero di Assad nella regione, il PM turco Erdoğan, va fuori di matto quando c’è la frenata: aveva contato sulla guerra americana lì accanto da tenere contenuta per semplificarsi un poco la vita in casa.

Impegnato com’è a districarsi tra i guai interni di un regime democratico ma non troppo, di una irrequieta e irredenta minoranza nazionale – i curdi cui sta tentando di concedere qualcosa ma non tanto da scontentare i nazionalisti suoi, o dei precari equilibri che cerca tra la Russia e l’Europa, gli avversari e alleati storici dell’impero ottomano. Lui sulla caduta di Assad aveva scommesso di brutto. Sbagliando i conti, però, nell’illusione che, fomentando e dando una mano politica e anche di discreto rifugio ai ribelli, li ma restandone fuori, chissà come e perché gli avrebbero facilitato la vita al’interno…

Infatti, la guerra gli esonda in casa proprio come fa un’alluvione, con centinaia di migliaia di profughi e sfollati che gli sfondano i confini; i curdi attaccati con ferocia – non sono proprio sunniti ortodossi – dai ribelli al-Qaedisti, si rifanno irrequieti e ripensano al Kurdistan libero che unificandoli li renda indipendenti (anatema per lui), e Russi e Europa vedono con sospetto la voglia di far menare, agli altri, le mani. E, naturalmente, è successo il contrario (New York Times, 12.9.2013, Kareem Fahim e Ceylan Yeginsu, For Turkey’s Leader, Syrias’s War Worsens His Problems at Home Per il premier turco, la guerra in Siria finisce col peggiorare le cose in casa sua http://www.nytimes.com/2013/09/13/world/middleeast/for-turkeys-leader-syrias-war-worsens-his-problems-at-home.html?_r=0).

Adesso, la posizione di tutti anche per forza si va avvicinando a quella di Ban Ki-moon e Putin, separatamente ma insieme, due giorni prima a San Pietroburgo. Ne prende atto Kerry, che a titolo del fatto che degli USA si trattava, ha partecipato, del tutto irritualmente parte alla riunione speciale della UE in Lituania, tentando invano di piegarne l’esito ai desideri del suo presidente e, alla fine, sotto l’assalto dei media del suo paese ha precisato che no, non è affatto detto, malgrado tutto, che Obama ci starà a ritardare l’attacco: ma neanche lo ha escluso  (New York Times, 7.9.2013. M. R. Gordon, Europe Says Syria Strike Should Hinge On U.N. Data L’Europa dice [e stavolta finalmente insieme] che l’attacco alla Siria deve dipendere dai dati [e dalla decisione] delle Nazioni Unite http://www.nyttimes.com/2013/09/08/world/europe/ european-union-wants-un-report-before-any-military-action-in-syria. html?_r=0).

Al G-20, naturalmente papa Francesco  non c’è ma arriva potente la sua contrarietà all’azione armata che riprende e sviluppa la posizione, autorevole, razionale e accorata che riprende tal quale quella dell’anatema di Giovanni Paolo II contro la guerra all’Iraq e rifiuta, al dunque, anche perché in pratica non è mai realizzabile, l’alibi stesso della “guerra giusta” di Tommasiana memoria ma sviluppato otto secoli fa, quando le armi di distruzione di massa erano gli assalti della cavalleria (per un eccellente contributo di conoscenza e approfondimento sul tema, cfr. Ius ad bellum, ius in bello, ius contra bellum, L'insegnamento dei pontefici sulla guerra nel ‘900 – da Leone XIIIa Giovanni XXIII”, C. F Casula Non giusta moralmente e, osservava Sir William Harcourt, giornalista, parlamentare e giurista britannico, 150 anni fa, quando a Londra imperversava il dibattito su un possibile intervento nella guerra civile americana – dalla parte, però, non di Lincoln e dell’Unione ma del Sud, semmai, e della secessione – scriveva sul Times, sotto lo pseudonimo di Historicus che un intervento militare è sempre come una rivoluzione: “il massimo procedimento sommario che a volte può anche tirar fuori una rimedio al di là della portata della legge” ma “la cui sostanza è l’illegalità e la cui giustificazione è solo il successo”…

In ogni caso “un intervento del genere non è mai stato, non sarà mai e non potrà mai essere né breve, né semplice, né pacifico”, per definizione. Nel caso della guerra di secessione, “potremmo fare la guerra al Nord, la potremmo fare al Sud o, quel che è più probabile, potremmo trovarci probabilmente a dover fare la guerra, a turno al Nord e al Sud[3]. Se scrivesse adesso, scriverebbe – parlando profeticamente – di una guerra che potrebbero anche dover fare, a turno stavolta e magari  insieme, a Bashar Assad e ai jihadisti di al-Qaeda.

Ipocrisia senza fine è, invece, testimoniata dalla notizia che adesso affiora, senza particolari ripercussioni s’intende – da quando Reagan e Rumsfeld, a metà degli anni ’80, vendettero a Saddam gli agenti chimici di cui aveva bisogno per fare la sua (e la loro) guerra all’Iran di Khomeini, prima di litigarci c’è poco da scandalizzarsi, d’altronde – con la Rivelazione che la Gran Bretagna ha venduto gas chimici [che tra l’altro aveva giurato di non produrre più] al governo siriano dieci mesi dopo che era iniziata le guerra civileManchester Evening News, 2.9.2013, Revealed: Britain sold nerve gas chemicals to Syria 10 months after 'civil unrest' began http://www.manchestereveningnews.co.uk/news/uk-news/revealed-britain-sold-nerve-gas-5828307).

La notizia è che a gennaio 2012, mesi dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, mentre in tutto il paese imperversava lo scontro tra jihadisti alleati dei reami del Golfo e degli occidentali e l’esercito regolare di Assad, con decine di migliaia di vittime già tra i civili, il ministro del Commercio e dell’Industria, il liberal-democratico, ex social-democratico e ex laburista Vince Cable, firmò l’autorizzazione all’esportazione e alla vendita di una certa quantità (al momento ignota, ma diverse tonnellate comunque) di componenti, fluoruro di potassio e fluoruro di sodio, che servono solo a fabbricare gas chimici, i gas cosiddetti nervini.

La licenza all’esportazione fu poi revocata dopo sei mesi, quando l’Unione europea impose – e, senza poter esercitare il diritto di veto, piegandosi riluttante alla decisione anche il Regno Unito accettò – un inasprimento delle sanzioni nei confronti di Assad. Chiede ora, impertinente, di sapere dal ministro e dal governo, Thomas Docherty, deputato laburista di Dumferline e West Fife, in Scozia, e membro della Commissione della Camera dei Comuni che esercita il controllo sull’export di armamenti, di venire finalmente informato “ma stavolta sotto giuramento su quattro questioni specifiche:

1. a chi siano stati realmente venduti quegli ingredienti chimici necessari a fare i gas;

2. perché siano stati venduti;

3. in base ala decisione di chi (nome e cognome e incarico di governo);

4. se chi ha autorizzato l’esportazione fosse a conoscenza che ciò di cui autorizzava la vendita non poteva essere usato per la fabbricazione di concime chimico ma solo di gas letali”.

Del resto, non sarebbe stata questa la prima volta in cui il Regno Unito svolgerebbe il ruolo suo con i gas… E’ noto che lo fecero Mussolini in Etiopia e Hirohito in Cina. Finora tutti hanno sempre   ricordato in questi giorni che Sir Winston Churchill, quando era ministro della guerra, subito dopo la prima guerra mondiale, era un fautore accanito dell’uso dei gas che non aveva potuto usare sul fronte occidentale. Lui voleva che, per sterminare i “bolscevichi”, li voleva far usare dal corpo di spedizione inglese che appoggiava i bianchi nella guerra civile russa. Aveva anche premuto per vederle impiegate in India contro le rivolte “indigene” ma allora pare si fosse opposto con successo dentro il gabinetto inglese proprio l’Ufficio indiano.

In un memorandum rimasto segreto fino a pochi anni fa ma ora, in base alla legge inglese, reso pubblico e rivolto ai colleghi di gabinetto troppo mammole— squeamish per i suoi gusti, scriveva: “io sono fortemente a favore dell’uso di gas velenosi contro le tribù non civilizzate e contro i rossi” e “le obiezioni sempre avanzate dall’Ufficio indiano all’uso del gas contro gli indigeni sono irragionevoli”. In effetti per la campagna di Russia contro la nascente Armata rossa spedì la bellezza di oltre 50 mila ordigni M, bombe dirompenti cariche di gas tossico e fatale chiamato difenilaminachloroarsina. Già nella terza guerra di Gaza nel 1917 il gen. Edmund Allenby sparò 10.000 contenitori di gas asfissiante sull’armata araba e, in Russia, il 27 agosto 1919 vennero usate sul villaggio di Emtsa a 160 Km. a sud di Arkhangelsk.

Gli attacchi proseguirono per un mese quasi a fine settembre su molti paesi e villaggi tenuti dai rossi (Chunova, Vikhtova, Pocha, Chorga, Tavoigor e Zapolki), anche se al dunque si rivelarono deludenti rispetto alle speranze churchilliane: poco affidabili, moltissime vittime sì, ma pochi morti ammazzati rispetto a quelli sperati, grazie soprattutto all’umidità dell’ambiente. E la spedizione britannica a fine settembre scaricò sui fondali del Mar Bianco, a settanta metri di profondità, il resto degli ordigni inutilizzati. Che, dopo quasi un secolo, rimangono ancora lì… (Guardian, 1.9.2013, Giles Milton, Winston Churchill’s schocking use of chemical weapons L’uso scioccante delle armi chimiche voluto da Winston Churchill http://www.theguardian.com/world/shortcuts/2013/sep/01/winston-churchill-shocking-use-chemical-weapons).

●Dopo venti giorni impegnati a sostenere un po’ ciecamente la logica della guerra di ritorsione o, come preferiscono dire come i maestri di ieri verso gli allievi più discoli, di “punizione” contro Assad, uno degli editorialisti più moderati e di classico e scontato buon senso del NYT (uno che negli anni ha sempre, con qualche dubbio ma alla fine sempre, patriottardisticamente appoggiato ogni avventura presidenziale, dal Vietnam al Cile, alle decine di interventi eversivi clandestini e/o di supporto ai peggiori dittatori del Terzo mondo e poi all’Iraq e all’Afganistan, un moderato e razionale commentatore (qui i moderati sono quelli che dicono alla fine sempre di sì ad uscirne bombardando), ora, roso finalmente dal dubbio e da un minimo di inusitata saggezza sembra ripensarci .

Come ci ricorda in questi giorni la corrispondenza di un giornale britannico (The Independent, 3.9.2013 ▬ http://www.independent.co.uk/news/world/africa/special-report-we-all-thought-libya-had-moved-on--it-has-but-into-lawlessness-and-ruin-8797041.html) – scrive –la Libia, senza che lo notasse nessuno, è ormai affondata nella sua peggiore crisi politica ed economica, l’autorità del governo centrale si è completamente disintegrata in tutto il paese mettendo in dubbio le asserzioni dei politicanti americani, britannici e francesi che l’intervento militare della NATO nel 2011 è stato un esempio brillante e di successo che ora andrebbe dunque ripetuto in Siria… La produzione del greggio libico di alta qualità è crollata da 1,4 milioni a fine 2011 ai 160 mila barili al giorno di oggi.

    Continuiamo a leggere che l’Iraq è stata la guerra sbagliata e la Libia quella giusta, l’Afganistan quella necessaria, la Bosnia quella morale e, adesso, la Siria è un’altra guerra necessaria. Ma, indovinate un po’,… sono la stessa guerra!”, poi  a ben vedere.

E in tutte le sue svariate dimensioni (etniche, settarie, fondamentaliste e quant’altro) l’America si condanna ad andare a impelagarsi ciecamente in tutti questi pantani... Perché, in ognuno di questi casi, una volta scomparso o fatto scomparire per forza l’uomo forte che teneva insieme una trapunta di razze, sette e etnie e anche a volte lingue diverse, “ci siamo messi ad agire come le ‘truppe del centro’:  ma poi ce ne siamo andati prima che qualcosa di nuovo potesse mai radicarsi”...

In fondo, e a guardar bene, “qual è la differenza tra il risveglio arabo del 2011 e la transizione alla democrazia in atto nel Sudafrica degli anni ’90? L’America? No! La qualità della leadership sul posto e la capacità di tolleranza degli uni con gli altri”. E degli altri, anche, con gli uni (New York Times, 7.9.2013, T. L. Friedman, Same War, Different Country Stessa guerra, diverso paese http://www.nytimes. com/2013/09/08/opinion/sunday/friedman-same-war-different-country.html?_r=0).

A inizio della seconda settimana di novembre, il segretario di Stato John Kerry, che spesso però apre bocca e, come si dice almeno a Roma gli dà fiato, rispondendo in una conferenza stampa e quasi al volo a una domanda molto precisa su cosa Assad potesse fare per impedire l’attacco americano al suo paese, risponde quasi di botto che,‘certo, nel corso della prossima settimana potrebbe consegnare tutto il suo armamento chimico nelle mani della comunità internazionale – cioè dell’ONU – e consentirne così il completo e pieno censimento’… ma subito ha aggiunto che non ci crede, che Assad non lo farà, che non lo si può proprio fare’ (U.S. State Department, 9.9.2013, Remarks of Sec Kerry at Press Conference with British Foreign Minister Hague ▬ http://www.state.gov/secretary/ remarks/2013/09/213956.htm).

Non è certo, sul casino siriano, la prima o l’unica cappellata ad uscire di bocca a John Kerry: aveva detto, contemporaneamente, al Senato, testimoniando, due cose del tutto contraddittorie che stampa, opinione pubblica e ovviamente avversari delle posizioni degli USA colgono al volo: da una parte afferma che qualsiasi attacco ordinato da Obama alla Siria sarà “incredibilmente limitato” e, dall’altra, pressato da vicino, non può escludere che, al peggio, la situazione sul campo potrebbe anche scivolare verso il caso, “remoto ma che non si può escludere” in cui gli “stivali americani”, le truppe di terra, potrebbero trovarsi a dover scendere in campo. Che era, ed è, quello che questo presidente s’era impegnato solennemente, comunque, a non lasciar più avvenire… (New York Times, 12.9.2013, M. Landler, Making Administration’s Case, Kerry Finds Six Words That Spell Trouble Spiegando la posizione dell’Amministrazione, Kerry si inguaia con sei paroline [sei che fanno a cazzotti tra loro]▬ http://www.nytimes.com/2013/09/13/world/ middleeast/making-administrations-case-kerry-finds-six-words-that-spell-trouble.html).    

Ma la proposta buttata lì così da Kerry, se era questa la mossa del cavallo, viene “praticamente e subito accolta favorevolmente dalla Siria stessa, dalla Russia, dall’ONU, da un alleato chiave degli USA (il premier britannico) e, in America stessa, da alcuni esponenti repubblicani”. Immediatamente, la portavoce di Kerry s’è, però, affrettato a descrivere l’uscita del suo capo come “più un esercizio retorico che una proposta(U.S. State Department, 9.9.2013, Briefing, Deputy Spokesperson Mary Harf http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2013/09/213958.htm).

Ma, a questo punto, se non accolta con questo tipo di  motivazioni, evidentemente la proposta degli americani respinta dagli americani stessi o appare come una buffonata o appare come il più alto grado di irresponsabilità e tracotanza… (New York Times, 9.9.2013, S. Lee Myers, M. R. Gordon e R. Gladstone,  Kerry Floats a Deal on Arms, and Russia and Syria Seize It Kerry lancia un’idea di proposta sulle armi e Russia e Siria la colgono al volo, favorevolmente http://www.nytimes.com/2013/09/10/world/middleeast/kerry-says-syria-should-hand-over-all-chemical-arms.html?partner=rss&emc=rss).

Intanto, però, la mossa del cavallo, di chiunque poi essa davvero sia stata (di Kerry? per caso o con cognizione di causa? dei russi? di Assad stesso? o, sotto sotto, al dunque proprio di Obama? si capirà più in là… ma pare proprio che di fatto la mossa che ha scavalcato di tutto e di tutti, sotto la copertura della reale freddezza reciproca l’abbiano escogitata, forse su input di Putin, forse su un’idea dello stesso Obama, insieme i due quando si sono visti per venti minuti da soli a San Pietroburgo) un effetto cruciale l’ha avuto, dopo una giornata di confusione e di scontri interni all’amministrazione americana: il capo della maggioranza democratica al Senato ha deciso che il voto sulla  richiesta della Siria di assenso al presidente per bombardare la Siria, va spostato in avanti.

Forse, aggiunge, posticipato di settimane… Ora sembrano tutti dire che si tratterà di una soluzione diplomatica ma in realtà c’è un passo indietro di tutti politico e in qualche modo anche militare:   degli Stati Uniti, anzitutto, che senza lanciare alcun ultimatum, avevano semplicemente annunciato di voler bombardare, punto e basta; ma anche dei siriani che a una qualche intromissione, ma dell’ONU e non degli USA, nella loro sovranità si sono rassegnati.

E, adesso, toccherà alla Russia che, se tutto finisce così, ne esce al meglio, prendere in mano la matassa, “convincendo” Assad a non cincischiare troppo e a tirar fuori tutti dal vicolo senza uscita in cui sembravano essersi rinchiusi  soprattutto per l’incapacità di Obama a ragionare coi suoi e con il mondo cercando invece di far passare per forza, anche all’interno, quella che voleva fosse la sua soluzione…

In definitiva, se Assad si sente tanto sicuro di poter sconfiggere i sui nemici anche rinunciando, col metterlo sotto controllo internazionale all’uso, o alla minaccia stessa dell’uso del suo arsenale chimico per poi distruggerlo, purché sia evitato un intervento militare come quello degli USA dalla parte dei ribelli, è una convincente dimostrazione di auto fiducia. Che sembra suonare un altro rintocco di campana per le speranze delle formazioni ribelli.

●Una o due considerazioni, sempre opinabili, sempre provvisorie, ovviamente. Molti osservatori qui da noi, in occidente, hanno subito detto che russi e siriani bluffavano. M è stato proprio Lavrov,  il ministro russo, a intuire – forse e, forse, anche forzandogli un po’ la mano – che anche se poi Kerry aveva fatto solo una pessima battuta, di pessimo gusto, era comunque utile far finta di prenderlo in parola. E ha chiesto subito al collega siriano, che era in visita proprio a Mosca, l’assenso.

Alla fine, se la cosa va in qualche modo a buon fine, il regime di Assad resterebbe così al potere e arbitro diventerebbe l’ONU o qualche altra istituzione internazionale che renderebbe impensabile, non solo ingiustificabile un attacco specie se, come sarebbe l’idea, fosse in corso qualche forma di negoziato. Si può capire che le formazioni ribelli – tutte e soprattutto quelle più fanaticamente estremiste – essendosi fatte mille illusioni, mentre si preparavano a sferrare l’offensiva insieme e/o subito dopo l’attacco dei cruise americani, si sono sentite tradite e potrebbero ben pensare di dimostrare, a modo loro, questo risentimento…

Ci sono molti scontenti: come abbiamo detto i ribelli, specie tra loro i fondamentalisti neanche siriani che avevano contato sugli americani infedeli perché facessero e vincessero la guerra per loro smantellando la Siria pietra su pietra. E poi sono molto molto irritati gli estremisti coronati, intinti e gocciolanti di petrolio e di petrodollari dal capello più lungo sotto la loro kefiah giù giù fino all’alluce del piede sandalato. Dice adesso, senza neanche capire di sproloquiare l’ovvio, Sheikh Khaled bin Ahmed al-Khalifa, il ministro degli esteri del Bahrain, che, anche se la Siria consegnasse poi alla fine davvero il suo stock di armi chimiche all’ONU ciò “non fermerebbe di per sé la guerra civile”…

Perché, per fermare il massacro, bisogna che uno dei due avversari annienti l’altro; oppure, se come in questo caso ciò non sembra possibile, bisogna portare a negoziare i ribelli con Assad: ma i primi, perché sono e dicono di essere troppo deboli, malgrado l’appoggio dei Khalifa e dei Saud, anche se dicono coloro che li hanno conosciuti – vedi Quirico, qui poco oltre – spietatamente efferati, il secondo perché, spietato anche lui, non è affatto proprio con l’acqua alla gola non ci stanno.

Però, Assad, alla proposta avanzata da USA e Russia con l’ONU di tenere la conferenza di pace inter-siriana a Ginevra invece da tempo, e ufficialmente, dice di sì: senza precondizioni Gli altri dicono che loro, invece, ne hanno una, oltre a voler andare a negoziare solo quando saranno più forti sul terreno: che Assad se ne vada, prima ancora di cominciare a negoziare… (Al Arabiya, 10.9.2013, Reuters, Gulf states: Russian proposal on Syria will not stop bloodshed Gli Stati del Golfo: la proposat russa sula Siria non ferma la guerra http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/09/10/Gulf-states-Russian-proposal-on-Syria-will-not-stop-bloodshed.html).

Intanto, subito prima della “mossa del cavallo”, la Siria aveva ufficialmente e sagacemente tentato di mettere in ulteriore difficoltà i piani americani chiedendo all’AIEA, l’ente atomico di controllo dell’ONU, una valutazione ufficiale delle possibili conseguenze di un attacco di missili Tomahawk sui propri reattori atomici di ricerca: di piccole dimensioni ma, comunque, in attività. La Russia  ha appoggiato la richiesta respinta subito invece dagli USA come “estranea alle competenze dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica”.

Tesi smentita a tamburo battente dalle richieste, del tutto analoghe, che proprio gli USA avevano avanzato nel recente passato alla stessa AIEA di stime sulle possibili conseguenze di un qualche ipotetico lancio di missili nord-coreani sui reattori nucleari giapponesi o sud-coreani… Senza sbugiardare, naturalmente, direttamente l’affermazione degli americani, la portavoce della IAEA/AIEA Gill Tudor, da Vienna, ha precisato alle agenzie di stampa, per posta elettronica, di essere pronta a “considerare la richiesta e ad agire di conseguenza”, se Mosca e/o Damasco la formalizzeranno debitamente (National Post/Ottawa, 13.9.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), U.S. strike on Syria could be ‘catastrophic’ if nuclear reactor near Damascus hit, Russia warns— La Russia ammonisce che se l’attacco USA alla Siria colpisse il reattore atomico vicino a Damasco, gli effetti potrebbero essere ‘catastrofici’http://news.national post.com/2013/ 09/05/u-s-strike-on-syrias-nuke-facilities-could-mean-disaster-russias-foreign-ministry-warns).                             

Per riassumere e come si diceva sopra e era chiaro già alla fine del G-20, l’America resta il paese più forte di tutti. Ma non il più forte, nel senso che continua a poter fare quello che vuole, semplicemente perché lo può fare. Non più… non a casa sua e non nel mondo “il presidente Obama s’è svegliato lunedì mattina – il 9 settembre – con davanti a sé una sconfitta al Congresso che all’interno del suo partito in molti credevano avrebbe azzoppato il resto della sua presidenza. E, alla fine del giorno, s’è ritrovato nella strana posizione di doversi affidare al suo omologo russo, Vladimir V. Putin, tra tutti, per tirarsene fuori(New York Times, 9.9.2013, P. Baker, Russian Proposal Could Offer Obama Escape From Bind La proposta russa potrebbe offrire a Obama la via d’uscita dalla complicazione [in cui si è cacciato]▬ http://www.nytimes.com/2013/09/10/world/middleeast/surprise-russian-proposal-catches-obama-betw een-putin-and-house-republicans.html?pagewanted=all&_r=0).

Nel paese continuano gli scontri tra fazioni di ribelli e forze governative. In diverse posizioni il governo fa diversi passi avanti. Eccezione è la cattura da parte ribelle di un villaggio, Maaloula, da parte di miliziani del fronte al-Nousra affiliati ad al-Qaeda. E uno dei tre luoghi al mondo, e nella regione, dove parlano ancora una variante dell’aramaico occidentale, l’antichissima lingua che dicono storici e esperti essere la più vicina a quella parlata da Gesù di Nazareth.

E, come fanno quando conquistano un villaggio cristiano, l’hanno subito messo a ferro e fuoco bruciando chiese e case. Il governo il 9 settembre passa alla controffensiva e probabilmente riuscirà nel’intento, Ma a distruzione avvenuta e, con ogni probabilità, anche rafforzata (Yahoo!News, 10.9.2013, Albert Aji And Zeina Karam,  Rebel Attack on Christian Town Adds to Fears Over Rebels Un nuovo attacco dei ribelli a un villaggio cristiano fomenta nuove paure sulla natura dei ribelli stessi http://www.nytimes.com/2013/09/11/world/middleeast/ assault-on-christian-town-complicates-crisis-in-syria.html?ref=global-home&_r=0&gwh=DBF3CDA4C76E4C3E149B 8D71FE095673).

Intanto, il corrispondente de La Stampa, Domenico Quirico, e l’insegnante belga Pierre Piccinin col quale ha condiviso il calvario del sequestro, dei maltrattamenti e delle esecuzioni simulate dei “briganti” ribelli, come insieme adesso li definiscono – in partenza, Piccinin sosteneva il regime, Quirico era un innamorato della primavera araba (cui, nel 2011, aveva dedicato un libro ditirambico[4] imprudentemente associandole, semplicemente e semplicisticamente, poi quella siriana: che oggi, insieme, definiscono meglio come una ribellione contro un regime tirannico ma ormai scippata completamente e disperatamente trasformata in un delirio di fanatismo islamista e estremista.

Agli al-Qaedisti imputano ora, e insieme, avendolo scoperto a spese proprie separatamente, e direttamente, sia l’uso dei gas chimici che le peggiori esazioni contro la popolazione civile (le Monde, 10.9.2013, Le journaliste Domenico Quirico, libéré de Syrie :"J'ai rencontré le pays du Mal"http://www. lemonde.fr/a-la-une/article/2013/09/10/j-ai-rencontre-le-pays-du-mal_3473937_3208.html; la Stampa, 10.9.2013, Domenico Quirico, il racconto sulla Stampa: “Trattato come una bestia per 152 giorni”http://www.blitzquotidiano .it/articolo-del-giorno/domenico-quirico-racconto-stampa-trattato-come-bestia-152-giorni-1661001).

Anche se poi, in un secondo momento, con qualche diversificata interpretazione non tanto su quello che hanno sentito ma sulla sua effettiva credibilità (Piccinin è sicuro di aver capito bene quel che sentiva – del resto da chi sicuramente lo teneva prigioniero: i ribelli e un generale del Libero esercito siriano ribelle – mentre Quirico mantiene qualche riserva maggiore… ma non spiega chiarissimamente il perché (1. New York Times, 10.9.2013, R. Mackey, Freed Captives Differ on Claim Rebels Framed Assad With Gas Attack I prigionieri liberati divergono [in parte] nell’affermazione che siano stati i ribelli a incastrare Assad con gli attacchi al gas http://thelede.blogs.nytimes.com/2013/09/10/freed-captives-differ-on-claim-syrian-rebels-framed-assad-with-gas-attack/ ?_r=0; 2. Retrò Online, 14.9.2013, Il giallo sulle dichiarazioni Piccinin-Quirico http://retroonline.it/14/09/2013/attua lita/siria-il-giallo-sulle-dichiarazioni-piccinin-quirico).  

