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     10. Nota congiunturale - ottobre 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc273635933 \h 1

nel mondo... PAGEREF _Toc273635934 \h 1

in Cina... PAGEREF _Toc273635935 \h 4

nei paesi emergenti (e, magari, neanche poi tanto…). PAGEREF _Toc273635936 \h 13

EUROPA.... PAGEREF _Toc273635937 \h 17

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc273635938 \h 37

la DISOCCUPAZIONE oggi, a confronto coi dati dei senza lavoro nelle recessioni precedenti PAGEREF _Toc273635939 \h 40

GERMANIA.... PAGEREF _Toc273635940 \h 59

FRANCIA.... PAGEREF _Toc273635941 \h 60

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc273635942 \h 63

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc273635943 \h 64


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

● Siamo davvero finiti in un mondo di m***a:

    • un membro del direttorio della Bundesbank, Thilo Sarrazin, socialdemocratico, lamenta “la diluizione del nerbo nazionale dovuta all’ingresso di tanti islamici nel paese” (il suo cognome, tra l’altro, viene, racconta lui stesso, dal francese ugonotto da cui la sua famiglia proviene e sta per saracen: cioè per mussulmano…); e, a latere, afferma che, come si sa, “tutti gli ebrei condividono un gene particolare, come i baschi condividono un certo gene che li differenzia dagli altri[1];

    • in Olanda, un noto deputato autodichiaratosi, orgogliosamente, razzista Geert Wilders, che è la traduzione in fiammingo del cognome italiano Borghezio, acquisisce con al sua manciata di colleghi il potere di fare e disfare il governo;

    • avanza un clima che offusca ogni possibilità della Turchia di entrare in Europa (perché è un  paese islamico, sia pur “moderato”, dicono destre francese e tedesca e leghista, magari pure radicalmente atee (i massoni francesi, certi spavaldi libertini italiani… con qualche propaggine anche centrista in Italia);

    • gli svizzeri (gli svizzeri!) votano (votano!) per bandire i minareti, cioè i campanili!, dal loro paesaggio: perché campanili non sono…;

    • Parigi e Bruxelles fanno la guerra al velo delle donne islamiche (fra un po’, se va avanti così, tocca anche alle monache!);

    • gli zingari, anche se cittadini europei – non date retta: non perche nullatenenti ma perché zingari: fossero nullatenenti tedeschi, nessuno li esporterebbe a forza – vengono cacciati da Francia e Italia;

    • la destra americana – ma anche il comune di Milano – si fanno venire le convulsioni perché, a Manhattan o alla Bovisa, vogliono aprire un (piccolo) centro di cultura islamico…

Dappertutto, grazie a Dio e alla buona volontà degli uomini, c’è chi reagisce. Ma forse – questo è il clima dominante – chi dice no vince solo a Berlino, dove è il direttorio della Bundesbank stessa a chiedere al presidente della Repubblica federale di licenziare in tronco Thilo Sarrazin: lui che può farlo…; poi scriva pure tutto quel che gli aggrada questo strano seguace del genetismo nazista, che non è la genetica, e post-nazista d’accatto…

Sarrazin, poi, si dimette da sé, cedendo alle pressioni politiche dell’establishment. Non rinuncia, però, ad accusarlo di insensibilità al sentimento popolare diffuso, pur scusandosi per aver esteso, impropriamente dice, agli ebrei gli argomenti sugli immigrati: e avere, così, ofuscatio la limpidezza del suo messaggio anti-immigratorio.

Ed è un fatto: questo populista xenofobo, che ha governato per anni la più importante banca statale d’Europa, è ormai diventato una specie di eroe populista per il “coraggio” che ha avuto di andare controcorrente: come se dire cose stupide, oltraggiose o criminali controcorrente fosse di per sé titolo per una medaglia al valore…   

●I prezzi delle derrate alimentari sono arrivati al massimo da due anni, alimentati in parte dalla siccità in Russia e dagli spettri che essa ha esacerbato di carenze nelle forniture in specie di cereali e  granaglie. L’indice dei costi a livello medio mondiale calcolato e monitorato dalla FAO, è balzato in su del 5% da luglio ad agosto. Ma resta ancora del 38% sotto il picco del giugno 2008[2].

La FAO ha riunito al suo quartier generale di Roma, il 24 settembre[3], un incontro speciale di emergenza per discutere del problema del rialzo dei prezzi delle derrate alimentari che, con la fame che si porta subito dietro, si va manifestando sui mercati mondiali, dopo le recenti ondate di siccità che hanno minacciato i raccolti di cereali in Russia, ma anche in Ucraina e in Kazakistan.

Come al solito, le scuole di pensiero sono divise: quella interventista che auspica controlli imposti dai governi sui prezzi, rinnegando non tanto il libero mercato come strada maestra ma il dogma del libero mercato che la deve far da sovrano e quella del laissez-faire, laissez-passer, appunto, al mercato tradizionale che – voluta per il concambio in Italia della lira con l’euro dalla saggezza, cioè dalla crassa ignoranza convenzionale, cavalieristica, che era al governo – lo portò, senza controlli, a raddoppiare esattamente il costo dell’euro in lire…

Adesso, la preoccupazione è che, come già due anni fa, minacce e anche solo timori di penuria di derrate incombenti, portino a rivolte e sommosse come fu allora. Meglio cercare, dunque, di mettere le mani in avanti, anche perché nel frattempo in Mozambico, ad esempio, il balzo del 30% nel prezzo del pane, che è stato annullato d’autorità dopo pochi giorni dall’introduzione, ha portato a tumulti con parecchi morti[4] *.

La Russia, per conto proprio, ha formulato la sua previsione sul raccolto del 2011 che dovrebbe raggiungere 80 milioni di tonnellate di cereali, una ventina in meno della norma secondo quel che ha detto la ministra dell’Agricoltura Yelena Skrynnik alla Duma, il parlamento, preannunciando che l’alt all’export rimane e che verranno ora impiegate tecniche di rotazione con seminagioni speciali disegnate appositamente per condizioni climatiche e naturali “anomale”[5]

●Mentre al largo della Louisiana, nella baia Vermillion, esplode e spande un’altra piattaforma petrolifera (dicono che la perdita sia stata presto stoppata… se è vero), di proprietà della Mariner Energy, una compagnia di Huston, in Texas, la British Petroleum, che si era impegnata solennemente e di fronte al Congresso americano a pagare $20 miliardi in rimborsi per i danni procurati nel Golfo del Messico dal petrolio greggio, ci ripensa.

Ha vomitato nel Golfo, per mesi, un totale che, prudentemente stimato, sarà forse di 5 milioni di barili di greggio[6] avvelenando l’ambiente e le coste degli Stati del Sud degli Stati Uniti – e anche il Messico, si capisce: ma, del Messico, chi se ne frega no? – e dice, adesso, che le restrizioni di sicurezza alla libera estrazione di cui parla il Congresso le impediranno – forse – di effettuare i rimborsi. E, con quel suo ignominioso suo forse, lascia aperto lo spazio del compromesso… che magari i signori del Congresso – che lautamente finanzia da sempre – le consentiranno di fare[7].

●A quanti, in questi nostri disgraziati paesi impantanati in un’economia che si è rotta, si preoccupano di elaborare e proporre qualche idea a sinistra, o anche solo di centro-sinistra, ecco qualche abbozzo di idea, sulla scia di un lavoro che a noi sembra importante[8]: e discutibile, si capisce, per definizione. Potremmo chiamarlo l’abbozzo di una specie di Carta o di Manifesto di una “buona” Società.

In Gran Bretagna – ma, se guardate bene, anche nella sinistra italiana, spagnola, francese… – da dieci anni il gruppo dirigente ha appaltato il proprio pensare economico a gente come Gordon Brown lì o, da noi, per dire, molto meno gloriosamente, a Pietro Ichino che, a loro volta, hanno preso tutti gli spunti delle proprie idee dalla City o, da noi, più dimessamente, al massimo dalla Luiss.

In America per tutto il decennio a cavallo degli anni 2000, e fino almeno a fine 2007, il cancelliere che prima ha servito Brown e poi lo ha sostituito come premier si è mostrato molto più morbido verso finanza e banche del suo predecessore conservatore e ha smesso solo quando ha cominciato a rendersi conto, forse appena prima degli altri, dello scatafascio che proprio grazie anche alle sue scelte decennali di politica economica liberista – non a quelle dei nostri, vero, leggere al confronto come una piuma – andava arrivando.

C’è addirittura chi sta sostenendo, neanche poi troppo peregrinamente, che il New Labour è stato esso stesso uno strumento per mettere in atto politiche di destra che nessun governo col bollino di destra avrebbe potuto permettersi di applicare e che invece adesso sotto l’etichetta di centro-sinistra e di sinistra sono diventate agibili: etichette che hanno perso, cioè, spesso ogni loro funzione e senso, oltre che ogni trasparenza. Così hanno screditato, lì come da noi, ogni politica “progressista” aprendo lo spazio da noi prima al Berlusca, da loro adesso alla coalizione Tory/Lib, una volta aperta la ferita per affondarci le mani e tirarne fuori per buttar via le residue budella del sociale.

Sembra decisivo che un filo rosso di fondo tenga insieme, ormai, il discorso di ogni sinistra che bisogna buttare via, prima di ogni altra cosa, tutto il bagaglio della destra anche se mascherato da sinistra: lo stare sempre sulla difensiva, ad esempio, sul ruolo dello Stato nell’economia, proclamando invece quello che è: che il ruolo dello Stato nell’economia è, invece e proprio, parte integrante della politica.

In pratica, e a breve, ciò significa che il deficit va tagliato solo se, e man mano che, crescono occupazione ed economia. Semplicemente perché la stella polare di un qualsiasi progetto politico di sinistra deve tornare ad essere, come non è più da almeno vent’anni, quella di restaurare gli investimenti di capitale e di rilanciare una domanda sufficiente a ridar fiato alla fiducia di chi fa impresa.

Nel lungo termine, invece, il ruolo dello Stato è chiaramente indicato dal fatto ormai evidente dopo gli anni del liberismo che affidarsi al mercato finanziario per incoraggiare la nascita di industrie nuove e creare lavoro non ha funzionato. Per il fatto, semplice semplice, che il mondo degli affari non ha alcuna pazienza. Ricostruire e riequilibrare l’economia deve, quindi,  iniziare da una riforma radicale del settore bancario.

Ma non certo quella che stanno preparando, morbida e postergata, a Bruxelles, a Basilea e al prossimo G-20 e, soprattutto, non più bambinescamente affidata alla speranza che i discoli si autoregoleranno da soli. C’è bisogno di un nuovo sistema – altro che un libero mercato che libero per definizione di Adam Smith mai, poi, potrà essere perché sempre condizionato da chi in esso avrà più potere – che indirizzi il credito verso industrie e produzioni promettenti ma anche, magari, non subito le più redditizie; e verso le aree per vari motivi lasciate vuote di imprenditoria privata: da noi, tutto il Sud e quel non poco del Nord che lavora solo, o quasi, in nero.  uilivrare l’economia deve dunque apertifre da una ristrutturazione arduicale, no quellain lentissima preparazione

 

Adesso perfino qualche banchiere tra i più svegli ammette che i governi di centro-sinistra come di destra ci sono andati troppo leggeri nelle regolamentazione e che le nuove regole non dovranno più toccare solo i rapporti capitale/rendimento e tecnicalità varie, per quanto importanti esse siano. Bisognerà vedere, anche, come viene gestita l’impresa, come viene devoluto potere decisionale – reale – agli shareholders e agli stakeholders dai managers e, nel caso di servizi pubblici, anche all’utente finale.

Vuol dire procedere a una riforma radicale dello Stato, con le misure opportune ma anche necessariamente “solidali” di quel che si chiama da noi federalismo, altrove devolution, a poteri locali e organizzazioni (sindacati e altre) della società civile: l’idea è che la ricchezza creata non va più trasferita all’80%, come adesso e come è stato da almeno trent’anni, verso l’alto ma ridistribuita equamente e proporzionalmente in tutta l’economia.

In questa società, il lavoro – il posto di lavoro che è il nostro – volenti o meno, è la nostra principale fonte di identità (quando a uno chiedi chi è ti risponde, di regola, dicendoti quello che fa: l’impiegato, l’imprenditore, l’operaio, la casalinga; ma è anche, per la maggioranza di noi, la fonte principale della nostra sicurezza economica il lavoro, insieme a casa, pensione e accesso al credito a un tasso ragionevole. E’ questo lo scopo di un governo, per quanto moderato esso sia, di sinistra: cercare lavori decenti, case accessibili, pensioni adeguate e credito a condizioni buone per tutti.

La base di un’economia come questa è morale. Si fonda su una prosperità che non sia solo per pochi, radicata in una creazione di ricchezza, e di sostanziale uguaglianza, ecosostenibile e mai più egoisticamente determinata.  

E’ vero— ed è necessario tenerne conto: le vecchie identità di classe, le vecchie culture che fondavano l’identità politica della sinistra non esistono più o stanno rapidamente, e anche radicalmente, mutando. Sono nuove le coalizioni su cui costruire un’alleanza di governo diversa a partire da diverse identità, classi, interessi e culture. Ma, per farlo, ci vuole un filo rosso comune: un nuovo rapporto politico con la gente che si fondi su una visione di società “buona”, che crei ricchezza e la ridistribuisca a tutti.

in Cina

●I cinesi li avevano definiti “chiarimenti” e il mese scorso avevano dedicato a combattere maldicenze e sospetti una conferenza stampa intera del loro ministro del Commercio Estero: da noi – aveva spiegato[9] – siete tutti ugualmente trattati, voi imprenditori: cinesi o esteri che siate; l’unica difficoltà che avete voi in più è quella di qualsiasi imprenditore che opera all’estero: la lingua (e il cinese, poi…), la cultura (e questa confuciana, poi, dell’armonia e della non competizione come sistema… cui si sono sovrapposti, è vero, qualche anno di competizione ma anche decenni di marxismo-maoismo), gli usi (l’oriente imperscrutabile), ecc., ecc.

Adesso, però, la Camera di commercio europea in Cina, dando il cambio a quella statunitense, denuncia ancora una volta a inizio settembre che, specie in alcuni settori (auto, telecomunicazioni, sanità…) c’è una tendenza, almeno di fatto, in questo paese a bloccare quel che non è cinese e favorire quanto lo è, con ostacoli e aumento di rischi che “potrebbero” anche convincere alcune imprese a “riconsiderare la loro presenza[10].

D’altra parte, è vero che il mercato del futuro, quello nuovo e potenzialmente più redditizio, sta qui… e fatti i conti gli uomini (e le donne) d’affari europei si guarderanno dall’abbandonarlo[11]… Però la Cina sa anche bene che – al di là della sua vagheggiata teorizzazione di società “celeste” da raggiungere, appunto, per raggiungerla, la società dell’ “armonia” confuciana – come dicono – c’è molto da lavorare. Anche nel rapportarsi quotidiano agli operatori stranieri di cui hanno bisogno.

Così affidano al vice presidente Xi Jinping l’impegno di formalizzare l’annuncio: Pechino tratterà davvero – annuncia a un forum sugli investimenti tenuto a Xiamen con governi ed imprese straniere – nello stesso modo d’ora in poi chi investe e produce nel paese applicando a tutti le stesse regole. Perché, motiva in modo che sembra convincente ai suoi interlocutori, “ormai le imprese estere sono parte integrante della forza produttiva del paese[12] e, quindi, come tutti coloro che in Cina fanno impresa e lavorano hanno titolo a guadagnare di più dalla ricchezza che creano per tutto il paese.

●Pechino intende lanciare una “campagna vigorosa per favorire le importazioni mirata a prodotti di tecnologia avanzata ed attrezzature chiave che servano al proprio ulteriore sviluppo, dando soddisfazione sia alle proprie esigenze che alla richiesta pressante che avanzano ogni giorno a Pechino quanti gli chiedono di ridurre il suo avanzo commerciale e ridurre le sue abitudini protezionistiche.

Lo dichiara a un forum del ministero del Commercio estero il vice ministro Chang Quan: facendo osservare che se, poi, alle richieste di Pechino i paesi esportatori continueranno a frapporre ostacoli o rifiuti per ragioni vere o presunte, ad esempio, di sicurezza non avranno da prendersela che con se stessi.

Tutte le procedure all’importazione saranno semplificate e i costi ridotti, poi, dice il direttore dell’Istituto per il Commercio estero, Zhang Yansheng, aggiungendo che verranno considerate misure che aiutino gli importatori cinesi e i paesi africani, in particolare, a espandere gli scambi in entrata in Cina[13].

Il ministro del Commercio estero, Chen Deming, comunicando sempre al forum degli investimenti di Xianmen che da gennaio a luglio l’attivo della bilancia commerciale ha toccato €70 miliardi, il 20% in meno dell’anno precedente, ha annunciato di prevedere un surplus in calo a fine anno che ormai riflette solo una piccola parte del PIL del paese[14].

●Si allarmano, però, i sindacati che in America rappresentano i lavoratori del settore energetico. In particolare gli USWA, il sindacato dei siderurgici (850.000 membri), utilizzando una vecchia legge del 1974, sollecita adesso un’azione di denuncia da parte del dipartimento del Commercio e del dipartimento di Stato. Vuole che il governo americano intervenga con una ferma accusa contro la Cina all’Organizzazione mondiale per il Commercio.

Perché – dice allegando un file di 5.000 pagine alto 35 cm. alla lettera di denuncia[15] – la Cina ne viola sistematicamente le regole sussidiando, a livello nazionale e locale, in modo diretto o indiretto, la produzione e l’esportazione di equipaggiamento e materiali energetici “verdi”: pannelli solari, turbine eoliche, reattori nucleari…, con concessioni di permessi edilizi gratuiti, finanziamenti iniziali a interessi ridotti, ecc., ecc.

E, però, la stessa accusa altrettanto ampiamente documentata che Europa e Cina rivolgono agli Stati Uniti (di sussidiare la coltivazione di cotone e di grano e la R&S, la pianificazione e la costruzione dei grandi aerei da trasporto intercontinentali, che fanno la concorrenza ad esempio agli Airbus, gli stessi come è noto accusati dagli americani di concorrenza sleale, o il sovvenzionamento della vendita di armi americane nel mondo, anche magari con generosi prestito a basso tasso ai governi clienti che proprio non se li dov/pot-rebbero permettere…

Insomma, tutti in materia hanno i loro peccati sul groppone e il governo americano esita a promuovere azione legale, esponendosi a facili ritorsioni per le quali, poi, in particolare i cinesi sono maestri. E, d’altra parte, anche molte tra le tante imprese statunitensi che con la Cina hanno contatti, per motivi analoghi restano molto perplessi…

Ma gli USWA insistono: “se non facciamo i conti con il modo di far affari proprio dei cinesi, l’America non sarà mai in grado di far loro concorrenza nel fabbricare le tecnologie verdi del futuro”, dice la sua denuncia. Il fatto che, però, fa male davvero è che i cinesi finanziano R&S e progettazione e fabbricazione di questi prodotti in misura almeno tripla a quella che, insieme, governo e privati riescono a mettere insieme in America.

Dimensione valutaria e commerciale del contenzioso sono comunque strettamente intrecciate e vedono il governo americano sotto la pressione costante del Congresso che vorrebbe risolvere il nodo per decreto con una legislazione che costringa i cinesi ad accettare le regole e i costumi valutari e commerciali statunitensi. Si tratta di una legislazione tesa a interrompere quella che qui chiamano la manipolazione dello yuan che denunciano come in atto per tenerne più basso il valore sul mercato ai fini di facilitarsi le esportazioni.

La questione è complessa anche perché, dicono al Congresso praticamente tutti gli esperti americani che, sotto le ultime presidenze, hanno per la propria parte trattato di scambi commerciali internazionali. Si tratta dell’attuale delegato americano all’OMC, Ron Kirk, alla cui voce si aggiungono quelle dei suoi predecessori (Susan Schwab, Charlene Barshefsky, Michael Kantor e Carla Hills) e di diversi degli ex segretari al Commercio.

Sostengono tutti – chi esprimendo dubbi forti, chi la certezza – che la legislazione in preparazione sarebbe essa stessa contraria alle regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Ron Kirk, col segretario al Commercio Gary Locke, si impegna davanti al Congresso a sollevare coi cinesi il teme al prossimo incontro dell’apposita commissione bilaterale ma ripete che applicare tariffe sull’import cinese – come vogliono fare direttamente parlamentari, industria e sindacati americani – rischia di essere non solo illegale ma anche e, soprattutto, controproducente: perché i cinesi, sullo steso piano, hanno i mezzi di facili ed immediate ritorsioni.

Del resto, la Cina non incassa in silenzio (da molto non lo fa più e la cosa, di per sé, già innervosisce gli americani che non sono abituati e ne sentono il fiato troppo da presso sul collo) e risponde seccamente alla pressione che lo stesso Obama continua a rilanciare sul piano retorico alla vigilia ormai delle elezioni di novembre: “di recente – comunica sul sito web il ministero degli esteri della RPC – voci americane, anche discordanti tra loro, hanno criticato il tasso di cambio dello yuan e affermato che gli USA adotteranno qualsiasi mezzo possibile per premere a favore della’apprezzamento della valuta cinese. Si tratta, però, di un comportamento sciocco e controproducente[16].

Meglio, molto meglio, se invece di sfogarsi in esercitazioni retoriche di questo tipo, gli Stati Uniti, che stampano in regime di monopolio la valuta di gran lunga più utilizzata negli scambi internazionali, “si preoccupassero più e meglio della ripresa della loro economia e mettessero in ordine la propria casa per stabilizzare il valore della propria moneta”. Mettendo fine anche alla favola che, invece, continuano a dipanare con leggerezza irresponsabile spacciando per verità rivelata che lo squilibrio negli scambi tra Cina e Stati Uniti è dettato dal tasso di cambio yuan-dollaro e non dal mercato e dalla globalizzazione come è in realtà.

E, decidendosi a prendere atto, tanto per cominciare, che se gli USA dessero un taglio corto alle loro fobie consentendo alla Cina di importare dall’America quello che vuole la Cina – più prodotti high-tech – e non quello che vorrebbero darle gli americani – frigoriferi, auto, forni a microonde e  prodotti di massa che i cinesi si fanno da soli – l’equilibrio degli scambi potrebbe subito raddrizzarsi a favore dell’export americano:  “come in America chiedono sindacato e industria[17]

Conclude sul punto, il primo ministro Wen Jabao, che in ogni caso sono da escludere forti apprezzamenti della moneta cinese perché sarebbero causa di “turbolenze maggiori in tutta la società cinese”. E poi, ha aggiunto, la Cina ha tenuto stabile lo yuan anche quando altre valute venivano deliberatamente deprezzate per strapparle quote di mercato… e senza neanche riuscirci, poi, anche se per carità di rapporti, forse, questo evita di dirlo. Almeno stavolta[18]

Non rinuncia, però, a far rilevare conversando informalmente con alcuni economisti americani che, in ogni caso, gli USA potrebbero volendolo, unilateralmente – stavolta sì – abbassare il valore del dollaro nei confronti dello yuan, come di qualsiasi altra moneta peraltro, semplicemente annunciando che il Tesoro li cambierebbe, per esempio – a partire da una certa data – al tasso di 5 yuan per ciascuna unità di valuta americana: che oggi il mercato si cambia a 1 per 7.

Conoscendo la bestia, dice Wen provocatoriamente ai presenti[19], il mercato entro pochi giorni rispettando i rapporti di forza reali imporrebbe il cambio di 1 a 5 rivalutando così di botto la valuta cinese. Del resto l’America già “lasciato” che il dollaro, dal massimo del cambio raggiunto nel 2002, si svalutasse rispetto alle altre principali valute del 23% fino ad oggi in termini reali. Solo che non è stato sufficiente.

E allora, chiede affabilmente (e retoricamente ma anche provocatoriamente)  il presidente cinese – che di mestiere è un geologo, laureato anche in ingegneria matematica – perché l’America, che lo può fare, non svaluta d’autorità smettendo di far finta che a decidere siano “i mercati” (e non i mercati guidati o su ordine dei governi) diciamo dei un altro 10%? Non sarà perché teme che stavolta, forse, i mercati non le darebbero retta rispettando quelli che sono in realtà i rapporti di forza reali meno favorevoli di quanto dice l’America alla Cina?

●In qualche modo, il Congresso americano di questo stato di cose – del contesto di obblighi multilaterali che in qualche modo lo condiziona: non può più dettare legge da solo perché se lo fa espone l’economia americana a rappresaglie, la Cina non configurandosi più neanche per la grintosa aquila americana come una tigre di carta… – deve, recalcitrando al solito, tenere conto.

In effetti, la Commissione che alla Camera esamina in prima battuta la questione, la strapotente Ways and Means, testualmente Modi e Strumenti (di intervento legislativo), decide non più di proporre o raccomandare una nuova misura legislativa che punisca con tariffe o quote le importazioni cinesi – la posizione da cui tra sciovinismi strombettanti (del tipo “pericolo giallo”[20]…) era partita a lancia in resta – ma si limita ad approvarne una che consentirà alle imprese americane che si sentissero vittimizzate in qualche modo dai cinesi di chiedere, caso per caso, eventualmente, misure del genere… Che proprio non è la stessa cosa. Il voto passa adesso in plenaria alla Camera e non ci sono dubbi che passerà.  

●Viene spiegato a Pechino di come loro si rendano conto perfettamente che il dollaro mantiene ancora e sempre il suo dominio sui mercati delle valute restandone fermamente al centro. Lo ripete, quasi pedagogicamente, il ministro del Commercio estero[21]. La Cina non punta a rimpiazzare il dollaro si mercati, anche perché riconosce di non avere esperienza e capitale umano, cioè le conoscenze di strutture e sistemi e meccanismi dell’internazionalizzazione dei capitali e, perciò, non rinunciando ad avanzare il ruolo dello yuan nei rapporti internazionali, lo farà solo gradualmente e prudentemente.

Ma al momento, e ancora per anni probabilmente, non ci saranno valute più forti e insieme flessibili del dollaro per sostenere globalmente produzione e commerci. Non ci sono segnali, aggiunge Chen Deming, di fluttuazione o volatilità nel valore dello yuan e il tasso di cambio della valuta cinese è, di fatto stabilito ormai dal mercato internazionale dei cambi.

●In ogni caso, precisa parlando a New York, a latere dell’Assemblea generale dell’ONU e prima di incontrare il presidente americano, il primo ministro cinese[22], il rapporto attuale del suo paese con gli Stati Uniti è quello, eccellente, di una proficua partnership che evidenzia più interessi comuni che differenze. Le relazioni bilaterali hanno ormai assunto una rilevanza globale e gli interessi dell’uno e dell’altro partner spesso addirittura finiscono col confondersi e col coincidere, con scambi sempre più frequenti e amichevoli tra i due popoli.

Da noi, lo sappiamo, sopravvivono riluttanze e sappiamo e vediamo ogni giorno che resistenze ci sono anche in America: da loro più stridenti e, soprattutto, più rumorose e provocatorie che da noi. Ma ormai il percorso è quello di una fiducia reciproca che assume connotati strategici e, sempre più e sempre meglio, anche quelli del mutuo rispetto degli interessi— che è sempre essenziale e sempre da coltivare con cura senza provocazioni.

Wen parlava subito dopo che la Clinton s’era lasciata andare a qualche considerazione un po’ superficiale sul confronto Cina-Giappone e subito prima che il dipartimento di Stato chiarisse ufficialmente la portata appunto poco riflettuta di quelle parole (v. qui, più avanti Nota34). Anche se, evidentemente, come per ogni rapporto tra Stati sovrani, è impossibile l’accordo totale su tutto. Per questo, però, la ricerca continua di un terreno di comune rapporto e dialogo è essenziale, così come ogni paese deve saper tollerare le aree di differenza che restano…

Obama, dopo l’incontro, ha sottolineato la profonda verità di quanto detto da Wen – in particolare che i punti di vista dei due paesi sono da tempo più convergenti che divergenti – e quanto la loro cooperazione abbia reso più facile cominciare ad uscire dallo stallo acuto e pericoloso in cui la crisi finanziaria ed economica hanno gettato globalmente il pianeta. E ha rimarcato, con lui, “anche se non necessariamente sugli stessi punti di lui” che persistono differenze di opinioni, del tutto normali, elogiando con convinzione la leadership cinese per il lavoro comune contro la crisi e la proliferazione atomica nel mondo[23].

●Annota, quasi con ansia, uno dei più influenti commentatori d’America – influente non sempre in senso buono: Thomas Friedman, maestro assai scaltro peraltro del conventional thinking, è stato forse il principale responsabile, coi suoi editoriali sul NYT basati nella sua profonda credulità, patriottardica, con cui per mesi ha onorato le panzane di Bush, dell’aver convinto l’America a gettarsi nel 2002-2003 nell’avventura, stupida oltre che profondamente immorale, della guerra all’Iraq… anche se poi se ne è amaramente e pubblicamente pentito – che la Cina non la ferma piò nessuno. Scrive “del grande orizzonte venticinquennale e multimiliardario di investimenti che si è data. La Cina si sta muovendo su almeno quattro grandi progetti di investimento:

   • uno è la costruzione di una rete di aeroporti ultramoderni;

   • il secondo è una ragnatela di treni ultraveloci che connetteranno tutte le grandi città del paese;

   • un terzo è nella bio-scienza, dove l’Istituto Genomico di Pechino ha ordinato quest’anno – da noi, dall’America – 128 sequenze di DNA concentrando così in Cina e in un solo istituto il numero maggiore di sequenze al mondo per poi lanciare la propria industria di ingegneria genetica sulle cellule staminali:

   • e, infine, Pechino ha appena annunciato che fornirà 15 miliardi di $ in contanti per creare un’industria dell’auto elettrica, cominciando da 20 città pilota. In sostanza, la Cina S.p.A. ha appena finito col mettere insieme il suo dream team di 16 imprese di Stato che serviranno a liberare la Cina dalla dipendenza del petrolio e a spostarla in avanti, verso il prossimo motore della crescita industriale: l’automobile ibrida.

Ma non c’è da preoccuparsi, anche l’America oggi ha il nostro orizzonte venticinquennale multimiliardario, capace di cambiare i giochi: il suo viaggio sulla luna che cambia il gioco: noi dobbiamo riparare alle rovine dell’Afganistan[24]. L’Iraq, e le sue rovine, per decenza, non osa nominarle…

●Il Giappone, però, comincia ad allarmarsi anche per l’andamento del rapporto economico che si va sviluppando con la Cina. In particolare, sembra preoccuparsi per il forte acquisto dei suoi bonds da parte cinese. Sta osservando con attenzione le transazioni e la loro modalità e si manterrà in stretto contatto con le autorità cinesi sul tema, dice il vice ministro delle Finanze Naoki Minezaki. E il ministro delle Finanze, Yoshihiko Noda, afferma che non sarebbe appropriato per i cinesi comprare bonds nipponici senza che i giapponesi abbiano la possibilità di investire sui mercati cinesi[25].

La difficoltà sta tutta nelle differenza, nient’affatto semantica, tra comprare azioni e comprare imprese: cioè diritto alla gestione, perché anche per i cinesi è molto molto più complicato se non impossibile comprare in Giappone imprese giapponesi. Ma, a questo titolo, il Giappone è davvero del tutto occidentale: per gli altri doveri e diritti, per noi solo, o quasi, diritti.

Al momento, tra Cina e Giappone c’è un clima di tensione non marginale per il contenzioso marittimo sul cosiddetto mar Cinese meridionale, su cui il Giappone rivendica diritti allo sfruttamento economico che la Cina non riconosce. C’è stato anche un “piccolo” incidente tra vedette navali nipponiche e un battello da pesca cinese da esse sequestrato che man mano è montato. La Cina prima ha chiesto al Giappone di rilasciare il capitano che aveva arrestato e poi, salendo gerarchicamente, col primo ministro Wen Jabao, è arrivata a minacciare di rappresaglie “adeguate” il Giappone[26].

Intanto, subito, sono scattate sanzioni di fatto, neanche annunciate, dei cinesi nei confronti di imprese giapponesi che dipendono dall’import di “terre rare[27] (metalli grezzi bastnasite, monazite e loparite diventati assolutamente essenziali per la fabbricazione di prodotti hi-tech a ogni livello: dai gadgets che fanno funzionare satelliti, laser, auto ibride (la Prius della Toyota, ad esempio), turbine a vento, missili, fibre ottiche non più in rame che consentono bande larghissime di trasmissione e bombe atomiche; giù giù a cellulari, i-Pods, ecc. e, poi, realtà ancora in buona parte futuristiche magari, come strumentazioni di superconduttività ad alta temperatura, l’immagazzinamento e il trasporto di idrogeno per un’economia dell’era post-idrocarburi.

Minerali di cui, spesso, l’unica fornitrice è la Cina che estrae il 93% delle “terre rare” ormai e più del 99% della fornitura mondiale di quelle rarissime e costose che neanche l’OMC di per sé può obbligarla a vendere se non vuole. In America, la Molicorp Minerals sta studiando per conto del Pentagono la possibilità di riaprire a Mountain Pass, in California, una miniera di “terre rare” che è stata chiusa nel 2002: ma l’estrazione, possibile, costerebbe molto[28]… La Cina agisce stavolta, come abbiamo detto, di fatto, in maniera astuta, come altre volte, anche nei suoi confronti, s’erano comportati altri, anche e proprio i giapponesi, restituendo focaccia per pane.

Cioè, in base ad istruzioni di carattere amministrativo che bloccano l’export alle dogane, non con diposizioni formali di legge o di carattere giuridico ufficiale che potrebbe subito essere impugnate in sede di OMC, rendendo così ogni rimedio molto più difficilmente accessibile.

Il che dimostra che, qui come altrove, nei rapporti internazionali come in politica interna, prima di mettere le dita nell’occhio al proprio avversario di turno, specie con atti fortemente dimostrativi e simbolici (esempio, come dare o non dare un voto di fiducia…, annunciare o no una scomunica…,   arrestare o meno il capitano d’un battello da pesca…), bisognerebbe sempre valutarne le conseguenze. Tutte, non solo quella immediatamente prevedibili e superficiali…

Poi quando la Cina ufficialmente – ma solo dopo quasi una settimana – smentisce di aver impartito disposizioni di blocco a queste sue esportazioni critiche[29] in Giappone, si capisce[30] che forse è bastata addirittura una minaccia di blocco, e neanche poi esplicita, a far fare un passo indietro ai banzai…

Poi, viene annunciato che il primo ministro cinese non incontrerà all’Assemblea generale dell’ONU, il suo omologo nipponico appena riconfermato come richiesto da lui se Tokyo insiste ad affrontare non diplomaticamente il problema e a trattare, invece, come se fossero sue respingendo gli altri con la forza le isole disabitate che chiama Senkaku mentre i cinesi le chiamano Diaoyu (cinque isolette e tre rocce, disabitate, per 7 km2), ciascuno considerandole inutilmente sue (i giapponesi nella provincia di Okinawa, i cinesi – sia i comunisti che i nazionalisti, si intende – in quella di Taiwan).

La baruffa o il bisticcio, se volete, non ancora vero e proprio conflitto, ha “consigliato”, subito e intanto, anche di rinviare la visita a Tokyo, già calendarizzata, del vice presidente del Comitato permanente del Congresso popolare di Cina, il parlamento[31].

Secondo l’ex sottosegretario di Stato di Bush il piccolo, Richard Armitage, uno dei peggiori attrezzi neo-cons antesignano dai tempi della presidenza di Reagan (ricordate lo scandalo Iran-contra di cui fu magna pars?) che lo va a raccontare a un seminario ristretto a Tokyo organizzato in gran fretta dal suo think-tank, i cinesi hanno cominciato a tastare, e a testare, il terreno a partire dal punto di resistenza potenzialmente maggiore, il Giappone. Ma interessi da rivendicare sul mar Cinese meridionale li hanno anche Vietnam, Malaisia, Filippine e Taiwan[32]

La Clinton, che parla troppo e spesso un po’ a vanvera per la materia sua, ora che non fa più la first lady ma il segretario di Stato, dice a margine dell’Assemblea dell’ONU al suo omologo giapponese Seiji Maheara che, evidentemente, non si aspettava lo riferisse pubblicamente – e non si capisce chi dei due è più dilettante: lei, forse… – che “le isole Senkaku sono esse stesse oggetto del trattato bilaterale di sicurezza nippo-americano[33].

