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     11. Nota congiunturale - novembre 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.11.12

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI  INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc339537394 \h 1

nel mondo... PAGEREF _Toc339537395 \h 1

La mappa indice della sicurezza alimentare nel mondo – 2013. PAGEREF _Toc339537396 \h 1

in Cina... PAGEREF _Toc339537397 \h 8

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais.. PAGEREF _Toc339537398 \h 11

La Siria si è scusata…  (vignetta) PAGEREF _Toc339537399 \h 11

EUROPA.... PAGEREF _Toc339537400 \h 18

ATTN Europa: il costo del debito USA è al minimo … anche con la montagna di quello estero (grafico) PAGEREF _Toc339537401 \h 19

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc339537402 \h 41

Obama ha rallentato, ma quell’altro è peggio di Pinocchio; coi suoi che fanno proprio ribrezzo  (2 vignette) PAGEREF _Toc339537403 \h 42

Bombe atomiche buone contro bombe atomiche cattive… (vignetta) PAGEREF _Toc339537404 \h 51

Bibi Netanyahu: sempre più all’angolo (?)  (vignetta) PAGEREF _Toc339537405 \h 52

Quando (parola di Reagan) i talebani erano gli “eredi morali” di Washington e di Jefferson  (foto e video) PAGEREF _Toc339537406 \h 60

GERMANIA.... PAGEREF _Toc339537407 \h 61

Ma, per orripilante che sia, non è che su frau Kanzlerin abbia ragione, solo stavolta eh, … Lui? (vignetta) PAGEREF _Toc339537408 \h 62

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc339537409 \h 62

● Ecco qua: siamo alla fine della recessione! (vedi, laggiù, la svolta in basso a destra?)   (vignetta) PAGEREF _Toc339537410 \h 63

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc339537411 \h 63

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è in333evitabile, che si ripeta qua e là, e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI  INTERNAZIONALI

nel mondo

● Questo mese di novembre, l’agenda politico-istituzional-economica globale prevede:

• il 4-5, in Messico, incontri dei ministri delle Finanze dei G-20;

• 6 novembre: in USA, elezioni presidenziali, rinnovo ogni due anni di 33 senatori su 100 (ognuno serve un mandato di sei anni), di tutta la Camera dei rappresentanti e dei governatori di 11 Stati su 50 e 2 territori;

• l’8, a Francoforte, consiglio direttivo della BCE;

• 12-13, incontri dell’Eurogruppo(ministri delle Finanze dell’eurozona) e dell’Ecofin (ministri dell’Unione a 27); 

• il 17, in Sierra Leone, elezioni presidenziali e parlamentari;

• il 18, in Qatar, vertice del direttivo della Conferenza dell’ONU sul cambiamento climatico;

• il 30, in Romania, elezioni parlamentari.

 

● La mappa indice della sicurezza alimentare nel mondo – 2013

     L’indice è stato sviluppato da un istituto internazionale di ricerca e valutazione dei rischi utilizzato da governi, imprese e ONG come barometro di per identificare quei paesi che potrebbero essere suscettibili a carestie o turbolenze dell’ordine pubblico causate da scarsità alimentari dovute a ragioni “naturali” o fluttuazione eccessiva dei prezzi. La mappa mostra per 197 paesi sia lo stato nutrizionale medio delle popolazioni che la valutazione di disponibilità, accesso e stabilità dei rifornimenti alimentari.

     Da sottolineare che l’Italia è tra i grandi paesi europei l’unico a trovarsi in una situazione definita a rischio: anche se, per fortuna, basso…

 

Fonte: Maplecroft 2012  Rischio estremo  alto  medio  basso  dati indisponibili (ma che vuol dire…)

●L’indice globale della produzione manifatturiera, uno degli indicatori scrutati universalmente e più attentamente dagli analisti perché considerati un termometro vero dello stato dell’economia reale, ha visto permanere a settembre livelli preoccupanti di fiacca in molti paesi. La Cina lo ha visto leggermente in salita però, da 47,6 a 47,9 (livello 50 marca il punto sotto il quale il termometro segna contrazione).

L’indice dell’eurozona è, invece, al ribasso dalla bellezza di quattordici mesi consecutivi. In Francia precipita in un mese da 46 a 42,7, con una delle cadute più nette da quando nel 1978 si è cominciato a registrare questo indicatore.

Meglio, decisamente, nelle fabbriche americane dove l’indice ISM dell’attività manifatturiera supera le attese e, dopo tre mesi, di ribasso tocca quota 51,5 a settembre (The Economist, 5.10.2012).        

●Parlando della situazione del Venezuela alla vigilia delle elezioni presidenziali, la Fondazione Carter, che ad Atlanta fa capo al fondatore ex presidente americano Jimmy Carter, uno dei maggiori promotori a livello mondiale di iniziative, diplomatico-politiche, ricerche e studi sui sistemi-paese autorevoli perché dimostratisi realmente indipendenti anche dai voleri degli USA e attiva in operazioni di aiuto concreto alla promozione dei diritti dell’uomo e della democrazia in tutto il mondo senza i secondi fini delle potenze statuali, fungendo anche con un certo successo da mediatore in diversi conflitti e, per quest’opera estremamente concreta oltre che per il grande lavoro di ricerca, verifica e testimonianza condotto un po’ in tutto il mondo insignita nel 2002 del premio Nobel per la pace, attesta adesso – e dimostra – contro ogni conoscenza vigente soprattutto negli Stati Uniti d’America, che “il sistema elettorale del Venezuela è sicuramente il migliore del mondo”.

Delle 92 diverse elezioni di ogni tipo che abbiamo come Fondazione monitorato, di fatto quelle che si svolgono in Venezuela, funzionano col sistema elettorale migliore del mondo: il meccanismo che hanno applicato in tutti i tipi di voto, funziona toccando lo schermo di un computer, identificando l’elettore con la sua impronta digitale e rilasciandogli all’istante un certificato che attesta la sua scelta di voto. Lui/lei la controlla, poi la mette in un’urna sigillata e alla fine i risultati, elettronico e materiale, devono corrispondere”. Mentre “il sistema americano è uno dei peggiori del mondo quasi interamente perché è eccessivamente influenzato in ogni momento dall’influsso onnicomprensivo del denaro su tutto”.  

In aprile scorso sia Chávez, presidente in carica e candidato della maggioranza “socialista” uscente, sia il candidato alla fine presentato pressoché unitariamente dalla destra, Capriles, hanno firmato un accordo col quale si impegnano a riconoscere i risultati che annuncerà il 7 ottobre sera il Consejo Nacional Electoral (Global Research News, 23.9.12, E. Robertson, Former US President Carter: Venezuelan Electoral System “Best in the World” L’ex presidente Americano Carter: il sistema elettorale venezuelano è “il migliore del mondo”  http://www.globalresearch.ca/former-us-president-carter-venezuelan-electoral-system-best-in-the-world).

E ha vinto Chávez, ha ri-vinto per l’ennesima volta, senza alcun possibile dubbio con quella che osservatori non simpatetici nord-americani definiscono seccamente e subito, poche ore dopo lo scrutinio, una “valangalandslide di voti(Agenzia Stratfor, 8.10.2012 03:34 EST, Venezuela’s Chavez wins re-election In Venezuela, Chávez vince la sua ri-elezione http://www.stratfor.com/analysis/venezuelas-chavez-wins-re-election) lasciandosi  dietro il governatore dello Stato di Miranda, Hernando Capriles Radonski, il candidato della destra di ben 10 punti percentuali (54,42% a Chávez con 7.444.082 voti, a Capriles 44,97% e 6.151.544 suffragi, con gli altri quattro candidati che, tutti insieme, hanno preso l’1% dei voti, con un tasso di partecipazione alle urne a un altissimo 80,94%.

Se completa questo suo nuovo mandato di sei anni – lui assicura di essersi ripreso, dopo due operazioni subite, dal cancro – Hugo Rafael Chávez Frías sarà stato presidente eletto per quattro volte liberamente dal suo paese per vent’anni di seguito (ma, in fondo, Formigoni non è stato presidente della regione più importante d’Italia per quasi altrettanto tempo?). E sempre Stratfor, sconsolata, osserva subito, acidamente, che questa “vittoria di Chávez è più di un semplice prolungamento dello status quo in Venezuela: solleva, infatti, questioni importanti sulla stesa viabilità del sistema economico che ha fondato Chávez.

   Dopo anni e anni di nazionalizzazioni, di deterioramento delle infrastrutture e di un’inflazione non irrilevante, la gestione dell’economia sarà per Chávez, come sarebbe stata per Capriles del resto, la preoccupazione principale. La differenza è che Chávez dovrà andare avanti senza la fiducia degli investitori: un deficit che continuerà a danneggiare la declinante industria del petrolio del Venezuela”…

Peccato, ovviamente, per la scoperta appena confermata dall’OPEC che quella “declinante industria” goda di una sconfinata bonanza di petrolio greggio – le maggiori riserve che oggi esistono al mondo – e che questo, alla fine della fiera, vista la natura della bestia proprio come il miele attrae le api è quanto interessa gli investitori; e peccato – per loro – che, magari senza godere della simpatia e dell’amore degli investitori, Chávez abbia evidentemente, per loro, la fiducia degli elettori e del popolo venezuelani!

Peggio ancora la mette il giudizio che, alla vittoria del leader socialista venezuelano, riserva un commentatore  che fornisce notizie interessanti, spesso anche analisi perspicaci ma che, nel caso di un conflitto non tanto con gli interessi ma con una lettura stessa del mondo che rifiuti di essere sempre e solo appecoronata e, dunque, a stelle e strisce, reagisce alla cieca.

Così adesso, a caldo, visceralmente constata che “una maggioranza di venezuelani sono d’accordo con Chávez”. Ma sentenzia che “per il Venezuela il suo tipo di socialismo è un disastro e per nessun altro paese del Sudamerica è un modello ma ha avuto una rinascita col regime di Chávez. E ora la sua rielezione assicura che quelle politiche economiche fallite continueranno a persistere, ma senza diverse prospettive di rendere  prospero questo paese. Chávez ha impoverito una delle nazioni più ricche del Sud America. E adesso le sue scelte continueranno a imperversare per altri sei anni. Con la mancanza di prosperità che continuerà a imputare, naturalmente, agli Stati Uniti e alle multinazionali americane”.

Peccato che i venezuelani, come registra tanto a malincuore lo stesso NW (NightWatch, 9.10.2012 http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000191.aspx) la pensino diversamente, per lo meno la maggioranza di quelli che sotto Chávez credono – i deficienti, incapaci di intendere e di volere – di stare meglio proprio adesso, con lui... E anche la maggioranza dell’America latina soffre dello stesso male. Un fenomeno esoterico e spiegabile, evidentemente, solo con un attacco diffuso di masochismo continentale

Un’altra cosa – di grande rilievo – è emersa con grande forza, poi, da queste elezioni. Non solo sono state “pulite” ma pare proprio che non potessero, strutturalmente per così dire, non esserlo: secondo la documentazione sopra citata della Fondazione Carter… Il che è la controprova del fatto che alla fine Chávez ha rivinto perché negli anni della sua presidenza il tenore di vita della stragrande maggioranza dei venezuelani è drammaticamente aumentato (Center for Economic and Policy Research/CEPR, Washington, D.C., 2.2008, M. Weisbrot e L. Sandoval, The Venezuelan Economy in the Chávez years L’economia venezuelana negli anni di Chávez http://www.cepr.net/documents/publications/venezuela_ update_ 2008_02.pdf).

E, certo, è migliorato a spese dei più ricchi, che sono stati obbligati a pagare o anche solo, finalmente, a pagare per la prima volta; e a spese degli interessi di chi nel paese e fuori detiene il capitale ma ora è costretto a pagarci le tasse. Due altre considerazioni, ora: una, sui rapporti del paese con il resto dell’America latina che conta, in particolare cioè col Brasile; e l’altra sulla conferma delle ricchezze immense naturali del Venezuela.

●C’è da considerare che, malgrado ogni sforzo messo in moto da Washington (a partire da Obama personalmente, in vari interventi dopo i primi mesi, giù giù a quasi tutti i media) per evidenziare e acuire le differenze – e, anzi, l’incompatibilità – tra il modello di sviluppo di Caracas e quello di Brasilia, in realtà i due paesi hanno tessuto e vanno rafforzando ogni giorno tra loro fino a dichiararla formalmente, nel 2005, come tale una vera e propria alleanza strategica. E diedero vita, con regolarità, ad incontri al vertice tra le due presidenze per accelerare l’integrazione economica e infrastrutturale dei due paesi che hanno un lungo confine in comune.      

Dopo l’accesso di Lula al vertice del potere in Brasile, a fine 2002, gli scambi tra i due paesi nel 2003 segnavano in tutto 800 milioni di $, cifra che nel 2011 s’era già moltiplicata più di otto volte, sui 5 miliardi, sviluppando poi a latere una serie fitta di legami istituzionali e di corsi di formazione a livello delle leadership affidati, congiuntamente, al prestigioso IPEA/Instituto de Pesquisa Econômica Aplicada (pesquisa significa ricerche) e, direttamente, a Caracas, all’Embrapa/Empresa Brasileira de Pesquisa Agropecuária.

L’IPEA ha reso pubblico a maggio 2011 uno studio che evidenzia l’integrazione avanzata delle infrastrutture di trasporto fluviali, stradali ed aeree di una zona economica integrata dei due paesi a cavallo tra il nord del Brasile e il sud del Venezuela. L’IPEA evidenzia “quantità e qualità” delle risorse della regione. Il Venezuela possiede quelle che ormai sono state accertate come le riserve maggiori di petrolio del mondo – 296,5  miliardi di barili, oltre il 10% più di quelle del’Arabia saudita, il 18% del totale delle riserve mondiali accertate: al livello attuale di produzione sufficienti per i prossimi 100 anni. E detiene le terze riserve al mondo di bauxite, le quarte di oro, le seste di gas naturale e le decime di minerale ferroso (Wall Street Journal, 18.7.2011, B. Faucon, Venezuela's Oil Reserves Top Saudi Arabia's, OPEC Says Le riserve petrolifere del Venezuela sono superiori, attesta l’OPEC, a quelle dell’Arabia saudita http://online.wsj.com/article/SB100014 24052702303795304576454251217542830.html)...

In Brasile, peraltro, lo Stato di Roraima, ai confini sud del Venezuela – nel pieno dell’Amazonia, a cavallo del più grande fiume del mondo, 6.937 chilometri di lunghezza, dieci volte il Po e 5 volte l’Italia,  il corso d’acqua maggiore del globo per volume d’acqua, numero di affluenti e bacino idrografico (6.915.000 km2: venti e più volte la superficie italiana, in cui sfociano circa 10.000 fiumi, di cui ben 18 hanno una lunghezza superiore a 1.000 km (quasi due volte il Po) – ha le riserve del mondo più vaste di oro, alluminio e niobio e rilevantissimi depositi di torio, cobalto, molibdeno, diamanti e titanio…

E, poi, c’è la dimensione politica – anzi, propriamente geopolitica: quella che preoccupa di più gli USA – che, nella descrizione fattane, dal diplomatico brasiliano negli ultimi anni più influente prima con Lula e oggi con la presidente Dilma Rousseff, Samuel Pinheiro Guimarães Neto, ha sempre cercato ([nella sintesi che ne fa, non autorizzato a citarlo tra virgolette, un celebre analista messicano del quotidiano della capitale la Jornada, sul] Guardian, 2.10.2012, R. Zibechi, Brazil is covering Venezuela’s back— Il Brasile copre le spalle al Venezuela ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/oct/02/brazil-has-venezuela-back?newsfeed =true):

1) di impedire la “rimozione” anche soft di Chávez, come quella con cui un “golpe parlamentare” appoggiato – a dir poco – dagli USA ha adesso fatto fuori il presidente paraguayano ed ex arcivescovo cattolico di Asunción, Fernando Lugo Méndez;

2) di estendere l’abbraccio del Mercosur, di cui proprio il Brasile ha rilanciato dimensione economica e strategica, a Bolivia e Ecuador e, adesso, al Venezuela stesso contro desiderata e minacce anche pubbliche di Washington;

• e, 3), di bloccare così il disegno nord-americano di consolidamento della propria Alleanza del Pacifico che include, con maggiore o minor voglia, Cile, Colombia, Messico e Perù e puntava, e punta, a reincorporare il Venezuela nell’area economico-ideologica degli stessi Stati Uniti d’America.

Il voto di domenica 7 ottobre a Caracas aveva poi un senso il cui significato, diciamo, globale – al di là della scelta del modello di democrazia del paese e dei suoi rapporti col continente latino-americano e col grande vicino del Nord America – risiedeva per buona parte a centinaia di chilometri a est della capitale nella cosiddetta cintura del fiume Orinoco, letteralmente impregnata di petrolio. Accennavamo già, appena sopra, al fatto che in Venezuela hanno accertato ormai riserve di greggio petrolifero pesante nella piana alluvionale del fiume anche più ingenti di quelle confermate in Arabia saudita.

Ora che sarà Chávez a controllare queste cornucopia di trilioni di $ di greggio, al contrario di quel che sarebbe successo se fosse stato Capriles, cambieranno diverse cose. Saranno alcuni paesi e alcune compagnie multinazionali piuttosto che altre a avere il diritto di sfruttamento.

E, alla fine dei conti, la benzina alla pompa verrà pagata un po’ in tutto il mondo, col presidente “rosso” un po’ di meno: in effetti, già in campagna elettorale aveva già promesso di aumentare la produzione riuscendo così, senza cancellare gli impegni presi contrattualmente con gli americani, e raddoppiando l’export in Asia a ridurre la dipendenza dal mercato USA. Capriles diceva, invece,  che avrebbe ripensato tutta la politica economica energetica del paese ma senza alterare a fondo le esportazioni in modo sgradito al vicino del Nord. Intanto BP, Chevron, Shell e altre grandi multinazionali occidentali hanno congelato, in attesa dell’esito delle elezioni, progetti di joint ventures che dovrebbero vederli impegnare qualche miliardo di dollari in investimenti.

Dice Osmel Molina, il manager venezuelano per i rapporti con la BP e alcune altre compagnie che con la Chevron sono impegnate ma hanno bloccato le operazioni nella regione del Carabobo nell’Orinoco, una delle più ricche di giacimenti da esplorare, che “sono ormai tante le compagnie che aspettano il risultato delle elezioni. Sperano in profitti più alti se cambia la situazione. Il che spiega perché appoggino tanto [e appoggiare, qui,  è un eufemismo] l’opposizione.

   Non vogliono necessariamente veder cacciare via Chávez, ma vogliono un governo più debole in modo da poter arrivare loro a controllare le più grandi risorse esistenti al mondo”. Chiaro, no?.

Anche tenendo conto del fatto che le grandi sorelle erano use a pagare royalties del 3% per i itti si sfruttamento e, col governo chávista, sono state costrette ad alzarle al 16% (Guardian, 6.10.2012, J. Watts e V. Lopez, Venezuela election result set to upset global oil politics Il risultato delle elezioni venezuelane scombussolerà [in ogni caso] la politica petrolifera sul piano mondiale http://www.guardian.co.uk/world/ 2012/oct/06/venezuela-election-result-oil-politics).

Concludiamo, per ora, riportando il giudizio che su questa elezione esprime, con rammarico del tutto evidente e qualche residua speranza che adesso l’America riuscirà, comunque, a contenere meglio Chávez, il presidente dell’Inter-American Dialogue, istituto di ricerche anti-chávista di Washington, Michael Shifter che, dando atto a stranguglioni della sua vittoria, chiama le elezioni comunque “un punto di svolta fondamentale”: perché, spiega, Chávez avrà adesso a che fare “con una società molto diversa, una società che si è svegliata, si è organizzata e più fiduciosa”.

Anche se, poi, lui stesso riduce praticamente a zero questo gran risveglio, costretto ad ammettere, dopo aver caricato sul presidente venezuelano, la solita tiritera neo-liberista di insulti – fanatico, estremista, socialista… – che, però, mentre “l’opposizione è sempre carica di una storia di lotte intestine distruttive, specie dopo una sconfitta elettorale” Chávez, invece, “malgrado (sic!) la sua malattia – cancro, come è noto, al momento quiescente ma già recidivo una volta – mantiene un forte legame emotivo con molti venezuelani che non erano disposti a votargli contro…perché – purtroppo – credono ancora che stia provando davvero ad aiutarli e che se poi non li ha proprio tirati fuori dalla miseria, ha ancora a cuore il loro interesse(Inter-American Dialogue, 8.10.2012, Michael Shifter talks with the Associated Press about the results Michael Shifter parla dei risultati con l’Associated pressin http://www.thedialogue.org). Già…

L’ha capito certamente meglio, molto meglio, un altro osservatore che sempre dall’estero chiosa sui dubbi che tanti benpensanti convenzionali riservano a Chávez e al suo stile di governo così: “i critici descrivono questi trattidel suo sentirsi col popolo e viceversasemplicemente come ‘populismo’. Ma la verità è che Chávez ha fatto qualcosa che nessun leader politico qui ha mai fatto prima. Senza chiedere scusa o permesso a nessuno, e senza sosta, questo capo di Stato di sinistra è riuscito a proiettare sul palcoscenico internazionale l’immagine di un Venezuela indipendente e sovrano.

   Nel farlo, ha spezzato la tradizione di servilismo che per decenni, sul piano internazionale– e tutti sanno verso chi e cosa –aveva  caratterizzato questa nazione. Questa rivendicazione di ‘venezuelanità’ su scala globale è stato uno dei maggiori trionfi per tutto un popolo che ha anelato a venire riconosciuto ‘alla pari’ come i paesi del Nord”, che vuol dire Messico, sì, ma soprattutto Stati Uniti e Canada (Guardian, 8.10.2012, E. Ellis, Hugo Chávez still has a hold on Venezuela’s people – he’s one of them Hugo Chávez è sempre in forte sintonia con la sua gente – lui è uno di loro http://www.guardian.co. uk/commentisfree/2012/oct/08/hugo-chavez-venezuela-people-election).

Si sa che a Chávez appena rieletto in un giorno soltanto sono arrivate già le congratulazioni da tutti i governi del Sudamerica… quasi tutti. I più calorosi e evidentemente sinceri sono quello di Rousseff da Brasilia e quello della presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner che su Twitter gli manda a dire— e lui legge il messaggio in diretta Tv, durante la festa della vittoria: “Tu victoria también es la nuestra. La de América del Sur y el Caribe. Fuerza Hugo! Fuerza Venezuela! Fuerza Mercosur y Unasur!”.

Che non ha proprio bisogno di traduzione e smentisce impietosamente e direttamente tutta l’invenzione, come dicono norte-americana, sull’isolamento del Venezuela nel continente (sempre sul New York Times, 9.10.2012, Chávez wins, Kirchner wins Vince Chávez e vince Kirchner http://latitude.blogs.nytimes.com/2012/10/09/chavezs-re-election-is-a-boost-to-argentinas-kirchner/?hpw).

●La Banca centrale del Brasile ha indicato che l’economia, come crescita del PIL, va decisamente  migliorando e, come essa, aumentano gli investimenti diretti esteri nel paese. Il tasso di crescita annuo del PIL si assesterà nella seconda metà di quest’anno, a fine anno, sul 4% e gli IDE arriveranno ad almeno 6 miliardi di $. Ad agosto, la presidenza di Dilma Rouseff ha avviato una serie di riforme economiche che puntano a stimolare la crescita quanto a regolamentazione edilizia, rapporti di lavoro, sistema pensionistico e costo dell’energia elettrica.

Sono tutte  riforme che vanno nel senso di una certa qual liberalizzazione che, però, annuncia di non voler volgersi anche, come dovunque siano state finora tentate queste “riforme di struttura”, a una privatizzazione più o meno selvaggia. Il tentativo ha bisogno dell’appoggio, non facile da acquisire, del Congresso federale e anche di un sostegno almeno passivo, e anch’esso non facile, di quello che resta un forte movimento sindacale e sociale (Banco central do Brazil, 23.10.2012, Previsãos de produto nacional bruto e investimentos directos estrangeiro ▬ http://www.bcb.gov.br/?INDICATORS)…     

●Appena il governo della Corea del Sud rende noto che, con la benedizione degli Stati Uniti, triplicherà la portata dei suoi missili balistici – che hanno a bersaglio proprio e anzitutto l’altra metà del paese, la Corea del Nord – il governo della Corea del Nord afferma di ritenersi adesso più libero di sperimentare i suoi missili balistici a lunga gittata— che finora, però, è vero, sono stati un gran flop (The Economist, 12.10.2012).

●Il governo del Ghana, ha “sequestrato” in porto la Libertad, un tre alberi veliero vecchio di 50 anni e adibito a nave scuola militare, della marina dell’Argentina, con una mossa desueta e anche azzardata verso nei confronti di un altro governo sovrano (requisire un battello militare), agendo poi su richiesta di creditori privati che fanno capo alla NML Capital, di Limassol a Cipro, un fondo di investimento privato, di per sé anche assai ambiguo, in questo caso detentore di un pacchetto di titoli di Stato dell’Argentina tra quelli che incorsero nel default del debito estero del paese nel 2001.

Cambiato a forza di una mezza rivoluzione popolare, il governo filo-americano e filo Fondo monetario del dimissionario presidente ad interim Duhalde con quello nazionalista di Kirchner e dichiarato il default che ha, nei fatti, rilanciato l’economia del paese, questi creditori fanno parte di quelli che hanno rifiutato l’accordo di ristrutturazione volontaria del debito— di riduzione e rinvio, cioè, del rimborso accettato dal resto, il 93% di tutti i creditori. Che hanno accettato, alla fine, di rimborsare, al massimo, il rimborso al 30% del valore nominale del debito detenuto (The Economist, 5.10.2012).

Buenos Aires che la metterà ora dura sul diritto sovrano suo, come su quello di ogni altro Stato alla fine a fare, se e  quando vuole (sovrano significa proprio questo) il default (l’hanno fatto tutti: dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti negli ultimi duecento anni… e più volte) e, poi, e in fondo, i privati che rischiano di comprarsi titoli di Stato lo hanno sempre saputo che speculare è, appunto un rischio e che questi è proprio l’ultimo rischio…

Intanto, Buenos Aires ha rimpatriato i 281 membri dell’equipaggio dichiarando formalmente che, in attesa di rifarsi su chi gli ha “precipitatamente—avventatamente” sequestrato la nave – il Ghana – non pagherà neanche uno dei 20 milioni di $ che la corte di Accra ha chiesto per dissequestrarle la Libertad (The Economist, 26.10.2012).

●Sabato 29 settembre, nelle prime ore del mattino, un’offensiva di truppe keniote equipaggiate dall’occidente e sbarcate in Somalia con mezzi anfibi forniti sempre dall’occidente (americani e inglesi) nel porto di Chisimaio, ha costretto al ritiro dalla città occupata e amministrata da mesi dai militanti islamisti della Shabaab— la Gioventù, in arabo, arrivati da mesi ad aiutare gli estremisti somali che occupavano, dominavano e destabilizzavano larga parte del paese.

La reazione degli Shabaab che hanno scelto di non combattere sul campo un esercito moderno, ben equipaggiato e che ormai godeva anche dell’appoggio aperto di gran parte della popolazione somala stanca dell’imposizione della loro interpretazione rigida della shari’a da parte dei militanti di stampo al-qaedista, è stata quella di andarsene alla chetichella seguendo gli ordini di ripiegamento da tempo impartiti dalla loro dirigenza di fronte al tentativo sempre più determinato e anche incisivo, stavolta, dell’Organizzazione dell’Unità Africana di rimettere in piedi un governo più normale in Somalia dove, ormai da decenni, dalla caduta nel ’91 della dittatura decrepita e immobilista di Siad Barre (il famiglio di Craxi), regnavano caos e anarchia e pura violenza.

Secondo gli analisti e ricercatori dell’International Crisis Group che seguono specificamente sviluppi e complessità del Corno d’Africa la perdita di Chisimaio rappresenta un “pesante colpo psicologico” e una “perdita significativa” per l’ala dura del movimento degli Shabaab e di al-Qaedaandrà avanti a cercare di applicare la sua strategia di destabilizzazione con omicidi mirati, attacchi kamikaze e bombe”. Il gruppo potrebbe adottare ora una tecnica di guerriglia ancora più fluida, senza per quanto possibile dare punti di riferimento alle istituzioni somale e all’esercito keniota di liberazione… ma anche di occupazione.

Via Twitter la leadership della Shabaab ha subito avvertito che Chisimaio ora “verrà trasformata da una pacifica città governata dalla Sharia islamica in un campo di battaglia”. Agli islamisti, al momento, resta il controllo militare abbastanza tenue di alcuni villaggi e cittadine della Somalia centrale e orientale e la lealtà ideologico-religiosa nei loro confronti di alcuni clan locali: che, però, qui contano e molto.

Allo stato, subito prima di essere costretti a mollare, gli Shabaab avevano intensificato attacchi e attentati dopo che l’11 settembre è stato eletto presidente da quello che restava del parlamento somalo Hassan Sheikh Mohamud, che ha, forse, il difetto di essere una persona per bene davvero ma legata a una cultura tutta occidentalizzata e anglofona, conosciuta e apprezzato cioè a livello Londra, Washington e Parigi molto più che a Mogadiscio o nelle pianure somale.

Mohamud è uno che per anni ha lavorato al fianco delle organizzazioni internazionali occidentali, l’elezione del quale il gruppo islamico aveva subito folgorato come quella “di un traditore, contro il quale e la sua cricca blasfema tutti gli islamici si armeranno e combatteranno per l’islamizzazione della Somalia (International Crisis Group/Bruxelles, # 92, 8.10.2012, Assessing Turkey’s Role in Somalia—Valutando il ruolo della Turchia nella Somalia [di domani] http://www.crisisgroup.org/en/regions/africa/horn-of-africa/somalia/b092-assessing-turkeys-role-in-somalia.aspx).

Gli Shabaab, si viene a sapere quasi subito dalla denuncia che le autorità del distretto di Dayniile hanno fatto pervenire al governo, sono però riusciti a trasferirsi in massa armi e bagagli nella capitale, a Mogadiscio, e già fanno sentire la loro presenza.

●Svela uno studio della Credit Suisse che i patrimoni delle famiglie sono scesi per la prima volta, sul piano globale, dallo scoppio della crisi nel 2008 a € 223 trilioni (migliaia di miliardi): la ragione principale, dice, è stata una perdita di $ 10.300 miliardi in Europa (soprattutto per l’apprezzamento del dollaro rispetto all’euro e, in generale, anche alle altre valute europee come sterlina e corona norvegese, che non hanno voluto, o quelle che non hanno invece potuto entrare nell’euro).

La massima patrimonializzazione personale è quella della Svizzera, con $ 468.200, seguita da quella francese, $ 265.000 a cittadino, mentre il patrimonio degli americani si attesta a 262.000 e quello dei britannici a 250.000, sempre in dollari. Lo studio svizzero prevede che il patrimonio delle famiglie cinesi scavalcherà entro cinque anni quello del Giappone, arrivando a essere il secondo in assoluto. Anche se il giapponese medio resterà, ancora a lungo, pro-capite più ricco del cinese medio (The Economist, 12.10.2012).   

in Cina

●Lo yuan s’è rafforzato a 6,285 contro 1 sul dollaro in valore nominale del cambio, il massimo da quando nel 1994 la Cina ha introdotto il suo più moderno sistema dei cambi (a parità di potere d’acquisto, quella che conta, dice la CIA, lo yuan però vale da quattro a cinque volte tanto, col dollaro dunque che si compra con 1,5-1,8 yuan. Uno yuan forte deprime ovviamente le esportazioni e facilita, per contro, quelle americane (The Economist, 5.10.2012).

●La Banca centrale ha iniettato – si dice così, proprio come con un’iniezione… di ricostituente ma anche di eroina, chi sa… – 265 miliardi di yuan (sui $ 42 miliardi) di liquidità suppletiva sul mercato monetario, la seconda immissione di cash in due settimane. La Banca Popolare di Cina spera così di riuscire a tenere bassi i tassi di interesse sul mercato monetario per sostenere la crescita (The Economist, 12.10.2012).

●Intanto, a settembre l’inflazione al consumo cala dal 2% di agosto all’1,9 (Agenzia Reuters, 14.10.2012, L. Hornby, Tame China inflation takes pressure off policymakers Un tasso di inflazione domato alleggerisce la pressione sui decisori politici http://www.reuters.com/article/2012/10/15/us-china-economy-inflation-idUSBRE89E00M20121015). E’ una buona notizia, ma è anche una notizia che fa discutere perché forse, proprio alla vigilia del cambio di leadership annunciato adesso al XVIII Congresso del PCC che inizia subito dopo le elezioni della presidenza americana (6 novembre), potrebbe malgrado indicatori non sempre concordanti, ancora mostrare prezzi ben contenuti ma a causa d’una decrescita dell’economia che anche se non accentuata sembra restare.

Infatti, nel terzo trimestre l’economia, anno su anno, è cresciuta del 7,5%, dal 7,6 del trimestre precedente e dall’8,1% del primo. E’ il settimo trimestre consecutivo di leggero rallentamento. Lo rende noto Sheng Laiyun, portavoce dell’Ufficio centrale di statistica, informando anche che il PIL nei primi tre trimestri del 2012 ha raggiunto i 35,35 trilioni di yuan, pari a 5,61 trilioni, cioè migliaia di miliardi, di $ (+7,7% di PIL) con una situazione economica del paese, in effetti, sostanzialmente “stabile”, specie in questi ultimi due mesi.

E, in effetti, a settembre e anno su anno le vendite al dettaglio aumentano del 14,2% a 1,82 trilioni di yuan e con un tasso di aumento sui consumi di agosto dell’1,46% (Xinhua.net, 18.10.2012, China’s Q3 GDP slows to 7.4% Il PIL della Cina nel 3° trimestre rallenta al 7,4% http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-10/18/c_131914081.htm). Soprattutto, la produzione manifatturiera secondo l’indice, attentamente studiato, della grande Banca internazionale HSBC è di nuovo salita ad ottobre: segno ulteriore, dicono gli ambienti che se ne intendono o lo pretendono che la frenata dell’economia sta arrestandosi (The Economist, 26.10.2012).

●Un rapporto confidenziale di un comitato del Congresso americano sull’intelligence “ammonisce” le imprese statunitensi che sono in affari con due omologhe cinesi, Huawei e ZTE, due giganti delle telecomunicazioni, sostenendo che costituiscono una minaccia per la sicurezza nazionale americana. Al Congresso non piace per niente la governance specie della Huawei troppo legata – sospettano i tapini: come se fosse altrimenti possibile – alle strutture del partito comunista cinese.

La Huawei ha risposto accusando di “sciovinismo anticinese” il rapporto e denuncia il fatto che esso non cita alcun documento o testimonianza a supporto delle sue accuse e il ministero degli Esteri di Pechino, da parte sua, accenna all’esistenza di non meglio identificate rappresaglie adeguate per far sentire agli americani il peso delle loro prevaricazioni, fomentate dal clima avvelenato della campagna elettorale (The Economist, 12.10.2012, Put on hold Sotto stallo ▬ http://www. economist.com/node/21564585).

E, in modo inconsueto e anche – col clima elettorale in atto – qualche po’ coraggioso, la Casa Bianca rende ora noto che un’inchiesta dell’Agenzia per la sicurezza nazionale ordinata proprio per valutare i rischi posti da fornitori esteri alle compagnie americane di telecomunicazioni, non ha rilevato alcuna indicazione che la Huawei abbia spiato per conto della Cina. Invece, per la Huawei – il secondo fabbricante di apparecchiature di rete al mondo – proprio però come con e per qualsiasi fornitore straniero esiste un  potenziale rischio relativo alle vulnerabilità in materia di cosiddetta cibersicurezza.

