Home                   Nota congiunturale                        Gli articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     10. Nota congiunturale - ottobre 2007

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo  

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Conti economici nazionali – II trimestre

Nel secondo trimestre del 2007 il PIL, espresso in valori riferiti all’anno 2000, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al primo e dell’1,8% nel dato tendenziale, nei confronti del secondo trimestre di un anno fa. Il secondo trimestre del 2007 ha avuto, però, due giornate lavorative in meno rispetto al trimestre precedente e una in più rispetto al secondo trimestre del 2006.

A paragone, nel secondo trimestre il PIL è cresciuto in termini congiunturali dell’1% negli Stati Uniti, dello 0,8 nel Regno Unito, dello 0,3 in Germania e Francia, mentre in Giappone è diminuito dello 0,3%. In termini tendenziali, cioè a fine trimestre e rispetto alla stessa data dell’anno prima, si è registrata una crescita del 3% nel Regno Unito, del 2,5 in Germania, dell’1,9 negli Stati Uniti, dell’1,6 in Giappone e dell’1,3% in Francia. Nel complesso, i paesi dell’eurozona sono cresciuti dello 0,3% in termini congiunturali e del 2,5 nel tendenziale.

Niente rischio subprime (in Italia), perché…

A metà settembre, ministero del Tesoro e Banca d’Italia registrano con grande soddisfazione il fatto che la crisi dei mutui subprime – che sta scuotendo e mettendo in crisi economie più grandi della nostra, come quella britannica, e molto molto più grandi come quella statunitense – preoccupa poco il nostro paese. Però, non spiegano bene perché in Italia la percentuale di subprime sia così bassa, forse l’1%, rispetto al totale delle esposizioni bancarie in voga all’estero.

Vale la pena di cercare di dirlo. Il fatto è che mentre per anni, in America e in Inghilterra ad esempio, le banche correvano dietro ai clienti, con carte di credito a iosa e mutui facili perché il tasso di interesse allora era basso, offrendo tutto anche ai più spiantati, coloro senza possibilità di offrire alcuna garanzia— insomma, qui il principio è stato a lungo correre rischi pur di aumentare fatturato e profitti a breve.

Da noi, no. Da noi, le banche come è noto a tutti prestano soldi solo a chi ce li ha o a chi ha fior di garanzie da offrire. Il problema che adesso si pone è chi avesse ragione:

• le nostre banche e le loro usanze creditizie, tirchie e taccagne ma certo prudenti— però anche penalizzanti dell’economia e soprattutto dell’industria piccola e media e di qualunque nuova intrapresa non appoggiata da capitali collaterali o da qualche mammasantissima; probabilmente è così ma, se è così, bisognerebbe che qualcuno ci spiegasse anche perché e come, senza appellarsi all’insondabile sovranità del mercato ma con qualche argomento anche un po’ razionale, poi i mutui casa siano oggi i più cari da cinque anni… per contagio?;

• o avevano ragione le banche loro, che davano danaro apparentemente a manica larga (la  Northern Rock britannica, che è stata lì lì per fallire, con le file dei depositanti alle porte per giorni, e s’è salvata solo perché, mentre affogava, l’hanno tirata su per la collottola gli straordinari prestiti  quasi gratis la Banca centrale, malgrado tutto a fine settembre ha confermato la sua policy di sempre: ha deciso di continuare a consentire a chi chiede soldi in prestito di portarsi a casa fondi pari a sei volte il proprio reddito annuale[1]). E di continuare a concedere prestiti sempre a prezzi generosi per il cliente.

Anche a chi magari è spiantato ma le cui idee sembrano loro promettenti, aiutando intrapresa ed economia— ma poi gli aumentano il servizio del debito perché aumenta il deficit commerciale, il debito estero, i prezzi e il tasso di interesse i e lo sbattono fuori di casa e bottega perché non può pagare sull’unghia, anche solo per un mese magari e lo trasformano, pure se ha un lavoro decente, in un working poor?

Ma aumentano anche, e come, in Italia i mutui-casa delle banche. E più che altrove. La media di aumento (per un mutuo ventennale a tasso variabile, ad esempio, è del 5,63%, con rata media cresciuta in un anno di 50 euro al mese, 1.100 euro dunque)[2].

Calo di crescita del PIL, meno che nell’eurozona ma anche in Italia

Dice Almunia, il Commissario all’Economia dell’Unione, che stavolta tra tutti i paesi dell’eurozona sarà l’Italia quella a risentire meno dell’allentamento della ripresa dovuto alle crisi finanziarie internazionali in atto.

Più pessimisti, stavolta, o almeno più realisti e probabilmente a ragione, Tommaso Padoa Schioppa e Mario Grilli: il PIL del 2008 perderà comunque, in queste condizioni, due decimi di punto di crescita, fermandosi all’1,3%, mentre viene confermato anche dal governatore di Bankitalia che l’esposizione nostrana al rischio subprime è quasi inesistente.

Per le ragioni che abbiamo illustrato sopra e che lui evita solo di dire chiaramente ma – e la sostanza è la stessa – perché l’Italia rispetto agli altri usa “altri strumenti”. I prestiti cioè sono più difficilmente concessi. Quelli senza garanzie assolute di restituzione praticamente, poi, per niente. Inoltre,  e perché in Italia vigono “altri controlli”, con la vigilanza più severa che rivendica a sé la Banca d’Italia.

Meno disoccupazione (ma la qualità?) e, però, anche meno occupazione: e non è una contraddizione…

I dati dicono che:

• il tasso di disoccupazione nel secondo trimestre è del 5,7%,  200.000 disoccupati in meno ed uno dei livelli del 1992;

• però il tasso di occupazione resta fermo, al 59,8% come nello stesso trimestre dell’anno scorso; e nel mezzogiorno la popolazione inattiva tocca una percentuale del 47,7%.

Ma questa situazione, così crudamente descritta nei dati, è solo in apparenza paradossale.

L’ISTAT infatti la spiega, a noi sembra chiaramente, così: “la discesa della disoccupazione si associa all’ulteriore crescita del numero degli inattivi (+260.000 unità). Tale incremento concentrato nelle regioni meridionali, riflette un diffuso sentimento di scoraggiamento che comporta una rinuncia alla ricerca attiva del lavoro[3].

A meno che uno non si stenda grosse fette di prosciutto sugli occhi, mettendo pretestuosamente in questione le statistiche ISTAT (“ma chi glielo ha detto all’ISTAT che gli italiani sono sfiduciati al punto tale da non cercare più lavoro?[4]”). Perché, o non riesce proprio a capire quello che le inchieste statistiche dicono e come arrivano a dirlo: ed è grave…; oppure, e soprattutto, la ragione è semplice e ideologica, la propria fede, o la propria conversone, al “precario è bello”. Si capisce, il precario che tocca agli altri, però…

L’accordo del sindacato col governo e la contestazione

No, non quella interna al sindacato: è inutile parlarne, è scontato. Come al solito, quando ci si andrà a contare davvero, non inciderà più che tanto. A meno che la FIOM stavolta voglia il botto. Ma conviene a qualcuno?

Qui, visto che se ne è parlato molto, non elenchiamo tutte le “conquiste” che l’accordo del 23 luglio  prevede. Conquiste relative, certo, relative: anche per i limiti imposti dalla situazione di bilancio e di debito pubblico che è la nostra e che non possiamo ignorare pena il fatto che tutto ci verrebbe falcidiato dai ratings delle agenzie di valutazione e dalle costrizioni che Bruxelles ci imporrebbe… ma anche perché lo scotto da pagare – si pensi solo all’inflazione – sarebbe ancor più pesante:

• il fatto, in positivo, che risorse non irrilevanti per pensionati, lavoratori e categorie in generale più deboli: ovviamente non sono la soluzione ma, stavolta, almeno senza scambi o peggioramenti della situazione in atto

E segnaliamo, invece che, certo, ci sono almeno due grossi problemi che restano tutti aperti anche con questo accordo; andranno affrontati ma, ormai è chiaro, per via contrattuale:

• esso prevede, infatti, miglioramenti solo parziali sul nodo del mercato del lavoro: ma bisogna capire che è un’illusione puntare a trasformare la precarietà in flessibilità vera ope legis; e che ormai è solo una contrattazione forte che può avviare a soluzione questo problema;

• esso prevede anche un’imposizione che resta sbagliata di decontribuzione degli straordinari: una misura indubbiamente sbagliata ed iniqua perché premia, contro natura e contro logica, la scelta di considerare la competitività un problema esclusivamente di costo.

La divisione all’interno del sindacato c’è. Ma la stragrande maggioranza (ci buttiamo…), magari mugugnando, accetterà l’accordo.

Il problema è la divisione interna alla coalizione, invece. Perché ha ragione chi sottolinea che “il governo ha preso un impegno col sindacato di sostenere l’accordo che ha firmato[5]. Sacrosanto e, soprattutto, vero.

Peccato che nel programma di governo con cui la coalizione è stata eletta gli impegni fossero diversi… E che, per restare in piedi, al governo servono tutti i voti che – come è molto – nessuno escluso  

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

In Birmania, repressione armata contro la rivoluzione zafferano (prima la smetteranno di dare colori ridicoli  alle rivoluzioni di turno e meglio sarà: soprattutto per i rivoluzionari) condotta dai monaci contro una giunta militare che ha occupato il potere da tempo immemorabile. I morti, secondo tutti gli osservatori sono alcune decine.

Appelli degli occidentali, americani in testa, soprattutto alla Cina – che in Birmania, non foss’altro che per prossimità, esercita un’influenza forte e diretta – perché fermi “la giunta brutale birmana dall’ammazzare ancora altri tra i suoi cittadini[6]. Appello sacrosanto…

… che avrebbe avuto, però, anche se è improbabile vista la natura non propriamente democratica della Cina, un altro impatto possibile se, quando si trattò di giunte brutali e di cittadini massacrati – ad esempio in Cile, in Nicaragua, in Salvador… – il governo, democratico poi in quel caso, degli Stati Uniti, invece di istigare e aiutare i massacri, fosse intervenuto a moderare e frenare…

… o se adesso provvedesse a censurare e deplorare, almeno, le centinaia di arresti e le non poche esecuzioni che in Pakistan il suo amico-general-dittatore Musharaff sta mettendo in atto contro chi si oppone alla sua rielezione (praticamente) a vita[7].

Certo, i militari sono riusciti a svuotare le strade di Rangoon e a rinchiudere i monaci buddisti nelle pagode… per ora. Ma il bisenso continua fra mille difficoltà, a filtrare da Internet e a scuotere la base dei coscritti. Non è detto, insomma, che finisca così.

Ne avevamo appena accennato nella Nota precedente[8]: il nodo del prossimo futuro potrebbe essere il cibo… la carenza e il costo delle derrate alimentari anche nelle zone fortunate, come qui in Europa. E le notizie di cronaca ci obbligano subito a riparlarne.

Dovunque già salgono i prezzi. Ora, poi, con l’Ucraina che annuncia di voler ridurre le esportazioni a partire da novembre nel tentativo di tenere sotto controllo i prezzi interni di grano e cereali… La BCE, del resto, segnalava già a agosto che nell’eurozona le tensioni sulle derrate e le materie prime agricole stavano innescando aumenti di prezzi alimentari rispetto al 2006 anche del 30% medio (cereali, semole,semi oleosi, olii, zucchero, bevande e tabacco)[9]. E, per l’Italia, certo c’è anche la nostra incredibilmente complessa filiera di distribuzione a complicarci la verità, a far sì che da noi scattino ricarichi altrove inauditi[10]

La FAO, l’organizzazione mondiale dell’ONU che cerca di regolare le politiche agricole globali, ha reso noto che “il livello del prezzo del latte è salito del 46% in sei mesi, tra novembre 2006 e aprile 2007”. E l’aumento del latte in polvere è arrivato, negli stessi sei mesi, a crescere del 60%[11]...

Al mercato del grano di Chicago, il più importante del mondo, i prezzi dei futures vanno alle stelle quando il Canada abbassa la sua previsione di produzione del 19,6% dall’anno prima: ben sotto le aspettative di mercato. Ed è solo una di molte indicazioni convergenti di crisi-a-venire-nel-futuro-prossimo-venturo per fornitura e prezzi delle graminacee[12].

Media e mondo politico non hanno ancora afferrato le implicazioni del confronto che si va aprendo tra consumo di grano nel mondo per alimentazione o per creazione di biocombustibili e, più in generale, del cambiamento climatico che ha cominciato ad accentuare i suoi effetti dannosi  proprio in quest’ultimo anno.

Già adesso, la caduta di produzione – qualsiasi ne sia poi la causa o la combinazione di cause – ha portato a un importante cambiamento nella politica agricola perseguita dalla Commissione europea: è stata sospeso per il prossimo anno il programma che prevedeva di pagare i produttori per non  coltivare derrate agricole.

In effetti, è tutta la CAP (la politica agricola comunitaria) che sta cambiando faccia col problema che, dopo più di vent’anni di sovrapproduzione alimentare, di stoccaggi costosissimi  di burro e di latte, di distruzione di tonnellate e tonnellate di agrumi e di pagamenti a vuoto perché gli agricoltori lasciassero le terre a maggese, si ripresenta in Europa.

E’ il problema della fame che, fino a ieri, sembrava cancellato per sempre dalla prospettiva europea, ma che per il primo decennio del dopoguerra aveva assillato il continente: quando negli anni ’50 proprio per affrontarlo nacque la politica agricola comune europea. E’ il problema che, anche con misure come quella annunciata, oggi l’UE intende cominciare a affrontare di fronte al ripresentarsi – possibile, certo, soltanto possibile – dell’incubo prodotto dalle condizioni nuove e impensate di una eventuale carenza di produzione di derrate alimentari, a partire da grano, frumento[13], ecc., ecc.

L’OPEC, su pressante richiesta dell’Arabia saudita a cui lo aveva chiesto Washington, ha concordato di aumentare la produzione complessiva di greggio petrolifero di mezzo milione di barili al giorno: il primo aumento ufficiale in due anni (ufficiale perché, poi, entro i limiti di qualche decenza, i membri dell’OPEC hanno sempre fatto quel che hanno voluto: contano perché ogni tanto dicono e decidono qualcosa insieme, non perché poi sempre la facciano).

L’indebolimento del dollaro ha spinto a $739,50 l’oncia, al massimo da ventisette anni prima di ricadere marginalmente, il prezzo dell’oro[14].

Alla conferenza speciale sul clima che Bush aveva, da sé, al solito, convocato in casa, a Washington  i risultati raggiunti (nessuno) riflettono molto bene il titolo e la sintesi dei lavoro fatta di un grande giornale britannico[15]: Gli europei – dice – sono arrabbiati per la ‘buffonata’ [o, se preferite, la ‘farsa’] del discorso sul clima fatto da Bush. La sintesi (il catenaccio, come si dice in termine giornalistico, recita: “Gli USA isolati: pure Cina ed India rifiutano di sostenerli”; e “Il presidente dichiara di essere in grado di offrire al mondo una soluzione per il problema delle emissioni inquinanti”.

Ha detto uno dei partecipanti – anonimo, citato dal giornale fra i più importanti, che “il discorso di Bush è stato una buffonata ed è stato denunciato come tale. Non mi è mai capitato di ascoltare un discorso più umiliante da parte di un leader di livello mondiale. Tentava di presentarsi come un leader, ma non mostrava alcuna capacità di leadership. Il suo [il clima è un problema grave di tutti; il riscaldamento globale soffocherà tutti; ma la risposta spetta a ciascuno per sé e a Dio per tutti…] è stato un fallimento totale”.

Un aumento, comunque, assai moderato col quale il cartello sperava di dare l’impressione di moderare il prezzo del petrolio. Non s’era neanche asciugato sulla carta l’inchiostro delle firme che il prezzo del greggio è balzato in su, scavalcando per la prima volta la barriera psicologica degli 80 dollari al barile[16]. E, poi, a ruota, il 20 settembre, è arrivato di slancio a $84…

Stavolta l’Arabia saudita, ed è un segnale qualche po’ criptico ma anche importante, non ha tagliato i tassi all’unisono col mezzo punto voluto da Washington. Il fatto è che 3.500 miliardi di dollari sono investiti in America dai paesi del Golfo, con la parte del leone proprio da Riyadh. E, per difenderli, si comincia a parlare (in realtà si ricomincia: ma ora con ben altra convinzione) di abbandonare il legame automatico al dollaro. Dipenderà, però, dai prossimi mesi, dall’indebolimento ulteriore del dollaro: di cui, d’altra parte, gli USA hanno davvero bisogno per prosciugare un po’ il loro deficit catastrofico dei conti correnti.

Tornando al greggio, il suo prezzo attuale, osservano molti analisti, riflette bene il senso di rischio crescente e montante con l’approssimarsi dell’inverno e l’impennata della domanda di combustibili, l’evoluzione catastrofica dell’Iraq – altro che le “cose van meglio” nell’ennesima impostura bushottiana… – e il ribollire turbolento sul fronte della temuta guerra prossima ventura dell’America all’Iran.

Lo stesso giorno, con due titoli nell’indice uno sopra l’altro, il NYT fa notare[17], all’inclita e al colto, il rialzo record del costo del greggio e il ribasso record del dollaro. Ma sembra non accorgersi che, in realtà si tratta della stessa storia e che i due articoli li avrebbe utilmente potuti mettere insieme.

L’OCSE, nel suo ultimo Rapporto, ha concluso che la crisi del credito ha abbassato tutte le prospettive di crescita, e anche di tenuta economica forse, specie per gli Stati Uniti. Per cui ha chiesto a tutte le banche centrali dei grandi paesi di tenere stabili e bassi i tassi di interesse per non annebbiare anche di più le prospettive di crescita.

E alla Fed in modo tutto particolare, e senza curarsi troppo della pessima accoglienza che in America danno a chiunque suggerisca loro qualche buona idea – visto che, secondo dogma, anche se non secondo esperienza, il monopolio è il loro – ha caldamente chiesto di “considerare l’opportunità” di tagliare il tasso di sconto americano.

Infatti, ha detto il capo economista dell’Organizzazione, Jean-Philippe Coty – l’OCSE riunisce i 30  principali paesi ad economia di mercato: è un grande ufficio studi economico, di fatto, e non può superare il veto di nessuno dei suoi 30 governi: in pratica, se dice che ha paura di qualcosa, non lo può dire se uno dei 30 m ministeri del tesoro cui risponde dice di noi – “la  recessione negli Stati Uniti ormai non può essere esclusa per niente[18].

Banchieri (alla Corrado Passera), economisti (alla Gian Maria Gros-Pietro), industriali alla signora Emma Marcegaglia), politicanti (alla George W. Bush) dicono che non è così, che è solo un sobbalzo, che le cose si aggiusteranno pressoché da sole… che cioè ci pensa il mercato, la magia del mercato...

Commenta un osservatore attento e, per questo necessariamente meno leggero, che “forse sì”, forse gli ottimisti hanno ragione. Ma spiega opportunamente – a quelli del tutto va ben madama la marchesa per interesse, per partito preso ideologico, o per paura – “certamente a due condizioni. La prima e che nessuno faccia errori [noi, con una punta di maligno realismo in più, avremmo detto a condizione che nessuno – banche centrali, anzitutto, caimani famelici della finanza, tutti gli ingordi che caracollano nei mercato e governi – faccia altri errori]. La seconda è che il disastro dei prestiti subprime (di cui nessuno conosce l’entità esatta) sia di dimensioni sopportabili. Bisogna insomma che non ci siano troppi scheletri negli armadi delle banche[19].

Su questo migliore dei mondi possibili che siamo venuti creando a partire dall’incipit del neo-liberismo, negli anni della trimurti Reagan-Thatcher-Milton Friedman, c’è venuto qualche po’ da riflettere leggendo il nuovo libro degli ottimi professori Alesina (Harvard) e Giavazzi (MIT e Bocconi): due apostoli convinti, e anche fino a un certo punto convincenti, della bontà del liberismo[20]: cioè, nella loro impostazione, essenzialmente della meritocrazia come stella popolare per un’economia efficiente e, alla fine, anche giusta.

E’ una tesi seria, specie in e per un paese come il nostro, malato cronico di familismo e lobbismo, dove tutto si muove per l’intervento di amici degli amici. Dunque, gli autori non sono certo degli sprovveduti quando predicano il loro verbo ( i titoli dell’Indice su cui è articolato questo loro ultimo lavoro stanno lì a dimostrarlo: Il merito, non il censo. Il libero mercato, non le lobby. I diritti del cittadino, non lo spreco di denaro pubblico. Senza meritocrazia le professioni si tramandano ai figli come titoli nobiliari, senza concorrenza il consumatore è ricattato dai grandi monopoli, senza controlli i «fannulloni» continuano a gravare
sulle tasche dei contribuenti Chi è davvero di sinistra? Chi difende le categorie più deboli o chi conserva questo
stato di cose?
)

Ma Gavazzi e Alesina ignorano radicalmente – non si pongono nemmeno il problema: scontano che l’arbitro sia il “libero mercato” quando già Adam Smith spiegava che non c’è e non ci sarà mai in natura per lo squilibrio di fondo di poteri (non foss’altro di informazioni) tra i suoi attori – la riserva di fondo (di sinistra? di buonsenso!) che alla loro impostazione va fatta: ma chi lo giudica il merito? come si diceva una volta, senza regole sociali e politiche e solo di mercato, il padrone e i suoi delegati?

Ma vogliamo, e vogliono i  nostri liberisti – i più attenti, i meno distratti dalla loro ideologia della non ideologia – provare magari a riflettere su quanto si dicono i cittadini, ogni tanto, tra loro? guardando al risultato globale che questa economia ci ha apparecchiato per cui oggi, regolarmente, i figli stanno peggio e vedono prospettive peggiori di quelle che mai abbiano avuto i loro genitori; e considerando che si tratta storicamente della prima volta che ciò accade nella storia dell’uomo…

Ma vogliono – e vogliamo – cominciare a chiederci, dopo le sborni ideologiche mascherate da anti-ideologismo degli ultimi trent’anni, se è più giusto chiedersi di una politica se è moderna o no, o piò utile e giusto chiedersi, invece, se è buona o cattiva? 

La Banca d’Inghilterra – fino a metà settembre – era stata l’unica grande Banca centrale ad immettere poca liquidità suppletiva sul mercato per cercare di stabilizzare le turbolenze del credito. E, adesso, si è messa a criticare di brutto la Fed e la BCE per averlo fatto, invece, alla grande.

Sostiene – e certo a ragione – che una politica come questa equivale a un bail-out, a un salvataggio di investitori che si sono cacciati nei guai per aver sbagliato decisioni e scelte di investimento. E che quindi sarebbe giusto – proprio per le regole del mercato – che pagassero di tasca loro e non fossero salvati dalla collettività…

Dice il governatore della BoE, Mervyn King, che “fornire, come è stato fatto, il supporto di questa nuova liquidità, mina alla base un’efficiente prezzatura dei rischi di mercato fornendo in pratica un’assicurazione ex-post a modi di agire arrischiati, il che incoraggia la presa di rischi eccessivi e sparge i semi di crisi future[21]. Dirlo meglio non si può. Ma non sembra tener conto che a premere, qui, non sono morti di fame che hanno bisogno di aiuto, né ceti popolari, né classi operaie, né disoccupati. Sono i magnati della finanza in persona. Che hanno argomenti davvero pesanti per farsi ascoltare. E, infatti, sono ascoltatiti, malgrado deprecazioni e giuramenti di fermezza.

La Fed e la Banca del Giappone, nelle scorse settimane avevano aumentato la liquidità sul mercato e la Banca centrale americana ha abbassato di mezzo punto il tasso a cui presta soldi direttamente alle singole banche. La Banca centrale europea, invece, che aveva cominciato a buttare liquidità sui mercati già il 9 agosto, ha aggiunto poi altri 250 miliardi di € e, ancora, altri 75, a tre mesi.

Non fa una piega, il ragionamento della BoE. Ma, poi, stava lì lì per fallire la quinta banca del paese, la Northern Rock (la Roccia del Nord… piuttosto friabile, chiaramente), schiacciata soprattutto da mutui insolventi ma anche dalla corsa al ritiro dei depositi da parte di migliaia di depositanti e dalla sfiducia montante delle altre banche inglesi che non le facevano più credito.

E, di corsa, la Banca d’Inghilterra s’è scordata di pontificare, mettendole a disposizione per la prima volta da decenni, liquidità fresca per parecchi miliardi di sterline. Di fatto, se siamo seri, nazionalizzandola, statalizzandola. In effetti, l’unica misura che ha potuto fermare l’emorragia (file per strada di centinaia di creditori, per ore, davanti a tutte le filiali della NR, molti con seggiolini portatili dietro, addirittura), è stata la garanzia data pubblicamente alla Tv dal Tesoro che s’è fatto garante assoluto, al 100%, di tutti i depositi[22].

Ce n’era bisogno perché, da quando è scoppiata la bolla dei subprime, sono molte le banche riluttanti a prestarsi più soldi l’una con l’altra in una specie di cassa di compensazione delle liquidità contingenti di tutti. E’ per questo che ora deve intervenire la Banca centrale: il prestatore di ultima istanza. Che però, così, butta via en catastrophe la propria battaglia di principio[23].

E, naturalmente, invece, mantiene il punto quando le vittime sul mercato di operazioni precedenti, decine di migliaia di pensionati che si sono visti bruciare in borsa ogni speranza, per le operazioni sbagliate dei gestori dei loro fondi pensione, dicono che i loro risparmi sono degni della stessa identica protezione pubblica di quelli dei risparmiatori della Northern Rock e delle altre banche, garantiti ora dal governo fino a un valor di quasi 30 miliardi di sterline.

Allora vengo anch’io, anch’io voglio il bail-out. Perché loro sì (banche, speculatori, fondi a rischio…) e io no, d’altra parte?[24] E la risposta (della BoE, nel silenzio del governo) è stata il ritornello famoso di Gaber: vengo anch’io; no, tu no; e perché? perché no… Come la risposta che al nucleare civile iraniano danno gli Stati Uniti: no, tu no! Lucidissima.

La Corte suprema del Brasile ha aperto la fase processuale contro una quarantina di ex dirigenti importanti del partito dei Lavoratori – uno, José Dirceu, era stato il braccio destro di Lula alla presidenza nel precedente mandato – per il reato che tutti chiamano della mensalāo, scoppiato due anni fa: la “mensilizzazione”, cioè le mazzette che mensilmente venivano loro versate – secondo l’accusa, si capisce: ma anche certe mezze ammissioni del tipo, ben noto, del dover sostenere i costi esorbitanti della politica[25]

Come fatto strano – soltanto… ma strano forte – segnaliamo che un’impresa di costruzioni saudita, azionista di maggioranza la famiglia e gestita dal fratellastro di Osama bin Laden, ha annunciato che comprerà, nello Yemen, 1.500 km2 e, a Gibuti, 600 km2 di territorio. Per costruire dal niente, precisamente sulle due sponde opposte del Mar Rosso, due città gemelle connesse in futuro da 27 km. di ponte che collegherebbe l’Africa all’Asia[26].

L’India, da dichiarato il presidente della Commissione nazionale di pianificazione, Montek Singh Ahluwalia, fornendo alcuni dati, presentando nuove previsioni e facendo una confessione inaspettata. L’economia dovrebbe crescere dall’8,5 al 9% alla fine dell’anno fiscale, a marzo 2008. Rispetto, però, all’anno precedente (anno fiscale 2006-2007, +9,4%), ci sarà una certa moderazione della crescita, anche se non un vero e proprio “rallentamento”. In effetti, gli ultimi dati della produzione industriale (che a luglio, anno su anno, è aumentata del 7,1%, ben al di sotto delle predizioni a causa delle strette monetarie avanzanti) non sono “ragion sufficiente per rivedere le stime di crescita” del 2007-2008.

Col nuovo piano quinquennale – è la confessione – siamo purtroppo in ritardo e dobbiamo accelerarne l’elaborazione… La reazione del primo ministro, Manmohan Singh, non si è fatta attendere ed è stata dura, anche aspra: la Commissione deve riuscire a capire che, con questo ritardo – e non è il primo – a molti ormai sembra sembra perfino inutile preparare un piano quinquennale[27]...

in Cina

Avverte, questo mese, la Banca mondiale – e bisogna tenerlo presente quando esaminiamo i punti fragili, che esistono e come, di questa economia – di non lasciarsi trarre in inganno. La Cina resta un’economia assai robusta, preparata ad affrontare le ricadute di un rallentamento economico dell’economia globale per le sue solide posizioni di bilancio e la sua grande dinamica commerciale.

Lo dice l’ultimo Rapporto trimestrale della Banca mondiale aggiungendo che, anche se sono qualche po’ calate le esportazioni, è proprio la forte posizione macroeconomica che la rende ben preparata a un rallentamento economico. Anzi – soggiunge – proprio un moderato rallentamento potrebbe utilmente aiutare la Cina a riequilibrare un po’ una crescita tanto straordinaria da richiedere anche qualche raffreddamento[28].

Le autorità monetarie e di governo hanno ordinato alle banche di aumentare le riserve per la settima volta quest’anno allo scopo di frenare credito e investimenti, dopo che l’inflazione ha accelerato al massimo da dieci anni. Ora, da fine settembre chi presta denaro deve “parcheggiare” il 12,5% dei depositi (invece del 12) presso la Banca centrale. Il primo ministro ha personalmente spiegato che il paese è stato reso necessario dall’eccessivo aumento della crescita che altrimenti squilibrerebbe troppi altri fondamentali[29].

