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     11. Nota congiunturale - novembre 2011

      

  

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01.11.11

 

Angelo Gennari

 

  

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.... PAGEREF _Toc307856008 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc307856009 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc307856010 \h 2

● Ma se, a legge vigente, in pensione di vecchiaia già ci si va nel 2026 a 67 anni, che cavolo dice B.?  PAGEREF _Toc307856011 \h 3

● Il Nobel per la pace alle donne?Giusto, ma forse sarebbe stato bello e anche più utile se andava a lui PAGEREF _Toc307856012 \h 9

● Spese di R&S in % del PIL (istogramma) PAGEREF _Toc307856013 \h 10

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc307856014 \h 10

● Dietro gli scontri settari in Egitto: sempre lo stesso suggeritore… (vignetta) PAGEREF _Toc307856015 \h 20

in Cina. PAGEREF _Toc307856016 \h 23

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc307856017 \h 27

EUROPA.... PAGEREF _Toc307856018 \h 29

● Il consiglio (una volta tanto sensato) del segretario al Tesoro americano agli europei… (vignetta) PAGEREF _Toc307856019 \h 33

● Il 9% di riserve per arrivare alla congruità col capitale in soldoni per le banche sono. PAGEREF _Toc307856020 \h 39

● Andamenti dei grandi debiti pubblici europei           e          livelli di queli dei grandi paesi (grafici) PAGEREF _Toc307856021 \h 43

●Esposizione delle banche sui mercati esteri, paese per paese (grafico) PAGEREF _Toc307856022 \h 44

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc307856023 \h 57

● Reddito reale netto delle famiglie (istogramma) PAGEREF _Toc307856024 \h 59

● Il voto/veto degli americani in CdS dell’ONU: a senso unico, sempre… (vignetta) PAGEREF _Toc307856025 \h 67

● Rifugiati nel mondo: la metà li “creano” le guerre “americane” (grafico) PAGEREF _Toc307856026 \h 75

GERMANIA.... PAGEREF _Toc307856027 \h 76

● Incapace di crescere: lui, non noi (ma all’estero è dietro a tutti noi che sghignazzano)…(vignetta) PAGEREF _Toc307856028 \h 77

FRANCIA.... PAGEREF _Toc307856029 \h 77

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc307856030 \h 77

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc307856031 \h 78

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Non si sa… Ma, come di recente ci è stato ricordato che disse una volta Lech Wałesa, è più facile fare una zuppa di pesce a partire dal pesce che il contrario... Altri lo dicevano da tempo del dentifricio, che è assai più facile strizzarlo fuori del tubetto che rimettercelo… Lo stesso è per le crisi fiscali: quando prevale la paura, quando i mercati vanno e ci mettono tutti sotto pressione, è difficile ricacciare indietro la paura, come il dentifricio: tanto quanto almeno rifare il pesce a partire ormai dalla zuppa.

Ecco, guardate, in Italia, noi siamo qui, a questo punto. Non conteranno sempre sui comportamenti immediati dei mercati, che grazie a Dio spesso dei loro pareri se ne fregano (hanno tolto le tre AAA all’America e la borsa è schizzata all’insù…; hanno “degradato” adesso ancora, per l’ennesima volta, l’Italia e la borsa, stavolta, ha fatto spallucce…), hanno dato loro (che, in fondo, sono solo eccellenti Uffici studi privati con i loro privati interessi e le loro private priorità) rilevanza stra-sopra-vvalutata e eccessiva  e, noi concordiamo, dovrebbero certamente trovarsi con le unghie ritagliate a dovere…

… ma, intanto, nessuno tra quanti potrebbero farlo lo fa e quando, al’unisono ormai, Moody’s, Fitch e S&$P’s ci ri-svalutano il valore di solvibilità del credito sovrano italiano (la prima agenzia lo fa addirittura in una sola volta di ben tre livelli) e dicono che in futuro, se le cose non cambiano soprattutto e proprio per quanto riguarda la credibilità degli attori che pilotano la barca Italia, ci andrà ancora peggio…

… non sappiamo forse bene perché ma noi troviamo rafforzate ragioni di seria preoccupazione e se con quegli attori al timone ci sentivamo da tempo a disagio ora siamo lì lì per strillare al si salvi chi può.

Solo che anche i battelli di soccorso o le ciambelle di salvataggio a disposizione – dall’opposizione in Italia, politica e sindacale, alla volontà dell’Europa che ci ritroviamo – sembrano fare acqua… Questo qui che ci ritroviamo è capace di perdere la maggioranza e non avere più la fiducia ( i numeri) della Camera ma, anche, di mantenerla al contempo. Mentre l’opposizione è ridotta a rodersi i gomiti.

Al brufoloso televisionista diventato ormai stagionato sdraiato come zerbino davanti e dietro al Cavaliere da quasi vent’anni, qualcuno aveva segnalato uno strano articolo del Financial Times[1] che  lui[2], bofonchiando, commentava come tra sé e sé, quasi a “scusante”, che “forse pure l’autore allora è berlusconiano..”. Ma forse è meglio che si tranquillizzi. Come scusa non regge.

Noi lo andiamo sostenendo da un anno e più – e c’è in rete[3] la collezione del nostro lavoro a dimostrarlo: al capitolo GRAN BRETAGNA di ogni Nota congiunturale – che, specie dopo l’arrivo della banda dei conservatori di Cameron a Downing Street, spalleggiati da quegli ectoplasmi dei liberali di Clegg, una specie di radical-pannelliani albionici dimentichi delle loro radici per brama di entrare – anche se è loro concesso di farlo solo con un ditino, e il mignolo poi – nella stanza dei bottoni, che adesso le cose al fondo vanno peggio davvero qui, in Gran Bretagna, che ogni altrove in Europa.

E quello che ora dimostra anche l’economista di UniCredit citato a discarico. Il fatto, dice parlando del downgrade di Moody’s al debito nostrano, inusuale soprattutto perché di ben tre gradini tutti insieme, ad A+, che “qualche volta i mercati si sbagliano”. O, diremmo noi, forse sbagliano gli analisti: infatti, stavolta, i mercati non danno loro retta e la borsa va su. Nota Nielsen che “l’Italia si finanzia al 5,1% di interesse e il governo inglese all’1,6 e per questo ha la tripla AAA”. E si tratta di paesi di analoga dimensione, ricchezza e reddito, l’Italia più manifatturiero…, il Regno Unito più volto ai servizi.

Certo, il debito italiano è più vasto: 119% contro 80% del PIL. Ma in Italia il settore privato va molto meglio, così che il debito netto dei due paesi nei confronti dei loro creditori esteri è assai più vicino: il 24% quello italiano sul PIL e il 13% quello inglese. Vale a dire, conclude Nielsen, ma questo né il Cavaliere né il servente lo dicono, con un indebitamento privato più basso di quello inglese  “il governo italiano ha maggiori margini di tassazione futura sulla ricchezza privata del paese di quanti ne abbia quello inglese” sui sudditi di SGM. Ah…

Da fine 2007, l’inizio della crisi, il PIL britannico, viene anche notato, si è cumulativamente contratto del 3,4% e quello italico del 4,4. Ma, certo tenendo anche conto dell’inflazione, il cittadino britannico medio, che allora era del 30% più ricco di quello italiano, è più ricco soltanto del 5%.

In definitiva – ma l’articolo è utile leggerlo tutto: mette in luce, comunque, alcuni risvolti di questa crisi cui si pensa un po’ poco – il ragionamento di Nielsen e di Vespa e sicuramente del Cavaliere, attesta soltanto che il governo britannico fa ancora più pena di quello italiano come gestore della politica macroeconomica di un grande paese moderno. Niente di meno e niente di più, proprio.

Per ultimo, annotato proprio quasi in chiusura di questa nota, un numero: 6,06% è il tasso di interesse sui BoT decennali che dobbiamo vendere per finanziarci il debito pubblico, il costo più alto registrato per venderli ai risparmiatori a un’asta pubblica… E, di fronte a questo dato terrificante, che arriva due giorni dopo le sue promesse di impegno all’Europa e, a dimostrazione che al di là del merito – perché non ci crede proprio nessuno che da promesse le sue chiacchiere scritte si trasformeranno davvero in impegno – Berlusconi dopo il vertice di fine ottobre a Bruxelles si mette a ridire che l’euro – al quale è appeso come un pupazzo lui stesso – è una moneta fasulla… salvo poi, a mezzora di distanza, naturalmente, autosmentirsi dicendo che è stato travisato – tutta l’Italia l’aveva sentito in diretta Tv – perché l’euro è la nostra moneta: l’ovvio, ancora una volta…

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Due o tre cose da considerare di fila.

Il potere sul debito pubblico italiano, alla fine della fiera, ce l’ha l’Italia, non la Banca centrale europea. Come il potere sul deficit di bilancio della Francia ce l’ha la Francia, non la BCE. E questo avrebbe dovuto dire in Europa, di fronte al sorrisino di Sarkozy quel disgraziato, nel senso di infelice, portavoce che ci siamo eletti a rappresentarci nel mondo: ricordargli a voce alta, ad esempio, che il deficit loro è il 5,8% del PIL, non certo il 3% promesso al quale siamo, sia pure sbagliando nella scelta probabilmente, assai più vicini noi.

Non lo fa: si limita a dire che lui non accetta lezioni. Un discorso solo di metodo. Niente di serio nel merito, contro le politiche franco-tedesche e quelle della Commissione: che chiedono sacrifici solo a chi li ha fatti… Solo che lui non lo può dire, né lo sa dire. Anche perché non lo sa… O, se lo sa, a lui quelle politiche di austerità profondamente cretine stanno bene.

Così come qualcuno dovrebbe dire a quel non-si-sa-bene-cos’è del presidente della Commissione Barroso che lui non ha l’autorevolezza – e neanche l’autorità – per potersi permettere di dire che non è tanto l’Italia a trovarsi in pericolo oggi ma che è ormai l’Italia il pericolo per l’Europa… e mandarlo a quel paese senza remissione possibile. Anche se la tragedia vera è che, poi, perfino Barroso dice la verità…

E che fa Berlusconi? Una promessa ancora una volta, l’ennesima volta, quella che da sempre ripete agli italiani: di agire, di fare, di riformare. Gli italiani stanno imparando a non credergli più. E certo, quando a Bruxelles si accorgeranno che anche l’impegno alle pensioni a 67 anni nel 2026… già esisteva, lo impareranno anche loro. Poi certo, se alcune di queste misure passeranno – ha ragione Camusso e pare che se ne sia accorto perfino Bonanni, stavolta – certo sarebbe “un incubo”.

Ma sono misure che non passeranno così – quelle sul mercato del lavoro, ad esempio: dice Sacconi, ma ripetono anche Casini e, più sommessamente, perfino la Bindi, “le ha volute l’Europa”. A parte che solo di questa misura fa cenno Sacconi – l’Europa sul lavoro chiedeva anche, ad esempio, un minimo di salario anche per i disoccupati, per tutti e incentivi veri non chiacchiere per le aziende che assumono a contratto indeterminato, ecc., ecc. Ma poi chi lo ha detto mai che l’Europa – quanto poi così indefinita e ectoplasmatica – ha sempre e comunque ragione? ma dove? ma quando?

Quel che a noi, francamente, sembra altrettanto terrificante è la presunzione del Berlusca. Che, uscendo dal vertice, pontifica di come l’Italia non sia la Grecia perché “da noi non c’è la rivolta sociale”… Con un minimo di realismo in più, non avrebbe fatto meglio a dire, piuttosto, che non c’è la rivolta, almeno che a quelle dimensioni ancora non c’è? Ma ormai anche in Europa hanno tutti capito che la lettera di 16 pagine consegnata a Barroso il 26 ottobre è un pezzo di carta straccia[4]. Lui promette (in realtà, anche meno: e una lettera di intenti, la sua, neanche di impegni e quelli fanno finta di prenderlo su serio!):

• di vendere 15 miliardi di € di patrimonio pubblico (ma è solo una promessa: perché cosa mettere in vendita e a che prezzo lo deciderà lui; ma, in effetti, il prezzo come sempre lo fa chi lo paga— chi davvero è disposto a pagarlo: grasso che cola se ne verranno fuori in tutto, 5 miliardi che sembra una stima più seria);

• di alzare l’età delle pensioni: non di quelle di anzianità (Bossi non vuole), ma quelle di vecchiaia sì, a 67 anni entro il 2026 che tra l’altro già era previsto, a legislazione vigente: lo conferma la tabella che anche noi riproduciamo qui sotto di fonte che più autentica non potrebbe essere:

Ma se, a legge vigente, in pensione di vecchiaia già ci si va nel 2026 a 67 anni, che cavolo dice B.?

 

Fonte: Tabella *INPS da la Repubblica, 27.10.2011, R. Petrini, Pensioni, ecco la riforma fantasma, i 67 anni nel 2026 erano già previsti – Nella lettera vincoli anche meno severi di quelli in vigore (cfr. http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna &currentArticle=162YIV).

• di introdurre misure di liberalizzazione del mercato del lavoro, cioè di rendere più facili i licenziamenti individuali dei dipendenti: naturalmente, come assicura il Sacconi (ohibò!) da Conegliano veneto per favorire l’impiego di giovani e donne;

• di creare un Alto Comitato (certo, basso non sembrava dignitoso!) col compito di ridurre la spesa pubblica (qual buffonata: un comitato in più che bisognerà finanziare per ridurre, appunto, la spesa! A meno che cedendo, ancora una volta, alle inconfessabili pulsioni che sono le sue – di libero mercatista e libero scambista… si sa, in tutti i sensi – lo  tratti come il Consiglio per la sorveglianza dei prezzi del concambio con l’euro presso la Presidenza del Consiglio che non riunì neanche una sola volta proclamando che a sorvegliare i prezzi tanto ci pensava “liberamente” il mercato che, disse, è libero no?— e libero era col costo della tazzina di caffè che così, in pratica, passò dal valore di 70-800 lire al doppio, a 70 centesimi di euro in una notte …;

• e – non poteva mancare, no? – di potenziare la Commissione Antitrust: anche perché lui conta di fare a tempo, e probabilmente si illude, a nominarne e farne approvare il nuovo presidente…

Bruxelles, ufficialmente, accoglie “con favore” gli impegni, più che presi, soltanto e ancora una volta annunciati dal governo italiano. Ovviamente—e come avrebbero potuto mai dire che non valeva niente la parola del Berlusca, se non aprendo subito la frattura verticale e la crisi dell’eurozona? Ma è, poi, personalmente la Merkel a ricordare, e a far mettere a verbale, che: “Ne monitoreremo tutti da vicino l’attuazione”…

Vogliono si dice – ma, in realtà, proprio si intima – a scadenza di otto mesi vedere il calendario preciso degli impegni assunti: date, titoli precisi, dettagli sul come delle misure… Tanto tutti sanno che, tra otto mesi, a gestire il dossier per l’Italia allora non sarà certo più Berlusconi.

uell0’infelice portavo ce che si eèma

Sabato 15 ottobre, milioni di “indignati” – di gente comprensibilmente anche più inc**zata di noi che una pensione decente la prendiamo dopo quarant’anni di lavoro – specie i tanti giovani che non sono, e non sarebbero mai, per ragioni morfologiche e etiche loro gno**he abbordabili a lor signori e sanno benissimo che non solo sono e restano senza lavoro ma anche che lo sono perché le priorità imposte alla conduzione del mondo sono diverse e anche che domani saranno sempre  loro a restare senza alcuna pensione, sono scesi su 1000 piazze e altrettanti viali di altrettante città del mondo in 82 paesi di sei continenti.

Le manifestazioni sono state inevitabilmente lordate dalle violenze di gente appositamente infiltrata, forse cento forse cinquecento forse mille provocatori su quasi mezzo milione di dimostranti, parassiti dell’indignazione di tutti raggiunti, purtroppo, da poche ragazze e ragazzi rabbiosi e randagi: anche perché “la polizia che era in piazza per garantire la libera manifestazione pacifica del dissenso, si è trovata a fronteggiare provocazioni e bottiglie Molotov”, come lamenta il capo della polizia (certo, est omen…) Manganelli: già, ancora una volta, per l’ennesima volta, sorpreso da quello che si sapeva sarebbe potuto, sarebbe pressoché inevitabilmente, avvenuto.

E sarebbe avvenuto perché, dopo decenni ormai, le forze nostrane, diciamo, dell’ordine non hanno ancora imparato che per bloccare e punire come si deve quel grumo di anarchici selvaggi ma determinati che si chiamano e che vengono chiamati black block, gaglioffi molti dei quali erano noti già prima bisogna fare un lavoro di intelligence preventiva, di informazione, anche di infiltrazione non solo di repressione all’ingrosso, di difesa ad oltranza di una “zona rossa” autoproclamata tale dalle autorità che sembrano così preoccupate di difendere con un baluardo la loro zona e solo la loro zona: questa sembra essere l’unica tattica e l’unica strategia della polizia o, meglio, di chi alla polizia ha imposto questo tipo di gestione dell’ordine pubblico.

E sembra consistere nell’aspettare che comincino a scatenarsi i facinorosi e, poi, a menare‘ndo cojo cojo – con un contenimento dei feriti, però, che in questo caso è stato abbastanza più professionale del solito (una settantina, anche se alcuni seriamente), invece di provare a “incanalare” le masse di manifestanti assolutamente inc**zati, certo, ma assolutamente pacifici, a passare davanti alla Banca d’Italia, come del resto lungo Wall Street e davanti alla Stock Exchange della City filtrando lì  incappucciati, elmettati e bastonatori.

Con un impegno certosino e attento che è costato milioni di ore di lavoro divise tra Facebook, Twitter, tutti i social networks e migliaia e migliaia di collaborazioni individuali ma elaborate spesso collettivamente, un gruppo di iniziatori hanno anche scritto un MANIFESTO – breve e succoso – che qui sotto ci sembra opportuno riportare, malgrado quel che è avvenuto e che potrebbe anche seppellire nel nulla lo sforzo fatto, col titolo di

Tutti insieme per una democrazia davvero globale[5]

   “Il 15 ottobre 2011, uniti nella nostra diversità, uniti per il cambiamento globale, chiediamo una democrazia globale: governance globale del popolo e per il popolo. Ispirati dalle nostre sorelle e fratelli in Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Bahrain, Palestina, Israele, Spagna e Grecia, anche noi chiediamo un cambio di regime: un cambio di regime globale. Nelle parole dell’attivista indiana Vandana Shiva, oggi chiediamo di sostituire il G-8 con l’umanità intera: il G-7 miliardi. Le istituzioni non democratiche a livello internazionale sono il nostro Mubarak globale, il nostro Assad globale, il nostro Gheddafi globale.

   Queste includono il Fondo monetario internazionale (FMI), l’Organizzazione internazionale del commercio (WTO), i mercati globali, le banche multinazionali, il G-8, il G-20, la Banca centrale europea ed il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Come è successo con Mubarak e Assad, a queste istituzioni non sarà permesso di continuare a gestire la vita delle persone senza il loro consenso.
   Nasciamo tutti uguali, ricchi o poveri, donne o uomini. Ogni africano o asiatico è uguale ad ogni europeo o americano. Le nostre istituzioni globali devono riflettere questo, o altrimenti devono essere abbattute. Oggi, più che mai, sono le forze globali che influenzano la vita delle persone. Il nostro lavoro, la nostra salute, il nostro diritto alla casa, la nostra educazione e le nostre pensioni sono controllate da banche globali, paradisi fiscali, multinazionali e soggette a tutte le crisi finanziarie. Il nostro ambiente è distrutto dall’inquinamento [che cresce anche] in altri continenti. La nostra sicurezza è determinata da guerre internazionali e dal traffico internazionale di armi, droga e risorse naturali. Stiamo perdendo il controllo sulle nostre vite.

   E’ questo che deve finire. Questo finirà. I cittadini del mondo devono prendere il controllo sulle decisioni che li influenzano a tutti i livelli— dal globale al locale. Questa è la democrazia globale. Questo è quello che chiediamo oggi. Come gli zapatisti del Messico, diciamo “Ya basta! Qui il popolo comanda e il governo ubbidisce”. Basta! subito! Qui il popolo comanda e le istituzioni globali ubbidiscono. Come gli spagnoli di Tomalaplaza— Riprendiamoci la piazza. Diciamo Democracia Real Ya!— Democrazia reale, subito!

   Oggi ci appelliamo ai cittadini del mondo: globalizziamo piazza della Liberazione! Globalizziamo la Porta del Sole!

Si tratta di un documento qua e là, ovviamente, anche ingenuo, anche banale per alcuni risvolti, che non vuole né può rappresentare tutti coloro che nel mondo sono scesi a protestare perché, per definizione, i movimenti sociali sempre rappresentano tutti e non rappresentano mai nessuno. Ma è il risultato di un processo di scrittura e di dibattito collettivo al massimo possibile – il primo cui abbiamo potuto partecipare a quella dimensione vastissima: il nostro personale, specifico contributo – poi abbiamo saputo che lo stesso suggerimento era venuto da altri dodici partecipanti al dibattito – è quella mezza riga, la più banale e la più vera di tutte, forse, che sottolinea come stiamo perdendo, tutti e tutte, il controllo sulla nostra vita.

Per esempio la decisione, passata a maggioranza tra chi partecipava, di chiamare il Fondo monetario e il Consiglio di Sicurezza “i nostri Mubarak e i nostri Assad” non è stata certo una scelta unanime (c’era chi voleva, con qualche argomento anche in parte valido, distinguere tra i due…, c’era chi la giudicava una volgarizzazione anche troppo facile): poi è stato deciso di tenere i termini come erano venuti fuori perché a tempi così duri devono corrispondere termini duri.

Ma – e soprattutto – chi, cioè decine di migliaia di persone, ha lavorato sul testo per offrirlo al dibattito ha scelto deliberatamente di non definire quali sarebbero i connotati delle istituzioni democratiche globali proprio perché non tutti, ovviamente, concordavano sulla definizione. Così è stato deciso di lasciare imprecisate queste istituzioni, come riferimento di principio e come obiettivo per spiegare il quale ci possono essere mille suggerimenti utili e mille spunti per dare a tutti la possibilità, almeno l’opportunità, di contribuire a formare le decisioni che controllano la loro vita. E’ vero: oggi nessuno crede che un controllo globale, da parte della gente normale – come si diceva una volta del popolo – sia possibile.

Ma già domani le generazioni future potranno vederla diversamente: dopotutto oggi c’è Internet, la rete globale, Wikipedia che è scritto ogni minuto da mille mani diverse nel mondo… oggi si può rispondere al quesito di un telegiornale se ci piace o no una certa proposta e vedere il risultato del voto sullo schermo all’istante. Certo, si tratta di uno strumento che per governare ha bisogno di venire molto affinato ma, in linea di principio, contare e certificare il voto di 630 parlamentari o di  6.300.000 cittadini che intendono votare non presenta differenze serie. Già c’è.

Bisogna solo imparare a usarlo per chiedere non se ci piace il Berlusca o lo detestiamo. Ma, per decidere, ad esempio, se fare la guerra alla Libia oppure no, garantendo un’informazione previa completa e corretta. Un problema che del resto già c’è. In fondo, il massimo che alla fine ci può capitare è di sbagliare. Come già, però, fanno adesso lor signori e i loro serventi: sia quelli sciocchi che quelli furbi.

●Paul Krugman, l’economista americano Nobel progressista, ha identificato in un tratto comune essenziale quel che unisce[6], da Madrid a Roma, da Londra a New York,  tutti quelli che, in buona fede, rifiutano ogni etichetta di anarco-insurrezionalismo antropofago ma sono molto, come si dice “indignati” e vogliono dirlo avendo ragione a bizzeffe per protestare e proclamare che non ci stanno.

Scrive, parlando specificamente delle cose di casa sua, che “fino a poche settimane fa sembrava che Wall Street [e la City e il sistema bancario tutto] avessero efficacemente corrotto o costretto il sistema politico a dimenticare la faccenda del loro intascare [a Londra, a Roma, a Madrid, a New York] assegni sontuosi mentre andava distruggendo l’economia mondiale. Poi, improvvisamente, ecco, la gente ha cominciato ad insistere per ridiscutere la questione [delle responsabilità di banchieri e finanza]. E così l’indignazione ha trovato eco in milioni e milioni di americani [e di non americani]. Nessuna meraviglia, no?, che Wall Street [proprio come tutti gli altri] adesso si stia lamentando”.

Alla faccia, anche, di uno come Mario Draghi, il nuovo boss della BCE, che – con onestà intellettuale, forse, ma di certo con una faccia tosta davvero inaudita – dice di come gli “indignati” hanno sicuramente dalla loro mille ragioni.

Ecco questo è un fenomeno su cui ci sembra utile, in futuro, lavorare davvero: il fatto cioè che, almeno alcuni di lor signori ormai si rendono conto essi stessi di aver sbagliato. E’ un apprezzamento inatteso che si spiega, in parte, perché sembra con la loro ansietà riflettere pari pari, anche se sottotono, una rabbia pubblica che ha bisogno di sapersi anche trasformare in pressione politica articolata.

Certo è che quando alcuni consiglieri di Obama se ne escono a dire papale papale che l’anno prossimo la campagna elettorale presidenziale bisognerà correrla “contro Wall Street” e quando qui plutocrati di sensibilità “sociale” acclarata come Warren Buffett implorano, letteralmente[7], di poter pagare più tasse che li mettano almeno alla pari con la percentuale di imposte che pagano i loro stessi dipendenti, sembra proprio un segno lampante del tentativo di cooptare un movimento prima che magari posano svilupparsi al suo interno domande ancora più radicali e fondamentali di cambiamento.

●E c’è anche chi pensa al futuro, anziché riflettere solo sul passato. E siccome oggi è dimostrato che, quando ci rifletteva anni fa, sul futuro, aveva ragione vale forse la pena di considerare con attenzione quello che dice. Stiamo parlando di Nouriel Roubini, che qui vi traduciamo quasi interamente[8] per la sistematica lucidità con cui spiega e propone quanto di essenziale davvero va spiegato e proposto:

Quest’anno, si sono susseguite  turbolenze, rivolte e anche rivoluzioni dappertutto nel mondo – paesi arabi, paesi mediterranei, Europa, America latina anche (in minor misura: soprattutto, ma non solo, il Cile) e Asia e anche Stati Uniti d’America –. Non c’è, tra tutti e di certo, un tema unificante. Ma, in comune, tra tutti c’è un tratto unificante: il grande disagio e la forte protesta delle classi lavoratrici e delle classi medie e di tutti i giovani quanto alle loro prospettive e aspettative di vita e contro la concentrazione di poteri nelle mani di élites finanziarie, economiche e politiche dappertutto.

   Le cause della protesta e della rabbia sono del tutto chiare e forse potremo anche risparmiarci di elencarle; ma comunque è utile:

• disoccupazione elevata e scarse o inesistenti coperture sociali per difendere chi ne è colpito;

• sottoccupazione e precarietà ancor meno protette nelle economie avanzate e emergenti;

• impennate acute e visibili di disuguaglianze, di reddito e di ricchezze nelle economie di mercato avanzate e in quelle emergenti…;

• istruzione e formazione professionale per i giovani per lo più inadeguata alla competizione in un mondo globalizzato;

• risentimento e furia contro una corruzione dilagante che conserva il potere dov’è e ne rifiuta ogni ripartizione, anche in forme rese apposta dal potere “legali” (privilegi, lobbying…), ma sempre più insopportabili…

   Tutto questa diffusissima inquietudine non è mai riducibile a un solo fattore. Per esempio, la crescita delle disuguaglianze – per esaminare solo uno di questi punti – ha cause diverse e concomitanti:

• sono arrivati, in pochi anni e tutti insieme, sul mercato del lavoro globale 2 miliardi e 300 milioni di cinesi e di indiani che non c’erano prima;

• e hanno ridotto, nelle nostre economie più avanzate, quantità di lavoro e volume di salari e protezioni sociali dei colletti blu ma anche dei molti colletti bianchi più facilmente trasferibili off-shore;

• c’è stata un’ondata di cambiamento tecnologico ma mirato a favorire il lavoro maggiormente qualificato a scapito e ad esclusione di quello che lo è meno: ma compensato, ormai, come era ieri il lavoro di manovalanza;

• le pratiche sempre più diffuse del chi-vince-piglia-tutto;

• gli effetti rapidi, pressoché immediati, dell’imporsi di disparità di compensi e di ricchezze nelle economie rapidamente emergenti che prima erano più uniformemente a basso salario generalizzato;

• l’affermazione, ideologicamente voluta, e generalizzata di sistemi di tassazione sempre meno progressiva.

   In parte discreta, il risultato della tendenza all’ineguaglianza ha comportato l’affermarsi del fenomeno del cosiddetto leverage, il moltiplicatore di una ricchezza finanziaria non realmente esistente e spesso puramente inventata nei settori privati e pubblici, e delle bolle speculative connesse all’utilizzo di questi strumenti, che sono deliberatamente mirati a una crescita mediocre del reddito per tutti e al privilegio fantasticamente moltiplicato dei redditi alti e all’allargarsi del baratro tra rendite e progetti e redditi da lavoro.

   Nei grandi paesi anglosassoni hanno cercato di rimediare a questo sprofondamento della base del reddito medio ‘democratizzando’ il credito con una liberalizzazione finanziaria che ha alimentato l’aumento del debito privato attraverso l’ipoteca delle case utilizzata a finanziare i consumi e a pareggiare le differenze. In Europa sono stati, invece, i servizi pubblici – istruzione gratuita, pensioni, assistenza, sicurezza sociale e sanitaria, ecc.: per quanto spesso, poi, inadeguati – non sempre coperti dal fisco ad alimentare deficit e debito pubblico. In entrambi i casi i liveli di indebitamento dell’economia si sono fatti pressoché insostenibili.

In assenza di domanda adeguata, con eccesso di capacità produttiva e una forte incertezza sulla ripresa della domanda stessa, le imprese nelle economie avanzate stanno riducendo l’occupazione.     Ma, con la riduzione conseguente dei redditi da lavoro, ne risulta un ulteriore infiacchimento della domanda e l’aumento dell’ineguaglianza. Ed, essendo i costi del lavoro di un’impresa, il reddito da lavoro e la domanda di qualcun altro, il comportamento normale, razionale (la riduzione delle attività) di uno diventa un comportamento distruttivo per la domanda aggregata, la produzione, il reddito, la ripresa, il benessere economico di tutti.

   Risultato: i liberi mercati non garantiscono affatto una domanda aggregata e finale adeguata. La riduzione dei costi del lavoro ha ridotto dovunque la quota del reddito dei dipendenti sul PIL e, con  l’esaurirsi del credito individuale e/o pubblico, gli effetti sulla domanda aggregata di decenni, ormai, di ridistribuzione del reddito e del patrimonio dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti, dai poveri ai ricchi e dalle famiglie alle imprese sono diventati pesanti: chi è, diciamo, “ricco” (imprese, possessori di capitale, famiglie) ha, come si dice, minor propensione marginale a spendere e a investire di chi non lo è.

   Non è un problema nuovo. Marx ha esagerato nel venderci quel che di buono aveva il “socialismo” ma aveva ragione a dirci che la globalizzazione, un capitalismo finanziario senza freni, la ridistribuzione del reddito e della ricchezza dal lavoro al capitale potrebbero portare davvero il capitalismo all’autodistruzione. Argomentava, a ragione, che un capitalismo non regolato avrebbe portato a ondate di sovraccapacità produttiva e di sottoconsumo e al ripetersi di crisi di distruttività finanziaria alimentata da bolle speculative del credito e impennate o crolli dei prezzi di ogni tipo di asset.

   Anche prima della Grande Depressione, le classi ‘borghesi’ illuminate avevano riconosciuto  l’importanza per l’equilibrio e la stabilità sociale dei diritti fondamentali del lavoro e, dopo la Grande Crisi – e la seconda guerra mondiale – anche del “welfare, con lo Stato che assumeva il compito della stabilizzazione macroeconomica e della creazione, per mantenerla, di larghi strati di classe media.

   La crescita dello Stato sociale moderno fu, in effetti, la risposta di democrazie per lo più liberali e orientate al mercato [il welfare State lo inventò in origine, addirittura nell’800 in forma embrionale il cancelliere Bismarck e nel ‘900, dopo la seconda guerra mondiale, lo reinventò, rafforzandolo, il liberale britannico Lord Beveridge] per garantire una stabilità sociale accettabile e far fronte alla minaccia di rivoluzioni, socialismo, comunismo davanti all’aumento di intensità e frequenza delle crisi finanziarie e economiche.

   Di qui i tre decenni di relativa stabilità economica e sociale, almeno nel mondo sviluppato, dagli ultimi anni ‘40 alla metà dei ’70: un periodo che vide calare molto le ineguaglianze, sia assolute che relative e di crescita rapida media dei redditi.

   Alcune delle lezioni sulla necessità di una regolamentazione prudenziale del sistema finanziario andarono perse nell’era Reagan-Thatcher quando la voglia di una deregolamentazione massiccia venne in parte cerata dalle lacune del modello del welfare sociale europeo. Lacune riflesse nei deficit fiscali più vasti, negli eccessi della regolazione, nella mancanza di dinamismo economico che ha portato a una crescita sclerotizzata e, ora, alla crisi dei debiti sovrani nell’eurozona.

   Ma se questo modello si è man mano guastato, il modello anglo-sassone del laissez-faire è anch’esso miseramente fallito. Stabilizzare le economie orientate al mercato postula un ritorno al giusto equilibrio tra mercati e fornitura pubblica di beni e servizi. Il che vuol dire allontanarsi, oggi, sia dal modello anglo-sassone dei mercati non regolati che dal modello europeo continentale degli stati sociali mossi dal deficit di spesa pubblica. Un modello alternativo di crescita “asiatico” – se poi ce n’é uno – non ha impedito [non sta impedendo] la crescita di ineguaglianze in Cina, in India, altrove.

   Qualunque modello di economia che non affronti in modo appropriato il problema dell’inuguaglianza sarà destinato prima o dopo a scontrarsi, in effetti, con una crisi di legittimità. E se non verrà rimesso in equilibrio il ruolo relativo di mercato e di Stato, le proteste del 2011 si faranno più dure e l’instabilità sociale e politica finirà inevitabilmente col danneggiare, insieme, crescita economica e welfare”.

Una delle ragioni per cui, tra i quotidiani che per stilare questa rubrica consultiamo regolarmente c’è il Guardian, non è solo e sempre per quel che scrive – e, magari, anche non scrive: perché non ci troviamo affatto sempre d’accordo né sull’una né sull’altra delle cose che fa – ma per la gente insieme alla quale scopriamo ogni giorno di leggerlo: qualche centinaio di migliaia di lettori, tra copie stampate e lettura sul web.

A inizio febbraio, il giorno prima che venisse assegnato il Nobel per la pace – meritato – a tre attiviste che nel Terzo mondo hanno fatto molto per liberarsi (una è addirittura la presidente della Repubblica di Liberia! c’è riuscita bene, no?) e aiutare a liberare tante altre donne, abbiamo letto che, in un vasto sondaggio fatto tra i suoi lettori, oltre il 40% avevano detto che il premio avrebbero voluto darlo al caporale Bradley E. Manning:

il soldatino americano, 24enne, accusato (e probabilmente colpevole: ma un conto è se lo diciamo noi qui, un conto molto più grave è se, come il 21 aprile scorso, lo dice icastico – “ha infranto la legge”: e non è mai stato neanche formalmente accusato – il presidente degli Stati Uniti in televisione…) di aver fatto filtrare, dall’Iraq dove l’esercito lo aveva mandato, più di 250.000 messaggi diplomatici del governo americano alla WikiLeaks di Julian Assange. Non, si badi, a Julian Assange…

 

La motivazione che, se i soloni di Stoccolma avessero avuto più coraggio – invero, molto più coraggio: quello politico e anche personale che serve a dire in faccia a una superpotenza di vergognarsi – avrebbero potuto scrivere loro sulla pergamena del Premio è quella che al meglio ha riassunto una giovane lettrice:

   “Se Bradley Manning è il responsabile che ha consentito al mondo di vedere gli imbrogli architettati in nome della democrazia occidentale e di una governance responsabile, bé dovrebbe essere lui il primo della lista. Sono pastrocchi che hanno incluso orribili azioni, assassinii e torture— e va premesso il se perché, dopo un anno e mezzo di galera negli USA, in condizioni che in tutto il mondo puzzano di tortura – non ha ancora avuto diritto a un processo.

   Questo ragazzo è una di quelle persone che hanno tentato di far vedere alla gente normale la verità su quel che chi ha il potere va facendo a suo nome in giro per il mondo. Dovrebbero dargli il premio Nobel per aver patito tortura e galera senza processo alcuno, colpevole di aver cercato di far vedere al mondo la verità, senza preoccuparsi tropo dei rischi personali che sapeva di correre”.

Be, non sappiamo voi. Ma a leggere cose come questa noi ci sentiamo un tantino più caldi; e un po’ meno soli. Come speriamo si senta soprattutto Bradley.

Il Nobel per la pace alle donne? Giusto, ma forse sarebbe stato bello e anche più utile se andava a lui

 

Bradley E. Manning

 

Vogliamo qui, però, essere chiari. Ci pare importante, anche a nostro nome, cogliere uno spunto che, ci dicono – ma non possiamo al momento certificare – venga dallo stesso Bradley e, per lui, da uno degli avvocati che lo possono vedere un’ora al mese: saputo della proposta che lo riguardava, irrituale com’era, e del conferimento del premio alle tre attiviste donne del Terzo mondo, avrebbe detto che esso riconosce il ruolo cruciale che i diritti delle donne e un’armonia di genere sociale e politica sono intimamente connesse hanno in ogni società ma, in particolare, proprio in quelle che la guerra, le guerre contro le quali combatto da quando ho quindici anni, hanno drammaticamente danneggiato.

Ci sembra una bella lezione di stile. E non solo.

●Le spese nel mondo per Ricerca & Sviluppo, nella autorevole classificazione dell’OCSE, qui riprodotta in un istogramma dell’Economist[9], offrono il quadro seguente— dal quale, come al solito, viene tagliata fuori l’Italia, vista certo la scarsa rilevanza della nostra spesa in materia ma forse anche il “pregiudizio” albionico della fonte da cui la tabella è ripresa. In definitiva su 34 paesi elencati e classificati se ci va bene siamo tra gli ultimi dieci, se no tra gli ultimi cinque.  

● Spese di R&S in % del PIL (istogramma)

Industria Educazione e non profit  Governo

  

Numero dei brevetti registrati  * per milione di abitanti, media 2007-2009

Fonte: OCSE, * 2008  Europa, Giappone e USA[10]

Israele spende più del 4% delle proprie risorse economiche in Ricerca & Sviluppo – secondo i dati raccolti e assodati dall’OCSE, l’istituto di studi e ricerche de 34 paesi più ricchi del mondo con sede a Parigi, l’80% dei fondi investiti in questi paesi viene dall’industria privata — ma è il contrario in Italia dove, tra l’altro, c’è una preponderanza di piccole e piccolissime imprese. In Israele, peraltro, una larga fetta di quella spesa di R&S è finalizzata dall’industria a spese di tipo militare. La Svizzera è il paese che, tra 2007 e 2009, proporzionalmente all’investimento, riesce a tradurre in maggior numero di brevetti la propria R&S (38 brevetti per milione di abitanti) per ogni punto di PIL investito. Con lo stesso standard l’Australia ha registrato solo 6 patenti all’anno nel periodo. Nello scorso decennio è stata la Corea del Sud ad aumentare la propria R&S al massimo tasso di crescita tra i paesi dell’OCSE.

86 contro 2: è il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di condanna degli Stati Uniti – per il 20° anno di seguito – a causa dell’embargo che esercitano contro Cuba[11]. Solo Israele – ovviamente: si trattai di un palese quanto spudorato do ut des – vota contro insieme all’America. E sempre più evidente come questi americani vogliano fare solo e sempre quello che vogliono, ma non ci riescano più. Si vedrà un’altra volta quando, tra qualche settimana, non riusciranno a evitare il voto a stramaggioranza dell’Assemblea a favore dello Stato palestinese che vedrà ancora una volta, sostanzialmente, contro solo Israele e gli Stati Uniti. 

Mediterraneo arabo: la cacciata e la resistenza dei rais

La Tunisia è il primo dei paesi che hanno fatto la rivoluzione a recarsi alle urne il 23 ottobre per eleggere 218 deputati tra 11.000 candidati alla seconda assemblea  Costituente. La prima, che durò  tre anni subito dopo l’indipendenza del 1956 e non concluse i suoi lavori di fatto autorizzando  a scipparla dei suoi poteri inconcludenti dal fondatore della Tunisia indipendente Habib Bouguiba che, in nome di quel suo ruolo storico, si proclamò qualche anno dopo presidente a vita… finché colpito da Alzhaimer venne dolcemente deposto e sistemato a spegnersi in una clinica di lusso sostituito da un successore dieci volte peggiore di lui che almeno qualche merito storico ce l’aveva.

Stavolta si vota di domenica, in un paese dove giorno di festa però è il venerdì. D’altra parte, questo è qui anche il giorno della preghiera— come la domenica da noi, ma vissuto con ben altra intensità e assiduità… Il partito favorito qui è sempre stato al-Nahda, la Rinascita, per la sua storia di presenza anche dialettica dai tempi di Bourguiba e perché è un partito islamico non intransigente e non rigido da sempre in un paese dove, da sempre, la fede islamica è viva ma non è tradizionalmente inflessibile.