La Siria – sotto la pressione della minaccia americana, la “punizione” cioè per l’asserito suo uso dei gas contro i ribelli e la popolazione civile, stoppata alla ventiquattresima ora dalla proposta russa – ha adesso aderito alla Convenzione sulle armi chimiche del 1993 (formalmente, la Convenzione internazionale di proibizione dello sviluppo, produzione, accumulo e uso delle armi e sulla loro  distruzione). Cinque Stati – Angola, Corea del Nord, Egitto, Siria e Somalia non sono, a fine agosto 2013, firmatari; lo sono in ben 188, tra i quali però 2 – Israele e Myanmar – hanno firmato lo strumento ma senza mai ratificarlo.

L’occidente non sembra riuscire a vedere il significato strategico dell’annunciata adesione siriana appena decretata per legge alla Convenzione sulle armi chimiche di cui era uno dei cinque paesi non firmatari al mondo… anche se è noto che, avendo solennemente dichiarato di averne distrutte tutte le scorte, poi  in realtà tutte le grandi potenze se ne sono tenute centinaia di esemplari e tonnellate di componenti o sono in grado di fabbricarseli/e in poche settimane.

La dichiarazione che adesso accompagna l’adesione di Damasco è che le armi chimiche erano finora stoccate in Siria solo come deterrente contro un possibile uso da parte di Israele (annuncio dell’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Jaafari, per es. su  The Globe& Mail/Toronto, 12.9.2013, L. Charbonneau e M. Nichols, Syria now ‘full member’ of chemical weapons pact, says UN envoy Dice l’inviato all’ONU che la Siria è ormai ‘aderente a pieno titolo’ al trattato sulle armi chimiche http://www.theglobeandmail.com/news/world/ assad-pledges-to-submit-data-on-syrias-chemical-arsenal-a-month-after-signing-convention/article14279760).

Almeno per Israele, però, il senso strategico e politico dell’affermazione di Damasco è chiaro. Con essa l’intenzione proclamata da Assad la guerra, finché il partito ba’ath di resta al potere e resta in vigore l’intesa ora possibile, forse, con gli USA, verrà contenuta dentro i confini siriani. Se, invece, saltasse tutto e scattasse l’intervento dei cruise americani, con probabilità massima Israele subirebbe un attacco di rappresaglia di missili siriani e, possibilmente, anche iraniani. Mentre l’opposizione siriana ha in vari modi e con vario peso chiarito che appena potrà obbedendo al dovere che, secondo loro, impone il profeta attaccherà Israele: anche con le armi chimiche di cui, ormai tutti lo sanno, effettivamente – in numero ovviamente più limitato di quelle del regime – dispone.

Non a caso il ten. gen. Benny Gantz, capo delle Forze armate israeliane, parla ora dei “pesantissimi costi” che ogni attacco proveniente dalla Siria al territorio israeliano, “chiunque poi sia di fatto a portarlo”, comporterebbe per gli autori effettivi: chiarissimo è che non pensa solo ad Assad col regime ba’athista del quale dal 2000 – e prima ancora col padre da quando era andato al potere nel 1971 – dopo la guerra del 1967 e l’occupazione del Golan da parte di Israele, al di là degli scontri verbali sempre feroci, poi Tel Aviv ha convissuto per oltre 40 anni senza conflitti maggiori sul campo… (Haaretz, 29.8.2013, Gili Cohen, Live Blog http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.544214).

La conclusione che la vicenda sembra imporre a Israele, forse più e meglio che a Washington e all’Europa, è che il governo siriano è davvero, e ragionevolmente, convinto che senza interferenze armate da parte dell’occidente non solo è in grado di battere i ribelli ma può continuare a tenere a bada Israele.

Il NYT pubblica in prima pagina una lettera aperta di Vladimir Putin, “al popolo americano” più che al presidente degli USA (New York Times, 11.9.2013, Vladimir V. Putin, A Plea for Caution from Russia Un appello alla prudenza dalla Russia http://www.nytimes.com/2013/09/12/opinion/putin-plea-for-caution-from-russia-on-syria.html?_r=0) formulata, dicono in molti a Washington, in modo che sicuramente all’establishment ma anche a parecchi americani risulta molto urticante – dice, ad esempio, Richard Haass, presidente dell’ufficiosissimo e ammanicatissimo Council of Foreign Relations  che più che di appello si tratta di “minacce implicite(NBC News, 11.9.2013, Becky Bratu, Putin pens NYT op-ed urging 'caution' in Syria Putin firma un editoriale che raccomanda ‘cautela’ in Siria [agli americani] ▬ http://worldnews.nbcnews.com/_news/2013/09/11/ 20444693-putin-pens-nyt-op-ed-urging-caution-in-syria?lite).

Ma sono anche molti gli americani che[5] prendono sul serio i passaggi chiave di Putin che a molti nel mondo, dovunque ma anche qui, non sembrano poi tanto minacciosi quanto piuttosto, anche con un extra di sarcasmo non sempre apprezzato, col carattere che hanno di un pressante ammonimento, avvertimento e di forte raccomandazione:

• Nessuno vuole vedere – scrive Putin – le Nazioni Unite fare la fine della Lega delle Nazioni: dissolversi nell’irrilevanza: “e questo è possibile se i paesi più influenti scavalcano le Nazioni Unite e agiscono militarmente senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza… sconvolgerebbe l’intero sistema del diritto e dell’ordine internazionale squilibrandolo tutto”…

• “La Siria non testimonia affatto una battaglia per la democrazia ma un conflitto armato tra governo e opposizione in un paese multiconfessionale, dove sono pochi davvero i campioni di democrazia ma sono più che sufficienti i combattenti di al-Qaeda e gli estremisti di ogni colore che lottano contro il governo. Ed è questa la lotta civile che rifornita di armi dall’estero è una delle più cruente in assoluto nel mondo”. Questa è gente che viene da molti paesi arabi, anche dall’America, dall’Europa e pure dalla Russia, gente che ha combattuto in Libia, si è spostata in Mali e che minaccia ormai tutti noi”.

• “Da sempre la Russia ha promosso un dialogo pacifico tra siriani che consentisse un compromesso sul loro comune futuro. Non stiamo affatto proteggendo il governo siriano, ma il diritto internazionale… E’ in base ad esso che ci muoviamo, alla necessità di impedire che questo mondo turbolento e complesso veda i rapporti internazionali precipitare nel caos... Che ci piaccia o no, col diritto internazionale vigente, l’uso dlla forza è consentito solo per autodifesa o per una decisione del Consiglio di Sicurezza. Ogni altra cosa è inaccettabile e costituirebbe in base alla Carta dell’ONU un atto di aggressione”…

• “Nessuno dubita che in Siria siano stati usati gas velenosi. Ma c’è ogni tipo di ragionei a spiegare che non li abbia usati l’esercito siriano ma gli oppositori per provocare l’intervento diretto dei loro potenti protettori stranieri… E’ preoccupante che l’intervento militare nei conflitti interni di altri Stati sia diventato come di uso comune per gli USA. Ma, questo è nell’interesse di lungo termine degli Stati Uniti d’America? Ne dubito. Sono in milioni nel mondo a vedere l’America ogni giorno di più  non come un modello di democrazia ma come uno Stato che si affida solo alla forza bruta, che accozza coalizioni sula base dello slogan rozzo e semplicistico dell’ ‘o siete con noi o contro di noi’”…

•  “E, poi, la forza – questo tipo di forza autoreferente e unilaterale – si è dimostrata inefficace e ottusa, L’Afganistan traballa e nessuno sa dire quel che succederà dopo il ritiro delle forze militari internazionali. La Libia è spaccata tra tribù e clan. In Iraq, la guerra civile va avanti, con dozzine di morti ogni giorno. Negli Stati Uniti sono in molti ormai a stabilire un’analogia tra Iraq e Siria”…

A fronte di questa situazione di fatto, “nel mondo c’è chi reagisce chiedendosi: se non si può contare sul diritto internazionale bisognerà trovare altri modi di garantirsi la sicurezza e porta un numero crescente di paesi ad acquisire armi di distruzione di massa perché se uno ha la bomba, nessuno lo tocca – Putin non fa nomi ma è così: Iraq e Libia che non avevano ADM, o non avevano più, sono stati aggrediti e bombardati coi loro regimi abbattuti da interventi esterni…, la Corea del Nord no, né il Pakistan, né l’India, né Israele – mentre chiacchierano di rafforzare la non proliferazione nucleare e in realtà la si viene erodendo”…  

• “Io accolgo con grande favore l’interesse espresso dal presidente Obama nel portare avanti il dialogo con la Russia e la Siria… insieme dobbiamo riportare la discussione verso il negoziato”. E poi una botta diretta, anche maliziosa certo ma sacrosanta a Obama:ho studiato con grande attenzione il discorso alla nazione che Obama ha rivolto al paese ieri (martedì 9 settembre).

Ma io sarei in disaccordo proprio con l’argomentazione – in realtà, quella di tutti i presidenti americani a partire da George Washington, quella che tutti i ragazzini americani imparano alle elementari – per cui sarebbero le scelte dell’America a farne un paese unico sulla faccia della terra, quel che rende l’America diversa e ‘costituisce il nostro eccezionalismo’. Ma eccezionalmente pericoloso è, invece, incoraggiare chiunque a considerarsi eccezionali. Perché ci sono paesi grandi e piccoli, ricchi e poveri, quelli che hanno dietro una lunga tradizione democratica e altri che stanno ancora cercando la loro strada alla democrazia… Siamo tutti diversi. Ma, quando chiediamo all’Onnipotente di benedirci, non dobbiamo dimenticare che lui ci ha fatti tutti uguali. Tutti”.       

Commento nostro: un linguaggio qua e là, non c’è dubbio, con una buona dose di ipocrisia da parte di chi lo pronuncia oltre che di appropriato sarcasmo; irritante, però, per chi ne è il destinatario. Ma quello capace di far breccia – e la fa – proprio in un pubblico come quello americano anche se, poi, al dunque in buona parte, come abbiamo visto, ne capisce bene il succo del ragionamento.

Alla fine o, almeno, alla fine di questa parte della faccenda a Ginevra USA e Russia giungono tra loro a un accordo cruciale. Proprio mentre, inopinatamente, il 13 settembre il segretario dell’ONU, illudendosi forse di rendere un buon servizio ad Obama redimendosi per aver ricordato a San Pietroburgo che le regole capaci di legittimare – e, poi, forse… – un  intervento armato internazionale contro un paese sovrano sono solo quelle dell’ONU e non altre, neanche quelle degli USA, si diceva certo che Assad era il colpevole dei gas e un criminale internazionale—  ma a freddo, senza riferirsi ai suoi ispettori di cui ancora non aveva ricevuto il rapporto ma che non daranno, già lo sapeva, per nome e cognome la colpa a nessuno (e tanto meno con prove) di chi sia stato effettivamente il colpevole…

●… John Kerry e Sergei Lavrov hanno scritto e sottoscritto il 14 settembre una dettagliata intesa quadro (per il testo completo in inglese, cfr. Text of Framework for Elimination of Syrian Nuclear Weapons-Testo dell’Accordo quadro per l’eliminazione delle armi chimiche siriane http://www.nytimes.com/interactive/2013/09/15/ world/syria-framework.html?ref=middleeast) per l’eliminazione dello stock chimico di armi in possesso della Repubblica di Siria. Cercheranno ora, in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU una risoluzione comune che –  i russi, sentiti i siriani, hanno garantito avrà l’assenso, probabilmente non entusiasta, di Assad – in caso di violazione siriana autorizzerà anche l’imposizione di “sanzioni punitive” ma “non di interventi militari” di ordine punitivo: tanto meno automaticamente e sempre passando, poi, per la procedura del voto, e del veto, al CdS delle Nazioni Unite…

L’intesa prevede la presenza sul terreno entro novembre degli ispettori internazionali dell’ONU e che il lavoro iniziale di controllo dell’arsenale siriano di armi, materiale e equipaggiamento chimico sia completato entro la fine di quel mese con la distruzione completata entro la metà del prossimo 2014[6]. La Siria, inoltre, dovrà consegnare entro il 21 settembre una lista completa delle armi del suo arsenale chimico agli ispettori dell’OPCW, l’Agenzia tecnica delle Nazioni Unite preposta in genere a controllare e vegliare sulla diffusione e l’uso delle armi chimiche e, ora, anche all’applicazione dell’intesa russo-americana di Ginevra.

Consegna che avviene alla scadenza prevista, mentre invece l’Agenzia stessa, rinvia diverse volte la sua prima riunione a causa delle divergenze tra Russia e America sulla stesura del verbale di intesa: secondo Washington, che torna ala carica, deve prevedere la minaccia dell’intervento dell’art. 7 in caso di inosservanza siriana che Lavrov, nella conferenza stampa congiunta con Kerry, lui bofonchiante ma costretto ad ammetterlo, aveva detto chiaro che non era passato ma su cui, adesso, gli americani che hanno detto di esserselo sempre “riservato”, di nuovo insistono. Ovviamente invano…

Dopo Ginevra, in effetti, aveva già cercato di tornare alla carica, riprendendo e rilanciando coi suoi succedanei inglese e francese il tema dell’uso della forza… sentendosi rispondere secco da Lavrov sempre e soltanto di riandarsi a rileggere il testo sottoscritto a Ginevra dove dell’art. 7 non c’è proprio menzione…

Poi, alla fine, dopo lo sfaldamento incipiente che si va manifestando nell’opposizione siriana e dopo l’intervento del presidente iraniano all’ONU che ha cominciato a modificare in meglio il clima al Consiglio di Sicurezza, Russia e USA hanno trovato l’accordo sul testo della risoluzione relativa al controllo della distruzione delle arme chimiche della Siria.

Viene detto, esplicitamente e per iscritto, che in base ai princìpi definiti dall’art.7, se la Siria non si conformasse alla decisione verrà “sanzionata”: ma, per farlo in maniera legittima, poi, proprio in base all’art.7 della carta dell’ONU e del modus operandi del CdS – sia per imporre sanzioni economiche che per un possibile intervento di tipo militare – ci vorrebbe comunque un’altra risoluzione, apposita, del CdS, soggetta come è ovvio alla maggioranza dei due terzi del voto in Consiglio e al diritto di veto.

Gli americani lo devono accettare, avendo strappato ai russi il richiamo non operativo, come volevano, ma solo di principio all’art. 7— possono anche sembrare quisquilie e pinzillacchere, ma ormai, dopo quello che Obama, Sarkozy e Cameron hanno combinato in Libia partendo dal farsi “autorizzare” la no-fly zone e arrivando subito al bombardamento a tappeto e alla caccia all’uomo contro Gheddafi,  al buio Putin a Obama non concede niente: una volta li chiamavano bizantinismi, poi trucchi da azzeccagarbugli, adesso si chiamano forse solo diplomatismi… ma c’è chi ne esce meglio e chi peggio e questo conta politicamente (Al Arabiya, 27.9.2013, Deal reached on U.N. resolution to destroy Syria’s chemical weapons All’ONU, raggiunto un accordo su una risoluzione per la distruzione delle armi chimiche sirianehttp://english.alara biya.net/en/News/middle-east/013/ 9/27/Deal-reached-on-U-N-resolution-on-Syria-weapons.html).

La Russia aveva anche tenuto a comprendere, già nell’accordo bilaterale raggiunto preliminarmente con gli USA, che la sicurezza delle squadre di ispettori sul campo venga garantita tanto da regime quanto da ribelli siriani (Haaretz, 14.9.2013, Reuters e A.P., Diplomatic solution – U.S., Russia reach deal to eliminate Syria's chemical weapons Soluzione diplomatica [in realtà, politica] – USA e Russia raggiungono l’intesa per l’eliminazione delle armi chimiche siriane http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.546949): per quanto poi posa valere in materia lo stesso impegno americano a rendere “responsabile” l’accozzaglia dei ribelli. 

Si apprende, anche, con qualche sorpresa, a qualche giorno dalla consegna, che la cosiddetta divulgazione, o notifica, alla OPCW dell’ONU da parte siriana, in base all’accordo USA-Russia cui ha aderito, delle proprie armi chimiche è andata parecchio al di là delle scettiche aspettative del governo e degli esperti americani. Tra l’altro, la liste sono risultate del tutto coerenti con le dichiarazioni di Assad precedenti. Hanno detto, della lista di Damasco, anonimi ma ben identificati esponenti del governo americano che risulta “sorprendentemente completa”.

E’, almeno a prima vista, probabile a questo punto che effettivamente le armi chimiche siriane siano sempre rimaste sotto stretto controllo dei militari, che è proprio la tesi di Assad della quale oggi sta rendendo conto dettagliato all’ONU. Se questo assunto sarà adesso provato, il carico della prova si sposta sulle spalle dei ribelli… (NightWatch, 24.9.2013, Syria’s disclosures: reliable, U.S. says Le notifiche dela Siria: affidabili, dicono gli USA http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000204.aspx).    

●Nel tentativo, ormai disperato, di far saltare l’intesa tra americani e russi, la mattina stessa del giorno in cui poi a Ginevra viene raggiunto l’accordo, il gen. ribelle Selim Idris, capo di stato maggiore del Libero esercito siriano, fazione “moderata”, filoamericana e perdente degli insorti, aveva denunciato, in un’intervista alla CNN americana – nei fatti fuori tempo massimo – che l’intesa sarebbe un brutto colpo per il loro sforzo di arrivare ad eliminare completamente dal potere Bashar al-Assad.

Idris contestava anche che, negli ultimi giorni, le truppe siriane avevano cominciato a spostare stocks di ordigni chimici nel territorio del vicino Libano e anche in Iraq. Ma non portava alcuna prova di quanto affermava e chiedeva, anche lui, di essere creduto sulla parola… E non se lo è filato nessuno (RIA Novosti/Mosca, 14.9.2013, Syria Moving Chemical Weapons to Lebanon, Iraq– Rebel General Generale dei ribelli: la Siria sta spostando armi chimiche in Libano e in Iraq ▬ http://en.ria.ru/world/20130912/183389895/ Russia-Syria-Plan-a-Lie-US-Arms-Reaching-Rebels-a-Myth--Syrian-Rebel-General.html).

Torna ufficialmente alla carica, il 16 novembre, Ban Ki-moon, stavolta almeno presentando ai media il testo del Rapporto degli investigatori dell’ONU sull’uso (accertato il 21 agosto scorso dal rapporto stesso) di armi chimiche in Siria, l’ “incidente cosiddetto di Ghouta”, come lo chiamano, dal nome del sobborgo interessato di Damasco, capitale della Repubblica araba di Siria  dove, viene detto, nel conflitto in corso nella Repubblica Araba Siriana tra le parti “sono state usate armi chimiche anche nei confronti dei civili, inclusi i bambini – dizione infelice e anche idiota: come si potevano in effetti, una volta decisone l’uso, escludere i bambini dagli effetti di armi chimiche? – su scala relativamente vasta.

In particolare – fa rilevare il rapporto – i campioni ambientali, chimici e medici che abbiamo raccolti forniscono prove chiare e convincenti che sono stati utilizzati razzi terra-terra – dunque, non lanciati da aerei – contenenti l’agente nervino sarin”.

Questo il succo del Rapporto degli ispettori al segretario generale dell’ONU. Va detto che metodi e tecniche descritti nel testo sembrano scrupolosi e, come dire, professionali ma c’è il problema, però, dei limiti, come si dice oggettivi, nei quali gli ispettori hanno dovuto operare col risultato che la quantità di campioni effettivamente raccolti, secondo metodi forensi corretti, non supportano le conclusioni allargate cui si accenna nel rapporto auntità di campioni raccolti non sostiene neanche le onclusioni

stesso.

Altro limite imposto all’inchiesta e alla compilazione del documento è stato il tempo corto e, in realtà, abbreviato dall’ordine stesso impartito agli ispettori di andarsene da Damasco a fronte della previsione che l’8 agosto scorso bisognava sottrarli al bombardamento americano preannunciato per quel giorno.

Infine, un grosso freno sono state in generale le condizioni di sicurezza sul campo, inevitabilmente precarie, che hanno reso anche difficile alle squadre di ispettori di spostarsi sul territorio. E si tratta di liniti cosiddetti oggettivi che hanno reso difficile lavorare al rapporto e di cui viene dato atto nelle stesse Appendici del documento.

I limiti sono risultati particolarmente evidenti per il controllo e il riscontro delle munizioni usate. Gli ispettori hanno esaminato cinque siti, ma soltanto i resti di due razzi. Uno dei due in questione “somiglia” – ma non è – dello stesso tipo del vecchio razzo sovietico BM-14 da 144mm.— che non è detto debba avere soltanto sul campo l’esercito siriano. Anzi: si tratta di un ordigno sparato da un  lanciarazzi multiplo BM-14— la Boyevaya Mashina, l’immediato rimpiazzo del veicolo da campo più noto della II guerra mondiale, la famosa Katyusha trasportata su autocarro, l’uno e l’altro ormai obsoleti e neanche indicati dagli esperti come presenti nelle scorte dell’esercito siriano che li ha da decenni sostituiti con modelli prodotti in loco di più moderna concezione e fabbricazione.

E’ un ordigno che, poi, un esercito moderno lancerebbe a saturazione, in salve da almeno 16 razzi ciascuna (come quelli, appunto, di una Katyusha) mentre sarebbe usato magari, per lanci singoli o separati, come quelli riscontrati qui a Goutha da formazioni irregolari, come quelle dei ribelli che se ne fossero impadronite con incursioni come quelle molte volte poi proprio da loro rivendicate in passato (Global Security – un istituto di ricerca e di studi specializzati vicinissimo al Pentagono – posta sul proprio sito web l’inventario dettagliato dell’equipaggiamento militare inventariato di quasi tutti gli eserciti degli Stati del mondo, incluso quello siriano ▬ http://www.globalsecurity.org/military/world/syria/army-equipment.htm). C’è un numero rilevante di BM-21 ma, ormai da tempo, nessun BM-14. Si tratta, forse, anche di un inventario non completo ma per gli equipaggiamenti che esclude, come il BM-14, è considerato dagli esperti di grande affidabilità).

O che se le fossero da sé fabbricate: ha scritto e documentato a metà mese – con un video che riprende un laboratorio gestito proprio dall’esercito di Liberazione siriano, neanche dagli estremisti al-Qaedisti – una fonte che simpatizza apertamente per i ribelli e contro Assad anche con l’uso di torni speciali al laser. Il video spiega che vengono così fabbricati tre tipi di razzo in uso da parte dei ribelli, uno dei quali della stessa gittata dei lanciarazzi BM-14. Il laboratorio costruisce il corpo e i motori dei razzi, ogive e detonatori (Al Jazeera, 17.9.2013, citato in NightWatch, 18.9.2013, Laser workshop for rebels rockets Un  laboratorio al laser per i razzi ribelli http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/ NightWatch_13000200.aspx).   

Gli investigatori aggiungono di non essere in grado di chiarire quasi niente sul disegno dell’ogiva esplosiva montata sui missili dai rotami trovati, soprattutto sulla natura improvvisata o meno della manifattura dell’ordigno esaminato. Anche se testimonianze come questa di Al Jazeera andrebbero, anch’esse, ormai, valutate…

Insomma: sula base delle “prove” indicate potrebbe ben essersi anche trattato di un razzo lanciato dal regime. Ma potrebbe anche essere un razzo costruito “in casa”, o rubato in un arsenale del governo  e utilizzato da “altri”… Nell’appendice no. 5 al Rapporto, gli ispettori dicono chiaro, inoltre, che quella che chiamano “chain of evidence”, cioè la “catena di custodia dei reperti” esaminati, qui non esiste: i rottami e il resto delle munizioni e delle prove sono state toccate, spostate e rimosse più e più volte e “nessuno è in grado di ricostruire da chi”. Per dirla come la dicono nelle fiction di successo come C.S.I. o il Commissario Montalbano, la scena del crimine è stata molto, molto “contaminata”...

La conclusione obiettiva – e l’unica cui ufficialmente in effetti arriva il Rapporto – è che nessuno mette in dubbio l’uso del sarin. Ma nessuno, neanche l’ossequiente Ban Ki-moon, arriva a identificare il colpevole. Dà – o cerca di dare – una mano ai suoi sponsors affermando, ma sulla base dei documenti in modo obiettivamente arbitrario, come sua convinzione e non come conclusione della Commissione di inchiesta che “probabilmente la responsabilità dell’uso delle armi chimiche è – ipse dixit del governo siriano”.

Dice, nel presentarsi ai media in conferenza stampa, che “la lettura del Rapporto è agghiacciante, che quel che è stato scoperto è  fuor di ogni dubbio e assolutamente indecente. E’ un crimine di guerra”. E, fin qui, è difficile dissentire. Ma poi, dal suo augusto pulpito, aggiunge che lui non ha dubbi: le prove (quali?) indicano che “c’est la faute á Bashar al-Assad”.

Può essere, naturalmente. Ma questa è una personale sua conclusione. E lui non è medico, non è chimico, non è un esperto. E’ solo un altissimo funzionario politico e un politicante ammanicato di portata internazionale (Organizzazione delle Nazioni Unite, 16.9.2013, Testo integrale, inglese,  del Rapporto della Missione ONU di inchiesta sulle accuse relative all’uso di armi chimiche del 21.8.2013 nell’area di Ghouta della Repubblica araba di Siria, a Damasco, 38 pp. ▬ http://www.un.org/disarmament/content/slideshow/Secretary_General­­_Report_of_CW_Investigation.pdf).

Si ri-riuniscono alle Nazioni Unite i tre membri occidentali permanenti del Consiglio di Sicurezza per tentare di forzare la mano agli altri due – e, comunque, alla maggioranza dei dieci membri non permanenti che in CdS serve, superato il veto eventuale di uno dei cinque, a fare la maggioranza necessaria di 9 voti[7]. Vogliono subito il voto e vogliono inserire nel testo della risoluzione del CdS il paragrafo che non c’è sull’applicazione automatica dell’art. 7: l’uso della forza.

Ancora una volta, almeno nell’immediato, riesce ad avere ragione la Russia, nel senso che intanto non si vota nessuna risoluzione— come gli americani prima esigevano, poi chiedevano, infine quasi imploravano, con l’ambasciatrice Samantha Power. Perché chiede e ottiene dal CdS di riaprire invece subito l’inchiesta in Siria coi suoi ispettori al fine di riesaminare o esaminare non solo il caso del 21agosto – sul campo anche, più a fondo, quello – ma i diversi episodi che il regime di Damasco aveva denunciato nelle settimane precedenti di utilizzazione – esso sosteneva – di armi chimiche da far risalire ai ribelli.

Insomma, oggi il Consiglio di Sicurezza, alla faccia del segretario generale,  vuole vederci chiaro e meglio (CNN International, 18.9.2013, T. Watkins e Holly Yan, U.N. chemical weapons inspectors to return to Syria Gli ispettori dell’ONU tornano in Siria per le armi chimiche [con ciò stesso ammettendo,l’ONU,che il Rapporto presentato non era, a dir poco, adeguato] ▬ http://edition.cnn.com/2013/09/18/world/meast/syria-civil-war/index.html? utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+rss%2Fcnn_topstories+%28RSS%3A+Top+Stories%29).