I prezzi al consumo sono cresciuti ad agosto del 6,5%, anno su anno, un punto più che a luglio, al doppio del tetto ufficialmente indicato, sulla spinta dell’aumento del tutto fuori misura dei  costi della carne di maiale (+49%). Ne ha risentito la borsa a Shangai, che invece era rimasta indenne dalle turbolenze dei mercati finanziari[30].

Il governo ha reagito decidendo il congelamento dei prezzi controllati, o amministrati, dallo Stato per il resto dell’anno e annunciando che alle amministrazioni locali, cui pure ha chiesto di aumentare i salari, non sarà consentito di sottrarsi al blocco dei prezzi a meno di autorizzazioni specifiche dell’agenzia di pianificazione, la Commissione di riforma e di sviluppo nazionale.

E il governo veglierà anche a tener fermi il più possibile i prezzi che governa il mercato; ma “senza interferenze” assicura (anche se non spiega come si fa?) perché hanno un impatto diretto sulla stabilità del paese[31].

Sempre come misura dichiaratamente antinflazionistica, la Banca centrale ha anche, per la quinta volta nell’anno, rialzato il tasso di sconto dello 0,27%, al 7,29%. Ma agli investitori, e alle borse di Shangai e di Hong Kong, la cosa non sembra fare nessuna impressione e i mercati azionari hanno continuato a salire[32].

Qui non c’è un mercato per i subprime, ma anche qui secondo la China Construction Bank, la seconda maggiore operatrice sul mercato ipotecario, c’è un rischio crescente di insolvenze. Ormai anche la Cina deve preoccuparsi di controllare meglio i prestiti ipotecari perché, col salire del tasso di interesse (la Banca centrale lo ha alzato dal 5,31 al 7,83% ai primi di settembre; e si parla di un aumento ulteriore a breve dell’1,1%), stanno salendo anche qui i prestiti irredimibili.

E, con un’altra misura dettata da prudenza e/o allarme, la Banca centrale ordina alle banche di alzare almeno al 40% il deposito liquido chiesto a chi chiede un mutuo per una seconda casa, a partire dal 1° ottobre, nel tentativo di frenare sia i costi delle proprietà edilizie che l’estendersi del mercato ipotecario[33].

Ad agosto l’attivo commerciale si è allargato del 33% sull’anno prima, a 24,97 miliardi di dollari, il contributo maggiore è dovuto al deficit america no che, nei confronti di questo paese, si eleva soltanto nei primi otto mesi del 2007, a 103,3 miliardi di dollari[34].  

Il più grande, e nuovo, fondo pubblico di investimenti che esista al mondo, la China Investment Co. Ltd., ha cominciato ad operare a metà settembre, con la vendita di 80 miliardi di dollari da parte del ministero delle Finanze in titoli di Stato per costituirla[35]. E, poi, ancora, qualche giorno dopo, di altri 4 miliardi di dollari. Il loro rendimento annuo garantito dallo Stato e del 4,46% annuo[36].

Il ministro del Tesoro americano, Henry Paulson, torna alla carica. Nel contesto di un appello teso a contrastare le tentazioni protezionistiche diffuse in America[37] contro la schiacciante concorrenza cinese, ed a mettere in guardia su come le turbolenze che agitano i mercati finanziari continueranno ad imperversare per qualche tempo, il ministro parla con forza della necessità che la Cina si apra e che, ripete per la centesima volta, “svaluti lo yuan per riequilibrare la bilancia commerciale favorendo le esportazioni degli altri paesi, specie di quelli che segnano un netto rosso negli scambi reciproci”.

Ma anche Paulson, che di mestiere faceva il banchiere e lo sa, non osa dire agli americani la verità. Che, cioè, gli USA, se vogliono, possono ben deprezzare loro, direttamente, con decisione propria, e di quanto ritengono utile, il valore del dollaro. Non lasciandolo fare incrementalmente al mercato, l’1% qua, il 3 lྠquesto lo sta già facendo da anni, ma non abbastanza da tagliare come sarebbe necessario – secondo le sue e le loro regole, non le nostre – il deficit dei conti correnti.

Scegliendo, dunque, loro, deliberatamente, di farlo. Invece, Paulson parla di una proposta di legge che chiede al Tesoro e alla Fed di agire di conserva con le altre grandi Banche centrali per abbassare il valore del dollaro rispetto alla moneta cinese, se questa non viene rivalutata a Pechino.

Ora ci possono essere varie ragioni – soprattutto politiche: il prestigio della moneta forte… – per decidere di non svalutare la propria moneta anche quando questa sarebbe la soluzione più corrispondente ai rapporto commerciali di forza reali. Ma dovrebbe essere chiaro che non serve a niente strillare contro i cinesi quando l’identico, precisamente uguale, risultato gli USA potrebbero raggiungerlo facendo tutto, sovranamente, da soli…

Del resto, per loro, ma lentamente lo sta facendo – come accennavamo – il mercato dei cambi con la svalutazione, comunque in atto, del biglietto verde che, provvidenzialmente, tiene alta la crescita USA— almeno finche i detentori di dollari (banche centrali asiatiche ed europee, privati) hanno ancora pazienza…

Forse è proprio qui il problema, la renitenza americana a dire che ci sarebbero davvero tutti i motivi di svalutare riducendo così, nel modo più efficace e più rapido, il deficit dei conti correnti. Il fatto è che questo dato, i conti correnti in rosso, che misura grosso modo lo squilibrio nei rapporti economici dell’America col resto del mondo, è arrivato al 6,2% del PIL nel 2006; e che l’America, se vuole crescere, deve finanziarsi la crescita – e da anni ormai – con capitali esteri, con qualcosa come 3 miliardi di dollari al giorno, 365 giorni ogni anno (o 366… i bisestili).

E il dollaro – tutte le valute – sono prima e anzitutto dei rezzi relativi— in sostanza la misura – le misure – del valore relativo delle varie economie rispetto alle altre. Su questa base, il mondo e il mercato hanno già detto la loro, abbattendo nel corso degli ultimi anni, ma tanto lentamente da non essere neanche efficace, il valore del dollaro.

In rapporto alle valute della maggior parte dei suoi partners commerciali, così, il dollaro si è svalutato del 20% dal massimo che aveva raggiunto nel 2002. Oggi è al minimo rispetto ad euro, a yen e anche al dollaro canadese: una specie di presagio del futuro prossimo venturo.

Questo per il rapporto tra dollaro, yuan, le altre valute e io loro valore reale. Ma la Cina si sta sforzando disperatamente di sciogliere, o almeno cominciare a sciogliere, i nodi della sicurezza delle sue produzioni (alimentari ed altre) e delle sue esportazioni che, negli ultimi tempi, in modo anche qua e là artificialmente montato – ed è una verità ormai ben documentata – ma anche, spesso, concretamente verificato, pesano come una cappa di piombo sul paese.

In Cina si fabbrica al risparmio, sul lavoro e sulla sicurezza di chi fabbrica e di chi usa un prodotto. Ma si costruisce anche, spesso, al risparmio cercando di allargare senza badare a costi umani e ambientali i margini di profitto sulla concorrenza interna[38]. Come in ogni consueta economia di mercato che cerca di fare a meno, appena possibile, di ogni regola. Di ogni laccio e lacciuolo.

Ora, è venuto fuori, però, che non è tutta, né solo, né soprattutto colpa della Cina. Che a dire il vero lo andava dicendo, ma con scarsa credibilità, da quando era scoppiato lo scandalo dei giocattoli nocivi, ecc. Uno studio canadese, recentissimo e indipendente[39] – di cui la Cina, naturalmente, si è preoccupata di far girare le conclusioni – sostiene e documenta che dei giocattoli di origine cinese tolti dal mercato americano negli scorsi vent’anni dal produttore o dalle autorità, il 76% sono stati “richiamati” per mancanza di garanzie sul piano della sicurezza causate da difetti del disegno e solo il 10% da difetti di fabbricazione.

Non diciamo – spiegavano i due autori dello studio, i professori Hari Bapuji della Asper School of Business dell’università del Manitoba e Paul W. Beamish, della Ivey School of Business dell’università del Western Ontario, che hanno preso in esame a partire dal 1988 tutti i dati dei “richiami” americani di giocattoli made in China che non ci sono problemi con la fabbricazione alla cinese di questi giocattoli; diciamo che c’è un problema ancora più grosso, cinque volte più grosso, col loro stesso disegno”.

E la Mattel americana che in agosto aveva ritirato dalla circolazione sul suo immenso mercato mondiale quasi 21 milioni di giocattoli made in China (Batman, Barbie, ecc., ecc.), adesso è, in effetti, andata a Canossa. Tom Debrowski, vice presidente esecutivo, è andato a Pechino a pronunciare il mea culpa, davanti al capo dell’Amministrazione generale per la supervisione di qualità, l’ispezione e la quarantena, Li Changijang: “purtroppo è vero, la grandissima maggioranza dei giocattoli che abbiamo ritirato dal mercato non aveva problemi made in China, problemi di fabbricazione o di montaggio. Aveva difetti anche seri ma causati da errori nel design stesso della Mattel…[40]

La Cina non può certo esentarsi da colpe. Però… però non in questa occasione. Ma resta vero che le nazioni emergenti hanno sempre supersfruttato così produzione, ambiente e lavoro: lavoratori e, anzitutto, lavoratori minori. Ed è utile ricordare – è stato ben ricordato in proposito – che “un secolo e mezzo fa un’altra nazione in rapido sviluppo aveva la reputazione di sacrificare le regole alla rincorsa del profitto, e quella nazione emergente era l’America[41].

Faceva di tutto e il contrario, proprio come oggi la Cina: contraffazione di prodotto, sottosalario, condizioni di lavoro da orrore. Insomma “il capitalismo mordi-e-fuggi non è un fenomeno cinese né un complotto per avvelenarci ma una fase dello sviluppo”.

Questo è un commento[42] che ci sembra appropriato e informato e sostenuto da tutto l’argomentare serrato del libro dei due accademici canadesi. Ma non è, né può essere, una scusa, davvero. Per considerazioni storiche, soggettive: siamo nel 2008, non nel 1850. Ma, oggettivamente, per la Cina – come per tanta altra parte del mondo – è questa la fase del proprio primo sviluppo…

Mentre la cosa ormai, sarà concesso, dovrebbe essere diversa per il mordi e fuggi, per il taglio di tempi e controlli e manutenzione, per la fame di profitto a breve, a brevissimo, che connota anche tanta parte del modo di produrre e di vendere nel mercato dei  nostri paesi (pensate ai risparmi sulla manutenzione di ferrovie, aerei, nell’edilizia… ed ai costi): quelli del capitalismo che si proclama – e rispetto agli altri, a tutte le tante e anche più piccole Cine del mondo – industrialmente e anche post-industrialmente avanzato. Ma che non per questo rispetta le regole minime di sicurezza, come la Mattel. Ma quanti altri casi come questo replichiamo ogni giorno, producendo e vendendo, quando tagliamo lacci e lacciuoli?

Il Pentagono ha accusato la Cina di aver messo sotto attacco il sistema elettronico americano, tentando di penetrarlo e, di fatto, mettendolo fuori uso – temporaneamente – con una serie di assalti concentrici e guidati di hackers. Che, se fosse vero, sarebbe obiettivamente cosa assai seria…

Ma è vero? La Cina ha replicato che si tratta di chiacchiere, residuo “di una mentalità da guerra fredda[43]. E ha sfidato gli americani a tirar fuori le prove. Che, però, per definizione, trattandosi di attacchi segreti a sistemi segreti di Stato da parte di servizi segreti anch’essi di Stato, sono… segreto di Stato: top secret

Allora, a chi dobbiamo credere? Ma... sommessamente lasciateci dire, forse a nessuno dei due.

D’altra parte, la caduta di credibilità, di autorevolezza, di egemonia – come si diceva una volta – degli Stati Uniti, apre spazi un po’ a quanti sono disposti a prenderseli. La Russia, ma anche e perfino l’America latina, l’Africa (che trova il coraggio di dire un no secco agli USA che le chiedono di lasciar loro aprire basi militari per intervenire meglio nel Medio Oriente) meno l’Europa – magari – ma anche la Cina…

Ora vale, forse, la pena di richiamare in proposito quel che può significare l’irrazionalità della politica americana verso Taiwan e verso la Cina. Usando la sintesi che ne aveva dato anni fa un osservatore di stanza in Giappone, visto che “Pechino dichiara che userà la forza contro Taiwan solo se Taipei cercasse l’indipendenza, le posizioni militari degli USA e altre posizioni che mostrano un sostegno incondizionato a Taiwan mettono in evidenza proprio l’appoggio alle forze che sull’isola cercano l’indipendenza. Che sembra proprio uno strano modo di aiutare a difendere Taiwan…

    Sostenere, come insistono a fare gli Stati Uniti, che l’ostilità della Cina ai voli militari americani alle proprie frontiere prova l’ostilità di fondo cinese agli Stati Uniti è piuttosto ridicolo: basterebbe pensare [come anche ad esempio per lo schieramento di missili antimissili americani alle frontiere russe] a come risponderebbero gli USA a voli dello stesso tipo da parte dei cinesi [o a dislocazioni analoghe di missili da parte dei russi] alle loro frontiere”…[44]. Già.

Sempre su un piano politico, ma diverso, preti, suore, e laici cattolici cinesi che fanno parte della Chiesa cosiddetta patriottica hanno eletto il nuovo vescovo di Pechino, Joseph Li Shan. Non lo ha potuto scegliere il papa, è vero. Ma la novità grossa comunque, è che il papa aveva incluso il suo nome in una lista ristretta di esponenti del clero “patriottici” alla cui nomina la Santa Sede non avrebbe avuto “ragione di opporsi”. Comunque, è un passo avanti[45]

in Russia

La popolazione russa si stabilizzerà sui 142 milioni di abitanti nel 2010, ma l’attuale stallo demografico già comprime la crescita, riporta il quotidiano Kommersant citando l’Accademia delle Scienze di Russia, e il vice primo ministro Dmitry Medvedev. Il tasso di mortalità del paese nel 2006 è migliorato, scendendo del 7% sul 2005 e, già a luglio del 2007, ancora di un altro 6,5%, con il tasso di natalità che è salito del 6%. Ma il ministro della Sanità e dello Sviluppo sociale, Mikhail Zurabov, sottolinea che non è abbastanza[46].

Con una mossa a sorpresa, intanto, Putin ha licenziato il governo. Formalmente il primo ministro Fradkov si è dimesso “per dare al presidente la massima libertà nelle sue decisioni”. Gli analisti si dicevano convinti – mestiere periglioso quello di prevedere il futuro… – che il nuovo premier sarebbe stato designato a breve come suo successore: uno dei due vice premier attuali, dicevan o tutti i media russi, Ivanov o Medvedev.

Ma non è andata così: il nuovo primo ministro, subito nominato, è Viktor Zubkov, attuale capo dell’Authority federale per gli affari finanziari e già procuratore generale di San Pietroburgo con cui Putin stesso aveva lavorato negli anni ’90. E’ una figura politica di secondo piano… che difficilmente sarà anche il candidato alle presidenziali.

A meno che Putin punti proprio a una specie di succedaneo che gli tenga in caldo il posto per cinque anni… fin quando senza toccare la Costituzione attuale sarà ricandidabile. Ma anche Putin, a suo tempo, era un politico di secondo piano che, infatti, i guru avevano detto predetto si sarebbe limitato a curare gli interessi di Boris Eltsin; e che, anzi, era proprio questo lo scambio in base al quale era stato da lui designato come presidente. Poi, una volta eletto di suo…

Il gabinetto ministeriale di Zubkov ha cambiato poco rispetto a quello del predecessore, con una rilevante eccezione: è stato sostituito il ministro dell’Economia, German Gref, con Elvira Nabiullina: la sua vice, una giovane e – qui soprattutto non guasta – anche piuttosto avvenente ed energica consigliera economica del presidente[47].

Ora, le previsioni – ma sempre quelle di chi aveva sbagliato le precedenti – sono per uno Zubkov che mette il cappello per cinque anni – ma disposto anche ad andarsene prima – sulla poltrona di Putin[48]. Per tenergliela calda. Ma, certo, bisognerà vedere…

Però, adesso, la realtà – al di là delle demonizzazioni spesso di comodo fatte qui in occidente di Putin (per propaganda, per aiutare maldestramente qualche amico o sodale russo: maldestramente perché l’occidente qui puzza maledettamente, e non del tutto a sproposito, di ipocrisia: lo stesso Putin citò tempo fa il passo evangelico della pagliuzza e della trave nell’occhio…) – è quella sintetizzata così da una recente corrispondenza del NYT: “ Il presidente russo è al centro del gioco. E’ potente, popolare e al controllo di un paese che ha guidato dalla bancarotta alla ricchezza[49]

Se ne va, dunque – se poi se ne va – come Cincinnato… per tornare magari a furore di popolo.

Putin, intanto, ha detto no alle proposte di fusione della Gazprom (metano) con la Rosneft (petrolio): sarebbe una fusione, ha detto, che creerebbe un mostro, capace di dominare tutta l’economia[50].

L’ENEL ha reso noto, con l’amministratore delegato Fulvio Conti che incontrava Putin ed una serie di uomini d’affari russi, di aver investito nell’industria di questo paese oltre 4 miliardi di euro e che intende investircene almeno altri 3[51].

Sulla difficoltà di investire in Russia (incertezza della legislazione ed eccesso di burocrazia oltre che di regolamentazione formale) hanno parlato, senza peli sulla lingua, una serie di imprenditori francesi in un forum riunito a Sochi. Hanno denunciato il tempo extra che serve a completare ogni progetto, le tasse elevate sui beni intermedi e gli intralci (di ogni tipo…) che si incontrano lungo tutta la catena di distribuzione e di rifornimento (pare quasi l’Italia…)[52].  

La Duma, la Camera dei deputati russa, ha ratificato il trattato, già passato al parlamento di Lettonia, che definisce e stabilizza il confine tra i due paesi con la cessione ai russi del distretto di Pytalovo, acquisito dalla potenza liberante/occupante ala fine della seconda guerra mondiale. E’ stato un segnale importante, ed intelligente, di ricerca dell’intesa e di dialogo da parte lettone[53].

La denuncia da parte della Russia del Trattato CFE, la Convenzione sulla riduzione delle forze armate convenzionali in Europa, è un segnale severo e preoccupato che il governo russo ha lanciato all’occidente. Lo ha dichiarato alla Commissione Esteri della Duma il vice ministro degli Esteri, Sergei Kislyak, aggiungendo che la Russia non vuole nessuno scontro coi partners.

Per questo vorrebbe poter ricominciare ad osservare gli impegni della CFE. E lo farebbe anche domani, se gli altri firmatari – conclude davanti alla stampa il presidente della Commissione Kostantin Kosachyov, ratificassero finalmente anche loro la versione aggiornata del Trattato che tutti hanno approvato ma solo la Russia ha finora ratificato ed implementato[54].

EUROPA

L’, il 20 settembre, sfonda di nuovo ogni tetto precedente: vale più di 1,40 dollari… col petrolio che arriva, come s’è detto, a $84 al barile…

L’eurozona ha registrato a luglio un attivo commerciale di 4,6 miliardi di €[55], contro poco più di 1 miliardo lo stesso mese dello scorso anno.

La BCE, ha ritenuto di lasciare invariato il tasso di sconto a inizio settembre[56]. Ormai, qualche timore per la ripresa e per la vulnerabilità dei mercati europei, ormai ce l’ha: un mese fa aveva testardamente lasciato capire che avrebbe elevato i tassi… E, il giorno prima, il 5 settembre aveva ancora aperto la borsa mettendo un altro credito suppletivo di 57,7 miliardi di € a disposizione del sistema bancario commerciale europeo.

E, per conto suo, la Banca d’Inghilterra aveva fatto cosa analoga, annunciando che se gli interessi overnight restavano alti anche “la prossima settimana”, avrebbe subito iniettato altri 9 miliardi di dollari sul suo mercati valutari[57] (cioè, proporzionalmente, l’Inghilterra da sola da segni anche più preoccupati di quelli del resto d’Europa).

I prezzi alla produzione sono cresciuti a luglio nell’eurozona dello 0,6%, + 3,7% sull’anno prima[58].

I prezzi al consumo, intanto, registrano nell’eurozona un aumento, in agosto e su base annua, dell’1,8%, sotto il 2% del tetto BCE. Stesso valore di luglio. E la disoccupazione è rimasta stabile a luglio, al 6,9%[59].

In campo energetico, la Commissione europea intende aumentare il livello di concorrenza “separando patrimonialmente” le attività di produzione e distribuzione. Il 10 settembre, il presidente Barroso ha presentato a Bruxelles il progetto di liberalizzazione che vuole veder adottato dall’Unione. L’Italia, con Gran Bretagna e Spagna, si è dichiarata formalmente a favore (nel governo di centro-sinistra, di liberisti ce ne sono molti) ma è carica delle ambiguità imposte dalla convivenza di Bonino e Diliberto, per dire.

Mentre i governi di Francia e Germania hanno detto i no più importanti, i francesi preoccupati per EDG e GDF Suez, questi ultimi due appena fusi, i tedeschi per le sorti dei loro gruppi E.ON e RWE. E a fine luglio questi ultimi paesi, alla testa di altri sette, hanno ufficializzato in una lettera alla Commissione la loro contrarietà al progetto. E specificamente alla mania liberalizzatrice che imporrebbe la separazione patrimoniale.

Non è vero – spiega la lettera – che la misura che porta la firma di Barroso e dei commissari Kroes, preposta alla concorrenza, e Piebalgs, designato al portafoglio energetico, garantirebbe l’accesso di terzi alle reti detenute dagli antichi monopoli. Garantito è, invece, che verrebbero fragilizzati gli operatori esistenti proprio quando tutti i paesi d’Europa hanno bisogno di “securizzare” gli approvvigionamenti.

Il governo francese, per bocca della ministra dell’Economia, Christine Lagarde, “assicura che la Francia si opporrà alla ‘separazione patrimoniale[60]. I tedeschi si dichiarano “favorevoli a un compromesso[61] e propongono di aumentare il potere delle autorità di regolazione dell’energia, ma senza obbligare i produttori di energia che possiedono le proprie reti di distribuzione o a venderle o ad appaltarne l’operatività ad imprese indipendenti.

Noi scommettiamo che, dopo i pianti delle tante préfiche del liberismo e delle liberalizzazioni, i commissari europei se la prenderanno in saccoccia?

La sentenza della Corte europea di prima istanza di Lussemburgo che ha ri-condannato la Microsoft al pagamento di una multa da $690 milioni per “abuso di posizione dominante” (aveva messo, e mette ancora, in un unico “pacchetto” due suoi prodotti, Windows e Media Player, rifiutando di condividerne i dati con la concorrenza per evitare che potesse, e possa, applicare i protocolli del sistema operativo) ha preso di traverso il gigante americano del software.

La corte è dell’opinione – ha letto nel dispositivo della sentenza il presidente, Bo Vesterdorf – che la commissione non abbia errato nel valutare la gravità e la durata della violazione e non ha errato nel fissare l’ammontare della multa. E dal momento che l’abuso di posizione dominante viene  confermato dalla Corte, l’ammontare della multa resta confermato[62].

E, come al solito, i pareri sono divisi. Anche in America. La grande impresa informatica di Seattle lamenta, e alcuni esperti dell’industria ma anche esterni ad essa, ammoniscono, che così si soffoca la ricerca e l’innovazione e mettono in guardia dal fatto che, adesso, “l’impatto di questa decisione, che conferma una sentenza antitrust precedente, si potrebbe estendere ben al di là del maggior fabbricante di software al mondo ad altre imprese high-tech… come Apple, Intel e Qualcomm il cui dominio sul mercato ondine dei downloads di musica, dei computer chips, della tecnologia della telefonia mobile sono anch’essi sotto inchiesta da parte della Commissione europea[63].

Ma c’è pure chi, autorevolmente, sottolinea invece che “le autorità americane di regolamentazione dovrebbero far loro la sconfitta della Microsoft nel caso antitrust deciso in Europa come passo salutare per la crescita stessa di un’economia dell’informazione[64].

Il fatto in sé che la Turchia sia riuscita ad eleggersi, secondo le regole della democrazia rappresentativa all’occidentale, e senza subire la punizione dell’ennesimo golpe militare, un presidente della Repubblica come Abdullah Gül è un fatto in sé significativo e, tutto sommato. anche incoraggiante.

Il nodo non è che ha lavorato per alcuni anni per una banca saudita e neanche che, nel corso dell’ultimo quinquennio, come attivissimo ministro degli Esteri abbia convinto la maggioranza dei turchi alla causa dell’ “europeicità” (si dirà poi così?) della Turchia, conquistando la fiducia delle diplomazie europee. Neppure che adesso, subito dopo le elezioni e come suo primo atto di politica estera, abbia chiesto al paese di rinnovare con energia l’impegno – per la parte che spetta alla Turchia – ad “entrare in Europa”.

La novità, qui, è che appartiene al partito islamico dello Sviluppo e della Giustizia che una volta disse di come la democrazia fosse un treno che avrebbe condotto a uno Stato islamico, che il nuovo presidente, al contrario di tutti i suoi predecessori, si dichiara anche un credente mussulmano e che la moglie porta con perseveranza e per scelta un velo islamico in testa.

Resta che Gül e i militari – anche se sono partiti col piede sbagliato, rifiutando di assistere al suo giuramento come capo dello Stato e come tale anche comandante in capo delle Forze armate – dovranno trovare un modo di “coabitare”: i generali non hanno più il potere totale di veto e di blocco che è stato, costituzionalmente, il loro per cento anni, ma ancora pesano e contano molto nella politica turca e bisognerà tenerne conto.

Sarà interessante vedere un partito che viene da fuori dell’establishment secolarista – nazionalista e anche di sinistra moderata – coltivato e controllato per oltre mezzo secolo dall’esercito, un partito  islamico, moderato sì ma islamico pur sempre, cercare di modificare la Costituzione— l’ultima versione, imposta dopo il golpe del 1980 al paese.

E’ una legge fondamentale che non tratta i cittadini curdi come cittadini di pieno diritto, che fa – per legge – del racconto d’un fatto storico, come il genocidio degli armeni dopo la prima guerra mondiale da parte dei turchi ottomani, un reato penale di tradimento; e che limita ancora, sistematicamente, rispetto al resto d’Europa, troppe dimensioni della vita comunemente definite democratiche.

Il nodo per l’Europa diventa che se, con tutte le gradualità necessarie a superare nel tempo – ma in tempi non storici – i blocchi ideologici e, soprattutto, culturali, che rendono ancora difficile l’adesione dell’Europa all’idea di non bloccare l’integrazione della Turchia e della Turchia a lasciarsi integrare in Europa, non solo si perderebbe un’occasione grande davvero ma si darebbe una mano proprio alla resistenza sorda, comunque antidemocratica, dei generali.

Che poi è l’unica ragione per cui, alle elezioni – libere: nessuno ne dubita – del mese scorso, il partito di Gül e del primo ministro Erdogan (che aveva promesso, scontentando il bellicoso capo di stato maggiore, riprendendo dopo il voto l’impegno, di cercare una soluzione diplomatica al conflitto tra curdi iracheni e Turchia) abbia ottenuto nel sud-est curdo del paese molti più voti dei candidati indipendentisti: che pure, per la prima volta, hanno eletto loro deputati, non pochi, in parlamento.

Insomma, stavolta il ricatto del siamo pronti a “salvare la nazione” come nel 1960, nel 1971, nel 1980 e nel 1997, non ha funzionato— malgrado i messaggi terrificanti con cui i militari avevano martellato il paese, aiutati dall’estero anche da chi confondeva il loro anti-islamismo per una caparra di democraticità inesistente invece che per voglia di mantenere il potere essenziale.

Ma il possibile scontro s’è solo spostato un poco in avanti. Quando il partito di governo presenterà in parlamento – dove possono passare, però, solo con i due terzi dei voti che lo costringerebbero a fare qualche alleanza difficile – la riforma costituzionale che ha annunciato nella piattaforma elettorale. Coi due punti di contenzioso estremo per i militari: la riduzione del loro ruolo e una qualche ridefinizione dell’identità della nazione turca[65].

Appena rieletto, il governo turco ha inviato il ministro dell’Energia, Hilmi Guler, in Iran. Lo scopo era di concludere una serie di accordi, almeno in bozza. Il principale era la creazione di una joint venture turco-iraniana per trasportare 35 miliardi di m3 di gas naturale direttamente in Europa via la Turchia[66].

Gli americani hanno protestato: sanzioni all’Iran e quant’altro, bla bla. Ma il governo Erdogan se n’è fregato. Anzi, ha fatto sapere che concepisce l’accordo anche come la possibilità di così vuole aumentare le sue probabilità di aderire all’Unione europea, offrendo un corridoio vitale alternativo per il passaggio in Europa di gasdotti ed oleodotti molto più diretto e molto più breve di quelli altrimenti obbligati che li collegano, o li collegheranno piuttosto, alle repubbliche ex sovietiche ricche di energia.

L’alternativa, per l’Europa, sarebbe davvero importante: dal gas naturale e dal petrolio russo e degli stati ex sovietici, attraverso essenzialmente il monopolio Gazprom, l’Europa dipende per forniture che rappresentano 1/5, più o meno, del suo fabbisogno. Un’alternativa all’Europa farebbe molto comoda. Ma bisognerebbe che anche l’Europa allora trovasse il coraggio di dirlo agli amici americani… 

Ha detto D’Alema parlando – inevitabilmente: lo hanno fatto tutti da Berlusconi a Casini, a D’Alema, appunto, ad Amato – da Mastella, a Telese, che l’Italia lavora, nel gruppo dell’ONU per trovare una soluzione al nodo del Kossovo – se e, se sì, come dargli l’indipendenza: l’Italia p favorevole, se si trova un consenso – per una soluzione “non traumatica” che deve tener conto, anche, delle legittime aspettative di rispetto e di sicurezza avanzate da Belgrado per i suoi siti legati da sempre alla tradizione, alla storia, alla religione della Serbia[67].

