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     11. Nota congiunturale - novembre 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.11.15

 

Angelo Gennari

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare eventualii spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc433992008 \h 0

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc433992009 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc433992010 \h 2

● Forse riusciremo a fare anche peggio, no? o forse proprio non è possibile... PAGEREF _Toc433992011 \h 12

in Africa. PAGEREF _Toc433992012 \h 14

CINA.. PAGEREF _Toc433992013 \h 15

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc433992014 \h 18

EUROPA.. PAGEREF _Toc433992015 \h 20

● L’Ungheria “Patria cristiana”: per chi ci crede, una vera bestemmia!. PAGEREF _Toc433992016 \h 25

STATI UNITI. PAGEREF _Toc433992017 \h 25

● Uscendo dall’Afganistan, non sbattete troppo forte la porta! E il prossimo drone serve all’inchiesta, lo giuro. PAGEREF _Toc433992018 \h 30

in Canada e in America latina. PAGEREF _Toc433992019 \h 31

GERMANIA.. PAGEREF _Toc433992020 \h 33

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc433992021 \h 33

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc433992022 \h 34

 

 

 

Si  prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di novembre 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilievo

·        Il , in Turchia, elezioni anticipate ad appena cinque mesi da quelle vinte ma senza la sua agognata maggioranza dei 2/3, dal presidente Erdoğan: nel tentativo, appunto, di arrivarci stavolta per modificare come vuole lui – un po’ più autoritariamente – la Costituzione. E per farlo  su basi più patriottardi che, per strappare voti alla destra e al partito dei militari, i repubblicani, sta intervenendo militarmente in Siria - ma poco contro l’ISIS e molto contro il governo di Assad e non per questioni di scarsa democrazia ma perche sono mussulmani come lui ma non sono sunniti – e ha ripreso la guerra dei trent’anni coi curdi coi quali, pure, proprio lui aveva raggiunto un accordo, un pre-accordo negoziato di pace che sembrava funzionare ma che sul piano politico- elettorale non aveva pagato.

Esponendo anche, però, a meno di un mese dalle elezioni, il paese ad attentati misteriosamente terroristici ed apparentemente inspiegabili Come l’attentato dinamitardo  di portata scioccante contro chi manifesta per la pace coi curdi e vede formarsi, probabilmente, una assai poco santa e oscena alleanza interna tra fanatici dell’ISIS e fanatici dell’estremissima destra politica  e ultra-militarista.

·        Il 1° novembre 2015, in Marocco, elezioni parlamentari.

·        Sempre quel giorno, sempre elezioni parlamentari, in Azerbaijan.

·        L’8 novembre, parlamentari in Croazia.

Sempre l’8 novembre, Myanmar, sempre elezioni parlamentari e, indirettamente, presidenziali.

Il 18, nella Repubblica centrafricana elezioni presidenziali e parlamentari. Potrebbero ancora vedersi deteriorare una situazione di sicurezza rovente per gli scambi perpetrati a turno di massacri reciproci e le atrocità tipo dente per dente tra popolazioni cristiane e mussulmane; oppure, ma ci credono in molti di meno, potrebbero  anche acquietarsi.

Dal 21 al 23 novembre, in Egitto, secondo scaglione delle elezioni politiche. Il primo,in ottobre, ha avuto un tasso di partecipazione “penoso” (The Economist, 23.10.2015), a dir quanto sul serio la gente ha imparato a prendere sul serio la democrazia del feld-maresciallo fellone.                      

Il 22 novembre, in Burkina Faso, a appena un mese dal fallito golpe della Guardia presidenziale, elezioni parlamentari e presidenziali.

Il 30 novembre, ancora in Egitto ballottaggio , che probabilmente ci sarà per una verniciata di norma da impartire al processo di queste ultra-fasulle elezioni presidenziali: il feld-maresciallo al-Sisi è il “candidato” solo formalmente non unico... Se mai decidessero di aver bisogno, cioè, di un’altra mano di bianchetto magari  richiesto pro-forma dallo zio d ‘America.

nel mondo in generale

●La Delta Airlines, una delle maggiori compagnie aeree degli Stati Uniti e del mondo che con 4.000 voli giornalieri serve tutti i continenti, ad eccezione dell’Antartide, approfittando del calo del prezzo del greggio ha postato, rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso, nel terzo del 2015, un profitto di $ 1,3 miliardi, 357 milioni in più grazie a un  crollo del 38%della spesa per combustibile (The Economist, 16.10.2015).

●Alla fine della fiera, fatti tutti i conti delle multe inflitte da vari tribunali per uscire dal cumulo di denunce presentate contro la BP per l’incidente della Deepwater Horizon, il pozzo off-shore che il 20 aprile 2010 dopo un’esplosione rovesciò nel Golfo del Messico un mare di petrolio greggio con rilevantissimi danni ambientali.

Ora, la BP,  già nei guai per i ricavi crollati di un greggio che,  soprattutto per ragioni politiche – la “guerra” dell’America alla Russia e all’Iran scatenata dall’Arabia saudita per abbassarne i profitti e punirli, rovinandone l’economia, in definitiva è stata anche condannata a pagare una multa totale per ora fissata di 20,8 miliardi di $.

Dopo che per di più, anche la British Petroleum ha perso molti altri miliardi come la Shell, dovendo abbandonare miliardi di investimenti con la cancellazione dei progetti troppo costosi, quanto a rapporto tra spesa e impresa, di trivellamento nell’Artico (The Economist, 9.10,2015).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●In Libia, militanti dello Stato Islamico hanno attaccato le forze che controllavano il porto di  SidraEl Sider, uno dei principali del paese continuando a avanzare le proprie posizioni dove ovviamente anche lo scontro fra due governi e due parlamenti decine di gruppi settari e divergenze/convergenze tra clans e tribù ha talmente riempito di nulla se non di violenza incontrollata il  potere da creare il vuoto di tutto meno che di scontri e di mille frazionate guerre civili.

Il caos di dieci, cento piccoli rais, ognuno più privo di autorevolezza e autorità di quello vicino e tutti, di potere reale per riempire il vuoto, cioè il caos lasciato dall’assassinato Muammar Gheddafi (Reuters/Africa, 2.10.2015, Islamic State militants attack forces guarding Libya oil port: official―  Miliziani dello Stato Islamico attaccano le forze deì governo ‘ufficiale’ che controllavano un porto petrolifero http://af.reuters.com/article/topNews/idAFKCN0RW0NF20151002).

E, adesso, poi, l’attenzione mondiale anche sul tema dello Stato Islamico ha spostato la sua longitudine tutta all’est del Mediterraneo e, della Libia, fino forse ai prossimi mille morti affogati all’ingrosso (Stratfor – Analysis, 21.8.2015, Libya’s Government Seeks Support It May Not Get― Il governo libico   [primo problema: ma quale?per favore... seriamente] cerca sostegni che potrebbe non ottenere ▬ https://www.stratfor.com/analysis/libyas-government-seeks-support-it-may-not-get).

●Ha detto Abdul Fattah Bani, gestore del giacimento petrolifero di El Fil per conto dell’ENI nel sud ovest della Libia, che è chiuso ormai dall’aprile scorso, che la produzione “riprenderà regolarmente a giorni”. Se si tratta di avvisi analoghi a molti altri precedenti, bisognerà obbligatoriamente correggere in un più cauto: forse..., più o meno normalmente ... e chissà quando sul serio (Libya Herald/Tripoli [dove è pubblicato, malgrado la città sia controllata dal governo, cosiddetto islamista, non riconosciuto], 19.10.2015, El Fil field to resume production “within days” says managerIl campo petrolifero di El Fil riaprirà a giorni https://www.libyaherald.com/2015/10/19/el-fil-field-to-resume-production-within-days-says-manager).

Dice El Bani che la produzione potrebbe “presto” raggiungere “se le riparazioni tecniche indispensabili verranno completate” (già!...) i 130.000 barili al giorno.

●Intanto,viene fatto trapelare negli uffici dell’Unione a Bruxelles i 28 – o almeno alcuni di loro – potrebbero (al condizionale, s’intende) rafforzare i confini del paese e disarmarne le milizie se – se ... – i due governi esistenti e in guerra tra loro, quello riconosciuto e l’altro, quello che comunque occupa la capitale formassero un gabinetto d’unità nazionale.

Sono gli uffici di Mogherini ad ver prodotto il documento fatto circolare nelle capitali dell’Unione prima dell’ennesimo mini-vertice. Si tratta di vedere se le difficoltà evaporano... e se trovano, nel caso, le risorse e la volontà di dar seguito all’ennesimo flatus vocis... Intanto il CdS dell’ONU ha  dato il via libera alla caccia dei barconi carichi di profughi ma manca sempre ogni modus operandi che garantisca, prima ancora poi, l’assenso dei (o del?) governo libico.

Che intanto per la parte “riconosciuta” ha detto formalmente all’ UE e all’ONU che no, non ci sta (Defence Web/Brazzaville, Zaire, 20.10.2015, Libya’s recognised parliament rejects U.N. proposal for unity government― Il parlamento libico riconosciuto respinge la proposta dell’ ONU [che era solo questo... poi] un governo unitario ▬ http://www.defenceweb. co.za/index.php?option=com_content&view =article&id=41120:libyas-recognised-parliament-rejects-un-proposal-for-unity-government&catid-4:Gov ern ance&Itemid=118; e Defence Web, 21.10.2015,  Might Help Disarm Militias, but...― La UE potrebbe dare una manc a disarmare i miliziani, ma... ▬

http://www.defenceweb.co.za)

●Il governo regionale autonomo del Kurdistan iracheno, i cui rapporti si stanno facendo sempre più cattivi con quello turco dopo che Ankara ha rotto con i suoi curdi tregua e rapporti e s’è rimesso a fare la guerra con quella importante minoranza etnica della Turchia, non ha mai ricevuto l’invito a partecipare alla coalizione anti-Stato Islamico messa insieme da Russia, Iran, Siria ed Iraq. Non fa, quindi, parte del centro che a Bagdad coordina e gestisce gli scambi di intelligence sullo SI. La sua, però, ora rischia di diventare una situazione che potrebbe isolarlo ancora di più (Stratfor – 30.9.2015, Iraq: Kurdish Forces Not Part Of Iranian And Russian-Led AllianceIraq: le forze armate curde non fanno parte dell’alleanza russo-iraniana https://www.stratfor.com/situation-report/iraq-kurdish-forces-not-part-iranian-and-russian-led-alliance; e Stratfor – Geopolitical Diary, 13.8.2015, Political Jitters Plague Turkey and Iraqi Kurdistan― Il nervosismo politico scuote Turchia e Kurdistan iracheno ▬ https://www.stratfor. com/geopolitical-diary/political-jitters-plague-turkey-and-iraqi-kurdistan).

●Si inserisce poi – in questo quadro per lo meno machiavellicamente contraddittorio, non solo la guerra rilanciata dal governo di Ankara contri i “terroristi” curdi coi quali (col condannato all’ergastolo Öcalan) stava trattando direttamente da anni il presidente Erdoğan per trasformare la guerra contro i curdi di casa sua da una tregua già in progress in una vera pace negoziata (un bel voltafaccia solo per tentare di  vincere in modo schiacciante le elezioni anticipate con l’apporto, pure, dei patriottardi maggiormente oltranzisti) – l’attentato iper-terroristico del 10 ottobre a Ankara, la capitale economico-politica ordito, come subito vedono tutti, dal cosiddetto “partito dell’oltranzismo” militar-destrorso dei nostalgici, di fatto alleati con l’ISI.

Che il governo accusa di essere stato probabilmente il braccio suicida dell’11 settembre della Turchia. Un attentato efferato scatenato verosimilmente in reazione ai bombardamenti che, sul fronte siriano, la Turchia lascia condurre, alla coalizione americana ora  anche prendendovi parte diretta,anche se sempre con una riluttante partecipazione evidentemente considerata dagli islamisti come un tradimento.  

Fanno cento morti e 500 feriti con due esplosioni dinamitarde suicide mirate a far strage tra migliaia di manifestanti pacifici che chiedevano sulla piazza della stazione centrale al governo di Erdoğan di metter fine alla guerra interna coi curdi che li sta condannando alla fine a tornare essi stessi alla guerra di guerriglia e di ristabilire il rispetto delle libertà civili tradizionali.

Dalla ripresa del conflitto coi curdi, la Turchia ha avuto 150 morti tra i militari di quello che, dopo l’americano è il più numeroso esercito della NATO e la popolazione curda ha subito centinaia e centinaia di suoi caduti, militanti e civili (tipico quel che i turchi hanno lasciato andare avanti dai tollerati loro nemici e strani alleati dell’ISIL per mesi a Kobane, al loro confine siriano) accusa Ankara di essersi deliberatamente fregata di proteggere quella che pure rivendica essere la sua popolazione curda dalle tremende esazioni degli islamisti jihadisti e dai riflessi durissimi della loro guerra civile nella Siria adiacente.

I dimostranti che protestavano ballando e cantando a braccetto una danza popolare, ragazze, ragazzi lavoratori e cittadini convocati da una coalizione sindacale, dalla sinistra tradizionale moderata, dai partiti filo-curdi che  sono ormai la terza forza parlamentare, sono passati ad accusare il governo di intransigenza cieca per le voci indipendenti di dissenso nella società civile (il giorno prima era stato sbattuto in carcere il direttore del quotidiano Zaman) e nel reprimere militarmente le dimostrazioni pacifiche ma di non essere capace di difendere i cittadini da un’ecatombe terrorista come quella di piazza della Stazione centrale (The Washington Post, 10.10.2015, Eric Cunningham, Blasts kill scores at peace rally in Turkey in sign of worsening instabiliyIn Turchia, a segnale di un’instabilità montante [due] esplosioni uccidono un gran numero di persone a una manifestazione per la pace https://www.washingtonpost.com/worldat-least-30-dead-in-turkey-after-blasts-at-peace-rally/2015/10/10/1032baa7-53ec-4ed1-95f4-b8c11bbff7ab_story.html).

●Un importante comandanti del PKK sul campo, Murat Karayilan ha dichiarato il 12 ottobre a diversi organi di stampa dalle montagne del Qandil al confine turco-iracheno, che manterrà, se non viene attaccato, la tregua appena proclamata dal partito in omaggio ai poveri morti dell’attentato alla stazione di Ankara: una decisione assolutamente inaspettata che ha preso il governo del tutto in contropiede e ha connotazioni molto sagaci anche chiaramente politico-elettorali che guadagnano subito il favore di un pubblico stanco, impaurito e che ormai anche qui sospetta le sceneggiate tragiche del potere (Reuters, 12.10.2015, Daren Butler, PKK to keep to ceasefire as conflict drags on in Turkey’s south east― Il PKK continuerà a rispettare il cessate il fuoco anche se il conflitto si trascinerà ancora nel sud est della Turchia ▬ http://uk.reuters.com/article/2015/10/12/uk-turkey-kurds-pkk-idUKKCN0S60WN20151012)

●Con uno sviluppo importante a Ankara: dopo non poche tensioni sugli aiuti militari che la Russia continuava a fornire ai reparti curdi di peshmerga che si battono in prima fila contro lo Stato Islamico, aiutati anche più sporadicamente dagli americani dei quali pure, infatti, Ankara si lamenta. Ma il ministro delle Risorse naturali, Ali Riza Alaboyun, spiega il 9 di ottobre che con la Russia la Turchia non ha alcun contenzioso davvero insormontabile sul’approvvigionamento energetico.