Intanto, sempre a meta settembre, si viene a sapere che in Siria, in prossimità del confine con l’Iraq, a Boukamal, i ribelli ancora una volta hanno pensato bene di farsi la guerra tra loro. Lo lamentano, del tutto impotenti, parlando di parecchi morti e di diverse decine di feriti, fonti dell’Osservatorio siriano per i diritti civili— che, però, in Siria non osserva niente trovandosi acquartierato a Londra. La fazione che si chiama Stato islamico dell’Iraq, frangia locale di al-Qaeda, si scontra in territorio siriano con altre brigate di ribelli, come dire, più “moderati”.

●Ed è questo il punto che arriva proprio adesso al pettine: mentre ripartono le difficili trattative su una conferenza di pace, come la chiamano, per mettere fine alla guerra civile, alcuni dei gruppi armati ribelli più estremisti e più attivi sul campo – 11 di loro, tra cui anzitutto lo Stato islamico dell’Iraq, che ormai agisce quasi solo in Siria, Ahmar al-Sham— gli Uomini liberi della Siria e Jabhat al-Nusra— il Fronte di sostegno del popolo del Levante, di fatto affiliate di al-Qaeda ormai – pubblicamente abbandonano ogni pur vago riferimento di subordinazione, o anche solo di accettazione del coordinamento politico, della pretesa leadership politica dell’opposizione.

Anzi, ormai deridono e apertamente ripudiano le intenzioni professate e l’azione inconsistente, dicono, dal cosiddetto Libero Esercito Siriano di ispirazione inglese, francese, americana e, controvoglia, dati i fini dichiarati anche saudita, di voler lavorare per una non molto meglio specificata e molo eterea democrazia da introdurre in Siria in futuro. E annunciano la formazione di una nuova alleanza tra di loro – anch’essa di complicata realizzazione, però – per la creazione dichiarata di uno Stato islamico in Siria guidata, nel complesso, dal Fronte al-Nusra.

Nota il NYT che Ahmad al-Jarba, l’ultimo capo “eletto” ma, in realtà, nominato dal re saudita della cosiddetta Coalizione nazionale delle Forze di Opposizione e Rivoluzionarie di Siria – il cappello politico in esilio dell’opposizione siriana ha “rifiutato ogni commento e cancellato la conferenza stampa” che, parallelamente e a latere dell’ Assemblea generale dell’ONU, avevano “organizzato per lui”, i ministeri degli Esteri americano e francese… (New York Times, 25.9.2013, B. Hubbard e M. R. Gordon, Key Syrian Rebel Groups Abandon Exile Leaders Gruppi chiave dei ribelli siriani abbandonano i leaders dell’opposizione in esilio http://www.nytimes.com/2013/09/26/world/middleeast/syria-crisis.html?pagewanted=all&_r=0).

●Aerei del regime hanno invece colpito alcuni edifici dei sobborghi di Damasco occupati dai ribelli, soprattutto nel distretto di Berze, nord-est della città (Washington Post, 14.9.2013, (A.P.), Rebel infighting kills at least 5 in Syrian town near border with Iraq— Gli scontri interni tra ribelli ne uccidono almeno 5 vicino al confine con l’Iraq ▬ http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/rebel-infighting-kills-at-least-5-in-syrian-town-near-border-with-iraq/2013/09/14/159737e0-1d34-11e3-80ac-96205cacb45a_story.html).

E, adesso, col fronte diplomatico-politico internazionale che si sta rimettendo in moto intorno alla questione del gas nervino e alle riunioni del CdS a New York, si ricomincia anche a parlare, con molta cautela, di riaprire anche il fronte del negoziato tra i siriani a Ginevra: la conferenza cui s’erano impegnati ai lavorare America e Russia, sotto l’egida, come si dice, cioè il patronato, il patrocinio dell’ONU. Ma senza costrutto alcuno, finora, per i veti reciproci delle parti— soprattutto la pretesa dei ribelli della resa di Assad prima ancora di cominciare a negoziare a Ginevra.

Il punto è che, se il regime non sta perdendo il controllo di Damasco, non sta neanche riportando la vittoria decisiva di cui ha bisogno. Quanto riconquista passo dopo arduo passo e riesce a controllare nel centro del paese, è bilanciato da perdite e abbandono forzato del territorio nel nord che hanno indebolito molto il suo controllo su Aleppo e dei campi petroliferi del paese. Assad insiste e proclama conquiste ormai consolidate sul territorio. E non mente. Ma forse più realistica sembra la valutazione del  suo vice primo ministro che parla chiaro di una guerra civile in stallo: che nessuna delle parti oggi può vincere.

Qadri Jamil dice chiaro che di una situazione bloccata si tratta: in un’intervista svolta direttamente in inglese col Guardian afferma che né la rivolta né il regime sono in grado di sconfiggere l’altro: “e questo equilibrio delle forze e delle diverse debolezze in campo non cambierà nel prossimo futuro”. Il problema principale che ha il regime – riconosce Jamil che supervisiona proprio i dossiers economici del governo – è che la guerra civile ha devastato l’economia, bruciando tra danni e perdita di produzione sui 200 miliardi di $ di ricchezza della nazione: in pratica due anni di PIL (Guardian, 19.9.2013, J. Steele, Syrian Government says civil war has reached stalemate Il governo siriano dice che la guerRa civile è a un punto di stallo http://www.theguardian.com/world/2013/sep/19/syrian-government-civil-war-stalemate).

Per cui, conclude l’esponente del governo che certo non parla soltanto di propria iniziativa, ma subito dopo smentisce di averlo fatto a nome e per conto del presidente Assad – ma allora, perché avrebbe mai parlato? – bisogna pensare, adesso, a un cessate il fuoco. Che, se l’opposizione concorderà, dovrebbe essere necessariamente – dice – monitorato da una forza internazionale di mantenimento della pace. A noi sembra un messaggio di certo confuso ma, comunque, un messaggio che qualche novità, a modo suo, la presenta. Non smentisce ma precisa, Jamil, di esprimersi a titolo personale…

In AFRICA,

La UGTT, l’Unione generale del lavoro della Tunisia, ha ricevuto l’incarico dal partito di governo Ennhada e dalle forze di opposizione, quelle laiche e quelle di sinistra di mediare per la formazione a breve di un nuovo esecutivo che rimpiazzi ormai quello al potere avendo democraticamente vinto le elezioni dell’ottobre 2011 ma anche restando poi, sostanzialmente, paralizzato dalla crisi economica di cui il paese ha risentito quasi affogandovi, dalla guerra civile libica ai confini e, alla fine, anche dal peso del golpe in Egitto.

La UGTT è il più grande e tradizionale sindacato del paese, forte di un prestigio in sostanza mantenuto di forza indipendente e di sinistra sociale genuina dai tempi della lotta di indipendenza dalla Francia in cui appoggiò subito Bourguiba e capace di battersi per favorire sempre gli interessi dei lavoratori, della maggioranza del popolo, anche ai tempi della dittatura di Ben Ali e ormai attento da mesi alle esigenze delle forze islamiche moderate di  governo ma anche alla necessità di mediare con le forze di opposizione.

E’ stato il vice segretario generale dell’UGTT, Bouali Mbarki, ad annunciare sabato 28 settembre che anche Ennhada, che pure ha vinto democraticamente le elezioni, è ormai disposta ad aderire al piano. E’ il peso di quel che è avvenuto in Egitto appena tre mesi fa, il golpe contro il governo democraticamente eletto di Morsi, a pesare, Nel frattempo l’Assemblea legislativa che sta lavorando da mesi a stilare la nuovo Costituzione resterà in carica ma, appena ha finito, il governo di Ennhada si dimetterà e verranno convocate nuove elezioni legislative. Nella speranza, tutta da verificare, che le due parti abbiano imparato, entrambe, la lezione.

Ennhada non è arrivato alla decisione si sacrificare la sua “legittimità maggioritaria” e democratica del tutto pacificamente al suo interno e ora bisognerà vedere se la reggono fino in fondo. Ma pare che sia stata proprio la maggioranza dei militanti a concludere che lo stallo sta deteriorando la stessa credibilità del partito maggiore.

Il fatto è che nessuna delle due parti sembra in grado di prevalere sull’altra e, ora, il fardello messo sulle spalle del sindacato sembra proprio immane (New York Times, 2.9.2013, C. Gall, Islamist Party in Tunisia to Step Down Il partito islamico in Tunisia fa un passo indietro http://www.nytimes.com/2013/09/29/world/africa/islamist-party-in-tunisia-to-step-down.html?_r=0).  

In Libia, specificamente, va avanti il disfacimento inesorabile del paese come entità unita e sovrana che, cominciato nel caos di una guerra civile alimentata ad arte anche da fuori, è sempre poi progredito  da quando, due anni fa, cominciò prima la caccia organizzata via aerea da USA, Francia e Gran Bretagna e, la fase della cosiddetta rivoluzione si concluse con il linciaggio per strada di Mu’ammar Gheddafi.

Adesso, dopo la Cirenaica e Bengasi anche, il Fezzan, la regione sud-occidentale e più desertica, più lontana dal mare del paese, di è autoproclamata provincia autonoma federale, nominandosi Nouri Mohammad al-Qouizi come presidente. I capi tribali del luogo hanno annunciato che a breve nomineranno anche un capo militare per proteggere i confini della regione e le sue vasta risorse naturali (450.000 Km2, centomila in più dell’Italia, di sabbia e rocce che nascondono sotto qualche montagna e oasi sparse sedimenti depositati da fiumi e laghi in periodi molo più umidi di quello attuale come quello che precede immediatamente il nostro, l’Olocene, cominciato circa 12.000 anni fa e che si spinge fino all’età del bronzo della civiltà occidentale, verso il 3.000 a.C.

L’area è ricca di risorse naturali come combustibili fossili e di un esteso potenziale futuro di fonti di energia rinnovabile, vento e solare, e di minerali metallici e non e anzitutto, come accennato, abbondanti riserve sotterranee di acqua depositata in passato.

I capi tribali della regione hanno detto di aver deciso la proclamazione dell’autonomia a causa della scarsa efficienza e capacità dimostrata dal Congresso generale nazionale che formalmente amministra il pese e “in risposta alla domanda che sale dal popolo libico del Fezzan(La voce della Russia, 27.9.2013, La regione libica di Fezzan si dichiara indipendente http://italian.ruvr.ru/2013_09_27/La-regione-libica-di-Fezzan-si-dichiara-indipendente). Di fatto, così. la terza regione del paese, la Tripolitania che include la capitale, quella più occidentale e confinante col Mediterraneo a nord, la Cirenaica a ovest al confine con l’Egitto, a sud il Fezzan e, oltre confine, a ovest, l’Algeria, diventa anche senza averlo dichiarato una provincia autonoma.

L’unica analogia contemporanea con questa situazione è quella della frantumazione in progress della Somalia, anche se non sembra ancora tanto definitiva. Naturalmente, una simile precipitosa e accelerata frammentazione aumenta il rischio che i militanti islamici estremisti, sparsi in tutto il paese, riescano a creare e stabilire loro basi permanenti in vastissime regioni in governate e ingovernabili così del paese.

Cioè, come già si sapeva bene e avrebbero ben dovuto capire gli apprendisti stregoni che hanno messo in moto il disfacimento, chi semina vento…

nella Repubblica del Congo le truppe governative, spalleggiate da quelle della missione dell’ONU (MONUSCO, la Mission de l’ONU pour la Stabilisation du Congo) hanno conseguito un significativo successo militare contro i ribelli del M23, il movimento ribelle sostenuto dal vicino Rwanda ricacciandole dalle posizioni che controllavano ormai da quasi un anno intorno a Goma, la città del Kivu vicina al confine tra i due paesi. Dice adesso l’inviato speciale dell’ONU per la regione – che non è, però, ovviamente percepito da nessuno come un mediatore neutrale – che sarebbe il tempo giusto, questo, per riprendere i colloqui di pace (The Economist, 6.9.2013).

Goodluck (letteralmente: BuonFortuna) Jonathan, presidente della Nigeria, ha licenziato in tronco nove dei ministri del governo a seguito di una scissione nel suo partito democratico popolare (PDP) al potere. I governatori di sette importanti Stati federali e un ex vice presidente hanno rotto per formare un nuovo PDP, come lo hanno chiamato, al quale hanno subito aderito anche 22 dei 50 senatori del vecchio partito.

Il Nuovo PDP ha un “sentore”, diciamo così, più nordico, più islamico dunque, rispetto a quello di Jonathan e del vecchio partito. Potrebbe ancora esacerbarsi, perciò, il conflitto non sempre solo latente,n nel paese più popoloso del continente (176 milioni di abitanti), con 250 gruppi etnici diversi tra loro di cui il 50 e qualcosa % però unificato dall’Islam ma con una forte presenza cristiana, sul 40 e animista, intorno al 10% (The Economist, 13.9.2013).

William Ruto, il vice presidente eletto del governo del Kenia, ha proclamato la propria innocenza dall’accusa di crimini contro l’umanità di cui lo ha imputato la Corte Penale Internazionale dell’Aja dove si è recato di persona, però, per difendersi dall’imputazione di aver fomentato e condotto sanguinosi scontri tra tribù dopo le elezioni della tornata precedente nel 2008.

Contemporaneamente, e significativamente però, il parlamento kenyota ha deciso di sottrarre in futuro il paese dalla giurisdizione della Corte, di fronte a cui a breve avrebbe dovuto comparire anche il presidente del paese Uhuru Kenyatta, che allora capeggiava negli scontri l’altra fazione e ora con Ruto è alleato “almeno finché i meccanismi di inchiesta e perseguimento degli accusati non dimostrino di funzionare anche contro altri capi di Stato e di governo accusati di crimini di guerra o contro l’umanità che non siano, come finora, soltanto africani o – comunque – poco accetti o avversi all’occidente(The Economist, 13.9.2013). Rivendicazione che appare sicuramente fondata…

Sempre in Kenia, informa un portavoce del governo, sono state scoperte due vastissime nuove falde sotterranee che conterrebbero oltre 250 miliardi di m3 di acqua potabile nella regione nordica del paese, particolarmente arida. Sono ancor sotto test diverse trivellazioni e la speranza è che le nuove falde produrranno presto prime, significative quantità di acqua. Di fatto, oggi, è il 40% del territorio kenyota a soffrire di carenza di acqua potabile (The Economist, 13.9.2013).

●Poi, il 21 settembre a Nairobi i miliziani somali di al-Shabaabi giovani, sconfitti ormai a casa loro, a Mogadiscio dopo essersi largamente trasformati da formazioni puramente terroriste in una forza militare capace di occupare e tenere il territorio di uno Stato sovrano e, adesso, riportati alla loro dimensione militante originaria anche se ormai più esportata che in casa, nel suo territorio, anche dall’intervento militare dei 4.000 soldati del corpo di spedizione keniota arrivato a spalleggiare quello di intervento panafricano contro il terrorismo islamista, si vendicano occhio per occhio.

A raffiche di mitra e bombe con oltre una settantina di vittime del tutto innocenti – “come i nostri bambini, dicono loro, massacrati dalle bombe che avete seminato dal cielo su Mogadiscio, a Chisimaio, a Berbera”— per vendetta, appunto, all’ingrosso ma orrendamente e malignamente mirata selezionando e ammazzando nel centro commerciale chiamato del Cancello dell’occidente— il Westgate le proprie vittime a seconda che fossero mussulmani, lasciati andare, o non mussulmani, subito trucidati…

    (1. l’Unità, 21.9.2013, Kenya, assalto a shopping center Almeno 39 morti e 150 feriti ▬ http://www.unita.it/mondo/ kenya-nairobi-shopping-center-lusso-centro-morti-ostaggi-polizia-spara toria-westgate-commando-1.522646); 2. New York Times, 22.9.2013, N. Kulish e J. Gettleman, Siege at Kenyan Mall Continues as Death Toll Reaches 59 L’assedio al centro commerciale keniota va avanti con il conto dei morti che arriva a 59 http://www.nytimes.com/2013/09/23/world/africa/ nairobi-mall-shooting.html?pagewanted=all&_r=0).

Adesso, e lo hanno fatto notare anche con qualche facile sagacia, “se l’attacco selvaggio al centro commerciale di Nairobi portasse, da parte degli Stati africani e dei loro sostenitori stranieri,  a ulteriori interventi militari nel corno d’Africa, a esserne del tutto felice sarà solo Ahmed Abdi Godane”, il capo dell’ala interna più estremista di al-Shabaab: lo scaltro assassino che avrebbe lanciato, con grande successo almeno tattico a quel punto, la sua provocazione (Guardian, 3.9.2013, S. Tisdall, Kenya Westgate atrocity is al-Shabaab's way of escalating Somali conflict Il mostruoso crimine del Cancello dell’occidente del Kenia è stato il modo scelto da al- Shabaab di rilanciare  il  conflitto in Somalia http://www.theguardian.com/world/2013/sep/23/kenya-westgate-shabaab-somali-conflict).

Il nuovo governo del Mali h annunciato, per parte sua, che il 24 novembre si terranno le prime elezioni parlamentari dopo il golpe dell’anno scorso. Due settimane fa il neo-eletto presidente Ibrahim Boubacar Keita aveva designato Oumar Tatam Ly come primo ministro proprio per ricondurre il paese alla “normalità” politica: in ogni caso, segnalerebbe il ritorno a una prassi di tipo elettorale che serve – dovrebbe servire, almeno – in un paese che è stato abituato, prima delle sciagurate scissioni interne e del golpe, a una dignitosa normalità, appunto, democratico-parlamentare (FoxNews, 18..2013, Agenzia AF-P, Mali calls parliamentary elections lI Mali convoca le elezioni legislative http:// www.foxnews.com/world/2013/09/18/ mali-calls-parliamentary-elections-for-november-24).

In AMERICA LATINA,

in Argentina, dai risultati delle elezioni politiche del 2011 sembra essersi parecchio ridotto – ma è l’opinione diffusa soprattutto dai grandi media dominati e piegati alla volontà delle oligarchie tradizionali e dei cacicchi locali – il sostegno popolare all’FpV/Frente para la Victoria, la coalizione elettorale peronista/giustizialista, popolare e populista, radicale e di sinistra che intorno alla presidenta Cristina Fernández, vedova dell’ex presidente Kirchner e già al suo secondo mandato propone che alle elezioni drl 27 ottobre prossimo il paese rafforzi la sua maggioranza parlamentare per consentire alla Fernández di cambiare la Costituzione e candidarsi così per un terzo eventuale quinquennio alla presidenza.

Non sarà facile terminar el cambio, come dice lo slogan del Frente perché anche qui la crisi ha fatto sentire il suo morso maligno insieme ala voglia di chi voleva farle pagare la rivolta grosso modo di successo che, col marito e poi anche da sola, ella ha gestito contro le vendette del FMI per il default dichiarato nel 2001 sul debito estero, facendola così finita con la Kirchner-nomics(per una lettura classica e sicuramente classista – di destra economica e, quindi, ostile – ma  anche sufficientemente onesta della dottrina economica scelta e proposta al paese, allora, dal presidente Nestor Kirchner, 24on Conurbano, 11.2008, Ana Gerschenson, Argentina, Kirchner-nomics: realidad y ficción del keynesianismo de los Kirchnerhttp://24con. infonews.com/ conurbano/nota/17519-kirchner-nomics).

Ma, dalla sua, Cristina ha una grande forza residua nella ancora evidente assenza di alternative credibili non solo nella fila dei suoi sostenitori ma anche nell’opposizione che puzza – tutta senza proprio eccezioni, pare – di acquiescenza ai poteri tradizionali del capitale, del business e del latifondo. I lor signori argentini, cioè, per capirci…

La presidentessa Rousseff ha annunciato in Brasile il rinvio senza data della sua visita di Stato del prossimo mese a Washington. E’ la reazione, da giorni quasi scontata, all’indignazione montata nel paese per la rivelazione, confermata, dello spionaggio elettronico condotto contro di lei personalmente e contro il suo staff al Planalto di Brasilia dalla NSA americana e, poi, sistematicamente contro la Petrobas, l’ente petrolifero di Stato. Al solito, alla Casa Bianca non si sono neanche scusati e, tanto meno, spiegati, rivendicando di fatto il consueto diritto degli USA a fare quel che vogliono e limitandosi invece a  deplorare il fatto che i rapporti di grande respiro tra i due paesi vengano offuscati “da un solo, sfortunato (sic!) episodio”.

Obama, che aveva personalmente parlato con Dilma Rouseff esprimendo il suo dispiacere per lo spionaggio sistematicamente condotto per mesi dal suo governo “nei confronti di quello di un paese alleato”, non ha saputo o potuto rispondere quando ella gli ha semplicemente chiesto “ma allora perché?”. In definitiva, il presidente Obama “capisce le ragioni di Brasilia e si dispiace per l’accaduto” ma non chiede formalmente scusa e Rousseff non ci passa su, chiedendo “una spiegazione piena e convincente e l’impegno formale a non farlo più”: che non arriva  (Wall Street Journal, 17.9.2013, T. Murphy e P. Trevisani, Brazil Leader Postpones U.S. Visit La presidente del Brasile pospone la visita negli USA http://online.wsj.com/article/SB10001424127887323527004579081283724694994.html).

E non ci sta. La visita viene, quindi, rinviata ma, senza la fissazione di una nuova data, la cosa somiglia più a una cancellazione che a un posticipo. A perderci nel breve sono, di certo, gli USA ma, a più lungo periodo, anche il Brasile forse ci rimette. E’ il primo effetto diplomatico-politico pubblico eclatante delle rivelazioni di Edward Snowden: un altro peggioramento dei rapporti scomodi e fibrillanti, in progressivo peggioramento, dei rapporti tra i due più grandi paesi delle Americhe (The Economist, 21.9.2013, Brazil and the US – More in sorrow than in anger Più con rammarico che con rabbia  http://www.economist.com/news/americas/21586559-cancellation-dilma-rousseffs-state-visit-washington-has-short-term -cost).

Comunque, il 24 settembre, la presidentessa Rousseff coglie l’occasione di impartire a Obama, che dallo stesso podio parlerà subito dopo di lei, un solenne ammonimento sull’inaccettabilità di simili comportamenti “pirateschi” rivolgendosi al mondo dalla tribuna delle Nazioni Unite. Parla certo per la platea di casa ma dice anche cose in sé sacrosante… che, è anche ovvio, non cambieranno niente nel comportamento di nessuno.

Però Obama, senza rispondere una riga del suo discorso la spende come, senza il richiamo brasiliano certo non avrebbe fatto, garantendo aver fatto “iniziare una revisione del modo in cui l’America raccoglie la sua intelligence per poter prendere in considerazione, insieme alle preoccupazioni di sicurezza degli americani anche quelle della privacy cui tutti siamo attaccati”: bè, a dire la verità non proprio tutti e non proprio tutti allo stesso modo (Guardian, 24.9.2013, U.N. General Assembly – Live blog, Roussef, Obama ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/sep/24/un-general-assembly-obama-rouhani-rousseff-live).

L’ex presidente (di destra) Álvaro Uribe, che in base alla Costituzione non ha potuto ripresentarsi l’ultima volta, sta ferocemente osteggiando i tentativi del successore (di sinistra?) Juan Manuel Santos di trovare, in Colombia, un accordo complesso e travagliato per superare con una mediazione di merito, sociale e politica, la guerriglia che sta in effetti progredendo con la mediazione di Cuba e non degli Stati Uniti – invece che, come lui vorrebbe, con l’inasprimento della guerra civile. E adesso annuncia di volere ricandidarsi al senato alle elezioni del prossimo marzo, cioè dove può, “per continuare la lotta”, (The Economist, 20.9.2013).

in CINA (e nei paesi ASIAtici)

Bo Xilai, il dio caduto dall’Olimpo del potere cinese, subito prima di salire proprio all’Empireo e già condannato un mese fa come colpevole ha adesso ricevuto la sua sentenza: colpevole di corruzione, appropriazione indebita e malversazione,  oltre che di abuso di potere gli è toccato l’ergastolo (New York Times, 21.9.2013, A. Jacobs e C. Buckley, Chinese Official at Center of Scandal Is Found Guilty and Given a Life Term Al centro dello scandalo, uno dei massimi esponenti della nomenclatura cinese, trovato colpevole e condannato all’ergastolo http://www.nytimes.com/2013/09/22/world/asia/bo-xilai-official-is-found-guilty-of-all-charges-and-given-life-term. html ?pagewanted=all&_r=0).

E’ stato licenziato in tronco il responsabile della supervisione del funzionamento di tutte le aziende di Stato, Jang Jemin, accusato di “serie violazioni disciplinari”, termine qui spesso usato per riferirsi a episodi o, forse, a una vera e propria consolidata tendenza alla corruzione. E’ la campagna contro mazzette, bustarelle e tangenti intrapresa dal nuovo presidente e numero uno del partito Xi Jiping che non molla. Insieme a Jang, sono stati arrestati diversi dirigenti della CNPC, la grande compagnia di Stato del petrolio che lui aveva diretta in passato. Xi, del resto, su questo punto segue da vicino la linea che aveva tracciato il predecessore, Hu Jintao. All’estero, specie in America, diversi osservatori pensano e dicono che è rimasto incastrato – o meglio che si è lasciato incastrare – nell’ingranaggio di un’epurazione politica collegata in qualche modo – ma nessuno sa quale, pare – alla caduta dell’ex membro dell’Ufficio politico del partito, Bo Xilai, che è appena stato condannato in un processo pubblico quanti altri mai prima in questo paese, il mese scorso.

 E pare, si dice (la notizia è riportata dal britannico Financial Times)  al momento, che nel mirino del presidente sia finito (sarebbe stato messo a domicilio coatto anche un recente capo della

●La corruzione: già… ma solo in Cina?   (vignetta)

La corruzione in Cina

Fonte: NYT, 7.9.2013, L. Heng

sicurezza interna, anche lui come Bo membro del Politburo, anzi addirittura del suo onnipotente Ufficio permanente, un  altro ex petroliere di Stato,  Zhou Yongkang. Ed è la prima volta che i membri del ristrettissimo vertice vengono messi così, direttamente, nel mirino, con una purga direttamente legata alla lotta alla corruzione (The Economist, 6.9.2013, The Plot thickens – Xi Jinping flexes his muscles by taking down allies of a former security chief La trama si infittisce – Xi Jinping flette i muscoli abbattendo una serie di alleati dell’ex capo della sicurezza http://www.economist.com/news/china/21585022-xi-jinping-flexes-his-muscles-taking-down-allies-former-security-chief-plot-thickens).

●Il primo ministro Li Keqiang ha garantito, in un seminario riservatissimo tenuto a Dalian, l’11 settembre a un gruppo di investitori e imprenditori stranieri, che le multinazionali riceveranno d’ora in poi “uguale trattamento” nel paese a quello riservato alle imprese di Stato cinesi. Molti, specie tra gli americani presenti, si erano lamentati di una sistematica e arbitraria, perché proprio sulle multinazionali concentrata in particolare, campagna anticorruzione come anche della mancanza di accesso ai mercati e del furto di proprietà intellettuale.