Come si ricorderà, è l’ONU che governa il Kossovo dal 1999, quando intervenne per liquidare quella che leggeva come la pulizia etnica degli albanesi nella regione serba scatenata da Milosevic. Ma adesso il problema si annuncia come la difesa della minoranza serba che rimarrà lì.

Sempre che la Russia si convinca a superare il precedente documento dell’ONU con cui si intervenne allora sulla base dell’impegno unanime del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di rispettare, comunque, la sovranità indiscussa della Serbia sulla provincia kossovara[68]. Decidendo, così, improbabile, di rimangiarsi su questo punto cruciale l’impegno assunto coi suoi alleati serbi.

Che, nel frattempo, inevitabilmente chiariscono. Se i kossovari, insoddisfatti, possono anche mettersi – come continuano a dire soprattutto gli americani – a far casino, anche i serbi non sono da meno: se ci fosse una dichiarazione unilaterale di indipendenza, e i governi occidentali riconoscessero uno Stato indipendente del Kossovo unilateralmente proclamato, la Serbia – ha avvisato il segretario di Stato per il Kossovo, Dusan Prorokovic – è pronta a un embargo commerciale della provincia “ribelle”, ne sigillerebbe il confine e potrebbe dispiegare sue truppe in Kossovo.

Prorokovic ha anche dichiarato che il riconoscimento di una proclamazione unilaterale di indipendenza annullerebbe il trattato che, dopo 78 giorni di bombardamento della NATO sulla Serbia, aveva occupato il Kossovo: ma che era stato firmato solo con l’esplicita dichiarazione, della NATO e dell’ONU, che sempre e comunque il Kossovo sarebbe restato parte integrante della Serbia[69].

La realtà, giuridica e di fatto, però è chiara. A dicembre, con ogni probabilità – se non glielo impediranno gli USA, direttamente: ma non sembra aria, con l’insipiente massimalismo che si ritrovano al governo… – Pristina dichiarerà la sua indipendenza. Ma a quel punto, oltre al pericolo concreto che abbiamo appena visto, ci sarà quasi certamente anche un’altra spaccatura in occidente, tra America e Europa e anche in Europa stessa.

Perché, senza una risoluzione dell’ONU che cambi quella del 1999 sulla integrità della Serbia e la sua sovranità sul Kossovo, molti europei – Slovacchia, Romania, Cipro, Grecia, ma a rigore (una soluzione non-traumatica…) anche l’Italia, probabilmente la Spagna… – non riconosceranno il Kossovo come Stato indipendente… E, comunque, non lo riconoscerebbe la Serbia.

E, buon’ultima, ma è importante che lo abbia fatto – e che, soprattutto, l’abbia detto: e in reazione alla solita mossa unilaterale degli USA – anche la Germania chiarisce[70]: per quanto ci riguarda, anche noi continuiamo a sostenere e intendiamo incoraggiare, e incentivare (anche attraverso l’Unione europea) la prosecuzione del negoziato tra la Serbia e la sua provincia ribelle del Kossovo per trovare una soluzione di consenso.

Indipendenza magari sì, insomma. Ma con attenzione ai diritti dei serbi; ogni altro esito sarebbe una tragedia. Reagiva, la Germania, all’affermazione del Dipartimento di Stato dell’8 settembre che gli USA, con o senza (ancora!!! non imparano mai proprio niente…) l’assenso dell’ONU, riconoscerebbero unilateralmente l’indipendenza del Kossovo.

A Bruxelles hanno trovato il modo, finalmente, di chiarire alla Bosnia che è anch’essa – come gli altri paesi balcanici: ognuno in genere (Serbia, Croazia, Bosnia stessa e Kossovo) perché, in un modo o nell’altro, protegge i propri criminali di guerra considerati eroi per come hanno combattuto e massacrato gli altri nelle guerre civili del dopo Jugoslavia – a rischio di veder rigettata la propria domanda di affiliazione all’Unione europea.

In particolare se i suoi separati, sparpagliati e bellicosi leaders etnici non si mettono d’accordo su una profonda ed effettiva – al di là degli impegni verbali – riforma radicale dei loro sistemi di polizia. Lo avverte Miroslav Lajcak, il diplomatico slovacco che da dieci settimane gestisce per conto dell’Unione la Bosnia, avvisando che se per la fin e di settembre o i bosniaci formano una forza di polizia unificata o verranno congelati i negoziati per l’adesione all’Unione (che, comunque, è molto, molto – e tutti lo sanno, per primi i governi balcanici – di là da venire)[71].

Se i partners europei non ci garantiscono al prossimo vertice di Lisbona di ottobre le deroghe, i cosiddetti opt-outs già acquisiti dagli obblighi che l’Unione prevede nel trattato – per cui il Regno Unito, inventore del sindacalismo e del Labour, ha chiesto ad esempio il “diritto” di non osservare i diritti del lavoro riconosciuti in Europa – allora la Gran Bretagna non lo ratificherà in sede parlamentare, come il governo aveva già annunciato[72].

Cioè, si procederà per referendum, come chiedono vociferando da sempre tutti gli euroscettici di destra e di sinistra uniti in santa alleanza e sicuri del no di un pubblico che tengono volutamente e sistematicamente ignorante tutti i media controllati da Murdoch: cioè, affossando il trattato, con un sovraccarico di demagogia su una impossibile, e comunque ridicola sovranità nazionale, che vede alleati, con eccezioni di rilievo che restano però solo eccezioni, e non pochi laburisti.

C’ è stato anche il tentativo, patetico rispetto al fine, ed un poco ridicolo proprio nel merito – come quasi tutti i conati di iniziative che inscena la Commissione Barroso – di dare una mano a non far fare il referendum, con la misura assolutamente incongrua (perché non c’entra niente col tema e, in fondo, se ci tengano a tafazzarsi, gli inglesi, lo facciano pure: per cui è stata  accolta da un generale chi se ne frega…) escogitata dal Commissario all’industria Gunter Verheugen: l’Unione “rispetterà” cultura e tradizioni britanniche rinunciando alla decisione, già presa e sottoscritta anche da inglesi e irlandesi, di far adottare anche da loro il sistema metrico decimale[73].

Col referendum Brown, che dice a parole di voler difendere il trattato, avendo col suo partito incautamente fatto la promessa di sottoporlo alla ratifica diretta popolare, lo affosserà. Tra l’altro, adesso, strumentalizza una minaccia – se ci togliete le deroghe… – che nessuno ha mai formulato.

Anche per la sua testardaggine, contraria per principio modernista-liberista a ogni “Europa sociale” in nome della sovranità del mercato – strano principio per un partito che si chiama laburista, no? – e della necessità di non farsi imporre valori non-British da crauti, ranocchi e mandolini (tedeschi, francesi e italiani, ovviamente), il New Labour continua, anche dopo Blair, pericolosamente a minare i valori di giustizia minima garantita, sprezzati programmaticamente da almeno dieci anni ma sentiti profondamente dalla base del Labour.

Che così, sbagliando, viene però portata a voler discutere il sì all’Europa         quasi identificandola con l’assenza di garanzie sociali nel proprio paese. Quando, invece, è la grettezza d’animo e l’idolatria di un mercato concepito come sovrano che sono il pericolo vero.

In effetti, così anche il TUC, il sindacato, è stato costretto – anche se non ne era entusiasta – a chiedere il referendum sul Trattato di riforma dell’Unione europea, insieme ad euroscettici e eurofobi, nostalgici dell’impero, destri e conservatori di ogni gradazione e sinistri estremisti per i quali l’unico impegno che vale la pena di prendere è quello (beati loro) rivoluzionario. 

Spiega così, palesemente imbarazzato, il segretario generale Brendan Barber, la strumentalità e la disonestà intellettuale dell’appello del Daily Telegraph[74] il quotidiano conservatore e più eurofobo d’Inghilterra, addirittura con un editoriale ai sindacati perché dicano “un coraggioso sì patriottico” al referendum sull’Europa. Appello curioso provenendo da un pulpito, diciamo come il Giornale di Feltri: che, almeno, però, è apertamente e sfacciatamente reazionario e non se ne vergogna – che da sempre considera e proclama che i sindacati sono la più grave disgrazia per il paese. 

Noi non ci lamentiamo per le ragioni che adducono gli euroscettici— la cosiddetta sovranità del regno in pericolo, lo “statalismo”,  la paura degli stranieri. Noi ci lamentiamo perché siamo convinti che ci vuole (è il titolo del suo editoriale) Più Europa, non meno[75]: ma più qualificata, dove anche ai cittadini britannici si applichino le regole europee a garanzia dei loro diritti sociali, senza deroghe e senza eccezioni.

Dunque, la nostra mossa è ben altrimenti motivata, mirata a far pressione sul governo, e personalmente sul primo ministro, perché firmi sui diritti sociali europei. Come, tra l’altro perfino il New Labour s’era impegnato a fare in campagna elettorale prima delle ultime elezioni, due anni fa.     

Di fatto, sarebbe proprio questa la questione su cui Brown potrebbe caratterizzare al meglio alle elezioni che sono ormai in arrivo la differenza di fondo dei laburisti dai conservatori di David Cameron che, su questo punto – per modernizzatore che pretenda di essere – dal viscerale conservatorismo del suo partito non può prendere le distanze.

Ma Gordon Brown, così, di fatto, si schiera con gli eurofobi. Dice no a tenere il referendum, infatti, per ragioni di convenienza, perché teme che il voto direbbe no all’Unione e perché per lui, come per Blair, spesso la questione dirimente per decidere le scelte politiche è sembrata essere: al dunque, “ma che ne dice la CBI, la Confindustria?[76]. E dice no, insieme, alle ragioni (Ridateci l’Europa sociale[77]) per cui qui i contenuti del Trattato di riforma, così come derogato per responsabilità sua e del New Labour, sembrino tanto stantii alla sua base.

Così, scoperchia il vaso di Pandora alla sortita di altri referendum che per motivi nobili (democrazia diretta: Danimarca, Olanda) o ignobili (Polonia: ipernazionalismo revanscismo, bigottismo) finiranno col concorrere a bloccare tutto in eterno.

Per cui, chi tiene all’Europa – almeno com’è e non vuole vederla ancora arretrare – non potrà che rispondere rilanciando. Quello che, infatti, è auspicabile ma, stavolta, forse anche probabile è che gli altri paesi dicano un no secco a qualsiasi ulteriore pretesa britannica

Cioè, come sempre si è fatto nell’Unione, nella Comunità, nel Mercato comune e anche prima, decidendo di andare avanti con chi ci sta. E chi poi vorrà arrivare, arrivi pure. Ma senza pretendere di bloccare gli altri. Che, in fondo, è la lezione del gen, de Gaulle, di Adenauer, di Monnet, di Martino e Spinelli.

Del resto, come si fa ad andare avanti così? Con la Polonia che ci siamo messi in casa, perché non si poteva dirle di no, ma mettendoci in casa, così, i grotteschi esemplari Kaczynski…, la Polonia che, per le sue fantasmagorie bigottesche, non ci sta a lasciare che l’Europa voti compatta all’ONU per spingere alla cancellazione della pena di morte nel mondo[78]?

La risposta dei ministri europei della Giustizia, quella di rinviare a tempi migliori la giornata europea contro la pena di morte, è stata sicuramente la più sbagliata. Si doveva certo replicare ai polacchi ma diversamente. Bisognava dire – ma per farlo ci voleva un po’ di coraggio, senza rassegnarsi passivamente come mosciardoni – alla Polonia, o meglio a questo governo polacco,  “e chi se ne frega!!”…

Siete contrari? E noi faremo una dichiarazione, certo separata, ma dei ventisei paesi che ci stanno, lasciando Varsavia nella sua gretta intransigenza a dir no, Così, non sarà l’Unione a parlare, certo, ma dove sta scritto che non si può proclamare qualcosa che vale la pena di proclamare a ventisei quanto il ventisettesimo è tanto balordo?

Il governo dell’Estonia – ha confessato il ministro degli Esteri Urmas Paet – ha già deciso “da tempo” nella sua guerra sorda alla Russia, ma inimicandosi un po’ di più anche la Germania, di negare il permesso alla costruzione del gasdotto Nord Stream, di proprietà russo-tedesca, nelle sue acque territoriali. Doveva – avrebbe dovuto – trasportare direttamente lungo oltre 1.200 km. il metano russo in Europa, sotto il mar Baltico.

Difficile superare il veto. Molto più difficile, però, per gli illusi e durlindaneschi estoni superare le obiezioni che, in diritto internazionale, opporranno russi e tedeschi ai loro progetti, azzardatamene enunciati da Paet, di restaurare i confini marittimi del 1990, quelli della vecchia Unione Sovietica, per rendere ancor più difficile la costruzione del metanodotto russo-tedesco. Colpevole di scavalcare il territorio estone: come se fosse un obbligo, una tassa da pagare[79]…  

Il Kazakstan ha forzato i tempi e la mano dei suoi partners commerciali passando una legge che[80] dà al governo il diritto di alterare o di cancellare anche unilateralmente, se e quando a suo giudizio dovessero andare contro gli interessi del paese. A Prodi, il presidente Nazarbayev ha assicurato che l’ENI non avrà problemi, se non cercherà di fare una questione politica ma si atterrà alla natura di “affare commerciale” che è propria del suo rapporto con il governo di Almaty…

L’ENI è a capo, in Kazakstan, a Kashagan, di un consorzio petrolifero estero (con Exxon Mobil e Royal Dutch Shell) che sta sviluppando il grande giacimento off-shore del Mar Caspio ed è specificamente sottoposta a grandi pressioni (a ragione od a torto, strumentalmente o con qualche base di fatto: ad esempio, nell’accusa che è stata mossa di non rispettare sempre le regole ambientali, in quella di aver ampiamente superato i tempi contrattuali previsti per i lavori od i costi concordati…).      

STATI UNITI

In Australia, per il vertice dell’APEC (Organizzazione per la cooperazione economica dell’Asia-Pacifico), George W. Bush ha parlato a lungo col primo ministro Howards, uno dei pochi uomini di governo stranieri che gli siano ormai rimasti allineati e coperti senza problemi nel mondo, cercando di tenerlo il più legato possibile alle sue posizioni su terrorismo, Iraq, Afganistan e cambiamento climatico.

E segnalandosi, al solito, come particolarmente sagace e capace – come dicono qui in America – di infilarsi i piedi in bocca fino al calcagno (come fanno del resto altri noti suoi colleghi ex primi ministri)

• prima ha pubblicamente sproloquiato di essere lieto di trovarsi all’OPEC (Organizzazione dei paesi produttori di petrolio) che non certo l’APEC…;

• poi, essendo stato opportunamente avvisato della c…..a detta, ha corretto: era l’anno scorso che il governo australiano lo aveva  invitato a presenziare al vertice dell’OPEC…; ma peggio la toppa del buco… perché, naturalmente, l’Australia non poteva invitare nessuno al vertice OPEC, organizzazione di cui mai ha fatto parte;

• infine, per completare l’opera, ha salutato i soldati “austriaci”, invece degli australiani, che combattono in Iraq e in Afghanistan, vicino agli americani…

Gli Stati Uniti sono il paese più armato del mondo. Secondo una statistica di fonte autorevole[81], di 875 milioni di fucili e pistole in giro per il mondo e non in mano di forze armate, 270 milioni sono in America. Su 10 cittadini, 9 sono in possesso di armi da fuoco.

Qui danno tutti per scontato che i repubblicani si devono preparare, ormai, a perdere le prossime presidenziali… che, però, sono ancora lontane, quasi un anno e mezzo. E – in effetti, con la recessione in arrivo che si preconizza pesante e non breve e il dramma di un Iraq che sembra sempre più avviluppato nelle proprie mille guerre civili e affondato nella rivolta o nel risentimento profondo contro tutto quel che è americano non solo nutrito ma anche manifestato da parte di chi ne è il primo beneficiario (pensate al premier al-Maliki…) – ci vorrebbe proprio un miracolo a salvarli.

A questo punto, il partito di Bush, comunque lui fuori gioco, non ricandidabile ma ormai, come vedono anche i suoi vecchi seguaci, neanche presentabile, sembra avere solo due modi per salvarsi:

• un altro tentativo di suicidio collettivo dei democratici, del tipo del tira e molla che ha lasciato spazio a un presidente altrimenti con le spalle al muro dopo la sconfitta elettorale di novembre. Cioè, dopo un voto che lui aveva voluto caratterizzare come pro- sé stesso e la sua guerra e che, invece, aveva regalato la vittoria all’opposizione anti-guerra e ai democratici; oppure,

• l’altro miracolo pro-Bush ed i suoi che potrebbe capitare – e di cui molto in America si parla, anche nei media più mainstream e più responsabili oggi – è un altro attentato di quelli più atroci, il terrore, la paura diffusa.

Non è complottomania, è un timore serio. Diffuso molto più lì che qui. Ed evocato per primi proprio dal presidente e dalla banda bushotti… coi loro mai convincenti livelli rossi e arancioni di “allarme terrorismo”: mai convincenti perché mai trasparentemente motivati, ma solo proclamati sulla base dell’ipse dixit. E’ la vecchissima e stupida tattica dell’al lupo al lupo…, controproducente anche poi  quando il lupo magari davvero c’è.

Su un altro piano, quello della verifica dei “progressi” fatti in Iraq, viene fuori ora –  ma non dal governo… – che solo 3 dei 18 benchmarks, i punti di riferimento che Bush aveva fissato in primavera per valutare i progressi della missione in Iraq dopo il surge¾ l’impennata, cioè l’aumento di truppe, 30.000 soldati americani in più, allora decretato e subito implementato.

E’ la valutazione, impietosa, del Government Accounting Office – un servizio ispettivo allargato indipendente dall’Amministrazione e che rende conto soltanto al Congresso – che ha reso pubblica la sua valutazione ovviamente irritando subito la Casa Bianca e spingendo – su ordinazione – il Pentagono ad offrire una serie di sue correzioni “fattuali” – dice: ma, dice il Congresso, del tutto “irrilevanti” – per arrivare a farne modificare il giudizio.

I tre benchmarks che sarebbero stati raggiunti – e, anche qui, il rapporto del GAO sfuma non poco – sarebbero

• la creazione di “alcuni” (quali? quanto efficaci? quanto risolutivi? non è stato specificato…) comitati politici misti (sciiti-sunniti, essenzialmente) di dibattito a Bagdad (il GAO sembra lascir capire che il successo consiste nel fatto che non si sono scannati a vicenda, nelle prime riunioni…);

• sempre a Bagdad la creazione di alcuni (quanti? dove? tutti nella zona verde? non è stato specificato…) comitati di sicurezza di quartiere;

• la garanzia – comunque sempre e solo formale, vista la situazione di sicurezza e l’incrocio di eccidi reciproci – dei diritti dei partiti di minoranza; e

• l’incapacità o il rifiuto di dar vita ad una legislazione nazionale sulle risorse petrolifere: ne riparliamo…  

Tra i benchmarks dichiarati, invece, seccamente tutti falliti, ci sono:

• il non raggiungimento dell’obiettivo di costituire, addestrare, armare e schierare a Bagdad tre brigate irachene di combattimento;

• il superamento della purga e dell’esclusione sistematica e deliberatamente, ma masochisticamente,  persecutoria di chi era stato nel partito Baath di Saddam sotto il precedente regime; masochisticamente per le conseguenze pratiche, anche tragiche, ad esempio nel mancato ripristino e funzionamento delle infrastrutture civili che erano restate in piedi dopo i bombardamenti americani: acquedotti, impianti per la produzione e reti di distribuzione di elettricità, di gas.

• la sconfitta, o per lo meno la riduzione, del settarismo invece dilagante

9esempio: il massacro tra sciiti di Karbala di fine agosto – quelli cosiddetti dell’esercito del Mahdi, fedele a Muktada al-Sadr; e quelli della “famiglia Hakim” che seguono il Consiglio supremo islamico di Iraq – che in un giorno ha fatto una cinquantina di morti; o

9esempio: il fatto che secondo la valutazione della Casa Bianca nel rapporto di luglio al Congresso sullo stato del settarismo in Iraq, viene detto papale papale che “abbiamo prove di vere e proprie ‘liste di bersagli’ che emanano dall’ufficio del comandante in capo [dell’esercito] e che, scavalcando i comandi operativi, ordinano arresti ed altro, principalmente tra i sunniti, a funzionari e ufficiali di intelligence di grado più basso”… che, francamente, non ci sembra poco[82]; o, ancora,

9esempio: ormai è dimostrato, l’estremismo sunnita ha scatenato una campagna sistematica e ben organizzata di omicidi mirati contro i funzionari di polizia e, più in generale, le forze di sicurezza quasi tutte sciite[83].

• il non aver voluto e potuto – gli obiettivi li avevano fissati gli americani, del resto, mica gli iracheni – passare la legislazione che avrebbe dovuto fissare e far eseguire un piano di disarmo sistematico delle varie milizie l’una contro l’altra armate e scatenate. Importante, in quest’ottica era anche lo scioglimento della polizia nazionale irachena, un covo notorio di settarismo sciita e di terrore anti-sunnita…

… ma, a chiarimento, e completamento, di questo punto va anche detto che, reagendo al Rapporto, il ministero degli Interni iracheno ha subito ribadito che il governo non intende dar retta agli americani, perché giura che non è vero che gli sciiti siano tanto “settari” e, quindi, lo scioglimento sarebbe una misura estrema e non necessaria[84]

… mentre, per definizione, settari sono i sunniti e lo garantisce di persona a uno dei massimi leader degli stessi sciiti, il Grand Ayatollah Ali al-Sistani (che ne era già perfettamente convinto), nientepopodimeno che il primo ministro sciita al-Maliki.

L’unica eccezione – garantisce Maliki – tra gli sciiti che lui vuole espellere dalle moschee di An Najaf e Karbala sono i seguaci del leder “radicale” – vuol dire antiamericano – Muqtada al-Sadr¾  con resistenze forti, però, da parte di Al-Sistani al quale era andato di fatto a chiedere la benedizione per farlo, senza esplicitamente ottenerla…

Tardivamente, rispetto a quanto sul punto avevano annunciato il GAO, l’Intelligence e tutti, praticamente, iracheni e statunitensi, la Casa Bianca invece  informa – bé, informa… asserisce – che, al contrario di quel che dichiara di voler fare e che dice di fare al-Maliki, l’obiettivo, il benchmark, del reinserimento dei quadri del partito Baath saddamita nell’apparato governativo è stato raggiunto. Bush dice che sì, al Maliki dice che no e che, se è per lui, mai. E, al solito: chi dice la verità?

In ogni  caso, Al-Maliki, parlando con al-Sistani[85] avrebbe detto, al contrario, che intende condurre contro Sadr una campagna analoga a quella di de-baathificazione scatenata dopo la cacciata di Saddam. Tende a dimenticare, però, che Sadr è stato un puntello decisivo per farlo eleggere primo ministro con la sua piccola ma indispensabile corrente interna all’Alleanza Irachena Unita, il partito di al-Maliki e di al-Sistani, che ne è il padre spirituale.

Per capirci, come Rifondazione comunista, o se volete il partito di Mastella in Italia, a suo tempo e tuttora… quindi con una capacità condizionate ancora quasi decisiva. Quasi perché nel fratempo una manciata di suoi deputati sono passati con al-Maliki. Capita…

Capita così a tutte le coalizioni – immaginate un po’ a questa, al governo in Iraq – che dipendono per restare in piedi da voti che quelli dei grandi numeri definiscono marginali, ma che poi sono anche indispensabili. Ora, a metà settembre, dal blocco sciita di governo è uscito il gruppo che fa capo a Muqtada al-Sadr.

Lo ha fatto, sostiene il suo portavoce, Salah al-Ubaidi, per opporsi al rifiuto del primo ministro di fissare una scadenza al ritiro finale delle truppe americane e per denunciare la sua incapacità di garantire sicurezza agli iracheni e di fornire servizi essenziali alla popolazione.

Ma un conto, si affrettato a chiarire l’agenzia ufficiale di stampa del governo iracheno, è uscire da uno dei partiti della coalizione altro sarebbe ritirare l’appoggio al governo. Comunque, non sarà subito[86].

In effetti, l’uscita dei seguaci di al-Sadr dall’AIU fa perdere alla coalizione 32 deputati, lasciandone ad al-Maliki 136 su 275: una fragilissima maggioranza di due seggi in un consesso ormai di dubbia democrazia perché sfiduciato da tutti e da tutte le parti (eccetto che ufficialmente da Bush che, però, l’attacca anche lui, come si è visto) fragilizzato e spaccato dalle fratture etniche, religiose e di ciascuno contro tutti e tutti contro ciascuno. 

Quando Tony Show, l’addetto stampa del presidente, se ne esce in conferenza stampa alla Casa Bianca, al ritorno del presidente, insistendo che, comunque, l’Iraq ha fatto altri importanti progressi: ha votato, infatti, un… bilancio (sic!), dice; e ha preso la decisione di spartire le risorse petrolifere tra le fazioni rivali, dice…

Ma mente sapendo di mentire, ancora una volta. Confermando il vizio di fondo di questa Amministrazione. E in modo ridicolo, poi. Tutti in sala stampa inevitabilmente sghignazzano: le agenzie, da Bagdad, stanno battendo in diretta la notizia che sul tema petrolio gli iracheni hanno proprio rotto del tutto fra loro.

E questo era il principale dei benchmarks, essendo il secondo l’impegno del governo a governare meno settariamente, smettendo di coprire massacri e esazioni contro la popolazione sunnita. Due fallimenti totali e eclatanti, che vanno esattamente contro quanto auspicano, o sembrano auspicare – non è ben chiaro – gli americani. E, del fatto, emergono testimonianze importanti.

L’ex primo ministro ad interim, Iyad Allawi, sunnita ex Baath e, poi, ferocemente anti-Saddam – uno che ha personalmente sparato alla testa ed a freddo a diversi prigionieri saddamiti nei primi giorni della sua premiership: non certo un tenero[87], insomma… – ha, infatti, spiegato in un’intervista televisiva[88] di avere “con successo” organizzato incontri fra “alti esponenti dell’amministrazione americana” e rappresentanti “di rilievo” del partito Baath fuorilegge: l’opposto di quel che vuol fare al-Maliki.

Che reagisce assai male e pubblicamente redarguisce il suo rivale e predecessore,  e secondo alcuni ambienti americani potenziale successore, Iyad Allawi, minacciandolo: i suoi collegamenti col partito Ba’ath metterebbero in pericolo ormai il suo futuro: politico e altro… “perché incontrarsi con gente del Ba’ath. Partito e persone fuorilegge, è già, di per sé, un atto terroristico[89].

Notate che se la prende con e minaccia tonitruante Allawi, al-Maliki, ma si guarda bene dal mettere in questione il fatto che Allawi avesse agito per conto e per incarico degli americani…

Che, però, si piega alla richiesta di Bush e, qualche ora prima della deposizione chiave al Congresso del comandante americano in Iraq, doverosamente attesta che non c’è guerra civile in Iraq (sic!), che le “azioni violente” sono scese del 75% a Bagdad e nella provincia (a parte che non è vero: nell’altro 80-85%  del territorio iracheno cosa è successo?).

Per contro, l’ex primo ministro Iyad Allawi, riferendo e sottolineando le reali preoccupazioni – non le posizioni di facciata – degli americani sugli incontri coi ribelli sunniti, aggiunge proprio negli stessi giorni

• che hanno avuto luogo su iniziativa degli Stati Uniti, non su iniziativa degli insorti baathisti sanniti;

• che agli incontri ha partecipato, anche se attraverso autorevoli delegati (fidarsi è bene…), Izzat Ibrahim al-Duri sulla cui testa (tra parentesi ma poi neanche tanto…) quegli stessi Stati Uniti che ci parlano hanno messo una taglia di 10 milioni di dollari;

•  e che gli incontri miravano proprio ad ridimensionare il bando totale contro ex baathisti di alto e di medio rango che sarebbero stati, e adesso sarebbero più che mai, avendoci gli americani ripensato di frotte alla pochezza anche tecnica dei loro alleati, proprio utili per gestire il paese. 

La stessa valutazione pessimista, preoccupatissima, comunque realistica (forse ricorderete: ne abbiamo estesamente trattato di recente sull’ultima Nota congiunturale[90]) del GAO, del Congresso nella sua maggioranza e della maggioranza degli americani, era stata data un mese prima – e documentata in grande dettaglio – dal Rapporto di Intelligence nazionale (un istituto, questo, del governo e non del Congresso): il settarismo in Iraq ormai è sfrenato e imperante e le cose vanno male. Ma proprio male…

E, adesso[91], il generale David Petraeus, comandante in capo in Iraq, va al Congresso e nel superpropagandato (da Bush) suo rapporto di settembre dice, senza sorprendere davvero nessuno,  esattamente il contrario:

• dice che ormai c’è un livello di sicurezza più alto (ma a parte quel che dicono invece GAO ed Intelligence – che non è vero, cioé – non  sarà perché la sicurezza, come la chiama lui, adesso è assicurata provincia per provincia al contrario di prima? sciiti con sciiti, sunniti con sunniti, curdi con curdi… anche se poi continuano ad ammazzarsi all’interno di ogni gruppo etnico…);

• dice che l’essenziale politico dei benchmarks – ma vedi sempre la valutazione, opposta, dei due organismi citati – se valutato in progress è stato raggiunto…;

• dice che bisogna restare in Iraq almeno un anno ai livelli attuali di truppe, comunque; e, dopo, si potranno ritirare, al massimo, 30.000 soldati, tornando ai livelli pre-impennata…   

In effetti, Pentagono e Casa Bianca si stanno ora affannando a smentire quanto avevano affermato appena sei mesi fa per far passare l’ “impennata”: dicono oggi – ma non era quando dicevano allora – che il giudizio non va espresso sui singoli benchmarks, non vogliono discuterne, vogliono un giudizio su quella che chiamano la tendenza complessiva: in complesso, cioè, come va? E il fatto è che va male, secondo qualsiasi parametro e misurazione, per gli americani[92].