Una settimana prima il presidente Erdoğan sembrava aver ammonito i russi che alcuni sconfinamenti nel suo spazio aereo e la loro campagna pro-Assad avrebbe potuto mettere a rischio le vendite alla Turchia di gas naturale russo. Ora Alaboyun spiega che Erdoğan è stato frainteso  e quanto siano importanti i negoziati in corso su costi e volumi d’acquisto del gas. Così come stanno proseguendo gli altri coloui paralleli  eloqui paralleli così negoziati, essi in stallo al momento, sul gasdotto noto come TurkStream che dovrebbe scavalcare trasportando dalla Russia all’Europa occidentale il carburante altrimenti dipendente dal tragitto per la Crimea sulla costruzione del primo reattore nucleare turco di Akkoyu da parte dei russi (Anadolu AgencyAA/Ankara, 14.10.2015,  No problem over winter gas Russian deliveriesNon c’è alcun problema sulle consegne gas russo http://aaenergyterminal.com/news.php?newsid= 6434974).

●E’ scoppiata, in Israele/Palestina – a giudizio di tutti – la Terza Intifada, la terza ribellione di massa e non solo individuale o di gruppetti di disperati contro lo Stato di Israele della popolazione occupata militarmente di Cisgiordania e militarmente assediata nel ghetto di Gaza. Dopo decine e centinaia di morti e di case distrutte dall’esercito israeliano e il tenere prigionieri in casa propria i palestinesi ad oltranza,  il protervo no di Netanyahu al disegno di due Stati  e due popoli, esplode ora un’altra ondata di dimostrazioni quasi del tutto insensate che vedono levarsi i coltelli contro i mitra dei cosiddetti coloni e contro la potenza di uno Stato che rifiuta ogni ipotesi di essere altro che solo degli “ebrei” e continua a condannare milioni di suoi cittadini ad essere solo di seconda classe o a tenersi per sempre, al massimo, lo status di estranei in casa propria.

Certo, colpe ci sono di qua e di là. Di qua, dove c’è, o sembra esserci poco d’altro ormai se non una coraggiosa, emarginata, minoranza di israeliani, solo l’arroganza montante della superpotenza regionale e atomica che è Israele e del suo volto razzista peggiore che sono i coloni. E, di là, dove c’è ogni giorno di più l’umiliazione frustrante e cocente di chi per dire di no ha solo sassi e coltelli e qualche stupido razzo catorcio e per lo più anche bucone.

Per questo, nel tentare di discorrere seriamente qui di politica, è vietato dimenticare chi, estremista ebreo di destra, e per subornazione di chi (proprio Netanyahu), istigò l’assassinio del primo ministro Ytzak Rabin, poi succedendogli alle elezioni per sbattere giù la serranda al suo programma appena iniziato col rifiuto effettivo dei due Stati per due popoli, a ogni speranza di tregua e di pace e allo stesso sogno del sionismo originale di costruire uno Stato democratico non solo per gli ebrei ma per tutto il popolo che lo avesse abitato. Quello che Benny Netanyahu ha ora seppellito. Per sempre?

●Adesso, per l’ennesima volta, ci riproverà il segretario agli Esteri John Kerry, e senza alcun successo, a meno di fare come, dopo Eisenhower una volta, fece con successo solo un altro presidente americano, Bush senior bloccando ogni aiuto a Tel Aviv finché lui, sempre Netanyahu anche allora (settembre 1991), non si piegò egli stesso cedendo almeno in parte, allora, e dando l’alt alla costruzione di nuove colonie, riservate solo per ebrei... Poi arrivò Clinton che, col suo codazzo di neo-cons ante-litteram filo-israeliani ad oltranza (esempio, David Ross)... e è tornato tutto come se non fosse successo niente.     

Potrebbe, e ha chiesto di, farsi ospitare ad Amman con una delegazione israelo-palestinese (che parte già sbagliata, però, escludendo Hamas, quindi Gaza e parte di quella che sarebbe, se le fosse consentita una rappresentanza anche cisgiordana piena e quando ormai sono già morti una decina di israeliani nella nuova Intifada e una cinquantina di palestinesi.

Ma tant’è Israele e Giordania, con l’incoraggiamento sterile e impotente di Kerry che a trattare neanche stavolta  chiama Israele e palestinesi, tutti, ma caparbiamente e improduttivamente i poliziotti di Tel Aviv e il re giordano, come se la tregua la potessero mai fare loro con lui e non tra di loro che direttamente si sparano e si accoltellano, schiacciati tra condanna verbale e rivolta frustrante e quotidianità di repressione e occupazione.

E come se la minaccia vera per Israele non fosse ormai altro, o quasi in toto, tutta interna: il fregarsene ormai, catastrofico, da parte del potere del senso comune  della legge e dell’ordine, l’infiacchimento delle pubbliche istituzioni, la perdita che sembra ormai irrimediabile di un obiettivo comune nazionale, per tutti gli israeliani – ebrei, non credenti o arabi che siano –, lo  stratificarsi separato e discriminatorioinu ceìche  che Carter denunciò già anni fa come una nuova società dell’apartheid e che sta cambiando la natura stessa di questo paese,

Per dirla in sintesi sono molti che a Israele vogliono bene davvero a non riconoscerla più perché essa non accetta di farei conti col suo peccato pressoché originale di un’occupazione militare di territori e di un popolo altrui. In sostanza, nel contesto geo-politico attuale, l’Iran anche volendolo non riuscirà mai a mettere in pericolo l’esistenza di Israele. Ma ci sta ben riuscendo proprio Israele, prima isolandosi e poi distruggendo se stessa (Washington Post, 23.10.15, proff. Steven Levitsky e Glenn Weil, We are lifelong Zionists. Here’s why we’ve chosen to boycott Israel― Siamo sionisti dalla nascita. E ecco perché abbiamo scelto di boicottare Israele https://www.washingtonpost.com/opinions/a-zionist-case-for-boycotting-israel/2015/10/23/ac4d ab80-735c-11e5-9cbb-790369643cf9_story.html).

●In Iraq, mentre in Italia trapelano voci insistenti di coinvolgimento su richiesta di quel governo,  e del suo e nostro alleatoprincipale, contro l’ISIL con azioni dirette di bombardameno – poi qualche po’ ridimensionate a “proposta” per ora dibattuta a palazzo Chigi che per passare, però, dice la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, dovrebbe comunque (verbo ambiguo...) “coinvolgere” (che significa?) il parlamento (che dovrebbe, o solo potrebbe?) approvare (Internazionale, 7.10.2015, Il governo italiano valuta l’ipotesi di bombardare lo STATO Islamico in Iraq ▬ http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/06/il-governo-italiano-valuta-l-ipotesi-di-bombardare-lo-stato-is lanico-in-iraq) – il governo di Haydar al-‘Abadi ha cominciato (per ora il nord e l’ovest della città) a riprendersi militarmente il controllo di Ramadi.

La capitale della provincia di Anbar (Military Times, Washington, D.C, A. Tilgham, No end in sight for Iraq fight against ISIS in Ramadi― Ancora non in vista la fine della lotta per Ramadi dell’Iraq contro l’ISIS ▬ http://www.militarytimes.com/story/military/2015/09/15/%20ramadi-fight/71641602/), che da maggio scorso è in mano agli islamisti estremisti.  

E lo stato maggiore delle Forze armate precisa, a Bagdad, che finché non si saranno ripresa completamente Ramadi non cominceranno l’offensiva per riprendersi Mosul, l’antica capitale del Kurdistan iracheno (Stratfor – Analysis, 22.9.2015, Iraq-Syria Battlespace: September 2015― Lo spazio di battaglia in Iraq-Siria https://www.stratfor.com/analysis/iraq-syria-battlespace-september-2015)

Intanto, non avendo ricevuto da mesi le royalties che il Kurdistan, la Repubblica semi-atonoma drl suo Nord gli deve versare sul greggio che estrae e cerca, quando riuscendovi quando no ad esportare, ha sospeso il versamento ad Erbil della parte di entrate fiscali – soprattutto tasse indirette e aiuti dall’estero – che avrebbe dovuto versargli.

●E’questo il contenzioso tra l’Iraq e il suo Kurdistan che sta dietro la gravissima crisi ora scoppiata ad Erbil, che è insieme il baluardo anche di tutto l’Iraq contro l’offensiva dell’ISIL ma anche sempre irrequieto per la pressione sia dei curdi più indipendentisti e fiduciosi di una loro unità in tutta la regione (Siria, Turchia...), per quella militare dei turchi che di questa ipotesi rifiutano anche di sentir parlare. Scoppia così, su questo sfondo confuso, un gran brutto conflitto interno nella coalizione del governo che regge precariamente il Kurdistan iracheno con il licenziamento in tronco di cinque membri del partito di opposizione per il Cambiamento― Gorran  che erano stati provvisoriamente comunque i titolari di altrettanti ministeri ormai da due anni. E allo stesso speake dell’assemblea parlamentare viene anche fisicamente impedito perfino di rientrare nella capitale, Erbil.  

Dalle elezioni “non conclusive”, come le chiamano qui, del 2013. Li ha cacciati via ora rimo ministro Nechirvan Barzani. Questa nuova opposizione e la risposta del premier sono infatti la  reazione all’incapacità del governo di pagare i salari dovuti ai dipendenti pubblici della Repubblica semi-autonoma del Kurdistan che è parte dell’Iraq.  E da luglio che quasi un milione di dipendenti pubblici non ricevono la paga.

La settimana scorsa dimostranti che si richiamavano al movimento per il Cambiamento hanno dato per protesta l’assalto e anche incendiato diverse sedi del Partito Democratico, il partito di Governo che, a questo punto li ha accusati di istigare la rivolta. Il presidente della Repubblica autonoma e massimo leader del Partito Democratico, Massoud Barzani (lo zio del primo ministro: questo è un paese di clan e di famiglie e pare che nessuno trovi poi tanto strano il nepotismo onnipresente ma anche in genere, non in Iraq in generale ma qui è più efficiente che in tutto il resto del paese  – ed è primo ministro solo per la forzatura d’autorità ed extra legem del presidente, il nipote governa anche senza disporre della maggioranza assoluta del parlamento, ma con l’inclusione anche  delll’ “opposizione”― che però resta tale...

Ora c’è la rottura. Ma il presidente sarà (probabilmente) in grado di restare alla presidenza, non senza forse dover sacrificare il nipote (ma ne ha diversi, tutti dediti alla politica) o almeno senza fare concessioni importanti ai rivali politici in parlamento.  Frazionando così, però, ancora di più un panorama socio-politico ancor più aperto alle speculazioni e strumentalizzazioni che pressano dal resto dell’Iraq, dalla Turchia e pure dall’Iran (EKurd Daily/Erbil, 13.10.2015, Iraqi Kurdistan PM sacks isters after violent unrest― Il PM del Kurdistan iracheno licenzia i  ministri del partito Gorran, di opposizione dopo manifestazioni violente ▬ http://ekurd.net/kurdistan-pm-sacks-gorran-ministers-2015-10-1).

●Intanto, sempre in Iraq, il governo ha ufficialmente chiesto l’intervento dell’Aviazione militare russa di stanza in Siria contro i convogli dello Stato Islamico che da ue quel paese si rovesciano  contro il loro.  Lo ha reso noto Hakim al-Zamili,  capo della Commissione parlamentare Sicurezza e Difesa, svelando la richiesta del governo che era andato oltre i “suggerimenti”degli alleati americani (EnAalam/Bagdad, 23.10.2015, Iran’s Parliament Speaker:Russia military action in  Syria; timely, purden― Lo speaker del parlamento iracheno: l’azione russa in Iraq è tempestiva e prudente  http://en.alalam.ir/news/1752078).

●In Siria il portavoce del ministero russo della Difesa, magg. gen. Igor Konashenkov ha dichiarato il 1° ottobre che aerei caccia Sukhoi SU-24― Fencer― Spadaccino e SU-25/Frogfront― Testa di ranocchio, decollati dalla base di Humaymim hanno effettuato otto sortite contro cinque obiettivi dello Stato Islamico in Siria. Obiettivi precisa, e insieme anche ammette, forse con un certo non proprio usuale sarcasmo, del tipo che qualcuno chiama ancora “chirurgici”.

E’ stato completamente distrutto, afferma e documenta con riprese aeree sempre all’americana, specifica, anche di droni, un centro di comando dal quale dipendevano i pochi caccia dell’aviazione siriana catturati e usati dallo Stato Islamico alla peri feria di Jisr al-Shughur, nella provincia di Idlib, nella Siria nord-occidentale, a nord una sessantina di km. da Aleppo, al confine con la Turchia (M/S Russian Defense Ministry, 1.10,2015, Russia: DefMin’s Konashenkov confirms results of strikes on IS in Syria― Russia: dal ministero della Difesa, il gen. Konashenkov conferma i risultati delle sortite contro lo SI in Siria https://ruptly.tv/vod/view/35496/russia-defmins-konashenkov-confirms-results-of-strikes-on-is-in-Syria).

●Sempre al confine turco-siriano, Ankara accusa Mosca di uno sconfinamento nel proprio spazio aereo, appena oltre i confini con la Siria, di caccia russi che bombardavano l’ISIL ma, dicono anche i turchi all’unisono con USA e NATO in generale tutti i nemici di Assad e, quindi anche suoi. Lo denuncia il ministero degli Esteri ma, naturalmente lì – alla pura protesta diplomatica e alla richiesta formale di non farlo più – poi si è fermato (TodayOnLine, 6.10.2015, NATO denounces Russian incursion into Turkish air spaceLa Nato denuncia un’incursione nello spazio aereo turco [che i russi non hanno difficoltà alcuna a riconoscere di aver sconfinato per alcuni secondi, ma dicono anche, come è vero, che Ankara aveva unilateralmente e pericolosamente allargato il suo spazio] ▬ http://www. todayonline.com/world/turkey-says-russian-warplane-violated-its-airspace). 

Adesso, la Turchia cercherà di riequilibrare l’assistenza russa al governo siriano, mentre più o meno dietro le quinte ma intanto rafforzandolo per concordarne l’assenso – già quasi da lui stesso a  accennato ormai a un’uscita di scena morbida, guidata e concordata alla fine di una transizione tra tutti i siriani aumentando forniture di armi, equipaggiamento, bombardamenti ai gruppi di siriani ribelli ― che di essi non si fidano troppo neanche loro, però.

Come del resto, anche inglesi e francesi e i cosiddetti gnorri degli “amici della Siria” – con altri ministri degli Esteri, di fatto “obbligati” anche se non tutti certo persuasi che fosse la scelta giusta, anche i nostri ministri degli Esteri, come Bonino o Mogherini, o l’attuale Gentiloni, che li hanno aiutati brevi manu e in contanti, senza alcun rendiconto dei sovvenzionamenti elargiti ai loro leaders e sui loro conti personali a Parigi e a Londra.