Li chiarisce, anche un po’sardonicamente, che la campagna anticorruzione non rallenta, ma si impegna facendo nomi e cognomi di chi è stato punito tra i cinesi ai massimi livelli in questi ultimi mesi che la legge sarà d’ora in poi fatta applicare con intransigenza contro ogni reato e ogni colpevole; che l’accesso al mercato cinese sarà garantito nella misura in cui ai cinesi verrà assicurato sul mercato statunitense; e che ai furti di proprietà intellettuale “ciascuno dovrebbe curare di far applicare la legge in casa propria, anzitutto”: non lo nomina – naturalmente – ma tutti sanno che sta parlando dello spionaggio elettronico della NSA americana…

La Cina – ha detto Li Keqiang a questi suoi interlocutori speciali – è sul punto di aprire a grandi nuovi esperimenti economici, paragonabili a quello che negli anni ’80 venne lanciato nella zona libera speciale di Shenzen”: facendo loro venire abbondante acquolina in bocca quando Deng Xiaoping lanciò l’apertura massiccia e quasi senza regole all’impresa privata che, nei fatti, ha dato poi il via alla crescita impetuosa, anche se largamente sregolata e selvaggia, che dura ormai da trent’anni.

Questo da un lato. Dall’altro, dicono anche osservatori cinesi che “rischiano” di firmare le loro opinioni  (ma non è importante che osino farlo, comunque?) su Twitter (ad esempio, Ren Zhiqiang, il boss della Hua Yuan, grande impresa edilizia e di aperta speculazione nel campo che sul Twitter cinese, Weibo, dichiara di vantare “15 milioni di seguaci”, sono molte le imprese straniere che non rinunciano a operare in Cina per il peso che ormai essa ha sul totale del loro monte profitti, ma che stanno, però, “dando i numeri”  per capire come comportarsi in questo momento di svolta, ancora comunque ambigua (The Economist, 13.9.2013, Business confidenceFreaking out La fiducia delle imprese – dare i numeri http://www.economist.com/news/china/21586293-private-enterprise-under-attack-freaking-out).

●Due giorni dopo il seminario di Dalian – proprio a proposito di apertura dei mercati esteri di un paese all’altro: che non è affatto, con una scusa o con l’altra, un fenomeno unidirezionale… – negli USA il Comitato interministeriale sugli Investimenti Stranieri che valuta i “rischi” per la sicurezza nazionale dalla compera di quote di società americane, ha adesso approvato l’acquisto da parte della Shangui cinese, per 4,7 miliardi di $, della Smithfield Foods che, se approvata poi dagli azionisti attuali, diventerà l’acquisizione maggiore diretta da parte di capitali cinesi di una compagnia americana dando così vita a un gigante mondiale della produzione di carne di maiale… (TheEconomist, 13.9.2013).

●La Cina ha diffuso nuove linee guida che consentono d’ora in poi l’arresto di chi diffonde voci, “rumors” come li chiamano, in fondati o pericolosi on-line. Chi posta commenti o espressioni infamanti e non provate su siti web con più di 5.000 utilizzatori, o che risultino poi ri-postati per più di 500 volte, è suscettibile d’ora in poi ad una pena massima di tre anni di carcere. Chiunque sia responsabile di aver postato informazioni che portino all’istigazione a delinquere, a proteste o disordini etnici o civili può anche essere perseguito per legge (The Economist, 13.9.2013). Niente di molto diverso, commentano al governo cinese, da quanto al momento dicutono e propongono parte della pubblica opinione e non pochi legislatori in Gran Bretagna, in Francia e, anche, in America, no?

●A inizio mese, il Kazakistan ha firmato con la Cina e tutti insieme 22 accordi/contratti per una trentina di miliardi di $ di valore complessivo, incluse diverse intese relative a greggio e gas naturale e ad una per la costruzione di una nuova raffineria petrolifera nel paese. Lo ha reso noto il presidente Nursultan Nazarbayev incontrando la stampa all’uscita dell’incontro che ha concluso l’affare col presidente Xi Jinping.

Xi da parte sua, parlando della possibilità di ricreare una nuova “via della seta” che colleghi attraverso le vaste steppe del Kazakistan la Cina e l’Europa occidentale come tanti secoli fa ai tempi di Marco Polo, ma stavolta non solo come via di passaggio ma come parte integrante di un grande progetto, ha precisato che l’accordo include l’acquisizione di una parte delle azioni del progetto di esplorazione petrolifera offshore sul Mar Caspio di Kashagan, per l’8,33% del pacchetto azionario da parte della CNPC di Pechino (doppia è la quota di Kashagan in possesso dell’ENI).

Un altro degli accordi conclusi prevede l’apertura immediata di un credito di 8 miliardi di $ da parte della China Development Bank all’ente di Stato kazako Bayterek— il grande pioppo, che prende il nome dalla grande torre dell’architetto britannico Norman Foster simbolo della nuova capitale Astana, fondata nel 1997. In effetti, la cointeressenza già in atto di imprese estere nello sviluppo di Kashagan non è ancora riuscita ad aumentare in modo soddisfacente produzione e sfruttamento delle enormi riserve già accertate sul fondo marino (1. South China Morning Post/Hong Kong, 7.9.2013, China, Kazakhstan eye deals worth $30b Cina e Kazakstan stanno chiudendo accordi del valore di 30 miliardi di $ http://www.scmp.com/news/china/article/1305753/china-kazakhstan-eye-deals-worth-us30b; 2. New York Times, 7.9.2012, J. Perlez, China Looks West As It Bolsters Regional Ties Rafforzando i legami nella regione, la Cina guarda verso occidente http://www.nytimes.com/2013/09/08/world/asia/china-looks-west-as-it-strengthens-regional-ties.html?_r=0).

Tanto per ribadire la propria testarda maniera di leggere come gli pare, e quasi sempre sbagliando i numeri e i dati e di azzardare considerazioni infondate, il WP torna a sfidare la logica e l’aritmetica, come da noi riescono a varare solo quelli di Libero… Discute stavolta i problemi degli anziani cinesi delle campagne facendo notare che adesso, nella loro età avanzata, non possono contare né sull’assistenza pubblica né sul supporto dei loro figli.

Infatti, racconta (Washington Post, 19.9.2013, S. Denyer, China’s transformation frays traditional family ties, hurting many seniors Le trasformazioni in atto in Cina logorano i legami familiari tradizionali danneggiano molti anziani ▬  http://www.washingtonpost.com/world/chinas-transformation-frays-traditional-family-ties-hurting-many-seniors/2013/ 09/18/50765b42-1538-11e3-961c-f22d3aaf19ab_story.html) che per la Cina “l’avanzante invecchiamento della sua società è una delle più serie sfide economiche da affrontare.

    Nel 2053, secondo la Commissione nazionale cinese sull’invecchiamento (China.org.cn, 23.10.2012, Pang Li, Aging country presents challenges, opportunities— Un paese che invecchia presenta sfide e, anche, opportunità [ma l’articolo del quotidiano di Washington si concentra solo sulle difficoltà e si riferisce, comunque, a un seminario ormai vecchio di un anno] ▬ http://china.org.cn/china/201 2-10/23/content_26881219.htm), il numero degli anziani arriverà a 487 milioni, il 35% della popolazione, rispetto al 12% di oggi: a quella data ci saranno più cinesi in pensione dell’intera popolazione degli Stati Uniti…

    Ma ancor prima di allora il paese si dovrà scontare con la prospettiva di diventare più vecchio prima di diventare più ricco (ILO/OIL,Organizzazione intenazionale del lavoro, 7.11.2012, Aidi Hu [social security expert], Can China get old and rich at the same time?—  Può diventare insieme la Cina più anziana e più ricca? http://www.ilo.org/global/about-the-ilo/newsroom/comment-analysis/WCMS_192598/lang--en/index.htm).

    I cittadini cinesi, cresciuti nell’epoca della politica del ‘figlio unico’, potrebbero trovarsi gravati ciascuno dal costo del sostenere due genitori e quattro nonni quando arrivano loro a un’età matura un freno economico potenzialmente molto pesante”.

Si tratta di asserzioni avanzate con incredibile sicumera e, in realtà, del tutto sbagliate. Si preoccupano, questi in America, di un’inadeguata pensione per i vecchietti cinesi come se i loro avessero pensioni lì universalmente sufficienti a garantire agli anziani condizioni di vita decenti (e, invece, “il 50% degli americani si ritrovano ad andare in pensione con un Individual Retirement Account, un conto personale per la pensione, che non supera i 4.500 $” in totale, dai quali poi ritirare per qualche ano fino al suo rapido esaurimento un massimo forse di 200-300 $ al mese; mentre in Italia, per dire, la metà dei pensionati dell’INPS di € ne prende meno di 500 ogni mese…

La realtà è che, secondo i calcoli del Fondo Monetario Internazionale – per definizione i più precisi e informati che vengano accertati e documentati a livello mondiale, paese per paese: a prescindere poi dall’utilizzo che politicamente, alla fine, gli autori stessi e altri ne fanno e ne lasciano fare – il PIL pro-capite della Cina è aumentato dal 1980 del 4.000% (quattromila%) (IMF/FMI, China: Gross domestic product based on purchasing-power-parity (PPP) per capita GDP— Cina: PIL lordo su base di parità di potere d’acquisto pro-capite http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=49&pr.y=15&sy=1980&ey=2018 &scsm= 1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=924&s=PP PPC&grp =0&a=).

Tradotti in azione politica, secondo ogni ragionevole conclusione, questi numeri e questo fatto significano che la Cina – con un PIL pro-capite che, in termini di potere d’acquisto reale, passa dal 1980 al 2013 da 450 a 10.012 $ e nel 2018 passerà a circa 16.230 – è messa meglio, molto meglio, di tanti altri – forse di tutti gli altri – paesi come capacità di sostenere e pagare sia chi non lavora più tra i suoi cittadini che chi invece ancora lavora o a lavorare si accinge a livelli e condizioni di vita molto più adeguati di quanto sarebbero stati anche in un recente passato. L’impatto di questo straordinario aumento di ricchezza ridimensiona drasticamente anche l’impatto demografico della politica del figlio unico.

Insomma, anche qui, se ci sono problemi di adeguato sostentamento degli anziani e di salari più equi per i lavoratori attivi è come nel resto del mondo: anche in Cina il PIL è percentualmente accaparrato dai  i pochi ricchi e ricchissimi rispetto ai molti poveri e meno ricchi. E’ proprio la focalizzazione sulla demografia a risultare sbagliata e distorta.  

Immagini satellitari commerciali mostrano che la Corea del Nord ha intrapreso un’importante estensione degli impianti del sito di lancio di Sohae, sulla costa sud-occidentale del Mar Giallo, il luogo da cui un razzo di medio-larga gittata era stato lanciato in orbita a dicembre. Le analisi preliminari condotte a fine agosto dall’Istituto american-coreano della Johns Hopkins University hanno “svelato” una nuova rampa in costruzione per lanci sperimentali di missili balistici: lavori che sembrano essere cominciati a fine giugno e che dovrebbero concludersi in altri due mesi (38 North, 30.8.2013, N. Hansen,  Major Construction at  the Sohae Rocket Test Site In atto importanti lavori di costruzione nel sito di lanci sperimentali di Sohae http://38north.org/2013/08/sohae083013).

Allo stesso tempo, la stessa fonte, la Johns Hopkins, informa di aver rilevato il 31 agosto emissioni di vapore acqueo abbondante dal sito che, nell’area del reattore nucleare di Yongbyon in buona parte smantellato nel 2007, a un centinaio di Km. a nord di Pyongyang, ospita proprio turbine a vapore e generatori elettrici. La piuma di vapore bianco fuoruscita, per colore e quantità, dice l’interpretazione che ne fornisce 38 North.com, indica che la produzione di elettricità ma anche, forse, di plutonio e uranio arricchito che servono anche a costruire armi nucleari sta per ripartire.

La Corea del Nord s’è già dotata in numero limitato di ordigni nucleari, come è noto. Commentando la notizia, esponenti dell’agenzia nucleare russa, che però non la smentiscono drasticamente la reputano possibile ma non proprio probabile, facendo notare che gli sbuffi di vapore possono denotare non solo la prossima ripresa di operatività del reattore ma più probabilmente la sperimentazione del sistema di generazione dell’energia elettrica. Anche perché, sottolinea, lo stato di malfunzionamento della torre di cemento armato rinforzato del reattore, solo parzialmente ricostruita, non potrebbe consentirne il riavvio in sicurezza (La voce della Russia, 12.9.2013, Avviare il reattore di Yongbyon sarebbe una catastrofe http://italian.ruvr.ru/2013_09_12/Avviare-il-reattore-di-Yongbyon-sarebbe-una-catastrofe).

●La Cina ha bandito l’esportazione alla Corea del Nord di diverse tecnologie legate alla produzione di armamenti. Si tratta di macchinari, marchingegni, piani e disegni che potrebbero – al condizionale – venire impiegati, come si dice, “a doppio uso”, anche per lo sviluppo di armi nucleari. Un’interdizione che, dice Pechino, aiuta così a implementare risoluzioni dell’ONU relative a Pyongyang e alla sua attività nel campo delle armi nucleari cui anche Pechino è contraria: con qualche incoerenza sul piano del diritto, della rivendicazione di cui pure si fa promotrice della parità tra popoli e Stati – proprio come fanno America e Russia: loro no e noi sì – però in totale coerenza coi propri interessi strategici e come segnale di un permanente e resistente scontento verso l’indipendenza ombrosa del proprio quasi alleato coreano (The Economist, 27.9.2013).

●Per la prima volta nella storia dei rapporti tra le due Coree, la televisione del Nord ha trasmesso in diretta e integralmente, il 13 settembre, con la cerimonia di premiazione dei campionati asiatici interclub di sollevamento pesi, anche l’inno nazionale – e questa è la novità, a suo modo, epocale – quello della Corea del Sud, l’alzabandiera di quel vessillo (una medaglia d’oro tra l’altro  e e l’esecuzione dell’inno nazionale sud-coreano, secondo quanto comunicato dalla Federazione di sollevamento pesi di Seul.

Di per sé, visto che formalmente tra Nord e Sud Corea dal 1953 ancora vige lo stato di guerra (c’è solo un armistizio tra Nord e Stati Uniti, che Seul non ha mai firmato) si tratta di qualcosa di potenzialmente ancor più innovativo e audace dell’incontro di ping-pong del 1971 tra Cina di Mao e Stati Uniti di Nixon (NightWatch, 17.9.2013, SK National Anrghem on NK Tv live L’ìnno nazionale sud coreano alla Tv del nord, in diretta http://www.kforcegov.com/NightWatch/NightWatch_13000199.aspx).    

In India, la Camera alta del parlamento ha approvato un piano speciale per sussidiare con aiuti pubblici il prezzo delle derrate alimentari di base per ben 2/3 della popolazione. La legge, già approvata il mese scorso alla Camera bassa, mira esplicitamente a fare del diritto a nutrirsi un diritto legale fondamentale e a fornirlo di fatto a circa 800 milioni di cittadini indiani ogni mese, in un paese che si calcola ospiti oggi ben più della metà della popolazione povera del mondo. E a far sopportare il costo dell’iniziativa soprattutto ai più ricchi.

La legge, che ha scatenato l’opposizione di chi sta economicamente meglio è stata denunciata come mal concepita e costosa – e certo costosa lo è – distingue una volta tanto con grande nettezza come dicono qui secondo l’antica dizione britannica tra gli haves e gli have-nots, chi ha e chi non ha: una legge apertamente e chiaramente classista ma, una volta tanto, dalla parte della classe più povera (The Evonomist, 6.9.2013).

●Il 20 settembre, e come si fa in questi casi di sorpresa, nel tentativo di mettere sotto controllo un’inflazione che comincia a preoccupare e insieme di rendere miracolosamente più disponibile il credito al settore industriale del paese che segnala un principio serio di stallo (New York Times, 20.9.2013, Keith Bradsher, India Adjusts Short-Term Interest Rates L’India ‘aggiusta’ i suoi diversi tassi di interesse a breve http://www.nytimes.com/2013/09/21/business/global/india-adjusts-short-term-interest-rates.html?_r=0) che, mentre danno l’impressione di essere molto elevati (oggi al 7,5 dal 7,25%) risultano in realtà ancora al di sotto dell’inflazione che, ad agosto su un anno prima, segna un +9,5% al consumo e il +6,1 all’ingrosso.

●Il 15 settembre, l’India ha con successo testato, per la seconda volta in un anno e mezzo ha ricordato il ministero della Difesa, il missile balistico di fabbricazione autoctona di maggiore gittata di cui dispone, l’Agni-V, lanciandolo dalla base missilistica di Bhadrak, nello Stato di Orissa, a circa 200 Km. da Bhubaneswar, sul golfo del Bengala (Spacedaily, 15.9.2013, India test-fires long-range missile— L’India lancia e testa un missile a lunga gittata ▬ http://www.spacedaily.com/reports/India_test-fires_long-range _missile_999.html).

In Australia, con l’elezione, largamente scontata, di Tony Abbott sono finiti in coda di pesce i sei anni di confusa, velleitaria e tumultuosa leadership (si fa per dire…) dei laburisti che hanno fatto fuori due loro primi ministri e regalato la vittoria alla nuova coalizione liberal-nazionale conservatrice

Alla fine, i laburisti hanno perso catastroficamente, contro un avversario di dimensione pure piuttosto ridotta, perché hanno dato l’impressione a un paese in crisi economica e pieno di guai seri di essere troppo presi dai loro piccoli problemi interni di personalismi, ripicche e divisioni che spesso apparivano personali (chiaro Renzi? chiaro Letta? chiaro anche per gli altri?). E, alla fine, giustamente, hanno fatto fiasco: 57 seggi (erano 72) contro 88 alla coalizione di centro-destra (73 erano: ma, per un voto, un mese fa aveva perso la fiducia col PM che aveva optato quasi disperatamente per le elezioni anticipate).

Abbott, che non gode di forte carica carismatica personale coi suoi stessi elettori, però, è economicamente un specie di adepto neo-cons del liberismo. Ma, sulla Siria ad esempio ha preso una posizione molto più distante e sensata da Obama del suo competitor laburista negando seccamente  che in quel povero paese lo scontro sia tra male e bene e descrivendolo invece, realisticamente, come uno scontro feroce  tra due mali… dove non c’è proprio da scegliere (New York Times, 6.9.2013, M. Siegel, Australian Labor Party Is Dealt Sharp Bowl in Vote, Ending 6 Years in Power Il partito laburista d’Australia copito duro dal voto, dopo 6 anni di governo http://www.nytimes.com/2013/09/08/world/asia/austra lia-votes-as-labor-government-struggles-to-survive.html). .     

EUROPA

Sì,adesso il Cavaliere piange davvero…  (foto)

 

Il Berlusca, che stavolta ha avuto davvero paura, ha deciso a fine settembre di far saltare il tavolo e, dal grande giocatore d’azzardo che è, con esso il governo delle piccolissime intese: vuole rischiare tutto, se i suoi alla fine anche stavolta lo lasciano fare, sul suo destino personale… sarà un ottobre quello in arrivo molto molto azzardato…

Subito prima del patatrac voluto da Berlusconi, la conferma molto pesante che Telecom Italia è passata, il 24 settembre, a Telefonica di Spagna e che Air France, negli stessi giorni, sta comprandosi Alitalia. E l’Unione europea anticipa, in un nuovo rapporto sullo stato comatoso dell’Italia, il dato in assoluto poi più preoccupante: che non solo continuiamo a perdere altissime percentuali di PIL ma dal 2007 l 2013  abbiamo anche perso il 20% della produzione industriale e, quanto a produttività, siamo scesi addirittura sotto Spagna e Grecia e di tanto ci siamo in pratica impoveriti…

Perché in sostanza non siamo più capaci di rendere efficiente il paese  (lo afferma, come si usa dire, l’Europa nel Bilancio sulla competitività nell’Unione, che proprio il Commissario italiano, il Forzitaliota Antonio Tajani, presenta,  cfr. TM News, 25.9.2013, In Italia è in atto una vera deindustrializzazione, l’allarme della UE Nel 2012 superata dalla Grecia nella produttività del lavoro http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/in-italia-e-in-atto-vera-deindustrializzazione-l-allarme-della-ue-20130925_0812 42.shtml).

Il fatto è che “in termini di costo unitario medio del lavoro, la competitività dell’Italia si è notevolmente deteriorata negli ultimi dieci anni a causa di un aumento del salario lordo nominale combinato con una debole crescita della produttività”. Anche se, osserva ancora l’esecutivo UE, “i salari reali sono rimasti pressoché stabili, evidenziando l'importanza di colmare il divario di produttività e nel contempo di migliorare l'allineamento dei salari alla produttività. Un ulteriore contributo – sottolinea la Commissione – potrebbe derivare da un alleggerimento del cuneo fiscale sul lavoro”. Ma il problema dei problemi, i Italia, è che la macchina dello Stato – la rete, la banda larga, le file agli sportelli, le attese per i pagamenti dovuti, il passo da lumaca della macchina giudiziaria, per dire – è da anni bloccata. E nulla e nessuno pare in grado di sbloccarla davvero.

La BCE ha tenuto al palo, allo 0,25% dov’era da mesi, il tasso di sconto dell’eurozona anche se ha lasciato intendere nella presentazione delle decisioni di oggi, 5 settembre, che l’insoddisfazione per il ritmo della ripresa in Europa potrebbe convincerla presto a tagliarlo (1. Guardian, 5.9.2013, Graeme Wearden, ECB hints at tax rate cuts La BCE accenna a tagli possibili al tasso di sconto http://www.theguardian.com/ business/2013/sep/05/bank-of-england-and-ecb-policy-decisions---live); 2. ECB/BCE, 5.9.2013, Francoforte, Webcast  della conferenza stampa del presidente della BCE, Mario Draghi http://www.ecb.europa.eu/press/tvservices/webcast/html/webcast _130905.en.html).

Il 12 settembre, il Parlamento europeo ha conferito alla BCE nuovi poteri a in base a cui potrà adesso meglio sorvegliare – di fatto, controllare – 6.000 banche dell’eurozona (16, tutte quelle maggiori, in Italia). Si tratta del primo passo per varare l’unione bancaria della UE di cui si parla dall’inaugurazione della zona euro (New York Times, 12.9.2013, Reuters, EU lawmakers give ECB power to supervise banks Il parlamento europeo conferisce alla BCE il potere di supervisionare i singoli istituti bancari dell’Unione http://www.nytimes.com/reuters/2013/09/12/business/12reuters-eu-bankingunion.html?partner=rss&emc=rss&_r =0).

Restano non pochi dubbi sul funzionamento effettivo di una reale unione bancaria e, anche, sulla rapidità con cui alla BCE sarà consentito di metterla in funzione per far fronte a un’altra crisi bancaria. La più grande economia dell’Europa, quella tedesca, ha tentato finora con relativo successo e insisterà a limitare lo scopo stesso della supervisione della BCE sul sistema delle banche cercando di ridurne il carattere stesso di autorità nuova perché realmente indipendente e coi poteri previsti di gestire su base comunitaria eventuali fallimenti bancari: per la preoccupazione che poi dovrà essa, la BCE – e , in proporzione, la Germania – finire col dover pagare il conto.

Berlino sta contestando a ogni passo sistematicamente la proposta della Commissione di creare una nuova autorità paneuropea e indipendente soggetta alla BCE di supervisione bancaria asserendo che è contraria agli statuti europei e continua a criticare il piano come un potenziale disastro. Il parlamento europeo, anche facendo leva sul punto dell’ostilità tedesca da superare, ha cercato di aumentare il proprio peso politico specifico anche minacciando di ritardare l’approvazione della supervisione del tutto autonoma della BCE se non acconsente almeno a condividere criteri di massima e anche dettagli del sistema di supervisione su funzionamento e operatività del sistema  con l’autorità politica dello stesso parlamento europeo.

E poi c’è il retropensiero dovuto al sapere tutti che i mercati finanziari guatano il tutto con grande attenzione per vedere come finisce col mettersi insieme e funzionare questa storia della banca paneuropea. Se continuasse a tardare una sua effettiva, e poi efficace concretizzazione, ne potrebbe venir minata proprio la cosiddetta, e cruciale, fiducia dei mercati.

Nell’eurozona, il numero dei disoccupati ufficiali, di cui cioè le statistiche tengono conto, è calato ancora nel secondo trimestre dell’anno ma più lentamente del primo, secondo i dati del centro europeo di statistica, scoraggiando molti e incoraggiandone altri a vedere una qualche ripresa. Ma una ripresa che si misura con una perdita un po’ più lenta di posti di lavoro è poi davvero tale? (EUROSTAT, 13.9.2013, #133/2013, Employment down by 0.1% in euro area, stable in EU27 -1.0% and -0.4% respectively compared with the second quarter of 2012 L’occupazione cala dello 0,1% nell’eurozona, resta stabile nelal UE a 27, rispettivamente a -1% e al -0,4% rispetto al secondo trimestre del 2012 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-13092013-AP/EN/2-13092013-AP-EN.PDF).

● Il salvataggio della Concordia: immane… quasi quanto quello dell’€…   (vignetta)

 

Fonte: NYT, P. Chappatte, 17.9.2013

Nell’indefessa crociata sferrata sforzandosi di convincere i propri lettori e, per primo, Obama della necessità di tagliare la copertura scarsissima di welfare che ancora esiste in America, il WP affida alla penna e all’argomentare del direttore emerito del reazionario e ipermercatista Istituto Peterson per l’Economia Internazionale, dopo aver parlato male di Francia, naturalmente, e anche Olanda che non hanno portato avanti – manco fossero un’Italia qualsiasi… – come il giornale e l’Istituto volevano le contro-riforme di struttura del mercato del lavoro e delle pensioni (deregolamentazione, sostanzialmente, e privatizzazione spinta) e, adesso, cerca di arruolare la Svezia

Raccomanda con grande forza, infatti (Washington Post, C. Fred Bergsten, The Swedish model for economic recovery Il modello svedese per la ripresa economica http://www.washingtonpost.com/opinions/obama-should-take-lessons-from-sweden-to-g-20/2013/08/29/2a48a5fa-10c0-11e3-bdf6-e4fc677d94a1_story.html ), a Obama  che sta per recarsi lì in visita di passaggio per il G-20 di San Pietroburgo, di imparare d’urgenza a imitarli… Tutto l’articolo sottolinea che ormai la vecchia Svezia socialdemocratica si orienta all’economia di mercato e va seppellendo buona parte – dice – del welfare state dalla culla alla tomba del dopoguerra svedese: una lettura che, però, deliberatamente, o per crassa ignoranza, fuorvia ed inganna il lettore.

Per esempio, Bergsten racconta che adesso la “sicurezza sociale è diventata un vero e proprio sistema di assicurazioni invece di essere sostenuto come negli USA da un meccanismo di prepagamenti che lascia buchi di bilancio largamente scoperti”. Ora la verità è che il sistema si Sicurezza sociale svedese è poggiato su una tassazione vera e propria dei rediti che ammonta a circa il 30% in più di quella vigente in America.

