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     11. Nota congiunturale - novembre 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.11.13

Chiusura ore 13:00

Angelo Gennari

 

 

 

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che esistessero tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc371074837 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc371074838 \h 1

Ma, insieme a loro, lì a Lampedusa, non sta forse affogando proprio l’Europa?. PAGEREF _Toc371074839 \h 2

E il sogno americano si... estingue   (vignetta) PAGEREF _Toc371074840 \h 5

Previsioni mondiali (aggiornate a luglio 2013 in % sul 2012) sui PIL   (grafico) PAGEREF _Toc371074841 \h 5

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA.. PAGEREF _Toc371074842 \h 6

Pugno di ferro in guanto di…  ferro   (vignetta) PAGEREF _Toc371074843 \h 10

in CINA (e nei paesi dell’ASIA) PAGEREF _Toc371074844 \h 16

EUROPA.. PAGEREF _Toc371074845 \h 27

STATI UNITI. PAGEREF _Toc371074846 \h 35

Il Tea Party (i Repubblicani): stacchiamo tutte le prese   ● L’Apocalisse del default repubblicano   (vignette) PAGEREF _Toc371074847 \h 36

Spero di diminuire così le sue preoccupazioni per i droni…... PAGEREF _Toc371074848 \h 46

GERMANIA.. PAGEREF _Toc371074849 \h 54

FRANCIA.. PAGEREF _Toc371074850 \h 58

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc371074851 \h 59

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

E’ ora di dirlo alto e forte: quel che è successo a Lampedusa per l’ennesima volta, ma con l’unica differenza che stavolta si è trattato di 300 e più morti tutti insieme, quel che è successo – verbo sbagliato, però: gli manca del tutto l’ineluttabilità di quel che capita da sé o per caso: perché qui si è scelto, o almeno per omissione ma sapendolo, si è accettato di farlo capitare – è la prova che un trentennio di globalizzazione di merci, capitali, di tutto, non ha riguardato né i diritti né la dignità delle persone. Per niente. Anzi…

Ma prima ancora di sfiorare – qui è solo questo che possiamo fare – un approfondimento di questo tema, vediamo appena più da vicino il fallimento del’Europa al riguardo. E’ in momenti come questi giorni tragici e apocalittici di Lampedusa che la confusione e il  caos, al di là della capacità e della buona volontà, dell’impotenza effettiva, della Commissaria che nell’Unione ne è responsabile, della buona volontà e della incapacità dello stesso governo italiano che scoppiano le contraddizioni insopportabili e, magari, involontariamente ipocrite: avete presente?

Il governo italiano, col premier in ginocchio davanti alle piccole bare bianche in prima fila nell’obitorio in cui è stato trasformato l’aeroporto di Lampedusa, ha dichiarato il lutto nazionale e funerali di Stato per le 300 vittime – che, poi, non ci saranno mai perché, informalmente, viene fatto notare (ma non a lui, purtroppo, in tempo per impedirgli di dir cavolate) perché le procedure per il riconoscimento dei corpi e l’eventuale restituzione ai parenti saranno molto lunghe e farraginose con le bare che non possono certo stare ad aspettare per settimane intere), proponendo per loro – i morti – anche la cittadinanza onoraria… che, naturalmente, quando scriviamo, ancora non è arrivata.  

Sentimenti e intenzioni, quelle di Letta, sicuramente sinceri. Ma poi, ma sempre il governo italiano attraverso le procure della Repubblica competenti ha aperto un’inchiesta – senza poi protestare troppo e tanto meno opporsi col ministero della Giustizia almeno per via amministrativa – sui sopravvissuti per punirli con multe da 5.000 €, e anche i pescatori del posto rei di aver aiutato, salvandoli dal mare, decine di colpevoli del reato di clandestinità dovrebbero – e speriamo che il verbo, alla fine, resti solo al condizionale – essere perseguiti per aver aiutato i naufraghi rei di clandestinità…

Forse ci si arriverà – l’auspicio, certo niente più che l’auspicio, è stato avanzato anche nel testo finale del vertice... – ma, nella sostanza, quanto a misure concrete e immediate anche se Letta alla fine ha detto che erano sufficienti, a quel tavolo, 28 capi di governo – tutti, nessuno escluso e i capi dell’Unione – hanno versato ettolitri di lacrime di coccodrillo...

Questo quanto all’ipocrisia, chiamiamola così con l’unico nome che merita, di stampo diciamo pure tipicamente italiano. Quella europea sta tutta nell’acronimo Frontex, l’agenzia di sicurezza che si è inventata l’Unione europea per fornire guardie, aerei di sorveglianza sulle rotte marittime, battelli da pattugliamento d’alto mare per incrementare le forze di sicurezza nazionali dei paesi del Nord del Mediterraneo ma cui, in tutto, l’Europa destina 100 milioni di € all’anno, forse ora 130― come ha annunciato Barroso dopo la tragedia di Lampedusa, neanche rendendosi conto del ridicolo che annunciava (per dire: i sussidi all’agricoltura, nel bilancio UE, ammontano a 60 miliardi, non milioni, di €…) né del fatto che per “governare” un problema come la ricerca della libertà e di condizioni minime di civile sopravvivenza sta comunque parlando solo di misure di polizia…

In realtà, poi, tutto è paralizzato dallo scontro politico e culturale tra il pianto e l’impulso umanitario che spinge quasi tutti a salvare le vittime e la necessità, la volontà, di frenare l’immigrazione illegale. Quando, poi, in tanti temono – e dichiarano – che senza più la paura di affogare sarebbero molti di più, domani, i possibili immigranti. Quando poi, e ancora, il carico di queste fatiscenti carrette del mare è inevitabilmente un carico “misto”.

Composto da rifugiati che scappano dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla negazione dei loro  diritti umani e rifugiati “economici” che scappano per la fame e il diniego, allora, del proprio diritto primario alla sopravvivenza e alla vita, non vedendo per sé e per i propri figli alcun futuro accettabile e pronti, perciò, a rischiare e infatti rischiando la vita, quella loro e dei loro figli. Tutti, dice il diritto internazionale dovrebbero venire accolti e la loro posizione vagliata. Ma solo i primi potrebbero restare. Mentre gli altri dovrebbero venire rimandati indietro. A morire ancora di fame. O a provare ancora a prendere il mare (The Economist, 11.10.2013, Europe’s contraddictions – Adrift about boat people Alla deriva coi, e sui, boat people http://www.economist.com/news/europe/21587802-deaths-lampedusa-highlight-europes-contradictions-over-immi gration-adrift-about-boat).

 

● Ma, insieme a loro, lì a Lampedusa, non sta forse affogando proprio l’Europa?

                                       Speranza                                           Sembra che stia affogando!

Fonte: NYT, P. Chappatte, 8.10.2013

Adesso, al Consiglio europeo di Bruxelles del 23 e 24 ottobre – mentre, sempre al largo di Lampedusa, marina e Guardia costiera italiana ripescano sull’orlo del naufragio di altre cinque carrette del mare altri 705 naufraghi e dopo che i capi europei hanno perso tempo inutilmente e sostanzialmente a cercare invano il modo di litigare – come era  necessario, duramente ma non troppo, sullo spionaggio elettronico onnidirezionale di tutti contro tutti – perché questa è la verità: nessuno è innocente ma colpevole è solo ma chi viene colto con le mani nella marmellata: e sono stati, al solito, gli americani a farcisi cogliere – passano a discutere del tema che l’Italia ha preteso di mettere in agenda: il dramma e il problema dell’immigrazione “illegale” dal Nord Africa nell’Unione.

Si arriva a proclamare che bisognerà garantire una risposta europea “comprensiva e coerente” ai flussi di migrazione in arrivo dal sud del Mediterraneo e si chiede anche, come volevano Italia, Grecia, Malta, Croazia e Spagna, “un’equa ripartizione delle responsabilità” relative tra tutti i paesi dell’Unione. Ma resistono Gran Bretagna, Olanda e anche – contraddittoriamente, con quel che proclama – la Francia, tutti paesi dove è in atto una violenta reazione razzista e anti-immigrati e, alla fine – vedrete – metteranno in moto congiuntamente solo misure più occhiute di polizia, nella speranza che – siamo buoni – forse così si ripescherà qualche naufrago in più...

Ci sarà dicono, una volta deciso – ma ancora una volta, la decisione è rinviata ufficialmente al prossimo vertice, il 17-18 dicembre – un non meglio specificato obbligo di soccorso, con la cancellazione delle misure che spesso in diversi paesi della UE, Italia compresa grazie a Maroni e alla filosofia della Bossi-Fini, prevedono il perseguimento legale di chi magari in mare aiuta un bambino a non annegare, la condivisione dei carichi di spesa e anche delle responsabilità... 

Questo groviglio di contraddizioni, di interessi, di egoismi e di pulsioni – anche abbastanza immonde – ci è tornato alla mente – e siamo perciò andati a ripescarne il riferimento – quanto Herman Melville, l’autore di Moby Dick, raccontava un secolo e mezzo fa del suo primo viaggio oltreoceano. Come facesse sentire a chi lo leggeva, in tre righe pregnanti, la condizione umana “dei migranti: senza amicizie, stivati come balle di cotone, impacchettati come schiavi su navi da trasporto di schiavi, confinati in sentine che, in tempo di tempesta, devono essere chiuse, senz’ aria né luce[1].

E’ un racconto che sembra scritto per oggi. Dove è anche peggio, però. Perché le carrette del mare di oggi non trasportano, con la massa dei disperati, anche i passeggeri paganti come, per sua fortuna, era Melville. Oddio, lo sappiamo: anche i migranti pagano, e come! ma non vanno certo in cabina, né di prima né di decima classe... Loro, del resto, per chi li trasporta, hanno anche un valore economico minore di quello degli schiavi: perché il passaggio lo pagano sempre in anticipo, loro. Solo ripensando al passato si riesce, spesso, a capire per bene il presente. Anche se ci scoppiano in mano mille contraddizioni del nostro fare e del nostro ipocrita dire…

L’immigrazione è una di queste. Perché mentre la globalizzazione ridisegna sotto i nostri occhi e nelle nostre vite scenari di grandi sconfinamenti ed il mondo apre sempre di più e più facilmente le proprie frontiere a capitali, merci e servizi, proprio la globalizzazione tende invece, in contraddizione lancinante coi princípi proclamati e con la stessa logica economica, a regolamentare e limitare, più duramente che mai, la libertà di movimento delle persone.

Qui le cose, chiaramente, sono cambiate... e sono cambiate in peggio:

• è storia, infatti, che Johann Wolfgang Goethe facesse il suo Viaggio in Italia[2] senza alcun documento di identità, passando per tutta la sua miriade di Stati (il Piemonte, il Lombardo-Veneto, il ducato di Parma e Piacenza, il Regno pontificio, la Toscana, il Regno di Napoli…), a inizio ‘800, senza dover esibire alcun documento di identità;

• è storia che Stendhal, negli anni ’20 e ’30 dell’800, scrivesse i suoi sette-otto Diari[3] di viaggio, andando su e giù sempre in Italia, senza dover esibire alcun documento proprio a nessuno;

• è storia che Alexis de Tocqueville, nella prima metà dell’800, andasse dalla Francia a scoprire l’America[4], come racconta lui, sans aucun papier; e

• ed è storia che milioni di italiani a cavallo del ‘900 – uno forse ogni cinque-sei famiglie – sbarcassero ad Ellis Island, in America, senza alcun passaporto… li chiamavano sprezzantemente, gli italo-americani, WOPS [5], dalle iniziali appunto di With-Out-Papers senza carte di identità… ma li riesportavano a forza in Italia, almeno, solo se risultavano condannati da un tribunale come  mafiosi…  perciò non desiderati, non perché italiani. Se no, no.

Provateci oggi, in questo inizio di XXI secolo della libera circolazione di tutto ma non certo di tutte e di tutti, a fare quel che, un secolo, due e tre secoli fa, hanno fatto la sorella di mia nonna, o Goethe, Stendhal e Tocqueville… a entrare in America o, se è per questo in Italia, senza passaporto e senza visto e senza diventare automaticamente, e inevitabilmente, dei fuorilegge...

Viene drasticamente ignorato, così, che a muovere oggi le migrazioni di massa del nostro tempo sono, insieme, l’integrazione in progress delle economie locali e regionali in un unico spazio-mondo e, anche ed ancora di più, il persistere diffuso e indecente nel mondo attuale di forme estreme di povertà endemica e sistematica.

E lasciamola per ora così… Ma è ovvio che ci dovremo tornare sopra.

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di  novembre2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

4, al Cairo dovrebbe aprirsi il processo all’ex presidente Morsi, deposto dal colpo di Stato militare. da parte dei golpisti;

6, elezioni presidenziali in Tajikistan;

7-8, Iran, ripresa dell’incontro nel negoziato 5+1;

11, Unione europea, vertice dell’ECOFIN (sul bilancio);

14-15, Unione europea, vertice dell’ECOFIN e dell’Eurogruppo;

14-16, in Germania, conferenza speciale dell’SPD per decidere sulla Grosse Koalition

17, in Cile elezioni presidenziali e parlamentari;

21-22 in Cina, è in calendario  il vertice annuale con l’Unione europea;

24, in Mali, elezioni parlamentari del Bundestag;

29, in Austria, elezioni parlamentari (primo turno); 

• sempre in novembre (?) in Cina, 18° Comitato centrale del PCC.

Per chiarire in due sole frasi come è cambiata la visione del mondo, e del mondo dell’economia, con cui abbiamo a che fare:

• la prima (di David Ricardo) è, secondo noi, la posizione sensata e peraltro più antica e consolidata, ma quella che il neo-liberismo ha combattuto a morte, finora disgraziatamente anche con molto successo. E’ icastica e chiarissima: “Definire le leggi che regolano questa distribuzione [tra salari, profitti e rendite] costituisce il principale problema dell’economia politica[6]”.

• la seconda frase (di un liberista come Robert Lucas) attesta, invece, della cecità feroce e “cattiva” dei cavalieri serventi di lor signori… E’ la globalizzazione come l’hanno voluta e imposta – selvaggia, deregolata e frenetica fatta tutta in vent’ani sì e no – che in particolare ha ri-distribuito il potere a vantaggio dei meno e a sfavore dei più, certo – e è importante – anche aumentando la fetta di reddito che va a milioni e milioni di persone che prima crepavano solo di fame.

Ma che, nel mondo sviluppato, da noi, è passata semplicemente a favore del reddito da capitale e a sfavore di quello da lavoro subordinato: negli ultimi 30 anni vvisava già chi avrebe poi vint o un Nobelò dle’economia nel 1994 forse – secondo chi poi avrebbe vinto un Nobel dell’Economia, ad esempio – non proprio rovesciando ma quasi, il rapporto tra il 70% della ricchezza prodotta che andava al monte lavoro e il resto, il 30%, a chi possedeva il capitale e su di esso lucrava― monte profitti invece che monte salari e rendita piuttosto che profitti (prof. Paul Krugman, Harvard Business Review, 7-8.1994, p.113 ▬ http://www.pkarchive.org/trade/harvard.html).

Anch’essa è una breve proposizione altrettanto icastica e altrettanto chiara: “tra le tendenze dannose per una solida economia, la più velenosa – ammonisce – è quella che si  focalizza su questioni di distribuzione del reddito[7]”.

Perché bisogna, invece, lasciar fare al mercato, a lui – come studioso – sta a cuore solo l’aritmetica non il benessere della gente, non la giustizia: per questo della distribuzione lui, Nobel dell’Economia e prodotto della nefasta e esiziale scuola neo-lib di Milton Friedman dell’Università di Chicago che tanta sofferenza ha sparso a piene mani nel mondo, lui se ne frega…

Già...

Il problema di fondo, quello che porta qui tanti osservatori e tanti americani a considerare sempre peggio come stanno andando le cose, è che sembra proprio ormai estinto, o avviarsi a un’estinzione sempre più accelerata ormai, il sogno americano.

E, allora, se le cose stanno così – e così stanno: ormai lo vedono tutti quelli che hanno due occhi e lo capiscono quanti hanno un cervello e, forse, anche solo un po’ di cuore – a meno di non essere scemi o venduti – vale la pena di ricordare la conclusione di fronte alla quale, una volta, John Maynard Keynes mise tutti: “Io – disse – se le cose cambiano, se cambiano i fatti, cambio opinione. E lei, scusi, signore, che fa?[8] .

● E il sogno americano si... estingue   (vignetta)

Il Bignami del capitalismo americano

Proprio come credeva Henry Ford, che i lavoratori dovessero guadagnare abbastanza            da potersi un giorno o l’altro metere da parte 

da potersi permettere l’auto che mettono assieme... così anche noi, oggi, dell’industria          abbastanza capitale da comprarsi il prodotto 

dei servizi americana – il maggior datore di lavoro del paese! – siamo convinti che i              stesso del loro lavoro, così difficile da mettere   

nostri dipendenti debbano poter guadagnare abbastanza attraverso ilo loro duro lavoro,          insieme giorno dopo giorno: un HAMBURGER! 

il risparmio e la loro determinazione                                                                                                   SÍ,  IL SOGNO AMERICANO CONTINUA!! 

Fonte: Khalil Bendib, 14.10.2013

Le ultime previsioni del FMI, ancora al ribasso da quello del luglio scorso, hanno sforbiciato un altro 0,3% alla crescita dell’economia globale, quest’anno ridotta al 2,9%. Il Fondo ha avvisato la Fed americana a non affrettarsi a ridurre il programma di stimolo monetario, come aveva lasciato intuire di poter fare, perché il conseguente aumento dei tassi sui costi del credito ostacolerebbe la crescita ancora di più.

Previsioni mondiali (aggiornate a luglio 2013 in % sul 2012) sui PIL   (grafico)

Cina - Economie in via di sviluppo - Giappone - USA - Gran Bretagna - Eurozona

Fonte: International Monetary Fund/FMI, World Economis Outlook, 10.2013 ▬ http://www.imf.org/external/datamapper/index.php

Ci saranno quasi inevitabilmente, preconizza il Fondo, ricadute pesanti dal prolungato stallo fiscale in America, dalle forme in un senso e dalle controriforme che vanno nell’altro, contraddittorio, in Giappone, dalla stagnazione, a dir poco, che continua ancora a mangiarsi l’Europa. E dalla fuga di capitali che, nel marasma, ha già cominciato a colpire diversi mercati del mondo in via di sviluppo. In Brasile, la Banca centrale ha dovuto alzare al 9,5% il tasso di sconto per timore di un’inflazione in ascesa. E ci saranno conseguenze per tutti anche da una crescita che, in Cina, rallenta pur continuando a restare la più robusta al mondo (The Economist, 11.10.2013, Brighter later Meglio più in là http://www.economist.com/blogs/ graphicdetail/2013/10/daily-chart-6).

In ogni caso, è sempre il FMI a informarci che, scavalcati dalla Cina già dal 2000 e dal Brasile nel 2010, ormai anche la Russia ha sorpassato l’Italia che così, per il PIL, scivola (anche secondo ONU, Banca Modniale e classifica della CIA) sicuramente almeno al nono se non già al decimo-  undicesimo posto (sono in arrivo rapido Brasile e India, per dire) nel rango della produzione di ricchezza mondiale: cioè non siamo neanche più realmente tra i G-8 e non solo tra i G-7... (la Repubblica, 23.10.2013, F. Fubini, L’Italia non è più negli 8 grandi, superata nel Pil anche dalla Russia http://www.repubblica.it/economia/2013/10/23/news/l_italia_nonpi_tra_gli_8_grandi_superata_nel_pil_ anche_ dal la_russia-69226517).  

La JAL, la compagnia aerea giapponese, ha firmato un contratto d’acquisto per 18 A350-900s e 13 A350-1000  più altre opzioni per 25 ulteriori aeroplani. Si tratta del primo ordine di sempre, dopo 40 anni di presenza sul mercato mondiale anche finalmente sul mercato nipponico, in un ordinativo consistente della linea aerea nazionale, la Japan Air Lines. E è una gran brutta notizia per la Boeing e i suoi modelli più grandi e analoghi agli A350, che continuano a manifestare quando sull’uno, uando sull’altro esemplare praticamente ogni settimana seri problemi tecnici di diverso ordine che alla casa di Seattle chiamano glitches disfunzioni tali però, comunque, da non renderli ancora vendibili (Airbus News & Events, 7.10.2013, Airbus and Japan Airlines sign their first ever order Airbus e JAL firmano il loro primo ordine di sempre http://www.airbus.com/newsevents/news-events-single/detail/airbus-and-japan-airlines-sign-their-first-ever-order).  

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) AFRICA e AMERICA LATINA

La notizia è che, da aprile a oggi, più di 5.000 persone, civili non militari, sono stati ammazzati dalla violenza terrorista in Iraq, 1.000 solo a settembre— secondo l’ultimo rapporto della missione dell’ONU (UNIraq, Missione UNAMI, 1.10.2013, U.N. Releases casualty figures for September— L’ONU pubblica i dati di settembre sulle vittime ▬ http://www.uniraq. org/index.php?option=com_k2&view=item&id=1205:un-relea ses-casualty-figures-for-september&lang=en). La parte più duramente toccata, la capitale, ha visto in quel mese da sola 418 iracheni uccisi, sunniti e shi’iti “livellati” dal loro destino, e 2.133 feriti.

Ma il numero dei morti continua a impennarsi. Alla fine della prima settimana di ottobre, una serie di attentati ha fatto nel paese 240 persone, civili di diverse etnie, soprattutto shi’iti, seguiti da poliziotti in divisa: il sabato, 107 morti e 179 feriti; domenica, 64 altri morti e 192 feriti, molti gravi; e anche il lunedì altri 71 morti e 164 feriti. Solo a Bagdad, si contano 30 dei primi e 106 feriti. La maggior parte, e i più letali sono stati attentati dinamitardi. Poi, le sparatorie al volo da auto in corsa, per esempio davanti a moschee e scuole. Se questo ritmo viene tenuto per tutto ottobre – e la terza settimana comincia alla cadenza di una settantina di morti, sci’iti per lo più,  questo diventa il mese più mortale in Iraq da cinque anni (Agenzia NightWatch KGS, 7.10.2013, Mountain of dead in Iraq Montagne di morti in Iraq http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch _13000212.aspx).

E al conto andrebbero aggiunti pure i 42 impiccati che, brevi manu, accusati dal governo di essere tra gli autori di alcuni attentati dinamitardi, vengono senza appello impiccati insieme in un solo giorno a Bagdad nella prima settimana del mese e che a Ginevra l’ONU, pur con la sua necessaria cautela, si spinge a definire eseguite in base a un sistema giudiziario “pesantemente riprovevole(Reuters, 11.10.2013, U.N. urges Iraq to halt executions seen breaching international law― L’ONU preme sull’Iraq perché metta fine a una serie di esecuzioni considerate in violazione del diritto internzionale http://www.reuters.com/article/2013/ 10/11/us-iraq-executions-un-idUSBRE99A0DV20131011). Ancora, domenica mattina 27 ottobre a Bagdad un’altra quarantina di morti, falcidiati da un’ondata di attentati dinamitardi, e un centinaio di altri feriti, tutti o quasi tutti, sci’iti...

Ma non è solo la ferocia e la determinazione di questi massacri a sembrare oggi alquanto diversa e anche, stanno facendo notare gli analisti più attenti della situazione in Iraq, qualcosa che ormai distingue nettamente dagli equilibri precedenti questa impennata insurrezionale degli ultimi mesi, e non tanto e non solo per il suo carattere sempre più cruento. Il fatto è che adesso la punta di lancia dell’insurrezione nella Repubblica islamica dell’Iraq sono i “combattenti” che si richiamano al gruppo dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria, l’ISIS, che ha coagulato intorno a sé e consolidato sotto l’egida dichiarata e pubblica di al-Qaeda, la matrice settaria, non altro, non tanto al governo iracheno ma al governo iracheno a maggioranza sci’ita e proprio per questo, per questa sua impronta, esecrato e combattuto.

Altra caratteristica, come dire, piuttosto nuova è che ormai i profughi e i rifugiati iracheni non hanno più territori stranieri dove andare a cercare un qualche pur precarissimo asilo: nella guerriglia degli anni 2000 e poi nella guerra contro gli americani in Iraq, sono stati centinaia di migliaia gli iracheni che si sono rifugiati in Siria ma ormai quella è una scelta che la guerra civile in quel paese rende assolutamente insicura e impossibile. La Giordania è già sommersa di rifugiati e sfollati e l’Iran non è un’opzione per i sunniti e, per gli arabi, il Kurdistan iracheno non sembra una scelta possibile, in ogni caso non facile, per chiunque appunto sia arabo.

In definitiva, il fatto davvero nuovo sembra che lo scontro intra-iracheno stavolta non è più contenibile in Iraq, anzi di lì forse è partito e, ormai, a macchia d’olio si è esteso col governo al-Maliki che ha da tempo assunto un ruolo aperto a sostegno, appena defilato ma anche molto reale al regime ba’athista di Assad a Damasco. Ormai, però, l’ISIS con tutti i suoi ribelli associati – e si tratta di un altro fatto nuovo – non riconoscono più alcun confine geo-politico tra Siria ed Iraq e si battono coi metodi e gli strumenti tipici del terrorismo.

L’ISIS è la prima organizzazione politico-militare che, dai tempi di prima della prima guerra mondiale, tratta Iraq e Siria così, come una singola entità geopolitica. Ormai la guerra civile in Siria influisce direttamente e indirettamente sulla situazione di lotta in Iraq. E i rifugiati sunniti iracheni oggi presenti in Siria aggiungono peso proprio a quella destabilizzante influenza. Un altro fattore, anch’esso di stampo nuovo, che ormai emerge è che il governo di Bagdad non dispone già più, sembra proprio, delle forze di sicurezza e delle risorse bastanti a garantire alcuna tranquillità nel paese.

In Siria, secondo la stampa israeliana, che ha solide basi di informazioni in loco, gli Hezbollah libanesi – che naturalmente a Tel Aviv chiamano i “terroristi” Hezbollah libanesi – alleati del presidente Assad e di Teheran, hanno ridotto i propri combattenti, arrivati un mese fa a oltre 10.000 unità preparate e capaci a poche migliaia, come confermano anche fonti diplomatiche di stanza a Damasco. Secondo alcune interpretazioni sono le pressioni stesse del governo di Beirut che stanno convincendo Hezbollah a allentare il suo impegno che, soprattutto intorno a un mese fa, sembra essere stato in diverse occasioni anche decisivo nel respingere i conati offensivi dei ribelli in Siria.

Secondo altre considerazioni, e lo stesso leader del “partito di Dio” Hassan Nasrallah, sono invece ragioni di ordine tattico a spiegarlo, il fatto che i ribelli si sono indeboliti e molto, e dunque che ora si può, senza rischiare troppo, contribuire con un sforzo direttamente meno pesante alla lotta comune contro gli estremisti sunniti di stampo al-Qaedista (The Times of Israel, 4.10.2013, Adiv Sterman, Hezbollah said to be pulling its forces from Syria Si parla di un ritiro di forze Hezbollah dalla Siriahttp://www.timesof israel.com/hezbollah-said-to-be-pulling-its-forces-from-syria).

Rassicurato, in qualche modo, anche dall’almeno temporaneo allentamento della minaccia armata americana – neutralizzata dalla 24a ora dall’evidente resistenza interna all’America a scatenare una nuova guerra in Medioriente senza prove convincenti per la stessa opinione pubblica americana e dall’iniziativa diplomatico-politica russa solo per andar dietro alle fisime e alle voglie del governo israeliano, il presidente siriano Bashar al-Assad ha per la prima volta detto – dichiarato è un po’ troppo formale, ammesso è forse eccessivo – alla Tv turca Halk, che è ancora troppo presto per decidere se ripresentarsi o meno alle elezioni presidenziali del 2014.

E ha anche ammesso (in un’intervista a un settimanale tedesco che anche lui, come ogni uomo, ha commesso “non pochi errori di valutazione” e, quindi, di scelta nella fase di sviluppo, ancora pre-guerra civile, del conflitto interno quando avrebbe sicuramente potuto dialogare di più con l’opposizione politica (Der Spiegel, 8.10.2013, “Wir Machen Alle FehlerFacciamo tutti errori” ▬ https://magazin.spiegel.de/reader/index_SP. html#j=2013&h=41 &a=115560245).

La situazione sul terreno cambia continuamente e Assad dice che solo tra quattro-cinque mesi potrà fare una valutazione dello stato dei fatti, degli equilibri e delle sorti della guerra più obiettivamente attendibile (Arutz Sheva7/Israel News, 4.10.2013, Kochava Rozenbaum, If people object, I won’t run for re-election Se ci sarà l’obiezione del popolo, non mi ripresenterò alle elezionihttp://www.israelNationalnews. com/News/News.aspx/172513).

Altro fattore che, adesso, va valutato con attenzione viene anche da una notizia fornita da un giornalista anomalo e informatissimo, famoso battitore, come si dice, libero della sinistra britannica, che svela sulla base di sue informazioni dirette e verificate con entrambe le parti come, verso fine settembre, siano cominciati approcci prudenti e calibrati ma anche del tutto autorizzati e necessariamente abbastanza confidenziali, però, non casualmente già resi anche pubblici tra rappresentanti dei ribelli che fanno capo al Libero Esercito siriano, composto per lo più – dove non sono stati eliminati ancora sul campo dagli al-Qaedisti e per la parte che non se ne sta in esilio a Londra e Parigi – da disertori dell’esercito regolare e gente che ha abbandonato il regime di Assad, proprio direttamente con esponenti del regime di Assad…

La differenza fondamentale, e profondamente eversiva, tra il LES e i gruppi che si richiamano a al-Qaeda,  come l’ISIS (Islamic State of Iraq and Siria), a Jabhat al-Nusra (il Fronte per la vittoria del popolo della Grande Siria e del Levante), è che mentre i primi volevano e vorrebbero ancora in sostanza liberarsi di Assad e mettere in piedi al suo posto, dicono, un altro governo siriano – a prescindere adesso dalla caratteristiche che poi avrebbe: democratico, dittatoriale o chi sa cosa, quando mai arrivasse al potere – l’ISIS, il Fronte, al-Qaeda vogliono semplicemente e puramente cancellare la Siria come tale e anche come entità geografica, unificandola all’Iraq e agli altri paese della regione (Giordania, Libano, Israele – che così, tra l’altro, è garantito non diventerebbe mai Palestina – e il potenziale Kurdistan) in un unico Emirato islamico del Levante.

E, non a caso, la prima cosa che fanno appena “liberano” un territorio qualsiasi è provvedere a liquidarne gli “infedeli” di ogni tipo, colore e sfumatura che loro non considerano islamicamente ortodossa e instaurare una polizia religiosa e tribunali islamici che vigilano all’imposizione immediata, con la frusta e la spada, della shari’ia nella forma estrema che loro vogliono obbligare tutti, naturalmente per la loro stessa salvezza, a viverne. Forse è anche per questo, per aver cominciato finalmente a riconsiderare l’apocalisse che hanno scatenato sollevando incautamente il vaso di Pandora siriano, che adesso la delegazione del LES sembra pensare a riprendere un cauto contatto col regime del rais.  

La delegazione che proveniva dalle vicinanze di Aleppo portava una proposta nuova davvero: l’interesse a intavolare trattative finalmente dirette tra siriani delle due parti escludendone i fondamentalisti che, del resto, rifiutano proprio di parteciparvi. A questo stadio, non c’è neanche stata alcuna richiesta preliminare di esclusione dai colloqui di Assad (The Independent/Londra, 30.9.2013, R. Fisk, A Syrian solution to civil conflict? The Free Syrian Army is holding talks with Assad's senior staff Una soluzione siriana alla guerra civile? Il Libero esercito siriano ha in corso colloqui con alti componenti dello staff di Assad ▬ http://www.independent.co.uk/voices/comment/a-syrian-solution-to-civil-conflict-the-free-syrian-army-is-holding-talks-with-assads-senior-staff-8847615.html). E se le cose riescono a procedere su questa strada – ma non è granché probabile, certo – potrebbe anche davvero, e nell’unico modo che può portare davvero alla pace, cambiare tutto.

Gli ispettori dell’OPCW, l’Organismo per la Prevenzione delle Armi Chimiche dell’ONU incaricato di disarmare quelle presenti in Siria e da quel governo elencate dopo aver aderito al Trattato contro le armi chimiche il mese scorso, al 17 ottobre avevano già provveduto a “sterilizzare”, la metà e il 26 del mese 21 dei 23 siti dichiarati dal governo siriano dove era stato anche distrutto – ha certificato – l’equipaggiamento utilizzato proprio per fabbricare e assemblare ordigni chimici. L’OPCW sta insistendo per avere accesso agli altri 2 territori controllati dalle formazioni ribelli, o comunque contesi, ma trovando, al contrario della disponibilità offerta dal governo di Assad, un totale fin de non-recevoir: e ne ha informato l’ONU (Fox News, 29.10.2013, Syria weapons inspectors miss deadline for visiting all declared sites― Gli ispettori sulle armi chimiche in Siria bucano la scadenza per le ispezioni http://www.foxnews.com/world/2013/10/29/syria-weapons-inspectors-miss-deadline-for-visiting-declared-weapons-sites).   

Entro il 1° novembre, secondo programma, si è concluso, attesta l’ente preposto dall’ONU a certificarlo, il piano di liquidazione delle armi chimiche presenti in Siria, malgrado condizioni di sicurezza non sempre proprio garantite ( New York Times, 31.10.2013, A. Cowell, Chemical Arms Inspectors Say Syria Has Destroyed All Declared Sites Gli ispettori preposti al controllo delle armi chimiche dichiarano che la Siria le ha distrutte in tutti i siti noti e dichiarati http://www.nytimes.com/2013/11/01/world/middleeast/syria.html?_r=0 ).

E, in effetti, per la cronaca, già il 26 ottobre l’OPCW aveva annunciato la consegnato da parte siriana di una dichiarazione formale sulle armi nucleari in suo possesso e anche proposto un piano per la loro rimozione tre giorni in anticipo sulla scadenza prevista per domenica 27 ottobre. Entro il 15 novembre ora tocca allo stesso OPCW dare la sua valutazione “professionale” al CdS che, il giorno prima della scadenza di inizio novembre, per ora anticipa formalmente.

Segnalando anche, “obiettivamente”, di non aver invece avuto risposta alcuna dai ribelli sulla disponibilità a far visitare “in sicurezza” ai propri ispettori le aree da essi occupate (USA Today, 27.10.2013, J. Michaels, Syria meets deadline for chemical weapons plan La Siria rispetta la scadenza e presenta il piano per le armi chimiche http://www.usatoday.com/story/news/world/2013/10/27/assad-syria-chemical-weapons/ 3280353).