Gli fa da spalla – non più – l’ambasciatore a Bagdad, Ryan C. Crocker – anche se i congressisti, in genere, lo trattano – come il generale – coi guanti bianchi – perché nessuno può in realtà dimenticare che, mentre qui dice sì, di sentirsi spesso “frustrato” aggiunge che le cose vanno meglio: che il gen. Petraeus ha ragione, che bisogna tener duro, che siccome le cose vanno, appunto, meglio, gradualmente, lentamente, tra un anno, forse, si potrà cominciare un po’ di ritiro…

Ma solo qualche giorno fa, ancora a Bagdad, parlava[93] in una tavola rotonda, riservata fra l’altro ai giornalisti, con decine di testimoni dunque, di problemi seri e drammatici:

• profondissime spaccature tra sunniti, sciiti e curdi;

• drammatici esodi per disperazione di centinaia di migliaia, di milioni, di iracheni dentro e fuori l’Iraq;

• incapacità, o non volontà, del governo di riparare le infrastrutture nella stessa Bagdad e di portare servizi essenziali (acqua, luce, combustibili: e, soprattutto, un po’ d’ordine) in altre parti del paese;

• quando al Congresso ha descritto la crescita del potere decentrato in Iraq, non si è “ricordato” di menzionare quello che aveva denunciato a Bagdad: la parte brutta di questo decentramento, che le province – molte, le più – stanno diventando veri e propri poterei autonomi locali, centri di potere rivali che sembrano poter contribuire più allo sbriciolamento che sulla stabilità del paese…

• e sintetizzava: “quel che è capitato qui in un paio d’anni, questi ultimi, è stupefacente: quel che è successo alle classi medie, alla borghesia, nei quartieri— la violenza, gli spostamenti di popolazioni, i trasferimenti forzati, le decine di migliaia di iracheni morti ammazzati. Non sono cose che si superano in poche settimane o in pochi mesi…”.

Questa è l’unica cosa che ha tenuto ferma fra quel che disse allora, alla tavola rotonda, e quel che ha detto davanti al Congresso: che per arrivare a “una stabilità” (come? con chi?) ci vorranno anni.

Certo, sono state poco politicamente corrette le dimostranti (al femminile: soprattutto donne…) che intervenendo nell’unico modo in cui era loro possibile – gridando – hanno dato del bugiardo a lui ed al suo compare in divisa, meritandosi l’inevitabile espulsione dall’aula del Senato dove si teneva l’audizione. Ma avevano ragione…

In un confronto che è cominciato assai morbido e pieno di deferenza – quella che, secondo l’opinione media americana, è dovuta ai capi  militari… puramente e semplicemente perché sono tali[94] – ma che si è andato facendo più duro nei giorni delle audizioni, mentre Bush diceva che la riduzione delle truppe americane in Iraq, tra un anno, a 130.000 è un compromesso onorevole, i con  replicavano che è inaccettabile e che avrebbero provveduto a far passare la legislazione per renderlo tale[95].

Difficile, però, alla luce dell’esperienza e delle loro tante divisioni, della paura paralizzante di apparire poco patriottici e della loro cronica, traballante indecisione nel mettere il presidente, coi mezzi che pure avrebbero, con le spalle al muro e lasciarcelo.

E’ il solito mito della pugnalata alle spalle che ancora una volta funziona: il dolchstoss su cui Hitler costruì buona parte del suo appeal patriottardo, imputando la rovina della Germania del dopo prima guerra mondiale e cui adesso Bush ricorre richiamandosi, addirittura al Vietnam: “se solo i ragazzi non fossero stati ritirati, se solo avessimo continuato a combattere”… detto da lui, poi, incallito e impenitente imboscato nella Guardia nazionale texana proprio negli anni del Vietnam…

Bè, effettivamente c’è qualcosa di stridulo e di indecente nell’insistenza querela di Bush e dei bushotti quando sostengono che le cose vanno meglio in Iraq e alla loro guerra in Iraq… Ma i democratici – la maggioranza – muovendosi con timidezza e deferenza giustificate solo dal patriottardismo acuto che li paralizza, non osano.

E, al massimo, hanno ora proposto una legge che, come misura ultramoderata capace – speravano… – di scuotere un po’ la sedia sotto il sedere di Bush, mirava per la seconda volta in sei mesi, toppando nella stessa identica maniera per la seconda volta in sei mesi, a far sì che alle truppe in Iraq il Pentagono fosse costretto a garantire una turnazione per cui ogni soldato potesse spendere a casa, negli USA, un periodo di tempo uguale a quello passato al fronte…

E’ stato questo il culmine, concreto, del settembre di fuoco che avrebbe dovuto mettere Bush con le spalle al muro, costringendo lui e il Pentagono almeno a rivedere, accelerandoli, i loro calendari. Ma i senatori democratici non sono risusciti a mettere insieme i 60 voti di cui avevano bisogno per battere il boicottaggio dei repubblicani. Anzi, da quando votarono la prima volta questa identica mozione, mesi fa, ne hanno perso uno… sei repubblicani per, sette allora. E per una proposta che più blanda, poi, non si può[96]

L’unica cosa utile che viene (forse?) ai democratici da questa loro ennesima, frustrante esperienza nella ricerca di una perbenistica moderazione – che quando, come qui, lascia però libero il campo all’estremismo peggiore, non è una virtù di sicuro – è che (forse?) li aiuta a capire come, per essere moderati e cercare un compromesso, bisogna almeno essere in due…

Una linea bipartisan non esiste quando il capo del partito opposto è un dogmatico intransigente che per ragioni sue – di principio, di dogma, di fede o, anche più spesso, di specifico interesse, personale o di “classe” – preferisce al compromesso lo scontro… tanto più se gli avversari esitano a spingere. D’altra parte, lo diceva bene don Abbondio, no?, se uno il coraggio non ce l’ha (di mettere con successo il presidente sotto impeachment, come ben potrebbero e dovrebbero fare) mica se lo può dare[97]

A fine agosto, Gordon Brown aveva detto, con la cautela a lui molto più consueta che al predecessore nell’esaltare il rapporto con gli USA, che le forze britanniche hanno ancora un “lavoro importante” da svolgere in Iraq. Non aveva smentito, però, né corretto le voci, che uscivano in quei giorni proprio dal suo Gabinetto: che, al di là delle chiacchiere e degli afflati pubblici di sincera amicizia c’è anche, e cresce ogni giorno, l’interesse della Gran Bretagna a tirarsi fuori appena può, finalmente anch’essa, dalla palude irachena.

Il fatto è che, in realtà, gli inglesi non restano più ormai per fare proprio nessun “lavoro importante”. Certo, non importante nei confronti dell’Iraq e degli iracheni. Ma, certo, era importante il loro “lavoro” per Bush: il solo modo di far vedere che gli USA non rimangono soli nelle sanguinose peste dell’occupazione irachena.

D’altra parte, la verità è che il cambio di strategia, l’arrivo di migliaia e migliaia di altri soldati, l’“impennata” (la strategia del gen. Petraeus) – che pretendeva di trasformare in pochi mesi e a poco prezzo un disastro totale almeno in uno stallo – ha rovesciato, senza neanche consultarli, la strategia precedente (quella del generale Casey), dell’ “irichizzazione” della guerra, cui avevano collaborato anche e proprio gli inglesi,.

Così, gli inglesi hanno continuato per disperazione sulla strada dell’ “irichizzazione”: che ha continuato a dimostrarsi inefficace. Gli americani hanno scelto, invece, per disperazione di “impennarsi”: con risultati identici…

E poi, il 2 settembre, Brown ha reso operativo il ritiro di tutte le truppe britanniche: non dall’Iraq, no – non ancora – ma da Bassora, l’ultima città sotto loro controllo, relegandole nell’area aeroportuale ma suscitando aperte e dure critiche americane: la città, non l’aeroporto, controlla le linee di rifornimento via terra dal Kuwait a Bagdad e a nord di Bagdad e importanti giacimenti di petrolio.

Il primo ministro britannico si è affettato a dichiarare che “ci stiamo solo spostando, con una mossa pre-pianificata, dal palazzo presidenziale all’aeroporto di Bassora”. Ma resta il fatto che da mesi il palazzo presidenziale che presidiavano era bombardato quotidianamente dalle milizie sciite: anzi, lo era stato finché gli inglesi non avevano fatto sapere, poco meno di un mese fa, e avrebbero liberato una trentina di guerriglieri che avevano catturato[98].

Il giorno dopo il ritiro-ma-non-proprio-ritiro inglese, Bush arrivava di corsa e all’improvviso in Iraq nella base militare trincerata e ultrablindata di Al Asad, nella provincia sunnita ed inquieta di Anbar (non in una città o in un villaggio: nella base militare…) senza  annunciare la sua visita lampo[99], a cercare di tamponare il buco e di tirar su un po’ di claque in Iraq. L’unica che ormai sembra restargli, quella dei soldati, e dei soldati che il Pentagono accuratamente gli seleziona (non certo tra i tanti che ormai scrivono, parlano e denunciano la guerra sui blog americani)…

Gli inglesi, però, i generali inglesi, non ci stanno ad andarsene cheti e quatti.

Intanto, spiega il brig. gen. James Bashall, che comandava le truppe di Sua Graziosa Maestà a Bassora, ce ne saremo pouti e dovutio andare già in aprile. Ma Bush fece allora pressioni su Blair e questi ci costrinse a restare[100]. E ce ne siamo potuti andare solo dopo il cambio a Downing Street, andandocene dalla città solo 2 settembre… 

E, poi, per tutti parla Sir Mike Jackson, che è stato a capo delle Forze Armate proprio nel corso di questa guerra e attacca a fondo, addirittura con palese disprezzo, tutta la linea politica e strategica americana in Iraq (semplicemente “insensata”, “intellettualmente fallimentare”) prendendosela, per cominciare, con l’affermazione di Donald Rumsfeld, l’ex segretario alla Difesa, che le forze armate americane si devono “disinteressare della ricostruzione di questo paese”.-

E’ irresponsabile, proprio lui che è sicuramente “uno dei maggiori responsabili dell’attuale situazione in Iraq”: un approccio tipico e “del tutto inadeguato” di questa Amministrazione che ha sempre “sopravvalutato il ruolo della potenza militare su quello della politica, su quello della diplomazia e su quello della ricostruzione del paese”. Ed è stata del tutto “catastrofica la decisione di sciogliere l’esercito e tutte le forze di sicurezza del paese[101] subito dopo l’invasione, affondandolo così nel caos.

Aveva detto a gennaio scorso, lucidamente – è persona assai lucida, quando gli fa comodo per attaccare gli altri: e assai reticente, quando gli fa comodo per nascondere le magagne sue[102] – in una testimonianza scritta richiestagli dal Congresso un altro generale, l’americano che oggi comanda in Iraq, David Petraeus, che lo scioglimento completo delle forze armate irachene – senza distinguere neanche tra i saddamiti convinti e chi era magari solo chiamato alle armi – “senza annunciare simultaneamente un qualche programma di sostegno salariale o di pensionamento” ha creato “decine di migliaia di ex soldati ed ex ufficiali furenti”.

Poi gli Stati Uniti “dopo lo scioglimento delle forze di sicurezza irachene, non hanno creato nuove organizzazioni di sicurezza” e hanno sottovalutato assai seriamente “il livello di resistenza che, inevitabilmente, si sarebbe sviluppato” anche per queste ragioni “con l’emergere di un governo a maggioranza sciita e la constatazione, da parte dei sunniti, specie degli ex seguaci di Saddam, che i giorni del loro dominio in Iraq erano finiti [103].

Insomma… proprio in mano, come dicono a Napoli, a le criature…

E c’è ancora, in America e tra i fans più scriteriati anche in Europa, chi si illude che questa Casa Bianca, questo presidente, potranno mai far i conti con la realtà piuttosto che con le loro chimere di rivincita, con gli orizzonti di gloria, con le bandiere sventolanti al vento della vittoria… I tapini.

Anche perché, tra parentesi, la straordinaria rivendicazione fatta ora dall’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, sulla vera ragione della guerra all’Iraq (una ventina di parole in tutto: “mi rende triste (sic!) che sia tanto politicamente scorretto ammettere quello che poi sanno tutti: la guerra in Iraq è largamente motivata dal petrolio”.

E’ il controllo dei flussi e delle forniture di petrolio, altro che le favole delle armi di distruzione di massa o della libertà agli iracheni, che ha mosso l’America[104]… anche se poi, non ha funzionato un granché: garanzie di rifornimenti e di flussi assicurati da questo Iraq sull’orlo dell’implosione – con Saddam impiccato, la “liberazione americana”, l’insorgenza e l’impennata – non ne può dare comunque, a nessuno. E ormai, tanto meno, all’America[105]

Dice, deponendo dinnanzi alla Commissione Forze Armate del Senato, il segretario alla Difesa Robert Gates – esponendo la convinzione di Bush e della sua Amministrazione, più che la sua propria personale e, l’hanno notato in molti, senza particolare convincimento e, soprattutto, senza grande capacità di convertire nessuno che non fosse già un credente convinto nelle panzane del suo grande capo – “della necessità di una presenza americana di lungo periodo in Iraq” – e non c’è dubbio, a questo punto, a fini petroliferi soprattutto – e di pensare “ad una modesta presenza: non più di un quarto delle brigate che abbiamo oggi”: cioè, un quarto di 20 brigate, un quarto di 170.000 uomini… una “modesta presenza[106].

Del resto, si chiedono ormai in molti, a ottima ragione sospettosi, perché se dice, da una parte, di voler cominciare a ridurre a breve i numeri del contingente, dall’altra Bush chiede al Congresso di autorizzare una spesa assai maggiore per fare la guerra? “Il fatto è che finché starà a Mr. Bush decidere, la presenza americana in Iraq resterà senza fine e sempre più costosa”: da ogni punto di vista[107]

Dove in diversi cominciano ormai a interrogarsi, anche e perfino tra gli originari seguaci di Bush, sulla valutazione dell’impatto, catastrofico, che la sua presidenza ha avuto sul prestigio, la credibilità, l’influenza e la capacità egemonica degli Stati Uniti d’America. Che sembra proprio aver avuto l’effetto strategico conclusivo di accelerare sulla scena del mondo l’arrivo del secolo dell’Asia, con l’Iraq che sarà ricordato verosimilmente come il punto più alto del potere globale dell’America ma anche come il punto iniziale del suo declino.

E’ ironico, forse. Ma il più unilateralista dei presidenti americani, deciso ad imporre, con le armi e la minaccia delle armi, il suo punto di vista – dettatogli personalmente, lo ha spiegato più volte, da Dio – a quanti non condividessero i suoi valori ed i suoi interessi, promette di essere il catalizzatore di un nuovo, difficile ordine multipolare. Cosa ne verrà fuori, naturalmente, bisognerà vedere… Peggio? Difficile! non foss’altro nessuno nel mondo, tra chi è potente davvero, afferma, con una trentina di milioni di concittadini convinti che dica la verità, di parlare con Dio, direttamente[108]. Ma, certo, è possibile…

A Bagdad, un po’ di società civile c’è e tenta, disperatamente, di sopravvivere e di rafforzarsi. Cresce soprattutto intorno al sindacato, in particolare alla Federazione dei lavoratori del petrolio, l’unica industria che resta in Iraq, anche se è sistematicamente repressa.

Il 1° settembre, sono scesi in strada quelli del sindacato, qualche centinaio di lavoratori nel centro di Bagdad, per protestare contro il voto che il parlamento, sotto dichiarata pressione americana, si accinge a dare e che essi temono piuttosto a ragione) finirà con l’espropriare il petrolio di questo paese. Sostengono – e sembra sempre piuttosto a ragione anche al sindacato americano e alla Confederazione internazionale dei sindacati – che, finché l’occupazione non cessa, nessuna legge petrolifera può essere liberamente votata.

Il ministro del Petrolio iracheno, Hussain al-Shahristani, a nome del governo al-Maliki ha proclamato illegale la protesta del sindacato, non “riconosciuto” come legittimo sulla base della vigente legislazione del lavoro: quella di Saddam Hussein che né l’autorità provvisoria della coalizione guidata dagli USA, prima, né l’attuale governo iracheno, poi,  hanno pensato mai – su esplicito “consiglio” americano – di liberalizzare (del resto la legislazione del lavoro statunitense è una delle più restrittive del mondo) e che viene, dunque, esercitata a rischio e pericolo (assassinii, carcere, torture) di chi osa sfidarla.

Non c’è bisogno di aggiungere che i diritti fondamentali del sindacato alla libera organizzazione ed alla libertà di associazione sono così negati in radice e che è in questa situazione che si va svolgendo l’impari braccio di ferro coi lavoratori che comunque osano tentare di organizzarsi come quelli appunto del petrolio, sostenuti a livello internazionale, significativamente ed in particolare, dal sindacato statunitense[109].

Ritornando, infine, a chiusura (ma, ahimè, non certo per l’ultima volta) di questo capitolo sull’Iraq è utile riflettere sul fatto che il benchmark per l’America più importante – la legge sul petrolio – che comunque è fallito il tentativo del governo al-Maliki, pressato da Bush, di farne passare una versione costruita ad incastro, come un puzzle, tenendo conto di tutti gli interessi— in primis, però, di quelli delle multinazionali del petrolio e degli sciiti… Per ora, come volevano i sindacati che utti i altri gruppi etnico-politici, non se ne fa niente. E’ saltato proprio l’accordo.

Il fatto è serio. Come scrive Paul Krugman “due terzi del PIL dell’Iraq e quasi tutte le entrate governative vengono dal petrolio. E senza un sistema concordato per suddividerle, non c’è più l’Iraq ma solo un insieme di bande armate in lotta fra di loro per il controllo delle risorse[110].  

E, naturalmente, “questo fallimento sopraggiunge proprio quando Congresso e Casa Bianca si stanno scontrando sull’esistenza o meno di prove di un qualche progresso verso una riconciliazione nazionale e un governo capace di funzionare[111]. Affermazione smentita clamorosamente proprio mentre i testimoni di Bush dicevano al Senato che tutto va meglio e Bush lo giurava al paese. 

Il fatto è che non sono d’accordo, anzitutto, i curdi, non sono d’accordo i sunniti, non è d’accordo il sindacato del petrolio… L’analogia – del tutto impropria, grazie a Dio, ma che salta subito in mente – è che, dove c’è un governo di coalizione – e sapete a chi e cosa ci riferiamo, qui… – o la coalizione è del tutto d’accordo, come quando ha stilato il programma di governo, o se le cose cambiano per decisione unilaterale di qualcuno, salta la coalizione e salta il governo…

Del resto, proprio mentre Bush – dopo le audizioni dei suoi due testimoni a discarico al Congresso – raccontava al paese che lui in Iraq ci resta (politicamente: purtroppo, per i soldati americani e per gli iracheni, ci devono restare anche loro), che la guerra bisogna vincerla, che fra un anno, “visti i progressi già registrati”, si potrebbe cominciare a centellinare un po’ di ritiro, è arrivata un’altra mazzata ala sua credibilità.

Gli insorti hanno infatti ammazzato il più importante (almeno sulla carta) degli “alleati sunniti” dell’America, lo sceicco Abdul Sattar Buzaigh al-Rishawi (Abu Risha), capo dell’autoproclamnto Consiglio di salvezza della provincia di Anbar, la cui decisione di schierarsi al fianco degli americani contro al-Qaeda, o più esattamente quella che si proclama la sua branca jihadista irachena, era appena stata venduta da Bush in televisione come “la prova che “l’andamento della guerra si sta rovesciando[112].

Ma, a dire la verità, la decisione dello sceicco di schierarsi contro al-Qaeda ed il suo conseguente assassinio (Abu Risha era stato uno dei pochissimi iracheni ammessi alla presenza di Bush quando il 3 settembre visitò di gran fretta (la photo oportunity…) la base di Asad “non avevano da spartire assolutamente niente con l’impennata”.

La verità è che Bush “non ha alcuna strategia per metter fine a questa guerra disastrosa e nessuna strategia per ridurre il caos che lui ha causato”; l’unica cosa che ha fatto è stata di “offrire al paese le stesse identiche politiche di divisione profonda… rimpacchettate stavolta sotto lo slogan orwelliano di ‘ritorno al successo’”: dove tutti e due i termini della falsa equazione sono fasulli: ritorno.. e…successo.

In definitiva, conclude l’inusualmente lungo editoriale del NYT che siamo venuti ampiamente citando, “ancora una volta, risulta chiaro che Bush rifiuta di riconoscere la verità: che lui ha fallito in Iraq e che continua a immaginare un impegno senza fine dell’America in Iraq[113].

C’è anche il ruolo che, sparatoria dopo sparatoria e massacro di civili dopo massacro, emerge ogni giorno più evidente dalla melma di questa guerra specialissima: l’appalto della guerra ai guardioni, ai mercenari, chiamateli come vi pare che, da guardie del corpo, si sono allargati molto… Sono le decine di migliaia di americani armati, e anzi superarmati – meglio dei soldati – che guadagnano dieci volte al mese più delle truppe al fronte.

E che sono preziose e strapagate anche perché danno l’occasione preziosa al governo americano di negare che in realtà non ha aumentato il numero delle truppe quando ha continuato a farlo sempre e continuamente (insomma, un’altra menzogna): infatti, ai soldati regolari, che dopo l’impennata sono sui 170.000 se ne aggiungono, di irregolari e mercenari, appunto, almeno altri 60.000…

Grosso modo, ai soldati regolari, toccano 3-4.000 dollari al mese— anche loro sono tutti professionisti e, quasi tutti, arruolati per uscire dalla miseria delle loro famiglie (neri, colorati e bianchi poveri: come documenta ed illustra uno studio accurato appena pubblicato[114]). Per i privati quasi 30.000— pagati dai loro datori di lavoro (la Blackwater[115], che il governo al-Maliki voleva cacciare via e, poi, ha accettato di fare – eventualmente – “punire” – dagli… americani[116]) ma, in realtà, tutti a carico del contribuente che, alla fine paga a piè di lista, miliardi – letteralmente – di dollari di parcelle ai guerrieri privati.

Anche qui, il Congresso che magari per omissione ha autorizzato tutto, adesso vuole indagare. Ma, come al solito, si trova opposto dalla Casa Bianca il solito segreto di Stato e, non avendo un minimo di fegato, non sa più cosa fare…

E c’è un altro fattore che a qualcuno dà da pensare… Non è vero, forse, che il tramonto dell’impero romano cominciò ad intravvedersi quando le legioni che mantenevano nel mondo conosciuto il dominio di Roma – che non era fatto solo di armi ma, certo, anche di armi – cominciarono a riempirsi di mercenari?

In questo paese, del resto, l’ideologia stra-dominante (o, se preferite responsabilizzare per nome e cognome chi, in nome della propria ideologia e dei propri interessi, ha cambiato leggi, costumi e tradizioni in pratica significa Donald Rumsfeld ha voluto l’outsourcing di tutto, ormai, compresa dove è finché è possibile la guerra stessa...

Infine, quanto gli altri arabi si fidino poco dei loro fratelli-coltelli di fede, gli sciiti iracheni, e del loro governo, lo attesta in maniera che allucinante è dir poco una nota in arrivo dall’Arabia saudita. Dove il governo, annuncia il ministro degli Interni, ha lanciato una gara pubblica “per invito” (bé, pubblica…) per l’assegnazione di un appalto da 1,07 miliardi di dollari per la costruzione di un muro di sicurezza su tutta la lunghezza del confine iracheno: quasi 1.000 km. .

Le imprese – che il governo ha invitato alla gara, che si concluderà il 28 ottobre, dovranno completare una barriera di sicurezza in muro e filo spinato, dotata di radar e visualizzatori termali – sono naturalmente saudite: il gruppo bin Laden, la Oger, la el-Seif Engineering Construction, la al-Khodari e figli e la al-Arrab Contracting Co; poi c’è la britannica BAE Systems (quello della mazzetta a S.M. il re saudita e famiglia da 20 miliardi di sterline); la EADS europea; e l’americana Boeing.

Dove la chicca amarognola, specie per gli americani, ma per tutti certo alquanto stupefacente  è la partecipazione alla gara d’appalto del “gruppo bin Laden”… Sì, quello…! sì, l’impresa di costruzioni fondata da suo padre e guidata dai suoi fratelli e dalla quale, si dice…, lui s’è formalmente dissociato… vendendo la sua parte – pare – per 350 milioni di dollari[117].

Propone una riflessione cruciale sull’insensatezza della strategia americana contro il terrorismo, Lord Paddy Ashdown[118], già leader dei liberal-democratici inglesi (il terzo partito ai Comuni) fino al 1999, poi alto rappresentante e plenipotenziario dell’Unione europea per la Bosnia Erzegovina ed oggi alla presidenza del prestigioso Institute for Public Policy Research e della Commissione ufficiale indipendente sul terrorismo insediata dal governo britannico ((peccato che le dia poco retta, il governo che l’ha voluta e col quale palesemente spesso discorda).

Le scelte che Washington ha imposto all’occidente sono profondamente e storicamente da  “analfabeti” e “controproducenti”, conclude. E’ un rifiuto secco della logica che ha condotto la guerra americana (di tutti, sottolinea, ma americana anzitutto) contro il terrorismo: i leaders dell’occidente, non  riescono neanche ad intuire l’errore di fondo che commettono quando persistono nel dipingere la lotta al terrorismo come una grande guerra a livello mondiale per “i valori occidentali”: sottintendendo, e di fatto dicendo, così, contro i valori dell’Islam e dell’Oriente…

Il problema è che abbiamo fatto nostra una visione sbagliata, un terreno di lotta sbagliato, armi sbagliate e strategie sbagliate per vincere questa campagna. Noi abbiamo scelto di combattere un’idea con la forza, anzitutto”. E questo è l’errore di fondo, strategico.

Poi, le tattiche scelte dall’occidente, o meglio imposte all’occidente dalle scelte americane “hanno rafforzato le opinioni e le immagini che di sé e di noi aveva il nemico e indebolito le nostre; e poi abbiamo scelto di combatterlo sul campo di battaglia di loro scelta – l’insurrezione, la guerra di guerriglia – dove loro sono più forti e noi più deboli…

    Noi cerchiamo di catturare territorio, loro cercano di catturare le menti. Noi abbiamo scelto linguaggio e mezzi che uniscono i moderati islamici con i fanatici, quando dovremmo essere noi ad unirci coi moderati dell’Islam contro un nemico comune. E abbiamo adottato strumenti e metodi, o ci siamo resi complici di chi li ha adottati, che minano la forza morale delle nostre idee e rafforzano i pregiudizi dei nostri avversari.

    Stiamo cercando di vincere quella che è una battaglia di valori sacrificando il nostro valore più prezioso e più potente, la nostra libertà e le nostre libertà civili in particolare. Concentriamo tutto il nostro sforzo (o quasi) sulla battaglia di breve termine, tesa a prevenire la prossima oltraggiosa scorreria e non facciamo (quasi) nessuno sforzo sul lavoro a lungo termine necessario per vincere il cuore e le menti delI’Islam moderato”.

Perché “ciò per cui al-Qaeda e le sue organizzazioni sorelle sono impegnate a combattere non è la battaglia contro l’occidente ma quella per [conquistare] l’anima dell’Islam. Ammazzano e storpiano a Londra, New York e Madrid [ma] per vincere a Riyadh, al Cairo, a Damasco e a Teheran”…

Del resto, netto e succinto è anche il Rapporto 2007 dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra del, forse, più prestigioso istituto di ricerche strategiche dell’occidente: di ben altra portata, e dimostrata, capacità di valutazione strategica e di intelligence dei molto più ricchi e forti istituti statunitensi.

Sintetizza così lo stato attuale del terrorismo islamista e della risurrezione di al-Qaeda, l’IISS: “Ci sono prove crescenti che il nucleo duro, centrale, di al-Qaeda si dimostra duttile e adattabile, che ha conservato la capacità di pianificare e coordinare attacchi su larga scala in tutto l’occidente; che i gruppi jihadisti diciamo, regionali – come al-Qaeda in Mesopotamia e al-Qaeda nel Maghreb –  hanno giurato fedeltà alla casa madre ma hanno anche cominciato a manifestare (e praticare) obiettivi e ambizioni ormai al di là delle loro antiche preoccupazioni locali al sostegno degli obiettivi globali riservati ad al-Qaeda centrale. Del resto, tuta una serie di intese e di trame venute alla luce [o, meglio, denunciate come venute alla luce] in Europa indicano una tendenza crescente verso una radicalizzazione crescente all’interno del mondo islamico[119].

Pure qui, comunque – al di là della lucidità e della crudezza dell’analisi – sembra scorgersi una riluttanza di fondo, inspiegabile se non con una specie di sudditanza psicologica agli americani, a riconoscere, come fa così bene che il peccato principale del busillis del terrorismo è la totale mancanza di fantasia dell’ “occidente”: quella di cui ha parlato, invece, chiaro, forte e bene Paddy Ashdown.