In fondo, non solo certo solo i cinesi – e gli americani lo sanno bene, essi stessi per primi – da sempre usano l’opportunità di “introdursi” acquistandone direttamente il know-how, o magari così con qualche compartecipazione tecnologica, apportandone magari anche capitali loro, per acquisire intelligence tecnologica. Insomma, la Huawei non è sospetta, se non come qualsiasi altro partner eventuale (1) IntelNews.org, 18.10.2012, J. Fitsanakis, White House review found ‘no evidence’ of Huawei spying for China Inchiesta ordinata dalla Casa Bianca non trova ‘indicazione alcuna’ di spionaggio della Huawei per conto della Cina http://intelnews.org); 2) Stratfor, Special Series: 24.3.2010, Espionage with Chinese Characteristics Spionaggio, con caratteristiche cinesi http://www.stratfor.com/analysis/special-series-espionage-chinese-characteristics).

E la ZTE vede adesso bloccare la sua partnership di lunga data con la Cisco Systems a causa di accuse, anch’esse non documentate e tanto meno provate – il che, di per sé, non significa false naturalmente – di aver venduto all’Iran equipaggiamento che violerebbe le sanzioni americane (si badi bene: non quelle dell’ONU…).

Ma, in materia di telecomunicazioni e di prodotti (desktops, portatili, tablets, notebooks, ecc.) elettronici, siamo ormai – e lo sanno tutti – al mitico bambino che col dito cerca di turare la falla della proverbiale diga olandese: informa la Gartner Consulting, una delle principali organizzazioni di ricerca sulle Information Technologies a livello globale, che nel campo dei PC ormai la Lenovo cinese è diventata, scavalcando la Hewlett-Packard, la prima azienda che fabbrica e vende computers al mondo (InfoTechSpotlight, 11.10.2012, H-P no longer top world PC maker H-P non è più il maggior fabbricante al mondo di PC http://it.tmcnet.com/topics/it/ articles/2012/ 10/11/311577-hp-no-longer-top-pc-manufacturer-according-gartner.htm).

●Sul conflitto col Giappone per gli isolotti rocciosi che qui chiamano Diaoyu e, a Tokyo, Senkaku non è solo, né forse soprattutto, una questione di risorse, quelle da pochi anni scoperte – o che si dicono essere stata, diciamo, individuate come potenzialmente importanti: dal greggio petrolifero a depositi di minerali – sui fondi marini del Mar Cinese Meridionale.

A livello della percezione e della sensibilità dei popoli è, invece, soprattutto una questione di fierezza, di dignità nazionale: un sentire comune diffuso in gran parte del globo ma qui, in Asia del Nord Est, particolarmente – ancestralmente – sviluppato. Poi, e inoltre, basta guardare una carta geografica per dire subito che geograficamente e storicamente parlando appare più logico che esse appaiano “roba” della Cina, o forse di Taiwan, non del Giappone da sempre: prima, durante e dopo l’ultima guerra mondiale quando l’impero del Sol Levante scatenò le sue mire imperialistiche su gran parte dell’Asia del Sud e del Nord-Est.

Dopo la guerra persa e la capitolazione dei giapponesi, sono state la strapotenza militare degli americani e la grande rinascita economica del Giappone, sotto l’ombra e la protezione fornita dall’America, a far perdurare questo stato di fatto che i cinesi hanno dovuto subire finché non hanno potuto provare a fare altrimenti. Ma oggi la Cina – come diceva il titolo fortunatissimo quanto profetico (1973) di uno scrittore francese[1] – si è proprio svegliata. E questo sta dando vita alla situazione attuale.

Per la marina cinese l’interesse strategico – la garanzia dell’accesso allo spazio oceanico, è molto evidente— tal quale a quello che per gli USA ha l’accesso al Golfo del Messico e, attraverso di esso, all’Atlantico. Nel 2004 sono cominciati a comparire, nella cosiddetta zona economica esclusiva che il Giappone considerava come propria, in modo assolutamente legittimo sul piano del diritto internazionale ma, fino ad allora, anche inusitato diversi sottomarini cinesi provocando un riacutizzarsi  della tensione.

Anche perché, su questo concordano anche i cinesi, la marina imperiale giapponese, ricca di battelli ultramoderni e di sistemi antimissilistici ultrasofisticati, è qualitativamente la migliore dell’Asia anche se quella cinese è di gran lunga la più quantitativamente importante. Del resto, il clima si è fatto più teso anche tra Giappone e Corea del Sud, sempre nella regione, per il contenzioso sulle isole che i coreani chiamano Tokio e i nipponici Takeshima. Ma per tese che siano le relazioni tra Giappone e Corea sono appena tiepide rispetto a quelle già calde davvero tra Giappone e Cina.          

E, per tornare ad esse, da un punto vista strettamente storico, come scrive un pur fanatico tifoso sulla questione del Giappone – per ragioni, onestamente confessa, di ordine politico: perché lui, che è anglo-americano, è un fiero “anticomunista” e, quindi, anticinese – “tutto suggerisce che le Diaoyu/Senkaku fossero di proprietà della Cina imperiale fino a che i giapponesi se le annessero con la sconfitta della Cina del 1895. Amministrate dagli Stati Uniti dopo il 1945, le isole  [sempre restate disabitate] vennero formalmente restituite al Giappone nei primi anni ’70 del secolo scorso.

   “Alcuni titoli di proprietà furono ridati ai proprietari giapponesi di anteguerra, la famiglia Kurihara” che, adesso, sotto pressione di Tokyo, li ha rivenduti al governo nipponico. “Ma né Pechino né Taiwan hanno mai accettato questa soluzione(Newsweek, 24.9.2012, The Daily Beast, Niall Ferguson, All the Asian rage Tutta la rabbia dell’Asia http://www.thedailybeast.com/newsweek/2012/09/23/niall-ferguson-on-how-china-is-on-the-march-in-asia.html).

●Poi, a inizio ottobre viene rivelato, saggiamente a posteriori, che finalmente un alto emissario del governo cinese, il capo del dipartimento degli Esteri per l’Estremo Oriente, Luo Zhaohui, si è incontrato a Tokyo con Shinsuke Sugiyama, direttore generale dell’Ufficio per l’Asia e gli affari oceanici al ministero nipponico degli Esteri. Viene aggiunto che hanno cominciato a parlare proprio delle isole Diaoyu/Senkaku segnalando se non altro la disponibilità di entrambi a parlare se non ancora, forse, a negoziare faccia a faccia. E a fine mese si ripeterà l’esperimento…, allo stesso livello.

E’ una concessione giapponese. A Tokyo, finora, neanche ammettevano che i cinesi avessero una rivendicazione sugli isolotti e sostenevano che non se ne dovesse parlare in un quadro bilaterale ma in un solo pacchetto di discussione con tutti gli altri contenziosi della Cina nella regione; una soluzione sempre respinta da Pechino che la leggeva come un’idea americana per inserirsi come mediatore in realtà molto, molto partigiano contro ogni esigenza cinese…

In ogni caso gli americani hanno essi stessi salutato con evidente soddisfazione quello che è sembrato a tutti gli osservatori come un gesto deliberato da entrambe le parti di de-escalation di una tensione che si era andata facendo davvero calda, troppo pericolosamente (New York Times, 12.12.2012, M. Fackler, China and Japan Say They Held Talks Over Islands DisputeLa Cina e il Giappone dichiarano di avere aperto colloqui sulla loro disputa delle isole ▬ http://www.nytimes.com/2012/10/13/world/asia/china-and-japan-say-they-held-talks-over-islands-dispute.html?_r=0).

A metà ottobre, la Cina sembra improvvisamente accelerare decidendo  ufficialmente di dare un nome, una per una, alle 1.664 isole, isolette, isolotti e rocce sparse per i suoi mari che rivendica alla propria sovranità ma che finora non avevano nome alcuno per nessuno  col loro singolo nominativo. Lo rende noto l’Agenzia per l’amministrazione oceanica dello Stato. Un censimento che, annuncia, andrà completato e formalizzato entro il 13 aprile con la deposizione dei nomi all’apposita agenzia, l’International Maritime Organization, delle Nazioni Unite effettuata entro l’agosto del 2013.

Parecchie di queste isole sono coinvolte in dispute, alcune al momento più accese altre largamente sopite cn parecchi paesi della regione, dal Giappone, naturalmente, alle Filippine, al Vietnam e alla Malaysia… E, in questo contesto, la mossa cinese sembra volere – o almeno puntare a  mettere – un punto e virgola se non proprio un punto fermo, al contenzioso (Stratfor, Global Intelligence, 25.9.2012, R. Baker, Understanding the China-Japan Island Conflict Capire il conflitto delle isole tra Cina e Giappone ▬ http:// www.stratfor.com/weekly/understanding-china-japan-island-conflict).

Verso fine ottobre quattro battelli civili di sorveglianza marittima cinesi sono entrati nelle acque che il Giappone reclama come sue, territoriali, in prossimità delle isole Senkaku/Diaoyu. E tutti hanno letto il fatto come un memorandum – non proprio un tintinnare di sciabole, ma quasi – inviato a giapponesi, americani, ecc. – che esistono e contano anche e, per quel che la riguarda, al momento di fatto decidono, le sue richieste. Il corpo dei guardiacoste giapponese sostiene che anche aerei militari cinesi hanno di molto aumentato le loro operazioni nell’area (KFLY.com, 25.10.2012, Japanese see new Chinese action near disputed islands— I nipponici constatano un aumento di presenza cinese nelle vicinanze delle isole contese [le vedono in aumento perché, ovviamente, anche la loro presenza – la presenza stessa dei giapponesi è in aumento…] ▬ http://www.klfy.com/story/19909060/new-chinese-activity-seen-near-disputed-isles).

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●La Turchia, ormai, con la Siria si è (quasi) messa sul piede di guerra. La causa proxima della nuova situazione è stata un colpo di mortaio (uno solo: per questo forse è stato davvero un lancio accidentale) che, partito dal territorio siriano e scoppiato su quello turco al confine facendo cinque morti, ha visto sì la Siria scusarsi ma non prima di una massiccia rappresaglia turca che ha bombardato per due giorni interi il posto di frontiera siriano di Tel Abyad, con qualche decina di morti. Ma poi, e per diversi giorni di seguito, tra Ankara e Damasco si sono ripetuti analoghi episodi (sempre un solo colpo di mortaio – stranissimo…, no? – e una isolata risposta, anche se nessuno – sembra, sia in andata che al ritorno – con risultati tanto esiziali.

● La Siria si è scusata…  (vignetta)

“La morte di 5 civili turchi – 2 donne e 3 bambini – è stato

 un tragico errore…   … pensavamo che fossero siriani!” 

Fonte: K. Bendib, 9.10.2012

La prima volta, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha condannato l’ “attacco” siriano ma, anche se il dipartimento di Stato americano, col solito vizietto di dare il voto a tutto e a tutti meno che a se stesso, ha subito chiamato “appropriata” la risposta dei turchi, poi il Consiglio invece ha preso – appropriatamente secondo noi – qualche distanza per “l’uso eccessivo di forza” dispiegato in risposta ([si tratta, però, nel caso specifico non di una vera e propria risoluzione ma di una dichiarazione del presidente in esercizio del CdS, il ministro degli Esteri del Guatemala, Harold Caballeros, che esprime il “senso del sentire comune” del CdS] – cfr. http://www.un.org/en/sc/presidency/statements). Ma la Turchia ha anche fatto votare al suo parlamento (320 voti a 129) un’autorizzazione carta bianca al governo per dispiegare per un anno truppe turche all’estero (cioè, in Siria) “se necessario”…

Cogliendo al volo, potenzialmente, l’occasione per far fuori il regime di Assad… non fosse frenata, Ankara, da altre considerazioni: soprattutto dal fatto di non avere la minima idea di chi, se poi avanzasse, potrebbe essere il beneficiario cui contribuirebbe ad aprire la via di Damasco. Insieme agli insorti bona fide, come essi si dicono e sono: e magari ad al-Qaeda e ai suoi, offrendo un alibi forte anche a qualche possibile aiuto dei russi ad Assad… che la Turchia vuole assolutamente evitare. Come Erdoğan al momento vuole sicuramente evitare anche di rafforzare il ruolo e il prestigio dell’irrequieto esercito turco nel paese…

Alla fine, l’interpretazione autentica dell’autorizzazione data così in bianco dal parlamento alle forze armate, ma è peculiarmente e curiosamente detto “sotto gli ordini del governo”, si “limiterà” a costituire una specie di base, di “santuario” per i rifugiati siriani al confine: da dove del resto già transita la maggior parte delle armi e dei rifornimenti che arrivano dall’estero, da Qatar a Arabia saudita, all’opposizione interna. Col rischio che l’opposizione stessa cerchi magari, anzi sicuramente, di consolidarsi all’interno di quel santuario tentando anche di estendersi verso sud e avvicinando in questo modo la possibilità di un allargamento della guerra civile su basi regionali.

●Comunque adesso, senza proprio mettersi a fare la guerra, Ankara gonfia i muscoli, anche rischiando di brutto e non solo sul piano politico-diplomatico, come nella decisione di mettersi adesso a sfidare non più solo la Siria ma direttamente la Russia come nell’ “incidente” dell Airbus 320 siriano di linea Mosca-Damasco dirottato da due F-16 e obbligato a atterrare in Turchia (New York Times, 11.10.2012, E. Barry, A. Barnard e S. Arsu, Rift with Moscow Deepens After Turkey Forces Syrian Jet to Land Si allarga la rottura con Mosca dopo che un aereo civile siriano viene costretto all’atterraggio forzato in Turchia ▬ http://www.nytimes.com/2012/10/12/world/middleeast/syria.html?ref=global-home&_r=0).

La Turchia accusava – e lo ha detto: su imbeccata dei servizi segreti americani— cosa che a Washington dove, tra l’altro, rischiare l’ennesimo sputt***amento di un altro loro possibile buco di intelligence avrebbero potuto proprio fare a meno, non l’hanno affatto apprezzato – l’aereo di trasportare un carico di armi al governo siriano. Nella perquisizione i turchi dicono di avere trovato munizioni (ma quante? quali?) e adesso il ministero degli Esteri russo – che rivendica, comunque, ed è questione su cui non può davvero transigere, il diritto sovrano di fornire o vendere a chi gli pare quel che gli pare senza doverne rendere conto a nessuno, né ai turchi né agli americani: l’ONU, d’altra parte, non ha mai messo sotto sanzioni, discutibilmente esse stesse poi pur legittime, niente che arriva al governo siriano – dice che si trattava invece di apparecchiature elettroniche.

Il ministro degli Esteri turco, Davutoğlu, e poi lo stesso Erdoğan, hanno in realtà fiaccamente risposto che, comunque, “sull’aereo c’erano ‘articoli’ che noi consideriamo ‘inappropriati’ ”: termine che, francamente, è piuttosto vago, a parte poi ogni riserva di diritto internazionale sulla legittimità stessa di un atterraggio forzato manu militari fatto subire a un aereo civile con passeggeri civili di diverse nazionalità bloccati all’aeroporto Esenboga di Ankara dentro l’aereo per ore e ore da una perquisizione condotta in base a un “sospetto” avanzato da terzi… ufficialmente ignoti.

Forse, i turchi intendevano con questa mossa mettere ancor più sotto pressione Damasco, fargli paura senza fargli la guerra. Ma l’interferenza armata col traffico civile internazionale non è solo rischiosa è anche, sul serio, inaccettabile. E i russi non mollano: a 48 ore di distanza dal misfatto il ministero degli Esteri comunica “di non aver ancora ricevuto alcuna informazione sul carico che la parte turca ha rimosso, sule ragioni, su quello che dice di aver trovato di ‘inappropriato’,  sui dettagli e le condizioni nelle quali la ‘confisca’ è stata effettuata”.

Poi prende la parola il ministro Lavrov e spiega che sull’aereo, a parte ogni diritto assoluto di russi e siriani a scambiarsi quello che vogliono tra di loro in base al diritto internazionale, c’era una cassa di materiale elettronico per radar: “carico assolutamente legale, inviato da un esportatore autorizzato russo a un importatore siriano assolutamente legittimo(New York Times, 12.10.2012, E. Barry e R. Gladstone, Russia Says Impounded Syrian Plane Had Radar Gear La Russia asserisce che l’aereo siriano sequestrato aveva materiale radaristico http://www.nytimes.com/2012/10/13/world/middleeast/syria.html?ref=glo bal-home&_r=0).

●Infine, piuttosto a sorpresa davvero, anche i propagandisti più scontati dell’attacco all’aereo siriano in volo da Mosca a Damasco[2] danno il loro contrordine: pare proprio che stavolta non abbiano accettato di mentire spudoratamente al mondo, sput***andosi peggio che ai tempi delle panzane sulle armi di distruzione di massa di Saddam, proprio la CIA e gli altri servizi segreti cui era stato imputata la spiata fatta ai turchi.

I turchi non apprezzano, certo, ma è proprio il portavoce ufficiale del dipartimento di Stato, Victoria Nuland, che a domanda in conferenza stampa risponde, letteralmente e ufficialmente – dopo aver debitamente espresso il pleonastico rammarico per l’aiuto che la Russia dà al governo siriano e la condanna “morale” del governo USA – riconosce che dal punto di vista della legittimità nulla vietava ai russi di inviare nulla di quel che volevano mandare al governo siriano… come del resto sapevano già tutti e proprio i russi avevano fatto già rilevare, negando puntigliosamente agli americani, sulla base della storia anche recente della loro politica estera, di mettersi a dare lezioni di moralità internazionale.

Se la Turchia, commentano invece, a latere,  alcuni autorevoli osservatori russi a Mosca, pensa davvero di affermare una sua leadership nel Medioriente senza guadagnarsela davvero – e non tanto facendo la guerra, o facendo finta di voler fare la guerra, alla Siria quanto attivandosi sul serio ad aprire spazi a favore di una soluzione reale perché equilibrata e effettiva alla questione palestinese che pure afferma starle a cuore, sbaglia davvero.

Nella posizione geo-politica in cui si trova Ankara solo così acquisisce davvero una sua genuina autorevolezza nella regione. Altrimenti, rischia sul serio di farsi trascinare, anche se riluttante, nel marasma siriano “dalla legge del contrappasso che in quest’area del mondo è sempre vigente, per cui chi di terrorismo gli altri ferisce di terrorismo poi anche spesso perisce(Российская газета/Rossiyskaya Gazeta, 12.10.2012, edit.,Сирийские ловушка La trappola siriana http://www.rg.ru).

Alla fine, dopo un’altra ondata di ulteriori reciproche rappresaglie e ripicche (il veto al sorvolo di aerei civili prima siriani in Turchia e poi viceversa “secondo il principio di reciprocità”, dice Damasco), la Siria fa sapere di restare disponibile ad aprire colloqui con la Turchia per raffreddare le tensioni tra i due paesi. Ma non sarà facile: il premier turco Recep Tayyip Erdoğan continua a chiedere al presidente siriano Bashar al-Assad di dimettersi e andarsene, accusandolo di sterminare il suo popolo da mesi.

E Assad rimprovera al turco di rifornire di armi, supporto logistico, tecnico, di intelligence e finanziario bande di ribelli estremisti di cui neanche si fida egli stesso che vanno loro sterminando il popolo siriano: e il bello – o piuttosto il brutto – è che hanno entrambi ragione (RT/Agenzia RIA Novosti/Mosca, 17.10.2012, Syria Ready to Ease Tensions with Turkey - Foreign Ministry Il ministro degli Esteri siriano dice che la Siria è pronta a allentare le tensioni con la Turchia http://en.rian.ru/world/ 20121013/176600201.html).

●D’altra parte, ormai sembrano spesso alla disperazione – da come essi stessi ormai tendono a esprimersi – proprio i ribelli. Il Libero Esercito Siriano ammonisce che, se non altro per preservare i propri interessi domani, l’occidente deve schierarsi ora direttamente, militarmente, perché è chiaro che, se vince Assad non saranno premiati gli interessi economici e geo-politici dell’America e dell’Europa che le si è comunque accodata e se vincono da soli loro, intanto crescerà nelle loro fila l’estremismo islamista e i vincitori non saranno certo riconoscenti a chi non è materialmente sceso in campo a aiutarli.

Come invece ha fatto, alla fine vincendo la guerra per conto loro, nei fatti veramente determinanti e fino proprio alla ultima fase della caccia al rais  (New York Times, 5.10.2012, C, J. Chivers, Rebels Say West’s Inaction Is Pushing Syrians to Extremism I ribelli denunciano che il non intervento dell’occidente spinge i siriani all’estremismo [come se davvero l’intervento armato in Libia fosse stata la molla a far loro presumere di potersi aspettare che l’occidente intervenisse, a prescindere da ogni differenza strategica e geo-politica a sconfiggergli Assad] http://www.nytimes.com/2012/10/06/world/middleeast/rebels-say-wests-inaction-is-radicalizing-syria.html?ref=global-home&_r=0).

Questa è stata la grande illusione dei ribelli siriani e la responsabilità anche morale di cui le cancellerie occidentali portano il peso: averli illusi. E, ormai, tra i ribelli effettivamente schierati in battaglia che si ammazzano trucidando all’ingrosso e a vicenda i civili siriani. Sta prevalendo una visione complottistico-cospiratoria che mette tutti sullo stesso piano: cita così uno dei loro leaders sul campo il giornale: “La comunità internazionale [ed è certo il primo sbaglio dell’analisi: ha ingoiato la panzana raccontata da anni dalla signora Clinton su questo ectoplasma che proprio non c’è, che qualcuno possa onestamente e coerentemente chiamare così in questo mondo] sa che Assad è morto [e questa è, forse, auto-illusione: nel mondo, tanti sono convinti che morti, ormai, in realtà sono piuttosto i ribelli…] ma vuole che la guerra vada avanti per distruggere la Siria e cacciarla indietro di cento anni. Così, lasciando tranquilla e sicura Israele”.

E’ una reazione più che un’analisi, sicuro; ma è molto significativa e punta, adesso, a far leva sul più grande timore degli americani: che alla fine vinca la strategia dei russi che non hanno mai mollato Assad e bloccato un intervento dell’ONU tipo Gheddafi, è vero; ma non hanno mai condannato, e non condannano in sé, la rivolta, chiedendo a entrambi i campi di “moderarsi” e trovare un compromesso onorevole: se ci riuscissero, onestamente i vertici diplomatici, tutti,  dell’occidente dovrebbero, infatti, andare almeno a nascondersi…

●In Giordania, una serie di forti dimostrazioni, le più importanti dall’inizio della “primavera araba” due anni fa, inscenate da manifestanti vicini alla Fratellanza mussulmana hanno organizzato per diversi giorni proteste di piazza ad Amman contro il fallimento, lo ha chiamato, delle riforme nel percorso di avvicinamento alle elezioni del prossimo anno che perciò la Fratellanza ha annunciato di voler boicottare. In effetti il sistema elettorale che re Abdullah II bin Al Hussein ha imposto, lascerà che i partiti politici concorrano all’elezione solo di un quinto dei seggi del parlamento, col resto riservato a candidati singoli e indipendenti— di cui il re si fida e si è fidato, dal suo punto di vista comprensibilmente, perché inevitabilmente più malleabili, sempre di più.

Il primo ministro nuovo appena nominato, Abdullah Ensour, che sarebbe anche disponibile a una certa flessibilità coi partiti, si trova di fronte alla marmorea rigidità del sovrano sullo specifico punto. Il re che parla meglio l’inglese dell’arabo ha sentenziato sulle Tv americane che i Fratelli rappresentano, sì e no, il 12% della popolazione – e per questo non correranno alle elezioni – ma aspirano al potere maggioritario se non assoluto e che lui questo è deciso a impedirlo. Appunto, anche bloccandone la conta e la corsa nelle elezioni ai 4/5 dei seggi. E nelle dimostrazioni c’è chi ha cominciato a gridargli di “ricordare Gheddafi”, o quel che sta capitando ad Assad…

Le elezioni così condotte corrono il rischio di mettere in questione, stavolta sul serio e per la prima volta, la sua autorità oltre che l’autorevolezza che al regno da il titolo di discendenza diretta dal profeta della dinastia hashemita che finora sembra come averla schermata dal fuoco della rivoluzione araba (Stratfor, Global Intelligence, 4.10.2012, In Jordan, an Emboldened Muslim Brotherhood In Giordania, una Fratellanza mussulmana imbaldanzita http://www.stratfor.com/analysis/jordan-emboldened-muslim-brotherhood).

Il re, in definitiva sembra sempre meno capace di trovare nuove idee e nuovi soldi per sostenerle. Finora la tattica principale con cui ha tentato di smorzare e sopire i dissensi è stata quella di incolpare il governo, licenziandone uno dopo l’altro i primi ministri – Ansour è il quinto da due anni a questa parte – e nel nominare una Corte costituzionale e emanare una Costituzione che, però, continua a riservargli il potere cruciale di sciogliere quando vuole lui il parlamento, oltre ai governi, e di governare lui per decreto.

Il nuovo premier che ha subito incontrato una delegazione della Fratellanza mussulmana (il cui partito di riferimento qui si chiama Fronte d’Azione Islamica) e anche degli altri partiti minori che hanno annunciato comunque il boicottaggio (il Fronte nazionale di Riforma, guidato da un ex capo dell’intelligence del monarca, Ahmad Obeidat, passato ormai all’opposizione e del fronte non-islamico delle tribù beduine che a lungo era stato il serbatoio e il nerbo delle Forze armate giordane ma, sentendosi ormai emarginato, ha cominciato ad esprimere apertamente anche il proprio dissenso (The Economist, 12.10.2012, Jordan and its King: As beleaguered as ever La Giordania e il suo re: assediati come sempre http://www.economist.com/node/21564595).

●In Egitto, il procuratore generale restato in carica dei tempi di Mubarak, Abdel-Meguid Mahmoud, cui il presidente della Repubblica aveva ordinato le dimissioni di fronte alle molte accuse che andava subendo per le troppe assoluzioni da lui richieste nei confronti di esponenti dell’ex regime, ha seccamente rifiutato asserendo che farlo avrebbe violato l’indipendenza del potere giudiziario,

E Mursi, che lo ha ricevuto subito al palazzo presidenziale ha, saggiamente, “ceduto”, non senza pubblicamente invitarlo, “in nome dei valori della rivoluzione e di una giustizia che il popolo  possa non valutare come puramente formale” a un’altra serietà e severità di giudizio verso i crimini perpetrati sotto il predecessore (Ahram online, 13.10.2012, Egypt's prosecutor-general will remain on job Il procuratore generale dell’Egitto resterà al suo posto http://english.ahram.org.eg/News/55516.aspx).

Nel frattempo si viene anche a sapere che, d’accordo o – se preferite in combutta – tra loro, Stati Uniti e Unione europea hanno notificato al governo egiziano di aver congelato l’esborso di circa 1 miliardo di $ che avevano promesso di versare per aiutarne tempestivamente il governo. Hanno annunciato adesso, all’unisono, che aspetteranno prima di farlo la decisione e le condizioni che detterà il Fondo monetario per erogare i 4,8 miliardi di $ che anche esso si è impegnato a dare.

Il problema pare essere che – mentre si vanno inasprendo le condizioni di vita per la carenza di combustibili sul mercato, per i prezzi dei consumi in aumento, per gli scioperi dei servizi pubblici che si fanno sempre più frequenti di protesta proprio contro tutto questo, il governo non riesce effettivamente a presentare un piano economico – tradotto: impegni e atti ulteriori, conseguenti di austerità, tagli, sacrifici – tale da soddisfare i “prestatori” (Al-Masry al-Youm/Independent/Cairo, 30.10.2012, EU, US suspend US$1 billion grant to Egypt pending IMF loan agreement— UE e USA sospendono il prestito di 1 miliardo di $ all’Egitto in attesa dell’accordo sulle condizioni del credito del FMI http://www.egyptindependent.com/news/eu-us-suspend-us1-billion-grant-egypt-pending-imf-loan-agreement).        

●La Libia continua a essere tormentata da proteste, sommosse e rivolte. Adesso, a inizio ottobre,  qualche centinaio di manifestanti, provenienti soprattutto dalla città di Zawiyah dell’ovest libico,  hanno preso d’assalto la sede del parlamento per denunciare che il nuovo governo di tecnocrati, come li chiameremmo noi, appena annunciato dal primo ministro designato Mustafa Abushagur,  non è affatto rappresentativo di tutto il paese.

Molti tra i dimostranti insistevano anche perché Abushagur optasse subito, non opportunisticamente dopo la sua eventuale conferma, come prevede effettivamente la nuova legge costituiva, tra l’una o l’altra delle sue due cittadinanze concomitanti. Infatti, è cittadino anche americano, avendo vissuto e lavorato per anni negli USA, come docente di fisica ottica, consulente anche del Pentagono e della CIA, fabbricante diventato milionario in dollari, grazie ai suoi brevetti di lenti ultra-specializzate— si dice anche dello speciale sensore 6DOF di flusso ottico omnidirezionale: quello che rende possibili, tra l’altro, i bombardamenti dei drones[3] gli aerei senza pilota, via satellite dal territorio USA a 10 o anche 20 mila km. di distanza, dovunque vogliano gli americani.

Chiedendogli di decidere subito e non opportunisticamente, i dimostranti hanno invaso il salone del Congresso dove era in corso la sessione speciale che stava esaminando le nomine fatte dal premier, costringendo, prima, il presidente dell’assemblea a sospendere i lavori e, poi, proprio Abushagur a ritirare la lista dei ministri (gli hanno dato sette giorni per sottoporgliene un’altra, più politicamente bilanciata e qualificata…). Che, tanto per cominciare hanno detto, non escluda sistematicamente tutti i rappresentanti del rivale, l’ex primo ministro del dopo Gheddafi.

In effetti, Mustafa Abdul Jalil, dell’ala cosiddetta liberista di quelli che avevano, però buoni ultimi spesso, rotto con Gheddafi – di cui erano stati spesso, peraltro, alti funzionari e anche ministri come lo stesso Jalil, in Congresso aveva perso per soli due voti nel ballottaggio finale dei 200 deputati (The Tripoli Post, 5.10.2012, Libya National Congress Rejects Abushagur Government Lineup Il Congresso nazionale libico respinge la composizione del governo di  Abushagur  ▬ http://www.tripolipost.com/articledetail.asp?c=1&i=9259).

E si capisce, così, perché – prima di “optare” tra la turbolenta cittadinanza libica e quella americana – lui vuole aspettare di essere almeno approvato dal Congresso nazionale: anche se neanche ciò gli garantirebbe in realtà proprio niente… Il processo elettorale e i risultati che sembravano aver favorito le formazioni più “moderate”, avevano innescato un grande sollievo delle cancellerie occidentali, speranzose di intravvedere un qualche stabilizzarsi del potere dei loro protetti.

Certo, ministri degli Esteri tutti politicanti e niente tecnici, come Clinton o Hague, o un puro tecno-burocrate come il nostro Terzi di Sant’Agata, preferiscono raccontare in giro che loro piuttosto  intravvedono ormai l’almeno possibile prevalere della democrazia e della supremazia, ovvero della certezza, del diritto: concetti, però, quanto mai anomali e alieni alla cultura delle genti libiche, molto più di quanto lo siano, per dire, degli algerini o degli egiziani o dei tunisini.

Ma la realtà è che, con la loro guerra aerea che ha distrutto Gheddafi e lo ha consegnato a chi lo ha linciato, hanno prima dato il potere e poi portato in Congresso una miriade di fazioni, sétte, etnie e clan del tutto incapaci di cominciare a far fronte all’insoddisfazione crescente verso un ormai impotente governo centrale da parte degli islamisti e dei tanti, diversi centri di potere delle singole aree frantumate che sfuggono al controllo di Tripoli. Hanno dato una mano essenziale a creare un vuoto di potere e un terreno di coltura nel quale il terrorismo tipo al-Qaeda, che il filmaccio porno su Maometto ha solo aiutato a innescare, può tornare e sta tornando a fiorire.

Adesso, non sarà più Abushagur a cercare di formare il governo perché il Congresso, il 7 ottobre sera, lo ha licenziato in tronco con voto di sfiducia prima ancora della scadenza stessa dei termini per la presentazione del nuovo governo che pure gli aveva concesso… Adesso ci proverà un altro ex gheddafista, che col rais ma solo fino agli anni ‘ 80 faceva il diplomatico di carriera, Ali Zidan, designato a metà mese con otto voti sul secondo dei candidati: quello favorito, invece, dagli islamisti moderati presenti in parlamento.

Chiunque, alla fine, poi riuscirà a far passare un governo,  si scontrerà con serissime difficoltà ad unificare il paese e ad affermare il potere di Tripoli sulle regioni che tutte pretendono all’autonomia e ancor più ovviamente a soddisfare richieste e pretese della nebulosa delle sue tante milizie islamiche (Agenzia Stratfor, Global Intelligence, 10.7.2012, After Elections, Libya’s Contentious Path Forward Dopo le elezioni, l’agitatissimo percorso in avanti della Libia http://www.stratfor.com/analysis/after-elections-libyas-contentious-path-forward).

Il problema è, in realtà, leggibilissimo e semplice. Il neonato, anzi in realtà ancora neanche nascente come si è visto, governo libico deve fare i conti con l’anarchia scatenata volutamente dalla guerra civile e dalla guerra aerea tentando di imbrigliare e governare il potere scatenato da possenti milizie, l’una contro l’altra armata cui proprio la guerra ha conferito quello stesso potere; ma quello stesso governo fatiscente dipende, poi, da quelle stesse milizie perché sono le uniche forze armate organizzate nel paese.

La realtà tragica che era stata pure largamente prevista era che la Libia senza Gheddafi non sarebbe più stata una nazione, non avrebbe più avuto una capitale riconosciuta e soprattutto “rispettata” da tutti, è diventato un territorio smembrato tra almeno una trentina di diverse milizie in lotta fra loro e, a turno, con le bande di ventura armate e finanziate da NATO, USA, Gran Bretagna, Francia e petromonarchie del Golfo…

Tutte, in comune, hanno solo il rifiuto a lasciarsi controllare da un governo centrale che neanche esiste e che non può esistere in loro presenza, in una spirale che sta attanagliando la Libia in uno stato di illegalità diventato sovrano (New York Times, 13.10.2012, D. D. Kirkpatrick, Libyan Government Struggles to Curb Militias, the Only Police Il governo libico si batte a fatica per cercare di tenere a freno le milizie: che sono, però, l’unica forza  di polizia esistente nel paese http://www.nytimes.com/2012/10/14/world/africa/libyan-government-struggles-to-rein-in-powerful-militias.html?ref=global-home&_r=0).

●Così, persistendo ad oltranza nello sbriciolamento del paese, per ormai forse la quarta, quinta volta, una folla settaria di manifestanti armati – al massimo qualche centinaio poi – ha dato l’assalto a fine ottobre al parlamento nel tentativo di far fallire, riuscendo al momento di nuovo a posporlo, il voto di fiducia sul nuovo, il terzo, il quarto, abbozzo di governo ad esso presentato, quello stavolta del primo ministro designato dal Consiglio esecutivo Ali Zeidan.

In un primo tempo, il candidato premier aveva negoziato direttamente con i caporioni della folla un loro ritiro temporaneo ma poi sono tornati in massa e hanno costretto l’Assemblea a rinviare sine die il voto (Swiss Info.ch, 30.10.2012, Ghaith Shennib e M.-L. Gumuchian, Protesters storm Libya congress after PM presents government Dopo la presentazione del governo da parte del PM i manifestanti assaltano l’Assemblea nazionale http://www.swissinfo.ch/eng/news/international/Protesters_storm_Libya_congress_after_PM_presents_government.html?cid=33847646).