 ●A metà ottobre da parte del governo siriano – del vice premier Qadri Jamil, uno dei due ministri dell’opposizione legale inseriti nel governo baath’ista di Assad: in genere, uno che conta poco politicamente ma la cui uscita viene valorizzata stavolta da tutta la stampa siriana – vengono segnali che la conferenza convocata su spinta USA e Russia dall’ONU cui sono invitati a Ginevra tutti i siriani, opposizione e governo, potrebbe riprendere il 23 o 24 novembre: appunto, Ginevra II. La prima, a metà dell’anno scorso saltò per il rifiuto dei ribelli, divisi tra loro, a confrontarsi col governo subordinando l’incontro alla resa anticipata di Bashr al-Assad.

Ora, col rafforzamento del regime, evidente e riconosciuto da tutti, da amici e nemici, sul piano militare come su quello politico, le frazioni ribelli che si vanno scannando tra loro oltre che col nemico comune, sono ancora più riluttanti. E lo dicono… Sarà durissima, senza obbligarli, e potrebbero farlo solo i loro elemosinieri. Che però continuano, pervicacemente e non certo per ragioni umanitarie, visto chi sono, ma la brama jihadista con cui anelano a punire e amputar via tagliar via l’eresia sci’ita a volere la fine di Assad, non quella della guerra (New York Times, 17.10.2013, A. Cowell, Syrian Official Says Peace Talks Could Resume Nov. 23▬ Esponente del governo siriano dice che i colloqui di pace possono riprendere il 23 novembre http://www.nytimes.com/2013/10/18/world/middleeast/syria.html?ref=%20 international-home&_r=1&&gwh=68AAD283D67828DBE4F87A7C35F412EE) e se la prendono sempre più acidamente con le “esitazioni” di Obama.

Forse, però, qualcosa si muove. Il 9 novembre si riunirà, dicono, per decidere definitivamente se partecipare o no a Ginevra II, la Coalizione nazionale siriana, la congrega nominale da sempre fieramente divisa con gli altri ribelli e anche da sempre spaccata al suo interno (si è data tre presidenti in meno di tre anni) composta da presunti capi ribelli “moderati”, filo-occidentali e, insieme,  filo-sauditi (che, però, ormai è una conclamata contraddizione in termini!) che vivono e operano tutti all’estero, a Istanbul, a Londra, a Parigi e che, quindi, alle pressioni estere dei loro sponsors devono prestare attenzione.

Questo dice adesso, il 24 ottobre, un esponente della Coalizione che, però, il 13 ottobre aveva  annunciato di rifiutare la propria partecipazione (Now News ME, 24.10.2013, Syria opposition to decide
November 9 on Geneva talks―
L’opposizione siriana [quella ‘buona’ ma largamente assente sul campo,  succuba e alleata di quella ‘cattiva’, fondamentalista, fanatica e feroce in modo blasfemo, naturalmente “iin nome di Allah”] deciderà il 9 novembre se partecipare ai colloqui di Ginevra https://now.mmedia.me/lb/en/nowsyrialatestnews/517206-syria-opposition-to-decide-november-9-on-geneva-talks).

Che, certo, a due anni da quando dichiarò pubblicamente, e incautamente – consigliato dai suoi  alleati israeliani e islamici della regione e dai “consigliori” più falcheggianti tra i suoi e più riottosi a fare i conti con possibilità, capacità, costi e  benefici, lasciandosi andare alla fine poi ai suoi personali istinti (forti) più bellicosi e aggressivi e che resistono anch’essi a piegarsi ai limiti, che ci sono, del suo potere – che “Assad se ne doveva andare(New York Times, 18.8.2011, S. L. Meyers, US Says Syria Leader Must Step Down Gli USA dichiarano che il leader siriano se ne deve andare http://www.nytimes. com/2011/08/19/world/middleeast/19diplo.html?pagewanted=all&gwh=D1DD4DA5622572368B6805BAA0566900) è oggi arrivato a scommettere sul piano dei russi che si affida alla cooperazione assicurata da... Assad.

Intanto, però, viene estromesso dal governo siriano proprio il vice primo ministro Qadri Jamil, formalmente indipendente e mai aderente al partito Ba’ath (tra l’altro, è di etnia curda) e che aveva dato per primo la data della ripresa di Ginevra II per il 23 novembre, azzeccandola, è stato rimosso dal suo ufficio per “assenza prolungata e non autorizzata” e per aver incontratosenza permesso” a Ginevra, il 26 ottobre, l’ambasciatore americano Robert Ford, il negoziatore USA per la Siria. Il presidente Assad non gli rimprovera tanto di averlo incontrato e sondato e neanche di averci negoziato ma di non avergli  “chiesto l’autorizzazione” di farlo.

Di per sé, certo, sarebbe successo lo stesso se un vice o un ministro americano, e tanto più anche italiano, avesse fatto lo stesso anche in America. Ma il fatto serio, qui, è che quando aveva iniziato a negoziare e fino all’incontro con Ford, Qadri Jamil era proprio con l’autorizzazione di Assad che aveva negoziato (Albawaba News, 29.10.2013, Syria’s deputy PM fired for foreign meetings Il vice primo ministro siriano licenziato per incontri con esponenti stranieri http://www.albawaba.com/news/syria-jamil--529940).

In Egitto, dopo settimane di quiete forzata con una capillare e feroce repressione di ogni dissenso in regime militare e dopo gli  arresti preventivi operati dalle forze di polizia e dall’esercito nei confronti di tutti gli esponenti di qualche livello, anche solo intermedio, dei Fratelli mussulmani, nuove dimostrazioni e nuovi massacri (in due giorni, a inizio ottobre, almeno una cinquantina di morti tra i dimostranti). E, a questo punto, anche attacchi a postazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza acquartierate nel Sinai (NewYork Times, 8.10.2013, D. D. Kirkpatrick e R. Gladstone, Egypt Hit by Three Brazen Attacks in New Mayhem― L’Egitto colpito da tra audaci attachi in un nuovo scoppio di caos ▬ http://www.nyt imes.com/2013/10/08/world/middleeast/egypt-violence.html?_r=0).

E adesso, quasi così all’improvviso, qualcosa si va muovendo anche in America. A inizio ottobre, (alla CNN Tv e su, 9.10.2013, P. Zengerle e Arshad Mohammed, Google News: US seen withholding most military aid from Egypt: source Gli USA stanno per sospendere la maggior parte del loro aiuto militare all’Egitto http://www.zawya.com/story/UPDATE_1US_withholds_military_economic_aid_for_Egypt-TR20131009nL1N0H Z22C2), un alto, non espressamente identificato, esponente della Casa Bianca rende noto, in diretta, che gli Stati Uniti adesso (sic!), “alla luce del colpo di Stato di luglio”, stanno per tagliare le forniture di armamenti all’esercito egiziano. In agosto, e nella speranza forse così di “moderare” il gen. al-Sisi (ma senza capire che se rallentasse la repressione e perdesse, con le migliaia di morti che ha sul groppone, si giocherebbe sicuramente la testa) avevano già sospeso – di fatto solo un po’ ritardato – la consegna di alcuni tipi di equipaggiamento ai militari egiziani.

Pugno di ferro in guanto di…  ferro   (vignetta)

Il popolo, l’esercito uniti in…  WHAM! una mano sola 

Fonte: Khalil Bendib, 7.10.2013

Ora, l’accumulo di morti ammazzati che non accenna a rallentare – e il fatto che nel Sinai, ad esempio, alcuni ribelli sono riusciti a impadronirsi di alcuni cannoni – sta portando oggi a una sospensione totale (bè, insomma, non proprio completa…). 

Specifica il NYT, infatti (New York Times, 8.10.2013, M. Landler e M. R. Gordon, che alla fine Obama Expected to Reduce Military Aid to Egypt― Obamafinirà per ridurre gli aiuti militari all’Egitto ▬ http://www.nytimes.com/2013/ 10/09/world/middleeast/obama-expected-to-reduce-military-aid-to-egypt.html?_r=0).

Sospenderà (cioè, rinvierà in realtà) la consegna di carri armati, elicotteri e reattori – i giocattoli tecnologici cari al cuore delle FF.AA. egiziane – ma non materiali, tecnologie e aiuti cash per le “operazioni di controterrorismo”, cioè la stessa repressione dei militanti del governo di Morsi, specie nel Sinai o ai confini con Gaza. E ciò su richiesta specifica di Israele (che si era opposta anche alla sola riduzione delle forniture, perché comunque alla garanzia di una dittatura militare al Cairo ci tiene) e alle pressioni del Congresso americano…

Che, certo, si è indignato – ma solo iuxta modum, cioè un po’, mica tanto – per la repressione militare di un governo comunque democraticamente eletto. Che Obama ha razionalizzato, al massimo dell’ipocrisia, però “non ha governato bene”… E molto probabilmente è anche vero… Ma, allora, quanti sono i governi, compreso il suo ovviamente, che nel mondo meriterebbero di essere fatti fuori da un golpe militare, visto che bene, per tutti talvolta, per una maggioranza più spesso, per qualcuno  sempre, non hanno certo governato?

Intanto, arriva un segnale volutamente esemplare dal nuovo regime. Riabilitano rapidamente, in silenzio e senza darne notizia ma di fatto  il generale Mohammed Farid el-Tohamy, vecchio arnese dell’era Mubarak che le stesse Forze armate avevano provveduto ad epurare dopo la rimozione del rais e per propria autonoma decisione – dissero – in quanto persecutore su suo comando e “senza giustificazioni legali” dei Fratelli mussulmani e per “corruzione” eclatante (New York Times, D.D. Kirkpatrick, Ousted General in Egypt Is Back, as Islamists’ Foe In Egitto, un ex generale rimosso è di nuovo in carica come nemico proclamato degli islamici http://www.nytimes.com/2013/10/30/world/middleeast/ousted-general-in-egypt-is-back-as-islamists-foe.html?_r=0).

Il nuovo uomo forte e dittatore militare e ex protetto proprio di el-Tomahy, il gen. Abd al-Fattah Khalil al-Sisy, che ha deposto Morsi col golpe militare, lo ha ora designato a capo dell’intelligence militare, “uno dei posti di maggior potere in Egitto”. Si chiede ora pubblicamente uno dei rari pubblici avvocati che, rischiando, ancora agiscono a viso aperto in Egitto, Hossam Bahgat, “che fine abbia fatto negli archivi del ministero della Difesa il dossier sulla base del quale – testimonianze e documenti – Tomahy era stato rimosso già il giorno dopo il golpe e su che basi giuridiche era stato subito, allora, reintegrato”. E pare essere stato proprio lui ad organizzare, condurre e completare praticamente fino all’ultimo nome, la retata che nei mesi ha portato, extra legem, all’arresto e alla galera senza giudizio alcuno dell’apparato dirigente anche periferico della Fratellanza mussulmana.

Tutto il personale dell’ambasciata russa a Tripoli, in Libia, è stato evacuato in Tunisia dopo che la sede diplomatica è stata attaccata da dozzine di dimostranti che hanno tentato di incendiarla – e che, nello scontro con la polizia presente hanno registrato due morti – sembra per protesta contro la posizione assunta da Mosca nel conflitto di­ Siria . 

Il ministero degli Esteri russo è stato pubblicamente anche chiarissimo: le autorità formalmente in carica a Tripoli – e personalmente, ha detto, il ministro degli Esteri libico, Mohamed Abdel Aziz –ci hanno comunicato che non sono in grado di garantire la sicurezza del nostro staff diplomatico. Che, dunque, in un giorno o due, adesso tornerà a Mosca mentre la sede verrà chiusa finché la situazione non si chiarisca per bene (Al Arabiya, 3.10.2013, Russian embassy in Libya evacuated following attack Evacuata la sede diplomatica, dopo l’attacco all’ambasciata russa in Libiahttp://english.alarabiya.net/en/News/ middle-east/2013/10/03/Russian-embassy-in-Libya-evacuated-following-attack.html).

●La crisi libica si va incancrenendo ogni giorno di più e peggio. Adesso, si va approfondendo – anzi va come sprofondando proprio sottoterra – anche quella già in atto, specifica e che sarebbe essenziale per il paese avviare a soluzione, il blocco della produzione e del flusso del greggio in e dalla Libia. Ora la situazione è davvero esplosiva, dopo che tecnici, operai e rappresentanti di etnie e clans che bloccavano da giorni i campi petroliferi della Tripolitania hanno rifiutato, il 28 ottobre, di incontrare il ministro del Petrolio, Abdelbari Arusi che, dopo aver giurato che non l’avrebbe mai fatto, era andato a discutere di aumenti di paga e migliori condizioni di lavoro nel campo petrolifero di Sharara.

Il governo centrale, che non ha la forza per imporsi e vuole disperatamente prevenire un conflitto armato che con ogni probabilità perderebbe con ribelli e tribù, Tripoli è stata obbligata a lasciar intuire e adesso dovrà anche, di fatto, adottare una politica arrendevole in quello che è ormai il conflitto padre di ogni conflitto del lavoro (Libya Herald, 29.10.2013, Houda Mzioudet,Sharara oilfield still closed in spite of ministerial visit Il giacimento petrolifero di Sharara resta chiuso anche dopo la visita del ministro http://www.libyaherald.com/2013/10/29/sharara-oilfield-still-closed-despite-ministerial-visit/#axzz2jCzCuXBy ).

●Sono almeno 15 i soldati libici che restano uccisi il 5 ottobre, e almeno 5 i feriti, nell’attacco a un posto di blocco nei pressi di Bani Walid, l’unica città del paese (quasi 100 mila abitanti) con gente di una sola tribù, quella dei Warfalla, rimasta fino all’ultimo una roccaforte delle forze fedeli al colonnello Gheddafi. Ora, nessuno ha ancora rivendicato l’assalto e non è affatto un caso isolato dove autorità locali e regionali, e ancor più quelle nazionali quanto mai fatiscenti, riescono a controllare milizie e gruppi tribali (FARS/Teheran, 5.10.2013, 15 Soldiers Killed in Attack on Libya Checkpoint In Libia 15 soldati uccisi nell’attacco a un posto di blocco http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn= 13920713001083).

Protesta, intanto, il governo di Tripoli contro gli USA per il raid, partito da Sigonella, che ha sguinzagliato le sue Forze speciali sul territorio libico ove, col solito colpo di mano, è stato preso e portato via – renditioned, come dicono, cioè letteralmente rapito e portato drogato e incosciente, sempre letteralmente, in catene su una nave americana nel Mediterraneo. Con gli USA, la protesta è stata avanzata a muso duro e con noi anche di più: perché, al solito, abbiamo subito passivamente la decisione americana anche se ormai in Libia noi abbiamo poco da perdere visto che ormai di lì pure il petrolio verso l’Italia per ragioni tecniche soprattutto viene esportato molto di meno…

Hanno in questo modo catturato un libico accusato dalla CIA e da ben dieci anni di essere uno dei capi local-regionali di al-Qaeda, Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, più conosciuto col soprannome di Anas al-Libi, che di fatto con le Forze speciali americane e l’attuale “governo” s’era alleato nella lotta contro Gheddafi.

E è proprio questo fatiscente governo centrale di oggi a chiedere di sapere perché non gli è stata neanche chiesta l’autorizzazione a farlo: domanda insieme, ingenua e cretina, visto che l’unica risposta veritiera potrebbe essere perché noi, americani, sapevamo bene che ce l’avreste negata e alla fine della fiera, noi americani vogliamo e dunque possiamo farlo… (Stratfor, 6.10.2013, Libya: Government Condemns U.S. Capture Of Al Qaeda Leader Libia: il governo condanna la cattura di un capo di al-Qaeda http://www.stratfor.com/situation-report/libya-government-condemns-us-capture-al-qaeda-leader). E perciò lo facciamo.

E, poi, in effetti, l’unica risposta che, dopo due giorni di forti insistenze, ottengono dagli americani è che l’assenso loro c’era stato: “implicito”, però… e senza poterlo naturalmente attribuire a nessuno nella catena gerarchica ufficiale (Now Lebanon, 9.10.2013, U.S. Officials Say Libya Approved Commando Raids: Tacitly Autorità americane dicono che la Libia aveva dato il suo assenso al raid dei commando: tacitamente ▬  https://now.mmedia.me/lb/en/hottopics/us-officials-say-libya-approved-commando-raids).

Intanto, qualche dozzina di soldati libici “regolari” hanno occupato l’ufficio stesso del primo ministro Ali Zeidan, al momento vuoto perché lui era in visita di Stato in Marocco, per reclamare diversi mesi di paga arretrata… (AlAkhbar, 7.10.2013, Libyan soldiers occupy PM's office over unpaid wages Soldati libici occupano l’ufficio del primo ministro per le paghe non ricevute http://english.al-akhbar.com/content/libyan-soldiers-occupy-pms-office-over-unpaid-wages?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed %3A+AlAkhbar English+(Al+Akhbar+English).

E, dopo poco, per qualche ora, il premier viene prelevato a forza e sequestrato nell’appartamento che occupa a Tripoli nel Corinthia, grande albergo di lusso, da un gruppo di militanti vicini ad al-Libi – della cui cattura “pianificata”, ha detto, al solito senza pensare troppo alle conseguenze, il segretario di Stato americano Kerry il governo libico era ben stato informato – che lo accusano apertamente di connivenza con gli americani. Il sequestro dura poche ore ma è un cataclismico campanello d’allarme: anche perché nessuno lo ha liberato ma solo la buona volontà dei sequestratori… (Corriere della Sera, 10.10.2013, Libia: sequestro lampo del premier Ali Zaidanhttp://www. corriere.it/esteri/13_ottobre_10/premier-libico-ali-zeitan-rapito-uomini-armati-1975232a-3163-11e3-ab72-585440 a4731e.shtml).

A Illizi, nell’est dell’Algeria, a diverse centinaia di km. a sud-ovest di Tripoli e sulla strada più utilizzata per il contrabbando di armi ai ribelli jihadisti del Mali, il 24 ottobre l’esercito algerino ha scoperto, vicino ai confini con la Libia, un deposito di armi che comprendeva 100 missili terra-aria e 500 missili anti-aerei a spalla del tipo Stinger a ricerca di calore, oltre a migliaia di lanciarazzi, di mine, di granate e di armi automatiche pesanti e leggere.

A conferma, sottolineano gli algerini, che la Libia si è ormai trasformata in un vero e proprio arsenale a servizio, soprattutto, del terrorismo in Mali. Si tratta di armi sottratte, nel caos che ha inviluppato il paese da prima della morte di Gheddafi, con la campagna di bombardamenti e disordine seminata dalla NATO, ai magazzini dell’esercito libico che adesso, a pagamento o anche, talvolta, per amore di Allah, vano a rifornire la guerra civile nel Mali.

500 missili a spalla di tipo Stinger costituirebbero una deterrenza sufficiente a neutralizzare la superiorità aerea della Francia e, quindi, a obbligare una permanenza di truppe della fanteria e della Legione straniera francesi ben al di là del voluto, del previsto e del troppo ottimisticamente preannunciato tempo del ritiro dal traballante territorio maliano di almeno 2.500 dei quasi 4.000 soldati della spedizione francese (Yahoo News, 24.10.2013, Lamine Chicki, Algerian troops find huge arms cache on Libya border Truppe algerine trovano un vasto deposito di armi al confine con la Libia ▬ http://news.  yahoo.com/algerian-troops-huge-arms-cache-libya-border-194741479.html).       

Il 5 ottobre, in Tunisia, praticamente tutti i partiti politici in aspro conflitto tra loro hanno sottoscritto l’intesa per dar inizio a trovare gli accordi in grado di portare “al rimpiazzo dell’attuale governo con un altro di stampo tecnocratico che poi presieda alla celebrazione di nuove elezioni”. Alla firma dell’accordo, il presidente Moncef Marzouki ha espresso il suo “ottimismo per il futuro del paese e la certezza che il dialogo – autorevolmente mediato dal sindacato storico, l’UGTT – porterà ad elezioni libere e trasparenti”.

Marzouki è, oltre che presidente anche il leader proprio di Ennhada, il partito islamico “moderato” che ha vinto le elezioni ma, poi, ha avuto serie difficoltà a gestire e risolvere la crisi scoppiata con l’assassinio politico di due esponenti importanti dell’opposizione di sinistra e quella più vasta economico-sociale che man mano è andata paralizzando il paese tra disordini civili, politiche estremiste e dimostrazioni sempre potenzialmente violente e da cui, ora, col dialogo di tutti si cerca, pare seriamente, prima che anche qui si giunga magari all’irreparabile (AllAfrica, 5.10.2013, Tunisia's Ennahda Agrees to Make Way for Transitional Government― In Tunisia, Ennhada concorda di lasciare il posto a un governo transitorio http://allafrica.com/stories/201310072037.html).

Nel breve termine, mentre in Tunisia proseguono i contatti e la ricerca di accordi politici per la formazione del nuovo governo “tecnocratico” del paese dopo i preliminari di accordo raggiunto tra opposizione “laica” e islamisti “moderati” di Ennhada, le forze jihadiste cercano di approfittare dello stallo e di reclutare tra i tanti giustamente scontenti nuovi militanti.

Così, il 19 di ottobre nel corso di una operazione militare nella zona del monte Taouyer, nella regione di Béja, a una settantina di km. a ovest di Tunisi, sono stati  eliminati – comunica il ministero della Difesa – nove sospetti terroristi e sequestrate due tonnellate di alto esplosivo. Da dicembre, nel paese sono stati 15 soldati e poliziotti a morire in agguati e scontri (Al Arabiya, 19.10.2013, Agence France-Presse/AF-P, Tunisia says nine ‘terrorists’ killed, bombs seized La Tunisia parla di nove ‘terroristi’ uccisi e di bombe trovate ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/ middle-east/2013/10/19/Tunisia-says-nine-terrorists-killed-bombs-seized-.html).

Un bombarolo suicida ha detonato l’esplosivo che indossava, il 30 ottobre, nei pressi del Riadh Palms Hotel, una residenza di lusso per turisti a Sousse, a 140 km. a sud di Tunisi, zona di alta frequentazione del turismo ricco europeo (ancora ce n’è). Ma è solo riuscito a ammazzare se stesso. Un secondo attentatore suicida è stato arrestato e disarmato a pochi km. da Sousse, a Monastir, proprio davanti alla tomba del presidente Bourguiba, l’ex fondatore e liberatore del paese. E’ andata bene, ma è anche un gran brutto segnale sotto un governo che è, poi anche formalmente, a larga maggioranza islamica (Corriere della sera, 30.10.2013, Tunisia, Kamikaze si fa esplodere nella località turistica di Sousse: nessuna vittima ▬ http://www.corriere.it/esteri/13_ottobre_30/tunisia-kamikaze-si-fa-esplodere-localita-turistica-sousse-nessuna-vittima-2331d9ec-414b-11e3-b893-6da25b6fc0fa.shtml).

in AFRICA

Un altro raid – condotto dai Navy Seals― le foche marine americane in contemporanea con quello in Libia che ha portato alla rendition di al-Libi scatenando reazioni arrivate fino al sequestro del ... primo ministro – con mezzi anfibi subito prima dell’alba in Somalia, a Barawe, contro un campo di al-Shabaab, è stato un fallimento totale. Così lo descrive, senza tanti arzigogoli o l’appiccicamento di tante foglie di fico, una volta tanto, un portavoce statunitense riconoscendo che “neanche un’ora dopo aver dato inizio all’assalto sono stai costretti a ritirarsi”.

Hanno, infatti, subito perso il vantaggio del fattore sorpresa cui sono tecnologicamente di regola abituati – come due anni fa quando, a Abbottabad, in Pakistan, con un’operazione del genere – ma quella condotta dal cielo – sorpresero e “presero” bin Laden e si sono trovati “scoperti” dai pescatori somali prima ancora di sbarcare finendo prestamente col ritirarsi di fronte alla reazione “imprevista e armata” – testualmente – cioè poco sportiva – quelli al fuoco hanno risposto!! – degli shabaab (Guardian, 9.10.2013, Abdalle Ahmed, How the US raid on al-Shabaab in Somalia went wrong Come è finito in coda di pesce il raid americano contro al-Shabaab http://www.theguardian.com/ world/2013/oct/09/us-raid-al-shabaab-somalia-navy-seals).

Sempre in Somalia, nella città di Baladweyne, al centro del paese, un dinamitardo suicida che si rifaceva apertamente a al-Shabaab, il gruppo islamista estremista che, dopo essere stato spinto fuori dal potere centrale dall’intervento armato straniero, si segnala da mesi con gli attentati – anche quello eseguito in Kenia nel grande supermercato di lusso di Nairobi per “punire” i kenioti –, ha ammazzato 13 tra civili e soldati etiopi e somali. E’ cambiata ormai la tattica di al-Shabaab  che è passato alla guerriglia e all’insorgenza dopo aver tentato di resistere sul campo a forze regolari superiori per oltre un anno (New Straits Times/Singapore, 20.10.2015, Somalia suicide blast kills 15 Bomba suicida ne uccide 15 in Somalia http://www.nst.com.my/world/somalia-suicide-blast-kills-15-1.380555).      

Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, nel primo intervento pubblico svolto dopo la stretta dell’austerità con cui, “per prevenire il collasso dell’economia dopo l’impennata dell’inflazione e l’instabilità del cambio”, ha non poco tagliato sussidi ai consumi di benzina, gasolio e gas da cucina e dopo lo scoppio di violente proteste di piazza ha accusato dei disordini, di fronte a una parata dei cadetti dell’esercito, una banda di “sabotatori sudanesi e cospiratori stranieri”. I dati sul numero dei morti sono controversi e vanno da un minimo di 34 cittadini (dice il governo) a un massimo (dicono alcuni social media) di 170 e a 210, secondo il sindacato dei medici sudanesi…

Il 30 settembre, i capi dell’opposizione più radicale del Partito Nazionale dell’Umma— la comunità, la nazione islamica, e del Congresso popolare nazionale, rispettivamente al-Sadiq al-Madhi e Hassan al-Turabi hanno chiesto ai loro seguaci di unirsi alla protesta. In questo paese, e in modo un po’ indefinito, anche i partiti dell’opposizione radicale islamica sono del resto cooptati nel sistema Bashir e avrebbero molto da perdere in un’esplosione rivoluzionaria.

E’ per questo che stavolta, al contrario di quanto ha sempre fatto finora, si deve preoccupare quando, il 31 settembre, riceve una lettera di protesta che gli chiede, con toni quasi ultimativi, la punizione “esemplare” di chi ha ordinato alle truppe di far fuoco firmata da decine di esponenti della sua coalizione che include il National People’s Party del presidente, gli islamisti, i militari e le forze di sicurezza che non vogliono vedersi bollati della responsabilità della repressione e anche importanti  leaders tribali.

Fra le altre richieste nella lettera c’è anche quella di cancellare la cancellazione dei sussidi ai combustibili di consumo più popolare. E’ difficile dar loro retta, però, con un bilancio che dopo la secessione del Sud, ha perso gran parte delle entrate petrolifere del paese e uno scarso credito finanziario internazionale a disposizione. Per fortuna di Bashir, non c’è alcuna visione comune né sembrano esserci alternative credibili e possibili tra le sparpagliate componenti della coalizione che comunque a lui si rifa – per dire, tra gli studenti rampolli delle classi dirigenti che twitteranno e gli islamisti che vogliono la shar’ia fino in fondo – come, d’altra parte, tra gli oppositori dichiarati e sempre molto esitanti (The Economist, 4.10.2013, Riots in Sudan – Bashing Bashir Rivolte in Sudan – Bashir bastonato http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21587220-sudans-president-faces-his-worst-protests-so-far-bashing-bashir).

Stavolta, però, quando alla fine il presidente parla, sono già stati arrestati oltre 700 insorti  e pare proprio che la rivolta vada acquisendo un carattere genuinamente spontaneo e popolare: come all’inizio delle rivoluzioni arabe del Mediterraneo, qualcosa di misto e confuso ma verace, prima di trasformarsi in qualcosa di diverso e anche, non di rado, scippato agli iniziatori (New York Times, 1.10.2013, Is’mail Kushkush, Unrest in Sudan leads to arrest of 700 I disordini in Sudan portano a 700 arresti http://www.nytimes.com/2013/10/01/world/ africa/unrest-in-central-sudan-leads-to-arrests-of-700.html?_r=0)E, certo, adesso potrebbe finire in modo analogo – Bashir è lui stesso, in fondo, un vecchio colonnello golpista – o anche peggio…

Però, le misure scatenate di dura repressione, cui si accompagnano sapientemente anche cospicui versamenti cash ai gruppi più nell’immediato colpiti dalle misure del governo, in specie agli studenti, sembrano tutto sommato concludere, almeno subito, le sommosse dopo poche settimane. Dopo i primi dieci giorni di ottobre, si poteva già concludere che avevano “vinto” coloro che controllavano il maggior numero di armi in campo e regolavano nel paese, consentendone l’utilizzo o vietandolo, la rete della telefonia cellulare e il funzionamento dei social media.

in AMERICA LATINA

Cristina Fernández, la presidente dell’Argentina, ha subìto un intervento chirurgico d’urgenza per l’ablazione di un ematoma subdurale che le premeva il cervello in un incidente tenuto segreto di qualche settimana fa. E’ l’ultimo di una serie di problemi di salute per Fernández che, in sua assenza e fino alle elezioni congressuali di medio termine del 27 del mese (rieleggono metà della Camera e un 1/3 del Senato), viene sostituita alla Casa Rosada  dal vice-presidente Amado Boudou.

In Argentina i sei anni di presidenza di Cristina – per nome la chiamano qui, tutti: e, al contrario di quanto capita in tanti altri paesi, qui spesso un leader malato fa elettoralmente simpatia – sono stati marcati da una serie di politiche audaci e popolar-populiste ma anche di rischi. E da una forte polarizzazione, più sociale che politica, tra destra e sinistra deliberatamente voluta dal suo stile di governo.

Se adesso, come appariva finora abbastanza probabile, più che la sua malattia la forse eccessiva centralizzazione del governo intorno alla sua persona frenerà il voto per il Fronte della Vittoria, il suo partito, Cristina potrebbe avere problemi in aumento nei due anni che restano del mandato presidenziale (The Economist, 11.10.2013, No simpathy vote Non sarà  un voto di simpatia [forse, stavolta] ▬ http://www.economist.com/news/americas/21587786-suddenly-argentines-have-reason-be-concerned-about-their-presidents-futureand-their).

●Secondo i risultati immediati subito conteggiati, il Fronte per la Vittoria e la coalizione filo Cristina ha riportato la vittoria, ma con una maggioranza semplice, stavolta il 33% dei voti oltre una ventina di meno della maggioranza che aveva avuto alle elezioni precedenti, quando venne rieletta nel 2011 (La Nación, 28.10.2013, parla de “El palco de la derrota kirchnerista”― Il palco della disfatta kirchnerista; El Clarín, sempre 28.10.2013, “Hay un fin de ciclo del kirchenerismo”― E’ il fine di un ciclo del kirchenerismo... Insomma, è una specie di peana quasi unanime, questo dei media argentini, contro Cristina Fernandez Kirchner... Che, certo, è ancora un po’ prematuro – il 33% è un bottino comunque importante... ma di sicuro non sufficiente a cambiare la Costituzione per consentirle un altro mandato. E in ogni caso il vero pericolo se, adesso, in convalescenza, appena accennasse a mollare, corre il rischio vero di uno sfaldamento del FdV).

Ha rivinto nei fatti, sia alla Camera che al Senato ma ha perso in diversi ballottaggi regionali, compresa la città e la provincia di Buenos Aires a Mendoza, a Santa Ffe e a Cordoba (New York Times, 28.10.2013, Reuters, Fernandez’s Government Downplays Electoral Setback in Argentina Il governo di Fernandez minimizza il contrattempo elettorale in Argentina http://www.nytimes.com/reuters/2013/10/28/world/americas/28reuters -argentina-election.html?partner=rss&emc=rss&_r=0).

Il Brasile ha chiesto ufficialmente “spiegazioni” al Canada sulle informazioni ricevute dallo “spifferatore” della NSA Edward Snowden, ora rifugiato in Russia, relativamente ad operazioni di spionaggio elettronico e intercettazioni telefoniche condotte dai suoi servizi segreti contro siti di posta elettronica e utenze di vario tipo di alti esponenti del ministero del Petrolio e dell’Energia e contro il ministero degli Esteri a Brasilia.

Al contrario di quanto fanno gli USA che, anche colti con le mani nella marmellata fino al gomito, rifiutano di chiedere mai scusa e, soprattutto, mai promettono di non farlo più, il governo del Canada sembra disposto a scusarsi ufficialmente e – unica scusa accettabile – a impegnarsi a non farlo più… salvo curare poi soprattutto, se lo fa, a non essere scoperto e a prefabbricarsi comunque qualche capro espiatorio… (The Economist, 11.10.2013).

Intanto – anche se non c’è ovviamente riscontro alcuno di motivazione annunciata, i media brasiliani legano al rifiuto di Washington di fornire spiegazioni sul passato e garanzie sul futuro non ingerimento nei suoi affari, politici e industriali – arriva improvvisa la cancellazione, magari decisa anzitutto per ragioni serie di priorità di bilancio altrimenti riallocate, della fornitura di 36 caccia F-18 Super Hornet dalla Boeing, con una spesa di 5 miliardi di $: che, se adesso mai torneranno sul mercato delle armi, potrebbe venire investita sugli analoghi caccia Rafale della Dassault francese o sugli aerei GripenNG JAS29 multiruolo della Saab svedese almeno altrettanto efficienti e anche meno costosi.

La notizia è stata diffusa con un comunicato molto acido nei confronti del governo americano da  Donna Hrinak che dirige la Boeing Brazil (Space Daily, 11.10.2013, Boeing says warplane sale hits US-Brazil turbulence Le turbolenze tra USA e Brasile, dice la Boeing, colpisce la vendita di aerei da caccia americani http://www.spacedaily.com/reports/Boeing_says_warplane_sale_hits_US-Brazil_turbulence_999.html).

in CINA (e nei paesi dell’ASIA

La Cina ha aperto a Shanghai la sua nuova zona pilota di libero commercio. Sperimentando, in quest’area vasta ma ancora limitata del paese, nuove anche se cautamente testate riforme economiche (dovrebbe vigere nella zona la libera convertibilità dello yuan e la liberalizzazione, di mercato dice, dei tassi di interesse. Il paragone viene subito in mente con la prima di tutte le liberalizzazioni, quella del 1980 a Shenzhen, villaggio di pescatori nel Guandong, ai confini con Hong Kong, voluta da Deng Xiao-ping, dove iniziò facendone schizzare in su il PIL in dieci anni del 10.000%, il grande boom delle esportazioni cinesi.

Stavolta, però, subito, il giorno dopo il lancio della ZLC di Shangai, vengono già annunciate “alcune” restrizioni o meglio regolamentazioni al tipo e al modo di fare gli investimenti stranieri autorizzati. Appunto, cautela… Il fatto è che la concezione di liberalizzazione economica di molti investitori stranieri è uguale sostanzialmente alla deregolamentazione che sono riusciti a imporre a casa loro e, più in generale, quasi dovunque nel mondo. Quella fatta propria e auspicata, ad esempio, anche per la Cina dal lungo articolo che descrive gli eventi (The Economist, 4.10.2013, Shanghai Free Trade Zone – The next Shenzhen? – only  if  bureaucrats ease their grip La zona dli libero commercio di Shanghai – La prossima Shenzehn? - solo se i burocrati allentano la presa http://www.economist.com/news/china/21587237-new-enterprise-zone-could-spark-wider-market-reformsbut-only-if-bureaucrats-ease-their-grip). 