La conseguenza è che la disastrosa invasione dell’Iraq è stata una bella iniezione ricostituente per al-Qaeda ed i suoi succedanei fornendo loro una nuova base operativa oltre a quella antica dell’Afganistan.

Del resto, il segno della disperazione con cui ormai la grande maggioranza vede il futuro dell’Iraq è stato dato a fine settembre dal voto con cui la larga maggioranza del Senato si è espressa, 75 a 23, su una risoluzione “non obbligante” – ma che esprimeva, come dicono qui, il senso del Senato – presentato dal presidente della Commissione Affari esteri, Joseph Biden,che, da anni, propone ed oggi si è visto finalmente passare un progetto di soluzione della guerra in Iraq favorevole alla presa d’atto che non è un paese unito e, dunque, alla sua spaccatura in tre regioni – sciita, sunnita e curda – larghissimamente autonome. In pratica tre Stati sovrani[120]

All’idea dei quali – e secondo chi scrive, una volta tanto, lasciatecelo dire, a ragione – si oppone l’Ambasciata americana in Iraq per conto sia del governo di Washington che di quello al-Maliki[121].

Sul fronte dell’Afganistan, del tutto emblematica ma altrettanto esauriente e rivelatrice del perché del “ritorno dei talebani” la didascalia di un video[122] che riassume così, senza a dire il vero spiegarlo, il fenomeno: “malgrado gli sforzi continui della NATO, i combattenti talebani sono tornati a controllare circa la metà delle aree strategiche che già occupavano l’anno scorso nel sud del paese”.

Mistero doloroso… effettivamente, finché non si riflette un attimino sul fatto che quegli “sforzi continui della NATO” sono bombardamenti al tappeto – e, necessariamente poi, anche alla cieca da diecimila metri d’altezza, per evitare la contraerea – sul territorio dell’Afganistan: abitato da qualche migliaio di talebani, certo, ma anche da qualche milione di afgani...

Intanto, e ora è del tutto ufficiale, i talebani hanno accettato, dopo solo un giorno, l’offerta del presidente Karzai di aprire veri e propri negoziati. Lo riporta tutta la stampa pakistana e afgana[123]. Ma subito dopo il portavoce dei talebani, Qari Yousef Armadi, precisa – quel che la stampa s’era scordata di fare e che lui tiene a precisare – che i negoziati potranno concludersi con un successo solo se tutte le truppe straniere se ne andranno dal paese e verrà instaurata a Kabul una democrazia islamista[124]

E il governo è ovviamente obbligato a precisare che Kabul non può accettare precondizioni ai colloqui di pace che ha offerto ai talebani. L’unica precondizione possibile è l’assicurazione di sicurezza personale aperta a tutti i negoziatori di parte talebana. E, come nel gioco del Monopoli, si torna così alla casella iniziale[125]

Ma forse no… Infatti, subitissimo dopo, il presidente offre di incontrare e trattare personalmente per mettere fine al conflitto e cercare la pace col mullah Omar, il presidente suo predecessore dell’epoca dei talebani e con il più feroce dei signori della guerra alleati di Omar, o meglio suoi nemici – nemici di Hamid Karzai – Gulbuddin Hekmatyar, ai quali si riferisce come “stimati concittadini”.  

O forse sì… visto che, il giorno dopo, il portavoce dei talebani, Qari Youssef Armadi,  chiarisce: abbiamo detto che con i traditori non apriremo mai nessun  discorso finché sul suolo sacro dell’Afganistan resterà anche un solo soldato straniero invitato da loro[126]Fine della corrispondenza.

L’altra precondizione che ormai sembra necessaria – e che si perita di mettere bene in luce il governo britannico, col ministro della Difesa Des Browne che chiarisce in un dibattito ai Comuni che dall’Iraq le truppe britanniche se ne stanno proprio andando completamente: anche se non  definisce scadenze, dice “in progress e del tutto” – è che, in ogni caso, “quanto all’Afganistan, prima o poi, i governanti precedenti [i talebani, cioè] dovranno per forza essere coinvolti nel processo di pace perché restano lì e non se ne vanno [e, secondo la NATO, comunque non stanno certo perdendo]: nello stesso modo io penso che Hamas non se andrà dalla Palestina”…

Parole di buon senso, anche se fare un fascio solo di tante erbe diverse è comunque sbagliato… ma di evidente razionalità, alla quale – speriamo – il nuovo plenipotenziario del Quartetto per il Medio Oriente (Tony Blair) dia un po’ più di ascolto che per il passato[127]...

Sul programma nucleare dell’Iran, Mohammed el-Baradei, che è a capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, è convinto di poter risolvere lo stallo attuale. Annuncia che tra AIEA ed Iran è stato raggiunto per la prima volta un accordo per un vero e proprio percorso che porti a risolvere le questioni insolute – “tutte le questioni insolute”, ha tenuto a precisare: sia i diritti dell’Iran, sia le preoccupazioni della (cosiddetta) comunità internazionale – e che, entro dicembre, dovrebbe essere chiaro se l’Iran onorerà i propri impegni[128].

Lui sta facendo pressioni sull’Iran perché non manchi l’occasione che ha di disinnescare una situazione che ormai si va facendo realmente pericolosa. E sta anche facendo pressione sugli USA perché diano agli ispettori dell’AIEA l’opportunità di “ridurre le tensioni[129]. Dice, poi, el-Baradei di “sentire troppi tamburi di guerra che, in sostanza, ritmano un solo messaggio: l’unica soluzione è il bombardamento dell’Iran… E – aggiunge chiarissimo – mi viene da tremare perché la retorica che circola sulla faccenda ricorda – da molto vicino – quella  del periodo di prima della guerra in Iraq[130]…  .

Questo è anche l’appello accorato di due intellettuali iraniani da tempo qui in occidente, il prof. Abbas Edalat, dell’Imperial College dell’università di Londra ed il prof. Mernhaz Shahabi, dello stesso istituto universitario: è indispensabile dare il tempo di funzionare all’accordo Iran-AIEA[131]. Non farlo sarebbe un catastrofico errore, forse la sola mossa capace di consolidare di nuovo tutta l’opinione del paese dietro l’intransigenza non solo di principio (sul principio – che a decidere del nucleare, secondo i diritti di firmatario del TNP, spetta solo all’Iran – qui sono tutti d’accordo) ma pratica, fatta di soli no, di Ahmadinejad. E, subito, si innervosisce il dipartimento di Stato il cui portavoce esprime il timore che così si concederà ancora tempo all’Iran, senza “stringere” subito ancora di più le sanzioni.

E, infatti, praticamente a ruota – e con la tattica collaudata del dire e non dire, affermare e smentire – il presidente iraniano Ahmadinejad annuncia che il paese ha raggiunto l’operatività per 3.000 centrifughe di arricchimento del suo uranio. Ma, ha spiegato all’ONU, il 25 settembre si tratta sempre e solo di generazione di energia elettrica attraverso il nucleare.

Insomma, quel poco o quel tanto di ambiguità che tiene in bilico e in ambascia i potenziali avversari… Buona tattica, ma buona strategia anche? Cioè, il negoziato con l’AIEA va avanti, e va bene. Ma andiamo avanti anche noi[132] (però, il 19 agosto, secondo l’Agenzia France Presse, le centrifughe operative erano ancora solo 1.968), come abbiamo sempre detto riaffermando coi fatti il nostro diritto – secondo il Trattato di non proliferazione che abbiamo firmato[133] – a produrre energia elettrica nucleare, come ogni altro firmatario.

Poi voi sospettate che ci faremo la bomba? Sospettate pure…  è un vostro diritto. Ma prima di prendervela con noi senza prove, prendetevela con chi è le bombe ce le ha sicuramente (Israele, Pakistan, India) e con voi stessi – USA, Russia, Gran Bretagna, ecc. – che di bombe ne avete a migliaia e che siete pure firmatari del TNP, violandone lettera e spirito – voi sì con prova provata – ogni giorno.

Che è poi il perché, comprensibilmente, allarmato ma anche su basi razionali del tutto inesistenti è suonata vuota (giustificata solo dalla “prepotenza” dell’io sì perché sono io e tu no perché te lo dico io) l’affermazione solenne, all’ONU, anche di Nicolas Sarkozy.

In campo internazionale, in effetti, in diritto internazionale, tutti gli Stati hanno identiche prerogative e identici obblighi, non altri arbitrariamente decisi da altri, ha avuto buon gioco a ricordargli dallo stesso podio delle Nazioni Unite Mahmoud Ahmadinejad: per noi, ha detto, la disputa sul programma nucleare del nostro paese è “chiusa” e l’Iran non terrà alcun conto, ormai, delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

Perché esse sono dettate ed imposte da “potenze arroganti”. Quelle di chi prende una decisione ed ordina che sia eseguita senza spiegarne, razionalmente, il perché: quelle che impongono, e impongono solo all’Iran di interrompere l’arricchimento dell’uranio[134]

C’è un altro fatto, curioso, che viene ad aggiungersi ai misteri del dossier nucleare. Il primo ministro Manouchehr Mottaki si è recato verso metà settembre a Mosca per parlare col capo dell’Agenzia russa federale per l’energia atomica, Sergei Kiriyenko. Si trattava di risolvere il contenzioso ancora aperto per la conclusione dei lavori dell’impianto di arricchimento nucleare di Bushehr. Dice Mottaki alla stampa che Putin riprenderà direttamente la questione ai massimi livelli nel corso della visita che farà a Teheran, il 16 ottobre[135].

Ora, bisognerebbe riuscire a capire perché l’Iran, che di liquidità grazie al petrolio non manca, non paga sull’unghia per l’apertura immediata di Bushehr che, sicuramente, sarebbe una sua grande vittoria… A meno che, con la scusa del “ritardo dei pagamenti”, non siano in realtà, senza confessarlo, i russi a non voler concludere… anche per non dare l’ennesimo schiaffo all’America.

Ma, se è così, alla prima che gli americani le fanno – Kossovo, missili davvero in Polonia, ecc., ecc. – è chiaro che per la Russia l’ulteriore, immediata e poco costosa “rappresaglia”, sarebbe questa: Bushehr…

Naturalmente, di rafforzare le sanzioni contro Teheran per la Russia non se ne parla. Intanto, perché le sanzioni già decretate non funzionano affatto. Lo hanno riconosciuto anche gli americani più falchi: il problema è che non siamo in grado di identificare i conti bancari dell’Iran all’estero e tanto meno quelli dei singoli esponenti iraniani…

Ha spiegato, “parlando anonimamente per la delicatezza della questione [e forse anche per la vergogna] un alto esponente dell’Amministrazione americana, che nessuno crede in queste sanzioni più di noi; le vogliamo vedere applicate, non solo annunciate; ma abbiamo il problema tecnico di riuscire ad identificare a chi vanno i soldi e da chi essi vengono[136]. Già… e chi più di tutti ha voluto lo smantellamento di ogni controllo e di ogni regola sugli scambi monetari e valutari internazionali, se non questa Amministrazione (certo, non sola)?

Anche su queste basi, sicuro, la Russia ora dice – anch’essa con un anonimo alto esponente del Cremlino[137] – che non appoggerà altre sanzioni anti-Iran: “per quel che riguarda il programma nucleare iraniano abbiamo votato le risoluzioni dell’ONU. E ora basta”!

Specie, chiarisce, alla luce dei passi avanti che sta facendo, con Teheran, l’AIEA. Infatti – come recita una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di USA, Russia, Cina, Germania, Francia e Regno Unito, pubblicata dopo una accalorata seduta tenuta a fine settembre che ha visto prudentemente respingere da parte di Russia e Cina la richiesta di un’azione immediata – è stato deciso di posporre il voto proposto al Consiglio di Sicurezza da “alcuni paesi” per ottenere sanzioni più dure nei confronti dell’Iran “almeno fino alla fine di novembre”: per aspettare il rapporto da parte dell’Alto rappresentante dell’UE e della AIEA sul nodo prima di prendere una decisione[138]…  

Il fatto, però, è che proprio perché passi avanti tra AIEA ed Iran sembrano ormai concretamente possibili, per l’America che morde il freno, pressata da vicino da Israele che vuole l’attacco il ritardo stesso potrebbe orami diventare una causa prossima – dicono i “tamburi di guerra” come li ha chiamati el-Baradei – del bombardamento dell’Iran.

Si tratta di un attacco, propriamente di un bombardamento aereo su larga scala mirato agli  obiettivi strategici e militari ed alle infrastrutture anche civili, del territorio iraniano, che sarebbe, ammonisce il ministro degli Esteri francese Kouchner (nel ruolo che cerca di affrettarsi a riempire, di nuovo Tony Blair, quasi) ormai prossimo (“il mondo dovrebbe prepararsi al peggio… e il peggio è la guerra[139]) e, al dunque, da lui viene evocato (anche se ufficialmente per scongiurarlo: ma dicendo all’Iran, e solo all’Iran, di tirarsi indietro) quasi che fosse inevitabile, perché Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole (Bush)! e più non dimandate![140]  (quant’altri voi siate)…

L’ammiraglio americano William Fallon, capo del Comando centrale delle forze armate americane e responsabile a questo titolo per il Medio Oriente e l’Asia centrale, si fa subito intervistare da al-Jazeera e dice, palesemente irritato, che “questo continuo tambureggiare di guerra mi pare assolutamente non utile e, di certo, cosa che non aiuta[141] (confermando che spesso i soldati e i generali che le guerre poi le fanno – non tutti, certo, non tutti – sembrano più saggi dei loro colleghi e dei politici che le combattono a tavolino mandando in prima linea gli altri e i figli degli altri).

Dichiarazioni roboanti come quelle di Kouchner suonano piuttosto irresponsabili, lascia capire il giorno dopo D’Alema[142], per il quale non solo è sbagliato ma anche rischioso dare quasi per scontata la guerra…; Kouchner, invece, per il Foreign Office britannico, dice soltanto l’ovvio. In ogni caso, criticato anche nel gabinetto francese dallo stesso primo ministro Fillon (malgrado la “scelta catastrofica di una bomba iraniana o una guerra all’Iran” fosse stata in precedenza, appunto, evocata anche e proprio da Sarkozy), Kouchner ha subito provveduto a raffreddare i suoi stessi bollori[143].

Anzi: si è offerto come mediatore – anche se è incomprensibile a che titolo viste le sue posizioni – “per risolvere la questione del programma iraniano di arricchimento dell’uranio[144]: quando il punto è che l’Iran sostiene il suo diritto pieno, identico a quello di tutti, ad arricchirselo l’uranio e gli USA, e chi gli va dietro, è proprio questo diritto che gli vuole negare.

L’ha contrastato apertamente, senza ovviamente fare il suo nome, il capo dell’AIEA el-Baradei: “Dobbiamo mantenerci tutti freddi e non dobbiamo iper-esagerare su questa questione… non parlerei di usare la forza… ci sono regole su come poter usare la forza oppure no e spero proprio che tutti abbiamo imparato la lezione di quello che è successo in Iraq, dove 70.000 civili innocenti [el-Baradei si tiene basso, assai basso…] ci hanno rimesso la vita per il sospetto che il paese avesse armi nucleari[145]. E Condoleezza è subito andata in Tv a protestare… non per il merito: per l’ “inopportunità” della critica.

A bacchettarlo, invece, da una parte che proprio non si aspettava, in nome di una “posizione di equilibrio sempre propria della Francia”, era stato del resto e subito il presidente del movimento centrista, Franćois Bayrou, il terzo candidato alle recenti presidenziali: un moderato per definizione che ha denunciato duramente “l’allineamento, sbagliato, sulle posizioni americane[146]

Ma, intanto, questo mi-si-rizzi di Kouchner – per il quale i diritti sembrano sempre essere solo quelli individuali: i diritti sociali o “nazionali” hanno diritto a goderne solo i paesi ricchi… – aggiungendo ad ogni buon conto nella sua intervista, che “noi non accetteremo la costruzione di questa bomba”, sostiene la posizione americana unendosi ad una pretesa che in diritto internazionale – anche se sempre smentita da Teheran – comunque è assolutamente illegittima (perché io no e gli altri sì?). Ed è una pretesa  viene fatta pesare, come una spada di Damocle, su Teheran.

Ora, per gli iraniani di inaccettabile probabilmente – e alla fine – c’è solo il fatto che siano rivolti solo a loro, almeno pubblicamente, gli appelli di tutti¾ significativamente con l’eccezione di Mohammed el-Baradei, il capo dell’AIEA e, come tale, il meglio posizionato per sapere davvero come stanno le cose: quali sono i diritti degli iraniani, quelli della “comunità internazionale”, qual è il testo degli accordi vigenti, gli impegni effettivi cui tutti – tutti: iraniani, americani e altri – sono tenuti dal Trattato di non proliferazione nucleare che hanno firmato…

Anche un importante militare statunitense, il gen. John Abizaid, che è stato solo pochissimi anni fa, e sempre sotto Bush, a capo del Comando centrale delle forze armate – quello che controlla Medio Oriente e Asia centrale: Iraq, Iran e Afganistan – dice che anche l’allarme sul nucleare militare iraniano è del tutto fuori proporzione.

Perché la deterrenza, semplicemente, funziona ancora: se tu hai una bomba nucleare, o anche cinque, sei, e io ne ho mille o seimila, tu sei magari in grado di colpire e far molto male a me ma io te ne faccio,  se ci provi, seimila volte tanto. E nessuno, quindi, neanche chi fosse pazzo, al di là di roboanti estremismi verbali, ci può neppure pensare…

“E l’Iran non è un paese di suicidi. Voglio dire, possono pure avere alla testa gente che a noi non appare magari razionale, ma è quanto mai dubbio che pensino di aggredirci con un’arma nucleare… noi abbiamo sicuramente il potere di agire da deterrente all’Iran, anche se mai si dotasse di nucleare [militare]”.

Insomma, diamoci una calmata, ragazzi. Sempre che di nervi fragili si tratti e non, invece, come è più probabile di voglia e di volontà di trovare, o di costruire, l’occasione per aggredire l’Iran… “In ogni caso – aggiunge Abizaid – una guerra Stato contro Stato in quella parte del mondo sarebbe devastante per tutti e dovremmo evitarla in tutti i modi possibili. D’altra parte – soggiunge, contraddicendosi però palesemente— ma necessariamente per un militare – non possiamo consentire agli iraniani di continuare a pressare in modi che ledano i nostri interessi vitali[147]. Mentre, come è ovvio, agli americani è del tutto lecito pressare gli iraniani in modo che sia letale per i loro interessi vitali…

Uno sviluppo nuovo, peraltro, che in teoria e nella lettura delle foglie di tè degli aruspici, sembrerebbe indicare un calo del potere di Ahmadinejad – comunque auspicabile: è sempre meglio avere a che fare con chi è dotato anche, magari, di una sana dose di pragmatismo – ed un aumento correlato di quello del suo rivale “moderato” (nella scansione pigra, ipersemplificata, delle notizie sui nostri media lui), l’hojatoleslam[148] Ali Hakbar Hashemi Rafsanjani, sconfitto alle ultime elezioni presidenziali ma già presidente della Repubblica islamica ed ora eletto a capo della potentissima, cosiddetta, Assemblea degli Esperti.

Che qui, come altrove altre autorità religiose, ma facendo parte integrante e ufficiale qui della struttura costituzionale del potere, danno l’imprimatur di conformità religiosa a tutti i candidati ad elezioni politiche che, poi, con questo grosso limite di fondo ovviamente, sono contestate e “libere”.

Infatti, gli Esperti formano un organismo costituzionale che ha il compito di approvare o, anche, di licenziare la Guida spirituale e reale) suprema del paese: oggi l’ayatollah Kamenei, successore dell’ayatolalh Komeini. Un organismo che ha in effetti poteri reali di interdizione e veto che scavalcano quelli dell’Esecutivo, cioè della presidenza della Repubblica.

Valutazione, questa di uno spostamento di poteri, probabilmente esatta e anche, probabilmente, utile. Tutt’altro che utile, invece, e anzi del tutto inopportuna, controproducente, la dichiarazione immediata del Dipartimento di Stato americano: l’elezione di Rafsanjani, ha detto improvvidamente, è “un’opportunità unica ed importante[149] per l’Iran e la comunità internazionale di riprendere l’iniziativa diplomatica.

Improvvidamente, dicevamo, perché qui è come per Abu Mazen[150] e Israele, contro Hamas: questi – gli americani qui, gli americani e gli israeliani e un po’ tutto un occidente piuttosto pigro e superficiale – a furia di lodarli e sbrodarli – questi sono i nostri, quegli altri no – e di aiutarli magari (armi e soldi al presidente dell’OLP proprio per rafforzarlo contro Hamas) li ammazzano politicamente.

Perché non tengono in alcun conto il giudizio, in parte anche il pregiudizio negativo (questi, ormai, sono venduti…), che proprio quel loro fare e quel loro dire comporta agli occhi di un’opinione pubblica che non vede certo – e a torto, forse? – gli Stati Uniti come un potere equanime o amico…

E, infatti, subito, Kamenei – che altrimenti, magari, sarebbe stato zitto – sente l’obbligo di denunciare come opera dei nemici del paese tanto l’attacco “malvagio e gratuito” ad Ahmadinejad, quanto le lodi “subdole e non richieste” a Rafsanjani; e smentisce seccamente che ci sia un braccio di ferro tra i due[151]

Ripetiamo, forse è vero, quanto osserva il Dipartimento di Stato. Ma perché non lasciar commentare la stampa e sentirsi in dovere di impicciarsi ufficialmente degli affari interni di un altro paese?

Sul nodo Israele-Palestina sembrerebbe ormai di essere arrivati quasi alle strette.

Da una parte, ci sono state le parole inusitatamente dirette indirizzate dal segretario generale dell’ONU, uomo diciamo pure, senza voler offendere nessuno, politicamente tremebondo, ligio (ai suoi grandi elettori, gli USA) al governo israeliano.

Ban Ki-moon ha detto pubblicamente che la dichiarazione di Tel Aviv con cui dichiarava Gaza “territorio nemico” e annunciava di volerla  punire “interrompendo la fornitura di servizi essenziali come l’elettricità e l’afflusso di carburanti” ad un milione di palestinesi “sarebbe totalmente contraria agli obblighi che in base alla legge internazionale ed ai diritti internazionali umanitari ” sono quelli di un paese occupante[152].  

Dall’atra, sul piano dei princìpi e di un sentire comune che è difficile ma necessario allargare, è stato di grande rilevanza un episodio iniziato come un piccolo fatto diverso. Meglio di chiunque altro – e, ci pare, con pieno titolo: al di sopra proprio di ogni sospetto e per la forza stessa, in sé, del ragionamento che ha svolto e che qui possiamo solo riportare con una brevissima citazione – lo ha detto un ebreo israeliano, il redattore per gli affari arabi del giornale di Gerusalemme Ha’aretz, che abbiamo spesso citato, Danny Rubinstein, partecipando a una conferenza delle Nazioni Unite a Bruxelles a fine agosto.

Ha detto che sì, purtroppo “oggi Israele è uno Stato segnato da un regime di apartheid con differenti diritti per differenti comunità”. Dobbiamo prendere atto che “le elezioni, e sotto il controllo della comunità internazionale, le ha vinte Hamas e che  Israele non può ignorarlo[153].

Sono state parole di fuoco che, riprodotte sulla libera stampa di Israele, hanno grattato stridendo forte sulla sensibilità del paese: ma proprio perché anche chi nega la loro veridicità, se si guarda intorno, vede che la legge è diversa per gli ebrei e per i non  ebrei: palesemente…

Sul piano più squisitamente politico, gli americani, da mesi, erano andati strombazzando il piano Rice di una grande conferenza arabo-israeliana, sotto il loro patronaggio diretto che affrontasse, finalmente, i nodi della questione. E nell’incontro che il 20 settembre ha messo insieme, a Ramallah in Cisgiordania, Abu Mazen, Ehud Olmert e Condoleezza Rice, quest’ultima, a nome di Bush ovviamente, ha detto le cose come stanno.

Non chiarissime, però sufficientemeente scoperte – fra le mille parole ovattate che sempre e comunque l’America si sente obbligata a spendere e spandere per tranquillizzare il nervoso alleato israeliano da suonare davvero nuove. E, quindi, appunto, tali da confortare un po’ il palestinese e gettare nelle ambasce l’israeliano…

La Rice aveva appena finito di dire alla stampa di aver discusso coi due interlocutori sulla necessità di trovare attraverso la sua conferenza “un insieme di princìpi su cui concordare”, per progredire verso “un orizzonte politico comune” con cui “sostenere e far avanzare un negoziato” che segua ormai “un percorso bilaterale”…

Accanto a lei, ed a un aggrondato Olmert, Abu Mazen è sembrato, da una parte, abbastanza contrariato dall’equivocità sempiterna della dichiarazione americana ma, dall’altra, incoraggiato  a sufficienza dagli spiragli che ci trovava (o che ci voleva trovare) per osare stavolta dire in pubblico agli americani che sono ancora tropo ambigui, che in buona parte le ragioni per cui i paesi arabi non si sono scapicollati a sostenere la conferenza è che i suoi sponsors, gli americani cioè, non avevano proposto chiaramente, né convinto gli israeliani ad accettare, che essa avrebbe dovuto affrontare i nodi dello status finale e della soluzione del problema palestinese.

Sono convinto che di questo chiaramente – ha aggiunto – abbiamo bisogno e che farlo emergere sia il dovere dell’ospite che invita i partecipanti all’incontro”. I nodi da sciogliere – ha detto – sono ben noti: “i confini, Gerusalemme, i rifugiati, gli insediamenti [dei coloni ebrei], l’acqua [da spartire più equamente, non certo nel rapporto attuale di dieci a uno per la stessa quantità di territorio e di popolazione, tra israeliani e palestinesi] e la sicurezza [reciproca]… Siamo persuasi che il tempo sia ormai maturo per la creazione di uno Stato indipendente palestinese, con a sua capitale Gerusalemme est, pronti a vivere fianco a fianco con lo Stato di Israele in sicurezza ed in pace”.

Su nessuno di questi temi Israele, però, sembra pronta, neppure oggi, neppure sotto la benevola pressione degli amici americani, a discutere per concludere. Certo, di tanto in tanto dai territori controllati da Hamas, da Gaza, arrivano ancora i razzi Kassam sul territorio israeliano (non su quello occupato, proprio su Israele). E’ vero che di morti ne fanno pochissimi. Ma arrivano.

E Israele, per trattare davvero, vorrebbe che prima tutti i problemi del suo contenzioso fossero risolti. Prima non della pace, della trattativa stessa. Nella curiosa versione del negoziare che è cara, non a caso, agli americani (io discuto con Teheran anche domani, direttamente; ma prima deve dirmi sissignore)… E’ facile capire, anche per questo, perché sia così ostico agli americani far sentire davvero a Israele una pressione efficace. Ed è così anche su tutto il resto dell’elenco, cruciale, stilato da Abu Mazen.

Las ministra degli Esteri di Israele, Tzipi Livni, ha riassunto le disponibilità del suo governo parlando di necessità di ricerca di “punti di vista comuni… E’ naturale che vorremmo mettere subito fine al conflitto… [ma] è importante trovare il denominatore comune”. Insomma, bla bla… Con Olmert a garantire che “noi vogliamo dare un contributo positivo a una conferenza che abbia successo e sia partecipata da molti Stati arabi moderati[154]

Nessuno dei quali, però, a queste condizioni parteciperà. O se mai si sentisse costretto a partecipare (gli americani non di rado sono pesanti) darà un contributo a soluzioni che non considererebbe – e a ragione – mai eque. 

Passi avanti nel contenzioso USA-Corea del Nord: lo Stato-canaglia che la bomba già ha dimostrato di averla e che, per questo, va trattato con guanti un po’ di velluto. L’altro Stato-canaglia, quello che gli americani sospettano di volersela fare, la bomba, l’Iran, può ben essere invece sottoposto proprio a una terapia di pesanti, preventive, minacce… perché non ce l’ha ancora, la bomba.

I passi avanti con Pyongyang, concordano le due parti dopo un giro di colloqui-negoziati a Ginevra, si sostanziano nell’accordo dei nord-coreani di svelare entro l’anno la dislocazione di tutti i propri impianti nucleari e metterli fuori funzione (disable), non proprio smantellarli (dismantle) come gli americani avevano detto in un primo tempo. La contropartita è la rimozione della Corea del Nord dalla lista di Stati che gli USA dichiarano sostenitori del terrorismo e la cancellazione delle sanzioni economiche.

Poi, come al solito, si viene a scoprire che

• gli americani negano di aver promesso, come affermavano i nord-coreani, di essersi impegnasti a togliere “subito” Pyongyang dalla lista dei cattivi;

• e i nord-coreani negano di essersi impegnati a svelare e smantellare entro l’anno i loro siti n nucleari. Hanno promesso solo si svelarli, dicono…

E la commedia degli equivoci – sempre meglio fare bla-bla che bum-bum, però – continua…   

Sull’ormai intricato nodo economico, i dati segnalano che nel secondo trimestre il PIL è cresciuto in realtà più della prima stima (4 anziché 3,4%). Ma l’indice dell’attività manifatturiera è caduto, ad agosto, di quasi tre punti su luglio mentre, sul mercato edilizio, alle preoccupazioni crescenti sulla disponibilità di mutui ipotecari nel mezzo della crisi, si è venuto ad aggiungere il crollo in un mese, del 12,2%, a luglio, del numero di abitazioni già contrattate ma ancora non consegnate ai nuovi acquirenti[155].