●In Mali, un passo avanti – o indietro… – verso un intervento militare esterno: ormai stanno lì lì per decidere – altra cosa sarà poi metterlo in opera. L’intervento militare straniero, che però dovrebbe al solito essere finanziato e armato da americani e francesi ma vedere schierate solo truppe comunque africane, ha visto adesso l’Algeria dare la sua tacita approvazione e proclamare che sigillerà in conseguenza i confini col Mali (teme che il riaccendersi lì del conflitto potrebbe finire con lo spingere i militanti islamisti di al-Qaeda che si cercherà di annientare e che lì sono stati spinti dai bombardamenti NATO in Libia – a passare dal deserto maliano a quello algerino: in fondo in Mali erano arrivati solo perché dalla Libia, dove erano andati a combattere contro Gheddafi, li avevano cacciati i bombardamenti a tappeto e alla cieca degli americani.

Ma anche tenuto pubblicamente a chiarire che neanche un solo soldato algerino sarà disponibile per l’invasione e l’occupazione contro gli islamisti estremisti che, prima, hanno dato una mano ai militari maliani a far far fuori un buon governo civile, mal sopportato dagli uni e dagli altri. E che, poi, hanno attaccato e, di fatto, sconfitto – malgrado una resistenza popolare forte e spontanea all’intransigente pretesa degli islamisti di instaurare in tutto il territorio la legge della sha’ria – i militari felloni, costringendoli adesso a chiedere aiuto a algerini e francesi e americani. Si tratterà di fornire mezzi di comunicazione, di manutenzione dei materiali, e di intelligence; di fornire, cioè, la spina dorsale di un intervento militare senza la quale esso non avrebbe alcuna possibilità di successo.

La verità, al dunque, è che mentre finanziamenti e parte degli armamenti alle forze di intervento sul campo lo farebbero sicuramente i francesi, il lavoro pesante, per così dire il sollevamento pesi, del materiale e del personale necessario all’intervento stesso, così come il lavoro più sporco dopo quello dell’avanzata sul terreno delle truppe africane, quello del bombardamento aereo a tappeto del territorio – proprio come in Libia – spetterebbe agli americani.

Nessun altro è in grado di farlo e proprio per fare questo tipo di interventi gli Stati Uniti hanno costituito un loro Comando militare per l’Africa, l’USAFRICOM, uno dei nove che gli USA hanno sparsi nel mondo con base e quartier generale, però, non in Africa – scomoda per definizione – ma a Stoccarda, in Germania (Reuters/Africa, 25.10.2012, J. Irish e L. Chicki, Algeria accepts last-resort Mali intervention – sources L’Algeria accetta l’intervento in Mali come ultima istanza – secondo fonti diverse http://af.reuters.com/article/idAFL5E8LP4V020121025).

●La coalizione di governo in Tunisia ha annunciato che elezioni presidenziali e parlamentari verranno tenute il 23 giugno 2013, entrambe con voto diretto degli elettori e il movimento Ennahda, il partito islamico “moderato” di governo, ha specificato che il ballottaggio eventuale avrà luogo il 7 luglio (AlJazeera, 14.10.2012, Tunisia reveals date for 2013 elections La Tunisia rende nota la data delle elezioni nel 2013 http://www.aljazeera.com/news/africa/2012/10/2012101453125756743.html).

EUROPA

●La Banca centrale europea, ha detto – elogiando se stesso francamente, è sembrato a molti, un po’ sopra le righe: poco elegantemente, quando di altri elogi non ce n’era davvero bisogno – il presidente Draghi, è riuscita ad “aiutare i paesi membri che si trovavano in grandi difficoltà” a compiere “significativi progressi” verso un po’ più sani equilibri finanziari: dimentica forse, comprensibilmente o meno – lui fa il banchiere, in fondo, anche se in realtà è diventato il numero uno di tutto in Europa – di rilevare che sempre profondamente nei guai, comunque, quei paesi sono rimasti.

E che, comunque, non riescono a risollevarsi con un minimo di ripresa. E lascia, per ogni evenienza – o meglio, per la solita illusione anche lui: che, con l’economia globale, e specie quella europea, in profonda deflazione è ancora diabolicamente e stupidamente convinta che se ne esce comunque con più deflazione, con più austerità… – i tassi di interesse che la BCE gestisce direttamente ancora una volta lì dove stanno (1) New York Times, 4.10.2012, J. Ewing e M. Eddy, Central Bank’s Actions Have “Alleviated  Tensions” in Eurozone, President Says Le azioni della Banca centrale europea hanno alleviato le tensioni, proclama il suo presidente http://www.nytimes.com/2012/10/05/business/global/european-central-bank-leaves-interest-rates-unchanged.html?ref=global-home; 2) Intervento integrale al direttivo BCE del presidente Mario Draghi, 4.10.2012, Ljubjana http://www.ecb.int/press/pressconf/2012/html/is121004.en.html).

Ormai, in ogni caso, praticamente anche i ciechi vedono qual è il vero problema. E’ tutto nel signoraggio delle monete sovrane che hanno dollaro, sterlina, yen e non ha l’euro perché abbiamo deciso noi di non darglielo, quando lo abbiamo creato! Diciamocelo, per favore: sono stati i Ciampi e i Delors (che non vollero, il primo da buon banchiere centrale nazionale, e da politico di classe il secondo, ben cosciente dei limiti che imponeva a tutti la Gran Bretagna: ma mica da sola!) e noi tutti a accettare la logica del partire soltanto dal mercato comune: troppo fiduciosi, come lui stesso era e ci diceva, o doveva dirci, che una volta partito il processo neanche gli eurofobi lo avrebbero più potuto fermare e gradualmente avrebbe imposto a tutti la logica dell’integrazione dai mercati all’economico, al sociale, alla politica)…

Anche chi firma questa Nota a questa possibilità volle credere e ci ha creduto, pur allora e ancor prima che partisse l’avventura dell’euro, scrivendo per esempio su queste stesse pagine della  contraddizione che a lungo irrisolta” avrebbe inesorabilmente portato all’implosione, tra una politica monetaria europea unica, affidata a un’unica Banca centrale (che si vuole più tecnica che politica e, comunque, dalla politica indipendente) e undici, quindici, diverse e anche divergenti responsabilità di politica economica, di politica di bilancio; quindici diversi diritti societari e diritti del lavoro; quindici sistemi sociali, uno per ogni paese; quindici diverse politiche fiscali...” ▬ Nota dell’aprile 2000 denominata allora Rap4-2000 [non più reperibile in rete ma di cui siamo disposti a fornire copia integrale elettronicamente a chi ce la chiedesse]).

Dicevano cioè che, alla lunga, non poteva funzionare un sistema che in comune avesse un’unica politica, quella monetaria gestita da una BCE monca perché ogni altra – economica, sociale e tanto meno una qualsiasi visione comune del proprio futuro di polis – politica appunto – del futuro proprio non c’era.

E ancor più convinti ne restiamo oggi, quando ancora sembrano pochi a avvertire questa urgenza, se non come un abbozzo forse anche forzato sugli altri del presidente della BCE, che solo superando questo limite – il peccato originale davvero dell’euro – con la volontà di rilanciare i poteri della Banca e quelli politici dell’Europa sarà possibile rimettere in piedi il costrutto. Cominciando col darsi la volontà per fare della BCE qualcosa come la Fed, la BoE, la BoJ: pronte e abilitate dal loro Statuto e dalla volontà politica dei loro supervisori politici a scatenare a propria difesa, se vengono sfidate da speculazione e mercati, tutte le risorse di una collettività.

Capace o che, comunque, i mercati credono tale – e, qui, più che “capace” il termine operativo, essenziale, è che i mercati lo “credano” – di buttare sul piatto le illimitate risorse di un paese come gli USA, diciamo ($ 15,290 trilioni, cioè 15.290 miliardi o, se preferite 15.290.000.000.000 di $[4]), e se attaccassero il dollaro, cioè gli Stati Uniti, la Federal Reserve sarebbe in grado di reagire svalutandolo direttamente o, invece, stampandone grandi quantità per coprire il debito e il deficit con dollari di minor valore ormai intrinseco: appunto svalutati.)

È il risultato è che, a fronte di un debito estero stracolossale gli interessi pagati su quel debito sono praticamente [vedi il grafico qui appena sotto] al minimo dal secondo dopoguerra: perché i mercati non osano – letteralmente!: rischierebbero di uscirne loro sderenati – pretendere più di tanto per fare credito agli USA… ma anche alla Gran Bretagna e al Giappone che stanno, in proporzione, anche peggio di loro…. E se la prendono con l’Europa perché – ecco il punto – nelo stesso modo la BCE (mobilitando il suo PIL complessivo: non in € ma calcolato in $ per ragioni di più facile paragonabilità, $ 15,650 trilioni, cioè 15.650 miliardi o, se preferite 15.650.000.000.000 di $2) ; non può proprio reagire…

● ATTN Europa: il costo del debito USA è al minimo … anche con la montagna di quello estero (grafico)

                   Interessi pagati come percentuale del PIL 

Fonte: Congressional Budget Office (C.B.O.)— Ufficio congressuale del Bilancio, 10/2012

●Sempre sul tema di ciò che davvero costituisce la zavorra che oggi schiaccia l’Europa e la sua economia… Robert J. Samuelson è un famoso – famigerato, direbbe invece chi scrive – giornalista del NYT, intellettualmente disonesto e crassamente sprovveduto come dimostra ogni volta che, troppo spesso, tratta di cose economiche, su quello che pure resta il più grande giornale del mondo. Insomma, non ne azzecca mai una ma non riconsidera mai le proprie scemenze quando gliele dimostrano (ci sono interi siti dedicati, con nome e cognome, a documentare e smantellare le sue corbellerie (cfr. sotto Google, Robert J. Samuelson conservative): sui fatti che inventa e non sulle opinioni, perché semina veleno reazionario e lo pagano profusamente su un rispettabile e rispettato quotidiano per farlo.

Siccome, però, le sue panzane passano troppo spesso come idee e contributi – come li chiamano – al dibattito, e lui è uno di quella presuntuosa egoista e egocentrica mala genia, come tanti del resto anche da noi, che punta a tagliare i redditi bassi ma guai a toccargli le prebende che, meritocraticamente si capisce, nel caso loro si mettono in tasca. Dunque, ora Samuelson sembra addirittura eccitato dal fatto che in Europa l’economia sia, o stia cadendo, in stagnazione. Perché secondo lui è un fatto che dimostra quanto lui e i suoi mentori neo-liberisti avessero ragione.

      (Washington Post, 8.10.2012 R. J. Samuelson, The Great Reversal? Il grande ribaltone? [qui l’interrogativo finale è stato il contributo, saggiamente almeno dubbioso, aggiunto in redazione al titolo che aveva incautamente e speranzosamente, secondo lui, aveva fornito l’autore. La prima frase annunciava l’assunto: “Ciò cui stiamo assistendo in Europa – e quello che può essere in agguato già per gli Stati Uniti – è l’esaurimento dell’ordine sociale moderno. Dai primi dell’800, le nostre società industriali vanno avanti sulla base di crescita economica e stabilità sociale”… bene, ora è finita, ora dobbiamo – cioè: dovete… voi plebe, voi che guadagnate, se vi va bene, diciamo fino a 2.000 $ al mese – perché ormai quel modello di crescita è obsoleto… ipse dixit]).  Ma hanno torto, invece, su tutto.

E prima di tutto sul punto più importante. Dice il loro assunto – identico a quello che con identici argomenti e quasi le stesse parole riprende un’altra firma dello stesso WP (Washington Post, 21.10.2012, S. Pearlstein, Why the Economy May Be Better than You Think Perché l’economia potrebbe andar meglio di quanto pensate [in sostanza: perché noi abbiamo già buttato via il welfare state…] http://www.garp.org/risk-news-and-resources/risk-headlines/story.aspx?altTemplate=PrintYellowBrixStory&newsId=53941) che in Europa recessione e stagnazione sono dovute a uno stato sociale eccessivamente generoso, che spende troppo in cure sanitarie, in pensioni, in sussidi per chi tra la gente ha i redditi più bassi. Peccato che, al solito, sia una caz**ata che coi fatti – quelli duri, reali, non le invenzioni ideologiche di lor signori – non ha proprio niente a che fare.

Perché i paesi che in Europa vanno bene, comunque meglio di tutti gli altri e anche meglio, tutto sommato degli stati Uniti stessi sul piano dei conti e degli squilibri sono proprio, guarda un po’, la Germania e i nordici, quelli che hanno il welfare più generoso e robusto. E non Grecia, Spagna, Italia e Irlanda, paesi che tutti stanno molto più giù nella scala che i Samuelson di questo mondo considerano la prodiga generosità del loro welfare (la documentazione cui rimandiamo è datata di alcuni anni, al 2006, ma oggi deporrebbe in modo ancor più rilevante nel senso che smentisce il desso ed i suoi, G. De Giorgi (Stanford University) e M. Pellizzari (UniBocconi), 2006, Welfare Magnets in Europe and the Costs of a Harmonised Social Assistance La calamita europea del welfare e i costi di un’assistenza sociale armonizzata http://dse.univr.it/espe/documents/Papers/D/8/D8_2.pdf [in italiano, anche sul sito dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; per dati più aggiornati, la ricerca sarebbe da condurre – ma non è affatto facile – sul sito della UE]).  

La verità è che, invece, la causa prossima della stagnazione è nella decisione della Banca centrale europea guidata dal predecessore di Draghi, Jean-Claude Trichet, su ordine dei poteri politici dì Europa di imporre in tutto il continente le sue regole di austerità. Controprova? Il governo conservatore britannico ha provato il punto applicando un piano di austerità nel proprio paese che, subito, l’ha sprofondato ancor più nella recessione. In breve, il problema col quale ha a che fare tutta l’Europa non è un welfare eccessivamente generoso ma la politica fiscale, come si dice, di contrazione, deliberatamente recessiva, perseguita dai governi europei, in diversi casi anche assai controvoglia.  

L’altra ossessione di Samuelson è sulla crescita del PIL. Lui è assillato, appunto, dalla crescita pericolosissima dei cinesi. Ma il tasso di crescita, sempre importante, che conta davvero poi per un popolo è quello pro-capite. Per cui, in sostanza, la Cina non è più ricca davvero della Danimarca anche se il PIL della Cina è 80 volte superiore a quello danese: perché la popolazione della Cina è 400 volte di più della sua. E in campo economico, se la crescita in sé è, in assoluto, importante, alla fine, cruciale è quella per abitante.

Di più se uno vuole, come preferiscono pare i danesi oggi rispetto ai cinesi, bruciarsi un po’ della propria crescita di PIL invece che in maggiore domanda e consumi in tempo libero, sono fatti loro e soprattutto dal punto di vista economico non fa differenza. Samuelson odia visceralmente queste libere scelte, perché lui invece è a favore del lavoro duro e a buon mercato (degli altri) e sostiene che bisogna togliere alla crescita ogni laccio e lacciuolo, pensando si capisce a impedimenti come l’assistenza sociale o sanitaria universali, da tagliare e privatizzare…

Non pensa certo alla lista di restrizioni che, ostacolando la competitività sul mercato delle cosiddette libere professioni – medici, avvocati, ingegneri – con muraglie di contenimento e esclusione dei nuovi arrivati come gli ordini professionali, sarebbero prioritariamente da sciogliere o il laccio di certe protezioni monopolistiche come i brevetti medicinali, che sotto la scusa di proteggere e promuovere la ricerca aumentano i prezzi di vendita al dettaglio solo in America ogni anno di qualcosa come 300 miliardi di $ per il cittadino comune… per non parlare di quanto quei farmaci costano al malato di AIDS brasiliano o a quello che ne ha bisogno nel Bangladesh.

●All’Unione europea e, in particolare al Consiglio dei ministri che si riunisce il 18 ottobre, arriva il 10 un ammonimento molto severo, attraverso un Rapporto del FMI pubblicato all’inizio dei lavori che mettono insieme, quest’anno a Tokyo, i rappresentanti delle finanze, ministri e banche centrali, di tutti i 188 paesi membri del Fondo. Un monito durissimo cui, forse, stavolta potrebbero anche dar qualche ascolto sul punto che sottolinea come, soprattutto, cruciale: che non hanno più molto tempo per cincischiare senza decidere e per far, poi, quel che hanno deciso (IMF/FMI, 10.10.2012, Global Financial Stability Report Rapporto sulla Stabilità finanziaria globale, cap. Europa, Euro area crisis – Report  on financial fragmentation La crisi dell’eurozona – Rapporto sulla frammentazione finanziaria http://www.imf.org/external/ pubs/ft/gfsr/2012/02/pdf/text.pdf).

Tutta l’Unione, avverte il Rapporto, e non solo l’eurozona, a causa di rinvii, posticipi ed endemiche procrastinazioni messe in atto dai decisori politici (avete presenti i vertici mensili che ogni volta rimandano al prossimo vertice la decisione, per non dire dell’esecuzione di quel che è stato annunciato?) è ormai esposta a una spirale che va sprofondando verso la fuga dei capitali e il declino economico.

Tanto per dire, lo stesso presidente della BCE, Mario Draghi, afferma ora che le nuove riforme bancarie decise in pompa magna sotto forma di un unico istituto bancario di supervisione non sarà affatto pronto alla data indicata, a inizio 2013, ma avrà ancora bisogno almeno ancora di un anno, visto che poi ogni paese dovrà ratificare la decisione di costituire questa unione bancaria dove ogni paese avrà da concordare con gli altri le proprie tecnicità e le procedure e poi farle approvare anche dal parlamento europeo

      (Reuters, 13.10.2012, Draghi sees ECB eurozone supervision operational in 2014 Draghi vede una supervisione bancaria operativa della BCE sull’eurozona solo nel 2014 [e resta, naturalmente, l’anomalia per cui devono essere anche il governo e il parlamento della Lettonia, per dire, ad approvare quel che fa per sé l’eurozona: ma, al momento, giuridicamente Draghi ha ragione…] http://www.reuters.com/article/2012/10/13/ecb-supervision-idUSB5E8KL00E20121013?feedType=RSS &feedName=financialsSector). 

Ci vuole e più rapidamente maggiore capacità di decidere e non di annunciare soltanto. Non si può accroccare insieme un mercato comune, in altri termini, e poi gestirlo come un negozietto di periferia. Bene, certo, l’aver cominciato a preoccuparsi del debito cronico e della crisi bancaria: ma, appunto, bisogna agire adesso, non domani. Qui il termine chiave è quello relativo al fare le cose, ma soprattutto a deciderle e a farle subito… è che i mercati non aspettano i ritmi della democrazia.

Sono stati i continui rinvii ad alimentare lo scatenarsi delle fuga di capitali dalle banche della periferia dell’eurozona e ormai, nello scenario peggiore, le banche europee – molte banche europee – potrebbero trovarsi obbligate, se la crisi non si avvia prestissimo a soluzione, a vendere almeno 4.500 miliardi di $ dei loro assets e a chiudere, dove non riescano a ricapitalizzarsi e ristrutturarsi, anche non poche di queste banche.

E l’Unione stessa, fa notare il Rapporto, ha gettato l’allarme sul declino industriale in tutto il continente dove la produzione industriale è caduta appena al 16%, ormai, del PIL collettivo. Naturalmente, poi, come sottolinea l’autore principale del testo, José Viñals, direttore del dipartimento affari monetari e dei mercati di capitale del Fondo, adesso bisogna fare grande attenzione a non dare neanche l’impressione agli investitori che il programma di acquisto dei titoli deciso e annunciato – non solo proposto – dalle autorità finanziarie europee è credibile: cioè, di fatto e nei fatti, funziona.

      (1) New York Times, 10.10.2012, H. Morris, The Latest Warning for Europe Ultimo avviso all’Europa http://rendezvous.blogs.nytimes.com/2012/10/10/another-wake-up-call-for-europe; 2) [per una sintesi breve ma testuale del Rapporto, cfr. Reuters, 9.10.2012, IMF – Global Financial Stability Report FMI, Rapporto sulla stabilità finanziaria globale http://www.reuters.com/article/2012/10/10/imf-financial-idUSL1E8L9OQC20121010).

●E sale, dando un segnale molto preoccupante ovviamente, anche il tasso di disoccupazione nell’eurozona che, ad agosto, è salito dall’11,5 all’11,6% mettendo in impietosa evidenza la debolezza ormai intrinseca dell’economia nella zona dell’euro: secondo questi dati, rigorosamente ed esclusivamente ufficiali, si tratta ornai di 18 milioni e mezzo – ma, in realtà, calcolando i non registrati come i disoccupati e gli “scoraggiati” – si tratta forse di 25 milioni di persone senza reale lavoro: in Spagna, comunque, ufficialmente siamo al 25,8%, in Grecia al 25,1, in Italia come in Francia al 10,8%; mentre l’Austria ha la disoccupazione più bassa, al 4,4%.

      (1) New York Times, 31,10.2012, D. Jolly, Eurozone Unemployment Hit New High in September Nell’eurozona, la disoccupazione tocca a settembre un nuovo massimo http://www.nytimes.com/2012/11/01/business/ global/euro-zone-unemployment-hit-new-high-in-september.html?ref=global-home; 2) EUROSTAT, 31.10.2012, #155/2012, Euro area unemployment rate at 11.6% Il tasso di disoccupazione tocca nell’eurozona l’11,6% ▬ http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31102012-BP/EN/3-31102012-BP-EN.PDF).    

●Del resto, confermano i cosiddetti Fünf Wirtschaftsweisen— i Cinque saggi economisti del Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung— il Consiglio di esperti per la valutazione dello sviluppo macroeconomico che in Germania, nominati dal governo e designati dal presidente – tutti, si capisce, accademici e tutti, si capisce, moderato-liberisti-cantabili – hanno il compito di consiglieri indipendenti per un quinquennio del governo federale, ormai è sicuro che nel 2013 l’economia più performante d’Europa, la loro, non riuscirà a crescere affatto come preventivato finora, del 2%, ma – se andrà bene – solo dell’1%: con conseguenze negative a cascata su tutta l’economia del continente.

E, come da copione, i saggi (sic!) – quattro uomini e una donna, lei nominata solo quest’anno – raccomandano per recuperare, a Germania ed Europa – alla faccia di tutte le prove al contrario dell’austerità dappertutto finora applicata – di pensare anzitutto ad abbassare il debito, non a rilanciare domanda e consumi— da bravi e ottusamente caparbi economisti saggiamente convenzionali.

D’altra parte – come disse una volta, parlando profeticamente il sociologo e scrittore francese, Robert Escarpit – è tutta la politica economica e sociale di questi nostri governanti e dei loro consiglieri a somigliare sempre più al modo di fare di quel contadino che, “addestrando il suo asino a mangiare sempre di meno, fallì; ma solo all’immediata vigilia del successo e solo per uno stupido incidente: quando l’asino morì, sì, di fame ma proprio allorché stava per imparare a fare a meno finalmente di ogni alimento”.

Pare che – udite, udite: ma ci crediamo solo iuxta modum, noi – abbia ripreso di recente, questo saporito racconto proprio Mario Monti, parlando ad alcuni suoi colleghi accademici proprio tedeschi. Rilevava – per carità, mica criticava ci han detto – il sentire comune di molti accademici, come lui stesso, teso a sottolineare la necessità dei tagli di spesa come condizione prioritaria della fiducia degli investitori per una ripresa della crescita economica.

E’ una scuola di pensiero che si sta scontrando anzitutto e prima di tutto con l’esperienza comune, oltre che con alcune voci importantissime anche se poco ascoltate del mondo accademico – da Stiglitz a Krugman e anche, ormai, dallo stesso Fondo monetario (certo: discretamente, anche un po’ timorosamente forse, ma anche chiaramente da ultimo nel Global Financial Stability Report di cui abbiamo appena parlato[5]) e, adesso, assicura il NYT, proprio dallo stesso presidente del Consiglio italiano che ormai comincerebbe a avvertire di come un’ “austerità eccessiva potrebbe rendere le cose peggiori e ne auspica un rallentamento che possa evitare l’impatto fatale che ha sulla crescita”… demagogia

Lasciateci ricordare come proprio questo diceva, 80 anni fa, John Maynard Keynes – e la storia ha dimostrato che aveva ragione – ma anche che non è necessario, in realtà – sempre che poi questo ripensamento sia vero davvero – essere accademicamente titolati. per arrivare a capirlo (New York Times, 11.10.2012, (A.P.), Europe’s Outlook Darkens as German Growth Fades Si fanno più cupe le previsioni sull’economia dell’Europa con l’infiacchimenti di quella tedesca http://business.time.com/2012/10/11/europes-outlook-darkens-as-german-growth-fades).

●Avverte, intanto, su tutt’altro tema un Rapporto della Commissione, uscito il 4 ottobre, che “praticamente tutti i 132 reattori nucleari in attività sul territorio dell’Unione Europea (di cui ben 111 costruiti in zone con popolazione sopra i 100,000 abitanti a meno di 30 km. dagli impianti), hanno bisogno di “riparazioni, miglioramenti e/o messe a punto” per un costo che viene calcolato oggi, ma crescerà certamente dice il testo, sui circa 25 miliardi di €.

       (1) EuBusiness, 4.10,2012, Nuclear safety upgrade needed ‘nearly everywhere’ in Europe E’ necessaria ‘pressoché dovunque’ in Europa una messa a punto della sicurezza nucleare  ▬ http://www.eubusiness.com/news-eu/energy-nuclear.ind [ci consentite una scommessa facile facile? che, della notizia, in Italia non ne sentiremo, in pratica, neanche parlare…]); 2) per il testo, sintetizzato ma sostanzialmente completo, che documenta fatti riscontrati e problemi aperti, sempre EUBusiness, 4.10.2012, Nuclear stress tests-EU CommunicationComunicazione della UE sugli stress tests http://www.eubusiness.com/topics/energy/nuclear-tests-2; 3) e, per quello integrale che comprende anche dati e illustrazioni tecnici, cfr. http://ec.europa.eu/energy/nuclear/safety/stress_ tests_en.htm).

Dicono a Bruxelles, ma parlando pro-domo loro, quelli dell’industria del nucleare e i loro portavoce dentro la Commissione, che non ci sono ragioni di allarme. Ma per le popolazioni europee che vedono i loro governi eternamente divisi sulla valutazione delle rispettive tecnologie nucleari e del tutto discordi su una politica energetica non diciamo unica ma almeno compatibilmente coordinata non fosse altro che per ragioni di costi, forse non ci sarà paura ma sicuramente crescono ansietà e preoccupazione.

Il rapporto vene lanciato dalla Commissione subito dopo il disastro di Fukushima del marzo 2011 in Giappone per verificare il possibile/probabile comportamento sotto stress dei reattori esistenti e attivi in Europa (terremoti, inondazioni, perdite di raffreddamento, condizioni interne e esterne di sicurezza degli impianti…). E questi sono i risultati. Però, i rapporti servono a poco, nota seccamente questo Rapporto: sia dopo l’incidente di Three Mile Islands del 1979 in Pennsylvania, sia dopo il disastro ucraino di Chernobyl nel 1986, analoghe analisi vennero commissionate e condotte ma “ancor oggi, a decenni di distanza, l’applicazione delle misure raccomandate non è stata ancora effettuata in diversi dei paesi dell’Unione”. E, da allora, sono passati, appunto, decenni…

Adesso, il Commissario europeo all’Energia, Günther Öttinger – sicuramente il più frustrato e superfluo dei membri della Commissione: forse perfino più dell’Alta Commissaria agli Esteri – ha annunciato che proporrà una legislazione europea per rendere efficaci le indicazioni che contiene il Rapporto. Che, però, ovviamente e al solito non sarà una legislazione obbligatoria e perciò, per l’ennesima volta in materia energetica, resterà flatus vocis.

E finché in Europa come dovunque – fu questa la lezione maggiore di Fukushima – operatori,  legislatori/governi politicanti e regolatori continueranno il loro lucroso e imperterrito lingua in bocca, al massimo a questo – a niente di pratico – potrà poi risolversi qualsiasi misura. E anche Però, state sicuri – ormai ci sono tanti precedenti – dopo la prossima catastrofe, questi, scriveranno un altro Rapporto…

●In Spagna, dando un po’ di fiato a un governo nazionale ormai assediato da ogni parte – da Bruxelles, dalle piazze in rivolta e da rivendicazioni autonomiste per quanto per lo più avventuriste ma che, specie dalla Catalogna, si addensano procellose all’orizzonte – le 17 regioni autonome hanno concordato di “autolimitare”, per propria scelta dicono e non perché ne accettino le imposizioni… – ma il risultato ovviamente è lo stesso – ai limiti definiti da Madrid i loro deficit, dando un po’ di respiro al governo di Mariano Rajoy (New York Times, 2.10.2012, R. Minder, Spanish Regions Agree to National Deficit Plan Le regioni spagnole concordano sul piano di deficit nazionale http://www.nytimes.com/2012/10/03/business/global/spanish-regions-agree-to-deficit-plan.html?ref=global-home).

E, come è nella natura della bestia – più forte di lei – Standard & Poor’s svaluta ancora una volta il debito sovrano della Spagna: ricollocandolo appena una “tacca” al di sopra dello stato di pura “monnezza” finanziaria, spingendo così di nuovo l’11 ottobre vicino al 6% il costo degli interessi. E l’agenzia di rating, il cui passo al solito precederà di uno o due giorni quello identico delle sue gemelle, spiega che la mossa è motivata da una recessione che in Spagna si approfondisce e si allarga: meno PIL, meno produzione, meno domanda, meno reddito… (Reuters, 11.10.2012, S&P’s cuts Spain’s credit rating to near junk I tagli del rating del credito della Spagna abbassati a quasi spazzatura http://www.reuters.com/article/2012/10/11/us-spain-standardandpoors-downgrade-idUSBRE8991MM20121011).

D’altra parte è in arrivo, e arriva subito, un’altra gran brutta notizia: per la Spagna e per l’Europa. Viene ora a galla, da un rapporto ufficiale della Banca centrale di Spagna, che la percentuale di bad loans, di prestiti andati a male, di crediti ormai diventati irredimibili per le banche spagnole ha raggiunto ad agosto il 10,51% del totale— il massimo di sempre: per un totale di 178,6 miliardi di € di morosità accumulate (El Mundo, 18.10.2012, La morosidad supera por primera vez el 10% ▬ http://www. elmundo.es/elmundo/2012/10/18/economia/1350548436.html).

Di fatto, e al dunque però, al Consiglio europeo di ottobre ancora una volta rinviano la necessità di fare subito i conti con la crisi del credito bancario in Spagna (New York Times, 19.10.2012, J. Kanter e S. Castle, Leaders Say They Expect Agreement On Aid For Spanish Banks This Year I capi [di Stato e di governo] dicono  [ cioè: lo dicono a se stessi, da sé…] di aspettarsi un accordo sull’aiuto alle banche spagnole entro l’anno [tradotto: cioè si dicono da sé che per quest’anno non se ne farà niente di niente…] http://www.nytimes.com/2012/10/19/business/global/at-the-eu-summit-a-focus-on-cohesion.html?hpw). Entro l’anno, si impegnano, prenderanno la loro decisione che sarà positiva promettono, ma della cui esecutività poi non si dicono in grado di dare ancora alcun conto. Ed è  male e troppo poco per questo paese e per tutta l’Unione europea. Ma, anzitutto, è poco  per gli sciacalli dei mercati che se ne stanno lì, in vigile agguato.

●In visita in Grecia, martedì 9 ottobre, Angela Merkel reitera agli ellenici i suoi ammonimenti. E, si capisce, la sua simpatia. Elargendo, in forma che, all’orecchio di chi è disoccupato (proprio mentre arriva notizia che il tasso ufficiale ormai è al 25%), muore di fame e è stato cacciato di casa da banche rapinose, suona inevitabilmente ipocrita e cinica, dopo i sacrifici cui sono stati costretti da quattro anni e che lei viene loro a dire come e quanto dovranno continuare a sopportarli e anche a ingoiarne di peggio.

Così è stata accolta dai sorrisi stiracchiati dei politici e dei politicanti, da durissime dimostrazioni di astio e anche da una sfilza di nuovi numeri e dati fatti arrivare dal Fondo monetario che di peggio non si potrebbe (New York Times, 9.10.2012, N. Kitsantonis e N. Kulish, Greek Leader Greets Merkel as Protests Rage in Streets Il primo ministro greco accoglie la Merkel tra le proteste che esplodono in strada http://www.nytimes.com/2012/10/10/world/europe/angela-merkel-greece-visit.html?ref=global-home&_r=0).

L’FMI sottolinea la durezza della sfida che ha davanti la Grecia: anche e solo per strappare nuovi aiuti all’Europa, senza di cui ormai si sa fallirebbe: anche se ormai nel paese sono in tanti a chiedersi se forse non sarebbe meglio darsi in default, rifiutare di pagare chiunque e ricominciare almeno da capo. Ma senza almeno più il peso del debito e del suo oppressivo servizio. Non è che sia una soluzione, certo. Ma non è certo una soluzione continuare a impiccarsi da sé.

Adesso, per strappare alla troika entro fine ottobre la rata di aiuti per 31 miliardi di € devono ancora e subito tagliare nella carne viva dei bisogni della gente per altri 13,5 miliardi di €. Senza la rata del prestito condizionata a questo taglio ulteriore, il paese andrebbe in default sicuro entro fine novembre.

Ma il problema è che il Fondo ora comunica che il paese mancherà comunque l’obiettivo di riduzione del debito prefissatogli nei prossimi cinque anni portandolo nel 2017 non al 137,3% del PIL ma solo al 152,8 e non sarà in grado di produrre un attivo di bilancio prima del 2016, due anni oltre l’obiettivo sperato. Quindi, senza nessuna garanzia di non riandare in default nel prossimo futuro, subito altri sacrifici che potrebbero anche questi non servire poi a niente. E la gente non ne può più, si capisce…

●Poi, dopo aver dato l’impressione a metà ottobre di aver concordato col governo greco la concessione della rata in base all’impegno di far stringere ancora al paese la cinghia, il 16 ottobre la troika, scavalcando anche i termini del proprio mandato, tenta di imporre un’altra stretta ai greci con il licenziamento di qualche altra decina di dipendenti pubblici e una liberalizzazione ulteriore del mercato del lavoro – costi, dicono, quello che costi – per sbloccargli il versamento della rata del finanziamento promesso (sui 30 miliardi di €) e, in pratica, già concordato (Greek Reporter, 16.10.2012, Troika breaks off budget talks with Greece La troika interrompe il negoziato con la Grecia sul bilancio http://greece.greekreporter.com/2012/10/16/troika-breaks-off-budget-talks-with-greece).

Salta il negoziato, ma la rottura dura poche ore fino al contrordine ricevuto dai tre funzionari della troika – il capo missione Poul Thomsen del FMI, Matthias Mors della Commissione e Klaus Masuch della BCE – dai propri capi politici. Al vertice della troika non vogliono che la riunione del Consiglio europeo cominci infatti il 18 ottobre col fallimento della missione in Grecia per eccesso di intransigenza, oltre addirittura il mandato (WBPonline, 17.10.2012, Z. Sucha, Greece-Troika talks go on despite labor law issue I colloqui tra Grecia e Troika vanno avanti malgrado la vertenza aperta sul mercato del lavoro http://wbponline.com/Articles/View/9161).