Subito dopo, però, ma subito prima dell’incontro bilaterale tra Obama e il primo ministro cinese, Wen Jabao, il portavoce ufficiale del dipartimento di Stato che la signora presiede, un diplomatico di carriera e di lunga esperienza, Philip Crowley, si è affrettato – letteralmente: affannandosi – a smentire la Clinton precisando ai media che, in realtà, “Washington non ha una posizione ufficiale sulla sovranità di queste isole[34] e che incoraggia Cina e Giappone a perseguire con costanza una risoluzione seria del contenzioso per le vie legali e diplomatiche normali.

Mentre il presidente Obama ha chiarito di aver sottolineato, incontrando Naoto Kan, l’importanza dell’alleanza di sicurezza col Giappone, che serve a stabilizzare la regione del Pacifico asiatico e costituisce una pietra miliare per la pace e la prosperità a livello globale. Ha preso con lui l’impegno “a una consultazione con Tokyo reciproca e stretta sugli sviluppi in corso nella regione”…, ma come fa specificare al suo portavoce, non altro[35]...

Da parte sua, il primo ministro nipponico assicura di restare, comunque, convinto che i due paesi continueranno a mantenere rapporti corretti e anche amichevoli, alla faccia di chi li vorrebbe e lavora indefesso per vederli in contrasto, perché loro interesse oggettivo è restare in buoni rapporti tra loro e superare momenti di per sé inevitabili anche di screzio[36].

Subito dopo giunge la notizia che, dopo alcuni giorni di cocciuto intestardirsi sulle proprie posizioni di principio, le autorità giapponesi hanno deciso di rilasciare, e dopo un altro giorno effettivamente hanno rilasciato, ritirando semplicemente le accuse avanzate, quel Zhan Qixiong, capitano del battello da pesca cinese che era stato, in effetti, piuttosto pretestuosamente e improvvidamente arrestato per mandare alla pubblica opinione nipponica un segnale di pretesa fermezza politica.

C.v.d. che sarebbe accaduto, adesso, subito rimangiata anche se con falsa ingenuità (ma pure i giapponesi, asiatici tanto quanto i cinesi, hanno diritto a salvare la faccia), il NYT si presta ipocritamente a scrivere che non è chiaro “se sia stata la pressione della Cina, la sua reazione rabbiosa all’arresto, ad aver alcun effetto sulla decisione del rilascio[37]… Ah!, ah!, non è chiaro: per questi sciocchi scrivani non sarebbe chiaro neanche il plenilunio più sfolgorante.

Non sarà facile, comunque, riprendere un normale andamento dei rapporti, visto che intanto sono sembrati saltare tutti i contatti a livello di ministri tra i due paesi[38]. La Cina aveva annunciato, chiaramente per ritorsione neanche però improvvisata, che avrebbe dato inizio a un’operazione da tempo annunciata trivellando il fondo del mar Cinese orientale malgrado la contrarietà dei giapponesi. Avvisando tutte le potenze marittime dell’iniziativa, quindi anche il Giappone, come previsto dal diritto internazionale marittimo e, quindi, di tenersi appropriatamente alla larga[39].

Adesso si tratterà di bloccare o, in qualche modo, ridimensionare queste manovre. E, anche se non è stato in niente cambiato il motivo di fondo del contenzioso – che tutti reclamano come proprie quelle rocce marittime del tutto deserte e nessuno rinuncia – si tratta di convincere tutti a fare un passo indietro. Almeno sul piano operativo.

Il Giappone, poi, tra tutti, è il soggetto che avendo scatenato imprudentemente il marasma con l’arresto del capitano Zhan, adesso ha più fretta: per esso, come ha riconosciuto il ministro del Commercio giapponese, in effetti ogni giorno di alt in più all’import di “terre rare” costa decine di miliardi di yen di produzione e profitti che vanno in fumo… senza che il paese possa avere, o trovare, alternative concrete adesso, subito, quando gli servono.

●Però, sembra avviarsi a soluzione più presto del previsto – i bollori di tutti sono sembrati acquetarsi abbastanza rapidamente per consentirlo – lo stallo sull’export/import di materie prime tanto critiche proprio per l’economia giapponese: riferiscono a Tokyo le agenzie di brokeraggio marittimo, che curano l’export/import delle terre rare che la Cina ha (avrebbe: serviranno conferme…) ripreso a applicare le procedure e ad accogliere  le richieste di esportazione che erano state bloccate[40]. Ma ancora si tratta di annunci e, per lo più, sulla carta[41]...

Sembra, però… perché, in ogni caso, la diatriba diplomatica non è proprio finita: Tokyo si è molto irritata, dice il ministro degli Esteri Seiji Maehara a fine settembre, e lo ha detto a Medvedev, dell’intenzione del presidente russo di visitare le isole che il Giappone reclama ma che Mosca dalla fine della seconda guerra mondiale detiene e, con la resa nipponica, ha incamerato (le Curili, a nord est della grande isola giapponese di Hokkaido che i giapponesi chiamano Territori del Nord ma che in diritto internazionale sono russi) affermando che un tale viaggio “danneggerebbe severamente i rapporti bilaterali[42].

Medvedev, alla fine, cancella il viaggio, ma specifica “non certo per compiacere certe nostalgie giapponesi”, solo per ragioni di tempo ed urgenze che premono a Mosca. E risponde con toni molto secchi all’affermazione di Mahehara— che la dichiarazione celebrativa congiunta da lui rilasciata con il cinese Hu Jintao a Pechino, per il 65° anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della vittoria sul Sol Levante, è stata “estremamente spiacevole”. Medvedev, che non è proprio famoso per la prontezza di spirito, replica – in modo del tutto informale, s’intende – che nella prossima occasione celebrerà la vittoria contro il Giappone con il… Giappone.    

●Attesta il portavoce del ministero cinese delle Risorse umane e della Sicurezza sociale, Yin Chengji, che la situazione occupazionale è assai “grave”, con una domanda di lavoro che adesso, nel 2010, è al doppio dell’offerta: sono infatti disponibili 12 milioni di posti per 24 milioni di richiedenti, inclusi 6,3 milioni di laureati e 6 milioni di diplomati. E’ anche questione, ormai, di una disoccupazione seria e profonda che sarà, per diverso tempo ancora, la priorità numero uno del governo.

Alla fine del 2009, il tasso di disoccupazione urbana era al 4,3%, rivela un Libro bianco del ministero, con un numero di disoccupati che toccava i 9 milioni e 210 mila[43]. Non sembrerebbe, ai nostri occhi smagati e abituati, quando va bene, a percentuali doppie di disoccupazione, proprio un numero tanto drammatico, ma vengono avvertiti come tali in un paese abituato, nel mercato centralmente governato che non è affatto scomparso, a un minimo di lavoro garantito per tutti…

Va anche annotato quanto fa rilevare un numero recente del NYT, accennando qui solo al titolo del servizio, che In Cina le controversie di lavoro stanno soffocando il sistema giudiziario[44]: perché è un fatto nuovo e importante che i lavoratori dipendenti abituati a dire solo sì, e sì compagno, ora spesso resistano e lottino, anche nei tribunali…

In ogni caso, secondo il consigliere della Banca centrale e membro del suo direttorio Xia Bin, la Cina deve prepararsi a un tasso di crescita che non reggerà i ritmi del recente passato, diciamo intorno al 10%, un po’ più un po’ meno. Resterà mediamente un poco al di sotto e avrà qualche problema a crescere su un dato a due cifre[45]. E’ bene saperlo, lui dice, e comunque opportuno prevederlo nella preparazione del futuro prossimo venturo.

●L’inflazione sale al 3,5% in agosto[46] dal 3,3 di luglio. Ed è il tasso più alto da due anni a questa parte.

nei paesi emergenti (e, magari, neanche poi tanto…)

●Lo citiamo qui solo perché non ci è sembrato di averlo visto sottolineato abbastanza. Fidel Castro, l’ex presidente di Cuba e sempre “Comandante supremo”, in una rara e molto interessante intervista a un giornale messicano[47], “confessa” con qualche coraggio le sue responsabilità – anche e soprattutto personali, riconosce – nella persecuzione “insensata” degli omosessuali che a centinaia furono per anni, almeno fino a tutti gli anni ’90, inviati ai lavori forzati di rieducazione in campi militari[48]

Speriamo sia solo l’inizio di una riconsiderazione importante e un po’ a tous azimuts, che riguardi anche la vessazione del dissenso di altro tipo – diciamo, per capirci, politico-ideologico – che, certo oggi in misura diversa da ieri, nella Cuba assediata da cinquant’anni dalla minaccia nord-americana (che non è un’invenzione, per niente) – continua a esistere.

Ma bisogna prendere atto che, sul piano dei diritti personali, in una società ben ordinata, “la sola patria che avremo tutti in futuro in un mondo comune”, Fidel resta dell’idea – in linea di principio, anche giusta – che “i diritti di tutti gli esseri umani devono venire al primo posto anche rispetto ai diritti individuali”. Poi, come sempre e dappertutto – in quella società da un lato, da noi dal’altro – sarà questione di equilibrio…

In un’altra intervista, a una rivista americana importante e certo non filo-comunista[49], Castro tra altre considerazioni assai nuove era anche sembrato accennare alla stanchezza del modello cubano: che è stato estremamente dinamico e ha garantito l’indipendenza del paese ma si starebbe, sembrava aver ammesso, ormai rivelando esausto.

Avrebbe ora detto anche Fidel, riprendendo senza esplicitamente citarlo e solo con una battuta (il modello economico cubano non funziona più neanche per noi) un ragionamento già avanzato dal fratello Raul formalmente ora capo del governo e dello Stato, in termini analoghi. Lui aveva accennato che, per ottimizzarne il rendimento, bisogna ormai lasciare più libero delle sue scelte microeconomiche, questa la sostanza, chi gestisce una piccola impresa, sia nella decisione del che fare e del come farlo, senza sfruttare gli altri, sia nell’appropriazione degli utili che produce una volta che paghi adeguatamente le tasse …

Al di là della almeno parziale smentita di Castro – “sono stato frainteso[50]: ma solo su questo punto della lunga intervista – bisognerà ora osservare con molta attenzione il seguito che avranno per Cuba queste parole, dette o non dette, e quelle di Raul, ma ancor più il senso che tutte insieme e i contemporanei pronunciamentos, ufficialissimi questi, danno del dibattito in corso. Perché se hanno un seguito reale sarebbe una rivoluzione davvero… o, davvero, una controrivoluzione.

Ed è alla Centrale unica sindacale, la Central de Trabajadores de Cuba, che tocca farsi carico di comunicare ufficialmente ai lavoratori cubani che le voci su mezzo milione di licenziati nel settore pubblico sono vere. E piuttosto stupefacenti, visto che l’annuncio viene dato per un numero (mezzo milione: su 5 milioni di forza lavoro, di cui l’80% è oggi lavoro pubblico) e con una scadenza addirittura a sei mesi (entro marzo 2011).

Cuba – dice la risoluzione della Segreteria nazionale del sindacato ufficiale[51]deve fare i conti con il bisogno urgente di avanzare economicamente, di organizzare meglio la produzione, di potenziare e quindi di elevare le riserve di produttività che ci sono, di migliorare disciplina ed efficienza. Sarà possibile solo con il lavoro degno e dedicato del popolo tutto. Il dovere dei cubani oggi [ma ieri no?] è di lavorare e di lavorare bene, seriamente e responsabilmente, di utilizzare più produttivamente le risorse di cui disponiamo per soddisfare”.

Fin qui il predicozzo, che suona molto molto vetero-comunista. E, subito, la pillola avvelenata della nuova rivoluzione (o controrivoluzione), che suona molto molto capitalista. Per tutti questi motivi e queste esigenze, “in accordo col processo di modernizzazione del modello economico e con le proiezioni dell’economia per il periodo 2011-2015”, cioè del piano quinquennale, “si prevede nei Lineamenti”, cioè nel piano, “del prossimo anno la riduzione”, dunque il licenziamento, “di più di 500.000 lavoratori nel settore pubblico e il loro trasferirsi al settore privato non statale”.

Già, come se il trasloco dall’un settore all’altro fosse automatico, anche se il governo “si aspetta di vedere”, e in sei mesi soltanto poi, “riassorbire” rapidamente dal privato il forte calo del pubblico con lo spazio maggiore lasciato alla piccola economia privata: aumentando le licenze dei taxi, lasciando margini di utili più ampi ai gestori di negozi e botteghe, ecc., ecc.

Aggiunge il sindacato, che “cresceranno e si allargheranno le possibilità di lavoro con nuove forme di impiego non pubblico, fra di esse il land-leasing, le cooperative e l’auto-occupazione dei singoli lavoratori che assorbiranno centinaia di migliaia di lavoratori negli anni avvenire”.  A parte che l’auto-occupazione dei singoli lascia proprio molti singoli molto dubbiosi (dice Luis, il barbiere[52], “Ma io come faccio a sapere che farò un qualche profitto? E come li pago, io, i fornitori?”). Già…

Insomma, e un po’ come in tutte le politiche dei due tempi, subito se ne vanno mezzo milione di dipendenti e “negli anni avvenire” ne saranno assorbite centinaia di migliaia. A meno che, come è capitato in ciascuna e in tutte le transizioni, a milioni vengano fuori subito (poi si vedrà…), i disoccupati.

Sarà necessario prestare ora molta attenzione a questo cambio che si annuncia davvero epocale: perché scompare la sicurezza di un posto magari qualsiasi e di un salario minimo, magari, ma anche certo per tutti; del pranzo garantito sul posto di lavoro praticamente per tutti e, non per pochi, dell’arrotondamento con lavoretti privati che sarà adesso riassorbito, senza garanzia alcuna, dal nuovo più vasto settore dell’iniziativa o, almeno, della gestione privata – o, forse, cooperativa della microeconomia.

Subito dopo il messaggio del sindacato, su Granma[53], l’organo del partito comunista, è apparso un altro articolo a spiegare in dettaglio quali sono i settori dell’economia che vorrebbero così aprire, “liberalizzandoli”: la nuova linea, spiega, rappresenta un taglio netto con il passato anche perché consentirà di assumere dipendenti che non siano propri familiari a piccoli imprenditori e artigiani “abbandonando il concetto che aveva in pratica condannato il lavoro autonomo all’estinzione e alla stigmatizzazione sociale” coloro che negli anni ’90 avevano provato a lavorare da sé, come indipendenti.

Tra i 178 tipi di lavoro che saranno aperti all’attività autonoma – e che potranno accedere a piccoli prestiti che la Banca centrale è stata istruita a concedere loro a tassi particolarmente agevolati – ci sono nella lunga elencazione di Granma, falegnami e clown da circo, riparatori di PC e insegnanti di musica, orologiai e barcaioli che trasportano fino a dieci passeggeri. In base alle nuove regole potranno anche aprire ristoranti e caffé o calzolerie e negozi di ciabattini.

L’altro lato della medaglia, che spiega dubbi e perplessità, è che – come ha detto sempre al giornale il ministro dell’economia Marino Murillo Jorge – ci vorranno parecchi anni perché il paese si metta in grado di creare un funzionante mercato all’ingrosso capace di rifornire regolarmente nuove piccole e piccolissime imprese; e certo, adesso, il nuovo lavoro autonomo dovrebbe sostituire il vecchio lavoro in nero mettendosi a pagare le tasse e le trattenute per il lavoro dipendente che crea.

●Qui, ora, prima di chiudere questa Nota, facciamo appena in tempo ad annotare – rimandando un più attento commento alla prossima uscita – che in Venezuela il presidente Chávez, in un’elezione che, ancora una volta si è dimostrata, coi fatti, forse la più trasparente e democratica tra quelle svolte da anni nella regione – e parliamo anche del Nord America, degli USA almeno in alcuni casi come le presidenziali del 2000: Bush contro Gore per capirci – ha vinto: anche se ha perso

Infatti, dai risultati – accettati come veritieri dalle due parti – sembra aver vinto un 94 seggi dei 165 dell’Assemblea nazionale, una larga maggioranza assoluta ma non i 2/3 che voleva perché gli servivano a far passare le riforme più profonde – “socialiste” le chiama lui – che voleva ancora proporre al paese…

Questa era l’asticella che il presidente aveva posto per i suoi e, riconosce un esponente a lui vicinissimo del suo partito, Aristóbulo Istúriz, la abbiamo fallita anche se non abbiamo certo rinunciato ai nostri obiettivi[54]. E il confronto si propone probabilmente più ravvicinato, forse,  per le presidenziali del 2012. Certo, questa chiarezza dei fini annunciati alimenta odio e paure e polarizzzazione, ma forse è proprio questo il prezzo della democrazia, no?

Il Brasile ha segnalato, con una puntigliosa denuncia del ministro delle Finanze Guido Mantega, che è in atto nel mondo “una vera e propria guerra internazionale delle valute” con la manipolazione scatenata dai paesi più sviluppati che tendono ad abbassare artificialmente – non secondo quello che detta il mercato, ma intervenendo attivamente a doparlo – il valore della loro moneta per conquistare quote di export in più. Sottraendole proprio ai paesi che si stanno faticosamente sviluppando, come il Brasile.

Ha comunicato che il governo brasiliano sta acquistando e continuerà ad acquistare sul mercato i dollari in eccesso per migliorare la stabilità del mercato impedendo l’apprezzamento eccessivo del real brasiliano. E Mantega nomina esplicitamente come responsabili di questo andazzo Stati Uniti, Europa e Giappone che poi, ipocritamente, vanno in giro a predicare nel mondo la libertà del mercato. Il Brasile, assicura, comunque di avere ancora nella sua faretra gli strumenti necessari a deprezzare – se e quando ce ne sarà bisogno – il real[55]…  

●In Australia, due su tre dei deputati verdi hanno deciso di fare coalizione di governo coi laburisti del primo ministro Julia Gillard, dopo che – un po’ penosamente viste le posizioni prese prima delle elezioni cambiando premier proprio perché, secondo il partito, Kevin Rudd era troppo “sensibile” all’ecologia e avrebbe rischiato di far perdere così la maggioranza al partito (l’ha persa, comunque, e peggio di ogni previsione pessimista) – s’è in buona parte pubblicamente rimangiato l’annunciata riottosità a lottare contro il cambiamento climatico.

Anche due dei tre neodeputati indipendenti hanno deciso di appoggiare Gilliard, distanziandosi dal terzo che si alleerà coi conservatori e la loro decisione sembrerebbe ora poter garantire ai laburisti una maggioranza, sia pure di… uno[56]. Fino alla prossima spaccatura interna tra i laburisti, almeno… che con Gilliard, però, giurano adesso di aver “imparato qualche lezione importante dall’esperienza passata[57].

Per mostrare che non è solo chiacchiera, la prima ministra ha ora nominato come ministro degli Esteri, posto di grande prestigio e grande visibilità, il predecessore che aveva cacciato via imputandogli di aver fatto perdere al governo la retta via…

●L’India ha rallentato il tasso medio d’inflazione[58] all’8,51% ad agosto dal 9,78 di luglio, coi prezzi dei prodotti manifatturati che cadono dal 6,15% al 4,78% con sostanziosi cali per i metalli di base, il ferro e molte materie prime allo stato greggio. Calano dal 14,29 al 12,55% i prezzi di combustibili ed energia. Ma l’inflazione dei prodotti alimentari (con l’eccezione dello zucchero che cala di prezzo) salta al 14,64% dal 10,29 a luglio.

In ogni caso, la Reserve Bank, la Banca centrale, provvede ad aumentare entrambi i suoi tassi di riferimento fondamentali: per la quinta volta quest’anno. Quello dei prestiti fatti alle singole banche, che cresce di 25 punti base, cioè dello 0,25%, al 6%; e, di mezzo punto, quello in cui da esse prende in  prestito la rupia, al 5%[59].  

●Mohammed ElBaradei, l’ex capo dell’AIEA, l’agenzia guardiana del Trattato di non proliferazione nucleare per conto dell’ONU, che aveva vagheggiato la possibilità di candidarsi alle presidenziali che a novembre dovrebbero tenersi in Egitto, ha chiesto un boicottaggio del voto per le garanzie inesistenti – ha affermato – di un’elezione appena appena decente[60].

In Egitto, si vanno addensando le nubi di quello che, al limite[61], potrebbe anche essere il prodromo di una vera e propria guerra per l’acqua: la prima, forse, delle tante che si annunciano nel  XXI secolo, questa per il controllo del flusso delle acque del Nilo.

Tutto parte, come avviene spesso per i guai dell’Africa dal colonialismo britannico, che teneva sotto controllo in un solo paese i vecchi regni dell’Alto e del Basso Egitto, l’Egitto vero e proprio e il  Sudan. Un trattato del 1929, voluto da Londra, riservò allora – per fiat di S.M. Giorgio V – affermò, reiterandolo poi subito prima della fine del colonialismo nel 1959, che del flusso del Nilo l’80% spettasse ai territori egiziano e sudanese.

Ora, di regola, i paesi che si trovano a monte sul corso di un fiume ne detengono, per ragioni diciamo così naturali, il controllo: il Tigre e l’Eufrate, ad esempio, il cui corso è parecchio ridotto quando arriva in Iraq dopo aver percorso Turchia e Siria. Nel caso del Nilo, è stata per oltre un secolo la volontà del colonialista britannico che controllava la regione a garantire l’acqua che voleva all’Egitto.

E i sette paesi a monte – Etiopia, Uganda, Tanzania, Kenia, Congo, Burundi e Ruanda – che se la pigliano da allora in saccoccia da anni brontolano e con l’eccezione finora di Congo e Burundi, che oltre al mugugno non vogliono andare, ormai denunciano formalmente il Trattato anche in sede ONU come un’ultima vestigia “ineguale” del colonialismo, mentre l’Egitto sostiene che tutti questi paesi sono ricchi di acqua mentre esso dipende soltanto dal Nilo: che, in buona parte, è anche vero.

In pratica, l’Egitto sarebbe pronto – e lo dice – a dispiegare tutta la sua potenza –­ popolazione, economia, diplomazia, influenza nel mondo arabo e nella “comunità internazionale” e, anche, uno degli eserciti più forti dell’Africa – per cercare di impedire un maggiore sfruttamento agricolo lungo il corso del Nilo a monte del suo territorio (per impedire investimenti stranieri, prestiti della Banca mondiale, ecc.) perché diminuirebbe inevitabilmente non poco il flusso di acqua del fiume che da sempre considera – e di fatto è – il padre del suo paese…

EUROPA

●La ripresa è stata subito marcata in Francia e Inghilterra da una serie di scioperi duri: nel primo paese contro la decisione di fare una riforma delle pensioni per legge in senso restrittivo dei diritti (vuole aumentare l’età di pensionamento da 60 a 62 anni perché, dice, il pubblico non è più in grado di sostenerla: ma il sindacato contropropone di aumentare le troppo esigue tasse sui patrimoni – che qui, peraltro, al contrario che in Italia già esistono –; e, nel secondo, contro i piani di licenziamenti programmati e annunciati nei trasporti pubblici[62].

Dopo le proteste di massa in Grecia e in Spagna, anche durante l’estate, per l’attacco al loro stato sociale da parte di governi che si dichiarano “socialisti”, e una certa manifestazione di malessere –  chiamiamolo così – per il ridimensionamento grossolano tentato da noi del welfare e politicamente poco contrastato anche a sinistra (c’è la saggezza convenzionale, con rare eccezioni e non sempre sapientemente gestite, a dire che è inevitabile, no? meglio, allora, che stavolta ci provi la destra), si comincia a scorgere, forse, un po’ in tutta Europa il segno della stagione che sta per venire.

●Per quanto ci riguarda, i princípi su cui abbiamo tentato di lavorare, e vorremmo continuare a farlo, sono due: uno, se volete, social-sindacale e  l’altro politico.

Il primo principio è quello che ci ricorda – che al sindacato moderno ricorda sul suo mestiere – dagli anni ’40 un grande sociologo, filosofo, economista e antropologo – di parte, certo, della nostra parte— che “sostenere che la legislazione sociale, le leggi sul lavoro in fabbrica, le garanzie contro la disoccupazione e, in primo luogo, proprio come tali, gli stessi sindacati, non debbano interferire con la mobilità del lavoro e con la flessibilità del salario, come qualcuno pur fa – vero Marchionne? vero, anche, Bonanni? – vuol dire che tutti quegli istituti hanno fallito nel loro scopo che è esattamente quello di interferire con le leggi dell’offerta e della domanda per quel che riguarda il lavoro degli esseri umani, rimuovendolo dall’orbita del mercato[63].

La seconda convinzione è nel fatto che, come una volta scriveva un laburista vecchia maniera niente affatto estremista[64] – ma che niente a che spartire avrebbe mai avuto con il New Labour blairista altre forme di calabraghismo di fronte all’ “avversario” che vanno ancora per la maggiore – per la sinistra non c’è scelta: o essa è una crociata morale o non c’è…

Se pensavano che la gente (le gente: non i partiti, non i sindacati, tutti, del cosiddetto centro sociale o della cosiddetta sinistra) avrebbe pecorecciamente accettato di farsi castrare in silenzio diritti e conquiste e magari ringraziando il padrone (come è buono lei…!; solo 800 licenziati in tronco e ad libitum a Londra, per ora; e, per ora, le pensioni, a Parigi, poi gli altri diritti…!), si accorgeranno adesso di avere sbagliato. Forse… Certo è che, se non si lasciano addormentare dalla sindrome del suicidio, le organizzazioni sindacali, in Inghilterra ed in Francia, in Grecia e in Spagna – in Italia è tutto da vedere – dovrebbero tornare al centro, con forza, dell’agenda sociale e politica.

C’è un problema generale che riguarda le lotte: riguarda la loro tempestività, il fatto che troppo spesso sembrano arrivare in ritardo, dopo che la legislazione riformatrice di nome ma contro riformatrice di fatto, magari, è già stata approvata: è successo in Francia, in Irlanda, nel Regno Unito, è successo in Spagna, in Portogallo e, anche, in Italia.

Commenta un docente di relazioni contrattuali spagnolo, Sandalio Gómez della Business School dell’università di Navarra, una delle scuole di “nuovo” sindacalismo programmaticamente a-conflittuale (“anche se qualche volta, nota egli stesso, restarlo è proprio impossibile”) facendo osservare che, in realtà, quasi dovunque il ruolo del sindacato resta ancora importante.

Ma bisogna saper vedere come spesso si sono troppo istituzionalizzati, ricavando le loro risorse dal sistema statuale – da noi, in Italia, per dire, dagli istituti ormai sovrabbondanti e generalizzati della cosiddetta “bilateralità” - N.d.A. – più che dalle, o al posto delle, iscrizioni. Così  lasciando i leaders sindacali troppo staccati dalla realtà della condizione dei lavoratori e con una credibilità assai ridotta[65].

●Senza dar retta alla smania antinflazionistica della Riksbank, la Banca centrale svedese che, a inizio settembre, aumenta il tasso di sconto allo 0,75%, di 1/4 di punto, la BCE  lascia il suo intatto, (in realtà, la ripresa è assai incerta anche in Svezia: ma lì i banchieri centrali sono ancora più parrucconamente conservatori in tutta evidenza, e non è cosa facile, di quelli della BCE). L’inflazione nell’eurozona tocca ad agosto appena l’1,6%, uno 0,1% in meno del mese prima[66]) con un apprezzamento significativamente divergente di preoccupazioni, dando più attenzione a segnali di ripresa ancora troppo incerti[67].

Preoccupazione, dunque, evidente. Del resto, l’inchiesta ZEW sul sentimento di fiducia tra gli investitori in Germania cade di 4,3 punti a inizio settembre da agosto, più del previsto; la produzione industriale nell’eurozona a luglio resta piatta, secondo i dati raccolti da EUROSTAT; l’impressione è che la ripresa sia già giunta allo zenith prima, parecchio prima, di tornare ai livelli pre-crisi: il recupero finora è sì e no a metà.

La maggior parte degli analisti – ma sono per lo più sempre quelli che, anche qui come in America, non avevano visto – o, peggio, per tenersi buoni i signori dei mercati, avevano rifiutato di veder – arrivare la recessione – non prevedono ora una ricaduta in recessione ma preconizzano, invece, “solo” una stasi  (sono due anni, ormai…) nel tasso di crescita dei mesi a venire[68].

●Ma anche questa linea piatta dell’economia europea non convince i soloni di Francoforte ad abbassare il loro tasso di sconto che resta così all’1%, contando già comunque un valore più alto di quello svedese appena rialzato e che vale per un blocco di ben 16 Stati e non per la piccola penisola scandinava rimasta da sola, anche fra i nordici, fuori dell’eurozona. La BCE continuerà a fornire, però, liquidità a quel costo fisso e, viene anche confermato, praticamente senza limiti alle singole banche europee.

●Intanto, l’export globale dell’eurozona ha registrato nell’anno a fine luglio (dunque dal luglio 1009 a questo) una crescita del 18% a fine luglio con l’import che è salito peraltro del 24%. E, a luglio, l’attivo commerciale si è attestato, comunque, a €6,7 miliardi[69]

●Con uno show di fermezza non si sa poi quanto effettiva, la Germania cui si associa – non si capisce bene perché e con quale forza di interlocuzione effettiva – la Finlandia, chiederà in sede di Unione che “in futuro” le sanzioni imposte ai paesi membri che violeranno le regole di bilancio comunitarie vengano applicate “rapidamente[70]”.

Si tratta di un facimmo ammuina degno di miglior causa, naturalmente, visto che ci si guarda bene dallo specificare che vuol dire “in futuro” e considerato che,al momento, sono oltre una ventina dei ventisei Stati dell’Unione – Germania, Inghilterra, Francia e Italia comprese – che violano quelle regole…

Ma hanno tenuto a dichiararlo insieme, a Berlino, facendo appunto la faccia feroce, Angela Merkel e la giovane prima ministra finlandese, Mari Kiviniemi: specificando che un consolidamento dei conti è essenziale con una moneta unica europea; e lasciando anche intendere, come del resto dice anche il Trattato di Roma a leggerlo bene, che anche chi, come la Gran Bretagna, se ne sta fuori dell’euro., non può a lungo fare solo gli affari propri e restare dentro l’Unione europea…

Che è vero, è sacrosanto. Ma che, detta così, è una cavolata perché andrebbe aggiunto ovviamente che altrettanto essenziale è, anche e proprio, non solo un consolidamento del bilancio ma anche una vera e propria politica di bilancio comune, una politica di welfare, appunto, comune, ecc., ecc…

A fine settembre, intanto, la Commissione europea ha “proposto” ai governi della UE di mettere obbligatoriamente da parte lo 0,2%” del PIL quando incorrono in un forte debito pubblico. Depositato in un fondo vincolato e senza interessi, questo ammontare verrebbe convertito in multa se e quando la UE verificasse che le sue raccomandazioni al paese in questione non venissero seguite, specie quelle relative all’abbassamento del debito pubblico stesso verso il tetto del 60% del PIL o verso il 3% del rapporto tra deficit annuale e PIL stesso.

Dice la Commissione che la determinazione della violazione, e della conseguente “punizione”, dovrebbe spettarle. Ai paesi membri verrebbe riservato il voto finale col diritto a bloccare le sanzioni, mentre oggi nel Patto di stabilità e di sviluppo era compito dei paesi membri decidere: ma esattamente il contrario, se e quando, cioè, punire una violazione[71].

Subito la Francia si oppone: la ministra delle Finanze, Christine Lagarde – che dice di parlare e sa di farlo anche a nome di molti colleghi, Tremonti compreso – obietta che spetta ai governi, “non a burocrati neanche eletti dal popolo”, ogni decisione finale su multe e sanzioni, proprio come “non a caso” già dice il Trattato. La questione dovrà essere affrontata, dice, e sarà bocciata nella riunione del Consiglio (dei ministri delle Finanze) a fine mese, e subito dopo, nel Vertice dei capi di Stato e di governo a Bruxelles[72]. E la Francia, come è noto e come del resto qualsiasi altro paese dell’Unione, sulla materia ha potere di veto.

La cancelliera Merkel, invece, all’origine con la Finlandia della mossa, “saluta favorevolmente la proposta della Commissione”. Ma, come all’improvviso, si accorge e dichiara che, per attuarla, “servirebbero cambiamenti al Trattato[73]. Che, certo, raccomanda siano accettati al Vertice dei primi di ottobre ma sa benissimo che non lo saranno. Ancora non si rende conto, forse, che se continua a proporre e poi a lasciar cadere proposte perché tanto non passano, la Germania corre il rischio di diventare una vera e propria “tigre di carta” nelle decisioni comunitarie.

●Il Consiglio dei ministri delle Finanze, noto come Consiglio europeo tout court per l’importanza consueta, anche se sempre relativa (perché mai di per sé definitiva), delle sue sessioni aveva, del resto, discusso a lungo di come riassestare tutto il sistema regolatorio del mondo finanziario, del modo di migliorare la gestione dei bilanci nazionali, di come monitorare i paesi a rischio ed imporre sanzioni efficaci a chi infranga le regole.

Lo aveva reso noto il presidente dell’Unione, Herman van Rompuy, chiedendo al parlamento europeo di mettere in agenda entro il mese il tema, su cui c’è bisogno del suo “parere” (c’è stato subito, positivo, in prima lettura), mentre il Commissario agli Affari monetari Olli Rehn diceva che sono state effettivamente concordate sanzioni “credibili” e che le regole nuove (che dovrebbero scattare, anche se non ci scommette nessuno, nel 2012) includeranno la creazione di tre, forse quattro, autorità a livello europeo per monitorare i mercati bancari e assicurativi e i rischi sistemici a livello di Unione. Con particolare attenzione alle vendite di titoli allo scoperto e ai titoli derivati…

Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble aveva subito avvertito, però, che la ripresa anche se non travolgente dell’economia in Europa stava allentando l’urgenza per la revisione del sistema e che, quindi, si sarebbe dovuto continuare a vigilare. Avvertiva anche che è in discussione, su proposta tedesca cui però ancora non pochi resistono, un’imposta sull’industria finanziaria che dovrebbe servire a coprire i costi di future, possibili e probabili, crisi e a riparare parte dei danni provocati dall’ultima crisi che ancora non è finita[74].

●Al lavoro dell’Unione europea sulla questione del nuovo regime internazionale di regolazione bancaria, si va sovrapponendo – e sarà interessante verificare quale si conclude prima: tenendo presente che nei due casi si tratta di organismi internazionali che si dovranno pronunciare in pratica all’unanimità, col potere di vero a chiunque cioè… – quello chiamato di Basilea 3, che si svolge presso la Banca dei regolamenti internazionali con sede nell’omonima città svizzero-tedesca.  

Le regole di cui si va discutendo sembrano concentrarsi sull’aumento minimo al 7% del capitale che una banca sarà obbligata a tenere in cassa come cuscinetto contro perdite inattese. Ma avranno tempo (almeno) fino al 2019 per osservare la regola (e i critici osservano che si tratta di un lasso addirittura geologico…) mentre molti investitori (fondi speculativi, fondi pensione, fondi sovrani, risparmiatori non proprio piccolissimi, ecc.) fanno sapere di sentirsi almeno, in parte, sollevati dalle nuove regole morbide[75].

●Una verifica si avrà già al prossimo G-20 di novembre, in Corea del Sud, dove dopo tante chiacchiere si misurerà il gap[76] che esiste tra dichiarazioni di intenzione di tutti e volontà effettiva di pochi – non si sa, poi, quali davvero – di dar seguito alle tante vuote declamatorie di buona volontà.

