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     10. Nota congiunturale - ottobre 2008

      

  

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TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Le previsioni di crescita dell’Italia vengono ancora ridotte, dopo una vana resistenza, anche da parte del governo, come già da tutte le istituzioni economiche internazionali. Come l’OCSE adesso. a settembre[1].

Solo il 6 agosto, mica un secolo fa, nella sua veste di governo ottimista, Tremonti dava per già “confermate le previsioni di crescita contenute nel DPEF”: PIL, come da programmazione del governo, a +0,5%. Poi la brutta sorpresa dell’OCSE che, prevedendo recessione più vicina in Europa che in America – ma, per dire, subito prima del crack americano delle banche, del fallimento e del piano di salvataggio e di nazionalizzazioni bushiste: per dire della serietà delle previsioni economiche, anche delle più… serie – dice che no, l’Italia non crescerà più dello 0,1% nel 2008, zero addirittura nel terzo trimestre e lo 0,6% nel quarto. Era quel che più seriamente prevedeva da giugno il Centro Studi di Confindustria (+0.1 quest’anno, in frenata dura dal +1,5 del 2007).

Ma per l’OCSE tutta la zona euro va proprio male: crescita dal +1,7 in ribasso a +1,2%, con la Germania da +1,9 a +1,5, la Francia da +1,8 a +1, la Gran Bretagna (che poi adesso è la più esposta – visto l’ “incesto” sistematico della sua finanza con quell’americana – al colpo di coda in arrivo in Europa dagli USA) da +1,8 a +1,2%, con l’Italia, come abbiamo detto, da +0,5 a +0,1.

Anche sul Giappone, dati al ribasso (da +1,7 a +1,2%), invariati invece per il complesso dei membri del G7. Ma tutto questo, compresa la previsione più ottimistica sulla crescita USA – da +1,2 a +1,8% – che però… è un dato adesso drammaticamente smentito dal maelstrom finanziario.

E inflazione che ad agosto non s’è attestata affatto ad agosto in discesa su luglio, dal 4,1 al 4% secondo il calcolo ISTAT sulla base del vecchio e dismesso paniere, inopinatamente privilegiato dall’Istituto ma che nel calcolo europeo, sicuramente più corretto da quando siamo nell’euro perché uguale per tutti ed a tutti gli altri paesi dell’euro comparabile, in realtà cresce al 4,2% (del resto, quello  dell’EUROSTAT e non dell’ISTAT, è il calcolo di cui si avvale Bankitalia[2]).  

Raggiunto, alla fine, l’accordo Alitalia, verso fine settembre e dopo una sterminata trafila di perdite di tempo, ammoine, ecc., ecc.,  cominciate con il papocchio messo in piedi per conto di Berlusconi da una manciata di capitani per niente coraggiosi: infatti, a veder bene, si sono esposti ciascuno davvero con pochi, pochissimi, milioni di € propri a fronte di assets decine di volte più ingenti: gli aeromobili, se non altro; e con carichi di conflitti di interesse non risolti e che non lo saranno, con procedure allegre, di dubbia correttezza e congruità e sotto schiaffo ancora della magistratura e anche dell’Unione europea, sempre se non altro.

Perdite di tempo comprese le ammoine, con le esitazioni e le richieste di chiarimento avanzate dalla CGIL, che non aveva inizialmente firmato perché aveva anche bisogno di chiarirsi, come sempre, prima, al suo interno: chiarimenti, dal governo, alla fine, ottenuti e allegati all’accordo che sarebbe stato certo meglio avere subito, prima…

Chiarimenti di cui, forse, c’era qualche bisogno. Alla fine, mentre CISL, UIL, UGL avevano capito e firmato subito, la CGIL non aveva capito, o non aveva voluto capire, o non era pronta a capire e aveva, comunque, bisogno di tempo per arrivare a capire? Il fatto è che i chiarimenti, per gli altri già impliciti (sull’invarianza sostanziale del reddito per il lavoro di terra, ad esempio; sull’assunzione non dall’esterno ma, anzitutto, dal bacino dei precari dei futuri dipendenti…) adesso vengono esplicitati per iscritto.

Non sono parte dell’accordo, ha tenuto a specificare per salvare la sua faccia bastonata dal vero mediatore, Gianni Letta, quel combinato disposto di socialismo, socialdemocrazia e riformismo del passato e berlusconismo sfrenato del presente che è il ministro Sacconi. Ma non c’è dubbio che il vecchio testo ha allegate adesso, per iscritto, “note aggiuntive nuove” che sono, appunto, scritte e ne fanno parte integrante… meschino, insomma.

Meglio così. Meglio che si sia arrivati alla firma. Ma guardate – dicevamo – che non è ancora finita…    

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il petrolio ha iniziato a scendere. In modo costante. Di molto. Da 147 $ al barile alla produzione, che è stato il massimo a luglio a 90, a metà settembre. Ma mentre tutti i cosiddetti esperti scommettevano, malgrado ciò, sul mantenimento del livello di produzione da parte dell’OPEC[3] – lo chiedevano gli Stati Uniti, no? –, il vertice dell’organizzazione dei paesi produttori in una seduta lampo notturna ha cercato di contrastare il ribasso tagliando, anche se solo di 500.000 barili al giorno, cioè quasi simbolicamente, la produzione.

Hanno contribuito anche i sommovimenti al ribasso, e tendenti verso il crollo, di mercati finanziari e a ruota di borsa, a far scendere il greggio ben sotto i 100 $ al barile[4] deprimendo l’attesa di una domanda forte.

Il crollo abbastanza inatteso del costo del petrolio – a medio termine anche assai temporaneo: già pochissimi giorni dopo è risalito anche di 15 $ al barile, il massimo da quando esiste il mercato del greggio[5] – comporta nel futuro prossimo venturo un raffreddamento tendenziale dell’inflazione che, però, nel frattempo, nei paesi industrialmente avanzati, è già arrivata al vertice da molti anni... E, a fine mese, quando cade il piano di salvataggio finanziario di Bush per l’economia americana, ecco che il petrolio scende di nuovo a 97 $ al barile[6], sulla paura che avanza forte del crollo vero e proprio dell’economia americana…

Con una mossa inattesa, comunque imprevista dal Dipartimento di Stato, l’alleato più scontato e tradizionale degli USA, l’Honduras, ha aderito alla cosiddetta Alternativa Bolivariana,[7] il patto di fatto anti-americano ma anche, per ora, quasi soltanto verboso con Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Repubblica dominicana. A Washington hanno, comunque, riaperto una discussione preoccupata.

Anche perché si va delineando sempre più nettamente una divisione secca tra anti-yankees e pro-yankees in America latina: “Da una parte Bolivia, Venezuela, Nicaragua, Cuba, Ecuador e talvolta, dipende dalle circostanze, l'Argentina. Dall'altra i paesi che hanno buoni rapporti con Washington: Panama, Perù, Colombia, Cile, Messico[8]. Noterete, nella lista, una sistemazione del Cile che invece, più appropriatamente, andrebbe affiancato, come posizioni reali, a quella dell’Argentina. E che manca il Brasile: forse perché ormai è tanto grosso, in tutti i sensi, da potersi permettere si sfuggire alla classificazione schematica della lista.

Intanto in Bolivia, il presidente Morales che ha appena stravinto un referendum popolare i cui fautori avrebbero voluto imporre al paese quello che noi chiameremmo un federalismo forzoso[9], ha accusato l’ambasciatore americano non solo di appoggiare come da politica americana ufficiale  la cosiddetta “Mezzaluna orientale”, le cinque province più ricche del paese che tentano di secedere, ma di farlo anche pubblicamente. E lo ha espulso come persona non grata.

E, a ruota, in solidarietà con la Bolivia e mandando “all’inferno gli yankees finché qualcuno di nuovo a Washington non mostri rispetto per noi”, accusando l’ambasciatore americano nel suo paese di intromettersi in modo inaccettabile negli affari interni venezuelani, anche il presidente Chávez caccia via dal Venezuela l’ambasciatore americano.

Probabilmente ha ragione, nel senso che sicuramente S. E. Patrick Duddy stava dando una mano, come un ambasciatore non deve, all’opposizione venezuelana (soldi, accesso, consigli… in passato un suo predecessore mise in pedi anche un golpe contro Chávez, poi fallito a furor popolare). Ma, altrettanto probabilmente, l’idea di chiedere a Washington di inviare un nuovo ambasciatore per riprendere un rapporto “normale”, tutto fa meno che aiutare Obama…

Intanto il Venezuela dà anche notizia di avere organizzato, nei Carabi e con la Russia, manovre navali congiunte. L’America, che nella zona ha riattivato la sua Quarta Flotta, dice ufficiosamente che è una provocazione, ma praticandone di questi tipo lei stessa un po’ dovunque nel mondo, non ha lamentazioni ufficiali da presentare. Però, certo, non si dichiara granché impressionata. La Russia, al di là della confermare della notizia, non le dà alcun rilievo particolare[10].

Più sottolineata, invece, sia da parte russa che venezuelana la notizia che durante una visita di Hugo Chávez a Mosca, le due parti hanno firmato un’apertura di credito russa al paese latino-americano per 1 miliardo di $ in fornitura di armamenti e la costituzione di un consorzio petrolifero congiunto, mentre la Russia coglie anche l’occasione per confermare la sua assoluta e già annunciata determinazione a modernizzare le proprie forze armate particolarmente focalizzata alla deterrenza nucleare e ad una maggiore prontezza di reazione e di combattimento in reazione a un attacco.

Ricorda a tutti, nell’occasione, Medvedev, il capo dello Stato, come “proprio di recente abbiamo dovuto respingere un’aggressione e abbiamo scoperto come una guerra può accendersi diventando del tutto reale all’improvviso… e come conflitti locali, restati sotto le ceneri, quelli che talvolta qualcuno chiama ‘conflitti congelati’ possono svilupparsi in vere e proprie conflagrazioni militari[11].

Non abbiamo qui spazio disponibile altro che per segnalare ad un’attenta lettura i testi del CEPR di Washington, D.C., un centro di ricerche e di studi sull’America latina e sui suoi rapporti con gli USA che, riflettendo sullo scontro in atto tra i governi di Washington e di diversi paesi latino-americani, invita Dipartimento di Stato e USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale che ad esso fa capo, a dettagliare in piena trasparenza le informazioni, che peraltro sarebbero per legge dovute a semplice richiesta ma vengono deliberatamente nascoste[12], su come e quando e quanto e chi gli USA stiano sostenendo, pagando cioè, finanziando, delle diverse opposizioni partitiche e/o sociali nei paesi del Sud e del Centro America. Sarebbe interessante leggere cifre, date e liste.

Si tratta di riflessioni e richieste molto, molto istruttive. Ne escono aiuti curiosi ad associazioni e partiti di estrema destra, espressamente anche filo-nazisti, sostenuti – addirittura in persona, qualche volta – dagli ambasciatori americani stessi perché ai potenziali ribelli il “prestigio” – la speranza di appoggio, la credibilità che ne viene – fa comodo.

Ritornano al tema della grande crisi finanziaria scoppiata in America, originata essenzialmente dalla deregolamentazione e dalle sue conseguenze, con la confusione e la depressione dell’economia mondo, con globalizzazione o no, con liberismo o iniziale cancellazione del liberismo, non è che sarebbe meglio fare un po’ più di attenzione a come, tutto sommato, reggano il passo le economie scandinave (con l’eccezione del paese tra loro più neo-liberista, la Danimarca, che tecnicamente è in recessione) magari per buttare a mare il cosiddetto libero mercato?

O, almeno, per riconsiderare come davvero funzioni e non funzioni, il libero mercato? Magari per tornare a un’economia mista, dove riconti qualche cosa lo Stato, il pubblico, l’interesse pubblico… Basterebbe tenere a mente quanto diceva già, in origine, proprio Adam Smith: che mai si dà e si darà un mercato del tutto libero perché, comunque, gli attori del mercato com’è, e non come dovrebbe essere, non hanno in esso lo stesso potere: produttori, venditori e consumatori.

E’ proprio sbagliato – insegnava, infatti, il fondatore stesso dell’idea-utopia di libero mercato irraggiungibile ma, anche se monco, comunque il migliore strumento per l’accumulazione efficiente del capitale anche se non necessariamente per la giusta distribuzione della ricchezza – conferire a chi deve essere regolato libertà dalle regolamentazioni o licenza di autoregolamentarsi.

Perché “L’interesse dell’uomo d’affari, in qualsiasi particolare branca del commercio o dell’industria, è sempre in qualche aspetto differente e persino opposto a quello del pubblico. [Perché] è sempre suo interesse ampliare il mercato e ridurre la concorrenza… [la prima cosa, magari, anche utile per il pubblico] ma la seconda sempre contraria all’interesse pubblico…

    [Per questo] la proposta di ogni nuova legge o regolamentazione commerciale proveniente da questa classe dovrebbe sempre essere ascoltata con grande cautela e non dovrebbe mai essere adottata prima di lungo e attento esame, cioè considerata non soltanto con la più scrupolosa ma con la più sospettosa attenzione.

    Essa viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico, la quale ha generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato e oppresso[13].

Ricordate questa citazione (non di Marx, nemmeno di Keynes, ma di Smith) quando un po’ più avanti riparleremo di questa mania di deregolamentazione che è alla base della crisi finanziaria d’America.

in Cina

I prezzi al consumo scendono dal 6,3% di luglio al 4,9 in agosto, aiutati da un minor aumento dei costi degli alimentari. Ma quelli all’ingrosso aumentano dal 10 al 10,1%[14].

Il governo cinese sta facendo pressioni sempre più forti sulle grandi corporations straniere presenti nel paese perché si aprano alla presenza del sindacato— naturalmente del sindacato unico cinese, l’ACFTU. Che, nella sua letteratura ricorda come in realtà qui sia un po’ come  negli USA, dove per legge e per costume spesso in ogni singola grande impresa è consentita solo la presenza del sindacato più rappresentativo e, ancora più spesso, di quello che più rappresentativo è riconosciuto poi dal padrone…

Un’argomentazione, come si vede, tanto delicata quanto in buona parte fondata, quanto discutibile. Che non giustifica in ogni caso l’appello più che vagamente minaccioso ripetuto dall’American Chamber of Commerce, l’associazione delle imprese americane qui, alle autorità cinesi perché riordino come sono venute qui, spesso, proprio per sfuggire alla presa dei sindacati nei loro paesi d’origine. Vogliono essere lasciate lavorare senza lacci e lacciuoli anche dopo la scadenza che  vede ormai entrare la legge in vigore dopo il 30 settembre.

Al minimo – invece, nota quella che il NYT qualifica come una vera e propria autorità sulla legislazione del lavoro cinese – questa legislazione cambierà drasticamente il panorama qui. Nel senso che chi gestisce qui una compagnia sarà d’ora in poi obbligato a consultare, e in molti casi anche a negoziare, con dipendenti e sindacati su una vasta gamma di materie, mentre finora godeva di un’autonomia decisionale pressoché illimitata[15]. Alla faccia delle libertà: almeno di quelle, esse sì sacrosante, che non siano le libertà di lor signori.

In ogni caso, è vero che le grandi transnazionali hanno in Cina anche il problema generale di un costo del lavoro che sale, proporzionalmente ormai più che altrove (il fatto è che se 1 è il 100% salire a 2 significa, naturalmente, salire del 100%, del doppio). E che decine di esse, come Wal-Mart, McDonald’s, Pizza Hut, e altre ancora – aziende che in America spendono milioni di dollari per tenere letteralmente lontani da sé i sindacati, e con ogni mezzo – hanno già annunciato che apriranno le loro aziende a quello cinese. C’è anche chi resiste, come Microsoft, ma sa che alla fine dovrà rassegnarsi.

Alcuni dei maggiori marchi del mondo (Wal-Mart, Disney, Adidas) sono stati scelti per dimostrare che in Cina oggi è diventato pericoloso per chiunque infrangere le leggi sulle condizioni di lavoro servendosi ad esempio di appalti e subappalti che le violano. Questi colossi dell’imprenditoria americana sono stati così costretti a pagare multe salatissime, a sbarazzarsi di appaltatori che li avevano serviti per anni facendo comodo proprio perché aiutavamo a tenere i prezzi più bassi e ad andare di frequente, anche, a portare a qualcuno di loro le arance in prigione.

In questo paese, osserva il NYT, il sindacato ufficiale, che dichiara 200 milioni di affiliati, “controllato dal governo e a lungo considerato debole e inefficace, sembra guadagnare autorità rispetto alla leadership del partito. I dirigenti sindacali, utilizzando tattiche sempre più audaci, hanno preso sotto mira le 500 imprese più grandi del paese”, e non solo quelle straniere,  “allo scopo di affiliare milioni di nuovi membri e di combattere a fondo – dichiarano – lo sfruttamento dei lavoratori”.

A noi, dite quel che volete, sembra un passo avanti deciso, comunque.

EUROPA

Anche l’Europa risente ovviamente del brutto clima economico americano, ma ce ne mette di suo e in abbondanza. La Commissione europea ha tagliato duramente le previsioni di crescita[16] per quest’anno, dando la colpa alla crisi americana, al prezzo dell’energia, alla crisi edilizia diffusa con lo sgonfiamento della relativa bolla speculativa. Non si parla di recessione vera e propria ma di recessione tecnica sì, “e in ogni caso ormai dobbiamo riclassificare la situazione come molto sera”, ha detto al Parlamento europeo Jean-Claude Juncker, primo ministro e ministro delle Finanze lussemburghese che presiede il gruppo dei ministri dell’Economia dei 15 dell’eurozona.

Dice la Commissione, il 10 settembre, che i 27 cresceranno dell’1,3% quest’anno, lo 04% in meno – ed è tanto – della previsione di aprile. Dell’1,4 è la previsione per l’eurozona soltanto. E c’è da tener presente che le regole di rigore, talvolta anche insane, che s’è autoimposta l’Europa le impedirebbero, a meno di cambiarle proprio per favorire la crescita, anche se volesse, iniezioni di liquidità ed assorbimento di debiti privati come quelli che sta lanciando l’America.

Ma non si può fare anche perché la BCE è ferocemente contraria— le regole le fa lei e vuole continuare a farle solo col parametro della stabilità monetaria (Maastricht, insomma). E i ministri delle Finanze, anche quelli che più, e più dichiaratamente, sarebbero favorevoli a un intervento e ad un cambio di regole, non hanno neanche il coraggio di chiederlo.

Adesso, a tutto questo si aggiunge il contagio americano ce lo siamo preso e, a cominciare dalla Fortis, il colosso delle assicurazioni che, di fatto, è stato anch’esso nazionalizzato dai governi del Benelux (Belgio, Olanda, Lussemburgo) con 11,2 miliardi di €. Adesso, vedremo, ma il recupero quasi immediato dei valori in borsa è stato subito seguito da una nuova perdita… La ricetta, proposta per esempio da noi in uno spot Tv di 45 secondi[17] (ma come si fa? ma perché ci si presta all’ipersemplificazione inevitabile conseguente?) dal prof. Tito Boeri – affidare alla Banca centrale europea la sorveglianza del sistema bancario europeo, di fatto sottraendola a Bankitalia, alla Bundesbank, ecc., ecc. – sconta la fiducia che “così la mancanza di sorveglianza che in questi anni c’è stata non si ripeterà”.

Ma è un atto di fede, non solo sproporzionata ma da noi, in Europa, certo meno giustificata che negli USA, dove al sorveglianza bancaria era stata smantellata deliberatamente e criminosamente per mania ideologica neo-liberista. Che da noi non è mai stata così scatenata. Il problema, ci pare, è decidere quali poteri ha e deve avere (che dire, governi europei, del cambiarle il mandato perché abbia a preoccuparsi anche della crescita oltre che della stabilità monetaria dell’Unione) la BCE. E come arrivare a governarla un po’ più democraticamente, rimettendone in questione la proclamata, e fantasmatica, indipendenza (chi li designa i membri della BCE? e chi li “sdesigna”, se e quando vuole, se non i governi?) …

Il tasso di crescita del PIL della zona euro è sceso nel secondo trimestre secondo i dati appena rivisti dalla Commissione europea, assestandosi a +1,3% dal +1,7 previsto su un anno fa. Calano sia investimenti che consumi, con le vendite al dettaglio che a luglio, per la quinta volta in sei mesi, scendono dello 0,4%, il -2,8% rispetto al luglio 2007[18].

In Russia si avvia a soluzione il conflitto tra BP ed i suoi partners locali della TNK-BP, la joint venture che estrae un terso del greggio russo. Con la vittoria dei russi dentro la TNK-BP Durato quasi un anno, il braccio di ferro che ha squassato non poco l’assetto manageriale dell’impresa, si è risolto, in sostanza, con la resa dei britannici dentro la multinazionale energetica cui è stata fatta trangugiare una soluzione favorevole ai russi.

E’ successo subito dopo la Georgia: non c’entra, ma c’entra… perché è certo che, in qualche modo, la stretta finale ha coinciso col chiacchiericcio, vagamente e vanamente minatorio verso il Cremlino, del ministro degli Esteri inglese, Miliband. Che anche così ha pagato le sue inani considerazioni (bisogna sanzionare, bisogna boicottare…)[19].

C’è chi, invece, da vecchio guerrafreddaio insiste a leggere quest’esito diversamente, sostenendo che “la contesa è stata risolta  con qualche vantaggio per la parte russa ma senza troppi danni per la BP... segno che il regime ha avvertito il pericolo d’una fuga massiccia degli investitori stranieri[20]: perché la Russia ha vinto in Georgia? ridicolo! e per andare, poi, dove? a… Wall Street? o, magari, alla City? con questi scuri di luna?… Insensato!

La novità principale, e decisiva, è proprio che se ne va l’amministratore delegato, l’americano Bob Dudley, cui i russi hanno impedito di lavorare negli ultimi mesi non rinnovandogli il visto “per ragioni amministrative” e senza dar troppe spiegazioni coma è titolato a fare ogni Stato sovrano quando non considera gradito qualcuno. Il suo rimpiazzo, nominato da BP, magari non sarà russo ma dovrà “parlare russo e godere di una vasta esperienza di conduzione del business in Russia[21]…   

Lo scontro armato russo-georgiano trascina invece, come è inevitabile, in avanti i suoi strascichi e i suoi miasmi difficili da gestire— quelli seri che riguardano le cose serie (i rapporti Est-Ovest, i  morti, i feriti, i rifugiati, e non solo quelli georgiani, i “ponti” di ogni tipo da ricostruire…) e quelli che riflettono solo indignazioni a freddo bugiarde. Del tipo che comincia già dal titolo degli articoli mentendo su chi, nella faccenda del Caucaso, è stato davvero l’aggredito e chi l’aggressore.

Ad esempio, scrive il primo ministro britannico Gordon Brown, in un editoriale ridicolo quanto carico di prosopopea sopracciò[22], rivolgendosi ai russi “che se volete essere i benvenuti al tavolo di vertice di organizzazioni come i G8, l’OCSE o l’OMC dovete accettare che con i diritti vengono di pari passo le responsabilità. Noi vogliamo che la Russia nei G8 sia un buon partner, così come in altri organismi, ma non deve poter credere di scegliere quali sono le regole da onorare e quali no”. La Russia, eh? e gli altri? Oppure solo ai membri originali del G7 è consentito scegliersele, le regole, da osservare, quali sì e quali no?

Io – aggiunge Brown che non teme certo il ridicolo – sosterrò domani – al vertice europeo di Bruxelles – che la Russia ha il dovere di accettare l’integrità territoriale della Georgia, che deve smetterla di agire unilateralmente”… la Russia?!? E lo sghignazzo si fa inevitabile: per decenza, e per equilibrare la frase, il primo ministro del Regno Unito avrebbe, infatti, dovuto aggiungere almeno una postilla.

Che la Russia avrebbe virtuosamente dovuto fare, quel che noi non abbiano fatto, non solo non difendendo ma assentendo e istigando alla distruzione dell’integrità territoriale della Serbia quando abbiamo riconosciuto unilateralmente il Kosovo, pur avendo sottoscritto l’impegno contrario diciassette anni fa in una risoluzione, per sua natura obbligante, del Consiglio di sicurezza dell’ONU… A meno di non voler sostenere che gli osseti del Sud, rispetto ai kosovari, sono figli di un Dio minore.

Comunque, se volete constatare coi vostri occhi i risultati, documentati dal satellite, del primo bombardamento a tappeto (quello da cui è partito tutto) condotto contro la capitale ossetiana, Tskhinvali (ha detto Medvedev, maliziosamente e forzando un po’ ma soltanto un po’ la percezione della realtà effettuale, che “per la Russia l’8 agosto è stato come per l’America l’11 settembre[23]) ecco un link, al di sopra di ogni sospetto[24], che spiega bene la sequenza reale dei fatti: da dove tutto è cominciato, cioè, e perché non poteva finire certo liscio, per Saakashvili ed i suoi folli progetti di riconquista. 

E ecco un secondo link[25] che vi fa vedere, con i vostri occhi, da dove tutto è cominciato e perché: 438 edifici nell’area di una cittadina di 300.000 abitanti sono stati classificati come distrutti o danneggiati al di là di ogni possibile recupero sono stati classificati come al di là di ogni possibile recupero. Dice il Reliefweb dell’ONU che “un importante risultato preliminare di questa analisi dei danni compiuta dal satellite è nell’osservazione di un’alta concentrazione di danni strutturali in aree residenziali chiaramente definite”.

Ha detto, invece, al sottosegretario Dan Fried che deponeva al Congresso americano sulla lettura bushista della guerra nel Caucaso, il deputato Dana Rohrbacher, repubblicano della California, che “i russi hanno ragione! e noi abbiamo torto! è la Georgia che ha cominciato e sono i russi che hanno messo fine a questa avventura!”. E “smettetela di sostenere che non c’è analogia col Kosovo: lo vedono i ciechi che c’è e, così, distruggete soltanto la credibilità del governo!”.

Coraggio, ci vuole, per dire questo in America! tanto da costringere Fried ad ammettere che alti esponenti dell’Amministrazione (la Rice, il ministro della Difesa Gates, lui stesso ma non – su domanda ha confermato – il vicepresidente Cheney) erano intervenuti su Tbilisi direttamente per avvertire che un’azione militare della Georgia sarebbe stata  “sbagliata[26].    

Il fatto, però, è che ormai un altro pezzetto d’Europa – dopo la Bosnia, dopo il Kosovo, dopo le craine della Croazia, ecc., ecc. – è stato ormai ripulito etnicamente. Certo, e va subito detto,  hanno comnicato quegli idioti di politici e di militari georgiani che l’hanno fatto in Ossezia del Sud, bombardandola, invadendola e ripulendola degli osseti.

Li hanno lasciati fare, forse anche incoraggiati, quegli incompetenti che governano a Washington, un’Amministrazione distonica, distopica e disfunzionale che, da una parte, con Cheney e pure col presidente, ha stuzzicato e anche istigato la megalomania irresponsabile che con Saakashvili governa a Tbilisi a non tener conto della possibile, anzi certa, reazione russa all’attacco perché tanto dietro c’era l’onnipotenza degli Stati Uniti d’America e, dall’altra, con i segretari di Stato Rice e alla Difesa Gates, raccomandava loro – meno credibile, evidentemente e disgraziatamente, però – di stare fermi. Ma, poi, la pulizia etnica a fondo della minoranza georgiana in Ossezia – la rappresaglia  dopo quella iniziale scatenata sugli osseti dai georgiani – l’hanno lasciata fare i russi, standosene a guardare, dalle milizie irregolari ossete…

Anche di qui, dall’aver tentato di non vedere il primo crimine scatenato, l’imbarazzo e l’impotenza dell’Europa di fronte al secondo. Di qui l’impacciata reazione formalizzata al vertice straordinario convocato da Sarkozy, presidente di turno dell’Unione europea, per il 1° settembre (vertice d’urgenza: tre settimane dopo l’inizio della guerra…). E’ stato il primo vertice straordinario d’emergenza, mai convocato da quello disgraziato del 2003 quando Bush spaccò l’Europa tra paesi dell’Unione favorevoli alla sua invasione dell’Iraq e quelli contrari.

Stavolta, in realtà, si trattava di arrivare ad una mediazione di principio, ma realistica, su una posizione europea nei confronti della Russia, non una posizione americanolatra come quella che chiedevano i duri (il Grande Fratello da Oltreoceano, anzitutto; e, poi, nell’Unione Gran Bretagna, ma solo sul piano simbolico, si capisce, e diversi, non proprio tutti (l’Ungheria non vuole alzate di testa), ex paesi satelliti della ex URSS, oltre all’irrilevante e verboso ministro degli Esteri francese Kouchner: avevano dato fiato a una minaccia di “sanzioni” e, adesso, sono stati costretti da Germania, Francia (Sarkozy, quello che conta, anche se non Kouchner) e anche Italia, va detto, ad abbassare un poco le penne velleitariamente arruffate[27]).

Così, inevitabilmente e anche saggiamente, invece di sanzioni contro la Russia, il vertice ha offerto un “forte sostegno” (verbale, verbale) alla Georgia ma non proprio, come a Tbilisi assurdamente speravano, per aiutarla a riprendere il controllo del territorio che aveva presuntuosamente pensato di riconquistarsi con le armi.

Il forte sostegno consiste nelle promesse di aiuti economici, forse (ma non sono questi ad essere mancati finora); di impegni ad aumentare gli scambi (ma esporta praticamente solo rottami ferrosi, un po’ di minerali grezzi, vino, acqua minerale, frutta e noci per una stima, nel 2007, di meno di 2 miliardi di $[28]); di un lavoro diplomatico teso alla restaurazione dell’integrità territoriale del paese (però, ed è significativo, senza dire “comprese Abkhazia e Ossezia del Sud”…); forse anche di visti e diritti di ingresso un po’, diciamo, più facili per i cittadini georgiani nei paesi dell’Unione (ma questo sarà il primo impegno a cadere, col clima che c’è ed il non proprio presunto pregiudizio su come sia tipico dei georgiani  “arrangiarsi”)… E, certo, c’è anche un ammonimento “serio” alla Russia, perché si contenga… ammonimento che è, cosa?, il dodicesimo in tre settimane? il quindicesimo?

Adesso bisognerà interpretare che vuol dire, se ha senso, se ha rilevanza, se ha qualche consistenza, la penalizzazione diplomatica dell’esclusione dal G8 della Russia o posporre di molto i colloqui su un accordo “strategico” tra Bruxelles e Mosca… non fosse altro perché, anche qui, vale la finalmente realistica spiegazione di Kouchner su chi si può permettere di sanzionare qualcuno e  chi no…

E, tra parentesi, dopo aver abbaiato a lungo ma morso per niente, naturalmente, gli Stati Uniti promettono di dare aiuti[29] alla ricostruzione della Georgia (bontà loro: 1 miliardo di $ per un paese di 4 milioni di abitanti? solo con Israele sono mai stati proporzionalmente così generosi, e anche più, gli Stati Uniti? lì c’è la storia e il lavoro di lobby dell’AIPAC a spiegarlo, qui c’è solo la cattiva coscienza di chi ha detto marciam marciamo e, poi, è stato a guardare), specificando bene che solo di aiuti civili si tratta, viste le brutte gatte mesopotamiche e asiatiche che gli americani al momento sono occupati, maldestramente, a pelarsi.