Qui per contro (e all’apertura formale della ZLC  lo citano addirittura per nome e cognome, Adam Smith!, l’ “inventore/cantore” del libero mercato: ma “regolato”, come spiegava lui e i cinesi hanno ricordato, proprio dallo Stato “in nome del bene comune[9]”: in Cina, nella Cina rossa!, citato tra virgolette – contro i liberisti che se lo sono convenientemente scordato – con assoluta proprietà e precisione… Loro sono della stessa idea del grande economista e filosofo morale scozzese di duecentocinquanta anni fa:  se gli va bene è così; se no, ciccia!, che se ne stiano pure a casa loro. Possiamo ben farne a meno e lo abbiamo dimostrato ampiamente.

    (1. recensione e sintesi, utilissima perché efficace e in poche cartelle, di Timothy Cheek, University of British Columbia, Of leaders and governance: how the Chinese dragon got its scales Leaders e governance: come il dragone  cinese si fece crescere le scaglie http://cross-currents.berkeley.edu/sites/default/files/e-journal/articles/final_cheek _0.pdf del colossale e fondamentale 2. lavoro di Ezra F. Vogel, Deng Xiaoping and the Transformation of China. Cambridge, MA, The Belknap of Harvard University Press, 2011, 928 pp. cfr. in http://www.amazon.it/Deng-Xiaoping-Transformation-China-ebook/dp/B0064EHZY0/ref=sr_1_12/279-4506195-7906843?ie=UTF8&qid= 1381059501&sr=8-12&keywords=ezra+vogel).

In Cina, il cancelliere dello scacchiere britannico, George Osborne, ha delineato una proposta che faciliterà alle banche di proprietà dello stato cinese di operare a Londra. Potrebbero, ad esempio, classificandosi come affiliate (branches) e non consociate (subsidiaries) delle loro case madri,da esse supervisionate e non dall’ente regolatore britannico, evitando così le teoricamente rigorose procedure di accesso alla City. Il fatto è che, nello scorso triennio, gli scambi in valuta cinese, lo yuan, sono triplicati fino a raggiungere il valore equivalente a 120 miliardi di $ al giorno, con l’emergere di Londra come centro mondiale del far affari sempre più facili.

E la concessione inglese, contraria la Banca d’Inghilterra e contrario l’ente nominalmente regolatore che, però, qui sempre cedono al governo, val bene l’infrazione alle regole... “val bene una messa”,  come disse Enrico IV, ugonotto, ri-facendosi cattolico per salire al trono di Francia. Si tratta, palesemente, sfacciatamente, della voglia sfrenata di fare di Londra il primo hub offshore di commercio di valuta e un trampolino fluido e “facile” di investire soldi – qualsiasi tipo di soldi: che tanto, come è noto, non puzzano – nell’economia in continua crescita della Cina (The Economist, 18.10.2013, Chinese banks – Open for business: a last hurrah for the globalisation of finance Le banche cinesi – Aperte agli affari: un ultimo hurrah per la globalizzazione finanziaria http://www.economist.com/news/britain/21588073-last-hurrah-globalisation-finance-open-business).

Con Obama inchiodato a Washington dallo shutdown del governo federale (è la terza volta, viene fatto crudamente notare, che non presenzia a incontri in Asia di grande rilievo dopo aver dichiarato che qui ormai, e non in America latina e neanche più in Europa, si gioca ormai il futuro equilibrio del mondo, e con la presenza del solo Kerry a rappresentare gli USA, il vertice che il 7 ottobre si è aperto in Indonesia, a Bali, tra tutti i paesi membri dell’APEC (Asia-Pacific Cooperation Organization) ha trovato nel consesso il suo più autorevole leader, sia per il peso economico, commerciale e, tanto più per il forzato default americano anche geo-politico nel presidente cinese Xi Jinping (China Daily, 7.10.2013, Wu Jiao, 'Pivot to Asia' sidelined by US domestic woes Il pivot, il perno, della discussione in Asia emarginato dai guai domestici degli USA http://usa.chinadaily.com.cn/epaper/2013-10/07/content_ 17012099.htm).

Era stata Hillary Clinton a autodefinire gli USA, riflettendo abbastanza da vicino però quella che allora, nel 2011, al vertice APEC delle Hawaii, lo Stato natale proprio di Obama, era la realtà dei pesi relativi all’interno dell’organizzazione, gli USA come il “pivot” della stessa: il perno intorno al quale – e al rapporto col quale di ogni singolo paese membro: dall’Australia al Canada, passando per Giappone, Indonesia e la stessa Cina – girava tutto.

Scrive, con sarcasmo inusitato, il Jakarta Post domenica 6 ottobre che “i segnali dell’impegno infiacchito del cosiddetto pivot americano verso l’Asia – immaginate, senza sarcasmo, verso l’Europa – si sono gradualmente andati accumulando con Kerry stesso visibilmente più occupato a seguire le cose interne di casa sua che gli affari del vertice”. E l’anno prossimo il vertice è a Pechino... (The Jakarta Post, 6.10.2013, Bagus BT Saragih, US underrates APEC issues as Kerry rants on sh in Europa o utdown woes Gli USA sottovalutano le questioni APEC con Kerry che sbraita solo dello shutdown in Americahttp://m.thejakarta post.com/news/2013/10/06/us-underrates-apec-issues-kerry-rants-shutdown-woes. html).

A proposito non tanto dello shutdown, del blocco alla spesa, ma proprio del default americano è uscito il primo commento – che ha anche un pesantissimo valore di monito proprio per la cautela stessa con cui è calibrato – del governo di Pechino nei confronti della possibile dichiarazione di fallimento in cui l’America incorrerebbe se entro il 17 ottobre non riuscisse a far votare al Congresso un nuovo tetto di indebitamento possibile, Zhu Guangyao, non a caso vice ministro e non proprio il ministro delle Finanze, si è soffermato a lungo con i media americani a Pechino:

Agli Stati Uniti è totalmente chiara la preoccupazione della Cina sulla faccenda del loro baratro fiscale, il precipizio dei conti pubblici di fronte a cui si trovano ora a dover reagire. La richiesta che noi facciamo è semplice: gli USA devono fare i passi necessari a risolvere tempestivamente prima del 17 ottobre le loro questioni politiche non risolte sul tetto del debito e prevenire il default impedendo così di mettere a rischio gli investimenti della Cina negli Stati Uniti e la ripresa economica globale. Queste sono chiarissime responsabilità egli USA e che agli USA spetta risolvere”. Non c’è dubbio alcuno, una bella bacchettata sulle mani americane.

Secondo i due ministeri del Tesoro, cinese e americano, a fine luglio Pechino deteneva titoli di Stato americani per 1.277.000 miliardi (1,277 trilioni) di $ (Guardian, 7.10.2013, D. Rushe, Chinese say US has responsibility to resolve debt ceiling row― I cinesi asseriscono la responsabilità che hanno gli USA di risolvere il conflitto sul tetto imposto al debito http://www.theguardian.com/world/2013/oct/07/china-us-responsibility-debt-ceiling-row).

●I governi di Cina e Russia hanno firmato il 22 ottobre un nuovo accordo per comprare la prima dall’altra altri 10 milioni di tonnellate di greggio all’anno nel prossimo decennio per 85 miliardi di $. Lo hanno reso noto a Pechino coi media, il primo ministro Dmitri Medvedev e il suo omologo Li Qekiang. Da parte russa l’ente importatore è la compagnia di Stato Rosneft (China Daily, 23.10.2013, Li Jiabao e Zhang Fan, China,Russia reach big oil deal Cina e Russia raggiungono un grosso accordo petrolifero http://europe.chinadaily.com.cn/ china/2013-10/23/content_17052087.htm). La complementarità delle due economie – l’una grande esportatrice e l’altra importatrice di carburanti fossili – appare a tutti sempre più evidente (sono anche paesi limitrofi) e conveniente per tutti gli attori.

Sempre più  nette e univoche ormai, anche le indicazioni di un interesse strategico ed economico forte della Cina nell’Asia centrale e la settimana piena spesa in giro per quattro paesi di questa regione chiave dal presidente Xi Jiping a inizio settembre è lì a dimostrarlo: servono a ridurre rischi e problemi di sicurezza e minacce di interruzioni, di rotture, nel flusso di materie prime assolutamente indispensabile che in Cina arrivano soprattutto via il Mar cinese meridionale e il Mar cinese orientale e che ha bisogno di strade alternative anche via terra per merci, energia e altre materie prime.

A imporlo alla Cina è la crescita straordinaria della sua economia negli ultimi 15 anni con un PIL che pro-capite nel periodo è aumentato del 4.000% – non è un errore di scrittura: quattromila per cento! –  a alimentare una macchina produttiva alimentata da abbondantissime importazioni di carbone, materiali ferrosi, rame, nickel e alluminio ed è il secondo importatore mondiale dopo gli USA. Il problema, comunque la via da riuscire a diversificare è necessaria perché oggi l’85% degli scambi cinesi si muove via mare compreso l’80% dell’import di petrolio: il che lascia decisamente troppo dipendente dalla sicurezza e dalla continuità della via marittima sia per l’export che anche per l’import da cui dipendono ricchezza e produzione di 1 miliardo e 400 milioni di cinesi.   

Da questo quadro dipende quella che qualcuno chiama e paventa come l’aggressiva politica di modernizzazione navale cinese – che se la fanno USA o Giappone, viene al peggio qualificata naturalmente al massimo di “pro-attiva” – come anche la spinta alle acquisizioni oltremare (Africa e anche America latina) di energia e di risorse naturali così come, in generale, la tendenza a alzare il livello del profilo diplomatico del paese nel mondo.

Di recente, a queste strategie tradizionali e più accentuate si accompagna anche l’apertura di nuove vie di trasporto attraverso l’Asia centrale con l’acquisizione dello sfruttamento di grandi, potenziali giacimenti di greggio e di collegamenti nuovi tra l’interno della Cina e, attraverso l’Asia centrale e meridionale con l’Europa e il bacino dell’oceano Indiano.

La chiave di volta di tutto questo processo è la regione autonoma cinese dello Xinijiang (il Sinkiang, l’antica via della seta) nel nord-est estremo del paese è demarcata da tutti i 3.700 Km. dei confini di Stato coi paesi dell’Asia centrale (Tajikistan, Kirghizistan, Kazakistan, Russia e Mongolia) è il solo ponte in terraferma fra le grandi province Han della Cina e il resto dell’Eurasia meridionale. E’ una regione che abbraccia anche il passo del Karakoram, l’unico collegamento su terra col Pakistan— e, a sua volta, col porto pakistano di Gwadar, controllato e gestito dalla Cina.

Intanto, sempre nello Xinijiang, Pechino e le autorità locali annunciano insieme che stanno per lanciare un grande progetto di gassificazione del carbone (30 miliardi di m3) nella regione autonoma, e anche irrequieta, abitata da una maggioranza di popolazione uigura, per un investimento totale calcolato al momento sui 30 miliardi di $. La produzione di carbone stagnante nella Cina settentrionale, associata invece alla prospettiva di una domanda crescente di carbone dalla zone interne industrializzate e ai costi di produzione ancora relativamente contenuti dello stesso Xinijiang anche all’interno del paese, hanno attirato elevati livelli di investimenti nei settori minerario e energetico della regione (Xinhua News, 6.10.2013, Xinjiang to launch huge coal gasification project La regione dello Xinijiang lancia un vasto progetto di gassificazione http://news.xinhuanet.com/english/china/ 2013-10/06/c_125488499.htm).

●Le autorità di sicurezza hanno ora, il 9 ottobre, comunicato di aver arrestato 139 persone nello Xinijiang con l’accusa di diffusione della jihad, intesa proprio come crescita dell’estremismo religioso nella regione, come abbiamo visto di sempre maggiore rilevanza sia economica che strategica (JihadWatch, 9.10.2013, China arrests 139 Muslims for urging jihad La Cina arresta 139 militanti islamisti per incitazione alla jihad http://www.jihadwatch.org/2013/10/china-arrests-139-muslims-for-urging-jihad.html).

E a fine ottobre sulla piazza Tienanmen, a Pechino, sul pilone di destra sotto il grande, iconico ritratto di Mao, un’auto si schianta in quello che apparso subito uno strano incidente automobilistico si rivela poi come un poco strano attentato suicida che, comunque, fa una decina tra morti e feriti. Dentro c’erano tre cittadini di etnia uigura... (Washington Post, 30.10.2013, William Wan, Chinese police say Tiananmen Square crash waspremeditated, violent, terrorist attack’― La polizia cinese afferma che l’auto schiantatasi sulla piazza Tienanmen è stata un attentato terroristico  premeditato e violento’ ▬ http://www.washingtonpost.com/world/ asia_pacific/chinese-police-say-tiananmen-square-crash-was-premeditated-violent-terrorist-attack/2013/10/30/459e 3e7e-4152-11e3-8b74-d89d714ca4dd_story.html).

Nel 2012, il cuore pulsante degli interessi e dell’economia della Cina nell’Asia centrale è stato l’import di 21,3 miliardi di m3 di gas naturale dal Turkmenistan – più della metà del totale importato nell’anno – con una previsione al 2020 di forse 65 miliardi di m3 di gas. L’export di greggio dal Kazakistan aumenterà anche in larga misura negli anni futuri, raggiungendo il milione e mezzo di barili al giorno con l’aumento di produzione costante e a salire dal giacimento di Kashagan. Anche in Afganistan, la  Cina sta lavorando per estrarre petrolio e minerali metalliferi e ha già concordato di importare dall’Uzbekistan 10 miliardi di m3 oltre a lavorare intensamente per trasformare lo stesso Xinjiang in una risorsa chiave per le regioni cinesi del suo interno nuovamente industrializzato.

Ci sono difficoltà e limiti questa espansione di interessi cinesi nell’Asia centrale: le enormi distanze; la scala dei costi e delle sfide logistiche che quel terreno largamente montuoso e/o desertico impone al trasporto di larga scala e di lunga distanza trans-europeo; e, anche – secondo alcuni soprattutto – le rivendicazioni autonomistico-irredentistiche che legano diversi popoli della regione, dentro e fuori la Cina, come gli uiguri mussulmani dello Xinijiang che abitano (per un totale di forse 10 milioni di persone) anche i vicini Kazakistan, Kirghizistan, Mongolia e Uzbekistan e propaggini di qualche consistenza anche in Turchia, che comunque rimettono in dubbio costante la tenuta di sicurezza del governo cinese sulle sue periferie ma che – e la cosa nuova è che Pechino ormai lo sa e lo riconosce – non possono essere governate né solo né soprattutto con strumenti di ordine pubblico (Stratfor/video, 27.9.2013, China’s Growing Interest in Central Asia L’interesse crescente della Cina nell’Asia centrale http://www.stratfor.com/video/chinas-growing-interest-central-asia).

●Da droni a fregate a caccia a reazione, le imprese del settore degli armamenti in Cina stanno producendo e vendendo sistemi moderni ad alta tecnologia, per lo più in paesi in via di sviluppo, nel tentativo che sta riuscendo sempre di più di guadagnare spazio nel mercato globale del settore. Quando, due anni fa, la Turchia annunciò di voler rimpiazzare il suo sistema di difesa antiaereo centrato sul Patriot della Raytheon e della Lockheed americane con un sistema analogo ma anche più avanzato (il Patriot ha almeno 30 anni)  e si aprì la gara cui parteciparono anche l’industria aerospaziale europea – francesi, inglesi, italiani e i consorzi transnazionali che, come la EADS, della UE stessa – tutti restarono scioccati all’annuncio di Istanbul che la gara l’aveva vinta – su prezzo, tempi, specifiche di funzionamento, efficienza e tempismo delle consegne – la China Precision Machinery Export-Import Corporation col suo sistema noto come HQ-9.

La CPME-IC, avvertono i turchi da Washington, è anche sotto inchiesta per aver facilitato in qualche modo – non meglio specificato al solito, però: è segreto e bisognerebbe fidarsi sulla parola –la cessione di tecnologie avanzate a Nord Corea, dice, Siria, dice, e pure Iran. Ma i turchi rispondono che non prendono neanche ij esame acuse come queste, senza alcun supporto, e che non gliene importa neanche un fico: tutto in punta di penna diplomatica, ma di questo sostanzialmente si tratta.

E anche la reazione americana convince i turchi a fregarsene. Una reazione tra lo stizzito e l’impotente, per esempio, di commentatori come l’esperto di Turchia corrispondente per anni da Istanbul e ammanicato da sempre, per iperatlantismo ormai fuori tempo, con quei militari golpisti oltre che con il Pentagono, che adesso su questo tema  scrive sul NYT (New York Times, 23.10.2013, A. Finkel, Turkey Adrift La Turchia alla deriva http://latitude.blogs.nytimes.com/2013/10/ 23/turkey-adrift/?_r=0) di una “decisione che ormai testimonia di come il paese abbia perso la strada giusta in politica estera”: dove la strada giusta consiste nel comprare il made in USA e mai, si capisce, il made in China...

Dal 2008 al 2012, ha calcolato il SIPRI di Stoccolma, il più importante e autorevole istituto di studi internazionale della materia, le vendite cinesi nel settore sono aumentate del 162% passando dal rango di ottavo nel 2007 a quello di quinto fornitore mondiale, avendone messo fuori la Gran Bretagna (1. New York Times, 20.10.2013, E. Wong e N. Clark, China’s Arms Industry Makes Global Inroads L’industria degli armamenti della Cina fa passi avanti sul piano globale http://www.nytimes.com/2013/10/21/world/asia/ chinas-arms-industry-makes-global-inroads.html?_r=0; 2. SIPRI Yearbook 2013 e Oxford University Press ▬ per vedere i titoli, http://www.sipriyearbook.org/view/9780199678433/sipri-9780199678433.xml  – per  accedere al testo integrale, cfr. ▬ http://www.sipri.org/yearbook/2013).

●Il gasdotto tra Cina e Myanmar, il paese limitrofo (quasi il doppio del territorio dell’Italia) che una volta si chiamava Birmania, stretto tra Cina a est e India a ovest, è diventato pienamente operativo il 20 ottobre  col completamento della sua sezione finale, tra Lufeng e Guigang, in Cina. Ha annunciato la China National Petroleum Corporation, l’ente di Stato cinese che lo ha costruito e ne è proprietario, che avrà una capacità di fornitura globale superiore ai 12 miliardi di m3 di gas naturale all’anno in grado di ridurre il consumo annuo di carbone all’incirca di 30,7 milioni di tonnellate.

E’ un anello importante nello sforzo che la Cina sta da tempo facendo di spostare i propri approvvigionamenti verso fonti un po’ più pulite: impegno che va avanti con notevole successo, ma resterà sempre parziale data la dipendenza sistemica ancora prevalente dal carbone della Cina almeno nel breve-medio termine (Read Daily News, 20.10.2013, An Bei Z hu Zhu, Myanmar gas pipeline put into operation the entire Route; billion people on benefit Il gasdotto di Myanmar rende operativo tutto il percorso; ne beneficiano milioni di persone http://www.readdailynews.com/news-5653203-Myanmar-gas-pipeline-put-into-opera tion-the-entire-Route-billion-people-on-benefit.html).  

La proposta del governo federale dell’India di dividere lo Stato dell’Andhra Pradesh in due Stati più piccoli, sostanzialmente su basi etniche (cfr. Nota congiunturale no 9-2013, alla voce Andhra Ptradesh http://www.angelogennari.com/nota settembre13.html), ha visto scoppiare ormai su larga scala la protesta di quasi 100.000 lavoratori statali della produzione e della distribuzione di energia, delle poste,delle ferrovie, ecc., che tra l’altro hanno lasciato al buio la regione costale di Seemandhra e larga parte della nuova città di Telangana che darebbe il nome anche al nuovo Stato, la regione interna e povera dell’Andhra Pradesh con capitale unica di tutti e due gli Stati quella attuale, Hyderabad per un decennio (New York Times, 9.10.2013, Shiram Karri, Unrest Over Telangana Brings Andhra Pradesh to Standstill Le agitazioni e la rivolta contro [il nuovo stato di Telangana] porta l’Andhra Pradesh allo stallohttp://india. blogs.nytimes.com/2013/10/09/unrest-over-telangana-brings-andhra-prade sh-to-sandstill/?_r=0).

Se le proteste, in particolare lo sciopero dei lavoratori dell’energia, continuassero sarebbero ormai a rischio anche larghe parti della rete elettrica del Sud del paese… La rabbia di chi non ci vuole stare è proprio concentrata sulla rottura decretata dal governo di Nuova Delhi che avverrebbe da parte del territorio più povero dello Stato ma includendo anche la storica e prospera Hyderabad. A fronte dei moti contro la scissione i sostenitori chiedono al governo centrale di essere conseguente e imporre l’ordine con la forza che sarà necessaria.

Il problema è complicato dal fatto che la decisione è stata presa dal partito del Congresso, che è al governo sia al centro che a Hyderabad, dove elegge tra l’altro anche la sua più numerosa rappresentanza parlamentare nazionale e che, sul tema, sembra dividersi pericolosamente. Ne potrebbe approfittare già alle prossime elezioni il Bharatiya Janata Party (BJP)― il Partito del popolo indiano, di stampo iper-nazionalista hindu e proprio a Hyderabad, metropoli di oltre 7.500.000 abitanti con finora sporadici conflitti tra popolazione hindu e popolazione islamica. Ma, forse, addirittura potrebbero approfittarne ancora di più partiti terzi che riflettono anch’essi tensioni nazionaliste e che, poi, difficilmente entrerebbero a far parte di una coalizione col partito del Congresso.

Il peggio, secondo chi continua a volere uno Stato unitario, è che se la divisione dell’Andhra Pradesh va avanti ,potrebbe anche innescare analoghi processi, sulle stesse basi etniche divisive quasi a catena: anche a Nord, negli Stati dell’Assam o del Bengala occidentale, per dire… (New York Times, 16.10.2013, Vivek Singh, The Faces of Statehood Supporters in India’s North East I volti dei sostenitori del separatismo statale nel Nord Est indiano http://india.blogs.nytimes.com/2013/10/16/the-faces-of-statehood-supporters-in-indias-northeast/?_r=0).

Sempre più impopolare si va facendo, poi, la posizione personale del primo ministro Manmohan Singh che si è impegolato nel tentativo di coprire, alla iper-berlusconide proprio, casi di corruzione nel partito del Congresso e, più in generale, su tutto lo spettro politico, inducendo per i politici (dai governatori di Stati federali ai congressisti) speciali guarentigie (resterebbero in carica anche dopo una condanna in tribunale) e l’immunità per legge anche dalla critica dei media…

Trovandosi però stoppato anche per una forte rivolta interna condotta da Rahul figlio della presidente del partito, Sonia, vedova dell’ex PM assassinato Rajiv Gandhi, che ora se vince la sua spontanea riottosità potrebbe anche sfidarlo proprio per la presidenza del Consiglio (The Economist, 11.10.2013, Indian politics – Splitting headaches Politica indiana – Mal di testa ferocihttp://www.economist.com/ news/asia/21587847-congresss-self-inflicted-blows-will-prove-painful-state-and-national-polls-splitting-headaches).

A fronte dello stillicidio continuo di scontri e di morti delle due parti del confine del Kashmir, India e Pakistan hanno concordato, con l’incontro all’Assemblea generale dell’ONU dei due primi ministri, Manmohan Singh e Mohammad Nawaz Sharif, di far incontrare d’urgenza i capi militari dei due paesi: l’indiano, maresciallo capo delle Forze aeree Norman Akil Koumar Browne, della minoranza nominalmente cristiana (il 2,3%) del paese e il gen. pakistano Ashfaq Parvez Kayani, uomo che è stato a lungo a capo dei servizi segreti militari del paese (Financial Times, 30.9.2013, India and Pakistan military leaders to meet I capi militari di India e Pakistan si incontreranno https://twitter.com/ intent/user?screen_name=FT).

Il problema di fondo resta sempre lo stesso: che non sembra proprio esserci spazio per un compromesso tra le rivendicazioni dei due Stati, col Pakistan nato poi dalla guerra civile e dalla secessione dell’India nel 1947 e il conflitto sull’appartenenza del Kashmir, territorio rimasto all’India e essenzialmente islamico, all’indipendenza del quale come obiettivo nazionale Islamabad deve per lo meno formalmente inchinarsi appoggiandone anche, di tanto in tanto, i conati irredentistici o le pulsioni per il ricongiungimento alla madre patria islamica anche per ammorbidirei i forti, radicati interessi pakistani politici e di sicurezza. Dall’altra parte, l’India non può alterare lo status dello Stato di Jammu e Kashmir che è elencato nella sua Costituzione come uno dei 28 suoi Stati costituivi.

L’unico terreno sul quale, forse, potrebbe cercare davvero una cooperazione è se riescono a darsi una definizione comune di lotta al terrorismo – ma, come sempre, da George Washington a Giuseppe Garibaldi, il terrorista dell’uno diventa dovunque il patriota dell’altro – se perseguono il mantenimento di un cessate il fuoco lungo la cosiddetta Linea di controllo sul confine e della continuazione di scambi commerciali e sono decisi a non permettere l’escalation reciproca delle provocazioni. Da una parte e dall’altra, abbondano però le teste calde e chi si continuerà ad opporre con la forza alla pace: patrioti e terroristi, appunto.

●E, in effetti, ora, negli ultimi due mesi si impennano gli attacchi dal Pakistan lungo la linea di controllo e il confine internazionale con lo Stato indiano di Jammu e Kashmir. Adesso, nella penultima settimana di ottobre si sono succeduti due attacchi, il primo con armi leggere e mortai contro 50 postazioni d’osservazione dalla parte indiana del confine, a sud, nel Jammu il 22 con qualche perdita tra i militari, mentre il 24 una ventina di feriti si sono registrati soprattutto tra la popolazione civile.

Il 24, Sushil Kumar Shinde, ministro degli interni indiano in visita a una delle aree attaccate ha detto che sono stati elementi sia dei rangers pakistani (truppe semi-regolari) che di militanti kashmiri a violare l’accordo di cessate il fuoco del 2003, adesso per una quarantina di volte in ottobre. E ha annunciato l’arrivo di rinforzi delle forze militari di confine per impedire, moltiplicando da parte indiana i pattugliamenti, ogni futura infiltrazione. In ogni caso, in India monta la pressione da parte degli abitanti delle zone di confine col Pakistan per un’escalation delle rappresaglie militari.

Il confine tra i due paesi nel Kashmir è diviso in diverse sezioni. Quella meridionale è il confine internazionale riconosciuto da entrambe le parti, mentre a nord la cosiddetta linea di controllo, il punto che nel 1971 registrò il cessate il fuoco tra i due eserciti che mise fine alla guerra tra i due paesi nel 1971 continua registrare il rifiuto del Pakistan di riconoscerlo come confine internazionale.

In autunno, ogni anno, scaramucce e incursioni al confine si rinnovano prima dell’arrivo dell’inverno che qui, a 30- 40° sottozero, blocca poi ogni infiltrazione. Gli attacchi di adesso sarebbero, dunque, l’usuale tattica diversiva delle forze paramilitari dei rangers pakistani inquadrati nelle forze armate con l’eccezione che si tratta di attacchi che durano ore e non minuti per volta e che, perciò, portano a sfollare villaggi, chiudere scuole e interferire con l’attività agricola e la vita di molti villaggi, indicando da parte degli aggressori il tentativo di ricostituire una vera e propria forza terrorista per destabilizzare lo Stato indiano di Jammu e Kashmir che da ani sembrava ormai quasi acquetato.

Se i sospetti indiani venissero confermati anche da quanto succede nella prima metà di novembre, diventerebbe sfacciata l’interferenza diretta ormai, se non altro l’allentamento deliberato dei controlli di frontiera da parte dell’esercito pakistano per consentire le incursioni delle bande di militanti e paramilitari: perché le Musallah Afwaj-e-Pakistan― Le forze militari del Pakistan schierano in permanenza migliaia di truppe lungo il confine internazionale che, di regola, è piuttosto tranquillo.

Il primo ministro indiano Singh ha detto a fine ottobre di essere molto deluso perché la promessa fattagli da Sharif nell’incontro all’ONU di fine settembre di migliorare rapporti e relazioni tra i due paesi onorando e facendo onorare il cessate il fuoco non ha avuto seguito. New Delhi sta chiedendosi, ancora con qualche perplessità, se Sharif sia incompetente, se sia un imbroglione o,   semplicemente, se non sia in grado proprio di controllare le forze di sicurezza del Pakistan che vanno avanti per conto loro e seguendo le loro arcane priorità― tra l’altro, l’esercito pakistano ha perso ogni e tutti gli scontri campali che ha spesso provocato e avuto con l’India nei decenni dalla secessione del 1947...

Ora l’incremento costante di questi attacchi sta aiutando le fortune elettorali di partiti nazionalisti come quelle del Popolo indù: e le elezioni vanno tenute prima del 1° maggio 2014. E’ difficile pensare che ai leaders politici dei due paesi oggi convenga la guerra ma sono entrambi sotto pressione di gruppi estremisti che, da un clima di tensioni e dal deterioramento della sicurezza ai confini, contano di ricavare vantaggi.

Ma è una scommessa molto molto rischiosa... specie per il Pakistan: come ricorda, minaccioso, il ministro indiano agli interlocutori dirimpettai dalle zone di frontiera sotto attacco (NDTV, 22.10.2013, Nadim Assar, Ceasefire violations: country stands by you, Sushil Kumar Shinde tells soldiers Violazioni di confine in aumento: il paese è con voi, Sushil Kumar Shinde dice ai soldati indiani http://www.ndtv.com/article/cheat-sheet/ceasefire-violations-country-stands-by-you-sushil-kumar-shinde-tells-soldiers-435421?curl=1382787703).

Invece, è sul fronte del rapporto tra Cina e India, anche esso tradizionalmente sempre conflittuale, che le cose stanno forse evolvendo al meglio o, comunque, meglio: a metà aprile, l’India aveva accusato la Cina di aver eretto una serie di tende militari sulla lunghezza di 19 km. all’interno del territorio indiano del Ladakh dove avevano, addirittura, tirato su striscioni, come allo stadio quasi, a dire letteralmente: “attenzione avete oltrepassato il confine, per favore tornate indietro!”. Accusa che la Cina, vincitrice della guerra del 1962 contro l’India, che a Nuova Delhi ancora rode parecchio, ha subito negato: non era un’incursione era solo la rioccupazione di un territorio cinese lasciato troppo a lungo occupato dall’altro.

L’India aveva moltiplicato la sua presenza militare nella regione, proprio a fronte della nuova presenza cinese. Ma, adesso, dopo un incontro sotto traccia tra i militari dei due paesi, a Pechino hanno firmato un accordo per superare lo stallo che, tra tira e molla e anche scaramucce militari sempre pericolose, hanno discusso e raggiunto personalmente i due primi ministri, Manmohan Singh e Li Keqiang (America Al Jazeera Tv, 23.10.2013, AF-P, China, India sign border defense pact La Cina e l’India firmano un patto di difesa sui confini http://america.aljazeera.com/articles/2013/10/23/china-india-signdefense pacthopingtoeasetensionsondisputedborder.html).     

L’annuncio dato dal gen. Kayani che alla scadenza del suo mandato, il 26 novembre prossimo, da Capo di Stato maggiore dell’Esercito, non ne chiederà l’estensione e andrà in pensione, è stata una sorpresa. Del resto, per la prima volta nella tormentata storia del paese ricca di colpi di Stato e di dittature militari, a maggio scorso e per la prima volta un governo civile che aveva vinto le elezioni aveva potuto dare regolarmente il cambio a un altro governo civile che era stato anch’esso regolarmente eletto. Adesso, però è anche vacante il posto del presidente dei capi di Stato maggiore, col gen. Khalid Shameem Wynne andato lui stesso in pensione il 7 ottobre, dopo decenni di servizio attivo.

Il primo ministro, Sharif cui spettano le nomine da presentare al presidente Mamnoon Hussain e far approvare al Congresso ha chiesto qualche giorno di riflessione perché le due nomine hanno bisogno di un’attenta considerazione congiunta. Con ogni probabilità stavolta Sharif seguirà nelle nomine criteri di anzianità. L’ultima volta che, nel 1998, anche allora come primo ministro, decise del resto di scavalcare l’ordine gerarchico nominando come Capo di Stato maggiore un giovane generale ambizioso, Pervez Musharraf, si trovò dopo pochi mesi dimissionato e costretto all’esilio. Per cui adesso dovrebbe toccare e, probabilmente toccherà, al più anziano dei generali a tre stelle, il ten. gen. Haroon Aslam, attualmente responsabile della logistica dell’esercito.

Quanto a Kayani, è probabile che Sharif lo voglia ancora in una posizione importante a causa delle sue buone relazioni con le gerarchie militari americane, e lo apprezza poi per la sua lealtà alla Costituzione e al governo eletto e che stia addirittura pensando a mettere insieme le due massime cariche militari, ora scoperte, tentando di arrivare, spera così di ridurre l’inclinazione tipica di questo esercito a fare direttamente politica interna escludendo le tentazioni storiche e ricorrenti di rovesciare i governi civili (NightWatch KGS, 7.10.2013, Kayani to resign Kayani di dimette http://www.kforce gov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_13000212.aspx).  

●Nel frattempo a Musharraf, la Corte suprema ha concesso su cauzione l’uscita dal domicilio coatto nella ricca villa che possiede alla periferia di Islamabad in attesa del giudizio di appello (Agenzia Reuters, 9.10.2013, Syed Raza Hassan e Mehreen Zahra-Malik, Former dictator Musharraf granted bail, free to leave Pakistan L’ex dittatore Musharraf su cauzione, è adesso libero di lasciare il Pakistan http://www.reuters.com/ article/2013/10/09/us-pakistan-musharraf-idUSBRE9980DO20131009). E l’esito della faccenda sembra avviarsi verso l’inevitabile conclusione da amnistia, a tarallucci e vino…

Invece, subito dopo, in una gran confusione di giurisdizioni e di autorità che sembra quasi l’Italia l’ex presidente e golpista viene ri-arrestato, dal capo della polizia di Islamabad, la capitale, Muhammad Rizwan, che lo “presenterà” al giudice istruttore del tribunale penale – non a quello militare come chiedevano i suoi avvocati – entro due o tre giorni. E i tribunale penale locale ne decreta il fermo per due settimane per consentire di approfondire l’istruzione criminale nel frattempo avviata.

L’accusa specifica ora avanzata separatamente è di aver personalmente ordinato e diretto l’assalto militare del 2007 alla cosiddetta Moschea Rossa, un centro islamico radicale che finì con una strage e oltre 100 morti tra gli assediati (New York Times, 10.10.2013, Reuters, Pakistan Rearrests Ex-President Musharraf Over Red Mosque Deaths Il Pakistan riarresta l’ex presidente Musharraf sulla strage della Moschea Rossa http://www.nytimes.com/reuters/2013/10/10/world/asia/10reuters-pakistan-musharraf.html?ref=global-home&_r=0).