Molta gente che vuole come dicono qui “qualcosa di islamico” trova solo questo sul mercato e non vuole più un “secolarismo” quasi forzato come quello che nei fatti e di fatto imponevano il regime di Bourguiba, prima, e quello di Ben Ali, poi . Dice una ragazza intervistata per il Guardian da una giornalista francese, di stampo un po’ vetero-femminista che le chiede se “la realtà araba nei villaggi di campagna conservatori della Tunisia non si tradurrà alla fine nel tenere le donne candidate negli ultimi posti delle liste dei partiti che concorrono alle elezioni” se a casa sua forse, nella laica Francia, è davvero diverso. E dice che “per loro quel che è importante davvero è vivere liberamente, portare liberamente se vogliono il velo islamico[12]”.

La rivoluzione di dicembre 2010 qui esplose perché scoppiava un doppio disagio: da una parte, nei villaggi e nelle povere cittadine di periferia (Thala, Douz, Kasserine…) la gente normale non sopportava più miserie e umiliazione in rapporto alla ricchezza media, reale e percepita, delle maggiori città costiere specie coi prezzi delle derrate alimentari di uso comune che al dettaglio stavano andando alle stelle— è il gioco del mercato e non c’è niente da fare, dicevano ai ministeri…

…e, dall’altra, diventava acuto il malessere nelle grandi città di una popolazione di giovanissimi, ormai quasi tutti capaci di leggere e scrivere esposti a una disoccupazione di lunga durata, alla forzatura della discriminazione nell’emigrazione e, insieme all’esposizione di massa ai social media, alle Tv satellitari oltre che alla corruzione rampante e ostentata e al diniego di libertà sia economiche che sociali e individuali ormai considerate dovunque vitali.

Ora, l’elezione è un esercizio assolutamente reale ma la competizione tra 100 partiti su base rigidamente proporzionale sembra poter condannare il paese a un governo debole quando condurre responsabilmente e seriamente una “purga” giudiziaria e poliziesca sarebbe cruciale e non rinviabile per chiudere una fase e aprirne un’altra: così come indilazionabile è prendere per le corna il nodo del lavoro che non c’è…

Oggi sono tutti i paesi arabi che stanno studiando i contrasti tra l’ecatombe che c’è stata in Libia, la rivoluzione armata che ha trionfato ma sembra ora quasi impotente in Egitto e la rivoluzione di massa, popolare, ma inconclusa di qui in Tunisia. Può essere, se queste elezioni vanno di qua a dare uno sbocco al popolo tunisino, può costituire un faro per tutti i vicini verso un percorso che crei una società in qualche modo nuova. O se vanno di là – anche se ancora non è ben chiaro quel che potrà essere il qua e il là – potrebbe tornare indietro verso la tirannia. Qualcosa ci dice, però, che se succedesse stavolta non durerebbe mezzo secolo.

E, come previsto, vince bene Al-Nadha, il partito di Rached Gannouchi, che sarà il primo nell’Assemblea costituente (90 eletti su 217 membri) e peserà più degli altri nella formazione del nuovo governo e nella nomina del nuovo presidente. Resteranno in carica ora per un anno: ma con questo crisma di approvazione popolare alle spalle[13].

Importante, e tutto sommato di una certa rilevanza moderatrice sul clima politico a venire – nel senso di temperare gli eventuali ardori islamico-intransigenti che emergessero – il fatto che i due partiti immediatamente dietro i vincitori di Al-Nadha, il Congresso per la Repubblica e il Forum democratico per il Lavoro e le Libertà, hanno tra loro preso un quarto dei voti e superato i “democratico-progressisti” del PDP di sinistra moderata[14]. Che avevano molto insistito in campagna elettorale a mettere in guardia contro i “religiosi”. Ma la gente non li è stati a sentire granché…

Subito dopo le elezioni, però, scoppiano disordini a Sidi Bouzid, là dove dieci mesi fa il verduraio ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco innescando l’incendio della protesta e poi della rivoluzione in tutto il Mediterraneo arabo-africano e oltre. La polizia deve sparare (in aria, però) per far tornare la calma tra i rivoltosi che dicono[15] di essere preoccupati, malgrado le assicurazioni di al-Nadha che non ha alcuna intenzione, di imporre alcun codice morale (cioè, islamico) al paese che sono ora chiamati a governare. Sono in realtà i seguaci del partito popolare, Al Aridha Chaabia— la Petizione popolare, che ha vinto 19 seggi, diventando il quarto partito nazionale del paese, ma ora se ne è visti cancellare sei dal tribunale elettorale nazionale per frode.

Fondato all’indomani della fuga di Ben Ali, proprio nella città culla della rivolta dove era nato, da Mohamed Hechmi Hamdi, creatura del vecchio regime e berlusconide-plutocrate-televisionaro di stampo ben conosciuto, aveva continuato a farsi finanziare da privati (da lui) oltre le previsioni di legge e a far trasmettere, fregandosi delle regole, la sua propaganda anche nel periodo del silenzio elettorale dal canale Tv di sua proprietà, Al Mustakuila.illah che scavalcava il divieto trasmettendo on-line da Londra. Adesso, bisognerà vedere se, a indagini del tribunale elettorale concluse, riuscirà a mantenere il suo quarto posto[16].

In Libia, il 20 ottobre – nuova festa nazionale per qualche anno almeno – è stata la data in cui sono finalmente riusciti, a Sirte, la sua città natale, a far fuori Gheddafi. E a vincere sono state le armi della NATO e gli ex gheddafisti che oggi, col loro aiuto molto più che con quello dei ribelli della prima ora, si sono piazzati tempestivamente e si sono imposti con il puntello della “comunità internazionale” alla testa della rivolta. Così, con gli aerei della NATO che l’hanno consegnato ferito e indifeso ormai  nelle mani dei ribelli, sono riusciti a far fuori l’ex rais.

Si è risolta – quasi subito, anche se ancora la risposta finale è confusa… pare…[17] – la gara, invero indecente, a rivendicare di chi fosse il missile che ha colpito l’auto su cui viaggiava Gheddafi, bloccandola, ferendolo e costringendolo a trascinarsi di fronte a una specie di plotone di linciaggio selvaggio ripreso accuratamente da cento telefonini.

L’inverecondo ministro della Difesa francese Gerard Longuet – inverecondo per l’altezzosa rivendicazione che fa – reclama che l’aereo che ha sparato il missile che ha bloccato Gheddafi sulla strada di Bani Walid era suo, mentre un funzionario (per lo meno lui anonimo) americano del Pentagono ha recriminato che no, che insieme all’encomiabile caccia francese un altro missile, anch’esso a meritorio bersaglio contro Gheddafi, era quello di un ancor più eroico aereo senza pilota americano…   

E’ vero, muoiono spesso così i tiranni. Ma stiano attenti quelli che vanno ora al suo posto. Perché spesso capita, poi, anche agli eredi dei tiranni di fare la stessa fine[18]

In ogni caso chi diceva che lo avrebbe voluto vedere alla gogna – fu Sarkozy a sbottare così, dopo che alla fine di un bombardamento francese su Tripoli mesi fa, Gheddafi lo aveva bollato come un “ometto che porta i tacchi per carenza di altezza e di dignità”. Forse scherzava, Sarko, ma disse che gli sarebbe tanto piaciuto vederlo trascinato al giogo dei buoi sotto l’Arc de Triomphe degli Champs-Élysées, come facevano gli antichi romani coi vinti sotto l’Arco di Tito della via Sacra: senza forse pensare che non sono pochi oggi i suoi concittadini che amerebbero magari, e lo dicono anche loro, veder pendere lui da qualche lampione degli Champs-Élysées.

Tant’è: il problema di quello che avrebbe potuto dire quella santa bocca sui suoi successori, sugli ex suoi leccapiedi e sulle connivenze che lo avevano mantenuto al potere per quarant’anni, negli ultimi dieci in specie puntellato, anche vergognosamente da Washington, Roma, Londra e Parigi …

●In ogni caso, il modo della morte/linciaggio di Muammar Gheddafi (a Misurata hanno legato per i piedi il cadavere a una camionetta trascinandolo per le vie di mezza città fino alla cella frigorifera della macelleria dove poi è stato “esposto”) è quello che in termini letterari si identifica nella figura retorica della sineddoche – la parte che esprime o sintetizza il tutto – dell’intera guerra di Libia. Sono state le armi della NATO a fermare il convoglio di Gheddafi e a ferirlo e, senza il loro intervento, il rais avrebbe potuto raggiungere il prossimo covo della sua lista.

La rivolta avrebbe anche potuto avere successo senza l’intervento della NATO: come quella tunisina e quella egiziana. Ma, con la NATO, qui, alcuni esiti politici della rivoluzione sono stati ipso facto resi inagibili. E adesso, a compenso,  c’è la fila dei paesi NATO a reclamare la loro parte del bottino (energetico) del paese. Non lo dichiarano proprio pubblicamente come quid pro quo— non è elegante, non è proprio liberal né tanto meno è liberista. Anzi, dichiarano che tocca ai libici oggi affermare la loro sovranità…

E ora che il CdS dell’ONU ha deciso all’unanimità la fine dell’intervento NATO[19] – e che la NATO confermerà, forse il 1° novembre, la decisione – vedrete che qualche paese “volenteroso” –  uno, due o tutti quelli della coalizione precedente che avevano più interessei a accaparrarsi le concessioni petrolifere (ma ora ad essi si aggiungeranno, con offerte migliori, forse, anche russi e cinesi) si dimostrerà pronto a “aiutare” il governo libico che da solo teme – ancora: sì, ancora: e lo dichiara pure – che forse se no non riesce a vincere.

Insomma, quella che chiamano in America una “finestra delle opportunità” qui si chiuderà molto a breve e non sembrano certo gente come Mahmoud Jibril o come Mustafa Abdel Jalil, a tenerla aperta e tanto meno a volerla tenere aperta quella finestra: loro erano gli uomini del figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, riconosciuto in Libia ed all’estero a capo delle fila interne dei neo-liberal e puzzavano almeno quanto lui. Ma, appena in tempo, mollarono i pappafichi, cambiando schieramento e garantendosi i posti di comando dell’immediato futuro.

E questo è lo spazio, di breve durata che i libici – ce ne sono, ce ne sono tra i rivoluzionari ma adesso si devono far valere – ancora preoccupati di valori come sovranità nazionale o controllo delle proprie risorse, dovranno preoccuparsi di occupare subito, adesso, prima che i Jalil e i Jibril se lo vendano a quello che per loro sarà il miglior offerente.

●Subito prima della cattura/esecuzione del colonnello[20] arrivano notizie, però, di sfaldamenti ulteriori e sempre più curiosi, caotici e preoccupanti nel campo dei ribelli che non riescono ancora a diventare governo. Il Consiglio rivoluzionista (sic! è il nome ufficiale) di Tripoli, annuncia il portavoce Abdullah Ahmed Naker, si è costituito ora, a inizio ottobre, per difendere la sicurezza e la proprietà dei cittadini, per aiutare a mantenere l’ordine nella capitale e raccogliere le troppe armi di ogni calibro in mano a troppi libici ormai e senza alcun permesso[21].

La nuova milizia conta su ben 22.000 uomini armati, ma frazionati tra ben 73 diverse fazioni, nessuna delle quali risale in alcun modo a nessun filone islamico… anzi! soggiunge Naker, affermando che il gruppo per conto le quale parla è invece pronto a collaborare col Consiglio militare di Tripoli, altra entità che, comunque, non fa capo al CNT.

Che da parte sua annuncia adesso – ma è un po’ come col governo di Berlusconi: che, per quanto di dannoso ancora non è riuscito a realizzare è fatto tutto e soltanto, finora, di annunci e di reiterazioni di annunci. E qui esponenti del CNT – uno che apre bocca e smentisce l’altro, in successione – dicono che verso il 20 novembre ci sarà ormai l’insediamento del nuovo governo: dentro il quale però dovranno far trovare posto a qualche Romano, tanti Scilipoti e troppi Berlusconidi…

Adesso sarà davvero di grande interesse vedere come si organizzeranno i libici per costruirsi una qualche democrazia capace di funzionare, dopo essere usciti in modo così cruento e turbolento da un tentativo che sulla carta puntava – lo descriveva così un opuscolo ufficiale americano degli anni ’80 – a far autogovernare i libici con una democrazia che fosse davvero diretta, gestita da “comitati popolari” che rappresentassero ogni area del paese e ogni condizione sociale: “L’innovazione straordinaria nel sistema politico libico da quando Gheddafi è arrivato al potere è derivata dalla sua volontà di sostituire i capi tribali tradizionali con amministratori dotati delle capacità necessarie a modernizzare il paese[22]”.

Ma la sua personale posizione a capo del Congresso generale del popolo libico si tradusse di fatto, da subito e finché è restato in sella a Tripoli, in un comando effettivo coi comitati popolari trasformati in foglia di fico a copertura di un’autocrazia che subito si rivelò sistematicamente brutale. Mentre il ruolo di “supervisione del potere popolare” da parte dei comitati rivoluzionari diventò subito un monitoraggio occhiuto e la soppressione di ogni dissenso.

Concludeva lo studio americano che abbiamo citato: “allora è ironico che cambiamenti così profondi tesi a liberare la cittadinanza siano invece sfociati ad esaltare il potere personale di Gheddafi, diminuendo equilibri e controlli sul governo esecutivo, e finendo con l’eliminare ogni altro potere diffuso alla base”. Cosa che, è vero, un po’ meno fariseicamente forse, è successa anche altrove.

Il problema è che oggi, però, mentre al vertice tutti si azzanneranno con tutti – e tutti sono dotati di zanne assai aguzze sotto forma di fior di armamenti in circolazione del tutto libera: hanno calcolato che su 6 milioni di abitanti ci siano almeno quattro milioni tra pistole, fucili e mitra e, a questo punto, forse, la sola speranza è che manchino le munizioni – qui dovranno inventarsi e cominciare a costruire un’architettura, o comunque una qualche struttura istituzionale, dice, tutta dal basso. Democratica? bé, lasciamo stare…

Il paese riprenderà ora inevitabilmente ammalato di tribalismo profondo e, adesso, anche carente di una figura centrale di cui invece, prima o poi ci sarà bisogno. Perché per ora e fin quando un nuovo leader non verrà trovato e largamente “accettato”, ogni milizia si terrà le sue armi, controllerà il suo territorio e abbandonerà l’uno e le altre solo lentamente, con grande circospezione e condizionando il processo al proprio attento, capillare controllo.

Il punto è che, se il CNT è stato imposto come rappresentanza del popolo libico alla “comunità internazionale” dalla volontà di Sati Uniti, Francia e Inghilterra che l’hanno creato e controllato da sempre e dall’infingardia omissiva e passiva di chi non era d’accordo, in Libia questa decisione non è affatto scontata. Il CNT è uno dei tanti gruppi, clan, consessi di cacicchi e tribù che si spartiscono zona per zona il potere e se lo giocheranno tra loro per scoprire solo alla fine chi vince. E in questo scontro la “comunità internazionale” conterà sempre di meno.

Insomma, non è che il CNT adesso prende esso il potere là dove lo ha lasciato Gheddafi, rimpiazzandolo. E chi lo va sottintendendo – o, addirittura, dichiarando – mente, sapendo benissimo di mentire: o, magari, il che è perfino più grave, neanche sapendolo.

E le cose potrebbero andare di male in peggio con l’ipoteca che, forse contro la sua stessa volontà, Jibril è stato costretto adesso a proclamare, annunciando a Bengasi, il 23 ottobre, la vittoria della rivoluzione che “la legge islamica è la base dell’ordinamento futuro” del paese per cui “ogni legge contrastante con la sharia’a non avrà valore”.

Messa così è chiarissima e preoccupante: perché chi è che interpreterà la sharia’a? probabilmente sarà il wahabismo saudita che, adesso, con la crisi economica che paralizza America e Europa, sarà lì pronto a dare una mano importante a ricostruire quanto è stato distrutto prima che la Libia possa riprendere a esportare petrolio.

Dicevamo – troppo buoni, forse – che quell’intervento sulla piazza di Bengasi Jibril lo faceva contro la sua stessa volontà perché poi solo qualche giorno dopo, e senza che nessuno lo obblighi a dirlo, specifica: per esempio la legge dell’era Gheddafi che ha proibito la poligamia va cancellata in base proprio alle norme della legge islamica che, invece, la prevedono… E per fortuna ci sono anche voci che dicono di non concordare: non fosse altro perché non tutto quello che ha fatto Gheddafi, tra l’altro, è sbagliato[23]

●Perché è l’ENI a dircelo avendo ora scoperto che il giacimento Elefante, il più grande agglomerato di pozzi di petrolio che gestisce in Libia, del quale aveva appena ceduto in cambio del diritto a condurre sue prospezioni nell’artico siberiano, una fetta a Gazprom[24], è “in rovine”, distrutto dalla guerra – e, dalla descrizione dettagliata dei danni all’aeroporto, alle strutture elettroniche e al materiale di monitoraggio distrutto proprio dai bombardamenti aerei – il che, contrariamente a quanto quasi trionfalmente era stato annunciato, potrebbe impedire al flusso di combustibile libico di tornare rapidamente a disposizione dei mercati mondiali[25].

Prima della guerra, Elefante pompava 134.000 barili al giorno di greggio di alta qualità dal sottosuolo del deserto sud-occidentale libico nel bacino di Murzuq, restato a lungo in mano a Gheddafi e area anche ora tutt’altro che “pacificata”. E, adesso, comprensibilmente, Gazprom va chiedendo spiegazioni (ma che mi avete ceduto?), mentre il gestore libico dell’ENI, tal Mustafa Abougfeefa, che ha fatto condurre la prospezione in loco dalla quale è emersa la realtà com’è e  non come ci si illudeva che fosse, ha informato Roma che non c’è modo di fissare alcuna data plausibile di ripresa della produzione su ritmi stabili prima di diversi mesi.

Abougfeefa  ha anche spiegato che i responsabili dell’ENI nel paese devono far fronte al rinnovo dei contratti esistenti, tutti scaduti, fare i conti con un sistema di visti che non sono più validi e una grande confusione intorno al tema delle sanzioni: quali e contro chi ancora si applicano e quali e a chi no… Anche il tema rovente dei lavoratori immigrati è del tutto aperto (e dopo i linciaggi che i ribelli hanno scatenato nei confronti di decine di immigrati, specie quelli di pelle più nera accusati all’ingrosso di fare il tifo per Gheddafi, viene per il momento tamponato, dice, facendoli operare da Malta.

Resta molto serio il problema dei costi di trasporto e, soprattutto, col Golfo della Sirte – tutto, in pratica: da Misurata a Tobruk – ancora classificato come zona di guerra, con costi di assicurazione molto elevati. Per questa ragione è forse anche più rilevante che l’ENI e la Lybian National Oil Corp. a metà ottobre abbiano iniziato a testare[26] il rilascio di gas naturale nel gasdotto Greenstream che collega Gela, in Sicilia, alla costa libica. Questo periodo di sperimentazione prelude a una- possibile, sperata – ripresa su basi costanti delle operazioni del gasdotto dopo otto mesi ormai dalla cessazione dell’invio del metano dal giacimento di Wafa, a 500 km. a sud-ovest di Tripoli.

●E, a questo punto, se vogliamo essere intellettualmente onesti con noi stessi, dobbiamo finalmente avanzare a alta voce almeno due o tre cose:

• La prima è che l’attacco dall’esterno alla Libia è stato condotto specificamente allo scopo strategico di contrastare e manipolare gli effetti della primavera araba che, in Tunisia e in Egitto, l’avevano preceduto pendendo di sorpresa tutte le potenze del mondo. Anche in Libia era cominciato a succedere qualche cosa di analogo, ma in Libia c’erano di fatto alcune differenze fondamentali:

   ◦ Il fatto che Gheddafi, contrariamente a tutti i suoi vicini, malgrado variegate alleanze di eclatante opportunismo bilaterale, era arrivato al potere negando e continuando nei fatti fra tante giravolte politiche sempre a negare il controllo delle risorse naturali del suo paese all’occidente un po’ tutto. Questo non gli hanno perdonato, altro che di uccidere i libici…

  E l’opportunità così di farlo fuori è stata colta come sempre in occasioni analoghe. C’è chi ha contato e documentato[27] che, dalla seconda guerra mondiale in poi, gli USA sono intervenuti a sovvertire, combattere per interposti serventi o anche rovesciare con le armi i governi di venti paesi,  tentando di farne fuori con operazioni di truppe speciali una cinquantina e di sovvertirne altre decine. Molti di questi regimi, poi, anche democratici ma “antipatici” o ostili agli interessi di Washington (un esempio soltanto: l’Iran di Mossadeq, per dirne soltanto uno, con gli esiti che poi abbiamo visti dopo aver rimesso in quel modo sul trono del pavone lo scià.

   ◦ L’intenzione dello sfruttamento economico, sotto una doppia specie: petrolio e ideologia neo-con che imperversa tuttora dentro un’amministrazione pure nominalmente democratica: non si tratta tanto della necessità di “controllare” oggi il petrolio, ma le riserve sovrabbondanti che, si sa, sono sotto il deserto dell’ex Jamairiah e serviranno soprattutto domani.

   Lo ha detto chiaro l’ambasciatore americano Gene A. Cretz verso metà dello scorso settembre, una settimana dopo che le forze ribelli avevano cacciato da Tripoli il colonnello ed i suoi, dopo l’alzabandiera con cui ri-inaugurava la sua sede e aprendo una conference call con i capi di oltre cento compagnie americane speranzose di far affari con la nuova Libia:

   “Sappiamo bene che il petrolio è il gioiello della corona tra le risorse naturali di questo paese, ma anche ai tempi di Gheddafi, da quando sei anni fa il paese aveva cominciato ad aprirsi all’occidente, avevano appena cominciato a costruire infrastrutture e altre strumentazioni fondamentali. Se ora riusciamo a portare qui imprese americane su scala sufficientemente vasta – e cercheremo di fare tutto il possibile perché ciò avvenga – questa presenza si tradurrà nel miglioramento della situazione a casa nostra negli USA con la creazione di molti altri posti di lavoro a casa nostra[28]”.

   Insomma, papale papale: non si tratta solo di petrolio da sfruttare oggi e, soprattutto, domani  ma anche di prodotti e servizi che quelle risorse consentiranno ai libici di comprare in America. E’ un’illusione, probabilmente, vista la dimensione qui di gran lunga inferiore di quella del Congo belga o dell’Africa orientale di fine ‘800 o inizio ‘900 – dopotutto i libici sono soltanto sei milioni – ma conta l’intenzione, la motivazione annunciata.

   Al posto di Cretz, e di fatto con le stesse parole – in sostanza uguali le avevano dette entrambi – avrebbero potuto parlare sia Leopoldo re del Belgio per il Congo, ribattezzato belga dopo  un genocidio che fece forse 10 milioni di morti, sia Sir Cecil Rhodes per la Rodesia, anche lui grande colonizzatore e genocida a scala[29] analoga ma, forse, per rendergli giustizia, appena inferiore…

   Chiarisce e ribadisce il concetto un servizio di apertura del NYT[30] di fine mese quando sintetizza l’assunto con poche, puntuali parole che delineano intenzioni e programmi: “le imprese che fanno capo ai paesi della NATO sperano tutte che la gratitudine per l’assistenza ricevuta nella ribellione diventi adesso un fattore preferenziale nella elargizione di contratti speciali”.   

   ◦ Non esiste alcun dubbio che il popolo libico fosse governato da un capo molto curioso, il Gheddafi tanto poco democratico quanto moltissimi altri però non solo aiutati ma supportati, in tutti i modi, dagli americani e dagli occidentali. Forse era peggio, lui… Ma è anche vero – e sempre documentato[31] – che in Libia sotto Gheddafi, per dare il quadro dei dati accertati e attestati dal Fondo monetario internazionale – certo grazie al petrolio: che però qui non finiva in larghissima parte nelle tasche sue – c’erano un sistema di irrigazione straordinariamente sviluppato e avanzato, un tasso di alfabetizzazione del 90%, la più bassa mortalità infantile e la più alta aspettativa di vita di tutta l’Africa, una sanità pubblica e gratuita tutto sommato ben funzionante, come l’istruzione e c’era, secondo le graduatorie del Fondo dell’ONU per lo Sviluppo, il più alto Indice di sviluppo umano di tutto il continente e anche il reddito medio pro-capite più alto dell’Africa…

Del diritto dei libici a rivoltarsi e a rovesciarlo c’è proprio poco da dire. Del fatto che, forse, adesso sarà addirittura peggio, anche. Se, poi, però, per far intervenire Sarko e Obama e Cameron e il Berlusca avranno riconsegnato le chiavi dei rubinetti del greggio e del gas alle sette-otto sorelle occidentali sempre assetate e pronte a riabbeverarcisi, bé, noi francamente non ne siamo proprio orgogliosi: né del ruolo che il Berlusca ha lasciato svolgere ai nostri nella caccia a Gheddafi (il ruolo, come dire?, un po’ vile di chi bombarda o aiuta a bombardare da dieci km. d’altezza), né del ruolo di lecchino ossequioso che prima, per anni, ha giocato con lui.

• E, allora, sempre per onestà intellettuale, per lo meno a chi scrive si impone anche, a questo punto,

di cercare risposta a un’altra domanda: visto che, invece, sostengono di essere intervenuti e aver bombardato e che stanno ancora bombardando la Libia per difendere i libici dal colonnello, chi è che, adesso, si assumerà la “responsabilità di proteggere” il popolo libico da questa nuova banda smandrappata e, in parte, di certo anche criminale che lo governa?

Quanto all’Egitto, qui la dimostrazione di massa di piazza della Liberazione a fine settembre ha portato una coalizione di 34 partiti politici (inclusi i Fratelli mussulmani e i tradizionalisti salafiti islamici) ad accettare le “concessioni” della giunta militare alla piazza, con nuove regolamentazioni dei modi di elezione che dovrebbero rendere più difficili e comunque non più riservate le candidature individuali non appoggiate da gruppi di cittadini[32].

Più in generale, i reclami più forti erano per l’incoerenza evidente e l’opacità di tutto il processo di transizione che sfuggiva a ogni trasparenza e a ogni controllo. Con una mossa che tende a accogliere quest’esigenza di trasparenza, i militari, che avevano rifiutato come indebita ingerenza ogni partecipazione di osservatori stranieri alle elezioni, adesso hanno accettato di aprirle agli osservatori di enti non governativi né comunque pubblici di altri paesi.

E hanno anche accettato un ruolo maggiore dei partiti politici nel disegno e nella formazione di un governo permanente. “Non più tardi della prima settimana di aprile 2012”, recita il testo dell’intesa appena firmata, le due camere del parlamento sceglieranno una commissione incaricata di disegnare una nuova Costituzione, un processo che durerà – si riesce a intuire – almeno un anno… La maggior parte degli analisti sono convinti che, a questo punto, la carta fondamentale del nuovo Egitto sarà molto più attenta a rafforzare il ruolo del parlamento e i poteri di un primo ministro da esso designato  rispetto a quelli di un presidente della Repubblica come figura centrale che, invece, avrebbero preferito i militari.

L’ala più aperta e progressista del movimento ha insistito anche perché prima della Costituzione il paese si doti di una specie di carta dei diritti fondamentali capace di impedire, in nome del rispetto di quelli non negoziabili di cui sono titolari le persone, la loro limitazione in nome di una concezione ristretta delle libertà individuali, anche ma non solo in campo “morale”, di stampo religioso e, qui, naturalmente, islamico.

E’ un’idea un po’ all’americana che non funziona più neanche in America dove la carta dei diritti c’è da sempre ma i diritti non ci sono spesso più[33]. Un’idea che i fratelli mussulmani e, in genere, le fazioni più legate a una visione fideistica del mondo respingono, accusando un simile documento di caratterizzarsi come inevitabilmente non democratico perché prescinde, per definizione e natura sua, dalla volontà della maggioranza.

●In ogni caso, l’accordo dei primissimi giorni di ottobre sembra essere riuscito a prevenire, con qualche successo, sia il tentativo, o meglio la tentazione, dei militari di farsi regole per favorire se stessi definendo da sé il proprio ruolo futuro, sia la possibilità di consentire la continuazione del mubarakismo senza Mubarak, sia forse anche una qualche prevaricazione fideistico-ideologica. E sembra anche essere riuscito a buttare se non le basi, almeno le fondamenta, dice il testo firmato, di “un accordo su una serie di princìpi che tutti i firmatari si impegnano ad adottare”.

Sono cadute, così, da parte del “movimento” le minacce di boicottaggio nell’immediato, ma resta l’impegno a vigilare e premere sulle autorità (che già il 2 ottobre hanno “sciolto” un nuovo sit-in ripartito sulla piazza) così come la richiesta di cancellazione delle leggi sullo stato d’emergenza, della fine dei processi militari ai civili per “fatti di strada”, dell’accelerazione dei processi agli esponenti del vecchio regime e la domanda che si trovi, comunque, il modo di impedire ai resti del regime di Mubarak di partecipare alla nuova vita politica del paese. Insomma, non è scontato per niente che, se si riaffacciano pericoli di questo genere, si riaffaccerebbe di nuovo in massa anche il movimento.

Comunque, ha rivelato candidamente ai primi di ottobre, dopo la visita al Cairo successiva alle dimostrazioni e all’intesa del segretario alla Difesa americana, l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Anne W. Patterson che coi generali, in quella occasione, si era incontrata[34] nessuno, neanche i militari, sa quando il potere esecutivo reale verrà da loro trasferito al nuovo parlamento, se al momento della sua apertura, o dell’adozione più avanti nel 2012 di una nuova costituzione o, ancora più in là, al nuovo presidente eletto quando alla fine, poi, lo sarà…

Una cosa che viene chiarita, però, con l’impegno annunciato personalmente dal massimo capo militare, il maresciallo Mohamed Hussein Tantawi, è che a nessun militare, neanche a chi si dimettesse per quello scopo, sarà concesso di candidarsi per la presidenza[35]. Adesso gli sarà difficile, più in là, sfilarsi dall’impegno. Però, certo, se tra oggi e le elezioni passassero molti mesi…

Sei candidati dichiarati alle presidenziali, tra cui eminenti in particolare l’ex segretario generale della Lega araba Amr Moussa, l’ex giudice Hisham Bastawisi, che dal suo scranno di vice presidente della Corte di Cassazione tentò ripetutamente, prima di essere fatto fuori nel 2006, di “moderare” gli eccessi dell’autoritarismo mubarakiano, e il candidato islamista Mohammad Salim al-Awa, uno studioso di fama “moderato” della storia e del pensiero dell’Islam chiedono pubblicamente alla giunta provvisoria militare di anticipare[36] la data delle legislative e annunciare che trasferirà il potere esecutivo entro aprile 2012.

Tutti, in un modo o nell’altro, esprimono il timore che il protrarsi della transizione possa fomentare una caduta del paese nel caos e nell’anarchia e Amr Moussa, già della Lega araba ma anche ministro degli Esteri egiziano prima di avere la fortuna di trasferirsi, dice che vede montare tra la gente tentazioni di anarchia rischiose perché del tutto estranee alla cultura e alla storia di questo paese[37].

●Poi un’altra crisi, gravissima, la notte tra il  9 e il 10 ottobre, probabilmente attizzata da mestatori

di dentro e di fuori ma anche dovuta allo scoppio di fanatismo tra alcune frange – sperando che siano solo tali: ma chiaro è che il grosso del movimento islamico dato per favorito alle urne non avrebbe interesse a mettere intralci al processo elettorale – che mettono a ferro e fuoco una chiesa cristiana, in uno sperduto villaggio, Marinab, dell’Alto Egitto.

Di qui scatta la protesta di massa dei copti (una minoranza consistente e importante, intorno al 10-12% in questo paese di 82 milioni di abitanti: con una media di età di 24 anni— da noi, per dire, siamo a 43), minoranza vista con sospetto da molti egiziani perché mediamente più benestante e sospettata di aver a lungo appoggiato, per stare tranquilla, l’autocrazia del maresciallo Mubarak).

Dietro gli scontri settari in Egitto: sempre lo stesso suggeritore… (vignetta)  

SCAF = Consiglio supremo delle Forze armate, la giunta militare

Fonte: 12.10.2011 da http://invisiblearabs.com/?p=3681/ di Carlos Latuff

Ha commentato p. Enrico Casale, esperto africanista e mediterraneista della Compagnia di Gesù, alla Radio vaticana che “mettendo contro la comunità cristiana e quella musulmana più integralista, la giunta militare al potere in Egitto si pone come arbitro del  conflitto e  tra e  una giustificazione per la sua permanenza al potere”. La vignetta illustra una lettura assai vicina a questa della realtà egiziana di oggi.

 

Ora, durante il funerale celebrato nella grande cattedrale cairota di Abbassiyah e nella piazza dove poi si sono ammassati, i copti hanno cominciato a scandire, prima pochi e poi tutti insieme, Al shab yurid isqat al musheer— cioè: il popolo chiede che il capo del Consiglio Militare Supremo (il Musheer, proprio lui, Mohammed Hussein al-Tantawi, ministro della Difesa per anni sotto Mubarak) se ne vada, e ne sono venuti fuori alla fine almeno 25 morti nella repressione condotta dalla polizia ma anche, e in questa occasione soprattutto, dall’esercito[38].

E, adesso, quei blindati che hanno schiacciato sull’asfalto più di una ventina di dimostranti, potrebbero, forse, anche rimettere in questione tutto il calendario elettorale. Il ministro delle Finanze e vice primo ministro Hazem al-Beblawi (che è mussulmano) si è subito dimesso e, adducendo a motivo proprio il dissenso radicale verso la decisione di intervenire manu militari, con le forze armate, contro una protesta che per quanto di massa e anche non sempre pacifica, vista la provocazione subita dai copti, andava trattata con altri criteri e non in un’ottica puramente militare.

E si pone così, ancora una volta, ma stavolta più nettamente che mai, il vero problema: che a dieci mesi ormai dalla rivoluzione, i processi decisionali, in un paese che la rivoluzione l’ha fatta e l’ha vinta siano sempre, in definitiva, in mano ai militari[39]… Poi al-Beblawi, curiosamente, ritira le dimissioni su richiesta dei militari: per non danneggiare l’economia del paese, dice; e anche il primo ministro Essam Sharaf, che era stato designato su pressione della piazza ma ha perso molta della sua credibilità popolare per aver troppo spesso detto sì ai generali.

●E esponenti noti della giunta chiedono pubblicamente perdόno o, meglio, comprensione per i soldati che hanno sparato e assalito la folla armata di sassi, bastoni e bottiglie molotov: perché si trattava di reclute per lo più giovanissime, spiegano, e perciò terrorizzate[40]… Ma il problema resta esattamente dov’era. Una questione ormai di credibilità per chi la rivoluzione l’ha fatta da parte di chi oggi ne gestisce, un po’ troppo a modo proprio, gli effetti…

C’è anche un tentativo, iniziale e ancora non proprio deciso, di dire a tutti che il settarismo e la discriminazione contro le minoranze non saranno più tollerate: il governo transitorio dei militari a metà ottobre emette un decreto che proibisce gesti e azioni discriminatorie anche e specificamente, dice, su base religiosa[41]: la pena è prevista in tre mesi di prigione e in una multa che equivale a 15.000€.

Il presidente della branca egiziana di Human Rights Organization, Hafiz Abou Saada, ha detto che il decreto costituisce un passo simbolico, “positivo ma limitato”.

Come al solito, flop all’ONU dei tentativi di “punire” la Siria[42]. La Russia e la Cina, come avevano detto, hanno messo il veto alla risoluzione del CdS dell’ONU sponsorizzata dai membri europei del Consiglio e appoggiata dagli USA che, con nove voti a favore, quattro astensioni (Sud Africa, Libano, Brasile e India) e il no – equivalente a un veto – dei due membri non occidentali del CdS  aveva lasciato cadere la menzione di sanzioni ma continuava a parlare di non meglio definite “misure mirate” contro il governo siriano e a condannare soltanto o – essendo perciò “squilibrato” – la repressione di parte governativa ma non le violenze che contro il governo vengono perpetrate sistematicamente dagli oppositori.

L’Ambasciatore russo, Vitaly Churkin, ha anche aggiunto che, dopo le prevaricazioni e l’interpretazione forzata con cui gli occidentali hanno trasformato quello che era solo un consenso a proteggere in un permesso incondizionato di massacrare alcuni libici negli interessi di altri, la Russia non la gabbano più… La Cina, col suo ambasciatore Li Baodong ha spiegato che ormai bisogna essere attenti ad imporsi alle interferenze dall’estero negli affari interni di qualsiasi stato membro dell’ONU.

L’ambasciatore siriano Bashar Jaafari, da parte sua, nel condannare l’insistenza “inconsulta” con cui gli USA cercano di far condannare il suo paese, ha provocato le ire e l’oltraggio dell’ambasciatrice americana Susan Rice che ha abbandonato l’aula, “sdegnata”, ha detto, con qualche ragione, dal cinismo di russi e cinesi di fronte alla repressione in atto a Damasco— lei, nota fautrice peraltro degli interventi armati umanitari in giro per il mondo.

Ma è anche rimasta basita, Susan Rice, quando a proposito di cinismo Jafaari ha evocato le “decine e decine” di volte in cui gli USA hanno esercitato all’ONU il loro diritto di veto per salvare dalla  condanna del mondo Israele per la persecuzione dei palestinesi o per evitare a se stessi, agli USA, censure per comportamenti, ha detto, razzisti o guerrafondai[43] nel mondo. Non ha neanche tentato di replicare, lasciando l’aula ma con essa anche lasciando così l’ultima parola al siriano.

Poi, Medvedev, che della Russia come presidente della Federazione resta al momento la voce ufficiale, precisa che la leadership siriana dovrebbe procedere ad attuare le riforme di cui essa stessa riconosce esserci bisogno od andarsene[44]. Ma a tutti deve essere chiaro che sono i siriani, popolo e governo siriani, a prendere la decisione— le loro decisioni, quali esse poi siano:  non certo la NATO e neanche alcun paese da solo, europeo o non europeo che esso sia. Ed è importante tanto la prima quanto la seconda parte del messaggio gettato ai naviganti. Tutti.

A ruota, il presidente della Commissione Esteri del parlamento, la Duma, Mikhail Margelov dichiara[45] che il veto del governo russo al Consiglio di Sicurezza è mirato a rendere “più possibili” i negoziati tra i siriani, senza interferenze, e non consente né al governo né alla sua opposizione di fare quel che vogliono senza tener conto reale delle posizioni dell’altra parte. Il veto è l’ultima occasione che la Russia, così, offre loro – dice Margelov – utilizzando la sua influenza e la sua forza a livello internazionale.

●Il presidente Assad, con una decisione che sembra al minimo molto in ritardo, forma a metà ottobre una Commissione speciale che ha il compito di stilare la bozza di una nuova Costituzione nell’arco dei prossimi quattro mesi[46]: decisamente troppi per la pazienza del paese. L’ex ministro della Giustizia, Mizhar al-Annbary, presiederà la Commissione uno dei cui 29 componenti, designato da Assad, sarà Qadri Jamil, membro “comunista” del movimento di “opposizione interna”. Sempre che accetti, perché nel movimento sembrano esserci molti dubbi a farsi coinvolgere in un’operazione tutta guidata da palazzo.

●Poi l’uccisione di Gheddafi sembra rinfocolare molta rabbia e qualche velleità tra i ribelli. Ma pare anche ridare nerbo alla determinazione del regime. Il fatto vero è che qui, anche se le manifestazioni hanno scosso uno dei regimi più autoritari in Medioriente, al dunque l’opposizione non ha fatto grandi passi in avanti di recente, non occupa territorio suo, non controlla forze armate né si è data neanche una leadership… Insomma, no, qui non sembra proprio la Libia e poi manca – e coagulerà difficilmente (tra l’altro il petrolio qui è poco), la volontà di attaccarla con le bombe dall’esterno e dall’aria…

Sul fronte arabo ma, in specie, quello dei paesi del Golfo che gli sono più geograficamente prossimi, sembrano crescere le difficoltà per Assad. Citando fonti arabe ben informate – cioè non citando proprio nessuno per nome e cognome, il quotidiano del Kuwait Al Qabas riferisce che una delegazione ministeriale della Lega araba ha avvertito il presidente siriano che incontrato due volte nell’ultima settimana del mese che se non risolve il conflitto interno la questione verrà inevitabilmente “internazionalizzata”, con interventi anche fuori del mondo arabo.

E gli chiede di fornire alla Lega stessa un elenco e un calendario di impegni di riforma. Ed è certo che sarebbe interessante vedere quali impegni di riforma liberalizzante hanno la faccia tosta di chiedere alla Siria regimi totalitari come quelli, per dire, del Kuwait, del Bahrein, dell’Arabia saudita e degli altri Stati totalitari del Golfo…

Comunque Assad prende l’avvertimento sul serio – speriamo nel merito e, sicuramente, a prescindere da chi glielo chiede tenendo conto, invece, delle richieste di un’apertura concreta che dall’interno premono sul regime e sono e restano molto forti. Risponde a modo suo, minacciando – lui dice “facendo presente” – in un’intervista a quello che era, dice, il suo quotidiano di quando da apprezzato oftalmologo lavorava a Londra nei primi anni ’90 – che se truppe straniere intervenissero davvero in Siria come hanno fatto in Libia, si scatenerebbe “un terremoto tale da sollevare tutta la regione, peggio di un nuovo Afganistan[47]”.