Insomma, prudenza e temperanza, nei fatti, per tutti. E, al massimo, tanto per tenere più o meno sotto controllo le imprudenze di chi come i tanti Cheney vorrebbe proprio menare le mani, la minaccia di sanzioni che tutti sanno, però, avere la stessa efficacia di una punizione inflitta a frustate con un fascio di fettuccine scotte…

Tutto sommato si capisce perché i russi, anche se sembrano molto “irritati” dalla critica europea di aver reagito sproporzionatamente all’attacco armato georgiano all'Ossezia del Sud – Medvedev ha chiesto polemico a chi lo intervistava quale alternativa, non sproporzionata ma altrettanto efficace, suggerisse l’Europa alla Russia – sembrano considerare realistica e non provocatoria, non troppo, la reazione dell’Unione europea[30].

Il vertice di Bruxelles rinvia, dunque, l’approfondimento delle relazioni (rinvia… mica dice no, mica cancella: e, d’altra parte, erano ferme da un anno, dal veto polacco alla UE contro la sua ripresa), non accetta il riconoscimento dell’indipendenza dell’Abkhazia e della Georgia e Sarkozy con Solana e con Barroso andrà a dirlo a Mosca, che naturalmente non trema troppo e avrà strada spianata a mettere la mordacchia a tutti ricordando il precedente che America e Europa hanno imposto con il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

A conferma, poi, di quanto inetti ed incauti siano i governanti georgiani, a fine agosto Tbilisi ritira i suoi ultimi diplomatici a Mosca, per segnalarle il suo sdegno… e non crede – peggio – non pensa n neanche che Mosca possa chiudere, in reciprocità, le proprie relazioni diplomatiche con la Georgia. Detto, fatto perché Mosca chiude la sua ambasciata a Tbilisi e sospende il rilascio di tutti i visti ai cittadini georgiani, e non solo di quelli turistici come la controparte.

A questo punto, la mossa mette in allarme la diaspora georgiana in Russia, 1,2 milioni di persone che con le loro rimesse contribuiscono largamente al bilancio del loro Paese e che ora rischiano il rimpatrio, alimentando il sicuro malcontento popolare verso la leadership georgiana per i nefasti effetti economici dell'attacco all'Ossezia del Sud che ora si ripercuotono a scala ancora più larga. Effetti che hanno indotto il parlamento di Tbilisi ad anticipare di cinque giorni la fine della legge marziale, pur lasciando lo stato di emergenza nelle zone di crisi, tra cui il porto di Poti, dal quale comunque Mosca ha annunciato il ritiro[31].

Alla fine, quel che emerge di più importante e significativo da questa vicenda – significativo per tutti: per russi, americani, europei vicini e lontani alla Russia: e significativo perché a formalizzarla, e come a codificarla, è stato Medvedev e non Putin: quello che i media in occidente, nella loro strabordante smania di semplificazione, considerano il morbido rispetto al duro – è la “dottrina Medvedev in cinque punti[32] che d’ora in poi regolerà atteggiamento e comportamento della Russia in politica internazionale.

Uno può o non  può tenerne conto, ma comunque è bene che sappiano tutti (Obama…, McCain… e chi sa chi in Europa…) che di questo si tratta e con questo bisognerà fare i conti. Sintetizzato nelle parole stesse di Medvedev:

Questi cinque princìpi costituiscono d’ora in poi il fondamento del mio lavoro nel portare avanti la politica internazionale della Russia” [notare: come in tutti i casi di regimi presidenziali, anche qui tutto è in prima persona singolare: come Bush dice sempre I decided— io ho deciso, questo dice mio lavoro, mica lavoro del governo russo; Sarkozy dice sempre Je, mica noi.. e chi voi sapete resiste alla tentazione di fare lo stesso, ma con difficoltà]:

1° la Russia riconosce il primato dei principi fondamentali del diritto internazionale” [il primo dei quali, ovviamente, è la parità in tema di diritti e sovranità di tutti gli Stati: il principio negato in radice dagli USA, proprio dalla dottrina degli e non solo dEgli USA di Bush]…

[anche perciò, secondo la Russia] “il mondo dovrebbe essere multipolare

3° la Russia non vuole nessuno scontro con nessun altro paese, non vuole isolarsi, vuole rapporti amichevoli, per quanto è possibile, con gli Stati Uniti, l’Europa e ogni altro paese…   

4° priorità indiscutibile per noi è la protezione della vita e della dignità dei cittadini russi, dovunque essi si trovino; e proteggeremo anche gli interessi economici russi all’estero… [perciò, sia chiaro a tutti che] risponderemo in maniera adeguata ad ogni aggressione…

5° come è il caso per altri paesi, ci sono anche per la Russia regioni nelle quali abbiamo nostri interessi privilegiati…

Conclusione di Medvedev: “il futuro, dunque, non dipende solo da noi ma anche dai nostri amici e dai nostri partners della comunità internazionale. Hanno una scelta”.

Conclusione nostra: ci sembra chiarissimo e anche argomentato, succintamente certo ma in modo convincente. Se ne deduce, quindi, chiaramente anche che:

1° un evento come quello che ha portato al conflitto russo-georgiano non è isolato né isolabile: è parte del nuovo paradigma medvedeviano della politica estera russa: penderne nota;

2° il governo russo proclama di considerarsi responsabile della vita e del benessere di tutti i russi, dovunque essi vivano: attenzione, dunque, per esempio e più che altrove ai paesi baltici, dove c’è un’alta concentrazione di minoranze russe spesso pesantemente discriminate, anche sul piano giuridico…;

3° i russi, sul piano dei princìpi almeno, reclamano lo stesso diritto proclamato e spesso esercitato dagli americani a proteggere i propri cittadini all’estero: anche premendo sui governi dei paesi che li ospitano, quando a loro parere si comportino male;

4° i russi dichiarano una propria sfera di interessi in aree di particolare rilievo geografico, storico e culturale (capito Georgia?) dove potrebbero – potrebbero… – fare il possibile e, comunque, il necessario (come hanno fatto, e un po’ più discretamente ormai continuano a fare gli USA in America latina) per non lasciar perseguire politiche che considerassero perniciose per il loro paese ed i suoi interessi.

Non vogliamo – qui ed ora – pronunciarci nel merito della dottrina che porta il nome d’ora in poi, significativamente lo ribadiamo, del presidente e non del primo ministro russo (l’unità di comando, così dimostrata, conta e parecchio). Se non per sottolineare subito:

1° che nei fatti i russi sembrano reclamare gli stessi diritti e privilegi degli USA; che

2° comunque, così come con le dottrine analoghe geo-strategiche americane[33], bisognerà farci i conti…; ma anche che

3° l’Europa, davvero, in tutto questo, dov’è?

Adesso, una settimana ormai già in settembre, la Russia (che ha vinto sul campo contro chi l’ha attaccata) parla delle sue “condizioni” per il ritiro di tutte le truppe dalla Georgia, più precisamente dalla “zona cuscinetto” dove esse restano in base all’interpretazione letterale che Mosca dà all’art. 5 dell’accordo concluso a metà agosto con Saakashvili con la mediazione di Sarkozy (le “misure addizionali di sicurezza”, garantite alla Russia).

Le ritirerà completamente, spiega l’ambasciatore di Mosca a Londra, Yuri Fedorov, dal territorio che ormai specialisti ed esperti, diplomatici e militari, chiamano, con grande scorno di Tbilisi, “propriamente georgiano” quando saranno rimpiazzate da un contingente di mantenimento della pace internazionale, magari quello previsto (200 soldati, di cui 40 italiani) dall’Unione europea – non certo dalla NATO: né Russia, né Abkhazia, né Ossezia, né Georgia ne sono membri, no? – e quando la Georgia firmerà patti di non aggressione con le sue regioni secessioniste[34]. Tutto molto logico ma, specie per quest’ultima clausola, difficilmente accettabile da Tbilisi: cosa che però, preoccupa assai poco la Russia…

Di fatto, poi, nell’incontro dell’8 settembre a Mosca con Sarkozy, che parla su delega ed a nome dell’UE, queste esigenze russe si ridimensionano. Ma non per quel che è essenziale. E alla fine il presidente dell’UE concorda[35]. Il ritiro russo dalla Georgia vera e propria, non da Abkhazia e Ossezia del Sud, sarà concluso entro una settimana per quello che riguarda i posti di blocco al porto di Poti e davanti alla città di Sinaki (fatto); e completato entro ottobre (bisognerà vedere).

Poi è stato necessario respingere il tentativo di alcuni furbetti (la Polonia, qualcuno dei baltici, timidamente anche se solo per ragioni di facciata pure la Gran Bretagna… ma anche il rappresentante Esteri della UE, Solana, aveva provato a ciurlare nel manico parlando dell’ “ambizione della UE a vedere le sue forze dispiegate dappertutto”) di estendere di fatto unilateralmente il mandato anche al di là dei confini georgiani così come delimitati, invece, nell’accordo Medvedev e Sarkozy e, poi, subiti da Saakashvili. Ed è stato seccamente respinto dagli altri.

Quanto alle garanzie di non aggressione a regioni che considerano loro da parte dei georgiani, per ragioni di principio impossibili (anche se il presidente francese s’è presentato a Mosca con una lettera in cui il presidente georgiano Mikheil Saakashvili si impegna, ma con l’Europa non la Russia, al non uso della forza… “contro entità non georgiane”: ma il problema è che, per lui, Ossezia e Abkhazia sono georgiane, no?) e, dall’altra, non potendo e non volendo sicuramente i russi fidarsi della sola parola di Saakashvili

• ora si dice che il tutto avverrà solo dopo che l’Unione europea avrà schierato ai punti di contatto tra Georgia, Ossezia e Abkhazia oltre che forse alla frontiera stessa georgiano-russa i suoi peacekeepers, che si aggiungeranno a quelli, finora inesistenti però, di OSCE ed ONU (su questo punto la Russia è tornata indietro rispetto al no espresso il giorno primo dal ministro degli Esteri);

• e il tutto solo dopo che l’Unione europea onorerà l’impegno preso da Sarkozy a farsi garante di un comportamento “razionale” e non provocatorio da parte di Saakashvili;

• e, infine, dopo che si sarà aperta, o impegnativamente fissata, sotto la mallevadoria della stessa Unione, la discussione sul futuro assetto delle regioni russofone ribelli alla dominazione georgiana: proprio quel che Saakashvili aveva escluso fin dal principio.

Per il momento, su questo punto, le posizioni restano diverse: l’Unione europea non riconosce l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, ha precisato Sarkozy; e per noi, ha ribadito Medvedev, dopo l’aggressione georgiana, il bombardamento a tappeto di Tskhinvali e l’inizio di pulizia etnica che lì è stato “criminalmente tentato” in due giorni di occupazione militare, l’indipendenza è “irreversibile”… perché è inconcepibile chiedere ora agli osseti del Sud di tornare sotto il tallone di ferro di Saakashvili: è lui che, agendo come ha agito, ha perso ogni diritto a quelle due specifiche sovranità rendendole del tutto inagibili.

Un ragionamento coerente – che deve e non può non partire dalle scellerate decisioni prese a Tbilisi dal governo georgiano – ma che scopre un’incoerenza potenzialmente drammatica anche per la Russia. Che riconosce un diritto alla secessione da uno Stato sovrano a pezzi di quello stesso Stato sovrano per la prima volta ed in linea di principio. E il problema di chi vuole secedere dalla Russia c’è, o ci potrà essere domani, in Tatarstan, ad esempio, o in Daghestan, come c’è stato in Cecenia…

A meno che il ragionamento di principio non venga poi, come da real politick, assoggettato al test che lo Stato sovrano che vuole reagire ai tentativi di secessione al suo interno abbia la forza di farlo con successo. Con la Cecenia, la Russia quel potere l’aveva, con l’Ossezia, la Georgia no. Perché dietro c’era proprio la Russia.

Così come dietro al Kosovo c’era l’America… il potere, come dicono in inglese, enabling abilitante, che consente – anche se, come si è visto, non sempre impunemente – di agire.  Insomma, ormai che abbiamo buttato a mare i princìpi del diritto internazionale, cominciando dal Kosovo appunto – quelli che erano uguali per ogni Stato – a prescindere dalla sua dimensione e dalla sua forza, almeno in linea di diritto uguali per tutti e per sempre – oltre al diritto qui bisognerà sempre tenere conto,  d’ora in poi, dei rapporti di forza. E’ sempre stato vero, ben lo sappiamo. Ma ora il diritto della forza corre il rischio di venire sacralizzato esso stesso come parte del diritto.

Significativo ci sembra che, a conclusione dell’incontro con Medvedev, Sarkozy abbia detto ai microfoni che se per fine settembre gli accordi saranno rispettati “non si vede perché i colloqui sull’approfondimento dei rapporti tra Unione europea e Russia non potrebbero riprendere già da ottobre”. Ma siamo alle solite, qui chi chiede è l’Europa, non la Russia…

Ma la Russia in Saakashvili non ha naturalmente più alcuna fiducia. E si capisce… Tanto per mettersi, come dicono gli americani, il piede in bocca fino al calcagno – il massimo della goffaggine e della cretineria, cioè – per tutti i giorni della guerra la televisione dell’esercito georgiano va in onda con un logo dove campeggia una citazione davvero inquietante ed idiota e per i russi – ma dovrebbe esserlo per tutti – di certo intollerabile.

Dice: “una volta per tutte dobbiamo capire che mai ci riprenderemo i territori perduti con preghiere ridotte a formalità e speranze nella Lega delle nazioni. Ce li riprenderemo solo con la forza delle armi”. Firmato, Adolph Hitler. Datato, 1932[36]… Se sostituite le parole Lega delle nazioni con Organizzazione delle Nazioni Unite, si capisce bene che se ai russi si offre graziosamente l’occasione di schiacciare la testa del serpente grazie alla sprovveduta presunzione del serpente stesso, non esitano poi molto.

In settembre inoltrato, viene reso pubblico il testo del Rapporto strategico 2008 dell’Istituto di Studi Strategici di Londra[37] che, a posteriori, ci pare far bene il punto. Non dà giudizi di merito, e secondo noi farebbe bene a sbilanciarsi invece, ma è comunque di grande interesse. La sintesi, nelle sue stesse parole, sul nodo del conflitto Russia-Georgia, dice:

Questo rapporto è andato in stampa a fine luglio, immediatamente prima della guerra che è sembrata cambiare i rapporti tra Est e Ovest in modo rilevante. Non predicevamo la guerra, anche se la valutazione che avanzavamo dell’instabilità del Caucaso presentava le ragioni per cui essa era possibile e l’analisi del deterioramento in corso dei rapporti russo-occidentali anticipava la rabbia della reazione russa verso il tentativo evidente della Georgia di avvantaggiarsi delle suo rapporto di vicinanza con l’occidente per raggiungere una diversa sistemazione dei conflitti rimasti congelati a proprio favore…

   Le prove disponibili ad oggi, nel loro complesso, suggeriscono che sia stata la Georgia a cominciare questa guerra avendo, la mattina del 7 agosto, ammassato truppe ai confini con l’Ossezia del Sud e lanciato l’attacco contro la sua capitale, Tskhinvakli…

   Questa crisi dovrebbe ora spingere ad un’analisi strategica più riflettuta da parte dell’occidente e della NATO[38] quanto ad una politica verso l’Est che tenga conto appropriato di interessi strategici più vasti e, in modo specifico, di quale tipo di attività della Russia sia necessario dissuadere e prevenire.

   In particolare – è l’osservazione non proprio consequenziale anche se ridimensionata, poi, dall’IISS stesso – la scelta della NATO di allargarsi dovrebbe essere confermata, se necessario  e nella misura in cui sia davvero al servizio degli interessi strategici della NATO stessa, come un mezzo per uno scopo, non come priorità istituzionale per sé e di per sé.

   La NATO non deve trasformare la sua politica di espansione in una puntata di roulette russa. Una priorità più immediata della pianificazione ulteriori espansioni è quella di fornire, invece, una riassicurazione strategica appropriata a quei paesi che oggi sono già affiliati alla NATO”.

Che, evidentemente, secondo l’IISS – e anche chi scrive, per ragioni in parte forse diverse – oggi, invece, è in dubbio.

Insomma, l’Europa deve decidere cosa vuol fare: “il paradosso – non più sostenibile a lungo – è che, da una parte, si accusa la Russia di voler mantenere una propria sfera d’influenza sugli stati confinanti; dall’altra si propone di espandere, oltre ogni limite ragionevole, la sfera d’influenza di una vecchia alleanza, concepita contro l’Unione sovietica, posta sotto il comando americano[39].

In Ucraina, 47 milioni di abitanti ex paese di confine dell’Unione sovietica di una volta verso occidente, sotto la pressione congiunta della personalità, della storia, della cultura est/ovest di questo paese (buona parte pro-NATO, parte consistente però anche filo-russa) e della lotta di potere interna tra presidente della repubblica (il “pro-occidentale” Yushenko, della cosiddetta coalizione arancione, alleato col primo ministro Timoshenko e così, in quanto alleato con lei, vincitore di un’incollatura solo pochi mesi fa sul “filo-russo” Yanukovich), salta per aria la “coalizione arancione” stessa.

La prima ministra “arancione” Timoshenko è ora accusata dal presidente “arancione” di essere diventata filorussa perché non avrebbe criticato la Russia sulla Georgia. Ma è colpevole, in realtà, di avergli voluto sforbiciare il potere, mentre da una parte e dall’altra si apre la campagna acquisti per comprarsi i deputati disponibili. Infatti, se entro un mese il parlamento non vota un nuovo governo, Yushenko può convocare un’elezione anticipata. Che sarebbe la terza in due anni, nessuna davvero risolutiva.

Già era successo, ma stavolta questa conseguenza – la spaccatura degli arancioni antirussi sull’onda della guerra caucasica – non era proprio prevista. Anche se alla fine non è chiaro per niente chi, dei due entrambi virulentemente antirussi, stavolta – dopo la Georgia – lo sia stato un po’ meno… in  apparenza lei, ma sotto sotto perché teme che lui abbia voglia farla fuori politicamente del tutto[40].

Il paese, nel frattempo resta spaccato in due: fra il sentimento rappresentato dall’occidente “arancione” del paese – come abbiamo visto spaccato esso stesso però – e la sua parte orientale che,  per cultura traduzione, lingua e religione, è nettamente filo-russa e non sembra disposta a tollerare un’adesione ucraina alla NATO anche perché sanno che i russi sarebbero ferocemente contrari.

D’altra parte, in un vertice tenuto a Parigi, l’UE ha assunto l’impegno di firmare l’anno prossimo un “accordo di associazione” con l’Ucraina ma – con un’eccezione tanto esplicitamente resa pubblica da diventare politicamente significativa – non ha offerto alcuna promessa di futura integrazione nell’Unione.

L’Austria intanto si elegge liberamente il suo governo di destra, nel quale la forza maggiore è il partito della Libertà, cosiddetta, di Heinz-Christian Strache (18%) che ha fatto abbassare all’11% la quota di Jörg Heider nel 29% globale, la maggioranza relativa, della destra. I cristiano-democratici sono scesi al peggior risultato della storia (26%, -8%) e i socialdemocratici al 30%. Werner Faymann, giovane leader socialdemocratico di Vienna, sarà il primo a cercare di mettere insieme una coalizione di governo: è un euroscettico radicale e bisognerà che tutti ne tengano conto. Se non ci riesce, come è probabile dopo la rottura dell’ultima coalizione bianco-rossa, durata solo 18 mesi, toccherà alle destre-destre.

Tanti auguri all’amica Austria. Noi, del resto, di che ci dovremmo meravigliare?      

STATI UNITI

Anche se i risultati del secondo trimestre sono stati migliori di quelli del primo, e sembrano allontanare di qualche po’ la scivolata nella  recessione, qualcuno degli analisti che si fidano meno – prudentemente – delle visioni rosate ufficiali dello stato dell’economia fa rilevare che il merito dell’aumento dei dati del PIL (che comunque già è stato revisionato e ridimensionato[41]) era dovuto al declino secco del deficit commerciale, maggiore di quanto fosse stato prima comunicato, assai maggiore di quanto prima comunicato e che compensava una crescita reale invece assai bassa, o quasi nulla, del PIL. E adesso si fa certezza che il terzo trimestre sarà di crescita negativa.

Tanto più ora che un rapporto assai atteso della Federal Reserve attesta che in agosto l’economia non si sia affatto significativamente ripresa come conseguenza, in primo luogo, di una spesa al ribasso, di una più diffusa contemplazione passiva di prezzi in aumento nei grandi magazzini e dell’aumentata spesa fatta, invece, nei discounts[42].

L’autorevole ISM, l’istituto dei managers all’acquisto, che tiene il calcolo mensile dell’indice della produzione manifatturiera conferma e lo dà, ancora, al ribasso: 49,9 in agosto[43]. Gli ultimi dati ufficiali mostrano anche che, nel complesso, proprio tutta la produzione industriale sempre ad agosto e andata giù dell’1,1%: quattro volte, cioè, più di quanto gli analisti avessero anticipato[44].

Vanno un po’ meglio, al ribasso, i prezzi alla produzione. Tirati giù da costi in calo, almeno temporaneo, dell’energia che, in un mese, sono scesi del 4,6% anche se restano a +27,4 su un anno fa. Anche i prezzi al consumo scendono dello 0,3% in agosto, dopo il calo dello 0,5 di luglio. Ma i prezzi al ribasso, siccome riflettono il problema di una domanda in netto calo, sia al livello della produzione che a quello del consumo, possono far piacere – temporaneo – solo alla Fed[45].     

Rovesciando l’aumento registrato a giugno gli ordini di nuove abitazioni concordati ma non ancora registrati, scendono del 3,2% a luglio[46].

E mentre Obama diceva al paese che ormai era indispensabile allontanare i repubblicani dalla Casa Bianca perché, come è evidente dopo la loro trionfalistica ma piuttosto vuota Convention, sono “troppo e troppo dolorosamente lontani” dalla realtà della gente, dalla crisi dei mutui, dal peso che sui cittadino hanno i prezzi del petrolio, dai problemi del credito, secondo i dati resi noti il 5 settembre il tasso di disoccupazione in agosto ha toccato il 6,1%, la cifra più alta da cinque anni[47] (di fatto equivalente a un nostro abbondante 8%), dal 5% ad aprile al 5,7% di luglio, ottavo aumento mensile consecutivo e 605.00 posti di lavoro, contati ufficialmente, persi da gennaio[48].

In questo paese delle meraviglie (spesso nel senso originale, etimologico, dei romani: dei monstrua, mostruosità/meraviglie) che sono gli Stati Uniti, bianco significa spesso nero e nero bianco: soprattutto in materia di diritto e, precipuamente, di diritto del lavoro. Che, praticamente, non c’è. Una coalizione di padroni e politici si è dichiarata ufficialmente contraria al passaggio di una nuova legge perché impone di lasciar scegliere ai lavoratori che lo vogliono di farsi un loro sindacato.

Dicono che limita la loro libertà imprenditoriale di non mettersi in casa un sindacato e, sensibili come sono ai diritti dei lavoratori, spiegano che, se la legge, passasse i lavoratori perderebbero il diritto di decidere con voto segreto della rappresentazione sindacale cui vogliono aderire. Il problema di fondo con questo tipo di ipersensibilità sul diritto dei singoli lavoratori è che oggi essi proprio non ce l’hanno.

La legge prevede, infatti, che questo – di far svolgere un voto segreto sulla volontà dei lavoratori – non è un loro diritto ma un diritto dei loro padroni. La legge in questione rovescerebbe, questo è il punto, la titolarità del diritto che passerebbe ai lavoratori e sfuggirebbe ai datori di lavoro. E che, se fosse chiesta da una maggioranza di dipendenti, non prevederebbe più la necessità del voto segreto.

E lo schieramento in campo più chiaro non potrebbe essere: il sindacato è a favore, Obama pure, l’impresa è contro e pure McCain[49]… Cui sembra rendere poco lo sfrenato populismo che va sfoderando, distinguendosi per qualche po’ dall’amministrazione, contro gli aiuti di Stato al sistema finanziario (vedi più in là). Ora dice che “non lascerà soli i lavoratori del Michigan – uno degli Stati più operai, in senso stretto, d’America, grande industria da anni in grave crisi strutturale – mentre il governo regala miliardi di $ dei contribuenti a Wall Street… No! Non li lasceremo fare. Non li lasceremo continuare[50].

Il fatto è che, però, gli operai del Michigan, come quelli dell’Ohio, del Wisconsin e degli altri grandi Stati industriali in crisi di produzione e di occupazione, sanno benissimo che i profittatori e i giocatori d’azzardo della finanza sono i grandi contribuenti delle casse del candidato McCain. E che il vecchio gufo, dopotutto, sono trent’anni che di tanto in tanto si prende una vacanza e va a giocare forsennatamente d’azzardo – per “rilassarsi”, dice, impetuoso, impaziente, impulsivo come è e sempre è stato – ma non a Las Vegas bensì nei più discreti casinò delle riserve indiane che ha tanto aiutato a creare esentasse[51].

Ma poi non gli credono, gli operai del Michigan, la famosa middle class del lavoro dipendente, perché sanno che il governo che dice di voler fermare è il suo, quello di Bush che ha fatto e lasciato fare tutti i disastri economici a grande capitale e grandi managers… e capiscono che, a questo punto, purtroppo, non dare una mano al sistema creditizio potrebbe, in prima e dura battuta, danneggiare proprio la classe operaia, la cosiddetta middle class… quelli che, per pagare il conto del medico e dell’ospedale, il college del figlio o le rate della casa, hanno bisogno di un po’ di credito e, in queste condizioni, non se lo vedrebbero mai concedere. 

Del resto, è diventato sempre più chiaro che una delle questioni cruciali su cui si pronunceranno in qualche modo le elezioni del prossimo novembre è proprio il futuro del sindacato, di quello che qui chiamano il “lavoro organizzato”. Non solo per i 15,7 milioni di lavoratori dipendenti che nei vari sindacati ci sono, ma anche per la grande maggioranza dei 154 milioni, come si dice, di forza lavoro di questo paese.

Perché, anche se non sono nel sindacato, i loro salari, le loro condizioni di lavoro, la sicurezza e le garanzie legate al loro lavoro dai sindacati sono influenzati. Anche in negativo, spesso, qui. Come quando i datori di lavoro che non vogliono mettersi un sindacato in casa, riescono a farlo offrendo “in cambio” ai dipendenti una copertura sanitaria adeguata…

Poi c’è il fatto che il primo, certamente uno fra i primi, problemi che l’economia di questo paese ha dovuto fronteggiare nell’ultimo trentennio è stata la perdita del potere d’acquisto, comunque la stagnazione, del salario reale: la retribuzione di fatto, scontata dell’inflazione, del lavoratore medio statunitense non è aumentata di un centesimo tra il 1973 ed il 2007.

Non è solo questione degli ultimi trimestri, con l’inflazione reale a scavalcare di gran lunga il salario reale, insomma, ma di decenni ormai in cui è stato privilegiato nella distribuzione dei redditi il profitto rispetto al lavoro. Anche se la produttività – quanto il lavoratore produce in un’ora di lavoro – è aumentata più o meno del 50% negli stessi anni, 1973-2007.

E’ la differenza più importante tra quel che succedeva in passato nell’era del capitalismo fordista e oggi, in quella del capitalismo neo-liberista. Non solo negli Stati Uniti, naturalmente. Ma qui, dove sono nati i neo-lib, i neo-cons, i neo-lab e da dove hanno esportato la filosofia che arretrando ci si difende meglio, prima che altrove.

E, non solo, ma soprattutto perché o di diritto (qui) o di fatto (altrove) la possibilità che hanno i sindacati di organizzare i lavoratori e contrattare collettivamente è andata diminuendo. E’ vero che ormai, col lavoro sparpagliato e precarizzato, è “oggettivamente” più complicato organizzare il lavoro dipendente. Ma è anche vero che in America, ad esempio, uno su cinque dipendenti impegnati a costruire un sindacato viene regolarmente licenziato in tronco, senza giusta causa se non “perché io decido così”, Da noi, non è tanto dura ma non che poi vada granché diverso in certe zone, per certi tipi di lavori, per certi lavoratori…

Ecco perché in America questa legge, che porta il nome di Atto per la Libera Scelta dei Lavoratori, già passata alla Camera con 241 voti contro 185 ma poi vittima dell’ostruzionismo repubblicano al Senato, è importante che passi[52]; ed è importante che non trovi più, poi, un presidente repubblicano pronto a mettere il veto, obbligando il Congresso a superarlo sempre con grande difficoltà. E perché è importante anche da noi fare il tifo per Obama. Questa è una legge che cambierebbe, in meglio, la vita degli americani comuni più di qualsiasi altra passata dal New Deal in poi…

Intanto, si sviluppa lo sfilacciamento accelerato e drammatico del sistema finanzio americano, di Wall Street.

Comincia, preparato in assoluto segreto e poi con un’indiscrezione di sole ventiquattr’ore, col salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, preceduto, certo ricorderete, tre mesi fa da una prima rata di aiuti federali della Federal Reserve e dal Tesoro con quattrini pubblici. Per forza, contro dottrina e contro natura, per gente come Paulson (Tesoro) e Bernanke (Fed) che lo annunciano. Per forza perché, tra di loro, i due più grandi istituti di mutui bancari del paese garantivano la bellezza di 5.400 miliardi di $ di ipoteche: un ammontare di debito privato che è pari al debito pubblico degli Stati Uniti d’America. E che proprio per questo gli Stati Uniti non si potevano consentire di non veder onorare.    

Ora viene fuori che personalmente Henry M. Paulson, Jr., ministro del Tesoro, e Ben S. Bernanke, presidente della Fed – i grandi sacerdoti d’ufficio del neo-liberismo americano – hanno perfezionato  i passi che portano il governo americano – il governo neo-liberista americano – a mettere sotto controllo federale, con l’esborso di soldi pubblici più colossale della storia americana – cioè, di questo si tratta, a nazionalizzare – Freddie e Fannie[53], due istituti di credito sulla carta privati. E a fare, così, della Banca federale una specie nuova di investitore ufficiale di ultimo appello.

Talmente sotto terra è ormai la credibilità e talmente flebile il peso del presidente, in questa fase ma ormai da almeno un anno abbondante, che così come in Iraq il deus ex machina cui tutto aveva delegato nel tentativo di smanettare una verniciata al verminaio era stato il generale Petraeus, così qui è diventato il ministro Paulson l’uomo della provvidenza che prende in mano tutto il dossier termitato della crisi finanziaria e cercando di toppare qui e tappare là i buchi lasciati prima che tutto diventi un unico sbrego.   

Non sarà. Ma questo dovrebbe essere il funerale del neo-liberismo, questo. Un funerale di prima classe, visto che costa ai sopravvissuti 1.000 miliardi $. Nell’intricato complesso di rapporti, anche morganatici, anche un po’ incestuosi a volte, che è quello della politica con gli affari in questo paese – e, certo, non solo: ma qui … – sia MCain che Obama, risultano avere avuto ed avere legami con Freddie e con Fannie. Ma legami profondamente diversi[54]. Mentre il secondo è sostenuto nella sua campagna elettorale da comitati di azione politica dei dipendenti e dai sindacati delle due banche, il primo ha tra i suoi grandi finanziatori dirigenti e lobbyisti ufficiali di F & F.

