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     10. Nota congiunturale - ottobre 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

1.10.2009

 

Angelo Gennari

 

                                                                

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc242034608 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc242034609 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc242034610 \h 3

in Cina. PAGEREF _Toc242034611 \h 4

nei paesi emergenti (e, magari, anche non tanto…) PAGEREF _Toc242034612 \h 6

EUROPA e Stati Uniti PAGEREF _Toc242034613 \h 7

STATI UNITI, Europa e mondo. PAGEREF _Toc242034614 \h 26

GERMANIA.. PAGEREF _Toc242034615 \h 56

FRANCIA.. PAGEREF _Toc242034616 \h 60

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc242034617 \h 60

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc242034618 \h 62

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Il grullo parlante… Come altro definire, dopo certe uscite, Silvio Berlusconi che a Danzica, il 1° settembre, mentre si commemora il 70° anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale, impartisce ordini alla Commissione europea: decreta che nessun commissario e, tanto più, alcun portavoce europeo – ha il diritto di parlare in maniera che possa anche solo apparire critica verso il governo italiano; d’ora in poi, solo il presidente della Commissione avrà il diritto di rivolgerci domande “impertinenti” (tipo: perché, oltre che per titillare il Bossi, in Italia trattate così gli immigrati?).

Altrimenti, cacchio, per rivalsa se Bruxelles ci riprova l’Italia bloccherà tutti i lavori comunitari! L’Italia dell’autoproclamatosi, davanti a un imbarazzatissimo Zapatero, il “miglior presidente del Consiglio” che la Repubblica ma anche il Regno, a suo tempo, mai abbiano avuto… A dimostrazione che il senso della misura, degli altri ma soprattutto di sé, è un altro dei tanti vizi che certo il Cavaliere non si fa mancare. Come quello del ridicolo. Peccato che, poi, in Francia, in Germania, quando parlano degli italiani inevitabilmente ormai pensino a lui… Sghignazzando.

Proponiamo, qui, ora, in tempo utile perché qualcuno cominci a preoccuparsene là dove sarebbe – sarebbe – obbligatorio farlo, e d’urgenza, svolgendo il ruolo irritante ma utilissimo che è quello di Cassandra, un filo di ragionamento anche iettatorio, se volete, e provocatorio. Intanto, mentre come succede anche altrove, il PIL del secondo trimestre italiano resta in perdita, -0,5%, ma meno assai che quello del primo, su un anno fa la perdita resta assai secca, -6%. Ma il fatto grave, poco analizzato finora, è che probabilmente la durezza della recessione e la levità della risposta che le è stata data in Italia lasceranno alla fine permanentemente ridotta la capacità produttiva dell’Italia.

Non è, giustamente, un’idea facile da accettare e neanche solo da contemplare. Però è un fatto che, mediamente, secondo i calcoli dell’OCSE, quasi il 3% della produzione potenziale dei paesi ricchi è stato cancellato dalla crisi. Riprenderselo, senza scatenare l’inflazione, adesso non sarà facile. In altre parole, in rapporto a dove avrebbe potuto essere, la capacità produttiva non c’è più: strutturalmente, non ciclicamente. Sale il numero dei ragazzi che, tra 16 e 24 ani, non sono né occupati né in formazione e che potrebbero purtroppo ritrovarsi, per anni ormai, senza lavoro: un vero e proprio “deficit strutturale di occupazione”.

L’economia perde forza di traino, sul piano del lavoro, ad esempio man mano che perde coorti di dipendenti occupati che scivolano nella disoccupazione permanente. Se poi, adesso, la legislazione innovativa sull’immigrazione frenerà anche l’afflusso di lavoro esterno specializzato sul mercato – quello che alimenta domanda di beni e servizi e frena salari rendendo la produzione meno cara sì, ma non perché aumenti la produttività solo perché cala ancora di più il costo del lavoro, ma comunque la rende più competitiva – le cose andranno ancora più in perdita.

Forza e capacità a lungo di produzione perde l’economia anche quando, al di là del ritmo consueto che è sempre alto, spariscono dal mercato le nuove PMI: quando chiudono, succede che anche se riaprono in altre forme, sparisce nel passaggio, o viene poi reimpiegata in forma meno produttiva, però, parte di quel capitale riducendo l’offerta. D’altra parte, la difficoltà, che resta tutta, e il costo da strozzinaggio di accesso concreto al credito bancario rende improbabile la creazione di nuove imprese produttivo.

E’ un’ipotesi. Come altre, che non da soli certo ma tutti inascoltati, abbiamo avanzato, anche in questa Nota. Vogliamo fare le corna? Le facciamo anche noi. Ma, in ogni caso, on. Tremonti, on. Berlusconi, non basta fare le corna. E, poi, nel caso vostro – pur nordici come siete, che di più non si può – non è neanche dignitoso, anche se piuttosto usuale…

Come sempre succede quando ricominciano a sfruculiare sul nodo delle pensioni (la riforma da fare, ecc., ecc.: scordandosi ovviamente che la riforma, quasi solo da noi tra l’altro, è stata fatta e funziona, così che la verità se riesce a venir fuori riesce a farlo, ormai, quasi per un incidente di percorso, anche documentatissima[1] come poi è), escono fuori anche strani ragionamenti. Qui, per chiarificarne l’inanità e l’insensatezza totale, ne riprendiamo uno assolutamente tipico dal solito WP, anche se potremmo riprenderlo quasi da tutta la stampa italiana, più o meno conservatrice e/o, come ama chiamarsi, “moderata”, che lo ripropone tale e quale ogni giorno.

Dunque, per sottolineare l’insensatezza del sistema pensionistico giapponese, il quotidiano della capitale americana – una volta orgoglioso foglio dei liberal americani, quello che fece cadere Nixon col Watergate, e oggi pezzo di carta di stampo prettamente conservatore – scrive che “più di un terzo dei temi assicurativi versati dai lavoratori sono usati nel sistema per spostare ricchezza dai giovani e dai ricchi ai vecchi, ai malati e ai poveri”. Cosa scandalosa, conclude, senza sembrare farlo…

E’ sbalorditivo. E’ come se, da loro come da noi, facesse scandalo che solo chi è danneggiato da un incendio usufruisca delle polizze antincendio pagate anche, e soprattutto, dai premi assicurativi di chi dall’incendio non è stato danneggiato… Come se chi paga per assicurare l’auto si scandalizzasse perché i premi vanno a risarcire chi ha l’auto danneggiata. Come se non fosse normale, cioè, che chi è colpito da un qualsiasi disgrazia e è assicurato si rivalga su tutto il monte degli assicurati. Come capita proprio nel sistema pensionistico giapponese, o tedesco, o svedese, o italiano…

Su quel che ci può toccare nel campo del lavoro nel prossimo futuro, non dare retta a Maroni, Tremonti e al Cavaliere: a noi, dicono, le cose sono andate bene, abbiamo perso meno posti di lavoro, in proporzione, rispetto ad altri paesi della nostra, diciamo, categoria.

Ma adesso l’OCSE[2] mette nero su bianco la realtà.

• Sì, è vero: “l’impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi moderato rispetto a molti altri paesi OCSE”;

• “in Italia come in molti altri paesi OCSE” ci sarà ancora un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro”. Ma in Italia di più con “tasso di disoccupazione previsto aumentare ancora e avvicinarsi alla doppia cifra nel 2010”;

• come in altri paesi anche in Italia “giovani e precari, lavoratori con contratti temporanei ed atipici sono particolarmente colpiti dalla crisi… il tasso di disoccupazione giovanile era già molto più alto della media OCSE prima della crisi economica…; la percentuale dei giovani occupati è 20 punti sotto la media OCSE…; l’Italia ha una delle proporzioni più elevate di giovani senza lavoro e… una proporzione particolarmente persistente”…

• “La spesa pubblica a sostegno delle politiche occupazionali è aumentata poco rispetto agli altri paesi… Molti governi dell’area OCSE hanno risposto alla crisi con vigorose misure macroeconomiche, inclusi a volte imponenti pacchetti di stimolo fiscale”. In Italia, paralizzata per scelta tutta politica dal suo elevato debito pubblico, il pacchetto di stimolo economico è stato il più fiacco tra i grandi paesi (0,2% del PIL)… “Rilevanti segmenti di popolazione restano sprovvisti di una protezione adeguata per aiutarli a superare la crisi. Se la ripresa non si rafforza rapidamente, la disoccupazione rischia non solo di aumentare ma anche di divenire più persistente, con un maggior numero di persone alla ricerca del lavoro per periodi lunghi. Anche prima dell’inizio della crisi, quasi la metà dei disoccupati italiani era rimasta senza lavoro per almeno 12 mesi, una proporzione doppia rispetto alla media OCSE”…

• “La recessione rischia di inasprire la povertà… Anche prima le famiglie ‘povere’ di  lavoratori, quelle “con un reddito disponibile inferiore al 50% del reddito mediano” erano da noi in “proporzione superiore alla media OCSE del 10%”. E “più del 14% delle famiglie con bambini e capofamiglia in età lavorativa erano povere, un dato che piazza l’Italia al quintultimo posto dei paesi dell’area OCSE, seguita solo da Messico, Polonia, Stati Uniti e Spagna”. E, “poiché queste cifre sono in gran parte dovute all’incidenza di famiglie senza lavoro, ci si può aspettare un aumento significativo della povertà come conseguenza della recessione. Infatti, il 36% delle famiglie italiane senza lavoro risulta povero”…

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

L’OCSE, che ha appena rivisto al rialzo le proprie previsioni di crescita dell’economia globale (al rialzo: per modo di dire…: dal -4,1% di giugno al -3,7% ora, per il 2009) ha, non proprio usualmente, raccomandato con forza alle banche centrali, soprattutto per nome e per cognome, ha tenuto a dire, alla BCE, dio non affrettarsi a stringere la politica monetaria che governano “fin ben avanti nel 2010 e anche oltre” perché la crescita riprenderà molto lentamente[3].

Per la prima volta, dal collasso dell’Unione sovietica, nel 1989, da ben un ventennio dunque, la Russia sta scavalcando l’Arabia saudita nell’export di greggio petrolifero sfruttando, alla conquista di fette di mercato, la riduzione di produzione decisa dall’OPEC (alla quale la Russia non aderisce). Lo rivela l’AIE, l’Agenzia internazionale per l’Energia facendo notare che Riyad ha visto cadere le sue esportazioni a 7 milioni di barili di greggio al giorno dai precedenti 7,39 milioni, mentre nel secondo trimestre del 2009 Mosca ha venduto all’estero 7,4 milioni invece dei 7,25 del primo trimestre[4].

L’OPEC, d’altra parte, ha deciso di restare ai livelli di produzione attuali, dichiarandosi tutto sommato soddisfatta – almeno a sentire il ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi[5] – dei 71 $ dal barile su cui sembra essersi assestato il prezzo del greggio.

Secondo la valutazione – del tutto soggettiva e discutibilissima: ma che fa comunque riferimento nel mondo – del World Economic Forum, l’America arriva seconda nel 2008, e per la prima volta dal 2004 quando ha cominciato a stilare questa classifica, e subito dopo la Svizzera in termini di competitività dell’economia… Ma poi, in termini di solidità del proprio sistema bancario, con tutti gli effetti conseguenti e diretti su quello economico, si classifica 108a, dopo la Tanzania... E il Regno Unito iperliberista di Blair e di Brown qui è elencato al 126° posto, dopo il Burundi[6]

Una Commissione internazionale istituita da Nicolas Sarkozy e co-presieduta dai Nobel dell’economia Joseph Stiglitz e Amartya Sen oltre che dal prof. Jean-Paul Fitoussi per trovare il modo di calcolare al meglio, non solo quantitativamente cioè, non solo con lo strumento grezzo del PIL, la performance delle economie dei vari paesi, gli ha consegnato le sue conclusioni finali[7].

Il Rapporto stabilisce che il calcolo più fedele del benessere di un paese come collettività umana – dunque, non solo della ricchezza – dovrebbe essere fatto anche includendo fattori che come il benessere individuale, la possibilità di godere effettivamente di tempo libero, di istruzione e della garanzia di accesso universale a cure sanitarie devono far parte della misurazione. Riprendendo, in altre parole e raffinando certi criteri di misura, non solo misurabili in quantità apprezzate dal mercato (strumento che calcola bene, notava Robert Kennedy, il prezzo di tutte le cose ma non misurare il valore di niente) che già da anni propone l’ONU col suo Programma per lo Sviluppo.

in Cina

Dice Yao Jingyuan, il capoeconomista dell’Ufficio statistico nazionale, che la Cina riuscirà a toccare il suo obiettivo ufficiale di crescita dell’8% del PIL, quest’anno, ma che non spariscono per questo i problemi. Perché la base di quella crescita non può ancora essere considerata stabile[8].   

La Cina ha emesso titoli del Tesoro per 6 miliardi di yuan, cioè 879 milioni di $, sulla piazza di Hong Kong[9]. Misura tesa, dichiaratamente, a “internazionalizzare” la valuta nazionale in un momento in cui salgono preoccupazioni sul dollaro (valore, stabilità…). Il portavoce della Banca centrale, Shi Lei, ha dichiarato in proposito che l’intenzione è quella di “sviluppare il mercato offshore della valuta a Hong Kong”. Ma nel tempo, con calma, senza forzature, ha ripetutamente affermato, nel corso di tre-cinque anni. Il compito è quello di diversificare, molto gradualmente, le riserve in dollari verso euro e yen ma anche di consolidare la valuta cinese, man mano che si fanno calare quelle in dollari.

Più forte del previsto, la ripresa economica. La produzione industriale ad agosto sale al massimo da dodici mesi, del 12,3% sullo stesso mese dell’anno prima dal 10,8% di luglio e al di sopra delle attese. E crescono anche, del 33%, gli investimenti fissi annuali nelle aree urbane, al di sopra dell’aumento del mese prima così come delle previsioni. La banca Nomura di Hong Kong dice che con una crescita globale ben distribuita e un’inflazione che resta negativa non c’è comunque pericolo di surriscaldamento alcuno dell’economia e, dunque, autorità monetarie e politiche non devono preoccuparsi di stringere sulla politica monetaria[10]. Lo dichiara, confermando, il premier Wen Jabao, insieme al vice presidente della Commissione per lo sviluppo economico, Zhang Xiaoqiang che dice, anzi, come la ripresa sia ancora da consolidare.

Intanto, crescono gli investimenti diretti dall’estero in Cina, del 7% ad agosto rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, dopo un  calo non irrilevante a luglio e a giugno. Soprattutto, sono investimenti nel manifatturiero e in altri titoli di natura produttiva e non finanziaria[11].   

Con un gesto che riflette bene un senso forte di frustrazione diffuso anzitutto nel Congresso americano e le paure, comprensibili, del sindacato, ma che è anche potenzialmente pericoloso visti gli attuali rapporti di forza economico-commerciali tra i due paesi, gli Stati Uniti hanno imposto una tariffa aggiuntiva del 35%, oltre a quella già esistente del 4, sulle importazioni di pneumatici di fabbricazione cinese. La richiesta era reiterata da anni dal sindacato dei lavoratori dell’acciaio ed è in reazione alla triplicazione dell’import di pneumatici cinesi dal 2004 al 2008, con la fetta del mercato americano specifico passata per i cinesi dal 4.7 al 16,7%[12].

Il problema, naturalmente, è che – di per sé – mettere alle corde, con l’export dei beni prodotti a basso prezzo, un’economia come quella americana, non è affatto proibito visto che proibirlo richiederebbe un accordo internazionale efficace contro il supersfruttamento del lavoro dipendente.

Cosa che, naturalmente, gli Stati Uniti oltre a predicare – e non sempre, poi: non agli amici – al mondo, senza praticarla non hanno mai proposto di rendere effettiva (sono il paese che ha ratificato il minor numero di Convenzioni internazionali dell’Organizzazione internazionale del lavoro in nome della propria sacrosanta sovranità nazionale: come se la loro fosse l’unica che deve contare…). Il deficit commerciale degli USA con la Cina quest’anno è sceso del 13% nei primi sette mesi, rispetto agli stessi dell’anno scorso. Ma  totalizza sempre 103 miliardi di $, alimentando tutti gli straordinari sciovinismi di cui, insieme a eccezionali spunti di nobiltà, gli Stati Uniti sono capaci[13].

E la Cina reagisce subito: prima a parole, come gli americani si aspettavano, dichiarando che la mossa americana è pericolosa, carica di segnali protezionistici alla vigilia di un G-20 che doveva dichiararli sbagliati e potrebbe attizzare controreazioni pesanti dello stesso segno dovunque frenando e anche bloccando la ripresa appena iniziata. E’ l’argomento che, nella preparazione del G-20, avevano in particolare perorato… gli americani, tra l’altro.

Poi, subito dopo, e in maniera che il NYT dichiara, non si capisce proprio perché, “inaspettata”, inasprisce e rende concreta la sua reazione annunciando l’aumento delle proprie tariffe sull’import di parti di auto e di pollame dagli USA (per le prime, gli Stati Uniti ne hanno spedite in Cina per un valore di circa 800 milioni di $ l’anno scorso e per il secondo per quasi 400 milioni di $: perché, ed è la stesa accusa degli USA alla Cina per i pneumatici, sono prodotti che vengono sussidiati in varie maniere dal governo federale e da quelli degli Stati in questione)[14]: insomma, dice con chiarezza agli americani, questo è un gioco che se ci tenete a giocarlo, si gioca in due…

Poi lancia formalmente la sua denuncia all’Organizzazione mondiale per il Commercio, anche se Obama non accusa la Cina di violarne le regole ma impone quel 35% di extra-tariffa invocando una clausola della legge commerciale americana esplicitamente protezionistica (scatta comunque, a prescindere, quando il governo USA decide che è troppo forte la concorrenza). Una regola che, per far votare al Congresso americano l’accettazione di Pechino nel WTO, la Cina aveva dovuto sottoscrivere: non senza aver ottenuto assicurazione ufficiale, anche se non scritta, dal presidente Clinton che mai quella clausola sarebbe stata invocata[15]

Ma il potere di rappresaglia vero, implicito, che la Cina non ha neanche bisogno di menzionare per farlo valere, ovviamente e come abbiamo già accennato, è altrove: non le si può chiedere di dar retta all’America su altri fronti ultradelicati, chiederle per esempio di non vendere benzina all’Iran, se ovviamente le si mettono le dita negli occhi così… perché la Cina è perfettamente in grado anche da sola, quasi, di rifornire di benzina Teheran in cambio di greggio iraniano.

Così come può ben fornire la copertura assicurativa per il trasporto navale a chi la benzina in Iran, malgrado le pressioni americane, volesse esportarla comunque. Come potrebbe negare ogni legittimità internazionale, anche se fosse solo uno strato di vernice, al possibile embargo USA semplicemente votando no in Consiglio di sicurezza. O – se volesse – avrebbe la capacità di complicare, se non di affondare, quasi ogni altro disegno geo-politico americano nel mondo.

Adesso è importante che i due governi controllino le proprie reazioni e controreazioni perché non si avvitino in una spirale incontrollata che non lascerebbe sul campo nessun vincitore e milioni di perdenti. Perché una guerra senza regole come questa, tra le due maggiori economie del mondo, sarebbe, seminerebbe il caos nell’economia globale che deve ancora compiere un lungo percorso per recuperare quanto la crisi ha fatto perdere a tutti.

o

nei paesi emergenti (e, magari, anche non tanto…)

Il PIL del Brasile è cresciuto nel secondo trimestre dell’1,9% sul primo. Ma resta in contrazione dell’1,2% sul secondo trimestre del 2008. E la produzione industriale, a luglio, è cresciuta per il settimo mese consecutivo[16]. Il valore del real, a 0,55 per $, è aumentato raggiungendo il massimo da un anno a questa parte[17].

In Honduras, da brava sepolcra un poco imbiancata, la segretaria di Stato americana Clinton è riuscita a sospendere, come le era imposto da una larga opinione, più latino-americana però che nord-americana per ora però, una parte, forse una buona parte anche, degli aiuti americani all’Honduras, teatro dell’ultimo golpe in America latina.

Ma è anche riuscita a stoppare quanti, al Congresso e nell’Amministrazione, chiedevano di formalizzare il riconoscimento che di golpe militare, anche se con la copertura illegittima e parziale di giudiziario e legislativo, si trattava: così che avrebbe dovuto far scattare la legge che impedisce formalmente di continuare a dare anche il minimo aiuto a un governo golpista e che, di giorno in giorno, rifiutato come si sente da tutti i vicini, reprime sempre più ferocemente il dissenso legittimo interno (morti, galera, censura).

Ha osservato, senza nessuna ironia ma anche lui con un filo di ipocrisia, il deputato Howard Berman, democratico della California e presidente della Commissione Affari Esteri della Camera che “questa cosa qui sembra un’anatra, si muove come un’anatra e fa qua-qua come un’anatra…  Per questo è ora di piantarla di fare finta di no e chiamare questo uccellaccio per quello che è. un’anatra, e questo golpe per quello che è,  un golpe.

   E se, per qualsiasi ragione loro, i legali del Dipartimento di Stato non concludono che di un golpe si è trattato, il Congresso dovrebbe esaminare altri modi coi quali agire direttamente sul flusso degli aiuti[18].

Il fatto è che dei 200 milioni di $ di aiuti economici e militari che dal governo americano riceve oggi l’Honduras (un  paese con 33 miliardi di $ di PIL, nel bilancio del quale quei 200 milioni di aiuti fanno davvero la differenza) adesso ne sono stati cancellati il 10%, 22 milioni. Dove la punta di ipocrisia è che non sono i legali degli Esteri, però, a resistere a chiamare il golpe honduregno col nome suo ma a resistere sono proprio Clinton e il di lei staff, all’interno del quale qualcuno è ammanicato proprio coi golpisti[19].

D’altra parte a fine agosto il Fondo monetario ha versato al governo de facto, cioè alla giunta honduregna, 150 milioni di $ di aiuti e ha in calendario di dargliene alcune altre decine a brevissimo termine, in diverse rate. E come un’iniezione di aiuti di qualche percentuale di punto di PIL a un governo golpista.

E’ come nel 2002, quando un golpe durato due giorni aveva deposto in Venezuela il presidente eletto Hugo Chávez: col portavoce del FMI che s’era affrettato dopo tre ore a far sapere ai golpisti e al mondo “che l’organizzazione è pronta ad assistere la nuova amministrazione in qualsiasi modo essa trovi utile[20]: già, che gliene frega al Fondo se quel governo era figlio di un golpe, fallito subito poi, mentre per questo ci vuole qualche tempo in più a cacciarlo a pedate…

EUROPA e Stati Uniti

La Banca centrale europea è riuscita nel vero e proprio miracolo, usuale ai banchieri, di valutare con maggior ottimismo gli sviluppi economici dell’eurozona e, insieme, di dirsi preoccupata perché l’incipiente ripresa potrebbe essere insoddisfacente, specie sul piano dell’economia reale... come se a qualcuno gliene potesse fregare niente dell’economia irreale… Così, tanto per non sbagliarsi ma soprattutto per non osare niente, ha lasciato immobile dov’è dal maggio scorso, all’1%, il tasso di interesse[21].

E’ uno dei tanti casi di infingardia, di pusillanimità e di miopia acuta di cui è malata l’Unione. Se, come pare, si dovesse cominciare a riemergere dalla recessione, finalmente, l’Unione rischia di tirarne fuori la testa con una capacità di crescita azzoppata e distorta, con le proprie finanze ammanettate a montagne di debito estero e con la sua influenza internazionale ridotta, vista l’incapacità dimostrata di dare un contributo di leadership nel tirare il mondo fuori della crisi in cui è stato affondato e ancora affonda.

Le vendite al dettaglio nell’eurozona a luglio sono calate dello 0,2% su giugno e dell’1,8% anno su anno[22]. Nella zona euro i prezzi al consumo sono calati dello 0,2% nell’anno ad agosto, secondo una prima stima[23].

Salgono, invece, del 2,6% a luglio, i nuovi ordinativi industriali[24], dopo l’incremento di giugno, già apprezzabile, del 4%: significativo l’incremento tra la componente dei consumi dell’incremento dei beni durevoli, mentre cala la domanda, invece, di beni di consumo.

L’economia dell’eurozona cresce in agosto per la prima volta dal maggio 2008, secondo l’indice finale dei managers agli acquisti compilato dall’istituto di ricerche Markit che sale da 47 punti a luglio a 50,4, con 50 che costituisce il livello al di sopra del quale si ristabilisce una crescita[25].

A luglio, il tasso di disoccupazione nei sedici paesi dell’eurozona ha raggiunto il 9,5%, salendo dello 0,1% su giugno e mettendo in evidenza come, malgrado i primi segnali di ripresa a livello macroeconomico, la situazione occupazionale e sociale vada addirittura peggiorando[26]. In effetti, adesso, le cose andranno di male in peggio in Germania, ad esempio.

Dove cominciano a scadere gli incentivi alle imprese decisi proprio per tenere congelati i licenziamenti e ridistribuire le ore lavorato contribuendo, finora, non poco a frenare un esodo altrimenti ben più pesante. Coi licenziamenti, che adesso aumenteranno, si ridurranno monte salari e reddito disponibile e, di conseguenza, i consumi. Insomma, la realtà è che alla faccia di ogni ottimismo forzato, la recessione non si alleggerirà per niente. In Germania. In Italia. In Europa.

Dove, come informa l’EUROSTAT, a livello di tutta l’Unione a 27 sono quasi 22 milioni ormai donne e uomini senza lavoro con un tasso di disoccupazione globale del 9% , anche qui +0,1% su giugno. il campione della disoccupazione europea al momento è la Spagna, dopo che il mercato edilizio è crollato, con il 18,5%.

Però, e per fortuna, la Commissione europea adesso si butta e anticipa una crescita dello 0,2% per l’Unione nel terzo trimestre, con quella che chiama l’inizio decente di una certa ripresa[27]. E’ una previsione che non si capisce quanto sia speranzosa e azzardata e bisogna vedere se azzeccheranno, una volta tanto, la previsione: cosa che, sulla base dell’usuale consuetudine andrebbe scartata.

Sembra fidarsene solo fino a un certo punto anche il Commissario agli Affari monetari, Joaquin Almunia, il socialista spagnolo diventato a Bruxelles interprete fedele del liberismo economico, quando dichiara che l’economia della UE ha ancora bisogno di assistenza dalle banche centrali e di stimoli dai governi. Lui non è affatto sicuro che l’attività economica in Europa “sarebbe già in grado di stare in piedi da sola[28].

Poi, come ogni buona Sibilla, la Commissione magrado le sue speranzose aspettative sembra dargli retta e commenta che, in ogni caso, “mentre la ripresa potrebbe anche sorprendere nel breve in positivo, resta da vedere quanto sostenibile sarà poi…La situazione è migliorata… ma la debolezza dell’economia continuerà a far sentire il suo freno sull’occupazione e sulle finanze pubbliche[29].

Tedeschi, francesi e, con qualche riluttanza, anche inglesi in sede di preparatoria dei ministri delle Finanze del G-20 avevano deciso di chiedere insieme a tutto il gruppo allargato, e in specie ovviamente ad Obama, di discutere e decidere come mettere un freno al malsano istituto di tante banche nel mondo di elargire premi e gratifiche ai propri dirigenti del tutto slegate da ogni obiettivo di produttività e in misura, dopo e ancora ben in mezzo a questa crisi, ormai scandalosa.

Non era facile. Banchieri e banche fanno a ogni misura del genere un ostruzionismo feroce. Vogliono restare i soli a decidere di sé e di quanto si mettono in tasca anche quando a impedire loro di affondare sono stati i soldi pubblici: i soldi di tutti…

Significativo ci è sembrato che a Germania, Francia e Inghilterra neanche sia venuto pensato di far avanzare la richiesta all’Unione europea come tale, convinte com’erano che non vi avrebbero trovato la solidarietà necessaria né, tanto meno, di chiedere all’Italia di aggiungersi a loro; come anche più significativo è sembrato, almeno a noi, che l’Italia (Tremonti forse era uscito per un impellente bisogno?) non abbia neanche emesso una flebile protesta per essere stata tagliata fuori dall’iniziativa, forse perché presa in quei giorni a minacciare sfracelli, col suo roboante ruggito del topo, contro Bruxelles se i portavoce dei Commissari europei avessero ancora avanzato fastidiose critiche o domande sull’operato, cristallino perché ipse dixit, del governo Berlusca[30].

Solo in un secondo tempo, non per decisione comune poi ma per l’iniziativa del ministro delle Finanze svedese, Anders Borg, presidente di turno, viene l’appello della UE come tale a Washington: “dobbiamo esercitare tutta la pressione di cui siamo capaci sull’altra sponda dell’Atlantico – dice Borg – perché su questa questione l’Europa ha un punto di vista proprio e assai forte”.

In realtà, dalla riunione dei ministri delle Finanze pre G-20 non emergono dettagli e il silenzio di alcuni paesi importanti (l’Italia per primo), la riluttanza di altri (il Regno Unito, malgrado sia  proponente schiacciato, come s’è trovato, tra Francia e Germania, ha emesso diverse riserve…), l’evidente ritrosia degli Stati Uniti – che vorrebbero, dicono, ma non osano scontentare i loro banchieri – sollevano mille dubbi[31].

Poi Sarkozy riesce ad annunciare alla stampa che, alla fine, hanno trovato la quadra. I paesi europei, a prescindere al limite – poi bisognerà vedere… – da quel che faranno gli americani, metteranno un tetto ai compensi dei loro banchieri. Tutti i 27, dice, non vogliono veder ripetere lo “scandalo” delle smisurate gratifiche e dei bonus che, slegati dai risultati reali, hanno fomentato i banchieri ad assumere i rischi colossali con le conseguenze che poi abbiamo visto[32].

Certo è che cianciare di ri-regolamentazione del mercato finanziario senza cominciare da questa faccenda, tutta simbolica e tutta politica ma estremamente concreta, continuerebbe a far ridere i polli oltre che sghignazzare i banchieri[33]

Poi, certo, sono in tanti a urlare indignati ma a non combinare niente di concreto. Compreso Obama, purtroppo. Lo denuncia, durissimo e sicuramente a ragione, appena prima del G-20 di Pittsburgh, il Nobel dell’economia americano Joseph Stiglitz: il titolo di per sé dice tutto e assai bene, che “Con tutti i discorsi di Obama su una riforma radicale, gli USA hanno registrato un fallimento totale: non sono riusciti a frenare Wall Street[34].

Dove i banchieri continuano a fare, oggi come prima, esattamente quel che vogliono: non hanno neanche cominciato a pensare, ad esempio, a regolamentare lo scambio dei derivati, incanalandolo attraverso un filtro di valutazione e validazione— certo, lo avevano promesso alla Commissione bancaria del Senato, ma come aveva già detto due secoli e mezzo fa Adam Smith[35], se non verranno obbligati a farlo non lo faranno: semplicemente perché autoregolamentarsi non è loro interesse, farebbero meno profitti, per sé, personalmente, non per le proprie banche. Delle quali, a ben vedere, non gliene frega niente…

E in effetti suonerebbe ridicola, alla fine della fiera, la proposta che con insistenza sembra avanzare il presidente all’America e al mondo di centralizzare la ri-regolamentazione facendo della Fed, per quel che riguarda gli Stati Uniti, e proponendo agli altri di fare delle loro Banche centrali, i super “regolatori sistemici del rischio” bancario.

In fondo il suo stesso sito web definisce la Federal Reserve come l’istituzione che ha il mandato di “mantenere la stabilità del sistema finanziario e di contenere il rischio sistemico che può derivare dai mercati finanziari stessi[36]. E, in questo, la Fed, quella di Bernanke come anche e ancor più quella di Alan Greenspan, ha miseramente fallito.

Il fatto è che chiamare Alan Greenspan, l’ex guru della Fed, super-regolatore sistemico non avrebbe offerto nessuna garanzia la banca centrale americana si sarebbe messo a raffreddare e a regolare, ad esempio, la bolla speculativa che invece ha lasciato gonfiare convinto che quella fosse la volontà sovrana e, dunque, la normalità del mercato. Insomma, non basta a saper regolare i rischi, chiamarsi regolatore; bisogna anche esserlo e voler esserlo…

Due eventi hanno, come dire, “distratto” l’inizio del G-20 di Pittsburgh dalla sua agenda, cioè dalla crisi economica. Primo, la denuncia di giovedì 24, primo giorno del vertice, con cui Obama, Brown e Sarkozy[37] (non c’erano i russi, che hanno però detto come bisognerà considerare, eventualmente, nuove sanzioni, non i cinesi che se ne sono stati ben zitti, non Merkel, che ha da pensare giustamente alle sue elezioni, non Berlusconi, non Zapatero, non altri cui neanche hanno chiesto di presenziare…) hanno voluto – anticipando per così dire così, fuori sacco, la sessione del Consiglio di sicurezza – far sapere al mondo che, adesso, l’Iran sta aggiungendo a quello che ha a Natanz (oltre 8.000 centrifughe) un altro impianto di arricchimento dell’uranio, nelle vicinanze di Qom (da 3.000 centrifughe).

Non era proprio una novità perché i servizi segreti lo sapevano da sempre, ovviamente, così come i governi e perché la notizia della comunicazione ufficiale e scritta iraniana all’AIEA era stata pubblicata qualche giorno prima dal NYT[38], cui era stata data insieme al resto della stampa internazionale dal capo dell’ente per l’energia nucleare, nuovo vicepresidente e nuovo negoziatore iraniano, Ali Akbar Salehi. Poi subito dopo la conferenza stampa dei tre capi di stato occidentali, il NYT era tornato a informare che all’AIEA l’Iran aveva detto, alcuni giorni prima, il 21 settembre, “di avere in costruzione un ‘impianto pilota’”.

Precisando che è aperto, in conformità con il TNP, le sue procedure e i suoi tempi alle ispezioni dell’Agenzia atomica internazionale.. e trovandosi subito rimbeccato dal Dipartimento di Stato che, invece, esige le ispezioni al massimo “entro settimane[39]. Sentendosi rispondere, inevitabilmente,  che dovrà aspettare i tempi normali…).

Più esattamente – hanno detto funzionari americani al seguito del presidente – in buona sostanza della cosa CIA e DIA, le due principali agenzie di Intelligence, erano effettivamente state da sempre al corrente ma, come dire?, senza mai farci caso[40]… e che se l’Iran il suo nuovo impianto “lo sta costruendo, non ha ancora introdotto materiale nucleare al suo interno. Insomma, la centrale non è operativa ma potrebbe – potrebbe… – cominciare a funzionare nel corso dell’anno prossimo”. Adesso, dice Sarkozy a nome dei tre, “davanti all’Iran c’è una scadenza di due mesi per piegarsi alle richieste internazionali o far fronte a sanzioni rafforzate[41].

Protesta Ahmadinejad, intervistato all’ONU da TIME Magazine[42]: Obama “sbaglia” – dichiara – “non c’è proprio niente di segreto, noi lavoriamo all’interno del quadro dell’AIEA… Il che non significa che siamo tenuti a informare l’Amministrazione di Mr. Obama di tutti e ciascuno degli impianti che abbiamo[43]. Il fatto è che “aggiungere alla lista degli attacchi all’Iran anche la questione di questo impianto, aggiunge semplicemente un altro elemento alla lista delle questioni su cui gli Stati Uniti devono una scusa alla nazione iraniana”.

Commenta TIME che “l’assenza dei tedeschi (che pure hanno fatto sapere di concordare con Obama, ma la cui assenza risulta comunque “inspiegabile”), dei russi e dei cinesi  (di quella degli italiani non si parla neanche, ovviamente…) di apparire accanto a Obama nel confronto con gli iraniani sulla faccenda dell’impianto segreto mette in rilievo le difficoltà che ha Obama nel costruire la sua coalizione per mettere sotto pressione l’Iran”: per fortuna, ci permettiamo personalmente di aggiungere noi, avendo cercato di spiegare, letteralmente, da anni, perché le cose non potranno avanzare su questo piano senza tener conto dei diritti che ha anche l’Iran…

La prima e, forse, l’unica cosa davvero nuova in questo strano annuncio è che la scadenza così, intanto, sembra però essere stata spostata. Lo ha detto Sarkozy, sempre nel suo intervento alla conferenza stampa: la data era adesso, subito, all’ inizio del G-20; ora pare che la “punizione” scatterebbe, se mai scatterà, a fine anno…

In realtà, pare che la conferenza stampa dei tre sia stata soprattutto una messa in scena, una forzatura tesa a tenere a freno i bollori di Netanyahu che ormai alza furiosamente la voce facendo capire di poter davvero bombardare l’Iran. Reagiva dal podio dell’ONU al solito intervento provocatorio di Ahmadinejad: l’Olocausto è un’invenzione, o quasi; comunque, se è vero, è stato  montato e gonfiato; il regime sionista di Israele (non Israele come paese, però, il regime…) scomparirà a breve, ecc., ecc. Ma non è proprio scontato, e molti proprio in Israele hanno considerato addirittura ridicolo, che il primo ministro di Israele, all’ONU, sfidato da quella specie di guitto negazionista che è il presidente iraniano, a sventolare le “prove” dell’Olocausto…

Così, in un suo intervento a una cena di lavoro da lui convocata con una trentina di personalità americane – giornalisti, opinionisti famosi, scrittori, politici importanti, diplomatici e accademici di primissimo piano – Ahmadinejad ha tentato a New York di chiarire, fuori dalle pastoie delle reciproche propagande e delle “posture” ufficiali, il punto di vista che – fino a prova contraria – è quello ufficiale della Repubblica islamica dell’Iran. Lì ha risposto, a lungo e direttamente, a una quarantina di domande: convincendo raramente gli interlocutori mas portandoli a una specie di opinione di consenso su due punti cruciali che uno di loro, poi, ha precisato interpretando un po’ tutti[44].

