Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

                       11. Nota congiunturale - novembre 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

 

 

 

2.11.2014

(chiusura: 1.11- 00:38)

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc402562599 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc402562600 \h 1

Dati previsti a fine anno... bene la Cina..., truccati gli altri, quando non proprio pessimi... (grafico) PAGEREF _Toc402562601 \h 3

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc402562602 \h 5

Ma, Erdoğan effendi, come si può fare a fidarsi? Quando uno pesca nel torbido per anni, poi...  (vignetta) PAGEREF _Toc402562603 \h 6

Ma, brutti vigliacchi, perché non venite voi quassù a fare a botte con noi?    (vignetta) PAGEREF _Toc402562604 \h 7

La coalizione di Obama: la saga delle contraddizioni che nol consentono...   (vignetta) PAGEREF _Toc402562605 \h 8

Scherzetto del Pentagono... (vignetta) PAGEREF _Toc402562606 \h 12

nel resto dell’Africa.. PAGEREF _Toc402562607 \h 18

Adesso tocca all’ebola  e al panico... e, poi, al panico del panico dell’ebola...(vignetta) PAGEREF _Toc402562608 \h 18

in America latina.. PAGEREF _Toc402562609 \h 21

CINA.... PAGEREF _Toc402562610 \h 25

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc402562611 \h 29

EUROPA.... PAGEREF _Toc402562612 \h 32

Eh , sì... Frau Merkel va giù (ma fa finta di no... ancora)  (grafico) PAGEREF _Toc402562613 \h 35

STATI UNITI. PAGEREF _Toc402562614 \h 45

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc402562617 \h 47

Essere o non essere, europei?   (vignetta) PAGEREF _Toc402562618 \h 47

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc402562619 \h 48

 

 

 L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di novembre 2014 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza

• il 1° novembre, entra in carica, riveduta e corretta negli incarichi di alcuni commissari e anche nella sua stessa composizione (la candidata di Juncker e del Consiglio europeo presentata dalla Slovenia a vice presidente e Commissaria all’Ambiente è stata addirittura proprio respinta dal Parlamento europeo) la nuova Commissione europea di Jean-Claude Juncker;

• il 2, primo turno delle elezioni presidenziali in Romania;

• sempre il 2, elezioni convocate dai ribelli nell’Ucraina orientale;

• il 4, elezioni di mezzo termine in USA;

• il  9, in Spagna, in Catalogna, referendum (se poi si terrà davvero);  

10-11, 26° vertice, a Pechino, dell’APEC (Associazione cooperazione economica dei paesi dell’Asia-Pacifico);

15-16 novembre, a Brisbane, in Australia,  vertice del G-20;

16, in Libano, elezioni legislative;

• sempre il 16 (se necessario), in Romania, ballottaggio delle presidenziali;

23, elezioni legislative in Tunisia;

24, scadenza per l’accordo tra Iran e, sostanzialmente, USA sulla cancellazione/riduzione dei programmi per l’energia nucleare di Teheran e cancellazione/ridimensionamento delle sanzioni;

30 novembre, ballottaggio delle presidenziali in Uruguay― il primo  turno il 26.10;

• in novembre, data provvisoria e non confermata delle legislative in Libano.

●Commenta acidissimo – ma solo perché rifiuta di prendere atto di quella che è la diminuita realtà... reale oggi degli USA – il WSJ che oggi “il Venezuela, nemico degli Stati Uniti, anche se la sua economia sta implodendo e anche se sul paese incombe il default del debitoma che c’entra? e non significa forse – pensateci – che in realtà quell’economia sta implodendo secondo i criteri e, guarda un po’, magari proprio perché quelli sono i criteri del pensiero unico sponsorizzato dal WSJ e non necessariamente, o non più, quelli secondo quelli del resto del mondo? è riuscito nel golpe diplomatico di farsi eleggere (181 voti contro 0) come membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Alla faccia dell’influenza politica e morale nella ‘comunità internazionale’ dell’Amministrazione di Obama”.

Ma perché questi imbecilli non si rassegnano mai a prendere atto che è proprio l’influenza, è prima proprio morale e solo poi politica, dell’America imperiale di Obama, di Bush, di Clinton e dietro fino almeno a Nixon  che sta ormai tramontando, come tale? (Wall Street Journal, 16.10.2014, Caracas 181, Kerry 0 http://online.wsj.com/articles/caracas-181-kerry-0-1413501901?mod=rss_opinion_main).

●Un sinodo straordinario, cioè una riunione a Roma calendarizzata tutto sommato abbastanza improvvisamente e convocata dal papa per discutere insieme a tutti i vescovi su un tema unico, i problemi attuali della famiglia, ha prodotto uno spostamento di linguaggio e di atteggiamento che qualcuno aveva già cominciato a definire epocale nei confronti della tematica della famiglia, della sessualità e anche dell’atteggiamento e del linguaggio della Chiesa verso l’omosessualità e il suo  rapporto con le persone omosessuali.  

Certo, in fase di redazione del testo finale c’è stato un annacquamento del linguaggio che aveva impiegato il Rapporto dopo il resoconto del dibattito steso dal card Péter Erdö, primate d’Ungheria. Che comunque rovescia tono e atteggiamento tradizionale ad esempio del catechismo firmato da Ratzinger, che bollava come atteggiamento “intrinsecamente immorale e disordinato” le tendenze omosessuali, e parla adesso di “doni veri e propri che gli omosessuali hanno da offrire alla comunità cristiana”, del dovere che su tutti incombe di “offrire loro uno spazio fraterno”.

E del fatto che, se “l’unione tra persone dello stesso sesso non può essere equiparata al matrimonio tra uomo e donna”, resta che “nelle unioni omosessuali ci sono valori come casi di aiuto mutuo che arrivano fino al sacrificio costituendo un prezioso supporto nella vita dei partners”, della realtà con cui la Chiesa deve fare i conti nel suo ministero verso le coppie eterosessuali, dove la realtà spesso è ormai quella della coabitazione e di matrimoni non religiosi (Bollettino Santa Sede, 11a Congregazione generale, 13.10.2014, “Relatio post disceptationem”― Rapporto dopo il dibattito, presentato dal card. Péter Erdő http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/13/0751/03037.html).

Poi, nel corso del dibattito, non pochi vescovi, in una specie di ripetizione di quel che avvenne alla fine del Concilio ecumenico Vaticano II hanno provato, in buona parte anche riuscendoci, appunto, annacquare il testo finale: dove restano un tono e alcune espressioni di reale apertura ma tutto è stato, appunto, chetato, smorzato, attenuato... La grande novità è anche stata che tutti stavolta, al contrario del lontano e rivoluzionario 1965 hanno firmato i propri interventi con nome e cognome e hanno deciso in senso largamente innovativo ma sui punti più controversi, tre, non con la maggioranza dei 2/3.

Cioè, dichiaratamente, contro il volere del papa. Che avrebbe potuto, secondo il diritto canonico e la prassi di sempre, decidere anche solo. Ma che accettando invece il dissenso – e pare anche vani tentativi di far ricorso al papa emerito che sta a Santa Marta quasi a farne una specie di antipapa emerito cui lui non si è prestato, però, perché intervenisse – ha deciso di correggere ma soltanto in parte il testo. Per capirci, nel documento finale non c’è più scritto che nella Chiesa gli omosessuali sono i “benvenuti” ma c’è scritto che vanno sempre accolti e vanno accolti “bene”...

Ma a noi francamente sembra che sia meglio, meno ipocrita, che sia finita così... E che papa Francesco che è all’origine anche di questo impulso nuovo sappia ormai con chi e con che cosa deve fare i conti (New York Times, 18.10.2014, Laurie Goodstein e E. Povoledo, No Consensus at Vatican as Synod on Family Ends Non c’è consenso unanime in Vaticano alla conclusione del Sinodo sulla famiglia http://www.nytimes. com/2014/10/19/world/europe/no-consensus-at-vatican-as-synod-ends-.html?_r=0).

La retroguardia di questa Chiesa – che tenta di aprirsi e imparare a dialogare senza più lanciare anatemi – la tiene, saldamente e ovviamente, la Conferenza episcopale italiana quando, proprio negli stessi giorni ora, dichiara inaccettabilela trascrizione nei registri comunali non delle parrocchie!) dei “matrimoni” omosessuali. Inaccettabili – dichiarano ormai questi poveracci di vescovi al solito impotenti, condannati di fatto e nei fatti però, poi, a subirli e accettarli. E, poi, al massimo ad affidarsi a difensori del calibro dei Giovanardi, dei Formigoni e dei Buttiglioni andanti.

●L’ultimo Rapporto del FMI/Fondo monetario internazionale sullo stato dell’economia mondiale ha pesato molto nel calo precipitoso delle borse un po’ dappertutto. Anche se, tutto considerato, il ribasso della crescita preso tutto insieme è stato moderato, le stime relative a giganti come Germania, Giappone e Brasile sono calate di molto.

Freno del debito e recessione “gettano un’ombra pesante”, dice il Rapporto, sul futuro prossimo venturo e gli investimenti effettuati dopo l’inizio della ripresa – dove l’inizio di una ripresa c’è stato – sono stati più fiacchi di quanto tutti (tutti gli “esperti”... o la maggior parte di loro) si aspettassero. E i nuovi dati tedeschi di agosto, segnalano, a conferma, il maggior  calo di export e di produzione industriale dal gennaio del 2009: quando la recessione ancora imperversava anche in Germania.

Commenta durissimo, Paul Krugman, che vale come sempre la pena di citare estesamente perché dice chiaro e comunque in breve le cose come stanno davvero― al di là di ogni Renzi, Obama. Merkel, Hollande e compagnia trastullante― a spese, come sempre, degli altri (New York Times, 12.10.2014, P. Krugman, Revenge of the UnforgivenHow Righteouness Killed the World Economy La vendetta dei mai perdonati Come la presunzione di essere virtuosi ha ammazzato l’economia mondiale http://www.nytimes.com/2014/ 10/13 opinion/paul-krugman-how-righteousness-killed-the-world-economy.html?_r=0#):

Fermatemi se l’avete già sentita: dicono che l’economia globale traballi. Per qualche tempo, sembrava che le cose andassero meglio e si parlava di ‘germogli di ripresa in via di fioritura. Ma la crescita è in stallo, pressoché dovunque e incombe lo spettro della deflazione(Agenzia Bloomberg-Business Week, 26.1.2014, Ian Katz, Lagarde Cautions Davos on Global Deflation Risk Lagarde [Christine, la direttrice generale del FMI] mette in guardia a Davos dal rischio globale di deflazione http://www.bloomberg.com/news/ 2014-01-26/lagarde-2008-davos-moment-haunts-imf-warning-of-global-deflation. html).  

Dati previsti a fine anno... bene la Cina..., truccati gli altri, quando non proprio pessimi... (grafico)

 

PIL previsioni 2014, in % sull’anno precedente   

Fonte: FMI, The Economist, 10.10.2014

E ci sono buone ragioni – spiega – se  questa storia vi suona familiare: dovrebbe in effetti, perché dal 2008 a oggi ne hanno tante volte parlato. Perché succede? Dopo tutto, gli eventi che ci hanno portato, a fine 2007, alla Grande Recessione – la bolla edilizia, la crisi bancaria... – hanno avuto luogo molto tempo fa? E perché, allora, non riusciamo ancora a sfuggire a questa eredità?

La risposta immediata è che sono stati fatti una serie di errori politici. L’austerità,  quando tutte le nostre economie avevano bisogno di stimoli..., la paranoia seminata in giro sull’inflazione, quando il rischio vero è la deflazione...: e così via dicendo. Ma, allora e in particolare, perché i governi continuano a fare sempre gli stessi sbagli, anno dopo anno dopo anno? Un racconto, semplificato, ma grosso modo corretto di quanto e perché tutto sia andato male ci dice in buona sostanza che negli anni che ci hanno portato alla Grande Recessione abbiamo registrato un’esplosione del credito (soprattutto nel ed al settore privato).

Le vecchie nozioni di prudenza, da parte di chi presta e di chi prende in prestito, vennero messe da parte; livelli di debito che una volta sarebbero stati considerati rischiosi e malsani, sono diventati la norma. Ma poi la musica è finita, il flusso di quattrini s’è bloccato e tutti si sono messi a tentare di affrancarsene, riducendo il livello di debito. Si è trattato, per ognuno preso a sé, di atteggiamenti prudenti. Ma la tua spesa e la mia entrata e la mia entrata è spesa tua, così che se tutti, insieme, si mettono a ripagare il debito, il risultato è una depressione economica. Ma, allora, se è così, che si può fare? In termini storici, la soluzione ai problemi di un debito molto elevato è stata la cancellazione, o il “perdono” della sua parte maggiore[1].

Qualche volta la cosa avviene esplicitamente [il caso ripetuto delle Germania appena citato, ma anche molti altri, Inghilterra compresa]. Negli anni ’30, Franklin Delano Roosevelt diede una mano a chi aveva avuto prestiti bancari a rifinanziarli con tassi ipotecari molto più a buon mercato (The Roosevelt Institute, 22.3.2012, The Homeowners Loan Act of 1933 and the Loan Home Corporation― La Legge sul prestito del 1933 e la Società per i prestiti abitativi http://www.nextnewdeal.net/home-owners-loan-corporation). Mentre oggi, in questa crisi, l’Islanda ha direttamente cancellato (Iceland Economics, The Icelandic Debt Relief, 2.12.2014 ― L’economia islandese, Lo sgravio del debito dell’Islanda http://icelandicecon.blogspot.it/2013 /12/the-icelandic-debt-relief.html) una parte importante del debito in cui le famiglie erano incorse negli anni della bolla speculativa finanziaria.

Più spesso si tende a liberarsi del debito, implicitamente, attraverso una “repressione finanziaria” (IMF/FMI, Finance and Development, 6.2011, Financial Repression Policies Le politiche di repressione finanziaria https://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2011/06/pdf/reinhart.pdf): con le politiche di governo che tengono bassi i tassi di interesse e un’inflazione che erode il valore reale del debito.

Quel che colpisce di più, però, è quanto poca azione di sgravio del debito si sia avuta  negli ultimi anni. Sì, dicevamo, c’è stata l’Islanda... ma è cosa piccola. Sì, i creditori della Grecia si sono dovuti prendere un bel taglio e sorbirselo... ma anche la Grecia è pur sempre un giocatore di piccola taglia (che, tra l’altro, è ancora e sempre disperatamente in debito). Tra le economie di maggior dimensione, sono stati pochi i debitori che hanno trovato un aiuto. E, invece di dissolversi nell’inflazione crescente, il carico del debito è stato aggravato da un’inflazione in calo, ben al di sotto del target in America e quasi a zero in Europa.

Ma perché le cose vanno, sono andate così? L’ho detto, è colpa della presunzione di essere virtuosi―  il cosiddetto buon senso secondo cui qualsiasi cedevolezza verso chi non paga il debito è dare un premio a chi si comporta male. In America, la strafamosa invettive alla nascita del tea party somo sorte come denuncia morale alla proposta di dare una mano ai proprietari indebitati di case. E in Europa le politiche di austerità non sono state proposte e sostenute da analisi serie di stampo  economico  ma dall’indignazione morale della Germania alla nozione che chi aveva preso soldi a prestito irresponsabilmente non fosse obbligato a far fronte pienamente alle conseguenze delle sue azioni”. Costi quel che costi a tutti, anche a chi non c’entrasse poi niente...

Così che, in effetti, la risposta politica a una crisi da debito eccessivo è stata quella di chiedere ai debitori di pagare appieno i debiti in cui erano incorsi. Ma che dice la storia non nella fantasia  ma nei fatti di questa strategia? E’ facile e lo sanno tutti: non funziona, semplicemente. Il progresso fatto dai debitori con sofferenze, tagli e risparmio forzato è sempre più che compensato, in negativo, da più depressione e più deflazione. E’ quel che avvenne per citare dopo Islanda e Grecia, in un caso di ben altre dimensioni – alla Gran Bretagna dopo la prima Guerra mondiale, quando provò a pagare il suo debito con grandi attivi di bilancio e tornando al sistema aureo monetario, al  gold standard: e dopo anni di sacrifici, non era riuscito a fare quasi nessun progresso nell’abbassare il rapporto tra debito e PIL”. Pare che Krugman, qui, parli per nome e cognome, di noi, dell’Italia, no?

Ed è proprio quanto succede oggi. Un recentissimo studio sullo stato globale del debito (pubblicato per il 16° Rapporto di Ginevra sull’economia mondo, in Vox, 29.9.2014, L. Buttiglione, P. Lane, L. Reichlin e V. Reinhart, Riduzione dell’effetto leva finanziaria? Ma quale riduzione?”― Deleveraging, what deleveraging? http://www.voxeu.org/article/ geneva-report-global-deleveraging) dimostra che alla faccia di tutti i tagli nel settore privato – per  esempio, al credito – e alla spesa pubblica, l’austerità, i livelli di debito stanno crescendo proprio per colpa di una performance economica molto fiacca. Per cui non stiamo affatto sfuggendo alla trappola del debito più di quanto lo fossimo, diciamo, cinque anni fa.

Malgrado ciò è stato difficilissimo portare l’élite che decide le politiche finanziarie e economiche, ma anche le opinioni pubbliche più in generale, a capire che a volte la cancellazione, o l’alleggerimento, del debito è davvero nell’interesse di tutti. Invece la risposta a una simile povera resa economica della ricetta è stata in sostanza quella – tafazziana, diremmo noi: chi scrive aveva avuto occasione di illustrare il concetto al prof. Krugman, inviandogli anche un video del trio Aldo, Giovanni e Giacomo che, arguto com’è, ha grandemente apprezzato: come qui ha dimostrato – di insistere che martellarsi i cosiddetti da soli – come Tafazzi appunto – porterà alla fine a migliorare il livello della moralità universale.

Forse, solo forse, ci vogliono più cattive notizie – diciamo,  una recessione forte in Germania – per mettere finalmente fine a questo regno distruttivo della virtù. Però, non contateci troppo”.

●L’ondata di gelo che ha raffreddato clima e aspettative dei mercati globali ha molto impressionato gli investitori. Le borse hanno continuato a scivolare pesantemente e, a Wall Street, l’indice S&P 500 è sceso al minimo da aprile, mentre l’indice VIX che misura la cosiddetta volatilità di borsa e viene chiamato il “metro della paura” sale al massimo dopo i tonfi di due anni fa per la crisi dell’eurozona e improvvisamente, di converso, si apprezzano forte i rendimenti dei buoni del Tesoro (The Economist, 17.10.2014, Wall Street – Bears, but no picnic: fears of deflation may be behind recent weakness A Wall Street – Impera l’orso, in fase di depressione e non è un picnic: i timori di deflazione possono stare dietro alle redenti debolezze http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21625825-fears-deflation-may-lie-behi nd-recent-weakness-bears-no-picnic).

●Anche il calo subitaneo dei prezzi del greggio ha scosso i mercati. Il marchio più pregiato – perché il più “pulito” e meno pesante: meno bisognoso di raffinazione – il Brent del Mare del Nord ha visto cadere il prezzo di riferimento quasi di $ 4 al barile il 14 ottobre, con l’Agenzia Internazionale dell’Energia/IEA che ha pesantemente abbassato le previsioni su consumi e domanda globale in una fase neanche prevista poi corta di bassa dell’attività produttiva.

Dall’estate, il prezzo medio di riferimento è sceso da 115 a 85 $ e è il più basso dal 2010. La combinazione di domanda in ribasso (specie in Germania) e offerta sovrabbondante (ormai specie degli USA: col fracking delle scisti bituminose, su cui Obama sembra aver completamente mollato ogni intenzione di regolamentazione, se mai poi davvero l’abbia mai avuta) ha guidato il declino rapido, cogliendo l’OPEC un po’ in mezzo al guado.

I paesi membri del cartello, infatti, non sono d’accordo sulla richiesta di parecchi di loro di ridurre la produzione per rialzare un po’ i prezzi, con l’Arabia saudita che è la più renitente (The Economist, 17.10.2014, Cheaper oil – Both symptom and balm Greggio meno caro – Sia sintomo di un problema che suo lenitivo http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21625819-oil-price-tumbling-good-or-bad-news-world-economy-both).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●In Egitto, il presidente/dittatore al-Sisi ha detto che il paese è minacciato “nella sua stessa esistenza” (ma voleva dire nella esistenza sua propria, personale) dai jihadisti dopo i due attacchi micidiali condotti il 25 ottobre nella penisola del Sinai che hanno ucciso almeno 31 tra soldati e forze di sicurezza. L’attentato più dannoso è stato sferrato a El Arish, la capitale della regione, al quale il presidente ha reagito proclamando lo stato d’assedio nel nord della penisola e chiudendo il varco che consentiva il passaggio, a Rafah, di parte egiziana.

Ma è stato subito evidente che il significato vero di questi attacchi è stato proprio il loro successo, la sorpresa con cui l’Esercito, malgrado una presenza continua di pattugliamento attivo, e in forze, nel territorio del Sinai si è fatto cogliere. E è anche curioso che, come si dice, chi di spada ferisce non si aspetti, poi, anche di rischiare di perire di spada a casa sua e ne incolpi sempre, come fa qui Sisi,  combattenti stranieri (Aswat Masriya, 25.10.2014, ‘Foreign support’ behind Sinai attack that killed 34 Egyptian soldiers Dietro al Sinai, e all’attacco che ha ucciso 34 soldati egiziani, il ‘sostegno straniero’ http://egyptian streets.com/2014/10/25/foreign-support-behind-sinai-attack-that-killed-34-egyptian-soldiers).

●Il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdoğan ha detto il 1° ottobre che il suo paese scenderà in battaglia contro i guerriglieri jihadisti dello Stato Islamico e altri gruppi terroristi attivi nella regione, ma mantiene “fermissimo”, dice, l’obiettivo di arrivare a rimuovere il presidente siriano Bashar al-Assad (The Daily Star/Beirut, 1.10.2014, Erdogan: Turkey will fight ISIS, wants Assad gone Erdoğan: la Turchia combatte contro l’ IS ma vuole [l’erba voglio, ricordate?] che Assad se ne vada http://www.dailystar.com.lb/ News/Middle-East/2014/Oct-01/272637-erdogan-turkey-will-fight-isis-wants-assad-gone.ashx#ixzz3Ez9Gd7Me).

Ed è il nodo centrale, il principale almeno che i nemici di Assad non si vogliono rassegnare ad accettare, è che il segreto della sua sopravvivenza è davvero nel sostegno di una parte larga e, secondo ogni sondaggio e ogni inchiesta appena appena seria, larga parte della popolazione siriana. E non perché la gente di quel paese ami, in particolare, il culto della personalità, la dittatura di Assad, la corruzione diffusa, ma perché molto semplicemente le uniche alternative che si trovano di fronte sono tutte peggiori.

Nella Siria occidentale c’è ancora chi parla di liberarsi del regime di Assad ma nessuno neanche lì spiega ai siriani quale potrebbe essere il suo sostituto, o il regime che lo sostituirebbe. Perché –semplificando – Assad gestisce uno Stato che tutela come può, anche con durezza, la sicurezza nelle strade dei villaggi e delle città controllate mentre nelle aree tenute dai ribelli tutti – i moderati e ancor più i jihadisti – non solo regna la corruzione ma la rapina eretta a sistema e si impongono  incontrollatamente il furto, il rapimento, l’assassinio e le decapitazioni su larga scala. Il più spesso poi sempre su scala di massa di prigionieri ed ostaggi ma selettiva, condotta su base etnica e settaria.

In effetti, l’ultimo sondaggio di parte NATO – già schierata su basi del tutto irrazionali per volontà di USA, Gran Bretagna e Francia, con gli altri tutti colpevolmente ossequienti e silenti a favore dei ribelli quando la guerra imperversava già da due anni – un’inchiesta condotta su basi, diciamo così, non scientificamente sondate e del resto nelle condizioni date, a giugno del 2013, “impossibili” ma che l’Organizzazione atlantica affermava risultarle comunque del tutto “affidabili” – un sondaggio del tutto di parte, dunque, ma di parte contraria ad Assad, una cosa con nettezza diceva.

Che era “rapidamente in crescita il sostegno popolare per Assad dopo che gli al-Qaedisti avevano preso la guida della rivolta esautorando la fiacca e frantumata opposizione interna democratica, “laica” o presunta tale, e anche islamica: qui, la gente è stanca della guerra e ha paura dei jihadisti più che di Assad: che sta vincendo la guerra soprattutto perché la popolazione sta cooperando con lui e contro i ribelli”.

I dati riferiti – ripetiamolo, dalla NATO – e raccolti nel corso del mese di maggio 2013 asseriscono che il 70% dei siriani sostengono il regime di Assad, il 20% si dichiaravano neutrali – come tutti in condizioni complete e garantite di anonimato – e il resto, il 10%, esprimeva il suo appoggio ai ribelli (Information Clearing House, 4.6.2013, NATO Data: Assad Winning the War for Syrians’ Hearts and Minds― Dati della NATO: Assad sta vincendo la guerra per  ‘il cuore e la mente’ dei siriani [e con quella concorrenza, ti credo!] http://www.informationclearinghouse.info/article35176.htm).

Ora, Erdoğan, che parlava il 1° ottobre all’inaugurazione della sessione parlamentare che discuterà anche se a decidere poi sarà solo il presidente, alla Renzi – o meglio come Renzi vorrebbe ma, lui, non sempre riesce a fare – ha detto anche che fino ad oggi la Turchia non ha preso parte alla campagna di bombardamenti aerei condotta dalla cosiddetta coalizione guidata dagli USA. E ha anche aggiunto, lanciando un per lui usuale, confuso e anche contraddittorio segnale incongruente, che la soluzione del problema IS non può essere, però, affidata a bombardarli perché “neanche tonnellate di bombe dall’aria possono costituire nient’altro più di un modo di ritardare la minaccia dello Stato islamico”.

Si tratta, da un lato, di una constatazione ovvia e, del resto, ormai confermata da decenni di vani tentativi americani che prediligono questa forma di intervento perché tiene più lontani dai pericoli di qualsiasi contromisura efficace i loro “ragazzi” anche se poi, al dunque non riesce ad avere alcun

● Ma, Erdoğan effendi, come si può fare a fidarsi? Quando uno pesca nel torbido per anni, poi...undo si pesca nel torbido da anni, poi   (vignetta)

 

 

Fonte: Cagle Cartoons, Osama Hajjaj, 2009

 

effetto davvero duraturo. Ma, d’altra parte, i turchi così evidenziano anche quelle che sono in realtà le priorità militari reali della loro strategia: la creazione della zona cuscinetto che vogliono instaurare sul territorio del Kurdistan siriano ai propri confini – anche per bloccare e respingere le centinaia di migliaia di persone che all’IS cercano di sottrarsi – e l’imposizione (da parte di chi?) di una “no fly zone” per l’aviazione siriana... sullo stesso territorio siriano.