E’ emerso, anzi, su denuncia di alcuni funzionari incavolati con McCain perché il capo della sua campagna elettorale, Rick Davis, era andato – imprudentemente – spargendo la voce falsa che Obama avesse dato una mano ai dirigenti di F & F che, in realtà, proprio lui, Rick Davis “era stato pagato 30.000 $ al mese per cinque anni come presidente di un gruppo d’appoggio e di propaganda creato dai giganti del prestito ipotecario Fannie Mae e Freddie Mac per difenderli dall’imposizione di regolamentazioni più rigide[55].   

McCain ed Obama sono stati preavvisati con un giorno di anticipo del fatto che il governo stava mettendo tutti e due gli istituti sotto controllo federale, che insomma le decine di miliardi di $ già andati a puntellarne le scricchiolanti strutture erano andati sprecati e che bisognava nazionalizzare. Il senatore repubblicano (si è affrettato a dire che appena possibile (già… e coi soldi di chi?) Freddie e Fannie vanno riprivatizzati e a deplorare un fatto così contrario alla giusta conduzione privata di una sana economia (già…, ma questa era proprio bacata!) e il senatore democratico pur mostrandosi poco entusiasta del modo è stato più “comprensivo” della necessità, a questo punto, dell’intervento pubblico.

Anche se ha subito aggiunto che a pagare, alla fine, non dovranno essere solo i contribuenti ma anche, e in misura cospicua, chi – managers e dirigenti bancari – ha ovviamente gestito coi piedi sia Fannie che Freddie. E, di fatto, il progetto governativo, che gestirà in stato di amministrazione controllata le due banche, rimpiazzerà tutti i dirigenti, versando sull’unghia più di 200 miliardi di $ nelle esauste casse di Freddie e di Fannie per garantirne il funzionamento ininterrotto. Per ora…

Ma il nuovo proprietario, lo Stato non intende perseguirli a norma di legge per i danni di una pessima gestione: è da loro che abbiamo imparato, quando a chi ha mandato in fallimento Alitalia abbiamo dato una buona uscita di molti milioni di euro, o sono loro ad aver insegnato a noi come si fa?

In ogni caso, anche per Freddie e Fannie, per i loro vecchi massimi dirigenti Richard Syron e Daniel Mudd, si parla di milioni di $ di liquidazione (Mudd, per contratto, ha diritto a quasi 10 milioni di $ in caso di licenziamento e Syron a 15 milioni, a meno che non sia “per giusta causa”: cosa alla quale – creerebbe un precedente pericoloso, evidentemente, per squali come loro, del cui branco lo stesso Paulson è autorevole membro – nessuno, eccetto per la vaga minaccia di Obama, sembra pensare lontanamente) anche se è già ben noto che, invece, il valore dei titoli degli azionisti ordinari dei due istituti ipotecari verrà virtualmente azzerato.

Del resto quest’anno era già sceso del 90%, finora. Per molto tempo le azioni di Fannie Mae, la maggiore delle due banche, sono state fra le più popolari in America, considerate vere e proprie rocce per la natura quasi pubblica (dietro, anche se in ultima istanza, c’era il governo americano, no?) dei titoli. La percezione, dunque, fasulla ma diffusa era che ciò impartisse a questi specifici titoli la caratteristica di investimenti in qualche modo più sicuri degli altri…

Non a caso, quasi un quinto dei redditi da lavoro degli impiegati di Fannie e Freddie erano cedole dei dividenti della loro compartecipazione azionaria al capitale sociale. Oggi, uguale a zero.

Il NYT ha descritto l’operazione come “una presa di controllo delle due maggiori compagnie finanziarie ipotecarie del paese che, tentando di ridurre drasticamente la loro sconfinata influenza su Wall Street e sul Campidoglio [cioè sul mondo della finanza e della politica] e, allo stesso tempo, di continuare a contare su di esse per tirar fuori il paese dalla peggiore crisi edilizia che abbia subito da decenni erano diventate ineluttabili: un evento sismico,in ogni caso, come piano di salvataggio, in un anno di ripetute crisi finanziarie[56].

Pochi giorni dopo, in un altro editoriale[57], il giornale torna sulla logica dell’evento, sul salvataggio, e riassume così – in modo che, purtroppo, noi siamo costretti a sintetizzare ancora di più – le ragioni principali, motivandole tutte. Qui ci limitiamo a elencarle:

• La necessità di un’operazione di salvataggio dichiarata ha messo in evidenza la vulnerabilità dell’economia americana. Già da luglio il Congresso aveva dato al segretario al Tesoro l’autorità illimitata di pagare i debiti di Freddie e di Fannie. Ma gli investitori di tutto il mondo non ci credono più e chiedono per continuare a comprarne i titoli che il salvataggio fosse esplicitamente accollato.

• Gli investitori pubblici (banche centrali: Cina, BCE, Giappone, Arabia saudita…) e privati sono comprensibilmente preoccupati dal buco profondo del debito estero americano e, soprattutto, dal rifiuto pervicace dell’Amministrazione a rimettere in ordine almeno un  po’ i conti, facendo fronte agli impegni finanziari assunti. Si fida poco, insomma. Però, un impegno formale degli Stati Uniti come questo conta (ancora) qualcosa. E i mercati hanno risposto favorevolmente col rialzo di borsa. Ma il fatto che ci sia voluta una nazionalizzazione vera e propria per convincere i cultori ed i praticanti della religione del liberismo a scommettere ancora, dice molto, no[58]?

• Agli USA ora tocca riconoscere che il loro grosso debito estero è particolarmente pericoloso in tempi di crisi economica e di instabilità politica. Livelli e stabilità dei tassi e del dollaro dipendono dalla disponibilità di banche centrali e investitori privati stranieri a continuare a prestare agli USA, praticamente sulla parola di cui sanno, poi, di non poter, salvo gravissimi rischi di squilibri ulteriori, esigere il rispetto come dovrebbe essere.

   Quando, a inizio estate, il martellamento delle minacce pubbliche americane verso l’Iran e poi, in agosto, la guerra del Caucaso hanno messo in dubbio grave la stabilità del quadro geo-strategico e politico internazionale, le banche centrali asiatiche e quella russa hanno cominciato a tagliare i loro acquisti di azioni americane, sono saliti tassi di interesse e rallentamento dell’economia americana. E perfino Bush ed i suoi hanno cominciato a allarmarsi.

   Stavolta un fallimento dell’ordine di centinaia e anche migliaia di miliardi $ avrebbe di certo rovinato, o messo in gravissima crisi, molti paesi creditori ma anche chiuso per sempre (forse sempre non esiste in economia e finanza; ma per un periodo molto molto lungo sì) l’accesso al credito estero agli Stati Uniti: questo paese, in effetti, non è la Tailandia o l’Argentina, non può certo dichiarare default e bancarotta e presumere, poi, di poter restare il punto di riferimento del sistema finanziario internazionale…

• Il salvataggio, che era dunque davvero obbligato, ha assunto per questo le caratteristiche di una nazionalizzazione. Ed è, senza dubbio, una nuova prova del bisogno di una ri-regolamentazione vigorosa del sistema della finanza statunitense. Quando si stava gonfiando la bolla speculativa immobiliare, Bush proclamava la superiorità del sistema senza lacci e lacciuoli del mercato americano, “l’invidia del mondo”. Tutti gli altri, o quasi, si sono lasciati andare irresponsabilmente a copiarlo. In realtà, solo contribuendo a spargere a piene mani sfiducia e casini. Del resto, non è stata la stessa la storia della Grande Depressione, quella di un mercato lasciato a se stesso e senza regolazione alcuna?

• Adesso si tratterà di sorvegliare con attenzione il costo effettivo del salvataggio. Fannie e Freddie possiedono o garantiscono circa 800 miliardi di $ di titoli spazzatura, di cui la maggior parte andrà adesso in malora. Il costo immediato, insomma, sarà dell’ordine di centinaia di miliardi di $: tutte risorse pubbliche sottratte ad altri bisogni.

La previsione di alcuni esperti, indipendenti e non sicofanti, che ne parlano al giornale è che, forse, i tassi ipotecari sulle abitazioni caleranno adesso un po’, inizialmente; ma non tanto e non abbastanza per bloccare rapidamente un declino ancora prolungato dei prezzi delle abitazioni[59]. Altri analisti sono perfino più riservati, anche se non arrivano neanche loro a negare che evitare un’implosione di tutto – tutto! viste le dimensioni del buco, il sistema finanziario americano.

In pratica, cioè, di tutto il sistema finanziario internazionale – qualsiasi ne fosse il costo finale, diventava obbligato, ormai. Scrivono che ci saranno molti perdenti nell’operazione, numericamente di certo molti di più di quelli che essa aiuterà a salvare[60].

E, poi, c’è anche da sottolineare quanto non viene mai detto, in nessuno dei tanti documenti che pure il Tesoro americano doviziosamente fornisce[61] ma neanche nei tantissimi articoli che a questo “evento sismico” del mondo finanziario dedicano le pagine economiche e finanziarie della stampa americana e, pure, di quella europea.

Il fatto è che la Fed per anni ha prestato dollari in abbondanza e con grande generosità ai due istituti in cambio di buoni del Tesoro venduti a banche estere, sia banche commerciali che Banche centrali. Buoni coperti da ratings AAA ma che, in realtà, come dicono i banchieri erano junk, titoli spazzatura, puntellati da riserve largamente sovrastimate e da prestiti valutati anch’essi triplo AAA che, però, nella realtà erano crediti inesigibili o quasi, per finanziare gente con credito inesistente.

Era una truffa, un gioco delle tre carte su grande scala – col timbro ufficiale  della copertura del governo federale americano – che è costato miliardi di € e di yen e di yuan a molte banche europee, nipponiche e cinesi, portando anche sull’orlo del fallimento alcuni grandi istituti di credito statali, per esempio tedeschi… E tutti zitti e mosca, si intende, davanti a questi magliari di categoria extra-lusso.

Tutti acquiescenti – di nuovo, ma stavolta per chi sa quanto tempo, poi – perché naturalmente la borsa va subito su, le borse nel mondo vanno subito su[62] nuovamente. In fondo – anche se il conto poi lo dovranno presentare ai contribuenti – per ora hanno immesso sul mercato, o almeno nelle vene finanziarie del mercato, capitale fresco – il sangue – per oltre 5.000 miliardi di $…

Sì, forse, è ora di ricominciare a parlare e a riconsiderare le possibile virtù di una qualche più seria regolazione del libero mercato – lo accennavamo sopra – che libero non è e non può mai essere e che, comunque, da una decina d’anni – da quanto ha trionfato l’illusione neo-liberista – colpisce quasi tutti e fa diventare più ricchi, sempre più ricchi, sempre più  pochi.

Del resto, questo è anche il parere dell’uomo più ricco del mondo, Warren Buffett, che tirò fuori fin dal 2000 da Freddie e Fannie la sua compagnia di investimenti internazionali, la Berkshire Hathaway, liquidando tutta la sua posizione dal pacchetto che deteneva dei loro titoli. E spiegò, ai suoi azionisti, “di non sentirsi a suo agio con certi aspetti del loro agire e della loro struttura… e non perché fossi preoccupato di un’eccessiva regolamentazione governativa visto il carattere quasi pubblico di quei titoli— semmai, del contrario. Sapete, forse è una nostra fisima ma qui il profilo di rischio è davvero eccessivo[63].

E lo diceva otto anni addirittura prima dello sgonfiamento di questa bolla speculativa. Ci tornerà sopra, due anni dopo, citando un giovane ricercatore economico nel 2002, che in una secca diatriba proprio con gli economisti di Freddie e con i grandi media mainstream, aveva appena detto e predetto: “Se mai i prezzi delle case scendono al livello medio degli altri prezzi, come è sempre successo in passato, verranno cancellati più di 2.000 miliardi di $ di ricchezza fata solo di carta e verrà considerevolmente peggiorata una fase di recessione. Il collasso della bolla speculativa edilizia metterà allora a rischio la sopravvivenza stessa di Fannie Mae e Freddie Mac e di numerose altre istituzioni finanziarie[64].

Insomma si poteva, e dunque si doveva, prevedere e curare il bubbone prima che scoppiasse. Ma i professionisti ottimisti che pullulano in questi ambienti come le erbacce – quelli che mai si poteva parlare di recessione, perché “tecnicamente” tale non era e parlarne faceva poco fine comunque…,  quelli che mai si poteva ipotizzare che i guai profondi della finanza potessero rovesciarsi alla radici stesse ed oltre dell’economia, quelli che… – solo ora cominciano ad arrendersi: dopo aver rovinato milioni di risparmiatori e, forse, anche, adesso dopo aver cominciato a rovinare se stessi.

Sarebbe stato, invece, il caso di prendere sul serio anche gli allarmi che diverse fonti – quelle che hanno avuto ragione su Freddie e Fannie – stavano avanzando da tempo, sui guai grossi in arrivo per la Lehman Bothers[65], una delle più importanti, rispettabili, famose ed antiche banche di investimento di Wall Street. Il fatto è che se l’80% dei suoi prestiti erano solidissimi, almeno il 20% erano basati su subprime e tanto è bastato per mandarla a gambe all’aria. In questi giorni ne vengono rilevate, e rivelate, così non solo perdite di grande entità anche nel bilancio del secondo trimestre ma il fatto che le altre banche non vogliono più avere a che fare con Lehman che è costretta ad annunciare la svendita di proprietà immobiliari, tra l’altro, per cercare di far fronte alla crisi.

Però, non ci riesce perché quando, come è capitato a inizio settembre, le azioni di un colosso prestigioso come questo crollano di brutto alla notizia che la Korea Development Bank, non  intende più dar seguito all’intenzione di volerne rilevarne una quota, è la goccia che va fuori del vaso e c’è davvero di che preoccuparsi, del resto…

Ancora una volta, interviene il Politburo, pardon qui il governo: la prima pagina del NYT informa, infatti, che “Timothy F. Geithner, della Fed di New York, Christopher Cox, presidente della SEC, la Consob americana, e Henry M. Paulson, il segretario del Tesoro in persona, hanno convocato – come avrebbe potuto fare il Politburo di altri tempi e di altrove… appunto – una riunione di emergenza con i massimi esponenti delle banche di Wall Street per far loro capire la necessità di inventarsi un qualche piano per il salvataggio della Lehman Brothers[66]. Non ci riescono. Dopo aver studiato i libri, infatti, la Barclay’s Bank, considerata come principale candidato all’acquisto di una buona fetta della Lehman ha detto di non poterci neanche provare e la LB alla fine dichiara il fallimento e consegna i libri al tribunale[67].

Intanto, si addensano nubi sempre più minacciose – anche qui si parla di fallimento possibile, comunque di un accumularsi di debiti che si fa ormai pericoloso – anche sulla Merrill Lynch[68], il più grande istituto di brokerage, di intermediazione bancaria e finanziaria, degli USA che è stata rilevata, a prezzi di svendita, per 50 miliardi di $, la metà del valore di borsa di qualche mese fa, dalla Bank of America: che, malgrado il nome, è sì una grande banca ma una regolare banca commerciale proivata che raccoglie regolari depositi.

Il fatto è che, alla base di tutti questi fallimenti, c’è la palude dei cosiddetti derivati nella loro complessa e multiforme ultima realtà: la Bear Stearns prima, la Northern Rocks (in Inghilterra), poi, ora Fannie e Freddie e non certo l’ultima della lista – al ritmo ormai di quasi una la settimana – Lehman Brothers erano tutti schiacciati ormai da obbligazioni di debito collateralizzato, da scambi di fallimenti creditizi e così via dicendo, perché la filosofia dei derivati è fondata sull’idea che il rischio sia sempre trasferibile alla fine su istituti meglio in grado di sopportarlo.

Così, potendo i deboli liberarsi di rischi per loro eccessivi, teorizzavano, il risultato sarebbe stato il rafforzamento complessivo del sistema. Ma non funziona così perché, nella realtà, i rischi erano appunto solo spostati, ma restavano tutti. Solo trasferiti là dove, se poi fossero esplosi, avrebbero deflagrato con maggior potenza distruttiva. Basta dare un’occhiata all’ultimo bilancio della Lehman Brothers, quello dell’anno scorso. A p. 62, alla voce “aggiustamenti fuori bilancio”, compaiono cifre schiaccianti: Lehman Brothers aveva contratti su derivati con un valore nominale di 738 miliardi di $.

Il fatto è che in questo mondo di arraffa arraffa, tutti laureati e col master, sia le api operaie che le api regine, gli impiegati come i dirigenti (ma questi con fior di liquidazioni già debitamente e prudentemente accantonate, per lo più, per contratto; quelli no…) ma tutti motivati dal far più soldi possibile il più presto possibile, una banca gloriosa fondata 158 anni fa, sopravvissuta alla Guerra civile americana, alla depressione degli anni 1890, al panico del 1907 e alla Grande Depressione del ’39, è stata affondata da questa manica di giovani avventurieri.

Il fatto è che si sta effettivamente assistendo ad una rivoluzione. Condotta dal Re Sole, però, e dai suoi cortigiani. In ogni caso, con la nazionalizzazione di Fannie e Fredddie parte un vero regime change, radicale, nella conduzione degli affari economici e finanziari degli ultimi trent’anni almeno, diciamo da Thatcher e Reagan e Milton Friedman in poi.

Il fatto è che nell’ultimo ventennio, dopo il crollo dell’URSS, il decollo prepotente delle riforme economiche in Cina e l’espandersi a macchia d’olio di altri regimi di cosiddetto libero mercato, l’economia globale s’era sistematicamente allontanata dalla proprietà di Stato indirizzandosi verso liberalizzazione e, soprattutto, privatizzazione di pezzi importanti delle imprese previamente statalizzate.

E il fatto è che adesso, se l’analogia fosse con la Chiesa, diremmo che è il papa – o per lo meno il Collegio dei cardinali – a proclamare che è tutto sbagliato, che no Dio non esiste… Insomma, sono gli Stati Uniti che ora hanno realizzato la più grande nazionalizzazione mai vista nella storia dell’umanità. Nazionalizzando[69] Freddie e Fannie, gli USA hanno d’un colpo incrementato le proprietà degli Stati Uniti di 6.000 miliardi di $ e il loro debito pubblico degli stessi 6.000 miliardi.

Gli Stati Uniti hanno anche trasformato se stessi nel più grosso hedge fund di proprietà governativa del mondo: per un 200 miliardi di $ di capitale fresco iniettato nelle casse vuote di Freddie e Fannie e mettendo a carico del debito pubblico altri quasi 6.000 miliardi (quasi la metà del PIL) gli Strati Uniti hanno anche condotto a termine la più colossale delle operazioni di leveraged buy-out (di acquisizione cioè di un’azienda usando il valore stesso delle attività aziendali, con un rapporto in questo caso di valore a debito di 1 a 30, 200 miliardi di $ contro 6.000: incredibile!).

Ecco come e perché i compagni Bush, Paulson e Bernanke, nell’acquiescenza più generale, hanno trasformato ora gli USA in USSRA (sicuramente rinfrancando, ovunque possa ora dimorare,  l’anima che sembrava ormai condannata all’oblio del socialismo reale di Leonid Il’ič Breznev). Nel socialismo dei ricchi e per i ricchi, cioè, dei ben ammanicati a Wall Street, pagato da tutti gli altri. Dove i profitti vendono rigorosamente privatizzati e le perdite inflessibilmente socializzate…

Ma anche così, alla fine, paura, esitazioni, gioco del risico (brinkmanship, lo chiamano gli americani: il gioco condotto fino sull’orlo del precipizio) e, pure, il ridicolo di un ministro del Tesoro come Hank Paulson, lui stesso solo pochi anni fa massimo dirigente della Goldman Sachs, una delle banche d’investimento giganti in questione, vincono: si devono arrendere anche Tesoro e Fed all’ondata di panico che cavalca Wall Street[70].     

Roubini fa osservare anche, preoccupato, a un’America distratta e troppo cicala, che quando “si devono fare i conti con un deficit dei pagamenti elevato ci si mette sempre alla mercé di creditori esteri”. Ma è dagli anni ’50 che gli Stati Uniti vanno avanti con un deficit dei pagamenti, anche se mai prima hanno dovuto finora far fronte a problemi strutturali della vastità di quelli che si ritrovano oggi davanti.

Il problema nuovo sta in un debito federale pantagruelico, cui ora si vanno ad aggiungere tute queste onerosissime operazioni di salvataggio di banche private a spese pubbliche. Data, però, la totale complicità dell’Amministrazione, del Congresso, di tute le èlites, economiche e finanziarie in specie, nella creazione di questa situazione, forse bisognerebbe scavalcare in pessimismo, adesso, anche e perfino un uomo sagace e coraggioso come Nouriel Rubini…

Anche se è difficile, per un accademico non solo responsabile ma anche per il 90% delle sue intuizioni vincente (lui), andare più in là di dire che “questa crisi finanziaria segnala il principio del declino dell’impero americano. Nel tempo, ormai, si andrà significativamente riducendo il potere relativo economico, finanziario, militare, geo-strategico oltre al ruolo di riserva del dollaro [71]

Sconquassi e cali di borsa sono conseguenti. Dicono alla BCE che l’euro ci difende da questi terremoti finanziari così come la nostra più forte e radicata rete di regolazione dei mercati finanziari. Ma tant’è: ci difenderà pure – ed è vero – ma intanto le borse in Europa e nel Sud Est asiatico vanno giù di botto del 5%, alla notizia del fallimento di Lehman Brothers… e il Dow Jones a Wall Street quasi altrettanto, subito.

Poi arriva anche la notizia della crisi che scoppia alla AIG, l’America International Group, il colosso assicurativo, le cui azioni il 16 settembre, ad apertura di mercato, crollano dopo essere state ridotte nei ratings di diverse agenzie – che, stranamente, sul mercato mantengono un enorme potere malgrado abbiano sbagliato a ripetizione fior di valutazioni da mesi: a dimostrazione che qui non c’è nulla di oggettivo… – del 60% d’un botto, “per una serie schiacciante di richieste d’incasso su contratti relativi a prodotti derivati usati come sostegno collaterale” assai dubbio “di suoi averi patrimoniali”, evidentemente per il mercato altrettanto dubbi.

E l’AIG è, nientepopodimeno, che la più grande impresa assicurativa del mondo: ha le mani dappertutto, è coinvolta in diversi mercati assolutamente chiave della scena finanziaria ed economica: credito, derivati, ipoteche, prestiti societari, fondi a rischio… Badate, il giorno prima quel giullare del ministro del Tesoro, Paulson aveva proclamato al mondo che “il sistema bancario, creditizio, assicurativo, tutto, nel suo complesso, è sicuro e del tutto solido[72]. E ha nel mondo 116.000 dipendenti.

Poi alla fine, “visto il contesto e per evitare conseguenze più gravi”, la Fed annuncia un prestito straordinario di 90 miliardi di $ alla AIG, per far fronte alle primissime pressanti esigenze di liquidità. Ma, subito dopo, arriva l’annuncio dell’amministrazione controllata— “non si tratta di una nazionalizzazione”, assicura il Tesoro nella stessa frase, in cui, senza più pudore, annuncia che comunque, ha rilevato l’80% delle azioni dell’istituto, come già per la LB.

Non basta, però, per tranquillizzare gli investitori sempre più comprensibilmente nervosi che, alla ricerca di qualche sicurezza in un mercato che non ne dà più nessuna, si mettono a comprare oro e a tesaurizzare quadri, gioielli e valori “reali” e, ma soprattutto, intorno a metà settembre si buttano sui titoli pubblici a breve ultrasicuri, abbattendone però, con la domanda in forte aumento, il rendimento ai livelli più bassi da 50 anni: lo 0,02%[73]. Sale sul mercato il prezzo dell’oro, a 864,42 $ all’oncia, di 84,67$ in un giorno, il 10%, il 17 settembre[74].

Adesso, si capisce che una volta può essere un’eccezione, ma due e per quelle che vengono considerate l’una, forse, la maggior banca del mondo e la seconda la maggiore compagnia di assicurazioni del mondo, diventa vizio e consuetudine. Il prossimo a rischio, dicono informazioni interne che a chi scrive vengono proprio da un ex alto dirigente della Lehman Brothers, oggi un amareggiato ex povero funzionario, sarebbe la Washington Mutual, la più grande delle casse di risparmio così diffuse in America, quella con più depositanti di ogni altra, che d’un botto, il 15 settembre, perde il 21% del suo capitale a Wall Street e sta andando in rosso per forse 450 miliardi di $ (180 in depositi, il resto in investimenti collateralizzati da mutui ipotecari...). E se la WaMu fallisce, vanno in fumo i risparmi di centinaia di migliaia di cittadini e, in media, di cittadini che hanno risparmi, sì, ma non sono ricchi.

E’ proprio il modello che, intossicato dalla regola del profitti comunque e comunque a brevissimo termine, ha drogato l’economia col suo fallimento. E, a firma di Stiglitz, il Nobel dell’economia (ma lui, democratico, in qualche modo stranamente sposando la lettura che dà McCain del fenomeno: un problema di egoismo sfrenato; in apparenza, perché subito aggiunge, con Obama, che il problema vero è nella non regolamentazione che permette a egoismi e avidità private di scatenarsi), appare a metà ottobre su molti quotidiani un giudizio preciso quanto icastico.

E’ la disonesta del settore finanziario – non di qualche Barabba isolato, uno o più, ma di tutto il sistema – che ci ha trascinato quaggiù e Washington sembra proprio mal attrezzata per tirarcene fuori”: anzitutto perché per farlo dovrebbe trovare il coraggio non di operare salvataggi con soldi pubblici di disastri provocati dall’ingordigia privata[75]. E di buttare al macero la mentalità che ha consentito di basare lo sviluppo ed il finanziamento delle  nostre economie sulle profezie della friedmanomania seminate illusoriamente da generazioni di intellettuali liberomercatisti che delegavano poi automaticamente ai computers l’azione concreta sui mercati.

Poi, l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan se ne esce improvvidamente a pontificare sulla natura della crisi: un fenomeno assicura, che “forse può capita una volta ogni mezzo secolo, forse una volta per secolo[76]. Lui, il capo dei piromani che più di ogni altro ha contribuito a innescare l’incendio anni fa, deliberatamente e sistematicamente ignorando le pratiche formalmente, forse, non proprio illegali ma certamente azzardate e fiscalmente imprudenti diffuse nell’industria ipotecaria.

Era stato lui a ignorare per anni, e a volere che fosse ignorato, come fatto di nessun rilievo ai fini della conduzione economica l’accumulo della bolla speculativa edilizia: 8.000 miliardi di $. Lui, uno “per la mente del quale”, dice John McCain “io ho tanta stima che lo metterei a capo della revisione di tutto il nostro sistema delle tasse anche se fosse morto[77]. Si tranquillizzi McCain, morto per sua fortuna il vecchio Greenspan non è, ma da anni di certo quella grande (?) mente è un po’ rimbambita.

Come un tantino rimbambito, nel dibattito con Obama, è apparso McCain stesso: ha lamentato tre volte, non fosse stato chiaro le prime due, di aver speso la sua carriera a ridurre la spesa pubblica; ma poi diverse volte ha ripetuto che la spesa pubblica è del tutto fuori controllo: dimostrando che non è riuscito né a frenarla né, tanto meno, a ridurla. Patetico…

In questo clima, e manifestando più timore per l’inflazione che per un’economia che pure sta andando in rapida depressione, alla fine la Fed, il 16 settembre, lascia il tasso di sconto al 2%, invariato. E’ una scommessa, ma sembra anche che paghi: riprende subito un po’ fiato la borsa che giudica la fermezza della Fed come una sottolineatura della fiducia, una volta tanto si spera un po’ meglio fondata del solito, nell’economia americana[78].

Però, cominciano in molti ormai ad allungare le orecchi quando un miliardario come Wilbur Ross, creatore di un grande fondo di investimento che vale miliardi di dollari, avvisa che di qui a qualche mese, pochi tra l’altro, ci sarà la chiusura forzata di “migliaia di banche[79].

E allungano le orecchie ancora di più di fronte a quel che dice, adesso, chi – come Nouriel Roubini – aveva detto che sarebbe accaduto quel che poi è accaduto, fra i lazzi e i motteggi dei tanti che poi hanno dato una mano a distruggere tutto, sostenendo che madama la marchesa Ella non si preoccupi, tanto va tutto già bene… E, adesso, mette le mani avanti ed avvisa: non date retta a Paulson che continua a riversare sugli americani e sul mondo fiumi di sonnifero, dicendo che “il popolo americano può restare fiducioso nella solidità e nella flessibilità del nostro sistema finanziario”.

Non date retta, perché appena la gente si comincerà ad accorgere che tutta l’assicurazione federale  complessiva sui risparmi privati (1.000 miliardi di $), delle persone, dei cittadini cioè, ammonta sì e no a 50 miliardi di $, il 5%dell’ammontare, comincerà anche l’assalto più sostenuto “perché al rallentatore già c’è” agli sportelli per ritirare i depositi. E la prima ricapitalizzazione da fare sarebbe questa, dell’Ente federale di riassicurazione dei depositi, che teoricamente garantisce dai fallimenti bancari tutti i depositi individuali, i conti correnti, fino a 100.000 $. Se non altro, consiglia Rubini, chi ha soldi in banca dovrebbe suddividerseli in conti diversi, per non superare quel tetto massimo di 100.000[80]… 

Insieme, di fronte al profilarsi di un vero e proprio crack di borsa, si è anche mossa, di nuovo, la Fed. Tra lunedì 16 e mercoledì 18 settembre, i rendimenti a breve dei titoli di Stato, l’avevamo accennato, sono scesi praticamente a zero con la corsa a questi strumenti finanziari più relativamente stabili da parte degli investitori diventati nervosi; una domanda che, però, moltiplicandosi deprime i rendimenti.

Nel frattempo si sono impennati i costi del denaro per banche e imprese alimentando la crisi del credito. La borsa che lunedì 16 era crollata, martedì si è un po’ ripresa all’arrivo della notizia che alla fine la Fed, fino ad allora assai riluttante, darà una mano concreta (soldi) alla AIG. Solo che neanche con questo salvataggio si riescono a diradare davvero timori, sospetti, voci…

Così alla fine tutto il sistema del credito internazionale, meglio le autorità che – non  sghignazzate – si definiscono di regolazione (Banche centrali, ministeri dell’Economia e del Tesoro…) si rimette in moto e, allentando i cordoni della liquidità, ne fornisce in una sola volta nuova e abbondante sui mercati: 200 miliardi di $[81].

Poi, dato che anche questa mossa non sembra calmare le acque e in borsa tutto sembra andare ancora a rotoli, quello gnorri di Bush si presenta in televisione per un messaggio rassicurante di due minuti al paese e dice (letteralmente): “sono preoccupato quanto voi per la crisi economica” (e te credo!!!): ma state tranquilli perché “adesso mi consulto col ministro del Tesoro e con gli economisti” (quelli stessi che non avevano visto arrivare la crisi, che non avevano visto arrivare le bolle speculative, tanto meno il loro sgonfiarsi, che non avevano visto mai niente di niente)…

Il giorno dopo, però, va in televisione il ministro del Tesoro e dice: molte aziende sono davvero a rischio, molti dei risparmi e degli investimenti fatti dagli americani sono davvero a rischio, ma adesso ci pensiamo noi – fidatevi – con uno speciale fondo di garanzia (finanziato da tutti i contribuenti o ancora a debito? non è stato chiarito) a rendere di nuovo fluido il credito che si è fatto raro.

Rassicurante, insomma, per i grulli che ancora disperatamente anelano ad essere rassicurati da chi ha causato il disastro, se non altro per omissione di vigilanza, e vogliono quindi credere a Tesoro e Casa Bianca. Secondo la vecchia immortale lezione del lenire, chetare, sopire... che serve sempre a qualcosa.