La prima impressione lasciata da questa serata è che ogni negoziato tra Iran e Stati Uniti sarà difficile non solo politicamente ma culturalmente. Gli USA e i loro partners perseguono le loro preoccupazioni specifiche, a cominciare dal programma nucleare iraniano e dal sostegno che Teheran dà ai gruppi di militanti in Medio Oriente. L’Iran non mira a niente di tanto specifico.

Ma a qualcosa di più diffuso: rispetto, trattamento equo che viole vedersi riconosciuto come membro della comunità internazionale a pari dignità. Per oltre 200 anni questo paese è stato violentato, umiliato e derubato da potenze straniere. E questo, come ripetutamente ha reso chiaro Ahmadinejad, ha lasciato ferite profonde”…

Le grandi potenze, ha poi fatto notare, sono realmente convinte “del loro diritto a rivolgersi al mondo da una posizione di leadership e insistono nell’essere seguite dagli altri”. Ma a ogni paese “vanno riconosciuti i suoi diritti fondamentali”. Per esempio, certo che l’Iran, come del resto in passato, sull’Afganistan può dare una mano: “ma solo se gli Stati Uniti abbandonano il loro approccio unilaterale”…

La seconda conclusione cui il gruppo di interlocutori americani sembra arrivato dopo l’incontro col presidente iraniano è che “qualsiasi negoziato con l’Iran avrà possibilità di successo solo se farà i conti con ciascuna e tutte le questioni che dividono i due paesi e non solo su problemi specifici”: magari, poi, quelli che preocccupano soltanto noi…

Rispetto ai temi del G-20, poi, la seconda distrazione – questa prevista però e assai relativa – è stata la solita contestazione sulle strade della vecchia città industriale in declino ma già almeno parzialmente in ripresa – e perciò scelta per questo vertice – una contestazione, però, disparata e anche un po’ strana – dai monaci buddisti birmani alla gente di strada, agli attivisti di Oxfam che portano avanti la loro campagna contro la fame nel mondo, ai pacifisti che chiedono sia rispettato davvero, perché già non credono che mai lo sarà, l’impegno a tagliare gli arsenali nucleari. Una distrazione, appunto, ma ormai troppo ripetuta e sempre uguale a se stessa, per non apparire scontata.

Poi si è entrati, finalmente, nel merito. Finora, i due G-20 da quando è scoppiata la crisi ne avevano forse tamponato alcune conseguenze, anzitutto quelle che immediatamente mettevano in questione i mercati finanziari e, in parte minore, le economie reali, o meglio alcuni settori di più delicata gestione (l’industria automobilistica) dell’economia reale. E quasi solo grazie all’azione, pur insufficiente a molto più che a tamponare, di Obama.

In realtà – come viene commentato[45]quel po’ di successo ottenuto dai vertici c’è stato perché si sono limitati a affrontare, e poi solo in parte, alcuni dei suoi effetti collaterali… ma evitando accuratamente di metter mano alle questioni spinose”, sistemiche, “come il pericolo apertosi cle- banche-ormai-troppo-grandi-per-poter-mai-fallire, come il ruolo e le dimensioni di stimoli fiscali coordinati”.

Su tutto questo – il problema dell’agire insieme e non in contraddizione e la ri-regolamentazione da riavviare – finora solo pecette. Ora, i temi del vertice – dopo quello del novembre del 2008 ancora con Bush, subito dopo lo scoppio deflagrante della crisi e quello di Londra di aprile, che cominciò, cominciò soltanto, a discutere del che fare concludendo assai poco – sono centrati stavolta su due questioni cruciali.

Riassumendo[46], “la definizione di nuove regole e misure antispeculazione, ma anche e soprattutto la nuova emergenza occupazione…La diagnosi è condivisa da tutti – la recessione ha toccato il suo punto più basso ma la crisi non è superata – e l’obiettivo del vertice è di trovare una linea comune…”.

Perché ormai tutti danno per scontato – perché è proprio scontato: lo dicono gli economisti di sinistra ma anche quelli di destra, quelli più questi meno preoccupati, ma lo dicono all’unisono – che anche se, lentamente, si comincerà a uscire dalla recessione ci vorrà molto, molto tempo per riprendersi sul piano dell’occupazione. Insomma, checché ne dicano lor signori che riprendono ad essere vispi e vogliosi di rischiare il danaro degli altri – specie se si tratta di soldi pubblici – gli effetti che noi consideriamo peggiori della crisi stanno arrivando soltanto ora…

Non solo, ma specie proprio da noi: in Europa e in Italia.

Per questo, il principale rischio da evitare a Pittsburgh è quello di allentare l’attenzione che va data al problema. Che si presenta, oltre che con questi due temi subito prioritari delle regole da imporre alla finanza internazionale e dell’emergenza occupazione, anche con altri nodi, almeno, che bisogna, qui ed ora, tentare di cominciare a sciogliere:  

• la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali: Fondo monetario, Banca mondiale, ecc.;

• l’istituzione di una forma di tassazione sulle transazioni finanziarie internazionali, specie quelle puramente speculative (sì, una Tobin tax…);

• una Carta, una dichiarazione di princìpi, chiamatela come vi pare, dei G-20 che si preoccupi di una crescita generale e sostenibile e in grado di portare a una maggiore giustizia sociale, al rispetto dei diritti dei lavoratori e a una forma efficace di governance capace di dar voce in capitolo, quindi autorevolezza e incisività, a tutti gli attori dello sviluppo.

Invece, sembra passare l’illusione che la crisi sia come già finita ed è vero che sta forse arrivandone alla fine una fase, quella prettamente finanziaria. Ma l’altra – quella economicamente e, dunque, socialmente più pesante – si va ancora di più approfondendo.

Per questo sarebbe esiziale la tentazione di molti, anche fra gli “statisti” riuniti a quel tavolo, è che siccome i mercati finanziari vanno migliorando la loro situazione non c’è più tanto bisogno di riformare davvero, di ri-regolare, il sistema, di far rendere conto fino in fondo a chi deve rendere conto e di lasciar perdere. Dopotutto, è l’idea, perché appesantire il funzionamento di Wall Street, della City, di Piazza Affari, proprio adesso che la ripresa comincia fa capolino? Insomma, riemerge la voglia di scaricabarile, fino alla prossima…

Sarebbe ancora una volta, cioè, la ricerca del minimissimo comun denominatore la vera agenda. Ma stavolta non basterebbe. Tanto per cominciare, il mercati dei derivati resta del tutto brado— ricordate? I dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea lì ad avvertire che a fine 2007 – e le cose sono ora solo peggiorate – il mercato mondiali di quei “prodotti finanziari” era fatto per metà circa di strumenti “insolventi” e per metà di titoli “non quotati” in nessuna borsa del mondo, over-the-counter li chiamano, prodotti da banco come i medicinali generici…

In tutto sono 1,14 milioni di miliardi di $: composti da 548.000 miliardi di derivati del primo tipo e 596.000 miliardi, sempre di $, di derivati nominali/OTC[47]. Quando il PIL del mondo intero, tutto insieme, nel 2007, valeva qualcosa come 70 mila miliardi di $.

Ora se dividete 1 milione e 140.000 miliardi di $ (1.140.000.000.000.000 di $) per questi 70.000 avrete un’idea della cifra chiaramente impossibile di cui stiamo parlando: oltre sedici volte la totale ricchezza, prodotta nel mondo. Milioni, bilioni, trilioni, quadrilioni… quwesti ci hano rpei tuti per cogl…i.

E a Pittsburgh, esitano a ri-regolamentare, a tagliare (metaforicamente, poi) teste, a sbattere (un po’ meno metaforicamente, magari) in galera chi ha truffato il mondo (se ti vendo a 10 una cosa che vale 1 dicendoti che vale 20 e tu l compri, di questo si tratta: certo, di incauto acquisto da parte tua, e sei un bel fesso, ma di truffa da parte mia). Comunque, ancora una volta, sembrano appunto scaricare il barile e rimandano la presa di misure necessarie a obbligare i signori della finanza a pulire le loro stalle…

Una delle prime decisioni operative annunciate è stata la cancellazione del G-8, un istituto che pretendeva di coordinare le decisioni economiche delle maggiori economie del mondo al di là degli originali G-7 ma che, ormai, era largamente scavalcato dalle esigenze della realtà proprio come luogo del necessario coordinamento, sperabilmente un po’ più effettivo e efficace, dei problemi dell’economia globale.

A difenderne la memoria resta Berlusconi, che nel suo discorso all’Assemblea generale dell’ONU è andato a ricordare al mondo le magnificenze del suo G-8 del’Aquila, riconoscendo, certo, che anche lui si è allineato agli altri decidendo di sostituirlo permanentemente col G-20. Lui sostiene che, però, il G-8 “non è morto”, che “il G8 mette insieme otto Paesi uniti dalla stessa visione dell'economia, dagli stessi valori e principi[48] (sic! Russia? America di Obama, Germania della Merkel… e la sua Italia… stessa economia? stessi valori? stessi princìpi?! e, poi, anche se fosse mai vero, perché con queste cose qua, a sentire lui tutte in comune, perché allora il G-8 non ha mai in realtà funzionato?).

La realtà non è quella raccontata dal Cavaliere. Il G-8, se non scompare, resta solo in un’altra possibile dimensione, e tutta da verificare quanto a viabilità ancora, come luogo possibile di confronto sui problemi della sicurezza internazionale che include la Russia… ma non ancora, incredibilmente, la Cina…

E, tanto per continuare a parlare di ri-regolamentazione, le banche se ne fregano talmente che, dopo aver succhiato fino a inaridirle le mammelle gonfie dello Stato, adesso sono così sicure di poter fare ancora una volta quello che vogliono senza rimetterci niente (tanto ci sono sempre, alla bisogna, quelle mammelle lì, no?) e senza doverne rispondere a nessuno (tanto i governi sono sempre quelli così comprensivi, no?) che hanno deciso di rilanciare.

Informa, infatti, il NYT, e senza poi scandalizzarsene più di tanto, che “i banchieri di Wall Street stanno pianificando di comprare polizze vita che persone ammalate o anziane vendono [cioè, sono costrette a vendere loro] per contanti e poi contano di ‘impacchettare’ quelle polizze a centinaia o a migliaia in titoli [tipo derivati] da rivendere[49]. Ora che ci riprovino si può anche capire— visto come gli è andata liscia e come non li hanno sbattuti in galera anche se vendevano per oro pezzi di carta straccia a clienti gonzi, citrulli e illusi dal chimerico facile far soldi.

Ma se glielo lasciamo fare di nuovo, la certezza è che indubbiamente ci meritiamo tutti gli incapaci che siamo andati mettendo al governo in tutti i nostri paesi da anni e anni. Come scrive giustamente sul Guardian un commentatore famoso, di parte diciamo piuttosto progressista, il fatto è proprio questo: che la colpa è a monte, dei governi cioè; e, infatti, se anche Il G-20 [dell’aprile scorso] ci ha salvato, ma sta decisamente fallendo nel frenare chi ha causato la crisi[50].

La verità è semplice: “lo strangolamento della nuova oligarchia finanziaria sulle scelte del pubblico potere non è stato praticamente toccato. A meno di cambiare questo stato di cose, adesso, c’è lì, in attesa, una seconda potenziale crisi assai seria”. Cercando ora, come dire?, di sintetizzare i risultati più di sostanza (immaginate gli altri…) del vertice. I G-20:

• Si impegnano a assicurare una crescita sostenibile e duratura, mantenendo le misure di stimolo all'economia fino a quando la crescita non si affermerà ancora a livello globale e rimandando la definizione, che pure qualcuno aveva chiesto (la Germania, in specie, e con qualche titubanza anche la Commissione europea che ha dovuto premettere di non parlare per tutti), di una exit strategy per riassorbire la grande liquidità immessa nelle economie colpite dalla crisi che ha portato il dollaro, di fatto, dall‘inizio del 2009 ai suoi minimi storici.

• Quanto alle banche e al controllo da imporre loro dopo il disastro che hanno provocato rischiando imprudentemente per avidità e sete di guadagno personale di tanti loro managers soldi non loro, fondi dei risparmiatori e fondi pubblici, e innescando il disastro della finanza mondiale, quasi niente…

Sì si è deciso (bé, deciso: più realisticamente, diciamo che ancora una volta si è detto…) che dovranno accantonare più riserve di capitale (ma quante? e le stesse quantità, poi, per banche lazzarone e zuzzurellone, come si sono dimostrate quelle americane in generale, e per le banche giapponesi e europee, che sono e sono sempre state effettivamente molto più parsimoniose e taccagne nel loro comportamento?) per fare meglio fronte alle perdite.

Ma, e a prescindere da queste domande irrisolte, la data per cui dovranno essere pronte a farlo è fine 2010… con entrata in vigore che avverrà gradualmente, poi, nei successivi due, forse tre anni. Insomma, si tratta di un set di princìpi che tendono a stabilire regole più dure.. ma di princìpi si tratta, non di altro per ora.

Quanto allo “scandalo” dei bonus, nessun tetto rigido – quello che chiedeva l’Europa e, soprattutto in questo caso, la Francia. No, meglio lasciar fare al mercato (ha vinto la scuola liberista e libero-mercatista anglosassone su quella gallicana e calvinista più dura) legando (ma senza dire come, ovviamente, e quindi senza efficacia) le retribuzioni dei top manager a “strategie di creazione di valore nel lungo periodo senza l’assunzione di rischi eccessivi”.-

Una frase anodina e involuta: che significa tutto e, naturalmente, anche niente ma, in teoria, potrebbe al meglio anche significare un deferimento del pagamento delle gratifiche per diversi anni, riducendo così l’incentivo al rischio legato a profitti a brevissimo e breve termine…

Sul punto delle regole da imporre alle banche nel loro complesso, Obama, presentando il documento finale, conclude che i G-20 “hanno raggiunto un livello di cooperazione tangibile, globale, mai prima visto… il sistema finanziario che abbiamo sarà, d’ora in poi, assai differente e più sicuro di quello che tanto drammaticamente l’anno scorso è fallito”. Una conclusione secondo noi di ottimismo forzato, di ruolo, purtroppo.

• Sulla liberalizzazione del commercio, la conclusione dell’ormai annosissimo ultimo round del negoziato cosiddetto di Doha all’OMC, la esigono “rapida”, entro il 2010— ma praticamente con le identiche espressioni con cui gli stessi soggetti l’avevano già esatto, almeno, dagli ultimi quattro vertici…

• Il G20 ha “siglato” (non concordato, non firmato… tanto meno ratificato: insomma, e al solito, in linea di massima ha parlato…) del principio di una possibile intesa per trasferire alle economie emergenti non meno del 5% nei diritti di voto nel C.d.A. del FMI. Non si tartat afato , in ogni caso, di sanare gli squilibri insiti nella governance del Fondo. In definitiva, il Fondo resta, e resterà, il club dei Paesi ricchi.

• Gli squilibri finanziari globali, dice il documento, andranno corretti – l’idea avanzata con forza da Gordon Brown – impegnando (che vuol dire?) i paesi del G-20 con significativi surplus commerciali – Cina, Germania, Giappone – a sostenere la domanda interna e quelli in deficit – Stati Uniti, anzitutto, ma anche di sicuro Inghilterra – ad aumentare il risparmio privato.

Senza, però, nessun impegno, neanche di principio, di nessuno dei Grandi (mica sono paesi in via di sviluppo, questi…) ualunque ion bivia dis viluppo, dopotutto…) di nesun  Grande a ad accettare le indicazioni del G-20 come collettivo sulle scelte di ciascuno in materia della propria politica economica interna Stavolta, e per la prima volta, si accetta invece una specie di peer review, il metodo di management usualmente impiegato in ambito accademico o nelle grandi imprese moderne in cui ciascuno dei partecipanti discute con  ciascun altro e con tutti il lavoro dell’altro.

Qui ignorano, però, che il peer review è un metodo di ricerca comune sui problemi e le soluzioni, un metodo di  gestione, che funziona quando tra i partecipanti all’esercizio l’obiettivo è realmente comune e qui, palesemente, non potrà mai essere proprio comune quello, per dire, di Rusia, Cina e Stati Uniti d’America… Per cui è scontato che sarà una verifica tra pari tipicamente all’italiana, una specie di facimmo ammuina, ognuno che rivede il lavoro dell’altro ma tutti sempre ossequienti rispetto al lavoro dell’altro…

E’ vero, però, che una specie di riaggiustamento delle posizioni debitorie e creditorie dei Grandi è già iniziato, quasi di per sé, proprio a causa della crisi: i consumi degli americani sono in calo e il risparmio è in aumento e la Cina sta spendendo il 18% circa del suo PIL, sui 600 miliardi di $ per stimolare l’economia e la domanda interna e rendersi meno dipendente dalle esportazioni.

• Altre questioni sfiorate, sicuramente non definite e tanto meno decise, nel G-20 però indicate come problema nel comunicato ufficiale, sono: escogitare – dicono entro il 2010 ma se possibile… – non regole, salvoiddio, ma policies (sic!) per il problema delle banche “troppo grandi per essere lasciate fallire”; così come per la piaga dei “derivati” che, si concorda, sono strumenti che hanno sicuramente bisogno di essere regolati ma che non vengono regolati per niente. Dovranno, dunque, ma quando, come e da chi?         

In definitiva, anche questo, come tutti i vertici precedenti – ma questo è più grave proprio perché arriva dopo tutti quegli altri: quello dell’anno prossimo, se farà come sembra ineludibile lo stesso, sarà ancora più grave… – ha assunto una caterva di impegni su una caterva di temi. Ma tutto quel che ha deciso conterà poco, mentre conteranno come al solito le decisioni di uno o due paesi che sono i soliti e, certo, sarebbero tre, se esistesse un paese chiamato “Europa”…

Se per esempio gli Stati Uniti prendessero per la prima volta seriamente il procedimento del peer review sul proprio deficit commerciale e accettassero le indicazioni dei “pari” in questione – ma anche, è obbligatorio dircelo, se i pari in questione troveranno mai quel po’ di coraggio necessario a dire agli USA dove secondo loro sbagliano— coraggio che finora non hanno mai avuto – allora sì, questa nuovo comportamento darebbe tutta un’altra credibilità a tutta la storia.

In realtà, poi, l’Amministrazione Obama, per conto suo, sta sistematicamente calandosi le braghe di fronte all’offensiva di banche, banchieri e loro amici politicanti (moltissimi, troppi pare, tra repubblicani ma anche democratici: adesso il segretario al Tesoro, Geithner, annuncia che verrà neutralizzato anche l’impegno-minaccia del presidente (mai stato suo personale: lui è da lì, dal mondo bancario, che viene…) a lanciare una nuova Agenzia federale di difesa del consumatore dotata finalmente di  denti aguzzi.

Glieli hanno strappati quando non erano ancora spuntati, i denti: l’Agenzia non potrà più obbligare gli istituti bancari ad offrire sul mercato prodotti con, ad esempio, tassi ipotecari fissi a trent’anni e carte di credito a basso interesse e basso costo. Non è più così e Geithner annuncia la resa in Commissione al Senato: lasciamo la decisione al mercato[51], annuncia per fortuna non aggiungendo che ha sempre ragione— dopotutto è sempre ministro dell’Obama che quelle proposte le aveva avanzate e che, adesso, lui – perché in quel sistema è sempre e solo lui che alla fine decide – decide di cancellare.

Del resto, per non farlo, avrebbe dovuto lanciare una campagna di mobilitazione delle masse che sono state rovinate da quel mercato, contro il quale si poteva avere la forza necessaria per vincere solo alimentandone anche dall’alto la sacrosanta indignazione.

Anche sull’impegno, sbandierato addirittura come morale, a tagliare le gratifiche indecorose e immeritate dei manager delle banche, a cominciare da quelle che sono state salvate dalla catastrofe che s’erano procurata esse stesse e essi stessi (un insulto ai tanti che hanno reso poveri e ai tanti che hanno fatto diventare più poveri con le loro scelte avventate e rischiose: per tanti ma mai per loro), al G-20, nei fatti, s’è compiuto il passo solo a metà.

Gli europei, ancora una volta si sono divisi come su tutto il dossier della ri-regolamentazione dei mercati finanziari: di qua per misure serie almeno sulla carta, programmaticamente, tedeschi e francesi anzitutto; di là gli anglosassoni, ancora una volta contro la propensione proclamata da Barak Obama che voleva tagliare le unghie anche lui agli speculatori ma che è stato bruscamente frenato, in nome del mercato e delle sue libertà, da banchieri e business della finanza.

Invano Merkel (alla vigilia delle elezioni, anche) ha richiamato alla necessità di “imparare le lezioni della crisi e di non ripetere gli errori fatti lasciando briglie sciolte a ogni speculazione”. Ha anche invocato le parole di Obama al precedente G-20 di Londra per farlo… Anche Sarkozy ha tuonato contro “il comportamento di coloro che continuano ad arricchirsi in modo indecente dopo aver portato il mondo sull’orlo del disastro”. E, insieme, propongono – anche Berlusconi dichiara di  appoggiarli – un tetto che freni efficacemente gratifiche e bonus rapportandoli alle disponibilità effettive degli istituti bancari e al “merito” delle persone titolate a goderseli.

Americani e inglesi però frenano. Propongono, sempre in linea di principio, di dare al Fondo monetario internazionale poteri di monitoraggio sulla crescita equilibrata delle economie (frenare o scoraggiare, comunque, il surplus dell’export cinese e tedesco ad esempio e il deficit commerciale americano: il primo molto più facile da concretizzare che il secondo, però, e per questo i tedeschi ad esempio sono restii) e, in concreto, non sembrano convinti di dover regolare la libertà di azione degli attori finanziari. Così, anche su questo punto, compromesso al ribasso[52].

Come, del resto, anche sul nodo del cambiamento climatico, Obama ha abbassato l’asticella al G-20. Come aveva anticipato di qualche giorno la Clark, lo abbiamo visto, adesso il presidente degli Stati Uniti, al di là – anzi al di qua – del gran bel discorso appena fatto all’Assemblea generale dell’ONU in sessione speciale (un discorso “coraggioso” lo chiama anche e perfino Fidel Castro[53]), ha ridimensionato l’urgenza attribuita finora alla conclusione del Kyoto-2, o come diavolo volevano chiamare il rinnovo del protocollo globale sul clima entro la fine dell’anno, al vertice di Copenhagen.

Nel documento del G-20 ha fatto ora approvare – è così che vanno le cose: lui decide, gli altri assentono, al massimo si astengono, raramente dicono no e mai, poi, vanno avanti da soli… – la cancellazione dei sussidi pubblici ai combustibili fossili (ma anche qui, senza data obbligata… e, anche qui, di un principio si tratta) lui ci ha provato a far passare una scadenza “entro cinque anni”, ma gli altri gli hanno detto no avendo anche capito che alla fine non avrebbe dato battaglia per farla passare[54].

Non è, di per sé, piccola cosa (sono 300 miliardi di $ all’anno) ma lui stesso aveva eloquentemente spiegato all’ONU perché non sarebbe bastato. Tant’è… ha detto che Copenhagen non sarà la fine del processo, ma sicuramente il principio. E molti hanno subito commentato che questa è una percezione se non altro più realistica. C.v.d…

In conclusione, ancora due parole sulla natura di questa bestia curiosa che si chiama G-20. Ha annunciato l’ovvio Gordon Brown, nel suo intervento di Pittsburgh, probabilmente uno dei suoi ultimi se non già il suo ultimo vertice: “Il G-20, com’era, è finito”. Ed è certo vero. “Il nuovo sistema comincia oggi”. Già. Ma cosa era e, soprattutto cos’è, davvero il G-20. Non era, né è diventato, un sistema, una cornice, di cooperazione economica internazionale. Ne è di certo un consiglio di Amministrazione del mondo economico. Né un consiglio direttivo per l’economia globale—sono alcuni dei termini con cui hanno provato in questi gironi a descriverlo.

E’ un luogo dove i capi di governo di 20 economie – in prima approssimazione, ma non sempre poi, le maggiori del mondo – discutono di alcune importanti questioni di economia— sempre arbitrariamente definite: mai democraticamente e, in realtà, poi alla fine della fiera da tre, forse due, spesso uno solo di loro. Ma, al dunque, il G-20 non ha, poi, capacità reale di implementare, di far applicare cioè, le sue decisioni… quando le prende poi le decisioni.

Gli organismi che, nell’economia internazionale, contano e decidono e hanno capacità reale di far applicare le loro decisioni sono quelle uscite dai rapporti di forza che c’erano alla fine della seconda guerra mondiale: l’FMI, la Banca mondiale controllate dai paesi più ricchi (nel senso che obbediscono a una concezione della democrazia non più legata alla persona ma ai soldi, non più radicata nel precetto un uomo-un voto ma su quello un dollaro-un voto) e l’OMC, nata mezzo secolo dopo e, perciò, fondata su un equilibrio di potere in parte diverso in cui, ad esempio, i paesi in via di sviluppo hanno un potere di veto, anche se è sempre formale.

Ma anche qui conta il dominio effettivo dei paesi più ricchi che hanno comunque il ruolo cruciale nelle decisioni dell’Organizzazione mondiale per il commercio sulla vita di miliardi di persone attraverso la regolazione che esercita sui meccanismi e le regole del commercio mondiale. Il fatto è che le regole stabilite sono largamente prefissate a favorire i paesi ricchi— e specie delle multinazionali di quei paesi[55].

Per esempio, tutti gli aspetti legati alle cosiddette TRIPS (le regole della proprietà intellettuale, dei brevetti, ecc.) erano e restano ferreamente scritti e applicati a difesa dei detentori dei diritti di proprietà e di sfruttamento e sono disegnati a proteggere le grandi compagnie farmaceutiche internazionali. In modo che, ad esempio, le cure anti-AIDS invece di remunerare i costi di ricerca e sviluppo, diciamo, col 20% in più del costo di produzione, si pagano in realtà il 100, il 300, il 500% di più e restano troppo costose per essere vendute ai poveri del mondo, specie del Terzo mondo.

C’è oggi, poi, l’incoerenza di fondo di tutto il sistema visto che si regge sull’incoerenza di fondo della politica economica americana. Anzitutto perché è campata per aria, la “torta in cielo” per intenderci… Nel 1985, cinque dei G-7 di allora (meno l’Italia, naturalmente, e il Canada) con quello che è passato alla storia come l’accordo del Plaza decisero la svalutazione del dollaro. Lo fecero agendo di combutta le loro banche centrali e il dollaro, nel corso dei due anni seguenti – gli anni di Reagan – perse più di un terzo del suo valore.

Oggi il dollaro è ancora più sopravvalutato rispetto ad allora, con un rosso della bilancia commerciale che fa paura, il passivo di gran lunga maggiore tra i G-20 che, adesso, nella dichiarazione finale giurano di correggerlo. Ma oggi, la verità è questa, costringere gli Stati Uniti a correggere, svalutando, il valore del dollaro, riducendo drasticamente il proprio import dall’estero, cioè dalla Cina possono essere solo gli Stati Uniti. O, costringendoceli,  può essere solo la Cina.  

Solo che il governo americano ha quella sua incoerenza di fondo. Già con Bush. Oggi con Obama. Sempre con chi per loro disegnava la politica economica: Paulson-Geithner-Bernanke, allora, e Geithner-Bernanke, oggi, non perdono occasione per dire che gli USA vogliono “un dollaro forte”. Ma, alo stesso momento, lamentano che la Cina mantenga il suo yuan al di sopra del suo valore reale. Posizioni logicamente ed economicamente del tutto contraddittorie.

Infatti, yuan sottovalutato è uguale a dire proprio “dollaro forte”. Che se resta tale – anche rispetto alle altre monete, euro, yen ma pure rublo e rial – non consente la correzione dello squilibrio commerciale americano (certo, il deficit degli scambi è sceso della metà con la crisi e la caduta dell’import americano, appena scatta davvero un po’ di ripresa nell’economia reale, il baratro si allargherà di nuovo).

La soluzione imporrebbe al vecchio G-7 – che non c’è più, è vero, come il G-8 e anche a maggior ragione: diciamo, ai paesi più ricchi e potenti comunque – di riconoscere e accettare la Cina come partner almeno uguale: ma anche se ormai quell’economia è terza— o seconda: dipende da come è calcolato il cambio col dollaro: come lo calcola realisticamente da tempo la CIA, a parità di potere d’acquisto, già da tempo è di gran lunga la seconda economia del mondo e avviata a diventare la prima.

Ciò esigerebbe riconoscere ormai alla Cina almeno lo stesso peso specifico che hanno gli Stati Uniti nel voto al Fondo monetario, il 16,5%: un blocco di voti, leggermente inferiore a quello dell’Unione europea, se lo esercitasse mai – e non lo fa – come un’Unione vera, ma sufficiente a formare un potere di veto (ci vuole l’85% per approvare una decisione), enormemente superiore a quello della Cina e, a fortiori, a quello di ogni altro paese. Pare che al G-20 abbiano ora deciso di spostare un totale del 5% dei voti decisionali al Terzo mondo – deciso, come sempre qui non significa però già concretizzato – mettendoci dentro tutti, Cina compresa, una percentuale che non cambia, però, niente di decisivo.

Insomma, la riforma al vertice che avrebbe dovuto fare il G-20 è ancora molto, molto di là da venire. Il fatto è che, per fare davvero i conti, prima o poi – ormai forse più prima che poi – bisognerà prendere atto – soprattutto gli USA dovranno anche dolorosamente prendere atto – che l’equilibrio del potere nel mondo è cambiato perché loro vivono da tempo al di sopra dei propri mezzi. Sono certo un paese ricco, ma solo perché importano merci a buon mercato e, avendo poco in realtà da scambiare, pagano i prodotti importati dalla Cina con i soldi presi in prestito dalla Cina.

L’equilibrio formale del potere non riconosce la realtà facilmente. La gente resiste al prender atto che le cose cambiano e tanto più, poi, se già sono cambiate. E’sempre stato così nella storia. L’impero romano sopravvisse a se stesso per quasi un secolo solo perché nessuno poteva neanche  immaginarsi che non ci fosse già più. Poi, a un certo punto, un visigoto qualunque gridò che l’imperatore era nudo… E, a quel punto, alla fine la comprensione del potere vide congiungersi la realtà con l’ufficialità e tutti, semplicemente, ne presero atto.

Ma il ridimensionamento, chiamiamolo così del dollaro, è comunque già cominciato. Lo dice chiaro il presidente della Banca mondiale, Robert B. Zoellick, un americano che a lungo è stato il negoziatore del suo paese all’OMC e nei negoziati commerciali in tutto il mondo per Bush. “Se guardiamo al domani ci saranno sempre pi alternative al dollaro, come moneta di riserva e di transazione per gli scambi mondiali: non solo l’euro che è già qui, ma anche il renminbi, o yuan, cinese [stessa cosa: renminbi è il nome ufficiale della carta moneta, yuan è quello dell’unità di base, 1 renminbi] che acquisirà sempre più ruolo sui mercati finanziari[56].

Zoellick implica nel suo discorso che il dominio occidentale dei paesi capitalisticamente più sviluppati sulla finanza internazionale è in declino e che l’America perde nettamente colpi. E, senza quasi sembrare, da buon veterano bushotto attacca una delle scelte chiave della strategia di Obama, quella di devolvere poteri di ri-regolazione del sistema bancario concentrandoli sulla banca centrale, la Fed, per diminuire i cosiddetti “rischi sistemici”.

Ostile com’è a un mercato più regolato e meno selvaggio, lui proprio non ama l’idea. E per sabotarla suggerisce che, se mai, dovrebbe essere il Tesoro ad avere questi poteri perché – ed è una motivazione comunque non peregrina – è più controllabile dal Congresso.  

In questo quadro e tanto per dinamizzare l’Unione, a metà mese il parlamento europeo rielegge per il secondo mandato il presidente della Commissione José Manuel Barroso. Solo a maggioranza, stavolta – per fortuna, secondo noi – con il giudizio negativo esplicito del gruppo socialista, di quello liberale e dei Verdi sulla qualità assai scadente della sua prima presidenza: che senza opposizione, e accogliendo la spinta euroscettica britannica, ha restituito ai governi nazionali troppo potere decisionale lasciando anche che l’Europa si facesse ingolfare nella catastrofe del fallimento delle ricette economiche neo-mercatiste. Senza accordo tra i gruppi politici, adesso Barroso provvederà a scegliersi – si fa per dire: in realtà, a nominare chi gli viene indicato dai governi nazionali – i membri della sua Commissione[57].

A preoccupare noi, almeno, è il triumvirato che si va preparando al vertice effettivo dell’Europa per affiancare Barroso nel futuro prossimo venturo: con Merkel libera dai social-democratici, istigata sul liberismo dai suoi nuovi alleati liberal-democratici e “frenata” solo, forse, in pratica dalla sua personale coscienza sociale, con i laburisti fuori e i conservatori di Cameron dentro, con Sarkozy saldamente al comando e Barroso a coglierne, esaltarne e coordinarne gli input a Bruxelles, si va con ogni probabilità preparando un’Europa ancora più dura, sorda a ogni appello sociale e ancor più votata alla concorrenza a qualsiasi costo.

La Germania ha ratificato, e il presidente della Repubblica federale Horst Köhler ha firmato il Trattato di Lisbona – scavalcando il caveat messo a giugno dalla Corte costituzionale – che prima, cioè, dovessero ratificarlo tutti i singoli Länder – con una legge appositamente votata in modo bipartisan dal Bundesrat e portato così a 24 su 27 il numero dei paesi che lo hanno fatto. Devono ancora ratificare Lisbona, Irlanda (che sta andando al secondo referendum per ripensarci), e i due grandi euroscettici dell’est, Polonia e Repubblica ceca. Infatti, il Trattato può passare solo all’unanimità.

La Slovenia ha accettato di ritirare il veto di principio con cui aveva bloccato il processo di adesione della Croazia all’Unione. Riprendono ora i negoziati e l’impegno dei due Stati già jugoslavi è quello di accettare un arbitrato internazionale per fissare, una volta per tutte, il confine marittimo. Naturalmente, adesso bisogna vedere se chi perde accetterà l’esito dell’arbitrato[58]

L’unico grande paese europeo che è restato, volutamente, per scelta propria, fuori dell’Unione europea, la Norvegia, ha rieletto il governo social-democratico del primo ministro Jens Stoltenberg dando alla coalizione che presiedeva e che ancora presiederà una maggioranza risicata (86 seggi su 169)[59] ma sufficiente.

In buona sostanza dovuta, una volta tanto, alla frantumazione dell’opposizione moderata e di destra e, forse soprattutto, alla scelta di proteggere dalla tempesta della recessione un forte stato sociale (3% di disoccupazione e la vecchia concezione nordica di un welfare dalla culla alla tomba: che gli altri Stati nordici, pur essendosi tutti spostati a destra, resistono anch’essi a smantellare) che, certo, ha deciso di difendere dietro lo scudo delle entrate petrolifere del mare del Nord in pratica riservandole solo allo scopo. Stoltenberg, che vuole ampliare la ricerca di petrolio intorno all’arcipelago delle Lofoten, è uno dei politici norvegesi più convinti della necessità che il suo paese aderisca, nel prossimo futuro, all’Unione europea.