Ma portare la guerra allo scontro diretto con l’IS, non si può fare forse soltanto schierando a terra le truppe ma anche, suggerisce sardonico sfidandoli il vignettista del NYT Chappatte:

● Ma, brutti vigliacchi, perché non venite voi quassù a fare a botte con noi?    (vignetta)

                  

Fonte: INYT, Patrick Chappatte, 7.10.2014

 

Ma si sa anche che gli USA – i leaders mai scelti, ma sempre accettati in modo supino e scontato, da  tutti nella coalizione – non sono a favore di nessuna delle due proposte dei turchi. Che, però, hanno, sulla carta e anche probabilmente nella preparazione e nell’addestramento, le risorse per affrontare e sconfiggere lo Stato Islamico. Ma non è chiaro se lo faranno. Troppo spesso sembrano addirittura strizzare loro l’occhio. E proprio le sue riserve sulla campagna aerea contro l’IS e i suoi limiti, altrettanto scontati, sembrano motivate dal volersi invece fermare allo scenario suo preferito della “zona cuscinetto”.

Del resto, ogni giorno diventa più chiaro – lo ha detto agli americani e agli iracheni il ministro della Difesa İsmet Yilmaz – senza nascondersi come tende a fare, dialetticamente ma anche un po’ farfugliando, il presidente Erdoğan – di “non aspettarsi alcun passo concreto immediato” perché c’è sempre spazio tra il decidere di autorizzare l’invio di aerei e truppe e, poi, inviarli davvero...

E il leader del Partito curdo del lavoro in Turchia, il PKK, Abdullah Öcalan, sempre all’ergastolo per “terrorismo” ma anche sempre in trattative serrate col governo di Istanbul, “in un messaggio reso pubblico oggi dai parlamentari [curdi] che lo hanno incontrato sull’isola-prigione di Imrali... ha dichiarato che ‘se il tentativo di massacro – sferrato dall’IS con l’attacco alla città curdo-siriana di Ain al-Arab, in curdo Kobane― la Primavera araba avrà successo’ per l’ignavia e la apparentemente passiva complicità dell’esercito turco, ‘non solo finirà il processo di pace – e riprenderà fiato l’insurrezione curda nella Turchia sud-orientale – ma si aprirà la strada verso un lungo e duraturo colpo di Stato(Agenzia curda FIRAT, citata da Internazionale, 2.10.2014, Turchia. Ocalan: se Isis prende Kobane, stop processo pace Turchia-curdi http://www.internazionale.it/news/turchia/2014/10/02/ocalan-se-isis-prende-kobane-stop-processo-pace-turchia-curdi).

In definitiva: i turchi non hanno voglia davvero di attaccare l’IS, che serve loro per destabilizzare Assad e la Siria e puntano, come spiegato, soprattutto a “controllare” e impedire l’afflusso di rifugiati curdi (sui 50.000 abitanti) in fuga e, poi, a deviare gli obiettivi della stranissima  coalizione messa in piedi dagli americani in direzione del rovesciamento del regime ba’athista a Damasco. Non gliene potrebbe di per sé fregare di meno di fermare l’attacco dell’IS a Kobane mentre l’assalto delle truppe jihadiste alla città moltiplica stupri e omicidi all’ingrosso con le truppe turche occupate, per ora, quasi esclusivamente a guardare la frontiera e osservare da lontano l’assalto alla città...

● La coalizione di Obama: la saga delle contraddizioni che nol consentono...   (vignetta)

LA COALIZIONE ANTI-IS  a guida Obama – Smettila di sogghignare, Assad, o la prossima volta potresti  essere tu! Cancellati

quel ghigno compiaciuto dalla faccia, Khamenei: sei nei guai, seriamente  Smettila di sussidiare i pazzi furiosi, re Abdullah.  Se no...

Fonte: Khalil Bendid, 1.10.2014

Insomma, l’ambizione di Ankara (e in particolare dell’ala dura dei suoi militari che stanno riasserendo il loro dominio sulla politica estera regionale del paese almeno a questo riguardo anche sotto Erdoğan di lottare insieme su tre fronti: contro lo Stato islamico, per portare con le armi al cambio di regime in Siria e respingere l’autonomia dei curdi dove comunque essa tenti di affermarsi – anche se poi appunto, contraddittoriamente, tratta in casa propria per tenerli buoni – è semplicemente assurda e incompatibile e inconciliabile con la realtà.

Prima o poi, però, dovrà scegliere. Perché a saltare in aria, se no, sarà proprio la Turchia... Perché sta ormai collassando proprio la sua pur vantata pace coi curdi, sotto la pressione del testardo rifiuto a vedere per quel che è, e quindi ostacolare attivamente l’IS considerandola per il suo paese meno pericolosa dei militanti del PKK. Sta saltando proprio adesso, con le dimostrazioni represse in strada dai militari nelle città a più netta maggioranza di curdi come Diyabakir, Gaziantep, Batman, Bingol e Van fanno morti e feriti a decine preoccupando non poco anche molti alleati della regione e gli Stati Uniti.

●Perché, al dunque poi, non è detto che tutte le posizioni assunte dagli USA siano sempre le più sbagliate... (Stratfor – Global Intelligence, 9.10.2014, Why Turkey will not help Kobani Perché la Turchia non aiuterà Kobane http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/why-turkey-will-not-help-kobani#axzz3Fr5ahpnq); e KX Net/Bismarck, N.D. (USA), 8.10.2014, Suzan Fraser e A. Charlton, Violent protests as Kurds seek help against ISViolente proteste coi curdi che cercano aiuto contro l’IS http://www.kxnet.com/story/26722070/violent-protests-as-kurds-seek-help-against-is); e, anche, The Economist, 10.10.2014, Turkey and Syria, While Kobane burns Turchia  e Siria Mentre Kobane brucia http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21623795-reluctance-strike-may-redound-turkeys-president-while-kobane-burns).

Così come non sempre è la Casa Bianca a mentire. Anche se ancora una volta è stata almeno superficiale nel dare per risolto un problema che non lo era, dove più – anzi  dove solo – poi,  conta: cioè, a livello politico. E’ stata quella sbronza della consigliera di Obama per la Sicurezza nazionale, Susan Reich – un’altra neo-cons della destra democratica carica di falchi appena riverniciati, tutti personalmente ultralealisti del presidente e tutti senza un grammo di cervello che non sia solo e esclusivamente tattico, a corto respiro – che prima il presidente la licenzia meglio fa . Noi lo scriviamo, datecene atto, da almeno tre anni...

Ma ora pare proprio che, non potendosi autolicenziare – perché chi verrà dopo di lui sarà di sicuro anche peggio – si appresti a farlo il NYT lo sussurra, ma con le fonti interne che ha il New York Times, 29.10.2014, M. Landler, Mounting Crises Raise Questions on Obama Team’s Ability to Cope― Le crisi che si accavallano e montano sollevano le questioni della capacità della squadra di Obama di farvi fronte http://www.nytimes.com/2014/10/30/ world/middleeast/mounting-crises-raise-questions-on-capacity-of-obamas-team.html?_r=0).  

●Già Obama nello scontro epocale su cui presuntuosamente sta pretendendo di affrontare Putin su tutta la scacchiera mondiale è in chiara difficoltà nei confronti di un competitor come il russo che, citando Abraham Lincoln ricorda come il modo meno costoso e migliore per distruggere un nemico è di farselo amico non con rodomontate – che poi tutti vedono essere tali – ma con piccoli passi concreti. Non funzionano con Obama che vuole sempre tutto e subito, i piccoli passi, e rifiuta per istinto e cultura il tira e molla del negoziato senza pregiudiziali e tanto meno ideologiche. Ma è inevitabile che così nel contrasto vinca alla fine la strategia del Gran maestro di scacchi russo, rispetto all’americano che pare non sia nemmeno capace di giocare a dama...

●Torna sul tema del rapporto internazionale con gli Stati Uniti d’America, nel suo modo un po’ didascalico e quasi pedagogico, il ministro degli Esteri russo – rivolgendosi in sede di seminario dei quadri dirigenti del partito suo e di Putin, Russia Unita, in seduta pubblica e aperta anche ai diplomatici dei paesi accreditati al Cremlino, invitati e avevano scelto di esserci: quello americano non c’era..., rimpiazzato da un tirapiedi di basso profilo e livello – ritrasmesso subito in diretta dalla televisione stradale Russya 24 (Ambasciata della Federazione russa presso la Repubblica italiana, sito web, 21.10.2014, testo delle considerazioni del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, Conferenza aperta sulla politica estera, Mosca, 20.10.2014 ▬ http://www.mid.ru/brp_4.nsf/0/28BF39A9DFD8DDE544257D77005CCE7B (lingua inglese). Vale la pena di leggerlo, almeno nei passaggi più rilevanti, perché in italiano non lo trovate riportato altro che qui...

No, naturalmente l’attuale ribasso nei rapporti tra Russia e Stati Uniti, non è una seconda guerra fredda, come ha detto qualcuno; però questo periodo può anche durare a lungo: finché gli USA non prenderanno atto che nel mondo, come centro di potere, non ci sono solo loro. Più utile a me sembra invece chiedersi dove le nostre relazioni stiano andando adesso. Perché è vero sono peggiorate, a lungo e in profondità. Per il momento, almeno, però il declino mi sembra essersi fermato anche se non si scorgono tentativi evidenti di miglioramento”.

C’è la tendenza del tutto evidente degli USA a agire unilateralmente, senza mai tener conto delle opinioni altrui nel mondo, ma solo e sempre di come loro si vedono e lo vedono. “Passerà, passerà... Ho già avuto occasione di parlarne. Ci vorrà tempo. Ma gli americani già capiscono che da soli possono fare poco. Quando anche riescono a mettere insieme una qualche coalizione e a non lavorare da soli, tendono sempre e comunque a operare sempre e solo secondo i loto piani. E vengono fuori l’Iraq, l’Afganistan, la Libia e via dicendo”...

Questo periodo ormai da tempo avviato nei nostri rapporti sarà lungo e non solo perché ci vorrà tempo per risolvere la crisi ucraina e a tutti spetterà riflettere su come unificare gli sforzi in senso costruttivo e non attraverso sanzioni di stampo unilaterale. Ma anche perché la sopravvalutazione generale degli americani sul loro posto nel mondo, il problema evidente che hanno a rendersi conto di quel che è successo negli ultimi decenni e il dover prendere atto dell’assenza stessa di alternative rispetto al rafforzamento delle tendenze policentriche che si vanno affermando con il consolidamento di nuovi centri di potere economico e finanziario e di influenza politica (il G-20 che ha marginalizzato il G-7 e anche il G-8, l’Organismo di cooperazione di Shangai, lo SCO, il nuovo aggregato dei BRICS―... E all’America ci vorrà tempo, per prenderne atto a pieno”.

Il commento americano riflesso pressoché dappertutto, è in generale quasi puerilmente irritato ma, insieme, anche assai serio. Abbiamo avuto occasione di leggerlo al meglio, forse, su un sito ben noto “vicino”, come dice di se stesso, al Pentagono (NightWatch, 21.10.2014, Lavrov and Russia speak― Parlano Lavrov e la Russia http://www.kforcegov.com/Services/IS/Night Watch/NightWatch_14000223.aspx) americana pensano o cercano di studiare il futuro prossimo venturo e anche un po’ più a medio termine – scrive che “si tratta di temi familiari alla politica estera russa che in alcuni risvolti somigliano al gergo comunista di una volta e, in altri, suonano di pio desiderio di chi è meno forte a ridimensionare chi lo è di più...

Ma Lavrov argomenta bene una visione radicata e di lungo termine secondo cui, per la stabilità globale, serve meglio e di più un ordine internazionale diverso, multipolare. Il che non è mai stato però dimostrato anche perché finora non c’è mai stato, e quindi non poteva essere mai dimostrato,questo nuovo e diverso ordine internazionale: il sogno di onnipotenza americano e l’incubo che ne sta emergendo, tentando di imporsi dopo la fine della guerra fredda, lo hanno sempre impedito. Del resto – argomenta di seguito lo stesso NWse questa visione multipolare resta la stella polare della politica estera russa, essa sconterà sempre una cooperazione limitata con gli USA, caso per caso: perché sarebbe sempre calcolata a favorire comunque un ruolo di leadership russa all’interno di un mondo multipolare― mentre quella americana chi “favorirebbe” mai, eh?

●Ma, qualche volta, in effetti e non fosse che per la legge dei grandi numeri, ha pure ragione  – adesso, ad esempio – quando attraverso Kerry rivelava di aver concluso un accordo sul prolungamento, da parte della coalizione anti IS, dell’utilizzo della base area di Incirlick per bombardare i jihadisti che perseguono il loro assalto a Kohane. Mentre mentiva, o più esattamente ciurlava nel manico negandolo, l’ufficio del primo ministro turco.

Perché l’accordo tra i militari americani e turchi era stato siglato ma, poi l’ha, di nuovo bloccato la non-decisione politica finale. Quella che conta e che c’era... ma in verità ancora non c’era (Guardian, 13.10.214, C. Lentsch, Turkey denies new deal reached to open airbases to US in fight against Isis― La Turchia nega che fosse stato raggiunto un nuovo accordo per aprire le sue basi aeree agli USA per la guerra contro l’IS http://www.theguardian.com/world/2014/oct/13/turkey-denies-agreement-open-air-bases-us-isis).

●L’aviazione turca, così prudente nel non attaccare l’IS, il 12 ottobre hanno invece provveduto a bombarda il sud-est curdo del loro paese, con obiettivo le forze del PKK provocando “gravi danni(EKurdNet online News/Beirut, 14.10.2014, Kurdish PKK rebels say Turkey violated ceasefire with air strikes I ribelli del PKK curdo denunciano la violazione turca del cessate il fuoco coi bombardamenti aerei http://www.ekurd.net/mismas/ articles/misc2014/10/turkey5160.htm).

Si tratta, in effetti, della prima significativa operazione aerea contro il PKK in Turchia negli ultimi due anni, dopo la tregua negoziata e concordata tra Erdoğan e Öcalan; e segue l’attacco contro una postazione militare nella provincia di Hakkâri, all’estremo sud-est del paese, come protesta contro il rifiuto delle Forze armate turche ad assistere i curdi contro l’offensiva dell’IS contro Kohane, ai confini tra Siria e Turchia (Stratfor – Global Intelligence, 9.10.2014, Why Turkey will not help Kobani Perché la Turchia non darà una mano ad aiutare Kobane http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/why-turkey-will-not-help-kobani#axzz3G1QpG4ZS).

Il governo di Ankara sta facendo pulizia dei suoi vecchi problemi di sicurezza interna obbedendo, adesso quasi automaticamente, alle pressioni dei suoi militari che considerano la minaccia dei curdi militanti maggiore e più immediata – probabilmente con scriteriata miopia – di quella di più lungo periodo posta dall’IS al loro paese.

●In realtà, sul campo, si manifestano e aumentano le contraddizioni. Specie quelle tra USA e Turchia. E’ un articolo di Al Jazeera  che, con scopi magari anche un po’ dubbi di intorbidimento ulteriore di acque già per conto loro molto melmose, sottolinea adesso come i veri eroi della resistenza curda all’IS a Kobane non siano tanto i peshmerga del governo autonomo curdo di Iraq quanto proprio i duri combattenti del PKK curdo di Turchia che USA e NATO, su pressione turca, prima che ci si mettesse a discutere insieme proprio Erdoğan, hanno identificato formalmente come organizzazioni di terroristi con cui, già a metà settembre, il dipartimento di Stato americano conferma di tenere un contatto almeno settimanale di coordinamento.

Il fatto è che solo la resistenza curda condotta, metro per metro e strada per strada, e non gli interventi aerei americani e alleati, hanno intanto impedito all’IS di prendersi e tenersi Kobane assicurandosi alle spalle il confine nord siriano che controlla. Washington lo sa e sa che sta montando una serie di operazioni militari di appoggio proprio alle offensive del PKK e così di sostenerlo attivamente contro volontà e strategia del suo alleato turco, garantendo che in questo modo, però, la Turchia se ne resterà più che altro essa stessa in panchina (Syrian Freedom.com/ Washington, 16.10.2014, US meets with Syrian Kurds linked to terror group Gli USA incontrano i curdi siriani legati a gruppo terrorista http://syrian freedom.org; e Dipartimento di Stato, 23.9.2014, Dichiarazione [molto imbarazzata!] della portavoce Marie Harf ▬  http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2014/09/231704.htm#TURKEY).

●Poi, mentre Gli USA fanno il 20 ottobre per la prima volta paracadutare armi e munizioni per aiutare i combattenti curdi a Kobane con lanci da diversi loro C-130US drops weapons and ammunition to help Kurdish fighters in Kobani  le autorità turche sembrano accedere – almeno a parole – ad alcune delle richieste degli americani promettendo di non bloccare più ai curdi iracheni il passagio fino a Kobane e la possibilità di aiutare a difendere la città contro l’IS (Guardian, 20.10.2014, C. Letsch ▬ http://www.the guardian.com/world/2014/oct/20/turkey-iraqi-kurds-kobani-isis-fighters-us-air-drops-arms).

Questo a parole: poi solo a fine mese arriva un ulteriore annuncio – non altro, per ora –  di un portavoce dei peshmerga curdi iracheni che la Turchia avrebbe – avrebbe... – finalmente deciso di lasciar passare per aggiungersi alle fila di quelli siriani che già vanno conducendo la loro battaglia a Kobane contro l’IS anche loro connazionali di origine irachena. Arriveranno, con un contingente limitato e in aereo in Turchia prima di passare la frontiera siriana a Kobane (Al Arabiya.online, 28.10.2014, Iraq peshmserga fighters to head to Kobane I combattenti peshmerga iracheni andranno a Kobane http://english.alarabiya.net/en/webtv/news-bulletin/2014/10/29/1800GMT.html#chapter1).  

Ha dichiarato il nuovo premier turco, Amhet Davutoğlu, che in grado di salvare Kobane dalle forze dello Stato Islamico sono solo i peshmerga e l’opposizione “moderata” siriana a Assad – che, però, sul terreno ormai latita da tempo (dicono che manderà, forse, alla fine un due dozzine di uomini...) ma ormai, contro le truppe di Assad, sembra farsi viva se non per qualche attentato mortifero – e che, comunque non ci si può aspettare che la Turchia si lasci direttamente coinvolgere negli scontri (FreshNews/UK, 28.10.2014, Only Syrian opposition and peshmerga can save Kobani - Turkish PM Il premier turco dice che solo l’opposizione siriana (sic!) e i peshmerga possono salvare Kobane http://freshnews-uk.com/news/only-syrian-opposition-and-peshmerga-can-save-kobani-turkish-pm).

Sembra che, adesso, in effetti – come informa poi la BBC – un convoglio di circa 150 curdi iracheni, su una sessantina di autocarri, bus e qualche auto privata che si portano dietro anche qualche arma pesante abbia alla fine lasciato Erbil, nel Kurdistan iracheno, diretto in Siria, in aereo fino a Ankara e poi come carovana stradale. I curdi siriani controllano sempre il transito da Kobane in Turchia il che consentirebbe davvero ai curdi iracheni (gli unici che, bontà loro, stavolta i turchi non considerano “terroristi”) di aiutare a difendere la città.

Ma la dimensione limitata e controllatissima del contingente di Erbil che alla fine viene lasciato passare sembra indicare che, almeno da parte di Istanbul, si tratta di una specie di test: che, se il tentativo non avrà ripercussioni considerate negative, la Turchia potrebbe forse approvare ulteriori, sempre limitate, operazioni di sostegno. Si tratta comunque di un segno importante, essenzialmente simbolico però, che permette ai curdi di mostrarsi l’un l’altro la loro solidarietà. E’ una concessione, simbolicamente importante fatta dai nemici di sempre della stessa nozione di un popolo curdo, dovute poi esso territorialmente si collochi: in Iraq, in Siria, anche in Iran e in Libano e, soprattutto, in Turchia proprio.

Tra parentesi, e non sembra sia stato solo un caso sporadico, più di uno dei lanci americani nell’area di Kobane – e non di carne in scatola o vettovaglie ma di moderni mitragliatori, granate e lancia- razzi: mostrato subito da un video scrupolosamente datato e messo su You Tube dai jihadisti (ma, per esempio, Haaretz/Tel Aviv, 22.10.2014, D. Alexander e E. Beech, Kurdish fighters receive most of airdropped supplies I combattenti curdi hanno ricevuto [comunque], assicura il Pentagono [detto anche la bocca della verità...] la maggior parte dei rifornimenti paracadutati http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.622091).

Anche il presidente turco Erdoğan, con quella certa malcelata e quasi sadica soddisfazione che, senza dirlo, dice ‘io ve l’avevo detto che tanto finiva in coda di pesce’, conferma (New York Times, 22.10.2014, Ceylan Yegins, Turkish President Says Airdrop By U.S. Aided Islamic Militants Il presidente turco dice che gli aiuti paracadutati dagli USA hanno aiutato gli islamisti militanti http://www.nytimes.com/2014/10/23/world/ europe/isis-kobani-syria-turkey.html?_r=0).

●In effetti, poi, Kerry visto lo scarso ascolto che riesce a trovare coi turchi sembra – anzi, forse, sembrava: comunque vantava – di essere riuscito a concludere una qualche intesa sul tema di una cooperazione coi russi contro l’IS, in un incontro col ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Washington e Mosca non avevano finora mai convenuto e neanche propriamente discusso la questione di combattere, e tanto meno di poter combattere insieme, lo Stato Islamico, come altre organizzazioni terroristiche – che entrambe considerano tali – in Medioriente e in Asia centrale (Al Jazeera, 15.10.2014, US and Russia share intelligence on ISIS Gli USA e la Russia condivideranno l’intelligence che hanno sull’IS http://www.aljazeera.com/news/%20middleeast/2014/10/us-russia-share-intelligence-isil-20141014 213909 53313.html). Adesso concordano – dice Kerry al solito però affrettatamente  e dando per acquisita la pelle dell’orso – che subito però parla e lo bacchetta a dovere smentendolo ancora una volta.

● Scherzetto del Pentagono... (vignetta)

Al Pentagono: Oggi, per  errore, abbiamo paracaduto alcuni carichi di armi vicino a Kobane. E se li sono presi quelli dell’IS... invece dei curdi che, prima, chiamavamo terroristi.   Almeno, non se li sono presi quelli del governo di Assad... che sono, loro, davvero terribili!  E sono già tanti lì, a d avere armi – tonnellate e tonnellate – fornite comunque da noi...  In ogni caso, di armi ce ne sono tante e per tutti. La prossima  volta ne ordiniamo di nuove: e magari ne controlleremo due volte l’indirito preciso del recapito...     

Fonte: The Guardian, 22.10.2014  

Il ministro americano aveva assicurato che le reti di intelligence dei due paesi si sarebbero subito adoperate per informarsi a vicenda. Ma ufficialmente il ministero russo precisa un giorno dopo che “la cooperazione anti-terrorismo tra Russia e USA che operava, inter alia, nel quadro dell’intesa tra i due paesi con mutuo e benefico scambio di informazioni ed intelligence, è stata unilateralmente terminata dagli Stati Uniti”. Adesso Mosca non si lascerà coinvolgere “in qualche forma di coalizione auto-proclamata, in violazione del diritto internazionale, bypassando come troppo spesso l’America tende a fare, l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU”.

Dopo il sovraccarico di tensione sull’Ucraina provocato prima dal golpe preparato e fatto eseguire sfruttando sommosse di piazza e l’apposita preparazione mediatica e di propaganda[2] contro il legittimo governo di Yanukovich ai russi vicino, poi dal tentativo di riprendersi con la forza il controllo del territorio dell’est perduto da Kiev e il sostegno conseguente dei russi ai propri alleati, la Russia non ha adesso nessuna intenzione di esser vista seguire la leadership americana.

E non aiuta di certo neanche la dichiarazione giunta venerdì 17 ottobre del segretario alla Difesa americano che le Forze armate USA devono prepararsi a “fare i conti” con quelle russe che da lui sono state descritte come di una potenza militare “nemica”. Ma non è chiaro, a dire il vero, se la Russia sia più incavolata con il merito o con la forma brutale di quella dichiarazione... (The Moscow Times, 16.10.2014, Hagel: U.S. Army Must Be Ready to Face 'Revisionist' Russia― Hagel: le Forze armate americane devono essere pronte a fronteggiare una Russia ‘revisionista http://www.themoscowtimes.com/news/article/hagel-u-s-army-must-be-ready-to-face-revisionist-russia/509530.html).

D’altra parte, è colui che da sempre a Washington si ostinano a distinguere da Putin come il “moderato” per eccellenza tra i russi – la presunta carta di ricambio preferita e possibile, dicono, degli americani e degli occidentale in funzione anti-Putin, il primo ministro russo Dmitry Medvedev a dire che quando Obama parla, come adesso ha fatto, della Russia come del “nemico no. 2 dopo l’IS” è che soffre di sintomi chiari di “aberrazione mentale (The Moscow Times, 15.10.2014, Medvedev: Obama Calling Russia No. 2 Foe Is 'Mental Aberration'― Che Obama chiami la Russia il nemico no. 2 è un’‘aberrazione mentale’ http://www.themoscowtimes.com/news/article/medvedev-obama-calling-russia-no-2-foe-is-mental-aberra tion/509489.html).

●In Yemen, i ribelli sci’iti hanno respinto la nomina del nuovo primo ministro che il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi aveva pensato male di designare nella persona del capo della suo staff presidenziale, Ahmed Awad bin Mubarak: forzando e violando palesemente così i termini dell’accordo con cui, due settimane fa, attraverso la mediazione dell’ONU, s’era chiusa la ribellione vittoriosa contro il suo precedente governo che aveva portato alla rivolta stessa.

L’impegno era, infatti, che i ribelli Houthi, sci’iti, si ritirassero dalla capitale, Sana’a, che adesso proclamano di ricominciare a assediare, appena fosse stato nominato un nuovo premier “neutrale”. Che, ovviamente, Awad proprio non era… (Al Jazeera, 7.10.2014, Yemen rebels reject  new prime minister I rivoltosi yemeniti respingono la nomina del nuovo primo ministro http://www.aljazeera.com/news/ middleeast/2014/10/yemen-rebels-reject-new-prime-minister-2014107165014952535.html).

Non passa neanche un giorno e, subito, a neanche due ore da un attentato che fa strage di una ventina – e poi a conti fatti di una quarantina – di sci’iti Houthi nella capitale da parte di un “martire” suicida sunnita, Mubarak prende atto dell’ostacolo, diciamo così, e declina l’incarico. E gli Houthi decidono di sospendere le manifestazioni di protesta già convocate e di ritirare i posti di blocco che avevano cominciato a ristabilire nella capitale (Newhub.Shafaqna, 8.10.2014, 20 Houthis killed in bomb attempt in Sana’a and new PM gives up 20 Houthi ammazzati in un attentato a Sana’a e il nuovo PM rinuncia https://newhub.shafaqna.com/EN/PK/5149067).

●E, alla fine di una resistenza tanto cocciuta quanto del tutto inutile, visti i rapporti di forza ormai schierati in campo, viene finalmente nominato come primo ministro un personaggio sicuramente accettabile agli Houthi, anzi  proprio una delle personalità da loro indicate come “neutrali”, l’ambasciatore all’Onu dello Yemen, Khaled Bahah (The Daily Star/Beirut,13.10.20134, Shi’ite Rebels Back Choice of New Prime Minister― I ribelli shii’ti appoggiano la scelta del nuovo primo ministro http://www.dailystar.com. lb/News/Middle-Ehast/2014/Oct-13/273913-shiite-rebels-back-choice-of-new-yemen-premier.ashx#axzz3G7zwyyz4).