Così, adesso, dopo aver già nazionalizzato il possibile come una qualsiasi repubblica sovietica d’antan o un qualsiasi governo dirigista francese – di destra? di sinistra? non conta… francese) e dopo aver rovesciato il principio per cui bisogna lasciar fare al mercato che trova da sé, sempre, i suoi equilibri che, per definizione poi, sono gli equilibri migliori, il nuovo pacchetto di  misure decise non dal mercato, ormai inaffidabile, ma da Washington – più affidabile? bé, dello Stato si tratta: e all’improvviso, qui, è allo Stato che ci si affida… – facendo dell’impensabile l’inevitabile prevede che

• la SEC, la CONSOB americana con mille poteri in più della nostra – se li vuole usare e se il potere politico glieli lascia usare: e ora sembra di sì – proibirà la vendita a breve di 799 titoli azionari per scoraggiare lo sciacallaggio che si è scatenato su di loro[82].

• il Tesoro offrirà di garantire i money-market funds fino a un massimo di 50 miliardi di $[83].

• Dice la Fed che comprerà mortgage-agency notes e presterà fondi direttamente per alleggerire la pressione sui money-market funds[84].

In pratica, e al di là dei dettagli tecnici azzeccagarbuglieschi disegnati apposta per fare impressione all’inclita e dargli una piccola iniezione di fiducia, il governo annuncia – il piano, un documento[85] tecnichese e molto complesso, è in realtà tutto qui – che rastrellerà in una specie di unica “bad company” (abbiamo familiarizzato col termine, no, sulla questione Alitalia?) tutte le azioni-spazzatura in cui la crisi ha trasformato anche i titoli più prestigiosi, mettendole tutte sul gobbo al contribuente e al debito pubblico, anzitutto.

La differenza con una nazionalizzazione “normale” – quelle tanto deprecate di ieri delle PP. SS. o degli enti pubblici, per capirci – è che, nel loro caso, di proprietà pubblica sarebbero pure le azioni buone, non solo quelle bad cattive… Qui, nello sdipanarsi al rallentatore del tessuto connettivo di tutto il sistema finanziario fondato sul dogma del libero mercato e della sua autoregolamentazione senza lacci e laccioli, trionfa la regola del trionfo del profitto ai privati e del debito in groppa al pubblico.

Ma, alla fine della settimana di passione di Wall Street, dal 16 al 19 settembre, il governo, che comunque è stato costretto a prendere atto di come anche le nazionalizzazioni degli ultimi giorni non sono riuscite a ridare “fiducia” a risparmiatori, investitori e consumatori, comincia a mettere insieme – o almeno dichiara di aver cominciato a mettere insieme – un piano di vasto respiro (si dice 700 miliardi di $, ma alla fine potrebbero essere 1.000 miliardi – sui 3.000 $ a carico di ogni contribuente pagati dall’erario, o con un ennesimo aumento del debito estero – per restaurare la fiducia nei mercati finanziari.

Bisognerà vedere naturalmente se passa il piano Paulson, anomalo e molto discusso com’è, in un congresso assai riluttante. E forse vale la pena di seguire come questo dibattito si è sviluppato, quasi giorno per giorno. Almeno fino al voto della Camera che nel primo pomeriggio di lunedì 29 settembre lo ha definitivamente affossato…

E – artificiale o meno che sia – la borsa in un primo momento si riprende[86] quasi tutto quello che aveva perso nei giorni precedenti. I mercati, in fondo, amano molto avere fiducia. Anche se questo è stato il quinto grande salvataggio ravvicinato di interessi largamente privati fatto con i soldi di tutti e il credito di tutto il mondo con soldi pubblici – dopo Bear Sterns, Fannie Mae, Freddie Mac e AIG – e anche non il salvataggio ma lo sforzo fatto per stabilizzare, diciamo così, il fallimento di Lehman Brothers.

Anche se cieca… Anche se del tutto irrazionale. Qui, in fondo, dopo quel che hanno fatto Bush, Paulson e Bernanke – rinnegando in radice le posizioni, di principio, di dottrina, Diosadicosa sempre difese in nome adesso del si salvi il salvabile – le azioni che erano crollate letteralmente a zero sono risalite in cielo, i titoli di Stato e l’oro sui quali s’erano riversati gli investimenti di chi temeva il peggio sono scesi in cantina mentre i titoli spazzatura si sono ripresi. Era giusto farlo? e giusto in base a quale criterio? e d’ora in poi? se fra dieci giorni tutto ricrolla, si ricomincia? facendo recuperare il perso a chi aveva perso e ributtando giù chi aveva vinto? a spese di tutti? la roulette russa, insomma[87]

Insomma, e in definitiva, qualche giorno dopo l’annuncio di questo salvataggio che fumiga così tanto di vera e propria eresia, si impongono comunque, in tante analisi e tanti pronostici, un paio di domande: ma questo anomalo intervento, centralizzatore e “socialisteggiante”, sarà sufficiente a ristabilire l’ordine? o la paura di debiti privati inesigibili che ha paralizzato i prestiti delle banche, affamando l’attività economica – i consumi e gli investimenti che la tengono in moto – scomparirà davvero riaprendo i rubinetti del credito?

Ma, in un’ottica appena più vasta, quali saranno poi i costi a lungo termine dell’intervento pubblico, del resto ormai ineludibile (però, malgrado l’appello di Bush di lasciar fare a lui, al manovratore, in nome del tempo che ormai non c’è più, i democratici – e diversi repubblicani: non proprio e sempre per gli stessi motivi, insomma da “sinistra”, diremmo, e da “destra” – insistono a metterci dentro le mani… e legittimamente e giustamente[88], a costo di far slittare l’approvazione del pacchetto)?

Un intervento che si sostituisce al privato per restaurare almeno un po’ dell’ordine finanziario stuprato dall’ingordigia di tanti finanzieri – quelli che hanno profittato della deliberata fiacca della regolamentazione che hanno voluto ed imposto – arricchitisi scommettendo sulla speculazione edilizia— a carico, ormai, dell’erario e del contribuente? alla fine della fiera, quale prezzo dovrà pagare anche qui pantalone[89]?

Perché non c’è proprio garanzia che, coi termini di un’ulteriore futura “assistenza” che restano non specificati e, a questo punto, poco credibili in ogni caso, la borsa continuerà adesso a salire (infatti, ricomincia subito a scendere dopo la ventata di euforia del piano di salvataggio). E non c’è proprio niente di rassicurante in uno sviluppo di fatti e misfatti che, nell’arco di tre giorni,

• cancella dalla faccia della terra una grande banca centenaria, la Lehman Brothers, insieme alle sue decine di migliaia di impiegati, specialisti, funzionari e top managers ed a larga parte dei depositi che gestiva;

• fa svendere ad una concorrente, a un prezzo più che scontato e sovvenzionato, la Merrill Lynch, anch’essa la banca d’intermediazione più famosa del ramo, sul campo ormai da cent’anni;

• e che costringe altri due colossi bancari come la Morgan Stanley e la Goldman Sachs[90] a cambiare pelle, trasformandosi forzatamente da banche d’investimento e d’affari (quelle che trattano e scambiano titoli e non hanno sportelli) in banche commerciali tradizionali (che raccolgono fondi e depositi anzitutto): ma che devono, così, anche rinunciare a un buon pezzo della loro libertà d’azione e della loro spregiudicatezza, al gusto del rischio per fare denaro facile e subito.

Non finisce tra l’altro lo sfilacciarsi dell’industria finanziaria. Mentre l’approvazione del pacchetto Paulson già incontra tanti problemi al Congresso, sicuramente nella forma della carta bianca che voleva Bush, il 25 sera il governo americano ha operato un’altra “nazionalizzazione”, inviando i propri regolatori a sequestrare e prendere il controllo di un altro gigante dei prestiti su ipoteca a rischio, altro simbolo degli eccessi del boom ipotecario, proprio la Washington Mutual di cui si andava vociferando da giornie registrando così al momento il più grande fallimento della storia americana, più grande anche di quello della Lehman Brothers[91].

Provvedendo poi subito, in emergenza, a vendere, ben scontata, una fetta di assets della WM per 1,9 miliardi di $ ad un’altra banca impedendo così un altro salvataggio, potenzialmente pesante, con conto a carico dei contribuenti. Il nodo è che quest’altra banca, la JP Morgan, per non fallire aveva già pochi giorni prima goduto di una grossa iniezione di liquidità da parte del Tesoro. Insomma, curioser and curioser, per dirla come avrebbe detto Alice, quella del paese delle meraviglie…

Ora, mentre probabilmente i clienti della WM non saranno colpiti da questo altro mezzo fallimento, è praticamente sicuro che gli azionisti e molti tra gli obbligazionisti perderanno tutto.

Ci sono opinioni che contano non solo, e non tanto, per l’asserita autorevolezza dei propri autori ma, soprattutto, perché negli ultimi, diciamo, cinque anni?, si sono raramente sbagliati. E’ il caso del prof. Krugman, sul megapiano federale di Bush e di Paulson, autorevoli ovviamente anche loro per il posto che occupano ma che si sono sbagliati praticamente ogni volta che si sono mossi nel quinquennio appena passato. E l’opinione, dunque rilevante, di Krugman è pesante: il piano, dice, si presenta quasi obbligato, “in quattro tappe:

1. Lo scoppio della bolla edilizia ha fatto impennare i fallimenti e i pignoramenti, che ha portato al crollo nei prezzi dei titoli ipotecari— assets il cui valore in ultima analisi dipende da [quel che è venuto a mancare, i] l pagamento regolare dei mutui ipotecari.

2. Queste perdite finanziarie hanno lasciato con poca liquidità molti istituti, appunto, finanziari— troppo poca rispetto ai loro debiti. Problema specialmente serio perché tutti durante gli anni della bolla si erano caricati di tanti debiti.

3. Gli istituti finanziari hanno troppo poco capitale in rapporto al debito: ed è per questo che non sono stati capaci e non vogliono provvedere il reddito di cui l’economia ha bisogno.

4. In queste condizioni, hanno tentato di restituire il debito liquidando gli attivi detenuti, compresi i titoli garantiti da quelle ipoteche: ma è una mossa che spinge al ribasso i prezzi di quegli attivi e peggiora la loro posizione finanziaria. Questo circolo vizioso è ciò che qualcuno chiama ‘il paradosso della speculazione che si è obbligati a fare col denaro proprio e non più preso in prestito’.

   Ora, il piano Paulson chiede che il governo federale sia autorizzato a comprare 700 miliardi di $ di assets fasulli, soprattutto titoli spalleggiati, o meglio non più spalleggiati, da ipoteche, Ma queste misure come risolvono questa crisi?”.

Il fatto, conclude Krugman, è che l’unico di questi quattro passi che può avere un reale e rapido impatto è il no. 2: perché “il sistema finanziario ha davvero bisogno disperato di più liquidità”.  Ma perché insistere come fa Paulson su un’uscita “pulita dalla crisi, dove pulita, nel contesto, significa che il governo fornisce il capitale agli istituti finanziari gratis mentre chi ha combinato il casino si mette in tasca tutti i guadagni netti”, se il piano funziona[92]?

Più drastico ancora il giudizio del prof. Robert Reich, uno dei massimi giuslavoristi d’America ed ex ministro del Lavoro nella prima Amministrazione Clinton – se ne andò all’inizio del secondo mandato perché secondo lui, come del resto secondo noi, Clinton aveva mollato sostanzialmente i pappafichi alla sua inflessione rigorista di destra, alla Blair, alla D’Alema, alla “terza via” per capirci – che ci va giù duro. Qui, nel piano di salvataggio di Paulson e di Bush, si tratta di “cancellare il debito irredimibile dai libri contabili di Wall Street”. Punto e basta.

E – parafrasando una famosissima frase di Winston Churchill, sul “debito” che la Gran Bretagna doveva agli aviatori della battaglia d’Inghilterra del 1941, contro la Luftwaffe nazista che all’inizio della seconda guerra mondiale impedirono a Hitler di traversare la Manica e tentare l’invasione – ha commentato asprigno e preciso che “mai prima nella storia del capitalismo americano è stato chiesto tanto a tanti, per lo meno in prima istanza, a favore di tanto pochi[93].

Da parte sua, testimonia alla Commissione bilancio della Camera tutto il suo radicato scetticismo Peter Orszag, direttore dell’Ufficio parlamentare per il bilancio: proprio il salvataggio potrebbe – anzi, dovrebbe – portare alla luce quanto e come le banche e gli altri istituti di credito stiano inguattando nei libri contabili i loro crediti tossici e non redimibili: “ironicamente, l’intervento pubblico potrebbe innescare ulteriori fallimenti di grandi istituti bancari perché potrebbero portare in bilancio crediti andati a male ma sempre inclusi nella colonna dell’ ‘avere’ e, allora, a valori sicuramente inflazionati… Se si facesse un’operazione trasparenza sui prezzi, come teoricamente il piano di salvataggio richiederebbe, potrebbe emergere chiara l’insolvenza reale di tutti questi istituti[94].

Molto più semplicemente, molto più rozzamente, forse, ma con grande efficacia 1.900.000 membri di uno dei più grandi sindacati di categoria, la Union dei servizi, la SEIU, sta facendo circolare una lettera ai singoli Congressisti da parte dei loro constituents, gli elettori di ogni singola loro circoscrizione elettorale, chiedendo di “non regalare ai ricconi nessun assegno in bianco… anche perché un salvataggio come quello delineato dice agli americani per bene e responsabili che in fondo sono degli stronzi [il termine è un po’ pesante, ma rende bene – al meglio, nel contesto – quello americano originale di suckers]”.

Dall’altra parte dello spettro politico, messaggio analogo della National Taxpayers Union, che da destra scrive ai congressisti un tondo “basta coi salvataggi! Servono solo a tenere a galla imprese mal gestite rallentando le correzioni indispensabili a pratiche d’affari sbagliate. Adesso basta! Basta coi dollari delle mie tasse![95].

La verità è che la politica economica di Bush il piccolo è proprio quella che Bush padre – Bush il grande, ovviamente rispetto a lui: tutto è relativo – una volta, prima di entrare nel ticket con Reagan e di diventare il suo vicepresidente, parlando del cosiddetto Washington consensus neo-liberista, che formattava le idee economiche di Friedland e di Reagan chiamò – che meglio non si sarebbe davvero potuto – l’ “economia del voodoo”: l’economia della fantasia, del sogno per pochi e dell’incubo per tanti, tantissimi.

Bush però non ci vuole stare a chiudere la sua catastrofica presidenza con una catastrofe anche finanziaria, oltre che economica, di egemonia geo-strategica e di credibilità politica, che lo seppellirebbe come quella del ’29 che ha bruciato per sempre il buon nome del presidente Herbert Hoover, uno che almeno di suo era stato un grandissimo ingegnere civile— ma al fondo, come si dice, non c’è mai fine…

Dopotutto, e tutti lo sanno, Bush e la sua Amministrazione erano stati ben avvisati, con mesi di anticipo, che Osama bin Laden stava preparando un attacco massiccio al cuore dell’America… e non fece niente. Era stato avvisato che, se attaccava l’Iraq, avrebbe scatenato guerra civile e quella che poi è stata chiamata, edulcorando insorgenza. Era stato avvisato che arrivava l’uragano Katrina. Ed era stato anche avvisato, e al solito niente fece, che lasciar andare in piena deregolamentazione il casinò finanziario voleva dire precipitare al disastro.

Per cui oggi è alla ricerca disperata di salvarsi quel po’ che forse è possibile della propria scarsa reputazione, facendo pressione su Congresso, amici e nemici, perché gli lancino la corda di salvataggio del piano Paulson: per la terza volta in una settimana dice, alla televisione, di “una penosa e pesante recessione” che si annuncerebbe se il Congresso non si dà da fare e non approva il suo piano con grande urgenza. “E’ tutta la nostra economia che ormai è a rischio”, aggiunge però per la prima volta[96].

Segnaliamo, infine, qui in nota, una rapida escursione – anche se non abbiamo modo di tradurvela è  disponibile sul NYT e in rete – tra le critiche più feroci e più serie, da destra e da sinistra, al piano Paulson— critiche di ordine tecnico ma anche politico, soprattutto sui modi dell’intervento[97].

Interessante notare anche che Europa e Giappone, autorità finanziarie e economiche di Europa e Giappone, hanno subito fatto orecchie da mercante alla richiesta americana di dare una mano al salvataggio bancario in modo analogo a quello scelto dagli Stati Uniti[98].

Paulson aveva appena finito di dire che voleva “aggressivamente” convincere gli altri grandi paesi ad economia di mercato a fare come l’America: prima li aveva convinti-costretti a buttare a mare ogni regolamentazione, come l’America; ora voleva che comprassero assets dei fallimenti bancari americani per alleggerire, dichiaratamente, il peso sul Tesoro statunitense.

E, adesso, la Merkel ha anche ricordato, puntuta ma sempre si capisce formalmente cortese, che se nessuno si permette di dire agli americani di non nazionalizzarsi i loro fallimenti privati e quello che vogliono a spese proprie, bisognerà pur ricordare come sia stata proprio l’opposizione degli americani (al solito, seguiti pedissequamente dai britannici) ad impedire al G-7 dell’anno scorso, che lei presiedeva, di occuparsi della necessità di una ri-regolamentazione del mercato... I giapponesi, al solito, hanno taciuto. Ma, contrariamente al solito, stavolta hanno consentito piuttosto con gli europei.

E, tornando un attimo a un tema che abbiamo accennato già a inizio di questa Nota, a noi sembrerebbe utile notare e studiare come di fronte a una crisi finanziaria simile a quella che stanno subendo oggi gli Stati Uniti, la Svezia agì diversamente assumendo una forte partecipazione pubblica ai debiti, ma anche alla proprietà delle banche in difficoltà.

Il paese era proprio nelle peste nel 1992, quando dopo anni di deregolamentazione imprudente, di politiche generose e costose e di fine del boom edilizio, con aumento concomitante del tasso di disoccupazione, si trovò con un sistema bancario praticamente insolvente. Il governo – prima socialdemocratico, poi conservatore, poi ancora socialdemocratico nell’arco di quattro anni – mise un mucchio di soldi pubblici nel salvataggio, ma facendosi cedere importanti fette di proprietà delle banche stesse (proprio quello che rifiuta, a tutt’oggi, di fare l’America).

Allora, “la Svezia spese il 4% del PIL, 65 miliardi di corone, l’equivalente di 11,7 miliardi di $ del tempo che oggi sarebbero 18,3 miliardi di $, per il salvataggio delle sue banche. Qualcosa di meno, in proporzione alla grandezza dell’economia nazionale, dei 700 miliardi di $, grosso modo il 5% del PIL, che l’Amministrazione Bush valuta essere il costo del suo salvataggio”. Se basteranno 700 miliardi… Tutto, però, in perdita secca senza far acquisire al governo, secondo dottrina neo-cons, niente di attivo delle proprietà; che restano, invece, sempre e comunque (profitti privati e perdite pubbliche) alle banche aiutate.

C’è chi sostiene che, alla fine, però il costo effettivo per l’erario, secondo un computo diverso dei tassi effettivi di spesa pubblica, che tiene anche conto dei rimborsi e dei rendimenti di quella spesa pubblica, sia stato assai minore della metà, vicino forse allo zero%[99].

Nulla di proprio rassicurante, insomma, per l’esito finale dell’avventura e per il modello scelto dagli americani, per lo meno non ancora… Anche se, a cose fatte, una voce di peso, massimamente credibile, come Warren Buffett, il finanziere di maggior successo d’America, quello che da anni aveva scaricato Fannie e Freddie, preso le distanze dai prodotti che Lehman Brothers vendeva sul mercato a tutti i gonzi del mondo e evitato di investire soldi in istituti finanziari che come Merrill Lynch vedeva, lucidamente, correre al precipizio, rende noto che adesso, a salvataggio pubblico fatto e ristrutturazioni avviate, investirà nella Goldman Sachs altri 5 miliardi di $ della sua Berkshire Hathaway, il fondo di investimento che governa e che lo ha fatto ricchissimo personalmente: il primo o il secondo individuo più ricco del mondo.

E’ un messaggio chiaro, a pochi giorni da quando la banca per assicurare la propria sopravvivenza si è sentita, ed è stata, obbligata ad avviare un piano radicale che la trasforma da grande banca d’investimento in banca tradizionale. Anche se – o forse proprio, o anche, perché – Buffett aggiunge che, d’ora in poi, come grande azionista con forte voce in capitolo controllerà da vicino chi gestirà  “anche” i suoi soldi, è un’iniezione di fiducia. La tesi di Buffett è che, certo, vanno rivisti i poteri che l’Amministrazione vorrebbe sovrani sul nuovo fondo federale quasi trilionario, ma che l’idea di un intervento regolatore pubblico era l’unica sensata “da tempo[100].

Adesso, qualche giorno dopo, dal mercato arrivano, così incoraggiati, altri 5 miliardi di acquisti di azioni già di valore radicalmente ridimensionato. Mentre la Mitsubishi-UFJ, la più grande banca nipponica, si accorda per l’acquisto del 20% del pacchetto azionario della Morgan Stanley, anch’esso valutato ormai largamente al ribasso (8,4 miliardi di $), l’altra grande banca salvata dall’intervento federale.

E non pochi pongono, con la gente normale che si incavola sempre di più,  la domanda maligna: ma, forse, che non c’era un colossale conflitto di interessi nel modo in cui il ministro del Tesoro Paulson, ex presidente della Goldman Sachs e suo grande azionista ne ha deciso il salvataggio mentre ha lasciato fallire e andare a fondo la Lehman Brothers, i suoi dipendenti ed i suoi azionisti.

E qualcuno comincia anche a chiedere al governo, e ai contribuenti, con un’altra domanda che si fa imbarazzante, come mai: perché, se Buffett investe nella Goldman ottenendone azioni privilegiate e a prezzo privilegiato in cambio del suo investimento, e se si porta via, sempre negoziandoli uno per uno, porta a casa altri, diversi specifici privilegi, i contribuenti, l’erario, Paulson dovrebbero invece pagare e salvare e rassegnarsi a portare a casa molto molto di meno?

Insomma, proprio il contrasto fra quel che riesce a strappare Buffett e quel che non ottiene Paulson, mette in evidenza i problemi che ci sono col piano di salvataggio: il governo si prende troppi rischi con quasi nulla in contropartita. E perché Svezia e Giappone fecero diversamente, riuscendo a risanare senza svenarsi come propone l’Amministrazione, con misure molto più simili a quelle negoziate da Buffett che non a quelle offerte gratuitamente da Paulson?

Buffett – ha fattor rilevare Jeff Bingaman, democratico del New Mexico al presidente della Fed Bernanke nel primo, duro confronto alla Commissione bancaria congiunta di Camera e Senato – investe 5 miliardi e si porta via azioni privilegiate. A noi viene chiesto sostanzialmente di sottoscrivere a scatola chiusa un piano di salvataggio con cui sul groppone dell’erario mettiamo tutte le attività di cui queste imprese non riescono a liberarsi a un prezzo ragionevole… E’ ragionevole?[101]”.

Quel che è certo, in ogni caso, secondo gli osservatori tutti – destra, sinistra e amorfi – è che anche se il piano Paulson servisse a rimediare alla situazione (dopo la sua approvazione, il 29 settembre, anche se non ancora definitiva al Congresso, le banche non hanno affatto tirato un sospiro di sollievo e le borse sono andate ancora giù) non potrebbe in ogni caso sanare i guai del recente passato ed evitare all’America – ma, di rimando, al sistema finanziario internazionale, cioè anche a noi e all’Europa – una perdita finanziaria di quelle che azzoppano davvero il cavallo[102]. Non  tutti, invece, ma osservatori importanti sì, arrivano a dire che “la crisi finanziaria globale vedrà traballare gli USA come traballò l’Unione sovietica quando cadde il muro di Berlino. E l’era del dominio americano che è finita[103].

Ha ricordato l’economista Roubini[104] dell’unica cosa utile che, forse, ha fatto sul tema di recente il FMI[105]: uno studio secondo cui, di 42 crisi bancarie di ordine sistemico nel mondo, ci sono stati interventi governativi di ricapitalizzazione in 32 casi e solo 7 di essi hanno incluso un programma di acquisto a carico dell’erario di cattivi assets e/o debiti come quello proposto dal Tesoro USA. E anche nei casi in cui – come in Cile – il governo è intervenuto a coprire perdite private, tutti i dividendi sono stati sospesi e i profitti eventualmente ridestinati al riacquisto degli assets assunti a carico dell’erario.

Insomma, l’acquisto a carico dei contribuenti di azioni schifezza e andate a male di banche, piccole e grandi (nessuna comunque colossale come quelle americane in questione), è stata l’eccezione. I casi analoghi sono quelli di Messico, Giappone, Bolivia, ex Repubblica ceca, Jamaica, Malaisia e Paraguay. E anche in sei di questi sette casi, l’acquisto di bad titles, di assets fasulli o avvelenati, come si dice, s’è accompagnato alla cessione da parte degli istituti rilevati di azioni privilegiate in quantità.

Così va detto chiaro che il piano Paulson è una vergogna: il salvataggio di una manica di banchieri inaffidabili e di investitori arrischiati che si sono ancora arricchiti, con pochissimo sollievo arrecato sia al debito delle persone che hanno dovuto ricorrere al credito, sia delle famiglie sottoposte a stress finanziario elevato e un costo molto alto per i contribuenti americani. Tutto con l’alibi del salvataggio dell’economia produttiva da una recessione severa. E il piano non fa niente, assolutamente niente, per risolvere l’appesantimento severo dei mercati monetari e dei mercati interbancari, ormai ivini ad uno stato di fusione sistematica. Quando il salvataggio avrebbe potuto essere condotto con un uso migliore e meno costoso del denaro pubblico”.

Alla fine di questa litania dolorosa e un tantino grottesca la Camera (mentre veniva annunciato che un altro colosso bancario, Wachovia, veniva comprato con l’aiuto sostanzioso del Tesoro, dalla Citibank per non farlo fallire) ha votato un no clamoroso e anche umiliante al piano di Paulson e Bush. La grande maggioranza dei repubblicani non s’è lasciata convincere al “tradimento del libero mercato” e al “socialismo strisciante di Stato” e una minoranza dei democratici – significativo, però, che sia stata una minoranza – ha appoggiato per carenza di tempo e mancanza di meglio il piano.

Pare che i repubblicani non siano stati in grado di ingoiare l’accusa reiterata dallo speaker della Camera, Nancy Pelosi[106], che chiedeva alla Camera di votare a favore ma non rinunciava, com’era sacrosanto, a far rilevare che il disastro economico era tutto imputabile ai repubblicani ed all’Amministrazione e alla loro irresponsabilità di non aver provveduto ad alcuna supervisione degli spiriti selvaggi del mercato; e che solo per salvare il paese – perché  ormai non c’era rimasto più niente da fare – loro, i democratici, avrebbero “patriotticamente” votato a favore.

Invano i repubblicani, alla fine, hanno accusato i democratici di aver fatto trionfare il loro interesse politico, di parte, non votando l’accordo… Una scusa che, però, è subito parsa ridicola – è quella solita, tradizionale sotto Bush, di rovesciare contro l’avversario le accuse ricevute – in bocca a chi, i repubblicani, ha bocciato clamorosamente il piano presentato al voto dal proprio presidente. 

Alla fine oltre il 60% dei democratici l’hanno fatto. Ma sono stati addirittura più del 70% dei repubblicani (tutti i deputati si devono ripresentare a novembre: qui li eleggono ogni due anni) a rifiutare il loro voto al piano del presidente: che è stato bocciato, con 228 voti contro 205 soltanto a favore[107]. E subito crolla la borsa, del massimo in un solo giorno da vent’anni. E il credito alle persone sembra immediatamente irrigidirsi e farsi ancora più scarso con gravissimi, incipienti problemi per vendite al dettaglio e consumi (i 2/3 del PIL, in questo paese).  

Ma adesso? mentre è ricominciata a ricapitombolare precipitosamente Wall Street…, con tutti gli impegni del pacchetto da 700 miliardi di $ cancellati…, adesso che succede? Il nodo è finanziario, ovviamente – lì c’è il marcio, la deregolamentazione che ha scatenato iene, lupi e sciacalli liberi sul mercato – ma le conseguenze le sentirà per primo il disgraziato che deve rifinanziarsi un mutuo o ottenere un piccolo presto...

Probabilmente, un altro piano – non solo per la forma o per il belletto usato – sarà presentato, e stavolta votato, entro qualche giorno alla Camera: tale è l’allarme che è diffuso ancor più dopo la prima bocciatura. Una cosa che però a chi scrive, e non solo a lui certo, pare sicura è che, se i repubblicani per iperfedeltà alla loro ideologia iperliberista alla Reagan e alla Friedman e scoglionamento nei confronti del loro presidente – ormai aborrito anche da loro, come s’è visto alla Convention di St. Paul, per il fallimento globale che è stata tuta la sua presidenza – hanno affossato il piano di salvataggio, sta però diventando sempre più certo che la loro visione onirica e inesistente di un capitalismo libero e senza vincoli – il laissez-faire – sopravviverà con grande difficoltà a questa crisi.

Altro mistero, assai poco glorioso, ma che in realtà non è misterioso per niente, comunque assai poco rassicurante sulla questione è il silenzio davvero assordante che, su tutta la questione, ha mantenuto, e mantiene, il Fondo monetario internazionale. Quando il mandato preciso, statutario, dell’FMI è quello di sorvegliare il sistema finanziario globale e le politiche economiche dei paesi che lo compongono, di cui gli USA non sono certo la pedina minore e tanto meno la meno influente. Il suo secondo mandato è quello di funzionare da preallarme del sistema tutto rispetto all’avvicinarsi di qualsiasi squilibrio grave nel sistema.

Ricordiamo tutti le missioni a Roma, a Buenos Aires, ma anche a Parigi e a Manila, dei suoi burocrati-ispettori che vanno a fare le pulci e la predica di prammatica ai governi locali, di fatto a monitorare e a dare i voti alla governance economica, ortodossa o meno, dei suoi 185 paesi membri. Bé, il Fondo ha taciuto fino a che è scoppiato il bubbone. Ma anche dopo ha continuato a tacere[108].

Perché? Ma avete presente addosso a quale paese è scoppiato il bubbone, in questo caso? Quando,  a ottobre dell’anno scorso, era scoppiata all’inizio la crisi sui subprime, all’assemblea del FMI non pochi dei cosiddetti paesi in via di sviluppo manifestarono al managing director in carica, poco dopo sostituito – ma solo per turnazione – dall’attuale, il francese Strauss-Kahn, che ne avevano ormai fino al collo di sentirsi far la predica, loro, dal paese cicala più grosso e scatenato del pianeta sulla necessità dell’austerità, soprattutto del non far troppi debiti.