●Francamente, di tutte le accuse avanzate contro di lui, questa almeno formalmente appare la meno fondata: si trattò di una vera e propria insurrezione armata, coi due fratelli imam della Moschea Rossa a condurla servendosi dei 6.000 “studenti” – anche molte donne – delle madrasse della moschea. Sembra difficile, qui come e più che in ogni altro paese, vigeva la legge marziale e c’era in atto il regime militare: è l’identica tragedia che, nel febbraio 1993, s’era svolta, in condizioni vagamente analoghe, a Waco, in Texas, coi fanatici religiosi davidiani, che almeno non andavano in giro ad ammazzare terzi ma “difendevano”, guidati anch’essi da un esaltato estremista religioso, cristiano, la loro ridotta con le armi, assediati e massacrati – sempre quasi 100 morti – dall’FBI.

Insomma, lì nessuno s’è mai sognato di portare in tribunale Bill Clinton per questo. Questo arresto rivela altro: soprattutto che ci sono possenti interessi politici, giusizai, religiosi e anche miliatri che chiedono soddisfazione e lo voglio in galera, e sono riscorsi a questo espediente per trattenerlo in Pakistan e evitarne la fuga e il ritorno alle sue ville sontuose di Jedda. Ma, questa non sembra proprio un’accusa che resterà a lungo in piedi…

Alla fine, dai meandri assai tenebrosi di questa torbida storia e di questa strage di Stato, meno oscura però di tante altre, emerge la verità: avendo l’Alta Corte di Islamabad, che ne ordina il fermo per quattordici giorni, rifiutato di far aggiungere il nome dell’ex dittatore alla lista cosiddetta di Exit Control che gli impedirebbe di lasciare il paese, ecco l’indicazione forte che l’accusa verrà lasciata cadere, dopo un’inchiesta molto formale.

Perché, in realtà, il governo pakistano non vuole perseguirlo per questo “reato” (un centinaio di morti… sì, ma per plausibili, e anzi impellenti, ragioni di Stato) ma solo imporgli di tornarsene al suo auto-imposto esilio dorato. Per il momento resta agli arresti domiciliari nella sua villa, designata dal tribunale come residenza coatta, anche se molto molto confortevole (TheAFPakChannelFP.com, 11.10.2013, Bailey Cahall, Former Pakistani president Pervez Musharraf arrested for a fourth time― L’ex presidente pakistano Pervez Musharraf arrestato per la quarta volta ▬  http://afpak.foreignpolicy.com/posts/2013/10/11/former_pakistani_president_ pervez_musharraf_arrested_for_a_fourth_time).

Le autorità di molte province della Corea del Nord hanno ricevuto l’ordine del governo di Kim Jong-un di sottoporre al suo vaglio proposte autonome di apertura delle loro città a tecnologie e investimenti straniere. E’ un tentativo, in qualche modo dal ritmo abbastanza glaciale di modernizzare il paese aumentandone produzione e reddito. Oggi, in definitiva, appare evidente che la dottrina dello juche, dell’autosufficienza, adesso, è meno accentuata rispetto ai tempi del padre e del nonno che lo hanno preceduto.

Non sembra, comunque, esistere alcun piano vero e proprio di sviluppo nazionale, stavolta, in condizioni ancora di sostanziale carenza di un’efficiente griglia di distribuzione elettrica e/o di trasporto nazionale efficiente nel paese. Pare in ogni caso evidente che il suo continuo barcamenarsi sulla indispensabilità di nuovi, epperò anche estemporanei, e sparpagliati progetti di sviluppo economico ribadisce che continuano a svilupparsi anche i programmi di sviluppo del nucleare, continuano a perseguire la strategia cosiddetta duale di sviluppo economico e nucleare. E’ l’accordo di fondo che sembra ormai consolidarsi tra Kim Jong-un e la leadership dell’esercito Popolare coreano.

●Da quando venne nominato a succedere al padre nel 2011 il giovane presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un, ha sostituito 96 di 215 vertici militari, di partito e di governo, secondo il calcolo reso pubblico dal ministero del Sud per la riunificazione. L’ultimo cui adesso è toccato è il massimo vertice militare, il gen. Kim Kyok-sik, capo di Stato maggiore dell’Esercito popolare della Corea del Nord, rimpiazzato dal gen. Ri Yong-gil che così assicura ora al presidente la sua lealtà personale. Di Ri si parlò sulla stampa occidentale in estate, come di uno dei suoi più vicini consiglieri del nuovo leader nel periodo di massima tensione tra Pyongyang e gli USA (New York Times, 10.10.2013, Choe Sang-un, North Korean Leader Tightens Grip with Removal of His Top General Il leader nord-coreano, con la rimozione del generale più alto in grado dal vertice militare, stringe la sua presa http://www.nytimes.com/2013/10/11/world/asia/north-korean-leader-tightens-grip-with-removal-of-top-general.html ?_r=0).

●L’istituto di studi della Johns Hopkins University, specializzato nell’analisi sistemica e di livello di grande professionalità dei rapporti coreano-statunitensi, ha ora, a inizio ottobre, riferito che lo scorso 19 settembre sono state “catturate” – si dice così – immagini satellitari dettagliate del rilascio di notevoli quantità di acqua calda nel Kuryong, il fiume che costeggia il vecchio reattore nucleare di Yongbyon, parte del sistema complessivo di raffreddamento dell’impianto, in parte distrutto e in parte ormai ricostruito e ripristinato.

L’analisi che l’istituto allega alle foto attesta che la fuoruscita di notevoli quantità di acqua a temperature elevate prelevata e poi scaricata sempre nel Kuryong da una nuova rete di  raffreddamento secondario completata nei mesi scorsi indica l’operatività del reattore e che le sue turbine stanno generando energia elettrica. A conferma che il programma nucleare standard – anche se non necessariamente in quel luogo ancora la generazione di materiale atomico per armamenti – prosegue (38th North.org, 2.10.2013, N. Hansen,More Evidence that North Korea Has Restarted Its 5MWe Reactor Altre indicazioni che la Corea del Nord ha riavviato il suo reattore 5MWe http://38north.org/2013/10/ yongbyon100213).

Poi, quasi una settimana dopo, la notizia viene pubblicamente confermata anche dai servizi segreti sud-coreani: è da agosto, in effetti che il reattore nucleare moderato a grafite da 5MWe di Yongbyon è tornato ad essere operativo (Huffington Post, 10.10.2013, North Korea restarted nuclear reactor, South Korean Spy Agency Says La Corea del Nord ha fatto ripartire il reattore nucleare, dice l’agenzia di spionaggio sud-coreana http://www.huffingtonpost.com/2013/10/08/north-korea-nuclear-react_n_4063075.html).

Con una mossa a sorpresa – che, per il momento, resta di difficile, ambigua, lettura: contro Pyongyang? contro Teheran? per ragioni “tecniche”, ignote? – la Cina ha provveduto a “trattenerepetrolio iraniano diretto in Corea del Nord secondo quel che riferisce l’agenzia Trend citata dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun. Le spedizioni sono al momento ferme nei porti di Dalian e Qingdao (Asahi Shimbun/Tokyo, 20.10.2013, China holding up shipment of Iranian petroleum to North Korea La Cina trattiene una spedizione di petrolio iraniano per la Corea del Nord http://ajw.asahi.com/article/asia/ china/AJ201310200026).

Il nuovo primo ministro d’Australia, Tony Abbott, ha reso pubblica la sua proposta di legge per la cancellazione della tassa sull’utilizzo del carbone introdotta dal governo laburista uscente. Abbott da liberista spinto è da sempre insensibile alle ragioni ambientali, critica l’aumento dei prezzi – in realtà il governo laburista li aveva caricati sul groppone dell’industria impedendole di rifarsi sui consumatori – e l’aumento conseguente, dice, della disoccupazione e intende abolirla e rimpiazzarla (non la disoccupazione: la tassa) con incentivi statali (ohibò!) ad agricoltori e industria energetica sperando che li convincano a ridurre le emissioni (The Economist, 18.10.2013).

Mentre in America, in crisi profonda anche su una gestione un po’ più coerente della propria politica internazionale, si apre un dibattito sulle guerre da avviare definitivamente a conclusione

dopo l’avventura disastrosa recente in Libia, che ha fatto fuori un tiranno per seminare il caos fratricida di tutti contro tutti;

dopo l’Iraq, e l’impiccagione personalmente voluta da Bush di Saddam, anche qui, in un paese che p affondato in una rivolta continua e ormai, per di più, consegnato all’Iran;

dopo l’Afganistan, dal quale si sta dimostrando la goffa e tragicomica quasi difficoltà ad uscire;

dopo il tentativo, pare in via di riuscita grazie all’aiuto e alla mediazione dei russi, di  non lasciarsi intrappolare in Siria nella guerra contro un regime che, andando avanti così, finirebbe nella vittoria del jihadismo più feroce nella guerra civile;

dopo l’altro tentativo di non lasciarsi intrappolare nelle diatribe intra-islamiche tra Iran e Arabia saudita;

• e in quella cultural-politica drammatica tra le reciproche paure di Iran e Israele... in realtà se ne apre un’altra.

Il presidente nella sua personalissima responsabilità, irresponsabile?, sembra avere adesso segretamente scelto di inserire motu proprio gli Stati Uniti nella guerra civile dello Yemen.

L’insurrezione interna vede oggi schierati insieme i soldati yemeniti e quelli americani e molti dei dettagli preoccupanti e anche pesanti di queste operazioni le ha oggi rivelate un rapporto importante di Human Rights Watch/HRW su portata e obiettivi degli attacchi americani nel paese in punta della penisola arabica. Ne viene fuori che il presidente sta conducendo un’altra guerra sua, tutta segreta nello Yemen. La portavoce del Consiglio nazionale di sicurezza americano – che ha sede alla Casa Bianca – aveva garantito pubblicamente a maggio 2012 che l’uso delle forze anti-terrorismo USA (i droni, per dirla chiara) era “limitato alla caccia a al-Qaeda e alle sue propaggini in loco e mai a una più vasta azione di anti-insurrezione”.

Attesta, adesso, il rapporto di HRW che “molti di quanti sono stati uccisi nel paese dai droni americani erano in effetti ribelli in lotta nella guerra interna contro il governo yemenita”: proprio quella in cui l’Amministrazione si era impegnata, anche ufficialmente e anche al Congresso, di non impelagarsi mai (Human Rights Watch, 22.10.2013, Rapporto Between a drone and al-Qaeda – The civilian cost of US targeted killings in Yemen Fra un aereo senza pilota e al-Qaeda – Il costo per la popolazione civile degli assassinii mirati nello Yemen http://www.hrw.org/sites/default/files/reports/yemen1013_ForUpload_0.pdf).

Mettendoci, nel testimoniare del fatto, nome e cognome il presidente, che lavora a Aden, lì, di uno think tank yemenita, l’Abaad Studies and Research Center, ha dichiarato a HRW che un tenente colonnello ammazzato a novembre scorso da un attacco mirato di droni americani, non lo è stato “perché lavorava con e per gli estremisti ma perché era attivamente schierato contro il regime in carica”. In altre parole, non era certo un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti ma solo per il regime di Sana’a...

Altre fonti, altamente apprezzate, come ad esempio il Long War Journal di Washington, hanno riferito di un trend di lungo periodo ormai, che non mette nel mirino solo comandanti e esponenti importanti di al-Qaeda ma all’ingrosso anche chi si batte contro il governo locale, anche a livelli spesso di manovalanza e “con un rapporto costi/benefici incredibilmente svantaggioso” (anche 1 milione di $ a missile: ma nessun ragazzo americano, solo ragazzi arabi – che non contano niente – così messi a rischio).

Vedrete che presto qui comincerà un dibattito duro sulla logica di questa guerra volutamente e personalmente cercata dal presidente degli Stati Uniti d’America (Guardian, 22.10.2013, R. Goodman, No more foreign wars? Yet America is fighting in Yemen's civil war Non più guerre all’estero? Eppure, l’America sta combattendo [insomma: combattendo con gli aerei senza pilota!] nella guerra civile in Yemenhttp://www.theguardian. com/commentisfree/2013/oct/22/foreign-wars-america-fighting-yemen).

EUROPA

La BCE, riunita a Parigi stavolta invece che a Francoforte, ha lasciato allo 0,5%, dove è da maggio scorso,  il tasso di sconto dell’eurozona (1.  New York Times, 2.10.2013, D. Jolly e J. Ewing, European Central Bank Holds Steady on Rates La BCE tiene fermi i tassi  di sconto http://www.nytimes.com/2013/10/03/ business/international/european-central-bank-holds-steady-on-rates.html?ref=global-home; 2. ECB/BCE, 2.10.2013, Parigi, Dichiarazione introduttiva del presidente della BCE, Mario Draghi, dopo il direttivo d inizio ottobre ▬ http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2013/html/is131002.en.html).

Draghi ha anche ribadito che la Banca centrale, sicuramente finché resta bassa l’inflazione (l’EUROSTAT la dà a settembre all’1,1, in calo dall’1,3 di agosto e ben più in basso della metà in pratica del tetto annuale fissato al 2% e anche, poi, a fronte dei pericoli che sui conti americani incombono all’orizzonte – dai quali, però, lui si dice fiducioso di vederli emergere presto… – manterrà bassi i tassi di sconto finché la ripresa non si rafforzi (in Europa, la descrive seccamente, in effetti, come “debole, fragile e disuguale”).

Ha anche segnalato, Draghi, che la BCE segue poi, con particolare attenzione, pronta ad intervenire  se “quelli” – gli scappa detto proprio così: i banchieri, “vil razza dannata[10]” – continuano a far salire i tassi interbancari che praticano tra di loro, gli uni con e contro gli altri alzando il costo del denaro, quando ancora prestano, ai clienti.

Continuano i borborigmi dentro il direttivo dla Banca centrale tra francesi, di qua, che lamentano il risultato globale dell politica monetaria – un euro troppo forte rispetto al dollaro, a una parità di 1,36 per unità, il massimo da febbraio che rende più difficile ogni competitività sui mercati internazionali – e tedeschi, di là, che non vogliono saperne di abbassare il valore manovrando ancora un po’ i tassi di sconto (forse un altro quarto di punto) al ribasso. Ma forse già la prossima volta, tra un mese, vinceranno quelli che vogliono dare una spinta esplicita, chiara e forte alla ripresa. Senza lasciarla, teutonicamente e testardamente, solo alla selvaggia volontà dei mercati (The Economist, 4.10.2013, European monetary policy – Waiting for the cuts— Politica monetaria europea – Aspettando il taglio http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2013/10/european-monetary-policy).

Sempre la BCE si sta rapidamente prendendo i poteri di supervisione, di “vigilanza” in gergo bancario, che le sono stati dati qualche mese fa dal Consiglio dell’UE sul funzionamento delle banche dell’Unione e provvederà ora ad esaminare da presso i conti di 128 istituti di credito per costringere così quelli più deboli (una quindicina, pare, anche italiani) a fare i conti coi problemi che hanno – e finora nascondono – per l’incapacità o l’impossibilità di incassare crediti ormai inesigibili e la loro stessa insufficienza di capitali. Adesso, il mese che viene, comincerà l’esame di tutti gli assets di ogni istituto che, poi, verrà incorporata nel meccanismo già previsto per il 2014 dei cosiddetti stress texts (New York Times, 23.10.2013, J. Ewing, E.C.B. Vows Thorough Review of Banks at Risk La BCE si impegna a una totale revisione delle banche a rischiohttp://www.nytimes.com/2013/10/24/business/ international/european-central-bank-vows-thorough-review-of-banks-at-risk.httml).

Si sa che in ogni caso la BCE porrà l’esigenza di alzare il rapporto tra capitale e capitale di rischio sui libri di una banca, il cosiddetto core capital, il capitale del nocciolo duro di ogni istituto all’8% dal 7 che impongono i regolamenti attuali (The Economist, 25.10.2013, Fixing Europe’s banks – Cleaning the Augean stables Rimettere in sesto le banche d’Europa Pulire le stalle di Augias http://www.economist.com/news/ finance-and-economics/21588413-ecb-starts-herculean-task-repairing-europes-banks-cleaning-augean).

Ma, come si sarebbe anche facilmente potuto predire, al vertice europeo di Bruxelles del 24 ottobre, decidono in sostanza di rinviare... ogni decisione (soprattutto sulle scadenze, sul quando rendere la misura operativa e quanto tempo dare alle banche per adeguarsi) – uando? entro aundo?  al prossimo vertice di fine dicembre, giurando tra di loro di decidere allora. Ma bisognerà allora vedere se saranno disposti a dare una risposta alla domanda delle domande: potrà e dovrà essere un fondo unico, comunitario, amministrato dalla BCE a pensarci, a coprire questa esigenza, come chiedono in molti ma non tutti; o ognuno per sé e Dio per tutti come vogliono, per dire, Germania e, naturalmente, Inghilterra?

Emergono, nei fatti oltre che nelle aspettative di molti, segnali che sembrano indicare con forza una ripresa generalizzata nell’eurozona― il Portogallo è uscito dalla recessione, la Spagna lo sta facendo (nel terzo trimestre, e dopo ben nove trimestri consecutivi di contrazione, il PIL è salito dello 0,4%...). Ormai è solo l’Italia che resta affondata e senza far niente per reagire in una recessione che si fa ormai solo depressione cronica... L’avranno notato al governo, che dite?, dove hanno destinato si è no una quindicina di euro al mese per ridurre il cuneo fiscale al lavoratore dipendente facilitando il rilancio dei consumi che anche per noi è la chiave di volta della ripresa? (New York Times, 23.120.2013, J. E. Ewing e R. Minder, Signs of Life in Euro Zone Could Point to Recovery [Alcuni] segni di vita nell’eurozona potrebbero indicare una [qualche] ripresa http://www.nytimes.com/2013/10/24/ business/international/signs-of-life-in-euro-zone-could-point-to-recovery.html?pagewanted=1&_r=0).

E non date retta, non è vero che non c’erano i soldi: non c’erano a bocce ferme, sicuro... ma avrebbero potuto mettere una patrimoniale seria; abbattere per decreto il costo di una siringa acquistata dalla sanità pubblica in Campania a quello di una siringa comprata in Umbria, o per dire anche in Lombardia; cancellato il programma di acquisto degli F-35; lasciar perdere la TAV, rinviando i buchi in Val di Susa a tempi migliori, se proprio non volevano smentirsi del tutto, l’alta velocità dove ormai è sicuro che, poi, non serve neanche più tanto― trovando così, dal nulla, decine di miliardi di € e destinandoli subito, non nell’anno del poi, alla ripresa...

Si tratta di una scelta politica, di scontentare qualcuno potente per accontentare un po’ tanti altri, di dire anche al’Europa certi sì e certi no, di ridare speranza e slancio a chi è disperato... Ma i don Abbondio che stanno al governo le palle che servono per farla non ce le hanno né possono darsele e i re Traballa che hanno messo tutti insieme proprio per questo d’altra parte sul colle, per non costringerli a decidere, al solito auspica, si augura e non fa nulla per forzare la mano come, ad esempio, dimettersi...

Ma, presa globalmente, tutta l’Europa con la nostra drammatica eccezione, compresa la Grecia, è in ripresa ormai. E la ripresa è la soluzione di tanti problemi, anche se non risponde alle esigenze di qualità certo di cui c’è bisogno. Ma forse ormai è giusto dire che è poi che bisogna mettersi, come si diceva una volta, a filosofare... E che, qui ed ora, è a crescere che bisogna pensare.

Sicuro, dopo una crisi durata cinque anni,  on una disoccupazione che resta nell’eurozona al 12%  e quella giovanile, almeno in tre o quattro paesi almeno a tre-quattro volte tanto, nessuno dichiara ancora vittoria. Ma adesso, anche la minaccia/promessa della nuova vigilanza bancaria centralizzata della BCE, se mette certo paura a molti istituti di credito finalmente forse chiamati a rispondere del loro mal operare, con una più concreta ipotesi di ripulitura fa aumentare anche il livello di fiducia del business.

E’ impossibile, a tutt’oggi, non temere quanto – ed è molto – può andare ancora a finire male. La ripresa non è ancora decente, tanto meno forte in nessun paese. E la leadersdip politica dell’Europa, il Consiglio, frenato anzitutto dalle preoccupazioni e dalle incertezze tedesche, non ha dato alla BCE oltre ai potere di supervisione anche i mezzi necessari a fare il nuovo mestiere, la vigilanza, che le ha assegnato. Non c’è ancora una giurisdizione unica e adeguata per un compito da svolgere uniformemente, non c’è la fornitura di fondi comuni in grado di ricapitalizzare le banche malate né è stato messo in piedi un meccanismo capace di costringere ad atterrare, con perdite anche, ma senza farle precipitare le banche che non possono più essere salvate.

E da noi? Da noi, il problema – come altrove ma ormai anche molto di più – non è un problema di offerta carente ma proprio di domanda mancante, di potere d’acquisto calante, di compressione di investimenti e consumi per paura e per errori di lettura ideologica della natura di questa crisi. E Letta, adesso, in queste condizioni, ha chiamato a rifarci la spending review col maggior esperto di tagli che c’è – persona eccellente e eccellentemente capace come Carlo Cottarelli, richiamato in servizio nazionale per patriottismo dal FMI dove lavorava e dove s’è specializzato per anni però solo in tagli... e basta.

Non precisamente nella riallocazione di spese verso le cose urgenti deviandola da quelle che lo sono di meno. Perché, alla fine, questo – il taglio alla TAV e agli F-35 per dire – è un problema politico e non tecnico – per individuarlo e indicarlo siamo bastati noi e non c’è voluto un supertecnico superpagato come l’uomo del Fondo, e dunque si tratta di deciderlo e di farlo votare da una maggioranza che sia sufficiente. O di confessare al paese la propria impotenza...

In Europa, la disoccupazione continua a segnare pessimi risultati. Dice ora l’EUROSTAT che a settembre è restata al 12,2 di agosto (è il dato ora corretto: era stato pubblicato al 12 in precedenza, sbagliando). E finora è il record nell’eurozona con 60.000 senza lavoro in più poi, per un totale di 19,5 milioni disoccupati (nella UE a 28, oltre 26 milioni). Al massimo dei senza lavoro, Grecia, Spagna, Ungheria, Cipro e Portogallo (dal 27,6% al 16,3 ― l’Italia è al 12,5%), coi paesi che ne registrano meno dal 4,9% dell’Austria, al 5,2 della Germania, al 5,9 del Lussemburgo e al 6,4 di Malta (EUROSTAT, 31.10.2013, # 159/2013, Euro area unemployment rate at 12.2% - EU28 at 11.0% Tasso di disoccupazione nell’eurozona al 12,2% - Nell’Europa a 28, all’11 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31102013-BP/EN/3-31102013-BP-EN.PDF).

Anche i dati sull’inflazione, resi noti appena in precedenza, attestano di una ripresa fiacchissima, lo 0,7% a ottobre dall’1,1 a febbraio (EUROSTAT, 31.10.2013, # 1589/2013, Euro area annual inflat ion down to 0.7% Tasso di inflazione nell’eurozona giù allo 0,7% http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-31102013-AP/EN/2-31102013-AP-EN.PDF).

Così che, senza neanche rendersene conto, dando sfogo al becero conservatorismo che gli dà la sua spina dorsale, il NYT scrive, in cronaca e neanche a commento, che il combinato-disposto di queste statistiche “potrebbe anche mettere ora sotto pressione i leaders europei a favore di un maggiore stimolo all’economia del continente(New York Times, 31.10.2013, J. Ewing, Jobless Rate in Eurozone Stays at Record Il tasso di disoccupazione nell’eurozona resta al record http://www.nytimes.com/2013/11/01/business/inter national/jobless-rate-in-europe-stays-at-record-12-2.html?_r=0): meglio di ogni altra considerazione, un commento simile attesta di uno stato d’animo, secondo la scuola neo-cons, e in termini europei nostrani giavazzianiamente, montaniamente e, in sostanza, teutonicamente, deplorevole e, peggio, sbagliato: meglio i conti un po’ più in ordine, insomma, anche se il malato nel frattempo defunge...

I dati, secchi e asciutti e senza commenti, dell’EUROSTAT come sempre fotografano un fallimento economico e politico e una tragedia umana che, alla fine, vedrete – e questo è il nostro commento, se volete il nostro presagio, le classi dirigenti che l’hanno lasciata sviluppare per compiacere lor signori e tenerseli buoni, dovranno pagare (sì: pagheranno caro, pagheranno tutto!... porca puttana, come direbbe e dice Grillo, che ha torto ma che  lo dice bene e che vince per questo).

In Italia, la disoccupazione sale conferma anche l’ISTAT al 12,5% e quella giovanile addirittura, per le prima volta arriva a  oltre il 40%... E il Berlusca – che c’entra, e come, per gli sconquassati anni di leadership, e  si fa molto per dire, che ha imposto a questo disgraziato paese – con un salto mortale triplo carpiato e caparbio il 2 ottobre, illudendosi di salvarsi così, come si dice, il sedere dalle conseguenze delle sue azioni ha annunciato che gli sta sempre bene il governo di Letta (“abbiamo deciso, non senza lungo travaglio, di votare la fiducia al governo di Letta”: solo mezz’ora dopo che Bondi, il lecchino-in-capo, aveva detto, su istruzione apposita ricevuta, di annunciare il contrario… e quello in seconda, Brunetta, lo aveva ribadito). E che  stavolta, come ha detto molto precisamente Epifani, “con un classico esempio di eterogenesi dei fini” invece di abbattere Letta ha solo abbattuto se stesso…

Per uscire per qualche giorno dal baratro in cui s’è cacciato cercando – ma senza riuscirci più: con l’equivalente politico di un classico cascatone alla Stanlio – di legare il suo destino personale a quello di tutto il paese inventandosi la figura politica nuova della fiducia sfiduciata a un governo che odia e che ha votato per i numeri minoritari su cui era stato schiacciato dentro il suo steso partito dai suoi traditori interni: insomma, è sceso di un’altra tacca e ormai è rasoterra. Forse stavolta – politicamente si capisce – riesce anche a auto-mandarsi proprio sottoterra. Forse non riuscendo però, stavolta, a portarsi dietro con sé anche tutto il paese. Forse...

Del resto, sembrava diventare già da qualche tempo proprio ormai inevitabile. Ricorda un famoso e, insieme, troppo poco noto sonetto romanesco[11] che ogni tanto tutti i “numeri uno” dovrebbero ripassarsi, specie quelli che, pazziando, sono convinti come questo qui ebbe spesso  a ricordarci di essere (in passato, è vero) davvero “ l’unto del Signore”. Scriveva Trilussa:

Conterò poco, è vero:

- diceva l'Uno ar Zero -

- ma tu che vali? Gnente: propio gnente.

sia ne l'azzione come ner pensiero

rimani un coso vôto e inconcrudente.

Io, invece, se me metto a capofila

de cinque zeri tale e quale a te,

lo sai quanto divento? Centomila.

È questione de nummeri.

A un dipresso

è quello che succede ar dittatore

che cresce de potenza e de valore

più so' li zeri che je vanno appresso.

E qui ce lo ripetono ogni giorno, no?, sono tanti... e sono tanti gli zero “vôti, inconcrudenti”...

Il Taoiseach, il primo ministro delle Repubblica di Irlanda, Enda Kenny, ha subìto un duro colpo alla sua autorità, per non dire della sua autorevolezza, con la bocciatura inattesa che il popolo ha riservato alla sua proposta, semplificatoria e anche populista (così risparmiate!), di abolire per referendum il Senato:  per semplificare il sistema, diceva; per accaparrarsi maggiore potere, ha risposto il 52% dei votanti dicendogli no. Ma è stato anche, di fronte all’auspicio unanime per l’abolizione del Seanad di tutta la coalizione di maggioranza, una chiara protesta contro la politica di austerità cui il paese si è piegato, o ha dovuto piegarsi, per avere gli aiuti d’Europa di cui aveva bisogno (Guardian, 6.10.2013, H. McDonald, Irish prime minister suffers blow as he loses vote on senate axe Soffre il colpo il primo ministro irlandese perdendo il voto con cui voleva falciare il Senato http://www.theguardian.com/world/ 2013/oct/05/seanad-vote-irish-referendum-vote).

In Grecia, la magistratura dopo tre giorni di fermo ha prima rilasciato, in attesa del processo, e poi rimesso in galera i tre massimi esponenti del partito neo-nazista Alba dorata, stemperando inopinatamente dapprima e poi confermando, forse altrettanto inopinatamente, la fermezza che aveva voluto mostrare stavolta il governo di centro-destra contro di loro, ai quali era stato personalmente imputato di aver ordito, e ordinato, l’assassinio di un popolare rapper di sinistra “che andava adeguatamente punito(New York Times, 2.102013. N. Kitsantonis, Three Far-Right Lawmakers Released in Greece In Grecia, rilasciati tre parlamentari di estrema destra http://www.nytimes.com/2013/10/03/world/ europe/golden-dawn-greece.html?_r=0).

Così, Nikos Michaloliakos, il capo del partito neo-nazista, è stato rimesso in isolamento e sotto vigilanza sorveglianza in attesa di giudizio, come spiega al quotidiano Elefterotypia il ministro dell’ordine Pubblico Nicos Dondias (Gazzetta del Mezzogiorno, 3.10.2013, su Alba Dorata non c’è marcia indietro e l’indagine non si ferma e sarà ampliata http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/mondo/alba-dorata-ministro-no-marcia-indietro-no658119).

I due partiti che, in Austria, ormai da un settennato, formano il governo conservatore di larghe intese social-democratico (SÖP)/popolare (ÖVP), e sostanzialmente conservatore, hanno visto scendere appena al di sopra del 50% (dal 55 nel 2002 e dal 78% nel 2008) il loro suffragio congiunto alle elezioni generali. Hanno appena tenuto cioè, anche perdendo un mucchio di voti trasferiti di peso verso tentazioni di stampo populista e comunque che, spesso, sembrano di pura protesta.

Alla fine, così, il 30% del voto è andato all’estrema destra euroscettica, divisa tra gli xenofobi del Partito  delle libertà, l’Alleanza – un po’ più centrista e populista – per il futuro dell’Austria e il nuovo partito che leggiadramente s’appella Team Stronach, dall’ottantenne e politicamente oltre che ideologicamente molto errabondo imprenditore berlusconeggiante austro-canadese Frank Stronach che ha preso il 6% dei voti (The Economist, 4.10.2013, Austria’s elections – The Eurosceptics’s victory Elezioni in Austria La vittoria degli euroscettici http://www.economist.com/news/europe/21587249-austrians-flocked-populist-parties-eurosceptics-victory).

In Turchia, in una sessione speciale del partito di maggioranza e del governo che ad esso fa capo, il 30 settembre, il primo ministro Recep Tayyp Erdoğan ha proposto di consentire per legge anche a partiti minori come quelli di riferimento della popolazione curda e di altre minoranze nazionali di accedere al parlamento e di permettere nelle scuole private l’istruzione anche in lingua curda. Ha anche chiesto di modificare la legge di vecchio stampo laico-repubblicano dei tempi della dittatura militare che proibisce alle donne di velarsi il capo quando si trovano all’interno di uffici pubblici. In senso lato, e comunque, si tratta di mosse di tipo liberale (News24, 30.9.2013, Turkey PM Reforms Kurdish Issues Il PM turco riforma le questioni curde http://www.news24.com/world/news/turkey-pm-reforms-kurdish-issues-20130930?mobile=true).

Ma resta anche da vedere se questo pacchetto di riforme ormai è abbastanza. Tutti in Turchia aspettavano qualcosa dal pacchetto di democratizzazione: in televisione, a seguire Erdoğan, che scartava il pacchetto davanti ai suoi quasi 80 milioni di cittadini c’erano:

• i curdi in attesa di passi avanti reali, significativi e rapidi dopo che avevano, anche personalmente col loro capo Òcalan, i suoi anni di carcere e la sua rischiosa offerta di pace, tanto investito;

• gli scrittori e i giornalisti di ogni colore, dal premio Nobel della letteratura Orhan Pamuk agli editorialisti di destra che aspettavano la cancellazione dai codici e dalla pratica dell’incarcerazione per aver scritto qualcosa, della censura e della chiusura di giornali;

• le minoranze religiose anche “strane” (i mussulmani Alevi) che chiedevano libertà di culto;

• gli studenti e gli insegnanti che vogliono vedere le università diventare dove fioriscono sceiene libero pensiero, senza considerazioni di convenienza politica o di dipendenza economica;

• chi aspetta l’affermarsi normale del diritto di manifestazione e anche di dimostrare.

Tutto questo c’è ma ancora, spesso, appare in nuce… E, come sostengono ormai parecchi in Turchia, lo stato della discussione ormai in larga parte del paese a società è l’attestazione che forse qui quella che si chiama la società civile sembra anche cambiata, e molto di più e più rapidamente, dei suoi uomini politici più sagaci e efficaci…

Il primo ministro Erdoğan ha dichiarato, nella stessa occasione, che se l’anno prossimo il suo partito gli chiederà di correre per la presidenza della Repubblica – non può ormai più candidarsi per la premiership – lo farà.

Anche in Russia si stanno studiando cambiamenti importanti alle proprie strategie energetiche e capacità tecnologiche per tener meglio testa al mutamento in corso nello sviluppo del sistema globale dell’industria energetica. La Russia detiene la quantità maggiore, e confermata, di riserve mondiali di gas naturale e si alterna con l’Arabia saudita di anno in anno come il maggior produttore mondiale di greggio petrolifero. Ma, di recente, la capacita dei russi di gestire e usare l’arma dell’energia come arma possente della grande politica nazionale ha cominciato a calare, per cui Mosca punta ora, anche ad abbracciare campi finora per essa relativamente insondati come quello del gas naturale liquefatto, della trivellazione di giacimenti offshore e, anche, della tecnologia di fratturazione idrauliche delle rocce scistose (Stratfor/Analysis, 27.9.2013, Russia’s energy sector evolves— In evoluzione il settore dell’energia russo http://www.stratfor.com/analysis/russias-energy-sector-evolves).

La Russia sta utilizzando il peso della grande agenzia di Stato del gas, Gazprom, per cercare di far fronte al tentativo commerciale e politico della Lituania di forzare la mano nel negoziato con Mosca. Il punto di forza di Vilnius, in questo momento, è che tutto il gas naturale usato nell’esclave russa di Kaliningrad[12]) viene dalla Russia e da Gazprom— ma transita attraverso la Lituania. E costituisce per esso un punto di forza nel negoziato in atto con Mosca sul prezzo di quel gas naturale: cioè, sul sovrapprezzo che per il transito andrebbe a Vilnius.