●Come se non bastasse il gergo europeese già diffusissimo un nuovo termine si aggiunge, dopo questo Consiglio europeo che, secondo chi scrive, forse promette ma difficilmente manterrà qualcosa di buono: il termine stesso di “sincronizzazione” dei bilanci e della loro gestione, chiaramente disegnato per svilire e depotenziare quelli usati in precedenza: non solo l’ambizioso “unità” ma anche e perfino il più realistico e modesto “armonizzazione”, anch’esso evidentemente troppo temerario[77]

In sostanza, si ridurrà – se poi la proposta passerà e non è affatto certo – a chiedere a ogni paese di sottoporre in anticipo un’informativa sulle grandi linee delle proposte di bilancio più che all’approvazione (mai! sarebbe il riconoscimento della necessità di decidere insieme, non solo sul bilancio greco ma ovviamente anche su quello tedesco o francese… e non sia mai detto!)

●L’Olanda s’è bloccata sul suo nuovo governo, proprio come l’Iraq ma, per sua fortuna, meno drammaticamente. Il misirizzi della politica di destra e razzista che ha trovato buon riscontro alle urne, Geert Wilders – il giovane capo che sembra gonfiato a steroidi del Partij voor de Vrijheid (partito della libertà: pure questo, o quasi, già sentito, no?) – ha abbandonato il negoziato per la formazione di un governo di centro-destra dichiarandosi disposto a sostenerlo dall’esterno, però, perché non si fida della lealtà di molti dei democristiani che con lui quel governo dovrebbero, in maggioranza, formarlo[78].

Non sono pronti a impegnarsi per proibire la costruzione di nuove moschee in Olanda, ad esempio”, ha bossianamente tuonato… E ha ragione: molti democristiani del vecchio partito centrista olandese, conservatori di zecca e disposti subito ad allearsi con la destra classica del partito liberale, non sono disposti a tradire i loro valori di fondo – a diventare razzisti, o a far finta di esserlo diventati – per andare al governo con lui: che gli fa anche un po’ schifo, personalmente e ideologicamente.

Sono tre mesi che le elezioni hanno dato il loro verdetto sconclusionato (il nodo vero è quello di questa destra, soltanto demagogica dove alligna e traligna la prontezza a discriminare le diversità— tutte o a turno, dipende: non si sa proprio mai cosa a questi gli viene in mente). E è da gennaio che, poi, è caduta la precedente coalizione…

●In Svezia, la coalizione di centro-destra del primo ministro Fredrik Reinfeldt ha perso la maggioranza di controllo in parlamento[79] (la metà più uno dei 349 seggi: ora ne ha solo 173) e la possibilità di far passare la legislazione che vuole per la prima vittoria di un nuovo partito di estrema destra, i democratici (ma vedi un po’…).

Che è entrato in parlamento con venti seggi: l’unica sua loro parola d’ordine (su cui hanno ottenuto un 6% del voto che ora si rivela cruciale) è quello di arrivare a negare per legge ogni diritto, o quasi, ai cittadini svedesi di fede islamica e al blocco completo dell’immigrazione. Niente diritti ai mörk, agli scuri, recita il loro slogan non proprio, diciamo, sottile.

Qui, c’è certo il piccolo problema che il Konungariket Sverige, il regno di Svezia, 9 milioni di abitanti su 450.000 km2 di territorio, il 14%  nato all’estero, è paese membro della UE (anche se non dell’eurozona) e non può quindi negare il libero movimento ai cittadini europei dovunque essi vogliano, anche a Stoccolma o a Malmö. Insomma, ipernazionalismo e razzismo allo stato puro…, l’apprendista stregone…, il partner razzista che pungola, condiziona e, alla fine, rimpiazza quello solo reazionario, ecc., ecc…

Ora Reinfeldt si rivolge ai Verdi, all’opposizione coi socialdemocratici (che, col 30,8% dei voti, hanno registrato il loro più basso risultato di sempre e la seconda sconfitta elettorale consecutiva da 80 anni: a forza di scimmiottare i conservatori, del resto, è inevitabile…), per la campagna acquisti che gli servirebbe a mantenere la maggioranza.

I Verdi sono “disponibili” a trattare, pare: ma sottolineano che loro prendono sul serio il problema del cambiamento climatico e il governo no, che l’unica innovazione in materia d’energia che Reinfeldt prefigura è lanciare nuovi reattori nucleari e i Verdi no.

Poi ci sono i problemi di fondo che non vedono, però, questo paese tra i più economicamente inguaiati d’Europa. Certo, l’economia si è contratta del 4% nel 2009 ma sembra che si stia riprendendo quest’anno, spinta da una corona svalutata e dalle esportazioni specie in Germania. Il deficit/PIL è il più basso, al 2%, dell’Unione europea e la disoccupazione – ma ben “assistita”, anche col welfare già ridotto dai conservatori di Reinfeldt – all’8,5%, sotto il 9,6 medio dell’Unione. L’industria svedese, un settore a forte percentuale high-tech esporta materiali per telecomunicazioni e di precisione, autocarri e bus, legnami e lavorati del legno.

Insomma, in questo paese un vero e proprio terremoto elettorale: dal quale non sarà facile uscire con un assetto efficace e decente. A prima vista, il successo della destra e dell’estrema destra sembra rimettere in questione il modello assai generoso di welfare “dalla culla alla tomba” finanziato da alte tasse molto progressive sui redditi.

Questo il compromesso che ha caratterizzato i quasi settant’anni di socialdemocrazia al governo di questo paese ma che neanche i pochi anni al potere della destra sono riusciti – o hanno davvero voluto – rimettere realmente in questione. Almeno finora. Ma pare proprio che questa sia stata – e resti: lo stato sociale si tocca il meno possibile— ma proprio il meno… – la condizione alla quale gran parte dell’elettorato ha accettato di lasciare ancora all’opposizione i social-democratici[80].

●Ad agosto, in Spagna, sale ancora dell’1,5%, di 61.083 unità rispetto a luglio, la disoccupazione ufficiale. I disoccupati in totale sono ormai 3.969.661, anche se rispetto al ritmo di aumento dei disoccupati degli ultimi due anni le cose sembrano andare un po’ meglio e stanno lentamente avvicinandosi ai livelli immediatamente prima della recessione. Lo sottolinea la segretaria generale del ministero del lavoro, Maravillas Rojo, che dà una lettura del tutto ottimistica del dato[81].

●Ottimo esito delle due aste di titoli del Tesoro tenute a settembre a metà mese e al 21, collocati ben oltre l’offerta sia a lungo che a medio termine per rendimenti minori a quelli delle aste precedenti, la prima per oltre 5 miliardi e la seconda per 7 miliardi di €[82].

●Però, Moody’s, l’agenzia di rating mette le mani avanti: ci vorranno anni perché Madrid veda recuperare l’economia dal collasso sotto cui è stata schiacciata dal boom edilizio pluriennale artificiosamente gonfiato. Per cui il suo PIL crescerà “appena al di sopra” dell’1% almeno per un altro quinquennio e, avverte Moody’s, sarà possibile che debba subire altre svalutazioni il debito sovrano[83]. Che, in effetti, non aspetta neanche un giorno poi a far scattare: deprezzandolo dall’AAA che aveva ad AA1 – con previsioni però di stabilità[84], dice, bontà sua – come del resto avevano già fatto anche altre agenzie.

●Intanto, però, a fine mese, il 29 settembre, per la prima volta insieme da quando a guidare il governo è Zapatero, tutti i sindacati scioperano insieme contro di lui e le sue scelte. Non piacciono le politiche economiche e sociali del monocolore socialista di fronte alla crisi che neanche qui era stata prevista dopo il trend più che positivo per molti anni negli indici di crescita: taglio dei salari nel settore pubblico, con flessibilità accentuata (selvaggia dice il sindacato) nel mercato del lavoro, annuncio dell’elevamento dell’età pensionabile): insomma la solita panoplia di  misure liberiste gestite dalla sinistra…

●In Grecia, il primo ministro Papandreou ha dichiarato[85] in parlamento che non applicherà altre misure di austerità oltre quelle, molto dure, già programmate, che il piano sta funzionando (a luglio il deficit dei conti correnti è sceso dell’11,1%, di €1,48 miliardi, rispetto allo stesso mese dell’anno prima) e, per la fine dell’anno, il deficit di bilancio sarà ridotto come previsto del 40%, col possibile  accorciamento anche del periodo di supervisione internazionale (UE e FMI), cioè di sovranità limitata, per l’economia greca. In ogni caso, Papandreou esclude la ristrutturazione del debito perché la misura sarebbe, dice lui, “catastrofica”.

Arriva, nel frattempo, depositata a metà settembre sul conto della Banca centrale di Grecia dalla BCE e dal FMI la seconda tranche del pacchetto di salvataggio europeo[86], €6,5 miliardi + 2,5. E il Tesoro riesce a vendere titoli semestrali per €1,2 miliardi nel suo secondo affacciarsi al mercato dal salvataggio di maggio: con una sottoscrizione del pubblico che supera di 4,5 volte l’offerta ma a un rendimento del 4,82%, sopra quello di luglio che era al 4,65. D’ora in poi, l’autorità di gestione del debito greco si ripromette di offrire mensilmente i suoi titoli sul mercato, a tre ed a sei mesi[87].  

Intanto catastrofici esiti, se non l’interrompono presto, subito, si vanno preannunciando dalla fuga di cervelli che dopo anni di interruzione ha ricominciato a perseguitare i giovani greci, in coda alla crisi, alla carenza di investimenti in R&S e sull’istruzione. E, naturalmente, la concentrazione della fuga è fra i giovani più preparati e “dinamici” del paese[88].

Non è solo un problema dei greci, lo sappiamo bene… Ma qui, ormai, come in Italia, è anche una questione culturale: di abitudini, di costume, di tradizione incancrenita. Puoi essere un genio di vent’anni, qui come da noi, ma se non hai quella che loro chiamano la “connessione” e noi la “spintarella” – a ogni livello: dallo spazzino comunale al professore universitario – resti in lista d’attesa… anche per decenni.

●Secondo gli ex ministri delle Finanze lusitani Eduardo Catroga, Medina Carreira e Miguel Beleza – che in Portogallo non si segnalarono proprio per la loro preveggenza quando gestivano il Tesoro, però – il governo dovrà rivolgersi al Fondo monetario internazionale per risolvere il nodo del debito pubblico: come se il Fondo, oltre a colonizzare il paese, lo pagasse mai lui il debito[89]... L’aumento del tasso di interesse e la caduta di domanda di buoni del Tesoro creeranno, dicono, una situazione che vedrà lo Stato incapace di vendere il suo debito a risparmiatori e investitori.

Il loro collega attualmente al governo, Teixeira dos Santos, dice che danno i numeri: tanto per cominciare, osserva, tutte le aste dei bond portoghesi hanno visto superare di varie volte, finora, l’offerta; il governo sta, poi, perseguendo attentamente i canoni che è tenuto a seguire in base agli accordi già in vigore con BCE, UE e con lo stesso FMI; e le aste continueranno ad offrire, come previsto e deciso, titoli a medio e lungo termine: per un totale che, tra l’altro, è stato già esitato per ben il 90% del totale. Il tutto a mostrare, ai mao augouros, gli iettatori nostalgici, che invece i mercati hanno fiducia nella solvibilità del debito del paese…

●Il costo del debito irlandese, il prezzo al quale il Tesoro riesce a collocare sul mercato i suoi titoli, dal lancio dell’euro ad oggi non è mai stato così alto, coi bond decennali che arrivano al 6,47%. Il FMI e il governo di Irlanda[90] smentiscono ogni ipotesi di default o di salvataggio d’emergenza per il debito pubblico del paese che “è valutato attualmente al sesto livello mondiale di rischio, subito prima dicono le agenzie di rating di Portogallo ed Iraq”. D’altra parte, la BCE con €16 miliardi ha in cassaforte da sola un quinto del debito nazionale irlandese. E, adesso, il governo rende noto che dovrà sborsare una quarantina di miliardi di € per salvare le due maggiori banche private, Anglo Irish e Allied Irish[91].

Anche qui, prima di pensare mai di rivolgersi al FMI, il governo potrebbe mobilitare le sue riserve di cassa che arrivano a €20 miliardi e, comunque, dichiara di aver già coperto il fabbisogno di cassa “fino alla fine dell’anno”. Lo attesta il successo con cui il governo è sostanzialmente riuscito a tenere sul fronte del debito piazzando sui 20 miliardi di € sul mercato dei titoli del Tesoro, fino all’ultima asta del 21 settembre con altri €1,5 miliardi collocati a scadenza al 2014, con la domanda che ha superato di varie volte l’offerta[92].

Come si ricorderà, forse, qui la crisi s’è scatenata durissima, dopo quasi un decennio di leadership nella crescita europea della Tigre celtica, sostenuta da un eccellente lavoro di squadra politico-burocratico a livello europeo che, però, non ha visto arrivare e, quindi, ha visto impotente crollare il suo pilastro centrale— il boom dell’edilizia e della speculazione.

La recessione ha falcidiato le entrate, portato la disoccupazione al 16% e a un deficit/PIL che quest’anno potrebbe eccedere il 20%, con altri duri tagli annunciati che potrebbero penalizzare ancora di più una ripresa assai asfittica, che registra una caduta vertiginosa dei redditi medi in una popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti. E, adesso, a sorpresa – una gran brutta sorpresa – viene fuori che forse sarà ufficialmente questo il paese dove la recessione morderà a fondo per prima per due volte di seguito, a doppia W, come si dice, crollo-risalitina-ricrollo. Infatti, il PIL del secondo trimestre cala dell’1,2% sui tre mesi precedenti e dell’1,8 rispetto allo stesso periodo dell’anno prima[93].

Viene in mente la saggia sagacia di chi, come il presidente della BCE, Jean-Claude Trichet qualche tempo fa ha solennemente proclamato di come “la Grecia in realtà un modello forte ce l’abbia, ed è l’Irlanda che ha affrontato problemi estremamente seri di crisi finanziaria e economica e li ha presi molto molto sul serio. Cosa che adesso, è riconosciuta da tutti[94]— come anche il fatto che proprio quella linea dura, di tagli radicali al bilancio del governo dell’Eire ha letteralmente affossato e distrutto l’economia del paese, riaffondandolo adesso ben dentro la recessione.

Tutto il dibattito si intreccia, abbastanza proditoriamente, con quello interno al partito di governo, il Fianna Fail (letteralmente, nella vecchia lingua gaelica, Soldati del destino: il partito repubblicano indipendentista), dove voci forti chiedono le dimissioni e il rimpiazzo del primo ministro Brian Cowen per “incapacità manifesta”: ma – gli incoscienti… – non tanto per come ha gestito le finanze pubbliche, perché è uno cui piace alzare un po’ il gomito e è andato in diretta Tv (e, a dire il vero, anche per la palese ubriachezza esibita in un’intervista televisiva in diretta).

●In Russia, malgrado alcune voci tra le più sensibili qui alla “cultura”, chiamiamola così, del mercato, premessero al contrario – per tornare al più presto, dando così anche, dicevano, il segnale della “normalizzazione” piena del paese alle “leggi” di mercato – il primo ministro Vladimir Putin ha chiarito subito alla sessione del presidium del governo del 2 settembre, che una possibile cancellazione del divieto all’esportazione di cereali verrà presa in considerazione solo dopo che sarà accertata l’entità del raccolto della prossima stagione.

Ha concordato anche Medvedev, il presidente, su cui molti puntavano perché – come candidato di quella che, qui da noi soprattutto molti sperano veder diventare una specie di opposizione strutturata a Putin e alle sue istanze, dicono, di “stampo sovietico”: chiamano così la diffidenza pur sacrosanta al cosiddetto “libero mercato” – si ergesse contro misure di stampo cosiddetto “amministrativo” per la governance di questo ramo della produzione.

Ha specificato – specificando di concordare anche in questo col premier – che la commissione non sarà permanente ma, intanto, opererà di sicuro fino almeno al raccolto prossimo coordinando “monitoraggio e interventi” (cioè, regolazione e fissazione dei prezzi) a livello della Federazione e delle regioni.

Ma cercando, insieme, di qualificare ed utilizzare gli organismi autoregolatori delle varie categorie di produttori: non “liberi”, perché la libera regolazione non ha interesse a funzionare davvero mai, ma “guidate” e, appunto, coordinate, “senza voler sorvegliare ogni produttore individualmente e però senza voler regolare tutto e tutti da Mosca[95].

La Russia si dibatte tra questa esigenza di tener fermi alcuni “princìpi” come questi – di dirigismo statale secondo alcuni, di attenzione alle proprie responsabilità nazionali per altri – e, insieme, però, come ripete il vice primo ministro Igor Shuvalov, il bisogno “critico del paese di attirare capitali stranieri per modernizzare la propria economia[96] visto il deplorevole andazzo in questo paese dei tanti che “non comprano e investono in produzione e macchinari ma solo in borsa”— una consuetudine, avverte o minaccia, che “prima o poi andrà corretta”.

Intanto la disoccupazione[97] scende leggermente al 6,9% in agosto dal 7% del mese prima. Il numero dei senza lavoro (ufficiali) conta ad agosto 5,2 milioni di russi.

●Inaugurando, a inizio settembre, i corsi annuali dell’Alta scuola diplomatica di Mosca sul tema complesso e cruciale del rapporto USA-Russia in materia di sicurezza strategica, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sottolineato come i due paesi trovino un terreno solidamente comune nello sviluppo graduale e sostenibile del rapporto[98]. Ha rilevato, anche, che in questo rapporto sussistono elementi obsoleti ma difficili da rimuovere di quello tradizionale: da noi come da loro, ha in pratica detto, c’è chi vede l’altro, comunque e sempre, come il grande avversario strategico: proprio come negli anni della guerra fredda.

Concetti nuovi come quelli di diplomazia multivettoriale – in altri termini, tutto fa diplomazia, oggi, commercio, sviluppo, diritti umani, economia – non solo i rapporti di amicizia o di forza o di convenienza politica – e della desiderabilità di un ordine mondiale che sia, insieme, democratico ed equo. Certo, non sempre abbiamo la stessa percezione di quel che è equo e di quel che è democratico. E non abbiamo, ovviamente, lo stesso giudizio su quel che dice un documento pur interessante come la “strategia nazionale di sicurezza”, diffuso da Washington qualche tempo fa… E questo dovrebbe essere un campo davvero di ricerca comune.    

Sul discorso di Lavrov ci soffermiamo più del solito perché in quelli analoghi della Clinton e anche, ormai purtroppo, di Obama, non c’è nulla che suoni nuovo, o aperto, o disponibile: sempre emerge, come un mantra, solo l’asserzione della propria visione del mondo, la richiesta anche dichiarata che chi non vuole guai con gli USA si dichiari per lo meno verbalmente d’accordo (proprio come una volta nell’Unione sovietica bisognava dirsi almeno a parole d’accordo col marxismo-leninismo per non avere problemi, ostracismi, o addirittura subire sanzioni  nei fatti…) con l’avvertimento, implicito/esplicito per chi non lo è che peste, altrimenti, lo potrà cogliere.

●L’altro elemento forte, e chiaro, e nient’affatto scontato del discorso di Lavrov[99] è che, nel suo complesso, l’occidente, “la NATO, stia in mezzo al guado tra passato e futuro”. Infatti, dopo che la Russia e gli altri Stati dell’ex URSS hanno sciolto su sollecitazione degli Stati Uniti e in base alla promessa di ben due presidenti USA, Bush sr. e Clinton, il “loro” Patto di Varsavia (che certo, è vero, non stava in piedi comunque) che la NATO non si sarebbe allargata né avrebbe esteso la sua copertura territoriale— come, invece, poi ha fatto, fregandosene di ogni impegno.

E adesso – ormai – la Russia vuole e chiede che l’Alleanza si trasformi in un organismo dinamico,  realmente consultivo e basato su decisioni assunte più democraticamente che garantisca sicurezza e partnership effettiva con gli altri, Russia compresa, sulla base del rispetto del diritto internazionale perché altrimenti non esisteranno né l’una né l’altra – né sicurezza né partnership – visto anche il bisogno reciproco che hanno Russia ed Europa.

Francamente, a Mosca non pare che il Rapporto affidato dalla NATO al suo gruppo di saggi presieduto dalla ex segretaria di Stato americana Madeleine Albright, e ormai pubblico consegnato nel maggio scorso[100], risponda in alcun modo come aveva promesso di fare alle esigenze di sicurezza che erano state presentate da tempo dalla Russia ma anche da molti alleati europei degli Stati Uniti...   

●Adesso, uno dei temi su cui Lavrov suggerisce ad America e NATO di lavorare subito, insieme – certo, per l’esercito occupante e il grande protettore del regime, è un argomento spinoso e, politicamente, assai imbarazzante – è il traffico di droga che viene prodotta e raccolta e che parte dall’Afganistan per il mondo, Russia e Europa occidentale anzitutto…

●Mentre, sull’area per cui la struttura militare del’Alleanza atlantica, cioè la NATO, mostra adesso un grande interesse – sull’Artico – la Russia consiglia seccamente calma e gesso: a metà settembre il presidente Medvedev sconsiglia tutti dall’agire unilateralmente mentre favorisce una cooperazione internazionale in tutta la regione senza coinvolgere, però, nessuna componente militare[101].

Medvedev avverte che la Federazione russa “sorveglia” l’attività della NATO nell’area artica perché desidera che resti una zona di pacifica cooperazione economica. E assicura che l’interesse russo è solo questo, mentre nella NATO sono molti ad avere i loro, paralleli e contrapposti, sospetti…

In ogni caso, afferma a ruota Vladimir Putin, parlando al Foro internazionale sull’Artico tenuto a Mosca verso fine mese, che la Russia intende espandere la sua ricerca scientifica in tutta la regione e ribadisce l’opinione fermissima della Russia che tutti e ciascuno degli eventuali conflitti territoriali sull’Artico vanno risolti con le armi della diplomazia.

Lancia la proposta alle cinque potenze “artiche”: oltre alla Russia, Norvegia, Danimarca— in forza della sua ormai estinguenda sovranità sulla Groenlandia, Canada e Stati Uniti. Anche perché, aggiunge, non si capisce se con sarcasmo o solo con cinismo – o con tutti e due? – la Russia ha ormai raggiunta la convinzione che gran parte delle storie sulle mire dell’uno o dell’altro nell’area, non foss’altro che per ragioni tecniche – le temperature rigidissime, sempre – sono quasi sempre senza fondamento reale, motivate quasi soltanto dal frenare gli altri a titolo preventivo[102]

●La Russia annuncia anche che ristrutturerà, per renderle meno macchinose e ridondanti le strutture delle sue forze armate che tenderanno a unificare molto più di quanto lo siano oggi specie le funzioni di comando strategico. Il ministro della Difesa Anatoly Serdyukov annuncia che il sistema di controllo e comando avrà così un massimo di tre livelli e non più dei sedici attuali diventando più facilmente e rapidamente gestibile.

Aggiunge, poi, che le responsabilità relative sono già state ridistribuite e che il numero del personale assegnato a queste funzioni così snellite si ridurrà o crescerà in modo dinamico secondo esigenze di natura esclusivamente tecnico-operativa. Questa è la citazione letterale della notizia, così come è arrivata[103]… Ma è bravo – opiniamo con molta modestia – chi ci capisce qualcosa…

Dopo una serie di discussioni e chiarimenti con funzionari (sic!) della direzione delle Energia della Commissione europea (non con la Commissione, neanche col direttore generale: con “funzionari”…), il vice primo ministro e ministro dell’Economia di Polonia, Waldemar Pawlak, ha sostenuto pubblicamente che la Russia dovrà rinegoziare col suo paese “alcuni aspetti del contratto di fornitura di gas naturale”. Si tratta, ha spiegato, degli articoli che riguardano le tariffe applicabili, poi, a parti terze destinatarie finali del gas.

Il fatto è che la Polonia chiederebbe di pagare x il gas che comunque passa per il suo territorio e rivendere a quanto vuole, x + 1 o +2, a terzi: i russi, da contratto, pretendono che di quel +1 o +2 maggiorato una parte spetti anche a loro. E, infatti, a Mosca, zitti e… mosca: nessuno risponde a Pawlak, per quanto egli si sia sentito incoraggiato dai “funzionari” di Bruxelles[104]

Del resto, la PGNiG, la compagnia polacca per il commercio del gas e del petrolio, aveva scritto – scrive il 20 e dimostra il 22 settembre il Warsaw Business Journal[105] citando la Dziennik Gazeta Prawna – al Gaz-System nazionale che gestisce tutto il trasporto nel paese via oleodotti e gasdotti, in documenti che avrebbero dovuto restare segreti proprio per non influire sui negoziati coi russi, che non sarebbe stata in grado di assicurare le forniture di cui avrà bisogno in un prossimo, ma ancora indeterminato anche se non troppo lontano, futuro.

E, adesso, si viene a sapere[106] che un bel gruppo di imprese – industrie chimiche, in specie, come la  Zakłady Azotowe Puławy, la ZAK, la Zakłady Chemiczne Police, la Zakłady Azotowe e le raffinerie di petrolio Orlen che da sole usano quotidianamente 4 milioni di m3 di combustibile – saranno le prime a doversi fermare se non si trova presto, subito, un rimedio al problema.

I ministri europei, che col collega polacco hanno preso parte alla riunione coi funzionari europei, sono stati molto più silenziosi, per non dire scettici sull’idea che darebbe nerbo alla proposta polacca[107]: il cosiddetto flusso alla rovescia, cioè, che autorizzerebbe gli acquirenti finali del gas – in caso di bisogno, se i venditori ne interrompessero o diminuissero il flusso da est verso ovest perché ad esempio Ucraina e Bielorussia non pagassero quanto consumano – a “rovesciare il flusso” rimpiazzando quello interrotto con le loro riserve nello stoccaggio dei paesi morosi.

Perché mai in effetti, dovrebbero essere interessati, francesi, tedeschi o italiani, a dare il gas che hanno pagato loro ai bielorussi eventualmente morosi, il polacco non si sogna neanche di ipotizzarlo. E i russi sembrano ovviamente del tutto tranquilli.

I russi, però, non hanno detto di no. A metà mese a Mosca, con polacchi e direzione dell’Energia della UE, si incontreranno – annuncia l’ambasciatore russo a Varsavia, Aleksandr Alekseyev – a discutere degli accordi e dei contratti in vigore e delle idee che circolano su possibili loro modifiche: possibili, insiste Alekseyev…

Anche la richiesta polacca ai russi di aumentare a 10,3 miliardi di m3 la fornitura di gas naturale di qui al 2037 è stata tra l’altro bloccata perché l’UE ha sollevato dubbi e resistenze sulla conformità della richiesta alla legislazione comunitaria (senza, peraltro, finora spiegare bene perché)[108].

Il fatto, che spiega tutto ma che detto così è inconfessabile, comincia però a dar fastidio anche ai polacchi: il Commissario europeo all’energia, Günther Öttinger, tedesco piuttosto russofobo, vorrebbe che tutti in Europa prendessero sul serio la promessa di rimpiazzare il gas russo con quello azerbaigiano o turkmeno del progetto Nabucco (v. anche, qui, tra due pagine, Nota65) ma tutto al di là da venire. E, poi, a quanto pare, parte non piccola del gas turkmeno ipotizzato sarebbe già largamente acquistato con contratti future… proprio da russi e, novità importante, da cinesi, indiani e pakistani.

La compagnia petrolifera nazionale di Cina annuncia, infatti, a metà mese di aver concluso con un “comitato di coordinamento” uzbeko-kazako-turkmeno (quest’ultimo, da solo, al 50%) la cessione di 17 miliardi di m3 di gas naturale nel 2011[109]. Il comitato ha predisposto e proposto, e Pechino ha approvato, piani specifici e dettagliati di pompaggio mensile alla Cina e di manutenzione a partire da subito e per tutto il 2011. La capacità del gasdotto dovrebbe aumentare fino a 15 miliardi di m3 entro la fine di quest’anno e salire al doppio entro la fine del 2011.

E, poi, arriva anche l’annuncio del ministero del petrolio del Pakistan ad informare che con l’India e l’Afganistan ha appena firmato un accordo importante col Turkmenistan  per un  progetto di gasdotto multimiliardario in dollari, il TAPI dalle iniziali dei paesi coinvolti, che sarà a breve solennemente firmato a Ashgabat, la capitale turkmena. In pratica, però, se tutti questi impegni fossero effettivamente onorati dal Turkmenistan, non si vede da dove verrebbe quell’extra di gas di cui vorrebbe – tra anni, però, e se mai poi diventerà cosa concreta – appropriarsi il Nabucco[110]…   

Ecco, in Polonia hanno forse cominciato a rendersi conto che mentre tanti altri, soprattutto in Asia, stanno gettando le basi concrete di acquisto di gas da paesi che non sono la Russia, la UE fa soltanto chiacchiere. Perché nessuno ha stanziato, in effetti, un euro dei miliardi che erano stati sulla carta impegnati… e anche Varsavia comincia a capire che, se vuole assicurarsi forniture di gas fra dieci anni o quindici, è meglio che cominci a trattare subito con chi sicuramente – e non affidandosi alla Madonna di Częstochowa o chissà a che altro – è in grado di darglielo: i russi.

E adesso, il primo ministro polacco, Donald Tusk, dichiara alla Radio One di Varsavia, costernando i suoi stessi duri e quelli di parecchi altri paesi dell’Est ex sovietico, che l’accordo ora stilato con la Russia “difende e protegge gli interessi polacchi” e che anche parecchi altri dovrebbero cominciare a valutare “realisticamente le alternative reali” di fornitura di gas naturale a lungo termine: che, però, non ci sono. D’altra parte, assicura, ora la Polonia ha le garanzie che la costruzione del Nord Stream non comporterà più la chiusura del gasdotto Yamal[111].

●Intanto, in Bielorussia, uno dei più curiosi, chiari e meno chiari “alleati” della Russia – di cui s’era appena finito di notare la stretta, quasi obbligata “vicinanza” a Mosca[112] – il singolare “attentato” di inizio settembre contro l’ambasciata russa (nessun morto, nessun ferito, solo danni superficiali per il lancio di due bombe Molotov: una neanche esplosa proprio per bene) ha provocato una reazione strana, quella del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko: dice che la Russia potrebbe aver tentato di dimostrare – come se per una superpotenza, o anche per una mini, mai ce ne fosse bisogno: due bombe Molotov…! – che è capace di organizzare un attacco terroristico[113]

●Altro “alleato” che appare sempre più obbligato, anche se sempre riottoso, è l’altro grande Stato ex sovietico, l’Ucraina, che una volta fungeva da cuscinetto, insieme alla Bielorussia appunto, con Polonia e Ungheria, e che adesso col primo ministro Mykola (Nikolai) Azarov torna alla carica notificando alla Russia e al mondo che il suo governo è “deciso” a cambiare i termini del contratto decennale (fino al 2019) che solo l’anno scorso il nuovo presidente Yanukovich appena eletto aveva stipulato con la russa Gazprom: perché – dice – a Kiev esso “non rende abbastanza[114].

E aggiunge che, se non ci riesce, l’Ucraina cercherà alternative. Già… quali, però?

La prima, quella della fusione di Naftogaz ucraina con la russa Gazprom proposta agli ucraini, dice adesso il ministro dell’Energia Yuri Boyko[115] (già a capo proprio della Naftogaz), non è pensabile perché ogni fusione dovrebbe essere, comunque, fatta su base di parità (a prescindere, cioè, dicono a Kiev, dal valore delle due imprese in fusione!!!) perché “gli interessi nazionali ucraini devono essere pienamente considerati”: quelli dei russi, chiaramente, non conterebbero…

L’altra è l’idea del presidente Yanukovich che prima annuncia di voler proporre – e, poi, propone – a Bruxelles[116], in sede di consultazione sull’associazione con l’Unione europea, un regime di apertura completa, e senza visti, delle frontiere e di completo libero scambio… Chiaro che Yanukovich non ha proprio sentore della situazione di diritto e di fatto e della attuale del tutto ostica sensibilità dell’opinione pubblica e politica nella UE che rende senza esito possibile proposte simili nel futuro prossimo venturo e neanche più in là…

●L’Ucraina, nel suo complicato e altalenante rapporto coi russi – Yanukovich, Yushenlo o chiunque sia a Kiev, alla fine, al potere – ha anche aperto un  nuovo contenzioso con la Russia. Al contrario di quanto stanno facendo, con buon successo, adesso i polacchi, il ministro degli Esteri ucraino, Kostyantyn Gryshchenko, dice che il nuovo gasdotto voluto dai russi (e da tedeschi, austriaci, francesi, italiani…, però), il South Stream, non serve a niente, è un doppione, perché basta e avanza il gasdotto che in Europa porta il gas russo attraverso l’Ucraina…

Si capisce che gli ucraini dicano questo: non si capisce come possano pensare che russi e europei occidentali si siano dimenticati di quando bloccarono il flusso del gas – e non una volta sola –rubandone tonnellate e tonnellate pagate i russi dagli europei occidentali perché a loro, agli ucraini, servivano. I russi, col ministro dell’Energia, Sergey Shmatko, precisano subito che con gli ucraini, di questa loro “fissa” – la chiama proprio così – non hanno mai proprio parlato[117].

Al contempo, però – e, al solito, contraddittoriamenteUcraina e Russia hanno adesso firmato l’accordo per la costruzione di un reattore nucleare da parte della società russa TVEL[118], di proprietà della holding moscovita Atomenergoprom che, contrariamente alla Westinghouse Corp., la   concorrente americana ha dichiarato di voler investire soldi suoi nella joint venture. Il piano diventerà operativo nel 2013 e, con esso, la TVEL ha desso, per contratto, il monopolio della distribuzione del combustibile nucleare ai reattori ucraini (il paese di Chernobyl…).

Anche per la fabbricazione in comune di aerei civili Antonov, l’Ucraina vuole – e chiede di concludere subito, già il prossimo mese – una joint venture coi russi. Lo dice il ministro dello Sviluppo industriale Dmitry Koliesnykov annunciando che il progetto è nella fase della discussione di “realizzazione tecnica”. Il fatto è che, però, capitali ucraini difficilmente potranno arrivare al progetto comune e il know-how del trasporto in questione è tutto russo[119]

Russia e Ucraina si apprestano, inoltre, a firmare accordi su sicurezza reciproca, energia e trasporti già ai primi di ottobre, nel corso del Forum economico che i due governi terranno a Gelenjic, in Russia. O si fa così, “o tutta l’infrastruttura potrebbe sbriciolarsi”, afferma Oleg Bondarenko[120], direttore esecutivo dell’Istituto ucraino del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’Organizzazione che, in modo assai lasco peraltro, cerca di tenere insieme diversi paesi dell’ex Unione sovietica.

Queste preoccupazioni di Bondarienko sulla fragilità del CSTO sembrano realmente fondate se il col. gen. Anatoliy Nogovitsyn, il vice capo di stato maggiore congiunto delle forze armate dello stesso trattato collettivo dice pubblicamente che ci sono forti probabilità che le tensioni interne – etniche, religiose e politiche – costringano nel prossimo futuro i capi di Stato dei paesi alleati a porsi direttamente il problema[121].

Alla fine, un po’ tutto questo delicato discorso sui rapporti – da una parte obbligati (storia, cultura, lingua, interdipendenze economiche), dall’altra perfino desiderati (proprio Ucraina e Russia), sempre ancora problematici e potenzialmente conflittuali – fra i paesi della vecchia area sovietica viene riassunto dall’ucraino Yanukovich quando constata che “non tutto va liscio nei rapporti nostri coi russi” anche se i rapporti con Mosca sono considerevolmente migliorati. Tra i due paesi restano differenze rilevanti come soprattutto, sottolinea, la diversa soluzione dei problemi del flusso di gas vero l’Europa occidentale, che “secondo noi dovrebbe passare dall’Ucraina con investimenti adeguati e che i russi cercano di deviare sul Sud Stream[122].