Intanto, l’Islanda e i paesi baltici più indebitati, sono stati messi con le spalle al muro dall’Unione europea e dal FMI: è stato loro intimato, manco fossero una Bolivia o un Cile qualsiasi di trent’anni fa, pena l’inaridirsi dei crediti di trasformare i debiti esteri stipulati dalle loro banche private per conto di uno strato ristretto della popolazione in obbligazioni pubbliche che lo Stato poi dovrà ripagare alzando le tasse, tagliando la spesa pubblica e rastrellando i risparmi del cittadino medio.

Ma sale la rabbia per questa soluzione che obbliga tutti, poveri e ricchi, più i primi dei secondi ovviamente, a farsi carico degli sprechi di pochi. E la pressione politica sta già costringendo i governi dei due paesi – nel primo caso di colore formalmente “roseo” ideologicamente, ma nel secondo decisamente “bianco-nerastro” – a tergiversare, a riflettere, a dire i primi no, cauti ma anche netti, alle pretese del Fondo e dell’Unione.

L’unico dei paesi nordici che in nome di una malintesa, perché ormai impossibile, sovranità nazionale ma anche per rivendicare il proprio diritto a non subire le politiche sostanzialmente di destra dell’Unione europea, finora ha sempre detto no all’idea di entrare nella UE,

In Islanda, l’Althing, il parlamento, ha costretto il governo – che in realtà è sembrato quasi contento di trovarsi costretto – che restringerà duramente il rimborso previamente deciso alle banche private inglesi e olandesi che qualche mese fa, prestando  “imprudentemente” i loro quattrini a strozzo, avevano salvato dal fallimento immediato le banche private islandesi che si trovavano esposte improvvisamente dal ritiro de depositi dei propri clienti.

Sorge a questo punto, credibile, lo spettro di un no grazie, andate a quel paese del tipo di quello dell’Argentina del 2001. Ma stavolta in Europa… Insomma, come nel 2001 là oggi qua, c’è un limite a quel che chi gestisce un’economia si può permettere di far sopportare ai più a profitto dei meno. E, scrive quasi prendendone atto ma con qualche preoccupazione, il Financial Times, “prendendo questa posizione, l’Islanda promette di portare il pendolo lontano dall’ideologia che decreta essere sacrosanti i pagamenti del debito[60]. Ad ogni costo.

In Lettonia, il paese che tra i baltici sembra quello immediatamente più esposto, il problema si è posto perché, con l’indipendenza e l’apertura al libero mercato nel 1991, non è affatto arrivato il tenore di vita occidentale su cui la gente aveva illusoriamente contato. Restavano, come l’Islanda, in effetti, economie del tutto dipendenti dalle importazioni.

Ma adesso, nelle nuove condizioni e con la presa di distanza polemica, anche con punte di revisionismo filonazista di quando in quando, specie in questo paese, e di revanscismo nei confronti di Mosca – coltivato nell’illusione di mettersi presto al riparo di uno scudo NATO che invece non è venuto – e che non avrebbe mai potuto aiutarli come volevano, poi, finanziariamente ed economicamente tutti e subito – la Russia ha deciso di non regalare loro più praticamente, come faceva in passato, il gas e il petrolio.

Per cui, il deficit commerciale che, dunque, esplodeva se lo finanziavano ormai, senza essere l’America proprio come in America, con il ricavato della bolla speculativa edilizia. Ora che essa è scoppiata, infatti, da loro i creditori vogliono riavere i soldi prestati: e tutti e subito. Ma i paesi baltici ex sovietici proprio non possono restituire quel che le banche svedesi hanno loro prestato, così come l’Ungheria è chiamata a ripagare le banche austriache e non può e l’Islanda quelle olandesi e britanniche. A loro, Europa e FMI sanno solo dire di ridare i soldi avuti in prestito. A questo punto, forse, rinunciando magari a un po’ di interessi…

Ma vedrete che, lascia capire il FT, anche i paesi baltici impareranno ora dagli islandesi. E se l’Europa non troverà la lungimiranza e il coraggio di dare loro una mano, le ripercussioni finanziarie potrebbero infierire sul suo, sul nostro, sistema bancario: che tanto solido, ormai, non è neanche più. Ma Bruxelles non c’é. Nel senso di fare qualcosa di economicamente e politicamente unito, significativo, che dando loro una mano – un’apertura di credito europeo, come tale, garantito da obbligazioni europee, come tali, ad esempio – non rischi di far saltare in aria, domani, e anche a breve, la costruzione europea così come finora, e solo così parzialmente, è stata messa in piedi.   

In Turchia va facendosi sempre più evidente un problema di disaffezione e di “controsferzata” che, se non ci si dà una mossa, lì certo ma soprattutto nell’Unione europea, diventerà enorme per questo paese ma anche per tutta l’Europa. Molti ragazzi e ragazze della generazione oggi diventata adulta sono nati alla politica proprio negli anni dell’euroentusiasmo che avevano visto uscire il paese dal controllo occhiuto dei militari, eleggersi un governo islamico sì ma ben “moderato” e avviarsi al negoziato di adesione alla UE nel 2005.

Poi, s’è instaurato il periodo della “fatica da allargamento”, comprensibile dopo l’infornata assurda e affrettata di dieci paesi dieci entrati tutti insieme nel 2004 e l’impegno di alcuni importanti governi europei, Francia e Germania in primis, a screditare parlando di “partnership privilegiata” come obiettivo massimo, l’idea stesa di un’adesione della Turchia.

Ad Ankara, dove il 99% della popolazione è islamico, l’opinione sta mutando: se non ci vogliono chi se ne frega, se non ci vogliono facciamo la nostra politica cercando accordi con i vicini (i russi, interessatissimi) e coi lontani ma tradizionalmente alleati (gli americani) e “giocandoceli” insieme. 

Alla Turchia l’Unione europea chiede di fare cose che vano fatte, ma nel momento in cui tanti paesi al suo interno, per varie ragioni, si contraddicono e dismettono spesso l’impegno a farle e a rispettarle. E, altrettanto spesso, sembra chiederlo in modo inaccettabile, non sempre rispettoso di sensibilità e idiosincrasie di chi si trova a ricevere la richiesta.

L’Unione vuole, e chiede, anche giustamente ad Ankara ulteriori limitazioni del potere dell’esercito – che però ormai è anzitutto quello di garantire una laicità dello Stato che poi, invece, l’Europa laica e laicista alla francese, ad esempio, contraddittoriamente vuole vedere assicurata dagli… islamici al governo –, chiede  maggiore libertà di espressione – quando tanti governi europei  si preoccupano invece, proprio adesso, di limitarla –, chiede maggiori diritti per le minoranze – ma ancora, in tanti paesi europei, specie   quelli nuovi dell’Est da poco arrivati ma anche paesi di antica adesione come la Spagna,. la tendenza è al rovescio – e chiede una regolamentazione più stretta – cui l’industria di tutta l’Europa fa però resistenza – dall’ambiente alla sicurezza alimentare.

Insomma, la Turchia ci vede come una massa di ipocriti che, da una parte, vedono l’occasione unica di mettersi in casa un ponte verso l’Islam che peraltro già in misura rilevante hanno in casa, e dal’altra hanno un’inconsulta paura del diverso a frenarli: un’associazione di paesi che predicano bene e razzolano speso malissimo. E potrebbe non starci davvero. Ma a perderci, allora, saremmo tutti.

Intanto la Russia, solo pochi anni dopo aver costretto molte imprese petrolifere straniere a rinegoziare i contratti già stipulati (pur con molte buone ragioni, ma extra-contrattualmente: aveva firmato con loro anni prima in condizioni di massima debolezza economica e politica e appena, con Putin presidente, si era rimessa in sesto li ha voluti modificare) offre anche a loro (Shell, ExxonMobil, BP, Total) sempre per bocca dello stesso Putin, ora primo ministro, di entrare in gara per esplorare gli insondati e vastissimi campi di gas naturale siberiani della penisola di Yamal (l’Arabia saudita sull’Oceano Artico, la chiamano in Russia e nell’industria energetica)[61].

Vogliamo avervi come partecipanti e partners con noi di questo processo”, ha detto Putin incontrandoi massimi esponenti di queste compagnie. I princìpi dei nuovi contratti, però, non dovranno essere quelli di allora— del massimo prezzo per chi vendeva e del massimo ricavo per chi sfruttava, comunque. I criteri proposti ora saranno quelli “della stabilità e della trasparenza”. Non sembrano esattamente quelli usuali delle sette sorelle ed affini, né quelli degli Stati che loro vendevano gas o petrolio. Ma – anche se in modo interlocutorio e con mille circospezioni i loro governi invitano le imprese energetiche occidentali alla massima cautela – vogliamo scommettere che ci staranno?

In ogni caso, la Russia ricomincerà già da quest’anno a vendere beni pubblici per la prima volta dal 2007 per far meglio fronte al deficit di bilancio che è il primo in un decennio. Il governo russo è attualmente proprietario di circa 5.500 imprese, convertibili tutte in linea di principio in compagnie miste quotate in borsa. Lo annuncia il primo vice primo ministro Igor Shuvalov[62], spiegando che si tratta di una specie di vecchie partecipazioni statali all’italiana, però di una volta ma quotate in borsa, ivi comprese anche le licenze di ricerca e estrazione di greggio petrolifero, gas naturale e depositi di metallo.

Ucraina e Russia cercheranno ad ottobre, in un vertice bilaterale, presieduto dai due primi ministri, della Commissione economica congiunta dei due paesi a Kharkiv (Kharkov, col nome russo: proprio a pochi chilometri dalla frontiera con la Russia), di raggiungere un’intesa sul vasto contenzioso che divide i due governi. Prima del vertice il ministro degli Esteri russo Lavrov dovrebbe visitare Kiev[63].

Intanto, una specie di pre-incontro tra la prima ministra Timoshenko e il primo ministro Putin ha già portato alla firma di un accordo bilaterale sul gas, da definire in un secondo momento, e alla quasi-promessa russa di aprire una linea di credito di quasi 70 miliardi di rubli, 2 di $. E’ che il fronte dei rapporti si è riaperto, sperano i russi ma anche molti ucraini, coi primi che cercano di emarginare il presidente Yushenko e vederlo battuto magari proprio dalla Timoshenko.

Lei pare, al momento, decisamente più pragmatica di lui e meno ideologizzata (meno antisovietica, nel senso del prender atto di come l’URSS ormai non ci sia proprio più, da vent’anni; lui invece nutre sospetti e rancori, anche se (e forse perché) più di lei viene da un passato di vecchio burocrate del PCUK): più pronta a cercare un accordo che del resto è inevitabile col grande paese vicino e tanto legato da lingua, religione, cultura…

E ormai sembra che la marea si stia rivoltando a favore dei russi: il pressing di Yushenko sugli americani e sulla NATO, l’appello all’Europa perché le dessero qualche garanzia di maggiore stabilità economica, il suo schierarsi avventatamente con l’avventurosa Georgia di Saakashvili, non ha reso granché all’Ucraina, anzi… Finora l’ha solo esposta alle ritorsioni – formalmente legittime – e alle pressioni politiche della Russia di Putin e Medvedev.

Ora, con la dura realtà economica che ogni giorno preme su Kiev, la guerra costante in atto all’interno della sua industria energetica su come trovare e disporre dei fondi necessari a pagare le forniture di gas e di greggio, il prestito ora adombrato – ma non a Yushenko, ovviamente, a Timoshenko… e poi si vedrà, se del caso, nel corso della campagna elettorale: in fondo, anche da noi, nel 1948, la farina degli americani giocò il suo ruolo.

E, col prestito, arriverebbe il livello connaturato di cooperazione rinnovata, sui tutti i piani, che da tempo i russi ricercano, e con essa una possibilità enorme e immediata di sollievo all’Ucraina alla vigilia dei freddissimi mesi invernali che arrivano.

La Russia, in sostanza, pagherebbe un nuovo rapporto con Kiev – la garanzia di un’equidistanza strategica con la NATO, in sostanza – con un contributo cruciale e costoso, ma dal suo punto di vista – e non solo – assai conveniente, alla stabilità energetica col grande paese vicino (altro che la Georgia… qui dell’Ucraina, si tratta).

Vladimir Putin, il primo ministro russo, ha indicato per la prima volta che alla prossima tornata elettorale presidenziale potrebbe – potrebbe – chiedere al presidente Medvedev di farsi da parte e di “ridargli” il suo posto. Almeno questa è l’interpretazione di una vasta fetta di cremlinologi alle parole che ha detto a un convegno di studi a Mosca, parlando della totale “condivisione di punti di vista che esiste tra lui e Medvedev e che nel 2012 non ci sarà alcuna concorrenza tra lui e il presidente: decideranno insieme[64].

Interpretazione forse forzata, a stare alle parole dette, ma forse anche legittima, ora che è stata cambiata la Costituzione e che gli è permesso di “correre” legalmente, se vuole, anche per due mandati consecutivi dal 2012 a tutto il 2024. Putin è ancora, malgrado i problemi economici della Russia, estremamente popolare nel paese.

E in realtà differenze tra le visioni politiche ed economiche – quella di Putin, più tradizionale e un po’ vetero ma popolarissima in Russia, diciamo pure più egualitaria, e quella di Medvedev, più disposta all’innovazione e anche al rischio – se ne vedono, anche se sembrano anch’esse emergere solo ora[65]

In termini tipicamente diretti Putin ha messo a fuoco la questione del cosiddetto “risettaggio” delle relazioni con gli USA. Il lavoro spetta farlo soprattutto agli americani, ha detto, nello stesso intervento. E ha elencato una serie di motivi – non peregrini, bisogna onestamente dire – di dissenso profondo.

• Ha accusato gli Stati Uniti, alla vigilia ormai del G-20 di Pittsburgh, di aver bloccato, malgrado ogni impegno ufficiale e ogni promessa anche personale dei suoi presidenti (non solo Bush, anche Obama e, prima di loro, Clinton) l’accesso della Russia all’Organizzazione mondiale per il Commercio.

• Ha sottolineato come, mentre la Russia ha smantellato e effettivamente distrutto le testate nucleari come previsto dal Trattato START, gli Stati Uniti le hanno smantellate, sì, ma le hanno poi immagazzinate e non distrutte.

• La Russia ha ratificato, e rispettato alla virgola, gli impegni del Trattato che governa numero e tipo delle forze armate convenzionali, non atomiche cioè, in Europa; gli Stati Uniti, malgrado gli impegni presi da Clinton e prima ancora dal primo Bush, hanno invece “espanso” tutti i loro interessi in Europa, premendo sui confini della Russia. Quando, alla fine, dopo aver verificato che degli impegni presi gli USA se ne fregavano, “abbiamo detto basta e sospeso la partecipazione russa al Trattato, si sono messi a strillare come ranocchie in uno stagno”…

Con Obama, è vero, “ci sono segnali positivi, ma non ci sono fatti. Per cui il ‘risettaggio’— noi lo saluteremmo con grande favore: ma se qualcosa venisse fatto”, non solo venisse detto[66]. In ogni caso, parlando a chiusura del convegno direttamente con un autorevole amico personale di Obama, il prof. Timothy Colton, direttore del Centro Davis di ricerche internazionali dell’università di Harvard, Putin ha anche tenuto a chiarire la convinzione che ha di poter arrivare a cooperare con gli USA anche e perfino nello sviluppo e nell’acquisizione di sistemi d’arma comuni[67].

Occhio per occhio o, come dicono gli americani, tit for tat… La guardia costiera georgiana si è messa a sequestrare i mercantili che approdano in Abkazia, l’ex regione di cui aveva tentato di riappropriarsi con l’azione militare di un anno fa ma fallendo e subendo la dura controffensiva dei russi e proclamatasi poi, con la grande maggioranza di popolazione etnicamente russa che ha, s indipendente, riconosciuta come tale dalla Russia…

… E ora la Russia annuncia che, d’ora in poi, fermerà e tratterrà per conto dell’Abkazia le navi che, senza ottenerne il permesso di transito entreranno in quelle acque territoriali[68]. Si apre qui, ma i georgiani sapevano di rischiare rappresaglie coi loro sequestri, lo spazio di possibili ulteriori pericolose escalation anche se a scala, per ora, limitata…

Infatti, l’escalation – limitata, esclusivamente verbale dei georgiani, però… – scatta subito: il ministro degli Esteri giura pubblicamente che il suo paese “è deciso a bloccare ogni atto piratesco dei russi che osassero detenere vascelli georgiani nelle acque secessioniste abkaze (bum!)  con tutti i mezzi legali, diplomatici e politici a sua disposizione”. Tutti… non proprio: nell’elencazione dei mezzi di reazione manca, fortunatamente per i georgiani, la forza militare ché, forse, è bastata la lezione di un anno fa[69]

Tanto più che l’ultima parola in proposito i russi non la lasciano certo a Tbilisi: proprio lo stesso giorno il ministro della Difesa russo, Anatoly Serdyukov, quello abkazo Merab Kishmariya e quello dell’Ossezia del Sud Yury Tanayev firmano un accordo militare di cooperazione tra i tre paesi. Che  riconosce alla Russia “il diritto a costruire, utilizzare e migliorare l’infrastruttura e le basi militari” nelle due regioni, come anche quello di “creare e mantenere contingenti militari congiunti sia in tempo di pace che in tempo di guerra[70]. A dimostrazione, l’ennesima, che quando uno è gattino non gli conviene andare a sfruculiare l’orso…

Quello ha zanne e unghioni taglienti e i suoi guardacoste che arrivano subito, in una questione di ore, e non trovano naturalmente difficoltà a schierarsi al largo delle coste dell’Abkazia per “proteggerle dalle minacce georgiane”, che effettivamente e ancora una volta avventatamente erano state lanciate: arrivano subito 10 battelli di pattuglia delle classi Sobol e Mangusta e si piazzano nel porto abkazo di Ochamchira. Capitolo, insomma, che sembra chiuso[71].

Una nota finale a questo capitolo: lo stesso giorno in cui i cristiano-democratici della Merkel vincono sui social-democratici tedeschi, e li buttano fuori dalla Grosse Koalition, anche in Portogallo i socialdemocratici perdono le elezioni politiche: ma loro sono chiarissimamente di centro-destra mentre i socialisti che qui hanno vinto sono il partito cardine del centro-sinistra lusitano che è già al governo.

I socialisti, che hanno proposto misure anche molto dure di riforma del mercato del lavoro, hanno però fatto campagna elettorale su un impegno di rilancio dell’economia attraverso un forte pacchetto di salvataggio finanziato dal pubblico, anche con un indebitamento ulteriore. I socialdemocratici li hanno accusati di demagogia, hanno promesso un bilancio più rigoroso, il taglio delle tasse ai più abbienti per incoraggiare i loro investimenti affidando il rilancio dell’economia all’iniziativa privata. E, almeno qui, la gente non li ha creduti.

STATI UNITI, Europa e mondo

I dati delle vendite all’ingrosso di luglio, che salgono per l’undicesimo mese di seguito, crescono del massimo da un anno (+0,5%) in corrispondenza della riduzione di una parte maggiore delle scorte di magazzino (-1,4%)[72]. Sempre a luglio aumentano, un poco, anche i consumi, dello 0,2%, mentre i redditi personali restano piatti. Ad agosto, invece, rialza un po’ la testa l’inflazione, dello 0,4% su base destagionalizzata (per l’aumento, soprattutto, del costo della benzina alla pompa: +9,1%). Ma, nell’anno appena trascorso, l’indice generale dei prezzi era sceso dell’1,5% (e quello della benzina del 30%)[73].   

Ad agosto, la produzione manifatturiera, nella stima anticipata dell’indicatore dell’Istituto dei managers agli acquisti, sembra aumentare sopra a 50 per la prima volta dal gennaio 2008 a 52,9. Ma alla fine, il dato definitivo specie per i beni durevoli, va male. L’indice delle vendite registrate come prenotate dalla società degli agenti immobiliari sale nello stesso mese del 3,2% e di un 12% su un anno prima[74]. Ma, anche qui, il dato relativo alle effettive abitazioni  vendute è poi in calo[75].

Sale, però,  per il quinto mese di seguito l’indice composito dei principali indicatori economici, con guadagni, magari modesti ma confermati, su molti fronti: borsa, edilizia, fiducia dei consumatori[76]. Su molti ma non su tutti i fronti perché, ad esempio, risultati importanti come quelli delle e i dati definitivi della produzione manifatturiera,. Stiamo andando due passi avanti e due indietro, qualche volta tre avanti e due dietro… dice un commento del Dipartimento del Commercio, a prova del fatto che la ripresa, se c’è, sarà comunque altalenante.     

Sale, del 16,3% a luglio, a 32 miliardi di $, il livello più alto da sei mesi in qua, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti mentre le esportazioni crescono del 2,2 a 127,6 miliardi di $[77]. Il deficit dei conti correnti è diminuito a 98,8 miliardi (il 2,8% del PIL) nel secondo trimestre del 2009, dai 104,5 di quello precedente[78]. Intorno al 20 settembre il $ scende al suo minor valore di sempre sull’€: ce ne vuole quasi uno e mezzo per comprare una sola unità della valuta europea[79].

La disoccupazione arriva ad agosto al massimo da 26 anni e tocca il 9,7% della forza lavoro. Questi sono i dati ufficiali che portano qualche esperto a dichiararsi perfino soddisfatto perché i disoccupati sono cresciuti meno di quello che … lui aveva previsto! Da quando, a fine 2007, è iniziata la recessione sono 6.900.000 le americane e gli americani che hanno perso il lavoro. Ad agosto, dei 216.000 posti cancellati, 65.000 se ne sono volatilizzati nell’edilizia e 63.000 nella produzione manifatturiera[80].

Il problema, naturalmente, è che se una ripresa di qualche durata deve poter affermarsi, c’è bisogno che a breve le imprese comincino creare nuovi posti di lavoro, non riducendo soltanto il ritmo di quelli che continuano a eliminare.

D’altra parte, qui i repubblicani mentono per la gola quando, come il leader della minoranza al Congresso, Jeff Boenher, dichiarano  che “nessun posto di lavoro è stato creato dai 787 miliardi di $ del pacchetto di stimolo di Obama[81]. Il giornale che riporta questa frase la registra come se fosse verità rivelata, senza sottoporla ad alcuna verifica (per esempio, sui dati del Bureau of Labor Statistics) né a un’analisi anche superficiale ma appena competente che svelerebbe come, in ogni caso e malgrado la sua insufficienza, forse il pacchetto ha salvato 1 milione di posti di lavoro.  

Il presidente stesso del Fondo monetario internazionale, l’ex ministro dell’Economia e governatore della Banca di Francia, Dominique Strauss-Kahn, ha avvisato in un discorso a Berlino che la crisi sta passando da una fase all’altra: non si esce ancora da una che già si entra nell’altra— dalla finanza all’economia reale, in generale e, in particolare, proprio alla disoccupazione.

Ci aspettiamo – spiega – una disoccupazione che continua ad aumentare per tutto il 2009, con una crescita che continuerà a restare ben sotto le potenzialità di molte economie. Il rischio continua ad essere quello di una ripresa senza lavoro. D’altra parte, con una realtà fatta di tanti disoccupati, sulle economie incombono costi pesanti che vanno da una domanda privata al ribasso al calo del potenziale di crescita se aumenta la disoccupazione strutturale. E le conseguenze sociali di questo quadro sono potenzialmente anche più gravi[82].

Altri rilevano che rispetto a dove l’America era un anno fa, in caduta libera, la situazione è migliorata, di certo. Ma, paragonato a qualsiasi altra misura nel tempo, il rapporto di questo mese è un disastro: il tasso del declino rallenta ma il declino non si ferma. Si sta andando verso un minimo del 10% di disoccupati. Con tutte le conseguenze sulla caduta della domanda, della produzione e del PIL.

Secondo l’autorevole e attento Economic Policy Institute, che ogni mese analizza da presso e puntigliosamente i dati ufficiali del Bureau of Labor Statistics[83] e non ha sbagliato – esso – da anni, una previsione, quando ci entriamo “entreremo in una ripresa assai turbolenta, con quattro anni a venire di disoccupazione elevata[84].

Ancora più preoccupata, e soprattutto preoccupante, l’analisi di un guru come Paul Krugman. Sul blog che cura sul NYT a scadenza settimanale, spiega: “proviamo a guardare quanto è fondo il buco in cui siamo affondati… paragoniamo il livello attuale del PIL con quello che sarebbe stato se l’economia avesse continuato a crescere al trend seguito dal 1999 al 2007… siamo giù dell’8% rispetto a dove avremmo dovuto essere, cosa che si traduce in produzione persa per ben più di 1.000 miliardi di $ all’anno e in disoccupazione di massa[85].

E, anche se il PIL ora comincia a crescere, si tratta di perdite di cui continueremo a soffrire finché la crescita non aumenterà tanto da chiudere il gap. E siccome non traspare proprio niente dai dati e dall’esperienza aneddotica a suggerire che sia in corso qualche riduzione del gap, questa è una tragedia che semplicemente continua. E, il tutto, presumendo che con ciò sarà un altro arretramento, una recessione a doppio sprofondamento”.

Che non è per niente, con la fine ormai alle porte dello stimolo di bilancio, affatto da escludere. Il che, allora – Krugman bussa sempre sul chiodo – “in un ambiente politico e strategico che fosse razionale, questa constatazione implicherebbe che abbiamo bisogno ancora di più stimolo. Certo, salirebbe il debito pubblico— ma non sarebbe il caso proprio di deliberatamente aumentarlo per ridurre quel buco di produzione che sta mandando sprecato il potenziale dell’economia a un tasso di oltre 1.000 miliardi di $ all’anno?[86].

Bernanke, appena rinominato presidente della Fed, ha subito avvertito il paese, il governo e,  soprattutto, il Congresso, di non azzardarsi ad ipotizzare – beninteso, ha detto più blandamente solo che sarebbe “un errore” – una qualche dipendenza “politica” della Banca centrale nella determinazione della politica monetaria del paese, da lui ora ri-presieduta, pena una pericolosa “instabilità” dei mercati finanziari se pensassero che la Fed perdesse mai la sua indipendenza[87]

Ma dopo quello che è successo, l’instabilità e il caos, che le disattenzioni e le omissioni deliberate della Fed di Bernanke e di Greenspan prima di lui, non solo non hanno evitato ma hanno fomentato, chi mai può non mettersi a sghignazzare a sentire un banchiere centrale che, pro domo sua, parla di destabilizzazione dei mercati se la Fed resta com’è, del tutto indipendente, sempre in grado di non render conto a nessun organo parlamentare, cioè eletto democraticamente anche, del suo operato? A qualcuno sembra davvero credibile che le cose sarebbero potute andar peggio?

E se le cose stanno così – e così stanno – non è per lo meno strana la quasi unanimità con la quale gli economisti di professione non mettono mai, mai, in questione queste pretese di indipendenza?

Intanto la Fed, riconfermando una valutazione tutto sommato positiva dello stato dell’economia – ma in realtà eccessivamente rosea visto che al massimo, e per qualche dato poi neanche la maggior parte, si tratta di un rallentamento della recessione non certo ancora del suo superamento – decide di riconfermare il tasso di sconto [88]al suo livello storico più basso e estende il programma da 1 miliardo e 250 miliardi di $ teso a comprare sul mercato con fondi pubblici nel primo trimestre del 2009 i titoli ipotecari che non vuole nessuno e nessuno riscatta più…      

Kenneth Feinberg, lo “zar” come dicono qui, uim, cioè l’uomo incaricato l’uomo che Obama ha scelto per monitorare, e “moderare”, sovranamente i compensi dei dirigenti delle imprese che sono state salvate con i soldi dei contribuenti non è lui stesso[89] estraneo (è il titolo di questo servizio) a ricevere gratifiche, bonus e compensi multimilionari (in $) e assolutamente ingiustificato dal rendimento del lavoro che ha fatto.

L’anno scorso, come partner di uno studio legale di Wall Street, ha incassato soprattutto proprio in premi qualcosa come 5,76 milioni di $ e c’è chi pensa, malignamente, che “gli appannaggi personali dello zar dei compensi” lo renderanno più sensibile ai buoni argomenti di chi gli dice di non toccarli perché, facendolo, farebbe perdere capacità di attrazione dei migliori giovani tecnici sul mercato. Ma, certo, trattandosi di società che i giovani tecnici in sevizio effettivo con tanto di gratifiche milionarie (in $) avevano fatto fallire, non è che puntare sui giovani talenti sia poi una garanzia per qualcuno se non, forse, per loro…

Un curiosissimo articolo sul NYT[90] informa dell’arresto, da parte dell’FBI, di un ex dipendente della Goldman Sachs che avrebbe rubato alla banca un tipo di software che, dice l’articolo, un procuratore federale sostiene “possa essere usato per manipolare in modo fraudolento i prezzi delle azioni in borsa”. E’ un articolo per lo meno bizzarro. Tutto centrato a indignarsi per il furto di proprietà intellettuale, l’appropriazione indebita di un brevetto da parte di un ex bancario, a danno della Goldman Sachs…

… ignora, invece, quasi completamente la questione di fondo: che il governo federale, in effetti, qui spiega come e qualmente questo software può essere usato dalla banca per truffare i risparmiatori e manipolare il prezzo delle azioni in borsa. Insomma, quale vi sembra – onestamente – dei due misfatti il più grave?

Sulla questione, forse prioritaria al momento, del suo programma legislativo Obama ha fatto un gran pressing sul Congresso per cercare di risettare, e riavviare, nel paese in senso positivo il dibattito in stallo sulla riforma sanitaria.

Doveva fare parecchie cose insieme: mostrare ai suoi l’impegno fermo per una riforma complessiva e significativa adesso, quest’anno; rispondere, in modo riconosciuto efficace dai più, all’opposizione crescente tra repubblicani e conservatori; e, insieme, appunto, rassicurare un pubblico di elettori resi nervosi dalla minaccia ossessivamente sollevata dagli oppositori che, alla fine gli americani resteranno con minor “scelta” e maggior “copertura”.

In realtà, Obama ha usato il discorso per prendere qualche distanza da quella che era stata una caratteristica forte della sua candidatura vincente: quella di trascendere una volta a Washington il settarismo partitico, di mirare a una politica bipartisan. Dopo mesi, però, di attacchi feroci e anche grotteschi che ha stoicamente ingoiato, stavolta ha appena lasciato socchiusa la porta a qualche contributo dell’opposizione.

Per mesi, l’avevano chiamato razzista…, avevano sostenuto – loro, il partito di Bush!, non tutti, magari, ma i tanti che non riescono ancora a credere che un nero sia presidente e non ci si rassegnano – che Obama mentiva agli americani, e sono arrivati a urlarglielo durante il discorso al Congresso, salvo poi chiedergli scusa…, l’avevano accusato di voler imporre l’eutanasia per gli anziani malati… 

Crassa ignoranza. Che Platone distingueva chiaramente tra “ignoranza semplice”, la mancanza di informazione corretta, e “doppia ignoranza”, la mancanza di conoscenza associata con l’illusione di avere una conoscenza genuina. Descrivendo, senza saperlo, il volto del conservatorismo americano nell’era di Obama, oltre che il fenomeno come spesso era allora in Ellade e come, magari, è anche da noi, oggi.

Adesso a questi qua Obama non chiude proprio la porta, ma insomma… Ha detto, ad esempio, che accetterà di istituire, come invitano a fare molti repubblicani e tutta la lobby medica – ma con qualche ragione in questo che è il paese più litigioso del mondo – qualche limitazione alla pratica diffusissima che impone prezzi altissimi di assicurazione ai chirurghi ed ai medici della cosiddetta “medical malpractice” che rende troppo facile portare i medici in tribunale con rivendicazioni iperboliche di danni che alzano alle stelle i costi stessi della pratica medica (l’Amministrazione lancerà subito un progetto pilota per studiare come meglio “frenare e moderare” queste pretese che, spesso, sono chiaramente eccessive e pretestuose).

Ma, in un clima in cui se gli dice bene avrà forse uno o due voti al massimo dai repubblicani in Congresso, i tentativi di apertura che ha accennato nel discorso sono stati visti più che altro come un tentativo di far capire ai tanti americani senza partito che lui ci vorrebbe ancora provare, ma gli interessi che loro rappresentano e la grettezza della mentalità che fanno loro glielo impediscono.

In realtà, però, è proprio tra i senza partito che, nel corso di questa lunga estate in cui il presidente è sembrato quasi solo subire finora gli attacchi dei repubblicani e degli interessi organizzati con le lobbies che li rappresentano (l’industria farmaceutica, l’Associazione medica americana, anche se non tutti i medici) Obama ha perso più posizioni.

Stavolta comunque ha usato, come non faceva da mesi, un linguaggio di scontro, di netta contrapposizione a tutto quello che è reazionario, schierandosi contro il campo di Bush e di Reagan e in quello di Franklin D. Roosevelt e di Lyndon Johnson. Dei grandi presidenti che hanno rivoluzionato davvero la politica interna.

Ha ricordato a tutti che i repubblicani chiamavano socialismo il sistema di aiuti pubblici agli anziani  e ai poverissimi sulla sanità, che esiste dal 1965 (Medicare e Medicaid) e funziona bene gestito dallo Stato, che chiamavano socialismo quel po’ di sicurezza sociale che, con il New Deal, l’America ha introdotto dal 1935.

Suggerendo che ormai la Casa Bianca dirà chiaro che i repubblicani sono il partito che vuole fermare con un dito nella diga l’ondata di piena della storia. “Sappiate – ha detto a tutti i congressisti – che non sprecherò tempo con chi calcola che sia una migliore politica quella di chi vuole ammazzare questo piano piuttosto che lavorare a migliorarlo”. Insomma, anche qui, anche in America, c’è una differenza di fondo, radicale, tra destra e sinistra: per la destra non siamo tutti nati uguali ma, soprattutto, nessuno ha il diritto a diventare uguale agli altri. Per la sinistra, sì.

E qui è, rozzamente ma quanto mai veritieramente semplificando, la differenza. Ha detto diverse cose retoricamente di grande efficacia per la sua parte di opinione pubblica, la base democratica che, dopotutto, lo ha fatto vincere. Di grande efficacia è stato l’appello finale allo “spirito di Ted Kennedy”: gli aveva scritto a maggio, perché gli fosse consegnato solo dopo la sua morte, un messaggio eloquente che il presidente ha fatto proprio fino in fondo e ha chiamato i suoi e tutti gli americani a far proprio.

La questione della sanità, scriveva il vecchio senatore del Massachusetts, “è anzitutto una questione morale: qui, in ballo non sono solo i dettagli di una linea o di una legislazione ma princìpi fondamentali di giustizia sociale, relativi alla natura stessa di questo nostro paese”.

Di grande efficacia è stato anche il passaggio in cui ha ricordato al paese che “tanti presidenti a partire da Theodore Roosevelt”, un secolo fa, anche se certo non tutti, “hanno chiesto una copertura sanitaria universale per tutti i cittadini” e che “dunque io non sono il primo ad assumere come mia questa casa. Ma sono deciso ad essere l’ultimo”.

Efficace è stato ricordare al popolo americano, e ai tanti legislatori pieni di ciarle ampollose che aveva di fronte, che il costo complessivo della riforma, 900 miliardi di $ in 10 anni ha detto – ma saranno probabilmente di più – è comunque “meno di quel che abbiamo speso in Iraq e in Afganistan”.

Efficace è stato pure ricordare alla gente che per quanto in astratto, almeno dai tempi degli anatemi della grande predicazione di Reagan (pubblico è cattivo, privato è buono) contro il big Government, sia impopolare il governo nazionale, altrettanto indispensabile e anzi apprezzati, proprio dalla Middle America, siano i suoi programmi concreti, pubblici, come proprio il Medicare e il Medicaid.

Chiarissimo è stato nel ribadire che dal suo piano saranno “coperti” tutti gli americani senza eccezione: come tutti gli automobilisti devono essere assicurati per legge contro gli infortuni senza che nessuno pensi che, obbligandoli, il governo li prevarica, così dovranno essere assicurati per legge tutti i cittadini contro la malattia anche quelli che oggi, in 46-50 milioni, non se lo possono permettere. Poi, un po’ più vago Obama è restato su come precisamente i costi di chi non è in grado di pagare da sé saranno coperti: con le tasse, come sarà inevitabile? e un po’ più vago è ancora restato su come e dove si risparmierà sui costi futuri del programma.

Ha anche reiterato che ci sarà una presenza, un’ “opzione” pubblica, a fianco e in concorrenza con le assicurazioni sanitarie private— dunque una scelta più vasta, non più ridotta come dicono i repubblicani, che in realtà temono che, costando di meno per chi deve mirare al pareggio dei costi e non al maggiore profitto – per conto proprio, per contratto, o aiutato dal governo – toglierà soldi ai privati.