●A Rada’a, nel sud-ovest e poco a nord del grande porto di Aden sull’omonimo Golfo, dove c’è anche una forte presenza della US Navy, si sono scontrati a metà mese combattenti Houthi, sciì’ti, e miliziani di Al-Qaeda nella Penisola Arabica/AQAP: con molti morti e feriti e il timore diffuso che l’AQAP attiri su di sé e sulle popolazioni tribali della zona le folgori dei droni e dei caccia americani. Gli jihadisti sunniti hanno giurato di fermare le conquiste realizzate dagli Houthi, costringendo alle dimissioni due primi ministri designati, forzando il restauro dei sussidi governativi sui combustibili al consumo e puntando adesso alla formazione di un nuovo governo presieduto da una figura “neutrale” e sostanzialmente formato da tecnocrati.

I militanti Houthi contro AQAP sono stati anche aiutati, risulta, da formazioni regolari dell’esercito yemenita contro quello che considerano entrambi, comunque, trattandosi di sci’ti, il nemico comune e peggiore. In effetti, secondo molti analisti ben informati molti negli alti gradi dell’esercito regolare sono anche loro gli Houthi sci’iti (lo era il presidente defenestrato Saleh, predecessore dell’attuale e al potere per più di trent’anni). Quindi disposti proprio a fare quel che i turchi invece rifiutano di fare coi curdi e contro lo Stato Islamico. Dove la differenza è tutta tra sunniti e sunniti ma con una forte componente di contrasto su base propriamente nazionale e non religiosa.   

Lo Yemen, comunque, ormai sembra proprio ridotto a uno Stato fallito, vicino alla frantumazione come era stato prima del 1990 quando Nord e Sud, dopo secoli di separazione, si fusero tentando di mettere insieme uno Stato nazionale. E qui, probabilmente, non ci sono buoni e cattivi: nel senso che in ogni caso la conclusione della vicenda non sembra possibile essere “democratica”, all’occidentale e, sempre probabilmente, segnerà ormai la fine di un regime di connotati diciamo pure accettabilmente “secolari”: cioè, non particolarmente settari.

●Quei campioni da sempre del sepolcrismo imbiancato, come istituto eretto a strumento di governo che sono i servizi segreti di contro-spionaggio del Regno Unito, l’MI5, si sono visti scoprire l’ennesimo altarino con la notizia, confermata e documentata, che dopo il suo ritorno dal carcere americano di Guantánamo dove era stato regolarmente torturato per anni, un cittadino britannico islamico, tal Moazzem Begg, a Londra anni fa aveva avuto per iscritto l’approvazione, ora confermata, che l’MI5 col crisma del governo di Cameron gli assicurava se andava a aiutare i ribelli a lavorare contro il governo siriano senza alcuna obiezione e, ora, ri-arrestato ma adesso, è stato rimesso in libertà perché, riconosce il tribunale, diceva il vero.

Lui e non i sunnominati sepolcri (Guardian, 2.10.2014, Ian Cobain e Randeep Ramesh, Moazzam Begg was in contact with M15 about his Syria visits, papers show― Moazzem Begg era stato in contatto con [e, anzi, autorizzato per iscritto dal] l’MI5, dimostrano le carte, sulle sue visite in Siria http://www.theguardian.com/world/2014/oct/02/moazzam-begg-contact-mi5-agents-papers).

●L’altro sesquipedale sepolcro (malamente) imbiancato  della regione, Israele, col primo ministro Netanyahu all’Assemblea generale dell’ONU, dopo aver allungato l’ultimo dei suoi spernacchianti sgambetti a Obama, che è andato comunque doverosamente a ossequiare alla Casa Bianca, con l’annuncio dal presidente americano futilmente e altrettanto ipocritamente al solito denunciato che la Knesset ha appena approvato l’ennesimo decreto che stanzia i soldi necessari a costruire, in territorio arabo di Cisgiordania, altri 2.470 appartamenti riservati per legge solo a cittadini ebrei” – ha tenuto a informare il mondo che

• la maggiore minaccia per il mondo civilizzato è l’Iran e non lo Stato Islamico; perché, spiega,

sconfiggere i militanti dell’ISlasciando l’Iran sulla soglia di diventare una potenza dotata di energia nucleare è come vincere la battaglia e perdere la guerra”: sotto silenzio l’arsenale nucleare di quasi 300 ordigni di cui dispone lo Stato ebraico, si capisce (The Economist. 3.10.2014), cosi come rigorosamente sotto silenzio è che Tel Aviv pretenda che a liberarla da quella potenziale minaccia siano gli americani e non il suo esercito e, comunque, se dovesse attaccare da sola vorrebbe farlo con il preventivo e suicida sì dell’America...

●Il Regno di Svezia, ha annunciato in parlamento che il nuovo governo appena eletto sarà il primo nell’Unione europea a riconoscere formalmente lo Stato di Palestina come Stato a pieno titolo – come la Svezia e – guarda un po’ – come  Israele – dando seguito a quella che finora era restata solo una mezza promessa da molti enunciata e mai da nessuno azzardata, per timore delle reazioni israeliano-americane. Proprio in questi giorni la Casa Bianca aveva inutilmente richiamato Netanyahu a considerare che rischiava di “alienare anche gli alleati più vicini” se avesse continuato a costruire illegalmente in territorio legittimamente altrui. Ma, come sempre, lì Obama si era fermato, senza tirarne alcuna conclusione di ordine operativo...

In Europa già diversi governi – Ungheria, Slovacchia, Polonia, altri – riconoscono lo Stato di Palestina  come tale e altri, come l’Italia, non osano ancora solo per infastidire gli USA ma solo la Svezia lo fa ora, dopo il riconoscimento dell’ONU― preceduta, a dire il vero, anche dalla Santa Sede (Guardian, 3.10.2014, P. Beaumont, Sweden to Recognize State of Palestine La Svezia riconoscerà lo Stato di Palestina http://www.theguardian.com/world/2014/oct/03/sweden-recognise-state-palestine).

E proprio a fine ottobre, malgrado le proteste ufficiali e anche le pressioni segrete con cui Israele tenta di ostacolare la decisione di Stoccolma, il nuovo ministro degli Esteri Margot Wallström, per due mandati Commissaria svedese alla UE, procede al riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte del suo paese.

●E ruota arriva un’altra mossa politico-diplomatica di enorme rilievo, anche se solo tutto simbolico, questo: la Camera dei Comuni, la madre di tutti i parlamenti, ha deciso il riconoscimento dello Stato della Palestina. Il che manda in bestia, ma inutilmente israeliani e americani, perché quel parlamento – quello... – non fa sempre quanto quel governo gli dice, anche se ha una valenza solo simbolica. Il fatto è che, poi, non lo è neanche tanto solo simbolica perché in realtà attesta lo spostamento evidente della pubblica opinione anglo-sassone – e europea – verso le ragioni dei palestinesi e un po’ più lontano da quelle israeliane (New York Times, Stephen Castle e Jody Rudoren, British Parliament Recognizes Palestinian State in Symbolic Vote Il parlamento britannico riconosce lo Stato di Palestina con un voto simbolico http://www.nytimes.com/2014/10/14/world/europe/british-parliament-palestinian-state.html?_r=0#).

Il voto non ha effetti pratici – come si affrettano a sottolineare tutti quelli che, per ragioni diverse e tutte meschine, hanno interesse a sminuirne, chetarne, sopirne il significato ma il governo conservatore è messo sull’avviso: è il senso della Camera, 274 voti a favore contro appena 12, con 364 deputati che non hanno voluto partecipare al voto), che sia “appropriato, giusto e di buon senso” riconoscere lo Stato di Palestina anche se altri interlocutori si irritano... Specie se è il loro atteggiarsi all’intransigenza assoluta sulla questione dei “due popoli due Stati” e del “processo di pace”.

●A metà ottobre scatta la solita caccia largamente eterodiretta (dalla NATO o, meglio, dal suo apparato militare permanente: da cui Stoccolma continua a restar fuori senza che nessuno formalmente da fuori o nel paese stesso le chieda di entrare) al solito sommergibile o minisommergibile fantasma russo il cui spettro torna ad affacciarsi quando e comunque è utile geopoliticamente, riattizzare la minaccia dell’orso russo o, parlando di spettro, magari anche “sovietico” (Guardian, 24.10.2014, D. Crouch, Sweden calls off hunt for submarine― La Svezia cancella la caccia  al sottomarino [fantasma] ▬ http://www.theguardian.com/ world/2014/oct/24/sweden-calls-off-hunt-submarine-stock holm-archipelago).

Senza neanche preoccuparsi troppo della figura di tolla che esibisce, il contrammiraglio Anders Grenstad dice adesso che “la nostra [la sua: il nuovo governo social-democratico  si  è piuttosto palesemente irritato] valutazione è che ci sia stata una plausibile operazione sottomarina di stampo straniero che crediamo aver violato le acque territoriali svedesi... ma poi è scomparsa”: nostra valutazione..., plausibile operazione..., crediamo..., scomparsa... Insomma, una carnevalata: a metà tra il sogno, l’incubo e la polluzione notturna involontaria di un contrammiraglio che una guerra, per sua e nostra fortuna, non l’ha mai conosciuta...                         

●Le forze irregolari ma filo-governative del generale ribelle Khalifa Hifter hanno lanciato un attacco su grande scala per riprendere il controllo in Cirenaica della città di Bengasi ai militanti islamisti. Hifter ha annunciato – anche se non gli credono molti – che andrà in pensione dopo aver riconquistato la città. La Libia ha sofferto di instabilità cronica dalla caduta di Gheddafi con cui Hifter aveva a lungo collaborato prima di rompere diversi anni fa (Al Jazeera, 16.10.2014, Libya’s Benghazi sees battle for control In Libia, battaglia per il controllo di Bengasi http://www.aljazeera.com/news/middle east/2014/10/libyas-benghazi-sees-battles-control-201410151752372648 95.html).

Il parlamento che siede a Bengasi, eletto alle ultime elezioni ma del tutto esautorato da quello più islamista riunito a Tripoli, ha annunciato un’alleanza col generale Hifter che ormai ha preso nelle sue mani la conduzione della lotta armata contro gli islamisti. Tre anni dopo il rovesciamento e il linciaggio di Muammar Gheddafi  una miriade di milizie concorrono tra loro per controllare chi un pezzo chi l’altro della Libia e, intanto, la spingono ognuno per sé al limite della guerra civile.

Le forze del governo regolare, diciamo così pure, ufficiale sono inconsistenti, inefficaci e in realtà inesistenti mentre tra loro e in contrasto tra loro, l’una o l’altra fazione di miliziani controllano tutto il paese mentre, ovviamente, ogni potenza straniera a questo punto e dopo le sbollentature avventatamente subite non vuole intervenire schierandosi con l’una o con l’altra di queste schegge impazzite (Stratfor – Global Intelligence, 21.102014, Libya’s militias battle for Benina air base Le tante, diverse milizie libiche combattono per la conquista della base aerea di Benina [e di tante altre...] ▬ http://www.stratfor.com/analysis/ libyan-militias-battle-benina-air-base#axzz3GbvI8Qvb; e Gulf Today/Sharjah, Emirati Arabi Uniti, Libya parliament joins hands with renegade general Il parlamento libico si allea col generale rinnegato [perché, qui, c’è chi non lo sia?)▬ http://gulftoday.ae/portal/17859522-1af6-46d3-9b44-c5b6103eb709.aspx).

●In Tunisia, alla vigilia delle elezioni politiche del 26 ottobre, e dopo vari scontri sporadici ma non isolati nello stesso giorno a sud di Tunisi, nella città di Oued Ellil uno scontro a fuoco ha ucciso un componente dei servizi nazionali di sicurezza, il 23 ottobre (Middle East Online, 23.10.2014, C. Gallo, One Dead in Tunisia Shootout as Tensions Rise Ahead of Elections― Un morto in uno scontro a fuoco in Tunisia con l’aumento delle tensioni subito prima delle elezioni http://www.nytimes.com/2014/10/24/world/africa/tunisia-elections-islamists. html?_r=0#).

Nel paese e in occidente – specie in Francia – molti nutrono grandi speranze – probabilmente in larga parte anche infondate – che queste elezioni potrebbero utilmente immunizzare il paese dove esplose la prima rivoluzione araba di primavera dalla tentazione – che esiste forte, però, di vecchi strati del privilegio del regime, tutto sommato “ordinato” e quasi scontato, del dittatore Zine El-Abidine Ben Ali (Stratfor – Global Intelligence, 21.11.2013, In Tunisia, Instability Continues Persiste l’instabilità in Tunisia http://www.stratfor.com/analysis/tunisia-instability-continues#axzz3GbvI8Qvb).

La Tunisia ha adesso votato per la prima volta nel dopo rivoluzione in un’elezione generale per il parlamento. I media informano al momento della chiusura che hanno alla fine votato il 65% dei 5 milioni di iscritti alle liste. La gran parte dei sondaggi e delle previsioni davano per vincente il partito “moderatamente” islamista, Ennahda, che si era impegnato a perseguire – anche se avesse la raggiunto la maggioranza assoluta – un governo inclusivo, come si dice, di unità nazionale.

Come accennato, era la prima vera elezione dal rovesciamento di Ben Ali nel 2011. Hanno concorso migliaia di candidati per i 217 seggi del Majlis, senza che la campagna elettorale sia stata distorta da  seri incidenti. Il prossimo serio evento di normalizzazione politica ormai sono le presidenziali del prossimo 23 novembre. A questa carica, proprio per evitare l’accusa di volersi prendere comunque – anche se democraticamente – tutte le leve del potere – Ennahda avrebbe deciso, e già reso noto, di non voler presentare candidature sue proprie.

Ma, adesso che le elezioni poi al dunque Ennahda le ha perse – e, fatto di rilievo qui, ha ui, riconosciuto con un aplomb quasi anglosassone di averle perse, come ha ammesso chiaro alla Tv, un suo alto esponente, Lofti Zitoun – col suo maggior oppositore formalmente laico sul mercato politico, il partito di Nidaa Tounes― l’Appello per la Tunisia, che ha preso on 85 seggi contro i 69 di Ennahd (Guardian, 27.10.2014, Eyleen Byrne, Tunisia’s Islamist party Ennahd accepts defeat in elections Il partito islamico tunisino Ennahd accetta la sconfitta elettorale http://www.theguardian.com/world/2014/oct/27/tunisia-islamist-ennahda-accept-defeat-elections).

Il fatto è che, tre anni dopo il rovesciamento del regime autoritario di Ben Ali, il paese soffre ancora – certo non è il solo, ma è anche quello che ha nella regione la maggiore presenza sindacale organizzata di lavoratori – di una disoccupazione cronica e di altri seri problemi economici tutti legati invece alla disorganizzazione produttiva e alla distribuzione iniqua della ricchezza. Insomma, in Tunisia c’è davvero, al contrario che in Egitto ad esempio o anche in Algeria, tanta politica e tutto sommato vera, libera― ma in Tunisia c’è anche poco pane. E forse cominciava ad emergere anche qualche preoccupazione sulla relativa preoccupazione con cui sembrava rifiutare di reprimere punta di jihadismo violento.

E è questo che  adesso fa pagare il partito degli islamisti “moderati”: che non è riuscita a creare lavoro. Come è giusto che sia, in una democrazia: ma che succede in Tunisia, per dire e non in Italia, dove non tutti i responsabili della catastrofe di sterminio dei posti di lavoro vengono adeguatamente “puniti” alle urne. Non è più – e forse non è mai stata qui – la riforma politica a scatenare, se non come miccia iniziale, la prima vera rivoluzione della primavera araba.

Il problema qui – come in molti altri paesi mediterranei: e non solo arabi – è prioritariamente ormai l’assenza completa di una vera riforma, o di una rivoluzione, sociale e economica per cambiare le cose (Quotidiano.net, 27.10.2014, La Tunisia supera lo scoglio delle urne.Obama [al quale nessuno aveva chiesto niente... ma che la sua, anche qui abbastanza banale – da quel che dicono i suoi si aspettava la vittoria di Ennahduel che lasci dire ai suoi era evicnete , lui, ch Ennhada avrebbe vintyo la  deve dire per forza]: “Queste elezioni, pietra miliare per la transizione” http://www.quotidiano.net/tunisia-elezioni-parlamento-1.339483).

●L’Appello per la Tunisia non ha ottenuto un mandato tanto forte da governare da solo, ma quello a guidare una coalizione che cercherà di formare, almeno in  partenza, con partiti minori tutti piuttosto di centro-destra – come Fronte popolare, Orizzonte tunisino/Afek Tounes e Sentiero social-democratico, e tutti intorno al 4-5% dei voti ciascuno. Lo annuncia uno dei capi di Nidaa Tounes, Aymen Bejaoui (all’Agenzia Anatolia/di Istanbul, 28.10.2014, Esma Ben Said, Call of Tunisia to form alliance with 'democratic' parties L’‘Appello per la Tunisia’ formerà una coalizione di governo con i partiti ‘democratici’ http://www.aa.com.tr/en/s/411368--call-of-tunisia-to-form-alliance-with-democratic-parties), isolando comunque Ennahd― il Movimento per la Rinascita. L’Appello riconosce che il partito islamico ormai è parte integrante della scena politica e che con esso si deve necessariamente convivere. Ma sostiene che non deve necessariamente governarci insieme e preferisce cercare di fare coalizione con gli altri. 

Si tratterebbe, comunque, del primo paese della primavera araba  non solo ad essersi ribellato al rais di turno ma anche il primo e l’unico finora, forse, a darsi un governo di stampo chiaramente non-islamico non attraverso un golpe ma seguendo un processo democratico elettorale. Con un voto  che, a modo suo, conferma la “reputazione” del paese avere un equilibrio e una sofisticazione politica all’europea― se poi qui da noi, alla fine, meritiamo ancora e sempre la fama della finezza politica e non solo, anche se pure, della complessità e della scombinatezza europea. Significativo è che anche Ennahda, per fermare un declino che ormai era da tempo avviato, abbia dovuto e saputo perseguire politiche più aperte e moderate anche, certo, sotto la spinta di una crisi comunque assai grave

In ogni caso, Ennahda ha perso perché non è stato in grado di impartire al paese la spinta della ripresa economica di cui aveva bisogno. E, adesso, il vero test dell’Appello per la Tunisia è lo stesso. O farà meglio degli islamici moderati su questo piano ma, più che facendo appello, come sembrano illudersi, ad amici stranieri che non risolveranno mai niente, alle capacità di mobilitare le risorse interne, e anzitutto quelle umane, o la gente come li ha preferiti stavolta li rimanda all’opposizione.

●In Iraq, finalmente, il parlamento ha approvato i due ministri-chiave che ancora non erano “passati”, e neanche erano stati presentati al suo vaglio: quello della Difesa, il sunnita Khaled al-Obeidi, e lo sci’ita Mohammed Salem al-Ghabban agli Interni. Viene così completata la formazione di quello che chiamano un governo davvero “inclusivo” ormai indispensabile anche per combattere con qualche efficacia l’attacco dello Stato Islamico.

Il gruppo settario e transnazionale degli estremisti sunniti continua in ogni caso la sua progressiva lenta e cruenta avanzata (Stratfor – Global Intelligence, 7.10.2014, The Islamic State Gains Ground Near Baghdad Lo Stato Islamico guadagna terreno nei pressi di Bagdad http://www.stratfor.com/analysis/ islamic-state-gains-ground-near-baghdad#axzz3GbvI8Qvb). L’impatto della decisione, positivo comunque per il governo, è stato di molto diluito – osservano a Bagdad molti osservatori – rispetto agli effetti che avrebbe potuto avere sul piano della sicurezza se il governo fosse stato in grado di annunciarlo prima.

Diciamo un mese e mezzo fa, prima che l’IS scatenasse il suo attacco su Bagdad e su Mosul arrivando, tra l’altro, a controllare, produrre e vendere in qualche modo sul mercato internazionale (si parla con insistenza di Serbia, Albania e, perfino, Israele fino a 2 milioni di $ al giorno di greggio estratto nel territorio che occupano in Siria e in Iraq.

Sono dati che fornisce, aumentando quasi del doppio la stima precedente, la stessa IEA all’Istituto di ricerca IHS di cui hanno parlato diverse agenzie di stampa internazionali (cfr. Stratfor, 20.10.2014, Two million $ income per day to the IS All’IS due milioni di $ al giorno dal petrolio http://www.stratfor.com/ situation-report/iraq-syria-islamic-state-oil-produced-2-million-oil-day#axzz3GbvI8Qvb). Sempre secondo l’IHS, in queste due ultime settimane la produzione quotidiana di greggio petrolifero che ricade sotto il controllo dello Stato islamico si sarebbe però ridotta in volume da 350.000 a un 60.000 batrili asl giorno.

●La massima autorità sci’ita del paese, il grande ayatollah Ali al-Sistani – la cui voce resta rispettata e autorevole anche tra i sunniti – ha voluto incontrare, nella sua residenza a Najaf, la “città santa” sci’ita a 160 Km. a sud di Bagdad, il primo ministro Haider al-Abadi per rendere palese il sostegno di Sistani al nuovo governo. Lo ha fatto esprimendo il suo sollievo per la soluzione finalmente  trovata anche se, aggiunge, con qualche ritardo e che spera si manifesti cruciale nella lotta senza risparmio ingaggiata ormai da tutto il paese, torna a affermare, con lo Stato Islamico (Fox News, 20.10.2014, Agenzia Associated Press (A.P.), Top Iraq Shiite cleric meets prime minister in sign of support for government's anti-IS fight― Il massimo capo religioso shi’ita incontra il premier in segno di appoggio alla lotta del governo contro lo Stato Islamico http://www.foxnews.com/world/2014/10/20/top-iraq-shiite-cleric-meets-prime-mini ster-in-sign-support-for-government-anti).

Continuano, in ogni caso, massacri sistematici e quasi di routine spesso tra sunniti e sci’iti, e viceversa. Adesso, molto concentrati contro il regime shi’ita... Nella provincia di Karbala, cento Km. a sud di Bagdad (riferisce Alsumaria News, 20.10.2014, Sinan Salaheddin, Suicide and sectarian car bombings in Iraq kill tens Esplosioni settarie e suicide alla bomba in Iraq ne ammazzano a decinehttp://news.yahoo. com/top-iraq-shiite-cleric-backs-pms-fight-against-082320947.html) e tradizionalmente finora tenutasi tutto sommato al riparo dai peggiori scontri settari, cinque auto sono esplose con un numero di vittime imprecisato. Lo stesso giorno un altro attentato suicida a una moschea sci’ita al centro di Bagdad ha fatto una ventina di morti e il giorno prima sempre nella capitale, nel quartiere periferico di Harithiya una bomba umana ha fatto una trentina di altri morti sempre shi’ti.

nel resto dell’Africa

● Adesso tocca all’ebola  e al panico... e, poi, al panico del panico dell’ebola...(vignetta)

 

L’ebola si può trasmettere attraverso lo scambio di fluidi corporei, di sangue, di gaffes e di c a**ate

 

 

                                       Centro di Controllo Epidemiologico

Fonte: INYT, Patrick Chappatte, 17.10.2014

 

●L’Organizzazione Mondiale della Sanità/WHO ha ammonito che entro due mesi potrebbero emergere una decina di migliaia di nuovi casi di ebola alla settimana in Africa occidentale se non vengono accelerati, affinati e coordinati gli sforzi a livello internazionale per contenerne la diffusione. In effetti, sono stati registrati ora i primi casi di infezione in America – due infermiere che avevano curato a Dallas un paziente – e i primi due in Spagna A Berlino è morto di ebola anche un medico tornato dalla Liberia. Diversi altri aeroporti e ospedali hanno in molti paesi aumentato le procedure di filtraggio e controllo agli ingressi.

E i casi di ebola registrati sono arrivati a 9.000 circa, con quasi il 50% di decessi. Ma il numero effettivo, dati i molti eventi neanche comunicati alle autorità, specie in Africa, è di certo assai più elevato (The Economist, 17.10.2014, The epidemic in West Africa – The war on ebola L’epidemia in Africa occidentale – La guerra all’ebola http://www.economist.com/news/leaders/ 21625781-win-it-requires-much-larger-effort-west-africa-outside-world-has-so-far).

Insomma, la scala del contagio attuale è ben diversa e meno controllata di ogni simile evento verificatosi dalla scoperta del virus, nel 1976 (Ebola è un fiumiciattolo affluente del fiume Congo nel grande paese africano con cui lo battezzò chi lo scoprì per risparmiare lo stigma al villaggio, Yambuku, mille Km. a nordest di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove in effetti era stato riscontrato per primo).

●Monta dunque l’allarme, anche se – comunica all’inizio della seconda metà del mese l’OMS/ Organizzazione Mondiale della Sanità che cerca di coordinare gli aiuti da Ginevra – la Nigeria ormai si è liberata dell’ebola provando che è comunque un contagio contenibile con misure di sicurezza e di profilassi adeguatamente impiegate (OMS, 20.10,.2014, WHO declares end of ebola outbreak in Nigeria L’OMS dichiara la fine della epidemia di Ebola in Nigeria http://www.who.int/mediacentre/news/statements/2014/nigeria-ends-ebola/en).

Sono ormai passati 42 giorni completi – due interi periodi di incubazione, cioè – dall’ultimo caso di ebola scoperto in Nigeria (il primo venne importato con un malato arrivato all’aeroporto di Lagos dalla Liberia: e, poi, se ne contarono altri 19). Mentre altrove – nel resto dell’Africa occidentale, in alcune arti d’Europa e in America – sono aumentati i timori di una diffusione epidemica, comunque difficile da controllare (Stratfor – Global Intelligence, 20.9.2014, Managing the Ebola Outbreak and Media Perception of Disease La gestione dell’epidemia di ebola e la percezione che ne danno i media ▬ http://www.stratfor.com/  analysis/managing-ebola-outbreak-and-media-perception-disease#axzz3GbvI8Qvb).

Ma anche, come dimostra la Nigeria, possibile.   

Con l’allarme, però, cresce smisuratamente anche l’allarmismo. Mentre l’OMS rende noto, ufficialmente, che Stati Uniti e qualche altro paese hanno promesso di mandare soldi (solo promessi finora in termini percentuali sempre ridicoli e solo Médecins sans Frontières, come organismo di volontariato a dimensioni globali e, come Stato, solo Cuba hanno dato una risposta globalmente significativa di personale medico e risorse rese immediatamente disponibili contro la crisi.

In modo ormai addirittura palesemente imbarazzato, il NYT è costretto a prenderne atto e a scrivere – a questo punto firmandosi  proprio come giornale (New York Times, 19.10.2014, edit., Cuba’s Impressive Role on Ebola Il ruolo straordinario che Cuba sta giocando contro l’ebola http://www.nytimes.com/2014/10/20/opinion/ cubas-impressive-role-on-ebola.html?ref=international) – dell’imbarazzo che sta affliggendo l’America appena attenta alle cose del mondo di fronte allo sforzo straordinario di un piccolo e povero paese e della altrettanto povera ma eccezionale organizzazione medica che ha messo in piedi e manda a lavorare i suoi dottori dove nel mondo ce n’è bisogno.

