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     10. Nota congiunturale - ottobre 2011

      

  

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01.10.11

 

Angelo Gennari

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc305189387 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc305189388 \h 3

nel mondo.. PAGEREF _Toc305189389 \h 3

● Alla ricerca del Santo Graal (la ripresa) che proprio non si trova… (vignetta) PAGEREF _Toc305189390 \h 5

●  I disoccupati di lunga durata (più di 12 mesi)… (istogramma) PAGEREF _Toc305189391 \h 6

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc305189392 \h 9

● La scelta… (vignetta) PAGEREF _Toc305189393 \h 16

in Cina... PAGEREF _Toc305189394 \h 22

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc305189395 \h 25

EUROPA.... PAGEREF _Toc305189396 \h 27

●  Per ora diamo una mano ai greci… (vignetta) PAGEREF _Toc305189397 \h 31

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc305189398 \h 48

● Quell’11 settembre… (infantili) grandezze e miserie (mature) della Grande Mela… (foto) PAGEREF _Toc305189399 \h 48

● La strategia della resa… (vignetta) PAGEREF _Toc305189400 \h 58

● Ma di chi è, alla fine, Gerusalemme? (vignetta) PAGEREF _Toc305189401 \h 59

GERMANIA.... PAGEREF _Toc305189402 \h 68

● Dopo le elezioni regionali del  Mecklenburgo-Pomerania occidentale… (foto) PAGEREF _Toc305189403 \h 68

FRANCIA.... PAGEREF _Toc305189404 \h 69

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc305189405 \h 71

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc305189406 \h 71

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Bè, a sentire il Cavaliere esternare al fedele suo pappone (alla lettera procuratore di giovanissime femmine di facili costumi)/“ricattatore”/beneficato, pennivendolo direttore – dicono – dell’Avanti! (di cui ormai è restato soltanto il nome, trascinato davvero nello strame), Walter Lavitola, il suo personalissimo parere che “a me possono dire che scopo, è l’unica cosa che possono dirmi” e che “tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei... da un’altra parte”, cioè che me ne vadoda questo paese di merda, di cui sono “nauseato”.

Tutto tra virgolette, tutto testuale, nella conversazione intercettata[1] su ordine dei giudici di Napoli a Lavitola che parla col premier il 13 luglio scorso. E tutto ancor più – come dire – scombussolante dall’unico commento che – informato mentre era a fare il buffone a Parigi – lui ha ritenuto di dover rilasciare (“sono qui e rimango qui per cambiare questo paese che ho definito in un certo modo”: appunto…

… Bé, dicevamo a sentirlo così manifestare apocalitticamente il suo, diciamo, pensiero, ci viene da osservare, nell’ordine inverso rispetto alle nefandezze o alle sciocchezze annotate, che:

• la reiterazione e la conferma, anche nel ribattino finale, del concetto sull’Italia da lui “definito” – poiché errare è più che umano ma perseverare, oltre che diabolico, è proprio particolarmente cretino— evidenzia che, forse, così è consentito esprimersi al sur Brambilla, se vuole, ma non al presidente del Consiglio dei ministri italiano… Non è consentito ma, vedrete, che di fatto glielo consentiranno;

• e che, vivaddio, anche se se ne vanta tanto (ma come è noto chi può fa… e chi non può più chiacchiera) non è l’unico/a italiano/a, come dice lui con leggiadro eufemismo, a “sco**re”;

• e che ormai è ben più di mezza Italia a dire non solo, come lui ama pensare, che “sc**a” ma che dimostra ogni giorno di essere proprio un inetto, uno che di economia e di politica non ne capisce, in realtà, che molto poco, uno che pensa a fare solo, per dirla con lui, i “ca**i” suoi e perciò – non fosse altro, visto il mestiere che ha scelto di fare in tarda età: quando si tiene insieme con punti di plastica, ceroni cerotti e iniezioni di canfora, se non proprio di formaldeide – è pure un furfante…;

• e, infine, è lecito dire, a chi si permette di chiamare gli italiani gente di “me**a”, che è proprio lui  un vero (e senza alcun asterisco, stavolta) pezzo di merda?

La realtà forse è, in sintesi, quella citata e fatta propria da FT[2], il quotidiano finanziario britannico autorevolissimo proprio negli ambienti finanziari oggi diventati cruciali per questo nostro paese, quando scrive che, sì, “l’imperatore è proprio nudo e Berlusconi stesso ormai se n’è reso conto”. Che, se ci pensate bene, è constatazione che gli fa male più di mille insulti strameritati… Piccola consolazione, per lui, e proprio nessuna per noi quel che subito dopo segnala, correttamente, il FT: la disperatamente sdilinquita capacità dell’opposizione, e dei sindacati, di opporsi alle sue stravaganti ricette.

L’altro grande giornale britannico, il Guardian, riporta dritto dritto il malumore del Cavaliere, la sua incontinenza che lo porta anche qui, ormai, a farla fuor del vasino (In una conversazione registrata dalla polizia, Berlusconi giura di abbandonare un’Italia “di merda”[3]*…

●Ma è proprio a quest’ormai sempre più incontinente (verbalmente, si capisce, e – forse – sessualmente) vegliardo che quel corbellone di Raffaele Bonanni continua ad affidare, facendogli credito, il futuro della CISL. Ha appena finito di incavolarsi con la CGIL perché fa lo sciopero generale contro la manovra rimasticando le ragioni del tenebroso e vaporoso Casini (lo sciopero? è inutile… serve responsabilità, invece! come la sua che, a dire il vero, si manifesta con effetti concreti almeno esilaranti!).

E si affida così, per l’ennesima volta, alle promesse del Cavaliere che subito lo sputtana su tutta la linea: ci sarà, dice, l’aumento dell’IVA…, ci sarà, dice, il ritocco in peggio alle pensioni di anzianità…. alla faccia delle sue promesse a Bonanni, di quelle di Bonanni che ha fatto fiducia pe lui verso la CISL e dei lavoratori che alla CISL continuano a dar fiducia. Ma dentro la CISL pare che sia scomparsa, ogni voce contraria…: anche se noi continuiamo a sperare che, prima che riuscire a far scomparire la voce della CISL, la CISL faccia finalmente scomparire la sua…

Scusate lo sfogo, ma proprio non ne possiamo più di questo comparaggio antinatura con uno che, viene fuori adesso, organizzava voli di Stato per trasportare a Milano da Roma vagonate intere di puttane per i suoi bunga bunga. Pure, cioè, a spese nostre[4].

●Poi, di primissima mattina, il 20 settembre, ci pensa Standard & Poor’s a svalutare il credito sovrano da A+ ad A. Soprattutto, dice, per la scarsissima credibilità dei suoi rappresentanti – tra papponi, ricatti, lenzuola sciorinate più o meno a pagamento all’aria aperta di nobili palazzi cinquecenteschi— e con quei rappresentanti di ogni prospettiva di serietà dei loro impegni e quindi  della stabilità politica del paese: una schifezza di stabilità ma a loro, alle agenzie di rating, la qualità, il merito, non interessa: li preoccupa solo lo stato comatoso, che vedono tutti, del governo.

Il Cavaliere e i suoi, rabbiosi, smentiscono tutto: “la mossa di S&P’s non rispecchia la realtà ed è tutta politicamente motivata”. Cioè, scordando solo la prima parte delle motivazioni di S&P’s – che la  crescita dell’Italia è ormai inesistente – proprio quello che l’agenzia in fondo sostiene. Al Cavaliere, loro, i mercati non credono più (solo Bonanni, pare).  E, ora, per fortuna, gli crede meno del 30% degli italiani.

Per questo – per l’assoluta inaffidabilità del medico curante, oltre che per la gravità specifica della malattia – la terza economia d’Europa viene ormai risucchiata sempre di più nella spirale della crisi del debito sovrano[5].

A noi, francamente, fa ancor più impressione lo stesso giorno leggere sul NYT[6] che, però, stavolta, i mercati si mostrano lì per lì quasi indifferenti: come se ormai dessero tutto per scontato sia sulla crisi politica che su quella finanziaria italiana (“— Le borse – recita il titolo, riflettendo stavolta perfettamente il senso della’articolo tutto – fanno spallucce al downgrade dell’Italia”. Tanto, appunto, è tutto scontato. E è nei prossimi giorni che gli effetti del declassamento, per ora così attenuati, potrebbero mordere malamente.

●Ha ricordato, popolarizzando per una larga platea di lettori a livello internazionale[7] un concetto scientifico che aveva approfondito anche già in forma accademica[8], un professore di politica monetaria all’università di Bergamo – certo notoriamente un “sinistro” –  Riccardo Bellofiore, di come Marx, il grande economista-sociologo e rivoluzionario tradito e non il grande comico americano, abbia scritto che “la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa[9]”.

E ha concluso la rimembranza, forse un po’ retoricamente – ma poi non troppo – chiedendosi, prima di sviluppare un ragionamento che a noi appare acuto sulla natura di questa crisi: “e se vi domandaste come si potrebbe ripetere adesso, per la terza volta, la storia date un’occhiata all’Italia: un paese dove l’opposizione più efficace al governo la fanno, letteralmente, i comici” – appunto alla Groucho Marx – e dove, del resto, il presidente del Consiglio è lui stesso una barzelletta vivente. Il che ha distorto gran parte delle analisi della situazione economica e politica del paese, come se il problema Italia fosse solo il suo primo ministro, distratto dal sesso e dai suoi processi”.

In buona e sintetica sostanza è Pierre Carniti che ci sembra avere ultimamente scritto la diagnosi e anche un abbozzo di cura possibile e necessaria per questa gravissima malattia che ha colpito il paese: “Il default dell’Italia è ormai un rischio concreto. La prima urgenza è liberarsi di un governo squalificato e incapace. Poi, con una maggioranza alternativa o dopo il voto, si dovrebbe ridurre di un quarto il debito, sia con alcune privatizzazioni (gran parte della RAI, l’attività bancaria e telefonica delle Poste, la gestione dell’alta velocità), sia rinunciando a progetti megalomani che costano e non risolvono. Ma anche l’Europa dovrà fare la sua parte[10]”. Si discute, ovviamente, nel merito. Ma, almeno, si comincia…

Perché, guardate, la calma e, anzi, la ripresina di fine settembre delle borse e anche di quella di Milano non ha messo fine ai giorni della grande paura. Perché non ci sarà davvero ripresa economica finché non arriverà  il segnale dell’altra ripresa, quella politica della volontà dell’Europa di agire insieme senza più farsi castrare dalla dittatura della sola moneta e della sola finanza 

     

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Letto sul FT[11] quello che a noi sembra sul serio un contributo importante nel dibattito sul perché della crisi: che è assolutamente globale, Nord e Sud del mondo, dittature e democrazie. E’ l’analisi di un diplomatico del piccolo paese-Stato di Singapore, ricchissimo di PIL ma, bisogna dirlo,  carico anche di ingiustizie sociali e di discriminazioni razziali, in cui lui è passato a insegnare all’università.

Rileva che c’è un fattore comune alla base della crisi di tutti: crisi di credibilità, di legittimità, di autorevolezza e di autorità.

I dittatori crollano e le democrazie falliscono… I dittatori sopravvivono, infatti, a forza di menzogne. Muammar Gheddafi sosteneva che il suo popolo lo amava e controllava il flusso delle informazioni a quel popolo per impedire che gli arrivasse qualsiasi narrativa alternativa a quella che voleva lui. Poi è arrivato un marchingegno addirittura banale come il telefonino e ha

consentito alla gente di collegarsi. E la verità ha rapidamente sommerso e affogato tutte le bugie che il colonnello andava trasmettendo.

   Ma se è così, perché allora falliscono anche le democrazie? La risposta è semplice: anche le democrazie hanno raccontato un mucchio di menzogne. L’eurozona è stata creata su una grande menzogna”— che sarebbe stato possibile tenere insieme – e senza sacrifici – unione monetaria e indipendenza fiscale: l’indipendenza di diciassette bilanci nazionali diversi.

   Poi, quando per prime “Francia e Germania hanno sfondato il tetto del 3% del deficit/PIL, nessuno ha detto niente”. E in seguito – ma solo in seguito – è toccato a Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna…. “Poi la Grecia si è messa a mentire sui dati del bilancio. Ma, ad essere giusti, va aggiunto che gli altri lo sapevano tutti che i dati erano falsi”.

   Ma gli europei non sono stati certo i soli cui i loro leaders hanno mentito. “Non c’è  nessun leader americano ad aver osato dire la verità al suo popolo. Tutto quello che dicono, però, ruota intorno all’affermazione del tutto mitica che la ripresa è lì, dietro l’angolo. Ma questa non è una recessione normale… Non ci sono soluzioni indolori e saranno necessari fior di ‘sacrifici’ ma nessuno osa dirlo. Le verità che fanno male vanno taciute”...

La diagnosi è sacrosanta e la lucidità del giudizio è del tutto evidente. Poi, a leggere il testo dell’articolo, ci sono molte ragioni di dissentire dalle ricette indicate— in sostanza: sacrifici per tutti ma di più per i più: cioè per i meno ricchi perché fanno massa; non per i più ricchi, perché sono meno, pochi; e non proprio per rilanciare l’economia ma soprattutto per ripagare il debito.

Pure, sull’assurdo di voler far ripagare a qualcuno un debito non ripagabile, disse una volta per tutte John Maynard Keynes, parlando delle riparazioni di guerra imposte dal trattato di pace di Versailles alla Germania, l’unica cosa che di esse si poteva dire da subito è che non sarebbero state ripagate.

E, certo, se i tedeschi – proprio i tedeschi – si ricordassero adesso un po’ della loro storia – di come l’insensatezza di quella pretesa finì col buttarli alla fine in braccio al nazismo – smetterebbero, forse, di chiedere tanto semplicisticamente alla Grecia di farlo, sottrarrebbero almeno dal conto i danni che l’occupazione nazista inferse a quel paese nella seconda guerra mondiale (decine e decine di miliardi in € di oggi mai ripagati)[12], smetterebbero di far finta che possano essere mai onorati e passerebbero al prossimo punto all’ordine del giorno: come salvare l’euro per salvare anche, con l’eurozona, se stessi.

Ma alla leadership del paese hanno messo una brava massaia, incapace di qualsiasi guizzo e di ogni carisma. Al massimo, una discreta contabile con qualche sensibilità sociale residua della sua rigida educazione insieme vetero luterana (il padre, pastore protestante) e vetero comunista (i pionieri della Germania orientale della sua infanzia e della sua giovinezza). Non una Willy Brandt, certo, ma neanche una Helmut Kohl e neppure, a segno rovesciato s’intende, una Margaret Thatcher…

Nei luoghi massimi di decisione, e prima – si spera – anche di responsabile riflessione sull’andamento della crisi – non tanto e non solo i governi ma tutte le grandi Banche centrali, la Banca centrale europea, il Fondo monetario – ci si è ormai rassegnati al fatto che la ripresa dalla recessione del 2008-2009 è in grave ritardo rispetto ai tempi sia attesi che sperati. Ma resta l’ottimismo consustanziale con la natura di queste istituzioni: ancora qualche mese duro, pensano, e poi il 2012 riporterà una ripresa forte. Quello che denunciava, no?, Kishore Mahbubani: che la ripresa sarebbe dietro l’angolo…

Non la pensano tutti così, ormai. Ma ora, forse, staranno un po’ più attenti alle voci in dissenso, magari anche alle più eterodosse. Non tanto e non solo i premi Nobel Krugman e Stiglitz, ma anche voci perfino più eterodosse come quella autorevole de prof. Nouriel Roubini[13] della NY University— perché su questa crisi ha avuto ragione anche prima che essa si manifestasse dicendo come e perché lo avrebbe fatto… e guadagnando così da parte di chi aveva invece sbagliato – la stramaggioranza dei suoi colleghi – fama di portajella che però, onestamente, giusto ci aveva visto semplicemente  predicendo le conseguenze di azioni sciagurate di altri… che per questo è tanto esecrato da chi aveva sbagliato.

Stavolta lo intervista, gli dà spazio e ne rilancia i vaticini, ancora portajella, ma soprattutto le motivazioni nientepopodimeno che il Wall Street Journal[14]: che, certo rabbrivi/inorri/disce ma stavolta lo cita fra virgolette quando si spinge a dire addirittura che Marx aveva ragione quando diceva che il capitalismo avrebbe potuto distruggere se stesso continuando a trasferire reddito e ricchezza dal lavoro al capitale perché avrebbe così finito col distruggere la domanda, il consumo e il motore della crescita vero che, poi, è il lavoro.

In modo diverso ma analogo, Michael Moore – grande e famoso documentarista meritatamente premiato con vari Oscar – il modello americano originale, si parva licet…, del nostro Beppe Grillo  dice (demagogicamente? forse, ma dice la verità) agli occupanti che dimostravano a Wall Street, bastonati dalla polizia a piazza della Libertà, a Liberty Square, che “in America sono solo 400 persone a essere i proprietari di tanto quanto gli altri 300 milioni di americani posseggono tutti insieme”.

Da noi, fatte le proporzioni, come in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, dovunque, è la stessa cosa. E diceva Moore – demagogicamente? certo, ma anche qui diceva la verità – “quando” gli altri, quei 300 milioni che siamo tra tutti noi, “diremo che vogliamo cambiare le regole del gioco e riprenderci il paese per tutti, quei 400 lì – proprio come i nostri non potranno più farci niente[15].    

● Alla ricerca del Santo Graal (la ripresa) che proprio non si trova… (vignetta)

L’U.E.:   Spesa… →     Austerità     Recessione… →

Fonte: IHT, 1.9.2011, R. Chapatte

 

Verso il 20 settembre arriva la previsione di crescita aggiornata – o, meglio, di non crescita, di crescita inferiore – del Fondo monetario[16] per America e Europa. Adesso per gli USA, invece del 2,5% preconizzato solo lo scorso giugno, prevedono una riduzione quasi del 50%, l’1,5 e anche meno per quest’anno e il prossimo una crescita ridotta al 2,7. Prospettiva assai grama, stando poi solo al quadro numerico e rinunciando a riflettere sulla qualità di questo poco di crescita.

E, per l’eurozona, qui predicono per quest’anno un +1,6% e ancora peggio, solo l’1,1 per l’anno prossimo. In tutti e due i casi, commenta presentando il nuovo Rapporto il capo economista del FMI, Olivier Blanchard, il nemico di tutti è la paura ormai paralizzante per tutti e, in specie la previsione per l’Italia che nel 2012 non vedrà crescere il proprio PIL  più dello 0,3%— con l’ipotesi poi anche intravista che pure al meglio nei prossimi mesi diminuirà per l’Italia la disponibilità di credito con un’ulteriore frenata alla crescita.

Preoccupa il fenomeno di una disoccupazione di lunga durata che si allunga sempre di più migliorando soltanto in pochi paesi (Polonia, Germania), tra quelli dell’OCSE— a fine 2010 ormai i 34 capitalisticamente più avanzati del mondo. Nella tabella che segue, calcolata selettivamente su dodici mesi di disoccupazione e che mette a paragone i dati a fine 2010 con quelli di fine 2007 ed esclude tra altri l’Italia (la calcoliamo qui, noi, per vostra informazione nel 2007 al 49,1% del totale dei senza lavoro diventato oggi, in pratica un 50%), l’’evidenza salta all’occhio.

Constata, commovendosi quasi, il commento originale dell’OCSE che la disoccupazione di lunga durata porta con sé, purtroppo, “la marginalizzazione dal mercato del lavoro a causa dell’inevitabile deprezzamento di capacita, abilità, professionalità” dei lavoratori coinvolti – skills come le chiama, col suo inglese un po’ claudicante, uno dei piccoli commis diventati grandi da noi al servizio dei lor signori di turno, il Docente a contratto di economia del lavoro presso la facoltà di economia della Università degli Studi di Roma a Tor Vergata, Maurizio Sacconi.

E’ un commento tanto ipocrita quanto cinico – quel che serve a richiamare la neutralità della scienza – una neutralità assai ben pagata (ai ricercatori dell’OCSE sui 5.000 € netti al mese, ai ministri in Italia, proprio se gli va male, sui 20.000…

●  I disoccupati di lunga durata (più di 12 mesi)… (istogramma)

% di disoccupazione da più di 12 mesi[17].

Fonte: OECD/OCSE, dati rev. 31.8.2011, Data on Long Term Unemployment as % of Total

 

Sono indispensabili, rileva il Fondo, mosse audaci: che nessuno prevede possibili, però,  a bocce ferme in Italia, ma neanche a livello europeo unito dove persiste la stasi totale di volontà politica  incorporata, pare, nel DNA di BCE e leadership dell’Unione ma indispensabile per ridurre i rischi di ulteriore frenata e migliorare le previsioni. In queste condizioni, aggiunge l’FMI, tutta la crescita nel mondo in questi anni, per una media globale del +4% ,verrà da Cina, India, Brasile e poche altre economie emergenti che avranno però necessariamente da pensare anzitutto a se stesse cominciando a impennarsi davvero appena adesso…

Ma ora, secondo alcune indicazioni, forse comincia a frenare un po’ anche la crescita di alcuni di questi paesi. La Cina, scrive con un pizzico di malcelata quanto malriposta soddisfazione, il NYT[18], comincia a veder rallentare il vasto settore manifatturiero e calano, leggermente, gli ordini in particolare quelli dall’estero vista la crisi che affligge di brutto tutti gli altri. E comincia, dicono gli americani che se ne intendono, anche a perdere un po’ d’aria la bolla speculativa edilizia, anche se resta un livello elevato d’inflazione per i consumatori.

Tutto vero, sembra proprio, ma tutto letto in maniera come dire un tantino esasperata: di chi nell’occhio ha conficcata una trave di dimensioni giganti e, mal comune che sarebbe mezzo gaudio, vede il rametto nell’occhio del vicino: dopotutto, in America i prezzi ad agosto salgono del 3,8% e la crescita nel secondo trimestre è ben sotto l’1%: inflazione vera, dunque, al -3%; in Cina il PIL è a un + 9,1 e l’inflazione è, sempre ad agosto, intorno al 6%: con la differenza, dunque,  qui tra i due dati a +3% a favore di una crescita reale…

In ogni caso, ci sono grandi ostacoli da superare per ridare fiducia all’economia americana e a tutta quella del mondo. Pare – dice un osservatore che era presente – che,  sottovoce, a Blanchard sia quasi sfuggito che “senza rapide e radicali misure, è la prosperità del mondo intero che rischia di andare bruciata almeno per una generazione”. E un altro commentatore, col quale spesso ci troviamo d’accordo[19], enumera cinque tra questi principali ostacoli. Nell’ordine, così come lo delinea lui:

1. La crisi del debito europeo: il primo punto perché, forse, è quello più immediatamente incombente: paura per i debiti greco e portoghese e irlandese, timori su quello italiano e spagnolo (di ben altre dimensioni e portata tra l’altro: e, per quello che ci riguarda, gestito con un dilettantismo che lo stesso WSJ[20] dichiara ormai pericoloso non solo per noi ma per tutta l’Europa), il costo stesso ormai di assicurare le banche contro il fallimento in crescita, le esitazioni sull’intervento comune e integrato che sarebbe ormai indispensabile per l’aspetto di maggiore unità politica che l’Unione verrebbe ad assumere.

   Perché non bastano più soluzioni d’emergenza, l’unica che tiene ormai è una soluzione forte, per esempio quella ipotizzata col bond europeo e un passo più deciso verso una politica comune. Ma non si riesce proprio a capire se se ne farà davvero qualcosa.

   Intanto, però, a fine settembre, in una nervosissima seduta a Washington del FMI[21], è venuto fuori quello che per ora resta, però, solo un ectoplasma di piano che, di per sé, però, sembra aver qualche senso.

   Nei fatti si tradurrebbe nella dimidiazione dei debiti greci verso le banche tedesche e francesi ripetendo in buona sostanza l’operazione di assorbimento, parziale ma consistente, dei debiti da parte del pacchetto che di salvataggio, dunque, fu tale nei confronti di chi deteneva il debito greco, le banche, molto più che della Grecia stessa.

   Poi si tratterebbe di rifinanziare le casse della BCE, più esattamente l’ESFS, il Fondo finanziario europeo di stabilità salvaeuro con qualcosa che ormai, invece, dei 440 miliardi di € iniziali si avvicinerà alla fine a 2 o 3.000 miliardi di €: quello che è stato chiamato il firewall, il muro tagliafuoco, a difesa dei debiti sovrani di Portogallo e Irlanda e, forse, anche di Spagna e Italia.

   Ma non è detto che, alla fine, poi, qualcosa ne venga fuori davvero.

2. Il mercato edilizio statunitense: che nel corso del quinquennio passato ha registrato una perdita di valori superiore a quella sperimentata negli anni della Grande Depressione (1933-1938). Con un quarto della popolazione in rosso coi conti in banca e il numero delle ipoteche in aumento, i consumatori spendono sempre di meno.

   Finora la maggiore liquidità immessa sul mercato dalla Fed (con una limitata quantità di cosiddette “facilitazioni quantitative”) non si è tradotta, come nelle intenzioni, in maggiori consumi ma piuttosto in maggiori pagamenti alle banche per evitare gli sfratti alla scadenza delle ipoteche.

   Ora, un intervento federale diretto ad aiutare (prestiti agevolati) chi corre il rischio di perdere la casa sarebbe sicuramente contrastato dalla maggioranza conservatrice e reazionaria al Congresso. E questo presidente non sembra avere la forza e il coraggio – ormai è dimostrato – necessari a forzare con un atto di volontà politica forte, da tempi di guerra e da poteri dei tempi di guerra, quel blocco.

   Per cui, alla fine, la Fed annuncia[22] un piano che punta a riequilibrare il peso nel portafoglio dei suoi titoli di Stato (2.650 miliardi di $) aumentando di 400 miliardi la quota di quelli a scadenza più lunga e vendendo una quantità equivalente di quelli a breve. La speranza è che l’effetto sarà lo stesso di una facilitazione quantitativa, di abbassare i tassi di interesse sul lungo termine.

   Il problema, proprio come perle facilitazioni quantitative è che la soluzione invece  serve adesso, subito, a breve; e che, comunque, mettendo più liquidità in mano alle banche e ai grandi detentori di capitali, i redditi alti, non c’è proprio nessuna garanzia che, invece di accrescere i loro conti bancari li mettano davvero in circolo investendo e mettendosi a spendere…

3. e 4. Gli squilibri globali: le due prime ragioni della crisi globale, gli squilibri tra paesi creditori e debitori e, in sé, il sistema finanziario globalmente lasciato a se stesso. Da tutte le chiacchiere dei G-20 che vanno avanti da anni non è uscito un topolino dal buco e, adesso, il pericolo vero è che se ne esce solo con mali estremi: che siano, cioè, i paesi debitori a tentare di uscirne deflazionando le loro economie; o, invece, quelli creditori reflazionandole, cioè rilanciando la loro inflazione.

   E non si sa, francamente, quale soluzione sarebbe peggiore, più squilibrante. Ci vorrebbe, invece, che per esempio il primo paese creditore, la Cina, aumentasse i suoi prezzi alzando un po’ il proprio tasso di cambio e l’America, il debitore più grosso, svaluti un po’, deliberatamente, il suo dollaro.

   Nello scorso triennio la maggior parte delle banche hanno rafforzato le proprie riserve—a parte la questione del come lo hanno fatto, infatti, questa è una buona notizia. Ma non c’è ancora il flusso di credito che solo può generare una ripresa significativa. E non hanno che iniziato, a mettere in atto, tra mille esitazioni, le riforme e la regolamentazione dei mercati finanziari per prevenire, nel futuro prossimo venturo, un altro scatenarsi delle speculazione— e questa è davvero una pessima notizia.

   Poi diventa chiarissimo che quanto soprattutto interessa alle banche è poter continuare a fare quello che vogliono, quando e come vogliono, senza lacci e lacciuoli. Dice chiaro Josef Ackermann, il presidente della Deutsche Bank[23] – che malgrado il nome è una grandissima banca d’investimento privata e, ovviamente, tedesca – che:

• molti grandi istituti di credito europei “crollerebbero” se dovessero essere obbligati come sembra volere l’Europa a scrivere nei libri il valore reale, rivalutato, dei debiti sovrani di cui possiedono pezzi nominalmente molto più importanti di quello che sono davvero: per cui non vanno obbligate a dire la verità;

• che, a sconsigliare di regolare le banche, c’è la “nuova normalità della volatilità e dell’incertezza” dei mercati: per cui bisogna lasciarle libere semmai di autoregolarsi;

• e che la proposta di Christine Lagarde, la nuova “capa” del Fondo monetario, di obbligare le banche a ricapitalizzarsi è controproduttiva: per cui va respinta.

   Insomma: clienti, e governi, lasciate lavorare noi, i manovratori! vi abbiamo appena dimostrato, no?, quanto bravi siamo…  

5. Il prezzo del petrolio: nei mesi recenti è calato sull’onda generalizzata di un rallentamento della crescita e della produzione, ma un barile di Brent – la qualità leggera di greggio dal Mare del Nord, dalla Libia e dal Medioriente più diffusa in Europa – oggi si vende ancora a 110$ al barile, a cinque volte il prezzo di dieci anni fa. L’aspettativa generale per i prossimi mesi è per un calo ulteriore, ma contenuto, del prezzo dell’energia, che dovrebbe perciò incrementare il potere d’acquisto dei consumatori.

   Ma un qualsiasi ritorno alle prezzature a loro estremamente favorevoli degli anni ’90, quando il barile si vendeva a 10$ sembra impossibile.

A fronte di questi cinque ostacoli principali da superare – la crisi del debito sovrano in Europa; un mercato edilizio disastrato in America; una valuta cinese sottovalutata e un dollaro sopravvalutato; un sistema bancario disfunzionale e ancora selvaggio; e prezzi del petrolio comunque elevati – la necessità è quella di muoversi per rimettere in moto la ripresa. Subito. Adesso. L’economia globale è in stallo: non ci vorrebbe molto – un’altra “guerricciola”, diciamo – per arrivare al crollo.

Cambia la gerarchia della competitività[24] tra le grandi economie del mondo, secondo la classifica che di si dà la pena di stilare ogni anno il World Economic Forum seguendo criteri e parametri di assoluta osservanza delle regole del cosiddetto libero mercato, quelli  discutibili ma generalmente accettati nell’economia di stampo capitalistico.

Gli Stati Uniti perdono posti in classifica (a causa della sfiducia politica e dell’inefficienza dell’apparato pubblico, dicono gli analisti del Forum) e migliorano i mercati “emergenti” con le economie europee che continuano, malgrado problemi e interrogativi, a dominare la lista di quelle più concorrenziali del mondo.

La Svizzera è 1a per il terzo anno consecutivo e per il terzo anno di seguito gli USA perdono terreno. Al 2° posto Singapore scavalca la Svezia. Poi la Finlandia è 4a, la Germania 6a, l’Olanda e la Danimarca seguono e la Gran Bretagna è 10a, con la Francia che arriva 18a, l’Italia 43a e la Grecia, a questo punto, che scende al 90° posto.

La Cina è al 24° rango, sale di un livello ed è il primo dei grandi paesi emergenti, 50° è il Sudafrica, 53° il Brasile, 56a l’India e la Russa arriva 66a. Il Giappone è 9° e Hong Kong arriva all’11° posto.

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

In Libia, la conquista di Tripoli a fine agosto – l’inizio della fine per Muammar Gheddafi – ha coinciso, non proprio casualmente, col sorgere di problemi seri per il Consiglio Nazionale di transizione, cioè per il nuovo regime. Il principale, sul piano pratico ma anche politico – prima, con lui, non era mai successo… – è stata l’interruzione del flusso dell’acqua corrente[25] per quasi due milioni di abitanti, iniziata il giorno dopo che i ribelli sono entrati in città il 21 agosto e durata per molti giorni: alla fine della prima settimana di settembre pare – pare: lo dice non si sa bene con quale affidabilità Osama el-Abed, che i ribelli hanno messo a fare il vice sindaco di Tripoli – che sia stato restaurato al 70% il flusso normale dell’acqua nella capitale[26]... anche se ancora con molte irregolarità.

E il timore è che non si tratti di episodi subito superabili perché la causa potrebbe essere l’interruzione, di natura sconosciuta anche se ragionevoli sospetti ne collocano l’origine nelle roccaforti del rais, a Sirte o a Sabha, del Grande Fiume Sotterraneo che dal Sahara, costruito sotto Gheddafi, aveva regolarmente approvvigionato di acqua la costa libica (3/4 delle risorse idriche di Tripoli vengono di lì). Si potrebbe trattare di sabotaggio perpetrato dai gheddafisti, che non sono certo scomparsi, lungo i 600 km. di condutture. Sul fatto opinano molti e qualcuno si dice assolutamente sicuro. Ma, poi, ci sono anche altri problemi a complicare il primo mese di direzione del CNT[27].

●Un fortissimo elemento di scontento che si manifesta proprio ai vertici della coalizione è l’opposizione dura alla designazione nel nuovo governo, come responsabile della sicurezza, del gen. Albarrani Shkal, uno che ha sempre lavorato prima in posizioni non proprio subordinate nella repressione contro i ribelli a Misurata. E sono proprio loro, adesso, quelli di Misurata a protestare fieramente.

C’è anche maretta, all’interno, e soprattutto forte preoccupazione tra gli alleati, per la nomina a comandante della piazza militare di Tripoli di Abdel Hakim Belhaj che, nel recente passato, era stato a capo dell’ormai disciolto Gruppo islamico libico di combattimento che ha guerreggiato a lungo a fianco di al-Qaeda in Iraq e in Afganistan. E l’assicurazione data pubblicamente da Hakim (“non abbiamo mai sostenuto né mai sosterremo quelli che chiamano terroristi”, è formulata in modo talmente ambiguo da soddisfare davvero  pochi.

Del resto, Belhaj che – almeno così dice lui, senza però trovare smentita alcuna  – è stato torturato dalla CIA nel 2004, dice adesso di poter collaborare e di aver collaborato da quando è tornato in Libia con chi lo ha torturato perché, in fondo, l’obiettivo che avevano era comune: sbarazzarsi di Muammar Gheddafi[28]. Già… e adesso?

Ancora problemi di mancanza di sintonia e di vera e propria discordia nello schieramento dei vincitori, dall’appello – pubblico comunque – alle dimissioni in blocco di tutta la dirigenza del CNT lanciato di un famoso comandante militare islamico che si è battuto nella difesa di Bengasi quando Gheddafi contava e ancora – prima delle bombe NATO – vinceva. Lo ha detto, ai media libici ma anche a quelli internazionali, Ismail al-Salabi[29] – che, fino a  non  più di un anno fa, in Afganistan si è battuto contro gli americani, con al-Qaeda e che adesso la CIA si ritrova anche lui a fianco a Tripoli: di questo Consiglio, dice, non abbiamo più bisogno e, in fondo, era costituito da “rimasugli” spesso solo opportunisti del vecchio regime…

●Un secondo motivo di forte conflittualità è dovuto a chi – parenti, amici e sostenitori – reclama i risultati dell’inchiesta, peraltro fatta a metà, sull’assassinio del gen. Abdel Fattah Younes da parte di altre fazioni. Mentre il Consiglio è contrario: per non dividere il fronte, dice, dei propri sostenitori.

Qualcosa di analogo, insomma, a quello che proprio come, dall’altra parte del Mediterraneo, stanno facendo quelli di Hezbollah, anche loro al governo in Libano e contrari a vedere sotto inchiesta – per di più nel loro caso a carattere internazionale di un tribunale dichiaratamente nemico perché apertamente di obbedienza franco-americana come la Corte internazionale criminale dell’Aja – chi tra i loro è stato accusato, probabilmente a ragione, di aver ucciso l’ex PM, Rafik Hariri…

In sintesi: il vuoto creato dall’uscita di scena di Gheddafi, viene al momento riempito da due campi polarizzati e in conflitto aperto. Il primo è il CNT, largamente composto ai vertici dagli ex gheddafisti pentiti – quelli della penultima o dell’ultima e anche dell’ultimissima ora (ministri, famigli, consigliori e anche torturatori per anni per conto del rais) – che hanno il sostegno della NATO.

Questi derivano potere e  influenza dal sostegno delle capitali occidentali. Risultando, perciò meno accetti e magari anche sospetti a Russia e Cina, all’Africa e in generale al Terzo mondo in generale. Il secondo schieramento che si contende il potere è formato dai comandanti e dagli esponenti politici che, come al-Salahbi e Belhaj, con gli anziani delle tribù e gli esponenti religiosi, hanno giocato il ruolo principale sul campo, a livello locale, nella liberazione delle varie città dal controllo del regime.

Sono questi che hanno adesso formato, appunto sul campo, con le loro migliaia di combattenti e attivisti, i comandi dei consigli militari che di fatto controllano il territorio senza (ancora?) arrivare a rompere formalmente col CNT e i suoi emissari. Non sono pochi tra loro ad esprimere la convinzione – e a supportarla anche con qualche documentazione che nel tempo si farà più abbondante e mirata – che aver accelerato i tempi dell’offensiva finale contro il parere del CNT e della NATO ne ha frustrato, conquistando rapidamente terreno in tutto il paese, i piani inconfessati ed inconfessabili: della spartizione tra est e ovest, lasciando Tripoli a un Gheddafi ridimensionato con Bengasi agli insorti e la linea divisoria di una Libia spaccata in due grosso modo all’altezza di  Brega.

Insomma, non ci sarà pace presto per la Libia[30]. Tra questi conflitti, il primo neanche latente ormai, e quello più sordo ma già anche evidente tra le volontà e gli interessi di tutti quelli che dall’estero hanno detto la loro per poter difendere oggi, al meglio, i propri interessi: che, al dunque, ruotano tutti e sempre intorno al petrolio. Ci sono

• i francesi— che rivendicano la primogenitura nel forzare la costituzione dello schieramento alleato contro Gheddafi;

• noi italiani— che amici più schiacciati di tutti su Gheddafi ieri, abbiamo cambiato campo appena in tempo e, comunque, continuiamo – si parla del governo, ovviamente – a considerare la Libia un po’ come il nostro cortile di casa;

• gli inglesi— che nel bombardare sono stati in prima linea e si preoccupano adesso, in sostanza solo di salvaguardarsi i contratti;

• i turchi— che, avendo mantenuto una linea interventista più bassa e politicamente avveduta, attenta non solo al CNT ma anche al contatto con gli insorti sul campo, puntano a rivivificare in qualche modo una loro presenza in quello che un secolo fa era l’impero ottomano (per quasi quattro secoli il potere egemone, del resto, in tutto il mondo arabo);

• i russi e i cinesi— che al momento sembrano qui i perdenti maggiori, ma hanno tutte le intenzioni – e i mezzi – per farsi sentire;

• e, infine, certo, gli americani— se sapranno controllare le loro pulsioni a immischiarsi in modi fuori tono e sopra le righe nei fatti degli altri— ma con la perfetta coscienza che a sbrindellare Gheddafi sono state anzitutto, nei primi giorni della guerra, e spianandola agli altri le loro armi: quelle che solo loro potevano schierare, aerei anticarro e antibunker, centinaia di missili Cruise lanciati al sicuro da decine di km. al largo nel Mediterraneo…         

●Al contempo, un forte appoggio politico e, forse, se domani poi diventerà un fatto, lo sblocco dei fondi libici congelati nelle banche occidentali, anche un appoggio finanziario, arriva alla nuova dirigenza, al CNT, dal “Gruppo di contatto” che il 1° settembre si riunisce a Parigi, stavolta con la partecipazione della Russia, della Cina e della Germania (i tre grandi Stati che, all’ONU si erano opposti all’intervento militare.