Ora la Russia tenta di scavalcare, tagliandolo, il cappio che è in mano a Vilnius con la formazione annunciata il 23 settembre dal presidente di Gazprom, Alexei Miller, e dal governatore di Kaliningrad, Nikolai Tsukanov, di un’intesa di operazione per la costruzione di un terminal di import di gas naturale liquefatto (LNG) a Kaliningrad: che scavalcherebbe del tutto ogni possibilità di “ricatto”, o se volete di condizionamento, dei lituani (Stratfor/Analysis, 26.9.2013, Kaliningrad: Russia's Weak Spot in Talks with Lithuania Il punto debole della Russia nel negoziato con la Lituania http://www.stratfor.com/ analysis/kaliningrad-russias-weak-spot-talks-lithuania).

Nei Balcani, invece, in Serbia, da una parte il vice premier Aleksandar Vucic, l’uomo forte della coalizione al governo da luglio, ha annunciato tagli severi al bilancio e alla spesa pubblica, specie alla spesa per il pubblico impiego… pena la bancarotta e, dall’altra, che Belgrado sta per ottenere dagli Emirati Arabi Uniti “a tassi favorevolissimi, quasi da regalo” una serie di prestiti cash importanti.

Entro fine anno 1 miliardo di $ che, a fine 2014, saliranno a almeno 3 miliardi (quasi il 10% del PIL: che in Serbia nel 2012 è ammontato in tutto a 37 miliardi di $...), servendo in parte a coprire il servizio di alcuni prestiti ottenuti anche nel recente passato dalla UE e altrove a tassi anche più onerosi (Financial Times, 7.10.2013. N. Buckley e S. Kerr, Serbia seeks billions in loans from UAE amid bankruptcy fears Tra paure di bancarotta, la Serbia alla ricerca di miliardi dagli EAU ▬ http://www.ft.com/intl/cms/s/0/672 a7b1c-2f4a-11e3-8cb2-00144feab7de.html#axzz2iAWcHcSq).

Al vertice di Bruxelles dei capi di Stato e di governo dell’Unione – che ha detto sì a molte cose ma rinviandole tutte per farle diventare realtà, forse, chi sa..., solo domani..., al vertice di dicembre – hanno rinviato anche la risposta alla richiesta di adesione dell’Ucraina: non più stavolta, con la scusa ormai trita e inagibile forse della Timoshenko – perché a qualcuno, anche nella UE, perfino alla Merkel, sembra ormai  venuto anche il dubbio che di qualcosa di serio la cotonatissima Yulia si sia pur resa colpevole quando, da rampante miliardaria del ramo del petrolio e della sua compra-vendita, per definizione puzzolente ma senza odore, s’era fatta promuovere a primo ministro... e anche dopo

    (la cancelliera lo ha specificato bene nella conferenza stampa finale al vertice europeo di Bruxelles del 24 ottobre – in una parentesi non casuale anche se del tutto eclissata dallo scandalo del datagate americano: 1. BBC News Europe, 24.10.2013 ▬ http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-24647602; e, per il testo delle sue considerazioni – non è questione del caso personale di Timoshenko ma di valori comuni europei... – cfr. il sito della cancelleria 2. Bundes kanzlerin ▬ http://www.bundeskanzlerin.de/Webs/BKin/DE/Startseite/startseite_node.html).

Ma per il motivo più serio – come ha detto adesso l’Unione – che, in generale, i valori generalmente radicati lì, in Ucraina, non sembrano sempre compatibili con quelli mediamente proclamati e celebrati anche se non sempre osservati, poi, nell’Unione― la pratica è sempre altra cosa: vedi Ungheria, Bulgaria, Italia (il problema carceri e giustizia), Regno Unito, e non solo, poi.

E i russi ritrovano spazio, così, per riproporre il loro immenso paese come alternativa concreta, di oggi e non di dopodomani o del mai, economica e di sbocco per il paese di confine (questo significa, letteralmente, Ucraina), che da secoli, del resto, la permea e la influenza nella sua orbita: storica, culturale, economica, religiosa e linguistica... Non è, non sarebbe, quella che preferirebbero gli ucraini, pare, anche a larga maggioranza. Compresi tanti di loro che si sentono, e sono, russofoni. Ma, forse, si sta rivelando come l’unica, nei fatti e al dunque, poi, disponibile.

E’ quanto è successo, adesso, in Georgia e l’Ucraina non può certo ignorarlo. Tbilisi che, pure, sembrava molto più pronta e decisa di Kiev e trovava un ascolto molto più positivo ad “entrare in Europa”, spinta anche dalla sponsorizzazione di Bush ha sbagliato tutto. Il presidente extra-ultra-filo americano Mikhail Saakashvili, stupidamente incoraggiato dalle provocatorie rodomontate (vai, che dietro a te tanto ci siamo noi!, le dissero il vice presidente americano Cheney e la maestrina sciocca Condoleezza Rice) ha sbagliato scommessa.

Contando su Bush, che sarebbe andato a tirargli fuori la coda dal fuoco acceso incautamente aggredendo con quelle che avrebbero dovuto essere solo puntate di spillo la Russia ma dovendo poi incassarne la reazione immediata del’Armata rossa che gli occupò militarmente mezza Georgia in 48 ore e costretta poi a cedere praticamente su tutto. E ora, è stato in libere elezioni battuto dal candidato dell’opposizione Georgi Margvelashvili, il candidato del primo ministro, Bidzina Ivanishvili, che già aveva sonoramente battuto già un anno fa il delfino del presidente in carica.

Tutta l’elezione è stata giocata così su una possibile miglior relazione che la nuova leadership potrebbe riaprire col grande vicino del nord: al di là delle utopie (adesioni alla NATO e alla UE) e delle tentazioni irresponsabili di unio come Saakashvili (ricacciare indietro l’influenza geo-politica russa a proprio, georgiano e occidentale, vantaggio: mettendosi anche al servizio delle ambizioni americane in Afganistan).

Adesso, certo, la reazione concreta e la disponibilità effettiva dei russi – non solo sul piano degli scambi commerciali ma anche di una diversa attenzione alle ipersensibilità territoriali e geo-politiche georgiane e a facilitare la ripresa di contatti tra il novo governo georgiano e quelli di Abkazia ed Ossezia, saranno studiate e misurate da tutti. Da nessuno – è sicuro – con maggiore attenzione dell’Ucraina (Yahoo!, 28.10.2013, M. Delany e Irakli Metreveli, Georgia PM ally revels in big win at presidential poll― Il candidato alleato del PM georgiano si gode una grande vittoria alle elezioni presidenziali [più del 64% al primo – e ormai unico – turno] http://news.yahoo.com/georgia-set-elect-president-watershed-poll-021712  281.html).

Così come importante è stato che tutti gli osservatori senza eccezione – quelli dell’OSCE, quelli della UE, perfino quelli della NATO e gli americani tra loro – abbiano stavolta riconosciuto l’assoluta e indiscussa legittimità del voto, e importante è stato il rifiuto secco dell’avventurismo del mitomane Saakashvili, è anche importante che ora i processi per corruzione e comportamenti illegali che sicuramente sotto di lui ci sono stati, siano fatti apertamente e alla luce rispettando, al contrario di quel che si faceva sotto di lui, i diritti pieni degli imputati. Vedrete che, per quanto lo riguarda, lui comunque subito se ne torna in America. Soldi da parte ne ha messi e ne ha... inguattati specie in Florida.       

La Confederazione europea dei sindacati (la CES) e la Confederazione sindacale canadese (la CSC) hanno denunciato da tempo, ovviamente del tutto inascoltate, la segretezza e la mancanza di coinvolgimento degli attori sociali – salvo che per le multinazionali ovviamente, che sono state ben consultate attraverso le loro organizzazioni collettive internazionali – sul nuovo accordo sugli scambi commerciali tra Europa e Canada (che tra l’altro precede e preconizza quello, più complesso però, tra UE e USA).

E la cosa è andata avanti per l’intero biennio che ha visto UE e governo canadese condurre il loro negoziato bilaterale per l’accordo di cosiddetto loro “libero scambio” (lo rende noto, adesso, un comunicato congiunto dei due organismi sindacali CES/ETUC e CSC, datato addirittura 23.1.2013 e che denuncia anche l’assenza anche e solo di consultazione dei due protagonisti, esecutivo UE e governo canadese, anche col parlamento europeo e quello di Ottawa ▬ http://www.etuc.org/IMG/pdf/CLC_ETUC_final.pdf): la cosa era stata denunciata e con forza in una specifica Risoluzione del PE dell’8.6.2011 sui “Rapporti commerciali tra UE e Canada”▬ cfr., per il testo completo, http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P7-TA-2011-0257&format=XML& language=EN).

Adesso, il 18 ottobre Manuel Barroso per l’Unione europea e Stephen Harper per il governo del Canada hanno sottoscritto l’accordo. Ma solo il Canada ha reso nota la cosa: sui siti della UE, ma anche sui media europei, non c’è traccia alcuna dell’evento: come se, oltre al negoziato stesso, anche la firma fosse stata tenuta volutamente nascosta...

CES e CSC sono soprattutto allarmate dal rischio che l’accordo apra completamente alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali (inclusi quelli essenziali, come l’acqua) e per la quasi certa inserzione di un meccanismo di disputa “investitori contro stato” che  metterebbe i governi  nazionali, quelli europei e quello canadese, in condizioni di subalternità rispetto agli interessi delle multinazionali negando la richiesta, sia dei sindacati che dello stesso parlamento europeo, di mantenere gli attuali meccanismi di disputa tra stati e i sistemi giudiziari in vigore per le controversie legali.

E nessuno tutt’oggi, ad accordo firmato ma ancora non pubblicato, sa se esso abbia poi recepito la richiesta del pieno rispetto delle norme internazionali sul lavoro, dei diritti di contrattazione, delle norme ambientali che troppo spesso gli accordi di libero commercio servono proprio ad aggirare, subordinandoli/e alla cosiddetta libertà di investimento e di circolazione dei capitali[13].

Anche la Groenlandia ha mollato. Il parlamento ha votato il 24 ottobre, dopo lunghe esitazioni e moltissimi dubbi, la fine della proibizione legale a scavare alla ricerca di minerali rari e radioattivi, compreso l’uranio, sotto i 2.167.000 km2 di terra e di ghiaccio che formano la superficie della maggiore isola del mondo.

Il voto (questo è un paese indipendente ma riconosce come suo capo dello Stato la regina di Danimarca, Margrethe II) apre a investimenti esteri (specie dall’Australia e dalla Cina) che da tempo premevano per avere accesso al settore e alle risorse immense che si sanno essere lì in attesa sotto il permafrost e comunque un difficilissimo, costosissimo ma, evidentemente, comunque ritenuto profittevole lavoro di scavo (Investor INTEL, 25.10.2013, R. Bromby, Greenland opens the door for rare earths (and uranium): now just watch whether China makes its play― La Groenlandia apre la porta alla ricerca di terre rare (e di uranio – e adesso state bene a guardare se la Cina si muove [anche se c’è poco, poi,  da guardare: arriveranno nella capitale, Nuuk, 15 mila abitanti – in tutto sono forse 50 mila – una carretta di dollari cinesi a comprarsi i diritti di scavo...] http://investorintel.com/rare-earth-intel/greenland-opens-door-rare-earths-uranium-now-just-watch-whe ther-china-makes-play).

In Europa, come tale, nella sua accezione se volete un po’ corriva ma concreta dell’Unione Europea, l’ondata di demagogia e populismo che, adesso, ha denunciato, in visita ad limina a Washington, ripreso da un editoriale del NYT anche Enrico Letta (New York Times, 15.10.2013, Edit. Board, Europe’s Populist Backlash La reazione populista in Europa http://www.nytimes.com/2013/10/16/opinion/ europes-populist-backlash.html?_r=0).

Il fatto che né il quotidiano né le considerazioni del premier nostrano, purtroppo per la realtà delle cose rilevano, è la radicata e radicale limitazione della democrazia europea. Qui, a Bruxelles, i processi di decisione sono distanti – molto distanti – da quello che i greci chiamavano “demos” – il popolo, i popoli dell’Europa: lo stesso termine da cui viene demagogia, populismo appunto. Ma connota una distanza abissale, la mancanza abissale – appunto – di trasparenza del processo decisionale democratico.

Il che alla fine significa che le decisioni anti-popolari, spesso, della Commissione esecutiva della UE, nessuno dei quali componenti è stato eletto democraticamente dai popoli – né tutti insieme come un esecutivo qualsiasi, né ciascuno separatamente dai propri connazionali, ma sono stati tutti nominati da governi magari periti da anni (l’italiano vice presidente, Antonio Tajani, forse lo ricorderete, venne inventato dal nulla e messo lì per decisione sovrana e personale del Cavaliere― sì, lui) – possono essere spesso fermate solo dalla mobilitazione, cioè, dalla rivolta concreta, popolare.

E il punto è questo, che pure qualche volta Letta stesso è sembrato cogliere ma che ora fa finta, crediamo, di essersi dimenticato: che se la Commissione e i governi che la sostengono con le loro politiche austeriane e antipopolari continuano a ignorare discordia e dissenso che seminano proprio a causa delle loro scelte, allora sono essi, Commissione e governi, direttamente la fonte e la causa della demagogia e del populismo: in tutte le sue versioni, da Grillo a Bossi, da Alba Dorata a Le Pen, al premier ungherese..., ecc., ecc., ecc.

STATI UNITI

Abbiamo illustrato ampiamente, nel numero scorso di questa Nota (Nota congiunturale no. 10-2013, nel capitolo, ovviamente, relativo agli STATI UNITI  ▬ cfr. http://www.angelogennari.com/notaottobre13.html), lo status della doppia battaglia con cui la maggioranza repubblicana della Camera dei rappresentanti, spinta dall’ideologia tra di loro trionfante sta tentando di impedire al governo Obama di governare in politica interna imponendole da sola e contro la volontà del Senato di tagliare radicalmente, o di ritardare nell’immediato di almeno un anno, l’entrata in vigore delle riforma sanitaria molto popolare che è passata alla storia col nome suo, di Obamacare, minacciando il blocco della spesa e il rifiuto di alzare il tetto ufficiale, nominale, del debito pubblico una misura di routine, sempre scontata finora, per pagare stipendi, spese e forniture dell’Amministrazione.

Qui, ma stavolta per brevità senza citarlo direttamente vi rimandiamo a un succinto, chiarissimo articolo che ne fa bene il punto, apparso sul NYT[14] (New York Times, 29.9.2013, B. Knowlton, The Battle in Congress on Spending and Debt La battaglia in Congresso su spese e debiti http://www.nytimes.com/2013/09/30/us/ politics/questions-and-answers-on-a-possible-government-shutdown.html?_r=0).

Da ricordare sempre è che il Congresso non dissente dal presidente sul contenuto del bilancio – da approvare o no – ma, stavolta su qualcosa di interamente diverso: la riforma sanitaria che non c’entra niente, che è già legge, che sta entrando ora in vigore e che loro non essendo riusciti a stoppare e far cancellare per via legislativa e politica (le elezioni, Obama le ha vinte proprio e soprattutto su questo)… vogliono cancellare così, col ricatto del blocco di tutto il sistema: peggio di Sansone e dei filistei, con loro che però sono ormai insieme Sansone e i filistei…

Una pretesa “semplicemente insensata e, in ogni caso, irraggiungibile” (è il giudizio, chiaro e secco, di chi ideologicamente ai repubblicani è anche vicino come il britannico The Economist, 4.10.2013, America's government shutdown – No  way to run a country La ‘fermata’ del governo in America – Non è davvero questo il modo di far funzionare un paese http://www.economist.com/news/leaders/21587211-land-free-starting-look-ungovernable-enough-enough-no-way-run-country). Ma è anche l’attestato, scandaloso e eclatante, della paralisi ormai quasi totale del funzionamento del sistema democratico della più antica repubblica moderna, malgrado le sue contraddizioni, a sistema comunque democratico: gli Stati Uniti d’America.

Da parte sua, il prof. Paul Krugman spiega che “forse il mondo non finirà con uno grande bang,  ma con uno scoppio di nervi”. Come quello che sta oggi contagiando di brutto il partito repubblicano. Che forse, aggiunge, “non se ne rende neanche conto o se ne frega proprio”. Perché la verità è che “i mercati finanziari hanno a lungo trattato i bond americani come l’ultimo rifugio solido” in un’eventuale tempesta.

Ma “supponiamo che diventi chiaro che quei bond non sono poi più tanto sicuri, che non si può più contare su un’America che onorerebbe sempre i suoi debiti. All’improvviso, così, salterebbe tutto il sistema… I radicali repubblicani – questi dominanti del tutto o niente – respingono ogni voce esperta e preoccupata del possibile default: esattamente come insistono a negare il cambiamento climatico”. E “finché non saranno quelli di Wall Street, che però sono proprio quelli che in questo marasma hanno sprofondato loro l’America – e da cui, alla fine dipendono – non daranno mai ascolto al richiamo della ragione(New York Yimes, 29.9.2013, P. Krugman, Rebels Without a Cause Ribelli senza causa http://www.nytimes.com/2013/09/30/opinion/krugman-rebels-without-a-clue. html?_r= 0).

● Il Tea Party (i Repubblicani): stacchiamo tutte le prese   L’Apocalisse del default repubblicano   (vignette)

 

 

                                    Governo USA                                                      Cancellare la sanità pubblica! Chiudere il goverrno! Tagliare! Affogare tutto!

                                     Lavoro  Mercati                          Economia          Abbiamo trovato il nemico! E siamo NOI! ( l’elefante è il simbolo repubblicano)

NYT, 1.102013, P. Chappatte                                                Khalil Bendib, 7.10.2013

●E, in effetti, poi è andata proprio così. Quando scriviamo questo specifico paragrafo, a inizio ottobre, non siamo – non siamo ancora… – al default, la cui scadenza è fissata grosso modo intorno a metà mese ma alla cessazione parziale ma massiccia dei pagamenti correnti, allo shutdown, dello Stato federale: per la prima volta in 17 anni, il Congresso tra lunedì e martedì notte, 1° ottobre, non ha concordato – tra Camera a maggioranza  repubblicana e Senato democratico – sul nuovo bilancio federale e ha rifiutato di prolungare quello esistente.

Perché il Senato ha rifiutato la condizione capestro dei deputati (nel dibattito anche alcune decine di rappresentanti del partito repubblicano avevano criticato il ricatto ma, al dunque, non hanno avuto il coraggio di dissentire dalla posizione che pure giudicavano estremista del loro partito) di rinviare l’entrata in vigore della riforma sanitaria votata un anno fa e che adesso doveva, finalmente, andare gradualmente a regime.

Il risultato è un danno economico immediato che viene subito calcolato in una perdita di almeno 2 miliardi di $, in 800.000 licenziamenti in sospeso per ora temporanei ma immediatamente nell’arco di un giorno esecutivi (dalle guardie forestali, ai pompieri, agli uscieri, alle guardie dei parchi nazionali, ai musei e ai monumenti della capitale, a scienziati, tecnici e operai della NASA, ma non della NSA – gli spioni elettronici – che non vengono neanche toccati…, ecc., ecc.: molte agenzie e servizi del governo hanno semplicemente chiuso i battenti e staccato la luce “fino a nuovo rodine”) e un milione di persone, pur restando magari al lavoro nel governo federale ci restano, per ora, se vogliono senza percepire stipendio e senza prospettive certe di come e quando recuperarlo…

Nelle Forze armate, ad esempio, nessun militare in divisa avrà lo stipendio bloccato (ci ha pensato per decreto legge, o come lo chiamano qui, ordine esecutivo, subito Obama) ma, dice il ministro Hagel, saranno 400.000 gli impiegati civili cui toccherà restare a casa o “temporaneamente”, ma per quanto?, senza salario… (New York Times, 1.10.2013, M. D. Shear, U.S. Government Shuts Down in Budget ImpasseIl Governo chiude col blocco del bilancio federale http://www.nytimes.com/2013/10/02/us/politics/us-government-shutdown.html?_r=0).

Poi, già entrati nel marasma dell’impotenza – dopo una settimana dall’inizio dello shutdown il 1° ottobre: stavolta, perfino i dati statistici su occupazione/disoccupazione non stati messi come sempre sul sito del ministero: gli addetti sono a casa, temporaneamente sospesi dal lavoro essi stessi – vengono fuori fior di costituzionalisti americani ad evidenziare con fortissimi argomenti che – malgrado quanto ancora sostiene Obama: che sarebbe impotente a salvare l’economia se adesso il Congresso rifiutasse addirittura di elevare entro metà mese il tetto massimo formale che autorizza il governo ad indebitarsi oltre la soglia fissata per legge – in realtà potrebbe farlo di sua autorità, ricorrendo ai poteri che già gli dà la Costituzione, “se avesse, certo, le pa**le per farlo— if he had got the guts”, come precisa e spiega uno di loro (New York Times, 3.!0.2013, A. Liptak, Experts See Potential Way Out for Obama in Debt Celing Maze Gli esperti vedono potenziali vie d’uscita per Obama nel labirinto del debito http://www.nytimes.com/ 2013/10/04/us/politics/experts-see-potential-ways-out-for-obama-in-debt-ceiling-maze.ht ml?_r=0).

Si tratterebbe di una soluzione politica che di sicuro sarebbe contestata, anche in tribunale da chi la dovesse subire e che i mercati finanziari apprezzerebbero meno di altre più usuali di compromesso e/o a maggioranza, ma che preferirebbero sempre al default rispetto agli impegni finanziari. Tre motivazioni, sostanziali e formali, ben note anche a Barack Obama, lui stesso di professione docente universitario di diritto costituzionale ma che egli ha finora sempre interpretato in maniera restrittiva in materia i poteri del presidente:

la 1a, è un’interpretazione, come dire?, “aggressiva” dei poteri del Presidente degli Stati Uniti: per citare il prof. Erich Posner, che insegna proprio dove insegnava Obama, all’università di Chicago, il presidente mantiene sempre i suoi poteri d’emergenza. E da tempo è inteso che egli ha, in ogni caso, il dovere di agire per ‘proteggere il paese’. Posner è troppo buon amico di Obama e troppo buon democratico, nel senso di membro lui stesso del partito di Obama, per contestargli che del resto su questi poteri di emergenza proprio Obama ha finora basato i suoi interventi in materia costituzionalmente limitata come le politica estera e gli interventi armati che ripetutamente e, senza alcuna autorizzazione congressuale ha praticati nel mondo… e (NSA docet) contro i cittadini d’America ed è restio invece ad applicare su questi temi;

la 2a motivazione si radica in una disposizione piuttosto chiara, alla lettera, del 14° emendamento della Costituzione: che, adottato nel 1868 per garantire il pagamento del debito incorso dal Tesoro nel condurre la guerra di secessione, statuisce nella sua sezione no. 4, che la Corte costituzionale ha già interpretato, nel 1935, avere “una connotazione però niente affatto ristretta alla fattispecie” che “la validità del debito pubblico degli Stati Uniti, autorizzato per legge, inclusi i debiti per il pagamento di pensioni e benefici per servizi resi nella soppressione dell’insurrezione o ribellione, non saranno mai messi in questione”.

• e la 3a delle alternative disponili a un presidente che volesse agire anche contro l’irresponsabilità della maggioranza, peraltro abbastanza risicata e temporanea di un Congresso – anzi della metà ostruzionistica e negazionista del Congresso, la Camera – sta nella scelta che il presidente deve comunque fare tra obblighi coesistenti ma non conciliabili imposti dallo stesso parlamento al presidente. Delle tre opzioni è forse la più discutibile, perché fondata solo su una scelta tra due violazioni della Costituzione, fatta in nome del “male minore” – discussa ampiamente e oggetto di scambi di interpretazioni a partire da un recente, autorevole saggio accademico

    (1. Columbia Law Review, 3.2013, Neil H. Buchanan e Michael C. Dorf, Bargaining in the Shadow of the Debt Ceiling: When Negotiating over Spending and Tax Laws, Congress and the President Should Consider the Debt Ceiling a Dead Letter Negoziare all’ombra del tetto sul debito: quando e perché Congresso e presidente dovrebbero considerare il tetto come lettera morta ▬ http://www.columbialawreview.org/bargaining-in-the-shadow-of-the-debt-ceiling-when-negotia ting-over-spending-and-tax-laws-congress-and-the-president-should-consider-the-debt-ceiling-a-dead-letter); 2.  New York Times, 7.10.2013, Sean Wilentz, Obama and the Debt http://www.nytimes.com/2013/10/08/opinion/obamas-options.html?ref=international&_r=0).

Il saggio evidenzia come avendo da una parte ordinato – non solo autorizzato – al presidente di effettuare molte spese con le leggi di bilancio gli impedisce di farle vietandogli di alzare tasse o di ricorrere al credito, mettendolo quindi nelle condizioni di obbedire a uno degli ordini ma solo  violandone l’altro. Il presidente, secondo questa ragionevole interpretazione, non può quindi che “scegliere la meno incostituzionale delle due opzioni”. E questa, concludono gli autori, è quella di emettere nuovo debito pubblico per continuare a far funzionare il paese.

C’è da far notare a quanti – tanti – se lo siano fatti sfuggire come qui, su due questioni del tutto diverse ma sintomo della stessa malattia – l’appecoronamento facile – la vaccinazione contro la malattia in questa società forse comincia a funzionare: gli elettori democratici che nel 2008 elessero Obama su una piattaforma di sinistra gli hanno finalmente imposto la decisione di bombardare con decisione suprema e autocratica la Siria e hanno stoppato la nomina alla Fed come nuovo presidente di  quel Larry Summers che è stato il più coerente fautore della deregolamentazione selvaggia dei mercati finanziari. Insomma, hanno cominciato a vincere loro, contro di lui. E loro lo hanno stoppato. Qui, non è poco…

In altri termini, con difficoltà comincia a passare qui, forse, anche la lezione che quando si è  in bilico a litigare sull’orlo del baratro, la domanda vera non può essere “chi ha torto e chi ha ragione?” ma diventa “come siamo finiti, qui?” e, ancora prima, “e adesso, come ne usciamo?”. E, a questo punto, gli unici che vale la pena di ascoltare sono ormai quelli che si sforzano almeno di suggerire some cominciare a uscirne non i causidici discussori sul sesso degli angeli…

C’è anche un vago, ma diffuso qual senso di panico in giro per l’America per le conseguenze di un default sullo status finora dato come scontato di valuta privilegiata di riserva nel mondo del dollaro. Ha contribuito a seminare un bel po’ di confusione anche il commento di un osservatore, piuttosto astuto e cui finanza e industria prestano attenzione di regola, come Floyd Norris, sottintendendo sul NYT che, se scattasse la dichiarazione di bancarotta, gli USA troverebbero difficoltà a farsi prestare dollari, cioè la loro stessa valuta, a livello internazionale, ai tassi ridicoli con cui li prendono in prestitto di oggi (New York Times, 10.10.2013, F. Norris, At Risk: Currency Privilege of the Dollar― A rischio il privilegio valutario del dollaro http://www.nytimes.com/2013/10/11/business/at-risk-the-dollars-privilege-as-a-reserve-currency.html?_r=0).

In realtà è improbabile che il dollaro rischi ancora a lungo di restare la valuta preminente in un qualsiasi scenario ormai plausibile. E, a legger bene, è questa anche l’opinione conclusiva di Norris. Inoltre, la perdita dello status privilegiato di valuta di riserva mondiale avrebbe nell’immediato un effetto positivo perché essere moneta di riserva di tutti non è un privilegio proprio gratuito. Grosso modo, il 62% delle riserve di valuta nel mondo – 3,72 trilioni di $ dei 6 che formano le riserve ufficiose – sono sempre detenute in dollari, ma il trend è in rapida diminuzione (CNBC, 14.2.2013, J. Carney e J. Cox, Is the Dollar Dying? Why US Currency Is in Danger― Il dollaro sta morendo? Perché la valuta statunitense è davvero a rischio http://www.cnbc.com/id/100461159). Ma l’, la £ britannica, lo ¥ (yen) giapponese e, ormai, anche lo ¥ (yuan) cinese, come pure il franco, CHF, svizzero sono ormai detenuti in riserva.

Finché gli Stati Uniti resteranno un paese unito, con un’economia materialmente in grado di funzionare, sembra a molti – a ragione – materialmente impossibile che come quantità di riserve detenute in $ esse scendano nel sistema globale al di sotto, diciamo, del 30%, al più rovesciando, cioè, il dato attuale.

L’effetto di questa perdita di fiducia non sarebbe quello di privare gli USA della possibilità di prendere in prestito sui mercati la loro stessa valuta. Sono moltissimi i paesi che lo fanno, compresi Stati non certo considerati titani del sistema finanziario internazionale (The Economist, 11.10.2013, Trade, exchange rates, budget balances and interest rates – Economic data Commercio, tassi di cambio, equilibri di bilancio e tassi di interesse – Dati economici (tabelle) http://www.economist.com/news/economic-and-financial-indica tors/21587831-economic-data-trade-exchange-rates-budget-balances-and-interest-rates-0).

I paesi meno “stabili”, agli occhi dei mercati e, in realtà, dei mercanti – i servitori dei mercati, cioè – pagano di regola premi di rischio superiori per previsioni più alte di inflazione e dubbi sul clima politico che viene poi scontato con le impennate del cosiddetto servizio del debito. Non sono pochi i casi di premi di rischio negativi nel mondo: ad esempio, i tassi sui titoli svizzeri, danesi e giapponesi sono più bassi di quelli sui bonds americani e non hanno granché sofferto, dunque,  evidentemente, dal non essere mai stati la moneta privilegiata di riserva del mondo: né – è il caso “scandaloso” e irrazionalmente del tutto controcorrente del Giappone – risentono neanche del fatto di esibire al dunque un debito pubblico che si avvicina ormai al doppio di quello dell’Italia. sicuramente sopra il 230% del PIL…

C’è poi da considerare un’altra conseguenza, che il calante valore del dollaro rispetto alle valute degli altri paesi con la perdita dello status di preminente valuta di riserva. Ma questo fatto dovrebbe tutt’altro che preoccupare, no?, visto che anzitutto abbassare il valore del dollaro è stata la linea ufficiale e dichiarata sia di Bush che di Obama quando hanno insistito per anni – come hanno fatto – che la Cina e altri paesi, ma soprattutto la Cina, rivalutassero manipolando il valore della moneta per decisione governi il peso delle loro valute e, quindi, abbassassero artificialmente quello del dollaro. E, allora?

Naturalmente, la ragione per cui la volontà vera degli USA – al di là dei giuramenti fasulli di tutti i segretari al Tesoro di turno sulla volontà di mantenere il valore del dollaro e della realtà che li vede invece costantemente operare per predicare ai cinesi di piegare volontaristicamente i mercati (altro che laisser faire!) a rivalutare lo yuan contro il $ (3 trilioni sono i loro investimenti in assets denominati in $ e quasi 1,4 mila miliardi sono proprio in bonds in titoli di Stato americani) – è quella di lasciar svalutare il biglietto verde così aiutando le esportazioni americane rendendole più competitive, più vendibili, nel mondo.

Del resto, nel breve-medio termine, considerato che nessuno parla seriamente di aumentare gli investimenti di spesa pubblica, questo meccanismo di svalutazione reale del valore del dollaro è anche l’unico in grado concretamente di aiutare con l’aumento delle esportazioni anche l’aumento dell’occupazione che aiuterà a costruire quelle esportazioni. Per cui, al dunque, non potrebbe – non dovrebbe – essere questo (della svalutazione del dollaro) uno spaventapasseri reale contro il default. Semmai – sempre non volendo considerare per un attimo solo gli altri reali guai che porterebbe – questo sarebbe un effetto positivo, paradossalmente ma non proprio, del fallimento…     

Alla fine, alle 22:15 del 17 ottobre, a un’ora e tre quarti dalla scadenza del default formale, passa alla Camera (285 sì e 144 no: con tutti i 198 sì democratici, nessuno escluso e la spaccatura dei repubblicani, 87 dei quali votano sì anche se 144 restano fermi sul loro no) dopo che nel pomeriggio (81 sì e 18 no) l’aveva approvato il Senato, un accordo che, prima col cedimento sbracato dei repubblicani sulle posizioni corrive dei loro estremisti non sposate, poi, fino in fondo, decreta la vittoria di Obama.

Dalla stretta immediata gli USA, al dunque, ne vengono fuori con un tetto del debito rialzato e la riforma sanitaria, l’Obamacare, che non viene toccata ma sempre sotto la spada di Damocle che torna a calare fra quattro mesi, il 7 febbraio!! tal quale, perché quella è la prossima scadenza, appena rinviata… e, dunque, di qui a tre mesi si potrebbe tornare proprio da capo (1. New York Times, 16.10.2013, House Votes to Approve Senate Plan La Camera vota per approvare il piano del Senato http://www.nytimes.com/news/fiscal-crisis/2013/10/16/house-votes-to-approve-senate-plan); 2. un sito straordinario che calcola secondo per secondo l’evoluzione in progress, e in movimento, di tutti i dati del debito pubblico americano, lo trovate su ▬ http://www.usdebtclock.org: alla vigilia di questo default appena evitato era a 17.000 miliardi di $, superando il 100%, ormai, del rapporto debito/PIL e con un deficit di bilancio annuale sul PIL superiore al 5,5%...)...

Evidenzia Paul Krugman, concludendo un pezzo nel quale fa il commento delle perdite gravi che ha subito l’economia del paese in generale e chi sta peggio – ceti medi sempre più poveri e ceti poveri che diventano poverissimi con un potere d’acquisto defalcato ferocemente dall’accaparramento dei pochi, pochissimi sempre più ricchi – in modo anche drammaticamente peggiore, scrive che, certo, “Adesso il governo riapre i battenti, e non siamo falliti cadendo sul debito... Siamo tornati ai giorni felici, quindi? le cose sarebbero anche potute andare peggio. Certo, questa settimana siamo stati in grado di evitare di finire in fondo al baratro. Ma stiamo andando sempre avanti su una strada che non arriva proprio da nessuna parte(New York Times, 17.10.2013, P. Krugman, The Damage Done Il danno fatto ▬ http://www.nytimes.com/2013/10/18/opinion/krugman-the-damage-done.html?hp&_r=0).

Per quello che contano – e contano per fortuna sempre di meno – anche le agenzie di rating cominciano subito a emettere le loro sentenze svalutare l’economia americana. Dice Fitch per prima che è ormai entrata in zona di “sorveglianza negativa del credito”. Ma dice subito anche la agenzia cinese di rating, la Dagōng Guójì Zīxìn Pínggū Yǒuxiàn Gōngsī – che invece conta sempre di più perché conta proprio dove oggi conta contare cioè, appunto, in Cina – che abbassa il suo rating del credito americano – dell’affidabilità, dunque, del Tesoro americano e, in definitiva, della sua economia – ad A-, da A, mantenendone l’outlook come già era, “negativo(CNBC, 17.10.2013, Ansuya Harjani, Chinese agency downgrades US credit rating: should you care? Agenzia [di rating] cinese svaluta il credito americano: vi dovreste preoccupare? http://www.cnbc.com/id/101122993).