D’altra parte, nel momento stesso in cui chiede – ed ottiene – di aderire al sistema di normative energetiche europee di Bruxelles, l’Ucraina sembra quasi meravigliarsi – e infatti la ratifica di Kiev non sarà per niente scontata – dell’obbligo che esse comportano a scindere le reti di trasmissione e di vendita di energia e combustibili[123]. In termini loro significherebbe dover spaccare la Naftogaz, il gigantesco conglomerato che in sé copre tutti i ruoli relativi a gas e petrolio nel paese ed è il suo maggior monopolio.

Sembra quasi che il governo non si fosse reso conto (o che, al suo interno, chi lo sapeva benissimo agli altri non lo avesse spiegato) di quest’obbligo – già in atto e applicato in tutti i paesi dell’Unione e previsto anche per chiunque voglia aderire a quelle regole – in cui adesso incorre: insieme, certo, al diritto di accesso ai mercati europei dell’energia (concetto comunque non chiaro: perché se è un diritto dell’Ucraina, non è di sicuro un dovere degli altri…) e alla promessa (che anch’essa solo tale resta, però) di possibili investimenti dall’estero. Il che spiega bene la riluttanza, palese, di Yanukovich a portare la misura in parlamento per la ratifica.

●Duro, e puntuto, attacco dell’ex ministro degli esteri tedesco, Joschka Fischer, già a capo del partito dei Verdi, alla proposta russa di un possibile alternativa, o di un “affiancamento”, al gasdotto Nabucco, la proposta avanzata in sede UE, del gasdotto progettato dai russi, il South Stream. Fischer sottolinea[124] come l’alternativa russa non abbia dimostrato di essere economicamente efficace e, soprattutto, che non offrirebbe alcuna diversificazione alle fonti del gas naturale di cui ha bisogno l’Europa occidentale rispetto allo status quo, del gas che viene oggi tutto o quasi dalla Russia.

Due problemi a quest’osservazione critica, di per sé anche sensata e che, comunque, anch’essa scavalcherebbe del tutto il problema posto dagli ucraini (sull’affidabilità dei quali più nessuno scommette):

   • che Joschka Fischer lavora, con lautissima cointeressenza e stipendio, per il progetto Nabucco: e, dunque, quel che dice è per lo meno sospetto;

   • che il progetto Nabucco, al contrario del South Stream, cui partecipano molte imprese europee, è ancora solo sulla carta – passerebbe, il gasdotto, a partire dall’Azerbaigian e per la Turchia, a sud del mar Nero, scavalcando la Russia – ma con finanziamenti che per ora restano solo progettuali e in niente effettivi, reali, perché chi pure dimostra interesse teorico e magari spinge per il progetto politico proprio perché obiettivamente è più ostico ai russi, non si impegna poi a stanziare – e tanto meno già stanzia – alcunché: tutti quelli che hanno annunciato il loro interesse restando ad aspettare prima le mosse degli altri, perché nei fatti nessuno ci crede davvero;

   • con ragione, vinto che – nelle more progettuali e nelle remore che paralizzano tutti gli investitori potenziali – nel frattempo, la Russia sta firmando contratti future anche con l’Azerbaigian comprando quantità ingenti di gas: e scoraggiando con ciò ancora di più gli investitori europei dal mettere quattrini al buio in un progetto che potrebbe anche rivelarsi ala fine senza la materia prima – il gas – da vendere a chi avesse costruito un gasdotto destinato solo ad arrugginirsi…

Inaspettata, per la G            eorgia, perché viene dal ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, finora uno dei suoi difensori e mallevadori più indefessi e meno disposti a metterla in discussione, la cattiva notizia che scombussola le sue aspettative/pretese: contrariamente a quanto si intestardisce a denunciare Tibilisi, afferma Kouchner[125], il dispiegamento delle batterie di difesa antiarea russe S-300 nella Repubblica separatista di Abkazia non influisce sull’equilibrio del potere nella regione.

Affermazione che è, ovviamente, una cavolata. Kouchner, nel corso di una conferenza stampa congiunta a Parigi col suo omologo russo Lavrov, ha detto anche che Parigi è interessata a risolvere la questione posta dal progetto statunitense di schierare in Europa centrale, ai confini russi, lo scudo di antimissili balistici facendo sì – senza dire come – che “non finisca col creare rischi per i paesi della regione euro-atlantica”.

Altra frase che suona strana… A meno che non esprima – senza osare dirlo – il timore dei rischi che la mossa americana farebbe, allora sì, correre – per le contromosse inevitabili preannunciate dai russi –  all’Europa centrale e occidentale…

●Più grintosa, sul tema, alla vigilia della riunione del prossimo Consiglio Russia-NATO di metà settembre, l’accusa niente affatto velata dell’inviato permanente della Russia, l’ambasciatore Dmitry Rogozin[126], ad “alcuni Stati dell’Est europeo e del Baltico” di voler, invece, mettere all’o.d.g. lo schieramento degli S-300 in Abkazia.

Unica avvertenza diplomatica usata stavolta da Rogozin, quella di non identificarli per nome e cognome: ma tutti sanno che si tratta della Georgia e degli Stati baltici anche se, per il momento, non più della Polonia e della Repubblica ceca che, però, restano sempre sotto osservazione per le loro decisioni “poco considerate” di puntare missili americani dal loro territorio verso quello russo.

Naturalmente, ripete l’ambasciatore, la Russia è sempre disposta a discutere di qualsiasi argomento al Consiglio, comprese le eventuali “preoccupazioni” di chi come la Georgia due anni fa l’ha “aggredita” attirando su di sé le “inevitabili” contromisure russe; e di discutere anche della sicurezza in tutto il Caucaso meridionale… compreso il territorio caucasico della Russia. E pronta a discutere, anche, allora di tutto, proprio di tutto, compreso lo schieramento dei missili antimissili americani ai propri confini in Europa…

Per quanto riguarda le intenzioni dei georgiani, la Russia dice adesso (parla il ministro della Duifesa russo, Anatoly Serdyukov[127]), con estrema nettezza che le sue basi “ospiti” in Abkazia e Ossezia del Sud sono perfettamente in grado di respingere ogni possibile aggressione georgiana contro le due Repubbliche. 

●La Francia, intanto, conferma per bocca del ministro della Difesa, Hervé Morin, la probabile vendita alla Russia di portaelicotteri Mistral[128]: un affare da €600 milioni, due comprati dal fabbricante, due costruiti su licenza in Russia. E afferma che, mentre non cambieranno in maniera significativa l’equilibrio strategico con la Georgia, rappresentano uno strumento importante, “vitale”, di dialogo su questioni militari e di sicurezza coi russi.

Alle obiezioni avanzate da alcuni alleati NATO (Washington e i paesi baltici, anzitutto) preoccupati di vedere a disposizione dei russi sistemi ad alta tecnologia che potrebbero anche essere usati contro gli ex vicini comunisti della Russia sovietica, Morin ha risposto seccamente.

Sul piano tecnico la tecnologia in questione non è che sia straordinariamente avanzata e la Russia ne ha già di sua, del tutto analoga poi. “E, poi, per lo meno alla Francia risulta che la Russia non sia più l’URSS”… D’altra parte, è pensabile anche solo per un momento che la vendita di due-tre battelli potrebbe cambiare l’equilibrio delle forze e l’assetto strategico tra Georgia e Russia? Perché, questo, al dunque, è il problema. “Ma quell’equilibrio, come è stato ampiamente dimostrato dai fatti,di due anni fa è già di 1.000 a 1?”. Se perfino uno come Kouchner, pappa e ciccia con Saakashvili da sempre, ormai l’ha capito… Ecco, questo Morin non arriva ad aggiungerlo ma ben avrebbe potuto: “bisogna essere seri sulla questione”.

●Anche il ministro russo degli Esteri, Lavrov, avanza le rimostranze del suo paese sulla “non politica” europea dell’energia, come la chiama[129] davanti alla platea dell’Associazione del business europeo a Mosca. Cita il terzo pacchetto sull’energia della UE che, afferma, aumenta il rischio per gli investimenti che la Russia ha fatto in passato nel settore energetico dei paesi della UE e rende considerevolmente più difficile investirci ancora.

La Russia, argomenta e conclude seccamente Lavrov, attraverso la “partnership per la modernizzazione” che offre alla UE, vuole un riavvicinamento concreto. Ma se la UE – ecco il dito nell’occhio dell’interlocutore – ha effettivamente stabilito di “trattare dell’energia globalmente deve anche mettersi in grado di decidere globalmente”, tenendo presente che Mosca è “interessata all’afflusso di processi produttivi moderni”, pronta a investirci in modo massiccio anche in Europa occidentale se le politiche europee lo consentono… E se non guarderà altrove.

●Chiarisce – dice – la posizione del suo paese sul Kosovo[130] il presidente della Serbia Boris Tadic che, dopo un incontro a Nova Gorica col premier sloveno, Borut Pahor, ripete di aver detto all’Unione europea – trovandola “sensibile” – come il suo paese intenda rispettare tutti i diritti legittimi dei kosovari albanesi, però non può cominciare un dialogo con chi rappresenta il cosiddetto Stato del Kosovo non potendone riconoscere l’indipendenza autoproclamata unilateralmente.

La Serbia conferma, però, di poter raggiungere sul nodo Kosovo un esito “ragionevole”, e per tutti accettabile, su un testo di risoluzione che l’Unione europea sia in grado di accogliere e che potrebbe uscire da una prossima sessione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Essa non dovrà “logicamente, giuridicamente e politicamente” prescindere, però, riconferma Tadic, da quella precedente— che riconosceva all’unanimità l’integrità della Serbia: Kosovo esplicitamente compreso. Poi, riaffermato il principio, si dovrà trattare…

Difficile, ancora, è vedere però come se ne esce, anche solo a livello di Unione europea: che è irrimediabilmente divisa sul nodo. Una parte maggioritaria degli Stati dell’UE, su pressione anzitutto americana e francese, riconoscono il Kosovo indipendente; una parte rilevante, comunque (Spagna, anzitutto, ma anche Austria, Repubblica ceca…: tutti gli Stati che nell’Unione hanno anche solo potenziali problemi analoghi) resta fermamente contraria al misfatto acquisito di una proclamazione unilaterale e forzata di indipendenza…

Poi alla fine, è la Serbia “ragionevolmente” a togliere un po’ a tutti le castagne dal fuoco, “cedendo” alle pressioni dell’unione. Ma lo fa con sapienza, senza smentire in niente la risoluzione del suo parlamento che il 26 luglio ha stabilito come col Kosovo si debba trattare ma senza riconoscerne mai, neanche a posteriori, il diritto alla secessione unilaterale.

Il negoziato tra Ashton e Tadic (prima, di persona, all’Unione e, poi, con una sessione al telefono Bruxelles-Belgrado durata quasi otto ore) è stato in effetti un defatigante esercizio finalizzato in un testo di accordo concordato con tutti i 27 paesi dell’Unione ricco, come dicono, di “ambiguità costruttiva”.

Il testo della risoluzione serba presentato al CdS dell’ONU chiedeva di riconoscere che la secessione era “inaccettabile”, come recitava la precedente risoluzione delle Nazioni Unite in materia; e che bisognava, dunque, ripartire col negoziato tra le due parti, senza intromissioni di terzi (l’Albania) su tutte le “questioni aperte”: in sostanza, che la secessione avrebbe dovuto essere dichiarata come nulla… anche se non proprio come non avvenuta.

In origine l’UE (ma solo in maggioranza… e bisognerà d’ora in poi ricordarsi del precedente: perché se ne potrebbero formare altre di maggioranze, su altri contenziosi…) a Belgrado chiedeva di accettare come fatto la secessione e di cominciare a dibattere con Pristina di confini, dogane e lotta al crimine in cambio di un qualche, per ora indefinito, “statuto speciale” da garantire alle regioni a maggioranza serba del Kosovo e di un percorso più accelerato vero l’integrazione in Europa.

Alla fine – e questo è il risultato dell’ “ambiguità costruttiva” – la Serbia si impegna

   • da una parte, a prender atto della sentenza della Corte Internazionale di giustizia dell’ONU;

   • ma, dall’altra, pretende ed ottiene che nel documento formale dell’accordo si prenda anche atto che la Serbia lo fa “per quel che quella sentenza precisamente dichiara”:  che non è, come s’è detto “semplicistificando” maldestramente, la proclamazione del diritto alla secessione unilaterale, ma solo l’affermazione che, in diritto internazionale, non è affatto vietato a qualunque paese dichiararsi indipendente e proclamare, anche, la propria secessione; e che, però, proclamarlo non significa affatto poter pretendere di farsi riconoscere automaticamente l’indipendenza che si è proclamata e, tanto meno, dichiarare di essersela conquistata;

   • nell’ultimo punto della sua dichiarazione, la Serbia “saluta con favore la volontà dichiarata dell’Unione europea a facilitare il dialogo fra le parti[131]: che, specifica puntigliosamente, sono Serbia e Kosovo, non l’Albania.

●E l’Unione, per “premiarne la disponibilità”, riferisce[132] il ministro belga Steven Vanackere che presiede, nel semestre, il Consiglio, ha deciso (o meglio, ha deciso di proporre alla Commissione e al parlamento che poi dovrebbe rimandare la decisione al Consiglio stesso perché diventi, infine, operativa…) di mettere sull’agenda dell’Unione per il mese di ottobre, l’accelerazione dell’esame della domanda di adesione della Serbia.

L’UE prende nota del fatto che, come hanno detto insieme il ministro degli Interni serbo Ivica Davic e il Commissario europeo all’Allargamento Štefan Füle[133], il paese ha fatto notevoli passi in avanti sul cammino dell’integrazione europea. Dacic ha informato dettagliatamente Füle dei passi fatti anche sul piano legislativo, esprimendo la disponibilità totale della Serbia a continuare la sua cooperazione con l’Europa: in particolare, sui nodi non ancora del tutto risolti – ma certo non solo in questo paese: in tutto il Mediterraneo e nei Balcani in specie – della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata.

●Ma, forse, qualcuno ha dimenticato di fare i conti con l’oste, con gli USA, col grande protettore che si è trascinati dietro gli altri nel riconoscimento, a tappe sconsideratamente forzate, del Kosovo indipendente; e, adesso, ci pensa il governo di Pristina a ricordarlo a tutti che è lì, il convitato di pietra: ai serbi e, come li chiama, ai “grandi baroni” di Bruxelles.

Infatti, specifica, che con Belgrado non ci sarà dialogo tra europei, come vorrebbero; loro vogliono gli americani – e non a caso lo dicono a RFE, l’emittente dei servizi di intelligence statunitense e del Dipartimento di Stato[134] – perché solo Washington e non Bruxelles sono in grado di garantire una soluzione “duratura”: cioè, a dare sempre e comunque ed in tutto ragione al Kosovo. A chi scrive sembrerebbe ora che all’Unione per lo meno si decidessero a prender atto di questa posizione striscio-stellata ad oltranza dei kosovari…

Alla faccia dell’Europa cui si chiede pur di aderire, il governo kosovaro si fida solo dell’amico americano: quello che, anche a forza di bombe sulla Serbia, lo ha creato dal nulla. Proprio come l’onnipotente.

●Sulla questione che, dietro tutte queste varie sfaccettature, in realtà fa sempre capolino – ci si può fidare, cioè, di questa Russia? – un recente editoriale (pensoso e preoccupato, non isterico né fanaticamente anti-sovietico nel tempo dei soviet che non si sono più ma, purtroppo, dannatamente superficiale sul domenicale The Observer di Londra, il settimanale del Guardian), pone il problema in termini chiari. Ma anche molto miopi: — Non dobbiamo cadere nella trappola del commercio – diceche potrebbe nascondere i peccati di Mosca. L’occidente deve continuare a star attento agli abusi di potere di Mosca[135].

Che è una parte vera della verità: cioè, per definizione di parte— la nostra –;  e incompleta— capace di leggere solo una parte brutta di quella che è la realtà: la loro. Specie, poi, se l’unico caso di giustizia negata su cui attirano l’attenzione è quello del ladrone di Stato Michail Kodorkovsky, uno dei baroni che, pagando uno negli anni ’90 di Eltsin assets di Stato che valevano 100 o anche 1.000 si comprarono mezza Russia alla faccia dei russi. Uno che, secondo la stragrande maggioranza dei russi e secondo noi, in galera sta bene…

Il peccato mortale di Putin, secondo questo anonimo editorialista, è quello di non credere al pluralismo all’americana. Ma chi lo dice che sia proprio un peccato mortale? E se guardiamo alla pagliuzza, o anche  ai rami che certo stanno piantati nell’occhio dei russi, vogliamo anche e insieme almeno guardare alle travi che stanno ficcate nell’occhio nostro? Se non lo facciamo la nostra voce preoccupata per la democrazia carente degli altri non ha nessuna credibilità e fa ridere i polli per quanto stride…

●In Turchia, intanto, il governo vince con largo margine (il 58,42%) il referendum col quale ha modificato la Costituzione insieme rafforzando il suo potere (avrà più voce in capitolo ora nella nomina dei giudici e deghi alti gradi militari) ma anche il carattere meno islamista (non di per sé meno islamico) ma sicuramente più “democratico” all’occidentale delle istituzioni della Repubblica ataturkiana.

Subito la Commissione europea “saluta con convinzione” l’approvazione degli emendamenti costituzionali da parte degli elettori come qualcosa che va “nella giusta direzione” affrontando una serie di nodi tra quelli che restavano – e restano – ancora aperti per l’adesione all’Unione. Lo dice il Commissario all’allargamento Füle[136], aggiungendo con burocratica prudenza che l’impatto del cambiamento sarà tanto più reale quanto più sarà effettivamente applicato. Che è ovvio, ovviamente…

Sempre in Turchia, l’economia è cresciuta nel secondo trimestre del 2010 di un ingente 3,7% e di un impressionante 10,3% anno su anno[137]. Sempre vigile, l’OCSE chiede al governo turco di cogliere l’occasione d’oro che la crescita le offre per fare le “necessarie” riforme strutturali del mercato del lavoro (licenziamenti più facili) e mettere in atto una maggiore disciplina fiscale per sostenere il ritmo della crescita stessa. Ammettendo quello che l’OCSE dà per dimostrato senza preoccuparsi di dimostrarlo, certo, sarebbe meglio operare tagli e dare una stretta più dura in tempi economici buoni che in recessione…

E, a New York, parlando prima di rivolgersi all’Assemblea delle Nazioni Unite, a un incontro del Council of Foreign Relations, Abdullah Gul, presidente della repubblica di Turchia, dice che l’Europa, l’Unione europea di cui sta parlando, manca completamente “purtroppo di visione, di prospettiva strategica”, ribadisce che la Turchia è impegnata a portare avanti le sue riforme e concludere il negoziato di adesione anche con la speranza, soggiunge, di aiutare così l’Unione a guardare al mondo “e non solo al proprio ombelico[138]… 

●Sulla questione particolarmente spinosa – perché si colloca esattamente al punto di incontro/scontro  tra giustizia/decenza e politica-politicante/convenienza – delle misure che la Francia ha assunto contro i Rom e delle conseguenze che ha provocato, e ancora non ha finito di provocare nell’Unione europea (vedi al capitolo FRANCIA, secondo •).

L’OMC, stavolta, ha dato ragione all’Europa, condannando gli USA per gli aiuti e i sussidi illegali che hanno fornito alla Boeing[139] per sviluppo, produzione e commercializzazione del loro 787 Dreamliner. Un mese e mezzo fa aveva espresso identico giudizio contro gli aiuti offerti da diversi governi europei all’Airbus. I due casi sono nati nel lontano 2004 dalle reciproche denunce di Stati ‘i Uniti e UE, entrambi come sapevano tutti, senza bisogno di inchieste speciali durate sei anni e costate decine di milioni di euro, colti con le mani nel sacco.    

STATI UNITI

●Il peggiore dei Labor Days a memoria di americano vivente, il primo lunedì di settembre, il 6 – le  feste del lavoro che qui sostituiscono per l’antisocialismo viscerale di questo paese il 1° maggio del resto del mondo – vede qui una debolezza catastrofica del movimento sindacale, solo il 7% dei lavoratori dipendenti e in larga misura lavoratori pubblici, proprio mentre al governo e in parlamento c’è nominalmente una maggioranza solida dei democratici che, formalmente, sono dalla parte del lavoro organizzato.

Anche per questo – certo, non solo per questo – tanto difficile e complicato si fa reagire in maniera efficace alla prepotenza di chi ha costruito sulla propria ingordigia la crisi e adesso la vuole risolvere recuperando il mal perso a spese di tutti… Ma la realtà è che questa crisi non è congiunturale bensì strutturale: non nel senso, però, che qualcuno anche da posti di elevata autorevolezza formale sostiene – che i lavoratori sono inadatti ai nuovi lavori o lontani dai nuovi luoghi di lavoro – ma per come strutturalmente è stato cambiato il mondo quando hanno deciso di sostituire sistematicamente il lavoro umano coi robot, con l’elettronica o, al peggio, col lavoro umano sempre più degradato[140].

●Si vanno accumulando, giorno dopo giorno, notizie che al meglio gettano ombre fosche sul futuro economico del paese. A fine settembre, anche la fiducia delle imprese registrata come ogni mese dal Conference Board crolla al livello più basso dallo scorso febbraio[141]. Il fatto è che tutte le aspettative del governo erano e sono costruite sulle previsioni di ripresa degli esperti e accademici che Obama s’è portati al governo. E che costantemente si rivelano più rosee di quella che è poi la realtà.

Sono tutti, o quasi, ex banchieri, ex clintoniani, tutti o quasi  e della scuola del saggezza convenzionale che più convenzionale non c’è, nessuno o quasi della sinistra keynesiana più convinta e più determinata— cioè proprio gli stessi a non aver visto, o ad essersi rifiutati di vedere, arrivar la tempesta.

Cosa che non era affatto impossibile, come dimostrano i pochi – ma rilevanti: tra loro, ci sono fior di Nobel – che invece lo avevano detto pubblicamente ma che, per mancanza di coraggio politico, al governo non sono stati portati…

La ripresa, secondo i primi – da noi potremmo chiamarli i centristi-miglioristi: quella è la forma mentis, moderati in tutto – avrebbe già dovuto spingere avanti l’America, la domanda, l’occupazione – resa meno cara, dopotutto, dal lavoro precarizzato e dalla armata della forte riserva di disoccupati in attesa – anche se, in questi campo come sempre, con qualche ulteriore difficoltà.

Invece niente: la ripresa è lenta, dolorosa, ritardata. Proprio come avevano avvertito che sarebbe stata i secondi senza uno stimolo almeno doppio di quello che i primi hanno consentito come il massimo ma – garantivano – più che sufficiente alla ripresa.

Il fatto è che – come ha confessato dopo essersi dimessa perché tra quelli “dentro” era la più keynesiana, di continuo frenata e mortificata dagli altri e soprattutto dai capi del gruppo, la prof. Christina Romer, capo consigliere economico della Casa Bianca – io e i miei colleghi “non siamo stati capaci di anticipare quanto violenta avrebbe potuto essere queste recessione[142].

Lei e i suoi colleghi…, quelli che erano dentro al meccanismo del potere e per restarci dovevano fare gli ottimisti, contentando banchieri, tesorieri e capi di impresa che per le loro gratifiche e premi dipendevano dalle previsioni rosee. Chi era stato lasciato fuori, e s’era tenuto fuori, l’aveva ben previsto, invece… E siccome ha detto chiaro e tondo che lei ed il suo gruppo

   • non avevano la minima idea di quanto seria sarebbe stata la recessione;

   • non avevano idea del perché esattamente essa sia stata così seria:

   • sapevano ormai quanto la risposta al crollo fosse stata inadeguata; e

   • non avevano, comunque, un barlume di idea su come aggiustare il casino fatto…

… per questo, avendolo capito per bene, ora se ne andava…

●La situazione dell’economia – che c’è sempre chi insiste a dipingere in rosa acceso, ma a vanvera[143] – l’ha riassunta una volta tanto senza troppe circonlocuzioni il presidente della Fed Ben Bernanke a una riunione di banchieri centrali a Jackson Hole, amena località sciistica del Wyoming, a inizio settembre: la ripresa è più debole, parecchio più debole, di quanto ci si aspettasse – di quanto loro, cioè, si aspettassero – ma “la deflazione non è un rischio significativo[144].

Infatti, la Fed lascia il tasso di interesse dov’era e, per la prima volta in una dichiarazione scritta,  riconosce che il tasso di inflazione è ormai sotto al dato “coerente col suo mandato” (a agosto all’1,1%, dall’1,2 di luglio). Insomma, casomai, adesso e anche nelle sue previsioni a breve e (forse) pure a medio termine, se c’è qualche pericolo, viene semmai da un pizzico di deflazione…

Su un giornale, dal quale tutto meno che questo ci si sarebbe potuto aspettare, il WP, esce un titolo sul tema inflazione che definire strabiliante è poco: —“Come e perché un po’ di inflazione potrebbe rilanciare l’economia[145]. E’ il discorso, peraltro del tutto sensato nel contesto attuale  dell’economia americana e non generalizzabile, naturalmente, a tutti e a ciascun paese, che hanno da tempo avanzato sovversivi pericolosi come Gregory Mankiw, ex economista capo di Bush, Olivier Blanchard, capo economista del FMI e lo stesso presidente della Fed, Ben Bernanke…

Lui potrebbe operativamente fissare un obiettivo di inflazione al 3-4%, se avesse il coraggio di farlo e non solo di chiacchierarci sopra, visto che è da lui che dipende… Ma ovviamente non lo fa, perché, al solito, predica bene – nel contesto della recessione che alligna – ma razzola poco e male, o per niente.

Per cui dice, adesso, è pronta ad aumentare le sue “facilitazioni quantitative”— cioè, ad acquistare direttamente essa dal Tesoro bond e titoli pubblici invece di aspettare che siano collocati alle aste di mercato come collateralizzazione che inietta più immediata e ingente liquidità sul mercato senza toccare un tasso di sconto che è già, comunque, a un livello assai basso. Titoli di Stato e oro vanno subito su… e scende per contro il dollaro: cosa che, però, stavolta al Tesoro non dispiace per niente[146]

E l’ha descritta in pochissime righe, questa situazione nel suo complesso, con nomi e cognomi stavolta, il Nobel Paul Krugman sul NYT[147]: l’economia americana “è stata malamente azzoppata dalla crisi finanziaria. L’azione del presidente ha limitato il danno. Ma è stato troppo cauto. E la disoccupazione rimane disastrosamente elevata. E’ necessaria più azione da parte del governo e più decisa. Pure, l’opinione pubblica ce l’ha di brutto con l’attivismo del governo e sembra disposta a impartire ai democratici una severa sconfitta alle elezioni di medio termine di novembre”. Solo che “il presidente in questione è Franklin Delano Roosevelt, e l’anno è il 1938”.

Non stiamo parlando di Obama, cioè… ma è proprio come se stessimo parlando di Obama. Certo, per l’ottusità, l’ignoranza degli oppositori politici e anche di molti suoi sostenitori e per l’egoismo sfrenato degli americani che stanno meglio e anche di non pochi dei suoi… Ma anche perché, adesso, Obama ha ripetuto tal quali, “gli errori del ’37 quando F.D.R. dando retta a chi si diceva terrorizzato dal deficit crescente mise troppo presto fine allo stimolo fiscale. Ora, Obama ha fatto proprio lo stesso errore con uno stimolo di dimensioni insufficienti e di durata troppo corta: finché è durato ha aiutato la crescita, ma è appena riuscito a intaccare il monte dei disoccupati— e adesso sta scomparendo del tutto”.

Poi, a “sistemare” tutto, obbligando al colossale stimolo fiscale del deficit di guerra venne, appunto, la seconda guerra mondiale. Oggi non si può… Diciamo, non si dovrebbe, non si potrebbe: a parte ogni considerazione etica, anche perché, oggi, ci sono le bombe atomiche che allora non c’erano…

●Ora, ad agosto, in effetti, il settore privato ha creato 67.000 nuovi posti di lavoro ma, al netto di questo aumento, ne ha persi ancora 54.000, col tasso di disoccupazione ufficiale che sale al 9,6% dal 9,5 di luglio. Commenta il NYT, ricordando che il presidente Obama, pur giudicando – al solito ottimisticamente – che l’economia “si muove in direzione positiva”, ha appena annunciato che il suo governo sta valutando nuovi passi per migliorare l’economia.

Però, “probabilmente si tratterà di piccoli passi perché le sue opzioni risultano limitate da un Congresso dove la voglia di aumentare la spesa prima delle elezioni di medio termine è limitato, coi repubblicani che sperano di riconquistare la maggioranza sia al Senato che alla Camera dei rappresentanti[148]. E che, quasi sicuramente, almeno alla Camera, ci riusciranno. Anche perché qui, ancor più che altrove, le elezioni parlamentari di medio termine sono una corsa senza remore e freni tra candidati che puzzano tutti, maledettamente, dei soldi di chi li ha finanziati e, tutti sanno, letteralmente comprati…

Ma “i democratici, in effetti, sono profondissimamente nei guai perché non hanno dato risposta efficace alla domanda che preoccupa in modo assolutamente preponderante i lavoratori, uomini e donne, di questo paese: il fatto è che l’economia è troppo debole per fornire i posti di lavoro di cui c’è bisogno per sostenere loro e le loro famiglie.

   E questa incapacità è radicata nel continuo fascino che subiscono i democratici rispetto al credo utile solo ai conservatori che il modo migliore per aiutare la gente comune sia quello di far arricchire ancora di più chi è già ricco, aspettando che le conseguenze benefiche dello ‘sgocciolamento’ della ricchezza che si accumula in alto giù giù verso chi sta in basso porti anche qualche sollievo alle masse che stanno al di sotto[149].

Era la teoria del trickle-down, appunto dello sgocciolamento, inventata da Milton Friedman per Reagan che George H. W. Bush, prima di diventare il suo vice presidente, bollò come ‘economia del voodoo”. Ma che è diventata un diffuso, malefico credo che paralizza da allora in buona parte anche i democratici e penalizza, al dunque, soltanto loro. Per cui, sì, pagheranno. Anche se la crisi l’hanno scatenata l’ingordigia dei ricchi e la copertura politica che loro ha dato Bush il piccolo…

In ogni caso è opportuno qui ricordarsi di ricordare che, appunto, la maggioranza, nell’uno e nell’altro ramo del parlamento, sarebbe – è – adesso ancora in mano ai democratici: che, però, sono paralizzati proprio dalla paura che gli è venuta di spendere troppo, sia pure per dare una mano alla gente comune che si trova davvero nei guai ma che non è forse di per sé e in sé, ancora, maggioranza e, dunque, chi se ne frega…

Questa è la verità. E la verità è che la stessa sindrome da paralisi, di incertezza nella proprie radici ideologiche a fronte di quelle marmoree dei reazionari di ogni striscia e colore, ha colto anche la presidenza…

I fatti sono che, di fronte a una situazione che si sta facendo davvero drammatica:

La DISOCCUPAZIONE oggi, a confronto coi dati dei senza lavoro nelle recessioni precedenti

Mesi trascorsi dal picco

L’asse orizzontale mostra i mesi.

L’asse verticale illustra il rapporto tra il monte salari del lavoro non rurale con quello che era all’inizio della recessione.

La linea nera più evidenziata del grafico rappresenta la situazione attuale.

Insomma, l’occupazione non ce la fa proprio a riprendersi. Questo è stato l’ottavo mese di seguito che ha visto aumentare i posti di lavoro nel settore privato ma in misura del tutto incapace di abbassare il tasso di disoccupazione: non solo dei nuovi senza lavoro ma anche, ovviamente, dello stock accumulato che sale ormai a 14.900.000 persone (la cifra ufficiale, quella dei senza lavoro effettivi è ben superiore). Intanto rallenta significativamente anche la crescita salariale reale[150]

●Certo, è del tutto fasullo lo sforzo di chi – gli stessi economisti che, per anni, non si sono accorti del buco di 8.000 miliardi di dollari della bolla speculativa che in edilizia stava preparando la crisi – monta adesso in cattedra a insegnare che la crisi dell’occupazione non è ciclica ma strutturale: cioè  che non c’è niente da fare. Strutturale – nel contesto – significa infatti che i lavoratori hanno le capacità sbagliate rispetto ai lavori che sono disponibili o che vivono e pretenderebbero di lavorare in posti sbagliati.

Ma se fosse questo, il problema non sarebbe nella carenza di domanda, sarebbe invece nel tipo di lavoratori che sono o non sono soggettivamente (a milioni e milioni!) disponibili (un’altra versione della leggenda marchionnian-sacconiana secondo cui al fondo la colpa è dei lavoratori, della loro impreparazione/indisponibilità.

Questo è l’argomento che in America riprende, sul NYT[151] per esempio, il presidente della Fed di Minneapolis, Narayana R. Kocherlakota, che fa riferimento a numerosissime domande di lavoro che nel paese restano inevase. Ma che, a ben vedere, non sono affatto numerose restando, a paragone con il numero dei disoccupati reali, una volta e mezzo quello che era prima della recessione: nel rapporto, oggi, di un’opportunità reale per ogni dieci richieste[152]...

Ma, al solito, secondo regola autoimpostasi nel mondo da tutta la sinistra in tutte le sue sfumature di stampo masochista, non è solo un argomento della destra economica e politica becera, questo. Pari pari lo va ripetendo, per esempio, anche l’ex presidente Bill Clinton, citato da Paul Krugman come un grullo quando sostiene anche lui, coi Kocherlakota, che la disoccupazione resta così alta perché, come ha detto a uno che lo intervistava recentemente, “la gente non ha capacità di lavoro per i posti di lavoro che oggi sono disponibili[153].

Fregnacce, ribadisce anche Krugman rifacendosi a studi come quello del Roosevelt Institute e altri perfino più documentati pur se meno tecnici, ma perciò anche più convincenti[154]. Sciocchezze non  proprio innocenti, come si vede, che offrono alibi e scuse, appunto, solo alla destra: economica e anche politica.

●Adesso – e sarà una novità di rilievo – se ne andrà dalla Casa Bianca, frustrato e caricato di dubbi insopportabili per le sue leggendarie certezze intellettuali, perché l’economia non si è comportata alla fine come lui aveva previsto facesse – anzi dovesse fare… – anche il massimo consigliere economico del presidente, il prof. Lawrence Summers[155].

E’ l’uomo che, diventato poi ministro del Tesoro nel secondo mandato di Clinton ha ispirato prima le scelte politiche liberiste del presidente in conflitto col suo amico fraterno, prof. Robert Reich, ministro del Lavoro nella prima amministrazione del presidente democratico che lasciò allora il suo posto perché sulla necessità di dare al paese una vera e proprie politica industriale, visto che tanto lo Stato le sue scelte le doveva fare per forza, Summers e Clinton non gli davano retta per niente.

Ora Summers sembra andarsene (questione di qualche settimana) proprio, e al contrario perché Obama, dando ragione in fondo al suo istinto liberista, sta perdendo le elezioni di medio termine e, soprattutto, non riesce a far riprendere l’economia là dove più conta, sull’occupazione.

Scrivendo, già allora con qualche ripensamento, il primo suo contributo di commentatore fisso mensile al più autorevole giornale internazionale finanziario del mondo, il Financial Times[156] britannico, Summers annotava a fine 2006 che, da una parte, l’economia globale era davvero  cresciuta più nel quinquennio precedente (gli anni di Clinton) che in qualsiasi altro quinquennio della storia recente. Ma anche che, dall’altra, “in gran parte del mondo cresceva la delusione”. Perché continuava a crescere, e anzi cresceva ancor più iniquamente sperequata: di più a chi era già ricco, di meno a chi era più povero: specie nei paesi avanzati.

La ragione principale, scriveva, sembra essere che i benefici della crescita stanno andando in gran parte solo a due settori della popolazione mondiale: in Asia certo, a paesi e anche settori di popolazione tra quelli che erano poveri. Nel resto del mondo, invece, a una ristretta élite a livello internazionale.