Ma, come già rilevato, il CNT sta passando per serie difficoltà. Le forze fedeli a Gheddafi, intorno al 20 settembre, costringono a ripiegare – “nel caos” annota la “Reuters” – quelle ribelli che stavano vantando ormai come  conclusivamente vincente il loro assalto alle poche ridotte ancora in mano ai lealisti. E, soprattutto, non riesce a mettersi d’accordo sulla formazione del nuovo governo respingendo buona parte delle candidature presentate dal primo ministro Jibril, inclusa pare anche la sua[31]. A fine settembre, per l’ennesima volta, così Jibril annuncia che la decisione viene rinviata a quando il paese si sarà definitivamente liberato di Gheddafi e dei suoi… Insomma, forse, campa cavallo…

●La Russia, per parte sua, che col presidente Medvedev aveva appena finito di precisare che non avrebbe riconosciuto ufficialmente nessuno in Libia finché non fosse stato chiaro che i ribelli erano in grado di unificare il paese sotto la loro leadership e non prima, aveva chiaramente premuto per un’uscita negoziata dalla crisi che non è, ovviamente, andata a buon fine.

Adesso, Posolsky Prikaz, il ministero degli Esteri rende ufficialmente noto – rilevando come è dal 4 settembre 1955, prima di Gheddafi, con re Idriss, che le relazioni tra i due paesi vengono mantenute e mai sono state rotte con qualsiasi governo fosse al potere a Tripoli – che, adesso, per questo tocca al CNT[32]. E anche la Cina, alla fine, dicendo di leggere gli sviluppi della situazione come una scelta che il popolo libico sta ormai realizzando, o ha già realizzata, riconosce il CNT[33].

●D’altra parte i russi, Gazprom, firmano subito con gli italiani dell’ENI – col beneplacito, si spera almeno tacito, dei libici – lo scambio da tempo discusso e proposto del 33% della quota totale, cioè metà di quella italiana, del giacimento petrolifero conosciuto col nome di Elefante − situato nel deserto sud-occidentale libico nel Bacino di Murzuq, per una partecipazione a progetti di sviluppo nei giacimenti siberiani del nord-ovest di proprietà della compagnia del gas dell’Artico, una delel diverse filiali  di proprietà di Gazprom[34].

La notizia sembra attestare una qualche ripresa di controllo effettivo sulla risorsa petrolio da parte del nuovo regime libico. E l’impressione si rafforza con l’altra notizia che, a fine settembre, l’ENI ha ricominciato ad estrarre greggio da alcuni dei giacimenti che gestisce nel paese, in particolare da quelo di Abu-Attifel. Anche la Total francese riprende a tirar fuori petrolio da una sua piattaforma off-shore. Ma l’ENI resta, allo stato – potenzialmente perché ha sempre bisogno del costante gradimento dei nuovi poteri libici – il maggiore attore straniero nell’industria petrolifera del paese.

L’ENI informa[35] del fatto che la produzione oggi è di appena 31.900 barili al giorno e dell’intenzione di aumentarla del volume necessario a riempire, e mantenere pieno, cioè a far funzionare su base regolare, l’oleodotto che serve il terminal di Zuetina (Az-Zuwaytinah, nei pressi del porto di Adaybiya, sulle sponde orientali del golfo della Sirte).

Il petrolio libico costituisce appena il 2% della produzione petrolifera globale. Ma si tratta di un petrolio di altissima qualità, col prezzo di estrazione comparativamente inferiore a molti altri e con riserve sotto la sabbia (letteralmente) che sono addirittura stimate sopra quelle dell’Arabia saudita. Per cui l’attenzione e la preoccupazione dei mercati su flussi e prezzi è altissima anche sulla Libia.

●Anche l’Algeria, ormai, si dice pronta a riconoscere come legittimo un governo nominato dal CNT ma lo farà ufficialmente solo quando, come il Consiglio stesso ha annunciato di voler fare, esso sarà rappresentativo di tutte le regioni e, in qualche misura, sufficientemente “inclusivo” delle tendenze varie che legittimamente aspirano a trovarsi in esso rappresentate: lo annuncia il ministro degli Esteri Mourad Medelci[36], citando l’emittente francese Europe 1 dove chiarisce anche che il suo paese non ha offerto alcun asilo né alcun salvacondotto, né asilo politico a Muammar Gheddafi, personalmente.

●Il CNT risponde, un po’ a tutti, tratteggiando un suo piano di transizione alla democrazia, ha detto, di 20 mesi[37] e lo riferisce ala BBC inglese l’inviato del Consiglio stesso a Londra, Guma al-Gamaty. Il CNT completerà presto il trasferimento a Tripoli e resterà al governo per i prossimi otto mesi (ma, intanto, a fine settembre, ancora non sono neanche riusciti a concordare tra di loro la nomina di un governo provvisorio vero è proprio. Però, dicono che, dopo quegli otto mesi – che non  hanno nessun’idea da quando far cominciare – lo sostituirà un Consiglio direttivo di 200 componenti, eletti direttamente col compito di redarre una bozza costituzionale.

Essa sarà discussa in tutto il paese e sottoposta, poi, a referendum. E, entro un anno dall’elezione dei 200 che redigono la Costituzione, saranno tenute le elezioni generali, parlamentari e presidenziali, con ogni probabilità nei primi mesi del 2013. Ma è un processo che potrà cominciare di fatto, come è ovvio, quando sia Tripoli che la altre città libiche potranno godere di stabilità e sicurezza.

Intanto, nella sua prima uscita a Tripoli, il capo del CNT Mustafa Abdel Jalid, indirizzzandosi alla folla riunita sulla piazza dei Martiri., già piazza verde, nel centro della capitale, chiede al popolo di costruire uno Stato basato sulle regole  del diritto— cioè, spiega, su una legislazione fondata sui princìpi della shari’a: il diritto islamico[38].

Nel frattempo emerge – da carte ritrovate un po’ come per caso e nel caos del cambio del regime a Tripoli, oltre che da testimonianze a conferma di quel che, del resto, già ben si sapeva – che la CIA lavorava da anni a strettissimo contatto coi servizi segreti di Gheddafi cui, regolarmente, da anni “passava” suoi prigionieri sospetti di terrorismo, dice il falso ingenuo che ne scrive sul NYT[39], “malgrado i sospetti” che su quei servizi segreti cadevano di facile ricorso alla tortura e noi scriviamo, invece – ma si sa che noi siamo maligni – proprio perché quella era la fama di quei servizi segreti…

E naturalmente viene anche fuori conferma che tanto la CIA quanto i servizi segreti britannici, l’MI6, hanno fornito aiuti non irrilevanti ai servizi di Gheddafi per catturare e trasferire loro dissidenti e oppositori libici[40]: come aveva appena testimoniato l’attuale comandante della piazza militare di Tripoli e nuovo capo della sicurezza dei ribelli Abdel Hakim Belhaj, quando aveva denunciato di essere stato prigioniero e torturato proprio dalla CIA[41].

Intanto, a fine mese i “vincenti” non sono riusciti neanche a iniziare la conclusione della vittoria spazzando via i rimasugli dei perdenti: che, in realtà, si mostrano estremamente resistenti e coriacei e decisi a difendere Gheddafi vendendo carissima la pelle: da soli, ormai, quasi contro il mondo…

In Egitto è stato alla fine deciso che le elezioni per la Camera dei deputati si terranno il 21 novembre. Poi cambiano e si dice il 28, mentre quelle per il Senato saranno celebrate, sempre si dice, il 22 gennaio. Saranno le prime dopo la rivoluzione che sette mesi fa cacciò via Mubarak. L’esercito ha annunciato che la decisione non ancora formalizzata (perché?) verrà presto ufficializzata[42].

●Comincia a formarsi ancora una volta, tra i giovani che diedero vita a inizio anno alla rivoluzione, un clima di protesta per ora ancora sorda, o non proprio visibile, ma pronta anche, ormai, in ogni momento a esplodere per come silenziosamente l’esercito sta guidando la transizione alla democrazia: rimettendo silenziosamente in vigore la legislazione d’emergenza, lasciando riprendere la pratica della tortura da poliziotti e forze di sicurezza, procedendo di nuovo ad arresti su basi di massa, con la motivazione di proteggere così la democrazia[43].

A fine settembre torneranno a manifestare sulla piazza della Liberazione, con una grande protesta di massa – l’aspettativa è, ancora una volta di mettere insieme un milione di egiziani – molte voci dell’opposizione – dal movimento 6 aprile – l’anima, diciamo pure, “spontanea” della rivoluzione che non s’è affatto sciolta – a molte personalità eminenti – ElBaradei, l’ex capo dell’AIEA dell’ONU che si distinse per le sue prese di distanza da Bush (quando pretendeva di fargli dire delle armi di distruzione di massa di Saddam che non c’erano), Amr Moussa, ex segretario della Lega araba, fino al partito del Centro— al-Wasat, che uscì nel 1996 su posizioni meno fondamentaliste e più politiche, da sinistra, dalle fila della Fratellanza mussulmana.

●Le parole d’ordine della protesta (“Riprendiamoci la Rivoluzione”)sono due e la prima, l’annuncio definitivo di tutte le date delle elezioni, viene intelligentemente subito depotenziata – ma con una furbizia troppo vistosa per passare davvero inosservata – dall’annuncio della giunta militare[44] di fissarne e annunciarne ufficialmente subito il calendario: in tre tappe per l’assemblea del popolo, tra il 28 novembre e il 10 gennaio.

Il primo round di elezioni, anche qui in tre stadi, per il Consiglio della Shura, il senato, sarà al 29 gennaio e si completerà l’11 marzo. Prima seduta del parlamento il 17 marzo e della Shura il 24 dello stesso mese.

La seconda richiesta chiede la fine per referendum popolare, cioè definitiva, della legislazione d’emergenza ripristinata dopo essere stata cancellata dalla giunta militare[45]. Ma di questo per ora non si parla: è lo strumento principe col quale i militari controllano, infatti, ancora il paese. Così come nel calendario delle elezioni c’è sempre – e qui ora sarà concentrata la protesta popolare – il buco sulla data per le elezioni presidenziali.

Che sole potranno porre fine all’attuale dominio della dirigenza militare che a febbraio, mise d’autorità e col sostegno popolare il vecchio Mubarak sul volo dell’esilio interno, non consentendogli però di scappare anche lui in Arabia saudita.

●Protesta subito, anche se non punta – per ora – a manifestazioni di piazza, o a unirsi a quelle di altri, la Fratellanza mussulmana[46] – che, comunque, lascia individualmente liberi i suoi aderenti di farlo – contro una legge elettorale considerata sbagliata perché consente anche la presentazione di candidature “libere”, non legate a nessun gruppo o partito per le elezioni parlamentari di novembre, così consentendo nei fatti l’entrata in parlamento di lealisti più o meno mascherati dell’ex presidente Mubarak, anche di ex membri del suo partito, ora disciolto.

E non gradisce troppo neanche il protrarsi “abnorme” del processo elettorale che di fatto garantisce la permanenza del potere militare almeno per un altro semestre, in pratica fino almeno a metà del 2012.

Il partito di Libertà e Giustizia che alla Fratellanza mussulmana è stato consentito di fondare a marzo scorso come proprio braccio politico concorrerà per il 40% dei seggi in palio in questa prima occasione.    

Il conflitto in Siria va avanti tra alti e bassi, ondate di repressione e tentativi di irsutissimo dialogo tra interlocutori che ormai non hanno più alcuna fiducia nell’altro. Però, anche qui, difficilmente potrà ancora trascinarsi a lungo[47].

Anche se una straordinariamente utile testimonianza del NYT dalla capitale siriana – straordinaria perché, una volta tanto, verificata sul posto, non affidata solo ai punti di vista soggettivi e speranzosi di chi si ribella e usa Twitter o filtra, e magari anche inventa da Londra invece che da Damasco – semina un po’ di dubbi sulle speranze di chi, troppo frettolosamente forse, sta già seppellendo Bashar Assad.

A Damasco – scrive quello che resta il maggiore e, malgrado certi suoi momenti di cecità dovuti alla propria crassa, e ingenua spesso, “americanite” acuta, forse il migliore quotidiano del mondo – la gente non parla della rivolta ma della lacca da unghie o della grandezza del chiodo che serve per attaccare il calendario in cucina”. Qui, a dire la verità com’è, la rivolta neanche si intuisce…

E Damasco (2 milioni e mezzo di abitanti sui 22 milioni del paese in totale), “dalle boutiques ai negozi del bazaar, dai sobborghi sonnolenti alle moschee impaurite”, almeno secondo questa testimonianza mai supportata peraltro in questa annotazione che resta del tutto contraddittoria di un articolo – non firmato, peraltro, e perciò anche qui come da noi più autorevole – che sembra “resta la chiave di volta di tutto, come riconoscono gli stessi attivisti”, cioè a dire gli stessi ribelli. Se la protesta non raggiunge la capitale – e non ce n’è neanche il minimo segno – “non  ci sarà niente da fare[48]”.

La scelta… (vignetta)

VATTENE ! ASSAD                                                Bastone o carota?

Fonte: IHT, 18.9.2011, R. Chapatte

Ora, sarà da osservare con particolare attenzione se qualche crepa si manifesterà nel campo della comunità alawita, in modo speciale nei ranghi degli ufficiali superiori alawiti al comando dell’esercito e nelle alte gerarchie della capitale ma anche nella cerchia dei piccoli e medi commercianti e del mondo degli affari: le due grandi roccaforti del potere di Bashar al-Assad. Se iniziano a vedersi crepe su qualcuno di questi fronti che ancora lo puntellano, diventa più probabile un qualche tentativo di golpe.

E, infatti, a Damasco, nella cerchia dei fedelissimi, comincia a manifestarsi qualche allarme quando tre eminenti e noti esponenti religiosi alawiti della città di Homs rilasciano una forte denuncia della repressione condotta dal regime contro gli oppositori con l’accusa – che, che definiscono pura invenzione riportata dai media di regime – di uccisioni e rapimenti degli alawiti della città da parte dei ribelli sunniti[49].

Con la partecipazione degli alawiti, in questo paese autosorvegliatissimo, una rivolta organizzata sarebbe aempre di complessa realizzazione ma con possibilità effettive, se così radicata, di successo nello spiazzare, o anche solo cnel cominciare ad erodere dall’interno il potere del clan degli Assad. Avrebbe possibilità, in ogni caso maggiori di quelle che potrebbero mai venire da un’opposizione magari anche èpià omogenea  ms della quale, malgrado la durissima repressione subita in comune, non si scorge neanche il barlume.

Sulle sanzioni alla Siria di Assad, si è segnalata la solita ammoina italiana, per cui andiamo da sempre, ma da qualche anno poi…, famigerati nel mondo: il 2 settembre, a livello europeo passa la richiesta, anche italiana – e vociferante col solito Frattini – insieme ai falchi francesi e inglesi, di decretare l’embargo petrolifero contro la Siria. Ma, tanto per cominciare, Damasco, nel 2009 esportava solo lo 0,5% della produzione mondiale e di essa (ahi! ahi!) di circa il 90% e di cui l’import italiano rappresenta quasi il 40%[50].

Si è accorto poi, Frattini, chiedendo un’eccezione conseguente, essendo stato deciso e annunciato che l’embargo avrebbe dovuto scattare al 15 ottobre, che però l’ENI aveva già pagato in anticipo, come si fa coi contratti petroliferi, l’import di novembre che le sanzioni avrebbero dovuto entrare in vigore solo un mese e mezzo dopo.

Scatenando la denuncia, luteranamente e moralisticamente intransigente, del rappresentante finlandese che si scandalizza e si mette di traverso al silenzio/assenso col quale la proroga sarebbe passata in silenzio, non rinunciando neanche a segnalare – poco elegantemente, dice… ma sicuramente azzeccandoci – che l’ambasciata italiana in Siria ha appena celebrato l’apertura – adesso, a Damasco… – di una boutique di Versace[51]— oltre che stilista di fama anche deputato di nessuna fama del PdL…

E, così, di fatto Frattini è costretto ad accontentarsi alla fine di uno sconto di soli quindici giorni— nella speranza che l’ENI riesca a convincere – coi suoi mezzi… – Assad ad accelerare le consegne di tutto il greggio che ha già pagato, pur dicendogli che poi basta! Si può fare, si può fare… basta pagare, magari ad personam.

●In ogni caso, e con tutta probabilità, molto più efficace potrebbe essere ora nel premere su al-Assad l’appello del presidente iraniano, in apparenza improbabile ma motivato forse dalla paura del contagio. Mahmoud Ahmadinejad, che finora aveva appoggiato il regime di Damasco e rivolto i suoi appelli esclusivamente ai ribelli perché deponessero le armi e accettassero il dialogo offerto ad Assad, adesso è al presidente siriano che fa invece appello, direttamente e pubblicamente, perché, dice, “metta fine alla repressione violenta e riformi il processo politico interno[52]”.

Una soluzione militare del resto – aggiunge – non è mai una buona soluzione”. Che, naturalmente, non può non sollevare qualche perplessità visto come a casa sua ha provveduto, nel 2009, a reprimere le contestazioni di massa contro la sua rielezione. Anche se la sua repressione non fu fatta fare all’esercito ma alle forze di polizia e alle milizie fedeli al regime.

Per Teheran, d’altra parte, la preoccupazione si capisce bene visto che il legame con gli alawiti di Siria è l’unico con un altro regime che nella regione veda insediati al potere dei mussulmani sciiti: qui minoritari, certo, mentre in Turchia e in Arabia saudita al governo ci sono i sunniti, la grande maggioranza in quei paesi, anche se tra loro di natura enormemente diversa.

Adesso, il governo di Ahmadinejad ci tiene a prendere qualche distanza. Propone – è vero, senza grande eco immediata – di ospitare un incontro straordinario fra tutti gli Stati islamici disponibili per aiutare la Siria a risolvere le sue differenze interne[53] e dar vita a riforme serie, a partire dal giudizio che, secondo lui, dovrebbe essere a tutti comune che il fattore al momento più importante è evitare altri scontri di piazza nel paese. C’è anche da rilevare, sottolinea il presidente iraniano, che se “qualche paese” (non identificato, però) continuasse a mandare armi alla Siria (anche qui, però, non spiega a chi: ribelli o regime?) non aiuterebbe a risolvere il problema.

Non pare, comunque, che Assad stia avendo la meglio in modo definitivo sull’opposizione siriana, per frantumata che sia. Lo indica adesso l’ammissione pubblica fatta, per la prima volta, da Mahmoud al-Zahar portavoce principale di Hamas – l’ala politica di cui su Damasco e il suo regime si è sempre appoggiata, e non solo politicamente, dopo essere stata espulsa nel 1999 da Amman, nella sua lotta contro Israele – di star effettivamente prendendo in considerazione lo spostamento del proprio quartier generale – che finora aveva sempre sdegnosamente smentito – da Damasco al Cairo[54].

In Egitto, in effetti, dal punto di vista di Hamas, con il post-Mubarak sembra sparita, anche già solo con questo governo transitorio e ancora condizionato dal passato, l’ostilità sorda a una resistenza palestinese “attiva” dovuta agli stretti legami che il vecchio rais aveva tessuto, di “complicità” e di dipendenza, con Israele e gli Stati Uniti. mentre in tutta la Siria sta diventando forte il “disagio per tutti i palestinesi”.

●D’altra parte, Ammar Qurabi, il capo della delegazione dell’opposizione siriana, che a Mosca ha incontrato la Commissione Esteri della Duma, il parlamento, ha chiaramente e pubblicamente riconosciuto che la situazione nel suo paese è “in stallo totale[55]” col presidente che insiste a chiedere ai ribelli di deporre le armi e l’opposizione che chiede a lui di andarsene. E ha anche espresso mille dubbi sulle sanzioni[56] dicendo che per essere davvero di qualche efficacia devono colpire economia e popolazione tutta e non possono comunque essere mirate soltanto agli Assad.

Non l’ha fatto, ma avrebbe ben potuto ricordare – come bisognerebbe fare con chiunque parli in giro di sanzioni con grande legerezza – dell’indimenticabile e spaventosamente terrificante intervista della segretaria di Stato di Bill Clinton, Madeleine Albright del ’96 che, avendoci preso l’orrido gusto bombardando e sanzionando la Jugoslavia, all’intervistatore che le faceva notare come la conseguenza diretta delle sanzioni contro l’Iraq di Saddam dopo la prima guerra del Golfo fossero stati mezzo milione di bambini morti non negò né ridimensionò niente. Rispose soltanto, con la sensibilità da vecchia e cinica baldracca che tutte le ha viste: sì, certo, ma penso sia un prezzo ch vale la pena pagare” Certo finché a pagarlo, però, sono i nipotini degli altri[57]

Il presidente della Commissione della Duma, Mikhail Margelov, prende atto della posizione intransigente confermata dagli interlocutori siriani ma anche, tiene a sottolineare dell’ “onestà politica” cin cui nei fatti riconoscono come al potere resti sempre saldamente Bashar al-Assad e  insiste per uno sforzo di “riconciliazione” tra le due ali in cui oggi si spacca il paese.

Da parte sua, e a scanso di equivoci, il presidente della Repubblica federata di Russia, Dmitry Medvedev, evidenziando che la situazione in Libia ormai rende inutile polemizzare, sottolinea[58] puntigliosamente, però, che “la Russia resta del parere che il mandato della Risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza era stato forzato e violato” dalla NATO. “E noi non vogliamo – dico anzi che ci opporremo se qualcuno ci provasse – che, adesso, possa accadere qualcosa del genere per la Siria.

   Certo che vediamo bene i problemi di quel paese, l’uso sproporzionato della forza e il numero elevato di vittime negli scontri… Ne ho ripetutamente e personalmente discusso col presidente Bashar al-Assad, anche assai di recente… ma sono convinto che le risoluzioni che dovessimo adottare [in Consiglio di Sicurezza], per mandare un messaggio forte e efficace alla leadership siriana, dovrebbero essere rivolte a entrambe le parti visto che la situazione sul terreno è tutt’altro che chiara…

    Su questa base, secondo noi, non si giustifica una condanna unilaterale rivolta al governo e al presidente Assad. Bisogna mandare un messaggio convincente alle parti in conflitto [perché di questo si tratta: di una rivolta, anche armata, e di una repressione, anche armata] non solo di una repressione: devono sedersi e negoziare, le parti, per metter fine al bagno di sangue”.

Verso metà mese, il consigliere del presidente siriano, Bouthaina Shaaban, annuncia che per fine anno, o all’inizio del 2012, nel paese si terranno elezioni parlamentari aperte a chiunque voglia “legalmente” partecipare. Già, legalmente[59]

Una parentesi, ma di qualche rilievo. Sembra che schierata sostanzialmente compatta con il regime di Assad sia la comunità cristiana di Siria[60], un 10% circa della popolazione, forse qualcosa di meno. Il punto è che Assad è lui stesso esponente di una minoranza, gli alawiti, considerata a buona ragione più “laica” in un mare di sunniti, è uno che conoscono e in qualche modo per loro, dunque, è prevedibile. Mentre imprevedibile è e, temono, pericolosa per loro e per ogni minoranza una maggioranza compatta al potere ispirata almeno in parte da un islamismo potenzialmente revanscista.

Del resto hanno visto la minoranza cristiana in Iraq ridotta all’insignificanza numerica – meno del 3% della popolazione che era – dopo la caduta di Saddam: dispersa dalla guerra civile, costretta a sfollare e emigrare forzatamente dai massacri settari. Questo, anche, spiega anche l’appello esplicito del patriarca cattolico maronita di Antiochia, del Libano e di tutto il Levante , Mār Bishārah Butros al-Rāī , che implora a metà mese i cristiani di Siria di dare il tempo di cui ha bisogno ad Assad per fare le riforme che ha promesso di fare (accreditandone, dunque, la buona fede).

Un appello che lo ha esposto alle critiche aspre di molti suoi “fedeli” libanesi, l’ala destra dei maroniti al’opposizione: e ad avere il sostegno esplicito dell’altra fazione cristiana, ora al governo) coi primi che lo hanno accusato di aver scordato la durezza di stampo prussiano dell’egemonia siriana nell’occupazione di quasi trent’anni del loro paese: che pure tutti i libanesi avevano chiesto perché sola poteva mettere, e mise, fine alla guerra fratricida di fanatismi pseudo religiosi deliranti che aveva spaccato il Libano.

Lui ha replicato duro che molto più del regime siriano è da temere oggi una transizione in Siria che potrebbe scatenare, scatenerebbe dice, in tutta la regione una specie di guerra civile libanese vent’anni dopo… Ma senza che adesso ci fosse più a intervenire e mediare con la propria forza un regime come quello siriano. Solo il tempo dirà se ad aver ragione sarà il cardinale patriarca o i suoi avversari. Ma il cardinale, al contrario di molti dei suoi fedeli di destra che appena cade la prima bomba a Beirut già li trovi al George 5e a Parigi, ha vissuto a lungo lì, a Roma e a Gerusalemme e conosce bene tutti i soggetti in questione, compresi gli israeliani e personalmente non ha paura neanche del diavolo, sia pure sotto le vesti di Bafometto…, disse scherzando una volta quando dirigeva in Vaticano anni fa le trasmissioni della radio in lingua araba.

Anche gli Stati Uniti, del resto, dicono a fine settembre assai nettamente per bocca dell’ambasciatore a Damasco Robert Ford[61] – con un segnale volutamente inequivoco rivolto anzitutto e proprio a chi si sta ribellando in massa contro il regime di Assad ma rivolto, in qualche modo, anche ad Assad stesso – che in Siria c’è bisogno di “una soluzione siriana”, che l’opposizione dovrebbe cercare di conquistare posizioni lavorando col e sul regime e non aspettare certo aiuti da fuori. E’ la posizione che da sempre aveva perorato la Rusia, anche  dire il vero per la Libia stessa.

Ford sostiene che il movimento “filo-democratico”, ma che forse sarebbe più corretto chiamare antiregime non ha ancora preso le armi— e non è così: ma certo è che non le ha prese con l’organizzazione e il sostegno con cui le ha prese in Libia. Riconosce che, non fosse altro che per autodifesa, molti ribelli si sono armati e hanno fatto fuoco contro truppe e polizia. Conclude consigliando ad Assad di cambiare tattica se non vuole rischiare che una repressione ancora più radicale porti a conflitti ancor più violenti e di stampo sempre più apertamente settario. Ma la novità vera dell’intervista è nella chiarezza con cui Ford annuncia ai siriani – a tutti i siriani – che aerei dell’America e della NATO non arriveranno a bombardare la Siria.

L’ambasciatore Ford, che è un noto arabista, studioso di cose arabe e diplomatico di lunga carriera, ricorda che la Siria non è la Libia perché molto più del deserto dell’Africa occidentale, è piena di grandi diversità etniche e religiose e confina con Stati essi stesi instabili e travagliati come l’Iraq e il Libano che hanno spesso la sua stessa variegata composizione etnica e settaria… per non parlare dei confini che ha con Israele e del territorio suo che Israele occupa. E una guerra civile a fondo del tipo di quella libica in Siria, se poi fosse anche complicata da interventi esterni, potrebbe infiammare e travolgere tutta la regione…

E mentre, sulla base di queste premesse, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è paralizzato – nessuna sanzione, nessuna pensabile risoluzione contro la Siria – è proprio la Turchia, che a lungo ha difeso Assad facendogli credito della buona volontà di fare riforme, a manifestare sempre minore pazienza accennando a sue specifiche sanzioni commerciali contro Damasco perché Assad resiste ciecamente – afferma Erdoğan – all’effettiva riforma del suo regime e non allenta la morsa repressiva[62].

Provando ora a frenare richieste e tumulti di quanti, e non pochi, anche in Algeria reclamano, non sempre a voce riguardosa, più libertà, il presidente Abdelaziz Boutefkika, ha “messo allo studio” piani per consentire di operare liberamente a stazioni radio e televisive private— dette, naturalmente, libere: come se i due aggettivi coincidessero…, ma in ogni caso senza supervisione e controlli governativi a priori[63].  Se il progetto è serio – e se va a buon fine: e non è per niente sicuro – sarebbe la prima volta dall’indipendenza del 1962: quando però non c’era da nessuna parte alcuna stazione indipendente…

Nello Yemen, dopo che una missione dell’ONU ha constatato lo stato di quasi guerra civile[64] tra governo e ribelli – per togliere il quasi i morti dovrebbero essere evidentemente migliaia e non solo le centinaia che sembrano essersi sommate finora – il presidente Ali Abdullah Saleh, che cerca ancora di rimettersi in salute nella convalescenza che sta passando in Arabia saudita, dopo aver fatto fallire parecchi accordi già raggiunti per una transizione di poteri che non lo vedrebbe più protagonista avrebbe incaricato il suo vice, Abd Rabboh Mansour Hadi, di trasferirli adesso, a suo nome, a un nuovo governo.

Ma non se ne fa nulla. Perché non si chiarisce da chi dovrebbe essere  costituito: lui se ne va? o torna comunque, immarcescibile convitato di pietra? o, come forse alla fine dovrà, lascerà sì il paese ma in eredità al figliolo che insiste a vedere intronizzato come suo successore? Qui ormai lo scontro sembra ben cristallizzato tra potentati familiari rivali che, al contrario di quanto succede in Siria però, hanno già spaccato profondamente le forze armate e quelle di sicurezza[65].

Sono rivalità che hanno giocato la loro parte cruciale negli ultimi scoppi di violenza anche molto diffusa che hanno visto truppe sotto il controllo della famiglia Saleh scontrarsi contro truppe leali al  gen. Ali Mohsen al-Ahmar, il capo dell’esercito di Saleh che lo ha abbandonato per l’opposizione da marzo scorso epperò è lui stesso parente del presidente per via del secondo matrimonio della di lui madre. Per decenni i due avevano governato insieme, ma proprio il posizionamento degli ultimi anni del 42enne Ahmed Saleh da parte del padre al ruolo di successore aveva avvelenato i rapporti.

Saleh, il padre, improvvisamente il 22 settembre lascia Riyād e torna a Sana’a, forzando a modo suo il chiarimento e, mentre Hillary Clinton – manco fosse il papa o il presidente Napolitano – continua a lanciare a destra e a manca, a regime e ribelli, armati entrambi  anche di cattive intenzioni, appelli per una transizione “ordinata e pacifica”. Non se la fila nessuno, ovviamente. Ma le intenzioni di Saleh appena rientrato si manifestano subito cattivissime: con la giornata forse più cruenta tra tutte quelle che finora hanno seguito l’insurrezione.  

Ma siccome poi, nel merito, gli USA non sono Napolitano, e tanto meno il papa, in realtà, concretamente, col Pentagono continuano a schierarsi dalla parte del fido Saleh e alla faccia della repressione di massa che ha scatenato, continuano anche a rifornire di aiuti militari il figlio e i suoi tre cugini che controllano le forze di sicurezza e di spionaggio dello Yemen.

Create, del resto, proprio dalla CIA, finanziate e addestrate da essa e dall’MI6, il servizio segreto militare britannico per l’estero. Anche, e come – tutto documentatissimo su Wikileaks e dagli archivi ufficiali di Londra del Foreign & Commonwealth Office che, grazie alla legge sula trasparenza e sul diritto all’informazione, comincia anche qui a ad aprire falle importanti – sul piano specifico dell’addestramento delle forze di sicurezza alla tortura[66] e alla repressione.

A fine settembre il presidente Ali Abdullah Saleh afferma[67] pubblicamente che non si dimetterà finché non si dimetteranno anche, ma prima di lui, dalle cariche che occupano in seno all’opposizione organizzata i suoi rivali politici, in modo particolarissimo il generale “disertore” Ali Mohsen al-Ahmar e finché il suo clan degli Ahmar resta nella sua posizione oppositoria perché altrimenti le sue dimissioni equivarrebbero a un golpe vittorioso dell’opposizione e potrebbero scatenare una guerra civile.

Ma, certo, le condizioni di Saleh – che si dichiara ancora una volta pronto a firmare l’accordo di trasferimento dei poteri negoziato dal Consiglio di cooperazione degli Stati del Golfo ormai da settimane, non appena la principale coalizione dei suoi avversari annuncerà anche il suo accordo: continuando così nel qui lo dico e qui lo nego che da mesi gli ha consentito di prendere per i fondelli ogni mediatore, queli del Golfo come gli stessi americani… sempre che mediatori genuini essi fossero, il che poi è assai dubbio – somigliano  a una richiesta di resa preventiva dell’avversario cui seguirebbe – molto, molto al condizionale – anche la sua – personale: dei rampolli neanche si parla – uscita di scena.

Saleh si congratula, poi, con gli americani che – dice – hanno dato una mano alle truppe yemenite a far fuori Anwar al-Aulaqi, “chierico radicale” e uno degli operatori più influenti di al-Qaeda nello Yemen del Nord[68]. Salvo poi dover riconoscere che il bersaglio è stato fatto fuori con un’operazione congiunta di bombardamento aereo di caccia statunitensi e di un drone guidato direttamente dagli Stati Uniti, con una bomba a guida satellitare controllata dai bunker USAF della Virginia.

Il fatto che, per dirla col NYT[69], siano stati messi nel mirino e ammazzati due cittadini americani  (oltre a al-Aulaqi anche tal Samir Khan: che se fossero stati di qualsiasi altro paese, nessun problema, ovviamente…) riapre – ma durerà un attimo, alla fine, vedrete – il dibattito in America sulla legittimità dell’operazione. Perché pare che la Costituzione e le leggi americane “vietino di  privare un cittadino americano della vita sulla base di notizie di intelligence nebbiose e ambigue, senza alcun processo e alcuna condanna”. Ohibò…  i anche  

Infine – infine almeno per ora – a proposito di democrazia che manca da qualche parte qui in Medioriente ma non in altre, visto come tutti, in specie gli USA, le trattano coi guanti di velluto, qualcosa forse comincia a cambiare perfino in Arabia saudita. Qui il re ha personalmente – come sempre del resto – deciso che nella Shura – il suo personale Consiglio consultivo – potrà, domani – chi sa? – decidere di nominare anche una o due donne e che esse potranno – addirittura![70] – partecipare  d’ora in poi, a certe condizioni ancora non bene specificate, alle elezioni municipali.

Nella Shura tutti i membri sono designati dal re; dei cinquemila consiglieri municipali solo metà: gli altri sono eletti secondo il numero dei voti ricevuti ma, prima, la loro candidatura deve essere filtrata e approvata come conforme alle leggi e alle regole religiose dal re…

In futuro, però, per le donne. Non ancora alle elezioni previste per il prossimo mese. Fra quattro anni, cioè, se il sovrano non ci ripensa. Secondo lo schema consueto alla questione e alla ricerca della sua soluzione in questo paese: dove il re concederà tra quattro anni  diritti anche alle donne—alcuni diritti: le elette, domani, potranno anche sedere nella Shura ma ce le dovrà portare un autista maschio perché a loro è vietato guidare un auto… Abdullah ha addirittura spiegato che non solo le donne saudite potranno essere elette ma che avranno “anche il diritto di voto”— ma quando, appunto?

 E gli Stati Uniti, che non rinunciano mai a dire la loro su niente  nessuno anche quando è del tutto evidente che converrebbe tacere, adesso in forma ufficiale, con una dichiarazione della Casa Binca da parte del portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, Tommy Vietor, trovano il modo di “congratularsi” per “l’importante riforma” graziosamente (no, lo confessiamo, l’avverbio lo abbiamo aggiunto noi, un po’ maligni, è vero, al comunicato ufficiale: ma il senso è questo) concessa da S.A.R. Abdullah bin Abdul-Aziz bin Abdul-Rahman bin Faisal bin Turki bin Abdullah bin Muhammad bin Saud, Custode delle due Sacre Moschee[71].   

in Cina

Viene comunicato,, ma come un po’ in sordina però, che una delegazione cinese guidata da Lou Jiwei, presidente della Società di iinvestimenti pubblici del Fondo sovrano di Cina, è stato in visita a Roma la prima settimana di settembre incontrando Tremonti e alti funzionari della Cassa Depositi e Prestiti: l’Iistituto di via XX settembre  ha infatti aperto un fondo speciale per investimenti dall’estero sperando di attrarre  da Pechino  liquidità,da loto sovrabbondante, in grado di dare una mano consistente ai traballanti conti nostrani[72].

Ma è una convinzione non condivisa da gran parte degli ambienti finanziari internazionali che sono scettici anche perché, per  partito preso, odiano “intromissioni” in materia di gestione di capitali da parte di istituzioni di Stato e non canonicamente private: secondo loro alla Cina non interessa investire per  guadagnare come a un capitalista e a uno speculatore “normale”  ma solo tenere alto rispetto allo yuan il valore in questo caso dell’€ per tenersi i propri mercati di esportazione[73].

E sarà pure, in parte anche così, ma dovete crederci sulla parola che, se da Pechino arrivasse in Italia, ma anche e di sicuro nel Regno Unito iperliberista, una decina di miliardi di € di investimenti freschi, tutti, – ma proprio tutti senza alcuna eccezione, anche i finanzieri più schizzinosi, ammazzerebbero il vitello grasso.

●Tra parentesi, qui, più cauti dei cinesi nei confronti della situazione economica non solo italiana ma di tutta l’Europa sembrano i russi. Rispondendo all’idea avanzata in origine dal Tesoro brasiliano e  già discussa anche da Pechino, uno dei più importanti consiglieri economici del presidente Medvedev, Arkady Dvorkovic, ha detto in un convegno organizzato dalla Reuters[74] che la possibilità di comprare titoli dei paesi dell’eurozona da parte dei paesi che nel mondo sono oggi invece più in crescita, i cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) dipende dai chiarimenti che i membri dell’euro devono dare: lasceranno che la Grecia fallisca senza poter onorare il suo debito: o invece la aiuteranno, ma aiutando le banche oppure  i governi? Da parte loro, pensa Dvorkovic, prima di decidere è essenziale per i BRIC avere almeno questi chiarimenti.   