In sostanza, anche il nuovo sistema di finanziamento del welfare svedese – che, è vero, adesso non si affida più come una volta quasi solo alla tassazione dei redditi – l’IRPEF di tutti ma anche, specificamente, ora per la copertura pensionistica e sanitaria del lavoro dipendente alle buste paga – resta comunque molto, molto più ‘generoso’ del sistema americano. E’ anche importante ricordare sempre che qui oltre il 90% del lavoro svedese è coperto da regolari contrati e che qui, al contrario degli USA, il sindacato, i sindacati, restano una forza politica con cui tutti i partiti, anche quelli conservatori e reazionari, non possono evitare di fare i conti.

L’articolo ricorda anche che il reddito pro-capite degli svedesi è caduto da uno dei livelli più elevati del mondo negli anni ’70 al 17° posto di fine anni ’80. E, secco secco, attribuisce il fatto alla sovraestensione dello stato del benessere quando la storia è, in realtà, più complessa. Infatti, secondo i dati dell’OCSE (OECD, Stat.extracts – Average annual hours worked per worker Estratti statistici – meda annua di ore lavorate per singolo lavoratore http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=ANHRS) tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli ’80 l’orario medio di lavoro effettivamente lavorato è sceso in Svezia del 10%.

Cioè, qui, larga parte del beneficio apportato dagli aumenti di produttività è andato a favore di più tempo libero che di  aumenti del reddito, contrariamente a quel che è successo in America dove in ogni caso poi il salario netto ha mantenuto – e neanche sempre, anzi… – il proprio livello, il potere d’acquisto realeuisto reale,  solo a fatica.

Altro fattore da considerare per quel che riguarda la Svezia è che in questo paese c’è, anche, una bella fetta di lavoro nero— rispetto all’Italia, però, più per scelta individuale che per obbligo sempre e solo subìto dai lavoratori: perché specie i giovani che entrano adesso nel mercato del lavoro e non solo le imprese evitano così di pagare le tasse e di piegarsi alla regolamentazione del mercato regolare. Alcuni economisti di fede molto reazionaria dicono che addirittura 1/3 dell’economia svedese lavora al nero e, molto probabilmente, è un’esagerazione ma non c’è dubbio che, un po’ come in Italia, anche in questo paese il livello elevato della tassazione media “incoraggia” produzione e lavoro nero.

Come è noto, questa produzione nero/grigia non viene calcolata nel computo del PIL (con qualche successo, riuscì a farlo fare, negli anni ’80, Bettino Craxi e ha invece fallito quel Craxi in sedicesimo che è stato il Cavalier Berlusconi). Ora, secondo i dati dell’OCSE, se anche solo metà di questa produzione venisse calcolata nel PIL , allora quello pro-capite degli svedesi sarebbe ancora vicino al più elevato del mondo.

●In Grecia, paese da questo punto di vista serio dove – come del resto anche in America – chi è deputato o ministro su mandato di cattura della magistratura va in galera come qualsiasi altro cittadino, hanno arrestato il 28 settembre il capo e più di una dozzina di dirigenti del partito neo-nazista di Alba Dorata. Nikolaos Mihaloliakos è stato messo dentro per aver fondato un’organizzazione criminale, e gli hanno sequestrato armi da fuoco senza licenza. La magistratura ha trovato registrazioni foniche e documentali che lo coinvolgono direttamente, insieme anche ad alcuni membri di corpi speciali di polizia, nella cospirazione che ha preceduto, organizzato e ordinato l’assalto finito con l’omicidio di un musicista condannato a morte per il suo antifascismo.

Sembra che ai vertici del partito fossero convinti che il governo di destra fosse troppo debole e troppo preoccupato dai gravissimi problemi che ha di gestione della crisi economica, nel paese anzitutto ma anche con l’Unione europea, per potersi curare di loro e avessero deciso di forzare la mano. Ma non era così occupata, evidentemente e per fortuna, la magistratura ellenica (Reuters, 28.9.2013, R. Maltezou e e G. Georgiopulous, Greek police arrest leader, lawmakers of far-right Golden Dawn La polizia greca arresta il leader e diversi deputati del partito di estrema destra di Alba Dorata   http://www.reuters.com/article/2013/09/28/us-greece-goldenda wn-idUSBRE98R02Q20130928).

In Polonia, i sindacati, anche attraverso una rinnovata presenza delle gloriose bandiere di Solidarność che, da partito politico di destra fallimentare, torna finalmente a rischierarsi in campo sociale contestando con forza, anche se ancora confusamente – un po’ da sinistra e un poco da destra – il governo conservatore e liberista di Donald Tusk, stancamente al potere ormai da sei anni; ma, ormai, è arrivato a una maggioranza parlamentare di soli due seggi lacerata tra spunti di oltranzismo patriottardico anti-russo, del tutto impotente in un paese che dipende al 100% dalle forniture russe di greggio e di gas e cedimento sociale e economico supinamente accettato all’austerità finanziaria etero-imposta, da UE e FMI.

Dopo anni di sonno, sono scesi in piazza centinaia di migliaia di dimostranti e Jan Guz leader dell’Alleanza pan-sindacale polacca ha ammonito che il governo non vorrà tirare dalla protesta le conclusioni giuste “il sindacato bloccherà del tutto il paese”. E stavolta non sembra una grida manzoniana. Dopo essersi lasciata alle spalle, ormai da quasi trent’anni, il passato comunista la linea liberista ha portato il paese alla demolizione quasi di ogni garanzia del lavoro, a un aumento dell’età minima pensionabile fissato a 67 anni, a un tasso di crescita che dai picchi dell’euforia neo-cons è sceso ormai sotto il mezzo punto percentuale e la disoccupazione ufficiale è salita al 13% e, malgrado un’impennata selvaggia dell’emigrazione, quella reale quasi al 20%.

Naturalmente, come in Polonia sembra di regola, l’opposizione al governo di destra della Piattaforma civica è quella ancor più di destra di Legge e Giustizia dell’ex primo ministro Jaroslaw Kaczyński, il fratello gemello dell’ex presidente, ancor più reazionario di lui, Lech, morto nella caduta del suo aereo nel corso di una furiosa tempesta nella foresta di Katyn in territorio russo (The Economist, 20.9.2013, Polish protest – Tusk’s troubles Proteste in Polonia – I guai di Tusk http://www.economist. com/ news/europe/21586618-union-members-are-putting-prime-minister-under-pressure-tusks-troubles).

In un seminario che è risultato di dura contrapposizione ma anche di netto confronto chiarificatore sulla politica dell’Ucraina e il suo futuro nei confronti dell’Unione europea e della Russia, tenuto a Yalta, il 21 e 22 settembre l’UE di qua, specie il combattivo ministro degli Esteri polacco e il commissario all’allargamento Stefan Fule, e per la Russia, di là, Sergei Glazyev che rappresentava personalmente e direttamente il presidente russo Putin hanno messo giù dura la scelta che Kiev si trova ora a fare.

Il russo ha detto chiaro e tondo che, se l’Ucraina sceglie di integrarsi con la UE – sempre che riesca poi a farsi accettare, vista la riluttanza tutta politica che Bruxelles fa alla sua adesione rimandandola di decennio in decennio ogni anno in nome del mancato suo far propri valori “europei” quando all’interno dell’Unione stessa— basta guardare ad esempio all’Ungheria di oggi per vedere che nega i valori del pluralismo e di una democrazia dai poteri bilanciati piegandola tutta a favore di un esecutivo che gli organi stessi di Bruxelles denunciano come pressoché tirannico – le si chiude la possibilità di integrarsi con la comunità che si va formando sul piano economico e commerciale con Mosca.

E che, a quel punto, la Russia potrebbe anche chiedere di rientrare del debito che vanta enorme (gas e petrolio), nei confronti di Kiev che potrebbe anche dover dichiarare il vero e proprio suo fallimento economico e finanziario. Il polacco Radek Sikorski ha invece sostenuto che proprio irrigidendo la sua posizione con Mosca come ha fatto la Polonia, Kiev potrebbe riuscire a farsi rispettare di più dal grande vicino dell’est. Pura illusione, ha spiegato Glazyev: verificatelo prima di firmare l’accordo con Bruxelles. Tanto per cominciare, la Polonia se la sono portata dentro l’Unione e anche dentro la NATO. Voi non vi vogliono. Vi dicono comunque di no, qualsiasi cosa poi possiate fare… e dire.

Glazyev, stretto collaboratore del presidente russo proprio su i rapporti con l’Europa tutta, c’è andato giù anche più duro, arrivando – almeno nell’interpretazione che ne hanno data forzando un po’, ma neanche poi troppo, gli osservatori lì a Yalta minacciando o lasciando capire in modo trasparente che a un’azione dichiaratamente anti-russa del governo ucraino le regioni di quel paese (oltre il 40% della popolazione e del territorio forse) più “vicine” alla lingua, alla cultura, al legame e alle storiche radici comuni con Mosca: che potrebbero anche reagire malissimo alla forzatura … e, dunque, imporrebbero di pensarci bene.

Il fatto è, comunque, ha ricordato duro il russo agli ucraini, invitando – invano ovviamente – polacchi e europei di Bruxelles a smentirlo, che se anche loro firmano l’accordo di libero scambio con la UE questa li continuerà a tenere in ogni caso fuori della porta e ancora per molti, moltissimi anni (1. Kyiv Post, 22.9.2013, Radio Free Europe/Radio Liberty, Moscow again warns Kyiv over EU deal Mosca ancora una volta avverte Kiev sugli accordi con l’Unione europea http://www.kyivpost.com/content/ukraine-abroad/radio-free-europeradio-liberty-moscow-again-warns-kyiv-over-eu-de als-329650.html; 2. cfr. anche tutto il dossier relativo alla questione nel Kyiv Post http://www.kyivpost.com/hot/eu-ukraine-relations).

In Turchia, il governo ha convocato una riunione di vertice della leadership civile e militare per discutere della dichiarazione rilasciata dal Partito curdo dei lavoratori (PKK) che dei suoi militanti dalla Turchia, come era previsto continuasse a avvenire in base all’accordo semi-segreto raggiunto col primo ministro Erdoğan dal capo del PKK Öcalan… anche se “ dimentica” che l’alt all’accordo viene dopo mesi di ritardata e molto parziale osservanza degli impegni che in esso aveva sottoscritto la parte turca.

La notizia specifica che il vertice approfondirà anche il tema della sempre possibile operazione militare americana contro la Siria che Istanbul continua ad auspicare, anche se sui modi della sua eventuale partecipazione c’è molta prudenza (Hürriyet, 10.9.2013, Turkish government to meet at urgent security summit Il governo turco riunisce d’urgenza un vertice di sicurezza ▬ http://www.hurriyetdaily news.com/turkish-government-to-meet-at-urgent-security-summit.aspx?pageID=238&nID=54164&NewsCatID=338).

Il fatto è che se, solo due anni fa, l’orgoglioso slogan del governo Erdoğan era quello che risuonava in tutto il Mediterraneo di “zero problemi con i nostri vicini” ormai s’è trasformato in un nervosissimo, ossessivo ma sempre più reale “zero vicini senza proprio problemi” a cominciare proprio dalla Siria e dalla non voluta ma effettiva convergenza e connivenza della linea di Istanbul con quella di al-Qaeda in nome del comune nemico sci’ita (Assad) che i  bravi sunniti si trovano così insieme a combattere (nota nella sua settimanale “colonna” uno degli opinionisti prìncipi del NYT: New York Times, 26.9.2013, R. Cohen, Between Martyrdom and Dipomacy Fra il martirio e la diplomazia http://www.nytimes.com/2013/ 09/27/opinion/cohen-between-martyrdom-and-diplomacy.html?_r=0).     

La Croazia, alla fine, ha dovuto cedere, mettendosi in regola prima dell’adesione formale del 1° luglio, anche se l’ha ratificata solo dopo, con la legislazione comunitaria sull’estradizione di chi è sotto inchiesta del Tribunale dell’ONU per i crimini di guerra. I cambiamenti che la Croazia aveva insistito per ottenere avrebbero continuato a proteggere un ex capo della sua intelligence accusato in Germania di aver ordito e ordinato l’assassinio nel 1983 di un dissidente al regime croato del presidente Tudjiman (The Economist, 30.8.2013).

In Norvegia, Anders Behring Breivik, il militante di estrema destra filonazista e razzista che il 22 luglio 2011  massacrò 77 giovani laburisti nel campeggio del’isoletta di Utoya in odio all’apertura del paese all’immigrazione e, quindi, alla mescolanza della razza pura nordica, ex militante del reazionario e ossimoronico Partito del Progresso, ha brindato in galera la vittoria del suo ex partito che per la prima volta adesso entrerà con un ruolo chiave nel governo di coalizione col partito conservatore di Erna Solberg (New York Times, 10.9.2013, K. Bennhold, Norway’s New Premier Prepares for Talks With Anti-Immigrant Party Il nuovo premier norvegese prepara il negoziato col partito anti-immigrati http://www.nytimes.com/2013/09/11/world/europe/norways-new-premier-prepares-for-talks-with-anti-immigrant-party. html?_r=0).

Perché avere o no la maggioranza dipenderà anche aritmeticamente e quindi politicamente dal sì dei “progressisti” xenofobi uale e coi voti anche degli altri due aprtiti moderatin e din che, sul punto, sempre pienamente e fieramente razzisti rivendicano di rimanere con Siv Jensen: il Führer (si dice così, anche in lingua norvegese) del partito. Ma dipenderà anche dalla capacità degli altri partiti minori, centristi-moderati, democristiani e liberali, ad ingoiare una convivenza che ameno un po’ pare fare perfino a loro qualche ribrezzo.

Tutti insieme i voti della destra sono oggi 96, ma senza uno dei quattro partiti di destra e di centro-destra la maggioranza non c’è) e 73 sono quelli dell’opposizione di sinistra che, coi laburisti del PM, ora dimissionario, Jan Stoltenberg, ha perso 14 seggi anche se resta – ma non gli serve a granché: il totale dei seggi, qui, è 169– di gran lunga il primo partito in parlamento (The Economist, 13.9.2013, Norway’s election – Enter Erna Le elezioni in Norvegia – Arriva Erna http://www.economist.com/news/ europe/2158 6342-enter-erna).

Questo, al di fuori dell’Unione europea, con 5 milioni di abitanti e una popolazione mediamente tra le più longeve, del continente resta uno dei paesi più ricchi d’Europa (il petrolio del Mare del Nord) con uno dei sistemi di welfare più capillarmente generosi del mondo. Ma è traversato da un profondo e radicato senso di insoddisfazione per il quale gli Anders Breivik e simili propongono la risposta dei campi di sterminio razzisti e i loro possibili colleghi di governo si ripromettono comunque di co-governare magari, si capisce, moderandoli un poco.

Un milione di catalani hanno formato una catena umana in tutta la regione per sostenere la richiesta di indipendenza dalla Spagna: forte per le tradizioni autonome secolari, la lingua diversa – anche scritta e largamente usata – ma forte anche per la lettura illusoria, sbagliata, delle possibilità di fare da sé con uno sviluppo autonomo della più ricca regione di Spagna (Barcellona).

Molto scettico e freddo però è il mondo degli affari e quello economico – e, in subordine, anche quello del lavoro – non tanto suscettibili alle ragioni della lingua, della storia, della cultura e dell’autonomia e frenata dalle ragioni di scala dell’economia che, comunque, da sola sarebbe a livello europeo ben più raggrinzita e fiacca di quella della nazione iberica nel suo complesso, per scombinata che al momento essa sia.

E’ l’illusione un po’ di tutti i movimenti indipendentisti-scissionisti, che rifiutano l’ex pluribus unum del federalismo vero all’americana (Lincoln ci fece sopra una guerra civile per non mollare sul punto, anche se nel suo caso la secessione era al contrario un diritto costituzionale dei singoli stati) o alla svizzera e semplificano tutto assai malamente con la forzatura dell’ex uno plures che, pacificamente, poi, è riuscitaacu una volta sola negli ultimi secoli, nel caso recentissimo di Cechia e Slovacchia… dopo il tragico esempio delle indipendenze forzate dei paesi balcanici.

Il governo autonomo della Catalogna sta preparando un referendum per l’anno prossimo ma il suo presidente, l’indipendentista Artur Mas, che vede più di altri fautori il pericolo di uno scontro, si dice pronto comunque a posporlo al 2018, se da Madrid arriva il consenso a tenere il voto referendario. Ma il governo centrale, forte del dettato della Costituzione spagnola, chiederà un’interpretazione della Corte costituzionale che non potrà che vietarlo (The Economist, 13.9.2013, Catalonia’s separatismNothing to lose but their chainsIl separatismo catalano – Niente da perdere se non le loro catene [ragionamento disonesto e del piffero: che il settimanale si guarda bene dal riflettere quando parla di altri separatismi come quelli, ad esempio, di Scozia e di Irlanda invece che di Spagna!] ▬ http://www.economist.com/news/ europe/21586323-pressure-referendum-keeps-growing-nothing-lose-their-chains).

Comunque Rajoy ha subito rifiutato ricordando che, appunto, la Costituzione da solo al governo centrale il potere di convocare ogni referendum. Ma tutti i sondaggi d’opinione danno la metà ei catalani, 7,5 milioni che sono, favorevoli alla secessione che Rajoy considera, con molte ragioni, un  disastro per tutti (New York Times, 14.9.2012ì3, Spain Bars a Catalan Independence Vote La Spagna esclude un voto sull’indipendenza catalana http://www.nytimes.com/2013/09/15/world/europe/spain-bars-catalan-independence-vote.ht ml?partner=rss&emc=rss).

L’Armenia, tagliando un po’ di ambizioni e speranze di adesione alla UE che nessuno le offre se non, al di là di sentimenti e fantasperanze, forse tra un secolo, scegliendo di ancorarsi alla situazione concreta e reale che le si presenta qui e oggi, cioè decidendo di aderire all’unione doganale che ha per fulcro la Russia. Il presidente Serzh Sarkisian lo ha annunciato a inizio settembre nel corso del colloquio che ha avuto a Mosca col presidente Putin dicendo anche che il suo paese è pronto a prendere parte alla formazione di quella più vasta Unione economica euro-asiatica di cui a Mosca si viene sempre più insistentemente parlando.

Putin ha accolto l’annuncio di Sarkisian con grande favore mostrandosi anche magnanimamente d’accordo sulla specificazione, pro-forma però,che  il presidente armeno ha voluto fare: che la decisione non costituisce una rottura del dialogo con l’Unione europea che Erevan vuol tenere aperto, anche se, ha forse anche un po’ maliziosamente notato, esso appare seminato, da parte di Bruxelles, di mille e mille ostacoli… (Radio Free Europe/Radio Liberty, 3.9.2013, Armenian Service, Armenia To Join Russian-Led Customs Union— L’Armenia adertrà all’Unione doganale incentrata sulla Russia http://www.rferl.org/content/armenia-customs-union/25094560.html).

STATI UNITI

Obama sta affondando, inchiodato com’è per la sua infingardia o, esattamene, per la sua mancanza di volontà politica forte, nella postura peggiore per chi, come lui, è chiamato a fare e non solo a parlare… E’ collocato, si è lasciato collocare – chiudere  proprio – nel vicolo cieco di chi sta mezzo qua e mezzo là e che il Vangelo, icasticamente e con grande violenza, bolla crudamente e giustamente cometiepidi[8], né abbastanza di destra né di sinistra per metterla giù intermini direttamente politici secondo alcuni forse un po’ fuori moda ma quanto mai ancora vivi e concreti. Quel mediare per forza che lo espone in terra di nessuno allo scoperto e sotto l’attacco di tutti. E’ una posizione tiepida, appunto, a bagno maria che, non vale affatto solo per lui: ma, per dire delle cose di casa nostra, quella che va dal Veltroni del primo PD a un governo come quello di oggi che dicono pure essere inderogabile come quello di Letta…

Qui in America, verso la terza settimana di settembre ormai, come fanno ben rilevare due articoli non banali del NYT, Obama sembra proprio ormai bloccato e impotente:

• alla Camera la maggioranza repubblicana ha passato una misura di legge (230 voti contro 189) che blocca pressoché automaticamente la spesa pubblica: il sogno di sempre dei neo-cons, sotto una presidenza democratica in un momento che è ancora di crisi grave, castrando alla radice il finanziamento dell’Obamacare, l’unica legge seria e di sinistra che aveva fatto passare Obama, quella di una sanità pubblica più seria e un po’ più sensibile alle esigenze di chi è più povero e aumentando le probabilità di una chiusura totale del funzionamento del governo (New York Times, 28.9.2013, J. Weisman e J. W. Peters, U.S. Shutdown Nears as House Votes to Delay Health Law Il blocco totale della spesa pubblica incombe  con la Camera che vota per il rinvio della legge sulla sanità http://www.nytimes.com/2013/09/29/us/politics/budget-talks-govern ment-shutdown.html?_r=0).

In definitiva, la leadership reazionaria della Camera dei rappresentanti – se il Senato non respinge la misura e Obama, al dunque, non la cancella magari con l’estrema ratio del veto presidenziale, salvando così la riforma sanitaria che comincia appena ora a venire applicata a livello nazionale – si appresta a impartire al paese “due grosse botte una dopo l’altra: prima il blocco della spesa pubblica” per far saltare la riforma sanitaria “e, poi, subito dopo – se il Congresso non alzerà il tetto del debito pubblico consentito – il default con esiti certamente rovinosi per tutta l’economia”: qualcosa che non ha precedenti, col Tesoro lì ad avvertire che non avrebbe più i fondi necessari a far fronte ai pagamenti del governo a partire da subito dopo il 17 ottobre dopo di cui gli analisti prevedono, e addirittura anticipano a subito dopo la scadenza del 30 settembre forti reazioni in borsa e negli ambienti finanziari che possono portare all’impennata del costo del credito per il governo USA, a un forte rallentamento della ripresa economica e a un’accentuata destabilizzazione globale sui mercati stessi.

Tutto in nome, in sostanza, della purezza del dogma— diventato, da credo di una frangia di fanatici della destra, assioma ufficiale di tutto il partito (New York Times, 18.9.2013, edit. board, The March to Anarchy La marcia verso il caos http://www.nytimes.com/2013/09/19/opinion/the-march-to-anarchy. html?_r=0).

dall’altra parte, invece, da sinistra, la domanda sempre rivolta a Obama è quella di una maggiore giustizia sociale, di una maggiore crescita, di un maggiore rispetto dei diritti civili degli americani dall’invasione dell’onnipotenza poliziesca di uno Stato ossessivamente votato a negare le libertà per difenderle e anche – talvolta… – di un maggior rispetto dei diritti di qualunque essere umano nel mondo e non solo di quelli degli amici di Obama (New York Times, 17.9.2013, P. Baker e J. W. Peters, Obama Sees Defiance in His Own Party Obama vede salire la sfida nel suo stesso partito ▬ http://www.nytimes.com/2013/09/19/ us/politics/house-gop-to-tie-spending-bill-to-health-law-defunding.html?_r=0).

E il nodo è lì, che non decide, traccheggia, è “tiepido”: che non scatena la guerra morale e politica interna, pur rivendicando a chiacchiere che sarebbe giusta, contro i delinquenti americani che magari non evadono ma eludono legalmente le tasse, forzando da una parte, a livello di legge e di sacrosanto furore popolare, la cassazione delle misure che quella elusione consentono e, dall’altra, tagliando con la falce, non con le forbicine, i trilioni di dollari sprecati in avventure inutili e dannose nel mondo per imporre quelli che lui presume essere i valori dell’America ma che sono solo quelli del “complesso militar-industriale” denunciato con veemenza dal presidente Eisenhower uscendo nel 1959 dalla Casa Bianca[9]

Obama si sta avviando, così, sul lungo scivolo che, di qui alle presidenziali tra tre anni lo porta inevitabilmente – se non riesce a reagire e a cambiare ritmo e direzione al suo ultimo mandato – ad  affossarlo nella morta gora delle tante anitre zoppe che lo hanno preceduto alla Casa Bianca…

Informa un osservatore e specialista assai attento che la “squadra” economica del presidente Obama è soddisfatta e convinta di aver fatto, e di stare facendo, un ottimo lavoro. Anche di qui le loro pressioni sul presidente per riportare nella squadra stessa, con la nomina imminente – a prossimo presidente della Fed – di Larry Summers, che ne ha fatto parte in passato prima di tornare all’insegnamento e che era, addirittura, già a capo del team economico del presidente Clinton, quando venne adottata la politica economica e finanziaria di deregulation spinta e di filomercatismo selvaggio che ha aiutato il paese poi a spianare la strada ai neo-cons di Bush.

Summers è uno che, sulla politica economica ha sempre avuto e trasmesso agli altri  la propensione a scontare il laisser-faire dei mercati come regola, supportandone sempre e, anzi, facendosi propagandista massimo della deregolamentazione contro quello che avrebbe dovuto essere il suo mestiere, imponendo al predecessore di Bernanke che però ne era convinto quanto lui e poi, al più riluttante capo adesso uscente della Fed almeno finché non fu, già dopo Clinton, costretto a insegnare, una gestione dei tassi di interesse programmaticamente severa per il timore, inspiegabile quando il paese è ancora lontano dal recuperare i dati economici e finanziari della pre-recessione, di un’inflazione possibile ma largamente lontana mai da venire.

Bene, scrive Ezra Klein (Agenzia Bloomberg, 29.8.2013, E. Klein, Summers Pick Fits Obama’s Preference for Beaten Path La scelta di Summers è in linea con le preferenze di Obama per le strade ben note http://www.bloomberg. com/news/2013-08-28/summers-pick-fits-obama-s-preference-for-beaten-path.html?cmpid=hpbv), lo studioso di cui dicevamo, di questa autosoddisfazione e della nomina prossima ventura di Summers, che dà pressoché certa per la propensione di Obama a giovarsi – annota – di esperti docili formalmente schierati nel campo democratico ma di stampo conservatore e ultra-prudente – insomma, i Summers sempre e mai gli Stiglitz o i Krugman, per capirci – che la squadra è molto molto soddisfatta di una serie di dati statistici sulla performance dell’economia americana che, onestamente e obiettivamente, non dovrebbero invece essere che descritti come davvero orrendi.

Alla fine poi, viste le opposizioni che trova soprattutto più che al vertice alla base e tra i legislatori del partito democratico, Summers – che per Obama era, in effetti, il vero presidente in pectore della Fed – ritira la sua candidatura alla successione tra quattro mesi di Ben Bernanke. “Ho dovuto concludere – ha scritto alla Casa Bianca – con riluttanza che ogni dibattito al Congresso sulla mia conferma – qui la nomina dei ministri è sempre discussa e deve essere approvata dai legislatori – sarebbe diventata unz procedura piena di grande acrimonia e non avrebbe certo servito gli interessi della stessa Fed”.