E, così, a fine mese, c.v.d., viene effettivamente annunciato l’accordo troika-governo Samaras, o almeno le sue due principali componenti, la destra di Nuova democrazia e il partito socialista, su nuove misure fiscali e tagli di bilancio – dunque, nuove misure di austerità e sacrifici – ma probabilmente con qualche fretta se è vero, come è vero, che la terza, piccola ma numericamente indispensabile, componente della coalizione, Sinistra democratica, annuncia il suo “fermo disaccordo(lo riferisce il quotidiano Ekathimerini, 31.10.2012, Coalition faces new test: PM says deal with troika done but junior partner still opposes labor reforms La coalizione di fronte a un nuovo test: il premier dice che l’accordo  con la troika è fatto, ma il partner junior [della coalizione] continua ad opporsi alle riforme del mercato del lavoro http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite1_1_30/10/2012_468020). E adesso, di fronte alla rivolta disperata di milioni di persone che hanno ormai poco da perdere, bisogna davvero vedere come, alla fine, poi andrà davvero a finire…

C’era, in realtà, un altro fattore che avrebbe potuto subito far capire – e prima che i grandi tecnocrati della troika si mettessero a fare l’ammoina come magliari napoletani (absit iniuria…) qualsiasi – che alla fine la troika avrebbe fatto marcia indietro. C’è infatti – e ormai si comincia a vedere con chiarezza – il pericolo che se la Grecia se ne andasse, o fosse messa in condizione di andarsene davvero, dall’eurozona rimettendo in piedi la sua dracma ipersvalutata, mentre subirebbe di certo una pesantissima crisi finanziaria e un periodo di seria disgregazione potrebbe anche – secondo alcune recenti, non irrilevanti, analoghe esperienze di fallimento finanziario riconosciuto e, anche,  dichiarato: come l’Argentina, ad esempio, nel 2002 – potrebbe ridare anche rapidamente vita a un rimbalzo forte della crescita. E l’Argentina, in effetti,  c’è davvero riuscita…

In definitiva, la troika potrebbe davvero essersi preoccupata che se la Grecia, come l’Argentina, e malgrado le differenze – l’euro, soprattutto, al posto di una propria moneta: magari svalutata ma, appunto, propria – seguisse questo cammino potrebbe costituire, con questo clima, un esempio anche, se la mettessero con le spalle al muro, per la Spagna: dove la disoccupazione media è arrivata al 25%— con ricette scelte e imposte proprio da quelli che, come la troika, non hanno neanche cominciato a risolvere come in Grecia (e non solo,  non solo…) alcuna rimessa in equilibrio dei debiti e dei conti pubblici. Sì, forse la Grecia potrebbe anche non mettere da sola paura. Ma la Spagna, sicuramente seminerebbe il panico. E poi, e poi, dopo la Spagna…

E il Consiglio europeo di ottobre dichiara che la Grecia deve restare nell’eurozona, che sacrifici e sofferenze dei greci non possono essere inutili e che è dovere di tutti aiutarla, aiutandoci tutti  concretamente, Ma come? naturalmente, questo non ce lo dicono… 

●Intanto, è saltato il piano di fusione tra gli inglesi della BAE Systems e la EADS (di proprietà franco-tedesca) che avrebbe dato vita, a fronte di un’iniezione di liquidità nell’impresa per altri 40 miliardi di €, all’impresa aerospaziale maggiore del mondo, anche dell’americana Boeing. L’annuncio di voler trattare a questo fine era stato fatto, prematuramente è chiaro, un mese fa ma la proposta è crollata di fronte all’assenza di volontà politica. Da parte inglese, l’Invesco – il maggiore azionista – ha espresso forti riserve sul valore strategico dell’accordo a causa, ha detto chiaro e tondo, dei “rapporti unici e privilegiati” che la BAE ha col Pentagono— che per mantenerli aveva reso noto di opporsi a una quota azionaria superiore al 9% per francesi e tedeschi.

E, a questo punto, adducendo a ragione immediata la difficoltà, per la crisi, di versare miliardi di € per la nuova quota di fusione di sua competenza, ha detto di no Angela Merkel. Ma c’è ragione di credere che la sua reazione sia stata stavolta motivata anche e proprio anche e proprio di fronte a una dichiarazione come questa che smentirà sempre di aver definito ma che ha definito proterva di fonte americana. Non ha reagito, invece la Francia che, scordandosi anche delle battaglie di de Gaulle, aveva detto di sì (a quel tetto etero imposto del 9%).

E’ stata lei, invece, a reagire in negativo con un no definitivo: motivato al fondo proprio dal sospetto – non certo, a questo punto, gratuito e lasciato apposta trapelare – che la nuova azienda sarebbe stata nei fatti più anglo-franco-americana – senza che gli americani, poi, ci mettessero un dollaro – che anglo-franco-tedesca e tanto meno europea (1) Il Sole 24 ore, 11.10.2012, No di Berlino, salta la fusione Eads-Bae http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-10-11/berlino-salta-fusione-eadsbae-064118.shtml?uuid=AbQd7arG; 2) A European mega-merger? Nein, danke— Una mega fusione europea? No, grazie http://www.economist.com/node/21564558).

●Di fronte alla prospettiva di condurre una battaglia, che s’era impegnata a ingaggiare ma di cui non era affatto tutta e tutta insieme convinta, e magari poi perderla al Consiglio dove i pareri erano ancor più divisi, la Commissione, semplicemente, pilatescamente com’è nella migliore tradizione di questo presidente e di questi commissari, ha rinunciato a condurla.

Così ha messo da parte la proposta che avrebbe obbligato in tutta l’Unione le società per azioni a nominare – nessuno lì è eletto: tutti sono designati – entro il 2020 almeno il 40% di donne tra i componenti dei loro consigli di amministrazione, o venire duramente multati. Sarebbe stata, dicono i contrari, un’infrazione alla libertà del mercato e loro non se la sentono di commettere tanta eresia…

Invece, la Commissione, con tipica codardia, ha ripiegato su una “raccomandazione” volontaria in quel senso, non più una direttiva o una disposizione e neanche solo su una raccomandazione sì, ma di una misura in qualche modo, legislativa al parlamento europeo (The Economist, 26.10.2012).

●A metà ottobre, perfino l’Ungheria, ribelle da destra in nome della sua sovranità alle ricette europee si piega a quello che, fino a quel giorno, aveva chiamato il diktat di Bruxelles: e raddoppia, letteralmente, del 100%, il pacchetto di sacrifici, le misure di austerità, che impone al paese. Il ministro dell’Economia magiaro, Giorgi Matolcsi, scaricando tutta la colpa sull’Europa, comunque dice che il paese deve piegarsi comunque (EUbusiness, 17.10,2012, Hungary redoubles austerity offers— L’Ungheria raddoppia gli sforzi sull’austerità http://www.eubusiness.com/news-eu/hungary-economy-tax.k3j).

Perché, anche se spesso l’Ungheria, il governo ungherese, non è d’accordo – da destra, da destra, da estrema destra – rispetto a Bruxelles non se la sente di rompere: di Bruxelles ha drammaticamente bisogno (Stratfor, Global Intelligence, 4.10.2012, EU: Views From Outside the Eurozone, Part 3 UE: vista da fuori l’eurozona, parte 3 http://www.stratfor.com/analysis/eu-views-outside-eurozone-part-3).

●In Polonia, il governo ha registrato con grande, e motivata, soddisfazione la concessione, da parte della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) del pezzo “finale” di investimenti – ma, in realtà e di fatto, solo il primo che ci si possa con qualche ragione aspettare di vedere messo presto a disposizione: tutto il resto che è stato ottenuto sono stati per ora solo impegni di massima – un credito a dodici anni per € 75 milioni, per il finanziamento di cui ha bisogno a cominciare a  cominciare a far costruire, dall’operatore nazionale Gaz-System, il terminal LNG, di gas naturale liquefatto di cui va parlando da anni e che dovrebbe poter alleviargli in qualche modo – sempre se riuscirà a trovarsi fonti alternative di LNG disposte magari a fargli qualche credito – la dipendenza di cui soffre rispetto alla vicina Russia.

Assicura anche, Varsavia, di aver trovato il Qatar come fornitore possibile del metano liquefatto a partire dal 2014, tenendo però tra parentesi che negli scambi Doha si fa pagare in contanti o è disposta a far credito solo a chi ha fiducia sia a scadenza solvente … e non è sempre il caso qui con Varsavia. Al momento, la domanda di gas naturale polacca viene soddisfatta al 70% da esportazioni russe, malgrado tutto ancora, da ogni punto di vista le più convenienti— anche se le più irritanti e ostiche, politicamente e tradizionalmente, da digerire per i polacchi.

E’ per questo che Varsavia si dà tanto da fare: ma il costo del terminal di LNG è stimato, al momento, a più di dieci e fino a venti volte tanto, l’ammontare del credito aperto dall’EBRD e la Polonia continua a puntare per finanziarsi almeno altri 600 milioni sull’aiuto della Commissione europea. Che è, sicuramente, interessatissima al piano anche e soprattutto per ragioni strategiche – l’alternativa Qatar sottrarrebbe al condizionamento delle forniture russe forse 1/3 del gas di cui hanno bisogno Polonia ma anche Ungheria, Cechia, Slovacchia.

Ma resta il fatto che qualsiasi siano le speranze della Polonia e della Commissione, questa non ha proprio i soldi per onorare gli impegni che ha millantato – non c’è un termine più realistico – di voler onorare (EurActiv, 5.10.2012, Poland trims Russian influence with Qatar gas loan deal— La Polonia riduce [o meglio, teoricamente riduce… almeno allo stato attuale] l’influenza russa con un’apertura di credito per le forniture di gas [?!]

http://www.euractiv.com/energy/poland-chips-russian-influence-q-news-515223).

●E, a conferma che sarà in ogni caso difficile – perché non si è disposti realmente a pagare per trovare le alternative – la russa Gazprom e la tedesca E.On hanno appena qualche mese fa raggiunto un accordo sul prezzo delle forniture di gas naturale con un nuovo contratto di lungo periodo. I termini del quale – hanno specificato le due imprese in una dichiarazione congiunta del 3 luglio scorso – garantiscono al cliente tedesco, da parte del fornitore russo, la futura consegna a prezzo in sostanza già definito di quantità definite di metano e confermano l’intesa di Mosca col suo maggiore mercato di sbocco in Europa.

Rafforzando, poi, in contrasto palesemente eclatante coi desiderata e le illusioni del Commissario all’Energia Öttinger, tedesco lui stesso, e con la 3a direttiva europea sull’energia da lui partorita senza mai conformare tra loro obiettivi e mezzi, rapporti evidentemente anche politici sempre più stretti tra Russia e Germania, prese a stesse…

●In anticipo, come per mettere tutti in allarme, ma probabilmente anche stavolta sbagliando la misura di quello che può e non può fare, il primo ministro conservatore britannico David Cameron ha dichiarato in Tv che non consentirà (bum!) tentativi “scandalosi” di aumentare il bilancio dell’Unione europea nel corso dei prossimi negoziati di allocazione di finanziamenti e di spesa per il prossimo periodo 2014-2020 e ha esplicitamente detto/minacciato il veto del Regno Unito se, a suo giudizio, esso non rispettasse interessi e priorità del suo governo e, dice lui, del suo paese (Quotidiano.Net, 7.10.2012, Gb, la minaccia di Cameron: “Pronti a veto su budget Ue http://qn.quotidiano.net/ esteri/2012/10/07/783127-gran-bretagna-cameron-bilancio-ue.shtml).

E è tornato sul tema al vertice di ottobre: al Consiglio di novembre, se dovrà, sul bilancio metterà il veto inglese e a quello di dicembre, “difenderà gli interessi della City”, opponendosi quanto e come potrà ai piani di far passare in Europa la tassazione, anche minima che sia, sulle transazioni finanziarie. Perché lui, semplicemente, porta a compimento il ragionamento senza ipocrisie: tassare il lavoro, benissimo!; tassare i profitti meno, ma insomma due terzi in media meno dei salari va bene! ma tassare la speculazione e la rendita finanziaria no, non sia mai! (Guardian, 19.10.2012, P. Wintour, David Cameron begins battle over Britain’s relationship with EU David Cameron inizia la battaglia sui rapporti della Gran Bretagna con la UE http://www.guardian.co.uk/politics/2012/oct/19/david-cameron-britain-relationship-eu).

Già a giugno, al vertice europeo, Cameron aveva messo il veto al fiscal compact… ma, a prescindere qui, adesso, dal merito dello strumento (catastrofico! abbiamo espresso già ripetutamente il nostro parere), gli altri capi di Stato e di governo lo avevano puramente e semplicemente schizzato, emarginandone il potere di bloccare tutti con lo stratagemma – che s’era dimenticato avessero a disposizione – di trasformare la misura in un accordo intergovernativo tra chi alla fine ci stava: formalmente diverso, sostanzialmente come s’è visto la stessa cosa perché il fiscal compact a quel livello comunque, contro il suo veto impotente, è passato…

Insomma, il ruggito del vecchio leone tory britannico somiglia ormai davvero sempre di più al ruggito del topo del granducato di Fenwick quello del film omonimo di “peterselleriana” memoria. Forse gli serve ancora alla vigilia del Congresso del partito conservatore, ma solo a quello e solo lì… Non gli crede più nessuno. Gli credono, invece, quando nello stesso intervento lascia più che intuire proprio capire che il Regno Unito ormai accetterebbe anche una sedia in seconda fila al tavolo della UE, delle sue decisioni  visto che resta per scelta comunque fuori dell’euro

      (New York Times, 8.10.2012, S. Castle, Britain Rethinks its Opposition to a Two-Tier Europe La Gran Bretagna ripensa la sua opposizione a un’Europa a due livelli [dove, però resterebbe indietro, al secondo] http://www.nytimes.com/2012/10/09/business/global/uk-edges-closer-to-idea-of-an-eu-with-2-tiers.html?ref=global-home).

●In Lituania, una coalizione di partiti della sinistra ha vinto, a metà e poi a fine ottobre, i due turni elle elezioni politiche. Ora si apre concretamente la possibilità di cacciare via la coalizione di destra capeggiata da Andrius Kubilius, il primo governo che nella storia della Lituania indipendente abbia tenuto il posto per un’intera legislatura. Intanto, gli ultimissimi dati attestano che è ricominciato a un po’ a crescere il PIL che dal 2009 era sceso addirittura del 15% per la crisi e per la politica di austerità estrema che il suo governo ha imposto al paese.

Socialdemocratici e laburisti, insieme ai loro alleati del partito fondato da un ex presidente della Repubblica a suo tempo dimissionario per ragioni politiche, Rolandas Paksas (un uomo di destra ma mai, poi, troppo) hanno promesso di buttare a mare l’austerità come regola e soprattutto, di scaricarne quanto sarà ancora inevitabile doverne ingoiare a carico dei più abbienti e più agiati cancellandone le agevolazioni fiscali e facendo loro pagare tutte le tasse che devono: scaricandole in parallelo dai redditi del lavoro dipendente più poveri, ma inesorabilmente tassati fino all’ultima lita (3.500 litas = 1 €).

Perché la cura da cavallo propinata dal premier Kubilius specie a carico dei più poveri del paese – perché sono loro la gran maggioranza dei lituani – pur avendo tagliato la spesa pubblica e guadagnato le lodi del liberismo al potere in tutto il mondo e in tutte le istituzioni finanziarie internazionali lo ha fatto a spese della gente comune, portando il tasso di disoccupazione vicino ormai al 15% e col bisogno di reperire ancora sul mercato più o meno il 7% del PIL per far fronte al servizio del debito. E naturalmente, e giustamente, così perdendoci le elezioni (1) Guardian, 29.10.2012, Reuters, Lithuania’s opposition on course for election victory In Lìtuania, l’opposizione si avvia alla vittoria nelle elezioni http://www.guardian.co.uk/world/2012/oct/29/lithuania-election-opposition-win; 2) The Economist, 19.10.2012, Lithuania’s election: Half-time Le elezioni in Lituania: Intervallo http://www.economist.com/blogs/easternapproaches /2012/10/ithuanias-election).

●Il ministro della Difesa dell’Estonia, Urmas Reinsalu, in una lettera al collega degli Esteri, Urmas Paet, che evidentemente non fidandosi voleva rimanesse agli atti a futura memoria, ha scritto che il paese dovrebbe declinare ogni coinvolgimento nella seconda fase di sviluppo del gasdotto Nord Stream che da Vyborg in Russia, a sud di San Pietroburgo, porterebbe il gas a Greifswald, nel Mecklemburgo-Pomerania, all’estremo nord-est della Germania. La richiesta arrivata al governo estone dal consorzio dell’AEG Nord Stream era quella di poter condurre un’indagine approfondita sulla potenzialità effettiva dell’economia estone offrendole anche di fruire del gas, attraverso due gasdotti laterali supplementari che da quello principale nord-est/sud-ovest potrebbero diramarsi via Tallinn verso i tre paesi baltici (m3.err/Radio eesti, 23.10.2012, Defense Minister Pushes for 'No' to Nord Stream Il ministro della Difesa spinge per il ‘no’ a Nord Stream http://m3.err.ee/en/politics/43230).

Il ministro fa notare che dal punto di vista della sicurezza energetica e rispetto alla dipendenza dai russi, la soluzione non aggiungerebbe niente: solo un altro modo di essere dipendenti. Ma, in effetti, se l’Estonia potesse davvero fare quello che vuole e non trovarsi costretta – come tutti – a fare solo quello che può, è certo che potrebbe giocare un ruolo di rilievo nel ridurre significativamente la dipendenza di tutti i paesi baltici dalle forniture energetiche russe, per esempio costruendosi davvero il terminale LNG che vagheggia da anni per la lavorare e stivare gas naturale a Muuga, nel porto stesso di Tallinn.

Solo che, per realizzare il progetto, ci vogliono dai 300 ai 500 milioni di €: che non ci sono e che malgrado il forte sostegno “morale” dalla direzione energia della Commissione europea non vedono arrivare altro. E anche i ministri estoni lo sanno perfettamente. Come sono perfettamente coscienti del fatto che il loro governo è, invece, economicamente, molto molto tentato. Proprio come gli ambienti economici (Stratfor, Global Intelligence, 25.10,2012, Estonia: Split Opinions About Nord Stream In Estonia, opinioni divise sul Nord Stream http://www.stratfor.com/analysis/estonia-split-opinions-about-nord-stream). Anche per lo stato di pura chimera in cui resta l’alternativa fatta per un momento balenare dalle solite promesse senza seguito alcuno dell’Unione europea…

●Proprio ora che l’Unione è sull’orlo della sua più grande crisi di sempre, secondo non pochi alla vigilia ormai forse della sua stessa dissoluzione o, almeno, della sua condanna all’irrilevanza politica, il Comitato norvegese (l’unico paese europeo occidentale che s’è tenuto sempre fuori della UE: non solo dell’eurozona, proprio della UE, e che non aspira ad entrarci), il 12 ottobre ha assegnato all’Unione Europea il premio Nobel  per la pace 2012.

La motivazione è che anche, e forse anzitutto, attraverso i suoi meccanismi, le sue procedure e la storia nuova che i geniali protostipiti avevano – letteralmente inventandoseli – reso disponibili a risolvere tensioni e problemi, ormai da una sessantina d’anni e al posto di due guerre mondiali in Europa s’è instaurata una pace sicura: sicura almeno al di fuori di alcune sue irrequiete periferie e, sicuramente, ormai tenacemente stabile – sembra – tra i grandi Stati del continente.

Si, forse, non è che poi un Nobel della pace significhi necessariamente qualche cosa di serio:

• nel senso che l’hanno dato a Obama appena eletto, senza che avesse fatto ancora niente di positivo per guadagnarselo (e, a premio ricevuto, non è che poi l’abbia fatto, nel merito, niente di buono) – e, prima, l’avevano dato pure a Kissinger, a Menahem Begin — grandi macellai della storia che, avendo ridotto l’Indocina e la Cisgiordania a “paesaggi lunari” coi loro bombardamenti avevano solo messo una firma sotto un trattato di pace;…

• nel senso che non sarà nessun premio Nobel a rimettere insieme i cocci incrinati dell’Unione: ci vuole ben altro, ci vuole la volontà politica, questa sì come quella dei padri fondatori— che allora, però, c’era Adenauer, qui c’è Merkel…, c’era De Gasperi e qui c’è Mario Monti…, 

• e nel senso che non è questo il momento della storia della UE in cui il Nobel per la pace sarebbe apparso maggiormente opportuno—quello era l’anno della riunificazione tedesca, probabilmente, il 1990.

Bisogna però d’altra parte non lasciarsi andare troppo facilmente al delenda Carthago… Certo, “il potere esercitato oggi dall’Unione sul continente è frantumato e sclerotico e sembra farsi ogni tanto unito solo quando decide di schiacciare con l’unico strumento che sembra capace di rendere operativo e efficace, l’austerità, scatenando le piazze di Atene e Madrid”, e nel prossimo futuro forse anche quelle di Roma, Parigi… “a pensare alle istituzioni europee come strumenti di pura oppressione, determinati a rendere puri soggetti – servi e nient’altro – i cittadini d’Europa”.

E’ un’analisi che “appare attraente ma è anche fasulla perché identifica un continente con una valuta”… e “anche se gli scambi sono sempre stati visti come un supporto efficace a un’unione sempre più tale, sempre più stretta, questo non era affatto il fulcro dell’operazione nella visione di chi aveva pensato all’Unione”. Schumann, Monnet all’origine, e anche – perfino! – Winston Churchill.

Che, al momento, non pensava dovesse e potesse entrarci la Gran Bretagna (sapete, il mito del Rule Britannia… e  “l’impegno inglese che – ebbe a affermare, riferì di avergli sentito dire Roy Jenkins, il laburista inglese che fu anche il primo (dal ’77 all’80) e finora anche unico presidente britannico della Commissione europea in Churchill: a Biography, Farrar, Straus & Giroux, New York, 2001) deve essere senza ambiguità alcuna nei confronti degli USA mentre è bene che l’impegno inglese verso l’Europa resti rispetto  al  primo, diciamo, un po’ ambiguo”.

Ma proprio per questo affidava esplicitamente il compito di costruire nel tempo “una qualche forma di Stati Uniti d’Europa al superamento del conflitto e alla cooperazione tra Francia e Germania”, in prospettiva vjcina dunque a quella dei fondatori e, insieme, del tutto churchilliana: euroscettica e, contemporaneamente quanto contraddittoriamente, eurofoba ed eurofila insieme (The Churchill Society, Winston Churchill speech in Zurich, 19.9.1946 ▬ http://www.churchill-society-london.org.uk/astonish.html)...

E’ su questa piattaforma comune di pace che l’Europa ha potuto costruire una prosperità senza precedenti e anche una base, non completamente ma significativamente, omogenea di cultura comune di quelli che sono da considerarsi, almeno in linea di principio, diritti umani non prescindibili. Quindi, in questo senso, forse il più importante per poi arrivare a realizzare un po’ più a termine la visione dei padri fondatori, l’Europa, proprio la loro Unione europea, è stata un successo.

Malgrado ciò puzza un po’ di opportunismo quanto di una qualche disperazione, questo Nobel “come puzzava quello dato a Obama nel 2009 sostanzialmente solo per il fatto che lui non era George Bush… Ma se, adesso, il riconoscimento di Oslo riuscisse a ricordare ai leaders europei che i loro guai, per quanto seri, impallidiscono a fronte di quelli che dovettero fronteggiare i loro predecessori prima che esistesse l’Unione europea…

… se a questo premio, adesso, li spingesse a trascendere i loro meschini interessi in vista di un maggiore bene comune – si tratta di un se, che questo riconoscimento spinga gli europei a ricordare, ecc., ecc…, è vero, tanto sesquipedale da apparire improbabile… – allora difendere quest’ideale sarebbe un premio che varrebbe proprio la pena di perseguire

   (Guardian, 12.10.2012, edit., Europe: a prize worth defending Europa: un premio che vale la pena di difendere http:// www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/oct/12/europe-prize-worth-defending-editorial [l’articolo è intrigante, molto churchilliano: vede tutta la desiderabilità e l’importanza dell’Unione, ma non vuole condividerne costi e problemi: fa il tifo, però…).

Per chiudere su questo punto, un commento che ci è sembrato particolarmente sensato fa osservare che la soddisfazione ostentata “dai presidenti della Commissione e del Consiglio dell’UE che hanno rilasciato una dichiarazione granguignolesca e roboante testimonia, nello stesso tempo, l’ottusa vuotaggine dei loro ghost-writers e la loro personale inettitudine”. Quando “avrebbero almeno potuto dire che‘oggi meritiamo il Nobel per la pace meno di quanto lo meritassimo nel 1958, ma faremo di tutto perché siano prese presto decisioni che dimostrino che lo spirito originario vive ancora e che l’Unione la costruiamo per i cittadini e con i cittadini non per i mercati e le banche’. Ma questo è chiedere troppo, vero?”. Già, forse è proprio chiedere toppo ormai (Gruppo Fasana, 13.10.2012, G. Cassina, Nobel per la pace alla UE https://groups.google.com/forum/?hl=it&fromgroups#!forum/ gruppo-fasana).

Continuando nel tentativo – che, se riuscisse a pieno, forse davvero giustificherebbe un Nobel per la pace! – di dare una mano al complesso e spinoso suo tentativo di  “riconciliare”, o almeno di riavvicinare, Serbia e Kosovo, la supercommissaria europea agli Affari Esteri Catherine Ashton è riuscita a far incontrare a Bruxelles, per la prima volta faccia a faccia, il primo ministro serbo Ivica Dacic e quello kosovaro Hashim Thaci. Ashton, a chiusura del colloquio, ha detto che si incontrerà ancora presto coi due leaders e detto che il suo sforzo è quello di ravvicinarli per poter poi far avvicinare entrambi i paesi all’Unione europea.

Il rifiuto della Serbia di riconoscere unilateralmente la secessione decisa dal Kosovo – giustificato di per sé dal diritto internazionale e dalla risoluzione mai cancellata e votata all’unanimità nel 1999 dal CdS delle Nazioni Unite (UNSC Resolution #1244/1999, 10.6.1999, Situation Regarding Kosovo [che, tra l’altro, parola dopo parola, “riaffermava l’impegno di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite alla sovranità e all’integrità territoriale della Repubblica federativa di Jugoslavia [appunto: il Kosovo doveva restare alla Serbia] e degli altri Stati della  regione come stabilito dalla dichiarazione dell’Atto Finale della conferenza di Helsinki e all’allegato no. 2”]: http://www.un.org/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/1244(1999)) – ha costituito da anni un ostacolo pesante, anche se non certo il solo, al tentativo di Belgrado di aderire all’Unione. Ma rende le rende anche impossibile accettare l’adesione del Kosovo (pure in questo caso poi, visto come “puzza” il governo del paese secessionista alla fine, malgrado i solenni impegni presi, benedetto però da tutto l’occidente, non sarebbe l’unico ostacolo).

Tra i due paesi ci sono i morti, e i massacri, di una guerra civile— in cui, da una parte, la Serbia, aveva dalla sua il diritto e, dall’altra, il Kosovo aveva la maggioranza del popolo, di etnia albanese come la sua: ma si scontrava col fatto che, per un pezzo del suo stesso territorio, doveva  registrare invece la volontà di una popolazione di etnia serba lì era essa invece maggioritaria e dal Kosovo vuole a sua volta secedere per riunificarsi proprio alla Serbia, come il Kosovo ha voluto riunirsi all’Albania, in nome dell’identico diritto all’autodeterminazione. Sarà un compito immane per le fragili spalle della Ashton e la divisione che c’è, sui mezzi se non altro ma anche sull’obiettivo stesso, dentro l’Unione…

●Intanto, i risultati preliminari di un’inchiesta dell’Ufficio speciale antifrodi della Commissione (OLAF) impongono – o meglio il presidente della Commissione Barros chiede ed ottiene — cosa per niente scontata – per forte sentore dicono di mazzette incassate, le dimissioni al Commissario maltese dell’Unione per i problemi della salute e dei consumatori, John Dalli.

Senza ancora che siano neanche state avanzare accuse specifiche, emergono forti indizi – su denuncia di un’azienda svedese che fabbrica i classici zolfanelli o prosperi – i fiammiferi detti per l’appunto svedesi – ed è l’unica autorizzata nella UE a vendere tabacco da masticare, lo snus, proibito dappertutto eccetto che, appunto, in Svezia – del tentativo che Dalli avrebbe “assecondato”, ma lui nega con veemenza, di influenzare, in senso accomodante per gli interessi di altri potenziali fabbricanti di snus come, nella fattispecie, un affarista maltese suo amico, la legislazione comunitaria in materia.

Che, invece, era sotto la guida in apparenza molto determinata proprio di Dalli, in fase di  preparazione e di un ulteriore irrigidimento. Col risultato che, intanto, per ora e forse per diversi mesi, tutta l’azione anti-tabacco in maturazione in Europa viene paralizzata (1) Malta Today/Valletta, 16.10.2012, M. Vella, John Dalli resigns, will challenge OLAF John Dalli, dimissionario, sfiderà l’accusa http://www.maltatoday.com.mt/en/newsdetails/news/national/John-Dalli-resigns-as-Commissioner-over-Olaf-investiga tion-20121016; 2) New York Times, 24.10.2012, J. Kanter, Europe’s Top Health Official Quits, and the Bloc Has a Mistery on its Hands— Il massimo esponente della UE sui problemi della sanità http://www.nytimes.com/2012/10/25/ world/europe/dalli-resignation-leaves-eu-with-a-mystery.html?ref=global-home).

●In Turchia, il Congresso del partito di governo, l’islamico “moderato” Adalet ve Kalkınma Partisi Giustizia e Sviluppo (A.K.P.), ha rieletto come suo presidente e come previsto, per la quarta volta di seguito, il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan. Si dimetterà, probabilmente, da premier prima delle prossime elezioni presidenziali per puntare a quella carica seguendo il piano che, da anni, lui e i suoi hanno perseguito con discreto successo per modernizzare e trasformare il paese gestendo un cambio generazionale importante.

Puntano, infatti, a passare da un sistema parlamentare ad uno presidenziale anche per gestire il cambio di leadership all’interno del partito. Non sarà un compito facile ma è essenziale perché la crescita stessa del paese come potenza regionale dipende, in larga misura, dalla crescita economica e dalla stabilità politica interne (Stratfor, Global Intelligence, 9.7.2012, Turkey: The Ruling Party’s Transition Strategy Turchia: la strategia di transizione del partito di governo http://www.stratfor.com/analysis/turkey-ruling-partys-transition-strategy).

●Dice, faccia a faccia con la Merkel a Berlino, il primo ministro Erdoğan che se, per il 2023, il centenario della fondazione della Repubblica turca, la UE non si sarà decisa a rispondere positivamente all’istanza di adesione presentata ormai da più di vent’anni il governo turco cancellerà del tutto la propria manifestazione di interesse: non si può restare in lista d’attesa senza mai neanche capire perché o senza che qualcuno ve lo dica con “chiarezza e onestà”.

Merkel che non può certo ammettere la verità – che, come altri politici tedeschi e francesi, soprattutto a suo tempo Sarkozy, ma anche qualcuno italiano (la Lega, Giovanardi, Buttiglione, Casini…) e come, sotto sotto, lanciando il sasso senza mostrare troppo la mano ebbe a lasciar intendere una volta pure il papa, perché sono un paese a maggioranza mussulmana:ma non può certo ammettere apertamente che la discriminazione è operata proprio su base religiosa – fa come finta di aver capito male: chiamata a cuori risponde a picche facendo finta di non avere inteso  che Erdoğan ha proprio fissato all’Europa una specie di scadenza a dieci anni …

Lei lo fa assicurando che la UE è un partner onesto e in buona fede” per il popolo turco e che “il negoziato continuerà tra UE e Ankara per tutto il tempo che sarà necessario”: ignorando, cioè,  quello che lui ha ammonito che, se tra dieci anni la domanda di adesione non sarà accolta, il suo paese cercherà altre strade – il mondo arabo, anche e perfino i russi… – per rivendicare il posto che nella realtà economica e politica del XXI secolo alla sua nazione spetta con chi invece con essa vorrà lavorare (New York Times, 31.10.2012, Agenzia Associated Press (A.P.), German leader: EU an ‘honest’ partner for Turkey— La cancelliera tedesca assicura che la UE è un partner ‘onesto’ per la Turchia http://www. nytimes.com/aponline/2012/10/31/world/europe/ap-eu-germany-turkey.html?ref =global-home).

●Le elezioni del parlamento che si sono svolte in Georgia lunedì 1° ottobre sono state vinte dall’opposizione. E’ stata una delle relativamente scarse occasioni in cui, in un paese dell’ex Unione sovietica le elezioni hanno davvero consentito una scelta. E gli elettori se la sono presa. Lo ha ammesso, con evidente malavoglia ma lo ha ammesso, trovando una volta tanto (quasi) le parole giuste, il presidente Mikhail Saakash’vili: “il mio partito ha perso e quello di Ivanishvili ha vinto; le sue idee sono tutte sbagliate; ma la democrazia comporta anche questo rischio”: io rispetterò la volontà popolare, che si è pronunciata col 54% dei voti (e 83 seggi) a Bidzina Ivanishvili contro il 41% (e 67 seggi) che hanno dato la maggioranza assoluta all’opposizione.

      (1) The Economist, 5.10.2012, Over to you, Bidzina E adesso, Bidzina, tocca a te http://www.economist.com/ node/21564213); 2) Euronews, 2.10.2012, Georgia: opposizione vince le elezioni parlamentari http://it.euro news.com/2012/10/02/georgia-saakash’vili-battuto-opposizione-conquista-parlamento).

Ora bisogna vedere se poi alle parole seguiranno i fatti, se il presidente si rassegnerà davvero al crollo del suo duplice sogno/miraggio: quello di fare, di un piccolo paese del Caucaso (neanche 70.000 Km2 e 4,5 milioni di abitanti) e povero (PIL pro-capite neanche 5.000 $ all’anno) una specie di vetrina/mostra dei miracoli del libero mercato…

Solo che, poi, tanto sbandierati  non sono mai arrivati davvero, come quelli promessi nel tabellone gigante all’uscita dell’aeroporto di Tbilisi che fotografa un sorridente presidente Saakash’vili accanto a uno strasorridente e stramiliardario tycoon americano come il Donald Trump, amico suo che gli ha promesso da anni, e non ha mai fatto vedere neanche la prima pietra, del grande grattacielo, la Trump Tower tbilisiana, che aveva promesso la modernità che però s’era poi a tutti mostrata come una festa della cuccagna solo per i privilegiati.

Insieme alla modernità che avrebbe fatto ricchi e felici, grazie a lui, tutti i georgiani, il pallonaro presidente aveva promesso, anche, che grazie alla sua alleanza personale con gli amici e alleati americani, grazie a loro la NATO e l’Europa lo avrebbero accolto col tappeto rosso e i turiboli fumiganti di incenso che lo avrebbero salutato come il bastione paradigmatico di una resistenza coraggiosa e di punta contro l’orso russo.

Tutte panzane, tutti palloni subito sgonfiati – la modernità di qua e, di là, un futuro glorioso che facesse del coraggio georgiano la simbolica punta di una nuova unità militante europea ed alleata – che sono rimaste soltanto chimere e macerie: non raggiunte e irraggiungibili per le effettive possibilità del personaggio e del paese e, alla fine, della volontà stessa – interessi e ambizioni tanto degli alleati quanto, poi, degli stessi georgiani.

Pure, certo, questo paese, piccolo e povero, è anche di una rilevanza strategica enorme imbottito com’è di cartelli e segnali stradali a indicare, all’incrocio tra Europa e Asia, le frontiere lontane al massimo qualche decina di km. con Iran, Turchia, ovviamente la Russia e Azerbaijan e Armenia. E, a nord-ovest, appena al di là del Mar Nero, Ucraina, Romania, Bulgaria…

Lui, Saaka, man mano, da tecnocrate americano e americanofilo che era si trasformava di anno in anno in uno tra i tanti autocrati che gli americani vanno proteggendo nel mondo. Ma, in ultima analisi, non uno di quelli per proteggere i quali sono disposti alla fine a mandare i marines… Alla vigilia del voto, visto che le indicazioni erano per una ristretta vittoria dell’opposizione, i più qui parlavano di una sorda e quasi preannunciata resistenza ad oltranza di Saakash’vili in nome magari del dovere patriottico di resistere a Ivanishvili che egli stesso aveva denunciato come “l’uomo di paglia dei russi”…

Ma ora i numeri delle urne sono diventati un po’ troppo chiari per poterli sfidare apertamente anche, e perfino, nascondendosi dietro la bandiera anti-russa. E poi Saakash’vili, alla fine, ci tiene a concludere il suo periodo di autocrazia inchinandosi alle regole della democrazia dell’alternanza formale: insomma il verdetto delle urne. D’altra parte, questa era la prima volta in vent’anni e più che un’elezione a livello nazionale vedeva godere qui anche l’opposizione delle risorse per combatterla a armi pari e la prima in cui il risultato fosse effettivamente aperto.