L’Ufficio centrale di statistica di Cina ha rilevato intanto che l’indice dell’inflazione, su base annua, ha rallentato in agosto al 6,2% dal 6,5 di luglio. Quello dei prezzi alla produzione che era al 7,5% è sceso anch’esso, nello stesso periodo, al 7,3[75]. Comunque, sottolinea la Banca popolare di Cina, la Banca centrale[76], la priorità della sua azione macro-economica resta la stabilizzazione del tasso di inflazione. Alcuni dei fattori che determinano l’aumento dei prezzi sono stati contenuti, ma non eliminati e l’inflazione resta alta. La Cina continuerà a perseguire la sua prudente politica monetaria e manterrà la  crescita del credito stabile e moderata.  

Quando finì la guerra fredda, diciamo intorno al 1990, l’Oceano Pacifico era diventato una specie di lago americano. Con le decine, centinaia anzi, di basi aeree e navali a stelle e strisce in quasi tutti i paesi di quell’oceano che, praticamente, non fossero la Cina e la più grande flotta ricca carica di diverse portaerei nucleari del pianeta lì dislocata sembravano in grado di difendere e proteggere ogni potenziale alleato, anche quando magari non lo volesse, da ogni potenziale aggressore: cioè, ormai nella paventata previsione della Cina…

Già a metà del quinquennio degli anni ’90, però, la Cina aveva cominciato a recuperare. In modo estremamente intelligente: non mettendosi a rincorrere, svenandosi, il potenziale bellico nel Pacifico degli Stati Uniti d’America – anche se già cominciava a manifestarsi lo spread, il differenziale cioè, tra crescita dell’uno e dell’altro paese (oggi quasi a 10 a 1) – ma cercando e  trovando quella capacità che gli strateghi americani chiamano “capacità di impedire l’accesso”: l’accesso senza problemi, cioè, della potenza americana sulle coste della Cina, al largo delle coste della Cina, ormai non è più possibile. La Cina, se volesse, ormai potrebbe impedirglielo.

Da quelle parti del mondo, l’equilibrio strategico è già cambiato, insomma, in maniera sensibile insieme alla gerarchia economica relativa e assoluta e continua a cambiare a sfavore della superpotenza: che per ora resta tale e morde – abbastanza invano, però – il freno[77]

Tanto è vero che, adesso, se ne sono accorti i suoi amici e alleati di Taiwan e, smemorati  o distratti che siano,  protestano mettendo nei recessi della memoria storica e politica che dal 1970 ormai l’America riconosce, come Cina, solo la Cina e sempre dagli anni ’70 riconosce che la Cina ha due popoli, sì, ma solo uno Stato e solo a Pechino manda l’ambasciatore anche se mantiene ottimi rapporti culturali, economici, turistici con Taipei. Ma il fatto ormai è che da Pechino dipende l’America: finanziariamente, economicamente, e che anche la sua strategia militare adesso dalla Cina, appunto, è influenzata.

●Lamenta adesso Taiwan[78] che di fronte alla reazione “irritata” di Pechino e a possibili reazioni di gamma variata e variegata, sicuramente ormai alla portata di Pechino se il governo americano dà il suo benestare a che Taiwan comperi dall’America adesso 66 nuovi aerei da caccia, multiruolo, F-16 C/D della Lockheed Martin, ora il presidente Obama ci sta ripensando e offrendo, invece, ai cinesi nazionalisti un upgrading (da 5,6 miliardi di $: radar, comunicazioni, sistemi di guida del bombardamento, innovazioni tecnologiche di vario tipo e addestramento tecnici e piloti) dei 140 F-16 A/B americani che ha già in dotazione.

Come è naturale dalla parte di Taiwan, e contro una decisione possibile di Obama in questo senso, c’è la massiccia lobby dell’industria aeronautica militare americana – compatta – e, forse meno naturalmente, una lobby – forte di “amici di Taiwan”, anche loro largamente finanziati dall’industria delle armi  che occupano molti banchi, peraltro “bipartisan, del Congresso.

Questi primi segnali di allarme e di denuncia, lanciati alla conferenza annuale delle industrie della Difesa di Taiwan e degli USA tenuta a Richmond, in Virginia, non sono stati ufficialmente confermati ma neanche smentiti e sembrano, in ogni caso, l’inizio di un’offensiva feroce.

L’altro lato di questa moneta formosana – un po’ scontato, inevitabilmente – è la dura protesta cinese di fronte a questo nuovo round di vendite di armamenti americani ai ribelli di Taiwan: il 21 settembre l’ambasciatore americano a Pechino Gary Locke viene convocato dal vice ministro degli Esteri, Zhang Zhijun, che “protesta” mentre l’ambasciatore cinese a Washington, Zhang Yesui, presenta “formale protesta” al dipartimento di Stato[79].

Da parte cinese, dice, si vuole chiarire che, se la Repubblica popolare ha raggiunto un equilibrio di convivenza reciproca con la provincia ribelle— si tratta comunque della convivenza tra la tigre e la pulce: quella che ci sarebbe se secedesse in America lo Stato del Maine, che ha le dimensioni di Formosa, si armasse aiutato dalla Cina e si proclamasse come legittimo rappresentante degli Stati Uniti d’America … Al massimo, dunque, una pulce fastidiosa e irritante: però, nella fattispecie, anche armata già fino ai denti. I cinesi scommettono che il paese riconosciuto nel mondo da tutti, Cina compresa, come Stati Uniti  non sarebbe disposto a accettare un’altra destabilizzazione dell’assetto esistente.

Ha commentato sul NYT[80] uno studioso di Taiwan, che “forse gli USA si illudono di poter gestire come vogliono tutto e il contrario di tutto: profitti e posti di lavoro per l’industria degli armamenti, una presenza strategica in Asia orientale, la capacità di dire la loro e di influire nel rapporto tra Pechino e Taiwan,  relazioni economiche e politiche buone con la Cina. Ma nel lungo periodo continuare a vendere armi a Taiwan avrà un effetto profondamente negativo su come il continente, la Cina, percepisce le intenzioni americane…

   Il 76% dei cinesi chiede al governo forti misure di rappresaglia e più del 50% sostiene vere e proprie sanzioni nei confronti delle imprese americane”.

   La Cina rende noti questui suoi sondaggi, condotti tra l’altro da istituti americani, per ricordare a Washington che, in fondo, l’arma delle sanzioni non è affatto a disposizione solo degli USA specie con un rapporto creditore-debitore come quello che adesso lega la Cina agli USA.

   “E un’opinione pubblica cinese infuriata con gli americani non costituisce certo una buona notizia per gli USA”…

Però i cinesi devono preoccuparsi di tenere anche conto che la candida ingenuità della politica estera americana, priva di sfumature e fatta quasi solo dell’esibizione di muscoli senza nessuno – nessuno: neanche il presidente – in grado di dare coerenza e unità strategica a un approccio di insieme, va trattata con grande prudenza per non dar luogo a possibili equivoci che potrebbero essere seriamente rischiosi.

●Per darvi un’idea di quel che vogliamo dire. Quale momento sceglie se non questo, il peggiore da ogni puto di vista, il rappresentante americano all’OMC, Ron Kirk, per chiedere all’Organizzazione mondiale per il commercio di dichiarare vietate dalle sue regole le tariffe anti-dumping imposte dalla Cina ai prodotti della pollicoltura statunitense[81]? Pechino, a stretto giro di posta replica documentando lo stato igienico discutibilissimo di molti prodotti statunitensi in arrivo e annunciando che presenterà i suoi reclami contro una serie di misure protezionistiche americane erette a ostacolare l’export cinese per una serie di prodotti industriali e di consumo che l’America esporta in Cina.

Insomma, dicevamo agli USA manca qualsiasi disegno d’insieme, ognuno va per conto suo e anche se tutti magari, presi uno per uno, gli interessi americani in questione hanno le loro ragioni, manca proprio una politica cinese degli Stati Uniti d’America. Come tali. Ultima occasione in cui s’è manifestato quest’approccio politico frantumato, s’è verificata alla riunione dei 16 paesi del Pacifico appena tenuta in Nuova Zelanda dove la delegazione cinese ha impartito una lezione pubblica di diplomazia al sottosegretario di Stato americano Kurt Campbell che, nel suo intervento programmato, aveva chiesto a tutti i paesi interessati, Stati Uniti e Cina compresi – aveva detto – di concordare tutti insieme investimenti e aiuti economici nella regione.

A fine incontro, messo un po’ alle stette dai reporters del suo paese, ha dovuto riferire che, alla domanda della controparte cinese, altrettanto pubblica, se ciò al dunque significasse che gli USA si impegnavano a non agire unilateralmente in materia, ha dovuto dire che la sua era solo una proposta non concordata e che in effetti, in America, la gente investe o non investe decidendolo generalmente da sé…

Al che, la risposta immediata – Campbell  ha detto tanto cortese nella forma quanto dura in sostanza – è stata che anzitutto la Cina apprezzerebbe ricevere proposte univoche e non plurime e non definite dai suoi interlocutori e che non le interessa né concordare né condividere i frutti del suo impegno finanziario e industriale anche perché, al dunque, se poi prendesse un simile impegno, visti i chiarimenti, legherebbe le mani solo a se stessa[82]

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●In Brasile, l’indice dei prezzi al consumo è salito in agosto del 7,2% sull’anno prima: dal 2005 è la prima volta che l’inflazione[83] ha superato il 7%. Ma il 1° settembre, sorprendendo gli economisti  convenzionali e anche scandalizzandoli, la Banca centrale ha comunque abbassato il tasso di interesse dello 0,5%, preoccupata evidentemente di più per una certa tendenza della crisi a pesare sulla crescita interna.

●Anche qui la crescita sta rallentando e il governo ha scelto di ridurre la spesa incrementando, invece, l’avanzo primario, secondo i canoni dell’economia più convenzionale. A giugno cala la produzione industriale dell’1,6% e globalmente l’attività economica per la prima volta dal 2008 si riduce. Sorge così anche qui la domanda se questa, con venti che soffiano già contrari alla crescita e i rischi aperti in tutta l’economia del mondo, sia poi la ricetta più appropriata per il paese.

Ora[84], non c’è dubbio che i risultati economici dal 2002, quando i brasiliani elessero la prima presidenza di Lula, siano stati un grande passo avanti rispetto alla precedente presidenza. Il social-democratico Fernando Henrique Cardoso, un personaggio diciamo decente, anche se niente di più, dopo alcuni presidenti inqualificabili, aveva applicato senza alcuna fantasia e pedissequamente le ricette neo-liberiste del “Washington consensus” che gli trasmetteva il Fondo monetario.

In conseguenza, aveva presieduto a un andamento al meglio piatto dell’economia, cresciuta negli otto anni dei suoi due mandati del 3,5% pro-capite. Il risultato con Lula – e sotto il neo-liberismo di Bush era stato otto volte tanto, un +23,5% a testa, con un 60% di aumento reale, oltre l’inflazione cioé, del salario minimo e considerevoli riduzioni sia della disoccupazione che del tasso di povertà nel paese. Le previsioni, di tutto il  mondo, ora, per l’economia sotto la presidenza di Dilma Rousseff e col ruolo anche geo-strategico e geo-politico nuovo che sulla scia di Lula si è andato ritagliando il Brasile, sono anche migliori.

Ma il fattore strutturale che come rischio accomuna Brasile e Stati Uniti è un settore finanziario troppo grosso e troppo forte, non regolato, irresponsabile e politicamente dominante, anche al di là di ogni valore del voto popolare, cui interessano relativamente crescita e sviluppo e molto più tenere bassa l’inflazione e massimizzare i propri profitti. E’ il fattore che, quindi, ha tenuto come può e tiene tutto frenato. Quello che si preoccupa di un’inflazione troppo alta se c’è una crescita forte invece che del contrario.

E ci vuole un Lula – speriamo che basti una Dilma – a frenarne le naturali ingordigie che esercita  attraverso il controllo che esercita sulla Banca centrale e sulla politica macro-economica. Così però frena il potenziale, enorme in sé, di questo paese: dal 1960 al 1980 la crescita del PIL era già stata, per dire, del 123% pro-capite e se, nel trentennio del neo-liberismo reaganiano fosse stato possibile mantenere quel ritmo, il Brasile e i brasiliani avrebbero oggi condizioni di vita analoghe a quelle medie europee. Ma imperava il “Washington consensus”, c’era al governo la scuola dei neo-liberisti tutti figlioli di Milton Friedman e della scuola neo-con di Chicago, mentre quelli che ne rifiutavano il dogma ideologico, e cui la cronaca poi ha dato ragione, erano regolarmente emarginati.

L’inflazione poi è in calo, comunque: nell’ultimo trimestre è al 4% rispetto al 7% dell’anno scorso. Per cui non c’è alcuna ragione se non la volontà di ridar spazio alle voglie insane della grande finanza di privilegiare l’avanzo primario rispetto alla spesa pubblica sacrificando al feticcio dell’inflazione, che in ogni caso sta già calando, margini ulteriori di crescita e occupazione.

Dal 2002 al 2011 l’Argentina – sì, quella del default – è cresciuta del 90%, il Perù del 77 e il Brasile del 43%. Ma non c’è ragione alcuna per cui il Brasile, se butta via il freno a mano di una politica macro-economica e monetaria decisa molto più dal settore finanziario che dal suo governo, non possa realizzare uno dei tassi di crescita più forti del mondo, vicino a quelli di Cina e India e capace di avviare a soluzione definitiva i suoi problemi, in calo ma sempre marcati di disoccupazione e di povertà cronica.

D’altra parte, negli ultimi quattro anni il settore finanziario in questo paese è cresciuto del 50%, tre volte più rapidamente di quello industriale. Qui, i compensi dei grandi managers sono superiori addirittura a quelli dei loro colleghi americani. E le due cose insieme non costituiscono solo uno spreco ingente di risorse ma qualcosa di ancora più grave proprio per lo spropositato potere politico che, anche così, viene garantito al settore.

●In India, la Banca centrale ha aumentato il tasso di sconto[85] di ¼ di punto, all’8,25%, in un anno e mezzo il dodicesimo aumento.   

EUROPA

L’8 settembre, la BCE lascia il tasso di sconto ormai da alcuni mesi fisso all’1,5% al livello dov’era già da alcuni mesi[86]. E diventa evidente che gli aumenti fatti quest’anno, nei primi mesi – con una crescita che si stava bloccando e un’inflazione che restava sostanzialmente, invece, sotto controllo – sono stati palesemente sbagliati.

Ma lor signori, questo, mai lo confesseranno. Forse, neanche a se stessi. Anche la Banca d’Inghilterra lascia intoccato il suo interesse bancario di riferimento: all’0,5%, tre volte più basso di quello dell’eurozona… Il che lascia la BCE, però, con uno spazio di manovra tre volte maggiore, almeno, di quello degli inglesi. Ma, tanto, è come se non esistesse per loro.

E, quando sempre l’8 settembre in conferenza stampa chiedono a Trichet se ormai la BCE non sia una banca che, ormai, col carico di cattivi debiti che si è dovuta accollare soffre proprio di una fama di poca affidabilità, gli saltano i nervi. Risponde, senza dimostrare niente, apoditticamente che la gestione sua e della BCE è sempre stata “impeccabile”. Il problema, invece, gli ricorda Krugman[87], è posto in maniera fasulla ed è falso esso stesso.

Ma ormai lui, Krugman, è insieme “esterrefatto e del tutto annoiato” di come l’Europa – Trichet, la Commissione, i governi – stanno trattando i problemi dell’Europa: allo stesso modo di sempre, chiacchierando, rinviando, non decidendo… o arrivando sempre troppo tardi e con troppo poco a intervenire, e sempre en catastrophe: come nota Krugman, “sull’orlo del disastro imminente”.

E’ dall’inizio della crisi che questi hanno impostato in modo sbagliato proprio l’approccio al problema, con l’ossessione del debito – come problema morale di stampo weberiano, di predica dell’austerità e della flagellazione necessaria e redentrice del debitore quando si comporta un po’ troppo da cicala – che forse poi era un problema solo della Grecia.

Infatti, il debito pubblico della Spagna era ed è tuttora addirittura impeccabile (proprio il 60% del PIL del tetto di Maastricht) e, se quello dell’Italia è, invece, il doppio, il deficit/PIL, grazie alla compressione della spesa pubblica e della crescita, è esso stesso tutto sommato contenuto. E chi va predicando l’austerità come medicina amara per il presente ma la ricetta che guarisce il futuro non riesce proprio a capire che, invece, quella ricetta il futuro lo ammazza…

Ma, allora, perché “i mercati” ce l’hanno proprio con noi e con la Spagna e perché BCE e finanza mettono tutto nel calderone? Il fatto è che non tanto le banche quanto i titoli italiani e spagnoli sono ormai sotto attacco e, cioè, i governi italiano e spagnolo. Ora, se capitasse all’Inghilterra il modo di uscirne, di rilanciare le esportazioni e la crescita da parte della Banca d’Inghilterra sarebbe la svalutazione.

Certo col rischio di un po’ d’inflazione in più che in pratica, però, non esiste: visto che a essere tanto bassa è la crescita. E che oggi per noi e gli spagnoli un rischio ben maggiore di un po’ di inflazione è il default del debito sovrano.

Ecco, questo non lo possono più fare la Banca centrale di Spagna, la Banca centrale italiana: perché non c’è più una moneta spagnola, né una moneta italiana. Ma proprio questo – Krugman insiste a dire, del tutto a ragione secondo noi – è quello che dovrebbero fare “il signor Trichet e i suoi colleghi: comprare il debito spagnolo e quello italiano — cioè fare quello che quei due paesi farebbero da soli se avessero ancora le loro monete”. In altri termini, questo benedetto euro, o è una moneta davvero comune o è una buffonata.

E, anche se più in sordina della decisione formalmente annunciata un mese fa, riprende contro il parere del membro tedesco del Direttivo della Banca Jürgen Stark – che di fatto era anche il suo capo economista – la pratica di acquistare bonds italiani e spagnoli per sostenerne l’affidabilità. E Stark, adducendo pro-forma “ragioni personali[88], si dimette dal suo posto con un anticipo di ben tre anni, proprio dopo la conferenza stampa del presidente Trichet.

Il problema diventa immediatamente politico perché è chiaro che l’ostilità di Stark a continuare a aiutare i titoli di Stato spagnoli e italiani riflette quella del governo tedesco contro il quale in effetti, stavolta – per la seconda volta – la decisione è stata assunta. Quando, aveva appena finito di dire Stark “al quotidiano austriaco Die Presse in uno dei suoi ultimi commenti pubblici prima delle dimissioni, ‘non spetta alla Banca centrale finanziare i deficit pubblici o deprimere il costo degli interessi sui debiti di uno Stato’[89]”.

Ed è esattamente il motivo di tutto il contendere: che non sia anche questo il compito della BCE sta diventando, evidentemente, il parere  suo e della Bundesbank; ma sta forse diventando anche un punto di vista minoritario, e questo lui non lo sopportava. La Bundesbank, al contrario,  mica può dimettersi… Ma col suo presidente, Axel Weber, può rifiutare e ha rifiutato l’incarico, che “le spettava”, di rimpiazzare Trichet e può manifestare il suo dissenso anche con queste dimissioni… per questo sicuramente preoccupanti (dopotutto la Germania è l’azionista di maggioranza relativa, il 18% circa, della BCE, l’Italia tra parentesi è sul 12%).

E’ un gran brutto segnale – commenta, con il NYT[90], il direttore del Centro Studi Politici d’Europa di Bruxelles, Daniel Gros – vuol dire che la spaccatura interna alla BCE che pensavamo fosse di là da venire è invece già qui. Getta un’ombra sulla BCE e – soprattutto – rischia di scatenare sui mercati la domanda di quanto possano continuare a comprare i BoT italiani. E la risposta secondo me ormai è: non tanto quanto pensavo finora”.

In realtà, subito, i mercati reagiscono durissimamente: la borsa italiana perde d’acchito il 5% del suo valore e lo spread dei BoT nei confronti dei Bund tedeschi si riallarga subito. Il governo tedesco cui spetta nominare il successore lo fa neanche dopo un giorno, mandando a Francoforte un politico come il sottosegretario alle Finanze Jörg Asmussen: non si capisce bene se, come dice il NYT[91], “per rassicurare l’opinione tedesca sul sostegno a Grecia e Spagna”— che, cioè, la Germania manterrà la posizione ufficiale, per quanto sofferta, sui salvataggi? o per “rassicurarla” sul fatto che Stark aveva ragione e il governo, adesso, ci ripensa?

Prima di cercare di presentare, e analizzare, qualche situazione e qualche sviluppo di rilievo che si è verificato in corso di mese, ora a settembre, una rapida sintesi/analisi della situazione economico- finanziaria nei principali paesi dell’€, uno per uno.

Bisogna ancora, però, segnalare che il 14, subito prima di ricevere Berlusconi in visita ad limina anche per sfuggire al primo appuntamento che aveva pure  fissato lui stesso coi pubblici ministeri napoletani sulla curiosa vicenda di cui formalmente, secondo loto, lui è parte lesa perché ricattato e, secondo lui, solo generoso mecenate forse un tantino fesso, il presidente della Commissione Barroso ha tenuto a far sapere che l’organo esecutivo della UE da lui presieduto presenterà presto (gli manca ancora evidentemente l’unanimità per poter dire quando)ai paesi membri una serie di opzioni per creare gli eurobonds[92].

E’ arrivato addirittura, un euroscettico o, forse meglio, un euro-infingardo di ferro come lui – a testimonianza della gravità del momento – a pronunciare di fronte al parlamento europeo  le parole finora assolutamente proibite in bocca al massimo esponente della Commissione stessa, dichiarando che secondo lui bisogna oggi anche andare al di là di misure tecniche pure tanto importanti ed eccezionali perché l’eurozona ha oggi bisogno di un “momento federalista per avviare a soluzione la crisi del debito che riguarda ormai tutti.

La proposta  consisterebbe nel far garantire ai 17 governi dell’eurozona i debiti di ciascuno e di tutti perché ormai è chiaro che l’Europa e l’idea stessa di Europa fanno i conti con la sfida maggiore di questa generazione. Alcune delle misure proposte dalla Commissione – dice Barroso -  potranno essere attuate sulla base dei trattati vigenti, altre avranno bisogno di una loro revisione. E, certo, con la Germania recalcitrante non sarà facile.

Ma è anche sicuro che se BCE e UE continueranno a dar segnali come quelli che, alla fine di ogni discorso e di ogni esitazione finiscono col dare agli investitori – che, tutto detto e considerato, ormai bisogna tenere presente e chiaro che sì, i debiti sovrani espressi in euro possono ben dichiarare il default perché l’ultima parola nel merito l’avranno sempre “i mercati” – BCE e UE stanno creando con il massimo impegno le condizioni della perfetta tempesta finanziaria e uno scenario compiuto di  un disastro autoimposto.

E, a questo punto ci potrebbe, forse, salvare – come qualcuno pur congettura – solo la Cina, l’unica potenza economico-finanziaria al mondo che – se lo volesse – potrebbe anche solo dichiarando di sostenerli salvare i titoli pubblici dei paesi dell’euro. Una stampella cinese che, siamo pronti a giurarlo, nessuno dei padri fondatori dell’Europa aveva mai neanche lontanamente ipotizzato… Ma che parrebbe l’unica concretamente possibile. Brevemente, adesso, paese per paese:

Italia

Su uno sfondo sociale che si va arroventando il governo Berlusconi ha ottenuto una sofferta, contraddittoria e bizzarra fiducia che approva l’ennesima – la quarta, la quinta… – manovra di aggiustamento (si fa per dire…) dei conti di bilancio ricattando tutti, opposizioni comprese, con lo spaventapasseri (che non è tale soltanto, purtroppo) del diktat europeo e di quello dei mercati. 

Oltre alle misure già scontate di taglio alle spese e incremento di imposte, viene adesso introdotto l’aumento dell’IVA dall’aliquota del 20 al 21% (un bella spinta, cioè, a diminuire i consumi— dunque un controsenso con una crescita già vicina allo zero), istituita un’imposta “di solidarietà” del 3% sui redditi superiori a 300.000 € all’anno (ma si applica alle denunce dei redditi: in tutto, in tutta Italia, cioè, solo ad alcune decine di contribuenti: e poi “deducibile” l’anno prossimo e “plafonata”, cioè in qualche modo ancora riducibile: si tratta in fondo degli amici più amici del primo ministro…). E sarà incrementata l’età pensionabile per le donne al lavoro (a partire – pare, però – dal 2014).   

   E, poffarbacco, c’è l’impegno (esatto anche e soprattutto forse da Sarkozy— che si guarda bene dal metterla nella sua, di Costituzione) a mettere in Costituzione il pareggio del bilancio… è un promessa da marinaio, semplicemente ridicola, tanto più, poi, che lui quando se ne arriverà magari davvero a discutere, neanche ci sarà più (al governo, al governo…).

Germania

Le cose non vanno più così bene come sembrava. La Merkel, che ha perso anche a casa sua, nel Land del Mecklemburgo-Pomerania occidentale, la penultima e poi a Berlino l’ultima – ma solo per ora – di molte sconfitte che ha subìto alle elezioni dei Länder, è riuscita a far passare il salvataggio della Grecia alla Bundes-Verfassungsgericht, la Corte costituzionale ma si è vista imporre per ogni futuro provvedimento del genere l’osservanza, che aveva scavalcato, delle procedure costituzionali previste (prima del voto in aula è necessario il passaggio e il parere della Commissione Finanze del Bundestag)[93].

   Nel paese, intanto, scivola di brutto la fede nell’euro e nell’eurozona anche perché il governo ci si spende sopra assai parsimoniosamente. Sul piano economico-finanziario più proprio, dal principio di luglio l’indice Dax di borsa ha perso oltre il 30% del valore, parecchio di più dell’FTSE 100 di Londra, mentre la fiducia delle imprese precipita al ritmo più vertiginoso dal crollo della Lehman Brothers nel settembre del 2008 e, a luglio, calano ben più del previsto gli ordini all’industria, specie da fuori dell’eurozona.

Francia   

Ribolle anche qui, un po’ sotto traccia al momento, il clima sociale. Il presidente ha una maggioranza assolutamente blindata all’Assemblea nazionale ma non prova neanche a dar seguito all’impegno di costituzionalizzare la parità di bilancio: mai raggiunta e praticamente sempe sfondata negli ultimi anni (il 5,8% del PIL la previsione ufficiale a fine 2011).

Spagna

Pare che Zapatero abbia detto a sindacati e imprenditori di “aver visto dall’orlo del baratro il fondo dell’abisso”, sotto forma di salvataggio forzato dell’economia nazionale affidato non solo alla BCE ma, forse, addirittura al Fondo monetario internazionale... Nel tentativo di tagliare il fabbisogno del servizio del debito, che continua a crescere con una disoccupazione che ormai tocca quasi il 20%, il governo sta privatizzando a tappe forzate: anche, e addirittura, una quota del 30% delle Lotterie nazionali – spera di farci 9 miliardi di €, e parte dell’ente nazionale aeroportuale.

   Gran parte di chi studia l’economia spagnola pensa che il paese stia entrando di nuovo in piena recessione, ma i mercati definiscono oggi lo spread dei bond spagnoli rispetto a quelli tedeschi con occhio più benevolo di quello che riservano ai BoT italiani: riflettendo così – è l’unica spiegazione plausibile – anche lo scarto di fiducia che riservano agli impegni presi dai rispettivi governi…

   Le Cortes di Spagna sono il primo parlamento che passa la proposta tedesco-francese (tra il contraddittorio e, comunque, il ridicolo) di mettere in Costituzione il limite di deficit/PIL[94]. Solo che non precisa quale esso sia (appunto: è un “tetto” che fa ridere i polli), rinviando a data indeterminata la decisione… 

Grecia

Sotto il fuoco incrociato di Finlandia e Germania, il governo di centro-sinistra di George Papandreou si trova a fronteggiare accuse pesanti di far retromarcia rispetto agli impegni assunti con l’Europa. Aveva preso l’impegno a feroci tagli di bilancio e a un programma di privatizzazioni da 50 miliardi di € per potersi garantire l’accesso al secondo pacchetto di salvataggio della UE.

   Ma, ora, sale il timore di finanza, mercati e governi che Papandreou non ce la faccia a forzare il passaggio parlamentare dei tagli e delle riforme “strutturali” – di cancellazione, cioè, del welfare – nella misura e nei modi che “l’Europa” – cioè i signori del vapore in Europa – giudicano necessari per far funzionare i tagli.

   Adesso il tasso di interesse che il governo è costretto a pagare per piazzare sul mercato i suoi titoli biennali ai mercati è arrivato al 50% del valore nominale del prestito e sottolinea che gli investitori ormai non ne vogliono proprio sapere di avvicinarsi ad Atene.

   In un gesto quasi disperato di “sottomissione” e captatio benevolentiae verso i mercati, il governo ha deciso di mettere in “riserva strategica[95]” – che suona bene no? vedrete se Sacconi non copia, magari con Bonanni che gli dice di sì… – decine di migliaia di pubblici dipendenti che definisce “sottoimpiegati”, con solo il 60% del salario per un anno o finché non si trovino, o venga loro trovato, un lavoro. E ha anche annunciato di dover ancora tagliare diritti dei pensionati e rendimenti delle loro pensioni

   Adesso, poi, il nuovo ministro delle Finanze, Evangelos Venizelos, annuncia[96] che la spesa pubblica dovrà subire un’altra riduzione per altri due miliardi di € di tagli imposti ora alla Grecia da UE e FMI per la seconda rata del pacchetto di salvataggio. Il nuovo taglio verrà coperto da una tassa sulla proprietà fondiaria, “sforzo nazionale” adesso necessario, dice Venizelos, a causa della percezione ormai diffusa tra governi, finanzieri, banche e investitori – i mercati – che la Grecia sia come arrivata al default o a una possibile uscita dall’eurozona…

   Forse non basta però: ci pensa, infatti, Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, il consesso dei ministri delle Finanze dell’euro che prepara, e di fatto decide, quel che poi ufficialmente ratificano i vertici della UE a scoprire i segreti altarini, quelli di cui si vergognano tutti un po’. Merkel e Sarkozy avevano appena finito di esprimere insieme, per acquietare la belva- mercati, la loro fiducia nel governo greco e nella serietà dei suoi impegni, garantendo il loro, di impegno, a far passare al Consiglio europeo l’annuncio ufficiale del versamento della seconda rata di aiuti già concordati alla Grecia.

  Per ora diamo una mano ai greci… (vignetta)

Continueremo a restare fianco a fianco ai nostri amici

Fonte: The Economist, 17.9.2011, vignetta di KAL

   Ma ci pensa appunto, Junckert, ad annunciare a Wroclaw, in Polonia, l’Antica Breslavia tedesca, che la decisione attesa di versare alla Grecia la rata in scadenza del pacchetto di salvataggio è rimandata ad ottobre[97] per chiarimenti sugli impegni presi dai greci.

   Le conseguenze di un rinvio come questo, coi rendimenti dei titoli e gli interessi da pagare sul deficit che schizzano subito in cielo, tanto non le pagano loro, i ministri, neanche quelli greci. Le pagherà il popolo greco e, se a forza di prendersi il “tempo di riflettere” e cacare dubbi come continuano a fare questi riescono a affossare euro ed eurozona le pagheremo tutti quanti noi. Perché allora lasceranno decidere tutto e solo ai mercati che conoscono per definizione e per mestiere loro solo gli interessi di lor signori.

   E’ anche quello che alla riunione di Varsavia, cui era stato abbastanza impropriamente invitato dal padrone di casa, il ministro polacco, è andato a dire – singolarmente, se volete, ma nel merito stavolta a ragione, secondo noi – il collega americano Timothy Geithner: il peggio che gli europei potrebbero fare sarebbe di non prendere decisioni perché le lascerebbero in sostanza nelle mani di altri: i creditori soltanto ma, e soprattutto, appunto, i mercati…

   E’ vero, fa un po’effetto sentirsi dare consigli (gli ricorda piuttosto acida la ministra delle Finanze austriaca Maria Fekter) da chi presiede alla politica economica che sfoggia “fondamentali significativamente peggiori di quelli dell’eurozona[98]. Ma ciò non toglie che il consiglio di Geithner sia stavolta tanto sensato da sembrare obbligato a chiunque abbia comprendonio e  contezza delle realtà dell’euro, dell’eurozona, dei mercati e della stessa Europa.

Portogallo

La maggior parte degli economisti tendono a mettere il Portogallo nella stessa barca della Grecia: quella che fa acqua dappertutto. Moody’s sostiene già che i tentativi del Portogallo di tagliare radicalmente, come ha promesso di fare, il bilancio stanno fallendo e che ormai è solo questione di tempo prima che il nuovo governo portoghese chieda un secondo pacchetto di salvataggio (il primo ha comportato prestiti per 80 miliardi di €).

   Pedro Passos Coelho, il nuovo primo ministro, dice che non servirà, che basteranno nuovi tagli. Ma, come nel caso italiano, è pressoché criminale tagliare le spese mentre l’economia si contrae quest’anno e lo farà anche il prossimo. Il ministro delle Finanze, Vitor Gaspar, afferma che l’anno prossimo i portoghesi dovranno pagare più tasse, IVA compresa e mette sull’avviso soprattutto gli alti redditi e i grandi profitti d’impresa. Intanto, la disoccupazione è prevista, se va bene, assestarsi l’anno prossimo al 13,2%...

Irlanda

E’ nel mezzo della recessione peggiore della sua storia, ma emergono segnali che forse l’economia, qui, stia davvero svoltando. L’anno scorso è stata “salvata” dal FMI con un prestito – mica gratuitamente, sia chiaro – di 85 miliardi di €. Ma qui pare che le misure di austerità imposte dal governo comincino ora a pagare.

   Sono scesi i costi del credito – si è ristretto lo spread sui Bund tedeschi – è c’è di nuovo crescita: niente di “cinese”, ma quest’anno un decente +1,8%. Sta puntando sull’export per una ripresa più duratura ma ha un disperato bisogno di riuscire a riavviare la spesa per consumi per ritrovare il tasso di crescita cruciale anche per poter cominciare a intaccare poi il tetto del debito: che, intanto, sale.

Poi ci sono le due grandi economie europee fuori dell’eurozona, Svizzera (che è proprio fuori dell’Unione) e Gran Bretagna.

• La Svizzera appare quasi immunizzata dal contagio della crisi e è cresciuta robusta, del 2,3% dal 2010 a oggi, anche se la crescita del secondo trimestre, +0,4%, è stata la più debole dal 2009 aumentando i timori degli economisti sulla forza del franco svizzero che potrebbe adesso penalizzare forte l’espansione dell’economia anche per tutto il 2012.

   Di qui la  svalutazione che la Banca centrale ha imposto alla propria moneta, anche se tutti quelli che se ne intendono, ricordando gli analoghi sforzi di Inghilterra e Italia del 1992 – anche se di segno rovesciato: allora difendevano il valore della loro moneta contro la speculazione: e fu sforzo vano – mettono in guardia: le banche centrali, anche quelle più affidabilmente famose, in realtà sono impotenti contro la selvaggia e irruenta irrazionalità dei mercati.

Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord:

Dopo aver resistito a lungo alla necessità di farlo per mantenere un po’ di credibilità, il cancelliere dello scacchiere George Osborne è ora costretto ad abbassare, e non poco, le previsioni ufficiali del governo, obbligato a farlo da una serie quasi infinita di indagini padronali, confindustriali e bancarie ma anche dalle statistiche ufficiali e da un declino accentuato della fiducia dei mercati.

   Anche la City si è allarmata, segnando, come tutte le altre borse europee, un brutto crollo degli indici alla fine della prima settimana di settembre, quando un’indagine sul settore – qui più cruciale che dovunque altrove: fanno da soli il 75% del PIL, più addirittura dei 2/3 degli USA – segnano i peggiori risultati da oltre un decennio. Analogamente pesante il sondaggio sul manifatturiero: l’edilizia è bloccata e era il settore che da sempre tirava di più.

   Molti economisti adesso parlano di secondo affondo della recessione e credono che l’economia si stia contraendo. Ma il cancelliere giura sul suo piano di austerità, a spese soprattutto dell’impiego e dei servizi pubblici e spera solo che la Banca centrale lo aiuti tenendo bassi i tassi di sconto (che hanno poco da scendere, dallo 0,5% attuale).   

Il presidente della Bundesbank tedesca, Jens Waidmann, manifestando un’opinione che oggi in Germania non è proprio maggioritaria, ha affermato il 1° settembre che nell’eurozona è indispensabile, ormai, un maggior coordinamento delle politiche di bilancio, non più solo della politica monetaria[99]. L’unico modo ha affermato di far fronte alla crisi dei debiti, del resto, è questo: una più forte politica fiscale europea a compensare e coordinare politiche di bilancio nazionali, tutte – tutte, però – molto più deboli, che devono rinunciare a parte, e non piccola, del loro potere sovrano.

Oppure, in alternativa, quello su cui sembrano aver puntato finora i savonarola tedeschi e quelli europei, imponendo una disciplina ferrea ai paesi considerati “fiscalmente imprudenti”… già, ma considerati tali da chi? dalla Germania? dalla Bundesbank o dal governo tedesco? dalla BCE? dalla  Francia che colloca il suo deficit/PIL quasi al 6%, il triplo del tetto previsto? dalla Commissione europea? da un voto a maggioranza o all’unanimità dei governi dei 17? o dei 27, magari?

In altri termini, la soluzione anche per il presidente della Bundesbank sembra essere quella di una politica economica davvero, e finalmente, europea. 

Riprende il tema – ma a modo suo, senza chiarire, come invece fa Waidmann, quale dei due corni, più politica fiscale unitaria o più politica “disciplinare” in realtà pensa che debba essere scelto – il potente ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, chiedendo una revisione in buona e dovuta forma ufficiale – per quanto difficile sia, aggiunge, rivedere (e all’unanimità) i dettami di un trattato europeo – perché sono cambiamenti (ma quali? gli uni o gli altri?) imposti dalla crisi dell’eurozona. Parlava a una vertice chiuso del gruppo parlamentare cristiano-democratico, il suo, dove gli hanno chiesto di pronunciarsi con maggiore chiarezza. Ma dove si è rifiutato di farlo[100].

La Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe ha sentenziato, a fronte di tre ricorsi che contestavano il piano di aiuto dell’Unione alla Grecia – ovviamente, per la parte (più di 16 e meno di 20 miliardi di €: Berlino ha il 18,93% della partecipazione alle quote della BCE) di competenza  tedesca sul totale – che l’adesione del governo di Berlino è legale. Ma, d’ora in poi, lo costringerà (mette a verbale il presidente della Corte, Andreas Vosskuhle, che la sentenza “non è un assegno in bianco al governo per altri salvataggi”: e tutti capiscono subito a cosa e a chi pensa…) a coinvolgere il parlamento – diremmo noi, non per decreto ma per legge normale – in occasioni analoghe: complicando ancora di più procedure e tempi della già estenuanti trattative europee[101].