Non è una cosa nuova per Cuba. Nel 2005, per il disastro dell’uragano Katrina, offrì la sua esperienza, il suo aiuto e il suo know-how per esperienza acquisita sul campo agli Stati Uniti che, naturalmente, quel testa di polla di Bush lasciò immediatamente cadere. E adesso, chiosa sempre l’editoriale che stiamo citando, in un articolo pubblicato sul quotidiano governativo di Cuba, (Granma/Habana, 18.10.2014, Fidel Castro  Ruz, La hora del deber L’ora del dovere http://www.granma.cu/cuba/ 2014-10-18/la-hora-del-deber) Fidel Castro ha spiegato che Stati Uniti e Cuba devono mettere da parte le loro differenze, se non altro temporaneamente, per lottare contro un flagello mortale”. E conclude, freddamente e sensatamente, il NYT: “Noi siamo assolutamente d’accordo”.

●E si riapre anche, utilmente, proprio qui in America, il dibattito sulla pretestuosamente assoluta necessità della ricerca privata coi relativi diritti (patenti, brevetti) dichiarati indispensabili per sviluppare i nuovi e efficaci vaccini di cui c’è un disperato bisogno. Per il momento, il governo canadese ha pagato in contanti per cercare e sviluppare un efficace vaccino contro l’ebola: efficace al 100% sugli animali da laboratorio infettati. M, dicono i produttori che il governo ora non si può permettere di sopportare il costo dei test sull’uomo e ora dovrebbero lasciarli fare – con il loro corredo di brevetti e patenti e abbondanti profitti – per metterli poi sul mercato ai laboratori privati.

Ora, a meno di pensare che i prezzi dei tests siano esorbitanti ma quelli dei profitti mas non quelli dei profitti a chi quei tests li conducesse sotto brevetto – implausibile! – si tratta dell’ennesimo sofisma che serve solo a ostacolare la marchetizzazione del vaccino a costi e prezzi del medicinale generico anche se dall’identica composizione molecolare.   

Il vaccino originale, prodotto, pagato e sperimentato dai canadesi, era pronto da dieci anni ma l’opposizione dell’industria farmaceutica nord-americana (Stati Uniti e anche Canada) e della Food and Drugs Administration americana a farlo testare dal pubblico e non in concorrenza anche dai privati in nome della sacrosanta libertà del mercato poi garantita dai relativi brevetti lo ha bloccato nei frigoriferi da dieci anni. E solo ora, dopo un’epidemia che ha già fatto oltre 5.000 morti in Africa occidentale, il veto è stato scavalcato e i tests sono cominciati (New York Times, 23.10.2014, Denise Grady, Ebola Vaccine, Ready for Test, Sat on the Shelf Il vaccino contro l’ebola, pronto ai tests, è stato fermo [per anni]sugli scaffali http://www.nytimes.com/2014/10/24/health/without-lucrative-market-potential-ebola-vaccine-was-shelved-for-years.html?ref=health&_r=0#).

Ma voi dite che sarebbe demagogia invocare, per chi di questo stop criminale è stato responsabile, come ricorda papa Francesco “in nome del dio denaro”, una piccola dose magari anche non proprio letale di legge del contrappasso, una piccola somministrazione dell’ebola?

●Nei primi dieci mesi di questo 2014 i paesi dell’Africa sub-sahariana hanno raccolto, sul mercato internazionale, 7 miliardi di $ vendendo loro titoli di debito sovrano  con rendimenti che, malgrado la tempesta dell’ebola, si sono anche ridotti. Tipicamente denominati in dollari americani si tratta di prestiti che possono venir offerti più a buon mercato dei tentativi di trovare capitali ai tassi offerti localmente. Anche se spesso, poi, costano di più di quel che offrono loro aiuti pubblici e privati, spesso sottoposti però da quanto offrono loro, quando poi arrivano, aiuti pubblici o privati condizionato da richieste e esigenze di tipo politico o anche magari, dicono, etico sempre ostici da subire.

Prima del 2006, solo il Sud Africa  in tutto il continente riusciva a collocare, e con difficoltà, sul mercato finanziario internazionale pezzi del suo debito sovrano con qualche prospettiva di piazzarlo con qualche successo, aprendo al capitale privato e per definizione speculativo al posto di un quanto mai dubbio accesso solo agli aiuti di Stato o di qualche volenterosa iniziativa privata cosiddetta “benefica”.

Certo, il rischio non solo possibile ma praticamente sicuro è che, incorsi questi prestiti in dollari o in euro, poi sparisca al volo ogni vantaggio quando la valuta locale di Uganda, Kenia o Mozambico – come nella storia di questi paesi poi sempre succede per volontà esterne – venga poi indebolita e invece del 10% di interessi pattuiti poi bisogna restituirne almeno il 20 ogni anno (New York Times, 23.10.2014, Danny Hakim, Investors Are Eager for African Sovereign Debt, Despite Plenty of Risks― Malgrado un mucchio di rischi, gli investitori vogliono comprarsi il debito sovrano africano ▬ http://dealbook.nytimes.com/2014/ 10/23/investors-are-eager-for-african-sovereign-debt-despite-plenty-of-risks/?ref=africa).

●In Mozambico, il FRELIMO – il partito-Fronte di Liberazione Nazionale che portò nel 1974 il paese dopo una lotta armata durata decenni all’abbandono dell’occupante portoghese dopo la rivoluzione dei colonnelli contro la dittatura salazarista a Lisbona, ha vinto ancora le elezioni presidenziali col ministro della Difesa che presentava come candidato, Filipe Nyusi, ora proclamato ufficialmente dalla Commissione elettorale che gli ha assegnato il 57% dei voti nelle elezioni tenute a metà ottobre.

Ha perso Alfonso Dhlakama, capo del RENAMO, il Movimento di Resistenza antirivoluzionario che, appoggiato dal Sudafrica allora dell’apartheid, tentò di  supportare il colonialismo e ha comunque portato a casa un 37% dei voti, in aumento dal 16% del 2009. La guerra civile che s’era conclusa col riconoscimento della sconfitta del RENAMO nel 1992, era ripresa quasi due anni fa e aveva visto solo settimane fa l’accordo di lasciare che fossero le elezioni a dirimere definitivamente la vertenza. Difficile che tutto si concluda adesso proprio de plano… viste le aspettative che RENAMO aveva lasciato montare sulla certezza della sua comunque improbabile vittoria… (Suma Diario, 30.10.2014, Filipe Nyussi gana las elecciones presidenciales en Mozambique ▬ http://noticias.sumadiario. com/policia-y-justicia/justicia-y-derechos/filipe-nyussi-gana-las-elecciones-presidenciales-en-mozambique_0Buimt RXjRvSRdGjBwo4t3).

●Il presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré è stato finalmente deposto da un colpo di Stato. Lui stesso era il padre padrone del paese dal 1987, quando aveva preso il potere grazie a un cruento colpo di Stato finanziato direttamente dalla Francia, “incoraggiato” apertamente dagli Stati Uniti (per ragioni tradizionalmente imperialistiche) e dalla Libia (per gelosie del rivoluzionario Gheddafi verso un rivoluzionario più rivoluzionario di lui, il carismatico Thomas Sankara, popolare presidente burkinabé dal 1983: con un colpo di pistola proditoriamente sparatogli alla nuca proprio da Compaoré stesso, allora ministro dello stesso Sankara e che ebbe poi occasione di vantarsene in pubblico.

Ora dopo quasi trent’anni, Compaorè ha forzato la mano rifiutando di ottemperare alla clausola che nella Costituzione gli impediva di ripresentarsi come candidato alla presidenza per l’ennesima volta e che dava per scontato – il suo errore fondamentale – avrebbe comunque visto tutti i suoi tirapiedi d’accordo: solo che la gente non ne poteva più e neanche, ormai, tanti tra i militari. Lui ha tentato di resistere e ha offerto – non poco spudoratamente – di “negoziare”...

Ma l’hanno destituito e adesso, alla fine, dopo una resistenza quasi pro-forma ma che è costata comunque almeno una cinquantina di morti, si dimette e scappa coi soldi che in anni di proficua dittatura ha inguattato nei conti numerati che tiene a Zurigo, a New York e a Parigi (le Monde, 31.10.2014, Maureen Grisot, Le jour oú Blaise Compaoré a perdu la main Il giorno in cui Blaise Compaoré ha perso la mano http://www.lemonde.fr/international/article/2014/10/31/le-jour-ou-blaise-compaore-a-perdu-la-main_ 4515 979_3210.html). E, naturalmente, nella migliore tradizione, lo sostituisce nella carica di capo dello Stato intanto – poi si vedrà... – il capo di Stato maggiore dell’esercito, gen. Honoré Traoré...

in America latina

●Negli ultimissimi giorni prima del primo round delle presidenziali, il 5 ottobre, la presidente in carica e nuovamente candidata del Brasile, Dilma Rousseff, era uscita rafforzata dai sondaggi: dopo aver dovuto rincorrere Marina Silva, l’altra candidata di sinistra leggermente più radicale e soprattutto più verde di lei e adesso, alla vigilia del primo turno, sembra essersi messa in grado di sconfiggerla. Pi, nelle urne – e non più nei sondaggi – al primo turno Rousseff prende il 41.5% dei voti ma come previsto non passa la soglia del 50% + 1.

Ma, come non era previsto, non è Silva l’avversario che arriva secondo, ma il candidato del centro-destra, Aécio Neves, che nell’ultima settimana mangia una caterva di voti alla Silva portandosi a casa il 33,6% (e, alla fine, prende solo il 21% dei suffragi). I due ora si affronteranno il 26 ottobre al ballottaggio: tornando così alla contrapposizione che è in campo dal 1994 a oggi, tra il partito lavorista di Lula e il PSDB, i socialdemocratici centristi e moderati che, nel ’94 e nel ’98, vinsero loro. Dovrebbe onestamente farcela, però, secondo noi Rousseff, perché i suoi risultati in effetti non sono è affatto male, rispetto a quelli di tanti e dei socialdemocratici stessi in specie per la gente: per i brasiliani della strada.

• Alla sua inaugurazione, a dicembre 2010, la crescita che era a un notevole 7,5%, è scesa col colpo di coda della crisi, arrivata anche qui, all’1% e risalita al 2,5% nel 2013.

• Il tasso di disoccupazione che, con Lula a fine mandato era a inizio 2010 al 7,9% a novembre 2014, con Dilma, era sceso al 6,6.

• Il minimo salario mensile è salito dai 510 reals ai 724 a parità di potere d’acquisto, scontata cioè l’inflazione.  

• Secondo il cosiddetto Indice Big Mac in $, uno dei fast foods più popolari che porta quel nome costava 4,91 $ a  luglio 2010 e, a luglio 2014, 5,86― rispettivamente 8,71 e 13 reals).

• Dalla metà del primo mandato di Lula al 2013, il tasso di deforestazione dell’Amazonia è stato ridotto da 27,772 Km2 all’anno a 5,891 (con un rialzo dai 4,571 di fine 2012).

• Il tasso di povertà è stato tagliato dal 13,3% di prima del 2009 al 9% del 2012.

• La registrazione di automobili nuove che a fine 2010, prima di Dilma, era a 3.515.000 unità è salita, ma in misura contenuta, a fine 2013 a 3.767.000 veicoli.

E, sintetizzando come fa, ad esempio un giornalista di sinistra (già di Rifondazione comunista e anche con incarichi dirigenti) ma anche molto ben informato, cfr. http://marcoconsolo.altervista.org/enigma-brasile/#sthash. S3c4XFbq.dpuf),  “anche grazie ai due governi precedenti di Lula, Dilma ha dalla sua alcuni risultati importanti: la riduzione della povertà estrema; il programma Bolsa Familia( ▬ http://obrasilque conquistamos.com.br/programa-bolsa-familia) di cui beneficiano milioni di famiglie e, in realtà, un brasiliano su quattro; il bilancio dell’educazione aumentato del 600%, col raddoppio degli studenti universitari e la crescita di Scuole tecniche del 300% ( ▬ http://brasildamudanca.com.br/emprego-e-salario).

Nella sanità,  il programma Mais Medicos beneficia il 25% della popolazione che di fatto prima non avevano accesso alle cure ed il 75% è coperto dal migliorato sistema di salute pubblica, il SAMU (http://brasildamudanca.com.br/saude). Anche sul versante dell’occupazione – già menzionato – può vantare cifre che rappresentano un record nella storia del gigante brasiliano ( ▬ http://brasildamu dan a. com.br/emprego-e-salario). Ma i risultati positivi non sono una garanzia per la rielezione e oggi la strada è tutta in salita”..

Ma secondo il punto di vista illustrato dalle parole del direttore dello think tank forse più importante del Brasile, l’istituto Getulio Vargas, Carlos Pereira – grazie anche al lavoro massiccio della demolizione della credibilità della Silva – “Aécio, che fino a qualche settimana fa nessuno credeva avesse alcuna possibilità, adesso emerge come un forte candidato che tenderà a recuperare a sé i voti avvelenati di chi aveva votato per Silva e contro Rousseff(The Huffington Post/New York, 5.10.2014, Brazil presidential election result I risultati delle presidenziali in Brasile: al ballottaggiohttp://www.huffingtonpost. Com/2014/10/05/brazil-presidential-election-runoff_n_5936330.html)

Neves oggi, in ogni caso, offre un’alternativa più secca e pulita al governo del Partito del lavoro di Rousseff e Lula: propone comunque approcci di carattere chiaramente centrista, facenti perno su un’indipendenza maggiore dei tecnocrati della Banca centrale, su maggiori privatizzazioni e il perseguimento programmatico di accordi commerciali con Europa e USA secondo i canoni più tradizionali, neanche i più recenti, del Fondo monetario internazionale (Aécio Neves, del resto, di mestiere è un economista e proprio un neo-liberista della mortifera e sputtanata ma ancora possente scuola neo-cons di Chicago.

Insomma, si profila uno scontro classico. Nei dodici anni di governo del Partido dos Trabalhadores di Lula e Rousseff, sono stati inaugurati e sviluppati una serie di consistenti programmi sociali, anche assai innovativi, che hanno aiutato a tirar fuori milioni di brasiliani dalla povertà, anzi proprio dalla miseria, promuovendoli per così dire di classe sociale, al livello dei ceto medi tradizionali. Questo – non una promessa, ma una realtà evidente e provata – spiega che Rousseff trovi concretamente il maggiore appoggio tra i più poveri che non ci stanno a rischiare di perdere quel che hanno conquistato così di recente in mezzo a una crisi economica che anche qui si fa sentire con grande violenza.

Ed è quanto rende ancor più difficile spiegare a molti dei suoi la scelta con cui Marina Silva trasferisce, o piuttosto vorrebbe che fosse trasferito, al centro-destra contro la sinistra del PT e di Dilma, il suo endorsement. Silva dice di fidarsi della sincerità delle promesse elettorali di Aécio, ma sarà proprio questo il motivo per cui, chi ha votato per lei in quanto candidato meno catalogabile e un po’ più anarcoide, con forti credenziali “verdi” e ambientaliste, ostica alle sirene del capitalismo deregolato e selvaggio che rappresenta da sempre Neves e lo fa votare, probabilmente non le darà retta. 

La sua è un scelta assai sputtanante anche perché somiglia troppo a una ripicca personale. Neves, che dichiara subito, contro tutta la sua storia politica e personale e la sua piattaforma, di accettare le esigenze poste da Silva, rileva ora che i suoi voti e quelli di tutta l’opposizione contraria al PT al primo turno sono stati più numerosi di quelli della Rousseff. E’ vero, e non si può escludere nulla  in una corsa a due.

Ma questo sembra proprio il caso in cui 1 + 1 non fa necessariamente 2... (Fohla de S. Paulo, 12.10.2014, Ligia Mesquita e Sidney Gonçalves do Carmo, Marina Silva declara voto e apoio ao tucano [il tucano, Ramphastos toco, è un grande uccello nero amazonico col collo di piumaggio candido e un enorme becco ricurvo e poroso rosso-arancione: nel linguaggio corrente il tucano equivale a quel che da noi si direbbe un quaquaraqua...] Aécio Neves no 2° turno ▬ http://www1.folha.uol.com.br/poder/2014/10/1531318-marina-silva-declara-voto-e-apoio-ao-tucano-aecio-neves-no-2-turno.shtml).

E, negli ultimissimi giorni prima del ballottaggio, Rousseff si riprende un certo vantaggio secondo i sondaggi soprattutto attaccando – in modo assolutamente tradizionale (sinistra vs. destra) la credibilità di Neves come difensore dei brasiliani qualunque. Malgrado tante contraddizioni, lei si fa forte dei dati concreti e delle conquiste sociali aperte e consolidate dal PT per decine di milioni di brasiliani contro il suo impegno a recuperare i margini che lui dice  necessitano alla ripresa e agli investimenti anche col taglio, inevitabile, dei sussidi e di quel welfare che la gente, però, vive come una conquista  e non come dice Neves, insieme a tutti i Renzi e frollocconi del mondo come una pastoia (The Economist, 24.10.2014, Dilma edges ahead― Dilma avanza di nuovo http://www.economist.com/blogs/ americasview/2014/10/brazils-presidential-election).

Infatti, poi, al dunque, con un margine più ridotto di quello di quattro anni (51,4 contro il 48,5%) Dilma vince ancora tenendo comunque, malgrado l’aiuto “proditorio” di Marina Silva, a una distanza di sicurezza il concorrente-nemico campione della destra. Quando si riflette ai casi analoghi in pratica di tutti i sistemi presidenziali, dove il primo arrivato vince spesso tutto – pensate agli USA – e al fatto che qui la presidente mantiene comunque la maggioranza del suo partito al Congresso che adesso, invece, fra un mese Obama perderà anche in Senato oltre che come è già scontato ri-perderà la Camera― anche con e per un decimo di voti percentuali (The Guardian, 26.10.2014, J. Watts, Brazil re-elects Dilma Rousseff as president― Il Brasile rielegge Dilma Rousseff come sua presidente http://www.theguardian.com/world/2014/oct/26/brazil-re-elects-dilma-rousseff-president).

Al dunque, la differenza è stata anche nel fatto che la maggioranza di questo paese ha preso con un grano di sale la massiccia e straripante campagna di scandali che, secondo la grande stampa e i media del paese in mano a lor signori, avrebbero sommerso il PT e Rousseff (soldi dall’ente di Stato dell’energia, Petrobas, a finanziarle la campagna elettorale). E la gente che ci ha creduto ha creduto anche che la cosa fosse in parte inevitabile, in parte pure comprensibile data la mole dei soldi mobilitati dagli avversari. Mentre la campagna scatenata contro Neves personalmente che, nel periodo in cui ha governato lo Stato di Minas Gerais, il secondo per popolazione del paese, ci ha fatto affari privati e ha distribuito favoritismi a go go ai suoi famigli. E a questo racconto hanno creduto in tanti, ma tanti sembra di più...

In termini sociali e politici la divisione del paese resta tutta, e naturalmente come spetta al presidente eletto Dilma fa voto di aiutare il paese a superarla. Sul piano puramente politico, ha registrato un vantaggio di 13 milioni di voti (il corpo elettorale in tutto il paese arrivava a circa 140 milioni) tra Nord e Nord-ovest e Neves è risultato invece in vantaggio di 10 milioni di voti nel Sud–Sud-ovest e nel Centro-ovest del paese: in termini di classe, come qui non hanno timore di chiamarli direttamente, nella parte povera e proletaria rispetto a quella più piccolo-borghese e di classe media. Comunque il rancore montato in una campagna all’ultimo sangue non sarà facile da superare per nessuno, perdente o vincente.

E questo resta ancora un paese immenso, un  paese fatto più di poveri che di ceti medi coi governi del PT i quali hanno “favorito” di certo quelli ma anche e molto i secondi. E tutti, i più poveri come quanti si sono potuti affacciare a un barlume di benestare per la prima volta, temono più di perdere quel che hanno avuto che di perdere l’occasione di guadagnare di più. O almeno è così, stavolta ancora: magari non per i mercati e per i loro “sentimenti”, ma per il 51,6% dei cittadini votanti.

●A fine ottobre, in Argentina la Camera ha approvato una riforma della legge sugli idrocarburi con 130 voti e 116 contro. Tra l’altro, la legge riconosce la proprietà dei depositi alle province, crea un apparato regolatorio nazionale e pone un tetto del 12% alle royalties nel periodo iniziale di validità dei contratti. L’intenzione della riforma (Stratfor – Global Intelligence, 5.9.2014, Argentina Works Toward Crucial Hydrocarbon Reform― L’Argentina lavora per una riforma cruciale del settore degli idrocarburi http://www. stratfor.com/analysis/argentina-works-toward-crucial-hydrocarbon-reform#axzz3HiV7VPHa)  è quella di attrarre maggiori investimenti nel settore, particolarmente per lo sfruttamento del potenziale di formazioni di scisti bituminose e di giacimenti offshore di petrolio e gas naturale.

La riforma, già passata al Senato argentino, ora sarà firmata dalla presidente Cristina Fernandez de Kirchner che l’ha fortissimamente voluta (La Prensa/Buenos Aires, 31.10.2014, El kirchnerismo sancionó la reforma de la Ley de Hidrocarburos Il kirchnerismo ha approvato la riforma della legge sugli idrocarburi http://www.laprensa.com.ar/428999-El-kirchnerismo-sanciono-la-reforma-de-la-Ley-de-Hidro carburos.note.aspx).

●Domenica 12 ottobre la Bolivia ha rieletto per la terza volta col   dei voti e senza dover ricorrere al ballottaggio il 54enne presidente Evo Morales. L’ex piccolo coltivatore di coca, il cui modello di “socialismo indigeno” ha allargato il ruolo dello Stato in un’economia in forte ascesa, ha utilizzato i proventi di forti vendite di gas naturale per sradicare parte cospicua della povertà nel paese, specie tra la maggioranza di etnia indigena della popolazione, gli aymari, e ha vinto centrando la campagna elettorale su slogans facili, semplici e che gran parte della gente – anche quanti gli sono contro – sanno essere veri. Il mantra era che “con Evo, va bene”.

E ha funzionato (The Economist, 17.10.2014, The more successful of Latin America’s populists have become more pragmatic―i populiti latino americani che hanno maggiore successo stanno diventando più pragmatici [cerca di consolarsi del fatto con l’aglietto, come si dice, il grande e in realtà piuttosto allarmato settimanale conservatore britannico – la prima dichiarazione di Morales dopo la sua rielezione a valanga (più  del 60% dei voti), è stata che il suo terzo mandato segna una grande vittoria “anti-imperialista e anti-colonialista” e, alla faccia del pragmatismo, lo ha dedicato a... Fidel Castro e allo scomparso Hugo Chávez! –. Sfacciatamente, e anche scaramanticamente, l’Economist sembra pensare alla vigilia del voto brasiliano, alla sua interessata lettura: dove più pragmatico significa più di destra e meno preoccupato delle ragioni dei più poveri] ▬ http://www.economist.com/news/americas/21625792-more-success ful-latin-americas-populists-have-become-more-pragmatic-travails-alba).

La crescita del paese è sta stabilizzata da anni su un ottimo 5-6% da quando, unico Aymara nella storia, governa lui, nazionalizzando petrolio e gas naturale e trasferendone direttamente i benefici nella costruzione di scuole, di strade, di programmi di protezione sociale per la popolazione. La rielezione, ora, ne è la conseguenza logica. Il numero di boliviani che sopravvivono in condizioni di estrema povertà, attesta la Banca centrale di La Paz e confermano a Washington, al Fondo monetario, è stato radicalmente ridotto.

Il FMI, che aveva subito condannato la politica “populista” di Morales sembra ormai essersi ricreduto, riconoscendo anche se a denti stretti che oggi più di un 1/3, 3 milioni e mezzo di abitanti sui 10 milioni di boliviani, sono usciti da quella condizione e dà a Morales il merito non solo di aver mantenuto una crescita alta ma anche di averlo fatto non solo rispettando l’equilibrio dei conti pubblici tra entrate e uscite ma addirittura con un solido attivo di bilancio... malgrado la veemenza – un po’ sgradevole certo per lor signori – della sua condanna feroce del capitalismo (Guardian, 12.10.2013, Reuters, Bolivia goes to polls to re-elect Evo Morales La Bolivia va alle urne per ri-eleggere Evo Morales http://www.theguardian.com/world/2014/oct/12/bolivia-election-evo-morales).

●Anche l’Uruguay il 23 ottobre va alle presidenziali col primo turno che vede una vittoria, ma non sopra il 50 + 1 dei voti già al primo turno, per il Frente Amplio del candidato Tabaré Vázquez (44% dei suffragi) sponsorizzato dal presidente uscente, il popolarissimo José Mujica, ex guerrigliero e contadino povero settantenne, il “candidato dei poveri”. Adesso Luis Lacalle Pou, arrivato secondo col 32% dei voti del Partido National di destra, cercherà di cooptare i voti moderati, destrorsi e   reazionari del Partido Colorado, il 15%, nostalgici della dittatura militare che in questo paese imperversò dal 1973 al 1985 e che alla coalizione di sinistra programmaticamente si oppongono: qui dove, come in Brasile, in Argentina e in quella gran parte sensata del mondo che ancora distingue tra destra e sinistra, ci tengono a fare (TeleSur English, 23.10.2014, Agenzia Mercopress, Uruguay headed for runoff election L’Uruguay va al ballottaggio [a fine novembre]▬ http://www.telesurtv.net/english/conteni dos/2014/10/23/noticia_0030.html).

CINA

●Nella speranza di riuscire a sminuire e ridimensionare, in qualche modo, la Cina, i cosiddetti mercati ma, soprattutto, i loro un tantino grotteschi quanto sciocchi servitori – media e blogs nostrani, occidentali, e qui citiamo The Economist tra virgolette – mettono in rilievo, le facce toste, che il PIL del paese è salito solo del 7,3% adesso, nel 3° trimestre rispetto al 2°, su base media annua: loro che, se salgono dello 0,1 lo considerano un successo e, dello 0,3%, un grande successo...

Per rassicurarsi annota che “si è trattato della crescita più bassa dall’acme della crisi finanziaria del 2009” e non gli viene neanche per la mente che, forse, quella crisi è stata sul serio più nostra che loro e che, dal loro punto di vista, rispetto a noi essa sia stata solo un’increspatura sulla superficie dell’acqua. Ma loro insistono: “zavorrata– ma senti chi parla! – da un debito crescente, dalla sovraccapacità delle sue industrie e da un mercato edilizio che inciampa (la vendita di case è calata dell’11% nei primi nove mesi dell’anno) l’economia in ritirata della Cina probabilmente mancherà – magari, sì, di uno... 0,1% – il target del PIL, fissato al 7,5% quest’anno(The Economist, 24.10.2014).

In effetti, ci sono alcune considerazioni ch, in particolare sui numeri dei cinesi che ormai contano dannatamente per tutti, è utile avanzare: perché  il vero problema – qui potenziato dalla natura tipicamente e  largamente informale di questa economia e delle sue misurazioni: specie dei grandi aggregati proprio il PIL, in particolare. Dove qualche anno fa lo stesso premier Li Keqiang, allora governatore della provincia di Liaoning, espresse pubblicamente il dubbio profondo che è come calcolare il valore delle mele su un albero solo dal loro numero senza valutarne qualità, stato di maturazione e/o di “bacatura”...

Come disse pochi giorni prima di morire,  nel ’68, del resto, già Robert Kennedy, il fatto è che “il prodotto interno lordo non calcola mai la salute dei bimbi, la qualità della loro educazione o la gioia dei loro giochi. Non include la bellezza della poesia o la stabilità dei matrimoni, l'intelligenza del dibattito pubblico o l'integrità dei pubblici funzionari.  Non misura né il buon umore né il coraggio, né la saggezza né la sapienza, né l'amore né la compassione né tanto meno l'attaccamento al paese. Misura tutto, insomma. Meno quel che fa della vita qualcosa che vale la pena di vivere.