Non suona come un minaccia del tutto a vuoto: non è un caso, in effetti, che al contrario dei libici i ribelli siriani non abbiano mai chiesto interventi esterni armati nel loro conflitto e che gli USA ma neanche i più avventuristi dei loro alleati, come i francesi di Nicolas Sarkozy, abbiano mai mostrato appetito per una spedizione armata in un altro pese arabo/mussulmano in fermento e in posizione tale – alla frontiera di Israele, del Libano, della Giordania, della Turchia e dell’Iraq (e a un tiro di schioppo, come si dice, dall’Arabia saudita) – da far saltare per aria tutto il vaso della dannata Pandora mediorientale.

In Giordania, re Abdullah ha ordinato in una lettera, resa pubblica[48] e causata da specifiche lamentele e proteste pervenutegli e indirizzata al suo nuovo capo dei servizi di Intelligence e di sicurezza, magg. gen. Feisal Shobaki, che mentre compito della  Dairat al-Mukhabarat al-Ammah, la Direzione generale dei servizi, resta sempre assicurare la stabilità del reame, il controllo sui singoli cittadini da parte dei servizi stessi di sicurezza va allentato,

E precisa che, d’ora in poi, criteri di azione e comportamenti dovranno conformarsi al rispetto della libertà personale e dei diritti dei giordani. Intanto, però – a proposito di impegni assunti e disonorati – fa annunciare dal ministro degli Interni Mahir Abul Samin che, proprio in linea con le direttive di Sua Maestà, le elezioni municipali che si dovevano tenere a fine dicembre sono rinviate a data da destinarsi[49]

Nello Yemen, il presidente Ali Abdullah Saleh, tornato dalla convalescenza in Arabia saudita da una settimana, instaurando una repressione ancor più dura di quella già messa in atto dai suoi prima del suo ritorno, dopo aver fatto mille promesse per almeno tre mesi, e non averne mantenuta nessuna, dice adesso il 10 di ottobre che “tra qualche giorno[50] è davvero pronto ad andarsene.

In Arabia saudita, la morte sotto i ferri in America (stavano cercando di estirpargli un cancro al colon) del successore designato del re, 87enne lui stesso e operato già tre volte solo quest’anno alla spiona dorsale, il principe Sultan bin Abdel Aziz, 80 anni, ha aperto la successione adesso al principe Naif bin Abdelaziz, un virgulto appena 77enne e, adesso, designato da re Abdullah[51].

Naif, che è il ministro degli Interni attuale e il più reazionario dei possibili successori, diventa anche vice primo ministro. Gli strettissimi legami di reciproca dipendenza con Washington di Riyadh (petrolio contro armi e copertura strategica) non muteranno di certo col suo avvicinarsi al trono ma è sicuro  che per il dipartimento di Stato saranno forse un tantino più imbarazzanti. Questo era già il regime più imbarazzante per gli Stati Uniti d’America tra tutti quelli, non sempre proprio olezzanti dal punto di vista della compatibilità democratica, almeno di facciata.

E adesso: Naif da tempo aveva annunciato – e del resto il re ne era sicuramente al corrente – di voler frenare le limitatissime riforme politiche e sociali che egli aveva consentito a veder introdotte, con grande cautela e gradualità, nel paese. Naif è notoriamente il grande protettore degli – e il grande protetto dagli – ulema più estremisti del wahabismo: nemici giurati, loro e lui, di ogni pur minimo cedimento su diritti alle donne e su ogni apertura politica.

Lui è sempre stato contrario a ogni tipo di elezione per il semplice motivo che, come ha spiegato pazientemente una volta a un giornalista americano, eleggere qualcuno significa trovarselo poi eletto da altri e non designato, dunque non dipendente, dal proprio volere e dal proprio interesse: gli unici legittimi sotto la regola della sharia’a come Allah l’ha voluta, dice, ed è interpretata dai religiosi maggiormente ortodossi.

in Cina

Sembra proprio che si sia troppo presto preoccupato, o abbia troppo presto sperato, chi solo due settimane fa aveva segnalato – soprattutto a Wall Street – un qualche freno della crescita economica cinese. L’indice dei managers addetti agli acquisti e i nuovi ordinativi alle esportazioni segnano, infatti,  un sintomatico aumento a settembre[52], suggerendo in buona sostanza il contrario. Di per sé questo non basta a smentire che un qualche rallentamento della crescita ci sia stato. Ma basta a negare smentire ogni allarme tanto più se chiaramente, poi, artificioso.

Del resto, a metà ottobre, arrivano i dati ufficiali sulla crescita nei primi tre trimestri del 2011 e confermano come il PIL abbia toccato i 32.069,2 miliardi di yuan (sui 5.000 miliardi di $ di prodotto interno lordo) con un aumento del 9,4% anno su anno[53] a prezzi destagionalizzati e a potere di acquisto effettivo che è il doppio di quello del dollaro[54]. Se nel terzo trimestre la crescita è stata un po’ più moderata, al 9,1% quella del secondo ha toccato il 9,5.

Viene registrato anche un calo delle pressioni inflazionistiche anche se, sul nodo, non rallenterà la vigilanza occhiuta della Banca centrale: la Banca popolare di Cina ha anzi assicurato che terrà stretti i cordoni della politica monetaria anche se, in effetti, i prezzi al consumo rallentano un po’ anno su anno a settembre al 6,1 dal 6,2% di agosto. Ma sono i prezzi dei prodotti alimentari che crescono più degli altri: sempre a settembre del 13,4% in un anno e dell’1,1 sul mese precedente. Lo annuncia l’Ufficio nazionale di Statistica[55].   

L’export cresce dal 24,5% di agosto su luglio solo del 17,1 a settembre rispetto allo stesso mese dell’anno precedente[56]. E l’indice della produzione manifatturiera, sempre, a settembre è stato il più alto da maggio. Il fatto è che il rallentamento dei due grandi mercati di esportazione che per la Cina sono America e Europa è stato ora compensato, non del tutto ma utilmente, da una costantemente crescente domanda interna e dalla forte domanda estera del resto del mercato asiatico: India, Giappone, Indonesia, Stati del Sud est.

Non è scomparsa, certo, la minaccia anche per la Cina degli effetti della crisi del debito in Europa. Ma è una minaccia che pesa davvero per tutti e qui, di certo, un po’ meno che altrove. Sicuramente questo non è un paese senza problemi: ma ormai anche qui sono i problemi del post-accumulazione, quelli della distribuzione. Dopotutto questo è il paese che innova per la prima volta al mondo con una vera e proprie rivoluzione culturale di nuovo stampo: nella prima volta nel mondo c’è una società, un paese che esporta insieme merci, capitali, tecnologie[57] e anche mano d’opera, neanche solo manovalanza.

Il Fondo sovrano della Repubblica popolare cinese, per la prima volta dall’inizio della crisi finanziaria globale, è intervenuto a puntellare la fiducia nel sistema bancario del paese aumentando la partecipazione al capitale delle quattro maggiori banche private e “miste”. Il prezzo delle loro azioni era, in effetti, finito sotto qualche pressione in parte per quella che il Fondo stesso ha chiamato “opacità” dei dati forniti su crediti e debiti e, in parte, per preoccupazioni generali che si erano, soprattutto ad agosto e inizio settembre, diffuse sul rallentamento economico globale che avrebbe finito col colpire anche la Cina[58].  

Adesso, con un gesto inconsulto – e che lo stesso presidente Obama contesta come futile e irrilevante perché resterebbe di vuota protesta e puramente simbolico dato che l’Organizzazione mondiale per il Commercio non lo avvallerebbe mai ed esporrebbe pure a rappresaglia le imprese americane in Cina – il senato ha deciso comunque di punire la Cina.

Ha votato così un Atto – 62 voti a 38 – contro la decisione di Pechino di non rivalutare lo yuan[59] Atto che “autorizza” il governo americano ad imporre dazi e tariffe sui prodotti importati da quel paese e, più in generale – ma è una foglia di fico – da altri che si comportassero in modo analogo. In realtà, però, non è affatto un “atto” ma solo un gesto perché, come si diceva, la decisione si rivelerà inapplicabile.

E’ una posizione sbagliata perché ignora quanto pure l’America sa bene: come sia solo la Cina, oggi, di fatto a trainare la crescita a livello globale, non certo l’America; come poi la Cina – e questo glielo ha riconosciuto anche il segretario al Tesoro statunitense – abbia continuato da anni a lasciar rivalutare sistematicamente, ma gradualmente, lo yuan del 5-6% all’anno. E i cinesi, del resto, non rinunciano certo a togliersi lo sfizio di sottolineare che così gli americani chiederebbero alla Cina un intervento governativo di stampo dirigista sui mercati ad “aggiustare” artificialmente il valore della moneta…

●A far sapere agli americani che dei loro desiderata, ormai, interessa relativamente meno di ieri ai cinesi – che essi hanno la loro lettura della crisi e delle responsabilità e che non si piegano certamente a quella di Washington – il premier Wen Jiabao dopo queste mosse afferma[60], in modo assai netto, come nel mezzo di una crisi finanziaria che continua ad imperversare anche se in forma diversa, più confusa e complessa di prima, il tasso di cambio dello yuan resterà stabile per proteggere l’export, mantenerne un livello stabile e aumentare la fiducia mentre continuerà l’espansione progressiva dell’import mantenendo l’equilibrio che essa, la Cina, considera un equilibrio costante. 

●Nel tentativo, però, di stornare le pressioni congressuali, non solo dei repubblicani ma sul tema anche di molti democratici , e di mostrare perciò di fare la faccia feroce, l’Amministrazione americana – che deve fare i conti, oltre che coi problemi molto reali della competizione cinese, anche con lo sciovinismo rampante e irrazionale di tutti i periodi di crisi in tutti i paesi, a casa propria ma anche lì – annuncia a ruota di aver identificato quasi 200 prodotti made in China sussidiati da fondi pubblici che, siccome – questa è la logica – gli americani non ce la fanno a tenere il passo “potrebbero” violare le regole internazionali del libero commercio.

Ma, certo, quando si preme per ottenere da un paese come la Cina  che decida per via amministrativa, non lasciando fare al libero mercato, l’apprezzamento della moneta, la propria credibilità ne viene a soffrire. Perché potrebbe anche essere, e a lume di ragione appare assai più probabile, che i cinesi siano tanto più avanti nell’industria e nello sviluppo dell’energia pulita, specie eolico e solare, proprio perché mettono tanti più soldi degli americani nella ricerca tecnologica e negli investimenti industriali mirati. Ma tant’è: a scopo precauzionale e per chiedere di investigare in proposito, gli Stati Uniti denunciano tali possibili/probabili violazioni alla stessa OMC.

Ha indicato il capo della rappresentanza americana all’Organizzazione Mondiale per il Commercio, Ron Kirk, che si tratta proprio di aiuti allo sviluppo dell’industria dell’energia nuova. Non dichiarando all’OMC questi suoi aiuti, dice Kirk, la Cina sta già violando le regole dell’Organizzazione[61]. Ma è una motivazione assai debole. Anzitutto perché tutti lo fanno, Stati Uniti per primi; solo che, coi conti pubblici che si ritrovano tanto in rosso, non possono che farlo assai scarsamente.

●D’altra parte non è che in Cina si mostrino sempre contrari a intervenire con la forza del pubblico potere a regolare i mercati. Come, del resto altrove, sempre Stati Uniti compresi, quando – magari più raramente che in Cina – decidono di farlo: solo due anni fa prima Bush, ma poi anche Obama, salvarono il sistema bancario coprendone il fallimento con più di 700 miliardi di fondi pubblici.

Così, adesso, dopo che il prezzo del greggio sui mercati internazionali è calato, il governo di Pechino ha per la prima volta quest’anno trasferito al dettaglio d’autorità il taglio del costo dei combustibili[62]. Quello della benzina viene ridotto di 300 yuan (sui 34€) a tonnellata metrica, del 3,5% cioè, e quello del diesel del 3,9, sempre di 300 yuan. Lo comunica la Commissione per lo Sviluppo e la Riforma nazionale.

Né se ne stanno semplicemente a guardare in silenzio… Intanto, con una dichiarazione calibratissima, il ministero del Commercio di Pechino fa osservare quello che forse, e senza forse, è sfuggito ai protezionisti statunitensi: che “se il governo americano imporrà tariffe all’importazione di pannelli solari made in China accusandone i produttori di godere di sussidi di Stato, è chiaro che poi la Cina comprerà dagli USA meno macchine utensili e meno materie prime che servono a fare i pannelli solari… Lapalissiano, no?, perfino per i protezionisti americani[63]

Con una misura che riflette la sua totale sovranità in materia – la sua e, assai meno, quella degli altri – la Cina ha cominciato a ridurre quantità e valore dei titoli di Stato esteri che detiene in portafoglio, a partire dalla vendita di 36,5 miliardi di $ di bonds americani, il 3,1% del totale di 1.140 miliardi, secondo i dati resi noti il 17 ottobre dal dipartimento del Tesoro statunitense. Allo stesso tempo, però, i dati mostrano che la proprietà globale di titoli da parte cinese è aumentata del 2% fino a 4.570 miliardi di $ in valute straniere. Anche il valore di titoli americani globalmente detenuti all’estero – Cina naturalmente, Giappone, India, Arabia saudita, Europa, ecc., ecc. – è aumentato del 3,1%[64].

●Intanto, il presidente del Vietnam ha formalizzato con uno degli enti di Stato petroliferi indiani, a Nuova Delhi, l’accordo che lo autorizza a esplorare un’area del mar Cinese meridionale che è però rivendicata anche dalla Cina[65]… Ma poi, negli stessi giorni, il Vietnam ha anche continuato a negoziare direttamente sulla linea di demarcazione marittima del Golfo del Tonchino (o, in cinese, del Golfo di Beibu) e sta discutendo di un possibile sviluppo congiunto del mar Cinese meridionale direttamente tra i due partiti comunisti.

Per Hanoi, riferisce l’Agenzia Xinhua, a metà ottobre, ne va a discutere personalmente a Pechino il segretario generale Nguyen Phu Trong[66] che si impegna a non consentire – sicuro, dice, che neanche i compagni cinesi lo faranno – ad alcuna forza ostile di minare i rapporti di amicizia tra Cina e Vietnam.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●In Brasile, l’inflazione[67] annua, al 7,3% a settembre, tocca il massimo dal maggio 2005. Ma, rovesciando il modo di ragionare consueto alle banche centrali, qui il Banco Central ha tagliato il costo del denaro riducendo di mezzo punto, e tutto insieme, dal 12 all’11,5% il tasso di sconto[68].

Petrobras, Petróleo Brasileiro S.A., l’ente nazionale petrolifero del Brasile creato sul modello iniziale dell’ENI nei primi anni ’50 sotto la presidenza populista e popolare di Gétulio Vargas con ambizioni di far crescere e servire l’economia brasiliana a livello anche continentale, sta diventando davvero grande[69].

Le ingenti scoperte che Petrobras ha fatto in questi ultimi anni, soprattutto offshore, la sta portando – dicono in non pochi esperti – a superare a breve addirittura la Exxon Mobil come l’impresa maggiore al mondo quotata in borsa e la spesa annuale della NASA del 1960, l’anno in cui l’agenzia spaziale americana si preparava già a mandare l’uomo sulla luna, avviandosi ormai a un bilancio di spesa che nel 2020 toccherà i 45 miliardi di $[70].

Oggi la previsione è che, per quel 2020, dopo Russia, Arabia saudita e Stati Uniti, il Brasile potrebbe arrivare ad essere il quarto produttore mondiale di greggio, con un ridimensionamento nela gerarchia dell’output di altri paesi latino-americani come Venezuela, Bolivia e Ecuador che finora erano stati i maggiori. Sono le nuove tecnologie della cosiddetta perforazione orizzontale e della frammentazione idraulica delle rocce scistose alla ricerca, anche e soprattutto, di gas naturale che stanno aprendo orizzonti vasti e ancora inesplorati agli ingenti investimenti di Petrobras, in particolare.

Ma poi è tutta la prospettiva di investimenti ed esplorazione alla ricerca di nuove risorse energetiche in tutta l’America latina che va cambiando. In Messico, ricco di petrolio ma con un export sempre controllato dalle politiche nazionaliste e attente in materia di tutti i suoi governi ma anche in Argentina, in Paraguay, in Uruguay, territori invece poveri di petrolio ma ricchi di roccia scistosa. Quanto al Venezuela, il peso della Petrόleos de Venezuela, l’ente petrolifero di Stato, ha dovuto fare i conti con la scelta di fondo, tutta politica e sociale, del suo presidente, Hugo Chávez, di dedicare buona parte dei suoi profitti invece che a investimenti alla politica ai sussidi alimentari alle popolazioni delle favelas e alla spesa sociale.

Ma ha anche, secondo le indagini del servizio geologico degli Stati Uniti[71], scoperto in una soltanto delle sue proprietà nella cintura del fiume Orinoco – la Faja dell’Orinoco (600 x 70 km. e 55.000 km2), il fiume del nord del Sudamerica che, percorsi oltre 2.000 km., sfocia in un grande delta nell’oceano Atlantico – le maggiori riserve accertate di petrolio esistenti al mondo (oltre 500 miliardi di barili, ben più del doppio di quelle note e accertate dell’Arabia saudita).

Anche se la legislazione petrolifera di Caracas è tuttora più morbida con le proprietà straniere di quella ad esempio del Messico e perfino di quella dell’Arabia saudita, qui le sanzioni decise dal Congresso americano per legge (il che non significa certo che siano legali) o imposte di fatto dagli Stati Uniti, in quella che è una vera e propria guerra economica scatenata da Bush e tenuta in piedi da Obama nei confronti di Chávez, rendono difficile e comunque più costoso il finanziamento in un paese che non è proprio visto come il paradiso del capitalismo finanziario.

Qui c’è il petrolio e tanto. Ma c’è anche il timore a rischiare capitali per finanziare esiti positivi praticamente sicuri ma che potrebbero anche – come dovunque, però qui più probabilmente— almeno si pensa così – dover essere ceduti alla Petrόleos de Venezuela.

●In Argentina rielezione facile, almeno col 58% de voti, maggioranza più che assoluta (il secondo dei candidati ha preso il 17%) al primo turno delle presidenziali per Cristina Fernandez de Kirchner, sull’onda di una congiuntura economica forte che ha aumentato in generale la prosperità del paese ma, in particolare, proprio l’occupazione e perfino una certa ridistribuzione del reddito tra dipendenti e profitti. E, stavolta, l’anima peronista di sinistra che lei rappresenta ha preso la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Congresso (diceva Evita Peron – la persona che per prima la incarnò e la esaltò, trasformando nei fatti così la natura stessa della presidenza del marito in qualcosa che prima non era, un regime social-populista di notevole spessore – che “El peronismo será revolucionario o no será nada!”).

Solo due anni fa, nota un reporter statunitense a lei di regola ostile in nome dell’ortodossia economica che domina sia a Washington che al NYT[72], era sembrata ormai chiamata a pagare il conto che le aveva lasciato il marito, suo predecessore anche lui eletto che aveva finanziato, contro ogni minaccia e ogni contraria assicurazione del Fondo monetario internazionale, la ripresa del’economia sussidiandola con fondi pubblici e ancora a debito dopo il default del 2001.

Quando il paese dichiarò urbi et orbi, a Buenos Aires e al mondo cioè, che non avrebbe più potuto rimborsare il debito estero e tutti gli economisti convenzionali predissero il baratro. Ma Néstor Kirchner vinse la sua scommessa e adesso l’ha vinta anche Cristina. Il tasso di crescita quest’anno è sull’8%, il più rapido del continente, sud come nord; il tasso di povertà dal 2007 è stato falciato della metà; l’export continua a fruire di alti prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari (granaglie) che in abbondanza produce e della domanda forte che per esse arriva dalla Cina.

E, se il tasso di inflazione tocca quasi il 20% quest’anno, al 58% dell’elettorato che ha votato la Kirchner importa poco visto che i salari riescono a tenere il passo dell’aumento dei prezzi: grazie, scrive acidissimo l’A, “agli stretti rapporti del governo peronista coi capi sindacali”. Sarebbe stato meglio – fa capire Barrionuevo – che, come da noi che pure il peronismo al governo lo abbiamo da anni anche se si chiama diversamente, fossero saliti solo i prezzi e non i salari, evidentemente…

Scandaloso per il nostro povero autore è che se il governo interviene pesantemente nell’economia alla gente normale non dispiace – pare – per niente: al contrario delle vedove dell’economia liberista, forte coi deboli e fiacca coi forti. Che si mettono le mani nei capelli a vedere come, se il governo (cioè la giustizia) “punisce” (multe salate) gli economisti indipendenti che danno l’inflazione a quel 20% e non al 10, la gente applaude.

Perché – repetita juvant davvero – gliene frega poco (almeno per ora, in realtà) se sia 5 o 10 o pure 20, quello che conta è che, oltre ai profitti, il passo lo tengano – giustamente – anche i salari. Assicura il nostro cronista che dal 2001, però, all’Argentina non sono più arrivati crediti dalla “comunità internazionale”… Ma non sa spiegare com’è che così, senza credito alcuno, l’Argentina stia sopravvivendo così bene.

E’ che non è vero, tanto per cominciare, perché la comunità internazionale, i mercati, non sono fatti solo di cretini ortodossamente e ideologicamente allineati e coperti ma di gente che, in parte almeno, quando vedono una crescita del 7-8% a fronte della media di oggi sullo zero o al massimo all’1%, a pesce ci si butta. E poi, qui molto più che altrove, hanno imparato anche a utilizzare e mobilitare al meglio tutte le risorse interne per gli investimenti.

●Segno dei tempi, è anche quel che succede in Venezuela[73] dove il Congresso ha appena passato una legge che riconosce per quello che è – lotta di classe in atto – lo scontro tra proprietari di case e affittuari ma – e qui è la novità, in questi anni e in questo paese, particolarmente evidente – si schiera apertamente dalla parte degli inquilini piuttosto che tradizionalmente coi proprietari. Viene così estesa una legislazione che già tende a moderare gli affitti e che impone ai proprietari di offrire di vendere le proprietà a chi ci vive in affitto da più di vent’anni perché – è la premessa concettuale della misura: e molto vicina, però, alla realtà – il loro investimento iniziale da tempo è stato già ammortizzato.

Naturalmente proprietari e loro associazioni si oppongono e annunciano ricorso: la misura che, dice    il presidente dei proprietari, viola il diritto di proprietà deve essere respinta proprio per questo. Ma la maggioranza congressuale e popolare a favore è forte e, se i numeri hanno un senso, finirà col prevalere. Del resto, il governo del presidente Chávez applica già, a largo spettro, controlli dei prezzi sui generi di consumo essenziali. Che, però – almeno finora – contrariamente alla regola in generale imposta dal sistema capitalistico, cosiddetto dominante, non sono di fatto riusciti a rarefare la presenza sui mercati del consumo dei prodotti essenziali.

EUROPA

Le forze messe in movimento dalla crisi dell’eurozona e dell’euro sembrano ormai schiaccianti nel senso del trionfo dell’irrazionale sul razionale, dell’ignavia sulla volontà, dell’incapacità di agire sulla determinazione a fare. In effetti, se proviamo ad abbozzare un’analisi appena appena attenta agli effetti che si scatenano, e si andranno ancora scatenando, sui cosiddetti mercati, i futuri sviluppi sembrano in pratica quasi obbligati: si sta arrivando al fallimento guidato, probabilmente, non selvaggio – dell’eurozona. Il problema, insomma, secondo noi, non è se è quando, è come.

Ma al suo ultimo fiato da presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, che se ne va il giorno seguente rimpiazzato da Mario Draghi, ha presieduto a Berlino l’ultima seduta del direttivo che, a fronte di una crescita media praticamente uguale a zero, tiene fermo dov’era, pervicace per l’ennesima volta, il tasso di sconto dell’eurozona[74]: all’1,5%. Dice, basso; sì, ma sempre altissimo, oltre il doppio rispetto al tasso di interesse inglese e americano per non dire di quello praticamente a zero della BoJ… Niente da fare: qui per smuoverli, questi, o suonano le trombe dell’Apocalisse o niente. Avranno la soddisfazione di farci crepare di fame e di sete, questi beoti, ma con il gusto di una moneta stabile con cui non potremo comprare niente…

Una parentesi larga sul retaggio che Trichet lascia al suo successore. Servono a poco, come diceva Luigi Einaudi, le prediche inutili… Ma, come soggiungeva, bisogna pur farle. Aggiungiamo noi, almeno per sentirci a posto con la propria coscienza. Ciascuno, con la sua, si capisce e, perciò, le prediche nostre saranno diverse dalle vostre. E allora dobbiamo dire che nei fatti, secondo noi e ormai non più tanto da soli, Jean-Claude Trichet ha lavorato come nessun nemico avrebbe potuto meglio a sgretolare l’economia dell’Europa: da dentro.

A causa  anche – e forse soprattutto – della sua gestione dell’euro e della politica monetaria dell’Europa – cui i poteri politici dell’Unione hanno beninteso sempre detto di sì, silenziosi e ossequienti – nell’eurozona ci sono oggi decine di milioni di disoccupati e di disoccupati. Ma la Se la tragedia – e la farsa – è che lui, e molti dei suoi colleghi e dei suoi “superiori” sono convinti che, sotto la sua direzione, la BCE abbia fatto un buon lavoro.

Il fatto è che tutta la politica macroeconomica dell’Unione europea è divisata, discussa e decisa da una cricca bizzarra persuasa per dogma, come tale non dimostrato e non dimostrabile, che il compito unico di una banca centrale sia perseguire un tasso di inflazione del 2%. Come disse una volta, senza poi dar seguito all’osservazione dannatamente sensata che faceva però, l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, perché poi il 2 e non il 2,4%, o l’1,7? Era, e resta, un mistero gaudioso. O doloroso, chi sa…

E con quel metro di giudizio a misura pressoché unica di tutte le cose, mentre la realtà economica intorno a sé crolla uniformemente o        quasi, la BCE di Trichet è stata un successo. Certo, prima ha tirato la freccia, poi ci ha disegnato intorno il cerchio del bersaglio, quindi ha strillato di aver fatto  centro… Infatti, nell’arco dei suoi più o meno dieci anni di vita, il tasso di inflazione nell’eurozona  ha mediamente tenuto non proprio sempre al 2 ma intorno al 3%. Però, in termini ufficiali la Spagna ha una disoccupazione al 21%, la Grecia al 16,5, l’Irlanda al 14,6, la Francia al 9,9, l’Italia più o meno all’8 e la Germania stessa al 7%. Ma, cacchio, l’inflazione è al 3 poffarbacco… anche se milioni di altri europei sottolavorano, ormai, o lavorano solo precariamente.

L’Europa andava avanti a colpi di bolle creditizie e edilizie ma la BCE – non erra compito suo sorvegliarle secondo il dogma monetarista – le ha fatte crescere senza controllo alcuno. Il motto vincente era laissez faire al mercato. Loro, a Francoforte, non si accorgevano, o se se ne accorgevano deliberatamente ignoravano, che tra 1998 e il 2006 i prezzi delle abitazioni in Spagna si gonfiavano oltre il 100%, in modo assolutamente abnorme e che capitava lo stesso in Irlanda. E che ipotecando le case così stravalutate, la gente si finanziava spese e consumi e si indebitava privatamente facendo schizzare oltre ogni tollerabilità, per un paese avanzato moderno, lo squilibrio della bilancia commerciale.

In fondo – USA e Regno Unito –  i paragoni dell’economia di mercato sfoggiavano bolle speculative colossali e loro erano modelli no? peccato che ora le stanno pagando, duramente, anche le loro economie. E la BCE di Trichet faceva la scimmietta muta stava zitta, mentre in Italia dilagava allegramente l’evasione fiscale predicata come un diritto dal premier (tanto il reddito fisso non era in grado di praticarla) e anche così facendo, rinfocolava il debito pubblico. Faceva la scimmietta cieca mentre in Grecia il governo, con l’aiuto delle grandi banche americane truccava i conti. E faceva la scimmietta sorda mentre la Francia superava allegramente il deficit/PIL e la stessa virtuosa Germania le andava a ruota…

Ma anche a fine 2007, dopo il collasso della bolla finanziaria americana, con le economie dell’eurozona che fumavano tra le macerie crollate alla BCE interessava solo l’obiettivo del 2% di inflazione e mai – mai – ha abbassato il tasso di scontro sotto l’1%. Come se il pericolo fosse davvero l’inflazione, non il crollo dell’economia e dell’occupazione. Anzi, a primavera l’ha alzato all’1,5% sapendo che contribuiva così a strangolare alla nascita gli stimoli inflazionistici che era l’unica, però, davvero a vedere…

E, d’accordo col gatto e la volpe, col FMI e la Commissione europea, sta efficacemente cercando di soffocare con dosi di austerità ogni giorno maggiore ogni ripresa delle economie più a rischio… Certo, sono riflessioni non proprio ortodosse, forse, le nostre… Ma, visti i risultati che hanno portato a casa i praticanti ortodossi – i Trichet ma, purtroppo, anche i Draghi delle nostre economie – con i loro dogmi e le loro pratiche negromantiche – 2 sì, e 2,1% no – finora sono tanto disastrosi da giustificare l’eterodossia e anche, sì anche, l’eresia. Tanto, di peggio, non possono fare…

Ora, in campo e in concreto per la crisi del’eurozona e del’euro sembrano oggi esserci tre proposte principali, strategiche come si dice, comunque capaci di affrontare per quello che è la crisi. Tutte dipendono da complicati arrangiamenti tecnici (che richiederebbero comunque un difficile aggiustamento giuridico dei trattati europei: difficile ma, se ci fosse l’ingrediente essenziale, politico, che manca certamente possibile). Non sono, infatti, le soluzioni tecniche a deficiere.

Al solito, manca la volontà politica di farle scattare e nessuna di quelle che qui chiamiamo opzioni strategiche ad oggi sembra effettivamente poter contare su questo fattore determinante. La soluzione che si fa più probabile, così, per default se non altro – in senso propriamente inteso: per carenza di altro, richiedendo meno volontà politica per funzionare – sembra a noi essere la peggiore, la terza delle tre che proviamo, qui di seguito, a delineare.

Anche perché, in carenza di quella che sarebbe l’indispensabile volontà politica di contrastarli, piegandoli agli interessi dei più, a  vincere saranno i mercati, per loro natura impazienti e, forse, anche convinti che per loro – finanzieri, banchieri, operatori e, anche, investitori: ma, questi ultimi almeno, illudendosi – quella non sarebbe necessariamente la conclusione in cui ci andrebbero a perdere di più…

La sfida cui questa analisi si trova a dover rispondere è nel valutare il percorso più probabile per una soluzione che dia stabilità non tanto ai mercati (impossibile) quanto alle loro aspettative, in modo che la smettano di ossessionarsi per i rischi di default dell’uno, o dell’altro o di più debiti sovrani magari tutti insieme, per lo meno per il lasso di breve e medio tempo che utilizzano nel decidere su come, quanto e dove allocare i capitali disponibili. Le tre opzioni strategiche, possibili, in parte almeno alternative per pervenire a soluzioni in questo senso “stabili”, sembrano, in ordine secondo noi di preferibilità “politica” calante queste:

1) Una piena e compiuta unione fiscale, dei bilanci, dei 17 paesi e quindi delle loro politiche oltre che monetarie anche economiche a livello di un “governo” o, almeno, di una governance effettivamente europea perseguita anche a costo degli scontri politici necessari e troppo rinviati con il Regno Unito, la Svezia e gli altri più radicali campioni dell’euroscetticismo— quelli che magari nell’euro non sono ma continuano ad averci voce in capitolo.

   Dovrebbe essere una politica condotta con l’emissione di eurobonds, titoli del Tesoro comuni, europei, intestati alla BCE e garantiti da una struttura congiunta di garanzia, comunque dal trasferimento delle garanzie di rischio verso i paesi più forti per il periodo di tempo necessario a ristabilire la sostenibilità e la credibilità dei membri del mercato unico non solo della moneta ma anche, in misura da stabilire, ormai, dell’economia.

   E questo, certo, a prescindere poi dalla lotta politica indispensabile per far prevalere a livello dell’Unione scelte politiche, economiche e sociali di segno diverso da quelle neo-liberiste che, comunque, oggi  si imporrebbero. Il punto è che così anche la lotta dovrebbe svolgersi dentro una vera e propria Unione monetaria, economica e già anche politica europea dove non conterebbero più soltanto, di fatto, i desiderata dei mercati ma anche quelli di produttori e consumatori.

   Con un guizzo curioso per il personaggio che ci ha abituato a vedere, il mese scorso il presidente della Commissione, Barroso, sempre altrimenti un moderato cantabile soporifero, ha parlato lui, e non a caso di certo, di una dose forte di “federalismo” ormai “necessaria”.

2) Una riflazione aggressiva che vedrebbe la BCE espandere significativamente il proprio bilancio e l’acquisizione di titoli sul mercato; e che, data la necessità ormai riconosciuta dai governi della UE di ricapitalizzare la BCE stessa, finirebbe col convergere a termine, e nel tempo abbastanza prossimamente, nell’opzione numero 1.

3) Il default, controllato con una ristrutturazione del debito (ricalendarizzazione e, anche, parziale cancellazione) per alcuni selezionati paesi e per selezionati istituti di credito nell’area dell’Unione europea che non dovrebbe, però, riguardare i paesi chiave dalle dimensioni economiche troppo vaste (non l’Italia e neanche la Spagna) ma ormai, e presto, Grecia, Portogallo e Irlanda.

   La sera del 2 ottobre, poi, addirittura di domenica, mentre vengono confermati – dal governo ma non ancora dal parlamento – tagli di bilancio per ridurre il deficit/PIL di altri 6,6 miliardi di € tra 2011 e 2012, inclusi i licenziamenti di non pochi dipendenti pubblici (30.000), incontrando così i termini posti dall’Unione europea per il salvataggio, il ministero delle Finanze è costretto a dichiarare[75] che, a causa di una recessione ancora più accentuata di quella anticipata e del conseguente calo di crescita, anche con le nuove misure il deficit PIL si ridurrebbe sì dall’8,5% di quest’anno ma non ce la farebbe a scendere al 6,8 come dall’impegno assunto in Europa, attestandosi invece ancora a un “eccessivo” 7,6%  per arrivare solo nel 2012 al 6,8, invece che al target del 6,5%.

   I rappresentanti della troika che deve raccomandare l’apertura o meno del rubinetto che controlla il Fondo di salvataggio (Commissione europea, BCE e FMI) insistono perché il governo greco provveda al licenziamento in tronco di tutti i dipendenti che serve tagliare per far “quadrare i conti”, mentre il governo pensa invece a metterli in una specie di “riserva” – non ben specificata, a compensi ridotti ma non eliminati – per superare anche il divieto costituzionale di licenziare dipendenti pubblici.

Epperò, certo, se questo sarà il primo, non sarebbe certo l’ultimo anello della catena a saltare, così obbligando tutti a contemplare anche la possibile fine dell’eurozona.

Ora:

• Quanto alla opzione 1), è noto che la possibilità stessa di ricorrere agli eurobonds – l’idea di Tremonti, che deriva da Amato e prima da Delors e, ab origine, dallo stesso Altiero Spinelli – all’interno di una soluzione federalista – o, comunque, più federalista – europea come quella adesso evocata da Barroso, è stata scartata dai paesi che hanno oggi il rating delle tre A (Austria, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda: secondo S & P’s) e temono di vederselo annacquato o precarizzato. Ma sanno anche come, lasciando deteriorare le cose sull’andazzo attuale, subiranno l’inevitabile svalutazione anche loro dell’AAA. E, probabilmente, alla fine, anche peggiore.

   Ed è anche noto che la Corte costituzionale tedesca ha sentenziato l’incostituzionalità per il Tesoro tedesco di accollarsi, a causa della propria partecipazione alla UE, perdite senza limiti non preventivamente previsti, quantificati  e approvati dal parlamento. Ma che, allora, per definizione, non sarebbero perdite…

• L’opzione numero 2) – una significativa riflazione – è una possibile soluzione alla crisi, ma presenta controindicazioni ovvie di ordine potenzialmente inflazionistico che, al momento, non  dovrebbero davvero preoccupare con una crescita tanto bassa ma che, comunque, assillano tutti i banchieri centrali e vedono, per definizione e per natura sua, l’ostilità della BCE che ha il solo mandato istitutivo di badare alla stabilità monetaria (la Fed americana, come è noto, oltre ad esso ha anche quello di favorire – altra cosa è se lo faccia, poi, sempre – la crescita dell’economia).

   Poi, adesso, con Draghi, la “cicala” in arrivo al suo vertice – cicala per definizione, perché è un  italiano – diventa ancor meno probabile, con quella struttura e quella mentalità prevedere un ruolo e un’opzione esplicita della Banca per rilanciare la crescita: se fosse obbligata a scegliere tra crescita dell’economia e stabilità monetaria, la BCE sceglierebbe sempre, in effetti, quest’ultima.

   Ma, alla fine, è pur vero che sempre e in ultima istanza i membri della BCE , indipendenti tutti dai loro governi d’origine, sempre da essi sono designati e, al dunque, da essi dipendono.    L’indipendenza di qualsiasi Banca centrale, in realtà, è sempre una tigre di carta (in fondo l’unica arma che hanno, i banchieri, sono le dimissioni… come quelle che ha dato, tra l’indifferenza anche dei tedeschi stessi, il membro del direttivo e capo economista della BCE  Jürgen Stark, ricordate, un mese fa per protestare contro l’acquisto che lui, con la Bundestag, considerava eccessivo di buoni del Tesoro italiani e spagnoli a puntellarne i debiti da parte della BCE stessa … ed è stato sostituito neanche in un giorno, ad horas, come si dice.

• Per questo avanza anche, e forse soprattutto, l’opzione numero 3), la più probabile ormai— non certo negli scongiuri, nelle giaculatorie o nei voti di guru, parlamenti e governi che tutti giurano che no, che mai…, ma di sicuro nei conti di chi coi soldi, degli altri soprattutto, lavora: da almeno un mese, ormai, è quel che pensano e prendono in considerazione nella loro allocazione di rischio i fondi di investimento, gli speculatori, gli operatori di mercato che contano.

   Nessuno conosce davvero quali potrebbero essere le conseguenze che, in fondo ed al fondo, dipendono dalla capacità delle politiche dell’Unione europea di contenere – guidandoli,  governandoli – e, in qualche modo, di isolare dalle conseguenze dei defaults di alcuni, i più periferici dei paesi membri, gli altri paesi e le altre banche dell’eurozona.

   Potrebbe risultare un esercizio impossibile, però, se i mercati – operatori, speculatori, investitori – non vedono e, perché non li ritengono credibili e significativi, non credono agli indispensabili trasferimenti dei rischi del credito.

Il consiglio (una volta tanto sensato) del segretario al Tesoro americano agli europei… (vignetta)

“Le cose migliorerebbero se l’Europa                     

parlasse davvero con una sola voce”                            AIUTO!

 

Fonte: IHT, 2.10.2011, R. Chapatte

 

   Così che, alla fine, governi, parlamenti, politici europei tutti saranno costretti, secondo noi. a scegliere una delle tre opzioni sommariamente indicate: più unione, a questo punto fiscale e anche politica— alla faccia degli euroscettici; oppure più riflazione-monetizzazione— alla faccia dei dogmi neo-liberisti; o, infine, default e ristrutturazioni del debito— di alcuni debiti, anzi di alcuni pezzi di debiti, a rischio però di una liquefazione dell’eurozona e, poi, se ci si riesce di un suo diverso e maggiormente affidabile rilancio.

   Quartum— può essere che ci sbagliamo, ma ci pare proprio non datur.

C’è da notare che stavolta, però, anche le banche maggiori potrebbero essere obbligate a fare i conti coi loro buchi, a cancellare dai libri i crediti che non sono più in grado di esigere: centinaia di miliardi di euro di debito ellenico che esse ancora calcolano, fanno finta di calcolare, a valore pieno ma il cui effettivo valore in realtà ormai è quasi dimezzato.

O, almeno, se ne comincia a parlare: anche se, a dire il vero, più come “invito”, magari anche “pressante”[76], che come “richiesta/imposizione” – quelle valgono solo per i poveri cristi che a pagare le tasse non sono invitati, i non evasori, i redditi fissi, ma sono obbligati – per quanto improbabile sia l’idea stessa di un invito a tagliarsi le entrate: come l’invito di certi presidenti a certi governi: quasi una preghiera! inevitabilmente flebile, flebile…

Anche perché ormai anche chi di economia capisce poco, comincia a chiedersi perché i paesi creditori della Grecia, visto che poi sono le loro banche ad essere creditrici vere e finali, invece di prestare soldi alla Grecia non prestano direttamente alle loro banche i soldi del pacchetto così forse facendoci anche sopra qualche po’ di interessi e, tra l’altro, restituendo alla Grecia la propria sovranità e dignità di Stato che allora dovrà fare i conti da sé e per sé e non perché gli viene imposto “da Bruxelles” con i sacrifici che dovrà tollerare per riprendersi il futuro nelle proprie mani.

●Se ne preoccupa, mettendo le mani avanti stavolta direttamente la Commissione, visto che non pare farlo la Banca centrale, coi rumori e le coccole atti a tranquillizzare i banchieri. Tranquilli, dice loro – che in molti si vedono svalutare ormai dalle agenzie di rating, uno per uno e giorno per giorno, perfino in Francia e in Germania, non solo in Italia, Grecia e Portogallo, il valore dei loro assets come ormai inesigibili – tranquilli dice elargendo loro l’equivalente di una pacca sulla spalla, José Manuel Barroso, il presidente, che vi daremo una mano anche se ormai dovremo costringervi col potere finale regolatorio che ci compete a ripulire i libri contabili cancellando dalla colonna degli attivi quanto di tossico ci avete messo dentro, tutti quei crediti ormai inesigibili che ingordigia e imprudenza vi avevano portato ad accendere.