Ci pensano invece gli olandesi a metà settembre a cercare di affondare del tutto la Grecia  facendo ufficialmente sapere – conferma il ministro delle Finanze Jan Kees de Jager[102], che il suo ministero si sta preparando per ogni scenario possibile, probabile o improbabile che sia, in collaborazione con altri paesi non identificati e con la Banca centrale olandese: tutti gli scenari, ci tiene a specificare, compreso il default, anche se ancora innominato ed innominabile ma evidentemente considerato per lo meno possibile.

E, a fine mese, anche il parlamento finnico, dopo aver preteso per oltre due mesi che la Grecia mettesse in banca la garanzia “liquida” per dare il suo sì e sbloccare il piano di salvataggio allargato, finalmente si arrende alle pressioni di tutti e gli dà il via libera con 103 voti a 66. Ma a questo punto – a parte che mancano ancora diverse ratifiche per renderlo esecutivo (Malta, Olanda e Slovacchia): alcune delle quali non saranno facili, quella della Slovacchia soprattutto.

La ratifica del Bundestag tedesco[103], ratifica chiave nel tortuoso processo di avvicinamento al sì, e a maggioranza assai più larga di quanto si potesse pensare visti i mal di pancia diffusi, arriva subito dopo quella della Finlandia: ma basterebbe che ne venisse a mancare una sola tra le altre, anche la piccolissima Malta, a far saltare tutto… Ormai, però, sono in pochi sui mercati e nei governi a ritenere il pacchetto oltre che necessario anche sufficiente[104] davvero. Insomma, e al solito, troppo tardi e troppo poco…

Ultimi, per ora, in ordine di tempo, il sì (preliminare) dell’assemblea cipriota[105] che ratifica l’allargamento del contributo di Nicosia al Fondo di Stabilizzazione Finanziario Europeo (EFSF) da 863 milioni di € a 2 miliardi e quello del parlamento estone[106]

L’Associazione bancaria della Svizzera che, dal di fuori dell’eurozona e addirittura dell’Unione, con le sue leggi fiscali particolarmente lasche per gli evasori di altri paesi complica la vita a tutti gli altri e la facilita solo a se stessa, si è scatenata adesso sulla possibilità che il paese accetti un altro trattato con gli USA per consegnare al fisco americano i dettagli sull’evasione dei contribuenti americani[107].

Ma chissà com’è che la cosa non fa nessuna meraviglia…

Intanto, e più seriamente, la Banca centrale fissa il cambio del franco svizzero a 1,20 per € e si impegna a imporlo anche, se necessario, comprando sul mercato quantità “illimitate” di valuta straniera. Lo scopo è di indebolire “sostanzialmente e durevolmente il franco”, spiega la banca di Zurigo, “perché la sopravvalutazione ingiustificata” attuale del franco costituisce una minaccia concreta per l’economia nazionale: e solo in un giorno, il franco svizzero perde nei confronti dell’€ l’8,1% del suo valore, oltre il 10 sul $[108]

Si accennava, dianzi, al moralismo luterano della Finlandia che non fa passare liscia all’Italia la sua ipocrisia sulle sanzioni alla Siria. Ma come succede in Italia, però lì a furore di popolo – dove si tratta di moralisti luterani e non di cattolici lassisti come noi, appunto – stanno sbattendo sotto processo l’ex primo ministro Geir Harde, del vecchio partito indipendentista maggioritario che venne mandato in pensione alle elezioni politiche del 2009.

Oggi, insieme a circa 200 banchieri, accusati di frode contro il popolo finlandese dai procuratori della Repubblica, è lui stesso sotto processo per negligenza criminale: in altre parole per averli lasciati fare come volevano. Nel caso suo è stato il parlamento a metterlo sotto accusa[109].

E qui scatta l’analogia col Berlusca: anche Harde accusa i suoi nemici di volergli fare un processo politico con mezzi giuridici. E loro rispondono che il suo vero crimine è palese e sia stato il delitto di omissione: di non aver appunto fatto niente per impedire a finanzieri e banchieri di fregare l’economia nazionale rinunciando ad amministrarla con ragionevole prudenza.  

Loro si difendono: dicono che seguivano i dettami del mercato, perseguendo a breve il massimo profitto possibile, indebitandosi a lungo per lucrare a brevissimo e a breve e incoraggiando investitori e risparmiatori a indebitarsi al massimo essi stesso. Fino al crack che ha travolto tutto. Insomma, vogliamo condannarli – vogliono condannarli i finlandesi: sarebbe la prima volta al mondo… – perché hanno fatto il loro mestiere di capitalisti, quei poveri banchieri e finanzieri?

E al primo ministro che facciamo, che fanno? gli danno qualche anno di carcere per aver fatto quello che hanno fatto tutti in America, in Inghilterra, in Italia? per aver chiuso un occhio sulle malefatte dei padroni del vapore e delle ferriere di oggi, i finanzieri, e avere aiutato l’economia di carta molto di più di quel che hanno fatto per aiutare l’economia reale?

Dice, citato dal NYT, il prof. Robert R. Spano – che con quel nome, anche se insegna all’università di Reykiavik, non è islandese e neanche finlandese: e pare di sentir parlare l’on. avv. Ghedini, diciamo, tra qualche mese, forse un anno o due – che, quando come qui “c’è una situazione piena di rabbia, decisioni che dovrebbero essere sempre prese obiettivamente e con prudenza tendono a venire contaminate dalla politica e dalle emozioni”. Già… come non lo furono, invece, forse le decisioni prese allora per servire interessi e ingordigie private che a questa situazione hanno portato?

Seguiremo attenti come va la faccenda, perché – strano no? – ci interessa…

In Danimarca[110], intanto, giovedì 15 settembre, hanno cambiato governo rimpiazzando quello di minoranza del vecchio primo ministro conservatore Lars Løkke Rasmussen che era in sella da un decennio con quello sempre di minoranza ma stavolta di centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt. Che non sarà poi così di sinistra, si sente già  lamentare qualcuno da noi ma è certamente meno reazionaria, meno euro-fobica e anche meno anti-immigrati di quanto fosse il predecessore. E che, intanto ha vinto su un programma che nettamente si oppone ai tentativi per lo più poi falliti in questo paese che vota a destra magari ogni tanto ma al suo welfare non vuol rinunciare di risparmiare tagliando lo stato sociale, e promettendo invece agli elettori di alzare le tasse su tute le attività finanziarie e sui redditi più elevati.

Non è un governo che avrà vita facile, vista l’eterogeneità delle sue componenti, cementato soprattutto dall’ostilità alle politiche reazionarie finanziarie e sociali  di quello che l’ha preceduto e che, però, era per lo meno altrettanto carente di coerenza e stabilità. Intanto, però, qui ci sono per lo meno riusciti a buttarlo via il gabinetto sconquassato che si ritrovavano. E qui mancavano sia il bunga bunga che gli atti sotTo inchiesta a cavallo fra il ricatto subito e una stranissima liberalità del padrone che da noi invece abbondano…  

Dalla Turchia, una volta quella monolitica e forzatamente omogenea di Ataturk (un paese, una lingua, una cultura, una religione e un esercito pronto ad assicurare  con presa ferrea l’unità di tutti questi fattori in nome della nazione, precorrendo però con spietata “modernità”, nel disfacimento dell’impero ottomano, anche – con gli armeni – il genocidio nazista), un fatto nuovo e di rilievo.

Che dovrebbe scombussolare forse – si può sempre sperare – l’immobilismo e le esitazioni europee: soprattutto francesi, tedesche e vaticane— prima il card. Ratzinger e, poi, Benedetto XVI ha detto e lasciato dire diverse volte, senza mai chiaramente ammettere poi di essersi sbagliato, della sua ostilità culturale e religiosa a lasciar entrare in Europa una Turchia “diversa”: come se ci volesse il timbro di conformità religiosa per bussare alla porta dell’Unione.    

Il primo ministro Recep Tayyp Erdoğan ha convocato, facendolo riprendere dalla Tv di Stato un banchetto di fine del mese di Ramadan nel giardino del museo Topkapi al quale ha fatto sedere al suo tavolo i massimi esponenti di tutte le religioni presenti nel paese: islamici, cristiani ed ebrei[111].

Il fatto è sembrato epocale davvero perché “mai nella storia della Repubblica turca un primo ministro prima di lui aveva accettato di incontrare pubblicamente un leader religioso non musulmano: lui ora… è apparso in Tv col patriarca greco ortodosso, Bartolomeo I, seduto al suo fianco. Impensabile… e ha detto, in televisione, che in Turchia ci sono stati cittadini di serie b per via della loro fede e che non deve più essere così”.

Osserva, nel sito citato, Niyazy Oktem, docente di filosofia del diritto all’università di Istanbul, che nel contesto di questo paese e, subito dopo aver regolato i conti – portandoli alle dimissioni – coi recalcitranti capi delle Forze armate, guardiani della laicità della Repubblica imposta per legge sostituendoli tutti in blocco senza colpo ferire, il fatto è sul serio rivoluzionario. C’è anche da osservare però che la continua, irrazionale e schifiltosa distanza che l’Unione europea sta prendendo da questa Turchia potrebbe davvero finire con l’allontanarla dalle sue pur forti e rivendicate radici europee spingendola addirittura sul serio a tornare a quelle, altrettanto forti, di stampo “ottomano”.

In effetti, adesso, e ancora una volta la cancelliera tedesca, parlando nella città di Alsfeld, in Assia, torna a ripetere – alla vigilia del voto a Berlino, che comunque poi la punisce senza farle guadagnare un voto che è uno per il suo vago stridio sciovinista – che l’UE ci tiene a non perdere un compagno di viaggio importante come è la Turchia, ci vuole collaborare da vicino, però continua a restare contraria a una piena cittadinanza della Turchia in Europa… Perché? perché è così. Punto e basta[112].

Avesse detto che la Germania va frenando, nel merito, per il ritardo della Turchia nel risolvere il problema dell’irredentismo dei curdi in modi, diciamo, più democratici, si potrebbe anche capire e fra l’altro per la Turchia, che si fa apertamente e giustamente, diciamo noi, usbergo dei palestinesi e dei loro diritti, sarebbe un rimbrotto cocente…

Ma le riserve sono sempre le solite: l’Europa è cristiana e questi invece no… nel 2011, mille anni dopo le crociate… e poi chi gliel’ha detto di un’Europa così omogeneamente  “cristiana” come lei fa finta di vederla, nel paese dove i turchi, tra l’altro, sono oggi sui 3 milioni?

C’è forse da aggiungere a queste osservazioni come sia da notare il modo nel quale un leader dichiaratamente islamico ma “moderato” (e con questo metro di giudizio, scusate tanto, Bush era di sicuro un estremista fondamentalista fanatico) abbia cambiato il rapporto tra religione e politica nel suo paese, non abbandonando una visione laica del futuro della Turchia ma semplicemente spostandola da quella giacobina radical-anticlericale francese a una di stampo sempre laico ma più “americano” dove è possibile essere insieme religiosi e al governo e anzi, a volte ormai, sembri che essere religiosi sia più necessario in America di quanto lo sia oggi in Turchia…

Adesso, l’Europa deve trovare la forza, la coerenza e la serietà di dire chiaro a Erdoğan che essa non può, non vuole, né deve accettare alcun veto come quello che sembra porre alla presidenza di Cipro per l’Unione, prevista a rotazione nel secondo semestre del 2012, il vice premer turco Besir Atalay[113]. Ma deve anche

Prendere atto che sta cambiando e non poco il rapporto tra l’Europa che pone condizioni e la Turchia che bussa ala porta. Perché non è più è così semplice né così semplicistico:

• “Alla base dell’atteggiamento turco c’è certo – infatti[114]la scelta tattica di passare dallo scomodo ruolo di ‘demandeur’ a quello di parte di un negoziato da condurre alla pari. E questo sulla scorta di alcuni dati. La crescita turca degli ultimi anni a ritmi ‘asiatici’. Il saldo ormai negativo delle migrazioni. L’onere del mantenimento di Cipro nord, che s’intreccia con la partita sempre aperta a Ankara fra potere militare e potere civile.

   Le difficoltà dell’eurozona che ha [proprio] nella Grecia l’anello debole. L’acquisto di parte del debito greco da parte turca. Gli investimenti turchi in Germania, certo non paragonabili a quelli tedeschi in Turchia ma indicativi di una tendenza”.

   E, ancora, “il successo in Germania di partiti meno chiusi alla prospettiva europea della Turchia, per non dire dei Verdi che contano un ‘turco’ fra i dirigenti. La visita di stato in Germania del Presidente della Repubblica turca.

   Se si mettono insieme tutti gli elementi, la visione di un’Europa irrimediabilmente chiusa alle ragioni dell’adesione turca si fa più incerta. L’asse franco-tedesco, che si è manifestato anche nella preclusione alla Turchia, rischia di non reggere se Berlino valuta diversamente la situazione”.

• Riconoscere ai turchi che alcune ragioni su Cipro pure le hanno: l’intransigenza a mediare qui è stata tutta dei greci dell’isola e va anch’essa respinta— proprio dalla UE che la mediazione l’aveva proposta e vista accettare dai ciprioti turchi e dai turchi stessi…

   E deve dar loroi atto dei grandi passi avanti che – al contrario di Lituania e Ungheria, e qualcun altro che ci teniamo in casa – la Turchia ha fatto e sta ancora facendo in materia di condizioni della democrazia nel suo paese. Oltre che del ruolo assolutamente unico ormai che essa può svolgere nei confronti del nuovo mondo arabo e che nessuno degli europei, tanto meno i napoleoncini francesi e britannici che sproloquiano di aver liberato la Libia a forza di bombe, sono in grado di offrire.   

Il presidente ucraino, Yanukovych, dichiara che la posizione della Russia sul “prezzamento” del gas naturale che vende all’Ucraina è “categoricamente inaccettabile”: Mosca insiste, infatti, sul fatto che pacta sunt servanda, anche di fronte alla denuncia ucraina che i pacta in questione sarebbero ingiusti… Per cui, come aveva già ipotizzato il primo ministro Azarov un mese fa – e lui, il presidente, aveva invece escluso puntando, inutilmente, a un accordo amichevole – Kiev farà ricorso all’arbitrato internazionale.

Si tratta del Tribunale internazionale per l’arbitrato commerciale che ha sede dentro la Camera di Commercio internazionale per risolvere vertenze insorgenti fra Stati e imprese e Stati e Stati in materia e che segue strettamente le regole del diritto commerciale internazionale consuetudinario: proprio quelle dei pacta sono, comunque, servanda… Per cui l’Ucraina – che, non a caso, preferiva la soluzione della composizione amichevole della diatriba – ha pochissime speranze di successo.

Il fatto è che la questione è tutta e solo politica[115]. La Russia applica al cliente i prezzi internazionali in vigore o, comunque, secondo contratto; e se per esempio al Kazakistan li fa migliori, più bassi, è perché si tratta di un prezzo di favore applicato a condizioni politiche in cambio di qualcos’altro: nella fattispecie, l’alleanza più stretta, qui doganale, che l’Ucraina non vuole preferendo perseguire quella che sarebbe una prospettiva probabilmente migliore ma che sembra destinata a restare a lungo solo la chimera dell’integrazione nell’UE. Ma, allora, di che si lamenta? L’arbitrato, non c’entra per niente.

In effetti, lo sa bene anche Kiev. Tanto è vero che il portavoce del governo ucraino a questo punto si affretta a precisare che, in ogni caso, il paese “onorerà fino in fondo gli accordi raggiunti nel 2009 con la Russia”, anche se continua a denunciarne il carattere di accordi che ledono gli interessi strategici del paese e perciò mantiene il ricorso al tribunale: almeno per ora[116]… E questo andrà avanti finché il tribunale risolverà a suo favore il contenzioso o finché il governo ucraino riuscirà a convincere quello russo a rivedere i termini ingiusti dell’accordo…

Ma il problema vero che ha l’Ucraina è che ormai è scavalcata… E dovrà, per forza di cose, trovare un accordo con Mosca, se non vorrà esserlo ancora di più. Non serve mettere la testa sotto la sabbia e far finta che problema non c’è o mettersi a sbandierare – inutilmente – la dignità nazionale. E non basta neanche rivendicare i propri personali buoni rapporti con Medvedev e Putin. Il problema ha dimensioni davvero ormai interstatali e sovrannazionali che solo trattate a quel livello possono venire utilmente affrontate.

In effetti, martedì 6 settembre, il gasdotto Nord Stream ha cominciato a pompare il gas naturale russo sotto il mar Baltico (da Vyborg, in Russia, a Greifswald, in Germania, nel Mecklenburgo-Pomerania anteriore e poi oltre nel resto d’Europa, scavalcando così per la prima volta il passaggio obbligato altrimenti per il territorio ucraino)[117].

Una vittoria strategica a fronte del non far niente impotente del Nabucco europeo molto di là da venire per la Russia di Medvedev e Putin, per Gazprom, per il consorzio russo-tedesco che lo gestisce e per una Germania che così si mette alla testa, concretamente e non solo a chiacchiere, di un tentativo concreto di costruire una politica energetica, almeno di fatto e nei fatti dell’Unione europea come tale: anche e proprio al posto della Commissione che, ancora una volta, si dimostra incapace e impossibilitata ad agire.

Se non a livello di annunci del tutto pleonastici, impotenti e, come quello immediatamente successivo alla notizia dato dal Commissario europeo all’Energia Günther Öttinger[118], tedesco lui stesso, che in conferenza stampa ci tiene a dar fiato – nulla di più: è l’ennesima volta che la Commissione lo annuncia e l’ennesima volta che non se la fila nessuno – al progetto di farsi dare dai paesi membri i poteri di “fermare” i singoli paesi dell’Unione dallo stabilire accordi bilaterali che – dice lui – concedano troppo potere a chi esporta petrolio e gas verso il territorio europeo. Cioè, nella fattispecie alla Russia.

Solo che, nei fatti, quel potere di influire sull’Europa la Russia ce l’ha e che l’unico modo di influenzarlo è trattarci, non cercare di alzare la voce quando, poi, dalla stalla ormai i buoi sono scappati, e che la delega di poteri sul punto a Bruxelles non la concederà mai alcun paese dell’Unione, e tanto meno poi la Germania che, proprio su questo tema con la Russia ha i rapporti più stretti e proficui: ormai stanno iniziando a tappe forzate anche i lavori del South Stream che, arrivando in Bulgaria dalla Russia sul fondo del mar Nero, raddoppierà la portata del gasdotto mentre già quando, a fine 2012, il Nord Stream sarà pienamente operativo (ora di esso funziona a pieno solo il primo dei due colossali tubi, col secondo che operativamente è al 50% da solo fornirà 55 miliardi all’anno di m3 di gas naturale russo  ai clienti dell’Unione europea per i prossimi cinquant’anni…

●Però, fa presente il ministro delle Informazioni di Kiev, Vitaliy Lukyanenko, col completamento del gasdotto russo-tedesco che non passa più per il territorio ucraino la manutenzione del vecchio tubo verrà dismessa a meno che non sia contrattata la continuazione delle forniture in Europa per, o anche per quella via. Altrimenti  flusso e forniture dipenderanno solo dai voleri di Mosca. Il fatto è che adesso dipendono, però, sia dai voleri di Mosca che da quelli di Kiev e che finora questi ultimi si sono dimostrati meno affidabili e più aleatori.

Ma, spiega Lukianenko, gli europei d’occidente ci dovrebbero ripensare dando garanzie di continuità dei flussi anche attraverso l’Ucraina[119]: che però non è, né sarà, in grado di garantire niente essa stessa perché non è in grado di garantire che sarà sempre in grado di pagare ai russi per il gas che importa ed esporta.

Poi, alla vigilia di un altro viaggio a Mosca, per incontrarsi ancora una volta con Medvedev, Viktor Yanukovych ci prova ancora. Perché, chiede ai governi russo e italiano, e per loro a Gazprom e ENI, non cambiamo – cioè non cambiate – il percorso del nuovo South Stream di cui sta iniziando la costruzione? Far passare il tubo attraverso il Sud del’Ucraina costerebbe cinque volte meno del posizionamento del gasdotto sotto il mar Nero[120]. Solo che, viste le ripetute interruzioni e “distrazioni” di flusso da parte ucraina sul vecchio gasdotto, anche in un passato recente, sarebbe anche forse cinque volte più prono a interruzioni possibili del flusso anche sul nuovo tubo e, quindi, anche a costi enormemente maggiori.

D’altra parte ormai è troppo tardi: pianificazione, progettazione come anche programmi di finanziamento sono già avanzatissimi. Proprio lo stesso giorno, l’ENI, la tedesca Wintershall e Électricité de France hanno firmato l’accordo finale di compartecipazione per il 50% globale della quota non russa di South Stream: l’ENI il 20% e le altre due compagnie ognuna il 15%. A Gazprom spetterà l’altra metà della quota ma non la maggioranza assoluta. L’Accordo è stato firmato a Sochi, appena a 500 km di distanza da Yalta, dove Yanukovych lanciava l’ultima sua offensiva…

●Dalla Cina, forse non proprio con amore per Kiev  ma, certo, con grande attenzione e tempismo. arriva l’offerta  della Banca Export-Import di investire 10 miliardi di $ nell’agricoltura dell’Ucraina. Lo comunica il  ministero delle Risorse agricole all’agenzia nazionale di informazioni. Da Pechino, dove il  ministro Nikolai Prysyazhnyuk si è recato in visita come membro di una delegazione capeggiata dal presidente della Banca centrale ucraina, Sergei Arbuzov, la banca cinese e i funzionari ucraini hanno discusso di finanziamento di infrastrutture, investimenti cinesi su mercato fondiario ucraino e, appunto, di progetti di sviluppo agricolo[121].

●A metà mese, prova vanamente a disturbare il manovratore anche Bruxelles, cercando di far sentire il ruggito del topo quando annuncia, col Commissario all’energia Öttinger di essere riuscita a trovare con il Turkmenistan l’accordo per aprire un negoziato sulla fornitura di gas naturale di sua produzione attraverso un tubo che traverserebbe il mar Caspio, l’Azerbaijan, le Georgia e la Turchia.

E’ uno sviluppo, per il momento secondario e teorico, del fanta-progetto europeo battezzato Nabucco, che tale del resto resta esso stesso solo a livello di intenzioni e continua a prescindere dal fatto che nessuno abbia ancora concretamente stanziato un euro che è uno per il progetto e che le forniture turkmene eventualmente disponibili, visti gli impegni contrattuali che Asgabat già ha sottoscritto con Mosca, non sembrano affatto consistenti e affidabili.

La reazione dei russi, poi non è quella di chi si dispone tranquillamente a subire. Non negano la legalità in sé dell’iniziativa, ma a Mosca il ministero degli Esteri mette in rilievo come essa ignori appunto, deliberatamente o no, gli impegni contrattuali che turkmeni e azeri hanno già sottoscritto coi russi sul gas come anche la realtà geopolitica del bacino del Caspio[122]: compreso l’impegno giuridicamente cogente sottoscritto nel 2007 tra i cinque paesi che su quel mare si affacciano (Azerbaijan, Turkmenistan, Kazakstan, Iran e Russia) che nessuno di loro avrebbe preso accordi con altri se non di comune accordo su questioni che potessero riguardarli tutti.

Com’è, rilevano i russi, sicuramente il passaggio di un nuovo oleodotto gigante  – se mai certo fosse  poi  costruito – in una regione tra le più altamente esposte a rischi geosismici: che qui vedono un terremoto grave verificarsi in media ogni cinque anni.

Cosa per cui anche l’Iran, proprio come Mosca si oppone[123]: del resto nella zona il territorio persiano di sismi catastrofici ne ha subìti parecchi e l’obiezione congiunta, cui sicuramente si andrà addizionando quella kazaka, fanno svanire immediatamente nel nulla le ambizioni oniriche, non abbastanza esplorate nei dettagli, evidentemente, dagli uffici nulla-concludenti, del resto, da sempre   del Commissario europeo.

Teheran, attraverso l’ambasciatore a Mosca, Seyyed Mahmoud Reza Sajjadi, si oppone sia per ragioni di rischio ambientale “anche troppo evidenti” che l’UE ignora “deliberatamente” o “per crassa ignoranza” della geologia della zona, sia perché interferisce illegittimamente con l’ “indivisibile” autorità interstatale dei cinque Stati del Caspio.  

●Infine va anche annotato che in quella che ambirebbe essere una forte manifestazione di volontà politica, ma corre il rischio talmente è ridicola di un’inevitabile sottolineatura della propria reale impotenza, si viene a metà mese a sapere che il presidente Yanukovych ha “ordinato” al ministro degli Esteri Kostyantyn Hryshenko che sarà licenziato se entro l’anno non riuscirà a concludere con l’UE l’accesso dell’Ucraina nell’Unione[124].

Anche la Lettonia potrebbe adesso trovarsi nei guai per certe sue scelte di politica energetica che la fornitrice russa Gazprom considera inaccettabili, come la decisione di quel governo di cancellare la riduzione di accise al consumo sul gas importato decidendo di incassare i maggiori introiti. E’ ovvio, spiega all’importatore lettone Latvian Gas, il portavoce di Gazprom Eugene Roldugin che l’esportatrice russa non ha alcun interesse a sussidiare come così sarebbe non i consumi ma direttamente il governo lettone[125] e che se esso non ci ripensa subito l’anno prossimo, nel 2012, la concessione di certo sarà cancellata.

E intanto il paese, seguendo a ruota l’esempio danese butta via nelle elezioni del 17 settembre il suo spudorato governo di destra che, con la benedizione e sotto lo sprone di Bruxelles e di Washington, ha instaurato – democraticamente, col voto degli elettori – un regime di cancellazioni feroci ai diritti di chi lavora e ha lavorato e tagli profondi al welfare.

E’ il modello della “svalutazione interna”, come l’ha battezzato un centro studi americano neo-liberista[126] che se ne è fatto incautamente sponsor e propagandista per i paesi dove, non potendo o non volendo svalutare la moneta, qualcuno  sogna di alimentare la ripresa coi tagli fatti subire all’80-90% della gente, salvando chi ha il privilegio di fissarsi i prezzi da soli e di non pagare le tasse – fra l’altro qui particolarmente appiattite sui redditi alti, anche se la caduta della domanda colpisce alla fine anche loro. Ma adesso i nodi, anche qui, stanno venendo al pettine.

Infatti, stavolta non è bastato[127] l’appello a un anti-sovietismo più che altro fantasmatico ormai a convincere, come tre anni, fa i più a votare a destra. E non ha aiutato certo la politica economica avventurosa e disgraziata del governo ultrareazionario di Valdis Dombrovskis che, secondo ideologia ma anche – e come – secondo i suoi personali interessi, aveva copiato i modelli neo-liberisti facendo stringere la cinghia ai meno abbienti con la falcidia sistematizzata di diritti, salari e pensioni e, per contro, esenzioni e privilegi ai più ricchi, alla finanza, alle banche. La promessa era la solita: così diventiamo, diventate, tutti più ricchi… basta avere pazienza.

Ma i lettoni, stavolta, pazienza non l’hanno più avuta: col 30% dei voti hanno eletto a primo partito del paese il “Centro dell’armonia”, quello più di sinistra ma soprattutto più attento a riequilibrare proprio i rapporti con Mosca cui si rivolge tradizionalmente la forte minoranza di lingua russa (il 30-35% dei cittadini, molti dei quali che, grazie alle leggi di stampo sciovinista e razzista fatte passare dai precedenti governi, sono privati del diritto di voto). E al secondo posto hanno eletto il “Partito della Riforma”, di Valdis Zatlers, già presidente, col 20,5% dei voti. Dombrovskis, col suo “Partito dell’Unità” ha preso appena il 18% dei suffragi – un crollo del 31% dal tetto che era riuscito a toccare appena un anno fa.

Zatlers e Dombrovkis ora tenteranno di formare una coalizione per continuare a tenere i “filo russi”  fuori del governo. Ci potrebbero anche riuscire irretendo ancora i gonzi con lo spauracchio dell’anti-sovietismo. Ma stavolta i conti dovranno essere fatti sul serio anche coi “Verdi e contadini” (12,2% del voto) e “Alleanza nazionale” (13,5%) che s’erano lasciati irretire dallo spauracchio dell’antisovietismo d’antan e … soprattutto con un recente passato catastrofico di conduzione dell’economia per tutta le gente che lavora. E che. malgrado tutto, anche qui come dovunque, è la maggioranza…

In Estonia, dice il comandante in capo delle Forze nazionali di Difesa, gen. Ants Laaneots, come anche – dice sempre lui – in Finlandia, Svezia e Polonia, l’aumento di attività militare dei russi nella regione baltica occidentale, la più vicina alle coste della Russia, causa “molte preoccupazioni[128]. Ai militari estoni dà soprattutto fastidio che tutte le forze russe stiano – constata – “cercando di coordinarsi” meglio tra loro, aria, terra e mare.

L’amm. Viktor Viktorovich Chirkov, a capo della Flotta baltica russa di stanza a San Pietroburgo (Leningrado la chiama, con lapsus assolutamente rivelatore, Laaneots) replica[129], sornione, che naturalmente terrà conto dei desiderata del collega estone— anche se, chiarisce, non è in suo potere spostare, purtroppo, dal Baltico la Flotta baltica… 

Sergei Rumas, vice primo ministro della Bielorussia[130], paese che cerca di coltivare al meglio i rapporti bilaterali con Mosca anche se fra punte non infrequenti di tensione – i russi tendono a dare consigli come si fa con un fratello minore e i bielorussi spesso ne sembrano risentiti – annuncia di aver negoziato con successo la concessione dalla banca statale Sberbank di Mosca di un prestito da 1 miliardo di $ per aprire con la bielorussa Belaruskali una joint venture giornalistica che si chiamerà Business NewEurope e su base mensile studierà l’evoluzione dei mercati finanziari in Russia, in Bielorussia e anche negli altri paesi dell’Est.

Sottolinea Rumas che non c’è stato neanche bisogno di garantire a Mosca una garanzia collaterale di quote azionarie perché con la Russia  − è il punto che Medvedev e Putin stanno cercando di far capire a ucraini, georgiani ecc., ecc. ma senza troppo successo – come tutto dimostra i rapporti puramente commerciali sono gli unici a contare se liberamente si rifiutano quelli basati anche su rapporti di cooperazione e di amicizia: ai quali si può ovviamente rinunciare per fare soltanto affari, come tra fornitori e clienti normali. Ma se è così, non ci si può poi lamentare se non si ottengono condizioni di particolare favore. Rumas rileva che l’accordo serve anche – almeno lui spera – a stabilizzare a Minsk la situazione del mercato valutario interno.

Serve di sicuro il credito da 1 miliardo di $ che, annuncia il 17 settembre nella capitale bielorussa il presidente dell’Assemblea nazionale cinese, Wu Bangguo[131], aperto a Minsk e, assicura,  “senza condizioni” dalla Repubblica popolare.

E la Lituania, un altro dei paesi che tendono a fare troppo spesso il grillo parlante – senza guardare alla trave fermamente conficcata nell’occhio suo: per esempio le celebrazioni ufficiali, ormai a cadenza annuale, dell’alleanza coi nazisti nella seconda guerra mondiale in funzione antisovietica, si mette a fare le pulci al vicino bielorusso. Non gli va bene, si sa, il presidente Lukashenko, ma non gli va bene neanche, spiega in Tv la presidente Grybauskaite, l’opposizione che, invece di sottolineare come lei fa un minuto sì e l’altro pure, con grandi velleità e a dire il vero poco costrutto, l’indipendenza del paese, si appella all’amicizia coi russi – i fratelli di sempre – il che, dice la presidente la rende nervosa perché la Lituania ha interesse ad avere ai confini uno Stato indipendente[132]. E si capisce allora, anche, che i bielorussi si incacchino.  

Intanto la Polonia, che per questi sei mesi è presidente di turno dell’Unione, col primo ministro Donald Tusk, che ospita a Varsavia un forum economico dedicato alla crisi e alla ricerca di un modo “europeo” per affrontarla, parlando a latere in un incontro col presidente georgiano Mikhail Saakashvili e il primo ministro della Moldova, Vlad Filat, afferma che i due paesi, anch’essi come la Polonia dell’area ex “sovietica”, più forse sovietizzata, del vecchio continente, “grazie alla leadership politica determinata” dei loro dirigenti, stanno “accorciando i tempi[133]” dell’adesione all’UE.

E’ una diagnosi proprio curiosa perché – sembra a noi e ai più in Europa e, forse, ormai anche in Georgia e in Moldova – è proprio “grazie alla leadership politica scriteriata” e avventuristica dei dirigenti che si ritrovano quei due disgraziati paesi che in realtà tutto è bloccato. Anzitutto, dalla pervicace, e soprattutto univoca, volontà che esibiscono di affermare se stessi nel contrasto clamoroso con Mosca— avventuristicamente anche armato: l’aggressione georgiana alla Russia… pagata, poi, a carissimo prezzo.

Un comportamento che, se fosse in qualche modo coperto politicamente dall’Unione, sposterebbe in maniera deliberatamente conflittuale i rapporti e gli equilibri tra Europa e Russia. In maniera, per la grande maggioranza degli altri paesi europei – Germania in testa: vedi Nord Stream e South Stream, per non dire altro – chiaramente, però, inaccettabile.

Il giorno dopo, a un incontro del gruppo parlamentare del PPE, torna sul tema il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski[134]. Non è un caso, è il risultato di un’offensiva coordinata lanciata dai polacchi per “portare” adesso, il vertice dell’Unione che si terrà a Varsavia a fine settembre ad offrire un approfondimento e un’accelerazione dei tempi di realizzazione della “partnership orientale”, per esempio cancellando la necessità di visti di ingresso nella UE per i paesi dell’Est in Europa, ribadendo la promessa di una futura integrazione economia quando saranno state raggiunte le condizioni previste mantenendo aperta la prospettiva di una partecipazione piena all’Unione.

Il fatto è, però – e Sikorski lo sa tanto bene che lo dice lui stesso – che non l’eurozona soltanto ma tuta l’Unione è “molto divisa” sul punto. Non serve ripetere per l’ennesima volta impegni già presi; e accelerarli, poi, come vorrebbe la proposta sui visti, nel clima attuale, è impossibile. Più generalmente, ci sono, a frenare

• i problemi di disomogeneità non solo economica ma anche le diversità di sensibilità politiche tra le due Europe occidentale e orientale (sulla Russia e il rapporto con essa, anzitutto): divergenze dettate dalla prossimità geo-strategica e dalla storia, in primo luogo, ma acuite proprio dall’ultimo allargamento all’ingrosso e precipitoso all’Est del 2004;

• adesso, poi, c’è il peso della crisi che porta tutto e tutti a decelerare;

• e il fatto stesso che nessuno – nessuno – dei paesi dell’Est sia realmente pronto a rispettare le scadenze e tutti – tutti – i parametri economico-finanziari imposti dall’adesione (che, poi, è vero spesso – più spesso che no, anzi – non rispettano neanche gli Stati fondatori dell’Unione e del’eurozona;

• e, infine, c’è la certezza – o, almeno, la quasi certezza – che i paesi dell’Est in attesa ormai hanno essi stessi che i tempi siano giusti e i traguardi economico-finanziari imposti dall’euro e anche solo, in sé, dall’adesione sarebbero per loro subito desiderabili…

Malgrado la consapevolezza, che hanno perfettamente, di condurre così una battaglia, per ora almeno, di pura facciata, i polacchi – determinati a intestarsi una specie di leadership ufficiosa dell’ex blocco dell’Est dentro l’Unione – decidono di forzare e portare al pettine questo nodo senza sembrare preoccuparsi troppo del fatto che non solo non c’è unanimità ma neanche un consenso maggioritario, tanto meno largo, a favore della loro proposta.

E, questo, è proprio uno dei tratti meno accattivanti della partecipazione di alcuni di questi paesi all’Europa unita, non solo ma soprattutto la Polonia: che, in un’ottica tutta loro, pressoché solo nazionalista o al meglio di area, non si preoccupano di avanzare proposte che contribuiranno a dividerla ancor di più, né si mettono a costruire alleanze, a crear sintonie. Vanno avanti a occhio chiusi. Come vecchi tori da arena che reagiscono sempre allo stesso modo alle bandiere rosse del comunismo: anche quando il rosso è del tutto slavato e il comunismo, come minaccia geo-strategica, non esiste più.

●A fine settembre, flop del vertice convocato a Varsavia[135] sotto il titolo di Partnership orientale europea – forzando praticamente, come presidente di turno, la volontà degli altri nell’Unione, come aveva annunciato di voler fare a inizio mese – per accelerare, nell’intenzione dichiarata il transito di sei paesi dell’est ex sovietici verso l’UE. Non tanto, anche se erano anche esse nel pacchetto, Armenia e Azerbaijan, ma specie Ucraina e Bielorussia (comunque più “mature” anch’esse delle ultime due, Georgia e Moldova, da cui pure era partito improvvidamente il primo ministro Tusk). Gli fosse riuscito il colpo di facilitarne l’approccio, per la Polonia e le sue ambizioni di protagonismo e di leadership sarebbe stato un grande successo diplomatico e politico.

Ma il governo polacco è stato invece costretto, con tutti i partecipanti, a constatare l’impasse. Tanto per cominciare nessuno degli attesissimi big occidentali, il francese Sarkozy e l’inglese Cameron, e pure la Merkel alla fine, s’è neanche affacciato all’incontro. Tutti hanno dovuto prendere atto così

• che 1., intanto, la Bielorussia neanche partecipa all’incontro, ritiratasi all’ultimo minuto accusando la Polonia di inaccettabile discriminazione nei suoi confronti (il presidente polacco aveva rifiutato di invitare come tutti gli altri capi di Stato anche il presidente bielorusso: non democratico abbastanza,  dice, e probabilmente a ragione[136]: ma – allora ed al solito – per dirne uno solo?, quello georgiano, Saakashvili, va bene invece così com’é? E perché i massimi esponenti della UE presenti hanno ricevuto una delegazione dell’opposizione al bielorusso Lukashenko ma rifiutato di incontrare quella di oppositori a Saakashvili?);

• e che, 2., l’Ucraina si sta, come dicono, allontanando anch’essa dal percorso che la Polonia e la UE di simpatie spiccatamente liberiste considerano andare “verso la democrazia”, come amano dire, visto che negli stessi giorni a Kiev si conclude il processo all’ex prima ministra Timoshenko, da sempre filo-occidentale e russofoba ma, accusata, nella fattispecie, di “tradimento” degli interessi nazionali per aver svenduto alla Russia un contratto di acquisto di gas quando nel 2009 era lei al governo (fu necessario, però, probabilmente: una soluzione forzata per sbloccare l’impasse che stava negando combustibile ai consumatori ucraini durante un inverno gelido e anche agli europei della cui parte di gas Kiev si andava appropriando come diceva per forza maggiore…

Strana definizione di processo democratico, però, questa che condanna semplicisticamente il processo di Kiev come se fosse un processo di stampo stalinista, perché sarebbe “politicamente motivato” come quello di alcuni grossi oligarchi in Russia accusati di aver rubato beni pubblici al paese e bollati come processi “politici” a prescindere, poi, se amici o nemici di Putin, ne fossero davvero colpevoli o no. 