E anche la prima in cui l’essere il candidato “americano”, come Saakash’vili, ha pesato peggio che essere quello “russo” (perché è noto ed è stato dichiarato che Putin  lo dice e lo proclama: con la Georgia si può – e lui vuole – lavorare; ma mai con Saakash’vili, l’uomo che ha tentato di fare la guerra alla Russia portando al disastro nazionale il suo popolo).

E, stavolta, addirittura Sua Santità e Beatitudine Ilia II, Catholicos e patriarca della Chiesa ortodossa di Georgia, era intervenuto per chiedere pubblicamente e con grande forza al potere di rispettare la volontà popolare: chiaramente lasciando intendere che, se le elezioni saranno pulite le avrebbe vinte l’opposizione e che, in ogni caso, tutto il paese avrebbe vigilato che fosse rispettata la volontà popolare (New York Times, 30.9.2012, E. Barry, Fearing Rigged Vote, Georgians Prepare for Elections Con timori di un voto manovrato, i georgiani si preparano alle elezioni http://www.nytimes.com/2012/10/01/ world/europe/georgians-prepare-for-parliamentary-elections.html?_r=0).

Sul campo ogni inchiesta va dimostrando che nei fatti la Chiesa ortodossa georgiana appoggiava l’opposizione, ma non perché la amasse o la apprezzasse ma perché allarmata dai costumi troppo occidental-americanizzati e americanizzanti che, sul piano culturale e “morale”, secondo una gerarchia naturaliter conservatrice,  il presidente Saakash’vili portava con sé.

Adesso, fra un anno le presidenziali che sembravano scontate finora, sono diventate una gara del tutto aperta. Sempre che Saakash’vili resista sino ad allora: quando, in ogni caso, la nuova legge che, nella presunzione di prepararsi la strada per il futuro aveva fatto approvare, trasferisce i poteri reali di governo dalla presidenza della Repubblica a un governo nominato dal parlamento che però lui ha malamente toppato nel prevederlo vincente.

E il nuovo primo ministro Ivanishvili già parla, dell’opportunità di anticipare le elezioni presidenziali… che sono previste invece solo a ottobre 2013, con una transizione che, adesso, è difficile prevedere poter essere per mesi di anche solo apparente cooperazione tra due che si accusavano reciprocamente di essere un torturatore e un dittatore (i video apparsi in rete di torture sistematizzate degli oppositori nelle carceri hanno danneggiato moltissimo l’immagine modernizzante del presidente, anche se ne avevamo viste di simili e peggio da Abu Ghraib e da quelle americane in America come pure dalle galere italiane) e per contro uno venduto ai russi (Ivanishvili ha fatto i suoi stramiliardi in Russia, nel periodo in cui sotto Eltsin si erano venduti a 1 $ agli accaparratori privati beni pubblici che valevano un  milione di volte di più)…

Anche per questo sono pochi a scartare, come il Catholicos che – è proprio il caso di dirlo – questo pensa papale papale, la possibilità che, da avventurista qual è, dopo le prime dichiarazioni responsabili, Saakash’vili non si lasci tentare, magari su sollecitazioni di (alcuni) pessimi degli amici di Washington che da sempre coltiva, da qualche tentativo di quasi auto-golpe…

La vecchia saggezza della gerarchia ortodossa locale aveva in effetti lucidamente previsto quello che la sofisticatissima e elettronicamente raffinata diplomazia americana non era riuscita neanche a intuire che era arrivato il redde rationem: perché, al dunque,

• se le politiche filo-mercatiste e americanofile del presidente hanno aiutato e promosso la prosperità delle élites, non sono servite a far stare un po’ meglio la gente comune: che ha perso in nome di promesse e illusioni legate al sogno del libero mercato anche quel poco, pochissimo, di sicurezza sociale che il vecchio sistema le garantiva;

• il giuramento saakash’viliano di portare la Georgia nella NATO e, anche prima, nell’Unione europea è stato un catastrofico flop: anche, non solo, proprio perché, secondo lui, il loro sì era scontato dato l’appoggio di Washington quando, invece, proprio l’aggressività anti-russa da lui sfoggiata su tutto associata a quella anche troppo strombazzata dei suoi amici Bush, Cheney e soci di mettere una loro dichiarata e sfacciata quinta colonna nella UE e nella NATO lo ha condannato;

• e infine, nella guerra del 2008 con la Russia cui s’era lasciato convincere anche forse (ce ne sono indicazioni forti) su incoraggiamento sconsiderato degli americani e che, comunque, aveva voluto irresponsabilmente tentare per riprendersi con la forza il controllo dei suoi territori irrequieti, Abkazia e Ossezia del Sud: riuscendo soltanto a garantire che i russi poi, respinta la sua offensiva e vinta la guerra, lì si insediassero stabilmente riducendo, di fatto, di quasi 1/3 il territorio che nei fatti ormai è sotto sovranità georgiana.

Quello fu anche il momento che segnò la fine dell’emarginazione russa dai giochi dei potenti e la ripresa evidente, palese, della Russia di Putin. Quando uno sputafuoco a vuoto come il vice presidente Cheney, rovesciando quello che tutto il mondo aveva però visto in Tv – i carri georgiani all’attacco di piccoli contingenti di soldati russi in Ossezia dove erano state chiamati anche dai georgiani – denunciava la risposta di Mosca come un atto di “aggressione” alla sovranità di uno Stato che non poteva – disse al mondo intero – “restare impunito”, col trombone in capo, George Bush stesso, che avendo provato ad ammonire pubblicamente Putin a non riconoscere  l’indipendenza dell’Ossezia del Sud.

E si è visto all’istante rispondere, prima, da una controffensiva che in cinque giorni ha messo col culo per terra i georgiani e, poi, col riconoscimento immediato e ufficiale del Sud Ossezia e dell’Abkazia, lasciando la flotta americana nel mar Nero a descrivere  vuoto giri a vuoto impotenti  davanti alle coste della meschina Georgia…

E stavolta – ormai sei anni dopo e tutta un’altra Amministrazione a Washington ma, come spesso accade qui, in ripetitiva continuità tra di loro – il messaggio di auguri/congratulazioni della Clinton, reso noto a scrutinio in corso e certamente benintenzionato a Saakash’vili, appariva alla vigilia delle elezioni in Georgia – il governo di Tbilisi s’era guardato dal renderlo pubblico, ma l’avevano strombazzato al dipartimento di Stato (Dipartimento di Stato USA, 2.10.2012, messaggio/dichiarazione al presidente Saakash’vili della segretaria di Stato, Hillary Clinton ▬ http://www.state.gov/secretary/rm/ 2012/10/198578.htm) come scioccamente ambiguo e complesso: lo invitava, di fatto, a non truccare le elezioni  perché “l’integrità del processo elettorale è più importante anche di un esito favorevole agli interessi americani”. Talmente evidente da suonava come un sentimento tartufescamente, in realtà, ipocrita.

E infatti il messaggio, improvvidamente pubblicizzato, non ha fatto proprio effetto positivo in Georgia, certificando che Saakash’vili dall’America dipendeva come l’impiccato si usava dire una volta dipende dalla corda e doveva accettare gli insulti impliciti (una raccomandazione scritta e addirittura postata sul web a non imbrogliare) e, peggio, personalmente, la certificazione che alla fine, di lui il Grande Fratello se ne sarebbe senza far drammi anche potuto lavare le mani…

Stavolta, invece, finirebbe per lui molto male: col popolo contro, i russi così vicini e gli americani, per forza di cose, tanto lontani, il “feudalismo pluralista” che da decenni governa in Georgia stavolta, davvero, se lo potrebbe anche divorare. Ma l’altro “feudalismo pluralista”, quello che ha tenuto insieme finora per la durata delle elezioni, la coalizione del Sogno Georgiano di Bidzina Ivanishvili (sei diversi partiti, di vassalli, valvassori e valvassini vicini solo nel loro astio per Saakash’vili), quanto potrà sul serio durare?

Vero che, a elezioni perse, con un gesto di grande apertura, il presidente Saakash’vili ha deciso di ripristinare la cittadinanza georgiana dalla quale il nuovo primo ministro eletto Bidzina Ivanishvili era decaduto non avendo provveduto a rinunciare, prima delle elezioni, alla sua cittadinanza francese, come gli imponeva la Costituzione… che, però, quando Saaka venne eletto la prima volta dopo il suo golpe soft non gli aveva impedito di essere eletto malgrado la sua doppia cittadinanza georgiano-americana (Stratfor, Global Intelligence, 9.10.2012, Georgia riassesses its region La Georgia rivaluta la sua situazione regionale http://www.stratfor.com/analysis/georgia-reassesses-its-region).

E sul nodo, alla fine cruciale, dell’intenzione – che di altro ancora non si tratta – della Georgia di aderire alla NATO, confermata subito ufficialmente anche da Bidzina Ivanishvili, nella sua coalizione ci sono comunque opinioni diverse, anche apertamente molto meno favorevoli a perseguire quello scopo. In ogni caso, la sconfitta del neo-liberista filo-americano e la vittoria del candidato più neutrale che si è fatto miliardario in Russia da sé, rappresentano con ogni probabilità, e in realtà, la vittoria definitiva della Russia non tanto nel riportare nella sua area d’influenza la Georgia – tutti i georgiani vogliono riprendersi Abkazia e Ossezia del Sud: e ci vorranno anni ormai – quanto piuttosto, in negativo ma per se stessa in positivo, nel fermare la linea NATO di espansione verso est retoricamente aggressiva ma alla fine, però, poi cauta e anche contraddittoria. 

Da oggi in poi, con Ivanishvili, e al di là delle dichiarazioni verbali e magari anche sincere di voler perseguire lo spostamento della Georgia verso ovest – Europa e NATO – questo paese affiancherà l’Ucraina a marcare il confine orientale della NATO e quello orientale della sfera di fatto dell’influenza russa. Anche perché solo così, con l’attiva e favorevole mediazione cui bisogna riconvertire Mosca, Tbilisi potrà tornare a poter contare sulla reintegrazione dei territori che ha perso: col riconoscimento, però, di un’autonomia ben maggiore e ormai inevitabilmente garantita dai russi.

Nel frattempo, viene annunciata da Ivanishvili l’intenzione di riaprire i colloqui con gli ex territori secessionisti su base bilaterale e senza la presenza di Mosca. Ma è un’offerta destinata a restare lettera morta— proprio perché senza l’usbergo e la mediazione dei russi verso territori che erano e restano riottosi a Tbilisi. Anche perché, alla condizione preliminare posta dal premier georgiano – e in condizioni geopolitico strategiche che impongono a tutti di non muoversi – il presidente dell’Ossezia del Sud Leonid Tibilov replica che si può fare, magari anche senza la presenza russa, ma a condizione di un riconoscimento esplicito dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud e del versamento dei danni di guerra per la guerra dei 5 giorni di agosto 2008 (Vestnik Kavkaza/Baku/Il messaggero del Caucaso, 18.10.2012, South Ossetia wants dialogue with Georgia L’Ossezia del Sud vuole dialogare con la Georgia [ma… dialogare, non essere riannessa!] ▬ http://vestnikkavkaza.net/news/politics/32765.html).

Ivanishvili che, fra il dire esplicito e il lasciare intendere, annuncia – o sembra inopinatamente annunciare – di volersi ritirare dalla politica dopo un anno e mezzo di governo, dichiara anche di essere “sicuro” di riuscire a restaurare rapporti commerciali e culturali tra Georgia e Russia abbastanza a breve. Nessun’altra precisazione a quello che però resta, allo stato, forse più un pio desiderio che altro (ITAR Tass/Mosca, 5.10.2012, Georgia to move gradually to restauration of relations with Russia La Georgia si muoverà gradualmente per restaurare relazioni con la Russia http://www.itar-tass.com/en/c32/538663.html).

●Sempre in Russia, il presidente di Gazprom Alexei Miller ha dettagliatamente informato il presidente Putin dei piani del suo quasi monopolio – da solo copre l’80% della produzione e controlla tutta la distribuzione e l’esportazione del metano ai clienti degli ex paesi sovietici, dell’Europa e del mondo – di investire, nell’arco di due anni al massimo, qualcosa come 1.030 miliardi di rubli ($ 38,2 miliardi o € 25,3 miliardi) nello sviluppo del giacimento di gas naturale di Chayanda nella Siberia orientale per alimentarci attraverso un gasdotto appositamente costruito un grande impianto di gas liquefatto (LNG) dalla Yakutia via Kabarovsk a Vladivostok nell’estremo oriente russo sul Pacifico, da dove già parte un gasdotto con Sakalin, in Giappone (Blog della presidenza russa, 29.10.2012, Vladimir Putin: working meeting with Gazprom CEO Alexei Miller Incontro di lavoro di Vladimir Putin con l’AD della Gazprom, Alexei Miller ▬ http://eng.pda.kremlin.ru/news/4572).   

●Ancora in Russia, la sorella quasi gemella di Gazprom, la Rosneft che ne riproduce il modello di ente monopolistico di Stato in campo petrolifero, ha annunciato un programma di modernizzazione per $ 25 miliardi delle vecchie raffinerie quasi tutte datate all’era sovietica, a più di vent’anni fa. Ha detto il suo presidente Igor Sechin, a Londra, nel corso di un incontro con gli investitori stranieri del gruppo, che entro tre anni verranno spesi 18 miliardi di $ per migliorarne le infrastrutture (Stratfor, 6.10.2012, Russian State Oil Company Reveals Modernization Project La compagnia russa di Stato per il petrolio svela il suo progetto di modernizzazione http://www.stratfor.com/situation-report/russia-state-oil-company-reveals-modernization-project).

E adesso ha anche deciso di accogliere l’offerta della BP britannica e della sua filiale russa, la TNK-BP, proprietà congiunta degli inglesi e di quatto miliardari russi che ha reso larghi profitti ma è stata anche fonte di aspri e costosi litigi e di un duro contenzioso giuridico nei tribunali russi. Se Rosneft adesso se la compra con essa acquista anche i diritti alla prospezione di grandi giacimenti di petrolio e di gas sotto il permafrost artico russo (The Economist, 19.10.2012, BP and RosneftUnhappy families Famiglie infelici http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2012/10/oil-russia).

Così, alla fine, BP ha deciso di vendere a Rosneft il 50% della sua quota di TNK-BP in cambio di una quota azionaria del 12,84% e di 17,1 miliardi di $ cash e, acquistando dal consorzio di proprietari privati russi e sempre cash per 28 miliardi di $ (alla faccia di chi, come alcune grandi concorrenti occidentali ma non certo BP, insisteva da tempo su una sua grave mancanza di liquidità) l’altra metà della TNP.

Così adesso, viene annunciato il 22 ottobre (Yahoo!Finance, 23.10.2012, BP sells TNK-BP stake to Rosneft La BP vende alla Rosneft la sua quota di TNK-.PB http://uk.finance.yahoo.com/news/bp-sells-tnk-bp-stake-113207426.html) Rosneft diventa la maggiore compagnia petrolifera quotata in borsa (a Londra, alla City, e a San Pietroburgo): di proprietà, però, largamente anche se non come per Gazprom totalmente statale. Tutto considerato, si tratta di un acquisto complessivo per 55 miliardi di $, il maggiore nell’industria petrolifera da quando la Exxon si comprò la Mobil nel 1999, ed è anche la maggior acquisizione di sempre da parte di un’impresa russa (The Economist, 26.10.2012).  

Al suo interno, la serie di transazioni messe in moto, quando verrà completata, farà in effetti della BP la detentrice finale del 19,75% delle azioni di un’impresa che in maggioranza resterà strettamente controllata dallo Stato russo. La BP ha reso noto di aspettarsi che l’assemblea degli azionisti le assegnerà due posti nel CdA della Rosneft (New York Times, 12.10,2012, BP Will Switch Russian Partners Through a Deal With Rosneft La BP scambia partner russo attraverso un accordo con la Rosneft http://dealbook.nytimes.com/2012/10/22/bp-near-deal-to-sell-assets-to-rosneft).

In questo modo la Russia non intende solo aumentare la sua quota di controllo del mercato interno russo ma anche piazzarsi meglio come ruolo nel settore dell’approvvigionamento energetico dell’Europa (Stratfor, Global Intelligence, 17.10.2012, Russian Energy, Part III: Setting a Future Course L’energia dei russi, parte III: in definizione il percorso futuro http://www.stratfor.com/analysis/russian-energy-part-3-setting-future-course).  

Con dietro le spalle le risorse non dell’ENI di Enrico Mattei ma della Russia e di Putin (Igor Sechin è uno del suo stretto entourage) avrebbe raggiunto così quello che negli anni ’60 fu l’obiettivo del grande imprenditore pubblico italiano ante-litteram.

Nel 2011, la Russia ha incassato 309 miliardi di $ dall’esportazione di greggio e prodotti petroliferi vari, cominciando da quest’anno un vasto programma che – non rinunciando a nulla di quell’entrata – cerca, però, anche di diversificare i prodotti delle sue esportazione (Stratfor, Global Intelligence, 9.3.2012, Russia Diversifies Oil Export Routes and Markets La Russia diversifica rotte e mercati del suo l’export petrolifero http://www.stratfor.com/analysis/russia-diversifies-oil-export-routes-and-markets).   

●La Russia ha offerto, dice il primo ministro dell’Ucraina Mykola Azarov, di abbassare i prezzi di vendita del suo gas a Kiev a $ 160 per 1.000 m3, a patto che il paese si integri nell’ unione doganale. Sarebbe un risparmio enorme visto che attualmente il prezzo è salito grosso modo a quello di mercato, sui $ 400, quando ancora nel 2010 Putin aveva concordato col presidente Yanukovich  un prezzo politico sui $ 200 pr 1.000 m3 , ribassando quello che aveva negoziato l’anno prima la prima ministra Timoshenko (Business New Europe/BNE, 10.10.2012, Russia offers huge gas discount, claims Ukraine La Russia offre un grosso sconto sul gas, afferma l’Ucraina http://www.bne.eu/archive_frame.php?keywords =azarov&time_filter=last_week&country=Ukraine&product=93&x=19&y=7).

●Ma con Kiev continua a restare l’equivoco di fondo. Saranno pure – e sono – più filorussi di quelli che hanno sostituito al governo, cioè della Timoshenko, Yanukovich e Azarov, ma non hanno ancora preso atto che, nei fatti, la dipendenza da Mosca – per loro, come praticamente per molti altri paesi dell’area – sia tale per cui al pari di tutti quelli che vogliono sconti o non vogliono pagare cash in termini puramente commerciali ciò di cui hanno bisogno, hanno bisogno di trovare con chi glielo vende un accordo politico.

Questo significa che però, per esempio, diventa un po’ contraddittorio – certo agli occhi dei russi che, naturalmente, non dicono verbo ma ne prendono nota attentamente – far sapere che, in questi giorni, a discutere di espansione della cooperazione militare a Bruxelles l’8 ottobre, in sede NATO, col ministro polacco della Difesa, Tomasz Siemoniak, è stato inviato l’omologo ucraino, Dmytro Salamatin.

Parlano di cooperazione e integrazione in campo militare, nell’ambito allargato di interesse del cosiddetto Gruppo di Visegrad – quattro paesi del Centro Europa, Polonia, appunto, Slovacchia, Cechia e Ungheria che si sforzavano, senza particolare successo dopo la dissoluzione dell’URSS e del suo impero, di lavorare insieme prima di arrivare a aderire alla NATO (1997) e alla UE (2004) in campo politico, economico e militare. Ma è su tutto che pesa, insieme a tutti gli altri condizionamenti s’intende, anche e soprattutto quello immediato, economico

Può diventare, in definitiva a breve, assai più difficile cercare di tenere l’equilibrio su una corda tesa che, da una parte, vede ribadire l’intenzione di avvicinarsi alla NATO e alla UE come “la priorità della nostra politica estera”— purtroppo ostacolata proprio dalla poca disponibilità di NATO ed UE come dice, rivolgendosi all’11° Forum degli ambasciatori del paese riuniti a Kiev, il presidente della Repubblica Viktor Yanukovich. L’uomo pure accusato di filo-russismo (Ukrainian News Agency, УНІАН/UNIAN, 4.10.2012, Better integration with Europe top priority for Ukraine: Yanukovych La primissima priorità per l’Ucraina è una migliore integrazione con l ’ Europa http://www.unian.info/news/528221-better-integration-with-europe-top-priority-for-ukraine-yanukovych.html) e invia il ministro della Difesa a cercare una maggiore integrazione militare coi polacchi e…

…, dall’altra, e contemporaneamente, vede lo stesso primo ministro tornare ribadire che l’Ucraina considera “assolutamente prioritaria la stabilità e lo sviluppo dei suoi rapporti energetici e economici con la Comunità degli Stati Indipendenti”, quelli economicamente e politicamente, invece, più vicini a Mosca (Ukrainian News Agency, УНІАН/UNIAN, 1.10,2012, Ukraine emphasizes relationship with CIS countries L’Ucraina enfatizza la necessità di rapporti forti coi paesi dell’area della Comunità degli Stati Indipendenti  ▬ http://www.unian.info/news/527645-ukraine-emphasizes-relationship-with-cis-countries.html).   

Insomma, a lungo le due linee insieme riescono difficilmente a tenersi… E anche l’Ucraina dovrà prenderne atto.

●Le elezioni del 28 ottobre per la Verkhovna Rada, il parlamento, hanno confermato al primo posto, coi suoi alleati e con una stretta maggioranza comunque assoluta, il partito delle Regioni (ˈpɑrtijɑ rɛɦiˈɔniu̯) del presidente in carica Yanukovich che dovrebbe ottenere tra 240 e 260 seggi, contrastata dal partito della Patria (Batkivshchyna) della ex prima ministra Timoshenko condannata a sette anni di carcere e che, come tale, non ha potuto candidarsi.

Interessante, è stato anche l’8% dei voti preso dai nazionalisti di destra del partito della Libertà (Svoboda) – sfuggiti dal grembo del partito della Patria – e ancor più il 13% di voti che sono andati al nuovo partito, Punch, messo in piedi da Vitali Klitshko, ex campione del mondo dei massimi di boxe. Col 14% dei votim, arriva terzo il partito comunista dell’Ucraina: che, però, è tagliato fuori da ogni alleanza possibile. Un vero flop, invece, l’1,6% e lontanissimo dalla percentuale del 5 necessaria per aggiudicarsi un seggio, il nuovo Avanti Ucraina!, dell’ex centravanti del Milan, Andrei Shevchenko, che s’era lasciato sfuggire di essere stato consigliato dal suo vecchio amico, ex presidente del Milan...

Naturalmente, chi la denunciava ha mantenuto la denuncia sui limiti di democrazia che favorivano in queste elezioni  chi era al potere (qui come altrove, ma qui forse ancora di più…). Anche se la specifica, e teoricamente più autorevole, di queste denunce (“un passo indietro per l’Ucraina: troppo il potere e eccessivo il ruolo che in queste elezioni hanno giocato i soldi) fa un poco ridere, onestamente, alla vigilia delle elezioni americane e di quello che costano – in America, ormai lo dicono tutti i commentatori seri, far eleggere un senatore costa dai 100 ai 150 milioni di $ – salvo qualche estremista stramiliardario conservatore.

Questa era stata alla lettera la denuncia, insieme ovvia e un tantino grottesca, fatta dalla capa della commissione di vigilanza dell’OSCE (Oganizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) su queste elezioni, la contessa Walburga Maria Helene Elisabeth Franziska född von Habsburg-Lothringen-Douglas, nata tedesca, come dice il nome di origine absburgica e di nazionalità svedese— che, con quel nome e quel pedigree “democratico”, farebbe bene però onestamente a tacersi in materia.

 Ma ora questo nuovo parlamento (unicamerale) dell’Ucraina sarà sicuramente più contenzioso e meno disciplinato di quello uscente (Guardian, 29.10.2012, O. Grytsenko, Ukraine president closes in on election majorityIl presidente ucraino vicino alla maggioranza assoluta nelle elezioni http://www.guardian.co.uk/world/2012/oct/29/ukraine-president-election-majority-pro-russia). E, con buona pace della contessa/Grevinnan/Gräfin Walburga von Hapsburg, questo fatto in sé, per l’Ucraina, potrà invece essere un passo in avanti.

●Come sa di dover fare la Moldavia – ufficialmente: Repubblica Moldova – che,  secondo quanto dice il ministro della Difesa della Transdniestria, il piccolissimo territorio semi-autonomo, ribelle e filo russo della stessa piccola Moldavia, Vladislav Finagin, avrebbe intenzione di concedere alla NATO l’affitto di una base militare nei pressi di Bulboaca e nelle vicinanze della capitale moldava di Chisinaiu (Stratfor, 16.10.2012, Moldova: Chisinau Plans To Lease Base To NATO Moldova: Chisinaiu progetta di affittare una base militare alla NATO http://www.stratfor.com/situation-report/moldova-chisinau-plans-lease-base-nato).

La Moldavia è uno dei territori vicini alla Russia – con quelli georgiani, quelli contesi tra Armenia e Azerbaigian, e altri – che costituiscono un delicato terreno di battaglia geo-politico tra Russia e occidente. Ma la Moldova/Moldavia lo sa per prima e, infatti, immediatamente il capo di stato maggiore dell’esercito, brig. gen. Vitalie Stoian, dichiara che l’ipotesi non solo non esiste ma maliziosamente è stata “inventata” per intorbidire come si poteva i rapporti tra Moldavia, Transdniestria e Russia stessa (Stratfor, 16.10.012, Moldova: NATO Not Leasing Military Base - Army La Moldavia non affitterà una sua base militare alla NATO http://www.stratfor.com/situation-report/moldova-nato-not-leasing-military-base-army).

●Riportavamo, nella scorsa Nota congiunturale 10-2012 che Russia e Tajikistan stavano per firmare un accordo per estendere la durata dell’affitto da parte dei russi di una grane base militare tajika, malgrado alcune discussioni aperte nella leadership del paese esprimessero dubbi. Superati, soppressi o messi da parte visto che alla fine l’accordo è stato trovato, copre un intero trentennio fino al 2042, e prevede sia un congruo aumento del canone di affitto che quello del numero di permessi di lavoro in Russia per lavoratori tagjiki non specializzati (Asia Plus, 6.10.12, Russia military base will remain in Tajikistan until 2042La base militare russa resterà in Tajikistan fino al 2042 http://news.tj/ en/news/russia-military-base-will-remain-tajikistan-until-2042).

L’accordo firmato dai due ministri della Difesa, Anatolly Serdyukov per Mosca, e Sherali Khairulloyev per Dushanbe, è motivato politicamente da un concetto che ai russi è assai caro e che i tagiki sottoscrivono: che la presenza nella regione dell’Armata Rossa – in tutto sui diecimila militari e per i russi la maggiore fuori del loro paese – costituisce ormai il fattore più importante per mantenere la stabilità— o, in termini forse più crudi, lo status quo nell’Asia centrale (Stratfor, Global Intelligence, 27.7.2012, Central Asia’s Increased Volatility L’accresciuta volatilità dell’Asia centralehttp://www. stratfor.com/analysis/central-asias-increasing-volatility).

Quasi a illustrare la logica dentro la quale si iscrivono, ormai, anche qui le mosse di russi e tagiki, arriva ora la notizia che nelle vicinanze di Makhachkala, capitale del Dagestan, repubblica della Federazione russa nel Nord del Caucaso, l’aviazione di Mosca nell’ambito di una ripresa della campagna contro i militanti armati islamisti, ha lanciato una serie di attacchi contro zone forestali utilizzate, dicono le fonti, come covo di un gruppo estremista massimalista che vuole lanciare in tutta la regione del Caucaso il dominio dell’Islam nell’interpretazione estrema della shar’ia (Radio Liberty, 10.10.2012, Three Suspected Militants Killed In Daghestan In Dagestan uccisi tre sospetti militanti http://www.rferl.org/content/daghestan-militants/24733972.html).

Intanto, perseguendo la linea promossa da Putin, ha detto lui di un’ “accelerata ma responsabile” modernizzazione delle sue forze militari, il presidente della Commissione Difesa della Duma, il parlamento, Vladimir Komoedov, rende noto che il bilancio preventivo triennale della Difesa prevede entro il 2015 una spesa militare che salirà globalmente del 59%, a quasi 3.000 miliardi di rubli (97 miliardi di $ dai 61 del 2012), portandosi così dal 3,2% del 2013 al 3,4% nel 2014 e al 3,7% del 2015 (Ria Novosti, 17.10.2012, Russia to Boost Defense Spending 59% by 2015— La Russia incrementa la spesa per la Difesa del 59% entro il 2015 ▬ http://en.ria.ru/mlitary_news/20121017/176690593.html).

Precisa Komoedov che della spesa faranno la parte del leone due voci: “il ri-equipaggiamento e la modernizzazione di sistemi d’arma e di materiale specializzato elettronico e il rafforzamento di salvaguardie sociali dalla costruzione di nuovi alloggiamenti alla copertura di sicurezza sociale per i militari in servizio e in quiescenza. Putin , già un mese fa era stato critico, però, dell’inadeguatezza, soprattutto sul piano del finanziamento della spesa per le pensioni della proposta di bilancio che il governo Medvedev aveva appena presentato (Ria Novosti, 18.9.2012, Putin Slams Government over 2013-2015 Budget Putin critica il governo sul bilancio 2013-15 http://en.ria.ru/russia/ 20120918/176037245.html). Ma che non risulta essere stata, nel frattempo, significativamente corretta dal gabinetto.

●Per tornare, proprio in chiusura, sul tema generale e centrale del futuro stesso dell’Unione europea, subito in apertura del vertice di ottobre – il Consiglio dei capi di Stato e di governo – la cancelliera Angela Merkel interviene tentando di mettere subito il punto al dibattito. Anzi, interviene ancor prima di arrivare a Bruxelles e detta, parlando al parlamento tedesco, la linea che vuole vedere emergere in termini di decisione dal vertice del 18 e 19 ottobre (Al di là della sintesi che qui vi forniamo di quelle che a noi sembrano le decisioni principali – e sempre ricordando che una decisione del Consiglio non è poi mai tale finché non viene effettivamente realizzata – potreste, avendo grande pazienza e anche un po’ di voglia di masochismo magari, leggere il testo italiano quasi integrale della proposta finale che poi, in larga parte, è stata accettata così su Altramente, 19.10.2012 ▬ http://www.altramente.org/archivio/8-articoli/852-le-decisioni-del-consiglio-europeo.html).     

Al Commissario europeo all’Economia, lei vuole che sia data d’ora in poi l’autorità di bocciare i bilanci nazionali di tutti i paesi membri, al di là dei confini che oggi gli fissa il patto europeo di crescita e di stabilità. E’ una visione del percorso prossimo venturo dell’Unione – ma soprattutto e subito dell’eurozona: non si applicherebbe, infatti, a chi ne è fuori – totalmente diversa da quella di cui si fa portavoce, con Monti in seconda fila a supporto, il presidente francese François Hollande.

Certo che ci si arriverà, dicono, che ci si dovrà arrivare con il crescere dell’integrazione e della volontà politica di costruire un’Europa comune. Ma dare ora come priorità all’Europa, come vuole imporre la Merkel – prima di aver creato un’Unione delle politiche economiche e scavalcando i diritti dei popoli e degli Stati sovrani – questi nuovi poteri di veto non “a un’Europa” che ancora non c’è ma a un burocrate e funzionario che nessun europeo ha mai eletto a suo Commissario, significa solo forzare per bloccare tutto e non dire al popolo tedesco la verità— che pensare solo alla propria “roba” in un’ottica a breve garantisce che così salta proprio l’Europa e, col mercatio unico.

Quando l’urgenza cui l’Europa oggi si trova a dover rispondere è proprio quella di mettere subito in moto la già deliberata e unitaria supervisione della Banca centrale europea su tutti gli istituti di credito dell’Unione— comprese le banche regionali dei Länder tedeschi che Merkel invece vuole esentare per ragioni sue, elettorali. Come al solito, la signora esige che tutte le banche europee si assoggettino alla disciplina e al controllo della BCE…, tutte ma, si capisce, non tutte quelle tedesche…

Però, ci riesce solo per l’anno prossimo, rinviando la cosa a dopo le elezioni tedesche quando comunque saranno tutte comprese le banche, anche quelle dei Länder: perché la mediazione cui alla fine al vertice si arriva è che questa supervigilanza centrale comincerà operativamente e universalmente non nel 2014, come voleva la Merkel. ma nel 2013… anche se, poi, solo a fine 2013, cioè, in pratica, nel 2014! Merkel dichiara nella sua conferenza stampa finale che era stato proprio Draghi – come del resto aveva anticipato lui stesso: e proprio per venirle incontro… – a spiegare che l’uno o due mesi di preparazione previsti nella decisione del precedente vertice europeo di giugno non bastano alla BCE per apprestarsi tecnicamente al suo ruolo nuovo di vigilanza e che ce ne vorranno “di più”. Che né lui né Merkel specificano, però, ma che ha quantificato (2014) proprio Monti…

Del resto, secondo Moody’s, che – casualmente? – s ne esce e lo proclama lo stesso giorno della fine del vertice, sono proprio le banche il ventre molle dell’economia tedesca: magri profitti, rischi crescenti e riserve insufficienti ad assorbire le perdite. E’ dal 2008, del resto, che l’agenzia di rating americana continua ad assegnare “previsioni negative” al futuro del sistema bancario tedesco.

In specie e precisamente per l’esposizione eccessiva e mai seriamente testata – sostiene – da allora Moody’s ha sempre assegnato un voto assai basso al sistema finanziario tedesco: dice anche e perfino che verso molti istituti bancari del paese – la stessa Deutsche Bank ma anche diverse banche che ai Länder fanno capo – gli stress tests condotti a metà luglio di un anno fa per conto dell’Unione dalla European Banking Authority ci sono andati troppo leggeri (v. Nota congiunturale 8-2011, ▬ www.angelogennari.com, in Note a fine pagina126 e 127).

Eppure qui le famiglie non sono sovra indebitate, non ci sono bolle speculative edilizie qui, e prendono euro a credito a tassi sì e no dell’1%... e l’esposizione attuale ai debiti di Spagna, Grecia e Italia è dovuta al fatto che in quei paesi facevano profitti facili prendendo prestiti a 1 e riprestando a 6 o a 7… Ma questo retaggio del passato facile di ieri a spese del debito degli altri e che ora riduce i loro margini di profitto a dimensioni molto più ristrette, le rende anche molto fragili, secondo Moody’s. E non solo: arriveranno gli avvoltoi delle altre agenzie ma il timore è che si mettano in allarme investitori e mercati (New York Times, 19.10.2012, J. Ewing, Moody’s Warns of Weakness in German Banking Sector Moody’s avverte della debolezza del settore bancario tedesco http://www.nytimes.com/ 2012/10/20/business/global/moodys-warns-of-weakness-in-german-banking-sector.html?_ r=0).