Barroso precisa che la Commissione intende proporre (non decidere, dunque: non può) agli Stati membri un’azione coordinata di ricapitalizzazione delle banche europee che elimini, appunto, dai libri gli assets tossici di cui per centinaia di miliardi di € sono pieni. Precisa che non c’è niente di concluso, che la discussione continua, ecc., ecc.

E, in effetti, subito dopo il suo annuncio, scoppia il disaccordo. Che vuol dire, davvero, Barroso? La Francia, avvisa una fonte tedesca delle Finanze (in realtà è lo stesso ministro, Schäuble), ha capito male se ha capito, come sembra dire, che il Fondo di stabilizzazione europeo sarà usato per finanziare queste acquisizioni e assorbire le perdite delle banche. Perché è chiaro, e se lo dice la Germania è così, che mobilitare allo scopo l’EFSF – oggi teoricamente, ma solo teoricamente, dispone di un “tesoretto” fino a, cioè che potrebbe (al condizionale…) arrivare a 440 miliardi di € -  potrà essere sempre e solo la risorsa “di ultima istanza[77].

O, forse, chi sa, la penultima… Se è vero, come è sicuramente vero, che la ragione dietro il tempestivo viaggio a Pechino di fine ottobre del presidente dell’EFSF stesso, Klaus Regling, annunciato per subito dopo la fine del vertice del 26 a Bruxelles da una dichiarazione della missione in Cina della UE, non è per un po’ di magari pur meritato diporto ma proprio per andare a far visita a quel Fondo sovrano[78]

Ci va, sia per disinnescarne le pressioni che, preoccupato, Pechino va facendo sull’Europa perché decida come tale di onorare il suo debito estero, sia forse per chiedere e anche, magari, ottenere una mano a rinnovarne una fetta coi suoi $/yuan. Anche se lo stesso Regling fa osservare a latere ai corrispondenti a Pechino della stampa europea che, come detto, i cinesi hanno già dato… e che, per mettersi a investire nell’EFSF adesso esigerebbero quid importanti per i loro quo: garanzie finanziarie sul ripagamento del credito che concedessero e la fine a tutta una serie di politiche commerciali che essi considerano discriminatorie nei loro confronti[79].

Certo che se l’Europa venisse realmente aiutata a uscire dal suo marasma dalla Cina invece che dall’America, il mondo apparirebbe davvero come ormai è: alla rovescia, il risultato di un vero e proprio spostamento tettonico che ormai riconosce il ruolo dominante di Pechino nel mondo. E speriamo non proprio sul mondo…

●Di rincalzo, da Parigi, l’Eliseo annuncia che anche Sarkozy chiama al telefono il presidente Hu Jintao il 27 ottobre per verificare-sollecitare (lui, pudicamente, dice che è per discutere) la possibilità di mobilitare contributi del Fondo sovrano cinese (si capisce, pagandoci su gli interessi dovuti) per aiutare a risolvere la crisi europea del debito[80].

Regling, nello stesso viaggio di lavoro, aveva del resto avuto conferma a Tokyo – glielo ha assicurato[81] il vice ministro delle Finanze che ha il mandato di seguire gli affari internazionali, Takehiko Nakao – che il Giappone continuerà ad acquistare, come fa dal gennaio 2010, i bonds dell’EFSF. Ed è una buona notizia. Ma, come i cinesi, anche il Tesoro nipponico ha precisato che non si è impegnato a comprare proprio i fondi EFSF: potrebbe farlo investendo diversamente[82]

Ma, di fatto, già prima dell’approvazione al vertice del 26 ottobre dell’espansione dell’EFSF, proprio il ministro delle Finanze tedesco in persona, Schäuble, aveva tenuto a mettere tutti i puntini su tutte le i, pubblicamente: altro che strumento “di ultima istanza”, è meglio non farsi illusioni— il piano in cinque punti disegnato con lo scopo di mettere fine alla crisi europea dei debiti sovrani non passerà certamente, avverte, al vertice europeo come un fatto compiuto.

Aiuti esterni (investimenti, cioè, acquisto dei bonds) saranno in effetti essenziali perché il nuovo EFSF “avrà bisogno di mesi di gestazione e di implementazione per entrare in funzione[83]. E la dichiarazione vede immediatamente, e ancora una volta, entrare in fibrillazione le banche, abbattendo subito le borse europee e rafforzando il dollaro nel cambio dell’euro.

Benvenuto, anche se l’ammontare citato sembra indicare più una buona intenzione che un fattore di grande peso e se viene esplicitamente detto che Mosca vuole sì intervenire ma solo attraverso i meccanismi esistenti di stabilizzazione finanziaria internazionale, l’annuncio che anche la Russia si prepara a investire fino a 7 miliardi di € in bonds europei, non meglio definiti, mettendoli nel mazzo dell’investimento con cui vi parteciperà il FMI. Lo annuncia, a latere della preparazione del prossimo G-20, il consigliere presidenziale russo Arkady Dvorkovic[84]

Il problema, naturalmente, è anche che Barroso si era guardato bene dallo spiegare cosa intendeva davvero… E, alla fine, come dal principio era evidente, viene precisato – lo fa Merkel stessa dopo un incontro col primo ministro olandese Mark Rutte – che la decisione spetterà alla politica, ai primi ministri e per loro delega ai regolatori europei secondo le istruzioni finali che riceveranno… quando le riceveranno. Della questione si parlerà, e si deciderà, al prossimo vertice dell’Unione il 17-18 ottobre e, subito prima, direttamente una posizione comune finale verrà concordata tra francesi e tedeschi[85].

●Sarà… ma intanto, parlando per la Grecia, la ministra spagnola delle Finanze, che certo prima facie non sembra il soggetto più appropriato a richiamare nessuno all’ordine – come del resto Barroso, Trichet, Sarkozy, come Draghi, come Merkel… tra i quali chi ha sbagliato di meno vince mezzo euro alla riffa – se ne esce il 24 ottobre a dire che l’accordo raggiunto a luglio tra UE e sistema bancario per risolvere il problema del debito sovrano greco sarà insufficiente a impedire l’insolvenza del paese.

Elena Salgado, la ministra spagnola, spiega che, secondo lei, come secondo Merkel ad esempio ma anche sul punto secondo noi e parecchi altri, sarà necessario che le banche che detengono fette importanti del debito greco – in particolare proprio le banche elleniche – siamo disponibili, come si dice in gergo, a un taglio di capelli: cioè, un taglio forse della metà, non più solo del 20-25%, dei loro crediti[86] (l’FMI dice[87], addirittura, fino al 70-75%, i 3/4 del debito) perché il marchingegno possa  funzionare a copertura di quello residuo …

Ma la Francia è contraria, per principio, a penalizzare le banche. Dice che le conseguenze sarebbero terribili per tutti i depositanti (però, basterebbe distinguere tra chi ah depositi sopra e sotto un certo ammontare: e per chi è sopra, molto ricco cioè, ciccia…). Meglio, secondo Sarkozy ma anche secondo Trichet e Draghi per ora, che siano i governi, e una BCE ricapitalizzata ma da loro e con fondi pubblici, a assorbire le perdite… 

●Annota a proposito della crisi europea, con la solita spietata lucidità, il Nobel Paul Krugman che “sì, è vero: le banche europee hanno bisogno di ricapitalizzarsi: ma la verità è che i loro problemi sono solo il sintomo del problema sottostante del debito sovrano che può essere risolto – se poi lo sarà – soltanto coi prestiti della BCE e l’impegno della stessa a reflazionare. Se non ci fosse questo, le perdite che saranno ingoiate dai buchi dei vari debiti sovrani spazzerebbero via ogni quantità di nuovo capitale che le banche riuscissero a rastrellare.

   Così, quando adesso leggo e sento[88] che le grandi banche europee saranno obbligate a trovare sul mercato 108 miliardi di € di capitali freschi nell’arco dei prossimi sei mesi secondo l’accordo raggiunto tra i ministri delle Finanze dell’Unione europea [o, più esattamente, dell’eurozona], dico chiaro che secondo me questo è appena un cerottino – che per di più verrà poi applicato solo gradualmente nel corso di sei-nove mesi! – quando il paziente sta rischiando di morire nell’arco di poche settimane per i danni gravi riportati ai suoi organi interni[89].

Ecco, se Krugman – uno che ne ha sbagliate proprio poche finora, guadagnandosi anche per questo il suo Nobel – azzeccasse anche solo parzialmente questa sua altra diagnosi, per l’euro, per l’eurozona, per l’Unione, per l’Europa ma anche per l’economia globale sarebbero guai grossi… Ma quelli lì, a Francoforte e a Bruxelles, a Parigi, a Berlino e a Roma,  se la fanno sotto e nessuno ha il coraggio di recidere i nodi che ci stanno legando e immobilizzando mentre tutto sembra marcire…

●Posizione comune, si diceva però, anzitutto tra francesi e tedeschi… Quelli, cioè, che come al solito sono un po’ più uguali degli altri in primi battuta; e la Commissione redigerà, sempre come proposta, svolgendo diligentemente l’unica funzione che sembra restarle la redazione dei compromessi trovati altrove.

Ma viene fuori, a questo punto, come è noto l’intoppo italiano, subito prima del vertice del 17 e 18  ottobre: l’indignazione, soprattutto a fini mediatici, di Franco Frattini, ministro degli Esteri nostrano che a Lussemburgo esterna una protesta irritata per l’unilateralità del pre-vertice franco-tedesco al vertice: dice – a ragione – che gli altri membri dell’Unione non capiscono il senso (e l’esito) dell’incontro franco-tedesco.

Ma la voce sua resta sola, tutti capiscono che se avessero invitato anche e solo Berlusconi il governo italiano non avrebbe avuto niente da ridire e, alla fine, Frattini ottiene solo di rimandare di qualche giorno l’incontro dei capi di governo: tanto per darsi il po’ di tempo necessario a ingoiarsi la bile prima di andarci.

Alla fine, la differenza viene bene alla luce: la Germania ed alcuni altri fra i paesi che più che esserlo si considerano più virtuosi (hanno tutti dei rapporti deficit/PIL che sfondano il tetto di Maastricht) insistono perché sui loro “buchi greci”, per così dire, banche e investitori privati siano obbligati ad assumersi perdite più ingenti prima di firmare un'altra rata di aiuti alla Grecia… La Francia e la BCE sono invece sempre contrari a forzare privati e banche ad assorbire una quantità più forte delle perdite in cui sono incorsi e invocano maggior protezione per loro da parte dei vari pubblici erari.

La frattiniana protesta (“incontro inaccettabile perché bilaterale”: in sostanza, il pre-vertice franco-tedesco al vertice; in realtà perché è un – altro – schiaffo affibbiato a Berlusconi) è, al solito, vacua, fuori tempo e, quindi, irrilevante. Tanto per cominciare, perché di unilateralità non si tratta essendo l’incontro a due, dunque bilaterale (preceduto, poi, dalla consultazione con Rutte: ma mica si poteva protestare perché era il Berlusca ad essere stato ignorato: si sarebbero messi tutti a sghignazzare, ovviamente…).

E, nel merito, poi, il pre-vertice era pure inevitabile: in altre epoche c’era il direttorio, più spesso che no anche noi inclusi… Ma, certo, in altre epoche: non con questo leader che (faccia, faccia pure le corna) sta passando gli ultimi suoi anni, appunto, a fare le corna e a chiacchierare in giro per il mondo di gn**ca varia. Comunque il pre-vertice era giustificato, ci ricorda Berlino, dal fatto che noi e la Francia siamo le due economie maggiori cui – non fosse altro che per i rapporti di forza – nel branco spetta un compito di leadership.

Dicevamo, alla fine: per ora “propongono”, d’accordo tra loro, Francia e Germania – che pervicacemente sono andati recidivando nei pre-vertici loro: alla faccia dell’indignazione inane di quel poveraccio di Franco Frattini – di rinviare ancora, anzi di dividere in due vertici, il vertice europeo (uno il 23 e uno il 26 ottobre, questo solo dedicato al come fare i conti col nodo del debito.

●Ci sono altri strani passaggi intermedi, nell’approccio al pre-vertice che conta, quello franco-tedesco, rispetto al vertice del 26 ottobre. Ad esempio, subito dopo l’uscita di Salgado – difficile non veder fallire la Grecia, comunque bisognerà che le banche private rinuncino a una grossa fetta dei loro crediti – accogliendo quel che viene predicando Merkel da settimane, il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy dichiara[90] che “è stato raggiunto un accordo di principio” (già, di principio: vale a dire non tra tutti e senza contenuti concordi—in definitiva: un bel niente).

In base al quale, se necessario – ha aggiunto – negli interessi della ripresa economica dalla crisi del debito, c’è la possibilità anche di cambiare le regole del Trattato di Roma: cambiamento limitato” – si intende, spiega van Rompuy: cioè, non alle presa di decisioni a maggioranza, sia mai!, ma alla sorveglianza dei discoli, identificati dal capoclasse – “e che dovrebbe esso stesso – i buffoni! – essere sempre approvato all’unanimità”…

Poi, alla fine del vertice del 23 ottobre Sarkozy dice che il negoziato non è ancora fallito e che tutti i leaders sono ben consci della responsabilità che sono le loro: ed è dichiarazione talmente ovvia e vuota che avrebbe potuto anche risparmiarsela. E Merkel spiega che alcuni dei problemi di oggi hanno origine nelle regole stabilite ieri, decenni or sono: e, anche qui, assolutamente niente di nuovo.

Ma anche lei mica parla del superamento dell’unanimità, ma della sua fissazione (comprensibile, rilevante anche se, certo, non la sola che sia rilevante) che tutti siano obbligati a essere un po’ meno cicale. Merkel parla adesso di due opzioni che restano, dice, sul tavolo, anche se non coinvolgono la partecipazione della Banca centrale (ma non spiega quel che vuol dire? che pagheranno solo i privati? gli investitori che hanno investito male e gli speculatori che così rimarrebbero fregati? forse personalmente lei lo vorrebbe e lo ha fatto capire: ma nessuno crede davvero che ci riesca) e dice che le decisioni finali dovranno essere prese prima della riunione del secondo vertice del 26 ottobre[91]

Infine, prima il vice portavoce del portavoce del segretario del Commissario europeo agli Affari economici (o qualcuno di analogo spessore politico) dice che l’Italia deve portare tutti i dati e le scadenze dei suoi impegni alla riunione del 26 ottobre e Berlusconi si incavola: non ci facciamo dire quel che dobbiamo fare da un impiegato che nessuno ha eletto o votato in posizioni di leadership. E non ci facciamo dare lezioni neanche da nessun altro paese. E ha ragione .

Ma ha anche torto perché così costringe a dirgli le stesse cose di persona al presidente della Commissione che non conterà un cappio neanche lui, ma conta di sicuro più di Berlusca e lui è stato eletto poi anche se non dal voto popolare dal voto unanime di tutti i capi di Stato e di governo europei: e, se ricordiamo bene poi, su proposta iniziale – in realtà fatta per conto di altri, come al solito – proprio di Berlusconi…

Insomma ci aspettano al tavolo dell’esame. Napolitano ricorda che ormai nessuno è più del tutto sovrano in Europa e questa è una lezione dura al Berlusca che se lo scorda un minuto sì e l’altro pure. Ma sembra, come al solito, per primo d’accordo proprio Napolitano – che d’animo, anche se non di tessera, è sempre stato un centrista – sulle lacrime e sangue che l’Italia dovrà trangugiare: purtroppo sempre per una parte della popolazione soltanto o, comunque, prima degli altri – subito – su lavoro dipendente e pensionati/pensionandi.

Ma il timore – condiviso ormai da molti, anche dentro le istituzioni europee e la stessa Banca centrale – è quello, concretissimo, paventato da Krugman[92]: che si tratterà comunque ormai – con l’Italia direttamente coinvolta – solo di un “cerottino” messo lì su una piaga ormai purulenta…

Alla fine verrà fuori che è stato, ovviamente, deciso quel che la Germania col concorso francese aveva proposto: bisognerà sicuramente dare una mano alle banche che rischiano altrimenti di vedersi resi pubblici i conti in rosso; ma concorderanno sul fatto che, prima, quelle banche dovranno cercare non dai governi e dai contribuenti ma dai mercati il capitale di cui hanno bisogno; solo poi dai governi; e soltanto dopo dal Fondo di stabilità finanziario europeo: come, appunto, estrema risorsa. Ma siccome, si capisce, dai privati e da altre banche aiuto non arriverà…

Salvo certo che, poi, a decidere il che fare ci vuole, anche per statuto, il sì di tutti. Ma allora, invece di protestare quando non serve a niente e a nessuno, post factum, dopo il pre-vertice, caro Frattini, non era meglio farlo prima e annunciare, invece, una grande battaglia – vera questa – per decidere sempre a maggioranza. Perché solo così la protesta avrebbe avuto, ed avrebbe, un senso reale… Invece che segnalare semplicemente alzando la voce inutilmente la leggerezza e, ormai, la futile inutilità riservata all’Italia perfino nei consessi internazionali che noi abbiamo fondato…

E in effetti – non riprendendo qui, ne abbiamo già parlato più avanti, quel che non è stato deciso per l’Italia, facendo piuttosto confiance ancora una volta – non si poteva altrimenti, del resto – al Cavaliere, il vertice del 26 ottobre ha deciso (meglio, ha fatto come Berlusconi, ha promesso di decidere[93], questa è la verità) di:

• ricapitalizzare le banche più deboli: tutte, entro il giugno 2012, devono adeguare almeno al 9% il tasso di congruità tra riserve e capitale (la percentuale del capitale che un istituto di credito è obbligato a tenere in riserva per coprire operazioni e perdite), a un costo che viene stimato in almeno 106 miliardi di € (lo standard internazionale è sul 10%, quello che è praticato in Europa è stato, ad esempio nei cosiddetti stress tests condotti questa estate dall’Autorità bancaria della UE molto permissivo, solo del 5%: e ciò nonostante otto-nove grandi banche europee di fatto lo mancarono);

• aumentare la liquidità disponibile dell’EFSF a 1.000 miliardi di €;

• aiutare subito (bé: subito…) la Grecia con altri 130 miliardi di €; e

• ridurre con un parziale default, ristrutturandolo – cioè riducendolo del 50% – il peso del debito greco.

Il problema è che questo trilione di euro per l’EFSF non esiste ancora, però, come quasi tutto quello che dice di aver deciso il vertice. Tutto è da realizzare volontariamente, da parte delle banche attenzionate – come dicono – o mobilitate a incentivare gli investitori privati e, magari, nella sua caritatevole abnegazione, da parte di Pechino perché li trovino i soldi. Dalla Cina però fanno subito, discretamente, sapere che loro hanno già dato: acquistando buoni del Tesoro greci, irlandesi, spagnoli e anche italiani, come dire un po’ sulla fiducia, in varie riprese nei mesi scorsi. E poi, siccome alla volontà delle banche, non ci crede proprio nessuno neanche i  governi si aggiunge nel testo finale del vertice che, se non funziona, c’è sempre la possibilità di rendere il tutto obbligatorio…

Così come per la sacrosanta, e significativa, sforbiciata al debito greco col 50% del valore nominale

 

● Il 9% di riserve per arrivare alla congruità col capitale in soldoni per le banche sono…

 

                Banca                     Stato della UE     Miliardi di € per

                                                                              Ricapitalizzzzare♦ 

*Nota: Al  valore effettivo della %  di debito sovrano detenuta dalla banca indicata

Fonte: Autorità bancaria europea, dati dello stress test del luglio 2011

 

da cancellare dai libri delle banche, Anche qui la questione è se lo faranno davvero, perché la l’acquiescenza sarà – ancora – volontaria ma è necessaria per evitare il default dichiarato che scatenerebbe l’inferno finanziario. Nel contesto complessivo, l’associazione delle banche europee ha detto sì ma come per tutte le Confindustrie – chiamiamole così per capirci – non ha alcun potere di forzare al sì le singole banche che rappresenta. Ognuna delle quali, poi, calcolerà a modo suo costi da sopportare e benefici nei quali sperare…

Infine, terza considerazione anche se non è certo quella finale, i 106 miliardi di salvataggio previsti per il sistema bancario stesso a copertura parziale del 9% dei capitali tenuto a riserva sono una buona idea – sempre dando per scontato che bisogna salvare il sistema bancario magari lasciando andare alla malora l’economia reale – ma è del tutto insufficiente rispetto al bisogno.

E fa sorgere il dubbio che in questo modo si limiteranno, appunto, a stringere ancora di più i rubinetti del credito a quella disgraziata economia reale fatta di domanda, investimenti e consumi. Sistemando in questo modo i loro libri contabili.

Però, è la prima volta che i governi fanno sapere di comandare davvero loro i mercati, alla faccia delle favole sul laissez faire, che naturalmente c’è e governa  ma solo perché, e fino a quando, essi credono che convenga loro. La realtà è che i governi non vogliono, preferiscono sempre non farlo ma sono sempre in grado di intervenire e comandare per ragioni che, però, in generale chiamano per mascherarle anche se non c’entrano niente in senso stretto, di “sicurezza nazionale”.

In effetti, dice il testo, se le banche non ce la dovessero fare a far fronte “volontariamente” a questi impegni – ma a giudicare se dicono la verità o mentono, chi sarebbe se non i governi stessi? – dovranno rivolgersi ai rispettivi governi e potranno, eventualmente – si vedrà poi a quali condizioni – utilizzare come ultima risorsa i fondi dell’EFSF.

Infine, viene convenuto che, però, ancora non si decide davvero niente in dettaglio e che i dettagli precisi del come, del quando e del quanto – ma poi alla fine, la verità è, anche del se – saranno “delineati” (cioè: non decisi) in un prossimo vertice… Forse quel che questi signori non hanno ancora capito è che i mercati obbediscono sì, ma che per farli obbedire devi ordinarglielo e dar loro scadenze e minaccia di punizioni, non basta esprime auspici. Se no si muovono per conto loro, selvaggiamente...

●Quanto ai dati concreti della congiuntura in Europa, preoccupa parecchio che tutti gli indici dei managers agli acquisti in tutti i paesi della zona euro senza eccezione riscontrino a settembre un’evidente sofferenza dell’attività manifatturiera[94]. In Germania, è scesa a 50,3, per il quinto mese di seguito, appena sopra il livello di allarme di 50 che separa la crescita dalla contrazione economica. In Italia, restiamo sempre sotto 50 e andiamo a 48,3. In Spagna, l’indice è sceso secco del 3,7%.

E, a chi tocca tocca. Mentre S&P’s svaluta il rating di diverse banche italiane nazionali (come Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare, UniCredit. Mediobanca e IntesaSanPaolo) e di ben 21 banche regionali citando i costi in aumento che scaturiscono dall’aumento degli interessi sul debito sovrano, dopo aver già provveduto a settembre a “downgradarlo”[95], Moody’s, dopo essersi limitata invece ad “ammonire” soltanto la Francia per il debito delle sue banche (dice, noblesse oblige: però, il motto non significa che il titolo nobiliare – l’essere Francia… – dia particolari diritti ma che, invece, dovrebbe imporre proprio particolari doveri), ha abbattuto di nuovo il debito sovrano spagnolo. Di due tacche, ad A1.

Lo ha fatto dichiarando che il paese è oggi più vulnerabile alle pressioni di mercato e al rischio dell’imprevedibile[96]. Le prospettive di crescita della Spagna, da moderate sono state ridotte, a causa del peggioramento globale e, in particolare, di quello europeo. Specificamente, proprio il settore bancario continuerà a risentire dell’impatto del difficile finanziamento ormai di ogni intrapresa nell’economia globale. La crescita globale del PIL nel 2012 sarà più vicina all’1 che all’atteso 1,8% e il deficit del settore pubblico allargato sarà sopra le attese sia quest’anno che nel 2012.     

La produzione industriale nell’eurozona cresce ad agosto dell’1,2% sul mese prima e del 5,3 anno su anno, al di là delle attese[97]. E il volume delle vendite al dettaglio nell’eurozona cala anch’esso dello 0,3%  ad agosto su luglio[98].   

Il tasso di disoccupazione nell’eurozona resta fermo al 10% ad agosto. L’inflazione a settembre cresce del 3% anno su anno dal 2,5 di agosto e i prezzi alla produzione salgono del 9% anno su anno ad agosto, ma al ribasso dello 0,1% sul mese prima[99].

●Sul piano della routine istituzionale, ma con  una mossa, forse, di qualche rilievo – perché secondo le regole europee, come quello di tutti gli altri anche il sì della Slovacchia, uno dei paesi più “poveri” dell’eurozona, è decisivo per far scattare il pacchetto di salvataggio alla Grecia: è necessario l’assenso di tutti i parlamenti dei 17 paesi e quello slovacco è l’ultimo che ancora manca – a pochi giorni dal voto della Camera il consenso di Bratislava sembra rimesso in questione dalle dichiarazioni del ministro delle Finanze Ivan Miklos[100].

Mentre il suo collega tedesco, Wolfgang Schäuble, che ha anche lui le sue riserve, fa appello comunque al senso di responsabilità di tutti i paesi dell’eurozona, Miklos insiste nell’ovvio – cioè, sapendo perfettamente quel che fa, lo fa in ogni caso – dicendo che se i revisori contabili di FMI, UE e BCE constatano il default e una cancellazione parziale del debito sovrano della Grecia, sarà necessario un programma di stabilizzazione per coordinare il fallimento e prevenirne il contagio.

Neanche gli viene pensato che, se davvero la Grecia andasse in default, col paese andrebbe subito in fallimento il governo greco, che se ne darebbe un altro e non si vede proprio perché a quel punto, questo dovrebbe preoccuparsi dei riflessi del suo default – tecnicamente, l’incapacità di onorare gli interessi sul debito – su altri paesi che, dopo aver imposto ad Atene una cura dimagrante da cavallo l’hanno abbandonata. A quel punto, e almeno a noi pare ovvio, i desiderata degli Ivan Miklos come quelli del ben più potente Wolfgang Schäuble, sarebbero l’ultima preoccupazione del nuovo governo ellenico.

D’altra parte, chi glielo spiega, e come, al cittadino medio del perché sbaglia— La Slovacchia quando tergiversa sul salvataggio di paesi più ricchi dell’eurozona[101], dal reddito medio di certo superiore al loro, come quello dei greci, per quanto ormai falcidiato ferocemente da un’austerità che sembra essere di stampo penitenziale, teutonicamente, come fine a se stessa? chi glielo dice perché anche in queste condizioni non è tollerabile quel che sta tentando di fare— rinviare, cioè, la decisione finale del suo parlamento – e, perciò, il tutto – alle… calende, appunto, greche?

Così, l’11 sera, il parlamento boccia per 21 voti la proposta che il governo aveva alla fine avanzato di aderire per la parte propria al piano di salvataggio: e, adesso, si vede più chiaro, che alla fine non era per niente salvare solo l’euro della Grecia, che come tale non c’è, ma proprio l’euro di tutti, la moneta unica nel suo complesso. E il gabinetto già traballante della coalizione di centro-destra presieduta dalla signora Iveta Radicova, in sella da un anno, è caduto anch’esso col piano di salvataggio greco cui, in conclusione, aveva legato il proprio destino e con il progetto di EFSF[102].

E tutto ora qui, ma in tutta l’eurozona, si paralizza. Cioè…, si paralizzerebbe… se in questo paese, come in Italia del resto la politica politicante non fosse diventata una barzelletta. Fatto cadere il governo (non un soldo di danno, anzi…) e acquisite le elezioni anticipate in marzo 2012 l’opposizione di centro-sinistra decide di votare ora – e vota – sì anch’essa[103] (alla fine, sono 114, 30 i no e 3 le astensioni)… e si riaprono i fescennini che, speriamo, diventino magari in progress cosa seria.

Ma, così, proprio così, al di là delle singole contingenze, si mette in moto quello che sembra un meccanismo da incubo, dove a ogni agghiacciante clic che scatta ne succede un altro, automaticamente: la Grecia non è in grado di dare le assicurazioni di risparmio forzato che le chiedono neanche col salasso che le impongono di subire le sanguisughe della finanza? così le rifiutano (l’Eurogruppo, già il 4 ottobre) l’aiuto che era stato promesso (gli 8 miliardi di € della seconda tranche del pacchetto); e così la mandano per forza in default; quel che dal principio volevano, si dice, evitare: spargono la malattia nel sistema circolatorio di tutta l’eurozona e di tutta l’Unione…

In una mossa che non c’entra, di per sé,  con la soluzione di fondo dei problemi dell’eurozona e della crisi, la Commissione europea sta volenterosamente puntando a dare una mano. Ha presentato la sua proposta, da tempo preannunciata ma ancora largamente imperfetta, tanto da offrirsi all’impallinamento facile e preventivo di chi le vuol male, di un prelievo, una tassa, sulle transazioni finanziarie impropriamente chiamata Tobin tax o, anche, Robin tax, che dovrebbe entrare in vigore nel 2014 e che ha già dichiaratamente schierata contro decisa a silurarla la City di Londra (spaventerebbe gli investitori, allontanandoli dalla piazza londinese) e, quindi, il governo britannico.

La Commissione spera che il tasso di imposta proposto – lo 0,1% del valore di ogni transazione sugli scambi di azioni e di titoli e lo 0,01 sui contratti di derivati (ma nessuno spiega perché per questi scambi – più fasulli e sicuramente dannosi dei primi – la tassa dovrebbe essere solo un decimo di quella – possa far incassare sui 55 miliardi di € all’anno.

Abbiamo già sviluppato il discorso sulla Tobin/Robin tax, anche qui e più volte pure nel recente passato, rinviando anche al testo della proposta originale del Nobel James Tobin che, diversi anni fa ormai avevamo tradotto in italiano[104]. Ora segnaliamo, raccomandandone la lettura[105] – perché ne abbiamo apprezzato chiarezza e contenuti – un breve articolo di illustrazione e commento appena apparso che giustamente apprezza, anche se ne identifica bene i “buchi”, la proposta avanzata dalla Commissione.

E’ anche di qualche rilevanza, forse, un’insolita impennata di Merkel che, una volta tanto,  ha detto con grande chiarezza a Obama che non può[106] – o meglio non dovrebbe anche se, ovviamente, poi può – opporsi in nome della libertà del mercato, che deve poter agire senza lacci e lacciuoli, alla tassazione globale delle transazioni finanziarie e chiedere a voce alta, insieme, all’eurozona e all’Unione di intervenire sui mercati liberi a sistemare con interventi pubblici le crisi del debito.

Barroso, di fronte al baratro, sembra ritrovare adesso un po’ di capacità di proposta e, dopo il salvataggio in corner del pacchetto EFSF col secondo voto del parlamento slovacco, chiede[107] espressamente la fine di un processo decisionale come quello all’unanimità che vige nell’Unione e, soprattutto, nell’eurozona e che, dunque, le decisioni non siano più affidate ai ghiribizzi e ai ricatti umorali di un equilibrio/squilibrio tutto interno a un solo paese, tanto più se insignificante – no, questo Barroso non lo dice, ovviamente così: ma certo lo fa capire – come la Slovacchia.

● Andamenti dei grandi debiti pubblici europei           e          livelli di queli dei grandi paesi (grafici)

          

                ▬ Spagna Italia Germania

Fonte: HSBC, Guardian, 17.10.2011, Europe's debt hangover Europa: l’emicrania del debito

Il presidente della Commissione si è riferito puntualmente, come metodo che vorrebbe veder adottato, a quello in vigore al Fondo monetario internazionale che prende le sue decisioni a maggioranza qualificata, col peso dei voti di ogni paese membro contaTO sulla base della quota che sul totale delle azioni del Fondo ogni paese detiene.

Dice Barroso: “abbiamo bisogno di un metodo di decisione più efficace nell’eurozona e nell’Unione europea se vogliamo risultare credibili coi mercati e con gli investitori”. E già in questo suo dire c’è il grosso del disagio, del malessere, dello scontento e del “disincanto” di tanti europei contro quest’idea dell’Europa: come cittadini, come lavoratori, gli europei non contano evidentemente un piffero per il presidente della Commissione— vecchio militante del maoismo lusitano ai tempi della “rivoluzione dei garofani”!

Per lui non contano più – del resto, è scontato, no? – i compagni proletari ma neanche i cittadini.  Sono gli “investitori” e i “mercati” i riferimenti, e i referenti, verso cui bisogna risultare  credibili, non gli elettori; è verso quelli lì, e non loro, che bisogna restarlo, a ogni costo, “credibili”. E, coerentemente col suo modo buro-contabile di vedere l’Unione, per essa propone un sistema decisionale tale e quale a quello di un Consiglio di Amministrazione…

Ora, però, l’esigenza che pone Barroso resta, anche se è da discutere, e respingere, nel merito il suo criterio dell’Europa costituita come da un insieme di quote azionarie – perché non è congruo, né decente, né comunque sarà accettabile mai: tra l’altro, per dire, Malta che oggi conta per un voto, esattamente come la Germania e, domani, varrebbe lo 0,001, dovrebbe dare essa stessa il suo sì perché cambi il sistema di voto nel modo che lui vorrebbe— oggi, infatti, è sempre necessaria l’unanimità…

Resta, dunque, l’esigenza che Barroso pone – ma che prima di lui, a partire da Delors avevano posto ben altri – di superare il voto all’unanimità e, dunque, il veto di uno contro il volere di tutti, magari ponderandola sul numero dei sì e dei no, sul peso della popolazione e, in parte anche magari, ma certo non solo del PIL, delle quote azionarie.

●Ballo di San Vito, intanto, sui mercati dei metalli preziosi,[108] tra paure di collasso dell’eurozona e voci – ma anche paure, anche qui – di una possibile soluzione politica, non solo finanziaria o speculativa, cioè. Con alcuni degli sbalzi più accentuati degli ultimi decenni, il prezzo dell’argento prima è crollato al minimo da sette mesi per poi riprendersi  leggermente; mentre l’oro cade al minimo dall’inizio di agosto e, poi, si riprende per cadere ancora. Ma il fenomeno riguarda anche alcuni metalli industriali, come rame e zinco.

Forse può essere non solo curioso ma anche utile dare un’occhiata a un grafico che riproduce l’esposizione dei vari sistemi bancari nazionali europei al debito estero. Qui, all’Italia va bene: meglio, va meglio che a tutti gli altri… Non è qui il guaio dlele banche italiane: è nella credibilità delle istituzioni, nell’insicurezza totale e nell’inaffidabilità della nostra (e quindi loro) stabilità.

 

●Esposizione delle banche sui mercati esteri, paese per paese (grafico)

             % sul totale degli assets       nell’ordine  □ paesi altri         □  Europa centrale e Cipro  

                                                                              □ USA                 □  PIIGS e Belgio 

                                                                              □ Regno Unito    □ Paesi europei con rating AAA 

                                                                              □ paesi baltici e Danimarca                                                                                                                                                                                                                           

 

PIIGS = Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna                                     Elaborazione: Stratfor (cfr. www.stratfor.com)

Fonte:    Banca dei Regolamenti Internazionali e BCE

 

Il sistema bancario svedese è il più esposto: per il 75% del proprio debito complessivo e nelle proporzioni indicate nei tratti colorati verso i paesi che sulla scala a destra portano gli stessi colori. L’Italia, che pure ha il suo debito pubblico ormai a oltre il 120% del PIL, per contro è indebitata per non più del 26-27% all’estero, la metà verso paesi europei valutati AAA (sostanzialmente Germania e Francia e Austria e Olanda), poco più dell’1% sia verso paesi dell’Europa centrale e baltici e il resto verso “altri” paesi. Anche verso gli Stati Uniti siamo assai poco debitori, noi…

Passando, per completare il quadro, a un altro fronte europeo travagliato,quello dei Balcani, tra Serbia e Kosovo, i provocatori, conclamati e dichiarati dalla stessa NATO, sono stati come quasi sempre i kosovari anche stavolta. Su ordine del loro governo[109], due mesi fa tentarono di appropriarsi con un’incursione di truppe speciali – peraltro militarmente fallita – di una porzione di territorio contesa tra Kosovo autoproclamatosi indipendente e la frangia del Kosovo rimasta sotto il controllo effettivo dei kosovari di origine serba che indipendenti non vogliono essere affatto.

Poi adesso, a fine settembre[110], la KFOR, il contingente armato cosiddetto di pace della NATO nella zona, decide – ma chi l’ha deciso, con quale autorità? e poi, collegiale? – di dare una mano ai kosovari-kosovari che, pure, aveva riconosciuto e denunciato le responsabilità iniziali nel contrasto contro i kosovari-serbi. Ci sono scontri, una decina di feriti anche gravi e la scusa formale che cercava Bruxelles per posporre l’ultima tornata di colloqui fra i due paesi Kosovo e Serbia che serve a ritardare ancora un po’ la conclusione dell’approccio della Serbia all’Unione.

Il peccato dei serbi è quello originale di quindici anni fa: essersi opposti – perché il diritto internazionale dava loro pienamente ragione, ad ingoiare, perché così ordinava loro Clinton e con lui, come al solito allineata e coperta, l’Unione europea, la scissione unilateralmente proclamata del Kosovo, quando adesso, arbitrariamente – basta leggere il testo della risoluzione originale del 1999[111] per riscoprirlo con grande chiarezza – il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si rimangiava la propria unanime e solenne parola.

E il peccato di oggi, anche se nel frattempo in Serbia tutto è cambiato, Milosevic è passato probabilmente a peggior vita e i criminali serbi di guerra sono tutti in galera (non quelli croati, però…), è che continua ancora ad opporsi, anche se cerca ormai di arrivare a un compromesso accettabile, al fatto compiuto. Ma come al solito la caratteristica dell’occidente – mettendolo tutto insieme, in un mazzo, anche se solo ai fini di questo ragionamento – è quello di pretendere il sì, sissignore, anche se tu hai torto e io ragione, obbedisco… Così, almeno, mi merito le caramelle anch’io.

●Malgrado ciò, e come al solito, l’Unione europea continua a cercare di tirarsi fuori dall’impasse con un colpo al cerchio e uno alla botte[112]: adesso la Commissione raccomanda formalmente ai capi di Stato e di governo che al loro prossimo vertice decidano di offrire lo status di paese candidato alla Serbia… a condizione che “lavori” o “si adoperi”— “works” dice il testo inglese (che, come al solito, fa sempre fede) a stabilire legami pacifici col Kosovo.

Già… e se, (vedi sopra) sono i kosovari, al dunque, a impedirlo, come è sempre stato finora. Così è al Kosovo che, di fatto – gli ipocriti – trasferiscono il loro potere decisionale… La Commissione – secondo le liturgie comunitarie che graduano l’approccio in mille modi diversi – ha anche raccomandato di iniziare i colloqui di accesso per l’adesione col Montenegro. Ma non raccomanda alcun passo nei confronti dell’Albania che pure detiene lo status di paese candidato.

Però così, almeno tra paesi se non tra bambini, non funziona bene. Non è possibile tenere a lungo uno Stato nel limbo se, poi, come in questo caso c’è un’alternativa – magari, come nel caso dell’Ucraina forse non quella che preferirebbero, ma pur sempre un’alternativa. E’, comunque, poco serio lanciare il sasso e tenere la mano dietro la schiena come da anni va facendo l’unione con la pretesa di distribuire caramelle e/o bacchettate a seconda che un candidato si comporti bene – secondo chi nell’Unione poi conta di più – oppure meno.

Così, ora il ministro russo per le Emergenze, Sergei Shoygu, annuncia che l’unione doganale in preparazione tra Russia, Bielorussia e Kazakstan è pronta ad espandersi, e secondo lui si allargherà, a Montenegro e Serbia[113], Stati di impatto regionale coi quali del resto la Russia ha già accordi di libero scambio. Shoygu parla a Podgorica, capitale montenegrina, in presenza di Vladimir Kavaric, ministro dell’Economia, che si limita ad assentire e diffonde il comunicato stampa congiunto che riporta la previsione-notizia.

●Qualche screzio, non proprio irrilevante, anche tra Turchia e Russia e non solo tra questa e i paesi dell’ex Unione sovietica sulle forniture di petrolio di Gazprom. Qui come lì, i russi insistono a praticare ormai a tutti i loro clienti “prezzi di mercato” e l’operatore di Stato della Turchia, Botas, che da tempo insisteva per una riduzione del 20%, ha informato il fornitore russo che non rinnoverà il contratto che, attraverso il cosiddetto percorso occidentale (via Ucraina), fornisce gas naturale russo ad Ankara.

Lo annuncia il giornale Habertürk[114], riferendo della decisione che risalirebbe, in ultima istanza, al ministro turco dell’Energia, Taner Yildiz, di non estendere oltre il contratto venticinquennale coi russi che va ora in scadenza. E Gazprom fa sapere che, se l’ente di Stato turco porta a termine la sua decisione, il gas potrebbe essere in alternativa venduto ad operatori privati turchi. Del resto Gazprom rifornisce la Turchia già direttamente attraverso il gasdotto Blue Stream sul fondo del mar Nero: nel 2010, per il 60% del fabbisogno turco, 18 miliardi di m3.