E ad agosto si ripete, per due mesi di seguito, un altro non piccolo scivolone delle vendite: -4,3%[156].

Mentre, più in generale, la spesa per consumi sempre in  agosto è cresciuta sopra le attese, anche se solo dello 0,6%, il massimo da aprile. Alcuni ci vedono un allentamento della minaccia di rallentamento dell’economia. Altri a fronte di una crescita dei redditi che però contemporaneamente rallenta, dallo 0,5 di luglio allo 0,3%[157], lascia a molti osservatori il sospetto che anche l’aumento dello 0,6, alla fine, risulti un altro aumento sì, ma anch’esso a credito…

E poi c’è la montagna di pignoramenti e sequestri che cresce. Del 36% in agosto e del 115% su base annua[158]. Con gente che aveva preso il mutuo per 150.000 dollari due anni fa al 2% fisso per un biennio e s’è visto oggi salire la rata mensile da 500 a 1.000 dollari: del doppio. E qui, se non paghi una rata, la casa te la mettono subito all’asta…

Sicuro. Le banche e gli istituti di prestiti ipotecari giurano che stanno facendo l’impossibile per aiutare a riprendersi i clienti che sono sull’orlo del fallimento e del pignoramento dela loro abitazione. Ma è falso: “un’inchiesta recente condotta dal sevizi di investimento di Moody’s sui sedici prestatori ipotecari maggiori d’America ha rilevato che nei primi sei mesi del 2007 solo l’1% dei prestiti in difficoltà hanno di fatto ottenuto un aggiustamento al ribasso[159].

Una parentesi. Alla straordinaria confessione-rivendicazione, lasciateci dire, di quello spudorato di Alan Greenspan sulla vera ragione della guerra all’Iraq, si è aggiunta, specialmente chiara nell’intervista al Financial Times[160], la notizia bomba che sì, gli Stati Uniti stanno subendo conseguenze gravi in seguito allo scoppio della bolla speculativa: adesso, inevitabilmente, gli USA finiranno col subire un ribasso dei prezzi delle case fino quasi al 10% e che non si meraviglierebbe poi troppo se arrivasse anche vicino al 20. E dice – con un faccia tosta degna di causa più veritiera – che lui l’aveva detto quando aveva parlato di qualche “schiuma” montante intorno ai prezzi delle case.

Che detta così, chiara chiara e netta netta, è davvero una notizia bomba, anche se non per il fatto in sé, quanto per la confessione di Greenspan: che lui lo sapeva… Non se n’era, infatti, accorto nessuno che lo sapesse e che, soprattutto, avesse mai ammesso di saperlo.

E ci torna sopra: “sapevamo bene quel che stava succedendo— gli hedge funds, i sub-primes, ecc., ecc….Il fatto è che la volatilità dei mercati finanziari è cosa buona per l’economia”. E aggiunge legna sul fuoco[161]

Vedete. Ci torna sopra, come ad attestarne affidabilità ed attendibilità, anche qualche notista nostrano. Non per mettere le cose in riga, come stanno effettivamente,  e tanto meno per infierire – magari dicendo la verità che non ne ha azzeccata una, forse – ma con prosa vagamente adorante, come ammaliardata dal guru ultraottantenne. Sempliciotti, si direbbe, quando scrivono che “le previsioni sono una sua passione innata”. Perché nella realtà delle cose, più che prevederli, a dire il vero, gli eventi lui li insegue, li vede e poi dice che li aveva visti…

Anche stavolta, sugli hedge funds, ecc…., come ieri sulla bolla edilizia…, o l’altro ieri sulla bolla speculativa di borsa del 2000-2001…, ancora quando confessa di essersi sbagliato del 100% sull’euro (diceva che non sarebbe mai nato e che, se fosse nato, sarebbe stato un disastro…, ora dice che solo grazie ad esso ci siamo salvati, come italiani anzitutto e poi come europei[162].       

E, ora, l’ex presidente della Fed, Greenspan, fa un’altra confessione, altrettanto impudica: anche il suo consenso esplicito e pubblico nel 2001 ai tagli di tasse strutturali (per dieci anni, poi prorogabili) e per soli ricchi decisi da Bush, era condizionato al mantenimento dell’attivo di bilancio lasciato da Clinton.

Peccato che allora non avesse detto neanche questo pubblicamente e non avesse neanche insistito né col presidente né con i media perché questa sua riserva fosse riferita pubblicamente. Almeno quanto il consenso che pubblicamente in diretta nazionale Tv diede al piano di Bush ripreso accanto a Bush…

Peccato che poi, non l’abbia detto neanche quando Bush chiarì che a lui, del deficit di bilancio e del deficit commerciale dell’America, non importava poi niente: tanto lo avrebbero pagato i contribuenti futuri… Insomma, proprio un bell’esempio di responsabilità fiscale e finanziaria dal primo banchiere del mondo…

Anche sulle sue distrazioni ed omissioni – volute, non  casuali od accidentali – rispetto al formarsi della bolla del credito, sulla mancata sorveglianza che la Fed era tenuta per legge ad esercitare sulla pratiche del credito facile a manca ed a destra senza garanzia alcuna, o quasi, Greenspan ha parecchio di cui rendere conto.

Nel ’94 al Congresso spiegò a chi glielo chiedeva dubbioso, e poi spiegò in televisione alla CBS, che “aveva rifiutato il suggerimento di uno dei suoi colleghi governatori della Fed di mettere sotto esame le pratiche con cui gli istituti di credito concedono prestiti. Non ci credo – disse – non saremmo stati capaci di fare quel che suggeriva”. Il fatto è, disse poi ai giornalisti, che è meglio lasciare fare al mercato. Appunto… s’è visto[163]

Per la prima volta da quattro anni, anche se i numeri della disoccupazione ufficiale – contati,  come in Giappone e Inghilterra, molto molto stiticamente, poi – restano al 4,6%, calano anche se di poco i dati dell’occupazione: ed è la prima volta dall’agosto del 2003[164]. In realtà, i dati sull’occupazione reale sono anche peggiori di quel che dicono quelli diffusi dal BLS— e ciò a parte ogni considerazione sul come sono contati.

Per ragioni di semplificazione statistica, e di modello microeconomico utilizzato, il BLS assegna quantità di lavori alle nuove imprese nascenti identiche a quelle che venivano create un anno fa, quando però l’economia era considerevolmente più in buona salute. Cioè, computa sicuramente i nuovi lavori in sovrabbondanza rispetto alla realtà.

Inoltre, l’indagine BLS, che non copre l’intero agosto ma solo la prima metà, non conta ancora quel che è successo nella seconda parte del mese, andato male per tutta l’economia, riflettendosi certamente anche sulla creazione scarsa e, anzi, in perdita di nuovi lavori. Non fosse altro per tutti i licenziamenti delle imprese che lavoravano e lavorano nel settore dei prestiti ipotecari.

E la borsa già assillata – vedremo subito – dai prestiti subprime, dai fallimenti a ripetizione, dal debito pro-capite che si fa asfissiante, dal deficit commerciale che si fa gigante, dall’aumento dei tassi ipotecari, ecc., va in tilt.

Certo. Coloro che assicuravano tutti di come i problemi emergenti nel mercato dei subprime non si sarebbero mai riflessi sul resto del mercato edilizio, che i guai del mercato edilizio non avrebbero potuto far male ad un’economia ben altrimenti robusta, adesso garantiscono che non c’è ragione di temere per questi ultimi dati contro tendenza su un mercato del lavoro che, ufficialmente, dopo tanto tempo taglia occupazione.

Quelli del sopire, chetare, come il NYT[165] (non tanto sulle pagine editoriali, ma su quelle economiche, affidate agli esperti del conventional wisdom) sono subito entrati in azione: è già successo, non bisogna allarmarsi… Ma nei tre casi in cui era effettivamente in passato successo (negli anni ’80 e ’90) la spiegazione era altra: si trattava di particolari periodi di scioperi forti (e chi sciopera, qui, non lo contano statisticamente come occupato); oggi non si sente neanche da lontano l’odore di niente di simile.

E anche moltissimi economisti – quelli più seri…, non quelli del viviamo in un capitalismo senza lacci e lacciuoli, viviamo dunque nel migliore dei mondi possibili… – dicono che la Fed adesso deve abbassare il tasso di sconto. E presto. E probabilmente non per una sola volta. Dopo tutto, anche a Moody’s sostengono che “se l’economia non sta andando in recessione, ci si sta avviando moltissimo[166]

E sono dolori anche per le borse europee: come è stato sempre detto di questa economia dominante (quella europea è più vasta, più ricca e più tutto: ma è divisa per ventisette, non è una…), se qui prendono il raffreddore a noi viene almeno la polmonite.

La fiducia dei consumatori, in questo clima, inevitabilmente crolla: al punto più basso da undici anni e mezzo sotto la pressione congiunta della perdita di valore della proprietà edilizia e della stretta sul credito[167].

E cade, in agosto, anche la richiesta dei principali beni durevoli, del massimo ammontare da sette mesi, dagli aerei ai grossi elettrodomestici, del 4,9%: percentuale ben superiore alle predizioni di analisti ed industria[168].

E va giù, del massimo da sei mesi, di riflesso, dello 0,6% in agosto sul mese prima, l’indice composito del Conference Board che mette insieme, calibrandoli adeguatamente a diverse varianti, un dozzina di indici differenti[169]. E’ un indice complessivo e più importante perché è considerato quello che meglio predice l’andamento dell’economia nei tre-sei mesi a venire. E scatta, il 18 settembre, il taglio dei tassi da parte della Federal Reserve. Di ben mezzo punto[170], come previsto, dal 5,25 al 4,75%, per la prima volta da quattro anni..

Una mossa che gli ortodossi monetaristi capiscono e subiscono ma considerano qualche poco arrischiata. Spiega la loro bibbia di sponda europea[171] che “l’azione della Fed ha un costo: cementerà la percezione che il taglio dei tassi della Banca centrale americana sia una risposta alla crisi di mercato. E così incoraggerà la speculazione”. Come se non si sapesse… Anche qui, il trionfo dell’ipocrisia.

Poi Bush, pressato dai suoi in una difficile campagna elettorale, asserisce che penserà anche ai singoli che quei pasticci li hanno dovuto subire per comprarsi una casa che, ora, devono pagare con mutui diventati insopportabili o quasi, oppure la casa la perdono.

Se lo facesse – e non va dato per scontato per niente – per lui sarebbe sinceramente una sofferenza. In una famosissima uscita della sua campagna presidenziale del 2000 – quella che con l’aiuto del fratello governatore della Florida e dei suoi imbrogli sulle schede elettorali e di una decisione tutta politica, reazionaria, e niente giuridica delle Corte costituzionale – disse ad un pranzo di suoi amici che gli riscaldava il cuore trovarsi tra gente così rappresentativa della sua base: “i ricchi ed i supericchi”.

La realtà americana – un po’ dovunque ormai, a dire il vero, ma qui più sfacciatamente che altrove: e, per di più, teorizzata dalla scuola neo-cons – è quella fotografata ed esposta dall’ultimo censimento: che negli anni di George W. Bush: il tasso di povertà è cresciuto del 9%, il numero degli americani che non hanno alcun diritto di accesso alle cure sanitarie del 12%; e il tasso medio dei redditi reali è restato stagnante in sette anni…

E’ il problema di un paese che non riconosce i suoi poveri. Politicamente, s’intende: tendono a non votare e non contano, non solo perché sono poveri ma anche perché, essendo poveri, sono propensi  a non votare o a votare poco. Un paese la cui vulgata, politica e culturale, pretende di essere stato esentato, non si sa bene da chi, dai problemi che affliggono gli altri sotto forma di quella che altrove si è sempre chiamata lotta di classe o, se volete, scontro di interessi. Qui no. Questo dire, qui, è una bestemmia.

Il fatto è che aveva assolutamente ragione Leona Helmsley, la miliardaria – in $ – morta di recente dicendo – ma rivendicandolo almeno solo come un dato di fatto, non come un diritto: da noi c’è chi fa anche questo… – che no “noi le tasse non le paghiamo. Qui, le tasse le pagano solo i piccoli”. Nel 1992, dopo anni di processo, per queste dichiarazioni e per averle praticate, dimostrandone la veridicità a tutta l’America, la Helmsley fu condannata a quattro anni di carcere. Non rimase in galera che un solo giorno[172].

E aveva assoluta,mente ragione Warren Buffett, uno dei miliardari – in $ – più miliardari del mondo: “se si può dire – attesta: cinicamente, se volete, ma con assoluta veridicità: e, gli va dato atto, nel suo caso anche qualche po’ di indignazione  – che una guerra di classe sta avendo luogo in America, e secondo me si può proprio dire, va detto chiaramente che da tempo a vincerla è la mia classe[173], quella dei miliardari in dollari, appunto. Però, forse, sta lentamente finendo il tempo delle vacche grasse solo per pochi...

Comincia a serpeggiare negli ambienti economicamente più ortodossi e conservatori, attenti alla difesa dei grandi patrimoni sui piccoli, dei piccoli rispetto a chi patrimonio non ha e, in  generale, di chi più ha rispetto a chi ha di meno, una preoccupazione di fondo che, al meglio, è stata espressa di recente in un allarmato articolo del NYT.

Se il mondo in cui le grandi istituzione finanziarie – il Tesoro, la Fed – venisse mai considerato, come oggi comincia ad essere, squilibrato a favorire i grandi, e specie le banche, rispetto ai piccoli, ai consumatori e a chi è indebitato, le cose rischiano di mettersi male davvero.

Gli  americani – argomenta – hanno già parecchia difficoltà a capire nozioni relativamente semplici di economia come il libero commercio[174] e tanto più la Fed o la politica monetaria. Così, se passa l’idea che la Fed si fa complice [copre, aiuta, rimborsa] i gestori degli hedge funds mentre tratta i piccoli proprietari di casa [quelli dei mutui, indicizzati per forza: per volontà delle banche soltanto] in modo [diverso e perciò] iniquo, aumenta la pressione sul Congresso per limitare l’indipendenza della Fed.

    Ora, gli americani, dove ci sono problemi si mettono sempre a cercare il criminale, il colpevole. La crisi dei subprime dimostra il caso. Managers di hedge funds e speculatrori sono stati colpevolizzati per aver comprato titoli a grande rischio, diffondendolo al di là dello stesso settore bancario. E, come si sa, nelle operette morali ogni colpevole va punito…

    [Mentre, invece, nella vita reale, vero?, non ci sono colpevoli…] Però, la maggior parte degli economisti, e su base bipartisan [già, ma tutti ortodossi, tutti mainstream come l’autore, tutta gente dalla saggezza convenzionale che non aveva visto – proprio per la sua visione ideologicamente rosea del mondo – arrivare lo scoppio della bolla speculativa finanziaria nel 2000 né, adesso, di quella edilizia…], concordano sul fatto che banche centrali relativamente indipendenti [già… relativamente: ma definito da chi se non dalla politica?] mantengono meglio la stabilità economica e meglio sotto controllo l’inflazione dei prezzi [e il livello di crescita?]”[175].

Ecco, siccome la maggior parte degli economisti – quelli che l’autore considera affidabili, come lui, anche se hanno sbagliato: perché hanno sicuramente sbagliato dicendo bianco anche se è venuto fuori nero – avevano torto perché erano loro a dirlo, gli altri, quelli che avevano davvero ragione e che, secondo gli ottimisti di mestiere e di convenienza, adesso dovrebbero restare zitti e mosca per non disturbare il manovratore. Questa in fondo, è una questione politica, non è né la rilevazione di chi ha torto e di chi ha ragione e tanto meno un’operetta morale, dove chi ha ragione viene premiato e chi  ha torto viene punito…

La tesi è trasparente: lasciate fare al mercato e ai suoi strumenti obiettivi, per definizione e perché ve le diciamo noi, accademici mainstream, Fed e Banche centrali… In fondo, tutti – gestori, investitori, risparmiatori e consumatori – hanno interesse a mantenere un mercato liquido, no? Già, ma chi è che ha interesse a rendere più facili per gli investitori che hanno accumulato debiti brutti, inesigibili o quasi, scaricarli sugli investitori meno sofisticati? in uno scaricabarile che somiglia a quello della catena di Sant’Antonio.

Insomma, si può dubitare della neutralità tra i diversi gruppi di interesse di istituti come la Fed o la BCE? Si può, e come, diciamo noi.

GERMANIA

Gli ordinativi dell’industria manifatturiera vanno giù al massimo dal settembre 1991 a luglio, con il declino nelle vendite di navi, treni e aerei. Aggiustati per stagionalità ed inflazione su giugno è un crollo, del 7,1%. In quel mese, però, secondo gli stessi criteri, erano saliti del 5,1%[176].

Calo dell’indice di fiducia ad agosto rispetto a luglio, secondo l’inchiesta IFO mensile[177].

C’è accanimento, stupido, nella posizione dei media americani, anche i più prestigiosi[178], anche nel contesto magari di un articolo pieno di elogi, nel predicare ormai fino alla noia e contro ogni evidenza – se fosse come dite voi, com’è che è tanto popolare? – a questo paese e, per suo mezzo, all’Europa che devono tagliare la spesa pubblica: la posizione, del resto, neo-lib di sempre e di adesso.

Dice il NYT che la Germania di una peraltro elogiatissima Merkel (e visto il taglio dell’articolo non si capisce proprio perché) deve decidersi a buttare a mare il suo stato sociale. Ed è assolutamente sconvolto che lei ed i tedeschi non gli diano retta. A un certo punto l’articolo spiega che “in cuor loro, come dicono analisti di qui, i tedeschi non vogliono per niente riforme davvero aggressive. Sono più che contenti di lasciare che lo Stato, che il pubblico, si prenda cura di loro, dal giardino d’infanzia alla pensione”.

E Merkel, che aveva fatto campagna elettorale – vincendola, ma di strettissima misura – su una piattaforma di lacrime e sangue, se n’è scordata (in realtà l’ha proprio, deliberatamente, scartata). La verità è che qui la gente, viene lamentato, “aspira ad un modo di vivere socialista” (abominio! orrore! eresia!… e, poi, “socialista” perché vuole tenersi il suo Stato sociale, anche pagando le tasse che servono…). E sembrano contenti, nota delusissimo il NYT, questi imbecilli di tedeschi…

Alcuni economisti lamentano, aggiunge (ma quali? ma chi? quelli della scuola neo-lib traditi da Merkel evidentemente: che, però, guarda un po’, ha preferito deludere loro piuttosto che la gente) che le riforme relativamente modeste del mercato del lavoro non bastano certo a far quello di cui invece l’economia tedesca ha bisogno – secondo loro, i neo-lib, ovviamente – per assicurare la propria competitività a lungo termine”. Purtroppo – l’avverbio non lo usano; ma il senso è questo: purtroppo – “la ripresa ha portato a un discreto miglioramento del clima e anche a qualche po’ di compiaciuto ottimismo”.

Però, conclude la sua disinformazione il NYT, la disoccupazione qui resta grave: è scesa sì, ma è sempre al 9%. Non dice che se questo è il tasso ufficiale di disoccupazione in Germania lo è solo perché i tedeschi contano gli impieghi part-time come disoccupati… E che, se invece si calcolasse la disoccupazione qui secondo il metodo OCSE, analogo a quello degli altri, degli USA per primi – dove poi è truccato da altri artifici contabili per apparire basso per forza – il tasso reale di disoccupazione sarebbe al 6,4%, con i senza lavoro che restano quasi tutti concentrati nell’area dell’ex Germania dell’Est.

E non nota, l’articolo, che al contrario degli USA che sono in un profondissimo rosso dei conti correnti la Germania sfoggia una bilancia dei conti correnti in sostanziale attivo, prestando così essa denaro al resto del mondo e non continuando ad indebitarsi ogni giorno, da anni, per più di due miliardi di dollari…

Insomma, forse anche se spiace ai neo-con, a quelli del conventional wisdom, a qualcuno pare aver fatto bene Merkel facendo sue, in buona sostanza, politiche completamente diverse da quelle che pure aveva annunciato.

In politica estera, poi, finora la principale diversità tra il governo di Schrőder e quello, adesso, di Merkel, sottolineano in molti, è che “lei parla di diritti umani e lui – vecchio seguace della real politik non lo faceva”. Già… come se parlare facesse già di per sé, davvero, la differenza: dire a Bush, cioè, che Guantánamo dovrebbe essere chiusa e poi… tacere quando non la chiude; dire a Putin che, in visita a Mosca, incontrerà i suoi oppositori e poi… incontrarli, perché Putin, volpino, non lo impedisce né a lei né a loro…

Sono due filosofie del dire e del fare o non fare, del non fare o del fare e non  dire[179]. E il dibattito, in realtà, resta aperto. Nella speranza, beninteso comunque, che qualche volta serva anche solo parlare.

FRANCIA

La compagnia Gaz de France, a partecipazione statale, e l’impresa franco-belga Suez, che opera nella stessa area della prospettazione e dell’importazione di gas naturale e petrolio, hanno annunciato a inizio settembre la loro fusione. La Francia avrà una quota di controllo del 35% della GDF-Suez[180] e la nuova compagnia diventerà la terza maggiore del mondo in campo energetico (dopo la Gazprom russa e la EDF, sempre francese) con una capitalizzazione sui 122 miliardi di dollari.

Soddisfazione, espressa che più chiaro non si può, del presidente Sarkozy per la formazione di questo nuovo grande “campione nazionale”. E deplorazione, accorata e scontata, da parte di tutti i liberisti, europei e non, convinti che gli enti di Stato siano la reincarnazione del demonio “socialista”. E che questo sia quello che loro chiamano un pericoloso rigurgito.

Bé, secondo noi – e a prescindere dal merito di questo specifico affare – è una frescaccia. Sullo specifico affare, invece, contrari ma senza realmente spiegare bene perché si sono dichiarati i sindacati – che, comunque, hanno tenuto ad incontrare Sarkozy e hanno, come dire? ammorbidito l’opposizione – e con minor, come dire?, sincerità, visti i precedenti, l’opposizione politica, i socialisti…

In ogni caso, mentre l’Unione europea – intesa come Commissione – insisterà duramente per “frantumare” i grandi gruppi energetici – per assicurare, dicono, la concorrenza e la sicurezza dei rifornimenti: effetto tutto, ovviamente, da dimostrare – Nicolas Sarkozy ha già manifestato quella che sarà la sua fermissima opposizione al progetto[181].

La questione del ritorno della Francia nella struttura militare integrata della NATO (la Francia è sempre stato membro dell’Alleanza Atlantica, un’alleanza politica, ma ai tempi di de Gaulle uscì dalla struttura militare perché rifiutava di porre le bombe termonucleari americane su suolo francese esclusivamente sotto la sovranità decisionale degli Stati Uniti) è questione ormai posta ufficialmente.

Lo ha dichiarato in sede NATO e per l’opinione pubblica francese – secondo i sondaggi, la netta maggioranza – è stato uno shock, il ministro della Difesa, Hervé Morin. La Francia, ha detto, così è un peso leggero nell’ossatura militare dell’Alleanza e deve recuperare il peso che le spetta. Secondo de Gaulle poteva avere il peso che le spettava solo non subordinandosi, non foss’altro che per i pesi relativi, a Washington.

Ma il dibattito che, alla fine, Morin riuscirà probabilmente a vincere (iuxta modum…) per conto di Sarkozy, è comunque appena aperto. E non sarà facile vincerlo[182]. Anche perché l’Eliseo subordina il rientro a due condizioni precise, la prima dura da ingoiare per gli americani, l’altra di difficile digeribilità anche per gli europei.

Dagli USA, Parigi pretende l’accettazione esplicita e dichiarata di una capacità di difesa europea indipendente e sempre dall’America, ma ancor più dall’Europa, il riconoscimento di un ruolo di guida alla Francia nel comando delle strutture militari della NATO “al massimo livello”: non si capisce se garantito per sempre, ma comunque è chiaro non a turno, non sotto alcun altro europeo[183]… 

La visione del mondo, degli altri e di sé che ha Nicolas Sarkozy è emersa chiarissima, anche per quello che a noi sembra inaccettabile, proprio nel corso dell’intervista che abbiamo appena citata. Quando il presidente dice che “USA e Francia devono essere considerati sullo stesso piano e, in qualche modo, un po’ meglio degli altri perché entrambi credono nell’universalità dei loro valori che, perciò, sono destinati ad ‘irradiare’ per tutto il mondo. Tedeschi, spagnoli, italiani, cinesi, al contrario, non la pensano allo stesso modo[184].

Non gli è neanche venuto in mente che è stato proprio la presunzione di quell’ “universalità” di valori a condurre, prima, nel XIX secolo Napoleone Bonaparte il Grande e poi, nel XXI, Bush il Piccolo a dedurne che, essendo universali, i loro valori – e, poi, interpretati da loro… – andavano vanno esportati anche, allora, sulla “punta delle baionette” e, ora, a colpi di bombe…

Quanto alle riforme strutturali più dura ancora sarà, probabilmente, farle  passare le cosiddette che Sarkozy ha deciso di rilanciare: welfare, mercato del lavoro, pensioni. Specie il taglio a quelle che nel pubblico impiego assicurano il prepensionamento alle “vacche sacre”, a diverse categorie di lavoratori del settore pubblico (ferrovie, enti di Stato, minatori, marina mercantile, senatori e deputati, ecc.) che sarà cosa complessa da far passare.

Sono “regimi speciali” che risalgono spesso alla seconda guerra mondiale e, come nel caso dei marinai mercantili a Luigi XIV, in quello del personale – tutto – dell’Opera de Paris al 18° secolo. In tutto più di un milione di “privilegiati”.

Perché, di per sé non è affatto impopolare (questi sono davvero privilegiati). Ma molti, troppi, leggono questa specifica riforma come una minaccia, e un anticipo, in agguato anche contro di loro[185].

Ora Sarkozy ha annunciato due settimane di colloquio con le forze sociali che, però, chiedono – qui per la prima volta – consultazioni piene, in  pratica quella che noi chiamiamo una “concertazione”: il termine, e non a caso, è stato usato da Bernard Thibault segretario generale della CGT ex-comunista che ha anche chiamato le scadenze annunciate per concludere la consultazione-concertazione da Sarkozy (presto l’anno prossimo) come una “missione impossibile”.

La scommessa sarà riuscire a tagliare le spese senza scatenare scioperi, sia ufficiali che selvaggi, come quelli che finora a tentativi simili hanno sempre risposto paralizzando il paese e abbattendo governi (di sinistra come di destra) o, magari, costringendoli a retromarce tutt’altro che dignitose: come, l’ultima volta, sul cosiddetto Contratto di primo impiego, poco più di due anni fa, con de Villepin e Sarkozy stesso quando era ministro degli Interni di de Villepin.

Stavolta il nuovo presidente della Repubblica vuol dimostrare al paese, all’Europa ed al mondo che la sua Francia è in grado di riformarsi, nel senso liberal-sociale che lui vuole, senza le proteste di strada che mettono spalle al muro il paese. Vedremo…

Intanto ha presentato una manovra che viene definita “più di sviluppo che di rigore [186]. Adesso bisogna rafforzare la crescita, poi penseremo a ridurre il deficit: la scelta opposta rispetto a quella di Prodi: però, con un debito pubblico che non è a più del 100% del PIL ma “solo” al 64%: e lì, secondo la proposta, dovrebbe restare. E poi c’è un pacchetto di stimolo alla crescita sui 10 miliardi di €.

I dati comunicati al Consiglio dei ministri, presieduto dal presidente della Repubblica secondo l’anomala formula dettata dalla Costituzione gaullista, dal primo ministro Fillon prevede che il deficit di bilancio 2008 resti appena sotto quello del 2007, al 2,3%. La Commissione ha continuato a pressare anche su Parigi in nome dell’austerità e del rigore. Però, prevede anche un taglio di 23.000 posti nel pubblico impiego .

Ma sono molti gli economisti, anche qui, che parlano di eccessivo ottimismo – malattia comune a molti governi – nelle previsioni: tutti i calcoli danno la crescita del 2008 al +2,25%, decisamente assai speranzosa.    

GRAN BRETAGNA

La Gran Bretagna, smentendo le assicurazioni politiche e verbali di Brown a Bush – mai.., mai senza il vostro accordo – comincia, coi fatti, a fare quello che Bush non voleva: se ne va dall’Iraq

E’ un tema che ha risvolti importanti all’interno, ma che abbiamo più ampiamente trattato nel capitolo STATI UNITI, data l’importanza non tanto e non solo nazionale ma strategica e rilevante che lo sfilarsi dell’ultimo alleato reale restato agli americani nella disgraziata avventura irachena di fatto assume.

Dell’altra questione, diciamo così, internazionale che ha tenuto occupato il paese nel mese, leggere sotto EUROPA le diatribe interbritanniche sul referendum.

Ma in settembre l’Inghilterra è anche scossa dalle prime grosse conseguenze della crisi dei mutui subprime (vedi capitolo NEL MONDO).

Il primo ministro, seguendo le orme del predecessore, non solo ha ricevuto a Downing Street Margaret Thatcher ma, puntando chiaramente sul rubare ai conservatori un pezzo del loro pubblico a costo di disgustare i suoi del Labour, s’è messo a dire di averne sempre ammirato le “fermissime convinzioni”. Come, per dire – esagerando ovviamente – che le ferme convinzioni di Hitler sarebbero da lodare comunque perché, appunto, “ferme”… Come Blair, insomma, anche Brown  è convinto che la corsa si faccia al centro. E, magari, a destra.