Ora gli americani che, con Obama, al momento se ne tengono ben alla larga, dopo le esperienze fatte e contro dissensi interni come le scelte interventiste della Clinton oltre che di molti repubblicani, paragonandoli, anche e proprio in base alle loro esperienze dirette, come una specie di jihadisti incontrollati e incontrollabili.

●Un portavoce della Difesa della Russia, asserisce che Mosca potrebbe definire in giornata il 7 ottobre il suo assenso alla proposta di coordinamento “tecnico” che ha avanzato il Pentagono per evitare il rischio di interferenze e scontri accidentali tra le due spedizioni aeree nei cieli di Siria in cui, separatamente, bobardano l’ISIS. La Russia, a questo punto, ha solo bisogno di specificare meglio alcuni dettagli tecnici che verranno puntualizzati, dice, “in giornata” (Stratfor, 7.10.2015, Syria: U.S. Coordination Proposals Acceptable, Russian Defense Ministry SaysLe proposte di coordinamento degli USA, dice il ministero della Difesa russo, sono accettabili https://www.stratfor.com/situation-report/syria-us-coordination-proposals-acceptable-russian-defense-ministry-says).

●In buona sostanza, si tratta di evitare di far entrare in contatto accidentale e pericoloso aerei russi e/o americani – i primi legalmente dal punto di vista del diritto internazionale, i secondi anche illegalmente – nello spazio aereo siriano – come è già capitato, pare – stabilendo frequenze radio di contatto tra le due forze aeree e procedure comuni di avvicinamento, approccio e sganciamento, alla bisogna.

Però, si affrettano a correggere ricalibrando l’intesa senza smentirla, a Washington, dalle discussioni tecniche gli americani non si spostano, non coopereranno militarmente coi russi perché  – il ministro della Difesa Ash Carter dice che “la strategia dei russi è tragicamente sbagliata”― anche se verrebbe automatico chiedersi senti chi parla, no?. Nei fatti, i recenti attacchi aerei e, a ruota di queste dichiarazioni americane, subito dopo, l’ultimo attacco annunciato dall’omologo russo Sergey Shoigu che la Marina rossa ha lanciato addirittura dal Mar Caspio (da  1.500 km.) 26 suoi  missili da crociera da 4 lanciamissili contro 11 diversi bersagli dell’ISIL in Siria, rendendo ancor più pressante ed urgente affrontare il problema.  

Un’azione ormai palesemente mirata, senza scusa alcuna, come un po’ tutta la linea di Putin a aiutare coi fatti l’amico Assad e, forse ancor più, a mostrare al mondo che il suo paese è una potenza globale, che non ha necessità alcuna di piegarsi ai voleri degli Stati Uniti e che sul, piano politico-diplomatico, la sua strategia sembra poi, in realtà, a  tutto il mondo, o quasi, assai più sensata della loro. E serve a poco che, poi, gli americani affermino come 4 dei 26 cruise russi mirati sulla zona di Aleppo in realtà avrebbero mancato gli obiettivi in Siria colpendo e distruggendo invece bersagli nelle campagne iraniane, sorvolate con l’assenso di quel governo durante il volo.

Non sembrano proprio, però, asserzioni molto credibili: perché gli americani stessi ammettono di non poterlo provare, in realtà, al mondo― se non a chi loro crede per americanolatria presupposta o per pregiudiziale russofobia: non hanno da mostrare riprese verificabili come fatte in tempo reale e non solo i russi ma gli iraniani stessi smentiscono con sufficienza di saperne niente (Hürriyet/Ankara, 9.10.2015, Russian missiles aimed at Syria crashed in Iran: US official―  Missili russi indirizzati al territorio siriano, avrebbero colpito l’Iran: dicono esponenti [anonimi e non identificabili] americani [e non conferma neanche Teheran]▬http: //www.hurriyetdailynews.com/russian-missiles-aimed-at-syria-crashed-in-iran-us-official-.aspx?PageID=517 &nID=89618&NewsCatID=352).

●In Siria, in sostanza, l’esercito e i suoi alleati, inclusi in particolare gli Hezbollah libanesi, continua ad avanzare quasi dovunque col supporto ormai costante degli aerei russi. Lo attesta ora ma controvoglia l’Osservatorio siriano per i diritti umani che lavora da Londra ed è decisamente e pregiudizialmente schierato contro Assad, infatti, e non è proprio un Monitor, cioè come dice un  osservatorio al di sopra delle parti, fondato e finanziato com’è stato da qualcuno degli “amici della Siria” e specializzato nel citare selettivamente i crimini di guerra nel paese che imputa alle forze regolari, glissando sistematicamente su quelli degli schieramenti anti-Assad (per ulteriori dati su natura e lavoro di questo sito, compresi i dettagli pubblicamente riferiti dal Pontificio Istituto per le Missioni Estere, cfr. Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Syrian_Observatory_for_ Human_Rights, nota11).

L’Osservatorio, che ha però solo riferito di quanto ad esso è stato riferito, da chi era stato davvero sul posto – concesso che, stavolta, dica la  verità... ma, stavolta, sembra credibile – afferma che la scontro si è, dall’inizio dei bombardamenti russi, non solo intensificata ma sta assumendo dovunque, e in questo caso particolare di scontri tra governo e ribelli siriani ancora di più, un carattere maggiormente risolutivo (Reuters, 7.10.2015, S. Westall e D. Evans, Russia Backs Syrian Forces In Major Assault On InsurgentsLa Russia appoggia le forze siriane in un attacco di grande rilievo cpntro gli insorti http://www.huffingtonpost.com/entry/russia-major-assault-insurgents-syria_561529a7e4b0fad1591 a2899).

●Alla fine, in modo mai finora così netto e chiaro, il presidente Putin ha spiegato al programma di una Tv di Stato, Russia 24, che Mosca ha il compito in  Siria e il governo legittimo ma traballante creando le condizioni favorevoli a un compromesso politico serio... anche  con  mezzi militari, naturalmente... Le formazioni terroristiche internazionali e altri gruppi e analoghe congerie fanatiche estremiste hanno annunciato di non voler negoziare col governo siriano che si trova al momento praticamente assediato nella sua stessa capitale”.

Di una franchezza davvero disarmante e la più trasparente e autorevole manifestazione degli obiettivi strategici della Russia in Siria. E conferma palesemente – anche se quelli americani sono molto più contraddittori, confusi e l’uno con l’altro spesso inconciliabili (Kingdom of Bahrein, Ministry of Interior, 12.10.2015, Putin: Russia’s campaign in Syria aims to stabilize al-Assad governmentPutin: la campagna in Siria punta esclusivamente a stabilizzare il governo di Assad http://www.policemc.govh/en/news_details.aspx? ype=2&articleId=27140) – delle reali priorità dell’agenda dei russi in Siria: aiutarne il governo “legittimo” e da sempre amico contro chi pretende, senza titolo legale ma con mezzi insurrezional/rivoluzionari e aiuti per definizione illegali dall’estero – dalla Turchia, dagli USA, da   tutto l’occidente fino allo Stato Islamico – per rovesciarne e prenderne il posto.

E, a metà  mese, arriva notizia che 1.000 soldati iraniani sono arrivati a rafforzare le forze lealiste al regime siriano e ai suoi dichiarati alleati, russi e Hetzbollah in preparazione andrebbe mirata alla librazione di Aleppo dalle forze ribelli (Stratfor, 14.10.2015, Syria: Iranian Troops Purportedly Arrive To Back Loyalist ForcesSiria: viene riferito di truppe iraniane in arrivo a rafforzare le forze lealiste https://www.stratfor.com/situation-report/syria-iranian-troops-purportedly-arrive-back-loyalist-forces).

●Intanto, la mania anti-siriana, ad esempio e nel caso particolare della Turchia, si segnala ora per una scivolata grottesca. Il 16 aprile rileva e denuncia l’intrusione di un drone non identificato – ma da essa “sospetto” di essere russo, ovviamente – e che, “dopo tre preavvisi” di tornarsene indietro, è stato debitamente intercettato e abbattuto...

“Preavvisi”? preavvisi di che? e, poi, a chi? se era un drone, per definizione― senza pilota, a bordo non c’era nessuno. E allora? (The Daily Star, 16.10.2015, Turkey downs suspected Russian drone near Syria― La Turchia abbatte un drone sospetto in prossimità  della Siria ▬ https://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2015/Oct-16/319088-turkish-military-says-its-warplanes-sho t-down-an-unidentified-aircraft-in-turkish-air-space-near.ashx).

●A questo punto gli americani, non foss’altro che per tenere il punto – come si diceva una volta, perché noblesse oblige... – sono costretti a far vedere che, insomma, ci sono anche loro. E con la minima ufficialità possibile e decente, quasi di straforo, un vice-vice portavoce non identificato dice che, se i ribelli anti-Assad possono “dimostrare” – condizione assai impegnativa – di utilizzare quei rifornimenti per combattere con efficienza lo Stato islamico essi proseguiranno.

Un lancio paracadutato di circa una cinquantina di tonnellate di munizioni per armi leggere ha avuto luogo l’11 ottobre, dice, e dopo conferma di un loro proficuo utilizzo, potrebbero aumentare e diventare anche armi più pesanti. Potrebbero... Ma se i ribelli falliscono nel mostrare che le sanno e le vogliono usare e usare bene contro gli obiettivi designati dagli americani o se, come troppe volte è successo in passato, le armi americane finiscono in mani sbagliate allora ogni fornitura verrà  tagliata.

Insomma, siamo al caso classico del “fa’mo a fidasse”, anzi a non fidarsi proprio per niente (Stratfor,16.10.2015, Syria: Pentagon Ready To Supply Weapons To Rebels, Official Says― In Siria, dice un esponente del Pentagono, siamo pronti a rifornire di armi i ribelli ▬  https:// www.stratfor.com/situation-report/syria-pentagon-ready-supply-weapons-rebels-official-says). Nell’area di Aleppo i ribelli che dichiarano di combattere i conflitti a terra contro le truppe di Assad informano di aver sùbito cominciato a ricevere nuove forniture di missili anti-carro di fabbricazione statunitense “non ancora” dagli USA, dicono, ma da Stati che si oppongono al governo di Damasco.

Anzitutto dalla Turchia, anche se – lamentano i ribelli – non si tratta di forniture ancora sufficienti ad eliminare Bashar al-Assad. Dal 16 ottobre – riferisce ma, per le ragioni che abbiamo appena sopra reiterato, va preso cum grano salis – l’Osservatorio sui diritti umani in Siria, i ribelli hanno colpito, in tre giorni dal 16 ottobre, 11 veicoli dell’esercito regolare proprio con missili anti-carro.

La Russia da parte sua ha provveduto a mettere in guardia i paesi del Golfo dal rifornire di armamenti gruppi di ribelli che, a parte ogni giudizio di merito sulla loro causa, non danno alcun nessuna garanzia di affidabilità e di serietà (Channel News Asia, 19.10.2015, Syrian rebels say receive more weapons for Aleppo battle― Viene riferito che i ribelli in Siria stanno ricevendo altre armi per la battaglia di Aleppo ▬ http://www.channelnewsasia.com/news/world/syrian-rebels-say-receive/2203294.html).

●La Turchia sarebbe ora pronta a “trangugiare” un periodo di transizione che, in Siria, lascerebbe al potere per ancora sei mesi, ma intanto solo come figura simbolica prima di doversene andare, il presidente Bashar al-Assad, comunicano due esponenti importanti del governo di Ankara (Hürriyet Daily News/Ankara, 20.10.2015, Murat Yetkin, Turkey agrees to conditional transition with Assad―  La Turchia si dice d’accordo [ma con chi?] su un  Assad che resti per una transizione ‘sotto condizioni’ ▬ http://www.hurriyetdaily news.com/turkey-agrees-to-conditional-transition-with-assad.aspx?PageID=238&NID=90086&NewsCatID=409)..

L’unica vera novità è l’ammissione di parte turca che anche per loro sarà ormai necessario – anche se alle loro condizioni leonine – un periodo di transizione che non accettano però davvero i governativi siriani – che, sostenuti dagli alleati russi stanno passando ormai alla riscossa, né i russi stessi che restano fermi sul fatto di principio ch a decidere del futuro del regime siriano dovranno essere alla fine solo i sirian – tutti – i soli titolati a scegliere: non i turchi, i russi, i sauditi o gli americani.

Del resto hanno continuato e continuano a buttare a mare ogni occasione che si offre loro  di rendere possibile un’uscita concordata davvero di Assad i tre cosiddetti grandi occidentali del Consiglio di Sicurezza – USA,  Gran Bretagna e Francia – per la rozza ignoranza ch da decenni esibiscono sul Medioriente, trasformando in rovine tutto quello che toccano e rifiutando ogni occasione di fare un concreto passo avanti.

●Adesso si viene a sapere che nel febbraio 2012 la sicumera con cui s’erano convinti che i loro protetti stessero per cacciare Assad – questione di mesi – fece loro dire di no alla proposta del Cremlino, fatta all’ex presidente finlandese Matti Ahtisaari (2000-2080), premio Nobel per la pace mediatore di  spesso concreta efficacia sempre spesso relativamente frustrata dall’una o dall’altra fra le grandi potenze dell’ONU, da Valery Churkin per conto di Putin, il suo plenipotenziario per la faccenda che in effetti offriva un’uscita soft in tempi predeterminati ma “dignitosi” anche per Assad con un’intesa concordata tra siriani “coperta” da tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza e che avrebbe potuto metter fine già allora alla carneficina della guerra civile.

Ahtiasari, premio Nobel per la  pace e a lungo attivo su questioni roventi e sobollenti (il Kossovo, l’Eritrea...) e con risultati più che efficaci almeno al momento. Ne aveva già parlato, tra l’indifferenza e il menefreghismo degli Obama, degli Hollande e dei Cameron ma adesso  la storia la raccontano per filo e per segno due giornalisti investigativi britannici, di quelli che non sanno accontentarsi di raccontare i fatti ma raccolgono, documenti e testimonianze e alla fine ricostruiscono meticolosament la trama e la “narrativa” (Guardian, 15.9.2015,  Julian Borger and Bastien Inzaurralde, West “ignored Russian offer in 2012 to have Syria’s Assad step aside”L’occidente ha [stupidamente, ferocemente e per tutti i motivi sbagliati: è il giudizio/testimonianza di tutti gli intervistati] deliberatamente ignorato l’offerta ricevuta nel 2102 di far andar via dl posto Assad http://www.theguardian.com/ world/2015/sep/15/west-ignored-russian-offer-in-2012-to-have-syrias-assad-step-aside).

Adesso, però, capita che gli USA annuncino come l’Iran sia stato invitato a partecipare il 30 ottobre a Vienna all’incontro che tenterà di cercare di metter fine al conflitto siriano. Sarà presente il vice ministro degli Esteri di Teheran Hossein Amir-Abdollahian che, poi, decidono di inviare di persona il loro ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif. In questo modo il rafforzamento sul campo dei siriani, che è in atto, sarebbe ancor più solido e ostacolato da altri nel gruppo di Vienna (Stratfor, 28.10.2015, Iran to be invited to next roun of talks, U.S. Say―  L’Iran sarà invitato al prossimo round di incontri, dicono gli USA https://www.stratfor.com/situation-report/syria-iran-be-invited-next-round-talks-us-says).