Dal 1979, in effetti, la parte di reddito lordo che è andata all’1% delle famiglie americane è cresciuta di 7 punti percentuali, fino al 16%. E, nello stesso periodo, è caduta del 7% la porzione di reddito che è andata all’80% della popolazione: di fatto, è come se ogni famiglia di quelle che stanno in quell’80% più povero abbia scritto ogni anno un assegno da $7.000 e lo abbia inviato – lo abbia dovuto inviare – all’1% delle famiglie più ricche”.

No, Summers non arrivava a dire che era ingiusto e inaccettabile. Ma quasi…

●L’economista dell’università di Yale, Robert J. Shiller – uno dei pochi autorevoli che avevano lucidamente visto e previsto e ammonito le cicale folleggianti di Wall Street e del governo, sull’arrivo della tempesta – vede ancora profilarsi anni di vacche magre per l’economia americana che continuerà, certo, a recuperare dalla grande crisi finanziaria cominciata a fine 2007 ma lo farà con fatica e ancora per un periodo non breve.

Shiller commentava[157] il lavoro appena reso pubblico di due giovani economisti, Carmen e Vincent Reinhart[158]: che sono sposati e cercano di far convivere insieme idee tendenzialmente di sinistra (lei) e molto di destra (lui): cosa che a letto può, forse, anche andar bene ma in cattedra è assai più difficile…

Ma non sempre impossibile, se l’analisi parte come in questo caso dai dati oggettivi: qui dalle fonti che sono, per l’occupazione, il dipartimento del Lavoro e, per il reddito pro-capite, il FMI. Dimostrano, spiega Shiller, che sempre nei paesi sviluppati – sempre: cioè negli Stati Uniti, ma poi anche in Francia, in Italia, in Germania, ecc. – il tasso di disoccupazione è stato in media di 5 punti più alto e il PIL, in termini reali – scontata, cioè, l’inflazione – dell’1% più basso che nei 10 anni precedenti una recessione.

Adesso, insomma, sarà ancora assai dura: è peggio che inutile, è stupido seminare illusioni.

●E, nel discorso con cui ha celebrato il 1° maggio americano, che lì cade come s’è spiegato al primo martedì di settembre, Obama ha proposto e si è impegnato a far passare $50 miliardi di spese federali per ripristinare le infrastrutture, anche come un modo utile per creare lavoro[159].

Forse sarebbe stato anche utile che chi ha scritto di questa notizia in America avesse segnalato (come non ha invece fatto quasi nessuno) che si tratta appena dell’1,4% del bilancio e appena del 4% dei $1.200 miliardi di calo di domanda di consumi ($600 miliardi, più altri 600 di calo dell’edilizia dopo lo sgonfiamento della bolla speculativa del settore).

Per dire che l’impatto di una misura come questa rispetto al fabbisogno americano di infrastrutture da ricostituire o da creare da zero[160], non sarà certo particolarmente significativo. Neanche per creare lavoro…

●Preoccupa, adesso, la ripresa dell’inflazione alla produzione[161], spinta anzitutto dai prezzi dell’energia che ad agosto aumentano dello 0,4% dopo essere saliti già dello 0,2 a luglio. E’ il primo rialzo di questo indice chiave in tre mesi e ad esso ha contribuito l’aumento del 2,2% ora, ad agosto, del costo dell’energia. Questa, però, è una misura accolta a livello macroeconomico piuttosto bene, perché l’aumento del prezzo alla produzione si trasferisce subito o quasi anche sul prezzo al consumo – la misura dell’inflazione – e oggi un po’ più di inflazione, con la paura di una recessione che sembra allignare, non è poi vista male…    

●D’altronde quando, come ora, è addirittura il Fondo monetario internazionale a lanciare un appello che suona preoccupatissimo ai governi del mondo perché assumano urgenti e consistenti iniziative “a rilanciare la spesa per sostenere l’occupazione e mettere una pezza”, una grossa pezza, “a un mercato del lavoro messo malissimo[162]. Anche perché, spiega il direttore generale, il numero uno, del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, “se prima non si abbatte il livello della disoccupazione non si ricostituiscono le condizioni della domanda necessaria a superare la crisi economica e neanche la crisi finanziaria internazionale”…

uando a lanciare l’allarme e a chiedere ai grandi paesi del’economia globale di preoccuparsi in modo specifco a

●E anche i dati sulla bilancia commerciale a luglio[163] sono a dir meno ambivalenti: il deficit si riduce del 14%, di $2,8 miliardi, con $196 miliardi di import contro 153 di export: deficit  precisamente di $42,77 miliardi nel mese, sempre molto alto. In ogni caso, il deficit in questo caso denota un andamento economico che continua ad essere piuttosto maligno.

●In Iraq, ora che è cominciato il ritiro delle truppe americane – poi si vedrà – il compito di garantire l’unità del paese passa, come era con e sotto Saddam, alle forze armate irachene. E nel paese delle tre grandi etnie da sempre rivali, delle mille tribù, una più fiera e spinosa dell’altra, delle sètte religiose che l’una – come da noi nel 1600, diciamo – condanna e tratta da eretica l’altra, l’esercito iracheno che come è stato ricostituito riflette molte di – se non tutte – queste divisioni dovrà dimostrare di riuscire ad essere come era sotto Saddam una forza di coesione. E non è detto per niente che ci riesca senza un Saddam…

●E’ formalmente previsto – e anche annunciato, come abbiamo già segnalato – che la Blackwater, la compagnia americana militare privata chiamata anche al Pentagono esercito-ombra – guardioni, mercenari, truppe specializzate pagate con fondi pubblici per fare parte della guerra per conto delle Forze armate – rimpiazzerà non pochi dei 50.000 soldati americani che sono stati ritirati da Bagdad.

Ma la Blackwater puzza: si scopre, adesso[164], che aveva recuperato molti dei contratti col Pentagono che le erano stati cancellati dagli iracheni dopo una serie di gravissimi incidenti (omicidi di massa, e decine di crimini di guerra contro la popolazione civile compresi) dalle conseguenze penali e civili dei quali solo la protezione dei militari americani l’aveva salvata, creando una serie di aziende prestanome per fare laggiù tale e quale lo stesso remunerativo lavoro mercenario di sempre[165]

●Intanto, Al-Iraqiya, la coalizione “laica” che sfida il primo ministro attuale, al-Maliki, costituita su basi non dichiaratamente settarie – non solo, o precipuamente, sciite – intorno al suo predecessore al-Allawi, si va sgretolando. Nel sordo braccio di ferro tra l’Iran, dichiaratamente filo al-Maliki, perché dichiaratamente filo-sciita e dichiaratamente da Teheran dipendente, e gli USA, non troppo nascostamente filo al-Allawi, anche lui ammanicato ma meno dipendente dall’Iran, ha vinto chiaramente la nuova potenza regionale vicina rispetto alla grande superpotenza lontana e, comunque, ormai in allontanamento annunciato.

Si delinea, infatti, come annuncia un deputato di al-Iraqiya, Kazim al-Shamri, che con lui una trentina di deputati si sarebbero costituiti in un nuovo blocco, la Tendenza moderata nazionale[166], insoddisfatti del modo in cui la coalizione ha condotto i negoziati con gli altri gruppi per la formazione del nuovo governo. Anche sei membri della lista personale, il movimento per l’accordo nazionale, del capo-coalizione al-Allawi avrebbero aderito alla TMN che, capeggiata dal deputato Tala al-Zubaidi, intende comunque restare parte della coalizione al-Iraqiya (o questi hanno copiato Fini, o Fini ha imparato da loro…), secondo al-Shamri. Altri diciotto membri della coalizione avrebbero anch’essi preso le distanze, annunciando di voler formare un nuovo gruppo che si chiamerà al-Qarieewn— la corretta via

Anche sul fronte dell’altra coalizione, però, le cose si complicano e seriamente: l’INA, l’Alleanza nazionale irachena che, con il partito del primo ministro al-Maliki, e col gruppo di Muqtada al-Sadr, forma (formava?) la coalizione sciita, Stato della Legge, a inizio settembre ha annunciato[167] (ma il punto è che si tratta sempre di coalizioni assai poco coese: dove chi si alza prima la mattina parla per primo e fa notizia, spesso…) di aver cambiato il proprio candidato abbandonando la candidatura di Maliki e puntando sul vice presidente Adel Abdel Mahdi. E tutto si riapre… Forse.

●O, meglio, sembra riaprirsi…, perché intanto giunge notizia che ormai il candidato praticamente di tutti sta ridiventando proprio l’attuale PM al-Maliki: però la fonte di questa notizia è il vice presidente americano Joe Biden, citato “a senso” però, e non fra virgolette, é lo stesso al-Maliki… E bisogna verificare, perciò, quanto anche qui la voce sia poi credibile— che ormai gli stessi USA e quasi tutti gli Stati arabi (Arabia saudita, Giordania, Egitto, Emirati e anche la non araba ma islamica Turchia) sarebbero schierati dietro al-Maliki…) hanno deciso di mollare Allawi[168].

E, come è ben noto, al-Maliki è anche il candidato di Teheran. Inoltre, ormai quasi a chiudere il cerchio – anche se ci vorrà ancora molto tempo a metterci sopra il settimo sigillo – pure Massoud Barzani, presidente del governo del Kurdistan iracheno, avrebbe reso noto direttamente ad Allawi che il suo candidato è al-Maliki.

Infine, anche e perfino, buon ultimo, il gruppo di al-Sadr sembra quasi rassegnarsi: anche se non voterà per Maliki (ma si vedrà…) nel caso in cui comunque venisse scelto lo sosterrebbe[169]. Uno degli associati più vicini ad al-Sadr, Bahaa al-Aaraji, spiega che l’opposizione loro, di sempre, a al-Maliki non è ma stata, infatti, alla persona ma “soltanto” al suo modo di fare il primo ministro.

Per cui, spiega un esponente di peso del gruppo Sadr, Muhammad Duraji, che appoggeranno la componente al-Ahrar del gruppo INA, parte anch’essa della coalizione dello stesso al-Maliki (peggio che da noi nei nostri blocchi sia di centro-destra che di centro-sinistra…): essa sta preparando una bozza di proposta di legge costituzionale che precisa e, dunque, riduce i poteri del premier “per evitare il ripetersi del suo comportamento dittatoriale e di quello della sua componente ‘Stato della Legge’ [170]… pur alleata di tutti questi suoi critici.   

Al-Maliki stesso pare convinto di non avere, al dunque, la certezza di vincere e di doversi rassegnare a fare, in qualche modo, coalizione con tutti quelli che può anche se si odiano cordialmente a vicenda. Pure al-Allawi sembra aver capito, pero, che mentre può arrivare a influire davvero sulla formazione della coalizione di governo per lui sarà pressoché impossibile arrivare alla premiership vista la complessa struttura etnica e settaria del paese e dei molti interessi contrapposti e complici tutti a lui ostili.

In ogni caso, ancora una volta, rifiuta di fare coalizione con al-Maliki: a nome della sua coalizione al-Iraqiya aferma con grande sicurezza che “una premiership di al-Maliki sarebbe una disgrazia che il paese non si può permettere di veder ripetersi”. In ogni caso, “se la disgrazia si verificasse”, al-Iraqiya non vuole saperne di condividere per essa alcuna responsabilità[171].

Ci sono notizie – da verificare anch’esse però, perché è forte il sospetto di una delle tante mosse nella continua guerra anti-insorti, non la prima del capillare e diffuso moloch mediatico orchestrato dal governo americano – di divergenze, e anche di scissioni e lotte interne, al movimento jihadista che al momento agisce in questo paese, lo Stato islamico dell’Iraq (ISI).

Un sito comparso all’improvviso, chiamato Daralhayat.com, parla di un nuovo gruppo di insorti,  autobattezzato Movimento per il Rinnovamento e la Correzione, che sarebbe sorto a spaccare l’ISI ripromettendosi “aprendo una nuova pagina” di “isolare quei leaders che, dall’esterno del paese, ne marginalizzano i comandanti leali”, sprecando – anche – risorse e finanziamenti[172]…   

●In realtà, è avviata a sciogliersi ormai – ma non senza altri traumi per gli americani, che d’altra parte sono ormai soli da tempo, dopo lo squagliamento della “coalizione dei volenti” accozzata da Bush – tutta la scombinata e criminale avventura in Iraq. Continua maledettamente a puzzare. Ci siamo procurati, con qualche difficoltà, appena è uscito, il libro di memorie che, prematuramente e avventurosamente, l’ex primo ministro britannico Blair ha voluto scrivere[173].

Per ora – magari se serve ci ritorniamo sopra – non possiamo che limitarci a condannare per la parte dedicata all’Iraq il ruolo non piccolo che personalmente egli svolse nell’accompagnare, forse addirittura nell’incoraggiare, il neofita George il piccolo a scatenare la guerra come mezzo per ridare “a un America, l’11 settembre castrata da Osama bin Laden, l’illusione del suo onore” legandola all’ “attacco a un paese sovrano che non aveva avuto niente”, proprio niente, “a che fare” – come Blair stesso nel suo scritto è obbligato a dire – “con” l’infamia del “l’11 settembre”[174].

●Manifestando nel modo più efficace che può la propria protesta contro il solito bombardamento di aerei senza pilota che, alla ricerca dei talebani, ha ammazzato un mucchio di soldati regolari delle sue forze armate, il Pakistan ha bloccato il transito dei rifornimenti americani e alleati per l’Afganistan a Torkham, appena a nord di Peshawar. Dice il ministro degli Interni Rehman Malik che c’è da chiarire “se la NATO ci considera alla fine alleati o nemici e, finché non lo farà, il blocco resta[175] e il presidente pakistano Asif Ali Zardari, comunica la sua decisione “operativa immediatamente” al capo della CIA, Leon Panetta, denunciando l’inaccettabile attacco alla sovranità del paese[176]

●Il crollo della Kabul Bank, la maggiore banca privata del paese, costringe il governo ad intervenire in Corruptistan come, a Washington, chiamano tutti – e soprattutto i suoi più saldi alleati – ormai l’Afganistan, il paese governato dai Hamid Karzai, quello con la bustina di astrakan e il fluente elegante mantello verde e oro: che, si capisce in nome della libertà, appoggiamo anche noi con decine di morti e feriti nostri, tanti civili loro ammazzati e molti molti quattrini bruciati.

Di fronte all’assalto dei risparmiatori che vogliono ritirare i depositi, Karzai deve intervenire a salvare la Kabul Bank (di fatto, a nazionalizzarla) con fondi pubblici anche perché tutti i salari e gli stipendi degli impiegati dello Stato, compresi quelli del governo, delle Forze armate e di quelle di sicurezza, anche private ma pubblicamente pagate coi soldi degli aiuti americani (300.000 dipendenti, più o meno), insieme ai depositi dei maggiori tra signori della guerra e produttori ed esportatori dell’oppio, passano per la KB[177].

L’ondata di panico era stata scatenata la settimana prima col licenziamento d’autorità del presidente e dell’AD della KB da parte della Banca centrale dopo la scoperta – nota a tutti nel paese da tempo, però – che aveva finanziato allo scoperto e senza garanzie la campagna elettorale del presidente Karzai e rischiato decine di milioni di dollari in rischiose avventura edilizie a Dubai.

●Più in generale, su questo nodo ormai molto pruriginoso della corruzione eretta a sistema – sistena di gestione, di governance più che di governo – in tutto il paese e a tutti i livelli istituzionali e burocratici, gli americani si stanno rassegnando. Viene riferito, autorevolmente[178], come ormai sia opinione di elementi chiave dell’Amministrazione che è necessario fare un passo indietro e smetterla di premere su Karzai perché dia al paese un tipo di legislazione – e, poi, di applicazione della legge stessa – di tipo americano.

Bisognerà, cioè, che i casi di corruzione interni alla struttura del potere afgano siano risolti fuori della ribalta e senza che, soprattutto, intervenga il potere giudiziario, con compromessi che salvino la faccia a tutti, ma soprattutto a tutti i maggiorenti implicati. Dicevamo, ma malamente a veder bene, secondo stile, modello, cultura occidentale, separazione dei poteri e bla bla… Ma la realtà è, naturalmente, che spesso anche da noi non funziona proprio così o, quando ci si riescono, anche da noi si sforzano di non farla andare proprio così (vero, Cavalier Berlusconi?).

●Sempre sull’Afganistan, il presidente della Polonia, Bronislaw Komorowski, che parlava dopo un incontro col Segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e certo non casualmente, ha denunciato[179] con qualche asprezza (Rasmussen è stato preso del tutto alla sprovvista) che il peso finanziario della guerra per le forze armate del paese (il 7° corpo di spedizione straniero con oltre 2.000 soldati a presidio soprattutto della provincia di Ghazni, nella zona centrorientale) è diventato insopportabile, sottraendo all’esercito polacco risorse vitali per la sua modernizzazione.

Komorowski ha annunciato che, a partire dal 2011, la Polonia ha comunque deciso di ridurre il suo contingente e reso noto che il suo paese è del’idea che bisogna ormai definire con chiarezza i tempi del ritiro e della fine di tutta la missione militare internazionale.

●Le elezioni legislative tenute nella terza settimana di settembre (2.477 candidati nelle 34 province, di cui circa 400 donne: tutti e tutte però – ma c’è poco da scandalizzarsi: proprio come da noi – designati/e da capi e cacicchi nazionali e locali) sono andate, come si dice, così così:

   • sul piano del clima in cui sono state tenute, va subito constatato che – sintetizzando con il Guardian – —Il livello di violenza nelle elezioni è salito, “di più di un terzo rispetto alle presidenziali dell’anno scorso[180]: un disastro…

   • quanto al risultato, ha votato un terzo, o appena più, degli elettori e a macchia di leopardo: come sostanzialmente decretavano che dovessero votare “liberamente” i capi locali, quando i voti non sono stati buttati via e sostituiti all’ingrosso da buste di schede pre-segnate.

Il cautissimo rappresentante sociale dell’ONU, Staffan de Mistura, dice che stanno emergendo “magari al dettaglio molti casi di frode al dettaglio insieme a diffusissime irregolarità[181]. Il fatto, nota chi commenta, è che le frodi al dettaglio molto spesso sono tutto quel di cui c’è bisogno per spostare il risultato di queste elezioni, con seggi tra l’altro distribuiti sulla base di un censimento che non si tiene più da decenni.

Del resto, come scrive il NYT[182], in questo paese e da questo paese sempre inspiegabilmente esterrefatto perché sempre incapace di vederlo e di leggerlo per quello che è, stanno emergendo con prepotenza dati e prove che la “frode sistematica elettorale è stata così diffusa da aver influito sui risultati almeno in un terzo dei seggi”: in un processo di democratizzazione forzata e fasulla che, come volevasi dimostrare e oggi è dimostrato, non dà una mano a nessun afgano e fa ricchi solo corruttori e corrotti, karzai e karzaisti: quelli che noi inverosimilmente ancora appoggiamo, facendo finta per salvarci l’anima che siano democratici…

La realtà, ormai a tutti visibile, dimostra – come dice, senza infingimenti, un’acuta scrittrice afgano-britannica[183] – che proprio quanti stanno al potere nel paese, al governo, nei governatorati, ecc., ecc. – i maggiori beneficiari, o gli unici forse, della guerra e degli aiuti finanziari e economici che si è portata dietro – sono proprio le stesse persone – la classe dei corrotti e dei corruttori – che minano ogni possibile progresso alla democrazia, intesa come forma e soprattutto sostanza— come dice la tradizione americana, governo del popolo, con il popolo, per il popolo…

I russi, col ministro della Difesa Serdyukov, hanno offerto ad americani, francesi e anche agli altri contingenti che la NATO ha schierato in questo paese, di affittare i loro grandi aerei da trasporto militare carico, in particolare gli Ilyushin Il-96, per i rifornimenti alle truppe a Kabul e altrove. I russi farebbero funzionare aerei che fermi sarebbero molto costosi da mantenere, molto meno onerosi comunque dei loro analoghi americani, e il servizio potrebbe essere davvero utile agli alleati NATO[184]...   

●Sta, a poco a poco, diventando più chiaro che la via d’uscita dall’avventura afgana è quella di dichiarare vinta la guerra contro al-Qaeda – che, effettivamente, da un punto di vista operativo è ormai del tutto destrutturata sia in Afganistan che in Pakistan (non più di qualche centinaio di militanti ancora in funzione, dicono i servizi segreti americani) – e di prender atto che l’obiettivo per cui fu dichiarata – come disse Bush all’inizio si trattava di “disrupt, dismantle and defeat scombussolare, smantellare e sconfiggere” Al Qaeda “ed impedirne la rinascita.

Ma poi anche, ed insieme, di riconoscere che coi talebani è tutt’altra cosa: sul loro terreno, a casa loro, dalla loro hanno, e lo vedono tutti, la storia, la risolutezza e il tempo che serve loro a aspettare che tutti si stanchino e se ne vadano: come ormai è inevitabile, e anche annunciato, con Cameron che non vuole vedere più nel paese un solo soldato britannico al massimo dal 2015 e Obama che dall’anno prossimo già dice che cominceranno a ritirarsi anche gli americani. Gli altri dell’ISAF faranno a gara, ovviamente, al di là delle chiacchiere pseudo-umanitaristiche, per non rimanere ultimi o penultimi col cerino in mano…

●Sbagliando completamente argomentazione, il gen. Petraeus a capo del contingente americano e NATO in Afganistan, s’è opposto duramente al piano annunciato da un folle reverendo (sic!) americano, il pastore Terry Jones, che presiede, a Gainesville in Florida, una delle miriadi di strane congregazioni che formano qui la costellazione fondamentalista evangelica, di bruciare il Corano pubblicamente, per protesta contro la costruenda “moschea” (un centro culturale, poi) di Manhattan e di chiamare le televisioni del mondo a filmare e ritrasmettere l’evento “perché – dice – l’America dovrebbe piantarla di chiedere scusa e di inchinarsi ai re”. In definitiva, perché il mio fondamentalismo è “più meglio” del tuo esseno, il mio, infatti, cristiano…

Forse il tapino è davvero convinto, chi sa?, che a Kabul ci sia ancora il re. Ma – gli spiega Petraeus – è meglio evitare: perché “il piano potrebbe mettere in pericolo le truppe americane e la sicurezza degli americani in tutto il mondo, con le immagini del Corano bruciato che sarebbero usate dagli estremisti islamici per infiammare gli animi e attizzare violenze[185]. E ha chiaramente ragione.

Ma la ragione vera per cui andrebbe fermata, ragion prima ancora che di ordine pubblico di pura decenza, la mano dell’idiota di turno è che la sua sarebbe solo una provocazione immonda ed infame… alla Borghezio e la sua testa di maiale, per capirci. E, infatti, mentre e dopo che le reazioni iniziali, preventive addirittura, hanno cominciato ad esserci (una ventina di morti), all’ultimo minuto ci ha ripensato…

Ma ci ha rinunciato, il “reverendo”, come gli idioti delle televisioni mezzo mondo hanno continuato a chiamarlo (reverendo, gerundio – dice il vocabolario – cioè uno da riverire!), solo dopo aver incassato donazioni per quasi €12 milioni e aver incamerato tutta la pubblicità che ha potuto attirarsi. Infatti, questa è l’America, paese degli estremi e di tutte le opportunità per ogni estremista… Più oltraggiose sono le loro tirate e più spazio danno loro, in effetti, tutti gli Emilio Fede locali.

Solo che, come ci sembra sia stato ben notato, una volta l’America era il paese dove tutti avevano il diritto di costruirsi una chiesa o una moschea o un centro culturale fosse quello che fosse dove volevano, anche se i più non volevano; e tutti avevano il diritto di distruggere un libro, qualsiasi libro per quanto sacro per te o per me, anche se i più non volevano.

Non sembra essere più questo, l’America… anche se questa lettura a vedere appena al di là della prima pagina è sempre stata metà realtà e metà leggenda. Ma, secondo alcuni – non pochi – il diniego pubblico dei più al lasciarli fare è già il segno che l’America ha perso e quelli hanno vinto.

●L’attivissimo ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, nella sua allocuzione inaugurale dell’anno accademico della diplomazia russa[186] afferma, in contrasto evidente con le posizioni statunitensi e di quanti pedissequamente li seguono, che una regolazione efficace del programma nucleare – qualsiasi esso sia – dell’Iran non è tanto questione di diritti ma di opportunità e di reali possibilità politiche (cioè, non solo ma anche dei rapporti di forza) e, soprattutto, di chiarezza e di una continua cooperazione con l’Agenzia internazionale dell’energia atomica delle Nazioni Unite.

E che di questa chiarezza, non dell’ambiguità che inevitabilmente nutre il sospetto, ha bisogno anzitutto l’Iran. E’ chiaro, aggiunge, che una posizione di assoluto rispetto del diritto di tutti, Iran compreso, va anche assunta dal gruppo dei cosiddetti P-5+1, viste le “imperfezioni” – le chiama così – nel regime attuale di non proliferazione nucleare e la soluzione di questi problemi non potrà essere che “sistemica” – cioè: riguardare tutti.

Israele compresa (resta non detto, però, se e fino a che punto anche le superpotenze atomiche, Russia e USA…) – e basata sul diritto internazionale—  uguale sempre e comunque per tutti. Sulla base del principio che sono i negoziati, di regola, e non le sanzioni a scandire modi e tempi della convivenza internazionale ma, anche, a ottenere poi risultati.

●Stesso messaggio, quasi con le stesse parole certo con gli stessi concetti – l’Iran deve poter vedere rispettati tutti i suoi diritti; ma oggi, in questo momento, il mondo deve essere meglio rassicurato da Teheran sui piani e le intenzioni che ha – invia contemporaneamente la Cina…

Il ministero degli Esteri di Pechino lo dichiara commentando l’ennesimo rapporto dell’AIEA sul programma nucleare iraniano che non arriva a concludere niente – non accusa l’Iran di essere passato alla costruzione di un’arma atomica – ma non è in grado neanche di smentire niente, presentato a inizio settembre. Esso dice come Teheran, in effetti, pur attenta a non violare quelli che, secondo il Trattato di non proliferazione sono i suoi obblighi (apertura alle ispezioni, ecc.), nei fatti non dimostri mai una totale diligenza nella coopera zone.

Ad esempio, accusandoli magari di poca lealtà e di lavorare più che per l’AIEA stessa per i servizi americani, accetti certi ispettori, anche americani magari, rifiutandone altri. Come la lettera degli accordi con l’AIEA gli consente ma come non si usa fare – però è anche l’unico firmatario del TNP, per non parlare di chi neanche è firmatario, a subire questo regime di occhiute ispezioni…).

Il responsabile iraniano del programma di sviluppo dell’energia nucleare, Ali Akbar Salehi, che dà una lettura articolata del rapporto AIEA apprezzandolo in parte e, in parte, criticandone la “politicizzazione” al servizio di interessi “estranei”, ad esempio specifica che se l’AIEA è in grado di “indicarci una volta per tutte quale clausola degli accordi con l’Iran conseguenti alla nostra firma del TNP la autorizza ad ispezionare le nostre installazioni ad acqua pesante [arricchita di deuterio, un isotopo dell’idrogeno che può servire alla ricerca di energia nucleare civile, ma anche militare] permetteremo subito ai suoi ispettori di visitare gli impianti. Ma, noi, quella clausola non l’abbiamo proprio trovata: perché, semplicemente, non c’è[187].

Allo stesso tempo, dopo aver buttato fumo dalle narici al podio dell’Assemblea generale dell’ONU (non aveva niente da perdere, è vero: Obama tendeva la mano, sì, ma sempre e solo se l’Iran non pretendeva di avere gli stessi diritti degli altri, di Israele in specie, se riconosceva cioè di essere uno Stato sovrano ma figlio di un Allah minore), dire, come ha detto che dietro le Torri gemelle ci stavano i servizi segreti americani, un non americano – e specie quello lì – quelle cose e da quel podio non le doveva dire: e poco conta che oltre il 30% degli americani siano della stessa opinione…

Subito dopo lo stesso Ahmadinejad dice, però, che l’Iran potrebbe anche rinunciare ad arricchirsi un  solo grammo di uranio (finora lo aveva sempre rivendicato come diritto sovrano: e in linea di principio, naturalmente, continua a farlo) perché il suo governo, dice, è stato costretto ad arricchirsi l’uranio per produrre isotopi necessari alla ricerca medica perché gli USA e i loro alleati, politicizzando la questione all’estremo non gli hanno mai concretamente offerto l’uranio arricchito che serve. Se l’ostacolo solo e vero è l’arricchimento iraniano al 20% per la ricerca, e glielo forniscono loro, bene, si può fare[188]

E il messaggio, nuovo in questi termini, quanto è credibile. E quanto dura?

●D’altra parte, e ancora una volta nel solito esercizio di ipocrisia della cosiddetta “comunità internazionale”, all’AIEA è stata respinta di stretta misura (51 voti a 456 con moltissimi astenuti o assenti, ingiustificati anche se molto intimiditi) una risoluzione sponsorizzata dai paesi arabi che chiedeva di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare globale anche a Israele, non dunque solo a Israele come, accusando di antisemitismo chi lo chiedeva, diceva Gerusalemme.

Il NYT festeggia l’esito del voto come “una vittoria diplomatica per gli Stati Uniti” che avevano chiesto in effetti, ma sconsideratamente, con Israele di votare no dopo che un anno fa avevano chiesto anche loro, di aderire a Gerusalemme: con pernacchio israeliano di scontato ritorno[189]. Al colmo dell’ipocrisia diplomatica, il delegato americano Glyn Davies ha addiritura dichiarato che non chiedendo a Israele di aderire al TNP “vince l’opportunità di progredire verso un Medioriente libero da ogni arma nucleare”: cioè, quella iraniana che non c’è e, forse, ci potrebbe essere e quelle, al plurale, israeliane che invece già ci sono[190]

La Cina, invece di sollevare polveroni e proteste che solo all’Iran chiedono di fare cose che nessun altro fa, come vuole e chiede a tutti i suoi interlocutori di fare l’America, di questo all’Iran invece dà atto: pur chiedendogli – con un colpo al cerchio oltre che alla botte – di cooperare con l’AIEApienamente[191]: dove l’ambiguità dell’appello è tutta in quell’avverbio…Ma “spera che tutte le parti interessate incrementino i loro sforzi di cooperazione e riprendano dialogo e negoziati alla ricerca di una soluzione corretta, coerente, onnicomprensiva e a lungo termine di tutta la questione”. Tutti aggettivi che sono miele per l’ipersensibilità dell’Iran…

Messaggio diverso ma in qualche modo concomitante e ancor più rilevante e saggio, tutto politico, ci sembra quel che a Teheran manda a dire Fidel Castro nell’intervista, divisa in parti, che abbiamo già citato in Nota10 qui sopra sul tema che l’Iran, come tutti però, ha il dovere di rassicurare il mondo e soprattutto, non fosse altro per convenienza ma anche perché così è giusto fare per la sua stessa sicurezza, chi si considera e anche è, il suo potenziale più pericoloso avversario, Israele.

Bisogna partirespiega Castro a Ahmadinejad: certo, per quel che vale: ma vale quasi sempre la pena di ragionare con chi come te non la pensa esattamentedalle conseguenze dell’antisemitismo di stampo teologico ‘che è andato avanti forse per duemila anni. Non credo che nella storia ci sia stato popolo più denigrato di quanto siano stati gli ebrei. Direi, molto più complessivamente dei musulmani perché ad essi è stato imputato tutto e il contrario di tutto e nessuno fa lo stesso coi mussulmani’.

   “Ecco, il governo iraniano dovrebbe capire ‘che gli ebrei ‘vennero espulsi dalla loro terra, perseguitati e bistrattati dappertutto nel mondo come il popolo deicida. Ecco a mio avviso quel che è successo loro è un processo di selezione alla rovescia. Cosa è questa selezione alla rovescia? Nel corso di 2000 anni li hanno assoggettati a persecuzioni terribili e poi ai pogroms. Si sarebbe potuto presumere che avrebbero finito con lo sparire; ma sono convinto che a tenerli insieme, come nazione, siano state la loro cultura e la loro religione’.

   “E continuasempre Castrochegli ebrei hanno vissuto un’esistenza molto più dura della nostra. Nella storia non c’è nulla di comparabile all’Olocausto’. A quel punto gli ho chiesto se avrebbe detto a Ahmadinejad quel che aveva appena detto a me. ‘Lo sto dicendo a lei, mi ha risposto, perché lo possa comunicare a lui’[192].

Importante ci sembra notare la comprensibilità, anche semplificatrice certo e qua e là non proprio corretta, della ricostruzione storica con cui Castro parla del problema degli ebrei e della necessità di prender atto di quello che hanno dovuto patire: forse, è l’unico modo di far capire a uno come Ahmadinejad quel che di genuino da parte israeliana sta alla radice di un timore che non sembra soltanto paranoico. E, da notare, è anche la chiarezza con cui ci tiene a confermare “senza possibilità di equivoco alcuno il diritto all’esistenza di Israele”.

Lo fa prendendo con nettezza la distanza dall’antisemitismo e, anche però, senza in alcun modo dar credito alla fola propagandistica israeliana ed americana del presidente iraniano che chiederebbe “la distruzione di Israele”— quando chiede, discutibilmente come per ogni regime change reclamato dall’esterno – tutti e ciascuno: compresi i tanti casi in cui a volerli sono gli americani, per dire – la distruzione del modello di regime israeliano per cui lo Stato deve essere Stato “ebraico” con l’esclusione in radice di chi ebreo non è dal potere e dagli stessi diritti di cittadinanza.

Chi sa se Ahmadinejad arriverà a capirlo che sarebbe anche, e soprattutto, interesse suo e del suo paese chiarire, rendere trasparente, spiegare…

●La guerra interna all’Iran, oltre alla difficile lotta dell’opposizione che non può rischiare di farsi confondere coi nemici esterni del paese o col terrorismo interno, vede anche la diffusione incontrollabile e incontrollata di voci come quelle che semina il principale gruppo terroristico antiregime (così definito dallo stesso Dipartimento di Stato: gran parte della popolazione iraniana lo considera un puro e semplice gruppo di traditori, avendo sostenuto Saddam Hussein nella guerra degli anni ’80 contro l’Iran, i cosiddetti Mujahideen-e-Khalq), affermando di avere e aver fornito a Washington le prove dell’esistenza di un vero e proprio programma di armamenti nucleari iraniani.

Si tratterebbe di un’installazione di arricchimento, la terza del paese (dopo quelle di Natanz e Qom) ma questa segreta denominata Behjatabad-Abyek, vicino alla città di Qazvin a un centinaio di km dal mar Caspio e a 120 km. a nord-ovest di Teheran. Hanno fornito anche foto satellitari (loro? agli americani? come se, poi, le foto del tetto di un edificio ripreso da 150 km. d’altezza potessero di per sé costituire prova di qualcosa che sotto quel tetto, comunque, si trova o si troverebbe…). Il progetto sostengono i MEK, è stato completato all’85% e per esso l’Iran avrebbe già speso $100 milioni: tondi tondi— ma, al solito, bisogna credere loro sulla parola e non lo fa neanche la CIA[193]

Che, anzi, conferma il diniego iraniano. Da  sempre sa di quel’installazione e non ha assolutamente ragioni di credere a quello che dicono i Mujahideen: che sia un impianto di arricchimento nucleare. Infatti, proprio dallo spazio, i satelliti USA sarebbero ben in grado di captare anche il minimo segnale di radiazione… Ma non lo fanno[194]. Non dalle coordinate geografiche che segnalano le informazioni dei MEK.

●Intanto, viene annunciato dal governo che è stata raggiunta l’autosufficienza nella raffinazione della benzina con oltre 66 milioni di litri al giorno: lo afferma (pro-domo?) alla radio nazionale il ministro del Petrolio Massoud Mir-Kazemi, che spiega come finora il paese, fino a questo aumento, raffinava non più di 44 milioni di litri della benzina di cui aveva bisogno[195].