E’ molto acido coi suoi critici del partito democratico ma, tipicamente non si abbassa a discuterne, anche se a rivolgergli le più aspre e autorevolissime critiche sul merito delle sue politiche liberistiche in modo smodato e a strutturarle impietosamente e motivatamente sono premi Nobel dell’Economia, come Krugman e come Stiglitz. Del resto, dall’alto della sua reale conoscenza e scienza – da distinguere dalle sue scelte politico-ideologiche, sempre di destra sotto qualsiasi presidente – Summers è sempre stato fatto così.

E allora meglio farne a meno, proprio: anche se se ai conservatori – di ogni risma e colore – la rinuncia costa assai cara, probabilmente anche più cara che a lui (Washington Post, 17. 9.2013, Zachary A. Goldfarb e Ylan Q. Mui, Larry Summers withdraws name from Fed consideration Larry Summers ritira il suo nome da candidato a capo della Fed http://www.washingtonpost.com/business/economy/larry-summers-withdraws-name-from-fed-consideration/ 2013/09/15/7565c888-1e44-11e3-94a2-6c66b668ea55_story.html).

Il 18 settembre, dopo settimane di tira e molla, la Fed ha deciso – ancora c’è Bernanke – di tenere il tasso di sconto dov’è: contrariamente a quello che chiedevano Summers e soci non lo ritocca all’insù visto che le cose vanno, dicono, economicamente un po’ meglio. Che è vero. Ma sicuramente – è il punto – non è ancora vero abbastanza (New York Times, 18.9.2013, B.Appelbaum, In Surprise Fed Decides Not to Curtail Stimulus Effort Con qualche sorpresa, la Fed decide di non ridurre lo stimolo monetario http://www.nytimes.com/ 2013/09/19/business/economy/fed-in-surprise-move-postpones-retreat-from-stimulus-campaign.html?_r=0). Per cui, sorprendendo alquanto i mercati, in sostanza dice anche che continuerà ancora almeno per mesi a assorbire sugli 85 miliardi di $ al mese di buoni del Tesoro e di titoli ipotecari dal mercato: lo stimolo, cioè.

L’America oggi conta ben 9 milioni di occupati al di sotto della tendenza occupazionale qui considerata normale e il numero degli occupati involontariamente costretti al tempo parziale è oggi di 4 milioni al di sopra del livello pre-recessione. E’ un decennio che il costo della vita non riscontra un potere d’acquisto di salari e redditi da lavoro in grado di tenerne il passo e non si vede una possibile svolta.

E a stare ai dati più certi e verificati, che nessuno in questo paese ha mai messo in dubbio – i dati del Congressional Budget Office – l’ente parlamentare indipendente davvero che qui fa il mestiere svolto da noi dalla Ragioneria generale dello Stato ma con ben altra affidabilità e trasparenza – l’economia opera ancora al 6% di PIL (1 trilione di $) sotto il suo tasso potenziale effettivo[10].

Tutto questo, tra l’altro, mentre il settore finanziario resta più concentrato che mai e i vertici delle grandi imprese che continuano a intascare sempre i loro supercompensi “razionalmente inspiegati e inspiegabili(CBO’s Budget and Economic Outlook Report Rapporto su Bilancio e Previsioni economiche, 2.2013http://www.cbo. gov/sites/default/files/cbofiles/attachments/43902_EconomicBaselineProjections.xls).              .  

Insomma, questa è un’economia che, in condizioni normali per questo paese, tutti descriverebbero  in condizioni gravi. E si possono autocongratulare quanto vogliono, gli economisti della Casa Bianca, dicendo che ne stiamo uscendo, che le cose vanno meglio qui che in Europa (ci vuole poco davvero) e  meglio dell’anno scorso e di quello prima ma è come dire che la Roma l’anno scorso ha avuto risultati migliori di quello prima perché ha vinto dodici, invece che solo undici partite, di campionato…

La verità è che, al meglio forse, si può sostenere che la “squadra” non sia stata davvero efficace a causa dell’opposizione cieca dei repubblicani a sostenere un’agenda economica, come si dice, pro-active, davvero capace di incidere e rovesciare l’andazzo, negandone la premessa stessa del laisser-faire— su cui però troppi anche all’interno della squadra stessa erano in realtà poi d’accordo. Inefficaci, insomma, ma anche incompetenti e incapaci se non, al dunque, di dichiarare la resa senza quasi tentare di dar vita alla grande campagna politica di rivolta anche morale di cui ci sarebbe bisogno.

Dunque, ogni lettura ottimista anche di dati che certamente sono migliori di tanti altri, come quelli che l’OCSE prevede adesso per gli USA (a +2,5% nel 3° trimestre  e al 2,7 nel 4°) porterebbe a una  crescita totale del PIL americano nell’anno sul 2,2%: grosso modo il livello del cosiddetto tasso potenziale di crescita dell’economia che in questo paese si colloca di regola tra il 2,2 e il 2,4%. Tradotto nella prativa ciò in realtà significa che l’economia del paese sta ferma nel ridurre quel 6% di potenziale effettivo di PIL che attesta il CBO appena sopra citato viene, in questo modo, bruciato.

In definitiva, anche in questo paese una lettura così rosea della situazione – non l’ottimismo della volontà, l’ottimismo della fantasia o dell’incoscienza – è lontanissima dalla realtà, fatta di milioni e milioni di americani senza lavoro e senza reddito di cui nessuno può accontentarsi davvero.

Voi sapete, se anche solo di sfuggita ogni tanto vi capita magari di leggervi e di sopportare gli sproloqui a cui qualche volta ci lasciamo andare anche noi sulla “magia del mercato” che troviamo piuttosto malvagia. In Italia come in America. Ma ogni tanto ci troviamo anche a difenderlo, il mercato.

Stavolta, un commentatore di solito serio di politica e anche di cose economiche, che insegna giornalismo all’Università della California (New York Times, 10.9.2013, T. Edsall, Can the Government Actually Do Anything About Inequality? Può il governo realmente fare qualcosa contro l’inuguaglianza?http://opiniona tor.blogs.nytimes.com/category/thomas-b-edsall), si lascia andare a ripetere diverse volte che il forte aumento dell’ineguaglianza economica e sociale negli USA degli ultimi tre decenni, diciamo da Reagan in poi, è “colpa del mercato”. ma basta guardare con attenzione a chi ha vinto di più, come risultato, e a chi ha perso per capire che non è proprio così.

In cima alla scala dei grandi vincitori ci sono i boys che gestiscono i soldi, quelli di Wall Street, i mostri quotidiani rappresentati nel grande film omonimo da Oliver Stone e Michael Douglas: i banchieri, i brokers, la gente della borsa e della finanza. Qualcuno crede, davvero, che sarebbero così ricchi, lor signori, se governo e parlamento (dunque: non il mercato come tale, ma il potere politico: Reagan, appunto, ma poi Bush sr., Clinton, Bush jr. e pure Obama— ma in Italia e in Europa non è forse lo stesso?) avessero deciso di tassare il settore finanziario con aliquote uguali a quelle con cui si fanno pagare produzione e lavoro?

Anche il Fondo monetario internazionale ha chiesto, ormai anche da qualche anno (IMF/FMI, 6.2010, Final Report for the G-20 – A Fair and Substantial Contribution by the Financial Sector Rapporto finale per il G-20 del 2010 – Per un contributo equo e sostanzioso da parte del settore finanziario [in particolare le brevi e efficaci pagine della sintesi iniziale che tutto il rapporto poi ben supporta] ▬ http://www.imf.org/external/np/g20/pdf/062710b.pdf), che siano imposte tasse addizionali sul settore finanziario dell’ordine, ha accennato, di almeno 40 miliardi di $ per portare il suo contributo al Tesoro a livelli analoghi almeno a quello degli altri settori: per esempio con una tassazione automatica e meccanica delle speculazioni finanziarie.

E’ un esempio soltanto, non l’unico, che garantisce per legge – dunque per volontà politica: non del mercato in sé – incredibili privilegi di partenza a certe categorie e a certe caste e a altre no: come, per dire, nel paese di cui si parla, l’America, dove in nome della libera concorrenza hanno quasi smantellato la forza dei sindacati del lavoro dipendente (manovali, muratori, camerieri, impiegati), aprendoli all’immigrazione sempre clandestina e alla concorrenza al ribasso su costi e condizioni del lavoro.

Mentre sempre in America gli ordini professionali (dentisti, medici, ingegneri e avvocati) regolano come credono, autodettandosi le regole che vogliono e tenendo così fuori dagli ordini professionali ogni possibile, analoga concorrenza, i loro colleghi liberi professionisti immigrati dal Messico o dal Centro-America (su come negli USA, l’ordine dei medici, l’American Medical Association, tiene fuori dalla professione i possibili competitori, leggi il documentatissimo articolo sul New York Times, 11.8.2013, Catherine Rampell, Path to United States Practice is Long Slog to Foreign Doctors Il percorso per poter lavorare negli USA è una lunga trafila per i  medici che vengono dall’estero http://www.nytimes.com/2013/08/12/business/economy/long-slog-for-foreign-doctors-to-practice-in-us.html?pagewanted=all&_r=0).

Ma non è – il punto è questo – il mercato, è la politica, sono le lobbies, i presidenti, i congressi, da noi i primi ministri e i parlamenti, a fare queste regole e le altre: quelle che aprono, o chiudono, alla concorrenza questo settore sì e quello no del mercato del lavoro, in base agli interessi di casta e alla forza, ai soldi, che ha e versa ai fondi elettorali, ogni casta:  che ha o che, magari, si presume solo che essa poi abbia.

Per questo la domanda che poneva il prof. Edsall sulla colpa, diciamo anonima, del mercato era almeno ingenua e in ogni caso del tutto fuorviante. Insomma, anche questa è questione di classe…

●Su questo tema dell’iniquità nella distribuzione dei redditi, i dati (gli ultimi, forniti dall’università di Berkeley in California, e appena pubblicati in uno studio dettagliato di Emmanuel Saez: cfr. UCBerkeley, 3.9.2013, E. Saez, The Evolution of Top Incomes in the United States - Updated with 2012 preliminary estimates L’evoluzione dei redditi più elevati negli Stati Uniti – Aggiornamento con le prime stime 2012 http://elsa.berkeley.edu/~saez/saez-UStopincomes-2012.pdf) sono chiarissimi e chiaramente scandalosi: l’anno scorso, nel 2012, l’1% degli americani più ricchi s’è messo in tasca il 19% del reddito nazionale— e, quindi, il 99% s’è accontentato, tutto insieme, del resto.

Lo scandalo della % dei redditi andati nel 2012al 10% delle famiglie USA (grafico dal 1917 ad oggi e vignetta) 

La nave affonda! Si? forse per la 3° classe…

Fonte: The Economist, 13.9.2013, ricerca Saez, università di Berkeley, Cal., 3.9.2013.                         Khalil Bendib, 26.9.2013

Si è trattato della percentuale maggiore di appropriazione privata al vertice dal dal 1928, gli anni del massimo egoismo che, sotto la presidenza di Hoover, precedettero la Grande Crisi tra la prima e la seconda guerra mondiale, e, sempre l’anno passato, il 10% del reddito è stato accaparrato dal 48,2% degli americani. Dopo la recessione, e a partire dalla ripresa precaria iniziata nel 2007, cioè a partire dal 2009, il reddito familiare netto è cresciuto in tre anni del 4,6%. Sembra una crescita fiacca ma certo superiore al 3%. Solo che il dato è profondamente distorto dal fatto che l’1% dei redditi più elevati è cresciuto nello stesso periodo di ben il 31,4% mentre quello dell’altro 99% di famiglie è andato su solo dello 0,4%...

I dati sul mercato del lavoro resi noti dal Bureau of Labor Statistics del dipartimento  venerdì 6 settembre attestano di una situazione ancora largamente insoddisfacente che dovrebbe anche ostacolare le intenzioni della Fed, se poi davvero ci fossero, di rialzare il tasso di sconto. Le notizie poco confortanti sulla disoccupazione accompagnate però dalla revisione al ribasso dei dati sull’occupazione di luglio e anche giugno, s’accompagnano alla  conseguente frenata della Fed che a questo punto continuerà probabilmente a tenere inchiodato il tasso di interesse al basso livello attuale.

Succede così, nel complesso, che la notizia sia accolta bene in borsa… A testimonianza, come annota un  lucido commento regolarmente diffuso ogni mese sul tema, e che noi qui regolarmente vi riferiamo (Economic Policy Institute/EPI, Washington, D.C., 6.9.2013, H. Shierholz, The Unemployment rate is less relevanty than everche Ormai, il tasso di disoccupazione [ufficiale] è sempre meno rilevante [in questa economia] ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm). Quanto ai fatti e ai dati sono riassunti, ad esempio, da diverse fonti.

In agosto, nella prima – e come sempre, si vede, inaffidabile – stima dicono ora che sono stati creati 169.000 nuovi posti di lavoro molto meno della previsione come sempre ottimista e col tasso di disoccupazione ufficiale che scende dal 7,4 al 7,3%. Ma, come al solito, si tratta di un calo per le ragioni sbagliate: non perché chi è disoccupato trovi poi occupazione ma perché la gente che diventa disoccupata neanche si cura più di farsi nemmeno registrare ma esce del tutto dal mirino delle registrazioni ufficiali e, quindi, non viene più nemmeno contata  come disoccupata.

Ci sono poi 8 milioni di americani che non hanno potuto trovare altro che lavoro a tempo parziale e di precarietà totale che non permette di fare ormai alcun progetto neanche a dire di vita ma anche solo di sopravvivenza. Secondo le stime del CBO, se i quasi quattro milioni di lavoratori disoccupati che non sono neanche contati come tali venissero inclusi nella statistica farebbero impennare il  tasso di disoccupazione dal 7,3% almeno al  9,7. A agosto sale di poche migliaia, ma troppo poche, 17.000 per segnare un inizio di controtendenza, il numero degli impiegati pubblici. Ma nel frattempo, e non in recessione ma da quando a giugno 2009 l’hanno dichiarata finita e è cominciata un po’ di ripresa, il pubblico impiego nel suo complesso ha perso quasi 800.000 posti di lavoro.

Inoltre,

• La disoccupazione di lunga durata (oltre sei mesi senza lavoro) resta a agosto estremamente elevata: dal 37 al 37,9%; nel 2007 era il 17,5%.

• E lo è dappertutto in tutti i settori dell’economia: per maschi e femmine, di ogni razza e colore, di ogni età e condizione, senza eccezioni.

• Sono un po’aumentate le ore lavorate: ma si è riusciti solo così a pareggiare così – quasi – il numero di quelle perse a luglio.

• E a causa della debolezza del mercato del lavoro e di quella della forza contrattuale, collettiva e ancor più individuale (la buffonata, per dire, sacconian-forneriana e in genere dei liberisti del mercato del lavoro meno regolato, con una forza sindacale sempre più destrutturata, perché governa se stesso  facendo di tutti noi lavoratori “autonomi” e auto-imprenditori…), sale sproporzionatamene il numero di posti di lavoro a bassa e bassissima paga (1. New York Times, 6.9.2013, C. Rampell, Weak Job Report Adds to Uncertainty on Fed Move Un fiacco Rapporto sull’occupazione [di agosto] aggiunge incertezza alle mosse previste dellaFfed http://www.nytimes.com/2013/09/07/business/economy/us-economy-adds-169000-jobs-as-unemployment-rate-falls. html ?ref=global-home);e da  2. BLS, Dip. Lavoro, 6.9.2013, USDL-13-1803, Employment Situation Summary: su agosto 2013▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm).

Un’ultima considerazione sul tema specifico del lavoro e delle sue condizioni in via di continuo peggioramento in questo paese e in tanti altri dell’occidente come anche il nostro che dall’America sempre copiano ritmi, cadenze e modelli. E’ che il salario minimo in questo paese oggi sarebbe di $18 all’ora se avesse continuato, come una volta faceva, a tenere il passo con gli aumenti della produttività a livello dell’Unione. A illustrazione del grafico e della ricerca cui ci si è riferiti appena sopra – sulla colpa che più che del mercato è di chi sul mercato, per ragioni dogmatiche di fede nella sua libertà del tutto esoteriche, fa certe scelte e non altre, scelte politiche e ideologiche che si potevano anche non fare.

Adesso, questa faccenda del salario minimo, ci spiega un pezzo del NYT (New York Times, 11.9.2013, Top California Lawmakers Back Raising Minimum Wage I legislatori della California appoggiano l’aumento del salario minimo http://www.nytimes.com/2013/09/12/us/top-california-lawmakers-back-raising-minimum-wage.html) è previsto – e proprio in California, il più ricco dei 51 Stati del’Unione – poter risalire, forse, di fatto a 10 $ l’ora forse nel 2016. Ma il fatto è che, per il trentennio che va dal 1938 al 1968, il minimo salariale vigente a livello federale è regolarmente cresciuto di pari passo con il crescere della produttività. Ma, a partire da allora, il salario minimo di legge, e per decisione appunto politica, non ha più neanche tenuto il passo dell’inflazione. E, allora, nel ’68, il tasso di disoccupazione nel paese non arrivava neanche al 4%...

E lo chiamano progresso, modernità, riforma di struttura naturalmente, aggiornamento, i tecno-ipocriti che in nome del libero mercato e con le loro scelte politiche efferate ci hanno sgovernato…

●Sul piano dei valori fondanti e della cultura profonda di questa società, qualche voce improbabile si comincia a fare un poco allarmata e sembra quasi invitare alla conversione personale e societaria del costume dominante: nei giorni scorsi Howard Shultz, il capo della catena di caffè più diffusa d’America, la Starbucks, e fautore fanatico finora del diritto a portare le armi di ognuno liberamente ha scritto una lettera aperta molto cortese nel tono, molto preoccupata e molto equilibrata ai clienti pregandoli di non portare più nei suoi locali o ai tavolini di servizio al di fuori – come finora li aveva invece invitati a fare esibendole apertamente le  loro armi da fuoco personali.

Ci abbiamo ripensato ha detto, scontentando la lobby delle armi qui onnipotente, e  che aveva sempre appoggiato, “non vogliamo più vedere queste cose, il manifestarsi del pericolo che in esse è intrinseco, nei nostri locali”… E’ incredibile ma qui si tratta, venendo da una voce come questa, di una novità rivoluzionaria (The Economist, 20.9.2013. Guns and coffee The right top bear arms is not absolute Pistole e caffé – Non esiste un diritto assoluto a portarsi in giro le armi http://www.economist.com/blogs/democracyinamerica/2013/ 09/guns-and-coffee).

●Il Fondo sanità del sindacato americano dell’auto, la United Auto Workers ha esercitato il diritto di proprietario della quota del 41,5% della Chrysler che detiene per chiedere un’offerta pubblica iniziale, l’apertura della procedura, l’IPO, con cui intendono aprire la partecipazione azionaria a un pubblico di investitori più ampio da lanciare contestualmente alla quotazione in Borsa. Il Fondo del sindacato è in aspra contestazione con la Fiat, guarda un po’, e con la conduzione proprio di Marchionne, contestate duramente anche qui.

La Fiat, che ha la quota di maggioranza della Chrysler, vorrebbe comprare anche la quota della UAW. Ma, adesso, la prospettiva di allargare tutto con un’IPO, minaccia il padrone delle ferriere approdato qui da Torino, potrebbe tentarla di divorziare dalla Chrysler. Lo segnaliamo qui (la notizia, così brevemente riassunta, l’abbiamo trovata su The Economist, 27.9.2013) perché anche da noi se ne informi meglio chi è interessato.

Si rivolta contro gli incauti e avventati apprendisti stregoni che l’hanno scatenata, la vendetta delle conseguenze impreviste ma ben prevedibili, invece, che anche nel campo dello spionaggio elettronico degli USA con la loro NSA hanno illegittimamente messo in campo su scala vastissima a impicciarsi dei fatti di capi di Stato e di governo anche alleati in giro per il mondo. Ora è il ministro degli Esteri brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo Machado, a convocare l’ambasciatore statunitense a Brasilia, Thomas Shannon, per chiedergli “chiarimenti urgenti e soddisfacenti”, se mai possibili, aggiunge, sulle basi di diritto e di fatto che hanno portato i cibernauti americani a mettere sotto controllo la presidentessa Dilma Rouseff e il suo staff.

E, ha ironizzato, pesante: “a meno che non sia per il lavoro sovversivo eccezionalmente ben fatto negli anni ’70 contro la dittatura militare che a suo tempo la punì già a dovere con la tortura e il carcere”… Il governo di Dilma, ora, non sembra disponibile ad altro che alle scuse formali e ufficiali – non del tipo del “ci dispiace” ma del tipo scusate: “ci impegnamo a non farlo più” da parte del governo di Washington. Molto più di tanti altri governi amici e perfino alleati (il nostro, quello tedesco, per dire) che hanno, in pratica e – quello tedesco, mica il nostro – con qualche lamentela espressa subito chiuso il dossier.

La notizia, pubblicata dal giornalista americano Glenn Greenwald che vive in Brasile e scoperta studiando quanto spifferato da Edward Snowden dagli archivi stessi della NSA stessa, è stata grosso modo riassunta così per l’opinione americana. Altrove è stato aggiunto che a Brasilia, al Planalto, alla presidenza, stanno seriamente considerando una misura di rappresaglia che debitamente resa nota servirebbe bene allo scopo: la conferma dell’ipocrisia nord-americana (The Hindu, 3.9.2013, Shoban Saxena, Dilma may cancel White House visit over N.S.A. spying Dilma potrebbe anche cancellare la visita alla Casa Bianca a causa dello spionaggio dela NSA [contro di lei] ▬ http://www.thehindu.com/news/international/dilma-may-cancel-white-house-visit-over-nsa-spying/article5090266.ece).

In Iraq, a Bagdad, 14 ordigni esplosivi sono scoppiati il 3 settembre mattina e in sequenza palesemente coordinata, in aree diverse ma tutte a maggioranza largamente sci’ita della periferia, come Amil, Talibiya, Al-Amel, Ielam, Maamel, Sedea, Karrada, Sadr City, Zaafraniya, Baghdad Jadeeda, Shurta Rabea e Shurta Khamesa. Le attese  del governo che dichiara di voler intensificare la sua guerra ai ribelli sunniti e quelle dei ribelli stessi coincidono su un incremento della violenza armata in tutto il paese anche se non ancora nell’immediato futuro per un’escalation.

Che, però, comunque è in accelerazione, senza più il cuscinetto in qualche modo antiurto e frenante della presenza armata degli americani (Islamic Invitation/Turkey, 3.9.2013, Enemies of Iraq’s unity taking revenge of US defeat in Iraq-Bombs claim at least 50 lives across Iraq I nemici dell’unità dell’Iraq si vendicano della sconfitta americana: ordigni esplosivi fanno almeno altri 50 morti nel paese http://www.islamicinvitationturkey.com/2013/ 09/03/enemies-of-iraqs-unity-taking-revenge-of-us-defeat-in-iraq-bombs-bullets-claim-at-least-50-lives-across-iraq).

●La polizia della provincia di Dyala, a Baqubah, 55 Km. a nord-est della capitale, nell’arco di tempo che sembra ormai come programmato di una settimana-dieci giorni, un altro micidiale attentato dinamitardo ha fatto una trentina di morti e altre decine di feriti mentre i fedeli lasciavano la preghiera del venerdì alla moschea di Abu al-Qasim (Stratfor, 13.9.2013, Iraq: Another 30 Killed In Bombing  Outside Mosque Iraq: altri 30 uccisi in un attentato all’esterno di una moschea http://www.stratfor.com/situa tion-report/iraq-30-killed-bombing-outside-mosque).

●E arriva anche dal nord del paese, da Mosul,  nel Kurdistan autonomo dell’Iraq, la notizia che un altro “martire suicida” ha ammazzato un’altra trentina di persone nel corso del funerale di un membro della minoranza etnica degli Shabaq, in prevalenza sci’iti con radici anche aramaico-ebraiche  (NCBC, 14.9.2013, Suicide bomber kills at least 21 at funeral in Northern Iraq Un dinamitardo suicida uccide almeno 21 persone nel corso di un funerale nel nord dell’Iraq ▬  http://worldnews.nbcnews.com/_news/2013/09/14/ 20493332-suicide-bomber-kills-at-least-21-at-funeral-in-northern-iraq?lite).

L’Iraq, con la richiesta ufficiale e pressante del vice primo ministro, Hussain al-Shahristani, che nel governo federale ha anche la responsabilità del portafoglio dell’Energia, domanda al governo autonomo regionale del Kurdistan di collegareprima della stazione di pompaggio” il nuovo oleodotto da oltre 300.000 barili al giorno di portata e che sarà ormai completato a giorni con quello che già unisce Kirkuk a Ceyhan in modo da consentire a Bagdad di “misurare il flusso” del greggio.

Il vice premier, su richiesta, ha dovuto anche specificare che, però, a Bagdad non è arrivata alcuna risposta dal Kurdistan iracheno che ormai da oltre un anno ha cessato di pompare greggio nell’oleodotto tra la regione e il porto turco di destinazione per il non pagamento dei diritti delle compagnie estere che lavorano in Kurdistan e che adesso dovrebbe, appunto, riprendere via il nuovo oleodotto (Shafaq News/Erbil, 24.9.2013, Baghdad calls Kurdistan to link a new pipeline to the national network Bagdad chiede al Kurdistan d collegare il suo nuovo oleodotto alla rete nazionale http://www.shafaaq.com/en/index.php? option=com_content&view=article&id=7388:baghdad-calls-kurdistan-to-link-a-new-pipeline-to-the-national-network-&catid=48:business&Itemid=73).

Quanto all’Iran, si muove cominciando dal punto giusto, quello in concreto poi anche meno costoso ma anche, simbolicamente, forse il più dannoso per l’immagine del paese, e senza più lasciar spazio a equivoci semantici, semiologici o di traduzione, il nuovo ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zafir, ha scritto che il suo paese in realtà condanna l’Olocausto e il massacro nazista degli ebrei: che è stato, dichiara, non un mito ma un fatto e un delitto storico effettivamente e deliberatamente realizzato, anche se poi (unica concessione che resta alla retorica impetuosamente polemica del vecchio presidente Ahmadinejad) utilizzato ai propri fini e ancor oggi dalla legenda fondante dello Stato di Israele che lo ha strumentalizzato anche per escludere i palestinesi dal loro territorio. Che, sia chiaro, detto così, può anche irritare gli israeliani, ovviamente, ma in questi limiti non è antisemitismo è la storia di questa tragedia…

E, in questi precisi termini, specie rispetto alla consueta e fulminante tonitruanza di Ahmadinejad, alla fine, inutilmente provocatorio e dannoso per l’Iran anche grazie alle deformazioni interessate, israeliano-americane, che ne sono state ampiamente diffuse, acquista valore specifico la riproduzione dell’intervista data all’agenzia di stampa Tasnim, riprendendo il testo, in lingua farsi, che ha in origine messo sul suo Facebook, la dichiarazione che Zafir diffonde proprio nella festa del capodanno ebraico … (Lubpak/Lahore, 7.9.2013, Rosh Hashanah: Iranian foreign minister condemns Holocaust, denounces the massacre of Jews by the Nazis Nel giorno del capodanno ebraico, il ministro degli Esteri dell’Iran condanna l’Olocausto, denuncia il massacro nazista degli ebrei  ▬ http://lubpak.com/archives/282765).