● Forse riusciremo a fare anche peggio, no? o forse proprio non è possibile...

In MEDIORIENTE 
Voi americani siete impantanati in questo pastrocchio senza fine e senza speranze da decenni... Adesso è il turno nostro

Fonte: The Economist, 2.10.2015, KAL

●Nello Yemen  (l’estrema banda a sud della penisola arabica, squassata e sgretolata da mesi dai cacciabombardieri di sauditi e soci che mirano a imporre la subordinazione che vogliono, non allo Stato Islamico e alla sua minaccia, ma alle scelte religiose ed etniche (sci’ite piuttosto che sunnite e dell’etnia Houthi, maggioritaria nel paese, piuttosto che dei loro protetti e lacchè e la loro soluzione alla rivoluzione della popolazione Houthi, contro il governo insediato da e asservito a Riyād) la campagna di guerra contro il nord – il territorio in rovina ormai ma malgrado le distruzioni vastissime sempre saldamente controllato dagli Houthi con la capitale, Sana’a – si fa sempre più cruenta con 132 morti in un solo raid aereo.

Che “per errore”, si capisce, ha fatto strage tra i partecipanti – contadini e pastori – a un matrimonio rurale tradizionale nei pressi di Mocha (The Wall Street Journal, 29.9.2015, Asa Fitch (da Dubai) e Mohammed al-Kibsi (da Sana’a), Blast Kills More than 130 People at Yemen Wedding Party― Le bombe [saudite] ammazzano più di 130 partecipanti a un matrimonio tradizionale nello Yemen

Malgrado i bombardamenti a tappeto sull’antichissima capitale di Sana’a e la distruzione immane che hanno portato sul territorio del paese vicino, i sauditi si rassegnano ora a ordinare ai loro protetti in Yemen, e all’ex presidente Hadi, di andare a discutere stavolta, diversamente dal giugno scorso, direttamente con gli Houthi alla conferenza convocata dall’ONU, visto che neanche i cacciabombardieri di re Salman sono riusciti a obbligarli a mollare senza condizioni, come loro  intendevano imporre, anche col blocco totale degli aiuti umanitari allo Yemen.

Per di più, anche i sauditi sembrano accorgersi della ascesa ormai pericolosa anche per loro, nel vuoto che hanno creato nello Yemen, del militantismo islamista e soprattutto antimonarchico dello Stato Islamico che si fa eccessivo perfino per il wahabismo estremista e, soprattutto, anti-monarca, di Riyād (Stratfor, 19.10.2015, Yemen: Government To Attend U.N. Talks With HouthisIn Yemen, il governo [sponsorizzato dai sauditi] parteciperà ai colloqui mediati dall’ONU https://www.stratfor.com/situation-report/yemen-government-attend-un-talks-houthis).

●Un aereo senza pilota, un droneletteralmente un fuco – un vespone maschio incapace di fecondare col tipico profondo ronzio grave del volo suo e di un aereo senza pilota – è precipitato in un settore dello Yemen dove gli americani hanno mantenuto da settimane una campagna aerea contro il governo Houthi di Sana’a e contro i miliziani locali di al-Qaeda.

Ha mostrato il relitto americano un capo tribale alleato degli Houthi del distretto di Wadi Abida, della provincia centrale di Marib che è terreno cruciale però proprio dello scontro tra sostenitori Houthi e lealisti di Hadi appoggiati dai droni americani e dall’aviazione saudita (Al-Araby, 20.10.2015,  Presumed US spy drone crashes in Yemen

in Africa

●In Nigeria, grazie all’intesa con le forze di autodifesa locali negli Stati del Nord, quelli sotto il tallone di ferro di Boko Haram, l’esercito ha cominciato un’estesa campagna di operazioni anti-terrorismo che sembra aver puntato sul rifornire di armi e addestramento specifico le milizie locali (Premium Times/Abuja, 21.10.2015, Ogala Emmanuel, Many dead as Nigerian Army battles Boko Haram in MadagaliMolti i morti negli scontri tra eser cito e alleati nigeriani contro Boko Haram a Magadali http://www.premiumtimesng.com/news/headlines/ 191883-2-dead-as-nigerian-army-battles-boko-haram-in-madagali.html).  

●Il governo del Sudafrica annuncia, con un vice ministro di voler ritirare il paese dalla Corte Penale Internazionale. Pretoria ha ignorato l’ordine della Corte di ▬arrestare e consegnare al suo procuratore, per processarlo, mesi fa il presidente del Sudan, Omar Bashir, nel corso di una visita ufficiale in Sudafrica. Il presidente sudanese venne lasciato partire anche se l’accusa nei suoi confronti era quella di genocidio e di crimini di guerra nel corso della guerra civile che anni fa lo oppose alla secessione del paese. In ogni caso, tra i tanti motivi addotti quello che ha più presa e appare anche, all’evidenza, subito come credibile è che l’ICC ha sempre perseguito, messo sotto accusa e  portato a giudizio alcuni (una decina) di capi di Stato soltanto africani.

E qui c’è il problema anche e anzitutto ma certo non solo degli africani e neanche solo del Terzo mondo. Che neanche uno dei caporioni, eletti o no, di qualche altro paese del mondo. E, pure, sotto accusa di opinione pubblica e osservatori internazionali erano, e come, finiti (per dire – ma è solo un esempio) Bush il piccolo e il crimine di guerra della sua aggressione all’Iraq, con gli orrori corollari delle atrocità denunciate e documentate addirittura in video dai suoi militari spioni e torturatori ad Abu Ghraib e altrove (Johannesburg News Net [opposizione], 11.10.2015, SA to leave International Criminal Court in latest blow to human rightsIl Sudafrica lascia l’ICC infliggendo un ultimo colpo ai diritti umani [o, come denuncia il Sudafrica, insieme a mezzo mondo, alla pretesa di difenderli in questo modo, ipocrita, selettivo e razzista] ▬ http://www.johannesburgnews.net/index.php/sid/237537397).

Oltre al fatto che,   a vociferare di più – e forse a ragione – contro gli accusati ci siano paesi come gli USA che mai hanno aderito all’ICC essi stessi – mai sia detto che la iper-super-ultra potenza del mondo lasci processare un suo cittadino da qualche giurisdizione altra che la  loro. Gli altri sì:.devono farlo.  Loro no. E perché? Perché no’!!!

CINA

●La valuta della Cina, lo yuan, ha superato lo yen giapponese diventando la quarta più utilizzata nelle transazioni globali. In agosto, informa ufficialmente ora l’Istituto di ricerca internazionale che controlla e documenta il dato, il 2,79% in valore dei pagamenti mondiali sono stati condotti in yuan a fronte del 2,76% in yen. Dall’agosto del 2012, in tre anni, lo yuan come strumento di pagamento internazionale ha superato altre sette valute. Partendo allora dallo 0,84% dei pagamenti globali, al 12° posto. Oggi più utilizzati – e ancora largamente – sono solo il dollaro, l’euro e la sterlina (SWIFT Society for Worldwide International  Financial Telecommunications/Bruxelles, 6.10.2015, Chinese Yuan demonstrates strong momentum to reach #4 as an international payments currencyLo yuan cinese dimostra un andamento robusto raggiungendo il 4° posto come valuta di pagamento internazionale https://www.swift.com/assets/swift_com/documents/ roducts_services/RMB_Sibos_Special_Edition_2015_final_PR.pdf; e The Wall Street Journal, 6.10.2015,Chiara Albanese, Yuan Picks Up Pace as Global CurrencyLo yuan si rafforza come valuta globale http://www.wsj.com/articles/yuan-picks-up-pace-as-global-currency-1444093200).

Mentre Pechino è ancora impegnato nel lento processo di liberalizzazioni del tasso di cambio della propria valuta e di “sganciamento” dal dollaro nella speranza di riuscire così, anche se gradualmente, ad affermare la valuta come un’ancora più incisiva presenza di riserva internazionale.

●A questo fine – anche per sfuggire meglio all’egemonia di fatto dello spionaggio e all’infiltrazione degli americani nota a tutti coloro che partecipano e, parlando ai rarefatti livelli della finanza internazionale come sistema nominalmente controllato a livello globale da Bruxelles ma di fatto governato dag li USA e da alcune delle maggiori banche nazionali europee, SWIFT – peraltro considerato al momento come credibile e indispensabile strumento per tutti – la Banca centrale di Cina ha ora lanciato per lo yuan un sistema di pagamento internazionale che facendo perno sulla sua forza finanziaria strapotente ch e ha maturato farà  fulcro a Shanghai come parte del suo obiettivo di incrementare l’utilizzo internazionale della propria valuta.

E ha anche annunciato di aver adottato i cosiddetti standards ufficiali di disseminazione dei dati (un sistema statistico creato da anni dal FMI alla cui adesione lo stesso presidente Xi Jinping aveva detto un anno fa di voler presto arrivare), in parte anche come passo avanti nel percorso già in forte progresso di internazionalizzazione dello yuan (English News.cn, 8.10.2015 China adopts IMF statistical benchmark, improves transparence  La Cina adotta benchmarks di misurazione ‘usuali’ migliorandone la trasparenza http://social-media-news.com/item/863198_china-adopts-imf-statistical-benchmark-improves-transparency).

Nel frattempo, Fang Xinghai, l’esponente chiave del governo per tutto il ramo delle riforme finanziarie è stato promosso al rango di vice presidente degli organismi di Stato della Regolazione dell’intero sistema finanziario (Xinhua­ e Agenzia Nuova Cina, South China Morning Post/Hong Kong, 22.10.2015, China adopts IMF statistical benchmark, improves transparency La Cina adotta il sistema statistico dei benchmarks del FMI e migliora la trasparenza http://social-media-news.com/link/863198_china-adopts-imf-statistical-benchmark-improves-transparency).

●Le esportazioni della Cina a settembre sono calate in dollari del 3,7%, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, con le importazioni che scendono di più, quasi tre volte di più, del 21%, sollevando ulteriori preoccupazioni su un’economia che sta rallentando. Però è anche indicativo, e di difficile interpretazione come del resto tutto il quadro economico, cinese e mondiale, che l’import di certe materie prime – come il rame – sia invece in aumento aggiungendo incertezze su quanto poi, in effetti, questa economia stia davvero crescendo: perché di questo, non di un calo, comunque; si parla sempre di un aumento nel terzo trimestre del 2015, il peggiore, al 6,9%, invece che al 7 o al 7,2%, dove ha oscillato la crescita negli ultimi trimestri...

●Il vice presidente della Commissione militare centrale della Repubblica Popolare di Cina, Fan Changlong, ha detto a un incontro che riuniva i ministri della Difesa dell’Asia sud-orientale il 17 ottobre, che il suo paese eviterà ogni uso arrischiato della forza militare nel Mar Cinese Meridionale anche su  questioni aperte a contenziosi o dispute annesse al tema della sovranità nazionale (World China News Yahoo, Singapore NewsToday, 17.10.2015, Beijing tries to soothe South China Sea jitters― Pechino cerca di acquietare i nervosismi nel Mar Cinese meridionale ▬ http://viewhk.blogspot.it/2015/10/beijing-tries-to-soothe-south-china-sea.html).

I ministri erano riuniti a Pechino per il cosiddetto VI Forum Xiangshan, uno scambio di opinioni senza confini sulle tendenze di sicurezza nel Pacifico asiatico, sulla sicurezza specie marittima relativamente ai diversi concetti di sicurezza che si diffondono nel continente, sulla sicurezza marittima e il terrorismo. Il tema onnicomprensivo del Forum stavolta è quello di “Sicurezza e Cooperazione nella regione del Pacifico asiatico: Realtà e Visione”.

La crescita in Cina degli investimenti nell’edilizia dall’inizio dell’anno è stata del 2,6%, secondo i dati statistici nazionali: il tasso di aumento più contenuto dall’inizio della crisi globale nel 2009. E, con questo indebolimento del mercato edilizio, è ormai  probabile che Pechino metta in moto, in attesa della necessaria riforma nella spartizione delle entrate fiscali coi governi locali, ualcfhe trumento dovrà trovare qualch strumento per puntellare il settore (Stratfor – Analysis,  16.10.2015, China: No Easy Cure for Local Governments’ Addiction to Real Estate Revenue― In Cina,nessuna cura facile per l’assuefazione dei governi locali alle entrate fiscali dall’edilizia https://www.stratfor.com/analysis/china-no-easy-cure-local-governments-addiction-real-estate-revenue).

●La Cina ha un debito lordo ormai uguale al 43,2% del PIL, a stare ai dati del FMI. Ma, a confronto, quello degli USA è ben più che doppio, al 104%, che però – e giustamente – non  è un’ossessione per il NYT mentre si preoccupa maledettamente del dato cinese (New York Times, 19.10.2015, Neil Gough, Discordant Financial Messages From China Spur Global Unease― I messaggi contraddittori in arrivo dalla Cina alimentano una preoccupazione globale ▬ http:// www.nytimes.com/2015/10/24/business/international/china-cuts-interest-rates-for-sixth-time-since-november.html?_r=0).

Però, è preoccupante che si preoccupino... In quanto il problema principale che realmente tocca l’economia cinese è una domanda piuttosto bassa che può essere però facilmente assorbita da ulteriore spesa pubblica. Che sarebbe preclusa, ortodossamente parlando, solo da un eccesivo debito pubblico o, forse, da un tasso in aumento incontrollato dell’inflazione. Pericoli che, però, non appaiono che nelle fobie, neanche sulle pagine dello stesso NYT che non falsa i dati – non sia mai! – ma a dire il vero: si scorda solo di citarli... Resta il fatto, comunque, che (New York Times, 23.10.2015, Neil Ghough, China Cuts Interest Rates for Sixth Time Since November La Cina taglia i tassi di interesse per la sesta volta dallo scorso novembre http://www.nytimes. com/2015/10/24/business/international/china-cuts-interest-rates-for-sixth-time-sin ce-november.html ?_r=0).

E, in effetti, piuttosto sobriamente, il premier Li Keqiang ha spiegato in una riunione del CC del partito che il paese ha bisogno di una crescita media almeno del 6,53% nel prossimo quinquennio per raggiungere l’obiettivo ufficiale di “una società moderatamente prospera”. Il Comitato centrale sta discutendo del prossimo piano quinquennale mentre quello in corso prevedeva e ha mantenuto il tasso del 7%.

Li Keqiang annuncia anche che dopo la ratifica – solo formale – dell’Assemblea nazionale verrà ora applicata la decisione, finora solo annunciata, di consentire a ogni coppia di avere d’ora in poi, secondo la pianificazione nazionale, due figli: salvo eccezioni, finora quasi solo per le aree rurali (Bullfax.com/San Antonio, Tx, 29.10.2015, Premier suggests China needs minimum economic growth of 6.53 percent next five years―Il premier suggerisce che la Cina ha bisogno nel prossimo quinquennio duna crescita del 6,53% http://www. bullfax.com/?q=node-china-premier-suggests-china-needs-minimum-economic-g-0 ).  