Diversi analisti dubitano della veridicità del fatto, visto che comunque le sanzioni proprio su questo versante avrebbero cominciato, secondo gli americani, ad incidere con la riduzione forzata di importazioni di benzina. Ma, dice il ministro iraniano, l’accelerazione è stata raggiunta grazie proprio alla minaccia e alla riduzione del numero dei fornitori che osavano spernacchiare i desiderata delle sanzioni statunitensi…

E’ una certezza, comunque, che l’afflusso di benzina raffinata dall’estero in settembre, fino a una settimana dalla fine del mese, era diminuito dell’80% su agosto, secondo i calcoli degli importatori: un solo carico, in media 12.000 tonnellate, nel mese. Anche la Turchia in settembre aveva smesso di inviare benzina raffinata all’Iran[196].

Anche dal Giappone, adesso, arrivano notizie, motivate peraltro una volta tanto assai chiaramente da pressioni americane dichiarate e esplicitate: governo e Inpex Corp. ritireranno, perdendoci un mucchio di quattrini tra l’altro, l’impegno che contrattualmente avevano assunto di sviluppare in Iran il giacimento petrolifero di Azadegan. Il governo insiste, ipocritamente, a dire come la decisione sia esclusivamente di impresa, da commercianti per bene quali sono all’Inpex  dove mostrano di sperare di far più soldi evitando di incorrere nelle sanzioni americane[197]

●Invece, e in clamorosa controtendenza, il gigante petrolifero transnazionale, nominalmente anglo-olandese, chiamato Shell ha versato alle casse della società petrolifera di Stato iraniana $1,5 miliardi[198] (in euro, come da qualche tempo, e ovviamente, gli iraniani esigono) per l’acquisto di greggio nel corso di questa estate  incrementando gli affari con Teheran mentre il resto delle compagnie nel mondo li decurtava.

La Shell era ed è anche formalmente nel pieno diritto di farlo in quanto le sanzioni decretate dall’ONU, ma anche quelle suppletive USA e UE, non bandiscono a stretto rigore l’import di petrolio iraniano. Il che non significa che sulla Shell non aumenteranno adesso le pressioni finanziarie e politiche specie americane… Perché, come sempre e ancora una volta, qui il diritto non c’entra niente, ognuno fa quel che vuole e può e chi è più forte, e magari anche solo più prepotente – nel senso che gli altri pro bono pacis, la propria, lo  lasciano fare – lo fa ancora di più…

●Più in generale, viene confermato che la motivazione brutalmente franca – e che, per essere tale, internazionale cioè, deve trattare tutti gli Stati allo steso modo, a prescindere dal piacere o no a uno, o anche a  tutti, il loro regime: che, dunque,  non aveva assolutamente niente a che fare col diritto ma tutto, invece, con le paure di alcuni o di molti e coi rapporti di forza – la ragione citata in marzo da Obama per chiedere e ottenere l’ultima ondata di sanzioni (che “le conseguenze a lungo termine di un Iran armato di bombe nucleari sono inaccettabili”: per i non iraniani, sembra sottinteso, invece va bene…), in effetti qualcosa morde.

Anche se Ahmadinejad all’ONU ha paragonato, con qualche efficacia retorica, le sanzioni “a un fazzoletto usato che è meglio buttare via al più presto possibile[199], ma non perché faccia male solo perché è sporco, in realtà pare che queste ultime sanzioni non impediscano ma ostacolino con qualche efficacia l’export del greggio iraniano. Ma Shell, Total (francese) e API (italiana) – per dire di qualche nome importante – non hanno mai messo l’alt agli scambi. E non certo perché rispettino il diritto internazionale e quello dei popoli alla pari dignità…

Lo fanno perché invece ci guadagnano, ancora almeno – la BP è la più importante tra le grandi sorelle che boicottano totalmente l’Iran…, ma la BP è anche quella più esposta nei confronti dei malumori e della vendetta degli USA per i casini, i danni, che ha provocato e continua a provocare da mesi nel Golfo del Messico… –, ma anche perché la strategia delle sanzioni dettata all’occidente da Washington è piena di buchi.

Formalmente non proibisce in sé l’import di greggio iraniano, come abbiamo visto— almeno, non lo fanno esplicitamente le sanzioni dell’ONU perché proprio questa è stata la condizione implicita di tanti voti in CdS necessari a far passare le sanzioni e quella, invece, esplicitata da Cina e anche Russia per non metterle sotto veto…

Ma poi, spesso, perché la loro operatività ha messo in mostra una serie di conseguenze inattese – ma prevedibilissime in realtà – per chi le aveva volute che contribuiscono a fiaccarle e svilirle. Le sanzioni infatti ostacolano non l’import del greggio ma finanziamento, trasporto e assicurazione del carico che hanno spaventato non pochi importatori, causando ad esempio una fila d’attesa nel Golfo di Suez in estate di una dozzina di petroliere. Ma la proibizione totale vale solo per le compagnie americane e così il vuoto aperto da loro è stato riempito da Shell, API, Total (e altri) che hanno importato con sconti importanti alla fonte le forniture di cui l’Iran doveva liberarsi.

Tute e tre le compagnie hanno giurato e reiterato di non aver ottenuto sconti particolari ma di aver importato a prezzi di mercato. E hanno d etto il vero. Solo che il prezzo di mercato era stato abbassato per la legge della domanda ed offerta dalla sovrabbondanza di greggio che, appunto, si è formata alla fonte…

E’ la contraddizione inerente in queste sanzioni che non proibiscono del tutto perché giuridicamente non le è stato consentito – secondo noi giustamente – di farlo e, anche e soprattutto, perché non lo possono fare: per dirla con le parole di Sir Robert Dalton, già ambasciatore britannico a Teheran, “l’economia mondiale non sarebbe in grado di far fronte alle proprie necessità di greggio se dovesse davvero far senza le grandi risorse dell’Iran[200]. Non possono proibire del tutto, quindi, anche perché non glielo consente il beneamato mercato.

Neanche quando sono estese rispetto al dettato del CdS dell’ONU, come nel caso inglese ad esempio – pure il più rigido dopo quello di fatto, anche lì non proprio di diritto, degli americani – dove “il governo di Sua Maestà” si limita ufficialmente a scoraggiare, anzi letteralemngte “a non incoraggiare il commercio con, o gli investimenti in, Iran[201]. E’ la legge, la schiettezza e, insieme, l’ipocrisia del mercato, che ci volete fare?

Dice: ma l’Iran, comunque, incassa di meno. Già: ma non sono proprio le sanzioni che, aveva promesso sconsideratamente la Clinton, al solito sovraesponendosi prima del voto dell’ONU a giugno, avrebbero “azzoppato l’Iran”. Perché più importante del “quanto incassare”, per Teheran era ed è garantirsi di incassare sempre e comunque e stabilmente…

Questa, di arricchire alcune compagnie che riempiono il vuoto lasciato dalle altre, non pare proprio a dire il vero che fosse in origine l’intenzione con cui le sanzioni vennero votate su pressione inaudita degli Stati Uniti d’America. Dovevano scoraggiare l’Iran dal perseguire – se poi le persegue davvero… – la strada del suo armamento atomico… Ma, al massimo, se e quando  si sente minacciato ancor più da vicino, un regime – un governo qualsiasi – indirizza e concentra su quele che considera priorità davvero prioritarie le risorse che continuano ad affluirgli.

C.v.d.   

●D’altra parte, proprio adesso il governo mette fine, improvvisamente – per timore di trovarsi ancora una volta bloccato dalle reazioni parlamentari e popolari – alla pratica di sussidiare il prezzo della benzina alla pompa[202] – risparmierebbe, dice Ahmadinejad, l’equivalente di 100 miliardi di $ in un anno. Ma la conseguenza sociale, con effetti forse anche politici, è che le bollette di gas, acqua e trasporti pubblici che al prezzo di benzina e combustibili sono legati saltano subito (il calcolo è della Reuters) in su di almeno due, tre volte.

La critica che viene da molti in parlamento non è, in sé, al taglio del sussidio ma proprio al fatto che l’intervento avvenga tutto e tutto insieme – dicono tutti all’opposizione e molti anche della maggioranza di governo – avrebbe dovuto venire spalmato almeno su cinque anni…

●Tra Teheran e Seoul – precisamente fra la Industrial Bank of Korea e la Banca centrale iraniana[203] – è stato raggiunto un accordo “frangiflutti”, come lo chiamano subito i mercati internazionali (serve a tastare disponibilità effettive e possibili reazioni), per regolare direttamente in valuta sud-coreana, il won (1=$0.000861030) le transazioni commerciali bilaterali. L’Iran, ha specificato il ministro della Strategia e delle Finanze sud-coreano, Yoon Jeung-Hyun, aprirà conti nelle due banche disponibili a quelle imprese che agiscono bilateralmente depositando in quei conti i contanti necessari a coprire le operazioni di export e di import.

●Uno Stato arabo, il Bahrain, uno dei più piccoli ma anche dei più ricchi, rompe il fronte propagandisticamente compatto anti-iraniano voluto dagli Stati Uniti e dichiara adesso che la sicurezza dell’Iran equivale alla sua e quella di tutto il Medioriente, per cui il governo bahrainiano non potrebbe accettare minacce o aggressioni contro quella Repubblica. Cosa possa concretamente voler dire una dichiarazione simile, non è francamente chiaro a nessuno, ma l’Iran mostra di gradire enormemente, politicamente, il messaggio.

Lo dichiara il primo ministro, Sheikh Khalifah bin Salman al-Khalifah nel corso di un incontro degli Stati della regione (intesa in senso lato: oltre a molti degli Stati del Golfo c’erano nche rappresentanti di Egitto, Turchia e Giordania) che registrava anche la presenza del ministro iraniano degli Interni, Mostafà Mohammad-Najjar e quella, di un sorpreso e visibilmente irritato ministro saudita degli Interni, principe Naif bin Abdul Aziz Al-Saud.

La posizione dell’Iran sulle questioni globali contribuisce, ha voluto sottolineare nella riunione tenuta a Manama la capitale del regno, a consolidare la sicurezza regionale anche dando un senso di orgoglio al mondo islamico mentre potenze “extraterritoriali”, come lui le chiama, “agiscono per destabilizzare la regione spingendo verso obiettivi malsani[204].

●Nel contenzioso tra Israele e Iran, USA e Iran e, in modo meno isterico, tra Iran e “comunità” cosiddetta “internazionale” – non aiuta, di certo, la risposta secca – anche scontata e scontatamente sprezzante nel tono: quella di sempre, no![205] – che il governo di Israele dà alla richiesta formale dell’ONU (della AIEA: stavolta senza neanche il veto americano a “salvarla” a priori dal dover dare risposta) di sottoscrivere finalmente il trattato di non proliferazione nucleare.

Nega con forza, e anche con qualche irritazione (“una battuta puramente pubblicitaria”), il presidente palestinese Mahmoud Abbas la frase con la quale (“siamo quasi alla vigilia di un vero e proprio compromesso storico”) il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva commentato l’incontro di Washington con Obama. Non c’è compromesso possibile, ha specificato, se alla fine i nodi centrali del conflitto (come l’occupazione dei territori, i confini, lo status di Gerusalemme) non vengono risolti.

Dice anche che non potrà, però, riconoscere Israele come Stato “ebraico” perché condannerebbe chiunque non fosse ebreo a uno status di cittadino di seconda dignità. E arriva a minacciare di andarsene e di sciogliere l’ANP se avrà l’impressione di colloqui di pace che si trascinassero senza costrutto e senza speranza[206]. E questa è una minaccia che qualche concretezza ce l’ha – anche se non è detto che lo potrebbe fare da solo – perché l’ipotesi lascerebbe l’unica rappresentanza dei palestinesi a Hamas: una minaccia per lui, certo, ma forse ancora di più per gli israeliani e gli americani…

●Ma il fatto è che questa manfrina non avrà fine finché Obama continuerà a consentirla: finché non si deciderà a dire, e pubblicamente, a Netanyahu che il gioco è finito: che finché ogni costruzione di insediamenti illegali non cesserà definitivamente e Israele non cercherà davvero la pace su quella base e su quella del riconoscimento reciproco di due Stati sovrani per due popoli, a Israele non arriverà più un solo dollaro dei miliardi che ogni anno le regala l’America in aiuti militari e civili. Anche perché servono proprio a consolidare le occupazioni illegali e i loro ‘coloni’ votati non al sogno sionista ma solo al fanatismo del peggior sionismo: quello che esclude gli altri e riconosce diritti solo a sé e ai suoi.

Ma il presidente non trova il coraggio politico e morale per dirlo e farlo, questo passo. Così, come volevasi dimostrare, quindi – e la consequenzialità dell’avverbio è del tutto voluta – a scadenza il 27 settembre Netanyahu proclama formalmente la fine già preannunciata del blocco ai lavori per nuovi e vecchi insediamenti nei territori occupati e, ancora una volta, per l’ennesima volta – tanto alla fine tutti l’ingoieranno: ma è qui che sbaglia, ancora una volta e per l’ennesima volta – condanna ogni speranza di pace. Però, adesso, chi reagirà – e come – al misfatto compiuto[207]?

●In Libano – e, denuncia Israele[208], in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite: cui Israele tiene moltissimo…, quando riguardano gli altri, anche rispetto al Libano stesso di cui ancora occupa pezzi di territorio – gli Hezbollah libanesi hanno schierato ben 15.000 razzi lungo il confine. Sono, dice, quattro volte di più di quelli schierati alla vigilia della guerra col Libano del 2006, con una gittata in grado di raggiungere ogni area di Israele, dal confine fino ad Eilat all’estremo sud del paese. E si tratta di armi più accurate e con maggior potere esplosivo di quelle di cui Hezbollah disponeva nel 2006.

L’Amministrazione Obama sta cercando di capire, su questo fronte, se e come superare il veto della lobby filo-israeliana al Congresso che, da mesi, blocca gli aiuti militari già decisi per le forze armate libanesi. Il fatto è che deputati e senatori pensano che le armi americane cedute a Beirut potrebbero anche essere usate contro Israele se Gerusalemme mai decidesse di attaccare di nuovo il Libano… e lo dicono papale papale perché, secondo loro, Israele ha e avrà sempre ragione: soprattutto quando poi avesse torto[209].

●Intanto, il primo ministro Saad al-Hariri ha riconosciuto lo “sbaglio” che “per ragioni politiche” – per accelerare il distacco del paese dal grande vicino del Nord – commisero lui e il suo partito quando accusarono la Siria di aver istigato, organizzato e portato a compimento l’attentato che nel 2005 portò ala morte suo padre, il primo ministro Rafiq al-Hariri.

E’ stato secco ed esplicito nel dire di essere stato “indotto” (però non dice da chi… ma tutti capiscono che sta parlando di Bush e dei suoi) a credere che il complotto fosse siriano, mentre la Siria non c’entrava niente con l’assassinio, e di aver “sbagliato nell’accusare Damasco”, istigando poi, anche su spinta di alleati potenti (sempre Bush) l’inchiesta dell’ONU sull’assassinio stesso che si sta adesso inevitabilmente arenando[210].

●Sembra aprirsi in Yemen per l’interventismo americano un nuovo fronte – dopo Iraq e Afganistan – di guerra vera e propria anti al-Qaeda. Qui – a metà d’accordo con quel governo, a metà no – il ministro degli Esteri Abu Bakr al-Kurbi conferma a mezza bocca che gli Stati Uniti stanno sviluppando un’azione intensa di bombardamento di sospetti campi di terroristi. Anzi, hanno sviluppato, precisa, perché poi gli abbiamo ritirato il consenso perché i loro bombardamenti si sono  rivelati “controproducenti”.

Il governo, conferma l’esponente yemenita, sta anche dando la caccia al mullah Anwar al-Awlaki, uno che, nato in America, è sulla lista most wanted degli USA. Aggiunge, però, che lo Yemen non lo consegnerà agli USA— ma ci ripenserà, se riescono a catturarlo, vedrete: gli americani lo pagano quasi quanto pagherebbero per bin Laden[211]

●Invece la Russia non dà proprio ascolto ai timori di Israele che, vendendo alla Siria missili cruise nave-terra supersonici P-800 Yakhont (portata 300 km., a confronto con gli americani Tomahawk e Harpoon che sono però subsonici; e coi 45 km di portata massima del francese Exocet) viene accusata da Gerusalemme di cederle tout court ai terroristi.

La Russia non ci crede e anzi lo esclude (Damasco è un governo sovrano e anche assai responsabile e non risulta aver mai – mai: non risulta neanche a Israele – ceduto armi a movimenti di stampo terroristico) e quando Israele minaccia in ritorsione di vendere armi sue in aree di importanza strategica per Mosca, nella capitale russa sghignazzano con qualche credibilità: perché è un fatto  che la Georgia viene da tempo armata da Gerusalemme e il suo esercito addestrato dai soldati israeliani…

Il piano russo di consegnare gli Yakhont a Damasco, spiegano a Gerusalemme, firmato inizialmente nel 2007, non è coerente con la cooperazione russo-israeliana. Sia Israele che gli Stati Uniti, informa il ministro della Difesa Serdyukov, hanno chiesto a Mosca di soprassedere. Ma la Russia è decisa a mantenere il suo impegno con la Siria, visto che mantiene tutti gli impegni assunti con Israele e USA[212].

Non passano che pochi giorni e il ministro della Difesa israeliano Barak annuncia di andare a Washington per prendere subito le contromisure… e anche qualcosa di più. In effetti, conta di avere finalmente il via libera americano per la cessione (gratuita: aiuti militari) di missili cruise più avanzati di quelli che a Gerusalemme da tempo sono già stati forniti e anche (spera) di bombe speciali del tipo GBU-28 a penetrazione per la distruzione di bunker sotterranei come quelli dove Israele dice che gli iraniani nascondono i loro laboratori di ricerca nucleare e, forse, anche i loro tentativi di costruirsi la bomba[213].

A Teheran, invece, la Russia blocca la vendita degli S-300 terra-aria all’Iran perché è convinta che siano coperti dalla risoluzione del CdS dell’ONU, dice – ma dice solo adesso – il capo dello Stato maggiore Nikolai Makarov[214]. Adesso, aggiunge, dipende dall’Iran se il contrato sarà cancellato…. Il fatto è che l’ordine era già stato pagato e, a stare a quel che dice un deputato con competenza in materia, Alaeddin Boroujerdi che presiede la Commissione parlamentare di Sicurezza e politica internazionale, Teheran potrebbe portare la questione in giudizio nelle sedi previste (il Foro di Zurigo) e chiedere il compenso previsto in caso di non rispetto dei termini contrattuali.

La Russia, come dicono a Teheran, sulla questione dell’Iran in effetti “rivolta il mosto” – noi diremmo ciurla nel manico – dice e fa una cosa e poi ne dice e fa un’altra, vota le sanzioni e poi le interpreta a modo rigorosamente suo, non a quello che vorrebbe l’America, dice no alla consegna degli S-300 già pagati dagli ayatollah e, poi, consegna loro chiavi in mano il reattore nucleare di Bushehr perché quello già l’hanno pagato… in un susseguirsi di prese di posizione che, almeno in apparenza, sembrano barcamenarsi tra esigenze estremamente contraddittorie.

Anche se l’impianto, adesso viene annunciato, dovrebbe partire operativamente – cioè produrre e distribuire energia – solo, forse, tra gennaio e febbraio. Perché il suo avvio concreto è stato ritardato dall’attacco di un virus elettronico autoreplicante particolarmente distruttivo e sofisticato, lo Stuxnet, che l’Iran “sospetta” – per ora non dice di più – proprio per la sua sofisticazione riconducibile non a un gruppo di hacksters professionali ma a strutture statuali vere e proprie. E, del resto, sono “diplomatici e servizi di sicurezza – cioè di spionaggio –  a dire che i governi occidentali e Israele considerano il sabotaggio come un modo efficace di rallentare il lavoro dell’Iran sul nucleare[215].

Adesso, col suo ministro degli Esteri Lavrov, la Russia spiega così la sua posizione, discordante per lo meno, alla radio pubblica statunitense[216] che, e  insieme,

   • non c’è prova che l’Iran stia lavorando a fabbricasi la bomba: ma per far togliere le sanzioni che gli ha votato contro l’ONU – anche se, appunto, lui stesso chiarisce che non c’è nessuna prova di comportamenti iraniani “maligni”, l’Iran deve “provare” che il suo programma nucleare è pacifico… la prova in negativo del fuoco e dell’acqua, insomma, di medievale memoria (se ti do fuoco e non bruci, o ti butto in acqua legato e non anneghi, vuol dire che sei innocente perché Dio ti protegge…);

   • però, deve essere chiaro che le sanzioni servono a poco o niente e che nessun attacco a Teheran potrebbe essere tollerato per conseguenze negative che avrebbe su tutto il Medioriente e non solo.

Allo stesso tempo, e tanto per confondere ancora un poco le acque, chiarisce il vice di Lavrov, Alexei Borodavkin, “Russia e Iran manterranno la loro tradizionale cooperazione militare[217]… Infine, e a coronamento del quadro, il presidente Medvedev, prima incassa le lodi alla sua leadership esternate pubblicamente dalla Casa Bianca ansiosa di dimostrare “la cooperazione in atto con la Russia alla comunità internazionale” ma ancor più al Senato “che sta discutendo della ratifica del Trattato SALT[218]; e, poi, essendo stati gli americani al solito tanto poco attenti alle nuances, alle sfumature, dei rapporti internazionali e l’opinione pubblica degli altri – nella fattispecie dei russi stessi – deve affrettarsi a far dichiarare, ufficiosamente, che si è trattato di lodi “non richieste e neanche gradite”.

GERMANIA

●L’improvvisa, ma ormai anche stabile, crescita del valore dello yen non solo nei confronti del dollaro ma anche dell’euro sta dando una bella spinta – come se ne avesse bisogno – all’export tedesco[219]. Nell’anno appena passato a fine agosto lo yen si è rafforzato sull’euro del 19%, quasi il doppio che rispetto al dollaro. Dall’agosto 2008, in due anni, lo yen è salito sull’euro del 36%… E, se per l’export tedesco è una manna, per quello giapponese è davvero un problema: si spalancano al primo, in effetti, larghi spazi che finora copriva il secondo, soprattutto nel campo della robotica industriale. Gli ultimi dati tedeschi in materia sono sempre in aumento ma stanno anche ormai rallentando: l’export di luglio cresce del 18,7% anno su anno per un valore in aumento del 24,9% con esportazioni valutate a €83 miliardi e importazioni a €69,5.

●L’attivo della bilancia dei pagamenti, rileva la Bundesbank, tocca 9 miliardi di €. Però… Però, destagionalizzate e corrette per l’inflazione, le esportazioni nell’ultimo trimestre – da giugno ad agosto – gli ultimissimi mesi, sono in realtà diminuite dell’1,5% da giugno con importazioni che, anch’esse destagionalizzate, calano del 2,2%.

Da gennaio a giugno, e a fronte dei risultati dello stesso periodo dell’anno prima, l’export complessivo è però cresciuto del 17,1% (€458,3 miliardi) e, a prezzi destagionalizzati, comunque al 16,6%. La Cina in questo semestre è diventato il fornitore maggiore del paese (import a +35,6%, per €34,6 miliardi), seguita dall’Olanda[220].    

●Anche la produzione industriale è andata peggio delle attese, salendo solo dello 0,1% a luglio invece del previsto 1%. Adesso le attese sono a un PIL che nel terzo trimestre cresca dello 0,6% (rispetto al forte 2,2 del secondo) e nell’anno, comunque, del 3,3-3,4%.

●E, adesso è confermato, il deficit di bilancio è salito a €59,7 miliardi per la prima metà dell’anno, 2 in più che nella prima metà del 2009. La spesa pubblica è cresciuta a 557,4 miliardi sempre a confronto con lo stesso periodo dello scorso anno[221].

●Insomma, gli indicatori sembrano puntare a un qualche rallentamento[222]. Come negli Stati Uniti. E il combinato-disposto potrebbe preconizzare una nuova generale frenata. La Germania, che compra e vende più di metà dei beni e dei servizi che produce dentro i confini dell’Unione europea, dal 2003 al 2008 è stata il maggior esportatore di merci del mondo. Da allora è sta scavalcata dalla Cina.

●Il governo ha deciso che i 17 reattori nucleari che avrebbero dovuto chiudere definitivamente nel 2021 avranno prolungata l’esistenza in media per altri 12 anni. E’un piano assai controverso anche nella coalizione, che introduce pure una tassa sui produttori di energia per finanziare lo sviluppo di fonti di energia rinnovabile[223].

Con un’inversione di rotta di forte rilievo, i social-democratici all’opposizione hanno deciso, anche con un ricorso al referendum qui poco usuale, di opporsi al prolungamento di vita delle 17 centrali esistenti facendo leva sull’avversione – dicono e sperano – crescente nel paese alle nuove centrali nucleari e su quella – dicono e sentono – anch0essa montante a un’immigrazione “non regolata o mal regolata”, come la chiamano, per tentare di sfidare la coalizione al governo[224].

Gli ultimi sondaggi danno i cristiano-democratici di Merkel, coi loro alleati liberal-democratici, in perdita secca insieme di ben 10 punti rispetto alle elezioni e solo al 37% dei favori degli elettori, mentre i Verdi all’opposizione sono al 18%, mai raggiunto prima, e il principale partito di alternativa al governo, l’SPD stesso, al 29%: in ascesa rispetto al pessimo 21% delle ultime elezioni.

●In ogni caso, assicura il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, la Germania darà applicazione a tutte le misure di austerità già annunciate malgrado alcuni recenti dati di crescita obiettivamente migliori. Il fabbisogno dovrà scendere, di qui al 2014, da 57 a 24 miliardi di €[225].

FRANCIA

●A fine settembre il governo ha reso note previsioni di bilancio per il 2011 caratterizzate anzitutto dalla cessazione annunciata delle misure di stimolo a carico della spesa pubblica che sarà “congelata”. I ministri delle Finanze, Lagarde, e del Bilancio, Baroin, dichiarano che una simile mossa “non ha precedenti” (il che, fa osservare l’opposizione, non significa di per sé che sia una buona mossa, specie nella congiuntura attuale di debolezza economica).

Il bilancio, così, taglierebbe il deficit dal 7,7% del PIL nel 2010 al 6 del 2011, su una proiezione  di crescita preconizzata al 2% per l’anno. Le spese di sostegno alla crescita cadrebbero da 70,5 a 2,9 miliardi di euro[226]. Alla fine del secondo trimestre il debito pubblico raggiunge €1.591 miliardi, crescendo di 56 sul primo trimestre e in percentuale del PIL arriva all’82,9%, 2,5 punti in più dei tre mesi precedenti[227].

●Cala la disoccupazione nel secondo trimestre, al 9,3% nelle aree metropolitane con un totale di 26.000.000 di persone che restano senza lavoro. Anche qui, lettura ottimistica (“è una svolta”) della ministra delle Finanze Lagard[228].

●Il grande umanista e lottatore indefesso per i diritti dell’uomo nel mondo – in Russia, in Cina, in Iran e a Cuba… – il ministro degli Esteri Bernard Kouchner, è stato talmente scosso, insieme pare a qualche altro membro del gabinetto – e ha tenuto a dirlo lui stesso ai media: l’unica cosa che sa fare davvero bene – da aver minacciato le dimissioni[229] sulle misure di espulsione sommaria decretata da Sarkozy contro i Rom tra gli applausi dei Maroni[230] e di tutti gli xenofobi d’Europa.

Ma, si capisce, le ha solo minacciate, mica le ha date (per cui, dateci retta, non prendeteli sul serio questi difensori di ruolo, quasi professionale, dei diritti dell’uomo e della donna), anche se le misure sono restate quelle che erano state decretate e se perfino la di regola placida Commissaria europea Viviane Reding sbotta a bollare le misure di “pulizia etnica” franco-maroniana (una specifica etnia nel mirino) come una vera e propria “vergogna[231], analoga mutatis mutandis (non siamo ai campi di concentramento…) a quella che contro gli zingari scatenarono i nazisti nel corso della seconda guerra mondiale.

Certo, resta il sospetto che a far andare la Reding fuori dei gangheri (in un secondo momento, s’è dovuta correggere, scusandosi per essersi lasciata andare a un’indignazione fuori tono più che fuori misura) più che le misure in sé della discriminazione anti-Rom sia stato il fatto che stavolta il ministro degli Interni francese Brice Hortefeux aveva impudicamente mentito, come ha rivelato le Monde

Il fatto è che è necessario, però, prestare attenzione a tutte le dimensioni del fenomeno Rom. Perché le reazioni di discriminazione e anche di razzismo, diciamoci la verità, non sono solo cosa di Francia ed Italia ma da secoli sono in atto, sulle basi di vecchi tabù di tipo etnico, culturale, radicati però speso su fatti oggettivi e comportamenti individuali diffusi tanto da far massa e impressione e diventare spesso pregiudiziale a livello diffusamente popolare in tanti diversi paesi dell’Unione. Anche la civilissima Danimarca, per non dire di tutta l’Europa orientale.

Insomma, più sdegnata forse perché turlupinata che per la “persecuzione” dei Rom… Fino a pochi giorni prima, in fondo, alla Commissione erano bastati e avanzati i dinieghi ufficiali dei governi europei per assicurare di non aver potuto notare alcun segno di discriminazione specifica contro i Rom in nessun paese del’Unione…e neanche in Francia malgrado tutti gli esempi concreti in contrario.

Adesso, la Reding annuncia invece che proporrà subito, al riguardo, una procedura formale di infrazione, quasi per “indecenza” (il non rispetto dei princípi e valori del Trattato sulla non discriminazione, per di più in questo caso anche verso cittadini europei), al presidente della Commissione contro il governo francese… Che, si capisce, non ci sta – e reagisce di brutto – ad essere così bollato ma sembra anche esitare a valorizzare l’appoggio anche troppo spudoratamente entusiasta, per non risultare un po’ imbarazzante, che invece alla linea della discriminazione anti-Rom offre subito palazzo Chigi, personalmente col premier.

L’Eliseo sottolinea un po’ di più, invece, il sostegno sul metodo, per così dire, che gli ha dato il governo tedesco, prendendo nettamente le distanze dalle misure prese da Sarkozy ma chiedendo, insieme alla Commissione di moderare, per così dire, il linguaggio (“non è accettabile e fa molto male sentirsi accusare di metodi analoghi a quelli dei nazisti”, dice il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle), mentre ribadisce il dissenso di fondo del suo paese dalla linea di Parigi e alla Francia domanda – e fa sapere di domandare[232] – di rispettare i diritti di tutti i cittadini europei, senza eccezione.

In ogni caso, il 16 settembre il vertice europeo di Bruxelles, che aveva all’o.d.g. come punto principale le questioni serissime della stasi economica dell’Europa e di cosa fare insieme per cercare di affrontarla con efficacia, è stato praticamente scippato dalla diatriba sui Roma, o Zingari, o Gipsy, o Rom, o Sinti – però, tutti cittadini europei sono – su Sarkozy, sul suo amico Berlusca, sulle loro iniziative e la loro compatibilità coi Trattati europei e i diritti dell’uomo…

E, per la prima volta nella storia della Commissione, personalmente il presidente Barroso ha tenuto duro il principio: la discriminazione etnica nell’Unione è “inaccettabile” e chi la pratica, anche se la chiama diversamente, “dovrà” correggere il suo fare. Non c’è conclusione al durissimo dibattito  (un quasi alterco tra Merkel e Sarkozy, hanno detto alcuni dei presenti) ma finalmente anche un morbidone come Barroso fa sentire il “ruggito del topo”. Bisognerà riparlarne al prossimo vertice… Intanto, il Cavaliere – che al solito s’accontenta di poco – dice della sua contentezza perché il tema dei Rom in Europa, anche se in tal modo anomalo e improvvido, passa all’o.d.g. dell’Europa.

Adesso, a fine mese, la Commissione avverte che potrebbe dover iniziare secondo le procedure una vera e propria azione legale contro il governo francese per l’espulsione che sta attuando di cittadini romeni e bulgari di etnia Rom perché la Francia non ha ancora tradotto in  legislazione nazionale appropriata la Direttiva sul libero movimento dei cittadini comunitari all’interno dell’Unione.

La Commissione invierà a breve una lettera formale che ne chiederà conto, spiegando che se la Francia continuerà ad evadere quello che anche per essa è un obbligo (le Direttive sono leggi, in Europa), o non indicherà almeno (ah, almeno…) un calendario preciso per l’adozione della Direttiva stessa, dovrà affrontare (per quel che conta, sicuro…) una (ohibò!) “procedura di infrazione”. Ma, allo stesso tempo, rende noto Bruxelles, i servizi della Commissaria Viviane Reding  stanno valutando la situazione in altri paesi membri (parecchi, Italia compresa) per assicurarsi della loro adesione effettiva alla Direttiva[233].

●La riforma delle pensioni[234], nodo su cui i sindacati già fecero cadere Alain Juppé, uno dei vari primi ministri di Jacques Chirac, costringendo poi anche il presidente stesso a far marcia indietro, sta diventando una specie di rischia-tutto per i sindacati, certo, che a quel precedente “glorioso” si richiamano inevitabilmente un po’ tutti[235], ma anche per Nicolas Sarkozy, che ci ha puntato sopra come asse portante e politicamente simbolico di tutta la sua politica di riforme.

Cioè, di controriforme liberiste (taglio del bilancio per riallinearsi al moderatismo fiscale, taglio del welfare per i lavoratori tutti, faccia feroce verso immigrati e minoranze: è l’agenda della sessione speciale del parlamento convocata dal presidente; per le pensioni aumento dell’età pensionistica da 60 a 62 anni e risparmio sugli impegni contrattuali per, dicono, €70 miliardi)[236] su cui sta puntando per un recupero della sua presidenza in precipitoso calo di qualsiasi credibilità (non gli interessano almeno per ora i favori popolari ma quelli dei potentati economico-industrial-finanziari del paese: è su questi che punta per recuperare verso il gran mucchio informe dei piccoli borghesi che formano cuore e budella del paese).

GRAN BRETAGNA

Blair, nelle Memorie che ha appena licenziato alle stampe, malignamente, la settimana prima del congresso del partito laburista (malignamente perché, tra l’altro, dice che ha ragione il governo Cameron costi quel che costi alla gente nel tagliare il bilancio senza preoccuparsi troppo dei sacrifici che tanto a lui non toccano) rifiuta di scusarsi, pur lamentando i troppi morti della guerra, per le scelte sciagurate che ha fatto e le colossali menzogne che ha detto pur di trascinare il paese e con esso una parte d’Europa in guerra in Iraq nel 2003 alla coda di Bush il piccolo…

Ma, scrive un commentatore[237], esclamando che “siamo al di là della parodia, chiede scusa per aver voluto la legge che ha vietato la caccia alla volpe…  perché era cara – dice – a una certa parte della popolazione britannica”.

●In ogni caso, di un’incollatura (50,7% dei voti contro il 49,3), alla vigilia del tradizionale Congresso annuale di settembre, il Labour si è dato un nuovo leader, Ed Miliband, che ha battuto in dirittura il fratello maggiore (la prima volta in vita sua che il 41enne Ed non è restato alle calcagna del 44enne David) al quarto round di un complicatissimo sistema di votazioni che, man mano, ha eliminato un candidato per volta tra i cinque in lizza e che aveva visto al round iniziale passare per primo proprio David Miliband. E ha vinto grazie al sostegno quasi compatto dei delegati del sindacato.

Dei due – e, tutto sommato, forse di tutti i candidati – Ed è quello che più si caratterizzava a sinistra (uno dei pochi esponenti, ma non ancora deputati del Labour, che si espose alle vendette di Blair esprimendosi nettamente contro l’attacco all’Iraq e contro Blair stesso, l’imbroglione arrivò a chiamarlo una volta, che impose la guerra al partito e al paese per lecca**lismo spinto nei confronti di Bush) mentre il fratello era stato a lungo il preferito dell’ala blairista del partito come successore e, se necessario, eventuale sfidante di Brown, allontanandosi da quell’abbraccio mortale solo nelle ultimissime settimane.