E per riprendere, adesso, le conclusioni del vertice – e concludere anche noi questo capitolo – i capi di Stato e di governo sull’altro lato del fronte riconoscono – anche se non si arriva a dire proprio così – per non mettere le dita nell’occhio a Merkel, che non c’è bisogno di inventarselo neanche un supercommissario europeo col diritto di veto sui bilanci nazionali— perché, di fatto, almeno in termini di richiamo forte alla disciplina già c’è e, ancora, tutti hanno già  preso l’impegno di congelarsi i bilanci dentro la morsa del fiscal compact

E, per dare ragione a Hollande, si riconosce che si tratta, invece, di arrivare presto, subito, con una supervisione più stretta della Banca centrale a garantire la solvibilità del sistema creditizio portandolo, anzi “spingendolo”, come finora poco è stato fatto, ad aiutare la crescita: è questo di cui c’è subito bisogno! Ma poi si traduce quell’avverbio, “subito”, quell’aggettivo, “urgente”, in una precisa non-data che – vedrete – i mercati non gradiranno per niente… e sono in parecchi ormai a stancarsi, e a dirlo, del gioco scoperto che sta conducendo anche troppo scopertamente Angela Merkel che predica un’Europa politica forte ma sempre più in là a lungo termine rifiutando per l’immediato e in concreto ogni passo avanti.

STATI UNITI

●Subito, a caldo, la reazione di Krugman (1) New York Times, 4.10.2012, P. Krugman, A Test of the System Un test del sistema http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/10/04/a-test-of-the-system; stesso giorno, stesso autore, stesso giornale, col titolo di Romney’ Sick Joke Lo scherzo di pessimo gusto di Romney ▬ http://krugman.blogs.nytimes .com/2012/10/04/romneys-sick-joke; 2) The Economist, 5.10.2012, Back in the centre, back in the game Di nuovo al centro, di nuovo in gioco http://www.economist.com/node/21564222) al primo dei tre dibattiti tra i candidati alla presidenza, è stata icastica, chiara e azzeccata; ha detto che

1) Ha vinto Romney, tornando in qualche modo a rendersi qualche poco credibile, sfoggiando una a lui non consueta fiducia in se stesso e grande aggressività, ma una volta tanto come moderata nei toni. E Obama ha perso perché, come gli sta capitando troppo spesso, è apparso titubante, poco concentrato ma soprattutto – e al solito – alla ricerca del compromesso su tutto; ha fatto troppe promesse e preso impegni importanti e non è riuscito quasi mai a mantenerli; e qualcuno di questi impegni, in politica internazionale ma anche economica e interna – la viabilità stessa della democrazia americana – l’ha anche e proprio tradito (noi lo possiamo dire: noi che non votiamo in America e non corriamo il rischio di scoraggiare ancor più influenzandoli se mai fosse possibile – ma il minor male anche qui è sempre preferibile a quello maggiore come insegnava già tanti secoli fa San Tommaso d’Aquino – i democratici che sono dal presidente pur a ragione delusi…; 

2) Romney ha detto una serie infinita di menzogne, specie ma non solo parlando di cose economiche: si è reso colpevole di una disonestà su larga scala, ma Obama non glielo ha detto chiaro in faccia: ha preferito lasciar andare…;

Obama ha rallentato, ma quell’altro è peggio di Pinocchio; coi suoi che fanno proprio ribrezzo  (2 vignette)

            

                                                                   sotto lo slogan Romney&Ryan, il messaggio vero: RIMETTIAMO IL BIANCO ALLA  CASA  BIANCA

 

Fonte: IHT, Patrick Chappatte, 10.10.2012                                         Fonte:  http://www.alternet.org/files/story_images/romneywhitenationalist_1.jpg

 

3) la tragedia di questo paese è che qui i media si guarderanno bene dal rilevarlo, documentarlo e confutarlo adeguatamente. Non tanto perché siano filo Romney più che filo Obama. Certo chi magari anche, tra chi scrive e commenta, personalmente è per Obama spesso, al dunque, obbedisce ai suoi editori e ai loro interessi. Ma, più in generale, lo fa perché è semplicemente incapace, pigro, impreciso e infingardo…

●Il tasso nazionale di disoccupazione cala al di sotto del 7,8% a settembre, al livello più basso da quando Obama è arrivato alla Casa Bianca: e per lui è una notizia importante, specie due giorni dal mezzo flop del primo dibattito con Romney— per “colpa” sua e del suo scarso mordente e non certo per merito del repubblicano. Non è stato un granché il numero di posti creati nel mese,    114.000, con un calo percentuale che scende dello 0,2% dall’8,1 di agosto al 7,8%.

Comunque, tutto considerato

• la vera buona notizia è che le cose vanno meglio di quanto sembra: i tagli nell’impiego pubblico sembrano essersi finalmente fermati e negli ultimi tre mesi sono cresciuti su una media di 20.000;

• pare che stavolta non ci siano tanti lavoratori dipendenti scoraggiati a tenere alto il numero dei disoccupati. Ma parte importante dell’aumento ottenuto riflette la realtà di tanta gente che s’è dovuta contentare di lavori involontariamente obbligati a accettare il part-time;

• continua a pesare e peserà a lungo la nuova disoccupazione di lunga durata (ha detto il presidente della Fed, Ben Bernanke, che questo fenomeno nuovo per questo paese  “potrebbe diroccare strutturalmente, e per molti anni, l’economia americana”;

• infine, mentre si muovono nella giusta direzione i dati della disoccupazione per le persone bianche, uomini e donne, (oggi intorno al 7% scarso), gli americani di colore restano testardamente disoccupati al 13,4% e il tasso dei senza lavoro per gli “ispanici” è al 9,9%. I giovani bianchi (qui si dice teenagers “caucasici”) sono il 23,7% ma tra i neri si arriva a un tasso scioccante del 36,7%...

Questa non sembra proprio, così, una vera ripresa”, ha subito dichiarato Romney con una faccia tosta degna di un Berlusconi, trascurando il fatto che non lo sembra anche perché Obama ha osato poco per aiutare direttamente con investimenti pubblici la creazione di posti di lavoro ma scordando che lui non avrebbe voluto proprio che ci investisse un singolo dollaro puntando fideisticamente tutto sul miracolo del mercato.

      (1) New York Times, 5.10.2012, Shaila Dewan, Jobles Rate Falls to7.8%, Lowest Since January 2009 Il tasso di disoccupazione scende al 7,8%, il più basso dal gennaio 2009 http://www.nytimes.com/2012/10/06/business/economy/ us-added-114000-jobs-in-september-rate-drops-to-7-8.html?ref=global-home; 2) Bureau of Labor Statistics/BLS, 5.10.2012, USDL-12-1981,Employment Situation Summary, September 2012 ▬ http://www.bls.gov/news.release/ empsit.nr0.htm; 3) Economic Policy Institute/EPI, 5.10.2012, H. Shierholz, Job gain steady, unemployment drops to 7.8% Si rafforza l’aumento di posti di lavoro, la disoccupazione scende al 7,8% http://www.epi.org/publication/job-gain-steady-unemployment-drops).

●Vale per gli Stati Uniti, ma vale altrettanto per noi. Un collaboratore del NYT – che purtroppo lasciano scrivere solo di rado: Steven Greenhouse – fa notare, con esemplare chiarezza come, quando padroni e datori di lavoro, per minimizzare i costi acquisiscono un maggior controllo sui propri dipendenti forzandoli a subire/accettare una maggiore flessibilità, schiacciano e coartano le loro condizioni di vita— la chiamano 24/7: la disponibilità 4-5 ore su 24, ma collocate a scelta dei padroni, e 3-4 giorni su 7, sempre a scelta degli stessi padroni (New York Times, 27.10.2012, S. Greenhouse, A part-time life, as hours shrink and shift Una vita a part-time, quando l’orario si raggrinza e si sposta http://www.nytimes.com/2012/10/28/business/a-part-time-life-as-hours-shrink-and-shift-for-american-worker s.html?pagewanted=4&hp)

Quello che non vedono o, meglio, rifiutano anche solo di considerare quando ne parlano – avete presente? – le Fornero, i Martone, i Sacconi, i Brunetta e sì, pure i Monti, quelli che per sé, e non proprio di rado anche per i propri famigli stanno ben attenti a difendersi lauti stipendi e condizioni di lavoro ben generose…

Saltano, così, i piani stessi della vita di ogni famiglia così “flessibilizzata”, non è più possibile col  breve preavviso di come cambiano orari e ritmi di lavoro per ciascuno/a e per tutti/e organizzarsi la vita stessa della propria famiglia e riuscire anche poi a sostenerla. Ma di tutto questo, qui, in un anno di attenta lettura, abbiamo trovato eco nella stampa di grande divulgazione solo in questo unico numero del NYT e sula nostra stampa solo –  e di tanto in tanto – in qualche articolo della parte nostra: della parte, cioè, dei lavoratori dipendenti… e neanche tutti poi, perché la precarizzazione del lavoro ha fatto breccia con la pretesa del modernizzare anche da noi (pensate e Renzi, solo per citarne uno e, non il peggio…, pensate a Bonanni.

Nel secondo dibattito, Obama si riprende bene inchiodando Romney alle sue contraddizioni specie sui temi cruciali del voto di genere come lo chiamano qui, dove le sue chiusure arcaico-mormonico-fondamentaliste lo mettono in difficoltà evidente verso la grande parte dell’elettorato che quando non è fanaticamente reazionaria, su temi come aborto e parità di diritti, reagisce malissimo alle sue posizioni (New York Times, 17.10.2012, M. D. Shear, Debate Moves Women to Fore in Race for the White House Il dibattito porta in primo piano nella corsa per la Casa Bianca il tema delle donne e dei loro diritti http://www.nytimes.com/2012/10/18/us/politics/obama-and-romney-focus-on-efforts-to-woo-women.html?ref=global-home).

In definitiva, secondo i risultati dei primi sondaggi sull’esito del secondo faccia a faccia, Obama ha ricacciato Romney sulla difensiva perché, stavolta, lo ha messo sotto attacco proprio per le sue menzogne e le sue incongruenze e quello è stato incapace di replicargli se non coi suoi fiacchi “ma tu non hai fatto abbastanza”: vero ma, detto da lui, che tutti sanno avrebbe fatto molto di meno perfino meno credibile. Anzi Romney si è messo spalle al muro anche da sé nel corso del dibattito non riuscendo mai a riempire il vuoto delle sue proposte di politica interna né a chiarirne la sconcertante vaghezza (sul lavoro, ad esempio: vuole più posti di lavoro per gli americani; ma su come crearli non offre la minima idea)…  

Così il candidato dei repubblicani ha registrato ancora una flessione nell’elettorato giovane e in quello femminile sui temi cruciali su cui pare che alla fine si giocherà questa elezione: quelli che qui chiamano sociali e noi chiameremmo di scelte etiche (diritti, libertà, ecc.) e sul ruolo del pubblico nella società e nell’economia per uscire dalla crisi: insomma, Obama ha fatto poco? bè, Romney non farebbe sicuramente niente, neo-liberista e mercatista fot*uto com’è! Ma non c’è niente di sicuro, proprio perché le differenze non risaltano neanche qui sufficientemente nette e dure.

●E’ c’è da sconfiggere, per tanti democratici, l’effetto stanchezza di chi in ultima istanza si trova a votare ancora una volta, e per l’ennesima volta, per “il minore dei mali” come quando, nel 2004, votarono per il Sen. Kerry, che era comunque e sempre favorevole alla guerra in Iraq, contro il presidente Bush che, già eletto con l’imbroglio elettorale e il voto ideologicamente comprato della Corte suprema, la guerra in Iraq se l’era inventata raccontando menzogne…

Il minore dei mali, solo perché quello faceva, letteralmente, “meno schifo” di questo... Ma il dramma è che la gente stavolta ha davvero voglia di farla pagare a chi ha fatto le grandi promesse sulla nota dell’ “I can!” e, poi, non ci ha neanche provato! Insomma, se Obama perde stavolta la colpa è solo sua (Translation Exercises, 29.10.2012, R. E. Prasch, The progressive retreat from Obama: who is to blame? Il ritiro in progress dei democratici da Obama: di chi è la colpa? http://translationexercises.wordpress.com/ 2012/10/29/the-progressive-retreat-from-obama-who-is-to-blame).

Anche stavolta, in fondo, questo – il suo avversario, Romney – è solo un esemplare, e il più odioso, di chi ha speso tutta la sua vita adulta da padrone delle ferriere e da quintessenziale sfruttatore del capitalismo più predatorio, quello che per dieci anni con la finanziaria che gestiva (la Bain Capital)  ha fatto soldi sul fallimento e il licenziamento di dipendenti di compagnie in crisi di profitti. Cosa  che, come ebbe perfino a dire una volta, lo fa poi pure sommamente contento e forse – forse… – è l’unica differenza che si riscontra tra come lui e come il suo amico Marchionne gestiscono i beni che amministrano.

E’ il minor male, Obama, anche se lui e i suoi – i consiglieri che lo hanno aiutato più da vicino – hanno letto e sbagliato a leggere il vantaggio che lo aveva eletto quattro anni fa: avevano eletto un novellino, giovane senatore anche e perfino nero, proprio perché gli chiedevano di cambiare i paradigmi della politica tradizionale: basta con quella che invece, subito e con lo stesso nome, si era chiamata la politica di “triangolazione” di Clinton, la politica del suo secondo mandato fondata sul  presentare ideologia e visione di fondo come “al di sopra delle parti”, né di destra né di sinistra, ma di “mediazione” e di “moderazione”.

Cioè, non di scelte e invece di compromesso, non come diceva la gente far pagare i ricchi invece dei popoli – non solo predicarlo – non mettere fine alla guerra, non accontentarsi di frenarla un po’ da una parte ma incrementandola, dall’altra, in segreto e con metodi sicuramente illegali (vedi poco più avanti la citazione di Jefferson), riducendo drasticamente la spesa militare e con essa il ruolo di superpotenza ipergonfiata.

E’ questo, invece, che in quattro anni di governo Obama ha fatto… riciclando immediatamente il segretario al Tesoro dell’ultimo Bush come suo primo e finora perenne segretario al Tesoro e mettendo a capo dei suoi consiglieri economici quel Lawrence Summers che già al tempo di Clinton aveva scelto di intronizzare la supremazia dell’economia di carta, la finanza e la speculazione, su quella reale, investimenti, consumi, lavoro.

Malgrado questo tutti sanno che l’alternativa, Romney, è la scelta dell’inferno rispetto al purgatorio. Solo che tanti, ormai – noi, sinceramente, speriamo non troppi... non soprattutto i metalmeccanici che potrebbero dargli il margine di voti elettorali, 18, dell’Ohio che potrebbero alla fine della fiera  decidere – non ne vogliono più sentire e sapere: perché solo così credono che ormai, la prossima volta, alla promessa dello “yes we can!” per cui erano andati a votare magari anche al costo di quello che, forse, sperano – e, ribadiamo, speriamo – non sarà, forse, non un inferno ma un limbo quadriennale.

Un tanto peggio tanto meglio che, una volta subìto, forse alla fine costringerà il partito di Obama – ma se per questo anche le sinistre in Europa – la prossima volta a tener fede alle loro promesse… Quelle che Obama aveva fatto e non ha perseguito e, in Europa, hanno fatto tutti assai meno essendosi largamente arresi, finora senza combattere, alla vulgata del neo-liberismo e della sua convenzionale saggezza e appena cominciato – forse ora – a capire di non dover fare… forse .  

●Il terzo, e ultimo faccia a faccia televisivo lo vince a man bassa Obama. Romney si fa diverse volte addirittura ridicolizzare, come un ragazzino che a scuola fa le addizioni e sbaglia le somme. Uno scambio emblematico, perché estremamente rivelatore della sciocca sbadatezza dello sfidante e del disprezzo intellettuale, meritato, che nutre per lui il presidente, ha riguardato la potenza militare dell’America ieri e oggi.

A un certo punto, quando Romney ha lamentato che la Marina militare americana è oggi più piccola di quanto lo sia mai stata dal 1917 a oggi”, Obama gli si è buttato letteralmente addosso: ‘ma lei lo sa che oggi, nelle forze armate, abbiamo anche meno cavalli e meno baionette? Che, oggi, ci sono quelle cose chiamate portaerei, su cui atterrano anche gli aeroplani e che abbiamo quei battelli che vanno sott’acqua chiamati sottomarini nucleari? Insomma, lo sa che qui non stiamo giocando a battaglia navale dove a contare è il numero delle navi affondate?’ ” (New York Times, 2.10.2012, P. Baker e H. Cooper, Obama and Romney Bristle From Start Over Foreign Policy Sulla politica internazionale Obama e Romney si inalberano subito dall’inizio http://www.nytimes.com/2012/10/23/us/politics/obama-and-romney-meet-in-foreign-policy-debate.html?pagewanted=all&_r=0).

La verità, se volete anche un po’ tragica, è che chiunque dei due vincerà eredita un mondo che nessuno gli ha democraticamente affidato ma che di fatto lo è stato, pieno di sfide complesse dal Medioriente alla Russia, alla lontana Cina… Delle quali Mitt Romney non capisce proprio niente (come dice il NYTè confuso, incoerente e non ha un minimo di idee, di merito e di sostanza”  (New York Times, 22.10.2012, edit., The Final Debate L’ultimo dibattito http://www.nytimes.com/2012/10/23/opinion/the-final-presidential-debate.html?ref=global).

Anche stavolta ha ripetuto tale e quale – la sesta volta in un anno, senza che alcuno l’abbia mai obbligato a correggersi  una fre***ccia  che ha raccontato per la sesta volta quest’anno (che all’Iran la Siria serve perché è “il suo sbocco al mare”… quando i due paesi non hanno neanche confini comuni e l’Iran ha, ovviamente, il suo mare nel Golfo non a caso chiamato Persico, con una costa di 2.440 ai quali se ne aggiungono altri 740 sul Caspio che, è vero, però è un mare senza alcuno sbocco…

Ma anche il presidente sembra in realtà avere le idee assai confuse o, almeno, piene di buchi; neanche lui ha bacchettato l’ignoranza di Romney sui confini dell’Iran e anche lui riserva una totale disattenzione e speriamo anche una sottovalutazione ad esempio all’Europa, come occasione o, non fosse altro, anche solo come problema (ma non hanno mai accennato neanche dell’India e neanche del Messico e, in genere, del continente che sta lì sotto, ribollendo, attaccato dall’istmo di Panama al loro.

Lo fa notare in Italia qualcuno per quel che riguarda l’Europa, anche con qualche esasperazione e amarezza, che né Obama né Romney (che, tra tutti e due in un’ora e mezzo di dibattito dedicato solo alla politica internazionale hanno citato 32 volte il nome di Israele, ogni volta slinguandoci sopra e una trentina quello dell’Iran, ma sempre e solo per aborrirlo) non hanno mai menzionato questo nostro continente, la sua crisi e neanche il suo debito.

Colpa nostra va detto, però: perché non contiamo più un ca**o, proprio come non conta niente chi a uno dice sempre, a prescindere, sì e sissignore senza mai – mai! – dargli neanche a pensare una volta da tanti anni. Quando invece, potremmo ancora, forse, se fossimo mai capaci di decidere qualcosa da noi, tentare volendo di fare la differenza...

Ma dice bene chi osserva che “La politica estera Usa mai come oggi è un coacervo abbastanza incoerente di posizioni, nella maggior parte dei casi decise caso per caso. Della serie " siamo con Israele" ma non si può dire quanto, siamo amici della Cina ma davvero anche nemici, la democrazia in Medio Oriente è in migliori condizioni di prima ma non è chiaro come e perché non si interviene in Siria come in Libia - e, per inciso, in Libia esattamente cosa è successo? (Huffington Post Italia, 22.10.2012, L. Annunziata, Emerge un Ufo, chiamato Foreign Policy http://www.huffingtonpost.it).

E va anche detto che qui in America poi, e al dunque, la differenza tra destra e cosiddetta, diciamo, sinistra sulla politica estera più di tono, di stile, di conoscenze e di un minimo di know how e del senso di leadership che ognuno ha di sé piuttosto che di merito su moltissime delle singole politiche e delle cose da fare. “Il cuore dello scontro è stato su chi avrebbe alla fine perseguito con maggiore efficacia le stesse linee di politica estera assicurando il prevalere degli interessi economici americani e del ruolo prevalente”, al dunque, dell’America sempre e ovunque nel mondo (anche queste è la conclusione tra virgolette dell’articolo del NYT di Baker e Cooper che abbiamo appena sopra citato).

Insomma, sì, a questo ci siamo ridotti. Malgrado ciò, malgrado tutto, solo a sperare – e, per chi ci crede, a pregare – che alla fine oggi di fronte a questa scelta rieleggano Obama… Anche se, poi, andando bene a vedere, entrambi i candidati sono a favore di una pratica di politica internazionale da parte dell’America che prevede, consente e pratica

• le guerre preventive;

• gli attacchi aerei senza pilota su obiettivi che spesso sono anche civili;   

• poteri di sorveglianza a tappeto e sistematizzate campagne di intercettazioni telefoniche e di filtraggio delle comunicazioni di cui diventano titolari, senza alcun controllo di legittimità che non sia il loro, gli organi esecutivi di governo;

• ondate di sanzioni “paralizzanti” rivolte a popoli tutti interi – non come si diceva ai loro leaders – contro l’Iran, sulla Corea del Nord e su chiunque si decida di perseguire in nome dei propri reali interessi o dei propri presunti valori…; • e entrambi insistono che, contro l’Iran, nessuna opzione – neanche  quella di un bombardamento atomico preventivo – è esclusa…

Erano tutti e due favorevoli al regime change fatto con le bombe in Libia (salvo accorgersi adesso che le sue conseguenze sono state anche il caos e la guerra civile in Mali e che questo è diventato – il Mali… – un pericolo per l’America, non la crisi in Europa— ma che al momento, ancora, ad esempio, per nessuno dei due è opportuno mettere le mani direttamente nella palude siriana: anche perché nessuno dei due ha la minima idea su quel che poi – su chi poi – ad Assad potrebbe davvero succedere…

Entrambi i candidati sembrano poi giocare a fomentare la fantasia popolare degli americani che agli Stati Uniti spetti il compito ineludibile, il “destino manifesto” per loro scelto direttamente dall’Onnipotente, di spendere in armamenti più di ciascuna e di tutte le altre potenze e le altre debolezze del mondo messe insieme: quando tutti sanno, loro per primi, che di nessun destino ultraterraneamente deciso si tratta, ma di scelte e politiche spesso non poco irragionevoli e sempre imposte dalle ragioni del potere e di un impero che tale, però, rifiuta di riconoscersi.

Pure, già in sede della Convenzione che a cavallo della fine del XVIII secolo discuteva a Boston il testo della Costituzione dei neonati Stati Uniti d’America forse il più grande dei Padri fondatori argomentava, e annotavano gli stenografi, che – proprio perché americani che avevano fondato il loro stesso “essere” come paese sul rigetto dei poteri non controllati del re inglese – bisognava d’ora in poi guardarsi dal potere incontrollato di un presidente, qualsiasi presidente, presente o futuro: “Dunque, in questioni relative al potere, dobbiamo smettere di affidarci alla fiducia nella bontà dell’uomo ma invece impedirgli [bind him down letteralmente bloccarlo] con le catene che ci fornisce la Costituzione per impedirgli di combinare qualche furfanteria (Dibattito all’Assemblea Costituente, Verbali, cap.8, doc. 41, 10.11.1798, 17:379--80, 385—91, intervento di Thomas Jefferson, http://press-pubs. uchicago.edu/founders/documents/v1ch8s41.html).

Del resto, qui, in tema di politica estera, è così ormai da molti anni, da sempre – diciamo pure – nell’epoca imperiale in cui gli Stati Uniti sono andati scivolando, di rado ma talvolta anche con quale riluttanza, dall’inizio del secolo scorso.

E’ stato proprio il superdemocratico Franklin Delano Roosevelt – uno dei più grandi presidenti americani e davvero il più di sinistra, il più democratico – a dire in maniera assolutamente icastica della mentalità imperante degli americani, ormai da settant’anni e più, che certo – e parlava sapendo perfettamente di chi andava trattando parlava del peggiore dittatore, il più nefando dittatore del Sud America le cui mani grondavano letteralmente di sangue – che sì, lui sarà pure “a son of a bitch but… he is our son of a bitch”— Sì, lo so bene che è un figlio di put**ana, ma è un nostro figlio di put**na (uno che, insomma, ci serve a curar i nostri interessi, in modo sporco e per sporchi che siano…

      [Lo attribuisce a FDR, un famosissimo cronista americano, ricordando di averglielo sentito dire ai suoi, più di un decennio prima, ma parlando stavolta di una visita ad limina del duce del Nicaragua, Anastasio Somoza, a Truman, alla Casa Bianca (Washington Post, 30.4.1952, Drew Pearson, President Somoza to visit here In visita qui [a Washington] il presidente Somoza ▬ [non è più possibile senza pagare fior di quattrini accedere all’archivio del WP; ma un altro sito su cui abbiamo reperito un link utile a documentare l’articolo, di cui comunque abbiamo riferito l’intestazione completa, in http://derstandard.at/1313025238194/Ansichtssache-Exil-Haft-Tod---Machthaber-am-Ende]).

E molto più di recente – ma carico dello stesso arrogante, sprezzante e ributtante cinismo della cultura americana imperial-dominante e senza neanche l’autocoscienza di quanto siano da figli di put**na che almeno Roosevelt aveva tali comportamenti – c’è la risposta della democratica ex segretaria di Stato del presidente Clinton, Madeleine Albright, e allora ambasciatrice USA all’ONU  a una domanda sulle sanzioni contro l’Iraq di Saddam che, perfino un tantino inorridito, le chiedeva: “ma abbiamo sentito dire che le sanzioni hanno fatto morire [negando loro con le sanzioni l’accesso alle medicine importate] mezzo milione di bambini. Voglio dire, più bambini di quanti ne sono morti a Hiroshima. E, allora, domando: ma  ne è valsa la pena?”.

E quella risponde: “Io sono convinta che sia stata una scelta dura, sicuramente; ma sì, il prezzo - - credo che ne sia certamente valsa la pena (Sentitela, e guardatela, dirlo direttamente: CBS Tv, 60 minutes, 12.5.1996, video ▬ http://www.youtube. com/watch?v=_Ftnw7YlDwQ)...

E’ vero. Speriamo che vinca Obama… alla fine. Questi repubblicani, fomentati, istigati e in modo orripilante anche ispirati dal fondamentalismo evangelico di base del cosiddetto tea party, vanno candidando, su una piattaforma di politica interna, economica e come dicono qui sociale specie per il Senato decine di personaggi che si ritrovano a condividere come base e proposta politica la stupidità sotto vuoto spinto dei loro discorsi.

Tipico: Richard Mourdock che, nelle primarie dell’Indiana del vecchio grande partito (il Grand Old Party di Lincoln e di Eisenhower, non certo quello di Bush), ha fatto fuori su queste basi i concorrenti diciamo più moderati, cioè in realtà i più sensati e meno radicalmente fanatici che questa piattaforma estremista non l’accettavano. Va sostenendo, sempre e dovunque a voce stentorea nei suoi messaggi, che se capita alle donne di essere stuprate – e capita, lo riconosce perfino lui – non è perché trovano sulla loro strada predatori e brutali esemplari di maschi, ma perché, essendo successo, lo ha voluto Dio!… o, almeno, di certo “ha lasciato Lui che accadesse (New York Times, 27.10.2012, N. D. Kristof, Want a real reason to be outraged? Ma sapete qual è la ragione per arrabbiarsi davvero? http://www.nytimes.com/2012/10/28/opinion/sunday/kristof-Outrageous-Policies-Toward-Rape-Victims.html?ref =global-home).  

Il tutto – ovviamente – per dire e far passare il messaggio che, neanche in casi simili, di aborto è lecito parlare. Si capisce, anche per questo verso, no?, perché poi bisogna – davvero malgrado tutto – sperare che i repubblicani vengano – tutti – sconfitti. Ma, poi, certo…

●Intanto, ed è notizia di una qualche importanza, il PIL riprende a crescere  al tasso del 2% nel terzo trimestre, dall’1,3 del precedente, secondo i dati comunicati dal dipartimento del Commercio a fine ottobre, anche un  po’ oltre le aspettative, con un accenno di ripresa non più irrilevante nell’edilizia e nella spesa militare (New York Times, 26.10.2012, N. D. Schwartz, U.S. Economy Grew at 2% Rate in 3rd Quarter L’economia cresce al tasso del 2% nel 3° trimestre http://www.nytimes.com/2012/ 10/27/business/ economy/us-economy-grew-at-2-rate-in-3rd-quarter.html?_r=0).

Restano previsioni, però, di un nuovo rallentamento nell’ultimo trimestre dell’anno (in questo terzo trimestre l’export è calato dell’1,6%, mentre nel secondo era aumentato di un buon 5,3%; e calano anche ritmo e quantità degli investimenti mentre si manifesta una ancor maggiore cautela dei consumi specie al dettaglio)… 

●Il rial, la valuta dell’Iran, dicono i cambiavalute agli angoli delle strade del Medioriente (e a Beirut, soprattutto, dove sono da sempre i più informati e affidabili) avrebbe perso il 25% del suo valore negli scambi a inizio ottobre: da 24.600 a 34.200 per dollaro; ed è l’ennesima indicazione che le sanzioni imposte dagli USA e dal resto dell’occidente sull’economia iraniana stanno avendo un effetto pesante. Poi, dopo un’altra vertiginosa calata fino addirittura al 40% in quindici giorni, intorno a Manoucheri Street, il quartiere dei cambiavalute fino ad ora illegali ma tollerati, cominciano le retate dei borsari neri del cambio e delle valute. E ci vuole il gas lacrimogeno per bloccare dimostrazioni popolari contro il caro prezzi.

Le sanzioni, contrariamente a quel che le chiamavano gli americani quando sei anni fa cominciarono ad imporle, prima agli europei e poi all’Iran, non restarono a lungo “intelligenti”, mirate a colpire solo gli ayatollah e i loro seguaci prossimi. Ormai, e da alcuni anni, colpiscono direttamente il popolo iraniano, schiacciandone le condizioni e la vita. Da un anno a questa parte il rial si è svalutato a causa dell’effetto delle sanzioni di quasi l’80% e, malgrado costosi sussidi elargiti dal Tesoro per aiutare i meno abbienti, i prezzi di fondamentali derrate di consumo come latte, pane, riso, yogurt e verdure fresche sono schizzati alle stelle. Il pollame si è fatto scarso e quando ne arriva dalla campagna in città qualche po’, bisogna mobilitare la polizia prima che vada tutto ala borsa nera.

Il governo di Ahmadinejad – che mai forse è stato veramente amato se non nei primi mesi del suo mandato – in questo le sanzioni hanno davvero avuto successo – è forse arrivato agli estremi. Ma – è qui che bisogna fare attenzione – la sua fine ormai prossima comunque (non si può ricandidare) – non significa affatto la fine del regime.

A chi non usa trasformare i propri desideri in fatti – come vanno invece facendo automaticamente quasi diverse fonti prossime al governo israeliano parlando di prodromi di sfasciamento del regime – bisognerebbe far obbligo anche di prender atto che il regime degli ayatollah, malgrado il peso della crisi economica, non ha mollato di un centimetro dalle loro posizioni relative al diritto dell’Iran uguale a quello di ogni altro paese a dotarsi di energia nucleare. E il leader supremo, il Guardiano della rivoluzione, il vero capo del regime, l’ayatollah Khamenei, che nessuno ha eletto ma venne scelto da Khomeini e approvato poi dall’assemblea di tutti gli ayatollah e, come ormai si è visto dal popolo, non molla sul nucleare.

Per arrivarci, infatti, bisognerebbe rovesciare non tanto il governo, quanto proprio il regime ayatollahico: e, francamente non se ne vede segno…, specie proprio sotto il martellante attacco dall’estero che fa sentire il suo peso schiacciante ma acuisce anche risentimento e odio tra la gente, nel popolo, verso gli aggressori esterni: la minaccia un giorno sì e l’altro pure delle armi e anche delle armi atomiche di Israele…, la punizione scatenata dagli USA contro tutto il popolo dell’Iran …, lo sdraiarsi passivamente dietro a USA e Israele di tutto l’Occidente (Yahoo!Finance, 1.10.2012, (A. P.) Nasser Karimi, Iran's currency falls 16 percent in single day La valuta iraniana perde il 16% in un giorno ▬  http://finance.yahoo.com/news/irans-currency-falls-16-percent-194229815.html).

Insomma, proprio il meccanismo di sanzioni così occhiute ed odiose insieme alla cappa plumbea di minacce di un attacco preventivo che aleggia sul paese, finisce concretamente, però, in modo del tutto controproducente per USA e occidente, col rafforzare il regime. Lo stesso segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon,  è arrivato, in una lettera riservata ai membri del CdS, ad ammonire che le sanzioni ostacolano perfino l’accesso alle medicine necessarie prodotte in occidente per la cura del cancro e della sclerosi multipla e i malati di talassemia e anche chi ha bisogno della dialisi ha difficoltà ormai a farvi ricorso (Guardian, 17.10.2012, Saeed Kamali Dehghan,  Iran sanctions ‘putting millions of lives at risk’ Le sanzioni all’ Iran mettono a rischio ‘milioni di vite’ http://www.guardian.co.uk/world/2012/oct/17/iran-sanctions-lives-at-risk).

Del resto, ormai, si vanno accumulando studi serissimi che attestano come dal 1914 al 1990, le sanzioni economiche abbiano avuto qualche misura di successo (definito come il raggiungimento dell’obiettivo politico prefissato da chi le imponeva) solo in una quarantina di casi (Peterson Institute for International Economics, Special paper, 5.2008, G. Clyde Hufbauer, J. J. Schott , Kimberly Ann Elliott e B. Oegg, 1998 Peterson Inst. ed, Economic Sanctions Reconsidered Riconsiderando le sanzioni economiche ▬ http://www.forum. rkba.iie.com/publications/briefs/sanctions4075.pdf).

E uno studio, sempre americano e forse ancora più approfondito, del prof. Robert Pape, consigliere e direttore di studi per il Pentagono e anche per la CIA in diverse occasioni, ha spiegato come “aspettarsi magari per il futuro, rispetto a questi studi sui decenni passati, una maggiore incidenza sia del tutto illusorio: non esistono possibilità effettive che la prospettiva di una punizione economica possa scavalcare l’impegno di un paese a raggiungere i suoi obiettivi politici più importanti”. Spesso si verifica invece il contrario – attesta e documenta questo studio (Stanford University, R. A. Pape, autunno 1997, vol. 22, no.2., Why Economic Sanctions Do Not Work Perché le sanzioni economiche non funzionano http://www.stanford.edu/class/ips216/Readings/pape_97%20(jstor).pdf).

E’ proprio l’esasperazione nazionalistica così stimolata che spesso rende Stati e società disposti a sopportare anche carichi pesanti di sanzioni piuttosto che abbandonare ciò che è considerato come interesse importante della nazione”.

Già… magari anche sbagliando. O forse no…

Come tra parentesi ora, sul merito della bomba iraniana che tutti a Teheran giurano di non perseguire per niente – ma di quello che Teheran giura, è noto che comunque, pochi si fidano – rileva, con meraviglia, sul WP un osservatore di regola attento, citando specificamente un passaggio dell’intervento che il presidente iraniano Ahmadinejad ha fatto dalla tribuna dell’Assemblea generale dell’ONU quando, “molto razionalmente”, ha fatto rilevare quello che poi, solo a rifletterci appena, sembra addirittura ovvio a qualsiasi persona – iraniano, israeliano, italiano, americano che sia – risulti minimamente capace di ragionare:

Immaginiamo pure – si è chiesto ma soprattutto poi ha chiesto all’Assemblea  che stavolta era piena – che un’arma atomica, un’arma nucleare, poi noi la possediamo. Bè, cosa ci possiamo mai fare? C’è qualcuno con un minimo di intelligenza che sfiderebbe un arsenale di 5.000 bombe americane con una sola bomba?(citazione riportata in New York Times, 2.10.2012, R. Cohen, Muffling the drums of war with Iran Mettendo la sordina ai tamburi di guerra contro l’Iran ▬  http://www.washingtonpost.com/opinions/richard-cohen-muffling-the-drums-of-war-with-iran/2012/10/01/06a3b020-0bf0-11e2-bb5e-492c0d30bff6_story.html? hpid=z3).