Ha lasciato la porta aperta, Obama, a una riconsiderazione della necessità di una pubblica “opzione”: se ha detto, sottolineando la congiunzione ipotetica, se viene presentata un’alternativa, ma  altrettanto seria e altrettanto vincolante per tutti. Non si è spinto, comunque, fino a dire – l’ha lasciato intuire – che il risparmio verrà assicurato dal vaglio del sistema sanitario pubblico all’ingresso libero nel sistema di assicurazioni sanitarie garantito solo a chi offrirà un servizio di qualità e a costi contenuti, non “liberi”.   

Insieme a queste cose, Obama ne ha dette altre, durissime, per i nemici della riforma. Alle assicurazioni private ha detto che “renderà illegale” la pratica loro di punire gli assicurati sulla base delle loro condizioni di salute pregresse, o di cancellare una polizza all’insorgenza di una malattia seria.

In definitiva Obama, su questa legislazione che si annuncia ormai come la più determinante del suo primo mandato, ha chiarito in buona parte la sua scommessa e il segno decisamente progressista, liberal dicono qui, della sua scommessa in politica interna.    

La scommessa dei repubblicani e, in genere, di chi si oppone è quella opposta. L’ha spiegata bene Matthew Dowd, consigliere sulle questioni della sanità di Bush: “Obama non riuscirà a far passare il suo piano sanitario se non gli taglia, e di molto, le ali, sfidando l’ala progressista del suo partito e facendo appello ai moderati che, purtroppo, tra i repubblicani ci sono. Semplicemente perché non riuscirà a vendere al paese qualcosa che gli americani non vogliono”.

In ogni caso, e al fondo, oggi il problema di Obama è quello di dimostrare al paese tutto intero che la capacità di leadership dimostrata da candidato alla presidenza può davvero trasferirla all’Ufficio ovale. Il problema è che non pochi restano dubbiosi, sia tra i suoi che tra i “nemici”: paventano che, come dicono qui, abbia parlato duro, sì, ma brandendo un bastone leggero.

Sempre per lasciare la porta aperta a un compromesso – è il sospetto – che alla fine arrivi a dare un risultato qualunque, comunque— avverbi inaccettabili e ormai inaccettati per i milioni di americani senza copertura sanitaria e per gli altri per cui la copertura c’è ma costa il doppio a loro e alle loro famiglie e alla società tutta intera, il doppio di quella che, generalizzando, c’è per tutti in Europa…

La cosa più seria tra le moltissime che abbiamo letto, o dovuto leggere, sulla riforma sanitaria negli USA, è uscita in una lettera al NYT[91] di questi giorni, lucidissima, che anche se un po’ lunga vale la pena di citare nella sua interezza. Scrive un lettore, Mr. Branden Wolner, di Auburn, Massachusetts:

Quando iniziò il dibattito sulla riforma, i liberal tra i democratici si ripromettevano di sostituire le compagnie private di assicurazione con un sistema unico di finanziamento pubblico, simile a quello in uso un po’ in tutto il mondo civilizzato. Ma i repubblicani, preoccupati assai più dei profitti delle compagnie di assicurazione che della salute degli americani, dissero di no [ma bisogna anche aggiungere, per onestà di cronaca, che glielo lasciano dire i democratici meno liberal, anche loro impegnati ad assicurare gli interessi… degli assicuratori…].

Poi, i democratici offrirono un compromesso, la cosiddetta ‘pubblica opzione’. Speravano con ciò di offrire una copertura abbordabile ai 47 milioni di cittadini che non hanno copertura assicurativa e anche che un po’ di concorrenza ai privati avrebbe anche abbassato i costi.

I repubblicani, però, più preoccupati dei profitti delle compagnie di assicurazione che della salute degli americani, dissero ancora una volta di no 

Adesso, il senatore Max Baucus [democratico centrista del Montana] offre una proposta debole che creerebbe ‘cooperative assicurative non profit’. Ma non è chiaro cosa potrebbero fare davvero queste cooperative e l’Ufficio congressuale del bilancio afferma come sia ‘improbabile che affermino una loro presenza significativa di mercato in molte zone del paese’. Ma anche a queste briciole concesse al popolo americano i repubblicani vano dicendo di no.

La politica è l’arte del compromesso ma c’è poco da cercar compromessi con chi ha l’unico scopo di provocare il fallimento e una figuraccia al presidente in carica così da segnare facili punti vincenti per le prossime elezioni. E’ del tutto ovvio che i repubblicani non vogliono proprio aver a che fare con una riforma della sanità. Ma, allora, perché mai i democratici insistono a stendere loro la mano? E perché insistono anche a rivolgersi ai democratici conservatori?

Quel che dovrebbe fare la leadership democratica (ma forse questo, in sé, è un ossimoro) è presentare una legislazione che sponsorizzi un’opzione ‘pubblica’ da presentare al voto in Senato. Se si scontrerà con l’ostruzionismo dei conservatori, almeno sarà chiaro a tutti gli americani quali siano in realtà le priorità di ciascuno. Dopotutto, se il governo fosse così incapace di gestire le cose come dicono gli oppositori, di che mai dovrebbero avere paura gli assicuratori privati?”.

Questo sulla riforma sanitaria. Ma la tendenza al compromesso comunque, c’è anche, e forse anche più netta che in politica interna, nei rapporti internazionali dove la linea resta ancora molto, troppo, contraddittoria tra aperture promesse e lasciate trapelare con grande efficace facondia ma fatti talmente centellinati e rarefatti da non acquisire mai, dopo otto mesi ormai, consistenza: dall’Honduras all’Iran, a Israele e Palestina, a Russia, Afganistan e capacità di trascinare nei fatti il G-20.  Scrive il NYT che “anche se preferiscono trattare con lui piuttosto che col suo predecessore, i leaders stranieri non gli hanno concesso gran che di quello che lui ha cercato di ottenere”.

Ha strappato poco da loro:

• dagli alleati europei per l’Afganistan,

• dai sauditi perché facessero concessioni a Israele e

• da Israele perché lasciasse perdere sugli insediamenti,

• dai nord-coreani sulle loro bombe,

• dai giapponesi che si sono eletti un governo meno amico degli USA rispetto a quello precedente,

• da Cuba che ha liberalizzato troppo poco in risposta a un peraltro assai modesto allentamento dell’embargo americano,

• dall’India e dalla Cina che resistono al punto di vista di Washington sul cambiamento climatico e

• dalla Russia che, anche se lui molla sui missili in Polonia e apre a colloqui con Teheran, con Medvedev si spinge a dire al massimo che “qualche volta le sanzioni diventano inevitabili” ma rifiuta di dire che questa volta lo sono e, intanto, lascia che il suo ministro degli Esteri dichiari che, in ogni caso, non si tratta certo di bloccare l’import in Iran della benzina…

Guardate che è un elenco straordinario[92]. Questi non vengono neanche sfiorati dal pensiero che la magagna chiave sia proprio in quell’elenco, nelle richieste dell’America di Obama troppo simili, al di là della forma più dialogante in cui vengono offerte, a quelle dell’America di Bush, nella sostanza, per essere apprezzate davvero dai tanti che nel mondo americani non sono…

Infatti, e tanto per dire, siamo allo stallo di qualsiasi speranza che al prossimo vertice sul clima di Copenhagen possa sortire qualcosa di significativamente nuovo. Il fatto è che sembra completamente bloccato il dibattito americano sulla posizione che al vertice presenteranno i nuovi Stati Uniti di Obama. E’ fermo al Senato il lavoro che, invece, col voto entro settembre avrebbe dovuto consentire di portare a Copenhagen una proposta precisa e percentualizzata di impegno.

Senza la quale – senza target chiari, non generici e obbliganti anzitutto per gli USA, cioè – Cina, India, Brasile e gli altri paesi emergenti non prenderanno alcun impegno essi stessi. La posizione di questi grandi paesi – la Cina, ormai, è diventata il maggior diffusore assoluto (ma non certo pro-capite) di gas serra nell’atmosfera – è comune e chiarissima e, a loro modo, è anche “impeccabile”: è assolutamente vero che “il fardello lo dobbiamo portare tutti – riconoscono – perché è comune; ma va detto con chiarezza che le responsabilità sono diverse”.

Che, tradotto in volgare, come è stato ben osservato, vuol dire: sì, “siamo tutti nella stessa barca ma, se abbiamo imbarcato troppa acqua, la colpa è stata la vostra— quindi datevi da fare, tocca a voi mettervi per primi a sgottare[93]. In altri termini, i paesi che hanno ancora da sviluppare un massiccio potenziale industriale (Cina, India…) non sono disponibili a farsi fare la predica su un comportamento ecologico etico e responsabile dai paesi (i nostri, America in testa e dietro tutti noi occidentali e la Russia) che si sono già largamente industrializzati lasciandosi dietro nell’atmosfera una montagna di carbonio velenoso…

Ma oggi per andare avanti in modo serio sul clima, come quasi su tutto, serve l’America. E in America, per un impegno che gli altri possano prendere appunto sul serio, sembra che non ci siano più i tempi— e i voti, ormai, per far passare al Senato un accordo obbligante a livello internazionale. Pensare di sciogliere il nodo avrebbe richiesto un ben altro impegno personale di Obama: che non c’è stato però, dopo l’inizio promettente della campagna sul cambiamento climatico.

Adesso, il 22 settembre rivolgendosi all’ONU Obama prova a rilanciare l’appello, sottolinea che per gli Stati Uniti l’impegno sia del tutto nuovo, accetta che in linea di principio i paesi sviluppati – inclusa e per prima l’America – hanno una maggiore responsabilità per l’inquinamento atmosferico accumulato e, ancora, per quello attuale: dà atto cioè, onestamente, dei fatti. Luinamanrot atmosgericio accumjulatro we , ancora, epr quelo atuale ascia capire, però, che è indispensabile per tutti gli altri assumersi anche loro un impegno di caratura nuova; ma lascia anche capire che, col riottoso Congresso americano che si ritrova alle spalle, lui per ora non è in grado di rilanciare il dibattito o impegnarsi a nuove misure concrete.

Parlando pochi minuti dopo di lui il presidente cinese Hu Jin-tao gli dà ragione: dobbiamo cooperare tutti allo stesso scopo e la Cina, da parte sua, si impegna a tagliare le emissioni di gas serra per “notevoli margini” entro il 2020 rispetto a quelle del 2005[94]; ad incrementare “massicciamente”, l’area del paese ricoperta dalle foreste; a portare al 15% entro il 2020 l’energia prodotta dal nucleare o da combustibili diversi dal fossile; e a sviluppare in modo “costante e persistente” un’economia sempre più verde.

Ma anche lui (e tra loro USA e Cina da soli emettono il 40% dei gas serra che stanno inquinando   il clima del globo) non prende nessun impegno cifrato, non indica nessun obiettivo preciso di quantità e nessuna scadenza di tempo, oltre al 2020[95].

A questo punto è forse una sorpresa – e non è detto che sia benvenuta alla Casa Bianca (anzi!) – che uno degli interventi politici più calorosi a sostegno di Obama sia venuto da Fidel Castro[96]. Comincia dichiarando che rispetto ai contenuti dell’intervento di Obama al vertice dell’ONU, il problema è che “naturalmente, tutto quel che è venuto affermando è in contraddizione diretta con quello che gli Stati Uniti sono venuti facendo da 150 anni a questa parte, specie da quando, verso la fine della seconda guerra mondiale, imposero al mondo gli accordi di Bretton Woods [il dollaro dominante, il Fondo monetario e la Banca mondiale…] e divennero i padroni dell’economia mondiale”.

E, dopo aver proseguito nella tirata per lui del tutto usuale contro i mali imposti al mondo dall’imperialismo americano, ecco che viene al dunque, sul nodo del cambiamento climatico e dei pericoli che impone al pianeta : “[Questo] presidente degli Stati Uniti, che è persona seria davvero, ora riconosce che sono stati i paesi sviluppati a causare gran parte del danno e che ora devono assumersene la responsabilità. E’ stato, non c’è, dubbio un atteggiamento coraggioso, il suo. Ed è anche giusto riconoscere che nessun altro presidente degli Stati Uniti avrebbe mai avuto il coraggio di dire quel che lui ha detto”.

Non è una sorpresa, invece, che la signora Helen Clark, l’ex prima ministra neo-zelandese preposta dall’ONU a guidare il processo, stia buttando acqua gelida su ogni aspettativa[97]: in fondo non è la fine del mondo, sembra quasi dire, se a Copenhagen non si conclude tutto, se non riusciamo a varare lì il successore al protocollo di Kyoto, se Copenhagen sarà solo una tappa importante. E poi c’è comunque la speranza (poi, nei fatti, delusa) che al G-20 di Pittsburgh (del quale abbiamo già largamente trattato, per altri oggetti del dibattito, soprattutto nel capitolo EUROPA) qualche passo avanti si faccia.

Non fosse altro che la reiterazione dell’impegno di massima già assunto dal G-20 di Londra a un aumento (un aumento: non certo una riduzione…) massimo di 2° centigradi del riscaldamento ambientale. Ecco, appunto: al massimo reiterazione, aumento e non riduzione…

Adesso, l’Europa si preoccupa dello stallo americano su Copenhagen, e lo dice. Sottolinea, anche, che si stanno aprendo differenze non irrilevanti tra la posizione americana così indefinita e la sua— difficile, però, da definire precisamente anzitutto perché nessuno capisce davvero quanto sia vincolante, così come la esprime la Commissione, per tutti i membri della UE.

Il fatto è che si sapeva come sarebbe stato difficile per Obama convincere il Congresso a rinegoziare Kyoto – che Bush aveva semplicemente e semplicisticamente respinto – a partire da quelle posizioni. Ma, adesso, sembra che dall’America il massimo che arriverà è la disponibilità a rinegoziare, ma senza nessun  riferimento all’acquis del passato[98].

E se non altro da Copenhagen emergerà stavolta chiarissimo che

• 1. USA e Cina non possono più continuare a nascondersi l’uno dietro il dito dell’altra: l’inazione di uno non è ormai una scusa accettabile per il resto del mondo a mettere in secondo piano quella dell’altro; e anche

• 2. l’Europa non può più cavarsela dicendo che aspetta di vedere quel che fanno loro per poi agire… Già, ma – e è il solito problema – l’Europa dov’è?

Sulla ormai annosa – letteralmente: sono tre anni che se ne chiacchiera – faccenda dell’installazione dei missili antimissili americani al confine polacco della Russia, e della contromossa di Mosca di installare allora i suoi missili a tre minuti di volo da quelle basi, nella scorsa Nota congiunturale si diceva del ripensamento, della ricerca di alternative, in corso a Washington e delle voci, autorevolmente anonime ma autorizzate, che davano la Turchia come possibile sito alternativo.

Non ci stanno proprio i turchi, però, a fare da succedanei ai polacchi e nemmeno da alternativa acquiescente e assenziente degli americani. Tanto per cominciare, dice molto irritato il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu alla stampa[99], né gli Stati Uniti né la NATO – che poi non c’entra niente con gli antimissili – ce l’hanno chiesto, come invece aveva lasciato intendere il NYT[100] nel riferire del ripensamento che, invece, sembra confermato.

E, poi, chiarisce che, anche se gli americani presenteranno ai turchi il “menù di opzioni” di cui si va dicendo per la dislocazione degli antimissili, saremo noi – e nessun altro – a dire di sì o dire di no: non date per scontato niente e tenete conto, ovviamente, di tutto il quadro: compresi, in primissimo luogo, i nostri rapporti con Mosca…

Ma la questione sembra ora scavalcata di slancio. A metà settembre arrivano indicazioni esplicite, e da fonte autorevole, che il Pentagono, la Casa Bianca, sono ormai pronti a cancellare la dislocazione in Europa centrale degli antimissili… contro l’Iran perché “il programma missilistico iraniano a lungo raggio non ha poi fatto grandi progressi[101]. Poi è il primo ministro ceco in persona, Jan Fischer, cui come a quello polacco ha telefonato direttamente Obama, a confermare le voci.

In realtà, da tutti i punti di vista – e come su questa Nota sosteniamo contro tutti i lecchini allineati e coperti ormai da anni – questa è una decisione sensata: toglie ogni carica di provocazione (i missili antimissili americani a pochi chilometri dai confini russi con la Polonia) inaccettabile ed inaccettata per Mosca senza per questo rinunciare, in effetti, a una difesa antimissilistica. Si viene a sapere anche, subito, come grosso modo verrà disegnata questa nuova difesa antimissilistica a corto e breve raggio: quella che, al contrario dl fantomatico scudo spaziale di Bush – solo  anti-russo potenzialmente – potrebbe (al condizionale) servire anche davvero contro un improbabile – tecnicamente improbabile – attacco iraniano.

Parlando direttamente con polacchi e cechi, il presidente Obama ha chiarito che quella era stata anche la raccomandazione dei capi di stato maggiore riuniti e del ministro della Difesa, Robert Gates che ha ingoiato un gran brutto rospo però – era stato lui, allora ministro di Bush, a chiedere a  e a convincere cechi e polacchi— che comunque si lasciarono convincere subito ad accettare gli antimissili americani sul territorio loro, ai confini russi; e poi  rassicurarli che gli Stati Uniti avrebbero comunque onorato l’impegno del Trattato della NATO precisato nell’art. 5% (quello che impegna tutti gli alleati alla difesa di uno di loro se fosse “attaccato”…

Già: ma è questo il nodo… Secondo i più – e ormai è chiaro anche gli Stati Uniti – chi ha attaccato chi in Georgia un anno fa fu proprio la Georgia[102] sbagliando ogni calcolo. Perché l’appoggio americano considerato scontato non fu, come avrebbe saputo dir loro anche un ragazzino, di ordine militare ma esclusivamente verbale e verboso… Ora, tutti, georgiani, russi ma anche cechi e polacchi – tutti – dovranno fare i conti con la realtà e non con le loro paranoie, i loro incubi, i loro sogni.

L’annuncio ufficiale è arrivato giovedì 17 settembre: il sistema missilistico di cui si era fino ad oggi discusso andrà totalmente “riconfigurato” e non sarà più basato sul territorio polacco e ceco e sarà esplicitamente mirato a fermare “eventuali” attacchi iraniani a corta e media gittata[103].

Sconcerto e delusione – perfino ostentata – a Varsavia e Praga[104]— nei governi, non sempre a livello dell’opinione pubblica. Specie a Praga, dove l’idea americana che Bush aveva cominciato dal 2003 a pressare su cechi e polacchi di “accogliere” senza poi controllarli per niente gli antimissili ai confini con la Russia aveva sempre trovato una seria resistenza, anche maggioritaria. Ma anche a Varsavia, da qualche mese, il governo – contro la voglia di fare sempre la faccia feroce ai russi di quel reazionario del presidente Lech Kaczynski – ha cominciato, avendo fiutato l’aria, a risettare con più calibrata attenzione il suo rapporto con Mosca[105].  

Però, adesso, gli americani nella loro “nuova configurazione” parlano di missili intercettori, certo più piccoli ma disseminati un po’ dovunque chi li voglia ospitare in Europa dell’Est se li voglia prendere, anche se non si parla più di radar… Per cui non è detto che alla fine i russi siano tanto soddisfatti di questa soluzione “tecnica”[106]

Ma è chiaro che l’ “assicurazione” americana così non è più dello stesso carattere di quella precedente. Lì ci sarebbero stati, sul territorio degli ex membri del blocco che fu di Varsavia, soldati e basi a stelle e strisce sotto piena sovranità americana con missili a pochi chilometri dal territorio russo e così esposti alla eventuale rappresaglia dei russi. E, dunque, nella contorta visione della vecchia guerra fredda, garanti materiali del legame, a quel punto militarmente non solo politicamente, indissolubile tra il Grande protettore americano e gli alleati.

Qui, in quei territori, non ci saranno soldati e armamenti americani ma, come altrove, una “gamma di sensori” (qualsiasi cavolo poi voglia dire questa esoterica e genericissima terminologia…). Quello che disperatamente e rischiosamente i polacchi (governo e anche molti cittadini, è vero) e gli americani ormai non sono più disposti a regalare loro è una presenza fisica degli americani in Polonia che, oggi come negli anni della guerra fredda, costituisse magari la garanzia (vera o presunta, fino a misfatti accaduti mai si saprà) della solidarietà americana contro una possibile offensiva dei russi.

Il problema, e la fortuna, è che però la guerra fredda è proprio finita. È finito il comunismo come sistema organizzato. E’ finita l’Unione sovietica. Nel senso che forse i polacchi, ricordando le loro fobie non tutte certo infondate, ancora non hanno ancora capito: che proprio non ci sono più queste realtà che, pure, fino a vent’anni erano maledettamente corpose.

Sicuramente per certi bollori polacchi antisovietici fuoritempo, la doccia fredda è pesante: a livello di opinione forse no, ma a livello di governo di sicuro, essendo questo l’unico al mondo che guardava con nostalgia alla presidenza di Bush. Ora, uno dei più facondi esponenti di destra, anche se non esplicitamente autoconfessatosi tale, il ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, adesso dice papale papale “di sperare che lo shock sia salutare specialmente per la destra politica polacca…”: forse, aggiunge, ciò potrebbe anche portare qualcuno a ripensare “al miraggio di basare tutto e ogni cosa su un’alleanza bilaterale con gli Stati Uniti d’America”…

E se a dirlo è addirittura Sikorki, c’è anche da sperare in un ruolo forse un po’ più disponibile, meno avaro e più attivo, della Polonia in Europa. In fondo, conclude, ormai è evidente che dovremmo cercare legami più stretti anche nel campo della sicurezza nella Unione europea[107]

Polonia e Repubblica ceca dovranno “accontentarsi” di avere dagli USA qualche missile antimissile Patriot, che non ha bisogno per essere lanciato di una base a terra sotto controllo americano, come quelli che, per la prima volta, vennero ceduti a Israele e Arabia saudita durante la prima guerra del Golfo del 1991 per contrastare gli Scud di Saddam Hussein. Allora sia Scud che Patriot  furono grossi flop ma, adesso, sono assai migliorati…

In realtà, una lettura attenta, politica, militare, diplomatica, strategica – della decisione di Obama, che era stata lasciata intravvedere da tempo, mette in evidenza almeno quattro componenti importanti[108]:

• 1: la difesa antimissili non è abbandonata, anzi: scartato è, però, il “farneticante progetto”[109] dello scudo spaziale; che non solo non avrebbe potuto funzionare per le ragioni qui indicate, ma anche per una serie di complicazioni finanziarie, di lanci falliti, di bersagli mancati[110], ecc., ecc.; cerca di spiegarlo il ministro della Difesa americano Robert M. Gates a polacchi e cechi – o meglio ai loro governi – con motivazione quanto mai pure concrete: il sistema antimissilistico a corto e medio raggio di intercettori SM-3 basato su cacciatorpedinieri americani in acque internazionali, sarà in funzione molto prima del fantomatico scudo e sarà sicuramente, è dimostrato, più efficace di esso[111].

   Ma non riesce a impressionarli granché: loro il sistema antimissili non era che lo volessero tanto in sé, quanto proprio per la presenza fisica, materiale, di truppe e basi americane a casa loro e ai confini con la Russia…;

• 2: si tratta di un gesto di buona volontà tutto politico verso Mosca; che, infatti, risponde subito dando l’alt ai preparativi per l’installazione a Kaliningrad di missili russi a medio e corto raggio contro i siti polacchi e cechi; specifica, però, il gen. Nicolai Makarov, capo di stato maggiore, che i piani russi non sono stati cancellati, solo sospesi “perché gli Stati Uniti non hanno abbandonato la loro fisima dello scudo missilistico, l’hanno solo rimpiazzato con un componente non più basata a terra ma dislocata sul mare[112]. Ma, e soprattutto, la Russia non sembra rispondere, come forse a Washington sbagliando calcolo grossolanamente si aspettava qualcuno, dando la sua acquiescenza al piano di sanzioni rafforzate che gli USA stanno minacciando contro l’Iran;

• 3: è, però, a modo suo, anche un gesto distensivo verso l’Iran stesso, alla vigilia del primo incontro di merito, dal 1979, tra negoziatori americani e iraniani— perché, anche se pochi ci credevano, ufficialmente i missili antimissili in Polonia e in Cechia erano rivolti proprio contro la “minaccia iraniana”;

• 4: ma è anche un bello schiaffo a certi atteggiamenti inutilmente provocatori e qualche volta anche revanscisti dell’Europa dell’Est: nostalgicamente attaccata, adesso che è per fortuna da questa parte, di quella che era la cortina di ferro… e, soprattutto, agli anni di Cheney e di Bush che esaltavano nella loro acquiescenza atlanticista incondizionata la “nuova Europa” contro la vecchia dei tradizionali e più schizzinosi alleati: quelli che avevano dubbi e problemi sull’invasione dell’Iraq…

Per dirla con l’ex consigliere della sicurezza nazionale di Carter, antisovietico a 24 carati di grande intelligenza e spregiudicatezza (combatteva la sua guerra fredda quando la guerra fredda c’era davvero: e anche l’URSS, ancora), il prof. Zbigniew Brzezinski – cioè l’uomo che, da buon patriota prima polacco e, poi, forse, americano, a suo tempo inventò la strategia che praticamente forzò l’invasione sovietica dell’Afganistan come mezzo utile per distruggere l’impero di Mosca[113] inventandosi al-Qaeda, i talebani e il fondamentalismo islamico combattente – gli antimissili americani da disporre “provocatoriamente” ai confini russi in Polonia, “più vicino di quanto fossero quelli di Kruscev a Cuba”, erano “un sistema che non funzionava, contro missili che non esistevano – quelli iraniani, ufficialmente il bersaglio – per difendere un’Europa che non li voleva[114].   

Subito, il segretario generale della NATO, Rasmussen, elogia “il passo positivo” annunciato da Obama perché “è sicuramente anche nel migliore interesse dei nostri alleati orientali nell’Alleanza atlantica[115]— però dopo che aveva osannato per mesi, anche prima di diventare segretario della NATO quando era primo ministro del governo di destra danese, i missili americani in Polonia, contribuendo non poco ad illudere il governo polacco. Esempio imperituro di allineamento sul numero uno perinde ac cadaver, come dice la massima coniata per i gesuiti da Sant’Ignazio di Loyola nel XVI secolo o, a prescindere dal merito, come avrebbe detto l’immortale Totò.

Però, adesso, al vertice politico russo – lasciando che quello tecnico-militare parli solo di sospensione delle contromisure approntate e riservandosi di esaminare il nuovo piano americano in dettaglio – Putin[116] chiama “coraggiosa” la decisione di Obama; e il presidente Medvedev[117]quanto mai benvenuta” – e si prende nota, pur se con molta cautela, che la NATO rilancia subito e adesso propone un progetto comune di difesa antimissilistica ai russi[118]. Ma la proposta, al solito, è ambigua.

Dice Anders Fogh Rasmussen che “dovremo studiare insieme il potenziale di un sistema di difesa missilistica USA, NATO, Russia al momento giusto”. Peccato che i piani della NATO su una difesa missilistica siano solo sulla carta, e forse solo nelle aspirazioni di alcuni stati maggiori, e a leggere con attenzione la proposta di Rasmussen si capisce bene che si tratta, in ogni caso, di un discorso di là da venire…

In sostanza, Mosca, comunque, a questo punto prende nota che l’abbandono dei piani di difesa missilistica a terra in Europa facilita, ora, la preparazione di un accordo rapido sulla riduzione dell’armamento strategico offensivo (START) tra Stati Uniti e Russia. Un dispaccio di agenzia che cita alte fonti diplomatiche russe spiega che “in sostanza, quello era l’unico punto di reale disaccordo a restare sulla via del nuovo trattato[119].   

E Obama accoglie subito l’invito. Cinque mesi fa, a Praga, in uno di suoi primissimi discorsi aveva invocato un mondo “libero da armi nucleari”. Adesso, presiede personalmente (per turno, stavolta  toccava proprio agli Stati Uniti) una seduta del Consiglio di sicurezza che vota all’unanimità quell’obiettivo in una risoluzione con quelle stesse impegnative parole, vincolando insieme – ma, purtroppo, si fa per dire – i paesi dotati di armamenti nucleari a ridurli progressivamente fino a zero e chi ancora quelle armi non ha a non fabbricarsele[120].

Purtroppo, ancora, la risoluzione lega solo implicitamente il secondo obiettivo al primo che del resto esiste nero su bianco senza aver avuto mai seguiti – se non unilateralmente o, al massimo, bilateralmente (USA e URSS/Russia) decisi – da quando esiste il Trattato di non proliferazione. Cui non aderiscono solo tre Stati al mondo tra quelli ch si sono dotati di armi nucleari: Israele, Pakistan e India; dentro ci sono USA, Russa, Cina, Inghilterra e Francia.

Nota a latere: in Brasile il vicepresidente brasiliano Jose Alencar – che non è uomo del partito di Lula e dal quale il presidente, non fosse altro che per opportunità, ha subito preso le distanze (ma non proprio in modo del tutto escludente: ballon d’essai?) – ha detto alla stampa che il paese deve ormai dotarsi di armi nucleari – non di energia: proprio di un suo arsenale – “per proteggere, dice [come se per loro natura le armi nucleari potessero mai proteggere e non solo distruggere qualcosa, o al massimo essere utilizzate come deterrente: ma non certo come protezione di niente…], i suoi lunghi confini e il suo terrritorio marittimo[121]

Obama, adesso, ha dato disposizioni al Pentagono di predisporre studi e piani operativi per una riduzione drastica delle testate nucleari di cui dispone (2.600 oggi schierate, una riserva di altre 2.500 e quasi  4.000 che sono state “ritirate” ma non ancora smantellate). Solo che il Pentagono sta facendo una resistenza feroce[122]. Hanno addirittura  inventato che alleati come Gran Bretagna e Giappone sarebbero contrari a ogni taglio significativo, pur bilanciato da analoghi tagli dei russi e magari di altri, perché si preoccuperebbero, in quel caso, della reale volontà di difenderli degli americani.

Ed è stato anche inutile che, discretamente, le cancellerie degli alleati in questione si siano ben guardate dal confermare simili voci… e abbiano esplicitamente chiarito che quelle, semmai, sono le posizioni nostalgiche da guerra fredda di qualche generale o di qualche maresciallo dell’aria.

Anzi, il Pentagono insiste sulla necessità di costruire una nuova generazione di armi nucleari “per garantirsi il futuro”. La battaglia è aspra e, per vincerla, come alla fine se tiene duro può perché il potere della decisione politica è suo, Obama deve trovare il modo di garantire non tanto le fisime di sicurezza infondate dei suoi falchi quanto le preoccupazioni di un’industria che ogni anno fattura sulle armi nucleari sui 60 miliardi di $.

Ma la sua idea è che ciò si può fare intanto continuando a garantire che le armi attuali funzionino e, poi, si può trovare un altro sbocco per quel lavoro, magari anche sempre nel campo degli armamenti. Anche perché, ed è la motivazione politica di fondo,  la battaglia del controllo della proliferazione nucleare nel mondo (Iran, Nord Corea, altri…) alla fine si vince solo mantenendo gli impegni che USA e Russia, le superpotenze atomiche, hanno preso da sempre di ridurre “significativamente” anzitutto i loro arsenali.

Il prossimo maggio tutti i governi firmatari del Trattato di non proliferazione, dall’Iran agli Stati Uniti, si riuniscono per “rivedere” lo status degli atti. Finora il Trattato è stato il tappo che ha tenuto chiuso ormai per decenni il vaso della Pandora nucleare. Ma con la Corea del Nord che, come era suo diritto, è uscita dal Trattato e i sospetti crescenti sulle intenzioni iraniane, con armi nucleari ormai presenti in tutta l’Asia (Cina, Pakistan, India, Corea del Nord) e da anni già in Medio Oriente (Israele) oltre che in Europa occidentale, a parte USA e Russia, il TNP sta minacciando di implodere ormai su se stesso.

Lo sanno bene proprio USA e Russia e, per questo, Putin e Obama stanno tentando di dar seguito al trattato sulla riduzione dei loro armamenti strategici, lo START: ormai è necessaria premessa per consolidare e rilanciare lo stesso TNP. Perché se la conferenza di revisione di maggio non trova una base comune tra gli Stati già nucleari e gli altri, dal vaso scappano ormai tutti i diavoli atomici che finora sono stati a fatica contenuti…

Dice uno dei massimi esperti del tema, l’americano prof. Joseph Cirincione[123] – tanto disperato dal ruolo sistematico di distruttore dell’ONU e di ogni intesa multilaterale di Bush e dei suoi da esagerare forse un po’, adesso, quello ricostruttore di Obama che, dice, su questo tema decisivo  “ha rimesso insieme tutti” –, che se non si riesce a rafforzare adesso, nel 2010, il TNP, nel 2015 alla prossima revisione, forse, non ci sarà proprio più nessun trattato da rivedere.

Questa è l’unica speranza, del resto, per il club degli ipocriti che è diventato – o, meglio, è sempre stato, il club delle potenze nucleari: le nostre bombe non ce le tocca nessuno e nessun altro, finché possiamo impedirglielo, deve potersele fare! Se ci riesce però, entra nel club di fatto… – per cercare di tenere ancora per un po’ quel tappo al suo posto.

Questo all’ONU, come gli capita spesso, di Obama il 23 settembre è stato un gran bel discorso: come quello del giorno prima sul cambiamento climatico: ma “non ha in pratica detto niente sull’Afganistan”, lasciandosi le mani libere, in un certo senso ma lasciando anche tutto disperatamente nel vago; anche se “ha avuto ragione a dire che ‘quanti hanno rimproverato all’America il suo agire da sola nel mondo non possono adesso star a guardare e aspettare che l’America risolva da sola i problemi del mondo”.

Bè, ha avuto ragione… Così scrive un editoriale, importante ci pare, del NYT[124]: ma dà per scontato, esso e quel che è più grave – pare – anche Obama, che se gli altri sono chiamati in modo chiaro e corretto a dare una mano, non sono sempre chiamati a decidere insieme all’America e non semplicemente al suo seguito – e con quale peso specifico, poi? – i problemi del mondo che tutti sono chiamati a decidere…  

Ogni volta che ci troviamo a ragionare dell’Afganistan, ormai da tempo, ci riviene in mente il detto famoso che dalla storia non si impara niente: al massimo, che la prima volta magari è un tragedia, la seconda spesso (se poi si ripete davvero… e non sono, invece, solo gli storici a ripetersela) è una farsa anche se, di frequente poi, magari invece è ancora una volta proprio tragedia. Adesso ricapita, e non c’è dubbio che lì in Afganistan – dove da sempre gli imperi sono andati a morire – non è sicuramente una farsa.

Nel suo messaggio al popolo afgano per la fine del Ramadan, l’Eid al-Fitr— la  festa che interrompe il digiuno, il mullah Omar, grande capo dei talebani, ha raccomandato “a tutte le forze di invasione” di “studiarsi la storia di Alessandro Magno e di quando, e di come, le tribù pashtun lo sconfissero e lo respinsero nel IV secolo a.C.”. E ha aggiunto che “noi vorremmo anche invitarvi a considerare come dal 1839 al 1919 combattemmo per ottant’anni contro l’invasore britannico, sconfiggendolo alla fine strappandogli la nostra indipendenza[125].

Badate: c’è appena un accenno alla guerra santa, qui, al profeta o ad Allah: la missione indicata non è quella, come nel Vietnam di Ho Chi Minh non fu quella del comunismo o del marxismo-leninismo, ma dell’indipendenza nazionale da conquistare: la più possente parola d’ordine, ancora oggi nel tempo della globalizzazione e pure in un paese così sparpagliato e anarchico come l’Afganistan.

Nel ‘68 i falchi, pure mille volte più intelligenti di quelli che circolano oggi, convinsero Lyndon Johnson che in Vietnam per vincere bastava aumentare l’impegno: soldi e soldati americani. Questi qui, i falchi di oggi – generali, consiglieri speciali, ministro della Difesa, ministra degli Esteri: tutti patrioti e patriottardi a spese dei figli e dei quattrini degli altri – vanno dicendo a Obama le stesse identiche cose. Lui, come Lyndon Johnson, amerebbe sentirsi vincitore, sentirsi incoronare di alloro dal Senatus populusque americanus come Barak l’afgano. Ma che, come Johnson, corre il rischio di far fare all’America la stessa fine di allora. Fra un altro milione, forse, di afgani sacrificati alla sua illusione.