●Il comando Pacifico della VI Flotta americana ha riportato che il cacciatorpediniere missilistico USS Lassen, statunitense, dando seguito a una serie di manovreacu internazionali ma prossime alle 12 miglia territoriali manovrando tra gli isolotti artificialmente costruiti dalla Cina nel Mar cinese meridionale. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha detto di aver ammonito la parte americana “a pensarci due volte e non condurre iniziative precipitose e non creare guai e controversie dal niente”.

Anche se gli Sati Uniti s’erano specificamente astenuti dal notificare la Cina della loro manovra il rischio di un confronto-scontro a fuoco resta basso. Secondo il Trattato del Mare ogni nave civile o militare gode del cosiddetto, universalmente rispettato diritto di innocente passaggio – anche se soggetto a preavviso/notifica sempre che non ne violi le regole del passaggio innocente.

Gli USA si vantano ora di non aver notificato i cinesi, calcolando un rischio possibile ma tutto sommato, poi, a vedere, ben ponderato. La Cina s’è mostrata assai moderata. Ha denunciato le “provocazioni” ma mostrando di fatto che garantisce il diritto del “passaggio innocente”.

Scrupolosamente. Ma solo questo. E, allo stato, nessuno dei due paesi si sposterà dalla sua posizione (CNN Politics, 27.10.2015, G. Sciutto e B. Starr, U.S. warship sails close to Chinese artificial island in South China Sea― Navi da guerra USA naviga da vicino alle isole artificiali cinesi nel Mar cinese meridionale ▬  http://edition.cnn.com/2015/10/ 26/politics/south-china-sea-islands-u-s-destroyer).

In ogni caso, ai massimi ranghi militari di Cina ed USA viene deciso e , adesso reso anche noto, il 28 ottobre dall’Asahi Shinbun di Tokyo, un incontro al vertice a Pechino ai primi di novembre, nel tentativo di disinnescare le tensioni che in questa occasione, anche se con grande cautela reciproca da ambo le parti, sono in particolare emerse.    

nel resto dell’Asia

●A Taiwan, a fronte di sondaggi sempre più favorevoli ai Democratici progressisti all’opposizione per le elezioni legislative e presidenziali del prossimo gennaio, il partito nazionalista al governo – il  Kuomintang, di Chiang  Kai-shekiana memoria, ma proprio per questo più in sintonia con Pechino (Mao, che lo cacciò via nel ’49 del secolo scorso, e Chiang hanno fondato i loro due Stati nemici sulla premessa e sul credo di “una sola Cina”, solo per il momento divisa, mentre il partito democratico vuole una separazione più netta e più chiara) – ha riunito d’urgenza un congresso straordinario rimuovendo contro la sua volontà e sostituendo senza pietà la sua candidata alla presidenza, Hung Hsiu-chu.

Che non era più considerata forte a sufficienza. E sostituiscono adesso col presidente del partito, Eric Chu, che al precedente Congresso aveva declinato l’incarico ma oggi lo accetta e è il popolare  sindaco di Taipei (A.P., 17.10.2015, Taiwan’s ruling Nationalists dump presidential candidate― I nazionalisti al potere a Taiwan scartano la candidata alla presidenza ▬ http://bigstory.ap.org/article/a83dc4031e0e4a9bbcd207d132cfc8b4/taiwans-ruling-nationalist %20s%20ts-dump-presidential-candidate).

Per i democratici che al momento hanno un margine di oltre 10 punti nei sondaggi, resta la candidatura alla presidenza della signora Tsai Ing-wen, forse un po’ più morbida dei suoi predecessori nel partito e nei confronti di Pechino.     

●In India, la Banca centrale, con una mossa a sorpresa ha defalcato di un buon mezzo punto in percentuale, al 6,75% i tassi di sconto: il quarto, e il più ingente taglio operato nell’anno, riducendo a metà il tasso principale di interesse. Anche con inflazione stabilizza Banca teme che un’economia tutt’altro che in buona salute possa venire investita da una domanda globale che continua a indebolirsi (The Economist, 2.10.2015).

Putin sta ospitando da diversi giorni a Sochi, anche a turno, i capi di Stato e di governo dei paesi membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), adesso l’8 ottobre il presidente della Kirghizia Atambayev. Due giorni prima aveva visto il tagiko Emomali Rahmon e aveva con essi spiegato le ragioni che, anche col loro accordo, da tempo prevedono una presenza aumentata a fronte di quella che era ed è la minaccia montante nella zona dell’Asia centrale. Lo stesso giorno il ministro russo della Difesa comunica di aver dispiegato diversi elicotteri d’attacco MIG Mi-24 nella sua base militare della capitale, Dushambe (Agenzia Interfax, 8.10.2015, Russia strengthens defense of all CSTO members against Islamist offensiveLa Russia rafforza le difese di tutti i membri della CSTO contro l’offensiva islamista http://www.interfax.com/pressreleases. asp? id=605557).

Il presidente del Tagikistan, Rahmon ha fatto presente e sottolineato con Putin che l’azione dei talebani si concentra sul fatto che il 60% delle loro azioni militari in Afganistan insistono sul territorio di confine col loro paese e Dushambe è molto preoccupata di una situazione di sicurezza che lì sta peggiorando. Il sostegno russo al Tajikistan è esplicito quasi dallo scioglimento stesso dell’Unione sovietica quando nei primissimi anni ’90 gli islamisti hanno ripetutamente tentato di rovesciare il governo. Si tratta di un nuovo spiegamento di forze russe – è la sostanza – con cui si rafforza l’asserzione di Putin – ma anche di tutti gli Stati della CSTO: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan – che la Russia è il vero contrafforte a difesa dall’islamismo terrorista in tutta la regione...

Con un ritardo, e una fretta che improvvisamente sembra sfiorare il panico, il segretario di Stato John Kerry segue a ruota Putin con una prima visita in Asia centrale a cinque paesi – Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan – e, prima, combinando un nuovo vertice a sei con gli USA a Samarcanda, in Uzbekistan centrale. Si tratta di depotenziare l’effetto Putin e discutere anche, forse soprattutto, l’impennata minacciosa per ogni Stato in questione che nasce dalla militanza sempre più acuta che dall’Afganistan si sta espandendo in tutta l’Asia centrale (12news.uz., 28.10.2015).

In Bangla Desh, lo Stato islamico ha cominciato a imperversare attaccando nella capitale Dhaka contro due moschee sci’ite e perciò denunciate e condannate alla distruzione come empie e “politeiste”, insieme ai loro fedeli. Da Mosca Putin fa sapere che,se Dhaka fosse interessata  a far parte del sistema integrato dello CSTO , contro i jihadisti, sarebbe il benvenuto.

Negli ultimi due anni attacchi del genere hanno colpito indu, sufiti e cristiani con lo Stato islamico che ha peò cominciato a dare segnali lampanti di voler compiere il salto di qualità contro il nemico maggiore (The National/Dhaka, 24.10. 2015, Many killed, 80 wounded in attack on Bangladesh ShiitesMolti uccisi, più di 80 feriti in un attacco anti-sci’ita condotto in Bangladesh http://www.thenational.ae/world/south-asia/one-killed-80-wounded-in-attack-on-bangladesh-shiites).

●In Malaisia, e con una mossa del tutto inusuale, i sultani a capo, cerimonialmente più che altro, di nove dei singoli Stati della Federazione (la grande maggioranza) hanno chiesto le dimissioni del primo ministro, Najib Razak. Dicono che l’incapacità dimostrata di chiarire la propria reputazione, smontando in modo efficace le accuse di corruzione che lo colpiscono assai credibilmente, hanno provocato una crisi di fiducia tale che solo così ora potrebbe, forse, venire sanata. Razak resiste ma, stavolta, potrebbe non farcela (The Economist, 9.10.2015)...

●Nella Repubblica del Myanmar, la vecchia Birmania, la Giunta militare ha accusato la Cina – che nega seccamente – di aver fatto fallire appoggiando i ribelli filo-cinesi (due organizzazioni tra le tredici dell’opposizione in rivolta che il governo puntava a far aderire al cessate il fuoco prima delle elezioni che vuole celebrare e vincere, comunque, tra un mese lasciando qualche spazio a qualche minoranza ma tenendosi ben fermi i poteri della presidenza: sempre in mano alla Giunta, cioè, il prossimo 8 novembre (The Irawaddy, 9.10.2015, Sui Lee-wee, Burmese Official Accuses China of Meddling in Peace TalksEsponenti della giunta birmana accusano la Cina di intromettersi nei colloqui di pace http://www. irrawaddy. org/burma/burmese-official-accuses-china-of-meddling-in-peace-talks.html).

Poi le elezioni vengono cancellate nelle regioni del paese dove (Shan e Kachin) la situazione resta di scontri di strada pericolosi, secondo il governo, o di perdita proprio per esso forse anche catastrofica, secondo le opposizioni... E, a meno di un mese ormai dal voto, formalmente a causa delle piogge torrenziali che hanno portato a possenti esondazioni dell’Irrawaddy (più di 100 morti e oltre 1.600.000 costretti a sfollare dalle proprie case si parla di cancellare queste elezioni (Channel News Asia, 13.10.2015, Myanmar may cancel voting due to floods, ongoing fighting― Il Myanmar potrebbe cancellare il voto a causa delle inondazioni e degli  scontri  che continuano ▬ http://www.channelnewsasia.com/news/asiapacific/%20 myanmar-may-cancel-voting/2189618.htmlm)  o, forse, di ripensarci... e di ripensarci ancora, su l’ultimo ripensamento...

●Il ministro degli Esteri del Pakistan, Aizaz Chaudhry, ha detto per la prima volta pubblicamente (in televisione) che il suo paese dispone di armi nucleari a potenziale ridotto per un utilizzo “eventuale, se necessario contro l’India. E che è anche pronto a  ingaggiare col vicino paese una corsa sul nucleare, escludendo qualsiasi compromesso, qualsiasi rinuncia anche parziale contro ogni scambio sul tema. Insomma, ha spiegato – subito prima che il suo premier Nawaz Sharif andasse alla Casa Bianca – ci siamo dotati di armi nucleari tattiche per trasformare “ogni avventura indiana in una sventura”. Il nostro, ha aggiunto, è solo un “deterrente”― anche se l’India non la pensa affatto allo stesso modo e la vede, al minimo, come una provocazione.

L’India in risposta ha reso subito noto che rispetto all’ultimo scontro bellico col Pakistan, nel gennaio 2002, ha diminuito a una sola settimana il tempo necessario alla mobilitazione (erano tre) e, “naturalmente” ha ammodernato, potenziato e reso più sofisticato il suo potenziale atomico militare.

In effetti Chaudhry ha bloccato sul nascere, così, ogni offerta possibile di scambio che Obama si stava accingendo – pare – a fare al primo ministro pakistano, ricevendolo alla Casa Bianca. E non è neanche la prima volta che il ministro lo fa... E come le altre volte, a livello inferiore però, sabota fa saltare incontri indo-pakistani, quando gliene dovesse, magari lo stesso Sharif, chiedere conto, ci saranno sempre i servizi segreti militari pak a fargli da usbergo (The Times of India/New Delhi, 20.10.2015, For first time, Pakistan admits its mini-nukes to deter conventional Indian attack― Per la prima volta, il Pakistan ammette che le sue mini-nukes servono da deterrenza contro un attacco convenzionale dell’India ▬ http://timesofindia. indiatimes.com/world/us/For-first-time-Pakistan-admits-its-mini-nukes-to-deter-convention al-Indian-attack/articleshow/49473191.cms?).

●Il parlamento del Nepal ha eletto presidente della Repubblica una donna, per la prima volta, la deputata comunista Bidhya Devi Bhandari, vice presidente del suo partito per oltre 100 voti di differenza, 327 a 214, al leader del partito del Congresso . E’ il secondo capo dello Stato eletto dall’abrogazione nel 2008 della vecchia monarchia. Ci sono problemi seri – ci sarebbero stati per chiunque fosse stato eletto – per superare il duro dibattito che ha polarizzato il paese sulla appena ratificata nuova Costituzione (Sratfor – Analysis, 6.10.2015, India Tries to Shape Nepal’s New Constitution― L’India cerca di modificare a modo suo la nuova Costituzione nepalese https://www.stratfor.com/analysis/india-tries-shape-nepals-new-constitution; e Nepali Times/Katmandu, 28.10.2015, The first woman president― La prima presidente donnahttp:// www.nepalitimes.com/blogs/thebrief/2015/10/28/the-first-woman-president).

EUROPA

●In Portogallo, l’opposizione socialista di Antonio Costa ha quasi subito dopo la chiusura dei seggi ammesso la sconfitta nelle elezioni generali del 4 ottobre con la coalizione di centro-destra del premier attuale, Avanti Portogallo, Pedro Passos Coelho che ha preso il 40% dei voti, più di 7 punti percentuali ai principali rivali che però potrebbero ancora costringerlo al ballottaggio, avendo fallito anche per la responsabilità e le promesse di accettazione dell’austerità condivise anche con la destra...

Col 10% arriva terzo il Blocco delle Sinistre mentre il partito comunista, qui come sempre molto molto vetero, resta all’8%. Qui la novità vera, è che alle elezioni abbiamo deciso di non partecipare blocchi di insorgenti, scontenti, insoddisfatti e partiti anti-establishment che hanno deliberatamente deciso di disertare la competizione... (The Guardian, 5.10.2015, Reuters, Portugal election: centre-right coalition retains power but could lose majority― Le elezioni portoghesi:la coalizione di centro-dstra resta al governo ma potrebbe perdere l maggioranza ▬ http://ww.theguardian.com/world/2015/oct/04/portugal-election-ruling-centre-right-coalition-headed-for-victory)

Ma, di diritto oltre che di fatto, il presidente Cavaco Silva si è reso colpevole di alto tradimento. Letteralmente. Perché, con tutti i voti in meno dei socialisti, tutte le sinistre insieme n avevano upreso 122 seggi, ben 6 più di quella assoluta, mentre l’accrocco di destra non aveva proprio raggiunto i 116 voti necessari per governare. Però, di fronte all’unica maggioranza che c’è ma che a lui non piace, Cavaco se n’è fregato, dicendo che rientra nei suoi poteri costituzionali “fare tutto ciò che gli è possibile per prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati”. Anche mandando al macello il voto e la Costituzione…  

●La Commissione europea ha comunicato alla Spagna che non è in grado di mantenersi nel target che essa stessa le aveva fissato e che Madrid aveva fatto suo quanto al rapporto deficiìt/PIL – cioè debito/PIL – per il 2016 perché le previsioni formulate dalla Moncloa,cioè dal governo di Mariano Rajoy erano decisamente troppo ottimistiche. Per qualche tempo, il Commissario incaricato  Moscovici ha “inguattato” le divergenze tra le sue previsioni e quelle avanzate da Madrid che, per far passare almeno la scadenza del voto in Catalogna sulla secessione prima di richiamare all’ordine il discolo spagnolo imponendogli di rivedere i suoi calcoli e il bilancio in senso più “austero”.