Alla domanda se l’America debba o no preoccuparsi di questo giudizio, l’americana Tv CNBC risponde citando il testo stesso del rating cinese: “la realtà di fondo è che in America il tasso di crescita del debito va molto al di là delle entrate fiscali e che il PIL resta lo stesso... Il governo americano ha mantenuto a lungo la propria solvibilità ripagando il vecchio debito sottoscrivendone nuovi titoli con un costante aggravamento della vulnerabilità della propria solvibilità― in altre parole: proprio quel che ha fatto l’Italia col suo debito pubblico, a partire dagli anni ’80 di Craxi. Di qui, il fatto che il governo americano stia ancora una volta avvicinandosi al default, situazione che non è sostanzialmente alleggeribile nel futuro prevedibile”.

In sostanza, riassume il CNBC, ci bocciano per cinque concrete  e pesanti ragioni:

• Spendiamo al di sopra di quel che potremmo permetterci.

• Il debito americano è ormai fuori controllo e la capacità di pagarcelo scende.

• Stiamo abusando della nostra posizione di valuta dominante, causando danni gravi alle altre economie.

• Continuiamo a creare nuovo debiti per pagare gli interessi su quello vecchio che abbiamo e che resta per fortuna nostra a livelli contenuti solo grazie all’egemonia che ancora rimane al biglietto verde come valuta di riserva.

• L’utilizzo che facciamo del debito come strumento politico di pressione sugli altri paesi, danneggia alla fine loro ma anche, in termini di riduzione delle esportazioni possibili e dell’occupazione, il popolo americano.

E il messaggio che ci manda Dagōng – è la conclusione che ne tira la CNBC – del quale non possiamo ignorare molto più a lungo la provenienza come possiamo anche fare ormai, invece, ormai spesso per le ammonizioni di Moody’s, S & P’s e Fitch – anche se, nell’immediato e  per nostra fortuna, i cinesi non hanno mercati alternativi al dollaro dove garantirsi la liquidità di cui hanno bisogno – è eloquente:

• al minimo, significa che, pur ribadendo come difficilmente la Cina provocherà una calamità finanziaria internazionale mettendosi a scaricare pur così provocata sul mercato titoli di Stato e altri pezzi di sua proprietà del debito pubblico USA, proprio il processo di continue e ripetute crisi e temporanee, ravvicinate, ritirate dall’orlo del baratro del default finanziario in America, non potrà che consolidare la determinazione del governo cinese di diversificare almeno la montagna di dolalri che detiene in riserva verso altre valute (euro, sterlina, yen);

• di più, il ripetersi di queste crisi fornisce buone ragioni ed aiuta chi tra le autorità di questo paese preme con sempre più forza e molte ragioni nel dar retta anche a quello che, anche se pro forma e ipocritamente chiedono da sempre, da almeno dieci anni, a Pechino gli stessi americani: cioè, di espandere presenza e ruolo dello yuan sui mercati internazionali. 

Sono due tendenze che, entrambe, erodono la capacità per gli USA di continuare ad emettere avvalendosi del maggiorasco del biglietto verde titoli di debito a volontà e a tassi di interesse irrisori  e accelerano l’ascesa irresistibile della moneta cinese a livello globale (New York Times, 20.10.2013, Menzie D. Chinn, American Debt, Chinese Anxiety Debito americano e ansietà cinese http://www. nytimes.com/2013/10/21/opinion/21iht-edchinn21.html?_r=0).

Sempre per quel che riguarda le agenzie di valutazione, di rating, epperò per il lato che riguarda l’Europa e, per quel che direttamente riguarda noi, poi, in Italia solo una segnalazione: intrigante, però, e molto preoccupante. Fa osservare a chi lo ignorasse sul blog che, scrupolosamente, tiene spesso con notazioni di spiccata originalità (sul blog de la Repubblica, 31.10.2013, C. Clericetti, I tecnocrati dalla lingua biforcuta― cioè, quelli che dicono bianco e,  poi, fanno nero ▬ http://nuke.carloclericetti.it/Lingue biforcute/tabid/327/Default.aspx), che malgrado sia stato autorevolissimamente detto e ripetuto che “non si deve dare valore ufficiale ai giudizi delle agenzie di rating (l’ha detto, già anni e anni fa, la Commissione Jacques de Larosière nel Rapporto che porta il nome del presidente del Gruppo di studio ad alto livello di Supervisione finanziaria costituito dalla UE, 25.2.2009, http://ec.europa.eu/internal_market/finances/docs/de_larosie re_report_en.pdf , 31 raccomandazioni, 86 pp.).

Opinione, poi, ribadita tal quale e, con motivazioni altrettanto e perfino più cogenti dal Financial Stability Board di Basilea allora presieduto dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi (Financial Stability Board/FSB, Basel, 27.10.2010, ref #48/2010, On principles to reduce reliance on CRA ratings Dei principi da considerare per ridurre l’affidamento alle valutazioni delle Agenzie di credito internazionali http://www.financialstabilityboard.org/press/pr_101027.pdf).

Dunque, chiarissimo: non fidatevi, fidatevi comunque il meno possibile. Perché sono, di per sé, strumenti poco affidabili e, peggio, a giudizio di organi così tecnicamente attendibili, pronti a piegarsi ai desiderata di chi li paga e dunque, come hanno spesso fatto, a sbagliarsi attribuendo loro – anche alla vigilia di crolli catastrofici – i valori di mercato che essi desiderano e per i quali vengono doviziosamente pagati...

Ma poi, ecco – come lo vogliamo chiamare: l’assurdo?, lo scandalo? – il regolamento del Fondo europeo salva-Stati (al quale ha messo mano direttamente anche e proprio lo stesso Draghi) dice che al dunque  esso può investire solo in titoli a doppia A: così che in pratica il FESS è autorizzato a comprare e compra solo i Bund tedeschi coi soldi dei paesi in crisi. I nostri, tanto per capirci...

Alla fine, anche se con due settimane e più di ritardo, escono sul sito del dipartimento del Lavoro, bloccato finora dal chiusura della spesa pubblica imposto al governo per sedici giorni che ne aveva congelato proprio il funzionamento, i dati del mese di settembre su occupazione/disoccupazione. Il dato in sé vede il calo leggero (un decimale di punto in percentuale, dal 7,3 al 7,2%) dei senza lavoro ma, al solito, si tratta solo dei dati ufficiali, registrati; anzi – peggio – perché alla registrazione ufficiale sfuggono, e dunque proprio non risultano, i milioni di lavoratori senza impiego ormai “scoraggiati” e che neanche ci pensano più a lasciarsi conteggiare ufficialmente.

Di fatto solo 148.000 nuovi posti di lavoro (quasi cinquantamila meno della media dell’anno precedente) sono stati creati in settembre, mentre la prossima statistica relativa ai dati di ottobre dovrà fare i conti proprio con la paralisi del governo e l’ondata di licenziamenti – per lo più temporanei ma reali – che ha comportato soprattutto nel pubblico impiego. In definitiva, si stanno facendo pochi e lentissimi progressi per tornare a un mercato del lavoro in salute. Il buco del lavoro, cioè il numero di posti necessari a riportare lo stato del mercato al livello pre-recessione – 8 milioni di posti – al livello attuale rimane ancora anni e anni di là da venire. Utile, in particolare, è una lettura del documento analitico dell’EPI (qui il no. 3.) che, ricco com’è di dati, tabelle e ragionamenti, illustra meglio di quelli giornalistici del NYT, o puramente statistici del BLS, lo stato attuale delle cose.

    (1. New York Times, 22.10.2013, C. Rampell, Weak Job Data May Weigh on Fed’s Decision on Stimulus I deboli dati sull’occupazione possono ancora ritardare la decisione della Fed di abbandonare lo stimolo http://www.nytimes.com/2013/10 /23/business/economy/us-economy-added-148000-jobs-in-september.html?_r=0) ; 2. Bureau of Labor Statistics/BLS, dip USA Lavoro, 22.10.2013, USDL-13-2035, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/ empsit.nr0.htm); 3. Economic Policy Institute/EPI, 22.10.2013, E. Gould, Labor Market’s Performance Is Uninspiring Il mercato del lavoro ha una performance insoddisfacente http://www.epi.org/publication/labor-markets-performance-uninspiring).

Adesso, la debolezza di questi ultimi dati sembra alimentare negli analisti la convinzione che la Fed ritarderà ancora la prevista frenata di forti acquisti di titoli con cui, attraverso le facilitazioni quantitative che da tempo pratica per tenere su il tono dell’economia. Infatti, proprio nella sessione di fine ottobre, i tassi di sconto vengono lasciati dov’erano e lo stimolo in atto pure (New York Times, 30.10.2013, B. Appelbaum, Fed Maintains Stimulus, Awaiting Sustained Growth La Fed mantiene lo stimolo, in attesa di una crescita sostenuta http://www.nytimes.com/2013/10/31/business/economy/fed-maintains-stimulus-awaiting-su stainable-growth.html?_r=0&gwh=62967E6DA06B90856F451D197FD93AF1). E viene almeno rinviata nel tempo anche solo l’ipotesi che pensava come sull’onda di una ripresa costante, anche se non proprio ancora decisa, la Fed potesse cominciare già adesso a rallentare il suo sostegno attivo e, in ogni caso poi, al massimo da dicembre. Ora poi tutti si dicono certi di ulteriori rinvii...

Anche perché, nel frattempo, il presidente ha designato, al posto di Ben Bernanke come capo della Fed, la prof. Janet Yellen – la prima donna di sempre e la prima a capo (salvo errore) di una qualsiasi Banca centrale – e Yellen, che entrerà in carica solo a febbraio è sempre stata, da classica banchiera centrale di scuola tradizionale, componente da diversi anni del direttivo e negli ultimi vice proprio di Bernanke, molto cauta di fronte a ogni accenno di inflazione.

Ma è anche sempre stata in prima fila a spingere per un approccio “aggressivo” capace di aiutare non tanto la ripresa in generale quanto, specificamente, proprio la creazione di nuovi posti di lavoro. E’ stata la protagonista e il motore dietro la politica monetaria piuttosto lasca che porta il nome di Ben Bernanke e che per Larry Summers, la prima scelta andata a male di Obama, sarebbe stata anatema.

Ed è stata sempre lei a spingere energicamente dietro il programma di guida avanzata, d’anticipo, che ormai nella crisi molte banche centrali adottano per tenere i tassi appena appena sotto il livello mediamente considerato generoso verso il sistema bancario. Il che garantisce oggi, con la sua posizione esplicitamente avversa alla scuola neo-cons e neo-lib, che avrà qualche problema a farsi approvare la nomina dal Senato. Dove i fedeli della scuola neo-conservatrice non sono in maggioranza ma possono trovare qualche “convertito” , e lo rrovano speso, anche tra ui democratici. Che spiega, naturalmente, anche le lunghe esitazioni di Obama (The Economist, 11.10.2013, The Fed’s new bossThe dove v the desperadoes La nuova boss della Fed – La colomba contro i desperadoshttp://www economist.com/news/leaders/21587788-dove-v-desperadoes).

Sposata a George A. Akerlof lui stesso Nobel dell’Economia e autore, con lei allora 30enne (oggi ha 67 anni e l’aspetto – ma solo l’aspetto… – di una casalinga operosa) un saggio molto influente (e allora del tutto controcorrente, mentre trionfava Milton Friedman con la scuola neo-lib di Chicago)  sul tema sia di un’organizzazione del lavoro attenta ai diritti, sia dei giusti salari come asse di una nuova politica economica[15] (New York Times, 9.10.2013, B. Appelbaum, For Yellen, a Focus on Reducing Unemployment Per Yellen il centro dell’impegno è ridurre la disoccupazione http://www.nytimes.com/2013/10/10/ business/economy/for-yellen-a-focus-on-reducing-unemployment.html?_r=0).

Il dipartimento americano della Giustizia e la JPMorgan Chase hanno negoziato e si sono accordati sui dettagli finali di una composizione pattuita per aver imbrogliato sul valore di titoli più o meno fasulli  a garanzia di una montagna di ipoteche che adesso alla più grande banca d’America costeranno una multa da 13 miliardi di $. In una vertenza separata, che ha perso in tribunale anche con parecchi singoli investitori, la JPM dovrà anche versare ora altri 6 miliardi.

Tra il 2008 e il 2013, sono state decretate o concordate dal sistema giudiziario multe per un totale complessivo di quasi 100 miliardi di $ così suddivise:  47,2 a Bank of America, 22,3 a JPMorgan Chase, 9,8 alla Wells Fargo e 6,2 a Citigroup, 0,9 a Goldman Sachs e 9 miliardi di $ in tutto spartiti tra gli altri istituti di credito americani (The Economist, 25.10.2013, Mortgage related bank fines – Payback time for subprimes Multe alle banche americane per mutui ipotecari a rischio [più o meno fasulli e, comunque, fraudolenti] – Adesso si paga per i subprimes http://www.eco nomist.com/news/finance-and-economics/21588386-payback-time-subprime).

ioni e obbligazioni

Finirà, comunque, in coda di pesce l’avventura statunitense in Afganistan: come, in fondo, era giusto che fosse, storicamente. Sicuramente per “colpa” dei talebani ma ancor più, forse, come dice adesso in un’intervista alla BBC il presidente Karzai, per l’arroganza degli americani quando, adesso, a fine 2014 va a chiudersi la missione militare americana e, per forza di cose,  tutte le altre dei corpi di spedizione alleati che da essa come da un cordone ombelicale dipendono.

La critica di Karzai a tutta l’“avventura americana”, come la chiama, e più in generale a tutta la missione alleata messa in piedi intorno – e sotto di essa – è  feroce: “tutto l’esercizio della NATO ha finito col causare all’Afganistan grande sofferenza, moltissime perdite di vite umane e nessun guadagno perché il paese non è per niente più sicuro di quanto fosse prima dell’intervento”. Di fatto, i negoziati in corso per tenere in piedi una qualche presenza militare USA nel paese dopo fine 2014 sono in totale stallo, secondo entrambe le parti. E i punti di blocco sono due, entrambi cruciali.

• Uno è l’insistenza degli afgani di una garanzia americana nel futuro come se, diciamo, Kabul fosse un alleato della NATO, la Germania per dire. Non consentendo al vicino Pakistan di lasciar infiltrare i suoi talebani nel territorio afgano – da sempre i confini più porosi e “liberi” del mondo anche per tradizione secolare, etnica, tribale, di sempre. Dice ora Karzai che gli Stati Uniti, se vogliono restare anche a ranghi ridotti, dovrebbero mandare, d’ora in poi, le loro truppe a combattere quei talebani a casa loro – allargare, cioè, la guerra o trasferirla da Afganistan a Pakistan in un paese che formalmente è proprio loro alleato loro e dotato, tra l’altro, di armamento anche nucleare…

• Il secondo ostacolo è il rifiuto sempre di Karzai di continuare a consentire alle truppe americane quello che di fatto ha dovuto subire finora, di dare la caccia con la loro intelligence, i loro servizi speciali e i loro droni ai militanti talebani e al-Qaedisti sul territorio afgano. Secondo lui – che usa l’argomento anche come una specie di foglia di fico per far finta di ricrearsi una verginità di stampo sovrano ala vigilia di quella che potrebbe essere per lui la resa dei conti coi vincitori, ora che non presentabile alle presidenziali del prossimo aprile,  magari decidesse irragionevolmente di restare nel paese – gli americani dovrebbero semplicemente trasferire l’intelligence che hanno ai suoi e lasciare che fossero loro poi a condurre le operazioni antiguerriglia… ribelli.

E, a entrambe le condizioni, gli americani dicono comprensibilmente di no. Al che, ora, Karzai, risponde papale papale, senza possibilità di equivoci – ma, poi, solo a parole… infatti comincia subito a equivocare: sul primo punto – mantenere un’agibilità autonoma all’intelligence americana “attiva” nel paese, infatti, il presidente sembra che abbia mollato quasi subito parlando con il Segretario americano di Stato Kerry. Subito prima aveva appena detto che “se le nostre condizioni non gli vanno bene, e le loro pretese non vanno bene a noi, se ne vadano pure”.

Al che Obama aveva di botto risposto, in un’altra intervista all’A.P. del giorno dopo, che l’ “America resta solo alle sue condizioni e che – se, comunque, non può – continuerà a garantire che ogni progresso fatto nella lotta contro al-Qaeda continui, anche senza avere i GI’s sul suolo afgano”: a colpi di Forze speciali, cioè, e di aerei senza pilota. Come sempre, alla faccia di ogni sovranità degli afgani (New York Times, 8.10.2013. M. Rosenberg, Karzai Lashes Out at U.S. for its Role in Afghanistan Karzai attacca gli USA per il loro ruolo [che annulla ogni sovranità del paese] in Afganistan http://www.nytimes.com/2013/10/09/world/asia/karzai -lashes-out-at-united-states-for-its-role-in-afghanistan.html?_ r=0).

Poi, proprio mentre Kerry è ancora a Kabul, e a complicargli maledettamente la vita, riemerge con forza l’altro punto del contenzioso di cui si tratta per prolungare la permanenza di una forza armata americana, certo drasticamente ridotta, oltre il 2014: l’alleanza con l’Afganistan ridefinita per trattato come se fosse un alleato a difendere il quale l’America si impegna anche contro altri suoi alleati― come il Pakistan in specie.

Un punto sul quale l’America non potrà mai dire fuor da ogni equivoco sì. Dunque, mentre Kerry è a Kabul, arriva l’arresto ancor prima dell’accordo, la sua violazione con l’immediata scomparsa a seguito di rendition decisa da Washington in segreto di un comandante autorevole dei talebani pakistani, Latif Mehsud, che era a Kabul per discutere col governo afgano e che poi il governo afgano andava coltivando come un possibile alleato nelle fila dei talebani pakistani. Rapimento e presa in consegna operata proprio scavalcando le autorità di Kabul e, anzi, sottraendo direttamente un loro ospite e interlocutore nel loro stesso territorio: come al solito, l’elefante nel proverbiale negozio di cristalli… (Guardian, 12.10.2013, Controversy over Taliban arrest overshadows Kerry’s Afghanistan’s talks― La diatriba sull’arresto di un leader taleban-pakistano getta ombre sui colloqui afgani di Kerry http://www.theguar dian.com/world/2013/oct/12/afghanistan-taliban-latif-mehsud-kerry-talks)

Ma, poi, dopo colloqui che durano una settimana Kerry e Karzai trovano un accordo “di principio” che, se non si rivelerà come è del tutto possibile un altro equivoco una volta che ne verranno fuori i dettagli, potrebbe far considerare risolti i problemi Nel frattempo, però, è emerso un altro ostacolo di portata forte, con l’esigenza posta dagli afgani – la stessa cui gli americani non hanno accettato di sottostare in Iraq e che li ha portati ad abbandonare completamente il paese senza lasciarvi neanche un soldato di guarnigione – di porre sotto la loro giurisdizione penale e civile senza riconoscere l’immunità degli americani che resteranno in Afganistan dalla legge afgana.

E’ l’accordo, lo status of forces agreement, conosciuto in tutto il mondo dove è stato imposto e subìto da chi voleva avere le truppe americane in base al quale gli americani coprono sempre il sedere ai loro soldati e a qualunque loro comportamento, anche criminale anche assassino riservandosi di giudicarli nel loro foro interno dovunque nel mondo: per cui gli stupratori seriali di Okinawa e i piloti delinquenziali della funivia del Cermis, nel Trentino, si sono presi qualche mese di cella e poi sono andati liberi… Ma, certo,  dove viene lanciato un penultimatum e poi un altro e, infine, un terzo l’impressione non è proprio che si tratti di un accordo serio… (New York Times, 12.10.2013, M. Rosenberg, Talks Clear Path for U.S.-Afghan Deal on Troops I colloqui aprono la strada [resta da vedere se, poi, anche la chiudono] a un accordo afgan-americano sulle truppe http://www.nytimes.com/2013/10/13/ world/asia/talks-on-afghanistan-are-said-to-move-forward.html?pagewanted=1&_r=0).

Sull’altro fronte afgano, quello dei talebani, arriva il 14 ottobre il messaggio consueto del loro massimo leader politico e, come dire,  spirituale, Mullah Omar, per il primo giorno della Festa tradizionale mussulmana di Eid al Adha― in lingua urdu, Eid-ul-Odha, la festa del sacrificio, conosciuta dai mussulmani anche come festa del Pellegrinaggio: per gli ebrei il sacrificio di Isacco – cioè del loro biblico capostipite secondo il racconto del loro testo sacro (Genesi vv. 22,5 e 22,8) – per il Corano, quello di Ismaele, capostipite degli arabi del deserto (Quran, Sura [del profeta] Hūd 11:71) uran, 11:71)– da parte di Abramo, quando per obbedire all’onnipotente che glielo chiedeva era pronto scannarlo ma venne fermato dalla clemenza di Jahveh/Allah/Dio che, pure, glielo aveva ordinato.

Un messaggio sempre carico di significati religiosi e fortemente politici. Stavolta, con l’avvicinarsi della “vittoria” la preoccupazione che domina tutto il messaggio è quella di mantenere l’unità del movimento degli “studenti islamici”― i talebani, e di rilanciare l’appello al non partecipare alle elezioni del 2014. Tradizionalmente, in questo paese e contro l’appello talebano, le elezioni sono invece largamente partecipate― l’unico momento di partecipazione anche se molto molto formale che l’America è riuscita a trasferire, pare, in modo vitale nella cultura del paese, anche a fronte di minacce e di  possibili e anche perpetrati attentati contro gli elettori in fila ai seggi…

La dichiarazione di Omar è significativa anche per quel che omette di dire. Non lancia un vero e proprio, eclatante appello a boicottare le elezioni e a impedirle, non incoraggia attentati o attacchi di violenza crescente, non denuncia né rifiuta colloqui e anche negoziati di pace; ma fornisce una serie di spunti, una specie di guida su come il movimento talebano deve ormai rapportarsi al mondo esterno. E’ una dichiarazione chiaramente preoccupata di come da una parte i colloqui di pace, che vuole, e dall’altra il processo elettorale, che invece respinge come estraneo alla tradizione islamica e alla shari’ia, rischiano potenzialmente di minare l’integrità e la fermezza dei suoi seguaci. Dice che:

Noi abbiamo delegato esclusivamente all’Ufficio politico dell’Emirato islamico il nome ufficiale del movimento talebano – per mantenere i contatti col mondo. E, da parte del mondo, cercare di mantenere un rapporto con chiunque non sia stato da noi autorizzato al meglio è una perdita di tempo m potrebbe anche danneggiarci gravemente”…

Omar ne è chiaramente preoccupato proprio perché intende valorizzare, ma tenendoli sempre sotto controllo,  i colloqui di pace, i “contatti con l’opposizione”; ma ha anche qualche problema a tenere sotto controllo un movimento che, per sua natura, è proclive a sfrangiamenti che, in occidente, chiameremmo anche anarchici (Islamic Emirate of Afghanistan, 13.10.2013, Mullah Mohammad Omar Mujahid, Servo dell’Islam, Message of Felicitation of the Esteemed Amir-ul-Momineen (may Allah protect him) on the Occasion of Eid-ul-Odha Messaggio di felicitazioni dello stimato Amir-ul-Momineen [Comandante dei fedeli] (che Allah lo protegga) in occasione del giorno del sacrificio di Ismaele http://shahamat-english.com/index.php/paighamoona/38618).

Negoziato o no, né l’una né l’altra parte mollano d’un centimetro l’impegno sul campo di attaccare e distruggere il nemico, anche per intermediari innocenti ammazzati come possono: con gli attentati dinamitardi o coi droni che sia. A metà mese tocca a Arsallah Jamal governatore della provincia orientale di Logar, cui avevano messo in mano un microfono imbottito di esplosivo per un comizio. Jamal, vicinissimo a Karzai, ne era stato anche il manager della campagna presidenziale del 2009 (Stratfor, 15.10.2013, Afghanistan: Karzai Associate Killed In Bomb AttackAfganistan: Alleato di Karzai ucciso con un attentato alla bomba http://www.stratfor.com/situation-report/afghanistan-karzai-associate-killed-bomb-attack)

Il governo di Nawaz Sharif, che si rifà direttamente alla Lega islamica pakistana-Nawaz (PML-N):non solo da noi si battezzano con nome e cognome i partiti di proprietà personale) e questo, ideologicamente, è vicino all’ala wahabita, di origine e obbedienza saudita, dell’Islam sunnita ha stabilito contatti formali con la leadership taleban-pakistana della Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) attraverso il corpo degli studiosi giuridici della shar’ia— la giurisprudenza, letteralmente la strada battuta, il Wafaq ul Madaris Al Arabia/WuMAA, il corpo che mette insieme gli ulema— gli studiosi, i dotti che affilia oltre 15.000 seminari e istituti di studi coranici in tutto il Pakistan e gestisce l’accesso per esami e poi rilascia le licenze – specie di diplomi e lauree: i titoli riconosciuti non giuridicamente ma di fatto dagli altri studiosi – a centinaia di migliaia di studenti delle scuole, le madrasse, di tutto il paese.

Il WuMAA, di fatto, re nei fatti, riesce a farsi ascoltare e rispettare da tutto il variegato corpo di fazioni talebane che operano nelle turbolente aree tribali del paese. Una qualificata delegazione di ulema del WuMAA s’è a lungo incontrato col ministro federale pakistano degli Interni, Chaudry Nisar Ali Khan e altri “autorevoli interessati” (i militari) per discutere del quadro entro il quale tenere i colloqui per una possibile, pace duratura tra insorti e governo.

Il premier Sharif, appena rientrato dall’Assemblea generale dell’ONU a New York, ha ricevuto un dettagliato rapporto dai suoi inviati. Mentre il portavoce del TTP, Shahidullah Shadid, fa sapere con ogni mezzo a tutti i media e, in particolare, all’ampia social network pakistan-afgana e anzitutto a quella americana che i talebani accolgono con grande favore l’offerta e il tentativo di mediazione “di principio” degli ulema. “Se adesso – conclude – il governo prende l’iniziativa e annuncia esso stesso per primo un cessate il fuoco, allora noi lo onoreremo”.

Se il governo, però, aggiunge – e parla delle forze armate: che agiscano da sole o autorizzate, durante i colloqui: come pochi giorni fa ha lasciato capire il capo di Stato maggiore Kayani – passasse all’offensiva contro i talebani, essi si riserverebbero, naturalmente, il diritto di difendersi. Il governo dovrebbe anche dimostrare, prima di aprire i colloqui ufficiali, la sua effettiva autorità e capacità di farsi ascoltare dai suoi stessi alleati fermando, come da tempo ha pur dichiarato di voler fare e mai ha fatto, i bombardamenti dei droni americani prima che rendano senza senso ogni processo di ricerca di pace se dovesse procedere affiancato dagli attacchi degli aerei senza pilota (Dawn.com, 1.10.2013, Zahir Shah Sherazi, Pakistani Taliban Welcomes Clerics’ Call for Ceasefire I talebani del Pakistan accolgono favorevolmente l’appello degli ulema per il cessate il fuoco http://dawn.com/news/1046738/pakistani-taliban-welcome-clerics-call-for-ceasefire).

Se, adesso, sia i TTP che il governo rispettassero le intenzioni proclamate dai rispettivi portavoce, potrebbe essere questa davvero la “breccia” promessa dal primo ministro Sharif in campagna elettorale ma che finora – certo, finora neanche in quattro mesi – non era riuscito ad aprire. E’ anche vero che, di fatto, nel corso di tutta l’estate, le aperture – solo verbali – di Sharif s’erano trovate di fonte solo a atti di forza militare e a attentati dinamitardi.

Poi, subito dopo però, un altro attentato di stampo suicida rivendicato dai talebani contro un capo tribù militante loro nemico, il Mullah Nabi, che fa 15 morti nel villaggio di Balandkhel, nella zona tribale di Orakzai chiarisce quel che davvero intendono, o sembrano intendere, i talebani: dice lo stesso Shahidullah Shadid, il portavoce del TTP, che Mullah Nabi, sfuggito alla morte solo perché in quel momento non c’era “e perciò resta sulla lista dei nostri bersagli”…  

Ma, poi, in realtà come capita spesso in qualsiasi formazione di militanti armati, persino tra quelle degli eserciti regolari ma tanto più tra gli insorti, nessuno è davvero in grado di controllare da un qualsiasi centro, anche a autorevole, anche riconosciuto – tutte le sue componenti sul campo… (The Guardian, 3.10.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Pakistan suicide bomb attack on militant chief kills 15 people Un attacco suicida dinamitardo [dei talebani] contro un capo militante avversario ammazza 15 personehttp://www.theguar dian.com/world/2013/oct/03/pakistan-suicide-bomb-attack-commander-taliban).

●Nel frattempo, arriva da Washington la notizia che l’Amministrazione di Obama sta considerando di riaprire i rubinetti da tempo chiusi degli aiuti militari (e pure forse di quelli cash...) al Pakistan. Arriva alla vigilia del primo viaggio lì del nuovo premier Sharif con la portavoce del dipartimento di Stato Marie Harf che parla del possibile arrivo di oltre 1 miliardo e mezzo di $ in equipaggiamento e tecnologie militari alle FF. AA. pakistane: “è parte del lungo processo teso a far ripartire l’assistenza alla cooperazione bilaterale di sicurezza che si era allentata dopo le sfide mutue che s’erano messe in moto nel 2011 e nel 2012(U.S. Department of State, 19.10.2013, Press Briefing, M. Harf,   Release of 1.6 Bln $ strategic aid to Pakistan Ripresa del miliardo e 600 milioni di $ di aiuti strategici al Pakistan ▬  http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2013/10/ 215691.htm#PAKISTAN).

● Spero di diminuire così le sue preoccupazioni per i droni…

 

Fonte: New York Times, 28.10.2013, L. Heng

Ma che, in realtà, continuano ancor oggi essendo forse iniziate proprio dall’assalto non autorizzato ad Abbottabad con l’assassinio a freddo di Osama bin Laden del 1° maggio 2011, e non si sono affatto fermate al 2012, fino cioè ai continui attacchi non autorizzati (ufficialmente...) di droni americani nei territori di frontiera dei talebani pakistani (New York Times, 19.10.2013, T. Shanker, Aid to Pakistan to Resume as Tensions with U.S. Eases Gli aiuti al Pakistan riprenderanno con l’allentarsi delle tensioni con gli USA http://www.nytimes.com/2013/10/20/world/asia/aid-to-pakistan-to-resume-as-tension-with-us-eases.html?_r=0 ).

Un recentissimo rapporto “straordinario” di Amnesty International attacca duramente gli Stati Uniti per il loro utilizzo dei droni nel mondo e, qui, in particolare proprio in Pakistan― e venendo da quella fonte gode di assoluta credibilità, vista la considerazione di partigianeria filo-occidentale, di puntello in modi multiformi (per donazioni, coperture semi-diplomatiche e politiche, altro ma, al fondo, per la condivisa identità di vedute e di giudizio di AI e degli americani su cosa è e cosa non è, o è meno degno di cura e di attenzione, di protezione, nel campo dei diritti umani.

Come fece rilevare Franklin D. Roosevelt, in questo campo bisognerebbe per essere davvero seri essere davvero onnicomprensivi e AI, invece, è molto più attenta a certi diritti – di libertà di espressione, religione, parola – e non, o molto più che, ad altri – di libertà dalla fame, dall’ignoranza, dalla miseria[16]...). Nei fatti, cioè, quel prestigioso organismo internazionale di sorveglianza dei diritti umani è sempre attento ai desiderata degli Stati Uniti d’America. Per questo, questo Rapporto sui droni va facendo davvero scalpore.

In buona sostanza,  lo studio di AI documenta che la campagna americana di attacchi con aerei senza pilota in Pakistan ha “indiscriminatamente” ammazzato molti civili. Lo testimoniano, in una serie di interviste, i sopravvissuti che ne sono stati fatti bersaglio parlando di terrore e tensione in una società stretta tra i militanti e gli attacchi dei droni.

    (1. New York Times, 22.10.2013, D. Walsh e Ihsanullah Tipu Mehsud, Civilian Deaths in Drone Strikes Cited in Report Il Rapporto [di AI] parla [anche se poi, in realtà, non si limita a “parlare” ma “accusa” proprio e pretende che gli americani  “devono rendere conto”: capite quel che accennavamo parlando, sopra, di “patriottardismo” pavloviano di questo grande giornale] dei civili uccisii negli attacchi coi droni http://www.nytimes.com/2013/10/22/world/asia/ civilian-deaths-in-drone-strikes-cited-in-report. html; 2. Amnesty International/AI, 22.10.2013, USA must be held to account for drone killings in Pakistan Gli USA devono rendere conto delle morti provocate dai droni in Pakistan http://www.amnesty.org/en/news/usa-must-be-held-account-drone-killings-pakistan-2013-10-22).  

●Sembrava troppo chiaro per essere poi chiaro davvero: Obama aveva detto a Rouhani che i due governi si sarebbero parlati, finalmente, direttamente. Poi, alla tribuna delle Nazioni Unite è arrivato l’israeliano Netanyahu a raccomandare, in modo che è apparso ai suoi stessi fautori ridicolo – non sedete a parlare col mostro di oggi, Rouhani, come fece Neville Chamberlain con Hitler, il mostro di allora, a Monaco nel 1938 – nella sua monomaniacale fissazione all’America di non fidarsi del lupo iraniano vestito da agnello”: scordandosi, ipocritamente, che lui ne ha centinaia a disposizione di bombe atomiche, lui è ossessionato dal sospetto che l’iraniano una, una – bomba forse – forse – se la stia costruendo… In segreto però, l’infâme Iran che nasconde la mano e, per questo, è da écraser...: come se, quando Israele si fece le sue di bombe, negli anni ‘60 e ’70 mettesse gli annunci suoi sui giornali.

Rilevano, anche e perfino sul NYT, di quanto, appunto, sia meschinamente ridicolo questo argomentare israeliano (New York Times, 3.10.2013, R. Cohen, Bibi’s Tired Iranian Lines Le stanche chiacchiere iraniane di Bibi http://www.nytimes.com/2013/10/04/opinion/cohen-bibis-tired-iranian-lines.html?_r=0). Ma   subito, il segretario di Stato Kerry s’è affrettato a rassicurarlo: non faremo a fidarci – e, fin qui, dopotutto, dopo 34 anni di incomunicabilità totale la cosa appare normale – ma poi traduce il tutto al solito modo.

Cioè, prima di aprire il confronto Teheran – prima – deve dimostrare che non persegue – come dice da sempre – fini militari per il proprio programma nucleare. Siamo tornati alla richiesta di provare il negativo: non spetta a me dimostrare che sei colpevole, ma a te dimostrare la tua innocenza… quel che, nel Medioevo chiamavano il giudizio di Dio e, secoli prima, i longobardi, ordalia: se leghi e appesantisci una strega e la butti in un lago, se è innocente torna a galla perché la sorregge Dio…

In Giappone, il 2 ottobre per il rafforzamento della cooperazione militare bilaterale ha detto che “gli Stati Uniti negozieranno con Teheran solo se fornirà loro prova – prima del negoziato – di non voler perseguire programmi nucleari di difesa”: appunto, il giudizio di Dio, o meglio di Washington (New York Times, 3.10.2013, J. Steinhauer, Kerry Says Talks with Iran Will not be Based on Trust Kerry afferma che i colloqui con l’Iran non si fonderanno sulla fiducia http://www.nytimes.com/2013/10/04/world/middleeast/kerry-sets-condition-for-talks-with-iran.html?ref=global-home).