Come hanno subito commentato in molti al Congresso, alla fine nel partito sulla ragione e le sue fredde ragioni (fasulle però: che si vince al centro, meglio ancora al centro-destra) ha vinto il sentimento, la frustrazione e in parte la ribellione, anche se di poco. Le prime parole di Ed Miliband (figlio di un influente intellettuale marxista, ebreo e esule dallo stalinismo polacco dell’immediato dopoguerra) sono state di conciliazione all’interno, l’impegno a non buttarsi “sconsideratamente” a sinistra – ovvio, no? – e una vera e propria dichiarazione di guerra al governo conservator-liberale, alla sua “visione” e al suo programma di tagli a welfare e spesa pubblica.

●Il deficit commerciale si è allargato ancora a luglio a 8,7 miliardi di sterline (10,5 di €). Si tratta del maggior “rosso” mensile da quando hanno cominciato a tenerne il computo, dodici anni fa[238].

●La disoccupazione marca, calcolata sul numero dei soli senza lavoro che chiedono formalmente e superando i mille ostacoli sul percorso appositamente distribuiti, resta al 7,8% nei tre mesi che finiscono a luglio: e, invece, è chiaramente di parecchio maggiore[239].

GIAPPONE

● A fronte di una crescita che ristagna e di uno yen forte che sta penalizzando l’export, la parte più dinamica dell’economia (tanto che, per la prima volta dal 2004, il governo è intervenuto a frenare il vigore della valuta dopo che aveva raggiunto il 15% di apprezzamento sul dollaro[240]), Tokyo annuncia un nuovo pacchetto di stimolo fiscale di 11.000 miliardi di yen ($130 miliardi): soprattutto come prestiti quasi gratis alle banche (ma non si capisce quale efficacia possa avere una tale misura qui, dove il tasso d’interesse è già quasi a zero e anche quelli praticati dalle banche sono già bassissimi) e aiuti ai giovani che cercano lavoro[241].

●L’attivo dei conti correnti cresce del 26,1% a luglio, sullo stesso mese dell’anno prima[242]. Ma l’ export rallenta la crescita, per il sesto mese consecutivo sia per gli effetti di uno yen troppo forte sul dollaro, sia per il raffreddamento ancora in corso della domanda globale e il suo impatto su un’economia ancora fragile. L’attivo della bilancia commerciale resta, a $1,2 miliardi ad agosto ma è caduto del 37,5% dall’anno prima, con import che cresce del 17,9% a $58 miliardi ed export +15,8%, pari a $60 miliardi, non ancora destagionalizzato[243]

●Il primo ministro Kan ha annunciato una leggera riduzione del pacchetto di stimolo[244] che resta a un consistente ammontare, comunque, di 915 miliardi di yen, circa $11 miliardi, per stimolare i consumi interni, combattere la deflazione e frenare le conseguenze immediate sull’export di uno yen forte. Il tutto, portando ad un aumento del PIL dello 0,3%, dovrebbe aiutare a creare 200.000 nuovi posti di lavoro in un’economia che ha bisogno di aiuto ma non è poi tanto debole quanto s’era paventato. Dunque, il governo non emetterà, come s’era ipotizzato in un primo tempo, nuovi titoli per il finanziamento di queste misure d’emergenza ma attingerà a un fondo di riserva del bilancio 2010.

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●Il duello al vertice per la leadership del partito democratico, che da poco aveva sbaraccato da un potere cinquantennale il vecchio partito liberal-democratico, la “balena bianca”, tra il primo ministro Naoto Kan e lo sfidante Ichiro Ozawa, uno dei principali maggiorenti del partito, svolto rigorosamente secondo le procedure interne codificate, ha registrato alla fine la vittoria del premier in carica, che resta perciò leader del partito di maggioranza e, di conseguenza, anche primo ministro, dopo aver rimpiazzato sei mesi fa il precedente premier, dimissionario.

La piattaforma di Ozawa era carica, a sentire i suoi avversari, di populismo. In effetti, proponeva di annullare – direttamente, semplicemente e unilateralmente – il trattato che consente agli americani di tenersi la base militare che dal 1945 hanno voluto a Okinawa, prospettava di aumentare la spesa pubblica alla faccia del debito, sovvenzionare gli agricoltori in misura proporzionalmente inversa all’estensione dell’area che coltivano (di più ai piccoli) ed intervenire sul mercato dei cambi per ridurre l’impennata dello yen che sta penalizzando le esportazioni.

Il primo ministro in carica impostava la propria difesa autopresentandosi, invece, come leader responsabile e realistico e capace, seguendo – e, certo, anche “accompagnando”, ma con misure prudenti – il mercato e il rapporto con gli alleati, di rilanciare l’economia, l’autostima e il prestigio estero del paese duramente colpito dall’annuncio ufficiale di essere stato scavalcato dalla Cina come seconda economia più ricca del mondo[245].

●Kan, dopo la vittoria interna insiste, anche, sulla necessità di tenere fermi i legami di sicurezza con gli Stati Uniti, aggiornandoli alle condizioni (e ai rapporti di forza) del 21° secolo ma, pleonasticamente nel senso di ovviamente aggiungendo, “nella misura del possibile”. Kan, che parlava celebrando il 50° anniversario del Trattato di reciproca sicurezza con gli USA, davanti all’ambasciatore americano, John Roos, del ministro della Difesa, Toshimi Kitazawa e del capo di stato maggiore delle Forze armate, Ryoichi Oriki, ha sottolineato i “nuovi incerti elementi” che, per la sicurezza del paese, rappresentano la più “forte” presenza della Corea del Nord e della Cina nell’area.

Trattasi di una strana lamentazione, del tipo delle maledizioni conto la pioggia e Giove pluvio che la manda… Perché si tratta di realtà di fatto immodificabili da qualsiasi intervento o alleanza che volontaristicamente si vogliano imporre e gestibili, invece, solo con una grande diplomazia fatta di politica, commerci e rapporti nuovi.

Anche Kan, però – come il suo predecessore Yukio Hatoyama che sull’impegno non mantenuto (in pochi mesi peraltro) di ottenere lo spostamento della base dei marines americani a Okinawa alla fine è caduto – non può evitare di evocare la necessità di “alleggerire il peso” di quella base sulla prefettura di Okinawa… Che significa molto e, però, anche niente[246]

L’elezione interna al partito, alla fine, il 14 settembre, con 721 voti contro 491 ma “ponderati”, come si dice, con un sistema di voto che fa contare di più alcuni delegati  e meno, molto meno, altri  ha dato la vittoria a Kan[247]. Il voto in sé, però, non dà conto del clima drammatico dello scontro perché, calcolando ad esempio solo i voti dei parlamentari (tutti delegati di diritto), il primo ministro con 206 ne ha presi solo sei più del rivale. Per gli standard di una democrazia annoiata e quasi addormentata come questa nipponica è stata, anzitutto, quasi una rivoluzione.

Ha vinto un voto che gli “esperti” insistono a descrivere come tra due stili politici diversi, uno più posato e che valorizza anzitutto la stabilità e la continuità sostanziale nel cambiamento di facciata (Kan), l’altro che pur identificato con un vecchio pilastro della continuità del partito – la continuità di un’opposizione che è durata quasi mezzo secolo… – si proponeva a livello di governo, invece, come più innovativo, addirittura “eversivo” e, come dire?, sicuramente più destabilizzante.

In realtà, Kan sarà un primo ministro estremamente attento ai sondaggi, un pragmatico che governerà scegliendo volta per volta la linea facile e piatta del conformismo e Ozawa, alla fine, ha perso probabilmente perché è un vecchio arnese della politica politicante che ha cercati di riciclarsi un po’ troppo bruscamente per restare credibile. O che, proprio per questo, ha messo paura a molti dei suoi… Succedesse anche a chi diciamo noi.

 


 

[1] In un libro appena pubblicato dal titolo Deutschland schafft sich ab La Germania si autodistrugge, 2010, DVA Sachbuch ed., München.  

[2] Yahoo!News, 1.9.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), UN: Global food prices highest in 2 years ONU: i prezzì alimentari globali al massimo da due anni (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100901/ap_on_bi_ge/eu_un_food_ prices/).

[3] BBC News Business, 3.9.2010, FAO calls meeting to discuss meeting on food price concerns— La FAO convoca un incontro sulle preoccupazioni relative al prezzo delle derrate alimentari (cfr. www.bbc.co.uk/news/business-11177346/). La riunione, allietata da una tipica giornata assolata del tardo settembre romano, non è poi servita davvero a un granché.

   Dice il comunicato finale dell’incontro, che ha messo poi insieme esperti da 75 paesi, che essi “hanno riconosciuto come i recenti bruschi e improvvisi picchi dei prezzi  delle derrate alimentari rappresentino effettivamente una grave minaccia per la sicurezza alimentare di molti paesi e di molti popoli e “raccomandano di continuare a lavorare per affrontarne le cause di fondo” (FAO, 24.9.2010, La volatilità dei prezzi alimentari una minaccia per la sicurezza alimentare, cfr www.fao.org/news/story/it/item/45690/icode//).

   Diagnosi quanto mai precisa… Ma ci voleva davvero un incontro al vertice per dirci questo?  

[4] New York Times, 3.9.2010, N. MacFarquahar, U.N. Raises Concerns as Global Food Prices Jump Aumentano le preoccupazioni all’ONU mentre si impennano i prezzi globali delle derrate;

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

e Observer, 5.9.10, R. Patel, Mozambique's food riots – the true face of global warming— In Mozambico, rivolte per la fame – il vero volto del riscaldamento globale.

[5] Agenzia Interfax, 7.9.2010, Russia should harvest at least 80 mln tonnes of grain in 2011 – Skrynnik La ministra Skrynnick dice che la Russia dovrebbe raccogliere nel 2011 almeno 80 milioni di tonnellate di grano (cfr. www.interfax.com/newsinf.asp?id=187 546/).

[6] New York Times, 2.8.2010, C. Robertson e C. Krauss, Gulf Spill Is the Largest of Its Kind, Scientists Say— Gli scienziati affermano che la perdita di greggio è la peggiore di sempre.

[7] New York Times, 2.9.2010, C. Krauss e J.M. Broder, BP Says Limits on Drilling Imperil Oil Spill Payouts— La BP dice che i limiti alle trivellazioni mettono in pericolo i rimborsi per lo spargimento di greggio.   

[8] E-Book, NPEN, 23.9.2010, Britain’s  Broken  Economy  and  how  to  mend  it L’economia  britannica  è  rotta  –   e  come  aggiustarla  (cfr. http://www.lwbooks.co.uk/ebooks/BritainsBrokenEconomy.pdf/). 

[9] Nota congiunturale 9-2010, Nota17.

[10] Agenzia Reuters, 2.9.10, EU firms urge China to drop barriers to business— Le imprese europee premono sulla Cina perché lasci cadere le barriere al far affari (cfr. http://www.reuters.com/article/idUSTOE68008020100902/); e China Economic Review, 8.2010, European Union Chamber of Commerce in China Camera di commercio della UE in Cina  (cfr. www.sinomedia.net/eb/v200901 /index.html/).

[11] Lo dice seccamente, e praticamente proprio con queste parole, il presidente stesso della Camera di Commercio a Pechino dell’Unione europea, Jacques de Boisseson, sempre alla Reuters, 2.9.2010, EU firms in China stay put despite obstacles— Le imprese europee in Cina ci resteranno malgrado gli ostacoli (cfr. www.reuters.com/article/idUSTOE68104C2 0100902/).

[12] Financial Times, 7.9.2010, J. Anderlini e M. Dickie, China vows to treat foreign business fairly La Cina si impegna a trattare correttamene le imprese straniere (cfr. www.ft.com/cms/s/0/0880387e-ba34-11df-8804-00144feabdc0.html/).

[13] Beijing Review, 7.9.2010, China's Import Drive to Be Launched— Una grande campagna di importazioni verrà ora lanciata (cfr. www.bjreview.com.cn/headline/txt/2010-09/07/content_296577.htm/).

[14] People’s Daily (Quotidiano del Popolo), 8.9.2010, China to see small trade surplus in 2010: Commerce Minister La Cina registrerà un ristretto attivo commerciale nel 2010, dice il ministro del Commercio (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/ 90001/90776/90883/7133085.html/).

[15] New York Times, 9.9.2010, K. Bradsher, Steelworkers Union Accuses China of Illegal Clean Energy Subsidies— Il sindacato dei siderurgici accusa la Cina di sussidiare illegalmente l’energia pulita [ma meglio quella dell’industria degli armamenti, no?].

[16] People’s Republic of China, 21.9.2010, Comunicato stampa del ministero degli Esteri sui rapporti commerciali con gli USA (cfr. http://www.mfa.gov.cn/eng/xwfw/wgjzxwzx/ipccfw/t20100921.htm/).

[17] New York Times, 21.9.2010, Reuters, China Hits Back at U.S. Rhetoric on Yuan— La Cina replica alla retorica americana sullo yuan.

[18] The Economist, 25.9.2010.

[19] Alle confidenze di uno dei quali, vecchia e amichevole conoscenza di cui non siamo autorizzati a dire il nome, ma che ora lavora lui stesso alla Casa Bianca – anche se parecchio frustrato da quella comunque straordinaria esperienza – dobbiamo l’indiscrezione.

[20] Vedi, per il testo dei vari interventi e delle deposizioni, i verbali in U.S. Congress, Committee on Ways and Means, 15.9.2010 (cfr. http://waysandmeans.house.gov/Hearings/hearing Details.aspx?NewsID=11305/).

[21] Reuters, 8.9.2010, Zhou Xin, Dollar to maintain its dominance: China minister Il dollaro manterrà il suo dominio: dice ministro cinese (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6870J020100908/).

[22] China View, 23.9.2010, Testo completo del discorso del PM Wen Jabao alla colazione d’onore offerta dalle delegazioni di amicizia sino-americane a New York (pubblicato il 26.9.10, cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2008-09/26/content_10116851.htm/).

[23] White House, 23.9.2010, indirizzo di saluto al premier Wen Jabao, Waldorf Astoria Hotel, New York (cfr. www. whitehouse.gov/the-press-office/2010/09/23/remarks-president-obama-and-premier-wen-jiabao-china-after-bilate ral -mee/). 

[24] New York Times, 25.9.2010, T. L. Friedman, Their Moon Shot… and Ours— Il loro programma per la Luna… ed il nostro.

[25] Agenzia Bloomberg, 9.9.2010, Japan’s government will seek discussions with Beijing over China’s record purchases of Japanese bonds— Il governo giapponese cercherà di discutere con Pechino sull’acquisto record di bond nipponici (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-09-09/japan-plans-to-seek-talks-with-china-on-bond-purchases-after-record-bu ying.html/).

[26] New York Times, 22.9.2010, I. Johnson, China Takes a Sharper Tone in Dispute With Japan La Cina inasprisce il tono nella disputa col Giappone.

[27] New York Times, 23.9.2010, K. Bradsher, Amid Tension, China Blocks Vital Exports to Japan— Fra le tensioni, la Cina blocca esportazioni cruciali al Giappone.

[28] New York Times, 21.4.2010, K. Bradsher, Challenging China in Rare Earth Mining Sfida alla Cina sull’estrazione di terre rare.

[29] Così le definisce il ministro del Commercio giapponese, Akihiro Ohata, parlando delle possibilità di un ricorso all’OMC “se il blocco diventerà operativo” perché – spiega – “se l’arrivo di terre rare cinesi si fermasse per qualche giorno, non essendo esse immagazzinate proprio per la loro scarsità, l’industria manifatturiera nipponica ne sarebbe severamente colpita”. Già… non era meglio, allora, pensarci, tenendo conto del complesso dei rapporti di forza, prima di fare la faccia feroce alla Cina? (The Japan Times, 24.9.2010, K. Nagata, Rare earths export halt confirmed by traders— L’alt all’export dele terre rare confermato dagli importatori, cfr. http://search.japantimes.co.jp/cgi-bin/nn2010 0924x2.html/).   

[30] Japan Today, 25.9.2010, China tells Japan it did not instruct rare earth trade embargo La Cina comunica al Giappone di non aver dato istruzioni di embargo sul commercio delle terre rare (cfr. www.japantoday.com/category/business/ view/china-tells-japan-it-did-not-instruct-rare-earth-trade-embargo/).

[31] Yahoo!News, 14.9.2010, China postpones visit to Japan amid ship dispute— La Cina pospone una visita ufficiale in  Giappone per la disputa marittima (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/as_japan_china_ships_collide/).

[32] Japan Today, 14.9.2010, Armitage says China 'testing' Japan in Senkaku row Armitage [un neo-cons a 24 carati] sostiene che la Cina sta ‘testando’ il Giappone nella controversia sulle isole Senkaku.

[33] Mainichi Daily News, 23.9.2010, Clinton tells Maehara Senkaku subject to Japan-U.S. security pact Clinton dice a Maehara che le isole Senkaku sono sotto il patto di sicurezza nippo-americano (cfr.  http://mdn.mainichi.jp/mdnnews/national/ archive/news/2010/09/24/20100924p2g00m0fp017000c.html/).

[34] Assistente segretario di Stato per gli Affari pubblici, Philip Crowley, Conferenza stampa, 23.9.2010 (cfr. www.state. gov/r/pa/prs/ps/2010/09/147726.htm/).

[35] Stratfor, 23.9.20, Japan, China: U.S. to consult on row— Giappone, Cina: gli USA si consulteranno sul conflitto (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20100924_japan_china_us_consult_row/).

[36] The Mainichi Daily News, 17.9.2010, Kyodo, Japan, China to maintain good ties despite island row: Kan— Giappone e Cina manterranno buoni rapporti malgrado la diatriba sulle isole, dice Kan (cfr. http://mdn.mainichi.jp/mdn news/national/ archive/news/2010/09/18/20100918p2g00m0fp015000c.html/).

[37] New York Times, 24.9.2010, M. Fackler, Chinese Boat Captain to Be Freed, Japan Says Il capitano del battello cinese sarà liberato, dice il Giappone.

[38] Ministero degli Esteri della RPC, 19.9.2010, Comunicato stampa (cfr. www.fmprc.gov.cn/eng/xwfw/s2510/t753822. htm/).

[39] Politi.Fi, 20.9.2010, Japan-China diplomatic row persists Lo scontro diplomatico nippo-cinese continua (cfr. http://poli tifi.com/news/JapanChina-diplomatic-row-persists-1147089.html/).

[40] Yahoo!News, 29.9.2010, K. Hasegawa, China moves to resume rare earths exports to Japan La Cina si muove per riprendere l’export di terre rare al Giappone (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100929/bs_afp/japanchinadiplomacydi sputeeconomycommodities/).

[41] New York Times, 29.9.2010, H. Tabuchi, Mineral Shipments From China to Japan Mostly on Hold— Le spedizioni di minerali dala Cina al Giappone per lo più ancora in attesa.

[42] Reuters In., 29.9.2010, D.Dyomkin e K. Takenaka, Medvedev vows to visit islands claimed by Japan— Medvedev annuncia che visiterà le isolette reclamate dal Giappone (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-51816520100929/).

[43] China Daily, 10.9.2010, Agenzia Xinhua (Nuova Cina), Official says China's employment situation "very grave"Esponente ufficiale dice che la situazione occupazionale cinese è assai grave (cfr. www.chinadaily.com.cn/ xinhua/20 10-09-10/content_851008.html/); e per il testo completo del Rapporto,vedi Gazette of the Ministry of Human Resources and Social Security of the People's Republic of China— Gazzetta del ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale della Repubblica popolare di Cina, 9.9.2010 (cfr. http://en.io.gov.mo/Links/record/476.aspx/).   

[44] New York Times, 15.9.2010, In China, Labor Disputes Overwhelming Courts—.

[45] Sjina News, 15.9.2010, China's past high growth rate not to sustain: central bank advisor Il tasso di crescita elevato della Cina nel passato recente non sarà sostenuto, dice un consigliere della Banca centrale (cfr. http://english.sina.com/busi ness/2010/0914/339620.html/).

[46] The Economist, 18.9.2010.

[47] La Jornada, 30.8.2010, Soy el responsable de la persecución a homosexuales que hubo en Cuba: Fidel Castro                        (cfr. www.jornada.unam.mx/2010/08/31/index.php?section=mundo&article=026e1mun/)

[48] The Economist, 4.9.2010.

[49] The Atlantic, 8.9.2010, Fidel: 'Cuban Model Doesn't Even Work For Us Anymore' Fidel: ‘il modello cubano non funziona più neanche per noi’, di J. Goldberg [un  noto esponente dei neo-cons statunitensi e cittadino israeliano anche, di fede estremista Likud: sulla stessa rivista solo un mese fa (The Atlantic, 9.2010, The Point of no return Il punto di non ritorno cfr. www.theatlantic.com/magazine/archive/1969/12/the-point-of-no-return/8186/) aveva redatto un’articolessa allucinante a favore della guerra preventiva americana anche atomica, “se necessario”, contro l’Iran] che era stato invitato a Cuba personalmente da Castro proprio per discutere di quest’idea purtroppo influente anche se sbalorditivamente assurda e tanto cara al governo israeliano. E questo è il risultato (cfr. www.theatlantic.com/interna tional/archive/2010/09/09/fidel-cuban-model-doesnt-even-work-for-us-anymore/62602/).

[50] Guardian, 10.9.2010, R. Carroll, Fidel Castro says remarks about Cuban model 'not working' misinterpreted Fidel Castro dice che le sue osservazioni sul modello cubano che ‘non funziona’ più, erano state male interpretate.

[51] CTC, 13-9-2010, Pronunciamiento de la Central de Trabajadores de Cuba (cfr. www.granma.cu/espanol/cuba/13-septiembre-pronunciamiento.html/).

[52] Guardian, 14.9.2010, R. Carroll, Capitalist storm clouds loom over Havana after state cuts 1m jobs Le nubi tempestose del capitalismo incombono sull’Avana dopo i tagli di 1 milione di posti di lavoro [perché, in effetti, si sa subito del mezzo milione di tagli, ma si dice anche che saranno 1 milione alla fine del piano quinquennale].

[53] Granma, 24.9.2010, L. Martínez Hernández, Trabajo por cuenta propia: mucho más que una alternativa (cfr. www. granma.cu/espanol/cuba/24sept-trabajo.html/).

[54] New York Times, 27.9.2010, S. Romero [un periodista yanqui, come dicono qui, notoriamente arcinemico di Chávez], Chávez Allies Win Majority, but Foes Make Gains I sostenitori di Chávez prendono la maggioranza, ma i suoi nemici avanzano.

[55] Reuters, 27.9.2010, Brazil says world in a "currency war" Il Brasile denuncia che il mondo è in “guerra delle valute” (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKLNE68R00720100928/).

[56] The Economist, 4.9.2010.

[57] New York Times, 7.9.2010, M. Foley, Australian Labor Party to Form New Government.  

[58] Renminribao (Quotidiano del popolo), 14.9.2010, Indian headline inflation eases to 8.51% in August— L’inflazione globale in India rallenta ad agosto all’8,51% (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90778/90858/90863/7139909.html/).

[59] The Economist, 25.9.2010.

[60] The Economist, 11.9.2010.

[61] Ne abbiamo già accennato in Nota congiunturale 6-2010, sotto Nota70 (cfr. MEMRI, 31.5.2010, N. Raphael, Rising Tensions over the Nile River Basin— Tensioni crescenti sulla questione del bacino del fiume Nilo (cfr. www.tecolahagos.com/rising_ tension.htm/).

[62] New York Times, 7.9.2010, D. Jolly, Strikers in Paris and London Hamper Travel Gli scioperanti a Parigi e a Londra ostacolano gli spostamenti della gente [ma guarda un po’ che strano, eh... che poi, per definizione, è la stesa gente che sciopera, giustamente, quando i suoi diritti vengono messi a rischio… e alla fine, infatti, solidarizza. Anche se vota per Sarkozy, o per il Cavaliere, magari).

[63] K. Polanyi, The Great Transformation, Beacon Press, 1944, cap 14 Market and Man, p. 178 — La grande trasformazione, Einaudi, 1976 (edizione on-line: cfr. http://uncharted.org/frownland/books/Polanyi/POLANYI%20KARL %20-%20The%20Great%20Transformation%20-%20v.1.0.html#page_178/).

[64] L’ex primo ministro britannico Harold Wilson.

[65] Citato in New York Times, 29.9.2010, R. Minder e A. Cowell, Workers in Europe Protest Austerity Measures— I lavoratori in Europa protestano contro le misure di austerità.  

[66] The Economist, 4.9.2010.

[67] New York Times, 2.9.2010, J. Ewing, Rate Move Highlights Diverging Growth in Europe— Lo spostamento dei tassi di sconto evidenzia tassi divergenti di crescita in Europa; e dichiarazione introduttiva del presidente della BCE, Jean-Claude Trichet (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2010/html/is100902.en.html/).  

[68] New York Times, 14.9.2010, J. Ewing, Economic Data Support View of Slowdown in Europe I dati dell’economia sostengono l’opinione che l’Europa rallenti ancora.

[69] EUROSTAT, 16.9.2010, #136, July Euro area external trade surplus 6.7 bn euro – 5.7 bn euro deficit for EU27 Attivo commerciale del commercio estero dell’eurozona a luglio a 6,7 miliardi – Deficit di 5,7 miliardi per l’UE a 27 (cfr. http://epp. eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-16092010-AP/EN/6-16092010-AP-EN.PDF/).

[70] Reuters, 1.9.2010, Germany, Finland want fast deficit sanctions Germania e Finlandia vogliono sanzioni rapide sui deficit (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6803KL20100901/).

[71] Stratfor, 29.9.2010, EU: Commission Calls For New Economic Measures La Commissione UE propone nuove misure economiche [punitive] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100929_eu_commission_calls_new_economic_measures/).

[72] Stratfor, 29.9.2010, France: Stricter EU Budget Penalties Opposed La Francia: contro penalizzazioni più forti sui bilanci dei paesi UE [o, più esattamente, contro la decisione delegata alla Commissione…] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100929_ france_stricter_eu_budget_rules_opposed/).

[74] The Economist, 11.9.2010; e Bloomberg, 7.9.2010, EU Seeks Stronger Euro-Area Management L’EU alla ricerca di una più forte supervisione finanziaria dell’eurozona (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-09-06/eu-seeks-to-strengthen-euro-area-management/).

[75] The Economist, 18.9.2010.

[76] The Economist, 18.9.2010.

[77] New Europe, 7.9.2010, Conclusions and results of the Ecofin Council (cfr. www.neurope.eu/articles/Conclusions-and -results-of-the-Ecofin-Council/102526.php/).

[78] BBC, 4.9.2010, Dutch coalition talks collapse as Geert Wilders quits I colloqui sulla coalizione di governo olandese   collassano dopo l’abbandono  di  Geert  Wilders  (cfr. www.bbc.co.uk/news/world-europe-11185895/).

[79] New York Times, 20.9.2010, Anti-Immigrant Party Gains Seats in Swedish Parliament Il partito anti-immigrati guadagna seggi nel parlamento svedese.

[80] Lo dice sempre al New York Times, 20.9.2010, S. Castle, anche Mark Adahl, direttore di Fores, una fondazione di ricerca del centro-destra: Political Earthquake Shakes Up Sweden— Un terremoto politico scuote la Svezia:qui la gente non vuole veder tagliare le tasse perché non vuole veder ridurre lo stato sociale. Certo, qualcosa è cambiato, ma la gente ci crede ancora nel nostro welfare state”.

[81] EURIBOR, 2.9.2010, Trabajo dice que el dato de agosto es “marcadamente estacional” y prevé una mejora a partir de setembre Il  [ministero del] Lavoro afferma che il dato di agosto è ‘marcatamente stagionale’ e prevede un miglioramento a partire da settembre (cfr. www.euribor.com.es/2010/09/02/trabajo-dice-que-el-dato-de-agosto-es-marcadamente-estacio nal-y-preve-una-mejora-a-partir-de-septiembre/).

[82] Yahoo!Finance, 21.9.2010, Spain passes loan test with long-term bond sales La Spagna passa bene i test della vendita di bond a lungo termine  (cfr. http://ca.news.finance.yahoo.com/s/21092010/24/f-afp-spain-passes-loan-test-long-term-bond-sales.html/).

[83] Business Week, 29.9.2010, M. Brown e E. Ross-Thomas, Spain’s Credit Rating Set for Moody’s Cut on Economy La valutazione del credito della Spagna verrà tagliata da Moody’s (cfr. www.businessweek.com/news/2010-09-29/spain-s-credit-rating-set-for-moody-s-cut-on-economy.html/).

[84] New York Times, 30.9.2010, M. Saltmarsh, Moody's Joins Others in Downgrading Spanish Debt La Moody’s come altre agenzie svaluta il debito della Spagna.

[85] Stratfor, 12.9.2010, Greece: No New Austerity Measures - PMPer la Grecia: nessuna nuova misura di austerità (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100912_greece_no_new_austerity_measures_pm/).

[86] Luayposterous.com, 15.9.2010, Greece to receive second loan installment La Grecia riceve la seconda rata del prestito (cfr. http://luay.posterous.com/ whats-happening-today-tuesday-14-september/).

[87] The Economist, 18.9.2010.

[88] New York Times, 14.9.2010, N. Kitsantonis, As Greece Stagnates, Signs of Emigration Emerge Mentre la Grecia ristagna, emergono segni dell’emigrazione [giovanile e qualificata].

[89] Diario de Noticias (Lisbona), 17.9.2010, J. C. Baptista, Portugal poderá ter de recorrer ao FMI Il Portogallo potrà dover ricorrere al FMI (cfr. http://dn.sapo.pt/inicio/portugal/interior.aspx?content_id=1664369/).

[90] New York Times, 20.9.2010, (A.P.), Irish Borrowing Costs at New High on Debt Worries I costi del credito all’’Irlanda ai  massimi livelli per le preoccupazioni sul debito.

[91] New York Times, 30.9.2010, L. Thomas, Bailout Tab Rises as Ireland Takes Over Banks— Il conto dei salvataggi si alza con la nazionalizzazione delle banche.

[92] EUBusiness, 21.9.2010, Ireland in successful 1.5-billion-euro bond sale— L’Irlanda all’asta di settembre piazza con successo €1,5 di bond (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/ireland-politics.67y/).

[93] An Phríomh-Oifig Staidrimh (Central Statistics Office)— Ufficio statistico centrale, 23.9.2010, National Accouts Conti nazionali (cfr. www.cso.ie/releasespublications/documents/economy/current/qna.pdf/).

[94] Yahoo!Finance, 3.4.2010, Rebounding Celtic tiger offers UK harsh lessons in demolishing debt Il rimbalzo della tigre celtica offre alla Gran Bretagna [insomma, all’Europa: altro che alla Grecia soltanto!!!] (cfr. http://uk.finance.yahoo.com/news/ rebounding-celtic-tiger-offers-uk-harsh-lessons-in-demolishing-debt-tele-092e56e85edb.html?x=0/).

[95] Agenzia Interfax, 2.9.2010, Medvedev-Putin set up govt commission to monitor food market— Medeved e Putin creano commissioni di governo per il monitoraggio del mercato dei cereali (cfr. www.interfax.com/newsinf.asp?id=186708/).

[96] RIA Novosti, 24.9.2010, Russia needs foreign investment to modernize economy, says Shuvalov La Russia ha bisogno di investimenti esteri per modernizzare l’economia, dice Shuvalov (cfr. http://en.rian.ru/news/20100924/160707906.html/).

[97] The Economist, 25.9.2010.

[98] Questa è la versione che del discorso di Lavrov viene data dall’Agenzia Stratfor, molto accreditata e molto vicina al Pentagono, 1.9.2010, della quale nel titolo però, tipicamente, l’agenzia americana coglie, e evidenzia, solo il punto di – ovvio – dissenso, U.S.: Russia Disagrees With Elements Of Foreign Policy USA: La Russia non concorda con  diversi elementi della politica estera americana [quando la notizia – almeno ci pare – è ovviamente che su qualcuna delle idee strategiche americane, invece la Russia concorda…] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100901_us_russia_disagrees_ elements_foreign_policy/).

[99] Pravda, 1.9.2010, NATO stuck between past and future, Lavrov La NATO bloccata tra passato e futuro, dice Lavrov (cfr. http://engforum.pravda.ru/showthread.php?294789-NATO-stuck-between-past-and-future-*-Lavrov&s= d29b8 fcee573 f18ce422124591619fb7&p=3180808#post3180808/).

[100] NATO Report of the wise men— Rapporto dei Saggi NATO, 17.5.2010, NATO 2020: Assured security, Dynamic engagement— NATO 2020: Sicurezza garantita,impegno dinamico (cfr. www.nato.int/strategic-concept/expertsreport.pdf/).

[101] RIA Novosti, 15.9.2010, Russia 'concerned' by NATO activity in ArcticLa Russia ‘si preoccupa’ dell’attivismo della NATO nell’Artico (cfr. http://en.beta.rian.ru/russia/20100915/160600766.html/).

[102] New York Times, 23.9.10, L. Harding, Vladimir Putin calls for Arctic claims to be resolved under UN law— Vladimir Putin propone che ogni conflitto sull’Artico sia risolto secondo le leggi dell’ONU; e RIA Novosti, 23.9.2010, There will be no 'battle for the Arctic' - Putin No, dice Putin, non ci sarà alcuna battaglia per l’Artico’(cfr. http://en.rian.ru/russia/2010 0923/160697233.html/).

[103] USA News Today on Russia, 8.9.2010, Military restructuring outlined Si delinea una ristrutturazione delle Forze armate (cfr. http://usa-news-today.info/tnk-rus-military-restructuring-outlines21-pct-to-2-7-bln/); e Stratfor, 8.9.2010, Russia : Military Restructuring Outlined (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100908_russia_ military_ restructuring_ outlined/).

[104] Stratfor, 8.9.2010, Poland, Russia: Natural Gas Deal To Be Renegotiated Polonia, Russia: l’accordo sul gas naturale da rinegoziare (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100908_poland_russia_natural_gas_deal_be_renegotiated/).

[105] Warsaw Business Journal, 22. 9.2010, Looming gas shortage sparks economic worriesLa scarsità di forniture di gas naturale suscita preoccupazioni economiche (cfr. www.wbj.pl/article-51254-looming-gas-shortage-sparks-economic-worries.html/).

[106] Dice il quotidiano Rzeczpospolita del 21 settembre, citato dal WBJ di cui a nota immediatamente precedente.

[107] Che Pawlak aveva anticipato già un mese fa, il 12.6.2010, senza trovare grandi incoraggiamenti: in Polskie Radio, The News.pl, 12.8.2009, Poland proposes gas measures for energy security La Polonia propone misure sulle forniture di gas per rafforzare la sicurezza energetica [già: di chi?] (cfr. www.thenews.pl/international/artykul121491_poland-proposes-gas-measures-for-energy-security.html/).

[108] MilitaryPhotos.com, 14.9.2010, The Russo-german energy pincer La morsa energetica russo-tedesca (cfr. www.mili taryphotos.net/forums/showthread.php?185722-The-Russo-German-energy-pincer/).

[109] Forex News, 17.9.2010, C.Asia to send 17 bcm gas to China in 2011— L’Asia centrale manderà in Cina 17miliardi di m3 nel 2011(cfr. www.fxmemo.com/forum/thread/3101054/).  

[110] Saudi Arabia Press Agency, 17.9.2010, Pakistan, India, Turkmenistan landmark agreement Pakistan, India e Turkmenistan: un accordo basilare (cfr. www.spa.gov.sa/english/cdetails.php?id=817822&catid=11/).

[111] Visegrad Group, 17.9.2010, Gas deal meets Polish interests, says PM Il premier afferma che gli accordi [coi russi] sul gas incontrano gli interessi polacchi (cfr. www.visegradgroup.eu/main.php?folderID=912/).

[112] Cfr. Nota congiunturale 9-2010, in Nota141.

[113] Interfax, 1.9.2010, Lukashenko suggests Russia itself could be behind embassy incident— Lukashenko suggerisce che dietro l’incidente alla propria ambasciata potrebbe esserci la stessa Russia (cfr. www.interfax.com/newsinf.asp?pg=2&id=18 6456/).