Strauss-Kahn non rispose, se non lasciando intendere di non poter farci niente. Insomma, gli Stati Uniti sono gli Stati Uniti, dei consigli ortodossi del Fondo se ne fregano, non solo ne sono il massimo azionista ma, grazie allo subordinazione degli altri, anche quando non sono d’accordo e insieme potrebbero invece far maggioranza, in pratica la vincono sempre. O, almeno, l’hanno vinta sempre finora. Dopo questa dimostrazione di incoscienza, di impotenza e l’incalcolabile capacità di contagio, chi sa…

Nel frattempo, la Camera ha votato, zitta zitta e lemme lemme, 392 a 39, una legge che autorizza un bilancio della difesa[109] per l’apocalittica cifra di 612 miliardi di $. Tra qualche giorno la voterà, senza grandi problemi pare, anche il Senato. E, per non correre il “rischio” di un veto presidenziale, la Camera ha fatto cadere anche tutte le timide obiezioni di merito e le controproposte della sua maggioranza democratica: il divieto, da incorporare nel testo, di delegare a torturatori privati l’interrogatorio “robusto”, dice l’eufemismo, finora compiuto dai m ilkitari o dagli agenti segreti americani, la rivendicazione dell’ultima parola, secondo Costituzione, sul patto di sicurezza bilaterale con gli iracheni che vuole l’Amministrazione.

Come al solito, di fronte alla minaccia di Bush di tirarsi una palla in testa, rinunciando al bilancio della difesa, se gli allegavano qualche condizionamento, i democratici hanno calato le braghe. Così la spesa nell’era di Bush il piccolo per armi e armamenti si prospetta come nel prospetto seguente: 2001: 301 miliardi di $; 2002: 350; 2003: 400; 2004: 460; 2005: 500; 2006: 520; 2007: 570; 2008 (stima): 612; 2009 (stima): 620 miliardi di $.

Di numeri fasulli si tratta, però, o almeno numeri civetta: l’occupazione di Iran ed Afganistan che la proposta di bilancio valuta per il 2009 a 68,6 miliardi di $, nel 2008 ne è già costata 182. Non ci sono gli oltre 50 miliardi per la Sicurezza interna da minacce di tipo militare, i 20 miliardi di $ per la manutenzione del personale nucleare imputati invece al bilancio del Dipartimento dell’Energia – che con le bombe termonucleari non si capisce proprio che c’entri –, né i 10 miliardi per la Guardia costiera che è un corpo militare ed altri 10 per quello che il Pentagono chiama “aiuto militare estero”, né altri 125 miliardi, secondo stime ben infornate, di voci che riguardano programmi di difesa seminati qua e là sotto altre voci di bilancio…  

Alla Convenzione dei repubblicani, a St. Paul, in Minnesota svoltasi a inizio settembre e subito a seguire il grande successo mediatico e d’immagine di quella democratica a Denver, e tenuta deliberatamente in scala ridotta non a causa, come hanno detto, dell’uragano Gustav che si accingeva a colpire ma della minaccia-alibi dell’uragano Gustav che si accingeva a colpire e che i coreografi repubblicani, i PR del meeting, hanno deciso di sfruttare come occasione per ridimensionare il tutto, impedendo così il paragone umiliante con la Convenzione dei democratici.

Da questo punto di vista, va detto che Gustav s’è dimostrato davvero un amico per i repubblicani tenendo, nei momenti cruciali, l’attenzione dei media presenti alla Convention lontano dal presidente innominabile e lì innominato (un affronto mai visto prima) e tenendo anche la loro pressione lontana dall’altro uragano che s’andava accumulando, all’inizio, sulla testa della candidata di McCain per la vicepresidenza, la governatrice dell’Alaska Palin. Una tempesta che aveva bisogno, anzitutto, di un po’ di tempo per rabbonirsi. Il fatto è che, dopo la scelta di McCain e prima della nomination ufficiale, è venuto fuori che la di lei figlia nubile è incinta a 17 anni…

…e la questione ha colpito duro, ha scorticato e messo allo scoperto l’esibito moralismo familial-sessuofobico del partito repubblicano, in particolare della sua ala fondamentalista, da cui la Palin è stata scelta proprio perché ne è una colonna – simbolica, più che portante – che l’ha fatta preferire a ogni altra possibile alternativa, anche solo appena appena più “laica” e non proprio di fede fondamentalista evangelica: come lo stesso candidato presidente, cioè, un po’ sospetto agli estremisti conservatori, in effetti, perché un po’ troppo per loro indipendente.

A favore di Palin milita, per McCain, un altro tratto del suo carattere che l’avvicina in effetti a lui, magari un po’ più al suo vecchio lui che a quello di oggi, è l’imprevedibilità: questo in qualche modo li associa. I media hanno definito spesso, infatti, McCain come un maverick un cane sciolto. Fama che, finora, ha sempre frenato nei suoi confronti l’elettorato repubblicano più conservatore.

Ma proprio l’elemento di fondo più tradizionalmente reazionario che rappresenta la Palin è quello che equilibra il ticket in modo più appetibile a certa base repubblicana. In sostanza il suo credo, per molti di noi almeno aberrante, è semplice semplice: liberi fucili, tanti bambini sempre e comunque e la famiglia in linea di principio almeno prima comunque, America first e Gesù, Gesù, Gesù— il mio Gesù, si capisce: quello pentacostalista-evangelico-fondamentalista cui lei, nata cattolica, s’è convertita – i cattivi dicono per far meglio carriera in Alaska – parecchi anni fa.

E lui, qualche volta, “indipendente” a suo modo lo è stato: ma sempre embedded, radicato e coperto, comunque nell’aristocrazia finanziaria e bancaria di questo paese e sempre pronto, al dunque, a tornare in riga quando si tratta di avere la fiducia del corpo più reazionario del partito, in particolare dei quadri del partito, come quelli che sempre affollano una Convention.

Così, adesso, si fa più reazionario su tutte le questioni economiche e sociali, più centralista e statalista su tutte quelle che riguardano poteri e diritti individuali. Lui, era dichiaratamente e pubblicamente contro la tortura per ragioni morali – la dignità e l’onore, diceva, dell’America – ma anche pragmatiche – la sorte degli americani prigionieri, spiegava: come è stato lui stesso – ed è diventato favorevole…; s’è trasformato, in buona sostanza, da liberal-conservatore che era, sulle questioni della morale personale, ad intransigente conservatore: adepto, ormai, dell’imporre per legge una regola morale uguale per tutti: la nostra, quella che secondo noi vuole Dio onnipotente… Insomma, maverick, lei come lui, su tutto meno ormai che sulle questioni essenziali.

Anche se, poi, a lui come persona non gliene frega proprio niente, oggi come ieri. Insomma, come è noto, Parigi val bene una Messa… Infatti, anche per chi celebra e vuole sostenere per legge la santità indissolubile del matrimonio, è noto, la regola vale per tutti meno che per sé e per i suoi… E, in questo, tutto il mondo, vero?, è paese.

Per questo, nel triangolo sunnita della piccola-grande provincia americana, quella dove si accalcano i fondamentalisti che si dicono “rinati in Gesù” – in calo, ma ancora tanti – McCain ha aggiunto alla sua nomea pubblica per loro un po’ infida quella della Palin che, da questo punto, è veramente al di sopra di ogni sospetto. Sì, certo, è anche un po’ sconcertante – depone male sul solido conformismo della famiglia, dopotutto, la ragazzina incinta … – ma quello che conta è che il bambino, alla fine lo facciano. Tutto sommato, questa gente è, come dice di sé anche se a modo suo, il “sale della terra”…, oppure sono come sembra anche a molti i “morti viventi” della politica nazionale?

Tutto sommato, questa vasta, xenofobia, anche razzista massa di fondamentalisti cristiani “rinati”, questa destra americana di provincia (ma anche di città, si capisce), questo settore dell’elettorato che non voterà mai Obama a prescindere perché è di colore, che disprezza da sempre Hillary Clinton non tanto perché è donna ma perché vuole agire in politica come se fosse un uomo, che sospetta anche di John McCain perché è troppo poco repubblicano e imprevedibile, adesso ha trovato in Sarah Palin proprio quel che cercava, quel che gli mancava. E sono il 30, 35% dell’elettorato, forse.

Anche Bush s’é poi prestato cortesemente a fare da buttafuori ufficiale – più che discretamente quasi “furtivamente[110] – tenendosi con grandissima cura lontano da una ribalta per lui fattasi davvero difficile miracolosamente da… Gustav: era diventato il convitato di pietra o, se volete, la macina al collo del suo partito[111].

Tanto è vero che, ingoiando l’umiliazione, nel brevissimo indirizzo rivolto alla Convention e solo dal video, su richiesta specifica di McCain – che ha tenuto a farglielo dire e a far sapere di avergli chiesto di dirlo – George W. ha subito rassicurato tutti (anche se la sua rassicurazione suona ridicolmente superflua al meglio e, al peggio, controproducente) che comunque McCain “è un uomo indipendente che pensa col suo cervello[112]

… solo che, se fosse uno che pensa davvero col suo cervello, sarebbe un segnale sul serio preoccupante l’insistere sulla solidità dell’economia americana a inizio settembre, alla Convenzione e, poi, ancora a metà settembre, mentre ancora stanno fumando le macerie Torri finanziarie sorelle (Lehman Brothers, Merril Lynch, A.I.G.). Forse, più che di indipendenza di giudizio questo sembra un indizio di Alzheimer incipiente. Ma almeno la non presenza presidenziale alla Convenzione ha evitato di esporre McCain all’abbraccio, disastroso televisivamente ormai, del cumulo di tutti i fallimenti di Bush.

Insomma, la stessa distanza da St. Paul, fortunatamente attribuibile alle bizze di Gustav (ma due ore per volare lì da Gustav, una per parlare e due altre per tornare in Louisiana, dove poi Gustav non c’era più), volendo, si trovavano. Quindi, un’assenza che rendeva anche troppo evidente come per McCain ed i suoi proprio il più impopolare presidente di sempre fosse ormai un imbarazzante compagno di strada: così ci si è voluti, e dovuti, accontentare di un Bush che fa le lodi del candidato presidente, loro che mentre lui parla lo applaudono quasi solo quando menziona McCain e della “prima signora” – di  Bush, Laura – che ne elogia la presidenza elencandone le grandi conquiste (secondo lei e secondo lui):

• la “difesa” del paese (da che? l’unico attacco, l’11 settembre, è stato un colossale successo… per gli attaccanti!);

• le sue iniziative “a base religiosa”, come le chiama (cioè, il finanziamento privilegiato con fondi pubblici dei progetti sponsorizzati da tutti i fondamentalismi a base religiosa— meno quelli islamici, si capisce) per quanto settari essi fossero;

• la nomina sistematica di giudici ultrareazionari, come lui, alla Corte suprema che, in quella sede, assicureranno per anni (sono nominati, non eletti, a vita) interpretazioni di costituzionalità dello stesso stampo…tra il conservatore, al meglio – nel senso di retrogrado – ed il reazionario.  

Questa per quel pubblico naturalmente è comunque una garanzia. Ma visto che la sponsorizzazione veniva da chi ha condotto il paese in queste peste – economicamente, politicamente e come prestigio e credibilità dell’America nel mondo – non la considerano più sufficiente  neanche loro.

E’ stata davvero una Convenzione al ribasso, non fosse stato per lo scandalo prima  e, poi, per la novità di Sarah, come candidata alla vicepresidenza con McCain: prima, “scandalo” legato alla scelta inattesa e, poi, anche il nuovo sprint che proprio puntare così in modo anomalo sulla governatrice dell’Alaska – al di sopra e al di là di tutte le righe e le norme, degli usi e dei costumi “normali” – ha impresso alla campagna repubblicana: qualcosa di nuovo e di strano per cui entusiasmarsi, perché, certo, McCain è un sonnifero molto potente.

Quel poco di scandalo che alla fine è rimasto è dovuto anzitutto al fatto che palesemente il candidato presidente ha deciso di associarla alla corsa per dare uno shock al partito, e soprattutto ai “fedeli” del partito. Però, chiaramente lo ha fatto senza avere in mano tutte le informazioni che avrebbe fornito anche un’indagine superficiale come quelle che qui conducono per prassi consueta anche per i candidati alla carica (spesso elettiva) di accalappiacani comunale.

Non si sapeva, insomma, della figliola diciassettenne incinta e non sposata,anche se poi McCain ha sostenuto che lui lo sapeva, finché la signora Palin non l’ha annunciato lei stessa. Ed è venuto fuori  solo allora, all’improvviso, all’immediata vigilia della Convenzione[113].

Lo “scandalo”, in un partito che si atteggia a strenuo difensore della vita (no all’aborto, comunque: in linea di principio e di legge, almeno…), della famiglia e della famiglia regolamentare: come quella di Sarah che aveva lei stessa appena dato alla luce un bimbo che sapeva sarebbe stato afflitto dalla sindrome di Down e che – eroicamente, comunque, per molti – ha voluto far nascere (anche se poi, povera creatura, l’ha battezzato Trig, diminutivo di “trigger”—grilletto: lei è una fanatica della libera vendita delle armi da fuoco).

Obama ha saputo rispondere al meglio a chi lo pungolava alla replica e sotto sotto, alla replica politicante: “mia madre mi ha avuto quando aveva diciotto anni… come una famiglia tratta con questioni come questa…, con i problemi di figli adolescenti…—  no, questa non dovrebbe diventare materia delle nostre divergenze politiche”. E voi, dice ai segugi della stampa, “fate un passo indietro di fronte a questo tipo di storie”.

L’occasione donna-candidata è sembrata lì per lì andare male anche per questo ma soprattutto per la grossolanità della pensata— offriamo, noi repubblicani, alle tante elettrici democratiche incavolate per l’eliminazione della Clinton, l’occasione Palin. Un insulto perfetto, perché del mestiere che, al mondo, è il più squisitamente politico (la vicepresidenza: nessun merito proprio, ma a un battito cardiaco di distanza dalla carica politica più importante del mondo) fa una questione politicamente irrilevante ed esclusivamente fungibile in termine di genere. Insomma, non contano le proposte e le personalità, conta solo che lei e l’altra siano femmine.

Non è così. Vero, la questione di genere ormai si impone e sta bussando alla porta. Certo, con ogni buona volontà, a guardare certi esempi di vice presidenti del passato o di vice presidentesse, forse, nel futuro degli Stati Uniti, non si può più parlare di assenza di discriminazione solo quando una Einstein riesce ad avere un posto di sguattera ma anche – potrebbe capitare – quando un’idiota femmina (Palin?) riesce ad arrivare al posto che è stato di un idiota maschio (ve lo ricordate quale? senza alcun punto interrogativo, lui).

Ma l’altra novità della Palin, al di fuori di quell’aria di ostentazione un po’ umidiccia, un po’ autoritaria, dichiaratamente bigotta e comunque sempre sopra le righe (la “barracuda”, la “pitbulla” col rossetto, la donna muscoluta e belloccia, e un qualche po’ anche pacchiana, con lo chignon, l’acconciatura a nido d’ape o, se volete, alla Teodora imperatrice di Bisanzio dell’abbondante capigliatura, troppo lucidata, il viso lustrato, levigato e mascherato da un trucco marcato e abbondante, ecc.) che, alla fine, non sembra averla però danneggiata…

• sì, gli scandali più o meno veri, più o meno chiacchierati di ordine personal-familiare, quei figli dai nomi e dai comportamenti diciamo “curiosi”…;  

• sì, la città di Wasilla che, su sua disposizione, unica praticamente in America, fa pagare il test di gravidanza alle donne stuprate (e l’Alaska è lo Stato  che in assoluto detiene il record degli stupri in America: una donna su tre[114]);

• sì, è sicuramente un’altra di quei fanatici che dicono di sentirsi ispirati e, in qualche modo,  guidati personalmente da Dio…;

• sì, ha ordinato alla polizia del suo Stato di licenziare l’ex cognato poliziotto perché come ex non era più di suo gradimento;

• sì, è stata eletta prima sindaco poi governatore sulla promessa di riportare il bilancio in attivo e lo ha sprofondato in rosso come mai prima;

• sì, proclamando la lotta alla corruzione e agli interessi privati ha arricchito l’Alaska e, tra parentesi, anche se stessa o viceversa (il marito lavora per l’industria petrolifera) coi soldi dei petrolieri trivellatori di tundre;

• sì, c’è la faccenda – che puzza – dei suoi rimborsi spese fasulli, ecc., ecc.)…

…però, la novità vera è quella assoluta di un nome del quale probabilmente il 90% degli americani non avevano nessunissima cognizione, tanto meno opinione, quattro settimane fa perché non lo conoscevano proprio e che in ventiquattrore ha visto il 90% degli americani formarsi e ormai consolidarsi un tasso di riconoscimento, come lo chiamano i pubblicitari, pressoché universale e un’opinione fermissima. A favore o contraria, ma fermissima ormai. Mai era successo…

Ed è davanti a questa insorgenza puramente mediatica, senza alcun esame di merito, che lo scandalo vero passa del tutto in secondo piano, anzi pare quasi scomparire:

• non fa scandalo, infatti, che la candidata alla vice presidenza degli Stati Uniti (come si diceva, letteralmente a un palpito di cuore dalla successione alla presidenza, con un settantaduenne, se vincono loro, alla Casa Bianca e per di più diverse volte già colpito da cancro recidivante[115]), mica in corsa per le votazioni di American Idol, non sia proprio in grado di capire di cosa parla l’intervistatore quando accenna alla “dottrina Bush” (quella della “guerra preventiva” con cui lui ha giustificato l’attacco all’Iraq; che è costata, finora, 4.000 morti all’America; dai 100 ai 600.000 all’Iraq – nessuno è in grado veramente di dirlo… – quasi 5 milioni di sbandati e forzosamente sfollati ed uno spreco di risorse che premi Nobel dell’economia calcolano in dieci anni – e già ne sino passati sette – sui 3.000 miliardi di $);

• non fa scandalo neanche che continui a ripetere, come un meccano neo-cons rotto, nel saluto che come governatrice dà ai riservisti dell’Alaska (tra cui il figliolo) in partenza per l’Iraq quel che neanche Cheney, tanto meno Bush, osano più sostenere: che potrebbero trovarsi a combattere “contro i nemici che hanno pianificato e condotto” gli attacchi alle Torri gemelle. Cosa che perfino la verità ufficiale attribuisce invece, ormai, a bin Laden e al suo gruppo di “martiri suicidi” sauditi, con i quali Saddam Hussein e l’Iraq non avevano avuto proprio niente a che fare. Ma stava deliberatamente falsificando la storia, lei, o non ha ancora imparato qual è stata la verità?;

• e non fa neppure scandalo, pare, che sempre all’intervistatore dell’ABC che, proprio la sera dell’11 settembre, le chiede cosa le faccia presumere, come assicura, di conoscere bene i russi e il loro modo di ragionare, risponde – mica scherzando: molto seriamente – che in America solo dall’Alaska si vede a occhi nudi la Russia, oltre lo stretto di Bering… Non è vero[116], mentre forse è più interessante, oltre che più vero, far rilevare che proprio a metà dello stretto passa l’International Date Line: per cui tra America e Russia c’è lì la massima differenza, almeno d’orario: 23 ore…

Poi, McCain ha accettato ufficialmente la nomina che il suo partito gli offriva. Un discorso sottotono – non è mai stato un buon oratore, lui – fondato su due soli argomenti.

• Uno di scena, quando ha voluto fare il duro con la Russia sulla Georgia, senza dire niente di concreto però – perché niente di concreto poteva dire – ma con una frase ad effetto di pessimo gusto del tipo “mi conoscete, voi sapete che a me piace di tanto in tanto buttarmi in una bella zuffa per il gusto di farla”: che è solo irresponsabilmente rozzo per uno che come questo qui vuol diventare presidente.

• Ed uno di fede, ma in malafede: voi mi conoscete tutti, fidatevi della mia grande esperienza e non di quella inesistente del mio oppositore. Con la promessa: sarò io a fare il cambiamento di cui peraltro c’è davvero bisogno…

Dell’economia e della crisi, che si era aperta e che stava lì lì per deflagrare, non ha quasi parlato se non per seminare fiducia (vuota e fasulla) nei “fondamentali buoni” dell’America, come abbiamo già sopra accennato. Non gli piace, però, come non piace a buona parte del partito repubblicano questo affidarsi, progressivo e al rialzo, allo Stato e alle sue provvidenze.  

Come ha detto un commentatore di quella parte – però tardi, molto tardi, rispetto a quando quelli dell’altra parte ponevano la stessa domanda e nessuno li voleva ascoltare – “perché mai questi maghi di Wall Street se fanno i miliardi di $ per un’impresa se ne intascano personalmente una lauta fetta, alcuni diventando favolosamente ricchi? Ma quando si dimostrano totalmente incompetenti e le loro imprese vanno a gambe all’aria, a pagare il conto sono i contribuenti, è l’erario?”.

Mentre tutti, o quasi, pacificamente appecoronati riconoscono loro di essere titolati ad usare i ricchissimi “paracadute d’oro” di cui si sono dotati per atterrare sempre sul morbido, sul morbidissimo? Ma questo, una volta, non si chiamava capitale di rischio? Già… di rischio per chi?

E’ la domanda che si pone, in effetti, da sinistra e da destra, un po’ tutto il mondo. È la domanda, che dopo essersi fatta per tanti altri casi, ha timidamente cominciato ad affacciarsi anche in Italia con lo sgonfiamento improvviso di Alitalia: senza che nessuno abbia mai avuto, o abbia, il fegato per dire davvero “ora basta!”, bisogna che li facciamo pagare i veri responsabili della catastrofe, questi massimi dirigenti incapaci di dirigere un piccolo coro di voci bianche, perfino.

La risposta alla domanda, naturalmente, è che le regole non le fa la politica, nel senso più alto del termine – di governo della società, della polis – ma che i politicanti le lasciano fare, pro domo loro, ai presidenti, agli amministratori delegati e ai consigliori dei presidenti e degli amministratori delegati per l’economia e la finanza. Perché sono quelli che poi pagano le mazzette – che naturalmente non si chiamano così: non fa fino – ai politicanti.

Adesso in sostanza McCain ha promesso ai repubblicani una rivoluzione vera e propria nell’assetto del potere. In pratica, hanno anche scritto dopo averne ascoltato il discorso di accettazione, una rivoluzione. Però, contro se stesso ed i suoi, perché tradotto in termini chiari sarebbe stato qualcosa come un appello a cambiare tutto lì a Washington: “i repubblicani se ne devono andare dalla Casa Bianca e dai luoghi del potere a Washington in modo che possano arrivare i repubblicani e spazzare via tutta l’immondizia[117].

Insomma, a 72 anni, dopo oltre un trentennio di vita al Senato e questi ultimi disastrosi otto anni di governo repubblicano del paese, non è proprio McCain la persona più adatta a rubare la parola d’ordine del cambiamento ad Obama ed a farla sua. Almeno credibilmente.

Però, lui ed i suoi ci provano, con una faccia tosta che, onestamente, sarebbe difficile mostrare perfino nella politica di una paese camaleonte e di personaggi camaleontici come quelli che girano in Italia. Da noi, però, eminenti statisti con corredo diversificato di mogli – qualcuna sposata in chiesa, qualcuna al municipio, qualcuna no, qualcuna non si sa – giurano sulla santità della famiglia monogama… e gliela facciamo passare liscia. Lì, tra gli esponenti del partito repubblicano, e mediamente tra gli americani, la fanno passare liscia (per citare solo le fregnacce più grosse recitate al microfono della Convenzione repubblicana[118])

• al super-ricco ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, figlio del top-manager di una delle grandi della lista dei Fortune 500, uno che mise insieme una vasta fortuna personale comprando a debito, e poi facendo sistematicamente fallire, tutta una serie di aziende… il Mitt Romney, che ora denuncia, lui, “le elites finanziarie della costa orientale” degli Stati Uniti: suo padre, lui e il suo Massachusetts, cioè…;

• all’ex sindaco di NewYork, Rudy Giuliani, uno che ogni due parole che dice riesce a metterci dentro tre volte la dizione “11 settembre” – la gente lo ricorda lì, eroico (perché, poi?) e fissato per sempre nel tempo quel giorno –… uno che, per dirla con USA Today[119] e come attestano decine di video su YouTube, “ha marciato in svariate parate del gay pride, s’è vestito da drag queen e ha vissuto per qualche tempo, fra il secondo ed il terzo matrimonio, con una coppia gay ed il loro minuscolo cagnolino Shih Tzu” ma adesso accusa Barack Obama di disprezzare gli americani delle piccole città americane come insufficientemente “cosmopoliti”…;

• e ai candidati alla presidenza ed alla vicepresidenza del partito che ha controllato Casa Bianca e Congresso per 26 dei 28 ultimi anni… un partito che ha digerito, assimilato e si è trasformato in sé, come tale, nel santuario dell’industria lobbystica americana, dove ogni repubblicano appena appena leale (all’industria) e neanche necessariamente brillante aveva un posto assicurato dopo e, durante, fior di quattrini a sostegno, di andare a dire che loro e il partito correvano contro la Washington elite… i ricchi snob di Washington.

Ma si può? si può mentire così? Bé, evidentemente si può. Lì come qui, per carità. Lì più di qui.

Nei giorni seguenti, fanno qualche meraviglia – e,  certo, danno una mano a Obama – le gaffes a ripetizione che la coppia repubblicana e il suo staff riescono a mettere insieme: mentre le azioni delle grandissime banche scivolano all’ingiù a perdicollo verso il baratro[120],

• prima McCain trova il modo di ripetere ancora una volta, fiducioso, che “i fondamentali dell’economia americana sono solidi”;

• poi uno dei suoi massimi aiutanti se ne esce inventando la notizia, di cui infatti deve scusarsi, che al senatore risale l’invenzione del portatile senza filo BlackBerry;

• Carly Fiorina la sua massima consigliera economica, confessa che, secondo lei, né lui né Palin sarebbero in grado di gestire una qualsiasi grande impresa[121];

• poi, nel mezzo del peggiore collasso finanziario dagli anni ’30 del XX secolo, viene annunciato che Donald Trump, il tycoon miliardario che ha fatto le sue fortune cavalcando il peggio più scriteriato della bolla edilizia ed incarna per l’opinione pubblica il risvolto più crudo del capitalismo selvaggio, sostiene e sponsorizza la candidatura di McCain;

• e, infine, ritorna a galla un articolo di qualche mese fa con cui il senatore McCain ritenne di dare il suo contributo al dibattito su uno dei temi roventi della campagna elettorale, la sanità: su come riformare un sistema sanitario – misto, privato e pubblico, ultracostoso (il doppio della spesa pro-capite globale europea) e pochissimo efficiente (costi amministrativi del sistema privato, sul 15% dell’incasso) e che, per di più, lascia oltre 45 milioni di americani senza copertura alcuna di spesa sanitaria[122] – scriveva, con un tempismo, come per tutto il resto, completamente sbagliato.

Sbagliato per un candidato che cerca di vendersi su un refrain di stampo sempre più populista, delle meraviglie e dei miracoli di una riforma sanitaria basata sui canoni ed i precetti del mercato, che “Se ci decidiamo ad aprire il mercato delle assicurazioni sanitarie ad una vigorosa competizione nazionale, come nel corso dell’ultimo decennio abbiamo fatto per il sistema bancario, offriremo una scelta più variata di prodotti innovativi meno frenati dai maggiori eccessi della regolamentazione pubblica”.

Così McCain – commenta il professor Krugman, segnalando dal suo archivio questa perla – che adesso si atteggia a flagello di Wall Street, solo dieci secondi fa elogiava la deregolamentazione finanziaria garantendo che mercatizzando la sanità si raggiungerebbe una performance uguale a quella dell’industria finanziaria[123]… Appunto!   

Ma, alla fine, la cartina di tornasole che anche alla Convenzione di St. Paul a inizio aveva messo in evidenza il problema reale, è sempre Bush. Il suo profondo, radicale, ritorno alla vecchia America, addirittura del pre-New Deal all’interno (aiuti ai ricchi e abbandono dei poveri a sé e alla grazia di Dio, al massimo), la sua convinzione/illusione che, per combattere il terrorismo, l’America, e con essa il mondo in qualche modo vicino all’America, dovessero ormai usare soprattutto, o solo, la politica della paura che ha dominato la politica internazionale a partire dal 12 settembre ma che era cominciata già prima— anche se essa sembra aver solo peggiorato la situazione.

Il problema vero, con uno come Bush, non è mai stato che ha fatto quello che fatto, ma che la classe politica americana – democratici compresi, ma in primissima linea i repubblicani – lo ha messo in grado di farlo, in nome della paura, appunto, ma soprattutto dell’ “eccezionalismo” americano, della sacertà, quasi da faraone d’una antica dinastia egizia, qui riservata alla figura del presidente contro le raccomandazioni preveggenti e accorate dei padri fondatori e in nome del “sogno americano”. Per credere nel quale, diceva già Mark Twain – un iconoclasta non davvero da poco – “bisogna proprio essere addormentati”. Vecchia battuta. Ma vecchia, appunto almeno quanto il sogno…

C’è da tener conto, però, di un dato di fatto, troppo spesso sottovalutato. Come l’Italia, e perfino più dell’Italia, questo paese è per natura, cultura, storia, un paese naturaliter di centro-destra. Qui sta tutto il genio dei conservatori americani più rabbiosi: e non solo poi di quelli americani, anche dei nostri. Ignorare i fatti, tutta la sorda, rabbiosa opposizione che sempre hanno praticato in passato a ogni riforma, con l’eccezione delle controriforme favorevoli alla propria scelta di classe (esplicita od implicita che essa fosse) e continuare ad opporsi salvo poi, come adesso sta facendo McCain, rivendicare per sé, fraudolentemente, il titolo del cambiamento.

Il fatto, però, è anche che i repubblicani hanno vinto sette delle ultime dieci elezioni presidenziali. Lo stesso Bill Clinton è andato due volte la Casa Bianca solo grazie a Ross Perot, il candidato miliardario del terzo partito che tirò via da destra un 12% (nel 1992) ed un 26% (nel 1996) di voti che sarebbero andati al partito repubblicano.

Al contrario, nel 2000, fu Ralph Nader che, da sinistra, sottrasse a Al Gore 2.882.000 voti e i corrispondenti suffragi elettorali che avrebbero dato a Gore la presidenza invece che a Bush il piccolo. Che ci arrivò, pur avendo perduto di 800.000 voti rispetto a Gore nel suffragio popolare, con l’imbroglio della Corte Suprema, formattata a destra da tutti i precedenti presidenti repubblicani, che bloccò con motivazioni esplicitamente politiche il riconteggio in Florida. E Bill Clinton l’ultimo presidente democratico dai tempi di Carter, dal 1980, prese meno voti di quelli che presero nel 2000 Al Gore e nel 2004 John Kerry.

Vogliamo dire: attenzione. Noi europei, i media europei in generale, anche i più conservatori, tendono a sottovalutare dall’inizio delle primarie i repubblicani, con qualche recupero di attenzione solo adesso, dopo la Convenzione. E’ l’errore che in genere la sinistra fa quando guarda alla destra. Lo stesso errore fatto con Berlusconi da noi, il non capire che è più naturale – per un italiano proprio come per un americano, magari vergognandosene, identificarsi nel voto per un singolo governante – non per un partito o per una coalizione di partiti: per una persona – con un moderato o un conservatore, magari anche con un reazionario, più che con un “progressista”.

In America al limite, anche dopo otto anni di un Bush così disastroso, con un altro repubblicano.

E, in effetti, una qualche conferma viene col recupero almeno in parità su Obama dei sondaggi di McCain subito dopo la Convenzione repubblicana: con l’esposizione in prima serata televisiva che aveva funzionato prima anche per lui ma anche grazie al personaggio nuovo della Palin, la ipersemplificazione del messaggio (in sostanza Dio – il mio, si capisce, soltanto il mio – patria e famiglia), il richiamo della foresta all’America provinciale, largamente nutrito da una montagna di bugie[124] che, alla fine, vedrete verranno fuori tutte ma – questo sperano, non irragionevolmente poi – quando, forse, già sarà troppo tardi per servire a qualcosa.