Poi, il 20 settembre subito prima dell’intervento a New York, all’Assemblea dell’ONU, del presidente Hassan Rohuani, il PM israeliano Netanyahu, cercando di anticipare e neutralizzare ogni possibile effetto positivo per Teheran dice che non è cambiato niente, che la raffica delle sue dichiarazioni e interviste e lettere a Obama dell’iraniano sulla volontà reale di discutere degli scopi del programma atomico del suo paese col gruppo dei 5+1 non vuol dire niente, è pura propaganda. E, detto da un noto maestro delle frasi e, soprattutto, delle promesse vuote fa qualche impressione...

Fa, però, ancora più impressione che il titolo dedicato dal NYT al fatto, sia testuale che — Netanyahu licenzia come pura propaganda quanto detto dal presidente iraniano, cioè non informi su quel che lui dice ma su quel che l’israeliano dice che l’iraniano secondo lui ha detto! (New York Times, 20.9.2013, Jody Rudoren, Netanyahu Dismisses Iranian President’s Remarks— ▬ http://www.nytimes.com/2013/09/21/world/ middleeast/prime-minister-netanyahu-on-iranian-president-rouhani.html?_r=0).

Tanto per dimostrarsi, come nella migliore tradizione di quello che si piccava di essere il migliore quotidiano del mondo, professionalmente “al di sopra delle parti” o anche, solo, di fare sempre e comunque il proprio dovere di informazione: scrupolosamente… A meno che non sia addirittura per la piccola ripicca tipo Corriere della Sera-la Repubblica che litigano sordamente per l’intervista del Papa, mentre qui Rouhani ha dato la sua, di intervista non al NYT ma all’NBC e al Washington Post

Con una sensibilità palesemente diversa da quella rozza e sempre verbalmente aggressiva del suo predecessore, Rouhani ha fatto precedere il viaggio a New York per partecipare all’Assemblea generale dell’ONU da piccole “concessioni” che qui fanno effetto come la liberazione di 11 oppositori tra i più noti in America tra gli arrestati o sotto inchiesta per la partecipazione ai moti di strada degli anni passati e dalla riapertura, almeno temporanea dell’accesso in Iran ai social-media che in America vanno per la maggiore: Twitter e Facebook.

Sono atteggiamenti di quelli che fanno proprio saltare i nervi agli israeliani, sempre apprensivi sulla possibilità che gli americani si facciano incantare da qualche sorriso iraniano… Nell’intervista che, in prime time, Rouhani dà subito appena arrivato a Anne Cury della NBC, il 18 sera, insiste in pratica su due soli temi, ad esempio: i “pieni poteri che ha  per negoziare sul nucleare” iraniano con chiunque—  cioè la conferma che la Guida della rivoluzione, l’Ayatollah Khamenei, è d’accordo con lui e lo copre completamente; e ribadisce l’impegno di sempre del suo paese a “non costruirsi mai, in nessuna circostanza, armi di distruzione di massa, nucleari comprese”. Con Netanyahu che, come s’è visto, scompostamente da subito fuori quasi da matto (The Economist, 20.9.2013, Iranian diplomacy – His biggest smile Diplomazia iraniana – Il suo sorriso più largo http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21586598-irans-new-president-launches-unprecedented-charm-offensive-his-biggest-smile).

Non sarà facile, forse oggi poi più per gli Stati Uniti che per l’Iran, congegnare un qualche meccanismo che consenta una de-escalation, come si chiama, delle tensioni e del rapporto tra USA e Teheran che è saltato alla creazione stessa della rivoluzione khomeinista con l’occupazione dell’ambasciata americana concepita e montata nel ‘79 per “punire” il peccato originale americano di aver abbattuto l’unico governo democratico che il paese avesse mai avuto, quello di Mossadeq, nel 1953 restaurando la dittatura dello shah sul trono del pavone.

Adesso è difficile, perché intanto l’uno e l’altro dovrebbero assumersi e riconoscere apertamente le loro responsabilità e ammettere di aver allora sbagliato – confessione e autoaccusa sempre difficili per qualsiasi grande paese – e poi perché c’è la paura assillante degli alleati principali degli americani in quella zona del mondo, sauditi e israeliani, di fronte alla possibile normalizzazione dei rapporti bilaterali tra Iran e USA che li vedono a inevitabile detrimento, anche ove fosse solo incipiente della relazione speciale con loro. E ci sono poi, ancora, da considerare per Washington i rapporti con gli altri suoi alleati nell’area, quasi altrettanto innervositi da un qualsiasi possibile mutamento in meglio delle relazioni tra Washington e Teheran: la Turchia, gli staterelli del Golfo, l’Egitto… Adesso è difficile però superare questi oltre trent’anni di baratro anche perché qui in America quasi tutti i media, come si dice, mainstream sono intensamente concentrati a seminare – a prescindere – dubbi e sospetti, sull’Iran e le sue intenzioni.

Esempio (uno, anche se rilevante): Brian Williams, uno dei più ascoltati commentatori politici di stampo ufficial-tradizional-convenzionale e anchor-man del programma serale Night News della NBC, forse per farsi perdonare di aver dato direttamente la parola al presidente iraniano consentendogli di spiegarsi senza ingombri agli americani, non si perita di mentire spudoratamente affermando che “si tratta solo del tentativo della nuova leadership da parte dell’Iran – che improvvisamente sostiene di non volere armi nucleari – e di volere invece colloquio e negoziato, trasparenza e buona volontà. E mentre, certo, questo sarebbe di per sé abbastanza per poter definire un’era nuova davvero, lo scetticismo resta alto e a buona ragione (citato direttamente in Guardian, 28.9.2013, G. Greenwald, Brian Williams’Iran propaganda La propaganda anti-iraniana di Brian Williams http://www.theguardian.com/commentisfree/ 013/sep/28/brian-williams-iran-propaganda).

Solo che fosse vero… ma è tutto inventato, come era stato tutto inventato sull’Iraq nel 2003, ecc., ecc., ecc. Infatti, è da sempre che l’Iran, anche col presidente di prima, da sempre appunto, lo dice, di non volersi costruire la bomba! E’ comprensibile, forse, dire di non crederci ma è semplicemente ridicolo dire che gli iraniani se lo sono inventato adesso! Questo stesso articolo che abbiamo appena citato lo dimostra, tra virgolette, ampiamente. Citando Ahmadinejad, Khamenei stesso e su su fino a Ruhollah Khomeini, pace all’anima sua…

Non tutti, e non sempre, in America la vedono semplicisticamente così. Va detto che con l’Iran, parlando dal podio dell’Assemblea generale, il presidente Obama stavolta, cambia almeno tono. Ma anche parte importante dell’agenda, del suo impegno per il resto – quasi tre anni – della sua presidenza. Prima, però, deve quasi per coazione quasi dire ancora una volta di riservarsi il “diritto” di bombardare la Siria, “punendola” direttamente se non fa quel che a Damasco chiedono gli americani, rivendicando anche in quella sede l’“eccezionalismo” americano rispetto a quello di ogni altro paese e scavalcando così ogni regola posta dall’ONU.

Ma, pur non arrivando a chiedere scusa a nome del suo paese per il rovesciamento nel 1953 del legittimo e democratico governo dell’Iran, colpevole di non fare  gli interessi in primis dell’America – chiedere scusa, come abbiamo detto, è un concetto del tutto estraneo a un paese pieno di sé come gli USA: non lo hanno fatto ufficialmente neanche per il genocidio sistematico della popolazione aborigena “indiana”, non lo hanno fatto – pur eleggendosi un presidente di colore – per il peccato originale, nella proclamazione di indipendenza del paese, della schiavitù e del razzismo che non è affatto scomparso a oltre 150 anni dalla guerra di secessione – ma ha, come dicono gli americani “acknowledged”— tradotto al meglio forse con dato atto, riconosciuto l’esistenza di quel fatto storico. Implicando, quasi, però che fu una decisione deprecabile…  (Guardian, 24.9.2013, U.N. General Assembly – Live blog, Roussef, Obama ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/sep/24/un-general-assembly-obama-rouhani-rousseff-live).

In ogni caso, dichiara agli altri leaders mondiali che lo ascoltano nella grande sala dell’Assemblea o, per ragioni politico-diplomatiche, in qualche altra saletta del palazzo di Vetro o nelle loro suites del Waldorf Astoria, che d’ora in poi dedicherà, appunto, la sua attenzione a negoziare la fine dello scontro con l’Iran e a creare uno Stato separato e indipendente da Israele per i palestinesi. E le parole – se mai si trasformeranno, stavolta, in qualcosa di più: non solo flatus vocis, e se ha chiare le implicazioni che si portano dietro per il rapporto bilaterale anche, e soprattutto, con Tel Aviv – sono sul serio importanti (New York Times, 24.9.2013, D. E. Sanger, For Obama, An Evolving Doctrine On Foreign Policy Per Obama, una dottrina di politica estera in evoluzione http://www.nytimes.com/2013/09/25/world/middleeast/oba mas-evolving-doctrine.html?pagewan ted=all&_r=0).

Anche se la delimitazione delle priorità a quei due temi – non la Siria, non il rapporto con la Cina o la parte sud del continente americano, non la Russia e tanto meno l’Europa… – semplifica e complica maledettamente, insieme, le cose…

Dopo Obama, da quello stesso leggio, parla anche il presidente Rouhani. Di nuovo, se non il ribadire chiaro di un clima di apertura e di interesse a cercare e trovare gli spazi di negoziato e di accordo su un’agenda davvero globale su tutti i punti del contenzioso aperto – non solo sul nucleare e non solo con l’America – poco o niente… Anzi, con una correzione del tiro rispetto alle aspettative – almeno: alle aspettative dei media di qui – sembra un discorso mirato insieme a due auditori diversi.

Tanto a un’assemblea di statisti, o se volete di diplomatici e politicanti mondiali, cui rivolge il riconoscimento esplicito da parte della Repubblica islamica dell’Iran del fatto che l’Olocausto è stato un fatto – cancellando per sempre le fre***cce estremiste e retoriche di Ahmadinejad – e la volontà di risolvere positivamente anche la diatriba sul nucleare (“un nostro diritto ma che, per nostra scelta autonoma, non diventerà mai un’arma”…

Quanto alle sensibilità e alle idiosincrasie degli iraniani, con molte aperture di clima, certo, ma anche una lista familiare di recriminazioni nei confronti della politica americana: dalla sua implicita e anche esplicita mallevadoria della repressione del popolo palestinese al fondo guerrafondaio di tanta parte della politica estera americana (New York Times, 24.9.2013, M. Landler, Obama and Rouhani Miss Each Other, Diplomatically, at U.N. Obama e Rouhani si mancano l’un altro, diplomaticamente, all’ONU http://www.nytimes.com/ 2013/09/25/world/middleeast/obama-and-iranian-leader-miss-each-other-diplomatically.html?_r=0).                  

Nel retroscena, o retrobottega, dell’Assemblea generale, emerge che è stato proprio il presidente iraniano a declinare l’incontro faccia a faccia ma come en passant, con Obama. anche se ha dichiarato alla CNN che il modo di stringersi la mano non è stato trovato soltanto “per la mancanza del tempo necessario a coordinare le agende dell’uno e dell’altro”. E forse perché alla fine una stretta di mano può, in fondo, anche restare soltanto una stretta di mano… Ma ha poi  lasciato capire di averlo deciso lui, senza aspettare che Obama  glielo facesse comunicare, e che in ogni caso lui era dell’idea che sarebbe stato opportuno un incontro proprio ufficiale tra i due presidenti. E al corrispondente della CBS alla Casa Bianca, Mark Knoller, un anonimo funzionario della presidenza americana dice che sì, “è stato l’Iran a passare”.

E’ una decisione che fa notizia in America, suscitando alla Casa Bianca una leggera irritazione perché, nel giorno dell’Assemblea ONU, a farla è Rouhani e non Obama e che, se in Europa fa alzare poco più di qualche sopracciglio, viene invece colta e apprezzata come segnale di qualche significato in America latina, nel Medioriente, in Africa, in Asia: un gesto audace e forte, quasi di sfida alle “regole” date per scontate, come quella della Rousseff (NightWatch, 24.9.2013, It was really Rohuani to demur…—  E’ stato in realtà Rohuani a avanzare obiezioni…  http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000204.aspx).

L’immagine stessa di un presidente iraniano dall’apparenza mite e dalla voce mai stridula, pronto a ricercare la conciliazione con quello che veniva definito il grande Satana ma sempre su basi di parità e di anche ostentato riconoscimento della “reciproca dignità” con gli interlocutori dà, proprio in Iran, il senso e l’impressione di uno spostamento della polarità strategica nel mondo che serve a rafforzare la promozione dell’immagine iraniana come rovesciando la pretesa di eccezionalismo americana fondata sulla propria superiore potenza in quella di una superiorità dell’antica Persia, fondata invece sulla longevità di una cultura che dietro le spalle ha cinquemila anni di storia… e lì è sentita a livello popolare come appunto storicamente verificata nei confronti di qualsiasi altra potenza: araba, russa, europea o, anche, americana…

Piccolo satana!..... Assicella del male!…   (vignetta)   

Fonte: NYT, 26.9.013, Patrick Chappatte

●Quasi tutti i giornali iraniani e anche i media televisivi hanno salutato in modo volutamente favorevole ma non appiattito il discorso di Obama all’ONU dando atto che il presidente americano ha riconosciuto, finalmente, gli errori, loro li chiamano i crimini, commessi in passato dai governi americani quando abbatterono l’unico governo democratico che l’Iran avesse avuto nella sua storia e rimisero sul trono del pavone la tirannia dello Shahinshah Reza Pahlevi e aver dichiarato, prima ancora di averla testata, la sua ostilità alla rivoluzione khomeneista, portando con ciò anche all’esasperazione dell’occupazione dell’ambasciata e al congelamento ormai da oltre trent’anni di ogni rapporto normale tra i due paesi (Jerusalem Post, 25.9.2013, Iranian press lauds Obama's UNGA speech La stampa dell’Iran loda il discorso di Obama all’Assemblea generale dell’ONU http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Iranian-media-hail-Obamas-UNGA-speech-dismiss-Israel-as-isolated-warmonger-327087).

Infine, venerdì 27 settembre Obama racconta di avere appena “parlato a lungo per telefono” e nella lingua che hanno in comune, l’inglese di cui Rouhani è padrone avendola studiata in Scozia e praticata poi anche e proprio in America “col presidente della Repubblica islamica dell’Iran” e aggiunge, anche dopo l’incontro svoltosi il giorno prima tra i ministri degli Esteri dei due paesi, di essersi “convinto del fatto che, malgrado le difficoltà che esistono oggi fra di noi siamo in grado di arrivare a un accordo dì stampo globale”.

Non dicono, Obama e Rohuani, chi abbia chiamato chi… ma in realtà poi, dopo qualche studiata confusione, la trascrizione uscita della telefonata da parte iraniana sente l’iraniano – è in auto, sta tornando all’aeroporto per il volo di ritorno – ringraziare l’americano sia per l’ospitalità che per la telefonata. Ma, quel che conta, è la prima volta, appunto, dal 1979 che i presidenti del paese Grande Satana e di quello a capo dell’Asse del male si parlano direttamente e senza mediazioni, neanche di interpreti.

    (1. NBC News, 27.9.2013, M. O’ Brien e E. Chuck, Obama speaks with Iranian president Rouhani Obama parla col presidente dell’Iran, Rouhani ▬  http://firstread.nbcnews. com/_news/2013/ 09/27/20722870-obama-speaks-with-iranian-president-rouhani?lite; 2. White House, Briefing del presidente, 27.9.2013, dichiarazione ai media ▬ http://www.white house.gov/the-press-office/2013/09/27/statement-president; e 3. la versione, del tutto coincidente del presidente iraniano sul suo Twitter ▬ https://twitter.com/HassanRouhani e il sito web della presidenza a Teheran ▬ http://www.president.i r /en/71991).

Al ritorno a Teheran, poche centinaia di sostenitori salutano come una vittoria la missione di Rouhani a New York. Ma fanno notizia, naturalmente, solo la decina di oppositori della politica di riapertura che gli tirano dietro qualche uovo (lui precisa: l’unico che m’è arrivato vicino era fresco…) e anche una scarpa (il tradizionale segno di disprezzo nella regione: ricordate quel poveraccio di cronista iracheno, Muntazer al-Zaidi, che si azzardò a farlo in Iraq contro Bush e s’é fatto oltre tre anni di galera per questo?— The Guardian, 13.3.2009, M. Howard e Afif Sarhan, Three years in jail for journalist who threw shoe at Bush http://www.theguardian.com/world/2009/mar/13/journalist-shoe-bush-jail).

Diversi osservatori occidentali, tra i tanti che conoscono più superficialmente la vivacità e il grado di pubblica esibizione della dialettica politica interna al sistema iraniano, hanno manifestato la loro sorpresa per il fatto che sia stato pubblicamente consentito ai due punti di vista così contraddittori e opposti di manifestarsi tanto pubblicamente (New York Times, 28.9.2013, T.Erdbrink, Iranians Welcome President With Protest▬ [Gli]iraniani salutano il presidente [anche] protestando http://www.nytimes.com/2013/09/29/world/ middleeast/clashes-as-iranian-president-returns-to-tehran.html?_r=0). E adesso pubblicamente, non solo in privato, manifesterà in qualche modo la sua opinione – la più importante e decisiva anche – la Guida suprema. Che dovrebbe, però, appoggiare il nuovo approccio del nuovo presidente: sarebbe altrimenti incomprensibile che questi si fosse spinto tanto in avanti…

●Intanto, s’era venuto anche a sapere che Rohuani, a margine del vertice dell’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione tenuto a Bishkek, in Kirghizistan, qualche giorno prima di andare a New York, ha incontrato il presidente Vladimir Putin e questi gli ha confermato che, a fine settembre, la Russia consegnerà all’Iran le chiavi dell’Unità 1 dell’impianto di produzione di energia nucleare in costruzione ormai da anni a Bushehr, chiavi in mano appunto, nella parte meridionale del paese sulla costa del Golfo Persico.

E i due presidenti hanno discusso di sviluppo sul tema tra i due paesi, col russo che ha anche auspicato il coinvolgimento dell’Iran stesso nella ricerca di un possibile negoziato in Siria tra le forze in conflitto: questione su cui sembra anche riaprirsi qualche spiraglio nel dibattito anche in America… (Global Intelligence Sect GI-SECT, 12.9.2013, Rafael R., Iran: Russia to Hand Over Operation of Bushehr Nuclear Plant in September Iran: la Russia  consegnerà entro settembre le operazioni dell’impianto atomico di Bushehr http://www.linkedin. com/groups/Iran-Russia-Hand-Over-Operation-4564170.S.273336484?qid=ae900c17-7d14-4802-9b4c-c56b0c8e70bb& trk=groups_guest_most_popular-0-b-ttl&goback=%2Egmp_4564170).

In Pakistan, a conclusione di un’affollata funzione religiosa domenica mattina 22 settembre due fanatici islamisti dei Jundullah, affiliato ai talebani che l’hanno debitamente rivendicato, hanno prima gettato una granata tra la gente e poi si sono fatti esplodere, portando a termine uno dei più cruenti attentati mai condotti contro la comunità cristiana del Pakistan, massacrando almeno 78 fedeli nell’antica chiesa di Ognissanti a Peshawar nel nord-ovest del paese. Alla fine, i morti di questo attentato sono arrivati a 85 mettendo in evidenza secondo i critici di questo, come del resto dei precedenti governi, la loro assoluta incapacità o, peggio, mancanza di volontà di proteggere le minoranze (New York Times, 23.9.2013, D. Walsh, Pakistan’s Christians Issue Call for Protection In Pakistan, i  cristiani chiedono protezione http://www.nytimes.com/2013/09/24/world/asia/pakistan-christians-demand-protection-after-church-bombing.html?_r=0).

Al plurale, però. I cristiani sono spesso i più esposti ma nell’ondata di attentati del genere che sta coinvolgendo il paese sono state messe spesso nel centro del mirino anche altre minoranze religiose, anzitutto quella sci’ita con aggressioni spesso condotte da folle di fanatici della maggioranza sunnita. Il Consiglio degli Ulema del Pakistan ha duramente condannato l’attentato, e i “senza Dio che lo hanno condotto”, esprimendo “il cordoglio e la solidarietà della brava gente mussulmana con i fratelli cristiani nella tragedia che li ha colpiti(New York Times, 22.9.2013, Ismail Khan e Salman Masood, Suicide Attack at Church in Pakistan Kills Dozens Attacco suicida in una chiesa del Pakistan fa dozzine di morti http://www.nytimes.com/013/09/23/world/asia/pakistan-church-bombing.html?_r=0).

●E, a questo punto, anche il nuovo governo di Nawaz Sharif deve rimettere in questione la decisione strategica con cui ha aperto di negoziare la pace coi talebani pakistani in quanto la risposta concreta all’offerta sembra essere stata un’escalation di attacchi, attentati e assassini. Non sono quelli alle minoranze non sunnite ma anche quello mirato nel distretto di Dir che ha ucciso il maggior generale Sanaullah Khan Niazi il 15 settembre. Sharif è stato messo subito sotto accusa da molti per non aver  riconosciuto tempestivamente il fallimento di questa sua strategia (The Economist, 27.9.2013, Violence in Pakistan – Cold shoulder for Sharif Violenza in Pakistan – Freddezza e spallucce per Sharif http://www.economist.com/ news/asia/21586865-violence-undermines-hopes-reconciliation-islamists-cold-shoulder-sha rif).

Ma adesso il capo di stato maggiore dell’esercito, Ashfaq Parvez Kayani ha dichiarato, e pubblicamente, senza consultare il primo ministro, che “è certo comprensibile offrire alla pace una occasione concreta attraverso il processo politico, ma nessuno dovrebbe equivocare pensando che accetteremo di lasciare ai terroristi la possibilità di imporci i termini dell’accordo che vogliono loro”.

Un’affermazione, insieme, interessante e curiosa venendo dal capo dei servizi di intelligence militare, l’ISI, che insieme alla CIA i talebani se li è inventati, li ha finanziati, armati e sostenuti, in  Pakistan come in Afganistan… E che, comunque, come di regola in questo paese, non sembra preoccuparsi degli attacchi alle minoranze etniche e/o religiose ma solo ai colleghi militari…

In altri termini: secondo radicato costume di tutti i pashtun, l’esercito ora provvederà a “vendicare” la morte del generale Niazi. Con o senza il permesso di Sharif e dei suoi (Dawn/Lahore, 19.9.2013,

GERMANIA

Adesso, a risultato incassato – un trionfo personale di Angela Merkel che ha portato il suo partito a sfiorare da solo la maggioranza assoluta dei seggi al Bundestag, ma solo a sfiorarla senza raggiungerla e, dunque, solo a un trionfo azzoppato e perciò ancora più amaro – con un risultato che la obbliga ora come una Bersani qualsiasi alle “larghe intese”, alla Große Koalition con i socialdemocratici, c’è da riflettere soprattutto, forse,  sul fatto conferma che chiunque si coalizzi per governare qui – solo qui? – col centro-destra poi nei risulta fagocitato, digerito vomitato e distrutto – ora la FDP, ieri la SPD stessa – è forse il caso di ripercorrere con qualche attenzione il tratto di strada che questa campagna elettorale ha coperto.

Alla vigilia delle elezioni legislative del 22 settembre, grande vittoria in Baviera per i conservatori della CSU, i cristiano-sociali bavaresi alleati della CDU di Merkel, a livello federale, coi liberal-democratici. Ma questi non hanno neanche raggiunto il 5% necessario ad entrare nel parlamento del Land e la cosa, ovviamente, preoccupa molto la cancelliera, leader della coalizione. Il timore è che la sua stessa diffusa popolarità celi la frammentazione politica della coalizione di governo rendendole, forse, addirittura impossibile adesso assemblarla nuovamente se ancora una volta  non riuscisse a strappare una maggioranza assoluta.

Potrebbe addirittura essere costretta, se così sarà, se i liberal-democratici neanche ce la facessero a passare la soglia minima del 5% dei voti per entrare al Bundestag, a dare più spazio al governo ai supeconservatori della CSU bavarese che dalle elezioni del loro Land escono rafforzati e, insieme, anche a rifare la Große Koalition coi vituperati social-democratici… una coda magari obbligata maanche qui, anche qui – del tutto contro natura (New York Times, 16.9.2013, Germany’s Political Fragmentation May Pose Challenge for Merkel La frammentazione politica dei tedeschi potrebbe costituire una sfida per Merkel http://www.nytimes.com/2013/09/17/world/europe/germanys-political-fragmentation-may-pose-challenge-for-merkel.ht ml?_r=0).

I sondaggi finali prima delle elezioni davano, in effetti, sia il centro-destra che il centro-sinistra al 44% del suffragio globalmente preso ma senza chiarirne ancora la spartizione interna a due campi. Sia la Kanzlerin Angela Merkel della CDU, che il leader della SPD, Peer Steinbrück, avevano perciò dato il via, discretamente, ad alcune riunioni preliminari al varo di una possibilmente forse necessitata Große Koalition dopo il voto (The Economist, 20.9.2013).

Il fatto è che a destra sale negli ultimi giorni la sensazione che, ai danni dei liberal-democratici e di una parte dell’ala più conservatrice della CDU stessa, stia guadagnando spazio il nuovo partito antieuropeista di Alternative fur Deutschland, che chiede tout-court l’uscita di Berlino dall’euro e potrebbe raggiungere il 5% della soglia di sbarramento al Bundestag a scapito proprio della FDP liberale (New York Times, 20. 9.2013, J. Ewing e M. Eddy, Anti-Euro Party Is Gaining Steam in Germany In Germania conquista posizioni il partito antieuropeo http://www.nytimes.com/2013/09/21/world/europe/anti-euro-party-gaining-steam-in-germany.html?_r=0).

E, a sinistra, ormai dagli anni di Schröder e del rigetto della scelte più radicali della sinistra di Lafontaine, viene condannato all’opposizione, e alla subordinazione, il resto del paese dalla cocciuta determinazione dei social-democratici a tenere fuori da ogni possibile alleanza i sinistri della i Linke rendendo anche difficile con la loro cieca apertura fideistica al liberismo economico ogni efficace convergenza coi Verdi.