E’, infatti, difficile convincere tutti, anche chi in Europa occidentale non vede l’ora di sottoporre a regolare processo un primo ministro finalmente diventato ex anche lui: con procedure assolutamente democratiche – anche se non proprio di democrazia liberale dello stampo che a priori assolve sempre lor signori – quelle che, cioè, anche per le malefatte politiche prevedono che la legge sia uguale per tutti.

In ogni caso, la Repubblica Ceca non intende affatto seguire ciecamente – è il caso di dire: ma con la “i”… – le pulsioni di tipo polacco: almeno su temi come questi non è proprio il caso di mettere le dita nell’occhio dell’orso, si vede adesso: infatti, Gazprom, con il pieno accordo dei cechi (l’unico a dissentire, ma stavolta sommessamente, è il presidente Klaus: un campione sparato del libero mercato, dopotutto… che perciò ha difficoltà ad opporsi alle logiche proprio del mercato) ha acquistato il 51% della proprietà azionaria della RSP Energy[137] che fornisce elettricità e gas naturale a tutti i piccoli utenti (abitazioni e piccole e medie imprese) in tutta la Repubblica ceca.

Un tema sul quale ogni tanto si torna, quando in uno di questi paesi si parla di Russia, per quanto anch’essi essi poi profumino solo vagamente di democrazia – ma anche da noi in  occidente, dove invece pretendiamo di insegnarla al mondo intero – per dimostrare quanto sia ancora arretrata è il tema della struttura del sistema giudiziario e come esso, al dunque, costituisca la cartina di tornasole proprio della carenza di democrazia nel paese.

Qui sbattono in galera davvero e ce li lasciano poi, gli stramiliardari evasori fiscali, specie certo – questo è vero – se pretendono pure di fare concorrenza ai politici. E qui la giustizia viene resa con grande e sospetta lentezza. Così, adesso tocca di nuovo al NYT[138]  argomentare in un editoriale, con un perfetto non sequitur che il non essere stata resa giustizia, trovando esecutori e mandanti, alla giornalista Anna Politkovskaya assassinata “ben cinque anni fa” per quelle che tutti sono convinti siano state ragioni eminentemente politiche sarebbe la prova provata della poca democrazia che cè in Russia.

Da noi, invece, dove già sono passati 33 anni dall’assassinio di Moro, o in America dove ne sono trascorsi 55 da quello di Kennedy e 50 da quello di Martin L. King,  qualche Dio onnipotente e benevolente ci avrebbe invece assolti da ogni mancanza sulla democrazia – malgrado Bush e Berlusconi, per dire – pur non essendo le autorità riuscite a convincere mai altri che pochi di chi sia stato davvero l’esecutore e tanto meno il mandante di quegli omicidi politici sempre irrisolti. Insomma, ma che c’entra davvero, sia lì che qui, la democrazia se non per montarci su una costruzione d’accusa tanto diffusa quanto incoerente e poco credibile.

Il che non vuol dire, sicuro, che la Russia, con Putin e Medvedev, sia un paese cristallinamente democratico. Purtroppo è altro, probabilmente. Ma altra è anche la situazione in tanti, forse tutti i paesi vicini che ce l’hanno per vecchie ragioni loro coi russi, o predicano di democrazia, ma razzolando quanto mai male, da più lontano.

Adesso, i due hanno deciso di rinnovare la loro alleanza, sempre a quel che si è saputo ricca di dissensi e di scelte diverse ma sempre anche alla fine rimasta in pubblico solida. Al congresso del loro partito (Единая Россия— Yedinaya Rossya Russia unita) hanno annunciato – anzi Medvedev, dopo che Putin aveva proposto che fosse lui a condurre partito e Stato nel prossimo futuro ha prospettato[139] l’ipotesi  – che il candidato invece sia Putin e questi ha accennato alla “possibilità” che l’altro prenda di nuovo il suo posto, come primo ministro: del resto se ne parlava dall’inizio del cambio presidenziale tre anni fa.

E la proposta, come pochi dubitavano, è passata alla grande. Ma già il dubbio, che formalmente è rimasto aperto fino a fine settembre qui, è stato un segno, nuovo, di una qualche maggiore democrazia. Come se da noi si discutesse seriamente, per dire, di un altro capo alla testa del Popolo delle (cosiddette) libertà o del Caroccio… E poi non è la prima volta che in un Congresso russo di partito, una proposta già acclamata viene alla fine cambiata. Ma stavolta sembra proprio difficile. 

Il fatto che resta, però, per tutti evidente è che continua una dialettica, neanche così sorda, non tanto tra i due, che sembrano essersi sempre in fondo capiti, quanto fra le parti, le fazioni, i partiti che in qualche modo ormai rappresentano e dai quali vengono puntellati dietro e a volte anche davanti alle quinte: qualche volta anche schieramenti visibili in campo aperto.

Il primo, dicono tutti, il partito di Medvedev, più aperto e disposto al rischio delle riforme anche se come quelle inaugurate sotto Eltsin, ad esempio, erano selvagge controriforme pagate dalla gente comune per diversificare, modernizzare, liberalizzare e in sostanza privatizzare, regalandole a pochi privilegiati, le ricchezze del paese. La solita politica dei due tempi, sapete, portata agli estremi, che in nome di un futuro capitalisticamente radioso – cambiando solo l’avverbio dal comunisticamente radioso che si diceva nell’era sovietica – aveva in una decina d’anni pressoché dimezzato sia l’economia che il tenore di vita dei cittadini a reddito fisso, lavoratori dipendenti e pensionati.

Non è difficile intuire perché ora questa linea – cui veniva associata l’ intenzione medvediana di svezzare l’economia del paese dalla dipendenza da gas e petrolio ma senza indicare chiaramente verso che cosa e con quali garanzie – sia tanto meno popolare. L’altra, quella più  associata a Putin e ai suoi è quella accusata di continuismo, di pura e semplice prosecuzione dello status quo ma che la maggioranza, scottata dal cosiddetto liberismo selvaggio dell’era immediatamente post-sovietica sembra proprio respingere.

Lo conferma – parlando con tal Lyubov Volkova, attivista tra le più note dell’opposizione liberal, da noi diremmo liberal-centrista, alla Casini o forse alla Rutel-Veltroni per capirci, – una reporter del NYT[140].

   “I moderato-progressisti-liberal russi, una piccola ma influente fetta della popolazione [influente, poi?!?: perché parlano inglese, perché sono sempre disponibili a chiacchierare coi giornalisti americani e inglesi, forse…: ma, appunto influiscono a Londra, a Washington e di tanto in tanto, magari, anche a Roma: dove cioè qui non conta], hanno dovuto fare i conti questo mese con alcune realtà per loro laceranti.

   Il signor Putin, che domina qui la via politica, è popolarissimo tra la gente comune che ha visto nell’ultimo decennio costanti passi avanti nelle sue condizioni di vita. E, anche se [o, forse, proprio perché, no?] lui è un fermo avvocato di un potere centralizzato, ha governato offrendo sempre strumenti politici [almeno qualche po’ alternativi: una specie di valvole di sfogo] alle élites sofisticate di chi non è d’accordo [élites, appunto] principale tra i quali strumenti è stato proprio il signor Medvedev, i suo successore come presidente e ora candidato a riprendere la lotta contro il nichilismo illegale  e contro la corruzione senza confini”.

Ma ora questo, come altri strumenti potenzialmente alternativi, sui cui i liberal avevano puntato le loro speranze sembrano essersi come sgonfiati…

E, ora, l’annuncio della posposizione almeno fino al 2013 di tutte le maggiori privatizzazioni[141] di cui si andava parlando, dato in forma ancora dubitativa (“sì, è proprio possibile”) dalla ministra dello Sviluppo, Elvira Nabiullina alla vigilia del Congresso di Russia unita, sembrava proprio costituire conferma indiretta che nel braccio di ferro, come sapevano tutti, stava prevalendo il partito di Putin, decisamente meno favorevole alle privatizzazioni. Certo, l’annuncio  nelle parole della Nabiullina sembrava motivato in modo impeccabilmente solido e non certo peregrino.

Non bisogna ripetere – spiega – l’errore/delitto di Eltsin neri primi anni ’90 quando omaggiò vassalli e valvassori svendendo loro al valore di uno assets (miniere, fabbriche, materie prime che valevano mille), creando dal nulla, così, la schiera dei miliardari russi post-sovietici. Questo, del resto, nel pieno della crisi, e anche a prescindere dalla lezione “utilmente” richiamata così alla memoria della popolazione, non sembra proprio il momento migliore per vendere beni pubblici al meglio sui mercati, specie internazionali.

Addirittura, a volte, con una nostalgia non pare proprio per la mancanza di libertà e di opzioni politiche di allora ma, e assai diffusa, del minimo di sicurezza garantita che il pur povero ma universale welfare del comunismo reale – diciamo quello di Breznev – garantiva a tutti i cittadini sovietici: dai kazaki ai russi bianchi. E non è, a pensarci bene, allora tanto curioso che questo tipo specifico di nostalgia si agiti sempre anche per tutti gli altri paesi dell’ex impero del’Est.

Ma, poi, a buttare all’aria questa interpretazione praticamente unanime (il buono Medvedev, il duro Putin…) viene l’annuncio del vice primo ministro e ministro delle Finanze, Aleksei Kudrin – uomo di Putin da sempre nel governo di Medvedev e, prima, naturalmente proprio in quello di Putin stesso che arrivò con lui al Cremlino sotto Eltsin da San Pietroburgo – che lui nel Gabinetto sotto Medvedev, adesso di nuovo primo ministro, non resta: “io ho differenze reali serie con le sue politiche economiche, che in sostanza hanno a che fare con i troppi denari che lui brucia in investimenti di stampo militare[142]”.

Allora te ne vai subito, gli comunica Medvedev in diretta televisiva, licenziandolo anche col sostegno dello stesso Putin che non può neanche lui accettare una ribellione aperta come questa. proprio come s’è rammaricato tante volte di non  poter fare coi suoi ministri Berlusconi che oggi amerebbe tanto fare con Tremonti, guarda un po’ proprio il suo ministro delle Finanze.

Ma il merito del contendere è interessante davvero perché, contrariamente alla vulgata messa in circolo dai media russi ma soprattutto da quelli occidentali che da anni ripetono come sia in prima fila Putin da sempre a pensare a un riarmo di Mosca capace di riportarla grosso modo in equilibrio con Washington, recuperando sugli anni dell’erosione imputata a Eltsin della potenza militare ex sovietica.

In effetti, continuano ricerca, sperimentazioni e investimenti. Che non tutti, naturalmente, vanno a buon fine. Non subito, come succede dovunque e anche in America. Adesso anche qui, però, almeno lo dicono, non tentando più di nasconderlo in modi spesso addirittura grotteschi: e questa è cosa nuova che scombussola alquanto preconcetti e abitudini dei russi stessi e degli americani.

Ha comunicato il ministero della Difesa[143], spiegando che si è trattato di un primo lancio sperimentale all’interno di un complesso insieme di ricerca e sviluppo di un nuovo sistema missilistico sottomarino intercontinentale, l’SSBN, Bulava 30— Clava 30, che dal mar Bianco prospiciente il cosmodromo di Plesetsk, a 1.000 km a nord di Mosca e 200 a sud di Archangelsk, a 62° di latitudine nord, sulle coste del mar Bianco è stato lanciato verso la penisola della Kamchatka, dall’altra parte della Russia all’estremo nord-est sul Pacifico, sui 5.000 km. di distanza. Ma è anche subito precipitato dopo soli 10 km. di traiettoria quando ancora era ben dentro l’atmosfera.

Pressoché contemporaneamente, un altro analogo test ha avuto pieno successo con un diverso tipo di missile intercontinentale, chiamato Liner l’allineatore, un modello avanzato del vecchio missile Sineva lanciato anch’esso da una piattaforma sottomarina, il sommergibile SSBN Tula della classe Delta IV nel mare di Barents, qualche centinaio di km. più a Nord, che al contrario del’altro è arrivato precisamente a destino, nel poligono di Kura in Kamchatka[144]. Lo annuncia il portavoce della Difesa col, Igor Konashenkov.   

Kudrin, nella sua intemerata contro Medvedev come il vero guerrafondaio, non sostiene certo che Putin dissenta dalle scelte strategiche di Medvedev – anche perché tutti sanno che se fosse così esse non prevarrebbero –  ma sottolinea che è proprio il secondo, in realtà, l’anima di queste scelte che lui considera, invece, fiscalmente “poco responsabili” e ha dovuto, dice, subire. Naturalmente l’altra interpretazione che gira è che Putin gli avesse lasciato capire che avrebbe fatto di lui il suo nuovo primo ministro e che, però, al dunque, non ha potuto mantenere il suo quasi-impegno.

Medvedev stesso rivendica e conferma, subito dopo, quanto detto da Kudrin[145]: parlando ai comandanti militari che partecipavano a Cherbakul, nella regione di Chelyabinsk, alle esercitazioni militari denominate Centro 2011, assicura che la spesa per la difesa resterà sempre una delle priorità del bilancio russo perché la Russia è un paese di vastissime dimensioni dotato di armamento nucleare. D’altra parte rileva, secondo gli stessi americani (classificazioni della CIA) la spesa russa per armamenti è sì e no un quinto di quella russa “a parità di potere d’acquisto”. E aggiunge, con asprezza, chiunque – come è suo diritto – non è d’accordo esercita, appunto, un suo diritto, ma dovrà cercarsi un lavoro da qualche altra parte non da dentro il governo russo…

D’altra parte anche negli ambienti statunitensi più “tecnicamente” attenti emerge il giudizio che Putin, adesso che riprende pienamente nelle sue mani il timone non scarterà affatto a priori le misure di “modernizzazione” preconizzate da Medvedev[146], perché è un fatto che lo sviluppo del paese non è più fondabile solo o soprattutto sullo sfruttamento di petrolio e materie prime. Putin perseguirà, dunque, anche secondo chi scrive, una linea più modernizzatrice e razionalizzatrice di riforma economica.

Ma starà attentissimo, lui molto più di Medvedev, a gestire il cambio di passo con ben altra cura degli interessi, delle preoccupazioni e delle condizioni di vita della gente comune. Ma questo, inevitabilmente, significherà come dice Putin rispetto a Medvedev uno Stato più  severo con chi va sopra le righe o al di là delle regole e tutto il contrario che più lasco e più tollerante delle priorità del mercato rispetto a quelle sociali.

STATI UNITI

Quell’11 settembre… (infantili) grandezze e miserie (mature) della Grande Mela… (foto)

“I giovani americani della seconda foto non sono cinici. Sono solo americani!” (Frank Rich, New York Times, 10.9.2011)

 

Fonte: Foto di Matt Weber in Guardian, 2..9.2011 Fonte: Foto di Thomas Hoepker in Slate, 14.9.2011 (cfr. http://www.slate.com/id/2149675/)

●Il dipartimento del Commercio ha ritoccato, in lieve aumento, il risultato del PIL[147] nel secondo trimestre: da +1,2 a +1,3% grazie a consumi ed esportazioni in leggero aumento esse stesse. Resta indietro il mercato edilizio che, con milioni di americani iper-ipotecati per cifre che superano il valore delle loro case, non riesce neanche a rimettersi in moto pure a tassi di interesse assai bassi: coi mutui fissi che, attualmente, sono bloccati su un trentennale al 4,1%.  I consumi crescono poco, dello 0,7% nella revisione, mentre sale del 4,3%, sempre nella stima rivista del secondo trimestre, il tasso di crescita dei profitti di impresa, in lieve aumento rispetto a quelli già più che robusti del primo trimestre.

●Nel secondo trimestre del 2011, il deficit americano dei conti correnti[148] è diminuito, a seguito della crisi che ha bloccato anche molte attività finanziarie, a 118 miliardi di $, 4 miliardi di meno del previsto.

●L’aumento dei prezzi ad agosto è al 3,8%[149], il massimo dal settembre 2008 quando, però, ben altro era il tasso di crescita dell’economia: e solo miopia economica acuta o fanatismo ideologico di stampo reazionario possono oggi preoccuparsi del primo più che di questo.  

La  crescita dell’occupazione è del tutto in stallo, il peggiore da quasi un anno. Le stime di tanti esperti, al solito ottimistiche, che davano un leggero incremento in agosto, erano tutte sballate. Il Dipartimento del Lavoro ora attesta che il tasso di disoccupazione[150] resta bloccato, al 9,1% ufficiale e tende ad imputarne la responsabilità al clima parossistico di tensione sorto, e creato anche ad arte, intorno alla questione del tetto del debito pubblico del paese. 

Artificiosamente, dicevamo, per lo meno quanto artificiosa è la decisione della BCE, e del Trattato di Roma, che l’inflazione deve stare “prossima al 2%” in tutta l’Unione – non lo è mai stata e oggi meno che mai, ma tant’è: a quell’irraggiungibile obiettivo è stata sacrificata la crescita dell’Europa intera…, − senza che nessuno mai si degnasse di spiegarci perché quel target, che sarebbe stato comunque arbitrariamente fissato, lo dovesse essere proprio al 2 e non, per esempio, al 4%.

Proprio artificiosa, cioè, come qui. Dove il mondo reale spernacchiava il downgrade di S&P’s continuando a comprare dagli Stati Uniti i bonds a rendimenti che restano contenuti mentre il braccio di ferro tra presidente e Congresso paralizzava tutto sulla determinazione, tutta e solo formale e nella realtà irrilevante, se fissare il tetto del debito/PIL se il paese potesse evitare di entrare in stallo per una differenza dell’1%, più o meno, sui 200 miliardi di $ rispetto a un debito/PIL che ormai raggiunge comunque i 14.300 miliardi.

Adesso i dati sui disoccupati di lungo periodo – più di 27 settimane di seguito: qui, sempre americanamente o, se volete, ideologicamente ottimisti, mentre il mondo calcola il dato su un anno, lo contano sempre a sei mesi come se il paese benedetto da Dio non dovesse mai doversi preoccupare di una disoccupazione  lunga – riferiscono qui, attestati più o meno come a giugno, di circa 6 milioni di senza lavoro.

Ma, badate bene, sono i dati ufficiali… In realtà è come per quel 9,1% ufficiale di disoccupati dove contano solo quelli che nel mese hanno cercato “attivamente” lavoro— ma almeno il 40% dei disoccupati veri, per ragioni diverse, in realtà non lo fa. Ora, secondo i nostri calcoli supportati da un’attenta lettura dei documenti del Bureau of Labor Statistics, il dato è in realtà almeno un 15% reale anche se non forse il disperante 25 milioni di disoccupati reali che un esperto vero accredita oggi in televisione[151].

E un ballo di San Vito così accentuato e frenetico – quasi come la danza macabra cui la banda Berlusca con le sue quattro, cinque manovre in un mese ci ha abituato ma non ha abituato i mercati— che in questo, solo in questo (sì sì, no no: da parte di chi chiede, almeno) sono davvero evangelici – è un segno che sembra in sé molto preoccupante.

Anche l’attesa del discorso di Obama sul lavoro di inizio agosto, non vale a rilanciare le attese: c’è, anche alla luce delle divisioni ideologiche asperrime tra maggioranza repubblicana e democratici, specificamente con la Casa Bianca, uno scetticismo[152] profondo e diffuso sulla possibilità stessa, concreta, di aiutare a creare posti di lavoro attraverso misure di ordine legislativo. E poi – anche – di creare posti di lavoro che non condannino chi li andrà ad occupare a vivere al di sotto della linea della povertà perché non si risolveranno così i problemi dell’America.

E probabilmente non si riuscirà a portare a conclusione neanche il rinnovo delle misure, poche, che attualmente sono in vigore e frenano un po’ il drenaggio fiscale altrimenti davvero pesante. Il dato veramente preoccupante di quest’ultima infornata di dati sull’occupazione non è, però, neanche tanto la crescita zero di posti di lavoro nel mese quanto il fatto che essa sia peggiore che nei mesi precedenti.

D’altra parte, il tasso di povertà in questo paese, calcolato com’è sul reddito medio delle famiglie, è aumentato al 15,1% su base nazionale, 46.200.000 cittadini sotto il livello ufficiale di povertà e, solo  nel 2010, +2,3% con altri 2.600.000 americani, conseguenza diretta del calo pesante dell’economia e al massimo livello dal 1993[153] e un reddito medio delle famiglie che in un anno, tolta l’inflazione, cala di un effettivo 2,3%.

●Tra parentesi, torna ad affiorare – ma non solo qui: anche da noi – una grande preoccupazione perché l’America non fa abbastanza bambini… Sarebbe il fattore che frena la ripresa, dicono. In particolare il ragionamento è quello tipico e assai squilibrato, soprattutto mal motivato, che avanza ancora una volta il WP[154]. Il problema sarebbe che, a causa del pensionamento ormai avviato e incombente della cosiddetta generazione dei baby boomers (i cittadini della grande ondata di nuovi nati nei primi vent’anni dopo la seconda guerra mondiale), il mercato del lavoro non riesce a produrre manodopera sufficiente per tenere il passo con il ricambio che c’era invece stato nelle precedenti fasi di ripresa.

E’ il mondo visto dalla parte sbagliata del binocolo! Un tasso demografico basso può essere certo un problema. Ma non per questo motivo, non per la carenza di lavoratori da occupare. Qui, in America, ci sono (dati veri del Bureau of Labor Statistics, ma letti con attenzione senza fermarsi ai titoli dei comunicati stampa) oggi circa 25 milioni di residenti tra disoccupati, sottoccupati o che non sono neanche calcolati tra le forze di lavoro perché hanno addirittura smesso di cercare lavoro.

E allora? Non è che il problema è piuttosto questo e non quello? E non tanto che, poi, come dicono quelli che parlano per lor signori, i nuovi aspiranti lavoratori non sono formati, addestrati e pronti ai nuovi lavori disponibili, quanto e proprio perché non ci sono lavori disponibili ormai? In una realtà economica che lì, come qui da noi, mostra larghe masse di disoccupazione e di risorse largamente inutilizzate perché non investite ma tesaurizzate in banca, questo ragionamento in effetti, con buona pace di Sacconi e suoi soci, non ha quasi senso…     

In effetti, poi, la sera dell’8 settembre, Obama ha presentato il suo piano di rilancio del lavoro al Congresso, per 447 miliardi di $ tra tagli di tasse e nuove spese federali, scontrandosi subito col no sostanziale dei repubblicani. Lui ha detto che ormai la questione è se “di fronte a una crisi di portata nazionale come quella che continuiamo a subire e che imperversa sull’occupazione siamo in grado di piantarla con il circo equestre della politica politicante e facciamo qualcosa di concreto per aiutare l’economia”.

La risposta, data a braccio dal capo della maggioranza repubblicana, il deputato Eric Cantor, è stata tagliente e tutta ideologicamente fondata: appoggeremo, probabilmente, le misure di alleggerimento di imposte sulle PMI (detassazione delle buste paga, per circa 240 miliardi, tra imposte sul datore di lavoro e sul lavoratore) ma contrasteremo duramente le misure che intendono incrementare anche solo marginalmente le tasse sui redditi più cospicui.

Ma, finalmente, Obama è sembrato almeno uscire dal torpore che lo aveva colpito in questi ultimi mesi, delineando con nettezza la scelta: tra un governo del paese che cerca di giocare un ruolo attivo nella crisi e una visione di non-governo, quella repubblican-conservatrice di nuovo conio, che ideologicamente e nichilisticamente nega proprio il ruolo del governo centrale – un po’ come la Lega da noi: sta in parlamento, sta addirittura al governo, ma al di là delle cosucce di bottega “padana” ne negare il ruolo in radice e  mira esplicitamente ad “affamarlo”, come dice, togliendogli le risorse per agire.

Io non mollerò, ha promesso Obama. Se voi qui resistete ciecamente porterò questo messaggio, personalmente, in ogni contrada di questo paese, alla gente che vi ha eletto e cui bisogna far vedere con mano come questa vostra ideologia la sta condannando a più disoccupazione e più povertà. Ci sono 14 milioni di americani che i dati statistici ufficiali ci dicono senza lavoro – e che, in realtà, sappiamo essere parecchi milioni di più – e hanno diritto a chiederci quel che facciamo per loro.

E questa, forse, è la vera novità del discorso: le elezioni presidenziali e congressuali sono fra quattordici mesi ma da adesso voi non avrete pace. E non qui, ma a casa vostra. Quanto al merito, a fronte di 200 miliardi di $ di spesa nuova – su  cose di cui c’è evidente e urgente bisogno comunque: riparazione di strutture scolastiche fatiscenti, di reti di trasporto, ferroviarie e stradali, e interventi che impediscano altri licenziamenti del personale insegnante in tutto il paese  e, come detto, 240 miliardi di tagli alle tasse.

Non è affatto molto, come potrebbe sembrare: Obama parla di un programma che, in complesso, mobilita sui 330 miliardi di € ma dovrebbe – se anche passasse integralmente, dovrebbe far fronte agli effetti “residui” della depressione del mercato edilizio residenziale che, tra perdita di valore degli immobili e aumento del carico ipotecario, va creando un buco da 1.000 miliardi di $ all’anno nei conti delle famiglie… E non si vede, poi, quanto aiuteranno davvero a creare consumo e non a impinguare i conti in banca, tagli alle tasse generalizzati e non mirati ai meno abbienti che, essi sì, rimetterebbero subito in moto, incrementando i consumi, la domanda globale.     

I capelli del presidente forse non stanno ancora bruciando[155] – l’equivalente da noi, in italiano, sarebbe, forse, che il presidente non ha ancora il fuoco acceso sotto il sedere – con questo suo piano di intervento, ma certo già gli stanno fumando. Lui, per fortuna, afferra chiaramente quanto sia disperata la situazione occupazionale”.

Lui, ma non i repubblicani… o, forse, a loro sta bene così.  “La migliore notizia ad emergere da tutto questo affare – conclude Krugman – è che spingendosi, una volta tanto, più in avanti e con audacia maggiore di quanto ci si aspettasse, Mr. Obama possa finalmente aver preparato il proscenio per un dibattito politico – pubblico, aperto – sulla creazione di posti di lavoro. Perché, poi, non succederà niente fin quando non sarà il popolo americano a chiedere di agire”.

Adesso, subito dopo il discorso pare che Obama abbia deciso di osare apertamente e personalmente a tenzone il Congresso, la sua maggioranza, malgrado i tentennamenti e la fiacca dei suoi democratici di tentare di “riequilibrare il deficit federale aumentando le tasse a chi si può permettere di pagarne di più[156]”. Insomma pare – parrebbe – che, visto come andando al centro sta perdendo su tutti i fronti, Obama abbia deciso di farsi coraggio e alzare, finalmente, la voce.   

Va anche aggiunto che, nel loro ultracollaudato cinismo, la maggior parte degli imprenditori e dei grandi dirigenti d’azienda, ma anche di quelli più piccoli, cui è stata chiesta una reazione si dicono anch’essi molto scettici sugli effetti della cura: non investiranno se gli viene semplicemente reso un po’ più conveniente, aspetteranno prima di farlo la ripresa della domanda[157]. La garanzia di non perderci non basta, vogliono la garanzia di farci profitti. Del paese, e della sua malferma salute, dei milioni e milioni di senza lavoro, non gliene frega niente.

●Ma il fatto, cioè, è che questa economia continua a produrre ancora meno posti di lavoro oggi di ieri e dell’altro ieri, di quanti comunque sarebbero necessari in sostanza per ridurre significativamente e continuativamente il tasso della disoccupazione. E, poi, in realtà la crescita di posti che si è registrata è stata anche meno di zero perché le ore settimanali lavorate sono calate e sono calati i salari orari…

Come ha spiegato molto semplicemente – e forse anche un po’ semplicisticamente: ma il messaggio essenziale è assolutamente corretto proprio da punto di vista economico – Simon Jenkins, che scrive di economia e di politica sui più prestigiosi fogli britannici, Siccome la crescita economica segue sempre la domanda, per rilanciare l’economia la soluzione – appunto – è semplice semplice: bisogna dare contanti da spendere alle gente[158]. Lui lo diceva per il suo paese, l’Inghilterra. Ma ragionamento e tecnica macroeconomica si applicano, tali e quali, all’America, all’Italia, ecc.. ecc. E non sembra neanche che sarebbe tanto difficile arrivare a capirlo…

●Obama, che ha ritrovato un po’ di spina dorsale, come dice Krugman, sul nodo occupazione, si è invece sull’ambiente calato le braghe: ha ceduto alle lobbies industriali che minacciavano di frenare ancora la crescita se avesse imposto – come si era impegnato solennemente a fare: e, qui, sul tema,  poteva farlo anche per decreto, senza passare alle Camere – regole più severe di contenimento dell’inquinamento ambientale da gas serra. E, comprensibilmente, gli ambientalisti – l’ex vice presidente di Clinton, Al Gore, per primo – adesso non lo perdonano[159].  

In Iraq, e dal’Iraq, Nel frattempo continuano ad arrivare segnali confusi sul permanere delle truppe americane dopo la fine del loro mandato che vede, a fine dicembre, la scadenza della loro presenza nel paese. Il governo – il primo ministro al-Maliki – la esclude e, esclude, soprattutto una permanenza di basi militari americane[160], mentre il capo di una fazione cruciale per la coalizione di governo, Muqtada al-Sadr, dice pubblicamente che non dovrà restare neanche un soldato americano in armi nel paese.

Ma, intanto, dà disposizioni ai suoi militanti di mettere fine agli attacchi contro le forze armate americane che si stiano ritirando. Avverte, però, con una notizia postata sul suo sito web che, se il ritiro non sarà completato nei tempi previsti, le operazioni del suo gruppo politico e militare per caciare dal paese gli americani riprenderanno “con mezzi nuovi e fino in fondo[161]. L’ala Sadr della coalizione di governo precisa resta, comunque, fermamente contraria a residue presenze americane anche se limitate al puro ruolo di addestramento per le forze irachene dopo la scadenza di fine 2011.

Ma gli americani insistono sul fatto di volere, e dovere, lasciare un numero di truppe sufficienti, e sufficientemente armate, da riuscire a scoraggiare solo con la loro stessa presenza ogni intenzione, potenzialmente aggressiva, del grande vicino amico e protettore dello sciita al-Maliki: l’Iran sciita.

Ora, l’Amministrazione Obama vuole un accordo sul numero di truppe che resteranno, sulla loro dislocazione, sulle basi e le regioni e il tipo di truppe (forze speciali, marines, truppe di terra…) che dovranno restare – ma riservandosi l’ultima parola, s’intende – e sugli accordi precisi e il contesto di intesa che, fatalmente, le singole fazioni sciite irachene in concordia/discordia tra loro raggiungeranno con l’Iran: che è, di per sé, già un concetto alieno e aberrante per gli americani…  

E che farà, appunto, l’Iran nel tentativo di bloccare i tentativi americani di ostacolare la sua egemonia? Intanto, e del tutto “normalmente” – ma per Washington niente di quel che, a prescindere, fa Teheran può essere visto come “normale” – l’Iran ha aperto contemporaneamente al suo conflitto confinario con il Kurdistan iracheno, anche un dialogo, non un vero negoziato s’intende col governo regionale curdo-iracheno proprio sul mantenimento delle basi americane in Iraq. Che ne pensa, infine, la Turchia di quest’idea americana di mantenere sul terreno, in Iraq, una presenza militare armata che sarebbe qualcosa di più di una testa di ponte?

●Alla fine, sulla presenza americana armata nel paese, sembra dire la verità fuori dai denti – almeno la sua verità – il presidente del governo della regione “autonoma” del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, che coi suoi deputati curdi è un’altra componente essenziale della coalizione di governo del primo ministro al-Maliki (se manca il suo voto, ma anche se manca quello della fazione di al-Sadr – che vuole, però, esattamente l’opposto – salta la stessa coalizione di governo).

Noi vogliamo, spiega Barzani, che truppe americane restino, e ancora a lungo, in Iraq[162]: prevediamo che se vanno via, come da impegni presi, entro fine anno potrebbero scoppiare nuovi problemi settari tra noi e gli iracheni, tra iracheni sciiti e iracheni sunniti, tra gli uni gli altri e gli altri ancora, tutti insieme o tutti separatamente. E ci potrebbero anche essere altre “intrusioni” straniere (l’Iran, che non nomina, ma al quale pensa) perché l’esercito iracheno non è comunque pronto a difendere i confini del paese e l’aviazione “non conta nulla”.

Barzani, che parlava a una riunione ad Arbil di rappresentanti curdi all’estero, ha detto che la questione è attualmente dibattuta a tutti i livelli e in tutti i blocchi e le fazioni che si spartiscono o si combattono politicamente per il controllo del paese. E le divisioni passano anche dentro ogni fazione. Gli unici completamente uniti nel dire no a una qualsiasi presenza americana sono gli insorti: a lui, in effetti, risulta che neanche il blocco di al-Sadr sia poi monoliticamente schierato dietro il no assoluto dichiarato nella sua intransigenza ufficiale.    

Intanto, l’Iran – come dichiara, trionfalmente e con ovvia soddisfazione, l’agenzia (ufficiale) di stampa degli studenti iraniani – ha cominciato a far funzionare il reattore nucleare civile che sorge a 17 km. a sud-est di Bushehr, sul Golfo Persico, immettendo in rete 60 megawatt di elettricità per la prima volta il 3 settembre sera e stabilmente poi dal 12 settembre[163].

I lavori di costruzione del reattore, iniziati nel 1975 sotto lo scià da imprese tedesche, vennero interrotti nel 1979 dopo la rivoluzione khomeinista,  ripresi poi dalla russa Atomstroyexport nel 1995 per essere nuovamente e ripetutamente interrotti sia da problemi tecnici che,anche, da ritardi nei pagamenti e inosservanze delle scadenze contrattuali oltre che dalle pressioni politiche americane.

Dopo che nel 2007 era sembrata  arrivare un’interruzione definitiva dei lavori ci fu, con un contratto riscritto da capo, la ripresa e anche la consegna del primo lotto di combustibile nucleare all’Agenzia iraniana per l’energia, poi nuovo alt e, adesso, Bushehr, che riesce a far partire la produzione in linea, è considerato – scrive l’Agenzia ’ISNA da Teheran  – come un progetto di tipo unico sia in termini di tecnologia impiegata che del clima politico in cui si sviluppa e dell’ambiente e del territorio che lo vedono sorgere.

Di fatto però ancora  a regime la produzione di energia riesce ad arrivare soltanto ora e Teheran annuncia che le nuove proposte avanzate dai russi di costruzione di altre centrali sono allo studio col portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast, che riferisce[164] il 13 settembre di come gli esperti daranno la loro opinione solo quando i dettagli dei nuovi contratti – considerata l’esperienza frustrante finora condotta – saranno  chiariti al là di ogni ipotizzabile dubbio o cavillo magari avanzato in nome di “illegittime interferenze” le chiama inventate su iniziativa degli americani dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU cui Mosca fosse ancora disposta a dar retta. Insomma, gli iraniani sono disposti e interessati a firmare ma stavolta esigono garanzie di ferro che al contratto Mosca darà esecuzione effettiva e nei tempi previsti.

●Il quadro si complica però ulteriormente con l’intervento per lo meno strano, preannunciato e del tutto irrituale (perché una cosa del genere la può dire solo un irresponsabile) del presidente francese Sarkozy, novello Bush in sedicesimo – che dichiara come forse sarebbe il caso di lanciare un bell’attacco preventivo contro l’Iran, visto che Teheran “rifiuta di negoziare seriamente sul proprio accesso all’energia nucleare[165]”: cioè visto che non dice di sì alla richieste di Parigi e di Washington.

Rispondendo a questo  intervento, l’ambasciatore di Teheran all’ONU, Mohammad  Khazaee, avvisa[166]ufficialmente” che il suo paese in quel caso risponderebbe in propria difesa in modo “appropriato e efficace”. Stava presentando una protesta formale al segretario generale dell’ONU e denunciava l’attacco di Sarkozy come “provocatorio, infiammatorio, gratuito e irresponsabile”.

Una pletora di aggettivi insultanti che rendono conto della paura, probabilmente, dell’irritazione certo, ma anche della forte frustrazione iraniana. Non si sa se più pericolosi questi ultimi sentimenti oppure l’irrazionale bellicosità del francese.

●Sul tema un’altra accusa viene sollevata, stavolta contro la Bielorussia, di aver aiutato l’Iran con la sua mediazione ad accedere  a tecnologie russe utili a sviluppare i propri missili terra-aria e sistemi, come si dice, duali di navigazione e guida che teoricamente potrebbero anche essere usati per razzi a testata nucleare. Lo raccontano alla Reuters, che riporta la notizia[167] precisando però che la fonte è anonima e non documentata: “ambienti diplomatici” occidentali non identificati né identificabili.

Accusa non suffragata com’è da nulla e nessuno, da alcuna testimonianza che  non sia solo puro sospetto, la reazione di Minsk è quella di smentire subito seccamente, col portavoce degli Esteri, Andrei Savinykh, la pretesa “notizia”: il paese dice è in grado di dimostrarlo a qualsiasi “onesta” ispezione legittimamente richiesta e condotta in buona fede dall’Agenzia atomica dell’ONU perché la Bielorussia agisce in conformità scrupolosa, assicura, con la lettera e lo spirito delle sanzioni dell’ONU[168]; e sfida chi accusa a farlo identificandosi, anzitutto, venendo allo scoperto e a documentare – se può – le panzane che dice.

●Intanto la Russia, pure affermando il principio che ha dovuto rinunciare a onorare il contratto con l’Iran per la consegna dei suoi missili antimissili S-300 (dice: forza maggiore, a causa delle sanzioni votate dal CdS dell’ONU) ha deciso comunque di non andare alla Corte di arbitrato internazionale e di restituire a Teheran (la cui tesi è che per natura loro i missili antimissili, puramente perciò difensivi sfuggono alle sanzioni) i 167 milioni di $ dell’anticipo[169] del pagamento già ricevuto. Lo dice il presidente dell’impresa di esportazione di armamenti russi Rosoboronexport, Anatoly Isaykin, lasciando capire che le due decisioni (non consegnare i missili e restituire l’anticipo) sono di natura puramente politica.

Vi abbiamo reso conto, nell’ultima nostra Nota congiunturale, di come il governo dell’Afganistan abbia fatto saltare, semplicemente portandole alla luce, le trattative in corso, via un intermediario personale, tra il capo supremo dei talebani Mullah Omar e governo americano. In effetti, il teatro pakistan/afgano nell’ultimo mese è restato, relativamente, tranquillo. Ci sono voci e, di più, indicazioni su una ripresa, con la mediazione del Pakistan e malgrado gli ostacoli che si sono visti, del colloquio[170] taleban-statunitense per arrivare a mettere fine alla guerra.