Questo è  un limite intrinseco di questa, per ora sembra insostituibile ma grossolana misura. Ai fini che qui stiamo valutando, quel che non misura perché proprio non può è la qualità del prodotto: 1 € di veleno sfornato conta esattamente come un € di grano prodotto... Che il PIL cresca del 7,3 o del 7,5%, invece, non fa in realtà differenza (ma lo fa, invece, se cresci dello 0,3 o del 7,3%). Anche perché c’è una commistione di segnali eterogenei da considerare:.

L’inflazione è al più basso livello da cinque anni; i prezzi delle materie prime crollano; la vendita di nuove case sta ferma; gli investimenti diretti esteri nel paese si vengono contraendo. Ma  il ritmo di avanzamento globale del PIL resta alto, con quel 7,3% che fa l’invidia del resto del mondo, tutto; e continuano a essere creati nuovi posti di lavoro a un ritmo forte; mentre lo yuan, la valuta nazionale rimane l’unica a tenere il passo, anzi a valere ancora, più del dollaro...

E, poi, c’è da calcolare il fatto che quella frenata di PIL nominale è stata anche voluta, cercata, decidendo di ridurre la dipendenza della crescita del paese da credito e investimenti per enfatizzare invece, quella realizzata attraverso i consumi interni. Certo, è una crescita piena di disparità, molto solida praticamente ogni mese nell’ultimo quinquennio nel settore dei servizi ma, dopo due anni di espansione nel 2009-2011, da allora mese dopo mese è sempre in contrazione leggera e costante.

Malgrado ciò, o a ragione proprio di questo fattore,  il governo è riluttante a ripetere le significative azioni di stimolo intraprese allo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008 e ne tenne accortamente fuori la Cina al prezzo però di un debito pubblico che secondo stime non certo ufficiali ma abbastanza attendibili è, adesso, davvero considerevolmente salito (azzarda la Standard Chartered Bank addirittura al 250% del PIL, debito pubblico e privato messo tutto insieme: ma conto del quale, naturalmente, nessuno neanche osa chiedere conto alla Cina: in lista prima ci sarebbero certo Stati Uniti e Regno Unito con una cassaforte di riserve liquide molto meno fornite di quella doviziosissima dei cinesi).

E anche l’altra stima qui spesso considerata sul massimo calo dei consumi privati da un decennio a questa parte non sembra tener conto che, comunque e in ogni caso, quest’anno l’aumento del 12%  di vendite in valore globale è tutto meno che anemico. Anche alla luce, certo, del fatto, nuovissimo, che ormai lo shopping in Cina almeno per 1/5 del totale è frutto delle vendite online che finora è in pratica quasi tutto sfuggito alle statistiche ufficiali.

Insomma, parlando di questo immenso e potente paese che ormai sempre si affaccia al mondo con prepotenza e prudenza bisognerebbe imparate a prenderla con molta cautela. E, soprattutto, senza ricorrere alla lettura ideologica preferita perché consolante per lor signori.

●La Cina ha rimesso in servizio attivo la portaerei CNS Liaoning lo scorso 25 settembre, alla scadenza prevista del secondo anno dopo il varo. A gennaio scorso aveva completato le esercitazioni in mare del dopo varo e, ad aprile, aveva iniziato il periodo di cinque mesi di manutenzione finale in bacino. La prossima fase dell’attività della Liaoning si focalizzerà sullo sviluppo probabile delle potenzialità di combattimento con la sua flotta di scorta e il complemento dei cacciabombardieri. E potrebbe anche sviluppare missioni di pattugliamento e  rafforzamento in aree marittime che la Cina rivendica alla propria sovranità (RP Defense/sito web sull’industria mondiale della Difesa, 2.10.2014, Naval Air: Chinese Carrier Returns To Service Aviazione di marina: la portaerei cinese torna in servizio pieno http://rpdefense.over-blog.com/2014/10/naval-air-chinese-carrier-returns-to-service.html).

●Sulla cosiddetta Scogliera della Croce fiammeggiante/Fiery Cross Reef il progetto di recupero, cosiddetto, della Cina sulle isole Spratly è andato avanti: tra contestazioni, minacce e sfide ai reciproci veti degli uni separatamente contro tutti gli altri (sono essenzialmente soltanto rocce e migliaia di scogli mediamente di qualche ettaro, numerosissimi ma isolati; e contesi tra almeno sei Stati, il Vietnam che li chiama Quần Đảo Trường Sa e ne occupa il numero maggiore, le Filippine, che in tagalog denominano Kalayaan e ne occupa la porzione territorialmente più estesa, Cina che li chiama Nánshā Qúndǎo... e sottolinea che si trovano tutti nel Mar cinese meridionale e, anche, Malaysia (Kepulauan), Taiwan (sempre ovviamente Nánshā Qúndǎo, e Brunei che ne rivendica una scogliera come parte della piattaforma continentale).

Il recupero cinese del Fiery Cross ne ha allargato il territorio a 1 Km2, con carichi di riporto terra che ne hanno allargato le dimensioni fino a farne l’isola più vasta delle Spratly (prima era quella di Itu Aba, occupata dalle forze armate di Taiwan). Il nome era stato ripreso dal navigatore e esploratore Richard Spratly, capitano della Royal Navy di Sua Maestà, a metà ‘800, che le aveva chiamate, lui, nel 1747 riprendendo sulla sua “Mappa della costa del Tonchino e della Cocincina” la dizione fantastico/fantasiosa annotata dal cartografo francese Pierre d’Hondt per la sfilza delle centinaia di quegli isolotti scabri, spogli e rocciosi: le isole del Paracielo...

Il reef fiammeggiante è a 1.200 Km. dalla Cina evidenziando la necessità di una qualche presenza stanziale per sostenere attività commerciali e finanziarie sulle isole Spratly. Taiwan ha, adesso, avvertito che secondo i suoi servizi di Intelligence,  che hanno naturalmente anche buoni contatti in quelli cinesi popolari, Pechino sta edificando sette progetti di costruzione civile e militare nel Mar cinese meridionale, cinque approvati dopo che Xi Jinping è diventato presidente (NightWatch, 22.10.2014, On the various Spratly islands Sulle diverse occupazioni militari delle isole Spratlyhttp://www.kforcegov. com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000225.aspx).

●Con evidente sprezzo e quasi ostentata indifferenza per il diktat americano e, a seguire, europeo rispetto alle sanzioni occidentali imposte Russia, col premier Dmitry Medvedev, e Cina, col suo PM Li Keqiang, ha firmato a Mosca una dozzina di accordi di cooperazione su questioni relative a energia, ferrovie, scambi commerciali e finanza, inclusa una vasta operazione di swap/pronti contro termine” e reciproca copertura, da 150 miliardi di yuan, 25 di $, con la quale i due paesi puntano a ridurre nei loro scambi legami e dipendenza dal dollaro (The Economist, 17.10.2014; e Xinhuanet/Beijing, 14.10.2014, China, Russia sign deals on energy, high-speed railways and finance― Cina e Russia firmano accordi su energia, treni ad alta velocità e finanza http://news.xinhuanet.com/english/china/2014-10/14/c_133713784.htm).

A Hong Kong sembrava aver ripreso lena la rivendicazione anti-cinese di una più “occidentale” visione della democrazia cui aspirano, dopo i professionals della City e le élites del movimento Occupy Central – non il centro della città, di cui non frega niente a nessuno, ma il centro del settore finanziario che preoccuperebbe tuti, soprattutto le autorità... – anche masse importanti di studenti che, dopo la rinuncia “realistica” di quelli a una rivendicazione “forzuta”, hanno loro cominciato a occupare piazze e strade della grande metropoli autonoma cinese ma, insieme, in qualche modo non proprio cinese.

Ricorderete. Nel trattato anglo-cinese che nel 1997 sancì il ritorno, dopo un secolo di occupazione coloniale, alla nuova Cina – ormai di gran lunga più potente del vecchio impero britannico non più esistente, si sanciva il sistema voluto da Pechino e detto di “un paese e due sistemi” con elezioni all’occidentale che ora vedono nel 2017 il prossimo voto che sceglierà il governo della città, finora di fatto nominato da Pechino.

Pechino vuole che le candidature siano presentate – come succede in molti paesi anche occidentali o da un numero di maggiorenti― come in Francia o da una raccolta di firme autenticate― come da noi, per esempio, in Italia. Mentre gli Occupy e gli studenti chiedevano e chiedono che chiunque possa presentarsi anche singolarmente e senza alcun filtraggio― all’americana o all’inglese. E i cinesi rifiutano. Di più: anche gli inglesi, oggi, alla fine della fiera, riconoscono che la Cina nella sostanza e nella forma ha ragione.

Certo, esprimono preoccupazioni di vario ordine e grado per la democrazia a rischio, ma senza alcun peso e significato diplomatico e neanche politico: qui il loro governo per cent’anni si è guardato bene dal coltivare la democrazia quando comandava e Londra nominavano addirittura una specie di vice-re di Sua Graziosa Maestà al governo di  Hong Kong. E, adesso, tra le proteste degli eredi tarmati in ermellino ingiallito dell’impero, il Foreign Office deve ricordare comunque che il trattato sino-britannico del ’97 che riconosceva l’appartenenza di Hong Kong alla Cina, stabiliva e garantiva alcune sue autonomie soprattutto in campo economico ma delegava ai meccanismi stabiliti poi dalla Cina le forme e i modi di espressione dell’autonomia.

E’ Londra, adesso, che deludendo e irritando molto chi a Hong  Kong avrebbe voluto da essa un ben altro, ma impossibile e legalmente anche infondato, piglio contro la Cina proclama che “non c’è nessun modello elettorale perfetto e in fondo importante è il fatto che il popolo di Hong Kong avrà ora una vera scelta concreta all’esito delle elezioni”: come finora in ogni caso mai era stato per esso ((New York Times, 5.9.2014, A. Wong, British Response to Election Limits Upsets Activists in Hong Kong La risposta britannica ai limiti [cioè alle regole, comunque pluralistiche, più all’occidentale di sicuro che alla cinese] posti al sistema elettorale inquieta gli attivisti di Hong Kong http://www.nytimes.com/2014/09/06/world/asia/british-response-to-election-limits-upsets-activists-in-hong-kong.html?_r=0).

Questa la premessa che andava richiamata. Ma, a cavallo di fine settembre, le piazze e le strade di Hong Kong sono state nuovamente invase da decine di migliaia di dimostranti che chiedono le dimissioni immediate del capo del’esecutivo della città, il “sindaco” di Hong Kong, Leung Chun-Ying, eletto già dalla gente a scrutinio effettivamente segreto ma, appunto, tra i candidati “filtrati” da Pechino. Un imprenditore privato, qui quasi naturalmente e neanche, poi, comunista. L’alternativa dicono sarebbe l’occupazione completa della città e la rivolta civile.

E a questo punto Leung sembrava anche disposto a farsi “convincere” alle dimissioni, senza che Pechino rinunci ad affermare il metodo elettorale che ha scelto, e cioè il filtraggio – come dice Xi Jinping, alla francese – dei candidati; e, comunque, poi col diritto, statutariamente suo, di nominare lui l’immediato suo successore ad interim come sindaco di Hong Kong... (The Straits Times, 1.0.2014, Li Xueying, Warnings and ultimatums put HK on edge Ammonimenti [delle autorità cinesi] e ultimata [degli auto-nominatosi leaders dei dimostranti] mettono HK in bilico http://ifonlysingaporeans.blogspot.it/2014/10/hong-kong-pro-democracy-protests.html).

Un articolo del più grande quotidiano di sinistra inglese (Guardian, 30.9.2014), firmato da un opinionista che cura personalmente di fargli dare un titolo chiarissimo e assai indicativo, conclude razionalmente che E’ la Cina il futuro di Hong Kong – non il suo nemico ― M. Jacques, China is Hong Kong’ future– not its enemy http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/30/china-hong-kong-future-protesters-cry-democracy); e che, certo, appare in diversi passaggi come al servizio del punto di vista cinese. Però è altrettanto vero che alcune delle considerazioni avanzate sembrano proprio di reale buon senso:

• Sicuro, in 155 anni di dominio assoluto dell’isola – dal 1842, quando vinta la guerra scatenata contro l’impero cinese per imporgli la libera coltivazione e vendita dell’oppio in nome del libero, si capisce, commercio,al 1997, quando il trattato sino-britannico l’ha restituita alla sovranità di Pechino – gli inglesi non si sono mai curati neanche un momento di qualsiasi diritto alla democrazia dei cittadini di Hong  Kong: che mai hanno eletto nessuno e sono passati per 28 diversi “viceré” di Sua Graziosa (in due casi: Victoria e Elisabetta II) Maestà britannica, governati da Londra, alla fine, da 10 mila Km. di distanza...

• Sì è vero che come l’A. spiega – e dimostra – la ricchezza della madre patria è stata difficilmente digerita da molti a Hong Kong: avevano da sempre considerato i cinesi come i cugini di campagna e adesso, così, all’improvviso... Ma sono anche tanti di loro poi, e va sottolineato, a fare tanti affari e tanti soldi anche e proprio grazie alla Cina.

Sì, è anche vero: la forte crescita del turismo dal continente sull’isola, la quantità di immobili che i cinesi si sono comprati e, in genere, la loro invadenza hanno causato seri problemi: ma hanno pure, e sul serio, arricchito un po’ tutti a Hong Kong. E’ un po’ come il fenomeno degli immigrati cinesi che, a Roma, si sono comprati i negozi del quartiere Esquilino e, a Milano, via Paolo Sarpi: colonizzazione? forse, ma regolarmente pagata e con i colonizzati profumatamene rimborsati. 

La Cina aveva promesso ai cittadini di Hong Kong una consultazione libera per il nuovo esecutivo della città. Ma, come hanno dato atto a Pechino gli stessi britannici, alla lettera non lo ha rinnegato. Ma resta vero che l’impressione seminata tra la popolazione, specie tra giovani e giovanissimi – quelli della generazione di Internet – è stata quella di volersi comunque rimangiare la promessa.

●Rimane il fatto che c’è anche del vero nell’orgogliosa rivendicazione dei ragazzi di Hong Kong  che, certo, ormai si preparano a ripiegare le loro tende, le loro bandiere e i loro slogans (comunque ora il sindaco in carica di Hong Kong, che non si è dimesso, e i dissidenti hanno concordato (dunque hanno mollato loro) e reso noto che cominceranno a esplorare come modificare il sistema elettorale: ma sempre dentro il contesto e le coordinate stabilite nella legge fondamentale concordata nel Trattato sino-britannico del 1997: già..., c.v.d.: (New York Times, 7.10.2014,  M. Forsythe e A. Wong, Hong Kong Officials and Protesters Agree on Talks on Democracy ― Esponenti di Hong Kong e dimostranti concordano sull’apertura di un colloquio sulla democrazia http://www.nytimes.com/2014/ 10/08/ world/asia/hong-kong-protesters-democracy-negotiations.html?_r=0).

Insomma, i dimostranti si sono ridimensionati ma non, probabilmente nel senso meno superficiale delle loro rivendicazioni, quello che continuano a definire a modo loro di una continuità col retaggio più genuino delle dimostrazioni di piazza Tienanmen del 1989. Assicurano, parecchi tra i giovani manifestanti o, meglio, quelli che tra loro li rappresentano o pretendono di farlo, di avere comunque spostato un po’ più in avanti – poco magari ma un po’ sì, non subito forse, ma a termine sì – l’ago della bussola che segna il lento progresso della Cina tutta, a partire dai 7 milioni e 200 mila abitanti di Hong Kong, anche solo con l’apertura di una trattativa coi maggiorenti della città.

In fondo poi, trattare/discutere per chi ha il potere non significa mai, di per sé, riconoscere le ragioni degli altri né significa per chi protesta accettare quelle dei primi (New York Times, 6.10.2014, M. Forsythe e A. Wong, As Hong Kong Protest Ebbs, Organizers Claim Small Gains Mentre tramonta la protesta a Hong Kong, gli organizzatori rivendicano piccoli passi avanti http://www.nytimes.com/2014/10/07/world/asia/hong-kong-protests. html?_r=0).

Ma, naturalmente, appena si sgonfia il movimento di massa, aiutato da due grandi e ben organizzate controdimostrazioni di tassisti, autisti di autocarri e trasporti merci e di impiegati di uffici pubblici da settimane resi pressoché inaccessibili a lavoratori e utenti per decisione di terzi cade anche l’incentivo al governo di Hong Kong di aprire un significativo confronto. E, infatti, alla vigilia della prima riunione annunciata, il  municipio la cancella.

Afferma, per bocca della portavoce del sindaco, la signora Carrie Lam, che continuando a proclamare la propria  intenzione di prendersi comunque più potere “scavalcando i confini della Legge fondamentale del 1997” chi dice di rappresentare i dimostranti nega la ragione stessa dell’utilità del confronto... Il punto che il governo locale intende ora mostrare è che in realtà chi protesta lo fa a nome e per conto proprio. E in maggioranza i residenti di Hong Kong sembrano concordare con lei.

Questo, chiarisce poi, lo stesso Leung significa che confronto, dialogo e anche intesa restano sempre possibili se si rimane – specifica e, forse, è anche obbligato a specificare – all’interno del quadro definito dalla Legge fondamentale del ’97. Il panel, o la Commissione, che avranno il compito di filtrare le candidature per le elezioni di Hong Kong nel 2017 potrebbe anche essere scelto “più democraticamente”. Ed è una prima, importante, ammissione: dunque, si può... un compromesso è possibile: per Leung Chum-ying, dunque per la Cina...     

Succede che tre settimane di protesta sfociano – forse solo per ora – in quello che a molti osservatori occidentali – specie ai più cinici – come commenta il NYT sembra “meno una sessione di negoziato e molto più il dibattito in una scuola media superiore(New York Times, M. Forsythe a A Wong, 21.10.2014, For Chinese, a Remarkable Sight: Freewheeling Debate on Democracy Per i cinesi, una visione rimarchevole: un dibattito a ruota davvero libera sulla democrazia ▬  http://www.nytimes.com/2014/ 10/22/world/asia/hong-kong-student-protesters-and-city-leaders-meet-to-discuss-democracy.html?_r=0).

nel resto dell’Asia

●Il 30 di settembre, in Afganistan, il nuovo presidente, alla presenza di nessun capo di governo straniero e per gli USA del solo ambasciatore americano e a Kabul e di un rappresentante del tutto anonimo della NATO hanno firmato lo Status of Forces Agreement che, imponendo all’Afganistan il prezzo irrinunciabile – per chi vuole gli americani in casa – di consegnare loro la sovranità del paese e rovesciando la decisione del presidente uscente Karzai, adesso assicura la partecipazione americana almeno per altri dieci anni alla guerra d’Afganistan... facendone la più lunga avventura bellica della storia degli Stati Uniti (Nota congiunturale CONG10-2014, nel resto dell’Asia­ – Afganistan – Status of Forces Agreement http://www.angelo gennari.com/notaottobre14.html); e Washington Times, 30.9.2014, US Afghanistan sign security deal for troops to stay Gli USA firmano con l’Afganistan l’accordo di sicurezza per far restare le truppe nel paesehttp://www.washington times.com/news/2014/sep/30/us-afghanistan-sign-security-deal-for-troops-to-st/#!) .

Se se ne andranno, come adesso viene detto smentendosi per la quarta volta consecutiva, nel 2024, e questa sventurata avventura sarà durata per loro ventitre anni!... alla faccia di Barak Obama, premio Nobel (sic!) per la pace il cui Comitato con lui ha fatto, forse, la nomination peggiore da quella del 1973 dato a Kissinger nel 1973: che, però, almeno aveva davvero messo fine – con la resa e gli accordi di Parigi – alla guerra del Vietnam...

●Subito dopo l’accordo che ha messo fine con la vittoria di Ghani su Abdullah alla contesa sull’elezione presidenziale, i Panishiri, i 300.000 montanari di etnia soprattutto tajika che abita i contrafforti dell’Hindu Kush a 150 km a nord di Kabul, il cui candidato era Abdullah e che lo avevano anche a ragione visto vittorioso, non credono – e lo proclamano – che la situazione sia stata risolta e sia stabilizzata.

Gli abitanti del Panishir sono stati l’etnia afgana che mai i talebani erano riusciti a ridurre all’obbedienza, fermamente leali alla vecchia coalizione anti-russa ma anche anti-talebana e pashtun dell’Alleanza del Nord. Risentono da sempre della dominanza pashtun sia tra gli insorti  che nel governo e sono convinti che oggi questi siano premiati proprio per avere sostenuto i talebani quando erano stati loto, i tagiki del Panishir ad aver rovesciato Mullah  Omar e i suoi, appoggiando sul terreno le prime incursioni aeree americane di fine 2001. Ce l’hanno, anche e proprio, col loro candidato Abdullah Abdullah che, con ragione, accusano di essersi lasciato turlupinare dai pashtun e da John Kerry in una rete di accordi che, alla fine, garantiva la sua sconfitta.

E, adesso, panishiri, tagiki e i tanti insoddisfatti dell’accordo, sono sicuri che i pashtun cercheranno di fregare tute le altre etnie per continuare a assicurare il proprio dominio, cominciando subito con l’emarginare Abdullah. E sono, perciò, sicuri che lo stallo afgano sfocierà in un’altra crisi politica ancora più aspra e letale per il paese (The Washington Times, 30.9.2014, B. Fein, Afghanistan’s ‘decent interval’ before collapse Un intervallo decente: [è tutto quello che g li USA chiedono ora] prima del collasso in Afganistan http://www.washingtontimes.com/news/2014/sep/30/fein-afghanistans-decent-interval-collapse/?page=all).

●Gli Stati Uniti lo sanno, anche se fanno finta di non saperlo, che qui, come dovunque le regole e i meccanismi della democrazia rappresentativa non sono radicati in una cultura che è millenaria, chi comanda è soltanto l’esecutivo― quello vero non quello nominale di un premier che neanche è previsto in quel pezzo di carta straccia che è la Costituzione afgana.

L’anno passato, ha reso noto l’ONU, l’Afganistan – soprattutto nella aree controllate non dai talebani ma dai vari signori della guerra che sostengono il governo centrale – ha prodotto e venduto nel mondo i 3/4 della raccolta di oppio mentre gli USA hanno speso – o, almeno dicono di aver speso – qualcosa come 7 miliardi di $ nel vano tentativo di bloccarlo (Nazioni Unite, UNODOC/United Nations Office on Drug and Crimes, 12-2013, Afghanistan Opium Risk Assessment 2013 Valutazione del rischio oppio 2013   http://www.unodc.org/documents/crop-monitoring/Afghanistan/ORAS_report_2013_phase12.pdf).

Nel 2001, i talebani non vennero cacciati da un’insurrezione popolare ma da una dura, determinata, campagna militare aerea e di occupazione del territorio da parte delle forze armate americane sferrata in nome della vendetta dell’11 novembre in tutta la loro potenza, appoggiata da una netta minoranza delle popolazioni locali. Non c’è proprio nessuna indicazione che nei tredici anni passati da allora gli afgani siano diventati radicalmente diversi.

Cioè, più uniti, più attenti alle procedure e alle forme essenziali della democrazia rappresentativa, più “convertiti” alla democrazia e alla pari dignità individuale e sociale di donne e di uomini, più capaci a difendere insieme, come afgani e non come tagiki o come pashtun, i loro diritti, appunto, sociali e individuali e più convinti a combattere i talebani fino a sconfiggerli senza l’assistenza ormai di altre truppe straniere sul loro territorio.

E sembra sicuro, qualche anno dopo che i talebani si saranno ripresi il potere, che anche qui gli USA ripeteranno il Vietnam: riprenderanno i rapporti commerciali, economici, diplomatici e politici con Kabul come hanno fatto con Hanoi e con Hô-Chi-Minhville: in funzione, naturalmente, di qualche altro nemico o avversario, come oggi la Cina. Insomma, “tanto rumore – e tanti morti – per   niente”, come scrisse ma parlando di altro tanti secoli fa il bardo di Avon. Ma, a quel punto, nessuno degli uomini e delle donne che hanno deciso di fare quella inutile guerra, sarà più disponibile a tentar di rispondere al perché veramente la fece: solo per non farla al petrolio dell’Arabia saudita? (The Economist, 3.10.2014, Afghanistan Army – Led from behind L’esercito afgano – Guidato dalla retroguardia http://www.economist.com/blogs/banyan/2014/10/afghanistans-army).

●La prima visita di Stato del nuovo presidente afgano, Ashraf Ghani, è in Cina dove partecipa, e personalmente, il 31 ottobre dopo due giorni di vertice bilaterale ufficiale alla ministeriale del cosiddetto processo di Istanbul che, partito a novembre 2011, promuove la cooperazione regionale proprio intorno al cosiddetto “cuore dell’Asia”, l’Afganistan. Così, e dichiaratamente, Ghani segue il percorso iniziato proprio dal suo predecessore Karzai, prendendo le distanze, anche se con maggiore prudenza, dagli USA ma più attento di lui a non irritarli troppo.

Ghani parlerà con gli investitori cinesi, privati e non solo di Stato, che vedono con qualche allarme ovviamente dalla sicurezza sempre più precaria, aiutato però per quanto ormai in modo evidente più fiaccamente dall’accordo di nuovo stipulato con gli americani rendendolo, forse – chi sa – marginalmente più attraente per gli investimenti stranieri... (Khaama Press/il maggiore portale in pashtun/inglese di Kabul, 6.10.2014, President Ghani to visit China on 28th October Il presidente Ghani in visita in Cina il 28 ottobre http://www.khaama.com/president-ghani-to-visit-china-on-28th-october-6804).

●L’ala dei talebani in Pakistan, i Tehrik e Taliban/TPP, anche se con qualche tira e molla hanno dichiarato la loro alleanza e il loro sostegno allo Stato Islamico. Letteralmente, nella loro dichiarazione di stima, lealtà e ammirazione manifestano che “siamo orgogliosi, delle vostre vittorie, fratelli! Vi siamo vicini nella vostra gioia come nel vostro dolore. In questi giorni di ansia facciamo appello alla vostra pazienza e alla vostra fermezza specie in un momento come questo quando tutti i nemici sono schierati contro di voi.  E’ la nostra preghiera che vi mettiate alle spalle tutte le rivalità che ci sono tra voi... Sono tutti i mussulmani del mondo che nei vostri confronti hanno grandi aspettative... Noi siamo con voi e vi forniremo ogni possibile appoggio, a partire dal far scendere in campo i nostri mujahideen―  i nostri combattenti”.

La dichiarazione è stata rilasciata con completezza e competenza in urdu, in asto e in arabo e. volutamente – “per disprezzo”, hanno detto – non in inglese, contando ovviamente per la necessaria publicizzazione del messaggio sulla traduzione che altri avrebbero fatto. Del resto, ha osservato un portavoce talebano pakistano, già abbiamo inviato da 1.000 a 1.500 combattenti dall’Afganistan in Medioriente “a fare il lavoro di Dio”... (Al Jazeera, 5.10.2011, Pakistani Taliban Pledges Support to ISIL I talebani pakistani si impegnano a sostenere l’IS http://m.aljazeera.com/story/2014104162057352436).