●Sempre sull’Iran, e sempre sul NYT, dove ormai in modo più intelligente che per lo sciocco passato di prosternazione alla politica anche criminalmente sbagliata della Casa Bianca sull’Iraq, ad esempio – e, certo, meglio tardi che mai – lasciano ora scrivere al decano della Johns Hopkins University di Studi internazionali associati che l’America non deve sbagliare i conti: “sarebbe davvero ingenuo presumere che l’Iran sta negoziando oggi da una posizione di debolezza. Non è così, è il contrario: l’Iran è uscito dalla ‘primavera araba’ in una posizione migliore di chiunque dei suoi rivali nella regione [Israele, Turchia, Arabia saudita, Stati del Golfo: dopo avere già vinto da tempo contro gli USA stessi in Iraq…], e il travaglio stesso della Siria, sua alleata, lo ha paradossalmente rafforzato. La prova, la dichiarazione stessa di Rouhani che distinguendo l’Iran da tutti i vicini arabi ha affermato di essere posizionato in modo unico per poter favorire la risoluzione del tragico ginepraio siriano (New York Times, 2.10 2013, Vali Nasr, America Mustn’t Be Naïve About Iran L’America non deve essere ingenua sull’Iran http://www.nytimes.com/2013/10/03/opinion/america-mustnt-be-naive-about-iran. html?_r=0).

La Guida suprema della rivoluzione, il titolo che formalmente e costituzionalmente spetta e nei fatti descrive bene i poteri reali che spettano a Seyed Ali Khamenei, l’autorità politica massima del paese, ha tenuto a confermare pubblicamente – disinnescando così non poco le polemiche e le critiche che dagli intransigenti cominciavano a montare contro Hassan Rouhani – il suo personale appoggio alle iniziative politico-diplomatiche insieme di larga apertura e di risottolineatura dei diritti dell’Iran che il presidente iraniano ha dispiegato “con efficacia” in America.

Però evita anche, studiosamente, di coprire con la sua autorità ogni singola iniziativa di Rouhani “fino – dice – a considerazione più attenta”. Lui, ribadisce con forza – e al gioco in effetti prendono parte in due, almeno – però che dell’America non si fida— come del resto ha appena finito di dichiarare anche l’americano segretario di Stato John Kerry (al gioco, sempre prendono parte in due, almeno…

E sembra così – ma limitatamente all’iniziativa specifica di aver risposto alla telefonata improvvisa e spontanea di Obama – aggiungere una qualche sua riserva sul punto: troppo immediata e prematura la decisione di aprire il dialogo diretto, “non proprio appropriata”, secondo Khamenei, parrebbe…

    (1. FARS News Agency/Teheran, 5.10.2013, Leader Reiterates Support For Gov’t’s Foreign Dioplomacy, Lacks Trust in US La Guida ribadisce il suo appoggio alla diplomazia del governo, non ha [però gran ] fiducia negli USA http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13920713001067; 2. New York Times, 5.10.2013, T. Erdbrink, From Iran Leader, Support for U.S. Outreach,  But also Criticism Dalla Guida, sostegno alla mano tesa con gli USA, ma anche critiche ▬ http://www.nytimes.com/2013/10/06/world/middleeast/ayatollah-questions-aspects-of-rouhanis-trip. html).

●Adesso, martedì 15 ottobre, col vice primo ministro Abbas Araghchi, uno dei negoziatori agli incontri col “P5+1” di Ginevra, l’Iran ha presentato nuove proposte agli interlocutori nel tentativo non tanto di provare (le intenzioni, specie quelle di non fare qualcosa, non sono certificabili) ma di convincerli che il programma nucleare del suo paese ha solo obiettivi pacifici. Pare che abbia parlato di trovare il modo di diluire o ridurre la scorta di uranio arricchito al 20% ben lontano ancora – questo è sicuro e ammesso da tutti – dal grado oltre il 90% di arricchimento necessario par cercare di fabbricarci una bomba.

Naturalmente, siamo disposti a negoziare su forma, quantità e livelli dell’arricchimento in questione ma non sulla proposta che ci fanno gli occidentali – ci sono nel P5+1 oltre ai cinque membri permanenti del CdS[17] dell’ONU, dunque Russia e Cina e anche la Germania ma per gli iraniani, a contare da quella parte nel confronto con loro, sono sempre e solo gli americani “di mandare il nostro uranio all’estero per la lavorazione… Questa, per noi, è una linea rossa che non valicheremo”, dice: una questione di sovranità.

Spiega al NYT Mohammad Ali Shabani, un analista che lavora a Teheran, in contatto con i negoziatori e che spesso, mediando tra loro e il team dell’ONU, si è rivelato bene informato, che “l’Iran è pronto fare passi decisamente importanti verso l’occidente, ma per farli ha bisogno di vedere la luce alla fine del tunnel là dove, alla fine, i suoi diritti saranno riconosciuti”. Il diritto, cioè, a produrre come chiunque altro l’energia nucleare di cui ha deciso di avere bisogno e che gli è garantito, senza eccezioni possibili, dalla sua adesione al Trattato di Non Proliferazione nucleare.

Chiarisce Shabani, fuor di metafora, che la luce fuori del tunnel per Teheran oggi significa “ottenere dall’occidente la definizione di una serie di passi specifici che l’Iran si impegnerebbe a raggiungere, rispettando se stesso e la propria sovranità; e compiuti i quali l’occidente accetterebbe perché se ne sarebbe esso steso ragionevolmente convinto che il programma iraniano ha obiettivi pacifici e comporta, dunque, la fine di ogni sanzione: passo dopo passo e tutti verificati(New York Times, 13.10.2013, T. Erdbrink, Iran to Offer Proposal and Speak of Peaceful Aims at Nuclear Talks in Geneva L’Iran offre una proposta e parla dei suoi obiettivi pacifici ai colloqui nucleari di Ginevra http://www.nytimes.com/2013/10/14/world/middleeast/iran-to-offer-proposal-and-speak-of-peaceful-aims-at-nuclear-talks-in-geneva.html?_r=0).

Ne hanno discusso per due giorni, a Ginevra, dopo che il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif – che ha studiato e si è laureato alla San Francisco University e ha preso il suo PhD in politiche internazionali alla Denver University nell’88, dopo aver già lavorato appena ventenne nella diplomazia della Repubblica islamica come mediatore di cui proprio gli americani apprezzarono l’equilibrio e la capacità di mediazione ragionata che aiutò ad uscire dall’impasse nella crisi degli ostaggi dell’ambasciata del ‘79 e avendo servito per anni nel posto chiave di ambasciatore di Teheran all’ONU – ha presentato e argomentato la sua posizione ai presenti servendosi di un enorme schermo per la proiezione delle sue slides in PowerPoints .

E, anche, direttamente in inglese – irritando non poco, pare, ma solo velleitariamente soprattutto i francesi… – ne sono usciti con pochi dettagli ma con un giudizio riferito alla fine come comune: sono stati fatti reali passi avanti (e la controprova immediata è il malumore politico forte di Arabia saudita e Israele). La stampa americana è tornata, per la seconda volta in un mese, a insistere che ormai al dipartimento di Stato e ala Casa Bianca stanno prendendo in considerazione la possibilità di riconoscere all’Iran il diritto, che è il suo, di arricchire il proprio uranio, malgrado le obiezioni feroci dei loro alleati nella regione.

Sembra, in effetti, che si tratti di notizie fondate con l’adozione, perciò, di una diversa strategia di contenimento da parte americana nei confronti dell’Iran che deve includere, a questo punto per funzionare e venir accettata dalla controparte iraniana un evidente rilassamento delle sanzioni. Con una dose di carote immessa visibilmente nel mix, visto che il solo o comunque privilegiato uso del bastone non ha funzionato. E attenta anche, però, a non presentarsi neanche pubblicamente come mix di bastone e carote che, di per sé, risulterebbe offensiva per essere altrimenti accettata da Teheran.

Si tratterebbe, però, se l’indiscrezione venisse confermata, di un cambiamento non solo di tattica ma proprio di strategia, di un approccio che porta ineluttabilmente a un diverso grado di instabilità nella regione con una variazione di quelli che fino ad ora erano stati i rapporti tra USA e tutti gli altri protagonisti del Medioriente. In effetti, dopo gli incontri, un comunicato eccezionalmente congiunto diramato insieme dal ministro iraniano Zarif e dalla capo delegazione dei 5, l’Alta responsabile della Politica estera comunitaria, Catherine Ashton, parlano proprio di negoziati “sostanziali e aperti a positivi sviluppi(EU, External Action,16.10.2013, Geneva, Joint Declaration ▬ http://graphics8. nytimes.com/packages/pdf/world/2012/131016_04_en.pdf).

Il capo della delegazione iraniana, Zarif, ha parlato di una “breccia” ormai aperta e la signora Wendy Sherman, capo della delegazione del dipartimento di Stato americano, vice segretaria agli Affari politici, ha detto e fatto dire di essersi “spesa per convincere” il Congresso americano a lasciar perdere, in questo momento, un’ulteriore esibizione di muscoli con nuove sanzioni promettendo di lavorare per ottenere dalla controparte un congelamento del programma di arricchimento― anche se non si è spinta, ragionevolmente, a promettere di ottenerlo…

Sergei Ryabkov, vice ministro degli Esteri russo che ha partecipato al colloquio, ha buttato un po’ d’acqua fredda sugli entusiasmi emergenti parlando di un lungo percorso che entrambe le parti devono ancora compiere per arrivare a posizioni più vicine e il suo omologo rappresentante francese si associa. Il russo, all’agenzia russa Interfax, aggiunge che i colloqui, al di là delle potenziali promesse, sono stati in più circostanze anche “difficili, talvolta aspri e, a volte, del tutto imprevedibili(New York Times, 16.10.2013, M. R. Gordon, After Talks on Iran nuclear program, they call them ‘substantive’, and Highlight the Positive - More Talks Nov. 7-8  Dopo i colloqui sul programma nucleare dell’Iran, li definiscono tutti  ‘sostanziali’,sottolineandone il positivo -  E riprenderanno il 7-8 novembre http://www.nytimes.com/2013/10/ 17/world/mid dleeast/iran-nuclear-talks.html?ref=middleeast).

Le uniche vere e credibili indiscrezioni di merito che escono dalla riunione – dalle ricostruzioni di stampa fatte sui principali organi dei 5 paesi e anche sui media iraniani come riportati in inglese. Teheran, dall’agenzia indipendente ma anche semi-ufficiale FARS ( ▬ http://english.farsnews.com) – parlano di un concreta offerta di parte iraniana di un piano a tre stadi che include anche ispezioni a sorpresa da parte dell’AIEA, l’agenzia dell’ONU, degli impianti nucleari e un accordo di limitazione controllata dell’arricchimento di uranio sul posto in cambio dell’allentamento progressivo delle sanzioni economiche e finanziarie.

Non c’è stato naturalmente un sì e, al solito, il diavolo s’anniderà nei dettagli. Ma si capisce, nell’ottica della contemplazione che ognuno  privilegia del proprio ombelico come centro del mondo, il nervosismo delle altre potenze del Golfo e della subpotenza regionale israeliana… Che, in effetti si affretta a segnalare preoccupata, con un anonimo “alto esponente” che lo dice al NYT (New York Times, 1.10.2013, M. Landler, White House Weighs Easing Iran Sanctions’ Bite With Slow Release of Assets― La Casa Bianca sta valutando di alleggerire la morsa delle sanzioni contro l’Iran col lento rilascio dei suoi assets finanziari http://www.nytimes.com/2013/10/18/world/middleeast/white-house-weighs-easing-sanctions-on-iran-with-tapered-release-of-assets.html?ref=middleeast) che a Washington, al Tesoro, stanno ormai pensando di scongelare gradualmente, in cambio di qualche concessione anche solo di facciata sul nucleare, l’accesso a miliardi di dollari di fondi iraniani bloccati dalle sanzioni nel sistema bancario internazionale (in The Times of Israel/Tel Aviv, 18.10.2013, US said to weigh gradually unfreezing Iranian assets Si dice che gli USA stiano valutando lo scongelamento graduale degli assets finanziari dell’Iran http://www.timesofisrael.com/us-said-to-consider-unfreezing-iranian-assets).

●Il Comandante in capo dell’Aviazione militare russa, ten. gen. Viktor Bondarev ha incontrato, completando un viaggio di due giorni in Iran il 21 ottobre centrato sulla visita all’Accademia tecnologico-militare di Shahid Sattari, il brig. gen. Farzad Esma’ili, che comanda la difesa aerea del paese e, specificamente, la base di Khatam ol-Anbiya, e sull’ ”ispezione” all’apparato di difesa aerea del paese, incontrando i comandi dell’aeronautica e del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane. Non sono stati annunciati accordi nuovi o specifici. Il gen. Esma’ili, ha detto alla stampa che l’Iran vuole importare dalla Russia “il sistema di difesa antiaereo S-300 o uno analogo”: un’intenzione già manifestata da anni e mai concretata però.

Ha anche aggiunto, facendo rilevare che il collega russo concorda con lui, che “trattandosi di un sistema che l’Iran potrebbe utilizzare esclusivamente per la difesa da un attacco aereo condotto conto il suo territorio”, esso non è soggetto ad alcuna sanzione dell’ONU “checché ne dicano i nostri avversari”: senza nomi, ma si tratta di USA e Israele (Nasim International News Agency, 21.10.2013, Russian Air Force Commander Visits Iran Il comandante dell’aviazione militare russa in visita in Iranhttp://en. nasimonline.ir/archives/10980).

Si tratta di una lettura assolutamente corretta (la lista ufficiale delle sanzioni non contempla, come è naturale, che possibili armamenti di offesa) e il tema sul quale nei fatti finora, però, la Russia non ha finora tirato conclusioni operative e il tempismo stesso della visita attuale suggerisce trattarsi di una prima risposta alle ultime iniziative di vendita messe in campo dagli USA nei confronti dei suoi alleati nella regione. A metà ottobre, in effetti, l’Amministrazione americana ha informato il Congresso che intende vendere a breve qualcosa come 10,8 miliardi di $ di missili terra-terra e aria-terra e altre armi tecnologicamente avanzate all’Arabia saudita, e agli Emirati: a parte la consueta fornitura, mai interrotta e spesso anche pro bono, gratuita, alle FF.AA. israeliane.         

Meno istericamente delle altre medie e piccole potenze interessate, preoccupate, allarmate dal possibile cambiamento degli USA nella regione, al momento, si prepara a reagire, in anticipo quasi, con una specie di mossa del cavallo chi, come la Turchia, rifiuta lo  scavalco nel fare la faccia un po’ meno feroce all’Iran e, quindi, si prepara a un nuovo riequilibrio senza proclami speciali ma decidendo di rendere pubblico, anche dopo aver ricevuto da Washington non poche pressioni per rinviare l’annuncio, che per il resto del 2013 e per tutto il 2014, Istanbul acquisterà 5 milioni di tonnellate, l’equivalente di 100.0000 barili di greggio petrolifero al giorno: alla faccia delle sanzioni...

Ogni riduzione al riguardo, spiega il ministro dell’Energia e delle Risorse naturali, Taner Yildiz ha dichiarato il 17 ottobre che ogni riduzione di queste quantità – come anche dei 10 miliardi di m3 di gas naturale sempre in arrivo dall’Iran – sarebbe un pericolo grave per l’economia turca e che anzi se può Istanbul ne vuole acquistare di più. Il primo reattore atomico che sta costruendo il paese, inforna anche il ministro, non presenta ritardi e un secondo potrebbe presto entrare in costruzione sul mar Nero che dovrebbe così diventare operativo nel 2023 (Today’s Zaman,17.10.2013, Reuters/Daegu, Turkey says Iran oil cuts will be 'threatening' to energy security La Turchia dice che il taglio del greggio importato dall’Iran sarebbe una minaccia alla sicurezza energetica del paese http://www.todayszaman.com/news-329105-turkey -says-iran-oil-cuts-will-be-threatening-to-import-5-mln-tons-in-2014.html).

●Questo nuovo posizionarsi di Istanbul viene confermato anche nei confronti di Bagdad, l’altro grande paese della regione da anni ostracizzato dalla Turchia perché governato di fatto dagli sci’iti e, dunque, alleato proprio dell’Iran. Il 25 ottobre il ministro degli Esteri di Bagdad, Hoshyar Zebari, incontra l’omologo turco, Ahmet Davutoglu, e riaprono insieme, dicono pubblicamente, un cantiere di lavoro a molte facce per migliorare i rapporti tra i due paesi. Dice Zebari che verrà istituito un nuovo meccanismo di consultazione e di comunicazione pronto a scattare a fronte di qualsivoglia problema (il confine tra i due paesi è il territorio montano del Kurdistan iracheno di qua e turco di là). In novembre, Davutoglu restituirà ora la visita all’Iraq (Yahoo News, 25.10.2013, AF-P, Iraq,Turkey vow to open 'new chapter' in relations Iraq e Turchia si impegnano ad aprire “un nuovo capitolo” nei loro rapporti http://en-maktoob.news.yahoo.com/iraq-turkey-vow-open-chapter-relations-174345128.html).       

Irritazione, ma ancor più un evidente sconcerto, a Tel Aviv per l’impotenza con cui non riescono più a frenare quello che appare a tutti comunque come un realistico, cauto ma evidente riaccomodamento dell’occidente alla realtà dell’Iran. Adesso, i governi iraniano e britannico hanno anche annunciato di aver deciso la riapertura delle rispettive ambasciate e che nomineranno entro una settimana (poi, a Londra, la portavoce degli Esteri per il Medio Oriente e l’Africa – che livello gerarchicamente più basso è, nei fatti, difficile reperire – Rosemary Davis, corregge (Strafor, 23.10.2013, U.K. denies embassies to reopen within days”― Il Regno Unito nega che le ambasciate riapriranno a giorni” ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/iran-uk-denies-embassies-reopen-within-days). Cioè, la precisazione, ridicola, conferma che sarà a giorni ma, non necessariamente, entro qualche giorno...

Ma arriveranno a breve, comunque, gli incaricati d’affari dell’un paese e dell’altro come primo passo nel processo – rapido, in ogni caso – di riavvio della normalizzazione diplomatica tra i due paesi. Lo ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham e lo ha sostanzialmente confermato subito il Foreign Office.

Hanno facilitato la decisione una serie di recenti sentenze di tribunali inglesi che considerano “arbitrarie” e non dovute – “capricciose”, hanno sentenziato – e vanno rimosse le sanzioni bancarie contro Teheran. Nel 2011, per decisione del Majilis, il parlamento iraniano, dopo l’imposizione delle sanzioni da parte del Tesoro britannico che bloccavano l’accesso della banche iraniane al sistema finanziario globale.

Adesso l’Unione europea ha anch’essa annunciato che, dopo aver sbloccato l’operatività delle altre maggiori banche iraniane (banca Mellat― la banca Popolare e banca Saderat― del Commercio estero) si appresta a considerare ora legittima – tale e quale in sostanza a quella di un normale istituto bancario – anche l’attività del terzo istituto di credito del paese, la banca Tejarat:― la banca del Commercio, la maggiore indiziata di aver continuato a farsi beffe delle sanzioni mobilitando i soldi necessari a mantenere in funzione la ricerca nucleare iraniana.

Lo ha annunciato a Teheran, trionfante, il suo direttore generale Mohammed Reza Fallah aggiungendo di sperare che a questo punto anche il Tesoro americano si deciderà al gran passo visto che, comunque, con la scomparsa in fieri delle sanzioni finanziarie europee non avranno più molta presa (FARS News Agency, 22.10.2013, EU to Withdraw Sanctions on Bank Tejarat, soon La UE ritirerà presto le sanzioni contro la banca Tejarat http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13920730001457).

Israele reagisce, al solito, a modo suo, finché può e finché il silenzio di tutti glielo consente: bombardando il 21 ottobre, cioè – secondo informazioni di varia fonte – a titolo preventivo una spedizione di armi,  razzi e missili antiaerei che gli israeliani stessi definiscono “sofisticati” (Haaretz, 23.10.2013, Report: Israeli warplanes bomb Hezbollah missile shipment on Lebanon-Syria border Secondo notizie [di fonte araba: il quotidiano Al Jarida del Kuwait, che cita fonti della sicurezza israeliana], aerei israeliani hanno colpito una invio di missili al confine tra Libano e Siria ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/. premium-1.553965), nella valle libanese della Beka’a.

●Sul piano interno, iraniano, nel tentativo di riportare sotto controllo un pezzo di rilievo di spesa pubblica – ma sapendo bene di esporsi anche al colpo di coda di reazioni contrarie delle classi medie che ne sarebbero destinatarie ma che nel paese sono importanti – il governo Rouhani ha deciso di qui al marzo del 2014 (il prossimo capodanno iraniano) di tagliare in misura significativa i sussidi in contanti oggi elargiti al consumo delle famiglie iraniane più “abbienti”. Lo ha ora reso noto, preparando il terreno, il governatore della Banca centrale, Valiollah Seif.

Anche qui il problema sarà quello di identificare con precisione l’obiettivo della misura che, teoricamente, mira a tre strati sociali che denunciano – o dovrebbero comunque denunciare – i redditi più alti (professionisti, commercianti del bazaar, alti dirigenti pubblici): perché anche in questo paese l’evasione fiscale è enorme. In qualche modo, è anche qui – con una pesante svalutazione del rial nell’anno scorso, a fronte di un’inflazione che è arrivata anche a toccare il 40%  – che le sanzioni hanno finito col mordere obbligando a questo passo difficile (Tehran Times, 20.10.2013, Majlis, administration to finalize agreement to cut cash subsidies Il parlamento e il governo mettono a punto l’accordo per tagliare i sussidi cash ai consumi http://www.tehran times.com/economy-and-business/111596-majlis-administration-to-finalize-agreement-to-cut-cash-subsidies).

Il Qatar ha deciso di versare d’urgenza 150 milioni di $ per alleviare il peso del debito che grava sull’Autorità palestinese: lo rende noto, inusualmente ma anche in modo rivelatore il 22 ottobre a Parigi, nel corso di una strana conferenza stampa congiunta, non il governo di Doha ma il segretario di Stato americano (sic!), John  Kerry. Il ministro degli Esteri del Qatar, Khaled al-Attiyah, parla invece della situazione grave di Gaza che ha bisogno di poter riaprire con urgenza i suoi valichi chiusi di terra chiusi da Israele e dai militari egiziani che gli consentirebbero di avere un po’ di commercio, di import ed export essenziali per la sopravvivenza di una popolazione impoverita e umiliata.

A giorni Kerry si appresta per l’ennesima volta, e inutilmente, a far appello al buon cuore e al raziocinio del primo ministro israeliano Netanyahu, che vede infatti a Roma, il 23 ottobre... per calmarne bollori e frustrazioni[18] (Al Arabiya, 22.10.2013, Qatar to provide $150m in debt relief to Palestinian Authority― Il Qatar fornirà 150 milioni di $ di aiuti per alleviare il debito dell’Autorità palestinesehttp://english.alarabiya. net/en/News/middle-east/2013/10/22/Qatar-to-provide-150-m-in-debt-relief-to-Palestinian-Authority.html).

Poi si recherà allo stesso scopo a cercare di stemperare gli umori bollenti – per altri e sull’Iran analoghi motivi – a dir poco di irritazione degli alleati sauditi a Riyād (New York Times, 23.10.2013, M. R. Gordon, Kerry Seeks to Reassure Israel on Iran― Kerry cerca di rassicurare Israele sull’Iran [qui nel titolo la “schizzano” proprio, l’Arabia saudita... e subito a Riyād si incavola di brutto, comprensibilmente no?, Sua Maestà convocando d’urgenza peer protestare l’ambasciatore...: ma forse capisce perfino lui che è al solito e solo l’elefante troppo grosso e troppo goffo per muoversi con agilità nella cristalleria mediorientale― come, del resto, pare proprio dovunque...] ▬ http://www.nytimes.com/2013/10/24/world/middleeast/kerry-reassures-israel-on-iran-but-divisions-remain.html?_r=0).      

GERMANIA

Sembra che i social-democratici, nei negoziati per la formazione del governo di Grosse Koalition con la CDU stiano insistendo – ma non è chiaro se, poi, lo faranno ad oltranza: tutti i partiti più o meno scoloriti, ormai, dal rosso al rosato, in Europa, sembrano, alla fine, sempre pronti a mollare, no? – sull’istituzione formale di un salario minimo, 8,50 € all’ora, a livello federale―  che sarebbe, poi, il doppio di quello ora assicurato come minimo dalla contrattazione che vede ovviamente il più forte divorare, liberamente, il più debole…

Merkel resiste come ha sempre fatto all’idea, che bolla come dirigista – e lo è – da governo pianificatore – e lo è pure – e del tutto sbagliata – e, invece, è sacrosanta: perché regola, secondo l’indicazione di duecentocinquant’anni fa di Adam Smith, l’inventore stesso dell’economia di mercato e del sistema capitalistico in nome del bene comune e non dell’interesse di pochi, un parametro fondamentale della convivenza civile[19] – ma  potrebbe essere costretta, stavolta, se vuole guidare una coalizione di governo robusta, a mollare lei: al centro-destra mancano infatti cinque seggi per far maggioranza da solo e, siccome non vuole allearsi con i Linken, la sinistra più a sinistra dell’SPD, non le restano molte scelte.

Infatti, i Verdi, con l’8,4% del voto e 63 seggi alla Camera, l’unica alternativa numerica sufficiente a dare alla Merkel la maggioranza dei seggi di cui ha bisogno al Bundestag, presentano posizioni analoghe a quelle della SPD sul salario minimo ma anche molto più dure su altri temi per loro cruciali come tassazioni penalizzati sull’energia da carburanti fossili e risparmi energetici imposti per legge, o una diversa copertura della spesa pubblica per la sanità più completa e diversamente distribuita che sono anatema ai liberisti conservatori che si richiamano, invece – avete indovinato! – al mercato… E così la CDU è costretta a cercare sempre e obbligatoriamente l’accordo (New York Times, 16.10.2013, Melissa Eddy, Merkel’s Options Narrow as Greens Withdraw from Talks Le opzioni della Merkel si restringono coi Verdi che si ritirano dal negoziato http://www.nytimes.com/2013/10/17/world/europe/merkels-options-narrow-as-greens-withdraw-from-talks. html?_r =0).

I social-democratici attribuiscono proprio all’assenza di una difesa di base come il salario minimo la crescita forte della disuguaglianza all’interno di quella che è restata una crescita moderata dell’economia nazionale (e c’è poi anche il problema della dualità estrema di un mercato del lavoro che vede qui, ormai, i mini-jobs a 400 € al mese, sostenuti dal salario minimo garantito di Stato,  superare quasi il numero dei lavoratori a tempo pieno, mentre viene consentito a chi può, fissando prezzi e salari da una posizione di forza, di accaparrarsi sempre di più della ricchezza comunque, almeno, qui  un poco crescente. Michael Fuchs, che ha una parte importante nella squadra della CDU-CSU di r a condurre i colloqui, ha indicato che se i social-democratici non insistono a fissare un ammontare preciso di salario minimo, però, il partito cristiano-democratico potrebbe alla fine anche accettare il compromesso.

Gli ha subito risposto, però, Andrea Nahles, la nuova segretaria generale della SPD, senza un cifra a fare da base, a definire il minimo, che minimo è? Come al solito, come da noi è diventata tradizione e prassi a copertura del cedimento alla destra berlusconiana e no (Fornero e i lunghi anni di Sacconi, in particolare; su su – va detto – fino al liberismo ben intenzionato ma anch’esso esiziale del mio amico Tiziano Treu, sotto Prodi e Dini) da usbergo vero e glorioso che era dell’autonomia sindacale – ad esempio, nella teoria e nella prassi originaria della CISL di Pastore e Carniti sbracata, alla fine, nel negoziare per negoziare del Bonanni di oggi e di ieri – Fuchs si mette adesso, ipocritamente, a rivendicare all’ “autonomia del negoziato intersindacale” di cui mai gliene è fregato di meno la fissazione di un ammontare preciso del salario minimo…

Dove, nelle condizioni attuali dei rapporti di forza tra padroni e dipendenti lasciati a se stessi, è chiaro chi vincerebbe. Questi non sono gli anni ‘70 e ‘80 di Pierre Carniti, Franco Marini, Luciano Lama e Bruno Trentin e di Giorgio Benvenuto per noi, e di Ernst Breit per la DGB tedesca, da poco scomparso, ma, appunto di Bonanni e, per la Confederazione sindacale tedesca del fragile Michael Sommer― moscio ma, rispetto ai nostri, un uomo se non proprio di ferro ancora almeno di ghisa)… (New York Times, 14.10.2013, M. Eddy, To Form German Coalition, Merkel’s Party May Need to Support a Minimum Wage Per arrivare a costituire la coalizione tedesca, il partito di Merkel può dover appoggiare la fissazione di un salario minimo http://www.nytimes.com/2013/10/15/world/europe/to-form-german-coalition-merkels-party-may-need-to-support-a-minimum-wage.html).

Stranamente (forse..) sembrano alla fine i destri della destra – la CSU bavarese alleata della CDU – a sbloccare l’accordo: col loro leader, Horst Seehofer, che dichiara al Süddeutsche Zeitung di Monaco come “per me, la priorità in assoluto è di non aumentare le tasse e di non fare debiti... e tutto il resto – anche il salario minimo – si può negoziare(New York Times, 17.10.2013, Alison Smale, German Parties to Begin Talks to Revive Coalition http://www.nytimes.com/2013/10/18/world/europe/german-political-parties-agree-to-form-a-coalition.html?partner=rss&emc=rss).

Intanto la SPD ha ufficialmente deciso di aprire il negoziato con la CDU elencando le sue richieste formali: salario minimo, uguaglianza di trattamento salariale a prescindere da chi (uomo, donna, cittadino o immigrato, presti il lavoro, l’istituzione della tassa sulle transazioni finanziarie di cui finora si è soltanto parlato... (Süddeutsche Zeitung, 21.10.2013, SPD und Steuererhöhungen: Wir haben nichts abgeräumt La SPD e l’aumento delle tasse:   No, non abbiamo ceduto nulla http://www.sueddeutsche.de/politik/spd-und-steuererhoehungen-wir-haben-nichts-abgeraeumt-1.1799339).

Anche a Berlino le denunce di Snowden rivelano, e i servizi segreti tedeschi devono confermare, che la stessa Angela Merkel è stata per anni, dal 2002 (spiega Der Spiegel, 26.10.2013, NSA-Überwachung: Merkels Handy steht seit 2002 auf US-Abhörliste― Lo spionaggio della NSA: nella lista dei cellulari intercettati dagli USA quello della Merkel c’era dal 2002 http://www.spiegel.de/politik/deutschland/nsa-ueberwachung-merkel-steht-seit-2002-auf-us-abhoerliste-a-930193.html) intercettata e spiata dalla NSA sul suo handy― il cellulare mobile, letteralmente il maneggevole, come chiamano qui il portatile personale: intercettazione fatta come usavano fare alla caccia di bin Laden! sulla base degli algoritmi più o meno esoterici messi insieme dai cervelloni cibernetici e della ricerca programmata di parole chiave come jihad, o terrorismo, o bomba, o inch Allah che attivavano la registrazione― e dicono che stavolta, quando glielo hanno spiegato, anche l’impassibile, mansueta Kanzlerin si sia messa davvero a dare i numeri.

Con lei, e di persona, Obama è stato costretto il 22 sera (per telefono: sic!) a garantire che “non viene intercettata e non lo sarà più”, ma stando alle parole del suo portavoce al briefing della Casa Bianca s’è guardato bene dal negare che lo sia stata in passato (White House, 23.10.2013, Briefing sulla telefonata del presidente alla cancelliera Merkel ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/10/23/readout-president-s-phone-call-chancellor-merkel-germany), mentre ha promesso che le procedure oggi vengono tutte riviste per assicurare l’equilibrio necessario tra “collazione di intelligence e diritto alla privacy”... Ma non s’è scusato per il malfatto, tanto meno ufficialmente, a nome degli Stati Uniti d’America.  

del resto, neanche lui poteva permettersi di confessare la verità che questo dei 16 – diconsi sedici – diversi servizi segreti degli Stati Uniti, un apparato che impiego qualcosa come 854.000 (nel 2010 e ormai un milione di americani: contando solo quelli che hanno l’autorizzazione del top secret, come informava già allora un amplissima e documentatissima inchiesta del WP (Washington Post, 19.7.2010, D. Priest e W. M. Arkin, Top Secret America - A hidden world growing beyond control L’America top secret - Un mondo nascosto che cresce fuori controllo [e che, evidentemente ormai è dimostrato, va avanti senza regola alcuna] ▬ http://pro jects.washingtonpost.com/top-secret-america/articles/a-hidden-world-growing-beyond-control).

Subito dopo, al vertice europeo di Bruxelles, il 23 ottobre si discute per quasi un giorno intero con grande veemenza dello spionaggio contro gli alleati, alla ricerca di una posizione comune di protesta e di condanna per le intercettazioni contro 35 capi di Stato e di governo del mondo – quasi tutti quelli europei che contano qualcosa – e contro decine di milioni di cittadini dell’Unione. Condanna a cui, Cameron, però, fa resistenza per il Regno Unito coinvolto esso stesso direttamente nella faccenda― et pour cause, avendo messo al servizio della NSA il proprio gigantesco centro di spionaggio elettronico GCHQ― il Centro governativo di comunicazioni di Cheltenham, nel Gloucestershire.

Che, poi, ha rivelato stavolta L’Espresso, col suo speciale programma chiamato Tempora, si è dedicato sistematicamente ad intercettare “le intenzioni politiche di governi stranieri, compreso quello italiano” a spiare “accordi e contatti commerciali e informazioni che danno una mano, comunque, al benessere economico inglese” e forniscono materia facile di crasso ricatto – tanti auguri, in proposito... che avranno mai registrato sulle questioni di mutande di chi voi sapete? –: cose che, business o panni sporchi che siano, ovviamente, col terrorismo non hanno proprio niente a che fare, portate a buon fine spiando “i cavi di fibre ottiche che trasportano telefonate, mail e traffico Internet del nostro paese(L’Epresso, 25.10.2013).

E alla fine del grande casotto che hanno sollevato, Germania e Francia propongono all’Europa di andare a parlare insieme con gli Stati Uniti per... “regolare in comune” – dicono – il problema: come se la gallina potesse mai fidarsi di far governare l’accesso al pollaio alla volpe... Anche se poi, nel loro piccolo, pure le galline spesso non sono esenti dal becchettare nel pollaio le formiche: dall’amoreggiare coi servizi segreti e mentre denunciano gli altri, si danno da fare a spiarli e anche a spiare l’ingrosso “ndo cojo cojo”...