Così ora, congiuntamente, governo afgano e governo americano – ma si sa di chi è l’idea e chi, ala fine, decide – hanno annunciato una nuova policy[126]: che in realtà è vecchissima. Pagheranno le milizie tribali (come hanno fatto in Iraq con un successo di breve periodo: appena hanno smesso di pagare, sono ricominciati gli attentati), perché assicurino loro la “sicurezza” della popolazione. E’ un piano che, riga per riga quasi, ripete quello divisato  alla fine del 19° secolo dall’esercito coloniale britannico di “controllare” le cosiddette aree tribali di quello che sarebbe poi diventato il Pakistan mettendosi a pagare le tribù pashtun contro le altre. Spaccandole così, ma spaccandole anche tra loro.

E facendosi poi regolarmente fregare, come lamentano i dispacci del vicere delle Indie a Sua Graziosa Maestà, la regina Vittoria: tribù e famiglie concordavano tra loro “insurrezioni” e “rivolte”, qua e là qualche massacro di truppe britanniche e poi pacificavano il territorio facendosi così pagare di più.

Una situazione che si è trascinata dopo il 1947, dopo la secessione e l’indipendenza del Pakistan dall’India, quando per impedire la secessione di quello che si sarebbe chiamato il Pashtunistan, la nuova Costituzione del paese non si applica nelle cosiddette aree tribali amministrate federalmente dove vigono legislazioni e pratiche specifiche e tutto viene governato, o sgovernato insieme da agenti del governo centrale con i maliks, i capi pashtun locali, a base di mazzette e gabelle ufficializzate nei fatti.

Ora, il piano americano vuole ripetere in Afganistan, e sempre con la popolazione pashtun, quel che fecero gli inglesi in Pakistan. Si basa sull’intelligence dettagliata della geografia e della storia delle varie tribù e sottotribù e sull’antichissima pratica del divide et impera di antica romana memoria. Ai membri delle nuove milizie collaborazioniste spetterebbero sui 150 $ al mese, per ora sborsati direttamente dagli americani e domani dal governo afgano direttamente. Insomma,. proprio come un secolo e qualcosa di più or sono.

Sembra sia questo, e non il rafforzamento di un esercito nazionale afgano – che pure, forse, tra tutte le istituzioni di quel paese è una delle meno settarie e, appunto, delle più genuinamente nazionali – il nuovo piano architettato dal gen. Petraeus. Finirà come allora. Con una frantumazione pericolosa, capace perfino, con la mediazione dei maliks disponibili, di lasciare le aree tribali in balia dei talebani già di per loro fortemente radicati (sono quasi tutti pashtun), proprio nelle zone di confine vicine agli impianti nucleari pakistani…

D’altra parte ci sono tensioni montanti anche nuove. E proprio all’interno dell’Alleanza. Un membro del gabinetto inglese, Eric Joyce, segretario alla Difesa – sotto il rango di ministro, ma in posizione esecutiva chiave – si è dimesso rendendo pubblica la sua lettera di dimissioni. In sostanza, denuncia, per lo sforzo che fa e i morti che sopporta il contributo britannico in Afganistan viene troppo sottovalutato dagli americani. Decidono tutto da soli, sempre, e non va.

Dobbiamo avere un riconoscimento geopolitico più pesante dagli americani. Perché, secondo molti, qui la Gran Bretagna combatte, la Germania paga, la Francia calcola e l’Italia evita [purtroppo, come forse ha notato perfino un testa di cavolo come questo Joyce, solo qualche giorno s’è visto che anche gli italiani crepano lì, proprio come gli altri…] E se gli Stati Uniti continuano a dare uguale valore a questi diversi approcci, finiranno col sostenere da soli tutto il peso dell’Afganistan[127].

Inoltre, lo sforzo per sostenere i soldati che stanno lì per conto e per ordine nostro, per equipaggiarli meglio anzitutto, deve aumentare non essere ridotto. Come se la differenza, contro un esercito vestito di stracci e che lavora con armi che vengono definite “congegni esplosivi improvvisati” la potesse mai fare un miglior equipaggiamento.

Insomma, se ci restiamo e lui (Joyce è un ex maggiore dell’esercito) è dell’idea che ci si deve restare, dobbiamo farci valere e dobbiamo contare di più. Già… ma per rimanere, secondo lui non ci piove e il suo dissenso – rispettoso, per carità, deferente addirittura rispetto al governo e al primo ministro – è sul fatto che qualche dubbio, invece, comincia al suo interno ad emergere proprio sull’opportunità di restare a sprecare vite, risorse e prestigio, senza dare alcun vero contributo a una pace possibile. Perché, il senso della lettera è questo, siamo stati eletti a guidare il popolo noi, anche quando magari la gente non vuole, Ma, fino alle elezioni, quel popolo bue non può che dirci sissignore e lasciarci fare quello che, secondo noi, va fatto.

C’è anche la complicazione ulteriore che, malgrado gli ordini impartiti dall’alto all’aeronautica NATO e, anzitutto, a quella americana (il 95% della forza aerea alleata), c’è stato proprio adesso Un altro disastroso raid aereo di cui la NATO avrebbe proprio potuto fare a meno[128].

E si è riaperto il dibattito, anche molto acceso tra gli alleati. Stavolta il raid aereo è stato richiesto dai tedeschi agli americani: il ministro della Difesa tedesco Franz Josef Jung (esplicitamente spalleggiato dalla cancelliera Merkel: “certo che ci dispiace per i poveri morti civili, ma…[129]) ha dichiarato che c’erano “informazioni di intelligence precise” sul fatto che quelle autobotti sarebbero state usate contro le nostre truppe; anche qui, naturalmente, da credergli sulla parola… a lui e a chi quelle informazioni di intelligence gliele aveva date.

Il nodo, però, è in realtà inestricabile. Tutti ormai sanno, anche i più ottusi tra gli strateghi hanno capito, che fare altri 90 morti tra i civili per ammazzare una manciata di talebani, colpendo gli uni e gli altri alla cieca dal cielo e da decine di chilometri dal punto di lancio, è ormai per la missione e per l’alleanza un pericolo maggiore degli insorti stessi: come diventa non solo inevitabile ma sacrosanto, a leggere quel che Jan Mohammad, un vecchio dalla lunga barba bianca ha raccontato a un reporter: “non trovavo mio figlio, vedevo dappertutto solo pezzi di carne bruciata. Così ne ho portato uno a casa e l’ho chiamato mio figlio[130].

E il punto vero è che quando la strategia bellica di un paese è, per definizione, quella di portare “al nemico la morte a distanza”, ammazzare i civili diventa parte accettabile ed accettata della strategia stessa. La differenza chiave è proprio lì, nel portare la morte a distanza: il fatto è che maggiore la distanza dal bersaglio, maggiore la sicurezza di chi butta le bombe, addirittura da Washington guidate via satellite su Kunduz per esempio con un aereo senza pilota. Ma maggiore è anche il rischio di ammazzare gente del tutto innocente.

La soluzione politica sarebbe quella di abolire i raid aerei o, al minimo, di utilizzarli solo come ultima risorsa. Impiegando anche tattiche di ingaggio nei combattimenti più da vicino, ma certo eliminando così almeno un po’ della protezione che ti danno le armi moderne azionate a distanza ma, allora, subendo vittime molto più numerose tra i “nostri”… Meglio allora, i danni collaterali. Che tanto, per definizione, sono collaterali, cioè non contano, no?

Sempre sull’Afganistan, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ancora fresco di nomina e che ha già collezionato più di un’alzata di testa (annunciando reiteratamente come strategie dell’Alleanza quelli che sono solo suoi desideri o, al massimo, sue proposte) insiste: “è cruciale migliorare la cooperazione tra la NATO e l’Europa. Finora, purtroppo, è stato impossibile concludere un accordo di sicurezza vero e proprio tra la NATO e l’Europa per l’Afganistan[131].

Insomma, secondo lui, e senza che se ne fosse mai neanche lontanamente parlato a livello politico nei governi europei e tra i governi europei dell’Unione, il primo accordo di difesa europeo non sarebbe europeo proprio per niente ma dell’Europa con la NATO e relativo, poi, a un “impegno a lungo temine per e sull’Afganistan”… Alla faccia, in definitiva, della democrazia.

Qualcosa, però, comincia a muoversi proprio sull’inquieto fronte europeo del’Alleanza presente in Afganistan. Non in Italia, si capisce, adusa – sotto la guida, memore di antichi nefasti, del La Russa Ignazio – a obbedir tacendo e qualche volta, troppo spesso, tacendo e bofonchiando ancora a morire, ma Francia, Germania e Gran Bretagna (perfino l’allineatissima Londra) cominciano a scalpitare.

E si mettono proprio adesso – ma è un segno esplicito: non ne possono più di sentirsi dire, senza spiegazioni, quella che è la strategia di Washington da trangugiare così, senza discussione alcuna, specie quando palesemente si è dimostrata finora del tutto sbagliata – i tre alleati che contribuiscono il massimo della presenza alleata oltre agli americani, a proporre una conferenza internazionale che elabori un piano nuovo – dunque, non quello del gen. Stanley McChrystal, né quello di Obama – che sposti la responsabilità della sicurezza sulle spalle del governo afgano[132].

Esattamente il contrario, cioè, di quel di cui va chiacchierando Rasmussen… Si tratterebbe, invece, come ha detto Angela Merkel di coinvolgere più direttamente NATO ed Europa ma, piuttosto, per restituire “responsabilità assai maggiore al governo afgano nel garantire la sua stessa sicurezza”, in una conferenza convocata “quest’anno”, dopo l’insediamento del nuovo governo afgano.

Il fatto è che il 70% dell’opinione tedesca è schierato decisamente contro la presenza di 4.500 soldati in Afganistan (38 morti), mentre Londra ha sempre maggiori difficoltà a far accettare i morti che crescono esponenzialmente tra i suoi 9.000 armati (212 finora) e la Francia, con 1.700 militari (e 30 morti) è molto nervosa. Silente l’Italia ufficiale, che ha avuto, fortunatamente “solo” 20 morti con una presenza militare che ormai conta sui 3.500 soldati.

Questa idea, una e trina (Francia, Germania, Inghilterra: non Italia, ovviamente… che tanto non conta: va ricordato, però, che l’idea l’aveva proposta già l’ultimo governo Prodi e che, allora, come ha voluto ricordare Rutelli in TV[133], “l’idea non era matura”; dunque, anche per “merito” suo – non bisogna disturbare Bush più di tanto – venne quasi immediatamente mollata), della conferenza internazionale che miri esplicitamente a restituire al governo afgano la responsabilità di “garantire la sua sicurezza” potrebbe essere il punto di caduta che ora serve a tirar fuori dalle peste anche Obama[134]: dopo i dubbi che salgono in Gran Bretagna sull’aumento del contingente alleato a Kabul, di altrettanto forti ne stanno emergendo a Washington dove il piano McChrystal trova opposizione anche dichiarata da parte di esponenti democratici chiave dell’establishment congressuale.

La speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha detto infatti di non credere che ci sia un gran sostegno, nel paese come al Congresso, per la proposta di mandare altre truppe in Afganistan— e ha ricordato l’aneddoto – per quello che vale, ma fa impressione – che le ha raccontato un marine a Kabul di quando, in ricognizione, chiese a un contadino afgano se aveva visto lì intorno “combattenti stranieri”, sentendosi rispondere con un secco e preciso “sì, voi…”…

E il sen. Carl Levin, presidente della Commissione Forze armate del Senato ha detto di “restare del tutto contrario a quell’idea[135]… McChrystal, che aveva chiesto a Obama il sì alla sua richiesta di altre decine di migliaia di soldati da schierare sul campo, aveva già avuto in risposta l’indicazione che ci sarebbero volute settimane, e anche mesi, per una riposta della Casa Bianca.

Poi emerge, e può andar bene per gli americani – anche se pure loro in larga  maggioranza lì non ci vogliono più stare: e lo hanno detto in mille modi, appena hanno potuto – ma conviene assai meno per noi che McChrystal, visto che in casa ha difficoltà ormai a sfondare, non chiederà più di aumentare sul fronte afgano i soldati americani e basta ma anche, e magari in alternativa, di far aumentare i contingenti degli altri— inglesi, tedeschi, francesi e italiani: chi riporta la notizia[136] indica essere questi,  secondo il generale americano e la NATO, i “paesi che hanno la capacità di mandare rinforzi”. Dice lui…, dicono loro…

Ma ci sono moltissime difficoltà. Per cui, a questo punto, secondo tecnica collaudata, per far pressione sul presidente, viene fatto filtrare, anticipandone la pubblicazione, il testo del rapporto con cui il gen. Stanley A. McChrystal avvisa – e ammonisce – in 66 pagine formalmente indirizzate al ministro della Difesa Gates, declassificate e subito pubblicate sul web (diverse altre restano secretate, però) su quello che è il suo parere: in Afganistan c’è subito bisogno di altre truppe, se no è il fallimento e abbiamo perso la guerra[137].

McChrystal non ricorda – ma bisognerebbe ricordarglielo e ricordarlo anzitutto al presidente, se non altro per fare poi i calcoli sulla realtà della vicinanza della sua prevista ‘mission failure’ – che, poi, schierati e combattenti, contro i talebani, in Afganistan, gli americani in realtà sono già il doppio dei 70.000 ufficiali: coi mercenari che sono sul terreno, a combattere anch’essi.

E, a questo punto, anche per quello che poi lui dirà al Congresso e al popolo americano, sarà cruciale quanto ora nel merito gli alleati diranno – se troveranno il coraggio di dire quel che pensano davvero, riflettendo per una volta, magari: tanto non diventa prassi di certo… – preoccupazioni e speranze delle loro popolazioni, spesso chiarissimamente diverse da quelle dei tanti politici che sanno sempre e solo dire sì e sissignore…

Perché è chiaro, chiarissimo, malgrado tutte le retoriche patriottardiche malintese – dalle più torbide alla ex AN, alle più limpidamente sincere ed ingenue di chi sente ancora il bisogno di far “scordare” anche così il proprio passato, che la reazione giusta alle nostre morti in Afganistan non è “continuare a starci”, comunque  ma “cominciare ad andarsene”, preparando la strada e restando, semmai, per quello e per quanto si può davvero solo per aiutare chi ha bisogno di essere aiutato: anzitutto a finire la guerra e, poi, a ricostruire – se si può, quando si può, per quanto si può… – a ricostruire il paese...

Tra l’altro, commentando il rapporto al presidente del comandante in capo americano McChrystal, il gen. Azizudin Wardak, capo delle forze di polizia del governo nella provincia di Paktia, avvisa (con brutalità, addirittura) gli americani e gli altri alleati che “se mandano davvero altre truppe, far passare l’idea che non si tratta di un’occupazione militare sarà molto difficile”. E il capo della polizia della provincia di Kandahar, Mohammad Pashtun, aggiunge seccamente che “con il costo sostenuto per mandare e tenere in Afganistan un solo soldato americano, noi siamo in grado di pagare quindici soldati o poliziotti afgani[138]

Il messaggio sembra chiarissimo e degno di riflessione. Almeno a noi… Nel 1961, Kennedy respinse il piano dei suoi capi di stato maggiore di inviare in Vietnam truppe americane, limitando quel’intervento – che comunque allora iniziò – all’invio di consiglieri militari… e quando nel 1965 Johnson si lasciò convincere, cominciò per l’America il disastro…

E, quando, nel 1962, i capi di stato maggiore statunitensi fecero ancora pressione su Kennedy perché reagisse, con una minaccia esplicita di guerra al’URSS e bombardando subito i siti che nella crisi di Cuba avrebbero dovuto ospitare – erano ancora in viaggio e in alto mare – i missili sovietici all’Avana, il presidente fu abbastanza saggio e abbastanza forte – anche dopo il fallimento umiliante dell’invasione che aveva autorizzato alla Baia dei Porci – per reagire in modo radicalmente diverso rispetto al loro “consiglio”. Non c’è che da sperare in una capacità analoga, adesso, di Obama.     

Intanto Karzai, il presidente uscente, quello per la cui promessa di democrazia in tanti, afgani e no, stanno crepando, nel conteggio ufficiale della Commissione elettorale supera col 54% dei voti a fatidica soglia del 50% + 1 dei voti espressi che gli dovrebbe permettere di evitare il ballottaggio… Perché adesso è ufficiale che ha vinto. Ma altrettanto ufficiale è che non ha vinto per niente.

Anzitutto perché principio e regola fondamentale del diritto internazionale è che un’elezione tenuta sotto i fucili di un’occupazione straniera non mai né legittima né democratica. Poi, perché tutti qui sapevano, tutti, che sarebbero state elezioni truccate. Almeno da quando, diversi mesi sentendosi criticato da Washington, Karzai scelse di vincere alleandosi con signori della guerra, trafficanti di oppio e morfina e tutti i capataz corruttibili di ognuna delle 34 province del paese dove qualche seggio avrebbe potuto funzionare.

Questo ormai l’avevano capito tutti. Se andava così, alla fine però tutti avrebbero fatto finta, ignorato che il voto era condotto sotto occupazione militare e avrebbero ingoiato, con gli americani che, al più, avrebbero cercato di condizionare grazie alla loro egemonia di armi, soldi e potere con più fedeli e supini alleati afgani il governo Karzai (che ormai protestava troppo, e a voce troppo pubblicamente elevata, per le bombe sui civili, e si alleava a personaggi imbevibili per le sensibilità del pubblico americano— sensibilità ben curiose, ora attente ora distratte, a seconda di quel che vuole il governo e decidono i media ossequienti di rendere noto.

Erano pronti anche a sorbire, pare, il peccato capitale che Karzai commetteva  provando a trattare, anche direttamente, senza supervisione americana, addirittura col mullah Omar. In fondo una volta, un anno fa, proprio Karzai aveva osato ricordare a Bush che, alla vigilia della guerra, Omar aveva offerto di consegnargli il capo di al-Qaeda e che era stato lui, Bush, a preferire invasione e occupazione…

Tutti – ma tutti – davano dunque per scontato come gli elettori sarebbero stati inquadrati, comprati, messi sotto pressione e controllati fino fuori e dentro i seggi perché votassero per chi volevano che votassero i capataz locali; e tutti sapevano che la maggioranza dei capataz, anche se non necessariamente degli elettori, era per Karzai. Ma quasi nessuno aveva  pensato che Karzai e i suoi mettessero in piedi un apparato vero e proprio su larga scala di produzione di voti fasulli e schede pre-votate con cui riempire le urne in tutti i distretti elettorali che controllavano. Garantendosi, così, credevano, da ogni sorpresa…

Invece, in contemporanea con la proclamazione della vittoria ufficiale del candidato Karzai da parte della Commissione elettorale afgana controllata dal governo centrale del presidente Karzai, si viene proprio a sapere – e questo sembra mandare all’aria tutte le silenti complicità che sembravano già acquisite – che, come riassume a modo suo il NYT, molti “afgani favorevoli al presidente Hamid Karzai hanno creato dal nulla una serie di seggi elettorali fasulli dove nessuno, ovviamente, è andato a votare [o, più esattamente: dove a nessuno degli elettori registrati è stato concesso anche solo di avvicinarsi].

   Ma dove sono stati registrati centinaia di migliaia di voti favorevoli alla sua rielezione, a stare a quanto dicono qui alti esponenti sia occidentali che afgani [139]. La notizia ufficiale è molto più secca, ma conferma tutto: “la Commissione dell’ONU che doveva investigare sulle elezioni afgane, dice ufficialmente di aver trovato ‘prove chiare e convincenti’ di frode anche quanto ai risultati e ordina un ri-conteggio dei voti che vengono dai seggi elettorali sospetti[140].

A parte il fatto che, naturalmente, una commissione dell’ONU non ha il diritto di ordinare proprio niente al governo afgano, se il punto è che i seggi se li sono inventati con tutte le urne e i voti che contenevano, a che serve “ricontare” solo qualcosa? La gente di Karzai denuncia, invece, le pressioni americane cominciate da tempo perché a Washington non amano più il presidente e lo volevano rimpiazzare da tempo e, un po’ sadicamente, domanda come mai non ci sia mai stata nessuna Commissione, come dire?, super-partes a ricontare i voti fasulli della Florida quando nel 2000 elessero presidente, con l’imbroglio, George W. Bush contro Al Gore…

Il realtà, però, anche gli imbrogli elettorali, come tutti i delitti del resto, non hanno affatto lo stesso peso[141]: qui, in Afganistan, dice un vecchio proverbio pashtun, dall’orecchio di una scrofa proprio non si può ricavare una borsetta di seta—una democrazia appena appena decente.

Con tanti saluti, però, per quella scuola di pensiero occidentale finto-ingenua che, in America e qualche volta anche in Europa – non sempre per fortuna, non sempre – dicono volesse conferma dal trionfo anche parziale della cristallina purezza delle elezioni afgane per poter reclamare che sì, ne valeva la pena e che, ora, con questi risultati che dubbi è dir poco, si trova con le mani dentro questo sacco di…

Gordon Brown, il primo ministro britannico che dopo un giorno avrebbe, con Sarkozy e Merkel, parlato della necessità di ridare la responsabilità della sicurezza degli afgani agli afgani, sul bombardamento di Kunduz aveva detto, infelicemente, che “quando è in ballo la sicurezza del nostro paese, noi non possiamo andarcene via[142].

Infelice osservazione, non solo perché nei fatti se la rimangia entro qualche ora, come s’è appena visto, ma anche perché implica chiaramente, come ha continuato a fare per anni finora, che non appena la “coalizione” lascia l’Afganistan agli afgani, il paese diventerebbe una specie di scuola di formazione del terrorismo. E’ un insulto, da una parte; ma più grave, dall’altra, è che è un insulto cretino.

Perché se questo fosse davvero il caso, la cosiddetta “coalizione” dovrebbe occupare subito anche, per dire, Somalia, Algeria, buona parte delle Filippine, per non parlare del fedelissimo alleato pakistano. Se, invece, è per liberare le donne che la “coalizione” sta lì o per far trionfare i “diritti umani”, bè allora com’è che a nessuno viene neanche in mente di mandare la “coalizione” a fare il suo dovere d’urgenza in Arabia saudita o, ancora, in Pakistan?

Se poi, come spesso si è facilonamente e poco responsabilmente lasciato andare a dire, purtroppo, anche Obama, in Afganistan si è davvero andati perché è lì che “l’11 settembre è stato pianificato e eseguito”, per cui questa è una guerra che è stata imposta agli Stati Uniti… si tratta di una menzogna che è ora di sgonfiare, come quella delle armi di distruzione di massa in Iraq. Perché l’11 settembre venne pianificato e eseguito – ormai è dimostrato dalle inchieste stesse ufficiali americane (Casa Bianca, addirittura, e Congresso – non a Kabul o a Kandahar, ma in Germania e in Florida…

Al dunque, il dilemma non c’è. Tutto è chiaro. Obama è al suo Rubicone, qui. Lo scrivono in America ormai anche commentatori che sempre hanno difeso da posizioni nazional-conservatrici l’avventura afgana: Obama già ha mandato altri 21.000 soldati a Kabul e sembra pronto a mandarne ancora migliaia…

Una decisione fatidica per la sua presidenza, che un gruppo nutrito di esperti e ex esponenti dell’intelligence esce ora apertamente, anche se con riluttanza, a contestare per avvertire che altre truppe spedite laggiù costituirebbero un errore di portata storica… I nostri politici non riescono proprio a capire che è la nostra stessa presenza nei territori pashtun a costituire il problema. Più truppe mandiamo, maggiore si fa l’opposizione. E non la si può attenuare aumentando i livelli di presenza di truppe straniere che piuttosto incrementano l’opposizione e provano ai pashtun che avevano ragione i talebani… Quel che unisce tutti noi che lanciamo questo monito, è la preoccupazione che il paese, il nostro paese, stia precipitando in un abisso profondo[143].

Come dice l’aforisma famoso, in fondo, il guerrigliero vince se non perde— e, se è così, stanno vincendo i talebani e stanno perdendo la guerra in Afganistan gli americani e i loro alleati...

A metà mese viene, a coronare il quadro, il verdetto ufficiale della Commissione di osservatori dell’Unione europea: sono “sospetti” almeno 1 milione e mezzo di suffragi, informa il loro capo Phillippe Morillon, guadagnandosi la denuncia di “irresponsabile” dal campo di Karzai e la protesta del governo afgano a Bruxelles[144].  

E, a ruota, il giorno dopo, il 16 settembre la strage di 6 soldati italiani fatti saltare in aria col blindato che li doveva  proteggere blindato di talebani. La Russa Ignazio, alla Camera, non trova di meglio che prendersela in modo assurdo coi “subdoli nemici” – li chiama così… – che colpiscono i nostri soldati a tradimento mentre, come è noto i militari dell’ISAF quando colpiscono, e a casa loro, i bersagli prima avvisano per messaggio recapitato a mano e, di regola, accompagnato da un mazzo di fiori o per e-mail i loro obiettivigli eventuali bersagli

Vedete, poi, che strano è questo nostro paese… Nota il NYT come, “dopo l’esplosione che ha ucciso sei soldati italiani, il primo ministro Berlusconi ha dichiarato che il suo paese ha bisogno di “riportare a casa i propri ragazzi al più presto possibile…”. Aggiunge poi che “a Bruxelles, da dove parlava Mr. Berlusconi, stretto alleato degli americani ma nelle peste politiche in casa [per le faccende imbarazzanti della sua vita privata] è stato attento a precisare che l’Italia non ritirerà unilateralmente le sue truppe dall’Afganistan anche se aveva detto proprio che lo voleva fare e ‘al più presto possibile’”.

In ogni caso – commenta il NYT questa è stata l’espressione più forte di dubbi emergenti tra gli alleati sulla missione in Afganistan, la più forte finora venuta da un leader europeo: ‘siamo convinti che sarebbe meglio per tutti e per ciascuno di noi rimuovere rapidamente la nostra cospicua presenza da quel paese[145].

Naturalmente – inevitabilmente – queste uscite di attenta realpolitik berlusconiana hanno causato il solito contrappasso, particolarmente penoso su temi così tragici, dei soliti ho detto, avete capito male, volevo dire, avete ri-capito male, in realtà volevo dire che… Confermato, comunque, dopo il tira e molla è che il Cavaliere in realtà non pensa proprio a un’uscita unilaterale ma a preparare, piuttosto – non si capisce come – quella che prende a chiamare, correggendosi l volo, non  un’exit ma una transition strategy

Del resto, anche Massimo D’Alema, fedele alla sua immagine di post-comunista atlantico, dice che per l’Italia tornare indietro sarebbe una tragedia… mentre Franceschini avverte che non si può abbandonare il popolo afgano nelle mani dei talebani – come se adesso, però, fosse in mani tanto migliori, tra corruttori e corrotti karzaisti e signori della guerra – … e il presidente della Repubblica dice, in Giappone e come tra parentesi, che il parlamento ha ben il diritto di discutere ma, almeno dal suo dire, non quello, se volesse, di cambiare idea… che, in verità, è proprio un po’ curioso.

Poi, però, e in concreto il 28 settembre nel corso di un incontro informale dei ministri della Difesa europei a Gothenberg, in Svezia, danesi, olandesi e anche italiani (non La Russa, il sottosegretario Giuseppe Cossiga: “abbiamo detto sì per dieci anni… oggi non diciamo no… considereremo ogni richiesta… ma le nostre risorse e le nostre capacità sono al limite”) hanno manifestato, ma  soprattutto lasciato dire che hanno manifestato, la loro “riluttanza” a mandare altre truppe in Afganistan[146].

Insistendo invece – e esplicitamente in alternativa, non in aggiunta – sull’addestramento di polizia e militari afgani (d’accordo, dunque, con il punto di vista espresso, in contrapposizione precisa a quello di McChrystal, dai generali afgani[147]). Il responsabile nominale della politica estera della UE, Javier Solana, ha sottolineato come di truppe europee schierate in Afganistan ce ne stiano già 30.000...  

Sulla vessata, assillante e assai controversa questione della bomba iraniana, c’è la notizia del Rapporto ufficiale dell’AIEA al Consiglio di sicurezza che “rimprovera”, o “riprova” (in inglese, ovviamente: chides) l’Iran per aver nascosto alcuni aspetti potenzialmente anche militari della propria ricerca nucleare.

Mohammed ElBaradei, direttore uscente ma ancora in carica dell’Agenzia stessa, ha riferito al Consiglio direttivo dell’AIEA che l’Iran non ha cessato di arricchire il suo uranio— cosa che si sapeva perfettamente e che l’Iran stesso proclama da sempre fondandosi sul diritto che gli dà il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), come ElBaradei stesso ribadisce ; cosa che, però, il Consiglio di sicurezza del’ONU gli ha ingiunto di fare comunque, ma illegittimamente. E ha riferito che Teheran rifiuta anche di rispondere ai sospetti avanzati sula natura pacifica del sjuo programma nucleare.

Noi, confessa per l’ennesima volta l’Agenzia, non abbiamo le prove per dire che sta conducendo ricerche mirate a costruirsi la Bomba e, quindi, violando il TNP; e nessuno – nessuno: israeliani ed americani compresi che strillano pure tanto – ce ne fornite, di prove. Anche noi, però, abbiamo forti sospetti— come se invece, per dire, Pakistan, India, Israele avessero tutte cristallinamente proclamato che loro la bomba la stavamo costruendo mentre la costruivano... Insomma, AIEA e El Baradei non aggiungono proprio niente di nuovo a quanto già si sapeva nel Rapporto che inviano al Consiglio di sicurezza[148].

Lo stesso ElBaradei, però, aveva fatto precedere la sua relazione al Consiglio da un’intervista in cui, chiaro e tondo, diceva che l’Iran sicuramente non fabbricherà presto alcuna bomba: “la minaccia è stata montata, in tantissimi modi, supermontata[149], assicura il massimo organismo tecnico – teoricamente cioè l’unico superpartes in materia – delle Nazioni Unite.

E davanti al Consiglio è tornato a ripetere, con l’atteggiamento sibillino che innervosisce un po’ tutti, che “se l’informazione che presenta una certa intelligence è autentica – e devo sottolineare quel ‘se’ almeno tre volte – io che non sono uno scienziato devo dire che, allora, c’è una elevata probabilità che attività nucleari nel campo degli armamenti abbiano avuto luogo”… Appunto: se, sottolineato tre volte, e da quella certa intelligence che, poi, è quella di Israele[150]…   

Comunque, ormai si sono delineate con chiarezza che ormai sembra definitiva le posizioni:

• l’AIEA non è in grado di dire se l’Iran si sta facendo la bomba o no; non ha prove, non ha neanche indizi, ha – come tutti – sospetti; raccoglie i sospetti degli altri, Israele e USA anzitutto; ma prende atto che neanche loro portano prove o certezze; riferisce anche i dinieghi di Teheran, ma attesta pure che gli iraniani non hanno obbedito alle ingiunzioni di bloccare tutto (lavoro, ricerca…) che ha loro intimato il Consiglio di sicurezza (m riconosce implicitamente la stessa AIEA, non proprio “legittimamente”, visto che attesta e proclama essa stessa ogni volta il diritto dell’Iran come di ogni altro paese di fare ricerca e sviluppo nucleare in base al trattato di non proliferazione di cui è firmatario).

E, alla fine, l’AIEA come tale, nel suo complesso, conclude la riunione facendo propria ufficialmente la posizione di ElBaradei: anche resistendo a pressioni durissime americane perché stesse zitta dichiara che non ha alcuna prova concreta[151] di un qualsiasi ordigno nucleare o di un programma segreto di armamento nucleare degli iraniani...

… ma poi fa trapelare, da un allegato segreto intitolato al solito in modo quanto mai equivoco, che l’Iran ha in realtà lavorato sull’arma atomica[152].

• l’Iran ha dichiarato, da parte sua, col proprio negoziatore capo, Ali Asghar Soltanieh, formalmente, di essere “preparato a colloqui leali e sostanziali su tutta una gamma di problemi inclusa la garanzia di accesso per tutti i paesi all’energia nucleare e alla prevenzione della proliferazione di armamenti nucleari [secondo la CIA è un riferimento alla possibilità di discutere anche del nucleare iraniano… ma solo legata alla discussione del disarmo nucleare di USA e Israele]; ma – precisa – non saranno colloqui che includano il programma nucleare di Teheran e il suo status dal punto di vista giuridico internazionale[153].

Soltanieh ha anche consegnato ai rappresentanti del cosiddetto gruppo di negoziatori del Consiglio di sicurezza, i 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia più a latere, la Germania), il testo della proposta di negoziato avanzata dal suo paese: disposto a trattare su tutto e di tutto, ma non a negoziare sui propri diritti sovrani alla ricerca nucleare, così come gli altri interlocutori non intendono negoziare ovviamente sui loro[154];

• Israele, al momento, preferisce lasciare il posto in prima linea a Obama: tanto sul tavolo c’è sempre la minaccia (tra l’altro, anche suicida) che brandisce un giorno sì e l’altro pure di bombardare (con armi “convenzionali”? con le sue atomiche?) Teheran se l’America non agisce in modo da Tel Aviv ritenuto “soddisfacente”;

• gli USA, con la coda sempre remissiva e accondiscendente dei loro alleati-clientes, hanno dato l’ultimatum a Teheran: se entro il prossimo G-20 di Pittsburgh non risponde “sissignore” (interrompe e dimostra loro di aver interrotto ogni ricerca sul nucleare), minaccia e di fatto si impegna a far scattare nuove sanzioni: possibilmente il blocco navale che impedisca all’Iran di esportare petrolio e di importare benzina; si diceva “possibilmente”, perché

• tecnicamente quel tipo di blocco navale è complicato e difficile ed enormemente rischioso: le reazioni minime di Teheran sarebbero di bloccare l’export del suo petrolio a Italia, Germania, eccetera, mica agli USA, e di bloccare lo stretto di Hormuz (bastano poche mine navali… è realmente strettissimo) per il quale transitano i 2/3 del greggio esportato dal Golfo; tra l’altro, sul piano del diritto internazionale, un blocco navale è un atto di guerra se non lo dichiara il Consiglio di sicurezza: e anche in quel caso…

… in ogni caso, il paese si sta preparando – almeno così annuncia il ministro del Petrolio, Massoud Mir-kazemi – alle potenziali sanzioni quasi preannunciate contro l’importazione di benzina: ha “adeguate scorte e accordi firmati e garantiti con alcuni paesi esportatori di prodotti petroliferi raffinati[155]

… e, poi, tanto per dirne una (di altre non si sa), il Qatar ha cominciato a inviare in Iran – e continuerà per due mesi, rinnovabili – milioni di litri di benzina al giorno, mentre per ottobre l’Iran ha già piazzato ordini ingenti con la Royal Dutch Shell, la Total francese, la Lukoil russa e una grande raffineria cinese non specificata per l’importazione di grandi quantità di benzina[156].

• e, in Consiglio, la Russia ha già detto che non ci sta. La Russia col suo diritto di veto, che basta e avanza da sola dunque a bloccare ogni ulteriore sanzione dell’ONU. Ma sola poi non sarebbe: perché nessuno sa nulla delle intenzioni cinesi (anzi, forse le intenzioni sono già chiare, tutto sta a capirsi[157]) e abbiamo già accennato come questo sia il momento peggiore per gli USA di rompere loro le scatole su altre questioni, come quelle commerciali, se poi vogliono eventualmente assicurarsi un comunque difficile sì di Pechino ai loro desiderata: sull’Iran, ad esempio…

Così, mentre sulla riunione dell’AIEA il portavoce del Dipartimento di Stato americano P. J. Crowley  ha ripetuto che “nel pacchetto che ieri ci hanno presentato c’è la reiterazione della posizione iraniana per cui, per quel che li riguarda, la discussione sul dossier nucleare è chiusa; e questo non risponde alla nostra preoccupazione maggiore, che è proprio il programma nucleare iraniano”, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, è che in quelle dichiarazioni “c’è qualcosa su cui lavorare utilmente… la cosa più rilevante è che l’Iran si dichiara pronto a una discussione complessiva della situazione, del ruolo positivo che potrebbe giocare in Iraq, in Afganistan e in tutta la regione”.

E chiarisce: “avevamo concordato che le sanzioni sarebbero servite eventualmente per ottenere dall’Iran una cooperazione con l’AIEA nel monitoraggio del suo lavoro sul nucleare. Invece, alcune delle sanzioni di cui oggi discutono, quelle sul petrolio e sui prodotti petroliferi in specie, non sono un meccanismo che porti l’Iran a cooperare— sono un passo verso un blocco navale vero e proprio; e a parere mio – certo, ben informato – il Consiglio di sicurezza non le sosterrà[158].

Sembra più soft e, forsanche, più preoccupato delle esigenze di Obama, come abbiamo già sopra accennato, il presidente Medvedev, peraltro dopo aver ricevuto assicurazioni dal presidente israeliano Shimon Peres in visita a Sochi che Israele non attaccherà l’Iran— in realtà Peres[159], come riporta citandolo direttamente il quotidiano israeliano Ha’aretz, ha solo assicurato che Israele non attaccherà quelli che definisce gli impianti nucleari di Teheran.