Utile sarebbe comunque, stavolta leggersi il testo integrale dell’intervento di Ahmadinejad (nel link qui in italiano: (http://www.informarexresistere.fr/2012/09/28/il-discorso-di-ahmadinejad-allonu/#axzz28 Jy INPtI)): che, alla lettera, appare di grande interesse anche a chi si sorprende di meno – e, certo senza che nessuno possa giurare sulla veridicità di quel che questo politico, come tutti gli altri poi, dica – sicuramente per la ragionevolezza delle sue parole sembrando, effettivamente, a noi sembra onesto riconoscerlo, anche molto molto credibile.

In America sono in realtà, poi, i più falchi tra i politici guerrafondai, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, a dire quella che, con ogni probabilità, poi è la verità: “gli obiettivi iraniani in materia in realtà sono due: il primo è la sopravvivenza del loro regime, dove la maniera migliore di garantirlo è secondo loro quella di avere una bomba atomica perché se uno ha un’arma atomica nessuno lo attacca”.

E il secondo obiettivo è quello di acquisireinfluenza” perché anche con una sola bomba alle spalle “la gente ti sta ad ascoltare(questo, come altre analoghe dichiarazioni statunitensi di stampo reazionario ma realistico – il fatto che non gli va giù é che questi non ci stanno a farsi intimidire e pretendono di reagire in termini almeno potenziali di deterrenza – citato da Guardian, 2.10.2012, Glenn Greenwald, The true reason US fears Iranian nukes: they can deter US attacks Le ragioni reali per cui gli USA temono la bomba iraniana: perché possono costituire una deterrenza contro gli attacchi degli USA http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/oct/02/iran-nukes-deterrence).

●In ogni caso, verso metà ottobre, un portavoce del ministero degli Esteri di Teheran dice che l’Iran è pronto a negoziare una limitazione dell’arricchimento del suo uranio al 20%: sempre che gli venga garantito che i suoi reattori di ricerca riceveranno il combustibile loro necessario. L’Iran, infatti, si aspetta ed esige per darne formale assicurazione a chi esprime timore delle finalità belliche del suo programma esige analoga flessibilità dai suoi interlocutori, compreso il riconoscimento non solo a parole del suo diritto ad arricchirsi l’uranio in base al Trattato di non proliferazione, di cui “al contrario di tanti impropri censori” il paese, l’Iran, è firmatario leale

      (Haaretz/Tel Aviv, 12.10.2012, Iran offers to halt 20 percent enrichment if given fuel for research reactor L’Iran offre di fermare [non di cancellare per sempre] l’arricchimento del suo uranio al 20% se gliene viene fornito il necessario per il suo reattore di ricerca http://www.haaretz.com/news/middle-east/iran-offers-to-halt-20-percent-enrichment-if-given-fuel-for-rese arch-reactor-1.469758).

Anche Israele, in effetti, adesso arriva a attestare, col vice premier e ministro della Difesa – uno dei superfalchi del governo, l’ex premier laburista e oggi sottopancia di Netanyahu, Ehud Barak, che in effetti l’Iran ha già tolto di mezzo – così dice lui, almeno – quasi il 40% del totale del suo uranio arricchito al 20 dal 4% del minerale in natura (quando poi la gradazione minima di arricchimento per uso militare deve essere almeno intorno al 90%: cfr., per esempio, in World Nuclear News, agg. al 18.7.2012, Military warheads as a source of nuclear fuel Le ogive militari come fonte di combustibile nucleare http://www.world-nuclear.org/info/inf13.html) convertendolo in barre di uranio a gradazione vicina a quella originale e, di fatto, così allontanandolo ancora di più dalla gradazione necessaria a farsi una bomba   

Barak, a leggere l’intervista (The Telegraph/Londra, 31.10.2012, D. Blair, Israel says Iran has pulled back from the brink of nuclear weapon - for now Israele ora sostiene che l’Iran si è tirato indietro - per ora - proprio  sulla soglia del farsi la propria bomba http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/iran/9643647/Israel-says-Iran-has-pulled-back-from-the-brink-of-nuclear-weapon-for-now.html), sembra quasi rimpiangere il ripensamento o, quella che chiama la “frenata” di Teheran.

Ma tant’é… proprio secondo lui – che si sente come obbligato a dirlo: perché sarebbe peggio per l’opinione pubblica israeliana se a sgonfiarne i bollori bellici fossero stati altri, specie gli americani – bisognerà presto “confrontarsi”, cioè scontrarsi di nuovo, con l’Iran… Insomma, tra il rassegnato ad essere stato battuto sul tempo, all’ “inc*z*ato” per essere stato fregato, a uno che pensa a, e vuole, prendersi presto la rivincita.

Infatti, forse, né l’offerta formale né il taglio reale, concreto e unilaterale servirà a niente: lo stesso giorno, il 12 ottobre, a livello di uffici dell’Unione, non ancora ai livelli decisionali però, hanno approvato un allargamento delle sanzioni contro l’Iran (This Day, 13.12.2012, EU moves closer to new Iran sanctions L’UE vicina a varare nuove sanzioni contro l’Iran http://www.thisdaylive.com/articles/eu-moves-closer-to-new-iran-sanctions/127543).

Che intanto, però, comincia a reagire… Nota, e fa notare con fonti affidabili (la CIA, il Pentagono) il NYT (New York Times, 23.10.2012, N. Perlroth, In Cyberattack on Saudi Firm, U.S. Sees Iran Firing Back Con un attacco cibernetico a un’impresa saudita [l’ArAmCo Oil company, la compagnia petrolifera americano-saudita, vero gigante del mercato mondiale integrato del petrolio] ▬ http://www.nytimes.com/2012/10/24/business/global/cyberattack-on-saudi-oil-firm-disquiets-us.html?ref=global-home) che, essendo riusciti a stoppare una serie di omicidi mirati a quattro o cinque dei suoi scienziati e fisici nucleari con uno o due attentati a diplomatici israeliani all’estero, adesso i servizi segreti iraniani hanno convinto almeno “gli americani che il virus cibernetico rilasciato contro uno dei giganti petroliferi sia stato precisamente la volèe di ritorno in un conflitto che Stati Uniti e Israele avevano lanciato per primi con un software che aveva messo sotto mira le centrifughe iraniane di arricchimento dell’uranio”. Insomma, è cominciata così, probabilmente, la terza guerra mondiale nella versione soft, cibernetica, che distrugge, per ora, ricchezza risparmiando persone. Per ora...

● Bombe atomiche buone contro bombe atomiche cattive… (vignetta)

 

In realtà è più semplice di quel che sembra… finché nessuno dei prestigiatori cattivi ne acchiappa una…

Fonte: K. Bendib, 14.10.2012

 

●Il presidente del Consiglio dei ministri di Israele, Benjamin Netanyahu, che non riusciva a ottenere dalla sua coalizione, del resto ormai numericamente appena maggioritaria, l’approvazione del bilancio ha indetto le elezioni anticipate circa otto mesi prima del dovuto, il 22 gennaio 2013. Gode di una forte approvazione personale, per il fatto che essere e mostrarsi il primo guerrafondaio intransigente, almeno a parole (peraltro credibili), in un paese che si sente assediato malgrado la sua potenza militare schiacciante su ogni vicino (tra l’altro quasi 200 bombe nucleari) paga sempre.

E allora preferisce andare alle elezioni quando la situazione lo premia ancora anche, e soprattutto, per l’infingardia e la viltà di un’opposizione che a livello istituzionale – qui come in tanta parte del mondo – non fa il suo mestiere di proporre e battersi per un’alternativa vera (Haaretz, 9.10.2012, A. Harel, Nuclear Iran will star in Netanyahu's bid for re-election, not Israel's economy II fulcro della  ri-elezione per Netanyahu sarà il nucleare dell’Iran e no l’economia di Israele http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/nuclear-iran-will-star-in-netanyahu-s-bid-for-re-election-not-israel-s-economy.premium-1.468972).

Di fatto, oggi, gli israeliani, secondo l’ultimo autorevolissimo sondaggio tenuto da loro e a casa loro di sé dicono, con un razionale apprezzamento politico e sinceramente, che sì, nei confronti dei palestinesi sono razzisti e sì, sono favorevoli a politiche concrete di apartheid. Titola il più responsabile, coscienzioso e riflessivo dei quotidiani (in lingua anche inglese) di questo paese, che di questo sondaggio rende conto pieno e preoccupato e con qualche orrore – grazie a Dio o a Jahvè, se volete – che si tratta proprio di (Apartheid, senza vergogna o colpa alcuna: sondaggio sul razzismo israeliano-il 58% degli ebrei israeliani etichettano il loro paese come uno Stato dell’apartheid

      1)Haaretz, 23.10.2012, Gideon Levy, Apartheid without shame or guilt: Survey of Israeli Racism-58% of Jews Label Their State ‘Apartheid’ http://www.haaretz.com/news/national/apartheid-without-shame-or-guilt.premium-1.471650; 2) Sintesi, in inglese, del testo e della metodologia della ricerca del Centro di sondaggi israeliano Dialog, 9.2012 ▬ http://www.richardsilverstein.com/wp-content/uploads/2012/10/Poll-on-Apartheid-in-Jewish-Population.doc).

Quando anni fa la stessa cosa la constatò, con enorme preoccupazione e allarme, l’ex presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, in Israele e in America molti dissero che, naturalmente, lo faceva perché era un antisionista (su J. Carter, traduzione e sintesi dei contenuti del suo Peace not apartheid, Simon & Schuster, 2006, cfr. www.amazon.com/Palestine-Peace-Apartheid-Jimmy-Carter/dp/0743285026); vedi anche per la sintesi in italiano dei principali rilievi di Carter, Eguaglianza&Libertà, 15.2.2007, a cura di A. Gennari, J. Carter, Cosa serve per la pace in Palestina ▬  http://www.eguaglianzaeliberta.it/stampaArticolo.asp?id=770).

D’altra parte, meglio andare adesso al voto dopo che, per mesi e mesi si è battuto a vuoto sul tamburo della guerra all’Iran senza farla, avendo tracciato una dopo l’altra, cioè tutte fatue, le sue tante linee rosse “invalicabili” per, e tutte valicate da, Teheran… e trovandosi poi obbligati a rimangiarsi il tutto, di fatto e senza mai confessarlo, dalla rivolta chiara, palese, evidente e pubblicizzata (in certe cose, non in tutto certo – come s’è appena visto – Israele è davvero una democrazia) dell’apparato militare e di quello di sicurezza contro l’ipotesi di mettersi a fare la guerra all’Iran…

Il fatto è che a Tel Aviv servizi segreti e Forze armate, all’unisono ma non certo su base etica – non si può e non si deve attaccare un altro paese preventivamente – ma solo in base a un puro semplice e freddo calcolo costi/benefici, secondo loro poco soddisfacente e troppo rischioso, si sono opposti ad attaccare militarmente l’Iran nel prossimo, immediato, futuro (New York Times, 12.10.2012, G. T Allison Jr. e Shai Feldman, Why Netanyahu Backed Down Perché Netanyahu ha fatto marcia indietro http://www.nytimes. com/2012/10/13/opinion/why-netanyahu-retreated-on-attacking-iran-soon.html?pagewanted=all).

Che però, per dirla con gli americani, resta sempre un’opzione “disponibile” sul tavolo delle possibili scelte. Sono contrari, soprattutto e non tanto, però – non sia mai detto – all’attacco preventivo, cioè proditorio e non provocato, all’Iran ma a un attacco che decida da sola Israele  – ma, con questa posizione alle spalle di tanto in tanto buttano lì notizie e sussurri per tenere alto l’allarme a Teheran. Una mossa comunque, di per sé, molto rischiosa.

Così, adesso, il governo britannico ha dovuto (o voluto?) ripetere e far sapere  che non considera “al momento” opportuna un’azione militare contro l’Iran  e che, quindi, Londra non acconsente, ora, a mettere a disposizione degli Stati Uniti, come da loro richiesta, le basi aeree all’estero che gli americani in questi casi, per l’attacco all’Iraq come per quello all’Afganistan, hanno sempre liberamente avuto a disposizione per i B-52 e i B-1 e i B-2: i loro bombardieri strategici a lungo raggio. Specie le basi sull’isola di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, su quella di Ascension nell’Atlantico e ad Akrotiri che il Regno Unito, per riconoscere a Cipro l’indipendenza, si tenne nel 1960…

A dire tutta la verità, stavolta con un coraggio che assolutamente non ha precedenti – se non forse il no di Craxi a Reagan a Sigonella: ma parliamo di ventisette anni or sono, ottobre 1985: anche se lì gli americani avevano cercato l’azione di forza senza chiedere alcun permesso a nessuno – Downing  Street ha fatto sapere che il governo di Sua maestà esprime “gravi riserve” (non dice di no… ma intanto fa sapere delle riserve che ha…) sull’autorizzare la disponibilità delle basi agli americani. Il Procuratore generale ha comunicato al governo che “fornire assistenza a forze che si impegnerebbero in un attacco preventivo a un paese terzo costituirebbe una seria violazione del diritto internazionale” anche perché, specifica, l’eventuale e sempre negata minaccia iraniana non costituisce al momento “un pericolo reale e presente”.

Gli USA hanno subito precisato di non aver ancora presentato “formalmente” alcuna richiesta, ma la signora Clinton ha anche, subito, nel corso di un dibattito elettorale mostrato il nervosismo di un’America non avvezza a sentirsi dire un no così netto e, soprattutto, così ben motivato. Anche se quell’ambiguo “per ora…, al momento…” chiarisce che non si tratta neanche qui di un’obiezione davvero di principio ma solo di opportunità, per non dire proprio di opportunismo. Per questo, prima di dire bravi e bene, bisogna vedere se questa posizione poi, al dunque, regge (Guardian, 26.10.2012, P. Wintour e N. Hopkins, Iran military action not ‘right course at this time’ Downing Street: l’attacco militare all’Iran  ‘al momento non è la scelta giusta’ http://www.guardian.co.uk/world/2012/oct/26/iran-military-action). uesto momento

Bibi Netanyahu: sempre più all’angolo (?)  (vignetta)

A forza di tracciare linee rosse, una dopo l’altra…  e succede così…

 

Fonte: 27.9.2012, K. Bendib

E, poi, e soprattutto, anche il governo americano ha fatto, discretamente ma pure pubblicamente, sapere di non essere favorevole a un attacco unilaterale (cioè non congiunto, israelo-americano, ma solo israeliano) all’Iran non perché certe cose non si fanno – va da sé, no? – ma perché non considera la misura “ancora necessaria” e neanche prudente.

●E darà qualcosa da pensare, o no? o è considerato normale, l’anomalo e quasi incestuoso rapporto (non ci viene in mente altro termine, vogliate scusarci) che si è stabilito ormai tra i due paesi dove non si capisce più se sia il cane che dimena la coda o se magari sia, come dicono in America, la coda a far dimenare il cane

Viene fuori che un sondaggio accurato condotto dall’Istituto Truman dell’Università ebraica di Gerusalemme e dal Centro palestinese di ricerche politiche lo scorso settembre ha rilevato che il 77% degli israeliani è contrario a un attacco all’Iran sferrato – sempre preventivamente e sempre, per definizione, a tradimento – condotto  senza l’approvazione degli americani mentre, col consenso americano, il 71% sarebbe favorevole…

      (1) The Hebrew University of Jerusalem, 26.9.2012, About 80% of Palestinians and Israelis think an Israeli strike against Iranian nuclear facilities would lead to a major regional war— Circa l’80% dei palestinesi e degli israeliani pensano che un attacco israeliano contro le installazioni nucleari iraniane porterebbe a una vasta guerra a scala regionale [titolo che non  

mette in evidenza per niente, però, l’altra rilevante scoperta, ancora più importante. Quella sul numero dei favorevoli… se] http://www.huji.ac.il/cgi-bin/dovrut/dovrut_search_eng.pl?mesge134868538105872560; e 2) Palestinian Center for Policy and Survey Research, con identico titolo e l’aggiunta che However a majority of Israelis do not believe that Israel will strike and the climate of opinion is against it— In ogni caso, una maggioranza di israeliani sono convinti che Israele non attaccherà e che il clima attuale dell’opinione pubblica è contrario http://www.pcpsr.org/survey/polls/2012/p45ejoint.html).

●Il Qatar non lo ha detto, ma il suo ambasciatore a Washington, Mohammed al-Amadi – facendo anche non proprio discretamente pesare verso la Casa Bianca i meriti acquisiti finanziando e armando, anche per conto e su sua richiesta, la rivolta in Siria – ha chiesto agli Stati Uniti un intervento politico-diplomatico convincente, anche se questo necessariamente discreto, sul governo di Israele perché non si metta di traverso sull’iniziativa che vuole intraprendere per investire a Gaza – che, certo, è governata da Hamas ma della cui “serietà” si farebbe esso stesso in qualche modo garante – 254 milioni di $ per ricostruirla e modernizzarla.

Secondo al-Amadi, la cooperazione dell’Egitto per far entrare a Gaza materiali e macchinario da costruzione è acquisita. Bisogna adesso avere, per la parte che la riguarda, almeno l’acquiescenza di Israele (Haaretz, 16.10.2010, Qatar funds major project to rebuild Gaza Il Qatar finanzia un piano di grande rilievo per ricostruire Gaza http://www.haaretz.com/news/middle-east/qatar-funds-major-project-to-rebuild-gaza-1.470405).

E neanche una settimana dopo, passando dal confine egiziano, l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani visita Gaza in forma ufficiale— da capo di Stato, il primo arabo e il primo in assoluto da quando nella striscia Hamas vinse contro il partito dell’ANP, Fatah, le elezioni del 2006 e con esse, legittimamente, democraticamente come diciamo noi, con le elezioni, anche se poi boicottata da tutti, il controllo del territorio.

Reagisce piuttosto male, con qualche risentimento piuttosto meschino e impotente l’ANP, soprattutto quando il capo di Hamas, Ismail Hanyeh, gli dà atto con riconoscenza a nome di tutti gli abitanti di Gaza di aver tolto l’embargo politico-diplomatico che asserragliava la striscia e per avergli annunciato di portare l’impegno di investimento dell’emirato a Gaza a 400 milioni di $ (1) Stratfor, Global Intelligence, 23.10.2012, Qatar’s Push for Influence Extends to Gaza Il Qatar continua ad allargare la sua influenza estendendola a Gaza http://www.stratfor.com/analysis/qatars-push-influence-expands-gaza; 2) Ma’an News Agency, 24.10.2012, Haniyeh: Qatar visit breaks Gaza siege— Hanyeh: la visita dell’[emiro del] Qatar infrange l’assedio di Gaza ▬ http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=531538).

Naturalmente bisogna anche tenere conto del fatto che al-Thani è un alleato dei sauditi contro l’Iran e la sua influenza ma che da loro è anche molto diverso, diciamo meno fondamentalista e più aperto, e che Riyād lo vede come un pericoloso modello di commistione quasi-occidentalista con l’islamismo. Il Qatar sta negoziando l’acquisizione di quote di rilievo, anche maggioritarie, in sette banche di investimento europee in sofferenza e di aumentare il portafoglio di investimenti che ha già in Lussemburgo per diversificarli meglio e cercare di vederli generare, dicono, maggiori profitti.

Il Qatar va insieme acquisendo quote importanti anche nella proprietà di numerosi e forti club di football europei e, naturalmente, è il proprietario di Al Jazeera: di regola misurato e obiettivo, diciamo all’occidentale, nel parlare del mondo (tutto sommato, per essere arabo, anche di Israele) con l’eccezione dei paesi e dei regimi che nel mondo arabo e islamico stanno sul gozzo all’emiro – la Siria di oggi, la Libia di ieri, l’Iran di sempre – contro i quali ogni arma è legittimata (Al Arabiya News, 24.10.2012, Ikram al-Yacoub, Qatar considers buying major stakes in 7 European banks— Il Qatar considera la possibilità di acquistare forti partecipazioni in 7 banche europee http://english.alarabiya.net/articles/ 2012/10/24/245681.html).

Dunque, il suo tentativo è insieme anche quello di scavalcare prudentemente da sinistra i sauditi, dando una mano intelligente e concreta, a Hamas a staccarsi di più proprio dall’Iran che finora è stato, in pratica, l’unico sostegno materiale che ha avuto. E, allo stesso tempo, però, sta anche molto innervosendo l’ANP, sempre più condannato dalla sua infingardia di iniziativa e politica a una competizione dura proprio con Hamas.

●A fine settembre, il governo dell’Iraq ha ufficializzato che il mese è stato il più letale, 365 morti, per la popolazione civile, soprattutto a causa – afferma – degli attentati di estremisti sunniti contro il governo, a dominanza assoluta sciita ormai, di Nuri al-Maliki (al-Aqhbar, 1.10.2012, Iraq attacks leave 365 dead in September, two-year highGli attentati in Iraq lasciano 365 morti a settembre, il massimo da due anni http://english.al-akhbar.com/node/12734).

Anche il suo governo sembra, in ogni caso, cercare di barcamenarsi tra USA, da cui sta prendendo le distanze dopo il ritiro delle truppe, e Russia, con la quale vorrebbe tornare ad avvicinarsi dopo anni di distacco forzato dai tempi di Saddam. Si incontrano il premier russo, Dmitrij Medvedev, e quello iracheno Nuri al-Maliki e annunciano di aver concordato una serie di contratti con cui l’Iraq acquisterà 4,2 miliardi di $ di armamenti russi negoziati in una serie di incontri tenuti a Mosca negli ultimi tre mesi.

Quando il regime di Saddam venne abbattuto dagli americani nel 2003, il suo regime era in debito elevato coi russi proprio per anni di fornitura di armamenti. La gran parte di quei debiti vennero, poi, cancellati dai russi accogliendo l’invito di qualche anno fa delle Nazioni Unite. In ogni caso, è evidente che i russi stanno cercando di ritrovare qualche presa in quella che sembrava essere ormai una riserva di caccia americana ormai, però ormai, neanche nascostamente “ribelle” (Shafaq News/Bagdad, 9.10.2012, Russian government reveals Medvedev and al-Maliki’s meeting files Il governo russo rende noti gli accordi concordati tra Medvedev e al-Maliki http://www.shafaaq.com/en/news/3755-russian-government-reveals-medvedev-and-al-malikis-meeting-files.html).

Il deputato iracheno Abbas al-Bayati, molto vicino ad al-Maliki dopo un ulteriore incontro del premier col presidente russo Vladimir Putin, su mandato suo esplicito – con lui che, però, evita accuratamente di farlo di persona – si affretta a questo punto non a smentire la notizia ma, in qualche modo, a ridimensionarla chiarendo che, in ogni caso, i contratti coi russi, che servono a una qualche diversificazione del mercato dei fornitori (certo non proprio ben accolta dagli americani), comunque non prevede l’acquisto di aerei da caccia russi né cancella l’alleanza strategica di Bagdad con Washington

Mosca conferma questa interpretazione e ambienti del Cremlino, in modo del tutto ufficioso, chiariscono che, volendo, si può anche interpretare la mossa come il perseguimento di una linea più equilibrata, cauta, meno aggressiva e affrettata nel cercare posizioni molto decise di rinascita del proprio vecchio potere assestandosi piuttosto, ora, alla conservazione e al consolidamento nel lungo termine più che all’espansione del potere russo (President of Russia/Kremlin, 10.10.2012, Meeting (minutes) with Prime Minister of Iraq Nouri al-Maliki Incontro col primo ministro dell’Iraq, Nouri al-Maliki (verbale) ▬ http://eng. kremlin.ru/news/4503).

Ma quanto ad estendere il proprio potere economico e commerciale il discorso sembrerebbe diverso. Il governo iracheno sta infatti considerando di sostituire la Exxon Mobil, gigante american/multinazionale del petrolio che se ne vorrebbe andare avendo ridimensionato e di molto i margini di profittabilità che vi aveva intravvisto, con le aziende russe LUKoil e Gazprom Neft nella conduzione dell’esplorazione ai suoi giacimenti di West Qurna-1, come dice adesso un rapporto che cita anche fonti dell’industria petrolifera (Peak Oil News, 18.10.2012, Exxon seeks to quit flagship Iraq oil project La Exxon cerca di abbandonare il suo progetto di punta di ricerca e sviluppo del petrolio in Iraq http://peakoil.com/production/exxon-seeks-to-quit-flagship-iraq-oil-project).

La proposta è stata avanzata ai russi proprio nell’incontro di Mosca con Putin, anche se ancora non ne è stato reso pubblico il dettaglio. Invece l’altra grande del greggio russo, Rosneft, intenderebbe lavorare con Exxon Mobil. Le due imprese si sono già accordate per una prospezione di idrocarburi al di sotto dell’Artico. E adesso bisognerà vedere se e come andrà a finire… Anche perché dietro la decisione della Exxon, non nominato, c’è il convitato di pietra dei suoi accordi e contratti separati col Kurdistan iracheno che Erbil, la capitale, non vuole sottoporre all’approvazione o anche solo alla ratifica di Bagdad.

In definitiva, il governo di Nuri al-Maliki, ora che tra l’altro il livello della sua produzione di greggio è tornato ai livelli pre-1991, che l’America è ridiventata lontana e l’Iran, come sempre ma ormai molto di più, è ridiventato vicino, si sente molto più libero di ristabilire un contato stretto anche con Mosca. E’ una conseguenza diretta anche della guerra che in Iraq gli Stati Uniti d’America hanno strategicamente perso contro l’Iran— e gli sci’iti (Stratfor, Global Intelligence, 11.10.2012, Russia and Iraq Strengthen Ties Russia e Iraq rafforzano i loro legami http://www.stratfor. com/geopolitical-diary/russia-and-iraq-strengthen-ties).

Coglie ora al volo al-Maliki l’occasione offertagli di premere sugli americani dalla disponibilità dei russi a riprendere una fornitura alternativa di armamenti al paese per tornare a insistere con Washington: chiede la consegna già nel prossimo futuro della seconda parte di 18 caccia F-16 che servono, asserisce, a difendere le frontiere irachene dalle infiltrazioni e dagli attacchi che subiscono da parte siriana (Taiwan News, 19.10.2012, (A.P.), Iran presses US on need for faster arms deliveries L’Iran preme sugli USA per una consegna più pronta degli armamenti [che, del resto, ha acquistato e già pagato, stavolta: il rapporto con gli USA ormai è quello commerciale, da cliente a fornitore solvente…] http://www.taiwannews.com.tw/etn/news_content.php? id=2051808).

D’altra parte, adesso l’Iraq, riaperti i rapporti anche militari con Mosca, avrebbe la possibilità – che esso stesso, però, esclude… al momento – di rivolgersi se ne avesse bisogno ai nuovi, altrettanto performanti e anche meno costosi caccia russi (MiG-29 o -31)… Ma, ormai, la divergenza di visione strategica di Bagdad con Washington non potrebbe essere più chiara: il pericolo siriano per l’Iraq non è Assad infatti, ma proprio i ribelli appoggiati dagli USA contro Assad.

E Pentagono, dipartimento di Stato, Casa Bianca, Congresso e tutta la monolitica opinione pubblica americana, mentre vedono chiaramente che, a breve, gli F-16 non risolvono proprio granché contro gli attacchi dei ribelli siriani temono, soprattutto, che a termine più lungo possano rafforzare l’Iraq come scudo e cuscinetto sciita a difesa dell’Iran rispetto a tutto il mondo arabo sunnita amico suo— quello wahabita saudita…

●La novità molto più che tattica, in quest’area del Medioriente e del mondo arabo, ormai è questa: che il vuoto lasciato dagli americani lo comincia a riempire proprio l’Iraq: ma in modo che nessuno può dare ormai per scontato. Tanto più che, adesso, un recentissimo rapporto dell’IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sul futuro dell’industria energetica dell’Iraq prevede che nel 2035 il paese potrebbe tornare a produrre fino a 8 milioni di barili di greggio al giorno, dai 3 milioni circa di oggi. Vorrebbe dire scavalcare la produzione attuale della Russia come secondo maggior esportatore mondiale, cosa che l’IEA stessa dice sarebbe “un totale scombussolamento dei giochi sulla scacchiera globale dell’energia petrolifera”.

Che però , avverte l’Agenzia, potrebbe essere ostacolato da intralci di ordine legale, difficoltà di sviluppo infrastrutturale e problemi di sicurezza che costerebbero una fetta notevole degli introiti del paese di qui a quel 2035 (1) The Economist, 12.10.2012; 2) IEA, 9.10.2012, Special Report – Iraq Energy Outlook Previsioni energetiche dell’Iraq http://www.worldenergyoutlook.org/media/weowebsite/2012/iraqenergy outlook/Fullreport.pdf).

Intanto, però, e quasi a conferma, il ministero del Petrolio ha prima chiuso con la KOGAS coreana un contratto per la costruzione di due gasdotti nel nord dell’Iraq e ha lanciato l’offerta d’asta per l’assegnazione a imprese, per forza di cose, ancora soprattutto estere del diritto di sfruttamento per il deposito di greggio di Nassiria, calcolato sui 4,4 miliardi di barili a 320 km. a sud di Bagdad.

E il ministro ha anche aperto l’asta per la costruzione di una raffineria da 300.000 barili al giorno nelle vicinanze proprio della stessa Nassiria con offerte da presentare entro metà dicembre, la delimitazione dei migliori offerenti entro gennaio 2013 e l’annuncio del vincitore entro l’anno prossimo. E’ un altro attestato dello spazio maggiore che, anche dopo il raggiungimento della produzione ai livelli di prima del 1991, ha ritrovato il governo al-Maliki (Al Arabiya News, 23.10.2012, Iraq South Korea close pipeline deal and Baghdad launches big bid Iraq e Corea del Sud chiudono un contratto  sull’oleodotto e Bagdad lancia un asta importante http://english.alarabiya.net/articles/2012/10/23/245505.html).

●Il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen – uno che vale quanto il due di coppe quando a briscola regna denari, ma che ama parlare e parla e sparla di banalità, banalmente… anche se è dimostrato che nessuno lo sta mai ad ascoltare: e si parla, forse per questo, come del probabile successore del “nostro” Frattini… – ha detto che la recrudescenza di attacchi di militari regolari afgani contro gli alleati sta avendo successo: ora l’Alleanza – in realtà, poi, ognuno dei singoli paesi per conto proprio – potrebbe decidere di accelerare il ritiro dall’Afganistan

      (Guardian, 1.10,2012, I. Traynor, NATO withdrawal from Afghanistan could be speeded up, says Rasmussen Il ritiro della NATOdall’Afganistan  potrebbe essere accelerato, dice Rasmussen [ma non gli fa notare l’intervistatore, pur bravo, che quel che dice lo dice a vanvera: Francia, Germania, perfino Italia e non solo l’America si ritirano quando vogliono: certo, quando si ritirassero prima gli americani, ci potete firmare, si ritirerebbero se non il giorno prima al massimo quello dopo tutti] http://www.guardian.co.uk/ world/2012/oct/01/nato-forces-afghanistan-early-retreat?INTCMP=SRCH).

E dice che lo farà, subito, proprio quello che gli USA hanno sempre considerato il loro ciecamente più stretto alleato e non a caso i talebani, dopo gli americani, il loro nemico più ostico: gli inglesi, che adesso – “persi” a metà ottobre sotto fuoco amico, quello di un ufficiale di polizia afgano che era in realtà un talebano o, semplicemente, non sopportava più la presenza degli “invasori”, si troveranno così cacciati via per la seconda volta nell’arco di cento anni.

Il ministro della Difesa britannico Philip Hammond ha reso noto che il ritiro delle sue truppe sarà accelerato, vista ormai la frequenza insopportabile di attacchi verso gli alleati da parte degli afgani stessi in divisa das alleati (1) Stratfor, 14.10.2012, Afghanistan: Thousands Of British Troops To Be Withdrawn In 2013 Afganistan: migliaia di soldati britannici verranno ritirati già nel 2013 ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/afghanistan-thousands-british-troops-be-withdrawn-2013; 2) Stratfor, Global Intelligence, 18.9.2012, The Growing Wedge Between NATO and Afghan Security Forces— Cresce il baratro tra forse NATO e forze di sicurezza afgane http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/growing-wedge-between-nato-and-afghan-security-forces).

Passa soltanto un giorno e, in circostanze più o meno analoghe (qui nessuno è più in grado di capire chi sia nemico od amico…), anche un altro alpino italiano ci ha lasciato la pelle (in tutto sono ormai così diventati 52 i soldati italiani lì morti ammazzati: per aiutare gli afgani a farsi moderni e democratici, spesso e in troppi però non trovandoli neanche d’accordo e pronti a dimostrarlo sparando loro addosso— anche perché poi erano andati pure loro lì ad ammazzare). E zitti e mosca, si capisce, il tecnico-ammiraglio che è il nostro ministro della Difesa, Di Paola, e il supertecnico premier che ci siamo dati: loro non dicono verbo e neanche belano, chiaro e forte e deciso, manco le opposizioni ufficiali urlando e imponendo di andarsene subito: che tanto restare è solo peggio…

Ma ormai si vanno aprendo le cataratte: anche Canada, Turchia e Spagna cominciano a pianificare un ritiro più accelerato, con Madrid che ufficialmente annuncia adesso come “il conto alla rovescia del ritiro delle truppe spagnole dal paese è cominciato. Il 1° novembre la responsabilità della sicurezza nella provincia di Baghdis [ai confini nord-ovest del paese], che ora spetta al contingente spagnolo, passerà nelle mani della terza brigata del 207° corpo dell’esercito afgano”: il 1° novembre, con un preavviso pubblico, cioè, di una sola settimana… (El Pais, 22.10.2012, M González, España dejará antes de el suelo afgano La Spagna se ne andrà via prima dall’Afganistan ▬ http://politica.elpais. com/politica/2012/10/20/actualidad/1350761681_280398.html).

C’èra stata, tra non pochi dei comandanti della NATO, specie tra gli americani, ultimamente, la tendenza a spiegare l’impennata di attacchi contro il personale militare alleato come risultato di occasionali, anche se disgraziatamente piuttosto frequenti, “insensibilità culturali” lette qui come un’offesa mortale alla dignità personale, religiosa e nazionale degli afgani: dalle cose banali e quotidiane come il mettere gli scarponi su un tavolo davanti a un interlocutore locale, a quelle più ingiuriose e offensive come riprendere sul telefonino, per esibirle in America o in Inghilterra (in Italia almeno finora no, grazie a Dio e per quel poco di onore che resta a questo nostro povero e già tanto apprezzato paese), le pisciate di dileggio sui cadaveri nemici e mandarle in giro per il mondo a vantarsene per You Tube o come allegati alle e-mail.

Può, certo, essere anche in questa cieca insensibilità la radice di un conflitto che al limite impedisce proprio di “sentire insieme”… ma, se questa componente sicuramente è presente, fermarsi lì sembra trivializzare pericolosamente quella che invece appare proprio – anche dai risultati distruttivi per il morale delle truppe alleate – un’efficace tattica di guerra indicata già subito, dall’inizio dell’invasione americana, il 19 ottobre 2001, dallo stesso presidente della repubblica islamica di Afganistan, Mullah Omar che rivolgendosi ai talebani li esortava proprio a questo tipo di azioni: non come reazioni a gaffes, presunte o vere, culturali o morali, ma come atti di guerra – una tattica di guerriglia – che li mette sotto mira uno a uno, sistematicamente: perché sono nemici e niente affatto alleati un po’ rozzi.    