Potrebbe anche essere un gran brutto segno per gli sfondamenti che chiede Renzi (ancora  tolleranza sul nostro solito peccato di sempre, il debito/PIL) chiedendo di poter noi derogare spostando qualche miliardo di euro a voci di spesa più utili per consumi e crescita d’ economia corrente e anche – se Bruxelles troverà anche magari, le pa**e per dirlo e imporlo anche a Parigi: che ormai è  al settimo anno di sfondamento del suo deficit/PIL) (El Mundo/Madrid, 13.10.2015, Pablo R. Suanzes, Bruxelas dice que Espana no cumplirà el objetivo de deficit ni en 2015 ni en 016 http://www.elmundo.es/ economia/2015/10/05/56128539°2704e16638b458f.html)...

●I militanti in armi dell’autoproclamate forze autonome di Difesa della Repubblica autonoma-separatista auto-proclamata, ma con la ratifica a referendum col vasto assenso della popolazione,  di Luhansk, nel Donbass, hanno fatto arretrare di una quindicina di km. i carri armati avuti dai russi e di cui disponevano dalla linea del cessate il fuoco con l’Ucraina come era stato deciso nel secondo accordo di Minsk firmato da ucraini e russi e ripreso ora dal cosiddetto Quartetto della Normandia (Ucraina, Russia, Francia e Germania) il 2 ottobre a Parigi.

Ne dà conto il Centro di Informazioni― Vestnik Kavkaza, di Luhansk, confermando, anche a nome dell’omologa Repubblica di Donetsk, la disponibilità a rinviare le loro elezioni separate, convocate già per questo mese di ottobre, in modo da farle coincidere con quelle previste da Kiev a livello locale per tutta l’Ucraina, Donbass compreso.

A patto di cercare, insieme, una nuova data. Forse a febbraio. E’ la conferma che protezione e mallevadoria dei russi sono sempre condizionate per chi vuole e chiede la loro garanzia minima di sicurezza a comportamenti che Mosca giudica per se stessa accettabili e non troppo rischiosi (racconta per filo e per segno questi sviluppi Stratfor, 3.10.2015, Ukraine: Luhansk Separatists Begin Tank WithdrawalI separatisti di Luhansk cominciano a ritirare i carri armati dal fronte ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-luhansk-separatists-begin-tank-withdrawal).

Poi, subito dopo, e in modo ufficiale le forze armate ucraine si adeguano facendo lo stesso ritirandosi degli stessi 15 km.: a conferma, almeno, che le parti vogliono, o comunque, si stanno rassegnando auqueque c dar seguito alle intese appena raggiunte a Parigi e che, con la prova di fatti concreti stavolta, stanno parlando tra loro della convenienza/necessità di tonare  a un dialogo vero, politico (Kiyv Post/Kiev, 6.10.2015, Agenzia Interfax-Ukraine, Ukraine Contact Group may decide to reschedule elections in self-proclaimed republicsIl gruppo di contatto sull’Ucraina potrebbe decidere di ricalendarizzare le elezioni nelle auto-proclamate repubbliche http://www.kyivpost.com/content/ukraine/ukraine-contact-group-may-decide-to-reschedule-elections-in-self-proclaimed-republics-399 386.html).

●Nel corso dei colloqui internazionali multilaterali cosiddetti “di Normandia” del 2 ottobre a Parigi, Vladimir Putin ha dato il suo accordo al pieno accesso di osservatori dell’OSCE ai territori in mano ai ribelli nelle regioni dell’Ucraina orientale, del Donbass. Lo ha riferito il ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin. Un accesso che potrebbe consentire, attraverso il tramite dello stesso OSCE, all’effettivo ritiro di carri armati e di armi leggere dalla cosiddetta linea di contatto.

E consente lo stesso dall’altra parte, ai ribelli sull’esecuzione delle stesse misure sempre attraverso l’identico strumento (The Interpreter/Kiev, 6.10.2015, Ukrainian Foreign Minister Says Putin Agreed For OSCE To Be Given Full Access To Occupied Territory― Il  ministro degli Esteri ucraino riferisce che Putin ha detto sì al pieno accesso al territorio occupato ucraino ▬ http://www.interpretermag.com/ukraine-live-day-596-ukrainian-foreign-minister-says-putin-agreed-for-osce-to-be-given-full-access-to-occupied-territory).

A questo punto, resta tutto un po’ come in sospeso. I distretti dell’Est ucraino non sono “indipendenti”, ma al momento sono sicuramente “auto-governati”. Qui il confronto da militare tende a trasformarsi in politico, ma non è terminato per niente. E il fatto che,  insieme, la presenza sul fronte siriano dei russi tende a trasformarsi proprio in una partecipazione anche attiva militare  indica, o fa comunque intuire, che la Russia potrebbe adesso trovarsi forse in difficoltà, a reggere uno scontro armato su due fronti, contemporaneamente, a migliaia di km. l’uno dall’altro: Ucraina e Siria.

●Un po’ più avanti nel mese, la seconda regione del Donbass che, con Luhansk, talvolta in coordinazione talvolta meno, punta all’autonomia-separazione da Kiev, la Repubblica popolare di Donetsk, sposta in avanti, per ora fissandole al prossimo 20 aprile le elezioni locali che avrebbeo dovuto tenersi il 18 ottobre. Lo ha deciso e annunciato, il 10 ottobre, il primo ministro in funzione Alexander Zakharchenko in un messaggio postato sul sito web della Repubblica. Ottobre era già la data fissata per le elezioni locali panucraine dal governo di Kiev e la domanda di spostarle da quelle quasi  contemporanee nel Donbass che vivevano come una provocazione inaccettabile.

In effetti, nella riunione di Minsk-2 l’impegno era stato assunto dalle due entità separatiste del Donbass ma mai, finora, onorato. Ma è un mese ormai che le parti si sono mostrate, entrambe, più concilianti e accomodanti e pronte a prendere fiato Stratfor - Analysis, 12.9.2015, Ukraine Heads Back to the Negotiating Table― L’Ucraina sta tornando al tavolo del negoziato ▬ https://www.stratfor.com/analysis/ukraine-heads-back-negotiating-table; e Novorossiya Daily Sun,/Donestk-Lugansk, 10-11.2015, alla voce “Postponement of Elections...” ▬ https://novorossiya. dailysun. wordpress.com).

●Il volo MH-17 della Malaysian Airlines che precipitò in Ucraina orientale in territorio occupato dalle truppe dei ribelli del Donbass, venne abbattuto da un sistema antimissile , ancora una volta, dice e si contraddice, secondo l’accertamento condotto e pubblicato ora ufficialmente dal rapporto dell’Istituto per la Sicurezza olandese. Il Rapporto non ha i poteri di esprimersi formalmente sulle  responsabilità e su chi poi lanciò il missile, ma dice che sì, è vero, lo specifico missile incriminato forse può essere uno di quelli rimasti in eredità al governo ucraino quando venne sciolta l’URSS nel 1991. Dunque, il panel olandese non conclude, fa un po’ il pesce in barile... E alla fine continua a dire e non dire...

Ucraina e occidente hanno sempre finora imputato ai russofoni il misfatto dell’abbattimento del Boeing 747 in rotta da Amsterdam a Kuala Lumpur, mentre la Russia aveva sempre detto che il missile è stato sparato dal territorio controllato dall’Ucraina. Il rapporto, molto tecnico, spiega in dettaglio perché altre spiegazioni non tengano (BBC News, 13.10.2015 ▬ MH17 Ukraine disaster: Dutch Safety Board blames missile― Il disastro del volo MH17 in Ucraina: la Commissione d’inchiesta olandese dice  che  a d abbatterlo fu un missile ▬ http://www.bbc.com/news/world-europe-34511973). Non lo aveva intuito nessuno…

Anche se in secondo piano, non nell’articolo del tutto allineato e coperto (è colpa dei russi...), una specie di riquadro come aggiunto per completezza sul NYT, va segnalato perché, al contrario salvo errori di ogni altro grande foglio internazionale, spiega (New York Times, 13.10.2015, Julia Joffe, Why Russia Alternate History of Malaysia Airlines Flight 17 Matters Perchè e come è importante la storia alternativa dei russi sul volo 17 della Malaysia Airlines http://www.nytimes.com/2015/10/13/magazine/why-russias-alternate-history-of-malaysia-airlines-flight-17-matters.html?_r=0).

●In Ucraina, alla  fine si è votato il 25 ottobre  nelle elezioni regionali e municipali, anche se in ben 237 seggi elettorali – inclusi tutti quelli della città chiave di Mariupol, per errori di stampa e di consegna delle schede – non  si è potuto, o voluto, far votare. Le aree (Oblast) separatiste di Donetsk e Lugansk, accedendo alle ciìondizioni politiche di non svolgere contemporaneamente al voto ucraino, come stipulato nell’accordo di Minsk 2, non le hanno celebrate e, in una fase di relativa calma sui fronti e scontri, da parte loro è stata una concessione importante. Dalla parte di Kiev, la celebrazione di queste elezioni locali è parte di uno sforzo, sempre deprecato ma, anche per molti tra gli stessi unitari, sempre più indispensabile (UT-Ukraine Today, 26.10.2015, 46.6% turnout in Ukrainian local elections in spite of cancellation in key port city of Mariupol― Il 46,6% vanno a votare localmente malgrado la cancellazione del voto nella città portuale di Mariupol [dove si attendeva il risultato peggiore per il governo] http://uatoday.tv/politics/46-6-turnout-in-ukrainian-local-elections-in-spite-of-cancellation-in-key-port-city-of-mariupol-520618.html).

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●La Bielorussia ha rieletto l’11 ottobre con l’83% dei voti il presidente Aleksander Lukashenko anche se i risultati finali devono essere validati ancora dalle varie commissioni regionali e da quella centrale di Minsk cho controlleranno e ratificheranno il voto di ogni candidato. Lukashenko che è al potere dal 1994 stavolta ha ottenuto il massimo di voti di sempre, anche se nella capitale, Minsk, è stato il 20% degli elettori soltanto ad averlo votato preferendo puntare sui tre candidati dell’opposizione, ognuno dei quali ha preso un voto, come si dice, contenuto in una sola cifra: meno del 10%.

E’ stata la  quinta vittoria consecutiva coi partiti e i candidati d’opposizione che hanno goduto di uno spazio assai relativo ma sufficiente secondo la Commissione europea che le ha giudicate sufficientemente “normali” da portarla a sospendere le sanzioni conto Minsk prendendo atto che l’accesso al voto è stato sempre libero senza episodi di violenza. La Bielorussia  è considerata in effetti come un assett potenzialmente strategico nel confronto con la Russia.

Lukashenko, del resto, se la sta gestendo con grande sagacia manovrando attentamene il paese nei limiti che la sua economia e la sua collocazione geografica e geo-politica realisticamente gli consentono, con punte anche di indipendenza puntigliosa nei confronti di Mosca, in attesa di avere risposte seriamente e apertamente positive, un’apertura vera – che finora non c’è stata – dell’Unione europea alle sue aperture ma mantenendo, insieme, contatti, alleanze non troppo cogenti e scambi necessariamente privilegiati con la Russia stragrande e in ogni senso vicina. E’ la stessa situazione che dall’altra parte del mondo incombe inesorabile sugli Stati lì vicini all’altra superpotenza, in una gamma di rapporti che va dal Messico e, in negativo, a Cuba. Qui, appunto, da Bielorussia e Armenia in positivo e, in negativo, all’Ucraina e alla Georgia (Beta.TrT World/Minsk, 11.10.2015, Belarus leader Lukashenko headed for landslide re-election― Il leader bielorusso Lukashenko verso una rielezione a valanga ▬ http://beta.trtworld.com/europe/belarus-leader-lukashenko-headed-for-landslide-re-election-9244).

●In Polonia, Diritto e Giustizia, l’ex partito nato da Sołidarność e sdirazzato verso la destra estrema molto di più di quanto lo avesse mai voluto Wałesa, ha stravinto puntando sul suo est rurale e sull’ondata del populismo destrorso dell’Est europeo.

Contraddittoriamente, ma vincendo il 39,1% dei voti e mettendosi in grado con la maggioranza assoluta dei seggi di governare da solo (la piattaforma civica che era al governo da dal 2007 ha portato a casa solo il 23,4%). Contraddittoriamente ma anche proprio per questo, la nuova prima ministra Beate Szydło, così ambiguamente – sì e no insieme e non sì o no – perciò anche vincendo …

·        Perchè la Polonia è europeista: è lo Stato europeo che più – e anche meglio, è vero – ha usufruito meglio dei fondi dell’UE)― ma è decisamente tra i più euroscettici e addirittura i più eurofobi su una qualsiasi sovrannazionalità europea cui pervenire…;

·        é iper-cattolicao,  nel senso proprio di papalino d’antan e di nostalgico del suo grande papa ma è contrario alla fratellanza e anche a ogni tolleranza civile che oggi, grazie a quest’altro papa che oggi ci ritroviamo non si sente niente in sintonia…;

·        è filo-israeliana ma è anche, e sempre, anti-semita: sia cioè anti-arabo che anti-ebreo per antichissima tradizione…;

·        è anche tifosa, insieme, dei neo-lib economici all’americana della “saggezza convenzionale” ma anche dell’erogare “salari più alti”… Contraddittoriamente, appunto… (The Guardian , 25.10.2015, Poland lurches to right with election of Law and Justice partyLa Polonia si butta a destra con l’elezione del partito del Diritto e della Giustizia http://www.theguardian. com/world/2015/oct/25/poland-lurches-to-right-with-election-of-law-and-justice-party).

●A proposito di Ungheria― ma non solo, certo

● L’Ungheria “Patria cristiana”: per chi ci crede, una vera bestemmia!

Statevene fuori!  Grazie a Dio non siamo più antisemiti: solo islamofobi!

 

Fonte: Khalid Bendib, 14.9.2015

uesto pun o,

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STATI UNITI

●Il dipartimento del Lavoro ha dato notizia, per settembre, di un tasso ufficiale di disoccupazione fermo al 5,1%, col Rapporto del suo Ufficio Statistico del Lavoro― BLS che parla di un aumento nel mese di 142.000 nuovi (magari molto più precari e sfruttati) occupati effettivamente  al lavoro e che segue a ruota – probabilmente essendo già nota alla Fed – la decisione della Banca centrale di non toccare il tasso di sconto come era stato pure da molti preconizzato vista appunto, la fragilità della ripresa in atto misurata su dati sempre ufficiali, pubblicati ma anche come un po’ più nascosti di quelli ufficiali come, appunto, l’aumento effettivo – da posti sicuri a posti sempre più precari – e non solo dei dati del conteggio pubblicizzato ufficiale (New York Times, 2.10.2015, P. Cohen, Grim Jobs Report Is Likely to Delay a Move by the Fed on Rates― Un brutto Rapporto sull’occupazione sarà utile a far rinviare, probabilmente, il rialzo del tasso di sconto da parte della Fed ▬ http://www.nytimes.com/2015/10/03/business/economy/ jobs-report-hiring-unemployment-wages-fed-rates.html?_r=0).