Gli interlocutori cruciali, qui, di parte afgan-talebana sono il Mullah Mohammad Omar e la leadership della cosiddetta rete Haqqani. Gli americani che per conto dei servizi segreti conducono il negoziato mettono sull’avviso i loro militari, però, che con l’avanzamento dei colloqui si dovranno comunque aspettare da parte degli insorti un’intensificazione degli attacchi alle loro forze e alle altre della coalizione: che sono naturalmente e accettano supinamente di essere, tagliate fuori da ogni colloquio e negoziato di portata strategica che pure le riguarda direttamente.

Si tratta di attacchi che i talebani e i loro alleati aumenteranno sicuramente, se non altro per rafforzare la propria posizione negoziale. Qualcosa di analogo e sempre più simile al devastante assalto del 6 agosto che ha abbattuto un elicottero CH-47 Chinook e fatto 38 morti: 31 americani e, per di più, 22 dei quali delle forze di élite dei Navy Seals, quelle che avevano provveduto ad ammazzare bin Laden…

Intanto, forse in un gioco delle parti studiato, il nuovo ministro americano della Difesa Leon Panetta dedica la sua pubblica attenzione proprio alla rete Haqqani[171]: è inaccettabile ripete per la 123a volta un capo del Pentagono, che la rete di Haqqani sia in grado di attaccare le truppe americane e poi di scappare nei suoi santuari del Pakistan e noi non lo accetteremo più.

Ma, appunto, è l’ennesima volta che gli americani lamentano, denunciano e, in concreto, confessano poi di ritrovarsi comunque dov’erano 123 volte fa, chiedendo al Pakistan di usare la propria influenza su Haqqani perché si arrenda. Come chiedere di arrendersi e consegnarsi, cortesemente, ai domatori a una pantera nera…

Gli risponde subito Sirajuddin Haqqani[172] in persona: in inglese – ed è uno shock per i servizi segreti americani: tra tutti e sedici quanti sono nessuno sapeva che parlasse correntemente la loro lingua – spiega agli americani ovviamente quasi insultandoli, che loro chiamano wishful thinking— un pio desiderio, questo modo di ragionare.

Spiegando che gli Haqqani  – come sono andati dicendo da sempre – sono disposti a discutere di condizioni di pace, anche e soprattutto di quelle che, insieme ai talebani pongono al governo afgano e, sempre insieme, agli Stati Uniti.

Poi come vorrete chiamare la cosa (soggiunge: resa, ritiro, o anche per sollazzarvi vittoria) non ci interessa niente: il punto è che gli americani, con la pace e per avere la pace, contestualmente se ne devono andare.

I tentativi ripetutamente fatti in passato “dall’uno o dall’altro dei nostri nemici” sono sempre stati respinti, spiega, perché erano sempre tentativi di “creare divisioni” fra i militanti, secondo il vecchio schema di romana invenzione ma di britannica, russa e americana fallita applicazione del “divide et impera” che sempre l’Afganistan nella storia – e lo sapete – ha sconfitto.

E che rifiutiamo: la pace dipende, insomma, dai talebani, dal trovare un accordo voi e noi: ma insieme e non separati. Certo, in Pakistan gli attacchi aerei, specie quelli dei drones sono riusciti a distruggere parecchi dei nostri santuari, come voi li chiamate. Ma noi, il gruppo Haqqani, in Afganistan ne abbiamo quanti servono. In abbondanza per saperci e sentirci al sicuro.

Insofferente, forse, dell’esser stata lasciata al di fuori di questo scambio di poco amorosi sensi, la Clinton dice di far suo quel che ha detto Panetta: ma non cambia niente, ovviamente[173]. Invece un’escalation di accuse, recriminazioni impotenti e controaccuse la scatena il capo di stato maggiore americano uscente – e anche un po’ in libera uscita forse.

Ma, sempre secondo il copione scritto da Leon Panetta – l’amm. Mike Mullen che denuncia[174] l’uso degli Haqqani da parte dei servizi segreti militari pakistani contro le truppe americane in Afganistan e per azioni di guerra, sabotaggi, attentati in modo che non sia direttamente riconducibile a loro. Parla anche direttamente ma non porta alcun elemento di prova a sostegno, di assistenza indiretta dell’ISI a Haqqani nell’ultimo attentato di inizio settembre all’ambasciata americana a Kabul…

●Gli risponde pubblicamente, molto irritata stavolta, la nuova ministra degli Esteri pakistana – dichiarazioni del tutto irrituali, dice; e, poi, interviene il primo ministro Yousuf Raza Gilani che nega seccamente la base stessa dell’accusa, imputandola alla “confusione dell’establishment americano, al disordine e alla sovrapposizione di ruoli e di voci che c’è fra le loro responsabilità militari e civili” – parole non proprio consuete in un’alleanza così criticamente bilanciata – e negando che in qualsiasi modo si possa far risalire al Pakistan “l’onere della sicurezza di un’armata possente come quella americana e alleata in Afganistan[175]”.

E, in questa prosecuzione altrettanto irrituale quanto consueta ma anche macabra che connota lo strettissimo rapporto tra Pakistan e USA, nell’essenziale precarietà e nella precaria essenzialità del loro star alleati, le gerarchie militari del Pakistan chiedono adesso ai dirimpettai americani un memorandum ufficiale d’intesa che stabilisca una volta per tutte, senza lasciare spazio a equivoci o forzature unilaterali (della parte americana, secondo loro, s’intende) accordi dettagliati e obbliganti.

Su molti punti: sul numero degli operatori della CIA presenti nel paese, sulla necessità di un loro riconoscimento e di una loro identificabilità ufficiale (ma se è ufficiale, che agenti segreti sarebbero mai?), sulla notifica sempre formale di ogni attacco condotto nel paese da aerei americani non pilotati, sullo scambio completo e non selettivo dell’intelligence raccolta dall’uno e dall’altro servizio e, visto il precedente di bin Laden – “sfortunato”, dicono vaselinando, ma in realtà assolutamente voluto,  sul ruolo che il Pakistan avrebbe se, sul suo territorio, venisse trovato il capo di al-Qaeda che ha rimpiazzato bin Laden, Ayman al-Zawahiri…

Gli USA lo escludono subito: possono ben firmare qualsiasi intesa di carattere generale, di buone intenzioni per così dire, ma assolutamente niente di così dettagliato… E l’ISI, gli strapotenti servizi segreti militari rispondono subito anch’essi: che, così, va a rischio però la stessa presenza della CIA nel paese. Sicuro, manca il parere finale del governo del Pakistan, ma tutti sanno, per primi gli americani, che comunque non conta niente[176]

Certo, poi, cascano davvero, come si dice, le braccia quando si legge dell’interpretazione che l’establishment americano (militare, diplomatico, politico) dà del ruolo della famiglia e della rete di Haqqani – così come almeno la riferiscono i media americani ai quali, a nessuno, viene neanche l’idea di mettere in dubbio fondatezza, rilevanza e analogie delle famiglie mafiose di Brooklyn con quelle che da secoli, come gli Haqqani, tribalmente controllano e governano la società afgana[177]

E veniamo, come è ora di fare, alla questione palestinese dove gran parte dell’attenzione si è negli ultimi tempi concentrata sulla votazione richiesta all’ONU per il riconoscimento di una vera e propria statualità della Palestina. Gi Stati Uniti hanno tentato di bloccare in ogni modo, con promesse e minacce, il tentativo intrapreso dai palestinesi chiarendo che in Consiglio di Sicurezza il loro veto impedirebbe comunque il riconoscimento della Palestina come Stato.

Ma l’ANP ha scelto – chi sa se sbagliando – di sottoporre la richiesta proprio al CdS invece che subito,direttamente all’Assemblea: nel tentativo forse, vano però, di lenire così la frustrazione degli USA ma anche, va detto, esacerbando quella della sua gente e il suo risentimento proprio verso gli USA.

Così, “data la presa, la morsa, che la lobby filo-israeliana esercita sulla politica americana[178] – ha detto Daniel Levy che, per Israele sotto il governo Barak qualche anno fa era a capo dei negoziati coi palestinesi – Obama si è trovato con le spalle al muro per ragioni di politica interna”.

Delle quali Netanyahu era perfettamente cosciente sapendo di essere in grado di minacciare il distacco del  voto filo-israeliano dai democratici passandolo qui ai repubblicani. E ne ha approfittato.

E Obama ha scelto di presentarsi al podio dell’Assemblea generale rinnegando nei fatti il suo discorso equilibrato di un anno fa in quella sede (“la pace contro la terra”, “uno Stato palestinese indipendente è il mio obiettivo”), e dicendo adesso che “la pace non potrà mai venire da dichia zioni o da risoluzioni delle Nazioni Unite ma solo dal negoziato”: dimenticando di riconoscere come e perché però il negoziato è in stallo, che è in stallo, certo, perché negoziare, secondo Netanyahu, vuol dire costruire indefinitamente case riservate alla popolazione  di origine ebraica in territori palestinesi occupati e farlo col consenso dei palestinesi. Ma anche perché lui nei fatti, malgrado proteste formali e flebili, ha accettato le condizioni del premier israeliano con pusillanime titubanza.

● La strategia della resa… (vignetta)

Cioè, dovremmo arrenderci  e rinunciare a lottare?!!

Ma che strategia è mai questa?                      …  La mia

Fonte: IHT, 24.9.2011, R. Chapatte

E è per lo meno curioso dire che l’ONU non può sbloccare niente, in assenza di una prospettiva di pace, facendo finta di scordare che, invece, una risoluzione dell’ONU può ben servire a riconoscere uno status di paese indipendente: oggi alla Palestina come ieri, nel 1948, guarda un po’, proprio a Israele.

Il presidente americano, così, non ha pensato, o non ha avuto comunque – e non è stata una sorpresa davvero – il coraggio di proporre l’unica cosa che avrebbe, forse potuto evitare il voto. Come ha scritto in un editoriale sempre il NYT[179] – certo, per farlo avrebbe dovuto buttare a mare il governo Netanyahu lasciandolo solo: avrebbe potuto e dovuto “offrire ai palestinesi qualcosa di meglio di un voto”.

Tanto, allo stato, Netanyahu e il suo estremismo hanno portato solo al risultato di isolare  completamente, al di là anche dei voti più o meno “sinceri” – e molto meno che più – che riesce ancora a racimolare il suo paese all’ONU, isolando con se stesso anche gli Stati Uniti in modo che non riescono più nemmeno a nascondere. Grazie alla sia intransigenza cieca e suicida e al risveglio arabo, Israele ha perso ormai uno dopo l’altro tutti i puntelli strategici che aveva nella regione: la stabilità della Siria, l’alleanza politica e militare con la Turchia, quella assolutamente cruciale per tenere in qualche modo uno status quo del tutto squilibrato e proprio grazie all’amicizia-connivenza con Mubarak che è andato perduto e  la possibilità di continuare a contare sulla “ragionevolezza”, o se volete l’ “arrendevolezza”, di Fatah e dell’ANP di Abbas nei territori occupati che ha stupidamente  e sistematicamente cercato di sbriciolare.

Per cui, mollare oggi Netanyahu e “forzare” in qualche modo in Israele un cambio di governo significherebbe anche aiutare davvero Israele e gli israeliani… Ma, diciamolo chiaramente al di là di quell’accenno strangugliato a offrire loro qualcosa di meglio del voto all’ONU, cioè davvero l’indipendenza, siamo noi che traduciamo così – mollare questo governo – l’editoriale del NYT che tanto non osa: sa bene cosa sarebbe giusto e necessario dire ma ha un pubblico troppo filo sionista per farlo: servirebbe e, anche a questo punto forse basterebbe – la garanzia, firmata e giurata pubblicamente dal presidente americano in persona che entro un anno, sulla base di un negoziato di cui lui stesso stavolta e personalmente garantiva l’esito positivo (indipendenza reale e reciproco  riconoscimento con Israele.

Altrimenti, gli Stati Uniti avrebbero finalmente – e come ogni altro paese indipendentemente – deciso essi stessi di riconoscere l’indipendenza palestinese. Costringendo, in modo assolutamente legittimo, Israele a cambiare governo e concludere un negoziato in buona fede basato su un trasparente e possibile do ut des.

Ma gli USA appunto ora sanno – perfino loro ormai se ne rendono conto, anche se la Clinton aveva continuato a prometter che alla fine i palestinesi si sarebbero piegati ai suoi desiderata – di non riuscire più a impedire che una maggioranza dell’Assemblea generale elevi con voto maggioritario, e in quella sede senza il diritto di veto a impedirglielo, lo status dell’ “entità” palestinese da partecipante senza diritto di voto a entità astatuale in grado di aderire a dozzine di convenzioni e organismi dell’ONU e anche, a questo titolo, a portare Israele stessa di fronte alla Corte internazionale di Giustizia.

●Una persona, come si dice molto bene informata dei fatti, Anne-Marie Slaughter, che fino a qualche mese fa dirigeva al dipartimento di Stato di Obama l’ufficio della pianificazione strategica, all’immediata vigilia della presentazione formale della richiesta palestinese, ha scritto in termini quasi apocalittici – ma conoscendola niente affatto assurdi o esagerati: però è stata praticamente l’unica esponente che nell’establishment americano abbia  trovato il coraggio così di enunciare e di condannare gli effetti deleteri della scriteriata politica israeliana e di un pusillo e miope veto americano come quello annunciato.

Anne-Marie Slaughter, nel suo articolo mostra comunque anche lei, una dose rilevante di aberrante sicofantismo verso le (s)ragioni di Israele: definisce, in effetti, come “legittima autodifesa” l’attacco in alto mare, al largo delle coste di Gaza e non di Israele, e l’assassinio un anno fa di nove cittadini turchi ed uno americano sulla Mavi Marmara

● Ma di chi è, alla fine, Gerusalemme? (vignetta)

Io sono Eli Bronsteine vengo dal Bronx   Io sono Nathan Jablonshi, vengo        Io sono sarah Falasha, vengo 

e Gerusalemme appartiene a me!              dalla Russia e Gerusalemme ap-         dall’Etiopia e Gerusalemme

                                                         partiene a me!                                 appartiene a me!

Io sono Jacob Cohen, vengo dall’Amaz-   Io sono Itzak Shapiro, vengo dal        E io sono Mohammad Salam,

zonia e Gerusalemme appartiene a me!      Polo Nord e Gerusalemme mi ap        di Gerusalemme, e finora devo

                                                         partiene!                                         essermi proprio confuso…

Fonte: Khalil Bendid

In fondo, proprio Slaughter è una delle massime fautrici, anzi anche se non da sola è fondatrice  negli USA della sciagurata dottrina dell’“interventismo umanitario”, dei due pesi e delle due misure, che nei fatti copre ogni intervento armato contro chi non va a fagiolo agli USA (oggi, Muammar Gheddafi e, forse, se potessero, Bashar al-Assad); ma mai, qualsiasi siano state e siano le loro violazioni ai diritti dell’uomo congtro chi è loro alleato, il presidente Saleh in Yemen, e re Hamad bin Isa Al-Khalifa del Bahrein, per esempio…

La professoressa Slaughter, che oggi è tornata a insegnare all’università di Princeton, non basa il suo ragionamento in realtà sui diritti umani cui, dopotutto, forse hanno qualche titolo anche i palestinesi, ma sulla conseguenze esiziali gravissime che il veto americano e il nyet israeliano possono avere per gli Stati Uniti d’America. E forse è un argomento che potrebbe anche incidere, chi sa, un tantino di più. Ecco, in ogni caso il fatto immediatamente qui rilevante è che la signora Slaughter[180] indica in modo diretto e perfino brutale certe possibili/probabili conseguenze di certi secondo lei deleteri comportamenti:

   “Volete mettere il veto? E mettetelo, il veto. E dopo? E’ una mossa che, con ogni probabilità innescherà una protestata violenta a Gaza e, possibilmente, anche in Cisgiordania [qui in modo ciecamente, criminalmente sconsiderato l’esercito ha ricevuto l’ordine di armare in massa di gas lacrimogeni i coloni]; e le contromisure israeliane rischiano di accendere altre dimostrazioni anti-israeliane in tutto il Medioriente, in particolare in Egitto, possibilmente in Siria.

   In entrambi i casi, si farebbe del tutto possibile uno scontro diretto tra truppe israeliane, egiziane o siriane nel Sinai o sulle alture del Golan, con conseguenze potenzialmente catastrofiche”.

Catastrofiche anche per gli interessi americani se è vero, come stavolta è vero, che gli Stati Uniti metterebbero in grandissima difficoltà, con il loro veto, i loro alleati strategici della regione specie e anzitutto proprio il regno saudita[181]

Dai palestinesi, alla fine, Obama non è logicamente riuscito a strappare la rinuncia a presentare la richiesta ufficiale all’ONU. In qualche modo ha, invece, ottenuto un loro assenso tacito al fatto che la richiesta non è stata immediatamente iscritta in agenda per il voto all’Assemblea e neanche al CdS.

Abbas questo lo ha potuto fare perché ai palestinesi sicuramente interessava il valore simbolico, per loro cruciale, della richiesta e dell’accoglienza calorosa che essa ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea (già un voto, nei fatti) e della sconfitta che così hanno inferto in mondovisione[182], con mezzi pacifici e dialettici ma politicamente già molto efficaci ai loro nemici e ai loro tiepidi non amici.

Ma ancor più rilevante per loro era proprio riuscire a spezzare il blocco che il diniego effettivo a trattare di Israele con loro e il rifiuto statunitense ad agire seriamente da “onesto mediatore” avevano  imposto da anni al processo di pace. Mahmud Abbas/Abu Mazen, con mezzora di intervento deliberatamente stavolta non grigio come suo solito, “costruito raccontando soprattutto la vita quotidiana dei palestinesi, degli studenti, dei bambini, delle loro mamme, degli anziani che dovrebbero poter andare all’ospedale senza subire i passaggi dai checkpoint[183]”, c’è riuscito.

Ha usato parole qui mai pronunciate se non nelle un po’ sconnesse, mai ben spiegate e spesso quasi deliranti denunce degli iraniani che proprio perché poco aggettivate ma puntute e precise, venendo da lui, hanno assunto tutta un’altra credibilità e l’impatto che il discorso seguito al suo di Netanyahu non ha neanche tentato di cancellare limitandosi solo a dire che prima della pace per lui c’è la sicurezza: ma parlando, come al solito, della sicurezza in termini a una sola dimensione: solo per sé, solo per Israele, quasi tentando di spacciare, grottescamente, la Palestina come occupante illegittima di Israele.

Abu Mazen, invece, ha parlato di “‘pulizia etnica’, di ‘politica coloniale’, di ‘repressione’, di ‘occupazione militare’, di ‘legittima resistenza pacifica popolare’ contro di essa. Ha citato il ‘muro razzista di annessione’ e la politica di ‘apartheid’di Israele. E, soprattutto, con durezza verbale ha parlato dell’aggressività dei coloni, della loro violenza: ‘Aggressività e violenza – ha detto – di cui consideriamo responsabile il governo di Israele. Perché se condanniamo il terrorismo, noi condanniamo tutto il terrorismo, compreso il ‘terrorismo di Stato’.

Sarà interessante ora vedere come reagiranno, al dunque, se la cosa si conclude col passo avanti diciamo intermedio del riconoscimento della Palestina come osservatore con pieni diritti all’ONU ma non ancora, per ora, proprio come Stato sovrano – ancora un’ingiustizia: questi hanno accolto tra loro, per dire, come Stato sovrano, le isole di Vanuatu – non solo gli israeliani o gli americani ma, e soprattutto, i dirigenti e i militanti di Hamas.

A Gaza, in effetti, non hanno celebrato il discorso all’ONU ma, stavolta, non gli hanno neanche dichiarato guerra: né prima né dopo. Hanno lamentato, ma subito lasciato cadere la cosa,  che non c’è neanche stata cercata da parte di Abbas la ricerca del loro parere, tanto meno della loro approvazione prima che fosse avanzata all’ONU la richiesta del riconoscimento: d’altra parte, era ben noto che Hamas era contro.

●Francia, Spagna e la Commissaria europea agli Esteri, Catherine Ashton, avevano lavorato da tempo, anche pare con l’Autorità palestinese stessa, all’ipotesi che, per la prima volta su un tema di così grande rilievo politico, l’Unione europea, al dunque, esprimesse all’Assemblea generale il suo voto favorevole con un sì unitario e unico per tutti. A mostrare nell’unico modo serio che non sono una manica di fot**ti e soprattutto inutili ipocriti.

Il voto favorevole infatti Sarkozy, come del resto il Berlusca e il suo uomo di paglia, Frattini, lo avevano ripetutamente promesso ai palestinesi: e sicuri erano i sì di Belgio, Cipro, Grecia, Irlanda, Malta, Norvegia, Portogallo, Spagna e Svezia – almeno – tra i paesi dell’Unione. Poi, avvicinandosi il giorno del dunque, però, si sono messi – non questi ultimi, quelli – a tergiversare, non tanto perché avrebbero dovuto votare contro Israele – non gliene fregherebbe niente, davvero – ma contro l’America.

Per uscirne, ora, l’esigenza di un voto unitario della UE la pone soprattutto Sarkozy. Che con la decisione di non forzare, però, subito la votazione ha un po’ più di tempo. Pare che la condizione per ottenere questa “concessione”, contraria al dogma della propria sovranità per quanto ormai miseranda e solo nominale cui però non rinuncia nessuno cui, però, stavolta direbbe di sì pure il governo britannico, sarebbe l’accordo americano ad astenersi – invece di mettere il veto – alla  richiesta dei palestinesi[184].

Il problema è che gli americani non si impegnerebbero mai formalmente a fare quel che a parole magari anche promettono…— ma solo in cambio, e a priori, della rinuncia, esplicita e scritta, del presidente palestinese Mahmoud Abbas ad utilizzare i nuovi poteri acquisiti all’ONU dalla Palestina per trascinare Israele di fronte al Tribunale internazionale sui crimini di guerra.

Ma l’accesso palestinese a questa richiesta sarebbe in diretto e eclatante contrasto con lo scopo stesso della rivalutazione del posto all’ONU della Palestina che sta anche nel diritto, se lo riterrà necessario – proprio come qualsiasi altro Stato del mondo – di portare chiunque di fronte al Tribunale internazionale sui crimini di guerra: perfino gli USA che, si sa, pretendono dagli altri ma non ne riconoscono per sé la giurisdizione, e nel caso in questione anche, e soprattutto ovviamente, Israele. 

Come ha rilevato l’ex ambasciatore americano in Israele, Martin S. Indyk, il timore reale che sta mettendo in subbuglio i corridoi del dipartimento di Stato è che stavolta neanche l’intransigenza cieca di del nyet di Netanyahu riuscirebbe a fare da scudo a Obama e alla sua Amministrazione contro “un ‘risveglio palestinese’ che, anche sull’onda del risveglio arabo in tutta la regione, scatenerebbe una vasta e violenta protesta di cui Washington si dovrebbe addossare direttamente tutta la colpa[185]”.

In realtà, come ha scritto uno studioso niente affatto convenzionale della questione israelo-palestinese alla vigilia della seduta del’ONU[186], forse “i palestinesi non avranno uno Stato questa settimana – non ancora – ma  proveranno di meritarselo tutto... E costituiranno, da parte araba, quel che Israele ama chiamare – quando estende le sue colonie su altro territorio rubato – il linguaggio dei fatti sul terreno”.

E’ davvero già tutto cambiato. Al Cairo, finora il bastione più sicuro e fortificato di Israele all’interno del mondo arabo, ancor prima che all’ONU si ingaggiasse il braccio di ferro sul riconoscimento dello Stato di Palestina, migliaia di dimostranti danno l’assalto all’ambasciata di Israele: molti mossi, evidentemente, da sentimenti di genuina protesta nei confronti dei comportamenti cinici e sprezzanti di Israele verso i palestinesi e gli stessi egiziani (a fine agosto gli israeliani hanno ucciso, senza mai “spiegarne” in modo convincente il perché, sei soldati egiziani dentro i loro confini, nel Sinai). Ma non pochi dei dimostranti avevano anche la precisa agenda politica di provocare l’interruzione dei rapporti tra i due paesi.

I “facinorosi” abbattono un muro di protezione della sede diplomatica, si scontrano  con la polizia egiziana (tre morti, molti feriti) che la difende e – costringendo l’inviato di Tel Aviv ad andarsene dal paese[187] in gran fretta  con due aerei speciali, lui e 86 impiegati dell’ambasciata – aprono una crisi di vasta portata tra i due paesi mediterranei, tra l’altro confinanti: la peggiore forse da trent’anni. e, probabilmente. l’inizio di una fibrillazione che non durerà poco…

●A metà settembre, viene annunciato – o lasciato dire: è la stessa cosa e rende, comunque, difficile poi lasciar perdere – che il primo ministro turco Erdoğan, a chiusura della sua visita in Egitto verso metà settembre, intende attraversare il confine di Rafah con la striscia di Gaza[188].

Alla fine pare che ci rinunci, anche se l’effetto annuncio – un allarme nervosissimo in Israele – comunque c’è stato e certo, andandoci, avrebbe messo un punto assai secco, temporaneamente almeno, allo scontro diplomatico tra i due paesi.

Il governo di Netanyahu rifiuta, infatti, di “scusarsi” per aver ordinato ai propri parà di usare le maniere forti, facendo 9 morti turchi fra i giovani che a maggio dell’anno scorso cercavano di attraccare a Gaza forzandone il blocco navale “illegittimo” (anche secondo l’ultimo, rapporto dell’ONU, pur almeno compiacente con Israele, il rapporto della Commissione Palmer nominata dal solo segretario generale, l’a dir poco “malleabile” Ban Ki-moon; ma soprattutto secondo l’unico documento finora ufficiale delle Nazioni Unite[189]) col suo “vascello a vapore” Mavi Marmara.

E, soprattutto, passando quel confine come il primo capo di uno Stato non arabo da sempre, Erdoğan avrebbe messo fine, simbolicamente e politicamente, all’esercizio di quello che troppi si erano dimostrati pronti a riconoscere di fatto come un diritto: il blocco israeliano del territorio palestinese.

Poi, la retromarcia: l’Egitto, in un primo momento, non vedendo alcuna ragione di fermare l’iniziativa turca, si era detto d’accordo sulla necessità di impedire a Israele l’esercizio di questo suo rpreteso il diritto a bloccare l’accesso al “territorio libero di Gaza”. Poi è stata  la violenta sommossa del Cairo contro l’ambasciata di Israele a portare il premier turco a riconsiderare la sua posizione “per non creare problemi – ha fatto ufficiosamente annunciare – al nuovo governo egiziano[190]”, in un momento così delicato.

Ora, Erdoğan – che dai tempi del grande sultano curdo Saladino, che intorno al 1100 riprese agli europei cristiani Egitto, Siria e Gerusalemme è il leader mussulmano e non arabo più popolare ormai in tutti questi paesi, deve anche stare attento a non promettere troppo, anche oltre quel che può mantenere per poi retrocedere dalle posizioni annunciate.

Anche se in questa specifica occasione è un  fatto che questo momento rischi di diventare dav evro delicato. Non solo per militari e governo egiziano ma anche, e soprattutto, per i tanti egiziani che hanno fatto la rivoluzione del 25 gennaio e che non devono adesso lasciarsi distrarre dagli assalti alle ambasciate per chi adesso, invece di buttarsi all’attacco tutto sommato inutile e solo simbolico alle ambasciate, sia pure a quella israeliana, dovrebbero focalizzare sforzi, attenzione e impegno senza sosta nelle ormai prossime tappe delle elezioni.

Perché da come ne escono i vari schieramenti – i partiti, le fazioni, chi corre magari senza dirlo per conto degli islamici o per conto dei militari ma anche e non più per conto di Mubarak, certamente per conto dei mubarakisti – molto dipenderà del futuro di questo paese. Che resta e resterà ancora a lungo il metronomo, alla fine, del mondo arabo.   

Certo, capire Israele fa davvero problema, oggi. Di fronte a una “minaccia” di questo tipo alla sostanza – anzi alla natura stessa del suo diniego, il  rifiuto del blocco politico ed economico totale di Gaza – una minaccia cui non avrebbe comunque alcun modo di opporsi: la “striscia” è militarmente assediata ed economicamente e militarmente bloccata ma, al presente, non è occupata da Israele, a meno di rischiare una guerra con la Turchia: e neanche quel grullo di Netanyahu può arrivare a pensarci – a Israele sarebbe convenuto semplicemente star zitta.

Ora, all’annuncio del rinvio da parte turca, tira un respiro di sollievo, però sa che è temporaneo perché uno come Erdoğan appena avrà il sì egiziano, riparte… E, forse, perfino uno come Netanyahu comincia adesso a intuire che ormai Israele – la novità strategica è questa – tra Egitto, Turchia e, ovviamente, anche l’Iran non può più imporre semplicemente la sua volontà ai suoi vicini. Se lo vuole fare, adesso deve prepararsi a fare una guerra. Che non sarebbe, stavolta, col Libano… 

Però non resiste, Israele, e dice la sua sesquipedale sciocchezza in proposito: sarebbe un errore “diplomatico”, spiega il governo, se il premier turco andasse davvero a Gaza, oggi o domani, perché Una visita lì di Erdoğan danneggerebbe i legami tra Turchia eUSA[191]. E poi la visita fiaccherebbe l’autorità della presidenza di Mahmoud Abbas tra i palestinesi.

Questa seconda osservazione, in bocca a chi da sempre lavora a minare ogni credibilità di Abbas presso la sua gente come il governo Netanyahu, è tanto ridicola da non meritare commenti. E perfino il dipartimento di Stato di Hillary Clinton mostra qualche disagio a sentirsi dire dal governo di Tel Aviv come deve reagire all’iniziativa di un governo terzo…

A fine settembre, cioè con grande ritardo per poter essere di qualche utilità nel dibattito e alla prospettiva che pur asserisce di voler favorire, il parlamento europeo vota a Strasburgo e approva all’unanimità una risoluzione[192] che, in modo qualche po’ incerto e contraddittorio, dice e non dice: è il prezzo, probabilmente sbagliato, pagato proprio per avere un testo accettato da tutti. Sostiene i confini del 1967 come base del negoziato, poi afferma che nessun cambio a quei confini può essere accettato – compresi quelli alla Gerusalemme araba che gli israeliani si sono largamente presa – se non su una base concordata dalle parti e chiede al governo israeliano di metter fine alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici sul territorio palestinese.

Rinnova anche il suo impegno e quello dell’Europa alla “sicurezza di Israele” – qualsiasi cosa ciò poi, visto quel che ha appena dichiarato, ciò voglia dire – ma afferma, poi, che il raggiungimento di uno status di Stato internazionalmente riconosciuto dovrebbe essere perseguito attraverso i negoziati… Infine, aggiunge, che la richiesta rivolta dall’ANP all’ONU per un riconoscimento come Stato indipendente è del tutto “legittima”, relativizzando di molto, così, la sua affermazione precedente che del resto è espressa, comunque, al condizionale (“dovrebbe”) che il diritto all’autodeterminazione e a un proprio Stato indipendente dei palestinesi non può essere messo in discussione né fatto oggetto di negoziato. Insomma, appunto, tutto e il suo contrario…

L’ANP preso atto di quanto – e quanto sfacciatamente, constata – si sia dato da fare il mediatore capo del Quartetto (il corpo di mediazione tra israeliani e palestinesi che, si fa per dire, lavora del tutto inutilmente dal 2007 e comprende ONU, UE, Stati Uniti e Russia presieduto dall’ex PM britannico Tony Blair per convincere i membri del CdS e dell’Assemblea dell’ONU a mettere i bastoni fra le ruote della richiesta palestinese, ha annunciato che non  intende più riconoscerne il ruolo di mediatore[193] tra le parti (del resto, a suo modo onestamente, lui non aveva mai nascosto chi favoriva) e che d’ora in poi boicotterà, finché non sia adeguatamente modificato, il Quartetto. S  se Abu Mazen stavolta tiene duro, sarebbe anche questo un passo avanti non proprio irrilevante per l’autoconsiderazione dei palestinesi…

●In ogni caso, per i palestinesi resterebbero aperti sempre una serie di problemi gravi e tutti loro coi quali devono decidersi a fare i conti da soli, senza che né Israele né il resto del mondo possano davvero, stavolta, interferire nelle loro decisioni. Se faranno, finalmente, sul serio li dovranno far propri e fare, finalmente, anche loro sul serio.  

Il primo problema è, diciamo così, una certa carenza di legittimazione democratica della loro leadership: sia Fatah che Hamas sono lontani ormai dall’ultima elezione sostenuta (nel 2006, quando democraticamente – come si dice – vinse Hamas… ma non venne “accettato” da gran parte del resto del mondo mentre, per i primi, non supplisce il parziale riconoscimento internazionale, di cui in qualche modo rispetto alla entità rivale riescono a godere  ma che, del resto, è stato finora precario anche per loro.

Il secondo problema della dirigenza palestinese, divisa com’è, è l’incapacità di adattare la loro solida strategia per il riconoscimento di uno Stato proprio con la necessaria duttilità tattica indispensabile a farsi “accettare” sia dalla grande maggioranza del proprio popolo che dagli altri interlocutori di cui per esso hanno bisogno: per primi, gli israeliani.

E non è solo la questione dei mezzi, violenti e più o non violenti e meno, a definire pesi e misure diversi da applicare a un problema come ad esempio Palestina di qua e Israele di là. Per altro è del tutto normale per noi collocare di qua noi stessi ed i nostri amici e di là tutti gli altri. Ed è un alibi di importanza cruciale per chiunque la violenza la usa. Come si fa , in effetti, a non mettersi a ridere, o a piangere, a scandalizzarsi come va facendo l’America perché due suoi giovani “turisti” vengono accusati dagli iraniani di aver sconfinato, lo ammettono, vengono processati, condannati e alla fine graziati…

Come si fa, quando proprio l’America tiene centinaia di persone in galera senza neanche dire dove senza mai averle imputate sottoposte a processo, e tanto meno condannate e avendo buttato via la chiave per sempre? Ma noi sì, perché siamo noi, E loro no perché non lo sono. Questa è la logica e la pratica universale dei due paesi e delle due misure.

Ma tornando a bomba, per così dire, alla Palestina e a Israele, e si affaccia, qui, in questo modo, anche il terzo problema. Che da sempre al-Fatah, ma più di recente anche Hamas, sembrano dedicare alla ricerca del controllo e del potere più tempo, attenzione e sforzi di quelli che riservano ad attingere allo scopo per cui entrambe furono create, per “servire con efficacia la rivoluzione palestinese incompiuta[194]”, arrivando davvero a fondare uno Stato che sia in grado di sopravvivere perché accetta, anche davvero, di farlo con gli altri. E di obbligare il mondo, anzitutto gli israeliani per bene – non certo Netanyahu – e gli Stati Uniti d’America a farsene carico anch’essi. Seriamente, onorevolmente…

●In Israele, intanto, ha luogo la più grande manifestazione di sempre, centinaia di migliaia di persone per un paese di 6 milioni e mezzo di abitanti e del tutto spontanea, non convocata da nessuno ma come si dice adesso, e come è stato in tutti i paesi arabi, davvero autoconvocata. E’ stata la più forte protesta contro l’impoverimento sociale cui la crisi certo ma, soprattutto, anche qui, le scelte di un governo reazionario hanno portato il paese[195].

La richiesta era per la difesa del welfare che ancora resta, il rilancio di  servizi sociali che tornino ad essere efficienti e quasi universali, prezzi più bassi degli affitti e dei beni alimentari essenziali. Il limite è che la manifestazione era solo per ebrei, degli ebrei e sui loro problemi economici e sociali, avendo rinunciato in partenza e deliberatamente a coinvolgere la popolazione araba e palestinese e a estendere la difesa dei diritti anche a loro…

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, torna a puntualizzare che lo scudo missilistico di difesa europeo attualmente in costruzione su parametri dettati dal Pentagono, in Polonia, nella Repubblica ceca, forse anche in Romania, “potrebbe” – se continuano a svilupparlo senza tenere alcun conto degli interessi degli altri interlocutori come succede oggi – costituire una seria minaccia per il deterrente delle forze nucleari strategiche russe e rendere, perciò, necessarie una serie di “contromisure” che Mosca non esiterà a prendere per proteggere il deterrente atomico potenziale che la Russia ha nei confronti di quello statunitense[196].

Il quale, a casa sua, non deve invece subire alcuna misura di assedio di questo tipo. L’ultima volta che i russi ci provarono, nell’ottobre del 1962, fu la crisi dei missili di Cuba… Se, adesso, gli americani ci riprovano – piazzando loro missili vicino ai confini di Mosca, in violazione dell’accordo Krusciov-Kennedy col quale la crisi venne allora risolta: il ritiro dei missili sovietici a Cuba contro il ritiro di quelli americani presenti in Europa, in Turchia e in Italia, a Gioia del Colle[197]: dove erano stati messi da alcuni anni non dicendolo al parlamento italiano e da dove furono ritirate entro sei mesi senza dirlo a nessuno… – allora ne dovranno subire le conseguenze.

Anche l’antimissile che la Turchia ha concordato con la NATO di schierare in prossimità dei suoi confini russi preoccupa, ma sembra di meno. Lo precisa un commento ufficiale messo in rete sul sito del ministero degli Esteri russo[198] affermando che resta però, anche in questo caso, comunque importante ottenere solide e legalmente stringenti garanzie da Stati Uniti e NATO – non solo impegni e promesse, per quanto solenni – che i nuovi sistemi antimissili – tutti – schierati in Europa ai confini della Russia non saranno mai diretti contro le forze strategiche russe. Anche se è difficile comunque capire come tali impegni potrebbero essere garantiti al di là di ogni ragionevole dubbio...

Questa puntualizzazione è stata resa necessaria  perché, con troppa fretta, l’ambasciatore russo alla NATO, Dmitri Rogozin, aveva detto[199] che Mosca non considera lo spiegamento del radar di allarme a distanza della NATO in Turchia come una minaccia seria alla propria sicurezza: Rogozin ha, infatti, rilevato che, a un esame ancora preliminare, gli esperti russi giudicano che quel radar non costituisce una diretta minaccia per le forze nucleari strategiche della Russia. Ma il ministro giudica l’assoluzione impartita allo scudo spaziale in Turchia troppo superficiale, comunque prematura, e mette, così, i puntini su tutte le i.

La realtà su questa faccenda dei missili, degli antimissili, di una difesa spaziale comunque concettualmente bacata perché tecnicamente impossibile l’ha scritta, ancora una volta, adesso, sul NYT, Yousaf Butt, fisico nucleare molto noto, della Divisione astrofisica del Centro Smithsonian di Harvard: uno del mestiere e ai più alti livelli, che ha insegnato al Massachusetts Institute of Technology di Boston e consulente scientifico della Federazione degli scienziati americani.