Ma poi il portavoce ufficiale dei TPP, Shahid Shahidullah, s’è affrettato a dichiarare il giorno dopo che la dichiarazione voleva essere solo un’espressione di sostegno a tutti i militanti islamisti che combattono in Siria e in Iraq contro gli interessi occidentali. “Diversi mezzi di comunicazione di massa non hanno pubblicato la nostra dichiarazione correttamente, però, facendoci apparire come subordinati e disposti a appoggiare solo l’IS”.

I toni sono stati, magari, troppo “ditirambici” ma non altro, e dice proprio così Shahidullah. E diventa chiaro che, in Afganistan, è Mullah Omar a non aver apprezzato affatto il messaggio di “lealtà ed obbedienza” – mentre di quello di “amorosa ansia” non gliene sarebbe potuto calere di meno – che, avventurosamente, il linguaggio del comunicato aveva lasciato passare (NightWatch KGS, 6.10.2014,  TTP clarification http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000213.aspx ).

Chiaro è anche però, ormai, che sotto la leadership proprio di Mullah Omar negli ultimi anni, cauta e calibrata sul durare un giorno di più della impazienza degli americani e dell’ISAF, i jihadisti più giovani hanno morso il freno e catturato spesso l’immaginazione, il fervore, l’energia su cui fa meno presa la strategia prudente di lunga lena di Omar. E per Mullah Omar, adesso, è stata una brutta botta quando appena “eletto” il nuovo presidente Ghani, sostenuto dal capo del suo nuovo esecutivo Abdullah sul punto, ha firmato l’accordo di sicurezza bilaterale con gli USA prolungando potenzialmente per un altro decennio la presenza – certo, in dimensioni ridotte – delle forze della coalizione. E tra i talebani in parecchi non sono più tanto disposti a aspettare a lungo.

Tra le due fazioni in cui si sta apparentemente dividendo la leadership talebana, la differenza  non è, in sé, il fanatismo ma la ferocia di fondo, tattica, dello Stato Islamico. In termini immediati, il conflitto annuncia un aumento degli attacchi delle fazioni talebane ormai in gara anche tra loro in Pakistan e nell’Afganistan orientale (NightWatch KGS, 15.10.2014, Taliban splitting up on IS push? I talebani si spaccano su spinta dell’IS? http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000220.aspx).

Intanto, dall’Afganistan, dalle due basi chiave che hanno gestito da sempre e senza successo nella provincia del sud di Helmand, se ne vanno gli inglesi che ci sono ormai da 13 anni – abbandonando quella che era ed è sempre rimasta, anche in loro presenza, una roccaforte talebana. Tanto più fioca e vuota suona, ora, la smargiassata ipocrita del premier inglese sui 450 poveri ragazzi “sacrificatisi per la democrazia” dice, bestemmiando, in Afganistan: ma, visti i risultati, sacrificatisi davvero per niente.

Lo aveva detto già nel 2001 Mullah Omar, andandosene “temporaneamente” a trovare rifugio alla frontiera del Waziristan col Pakistan, come sempre nella storia – dalle orde nemiche dei maharajah indiani a quelle mongole, dalle quattro invasioni imperiali britanniche già respinte a cavallo tra il  XIX e il XX secolo, al tentativo dei russi e a quello adesso degli americani – si tratterà solo di avere un giorno di pazienza in più degli invasori. In pratica, di tutti e, a breve, anche degli yankees... Poi, naturalmente, la liberazione che lui promette magari sarà un incubo...

●Truppe dell’India e del Pakistan si sono sparate addosso in Kashmir per alcuni giorni di seguito, a inizio ottobre: a colpi di mortaio e armi di piccolo calibro, accusandosi a vicenda, come sempre qui, di aver cominciato. I pakistani dicono di aver avuto un morto e una trentina di feriti e il magg. gen. Khan Javed Khan delle forse paramilitari di frontiera pakistane accusa la controparte di aver deliberatamente bombardato le “sue” popolazioni civili; mentre, naturalmente, l’accusa, respinta, viene reciprocata da parte indiana; a parte questo, da parte indiana non vengono, però, altre precisazioni.

Rimane che a causa degli scontri, secondo agenzie di stampa di entrambe le parti, c’è stata l’evacuazione forzata di migliaia di abitanti di villaggi della zona, con una delle peggiori violazioni del cessate il fuoco del 2003 (The Dawn/Islamabad, 7.10.2014, Imran Sadiq, At least one killed, 12 injured in Pak-India cross border firing Almeno un morto, una dozzina di feriti in nuovi scontri a fuoco di confine tra India e Pakistan http://www.dawn.com/news/1136594). E adesso, il governo indiano rende noto un indurimento formale, ma anche molto attentamente calibrato, della sua posizione.

Il primo ministro Modi ha ordinato di fare in modo che “il Pakistan soffra perdite forti e pesanti” per la sua aggressione in Kashmir. Parlando anche di far sparare mille mortai tutti insieme sul territorio del Pakistan. Ma la parte più rilevante del proclama di Modi è che affida il compito di diffonderlo e la responsabilità anche di implementarlo non al ministero della Difesa ma a quello degli Interni: un dicastero più che all’attacco dedito al mantenimento dell’ordine. Il che sembra indicare che non ci dovrebbe essere da parte indiana un’ulteriore escalation militare della crisi, sempre che il Pakistan la fermi, ma anche che essa non finirà presto...

Proseguono, tra l’altro, le sperimentazioni –soprattutto di parte indiana – per rafforzare l’arsenale nucleare: che, inesorabilmente, spingeranno l’altra parte, il Pakistan, a moltiplicare i suoi sforzi nella stessa direzione. New Delhi ha, adesso, sperimentato con successo il lancio di un missile sub-sonico Nirbhay― il Senza paura, in grado di trasportare una testata nucleare con  gittata di 700 Km. (The Economic Times, 17.10.2014, India test-fires indigenously developed sub-sonic cruise missile Nirbhay L’India sperimenta un missile da crociera Nirbhy di produzione autoctona http://articles.economictimes.indiatimes.com/2014-10-17/news/55148421_1_cruise-missile-mission-objectives-nirbhay).

Il test ha luogo a partire dal poligono di Chandipur nello Stato di Odisha, lo stesso che l’anno scorso aveva visto il fallimento del test. Il missile che pesa una tonnellata e ha una potenza esplosiva calcolata sui 200 kilotoni – dieci volte più di Hiroshima – può essere lanciato da terra, dal cielo e dal mare.

EUROPA

●Sul tema generale, e attualissimo col cosiddetto Jobs Act di Renzi da noi ma ormai un po’in tutta l’Europa, specie quella cosiddetta “comunitaria” che di tale non ha più quasi niente se non la disoccupazione rampante e una precarietà del lavoro che resta ormai dilagante e subìta come se andasse accettata per condanna divina e/o – per chi credente non è – una decisione del fato, cioè – dicono – delle leggi economiche.

E perché, poi, di grazia, oh sublime Matteo che sparli malino l’inglese, non chiamarla legge sul lavoro nella lingua del tuo e nostro Dante (o, meglio, sulle regole del lavoro e dell’occupazione, o se volete dell’occupabilità), invece che Jobs Act che, qui suona, come qualcosa di affine piuttosto che al lavoro al profeta Giobbe, quello dalla pazienza infinita: perché, se non per provincialismo sfrenato e mediocre? L’occupabilità, cioè il nesso tra lavoro e precarietà, che solo così renderebbe oggi possibile ancora creare – dicono – posti di lavoro. Quando non è per niente così, però.

E lo dimostra – tra tante – una risposta tecnica, diciamo così, che vista la provenienza sembrerebbe dover seppellire ogni dubbio. E’ uno studio del ministero del Tesoro, che come al solito prudentemente espone solo “il parere di chi lo firma” e non del collettivo ministeriale , ma che pur sempre la firma del Tesoro come tale comporta  che dà chiaro e tondo dell’incompetente e/o del bugiardo al ministro Poletti, al premier Renzi, alla combriccola ministeriale sul Jobs Act. Lo ha segnalato (la Repubblica.it, blog di C. Clericetti, Soldi e Potere: Quelle riforme sono sbagliate: lo dice il Tesoro http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2014/10/06/quelle-riforme-sono-sbagliate-lo-dice-il-tesoro).

Sono tutte sbagliate: a partire forse anche da quella un po’ più attenta di Tiziano Treu (legge 24.6.1997, no. 196) appena nominato commissario e nuovo presidente dell’INPS e poi, soprattutto, da quella fatta col Berlusca e il Sacconi al governo e intitolata, quasi a forza e secondo noi anche a  tradimento, al povero Marco Biagi – che aveva ben avvisato, senza essere affatto ascoltato però, che la si potesse provare solo con un previo, congruo, rafforzamento degli ammortizzatori sociali  (legge 16.9.2011, no. 148) – a quella cosiddetta della Elsa Fornero, voluta fortissimamente da Monti (legge 28.6.2012,  no. 92) e, ovviamente, alle proposte attuali del Jobs Act renziano che il premier sta tentando di forzare Senato e Camera ad ingoiare a colpi di quella che, orwellianamente e senza pudore alcuno chiamano, “fiducia”).

Lo attesta e lo documenta il Paper cui andiamo facendo riferimento, pubblicato anche sul sito del Ministero del Tesoro (MEF/ Dipartimento del Tesoro,13.2.2014, G. Di Domenico e M. Scarlato, Valutazione di interventi di riforma del mercato del lavoro attraverso strumenti quantitativi http://www.dt.tesoro.it/export/sites/ sitodt/modules/documenti_en/analisi_progammazione/brown_bag/Di_Domenico_Scarlato_Mercato_del_lavoro.pdf).

Ne riportiamo qui, parola per parola, brevi estratti: chiarissimi.

• Sulla riforma Biagi, paragrafo che andrebbe dedicato al sepolcro imbiancato Sacconi, a p. 30: “l’effetto netto dell’introduzione della politica è stato di ridurre piuttosto che favorire l’occupazione”; e all’inizio della pagina successiva, per chiarire anche meglio a chi, sordo e cieco, ne avesse bisogno:: “La riforma Biagi ha causato un peggioramento della dinamica occupazionale”.

• E, sugli effetti aggiuntivi a questi della riforma Fornero, a p. 79: “Presi congiuntamente, questi risultati indicano che... la legge Fornero non ha contribuito a ridurre la segmentazione del mercato né è riuscita a mitigare l’impatto della crisi economica sul mercato del lavoro. La flessibilità in Italia continua quindi a configurarsi come una trappola che blocca in un precariato permanente i lavoratori che entrano nel mercato con contratti atipici”.

La flessibilità, dunque, e lo assicura il Tesoro, è solo una trappola, altro che bubbole.   

●Solo un giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale che in Spagna ha bloccato il voto per il referendum del 9 novembre sulla secessione della Catalogna, il governo di Artur Mas, la Generalitat, ha sospeso la campagna elettorale. Auspicando – ha dichiarato – di riuscire ancora a trovare un’intesa col governo spagnolo di Mariano Rajoy per arrivare a tenere il referendum del 9 novembre: una pia illusione (The Economist, 3.10.2014).

Poi, dopo la pubblicazione delle motivazioni legali della sentenza della Corte, la Generalitat decide che il referendum a questo punto non possa che avere quello che spera sarà un segnale fortissimo di volontà di indipendenza dell’autonomia catalana (New York Times, 14.10.2014, Catalonia Cancels Vote to Secede from Spain, but Calls for Nonbinding Ballot La Catalogna cancella il voto sulla secessione dalla Spagna ma chiede un’espressione di volontà anche non obbligante http://www.nytimes.com/2014/10/15/world/europe/catalonia -cancels-referendum-on-independence-in-november.html?_r=0).

●Secondo la valutazione ufficiale, resa pubblica il 26 ottobre dalla BCE, delle 130 banche dell’eurozona sono 25 ad aver fallito il cosiddetto stress test (di cui ben 9 sono italiane), 11 dele quali dovranno trovare nuovo capitale liquido subito. In tutto, per 25 miliardi di € (9,4 miliardi di € di buco potenziale delle italiane in questione). Dovranno subito coprirsi con aumenti di capitale e/o altri ingressi freschi tra le italiane il Monte dei Paschi di Siena e la Banca Carige. Del totale, altre 12 hanno già coperto il buco con nuovi fondi e 2 istituti greci lo stanno facendo.

L’esame, oltre al test di valutazione del cosiddetto stress, ha incluso anche l’analisi dei bilanci al 31 dicembre 2013 (ECB/BCE, 26.10.2014, testo ufficiale, Valutazione comprensiva e paese per paese https://www. ecb.europa.eu/press/pr/date/2014/html/pr141026.it.html; e la Repubblica, 26.10.2014, A. Greco, R. Ricciardi, C. Scozzari, Stress test BCE: a 13 banche mancano 9,5 mld di capitale. In Italia chiesti 2,9 miliardi a MPS e CARIGE ▬ http://www.repubblica.it/economia/2014/10/26/news/stress_test_bce-99043540).

Sta montando, è ormai pericolosamente, la tensione tra Germania e BCE/la Banca centrale europea, con un rapporto tra le due istituzioni monetarie ormai quasi del tutto, come dicono, disfunzionale. Il presidente Mario Draghi e quello della Bundesbank, Jens Weidmann, che è anche membro del Comitato direttivo della BCE stessa come tutti gi altri capi delle banche centrali di ogni paese partecipante all’eurozona – e, dato che della Bundesbank si tratta, anche un tantino di più – in pratica non si parlano più (Agenzia Reuters, 23.10.2014, N. Barkin, E. Taylor e P. Taylor, Mario Draghi's German problem― Il problema tedesco di Mario Draghi http://www.reuters.com/article/2014/10/23/us-ecb-germany-insight-idUSKCN0IC1TJ20141023).

Non si tratta di screzi temperamentali. Draghi è un tecnocrate freddo almeno quanto Weidmann e i suoi capi politici tedeschi (Merkel, il ministro delle Finanze Schäuble). Si tratta della divergenza di fondo che di manifestò subito, due anni fa, subito dopo che l’italiano vene scelto, anche col voto dei tedeschi ovviamente, come capo della BCE. E che è scoppiata con la metastasizzazione della crisi economica di quasi tutta l’Unione. Ormai anche incipiente e con violenza pure in Germania.

Il nodo centrale del contenzioso è che Draghi e la BCE, con la componente tedesca recalcitrante ma da tempo ormai in netta minoranza e più raramente in grado di esercitare il suo veto, vedono l’Europa sul crinale ormai di una tripla recessione, in una spirale di bassa inflazione e quasi di deflazione e di una crescita che non riparte. Non è che la Germania queste cose non le veda. Ma la divergenza è su come provare ad uscirne.

La BCE, avendo tagliato a zero – e anche sotto – i tassi di interesse che applica sta considerando di lanciare un programma all’americana di cosiddette “facilitazioni quantitative”: in sostanza, e al dunque, di comprare vaste quantità di bonds, di titoli pubblici, con euro di nuova stamnpa che possano evitare il fato al minimo di stagnazione altrimenti previsto: anche perché è l’unico organo esecutivo della UE che abbia il minimo di coerenza e di volontà per parlare di fare e poi anche fare qualcosa.

Mentre la Commissione farlocca appena decaduta (Barroso) e quella spaccata appena insediata (Juncker)uela divisa apene insediatasi  e un Consiglio dei ministri lacerato tra Hollande/Renzi (almeno a parole) di qua e Merkel con qualche nordico di là insieme a un ormai forse uscente e incerto Regno Unito puntano invece ancora sul’austerità, sulle lacrime e sangue dei sacrifici, paralizzati dagli spettri di Weimar  e dall’incubo che un simile programma monetario e finanziario troppo prodigo porti al rilancio dell’inflazione.

Dall’altra parte del’Atlantico, in America, ormai quasi tutti – esclusi solo i cultori fanatici della saggezza economica convenzionale più scontata, i grandi e i piccoli sacerdoti che predicano a tutti, ma che per se stessi mai praticano, l’austerità come soluzione unica per tutti e per ogni problema – dal Fondo Monetario al governo americano – che magari non sempre razzola proprio bene ma certo predica meglio – stanno con Draghi e chiedono una diversa attenzione a stimoli sia di ordine monetario che fiscale.

Krugman che, sul tema, citiamo qui all’inizio nel capitolo su nel mondo in generale, si è spinto a scrivere addirittura che la cosa migliore per tutta la UE e, anche, per la Germania sarebbe che a Berlino arrivasse presto una vera ondata di recessione che costringerebbe a ripensarci perfino questi dannati “virtuosi” austeriani... Altrimenti ci ritroveremo davvero ad affondare ancora di più nella disoccupazione e nel precariato a vita di un’intera generazione di giovani europei e ad eleggere una serie di radicali estremisti, nella realtà delle cose profondamente destrorsi, dai Farage, ai Grilli, ai Salvini...

Di qualcosa del genere c’è comunque davvero bisogno... I tedeschi hanno già denunciato come illegale alla Corte europea di Giustizia il primo programma annunciato nel 2012 da Draghi e che allora frenò la crisi dei mercati, programma di possibile – solo di potenziale – finanziamento varato e neanche mai attuato (bastò minacciarlo) dalla BCE. E la Corte europea deciderà l’anno prossimo...

L’intenzione di questa gente – la rovinosa strategia di questa gente – è sempre quella di proseguire con le sue politiche di austerità fiscale, di bilancio, e di cautelose e impaurite politiche monetarie. E continueranno ad attendersi così risultati di ripresa da una politica che complessivamente da almeno quattro anni ci ha portato qui. Varrebbe la pena di ricordarsi della definizione per autorevolezza ed autorità diciamo pure “scientifica” che Albert Einstein diede una volta (secondo una definizione forse apocrifa ma anche azzeccata) della pazzia: che consiste, cioè, nelcontinuare a fare sempre la stessa cosa, ma aspettandosene risultati diversi”.

●E cominciano, in effetti, ad arrivare a catena brutte notizie anche per, e dalla, Germania. Che ha dovuto tagliarsi le previsioni di  crescita date per certe finora quest’anno all’1,2 e per il prossimo all’1,3%. Salgono le pressioni su quella capatosta di Merkel perché si decida a introdurre – e, poi, in quasi deflazione ormai conclamata – qualche misura di stimolo per evitare che l’economia maggiore d’Europa entri anch’essa in recessione ufficiale: basterebbe un altro trimestre in calo, dopo la caduta secca di questo (The Economist, 17.10.2014, Germany’s flagging economy – Build some bridges and roads Mrs Merkel L’economia della Germania declina Costruire qualche ponte e qualche strada, signora Merkel [e per dirlo l’Economist!] ▬ http://www.economist.com/news/leaders/21625784-german-government-should-invest-money-infrastructure-not-worry-about-balancing-its).

● Eh , sì... Frau Merkel va giù (ma fa finta di no... ancora)  (grafico)

Produzione industriale: % di crescita sull’anno precedente

Fonte: The Economist, 17.10.2014

●Per la prima volta, si sente parlare a Bruxelles del fatto che, se Draghi stavolta sfidasse davvero Berlino e – per superare la stagnazione dell’eurozona – andasse avanti con l’acquisto diretto di titoli di Stato di alcuni paesi o della  cosiddetta facilitazione quantitativa anche senza il sostegno della Germania, Merkel potrebbe stavolta reagire all’adozione della ricetta contraria non tanto ai suoi interessi quanto alla sua visione di quegli interessi, potrebbe spingere la cancelliera di ferro proprio a sfidarlo sul piano legale e/o, forse, addirittura a “minacciare di abbandonare essa su questo specifico nodo non la UE, ma l’eurozona rimettendo in campo il suo marco”: come ha fatto da sempre il Regno Unito (Washington Post, 25.10.2014, Matt O’Brien, Why Europe is doomed, in 3 paragraphs Perché l’Europa [così] è condannata, in 3 paragrafi http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2014/10/25/ why-europe-is-doomed-in-3-paragraphs).

Ma, e a chi scrive sembra forse ancor più cruciale, ormai in Europa non solo qualche grande economista che va davvero, lui sì, in senso inverso (Stiglitz, Krugman, Nouriel Roubini...) ma perfino ormai, anche se non sembrano avere il coraggio di osare darsi la risposta, in numero anche crescente alcuni responsabili politici in qualche paese, si cominciano a chiedere – a alta voce – un fragoroso e irriverente: embé? e allora?).

Si fa avanti, in effetti, seriamente la considerazione che, se fosse la Germania ad andarsene dall’eurozona, scomparirebbero in larga misura i problemi degli altri. L’euro presumibilmente si svaluterebbe sul nuovo Deutschemark, consentendo ai paesi del Sud Europa di riprendersi competitività e capacità di concorrere con le esportazioni tedesche. Con una riduzione conseguente del deficit commerciale che darebbe una grande spinta alla crescita e anche all’occupazione.

E il tutto avverrebbe senza gli sconvolgimenti finanziari che ci sarebbero, invece, se a lasciare l’euro fossero i paesi del Sud Europa. Così che saremmo al paradosso che tale non è: se davvero la Germania minacciasse di lasciare l’euro, perché gli altri (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Belgio...) non dovrebbero dirle chiaro e tondo: bene, accomodatevi pure?

A meno che, per primi i tedeschi si rendano conto appieno e prendano atto che quello che serve è un’Europa davvero federale, con un forte governo davvero centrale che dell’Inghilterra potrebbe fare a meno ma non della Germania. La quale, però, a questo punto, decida di andare avanti caricandosi – prima inter pares... e anche un poco di più – del compito di fare dell’euro una moneta davvero per tutti perché adatta e adattabile alle necessità di ciascuno di loro e non solo alle sue.

Così farebbe funzionare appieno un’autorità e un’autorevolezza capace di garantire quella che allora sarebbe, sì, non una moneta unica senza la capacità di governare una politica economica unica che non c’è ma una che, come sempre nella storia del mondo, governi essa una moneta unica. E’ la correzione, ora possibile perché necessaria, del buco logico e politico che, quando disegnarono l’euro, i tecnocrati, i politici e i tecno-politici che lo inventarono, non osarono fare.

Ma l’euro non era stato proprio pensato come uno strumento economico. E’ sempre stato lì per ragioni squisitamente politiche: la pace da ricostruire ed assicurare in Europa per sempre, un ruolo di sovranità dell’Europa e un suo ruolo nel mondo della globalizzazione ormai possibile solo alle dimensioni di un’altra sovranità non più nazionale.

Lo scriveva, argomentandolo con grande efficacia già anni fa il premio Nobel americano Joseph E. Stiglitz, prima di sentirsi  costretto a sferrare come poi ha fatto il suo attacco all’aborto di euro e di Europa che stavano costruendo a Bruxelles, distruggendo l’Europa e la sua economia. Vale la pena rileggerlo oggi (lo scritto cui facciamo qui riferimento – uno di molti ben articolati sul tema cui lo studioso      americano ha sempre prestato grande attenzione – è stato redatto subito dopo le elezioni politiche italiane del 24-25.2.2013, quelle che videro “vincere” Bersani, secondo Berlusconi e terzo e paralizzante di tutto Grillo: proprio come Stiglitz aveva esattamente preconizzato: cfr. Keynes.blog, 5.3.29013, Stiglitz:“Euro, o cambia oppure è meglio lasciarlo morire” http://keynesblog.com/2013/03/05/stiglitz-euro-o-cambia-oppure-e-meglio-lasciarlo-morire, buonissima traduzione italiana dal testo originale inglese in Project Syndicate).

●All’altro estremo dello spettro dell’eurozona, il rendimento dei decennali di Stato della Grecia è salito sopra il 7% per la prima volta dal marzo scorso. Atene vorrebbe uscire presto dal suo programma di salvataggio, mentre i sondaggi, senza eccezione, dimostrano che il governo di Antonis Samaras, quello che ha supinamente accettato di imporre al paese ulteriori strette per le manie di austerità di Bruxelles, sta andando malissimo in vista delle possibili elezioni ormai quasi certe a inizio 2015 (The Economist, 17.10.2014).

●In Belgio, l’11 ottobre, a 138 giorni dalle elezioni federali sale al governo un nuovo gabinetto, presieduto dal vallone Charles Michel, deputato 38enne e il più giovane PM dal 1841, rampollo di una vecchia famiglia politica liberista, che entra in carica giurando di fronte a re Philippe salito lui stesso al trono solo a luglio dell’anno scorso. Composto di 14 ministri, di cui la metà è per Costituzione di lingua francese e la metà sono fiamminghi, costituisce una stranissima coalizione,  già battezzata dei “kamikaze”.

Un governo dove l’unico partito vallone è quello del PM, il MR/Mouvement Réformateur, il piccolo partito della destra liberal-liberista, che ha preso alle elezioni il 9,3% dei voti e ha solo 20 dei 150 seggi del parlamento (Guardian, 10.10.2014, Leo Cendrowicz, Belgium ‘kamikaze coalition’ to be sworn in 138 days after elections La ‘coalizione kamikaze’ in Belgio giura 138 giorni dopo le elezioni http://www.theguardian.com/ world/2014/oct/10/belgium-coalition-government-charles-michel-flemish-separatist-n-va).

Si presenta con un programma di lacrime e sangue (per i meno ricchi e fortunati tra i belgi di taglio radicale del forte welfare del paese: che sta conducendo a un’opposizione durissima preannunciata dai socialisti valloni dell’ex premier Di Rupo e dai sindacati – anche da quelli fiamminghi... – coi  Democristiani Fiamminghi della CD&V/Vlaamse Christendemocratische Partij, col partito dei VLD/Liberali e democratici fiamminghi aperti ma anche coi separatisti programmatici di lingua fiamminga della N-VA/Nieuw-Vlaamse Alliantie/la Nuova alleanza fiamminga.

Questo è il primo governo che dal 1988 include i separatisti proclamati, esclude i socialisti e per la prima volta dal 1958 ingloba solo uno dei vari partiti di lingua francese. Ma la natura kamikaze, immediatamente o quasi suicida, del gabinetto è preannunciata dal piano di Michel di alzare l’età della pensione da 65 a 67 anni entro il 2030. La FGTB/ABW, il secondo sindacato del paese, ha detto col segretario generale Marc Globet, che tutto il movimento sindacale sferrerà ormai una “campagna di guerriglia permanente” contro la violazione al governo.

Questo, dice Philippe Van Parijs, che insegna relazioni politiche all’università di Lovanio, fa sì che stavolta, però, “la maggiore opposizione al governo verrà meno dai nodi della divisione linguistica che dal rapporto ostile col forte movimento sindacale”     

 ●Sul nodo della quantità di gas naturale che, alla bisogna, l’Iran sarebbe in grado – e vorrebbe – fornire a un’Europa tagliata fuori da, o che dovesse affrontare un flusso ridotto di, gas naturale dal suo principale fornitore, la Russia, come effetto delle contro-sanzioni contro chi le applica le sue di sanzioni, il governo di Teheran ha fatto ora sapere che non sarà in grado di rimpiazzare rapidamente l’offerta russa.

Lo ha spiegato in un’intervista alla TV Rossiya-24 il presidente iraniano Hassan Rouhani quando conferma senza dichiararlo che Teheran non intende, in ogni caso, togliere le castagne europee dalla brace russa, visto che gli europei stessi si sono ben guardati dal darle una mano contro la campagna ossessiva di sanzioni dell’America (Agenzia RIA-Novosti, 4.10.2014, Rouhani: Iran Unable To Supply EU Gas Demand Quickly If Russia Reduces Its Sales Se la Russia riduce le vendite all’Europa, l’Iran – dice Rouhani – non sarebbe in grado di [e neanche vorrebbe] far fronte rapidamente alla domanda di rifornire gas alla UE https://jhaines6.wordpress.com/ 2014/10/04/ria-novosti-rouhani-iran-unable-to-supply-eu-gas-demand-quickly-if-russia-reduces-its-sales).