Con la solita dose di falsa ingenuità o, meglio, di ipocrisia all’ennesima potenza adesso la Lituania denuncia – lo scopre il consigliere presidenziale Joan Markevicius[115], il 4 ottobre, parlando alla radio Ziniu Radias – che Gazprom viene utilizzato dai russi come uno strumento di politica internazionale e non solo di politica economica e che i prezzi che fa pagare per il suo prodotto non dipendono solo, anzi dipendono più che da considerazioni economiche dagli interessi politico-strategici.

Non risulta, francamente, che Markevicius abbia mai scoperto, meglio mai si sia accorto e tanto meno che abbia denunciato, il gioco di politica internazionale che una volta, per capirci, praticavano le sette sorelle, o dopo di loro Exxon, Shell, BP, Total e anche ENI ormai in giro per l’America latina, per il Mediterraneo e per il mondo. Il punto è che la politica stessa della Lituania sta diventando ossessivamente monotematica, ripetitiva e, perciò, alla fine anche irrilevante.

Intanto, in Lettonia, i tre partiti anti-russi che hanno malamente perso le elezioni di fine settembre cedendo molti voti e molti seggi al partito di centro-sinistra dell’Armonia, molto più attento di loro anche alle esigenze della larga e discriminata minoranza russa del paese, stanno disperatamente brigando per rimettere insieme una coalizione tale e quale a quella che è stata sconfitta[116].

Cercano di uscire, faticosamente, da settimane di diatriba pubblica nel solo modo in cui possono, c cioé con l’esclusione del partito dell’Armonia, piegandosi cioè all’esigenza di rifare premier l’uscente e impopolare Dombrovskis, il neo-liberista puro che ha imposto al paese, agli altri e non certo a sé, lacrime e sangue causando la catastrofe elettorale. Potrebbero anche riuscirci, con qualche apporto esterno, ben compensato alla Scilipoti, ma con un margine così stretto e in bilico di vantaggio numerico e una rivolta sociale incombente che li farebbe crollare entro pochi mesi.

Si forma così, in effetti, una maggioranza numerica che, però, salta subito, prima ancora della prima riunione del parlamento, con l’uscita dei sei membri del partito riformista dalla maggioranza parlamentare: se ne vanno per protesta contro il metodo non democratico, dicono, di prendere le decisioni nel loro partito da parte del leader Valdis Zlaters, lui stesso ex presidente della Repubblica, lasciando il governo di Dombrovskis con l’esatta metà dei deputati, 50 su 100, anche se sembra esserci una mezza promessa di appoggio esterno al Gabinetto[117]. Ma per quanto durerà, nessuno lo può sapere… tanto per cominciare a Zlaters stesso mancano i voti pure concordati e garantiti per essere eletto a scrutinio segreto presidente della Camera, la Saeima.

Sempre che la coalizione riesca a passare il primo periodo, cioè a non sfasciarsi subito, con solo 50 voti su 100 del parlamento, e al di là del primo, pressante problema sul come uscire dalla crisi economica e sociale che schiaccia il paese salvandone solo l’élite alto-funzionariale e il commercio che fissa i prezzi da sé ma comincia anch’esso a risentire di un potere d’acquisto in calo drammatico, l’altro problema che comunque si porrà al nuovo/vecchio governo Dombrovskis è quello di relazionarsi in termini più civili, meno conflittuali e  discriminatori, per legge proprio, nei confronti della popolazione etnica russa, oltre il 30%, e del suo partito di riferimento, l’Armonia, che queste elezioni le aveva vinte ma che rischia dalla conventio ad excludendum vigente di continuare a sentirsi isolata e pronto con ciò alla delegittimazione di chi lo esclude el foìgoverno e anche alla rivolta.

Da questo rapporto dipenderanno in parte – e con Putin di nuovo al Cremlino ancor più – i rapporti con la vicina Russia che, in ogni caso, i lettoni avevano continuato a tenere aperti sul piano economico più e meglio degli altri Stati baltici, dell’Estonia e in specie della Lituania.

Ma certo ora ogni mossa vista a Mosca come deliberatamente provocatoria – e anche qui anche se non proprio come in Estonia e Lituania ci sono state forti vampate di revanscismo che arrivano a rivendicare come un periodo fasto quello dell’occupazione nazista, quando Gestapo e Waffen SS che schieravano decine di migliaia di baltici, ariani per definizione, sterminarono ebrei e comunisti alla grande – avrebbe conseguenze certe e economicamente pesanti (questi dal gas e dal petrolio russo dipendono al 100%)...

La Bielorussia, che si considera offesa, discriminata e danneggiata, costretta a non partecipare perché deliberatamente non invitata dalla presidenza polacca nella persona del suo presidente della Repubblica al vertice di fine settembre della partnership orientale europea, vuole però continuare a prendervi parte – visto che nessuno, neanche i polacchi, tra l’altro ha pensato di poterla “espellere” – e vorrebbe anche vederla sempre proporre non “sbarramenti ideologici” ma programmi concreti per aiutare lo sviluppo di tutto l’Est europeo. Ha tenuto ad annunciarlo in questi termini, di denuncia forte ma insieme di volontà di partecipazione, il ministro degli Esteri, Sergei Martynov[118].

●Liquidità in arrivo, a credito, alla Bielorussia dalla grande banca russa Sberbank, garantita dal 51% delle azioni della Naftana, ha deciso di allocare un’apertura di credito per assicurare a breve quel che serve alla Banca centrale di Minsk[119]. Lo ha annunciato la presidentessa Nadezhda Yermakova al parlamento bielorusso. Di fronte al quale, insieme al vice ministro delle Finanze Vladimir Amarin, ha citato anche l’arrivo avvenuto del prestito erogato dal Fondo sovrano cinese[120] e la possibilità di chiedere all’Iran un credito da 400 milioni di $ e al Fondo monetario un pacchetto di salvataggio da 7 miliardi di $.

●La Polonia, con l’attitudine che sembra esserle consueta ormai di chi vuole impartire lezioni a tutti senza che, peraltro, glielo abbia chiesto o riconosciuto come diritto nessuno, dice col ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski che non ci sarà alcun accordo di libero scambio tra UE e Ucraina  al di fuori di quello di associazione con l’Unione e della sua procedura normale. E finché si limita a questa osservazione recita ovviamente, e inutilmente, l’ovvio.

Poi ritiene di potere e dover aggiungere che questo è perché nessun paese può godere dei “privilegi del libero scambio con l’Europa senza condividerne e rispettarne i valori[121]. Come, ad esempio, tanto per nominarne uno, l’Ungheria… Ed è già una sentenza che, comunque, nessuno può riconoscere a lui e alla Polonia il diritto di emanare, neanche nella veste del tutto temporanea di presidente di turno della UE: se non perché la spiega solo la sua presunzione di rappresentarsi come capofila  dei paesi dell’Est. Nessuno dei quali lo, però, mai  ha delegato a farlo.

Infine, ritiene utile, forse, addolcire un po’ il verdetto aggiungendo che, teoricamente, per l’Ucraina sarebbe possibile una piena associazione all’Unione entro il 2012. Ma, ormai, forse gli ucraini hanno deciso di vedere il bluff (il vice primo ministro britannico Nick Clegg, al vertice della partnership orientale aveva, del resto, appena detto con chiarezza persino scortese che l’UE non intende affatto allargarsi nel futuro prossimo venturo proprio a nessun altro paese) anche rivolgendo di più la loro attenzione a un possibile accordo doganale con Russia e Kazakstan: che, tra l’altro, potrebbe consentire ai russi di praticare prezzi più bassi per la vendita di gas naturale a Kiev…

●Un altro ostacolo all’approccio dell’Ucraina alla UE si pone, adesso, con la condanna della ex primo ministro Yulya Timoshenko a sette anni di carcere e alla perdita per tre dei diritti politici[122], dopo regolare processo condotto ovviamente sulla base del codice penale attuale (come in molti di questi paesi – Slovacchia, Georgia, Armenia, ma anche Lettonia, e Lituania, ad esempio – ancora non molto diverso da quello di vent’anni fa) che punisce con pene detentive assai dure colpe anche di ordine amministrativo e economico che qui, coi reati economici considerati ancora gravissimi vede punire duro pastette e corruttele sulle quali da noi si andrebbe, come di solito per potenti e colletti bianchi,  assai più leggeri.

Il nodo è che, per complicate e misteriose (s)ragioni, che hanno molto anche se non proprio tutto a che fare con le solite fantasmagoriche fobie anti-russe, l’Unione – i francesi e la Commissaria agli Esteri inglese anzitutto – pone ora a carico del presidente della Repubblica ucraina Yanukovich la responsabilità di allontanare così l’Ucraina dal’Europa (a proposito di valori europei: avrebbe forse dovuto obbligare i giudici a far passare una sentenza di assoluzione?...), anche se non si azzarda a dire che la Timoshenko fosse “innocente” ( per cui difficile diventa capire come facciano ad affermare che il processo sia stato politicamente motivato).

Il tribunale, ora, l’ha riconosciuta colpevole di aver anzitutto ecceduto l’autorità che aveva secondo la legge e di aver forzato, quando nel 2009 era al governo, l’ente di stato del gas, Naftogaz – scavalcando anche la non firma dell’allora presidente della Repubblica, Viktor Yushenko, già suo alleato e che contro di lei al processo proprio questo ha testimoniato – a firmare a un contratto che costò miliardi di $ in sovrapprezzo al paese a favore della russa Gazprom.

Perché, in buona sostanza, aveva bisogno di ripristinare anche a quel prezzo le forniture russe per poter disinnescare lo scontento popolare per la carenza di gas e correre alle elezioni presidenziali che, poi, finì  comunque col perdere, in concorrenza con Yushenko stesso e contro Yanukovich.

E adesso, indubbiamente, questo diventa un altro motivo per intralciare e procrastinare il percorso ucraino verso l’Europa, un rinvio che già era stato deciso a freddo comunque, e forse anche giustamente sulla base delle esigenze obiettive dell’economia di Kiev largamente  impreparata all’Europa. Ora – e certo sarebbe stato meglio forse decriminizzarlo un poco anche prima il reato: ma reato grave, a legge vigente, esso era.

Forse, ora, per ragioni di convenienza provvederanno a livello di governo ad alleggerire un po’ la situazione di Timoshenko[123]… ma a dire il vero bisogna anche considerare che neanche lei quando era a capo del governo decriminalizzò quel tipo di comportamenti— come del resto da noi neanche il centro-sinistra provvide quando era al governo a far scattare una legislazione per il conflitto di interessi, legislazione che oltretutto già c’era… Le ridurranno forse la pena, ma di più pare difficile. Anche se è lo stesso presidente Yanukovich, poi, a far capire che non è certo propenso a piegarsi[124] alle richieste straniere: qualsiasi revisione del processo dovrà seguire le vie normali del codice penale ucraino: ne va della faccia – lui dice dell’onore – di tutto il paese.

E, infatti, la Procura generale ucraina poi insiste: non si cancellerà proprio niente, le inchieste andranno avanti perché ci sono fior di elementi e testimonianze a giustificarle. E’ emersa “documentazione inequivoca”, tra l’altro, in base alla quale risulta che Timoshenko ha evaso tasse per 25 milioni di grivnia, la moneta ucraina, pari a quasi 2,5 milioni di €, avendo tra l’altro nascosto al fisco entrate derivanti dalle attività di compagnie offshore sue personali.

Che, mentendo, accusa la Procura, lei faceva risalire alla United Energy Systems of Ucraine Corporation di cui era presidente prima di diventare primo ministro[125]. L’accusa sostiene che è interesse del paese non coprire per convenienze politiche ed extragiuridiche e invece accertare “nel modo che la legge prevede: quella ucraina che si applica a tutti i cittadini e non un’inesistente legge comune europea”: tanto meno quando poi l’Ucraina non è neanche un paese aderente all’Unione.

In ogni caso, e come sempre, pressioni esterne su un sistema diverso dal proprio possono rivelarsi addirittura controproducenti. Qui, poi, c’è chi insiste a dire – è  la posizione da sempre sostenuta per sé da Berlusconi ma sempre meno credibile e popolare – che un politico può essere giudicato per quello che fa, o che non fa, solo con strumenti politici. In altre parole, che è esente da valutazioni di stampo giudiziario sulla legittimità del suo agire – se ha commesso reati, cioè, nel fare o non fare – perché lo hanno eletto e così, ipso facto, lo hanno reso legibus solutus.

E’ questa l’opinione piuttosto inconsulta – non sa bene quel che dice, cioè: ma lo dice lo stesso – del segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjørn Jagland, che si sdraia nell’occasione sulla posizione di Timoshenko teorizzata dal Cavaliere (lui, però, stavolta incredibilmente si astiene: ma forse solo perché di guai ne ha già tanti di suoi…) e afferma[126] che “in democrazia il giudizio sulle decisioni politiche dovrebbe essere riservato al parlamento e agli elettori, non ai tribunali”. Aggiungendo di credere che “le proposte di modifica recentemente avanzate per cambiare il codice penale del’Ucraina renderanno impossibile in futuro simili processi”. Può essere, ma entro limiti che certo sono del tutto evidenti…

E’ una frescaccia, naturalmente, perche invece nessuno – neanche un unto del Signore che fosse davvero non un uomo qualunque di Arcore ma proprio un sovrano incoronato – non è mai considerabile come sciolto dall’obbedienza alle leggi: non in America (gli impeachments di vari presidenti anche in tempi recenti, li ricordate? e che, per sottrarre Nixon all’onta del processo penale che gli toccava subire dopo le sue dimissioni forzate dovette graziarlo il successore, Gerald Ford? né in Inghilterra dove, per affermare il principio, tagliarono la testa nel 1649 a Carlo I Stuart, né in Francia dove, nel 1789, la segarono a Luigi XVI Capeto.

Né a casa sua, di Jagland stesso, in Norvegia dove, se re Harald V, quello che va in bicicletta, sognasse mai di rivendicare tale sua prerogativa non lo decapiterebbero ma, fattolo abdicare, lo manderebbero in un ottimo sanatorio per le cure mentali del caso… E tanto meno, o tanto più se volete, una simile tesi non regge in una democrazia parlamentare moderna. Nessuno, ma proprio nessuno, è al di sopra o al di qua o può pretendere di restare impuniti dalle leggi penali e quindi dalle inchieste che ea chiunque accusato di un reato esse impongono. Poi, il giudizio elettorale è altra cosa.

Il bello, però, è che anche in Russia – dopo tutto, Timoshenko è con Putin che aveva fatto l’accordo oggi bollato dal tribunale come fraudolentemente sfavorevole all’Ucraina – il ministero degli Esteri ha condannato il processo come politico “con un sottinteso anti-russo”, dice, come si connota del resto anche il tentativo in atto di Yanukovich di costringere i russi a rinegoziare un accordo che  l’Ucraina, altrimenti, è obbligata a onorare fino alla scadenza...

Il fatto è che il procuratore generale della Repubblica ucraina sta proseguendo l’inchiesta su Timoshenko: è sospettata, e anche qui con prove solide – documentali, decreti e firme che non era autorizzata a mettere, e testimonianze di gente che nel suo gabinetto ha dovuto subire i suoi ukase  - di aver stornato arbitrariamente e esorbitando dai poteri discrezionali che aveva larghe parti di introiti dello Stato a fini diversi da quelli che prevedeva la legge.

Ad esempio, 380 milioni di € dagli incassi per la vendita di quote di gas serra previste dall’accordo di Kyoto ad altri governi da parte di quello ucraino: ma non ascritti alla voce di bilancio prevista bensì a quella arbitrariamente decisa dalla prima ministra con decisione sovrana ma che sovrana non avrebbe dovuto e potuto essere, sostiene il procuratore della Repubblica.

In ogni caso, avverte adesso lo speaker del parlamento, Volodymyr Lytvyn, se con motivazioni  più o meno spurie, più o meno forzate, più o meno irrispettose del diritto del popolo ucraino a governarsi da sé – “proprio come quello francese”, ad esempio – l’Unione europea decidesse di interrompere il dialogo con l’Ucraina a causa del caso Timoshenko, Kiev finirà con l’associarsi alla Russia sulla questione ancora aperta dell’unione doganale. Sarebbe un’occasione di ordine economico che non potrebbe essere più relegata in secondo piano se l’apertura della ed alla UE dovesse cadere.

Riprende il tema con tutti altri toni, ma la sostanza è identica, il primo ministro Nikolai Azarov: anche l’adesione all’accordo di libero commercio della Conferenza degli Stati indipendenti legata alla Russia consentirebbe all’Ucraina l’accesso a mercati esteri. Vero, Kiev preferirebbe un simile accordo con l’Unione europea e lo ha detto in mille maniere, qualche volta anche rischiando di irritare i vicini. Ma i colloqui in corso tra i due presidenti, Medvedev e Yanukovich, e la conferma da parte di Putin che un accordo è vicino[127], consentono a Kiev una via d’uscita dall’impasse in cui Bruxelles sta cercando di relegarla: inevitabilmente si va avvicinando alla Russia.

Forse varrebbe anche la pena di riflettere sul fatto che il nome stesso di questo paese, Ucraina, ha un’origine storica peculiare e chiarissima: significa, nella ricostruzione del dizionario etimologico russo di Max Vasmer[128], Terra di confine: non definita in sé e per sé, dunque, ma dal fatto di segnare il crinale, un ostacolo ma volendo anche un incrocio, tra est e ovest d’Europa.

Lo conferma in tutta trasparenza ormai il ministro dell’Energia e dell’industria carbonifera di Kiev, Yuri Boiko, dichiarando al quotidiano Kommersant[129] che il governo, alla fine, ha deciso di non contestare, come deciso inizialmente, davanti al tribunale del commercio internazionale i termini del contratto sul gas naturale che stipulò  con la Russia— proprio quello per cui è stata condannata la Yulia Timoshenko. Boiko ha detto che, in definitiva, la decisione si spiega col carattere strategico del rapporto tra i due paesi.

Rapporto che c’era, però, altrettanto cruciale anche quando l’Ucraina annunciava l’intenzione di fare ricorso ma allora, forse, illudendosi ancora di poterlo anche vincere mentre, adesso, per quanto sbagliato e “svenduto” dal punto di vista ucraino esso fosse – come ha sentenziato la giustizia ucraina – in termini giuridici e commerciali – come ha informalmente, e opportunamente, ha fatto sapere il tribunale d’arbitrato a Kiev – il contratto è sicuramente valido.

Inoltre, e in ultima analisi, c’è il fatto che sopra abbiamo illustrato. L’indurimento, con a pretesto  la condanna di Timoshenko, dell’atteggiamento dell’Unione europea nei confronti dell’Ucraina è controproducente, serve solo a riavvicinarla “naturalmente”, e anzi quasi per forza, alla Russia…Solo con un accordo di tipo politico anche il problema del prezzo del gas russo potrà essere superato.

●Lo dimostra anche il caso Moldova[130], la vecchia Moldavia, da sempre, dai tempi degli zar – come l’Ucraina con cui confina ma, date le minuscole dimensioni anche molto di più, con minori velleità di un’impossibile autosufficienza – legata alla Russia. Adesso, annuncia col vice primo ministro e  ministro dell’Economia, Valery Lazer, che in cambio di un accesso russo ad alcuni assetti strategici moldovi non meglio specificati (basi militari?...) ha raggiunto un buon accordo per l’acquisto a prezzo scontato a partire dal prossimo gennaio del gas naturale del colosso russo Gazprom.

Sconto analogo, cioè, a quello che la Russia offre anche all’Ucraina se firma l’accordo doganale interstatale per stabilizzare i rapporti e gli scambi commerciali. Certo che, se ucraini, moldavi, lettoni, georgiani e quant’altri – e si può certo capire! – preferiscono piuttosto che legarsi economicamente a Mosca e alla sua area di influenza economica  integrarsi alla UE, facciano pure: paesi indipendenti essi sono e la Russia ne rispetta l’autonomia piena. Peccato che l’Europa – poi, adesso, nei guai in cui sta affondando… – di loro non ne voglia proprio sapere...

●In Polonia, alle politiche di domenica 9 ottobre, rivince la coalizione diciamo così un po’ meno euroscettica e, in politica interna, un po’ più di centro e meno di destra del premier Donald Tusk che, rispetto al rabbioso e ringhioso oppositore clericale e quasi fascista, l’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski del partito nazionalista di Legge e Giustizia, vuole cooperare con la UE e, anzi, come abbiamo visto, vorrebbe anche cercare di piegarla ai desiderata e alle priorità polacche.

Kaczinsky, gemello del presidente della Repubblica polacca morto nel disastro aereo di Katyn, è per natura sua anzitutto un bastian contrario, anche spesso di se stesso, e dalla parte dell’America – certo, stava meglio con Bush, ma tant’è… – perinde ac cadaver, come si autodescrisse una volta (richiamando una vecchia anche se breve sua formazione giovanile gesuitica) e sempre anti-russo e anti-tedesco, adesso dice di essersi convinto (senza prove, indizi, e proprio niente) ma forte solo della sua convinzione[131], che la Merkel sia stata eletta alla cancelleria tedesca nel 2005 non perché l’aveva scelta Kohl per succedergli, cinque anni prima, ma perché l’aiutava la StasiMinisterium für Staatssicherheit— il Ministero per la Sicurezza dello Stato, quella che fu la polizia segreta della ex Germania orientale e che peraltro era stata sciolta nel… 1990.

Il fatto vero, e non certo nascosto, è che lei Merkel veniva dalla Germania orientale, la vecchia DDR della Stasi – assicura questo demenzial-poveraccio polacco – e la Stasi l’aiutava con l’assenso di Mosca… Con la quale “infatti[132]”, adesso che è cancelliera, in combutta con Putin lavora a minare gli interessi… polacchi.

Vince anche, e ben il 10% dei voti, un movimento social-libertario la Lista Palikot dal nome del 45enne leader che dà del bigotto a Kaczynski e accusa la chiesa polacca di essere un brontosauro antidiluviano e immobile che adesso dovrà pagare caro e pagare tutto per la sua arretratezza e proporrà leggi di completa parità, che aprirebbero – in Polonia! ma, certo, anche in Italia – una battaglia campale per far riconoscere a tutti, anzitutto a quella Chiesa cattolica, che il paese è cambiato e ormai sono cambiati i polacchi[133].

Infine, la Polonia insiste[134]: a suo parere, visto che tra l’altro è presidente di turno dell’UE, il vertice dell’eurozona che prenderà la decisione del se definitivo e del quanto, come e dove far scattare gli aiuti alla Grecia e lo stesso Fondo europeo di stabilità finanziaria (l’EFSF), dovrebbe prima “consultare” (cioè, chiedere se sono d’accordo, pure se all’esercizio non contribuiscono un piffero?) anche tutti i non membri sull’EU-17 ma aderenti all’Unione a 27: Polonia, appunto, e Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania, Danimarca, Svezia, Ungheria, Repubblica ceca  e, naturalmente, Gran Bretagna.

La decisione finale dovrebbe, in ogni caso, essere presa alla loro presenza: per non creare un “varco” tra le due componenti, dice il ministro polacco per gli Affari europei, Mikolay Dowgielewicz. Guardandosi bene, però, dallo specificare o anche solo dal far intravvedere cosa corrisponderebbe dalla parte della Polonia e degli altri all’usufrutto di questo che, allo stato, sarebbe solo un privilegio. E visto il passato ostruzionistico, a dir poco, di questi qui – polacchi, inglesi – sicuramente controproducente…

●A proposito degli inglesi, il primo ministro Cameron ha avvertito che, con gli sforzi in atto per arrivare nell’eurozona a fare di più insieme, c’è ormai il rischio di isolare i membri dell’Unione che restano fuori dell’eurozona[135]. E’ nell’interesse britannico che l’eurozona risolva i suoi problemi, naturalmente, ma ci dovrebbe essere nella Unione la regola che consente a tutti di partecipare alle decisioni di tutti, specie – come dicono appunto i polacchi – a quelli fuori dell’eurozona che, comunque, vengono impattati dalle decisioni degli altri.

Lo stesso giorno, senza alcuna vergogna, a Westminster nel tentativo di non farsi scavalcare a destra chi è ancora più euroscettico di lui[136], Cameron aveva annunciato che il suo governo intende comunque “rimpatriare”, cioè riappropriarsi di, alcuni poteri che i laburisti specie in materia sociale e di difesa dell’occupazione avevano deciso di conferire, come tutti gli altri Stati dell’Unione, alla copertura meno reazionaria della legislazione europea…

Stavolta c’è chi risponde. A Londra, qualche giorno dopo, lo stesso vice primo ministro Clegg fa presente – oh, quanto mai deferentemente, però comunque lo dice – che loro, i lib-dem coi quali i conservatori fanno maggioranza, non sono d’accordo[137]. E all’istante, subito, a Bruxelles a muso duro Sarkozy ricorda agli inglesi, anzitutto, che come dicono loro “rimpatriare” poteri comuni si può fare solo se lo concedono gli altri: e gli altri, molti, la Francia di certo, non saranno d’accordo. Il giorno prima, del resto, era arrivato a dirgli – scortesemente, se volete, ma  correttamente – di “starsi zitto”. In inglese, precisamente “shut up…you are out[138] stai zitto…tu stai fuori!”: anche nei club inglesi solo i membri determinano le regole interne.  

Diversi anni fa,  quando parecchi paesi dell’Est europeo, rompendo il fronte dei contrari alla guerra americana in Iraq scrissero una lettera di pubblici elogi a Bush, Jacques Chirac, allora presidente francese, usò la stessa identica frase nei loro confronti: poco elegante forse, anche forzata (ne avevano il diritto: come lui aveva quello di condannare la guerra) ma la storia ha dato sicuramente ragione a Chirac…

Alla fine, a conclusione del vertice-vertice del 26 ottobre, la delegazione britannica annuncia col cancelliere dello scacchiere George Osborne quanto il PM Cameron aveva lasciato capire anche prima: che il Regno Unito non contribuirà in niente[139] al Fondo di salvataggio per l’eurozona: perché, come gli aveva ricordato Sarkozy, gli inglesi erano “fuori” e perché, per un paese con un debito estero come il suo, non avrebbe senso che la Gran Bretagna si desse da fare per evitare i problemi altrui.

Dice il vero. Ma mostra anche assai bene perché la Gran Bretagna, davvero, con l’Europa – con l’idea, la visione, l’illusione forse, anche l’utopia dell’Europa – non c’entra proprio per niente. Del resto, ci sono osservatori britannici niente affatto ostili per principio all’Unione, che cominciano a far osservare come la combinazione emergente tra un’unione politica inevitabilmente in crescendo dell’eurozona, anche se più intergovernativa e meno “commissionaria” del desiderabile e l’euroscetticismo scatenato e montante di tutti i peones del partito conservatore stia portando a un allontanamento graduale, al distacco, della Gran Bretagna dall’Europa.

Dopo la Grecia, è sull’Ungheria che, forse, prima ancora che sull’Italia nell’immediato e nel gioco del ribassismo – che in borsa dicono porti il segno dell’0rso mentre l’euforia mercatista innalzerebbe il vessillo del Toro – si vano addensando procellose le nubi della speculazione[140]: anche se il quadro è diverso perché, diversamente dalla Grecia, l’Ungheria non è nell’eurozona.

Ai mercati interessa poco che il governo di Budapest sia tanto a  destra ideologicamente in Europa quanto lo era ieri Gengis Khan che, a suo tempo, condusse le sue razzie distruttive da par suo proprio per le pianure magiare e si mostri molto sensibile ai dettami della destra finanziaria e del liberismo selvaggio oltre che di quella politica. E’ anche pericolosamente populista e, poi, è stra-indebitato, specie a breve.

Agli albori della crisi finanziaria l’Ungheria fu uno dei primi paesi a venir attenzionato, come amano dire, dal Fondo monetario e a “godere” di un suo pacchetto di “salvataggio”. Da allora ha dovuto ridurre e tagliare drasticamente le spese, specie nel campo sociale e nello stimolo della crescita. E dopo un estemporaneo quanto artificiale e breve  periodo di maggiori esportazioni, adesso, come tutti ma più rapidamente degli altri sta marciando verso quella che potrebbe essere una seconda ondata di recessione.

E, come da noi, mentre sarebbe in dispensabile mobilitare attenzione e priorità di tutto il paese sulla ripresa, il governo si dedica a congegnare arretramenti costituzionali per connotarsi ancor più ideologicamente di destra: sull’aborto, sui gay, sul bavaglio alla stampa attraverso modifiche al codice penale che qui, però con una maggioranza assoluta oltre i 2/3 dei voti parlamentari può più agevolmente strappare a fronte di un’opposizione che – è tutto dire – della nostra sembra ancora più sbrindellata e incapace di una strategia coerente, offensiva, forte e potenzialmente vincente.

Il debito pubblico è già, adesso, al 110% quasi a livelli italiani ma molto più che in Italia è il risultato di un’esposizione all’estero e salgono le preoccupazioni per un indebolimento progressivo del fiorino e per misure di controllo sulle banche, visto il rischio di default che qui tutte stanno correndo che alimentano le attese, anche speranzose, della speculazione anzitutto dei fondi a rischio che sul paese si vada abbattendo lo stesso tipo di sciopero degli investitori stranieri che ha portato ai salvataggi di Grecia, Portogallo ed Irlanda.

Qui, però, il deficit/PIL è molto più contenuto, al 2%, ma l’esposizione bancaria qui al debito ipotecario denominato in franchi svizzeri ormai fortissimi arriva al 20% del PIL. E grandi banche italiane e austriache sono state estremamente attive – quelle austriache, specie, anche arrischiate – qui in Ungheria. E Budapest, ricordiamolo ancora, non essendo nell’eurozona, una crisi qui non avrebbe gli stessi effetti sistemici di un eventuale collasso ellenico.

Comunque, questo è un punto di crisi ormai in rischioso equilibrio sul crinale dell’Unione europea

●A Cipro, il governo ha approvato l’accordo in base al quale riceverà dalla Russia un prestito di oltre 2 miliardi di € a un interesse fisso del 4,5% rimborsabile fra quattro anni e mezzo ma con la possibilità, se Cipro volesse, di rimborsarlo anche prima[141]. Si tratta di liquidità che il governo vuole utilizzare per finanziarsi in parte la spesa corrente ma anche, dice, soprattutto per riguadagnarsi la fiducia dei mercati: creditori, investitori e agenzie di rating. Non si tratta, ha specificato il portavoce del governo di Nicosia, di qualcosa di collegato all’esplorazione delle risorse naturali dell’isola, tenute in scacco dal contenzioso in atto con la Turchia. I primi versamenti dovrebbero pervenire a gennaio 2012.

Vladimir Putin, primo ministro di Russia e ormai, secondo ogni ragionevole previsione, visto che gode sempre del massimo dei favori popolari, ancora una volta prossimo presidente – un mandato di sei anni, rinnovabile per una volta: è stato già presidente dal ‘91 al 2000 per due mandati allora di quattro anni ciascuno – propone che, con la Russia, altri paesi di quella che una volta era nota come l’Unione sovietica possano formare un’ “Unione euro-asiatica che possa diventare “uno dei poli del mondo moderno e servire da efficiente legame tra l’Europa e la regione asiatica del Pacifico”.

Ne ha parlato in un articolo firmato sull’organo ufficiale del governo russo[142], e in posizione di grande rilievo, che comincia col chiarire immediatamente – a rassicurazione e/o scongiuro – come neanche gli baleni l’idea di ridar vita in qualche modo all’Unione sovietica. Come si sa Kazakstan e Bielorussia, Putin ricorda, hanno già cominciato coi russi un processo di integrazione doganale e, in parte commerciale, che ambirebbe a diventare qualcosa di simile a quello che agli inizi era il Mercato comune, poi  Comunità europea, ecc., ecc. E’ ora possibile/probabile anche che il progetto possa allargarsi a Kirghizstan e Tajikstan.

E in un quadro in cui alla Russia viene decisamente, a priori, sbarrata la strada all’Unione europea, quando la Polonia, anzitutto però non solo, continua a cercare di allargare a Est l’area della UE stessa – trova problemi seri, però, soprattutto da parte degli altri europei che ormai sono ostili ad allargare ancora l’Unione – a Ucraina e Bielorussia perfino – l’idea di Putin di abbattere le dogane, gli ostacoli alla mobilità del lavoro nell’area, allargare il mercato interno e vincere la battaglia per i cuori e le menti di quel pezzo di Ucraina, anzitutto, che ancora resiste al richiamo del vicino russo, sembra sensata. Ma trova, è vero, anche risonanze di tipo vagamente nostalgico – istigando il contrappasso di timori altrettanto vaghi – in Russia e nell’area tutta...

Naturalmente fuori luogo, e del tutto fuori tempo, salta su la Georgia del solito Saakashvili, che nessuno aveva invitato ad aderire, e ci tiene a precisare, del tutto inutilmente, che Tibilisi non intende né unirsi alla nuova coalizione euro-asiatica né all’area doganale comune creata dalla Comunità degli Stati Indipendenti. Lo annuncia a chi avesse avuto impossibili dubbi il ministro degli Esteri Grigol Vashadze in conferenza stampa con l’omologo ministro estone, Urmas Paet. La Georgia, spiega, vorrebbe piuttosto unirsi alla NATO e all’Unione europea[143] che, purtroppo, però – questo lui non lo dice ma loro glielo hanno fatto capire in mille modi – non ce li vogliono proprio.   

Riprende il discorso Putin, affermando, il 19 ottobre, che l’unione euroasiatica nascerà di qui al 2015, sicuramente attraverso un lavoro paziente che “con diligenza[144] si adoperi a smussare gli angoli ed esaltare interessi e vantaggi comuni perché su queste basi poggia l’interesse di tutti noi.

●Sembra, comunque, che sul fronte al momento più acuto del contenzioso russo-georgiano quello che vede Saakashvili – per rivalsa contro il sostegno russo alle due piccole repubbliche filo-russe e separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkazia – bloccare da anni col suo veto (ci vuole infatti l’unanimità e lui nega il suo sì: l’unico che oggi manca) l’accesso della Russia nell’Organizzazione mondiale per il Commercio (WTO/OMC), possa attenuarsi l’ostracismo georgiano.

Da una parte, c’è una forte pressione americana perché Tiblisi molli sul punto – in effetti, col montare della tensione coi russi sullo scudo antimissilistico gli USA devono far più attenzione a tenere aperti canali di comunicazione e cooperazione coi russi su Afganistan e Iran, per lo meno.

 Ma si è ormai ridotto anche l’interesse dei russi, che resta per l’accesso all’OMC, rispetto al 2008 della guerra con la Georgia – forzata però stupidamente e personalmente da Saakashvili – e alla loro iniziale pressione quando, sotto Eltsin, si stavano scriteriatamente occidentalizzando: con Putin, ma anche con Medvedev stesso, stanno da tempo diversificando i loro sbocchi commerciali.

Quelli che contano di più sono con il loro vecchio retroterra e con l’Unione europea, soprattutto sulla fornitura di gas e petrolio su cui godono di un relativo ma reale dominio e controllo. Ed esse non dipendono che in misura ridotta dall’adesione o dalla non adesione alla OMC.

Ora la delegazione georgiana fa sapere che Tbilisi possa lasciar cadere la sua richiesta che le ridotte guarnigioni militari russe – invitate dai governi di fatto di Ossezia e Abkazia a scoraggiare con la loro stessa presenza ogni insana tentazione georgiana – abbandonino quei territori che la Georgia continua a rivendicare e nel tentativo di riappropriarsi dei quali solo tre anni fa aveva fatto la sua catastrofica guerra con loro e anche con Mosca.

In cambio, secondo una proposta di mediazione che Tbilisi sembra far sua del paese, la Svizzera, dove ha sede il WTO, chiederebbe un monitoraggio internazionale in grado di seguire e rintracciare tutti gli scambi che attraversano i confini delle due regioni di cui si discute e lo scambio elettronico dei dati in questione[145]. Ma, appunto, con il minore interesse dei russi per il nodo dell’OMC bisogna vedere se Putin è ancora così interessato.

Nell’immediato, però, fa annunciare, dopo che il suo plenipotenziario all’OMC Maxim Medvedkov aveva dichiarato chiusi i colloqui bilaterali con la Georgia che la Russia li riapre sul punto[146] (dove il nodo vero sarà su chi farà i controlli internazionali? per dire, la Polonia o la Bulgaria? un governo pregiudizialmente favorevole all’uno o a quell’altro paese? E dove al soluzione pressoché inevitabile sarà in un comitato misto, magari presieduto da un “neutrale”… ma, anche qui: Svizzera o Turkmenistan?).

Attivissimo in questi ultimi mesi della sua presidenza Dmitri Medvedev, che Putin intende rimpiazzare perché, probabilmente tra l’altro, si ritiene e, soprattutto, è ritenuto in Russia come in Europa in ragione della  profonda crisi in cui essa è caduta, sia come meglio capace di allettarne i singoli paesi membri più importanti (Germania che sta ritrovando mille ragioni forti per collaborare di più con una forte Russia, la Francia che le va a ruota e l’Italia berluscota che punta tutto sula politica del sorriso, dell’ammiccamento snervato e della pacca sulla spalla del cosiddetto nostro primo ministro), sia di negoziarci meglio – dal punto di vista dei russi – se, invece, gli europei scegliessero, come è difficile che faranno però, di trattare e negoziare tutti insieme coi russi.

Intanto, però, il presidente in carica si dà molto da fare: nelle prossime settimane[147], viene annunciato a metà ottobre, sarà presente personalmente a tre vertici: il G-20 dei capi di Stato e di governo a Parigi, il summit di quelli dei paesi APEC (Cooperazione economica di Asia e Pacifico) negli USA e quello in Belgio tra Russia e Unione europea. Poi, tra novembre e dicembre, visiterà la Germania e la Republica ceca.

In Germania, a Greifswald, in Mecklenburgo-Pomerania, la terra di Angela Merkel, dove arriva il North Stream, prenderà anche parte all’inaugurazione operativa, probabilmente con la stessa Merkel e l’ex cancelliere Schröder che presiede il consorzio russo-tedesco, del gasdotto che porta quel nome e che comincerà subito a rifornire a pieno regime Germaia e Europa occidentale.

Sul tema sempre aperto, e sempre estremamente contenzioso, tra Russia, USA e NATO in Europa relativo al famigerato scudo anti-missilistico occidentale che i sovietici temono potrebbe alterare gli equilibri strategici nucleari (teoria e storia dimostrano che se e quando si rafforza lo scudo, si rafforza la spada… e viceversa: se mettono gli antimissili alle sue frontiere, la Russia disloca nuovi missili in prossimità di quelle di chi glieli schiera contro), la sottosegretaria di Stato americana al Controllo degli armamenti e alla Sicurezza internazionale, Ellen Tauscher, ha fornito ai russi le assicurazioni scritte[148] che da tempo chiedevano sul fatto che lo scudo non è diretto contro di loro. Non ha fornito, però, perché non può farlo – sostiene – le garanzie legalmente obbliganti che possono rassicurare Mosca, come richiesto.

Ma il momento non è il migliore per aprire un contenzioso davvero a fondo nel merito con gli europei. La Russia ha visto frenare dalla crisi che si è imposta con grande prepotenza come priorità delle priorità all’attenzione di tutti i paesi NATO, l’importanza e l’urgenza che intendeva dare a coltivare le differenze e le preoccupazioni strategiche, checché se ne dica diverse, tra Stati Uniti ed Europa. Ma aspetterà adesso a farlo, per forza di cose. Non ci rinuncia di certo, però…

Anche perché, spiega il suo effettivo portavoce e negoziatore in materia, l’ambasciatore russo presso la NATO Dmitri Rogozin, la Russia esige per essere soddisfatta – come farebbero gli USA a parti invertite, precisa, se fossero i suoi antimissili a minacciare da pochi km. di distanza i missili americani in America: sapendo che l’argomentazione così presentata è cogente – per lo meno di vedere i progetti e le configurazioni della nuova difesa missilistica, non dopo una sua realizzazione, per poter verificare che essa non configuri, in realtà, un minaccia portata alla Russia stessa[149].

Poi Medvedev, confermando di essere comunque, sul tema, uno degli interlocutori più aperti e disponibili degli americani (anche se l’ex ministro delle Finanze, che ha appena licenziato, lo accusava di essere rispetto a Putin lui il vero fautore di una politica internazionale russa muscolosa),  torna a ripetere, quasi spes contra spem, che i colloqui russo-americani sullo scudo spaziale dovrebbero continuare. Lo dice in conferenza stampa col premier olandese, Mark Rutte[150], aggiungendo che ci saranno decisioni importanti, e prossime, in materia che dovranno essere prese da parte americana come da parte russa per arrivare a una conclusione.

E lascia intendere anche, con un certo risalto e una trasparenza appena offuscata, che se la Russia è ormai legata davvero agli Stati Uniti e all’occidente perché il mondo è diventato davvero uno solo, anche li USA sono altrettanto dipendenti: accenni vaghi ma il senso del discorso è che gli americani dipendono da noi per “contenere” l’Iran in tutto il Medioriente e, anche, per assicurare l’arrivo dei rifornimenti di cui continuano ad avere bisogno in Afganistan.

E lo sanno bene: con il distacco crescente da parte di Islamabad le forze armate americane e quelle dell’ISAF stesso stanno da mesi privilegiando piuttosto che le vie di rifornimento dal Pakistan: già oggi solo un terzo di rifornimenti e combustibile per le truppe di terra arriva in Afganistan dal porto pakistano di Karachi e dalle raffinerie pakistane mentre i due terzi transitano ormai dalla via alternativa, molto più lunga, tediosa e costosa del territorio russo e dell’Asia centrale.