[114] I russi parlano, più realisticamente sembra, di “speranza” degli Ucraini di cambiare il contratto: v. RIA-Novosti, 1.9.2010, Ukraine hopes to revise gas contract with Russia says PM L’Ucraina spera di rivedere il contratto sul gas con la Russia, dice il premier (cfr. http://en.rian.ru/world/20100901/160424947.html/).

[115] Stratfor, 8.9.2010, Ukraine, Russia: No Merger Currently Planned - Energy Minister Ucraina, Russia: nessuna fusione attualmente progettata, dice il ministro dell’Energia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100908_ukraine_ russia_no_ mer ger_currently_planned_energy_minister/).

[116] Kiev Ukraine Newsblog, 7.9.2010, Ukrainian President To Visit EU Headquarters On Association Agreement Il presidente ucraino visita il quartier generale della UE sull’accordo di associazione (cfr. http://news.kievukraine.info/2010/09/ ukrainian-president-to-visit-eu.html/).

[117] Bloomberg, 16.9.2010, Ukraine Calls Gazprom Pipeline `Wasteful' as It Defends Gas Transit RouteL’Ucraina, nel difendere il tracciato del gasdotto di transito, dice che il gasdotto della Gazprom è solo uno “spreco” (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-09-16/ukraine-calls-gazprom-pipeline-wasteful-as-it-defends-gas-transit-route.html/).

[118] Stratfor, 22.9.2010, Ukraine: TVEL To Build Nuclear Fuel Plant In Ucraina, la TVEL costruirà un reattore nucleare (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100922_ukraine_tvel_build_nuclear_fuel_plant/).

[119] Stratfor, 22.9.2010, Russia:Ukraine Wants Antonov Joint Venture In Place By October Russia: l’Ucraina vuole concludere per la joint-venture sull’Antonov già adesso, a ottobre (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100922_russia_ukraine_ wants_joint_venture_place_october/).  

[120] RIA Novosti, 21.9.2010, Ukraine, Russia to sign new security and energy deals next month Il mese prossimo, Ucraina e Russia firmano nuovi accordi su sicurezza e energia (cfr. www.en.rian.ru/world/20100920/160650708.html? id=/).

[121] Stratfor, 21.9.2010, Russia: Conflict In CSTO States Likely – Joint  Staff Russia: il capo di stato maggiore congiunto prevede probabilità di conflitti fra i paesi del CSTO (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100921_russia_conflict_csto_states_like ly_joint_staff/).

[122] Stratfor, 23.9.2010, Ukraine: President Says 'Not Everything Is Smooth' With Russia Il presidente ucraino sostiene che con la Russia ‘non va tutto liscio’ (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100923_ukraine_president_says_not_everything _smooth _russia/).

[123] EarthTimes, 24.9.2010, Ukraine signs up to EU rules requiring split of energy giant L’Ucraina firma la normativa europea che comporta la scissione della sua conglomerata dell’energia (cfr. www.earthtimes.org/articles/news/345651, requiring-split-energy-giant.html/).

[124] The Local, 9.9.2010, Fischer blasts rival Russian gas pipeline Fischer attacca il gasdotto russo rivale (cfr. www.thelo cal.de/national/20100909-29707.html/).

[125] RIA Novosti, 7.9.2010, Deployment of Russian S-300 missiles in Abkhazia no threat to region - Kouchner Lo schieramento di missili S-300 russi in Abkazia non è un pericolo per la regione - dice Kouchner [rimangiandosi parola per parola quello che aveva detto solo un mese fa… e senza neanche spiegare il perché](cfr. http://en.rian.ru/world/20100907/160504421. html/).

[126] Kyiv Post, 11.9.2010, Envoy: Eastern European, Baltic states want rift between NATO, Russia— L’ambasciatore russo: gli europei dell’Est e gli Stati baltici fomentano la spaccatura tra NATO e Russia (cfr. www.kyivpost.com/news/russia/detail/819 96/).

[127] E riferisce l’Agenzia ITAR-Tass, 17.9.2010, Russia:Georgian Aggression To Be Repelled La Russia: ogni aggressione georgiana sarà respinta (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100917_russia_georgian_aggression_be_repelled/).

[128] Reuters, 17.9.2010, France defends possible warship sale to Russia La Francia difende la possibile vendite di navi da guerra alla Russia (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE68G4ZI20100917/).

[129] Congoo.com, 13.9.2010, Lavrov meets with Association of European Businesses in Moscow Lavrov incontra l’Associazione del business europeo a Mosca (cfr. www.congoo.com/news/addstorycomment.aspx?st=124038864&Chan nel_ID=65&Category_ID=224/).

[130] EMG.rs, Agenzia Tanjug,  4.9.2010, Tadic rules out dialogue with so-called state of Kosovo Tadic esclude il dialogo col cosiddetto Stato del Kosovo (cfr. www.emg.rs/en/news/serbia/131747.html/).

[131] Guardian, 8.9.2010, I. Traynor, Serbia drops UN challenge to Kosovo independence— La Serbia abbandona la sfida all’indipendenza del Kosovo [un titolo letteralmente inventato, rispetto ai contenuti stessi che espone: quelli che vi abbiamo appena riassunti. In realtà, la Serbia ricalibra in modo più realistico ma sempre fermo e capace di incidere la sua opposizione all’indipendenza del Kosovo].

[132] Luay.com, 13.9.2010, What’s happening today-SerbiaCosa succede oggi-Serbia (cfr.  http://luay.posterous.com/ whats-happening-today-tuesday-14-september/).

[133] Stratfor, 17.9.2010, Serbia: EU Integration Progress Reported Serbia: progressi nell’integrazione europea (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100917_serbia_eu_integration_progress_reported/).

[134] Radio Free Europe, 20.9.2010, Kosovo Government, Opposition Say No Serbia Talks Without U.S. Il governo del Kosovo, e l’opposizione, dicono no a colloqui con la Serbia [in presenza della UE] e senza gli USA (cfr. www.rferl.org/content/ Kosovo_Government_Opposition_Say_No_Serbia_Talks_Without_US/2160467.html/).

[135] The Observer, 19.9.2010, edit., We mustn't let the lure of trade blind us to Russia's failings The west still needs to be wary of Moscow's abuses of power

[136] Hürriyet Daily News, 13.9.2010, EU welcomes result of Turkish referendum— L’Unione europea saluta il risultato del voto turco (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=eu-welcomes-turkey-constitutional-reform-vote-2010-09-13/).

[137] The Economist, 18.9.2010.

[138] Anadolu Ajansi, 24.9.2010, Turkish president says Europe lacks strategic perspectiveL’Europa manca di visione strategica, dice Gul (cfr. http://www.aa.com.tr/en/ingilizce-haberler/1237.html/).

[139] The Economist, 18.9.2010.

[140] E’ l’analisi, bene informata dell’ex ministro del Lavoro americano con Clinton (la sua prima presidenza), il prof. Robert B. Reich, sul New York Times del 2.9.2010, How To End The Great Recession Come mettere fine alla Grande Recessione.

   Reich documenta che oggi il lavoratore medio americano guadagna in potere d’acquisto reale, scontata l’inflazione, meno di quanto guadagnasse trent’anni fa. Ma consuma come allora e molto di più… a credito, spesso senza poter rimborsare il debito. Di qui la crisi.

   Mentre una parte assolutamente sproporzionata del reddito nazionale comunque crescente è stata accaparrata – e per scelte politiche precise: lasciate in vigore, senza correggerle, anche dai democratici, tutto considerato – a partire dagli anni ’80, dagli anni di Reagan, da una parte infima della popolazione: “alla fine degli anni ’70, l’1% più ricco di famiglie americane si portava a casa il 9% del reddito totale della nazione: al 2007, quell’1% incamerava il 23,5% del reddito globale”.

   Reich, naturalmente, offre anche qualche utile proposta di riforma: radicale, perché secondo lui – e giustamente – ormai le mezze misure non servono. Ma questa è materia, magari, di una prossima nota…

[141] New York Times, 28.9.10, (A.P.), Wall Street Stumbles on Consumer Confidence Report La Borsa inciampa sul rapporto relativoe alla fiducia dei consumatori.

[142] Washington Post, 1.9.2010, D. Milbank, Economist Christina Romer serves up dismal news at her farewell luncheon— L’economista Christina Romer serve notizie desolanti alla sua cena d’addio.

[143] Washington Post, 2.9.2010, N. Irwin, Five reasons for economic optimism Cinque ragioni di ottimismo sull’economia (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/09/01/AR2010090106306.html/): le ragioni essendo il risparmio, il credito, la produzione manifatturiera, l’edilizia e il commercio, tutti in ripresa dice… ma con l’argomento chiave che peggio di così poi non può andare (“the market just can't contract that much more il mercato non è che si possa contrarre ancora di più…”, no?): argomento di grande valenza scientifica, come si vede, e senza molto senso perché, a tirare l’economia qui è, in larghissima parte, la domanda di consumi (v. Nota32, qui sotto) che invece ristagna. E, poi, questa sarà casomai un’opinione, anche se poco rispettabile. Ma non può essere fata passare seriamente per “notizia”, per analisi obiettiva, come fa questo giornale…  

[144] The Economist, 4.9.2010.

[145] Washington Post, 18.9.2010, N. Irwin, How a touch of inflation could boost the economy— (cfr. www.washington post.com/wp-dyn/content/article/2010/09/17/AR2010091706825.html/).

[146] The Economist, 25.9.2010.

[147] New York Times, 5.9.2010, P. Krugman, 1938 in 2010 Nel 2010, il 1938.

[148] New York Times, 4.9.2010, Jobs and Politics Posti di lavoro e politica; New York Times, 3.9.2010, U.S. Lost 54,000 Jobs in August;RateRose to 9.6% Gli USA hanno perso 54.000 nuovi posti di lavoro ad agosto; il tasso di disoccupazione sale al 9,6%; Bureau of Labor Statistics (BLS), del Department of Labor, 3.9.2010, Employment Situation Summary (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Institute, (EPI), 3.9.2010 (cfr. www.epi.org/quick_ takes/entry/unemployment_rate_creeps_up/).

[149] New York Times, 10.9.2010, B. Herbert, Paying the Price E, adesso, pagare il prezzo.

[150] Sempre l’Economic Policy Institute di Washington. D.C., ha appena pubblicato, il 31.82010, uno studio sul tema, il Briefing Paper #277, di L. Mishel e H. Shierholz, Recession hits workers’ paychecks La recessione colpisce le buste paga dei lavoratori (cfr. www.epi.org/publications/entry/bp277/) a rafforzare, e documentare, la tesi che anche gran parte del problema dell’occupazione mancante sta proprio nella domanda fiacca di beni di consumo che, in questo paese, del resto, rappresenta ben i 2/3 del PIL…

   Malgrado questo, che è un fatto oggettivo, acclarato e ormai dimostrato, c’è una vulgata che invece sostiene, fermissimamente sbagliando, che il problema in questo paese è la carenza di investimenti. Ma questi sono cresciuti alla media del 20% a tasso annuo negli ultimi tre trimestri (Bureau of Economic Analysis, 9.8.2010, National Income and Product Accounts table, 1.1.1.— tavola 1.1.1., Produzione nazionale, redditi e contabilità, cfr. www.bea.gov/national/ni paweb/TableView.asp?SelectedTable=1&FirstYear=2009&LastYear=2010&Freq=Qtr/): per cui la logica giusta è proprio alla rovescia.

[151] New York Times, 19.9.2010, S.Chan, Fed Expected to Weigh More Stimulus La Fed dovrebbe valutare di più l’importanza dello stimolo.

[152] Per un’analisi particolarmente acuta dello stato attuale del mercato del lavoro in America, vedi lo studio del 19.9.2010 di A. Jayadev e M. Konczal per il Roosevelt Institute, The Stagnating Labor Market— Il ristagno del mercato del lavoro (cfr. www.rooseveltinstitute.org/sites/all/files/stagnant_labor_market.pdf/).

[153] New York Times, 26.9.2010, P. Krugman, Structure of Excuses Struttura di scuse.

[154] Economic Policy Institute (Washington, D.C.), 22.9.2010, L. Mishel, Debunking the claim of structural unemployment— Smontiamo la favola della disoccupazione strutturale (cfr. www.epi.org/analysis_and_opinion/entry/debun king_the_theory_of_structural_unemployment/).

[155] New York Times, 21.9.10, S. Gay Stolberg, Obama’s Economics Chief Is Set to Leave— Il capo dei consiglieri economici di Obama deciso ad andarsene.

[156] Financial Times, 30.10.2009, The Global Middle Cries Out for Reassurance— La classe media globale grida per essere rassicurata (cfr. http://blogs.ft.com/economistsforum/2006/10/the-global-middhtml/).

[157] Moneynews.com, 22.9.2010, Shiller warns seven years of economic ‘bad times’ in store for US Shiller avverte di sette anni di vacche magre in agguato per l’economia americana [e non solo…] (cfr. www.moneynews.com/PrintTemplate?no

deid=371194/). L’articolo di Shiller, qui citato indirettamente, sarà pubblicato nel futuro prossimo venturo sul sito web di Project Syndicate.

[158] Fed di Kansas City, C. e V. Reinhart, 8.2010, JEL E6, F3, and N0, After the fall Dopo la caduta (cfr. http://terp http://terpconnect.umd.edu/~creinhar/Papers/AftertheFall_August_27_NBER.pdf connect.umd.edu/~creinhar/Papers/AftertheFall_August_27_NBER.pdf/).

[159] The Economist, 11.9.2010.

[160] Ha calcolato un istituto specializzato molto autorevole che si tratta, subito, di almeno $3.000 miliardi (cfr. New York Times, 8.8.2010, P.Krugman, America Goes Dark— L’America si fa buia).

[161] New York Times, 16.9.2010, C. Hauser, Energy Costs Push Up U.S. Producer Prices I costi dell’energia spingono in su i prezzi alla produzione.

[162] New York Times, 13.9.2010, L. Alderman, I.M.F. Calls for Focus on Creating JobsIl FMI chiede di focalizzare l’attenzione sulla creazione di posti di lavoro; e, in You Tube, 13.9.2010, l’intervento del direttore generale, Strauss-Kahn on the human cost of the unemployment crisis Strauss-Kahn sul costo umano della crisi dell’occupazione (cfr. www.youtube.com/watch?v =GxBYWhFQ2AA/).

[163] New York Times, 9.9.2010, C. Hauser, U.S. Trade Deficit Narrowed in July— Il deficit commerciale americano a luglio si restringe.

[164] New York Times, 3.9.2010, J. Risen e M. Mazzetti, Blackwater Won Contracts Through a Web of Companies Blackwater ha vinto i suoi contratti attraverso una rete di compagnie [prestanome].

[165] Se cliccate su https://secure.blackwaterusa.com/, la Blackwater vi offre di riempire un modulo con generalità e qualificazioni che vi mettono in grado – secondo voi: poi, certo, decide lei – di andare a pagamento in Iraq, in Afganistan, o altrove nel mondo come le altre sue decine di migliaia di “dipendenti civili” ad ammazzare all’ingrosso – e, ogni tanto, anche se capita a farvi ammazzare – altra gente armata (si capisce: “terroristi”: così definiti dal governo USA: e, sempre se capita, si capisce con qualche danno collaterale).

   Compenso: trattabile. Il modulo non ve lo dice ma, appena approfondite un po’ e venite a scoprire che si tratta di qualche decina di migliaia di dollari, al mese + assicurazione appropriata. Perché – è vero – il rischio c’è: anche quello di farvi segare la testa se vi prendono, quelli…

[167] (A.P.), 4.9.2010, Bloc adds candidate for prime minister— Uno dei blocchi aggiunge il suo candidato a primo ministro (cfr. www.tulsaworld com/news/article.aspx?subjectid=337&articleid=2010090413A14BAGHDA735782&rsslnk=1/).

[168] Google.com, 7.9.2010, A. Abboud, US and Iran favour Maliki as Iraq PM six months after polls A sei mesi dal voto, USA e Iran favoriscono Maliki come premier iracheno (cfr. www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5gJeg99Xqj hrF-YvVu5xyGWU85_Yw/).

[169] Stratfor, 7.9.2010, Iraq: Al-Sadr Movement Will Support Al-Maliki As PM In Iraq [anche] il gruppo al-Sadr [alla fine] sosterrà al-Maliki per il posto di primo ministro (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100907_iraq_al_sadr_trend_will_ support_al_maliki_pm/).

[170] Asharq al-Awsat, 24.9.2010, Interview with al-Ahrar’s Muhammad Duraji— Intervista con Muhammad Duraji di al- Ahrar (cfr. www.aawsat.com/english/news.asp? section=3&id=22356/).

[171] Al-Jaazera, 26.9.2010, Allawi again rejects Maliki as PM Allawi respinge ancora una volta la premiership di al-Maliki (cfr. http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2010/09/2010925104853481111.html/).

[172] Militarium.com, 8.9.2010, Islamic State of Iraq splits Si spacca lo Stato islamico dell’Iraq (cfr. www.militarium.eu/ article.aspx?ID=5651/).

[173] T. Blair, A Journey: my political life— Un viaggio: la mia vita politica, Knopf ed., sett. 2009.

[174] New York Times, 4.9.2010, M. Dowd, The Poodle Speaks Il cagnolino da grembo [quello che scodinzola dietro il padrone] parla.

[175] New York Times, 30.9.2010, I. Khan e J. Perlez, Pakistan Halts NATO Supplies to Afghanistan After Attack— Il Pakistan dopo l’attacco al suo territorio interrompe il passaggio dei rifornimenti  all’Afganistan.

[176] Stratfor, 30.9.2010, Pakistan: President Calls Violation Of Sovereignty 'Unacceptable'Il presidente pakistano dichiara inaccettabile la violazione della sovranità del suo paese (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100930_pakistan_ presi dent_calls_violation_sovereignty_unacceptable/).

[177] New York Times, 4.9.2010, A. B. Ellick, Afghanistan Tries to Help Nation’s Biggest Bank L’Afganistan tenta di aiutare la maggiore banca del paese.

[178] Washington Post, 12.9.2010, R. Chandrasekaran, Karzai rift prompts U.S. to reevaluate anti-corruption strategy in Afghanistan— La frattura con Karzai preme per una riconsiderazione da parte degli USA della  strategia anti-corruzione (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/09/12/AR2010091203883.html/). 

[179] Polskie Radio - News.pl, 2.9.2010, President - Poland can’t afford war in Afghanistan Il presidente: la Polonia non si può permettere la guerra in Afganistan (cfr. www.thenews.pl/national/artykul138835_president---poland-cant-afford-war-in-afghanistan.html/).

[180] Guardian, 23.9.2010, J. Boone, Afghanistan elections 'more violent' than last year's presidential poll—.

[181] New York Times, 19.9.2010, A. J. Rubin, After Afghan Vote, Complaints of Fraud Surface— Dopo il voto afgano, emergono critiche di imbrogli e frodi.

[182] New York Times, 24.9.2010, A. J. Rubin e C. Gall, Widespread Fraud Seen in Latest Afghan Elections Dalle ultime elezioni agane emerge una frode diffusissima

[183] Guardian, 25.9.2010, N. Arbabzadah, Afghanistan's elections: progress and stagnation— Le elezioni afgane: progresso e stagnazione.

[184] Stratfor, 17.9.2010, Afghanistan: Russia Offers Military Cargo Aircraft La Russia offre [di affittare alle forze ISAF] i suoi aerei cargo militari per l’Afganistan (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20100917_afghanistan_russia_offers_ military_ car go_aircraft/).

[185] New York Times, 7.9.2010, Church Rebuffs Military Concerns on Quran Burning La Chiesa [si fa proprio per dire…] respinge le preoccupazioni dei militari sul rogo del Corano; per godervi le straordinarie ca***te della “fede” di questi forsennati, date un’occhiata al sito web del proclamatore, in nome ovviamente del Signore Dio Onnipotente, della “Giornata del rogo del Corano sul Dove World Outreach Center di Gainesville (cfr. www.doveworld.org/).

[186] Sempre Stratfor, v. Nota1 sopra, 1.9.2010, Russia: Iranian Nuclear Program Issue Requires Clarity - FM Il minstro degli Esteri russo: la questione del programma nucleare iraniano esige chiarezza (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100901_rus sia_iranian_nuclear_program_issue_requires_clarity_fm/).

[187] Xinhua, 8.9.2010, Iran says IAEA report on its nuclear program politicized, still positive L’Iran afferma che il rapporto dell’AIEA sul suo programma nucleare è politicizzato, ma sempre positivo  (cfr. http://news.xinhuanet.com/english20 10/world/2010-09/08/c_13483512.htm/).

[188] Ha’aretz, 26.9.2010, (A.P.), Ahmadinejad: Iran willing to end uranium enrichment— Ahmadinejad: l’Iran è disposto a metter fine all’arricchimento del suo uranio (cfr. www.haaretz.com/news/international/ahmadinejad-iran-willing-to-end-uranium-enrichment-1.315554/). Significativo è, a modo suo, che sia il quotidiano progressista israeliano a valorizzare di più la notizia.  

[189] Lettera (anche sprezzante) del ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, al direttore generale dell’AIEA, Yukija Amano, 26.7.2010 (cfr. www.iaea.org/About/Policy/GC/GC54/GC54Documents/French/gc54-14_fr.pdf/).

[190] New York Times, 24.9.2010, Reuters, U.N. Atom Assembly Rejects Arab Move Targeting Israel L’assemblea atomica dell’ONU respinge la risoluzione araba che aveva come obiettivo Israele [eccola, l’ipocrisia!]

[191] Xinhua, 7.9.2010, China calls on Iran to fully cooperate with IAEA— La Cina chiede all’Iran di cooperare pienamente con l’AIEA (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2010-09/07/c_13483064.htm/).

[192] The Atlantic, J. Goldberg, 9.2010, Fidel to Ahmadinejad: ‘Stop Slandering  the Jews’ Fidel a Ahmadinejad: ‘ piantala di denigrare gi ebrei’ (cfr. www.theatlantic.com/international/archive/2010/09/fidel-to-ahmadinejad-stop-slandering-the-jews/62566/). 

[193] FoxNews, 9.9.2010, Opposition Group Claims Iran Secretly Developing 'Major' Nuclear Enrichment Site— Gruppo di opposizione sostiene che l’Iran sta sviluppando in segreto un sito importante per l’arricchimento nucleare (cfr. http://www.foxnews .com/politics/2010/09/09/iran-watchdog-group-announce-findings-alleged-nuclear-site/).

[194] Ha’aretz (Tel Aviv),10.9.2010, Y. Melman, Iran denies having third enrichment facility— L’Iran nega di avere un terzo impianto di arricchimento [dell’uranio] (cfr. www.haaretz.com/print-edition/news/iran-denies-having-third-enrichment-facility-1.313 284/).  

[195] Reuters, 7.9.2010, H. Kalantari, Iran says it is self-sufficient in gasoline— L’Iran afferma di essere prima autosufficiente per la benzina (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6863WC20100907/).

[196] Iran News Digest (sito dell’opposizione monarchica all’estero), 24.9.2010, Iran fuel imports dive in Sept on sanctions-trade L’import di benzina a settembre crolla a causa delle sanzioni [o/e, dice invece l’Iran, della raggiunta autosufficienza: ma, certo, potrebbe essere un caso di nondum matura est](cfr. www.irannewsdigest.com/2010/09/24/iran-fuel-imports-dive-in-sept-on-sanctions-trade/).

[197] Poten & Partners, 29.9.2010, Kyodo News Summary, Gov't, Inpex to withdraw from Iranian oil field project Governo e Inpex si ritirano dal progetto di sviluppo del giacimento iraniano (cfr. www.poten.com/NewsDetails.aspx?id =10674763/).

[198] Guardian, 27.9.2010, R. Booth, Shell increases oil trade with Iran – despite sanctions La Shell aumenta l’import di greggio dall’Iran, malgrado le sanzioni.

[199] IRIB by You Tube, 23.9.2010, Testo del discorso di Mahmoud Ahmadinejad all’Assemblea generale del’ONU (cfr. www.iranian.com/main/news/2010/09/23/mahmoud-ahmadinejads-speech-un-general-assembly/).

[200] Guardian, 27.9.10, R. Booth, Oil firms reap benefit of Iran’ build up of crude stocks Le compagnie petrolifere accrescono i profitti con l’accumulo di scorte del petrolio iraniano.

[201] Cfr. www.ukti.gov.uk/export/countries/asiapacific/middleeast/iran.html/.

[202] A cop’s watch.comWhat’s going on in the world, 21.9.2010, Iran:Utility Bills Soar As Fuel Subsidies End— Iran:le bollette dei servizi pubblici si impennano dopo la fine dei sussidi ai combustibili (cfr. http://acopswatch.blogspot.com/2010/09/ whats-going-on-in-world-today-100920.html/).

[203] Agenzia Yonhap (Seul), 17.9.2010, S. Korea, Iran set up won-based transaction arrangement to facilitate trade— Sud Corea e Iran stabiliscono un accordo per regolare in won e facilitare le transazioni reciproche (cfr. http://english.yonhap news.co.kr/business/2010/09/17/0503000000AEN2010091700 4000320.HTML/).

[204] Al-Manar Tv, 23.9.2010, Bahrain ‘Will Not Accept Threat, Aggression Against Iran’— Il Bahrain non accetterà ‘minacce e aggressioni contro l’Iran’ (cfr. www.almanar.com.lb/newssite/NewsDetails.aspx?id=155171/).  

[205] IAEA, 3.9.2010, #GOV/2010/49-GC(54)/14, Rapporto del Segretario generale al Consiglio dei governatori, allegata risposta del vice primo ministro e ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, p. 38 (cfr. www.iaea.org/About/Policy/ GC/GC54/GC54Documents/English/gc54-14_en.pdf/).

[206] Stratfor, 7.9.2010, Palestinian Territories: Abbas Denies 'Historic Compromise' Territori palestinesi: Abbas nega qualsiasi ‘compromesso storico’ (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100907_palestinian_territories_abbas_denies_historic_ compromise/).

[207] New York Times, 27.9.2010, E. Bronner e M. Landler, Mideast Talks Teeter as the Settlement Freeze Expires I colloqui mediorientali in bilico [in realtà sono già belli che collassati] con lo spirare del congelamento degli insediamenti.

[208] Yahoo!News, 3.9.2010, Hezbollah places 15,000 rockets on border with Israel: Oren— [l’ambasciatore israeliano a Washington, Michael] Oren afferma che Hezbollah schiera 15.000 razzi al confine con Israele  [in territorio libanese] (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20100903/wl_mideast_afp/israelhezbollahmilitaryus/).

[209] Yahoo!News, 16.9.2010, (A.P.), M. Lee, Renewed Lebanese military aid sought— [A Washington il governo] cerca di rinnovare gli aiuti militari al Libano (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/us_us_lebanon_aid/).

[210] Ha’aretz (Tel Aviv), 6.9.10, Reuters, Lebanon PM: I was wrong to accuse Syria of Rafik Hariri murder Il primo ministro del Libano: ho sbagliato nell’accusare la Siria dell’assassinio di Rafik Hariri (cfr. www.haaretz.com/news/international/ lebanon-pm-i-was-wrong-to-accuse-syria-of-rafik-hariri-murder-1.312529/).

[211] Middle East online, 30.9.2010, Out of shadows: Yemen FM confirms US strikes on Qaeda— Fuori dell’ombra:il ministro degli Esteri yemenita conferma i bombardamenti americani diretti contro al-Qaeda [e conferma, però, che sbagliano tanto spesso bersaglio da risultare controproducenti…] (cfr. www.middle-east-online.com/english/?id=41639/).

[212] YNet (Tel Aviv), 19.9.2010, PM 'troubled' by missiles sold to Syria Il primo ministro [di Israele] ‘preoccupato’ dalla vendita di missili alla Siria (cfr. www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3956646,00.html/).

[213] YNet, 20.9.2010, Barak: US will supply Israel with bunker busters Barak dice che gli USA forniranno a Israele le bombe a penetrazione sotterranea profonda (cfr. www.ynet.co.il/english/articles/0,7340,L-3956902,00.html/).

[214] ITAR-Tass, 23.9.2010, Russia will not supply S-300 systems to Iran- General Staff— La Russia, dice lo Stato maggiore, non fornirà gli S-300 all’Iran (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15518137/).  

[215] New York Times, 29.9.2010, Reuters, Iran Puts Off Bushehr Plant Launch to Early 2011L’Iran rinvia il lancio operativo dell’impianto di Bushehr ai primi mesi del 2011.

    Il fatto che il virus Stuxnet sia rivolto specificamente a rallentare le centrifughe dei reattori della Siemens, i primi installati a Bushehr, sembra significativo. E la “coincidenza” per cui il codice con cui Stuxnet è scritto comprenda una strana citazione dal Libro di Ester della Bibbia (2,7) in ebraico (la parola “mirto”— Hádassa appunto questo significa e in persiano antico proprio il personaggio di Ester identifica) sembra “indicare” una “responsabilità” israeliana… ma potrebbe anche far finta, naturalmente, di indicare che la responsabilità sia israeliana… (New York Times, 30.9.2010, J. Markoff e D. E. Sanger, In a Computer Worm, a Possible Biblical ClueNel virus di un codice di computer, un possibile indizio biblico).

[216] Ria Novosti, 24.9.2010.No proof Iran building nuclear weapons— Nessuna prova che l’Iran abbia armi nucleari (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/20100923/160702976.html/).

[217] Stratfor, 23.9,2010, Iran: elements of military cooperation will continue with Russia Con l’Iran, dice la Russia, continueranno ad esistere elementi di cooperazione in campo militare (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100923_iran_ elements _military_cooperation_continue_russia/).

[218] New York Times, 22.9.10, D.E. Sanger e A. E. Kramer, U.S. Lauds Russia on Barring Arms for Iran Gli USA lodano la Russia per il suo no all invio di armi in Iran.

[219] New York Times, 2.9.2010, J. Ewing, Strong Yen Helps to Fuel Germany’s Export Boom Lo yen forte aiuta ad alimentare il boom dell’export tedesco.

[220] DESTATIS,  Ufficio federale di statistica,  14.9.2010,  Dati sull’export (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sit

es/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/ForeignTrade/Content100/kah612x12,temp

lateId=renderPrint.psml/).

[221] DESTATIS, 10.9.2010, Deficit/PIL (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Navigation/ Statistics/VolkswirtschaftlicheGesamtrechnungen/VolkswirtschaftlicheGesamtrechungen.psml/) 

[222] New York Times, 8.9.2010, Data Show German Economic Juggernaut Slowing I dati mostrano il rallentamento della grande macchina produttiva tedesca.

[223] The Economist, 11.9.2010.

[224] New York Times, 20.9.2010, J. Dempsey, German Opposition Seeks Nuclear Referendum L’opposizione tedesca vuole un referendum sul nucleare.

[225] CME Markets, 14.9.2010, Germany to stick with budget cuts despite upswing minister says Germany to stick with budget cuts despite upswing minister says La Germania terrà fermi i tagli previsti al bilancio malgrado la crescita, assicura il ministro [delle Finanze] (cfr. www.cmemarkets.com/v3/2010/09/17/germany-to-stick-with-budget-cuts-despite-upswing-mi nister-says/).

[226] Wall Street Journal, 29.9.2010, N. Boschat, France Ends Stimulus, Freezes Spending To Trim 2011 Deficit— La Francia mette fine agli stimoli e congela la spesa per tagliare il deficit del 2011 (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-2010 0929-703379.html/).

[227] INSEE, 30.9.2010, La dette publique s’établit à 1591,5 milliards d’euros— Il debito pubblico si assesta a 1.591,5 miliardi di euro (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=40&date=20100930/).

[228] INSEE, 2.9.2010, Baisse du chômage au deuxième trimestre 2010 Calo della disoccupazione nel secondo trimestre 2010  (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=14&date=20100902/).

[229] The Economist, 4.9.2010: senza sognarsi di darle ovviamente, neanche quando le Monde poi rivela il testo di una circolare del ministero degli Interni del 5.8.2010 che avrebbe, naturalmente, dovuto restare segreta e che, smentendo formalmente il governo e personalmente lui che era andato a raccontare fandonie all’Unione europea, ordina alle prefetture di “evacuare 300 campi o installazioni illegali entro tre mesi, ma dando priorità a un percorso sistematico di smantellamento in particolare di quelli Rom”, come tali: certo, i nemici da espellere sono tutti i poveri (i senza mezzi di sostentamento… e cioè, certo, spesso anche ai Rom) ma proprio e specificamente contro i Rom (12.9.10, La circulaire visant—che punta controi— les Roms est très probablement illégale: perché viola il principio di uguaglianza distinguendo fra gli zingari e altri gruppi nella stessa situazione di irregolarità: cfr. www.gisti.org/IMG/pdf/noriock1017881j.pdf/)…

[230] Gente, con la sensibilità del rinoceronte, questa: lui e il suo capo-in-testa, il Berlusca, che 73 anni suonati fa ancora il barzellettiere sugli arbitri di sinistra che ce l’hanno col Milan, o su Hitler che, se si convincesse a tornare, promette di essere, stavolta, cattivo…

    Lui invece, Maroni, alla notizia che le navi vedetta libiche avevano sparato a un peschereccio siciliano che aveva sconfinato, le “scusa” dicendo di essere certo che l’avessero preso per un battello di clandestini, come è noto bersaglio libero invece…

[231] New York Times, 14.9.2010, K. Bennhold e S. Castle, E.U. Calls France’s Roma Expulsions a ‘Disgrace’— L’Unione europea dice che l’espulsione dei Rom da parte francese è una ‘vergogna’.

[232] New York Times, 17.9.2010, J. Dempsey, Tensions Between France and Germany Over Roma Tensioni fra Francia e Germania sui Rom.

[233] MSN 9News.com, 30.9.2010, France issued ultimatum in Roma row Emesso l’ultimatum [boom!] alla Francia sulla controversia dei Rom (cfr. http://news.ninemsn.com.au/world/8087146/france-issued-ultimatum-in-roma-row/).

[234] Cfr. sopra sotto il capitolo EUROPA, primo •).

[235] Per una lettura di lucidità ed empatia che resta insuperata de “la grande grève”, del suo senso, dei suoi limiti, della sua lezione – in negativo come in positivo: che uniti si vince, anzitutto; e che vincere, spesso, non basta però – vedi il libro di Alain Touraine et al., Le Grand Refus. Réflexions sur la grève de décembre 1995— Il grande rifiuto  Riflessioni sullo sciopero del dicembre 1995, Fayard, 1996.

[236] Guardian, 8.9.2010, edit., Protest in France: Reform and reaction [già… tutto sta proprio lì, nel capire quale sia la riforma e quale la reazione!]

[237] Guardian, 1.9.2010, 12:59, D. McFarlane, Comments.

[238] The Economist, 11.9.2010.

[239] The Economist, 18.9.2010.

[240] The Economist, 18.9.2010.

[241] The Economist, 4.9.2010.

[242] The Economist, 11.9.2010.

[243] New York Times, 26.9.10, (A.P.), Japan's Export Growth Slows for Sixth MonthLa crescita dell’export  nipponico rallenta per il sesto mese.

[244] Yahoo!Finance, 10.9.2010, Japan introduces new stimulus, better 2Q growth Il Giappone introduce un nuovo stimolo, mentre va meglio la crescita del 2° trimestre (cfr. http://finance.yahoo.com/news/Japan-introduces-new-stimulus-apf-1079 574183.html?x=0&.v=5/).

[245] The Economist, 4.9.2010.

[246] Stratfor, 8.9.2010, Japan: Maintain Security Ties With U.S. - PM Il Giappone: mantenere i legami di sicurezza con gli USA, dice il PM (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100908_japan_maintain_security_ties_us_pm/).

[247] New York Times, 14.9.2010, M. Fackler, Japan’s Premier Survives Challenge Il primo ministro giapponese sopravvive alla sfida.