Rouhani ha spiegato anche che la produzione di gas naturale in Iran è anzitutto mirata a rispondere a una domanda interna crescente cui ostruzionismo e sanzioni americane, anzitutto, impediscono di far fronte con l’energia nucleare. Questo, pur in un mercato dove il prezzo dell’energia va calando (a $ 92 al barile di greggio del tipo Brent, di riferimento internazionale a fine settembre: cfr. Stratfor – Intelligence, 2.10. 2014, Oil Prices Continue to Define Geopolitics I prezzi del petrolio continuano a definire la geopolitica http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/oil-prices-continue-define-geopolitics#axzz3FCCcYQ3z) e i paesi esportatori di idrocarburi sono tutti in concorrenza l’uno con l’altro per accaparrarsi vendite che si vanno, per tutti, contraendo.

●Adesso, però, quasi alla scadenza del 24 novembre – fissata per arrivare al nuovo accordo tra Iran e 5 + 1 – cioè, di fatto e nella realtà, tra Iran e USA – il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani in un’intervista datata 13 ottobre lascia intendere che ormai si potrebbe davvero essere alla vigilia di un accordo solido e anche risolutivo: tutti i puntelli sono stati concordati, ma a restare in discussione sono solo i dettagli. Da Washington, però, silenzio completo... (Agenzia Anadolu/Istanbul-Tehran, 14.10.2014, Iran says nuclear deal ‘certain’ “Sicuro’ l’accordo sul nucleare, dice l’Iran http://www.aa.com.tr/ en/politics/403975--iran-says-nuke-deal-certain).

Il russo Lavrov specifica, però, che non va esclusa la possibilità di un’altra estensione della scadenza prevista; mentre il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, lo esclude – e anche con un certo fastidio – a ruota, il 16 ottobre (AF-P., 16.10.2014, Iran opposes extending troubled nuclear talks L’Iran è contro l’estensione dei colloqui sul nucleare [e sulle sanzioni]▬ http://www.afp.com/en/news/iran-opposes-extending-troubled-nuclear-talks).

●In Bulgaria, le elezioni parlamentari, anticipate per la seconda volta, e che puntavano a dare finalmente una maggioranza,a magari una qualsiasi ma una maggioranza, al paese dopo le dimissioni del governo cosiddetto tecnocratico che ci aveva invano provato, hanno dato ancora un risultato che non risolve niente (Guardian, 5.10.2014, Agenzia France-Presse (A.F.-P.), Bulgaria’s political turmoil continues after election fails to get clear result― Le turbolenze politiche continuano, in Bulgaria, dopo che le elezioni non riescono a dare alcun  verdetto chiaro http://www.theguardian.com/world/2014/oct/05/bulgaria-election-fails-get-clear-result).

Il nuovo governo, qualsiasi alla fine esso sia (il vincitore relativo del voto è il partito di centro-destra GERB/Graždani za evropejsko razvitie na Bălgarija― i Cittadini per uno sviluppo europeo della Bulgaria) dovrà tirar fuori il paese dal collasso economico (è in assoluto il paese più “povero” dell’Unione), sconfiggere una corruzione che anche negli indici internazionali vede questo paese messo peggio di tutti gli altri in Europa e una rete di crimine organizzato che, sempre in Europa, è forse seconda solo all’Italia; e poi – e insieme – deve tentare di mettere in atto un delicato, diverso comunque, equilibrio da quello che oggi regge i rapporti internazionali di Sofia.

Da una parte, in effetti, la Bulgaria ha bisogno di mantenere la connessione tradizionalmente forte che storia, lingua e cultura le impongono con la Russia, che resta la fonte praticamente di tutto il suo fabbisogno di gas, di larga parte del turismo e degli investimenti dall’estero. Ma, allo stesso tempo, Sofia vuole tenersi buona Bruxelles – di certo la Commissione di pirlazza che c’era e che lì resta solo con qualche differenza di nomi ma non di politiche che, insieme a Washington, chiede alla Bulgaria – non si sa bene con quale diritto, almeno se il paese resta ancora un paese sovrano – di interrompere o allentare i suoi legami con Mosca per la crisi ucraina...

Mentre, poi, il nuovo gasdotto South Stream sarebbe destinato a passare proprio per il territorio bulgaro, portando lavoro, sicurezza di rifornimenti e ricchezza... Sarebbe: perché a giugno, sotto la grande pressione della coalizione occidentale anche la Bulgaria ne ha sospesa la costruzione... E pure questo è diventato un tema di contenzioso, ovviamente, nel corso della campagna elettorale. Tutte le formazioni di centro-destra stanno adesso tentando di formare un gabinetto e ora il presidente del Movimento dei diritti e delle libertà dei bulgari, Lyutvi Mestan, un partito sostenuto dalla minoranza di etnia turca, forza da solo la mano, dichiarando che darà il suo completo sostegno a un governo di minoranza formato dal solo GERB dei Cittadini per lo sviluppo europeo

L’incontro è venuto subito dopo un negoziato senza esito tra il GERB e il Partito socialista, che ha appena perso le elezioni cedendo la maggioranza relativa del 32,2% alla destra che però non ce la fa da sola. Il problema è che il candidato premier del GERB, Boyko Borisov, esclude ogni alleanza col movimento turcofono come unico sostegno esterno dal cui buon volere dipenderebbe. Mestan ha detto che farà però l’impossibile per evitare che il paese alla fine venga governato da un coalizione di nazionalisti e anti-europei (Agenzia Novinite/Sofia, 13.10.2014, GERB Declines DPS’ Offer of Support for Minority Government Il GERB declina l’offerta dei ‘Cittadini europei’ di sostenere un [suo] governo [monocolore] di minoranza http://www.news.nom.co/gerb-declines-dps-offer-of-support-12943643-news).

A chi gli chiede, poi, se opporsi al diktat della Commissione uscente sul South Stream significhi essere antieuropei, non risponde. Restano, per chiunque qui andrà al governo, i nodi duri di cambiamenti duri – economici e di costume – e restano forti i dubbi del presidente della Repubblica di Bulgaria, Rosen Plevlienev – pure un uomo della destra anche lui – sulla sensatezza stessa di rifiutare l’offerta di Gazprom del South Stream.

●Sempre sul South Stream, intanto, l’Europa intesa come Commissione, capace quant’altri mai di muoversi a vuoto agitandosi con un attivismo insensato perché fine solo a se stesso, prova adesso anche col nuovo responsabile del settore Energia, lo spagnolo Miguel Arias Cañete – che, tra l’altro, è in discussione lui stesso al parlamento europeo per la comproprietà di azioni di compagnie petrolifere e il conflitto di interessi che ne scaturisce – che torna alla carica allo stesso modo del vecchio, il tedesco Günther Öttinger.

Essenzialmente, moltiplicando le pressioni esercitate sulla Serbia col far leva sulle aspirazioni del paese di aderire all’Unione per esigerne, prima ancora di diventarne membro, l’opposizione al passaggio sul suo territorio del gasdotto stesso. La motivazione avanzata a Bruxelles è sempre la stessa: il gasdotto non obbedisce alle regole interne dell’Unione perché la stessa compagnia (Gazprom) che ne è padrona sarà la stessa che fornisce poi il gas naturale.

Il problema è che la Commissione non riesce a farsi ubbidire nemmeno da molti degli Stati membri, specie tra quelli direttamente interessati al passaggio e al progetto del South Stream (Stratfor - Global Intelligence, 29.4.2014, South Stream Support Could Further Fragment the EU Il sostegno al South Stream potrebbe ulteriormente frammentare la UE [naturalmente, questo è un punto di vista del… cappio: secondo altri, e noi per esempio, a frammentare l’Europa ancora di più potrebbero essere, guarda un po’…, proprio  l’opposizione al South Stream e la stupida politica energetica che, senza averne né poteri né mezzi, vorrebbe far partire la Commissione…] http://www.stratfor.com/analysis/south-stream-support-could-further-fragment-eu#axzz3FX f6l4Ca).

●L’Ungheria conferma, ancora una volta per prima, di non avere intenzione di dar retta a una direttiva come quella che vieterebbe di partecipare al South Stream ai paesi della UE:  illegalmente, riafferma la nuova legge che andrà ora a votare― per vari motivi, ma soprattutto perché è senza alcun senso pratico, una pandetta svuotata di contenuti e di finanziamenti, di ogni capacità di “mordere” e  e di qualsiasi attendibilità: e, in questo, l’euroscettico governo di destra di Budapest ha certo ragione (Portfolio/Budapest, 22.10.2014, Hungary set to bypass EU over South Stream with  law amendment― L’Ungheria è decisa a scavalcare la UE sul South Stream con  un emendamento di legge ▬ http://www.portfolio. hu/en/economy/hungary_set_to_bypass_eu_over_south_stream_with_law_amendment.28562.htm).

●Sul fronte interno, sempre qui in Ungheria, il paese culturalmente, più ancora che politicamente  forse a destra dell’Unione europea – ma anche quello più attento all’esterno a non “irritare” stupidamente e inutilmente la Russia – il premier Orbán fa marcia indietro, prudentemente, sulla nuova legislazione che intendeva tassare il traffico su Internet. Adesso aprirà consultazioni a gennaio per decidere, dopo aver ascoltato anche i contestatori dice, come determinare la politica on-line del paese.

Erano scesi  a protestare decine di migliaia di ungheresi, per le prima volta forse trrovando anche un sostegno non totalmente isolato contro le scelte del partito praticamente ma democraticamente unico di governo (un sogno no?, per qualcuno anche da noi) Fidesz― l’Unione Civica ungherese. Scelte e misure che hanno toccato non solo politiche economiche anti-ortodosse in Europa e contro le scelte sciagurate della Commissione ma anche la libertà di stampa e di opinione e il tentativo costante di ridurre gli spazi di indipendenza e di autonomia della magistratura.

Adesso, però, alcune delle persone e dei ceti che sono solitamente parte dell’elettorato di Fidesz – ha avuto il 44% dei voti e praticamente, dato il sistema elettorale e le leggi iper-maggioritarie magiare, ha dato la maggioranza assoluta e il potere assoluto al partito. Orbán lo sente, lo sa e stavolta frena. Almeno un po’... (Guardian, 31.10.2014, P. Oltermann, Hungary’s prime minister scraps draft law taxing internet use Il primo ministro ungherese cancella la proposta di legge di tassare l’utilizzo di Internethttp://www. theguardian.com/world/2014/oct/31/hungary-prime-minister-viktor-orban-scraps-draft-internet-tax-law).

Elezioni parlamentari in Lettonia domenica 5 ottobre. Come era stato anche previsto la gente ha largamente votato su linee etniche, coi russofoni del Partito dell’Armonia― il Tautas Saskanas Partija social-democratico che vince il 23.3% dei suffragi confermando la sua presa di maggioranza relativa sull’elettorato, pure aggredito da una propaganda anti-russa sena tregua in nome della russofobia senza princìpi che non siano appunto il collante iper-nazionalista a tenere insieme la coalizione di centro-destra formata dai partiti dell’Unità, dell’Unione dei Verdi e degli Agricoltori e della PanLettonia per la Patria e la Libertà.

Nils Ušakovs, il suo giovane leader e sindaco della capitale, Riga, insiste adesso con molta più tenacia di prima sul diritto costituzionale che ha il suo partito di maggioranza relativa a tentare di formare il governo per primo (anche se poi, al dunque, ha perso cinque seggi dei 29 che aveva in parlamento, pur restando sempre il primo partito con 24 deputati).

Gi altri, che hanno la maggioranza in una coalizione che resta sempre molto rissosa, ma restando decisi, però, e uniti nell’ostracismo decretato da tutta la destra e dal nazionalismo lettone di ogni colore contro Armonia, bollato perché troppo amico del partito russo di Putin, Russia Unita, come un partito “anti-nazionale”.

Ma il risultato ha già sollevato un mucchio di dubbi e problemi e contraddizioni interne anche a Bruxelles e a Washington dove chi ha un minimo di coerenza comincia a domandarsi in nome di quale strano diritto si fa passare per democratico uno Stato che esclude dal voto politico per legge una cittadinanza di seconda mandata (Agenzia EURO2day, 5.10.2014, Latvia: Pro-Russia Party Wins Big In Elections Lettonia: il partito filo-russo vince alla grande le elezioni [ma gli altri si coalizzano per fargliele perdere...] ▬ http://www. euro2day.gr/ftcom_en/article-ft-en/1261168/pro-russian-party-comes-first-in-latvian-elections.html); e Guardian, 5.10.2014, Shaun Walker, Latvia’s ruling coalition keeps Russia-leaning party at bay in election― In Lettonia, nelle elezioni, la coalizione di governo tiene a freno il partito più vicino alla Russia http://www.theguardian.com/ world/2014/oct/05/latvia-ruling-coalition-russia-leaning-party-election). 

Perché questo è un paese che, a causa del suo passato di Stato forzatamente membro dell’ex Unione Sovietica, reagisce adesso negandosi – questa è la verità – di essere una democrazia piena. Come, e peggio, di quanto succede in Israele, dove i cittadini arabi del paese sono molto discriminati ma per lo meno hanno (almeno hanno ancora...) il diritto di voto, qui vede ad un terzo della popolazione, quella di lingua russa, negato il diritto di voto che hanno per legge solo se i cittadini di origine non lettone si sottopongono a superare un esame di lingua, cultura e storia del paese, pesantemente marchiato da giudizi e pregiudizi anti-russi.

Lasciando così nel limbo di una cittadinanza/non cittadinanza strana, con passaporti speciali che li escludono dal voto in uno status tutt’altro che democratico a uno Stato che pure si dice ed è occidentale, membro della NATO e dell’Unione europea. Che, sulla carta e per i loro Statuti, avrebbero dovuto, dunque, proprio rifiutargli l’adesione ma per opportunismo si sono ben guardati dal farlo: infatti, questi strani cittadini senza voto hanno tutti i doveri e i diritti della cittadinanza, ma non appunto il voto e quindi non possono e non potranno mai dare, non potendo neanche votare, la maggioranza parlamentare a chi vogliono loro. Che, se potessero, sicuramente gliela darebbero...

●In Russia, dove ormai anche senza grande successo, l’occidente – cioè gli USA – di tutto si impicciano, adesso trovano da ridire anche sul “controverso” disegno di legge –  così lo definiscono a Wall Street – che limita la proprietà straniera dei mezzi di comunicazione nel paese al 20%. La legge obbligherebbe i media proprietà di azionisti esteri che operano in Russia – i gruppi Conde Nast, Hearst, Axel Springer, Sanoma Independent Media, tra gli altri – a vendere parte delle loro azioni o a chiudere le loro attività in Russia entro il 1° febbraio 2017.  

E’, però, una legislazione niente affatto ignota neanche in occidente – i soliti ipocriti la chiamano, però, “controversa” – dove ai cinesi “per ragioni di sicurezza”, come se la cosa non riguardasse anche i media, viene ad esempio impedito per legge, in Gran Bretagna come in America, di comprarsi imprese se non rinunciano alla maggioranza azionaria e dove a un russo che provò a comprarsela anni, la maggioranza, alla Google dissero semplicemente e senza alcuna spiegazione di no (Moscow Times, 15.10.2014, Putin Signs Law Curbing Foreign Ownership in Russian Media― Putin firma la legge che riduce la proprietà straniera dei media russi http://www.themoscowtimes.com/article/509455.html).

●La Georgia – per bocca del suo ministro della Difesa, Irakli Alasania   ha, come ricadendo dentro l’antica tentazione di grattare contro pelo la pelle dell’orso, piuttosto avventatamente proclamato che la contrarietà della Russia non le impedirà di ospitare un centro di addestramento, una base cioè, della NATO sul suo territorio... Base che, peraltro, da parte NATO nessuno le ha offerto ancora, in specie non Germania e Francia che restano fredde al suggerimento ancor oggi ufficiosamente sollecitato da Washington.

Già dopo la crisi del 2008 – e la miniguerra scatenata e malamente persa con Mosca dall’allora presidente Mikheil Saak’ashvili fattosi turlupinare dalla sirena bushotta – Berlino e Parigi avevano bloccato col loro no il desiderio esplicitato allora da Bush di veder aderire il paese alla NATO. Merkel e Sarkozy si richiamarono allora allo Statuto e alla storia dell’Alleanza, che di fatto fa ostacolo all’adesione di partners che abbiano, come qui era ed è il caso, un conflitto aperto e irrisolto con Stati terzi (Guardian, 2.12.2008. I. Traynor, NATO allies divided over Ukraine and Georgia Nella NATO, alleati divisi [sulle richieste di adesione] di Ucraina e Georgia  ▬ http://www.theguardian.com/world/2008/dec/02/ ukraine-georgia).

In realtà, poi, Alasania si è contenuto, auspicando e sperando – opportunisticamente, ha detto – che la crisi ucraina galvanizzi adesso l’occidente non tanto a cercare il confronto/scontro con la Russia – da cui proprio Tbilisiha imparato di avere tutto da perdere – ma a resistere alla spinta dei russi – che vogliono in qualche modo recuperare quel che con la guerra fredda sembravano aver perso definitivamente – portandoli ad accettare i suoi (della Georgia, come dell’Ucraina) piani di integrarsi più strettamente all’Unione europea e alla NATO (informa la Reuters, 17.10.2014, U.S.–Georgia–NATO... http://www.reuters.com/article/2014/10/17/us-georgia-nato-idUSKCN0I60SH20141017; e Stratfor – Global Intelligence, 5.9.2014, Georgia Positions Itself in the Russia-West Standoff― La Georgia si posiziona nello stallo che subisce nei rapporti con la Russia ▬ http://www.stratfor.com/analysis/georgia-positions-itself-russia-west-standoff#axzz3GbvI8Qvb).

Neanche lui, insomma, sembra tener conto della realtà. Che né l’UE né la NATO tengono tanto a mettersi in casa scorpioni velenosi e pericolosi come quelli delle aspirazioni nazional-scioviniste di Georgia, Ucraina e altri ancora, magari...

●Intanto, dimostrando uno scontento forte e di fondo verso chi in Europa a destra come in Lettonia e anche più a destra, come in Ungheria (pure se le due politiche estere verso la Russia sono proprio l’opposto) si mostra insofferente e nemico dei dichiarati valori democratici comuni, il parlamento europeo, che pure ha una maggioranza di popolari e moderati, ha respinto la candidatura del Commissario nominato dal governo magiaro, Tibor Navracsics, a responsabile del portafoglio Educazione, Giovani, Cultura e Cittadinanza dell’Unione.

Un bis solitario, ma significativo, di quel che anni fa per ragioni del suo dichiarato ostracismo verso i “diversi” – insomma ragioni del tutto analoghe – vide respingere la candidatura di Rocco Buttiglione, nominato dal Berlusca nella Commissione europea e bocciato dai deputati. Buttiglione – la cui nomina era stata bloccata e non votata e respinta – ebbe la decenza di ritirarsi a quel punto ma vedrete che l’ungherese cambierà portafoglio ma resterà Commissario... anche se a bocciarlo sono stati 14 a 12 nel Comitato parlamentare (BBC News Europa, 6.10.2014, MEPs reject Hungary's Navracsics for top EU culture job― I deputati europei respingono l’ungherese Navracsics per l’incarico di vertice sulla Cultura http://www.bbc.com/news/ world-europe-29507536).

Non è stato l’unico ad avere problemi. Tra i nuovi Commissari designati era assai in dubbio anche quello britannico agli Affari finanziari, John Hill, un lobbista di mestiere e, grazie proprio al suo mestiere e ai servizi “finanziari” resi al partito Tory, assurto prima al gabinetto di Cameron con vari ruoli e, poi, a speaker della Camera dei Lords. Adducendo ragioni di riservatezza ha seccamente rifiutato per dirla con le parole di una deputata portoghese del Comitato di valutazione, di rispondere a qualsiasi domanda sulle imprese e le banche di cui per anni era stato advisor e lobbista: “ci dice – gli ha chiesto implacabile l’on. Marisa Matias – come facciamo a fidarcsi di lei come arbitro e regolatore, adesso, qui, dei mercati finanziari per tutta l’Europa?”.

E quando per la seconda volta è stato riconvocato, come si dice, alla sbarra – una prima assoluta – ha  tenuto un uguale comportamento, dice, di principio... ma alla fine ha avuto ragione lui: perché, al dunque, le obiezioni altrettanto di principio sul conflitto di interessi lampante che la sua candidatura presentava sono state riassorbite nella furibonda controffensiva della lobby finanziaria della City, della Commissione stessa e del governo britannico servo di lor signori... (The Telegraph/London, titolava giorni prima dell’udienza , 1.10.2014, Four questions Lord Hill must answer to become Britain’s European  Commissioner― delle Quattro risposte che Lord Hill deve dare per diventare il Commissario europeo della Gran Bretagna [che poi si riducono a quella relativa all’attività di lobbista: passata e, forse, anche presente?] http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/eu/11132922/Four-questions-Lord-Hill-must-answer-to-become -Britains-European-Commissioners.html).

Così che, alla fine, passano tutti al vaglio finale tra ricatti e minacce e invocazioni del presidente Juncker a “lasciarlo lavorare”. Tutti, anche se il candidato ungherese dovrà mollare il portafoglio Cultura e quello spagnolo all’Energia le sue azioni petrolifere cui non voleva rassegnarsi a rinunciare. Passano tutti, meno Alenka Bratušek, che aveva avuto la sfacciataggine unica – è vero – quando era ancora primo ministro di Slovenia e prima di essere costretta alle dimissioni perché accusata e citata in giudizio per proprietà edilizie almeno dubbie e corruzione di designare se stessa come candidata del suo paese alla Commissione.

Questa l’hanno ingoiata davvero in pochi e le hanno votato contro nella Commissione Ambiente, che avrebbe dovuto approvare alla fine la sua candidatura, 112 deputati con 13 soli a favore... (Agenzia euobserver.com, 8.10.2014, Ball in Juncker's court after MEPs reject Slovene commissioner La palla è ora nella metà campo di Juncker dopo che i componenti del PE respingono la candidatura della Commissaria slovena http://euobserver.com/political/125972).

E, anche se con ritardo, lei stessa capisce che finalmente la sua candidatura è improponibile e la ritira: la prima candidatura di un ex premier bocciata per un posto cui si accede per designazione e non per elezione e viene bocciato dal parlamento in Europa. Che, almeno, sposta un po’ il peso decisionale dalla parte di un parlamento eletto piuttosto che di una casta...  e poi impedisce anche a un candidato, in questo caso candidata, designata da un gruppo di suoi parigrado, i membri del Consiglio europeo, perché presentata da un altro loro pari – lei stessa, quando era ancora primo ministro – e destinata a essere vice presidente della Commissione (New York Times, 9.10.2014, J. Kanter, Slovenia Leader Withdraws From Bid for E.U. Energy Post― La [ex] premier slovena ritira la propria candidatura per il posto di Commissaria all’Energia [no, alla Commissione Ambiente, Salute e Sicurezza alimentare] ▬ http://www.nytimes. com/2014/10/10/business/international/slovenia-leader-withdraws-from-bid-for-eu-energy-post.html).

●Intanto, in Ucraina su disposizione del presidente Poroshenko deve dimettersi, il  12 ottobre, il ministro della Difesa, Valeriy Heletey, senza precise imputazioni e/o denunce di colpa o di negligenza ma, in sostanza, perché da lui identificato, al posto dell’ancora intoccabile perché per ora sempre super-protetto dagli USA primo ministro Yatsenyuk, come il capro espiatorio che ha fallito il compito di riprendersi manu militari il terreno perduto in Ucraina orientale, rimpiazzato all’istante da Stepan Poltorak, comandante della Guardia nazionale creata subito dopo il golpe con  a spina dorsale i paramilitari dei gruppi armati di estrema destra che per il successo del golpe stesso erano stati cruciali.

Secondo la lettura che, del fatto, danno – inevitabilmente – nell’immediato, media e politica russi, la nomina sta a indicare il peggio, perché la Guardia nazionale è stata, appunto, proprio la parte delle Forze armate ucraine che ha più ferocemente assediato e bombardato le popolazioni civili delle città controllate dai ribelli (ITAR-Tass, 13.10.2014, Poltorak’s nomination for Ukraine’s defense minister victory for party of war lawmaker La nomina di Poltorak a ministro della Difesa ucraino è una vittoria del partito della guerra, dice un deputato russo [Leonid Slutsky che presiede la Commissione della Duma per i rapporti con la Comunità degli Stati Indipendenti] ▬ http://en.itar-tass.com/world/754162).

Il tutto  sulla base di una legge del tipo di quelle che in questa parte del mondo si sono inventate (in Polonia, in Georgia, in Ungheria, ecc.) per liberarsi, senza procedure o prove di specifica colpevolezza e all’ingrosso, di chi aveva ricoperto cariche e responsabilità durante il “periodo sovietico”. Leggi chiamate di “lustrazione”, cioè di “rilucidatura” (Stratfor – Global Intelligence, 10.10.2014, Ukraine Prepares to Clean Up Its Bureaucracy L’Ucraina si prepara a purgare la sua burocrazia http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-prepares-clean-its-bureaucracy#axzz3G1QpG4ZS). Di purga, insomma,  come abbiamo tradotto il termine invero molto curioso ma indicativo dello scarica barile, diremmo noi: quella che serve a trovare colpevoli, veri o presunti, e così imbellettare la faccia di chi adesso è al potere.

●Il 26 ottobre, l’Ucraina elegge nel territorio che resta sotto il suo controllo – non in Crimea, dunque, che ormai è  tornata propriamente alla Russia, non a Luhansk e a Donetsk nell’est del paese, che tra una settimana si faranno le proprie elezioni separate – la sua nuova Verkhovna Rada, il  parlamento. Con un risultato frammentato ma globalmente spostato a destra, dove sono largamente presenti estremisti e capipopolo tra quelli che hanno fatto il golpe di febbraio e che, restando sicuramente ingovernabili, almeno a breve, assicurano al partito di maggioranza relativa del presidente Poroshenko la maggioranza per quanto restia che chiede loro di garantirgli (Guardian, 26.10.2014, Ukraine voting in elections that could cement pro-western stance L’Ucraina vota in elezioni che puntano a cementare l’atteggiamento filo occidentale http://www.theguardian.com/world/2014/oct/26/ukraine-voting-elections-pro-western-stance).

Sarà – pare poi anche se, tra il primo e il secondo dei partiti maggiormente votati, non si sa bene fino all’ultimo voto quale arriverà avanti e quale dietro – alla fine il 21,9% dei voti per il blocco Poroshenko – subito, qui si è imposta la brutta abitudine alla personalizzazione leaderalizzata del voto che imperversa ormai in occidente – seguito – pare  – da  presso, dal 21,5 del Fronte Popolare di Yatsenyuk che così – pare – riuscire a salvare, diciamo per il momento, la propria premiership, e dal 13,2 del gruppo di Autosufficienza.