STATI UNITI

La previsione economica è sempre un’arte e anche un tantino imbrogliona, non certo una scienza. Adesso il consenso, qui – e non solo da destra – esclude che si stia andando verso un’altra recessione, o una sua ripresa. Ma il 28.6.1930, la Harvard Economic Society[151], seguendo a ruota l’ottimismo istituzionale ed irresponsabile del presidente degli Stati Uniti, Herbert Hoover (1.5.1930: “sono convinto che il peggio è passato e che la ripresa ormai sarà rapida”), garantiva sull’autorità dei suoi componenti che “questa depressione ha ormai esaurito tutta la sua forza”. E si sa bene come è andata a finire.

Ma oltre a pochi dissenzienti, economisti di grande prestigio anche, molto noti ma “emarginati” da posti di responsabilità pubblica proprio perché sono dei guastafeste e, soprattutto, perché contro la saggezza convenzionale dei tanti allineati e coperti, di regola, hanno ragione – gente come Nouriel Roubini e Paul Krugman, per dire – abbiamo visto segnalato di recente il lavoro di un Istituto di Ricerche, chiamato il Ciclo economico di Manhattan che, nel corso degli ultimi vent’anni, in pratica da quando è stato fondato ha sempre, invariabilmente, “azzeccato” la previsione sulle recessioni a venire senza mai segnalarne una che è una sbagliando…

Ecco, perché vale la pena di prestare adesso attenzione al fatto che l’Istituto, basandosi sulla sua collaudata cernita di quelli che chiama gli indici significativi, pronostica per gli USA una ricaduta in recessione, che in parte – dice – è già in atto. E andrà peggio: il tasso di disoccupazione ufficiale, che è oltre il 9%, salirà di tre, quattro punti; e la crescita per il 2012 sarà sotto l’1%: nel primo trimestre, se non già nell’ultimo di quest’anno, anche sotto lo zero, mentre la media degli altri previsori, che pure l’ha ridotta di quasi la metà, resta ancora al doppio, al 2%.

E anche, ancora, di peggio: nel prossimo prevedibile futuro “recessioni più frequenti saranno ormai probabilmente la norma[152].

Comincia, forse, a passare in America – su questo punto ha incominciato a insistere personalmente anche il presidente, ritrovando un pizzico del vecchio ardimento: spalleggiato da tre, quattro stramiliardari americani consci di aver stravinto loro la guerra di classe ma (il povero Steve Jobs, Bill Gates, Warren Buffett…) anche dotati di una coscienza sociale – la percezione che il costo per la società della povertà che si fa sempre più diffusa, mentre si fa sempre più ricco l’1% degli americani, sta impoverendo tutto il paese.

Arriva, adesso, il dato ufficiale secondo cui, per la prima volta in due anni consecutivi, è calato in questo paese il reddito individuale dei cittadini[153]: quasi del doppio poi, in percentuale, per i redditi da lavoro dipendente rispetto a quelli di altro tipo. Sempre il mese scorso gli americani hanno appreso, ufficialmente, di godersi oggi grazie alle politiche economiche che hanno imperversato libere e selvagge negli anni da Reagan in poi, gli ultimi trent’anni diciamo, il tasso più alto di povertà dagli anni della seconda guerra mondiale.

Sono ormai uno su sei americani, il 15,1%, 46 milioni di cittadini a vivere sotto il livello di povertà ufficialmente definito: più elevato tra i giovani, poi, che nel resto della popolazione; e tra i giovanissimi, i bambini, poi, nel 2009 erano il 20%, uno su cinque, 14.700.000 giovanissimi americani “poveri”, con la situazione peggiorata in 38 dei 50 Stati e in aumento di 2 milioni e mezzo di ragazze/i dal 17% che erano allora[154].

Qui, negli Stati Uniti, resiste e anzi peggiora, uno dei massimi livelli di disuguaglianza tra i paesi più ricchi del mondo. Dopo Cile, Messico e Turchia, tocca infatti agli USA il quarto livello di inuguaglianza economica e sociale tra i 35 paesi più ricchi del mondo, i membri dell’OCSE[155]: poi, in graduatoria, arrivano Israele, Portogallo, Gran Bretagna, Italia, Australia e Nuova Zelanda.

La tragedia è che in questo paese tutti vedono che tutti, con poche eccezioni, stanno diventando più poveri – con l’eccezione, appunto, di quell’1% − ma tutti sono convinti che non tocca loro il peggio e molti sperano, ancora, stupidamente di poter migliorare. Sanno di non essere in quell’1% ma credono di poter arrivare, diciamo, nel 20% che sta subito sotto. Non vedono quello che dicono chiaro statistiche e sociologi: che la crisi li sta distruggendo, sta demolendo la classe media, come la chiamano qui, cioè proprio loro.

Confermano questo giudizio i dati dell’Ufficio congressuale del bilancio – un Ufficio studi del tutto indipendente e non-partisan del parlamento – che mostrano ora come, tra il 1979 e il 2007, il reddito netto, pagate le tasse dovute, di tutte le famiglie americane sia cresciuto del 62% (media 2,2 all’anno) mentre quello dell’1% dei percettori maggiori di reddito è aumentato del 275% (del 9,8% per ogni anno del periodo in questione).

Nel 2007, quell’1% di americani hanno incamerato il 20% di tutta la ricchezza del paese, il doppio di quello che era nel 1979[156]. Malgrado tutto ciò, l’America questo stato di cose lo accetta come normale, di più come se fosse la volontà blasfema di un Dio onnipotente che premia gratuitamente qualcuno, i meno, e qualcun altro, i più, gratuitamente punisce: nella sua in perscrutabile e infinita saggezza e nella loro ottusa e infinita stron***gine…

Così, i più fanno il gioco dei signori del vapore, non protestano, non si ribellano, non si organizzano contro. Perché sono davvero convinti di essere proprio loro, tra i privilegiati[157]. Però, le cose un po’ stanno cambiando: la dinamica sta cambiando, a stare ai risultati di un sondaggio Gallup del 20 settembre scorso: adesso, a sostenere che il modo di uscirne consiste, almeno in parte, nell’aumentare le tasse ai ricchi sono il 66% degli americani e solo il 32% si dicono contrari[158].

E si fa largo l’idea, iconoclasta, eretica, quasi peccaminosa qui, che l’ineguaglianza in sé non sia solo moralmente e filosoficamente un criterio sbagliato ma anche uno strumento sbagliato perché trascina con sé tassi elevati, tra i più elevati e spesso record, di mortalità infantile, di criminalità giovanile,  di analfabetismo grossolanamente diffuso,  di nascite indesiderate e  di aborti clandestini

● Reddito reale netto delle famiglie (istogramma)

per percentili (di 1 per 1%), % di aumento dal 1979 al 2007

 

Fonte: Congressional Budget Office, 10.2011

    

tra le adolescenti, di omicidi, di diffusione di droga, di carcerati, di immobilismo sociale…  Insomma, che se nomini una malattia sociale qui in America ce l’hanno e al massimo grado[159].

Adesso, a inizio ottobre i dati sulla disoccupazione[160]  a settembre rispecchiano sostanzialmente uno stallo: sempre al 9,1% ma con 103.000 occupati in più, quasi il doppio della cifra predetta. Che però ignora come quasi 50.000 di quei posti di lavoro coprano l’occupazione di chi alla Vodafone è tornato al lavoro abbandonando lo sciopero così che io posti effettivamente nuovi non sono stati più di 50.000. 

Poi, questi dati arrivano dopo una serie di rapporti estremamente deludenti su consumi, mercato edilizio, fiducia dei consumatori e in un clima plumbeo sul quale la crisi montante del debito in Europa pesa moltissimo. La realtà è che, anche se il tasso di disoccupazione, non sembra peggiorare – almeno per quel che i dati ufficiali registrano – al ritmo odierno di creazione di posti di lavoro, la disoccupazione – sempre e solo ufficiale: quella reale da tempo si muove solo all’insù – comincerà di nuovo a crescere.

In ogni caso i disoccupati “ufficiali” sono già la bellezza di più di 14 milioni e il livello reale di aumento di posti di lavoro è più o meno in linea con quello degli ultimi quattro mesi sui 60.000, meno della metà di quello che, nei precedenti 14 mesi era servito soltanto a tenere il passo della crescita demografica.

Ma qui scoppia la contraddizione cruciale che impietosamente ancora Krugman mette in evidenza ricordando come qui i conservatori, tutta la leadership del partito repubblicano, si stia comportando proprio come alcuni anni fa veniva come predetto: questi sono “i keynesiani armati, quanti credono che l’azione pubblica non creia mai posti di lavoro se finanzia la costruzione di ponti o importanti lavori di ricerca o la riqualificazione di lavoratori ma, se costruisce aeroplani che mai saranno davvero usati in guerra, allora naturalmente la spesa pubblica diventa la salvezza dell’economia[161]”.

Questi veri e propri sepolcri imbiancati della politica e analfabeti dell’economia sono ora i più scontati ripetitori del primo e del secondo giudizio che ora si dannano e si danno da fare: infatti se, adesso, non si trova un accordo nella Commissione bilaterale del Congresso che deve tagliare il bilancio, una bella fetta della sforbiciata riguarderà automaticamente anche le spese militari. E quelle guai a chi le tocca. Il ragionamento, del resto, magari non proprio così spudorato è quello che si trova spesso utilizzato anche da noi, in Europa, in Italia…

●Pare però – e se la cosa, da fenomeno che rischia di restare effimero, si trasformasse finalmente in fatto politico grazie all’azione di una presidenza che prendesse l’iniziativa non restando, come ormai troppo spesso le capita, paralizzata anche in politica interna dalla paura di dire un no secco ai reazionari – che, adesso, qualcosa può cominciare a cambiare.

Ai sondaggisti, gli americani vanno oggi dicendo, in gran maggioranza, che vogliono un sistema di tassazione  capace di aumentare le entrate fiscali e insieme più equo, un meccanismo che esiga  dai ricchi di pagare di più. Stanno cominciando a connettere quanto lega i grandi sconti e tagli di tasse ai più ricchi dello scorso decennio e i seri problemi di oggi – compresa l’ineguaglianza crescente e i deficit montanti – e chiedono ornai di cambiare

   Secondo l’ultimo sondaggio NYT/CBS[162], quasi il 70% degli americani dicono che le politiche dei parlamentari repubblicani favoriscono i ricchi e che essi, i cittadini, sono contrari ad abbassare le tasse come quelli dicono di volere alle grandi imprese. Due terzi dei cittadini oggetto del sondaggio affermano che la ricchezza deve essere distribuita più equamente, più o meno la stessa percentuale che chiede di aumentare le tasse sui percettori di redditi milionari, non di tagliargliele. In una analogo sondaggio di agosto una maggioranza di americani chiedeva anche che, per chiudere il deficit, non venissero tagliate le spese ma aumentate le tasse[163]”.

Eresia pura ancora, per tanti. Che, però, ormai sembrano loro, gli eretici. La maggioranza ha fatto diventare l’eterodossia antiliberista la nuova verità rilevata. E questo, effettivamente, è un fenomeno e sta diventando un fatto politico: segno, come dicono i repubblicani – e da noi, con loro, i forzaitalioti – di invidia sociale, di lotta di classe che sembra andarsi pericolosamente (ri)aprendo: pericolosamente, dice il Sacconi ad esempio;…

… finalmente, diciamo invece noi, che populisti e sinistrorsi siamo, e insieme, ci troviamo dalla stessa parte di quegli americani, stramiliardari, che chiedono di pagare più tasse perché è giusto farlo. Sarebbe lotta di classe, è vero; ma come scrive Warren Buffett[164], il secondo o terzo plutocrate più ricco al mondo, questa sarebbe di sicuro lotta di classe – che a lottare sono sempre in due, mai uno solo – stavolta dalla parte giusta.

I prezzi al consumo in America, la misura più importante del livello dell’inflazione, salgono del 3,9% a settembre nell’anno e la produzione industriale, dopo essere restata piatta ad agosto, rimonta a settembre dello 0,2%[165].

Anche qui si cominciano a imporre alcuni sacrifici su spese che fino a ieri sarebbero state santuari  intoccabili: adesso, vengono derubricate quelle che erano le indiscusse priorità delle priorità ma che ormai non sono più pecorecciamente accettate dal grande e boccone pubblico americano, pur intossicato a considerare intoccabile la Difesa, o quello che lor signori facevano passare come esigenza indiscutibile, e perciò indiscussa, della difesa nazionale.

A inizio ottobre viene ufficializzato al Pentagono[166] che gli USA ormai dovranno fare i conti con un futuro nel quale si potranno permettere meno truppe e, soprattutto meno truppe in linea – per ogni soldato che schierano su un fronte attivo, la logistica americana da decenni prevede un supporto di altre tre unità non combattenti – e potranno spendere/sprecare molto meno per la cosiddetta ricostruzione dell’Afganistan. per questo stanno riducendo gli obiettivi che s’erano, già al ribasso, finiti col dare per quel paese.

Sono stati rimessi nel cassetto tutti i piani che erano stati discussi, già predisposti e talvolta anche annunciati per spostare forze di combattimento dal sud all’est del paese nel tentativo di dare una mano a combattere i militanti nelle roccaforti della rete Haqqani. Ed è stato anche accantonato un progetto, chiesto con insistenza dal governo di Karzai, che avrebbe dovuto pagare coi soldi del Pentagono che non ci saranno più ormai uno stipendio mensile sui 120-150 $ al mese agli anziani che acconsentissero a far parte dei consigli distrettuali— anche se, naturalmente, non era detto che  lo avrebbero fatto neanche così, facendo di se stessi i prominenti bersagli collaborazionisti subito nel mirino.

D’altra parte, e invece, sembra che la strategia di fondo su cui puntano gli Stati Uniti d’America per uscire dal pantano afgano continui ad essere, con mezzi, speranze e fiducia però che si riducono ai minimi, sempre la stessa: trasferire la “proprietà” della guerra ai poteri locali, afgan-nazionali e tribali – ma adesso senza neanche pagare… – e così, finalmente, potersene andare. Ma è una strategia già fallita, in passato…

Perché somiglia da vicino alla strategia delle privatizzazioni di beni pubblici con la quale, in Grecia o in Italia o altrove, non pochi illusi hanno pensato e pensano di risolvere i problemi del debito pubblico, (s)vendendo pubbliche proprietà e privatizzando. Dicono che si vendono bene ai privati: capannoni, fabbriche, istituti scolastici, tronchi di ferrovia, tratti di strade dismessi (la parola chiave essendo questa: dismessi) e, magari, anche pezzi di patrimonio artistico. Peccato che non si trovino mai acquirenti e mai – soprattutto – disposti a pagarli bene, quei beni pubblici…  

La differenza è che, a questo punto, qui in Afganistan, nessuno è disposto a prendersela neanche gratis, dall’America, la proprietà della guerra… Perché nessuno crede più al mito grottesco del vincere, come dice per l’Iraq un diplomatico americano, “i cuori e le menti della gente”: vedi qui poco oltre, sotto questo soggetto, e come quel diplomatico spiega bene il perché sia così.

Non ci sta né ad acquistarla né ad accettare in regalo questa guerra, quella gente lì, come non ci sono stati, appunto, in Iraq nel recente passato, in Vietnam qualche tempo più in là e, a inizio del secolo scorso come alla fine di quello precedente, proprio lì nell’Afganistan delle propaggini montagnose che i britannici volevano acquisire alla corona di S.G.M.

●Vedete. A leggere di queste notizie, sulla strategia americana che si raggrinzisce così— ma punta a mantenere gli stessi obiettivi di sempre – in una parola soltanto, vincere – viene da consigliare, là dove non si puote più ciò che si vuole[167], un’attenta rilettura, ad esempio – ma è assolutamente tipico oltre che significativo – dell’articolo che undici anni fa – in  un’altra era: prima della prima guerra di Bush padre all’Iraq, delle Torri Gemelle, dell’Afganistan e della seconda e catastrofica guerra all’Iraq di Bush il piccolo che lo ha in pratica consegnato nella braccia di Teheran – un articolo di Tom Friedman, di diversi anni fa.

Friedman è il columnist, l’editorialista, più “sensato” (nel senso di dotato largamente di buon senso comune) del NYT, in assoluto e da molti anni il  più allineato e coperto—dalla parte dell’establishment, per capirci, ma sempre di quello più raziocinante, moderato, più democratico che repubblicano. Da anni, però, diciamo pure da Johnson in poi, per tanti versi già a partire subito dopo Nixon dalla presidenza d Carter tanto preoccupato di non sconfinare “a sinistra” da non vedere più i pericoli veri.

Bè il pezzo di Friedman – un notista pubblicato ogni tanto, da noi, anche da la Repubblica – costituisce uno dei più curiosi, grotteschi e insieme ammonitori episodi di miopia storico-politica in cui ci è capitato di imbatterci nei tanti anni, ormai, da quando ci siamo messi a seguire con diuturna attenzione l’America e le sue straordinarie, affascinanti, contraddizioni— grandezze e miserie .

TIME Magazine[168] dedicò una copertina rimasta famosa e un amplissimo estratto al suo libro di inizio ‘99 – “seminale ”, dissero allora i peana alzati in suo omaggio – sulla Globalizzazione che, a partire dalla copertina, ne dava il senso e in sintesi lo illustrava così: “Ciò di cui il mondo ha bisogno è la globalizzazione intesa senza eufemismi come americanizzazione”: così annunciava, accanto a un pugno chiuso bianco fasciato di brillanti stelle blu e strisce rosse. E spiegava: però perché, questo globalismo funzioni, “l’America non deve avere paura di agire come l’onnipotente superpotenza che in realtà essa è”. E come tale deve farsi accettare.

Era del tutto evidente, spiegava il libro per quasi 500 pagine, che la globalizzazione ha trasformato il mondo in un villaggio globale, cui gli Stati Uniti sono – a causa della loro potenza e anche più per il loro destino: nel senso proprio del “destino manifesto”, la parola d’ordine espansionista coniata dai democratici americani nel XIX secolo e ripresa nel XX da Woodrow Wilson in poi – sindaco, fornitore di beni essenziali e di intrattenimento, programmatore e controllore dei comportamenti accettabili . E, più importante di ogni altro ruolo, anche poliziotto globale.

Gli piaceva tanto crederci, agli americani. Ma è durata poco. Sono passati appena dieci anni da quello strano libro e l’America “onnipotente” è in crisi più di chiunque altri mai  nel ruolo che aveva creduto di identificare per sé. L’America ormai lo sa. Ma non lo vuole sapere, l’America, resiste a confessarselo. Però, oggi anche Thomas Friedman ha capito che lo dovrà fare, l’America: ridimensionarsi, di brutto, e prima è meglio sarà.

●Difficile, però, certo, farsene una qualche ragione razionale con le pretese che i talebani continuano ad avanzare per il loro paese e, in realtà, per tutta la regione. Parla uno dei loro massimi dirigenti dall’Afganistan, il mullah Maulwi Fazlullah e promette che ricominceranno a fare la guerra in Pakistan. Perché è loro “sacra missione” (Deus, pardon, Allah vult, no?) fare tutto il possibile per far applicare la legge della sharia’a, la legge islamica nell’interpretazione sua autentica – la loro, ovviamente – nella regione di Malakand, del distretto del Khyber Pakhtunkhwa, ai confini nord occidentali del paese con l’Afganistan stesso dove è il passo di Khyber.

I talebani, spiega, hanno sacrificato la loro vita abbandonando case e villaggi per l’affermazione della sharia’a e non ci rinunciano solo perché la cosa non fa piacere agli invasori americani, certo. O ai loro lacché pakistani che si avvicinano quando peggiorano le loro relazioni con gli americani per poi scordarsi completamente di quello che dicono[169]

●Sull’Afganistan alza adesso un po’ il tiro anche Mosca. Il fatto è che – denuncia il direttore generale del Servizio federale antidroghe (FNS) russo, gen. Viktor Ivanov, la NATO malgrado gli impegni ripetutamente assunti rifiuta sempre e da sempre di cooperare nelle lotta contro la produzione, la lavorazione e l’esportazione dell’oppio afgano[170]. Gli accordi esistono ancora, ma solo sula carta in quanto restano nei fatti del tutto improduttivi. E non è un caso, secondo noi, aggiunge Ivanov, che i colloqui programmati per inizio ottobre sul tema tra il Comandante supremo della NATO in Europa, amm. James G. Stavridis, e una delegazione russa siano stati cancellati con meno di una settimana di preavviso.

Sull’inefficienza, sospetta?, del controllo NATO sull’oppio afgano, arrivano  a conferma i nuovi dati del’Agenzia ONU di controllo del commercio di droga e attestano come insicurezza e prezzi montanti dell’oppio in questo paese – il più grande produttore mondiale – abbiano condotto, per il secondo anno consecutivo, nel 2010, a incrementare quasi del 10% la coltivazione di papavero[171].

●D’altra parte, l’affidabilità e la democraticità del governo afgano l’attesta ora, anche, un rapporto dell’ONU[172] appena reso pubblico secondo il quale, qui, da un’indagine compiuta in 47 luoghi di detenzione di 22 province “chi è in mano a polizia e servizi segreti viene, di regola, appeso per le mani a un soffitto, frustato con cavi d’acciaio e, in alcuni casi, si ritrova i genitali attorti e svergolati fino alla perdita della conoscenza”. Certo, non è che su come si tortura la gente in Afganistan avessero, poi, granché da imparare. Ma chissà da dove forse agli afgani, anche agli afgani, è venuta l’idea che si potesse torturare così, impunemente…

●Proprio a fine mese un martire-suicida afgan-talebano, tanto per chiarire bene, forse, come stanno le cose, fa saltare se stesso e 1.500 kg. di esplosivo e ammazza almeno 13 soldati americani, tutti insieme. E, guarda un po’, l’America pare scioccata[173]… Ma come, facciamo capire di andarcene e questi sembrano montare gli attacchi? Se, però, si studiassero un po’ della storia recente, ricorderebbero come furono proprio infernali gli ultimi tempi dell’occupazione dell’URSS in Afganistan nel periodo in cui a fine ‘88 inizio 1989 i russi se ne andarono del tutto…

●Dice con chiarezza – e, senza dirlo, spiega perché di questo paese gli americani non hanno capito mai un piffero: come i russi del resto o gli inglesi ancor prima, o chiunque abbia provato a domarlo a fini propri – l’ex comandante delle truppe americane in questo paese, gen. Stanley McChrystal, che guidò qui, nel primo anno di Obama, l’ “impennata” poi abbandonata con perdite, e a riposo da un anno, che la visione americana di questa guerra, di questo paese, di questa gente, della sua cultura, della sua storia  – compresa la sua e quella di tutti i capi che ha avuto – è stata sempre connotata da un “semplicismo spaventoso[174].

Lo dice alla crème de la crème del pensiero strategico-politico dell’establishment americano, il Council for Foreign Relations di New York, tacciando tutti i presenti di crassa ignoranza e senza che nessuno trovasse l’ardire di dirgli che sbagliava, in buona sostanza perché tutti i presenti, a partire da lui, sapevano perfettamente che aveva ragione.

Non è che adesso insieme, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, e magari anche un po’ nascondendo la mano anche l’Italia, dovranno - umanitariamente e responsabilmente, si capisce – trovarsi a intervenire oltre che contro i talebani anche bombardando dal cielo le truppe afgane alleate per salvare dalle torture sistematizzate il popolo afgano? Come quello libico, no? anche se pure per gli americani s’è ormai fatto difficile predicare a chiunque di astenersi dalla tortura, visti qui e in Iraq e chi sa in quanti altri posti ancora i precedenti dei loro GI’s…

●Si apre un nuovo fronte di contenzioso, particolarmente pericoloso perché comporta anche un notevole rischio di perdita della faccia, tra Afganistan e Pakistan[175]: i due Stati vicini, alleati ufficialmente tra loro e entrambi alleati (e clienti) degli Stati Uniti, entrambi con gli stessi problemi di estremismo insorgente islamista (i talebani sono attivi sia lì che qui e collegati tra loro: ma con quelli afgani sono anche stretti i rapporti dei servizi segreti militari di Islamabad che li utilizzano per tenere a distanza le ambizioni afgane) ma in continuo contrasto tra loro e, ormai, ciascuno per conto suo anche in contrasto montante con gli USA.

Il fatto è che, adesso, il presidente afgano Karzai è andato a New Delhi a firmare quello che è stato chiamato un nuovo patto di intesa strategica con l’India. Che è, però, da sempre il tradizionale avversario del Pakistan, paese con cui ha fatto due gran brutte guerre, nell’ultima occasione sfiorando anche il conflitto nucleare e paese che dall’India stessa si staccò con una vera e propria guerra civile nel 1948, alla dichiarazione di indipendenza da Londra. E la potenziale minaccia ha avvelenato ancor più i rapporti di Islamabad con Kabul e con Washington anche perché, secondo i pakistani che su questo non sbagliano, Karzai si sarebbe potuto muovere così solo col beneplacito degli USA.

E, ora, i servizi segreti dell’India, l’Intelligence Bureau (IB) intanto, rivelano[176] – ma più che altro dicono, denunciano: non dimostrano né tanto meno provano, certo – che i servizi segreti militari del Pakistan, l’ISI famigeratissimo, stanno facendo pressione sui gruppi militanti della minorazna Sikh, in particolare il Babbar Khalsa International e la Forza Khalistan Zindabad, per rivitalizzare il loro attivismo militante nello Stato indiano del Punjab. Lo scopo è quello di stravolgere, accusa l’IB, le prossime elezioni dell’assemblea parlamentare colpendo selettivamente candidati e seggi elettorali con armi di tipo diverso.     

●Leon Panetta, che è il nuovo segretario alla Difesa di Obama e il vecchio capo della CIA, politico navigatissimo che ha lavorato con Clinton e prima, per anni, è stato uno dei deputati più potenti e ascoltati tra i democratici quando loro era la maggioranza al Congresso, ha deciso di forzare e scoprire gli altarini sul rapporto tra USA e Pakistan e l’11 ottobre, parlando a una conferenza del centro Woodrow Wilson di Washington, descrivendo il “rapporto complesso” fra il suo paese e Islamabad ha detto che “in Pakistan gli Stati Uniti sono in guerra[177]”.

Giorno dopo giorno, contro i  militanti estremisti di quel paese che, però, spesso sono gli alleati migliori e il braccio armato di quelle Forze Armate e perciò, al dunque, di quel governo. Che è uno degli alleati più stretti degli Stati Uniti… E Panetta dichiara che i due governi oggi constatano il loro disaccordo nel rapporto con alcuni gruppi di militanti che ci sono in Pakistan: uno ci fa la guerra con e uno contro…

Ormai è un fatto, che pare inevitabile e che comunque il Pakistan non riesce a evitare: sarà per non rinunciare ad “aiuti” per qualche miliardo di $ (un po’ di riso, forse, e molti armamenti, sicuro), sarà perché molto semplicemente è succube degli americani ima il concetto stesso di sovranità del paese – è chiaro – non esiste più… Due o tre episodi, per dire, tra i molti che ormai però si succedono ogni giorno da quando ad agosto le forze americane si andarono a prendere ignorando accordi, trattati e confini bin Laden e, deliberatamente, lo ammazzarono a freddo buttandone poi  a mare il cadavere: suscitando qualche qua qua tra i quaquaraqua pakistani e, tutto sommato, poi basta.

Adesso, poi, gli americani dislocano centinaia di truppe lungo il confine afgano col Waziristan settentrionale del Pakistan, dotati di armamento pesante e supportati da elicotteri d’assalto: intendono sigillare il confine ad ogni movimento di tribù frontaliere che, da sempre, dalla preistoria, non hanno mai badato a distinzioni tanto artificiali come i confini, da una parte come dall’altra della frontiera. Adesso si ritrovano con un coprifuoco imposto nella regione detta di Gurbaz della provincia afgana di Khost e alla sistematica perquisizione di tutte le case, casupole, caverne della regione.

Il risentimento in Pakistan tra i membri della stessa tribù è forte e – dicono i responsabili della sicurezza pakistana nel Nord Waziristan che confermano questi sviluppi e hanno ricevuto dal loro governo l’incarico di monitorare la situazione assai da vicino ad evitare ogni violazione delle loro frontiere – anche vista l’indomita fierezza di quei montanari “pericoloso[178]”. La cosa che sembra scandalizzare e che comunque ha malamente sorpreso i pakistani è che neanche abbiano pensato a dirglielo, gli americani.

●Intanto, viene confermato che un elicottero della NATO, non meglio identificato, ha violato lo spazio aereo del Baluchistan[179], la grande provincia sudorientale del Pakistan, grande come l’Italia, infrangendone la sovranità aerea per circa un’ora prima di tornare in Afganistan. E il Pakistan ha provveduto a chiudere immediatamente lo spazio aereo di tutta la zona per quell’ora di intromissione fino al ritorno dell’elicottero in Afganistan.

●Invece di far pressione sul Pakistan per convincerlo ad attaccare i militanti nelle sue regioni di confine, ha affermato il capo delle Forze Armate pakistane gen. Ashfaq Kayani al Comitato Difesa del parlamento, gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulla stabilizzazione dell’Afganistan[180]. Il Pakistan deciderà sempre e solo da sé quando, come e se lanciare un’offensiva su larga scala nel Nord Waziristan basandosi sulla situazione che c’è a casa sua e sulle proprie effettive capacità militari. Se fosse convinto, ma non è affatto così, che una simile azione risolverebbe tutti i problemi come dicono gli americani – che sbagliano – lui la condurrebbe subito personalmente nel Nord Waziristan. E aggiunge che gli Stati Uniti dovrebbero pensarci dieci volte prima di mettersi ad attaccare il territorio pakistano: perché “il Pakistan non è né l’Iraq né l’Afganistan”.

Poi, un po’ curiosamente visti i recenti sviluppi, il presidente afgano Karzai tiene a dire – e perciò a far sapere: a tutti, afgani, pakistani, americani, NATO, il mondo intero… e lo dice alla Tv nazionale di Islamabad – che se “Dio non voglia, ci fosse mai una guerra tra il Pakistan e l’America” e, in realtà, il fatto stesso che lo ipotizzi sembra quanto mai singolare “l’Afganistan si schiererebbe accanto al Pakistan: paese fratello[181]”.

Su un altro versante, sostiene sempre Panetta[182], scoprendo a dire il vero l’acqua calda, anzi tiepida, che Israele è adesso pericolosamente isolata in Medioriente. Non serve essere ministri della Difesa americani, però, per constatarlo con mesi di ritardo sul resto del mondo e non serve a niente dirlo se non si dice anche, una volta tanto, il perché. Tanto per cominciare che non è saggio, a dir poco, inimicarsi insieme, a causa della propria cieca e sorda chiusura alla realtà che cambia, sia l’Egitto che la Turchia.

Insieme. Mentre la primavera araba ha cambiato, e sta cambiando, tutto il contesto. E francamente, di un intervento così “profondo”, Israele, Egitto, Turchia e Medioriente tutto avrebbero potuto, ci sembra, fare a meno…

O forse no… Forse senza poterlo dire chiaro, visti i pregiudizi che su Israele accecano l’America rendendola irrazionale, e mettendo tra parentesi il fatto che si rivolge a tutto il Medioriente, proprio perché si rivolge anche e soprattutto a Tel Aviv (siete voi che vi isolate, dice loro), Leon Panetta si dimostra ancora una volta un accorto politico niente affatto ingenuo né banale come a prima vista potrebbe anche sembrare.

●In quella che larga parte degli osservatori politici considera come una specie di prova generale al voto finale, quello che impegnerà alla fine tutta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla Palestina come Stato indipendente, il mondo ha dato una bella sberla a Israele, agli Stati Uniti, alla Germania e agli altri due paesi europei (Romania e Lettonia) che hanno detto no votando invece a larga maggioranza (40 a favore e 4 astenuti: Francia, Italia, Spagna e Belgio), nell’Esecutivo dell’UNESCO, Organizzazione per Scienza, Cultura e Istruzione delle Nazioni Unite, l’adesione della Palestina con questo nome e come Stato a pieno titolo[183].

Più avanti, nel mese, la decisione finale passerà al voto dell’Assemblea generale dell’UNESCO stessa, 193 paesi tra i quali i numeri che isoleranno ancora di più Israele e chi scioccamente ne appoggia gli esclusivismi sono ancora più favorevoli. E’ stato un passo attentamente studiato e preparato della campagna più vasta per il riconoscimento all’ONU.

Gli Stati Uniti, come un pappagallo incantato o un marchingegno a molla che reitera finché dura il ritornello dell’ingranaggio, ripetono che solo negoziati diretti tra l’ANP e Israele possono portare a una Palestina indipendente e sovrana: ma siccome lo vanno ripetendo da anni senza mai riuscire a tirane fuori un bel niente non gli crede nessuno… Gli credono invece, purtroppo, gli spiriti sprovveduti e semplicisti della grande stampa americana che scrivono a fine ottobre di come “questa mossa dei palestinesi, parte integrante della loro spinta per ottenere un maggiore riconoscimento internazionale, sia un tentativo che crea grande dissenso e divisione nella comunità internazionale[184]”.

Basta leggere, però, lo stesso breve servizio e emerge chiaramente che la grande divisione della comunità internazionale consisterebbe al dunque nel voto contrario di Israele e di pochi Staterelli clienti, tra i più insignificanti del pianeta, e nel voto ostile degli USA… 

Il voto/veto degli americani in CdS dell’ONU: a senso unico, sempre… (vignetta)

PER uno Stato palestinese    CONTRO uno Stato palestinese

                                                                               APRITI

                                                                               SESAMO…

Una  soluzione a due Stati? o

 una soluzione a due facce?                                               Riconoscimento ONU

 

Fonte: Khalil Bendid 20.9.2011

Il 31 ottobre, così, come previsto e scontato l’UNESCO vota e saluta tra i suoi membri a pieno titolo la Palestina: i voti sono stati 107 a favore, 14 contrari e 52 vigliacche astensioni[185]: proprio c.v.d. L’unico argomento forte che sembra così restare a Israele e agli Stati Uniti è ora di non pagare più la propria quota di affiliazione all’UNESCO e uscirne. E magari minacciare di fare lo stesso domani dall’ONU, quando si ripeterà lì la votazione…

Quel che suggeriscono, con grande finezza diplomatica la presidentessa repubblicana della Commissione Esteri della Camera, Ileana Ros-Lethinen, chiedendo a Obama di  minacciare il   taglio dei contributi dovuti dagli USA all’Organizzazione o, ancor più sottilmente, l’ambasciatore israeliano all’UNESCO, Nimrod Barkan, quando ammonisce tutti a pensare bene a quel che succederebbe se gli USA ritirassero la loro adesione all’UNESCO…

Il problema, a parte la grossolanità della misura che ci si illude di poter prendere, è che la cosa è già successa e s’è dimostrata del tutto inefficace, come sempre succede quando uno tenta di esercitare un potere che in realtà non ha più: Reagan ritirò gli USA nel 1984, perché non facevano quel che loro volevano, dall’UNESCO, un organismo dell’ONU, e gli USA poi ci rientrarono nel 2003 coda tra le gambe: proprio come avevano già fatto per un più breve periodo anni prima all’OIL, dal 1977 al 1980, una volta constatato che andavano avanti benissimo anche senza di loro. E di loro, poi, quando erano ancora ben più pesanti di oggi…

Ma dall’ONU, ovviamente, neanche gli Stati Uniti onnipossenti d’America si potrebbero permettere di uscire e alla fine anche lì andranno a sbattere il muso di brutto sulla questione. Loro, Israele e chiunque non capisce che il mondo è cambiato potrebbero anche imparare stavolta, chi sa?, che chiedere agli altri di fare sempre quel che si vuole è comportarsi da adolescenti bizzosi se poi quelli non lo fanno, spernacchiandoli pure…

●Interessante è stato anche rilevare che, dopo la botta tutta politica e tutta globale d’immagine e di prestigio presa da Israele all’ONU e all’UNESCO ma, rispetto a Abu Mazen e all’ANP, in qualche modo anche dallo spiazzamento che Hamas ne ha subito, questi due attori di Gaza e Israele, abbiano trovato una mossa per rialzare la testa e reintestarsi un po’ di protagonismo con la liberazione del soldato di Israele, Gilad Shalit a fronte di quella di oltre 1.027 prigionieri palestinesi…  

Intanto, con quella che sembra una mossa quasi della disperazione – ma più che altro mirata a far venire qualche dubbio all’America che, poiché il Libano si oppone all’occupazione di pezzi del suo territorio da parte di Israele, gli ha bloccato ogni fornitura militare – Michel Suleiman, presidente del Libano, ha[186] dichiarato all’agenzia nazionale di stampa iraniana che il governo di Beirut dovrebbe decidere di rivolgersi a Teheran per equipaggiare il suo esercito.

Suleiman avrebbe anche specificato di sostenere il riarmo del movimento islamico libanese di resistenza, cioè Hezbollah. Se potesse realizzarsi, sostiene, sarebbe uno sviluppo che potrebbe solo rafforzare la difesa del paese. Già l’anno scorso, del resto, Suleiman aveva chiesto qualcosa di analogo.

Sul fronte del rapporto bilaterale tra Israele e Egitto, turbolenze in arrivo molto probabilmente, dopo che, scomparso Mubarak, il clima è già profondamente cambiato. Il capo dell’aviazione militare del Cairo, gen. Reda Hafiz, ha reso noto[187] – Tel Aviv non ha confermato, però neanche smentito: e gli USA si sono ben guardati dal farlo – che caccia e bombardieri del suo paese già pattugliano i cieli del Sinai, in quanto il suo governo non ha bisogno di alcun permesso di nessun paese straniero per garantire la sicurezza dei suoi confini. E se a Israele non va bene, aggiunge il generale, protesti pure: finche gli aerei egiziani restano su territorio egiziano, protesterà a vuoto… Il problema è che gli accordi di pace del 1979 sembrano effettivamente limitare il diritto a muoversi liberamente delle Forze armate egiziane nel Sinai che allora venne loro “restituito” dagli israeliani.

●La dirigenza politica dell’Iraq “liberato” va dichiarando, anzi continua a dichiarare, cose molto contraddittorie tra loro che riflettono perfettamente l’ambivalenza con cui tutti gli iracheni, ribelli e alleati, continuano a vedere qui l’avventura scatenata ormai oltre otto anni fa – su ordine, disse lui, del padre che sta lassù in cielo – da Bush, dopo che il padre che aveva in terra, Bush sr. Aveva sferrato dodici anni prima.

In sostanza, e tenendosi solo al fronte degli alleati ufficiali, ora dicono che gli americani se ne devono andare come da accordi raggiunti entro fine anno…, poi aggiungono che no forse è meglio che nella veste di addestratori e manutentori di strumenti di guerra restino ancora, ma solo in alcune migliaia…, perché contro gli insorti di ogni colore e i rigurgiti settari tradizionali di questa società, oltre che le incombenti presenze ai confini del paese di entità non sempre proprio amichevoli o bene intenzionate…

Poi – dopo un incontro di tutte, o quasi, le varie fazioni politiche sia di maggioranza che meno tenuto il 4 ottobre nel palazzo presidenziale di Bagdad – viene fuori l’annuncio che tutti gli iracheni sembrano in realtà concordare: c’è bisogno che almeno diverse migliaia di soldati americani restino ancora almeno per un anno: oggi sono sempre presenti 40.000 GIs e parecchie decine di migliaia di contractors privati mercenari a contratto superpagati con fondi pubblici.

Ma d’ora in poi – questa sarebbe la novità – a nessuno di loro verrà, come è stato finora, garantita dallo squilibrio dei rapporti di forza e dalle esigenze degli americani la certezza che non saranno mai processati per crimini di guerra o altro (l’impunità o l’immunità) perché essi non accettano mai di far giudicare i propri uomini dovunque nel mondo da giurisdizioni che siano diverse dalla loro.

Qualsiasi sia l’accusa (dal Vietnam, massacro di My Lai, marzo 1968; alla strage della funivia del Cermis, in Italia, del febbraio 1998) gli americani sempre pretendono, sempre finora hanno imposto – e secondo noi sempre continueranno ad imporre a chi chiede loro aiuto o a chi comunque impongono il loro aiuto – l’immunità dalle leggi del paese che li ospita. E gli americani – militari,  diplomatici e politici – di fronte adesso alla dichiarazione congiunta del presidente della Repubblica, Jalal Talabani, del primo ministro, Nuri Kamal al-Maliki, il capo dell’opposizione ed ex premier, il primo nominato da loro dopo Saddam, Ayad Allawi[188], e altri, hanno cominciato a dare i numeri.

Nelle prossime settimane, si dice a inizio ottobre al Pentagono, continueranno gli incontri e il negoziato più o meno segreto dietro le quinte per trovare la quadratura di questo cerchio assai storto. Ma stavolta, visto come si sono esposti pubblicamente e all’unanimità e il fatto che dentro la maggioranza di governo sul tema vigili occhiutamente, e dichiari pubblicamente di farlo, l’intransigenza di Moqtada al-Sadr e del suo gruppo, agli iracheni sarà forse più difficile tornare indietro. Ma gli americani hanno a casa loro ancor meno spazio di manovra: l’amministrazione potrebbe anche trattare, ma il Congresso, più intransigente a modo suo dello stesso al-Sadr, mai glielo consentirebbe.