Garanzia di cui, dice, lui ha preso atto anche se precisando a Peres che contro l’Iran secondo la Russia non va intrapresa alcuna azione militare se non come ultima ratio (ma, se ultima o no, poi a definirlo, chi è?) e difendendo, il diritto della Russia di vendere armi “rigorosamente difensive”, come i missili antiaerei S-300, a chiunque debba o voglia difendersi, quindi anche all’Iran.

Ma non gli lascia il tempo di concludere la sua dichiarazione, alla quale fa poi direttamente riferimento – in pratica sostenendo che ormai Peres, 86 anni, non sa quel che dice, il vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon[160], spiegando che “nessuno, ma proprio nessuno, può dare nessuna garanzia a nessuno” – chiaro, no? – che Israele non colpirà l’Iran: e ripetendo la litania, tanto cara a Bush, ai suoi e ai governanti di Israele da sempre, “nessuna opzione è stata mai scartata tra quelle che sono sul tavolo”: l’attacco è una, sì, anche quello nucleare se a parere di Tel Aviv ce ne fosse bisogno…  

• adesso, si tratterà di vedere chi sulla base non del diritto soltanto ma, come sempre, anche degli effettivi rapporti di forza, riuscirà, nei fatti, a far prevalere il suo punto di vista…

E, mentre il vice primo ministro israeliano Dan Meridor, ministro anche incaricato dei servizi segreti e dell’energia atomica, si sgola a dichiarare che è adesso che il suo paese e il mondo devono fermare il programma nucleare dell’Iran, precisando che non parla “necessariamente” di attacchi militari ma della necessità di stoppare, comunque, uno sviluppo strategico che potrebbe cambiare l’equilibrio del potere nella regione[161]

… contrariamente alle speranze del falcheggiante governo di Tel Aviv, filtrano notizie di un qualche ammorbidimento delle posizioni che sembravano di stallo totale. Il Dipartimento di Stato, informalmente, assicura che Stati Uniti e gruppo dei P5+1 (dove P sta, starebbe, per powerspotenze…) hanno accettato l’offerta iraniana di colloqui. Dice anche che un autorevole esponente iraniano ha anche assicurato che i colloqui potranno, alla fine, anche includere il programma nucleare del suo paese.

In realtà, l’ “autorevole esponente iraniano” in questione, il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki, ha spiegato con puntiglio a quel punto che, messo così, questo è solo “wishful thinking” del Dipartimento di Stato: un pio desiderio. Perché l’Iran resterà fermo nel suo rifiuto a discuterne. Intanto, come fa rilevare un’agenzia nota tanto per la sua affidabilità nell’accesso alle informazioni e per la serietà delle sue analisi quanto per essere vicina al Pentagono, “Teheran ha già vinto la prima battaglia simbolica[162]” e, dunque, politica.

Infatti, ha sfidato americani e P5+1 che “esigevano” di portarlo al tavolo prima della riunione dell’Assemblea generale dell’ONU – che, a quel punto, nelle intenzioni americane, si sarebbe dovuta trasformare in una specie di ribalta d’accusa del mondo, speravano loro, contro l’Iran – e al tavolo adesso ci andranno tutti, ma solo dopo. Sarà il sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, William Burns – per la prima volta da… secoli uno dei massimi esponenti politici, non un funzionario o solo un diplomatico[163] – che rappresenterà gli Stati Uniti ai negoziati dei P5+1 con l’Iran di inizio ottobre, adesso, a Ginevra (la Turchia s’era proposta; ma, senza osare confessare il perché,  i P5 – di fatto, gli USA – hanno detto che era meglio la Svizzera, perché non è… islamica).  

Certo, ha detto Mottaki, noi non potremo impedire che un altro delegato tra quelli presenti menzioni la questione: sappia, sapiano già da ora, però, che sul nostro nucleare noi non risponderemo… Ma ha tenuto ad aggiungere che, “se le condizioni matureranno e sempre su un piede di pari dignità” – cioè. se si discute anche, intende dire, del programma nucleare degli Stati Uniti… – tutto potrebbe venir incluso nei colloqui[164]… Ma allora tutto, per tutti.

E’ il nodo. Quello vero da sciogliere per ogni possibile progresso. Ed è il nodo che, qui, coglie bene un analista attento sul NYT— naturalmente, come sempre e per chiunque, di parecchi dei dettagli indicati si potrebbe discutere, ma l’essenziale è questo. La raccomandazione, la proposta, di grande buon senso è facilmente riassumibile: “è ora che Washington e i suoi alleati abbandonino una volta per sempre l’obiettivo dello ‘zero arricchimento’ dell’uranio iraniano e si concentrino su come escluderne la trasformazione in armamenti[165].

Due sole parole da aggiungere: facendo in modo, però, che almeno appaia che la richiesta non sembri pesare e posare soltanto sull’Iran… se a questo si porrà qualche po’ di seria attenzione, passi avanti concreti secondo noi – e per fortuna, certo, non solo noi[166] – se ne possono fare. Sul NYT[167] è apparsa nei giorni scorsi, e va segnalata, un’intrigante opinione di due studiosi di politica internazionale, marito e moglie, ex membri del Consiglio nazionale di sicurezza, l’organo che formula la politica estera direttamente per la Casa Bianca.

Ora sono ricercatori di due importanti istituti indipendenti e rovesciano completamente il tavolo e il cosiddetto paradigma iraniano. Suggeriscono in sostanza a Obama la politica che Nixon (o piuttosto, Kissinger) scelse nei primi anni ’70 per la Cina. In sostanza – e qui non possiamo, purtroppo, che banalizzare l’articolazione e la sagacia della proposta riassumendovela brutalmente – invece di fare affidamento a sanzioni che congelano e inaspriscono ancora di più ogni rapporto e, per di più, sono poi di assai dubbia efficacia, l’Amministrazione di Obama dovrebbe e potrebbe cercare un vero e proprio riallineamento strategico con l’Iran: proprio come quello che il presidente Nixon fece con Mao e la sua Cina. Ma, certo, per una scelta del genere ci vorrebbe un coraggio politico davvero rivoluzionario.

Intanto, dice Seyyed Hamid Hosseini, il presidente dell’associazione degli esportatori iraniani di prodotti petroliferi, calano le entrate dall’export del greggio: dal 21 marzo, e rispetto allo stesso periodo del 2008, toccano 1,586 miliardi di $ contro i 3,261 a causa della contrazione della domanda globale. Ma, in realtà, in misura anche maggiore che per gli altri pesi esportatori di greggio[168].   

In Libano, il primo ministro designato Saad al-Hariri ha rinunciato al mandato: aveva cercato di mettere insieme, dietro una barriera di dichiarazioni di sfida a israeliani e americani (gli Hezbollah saranno al governo checché ne dica chiunque: io devo servire solo l’interesse del Libano…) un gabinetto che includendo gli Hezbollah e i loro alleati, sciiti, cristiani maroniti di minoranza e druisi non riservava più loro, però, violando il dettato degli ultimi accordi post-invasione israeliana del 2006 un diritto effettivo di veto.

Il fatto è che qui, sulla base della Costituzione dettata dai francesi quando se ne andarono nel dopoguerra, le elezioni le devono vincere i sunniti (allora, nel 1943, erano maggioranza), agli sciiti spetta la presidenza del parlamento, ai cristiani tocca la presidenza della Repubblica e, quindi, la maggioranza dei seggi non può cambiare, visto il peso inalterabilmente diverso dei voti di ogni confessione: di qui, la necessità di riconoscere anche un qualche potere di veto effettivo per governare il paese a chi ormai ne è la maggioranza ma è destinato a restare minoranza…).

Adesso Hariri, il miliardario che coi miliardi ha ereditato – qui capita… e non solo qui – dal padre, assassinato nel 2005, la leadership della cosiddetta coalizione dei filooccidentali appoggiati dagli  americani e finanziati dai sauditi, ha cercato di scavalcare questo assetto. E, come ci si sarebbe ben potuti immaginare, però non c’è riuscito. Almeno per ora… Perché, dati i numeri, il presidente Suleiman dovrà sicuramente ridargli l’incarico[169]. E non è sicuro che stavolta, tornando ad accettare la realtà anomala del suo paese – che può cambiare solo cambiandone le regole di base; ma come? non certo coll’accordo della sua coalizione – fallirebbe di nuovo.

Israele si dice preoccupato, dal suo punto di vista anche e in qualche misura comprensibilmente, dall’annuncio di Hamas che esponenti di governi dell’Unione europea, deputati e diplomatici tengono regolarmente, su base almeno settimanale, contatti e colloqui con esponenti di Hamas.

Lo aveva dichiarato, e da nessuno dei governi in questione era stato neanche informalmente smentito, Ghazi Hamad, portavoce dell’organizzazione palestinese che, ufficialmente, l’UE considera ancora un’organizzazione terroristica: anche se ha eletto a suo tempo un governo legittimo nei territori palestinesi occupati legalmente e, secondo tutti i canoni occidentali, cioè democraticamente. Oggi, in Cisgiordania, è stato rimpiazzato dall’ANP di Abu Mazen, con motivazioni giuridicamente dubbie e alle spalle l’appoggio, del tutto infruttuoso come s’è visto però, degli Stati Uniti e, perciò, il sostegno di tutto l’occidente.

Il fatto è che, malgrado la guerra che gli ha fatto Israele a inizio anno, Hamas resta saldamente al potere a Gaza. E, alla faccia delle posizioni ufficiali, “Francia, Spagna, Germania, Italia, Inghilterra e Lussemburgo”, anche con ambasciatori in carica, e perfino con funzionari di rango minore la stessa Commissione, mantengono rapporti stretti col presidente o il ministro degli Esteri del governo di Gaza. In particolare, sono attivi i tedeschi[170]. E Israele si allarma…

Dando ora un’occhiata nel complesso alla presidenza di Barak Obama, le cose non sono state ancora per bene chiarite. In un certo senso era inevitabile. E’ insorto il disincanto. I nemici continuano ad avere paura di lui, diventano ogni giorno di più paranoici (è progressista, è nero, è diverso…). Gli amici li va man mano deludendo e, man mano, anche perdendo. Ora inasprirà certamente i primi e, con il discorso sulla riforma della sanità, recupererà tra i secondi. Ma è anche ormai chiaro, per tutti, che le aspettative suscitate a sinistra erano sicuramente esagerate, perché è un uomo politico al fondo molto, molto più convenzionale di quel che avesse lasciato pensare.

A inizio settembre, prima del discorso sula riforma della sanità, la sua percentuale di “gradimento” è scesa al 45% (7 punti in meno del 52 che aveva all’inaugurazione della sua presidenza), coi repubblicani che dal 35% di gennaio salgono al 40% (sondaggio Gallup[171]). E deve cominciarsi a preoccupare.

Intanto, si apprende che sta crescendo la porzione di mercato mondiale degli armamenti che si accaparrano gli Stati Uniti d’America. Più dei 2/3 del totale di vendite ai paesi in via di cosiddetto sviluppo, per un valore di circa 37 miliardi di $, secondo un nuovo Rapporto commissionato dal e redatto per il Congresso americano. I contratti di vendita firmati nel 2008 ammontano in effetti a 38,7 miliardi, il 68,4% di tutto il monte business del bazaar delle armi in tutto il mondo, significativamente in aumento rispetto ai 25,4 miliardi di $ del 2007.

E seconda, distante ma seconda, non c’è più la Russia, con 3,5 miliardi di $,  in calo forte dalle vendite di 10,8 miliardi del 2007. Ormai c’è l’Italia, afferma – affermerebbe il rapporto, forse, perché altre versioni lasciano aperto il dubbio – con contratti firmati nel 2008 per 3,7 miliardi di $[172]. Quarta la Francia che ha venduto appena per 2, 5 miliardi di $ ai paesi in via di sviluppo, tra i quali i primi sono gli arabi (nell’ordine Emirati arabi uniti, Arabia saudita e Marocco).

Il valore globale dei contratti redatti per armamenti nel mondo nel 2008 è diminuito, a 55,2 miliardi di $, del 7,6% dall’anno prima (al cosiddetto Terzo mondo, nel 2008 sono stati venduti armamenti per 42,2 miliardi di $, un aumento appena nominale dai 41,1 del 2007: ogni dato è in $ del 2008, con le cifre degli anni precedenti aggiustate per l’inflazione), sotto la spinta ovviamente della recessione ma è considerevolmente aumentato la parte degli Stati Uniti.

Un aumento, dunque, “straordinario” – commenta l’autore principale del Rapporto, uno specialista di fama mondiale, Richard F. Grimmett – dovuto non solo ad acquisti nuovi di armamenti, non tutti nuovi di zecca però, ma anche al costo crescente della manutenzione e dell’aggiornamento che i sistemi di armamento complessi richiedono e che forniscono, naturalmente i fabbricanti: americani, s’intende.

Intanto, il segretario alla Difesa Gates rende noto che il Pentagono “riprenderà in mano il controllo del processo decisionale” con cui accordare il contratto da 35 miliardi di $ per la costruzione delle nuove aerocisterne dell’USAF. A luglio, si ricorderà, la decisione presa dal Pentagono di dare il contratto a un consorzio formato dalla EADS europea (l’Airbus) e dalla californiana Northrop Grumman era stata cancellata dopo che i suoi auditors avevano concordato con il reclamo della concorrente Boeing sule procedure usate per assegnare il contratto stesso.

GERMANIA

La General Motors, che sta uscendo con l’aiuto pubblico del governo americano dallo stato di fallimento in cui s’era cacciata, alla fine ha detto di sì all’accordo già siglato con la Magna austro-canadese e la Sberbank russa per la vendita della Opel. L’accordo sarà onorato: una quota del 55% della Opel, proprietà principale della GM in Europa viene acquisito dalla Magna, insieme alla Vauxhall che è in Gran Bretagna; alla GM resta un pacchetto azionario del 35% e ai dipendenti della Opel stessa il 10%.

Però, adesso, la GM facendosi forte della forza relativamente maggiore che si ritrova e del potere di ricatto che ha sul governo tedesco alla vigilia delle elezioni politiche, detta alcune nuove condizioni politiche, mascherandole ovviamente da managerial-economiche: l’accordo si fa, dice, solo se nelle prossime settimane vengono risolte “alcune condizioni chiave… incluso l’impegno scritto dei sindacati – che chiede, di fatto, di ottenere  al governo!!! – a sostenere la ristrutturazione di costi – leggi, licenziamenti – necessari alla viabilità dell’azienda e la finalizzazione del pacchetto di finanziamenti che sarà definitivamente a carico del governo tedesco[173].

Insomma: di fatto si dovrebbe riaprire la trattativa che era già chiusa, sulla carta e con la stretta di mano tra gentiluomini. L’errore è sempre lo stesso: quando il nemico era a terra, agonizzante e implorante, è allora che bisognava finirlo, chiudere la trattativa senza mettersi a fare i gentlemen, senza stendergli la mano e dargli il tempo di riprendersi tornando ai comportamenti da fiera selvaggia, adusa ai metodi da uomo mangia uomo del capitalismo selvaggio.

Ma vedrete che neanche stavolta governo, e sindacati, avranno imparato che non si può sempre mediare e che qualche volta bisogna azzannare subito, alla gola, il “nemico” mentre è ancora giù stramazzato… Perché la natura della bestia è quella che è.

Oppure, chi sa?, stavolta la reazione potrebbe essere dura. Klaus Franz, leader sindacale della IG-Metall, i metalmeccanici, alla Opel, dice che se non la piantano, alla GM, di far pressione per altri “sconti” i 25.000 dipendenti della azienda reagiranno ritirando la rinuncia, già fatta per un quinquennio, all’aumento del 4,2% ottenuto nel contratto nazionale dell’anno scorso[174]

Ma la Magna non sembra preoccuparsi troppo, almeno per ora, delle reazioni: Siegfried Wolf, amministratore delegato, parla infatti di 10.000 licenziati nel gruppo, di cui almeno 4.500 alla Opel in Germania[175].

Le elezioni politiche del 27 settembre si annunciano senza scandali, senza scontri epocali e quasi senza conflitti— tanto da sembrare le più piatte e noiose di sempre. Quest’anno è il 60° anniversario dalle prime elezioni politiche della Germania occidentale liberata dal nazismo, quelle drammatiche ed epocali che elessero, per un voto di differenza in parlamento – il suo – il cancelliere Konrad Adenauer negli anni della guerra fredda più piena: uando I dcmocristiani, “servi di washington”,. denunciavano I socialdemocrastcici “come serbvi di Mosca” e cvìvicdeversa…quando i democristiani denunciavano i socialdemocratici come “servi di Mosca” e questi quelli come “lacchè di Mosca”.

Ma non è vero che tutto proprio è tranquillo. Si preoccupano, e molto, i grandi partiti: il fatto è che “con poco a distinguere ormai i rivali l’uno dall’altro, la sinistra estrema potrebbe anche arrivare stavolta a trasformare il paesaggio politico con la sua agenda populista[176]: “estrema e populista”, naturalmente, perché ancora attenta molto più degli altri, social-democratici e democristiani, immemori delle loro radici popolari, alle esigenze della gente comune.

Che restano sempre, pericolosamente per loro, quelle di volere un paese che – altro che populismo e estremismo – persegua la pace (l’Afganistan è un punto rovente, col ruolo combattente che i soldati tedeschi sono stati mandati a svolgervi dallo sbiadito governo rosso-nero, cristian-democratico/ social-democratico, una mansione che avrà pure i suoi caveat ma che è combattente e che, come tale, fa tanti morti tra gli afgani e ne subisce, però, anche diversi), che persegua l’occupazione massima possibile, la solidità del potere d’acquisto, la punizione – sì, la punizione, finanziariamente e anche penalmente visibile – per chi specula sulla pelle dei più: che, per definizione,  poi, è sempre la  d’acla maggioranza.

Lanciando una vera e propria invocazione a “Liberare Angela[177] – liberarla dalla gabbia del governo di coalizione – The Economist grida alla vigilia delle elezioni il suo appello ai cittadini tedeschi: ridatele la sua libertà di ricorrere al mercato e alle ricette del  liberismo (sputtanate per tutti sì, ma per l’Economist evidentemente non abbastanza,..) liberandola dalle pastoie impostele dai social-democratici della Grosse Koalition, questo è il senso…

Vagamente insensato, a dire il vero, ricordando le radici ferme che Angela Merkel ha nella visione tradizionale cristiano-democratica tedesca di un’economia sociale di mercato che da sempre respinge il liberismo anglosassone e, anche, alla luce del fatto che “liberare Angela” significherebbe anche liberare i social-democratici dalla zavorra del moderatismo sbiadito che ha scolorato il loro messaggio ormai da decenni, dopo Willy Brandt in pratica, e ridarebbe loro il gusto di far politica coi loro simili invece che con avversari cui omologarsi offrendo sul mercato delle idee, delle proposte e delle speranze finalmente di nuovo un’alternativa. Sarebbe una “liberazione” utile per tutti, forse. E, forse, non solo in Germania.

La previsione più ragionevole alla vigilia delle elezioni alla fine si è trasferita ala realtà dei risultati finali: la CDU perde voti, toccando col 33% il suo secondo peggior risultato di sempre (cinque anni fa era al 40%) ma la SPD, ormai né pesce né carne, molti di più, arrivando al peggior risultato del dopoguerra; guadagna bene Die Linke, ma non tanto da compensare, neanche se rovesciando la propria linea politica la SPD si alleasse con loro le perdite a sinistra; vincono benino anche i verdi. Insomma, a sinistra, perdono e di brutto solo i moderati. A destra, con una Dc ridimensionata, guadagnano di più i neo-liberali che sono anche, però un po’ troppo neo-liberisti.

Sarà il loro giovane leader, Guido Westerwelle[178], secondo tradizione, il vice-cancelliere, ora, e ministro degli Esteri, il premio che gli spetta per aver guidato il suo partito filo-mercatista e filo-business al posto di componente junior sì (però col 14,6% dei voti e l’aumento maggiore di suffragi, dal 4,6%) ma anche indispensabile per la nuova coalizione. Westerwelle ha passato anni ormai a lasciarsi alle spalle il retaggio che fu il suo di vitellone gaudente e apertamente gay[179] che partecipava al Grande Fratello tedesco e pare esserci, in effetti, riuscito.

Lui è rimasto gay, naturalmente. Non è più il vitellone di allora. Ma è rimasto il neo-liberista di ferro che sempre è stato e non sarà facile la convivenza con Merkel che liberista è ma con grano salis di forte stampo sociale. Lui vuole, solo per dirne una, 35 miliardi di € di tagli immediati alle tasse ridotti della stessa percentuale per tutti i contribuenti, lei resiste ipotizzando al massimo un taglio della metà e da distribuire tra i contribuenti rispettando il criterio di progressività delle imposte…

Resterà, dunque, al governo una Koalition, ma stavolta dopo decenni una Kleine Koalition coi liberali. In complesso, un governo sempre guidato da Merkel ma più spostato a destra, specie sul piano economico e sociale. Dunque, toccherà alla CDU stessa moderare le pulsioni troppo neo- liberiste dei suoi nuovi alleati, smaniosi di buttare a mare l’aggettivo assolutamente qualificativo dalla dizione di “economia sociale di mercato” di cui Angela Merkel è sostenitrice convinta.

Tanto convinta che secondo molti negli scorsi quattro anni è sembrata più attenta a quel “sociale” di quanto magari lo fosse sembrato, e forse lo fosse stato, il suo predecessore social-democratico Gerhard Schröder. Il problema è che, proprio per questo, anche all’interno del suo partito e dei cristiano-sociali bavaresi alleati, nettamente e ideologicamente di destra, Angela Merkel anche se ha vinto è assai vulnerabile…

Tra l’altro anche in politica internazionale, non è che alle destre, quella tedesca e quelle europee, la cancelliera sembri proprio affidabile: in generale non è facile, non è proprio scontato e senza condizioni che dica un sì agli USA, quelli di ieri ma anche quelli di oggi, dandolo per scontato ad esempio – come è – il sì, sempre allineato e coperto, di Berlusconi.

In ogni caso, ci sarà di nuovo un’opposizione di sinistra: che dovrà, e potrà, farsi sentire solo se, liberandosi del proprio frazionismo – cioè, e insieme, da un moderatismo che poi neanche paga elettoralmente (e non solo qui) e dalla tentazione del purismo ideologico che porta alla paralisi – si mette a fare sul serio l’opposizione proponendo, però, stavolta un’alternativa: chiara, netta, credibile proprio perché chiara e netta. Del resto, scusate se non ora – col crollo del capitalismo selvaggio neo-liberista – quando?

Da queste elezioni, sembrano emergere alcune indicazioni generali che non si possono, certo, chiamare conclusioni ma di cui c’è da tenere conto:

• La prima è che, in una situazione di insicurezza economica diffusa, gli elettori tendono a spostarsi a destra, non a sinistra… anche quando tutti toccano con mano il crack del capitalismo selvaggio, del “socialismo”, praticamente in tutte le sue sfumature, continuano ad avere paura… tenerlo presente;

• Se c’è un leader carismatico in campo, e come l’Italia dimostra addirittura a prescindere poi dal come e perché lo sia, vince lui invece del candidato più grigio, anche a prescindere dalla serietà rispettiva… Merkel non sembra, di primo acchito, carismatica in modo particolare, finché non avete avuto occasione di dare un’occhiata a Frank-Walter Steinmeier. E, e quanto a serietà, lei almeno è l’originale di una leadership moderatamente favorevole più al business che al labor ma attenta anche agli equilibri essenziali della dimensione sociale… tenere anche questo presente;

• A proposito di bipolarismo e bipartitismo: per la prima volta nella storia della moderna democrazia tedesca, nessun partito ha conquistato più del 40% del voto; e, sempre per la prima volta, cinque partiti ne hanno preso più del 10%. E’ la fine del bipartitismo, qui…. tenerlo a mente.

Intanto, a luglio, in Germania le esportazioni sono cresciute per un valore (rivisto e, adesso, confermato) del 2,3%, il terzo aumento in tre mesi consecutivi con un attivo che nel mese sale a 13,9 miliardi di € dai 12,1 di giugno. Le esportazioni restano sempre più basse, e ancora del 18,7%, rispetto al 2008 e il governo federale comincia a “riconsiderare” la previsione ufficiale di contrazione del PIL, forse troppo pessimistica al 6% quest’anno[180].

L’indice dei prezzi al consumo ad agosto “è restato allo stesso livello dell’agosto dell’anno prima”, a inflazione zero: molti prezzi sono però cresciuti ma molti sono scesi e la media porta al tasso zero di crescita[181].  

La disoccupazione cresce un po’, all’8,3%, in agosto e analisti e esponenti del governo all’unisono avvertono di ulteriore aumenti nell’economia maggiore d’Europa[182]. Ma in settembre il numero dei disoccupati scende a 3.346.000 unità, di 125.000 persone, e a un tasso di disoccupazione dell’8%. Continua, però, in agosto e rispetto all’agosto dell’anno prima un leggero declino anche nel numero degli occupati: -0,5%, cioè 216.00 di meno e in tutto 40.010.000[183].

FRANCIA

Il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre raggiunge il 9,5%, il più alto dal primo del 2006[184]

Col bilancio che va in rosso e le entrate fiscali che vanno calando, il ministero del Bilancio sottolinea la severità della recessione,[185]. Il deficit a luglio ha toccato i 109 miliardi di €, contro un buco della metà – 51,4 miliardi – per tutto il 2008. La spesa pubblica è salita del 5,3% a 215,35 miliardi di €, grazie allo stimolo fiscale di 8,5 miliardi. Le entrate dello Stato, sono calate del 23,5% a 133,76 miliardi di € , di cui 123 sono tasse (scese del 37,5%). Le tasse sulle imprese vanno giù di 24,3 miliardi di € e l’IVA di 7,7 miliardi, a causa soprattutto di rimborsi alle imprese.

La produzione industriale cresce dello 0,1% a luglio, e dello 0,6 quella manifatturiera,  meno del previsto, e l’occupazione non agricola cala dello 0,7% nel corso del secondo trimestre[186].

Nicolas Sarkozy ha annunciato il programma che introduce una carbon tax, inizialmente a livelli abbastanza bassi (17 € per tonnellata di CO2 emessa nell’atmosfera) e bilanciata da tagli corrispondenti sull’imposizione personale e su quella di impresa. Ne resteranno escluse industria pesante ed elettricità: cioè le maggiori emittenti di gas serra… I socialisti hanno subito, secondo copione, denunciato la tassa come “ingiusta” e, sempre secondo copione, gli ecologisti come “insufficiente”[187].

Il ministro del Lavoro, Xavier Darcos, in un’intervista[188] che ha fatto qualche onda, ha sottolineato con una qualche malcelata soddisfazione che nel paese è in corso “una desindacalizzazione significativa” e che i “sindacati sono profondamente cambiati” essi stessi: tutti, meno militanti, più collaboranti. Ma soprattutto sono sempre di meno: appena l’8% del lavoro qui è sindacalizzato, in Italia è sopra il 30, in Germania il 24, anche in America è il 12%. A chi legge, come noi, sembra esserci qualche legame di causa-effetto; per chi legge altrimenti, c’è solo qualche motivo di vagamente meschina soddisfazione.

C’è in questo paese, però, una tradizione forte di militantismo operaio, radicata nel sentimento nazionale, nella tradizione che ha costruito uno Stato forte ma con forti protezioni sociali legificate che, da una parte, di per sé, indeboliscono il sindacato (perché iscriversi, se tanto l’essenziale c’è comunque per legge?) ma, dall’altra, ne rafforzano il potere, il peso “politico”, nei confronti di ogni governo, anche di quelli maggiormente conservatori.

Gli americani – spiega Darcos agli intervistatori americani – amano il rodeo, perché è parte integrante della loro storia. E i francesi sono attaccati al loro modello sociale, che garantisce forti diritti al lavoro, perché è parte costituente della nostra storia”: e lo dice un ministro di Sarkozy… I sindacati? “sono ‘conflittuali’, i maggiori, ma anche ‘responsabili’ e offrono un contrappeso al liberismo”.

Quanto all’impatto sociale della crisi, meglio per tutti – dice Darcos – lavoratori stressati e magari sottoccupati che lavoratori disoccupati. E sulle famose, e secondo alcuni famigerate, 35 ore, nel 2008 dichiarate morte da Sarkozy, in realtà la legge è stata solo ammorbidita ma la realtà è che, come mostrano i dati dell’EUROSTAT, la media di ore lavorate del 2008 in Francia è stata di 41 settimanali, al 13° posto dei 27 paesi: a lavorare di più con 44 ore la settimana di media sono gli austriaci.

Non abbiamo la minima intenzione – ha spiegato Darcos al petulante intervistatore americano: ma non vi costa troppo tanta eccessiva protezione sociale? non è meglio lasciar fare soltanto al mercato, come da noi? – di smantellare l’intelaiatura della protezione sociale. Quel che intendiamo fare è di consentire ai lavoratori, se vogliono, di lavorare di più e in modo diverso”.

Il problema vero, naturalmente, è tutto in quel “se vogliono”. Che vale solo se c’è la garanzia che non significa soltanto, e banalmente, se se lo possono mai permettere…

GRAN BRETAGNA

Il PIL è caduto dello 0,7% nel secondo trimestre, correggendo una previsione anteriore di un infinitesimale 0,1%. Della bellezza del 700% in più della previsione, cioè.

La produzione industriale cresce dello 0,6% a luglio, spinta in particolare dall’auto[189]. Però, adesso, un importante istituto di ricerche, ufficial-ufficioso, il National Institute of Economic and Social Research, dai dati di agosto di una crescita rilevante della produzione manifatturiera, +0,9%, inseriti nel suo modello macro previsionale, deduce che nei tre mesi del secondo trimestre la crescita è ripresa: appena dello 0,2%, è vero, non tanto da arrivare a far dire della fine della recessione ma, insomma, si tratta comunque della prima indicazione di crescita da molto tempo[190].

Probabilmente è ottimismo semiufficialmente esagerato, non sostenuto da nessun’altra previsione seriamente attendibile: compresa l’ultima dell’OCSE dicono tutte che dalla recessione, e deve proprio andar bene, il Regno Unito potrà cominciare a uscire solo a fine 2009.

Secondo i calcoli del Fondo monetario, il Regno Unito dovrebbe registrare quest’anno un deficit di bilancio di 180 miliardi di sterline, o 197 circa di €: un colossale buco del 15% del PIL, necessario per finanziare le spese in calendario e i previsti rifinanziamenti bancari. Per dare un’idea, il deficit di bilancio degli USA é al 2,4% e la media dell’eurozona è al 3[191].

Il sindacato, il Trades Union Congress, alleato e pilastro secondo il modello britannico del partito laburista, che anzi ha esso stesso partorito un secolo fa, ha detto chiaramente alla vigilia della sua Conferenza annuale e di quella del Labour al primo ministro Brown che, se non vuole rassegnarsi alla sconfitta elettorale prossima ventura (le elezioni, che possono essere sempre anticipate su decisione del primo ministro – con un campagna elettorale brevissime, meno di un mese – ma a scadenza devono essere tenute stavolta entro il maggio 2010) deve nettamente e ormai in pochi mesi rovesciare in modo visibile una tendenza che dura da troppo tempo.

Perché “molta della nostra gente, semplicemente è disgustata di un governo di sinistra che, per oltre dieci anni ormai si è comportato peggio di un governo di destra, facendo lingua in bocca col business peggiore, quello della speculazione finanziaria, sul piano economico, su quello sociale e anche su quello delle libertà del popolo britannico”. Glielo ha detto in faccia Derek Simpson, segretario generale dello UNITE, il più grande sindacato di categoria, nella riunione col PM tenuta ai Chequers, la residenza di campagna ufficiale del primo ministro, da 15 leaders sindacali: ora è “inchiodato sulla strada come un coniglio abbagliato dai fari, immobilizzato dalla paura[192].

Ma se vuole riprendere il controllo del partito e sperare ancora di vincere, con noi e per noi, deve buttare alle ortiche ogni esitazione, non si può certo “azzardare in questa fase a ridurre la spesa pubblica e, in sostanza deve comportarsi come un partito che pretende di rappresentare gli interessi dei lavoratori smettendola di rincorrere gli amorazzi che hanno caratterizzati da anni il suo rapporto col mondo degli affari e, in specie, proprio di quelli finanziari e più crassamente speculativi. Se c’è da far soldi, non si fanno tagliando pensioni e diritto alla pensione o i posti letto della sanità e i ruoli delle infermiere ma tosando le pecore grasse che hanno più soldi da sacrificare, più vello appunto da tosare”.

In fondo, ormai, il punto è chiaro. I sindacati qui danno ancora, anche se sempre più malvolentieri visto come lo sentono ormai estraneo, al partito che cento anni fa hanno fondato soldi e militanti per le campagne elettorali. Ma ormai è diffusa, tanto ai loro vertici quanto alla base, la sensazione che forse farebbero meglio a rifondarselo un altro, loro, partito.

In effetti, il New Labour, sul piano della tensione morale (i governi di Blair sono stati da questo punto di vista, sull’Iraq, sul leccapiedismo di Bush, esiziali), della tensione a una società uguale (con lo scarto tra ricchi e poveri che si è largamente moltiplicato) e con l’erosione costante, anche, delle libertà civili (in nome della lotta al terrorismo che i terroristi non li impressiona neanche, però) ormai ha praticamente esaurito tutto il suo credito.

La realtà è che banchieri e bancarottieri, evasori fiscali e avventurieri del far soldi coi soldi e non col lavoro, hanno da anni più accesso ai ministri dei governi laburisti della Terza via li-lab di quanto ne abbiano mai avuto i sindacati. In definitiva, da anni quando è stato chiamato a scegliere, perché la politica come al vita è fatta di scelte, tra chi ha e chi non ha, come dicono qui, il Labour ha scelto senza fallo per chi ha.

Scordandosi, tra l’altro, che umiliare da tutti i punti di vista il settore pubblico: nel quale lavorano la maggior parte degli iscritti al sindacato – nei trattamenti, nella “sconsiderazione” sociale che ha seminato a piene mani (tipo, sapete, i “fannulloni”…) – è masochistico e pericoloso per un partito che lì ha la sua base naturale e che sembra invece predicare e praticare da anni il credo che nulla di quel che fa il pubblico non può farlo meglio il privato… salvo poi negli ultimi mesi, e visto il prodotto di questa filosofi, provare a rimangiarsi, ma solo a parole, un po’ tutto.

Insomma, al Congresso del TUC è sembrato se non prevalere almeno già soffiare fortissimo il vento di chi dice che il New Labour non solo ha affossato con la sua politica liberista nella crisi il paese, ma adesso persevera perversamente nel volerla far pagare ai poveri più che ai ricchi: tagli alla spesa pubblica, invece di più tasse.

E si parla di un altro partito “davvero di sinistra” al Congresso, per la prima volta forse da sempre, dopo quella che ormai tanti, tutti, prevedono essere la debacle del governo e del partito alle urne, perché qui la maggior parte dei lavoratori, al contrario magari di altri, non voteranno mai per i conservatori (che sono socialmente peggio, anche se magari meno ipocriti) e con notevoli difficoltà per il terzo partito, i liberal-democratici, affidabile sul piano del rispetto delle libertà più certo del New Labour ormai, ma quasi ignoto su quello delle garanzie sociali minime necessarie.

Ma la credibilità di queste tentazioni è ancora assai flebile: perché – guarda un po’… – le divisioni politiche della sinistra si riflettono tutte, inesorabilmente, anche dentro il sindacato.

Poi si arriva, a fine mese, al Congresso del partito laburista e Gordon Brown sferra un attacco duro “all’ideologia fallimentare del libero mercato”, che non è di per sé al libero mercato, ma alla sua esasperazione ideologica. Ma che basta a far dire, ad esempio, al FT[193] che la danza d’amore dei laburisti col liberismo è finita. Forse, però, sta finendo, non è ancora finita e, infatti, il partito si divide proprio su questo punto.

La finanza, in futuro, ha tuonato “sarà serva della gente e non più la padrona. A fallire è stata l’ideologia liberista conservatrice del mercato che si autocorregge, il fondamentalismo della destra che affida tutto al mercato”. Una forte retorica di sinistra, radicale. Ma, purtroppo, in trasparenza ancora troppo vicina nel tempo ai trionfi che di Wall Street e della City e della loro filosofia e pratica neo-liberista (privato buono, pubblico cattivo) celebrava, personalmente estatico, l’ex cancelliere dello scacchiere di Blair e suo successore lib-lab, Gordon Brown… Troppo tardi, pare proprio, pentitosi.