E’ ancora presto, sappiamo; ci sono due mesi, OK; adesso, forse, se si comincia a parlare di contenuti, di proposte, dei sì e dei no, è tutto da vedere, certo… Ma il segnale è arrivato. E i democratici farebbero bene a annotarlo. Intanto approfittano (cercano di approfittare per mettere qualche ostacolo sulla strada della governatrice dell’Alaska, così fiscalmente responsabile e attenta al denaro pubblico) della prima magagna che si manifesta sull’immagine pubblica lustra e levigata di Palin.

La governatrice, che risiede ufficialmente e lavora nella capitale del suo Stato (1.717.854 kmq. e, in tutto, 683.478 abitanti), Juneau (popolazione: 30.700 anime), in realtà, vive e lavora trecento giorni all’anno a casa sua e nel suo ufficio nella cittadina di cui era prima sindachessa, Wasilla (6.000 abitanti), a quasi 1.000 km. di distanza. Però, viene fuori, si fa rimborsare diverse decine di migliaia di $ di diaria dallo Stato come se abitasse in albergo a Juneau… E fa pagare gli andirivieni del marito e di tutti i suoi figli tra Wasilla e Juneau a piè di lista ai contribuenti… magari sull’elicottero governatoriale, dal quale ama fucilare a volo radente alci e orsi bianchi. Illegale? si discute[125]… ma certo puzza assai. Scorretto, in qualche modo fiscalmente irresponsabile, anche un poco fraudolento e imbarazzante?... certo che sì.

Poi, alla fine, qualcuno[126] sembra proprio non poterne più di questa defatigante ricerca del continuo ed ipocrita equilibrio tra il dire e il non dire, fra il reticente e l’ipocrita. Sbotta e dice tutto quello che gli risulta, seppellendo la Palin stavolta sotto il mucchio di falsità e di vere e proprie menzogne con cui si è presentata, e l’hanno venduta, con un certo successo, agli americani[127].

Molti non cambieranno idea di quelli, e di quelle, che ci avevano creduto; e il NYT, il qualcuno in questione che finalmente ha scritto la verità anche se solo dopo due settimane di tergiversazioni, subisce tutti gli attacchi dei reazionari e dei trogloditi d’America.

Ma almeno ora, ed a firme che più autorevole difficilmente si può, viene tutto elencato in un attacco documentatissimo e feroce, dal titolo in apertura di prima pagina che esso stesso è un ritratto di una politica, oltre che di un politico donna, profondamente reazionaria anche se sono riusciti per qualche tempo ad incartarla in modo tanto luccicante da farla sembrare una novità e così a venderla. Un articolo che giunge a – e, ripetiamo, documenta scrupolosamente – una conclusione diretta: “il governatore Palin vive in base al principio che ogni politica è sempre locale, anzi proprio  personale”.

Insomma, è una persona vendicativa, oltrechè per niente qualificata, ed forse è stato un errore scegliersela come co-pilota. Anche per la visione sua tipica che nessun conflitto di interessi per lei mai si può dare visto che anche per lei – come per altri da noi – i suoi di interessi per definizione coincidono con quelli del paese e che, dunque, sempre per definizione, i nemici suoi sono i nemici del popolo.

In ogni caso dopo una settimana dalla scelta, dice un sondaggio autorevole[128], “se il 77% dei repubblicani iscritti e militanti esprime un’opinione positiva sulla Palin, richiesti specificamente su cosa piacesse loro di lei, rispondono scegliendo come principali cinque motivazioni, che è onesta, dura, attenta, chiara e che ha un faccino fresco. Insomma, come l’ospite di un qualsiasi talk-show, più che come una vice presidente. E all’ottavo posto, su dieci, subito dopo un semplice “mi piace”, c’era come motivazione la sua intelligenza[129].

E, adesso, che i nostri pazienti lettori ci scusino. Da uno straordinario articolo di una delle grandi opinioniste del NYT, traduciamo un esilarante frammento (non proprio breve: ma vale la pena di leggerselo) di un colloquio inventato[130] tra il senatore Obama e il presidente Jed Bartlet, quello di West Wing, scritto – su sua, di lei, richiesta – dall’autore del serial politico-televisivo più decente, divertente e informativo dell’ultimo decennio, Aaron Sorkin.

Dopo essere stati anche sarcasticamente preso in giro da Bartlet, nel corso della chiacchierata, per il modo secondo lui poco mordente con cui lui sta conducendo la campagna elettorale, Obama gli chiede:

Tu che faresti?”. E Bartlet risponde, di botto: “Arrabbiati! Chiamali bugiardi, perché sono bugiardi. Sarah Palin non ha detto ‘grazie, ma no grazie’ al Ponte verso il Niente da costruire con fondi federali. Ha detto solo ‘grazie’: non quello che ha millantato d’aver detto. Tu sei stato tirato su da una madre single coi bollini delle sovvenzioni alimentari— ma come si permette un tizio come quello, McCain, con otto grandi abitazioni di proprietà, iscritto dalla nascita per lascito ereditario  all’Accademia navale degli Stati Uniti, ad Annapolis, di chiamare te un élitista? A proposito, se non fai altro, ripigliatela quella parola. Élite è un bel termine, infatti, significa ben sopra la media. Io gli chiederei che problemi hanno con l’eccellenza. E, giacché ci stai, voglio che ci riprendiamo la parola ‘patriota’. McCain può permettersi di dire che la questione trascendentale del nostro tempo è la diffusione del fanatismo islamista, o può scegliere una compagna di corsa presidenziale che non sa la differenza tra la dottrina Bush [la guerra preventiva] e la dottrina Monroe [l’America, anche il Sud America, agli americani], ma non può dire le due cose insieme, allo stesso tempo, e dire che è patriottico.

   Loro sono obbligati a mentire— la verità non è loro amica di questi tempi. Arrabbiati! Prendili per il sedere, impietosamente; se lo sono meritato. McCain ha condannato quelli che chiama agenti dell’intolleranza, poi ha scelto come candidata alla vicepresidenza una che ha avuto bisogno di chiedere se fosse  nei suoi poteri [di sindaco] era consentito di proibire i libri che lei non voleva dagli scaffali di una biblioteca pubblica. Siccome non è abbastanza stupido pensare che il pianeta terra sia stato creato in sei giorni, 6.000 anni fa, completo di un uomo, una donna, un serpente parlante, vuole anche forse che le scuole insegnino ai nostri bambini a rinnegare geologia, antropologia, archeologia e anche il buon senso?

   Non è abbastanza sciocco obbligare la propria figlia a un matrimonio senza amore con un teppistello adolescente [che l’ha messa incinta], vuole che anche noi indirizziamo le nostre figlie in quella direzione. Non è abbastanza volere che una donna non abbia il diritto di scegliere, dovrebbe diventare legge del paese l’obbligo che ha di portare avanti la gravidanza e di partorire il frutto del suo stupratore.

   Io non so se la governatrice Palin ha davvero la tenacia di un pit bull, ma so per certo che ne ha tutti gli attributi. E tu ti preoccupi di sembrare arrabbiato? Potresti mangiargli la colazione, farli piangere e dirlo alle loro mamme e Dio in persona ti chiamerebbe un moderato. Ci sono momenti nei quali sei semplicemente obbligato ad essere scortese. Ci sono momenti in cui da te si esige di mostrare un po’ di disprezzo!”

Non è un commento neutrale, no. E, infatti, è l’opinione di un opinionista, di una opinionista e, aggiungiamo noi, di un presidente fantasmagorico. Ma a noi sembra sacrosanta. Basta pensare che,  secondo un sondaggio accreditato e riportato in un altro editoriale[131], quasi un terzo degli elettori americani oggi “sa” che Barack Obama è mussulmano o “crede che possa esserlo”: che a pensarci bene, a parte l’essere l’ennesima fandonia seminata ad arte, costituisce “un triste monumento allo squallore di questa campagna elettorale”.

Per quanto ci riguarda, si pone invece un problema con Barak Obama in politica internazionale. Non abbiamo capito, in effetti, se ci fa o se c’è, per dirla in modo semplice: se fa finta per ragioni puramente elettorali di aderire in politica estera – e specie mediorientale: Israele, Palestina, Iran – alla lettura ipersemplificata e guerreggiante dei neo-cons, anche al di là di McCain stesso, verso il quale mostra, specie su queste questioni, una deferenza comunque troppo difensiva, contribuisce al declino della credibilità americana nel mondo in un posto al Senato che gli dà potere di incidenza reale, soprattutto per prendere voti tra chi, larga parte del pubblico americano, subisce un lavaggio del cervello quotidiano dai media più conformisti del mondo, anche se si capisce liberamente e per scelta propria – o se ci crede davvero?

• quando alza a livelli perfino più striduli e semplificati di McCain il livello di anatema nei confronti dell’Iran, dando per assiomatico quanto, secondo l’Intelligence americana, invece non è affatto assodato – che sta costruendo la bomba – anzi— pur aggiungendo che lui crede di doverci parlare e negoziare prima che abbiano detto sì a tutti i desiderata americani;

• sempre sull’Iran ma anche sull’America stessa, perché – se non per opportunismo – non replicare all’ipocrita battuta di McCain sull’ “Iran che ha una governo schifoso, il che spiega lo stato schifoso della sua economia” semplicemente facendo notare come “gli Stati Uniti hanno un’economia che in questi giorni è in fallimento, letteralmente, proprio perché hanno un governo schifoso, le cui politiche, senatore McCain, ha sostenuto per tutti questi anni![132];

• e quando il senatore Barak Obama neanche fa finta di essere al corrente che nel contenzioso russo-georgiano chi è colpevole dell’aggressione ad agosto è Tbilisi, nel suo delirio di impotente onnipotenza, e che la Russia ha reagito come era inevitabile che facesse; e che, adesso, non c’è modo neanche per un’America comunque un po’meno onnipotente di quello che era di “restituire” Ossezia del Sud e Abkazia alla Georgia (come chiacchiericcicamente si invoca).

E poi perché la stampa, tutti i grandi giornali del mondo che prendono il la da quelli americani, si sono guardati bene dal citare il fatto che a New York, a latere dell’Assemblea dell’ONU, in un’intervista[133] incrociata tra un giornalista di destra (Juan Gonzales del New York Daily News ed una nota giornalista di sinistra, a sinistra dei democratici, come Amy Goodman responsabile del programma Tv Democracy Now, Ahmadinejad qualcosa di nuovo, e di importante, l’ha detto su Iran e Israele?

Alla domanda precisa: “se i leaders dei palestinesi concordassero su una soluzione a due Stati, uno palestinese ed uno israeliano, sarebbe possibile per l’Iran convivere con uno Stato sovrano israeliano?” ha risposto: “certo che sì… se loro [i palestinesi] vogliono tenere i sionisti [e ha spiegato: quelli che vogliono per il loro Stato uno Stato solo o a dominanza solo ebraica] possono ben restare… Qualsiasi sia la volontà della gente, noi la rispetteremmo… Voglio dire, corrisponde molto da vicino alla nostra proposta di far decidere al popolo palestinese per referendum, con un libero referendum”.

Ora, si potrà credere o si potrà non credere a questa posizione. Ma a noi parrebbe giusto farla almeno conoscere, no? ER che uno come Obama la rilevasse, magari anche per criticarla, ma la rilevasse.

A proposito di Israele, però, c’è  da segnalare anche la novità che, finalmente, forse perché è in uscita obbligata dal governo però, il primo ministro Olmert dice la verità, in un’intervista comunque per lo meno inusuale[134]. Intanto, bollando come “megalomania” ogni tentazione che emergesse nel suo paese di attaccare l’Iran da solo (cioè: senza appoggio americano che, è stato reso pubblico, con Bush, in questa fase di uscita dalla Casa Bianca, non ci sarebbe.

Ma Ehud Olmert, al canto del cigno e costretto al ritiro, ha osato poi dire in modo trasparente quello che aveva anche di traverso accennato in questi ultimi tempi e che, così chiaro, neanche il partito laburista aveva mai osato articolare e finora mai avevano detto neanche dalla vivace sinistra israeliana meno conformista (escluse alcune voci coraggiose, ma inesorabilmente isolate).

Che se Israele non vuole condannarsi nel prossimo futuro a confermarsi come uno Stato di apartheid (quello che aveva coraggiosamente due anni fa già detto Carter: dicendo che già lo era, però) come il vecchio Sudafrica, con cittadini di prima classe con la loro democrazia e tutti i diritti – lì i bianchi, qui gli ebrei – e di seconda classe, senza democrazia, governati da un’occupazione militare, senza o con diritti molto minori – i palestinesi e gli arabi – allora, e se vuole davvero arrivare a vivere in pace acanto a uno Stato palestinese, Israele deve ritirarsi da Gerusalemme Est e, praticamente, da tutta la Cisgiordania: con qualsiasi pezzo di terra che rimanesse in mano israeliana “compensato” dalla stessa quantità di territorio israeliano)  

In controtendenza, e di rilievo, è anche il fatto che la leadership democratica della Camera abbia archiviato senza metterlo in calendario per una votazione che sarebbe stata scontata, anche se aveva ben 274 firme di presentazione, una risoluzione bipartisan (l’HR362) depositata da maggio scorso[135] che l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), la potentissima lobby pro-israeliana d’America, aveva designato come la priorità legislativa assoluta sua per quest’anno.

Per l’AIPAC è stata una significativa e finora del tutto inusuale sconfitta. L’HR362, per sua natura, non era un documento binding, obbligante cioè. Ma, se fosse passato, sarebbe stato uno strumento potentissimo per premere sul presidente (questo, ma ormai anche di più il prossimo) e fargli di dichiarare e mettere in azione un vero e proprio blocco navale contro l’Iran. Sarebbe una cosa seria, perché un blocco navale contro un paese sovrano costituisce una vera e propria azione di guerra.

La risoluzione chiedeva, tra l’altro, anche “di impedire l’esportazione in Iran di ogni prodotto petrolifero raffinato; l’imposizione di rigide ispezioni su ogni persona, veicolo, nave, aeromobile, treno o carico che entri o lasci l’Iran; e la proibizione di ogni movimento al di fuori del loro paese di ogni autorità iraniana che non sia solo allo scopo di negoziare la sospensione del programma nucleare di quel paese”. Insomma, una specie di dichiarazione di guerra in forma impropria.

Per chiudere, al momento, sui due competitors in corsa per la Casa Bianca (una dizione che, in questo contesto e non in quello a lui amatissimo e più consono degli affari, usa solo il Cavaliere: giuriamo di non averla mai sentita utilizzare in America!), il punto è che quel che vuole McCain lo sanno bene tutti. E se il dubbio su Obama in campo internazionale resta ancora irrisolto[136], è comunque meglio della certezza sull’altro.

In Afganistan, il conflitto resta aperto tra la gente e il governo che, da una parte, accusa americani e alleati di bombardare alla cieca e fare centinaia di morti per volta tra la popolazione civile e politici e, dall’altra, militari americani (gli alleati della coalizione non contano niente, mai) che sostengono invece come i loro bombardamenti, “chirurgici” o di “precisione”, abbiano pochi “effetti umani collaterali”.

Il fatto, comunque, è che i civili che quei bombardamenti ammazzano sistematicamente sono tanti – troppi – e che questo è il problema di fondo: troppi – usando un acuto slogan della pubblicistica politica americana che già spiegò efficacemente anni fa qualche perché della sconfitta in Vietnam – per vincere i cuori e la mente della gente. Dei vietnamiti là, degli afgani, per non dire degli iracheni, qua…

E dentro l’Amministrazione sembra essersi aperto un dibattito, una volta tanto pare non edulcorato e non piegato solo a ragioni di conveniente propaganda, a testimoniare della serietà del momento che, formalmente suddiviso su quattro dossiers, sta mettendo in evidenza punti di contenzioso che restano ancora (a sette anni dall’inizio della guerra) aperti[137]:

• sui livelli di presenza delle truppe americane (saranno aumentate, ha annunciato Bush, di 8.000 unità che saranno trasferite dall’Iraq nel prossimo futuro, ma i generali ne chiedono altre 15.000) e delle truppe alleate (l’Italia,     sotto pressione, sta inviando a Kabul quattro cacciabombardieri Tornado, che al ministero della Difesa e a Palazzo Cjhigi dicono “non effettueranno combattimenti ma solo ricognizioni”. Solo che mentono sapendo di mentire perché, come ricorda chi se ne intende, “Quei caccia sono nati per combattere[138], non certo per effettuare missioni ricognitive.

   E, così, poi, gli americani riuscirebbero a raggiungere il loro scopo: che “nessun membro della NATO possa vantare una sorta di verginità in Afganistan”. E, visto che lì “ormai hanno finito gli obiettivi militari”, quel che vogliono è che tutti si sporchino le mani bombardando al napalm o a bombe a frammentazione bersagli anche civili se appena appena sospetti ai servizi di intelligence (si fa per dire…). E “i piloti lo sanno, anche se i loro capi negano... Questo è quello che sta succedendo coi nostri Tornado. E bisognerebbe saperlo prima di confrontarsi con la disgrazia”: perché non è portare jella, è solo esercizio minimo di preveggenza sapere che tragedia sarà…    

• su come i miliardi di $ in aiuti qui indirizzati sono stati spesi e largamente sprecati e come, invece, dovrebbero e dovranno essere spesi;

• sul come affrontare i problemi di sicurezza che nel vicino Pakistan vanno peggiorando regolarmente.

Il capo dei capi di Stato maggiore americano, ammiraglio Mike Mullen ha detto al Congresso, in questi mese, di “non essere affatto convinto che l’America stia vincendo in Afganistan” ma di essere anche “convinto che potrebbe vincere”. Il problema che divide oggi gli americani, ai livelli di governo ma anche dell’opposizione, è che non la pensano affatto allo stesso modo su quanto vicini siano poi all’un esito o all’altro.

Intanto, è l’Arabia saudita che sta facendo un lavoro di mediazione tra governo afgano e Consiglio di comando supremo dei talebani, la Quetta Shura che lo ospita nella città del sud ovest afgano di Quetta. L’operazione è vista con suprema diffidenza da americani ed inglesi che, però, non trovano un modo decente di opporsi all’iniziativa sponsorizzata dal loro alleato afgano, il più interessato ovviamente, e dal loro più importante alleato del mondo arabo sunnita il cui scopo è, naturalmente, quello di aprire una frattura tra talebani e al-Qaeda.

Già l’anno scorso, il primo ministro Karzai aveva sondato la disponibilità dei talebani a una mediazione e, alla fine, non solo ma anche per le resistenze degli USA – la cui impostazione è sempre la stessa: coi nemici si può trattare, ma solo dopo che si sono arresi e hanno detto a noi sissignore – non era uscito niente di positivo. Ma anche adesso il negoziato – che, comunque, è una iniziativa muova e importante – va per le lunghe e continua a sollevare incertezze e dubbi tra talebani, afgani, americani ed altri alleati della traballante coalizione che formalmente è sotto l’egida della NATO (l’ISAF: la Forza di Sicurezza Internazionale per l’Afganistan)[139].   

I militari in Pakistan, dopo le dure critiche americane per la loro riluttanza a combattere seriamente i militanti talebani nelle zone tribali di frontiera del paese, erano passati nelle ultime settimane all’impiego di bombardamenti aerei ed elicotteri d’assalto contro gli insorti che entravano ed uscivano dal Pakistan per attaccare le forze americane in Afganistan.

Prima hanno reagito bloccando, su ordine del ministro della Difesa  il passaggio dal Pakistan alle truppe della coalizione NATO in Afganistan dei rifornimenti di carburanti, anche se simbolicamente quasi, solo per qualche giorno: semplice azione di disturbo che ha mandato, comprensibilmente, in orbita i militari americani, ecc., ma che era intesa a significare la chiara esasperazione dello stato maggiore pakistano, poco disponibile ad accettare le critiche americane anche se dagli americani poi è dipendente[140].  

Poi, un altro messaggio, del generale Tariq Majid ha tenuto a far sapere che “i militari pakistani si riservano il diritto di rappresaglia adeguata” per gli attacchi dentro i confini pakistani che dall’Afganistan hanno cominciato a condurre – senza concordarli col governo di Islamabad – contro i talebani. Anche perché, ha spiegato, si tratta sicuramente di misure “controproducenti” che noi, ben meglio degli americani, siamo in grado di valutare[141].

I pakistani, insomma, si oppongono, rivendicando la propria sovranità, alle sempre più frequenti incursioni armate americane nel paese. Fa il punto, alla fine di un tira e molla invero tra l’inverecondo e il ridicolo, con la massima solennità ed ufficialità, in prima persona il nuovo capo dell’esercito Ashfaq Parvez Kayani: “a nessuna forza esterna è consentito condurre operazioni militari all’interno del Pakistan[142]. Il problema, naturalmente, è che anche se non è consentito, gli americani se ne fregano e adesso è emerso che Bush l’ha autorizzato, con uno di quegli atti extracostituzionali che prevede la prassi americana. Non la costituzione, non la legge.

Bush ha, cioè, firmato un finding presidenziale (“considerato che… e considerato che… io, presidente degli Stati Uniti d’America decido che…”: e tanto basta) che serve a permettere, o ordinare, in qualche parte del mondo (negli Stati Uniti ma anche altrove, e magari addirittura in segreto) di fare azioni proibite dalla legge, Ora risulta che “il presidente ha approvato in segreto lo scorso luglio gli ordini che, per la prima volta, permettono alle operazioni speciali americane di condurre attacchi di terra all’interno del territorio pakistano senza il permesso delle autorità del paese[143].

Lo ha fatto anche sapendo perfettamente (e, malgrado ciò, non riuscendo proprio a capire come altri, i più interessati, avessero un apprezzamento altro dal suo— che per definizione e per traslazione poi non è il suo ma quello tout court americano) che, così, mette a rischio anche la imperfettissima ma non evitabile alleanza col Pakistan nella sua “guerra al terrore”[144]. Come mette subito in chiaro, e inevitabilmente, il primo ministro del governo pakistano che ha appena sostituito Zardari stesso, Yousaf Raza Gilani, fregandosene anche di quello che va dicendo o lasciando dire il predecessore e nuovo presidente della Repubblica Zardari[145].

Il giorno prima, alla conferenza stampa del suo insediamento, infatti,  Asif Ali Zardari s’era rifiutato di condannare l’ultima incursione armata statunitense e la dichiarazione pubblica, ora, di Kayani non può apparire altro che come una forte presa di distanza che bolla il nuovo presidente come corrivo se non succubo degli americani e apre un nuovo, altro, fronte di contenzioso politico. Come s’è visto, ancora una volta, anche interno e anche tra gli alleati del presidente 

Anche perché prima dell’elezione presidenziale alla Camera, appena una settimana fa, per assicurarsi i voti del partito mussulmano Jamiat Ulema-e-Islam e dei legislatori delle aree di frontiera che esso controlla, il partito di Zardari, il vedovo della Bhutto, allora lui il primo ministro, s’era impegnato a stoppare ogni incursione area— “per  il periodo del Ramadan” aveva detto lui: ben oltre, avevano assicurato gli altri[146]… Detto, insomma, e non fatto, come si vede…

A metà mese, il 15, succede quel che si poteva pensare: da una parte, i pakistani danno per certo di aver bloccato con le armi un altro raid di elicotteri americani che cercavano di entrare in Pakistan dall’Afganistan, nella regione tribale del Sud Waziristan, per scaricarvi commandos a stelle e strisce alla caccia di un “presunto campo talebano”; e, dall’altra, il Pentagono smentisce: mai successo. E stiamo parlando di, e tra, alleati si intende[147]...

Poi, qualche giorno dopo soltanto, neanche Zardari può più esimersi dall’ “ordinare” al contingente americano d’interrompere ogni attacco non concordato e non autorizzato: dopo aver a lungo parlato dei problemi dell’economia, della pace da raggiungere e rafforzare con tutti i vicini (l’India), il presidente conquista l’unico applauso unanime e caloroso del parlamento quando dice che “non tollereremo la violazione della nostra sovranità da parte di nessuna potenza straniera in nome della lotta al terrorismo[148]. E’ chiarissimo l’annuncio e l’obiettivo verso il quale esso è rivolto. Il problema è che Zardari non si sogna neanche di aggiungere un qualsiasi: se no… Quindi, dopo l’applauso, non gli credono neanche i suoi…

Intanto sul terreno scoppia il primo vero, grosso incidente ammesso come tale e come grave da entrambe le parti. Giovedì 25, al confine con l’Afganistan, i pakistani, eseguendo l’ordine del governo, hanno sparato a due elicotteri americani OH 58-Kiowa che sconfinavano pere dare la caccia a militanti talebani. E gli americani hanno risposto. E’ la prima volta che le due parti concordano nel riconoscere uno scontro di questo tipo registrando che non ci sono state perdite o danni. Insomma, pallottole proprio “intelligenti”, come si vede. Ma è assolutamente chiaro che, più prima che poi, qualche morto ci scappa[149]

Qualche giorno prima, però, l’attentato di al-Qaeda del 20 settembre all’Hotel Marriott, l’immenso cratere aperto da una tonnellata di alto esplosivo che ha inghiottito 53 povere vittime e fatto 250 feriti (numeri che finiranno inevitabilmente col cambiare in peggio) nel quartiere più bene e più sorvegliato di Islamabad, quello del turismo d’elite e delle residenze ufficiali dei vertici del regime, è l’attestato di chi ormai è all’attacco e di chi cerca, malamente assai, di difendersi.

Scrive il più importante, forse, quotidiano locale che sostiene il governo che ormai, e ad appena un mese dalla formazione, “il governo di Islamabad deve far fronte al frantumarsi generalizzato dello Stato[150]”: sia sul piano della sicurezza sotto la minaccia della rivolta interna, della cospirazione emergente e permanente dei suoi stessi servizi segreti, della pressione anche militare, illegale e denunciata ma reale, del suo stesso grande protettore americano; sia sul piano finanziario, perché il Pakistan sta per dichiarare la sua insolvenza ed incapacità di onorare il suo debito estero, con Washington che, come abbiamo visto di guai finanziari ha i suoi e grossi, sta cercando, senza grande successo e forse senza neanche grande impegno reale, di mettere insieme un pacchetto di 5 miliardi di $ da donatori stranieri per consentirgli di restare a galla.

E il dramma del Pakistan – anche con una leadership nuova di cui, però, i pakistani in generale, anche quando la votano come il meno peggio, evidentemente poco si fidano – è che si trova sempre stretto fra il caos islamista talebaniggiante e montante e gli americani calanti e esclusivamente, o quasi, capaci di reagire alla Rambo. E sembra un Pakistan orfano, che non sa più a chi rivolgersi per un appoggio esterno che sempre, nella sua storia, gli è stato necessario.

Per non scivolare in una specie di sindrome afgana, in un vuoto di potere che controlla soltanto pochi punti forti trincerati e abbandona il territorio a insorgenza islamista e guerriglia da una parte separatista, dall’altra fondamentalista e universalista (l’Umma, l’unità dell’Islam, non più l’unità del paese), su chi potrebbe puntare un Pakistan che non potesse più dire un sì pressoché incondizionato all’amico americano?

Può, forse, ripiegare sul vecchio e ammuffito e svogliato imperialismo britannico (ma col Miliband, ottuso ministro degli Esteri light che si ritrova Sua Graziosa Maestà?) o, magari, chi sa?, voltandosi a guardare ancor più di quanto già stia facendo sottocchio, al grande vicino d’oriente, la Cina? E l’India, la matrice storica da cui s’é separato, “bilanciandone” l’arma nucleare con la sua, che farebbe, allora?

Su un altro punto – alla fine, malgrado gli alti lai impotenti di alcuni, più secondario di quanto fosse stato fatto apparire – il governo Zardari ha reintegrato in carica tutti i giudici della Corte suprema silurati da Musharraf[151]… ma non il vecchio  presidente della Corte, Iftikhar Mohammed Chaudry, che non si era dichiarato disposto a cancellare l’inchiesta sulle malversazioni di cui Zardari da anni è accusato (quello che porta mezzo paese a chiamarlo “Mr. 10%”).

E, a conferma del braccio di ferro che ha vinto con l’altro ex primo ministro appena uscito dalla coalizione, Zardari è stato eletto in parlamento il 6 settembre come nuovo presidente della repubblica al posto di Musharraf e, in pratica, con gli stessi suoi superpoteri… E’ universalmente noto, qui, che il nuovo presidente è anche lui uomo degli americani[152], meno legato ai servizi segreti di quanto fosse Musharraf ancora più dipendente da loro. Ma, come s’è pure visto, dipende pure dai suoi grandi elettori iperislamici che l’hanno portato alla carica. E ora sarà importante vedere a quale vento, tra quelli conflittuali cui è esposto e che lo tengono in piedi, sarà costretto a piegarsi…

Intanto, fra una cosa e l’altra – il ruggito del topo georgiano, le alzate di testa del primo ministro iracheno (ovviamente) alleato e di quello afgano (naturalmente) alleato e di quello pakistano (chiaramente) alleato, le due Convenzioni in America, la crisi di borsa, di fiducia e di credibilità che colpisce, fino all’orlo del crollo e anche un po’ oltre, i suoi mercati finanziari e quant’altro – la pressione incombente sull’Iran è scivolata come tra parentesi. E torna in primo piano, quanto mai  cruda e nuda, proprio la realtà dell’Iraq che si potrebbe, forse, certo non compiutamente ma nella sostanza, definire oggi così.

E’ un fatto che

• I grandi vincitori della guerra in Iraq sono gli sciiti, sostenuti dall’Iran.

• I grandi perdenti sono i sunniti: che rappresentavano le classi medie del paese.

• L’Iraq continua ad essere il paese che detiene il record dei rifugiati sul pianeta. Nell’ultimo dei loro spettacoli comici e tragici di ipocrisia gli americani chiedono a tutti di piangere per due, tre mila georgiani (uno solo è di troppo, comunque) ma non alzano un dito per i 4,7 milioni di rifugiati, esterni ed interni, iracheni che la loro guerra ha provocato[153].

• Il primo ministro al-Maliki è una creatura dell’Iran; creatura dell’Iran è anche l’altro grande partito iracheno sciita, quello conosciuto sotto la denominazione di Supremo Consiglio della Rivoluzione Islamica dell’Iraq (SCIRI).

• Il partito di al-Maliki, il DAWA, si manifestò per la prima volta pubblicamente quando il 12 dicembre 1983, fece saltare in aria l’ambasciata americana in Kuwait (cinque morti e ottanta feriti gravi). Saddam, il nemico degli sciiti, era allora protetto e sostenuto militarmente dagli USA: anche con le uniche armi di distruzione di massa che abbia mai avuto, quelle chimiche fornitegli – per istigarlo alla, e aiutarlo, nella guerra contro l’Iran di Komeini da Reagan e dal suo inviato speciale a Bagdad, Rumsfeld (dal 2001 al 2007, poi, segretario alla Difesa di Bush il piccolo) che ne negoziò la cessione.

• L’Amministrazione americana, nella logica irrazionale dettata alla sua politica in tutto il Medio Oriente che scambia le speranze per realtà secondo dottrina neo-cons (ma non solo), si illude che al-Maliki – il primo ministro che chiede ormai agli americani di andarsene e non troppo in là nel tempo – sia pronto a rinunciare all’ambizione di tutta la sua vita: di costruire in Iraq uno Stato-islamico sciita con – o comunque alleato con – gli sciiti di Teheran. Non hanno capito, ancora una volta, semplicemente niente.