Gli analisti specializzati di mercato del lavoro parlano di dati “spaventosi”, di un “colpo basso, inatteso” all’economia, di un quadro che, nella realtà e non nelle letture roseo-ottimistiche, si va facendo “assai fosco”. E, il peggio, è la loro totale sorpresa, alla quale si aggiunge quella dovuta alla revisione, in peggio, dei dati della crescita dell’’occupazione ad agosto non più di 136.000 rispetto ai 173.000 già invece annunciati e un segnale certo di calo del ritmo di crescita che era stato frettolosamente dato per ufficialmente acquisito (BLS, 2.10.2015, USDL-15-1912, 9.2015, Employment situation summary ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm).

Il tasso di partecipazione della forza lavoro è sceso dal 62,6 al 62,4%, per la riluttanza a rimettersi in circolo di molti che hanno perso il lavoro e adesso lo ritrovano facendosi contare come occupati ma a salari e condizioni di lavoro molto peggiori da parte di chi durante la recessione è stato marginalizzato ed escluso. L’economia americana è stata danneggiata sia dal calo duella g lo vale i Asua e in Europa ell’economia globale, sia dalla forza del biglietto verde che colpisce di brutto la competitività dell’export ma cui, per ragioni di prestigio idiota, il Tesoro non vuole comunque rinunciare come altri nel mondo a svalutando un biglietto verde diventato una palla al piede.

E ha contribuito a questo declino anche il ribasso orchestrato stupidamente per far male alla Russia e all’Iran dal governo USA e dai suoi compari  sauditi― stupidamente perché questi cultori del pensiero debole – debolissimo sul piano strategico – alla fine scontano sempre, per l’eterogenesi dei loro fini, il rovesciamento contro di sé dei propri stessi obiettivi. Per cui, le politiche disegnate a punire chi era in disaccordo con loro, hanno certo creato grandi difficoltà a quei “nemici” ma anche “rovinato” decurtando di miliardi di $ investimenti e aspettative di sicuro profitto delle multinazionali petrolifere occidentali. E stanno, per la prima volta nella storia, falcidiando profitti e rendite di posizione, mandandoli in rosso per miliardi e miliardi di $ perfino il bilancio di re Salman dell’Arabia saudita.

Sul tema del lavoro, che continua a mancare anche qui e che non ce la fa più a tenere in vita il “sogno americano”, scrive un commento dell’Istituto di ricerca al quale qui sistematicamente ci rivolgiamo, l’Economic Policy Institute, sia per l’autorevolezza che ha universalmente acquisito anche tra i nemici ideologici che ha in abbondanza, sia perché, appunto, si schiera sempre – e mai pregiudizialmente – dalla parte del lavoro contro il profitto e dei lavoratori contro i padroni.

“I dati odierni del BLS attestano una deludente creazione di 142.000 posti di lavoro a settembre con un aumento medio mensile nell’anno a 198.000, più fiacco di quello già insoddisfacente dell’anno scorso. Di più, per luglio ed agosto i dati rivisti definitivamente riaggiustano al ribasso, sui 60.000 posti di lavoro in meno ogni mese – a parte precarietà in aumento e scarso potere d’acquisto – con una percentuale di giovani al lavoro che continua a stagnare al 77,2%, come quella di inizio d’anno – insieme a tutti gli altri presi insieme denotano un mercato del lavoro ancora notevolmente debole e testimoniano che la Fed ha avuto ragione nel non rialzare adesso il tasso di sconto e che non dovrebbe farlo almeno per tutto il resto di questo 2015” (EPI/Washington, D.C., 2.10,2015, Elise Gould, Disappointing Jobs Numbers and Not Enough Teachers― I numeri dell’occupazione deludono in generale e, in particolare, c’è forte carenza di insegnanti ▬ http://www.epi.org/blog/disappointing-jobs-numbers-and-not-enough-teachers).

Quest’ultimo è il fattore che mette stavolta in speciale evidenza il commento al Rapporto mensile dell’EPI, l’Istituto di Washington per la Ricerca delle scelte politiche:

“A settembre, dati alla mano, basta dare un’occhiata al numero degli insegnanti che cominciano a lavorare o tornano a scuola quest’anno per constatarne un calo realmente drammatico registrato nel corso della recessione e che non s’è mai più riavvicinato al livello raggiunto prima del 2008, senza prendere neanche in considerazione il livello necessario anche solo per tenere il passo con una popolazione scolastica in continua crescita.

E’ il prezzo pagato alla recessione, più esattamente alle scelte di spesa pubblica in essa privilegiate rispetto al resto della spesa pubblica – prima, molto prima, i tagli alle tasse dell’1% della popolazione più abbiente e in proporzione poi sempre del regalare di più ai più ricchi: tagli imposti dal Congresso e dalle lobbies alla Casa Bianca e troppo spesso subiti;  da noi prima col Berlusca e le sue deviate priorità personali e di casta ma, anche dopo di lui, a continuazione col malaffare della corruzione e delle mazzette in tutti i gangli della gestione pubblica e con l’ingordigia dell’onnivoro privato che risucchia  sempre prioritariamente pure da noi le risorse; e poi – molto poi – la spesa per l’istruzione: in sostanza, una perdita di 236.000 posti di lavoro in sette anni, anche se con un parziale recupero nel 2015 di 41.000 unità nel corpo insegnante.

Col conto che globalmente resta negativo per 410.000 cattedre nella pubblica istruzione. Sono queste, misure per lo meno miopi, di austerità mal applicata, che hanno penalizzato oltre misura una popolazione scolastica che continuava, e continua, in America a crescere”.

Il Dipartimento del Commercio a fine ottobre, ha reso noto che (New York Times, 29.10.2015, N. D. Schwartz, U.S. Economy Grew at 1.5% Rate in Third Quarter― L’economia americana è cresciuta, nel terzo trimestre,  tasso dell’1,5% http://www.nytimes.com/2015/10/30/business/us-economy-gdp-q3.html?_r=0) con i consumi personali che crescono meglio e mantengono una “modesta espansione dell’economia”  ma globalmente, sul precedente trimestre si tratta di un calo oltre la metà, dal 3,9 all’1,5, appunto per cento.

Soprattutto perché si vende la merce già in magazzino o già in negozio senza acquistare granché di nuovo. L’inflazione rimane sotto controllo, ben sotto il 2% che dice la Fed, all’1,3%.

●Il Congressional Budget Office, qui, è un organo di controllo contabile simile alla Ragioneria dello Stato da noi, ma indipendente dal governo e controllato direttamene dal Congresso, ha fatto i conti e scoperto evidenziando i numeri quel che effettivamente significano se vincessero mai alle elezioni di novembre 2016 i piani economici del partito repubblicano così come li va presentando il deputato Paul Ryan, il loro guru e presidente di una Commissione molto potente – la Ways and Means― Modalità e Strumenti – quella che assegna leggi e tempi del loro esame alle altre Commissioni – e ormai prossimo speaker della Camera alta (Congressional Budget Office, 5.4.2011, Tabella di p.16 della sua analisi del piano Ryan, “Spese federali previste al netto degli interessi” ▬ http://www.cbo.gov/sites/default/files/cbofiles/ftpdocs/121xx/doc121 28/04-05-ryan_letter.pdf).

Dunque, secondo l’analisi tecnica del piano Ryan fatta dal CBO – e compiuta, spiega la lettera introduttiva del suo direttore, D. W. Elmendorf, all’autore stesso “sotto la sua [di Ryan] personale” direzione – nel 2050 ogni riduzione di bilancio sarà fatta a scapito di tutti i settori di spesa federale ma con l’eccezione di quella militare, della spesa per infrastrutture e ricerca, della voce che può essere riassunta sotto lo slogan di “legge e ordine” e per ogni altra spesa di sostegno al reddito che non sia legato a sanità e aiuto ala povertà che sono esenti da tagli e resterebbero grosso modo al 3,5% di spesa attuale: un totale che verrebbe tutto messo a carico, invece, di sanità, sicurezza sociale e assistenza...

Ed è, con tutti gli errori, le esitazioni e le contraddizioni dei democratici la differenza fondamentale che, anche e perfino qui, rimane tra – sì ! – destra e sinistra... Lamenta il solito NYT, come gli capita sempre più spesso non fosse per alcuni suoi editorialisti, banalmente superficiale in materia economica – e di informazione puntuale sulle cose economiche – che proprio la serietà del suo rigorismo fiscale potrebbe ora impedire a Ryan di diventare davvero il nuovo speaker della Camera (New York Times, 14.10.2015, D. M. Herszenhorn, Devotion to Fiscal Policy May Keep Ryan From Taking House Speaker’s Job― La sua devozione alla politica di bilancio può tenere Ryan fuori del posto di speaker della Camera ▬ http://www.nytimes.com/2015/10/15/us/politics/paul-ryan-house-speaker.html).

Ma, vedete che capita a quello che resta – malgrado il suo perbenismo convenzionale, il suo patriottardismo obbligato e la sua fideistica, tipo Deus voluitlo ha voluto Dio, fiducia  nell’eccezionalismo americano – altrimenti il migliore quotidiano globalmente orientato sulla faccia del mondo: spende una paginata per parlare del virtuoso rigorismo “morale” (sic!) di questo signore e neanche un rigo a spiegare quel che significherebbe se passasse per gli americani: di più e, in proporzione, ancora di più all’1% di loro che ha già tanto e di meno, ancora molto di meno, a chi ha poco o niente...

●Proprio a fine mese la Camera dei Rappresentanti ha adottato a larghissima maggioranza (tutti i 187 democratici e talvolta anche 79 repubblicani, 266 deputati contro 167), dopo anni di boicottaggio e di obbligato esercizio provvisorio, ha passato una legge di bilancio che almeno per due anni adesso sarà forse in grado di far escludere il potenziale default degli Stati Uniti, appena passerà – ormai subito – anche al Senato (New York Times, 28.10.2015, D. M. Herszenhorn, House approves budget La Camera approva il bilancio http://www.nytimes. com/2015/10/29/us/politics/house-approves-budget.html?_r=0).   

●In Iran, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato il 7 ottobre che sono vietati altri negoziati con gli USA (The Times of Israel/Gerusalemme, 7.10.2015, Khamenei bans further cooperation, talks with US― Khamenei proibisce ulteriori passi di cooperazione e ulteriore negoziato con  gli USA ▬ http://www.timesofisrael.com/khamenei-bans-further-cooperation-talks-with-us) dopo quello appena concluso sullo scambio tra controllo della ricerca nucleare iraniana e cancellazione di sanzioni americane.

Il negoziato di Vienna s’è concluso, alla fine (e dopo i  tanti tentativi statunitensi di piegarlo anche a altri fini – del  tipo: se voi ci state a mollare Assad e il sostegno al suo governo, noi ancora potremmo anche... – e sempre a intese parallele e fraudolente), con la sua personale, necessaria approvazione e “raccomandazione” – in pratica, poi, l’unico via libera che conta – inviato per una “discussione” che pesa e conterà ma, alla fine, per una presa d’atto, al majlis, il parlamento. Lo scrive e lo fa sapere dal suo blog (The Office of the Supreme Leader Sayyed Ali Khamenei, Testo della dichiarazione ai cadetti della Marina della Guardia Rivoluzionaria, 7.10.2015 ▬ http://www.leader.ir/langs/en/index.php?p=contentShow&id=13735) con un testo ufficiale che, sottopena di sanzioni penali, non si può strumentalizzare o travisare o citare in modo troncato che si renda passibile di censurarne il dettato e il senso.

In un indirizzo rivolto ai comandanti della Marina della Guardia Rivoluzionaria ha rilevato che anche in Iran restano gli ingenui incapaci, malgrado ogni prova contraria, di rendersi conto del modo in cui l’America cerca di influire sulle scelte iraniane proprio con lo strumento del negoziato. E l’Iran, ha concluso, non diventerà un alleato degli Stati Uniti “dall’oggi al domani”. E’ il senso di un’evoluzione e di un dibattito lungo e complesso, battagliato e ripetutamente cercato, che sintetizza in un solo termine – persiano― در مدت یک شب―in inglese overnight – l’ormai più che quarantennale storia di rapporti e di scontri tra Iran e Stati Uniti d’America. E forse qui, in realtà, in questa sola parola – l’ultima della frase – c’è tutto il senso e la realtà di un dibattito visto largamente così da un intero paese.

Un obiettivo su cui non è escluso continuare a puntare, ma realisticamente ancora ben  al di là da venire. Il majlis intanto approva a larga maggioranza, cosi come il Consiglio dei Guardiani che valuta la conformità delle leggi a usi, costumi e shar’ia: Mentre in America, il Congresso, controllato dai repubblicani non ha ratificato l’intesa ma  non è neanche riuscito a affossarla o bloccarla.

●Gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo – ha ora dichiarato il ministro degli Esteri del Kuwait, Sheikh Sabah al-Ahmad al-Sabah, in una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, sono ormai pronti al dialogo con l’Iran. Il Kuwait punta a un negoziato che possa rafforzare sicurezza e stabilità in tutta la regione. Ma non a caso rifiuta di confermare o smentire che anche l’Arabia saudita, il fulcro del Consiglio del Golfo, concordi con la disponibilità espressa da Kuwait City – e forse da alcuni altri, non esattamente identificati― il fatto è che probabilmente, nell’immediato, l’accordo di Vienna tra Iran e 5 +1, lo scambio raggiunto tra controllo del nucleare iraniano e sanzioni contro Teheran, potrebbe aumentare più che alleviare le tensioni nella regione (Agenzia IRNA/Teheran, 6.10.2015, Kuwaiti FM: PGCC states ready for dialogue with Iran Il ministro degli Esteri del Kuwait: gli Stati del Consiglio del Golfo pronti al dialogo con l’Iran ▬  http://www.irna.ir/en/ News/81788540).

L’Unione europea si appresta ormai a annunciare la cancellazione  unilaterale delle sue sanzioni contro l’Iran, secondo fonti diplomatiche bruxellesi del Gabinetto della Commissaria agli Affari esteri e vice presidente Federica Mogherini. Poi si dovrà attendere perché cadano operativamente, ma sarà  rapido essendo già stato preannunciato dalla stessa AIEA dell’ONU, il via libera dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica di Vienna a conferma ufficiale dell’osservanza degli obblighi assunti da Teheran da completare entro la fine di quest’anno (Stratfor, 17.10.2015, Iran: EU Will Announce End Of Sanctions Tomorrow, Source Indicates― Fonti della Commissione indicano che la UE metterà fine alle sue sanzioni contro l’Iran ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/iran-eu-will-announce-end-sanctions-tomorrow-source-indicates).

●Il presidente dell’Afganistan, Ashraf Ghani ha voluto congratularsi con le Forze armate per la riconquista di Kunduz. Notizia, però, almeno un po’ esagerata anche a stare alla precisazione di altre autorità di governo che in realtà hanno ripreso solo parte del centro di Kunduz, soprattutto – come capita ovunque qui e altrove, distruggendolo dall’aria con le bombe dell’aviazione, la propria e quella americana, all’ingrosso. Intanto, e comunque, a Kunduz, osservano del tutto ufficiosamente i consiglieri americani che restano ancora a Kabul, i talebani si sono largamente riforniti nei magazzini del governo, razziati con la fuga dell’esercito a man bassa e senza colpo ferire.