E pentiti non sembrano certo – bisogna sempre distinguere predicano – su questo punto d’accordo – fra finanza e business – i numeri due di Brown, il suo cancelliere dello scacchiere, Alastair Darling, e il ministro Peter Mandelson, il ministro tuttofare che aveva fatto tornare mesi fa dall’esilio dove lo aveva relegato lui stesso della Commissione europea a Bruxelles nel tentativo di domare i ribelli interni.

Ma non gli basterà ad evitare la sconfitta. L’era del New Labour, ormai, è tramontata. Resta da vedere solo quel che ne resterà e quanto a lungo l’eclissi durerà. Perché il New Labour perde: perde anche di fronte a un partito Tory che sembra più agile e dinamico del Labour ma che, in odio all’Europa, ha rifiutato di entrare nel gruppo popolare del parlamento europeo e di allearsi, addirittura, con l’ultra destra. Quella per intenderci dei neo-nazisti lettoni e dei peggiori sciovinisti polacchi alla RadioMaria.

GIAPPONE

La stima di crescita del secondo trimestre è stata abbassata, dal 3,7% a un 2,3% su base annua[194].

La produzione industriale a luglio è cresciuta dell’1,9%. Malgrado questo sia stato il quinto mese di crescita consecutivo, la produzione resta, però, quasi del 23% inferiore a quella di un anno prima[195].

Un indice composito sull’attività economica in Giappone (economia reale, inclusa produzione manifatturiera e vendite al dettaglio) cresce a luglio al massimo dal dicembre scorso. E per la quarta volta di seguito in quattro mesi[196].  

Il nuovo partito di governo, il partito democratico, è stato eletto aumentando i suoi voti da 119 a 308 su una linea, un programma, di revisione moderata della politica estera del paese – il Giappone dovrà essere più attento a Cina e Sud Corea, un po’ più aperto al resto del mondo ma, soprattutto un po’ più distaccato e meno scontato verso l’America – e di impegno, per ora molto generico, a rafforzare il welfare, proteggere meglio i lavoratori e i più poveri e lasciar perdere le riforme mercatiste di stampo americano per tirar fuori il paese dal suo prolungato declino.

Per un paese immobile come il Giappone è una grande rivoluzione, anche se condotta col linguaggio pacato e moderato del primo ministro Hatoyama. Naturalmente, non sono contenti i conservatori del partito liberal-democratico che dopo cinquantatre anni si ritrovano all’opposizione, come non sono contenti i laudatori del libero mercato e i “molti economisti” che, con loro, ci viene detto[197], hanno cominciato subito a predicare che, invece di tagliare le “eccessive” riforme di stampo neo-liberista, il paese avrebbe bisogno di adottarne di più sregolamentando il mercato del lavoro, tagliando le pensioni… Insomma, la vecchia stranota litania neo-liberista che servirebbe a rinvigorire un’economia stagnante.

Solo che in America sono stati proprio deregolamentazione e libero mercato a causare il patatrac. E l’utilizzo delle forze selvagge del libero mercato per mettere in moto riforme che sono di tutta evidenza  controriforme non è popolare per niente.

Lo ha scritto chiaro un editoriale di subito prima delle elezioni del nuovo primo ministro, Yukio Hatoyama, distribuito e pubblicato anche da molti organi di stampa all’estero (noi lo abbiamo letto sul NYT)[198]: “la crisi economica di questi ultimi anni è stata il prodotto di un modo di pensare basato sull’idea che un’economia di mercato libera all’americana rappresentasse un ordine economico universale e ideale”.

Anche se, poi, Hatoyama stesso tiene a spiegare, subito dopo essere stato eletto, allo Yomiuri Shinbun, il maggior quotidiano nipponico, che dire questo “non significa affatto presentare un modo di pensare anti-americano”. Semmai aggiunge, quasi un po’ beffardo, per quanto possa farlo poi un politico e giapponese, questo sì, magari un modo di pensare “anti-Bush”, contraria al modo di pensare dei neo-cons di  Bush.

Il nuovo primo ministro ha anche voluto dare a Obama, nella loro prima conversazione telefonica[199], l’assicurazione calorosa che gli Stati Uniti restano il punto di riferimento della politica estera nipponica dal quale il suo governo non può e non intende scostarsi. E’ sicuramente un’intenzione sincera. Anche perché molte delle critiche di Hatoyama somigliano da vicino a quelle che avanzava (e talvolta, con più prudenza, ancora avanza) Obama. Ma si vedrà solo poi, naturalmente, cosa questo impegno di principio significa in realtà. Perché Hatoyama non ha affatto smentito, né d’altra parte Obama glielo ha chiesto la voglia di una maggiore autonomia di Tokyo. Sempre nell’alleanza. Insomma, la voglia di contare di più.

Comunque, per non sapere né leggere né scrivere, in America al Dipartimento di Stato, c’è chi forma uno speciale “contingency group” per studiare la “contingenza”-Giappone… Ma c’è anche chi, fra i non rari paranoici della destra dà fiato al proprio allarme scrivendo[200] che “il sogno di Hatoyama è quello di una specie di Unione asiatica, con Cina e Corea del Sud per cominciare, un’utopia libera dal capitalismo rapace di stampo americano e una regione legata da amicizia, fraternità e anche da una valuta comune”.

Molto molto allarmante, e si capisce, per il capitalismo rapace, questo Hatoyama: una specie di esponente dell’ “asse del male” quasi, o almeno un nuovo, diverso certo ma anche molto più pericoloso Chávez trapiantato in Asia, addirittura alla porta della già strapotente sfinge cinese. Uno che “descrive il suo paese come ‘una terra oggi flagellata dai venti del mercatismo fondamentalista’” a un fondamentalista neo-cons, ma anche a molti americani “normali” può certo far orrore.

E l’altra Bibbia, quotidiana questa[201], del capitalismo americano scrive allarmatissima che “la bizzarra adorazione di Hatoyama per il Keynesismo può far suonare la campana di un’altra decade persa per la seconda economia più grande del mondo”: dove, francamente, è curiosa la supponenza presuntuosa di questi figli del monetarismo che hanno appena finito di regalare al mondo, col loro Milton Friedman e le sue idee davvero bizzarre[202], una catastrofe economica come quella che non è ancora finita.

Preoccupante, ma solo per chi continua a nutrirsi di ipocrisia, è la notizia data dal nuovo vice ministro degli Esteri, Mitoji Yabunaka, che annuncia l’intenzione del governo Hatoyama di dar seguito a una promessa della sua piattaforma elettorale: verrà aperta un’inchiesta sugli accordi segreti con gli Stati Uniti d’America[203] che, scavalcando il parlamento, hanno consentito da anni alle forze armate americane di scavalcare anche la proibizione costituzionale nipponica e ospitare sul suolo, nello spazio o nelle acque territoriali giapponesi decine e decine di armi e piattaforme nucleari di lancio americane.

Il ministro degli Esteri Katsuya Okada annuncia, appena insediato, di voler aprire una “discussione seria” con gli Stati Uniti sulla revisione giuridica della presenza americana della base di Futenma, quella storica dei marines ad Okinawa, e sulla stessa ridislocazione che dice – ma trovando forti resistenze al Pentagono – bisogna modernizzare[204] assolutamente limitando, ad esempio, il diritto finora vigente ma obsoleto ai marines che violano la legge, anche se colpevoli di omicidio per dire, di sfuggire ai tribunali nipponici.

Secondo lui è questione della massima priorità, “da risolvere entro cento giorni”. A Okinawa, tradizionale quanto la presenza della base dalla vittoria americana nella seconda guerra mondiale è il risentimento, da anni non più sempre sordo e quieto, della popolazione per quella presenza. E, ora, il nuovo governo giapponese intende farne un punto d’urgenza del suo programma. Ma gli americani hanno difficoltà a riconoscere in questi dettagli una vera urgenza…

Il messaggio, in ogni caso, è per ora chiarissimo: il nuovo governo di Yukio Hatoyama desidera che il suo Giappone sposti o maggiormente verso i vicini asiatici e di aggiustare il rapporto con gli USA su un piede di parità. Di questo, si tratta. Ed è rivoluzionario. Non solo per il Giappone e per l’America…


 

[1] Corriere della Sera, M. Muccheti, 5.9.2009, Focus – La gestione delle pensioni, Sorpresa INPS:, il “carozzone” guadagna: dove, non potendo non pubblicare evidentemente quello che dimostra, dati alla mano, il prof. Mucchetti, suo prestigioso collaboratore il giornale mette un titolo (il “carrozzone”) per dimostrare, senza poterne provare le ragioni, però, che non la pensa affatto così… (cfr. www.corriere.it/economia/09_settembre_05/inps_carrozzone_guadagna_ mucchetti_bb5f9650-99de-11de-80e2-00144f02aabc.shtml/).  

[2] OECD, Paris, 16.9.2009, Employment Outlook 2009, Rapporto previsionale 2009 sull’occupazione (cfr. http://www.oecd.org/document/46/0,3343,en_2649_34747_40401454_1_1_1_37457,00.html/) e, in particolare, il capitolo sull’Italia (cfr. www.oecd.org/dataoecd/61/56/43707122.pdf/): sono due cartelle di previsioni, fra l’altro in italiano, che fanno tremare un po’ vene e polsi e per le quali, vedrete, Palazzo Chigi protesterà...

[3] OECD, Paris, 3.9.2009, Economic Outlook – Interim Assessment Previsioni economiche – Valuitazione ad interim (cfr. www.oecd.org/dataoecd/10/32/43615812.pdf/).

[4] New York Times, 8.9.2009, Agenzia Bloomberg, Russia Ramps Up Oil Exports as OPEC Cuts Back— La Russia fa salire le sue esportazioni di petrolio mentre l’OPEC le riduce [in realtà, a ridurle come si è visto è stata solo l’Arabia saudita].

[5] Agenzia Reuters, 10.9.2009, OPEC holds output steady, looking at economy L’OPEC tiene ferma la produzione, in riferimento all’economia [che comincia riprendersi].

[6] WEF, Geneva 2009, Global Competitiveness Report 2009-2010 (cfr. www.weforum.org/pdf/GCR09/GCR20092010full report.pdf/).

[7] J. Stiglitz, A. Sen e J.-P. Fitoussi, Rapport de la Commission sur la mesure des performances économiques et du progrès social (cfr. www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/documents/rapport_francais.pdf/).

[8] XE.com, 20.9.2009, China's economy can achieve 8 pct growth target-official— La Cina può arrivare a raggiungere il suo obiettivo di crescita dell’8% (cfr. www.xe.com/news/2009/09/19/683233.htm/).

[9] New York Times, 8.9.2009, C. V. Nicholson, China to Issue Yuan-Denominated Bonds in Hong Kong A Hong Kong, la Cina emetterà titoli denominati in yuan.

[10] New York Times, 10.9.2009, Reuters, China Economic Data Tops Forecasts I dati sull’economia della Cina al di sopra delle previsioni.

[11] China Daily, 15.9.2009, Foreign Direct Investment up 7% Gli investimenti diretti esteri salgono del 7% (cfr. http://bbs. chinadaily.com.cn/viewthread.php?tid=647503/).

[12] New York Times, 11.9.2009, E. L. Andrews, U.S. Adds Punitive Tariffs on Chinese Tires Gli USA caricano di tariffe aggiuntive [l’import] dei pneumatici cinesi.

[13] New York Times, 12.9.2009, Reuters, China Blasts U.S. Tire Duties as Protectionist Blow La Cina condanna come protezionistiche le misure tariffarie sui pneumatici.

[14] New York Times, 14.9.2009, K. Bradsher, China-U.S. Trade Dispute Has Broad Implications— Vaste implicazioni dalla controversia commerciale sino americana

[15] Agenzia Stratfor, 15.9.2009, Geopolitical Diary, Chinese Tire Tariffs and U.S. Plans Le tariffe cinesi sui pneumatici e i piani americani [ma in realtà le tariffe sono americane, non cinesi, e i piani, i contropiani, semmai, essi sono cinesi…] (cfr. www.stratfor .com/geopolitical_diary/20090914_chinese_tire_tariffs_and_u_s_plans/).

[16] Ministério do Planejamento e de Gestao, (IBGE), Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica, 9.9.2009, GDP grows 1.9% ftron Q1 to Q2 in 2009— Il PIL cresce dell’1,9% dal 1° al 2° trimestre del 2009 (cfr. http://www.ibge.gov.br/en glish/presidencia/noticias/noticia_visualiza.php?id_noticia=1452&id_pagina=1/).

[17] The Economist, 19.9.2009.

[18] Los Angeles Times, 3.9.2009, H. L. Berman, Honduras: Make it official -- it's a coup Honduras: rendiamolo ufficiale - - questo è un golpe (cfr. www.latimes.com/news/opinion/la-oe-berman3-2009sep03,0,4312741.story/).

[19] Cfr. Nota congiunturale 8-2009, pp.16-17.

[20] IMF, conferenza stampa del Direttore del Dipartimento relazioni esterne, T. C. Dawson, 12.4.2002 (cfr. http://imf.org/ external/np/tr/2002/tr020412.htm/).

[21] New York Times, 3.9.2009, M. Saltmarsh, Central Bank Warns Europe of a Patchy Recovery La Banca centrale avverte l’Europa di una ripresa piena di buchi; e BCE, 3.9.2009 (cfr. www.thomson-webcast.net/de/dispatching/?ecb_ 090903_stream_video/).

[22] EUROSTAT, bollettino 126/2009, 3.9.2009, Volume of retail trade down by 0.2% in euro area,Up by 0.2% in EU27—  Il volume delle vendite al dettaglio cala dello 0,2% nella zona euro e nell’EU a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_PUBLIC/3-01092009-AP/EN/3-01092009-AP-EN.PDF/).

[23] EUROSTAT, bollettino 122/2009, 31.8.2009, Euro area inflation estimated at -0.2% L’inflazione nell’eurozona stimata allo 0,2% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31082009-AP/EN/2-31082009-AP-EN.PDF/).

[24] The Economist, 26.9.2009.

[25] Markit Research, 3.9.2009 PMI Index Aug. 2009 (cfr. www.markit.com/en/products/our-clients/institution-type/con sulting-and-advisory.page/).

[26] EUROSTAT, bollettino 123/2009, 1.9.2009,  July 2009-Euro area unemployment up to 9.5%; EU27 up to 9.0% Luglio 2009-La disoccupazione nell’eurozona sale al 9,5%; nell’Unione europea a 27 al 9% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01092009-AP/EN/3-01092009-AP-EN.PDF/); e New York Times, 1.9.2009, D. Jolly, Euro-Zone Unemployment Hit 10-Year High in July La disoccupazione nell’eurozona tocca il massimo da dieci anni.

[27] Guardian, 14.9.2009, K. Hopkins, Eurozone back top growth this quarter Di nuovo in crescita, questo trimestre, l’eurozona.

[28] Stratfor, 16.9.2009, EU: Economy May Still Need Stimulus Measures – Almunia Almunia: l’economia dell’Unione può ancora aver bisogno di misure di stimolo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090916_eu_economy_may_still_need_stimulus_ measures_almunia/).

[29] Commissione europea, EU interim forecast: coming out of the recession but uncertainty remains high Previsione ad interim della UE: si sta uscendo dalla recessione ma l’incertezza resta elevata (cfr. http://ec.europa.eu/economyfinance/thema tic_articles/article15857_en.htm/).

[30] New York Times, 3.9.2009, J. Verdigier, 3 European Nations Seek United Front on Bonuses Tre paesi europei vogliono un fronte unito contro il malandazzo delle gratifiche.

[31] New York Times, 3.9.2009, S. Castle, French Ideas for Curbs on Bonuses Get E.U. Support Le proposte francesi di frenare le gratifiche trovano il sostegno dell’Unione europea.

[32] Yahoo!News, 17.9.2009, (A.P.), A. White, EU leaders press Obama on bonuses—I leaders della UE fanno pressione su Obama sui bonus (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20090917/ap_on_re_eu/eu_eu_summit/).

[33] New York Times, 5.9.2009, N. D. Schwartz e J. Werdigier, G-20 Ministers Back Stimulus, but Pay Limits Are Elusive I ministri del G-20 sostengono lo stimolo economico, ma sui tetti alle gratifiche restano quanto mai sfuggenti. Viene anche, utilmente, fatto rilevare come a questo punto diventerebbe interesse di chi diventa possessore della polizza veder crepare al più presto il titolare che resta nominalmente lo stesso: così dovrebbe pagare i ratei per meno tempo possibile e incassare subito il premio appena possibile: v. in The Raw Story, 5.9.2009, D. Tencer, Wall Street wants to do to life insurance what it did to housing Wall Street adesso vuole fare con le polizze vita quel che ha fatto già con le case (cfr. http://rawstory.com/08/news/2009/09/05/wall-street-life-insurance/).

[34] Guardian, 14.9.2009, Joseph Stiglitz, For all Obama's talk of overhaul, the US has failed to wind in Wall Street.

[35] A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393.

[36] Federal Reserve System, Purposes and Functions, 9th edition 2005, p. 1 (cfr.  www.federalreserve.gov/ pf/pdf/pf_com plete.pdf/).

[37] Testo integrale della conferenza stampa “trina” a Pittsburgh, 25.9.2009, in cfr. www.whitehouse.gov/the_press_office/ Statements-By-President-Obama-French-President-Sarkozy-And-British-Prime-Minister-Brown-On-Iranian-Nuclear-Facility/).

[38] New York Times, 22.8ì9.2009, Reuters, Iran Says It Makes New Model of Nuclear Centrifuge L’Iran dice che sta fabbricando un nuovo modello di centrifuga atomica.

[39] New York Times, 26.9.2009, D. E Sanger e W. J. Broad, U.S. to Demand Inspection of New Iran Plant ‘Within Weeks’— Gli USA chiederanno le ispezioni al nuovo impianto iraniano “entro settimane”.

[40] Stratfor, 25.9.2009, Intelligence Guidance (Special Edition) - Iran's Nuclear Program (cfr.  www.stratfor.com/analy sis/20090925_intelligence_guidance_special_edition/).

[41] New York Times, 25.9.2009, D. E. Sanger e H. Cooper, Leaders Warn Iran Over Nuclear Site I leaders [bè, mica tutti… alcuni!] ammoniscono l’Iran sull‘impianto nucleare.

[42] TIME Magazine, 25.9.2009, M. Calabresi e B. Ghosh, Ahmadinejad Rejects Obama's Nuke Warning, and His Stance May Succeed— Ahmadinejad rifiuta l’ammonizione di Obama sul nucleare e la sua posizione potrebbe anche avere successo (cfr. www.time.com/time/printout/0,8816,1926169,00.html/).

[43] In effetti, c’è chi si domanda come mai “se era tanto convinto di avere in mano le prove della malafede degli iraniani, il presidente Obama non le abbia usate il giorno prima, quando dirigeva la sessione dedicata proprio alla proliferazione nucleare, del Consiglio di sicurezza per far pressione su Russia e Cina e convincerle lì e subito a sostenere le sanzioni già annunciate, quelle più dure, ‘azzoppanti’ contro l’Iran”(National Review, 25.9.2009, J. M. Fly, Opposition not engagement Bisogna opporsi, non mettersi a negoziare, cfr. http://corner.nationalreview.com/post/ ?q=ODVkZjVmMDYyMDFhNWFmZDc2MGM3Y2VjZGYxMjIxYTY=/). Ora, non il NR, che è un organo forte della destra americana e pone la questione solo per denunciare quella che considera un’occasione perduta da Obama, ma noi la domanda la poniamo – retoricamente, s’intende – se è perché quelle prove tanto “prove” alla fine non erano?

   Come infatti spiega il giorno dopo, e proprio sul New York Times, il prof. Graham Allison, direttore del Centro Belfer dell’università di Harvard, uno dei massimi esperti accademici e anche politici della situazione iraniana (26.9.2009, N. MacFarquhar, Iran’s Leader Mocks West’s Accusations— Il leader iraniano sbeffeggia le accuse dell’occidente) “la posizione di Teheran fa leva su differenti interpretazioni delle regole dell’AIEA. Per un ventennio l’Agenzia ha chiesto che l’Iran la informasse dell’avvenuta introduzione di materiale nucleare all’interno di un suo nuovo impianto. Dal 2003, però, ha modificato la regola… chiedendo come per molti altri paesi firmatari – non per tutti, però – che la notifica avvenisse all’inizio della costruzione stessa di un impianto.

   Solo che la stessa AIEA  non ha mai formalmente accusato Teheran di violare le regole quando l’Iran ha dichiarato che”, in mancanza di un accordo bilaterale e come altri paesi firmatari, era sempre il vecchio accordo a restare in vigore”e solo da essa – notifica almeno sei mesi prima della cosiddetta “introduzione” – si sentiva obbligato.

   Non era, in effetti, la posizione di Teheran a traballare sul piano del diritto internazionale, ma quella dell’AIEA essendosi l’Agenzia e con essa l’ONU impropriamente piegate ai desiderata bushotti, avanzati per conto di Tel Aviv – di un paese, dunque, neanche firmatario del TNP – con l’imposizione unilaterale di nuove regole a un paese firmatario del Trattato di non proliferazione…

[44] Guardian, 25.9.2009, S. Kinzer, My dinner with Ahmadinejad A cena con Ahmadinejad.

[45] New York Times, 24.9.2009, edit., Global Economic Challenges— Sfide economiche globali.

[46] La Stampa, 23.9.2009, G20, al via il vertice di Pittsburgh Focus sulle conseguenze della crisi. La disoccupazione spaventa i Grandi.

[47] Sul sito della Bank of International Settlements (BRI di Basilea), Semiannual Derivatives Statistics at End - December 2007 Statistiche semestrali sui derivati a fine dicembre 2007: cfr. www.bis.org/statistics/der stats.htm/).

[48] Reuters Italia, 26.9.2009, G20: G8 non è morto, conferma sua validità, dice Berlusconi (cfr. http://it.reuters.com/ arti cle/topNews/idITMIE58P00B20090926/).

[49] New York Times, 5.9.2009, J. Anderson, Wall Street Pursues Profit in Bundles of Life Insurance Wall Street alla ricerca di profitti con i pacchetti di polizze vita [con un grafico illustrativo particolarmente eloquente su come è organizzata la “truffa”. Che mettiamo tra virgolette, però, perché truffa non è: trattasi di operazione del tutto legittima, infatti. D’altra parte, “questa è un’abitudine sordida e alquanto squallida che da tempo pratica l’industria assicurativa, nota come ‘polizza del contadino morto’: guadagna un bel malloppo di soldi a chi la stipula, con sé a beneficiario, a nome di un dipendente o a un ex dipendente malato – meglio se già in punto di morte – quando poi crepa”: cfr. New York Times, 23.9.2009, M. Dargis, Greed Is Good? He Begs to Differ— L’avidità è buona? Lui si permette di dissentire: l’articolo è una recensione – in qualche modo ammirata, anche sconcertata e pur critica – all’ultimo documentario di Michael Moore, “Capitalism, a love affair, che – appunto, ma non necessariamente perché, dissentendo – ha trionfato al Festival di Venezia a inizio settembre].     

[51] New York Times, 23.9.2009, S. Labaton, White House Pares Its Financial Reform Plan La Casa Bianca sforbicia il suo piano di riforma finanziario.

[52] Guardian, 25.9.2009, P. Wintour e A. Clark, G20 leaders split over bank bonus curbs I leaders dei G-20 divergono sul frenare o meno i bonus che si autoattribuiscono i banchieri.

[53] Cfr. Granma (organo del partito comunista cubano), F. Castro, El Obama serio (cfr. www.granma.cu/espanol/2009/ septiembre/mier23/reflexion-obama-serio.html/): “Nessuna nazione può o deve cercare di dominarne un’altra, Nessun nuovo ordine mondiale che elevi una nazione o un gruppo di popoli al di sopra di un’altra o di un altro potrà aver successo. Nessun equlibrio di potere tra le nazioni tiene per sempre”.

   Sono parole effettivamente inaudite per un presidente americano. Si domanda con grande sdegno, e profonda stupidità, un commentatore neo-cons della nuova generazione, “se mai si è visto un presidente statunitense esprimere tale implicita ostilità verso la preminenza del suo paese negli affari internazionali?”. Significa poco di per sé, questa retorica, ma pare proprio la cartina di tornasole di un odio personale che si va facendo pericoloso (New York Post, 24.9.12009, R. Lowry, President comes across as a gullible sap— Il presidente si scopre come un gonzo credulone, cfr. www.nypost.com/p/news/national/prez_comes_across_as_gullible_sap_iThpnFL1g7RTYvQyCZjvQP/).

[54] Guardian, 25.9.2009, S. Goldenberg, Barack Obama plays down the need to finalise a deal on climate change Barack Obama minimizza il bisogno di concludere l’accordo sul cambiamento climatico.                          

[55] Per il testo ed un’analisi realistica quanto impietosa delle regole e del loro significato, Third World Network, Trade Issues/Rules/WTO, cfr. www.twnside.org.sg/trade.htm/).

[56] New York Times, 28.9.2009, E. L. Andrews, World Bank Head Sees Dollar’s Role Diminishing— Il capo della Banca mondiale vede diminuire il ruolo del dollaro.

[57] ANSA, 16.9.2009.

[58] The Economist, 19.9.2009.

[59] Washington Post, 15.9.2009, K. Ritter, Norway's leftist gov't wins re-election— Il governo di sinistra norvegese vince la sua rielezione (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/09/14/AR2009091400274.html/).

[60] Financial Times, 16.8.2009, M. Hudson, Iceland’s debt repayment limits will spread Il tetto imposto al pagamento del debito islandese farà scuola (cfr. www.ft.com/cms/s/f3a6cf22-8a8b-11de-ad08-00144feabdc0,dwp_uuid=73adc504-2ffa-11da-ba9f-00000e2511c8,print=yes.html#/).                                  

[61] New York Times, 24.9.2009, A. E. Kramer, Foreign Firms Invited to Russian Gas Fields La Russia invita imprese straniere alle gare per sviluppare i suoi campi metaniferi.

[62] The Oil Drum, 28.9.2009, Russia to Resume State Asset Sales to Bolster Budget La Russia riprende la vendita di proprietà dello Stato per consolidare il bilancio (cfr. www.theoildrum.com/frontpage/).

[63] Interfax Agency, 4.9.2009, PMs Expected to Lead Joint Summit Meeting I due premier condurranno la riunione della  Commissione congiunta (cfr. www.interfax.com/12/500000/press.aspx/).

[64] New York Times, 11.9.2009, Reuters, Putin Opens Door to Return as Russia’s President Putin apre la strada al ritorno come presidente della Russia.

[65] New York Times, 11.9.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Medvedev Laments Russia’s Democracy, Economy Medvedev recrimina sulla democrazia e l’economia della Russia. In effetti, la visione che Medvedev avanza nel suo blog presidenziale (anche in inglese: cfr. http://eng.kremlin.ru/sdocs/vappears.shtml/), sulla realtà russa, sembra parlare di un’altro paese rispetto a quello di cui parla Putin…   

[66] Cfr. Nota subito precedente.

[67] Agenzia RIA Novosti, 11.9.2009, Putin ‘optimistic’ about Obama relations Putin è ‘ottimista’ sui rapporti con Obama (cfr. http:// en.rian.ru/russia/20090911/156097394.html/).

[68] Stratfor, 15.9.2009, Georgia: Russian Forces Will ’Detain’  Ships In Abkhazia's Waters Sulla Georgia: le forze russe ‘tratterranno’ le navi che transitano per le acque territoriali dell’Abkazia (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/ 20090915_ geor gia_russian_forces_will_detain_ships_abkhazias_waters/).

[70] Georgia Today, 18,9.2009, N. Akhmeterli, Kremlin stirs tensions before Geneva talks— Il Cremlino attizza le tensioni prima dei colloqui di Ginevra [sono i colloqui che si trascinano stancamente tra Georgia e Russia; e l’“attizzare le tensioni”  di Mosca segue a ruota l’attizzare georgiano messo in atto con sequestri reali di diverse navi, anche turche …] (cfr. www.georgiatoday.ge/).

[71] RIA Novosti, 21.9.2009, en.rian.com, Russian patrol boat starts mission off Abkhazia coast— Le pattuglie della guardia costiera russa danno inizio alla loro missione davanti alle coste abkaze (cfr. www.abovetopsecret.com/forum/ thread 503296 /pg1/).

[72] New York Times, 11.9.2009, (A.P.), July Wholesale Figures Point to Economic Growth I dati all’ingrosso di luglio indicano crescita dell’economia.

[73] Bureau of Labor Statistics (BLS), 16.9.2009, Prezzi al consumo (cfr. www.bls.gov/news.release/cpi.nr0.htm/).

[74] The Economist, 5.9.2009.

[75] Dipartimento del Commercio, 25.9.2009, August Data on Manufacturing I dati di agosto sul manifatturiero (cfr. www.census.gov/indicator/www/m3/index.htm/). 

[76] Stratfor, 21.9.2009, U.S.: Leading Economic Indicators Index Rises Sale negli USA l’indice degli indicatori economici (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20090921_u_s_leading_economic_indicators_index_rises/).

[77] Dipartimento del Commercio, 10.9.2009, July 2009 Statistics (cfr. www.commerce.gov/s/groups/public/@doc/@os/ @opa/documents/content/prod01_008400.pdf/).

[78] The Economist, 19.9.209.

[79] New York Times, 22.9.2009, J. Healy, Dollar Slips to Year's Low; Oil and Gold Gain— Il dollaro scivola al minimo in un anno; petrolio e oro ci guadagnano.

[80] New York Times, 4.9.2009, P.S. Goodman e J. Healy, In Unemployment Report, Signs of a Jobless Recovery— Dentro il rapporto sulla disoccupazione, i segnali di una ripresa senza lavoro.

[81] Washington Post, 8.9.2009. A. Mostrous, President Says His Critics Lack Health-Care Answer— Il presidente dice che i suoi critici non hanno alcuna riposta da dare sulla riforma sanitaria (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/ 2009/09/07/AR2009090700225_pf.html/).

[82] Guardian, 4.9.2009, H. Stewart, US unemployment hits 26-year high La disoccupazione in America arriva al massimo da 26 anni.

[83] BLS, 4.9.2009, Employment Situation August 2009 (cfr. www.bls.gov/news.release/ emp sit.nr0.htm/).

[84] EPI, 4.9.2009, H. Shierholz, Jobs Picture: Pace of job loss slows, but unemployed not finding work— Quadro dell’occupazione: il ritmo di distruzione di posti di lavoro rallenta ma i disoccupati non trovano più lavoro (cfr. www.epi.org/publi cations/entry/20090904_jobs_picture/).

[85] Conferma l’OCSE – nel – stavolta non solo per l’America ma per tutti i paesi industrializzati, che anche se “la ripresa fosse davvero in arrivo …se non vengono molto meglio arricchiti di contenuti i programmi a sostegno dei disoccupati, c’è il pericolo molto concreto che alti tassi di disoccupazione permarranno oltre il 2010 nelle economie avanzate”. 

[86] New York Times, Blog P. Krugman, The Conscience of a Liberal La coscienza di un progressista, Note sulle macroeconomia (cfr. http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/09/15/macro-situation-notes/?pagemode=print/).

[87] Lo dice alla Commissione Bancaria del Congresso, di fronte alla quale depone subito dopo la nomina: in Wall Street Journal, 31.8.2009, S. Reddy, Frank Said to Back Broader Fed Audits— Si dice che Frank [il presidente della Commissione] intenda mantenere rapporti più stretti con la Fed (cfr. http://online.wsj.com/article/SB125167261849670795.html/).     

[88] The Economist, 26.9.2009.

[89] Agenzia Reuters, 28.8.2009, K. Wutkowski e S. Eder, Obama's "pay czar" no stranger to big paychecks— Lo zar delle gratifiche voluto da Obama non è estraneo lui stesso ai grossi compensi (cfr. www.reuters.com/article/ousiv/idUSTRE57R45I 20090828/).

[90] New York Times, 23.8.2009, A. Berenson, Arrest Over Software Illuminates Wall St. Secret— Un arresto per [un furto di] software illumina un segreto di Wall Street.

[91] Lettera al Direttore, New York Times, 17.9.2009, The Politics of Health Care Reform— La politica della riforma sanitaria.

[92] New York Times, 19.9.2009, P. Baker, Good Will, but Few Foreign Policy Benefits for Obama Buona volontà, sì, ma poco da incassare in politica estera per Obama.

[93] Guardian, 16.9.2009, I. Katz, Copenhagen begins in Beijing. The world waits— Copenhagen comincia a Pechino. Il mondo aspetta.

[94] Fatto importante da notare è che, tra i grandi paesi che hanno garantito un certo rilancio importante dell’economia con fondi pubblici erogati di fresco, questo – la Cina – non è solo stato, e di gran lunga, quello che ha dedicato la percentuale più importante di PIL al rilancio economico (il 18%: l’Italia, per dire, lo 0,2%, e neanche tutto effettivamente erogato…) ma è anche il secondo paese al mondo per percentuale di “sforzo” sul totale dedicato all’economia “verde”.

   Informano dal New York Times, 24.9.2009, Reuters, Stimulus Is Greenest in South Korea and China— Lo stimolo economico più verde è in Corea del Sud e in Cina: “primo, dunque, è la Corea del Sud, col 79% del pacchetto di stimolo; seconda la Cina, col 34%; poi c’è il 21% dell’Autostrada; la Francia col 18; a Gran Bretagna col 17; e la Germania col 13%”. Arrivano poi, in graduatoria, “Stati Uniti, al 12%; Sud Africa, all’11; Messico, 10%; Canada, 8;  Spagna, 6; Giappone, 6%”.

   E infine, ma proprio in fine e buon’ultima, ecco “l’Italia, con l’1% verde” della percentuale di quello 0,2 di pacchetto di stimolo per la crescita… (dati del Rapporto dell’United Nations Environment Program - Global Green New Deal Update, 24.9.2009, cfr. www.unep.org/Documents.Multilingual/Default.Print.asp?DocumentID=596&ArticleID=6325 &l=en/).

[95] New York Times, 22.9.2009. N. MacFarquhar, U.S. and China Vow Action on Climate Threat but Cite Needs— USA e Cina si impegnano ad agire contro la minaccia di cambiamento climatico ma cita anch’essa le proprie necessità..

[96] Cfr. qui sopra, Nota53.

[97] Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, Copenhagen, 7-18.12.2009, UN Development Chief: Copenhagen might not be final step— La responsabile ONU per lo sviluppo: Copenhagen potrebbe anche non essere il passo  conclusivo (cfr. http://en.cop15.dk/news/view+news?newsid=2009/).

[98] Guardian, 15.9.209, D. Adam, US planning to weaken Copenhagen climate deal, Europe warns L’Europa lancia l’allarme sulle intenzioni americane di indebolire a Copenhagen l’accordo sul clima.

[99] Today’s Zaman, 31.8.2009, Turkey: No missile demand from either US or NATO— Nessuna richiesta dagli USA o dalla NATO di accogliere i missili alla Turchia (cfr. www.todayszaman.com/tz-web/news-185629-turkey-no-missile-demand-from-either-us-or-nato.html/).

[100] New York Times, 28.8.2009, J. Dempsey e P. Baker, U.S. Mulls Alternative for Missile Shield Gli USA pensano a diverse alternative per lo scudo missilistico.

[101] Military Aviation News – Levsha, 17.9.2009, Barack Obama to abandon European missile-defence shield, say reports— Barack Obama abbandona lo scudo europeo di difesa missilistica, secondo alcuni rapporti (cfr. http://forum.eypub ishing.com/showthread.php?p=1459625/).

[102] Anche il rapporto degli ispettori dell’Unione europea ormai ufficialmente concorda. Il testo, in realtà, sarà ufficiale a giorni ma già è noto che dirà chiaramente come sia stata la Georgia a attaccare per prima, e non con un attacco “difensivo-preventivo”, come dice Saakashvili, ma con un errore di calcolo catastrofico sul rapporto di forze reale e, soprattutto, sperato (lui era convinto che sarebbero arrivati… i nostri a salvarlo dal contrattacco degli aggrediti).

    Compensa il giudizio, il rapporto europeo, col dire che la Russia ha, però, messo Tbilisi in condizioni di lasciarsi tentare dalla chimera di passare all’attacco (cfr. New York Times, 28.9.2009, E. Barry, E.U. Report to Place Blame on Both Sides in Georgia War— Il rapporto della UE dà la colpa a tutte e due le parti [ma nei termini che vi abbiamo riassunti] per la guerra in Georgia) incaponendosi nella sua ossessione di un’ “integrità territoriale” che ormai, per Ossezia e Abkazia, era una chimera da almeno sedici anni.