Ora che i risultati ci sono,

• insieme CDU-CSU (in Baviera, elettoralmente si presenta solo quest’ultima sigla) segnano il miglior risultato da vent’anni, dal dopo Kohl della riunificazione tedesca: al 41,5% dei voti, quasi l’8% in più dell’ultima volta e a 5 seggi dalla maggioranza assoluta di 316;

• la FPD col 4,8% dei voti, è scomparsa dal parlamento;

• la AfD, xenofoba e antieuropeista com’è, non è arrivata ad entrarci ma, nata solo sette mesi fa, col 4,7% dei suffragi ha sfiorato la soglia per farlo;

• la SPD è al 25,7% dei voti (il +2% soltanto, dopo cinque anni di opposizione schiamazzante e solo di quando in quando – non sull’Europa e la concezione austeriana che di essa ha imposto un merkelismo tutto tattico e in niente strategico, non sugli F-35…: non cioè su auel che avrebe potuto contyare e fare la differenza - , cioè, su quanto avrebbe potuto fare davvero la differenza tra destra e sinistra) e in totale 192 seggi;

• la Linke— la Sinistra di Lafontaine e dei nostalgici politici riformati dell’ex DDR  è  all’8,6% e a 64 seggi parlamentari;

• i Grünen— i Verdi, restano in parlamento, ma con l’8,4% e 63 seggi, non più quasi il 20% dei suffragi del 2008 (New York Times, 2.9.2013, A. Smale, Merkel re-elected in show of strong support for party Merkel rieletta in una dimostrazione di forte sostegno al partito [in realtà, i tedeschi hanno votato, personalmente, proprio per lei] ▬ http://www.nytimes.com/2013/09/23/world/europe/germany-elections.html?pagewanted=all&_r=0);

• e, infine, i Piraten hanno strappato all’elettorato solo un catastrofico 2,2%.

Si va dunque per amore o per forza, ma soprattutto per forza anche qui, alle larghe intese. Con difficoltà molto maggiori a tenere nella coalizione un partito come l’SPD, malgrado il suo “moderatismo”, tre-quattro volte più lontano comunque ideologicamente dalla CDU di quanto fossero i liberali e in ogni caso di essi tre-quattro volte numericamente più forti. Per tenerli dentro, Merkel dovrà pagarli, politicamente, molto più a caro prezzo di quanto dovesse fare con i succubi alleati liberal-pecorecci…

A distanza di una settimana dal voto, così, i social-democratici tengono un Congresso straordinario e con 190 sì contro una decina di no, decidono di autorizzare la dirigenza ad aprire la trattativa per la formazione di una Grosse Koalition come da richiesta cristiano-democratica: ma decidono, anche, di sottoporre alla fine il risultato dell’accordo a un referendum confermativo/consultivo di tutti gli iscritti (la Repubblica, 27.9.2013, Germania, da Spd sì a negoziato con Merkel. Steinbrueck  lascia ogni  incarico di partito [ne prende le redini il presidente Sigmar Gabriel e il giornale la sintetizza così: “a grande maggioranza i socialdemocratici tedeschi decidono di avviare il negoziato con la Cdu-Csu per un governo di grande coalizione. L'eventuale accordo sarà sottoposto all'approvazione degli iscritti”] http://www.repubblica.it/esteri/2013/09/27/news/germania _da_spd_s_a_ negoziato_con_merkel-67429945).

Un referendum riservato, si capisce, solo gli iscritti: qui i partiti sono una cosa seria, partecipa alle decisioni solo chi paga (i 470.000 iscritti) per farlo e si tessera e espressamente lo chiede— non gli auto o gli etero-dichiarati interessati. E poi la decisione finale la prende alla fine un altro Congresso. 

Gran parte d’Europa era, intanto, restata in attesa, anche con ansia, per mesi dell’esito di queste elezioni parlamentari tedesche, con un’anticipazione anche qualche poco malposta però di aspettative temute o sperate. Naturalmente, l’importanza di quel che avviene politicamente in Germania per l’Europa e per l’eurozona è fondata: si tratta dell’economia di gran lunga maggiore dell’Unione europea e del principale creditore globale necessario a qualsiasi operazione di salvataggio finora tentata – o, meglio, finora promessa.

Nell’eurozona non c’è stata, in effetti, finora alcuna emissione di denaro fresco: solo l’impegno a coprirlo annunciato ai mercati. E, dunque, si tratta di una variante, questa tedesca, assolutamente vitale per il benessere o, diciamo pure forse, il minor malessere oggi del continente. A prescindere, addirittura, dalla congruità – che sicuramente non c’è stata e non c’è – delle politiche economiche e finanziarie poi messe in atto…

Ma il rapporto e la relazione di dipendenza reciproca va in entrambe e direzioni. Tutta l’economia tedesca dipende dal mercato unico e dall’export all’interno dell’Unione e, in specie, dell’eurozona: dalle vendita delle esportazioni tedesche che il resto d’Europa può continuare a comprare solo potendoselo ancora permettere.

In Germania c’è resistenza a livello popolare a capirlo. Ma lo vedono bene coloro che seguono da presso la politica, l’economia e i rapporti internazionali reali di questo paese. Qualsiasi governo, alla fine, andasse al potere a Berlino non potrebbe certo ignorarlo e sarà per questo, in qualche modo, obbligato a continuare— anche a costo di affrontare e superare nel solo modo possibile – spiegandolo con un dibattito forte e aperto – opposizioni, pregiudizi, diffuse incomprensioni popolari (Stratfor, Global Intelligence, 18.9.2013, Europe: What to Expect After Germany's Elections Europa: cosa aspettarsi ora, dopo le elezioni tedesche http://www.stratfor.com/analysis/europe-what-expect-after-germanys-elections).

Anche se ormai sembra assodato che Merkel ha deciso, per il resto del tempo che le resta alla guida della sua Germania, di tener basse, molto basse, le sue ambizioni e quelle del suo paese: sull’integrazione europea: ormai Berlino frenerà ogni nuovo sviluppo dell’integrazione europea. Di fatto e evitando anche proprio di annunciarlo.

●Il giorno dopo le elezioni, sul Financial Times (FT, 23.9.2013, E. Brancaccio, R. Realfonzo, J. Galbraith e altri, European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles I governi europei ripetono gli errori del Trattato di Versailles http://www.ft.com/intl/cms/s/0/411cece0-2160-11e3-8aff-00144feab7de.html#axzz2flHIX4Pd) compare un breve e molto denso appello da sinistra –  sinistra accademica – promosso dagli italiani Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo e sottoscritto da una decina di loro colleghi europei e americani che mette le mani avanti.

Si rifà a un famoso e preveggente scritto con cui John Maynard Keynes, nel 1919, si opponeva  al Trattato di Versailles che chiudeva la I guerra mondiale (“‘se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba essere tenuta in miseria, (…) se miriamo deliberatamente all’umiliazione dell’Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà’[11]. E, infatti, arrivò sia pure a parti invertite con i paesi periferici al tracollo e la Germania in posizione di relativo vantaggio, la crisi attuale presenta più di un’analogia con quella tremenda fase storica che creò i presupposti per l’ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale”.           

Tirano le conclusioni attuali, i nostri: “... proseguendo con le politiche di “austerità” e affidando il riequilibrio alle sole “riforme strutturali”, il destino dell’euro sarà segnato: l’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo. In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e della politica monetaria e fiscale che dia vita a un piano di rilancio degli investimenti pubblici e privati, contrasti le sperequazioni tra i redditi e tra i territori e risollevi l’occupazione nelle periferie dell’Unione, ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro(per il testo, in versione italiana, cfr. ▬ http://www.the economistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html).

Del resto, quanto abbiano ragione queste preoccupazioni e quanto sia importante cominciare a rovesciare questi parametri dati e apparentemente obbligati, lo abbiamo potuto rilevare già annotando nel capitolo EUROPA lo stato ormai davvero comatoso dell’Italia. Ma per le Germania ormai c’è un altro problema che si comincia a porre. E Merkel lo sa, anche se non lo vedono ancora bene i tedeschi che hanno dato la loro fiducia a “unsere Mutti”—  la nostra mammina nazionale, come qualche titolo ditirambico ha cominciato a chiamarla.  

Sentenzia il solito WP, che “finora la gestione della crisi in Europa fatta dalla Germania è stata buona” e per questo gli elettori l’hanno premiata (Washington Post, 24.9.2013, C. Lane, Merkel slow and steady wins, for now La Merkel, per ora, vince lenta ma costante http://www.washingtonpost.com/opinions/charles-lane-angela-merkel-wins-in-germany-with-slow-and-steady-for-now/2013/09/23/fe9ccd9e-2476-11e3-b3e9-d97fb087acd6_sto ry.html). Non è chiaro, certo, cosa potrebbe essere considerato, però, come una cattiva gestione da questo strano autore, ma la frase seguente dell’articolo, senza dirlo proprio così, lascia ben intuire che il peggio, secondo lui, sarebbe stato se l’euro fosse saltato…

E ciò a prescindere ovviamente dal fatto che, tenerlo insieme nel modo in cui la Germania lo ha fatto, è costato all’eurozona nel suo complesso trilioni di € di produzione mancata e di ricchezza perduta. E’ un pezzo nel quale regna del resto la confusione. A un certo punto osserva che, anche se la Germania come il risultato delle elezioni dimostra è soddisfatta, si trova minacciata da due timori tra loro contraddittori: “quel che potrebbe succedere se il governo spendesse i risparmi sudati dei cittadini tedeschi per salvare la Grecia o l’Italia; e quello che potrebbe capitare all’Europa – quella che a loro tedeschi va bene così com’è – se qualcuno non puntella quegli spendaccioni”.

Naturalmente – ma la cosa, forse, è un po’ troppo ovvia anche se, sicuramente, sarebbe la meno dolorosa – per rilanciare l’economia dell’eurozona e dell’Unione tutta, sarebbe proprio quella di consentire finalmente alla BCE di agire proprio come una Banca centrale normale— sovrannazionale solo, invece che nazionale – autorizzandola così  sottoscrivere i deficit che sarebbero necessari e allora sì sufficienti a riportare l’Europa alla piena occupazione e, dunque, a una ripresa capace di perpetuarsi. Tra l’altro si tratterebbe di un’operazione che non richiederebbe neanche di usare “i risparmi sudati dei cittadini tedeschi”.

Anzi! Rilanciare la crescita di tutta l’Europa, aumenterebbe con tutta probabilità proprio, e anzitutto, quei sudati risparmi… Per fare questo, però, bisogna rivoluzionarsi i cervelli. Licenziare in tronco gli incapaci che per tutti noi hanno scelto la strada del disastro, gli Olli Rehn, i Manuel Barroso, gli Antoni Tajani e quant’altri e, praticamente, con loro tutti i governi europei. E almeno metà dei dirigenti del Fondo Monetario. L’alternativa sarebbe il fallimento di tutti, dell’Unione e dell’concetto stesso di una qualsiasi Europa, ormai…

Tra l’altro, la scivolata di questo autore quando chiama l’Italia un paese “spendaccione” è per lo meno diciamo, superficiale. Il grafico che segue mostra i rispettivi avanzi primari (l’indice di virtuosità vera e del sacrificio secondo i canoni classici di lor signori di Germania (linea rossa) e Italia (nera) negli anni di questo secolo e dimostra anche visivamente  la verità contabile e certificata:  

● Avanzo primario dal 2000 al 2013: Germania e Italia – Indovinate chi “vince”?   (grafico)

▬▬ Germania      ▬▬ Italia

Fonte: Fondo Monetario Internazionale (IMF, World Economic Outlook Database – Report for selected countries: Germany, Italy – General Government primary net lending/borrowing  Avanzo primario 2000-2013/al netto dei servizio del servizio del  debito per interessi http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=71&pr.y=14 &sy=2000& ey=2013&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=136%2C134&s=GGXONLB_NGDP&grp=0&a=).    

Cioè: se il bollare da “spendaccioni” ha qualche fondamento nel caso delle Grecia – e dei dati statistici fasulli che i suoi governi hanno deliberatamente spacciato per anni come veraci: ma con la complicità inconfessata di chi li sapeva fasulli, epperò li accettava per veri, proprio Bruxelles – la qualificazione derogatoria riservata all’Italia con quei numeri, veri, di avanzo primario sembra almeno dubbia. Nel nostro caso, c’è ovviamente il peso del servizio del debito pubblico ma non c’è affatto quello di un deficit/PIL molto più virtuoso di tanti altri. E gravato, poi, anche poi dall’ambiguità persistente della BCE nel continuare a mantenere il so tergiversare – equivalente di fatto fino al Draghi di un anno fa – al disinteresse a puntellare il debito italiano. Senza questa ambiguità, ancora mai sciolta se non ipoteticamente ma mai come scelta politica, come policy, lo spread italiano, rispetto a quello tedesco, di fatto si annullerebbe…

FRANCIA

Sale ancora, al livello più alto dal 1998 – da ben quindici anni, nel dato comunicato ora dall’Ufficio nazionale statistico, l’INSEE – la disoccupazione nel paese: come del resto in molti altri paesi dell’Unione europea dove  tragicamente però, ormai non fa più notizia. Qui arriva, però, a un 10,9% della forza lavoro (INSEE, Document du 5.9.2013, Chômage au sens du BIT et indicateurs sur le marché du travail Disoccupati come nel calcolo BIT e indicatori sul mercato del lavoro http://www.insee.fr/fr/themes/indicateur.asp?id=14).

Il governo ha reso pubblica la proposta di bilancio che vuole disperatamente conciliare serietà nel controllare le pubbliche finanze e, insieme, sensibilità alle lamentele che vengono dagli attori economici per l’eccessivo peso del fisco su imprese e famiglie. La spesa pubblica globale continuerà, comunque, a salire dello 0,5%, e col bilancio 2014 arriveranno 3 miliardi di € di nuove tasse oltre a quelle già previste compresa, anche qui, una percentuale di aumento dell’IVA.

Col debito/PIL al 95%, il deficit/PIL qui arriverà al 3,5% dal 4,1 adesso del 2013 (The Economist, 27.9.2013, France’s economy – Budgetary blues L’economia della Francia – Febbri da bilancio http://www.economist. com/news/ europe/21586892-tax-rises-have-reached-their-limit-budgetary-blues).  ◄SEE

GRAN BRETAGNA

La sconfitta di Cameron nel voto del parlamento che lo avrebbe autorizzato a intervenire soprattutto con i missili cruise della Royal Navy affiancando l’attacco americano Siria, è stata la prima volta in cui tale assenso è stato rifiutato a un primo ministro britannico dal 1782… Per lui un pessimo prologo ormai subito prima delle prossime elezioni politiche che dovranno essere convocate al massimo entro il 7 maggio del 2015. Ma potrebbero anche essere anticipate, se lo chiedesse proprio il primo ministro in carica (The Economist, 6.9.2013).

Il governo vanta una crescita migliore, più forte di tutti gli altri grandi Stati europei e non perde occasione per ricordarlo, come è naturale, a amici e nemici. Ma si mostra molto nervoso e particolarmente suscettibile alla critica specifica e tecnica, che gli viene dall’ONS, l’Ufficio nazionale di statistica, quando fa rilevare (in un documento sulla percentuale di dipendenti del settore pubblico nel 4° trim. 2012,  che è la più bassa dal 1999, 20.3.2013 ▬ http://www.ons.gov.uk/ons/rel/pse/public-sector-employment/q4-2012/sty-uk-public-sector-employment.html) che una crescita forte non ha un senso reale per la gente se si trasforma in condizioni di vita e di lavoro che vanno peggiorando, comunque per  la grande maggioranza dei cittadini britannici.

Lo confessa, in una conversazione che non avrebbe dovuto trapelare da una riunione con attivisti del partito conservatore uno sfogo del premier David Cameron. Confessa infatti in quella sede, candidamente, di temere che gli elettori se ne possano ricordare quando vanno la prossima volta alle urne (Twitter, @David_Cameron ▬ https://twitter.com/David_ Cameron).

●Il governo britannico ha ricollocato sul mercato il primo pacchetto di azioni del gruppo Lloyds Banking da quando è stato costretto a salvarlo dalla bancarotta nazionalizzandolo nel 2008 e si ripromette adesso di restituirlo, dietro il dovuto ripagamento nell’anno prossimo. Il 6% della quota di azioni è stato venduto per 3,2 miliardi di £ (3,8 miliardi di €) riducendo la quota di proprietà del Tesoro al  33%. La vendita, che è stata riservata solo ad investitori istituzionali, è stata sovrascritta di almeno tre volte. L’altro grande salvataggio pubblico, quello della Royal Bank of Scotland in parte accollato al contribuente è ancora, invece, molto al di là da venire.

GIAPPONE

L’economia è cresciuta nel secondo trimestre dell’anno più rapidamente delle previsioni a causa, soprattutto, dell’incremento di investimenti pubblici e privati: invece che il 2,6%, il PIL del paese è cresciuto al 3,8% (The Economist, 13.9.2013).

I livelli di radiazioni emesse dalla centrale nucleare di Fukushima, si sono ancora alzati a letture giudicate intollerabili. E l’allarme si diffonde in tutto il paese (The Economist, 6.9.2013). Il 16 settembre, il Giappone ha chiuso l’ultimo reattore operativo che ancora funzionava, a Ōhi, nel centro dell’arcipelago, sulla costa del Mar Cinese orientale, “per manutenzione”. Senza più elettricità generata dal nucleare il paese sarà ormai obbligato ad affidarsi soprattutto ormai all’importazione di energia che, in combinazione col costo in aumento del prezzo dell’elettricità generata in loco, può mettere a rischio i piani di rilancio economico avviati, con successo finora, dal primo ministro Shinzo Abe (BBC News, 15.9.2013, Japan halts last nuclear reactor at Ohi A Ōhi, il Giappone blocca il suo ultimo reattore http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-24099022).   

Due navi da guerra cinesi hanno percorso il 9 settembre il tratto di mare tra le isole di Okinawa e Miyako delle giapponesi isole Ryukyu, tenendosi rigorosamente all’interno delle acque internazionali, dopo che il giorno prima nel cielo sovrastante la zona erano transitati due droni da ricognizione di Pechino, osservando le stesse regole. Poi diventano sette le navi cinesi che seguono lo stesso percorso entro due altri giorni. Il Giappone non apprezza per niente ma deve abbozzare visto che i cinesi esercitano un diritto di passaggio riconosciuto internazionalmente a ogni paese del mondo (1.  NightWatch, 9.9.2013, China sails and flies thru International waters close to Japan La Cina transita per mare e in aria per le acque internazionali vicine al Giappone http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/ NightWatch_130001944.aspx; 2. Kyodo News Agency/Tokyo, 10.9.2013, Chinese vessels enter Japanese waters near Senkakus Navi cinesi in acque giapponesi vicino alle Senkaku [nel testo del video si parla solo di acque vicine a quelle territoriali rivendicate dal Giappone]▬ http://english.kyodonews.jp/news/2013/09/245637.html?searchType=site&req _type=article&phrase=senkaku).

●Molti media nipponici riferiscono il 19 settembre che altre due navi della Guardia costiera cinese sono entrate in quelle che Tokyo dichiara essere le sue acque territoriali, nei pressi delle isole che loro chiamano Senkaku e i cinesi Diaoyu (cinque isolette disabitate e tre rocce per 7 Km2 di superficie) nel Mar cinese orientale (che invece tutti, giapponesi compresi, chiamano proprio così)- Le due navi sono stata identificate entrare nelle acque territoriali che il Giappone pretende sue alle 7:10 di mattina e ne sono uscite due ore dopo, secondo le informazioni fornite dalla Guardia costiera nipponica a Naha, nella prefettura di Okinawa che ha anche notato come si tratti della 65a intrusione in un anno (Kyodo News Agency, 19.9.2013, 2 China Coast Guard ships intrude into Japan's territorial waters Due guardacoste cinesi si spingono nelle acque territoriali nipponiche http://english.kyodonews.jp/news/2013/ 09/247030.html).    

A Tokyo, reagiscono soprattutto aumentando il livello di retorica, rispolverando anche se ancora  con qualche cautela, ma poi neanche troppa, le parole sul tema della piattaforma con la quale il Partito liberal-democratico di Abe ha vinto le ultime elezioni: che, “il governo giapponese potrebbe – al condizionale e, appunto, pensandoci bene – decidere di far stazionare suoi rappresentanti sul territorio delle isole Senkaku”.

Solo che, secondo moltissimi analisti – i più pare proprio – se una delle parti tentasse di imporre il suo controllo sul territorio, al minimo l’altra parte, i cinesi nell’occasione qui, renderebbe la pariglia e si potrebbe essere davvero, allora, sull’orlo di uno scontro anche militare, non solo politico (New York Times, 11.9.2013, H. Tabuchi, Japan Is Open to Placing Officials on Disputed Islands Il Giappone è aperto alla possibilità di piazzare suoi rappresentanti ufficiali sulle isole del contenzioso http://www.nytimes.com/2013/09/11/world/ asia/japan-open-to-placing-officials-on-disputed-islands.html).

●Shinto Abe si è lamentato, un po’ alla Berlusca, di avere le mani legate dagli alleati di governo e di essere perciò costretto a rimandare decisioni che avrebbe voluto prendere subito… Lui si preparava a accelerare il passaggio alla modica costituzionale che ne alterasse l’interpretazione finora vigente imposta alla fine della seconda guerra mondiale dagli USA come potenza vittoriosa occupante per consentirsi di nuovo l’esercizio sovrano dell’autodifesa militare. E’ stato l’alleato minore della balena bianca dei liberal-democratici, il partito del nuovo Komeito— nuova Giustizia che si richiama all’organizzazione buddista Soka Gakkai— la società per la creazione di valori alleato di tendenze di di certo meno bellicose e patriottardi del partito maggiore di governo, però indispensabile a far maggioranza alla Dieta (Kyodo News Agency, 21.9.2013, 21.9.2013, Gov’t to skip decision on collective self-defense to next spring Il governo salta la decisione sulla difesa collettiva fino alla prossima primavera http://english.kyodonews.jp/ news/2013/09/247440.html).


 

[1] B. H. Obama, Dreams of my father, Broadway Books ed., 2004 (trad. italiana, I sogni di mio padre: un racconto sulla razza e l’eredità, Nutrimenti ed. (collana Specchi), 2007.

[2] Obama, come capita a molti leaders politici, ma a quelli americani sempre più che agli altri e a lui in modo del tutto particolare, ama molto parlare. E ama pensare, si capisce, che gli altri amino ascoltarlo e prenderlo sul serio. E, con quella percezione alle spalle, in una conferenza stampa dell’agosto 2012, se ne uscì dicendo pubblicamente, della guerra civile che imperversava già da molti mesi in Siria, che:

    “per noi una linea rossa si manifesta quando cominciamo a scorgere che sul terreno si vanno spostando o cominciano a essere utilizzate un certo numero di armi chimiche. Questo cambierebbe di sicuro i miei calcoli”. Bè, non ci poteva essere, neanche a farlo apposta, un invito più chiaro per chiunque avesse interesse – e non sembra certo essere Assad, no? – a trascinare gli USA dentro una guerra…

[3] W.V. Harcourt, Historicus, 1863, A Letter on the Perils of Intervention on Some Questions of International Law Una lettera sui pericoli dell’intervento [straniero] e alcune questioni di diritto internazionale, Londra, Macmillan).

[4] Domenico Quirico, Primavera araba. Le rivoluzioni dall’altra parte del mare, Bollati Borignhieri ed., 2011.

[5][5]Per dire. I sondaggi danno, subito misurati a New York, quasi il 50% della popolazione che “capisce il senso importante del discorso di Putin”… la media nel resto del paese (Gallup, 13.9.2013, Americans evenly divided on Russia’s plan for Syria Gli americani equamente divisi sul piano russo per la Siria http://www.gallup.com/poll/164402/americans-evenly-divided-russia-plan-syria.aspx) è più bassa di quasi il 15%: ma resta intorno al 30-35%…

    Sempre a New York  i democratici, alle primarie, hanno del resto scelto di puntare, contro il candidato sindaco repubblicano Joe Lotha “erede” alla carica del miliardario Michael Bloomberg alle elezioni di novembre sul candidato schierato più nettamente a sinistra dei cinque aspiranti Bill de Blasio, un “classista” accusa il suo avversario, Bill de Blasio, che ci va giù netto e sottolinea come e quanto la città sia “spaccata, col 40% della popolazione che vive ai limiti della soglia di povertà” e parla di una “ridistribuzione necessaria del carico fiscale municipale a spese dei più ricchi”.

    Anatema, ovviamente, per Lotha e i suoi  che invece parlano di “un tentativo classista di dividerci” ma conferma proprio l’importanza della differenza, delle differenze, in America, di sensibilità, di percezione radicalmente diversa della, delle, realtà che tutte insieme costituiscono questo enorme paese (The Economist, 13.9.2013, New York politics – Populism pays Il populismo paga [eh, già: è populismo per la Bibbia del capitale, far rilevare che ci sono i poveri e i ricchi, non solo  cittadini indistinti, a fare la società] ▬ http://www.economist.com/news/united-states/21586288-crowded-race-mayor-thins-out-populism-pays).

[6] Si tratta, però, di un limite di tempo che rappresenta una scadenza , o meglio un’aspettativa, davvero dissennata, come dicono in inglese puro wishful thinking. Per ragioni anche solo tecniche e senza considerare neanche ostacoli politici e rischi insiti nelle operazioni sul campo (cfr. Stratfor, Global Intelligence, 17.9.2013, Destroying Syria’s Chemical Weapons La distruzione delle armi chimiche della Siria http://www.stratfor.com/analysis/destroying-syrias-chemical-weapons).

    In effetti, secondo le stime – niente di più di semplici stime anche per l’Agenzia dell’ONU di controllo delle armi chimiche: sul tema infatti è tutto segreto per tutti – si tratta di circa 1.000 tonnellate di armi chimiche presenti in Siria contro, naturalmente, le 31.500 in America e le 44.000 tonnellate degli arsenali russi (Globe & Mail, 16.9.2013, P. Martin, How to destroy chemical weapons Come distruggere le armi chimiche [sul tempo necessario all’operazione lo stesso Assad ha parlato di un minimo di un anno e di costi sul miliardo di $ che nelle condizioni sue la Siria non è certo in grado di sostenere: e, infatti, a questo non solo non hanno detto di no ma nessuno glielo ha neanche chiesto: è uno dei buchi nel protocollo russo-americano si Kerry e di Lavrov…] ▬ http://www.theglobeandmail.com/news/world/how-to-destroy-chemical-weapons/article14367415). 

[7] In Consiglio di Sicurezza le 5 potenze membri permanenti e con diritto di veto a partire dal 1946 hanno tutte ripetutamente usato il diritto di veto: su ogni tema e ognuno, ovviamente, riflettendo il proprio interesse. E non è stata la Russia ad usarne globalmente di più… (Lista dei veti per paese, per soggetto, per data ▬ http://www.google.it/#q=unsc +vetoes+by+the+U.S).                     

[8] “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo; magari fossi freddo, tu, o fossi caldo! Ma poiché sei solo tiepido, né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca”, Giovanni, Apocalisse, 3, 15-17).

[9] Public Papers of the Presidents, Military-Industrial Complex Speech, 17.1.1961, Dwight D. Eisenhower,1960, pp. 1035-1040 ▬ http://coursesa.matrix.msu.edu/~hst306/documents/indust.html).

[10] Che i manuali di economia classica, quelli della scuola più ortodossa, definiscono come il livello di crescita economica , superato il quale, si possono creare seri squilibri tipo deficit ancora più spinto e maggiore inflazione: in pratica il livello di disoccupazione al di sotto del quale l’inflazione si alza al di sopra del trend.

[11] K.M. Keynes, The Economic Consequences of the Peace, 1920, Harcourt & Brace, N.Y., N.Y. ▬ http://archive.org/ stream/economicconseque00keyn/economicconseque00keyn_djvu.txt.