Sono i dati riportati da Radio Svoboda, radio Libertà, una delle emittenti autonome dell’estrema destra che ne esce invece ridimensionata e, perciò nelle notizie che dà, appare attendibile (le diffonde come tali, poi – la controprova – Novorossya a Donetsk, l’organo online più difuso dei separatisti dell’est, il 27.10.2014, Ukrainian exit poll results: seven forces enter the parliament L’exit poll in Ucraina: sette forze politiche entrano in parlamento http://novorossia.today/publications/news-from-ukraine/ukrainian-exit-poll-results-seven-forces.html).

Segue il cosiddetto blocco d’Opposizione, vicino al vecchio presidente Yanukovich e al suo blocco russofono – ma privo ormai di tutta la notevole fetta di paese separatista – col 9%, il partito Radicale populista al 6,4 e il partito della ex pasionaria, miliardaria e prima ministra finita regolarmente condannata – e, forse, anche perseguitata – in galera per corruzione sotto Yanukovich, la trecciuta Yulia Timoshenko, riceve – pare – appena il 5,6%, appena sopra la soglia minima necessaria a entrare in parlamento.

Un tonfo brutto, sotto il 5% e restando quindi fuori del parlamento, è toccato proprio all’estrema destra, lo stesso Svoboda/Patria. L’elezione viene stavolta subito proclamata come “regolare” anche dalla Duma russa e – ma era scontato – dal gruppo di osservatori certo più compiacenti dell’OSCE che hanno accompagnata tutta la campagna. Ed è un inizio di “regolarizzazione” che, se non assolve il peccato originale da cui qui nasce tutto, qui – il golpe – serve, comunque, almeno ad avviarne il processo, diciamo così di auto-redenzione...

Bisogna notare che adesso lo scontro vero sarà sempre interno alla coalizione di governo, con Yatsenyuk che non riesce ormai più – et pour cause – a parlare con Mosca. Mentre Poroshenko è stato attentissimo a non rompersi i ponti alle spalle con Putin. E non è neanche affatto scontato che l’Ucraina – malgrado ogni propaganda e ogni sensazione – sia già acquisita alla Unione europea: dipenderà da chi, di fatto e nei fatti, non a chiacchiere e nelle speranze, le offrirà una maggiore reale, concreta, effettiva apertura economica e finanziaria. Alla fine, l’Ucraina starà col blocco che la tratterà meglio.

Intanto, l’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk ha deciso di confermare le sue elezioni per una settimana dopo, il 2 novembre, coi separatisti filorussi che sceglieranno i propri rappresentanti eleggendo anche lo speaker del suo parlamento (Stratfor, 12.10.2014, Ukraine: Separatists To Hold Elections Ucraina: i separatisti terranno le loro elezionihttp://www. stratfor.com/situation-report/ukraine-separatists-hold-elections#axzz3G1QpG4ZS). Il risultato delle elezioni di fine ottobre in Ucraina ha già  in pratica dimostrato però almeno una cosa: che, se anche stavolta avessero votato le regioni separatiste dell’est e la Crimea – come sarebbe stato prima del golpe, della secessione scelta dalla Crimea e della ribellione orientale – il risultato, grosso modo favorevole ai russofoni che portò alla vittoria Yanukovich, si sarebbe in realtà ripetuto quasi tale e quale...

●Il presidente russo Putin ha ordinato alle truppe che partecipavano alle esercitazioni appena al di là nelle vicinanze del confine con l’Ucraina di tornare alle loro basi all’interno del paese (RIA Novosti, 11.10.2014, Putin orders Russian troops to withdraw from Ukraine border areas Putin ordina alle truppe russe di ritirarsi dalle zone di confine con l’Ucraina https://picturesdotnews.wordpress.com/2014/10/12/putin-orders-russian-troops-to-withdraw-from-ukraine-border-area).

Sono i 30.000 soldati che, in prossimità delle frontiere ucraine, hanno tenuto a bada le velleità dell’esercito di Kiev, portando alle dimissioni forzate del ministro della Difesa e che avevano tanto preoccupato – da subito dopo il golpe che a Kiev aveva rimosso partendo con una protesta adeguatamente preparata e aiutata da fuori (UE e NATO) – i comandi militari stessi della NATO (Stratfor – Global  Intelligence, 28.3.2014, Ukraine: Russia has options if it chooses to invade Se la Russia decidesse di invadere, avrebbe molte opzioni [ma... non lo sapevano – con l’enorme frontiera comune aperta con l’Ucraina e le popolazioni russofone di là del confine – che le opzioni militari dei russi, come quelle degli americani se la frontiera in questione fosse, diciamo, quella degli USA col Messico?] ▬ http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-russia-has-options-if-it-chooses-invade#axzz3G1QpG4ZS).

●E, col tempismo che al solito caratterizza ogni azione di “controllo”, o preteso tale, nei confronti dei russi, questo è il momento – quando la Russia annuncia il suo ritiro dalle zone di confine in cui l’OSCE― l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, ha annunciato che aumenterà il numero dei suoi ispettori sul terreno, in Ucraina ora che – annuncia il sito web del presidente Poroshenko – è stato raggiunto un accordo (anche se non si capisce bene su cosa) con i ribelli separatisti che copre (ma come, e dove, precisamente?) gran parte della regione del Donbass (President Poroshenko’s site – President: at meeting with OSCE, 7.10.2014, Sito web del Presidente: incontro con la delegazione dell’OSCE ▬  http://www.president.gov.ua/en/news/31351.html).

E, infatti, subito dopo – appunto, con grande tempismo – il ministero degli Interni ucraino, applicando la legge della “lustrazione” (cioè, della purga politica: v. sopra, Stratfor, 10.10.2014) appena firmata dal presidente, decide il licenziamento in tronco ed in massa e, a questo punto, il sicuro reclutamento nello schieramento avversario di 17.000 nuovi “nemici” – funzionari e impiegati pubblici che le autorità stesse hanno proclamato tali per decisione esclusivamente politica e a prescindere poi da quanto magari sia giustificata – nelle regioni ribelli dell’est di Luhansk e Donetsk.

Le ragioni citate nell’ordinanza di lustrazione, non in forma giudizialmente provata, per decisione unilaterale del ministero sono il tradimento e l’irresponsabilità: si tratta di quasi il 20% dei dipendenti statali, riconosce il vice ministro degli Interni Nikolai Velichkovich, citato dalla agenzia ucraina di informazioni 112.ua: e il ciondolante premier ad interim Arseniy Yatsenyuk – l’uomo che è all’origine del tradimento iniziale, quello di febbraio con cui cominciò il golpe etero diretto contro la presidenza di Yanukovich – ha dichiarato che la purga, contro chi a lui si è opposto potrebbe “riguardare adesso fino a 1 milione di  addetti alle forze di polizia e di sicurezza compresi anche i componenti dell’intero gabinetto di governo (Stratfor, 18.10.2014, Yatsenyuk says up to 20% of public employees may be fired nowYatsenyuk [il primo dei “traditori”: ma lui contro il governo legale e legittimo del paese] afferma che fino al 20% dei dipendenti pubblici saranno licenziatihttp://www. stratfor.com/situation-report/ukraine-kiev-dismisses-17000-officials-donetsk-luhansk#axzz3GbvI8Qvb).

●Al vertice di Milano che il 17 ottobre riunisce i leaders europei a discutere del nodo Ucraina, dopo alte lamentazioni e denunce reciproche tra Poroshenko e Putin pro-populo bue, emerge – pare – una possibile prossima intesa almeno su una possibile intesa sul gas naturale e sul calendario del pagamento del debito concordato per il prossimo inverno. Lo dice adesso – e è importante che a dirlo stavolta sia la parte russa, il ministro dell’Energia Alexander Novak dopo l’incontro di Putin con Poroshenko.

Anche se a giorni andranno discussi i dettagli dell’intesa negli incontri trilaterali che, con la partecipazione della UE, si terranno tra qualche giorno prima della fine di ottobre, pare che la soluzione possa essere trovata consentendo a Kiev, come da mesi chiedevano i russi, di accedere direttamente al prestito garantito dal FMI in misura sufficiente allo sblocco del flusso di gas di Gazprom (RIA Novosti, 17.10.2014, Russia, Ukraine Close to Temporary Gas Deal: Energy Minister Novak Russia e Ucraina vicine a un accordo ad interim sul gas , dichiara il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak ▬  http://en.ria.ru/ politics/20141017/%20194226503/Russia-Ukraine-Close-to-Temporary-Gas-Deal-Energy-Minister-Novak.html; e RIA Novosti, 19.10.2014, Poroshenko: Ukraine Could Tap IMF Funds to Pay for Russian Gas Deliveries Poroshenko: l’Ucraina può accedere ai prestiti del FMI per pagare il gas russo ▬ http://en.ria.ru/politics/20141019/194274974/ Poroshenko-Ukraine-Could-Tap-IMF-Funds-to-Pay-for-Russian-Gas.html).

L’uscente Commissario tedesco Öttinger – che cambia purtroppo solo di portafoglio ma resta a Bruxelles, l’uomo che ha portato con grande capacità la politica energetica europea alla inesistenza – aggiunge la sua dicendo di aver avuto da Naftogaz Ucraina – che dice sì un giorno, no quello dopo, sì ancora il terzo e... a seguire...) che ha i soldi e pagherà... a giorni (RIA Novosti, 21.10.2014, Naftogaz Says Ready to Pay Off $3.1 Bln of Gas Debt to Russia in Two Tranches Naftogaz dice di essere pronta a pagare 3,2 miliardi di $ del suo debito ai russi in due rate [e, aggiunge, con l’illusione di renderli così (lui!) più credibili  proprio Öttinger, entro fine ottobre... Ma i russi, prima di consegnare la merce ormai vogliono vedere tutti i cammelli] ▬ http://en.ria.ru/russia/20141021/194403920/Naftogaz-Says-Ready-to-Pay-Off-31-of-Bln-Gas-Debt-to-Russia-in-Two-Tranches.html).

●I russi non dimenticano infatti quanto avevano promesso/minacciato di fare con chi – la Polonia è il caso più rilevante – secondo loro viola lettera e spirito degli accordi su cessione e acquisto del gas naturale, seguendo – per ragioni politiche di solidarietà che Varsavia tiene a esibire ma, a questo punto, per ragioni altrettanto politiche, si trova a pagare – la condiscendenza al reverse flow del combustibile russo all’Ucraina.

Così, anche se la quantità di gas fornito a Varsavia resta ancora sopra il minimo concordato, Gazprom non sta rispondendo alla domanda polacca della PGNiG di poter acquistare ulteriori quantità da immagazzinare in riserva proprio perché Varsavia non onora scrupolosamente la promessa che pure aveva sottoscritto a settembre di metter fine alla pratica extracontrattuale.

Il fatto è che i russi – proprio come gli americani che, col tipico doppiopesismo, lo lamentano se lo fanno altri – utilizzano sistematicamente la forza contrattuale che proprietà e controllo del gas naturale offre loro la natura selvaggia della bestia: il mercato (Stratfor, 20.10.2014, Poland: Reduced Natural Gas Flows From Russia Persist Polonia: continua la riduzione del flusso di gas dalla Russia [perché continua la pratica polacca di rivenderlo o, comunque, ri-cederlo all’Ucraina...] http://www.stratfor.com/situation-report/pol and-reduced-natural-gas-flows-russia-persist# axzz3GbvI8Qvb).

●Proprio l’ultimo giorno di ottobre, appena puntualizzato così che da chiunque ha a che fare con loro pretenderanno il rispetto letterale degli accordi bilaterali raggiunti con ciascuno e  con tutti e non si sottoporranno – e perché poi dovrebbero, visto che tanto non contano niente? – a pretese discipline e altrettanto pretese regolamentazioni altrui, come quelle della direttiva europea – Gazprom, con un Twitter ripubblicato dal Ministero russo dell’Energia, ha puntualizzato che ridurrà a 378 $ per migliaio di m3 il prezzo del gas naturale venduto all’Ucraina nel quarto trimestre del 2014 e che – fermo restando il resto: pagamento anticipato e cash, perché ormai non si fidano più – nel primo trimestre del 2015 il prezzo scenderà a 365 $ (Reuters e Interfax-Ukraine, 31.10.2014, Miller (Gazprom): new reduced prices for Kiev if pays 2.2 bln $ arrears; Barroso says EU would cover it Miller, della Gazprom: nuovi prezzi ridotti per il gas a Kiev se paga i 2,2 miliardi di $ di arretrati dovuti; Barroso dice [dice...] che garantisce la UE http://www.kyivpost.com/content/business/reuters-miller-says-russia-may-resume-ukraine-gas-supply-next-week-if-bills-paid-370187.html).

STATI UNITI

●Avverte l’inchiesta mensile del dipartimento del Lavoro che le imprese in settembre hanno creato 248.000 posti di lavoro e il tasso ufficiale di disoccupazione scende al 5,9% (New York Times, 3.10.2014, Dionne Searcey, Jobless Rate in U.S. Falls Below 6% as Hiring Picks Up Il tasso di disoccupazione [ufficiale... ufficiale, cioè, non quello effettivo, reale: come spiegano gli stessi documenti, appunto, ufficiali: ma intanto passa il messaggio che vogliono trasmettere in questo modo] cala negli USA sotto il 6% con l’’accelerazione delle assunzioni http://www.nytimes.com/2014/10/04/business/economy/monthly-jobs-report-september.html?_r=0#); e Dip.del Lavoro, Bureau of Labor Statistics/BLS, 3.10.2014, USDL-14-1796, Employment Situation Summary http://www. bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm).

Adesso, ad agosto e per la prima volta da fine 2008, il livello della disoccupazione registrata ufficialmente dai dati ufficiali – l’unico che conta ai fini statistici ma che è largamente sottostimato come rappresentazione della realtà – è caduto sotto il livello del 6%, di due decimi di punto sul 6,1% di agosto in continuo ribasso (ufficiale) dal picco (sempre ufficiale) del 10%, sottolineando che a questo punto che l’occupazione continuerà probabilmente a salire. Il governo, coi dati diffusi dal BLS, certifica anche che la durata della settimana di lavoro nel manifatturiero è cresciuta quasi al livello maggiore da più di 60 anni, a 42,1 ore, a settembre.

In aggiunta, si è leggermente ridotto adesso, ad agosto, il deficit commerciale malgrado le attese fossero diverse. L’export di petrolio – si dimentica troppo spesso che questo paese è anche uno dei massimi esportatori al mondo oltre che di gran lunga il massimo consumatore – ha segnato il massimo.

Però, i salari sono rimasti immobili, anzi a settembre, dopo mesi di infinitesimale aumento, sono anche scesi in media di un centesimo di dollaro tenendo a fatica il passo dell’inflazione, in pratica anche qui inesistente. E se, certo, non va data troppa importanza al dato isolato di un solo mese, l’aumento complessivo globale dell’anno, ad agosto rispetto all’agosto di un anno fa, è fermo a una media miserando del 2%. Indicazione chiara, secondo gli economisti non neo-cons né venduti a lor signori, che la Federal reserve dovrebbe desistere da ogni tentazione di rallentare l’economia. Il tasso di partecipazione della forza lavoro, sempre a settembre, tocca un livello di partecipazione, il 62,7%: mai così basso, da quasi quarant’anni, dal 1978.

Lamenta ora, in una nota indirizzata a caldo agli investitori che gli affidano i loro risparmi – per statuto almeno 5-6 miliardi di  $ – con  qualche perplessità perché il dato lo sorprende del tutto e offusca il futuro di ripresa che da tempo andava predicendo “malgrado Obama”, r. Joshua Shapiro, capo economista della M.F.R., Inc. – importante centro di consulenza e gestione di fondi privati per chi ha da farsi gestire almeno una decina di miliardi di $ di investimenti, un aedo ultraconvinto e ultra pagato del conservatorismo monetarista che, in effetti, “le condizioni del mercato del lavoro americano sono molto peggiori di quello che indica il Rapporto del BLS  (EPI/Washington, D.C.,3.10.2014, E. Gould, Solid Jobs Growth in September, but Wages Need to Pick Up― Una crescita solida dei posti di lavoro in settembre, ma c’è bisogno di un aumento dei salari http://www.epi.org/publication/solid-jobs-growth-september-wages-pick).

●La Fed, la Riserva federale, la Banca centrale americana, ha deciso e annunciato in occasione della sessione di ottobre del proprio Comitato direttivo che questo mese chiude il suo programma di quantitative easing, le “facilitazioni quantitative”, che in poco più di cinque anni, a partire dal novembre 2008, ha fornito liquidità addizionale, cioè sostegno pubblico, all’economi americana per qualcosa come 4,5 trilioni, 4.500 miliardi di $, cioè... Denaro pubblico.

Malgrado le fisime anti-statalistiche che dominano il paese e il suo dibattito, sempre contraddetto dai fatti ma quasi teleologicamente teologico sulle virtù del privato e i peccati del pubblico (quando poi, appunto a ben vedere, il presidente più prodigo di spesa pubblica – anche se quasi tutta sbagliata! – fu... Reagan!, e subito dopo di lui Bush; e anche se il presidente Obama, lo statalista per vocazione e per definizione, ha regalato tutto ai privati e soprattutto la rinuncia voluta a perseguirne seriamente truffe e privilegi) la borsa americana reagisce proprio malino, a caldo, come nei fatti sempre a qualsiasi altra sottrazione di aiuti pubblici ai privati...

Ma reagiscono male anche all’iniziativa della presidente della Fed che era sembrata voler tener duro più a lungo sullo strumento di allentamento monetario in atto quanti, e non sono davvero pochi, considerano avventuroso il taglio di un aiuto molto concreto che a spese pubbliche è andato a supportare un’economia comunque piena di problemi ancora nei dati reali e non in quelli ufficiali artificiosamente addolciti, continuando a non calcolare ad esempio il numero effettivo e non quello “sistemato” dei disoccupati (Guardian, 29.10.2014, A. Monaghan, U.S. Federal Reserve to end quantitative easing programme La Federal Reserve americana mette fine al programma di facilitazioni quantitative http://www.                                                                                             theguardian.com/business/2014/oct/29/us-federal-reserve-end-quantitative-easing-programme).

Tradotto in termini pro-capite, sapete, 4.500 miliardi di $ sono 10.000 $ di aiuti pubblici forniti in buona sostanza a quel 10% della popolazione degli USA e solo a quello dei ricchi che giocano in borsa e campano magnificamente tagliando le cedole di azioni graziosamente ragalate loro almeno per il 70% dal pubblico... 

GRAN BRETAGNA

●Sarà pure vero che l’economia qui sembra tirare meglio che altrove... – e che, quindi, sulla carta almeno, insieme al ricalcolo del PIL di questo paese per questi ultimi anni fatto dalla Commissione come per tutti i paesi membri anche calcolando il nero e la ricchezza illegalmente prodotta comporta ora, per alcuni versamenti ulteriori ricalcolati sul nuovo PIL: per l’Italia, entro un mese, dopo i fescennini renziani, + €340,1 milioni (lo 0,1%, invece dello 0,3 previsto inizialmente a Bruxelles),  per l’Olanda di 642,7 milioni  e per il Regno Unito + 2 miliardi e 125,3 milioni di £ in € equivalenti. Mentre, per la Francia, Bruxelles rifatti i conti restituirà 1 miliardo e 16,3 milioni e, alla Germania, 779,12 milioni di € (Guardian, 24.10.2014, A. Nardelli, Britain's two billion euro bill explained La spiegazione del conto da 2 miliardi di € del Regno Unito http://www.theguardian.com/news/datablog/2014/oct/24/britain s-two-billion-euro-bill-explained).

Per uno che, come Cameron, era arrivato al Consiglio europeo del 24 novembre senza neanche la minima idea che da settimane – come ha attestato l’ex cancelliere dello scacchiere di Thatcher, Ken Clarke (Guardian, Rowena Mason, 27.10.2014, 17:26, Politics live blog http://www.theguardian.com/politics/li  ve/2014/oct/27/latest-developments-politics-live-blog)  almeno, se lo era stato non vi aveva prestato alcuna attenzione – era stato debitamente avvisato da Bruxelles – per farsi ridare una bella parte dei contributi già dovuti a Bruxelles questo è stato uno schiaffo inaccettabile, anche se alla fine di urla,  gemiti e lai, dovrà accettarlo: o proprio andarsene.

Anche se, a caldo, il frolloccone capo inglese giura che non pagherà mai (ma, per cominciare, se lo facesse davvero, sarebbe escluso da ogni altro vertice). De resto, lui stesso è in buona parte colpevole per aver millantato da anni l’ottimo stato delle finanze britanniche anche con molti dati in parte ritoccati e truccati: per prima lo fece Thatcher nei suoi anni ’80 cancellando d’autorità – o meglio d’arbitrio: alla Renzi che non per caso l’ammira, come l’ammirava Blair, suo buon compare – dal conto dei disoccupati quelli non computati ufficialmente: per decine di volte di seguito.

Poi mantennero la cattiva abitudine, naturalmente, anche i laburisti di Blair. Pur tenendo conto di questo fattore di frollocconismo rampante e per anni imperante chi in Gran Bretagna ancora un lavoro ce l’ha sta soffrendo la perdita maggiore di potere d’acquisto in salario reale dalle crisi economiche dei decenni 1860 e 1870: più di centocinquanta anni fa, in era vittoriana (Guardian, 11.10.2014, Jamie Doward e Gaby Bissett, Pay squeeze worst since Victorian age, study finds Uno studio specializzato rivela che la stretta salariale è la peggiore dall’era vittoriana http://www.theguardian.com/politics/2014/oct/11/british-pay-squeeze-worst-150-years-tuc-study).

● Essere o non essere, europei?   (vignetta)

Il bull-dog churchilliano: da sempre, il Cavallo di Troia americano in Europa (Clarles de Gaulle)

Fonte: INYT, Chappatte, 13.12.2011

Certo, è uno studio del TUC britannico, il sindacato, quello di cui questo articolo informa... Ma ormai, sfida giustamente coloro che per questo ne mettevano in dubbio la veridicità e l’attendibilità, la segretaria generale del sindacato, Frances O’Grady, questo paese sembra aver cominciato a capire che “i dati ufficiali sono per definizione, sempre, ormai fasulli: molto meno affidabili di quelli che, empiricamente magari, raccogliamo noi, il sindacato( ▬ http://www.tuc.org.uk/economic-issues/britain-needs-pay-rise).

Intanto al governo, dove hanno provveduto ad aizzare adeguatamente la bestia, non della rivendicazione n sé sacrosanta di una sovranità necessaria ma anche possibile e sensata perché calibrata ormai alle uniche dimensioni che contano – quelle non certo del patetico isolotto britannico ma quelle europee – cominciano forse a intuire che ormai il processo di uscita del paese dall’Unione...

Il dramma è che non l’hanno capito ancora gli altri in Europa, attrezzandosi con un colpo di reni di maggiore integrazione e decisioni comuni per superare quella che sarà comunque una crisi profonda dicendo all’Inghilterra di andarsene pure affa’n c... Ma nell’unico modo che, come ci ha spiegato ad esempio anche Krugman, potrebbe funzionare: recuperando la sovranità che è nostra con una politica economica e fiscale comune europea. Alla faccia degli inglesi e anche, così, dei tedeschi  che sarebbero obbligati anche loro a buttare Merkel in quella che una volta, in un’epoca più ingenuamente e anche criminalmente forse idealistica, si chiamava la pattumiera della storia: quella dove devono finire quelli che ormai più che inutili sono anche dannosi e vanno ormai, sì, rottamati.   

GIAPPONE

●L’ultimo giorno di ottobre, e come sempre a sorpresa, la Banca centrale di Tokyo, dunque il governo – l’indipendenza delle banche centrali è sempre, e solo, una finta: chi nomina i loro componenti e i loro massimi dirigenti sono sempre i governi – ha lanciato una manovra di aumento della liquidità da 80 trilioni di yen (570 miliardi di €) motivata dal dimezzamento ormai ufficiale delle previsioni di crescita del PIL in corso d’anno allo 0,5%. Il segno, del tutto antitetico segue il messaggio arrivato dalla Fed americana che ha invece sospeso le proprie cosiddette “facilitazioni quantitative”.

L’effetto è stato davvero immediato, con l’€ che a fronte di questa maggiore liquidità giapponese e della minore liquidità americana vede di colpo indebolirsi la forza sui mercati della moneta unica che scende a € 1,25 per dollaro dando ipoteticamente una spinta che in molti sperano cruciale alla esportazioni europee e facendo impennare non poco le borse  (la Repubblica, 31.10.2014, La BoJ stupisce i mercati: nuovi stimoli. Milano vola a +3%, spread giù a 151 punti ▬ http://www.repubblica.it/economia/2014/10/31/  news/ borsa_31_ottobre_2014-99412134).  


 

[1] La Germania, proprio la Germania – ricorda ora, riprendendo l’argomentazione che aveva sviluppato già tre anni fa, un nuovo libro di Joshka Fisher, già vice-cancelliere tedesco dei verdi e ministro degli Esteri col cancelliere Schröder – ha chiesto e ottenuto la cancellazione del suo debito colossale per ben due volte nella storia recente: prima, nel 1953 con Adenauer – dall’America e dalla NATO che per sua volontà impose a tutti il cosiddetto Londoner Schuldenabkommen― L’accordo di Londra sull’alleggerimento del debito ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/Agreement_on_German_External_Debts – e, poi, nel 1992, dalla UE, con Kohl, per poter fare la sua riunificazione – è stato un paese che ha strappato agli altri il suo perdono del debito.

    E, adesso, è stata proprio la cecità piccolo-bottegaia di Angela Merkel e del suo ministro Schäuble a precipitare tutta l’Europa e un bel pezzo di mondo, che già l’idiozia irresponsabile di Bush e dei suoi manutengoli del libero-cosiddetto-mercato-senza-lacci-e-lacciuoli aveva affondato nel marasma del dopo crisi dritto dritto nel baratro di un euro e di un’eurozona traballante, come ha fatto lei – con le sue pretese di austerità per chi la cinghia non poteva più stringerla – in nome proprio di quello che qui Krugman bolla come la “presunzione dell’essere virtuosa”.

    Merkel è colpevole anche per lui e adesso affosserà anche la potente Germania, rifiutando per pura codardia di approfittare della crisi non per approfondirla e incancrenirla ma come occasione per dare alla politica europea un respiro davvero tale― come  fecero invece i suoi predecessori sia democristiani che socialisti (Adenauer, Kohl, Brandt, Schmidt: li ricorda uno per uno il “verde”, Fisher)

[2] La ormai famigerata assistente segretaria di Stato e spudorata neo-cons Victoria Nuland confessò, in un colloquio telefonico intercettato dai media con l’ambasciatore del suo paese a Kiev, di aver fatto spendere al suo governo sui 5 miliardi di $ nella preparazione della rivolta di piazza mascherata da lavoro pro-democrazia (cfr. You Tube, 6.2.2014, Leaked Audio Depicts U.S. Diplomat Planning a Coup Against the Ukraine Government & Cursing E.U.― Audio intercettato mostra [politica e]  diplomatica americana che pianifica un colpo di Stato contro il governo [legittimo] dell’Ucraina e insulta l’Unione europea [ma assicurandosene la copertura – servile,  irresponsabile e criminosa – per abbatterlo con l’insurrezione]: un titolo che, anche se sempre attenta, You Tube dà senza mascherare per niente la realtà delle cose alla notizia e che, pour cause, si spiega solo ascoltando quel che i due si vanno dicendo ▬ http://www.youtube.com/watch?v=b3mgnnhIYWI).