Come se, chiedere a chi ha la cultura del fare quello che può semplicemente perché può farlo, senza chiedere nessun permesso o nessun concerto a nessuno – e quindi (la prova del nove) non chiedono mai scusa per il malfatto a nessuno – fosse mai pensabile... Poi si viene a sapere che, come dire, sotto pressione ma, al dunque, sua sponte, Obama ha cominciato a considerare proprio la proibizione secca di ogni intercettazione diretta di capi di Stato e/o di governo stranieri.

Che è l’ennesima scempiaggine, detta così, perché nessuno può credere davvero che l’NSA non spierà più Putin o Xi Jiping: o, quando crede sia utile, ancora Merkel e perfino Letta. Senza magari più dirglielo. Come, del resto, che i SIGINT  (Signal Intelligence systems― il sistema di raccolta dati elettronici di Mosca o Pechino) ma anche quelli di Parigi o Stoccolma, rinunceranno a intercettare Obama stesso... (New York Times,28.10.2013, M. Landler e D. E. Sanger, Obama May End Spying on Heads of Allied States Obama potrebbe mettere fine allo spionaggio contro i capi di Stato di paesi alleati http://www.nytimes.com/ 2013/10/29/world/europe/obama-may-ban-spying-on-heads-of-allied-states.html?_r=0).

E poi, proprio la Germania dell’indignatissima Merkel, in combutta con l’Inghilterra secolarmente leccastivali a stelle e strisce di Cameron, impone il freno – bisogna pensarci bene, dice: e siamo all’ennesimo sempiterno rinvio di una decisione che una volta tanto invece sembrava proprio scontata anche e perfino per l’Unione europea – all’iniziativa con cui il parlamento europeo e la Commissione stavano rendendo operativamente e immediatamente illegale lo spionaggio interno ai loro paesi.

Del resto è pure vero che si viene anche a sapere – da un’irritatissima NSA: anzitutto irritata con Obama per il suo fare lo gnorri su tutto – che all’interno della Francia erano, poi, i servizi segreti francesi a spiare per conto anche della NSA americana e, comunque, a  passarle le liste e le intercettazioni francesi; come in Italia, checché ne dica l’ineffabile sottosegretario Minniti, i nostri del DIS― il Dipartimento per le Informazioni sulla Sicurezza, in Germania quelli del BSI― il Bundesamt für Sicherheit in der Informationstechnik, ecc., ecc.

Alla fiera insomma, dell’ipocrisia e del voltastomaco (New York Times, 29.10.2013, A. Higgins e J. Kanter, As It Denounces U.S. Spying, Europe Delays Privacy Protection at Home Mentre denuncia lo spionaggio degli americani, l’Europa ritarda la protezione della privacy in casa propria http://www.nytimes.com/2013/10/30/world/europe/as-it-denounces-us-spying-europe-delays-privacy-protection-at-home.html).

Naturalmente, viene fuori – e lo confermano anche in Vaticano: sono gli unici a dire, con altre parole, che tanto non gliene frega niente però... – che anche il Vaticano era intercettato e il papa e il Conclave... come se qualcuno realmente se ne potesse davvero meravigliare... Così come subito, invece, il presidente del Consiglio europeo smentisce la “rivelazione” del Corriere della sera che le chiavette regalate da Putin ai colleghi del G-20 un mese fa erano tutte caricate di virus che automaticamente ritrasmettevano tutto quello cui erano collegate ai servizi segreti russi.

Tutto falso – anche se tutto credibile – ha certificate, però, per Van Rompuy il portavoce Frederic Vincent, asserendo come i tecnici che, a ogni buon conto, hanno studiato la faccenda hanno garantito che “non ne è emersa alcuna possibile preoccupazione di sicurezza” (CBC News, 30.10.2013, Agenzia Thompson Reuters, Russia denies using gifts to spy on G20 leaders La Russia nega di aver usato i gadgets regalati per spiare i leaders del G20 [ma, naturalmente, la notizia non è che i russi neghino: è che la smentita venga da quelli di Bruxelles...] ▬ http://www.cbc.ca/news/world/russia-denies-using-gifts-to-spy-on-g20-leaders-1.2288218).

Brutta botta per le pretese libero-mercatiste della Commissione europea che, alla Corte di Giustizia, ha perso la causa contro la Germania accusata di non aver dato seguito, obbedendo alla lettera, alla sua precedente sentenza di “diluire” la cosiddetta legge Volkswagen che riconosce al Land della Bassa Sassonia una golden share col diritto di veto sulle decisioni di portata strategica del Consiglio d’amministrazione della stessa VW.

Ha sentenziato la Corte che i cambiamenti operati dai tedeschi rispondono a pieno alla sentenza del 2007 anche se al dunque – era la denuncia di Bruxelles – lasciano alla fine intatto il potere di veto finale del Land sulla cessione di azioni a un acquirente privato. La Commissione voleva che la Corte multasse lo Stato federale tedesco di 42.000 € al giorno per il ritardo nel cancellare il diritto di veto dal 2007 a oggi e di altri 300.000 € per ogni giorno di ritardo da oggi.

Bern Osterloh, il presidente del sindacato della VW che, nel sistema tedesco della co-decisione, la Mitbestimmung, ha grande voce in capitolo proprio nelle decisioni strategiche di gestione della’impresa, ha salutato la sentenza come “la fine di una vendetta liberista sfrenata cui finalmente la Corte ha saggiamente detto il suo no finale”. La Nedersachsen― la Bassa Sassonia ha il 20% di blocco riconosciuto appunto per legge del pacchetto azionario della fabbrica di Volfsburg, il secondo dopo quello della Porsche Automobil Holding SE, di proprietà familiare, col 50% dei posti nel Consiglio di supervisione della VW proprietà dei lavoratori dell’impresa, tenuto dai rappresentanti del sindacato (vero e proprio incubo marchionnesco) affiliato nazionalmente alla IG-Metall (Agenzia Bloomberg BusinessWeek, 22.10.2013, S. Bodoni, Germany Wins EU Top Court Battle Over VW Law, Escapes Fines La Germania vince la battaglia nel tribunale supremo europeo sulla legge VW e evita le multe [colossali che la UE le voleva imporre: la domanda, naturale no?, è che sarebbe successo se, al posto della Germania ci fosse stata diciamo, Malta?] http://www.businessweek.com/news/2013-10-22/germany-wins-eu-court-fight-over-vw-law-legali ty-escapes-fines).

FRANCIA

Avvertono i sondaggi assai accreditati dell’Ipsos, compagnia francese di ricerche di mercato e sondaggi d’opinione di base a Parigi ma di vocazione globale, che François Hollande, ha oggi solo il 24% di opinioni favorevoli al suo operato e sta scontando (l’unica fortuna che ha è che le nuove presidenziali saranno tra quattro anni) lo scarto, anche qui drammatico quasi come da noi tra le mirabolanti promesse con cui vinse sul candidato di destra a maggio del 2012.

Lo attestano, nei fatti e oltre i sondaggi poi, anche i risultati delle elezioni locali svolte la seconda domenica di ottobre che hanno visto quasi sempre soccombere i rappresentanti socialisti  Hanno fatto una specie di en plein di voti al Front National di Marie Le Pen che vince una elezione locale simbolicamente importante  nel sud del paese, mentre le primarie socialiste a Marsiglia sono state vinte, significativamente contro un ministro che voleva passare d’autorità quasi perché appoggiato dalla nomenclatura del partito, da una candidata anomala che si presentava come “la regina dei sobborghi(The Economist, 18.10.2013, French politics – Against the odds ▬  Politica francese – Contro ogni ostacolo http://www.economist.com/news/europe/21588118-french-president-battling-dismal-poll-ratings-local-election-defeats-and-government).

Ma anche la destra lepenista interpreta la sua vittoria più che altro come un premio non tanto alle proprie proposte ma, dice la capa stessa, come una specie di ricompensa alla protesta sacrosanta contro il malgoverno e la stasi della conduzione governativa: che qui non è riuscita a trovare, tanto meno a sinistra dei socialisti, il suo Grillo, per quanto improbabile, e tutto sommato, poi, deleterio (le Monde, 14.10.2013, François Hollande, président le plus impopulaire depuis 1996 selon Ipsos François Hollande, il presidente più impopolare dal 1996, dice l’Ipsos http://www.lemonde.fr/politique/article/2013/10/14/francois-hollande-president-le-plus-impopula ire-depuis-1996-selon-ipsos_3495535_823448.html).

La sostanza – così la riassume, anche se delle 10 ragioni che elenca qui possiamo darvi solo i titoli – è che se la sinistra qui si appresta a perdere appena ci si andrà a contare alle urne la colpa secondo molti, è tutta del presidente. E’ a causa (dice sul Guardian, per cui da Parigi, insieme a molti altri media anche nord-americani scrive le sue note puntute, il 29.10.2013, AgnèsPoirier, 10 reasons why François Hollandce  has flopped in France 10 ragioni per cui, in Francia, François Hollande ha fatto fiascohttp://www.the guardian.com/commentisfree/2013/oct/29/francois-hollande-flopped-france) di ragioni di destra e di ragioni di sinistra, mischiate e confuse, come direbbe Renzi, sempre un po’ qualunquisticamente alla moda, pure da noi:

1. La trappola della tassa al 75% sui redditi superiori al milione di €― che ha come definito la sua presidenza, insieme alla precedente affermazione che lui “i ricchi non li ama proprio”: a ben vedere sacrosanta per un socialista, ma messa così anche un errore di comunicazione, non solo verso i ricchi ma tutti i milioni di francesi che, alla Berlusconi o alla Sarkozy aspirano a diventarlo  comunque e con ogni mezzo: e che, anche il Conseil contitutionnelle ha bollato come illegittima.

2. il suo perfezionare l’arte di mettere il carro davanti ai buoi― sbagliando priorità, secondo molti col mettere ad esempio al numero uno della legislazione il matrimonio legale tra coppie omo, un tema di “civiltà”, per così dire, invece del problema della crisi economica.

3. la sua volontà di non scegliere mai lo scontro ma di privilegiare sempre la mediazione, tipica questa di ogni social-democratico per natura sua tiepido: che scontenta i suoi e non  accontenta mai abbastanza gli avversari politici.

4. una tendenza alla conciliazione che comporta troppo spesso l’indecisione― o l’apparenza dell’indecisione, di un’irresolutezza che, poi, diventa la stessa cosa.

5. l’incapacità di riportare ad unità le fazioni che sempre allignano dentro il suo partito.

6. la sua assoluta normalità― benvenuta all’inizio, dopo i cinque anni dell’eccentrico istrionismo di Sarkozy: ma anche come incapace di comprendere e rappresentare, la complessità anche abbagliante e, a suo modo, francesissima, di una nazione fatta di milioni di bastian contrari.

7. la debolezza e l’anonimato totale del suo primo ministro― e a guardar bene di tutta la su équipe di govero.

8. la sua incapacità come comunicatore― che si fa vedere poco e non riesce che di rado a semplificare e farsi capire.

9. la sua trasformazione da bon viveur e uomo spiritoso in pubblico come in privato – un vero compagnon come lo chiamano qui – in una specie di manico sussiegoso di scopa che in pubblico si muove seme formalmente.

10. il fatto che, contrariamente alle speranze di molti, non sia riuscito a acquetare l’ansietà di una nazione che, dopo il quinquennio parossistico di Sarkozy, lo sperava e ne aveva bisogno. E che invece, adesso, si sta sempre più arrabbiando.

Insomma, diciamo noi, pare proprio l’Italia... Di Napolitano e di Letta...

●Il Conseil constitutionnelle ha appena sostenuto la decisione del governo di vietare la tecnica controversa di estrazione conosciuta come fratturazione idraulica che spacca le scisti bituminose del sottosuolo pompandovi a grande pressione acqua, sabbia e robaccia chimica. E’ un metodo sempre più avversato anche in tutta l’Unione europea non solo in Francia, ma che ha rivoluzionato tutta l’industria energetica americana (oggi, gli USA dicono di avere raggiunto l’87% di autosufficienza energetica: ma mettendo a rischio grave, secondo molti studiosi – e in pratica tutti quelli non direttamente legati e dipendenti dall’industria – le falde acquifere in profondità), bocciando il ricorso della Schuepbach Energy, compagnia americana i cui permessi di esplorazione erano stati “debitamente” revocati dal governo francese

    (1. New York Times, 11.10.2013, D.Jolly, France’s Highest Court Upholds Ban on Fracking La corte suprema di Francia approva il divieto governativo sul fracking http://www.nytimes.com/2013/10/12/business/international/france-upholds-fracking-ban.html?_r=0); 2. uno studio, finanziato dall’industria americana, cfr. EIA/Energy Information Admnistration of the U.S, 13.6.2013 ▬ http://www.eia.gov/analysis/studies/worldshalegas ha calcolato che esistono quantità tecnicamente recuperabili di gas e greggio da scisti bituminose nel mondo, per quasi 8.000 trilioni di m3 di gas estraibile da scisti bituminose, se adeguatamente “trattate”: dai 1.115 trilioni di m3 in Cina, agli 802 in Argentina, ai quasi 700 negli USA, ai 300 in Russia e ai 137 trilioni di m3 della Francia, equivalenti al consumo nazionale di diversi decenni ma – appunto – allo stato attuale delle conoscenze potenzialmente una bomba (in Italia, pare che proprio come per il petrolio ad estrazione classica non se ne trovino granché).

●L’ha scoperto e denunciato un’inchiesta esplosiva di le Monde, ma il governo che ne era ben al corrente adesso è costretto a reagire: e, sintetizza il NYT, la ―Francia chiede agli USA di rispondere dello spionaggio della NSA a casa sua: sua della Francia. Il rapporto del quotidiano francese ha documentato in dettaglio la puntigliosa sorveglianza elettronica della NSA americana, totalmente illegale anche se nei fatti, lo stesso quotidiano lo attesta, ben nota e finora in silenzio assorbita all’Eliseo, a Matignon e al Quai d’Orsay.

Ma, ora che il bubbone è scoppiato, non più. Il governo francese è costretto a reagire, a alzare i toni della protesta per lo spionaggio da parte di un alleato (solo a gennaio scorso viene fuori, 70 milioni (milioni!) di conversazioni telefoniche intercettate...) a chiedere spiegazioni che mai potrà, per definizione, ottenere. Ma non riesce ad articolare una reazione sufficiente a mettere in ginocchio l’arroganza degli USA, a farsi chiedere scusa ufficialmente e a costringerli a promettere di non farlo più...

    (1. USA Today, 21.10.2013, Kim Jelmgaard, France summons U.S. ambassador over NSA spying claims La Francia convoca l’ambasciatore americano sulla denuncia dello spionaggio della NSA ▬ http://www.usatoday.com/story/news/ world/ 2013/10/21/nsa-spying-france-le-monde/3142121; 2. le Monde, 21.10.2013, NSA : Washington tente de relativiser [ma se lo fanno tutti! già... ma non si fanno beccare almeno] son espionnage en France http://www.lemonde.fr/technolo gies/article/2013/10/21/espionnage-nsa-manuel-valls-demande-des-explications_3499880_651865.html: e tutto l’insieme degli altri articoli che, sullo stesso numero, da tante ottiche diverse, all’argomento dedica le Monde).   

GIAPPONE

Parlando della necessità di mantenere la fiducia del mondo degli affari nella salute fiscale assai dubbia del suo paese (il debito pubblico, oltre il 230% del PIL, ufficiosamente ormai quasi al 250%,  secondo la stima “ponderata” – cioè moderata – anche da considerazioni politiche della CIA americana), mentre il suo governo iperliberista cerca di tener fede alle intenzioni dichiarate e al fatto in itinere di stimolare con fondi pubblici l’economia, andando cioè contro la vulgata del liberismo, e di allargare la portata del sistema di Difesa nipponico secondo la visione patriottardica che è propria del suo partito senza dover fare la guerra alla Cina, il primo ministro Schinzo Abe ha dichiarato, il 1° ottobre, che con l’inizio del prossimo anno l’IVA aumenterà nel paese linearmente, dal 5 all’8% (New York Times, 1.10.2013, Hiroko Tabuchi, Japan Sales Tax to Increase Next Year, Abe Says L’imposta sui consumi aumenterà l’anno prossimo, annuncia Abe http://www.nytimes.com/2013/10/02/business/internat ional/japan-sales-tax-to-increase-next-year-abe-says.html? pagewanted=all&_r=0).

E c’è chi subito dice che Abe sta per forza di cose tornando indietro, che sta cedendo come avevano preconizzato in molti – tutta l’economia di stampo convenzional-liberista che aveva subito denunciato il suo velleitarismo – e che avrebbe fatto marcia rapida indietro di fronte alla pressione e alla volontà “dei mercati”. Ma lui parla solo di “temporanei aggiustamenti” e giura di voler persistere sulla nuova strada anticonvenzionale. Anche rimettendo subito, sotto forma di stimolo ai consumi, dice, in circolazione nell’economia una bella fetta – 6 trilioni di yen – degli 8,1 trilioni che l’aumento dell’IVA all’8% porterebbe all’erario…

Del resto, qui nessuno dimentica che l’ultima volta che, nel 1997, il governo nipponico aumentò l’IVA, dal 3 al 5% – anche se in concomitanza, allora, pure con la crisi finanziaria asiatica e la debolezza del settore bancario domestico – il paese subì una pesantissima recessione… Il fatto è che, se la crisi finanziaria asiatica è passata, è arrivata ormai quella globale che incide anche qui e il fatto è che anche il settore bancario giapponese è sempre in gravi difficoltà: proprio come prima…

E, in effetti, subito, alla prima scadenza, la Banca del Giappone nella seduta del 4 ottobre non ritocca al rialzo neanche un po’, come qualcuno aveva temuto e qualcun altro sperato, il tasso di sconto… Almeno il nuovo governatore della BoJ sembra più preoccupato dello stesso PM di sostenere e rilanciare una crescita che ancora considera asfittica che di promettere come lui sembra tentato di fare ai mercati quello che sarebbe, comunque, impossibile e, in ogni caso, niente credibile: riassorbire il debito pubblico.

La delegazione a alto livello che il governo giapponese ha inviato al vertice di Bali dell’APEC ha segnalato che Tokyo si sta finalmente orientando aconsiderare la possibilità di eliminare”, gradualmente s’intende, le tariffe tradizionalmente molto elevate all’importazione con cui protegge la sua produzione di riso, manzo, pollami, zucchero e prodotti caseari: i cinque prodotti “sacri” dell’agricoltura nipponica.

Lo ha dichiarato, quasi chiaramente, a Bali, Koya Nishikawa, capo del Comitato che il partito del premier Abe ha designato per negoziare l’accesso del Giappone alla Partnership Transpacifica (TTP) in sede APEC. Suscitando dentro la “balena bianca”, lo stesso PLD al governo, la rivolta dei tanti deputati che vengono dalle aree rurali del paese… (The Economist, 11.10.2013, Japan and TTP – Sacred cows, rice and the rest of them Vacche sacre, riso e tutto il resto http://www.economist.com/blogs/banyan/ 2013/10/japan-and-trans-pacific-partnership).

Il 27 ottobre mattina, quattro aerei militari cinesi – due bombardieri Xian H-6, costruiti addirittura negli anni ’50 su licenza della Tupolev sovietica, e due Y-8 GX6 turboelica da pattugliamento marittimo – hanno sorvolato il sud-ovest del mar Cinese Orientale fino all’Oceano Pacifico, nello spazio internazionale  fra le isole nipponiche di Okinawa e di Miyako. Le forze di difesa aerea giapponese hanno fatto alzare subito in volo i loro caccia che si sono però limitati, ovviamente, a sorvegliare da lontano il percorso di andata e ritorno degli aerei col logo della bandiere rossa a cinque stelle gialle.

La settimana scorsa cinque navi militari cinesi erano transitate, sempre in acque internazionali, tra le due isole nipponiche. E’ molto evidente che i cinesi stanno a poco a poco, anche se evitando accuratamente spazio aereo e acque territoriali giapponesi, stabilendo di fatto e per diritto consuetudinario così il diritto di passaggio della Repubblica nazionale cinese (AsiaOne/Tokyo,  27.10.2013, Japan scrambles fighters after China flights Il Giappone leva in volo i suoi caccia [ma non altro, sia chiaro] dopo i voli cinesi http://news.asiaone.com/news/asia/japan-scrambles-fighters-after-china-flights-media).   

Parlando “alle truppe”, schierate lo stesso giorno nella base militare di Asaka, il premier Shinzo Abe – che aveva appena annunciato una grande esercitazione militare per aumentare, dice, la capacità di proteggere dalla pressione della Cina le “sue” lontane isole del sud-ovest: quelle in questione del mare (non a caso chiamato) Cinese orientale – ha proclamato che “il Giappone non tollererà l’uso della forza da parte di nessuno per cambiare lo status quo regionale”... ma si è ben guardato, ovviamente, sia dal fare nomi che dal provare a specificare come, al dunque, non lo tollererebbe... anche perché non c’entrano niente, con l’uso della forza, sorvoli o attraversamenti di spazi aerei internazionali (Peace and Freedom, 27.10.2013, Japanese Prime Minister Shinzo Abe: Japan will not tolerate the use of force to change the region’s status quo Il premier giapponese Shinzo Abe: il Giappone non tollererà [bum!] che sia usata la forza per cambiare lo status quo nella regione https://johnib.wordpress.com/tag/chinese-uavs).

 


 

[1] Herman Melville, Redburn: His First Voyage, Harper & Brothers, N.Y., N.Y., 1849 Redburn, Il primo viaggio, ed. Marlin, Cava dei Tirreni, cur. F. Bagatti, 2006.

[2]  Johann Wolfgang von Goethe, Italianische Reise, 2 voll, 1813-1817. 

[3]  Stendhal (Marie-Henri Beyle), Journal, 1801-1817.

[4]  Charles-Alexis Clérel de Toqueville, De la démocratie en Amérique, 1840.

[5] Regesta.com, A. Pagliarulo,  Ricordando Antonio Meucci: italiani d’America - Storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti a cavallo del ‘900,. 13.4.2013 ▬ http://www.regesta.com/2013/04/16/ricordando-antonio-meucci-italiani-damerica). 

[6]  David Ricardo, On the Principles of Political Economy and Taxation  (Preface), John Marle, Londra, 1817― Principi dell’economia politica e dell’ imposta (prefazione), ed. UTET, 2006.

[7] Robert E Lucas, The Industrial Revolution: past and future― La rivoluzione industriale: passato e presente, Fed di Minneapolis, 1.5.2004 ▬ http://www.minneapolisfed.org/publications_papers/pub_display.cfm?id= 3333). 

[8] John Maynard Keynes, “National Self-Sufficiency”, The Yale Review, vol. 22, no. 4 (6.1933), pp. 755-769.

[9] A. Smith,  Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393: la proposta di autoregolamentarsi proveniente da chi ha interessi privati – scriveva ed è il passaggio accuratamente riportato tra virgolette alla cerimonia di Shanghai – “va sempre considerata con la più sospettosa attenzione”. Infatti, “viene da una classe di persone [i produttori, i mediatori, i venditori] il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico; una classe  che ha invece generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico. E che, anzi e di fatto, in molte occasioni l’ha ingannato ed oppresso”)

[10] G. Verdi, libretto di Francesco Maria Piave, Rigoletto (1851)— in verità parla di “Cortigiani, vil razza…”. Ma è proprio lo stesso: come loro, i banchieri sono sistematicamente, e senza fallo, dediti a leccare sempre e solo i potenti e sprezzare gli altri.

[11] Carlo Alberto Salustri (Trilussa, 1871-1950), I Nummeri (1944: l’anno della caduta di Mussolini), Sonetti romaneschi ▬ http://poesieromanesche.altervista.org/index.php/poetiscrittori/poeta/Trilussa).     

[12] Exclave è, in geo-politica, quella parte di territorio di uno Stato sovrano che si trova al di fuori dei confini della Nazione ma ad essa giuridicamente e territorialmente si rifà: qui, l’ Oblast di Kaliningrad è sotto sovranità russa in base alla resa nazista e alla cessione di 1/3 dell’ex Prussia orientale all’URSS alla fine della seconda guerra mondiale, con la fuga della popolazione tedesca di fronte all’avanzata dell’Armata rossa: oggi restano più o meno 80.000 cittadini russi di etnia germanica sul milione di abitanti dell’esclave.

[13] Citiamo per avervi reperito, con questa completezza di particolari, la Nota redatta da Leopoldo Tartaglia dell’Ufficio Politiche Globali della CGIL e pubblicata dal loro utilissimo blog/osservatorio sul commercio internazionale (Trade Game, 18.10.2013, Barroso firma l’accordo di libero scambio con il Canada. Protesta dei sindacati per la segretezza. Allarme rosso per i servizi pubblici in http://www.arciculturaesviluppo.it/ trade-game). 

[14]Forse vale la pena di dire chiaramente perché, focalizzando noi questa Nota congiunturale a trattare di politica internazionale, citiamo rispetto a tanti altri grandi giornali così spesso, e di preferenza, e quindi anche poi ce la prendiamo, con questo giornale in particolare. Semplicemente perché questo giornale è davvero il migliore. In assoluto: per quantità e completezza delle notizie date e anche per la capacità di seguirle ed approfondirle, anche se poi, spesso, è doveroso criticarne il taglio “ideologico”, moderato-conservatore, cioè “responsabile”, insomma perbenista, che dà ai suoi reportages e, soprattutto, alle sue titolazioni.

    L’esempio più clamoroso: quello che, per quasi due anni, combinò, tra 2002 e 2003, per malinteso patriottismo – per patriottardismo – prostituendosi alle voglie malsane di Bush e vendendo al paese le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam come una minaccia pressante contro la sicurezza stessa degli Stati Uniti d’America: una pagina vergognosa che consentì al presidente di fare una guerra di invasione, aggressione e in parte anche certo di liberazione – da Saddam – ma al prezzo di quasi un milione di vite irachene e di una guerra civile imposta forzatamente al paese.

    Poi, certo, il NYT ha anche chiesto scusa, anche se mai pienamente. Forse perché si vergognava – se così è possibile dire, per un quotidiano tanto superbamente orgoglioso – ma ammettendo la cattiva fede di alcuni suoi reporters che ha in qualche modo “punito” – licenziato, sospeso... – e della stessa sua direzione...

[15] Il lavoro congiunto col quale allora Yellen e Akerlof si segnalarono per la visione eterodossa del come fare i conti con un mercato del lavoro complicato e, già allora, riottoso, Efficiency Wage Models of the Labor Market, edito dalla Cambridge University Press nel l986, di cui lui curò, in particolare, l’ampia “introduzione”.

[16] Fu il presidente americano Roosevelt, nel famoso “discorso delle quattro libertà” (6.1.1941: tecnicamente era il discorso sullo Stato dell’Unione e gli Stati Uniti erano a quasi un anno ancora dalla loro entrata nella seconda guerra mondiale) – libertà di parola, di religione, dal bisogno e dalla paura (fame, miseria, ignoranza e insicurezza per il futuro proprio e dei propri cari) – a dare la migliore e più completa definizione, estranea a considerazioni o presunzioni di natura ideologica, di supremazia religiosa o di superiorità, appunto, politica, di cosa fossero davvero i diritti fondamentali e inalienabili di ogni essere umano.

   Tutti e, spiegò, “non da scegliere à la carte, o da difendere a rate” (testo e audio, cfr. ▬ http://americanrhetoric.com/ speeches/fdrthefourfreedoms.htm). 

[17] Nella rotazione consueta e biennale dei membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU –  nove dei quali, se non stoppati da un voto contrario (il veto) di uno dei 5 membri permanenti, formano una maggioranza operativa – il 17 ottobre Arabia saudita, Ciad, Cile, Lituania e Nigeria sono stati eletti a ricoprire il loro biennio di presenza nel CdS al posto, rispettivamente, di Pakistan, Togo, Guatemala, Azerbaijan e Marocco.

    Poi, fulmine a ciel sereno come si dice, l’Arabia saudita notifica all’ONU che per decisione personale del re non intende assumere il suo posto: intende notificare, così, al Consiglio di Sicurezza il suo scontento perché, grazie al diritto di veto – ma solo quello di chi a Riyād sta antipatico, Russia e Cina in questa occasione – è stato impedito all’ONU di autorizzare gli USA a bombardare Assad: togliendo così le castagne dal fuoco alla guerra santa dei sunniti – la sua – per interposta aviazione americana agli scii’ti,: e, poi, non tanto ai siriani ma agli iraniani...

    E’ un caso senza precedenti negli annali delle Nazioni Unite e dovranno trovare il modo di risolverlo, anche se non è chiaro proprio come (un’altra elezione? lasciando vuoto un posto al CdS?) e misura più il grado di frustrante impotenza del re Abdullah bin Abdul Aziz – hanno osato rifiutargli di fare la guerra al suo posto! – più che qualsiasi posizione di principio che chieda la rinuncia di tutte le grandi potenze al loro diritto di veto: ed è anche il rovesciamento improvviso, sovranamente inspiegabile, dell’obiettivo per il quale la diplomazia saudita aveva lavorato almeno da due anni... (New York Times, 18.10.2013, R. F. Worth, Saudi Arabia Rejects Security Council Seat L’Arabia saudita rifiuta il suo seggio al Consiglio di Sicurezza http://www.nytimes.com/2013/10/19/world/middleeast/saudi-arabia-rejects-security-council-seat.html?_r=0)

    La motivazione formale avanzata ufficialmente da Riyād (che il CdS è impotente a risolvere situazioni di conflitto nel mondo e che, quindi, entrarci non serve a niente: Al Arabiya, 18.10.2013, Saudi declining U.N. membership was a ‘symbolic gesture,’ analysts say Gli analisti affermano che il rifiuto saudita di entrare al CdS è stato un gesto simbolico [ma affermiamo noi, con altri analisti, soprattutto ipocrita...] ▬ http://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2013/10/18/What-impact-will-Saudi-Arabia-have-on-the-U-N-Security-Council-.html) denuncia una verità.

    Ma fa finta come francesi, turchi e pakistani che l’appoggiano pubblicamente “comprendendone le motivazioni”, di deplorare non l’uso in sé dal diritto di veto ma il suo abuso – come lo definiscono loro: chi come la Francia ce l’ha e chi no: dopotutto ce l’hanno e ne sono stati in assoluto il maggiore usufruttuario gli Stati Uniti riflettendo lo stato dei rapporti di forza nel mondo (la Francia quel diritto in effetti lo ha usato, quando e come voleva, nel suo interesse magari mal concepito – esempio: per impedire il passaggio di una risoluzione che dichiarava il diritto all’indipendenza del suo territorio oltremare di Mayotte, per dire: l’isolotto che ha al largo del Madagascar, nel mare del Mozambico – anche  se con maggior discrezione di altri paesi.

    La verità è che forse l’errore reale era stato quello iniziale: di aver cercato un posto che, come quello al CdS avrebbe esposto i panni sporchi del regno sula balaustra più aperta al mondo: un regime poco a suo agio nel condurre la sua politica estera alla luce del sole a causa dell’agenda estremamente ambigua e spesso anche losca che persegue, della sua politica interna che segue il peggio della shar’ia immaginabile, la scuola wahabita da cui nasce lo stesso Saud, e della sua orrendamente abissale e insensibile non osservanza dei diritti umani fondamentali.

    L’Arabia saudita, poi, come si dice si è troppo “allargata”: si è chiusa da sé in un angolo cieco dandosi un gran da fare a propagandare piani e obiettivi tanto grandiosi quanto vuoti di politica estera – distruggere l’Iran e, insieme magari, distruggere anche Israele, per dire... – che sono ben al di là delle sue capacità, sia tecniche che – anche – finanziarie e che sono stati capaci quasi solo di farne il motore principale del terrorismo al-Qaedista che ha contribuito  decisivamente a sguinzagliare nel mondo col patto, inconfessato, inconfessabile e assai poco garantito che si astenesse, però, dal destabilizzare il regno saudita...

   D’altra parte sempre più palese diventa che in realtà, poi, Riyād ce l’ha con Obama e con gli USA:

• hanno lasciato che “libere elezioni” portassero al potere a Bagdad un governo sostanzialmente sci’ita, e poi se ne sono anche andati, abbandonando il campo nei fatti alla vittoria degli alleati dell’Iran e, dunue, alla sua;

• adesso si vanno riavvicinando pericolosamente proprio al grande Satana sci’ita apprestandosi a cambiare, da una strategia di durissime pressioni diplomatico-politiche e di attivissima aggressione economico-finanziaria perseguita per anni senza costrutto alcuno se non le sofferenze imposte alla popolazione persiana, a quella ormai incipiente e avviata del “contenimento” dell’avversario con un graduale miglioramento di rapporti anche bilaterali;

• non hanno mai seriamente premuto su Israele neanche solo pro-forma come, in fondo, il re saudita gli chiedeva di fare, e anche quando l’emiro del Bahrain s’è trovato a dover fronteggiare una vera e propria rivolta dei suoi sci’iti, l’America ha lasciato sola l’Arabia saudita rifiutando di inviare i suoi GI’s a dare una mano seria alla repressione...

• E anche sulla Siria, adesso, la dichiarata volontà di cambiarne il regime sbattendo giù l’eretico Assad, a Washington sembra cambiata di fronte all’alternativa che proprio l’Arabia saudita persegue, di favorire contro di lui e i suoi la jihad...

    Non si tratta di pure e semplici divergenze di policy. Si tratta di visioni completamente diverse del mondo su punti chiave per i due paesi legati dal petrolio da sempre. Ora, quando poi Riyād sente rimesso in questione il legame che gli consentiva di tenere al guinzaglio Washington dalla tecnologia del fracking delle scisti bituminose che, al di là di ogni altra considerazione di cautela che gli USA sembrano decisi a trascurare, comunque promettt di liberare a breve il paese dalla dipendenza dal greggio saudita e, in genere, mediorientale. Non sarà facile, ora, riempire il baratro che si prospetta allargarsi tra i due apesi e neanche in parte compensarlo.

   A Bruxelles il responsabile saudita dei servizi segreti, il principe Bandar bin Sultan bin Abdulaziz al-Saud, uno della famiglia ovviamente e già ambasciatore all’ONU fino a metà del 2012, ha lasciato capire in modo del tutto trasparente e volutamente poco diplomatico che le relazioni con gli USA si raffredderanno molto... 

[18] Kerry, che in questi giorni pare davvero una trottola, era a Roma dopo aver visto Letta per giurargli, mentendogli ma col premier che sapeva bene che gli stava mentendo, come dimostrano i documenti tirati fuori da Snowden che la NSA non ha mai spiato l’Italia... ma non era il solo, il segretario di Stato americano a mentire: il sottosegretario con l’incarico di seguire i servivi segreti, Marco Minniti, PD – uno noto perché da sempre ossequioso nei loro confronti e disposto a coprire, in nome di un malinteso senso dello Stato, sporcizie, iniquità e menzogne appunto di Stato – dice che non ne sapevano niente: quando Snowden stesso ha appena detto e documentato il contrario...

[19] Lo ricordiamo, citandolo, appena qui sopra, in Nota 9, a fondo pagina.