A proposito di Blair, dove è finito? Vi ricordate quei vecchi leaders bolscevichi (Trotsky, il più noto…) che, da un giorno all’altro, venivano cancellati dalle foto in cui figuravano insieme agli altri capi non ancora entrati in disgrazia? Blair, che qui è stato padrone assoluto fino all’altro ieri, dopo dieci anni a Downing Street non è neanche apparso, c’è chi dice che non è neanche stato invitato al           Congresso laburista di Bournemouth di fine settembre.

Per dire. Le convinzioni di lei sono da ammirare, le proprie – o almeno quelle di chi ti ha eletto – tutte da buttare[187]: surreale…

Intanto, un ampio studio del prestigioso Istituto per gli affari fiscali[188] britannico attesta che più di 500 miliardi di sterline (720 miliardi di €) sono stati “nascosti” dal Tesoro britannico (finanza ultracreativa) per non riconoscere di quanto siano in rosso i conti dello Stato: risulta così che il debito pubblico britannico ammonta a più dell’87% del PIL, sui 1.100 miliardi di sterline (1.584 di €), il doppio di quanto ammetta Gordon Brown.

GIAPPONE

Il tasso d’occupazione (che qui, in particolare, e negli USA per la taccagneria con cui viene  deliberatamente calcolato al fine di sminuirlo, conviene sempre qualificare come “ufficiale”, e sceso a luglio dal 3,7 al 3,6%, il più basso dal dicembre del 1997.

I prezzi al consumo del cosiddetto nocciolo duro, che escludono le componenti volatili di alimentari e energia – dunque, con un’operazione impossibile se non nei calcoli teorici: operazione che, dunque, non vale assolutamente niente, per cui in realtà non si capisce proprio perché calcolarla – sono caduti in un anno, a gennaio, dello 0,1%[189].

Dopo qualche mese di premiership, il primo ministro Shinzo Abe si è dimesso. Ha fallito nell’ambizione di “imporre” al paese i suoi valori di “recupero dell’orgoglio nazionale”, diceva lui, ma in realtà di una spinta nazionalista e revanscista. Ha subìto, e tollerato anche, una sfilza di casi di corruzione che alla fine, dopo un’umiliante sconfitta nelle elezioni al Senato di due mesi fa, lo ha obbligato a far dimettere, o licenziare, ben quattro ministri dell’Agricoltura, uno dopo l’altro[190].

Il casus belli è stato, comunque, emblematico:  il rifiuto del parlamento a dire sì, nei tempi che lui aveva fissato e senza condizioni come lui voleva, al rifornimento di combustibile da parte della forza di autodifesa marittima del Giappone alle operazioni (pattugliamenti e bombardamenti) delle forze armate americane in Afganistan.

E questo fattore è davvero rivelatore del problema di fondo col quale questo paese deve fare i conti. Abe si è dimesso, lo ha detto assai chiaramente, proprio “per aprire la strada ai partiti sia di governo che di opposizione perché lavorino insieme ad approvare l’estensione della missione navale di Tokyo a sostegno delle operazioni belliche condotte dagli Stati Uniti in Afganistan”.

Il problema, però, ormai è quello di conciliare il sentimento nazionalista forte, e assiduamente coltivato da Abe, e il senso della subordinazione pedissequa del Giappone dagli USA[191]. Ha scritto il prof. Gavan McCormack dell’Australian National University sull’ultimo numero di Japan Focus[192] che “da quando ha rimpiazzato Koizumi, nel settembre del 2006, Abe è stato diviso tra il suo desiderio di servire e compiacere Washington, da una parte, e le proprie propensioni nazionalistiche, dall’altra.

    Più si è sforzato di andare incontro alle richieste americane e più Abe così è andato a sottolineare la bellezza e l’integrità della storia e della tradizione, unica, del Giappone appellandosi alla rottura con tutto il sistema post-bellico ispirato dall’America e, quindi, irritando ancor più gli USA. Naturalmente, le contraddizioni di questa situazione non sono nuove dal dopoguerra ad oggi. Ma, adesso, nel contesto del dopo-guerra-fredda sono contraddizioni che emergono alla vista come un iceberg gigante”.   

La corsa alla successione, tutta interna al partito di maggioranza relativa che alla Camera bassa la mantiene sempre e comunque, malgrado pesanti perdite di seggi, garantendosi così la nomina del primo ministro, è stata vinta da un ex segretario generale del PLD, Yasuo Fukuda, e non da quello attuale, Taro Aso.

Con un colpo durissimo al primo ministro dimissionario, che aveva indicato come successore quest’ultimo, una specie di suo clone ideologico nazionalista ma con più nerbo, Aso, il segretario generale di oggi. Ma il partito lo ha respinto: perché anche lui come Abe si sarebbe trovato bloccato nelle scelte di fondo dalla maggioranza che l’opposizione ha in Senato e perché maggiorenti e base hanno scelto un personaggio, Fukuda, che segna invece una rottura secca con l’infelice governo di Shinzo Abe.

Perché Fukuda è un moderato – né sciovinista, né revanscista – esattamente il contrario del nazionalismo di Abe, per malamente contraddittorio che fosse. Ed è noto per la capacità di creare consenso rifuggendo dallo scontro se può, e sottolineando, come fa costantemente da anni, l’importanza per un paese come il Giappone di creare legami forti con al Cina ed il resto dell’Asia: anche qui esattamente il contrario sia di Abe che dell’altro immediato predecessore, Junichiro Koizumi— di ben altra tempra peraltro.

Insomma, questa è stata una sonora sconfitta delle destra nazionalista, ma anche la vittoria di un centrismo che cercherà, forse, di congelare ogni cambiamento, anche quelli interni che Koizumi aveva forzato, per rivitalizzare lo stesso partito liberal-democratico: quella che i giapponesi chiamano la “balena bianca”[193].


 

[1] Guardian, 28.9.2007, P. Inman e D. Gow, Northern Rock refuses to tighten lending rules La Northern Rock rifiuta di stringere le sue norme sui prestiti.

[2] la Repubblica, 19.9.2007, B. Ardù, Mutui-casa alle stelle in Italia.

[3] ISTAT, Comunicato, Rilevazione sulle forze del lavoro del II trimestre. 20.9.2007; e Avvenire, 21.9.2007, D. Delle Foglie, Porte sbattute in faccia-La bomba degli inattivi.

[4] Avanti!, 21.9.2007, Il falso mantra del lavoro precario-La “buona” occupazione.

[5] Il Mattino, 12.9.2007, G. Franzese, Intervista a Pier Paolo Baretta.

[6] New York Times, 29.9.2007, edit., See No Evil,Speak No Truth Male non vedere, verità non dire.

[7] The Economist, 29.9.2007.

[8] Nota congiunturale 9-2007, 31.8.2007, cap. nel mondo.

[9] Il Sole 24 Ore, 14.9.2007, V. Chierchia, L’impennata dei prezzi agricoli.

[10] la Repubblica, 14.9.2007, L. Grion, Dalla terra alla tavola, ricarichi del 500%.

[11] la Repubblica, 2.9.2007, Latte più caro del petrolio: il calo della produzione fa scattare l’emergenza in tutto il mondo.

[12] Financial Times, 22.8.2007, C. Flood, Harvest Fears Trigger Rise in Wheat Prices— Le paure per i raccolti innescano aumenti sui prezzi del grano.

[13] Guardian, 31.8.2007, J. Palmer, Against the grain Contro quel che è scontato.

[14] The Economist, 29.9.2007.

[15] Guardian, 29.9.2007, E. MacAskill, Europeans angry after Bush climate speech ‘charade’.

[16] New York Times, 14.9.2007, Crude Oil Prices Close Above $80I prezzi del greggio chiudono sopra gli 80 dollari.

[17] New York Times, 12.9.2007, Oil Hits Record¾ Il petrolio tocca il prezzo record; e Dollar Reaches New Low Against Euro¾ Il dollaro tocca il minimo rispetto all’euro.

[18] Guardian, 5.9.2007, L. Elliott, OECD warns of ‘ominous’ risks to world economy— L’OECD mette in guardia dai rischi ‘sinistri’ che minacciano l’economia mondiale. 

[19] la Repubblica, 9.9.2007, G. Turani.

[20] A. Alesina e F. Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore, 9.2007.

[21] New York Times, 13.9.2007, C.Dougherty, British Central Bank Critical of Cash Infusions¾ La Banca centrale britannica critica le iniezioni di liquidità sul mercato.

[22] The Economist, 22.9.2007.

[23] Guardian, 14.9.2007, A. Seager, Bank of England in dramatic intervention— La Banca d’Inghilterra effettua un intervento drammatico [sul mercato].

[24] Guardian, 18.9.2007, P. Inman, Pension victims want bail-out too¾ Le vittime dei fondi pensione vogliono anch’esse un’operazione di salvataggio pubblica.

[25] The Economist, 1.9.2007.

[26] The Economist, 1.9.2007.

[27] MoneyControl.com, 15.9.2007,PM irked by Planning Commission delay¾ Il PM iritasto dai ritardi della Commissione del piano (cfr. www.moneycontrol.com/india/news/current-affairs/pm-irked-by-planning-commission-delay/12/45/303282/).

[28] World Bank, China Quarterly Update, 9.2007: Economic prospects remain good¾ Aggiornamento del Rapporto trimestrale: Le prospettive economiche restano buone (cfr. http://siteresources.worldbank.org/CHINAEXTIN/Resource/s318

949-1121421890573/cqu_09_o7.pdf/).

[29] New York Times, 7.9.2007, Agenzia Bloomberg, China: Banks Told to Raise Reserves— Cina: le banche hanno l’ordine di aumentare le riserve

[30] The Economist, 15.9.2007.

[31] International Herald Tribune, 19.9.2007, Price freeze in China as inflation grows¾ Col montare dell’inflazione, in Cina congelati i prezzi.

[32] The Economist, 22.9.2007.

[33] Agenzia Chinanews.cn, 26.9.2007, Central bank may raise mortgage rate— La banca centrale potrebbe aumentare il tasso ipotecario (cfr. www.chinanews.cn/business/2007-09-26/39837.html/).

[34] New York Times, 12.9.2007, Agenzia Associated Press (A.P.), Prices Surge in China; Trade Surplus Grows WiderI prezzi si impennano in Cina; l’attivo commerciale si allarga.

[35] Agenzia Xinhua, 10.9.2007, China’s forex investment company to debut this week¾ Debutto in settimana per la Compagnia di investimenti esteri della Cina(cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2007-09/10/content_6697090.htm/).

[36] China International Electronic Commerce Network, 25.9.2007, China issues 30 bln yuan special treasury bonds— La Cina emette 30 miliardi di yuan in titoli speciali del Tesoro (cfr. http://en.ec.com.cn/article/enindustry/enfinance/enfinews/20 0709/499705_1.html/).

[37] New York Times, 18.9.2007, J. Kanter, Paulson Cautions Against Rush to Regulation in Credit Crisis Paulson mette in guardia contro l’affrettarsi ad imporre regole nel bel mezzo della crisi del credito.

[38] New York Times, 5.9.2007, D. Barboza, China Steps up Efforts to Cleanse Reputation— La Cina aumenta gli sforzi per rifarsi una reputazione.

[39] Ne riferisce sempre sul New York Times, 11.9.2007, D. Barboza, Problems Go Beyond Lead Paint, Canadian Study SaysI problemi vanno al di là della verniciatura a piombo, dice uno studio canadese

[40] la Repubblica, 22.9.2007, F. Rampini, Mattel, scuse alla Cina: “Su Barbie, niente colpe”; New York Times, 22.9.2007, L. Story, Mattel Official Delivers an Apology in China¾ In Cina, esponente della Mattel porta le scuse.

[41] S. Mihm, storico dell’università della Georgia, A nation of Counterfeiters: Capitalists, Con Men, and the Making of the United States Una nazione di contraffattori: capitalisti, truffatori e la creazione degli Stati Uniti, 2007, Harvard University Press. 

[42] Di F. Rampini, in un rilevante articolo di presentazione de libro di Mihm, su la Repubblica, 9.9.2007, Le fabbriche dell’orrore: una storia già raccontata.

[43] The Economist, 8.9.2007

[44] Come scriveva il Japan Times, 21.5.2001, G. Clark (presidente della Tama University di Tokyo, una selettiva e influente università privata nippo-americana), U.S. policy toward Taiwan defies reason La linea degli USA verso Taiwan sfida la ragione (cfr. http://search.japantimes.co.jp/print/eo20010521gcv.html/).

[45] Lo aveva anticipato già a luglio il New York Times, 19.7.2007, New Bishop in China but not Pope’s Choice— In Cina, un nuovo vescovo ma non scelto dal papa; e BBC News, 21.9.2007, China installs Pope-backed bishop— La Cina installa un vescovo sostenuto dal papa (cfr. http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/asia-pacific/7005927.stm/).

[46] Real Russia Project, 5.9.2007, C. Ganske. Bringing back babies¾ Far ritornare i bambini (cfr. www.russiablog.org/ 2007/09/bringing_back_babies_russia_se.php/).

[47] The Economist, 29.9.2007.

[48] The Economist, 15.9.2007; e 29.9.2007.

[49] New York Times, 19.9.2007, S. Schmemann, Vladimir Putin: Sure of His Power on the Verge of Leaving Office¾ Vladimir Putin, sicuro nel suo potere e vicino a lasciare il suo posto.

[50] Agenzia Stratfor, 21.9.2007, 14:23 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).     

[51] Stratfor, 21.9.2007, 14:28 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).

[52] Stratfor, 21.9.2007, 18:00 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).

[53] Stratfor,   5.9.2007, 11:46 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).

[54] Agenzia Interfax, 19.9.2007, Russia could return to CFE if partners ratify its adapted version¾ La Russia pronta a tornare al Trattato CFE se gli altri partners ne ratificassero la versione adattata [da anni già concordata e approvata] (cfr. www.interfax.ru/e/B/politics/28.html?id_issue=11860425/).

[55] The Economist, 22.9.2007.

[56] New York Times, 7.9.2007, M. Landler, Europe’s Bank Leaves Key Interest Rate Unchanged La banca europea lascia dov’è il tasso chiave d’interesse

[57] Stratfor, 6.9.2007, 11:15 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).

[58] The Economist, 15.9.2007.

[59] The Economist, 8.9.2007.

[60] Le Monde,19.9.2007, P. Ricard, La libéralisation du marché de l’énergie défendue par Buxeles divise les Européens.

[61] Intervista del vice-ministro dell’Economia Joachim Würmeling al Süd-Deutsche Zeitung, 7.9.2007.

[62] New York Times, 17.9.2007, K. J. O’Brien, European Court Rejects Microsoft Antitrust Appeal La Corte europea respinge l’appello della Microsoft contro l’antitrust.

[63] New York Times, 18.9.2007, K. J. O’Brien e S. Lohr, Microsoft Ruling May Bode Ill for Other Companies— La sentenza Microsoft può anche danneggiare altre imprese.  

[64] New York Times, 21.9.2007, edit., Regulating Microsoft¾ Regolare la Microsoft.

[65] The Economist, 1.9.2007.

[66] The Economist, 25.8.2007, Too energetic a friendship: an attempt to bypass Russia annoys the United States… Un’amicizia troppo energica: un tentativo di scavalcare la Russia che fa arrabbiare gli Stati Uniti… Già….

[67] Agenzia Reuters, 1.9.2007, Italy to back “non-traumatic” independence on Kosovo L’Italia appoggerà una indipendenza “non traumatica” del Kosovo  (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/L012086.htm/).

[68] Cfr. Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Risoluzione 1244 (1999). Che esplicitamente dichiara, al #10 di “riaffermare l’impegno di tutti gli Stati membri alla sovranità ed all’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia e di tutti gli altri Stati della regione, così come definiti nell’Atto finale di Helsinki e nell’Allegato 2”; e al #11 di “riaffermare la richiesta delle precedenti risoluzioni di un’autonomia sostanziale e di una significativa autoamministrazione per il Kossovo”… (cfr. www. unmkonline.org/misc/N9917289.pdf/).

    E, ora, l’impegno allora sottoscritto solennemente da tutti i paesi dell’ONU – e in base al quale soltanto (lo riconosce, nero su bianco, il testo stesso della risoluzione, al #9) la Serbia, allora la Jugoslavia dell’immediato post-Milosevic, diede il suo assenso all’arrivo delle truppe NATO in Kossovo, vede cambiata – almeno nelle intenzioni di molti – la disposizione chiave (non più autonomia amministrativa e politica piena ma proprio indipendenza).

[69] International Herald Tribune, 5.9.2007, N. Wood, Serbia threatens to use force if West recognizes Kosovo La Serbia minaccia di usare la forza se l’occidente riconosce il Kossovo..

[70] Agenzia IRNA, 10.9.2007, Berlin distances itself from US threats to recognize Kossovo’s independece¾ Berlino prende le distanze dalle minacce americane di riconoscere l’indipendenza del Kossovo (cfr. www2.irna.ir/en/news/view/menu-

[71] Guardian, 13.9.2007, I. Traynor, Agree to police reform or forget talks, UE tells Bosnian leaders— Mettetevi d’accordo sulla riforma della vostra polizia o scordatevi i negoziati, dice l’UE ai leaders bosniaci.

[72] Daily Telegraph, 6.9.2007, T. Helm e B. Waterfield, Brown vote hint if EU reneges on deal— Brown accenna al referendum se l’UE si rimangerà l’accordo [bisognerà vedere, certo, come le parti interpreteranno la lettera e lo spirito dell’accordo...].

[73] International Herald Tribune, 11.9.2007, EU to allow Britain and Ireland to retain imperial measurements¾ L’UE lascerà che Gran Bretagna e Irlanda mantengano il loro sistema di misure imperiale [non quello metrico, come era stato deciso].

[74] Daily Telegraph, 10.9.2007, A worthwhile cause for the TUC to take up— Una causa che vale e che il TUC deve far sua.

[75] Guardian, 13.9.2007, B. Barber, More Europe, not less.

[76] In buona sostanza: la CBI non vuole che il trattato sia approvato per referendum ma vuole che sia approvato così dal parlamento, con la deroga che esenta i datori di lavoro dall’onorare i diritti sociali europei; il TUC vuole anzitutto che la deroga sui diritti sociali salti e, per stringere Brown, anche se del referendum non è entusiasta, gli dice di star attento che, allora, deve almeno passare per un referendum popolare.

[77] Guardian, 12.9.2007, S. Katwala, Bring back social Europe.

[78] Guardian, 12.9.2007, I. Traynor, Poland blocks EU protest over death penalty— La Polonia blocca la protesta dell’Unione contro la pena di morte.

[79] New Europe, 22.9.2007, Estonia says “no” to Nord Stream pipeline construction— L’Estonia dice “no” alla costruzione del metanodotto Nord Stream (cfr. www.neurope.eu/articles/78049.php/).

[80] New York Times, 27.9.2007, D. L. Stern, Kazakhstan Moves to Alter Oil Company Contracts Il Kazakstan si muove per cambiare I contratti delle compagnie petrolifere.

[81] The Economist, 1.9.2007.

[82] White House,  12.7.2007, Benchmark Assessment Report,— Rapporto di valutazione degli obiettivi di riferimento (cfr. www. whitehouse.gov/news/releases/2007/07/20070712.html/)

[83] New York Times, 25.9.2007, A. J. Rubin, Campaign Seen Against Iraqi Security Officials Una campagna scatenata specificamente contro le forze di sicurezza irachene.

[84] Yahoo! News, 6.9.2007, R. Colwin, Iraq says won't disband police despite U.S. report¾ L’Iraq afferma che, malgrado il Rapporto [del Congresso americano] non scioglierà la sua polizia [nazionale] cfr. www.news.yahoo.com/s/nm/20070906/ts _nm/iraq_police_dc/).

[85] Dal quotidiano iracheno Azzaman, 7.9.2007.

[86] Agenzia al-Iraqi, 15.9.2007, Sadr says he may pull out of the United Iraqi Alliance¾ Sadr afferma che potrebbe uscire dall’Alleanza irachena unita: ma non subito, necessariamente, dal governo, si affretta ad aggiungere l’agenzia che è proprietà… del governo (cfr. www.aliraqi.org/forums/showthread.php?p=147624437/)

[87] Sidney Morning Herald, 17.7.2004, Allawi shot prisoners in cold blood: witnesses¾ Testimonianze dirette: Allawi ha freddato diversi prigionieri a sangue freddo  (cfr. www.smh.com.au/articles/2004/07/16/1089694568757.html/).

[88] Su Al Arabiya, 6.9.2007. E International Herald Tribune, 6.9.2007, (A.P.), U.S. officials contacted members of Baath party to convince them to join politics, official says Un alto ex esponente del governo iracheno dice che esponenti del governo statunitense hanno preso contatto con esponenti del partito Baath per convincerli a rientrare nel processo politico

[89] Radio Free Europe, 20.9.2007, KR, Premier speaks out against Allawi’s relations with Ba’ath party Il premier si pronuncia contro I contatti di Allawi col partito Ba’ath (cfr. www.rferl.org/newsline/2007/09/6-SWA/swa-200907.asp/).

[90] Nota congiunturale 8-2007. Per il testo completo della valutazione di intelligence (firmato da tutti i massimi esponenti dei servizi insieme), cfr. www.dni.gov/press_releases/20070717_release.pdf/; e New York Times, 18.7.2007, S. Shane, 6 years After 9/11, the Same Threat— 6 anni dopo l’11 settembre, l’identica minaccia.

[91] New York Times, 10.9.2007, M. R. Gordon, Delay Decision on Major Troop Cuts, General Says Rinviate la decisione su tagli rilevanti alle truppe, dice il generale [non è possibile sottacere, nel rileggere questa firma, che Gordon è uno dei due reporters che al NYT, riproducendo senza commenti e senza alcuna verifica le panzane di Bush e dei suoi generali nel 2002-2003, prepararono e “montarono” il caso contro l’Iraq. La giornalista sua collega fu licenziata, lui fu graziato incassando solo una reprimenda. Ma, come si vede, non servì proprio a niente].

[92] Guardian, 31.8.2007, E. MacAskill, US failing to meet most benchmarks in Iraq, says study¾ Uno studio [del Congresso] afferma che gli USA hanno fallito gli obbiettivi di riferimento che s’erano dati per l’Iraq.

[93] New York Times, 11.9.2007, A. J. Rubin e D. Cave, A Tale of Two Speeches: In Washington, American Ambassador’s Tone Is Uncertain— Il racconto di due discorsi: a Washington, il tono dell’ambasciatore americano è incerto [notate la leggerezza del…tono: al minimo, per decenza, visto quello che riferiscono nell’articolo, avrebbero dovuto chiamarlo “reticente”].

[94] Alla fine del dibattito, dopo le deposizioni di Crocker e Petraeus, il Senato ha votato una mozione – l’unica su cui si sia espresso – che ha visto convergere i voti di 72 senatori, contro 25: molti democratici dunque, compresi wqueli cvhe avevano appena finito di attaccarlo nel dibattito proprio epr le cose di cui era stato accusato.

    La mozione esprimeva la “ferma condanna del Senato contro gli attacchi all’onore ed alle integrità del generale”. Attacchi consistenti nell’averlo messo sotto accusa in una densa pagina pubblicitaria acquistata sul NYT da un comitato di azione contro la guerra ed intitolata “Il generale Petraeus o il generale che ci sta tradendo? E’ un fatto che, per conto della Casa Bianca, sta truccando i libri sull’Iraq…”.

    Linguaggio inusuale, però perfettamente aderente alla realtà che riflette nel testo, documentandola scrupolosamente per il testo del blog che cita il documento e raccoglie le reazioni (tutte contro quei pecoroni del Senato, soprattutto i democratici che tremebondi criticano le loro stesse accuse documentate), New York Times, 21.9.2007, Blog (cfr. http:// opinionator.blogs.nytimes.com/2007/09/20/the-vote-on-petraus/index.html?ref=opinion/).  

[95] New York Times, 13.9.2007, C. Hulse, Disappointed Democrats Map Withdrawal Strategy¾ I democratici delusi disegnano strategie [già… ma quail?] di ritiro.

[96] New York Times, 20.9.2007, D. M. Herszenhorn e C. Hulse, Effort to Shift Course in Iraq Fails in Senate Fallisce in Senato il tentativo di alterare il corso delle cose in Iraq. E fallirà ancora finché chi propone un altro corso non dice chiaro perché: semplicemente perché l’America ha perso e, sempre semplicemente, ha perso perché come quella in Vietnam questa in Iraq era una guerra fabbricata sotto falsi pretesti (l’incidente del “golfo del Tonchino” là, nel 1964; le armi di distruzione di massa che “potevano raggiungere Londra in quarantacinque minuti”, qua: invenzioni pure). Ed ha perso anche perché questa, come quella, era una guerra iniqua..

    Tecnicamente il voto si è svolto su un emendamento, proposta dal Senatore Jim Webb della Virginia, ex militare e già repubblicano, che cercava di legiferare un “intervallo decente” a casa per i soldati prima di rimandarli al fronte, in Iraq. I democratici erano convinti di aver indovinato, con un pizzico di furberia, una formula imbattibile: dalla parte dei soldati, palesemente (noi siamo patriottici, perbacco!), ma, insieme, capace di mantenere la pressione su Bush.

    I repubblicani, però, si sono accorti del marchingegno che, nei fatti, avrebbe reso impossibile una presenza forte e sostenuta delle truppe in Iraq. Ma che l’avrebbe fatto surrettiziamente. E così hanno votato in blocco il loro no, sfidando i democratici “ad avere il coraggio delle loro convinzioni”: senza trucchi e apertamente. E l’asino (il simbolo del partito democratico è l’asinello) lì è cascato… 

    Ora – come spiega un pezzo di buon giornalismo chiarificatore sul Guardian  (M. Tomasky, 24.9.2007,  Democrats can’t win¾ [Perché] i democratici non possono vincere) il Senato, per sua natura, perché così l’hanno voluto i padri fondatori a protezione delle minoranze da quella che Hamilton chiamava la “dittatura della maggioranza”, impedisce alle maggioranze di operare secondo la regola di ogni democrazia: quella che la maggioranza, appunto, almeno numericamente ha sempre ragione.

    Nel Senato, così, secondo vetusti, arcaici, ma sempre efficaci suoi marchingegni, perfino un solo senatore riesce a bloccare tutto. Il risultato pratico è che, nella sua storia, il Senato è stato un corpo elettorale intermedio profondamente conservatore: nei fatti, sempre, l’ultima linea di difesa dei reazionari.

    A meno che, appunto, la maggioranza che c’è non decida di forzare il passo, vada all’attacco, denunci in sintonia con la gente e con la stragrande maggioranza degli elettori l’ostruzionismo della minoranza. Ma per farlo con successo, e per seppellire sotto una valanga di proteste, di appelli e di minacce di voto contrario alle elezioni i senatori recalcitranti – funziona così; ha funzionato così, se minacci di cacciarli via magari non votano ma non bloccano neanche più il voto – bisogna che prima i democratici si mettano d’accordo tra loro.

    Devono scegliere la strada maestra: quella che già aveva loro dato la vittoria a novembre 2006 e che hanno buttato alle ortiche— rifiutandosi per neghittosità, per vigliaccheria, per incertezza di continuare a percorrer: via dall’Iraq, adesso, cioè appena è tecnicamente possibile. Farlo è possibile, strozzando al presidente la sua guerra col negargli i soldi per portarla avanti. Questo devono imparare a chiedere ed ordinare al presidente. Perché è l’unico modo in cui si difende la vita e, di più, la dignità dei loro soldati, si mostra concretamente amor di patria.

[97] Con parole molto più moderate delle nostre – quelle che usiamo noi, per nostra scelta, sono più confacenti all’evangelico sì-sì, no-no, però – lo stesso concetto emerge da un altro importate editoriale del NYT (che, come sempre, è molto meno equivoco dei suoi servizi giornalistici) e lo sintetizza così: “I democratici non hanno, o [più esattamente]non riescono a chiamare a raccolta, la forza politica necessaria a garantire che il Congresso faccia quel che è chiamato a fare: prendete posizione netta sulle cose di fondo”: posizione netta, chiara, senza inciuci, diremmo noi (New York Times, 21.9.2007, edit., In Search of a Congress¾ In cerca di un Congresso).

    Pure va ancora alla grande la tesi bipartisan che sempre, forse, ma mai così esplicitamente come adesso,  pure Walter Veltroni fa sua (lettera a la Stampa, 21.9.2007, Nel mondo una politica bipartisan).

     E che Alastair Campbell – l’uomo ombra di Blair a Downing Street, il pubblicitario, giornalista, PR entrato nella cronaca politica inventandosi l’essenza della politica di Tony Blair e poi identificandosi (e aiutando a identificarla) con la parola spin (che, in lingua italiana, si può tradurre solo con tre termini fusi insieme: distorcere, mentire, nascondere) – oggi impudentemente racconta nelle sue memorie (The Blair Years¾ Gìi anni di Blair, 2007, Knopf ed., Londra) e sui quali pontifica su la Repubblica, 21.9.2007, che Per vincere in Italia serve la ricetta di Blair:

    Proprio la ricetta bipartisan, quella centrista per forza che sembra tanto sensata ma prescinde, in realtà, da ogni valore e ogni credo, accontentandosi della vecchia genuflessione tardo sovietica: nessuno credeva più con passione e con fede alla vulgata del marxismo-leninismo ma, per un viver tranquillo, ci si doveva comunque genuflettere facemdo finta di crederci…

[98] New York Times, 3.9.2007, (A.P.), British Troops Withdraw From Basra, Iraq’s Second Largest City Le truppe britanniche si ritirano da Bassora, la seconda città irachena.