I fatti, del resto, come vengono dimostrati mostrano che il governo afgano, oggi forse ancor più di ieri, dipende, in misura globalmente minore ma che è sempre decisiva, dal supporto aereo alleato per acquisire il margine critico operativo di cui questo governo continua ad aver bisogno per sopravvivere. Gli scontri proseguiranno e ancora più aspri. La cattura di Konduz, in una zona finora largamente immune dalle tradizionali forti presenze talebane,qui potrebbe davvero presagire a  sviluppi complessi e che per Kabul sembrano molto pericolose.

●A  metà ottobre, così – dopo che i talebani annunciano di lasciare Kunduz, occupata quasi per due settimane (e che abbandonano, dicono, solo per risparmiare forze e riserve: il che significa anche però che forse si erano un po’ troppo allargati...), Obama ci ripensa.

Aveva annunciato che per fine anno gli americani in divisa in questo paese non ci sarebbero più stati. Ma adesso non vale più: resteranno almeno fino a che lui resterà in carica, dopo il capodanno 2017, e aumenterà invio e utilizzo da parte loro dei droni (New York Times, 15.10.2015, M. Rosenberg e M. D. Shear, Obama Announces Halt of U.S. Troop Withdrawal in AfghanistanObama annuncia l’alt al ritiro delle truppe USA dall’Afganistan [fino ala fine del suo mandato, a inizio 2017] ▬ http://www.nytimes.com/2015/10/16/world/asia/obama-troop-withdrawal-afghan istan.html?_r=0).

E’ una gran brutta botta per lui, e per i GI’s che sono costretti a restare : non è riuscito a concludere la guerra americana più lunga della storia entro la fine del suo mandato, come aveva solennemente giurato ai suoi cittadini e, specie, ai suoi elettori, non tenendo conto della risoluzione dell’oste talebano.

● Uscendo dall’Afganistan, non sbattete troppo forte la porta! E il prossimo drone serve all’inchiesta, lo giuro

               Governo GHANI                                EXIT                             MDF       OSPEDALE di KUNDUZ

       

Fonte: INYT (The Straits Times, Singapore), 5.15.2015, Heng Kim Song

Fonte: INYT, 10.10.2015, Patrick Chappatte  

in Canada e in America latina

●In Canada, cambio di governo. Rovesciando le speranze del governo neo-liberista e ultra-atlantico dei Conservatori, pronto ad accodarsi a ogni auspicio degli americani – a bombardare l’ISIS e, comunque, i “nemici” dell’occidente, come tali designati a Washington, a boicottare i russi, ecc., ecc., il partito Liberale di Justin Trudeau – un giovane 40enne insegnante di professione, figlio lui stesso di un ex premier per una quindicina d’anni tra il ’70 e gli ’80, Pierre Elliott Trudeau – come primissima mossa estremamente significativa annuncia, solo un’ora dalla proclamazione del risultato delle elezioni, di ritirare la partecipazione del Canada alle missioni di bombardamento contro l’ISIL decise dal governo sconfitto.

I liberali hanno vinto adesso con 184 seggi conto i 102 sul plenum di  338 dei conservatori di Stephen Halper, al governo ormai da nove anni. Terzo è arrivato il Nuovo partito democratico con 44 deputati, da secondo che era,  abbandonato per la sua troppo tiepida opposizione alle scelte dei conservatori, giudicate troppo piegate agli USA e troppo socialmente “filo lor signori” specie nella sua culla tradizionale, nello Stato francofono del Quebec.

Il grande cambio annunciato di politica interna sarà un forte spostamento dall’attenzione privilegiata verso i produttori d’energia, specie se fossile, a  temi più importanti per i Liberali, come il rilancio di una base manifatturiera. E sarà il diniego della ortodossia fiscale che negli ultimi 20-30 anni ha fatto il bello, ma  soprattutto il cattivo tempo, per la maggior parte delle persone “normali”, specie le meno abbienti.  

Ma non sarà un vero rovesciamento di priorità, solo una diversità di accento... Certo, perché in realtà Justin Trudeau non è affatto un progressista ma un centrista. Solo che perdere per strada uno come Harper già è comunque qualcosa... e qualcosa che vale (New York Times, 19.10.2015, Ian Austen, Justin Trudeau and Liberal Party Prevail With Stunning Rout in Canada―In Canada, Justin Tudeau e il partito Liberale prevalgono in modo schiacciante ▬ http://www.nytimes.com/2015/10/20/world/americas/canada-election-stephen-harper-justin-trudeau.html).

●Sulla Colombia, proseguono, con prospettive serie di successo, i negoziati all’Avana tra governo e Forze armate da una parte e formazioni rivoluzionarie delle FARC dall’altra. Ma la fine formale dell’insurrezione e della repressione, dopo più di cinquant’anni di guerra civile, trova ostacoli improvvisi e seri proprio ora che si sta per chiudere. E ora il 4v ottobre viene arrestato dai militari a Rioblanco, la Riserva ecologica naturale del sud della Colombia, il capo delle Finanze delle FARC, toddia fiscal, xdi bvilancio  Manuel Olaya Arias, noto come Chapin.

Anche se il governo ha già annunciato che non perseguirà più dirigenti e militanti delle FARC per crimini, pure legati alla droga ma motivati politicamente come, del resto, farà con l’amnistia per i componenti delle stesse Forze armate colpevoli di esazioni, crimini di guerra, la persecuzione e il massacro sistematico della minoranza india nel paese (La wradiocom.co/Bogota, 3.10.2015, Capturado alias Chaplin, cabecilla de las Farc― CatturatoChapin, alias del capopopolo delle FARC http://www.wradio.com.co/noticias/ actualidad/capturado-alias-chaplin-cabecilla-de-las-farc/20151003/nota/2956172.aspx).

●In Argentina, il 25 ottobre ha inizio il processo delle elezioni, con sei candidati tutti scelti da rigidi e supercontrollabili primarie del loro partito ma presentabili, se insistono, anche il secondo e il terzo arrivati di ciascun partito che, naturalmente, però rischiano di dividere le proprie forzerrimediabilmente populisti, trasformisti e corrotti; per la maggioranza, i garanti di uno Stato sociale popolar-populista, reale e costoso e che sono riusciti, spernacchiando i soloni del FMI e le loro préfiche, a tirar fuori il paese dalla gravissima crisi del 2001.

Il primo, appoggiato dalla presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, è il peronista di sinistra Daniel Scioli, che conduceva largamente, col 40% dei sondaggi, sul peronista di destra – qui destra vuol dire più attenta alle regole del FMI che non rinuncia all’aggettivo di peronista però si presenta come portatore ufficiale della corrente destro-centrista – Mauricio Macri, anche lui  di origine italiana; e poi c’è il quarto arrivato nelle primarie peroniste che per legge però non può che presentarsi ormai fuori del partito e lo fa su una linea dichiaratamente riformista, o se volete contro-riformista, insieme a due altri concorrenti.

Vincere al primo turno vuol dire portare a casa il 45% dei voti o anche solo il 40, ma con un vantaggio almeno del 10% sul secondo arrivato, altrimenti i primi due vanno al ballottaggio il 22 novembre. Ma chiunque alla fine vinca si troverà di fronte a sfide economiche e sociali sicuramente serie (Internazionale, 21.10.2015, Le elezioni in Argentina: i candidati e i  temi della campagna elettorale http://www.internazionale.it/notizie/2015/ 10/21/elezioni-argentina-candidati).

E con uno scarto basso dal secondo, tale da non dargli il 45% per vincere già al primo turno, proprio Macrì arriva lui primo (New York Times, 26.10.2015, S. Romero e Jonathan Gilbert, In Argentina, Tight Vote Yields Presidential Runoff― Un voto molto ravvicinato porta al ballottaggio   http://www.nytimes.com/2015/10/26/world/americas/argentina-presidential-election.html?_r=0).

●In Guatemala, Jimmy Morales, un ex comico televisivo di successo, è l’ennesimo caso nel mondo dove un esterno e estraneo alla politica, dopo un forte movimento e un’ondata reale e populista anti-corruzione, ha prima tolto l’immunità, costretto a dimettersi  e, poi, mandato in galera il presidente Otto Pérez Molina e ora ha vinto (New York Times, 25.10.2015, E. Malkin e Nic Wirtz, Jimmy Morales Is Elected New President in Guatemala― In Guatemala, Jimmy Morales eletto presidente  http://www.nytimes.com/2015/10/26/world/americas/former-tv-comedian-jimmy-morales-seems-set-to-be-elected-guatemalas-president.html).

GERMANIA

●E’ stato un anno piuttosto anomalo per questo paese, finora. I dati anche immediatamente precedenti lo scandalo di Wolfsburg danno ad agosto un export s’è contratto al massimo dall’inizio della crisi finanziaria del gennaio 2009, secondo il DESTATIS, il Deutsche Statistiche Bundesamt di Wiesbaden. Le esportazioni sono andate giù del 5,2% da luglio, di  € 97,7 miliardi mentre del 3,1, di € 78,2 miliardi, scendono anche le importazioni: la flessione maggiore dal novembre 2012.

E, al di là del fatto stesso che questi dati allarmanti non riflettono ancora che appena marginalmente  le prime, nefande conseguenze della truffa Wolkswagen..., il calo di esportazioni che viene imputato anche, ma occasionalmente, al numero alto di giorni non lavorati del mese sembra spiegarsi in realtà molto più seriamente col secco abbassamento di ordini nell’industria e nella produzione che è il fardello di una pessima congiuntura economica prolungata.

E’ la domanda internazionale che viene a mancare, particolarmente anche ma non certo solo col rallentamento cinese. Nel complesso, però, la Germania ha pur sempre postato quattro trimestri consecutivi di crescita dopo la modesta contrazione dell’aprile-giugno 2014 (Reuters, 8.10.2015, German exports plunge as China, VW cloud German growth outlookL’export tedesco affonda con i dati della Cina e la faccenda Volskwagen che comincia ad annebbiare le prospettive della crescita http://www.reuters.com/article/2015/10/08/germany-economy-trade-idUSL8N1280 K620151008). 

GRAN BRETAGNA

●Jeremy Corbyn, il capo dell’opposizione laburista a Westminster, che i maggiorenti del partito intendevano bollire e ribollire per presentarlo alle elezioni tiepido e diverso da come loro lo avrebbero voluto e da come invece gli iscritti al partito che si chiamava, prima del trapianto d’anima e di cervello fattole da Blair, orgogliosamente socialista lo hanno scelto. E’ uno che ha presieduto per anni il movimento anti-atomico britannico e che adesso, da potenziale primo ministro, dice papale papale che lui come premier non ordinerà mai l’uso delle armi atomiche britanniche.

Per molti così il partito perde... – come se poi avesse vinto o vincesse mettendosi a scimmiottare i leaders degli ultimi vent’anni, scoloriti e fedifraghi. Per molti altri, però, come al contrario apprezzano i tanti che lo hanno scelto, è anzitutto uno che ha il coraggio di dire che vuol mantenere quello che promette e per cui sa e rivendica di essere stato eletto (New York Times, 30.9.2015, S. Enlarger, Jerry Corbyn Labour Party Leader Says He’d Never Use Nuclear WeaponsJerry Corbyn, leader del partito laburista sostiene che lui non utilizzerà mai l’arma nucleare http://www.nytimes.com/2015/10/01/world/europe/ jeremy-corbyn-labour-party-leader-says-hed-never-use-nuclear-weapons.html?_r=0).

●Alla vigilia, e secondo molti proprio per attenuarne, da maestro spin doctor, l’impatto alla vigilia della ritardata (sei anni) pubblicazione del Rapporto ufficiale firmato da Sir John Chilcot sulla guerra di Bush il piccolo che lui coprì in Iraq, l’ex PM Tony Blair, social conservatore della cosiddetta Terza via (sempre e solo con Washington su tutto quel che conta: politica estera e politica economica), parlando con la CNN ha ammesso che “l’invasione del’Iraq nel 2003 ha purtroppo aiutato a far nascere lo Stato Islamico.  

Devo scusarmi che era sbagliata l’intelligence ricevuta” – dice mentendo e sapendo di farlo perché lui stesso, personalmente, diede una mano volenterosa a falsarla quell’intelligence e anche a inventarla – e sbagliammo tutto nel non prevedere dove saremmo finiti” (New York Times, 25.10.2015, Kimiko De Freitas-Tamura, Tony Blair Says  Iraq War Helped Give Rise to ISIS― Tony Blair dice [in realtà, ‘confessa’…] che la guerra all’Iraq ha fatto nascere l’ISIS ▬ http://www.nytimes.com/2015/10/26/world/europe/tony-blair-says-iraq-war-helped-give-rise-to-isis.html). Peccato che, a finirci male più di milioni di altri, non sia stato lui. 

 

GIAPPONE

●Il WP, una volta tanto meno convenzionalmente e superficialmente ovvio di quanto usualmente in generale gli capiti, segnala stavolta un fenomeno sfuggito al resto della grande stampa internazionale che agli americani risulta molto strano. Il  titolo dice già bene tutto (The Washington Post, 7.10.2015, Danielle Paquette, How American women fell behind Japanese women in the workplaceCome le americane sono andate indietro rispetto alle lavoratrici  giapponesi  sul posto di lavoro ▬ http://www.washingtonpost.com/news/wonkblog/wp/ 015/10/07how-american-women-fell-behind-japanese-women-in-the-workplace

Il punto segnalato sottolinea che il tasso dell’occupazione femminile è ormai più alto in Giappone che in USA: una differenza ancora più rilevante se il paragone fosse stato fatto solo tra le lavoratrici delle leve più giovani. Ed è il risultato chiaro di una politica attiva del lavoro che tende a “compensare”,  in qualche modo, il calo globale della popolazione al lavoro in questo paese.

Anche se la cosa viene “pagata” con lo scompenso di salario e di diritti che, tradizionalmente anche qui, come quasi dovunque, le lavoratrici devono registrare rispetto ai lavoratori (e il conseguente guadagno sul costo del lavoro – una contro uno – per i goduriosi padroni. Va  detto che il fattore dell’aumento delle donne al lavoro era stato segnalato da anni, se non sulla stampa internazionale,almeno nelle statistiche dell’OCSE.

●Anche il NYT, per la solita abitudine alla saggezza convenzionale, non trova di meglio che rifilare alla Abenomics un cattivo voto – la chiama una “valutazione negativa” (New York Times, 25.10.2015, Jonathan Soble, Japan’s Struggling Economy Finds ‘Abenomics’ Is Not an Easy Fix― L’economia inguaiata del Giappone trova che l’Abenomics non è una via d’uscita facile http://www.nytimes.com/2015/10/26/business/international/japans-struggling-economy-finds-abenomics-is-not-an-easy-fix.html?_r=0) – sostenendo che non ha affatto dato buoni risultati per migliorare lo stato dell’economia giapponese negli ultimi due anni e mezzo del suo governo.

Neanche si cura di citare il salto dell’occupazione nel periodo del suo governo. Ma l’aumento per i lavoratori tra i 16 e i 64 anni è cresciuto del 2,4%: quasi 2 milioni di nuovi posi di lavoro che, a paragone dello stesso aumento negli USA nello stesso periodo – la metà: l’1,2%, 1 milione di posti – quando qui si sono vantati, soloni e politici, del loro buon risultato.