Il problema, però, evoca – nella memoria collettiva ancora cocente sia degli iracheni che degli americani – alcuni degli orrori peggiori che hanno caratterizzato questa orrenda guerra senza portare alla fine a un minimo di punizione chi li ha perpetrati anche sadicamente: dalle torture sistematizzate di Abu Ghraib, agli assassinii dei mercenari della Blackwater, ai soldati dal grilletto facile che sparavano a raffica troppo spesso e troppo facilmente su civili del tutto innocenti (o magari sugli alleati: come nel caso di Nicola Calipari)…

Alla fine – ma forse ancora non siamo, in realtà, proprio alla fine di questa rappresentazione poco sacra di tragicommedie – pare che gli Stati Uniti, davanti all’intransigenza irachena non più disponibile a dare un copertura di immunità totale e a priori alle loro truppe, abbiano deciso di ritirarle del tutto le loro truppe, lasciando poco più di 100 soldati come addestratori (ma senza immunità? risposta ancora ambigua… vedrete che gli americani che resteranno saranno solo mercenari, strapagati, che dopo qualsiasi “incidente” saranno fatti surrettiziamente sparire)[189].

D’altra parte, se Nuri al-Maliki ha confessato ai militari americani di non poter garantire il passaggio dal parlamento iracheno dell’immunità, questi hanno riconosciuto che loro non otterranno un dollaro dal Congresso se non  garantiscono contro ogni (sottolineato: ogni) possibile accusa tutti i loro soldati che restassero dall’inizio dell’anno prossimo ancora in Iraq.

●Ci racconta di come davvero sono andate le cose in Iraq un libro autobiografico, scritto con verve implacabile con se stesso e coi suoi[190], e pubblicato appena da un mese da un diplomatico americano, Peter Van Buren – che adesso verrà rapidamente messo in pensione – in violazione deliberata, cosciente e anche qua e là compiaciuta del codice di comportamento di ogni alto funzionario pubblico, specie in questioni di politica estera. Una specie di WikiLeaks alla fonte, in definitiva, e per testimonianza diretta…

Dice di un ambasciatore degli Stati Uniti in quel disgraziato paese – non ne svela il nome ma dal periodo della sua missione a Bagdad risulta essere Christopher R. Hill – che tra l’aprile 2009 e l’agosto 2010, visse con la fissa di farsi un giardinetto dentro la nuova grande ambasciata americana da quasi 1 miliardo di $…, un prato verde all’inglese e non ci riuscì: perché, ovviamente, “alla faccia di quanto imponessero l’Iraq e la natura spese tutto quel che considerava necessario a far crescere l’erba nel deserto”.

Salvo poi doversi rassegnare alla vigilia della partenza a far trasportare e trapiantare nel rettangolo incolto una fila di palme… Ecco, dice bene – e sostanzialmente dice tutto – Van Buren, l’erba in Iraq è stata la “perfetta allegoria di tutta la guerra: facevamo finta in Iraq che le cose sembrassero quel che noi volevamo, qualsiasi fosse lo spreco di acqua – in quel giardino impossibile – e per quanta ne mancasse altrove, nel resto del paese”.

Tutto il cosiddetto lavoro di “ricostruzione” nell’Iraq devastato dalla guerra americana – in genere, spiega proprio per bene, gli insorti ammazzavano, i marines americani ammazzavano e distruggevano coi loro bombardamenti pre-azione e i loro rastrellamenti post-, spesso condotti da sergenti che parlavano solo texano o brooklynese stretto con contadini che parlavano solo i dialetti arabi del posto – era un lavoro condotto “più per soddisfare il bisogno burocratico di giustificare un progresso sulla carta che per dar vita a un progresso reale che fosse, poi, misurabile”.

E spiega, molto seriamente stavolta, di come gli americani fossero assolutamente – tutti, alti gradi e giovanissimi diplomati dell’istituto di diplomazia del dipartimento di Stato: nessuno escluso –  “americanamente”, ignari dell’ostilità che l’invasione causava tra gli iracheni, convinti com’erano di star lì ad aiutarli…

E racconta di come “restassero tutti esterrefatti” quando una delle squadre sul campo riferì di quel contadino che aveva accolto il regalo di semi di piante da frutta sputando in terra di fronte a chi glieli dava e chiedendo, al giovane funzionario quasi piangente che gli porgeva il sacchetto stampigliato ‘dono del popolo americano al popolo iracheno’, di come e con quale faccia gli americani potessero “dopo avergli ammazzato il figlio, andare adesso a compensarlo con un albero[191]… Così, anche così, abbiamo buttato via 63 miliardi di $ stanziati per la ricostruzione: perché non potevamo, non sapevamo fare altrimenti.

Sull’influenza evidente che l’Iran sta prendendo ormai qui sul terreno militare, strategico e anche politico – l’egemonia, insomma, in senso pieno – dopo la sconfitta e – Dopo che gli USA se ne andranno dall’Iraq – scrive un articolo interessante cui hanno affibbiato un titolo-soffietto di propaganda soft tipico del NYT[192] si teme il vuoto: ma potrebbe non riempirlo la profonda influenza dell’Iran.

E spiega che “se l’Iran ha fatto grandi passi in avanti influenzando il governo di Bagdad, la sua presa non è riuscita ad estendersi alla gente irachena”. Un’altra goffa mezza menzogna, però. Perché, intanto, questa vittoria quasi gratis all’Iran è stata, come hanno  ben detto, regalata da George Bush il piccolo portandogli in grembo come regalo l’Iraq: al costo di quattromila morti americani, centinaia di migliaia iracheni e almeno 3.000 miliardi di $ bruciati sull’altare del dio della guerra.

Chiamano “soffietto”, nel mestiere, quel titolo anche perché avevamo a mente la lettura ancor fresca di quel che gli altri autorevoli testimoni appena citati avevano finito di dirci sull’assoluta mancanza di presa tra la gente irachena proprio degli americani che così van sentenziando…

Rivelatore l’intervento con cui, alla fine, in Tv Barak Obama personalmente ha annunciato al paese che l’America se ne andrà dall’Iraq lasciandovi pochissime centinaia di uomini (ma, al solito, non dice se con o senza immunità legale dai crimini di cui fossero accusati: non lo può dire… perché, se lo fa, o a Bagdad o a Washington, salta tutto). Insomma, non confessa che se ne vanno perché gli iracheni stavolta non possono proprio mollare.

Si può capire… Ma la cosa interessante (excusatio non petita?...) è che presenta la cosa come una vittoria americana che consentirà non tanto di portare a casa molti “ragazzi” (avesse detto questo, quel che diceva da candidato alla presidenza nel 2008,  ancora…), quanto di… trasferirli a combattere al Qaeda (ma non era morto bin Laden?) e ad abbattere la sua dirigenza. Cioè, avendo vinto, gli Stati Uniti si muovono “da una posizione di forza” e sono decisi a mantenere le Forze Armate degli Stati Uniti d’America come “le più efficaci e le migliori del mondo[193].

In definitiva, il pelo forse sì ma il vizio questi benedetti americani non lo perdono mai, democratici, repubblicani ma americani sempre che sono. In realtà, il nodo che l’impero soft e superarmato degli USA non ha saputo e potuto sciogliere a Bagdad e a Washington è che non capisce mai i paesi che vuol “liberare”. Qui in Iraq, come in Afganistan, entrambe le parti erano troppo certe di sé e di poter fregare l’altro alla fine, perché nessuno in realtà tra gli americani, specie i militari, e nell’establishment iracheno tutto, era convinto che i GI’s se ne sarebbero dovuti andare. Erano convinti, gli uni e gli altri, che sarebbero riusciti a restare…

Per dirla con la lettura, al solito semplificata e, di fatto, “autorizzata” (ricordate il “soffietto” di cui sopra?) che ne dà puntualmente il NYT, le due parti hanno letto male i segnali che ricevevano, gli uni e gli altri incapaci di leggere l’altrui realtà politica per come era davvero: americani come iracheni.

Sostiene l’articolo che “alla fine” si è trattato “di un trionfo della politica sulla fragile realtà della sicurezza in Iraq[194]”. Che è sicuramente lettura corretta dei fatti: se si aggiunge però, e anzi si sottolinea, quel che gli autori di questo articolo continuano a non capire, parlando di un trionfo della politica politicante come se fosse solo colpa dell’Iraq. Intransigente sulla propria formale “sovranità” che forse hanno appena  incominciato a recuperare— il che, tutto sommato, è un buon segno.

Ma altrettanto intransigenti sono gli americani – dopotutto vi abbiamo invasi, occupati e bombardati per salvarvi, no? loro ragionano – sul diritto dei loro all’ “immunità”, sostanziale che di quella formale non gliene frega niente— che, invece, a noi sembra la conferma del solito sintomo di cecità pervicace e di incapacità costante a capire, e valutare per bene, il modo di vedere degli altri…

Poi, a far saltare ogni residuo trucco e imbellettatura superficiale che copre sconfitte le vergogne ci pensa direttamente Nuri al-Maliki: il primo ministro iracheno convoca i media, in specie proprio quelli americani, e svela, o meglio proclama ufficialmente, quello che sapevano tutti: che le truppe americane sono “costrette” ad andarsene[195].

Ma non perché come dice Obama sia stata vinta la guerra. Perché Bagdad, spiega Maliki, non ha potuto né voluto dire di sì alla pretesa di Washington che qualsiasi forza militare americana restante fosse messa al riparo da azioni civili o penali per qualsiasi accusa eventualmente le fosse rivolta. Dice che è così “per qualsiasi paese sovrano che abbia una sua dignità”— ma bisogna vedere chi glielo ha raccontato al premier iracheno: il Cermis…, o Okinawa… stanno a testimoniare iol contrario che, appunto, agli americani non si può mai dire no… Oppure non è così? chiederlo, sperando di trovare risposta, ai governi italiano e giapponese che, loro, hanno acconsentito invece, a suo tempo remissivamente tacendo.

E’ per questo che, entro il 31 dicembre p.v., tutti i 40.000 uomini e donne delle Forze Armate statunitensi in Iraq se ne andranno, visto che sono anche terminati nel nulla – e per la stessa ragione: immunità sì o no – i colloqui sulla collocazione e il numero di eventuali truppe residue da lasciare per compiti di addestramento…

E, forse, prendendo atto finalmente di come stanno davvero le cose, sembra che gli americani –almeno a stare a un’interpretazione (sempre di quelli del “soffietto” di cui sopra) come quella che qui vi indichiamo – comincino ad imporsi alla luce dei loro profondissimi guai fiscali, di bilancio, un drastico taglio dei piani di espansione dei loro programmi diplomatici, economici e culturali del dopo ritiro[196].

D’altra parte, pare anche restare vero quel che conclude un altro servizio dello stesso giornale dopo la “campagna di Libia”, che “gli Stati Uniti restano la spina dorsale di ogni offensiva della NATO – certo sempre che di offensive della NATO ci sia poi davvero bisogno… – anche se e quando gli USA non conducono più la guerra in primissima linea[197]”.

Sono state soprattutto le carenze di mezzi aerei in grado di ottenere informazioni di intelligence elettronica, dei grandi aerei da rifornimento in volo e dei kits per il bombardamento chirurgico tele o satellite guided – di tutti gli strumenti, cioè, di cui il nemico è privo ma spesso anche l’alleato-amico – a provare che gli USA restano fondamentali, anche solo come fornitori, di un attacco aereo della NATO con possibilità di successo.

In effetti, solo la fornitura d’urgenza, e per lo più a credito, di queste apparecchiature (in specie delle bombe intelligenti— che, poi, spesso manco lo sono, delle bombe a grappolo antipersonali, di quelle speciali antibunker) a inglesi e francesi consentirono tre mesi fa di superare quella che sembrava essere e restare, altrimenti, un’impasse nella caccia a Gheddafi.

  uel che cocnlude un altro servizio dello steso giornale, che

In Iran, il presidente  Mahmoud Ahmadinejad a inizio ottobre ha ribadito che Teheran è pronta a cessare “immediatamente” la produzione di uranio arricchito fino al 20%, cioè debolmente, se le potenze nucleari fossero realmente, nei fatti e non solo a parole, disposte a vendere all’Iran il loro uranio arricchito[198] del quale potrebbero così garantirsi, se le loro preoccupazioni fossero sincere, il grado di arricchimento.

Alla Tv, il presidente dell’Iran ha ripetuto che l’arricchimento è, in sé, un processo costoso che non ha mercato facile di esportazione e serve solo a produrre energia. In questi termini, se si trattasse di questo il piano sarebbe conveniente per tutti. Ma la verità è che chiedono anche all’Iran quanto non può essere chiesto ad alcun paese sovrano, di cancellare ogni proprio studio e ricerca nel campo della produzione stessa di energia nucleare anche a scopi pacifici…

●Scoppia la grana dell’accusa di Obama e dei suoi al governo iraniano di aver cercato di attentare alla vita dell’ambasciatore… saudita a Washington: perché poi dell’ambasciatore e non direttamente di qualche esponente dell’amministrazione americana visto che avevano – che avrebbero – deciso per l’attentato, non si capisce... In realtà, non si capisce proprio niente: perché Obama non è riuscito ancora a capire che non solo il mondo ma neanche gli americani – per primi gli americani – sulla parola non credono più all’America e neanche a lui.

Ma non dà alcuna prova, lui. Dice solo che gli Stati Uniti ne sono in possesso. Tal quale agli iraniani quando tante volte, nel recente passato, accusavano gli americani di aver ammazzato loro scienziati e ricercatori o fomentato attentati in Iran: nessuna prova provata, solo denunce, anche loro…

Quanto alla credibilità di accuse e controaccuse – che a noi sembrano tutte buffonate: ma cariche di gran brutti auspici, montate spesso ad arte per tener su la tensione in uno scambio che comunque va avvelenando ancora di più un rapporto che è già estremamente problematico, tra minacce reciproche tanto grottesche quanto pericolose: uanto pericolose del tipo, con l’ayatollah Seyyed Alī Hoseynī Khāmeneī, che il grande satana scomparirà dalla storia”; o, con il vice presidente Joe Biden, che “noi non togliamo niente dal tavolo delle azioni che possiamo intraprendere, proprio nessun opzione: neanche un intervento militare” – meglio che lasciamo testimoniare un esperto vero di cose iraniane.

Ha scritto Gary Sick, che ha a lungo lavorato nella CIA e insegna oggi alla Columbia University, di “come gli iraniani siano assolutamente convinti che Stati Uniti e Israele stanno conducendo una campagna nascosta contro di loro” e che “hanno chiaramente ragione”. Del suo stesso parere è anche, e sempre ad esempio – uno di tanti – Reuel Marc Gerecht, “uno che dal 1985 al 1994 ha lavorato contro l’Iran come agente della CIA. Gerecht che roa lavora per un gruppo di ricerche di destra, la Fondazione epr la Dufesa dele democrazie, dice – lui – che la visione che ha l’Iran degli Stati Uniti come di un nemico mortale è paranoica, certo, ma non è affatto sbagliata”.

Mr. Sick, scrive sempre il NYT[199], che riporta dando loro grande credito le sue parole e il suo punto di vista, “come molti altri specialisti ha seri problemi ad accettare l’interpretazione che dà il governo del presunto complotto teso ad uccidere l’ambasciatore saudita. L’uomo che i procuratori dicono esserne al centro, un venditore di auto usate e gran bevitore di whiskey, Mansour J. Arbabsiar, sembra proprio un improbabile agente della Forza Quds, il sofisticato braccio esterno delle Guardie rivoluzionarie islamiche.

   E’ vero però che le Guardie, che supervisionano il programma nucleare dell’Iran e avevano legami  con gli scienziati assassinati [come detto sopra essere del tutto credibile dai sevizi segreti americani e/o di Israele], potrebbero essere alla ricerca del modo per vendicare o per bloccare in futuro analoghi attacchi e che aggiunge Sick una misteriosa uccisione lì a Washington avrebbe potuto sembrare come la vendetta opportuna per quegli scienziati assassinati’. “Ma è proprio l’assoluta incompetenza con cui a sentire la stessa accusa questo complotto sarebbe stato orchestrato a  rendere tanto difficile crederci”.

Già. Ed è solo uno: un altro, rispettatissimo esperto statunitense – si dice estremamente incredulo: e lo spiega bene[200], anzitutto con la totale mancanza di prove e anche di indizi resi pubblici e tali da essere considerati validi da un qualsiasi tribunale appena appena decente, dice, in America…

Per chiudere, per il momento, sull’Iran c’è da notare come l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, abbia proposto[201] – ma, in realtà, avendolo proposto lui, abbia quasi pre-deciso – che il paese potrebbe anche far a meno di eleggere in futuro un altro presidente della Repubblica. Si tratterebbe della modifica principale alla Costituzione da oltre vent’anni e risolverebbe il problema di liberarsi, nel modo più indolore, di Ahmadinejad.

Potrebbe, però, anche essere un ammonimento allo stesso presidente o a qualunque suo successore a restare nei limiti delle sue competenze esecutive. E’ dall’aprile scorso, da quando tentò di liberarsi del ministro della Sicurezza e dell’Intelligence, che Ahmadinejad è in dissenso con Khamenei che mise il veto al licenziamento ma non lo licenziò. Da allora diversi suoi uomini sono però nel mirino costante della magistratura e lui stesso è spesso in rotta col parlamento. Bisognerà vedere, dunque, come andrà effettivamente a finire.

Interessante, però, è anche notare come, dopo mesi di quasi silenzio, prenda subito la parola per contestare la Guida suprema l’ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, l’ex presidente della Repubblica e oppositore dichiarato sia di Ahmadinejad e, più deferentemente ma chiaramente, anche dello stesso Khamenei.

Rafsanjani, nell’intricatissima architettura che regge la struttura istituzionale del potere iraniano, è da anni ormai a capo del cosiddetto Majma-e- Tashkhis-e- Maslahat-e Nezam, tradotto come Consiglio degli esperti del sistema, un’Assemblea cruciale e dirimente dei conflitti tra parlamento e vertici islamici “ayatollaici” voluta da Khomeini stesso e nominata proprio da Khamenei.

Ora lui stesso dichiara[202] alla stampa, cioè pubblicamente a tutti gli iraniani, sfidando come forse mai ha fatto finora nessuno – lo stesso Ahmadinejad lo aveva fatto ma limitandosi, come dire?, a fare ostruzione più che opposizione dichiaratamente esplicita – che l’idea della Guida suprema – il passaggio a un sistema parlamentare da quello presidenziale – è puramente e semplicemente incostituzionale e non perseguibile. Su quest’ultimo argomento – che non si possa fare… – le opinioni però sono molto divise. Ma, per il momento, la diatriba sembra fermarsi lì… almeno pubblicamente. 

●Però c’è chi, anche ai livelli che contano – quelli di chi riflette e propone con possibilità di essere realmente ascoltato – comincia a riflettere e dire a alta voce senza trovarsi per questo scomunicato all’istante se non dalla destra evangelica e fondamentalista dei falchi, che ormai la politica estera degli Stati Uniti è soloreattiva, fuori fuoco e inefficace: l’amministrazione di Obama è ormai tutta concentrata nel tentare di impedire ad assetti già assai pesanti di peggiorare”.

Dice l’autore[203] di questa riflessione, che insegna storia e attualità politica alla università di Austin, nel Texas – ed è un nuovo che conta negli anfratti pensanti del dipartimento di Stato, che poi molti non sono – che gli USA stanno “tentando di fare troppe cose in troppi posti con troppo poco e con troppo impegno”, in un periodo in cui la politica americana è traversata dalle peggiori fratture partigiane e settarie della sua storia.

La soluzione è semplice: bisogna fissare priorità molto chiare, per g li USA vitali, e ridurre tutti gli altri impegni. Le priorità su cui concentrare ormai risorse e attenzione dovrebbero/potrebbero essere tre, suggerisce l’autore:

1) Deve mantenere la credibilità del dollaro come moneta di riserva internazionale: in tutti i continenti, la moneta americana viene ancora usata per fissare i prezzi, per gli investimenti e per risparmiare. E proprio per questo essa consente agli USA di accedere in pratica a capitali illimitati a bassissimo costo.

   E anche di stampare moneta che all’estero sono ancora disposti a prendersi a un tasso tutto sommato stabile in cambio di risorse e prodotti desiderati e con quella valuta comprati così dagli americani…

2) Deve bloccare e garantire il blocco della proliferazione degli armamenti di distruzione di massa: nucleari, biologici e chimici nel mondo perché essi sarebbero davvero il grande “equalizzatore”, capace di consentire a competitori deboli o magari disperati di minare la potenza degli Stati Uniti d’America. Il problema è come farlo e le strade possibili sono due:

   ◦ la guerra a chi non ci sta – e, sia chiaro in diritto internazionale ha diritto pieno a non starci: perché nel mondo di oggi nessuno ha il diritto esclusivo a niente se un altro se lo può prendere – ma con tutto il rischio che essa comporta;

   ◦ oppure l’offerta di incentivi – soldi, commerci, vantaggi economici, patti di non belligeranza: ma anche il tener finalmente fede alla promessa fatta e mai mantenuta di ridurre le proprie forze nucleari non solo nei confronti dell’altra grande potenza ma anche di tutti gli altri – sufficienti ad incoraggiare a non competere chi altrimenti potrebbe (tutti, in pratica) e magari (in meno) vorrebbe anche farlo.

   Perché qui, l’incentivo opposto, quello invece a farsi la bomba è assolutamente evidente: Iraq e Afganistan, che non avevano la bomba, sono stati attaccati ed invasi; la Corea del Nord, che ce l’aveva o che comunque l’America è convinta l’avesse, non è stata attaccata. E neanche l’Iran che assicura di non avercela ma che proprio al sospetto di avercela potrebbe dovere il fatto di non essere stato – ancora? – aggredito dal grande Satana o dal suo succedaneo, il Piccolo.

   Non sembra, in materia, esserci una terza via conosciuta e, dunque, praticabile.

3) Deve mantenere relazioni pacifiche e utili con la Cina. Qui non c’è bisogno, sembra proprio di grandi argomentazioni a sostegno, visti gli attuali e reali rapporti di forza – soprattutto in campo economico e finanziario – e considerata la dipendenza reciproca: dove, però, per dirla sempre con l’autore e con il Lenin da lui citato, non è chiaro tra i due chi sia corda e chi sia impiccato—  l’uno e l’altro, probabilmente, dipende…

E deve disimpegnarsi – un processo del resto già cominciato: ma ora da accelerare e dichiarare per quello che è – da ogni altro costoso e pressante impegno in altri tempi intrapreso. Insomma, gli Stati Uniti dovrebbero prendere atto, confessarsi e confessare al mondo di non avere più né le risorse né il mandato politico, né la voglia per fare positivamente la differenza in Afganistan, in Iraq e/o nel conflitto israelo-palestinese.

Tanto per cominciare subito, sarebbe importante che l’America la smettesse di condurre le sue guerre in giro per il mondo se non altro perché – specie per i modi in cui le conduce: i bombardamenti dall’aria – esse creano la metà degli sfollati e dei profughi nel mondo: “4.700.000 secondo la stima prudente e conservatrice del Rapporto annuale dell’Organizzazione per i rifugiati delle Nazioni Unite[204]”.

Rifugiati nel mondo: la metà li “creano” le guerre “americane”… (grafico)

per origine, a  fine  2010

 

Fonte: The Economist,  23.6.2011 UNHCR

GERMANIA

●A settembre, l’inflazione tocca il massimo da tre anni, al 2,6%[205] anno su anno rispetto al 2,4 di agosto, coi prezzi di energia e alimentari come maggiori responsabili del’aumento.

●L’IFO di Monaco di Baviera attesta che la fiducia delle imprese[206] è al minimo dal giugno 2010.

●La produzione industriale[207] è scesa dell’1% ad agosto, dopo essere cresciuta del 3,9 il mese precedente.

●L’economia rallenta: nel 2012 crescerà ma, ormai è certo, non più dello 0,8%[208], cancellando tutte le previsioni precedenti di un aumento del PIL al +2%, dice ora il consenso del gruppo dei cinque istituti di ricerca economica che  “consigliano” ufficialmente il governo. A metà del 2011, la crisi del debito è diventata anche qui una crisi bancaria e la caduta dell’economia avrà ora a sua volta conseguenze dure sulla domanda estera e quella interna

Ogni tanto è ormai necessario, per il peso e il ruolo che questo paese ha avuto e sta avendo nel quadro dell’Unione europea, decisivo comunque e specie oggi, riprendere il dossier sulla Germania: su questa Germania di Merkel che, se le cose vano così non durerà fino alla scadenza normale delle prossime elezioni politiche di settembre 2013 ma sarà sconfitta ben prima— ha perso da un anno tutte le elezioni degli Stati regioni, senza eccezione.

Per farlo, stavolta vogliamo partire dal voto cruciale con cui il parlamento federale, la mattina del 26 ottobre, prima del secondo vertice europeo di Bruxelles sulla crisi dell’eurozona e sul rifinanziamento del Fondo di stabilità finanziario europeo necessario per tentare di uscirne – il secondo vertice dei capi di Stato e di governo in tre giorni! e come sempre anche poi inconcludente – ha di fatto deciso di limitare l’impegno tedesco nel complesso delle operazioni di salvataggio.

Di questo, in realtà, si è trattato al di là di ogni doratura più o meno fasulla. La Germania non sembra più disposta a servire come creditore di ultima istanza all’Europa nel suo insieme. E lo ha adesso notificato a tutti e a ciascuno: a decidere quando, quanto e come, alla fine, non sarà Merkel, non saranno i capi di governo riuniti a Bruxelles, non saranno né il voto a 17 né quello a 27 ma, ha ricordato il Bundestag, sarà per il contributo di gran lunga comunque maggiore, sempre e comunque   il parlamento tedesco.

Anche se poi la verità, che i tedeschi tengono a riconoscere poco è quanto della loro stessa forza dipenda poi proprio dall’Europa, che se sono i primi fornitori di credito è perché sono anche i primi per ricchezza d’Europa e, in larga misura per merito non solo loro ma proprio dell’Europa. L’euro e il suo valore vennero artificialmente calibrati all’inizio, e poi sempre cadenzati, sulle esigenze tedesche, sul vecchio marco, sulle necessità di esportazioni industriali e manifatturiere di quella economia, sull’urgenza loro di finanziarsi così la riunificazione – ottenuta essa stessa dieci anni prima: e alla Germania questo non dovrebbe mai essere consentito di dimenticarlo— ma l’ultimo a ricordarglielo fu il cancelliere Schröder, Merkel non ama farlo – solo grazie alla cornice euroerpa che la rese possibile.

Insomma, ci sembra arrivato il momento di ri-cordare alla Germania, e a noi tutti che l’eurozona e l’Unione servono proprio a tutt— sommessamente, per carità: perché se è vero che nessuno si può permettere di dare lezioni a nessuno, né il de Funes di Parigi, né da Berlino la Colombina, a noi, noi italiani, rappresentati in Europa e nel mondo da quella specie di misirizzi in disfacimento che è  l’incrocio del peggio  di Pulcinella e Arlecchino:  quella specie  di Pagliaccio-monstre della vignetta

● Incapace di crescere: lui, non noi (ma all’estero è dietro a tutti noi che sghignazzano)… (vignetta)

Fonte: The Economist, 29.10.2011

dell’Economist che, per il nostro ed il vostro amaro sollazzo, vi riproduciamo.

Ma a qualcuno sono servite e servono ancora di più, che lo sgretolamento o lo sfarinamento del quadro europeo altri lo potrebbero al dunque sopportare e superare ma la Germania – proprio la Germania – a farlo avrebbe molte, molte difficoltà in più: guardate solo alla mappa, alla geo-politica, alla strategia nel mondo che vede tramontare potenza e egemonia americana, risorgere una certa altezzosità russa, l’affermarsi rampante di un’egemonia tutta nuova e sconosciuta come quella cinese e che vede Berlino stessa – senza l’Unione a “contenerla”-rafforzarla-inquadrarla – schiacciata tra Mosca, Parigi, Londra e le fobie di baltici e centro-europei in generale…

FRANCIA

L’INSEE, l’Istituto nazionale di statistica, ha confermato[209] che il PIL del paese è restato stagnante nel secondo trimestre rispetto al primo (mentre dal primo di quest’anno rispetto all’ultimo dell’anno precedente c’era stato un aumento dello 0,9%). Anche i consumi sono calati, dello 0,7, mentre gli investimenti crescono, ma rallentando allo 0,6% rispetto al doppio di crescita nel trimestre precedente.

GRAN BRETAGNA

●Il secondo trimestre ha registrato, qui, una revisione al ribasso del PIL[210] dello 0,1% sul precedente e in complesso, nella prima metà dell’anno, il PIL è riuscito a crescere appena dello 0,6: la dimostrazione che più palese difficile è di come una strategia di riduzione del deficit basata sulla pura e semplice austerità di bilancio, e intesa solo come tagli di spesa pubblica e mai – mai! anatema! – come aumento di tasse ai redditi che sono diventati e stanno diventando, alla faccia della crisi, comunque e vergognosamente più pingui, abbia portato la crescita di questo paese a una linea piatta: “sbagliata qui e sbagliata negli USA”, commenta il NYT[211]: per non dire ovviamente in tutta Europa e, in particolare, da noi dove la crescita già è almeno altrettanto piatta…

●Nel calcolo, spesso e in molti paesi profondamente fasullo della disoccupazione, il più fasullo e “taroccato” per ragioni cosmetiche di tutti i paesi dell’OCSE è questo: soltanto negli anni di governo di Thatcher (fine 1979-fine 1990, undici in tutto) i criteri vennero alterati, sempre nel senso di tenerlo artificiosamente basso, per ben 18 volte, una all’anno in pratica; e i governi successivi, conservatori (Major, quello attuale) e laburisti (Blair e Brown) si sono ben guardati dal correggere quei criteri). Ora in questo paese il tasso ufficiale tocca ormai l’8,1%, il più alto dal 1996: ma in realtà corrisponde a un tasso di almeno il 14%. Quello, sempre ufficiale, della disoccupazione giovanile è al record di sempre, al 21,3%.

L’inflazione dei prezzi al consumo, dicono gli ultimi dati dell’Ufficio nazionale di statistica per settembre, è cresciuta del 5,2%[212], molto rispetto al 4,5 di agosto e più del peggiore dei pronostici avanzati: il valore più in alto in assoluto da quando del tasso s’è cominciato a tenere il registro nel 1996 toccando una volta sola, a settembre 2008, un livello analogo. Il massimo degli aumenti è stato raggiunto per gas, elettricità e combustibili in generale.

Il contrasto non potrebbe essere più aspro con la lenta crescita di salari e stipendi, di tutti i redditi da lavoro dipendente che vedono quindi ridursi il reddito disponibile, i consumi e tanto più gli investimenti e i risparmi. La scala mobile per le pensioni, un po’ ridotta ma qui al contrario che da noi ancora esistente, servirà comunque a difendere ancora, più o meno, l’essenziale degli assegni pensionistici.

E promette ancora peggio il tasso dinflazione alla produzione è aumentato in un anno a settembre del 6,3%[213] dal 6 del mese di agosto. E la Banca d’Inghilterra, piuttosto che abbassare il tasso di sconto e con esso il costo del denaro, ha deciso di pompare altri 75 miliardi di sterline nell’economia comprando invece buoni del Tesoro. Insomma, invece che andare da A a B direttamente, preferisce arrivarci con un giro più largo[214]. Perché, probabilmente, una linea di facilitazione quantitativa del credito è giudicata dalla Banca meno prona a attizzare l’inflazione di un ribasso dei tassi di interesse.

GIAPPONE

L’attivo dei conti correnti[215], in agosto, subisce un calo drammatico del 64,3%, anno su anno, cioè di 407,5 miliardi di ¥ (5,3 miliardi di $). Dicono, ufficialmente, che è colpa del costo rampante dell’energia e di quello delle conseguenze del combinato terremoto-tsunami del marzo scorso.

Una delle quali è un tasso di produzione industriale ancora assai rallentato, in agosto a +0,6% sul mese prima, anche se in aumento, naturalmente, dal quasi sotto zero del marzo dopo-tsunami[216].    

●Il governo di Tokyo ha deciso e confermato di voler dismettere col tempo, ma non troppo, la produzione di energia nucleare dopo Fukushima perché è troppo pericolosa – nel senso di incontrollabile, alla fine della fiera, se e quando un disastro naturale ne coinvolga gli impianti. In quel caso, è dimostrato ormai, nessuno è più in grado di controllare davvero niente. Fukushima insegna, per gli impianti più controllati e sicuri di cui si era dotato il paese.

Ma, questa è la novità – novità nel senso che si viene solo adesso a sapere perché, meritoriamente, una qualche gola profonda ha cantato – e bisogna vedere se lo prendono come finirà per andargli: se  meglio o peggio che a Bradley Manning… – che il governo sta anche, insieme, chiedendo all’industria giapponese di continuare a vendere la sua tecnologia nucleare in altri paesi, specie i più piccoli[217].

Va detto che, secondo Tokyo, la tecnologia nipponica attuale include salvaguardie che non esistevano quando crearono Fukushima. Ma, altrettanto vero, è che nessuna di quelle o di altre tecnologie potrebbe mai ovviare agli effetti di uno tsunami o anche solo di un bel terremoto su un impianto atomico.

●In realtà, a livello mondiale s’è aperto un grande dibattito sul futuro dell’industria nucleare: se la Cina[218] sarà oppure no il grande investitore e costruttore che salverò dal declino tutta l’industria. La fusione dei tre reattori della Daichii a Fukushima nel marzo scorso ha raffreddato ogni entusiasmo nuclearista nel mondo, specie proprio nella stessa industria che i reattori li fabbrica e li vende..

Germania, Svizzera, Giappone e Italia hanno bloccato, posposto o addirittura cancellato ogni programma di sviluppo. Non le economie emergenti di Brasile e India anche se nuove misure legislative nei due paesi danno ora più forza che in passato, pur tra mille scetticismi, rispetto all’industria alle autorità di controllo e di regolazione. Ma non va così in Cina. Qui, certo, da sempre, l’ideologia sviluppista e la prassi portano a sottovalutare sistematicamente rispetto ai criteri di produzione e lavoro quello del rischio.

Ma non è questa la paura reale diffusa nell’industria nucleare: che la Cina non si metta a comprare reattori chiave in mano come loro speravano rimpiazzando la Daichii e altri ma, anche in questo campo, si metta a competere, costruendo a casa propria i reattori di cui ha bisogno e costruendone e vendendone molti a prezzi ultracompetitivi per i paesi terzi.

E questa appare quasi come una certezza ormai, a stare a quanto dichiara Jiang Keijun direttore dell’Istituto centrale di ricerche energetiche che fa parte della Commissione nazionale di Sviluppo e Riforma ch fornisce diversi dati: oggi “solo” 10,8 gigawatts di energia nucleare che nel 2015 diventeranno quasi cinque volte tanti, 50 gigawatts. Ma anche quell’anno l’energia nucleare soddisferà il totale della richiesta di elettricità solo per il 4%.

In questo paese la produzione di energia eolica e solare sta crescendo come in nessun altro ma ancora non arriva in tutto al 6-7%, la distribuzione stabile e garantita è molto insoddisfacente e lo resterà finché non si troverà un modo sicuro, efficiente e non troppo costoso di accumularla per uso dilazionato: là dove e quando serve accendere la luce a casa o avviare un motore in fabbrica. Oggi,  disponibile ad ogni momento, c’è solo l’elettricità prodotta dal nucleare e quella dal carbone: e questo è la stragrande maggioranza del combustibile usato nel paese (per oltre il 70% della produzione) e a prezzo tutto sommato sempre largamente competitivo.

E’ questo, soprattutto, l’appeal del nucleare in questo paese: una certa convenienza economica immediata del kilowattora prodotto come tale – in sé e per sé: poi per i costi futuri si vedrà… – e, soprattutto, la disponibilità 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Il problema del carbone, naturalmente, è l’inquinamento pesante da gas serra che avvelenano l’ambiente mentre l’attrazione del nucleare è anche che, da questo punto di vista, è un combustibile molto più “pulito” mentre c’è anche il problema che estrarre carbone in questo paese costa ogni anno la vita a circa 2.000 minatori (e l’inquinamento a decine e decine di migliaia di cinesi).

Ma per molti anni ancora, questo paese senza carbone si fermerebbe; e senza energia nucleare a meno di grandi sviluppi di tecnologia innovativa sulle nuove fonti – specie l’accumulazione dell’energia – non c’è speranza di fermare il carbone… per cui, sì, qui il nucleare continuerà a andare forte.


 

[1] Financial Times, 10.10.2011, E. Nielsen (capo economista di UniCredit), Italy’s debt a better bet than ‘triple A’ UK Il debito dell’Italia costituisce una scommessa migliore della ‘tripla A’ della Gran Bretagna (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/7f3 d0d04-ef79-11e0-941e-00144feab49a.html#axzz1abjUiqjW/).

[2] RAITv, Porta a Porta, 12.10.2011.

[3] Cfr. www.angelogennari,com/.

[4] Lettera di Berlusconi a Barroso, Libero News.it, 26.10.2011 (cfr. http://www.libero-news.it/news/854748/La-lettera-del-governo-all-Ue-testo-completo.html/).

[5] Il testo tradotto in italiano proprio su il manifesto, 15.10.2011.

[6] New York Times, 16.10.2011, P. Krugman, Losing Their Immunity [finalmente!], stanno perdendo l’immunità *.

*N.d.A.- I RINVII  AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI  VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[7] Guardian, 15.8.2011, G. Waerden, Warren Buffett calls for higher taxes for US super-rich— Warren Buffett chiede tasse più alte per i super-ricchi americani.

[8] Project Syndicate, 13.10.2011, N. Roubini, The Instability of Inequality— L’instabilità dell’inuguaglianza (cfr. http://www. project- syndicate.org/commentary/roubini43/English/).

[9] The Economist, 1.10.2011, R&D Spending Spese per R&S.

[10] OECD, 2008, Compendium of Patent Statistics (cfr. http://www.oecd.org/dataoecd/5/19/37569377.pdf/).

[11] Miami Herald, 26.10.2011, A. Snow, UN condemns US embargo of Cuba _ again L’ONU condanna l’embargo americano contro Cuba (cfr. http://www.miamiherald.com/2011/10/25/2471274/un-condemns-us-embargo-of-cuba.html/).

[12] Guardian, 20.10.2011, Tunisia’s women fear veil over Islamist intentions in first vote of Arab spring Le donne tunisine temono il velo al di là delle stesse intenzioni islamiche nel primo voto della primavera araba [unico problema: non è quello che dice il titolo quel che dicono le ragazze tunisine intervistate all’intervistatrice… E’, magari, la posizione della giornalista francese e quella del titolista britannico del quotidiano, questo sì…].

[13] Al Jazeera, 24.10.2011, Al-Nadha claims victory in Tunisian poll Al-Nadha sostiene di aver vinto nel voto tunisino (cfr. http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/10/20111024152639624382.html/).

[14] New York Times, 25.10.2011, D. D. Kirkpatrick, Tunisia Liberals See a Vote for Change, Not Religion I liberali [laici] tunisini vedono un voto per il cambiamento, non per la religione.

[15] Reuters Africa, 28.10.2011, Islamists to rule Tunisia; clashes in cradle of revolt Gli islamisti governeranno in Tunisia; scontri nella culla della rivolta (cfr. http://af.reuters.com/article/commoditiesNews/idAFL5E7LR3RC20111028?page Number=1&virtualBrandChannel=0/).

[16] Guardian, 28.19.2011, J. Adetunji, Tunisian elections: Al Aridha Chaabia party has some seats revoked Elezioni tunisine: alcuni seggi vinti dal partito della Petizione popolare cancellati dai tribunali.

[17] USAToday, 20.10.2011, M. Winter, D. Jackson, Latest: How Gadhafi died still unclear Ultime: come hanno ammazzato Gheddafi non è ancora chiaro per niente (cfr. http://content.usatoday.com/communities/ondeadline/post/20 11/ 10/al-arabiya-libyan-tv-reports-gadhafi-arrested/1/).

[18] E’ la legge del contrappasso – per chi ci crede… e a noi piace crederci – da cui è regolata la pena che colpisce i sovrani mediante il contrario della loro colpa e che, per analogia, si ritrova in Seneca (Ludus de morte Claudii: condannato a giocare a dadi con un bussolotto bucato sul fondo perché in vita amava giocarci e, barando, vinceva sempre), nell’Inferno islamico (Jahannam, in arabo, il luogo escatologico dove Allah confina, per un tempo però definito, i reietti); e, infine, nella Divina Commedia, dove esso è, però, sia per analogia (i lussuriosi, travolti dalla passione del sesso, ora per l’eternità travolti da una tempesta) che per contrasto (gli ignavi, sempre immobili e mai schierati in vita costretti a correre in eterno dietro a una bandiera bianca).

[19] New York Times, 27.10.2011, R. Gladstone, U.N. Votes to End Foreign Intervention in Libya— L’ONU vota la cessazione dell’ intervento straniero in Libia.

[20] La Commissione dell’ONU sui diritti umani – che, certo, si sarebbe anche potuta svegliare prima: quando il colonnello era lui stesso al potere, magari – chiede adesso di aprire un’indagine sul come della sua morte: dice il Commissario dalla sede di Ginevra che l’esistenza di video che mostrano Gheddafi, prima, prigioniero e vivo e, poi, morto (uno, trasmesso da al-Jazeera e pudicamente censurato quasi da tutti i media lo ritrae mente viene, già ferito, trascinato per i piedi dietro un autocarro, bastonato e poi fucilato alla testa) è assai sconcertante e c’è bisogno di fare chiarezza… In realtà è già chiarissimo quel che è successo, fino all’esibizione del cadavere peggio che a Piazzale Loreto e spiegabile solo in quella dimensione, con l’inchiesta che è solo pura ipocrisia (New York Times, 21.10.2011, N. Cumming-Bruce, U.N. Panel Calls for Inquiry Into Qaddafi’s Death Commissione dell’ONU chiede un’inchiesta sulla morte di Gheddafdi). 