[99] Una photo opportunity con un po’ di soldati plaudenti e con un po’ di dirigenti iracheni a stringergli al mano: per dire, sono qui, ci resto, fidatevi di me, o ai già convertiti o a dei disgraziati che da lui completamente dipendono¾ pare che abbia promesso al primo ministro al-Maliki di “riconsiderare” la policy di accesso in America per quei collaboratori degli USA che vogliono andarsene (migliaia e migliaia): chi sa, lo stesso Maliki…. Per evitare una scena – e, stavolta, in diretta CNN e perfino FOX – come quella della fuga dal tetto dell’ambasciata di Saigon nel ’75 (vedi New York Times, 4.9.2007, D. S. Cloud e S. L. Myers, Bush in Iraq, Says Troop Reduction is Possible¾ Bush in Iraq dice che una riduzione di truppe è possibile: accoglie in sostanza la richiesta della maggioranza schierata contro di lui ma – dice, anche se nessuno gli crede – che adesso è possibile perché stiamo vincendo o, insomma, quasi; e che la riduzione avverrà solo “dopo una valutazione ponderata e responsabile da parte dei comandanti americani sul campo”: cosa tanto ovvia e scontata, cioè, da risultare straordinariamente curiosa solo per essere stata detta in quel contesto).                        

[100] Daily Telegraph, 10.9.2007, US ‘delayed UK pull-out’ from Basra¾ Gli USA hano ‘ritardato’ il ritiro britannico da Bassora (cfr. www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2007/09/10/wiraq110.xml/).

[101] Gen. M. Jackson, SoldierSoldato (autobiografia e, disgraziatamente per Jackson, lo stesso identico titolo delle memorie di Colin Powell, pubblicate un anno fa): a puntate, nel mese di settembre 2007, sul Daily Telegraph.

    Su questo punto, rivelatrice della propensione di questo presidente a far politica dicendo il falso, per poi far finta di scordarsi di averlo detto, è l’accusa da lui fatta (implicitamente: ha detto, in un libro di prossima pubblicazione – mica scritto da lui, non sia mai: una volta si vantò neanche di leggerli, i libri, salvo poi capire che era opportuno smentirsi – ma scritto da un suo tifoso dichiarato: R. Draper, Dead certain¾ Sicurissimo) che la linea del suo governo era stata quella di “mantenere intatto l’esercito iracheno” ma “che non era andata così”…) al suo famiglio e primo proconsole plenipotenziario in Iraq, L. Paul Bremer di aver deciso da solo, senza preavvisarlo, lo smantellamento di tutte le forze armate irachene, la linea catastrofica (non sono solo gli inglesi a dirlo, tra quelli che la guerra comunque la vollero e la condussero con gli americani) della desaddamizzazione forzata e a tempi forzati dell’unica forza che, al di là delle atrocità commesse, comunque garantiva un qualche ordine civile e la convivenza alle comunità dell’Iraq.

    Bremer ha reagito, però. E ha fatto pubblicare le due lettere – la sua e quella di Bush – da cui appare chiarissimo che mentre – è vero – fu lui e furono i suoi neo-cons a suggerirlo, Bush gli disse subito, il giorno dopo, che “lui aveva il suo totale sostegno e la sua totale fiducia”. E, quindi, quello per lui diventava un ordine da eseguire.

    Ma, certo, è strabiliante il modo di ragionare: sì, lo abbiamo fatto, ma non è colpa mia, io ho proposto ma a decidere è stato lui: e, in ogni caso, anche se qui mi affanno a giustificarla come se fosse stata una decisione sbagliata, quella di smantellare era la decisione… giusta).

     E, adesso, siamo allo scaricabarile (New York Times, 4.9.2007, Envoy’s Letter Counters Bush on Dismantling of Iraqi Army¾ La lettera dell’ambasciatore smentisce Bush sullo smantellamento dell’esercito iracheno. Allegati all’articolo anche i testi integrali delle due lettere.

[102] Sulle cavolate che ha detto e combinato lui stesso, e poi non tanto abilmente tentato di nascondere sotto il tappeto, cfr. Guardian, N. Mills, cit.: nel 2004  era in Iran già da diciotto mesi e scrisse un articolo ispirato sul Washington Post (26.9.2004, Battling for Iraq¾ Lottando per l’Iraq) che adesso ha anche detto che vorrebbe dimenticare – e ti credo! – nel quale esaltava   

[103] Guardian, 5.9.2007, N. Mills, The Petraeus report¾ Il rapporto Petraeus; e, per la testimonianza integrale del ten. gen. David Petraeus, in occasione della deposizione resa per la conferma della nomina presidenziale a comandante supremo in Iraq, vedi Sottocomitato per le Forze Armate del Senato (cfr. http://armed-services.senate.gov/testimony.cfm? wit_id= 59958id=2497/).

[104] New York Times, 15.9.2007, B. Woodward, Greeenspan Is Critical Of Bush in Memoir¾ Greenspan critica Bush nelle sue memorie; 17.9.2007, Ouster Of Hussein Crucial For Oil Security¾ La cacciata di Hussein cruciale per la sicurezza del[le forniture di] petrolio; e Financial Times, 17.9.2007, Greenspan alert on homes¾ Greenspan allarmato per [i prezzi del]le case.

    Si tratta di due interviste, il primo e il terzo articolo, e di un pezzo di approfondimento sul risvolto Iraq, il secondo, dell’ex presidente della Fed per pubblicizzare l’uscita di un libro di memorie, a dire la verità abbastanza tirato via per fare soldi (A. Greenspan, The Age of Turbulence¾ L’era della turbolenza, 2007, Penguin Press, New York) e carico di un cinismo candido, a suo modo, freddo e anche un po’ ributtante perché giocato sulla pelle di migliaia di giovani americani e di centinaia di migliaia di iracheni, insorti e civili, che contraddistingue questo messere.

[105] Ma forse ci riproveranno. Perché non imparano niente da niente, questi qui, e alla luce di quel che sapevamo, delle panzane che ci avevano raccontato, di quel che ora con indifferenza conferma uno come Greenspan, adesso l’attacco all’Iran da che sarebbe mai motivato davvero?

[106] New York Times, 27.9.2007, D. S. Cloud, U.S. Needs ‘Long-Term Presence’ in Iraq, Gates Says Gates afferma che gli USA hanno bisogno di una ‘presenza di lungo periodo’ in Iraq.

[107] New York Times, 28.9.2007, Runaway (Spending) Train Il treno senza freni (della spesa).

[108] Una delle tante fonti che citano sul tema quanto detto da Bush in una chiacchierata nello studio ovale alla Casa Bianca con una delegazione palestinese sul tema, smentita ufficialmente ma confermata poi in mille altri modi dai presenti e da almeno quattro libri di memorialistica bushottiana è sull’Independent, 7.10.2005, R. Cornwell, God told me to invade Iraq¾ Me l’ha detto Dio di invadere l’Iraq Un’altra fonte, più a caldo, il 24.6.2003, è un lungo articolo sul giornale israeliano Haaretz,‘Road map is a life saver for us’, Abbas tells Hamas¾ ‘La road map per noi è un salvagente’, Abbas dice a Hamas, citando dai verbali dell’incontro con Bush cui aveva partecipato e di cui riferiva Abu Mazen (cfr. www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?ItemNo=310 788&contrassID=2&subContrassID=1&sb Sub ContrassID=&listSrc=Y/).

[109] La documentazione della posizione del sindacato iracheno, in Democracy Now, 6.7.2007, Founder of Iraqi’s Oil Workers Union Rejects U.S.-Backed Oil Law as “Robbery” Il fondatore del sindacato iracheno dei lavoratori del petrolio respinge come un “furto” la legge sul petrolio sostenuta dagli USA (cfr. www.democracynow.org/print.pl?sid=07/07/06/       1359232/); sul sito della Confederazione Internazionale dei Sindacati (6.6.2007, Iraq: ITUC Calls on Authorities to Withdraw Military from Oil Strike¾  La CIS chiede al governo iracheno di cessare la repressione militare degli scioperi del petrolio; e sul sito dell’AFL-CIO statunitense (cfr. www.aflcio.org/) e, più specialmente, AFL-CIO Solidarity Center and U.S. Labor Against The War (cfr. www.iraqitradeunions. norg/ archives/00 1 083.html; e www.uslaboragainstwar.org/ article.php?id=14393/).               

[110] International Herald Tribune, 15-16.9.2007, P. Krugman, A surge, and then a stab— Un’impennata e poi una pugnalata [dove la pugnalata, contro la politica ufficiale del presidente, è l’accordo separato che un petroliere amico suo e proprio di casa sua, Ray L. Hunt, di Dallas (tra l’altro, su nomina bushottiana, anche membro del Consiglio consultivo sui Servizi Segreti della Casa Bianca…) ha raggiunto col governo del Kurdistan iracheno per l’estrazione e la gestione separata sul petrolio della regione…

    Una mossa che, “pur riconoscendo alla Hunt il diritto che le è proprio – Dio scampi e liberi… – di far affari”, a Bagdad l’Ambasciata riconosce andare contro i fini di politica estera degli Stati Uniti “tesi al rafforzamento del governo centrale iracheno” (New York Times, 28.9.2007, A. J. Rubin e A. E. Kramer, Official Calls Kurd Oil Deal at Odds With Baghdad Esponente americano chiama l’accordo sul petrolio coi curdi contrario agli interessi iracheni).

    Poi qualche dubbio viene, a riflettere sul fatto che per anni – dopo che l’Iran era stato bollato ufficialmente da Bush come membro ufficiale dell’ “asse del male” – la Halliburton del vice presidente Cheney firmava con Teheran fior di contratti... Qualche dubbio e una certezza di fondo: che, ormai, il petroliere (e famiglio dei servizi segreti americani) Ray Hunt – almeno: e non è poco – è convinto che il governo iracheno si stia frantumando.

[111] New York Times, 13.9.2007, J. Glanz, Compromise on Oil Law in Iraq Seems to Be Collapsing¾ Il compromesso sulla legislazione petrolifera sembra collassare in Iraq.

[112] Guardian, 14.9.2007, S. Goldenberg, Bush appeal undercut by killing of Sunni ally L’appello di Bush stroncato dall’uccisione del suo alleato sunnita

[113] New York Times, 14.9.2007, edit., No exit, no strategy, no truth on Iraq Nessuna uscita, nessuna strategia, nessuna verità sull’Iraq.

[114] New York Times, 3.9.2007, J. Leland, A Way Out of Debt by Way of Iraq Un modo di uscire dal debito, via l’Iraq.

[115] New York  Times, 27.9. 2007, J. M. Broder e J. Risen, Blackwater Tops Firms in Iraq in Shooting Rate— La Blackwater è la prima tra le ditte in Iraq quanto a tasso di fuoco.

[116] New York Times, 21.9.2007, S. Tavernise e J. Glanz, Guard’s Shots Not Provoked, Iraq Concludes Le fucilate dei guardioni non provocate, conclude l’Iraq.

[117] Arab Gulf Group, Oil and Gas Investment, 12.9.2009, Saudi to fence off Iraq¾ I sauditi ergeranno una muraglia tutto intorno alI’ Iraq (cfr. http://oilinvestments.blogspot.com/2007_09_01_archive.html/).

[118] Riportata largamente, tra virgolette, dal Guardian, 19.9.2007, P. Wintour, West’s strategy on terrorism: all wrong, says Ashdown— La strategia dell’occidente contro il terrorismo: tutta sbagliata secondo Ashdown.

[119] IISS, Strategic Survey Summer 2007 Rapporto strategico Estate 2007, Executive Summary— Sintesi (cfr. www.iiss. org/publications/strategic-survey-2007/strategic-survey-2007-contents /).

[120] Comunicato del sen. Biden, Biden Plan for Iraq Emerges as Consensus, Bipartisan Path Toward Ending War Il piano Biden per l’Iraq emerge come percorso di consenso bipartisan per mettere fine alla guerra  (cfr. http://biden.Senate.gov/ newsroom/details.cfm?id=284259&&/); e Turkish Daily News, 28.9.2007, US Senate calls for Iraq decentralization Il Senato americano chiede la decentralizzaione dell’Iraq (cfr. www.turkishdailynews.com.tr/article.php?enewsid=84571/).

[121] Guardian, 30.9.2007, Q. Abdul-Zahrah, U.S. Embassy Condemns Iraq Division Plan L’Ambasciata americana condanna il piano di divisione dell’Iraq.

[122] Del New York Times, 4.9.2007, Il ritorno dei talebani.

[123] Dawn, Karachi, 10.9.2007, Taliban says ‘ready for talks’ I talebani dicono ‘pronti a negoziare’  ((cfr. www.dawn.com/ 20070910/rss.htm/).

[124] Stratfor, 12.9.2007, 15:09 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).

[125] Yahoo! News, 18.9.2007, H. Smalizi, Afghan govt rejects preconditions for Taliban talks¾ Il governo afgano respinge ogni precondizione per I negoziati coi talebani.

[126] Cn news, Canada, 30.9.2007, (A.P.), Joseph Straziuso, Taliban refuse Karzai peace talks— I talebani rifiutano i colloqui di pace offerti da Garzai (cfr. http://cnews.canoe.ca/CNEWS/War_Terror/2007/09/29/4536591-ap.html/).

[127] Guardian, 25.9.2007, D. Summers e H. Siddique, Browne signals Iraq pull-out and opens door to Taliban in AfganistanBrowne segnala il ritiro dall’Iraq e apre la porta ai talebani in Afganistan [porta, del resto, difficile da richiudere dopo che l’aveva aperta Karzai…].

[128] Der TagesSpiegel, intervista a M. ElBaradei, 2.9.2007, Letzte Chance für Teheran— Ultima chance per Teheran [e si può discutere se è questa la vera notizia dell’intervista o quella dell’accordo raggiunto…] (cfr. www.tagesspiegel.de/ politik/Internaitonal-Iran-Atomstreit;art123,2371217/).

[129] A el-Baradei non è andato giù che dagli USA abbiano accusato l’AIEA di farsi manipolare dall’Iran. Ha ricordato secco non solo che “sono accuse del tutto false, anche perché non è tecnicamente possibile manipolarci”. Ma ha aggiunto sarcastico che chi s’è lasciato manipolare anni fa – se, poi, di manipolazione s’è trattato davvero e non di peggio – è stato qualcun altro: da armi di distruzione di massa che non esistevano; e che gli ispettori dell’AIEA avevano correttamente detto che non esistevano…

[130] International Herald Tribune, Bloomberg, 8-9.9.2007, El-Baradei denounces ‘war drums’ over Iran— El-Baradei denuncia i ‘tamburi di guerra” contro l’Iran.

[131] Guardian, 10.9.2007, A. Edalat e M. Shahabi, Changing course on Iran— Sull’Iran, cambiare rotta.

[132] Iran Focus, 2.9.2007, Agenzia France Presse (AFP), Iran has over 3,000 centrifuges¾ L’Iran ha più di 3.000 centrifughe (cfr. www.iranfocus.com/modules/news/article.php?storyid=12282/).

[133] TNP, Art. IV,1.: “Nessuna disposizione del presente Trattato deve essere considerata come pregiudizievole per il diritto inalienabile delle parti di promuovere la ricerca, la produzione e l’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare, senza discriminazione e conformemente alle disposizioni degli articoli I e II qui innanzi”( Testo della traduzione ufficiale del Trattato di non proliferazione nucleare concluso a Londra, Mosca e Washington l’17.1968, ratificato il 5.3.1970 (cfr. www.difesa.it/NR/rdonlyres/CDCF3659-509C-4EF8-9275-B979AF6A120E/0/Trattato_ non _proli fe ra zione.pdf/).

    In definitiva: chi volesse attaccare l’Iran dovrebbe per onestà intellettuale e politica rispondere almeno ad alcune, poche, domande:

• Ma l’Iran ha, o no, il diritto inalienabile, come quello di ogni altro paese, all’energia nucleare per scopi civili?

• Ma l’Iran,  ha o no il diritto di fabbricare le armi che vuole, potenzialmente  anche le armi nucleari, come USA, Russia, Israele e compagnia bella (o brutta)?

• Un intervento militare contro un paese – contro qualsiasi paese – diventa legittimo, in diritto internazionale, se lo decide l’ONU solo perché lo basa su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che proibisce l’acquisizione di armi di distruzione di massa all’Iran? Ma nessuna delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza votate sulla questione accusa l’Iran di aver fabbricato o di star fabbricando bombe atomiche: semplicemente perché neanche gli americani – dopo gli israeliani, che si sono intestati l’accusa  – ne hanno le prove. E allora?

    E dovrebbe riflettere a qualche conseguenza di scelte azzardate e sbagliate:

• L’Iraq: non aveva armi di distruzione di massa, è stato devastato ed è sempre occupato ormai a quasi cinquie ani dall’invasione 

• L’Iran: non ha armi di distruzione di massa, potrebbe essere devastato ma non occupato (è ben altra cosa rispetto all’Iraq per dimensione, popolazione, forza anche militare)

• Ma, a quel punto, chi attacca, distrugge e devasta un paese perché lo sospetta – anche se non sa portarne le prove – di volersi appropriare di un diritto che è il suo, con quale faccia potrebbe obiettare alla rappresaglia di chi è attaccato, distrutto e devastato? a dieci, cento Torri gemelle, all’attacco alle truppe occupanti in Iraq, sul fronte del petrolio, ecc., ecc…

[134] New York Times, 26.9.2007, W. Hoge, Iran President Vows to Ignore U.N. Measures Il presidente iraniano impegna l’Iran ad ignorare le misure ONU.

[135] Agenzia IRNA, 12.9.2007, Russian president due in Teheran in mid October¾ Il presidente russo in visita a Teheran a metà ottobre (cfr. www2.irna.ir/en/news/view/line-24/0709128563103356.htm/)

[136] New York Times, 17.9.2007, S. R. Weisman, Lack of ID Data Impedes U.N. Sanctions Against Iran La carenza di dati identificativi rende inefficaci le sanzioni contro l’Iran.

[137] Financial Times, 13.9.2007, S. Wagstyl, Russia rejects tougher stance on Iran¾  La Russia respinge sanzioni più dure contro l’Iran.

[138] Stratfor, 28.9.2007, 18:01 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php/).

[139] Le Monde, 17.9.2007, Agenzia France Presse, M. Kouchner évoque la possibilité d'une "guerre" avec l'Iran.

[140] Dante, Divina Commedia, Inferno, III 95-96.

[141] Guardian, 24.9.2007, J. Borger, Iranian president uses TV interview to deny rush to war with US¾ Il presidente dell’Iran usa un’intervista televisiva per negare la corsa alla guerra con gli USA.  

[142] Tornando sul tema, qualche giorno dopo, D’Alema afferma che “non sono accettabili né i bombardamenti né la bomba iraniana” (RAIUNo, Tg 20:30, 21.9.2009). E siamo di nuovo… a bomba— perdonate, se potete, il gioco di parole: perché per far passare, e capire, questa lettura dei fatti – di per sé, diciamo, a noi pur comprensibile – non possiamo darla per assiomatica, per evidente, a tutti ed a tutto il mondo: bisogna spiegare agli iraniani, una volta per tutte, razionalmente perché a loro – e solo a loro – sarebbe proibito fare quello che hanno fatto gli israeliani, i pakistani, gli indiani, dopo russi, americani, cinesi e francesi; farsi la bomba. Che loro, peraltro, negano di volersi fare, sostenuti anche dall’AIEA che afferma di non avere prove del contrario. Loro sostengono, invece, di limitarsi alla ricerca scientifica e tecnologica per la produzione di energia nucleare. Ma anche questo viene negato all’Iran e solo all’Iran.   

[144] Le Figaro, 19.9.2009,.  Entretien avec Bernard Kouchner— Intervista con Bernard Kuchner.

[145] Guardian, 17.9.2007, P. Walker e M. Tran, UN nuclear boss warns warmongers over Iran Il capo ONU sul nucleare ammonisce I guerrafondai sull’Iran.

[147] Yahoo! News, 17.9.2007, R. Burns, Abizaid: World could abide nuclear Iran— Abizaid: il mondo potrebbe ben sopportare un Iran nucleare.

[148] Hojatoslelam significa “autorità sull’islam” e viene gerarchicamente – in quel poco di gerarchia che esiste nell’islamismo specie sciita e particolarmente iraniano – dopo ayatollah, che vuol dire “il segno di Allah”.

[149] Stratfor, 4.9.2007, 22:50 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[150] Vedi il commento dell’ex generale Carlo Jean su La Stampa, 2.8.2007, significativamente intitolato Abu Mazen, boomerang per Israele: “il sostegno anche militare che Israele dà al presidente Abu Mazen potrebbe indebolirlo e rafforzare Hamas consentendogli di prendere il controllo anche della Cisgiordania… Paradossalmente  –  ma non tanto – il sostegno dato ai moderati, anziché sbloccare i processo di pace,  lo arresterà per anni…”.

    Tra parentesi, e Jean fa bene a ricordarlo, bisognerebbe anche rimarcare come Hamas alla nascita, da perfetto apprendista stregone, venne “sostenuto da Israeleche [da partito anzitutto religioso anche se ideologicamente intransigente aiutò, anche finanziariamente a trasformarlo e] lo politicizzò per indebolire Arafat”).  

[151] Gulf in the media news, 6.9.2007, Agenzia Reuters, Iran leader rejects talk of a power struggle— Il leader supremo dell’Iran respinge le chiacchiere di una lotta di potere  (cfr.  www.gulfinthemedia.com/index.php?m=reuters&id=757190& lang=en&PHPSESd=06ad582a439d6692cd9fcbe3e916387e/); e Guardian, 5.9.2007, D. Hiro, An Iranian balancing act Alla ricerca dell’equilibrio iraniano.

[152] Ha’aretz, 19.9.2007, B. Ravid, UN chief: cutting of fuel to Gaza is violation of international law Il capo dell’ONU: tagliare il combustibile a Gaza è una violazione della legge internazionale.

[153] Jewish Telegraphic Agency, 30.8.2007 (cfr. www.jta.org/cgi-bin/iowa/breaking/103912..html/).

[154] New York Times, 21.9.2007, H. Cooper, In Mideast, Web of Careful Phrases Can’t Match Pointed Words¾ Nel Medio Oriente, una rete di dichiarazioni calibrate non regge di fronte a parole pungenti e precise.

[155] The Economist, 8.9.2007.

[156] New York Times, 25.9.2007, M. M. Grynbaum, Home Sales Slip Again; Builder Reports Big Loss Le vendite di case cadono ancora; i costruttori riportano grosse perdite.

[157] New York Times, 29.9.2007, M. M.Grynbaum, Consumer Spending Rises, Easing Fears of a Slowdown La spesa per consumi sale, alleggerendo i timori di un rallentamento.

[158] New York Times, 18.9.2007, V. Bajaj, Foreclosures Surged 36% in August, Report Says Informa il rapporto [Conference Board] che i pignoramenti sono cresciuti del 36% in agosto; e la Repubblica, 19.9.2007, M. Calabresi, Record di pignoramenti per le abitazioni americane.

[159] New York Times, 30.9.2007, G. Morgenson, Can These Mortgages Be Saved?— Ma si possono salvare queste ipoteche?

[160] Cfr. sopra, Nota104.

[161] Guardian, 28.9.2007, J. Kollewe, Greenspan adds to US recession fears— Greenspan rincrudisce la paura di recessione americana.

[162] la Repubblica, 29.9.2007, E. Polidori, Greenspan: vi spiego perché l’euro vi ha salvati.

[163] New York Times, 18.9.2007, edit. Mr. Greenspan Spins the Bubble— Mr. Greenspan distorce [la verità sul]la  bolla.

[164] The Economist, 15.9.2007.

[165] New York Times, 8.9.2007, E. L. Andrews e S. Saulny, Bad News Put Political Glare Onto Economy¾ Le cattive notizie accendono i fari della politica sull’economia [come se fosse uno scandalo e non, invece, normale…]. 

[166] International Herald Tribune, 8-9-9-2007, J. W. Peters, Stocks dive on news of halt in U.S. job growth— Le azioni crollano alla notizia dell’alt nell’aumento di posti di lavoro.

[167] New York Times, 14.9.2007, (A.P.), Consumer Confidence Tumbles in Sept. La fiducia dei consumatori va a rotoli a settembre.

[168] New York Times, 26.9.2007 (A.P.), Demand for Durable Goods Plummets Affonda la domanda di beni durevoli.

[169] New York Times, 21.9.2007, Bloomberg, Economic Indicators Drop the Most in 6 Months as Confidence Ebbs Gli indicatori economici calano al massimo da sei mesi col calare della fiducia.

[170] New York Times, 19.9.2007, E. L. Andrews, Fed Cuts Rate Half Point, and Markets Soar¾ La Fed taglia i tassi di mezzo punto; e i mercati balzano in su [relativamente, si capisce, e temporaneamente].

[171] Financial Times, 18.9.2007, edit., Bold Fed goes for half-point cut¾ La Fed, audace, punta a un taglio di mezzo punto.

[172] The Columbia World of Quotations, 1996: quotation 27743 Il mondo di citazioni della Columbia, 1996: citazione 27443: riferita al processo Helmsley da una sua governante e riportata, ma come “sentito dire”, già nel New York Times, 12.7.1989 (cfr. www.bartleby.com/66/43/27743.html/).

[173] Lettera agli azionisti del Berkshire Investment Fund, che presiede, 8.3.2004 (cfr. http://money.cnn.com/2004/03/06 pf /buffet_ letter/index.htm/).

[174] Semplici… Solo nell’interpretazione, distorta, di questa scuola di pensiero, però: l’abbattimento di ogni protezione per il lavoro più dequalificato e meno costoso e il rafforzamento delle protezioni già esistenti per il lavoro più qualificato— sguatteri e manovali con libero accesso al mercato del lavoro americano, cioè: così più buttano giù i salari a botte di concorrenza sfrenata meglio è…; ma per medici e ingegneri, fior di barrier e all’importazione che se no abbassano i redditi medi di medici e ingegneri americani, specie che ben merita invece al contrario di quella dei manovali di essere protetta.

[175] New York Times, 9.90.2007, T. Cowen, It’s Monetary Policy, Not a Morality Play¾ Ma è politica monetaria, non un operetta morale, questa.

[176] New York Times, 7.9.2007, Bloomberg, Germany: Manufacturing Orders Fall Germania: cadono gli ordinativi del manufatturiero.

[177] The Economist, 1.9.2007.

[178] New York Times, 12.9.2007, N. Kulish, 2 Years After Narrow Victory, Germany’s Merkel Cruises on Her Popularity¾  Due anni dopo una vittoria striminzita, la tedesca Merkel viaggia forte sull’onda  sua popolarità.

[179] Internaitonal Herald Tribune, 1-2-9-2007, J. Dempsey, Speaking of freedom, Merkel means business— Parlando di libertà, Merkel fa sul serio. [Mean business, significa come abbiamo tradotto fare sul serio; ma significa, anche, fare affari: e vuol dire che l’uno e l’altra – lo spiega l’articolo – stanno attenti tutti e due, anche e comunque, a far fare affari ai tedeschi].

[180] The Economist, 8.9.2007.

[181] Guardian, 3.9.2007, D. Gow, Sarkozy hails utilities merger Sarkozy saluta la fusione di pubblici servizi.

[182] Le Monde, 13.9.2007, Laurent Zecchini, La France envisage un retour complet dans l’OTAN La Francia considera di rientrare pienamente nella NATO.

[183] New York Times, 24.9.2007, E. Sciolino e A. Smale, Sarkozy, a Frenchman in a Hurry, Maps His Path¾ Sarkozy, un francese che ha fretta, disegna il suo cammino.

[184] Cfr. Nota172.

[185] le Monde, 20.9.2007, Nicolas Sarkozy ne transigera pas sur les régimes spéciauxNicolas Sarkozy non transigerà sui regimi pensionistici speciali; The Economist, 22.9.2007; Guardian, 19.9.2007, A. Chrisafis, Sarkozy announces pension plans in drive to cull sacred cows— Sarkozy annuncia I suoi piani pensionistici nel tentativo di abbattere le vacche sacre

[186] Tra tutti gli altri, la Repubblica, 27.9.2007, Sviluppo e niente freni al deficit.

[187] Financial Times, 4.9.2007, G. Parker, Brown heaps praise on Thatcher Brown carica di lodi la Thatcher; e  Guardian, 5.9.2007, S. Jenkins, Brown: a true son of Thatcher Brown: un vero figlio della Thatcher.; e 5.9.2007, D. Clark, Following in Maggie’s footsteps Seguendo le orme di Maggie.

[188] Institute for Fiscal Studies, 9.2007 (cfr. htttp://www.ifs.org.uk/search.php/); ne parla, diffusamente ed inizialmente, Accountancy Age, 5.2.2007, P. Sukhrai, £500 billion of government debt hidden by Treasury— 500 miliardi di sterline di debiti del governo nascosti dal Tesoro (cfr. www.accountancyage.com/accountancyage/news/2174151/treasury-hides-debt/).

[189] The Economist, 8.9.2007.

[190] New York Times, 13.9.2007, Premier’s Resignation Leaves Japan in Disarray Le dimissioni del primo ministro lasciano il Giappone in confusione.         

[191] Guardian, 12.9.2007, J. Gittings, Contradictions of a client state Contraddizioni di uno Stato cliente.

[192] Japan Focus, 9.2007 (www.japanfocus.org/)

[193] Guardian, 17.9.2007, J. McCurry, Clear leader emerges in race to be Japanese prime minister¾ Emerge nettamente un leader nella corsa per diventare primo ministro del Giappone; e New York Times, 24.9.2007, N. Onischi, Veteran Lawmaker Chosen as Japan’s Prime Minister Un legislatore di lunga carriera scelto come primo ministro in Giappone.