Dopo un decennio di occupazione finita male, meglio sarebbe riconoscere le cose per quello che sono e tirarne subito, prima è meglio è, le conseguenze. Del resto, ormai, tutti concordano qui, dai talebani a tutti gli afgani o quasi, agli americani, che fa ormai poca differenza per questo disgraziato paese se americani e alleati se ne vano o restano ancora un poco. Meglio, dunque, anche per questo, andarsene adesso…

●Del resto, gli americani – si capisce: per conto loro, senza alcuna consultazione con nessuno; né afgani né alleati – hanno già ridimensionato i loro piani. Obama, annunciando il ritiro completo per fine 2014, aveva puntato ad arrivarci con una pace negoziata e la sua mediazione (quindi alle sue condizioni) tra governo Karzai e talebani. Ma ormai ha rinunciato e lo ha lasciato chiaramente capire. Punterà a lasciare in piedi, perché poi se la veda da sé, il suo alleato Karzai: questo ormai è il massimo obiettivo (New York Times, 1.10.2012, M. Rosenberg e R. Nordland, U.S. Abandoning Hopes for Taliban Peace Deal ▬ Gli USA abbandonano le speranze di una trattativa di pace coi talebani http://www.nytimes. com/2012/10/02/world/asia/us-scales-back-plans-for-afghan-peace.html?_r=1&ref=global-home).

E anche se i talebani (al livello che conta, quello del Mullah Omar), dicono che col presidente Karzai – “traditore del paese e del profeta” – mai tratteranno, l’Amministrazione americana spera che, al dunque, poi lo faranno. Certo poi potrebbero fargli fare la fine (il linciaggio) del presidente Najibullah che, usciti i sovietici dal paese, aveva dopo aver governato e cercato un accordo per quasi quattro anni trovato rifugio nella sede dell’ONU a Kabul per poi consegnarsi fiduciosamente ai mujaheddin vincitori e finire torturato, linciato e impiccato sulla piazza principale della capitale… Un errore, certamente, che Karzai non compirà, magari al dunque fuggendosene via in tempo utile…

●Alcune notizie di fonte sicura (ufficiale americana) dicono a metà ottobre che “l’esercito afgano è talmente infettato dalle diserzioni a catena e dal bassissimo tasso di rinnovo dell’arruolamento da dover rimpiazzare, ormai ogni dozzina di mesi, l’intera sua forza armata, annullando così di per sé ogni possibile validità alla strategia di uscita dal paese che s’erano disegnati gli americani”. Anche per questo (New York Times, 15.10.2012, R. Nordland, Afghan Army High Turnover Threatens U.S. Strategy L’alto turnover nelle fila del’esercito afgano minaccia la strategia americana http://www.nytimes.com/2012/10/16/world/asia/afghan-armys-high-turnover-clouds-us-exit-plan.html?ref=global-home &_r=09). Ormai è un esercito di quasi 200.000 soldati, al massimo da sempre... Ma qui sono tutti – tutti: dagli ufficiali superiori ai coscritti, per non dire degli avversari e degli alleati stessi – convinti che non resisterebbe più di pochi mesi una volta che restasse davvero solo.

Un documento e una testimonianza appena pubblicati – che non c’entrano direttamente con questi sviluppi – esprimono, dal punto di vista occidentale che stavolta, a dire il vero, sembra però un po’ più attento del solito a non guardare solo, o prima di tutto, al proprio ombelico, un giudizio estremamente preoccupato sul futuro dell’Afganistan. Il primo è un recentissimo Rapporto di un gruppo di ricerche internazionale, di grande prestigio e autorevolezza, anche se vede il mondo con gli occhiali dell’occidente e basta, l’International Crisis Group che abbiamo sopra già menzionato citandolo sulla situazione in Somalia.

Ammonisce che “il tempo sta finendo e che adesso bisogna intraprendere passi in avanti verso  una transizione stabile per evitare e prevenire, se è ancora possibile, una scivolata precipitosa verso il collasso stesso dello Stato afgano. Malato di fazionalismo e malato di corruzione, questo paese è, infatti, lontanissimo dall’essere pronto ad assumersi la responsabilità della propria sicurezza quando nel 2014 se ne andranno le forze americane e quelle della NATO”.

Ormai non c’è neanche più tempo neanche per assicurare che il voto per la presidenza afgana, fissato adesso al 5 aprile 2014 sia credibile o, anche solo, appaia accettabile: “Infatti, è pressoché certo che, nelle condizioni attuali, le elezioni del 2014 saranno appestate da frodi massicce. E’ garantito l’imbroglio su grande scala nel sud e nell’est del paese, dove le condizioni di sicurezza continuano a deteriorarsi, è garantita [d’altra parte, solo una residua buona dose di fatuo o ingenuo o pedissequo e forzato ottimismo consente, sembra a chi scrive, a questo gruppo di esperti reali della questione afgana di dare per scontato che, invece, a ovest e a sud questo non avverrebbe… tanto più, aggiunge questo documento che] alti livelli di violenza che, il giorno prima o il giorno stesso del voto, sconvolgeranno tutto il paese strappando il diritto di votare a altre centinaia di migliaia che vorrebbero poterlo esercitare(ICG/Kabul-Bruxelles, 8.10.2012, Asia Report #236, Candace Rondeaux, Long Hard Road to 2014 Transition La lunga e dura strada alla transizione al 2014 http://www.crisisgroup.org/en/ regions/asia/south-asia/afghanistan/236-afghanistan-the-long-hard-road-to-the-2014-transition.aspx).

La testimonianza, se volete, ancor più diretta – anch’essa, però, dà un’interpretazione dei crucci, dei timori e della sensibilità molto nostra, molto occidentale anche con tutta l’esperienza cosmopolita di chi ce la consegna – è quella del capo uscente per l’Afganistan del Comitato Internazionale della Croce Rossa: “io – ha detto partendo – sono pieno di preoccupazioni per questo paese. Da quando sono arrivato nel 2005, ho visto un’enorme proliferazione di gruppi armati a livello locale coi civili schiacciati non su un unico fronte ma su fronti molteplici che hanno reso per dire sempre più difficile agli afgani normali di riuscire ad accedere alle cure mediche”.

Oggi, certo, i morti sono molti di meno che negli anni ’90, ma sono moltissimi gli afgani che muoiono ancora per bombe che cadono loro addosso dal cielo o attentati altrettanto terroristici per le strade e milioni gli sfollati in condizioni terribili di sopravvivenza; e la partenza degli alleati colpirà duro un’economia che dipende in tutto, dall’edilizia alla fornitura di combustibili, dalla spesa di guerra.

E l’insicurezza crescente sembra ancora acuire il problema del controllo della coltivazione e dello smercio di droga. Il paese continua a essere il maggior produttore di oppio al mondo e il numero di famiglie afgane che coltivano cannabis solo per tirare avanti con qualche spicciolo in tasca – dice l’ONU – è salito di un terzo in un anno (Khaama Press, Agenzia on-line afgana, intervista al capo della delegazione della CRI a Kabul, Reto Stocker, 8.10.2012, Sayad, ICRD head warns of humanitarian crisis in Afghanistan Il capo della Croce Rossa avverte della crisi umanitaria in Afganistan http://www.khaama.com/icrc-head-warns-of-humanitarian-crisis-in-afghanistan-307).

●C’è anche da segnalare quanto fa notare – però solo adesso… – un perspicace giovane ricercatore e studioso afgano che ha lavorato sempre a Kabul a supporto dei piani americani e facendo per loro da trait d’union con la presidenza Karzai, Haseeb Humayoon, uno che scrive e pubblica in America su prestigiose riviste specializzatissime come Foreign Affairs e Foreign Policy.

Dice adesso, intervistato dal NYT, su un tema spinoso e specifico ma per gli afgani – per il loro sentire nazionale e non talebano (dove tutto è invece assunto – anzi, meglio, sussunto e assorbito – nel concetto di Umma— l’unità e la comunità dei credenti che scavalca ed annulla confini e etnie), per tutti gli afgani, dai mercantini dei bazaar al presidente Karzai, “c’era sempre stata l’aspettativa che coinvolgendo più profondamente nelle cose afgane gli americani, si sarebbe arrivati anche e finalmente a una soluzione del problema posto dai militanti estremisti del Pakistan”.

Per dirla chiara, gli americani che, insieme agli afgani, sconfiggevano coi talebani l’estremismo islamista, avrebbero anche convinto/costretto il Pakistan a lasciar perdere la disgraziata divisione dell’Afganistan imposta dagli inglesi quando, nel 1893, Henry Mortimer Durand ufficiale coloniale di Sua Graziosa Maestà Victoria I diede il suo nome alla linea che, sulla carta, divideva ma anche spaccava la popolazioni pashtun di dell’Afganistan cedendone parte a quello che poi sarebbe diventato il Pakistan.

Ma non è andata così: dopo gli inglesi – e, prima di loro, i rajah indiani, i mongoli, i macedoni di Alessandro e, dopo, i sovietici – adesso anche gli americani sono stati nei fatti battuti e, infatti, se ne vanno. E gli afgani – gli afgani della diafana élite appena riverniciata da occidente e con essi schierata – anche per questo si sentono abbandonati: gli Usa se ne vanno e “il problema resta, tale e quale(New York Times, 28.10.2012, M. Rosenberg, When Afghans Look to Border with Pakistan, They Don’t See a Fixed Line Quando gli afgani guardano alla loro frontiera col Pakistan, non vedono un confine fissato una volta per tutte  [perché, da sempre, anche gli americani, come tutto il resto del mondo da fine ‘800, considerano comunque la linea Durand come il confine dell’Afganistan… e sono soltanto gli afgani a non farlo] ▬ http://www.nytimes.com/2012/10/ 29/world/asia/in-afghanistan-comment-on-border-brings-tension.html?ref=global-home).  

●E, a conclusione di questo intreccio di paure giustificate e previsioni pressoché catastrofiche arriva, questo mese, una notizia per lo meno, diciamo, curiosa: una specie di ironia, di contraccolpo sghignazzante di coda della storia che, probabilmente, resterà allo stato dell’annuncio viste le conseguenze che già in fase del tutto preliminare sembra provocare, specie tra gli americani e che, anche se subito autorevolissimamente smentito, serve comunque a mettere Washington sotto pressione nel senso indicato da Putin— non ve ne andate troppo in fretta dall’Afganistan, voi alleati dell’ISAF…

Pare, dice un alto esponente dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) – una struttura di tipo consultivo militare che, in modo molto meno strutturato e più lasco della NATO, si è andata formando a partire dal lontano 1992 con perno su Mosca insieme ad Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan pare che l’Organizzazione stia “considerando di offrire all’Afganistan la partecipazione nelle operazioni di “pacificazione” dove il governo dovrà assumersi, dopo la partenza delle truppe dell’ISAF dal paese, che resterebbe, è ormai in ogni caso evidente, sotto martello dei talebani e dell’estremismo islamico militante. Per il momento tuto qui e assolutamente niente di più: ma l’accenno sembra già seminare allarme, specie a Washington si capisce… –.

All’inizio, nell’Organismo c’era anche l’Uzbekistan che negli ultimi tempi ha “sospeso” la sua partecipazione esprimendo giudizi anche espliciti sull’inutilità dello strumento. Disegnato all’origine, ai tempi di Eltsin, come veicolo che, da una parte, influenzasse e tenesse stretti tra i paesi membri l’influenza e gli interessi di sicurezza della Russia che aveva appena finito di smantellare l’impero sovietico e, dall’altra, per aiutarla a rafforzare immagine e posizione nei rapporti con l’occidente e con gli USA. Ma il fatto è che se ci sia poi riuscito, il CSTO, è assai discutibile…

Ma, ora, il disegno che viene qui prospettato, e che fa perno sul vuoto di sicurezza che, insieme ormai, tutti temono per il futuro collegato e incrociato di Afganistan, Asia centrale e della regione caucasica potrebbe anche essere motivato dalla necessità di rilanciare e innovare la missione dell’Organizzazione (Stratfor, 9.10.2012, Afghanistan: CSTO Considering Operations After ISAF Withdrawal Afganistan: il CSTO sta considerando la possibilità di partecipare ad operazioni di sicurezza dopo il ritiro dell’ISAF http://www.stratfor.com/situation-report/afghanistan-csto-considering-operations-after-isaf-withdrawal).

Solleva esplicitamente il problema, però, il presidente stesso dell’Uzbekistan, Islam Abdug‘aniyevich Karimov, il 75enne in carica da prima della caduta dell’Unione Sovietica, e proprio alla luce di queste considerazioni di contesto, arrivando adesso a dire che forse ha, invece, senso stare nel CSTO. Dice il presidente, e a voce alta, che  effettivamente anche il suo paese deve cominciare a prepararsi alle agitazioni e alle conflittualità che scoppieranno decuplicate appena al di là della frontiera con l’Afganistan ora che se ne vanno gli americani: e forse anche prima (NightWatch KGS, 10.10.2012, Uzbekistan and Afghanistan http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch _12000192.aspx).

●Ma s’era appena cominciato a ragionare e a rilanciare il ragionamento, sensato, su un possibile ruolo che desse consistenza e mission al CSTO che… contrordine compagni!, arriva subito la smentita. Non ci sarà, probabilmente dunque, lo sghignazzo della storia per cui, dopo più di vent’anni dal ritiro forzato dell’Armata rossa dall’Afganistan, essa sarebbe tornata sostanzialmente a riprendere la sua vecchia guerra coi talebani.

Allora (aperta parentesi… ma è una digressione, per quanto importante e rivelatrice), gli americani chiamavano mujaheddin liberatori, e non talebani o terroristi, gli insorti afgani che sarebbero poi arrivati, dopo il ritiro sovietico, al governo a Kabul; anzi, come improvvidamente li salutava Ronald Reagan – che se li era inventati, li aveva finanzianti, addestrati e armati direttamente, ricevendone nel 1985 una delegazione alla Casa Bianca guidata da quel Jalaluddin Haqqani che oggi è invece nel mirino di tutti i drones americani in Afganistan e in Pakistan come il più fondamentalista dei terroristi – come veri e propri eredi morali e storici dei fondatori degli Stati Uniti e combattenti per la libertà dell’America contro il colonialismo britannico.

Quando (parola di Reagan) i talebani erano gli “eredi morali” di Washington e di Jefferson  (foto e video)

 

Fonte: cfr. la foto ufficiale della Casa Bianca riprodotta in http://www.abovetopsecret.com/forum/thread870448/pg1 e il video su You Tube che ne documenta le parole – già allora, del resto, sulla via del rinco***onimento causato dall’Alzheimer che lo stava colpendo – in http://www.youtube.com/watch?v=y3f9mlUQzJA.

Reagan, del resto, già nel 1982 aveva dedicato ai “combattenti della libertà” talebani (terroristi sì, ma amici loro) la navetta spaziale Columbia, proseguiva sulla strada originariamente divisata dal segretario di Stato del predecessore Carter, Zbigniew Bzezinski, che anni dopo avrebbe rivendicato di essere riuscito ad attirare i sovietici nella trappola afgana (disse chiaro e tondo, a V. Jaubert che, il 15.1.1998, lo intervistava per il Nouvel Observateur che (Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...: come già aveva svelato, del resto, l’ex direttore della CIA, poi ministro della Difesa anche di Bush e di Obama, Robert Gates, nelle sue Memorie datate quando era “soltanto” il numero due dei servizi americani di spionaggio all’estero: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon & Schuster ed.. Cioè: andandoci con gli agenti della CIA ad armare e addestrare i mujaheddin quasi un anno prima del primo soldato sovietico, riuscirono ad attirarceli, eccome!, nella trappola))… 

Adesso, dopo che quegli stessi americani – spendendoci dietro trilioni di dollari, migliaia di vite loro e degli alleate che hanno dato retta e centinaia di migliaia di vittime civili afgane –  dall’Afganistan altrettanto ignominiosamente vengono espulsi, il segretario generale dello stesso CSTO, Nikolai Bordyuzha, puntualizza che i media, “estrapolandole e togliendole dal contesto” hanno interpretato male quel che aveva appena detto il suo vice, Valery Semenkov, ad Almaty, in Kazakistan, prima delle esercitazioni Nerushimoye Bratstvo-2012—  Infrangibile Fratellanza che si tengono dall’8 al 17 di ottobre (RT/RIA Novosti, 9.10,2012, R. Bridge, ‘No plans’ for CSTO to fill NATO vacuum in Afghanistan— ‘Nessun progetto per far riempire dal CSTO il vuoto lasciato dalla NATO in Afganistan http://rt.com/politics/csto-nato-afghanistan-russia-996).

E anche il ministro degli Esteri russo, Lavrov, che era presente torna, nello stesso senso, sulle stesse dichiarazioni— esprimendo l’auspicio che, se non altro, l’equivoco  possa essere servito come utile richiamo a non lasciar vuoti di potere per chi se ne sta “precipitosamente” per andare… Dove l’avverbio usato, dopo dieci anni di invasione e di occupazione, sembra francamente poco appropriato… mentre suona del tutto appropriato se significa, come dice Putin, che se ne vanno dopo aver affrontato la guerra più lunga della storia americana, senza aver completato il lavoro che avevano annunciato di voler portare a termine…

Altro bell’esempio, no?, di nemesi storica…

●La Corte suprema del Pakistan, nel braccio di ferro che ha instaurato da tempo col presidente della Repubblica Asif Ali Zardari, dopo aver obbligato alle dimissioni, condannandolo per “disprezzo della Corte” per aver rifiutato di obbedirle prontamente l’ex premier Gilani, che non aveva riattivato la procedure di accusa contro Zardari in Svizzera dove anni fa era stato condannato per truffa e frode fiscale, ha lasciato adesso un po’ di spazio al nuovo primo ministro Ashraf approvandogli, dopo due tentativi dichiarati insoddisfacenti la terza bozza con cui adeso Islamabad ha chiesto al governo di Berna la ripresa del processo d’appello.

Il ministro della Giustizia, Farooq Naek, adesso pur mantenendo il punto che secondo la Costituzione afgana il presidente gode dell’immunità ha dovuto anche precisare che essa si applica a delitti di natura pubblica e non a comportamenti privati di ordine delinquenziale— proprio quelli allora tenuti però da marito dell’ex premier Benazir Bhutto famigeratamente e universalmente allora noto nel paese come Mr. 10%. Il ministro ha chiesto quattro settimane per mandare la lettera di sollecito agli svizzeri (traduzioni, complicazioni nei contatti, ecc., ecc.) e la Corte ha accettato fissando la sua prossima udienza a metà novembre.

La differenza, per ora, è che la Corte suprema ha rimosso con la sua prima sentenza Yussaf Raza Gilani ma, per ora, ha graziato il suo sostituto Raja Pervaiz Ashraf in un compromesso che rafforza il rispetto verso se stessa e lasciando una via d’uscita all’esecutivo. Chi resta appeso al chiodo, ormai sempre più saldamente conficcato nel muro che alla fine gli crollerà addosso è il presidente. Anche se stavolta, per ora, la crisi costituzionale è stata evitata: rimandandola.

GERMANIA

●E’ passato subito aggressivamente all’attacco il nuovo capo dell’opposizione socialdemocratica tedesca, Peer Steinbrück, ex ministro delle Finanze nel primo governo di coalizione nero-rosso, quello di cristiano-democratici e socialisti di anni fa, proclamando che il suo partito, che ha il potere di farlo, bloccherà al Bundesrat, la Camera alta, l’approvazione dell’accordo con cui la Svizzera si impegna a dare alle Germania almeno 10 miliardi di € al posto della lista dei suoi evasori e elusori fiscali che hanno trasferito i loro soldi nelle segrete casseforti della banche elvetiche.

Steinbrück esige – e alza la voce anche, sull’unico punto che riesce, forse davvero a smarcarlo dalle posizioni conservatrici di Merkel: lui è decisamente uomo della destra del SPD – per la Germania lo stesso trattamento che l’America ha costretto la Svizzera ad adottare (ma che, pur avendo accettato Berna, Washington ancora non ha confermato): la Svizzera consegnerà anche,eccezionalmente”, al fisco americano la lista nominativa i nomi dei sospetti evasori fiscali e non si accontenta, come ha detto finora Merkel con un’altra dozzina di paesi – l’Italia finora neanche questo è riuscita a concludere: anche perché Monti non ci ha voluto neanche provare – quella decina di miliardi di € che dovrebbero sanare il passato.

Steinbrück è sprezzante: i calcoli di un organismo internazionale come la rete della Giustizia fiscale (Tax Justice Network) dicono che gli assets tedeschi sfuggiti al fisco in Svizzera sono fra i 250 e i 400 miliardi di €, altro che “i 10 miliardi di mancia – dice l’ex ministro delle Finanze, che è sempre stato pesante sul tema verso gli svizzeri e ne è giustamente temuto – sono una presa in giro dei contribuenti tedeschi onesti che sono la grande maggioranza e non dovrebbero sentirsi bollati come cornuti e mazziati”, traduciamo noi: lui, in tedesco, dice naturalmente dumm (New York Times, 1.10.2012, (A.P.), Challenger Blasts German-Swiss Tax Deal In Germania lo sfidante [socialdemocratico] si scaglia contro l’accordo tedesco-elvetico http://www.nytimes.com/aponline/2012/10/01/world/europe/ap-eu-germany-switzerland-tax-evasion.html?ref=global-home).

Più sul fondo, non è poi particolarmente produttivo forse – o forse sì – ma, prima o poi, qualcuno dovrà pur ricordare seccamente alla Germania e alla Merkel che il paese, alla fine, gode di un forte tasso di occupazione – il migliore in Europa – di forti esportazioni – di gran lunga le migliori e le più performanti – e di un’economia tutto sommato in salute – specie rispetto alle altre – proprio perché – e anzitutto perché – ha legato con un euro soltanto su di sé disegnato e, in termini di economia reale e di avanzamento sociale, a suo solo vantaggio... O no?

Ma, per orripilante che sia, non è che su frau Kanzlerin abbia ragione, solo stavolta eh, … Lui? (vignetta) 

 

Foto: J. Rank, 2012

Perché, a parte ogni altra considerazione – pur decisiva come l’obiettivo della pace per sempre in Europa, quello stesso di un’Europa da far crescere e integrare e diventare una davvero – visto che non le hanno saputo e voluto permettere di farlo davvero – se si fossero tenute le loro monete, sul piano strettamente economico, avrebbero potuto svalutare e difendere così la loro precedente anche se moderata crescita reale e non contrazione e recessione dall’effettivo  signoraggio reale del marco trasformatosi in euro alle condizioni che Berlino ha imposto a tutti.

GRAN BRETAGNA

●Il PIL del Regno Unito è riemerso dal buco nero del secondo trimestre e dei due precedenti con un aumento nel terzo, luglio-settembre, dell’1%, riferisce in una stima preliminare l’Ufficio nazionale di statistica (Office of National Statistics/ONS, 25.10.2012, GDP, Preliminary estimate, Q3-2012 PIL, stima preliminare, 3° trim-2012 http://www.ons.gov.uk/ons/rel/gva/gross-domestic-product--preliminary-estimate/q3-2012/index.html) – messo subito, tra parentesi e però, sotto accusa, per aver passato in anticipo, impropriamente e non autorizzato, la notizia al governo che con Cameron se ne era prima della pubblicazione improvvidamente vantato in parlamento.

Resta la buona notizia, subito congelata dalla nota acerba dell’ONS stesso a far rilevare come la crescita del PIL, la più rilevante dal 3° trimestre del 2007, sia stata “artificialmente gonfiata” – al buon Cameron era sfuggito – da due fattori a breve e, purtroppo, irripetibile termine i giochi olimpici di luglio-agosto e il giubileo di diamanti del regno di Elisabetta II che hanno fatto salire il PIL almeno di uno 0,2-0,3%. Tutti gli introiti – biglietti, consumi, ecc. – si sono infatti concentrati proprio tra luglio e agosto (Guardian, 25.10.2012, U.K. emerges from double dip recession Il Regno Unito emerge dalla sua recessione a doppio avvitamento http://www.guardian.co.uk/business/2012/oct/25/uk-emerges-from-double-dip-recession-george-osborne).

● Ecco qua: siamo alla fine della recessione! (vedi, laggiù, la svolta in basso a destra?)   (vignetta)

Fonte: J. Witworth, 2012

●Fra due anni, la Scozia, in base a un accordo intercorso tra il governo locale e quello del Regno Unito, tra i rispettivi premiers, Alex Salmond e David Cameron, ha acquisito il diritto a tenere un referendum che potrebbe anche smantellare l’unione dei due regni, difficile, sempre complessa e comunque squilibrata che ha seguito all’Atto di Unione del 1707: voteranno anche i sedicenni come voleva Salmond e il voto sarà secco – sì o no all’unione, senza subordinate – come ha voluto Cameron.

L’anno del referendum – scelto da Cameron – coinciderà, ma il poveretto non se n’era neanche accorto, col 700° anniversario della più grande battaglia vinta dagli scozzesi contro gli inglesi, uando, nel 1314 u,n esercito scozzese numericamente di gran lunga molto inferiore guidato da re Robert Bruce distrusse, a Bannockburn, l’armata di re Edoardo II d’Inghilterra. Ma alla fine delle loro guerre di indipendenza, si sa, furono gli inglesi a vincere. E adesso?

Molti scozzesi, con il partito nazionale di Salmond, un conservatore lui stesso che è riuscito ad avvicinare adesso la prospettiva dell’indipendenza con la maggioranza assoluta vinta alle elezioni  dell’anno scorso, avrebbero preferito, al dunque, poter votare per una ancora più larga autonomia rafforzata (home rule governo di casa, come lo chiamano qui), in qualche modo utilmente anche sussidiata da Londra. Ma ora Cameron li costringe a scegliere semplicemente tra il sì e il no… e il premier britannico è convinto che di fronte alla spaccatura completa ci penseranno due volte.

Ma la sua è una scommessa che resta molto molto pericolosa. Se perde lui, perde tutta la posta – l’unità della nazione: ma è vero pure che, in questa parte del paese, i laburisti hanno tradizionalmente molti più voti dei conservatori e loro li perderebbero tutti! regalando ai tories per decenni, forse, la maggioranza in quel che resterebbe del Regno Unito: Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord. Se, invece, perdesse Salmond, gli resterebbe sempre l’autonomia: che, nei fatti, la Scozia già ha (New York Times, 15.10.2012, A. Cowell, Leaders Sign Agreement on Scottish Independence Vote I leaders firmano l’accordo sul voto per l’indipendenza scozzese http://www.nytimes.com/2012/10/16/world/europe/scottish-independence-vote-agreement.html?ref=global-home&_r =0).

GIAPPONE

●Nell’anno e fino a settembre l’export giapponese è crollato del 10,3%, il massimo dopo terremoto e tsunami del 2011, e la Banca centrale ha ridotto le previsioni di crescita grazie alla crisi dei mercati regionali di esportazione del paese e, in particolare, della domanda ormai in contrazione della Cina. E, a ottobre, i dati della produzione manifatturiera scendono al minimo dal 2010 rafforzando la sensazione, che la Banca stessa alimenta, che l’arcipelago stia ri-scivolando all’indietro verso la recessione con una percentuale globale di riduzione dell’export su base annua ormai quasi al 10%.

Non potrebbe andare altrimenti, col deterioramento generale e squisitamente politico del rapporto tra i due grandi paesi dell’oriente asiatico per le rivendicazioni territoriali in conflitto e le accese proteste popolari che, in Cina, non sono solo violente ma si manifestano specificamente, in misura non certo irrilevante, col rifiuto di prodotti nipponici dalle auto ai macchinari e ai consumi correnti. Le esportazioni in Cina, che nel 2009 avevano superato quelle verso gli USA sono cadute a settembre sull’anno precedente del 14, 1%. E quelle verso l’Unione europea del Giappone, ma qui solo per motivi economici, sono scese del 21,1%.

Il governatore della BoJ, la Banca centrale, Masaaki Shirakawa, ha promesso che continuerà a mantenere una politica dei tassi di interesse molto allentata e a tenere alto l’acquisto di titoli di Stato (New York Times, 22.10.2012, Reuters, Japan Trade Suffers as China Ties Deteriorate Soffrono gli scambi commerciali del Giappone con il deteriorarsi dei rapporti con la Cina http://www.nytimes.com/2012/10/23/business/global/japan-trade-suffers-as-china-ties-deteriorate.html).

●Crescono le pressioni sul premier Yoshihiko Noda perché convochi elezioni anticipate. Specie adesso che, da una parte, accusato di concussione con la mafia, la yakuza, il nuovissimo ministro della Giustizia, Keishu Tanaka, in carica da meno di un mese, ha dovuto dimettersi. E, dall’altra, con l’80enne governatore della regione di Tokyo, Shintaro Ishihara, che ha adesso annunciato di volersi lui stesso dimettere per fondare un nuovo partito e concorrere alle elezioni.

Ishihara è l’indipendente di destra ultranazionalista che – con l’annuncio pubblico di due mesi fa del suo governatorato di voler comprare dai privati detentori alcuni appezzamenti del vecchio titolo di proprietà delle Senkaku/Diaoyu, rilasciato dall’imperatore prima della seconda guerra mondiale – ha quasi “costretto” il governo ad anticipare le sue intenzioni: provocando l’ultimo round dello scontro con la Cina (The Economist, 26.10.2012)


 

[1] Alaine Peyrefitte, diplomatico e politico francese gaullista, Quand la Chine s’éveillera… le monde tremblera, Fayard (1980), naturalmente mai tradotto in italiano. La frase originale è attribuita a Napoleone, ma forse apocrifa.

[2] Sul paginone dei titoli del 1) New York Times, 13.10.2012, appare una notizia che poi non trova più alcun riscontro nelle decine di pagine del giornale. Infatti, cliccandoci sopra, appare tutt’altro articolo: il titolo di quello giusto, poi fatto scomparire, era che adesso gli stessi USA dichiarano che il carico russo non violava alcuna sanzione U.S. Says Russian Cargo Didn’t Violate Sanctions13.10.2012, http://global.nytimes.com; e, 2), direttamente sul sito del Dipartimento di Stato, Press briefing della portacoce V. Nuland ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2012/10/199091.htm).

[3] A proposito dei drones, che per qualche anno erano sembrati una tecnologia monopolizzata dagli USA e capace di dare alle loro FF.AA. un margine di assoluto vantaggio su tutte le altre, adesso pare proprio – lo denuncia Israele che ne ha abbattuto uno lanciato, dice Tel Aviv, da Gaza – che ne abbia a sua disposizione anche Hezbollah… Immaginiamo, allora, tanto per dire, la Cina.

   E, d’altra parte, gli stessi israeliani che pure hanno ritenuto di dover abbattere l’apparecchio senza pilota – dicono  molto rozzo, ma anche piuttosto efficiente fornito a quanto confermato poi dal ministero della Difesa iraniano da Teheran alle milizie sciite libanesi – lanciandogli contro un missile terra aria e due caccia F-16, hanno poi cominciato a avanzare alcune considerazioni di buon senso sul costo relativo del drone (forse qualche centinaio di migliaia di dollari) e quello di un missile Arrow Freccia (sui 3-4 milioni di $ per esemplare, cfr. Haaretz/Tel Aviv, 15.11.2002, A. Barzilai, An Arrow to the Heart Una freccia nel cuore http://www.haaretz.com/misc/article-print-page/an-arrow-to-the-heart-1.28321?trailingPath=2.169%2C) e della stessa intercettazione operata alla fine, dopo che il missile aveva fallito, con successo (ma dopo quasi quaranta minuti di volo e di invio istantaneo di filmati delle basi israeliane nel deserto del Negev sia a Beirut che a Teheran) con uno dei due reattori: una sproporzione evidente in termini di puro costo/beneficio.

   Il punto che qui va colto è che ormai non c’è più monopolio, neanche in questo campo – come in quello del tuto diverso ma ancora più pericoloso per chi lo subisce dell’hackeraggio elettronico – per USA e Israele che non avranno più ormai il controllo totale dello spazio aereo: nella regione tutti ed ognuno ormai, infatti, possiedono la tecnologia degli aerei senza pilota, usati soprattutto per ricognizione, e delle contromisure relative.

[4]Dati desunti, qui, per gli USA come subito dopo per la UE presa nel suo complesso, dalla fonte sicuramente più affidabile, i Servizi segreti statunitensi, la CIA, che pubblica – aggiornandoli di anno in anno – i dati macro anche economici globali e paese per paese più significativi. Qui è il CIA World Factbook, ed. 20211 ▬ https://www.cia. gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2001rank.html).

[5] E anche nell’ultima edizione del World Economic Outlook dello stesso Fondo, 10/2012, Coping with High Debt and Sluggish GrowthFare i conti con l’alto debito e con una crescita fiacca ▬  http://www.imf.org/external/pubs/ft/ weo/2012/02/index.htm) ripetono con grande chiarezza che, per dirla come gliela sintetizza il prof. Krugman, “una parte assolutamente sproporzionata delle cattive notizie dell’economia e della finanza vengono oggi proprio da quei paesi che perseguono il tipo di politiche di austerità che qui in America i repubblicani ci vogliono imporre”…

   Naturalmente, questa sintesi è estremizzata nel senso che il FMI non parla dei repubblicani americani, ma non è affatto estremizzata e neanche forzata nella sostanza. Le parole precise usate dal Fondo dicono infatti che: “Nel corso degli ultimi anni quanto concretamente è avvenuto sui mercati è che i risultati sono stati molto più deludenti in quelle economie che hanno predisposto e applicato piani più aggressivi di consolidamento fiscale”. Cioè, proprio la stessa cosa…

   Questa svolta analitica del Fondo che butta a mare tutto il vecchio ciarpame del monetarismo ancora dominante, purtroppo, a livello politico – ma è dal livello teorico e analitico che cominciano sempre le svolte vere… – è attestato, in italiano da una succinta e efficace esposizione che su il manifesto, 13.10.2012, stilano J. Halevi [economista dell’università di Sidney ed esperto proprio di economia europea] e G. Pastrello [economista e insegnante di economia politica all’università di Trieste], La svolta del Fondo, alla quale ci pare utile rinviare ▬ http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/8690). 

   Peccato che, poi, nelle conclusioni finali dell’assemblea annuale del Fondo, alla quale questo Outlook, con queste conclusioni economicamente di fuoco pure è stato illustrato, i governi membri del Fondo – “senza alcuna obiezione formale” e a maggioranza stragrande, ha detto soddisfatta la sprovveduta e ignara direttrice generale, Christine Lagarde, ex pessima ministra delle Finanze di Sarkozy – hanno invece deciso che il problema è sempre lo stesso: “abbattere il debito” (New York Times, 13.12.2012, M. Fackler, I.M.F. Urges Leaders to Act Decisively on Debt L’F.M.I. fa pressione sui leaders perchè agiscano con decisione sul debito http://www.nytimes.com/2012/10/14/business/global/imf-urges-us-and-europe-to-act-decisively-on-debt.html?ref= global-home).

   Abbiamo definito ignara e sprovveduta la Lagarde con cognizione di causa – è avvocato civilista e, manco a dirlo, amministrativista; di economia non capisce niente e, a suo nome, non c’è né prima né dopo la sua grigia parentesi di governo a Parigi, un solo intervento originale o anche solo serio di politica economica e soprattutto macro-economica— controllate su Google

   E la verità è che deve il suo ruolo al Fondo solo al fatto di essere stata disponibile e disposta quando Sarkozy dovette sostituire di fretta il vecchio direttore generale Strauss-Kahn, un economista di vaglia della sinistra francese che aveva, purtroppo, il vizietto di allungare un po’ troppo le mani sotto gonne di non sua competenza… e per questo, anche artatamente – forse grazie pure proprio ai servizi segreti francesi, essendo il candidato allora più accreditato alle presidenziali contro Sarko, venne incastrato— ma poi perse uguale.

   Quello dei governi del Fondo è un comportamento gravemente irresponsabile. Non possono dire certo di non sapere che rimettendo al primo posto delle preoccupazioni il debito, condannano la crescita a un ruolo secondario, anche se sanno bene che così a soffrirne, e forse anche a creparne, poi sarebbe la gente comune. Ma prima o poi, credete, dovranno pagarla: sotto ogni profilo, non si può a lungo sfidare il 90 e oltre per cento dei timori del popolo…

   Dice che è populismo, demagogia? Ciccia!!!