• Da quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq, mai è stata così forte come ora, attraverso gli sciiti, l’influenza dell’Iran: che, fino ad allora, era stata marginale e combattuta (due milioni di morti, di qua e di là) da Saddam.

• E, poi, qualcuno a Washington ha la minima idea di quel che accadrebbe alle truppe americane in Iraq, se mai decidessero davvero di attaccare militarmente l’Iran?

• Insomma, ma di quale vittoria parlano i repubblicani?

Questa non è neanche una vittoria di Pirro. E’ la sconfitta di Bush, a leggerla com’è, la realtà.

E, adesso, in quello che appare come un ultimo, quasi disperato,e disperante tentativo di inventarsi qualcosa per far finta, se non di aver vinto (impossibile), di non aver perso (ormai si accontenta) – con un cedimento anche, non confessato naturalmente, ai suggerimenti di Obama – Bush parla di ritirare un po’ di truppe dall’Iraq (8.000 uomini dei 146.000 attualmente schierati) e di mandarle, piuttosto, in Afganistan[154]. Garantendo così – è un’opinione (si parla di esiti futuri) altrettanto valida di quella del presidente e  sicuramente, visti gli eventi, della sua ben più assennata – “di non avere alcun piano per metter fine alla guerra in Iraq e nessun piano serio per vincere la guerra in Afganistan[155].

Ma, concordano molti osservatori in America, come a Bagdad e a Kabul, le riduzioni in Iraq non serviranno ad alleggerire abbastanza il carico dell’insorgenza in Iraq sulle forze americane né sarà sufficiente l’aumento in Afganistan a rendere lì più efficace la loro presenza.

L’impasse politico si continua a trascinare stancamente in Iraq. Certo, sotto l’incessante pressione degli americani per i quali un’elezione per quanto fasulla o parziale o bacata è sempre una bella foglia di fico, il parlamento ha votato la legge che prevede elezioni provinciali (cioè, per regione) prima della fine di gennaio (erano dovute, però, entro questo novembre).

Ma nella città e nella provincia di Kirkuk che i curdi vogliono tuta per sé, come maggioranza,  anche se è plurietnica (ricordate Kosovo? Ossezia? ecc., ecc.), le elezioni saranno, ancora, rinviate[156]. Insomma, tutto sempre a bagno maria.

Intanto, l’Agenzia dell’ONU per il controllo dell’energia atomica rende noto che la Corea del Norddi fronte – dice – al ritardo con cui gli Stati Uniti, dopo essersi a ciò impegnati se Pyongyang avesse smantellato l’impianto nucleare di Yongbion, con mille cavilli e ritardi ingiustificati non onorano l’impegno a rimuoverla dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo”, con conseguente boicottaggio finanziario ed economico, ha reagito annunciando che impedirà ai suoi ispettori l’accesso ai suoi impianti di ritrattamento dell’uranio e che riprenderà l’attività nell’impianto che aveva dismesso, Yongbyon e che è in grado di produrre plutonio utile a costruire le sue Bombe (ne ha già sei, dicono i servizi segreti americani).

La reazione americana è immediata, ma ridicola da parte della segretaria di Stato, Ms Rice, che oin effetti sembra aver perso ancora una volta il braccio di ferro interno con il vicepresidente Cheney su come trattare il dossier coreano: lei ammonisce severa, facendo buona faccia a gioco cattivo, che “noi americani siamo del parere che se i nord coreani fanno quel che hanno detto, approfondiranno soltanto il loro isolamento[157]: minaccia che non fa paura a nessuno, a Pyongyang.

Commenta David Albright, docente di fisica e presidente dell’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS), uno degli esperti più considerati (dallo stesso Pentagono) sul tema della proliferazione nucleare, chiarisce che insistere, come adesso si è messa a fare l’Amministrazione,  sul fatto che dopo l’accordo gli ispettori internazionali dovrebbero poter avere accesso sul territorio della Corea del Nord e senza preavviso ad ogni sito, documentazione, persona o materiale che chiedessero di esaminare “anche per uno come me che non molla un centimetro su trasparenza e verifica” significa scavalcare gli accordi e “pretendere una vera e propria licenza di spionaggio[158].

E’ ovvio che si può fare. Ma è anche ovvio che, così facendo, si butta a mare l’accordo. Già…   

GERMANIA

Il vice della Merkel, il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, sarà tra un anno il candidato cancelliere dei socialdemocratici alle prossime elezioni. Il segretario del partito Kurt Beck, che ha perso il ballottaggio interno, si è subito dimesso[159]. L’ex leader, ora fuoruscito da sinistra e schierato nettamente, Oskar Lafontaine, ha giudicato buona la scelta. Ma, nella logica comprensibile ma al solito forzata, del tanto peggio tanto meglio: loro vanno più al centro?, ha detto, e noi abbiamo più spazio a sinistra…

L’indice di fiducia IFO del mondo degli affari a settembre cala seccamente, aumentando la sensazione e la previsione che l’economia europea, e non solo quella tedesca, si va indebolendo[160].

La “Banca più imbecille di Germania[161], è l’epiteto lanciato il giorno del fallimento della Lehman, contro la KfW Bankgruppe (Kreditanstalt für Wiederaufbau— Gruppo di Credito per la Ricostruzione, nato nel 1948) che, con un tempismo davvero orripilante, ha provveduto a trasferire alla grande banca americana che stava chiudendo i battenti, proprio nelle sue ultime ore di vita, la bellezza di 300 milioni di euro, in $ 426 milioni: pagamento dovuto, si sono giustificati; ma che adesso ha dato la stura a richieste indignate, e sacrosante, per capire davvero perché: inchieste parlamentari, dell’autorità bancaria, ecc., ecc.

La KfW è una banca pubblica all’80% e privata al 20 e del suo Consiglio d’Amministrazione fa parte il ministero delle Finanze: che ha subito provveduto a sospendere il direttore generale e il direttore dell’Ufficio controllo rischi, con l’impegno pubblico del ministro Peter Steibrűck ad andare “a fondo e fino in fondo”:  perché anche in Germania vale il detto che a pensar male…

Era, hanno spiegato alla banca, uno swap: uno scambio, cioè, noi mandiamo euro e loro ci mandano i dollari corrispondenti. Solo che quelli hanno ricevuto e incassato, poi sono falliti e i soldi sono andati a chi ha rilevato il fallimento e i tedeschi non hanno più ricevuto niente.

FRANCIA

Viene rivisto al rialzo, dall’INSEE, l’Istituto nazionale di statistica, il tasso di disoccupazione: il doppio, pare proprio, del dato inizialmente stimato per il secondo trimestre 2008: la prima contrazione da quattro anni delle buste paga. D’altra parte, questo è stato il primo trimestre che ha visto contrarre la crescita del PIL da cinque anni[162].   

GRAN BRETAGNA

La crescita del PIL britannico nel 2008 è ora prevista in ribasso, dalla Commissione europea, dall’1,7 all’1%. La produzione industriale, sempre a luglio, cala dello 0,5% e, su un anno prima, è a -1,9%, mentre la produzione manifatturiera va giù per il quinto mese consecutivo[163].

Il numero dei prestiti ipotecari accesi a luglio è sceso  a 33.000: il più basso da quando esiste una lista comparabile di queste transazioni, cioè dal 1993, ed il 71% in meno di un anno fa: a conferma dei guai profondi del mercato immobiliare dopo e con la crisi grave dei prestiti subprime che qui ha colpito e colpisce duro[164].

Poi arrivano, con l’impatto di un uragano di forza cinque sui mercati e su un’opinione pubblica già assai dubbiose, le dichiarazioni – tra il candido, il verace e il furbastro – del cancelliere dello scacchiere, come qui chiamano aggraziatamente il ministro dell’Economia, Alistair Darling. Non solo smentisce in modo netto l’ottimismo usuale di governo – quello del primo ministro, in particolare – ma coi suoi commenti – che poi lo stesso Gordon Brown fa suoi, forzatamente – fa emergere uno stato dell’economia che, in effetti, sembra molto più vicino alla realtà deprimente: quasi come quella italiana.

O, si direbbe ora, quella americana. Qui, infatti, la City è entrata in fibrillazione in parallelo con quella di Wall Street. La HBOS è stata comprata d’urgenza dalla Lloyd TSB: insieme formano adesso un pachiderma colossale del sistema bancario britannico controllando quasi un terzo del mercato ipotecario e bancario al dettaglio. Gli organismi di controllo, qui parecchio più attenti – è vero: ci vuole poco – di quelli statunitensi, si sarebbero opposti. Ma la fusione e il salvataggio erano stati esplicitamente appoggiati dal governo, per tamponare il panico[165].

Brown è sotto attacco ormai da mesi, da quando la sua scommessa di non forzare la mano all’opposizione, che si andava appena ricompattando dopo le dimissioni di Blair, anticipando le elezioni politiche – la data qui il premier la può anticipare ad libitum – s’è rivelata un disastro. Oggi è a 20 punti percentuali di gradimento sotto i conservatori e anche, di diversi punti, sotto i liberal-democratici e il partito sta molto peggio di un anno fa.

Dice Peter Hyman, uno stratega importante del partito, che il Labour sta “andando come un sonnambulo verso un massacro elettorale”. E ora il Cancelliere, uomo straordinariamente prudente di regola, se ne viene fuori a dirci che le condizioni dell’economia “sono secondo me le peggiori degli ultimi sessantanni”. E poi, “gli elettori ce l’hanno col governo – ma Darling usa espressioni molto più forti – perché ha totalmente fallito nello spiegare al paese la sua ‘mission’ e le sue politiche: il fatto è che i prossimi dodici mesi saranno i peggiori che il nostro partito ha dovuto affrontare almeno da una generazione[166].

Insomma: allegria! In queste condizioni, forse l’unica uscita che resterebbe al partito – ma non a Brown, certo, né a nessuno dei suoi luogotenti, tutti più tremebondi addirittura di lui – sarebbe forse di rovesciare tout le proprie politiche: smetterla di rincorrere il centro e ricordarsi di esser il partito della sinistra britannica, smetterla di inseguire Bush e sdraiarsi sulle sue idee, cercare di farsi sentire in Europa non per l’euroscetticismo ma tentando di far passare scelte politiche profondamente diverse da quelle che disastrosamente proprio il suo governo e quello precedente hanno contribuito a frenare, impedire, comunque mai promuovendo quelle più utili…  

GIAPPONE

Questo paese, così complesso e così “diverso”, nel mezzo del maelstrom delle borse e della finanza è stato un’isola felice. Mentre la Federal Reserve americana rilevava a spese dell’erario del debito delle banche e metteva sotto tutela, in pratica nazionalizzandolo, tutto il sistema creditizio, e mentre in Europa la BCE si svenava per garantire liquidità al sistema bancario, qui l’ultima volta che la Banca centrale è intervenuta sul mercato è stato in dollari invece che in yen e per aiutare i mercati internazionali. Il fatto è che qui c’è, al contrario, da molto tempo larga liquidità nelle banche e credito ampio per chi ne ha bisogno a costi molto bassi— lo 0 virgola qualcosa%  di tasso di sconto[167].

L’inflazione resta dov’era il mese scorso: ma è al massimo, comunque, da ben ventisette anni: a luglio è al 2,3%, un anno fa era a zero.

La borsa in Giappone va in tilt, alla fine della settimana del fallimento della Lehman Brothers e il 16 settembre tocca il livello più basso dal 1987. L’indice di riferimento Nikkei 225 crola in un giorno del 4,8% e sotto i 12,000 punti (a 11.632,99)[168].

Il primo ministro Fukuda si dimette[169]. Era succeduto all’impopolare premier Abe e è durato quanto lui: meno di un anno. Offre per le dimissioni per ragioni “personali” e per la necessità di evitare al Senato, dove il governo è in minoranza (le legge elettorale nipponica somiglia molto alla nostra…) quello che da noi si chiamerebbe un voto di sfiducia. Che qui, di per sé, non porta alle dimissioni ma a perdere la faccia: che, qui (non certo da noi) è anche peggio. E Fukuda era un premier abbastanza scolorito e sciapo da non potersi permettere atti di forza o bracci di ferro.

Non glielo avrebbe permesso anzitutto il suo stesso partito, il liberal-democratico, che l’anno prossimo deve affrontare nuove elezioni politiche e che adesso ha nominato primo ministro un ex ministro degli Esteri, Taro Aso, noto quasi solo per il suo nazionalismo bellicoso (e verbale) che, in un passato ancora recente, aveva avvelenato i rapporti con Cina e Corea inneggiando i grandi successi modernizzatori dell’occupazione militare nipponica (genocida) degli anni ’30, prima della seconda guerra mondiale. E’ il terzo premier in due anni, così, e pare stia preparando elezioni anticipate nella speranza di cambiare la maggioranza, che al Senato non ha[170].

Prima ancora del cambio di primo ministro, il governo già aveva comunicato di volersene andare via dall’Iraq entro la fine dell’anno, chiudendo un’avventura che, forzata dal governo su una maggioranza riluttante e su un paese largamente contrario, era servita – è servita – soltanto ad accontentare l’amico americano[171].


 

[1] OECD, 2.9.2008, J. Elmeskov, An interim assessmentThe economic outlook for OECD countries?— Valutazione di transizione – La previsione economica per i paesi OCSE? (cfr. www.ocde.org/dataocde/0/51/41229145.pdf/). E, per una sintesi in italiano, v. in AprileOnline.Inhttp://www.bancaditalia.it/fo, 2.9.2008, J. Matano, L’OCSE: ‘Italia a crescita 0,1%’, (cfr. www.aprileonli ne.info/print_arfticle.php?id=8851/).      

[2] Banca d’Italia, in prima pagina del sito (cfr. www.bancaditalia.it/).

[3] New York Times, 10.9.2008, J. Mouawad, OPEC Is Expected to Maintain Output Despite Price Drop C’è l’attesa che l’OPEC mantenga la produzione malgrado la caduta dei prezzi.

[4] New York Times, 15.9.2008, J. Mouawad, Crude Oil Declines, Trading Below $100 Il greggio petrolifero vede gli scambi sotto i 100 $ al barile.

[5] New York Times, 22.9.2008, J. Mouawad, Crude Oil Prices Up More Than $16 Il prezzo del greggio sale di oltre 16 $. 

[6] New York Times, 29.9.2008, J. Mouawad, Oil Falls Sharply on Renewed Economic Fears Il petrolio va giù nettamente per la ripresa della paura sull’economia.

[7] The Economist, 30.8.2008.

[8] L’elencazione è di Gustavo Arteta, esperto dell’Istituto italo-latinoamericano: in La mossa di Chavez, 12.9.2008 (cfr. www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=12178/).

[9] Cfr. Nota congiunturale 9-2008, in Note18 e 19.

[10] The Economist, 13.9.2008.

[11] New York Times, 26.9.2008, E. Barry, Russia Flexes Muscles in Oil Deal With Chávez— La Russia flette i muscoli con l’accordo petrolifero con Chávez.

[12] Centro per la ricerca economica e politica, Washington, D.C., M. Weisbrot, U.S. Should Disclose its Funding of Opposition Groups in Bolivia and Other Latin American CountriesGli USA dovrebbero rivelare il loro finanziamento ai gruppi di opposizione in Bolivia ed altrove in altri paesi latino-americani.

[13] Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni,  Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p.393, ultimissime righe.

[14] The Economist, 13.9.2008.

[15] New York Times, 12.9.2008, D. Barboza, China Pressures Big Companies to Allow Unions— La Cina mette sotto pressione le grandi imprese: lasciate lavorare i sindacati.

[16] New York Times, 11.9.2008, C. Dougherty, Europe Slashes Growth Forecasts for 2008— Le previsioni di crescita dell’Europa tagliate per il 2008.

[17] TG1, 13:30, 29.9.2008.

[18] The Economist, 13.9.2008.

[19] Lo scrive, con una lucida e realistica analisi, l’Agenzia Stratfor, 4.9.2008, cogliendo già nel titolo la sostanza: TNK-BP: The End Begins— Il principio della fine (cfr. www.stratfor.com/analysis/tnk_­bp__end_begins/). 

[20] la Repubblica, 10.9.2008, S. Viola [inveterato notista antisovietico anche dopo il tramonto dell’Unione sovietica], I punti deboli del Cremlino.

[21] The Economist, 6.9.2008.

[22] Observer, 31.8.2008, G. Brown, This is how we will stand up to Russia’s naked aggression Così faremo fronte all’aggressione nuda e cruda della Russia.

[23] Guardian, 13.9.2008, J. Steele, Medvedev describes Georgia attack as Russia’s 9/11— Medvedev descrive l’attacco della Georgia come l’11/9 dei russi.

[24] TIME Magazine, 9.8.2008, T. Karon, Has Georgia Overreached ln Ossetia? Ma la Georgia si è spinta troppo in là in Ossezia? (cfr. www.time.com/time/printout/0,8816,1831073,00.html/).

[25] Reliefweb (è il sito delle Nazioni Unite che pubblica, e ad aggiorna quotidianamente l’informazione satellitare utile per le organizzazioni di aiuti umanitari, pubbliche e private, che agiscono su tutto il pianeta) Satellite Damage Assessment For Tskhinvali, South Ossetia, Georgia (as of 22.8.2008— Valutazione satellitare dei danniper Tskhinvali, Sud Ossezia, Georgia (cfr. http://www.reliefweb.int/rw/rwb.nsf/db900SID/LPAA-7HRSSJ?OpenDocument/).

[26] Alertnet, 9.9.2008, Agenzia Reuters, S. Cornwell (cfr. http://lite.alertnet.org/thenews/newsdesk/N09290713.htm/).

[27] Non è chiaro come, perché o chi l’abbia convinto a farlo (o forse è anche troppo chiaro…), ma proprio Bernard Kouchner, alla fine del vertice, ha spiegato perché parlare di “sanzioni” era proprio una cavolata: “le sanzioni da parte di chi ha qualcosa da offrire sul mercato sono cosa assai differente dalle sanzioni da parte di chi, invece, è l’acquirente e non può perciò chiudere nessun rubinetto”…

   Cioè, i russi forniscono all’Europa energia (gas e petrolio). L’Europa alla Russia non vende quasi niente di cui non potrebbe rifornirsi altrove. Per questo, spiega Kouchner adesso (non poteva pensarci prima, però?), le sanzioni sono impossibili. L’Europa, poi, non ha alcuna forza militare sua propria da far pesare nella questione e non la farebbe pesare neanche se l’avesse. Tutto quello che si ritrova nella casetta degli attrezzi è la sospensione di negoziati su un allargamento della cooperazione bilaterale. Negoziati che sono fermi, comunque, per il veto di alcuni, pochi, europei e la mancanza di volontà politica coerente di quasi tutti gli altri europei.

   Bè, si capisce, no?, perché i russi non siano tanto impressionati? A parte che, anche se non è serio, i governi europei possono pure far finta di credere nei loro documenti “comuni” alla favola del lupo e l’agnello, ma nessuno in Europa ci crede, perché tutti hanno visto in diretta televisiva, in pratica, che l’agnello (georgiano) almeno stavolta ha attaccato il lupo (o, se volete, l’orso) russo stupidamente per primo.

   E, così, la sciagurata avventura di Saakashvili e di quelli che, sbagliando tutti i conti, lo hanno incoraggiato, ha fatto sì che chiama La Georgia s’è trasformata nel cimitero del mondo unipolare americanoGeorgia is the graveyard of America’s unipolar world, come descriv e bene la situazione sul Guardian, il 28.8.2009, S Milne.

[28] Dati del C.I.A. World Factbook (cfr. www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/gg.html#Econ/).

[29] New York Times, 3.8.2008, S. L. Myers, U.S. to Unveil $1Billion Aid Package to Repair Georgia Gli USA riveleranno un pacchetto di aiuti per 1 miliardo di $ per riparare la Georgia.

[30] Intervista del presidente D. Medvedev alla RAI Tv, 2.8.2008, col direttore G. Riotta, TG1, 2.8.2008, 20:30, per il video della registrazione (cfr. www.rai.tv/mpprogramma/0,,News-Tg1^28^46908^t-1,00.html/); per il testo in inglese (cfr. www.kremlin.ru/eng/speeches/2008/09/02/2216_type82916_206091.shtml/); e Corriere della Sera, 3.9.2008, F. Dragosei, Medvedev, grazie Italia ‘Posizione equilibrata’: l’UE ha buon senso:isolarci è impossibile e Saakashvili è un cadavere politico.

[31] Cfr. www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_759596837.html/).

[32] Intervista del presidente D. Medvedev alle televisioni russe Canale 1, Rossia e NTV, 31.8.2008, I cinque princìpi fondamentali della politica estera russa (cfr.www.kremlin.ru/eng/speeches/2008/08/31/1850_type82916_206003.shtml/., sito della presidenza della Federazione russa anche in lingua inglese).

[33] Vedi, tra l’altro, in The National Security Strategy of the United States of America, 3.2006 La strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 3.2006. Testo sul sito della Casa Bianca (cfr. www.whitehouse.gov/nsc/nss/2006/).

[34] Guardian, 3.9.2008, J. Borger, Russia sets conditions for withdrawal of remaining troops from GeorgiaLa Russia pone condizioni al ritiro delle sue truppe che ancora restano in Georgia.

[35] New York Times, 9.9.2008, E. Barry e D. Bilefsky, Russia Agrees to Limited Georgia Troop Pull-Out La Russia concorda su un ritiro limitato dalla Georgia [una visione che, visto il contesto però, sottovaluta troppo l’accordo].

[36] Lo indica sulla Neue Zűrcher Zeitung, 14-15.8.2008, Devi Dumbadze [un intellettuale georgiano che è costretto a vivere all’estero], citato da B Spinelli, La Stampa, 17.8.2008, L’ora dell’Europa.

[37] International Institute for Strategic Studies, London, 18.9.2008 (cfr. www.iiss.org/publications/strategic-survey-2008/).

[38] Considerate, o lettori, con quanta attenzione però, pur arrivando a conclusioni condivisibili, un istituto prestigioso, serio e – apparentemente – distaccato come l’IISS faccia finta di credere davvero – o, peggio, magari creda davvero – in “entità”, diciamo così, che chiama NATO e occidente; quando gli interlocutori reali nella faccenda russo-georgiana non si sono mai chiamati, e non si chiamano, NATO ma USA e non occidente ma Europa: con l’Europa, certo, in un ruolo secondario, ma come si è visto, anche importante di ragionatore-raffreddatore dei bollenti, ma tutto sommato verbosi, spiriti americani.

    Anche se, a dire il vero, più che di Europa si è trattato di Sarkozy, in questo caso, casualmente e fortunatamente per la UE, presidente di turno: che non pochi hanno subìto e ingoiato, strangugliandosi come si dice, ma nessuno s’è sentito di smentire, neanche i consuetudinari lacchè inglesi. In proposito, vedi l’analisi articolata, e probabilmente un po’ anticipatoria, perfino un po’ azzardata (ma chi non risica, come è noto, non rosica), presentata su Eguaglianza e Libertà, 12.9.2008,da A. Lettieri sotto il titolo Verso un nuovo bipolarismo?(cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stampa Articolo. asp?id=994/).

[39] Eguaglianza&Libertà, 13.9.2008, A. Lettieri, L’Unione europea tra le ombre del Caucaso (cfr. www.eguaglianza eliberta.it/articolo.asp?id=994/).

[40] The Economist, 20.9.2008; e New York Times, 16.9.2008, Agenzia France Presse, Ukraines’s pro-Western ruling coalition collapses Crolla la coalizione di governo filo-occidentale dell’Ucraina.

[41] Al 2,8%, non al 3,6 come stimato in precedenza: e sempre di stime si tratta… New York Times, 26.9.2008, R.M. Schneiderman, G.D.P. Figures Revised Downward— I dati del PIL rivisti al ribasso.  

[42] New York Times, 3.8.2008, M. M. Grynbaum, Fed Report Underscores Weakness Rapporto federale sottolinea la debolezza dell’economia.

[43] The Economist, 6.9.2009.

[44] New York Times, 11.9.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Industrial Output Decline Is Worse Than Expected Il declino della produzione industriale peggiore delle attese.

[45] New York Times, 11.9.2008, C. Rampell, Weak Retail Sales Latest Sign of a SlowdownLa debolezza delle vendite al dettaglio è solo l’ultimo segno della frenata economica.

[46] The Economist, 13.9.2009.

[47] New York Times, 6.8.2008, L. Uchitelle, U.S. Jobless Rate Rises Past 6%, Highest Since ’03 Il tasso di disoccupazione sale oltre il 6%, al livello più alto dal 2003.

[48] Sulla impietosa realtà, al di là dei dati ufficialmente canonici, della disoccupazione negli USA, vedi EPINET, Washington, D.C., Jobs Picture Il quadro dell’occupazione, 9.2008, J. Bernstein e H. Schierholz (cfr. www.epi.org/con tent.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict_20080905/). 

[49] Washington Post, 29.8.2008, A. MacGillis, Labor Leaders Stress Unions' Importance for Obama— I capi sindacali sottolineano l’importanza che per Obama ha il sindacato. All’inizio, in effetti, molte grandi unions avevano scommesso su Hillary Clinton, tradizionalmente considerata più vicina alle istanze del mondo del lavoro. Poi, passati ad Obama, in effetti l’hanno appoggiato fino in fondo, con larghi contributi e con la mobilitazione di centinaia di migliaia di quadri. Adesso, con la corsa che sembra più ravvicinata in questi ultimissimi mesi, il peso dell’appoggio e della mobilitazione dei sindacati può diventare davvero cruciale.

   In tutto pare che i sindacati abbiano stanziato qualcosa come 250 milioni di $ per i democratici, programmino oltre una decina di milioni di contatti con famiglie “sindacalizzate” e una settantina di milioni di telefonate elettorali, focalizzandosi su 3 milioni di lavoratori dipendenti sindacalizzati che il sindacato stesso considera “indecisi”.

   In questo senso, le posizioni sulla legge del diritto al voto sindacale sul posto di lavoro – chi ha diritto di reclamarlo e chi no – diventano un test decisivo, immediatamente traducibile in comportamenti che ogni lavoratore sa quanto valgano.

   Qui è l’insistenza dei sindacati: la priorità dell’economia e dell’attenzione mirata che il candidato democratico in una corsa che si è fatta tesa deve prestare a questi temi, incalzando su di essi il repubblicano (che riconosce da parte sua di non capirci niente e di affidare la gestione di questo dossier alla finanza) e la priorità del sindacato, insieme alla riconsiderazione delle varie leggi di cosiddetto libero commercio che abbattono man mano tutti i protezionismi del lavoro dipendente eccetto quelli dei liberi professionisti che restano ferreamente difesi dalla concorrenza estera.

   Perché questi lavori, in America, con una scusa o con l’altra, a chi viene dal terzo mondo per quanto qualificato non li lasciano esercitare, mantenendo così il monopolio del mercato del lavoro.

[50] Washington Post, 18.9.2008, E. J. Dionne, Michigan's the prize that Obama, McCain covet— Il Michigan è il premio agognato da Obama e McCain (cfr. www.chron.com/disp/story.mpl/editorial/outlook/6010128.html/).

[51] New York Times, 28.9.2008, J. Becker e D. Van Natta, Jr., For McCain and Team, a Host of Ties to GamblingPer McCain e la sua squadra, un mucchio di legami col gioco d’azzardo.

[52] Miami Herald, 1.9.2008, M. Weisbrot, Restore unions’ right to organize, bargain Per restaurare il diritto dei sindacati ad organizzare e contrattare (cfr. www.miamiherald.com/opinion/other-views/story/667136.html/).

[53] New York Times, 6.9.2008, S. Labaton e A. R. Sorkin, U.S. Rescue Seen at Hand for 2 Mortgage Giants Gli USA pronti a  salvare I due giganti dei prestiti ipotecari; e Guardian, 7.9.2008, A. Seager, US mortgage giants Freddie Mac and Fannie Mae taken into public ownership I giganti americani delle ipoteche Freddie Mac e Fannie Mae sotto tutela pubblica.

[54] New York Times, 9.9.2008, J. Calmes, ‘08 Rivals Have Ties to Loan Giants I rivali della campagna del 2008 hanno entrambi legami coi giganti del credito [già, ma un po’ diversi…].

[55] New York Times, 22.9.2008, D. D. Kirkpatrick e C. Duhigg, Loan Titans Paid McCain Adviser Nearly $2 Million I titani dei prestiti hanno pagato al [capo] consigliere di McCain 2 milioni di $.

[56] New York Times, 8.9.2008, S. Labaton e E. L. Andrews, In Rescue to Stabilize Lending, U.S. Takes Over Mortgage Finance Titans— Nel tentativo di stabilizzare l’industria del credito, gli USA si accollano i due titani della finanza.  

[57] New York Times, 9.9.2008, The Bailout’s Big Lessons— Le lezioni principali del salvataggio.

[58] Non a tutti e, forse, neanche ai più però, malgrado tutto. A “sinistra”, da noi, ci sono i Michele Salvati, niente affatto isolati che hanno fondato le loro fortune sulla giaculatoria del “più mercato” – e adesso, richiamandosi anche all’autorevolezza di Mario Monti, preoccupato anche lui, in modo un po’ più sofisticato, perché è affezionato da sempre al mercato – scrivono un’articolessa, non proprio diremmo motivata, per esprimere il loro profondo timore: “non vorrei che la crisi finanziaria negli Stati Uniti e l’affannoso intervento pubblico che sta provocando… alimentassero nel nostro un clima di ‘più Stato’ altrettanto superficiale … del clima di ‘più mercato’ che dominava fino a un anno fa”. Non è vero: dominava fino ad un mese fa e proprio lui, Salvati, ne è stato per anni uno dei massimi propagandisti infiltrati con grande successo in terra fino ad allora (quasi) infidelium

   Salvati, in effetti, rileva come “il problema all’origine... non è di quelli che si risolvono buttandogli quattrini (pubblici) addosso. E’ un problema di insufficiente e cattiva regolazione dei mercati”. E ha ragione: ma continua a non riconoscere che se i mercati si sono sviluppati così, senza regolamentazione da trent’anni e più, è proprio perché il grido di guerra, per tutti questi trent’anni, è stato più mercato e meno Stato… O no? (Corriere della Sera, 25.9.2008, M. Salvati, Stato, mercato e idee coinfuse).

[59] New York Times, 8.9.2008, R. Lieber, Fannie, Freddie and You: What It Means to the Public— Fannie, Freddie e tu: quell che vuol dire per la gente.

[60] New York Times, 8.8.2008, E. Dash, Few Stand to Gain on This Bailout, and Many Lose— Sono pochi che alla fine ci guadagneranno da questo salvataggio e molti a perderci.

[61] Sul sito del Tesoro (cfr., ad esempio, per la presentazione da parte di Paulson, www.treas.gov/press/releases/hp1129. htm/).

[62] New York Times, 8.9.2008, M. M. Grynbaum e D. Jolly, U.S. Takeover of Mortgage Giants Lifts Stock Markets L’acquisizione del controllo dei giganti ipotecari tira su i mercati dei titoli.

[63] Market Currents, 13.7.2008: riportando la spiegazione data da Buffet all’Assemblea annuale della Berkshire Hathaway del 2001 (cfr. http://seekingalpha.com/news/market_currents/post/2813/).