E alla sua argomentazione[200], che non è proprio nuova (data dai tempi del primo scudo spaziale di Reagan e fu decisiva per affossarlo[201]) ma resta sempre irrefutabile, così come reiterato è il tentativo di resuscitare il cadavere da parte del complesso militar-industriale americano.

Dice Butt di come “il problema principale [anche se, poi, neanche l’unico] è che il tipo di difesa missilistica che stanno pianificando Stati Uniti e NATO [sia essa contro la Russia, sia contro l’Iran, sia contro chiunque altro] è particolarmente facile da sconfiggere. Le contromisure più semplici consistono nel saturare il vuoto spaziale delle traiettorie di rientro dei missili o degli antimissilic con palloni aerostatici gonfiati: che non costerebbero niente ma costituirebbero falsi bersagli senza peso nello spazio proprio come le testate dei missili

   E, viaggiando indistinguibili da loro alla stessa velocità nel rientro dalla stratosfera renderebbero impossibile, con la pura e semplice saturazione dei numeri – dieci palloni aerostatici per ogni testata – discernere un vero da un falso bersaglio. Perché, se un nemico fosse deciso a bombardare gli USA con testate nucleari, lancerebbe moltissimi di questi specchietti per le allodole  in prossimità delle proprie testate soffocando il sistema di difesa semplicemente sommergendolo di falsi segnali.

●Ci è tornata fra le mani in questi giorni una delle interviste più tronfie, stupide e allucinanti data da un politico abbia a un grande giornale, cioè, e non è  certo un caso sempre al NYT. Che ha fatto un’opera altamente meritoria, allora nel pubblicarla, visto che ancor oggi nel leggerla costituisce una lezione indelebile di storia, di politica e di vita.

Ne riportiamo lo stralcio essenziale, ricordando che l’intervistato, Karl Rove, era il consigliere più sentito e più influente di Bush il piccolo – una fanatico “cristiano rinato” come lui, come lui  convertito e convinto, come solo possono esserlo i bambini incoscienti o i grandi perfettamente coscienti, di essere in rapporto diretto con Dio Onnipotente che gli diceva cosa fare e come (la guerra, oggi, all’Iraq, all’Afganistan... domani chi sa…)[202].

Al giornalista che gli parlava delle difficoltà e della realtà vera delle cose così come cominciavano a manifestarsi con forza sul campo, nell’occupazione che cominciava ormai ad impantanarsi in Iraq, Rove rispondeva arrogante e, scioccamente presuntuoso, che “non capiva niente perché restava ancorato a quanti credevano nella realtà delle cose”, cioè era tra quanti restano convinti “che le soluzioni ai problemi emergano dallo studio attento di quel che si riesce a discernere di un dato problema…

   Solo che non è più così: il mondo non funziona realmente più in questo modo. Adesso noi siamo un impero e quando entriamo in azione siamo noi che creiamo la nostra realtà. E mentre la gente come lei quella realtà la studia – attentamente se vuole – noi continueremo ad agire e a creare un’altra realtà che lei può ancora studiare. E è così che vanno, e andranno, le cose. Noi siamo gli attori della storia… e lei, tutti voi, siete solo destinati a studiare quello che noi facciamo”.

O magari, più realisticamente, quello che noi sconvolgiamo, roviniamo, distruggiamo… Un altro modo di dire il vecchio detto che chi può fa – a prescindere sempre da quello che fa – e chi non può chiacchiera…        

GERMANIA

● Dopo le elezioni regionali del  Mecklenburgo-Pomerania occidentale… (foto)

Foto: NYT, 4.9.2011.

La coalizione conservatrice di Angela Merkek ha perso malamente[203] a inizio mese anche le elezioni nel Land del Mecklenburg-Vorpommern, nel nord-est del paese, dove ha anche sede la sua circoscrizione elettorale. E’ la sesta di sette elezioni di Länder che si svolgono quest’anno, la maggior parte delle quali sono state un disastro per i cristiano-democratici e i liberali (che stavolta non sono riusciti neanche a superare lo sbarramento del 5% e, dunque, non entrano proprio nel parlamento di Schwerin, la capitale del Land) e hanno invece segnato un avanzamento più che discreto dei verdi e dei social-democratici che formano il blocco d’opposizione a livello nazionale e lo costituivano anche, finora, in questo come negli altri cinque Stati in cui adesso hanno vinto diventando la maggioranza.

E ha poi fallito anche nel voto a Berlino, il 18 settembre, dove il 29% dei suffragi ha confermato al governo della città-Stato (una delle tre, con Amburgo e Bremen/Bremerhaven che  come tali ha istituito la Costituzione) il sindaco social-democratico uscente Klaus Wowereit mentre il partito di Merkel è riuscito a ramazzarne solo il 23. I Verdi hanno preso il 18,5 dei voti e la Sinistra – diciamo – più di sinistra, i Linke, l’11,5%. Un nuovo partito , il partito Pirata – hackers radicali, di stampo che in termini nostri  definiremmo grillino o, attualissimamente, indignado ma supertecnologizzato, è andato oltre le sue più rosee previsioni portando a casa un 8,9% dei voti e parecchi seggi al parlamento della città, mentre i liberal-democratici, alleati nel governo federale dei cristiano-democratici, col 2%, non hanno raggiunto il minimo necessario a entrare in Consiglio comunale.

●Al di là di queste notazioni politiche, tutte di segno drammaticamente nero per il governo[204], come lo chiamano qui, nero-giallo, la migliore, tutto sommato, tra le non molte buone notizie economiche di quest’ultima fase viene dai dati sull’export che, da gennaio a tutto giugno, sono aumentati del 14,7%[205] o, col dato deflazionato, del 10,1 rispetto al primo semestre di un anno prima. O forse no, forse è il dato sull’occupazione che – anche con una crescita in frenata – riesce a tenere e pure a  guadagnare qualcosa soprattutto grazie agli schemi di sussidio pubblico per le imprese che tengono i lavoratori invece di licenziarli riducendo loro, ma assai moderatamente grazie appunto agli aiuti, il salario e facendoli lavorare un po’ meno.

Uno schema inventato contro la crisi con notevole successo proprio dal governo di coalizione conservatore quando era al potere coi rossi ma non cancellato, anzi dispiegato in tutta la sua efficacia, adesso al massimo della crisi dal governo di coalizione coi gialli. Bè, la verità è forse che ognuno, alla fine, ha la destra che, tutto sommato, poi, merita di avere…

A fine luglio 2011, per esempio, nelle PMI con un minimo di 50 dipendenti che usufruivano di questo programma lavoravano 5.100.000 addetti: cioè 163.400, il 3,3%, in più che un anno prima. E, in ogni caso, anche il totale delle ore lavorate è aumentato nello stesso periodo per tutta la platea del lavoro di 648 milioni, cioè dell’1,9%[206].

FRANCIA

Qualche dato congiunturale e/o anche un po’ più di lungo periodo:

Popolazione,

al 1° gennaio 2011

65.027.000

Crescita

al 2° trimestre 2011

+0,0 %

Ordini all’industria

luglio 2011

+0,9% su giugno

Nuove imprese

agosto 2011

+27,8% (dest.) su luglio

Inflazione (media)

agosto 2011Historique

+0,5 %

  • Prezzi dei prodotti di grande consumo nella grande distribuzione, +0,2% su luglio, già + 0,6%

Disoccupazione

al 2° trimestre 2011

9,6 %

Consumi delle famiglie

giugno 2011

+ 1,2 %

Produzione industriale

luglio 2011

+ 1,4 %

Clima di fiducia del mondo degli affari

luglio 2011

105 (media = 100)

Per la prima volta dal 1958, dalla fondazione della 5a repubblica gaullista, il Senato è caduto[207]. Nel senso che lo hanno perso i governi di centro-destra. La maggioranza, a qualche mese dalle presidenziali che in questo sistema sono il perno di tutto, è di socialisti, comunisti, verdi e centro-sinistri: sfugge ai centristi ma, e soprattutto , ai gaullisti di Nicolas Sarkozy.

Quella del Senato francese è una strana elezione, pressoché unica in un paese di democrazia europea: un’elezione di secondo grado, di quelle che predilige il Berlusca, un’assemblea che ha poteri relativi di conferma e, solo qualche rarissima volta di blocco – o meglio di ritardo di decisioni presidenziali, coi 348 senatori scelti da 71,890 grandi elettori – consiglieri regionali e locali  per un mandato di sei anni, con un’assemblea che ogni tre anni si rinnova a metà.

E’ il principio della fine, per Sarko e i suoi? Calma e gesso, anche qui… Il Senato non farà la rivoluzione. L’agenda del presidente (anche qui è lui che la fissa non certo il governo) ha ora in calendario due temi, l’approvazione del bilancio (da un deficit/PIL del 5,7%, uno dei peggiori squilibri in Europa, al 4,5 nel 2012, anno delle elezioni) e la riforma – la controriforma, chiamata anche qui, si capisce, riforma – della sanità. E, secondo ogni saggezza convenzionale, anche qui la sinistra dovrà star attenta a non fare sistematico ostruzionismo contro il governo.

Dicevamo, secondo saggezza convenzionale. Perché se, invece, sistematicamente lavorasse a mostrare alla gente, al paese, che le riforme del governo – qui come in Italia, come in Inghilterra, come quasi dovunque in Europa – invece di contrastare la crisi la approfondiscono per la maggioranza dei cittadini, è proprio quello che dovrebbe fare: bloccarle con l’ostruzionismo più duro.

Ma sarebbe un rovesciamento di strategia di cui nessuno pensa sia davvero capace la sinistra oggi in Europa. Ancora. Perché qualche segno comincia a arrivare: dalla Germania, dove i conservatori perdono tutte – tutte – le elezioni dei Länder, dalla Danimarca, perfino, tiè, dalla Lettonia, come abbiamo visto.

In realtà, come da noi da qualche tempo, anche qui forse più che altrove in Europa la vittoria al Palais de Luxembourg – la più favolosa cantina di vini pregiati del mondo oltre che i più bei saloni di una Camera alta ospitati negli stupendi giardini che portano lo stesso nome – ancor più che una vittoria della sinistra è uno sfaldamento delle destra che perde fiducia nel liderazco del suo capataz.  

GRAN BRETAGNA

●La produzione industriale di luglio patisce un calo inaspettato, -0,2% su giugno e -0,7% sul luglio di un anno fa. E’ il quarto calo mensile consecutivo a segnare un declino anno su anno. Cadute dovute tutte  largamente alla riduzione dell’estrazione di greggio e gas naturale[208].

Novità al Congresso annuale del Labour: un bel discorso del leader Ed Miliband, che si riscopre “Ed il rosso” nei valori, tensioni e  pulsioni della sinistra del partito, messa ormai in ombra da quindici anni nell’era di Blair. Ma non trova, neanche dopo un anno di leadership all’opposizione le p**le che sarebbero disperatamente servite al paese non solo per rinnegare e condannare la politica economica dei conservatori al governo ma per fare a pezzi e buttare via riconoscendo con coraggio politico che era tutto sbagliato il modello economico che, copiandolo ai liberisti, ha imposto al paese nei suoi anni di premiership e di cancellierato con Blair, Gordon Brown.

GIAPPONE

Ultimo, brutto dato[209] che viene a completare il quadro di un’economia che è sicuramente in difficoltà quello che per agosto vede le esportazioni crescere del 2,8%, meno della metà delle aspettative annunciate dal ministero delle Finanze e solo lo 0,3% in più che a luglio. L’import, per contro, si impenna al 19,2% oltre il livello riscontrato un anno prima e la bilancia commerciale è in deficit di 775,3 miliardi di yen (10,1 in $) contro una previsione ufficiale di meno di 1/3, a 218,8 miliardi di yen.

Il nuovo primo ministro, Yoshihiko Noda, parte con tre promesse[210]: la prima è nel segno della continuità col predecessore immediato, cacciato quasi a furor di partito, quella di eliminare gradualmente dall’economia del paese la produzione di energia nucleare;  la seconda, che a dire il vero suona piuttosto contraddittoria rispetto alla prima, è che conclusi i controlli di sicurezza i reattori riprenderanno a produrre energia; e, infine, anche se per il suo partito – e per lui conservatore a 24 carati appena riverniciato – addirittura un po’ eversiva e sicuramente la più nuova, quella di aumentare anche le tassemoderatamente sia chiaro e poi bisognerà vedere, alla fine, su chi peseranno – per dare il segno che il suo governo vuole perseguire una politica fiscale che cominci ad affrontare sul serio la montagna schiacciante del debito pubblico.

Prima defezione (forzata da una gaffe) dalle fila del nuovo governo, neanche una settimana dopo la nomina. Il ministro del Commercio, uno dei posti più importanti del Gabinetto, Yoshio Hachiro, in visita alla prefettura di Fukushima col premier, se ne esce a dire che questa è “una terra di morti”… Mostrando una propensione alla gaffe – come dicono gli americani a “mettersi un piede in bocca” – diffusa nelle classi dirigenti di questo paese almeno come e quanto lo è, anche se certo più sboccata, per il presidente del Consiglio italiano: indiscusso recordman mondiale del genere.

O no: forse è quel non-compos-sui di Scajola. Ricordate Scajola, quando (2002) da ministro degli Interni, diede del “rompic**lioni” al povero Marco Biagi perché chiedeva la scorta e lui gliela ritirava pochi giorni prima che le BR lo facessero fuori? lo ri-ricordate quando, ministro per la terza o la quarta volta, stavolta (2010) dello Sviluppo economico e sempre, si capisce, per grazia di Dio e volontà dell’onnipotente con la “o” minuscola, si faceva pagare una bella fetta della casa di Roma con vista sul Colosseo che aveva comprato da faccendieri e imbroglioni, dicendo al mondo intero che gliela avevano comprata “a sua insaputa[211]?

Bè, forse sì, è lui il campione assoluto… ma, subito dietro, arriva prima di qualsiasi giapponese il Cavaliere. Battuta infelice assai – e molto trista – quella del ministro Hachiro. Dice che voleva solo significare il suo impegno a ricostruire quel territorio, ma non convince neanche quelli del suo partito: e si dimette, subito. E questa, invece, è una differenza profonda, abissale, tra chi fa una gaffe qui e chi, da primo ministro poi, continua a fare almeno una al giorno e una alla notte da noi e a dimettersi neanche ci pensa…


 

[1] Tutta tra virgolette, Agenzia ADNKronos, 1.9.2011, (cfr. http://www.adnkronos.com/IGN/ News/Cronaca/Berlusconi-a-Lavitola-Vado-via-da-questo-paese-di-m_312407975241.html/).  

[2] 1) Financial Times, 31.8.2011, G. Dinmore, Crisis exposes weakness of Italian coalition La crisi svela la debolezza della coalizione di governo italiana (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/76472d40-d3ec-11e0-b7eb-00144feab49ahtml#axzz 1Wjtw2uB8/); 2) New York Times, 2.9.2011, R. Donadio, Europe Alarmed as Italy’s Austerity Plans Unravel— L‘Europa si allarma per il continuo disfarsi in Italia dei diversi piani di austerità annunciati… [si allarma l’Europa… e con essa i cosiddetti mercati – cioè gli speculatori e i mercanti – ancora di più… E, in effetti, come dice l’articolo, è difficile prendere sul serio un governo che prima dichiara essenziale una certa misura e, poi, e non solo una volta, la cancella sostituendola con una che aveva dichiarato prima, esso stesso, irrilevante].

[3] Guardian, 1.9.2011, J. Hooper, Berlusconi vows to leave ‘shittty’ Italy in conversation recorded by police*

*N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI *N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[4] Corriere della Sera, 17.9.2011, Le ragazze? Sull’aereo presidenziale: “Non prenderle alte, noi non siamo alti”(cfr. http://www.corriere. it/ cronache/11_settembre_16/berlusconi-telefonata-polanco_c853be88-e093-11e0-aaa7-146d82aec0f3.shtml?fr=box_primopiano/).

[5] Financial Times, 20.9.2011, R Milne, S&P downgrades Italy’s credit rating— S&P svaluta il rating dell’Italia (cfr. http:// www.ft.com/intl/cms/s/0/f48542f0-e346-11e0-8f47-00144feabdc0.html#axzz1YVB19j7a/).

[6] New York Times, 20.9.2011, C. Hauser e M. Saltmarsh, Stocks Shrug Off Italian Downgrade—.

[7] Guardian, 21.9.2011, R. Bellofiore, A crisis of capitalism— Una crisi del capitalismo..

[8] Università di Bergamo, R. Bellofiore, La crisi capitalistica e le sue ricorrenze: una lettura a partire da Marx (cfr. http ://wwwdata.unibg.it/dati/persone/46/3905-Marx%20e%20la%20crisi%20-%20Bellofiore.pdf/).

[9] K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, incipit, 1° ediz., Bruxelles, 1836; ed. Riuniti, 2006.

[10] Eguaglianza e Libertà, 22.9.2011, P. Carniti, Si perde tempo mentre il tempo perde noi (cfr. http://www.eguaglianza eliberta.it/articolo.asp?id=1393/).

[11] Financial Times, 4.9.2011, K. Mahbubani, Gaddafi’s and west’s love of the big lie L’amore di Gheddafi e dell’occidente per le grandi bugie (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/9b5907da-d4cc-11e0-a7ac-00144feab49a.html# ax zz 1XIV vu7dJ/).

[12] Sul settimanale tedesco a maggior diffusione, e di certo il più autorevole del paese, lo ha ricordato a tutti un insegnante di storia contemporanea alla London School of Economics, tedesco lui stesso: nel XX secolo la Germania è stata il peggior debitore tra tutti gli Stati e il governo tedesco farebbe meglio ad assumere un approccio più cauto a tutta questa faccenda della crisi dell’euro e del debito se non vuole trovarsi di fronte, magari, alle richieste di chi – e non è solo la Grecia – potrebbe ben avanzare le sue domande di rimborso per le riparazioni di guerra che mai sono state versate: pagamenti che, poi, in prescrizione non vanno mai: 1) Der Spiegel, 21.6.2011, Albrecht Ritschl, ’Deutschland ist der größte Schuldensünder des 20. Jahrhunderts’ Nel 20° secolo, quanto al debito, la Germania è stata il massimo peccatore del mondo (cfr. http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,769703,00.html/); e, 2) Guardian, 21.6.2011, Germany owes Greece a debt La Germania ha un debito con la Grecia.

[13] Adesso Roubini firma sul Guardian – qui ve lo segnaliamo soltanto, il 7.9.2011 – con Nicolas Berggruen, un breve articolo che ci pare di notevole rilievo e lo intitola Stop dithering. Only full integration can save Europe Smettetela di tergiversare: solo una piena integrazione può [ormai] salvare l’Europa.

   Ricorda, tra l’altro, la diagnosi fatta dall’ex primo ministro di Spagna, Felipe Gonzales: i leaders europei “hanno agito finora come ‘pompieri’, correndo di qua e di là a spegnere un incendio dopo l’altro ma senza mettere in funzione un sistema capace di prevenire il deflagrare del prossimo focolaio”.

[14] WSJ.com, Video Interview 11.8.2011, Roubini Warns of Global Recession Risk Roubini ammonisce della [nuova, e incombente] recessione globale (cfr. http://www.economonitor.com/nouriel/2011/08/12/wsj-com-video-interview-roubi ni-warns-of-global-recession-risk/).

[15] M. Moore, 28.9.2011, On the Occupy Wall St. Protests That Could Spark a Movement–Something Has Started Sull’occupazione di protesta a Wall Street che potrebbe dar vita a un movimento – Qualcosa è iniziato (cfr. http://www.democra cynow.org/2011/9/28/something_has_started_michael_moore_on/).

[16] 1) New York Times, 20.9.2011, I.M.F. Slashes Growth Outlook for U.S. and Europe— Il Fondo monetario defalca le previsioni di crescita per America e Europa; 2) e , per il testo integrale del Rapporto, IMF, World Economic Outlook, 9.2011: Slowing Growth, Rising Risks Previsioni economiche globali del FMI, 9.2011: crescita che rallenta e rischi che crescono (cfr. http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/pdf/text.pdf/).

[17] OCSE, al 31.12.2010, Dati sulla disoccupazione di lunga durata in % del totale della disoccupazione (cfr. http://www.oecd-ilibrary.org/docserver/download/fulltext/190600031e1t003.pdf?expires=1316447437&id=id&accname=free Con tent&checksum=45E0CD75D164C441A233EFCB7CF5623F/).

[18] New York Times, 23.9.2011, E. Bradsher, China, Driver of World Economy, May Be Slowing La Cina, motore dell’economia mondiale potrebbe star rallentando

[19] Guardian, 30.8.2011, L. Elliott, The 5 big hurdles on the road to lasting economic recovery I 5 grandi ostacoli sulla strada di una ripresa economica duratura.

[20] The Wall Street Journal, 31.8.2011, R. Barley, Rome needs a holiday from politics Roma ha bisogno di una vacanza dalla politica (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424053111904583204576542400034485870.html?mod=WSJEu rope_hps_MID DLE_Video_second/) [l’articolo comincia così: “In passato, le bizzarrie di Silvio Berlusconi hanno danneggiato l’Italia: oggi potrebbero portare danni a tutta l’eurozona. I ripetuti suoi ripensamenti rispetto a una manovra fiscale sui conti del paese da 45,5 miliardi di € necessaria a correggere il buco di bilancio, rischiano di sottolineare ancora una volta le debolezze perenni dell’Italia: la sua [divisione] politica e la sua [mancanza di] crescita”. E una soluzione politica bisogna trovarla “prima che i mercati si rimettano a esprimere dubbi sulle capacità e le volontà dell’Italia”. Detto bene, no?]

[21] Washington Post, 25.9.2011, H. Schneider e Y. Q. Mui, For Europe, the criticism piles on at IMF meeting Montagne di critiche all’Europa nell’incontro [dei ministri] al Fondo monetario (cfr. http://www.washingtonpost.com/business/ economy/for-europe-the-criticism-piles-on-at-imf-meeting/2011/09/24/gIQA C1bHuK_story.htmlhttp://www.washin gtonpost.com/business/economy/for-europe-the-criticism-piles-on-at-imf-meeting/2011/09/24/gIQAC1bHuK_story. html/).

[22] The Economist, 24.9.2011.

[23] The Economist, 10.9.2011.

[24] 1) New York Times, 7.9.2011, M. Saltmarsh, U.S. Slides, Singapore Rises in Competitiveness Survey Gli USA scivolano, Singapore sale nell’inchiesta sulla competitività; 2) WEF, The Global Competitiveness Report 2011-2012, X. Sala-i-Martin, 9.2011 (cfr. http://www3.weforum.org/docs/WEF_GCR_Report_2011-12.pdf/).

[25] 1) Agenzia Stratfor, 31.8.2011, Global Intelligence, Libya: Water Cutoffs to Tripoli Tied to Security Situation Libia: i tagli alle forniture di acqua a Tripoli legati ai problemi di una sicurezza che resta precaria (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/2011 0831-libya-water-cutoffs-tripoli-tied-security-situation/); 2) Invece, proprio al sabotaggio attribuisce il guaio il Financial Times, 31.8.2011, M. Peel, Tripoli water shortage attributed to sabotage L’ammanco di acqua a Tripoli attribuito [dagli stessi ribelli] al sabotaggio [dei lealisti] (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/0a 931950-d3c0-11e0-bc6b-00144feab49a.html #axzz1Wjtw2uB8/).

[26] Agenzia Associated Press (A.P.), 5.9.2011, Libyan official: Water back on in parts of Tripoli— Esponente libico: in alcune parti di Tripoli torna l’acqua (cfr. http://www.syracuse.com/newsflash/index.ssf/story/water-back-on-in-parts-of-tripoli/0735999de4404156adad0587eb050da1/).

[27] Stratfor, 30.8.2011, Global Intelligence, Libya's Transition to the Post-Gadhafi Era La transizione in Libia all’era del post-Gheddafi (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110829-libyas-transition-post-gadhafi-era/).

[28] 1) New York Times, 2.9.2011, (A.P.), Libya Rebel Commander Plays Down Islamist PastComandante dei ribelli libici minimizza il suo passato di [estremista] islamista; 2) New York Times, 1.9.2011, R. Nordland, In Libya, Former Enemy Is Recast in Role of Ally— In Libia, l’ex nemico trova il suo nuovo ruolo di alleato.

[29] Al Arabiya News, 4.9.2011, E. Farge, Libyan Islamist says NTC executive committee should resign— Un leader islamista libico fa appello alle dimissioni in blocco del Comitato esecutivo del CNT (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/20 11/09/04/165383.html/).

[30] Per gli spunti di questa analisi, che ci sembra fra le più prossime alla realtà e al divenire convulso e confuso dei fatti. Siamo debitori a vari interventi, soprattutto di Soumaya Ghannoushi, giovane insegnane tunisina che lavora alla Scuola di Studi orientali e africani dell’università di Londra. In particolare, Guardian, 6.9.2011, S. Ghannoushi, Libya is now set to be a scene of multiple battles La Libia è una scena ormai predisposta per molteplici battaglie.  

[31] New York Times, 18.9.2011, E. Farge e M. Golovnina, Libyans Fail to Agree New Government I libici non si mettono d’accordo sul nuovo governo.   

[32] New York Times, 1.9.2011, S. Erlanger, Russia Recognizes Libya Rebels as World Leaders Meet In coincidenza con la riunione dei leaders mondiali sulla Libia, la Russia riconosce i ribelli come governo.

[33] Guardian, 12.9.2011, T. Branigan, Libya's NTC gains Chinese recognition Il CNT libico ottiene il riconoscimento della Cina.

[34] Agenzia Energy Industry Today, 17.9.2011, ENI to sell Libyan oilfield stake to Gazprom L’ENI venderà parte della sua quota di un giacimento petrolifero libico a Gazprom  (cfr. http://energy.einnews.com/login.php?redir=%2Fnews.php%3 Fwid%3D373957641&n=1/).  

[35] New York Times, 26.9.2011, D. Jolly, Italian Company Resumes Oil Production in Libya L’azienda italiana [l’ENI] riprende la produzione di greggio in Libia.

[36] Zawya, 1.9.2011, Algeria to recognise Libya's NTC, refuse Kadhafi entry L’Algeria riconoscerà il CNT libico, e rifiuterà l’ingresso a Gheddafi (cfr. http://www.zawya.com/story.cfm/sidANA20110901T081736ZGHG71/Algeria_to_recognise_ Libyas_NTC_refuse_Kadhafi_entry/).

[37] Daily Mail, 2.9.2010, J. Groves, Libyan elections within 20 months say rebel leaders as they thank allies and outline ‘road map to democracy’  I leaders dei ribelli, ringraziando gli alleati e delineando una road map alla democrazia  annunciano elezioni entro 20 mesi (cfr. http://www.dailymail.co.uk/news/article-2032570/Libya-Rebels-outline-road-map-democracy-4-years-Gaddafi.html/).

[38] New York Times, 13.9..2011, Al jazeera/Reuters, A. Barnard, Libya's New Leader Calls for State Based on Sharia Law Il nuo vo leader  libico chiede di costruire uno Stato basato sulla legge islamica.

[39] New York Times, 2.9.2011, R. Nordland, Files Note Close C.I.A. Ties to Qaddafi Spy Unit Le carte rilevano gli stretti legami tra CIA e servizi segreti di Gheddafi.

[40] New York Times, 2.9.2011, Reuters, CIA, MI6 Helped Gaddafi on Dissidents-HRW CIA e MI6 hanno aiutato Gheddafi contro I dissidenti, dice Human Rights Watch.

[41] Qui, qualche paragrafo sopra.

[42] Islam-on-line, 18.9.2011, Egypt sets Nov. 21 date for parliamentary vote L’Egitto fissa il 21 novembre come data per le elezioni parlamentari (cfr. http://www.islamonline.net/en/IOLArticle_C/1278409017713/1278406720653/IOLArticle_C/).

[43] Segnala, con argomentazioni forti anche se colorate come capita a tutti, ovviamente, dalla sua personale visione del mondo, sul Guardian, S. Ghannoushi, già citata sopra in Nota28, 26.9.2011, come The Egyptian people's revolution is being hijacked by the army L’esercito sta derubando il popolo egiziano della sua rivoluzione.

[44] Eyewitness News, 27.9.2011, S. El Deeb, Egypt's 1st post-Mubarak election to begin Nov. 28 Le prime elezioni dell’Egitto del dopo Mubarak iniziano il 28 novembre (cfr. http://www.wfsb.com/story/15560365/egypts-1st-post-muba rak-election-to-begin-nov-28/).

[45] A Cop’s Watch, 26.9.2011, Egypt: Protest Groups List Demands I  gruppi di protesta elencano le loro richieste (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/2011/09/whats-going-on-in-world-today-110926.html/).

[46] Trend, 28.9.2011, Egypt's Islamists Criticize Military Rulers Over Election Law In Egitto gli islamisti criticano il governo militare per la legge elettorale (cfr. http://en.trend.az/regions/met/arabicr/1938009.html/).

[47] Stratfor, 31.8.2011, Considering a Syrian Regime Collapse Ragionando su un collasso del regime in Siria(cfr. http:// www.stratfor.com/analysis/20110830-intelligence-guidance/).

[48] New York Times, 5.9.201, Life in Syria’s Capital Remains Barely Touched by Rebellion— La vita, nella capitale siriana, resta apppena sfiorata dalla ribellione.

[49] Al Arabiya News, 13.9.2011, Prominent Alawite clerics denounce Assad regime’s ‘atrocities’— Importanti religiosi slawiti denunciano le atrocità del regime di Assad (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/09/12/166498.html/).

[51] Agenzia AGI [proprietà dell’ENI], 24.8.2011, Versace apre a Damasco,‘made in Italy’ scommette su Siria [adesso!!!] (cfr. http://www.agi.it/iphone-pei/notizie/201108241356-est-pei0003-versace_apre_a_damasco_ made_in_italy_scom mette_su_siria/).

[52] New York Times, 8.9.2011, N. MacFarquhar, In Shift, Iran’s President Calls for End to Syrian Crackdown Spostandosi di posizione, il presidente iraniano si appella a una fine del giro di vite in Siria (cfr. http://www.nytimes.com/2011/ 09/09/world/middleeast/09iran.html/).

[53] Stratfor, 9.9.2011, Iran: Time To Host Meeting Of Muslim States On Syria – President Il presidente iraniano: sulla Siria, è ora di ospitare un incontro tra Stati mussulmani (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110909-iran-time-host-me eting-muslim-states-syria-president/).

[54] YNet (Tel Aviv), 9.9.2011, Hamas considering relocating HQ to Cairo Hamas sta considerando di spostare il proprio quartier generale al Cairo (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4120070,00.html/).

[55] Agenzia RTNews (Mosca), 9.9.201, 11:57, Situation in Syria ‘deadlocked’ - opposition leaders La situazione in Siria è “di stallo” - dice l’opposizione (cfr. http://rt.com/politics/news-line/2011-09-09/).

[56] Guardian, 19.9.2011, G. Monbiot, Damned if we do impose sanctions on Syria. And damned if we don't— Male se ci metiamo a imporre sanzioni alla Siria. E male se non lo facciamo.

[57] CBS, 60 Minutes, 12.5.1996,  Intervista a Madeleine Albright, allora Ambasciatrice americana all’ONU (cfr. http://www.youtube.com/watch?v=FbIX1CP9qr4/). [tra parentesi: c’è qualcuno in coscienza a poter escludere che anche questo tipo di sadico cinismo sia stato responsabile qualche anno dopo della feroce distruzione delle Torri gemelle?]  

[58] Testo dell’intervista a Euronews, 9.9.201: dal sito del Cremlino (cfr. http://eng.kremlin.ru/news/2795/).

[59] Agenzia RTNews (Mosca), 12:58, 12.9.2011, Syrian parliamentary elections may be held by year’s end - Presidential adviser— Un consigliere del presidente: per la fine dell’anno la Siria potrebbe tenere le elezioni del parlamento (cfr. http://rt.com/ news/line/2011-09-12/#id18043/).

[60] New York Times, 27.9.2011, Fearing Change, Many Christians in Syria Back Assad Temendo il cambio [di regime] molti cristiani in Siria sostengono Assad.  

[61] TIME Magazine, 28.9.2011, R. Abouzeid, U.S. to Syrians: 'Don't Expect Another Libya'— Gli USA ai siriani: ‘Non vi dovete davvero aspettare un’altra Libia’(cfr. http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2094881,00.html/).

[62] Guardian, 28.9.2011, M. Chulov, Turkey to press ahead with sanctions against Syria La Turchia potrebbe procedere a sue sanzioni contro la Siria

[63] The Economist, 17.9.2011.

[64] United Nations Human Rights Council (UNHRC: A/HRC/18/21, 13.9.2011, Agenda Item 2)-Report of the High  Commissioner on OHCHR’s visit to Yemen Rapporto dell’Alto Commissario sulla visita della OCHR nello Yemen  (cfr. http://www.ohchr.org/Documents/Countries/YE/YemenAssessmentMissionReport.pdf/). 

[65] Guardian, 20.9.2011, G. Hill, Yemen, the Family War Yemen, la guerra di famiglia.

[66] Sisters Arab Forum for Human Rights (Sana’a, Yemen), 12.10.2009, The Status of Torture in Yemen:Second Parallel Report by Yemeni Civil Society Organizations— Lo status [e l’utiizzo] della tortura in Yemen: secondo rapporto parallelo dalle organizzazioni della società civile yemenita (cfr. http://www2. ohchr. org/english/bodies/cat/docs/ngos/SAF_Yemen43.pdf/).

[67] Voice of America, 29.9.2011, Yemen's Saleh Says He Will Not Resign Until Rivals Are Gone Lo yemenita Saleh dice che non si dimetterà finché non se ne andranno tutti i suoi rivali (cfr. http://www.voanews.com/english/news/middle-east/Yemens-Saleh-Says-He-Will-Not-Resign-Until-Rivals-Are-Gone-130824383.html/).

[68] Washington Post, 30.9.2011, S. Raghavan, Anwar al-Aulaqi, U.S.-born cleric linked to al-Qaeda reported killed in Yemen— Si parla dell’uccisione di Anwar al-Aulaqi, chierico nato negli USA e collegato ad al-Qaeda (cfr. http://www.washington post.com/world/middle-east/anwar-al-aulaqi-us-born-cleric-linked-to-al-qaeda-killed-yemen-says/2011/09/30/gIQAso WsoWO9K_story.html?hpid=z1/).

[69] New York Times, 30.9.2011, Strike Reopens Debate Over Killing U.S. Citizens L’attacco riapre il dibattito sull’uccisione di cittadini americani.

[70] Al Jazeera, 25.9.2011, Saudi Women Given Voting Rights Il diritto di voto [bé, insomma…] concesso alle donne saudite (cfr. http://www.globalrights.it/rights/women/2196-saudi-women-given-voting-rights-.html/).

[71] (A.P.), 25.9.2011, US praises Saudi reform on women's voting rights Gli USA lodano la riforma saudfita sul diritto di voto alle donne (cfr. http://hosted.ap.org/dynamic/stories/M/ML_SAUDIARABIA_REFORM_ORROS&SECTION=HOME&TEM PLATE=DEFAULT/).

[72] Dow Jones, 13.9.2011, Crisi: Tesoro conferma incontro Tremonti-CIC [cinese] (cfr. http://www.borsaitaliana. it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=898566&lang=it/).

[73] Financial Times, 13.9.2011, I. Kaminska, Chinese bond purchases won’t help Gli acquisti di BoT da partr dei cinesi non daranno un aiuto  (cfr. http://ftalphaville.ft.com/blog/2011/09/13/675636/chinese-bond-purchases-wont-help/).

[74] Financial Times, 14.9.2011, S. Wagstyl, Russia not so keen on eurozone aid— LaRussia non è così disponibile ad aiutare l’eurozona (cfr. http://blogs.ft.com/beyond-brics/2011/09/14/russia-not-so-keen-on-eurozone-aid/? catid=491& SID= google/).

[75] China Economic Review, 9.9.2011 (cfr. http://www.chinaeconomicreview.com/en/category/keywords/cpi/).

[76] China Daily, 12.9.2011, Price stability top priority: China's central bank La Banca centrale di Cina: la priorità assoluta è la stabilità dei prezzi (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/china/2011-09/12/content_13668780.htm/).

[77] E’ la base di ragionamento, del tutto realistica e da studiare bene, che avanza sul New York Times, 4.9.2011, A. L. Friedberg, in un articolo (China’s Challenge at Sea La sfida marittima della Cina) tutto da leggere e che finisce un po’ in coda di pesce anche se comprensibilmente perché tutto preoccupato di ristabilire, con l’apporto degli alleati dell’America, l’equilibrio strategico nei confronti della Cina: che poi sarebbe, a dirla com’è, la supremazia strategica dell’America. E poi, visto quel differenziale di crescita tra Cina e America, a pagare il conto non sarebbe più, certo, l’America.     

[78] Huffington Post, 19.9.2011, Reuters, J. Wolf, Taiwan portrays Obama as caving to China on arms sales Taiwan dipinge un  Obama che cede sulla vendita di armi alle pressioni cinesi (cfr. http://www.huffingtonpost.com/2011/09/19/taiwan-portrays-obama-as-_n_970038.html/).

[79] Xinhua News (Agenzia Nuova Cina), 22.9.2011, China voices strong indignation over new U.S. arms sales to Taiwan La Cina manifesta la sua dura indignazione per le nuove vendite di armi americane a Taiwan (cfr. http://news .xinhua net.com/english2010/china/2011-09/22/c_131152503.htm/). 

[80] New York Times, 23.9.2011, W. Jiang (insegna scienze politiche all’Università di Alberta in Canada), Weaken the hardliners Fiaccare i falchi

[81] Reuters, 20.9.2011, U.S. to announce China trade enforcement action Gli USA annunciano azioni di opposizione commerciale contro la Cina (cfr. http://www.moneycontrol.com/news/wire-news/us-to-announce-china-trade-enforcement-action_587967.html/).

[82] Stratfor, 28.9.2011, China Tells U.S. It Will Go Its Own Way In South Pacific La Cina dice agli USA che si muoverà per conto suo nel Pacifico meridionale (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110927-china-tells-us-it-will-go-its-own-way-south-pacific/).

[83] The Economist, 10.9.2011.

[84] Il ragionamento, ipreso qui per grandi linee, è quello sviluppato sul giornale brasiliano a maggior diffusione, la Folha de São Paulo, 31.8.2011, dall’economista statunitense Mark Weisbrot (co-direttore dell’indipendente e progressista  Center for Economic and Policy Research di Washington. D.C.), O problema tipo "Wall Street" do Brasil (cfr. http:// www1.folha.uol.com.br/colunas/markweisbrot/967892-o-problema-tipo-wall-street-do-brasil.shtml/).

[85] The Economist, 24.9.2011.

[86] 1) New York Times, 8.9.2011, J. Ewing e J. Werdigier, Europe's Big Central Banks Hold Interest Rates Steady Le maggiori banche centrali europee tengono fermi i tassi di interesse (cfr. http://www.nytimes.com/2011/09/09/business/glo bal/rates.html/); 2) BCE, 8.9.2011, dichiarazione del presidente, Jean-Claude Trichet, (cfr. http://www.ecb.int/press/ pressconf/2011/html/is110908.en.html/).