   In realtà (lasciando la parola alla sintesi che ne fa il Guardian, 30.92009, I. Traynor, Georgian attack ahead of war with Russia unjustifiable in law, says EU L’attacco georgiano prima della guerra con la Russia è ingiustificabile in diritto, dice l’UE)  “la Georgia ha dato inizio alla sua guerra dei cinque giorni con la Russia con un’azione ingiustificabile in base al diritto internazionale, secondo un’inchiesta esauriente – più di mille pagine di documentazione – pubblicata oggi. L’inchiesta afferma di non essere in  grado di sostanziare la pretesa della Georgia di un attacco che venne costretta a lanciare per evitare un’invasione russa della provincia secessionista del Sud Ossezia.

   Recita testualmente il rapporto: ‘non c’è questione che l’uso della forza esercitato dalla Georgia nella notte tra il 7 e l’8 di agosto [2008] sia considerabile come giustificato in base al diritto internazionale. Non era… non è possibile accettare che il bombardamento della capitale osseta di Tskhinvali con i razzi Grad a testata multipla e con l’artiglieria pesante sia in grado di soddisfare i criteri di necessità e proporzionalità’. E il rapporto afferma anche che erano ingiustificati gli attacchi georgiani alle forze russe di peacekeepers nell’Ossezia del Sud nella fase iniziale del conflitto”…

   La monomania georgiana, però, non è ancora scomparsa malgrado la dose massiccia di realtà che ha dovuto trangugiare. La settimana scorsa l’ultimo round di colloqui a Ginevra sul tema delle “garanzie di sicurezza per il Caucaso meridionale” è andato all’aria senza alcun risultato, bloccato dalla riottosità della delegazione governativa di Tbilisi a sottoscrivere un accordo sul “non uso della forza”.

    Insomma, Saakashvili ancora fa finta di crederci e condanna così il suo paese a restare assediato, ovviamente,  dai russi e ferocemente osteggiato perché temuto da abkazi e osseti del Sud, nonché a una larga emarginazione reale che si trasformerà in una valanga di riconoscimenti ufficiali dell’indipendenza dei suoi ex territori, appena l’America si stancherà di far finta di riconoscere un’ integrità che non esiste e mai più esisterà…

[103] New York Times, 17.9.2009, P. Baker, White House to Scrap Bush’s Approach to Missile Shield La Casa Bianca scarta l’approccio di Bush allo scudo missilistico.

[104] Guardian, 17.9.2009, I. Traynor, Poland and Czech Republic ‘surprised and disappointed’at decision that is likely to draw them closer into European Union Polonia e Repubblica ceca ‘sorprese e deluse’ da una decisione che probabilmente le spingerà più vicine nell’Unione europea [che, a guardar bene, è un titolo assolutamente rivelatore: perché, la delusione è più dei governi, semmai, che di Polonia e Cechia e perché entrambi i paesi sono già dentro da anni alla UE … e, dunque, il timore vero che esprimono questi interpreti del pensiero britannico è che, adesso, dopo la “delusione americana”, si rassegnino a diventare più europeisti e meno euroscettici e eurofobi, più vicini al modo di essere europei di tedeschi e francesi che a quello finora svolto alla coda dell’Europa nel ruolo frenante che in  tutti gli anni della sua adesione ha svolto il Regno Unito…

   Del resto lo dice chiaro l’articolo di Traynor: “sia polacchi che cechi hanno acquisito la reputazione finora di un euroscetticismo alla britannica, molto preoccupato delle grandi potenze europee, Germania e Francia. E’ questo che ora potrebbe gradualmente cambiare. Ed è palese che Londra se ne preoccupi, col Guardian lì a rifletterne il pensiero… A meno che, adesso, Polonia e Cechia giochino la carta della “delusione”, del “tradimento” americano,  per avere da oltre atlantico più Patriot a minor prezzo, magari…].

[105] Guardian, 18.9.2009, T. Valasek, Warsaw warms to Moscow Varsavia più calda verso Mosca.

[106] New York Times, 18.9.2009, P. Baker, Obama’s Missile Plan Might Not Satisfy Russia— Il piano missilistico di Obama potrebbe non soddisfare la Russia.

[107] Reuters, 21.9.2009, Poland eyes closer EU security ties after shield— La Polonia guarda a legami più stretti con l’UE nel campo della sicurezza (cfr. www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE58K17S20090921?sp=true/).

[108] Spunti da Libération, 17.9.2009, Analyse: quatre remarques sur l’abandon du bouclier antimissile Analisi: quattro osservazioni sull’abbandono dello scudo antimissile (cfr. http://secretdefense.blogs.liberation.fr/defense/2009/09/analyse-labandon-du-bouclier-antimissile.html/).

[109] Definito così dal fisico americano, il prof. David Parnas, che l’aveva originariamente disegnato e presentato a Reagan negli anni ‘80 e che poi spiegò bene perché, tecnicamente, fosse tutto sbagliato (Nota congiunturale 6-2009, in Nota125;  ma che poi Reagan e Bush jr. hanno insistito a voler sviluppare: con spese colossali (miliardi e miliardi di $) e risultati nulli, come Parnas aveva ben spiegato che inevitabilmente sarebbero stati…

    Perché (vedi, oltre a quanto qui sintetizzato, in http://en.wikipedia.org/wiki/David_Parnas/) “il fatto è che la cosa serve solo se siamo ragionevolmente sicuri che funzionerebbe al momento buono, quando si fosse attaccati da migliaia di missili e decine di migliaia di testate termonucleari, cioè nel momenti in cui questo Armageddon ci pioverà in testa per la prima volta e tutto insieme.

   Solo che non potrà mai funzionare. Per farlo la complessa macchina cibernetica che, in pochi secondi, analizza i dati in arrivo, dovrebbe essere in grado di distinguere le testate termomucleari vere dai "decoys", le testate nucleari fasulle, cioè; che, però, nello spazio, dove tutto è senza peso, non c'è proprio modo per un computer di distinguere da quelle vere, scartandole – come sarebbe necessario fare per far funzionare il sistema – da ogni considerazione da parte del meccanismo di difesa; che, a quel punto, così  dovrebbe discernere ed abbattere, in pochissimi minuti, tutte le testate autentiche— e solo quelle vere, no, quelle fasulle, per non andare in tilt...

   Ma il fatto – che resta vero anche se, invece di migliaia, le testate in arrivo fossero solo una manciata – è che se io faccio vedere a un computer, il più sofisticato che ci sia oggi o che ci sarà domani, un oggetto giallo, lungo tre metri, a strisce nere, con occhi fosforescenti e grandi baffi bianchi, quello mi dirà sempre e soltanto che di oggetto-giallo-lungo-tre-metri-a-strisce-nere-con-occhi-fosforescenti-e-baffi-bianchi si tratta e non mi dirà mai – non mi potrà dire mai, come invece potrebbe fare il mio nipotino di sei anni – che si tratta di una tigre... 

   Non capisce, cioè non discrimina, dunque non serve allo scopo. E non è colpa sua… è colpa di chi, come avevo pensato di fare anch’io, lo confesso, gli aveva affidato un compito che non può proprio assolvere ”.

   E, adesso, Bush aveva pensato di appioppare, alla fine, questo catorcio a cechi e polacchi: con tutti gli spettri e le minacce che poi comportava.       

[110] Guardian, 17.9.2009, I. Sample, US missile system's track record: test delays, failed launches, missed targets… Il curriculum del sistema missilistico USA: ritardi dei tests, lanci falliti, bersagli sbagliati…

[111] New York Times, 19.9.2009, R. A. Gates, A Better Missile Defense for a Safer Europe Una migliore difesa missilistica per un’Europa maggiormente sicura.

[112] Reuters, 21.9.2009, Russia general says missile plan not shelved Generale russo avverte che il piano missilistico non è stato cancellato (cfr. www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE58K12S20090921/).

[113] La mossa pensata, ispirata e abilmente “istigata” da Brzezinski (gli USA cominciarono ad aiutare i ribelli, fornendo aiuti militari in segreto che sarebbero poi continuati fino al ritiro sovietico nel 1989, già “sei mesi prima dell’intervento di Mosca” a sostegno del governo comunista afgano), cogliendo così l’occasione, come scrisse in un memorandum segreto ma ora pubblico diretto a Carter, per “regalare all’URSS la loro guerra del Vietnam” (cfr. Intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...”. Lo aveva del resto rivelato già prima l’ex direttore della CIA e oggi ministro della Difesa di Obama, dopo esserlo stato di Bush, Robert Gates, nelle sue Memorie: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon&Schuster ed.).

[114] Eastern Europe Watch, 28.4.2009, Get your hands off Poland!— Giù le mani dalla Polonia (cfr. http://easterneurope watch.blogspot.com/2009/04/is-obama-going-to-proceed-with-missile.html/).

[115] Stratfor, 17.2009, U.S.: NATO Chief Praises U.S. Decision On BMD USA: il capo [il segretario generale] della NATO elogia la decisione americana sulla difesa missilistica balistica (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20090917_u_s_nato_chief _ praises_u_s_decision_bmd/).

[116] New York Times, 18.9.2009, C. J. Levy e P. Baker, Putin Applauds ‘Brave’ U.S. Decision on Missile Defense— Putin applaude la “coraggiosa” decisione americana sulla difesa missilistica.

[117] RIA Novosti, 18.9.2009, Medvedev praises Obama's move on Europe missile shield— Medvedev elogia la decisione di Obama sullo scudo missilistico europeo (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090917/156165829.html/).

[118] New York Times, 18.9.2009, S. Castle, NATO Proposes Link With Russia’s Missile Defense— La Nato propone un legame con la Russia sulla difesa missilistica.

[119] Agenzia militare russa Interfax-AVN, 17.9.2009, Obstacles down, now, diplomat says Gli ostacoli ora sono caduti, dice diplomatico (cfr. www.militarynews.ru/EMAIN.ASP/). 

[120] New York Times, 24.9.2009, H. Cooper e S. Otterman, U.N. Security Council Adopts Measure on Nuclear Arms Il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotta misure sulle armi nucleari [in realtà, poi, adotta solo una risoluzione, nessuna misura concreta; e il giornale semplicizza, occidental-propagandisticamente, affermando che ‘la risoluzione punta ad assicurare la piena adesione agli accordi sugli armamenti da parte di paesi come l’Iran e la Corea del Nord’— che potrà anche essere vero, nel senso che riflette bene le intenzioni vere di chi, gli USA, la risoluzione l’hanno stilata ma sottovaluta il fatto che l’unico appello capace di incidere di una risoluzione per definizione bla-bla come questa – bla bla perché incapace di mettere in moto cose concrete se non ne viene esaltato l’afflato universale: ma allora universale, non  strumentale come qui viene stupidamente semplificato].

[121] TopixNews (FoxNews), 26.9.2009, Brazil Vice President Wants to Go Nuclear Il vice presidente brasiliano vuole il nucleare (cfr. www.topix.com/world/brazil/2009/09/brazil-vice-president-wants-to-go-nuclear/).

[122] Guardian, 20.9.2009, J. Borger, Pentagon hawks swoop to kill Obama’s dream of nuclear-free world I falchi del Pentagono in picchiata per ammazzare il sogno di Obama di un mondo libero da armi nucleari.

[123] Guardian, 24.9.2009, J. Cirincione, Building a world without nuclear weapons—  Costruire un mondo senza armi atomiche.

[124] New York Times, 23.9.2009, edit., What Mr. Obama Said, and Didn’t Say—  Quel che Mr. Obama ha detto, e non ha detto.

[125] New York Times, 19.9.2009, (A.P.), Taliban Leader Tells 'Invaders' to Study History— Il capo dei talebani raccomanda agli ‘invasori’ di studiarsi la storia.

[126] New York Times, 4.9.2009, K. Marten, The Same Old Mistake— Lo stesso vecchio, identico sbaglio.

[127] Guardian, 3.9.2009, E. Joyce, Lettera al primo ministro.

[128] Guardian, 4.9.2009, J. Borger, Another disastrous air strike that Nato could have done without—.

[129] New York Times, 8.9.2009, Germany Offers Defense of Afghan Airstrike La Germania difende il bombardamento in Afganistan

[130] Guardian, 11.9.2009, Ghaith Abdul-Ahad, Afghan families speak following Nato strike Le famiglie afgane parlano dopo il raid della NATO.

[131] le Monde, 4.9.2009, N. Guibert e J-P Stroobants, Anders Fogh Rasmussen: l'OTAN doit “ s'engager à long terme” en Afghanistan— AFR: la NATO deve impegnarsi a lungo termine in Afganistan (cfr. www.lemonde.fr/cgi-bin/ACHATS/acheter. cgi?offre=ARCHIVES&type_item=ART_ARCH_30J&objet_id=1096707/).

[132] New York Times, 7.9.2009, J. Dempsey, Europeans Seek to Shift Security Role to Afghan Government Gli europei cercano di spostare il ruolo della sicurezza sul governo afgano..

[133] Su RAI-1, a Porta a Porta, 17.9.2009.

[134] A dire il vero l’Italia, per bocca del ministro degli Esteri Frattini, ha protestato! Non con Berlino, però, o con Parigi, e neanche con Londra: col Financial Times…, invece, cui rilascia un’intervista che dir querula è poco (FT, 14.9.2009, G. Dimore, Frattini hits at attacks on Italy by dark forces Frattini se la prende con gli attacchi al’Italia da parte di forze oscure , cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/adb1b55c-a14e-11de-a88d-00144feabdc0.html/) sostanzialmente dando la colpa della emarginazione dell’Italia dai dossier internazionali cui pure partecipa alla campagna di stampa di discredito dela vita privata di Berlusconi.

   Insomma, la colpa non è di chi come il Berlusca si rende noto nel mondo per il suo fraschettare da settantreenne (è malato, dice la signora Lario) con le ragazzine, per il suo lodarsi sbrodandosi… E’ di chi si permette di dirlo: ma date un’occhiata al titolo, l’attacco delle forze oscure in agguato… – che il paludatissimo quotidiano finanziario britannico dà all’intervista… e vi fate un’idea di come perfino questi ambienti giudichino il Cavaliere e, purtroppo, l’Italia del Cavaliere.

   Ma Frattini non ci arriva, non lo capisce... E’ convinto che colpevoli siano le forze oscure della reazione… pardon della rivoluzione in agguato. E si guarda bene – il Cavaliere è assai permaloso – dal far valere l’unico argomento forte che ha, la primogenitura italiana sull’idea che poi hanno avuto gli altri tre europei. Così come flebile suona il sospetto che pure – cautamente, ovviamente, cautamente – lascia trapelare che Obama stesso si sia messo a fare da sponda agli altri europei, ignorando l’Italia anche lui…

Anche qui, non gli viene neanche in mente che un paese intermedio ma niente affatto irrilevante, come l’Italia – per  la sua storia, le sue idee, la sua economia,  la sua posizione geo-politica e strategica – può farsi rispettare e può contare solo se impara – come di tanto in tanto ricorda di saper fare, troppo di rado però: qualche volta De Gasperi, qualche volta Andreotti, Craxi a Sigonella, anche D’Alema a suo tempo sul Libano… – a far  ui, neanchje glio bvioejne in mwentre chwe un aèPESE SI FA RISPETTARE QUANDO NON DICE MAI I SUOI Sì O I SUOI NO GRATUITAM,ENT,E pesare in termini politici e di merito il suo sì o il suo no senza accodarsi sempre alle proposte degli altri: che, insomma, per contare in campo internazionale bisogna farsi sentire…

   Su Affari internazionali – che resta la più raziocinante, e spesso anche acuta, rivista specializzata del nostro paese – anche se per i gusti di chi scrive un po’ troppo moderatamente “convenzionale” – il direttore dell’Istituto Affari Internazionali, Stefano Silvestri, aveva messo in guardia già dal marzo scorso dall’attivismo diplomatico-politico di Francia, Gran Bretagna e Germania che avrebbe finito con il marginalizzare l’apporto e la voce dell’Italia, specie su nodi come Afganistan e Pakistan, vista la nostra diplomazia infingarda (non certo per colpa dei diplomatici…) di starsene acquattata invece di far sentire sempre un proprio parere qualificato.

   Il nostro sarebbe stato, magari, a volte, diverso nel merito da quello auspicato da Silvestri. Ma sulle conseguenze, inevitabili, di quella politica di disattenzione, Silvestri aveva assolutamente ragione.

   Ora, sempre su A.I., 21.9.2009, R. Matarazzo, L’impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l’Italia analizza questi fatti e questi misfatti (cfr. www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1252/).                                                                                             

[135] New York Times, 10.9.2009, E. Schnìmit e D. E. Sanger, Obama Faces Doubts From Democrats on Afghanistan— Obama deve fare i conti con i dubbi dei democratici sull’Afganistan.

[136] Guardian, 14.9.2009, J. Borger, Europeans put on alert to provide more troops for Afghan campaign Gli europei messi in allerta: devono mandare più truppe per la campagna afgana.

[137] New York Times, 20.9.2009, E. Schmitt e T. Shanker, General Calls for More U.S. Troops to Avoid Afghan Failure Il generale chiede altre truppe americane per evitare il fallimento in Afganistan; Washington Post, 21.9.2009, B. Woodward, McChrystal: More Troops or ‘Mission Failure McChrystal: più truppe o ‘fallimento missione’; e per il testo integrale del documento (cfr. http://media.washingtonpost.com/wp-srv/politics/documents/ Assessment_Redacted_0921 09.pdf?hpid=topnews), o meglio la parte che il Pentagono ha lasciato pubblicare – ma anticipandolo perché, con un atto di evidente insubordinazione e di implicita forzatura condizionante del presidente avesse più effetto – guarda caso, al più noto, forse, comunque a uno tra i più rispettati reporter investigativi di Washington, quello che 37 anni fa aveva scoperto il Watergate, Bob Woodward.

[138] Military.com, 21.9.2009, More foreign troops counterproductive Altre truppe straniere sono controproducenti (cfr.  www.military.com/news/stories/headlines.html/).

[139] New York Times, 7.0.2009, D. Filkins e C. Gall, Fake Afghan Poll Sites Favored Karzai, Officials Assert I seggi elettorali fasulli messi in piedi in Afganistan hanno favorito Karzai.

[140] New York Times, 8.9.2009, S. Otterman, Citing Fraud Panel Orders Partial Afghan Vote Recount— Denunciando le frodi, la Commissione ordina il riconteggio del voto afgano.

[141] Raccontava già Sant’Agostino del “pirata che, catturato da Alessandro Magno e da lui apostrofato su ‘come e in base a quale diritto osasse arrecare molestia alle navi che assaltava sui mari’, gli aveva risposto in modo elegante e eccellente che ‘in punto di diritto, era proprio lo stesso,o grande signore: solo che io, con la mia piccola nave mi chiamano pirata e a te, con la tua grande flotta, ti chiamano imperatore”  (S. Agostino, Le Confessioni, Lib. VIII, 8.6.13).

[142] New York Times, 5.9.2009, Agenzie, 80 Afghans killed in NATO airstrike— 80 afgani uccisi nel raid aereo della NATO.

[143] Citati in New York Times, 6.9.2009, D. Kristof, The Afghanistn Abyss L’abisso dell’Afganistan.

[144] Reuters, 16.9.2009, Tally shows Karzai in lead; EU casts doubt on votes Il conteggio mostra Karzai in testa, l’unione europea getta dubbi sul voto (cfr. www.reuters.com/article/vcCandidateFeed2/idUSTRE58F1QJ20090916/).

[145] New York Times, 17.9.2009, A. W. Wafa e R. A. Oppel Jr., Afghan Blast Raises New Doubts in Europe Le esplosioni di Kabul sollevano nuovi dubbi in Europa.

[146] Reuters, 28.9.2009, M.Shanley e N. Pollard, EU ministers reluctant to reinforce AfghanistanMinistri europei riluttanti a rafforzare [le truppe] in Afganistan (cfr. www.reuters.com/article/newsOne/idUSLS289402?virtualBrand Channel=10102/).

[147] Cfr. qui sopra Nota138.

[148] New York Times, 7.9.2009, R. F. Worth, Nuclear Agency Said to Be in ‘Stalemate’ With Iran— L’Agenzia nucleare dice di essere in stallo sull ’Iran.

 [149] Bulletin of the Atomic Scientists, citato da Ha’aretz (Tel Aviv), (A.P.), Six countries hold meet in Germany on Iran nuclear program Sei paesi si incontrano in Germania sul programma nucleare iraniano (cfr. www.haaretz.com/hasen/ spages/1111907.html/).

[150] Agenzia Stratfor, 9.9.2009, Iran: 'High Probability' That Tehran Worked On Nuclear Weapons - ElBaradei— Iran: ‘Alta probabilità’ che Teheran abbia lavorato sull’armamento nucleare . ElBradei [che però ha aggiunto, chiarissimo – l’unica cosa chiara a dire il vero – quel “se”…] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090909_iran_high_probability_tehran_ worked_nuclear_weapons_elbaradei/).

[151] Stratfor, 17.9.2009, Iran: Tehran Does Not Have Nuclear Weapons Program - IAEA L’AIEA: Teheran non ha un programma di armamenti nucleari  (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090917_iran_tehran_does_not_have_ nuclear_ wea pons_program_iaea; e  IAEA, 53rd IAEA General Conference (2009) Resolutions and Decisions— 53a Conferenza generale della AIEA 2009, Risoluzione e decisioni (cfr. www.iaea.org/About/Policy/GC/GC53/Resolutions/index.html/).

[152] Tanto per cominciare, se ne conosce il titolo ma non si conosce a cosa l’allegato segreto sia stato precisamente allegato, anche se si sa – ma non dal Guardian, che riporta la “notizia”: 18.9.2009, J. Borger, IAEA secret report: Iran worked on nuclear warhead Rapporto segreto dell’AIEA: l’Iran ha lavorato su una testata nucleare – che chi ha lasciato “trapelare” il documento è stato il governo di Israele… che già ci aveva provato una ventina di giorni fa senza che, allora, ci cadesse nessun grande quotidiano internazionale (in pratica, solo quelli israeliani: Ha’aretz, 29.8.2009, Y. Melman, Israel: UN witholding details of Iran's nuclear program Israele: l’ONU non rende noti i dettagli del programma nucleare iraniano (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1110835.html); Jerusalem Post, (A.P.), IAEA officials said Iran was stonewalling the agency— Funzionari dell’AIEA dicono che l’Iran non rispondeva alle richieste (cfr. www.jpost.com/serv let/Satellite?pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull&cid=1251145144104/).

   Il titolo – confermato da un non identificato “diplomatico bene informato” – sarebbe, è, Possible Military Dimension of Iran’s Nuclear Program Possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano (dove quel “possibile” dice tutto davvero): dice in sostanza che la Repubblica islamica dell’Iran ha “informazioni sufficienti” a fabbricarsi una bomba atomica e ne ha testato “probabilmente” (ancora!) una componente chiave: la sfera di implosione dell’alto esplosivo che può innescare, comprimendolo, lo scoppio nucleare.

   Cioè: niente di nuovo, niente che non si sapesse già (i 16 istituti americani dell’Intelligence, che due anni fa dissero che Teheran aveva smesso dal 2003 di fabbricare la bomba, dissero anche che fino ad allora ci aveva lavorato: dunque, era cosa notissima.

   Mai, del resto, è stato negato a Teheran di averci lavorato. È stato solo affermato (senza dimostrarlo: ma è impossibile dimostrare di non aver fatto qualcosa! quella che, nel Medioevo, si chiamava la prova di Dio o, se volete, del diavolo— buttate uno nel fuoco e se è innocente Dio lo salverà, no?, non pare avere neanche nel mondo moderno una gran valenza scientifica…

[153] New York Times, 10.9.2009, Reuters, Iran Defiant, But Russia Against Oil Sanctions L’Iran lancia la sfida, ma la Russia è contraria a sanzioni sul petrolio.

[154] Il testo integrale, confermato autentico da fonti diplomatiche garantite, è stato pubblicato dal gruppo investigativo ProPublica, il 10.9.2009, Package of proposals by the Islamic Republic of Iran for Comprehensive and Constructive Negotiations Pacchetto di proposte della Repubblica Islamica dell’Iran per negoziati complessivi e costruttivi (cfr. http://docu ments.propublica.org/iran-nuclear-program-proposal#p=1/).

[155] Stratfor, 16.9.2009, Iran: Prepared For Possible Gasoline Sanctions L’Iran: pronto per le possibili sanzioni sulla benzina (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090916_iran_prepared_possible_gasoline_sanctions/).

[156] La notizia viene fornita sempre da Stratfor, 25.9.2009, Iran gasoline shipment s under way In corso spedizioni di benzina verso l’Iran, attribuita a fonti riservate accessibili all’Agenzia vicina al Pentagono (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 20090925_qatar_qatari_gasoline_shipments_iran_under_way_stratfor_source/).

[157] New York Times, 29.9.2009, M. Wines, China’s Ties With Iran Complicate Diplomacy— I legami della Cina con l’Iran complicano la diplomazia [in realtà, complicano le mosse della diplomazia americana, ma facilitano ad esempio quelle della diplomazia cinese, no?].

[158] Cfr. qui sopra Nota152

[160] Reuters, 21.9.2009, Israel says still has military option on Iran— Israele precisa di avere sempre a sua disposizione l’opzione militare (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/LL693597.htm/).

[161] Ha’aretz, 12.9.2009, Deputy PM: Time is now for action on Iran nukes Il vice primo ministro: questo è il momento di agire sull’atomica iraniana (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1114032.html/).

[162] Stratfor, 15.9.2009, G. Friedman, Misreading the Iranian situation Quando sbagliano a leggere la situazione iraniana (cfr.www.stratfor.com/weekly/20090915_misreading_iranian_nuclear_situation/?utm_source=GWeekly&utm_cam

paign=none&utm_medium=email/).

[163] Voice of America News, 14.9.2009, D. Gollust, US to Send Senior Diplomat to Talks with Iran— Gli USA invieranno un diplomatico anziano [il numero due del DipStato, dopo il Segretario e il Vice segretario]ai colloqui con I’Iran (cfr. www.voanews. com/english/2009-09-14-voa57.cfm?rss=topstories/). 

[164] Ha’aretz, 11.9.2009, U.S.: Six world powers accept Iran's offer to hold talks USA: le sei potenze mondiali accettano l’offerta iraniana di colloqui (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1113995.html/).

[165] New York Times, 16.9.2009, R. Cohen, How to Talk to Iran Come parlare all’Iran

[166] Cfr. qui sopra Nota44.

[167] New York Times, 29.9.2009, F. Leverett e H. Mann Leverett, How to Press the Advantage With Iran Come approfittare del nostro vantaggio sull’Iran [quello che agli Stati Uniti darebbe la scoperta/nient’affatto tale, in realtà, che Teheran avrebbe costruito “in segreto” un nuovo impianto di arricchimento del combustibile nucleare. A questo vantaggio si capisce che gli AA. ci credono poco. Ed è palese la strumentalità con cui fanno propria questa lettura ufficiale e convenzionale dell’Amministrazione – li abbiamo messi in grave difficoltà – proprio per poter poi far passare l’anticonvenzionalissima proposta di una nuova strategia che propongono…]

[168] Turkish Weekly, 9.9.2009, Iran Oil Products’ Exports Plunge 51% L’esportazione di prodotti petroliferi iraniani precipita del 51% (cfr. www.turkishweekly.net/news/88425/-iran-oil-products-exports-plunge-by-51-.html/).

[169] New York Times, 10.9.2009, Reuters, Effort to Form Lebanon Government Is Dropped In Libano, fallisce il tentativo di formare il governo.

[170] EU Observer, 14.9.2009, A. Rettman, EU countries practice 'secret' diplomacy, Hamas says I paesi europei praticano la democrazia segreta, dice Hamas (cfr. http://euobserver.com/24/28660/).

[171] The Economist, 5.9.2009.

[172] Lo studio, ancora non disponibile sul web, cui ci si riferisce qui in base ai dati riportati in anteprima in un articolo del New York Times, 7.9.2009, T. Shanker, U.S. Share of Worldwide Arms Market Grows Cresce la parte americana nel mercato mondiale degli armamenti, è del Congressional Research Service della Library of Congress, Conventional Arms Tranfers to Developing Nations, 2001-2008 Trasferimenti di armamenti convenzionali ai paesi in via di sviluppo, 2001-2008 ed è parte di una serie che, di anno in anno, ricostruisce sui dati, ufficiali e non, disponibili (anche servizi di intelligence, giornalistici, ecc.) il corso del business delle armi.

   Lo studio sarà disponibile già nei prossimi giorni, tra altri – oltre che sul sito del Dipartimento di Stato o della Federazione degli Scienziati americani – anche  sul sito del Servizio Ricerche della Biblioteca del Congresso (http://assets.opencrs.com/) appena il Congresso steso, che sta tornando ora dalle ferie, ne avrà preso conoscenza ufficiale.

[173] New York Times, 10.9.2009, J. Dempsey e C. Dougherty, G.M. Agrees to Sell Opel to Magna, With Strings La GM d’accordo sulla vendita della Opel alla Magna… con condizioni però.

[174] Reuters, 10.9.2009, German union leader warns of mass protest on Opel— Leader sindacale tedesco avverte: protesta di massa alla Opel (cfr. www.reuters.com/article/mergersNews/idUSLA60110920090910/).

[175] New York Times, 14.9.2009, (A.P.), Magna Says Opel Job Cuts Could Top 10,000— La Magna afferma che i tagli dei posti di lavoro alla Opel potrebbero andare oltre i 10.000.

[176] Guardian, 17.9.2009, K. Connolly, Die Linke party wins German votes by standing out from crowd— Il partito Die Linke vince i voti tedeschi distinguendosi dal mucchio.

[177] The Economist, 19.9.2009, articolo di copertina, Set Angela free; e, qualche giorno dopo, il 25.9., il Times intitola, facendo il tifo sempre per lei, Scioglite la Merkel Unleash Merkel.

[178] New York Times, 29.9.2009, N. Kulish e J. Dempsey, At German Chancellor’s Side, a New Political Power Broker Emerges Al fianco della cancelliera, emerge un nuovo forte personaggio di potere politico.

[179] Deutsche Welle, 23.7.2004 (cfr. www.dw-world.de/dw/article/0,,1273893,00.html/).

[180] DESTATIS, Ufficio statistico federale, 8.9.2009, Exports in July 2009: -18.7% on July 2008— Esportazioni a luglio 2009: -18,7% su luglio 2008 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/overview/ ForeignTrade,templateId=renderPrint.psml/).

[181] DESTATIS, Ufficio statistico federale, 9.9.2009 (cfr. Zero percent inflation–but many prices moving— Inflazione allo 0%–ma sono molti i prezzi che crescono e calano (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/ Internet/EN/ press/pr/2009/09/PE09__335__611,templateId=renderPrint.psml/).

[182] DESTATIS, 1.9.2009, Employment and forecasts data Dati sulla disoccupazione e previsioni (cfr. www.destatis.de/jets peed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/Labour Market/Content 75/arb210a,templateId=renderPrint.psml/).

[183] DESTATIS, 30.9.2009, Leggero declino ad agosto del numero degli occupati sull’anno precedente (cfr. www.destatis. de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2009/09/PE09__372__132,templateId=renderPrint.psml/).

[184] INSEE, 3.9.2009, Poursuite de la hausse du chômage au deuxième trimestre 2009— Continua ad alzarsi la disoccupazione nel secondo trimestre del 2009 (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=14&date=20090903/).

[185] Ministero del Bilancio, 4.9.2009, Situation budgétaire au 31.7.2009 (cfr. www.budget.gouv.fr/discours-presse/dis cours-communiques_budget.php?type=communique&id=3321&rub=2/).

[186] INSEE, 10.9.2009, Juillet, Production industrielle et manufacturière (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id =10&date=20090910/); e INSEE, 10.9.2009, 2ème trimestre, Emploi (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id= 30&date=20090910/).

[187] The Economist, 19.9.2009.

[188] New York Times, 30.9.2009, M. Saltmarsh e D. Jolly, Labor Minister Sees 'Deunionization' in France— Il ministro del lavoro in Francia vede avanzare la ‘desindacalizzazione’ [un titolo evidentemente “fasullo”o, meglio, ideologizzato: perché la novità, la notizia, nell’intervista non è certo nella registrazione di un’evidenza del tutto banale, diciamo così – che i numeri del sindacato in Francia calano – ma sarebbe stata, se mai, che anche un governo di destra sociale come quello di Sarkozy non pensa neanche lontanamente allo smantellamento del modello sociale nel suo pese… ma qui si impone prepotentemente – malgrado ogni recente ed evidente lezione in contrario – il pregiudizio americano e neo-liberista del “pubblico cattivo, privato buono”…].

[189] The Economist, 12.9.2009.

[190] Guardian, 8.9.2009, H. Stewart, Thinktank claims UK has emerged from recession Istituto di ricerche afferma che la GB è uscita dalla recessione.

[191] IMF, 30.9.2009, Global Financial Stability Report Rapporto sulla stabilità finanziaria globale, 10.9.2009, capitolo sul Regno Unito (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/gfsr/2009/02/pdf/text.pdf/).

[192] Guardian, 10.9.2009, P. Wintour, TUC tells PM: be bold or lose election Il TUC dice al PM: devi deciderti a osare o perdi le elezioni.

[193] Financial Times, 29.9.2009, G. Parker, Brown takes aim at free market— Brown mette sotto mira il libero mercato (cfr. www.ft.com/cms/s/0/9cd0f33c-ad07-11de-9caf-00144feabdc0.html/).

[194] Stratfor, 11.9.2009, Japan: Second-Quarter Annualized Economic Growth At 2.3 Percent— Giappone: la crescita economica annualizzata del secondo trimestre al 2,3% (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090911_japan_second_ quarter_ an nualized_economic_growth_2_3_percent/).

[195] The Economist, 5.9.2009.

[196] The Economist, 12.9.2009.

[197] New York Times, 31.8.2009, H. Tabuchi, Victors in Japan Are Set to Abandon Market Reform— I vincitori in Giappone decisi ad abbandonare le riforme di mercato [detto con aria come di rammarico e di profonda deplorazione].

[198] New York Times, 26.8.2009, Y. Hatoyama, A New Path for Japan Per il Giappone una nuova strada.

[199] New York Times, 3.9.2009, M. Fackler, Japan’s New Leader Reassures U.S. on Alliance— Il nuovo leader giapponese rassicura gli Stati Uniti sull’alleanza. 

[200] Sulla rivista che si autodefinisce, e soprattutto ama essere definita, come la “Bibbia del capitalismo americano”, Forbes, 30.8.2009, T. Kelly (columnist neo-cons che più non si può, cui viene affidato il primo commento sul tema), in un articolo intitolato, tanto per non lasciar dubbi a nessuno, Hatoyamas’s Fantasy Land Il paese della fantasia di Hatoyama (cfr. www.forbes.com/2009/08/28/japan-hatoyama-election-prime-minister-tokyo-dispatch.html/).

[201] Wall Street Journal, 30.8.2009, M. Kissell, Japan throws the bums out – But does the new crowd have better ideas? Il Giappone butta via i buffoni – ma questi nuovi qui, hanno idee migliori? (cfr. http://online.wsj.com/article/SB100014 24052970203706604574381700306393382.html/).

[202] Quando stava quasi per morire, a 91 anni, a un intervistatore Financial Times, che però pubblicò l’intervista solo tre anni dopo, il 17.11.2006, M. Friedmans’ Obituary, C. Giles, Free-market economist Milton Friedman dies, aged 94 (cfr. www.ft.com/cms/s/0/035bedca-75e1-11db-aea1-0000779e2340.html/) confessò che, certo, “l’uso che ho fatto della regolazione della quantità di moneta emessa dalle banche centrali come il nostro obiettivo [unico o quasi] non è stato un successo…Non sono sicuro che oggi sosterrei questa tesi con tutta la convinzione con cui lo facevo una volta…”. E per fortuna che, quasi in articulo mortis, anche se riconoscendo l’insuccesso, Friedman ancora non era sicuro che ci avrebbe ripensato…

[203] Kyodo News Agency, 31.8.2009 (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstSearchResult/index.php?page=1&search Kind=0&searchChr=Mitoji+Yabunaka+japan+us+secret+accord+on+nuclear+weapons/).

[204] Financial Times, 17.9.2009, A. Russell e M. Dickie, Japan urges talks on US military base— Il Giappone fa pressione per negoziare sula base americana (cfr. www.ft.com/cms/s/0/2955eab6-a3a7-11de-9fed-00144feabdc 0.html?nclick_check=1/).