[64] Economic Reporting Review, 7.10.2002, D. Baker (cfr. www.cepr.net/err/october_7_02.htm/).

[65] The Economist, 13.9.2008.

[66] New York Times, 13.9.2008, E. Dash, U.S. Gives Banks Urgent Warning to Solve CrisisGli Stati Uniti [bé, diciamo il governo] danno alle banche un allarme pressante per risolvere la crisi [bé, la crisi… la crisi dela Lehman Bros.!].

[67] New York Times, 15.9.2008, A. Ross Sorkin, Lehman Files for Bankruptcy; Merrill To be Sold— Lehman chiede la protezione fallimentare; Merril è in vendita.

[68] New York Times, 14.9.2008, V. Bajaj, Wall St. Goliath Teeters Amid Fear of Wider Crisis— Un Golia di Wall Street traballa fra timori di una crisi più larga.

[69] Stiamo seguendo il ragionamento, più complesso e completo, che nel suo GlobalEconoMonitor, 9.9.2008 sotto il titolo fatidico di Comrades Bush, Paulson and Bernanke Welcome You to the USSRA (United Socialist State Republic of America) I compagni Bush, Paulson e Bernanke vi danno il benvenuto nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Americane  (cfr. www.rgemonitor.com/roubini-monitor/253529/comrades_bush_paulson_and_bernanke_welcome_you_to_the_­ussra_ united_socialist_state_republic_of_America), con riferimento diretto e pesante alle nazionalizzazioni, ha svolto il prof. Nouriel Roubini, uno dei pochi economisti americani mainstream (s’è laureato alla Bocconi e a Harvard, insegna all’università di New York).

   E’ uno, Roubini, che non s’è mai lasciato irretire dal miele e dall’illusione del monetarismo, dell’iperliberismo e da una libera economia di mercato che non è mai veramente esistita e mai può esistere (Adam Smith in persona, lo insegnava, ricorda Roubini), uno che il NYT ha di recente descritto come “Dr. Doom il dr. Sventura il dr. Cassandra” (pur dandogli atto che lui, con pochi altri, al contrario di tutti i guru ufficiali, accademici e governativi, proprio come Cassandra, aveva assolutamente ragione sul castello di carte della finanza americana (New York Times, 15.8.2008, S. Mihm, Dr. Doom).

   In un altro articolo recentissimo, 13.9.2008, sempre sul suo blog, che qui abbiamo il modo solo di riassumere adoprandone il titolo, Rubini fa ancora una previsione: If Lehman collapses expect a run on all of the other broker dealers and the collapse of the shadow banking systemSe la Lehman collassa aspettatevi un assalto sfrenato agli altri brokers e agenti e il collasso di tutto il castello di carte del sistema bancario (cfr. www.rgemonitor.com/roubini-moni tor/253567/ if_lehman_collapses_expect_a_run_on_all_of_the_other_broker_dealers_and_the_collapse_of_the_ shadow_banking_system/).

   Per una più completa informazione, leggere anche ad esempio delle capacità non divinatorie ma di razionale e affidabile previsione scientifica di Roubini, la Repubblica, 28.2.2008, N. Rubini, Dodici tappe verso la crisi più grave.       

[70] New York Times, 16.9.2008, E. Dash, 5 Days of Pressure, Fear and Ultimately, Failure— Cinque giorni di pressioni, paura e, alla fine, di fallimento.

[71] Cit. di Nouriel Roubini, The Globe and Mail (Ottawa), 20.9.2008, B. McKenna, A desperate desease, a desperate remedyUn morbo disperato, un rimedio disperato (cfr. www.theglobeandmail.com/servlet/story/GAM.20080920 . RCOVER20/TPStory/TPComment/).

[72] New York Times, 16.9.2008, A. R. Sorkin, A.I.G. Plummets Again as Options Fade— L’AIG affonda, ancora, man mano che svaniscono le sue opzioni.

[73] New York Times, 17.9.2008, M. M. Grynbaum, Wall Street Still Unnerved Despite Rescue of Big InsurerWall Street continua a restare innervosita anche dopo il salvataggio del Grande Assicuratore.

[74] The Economist, 20.9.2008.

[75] Guardian, 16.9.2008, J. Stiglitz, The fruit of hypocrisy Il frutto dell’ipocrisia.

[76] Agenzia Bloomberg, V. Lou Chen, Greenspan says crisis may be ‘once in a century’ event Greenspan sostiene che questo tipo di crisi può forse verificarsi ‘una volta in un secolo’ (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601068&sid= amVkrOCQNBQs&refer=home/). 

[77] Citato in The American prospect, 14.9.2008 (cfr. www.prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_ archive?month =09&year=2008&base_name=the_nyt_turns_to_the_arsonist#comments/).

[78] New York Times, 16.9.2008, E. L. Andrews, Fed Leaves Key Rate Steady as It Worries About Growth— La Fed lascia il tasso di riferimento fermo mentre si preoccupa della crescita [in realtà, a leggere il comunicato ufficiale,la preoccupazione principale della Banca centrale era proprio quella di dare un segnale chiaro: certo che dovremmo  abbassare ancora i tassi, in un momento di crescita così fiacco, ma siamo preoccupati ancora di più della tendenza a crescere dei prezzi: cfr. www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/20080916a.htm/].

[79] CNBC (Consumer News and Business Channel: canale televisivo satellitare americano), 15.9.2008, Ross: 1,000 Bank Closures Ahead Davanti a noi, la chiusura di 1.000 banche (cfr. www.cnbc.com/id/26835694/site/14081545/for/cnbc/).

[80] MoneyNews.com, 15.9.2008, Roubini: You Should Worry About Deposits— Roubini: dovreste preoccuparvi dei vostri risparmi (cfr. http://moneynews.newsmax.com/streettalk/nouriel_roubini/2008/09/15/131028.html/).

[81] New York Times, 18.9.2008, M. Saltmarsh e K. Bradsher, Central Banks Pump Cash Into Market— Le Banche centrali pompano liquidità sul mercato.

[82] New York Times, 19.9.2008, V. Bajaj e G. Bowley, S.E.C. Temporarily Blocks Short Sales of Financial Stocks— La SEC blocca temporaneamente le vendite a breve di titoli finanziari.

[83] New York Times, 20.9.2008, D. B. Henriques, Treasury to Guarantee Money Market Funds— Il Tesoro garantisce i money market funds [fondi mutui di investimento professionalmente gestiti che investono in strumenti finanziari a breve termine: hedge funds, derivati].

[84] New York Times, 20.9.2008, D. B. Henriques, Fed Will Buy Mortgage-Agency Notes— La Fed comprerà i certificati delle agenzie ipotecarie.

[85] Testo integrale della proposta di legge per un piano di salvataggio legato all’acquisto da parte del Tesoro di titoli ipotecari, in New York Times, 21.9.2008 (cfr. www.nytimes.com/2008/09/21/business/21draftcnd.html?_r=1&adxnnl= 1&oref=slogin&ref=business&adxnnlx=1221922916-V1FU0kTLbkCmFTr3ykR/Jg&pagewanted=print/).

[86] New York Times, 19.9.2008, G. Bowley, Week of Tumults Ends with Stock Surge— Una settimana di turbolenza finisce con l’impennata di borsa

[87] New York Times, 18.9.2008, V. Bajaj, A. Ross Sorkin e M. J. de la Merced, Markets Soar, but New Rules Upset Traders— Le borse si impennano, ma le nuove procedure impensieriscono gli operatori.

[88] New York Times, 22.9.2008, D. M. Erszenhorn, S. Labaton e M.Landler, Bush Urges Democrats to Act Quickly on Bailout Plan Bush fa pressione sui democratici perché agiscano presto sul piano di salvataggio.

   Ma le resistenze vengono anche da molti repubblicani che non ci stanno all’odore di nazionalizzazione e di “socialismo”, come dicono loro, che emana da tutta la faccenda; ed è altrettanto evidente che anche loro difficilmente potranno trangugiare clausole come quella che qui descriviamo e che sono parte integrante del piano: la sezione 8 della nuova proposta di legge, che Bush chiede venga votata com’è, dice che “le decisioni del Segretario [del Tesoro] nell’ambito dell’autorità che gli è conferita da questo Atto sono affidate esclusivamente alla [sua] discrezione e non rivedibili da nessun tribunale e da nessuna altra agenzia di tipo amministrativo”. Insomma: del tutto affidata al manovratore. Alla fine, e sotto pressione, sembra che Paulson consenta a limitare retribuzioni e premi aglòi amministratori ed ai massimi dirigenti delle banche nazionalizzate, messe sotto amministrazione controllate o tenute a galla da fondi pubblici. Ma è proprio il meno possibile…

[89] New York Times, 20.9.2008, P. S. Goodman, A $700 Billion Rescue Plan for Wall St., but Will It Work?— Un piano di salvataggio da 700 miliardi di $ per Wall Street: ma funzionerà? 

[90] New York Times, 22.9.2008, A. Ross Sorkin e V. Bajaj, Shift for Goldman and Morgan Marks the End of an Era Il cambio, per Goldman e Morgan, segna la fine di un’epoca.

[91] New York Times, 25.9.2008, E. Dash e A. R. Sorkin, Government Seizes WaMu and Sells Some Assets Il governo si appropria di WaMu e ne vende alcune attività.

[92] New York Times, 22.9.2008, P. Krugman, Cash for Trash— Soldi contro mondezza.

[93] Guardian, 26.9.2008, R. Reioch, The $700 billion question La domanda da 700 miliardi di dollari.

[94] Washington Post, 25.9. F. Ahrens, Bailout could deepen crisis, CBO Chief says Il salvataggio potrebbe approfondire la crisi, dice il direttore del CBO.

[95] Alternet, 26.9.2008 (cfr. www.alternet.org/election08/100391/bailout_backlash:_five_surprising_ things_that_happ ened_on_thursday/).

[96] New York Times, 25.9.2008, S. Gay Stolberg e D. M. Herszenhorn, Bush and Candidates to Meet on Bailout— Bush e I candidati si incontreranno sul salvataggio.

[97] New York Times, 22.9.2008, C. Suellentrop, A Better Bailout— Un salvataggio migliore (cfr. http://opinionator.blogs.ny times.com/2008/09/22/a-better-bailout/).

[98] New York Times, 22.9.2008, C. Dougherty, Europe and Japan Balk at U.S. Request on Bank Aid L’Europa e il Giappone resistono alla richiesta americana di aiutare le banche.

[99] New York Times, 22.9.2008, C. Dougherty, Stopping a Financial Crisis, the Swedish Way Come si stoppa una crisi finanziaria, ma alla svedese.

[100] New York Times, 24.9.2008, B. White, Buffett Deal at Goldman Is Seen as a Sign Of Confidence L’affare che fa Buffett con Goldman visto come segno di fiducia.

[101] New York Times, 25.9.2008, D. Leonhardt, Could Warren Buffett negotiate a better deal for taxpayers?— Ma non è che Warren Buffett saprebbe negoziare un trattamento migliore per i contribuenti?

[102] Observer, 28.9.2008, J. Doran, $700bn won’s save America from a slump Quei 700 miliardi di $ non salveranno l’America da un tracollo finanziario.

[103] Observer, 28.9.2008, J. Gray, A shattering moment in America’s fall from power— Un momento squassante nella caduta dell’America giù dal potere.

[104] Guardian, 29.8.2009, N. Roubini, Not so much bail-out as rip-off— Non tanto salvataggio quanto rapina. Questa è una sintesi libera e autorizzata dell’interessante nota del prof. Nouriel Rubini (per il testo integrale, cfr. www.rgemonitor. com/roubini-monitor/253783/is_purchasing_700_billion_of_toxic_assets_the_best_way_to_recapitalize_the_financial _system_no_it_is_rather_a_disgrace_and_rip-off_benefitting_only_the_shareholders_and_unsecured_creditors_of_ banks/).

[105] FMI, Working Paper 08/224, di L. Laeven e F. Valencia, Systemic Banking Crises: A New Database— Le crisi bancarie sistemiche: una nuovo database (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2008/wp08224.pfd/).

[106] Per il testo del suo intervento, Guardian, 29.9.2008 (cfr. www.guardian.co.uk/world/2008/sep/29/congress.wallstreet  1/print/).

[107] New York Times, 29.9.2008, Bailout Fails; Stocks Plunge-Dow Loses 777 Points After Votes Il salvataggio fallisce; la borsa crolla-il Dow Jones perde 777 punti dopo il voto.

[108] Guardian, 18.9.2008, M. Tran, Wall Street crisis raises questions over IMF inaction La crisi di Wall Street solleva questioni sull’inazione del Fondo monetario internazionale.

[109] Alternet, 26.9.2008, J. Holland, With All Eyes on the Bailout. House Passes Trillion-Dollar Defense Bill Con tutti gli occhi rivolti al salvataggio, la Camera passa un bilancio della Difesa da 1.000 miliardi di $.

[110] Guardian, 3.8.9.2008, M. Kettle, US election: Republican party is pulled in two directions on first full convention night— Le elezioni USA: nella prima serata piena della Convenzione i repubblicani sono stiracchiati in due direzioni.  

[111] Anche se non bisogna sbagliarsi. Non è che la rabbia e la pessima opinione anche un po’ sprezzante, verso il presidente – che c’è e è ormai diffusissima – sia proprio dovuta agli stessi motivi per cui tanti, in Europa ma certo anche in America, odiano la sua politica, il suo “stile” di conduzione del governo: quelli che lo hanno eletto e rieletto alla presidenza sono sempre lì.

   E se Bush ha perso il loro sostegno non è perché si è dimostrato un guerrafondaio, per i suoi trucchi e gli imporgli sulla guerra, per le armi di distruzione di massa irachene che s’erra inventato, per i legami inesistenti che diceva gli avesse suggerito ci fossero, tra bin Laden e Saddam, il Signore Dio Onnipotente, suo Padre, o perché la sua invasione illegale e sbagliata ha fatto da 100.000 morti in su tra gli iracheni – nessuno davvero lo sa perché nessuno li conta – e 4.000 almeno tra gli americani.

   E non è neanche per aver fatto carta straccia dei diritti costituzionali degli americani, avendo di fatto cancellato il diritto dei cittadini all’habeas corpus, all’essere interrogati sempre, se arrestati, e subito da un giudice legittimo. O del diritto di chiunque, americano o no, a ragione o a torto fosse degli americani prigioniero, a non essere torturato o sottoposto a “trattamenti inusuali o inumani”…

   No, la popolarità di Bush è andata a farsi friggere fra i suoi elettori perché non ha vinto la guerra, presto e chiaramente come aveva promesso di fare, anzi (mission accomplished) aveva detto di avere già fatto, e li sta trascinando nella più lunga, anche se (ancora ) non la più costosa, delle guerre americane.

   No, se sta perdendo consensi a valanga è perché l’economia americana va a fondo e toccando in peggio le loro vite e – malgrado le giaculatorie in cui credono fermissimamente, finché non si sentono direttamente implicati, del libero mercato “senza lacci e lacciuoli” – il governo non ha fatto niente per aiutarla e per aiutarli e perché non ha saputo gestire in modo appropriato il disastro causato dall’uragano Katrina. In pratica, stanno mollando e hanno da tempo mollato Bush non per le cose che ha fatto ma perché non stato efficiente nelle cose che ha tentato di fare col loro beneplacito.

[112] New York Times, 3.9.2008, S. G. Stolberg, Bush Hails McCain as a Leader— Bush saluta McCain come leader.

[113] New York Times, 2.9.2008, K. Q. Seelye, Palin’s Teen Daughter Is Pregnant; New G.O.P. Tumult— La figliola adolescente della Palin è incinta; nuovo grande  casino nel partito repubblicano.

[114] Anchorage Daily News, 25.4.2007, A. deMarban, System faulted for high Alaska rape rate— Sotto accusa il sistema per l’alto tasso di stupri dell’Alaska (cfr. http://dwb.adn.com/news/alaska/crime/story/8825231p-8726532c.html/).

[115] Qualcuno poi sospetta e scrive che se ieri la domanda era su chi fosse davvero la candidata alla vicepresidenza, adesso si impone la domanda su chi sarebbe mai il presidente Sarah Palin… perché – è la tesi, non proprio peregrina, che lei sta uscendo, come immagine, fortissima nel ticket repubblicano e lui, o almeno “la sua edizione del 2008”, sempre più fiacco, vecchio e “leggero”… incapace perfino, del tutto succube che è diventato a lei, di ricordarsi dei suoi princìpi almeno vagamente, ma sembrava sinceramente, laici (New York Times, 14.9.2008, F. Rich, The Palin-Whatshisname Ticket Il ticket Palin-Comesichiamaquello.

[116] ABC News, intervista alla gov. Palin di Charles Gibson, 11.9.2008 (cfr. www.abcnews.go.com/Politics/Vote2008/ story?id=5778018&page=1/). Non è vero perché, da terraferma a terraferma, proprio non è possibile neanche con una vista che fosse di 20/20; e per la Palin basta guardarle le spessissime lenti da miope…

[117] Washington Post, 5.9.2008, T. Shales, Re-Branding the Old Elephant— Rietichettando il vecchio elefante [l’elefante è il simbolo del partito]; e anche – il senso è proprio lo stesso – New York Times, 5.9.2008, P. Baker, Party in Power, Running as if it Weren’t— Il partito al potere, corre per le elezioni come se nono lo fosse.

[118] E citate in New York Times, 5.9.2008, P. Krugman, The Resentment Strategy— La strategia del risentimento.

[119] USA Today, 10.3.2007, M. Humbert, Giuliani's private life may hurt his run— La vita privata di Giuliani potrebbe danneggiargli la corsa [allora s’era candidato anche lui alla presidenza] (cfr. www.usatoday.com/news/elections/2007-03-10-97687952_x.htm/).

[120] Observer, 21.9.2008, Wall Street Blues Help Obama Overtake McCain I nervi scossi di Wall Stret aiutano Obama a superare McCain.

[121] Ma intanto viene fatto, naturalmente, notare che proprio la Carly Fiorina, ex amministratrice delegata e presidente della Hewlett Packard, una che ha portato al fallimento l’azienda e al licenziamento conseguente i suoi 20.000 dipendenti, s’è portata a casa due anni fa una buona uscita di 44 milioni $ ed è, a questo titolo, uno di quei padroni del vapore che, come adesso succede a Wall Street, rovinano le imprese, economiche come finanziarie, e poi si portano a casa buone uscite evidentemente non meritate. Solo che, avendo adesso osato pure dire dell’incompetenza economica  e manageriale del ticket repubblicano, è stata allontanata, almeno per qualche tempo, non si sa bene ancora per quanto, dalla campagna elettorale (DailyKos, 17.9.2008, Fiorina ‘desaparecida’ (cfr. www.dailykos com/storyonly/2008/9/17/ 2172/51510/770/601288/).

[122] Contingiencies (la rivista dell’Accademia Americana di contabilità attuariale, caposaldo del conservatorismo finto-economico), 9-10.2008, J. McCain, Better Health Care at Lower Cost for Every American Una sanità migliore a costi minori per ogni americano (cfr. www.contingencies.org/septoct08/mccain.pdf/).

[123] New York Times, 19.9.2008, P. Krugman, McCain on Banking and Health McCain su sistema bancario e sistema sanitario.

[124] New York Times, 12.9.2008, P. Krugman, Blizzard of Lies Una tormenta di menzogne.

[125] New York Times, 9.9.2008, M. Luo e L. Wayne, Palin Aides Defend Her Billing of State Lo staff della Palin difende il suo farsi pagare I conti dallo Stato.

[126] New York Times, 14.9.2008, J. Becker, P. S. Goodman e M. Powell, Once Elected, Palin Hired Friends and Lashed Foes— Una volta che venne eletta [come sindaco, poi come governatrice], la Palin ha assunto gli amici e perseguitato i nemici. Questo, in effetti, sembra davvero il problema: che, proprio come Bush, nel suo piccolo lei da sempre conduca gli affari di Stato in segreto, designando amici e gregari a posizioni di potere e d’autorità anche se non hanno titoli, meriti e  credenziali, circondandosi di tifosi e rifiutando di ascoltare chi la critica anche se, magari, è titolato istituzionalmente a farlo, prendendo le sue decisioni sulla base dell’istinto invece che della conoscenza delle questioni e del merito.

[127] Del resto, che in politica come in economia la moralità non conta e, anzi, va scartata è il retaggio specifico del pensatore principe che ha ispirato i neo-cons, Leo Strauss (1899-1973), filosofo della politica tedesco di origine ebraica immigrato negli USA per le persecuzioni razziali e grande teorizzatore, appunto, della tesi che la politica come il mercato è “un meccanismo e, come tale, non può avere proprietà o valori come la morale”. La dottrina straussiana è profondamente antipatetica rispetto a ogni nozione di democrazia o di governance etica e difende e propone esplicitamente l’uso della menzogna di Stato e della manipolazione di massa.

   Mentite, mentite e mentite alla grande e, in qualche modo, á la Goebbels (questo, naturalmente, non lo dice un ebreo come Strauss: ma è la sostanza di quell’á la Goebbels…). E’ cosa nobile e necessaria, infatti, per Strass perché così si fa che siano le “élites dei saggi” ad indirizzare le cose in una direzione predeterminata per conto delle “masse degli sciagurati” cui non bisogna lasciare alcun potere di decisione reale (cfr. Leo Strauss, Wikipedia, http://it.wikipedia.org/ wiki/Leo_Strauss ; e, per una sintesi – in inglese, però, onesta anche se avversa al pensiero e all’influenza tragica che egli ha avuto su una corrente di pensiero che negli ultimi vent’anni ha dominato in America, cfr. Noble Lies and Perpetual War: Leo Strauss, the Neo-Cons and Iraq— Nobili menzogne e guerra perpetua: Leo Strauss, i neo-cons e l’Iraq www.informationclearinghouse.info/article5010.htm/). Uno dei lavori di Strauss che più compiutamente ne presentano il pensiero, tradotto in italiano, è Pensieri su Machiavelli, ed. Giuffrè, 1970.

   Questa è l’immortale tecnica goebbelsiana di cui i repubblicani americani sono diventati i primi al mondo: primo passo, se una menzogna viene ripetuta abbastanza spesso, diventerà verità; secondo, se una menzogna è abbastanza grossa anch’essa diventa vera; terzo, più grossa è la menzogna, più grossa è la parte che resta vera anche dopo il ristabilimento della verità vera.

[128] New York Times, 19.9.2008, C. M. Blow,  Lipstick BungleUn pastrocchio di rossetto per labbra che commenta i dati del sondaggio di Nota124.

[129] NYT/CBS, 12-16.92008 (cfr. www.msnbc.msn.com/id/26763744/). L’ultimissimo sondaggio che abbiamo potuto consultare prima di chiudere questa Nota, il Rasmussen Report del 30.9.2008, riafferma un buon vantaggio di Obama col 51% di intenzioni di voto confermate, con McCain dietro, al 45% (cfr. www.rasmussenreports.com/public_ content/politics/election _20082/2008_presidential_election/daily_presidential_tracking_poll/).

[130] New York Times, 21.9.2009, M. Dowd, Aaron Sorkin conjures a meeting of Obama and Bartlet Aaron Sorkin evoca dal nulla un incontro tra Obama e Bartlet.

[131] New York Times, 20.9.2008, N. D. Kristof, The push to ‘otherize’ obama— La spinta per fare, di Obama, l’altro.

[132] Per il testo citato, cfr. in Nota111 immediatamente seguente.

[133] Democracy Now, 26.9.2008, trascrizione completa con la parte sull’Iran è proprio alla fine (cfr. www.democracynow .org/2008/9/26/iranian_president_mahmoud_ahmedinejad_on_iran/). 

[134] New York Times, 29.9.2008, E. Bronner, Olmert Says Israel Should Pull Out of West Bank Olmert afferma che Israele dovrebbe andarsene dalla Cisgiordania.

[135] Il testo integrale, tra altri siti possibili, su www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=9468/.

[136] Anche, in particolare, dopo il dibattito McCain-Obama di sabato 27.9.2008 (cfr. per il video del confronto ed il testo integrale http://elections.nytimes.com/2008/president/debates/first-presidential-debate.html#/; oppure http://edition.cnn .com/video/#/video/politics/2008/09/26/debate.entire.part1[part2].cnn/).

[137] New York Times, 22.9.2008, E. Schmitt e T. Shanker, Bush Administration Reviews Its Afghanistan Policy, Exposing oints of Contention L’Amministrazione Bush riconsidera la sua linea in Afganistan, mettendo in luce I punti di dissenso.

[138] la Repubblica, 24.9.2008, gen. F. Mini, Quei caccia…

[139] Observer, 28.9.2008, J. Burke, Revealed: secret Taliban peace bid— Rivelazione: richiesta segreta di colloqui di pace da parte dei talebani [solo che a leggere le testimonianze viene fuori chiaro che a chiedere il negoziato è stato il governo afgano, non i ribelli].

[140] Stratfor, 6.9.2008, Pakistan: Goods For Coalition Troops Blocked Blocco dei rifornimenti per le truppe della coalizione (cfr. www.stratfor.com/sitrep/pakistan_goods_coalition_troops_blocked/).

[141] Stratfor, 5.9.2008, Pakistan: Military Has Right To Retaliate For U.S.-Led Cross-Border Attacks - General Dice il generale che il Pakistan ha diritto di rappresaglia contro gli attacchi americani che sconfinano nel suo territorio (cfr. www. stratfor.com/sitrep/pakistan_military_has_right_retaliate_u_s_led_cross_border_attacks_general/).

[142] New York Times, 10.9.2008, J. Perlez, Pakistan’s Military Chief Criticizes U.S. Over a Raid— Il capo dell’esercito in Pakistan critica gli USA sui raids.

[143] New York Times, 10.9.2008, E. Schmitt e M. Mazzetti, Bush Said to Give Orders Allowing Raids in Pakistan— Viene rivelato che Bush ha dato ordini [il titolo inglese dice che ‘si dice che Bush abbia detto’: ma il testo lo dà come un fatto… misteri della fede? o della prudenza? certi tribunali federali hanno, in effetti, condannato in passato chi ha dato notizia di un finding segreto presidenziale: cioè, di una violazione di legge fatta da un presidente…] per autorizzare raids americani in Pakistan.

[144] Guardian, 11.9.2008, M. Tran, US-Pakistan alliance under strain— L’alleanza pakistano-americana sotto tensione.

[145] Guardian, 11.9.2008, M. Tran, Pakistan backs army chief over US rebuke— Il Pakistan sostiene ufficialmente il suo capo di Stato maggiore nella conferenza con gli USA.

[146] New York Times, 31.8.2008, J. Perlez e P. Z. Shah, Cease Fire by Pakistan in Attacks on Militants Il Pakistan sospende il fuoco e non attacca più i militanti.

[147] New York Times, 15.9.2008, Reuters, Pakistan Says U.S. Copters Repulsed— Il Pakistan afferma di aver respinto elicotteri americani.

[148] New York Times, 20.9.2008, Reuters, Pakistan Says It Will Not Tolerate Incursions Il Pakistan afferma che non tollererà incursioni straniere.

[149] New York Times, 25.9.2008. E. Schmitt, Pakistani and American Troops Exchange FireScontro a fuoco tra truppe pakistane ed americane.

[150] Daily Times (Lahore), 26.9.2008, edit. Chaos in Islamabad (cfr. www.dailytimes.com.pk/).

[151] Guardian, 5.9.2008, M. Tran, Pakistan reinstates sacked judgesIl Pakistan reintegra i giudici licenziati.

[152] New York Times, 8.9.2008, J. Perlez e S. Masood, Bhutto’s Widower, Viewed as Ally by U.S., Wins the Pakistani Presidency Handily— Il vedovo della Bhutto, considerato un alleato degli americani, vince la presidenza.

[153] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, 9.2007, Statistics on Displaced Iraqis around the World— Statistiche sugli sfollati iracheni nel mondo (cfr. http://www.unhcr.org/ogi-bin/texis/vtx/home/opendoc.pdf?tbl=SUBSITES &id=47038tfc2/).

[154] Guardian, 9.8.2008, M. Tran, Bush urges Pakistan to 'take responsibility' for extremists— Bush fa pressione sul Pakistan perché ‘si faccia carico’ degli estremisti.

[155] New York Times, 9.9.2008, edit., Still No Exit— Sempre nessun modo di uscirne.

[156] The Economist, 27.9.2008.

[157] New York Times, 24.9.2008, E. Sciolino, North Korea Bars Inspectors From Nuclear Plants La Corea del Nord vieta agli ispettori l’accesso agli impianti nucleari.

    Su quelli che Pyongyang chiama i “cavilli ingiustificati” americani (Korean News Service, 22.9.2008, cfr. www.kcna .co.jp/index-e.htm/) fa testo, in effetti, anche quanto racconta questo articolo del NYT quando informa con precisione: “a giugno scorso Pyongyang distrusse la torre di raffreddamento del reattore nucleare del complesso di Yongbyon, un gesto fatto per sottolineare drammaticamente quanto fosse serio il suo impegno. Ma il mese seguente l’amministrazione Bush ha aggiunto un’altra richiesta [al solito, unilateralmente non solo nei confronti dei nord coreani ma anche rispetto agli altri partners del gruppo di negoziato dell’ONU], soltanto soddisfacendo la quale avrebbe tolto la Corea del Nord dalla lista degli Stati fautori del terrorismo: ha chiesto il diritto a verifiche ed ispezioni ‘intrusive’ [cioè, a sorpresa e dovunque] che non erano affatto state concordate” e non potevano suonare quindi, altro che come una pretesa

   Ma la reazione dei nord coreani è stata immediata e secca. Sorprendendo nettamente gli americani, è vero, che non sono molto abituati ad essere presi a pernacchie; ma impareranno.

[158] New York Times, 29.9.2008, edit., The Troubled North Korea Deal Il difficile accordo con la Corea del Nord.

[159] The Economist, 13.9.2008.

[160] The Economist, 27.9.2008.

[161] E’ il titolo meritatissimo (Deutschlands dűmmste Bank!, con tanto di esclamativo) sulla prima pagina del Bild del 18.9.2008.

[162] New York Times, 11.9.2008, Bloomberg, France: Job Loss Figure Raised Aumentano in Francia i posti di lavoro persi.

[163] The Economist, 13.9.2008.

[164] The Economist, 6.9.2008.

[165] The Economist, 20.9.2008.

[166] Observer, 31.8.2008, A. Rawnsley, The Chancellor's chill wind should make Mr Brown shiver— Il vento gelido del Cancelliere dovrebbe far rabbrividire Mr Brown.

[167] New York Times, 20.9.2008, M. Fackler, In Japan, Financial Crisis Is Just a Ripple La crisi finanaziaria, in Giappone, è solo un’increspatura dell’onda.

[168] New York Times, 16.9.2008, A. Berenson, Wall St.’s Turmoil Sends Stocks Reeling Le turbolenze di Wall Street fanno crollare I titoli.

[169] New York Times, 1.9.2008, M. Fackler, Japan’s Prime Minister Resigns Si dimette il primo ministro giapponese.Linkedin

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[170] The Economist, 27.9.2008; e New York Times,  25.9.2008, edit., The Return of Taro Aso— Il ritorno di Taro Aso.

[171] New York Times, 11.9.2008, M. Fackler, Japan Seeks to Withdraw Its Military From Iraq by Year’s End— Il Giappone cerca [sic!] di ritirare i suoi militari dall’Iraq entro la fine di quest’anno.