[87] New York Times, 11.9.2011, P. Krugman, An Impeccable Disaster Un disastro imopeccabile

[88] BCE, Comunicato stampa, 9.9.2011, Jürgen Stark resigns from his position Jürgen Stark si dimette dalla sua carica (cfr. http://www.ecb.int/press/pr/date/2011/html/pr110909.en.html/). 

[89] Wall Street Journal, 9.9.2011, G. T. Smith, Stark’s Sudden Departure Hits ECB Hard L’improvvisa partenza di Stark colpisce duro la BCE (cfr. http://blogs.wsj.com/source/2011/09/09/starks-sudden-departure-hits-ecb-hard/).

[90] New York Times, 9.9.2011, Resignation at European Central Bank Hints at Split Le dimissioni [di Stark]dalla Banca centrale europea indica l’esistenza di una spaccatura. 

[91] New York Times, 10.9.11, J. Ewing e L. Alderman, German Nominated to Central Bank Post Un tedesco [che sostituisce l’altro] nominato nel Direttivo della Banca centrale .

[92] BBC News, 14.9.2011, Commission President Barroso to put forward Eurobonds Il presidente della Commissione Barroso proporrà gli Eurobonds (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/business-14913517/).

[93] The Economist, 10.9.2011.

[94] The Economist, 10.9.2011.

[95] The Economist, 10.9.2011.

[96] EUbusiness, 11.9.2011, Greece announces new budget cuts for 2011 La Grecia annuncia nuovi tagli al bilancio del 2011 (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finance-economy.c42/).

[97] CBC News-Business, 16.9.2011, (A.P.), Greek bailout loan decision pushed to October La decisione sul prestito alla Grecia rimandata a ottobre (cfr. http://www.cbc.ca/news/business/story/2011/09/16/greece-finland-economy.html/).

[98] New York Times, 16.9.2011, S.Castle e L.  e L. Story, Advice on Debt? Europe suggests U.S. Can Keep It Consigli sul debito? L’Europa dice che gli USA possono pure tenerseli. 

[99] Expatica.com, 1.9.2011, German bank chief wants ‘real fiscal union’ in eurozone Il capo della Banca centrale tedesca vuole una vera unione fiscale per l’eurozona (cfr. http://www.expatica.com/de/news/german-news/german-bank-chief-wan ts-real-fiscal-union--in-eurozone_172810.html/).

[100] Frankfurter Allgemeine Zeitung, 2.9.2011, Schäuble: EU-Vertragsänderung nötig— Schäuble: il Trattato UE va cambiato (cfr. http://www.faz.net/artikel/C30638/schuldenkrise-schaeuble-eu-vertragsaenderung-noetig-30496030.html/).

[101] New York Times, 7.9.2011, N. Kulish e A. Cowell, Court Rejects Challenges To German Union Bailouts La Corte spinge i ricorsi contro la partecipazione della Germania ai salvataggi.

[102] Radio N/West Africa, 14.9.2011. Dutch investigating fall-out of Greek bankruptcy— Gli olandesi fanno sapere  di essersi messi a studiare preventivamente le ricadute del fallimento greco (cfr http://www.rnw.nl/africa/bulletin/dutch-investigating-fall-out-greek-bankruptcy/).

[103] New York Times, 29.9.2011, Germany Votes to Expand Euro Bailout Fund— La Germania vota per l’aumento del fondodi salvataggio europeo.

[104] New York Times, 28.9.2011, J. Ewing e S. Castle, Expanded Euro Bailout Fund Clears Hurdle Il pacchetto allargato di salvataggio dell’euro supera un ostacolo.

[105] Stratfor, 29.9.2011, Cyprus: Parliament Approves European Rescue Fund Expansion Il parlamento di Cipro approva l’allargamento del Fondo di salvataggio europeo (cfr. http://www.stratfor.com/ sitrep/20110929-cyprus-parliament-appro ves-eurozone-rescue-fund-expansion/).

[106] Stratfor, 29.9.2011, EU: Estonian Parliament Approves EFSF Il parlamento estone approva l’EFSF (cfr. http://www. stratfor.com/sitrep/20110930-eu-estonian-parliament-approves-efsf/).

[107] Recent Business News, 5.9.2011, Swiss Banks Urge ‘United Front’ Against U.S. Pressure on Tax Evasion Le banche svizzere premono per un ‘fronte unito’ nazionale contro la pressione sull’evasione fiscale [degli altri] (cfr. http://www.our businessnews.com/swiss-banks-urge-%e2%80%98united-front%e2%80%99-against-u-s-pressure-on-tax-evasion/). 

[108] Agenzia Bloomberg, 6.9.2011, Swiss Open Fresh Round in Currency War Ignited by Global Economic Slowdown— Gli svizzeri aprono un nuovo round nella guerra delle valute innescata dalla frenata globale delle economie (cfr. http:// www.bloomberg.com/news/2011-09-06/swiss-open-new-round-in-currency-wars-ignited-by-global-economic-slow down.html/).

[109] New York Times, 4.9.201, S. Lyall, Ex-Leader Charged for Nation’s Fiscal Woes L’ex primo ministro va sotto processo per i guai del bilancio del paese.

[110] Guardian, 15.9.2011, I. Traynor e L. Eriksen, Danes vote for their first female Prime minister I danesi votano per il loro primo Primo ministro donna [e di sinistra]

[111] Il mondo di Annibale, 29.8.2011, R. Cristiano, Minoranze: svolta storica in Turchia (cfr. http://www.ilmondodianni bale.it/minoranze-la-svolta-turca/).

[112] Panorama, 20.9.2011, Angela Merkel opposes Turkey’s membership to EU family Angela Merkel si oppone all’entrata della Turchia nella famiglia europea (cfr. http://www.panorama.am/en/politics/2011/09/20/merkel/).

[113] RTÉ News (Dublino), 18.9.2011, Turkey in threat to freeze EU relations La Turchia minaccia di congelare i rapporti con la UE (cfr. http://www.rte.ie/news/2011/0918/turkey.html/).

[114] Fa notare, sagacemente, questi elementi di novità l’editoriale dell’ultimo numero di un sito ‘diplomatico’ italiano del tutto ufficioso, Il Cosmopolita, 21.9.2011 (cfr. C:\Documents and Settings\user\Impostazioni locali\Temporary Internet Files\OLK2\ilcosmopolita.htm/).

[115] Sunday Times, 6.9.2011, Ukraine to take Russia to court in gas row Il presidente [ucraino]: sul contenzioso del [prezzo] del gas, l’Ucraina porterà in tribunale la Russia (cfr. http://www.sundaytimes.lk/world-news/10551-ukraine-to-take-russia-to-court-in-gas-row-president.html/).

[116] Stratfor, 9.9.2011, Russia: Ukraine Will Honor 2009 Natural Gas Agreements L’Ucraina onorerà [comunque] gli accordi sul gas [con la Russia] del 2009 (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110909-russia-ukraine-will-honor-2009-na tural-gas-agreements/).

[117] New York Times, 7.9.2010, A. E. Kramer, Pipeline from Russia to Germany Starts Flowing Il gasdotto dalla Russia alla Germania comincia a pompare.

[118] New York Times, 7.9.2011, J. Kanter, E.U seeks power to block bilateral energy deals L’UE cerca di farsi dare poteri per bloccare accordi energetici bilaterali.

[119] Stratfor, 14.9.2011, Ukraine: Officials Want Russian, EU Plans For Natural Gas Transit Esponenti ucraini vogliono conoscere le intenzioni dei russi e degli europei per il transito del gas naturale attraverso il loro paese (cfr. http:// www. stratfor. com/sitrep/20110914-ukraine-officials-want-russian-eu-plans-natural-gas-transit/).

[120] Kyiv Post,16.9.2011, Yanukovych: South Stream on Ukrainian land would be much cheaper Yanukovych: il South Stream, se passa per l’Ucraina costerebbe molto di meno (cfr. http//www.kyivpost.com/news/business/bus_general/detail/ 112958/). 

[121] Ukrainian News Agency, 27.9.2011, Agriculture Ministry: China's Export-Import Bank To Invest USD 10 Billion Into Ukraine's Agricultural Sector Ministero dell’Agricoltura: la banca Export-Import di Cina investirà 10 miliardi di $ nel settore agricolo ucraino  (cfr. http://un.ua/eng/article/351938.html/).

[122] RIA Novosti, 15.9.2011, Moscow 'regrets' EU decision on trans-Caspian gas pipeline A Mosca non piace l’iniziativa europea sul gasdotto trans caucasico (cfr. http://en.rian.ru/business/20110913/166814007.html/).

[123] Press Tv (Teheran), 16.9.2011, Iran against EU bid for Caspian pipeline [Anche] l’’Iran è contro la proposta europea di un gasdotto sotto il Caspio  (cfr. http://www.presstv.ir/detail/199529.html/).

[124] Stratfor, 13.9.2011,Ukraine: FM Ordered To Reach EU Agreement Al ministro degli Esteri dell’Ucraina viene ordinato di accordarsi con la UE (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110913-ukraine-fm-ordered-reach-eu-agreement/).

[125] Baltic News Network (BNN), 13.9.2011, Gazprom: Government's attitude endangers Latvia's 2012 discount Gazprom: L’atteggiamento del Governo sta mettendo a rischio lo sconto del 2012 per la Lettonia (cfr. http://bnn-news.com/gazprom-governments-attitude-endangers-latvias-2012-discount-36300/).

[126] AA. A. Åslund e V. Dombrovskis [il primo è un’economista svedese di scuola neo-con, il secondo è il PM appena trombato dagli elettori: la volta scorsa li aveva fregati con una piattaforma tutta improntata a nazionalismo e sciovinismo esasperati; stavolta invece – lui stesso è un economista neo-con – lo conoscevano meglio, ma lui lamenta che non l’hanno capito], Petersen Institute  of International Economy [finanziato dalla Associazione dei banchieri americani], How Latvia came through the financial crisis Come la Lettonia è uscita dalla crisi finanziaria (cfr. http://books.google.com/books/about/How_Latvia_Ca me_Through_the_Financial_Cr.html?id=D-b6 zyhd2JEC/): e la riposta è che è vero: è uscita dalla crisi finanziaria  (quest’anno ostenta addirittura un po’ d’avanzo primario. Ma affondando il paese in una crisi economica gravissima.

[127] Guardian, 18.9.2011, (A.P.), G. Peach, Pro-Russia party wins snap Latvian election— Il partito filo russo vince [o quello anti-russo e socialmente reazionario perde, no?] le elezioni anticipate in Lettonia.

[128] The Baltic Course (Tallinn), 26.9.2011, Russian military force worries region Le forze militari russe preoccupano la regione (cfr. http://www.baltic-course.com/eng/baltic_news/?doc=7940/).

[129] The Russia Journal, 27.9.2011, Baltic fleet sardonic reply La replica sardonica della flotta baltica (cfr. http://www. russiajournal.com/node/251682/).

[130] Belarus financial market in dire straits, Sberbank loan secured il mercato finanziario della Bielorussia nei guai, arriva un prestito della Sberbank (cfr. http://www.bne.eu/story3728/Sberbank loan to Belarus/).

[131] RIA Novosti, 20.9.2011,  China gives Belarus $1 bln loan La Cina offre alla Bielorussia il suo credito finanziario (cfr. http://en.rian.ru/business/20110917/166919996.html/).

[132] Agenzia ITAR Tass, 13.9.2011, Entire Belarussian Opposition does not spell democracy - Lithuanian president Tutta l’opposizione bielorussa è sorda alla democrazia, assicura la presidentessa della Lituania (cfr. http://www.itar-tass . com/en/c32/22 4841.html/).

[133] Stratfor, 7.9.2011, Poland: Georgia, Moldova Closer To EU Membership – PM Il PM polacco: Georgia e Moldova più vicine all’appartenenza all’UE (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110907-poland-georgia-moldova-closer-eu-member ship-%E2%80%93-pm/).

[134] Agenzia China Daily, 9.9.2011, EU divided over Eastern Partnership offer: Polish FM— L’UE è spaccata, constata il ministro degli Esteri polacco, sull’offerta alla partnership dell’Est (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/xinhua/2011-09 -08/content_3736184.html/).

[135] New York Times, 29.9.2011, S. Castle, European Union Looks East at Summit and Sees Trouble on Horizon— L’Unione europea guarda a est e all’orizzonte vede montare problemi.

[136] EurActiv, 30.9.2011, Belarus quits EU's Eastern Partnership initiative La Bielorussia abbandona l’iniziativa di partnership orientale europea (cfr. http://www.euractiv.com/europes-east/belarus-quits-eus-eastern-partnership-initia tive-news-508050/).

[137] RT.com, 9.9.2011, Gazprom buys access to Czech consumers Gazprom compra il suo accesso al mercato ceco di consumo del gas (cfr. http://rt.com/business/news/gazprom-czhech-electricity-gas-175/).

[138] New York Times, 13.9.2011, edit., No Justice for Anna Politkovskaya— Nessuna giustizia per Anna Politovskaya.

[139] New York Times, 24.9.2011, E. Barry e D. Schwirtz, Putin will seek Russian presidency in 2012 Putin cercherà di [ri]-diventare presidente della Russia nel 2012.

[140] New York Times, 25.9.2011, E. Barry, For Russia’s liberals, flickers of hope vanish Per i liberali russi, scompaiono barlumi di speranza.

[141] Stratfor, 16.9.2011, Russia: Privatizations Could Be Postponed-Minister Le nuove privatizzazioni in Russia, dice il ministro, potrebbero essere rinviate (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110916-russia-privatizations-could-be-postpo ned-minister/).

[142] New York Times, 25.9.2011, E. Barry, Finance Minister Will Quit Russian Government Il ministro delle Finanze abbandonerà il governo russo.

[143] Interfax-AVN, 27.9.2011, Bulava 1st launch!Il 1° lancio del Bulava [fallito, però…] (cfr. http://forum.keypublishin g.co.uk/showthread.php?p=749021/). 

[144] RIA Novosti, 30.9.2011, Russia tests new ballistic missile La Russia sperimenta un nuovo missile balistico (cfr. http:// en.rian.ru/mlitary_news/20110930/167259462.html/).

[145] RT.com, 27.9.2011, No pain, no gain: Big defense spending to continue, says Medvedev Senza dolore non c’é valore, dice Medvedev: continuerà ad esserci una spesa importante per la difesa (cfr. http://rt.com/politics/defense-budget-remain-pri ority-469/).

[146] New York Times, 24.9.2011, A. E. Kramer, Medvedev’s Economic Reforms Likely To Continue Under Putin Le riforme economiche di Medvedev proseguiranno sotto Putin.

[147] 1) New York Times, 29.9.2011, Reuters, Second-Quarter G:D:P: Grew at 1.3% Rate Il PIL del secondo trimestre è cresciuto al tasso dell’1,3%;2) Bureau of Economic Analysis, Gross Domestic Product, 2nd quarter 2011 (third estimate)
Corporate Profits, 2nd quarter 2011 (revised estimate)—
PIL, 2° trimestre 2011(terza revisione) Profitti di impresa, 2° trimestre 2011 (stima rivista)
(cfr. http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/).   

[148] The Economist, 24.9.2011.

[149] The Economist, 24.9.2011.

[150] 1) New York Times, 1.9.2011, S. Dewan, Job Growth at Halt in U.S.; Worst Showing in 11 Months L’aumento dell’impiego in USA è del tutto fermo - peggior risultato da undici mesi; 2) Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics, (BLS), 2.9.2011, USDL-11-1277, Employment situation summary 8.2011 (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm/); 3) EPI, Washington, D.C., 2.9.2011, H. Shierholz, Less than zero, really In realtà, meno di zero (cfr. http://www.epi.org/quick_takes/entry/less_than_zero/).  

[151] Federico Rampini, inviato a Washington di la Repubblica a la7, In onda, 1.9.2011 (cfr. http://www.la7.it/inon da/). 

[152] New York Times, 1.9.2011, J. Calmes, Plan to Create Jobs Is a Balancing Act for the President Il piano per creare occupazione è un esercizio di equilibrio per il presidente.

[153] New York Times, 13.9.2011, S. Tavernise, U.S. Poverty Rate, at 15 Percent, Is the Highest Since 1993— Il tasso di povertà, al 15%, è il più alto da1993.

[154] Washington Post, 4.9.2011, Demographics may be idling recovery Potrebbe essere la demografia a frenare la ripresa (cfr. http://www.washingtonpost.com/todays_paper?dt=2011-09-05&bk=A&pg=117/).

[155] New York Times, 8.9.2011, P. Krugman, Setting Their Hair on Fire Acccendiamo loro il fuoco sotto il sedere.

[156] New York Times, 19.9.2011, edit., A Call for Fairness Un appello all’equità.

[157] New York Times, 9.9.11, M. Rick, Employers Say Jobs Plan Won’t Lead to Hiring Spur— I datori di lavoro dicono che il piano di Obama non li convincerà a aumentare le assunzioni .

[159] The Economist. 10.9.2011.

[160] Stratfor, 31.8.2011, Washington and Tehran Grapple for Influence in Iraq Washington e Teheran duellano per l’influenza in Iraq (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110830-intelligence-guidance/).

[161] la Repubblica, 11.9.2011, Iraq, l'impegno di Moqtada Sadr:” stop attacchi agli Usa fino al ritiro” (cfr. http://www. repubblica.it/esteri/2011/09/11/news/iraq_l_impegno_di_ moqtada_sadr _stopm _attacchi_agli_usa_fino _a_ritiro-21 503907/).

[162] Stratfor, 6.9.2011, Iraq: Keep U.S. Troops to Avoid Civil War – Kurdish Leader In Iraq, bisogna che restino truppe americane per impedire la guerra civile – dice leader dei curdi iracheni (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110906-iraq-keep-us-troops-avoid-civil-war-kurdish-leader/).

[163] 1)Agenzia ISNA, 4.9.2011, Iran first nuclear power plant joins national grid Il primo reattore nucleare per la produzione di energia dell’Iran si collega con la rete nazionale (cfr. http://isna.ir/isna/NewsView.aspx?ID=News-1839 596&Lang=E/).

[164]  Stratfor, 13.9.2011 Russia's Nuclear Proposal Under Review— Sotto esame la proposta dei  russi (cfr. http://www. stratfor. com/sitrep/20110913-iran-russias-nuclear-proposal-under-review/).

[165] Discorso del presidente Nicolas Sarkozy alla XIX conferenza degli Ambasciatori di Francia, 31.8.2011 (cfr. http:// www.ambafrance-lb.org/spip.php?article1425/).

[166] Iran Daily, 9.9.2011, #4048, Envoy to UN Warns Against Aggression— L’ambasciatore iraniano all’Onu  (cfr. http:// www.iran-daily.com/1390/6/19/Mai nPaper/ 4048/Page/3/Index.htm#/).

[167] Haaretz, 18.9.2011, Reuters, Belarus suspected of helping Iran develop nuclear capabilities La Bielorussia ospettata di aiutare l’’Iran a svilupparsi capacità nucleari [?] (cfr. http://www.haaretz.com/news/middle-east/belarus-suspected-of-help ing-iran-develop-nuclear-capabilities-1.384616/).

[168] Center for Global Studies, 16.9.2011, Belarus "Never" Aided Breaches of Iran Penalties: Spokesman La Bielorussia, assicura il portavoce, non ha mai infranto i divieti [ONU] relativi all’Iran (cfr. http://gsn.nti.org/gsn/nw_20110916_ 3177.php/).

[169] Vestnik Kavkaza, 23.9.2011, Russia returns prepayment for S-300 complex to Iran— La Russia restituisce all’Iran l’anticipo ricevuto per il sistema di S-300 (cfr. http://vestnikkavkaza.net/news/politics/18189.html/).

[170] Stratfor, 31.8.2011, U.S.-Taliban Negotiations and Pakistan’s Role I negoziati tra talebani e americani e il ruolo del Pakistan (cfr. http://www.stratfor.com/analysis /20110830-intelligence-guidance/).

[171] Agenzia Jihad Watch, 15.9.2011, Reuters, “There is evidence linking the Haqqani Network to the Pakistan government. This is something that must stop”— “Ci sono prove di legami tra la rete Haqqani e il governo pakistano. E questa è una  cosa che deve smettere” (cfr. http://www.jihadwatch.org/2011/09/us-secretary and ambassador-to-pakistan-there-is-evidence-linking-the-haqqani-network-to-the-pakistan-government-t.html/).

[172] AlArabiya News, 17.9.2011, Haqqanis to follow Taliban on peace talks with Karzai government,US La rete  Haqqani seguirà i talebani nei colloqui di pace col governo Karzai e gli americani (cfr. http://english.alarabiya.net/save_ print. php?print=1&cont_id=167244/).

[173] Reuters, 19,9.2011, A. Mohammed, Clinton meets Pak foreign minister to put pressure on Haqqani Clinton preme contro Haqqani incontrando la ministra degli Esteri del Pakistan [che non conta niente] (cfr. http://ca.reuters.com/article/top News/idCATRE78I0NG20110919/).

[174] Reuters, 21.9.2011, U.S. says Pakistani spies using group for "proxy war" Gli USA dichiarano che lo spionaggio pakistano delega il gruppo [Haqqani] a combattere al posto suo [ma contro gli alleati nominali del suo stesso governo] (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/09/21/uk-pa kistan-isi-idUKTRE78K16P20110921/).

[175] News Daily (Karachi), 24.9.2011, (Reuters), J. Chalmers, Pakistani PM Gilani hits back at U.S. accusations Il Premier pakistano Gilani replica duro alle accuse americane (cfr. http://www.newsdaily.com/stories/tre78n24a-us-pakistan-usa-gilani/).

[176] Lalqila.com [Lal Qila’h è la fortezza rossa di New Delhi che fino a quando vennero espulsi dal colonialismo britannico nel 1857 aveva ospitato nei secoli la famiglia imperiale dei Moghul in India], 1.9.2011, Pakistan-US struggle to define their relationships Lotta tra Pakistan e USA per definire i loro rapporti (cfr. http://lalqila.wordpress.com/ 2011/09 /01/pakistan-us-struggle-to-define-their-relationship-pakistan-military-officials-want-america-to-sign-what-is-called -a-%E2% 80%9Dmemorandum-of-understanding%E2%80%9D-an-agreement-they-want-to-include-s/).

[177] New York Times, 24.9.2011, M. Mazzetti, S, Shane e A, J. Rubin, Brutal Haqqani Crime Clan Bedevils U.S. in Afghanistan Il clan criminale degli Haqqani tartassa e angoscia gli americani in Afganistan [la diagnosi si sono messi in tre a sintetizzarla come segue i reporters americani nel catenaccio, e nel reportage stesso: “i membri della rete Haqqani sono i Sopranos della guerra afgana e i dirigenti USA abbandonano la fiducia che qualcosa si possa fare per fermarli”]. Dove il fattore delirante sembra, appunto, il paragone…

[178] New York Times, 21.9.2011, H. Cooper e S. L. Myers, Obama Rebuffed as Palestinians Pursue U.N. Seat Obama seccamente respinto dai palestinesi che decidono di perseguire il loro seggio all’ONU.

 [Ora, in modo che non possiamo altro che definire straordinario e straordinariamente miope, il ‘catenaccio’ di questo articolo ne sintetizza il senso lamentando che ora “gli Stati Uniti si trovano a fare i conti con la prospettiva di dover condividere, o addirittura cedere forse il loro ruolo durato decenni di architetto di ogni costruzione di pace in Medioriente.

   Si appropinqua, segnala l’articolo stesso, Nicolas Sarkozy, pronto a impicciarsene lui con le intenzioni di un vero honest broker, di onesto mediatore imparziale, e a passo niente affatto felpato ma invece molto pubblicamente scandito: all’ONU, subito dopo Obama e per primo ha preso – giustamente –  le distanze dal suo approccio subalterno e squilibrato, forse solo anticipando qualche altro europeo e Russia e Cina e India e Brasile. Anche se la sua proposta, né carne né pesce – un riconoscimento a metà della Palestina non proprio come Stato e seggio pieno all’ONU, ma qualcosa di più dello stato di osservatore attuale – non soddisfa né gli uni né gli altri.

In ogni caso, adesso sul palcoscenico di Israele e Palestina si affacciano altri interlocutori. Il monopolio americano ormai non c’è più.

     Ma, vedete, i media americani, in genere gli americani, non sono neanche sfiorati dal sospetto che questa eclissi di ruolo stia diventando visibile a tutti perché i loro governi – e questo più di ogni altro governo, forse: perché sapeva che stava di sbagliando e ha continuato a farlo per ragioni di politica interna – in quel ruolo hanno clamorosamente fallito. E hanno fallito perché in realtà mai lo hanno svolto come quello di un onesto mediatore ma si sono sempre schierati solo da una parte, ciechi alle ragioni dell’altra anche se a questa di tanto in tanto qualche mancia graziosamente la concedevano… Mai, però, i suoi diritti. E senza mai rendersi conto che la storia di David e Golia qui ha rovesciato da tempo e del tutto i reciproci ruoli.

   Del resto, cosa ci si può aspettare quando il consigliere del presidente nel Consiglio nazionale di sicurezza della Casa Bianca per le questioni del Medioriente è quel Dennis B. Ross che appare fra i fondatori della più potente lobby, l’AIPAC, della potentissima galassia delle lobbies filoisraeliane in America?

   E che si può dire se non constatare quanto abbia capito poco, o non voglia proprio capire, lo stesso New York Times quando nell’editoriale del 22.9.2011, The Palestinians’Bid La puntata dei palestinesi, anche di fronte alla realtà cruda e nuda della perdita non tanto di potere quanto di credibilità dell’America, torna a reiterare l’immutabile certezza che “non ci potrà essere soluzione, qui, senza una forte leadership americana”…

[179] 1) New York Times, 11.9.2011, Palestinian Statehood Uno Stato palestinese; 2) Perfino un sionista liberal come T. L. Friedman sembra arrivare, a conclusioni analoghe: sempre sul New York Times, 17.9.2011, scrive una opinione che stilla a ogni parola lacrime e sangue (“non sono stato mai tanto preoccupato, mai, per il futuro di Israele…”) intitolato,  icasticamente,  Israel: Adrift at Sea Alone Israele: alla deriva, in alto mare e da sola.

[180] Di Anne-Marie Slaughter, del suo lavoro, dei suoi scritti e della funzione seminale che lei ha avuto nel far adottare ad Obama la teoria – poco altro: almeno finché resta in vigore la politica di due pesi e due misure – cosiddetta neo-wilsoniana o, se volete, pannelliana in termini nostrani— si parva licet…, abbiamo parlato nella nostra precedente Nota congiunturale 9-2011, in Nota54.

[181] Financial Times, 22.9.2011, A.-M. Slaughter, Veto or no veto, the Middle East is on the brink Veto o non veto, il Medioriente è ormai sul crinale (cfr. http://blogs.ft.com/the-a-list/2011/09/22/veto-or-no-veto-the-middle-east-is-on-the-brink/#axzz1YnGJVaWN/).

[182] Il 23.9.2011: certo, in mondovisione grazie a  CNN, BBC, Al Jazeera, France24, CCTV, TVE Internationale, ZDF e Channel One Russia: mica alla RAI Tv, nè Mediaset, ovviamente, né a Fox News…

[183] Invisible Arabs, 24.9.2011, P. Caridi, Il discorso di una vita (cfr. http://invisiblearabs.com/?p=3578/). 

[184] 1) Haaretz, 30.8.2011, Sarkozy: EU needs united position on Palestinian statehood La UE deve trovare una posizione unitaria sullo statuto di Stato dei palestinesi (cfr. http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/sarkozy-eu-needs-united-position-on-palestinian-statehood-1.381785/); 2) Stratfor, 12.9.2011, Palestinian Territories: EU May Vote As Bloc At U.N. Territori palestinesi: l’Unione europea [stavolta] potrebbe votare all’ONU con una sola voce (cfr. http://www.stratfor.com /sitrep/20110912-palestinian-territories-eu-may-vote-bloc-un/).

[185] New York Times, 3.9.2011, S. L. Myers e M. Landler, U.S. Is Appealing to Palestinians to Stall U.N. Vote Gli USA fanno appello ai palestinesi per bloccare il voto all’ONU.

[186] The Independent, 20.9.2011, R, Fisk, Why the Middle East will never be the same again Perché il Medioriente non sarà mai più lo stesso (cfr. http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-why-the-middle-east-will-never-be-the-same-again-2357514.html/).

[187] New York Times, 10.9.2011, D. Kirkpatrick e E. Bronner, Israeli Ambassador Leaves Cairo After Protest Turns Violent L’ambasciatore di Israele lascia il Cairo dopo che la protesta si fa violenta.

[188] Agenzia RIA Novosti, 4.9.2011, Turkish PM plans to visit Gaza in mid-Sept in terms of anti-Israel campaign-paper Il premier turco progetta di visitare Gaza a metà settembre in un atto di politica anti-israeliana (cfr. http://en.rian.ru/ news201109 04/166410896.html/).

[189] UN General Assembly, 20.9.2011, Consiglio sui diritti dell’uomo, 15a sessione, Punto 1 all’o.d.g., Report of the international fact-finding mission to investigate violations of international law, including international humanitarian and human rights law, resulting from the Israeli attacks on the flotilla of ships carrying humanitarian assistance Rapporto della Commissione internazionale di inchiesta sulle violazioni del diritto internazionale, compresa la legislazione sul diritto internazionale umanitario e i diritti dell’uomo, risultanti dagli attacchi israeliani alla flottiglia di navi che trasportava aiuti umanitari [a Gaza] (cfr. http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/docs/15session/A.H RC.15.21_en.PDF/).

   La differenza fondamentale tra questo Rapporto – che condanna seccamente e ufficialmente l’illegalità dell’attacco israeliano alla Mavi Marmara, e perciò la definisce, in diritto internazionale, come un’aggressione – e il Rapporto Palmer è che questo rappresenta solo un punto di vista “privato”: di due persone, designate privatamente da Ban e che a lui privatamente riferiscono il loro personale, privato, parere: che Israele ha utilizzato mezzi “illegali e sproporzionati” contro la Mavi Marmara ma, in fondo, “difendeva” Gaza da un attracco illegale.

   Come se la striscia di Gaza fosse mai stata o sia territorio di Israele! E si tratta di due persone: uno, Sir Geoffrey Palmer, ex primo ministro laburista in pensione di un paese alleato degli – e sempre pedissequo agli – USA come la Nuova Zelanda; l’altro, Alvaro Uribe Velez, ex presidente colombiano si un governo e di un paese noto per le condanne, ripetutamente ricevute dall’Organizzazione degli Stati Americani, ad esempio, per la palese e continuata violazione dei diritti dell’uomo sotto di lui.

   A questo punto, con improntitudine degna davvero di miglior causa, il vice primo ministro di Israele, Dan Meridor –preoccupato comprensibilmente delle parole di Erdoğan (Istanbul annuncia che troverà il modo, magari scortando con le tre fregate che già ha inviate nel Mediterraneo orientale, la prossima “flottiglia” di vascelli che portassero aiuti umanitari a Gaza) di far rispettare a Israele i limiti che il diritto internazionale impone comunque a un blocco come quello su Gaza) – osserva, lui, che la Turchia è tenuta a rispettare il diritto internazionale e, cioè, il blocco navale di Israele a Gaza:  che, dice essaere legittimo facendo finta che il Rapporto privato Palmer-Uribe a Ban Ki-moon costituisca il parere legale dell’ONU (The Jerusalem Post, 9.9.2011, Meridor: Erdogan must abide by naval blockade of Gaza Meridor dice che Erdoğan deve attenersi alle regole imposte dal blocco navale a Gaza (cfr. http://www. jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Arti cle.aspx?id=237332/).

   [190] Ahram (Cairo), 9.9.2011, Turkish PM has no plans to see Gaza for now: sources Il PM turco non prevede [più], dicono fonti turche di andare ora a Gaza (cfr. http://english.ahram.org.eg/~/NewsContent/2/8/20741/World/Region/Turkish-PM-has- no-plans-to-see-Gaza-for-now-source.aspx/).

[191] Spiega un “alto esponente politico del governo israeliano” al Jerusalem Post, 4.9.2011, Erdogan visit to Gaza would hurt Turkey-US ties’— (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=236661/). Ma, forse semplicisticamente, ignora che – se non nei cuori degli americani certo nei loro interessi, nelle alleanze come nelle distanze e nei loro cervelli, adesso per Washington l’emergere della Turchia e della sua voce come quella della potenza geopolitica preminente diventa un dato di fatto di grande rilievo…

[192]1) YNet.News (Tel Aviv), 29.9.2011, Europe: Palestinian Stratehood Bid “Legitimate” L’Europa afferma che la richiesta palestinese di uno Stato è legittima (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4129153,00.html/); 2) Agora Magazine, 30.9.2011, Il Parlamento Europeo chiede di sostenere la "legittima" richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese (cfr.http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article20365/).  

[193] The Daily Telegraph, 30.9.2011, A. Blomfield, Tony Blair's job in jeopardy as Palestinians accuse him of bias Il posto di Tony Blair [alla testa del Quartetto] in pericolo per l’accusa di pregiudizio avanzata nei suoi confronti dai palestinesi  [e assai ben motivata] (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/politics/tony-blair/8795251/Tony-Blairs-job-in-jeopardy-as-Pa lestinians-accuse-him-of-bias.html/).

[194] Guardian, 1.9.11, B. White, The problem with Palestinian political leadership Il problema della leadership politica che hanno i palestinesi.

[195] The Economist. 10.9.2011.

[196] RIA Novosti, 1.9.2011, U.S. missile shield in Europe – U.S. could threaten Russian strategic nuclear forces - Foreign Minister Lavrov— Lo scudo missilistico USA in Europa: Il ministro degli Esteri Lavrov:Gli USA potrebbero minacciare le forze nucleari strategiche russe (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20110901/166347758.html/).

[197] Vedi la storia della crisi e della sua soluzione – in sostanza i ritiri gemelli delle reciproche forze missilistiche dai rispettivi confini - nella sintesi, semplificata ma estremamente corretta di Wikipedia , alla voce Cuban Missile Crisis 1962 (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Cuban_Missile_Crisis/).

[198] Commento ufficiale del ministero degli Esteri, 2.9.2011, sull’annuncio della Turchia di disponibilità ad ospitare un sistema radaristico USA di difesa missilistica USA e NATO (cfr. http://www.mid.ru/brp_4.nsf/0/4D551208C76CDB36 C325790000403D14/).

[199] Rossiskaya Gazeta, 2.9.2011, RT, Moscow says Nato radar in Turkey is no threat Mosca dice che il radar della NATO in Turchia non è un minaccia (cfr. http://rt.com/news/line/2011-09-02/#id17475/).

[200] 1) New York Times, 20.9.2011, Y. Butt, The Delusion of Missile Defense L’illusione della difesa missilistica; 2) e Bulletin of the Atomic Scientists, 8.5.2010, Y. Butt, The myth of missile defense as a deterrent Il mito della difesa missilistica come deterrente (cfr. http://www.thebulletin.org/web-edition/features/the-myth-of-missile-defense-deterrent/).

[201] Vedi come ne parlò, un “progetto farneticante”, il prof. David Parnas, che l’aveva originariamente disegnato e presentato a Reagan negli anni ‘80 e che poi spiegò bene perché e come si fosse reso conto che tecnicamente, fosse tutto sbagliato: cfr. il ragionamento suo originale e la correzione ben delineati su http://en.wikipedia.org/wiki/ David_ Parnas/).

[202] K. Rove citato in New York Times Magazine, 17.10.2004, R. Suskind, Faith, Certainty and the Presidency of George W. Bush— La fede, le certezze e la presidenza di George W. Bush (cfr. http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/ 17BUSH.html?_r=2&ex=1255665600&en=890a96189e162076&ei=5090&partner=rssuserland/).

[203] New York Times, 4.9.2011, German State election deals new setback to Merkel Una nuova elezione regionale assesta un’altra botta alla Merkel.

[204] The Independent, 19.9.2011, T. Paterson, Merkel coalition fears collapse after election humiliation La coalizione della Merkel teme il collasso dopo l’umiliazione elettorale [è un po’ come per i liberal-democratici in Inghilterra, o i leghisti da noi: al di là delle differenze profonde, che pure corrono tra questi partiti – quando più a destra, quando più a sinistra, quando più, quando meno contradditori del loro partner maggioritario che ostenta il bollino conservatore – se associati nelle fortune elettorali – anche se magari come qui in Germania, forse, col conservatorismo socialmente più illuminato che c’è sul mercato – corre ormai sempre e dovunque il rischio di “collassare”] (cfr. http://www.independent.co.uk/news/world/europe/merkel-coalition-fears-collapse-after-election-humiliation-2356 861.html/).

[205] Statistiches Bundesamt Deutschland-DESTATIS Ufficio statistico federale di Germania, 15.9.2011,  Außenhandel 1. Halbjahr 2011: Exporte steigen um 14,7 %— Il commercio estero nella prima metà del 2011: l’export aumenta,+14,7% (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Navigation/Homepage__NT.psml/).

[206] Statistiches Bundesamt Deutschland-DESTATIS Ufficio statistico federale di Germania, 15.9.2011, Juli 2011: 3,3 % mehr Beschäftigte im Verarbeitenden Gewerbe— Luglio 2011: il numero degli addetti nella manifattura locale aumenta del 3,3% (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/DE/Presse/pm/2011/09/PD11__339__421,tem plateId=renderPrint.psml/).

[207] le Monde, 27.9.2011, “Le Sénat, longtemps synonyme de conservatisme, va enfin connaître le changement” (cfr. http://www.lemonde.fr/politique/article/2011/09/27/la-gauche-promet-un-senat-plus-modeste-plus-transparent_157862 4_823448.html/).

 [208] The Economist, 10.9.2011.

[209] News Daily (Tokyo), 20.9.2011, T. Kajimoto, Japan exports disappoint, could weaken further L’export giapponese delude e può peggiorare ancora (cfr. http://www.newsdaily.com/stories/tre78k06c-us-japan-economy/). 

[210] 1) New York Times, 2.9.2011, H. Tabuchi, Japan’s New Prime Minister Vows Gradual Nuclear Phaseout— Il nuovo premier giapponese giura di ridurre gradualmente il nucleare; 2) The Economist, 17.9.2011.

[211] Adesso, con notevole ritardo, la procura di Roma ha aperto un’inchiesta sul comportamento di Claudio Scajola e era ora: Corriere della Sera, 30.8.2011, Casa al Colosseo: Scajola indagato (cfr. http://www.corriere.it/cronache/11_ago sto_29/SCAJOLA-inchiesta_d7f4ea00-d243-11e0-a205-8c1e98b416f7.shtml/).