[21] Al Arabiya News, 2.10.2011, Tripoli gets new militia in apparent rebuff to Islamists—A Tripoli, nasce una nuova milizia armata, intesa a contrastare gli islamisti (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/10/02/169849.html/).

[22] E’ uno studio sulla Libia come quelli che, paese per paese, preparava negli anni ‘80 la Central Intelligence Agency per il dipartimento di Stato (link diretto, cfr. http://countrystudies.us/libya/66.htm/). 

[23] New York Times, 29.10.2011, Hinting at an End to a Curb on Polygamy, Interim Libyan Leader Stirs Anger Accennando alla fine del divieto alla poligamia, il capo libico ad interim solleva [anche] ire.

[24] Cfr. Nota congiunturale no. 10-2011, Nota34.

[25] Libya Tv-Libya for the free (Bengasi), 6.10.2011, Italian oil company Eni fears largest Libyan oilfield is in ruins— La compagnia italiana petrolifera ENI teme che il suo maggiore giacimento di petrolio in Libia sia in rovine (cfr. http://english.libya. tv/2011/10/06/italian-oil-company-eni-fears-largest-libyan-oilfield-is-in-ruins/).

[26] ENI, Comunicato stampa 13.10.2011, NOC e Eni riavviano il gasdotto Greenstream (cfr. http://www.eni.com/it_IT/ media/comunicati-stampa/2011/10/2011-10-13-greenstream-noc-eni.shtml?home_2010_it_tab=editorial/).

[27] Foreign Policy Journal, 29.7.2011, W. Blum (storico, ex ambasciatore degli Stati Uniti), We came, we saw, we destroyed, we forgot Venimmo, vedemmo, distruggemmo e ce ne scordammo (cfr.  http://www.foreignpolicyjournal.com/ 2011/07/29/we-came-we-saw-we-destroyed-we-forgot/).

[28] New York Times, 22.9.2011, D. D. Kirkpatrick, US reopens its embassy in Libya Gli Stati Uniti riaprono l’ambasciata in Libia

[29] Lo cita Lenin in Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916 (VI. cap., testo integrale in cfr. http://digilander. libero.it/ rivoluzionecom/Testimarxisti/L'Imperialismo.html/), così: “stando a quanto racconta un suo intimo amico, il giornalista [William T.] Stead [che morì affondando nel 1912 sul Titanic], Rhodes disse [e, se per caso non lo avesse detto, Lenin se lo inventava in modo assolutamente credibile in un comizio a Londra nel 1895]: Sono andato ieri nell’East End [quartiere operaio di Londra] a un comizio di disoccupati. Vi ho udito discorsi forsennati. Era un solo grido: pane! pane! Ci pensavo ritornando a casa, e più che mai mi convincevo dell'importanza dell'imperialismo... La mia grande idea è quella di risolvere la questione sociale, cioè di salvare i quaranta milioni di abitanti del Regno Unito da una micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all'eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L'impero – io l'ho sempre detto – è una questione di stomaco [nel russo originale: di pane e di burro] . Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti”…

[30] New York Times, 29.10.2011, S. Shane, West Sees Libya as Opportunity for Businesses L’occidente guarda [o guata, forse, si potrebbe tradurre] alla Libia come occasione per fare affari.

[31] Global research (Canada), Center for Global Research and Globalization, 2.10.2011, I. Hunter, The US-NATO led War on Libya: Some Important Facts— La guerra alla Libia di USA e NATO: alcuni fatti cruciali (cfr. http://www.globalresea rch.ca/index.php?context=va&aid=24389/).

[32] Agenzia Reuters/Africa, 2.10.2011, T. Elyan, Egypt parties retract boycott threat after army concessions— I partiti ritirano in Egitto la minaccia di boicottaggio dopo le concessionI ottenute dai militari (cfr. http://af.reuters.com/article/world News/idAFTRE79124920111002/).

[33] E’ stato un ex procuratore militare degli Stati Uniti, il col. Morris Davis – che ha presieduto per due anni, dal 2005 al 2007 prima di dimettersi per protesta al meccanismo stragiudiziale con cui Bush ha disposto, e Obama ha poi proseguito, la gestione della base e del carcere di Guantánamo dove gli USA sono andati rinchiudendo, e torturando, da anni “sospetti” americani e soprattutto stranieri di “terrorismo” senza mai portarli in giudizio, a scrivere (Guardian, 5.3.2011, M. Davis, America's much abused moral authority L’abusatissima autorità morale dell’America), a scrivere che lui più di ogni altro, vista la posizione in cui era, può dire che “finche gli Stati Uniti non ripuliscono quel che hanno fatto e fanno sul tema della tortura, ogni loro appello ai diritti fondamentali dell’essere umano suona vuoto”, anzi proprio pieno di ipocrisia.

   Ancora, sempre riferendo sulla testimonianza di Davis, Observer, 30.10.2011, E. Vulliamy, Former US chief prosecutor condemns ‘law-free zone’ of Guantánamo L’ex procuratore capo americano condanna la ‘zona libera di giustizia’ di Guantánamo.

[34] New York Times, 4.10.2011, D. D. Kirkpatrick, Egypt Unclear on Timetable of Power Transfer, U.S. Says Gli USA dicono che in Egitto nessuno ha chiaro un calendario di trasferimento di poteri.

[35] Al Arabiya News, 5.10.2011, Egypts’Army says no military will run for presidency Le forze armate egiziane dicono  che  nessun militare si candiderà per la presidenza (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2011/10/05/170343.html/).

[36] Business Council for Africa (BCA), 9.10.2011, Presidential candidates in Egypt push for April 2012 power transfer In Egitto, diversi candidati alla presidenza spingono per un trasferimento dei poteri in aprile 2012 (cfr. http://www.bcafrica.co.uk/ index.php?option=com_content&view=article&id=184:africa-security-issues-6-october&catid=42:latest-news& Itemid=224/).

[37] Reuters/Africa, 19.10.2011, Egypt's Moussa fears anarchy if transition drags Il [candidato] egiziano Moussa teme l’anarchia se la transizione si trascina in là nel tempo (cfr. http://af.reuters.com/article/commoditiesNews/idAFL5E7LJ2C 920111019/).

[38] New York Times, 8.10.2011, D. K. Kirkpatrick, Church Protests in Cairo Turn Deadly La protesta contro l’attacco alla Chiesa si fa letale.

[39] Financial Times, 11.10.2011, H. Saleh, Egypt’s finance minister resigns over protests Il ministro delle Finanze egiziano si dimette per la [repressione militare della] protesta (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/2a0db0a4-f401-11e0-b221-00144feab49a.html#axzz1aUKlIeM5/).

[40] New York Times, 12.10.2011, D. Kirkpatrick e H. Afifi, Egyptian Minister Reverses Resignation Decision Il ministro dimissionario egiziano rovescia la sua decisione di dimettersi.

[41] New York Times, 15.10.2011, Agenzia American Express (A.P.), Egypt's military rulers criminalize discrimination Il governo militare egiziano criminalizza le discriminazioni.

[42] BBC News, 5.10.2011, China and Russia veto UN resolution condemning Syria La Cina e la Russia mettono il veto alla risoluzione  che  al’l’ONU avrebbe  condannato la Siria (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-15177114/).

[43] Vedi la lunga lista di quelli americani, meno noti e più numerosi di quelli degli altri quattro membri permanenti del CdS in Kryss Tal,Use of the Veto in United Nation’s resolutions by the United States of America— Uso dei veto nele risoluzioni delle Nazioni Unite da parte degli Stati Uniti d’America (cfr. http://www.krysstal.com/democracy_whyusa 0 3.html/): sono state 38, tra il 1972 e il 2011, quelle mirate a bloccare voti di condanna per Israele, secondo la lista compilata dalla Jewish Virtual Library (cfr. http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/UN/usvetoes.html/).

[44] Agenzia RIA Novosti, 7.10.2011, Russia’s Medvedev to Syrian government: shape up or quit Il russo Medvedev al governo della Siria: mettetevi in riga o andatevene (cfr. http://en.rian.ru/russia/20111007/167468724.html/).

[45] RIA Novosti, 10.10.2011, UN veto ‘last call’ for Syrian government, opposition Il veto all’ONU è l’ultimo appello al governo e all’opposizione siriana (cfr. http://en.rian.ru/news/20111010/167533603.html/).

[46] The Peninsula (Qatar), 15.10.2011, New Syria Constitution Within Four Months Nuova Costituzione in Siria entro quattro mesi (cfr. http://www.the peninsulaqatar.com/864-the-peninsula-162011/).

[47] The Telegraph, 29.10.2011, A. Gilligan, Challenge Syria at your peril Se sfidate la Siria, sarà a vostro rischio e pericolo (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/syria/8857898/Assad-challenge-Syria-at-your-pe ril.html/).

[48] Salon, 18.10.2011, (A.P.), Jordan’s King Wants Easing Of Security On People Il re di Giordania vuole che sia allentata la presa dei controlli di sicurezza sui cittadini (cfr. http://www.salon.com/2011/10/18/jordans _king_wants_easing_of_securi ty_on_people/).

[49] Jordan Times, 27.10.2011, Minister: ‘Municipal elections to be postponed’ Le elezioni municipali saranno rinviate: dichiara il ministro (cfr. http://www.menafn.com/qn_news_story_s.asp?storyid=1093453167/).

[50] Guardian, 8.10.2011, Yemeni president promises to step down within days Il presidente yemenita promette di andarsene entro pochi giorni.

[51] Financial Times, 28.10.2011, Prince Naif named Saudi crown prince— Il principe Naif nominato erede al trono (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/84b80f6c-013b-11e1-b177-00144feabdc0.html#axzz1cAQJWHdE/).

[52] New York Times, 2.10.,2011, Reuters, Manufacturing and Exports Show Strength in China Manifatturiero e export mostrano la forza [economica] della Cina.

[53] National Bureau of Statistics of China, 18.10.2011, Comunicato stampa del portavoce Sheng Laiyun, National economy maintained steady and fast development in the first three quarters of 2011 L’economia del paese ha tenuto un ritmo stabile e rapido di sviluppo nei primi tre trimestri del 2011 (cfr.  http://www.stats.gov.cn/english/newsandcomingevents/ t20111018_402759702.htm/).

[54] Secondo la stima, molto prudente, dell’Annuario della CIA, il PIL di Pechino a parità di potere d’acquisto (ppp, come si dice con l’acronimo della definizione in inglese) è già oggi circa la metà di quello americano: cioè, sui mercati ,questi 5.000 miliardi di $ in yuan dei primi tre trimestri comprano già il doppio di 5.000 $ in...  $, oggi (cfr. https://www.cia. gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ch.html/); altre fonti, forse meno autorevoli ma che vanno acquisendo sempre più peso, dicono che il PIL della Cina come ppp effettivo è già tra tre e quattro volte il ppp del dollaro, cioè che il PIL cinese è già quasi arrivato alla parità se non oltre quello statunitense. E predicono nel 2020 sarà cinque volte più alto (cfr. http://forum.globaltimes.cn/forum/showthread.php?p=62089/).

[55] Agenzia Xinhua, 14.10.2011, Policy shift unlikely in China despite ease in inflation in Sept In Cina, un cambiamento di linea è difficile anche a fronte di un rallentamento dell’inflazione a settembre (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/chi na/2011-10/14/c_131191928_3.htm/).

[56] The Economist, 15.10.2011.

[57] Un servizio del New York Times porta in evidenza in questi giorni, il 25.10.2001, M. Wines, China Takes a Loss to Get Ahead in the Business of Fresh Water— che La Cina, per avanzare nel business globale della produzione di acqua potabilizzata, è disposta anche a perderci nell’immediato.

[58] The Economist, 15.10.2011.

[59] Financial Times, 6.10.2011, Y. Huang, US-China trade war: Congress beware what you wish for Guerra commerciale tra USA e Cina: il Congresso farebbe bene a stare attento a quel che davvero vuole (cfr.http://blogs.ft.com/the-a-list/2011/10/05/us-chi na-trade-war-congress-beware-what-you-wish-for/#axzz1aSjdtGrb/).

[60] Guardian, 15.10.2011, Reuters, China’s Wen pledges stable yuan to exporters-Xinhua Riferisce la Xinhua che il [premier] cinese Wen promette a chi esporta uno yuan stabile.

[61] New York Times, 6.10.2011, K. Bradsher, 200 Chinese Subsidies Violate Rules, U.S. Says Duecento sussidi pubblici violano le regole, denunciano gli USA.

[62] Agenzia Bloomberg, 10.10.2011, China Cuts Retail Gasoline Prices For First Time in 2011 as Oil Falls Dopo la caduta dei prezzi alla produzione, per la prima volta nel 2011,la Cina taglia il prezzo alla pompa della benzina (cfr. http://mobile.

bloomberg.com/news/2011-10-08/china-to-cut-retail-gasoline-diesel-prices-tomorrow-ndrc-says?category=%2Fnews %2Fasia%2F/). 

[63] 1) Mother Nature Network, 21.10.2011, Reuters, China slams U.S. over solar complaint La Cina attacca il reclamo americano contro I pannelli solari cinesi (cfr. http://www.mnn.com/earth-matters/energy/stories/china-slams-us-over-solar-complaint/); 2) New York Times, 21.10.2011, K. Bradsher, China Charges Protectionism in Call for Solar Panel Tariffs La Cina accusa il protezionismo americano nella richiesta per le tariffe da imporre ai pannelli solari.

[64] Department of the Treasury, 18.10.2011, Treasury International Capital Data for August Dati del Tesoro [americano] sui capitali internazionali  (cfr. http://www.treasury.gov/press-center/press-releases/Pages/tg1332.aspx/).

[65] The Economist, 15.10.2011.

[66] Channel News Asia.com, 16.10.2011, China, Vietnam eye S.China Sea project Cina e Vietnam guardano a progetti comuni nel mar Cinese meridionale (cfr. http://www.channelnewsasia.com/stories/afp_asiapacific/view/1159644/1/.html/).

[67] The Economist, 15.10.2011.

[68] Banco central do Brasil, 19.10.2011,  Cόmite de politica moneatria reduces the Selic rate to 11.50 percent Il Comitato di politica monetaria riduce il tasso Selic all’11,50% (cfr. http://www.bcb.gov.br/textonoticia.asp?codigo=326 8&IDPAI=NEWS/).

[69] New York Times, 10.10.2011, S Romero, In Brazil, Energy Finds Put Country at a Whole New Power Level In Brasile [ma un po’ in tutta l’America latina] nuove scoperte [di fonti] energetiche portano il paese [diversi paesi] a livelli del tutto nuovi di potere

[70] Instituto Fernand Braudel de Economia Mundial di São Paulo, paper di Rubens Ricupero, O Brasil e o Mundo, introduzione di Norman Gall, #45/2010 (cfr. http://pt.braudel.org.br/publicacoes/braudel-papers/downloads/portugues /bp45_pt.pdf/).

[71] U.S. Geological Survey, 2010, Orinoco Belt Reserves (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Orinoco_Belt#Oil_reserves/).

[72] New York Times, 23.10.2011, A. Barrionuevo, Kirchner Achieves an Easy Victory in Argentina Presidential Elections Kirchner conquista una vittoria facile [dice lui…] nelle elezioni presidenziali argentine.

[73] Miami Herald, 28.10.2011, (A.P.), New measures in Venezuela clamp down on rent Nuove misure di legge reprimono gli affitti [eccessivi] (cfr. http://www.miamiherald.com/2011/10/28/2477378/new-measures-in-venezuela-clamp.html/). 

[74] 1) New York Times, 7.10.2011, J. Ewing e J. Werdigier, Central Banks Take Different Tacks on Europe’s Economy Le banche centrali in Europa prendono strade diverse sull’economia; 2) ECB/BCE, 6.10.2011, Decisioni di politica monetaria (cfr. http://www.ecb.int/press/pr/date/2011/html/pr111006.it.html/).

[75] Athens News, 3.10.2011, Reuters/AMNA, Govt, troika at odds over labour reserve Il governo e la troika dissentono sulla “riserva del lavoro” pubblico (cfr. http://www.athensnews.gr/portal/8/48330/).

[76] New York Times, 24.10.2011, S. Castle e J. Ewing, Banks Pressed to Take Bigger Losses as Part of Euro Deal Le banche sotto pressione per assorbire le perdite più alte nell’accordo sull’euro.

[77] Examiner.com, 20.10.2011, L. Hobson, EFSF discussions shows disagreement Le discussioni nel e del EFSF mostrano discordie (cfr. http://www.examiner.com/european-finance-in-national/efsf-discussions-shows-disagreement/).   

[78] Sunday Tribune (Durban, Sudafrica), 26.10.2011, China pressures EU on debt La Cina preme sull’Europa per il debito (cfr. http://www.sundaytribune.co.za/china-pressures-eu-on-debt-1.1165135/).

[79] New York Times, 28.10.2011, L. Alderman e D. Barboza, China Is Asked for Investment in Euro Rescue— Si chiedono investimenti alla Cina per il salvataggio dell’euro.

[80] San Francisco Gate, 26.10,2011, J. Stearns e H. Fouquet, Sarkozy Said to Plan Plea for China Investment to EU Rescue Fund Viene riferito che Sarkozy pianifichi un suo appello personale alla Cina perché investa nel Fondo di salvataggio europeo (cfr. http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/g/a/2011/10/26/bloomberg_articlesLTOSVP0UQVI9.DTL/).

[81] Kyodo News, 31.10.2011, Japan to keep buying emergency bonds for eurozone, says EFSF chief— Il Giappone, dice il capo dell’EFSF,continuerà ad acquistare i bonds d’emergenza dell’eurozona (cfr. http://english.kyodonews.jp/news/ 2011/10/123360.html/).

[82] Reuters, 31, 10.2011, T. Kajimoto, Japan, like China, cautious on euro rescue vehicle— Come la Cina, anche il Giappone è cauto nel puntare proprio sullo strumento EFSF per salvare l’euro (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/10/31/ us-eurozone-idUSTRE79R1LG20111031/).

[83] CNBC, 17.10.2011, Berlin Dampens Summit Hopes, Banks Under Pressure Berlino raffredda le speranze sul vertice europeo, nuove pressioni sulle banche (cfr. http://www.cnbc.com//id/44927749/). 

[84] Voice of Russia, 26.10.2011, Russia won’t redeem Eurobonds for now – Dvorkovich La Russia non redimerà Eurobonds per il momento (cfr. http://english.ruvr.ru/2011/10/26/59384734.html/).

[85] Reuters ,9.10.2011, Merkel, Dutch MP agree EFSF last resort for banks Merkel e il premier olandese concordano che il Fondo di stabilizzazione europeo dovrà essere solo l’ultima ciambella di salvataggio per le banche (cfr. http://www.reuters .com/ article/2011/10/07/eurozone-germany-banks-idUSL5E7L71BS20111007/).

[86] Stratfor, 24.10.2011, Greece: EU Debt Deal Is Insufficient - Spain Per la Grecia, è insufficiente l’accordo europeo sul  debito, dice la Spagna (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111024-greece-eu-debt-deal-insufficient-spain/).

[87] Stratfor, 26.10.2011, Greece: 60 Percent Debt Write-Down Too Small-IMF La cancellazione del 60% del debito greco non sarebbe sufficiente, dice il FMI (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111026-greece-imf-thinks-60-percent-debt-write-down-too-small/).

[88] Financial Times, 23.10.2011, A. Barker, Banks must find €108bn in new capital— Le banche [dice il prevertice europeo] devono trovare 108 miliardi di € di nuovi capitali (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/752c9a72-fd30-11e0-a9db-00144feabdc 0.html#axzz1bW2taeCv/).

[89] New York Times, 23.10.2011, P Krugman, Deck Chairs, Titanic In sdraia, sul ponte del Titanic.

[90] RIA Novosti, 23.10.2011, EU may revise bloc treaty, Van Rompuy says L’UE potrebbe rivedere il trattato istitutivo, dice van Rompuy  (cfr. http://en.rian.ru/world/20111023/168027523.html/).

[91] Mena Fn.com, 23.10.2011, McClatchy-Tribune Info Service, Firm Franco-German front, but no fix yet for euro woes Solido fronte comune franco-tedesco ma nessuna soluzione reale per i guai dell’euro (cfr. http://www.menafn.com/qn_ news_story.asp?storyid=%7Be73a7244-3aba-4c2d-a412-b0371d2ac4b0%7D/).

[92] Cfr. sopra Nota89

[93] Guardian, 27.10.2011, Business Blog-Eurozone debt deal reaction – As it happened La reazione all’accordo sul debito dell’eurozona – Come si è sviluppata.

[94] The Economist, 8.10.2011.

[95] Financial Times, 18.10.2011, S&P’s downgrades Italian bank ratings S&P’s svaluta i ratings delle banche italiane (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/567ac786-f9b9-11e0-9c26-00144feab49a.html#axzz1bQ3MwDUe/).

[96] Business Insider, 18.10.2011, S. Foxman, Moody's Downgrades Spain By Two Notches Moody’s ha svalutato la Spagna di due livelli (cfr. http://articles.businessinsider.com/2011-10-18/markets/30292745_1_rating-downgrade-spain-rating-government-bond-ratings/).

[97] EUROSTAT, 12.10.2011, #148/2011, Industrial production up by 1.2% in euro area-Up by 0.9% in EU27 Produzione industriale in aumento dell’1,2% nell’eurozona – e dello 0,9% nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/4-12102011-AP/EN/4-12102011-AP-EN.PDF/).

[98] EUROSTAT, 5.10.2011, #146/2011, Volume of retail trade down by 0.3% in euro area – down by 0.2 in EU27 Il volume del commercio al dettaglio giù dello 0,3% nell’eurozona – e dello 0,2 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa. eu/cache/ITY_PUBLIC/4-05102011-AP/EN/4-05102011-AP-EN.PDF/).

[99] I primi due dati desunti il 30.9.2011 e il terzo il 4.10.2011 sotto  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/ eurostat/home/).

[100] For€x Crunch, 1.10.2011, Slovakia Wants a Plan for a Greek Default as Talks are Stuck La Slovacchia, di fronte allo stallo dei negoziati, vuole [ma di quello che “vuole” Bratislava forse gliene frega qualcosa a qualcuno?] un piano per il default greco (cfr. http://www.forex crunch.com/slovakia-wants-a-plan-for-a-greek-default-as-talks-are-stuck/).

[101] New York Times, 7.10.2011, N. Kulish, Slovaks Balk at Bailing Out Richer Euro Zone Nations

[102] Guardian, 11.10.2011, Slovakia rejects euro bailout expansion plan— Il parlamento slovacco ha respinto il salvataggio dell’euro

[103] New York Times, 12.10.2011, S. Castle e N. Kulish, Slovak Deal Revives Hope for Euro Rescue Fund L’accordo slovacco ridà vita all speranza di un Fondo di salvataggio per l’euro.

[104] Nota congiunturale no 9-2011, Nota103  e Nota congiunturale no.5-2011. 

[105] Pane&Acqua, 28.9.2011, A. Gianni, Il debutto europeo della Tobin Tax (cfr. http://www.paneacqua.eu/notizia. php? id=18690/).

[106] Stratfor, 14.10.2011, Germany: Merkel Criticizes U.S. Opposition To Transaction Tax Germania: la Merkel critica l’opposizione degli USA alla tassa sulle transazioni finanziarie (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111014-germany-mer kel-criticizes-us-opposition-transaction-tax/).

[107] EUBusiness, 13.10.2011, After Slovak scare, EU's Barroso wants eurozone vote reform Dopo la paura slovacca, Barroso vuole la riforma del voto nell’eurozona (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finance-economy.cwq/).

[108] The Economist, 1.10.2011.

[109] Cfr. in Nota congiunturale no. 9-2011; e B92 Net, 4.8.2011, Kosovo won’t accept agreement, government says— Il Kosovo non accetterà l’accordo, afferma il governo (cfr. http://b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2011&mm=08& dd=04&nav_id=75755/).

[110] The Economist, 1.10.2011.

[111] Il testo della Risoluzione 1244/1999, 10.6.1999 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul ruolo della NATO in Kosovo, che autorizzava l’intervento per fermare i crimini serbi scatenati in risposta a quelli dell’Esercito di liberazione del Kosovo, specificava senza il minimo dubbio di “riaffermare l’impegno di tutti gli Stati membri dell’ONU al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica federale di Jugoslavia… così come definita nell’Atto finale di Helsinki e nell’Annesso no. 2 di questa stessa risoluzione” (cfr. www.nato.int/kosovo/docu/u990610a.htm/).

[112] NewsDaily, 12.10.2011, J. Pawlak, Serbia wins qualified EU invite La Serbia vince un invito condizionato nell’Unione (cfr. http://www.newsdaily.com/stories/tre79b35d-us-eu-enlargement/).

[113] EMG.rs (Bekgrado), 20.10.2011, Agenzia β, Shoygu: Montenegro, Serbia in customs union Montenegro e Serbia nell’Unione doganale [coi russi] (cfr. http://www.emg.rs/en/news/region/166671.html/).

[114]RIA Novosti, 4.10.2011, Turkey's Botas informs Gazprom of gas contract termination La Botas turca informa Gazprom della fine del suo contratto per il gas naturale (cfr. http://en.rian.ru/business/20111002/167318724.html/).

[115] Agenzia Stratfor, 4.10.2011, Lithuania: Russia Uses Gazprom As Foreign Policy Tool La Lituania denuncia che la Russia usa Gazprom come strumento di politica internazionale (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111004-lithuania-russia-uses-gazprom-foreign-policy-tool/).

[116] Wall Street Journal, 11.10.2011, (A.P.), Pro-Russia Party Excluded from Latvia Coalition Il partito filo russo escluso dalla coalizione di governo in Lettonia (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203633104576624432000 3157562.html/).

[117] Bloomberg, 17.10.2011, Latvian Government Wobbles as Six Defect From Zatlers’ Party Il governo lettone traballa con la defezione di sei del partito di Zlater (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2011-10-17/latvian-government-wobbles-as-six-defect-from-zatlers-party.html/).

[118] Stratfor, 3.10.2011, Belarus: Participation In Eastern Partnership To Continue La Bielorussia continua la sua  partecipazione alla partnership orientale [europea] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20111003-belarus-participation-eastern-partnership-continue/).

[119] ITAR-Tass, 3.10.2011, RF Sberbank to allocate credit of $1bl. to Belarus La Banca russa Sberbank alloca il suo credito da 1 miliardo di $ (cfr. http://www.itar-tass.com/en/c154/238371.html/).

[120] Cfr. Nota congiunturale no 10-2011, in Nota131.

[121] ForUm, 4.10.2011, EU says Ukraine will not have privileges L’UE dice che l’Ucraina non avrà alcun privilegio (cfr. http: //en.for-ua.com/news/2011/10/04/103641.html/).

[122] 1) New York Times, 11.10.2011, E. Barry, Ukraine’s Tymoshenko Jailed for Seven Years Sette anni di carcere in Ucraina alla Tymoshenko; 2)  Guardian, 11.10.2011, M. Elder, Yulia Tymoshenko jailed after 'political trial' that risks making Ukraine a pariah— Yulia Tymoshenko in galera dopo un  ‘processo politico’  che rischia di fare dell’Ucraina un [paese] paria.

[123] Financial Times, 12.10.2011, N. Buckley, Ukrainian Leader Hints at Tymoshenko Reprieve Il presidente ucraino lascia intendere che per Tymoshenko ci potrà essere una qualche commutazione di pena [e non rinuncia  richiamare alla memoria di quanti lo abbiano scordato che l’inchiesta contro l’agire della ex premier non è stata iniziata dalla magistratura sotto la sua presidenza ma sotto la precedente dell’alleato di Tymoshenko, l’ex presidente Yushenko, arancione come lei, che infatti lo ha detto lui stesso nella testimonianza che ah reso al processo …] (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/f9205988-e050-11e0-ba12-001 44feabdc0.html#axzz1abjUiqjW/).

[124] New York Times, 17.10.2011, E. Barry, Leader Hints Quick Release of Tymoshenko Is Unlikely Il presidente lascia capire che un rapido rilascio della Timoshenko è improbabile.

[125] Kiev Ukraine News Blog [organo on-line del partito di Timoshenko] 24.10.2011, Ukraine Revives Old Case Against Tymoshenko In Ucraina si riapre un vecchio proceso contro Timoshenko (cfr. http://news.kievukraine.info/).

[126] ITAR-Tass, 14.10.2011, Kiev to stake on cooperation with Russia if EU mounts pressure over Timoshenko case Se l’UE montasse la pressione sul caso Timoshenko, Kiev punterebbe sulal cooperazione con la Russia (cfr. http://www.itar-tass. com/c154/247968.html/).

[127] KievUkraine, 20.10.2011, Trade Pact Draws Kiev Closer To Russia— L’accordo commerciale attira l’Ucraina più vicina alla Russia (cfr. http://news.kievukraine.info/).

[128] M. Valmer, Russisches Etymologisches Wörterbuch, 4 voll., 1950-1958, Heidelberg University. La versione russa dell’opera, di Oleg N. Trubachev, costituisce ad oggi la fonte più autorevole esistente sull’etimologia delle lingue slave.

[129] ITAR-Tass, 27.10.2011, Ukraine not to contest 2009 gas contracts with Russia L’Ucraina non contesterà più giudizialmente i contratti del 2009 con la Russia sul gas naturale (cfr. http://www.itar-tass.com/en/c154/257619.html/).

[130] RosBusinessConsulting (RBC), 28.10.2011, Moldova to get rebate on Russian gas— La Moldova otterrà adesso uno sconto sul gas russo (cfr. http://rbcnews.com/free/20111028104925.shtml/).

[131] Vi ricordate quell’altro destro scriteriato del nostro Giovannino Guareschi, che però a modo suo era un geniaccio e non un bilioso politicante con lo scudo dell’immunità parlamentare e che, perciò, si fece quasi due anni di galera per aver sostenuto allo stesso modo – senza prove – che Alcide De Gasperi aveva chiesto agli alleati durante la guerra mondiale di bombardare la periferia di Roma “per demoralizzare – denunciò ma non fu mai in grado di provare davvero – i collaborazionisti”?

[132] E’ la tesi del libro di J. Kaczynski (bè, suo… scritto a firma sua) appena pubblicato e non ancora tradotto in nessuna lingua seria del mondo di cui ha però già parlato il New York Times, 7.10.2011, J. Dempsey e N. Kulish, Poland’s European Union Ties May Hinge on ElectionsI legami della Polonia all’Unione europea possono dipendere dall’esito delle elezioni col titolo,onirico, di La Polonia dei nostri sogni o, forse, dei suoi incubi.

[133] New York Times, 10.10.2011, N. Kulish, Palikot’s Party Signals Poland’s Move Toward a More Secular, Liberal Society— La lista Palikot è l’indice di una Polonia che si sposta verso una società più secolare e più liberal.   

[134] People Daily (Quotidiano del Popolo, Pechino), 19.10.2011, Eurozone summit decisions should be consulted with all EU members: Poland Le decisioni del vertice dell’eurozona dovrebbero essere prese dopo consultazione con tutti i membri della UE: dice la Polonia… (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90777/90853/7620773.html/). 

[135] SKY News.com, 24.10.2011, UK warns on sidelining non-euro nations La Gran Bretagna avverte del rischio di emarginazione dei paesi non euro (cfr. http://www.skynews.com.au/businessnews/article.aspx? id=677046&vId=2797005 &cId=Business/).

[136] Guardian, 24.10.2011, N. Watt, David Cameron rocked by Tory rebellion on Europe David Cameron scosso dalla rivolta dei suoi Tories sull’Europa.

[137] Guardian, 28.10.2011, P. Wintour e N. Watt, Cameron and Clegg disagree over rebalancing of powers with EU Cameron e Clegg divergono sul riequilibrio dei poteri tra UE [e parlamento britannico].

[138] The Independent, 24.10.2011, R. Hastings e J. Lichtfield, Nicolas Sarkozy tells David Cameron to ‘shut up’ in euro clash Nicolas Sarkozy dice a David Cameron di ‘chiudere la bocca’ nel conflitto sull’euro (cfr. http://www.independent.co.uk/ news/uk/politics/nicolas-sarkozy-tells-david-cameron-to-shut-up-in-euro-clash-2375098.html/).

[139] The Telegraph (Londra), 27.10.2011, Szu Ping Chan e A. Wilson, Debt crisis: as it happened-October 27 La crisi del debito – come è andata il 27 ottobre (cfr. http://www.telegraph.co.uk/finance/financialcrisis/8854668/Debt-crisis-as-it-happened-October-27-2011.html/).

[140] New York Times, 7.10.2011, L. Thomas, Hedge Funds Are Betting Against Hungary I fondi a rischio scommettono contro l’Ungheria.

[141] Xinhua, Agenzia Nuova Cina, 5.10.2011, Cyprus government endorses agreement for Russian loan Il governo cipriota aprova l’accordo epr il prestito russo (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2011-10/06/c_131175837.htm/).

[142] Izvestia (Notizie), 4.10.2011, V. Putin, A new integration project for Eurasia: the future in the making— Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro che avanza (cfr. http:premier.gov.ru/eng/events/news/16622/)

[143] EURASIA Press News, 19.10.2011, Georgia does not intend to join new Eurasian common customs space, says the FM La Georgia, dice il ministro degli Esteri, non intende unirsi alla nuova area doganale euroasiatica  (cfr. http://eurasia.ro/?p =42773/).

[144] Wall Street Journal, 19.10.2011, Dow-Jones, N. Popova, Putin Says Eurasian Union May Be Created by 2015 Putin afferma che l’Unione euroasiatica potrebbe essere creata entro il 2015 (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20111 019-712274.html/).

[145] Wall Street Journal, 27.10.2011, W. Mauldin, Georgia Accepts Proposal on Russia's WTO Bid La Georgia accetta la proposta [di mediazione dela Svizzera] sulla richeista rusa di accesso all’OMC (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203687504577001663174727568.html?KEYWORDS=georgia+russia+wto/).

[146] Windows to Russia.com, 28.10.2011, Russia to continue WTO talks with Georgia La Russia riprenderà i colloqui con la Georgia sull’OMC (cfr. http://news.windowstorussia.com/russia-to-continue-wto-talks-with-georgia-next-week.html/).

[147] RIA Novosti, 19.10.2011, Medvedev to attend three summit meeting in November-December Medvedev prenderà parte a tre vertici tra novembre e dicembre (cfr. http://en.rian.ru/russia/20111017/167775265.html/).

[148] RIA Novosti, 18.10.2011, Agence France-Presse(A.F.P.), U.S. ready to give written guarantees Euro missile defense not directed against Russia Gli USA pronti a dare garanzie scritte [ma non a sottoscrivere protocolli giuridicamente obbliganti] che la difesa antimissilistica in Europa non è diretta contro la Russia.

[149] Yahoo!News, 19,10.2011, Reuters, G. Stolyarov, Russia talks tough in missile shield dispute La Russia utilizza termini duri nella disputa sullo scudo missilistico (cfr. http://news.yahoo.com/russia-talks-tough-missile-shield-dispute-171241311.html/).

[150] RIA Novosti, 20.10.2011, Missile defense talks should continue, reach decision – Medvedev Medvedev sostiene che i colloqui sulla difesa dovrebbero proseguire e giungere a conclusione (cfr. http://en.rian.ru/mlitary_news/201110 20/167901563.html/).

[151] Cfr. in http://www.mrgold.co.il/en/SelectedArticles.aspx?articleId=49/.

[152] New York Times, 8.10.2011, J, Sommer, An Ugly Forecast That’s Been Right Before Gran brutte previsioni di chi ha avuto già prima ragione.

[153] Bureau of Economic Analysis (BEA), 30.9.2011, #BEA 11-50, Personal Income and Outlays: August 2011 Redditi personali e spese (cfr. http: //www.bea.gov/newsreleases/national/pi/pinewsrelease.htm/).

[154] Annie E. Casey Foundation, 2009, Kids’Count Data Center Centro di raccolta dati sui bambini (cfr. http://datacenter. kidscount.org/).

[155] OECD/OCSE, 2.5.2011, Growing Income Inequality in OECD Countries— I dati dell’ineguaglianza in aumento nei paesi dell’OCSE (cfr. http://www.oecd.org/dataoecd/32/20/47723414.pdf/).

[156] 1) The Economist, 29.10.2011; 2) CBO, 10.2011, Trends in the distribution of household incomes Tendenze nella distribuzione dei redditi delle famiglie, 1979-2007, sotto la direzione di D. W. Elmendorf (cfr. http://www.cbo.gov/ftpdocs/ 124xx/doc12485/10-25-HouseholdIncome.pdf/).

[157] The Economist, 13.8.2011, Don’t look down – The poor like taxing the rich less than you would think Non guardate in basso – Ai poveri [proprio perché tali, loro, non si considerano], tassare i ricchi piace meno di quanto pensiate (cfr. http://www. economist.com/node/21525851/).

[158] Gallup, 20.9.2011, Comunicato: Americans Favor Jobs Plan Proposals, Including Taxing Rich Gli americani sono [adesso] favorevoli alle proposte del piano del lavoro [di Obama] (cfr. http://www.gallup.com/poll/149567/americans-fa vor-jobs-plan-proposals-including-taxing-rich.aspx/).

[159] Sono i dati di uno studio che la prima settimana di ottobre viene presentato ufficialmente al Congresso americano, di due ricercatori britannici, R. Wilkinson e K. Pickett, intitolato The Spirit Level, Why equality is better for everyone, pubblicato in Italia da Feltrinelli, 2009, come La Misura dell'Anima: perche le diseguaglianze rendono le società più infelici: un discorso e una serie di dati assolutamente omogenei e che valgono un po’ per tutti i paesi.

[160] 1) New York Times, 7.10.2011, M. Rich, U.S. Adds 103,000 Jobs; Rate Holds Steady at 9.1%— Gli USA aggiungono 103.000 posti di lavoro; il tasso di disoccupazione resta stabile 2) Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics (BLS), 7.10.2011, #USDL-11-1411, Employment Situation Summary Sintesi sulla situazione occupazionale (cfr. http://www.bls. gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 3) EPI, Washington, D.C., 7.10.2011, H. Shierholz, Miserably low job growth— Una crescita di lavoro ridicolmente bassa (cfr. http://www.epi.org/publication/miserably-job-growth/).

[161] New York Times, 30.10.2011, P. Krugman, Bombs, Bridges and Jobs— Bombe, ponti e posti di lavoro.

[162] New York Times/CBS Poll on The Republican Primary and the Economy Sondaggio NYT/CBS sulle primarie dei repubblicani e l’economia, 19-24.10.2011 (cfr. http://www.nytimes.com/interactive/2011/10/26/us/politics/20111026_ POLL.html?ref=politics/).

[163] New York Times, 30.10.2011, edit., Flat Taxes and Angry Voters— Tassazione piatta ed elettori arrabbiati.

[164] Cfr., v. qui sopra Nota7; e New York Times, 26.11.2006, intervista a W. Buffett, B. Stein, In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning’ ‘Nella guerra di classe, indovina un po’ chi è che vince?’ cfr. http://www.nytimes. com/2006/11/26/busi ne ss/yourmoney/26every.html/)

[165] The Economist, 22.10. 2011.

[166] The Seattle Times, 7.10.2011, G. Jaffe e J. Partlow, As troops levels drop, so do U.S. ambitions in Afghanistan— Con il calo del numero dei soldati , calano le ambizioni americane in Afganistan (cfr. http://community.seattletimes.nwsource.com/ mobile/?type=story&id=2016429993&st_app=ip_news_lite&st_ver=1.2/).

[167] Dante, Inferno,V, 24.

[168] TIME Magazine, 28,3.1999, Thomas L. Friedman, The Lexus and the Olive Tree – Understanding Globalization—  ed. Farrar, Straus Giroux , N. Y.,1999; il libro è uscito è uscito in Italia col titolo di Le radici del futuro. La sfida tra Lexus e l'ulivo: che cos'è la globalizzazione e quanto conta la tradizione per i tipi di Mondadori nel 2001.

[169] Express Tribune (Islamabad), 21.10.2011, Reuters, Mullah Fazlullah vows new war Il mullah Fazlullah promette un’altra guerra (cfr. http://tribune.com.pk/story/278777/taliban-leader-fazlullah-vows-new-war-in-pakistan/).

[170] Monster&Critics, 7.10.2011, Russian general: NATO no help in fighting Afghan narcotics trade Generale russo: la NATO non aiuta a combattere il commercio afgano di droga (cfr. http://www.monstersandcritics.com/news/europe/news/arti cle_1667320.php/Russian-general-NATO-no-help-in-fighting-Afghan-narcotics-trade/).

[171] 1) New York Times, 11.10.20, J. Healy, Afghanistan Sees Increase in Poppy Cultivation— In Afganistan, aumento della coltivazione di papaveri2) United Nations Office on Drugs and Crime (UNOCS)— Ufficio delle Nazioni Unite contro Droghe e Crimini, 11.10.2011, Opium production in Afghanistan shows increase, prices set to rise In Afganistan, la produzione di oppio è in aumento e i prezzi aumenteranno (cfr. http://www.unodc.org/afghanistan/en/october/2011/opium-production-in-afghanistan-shows-increase.html/).   

[172] 1) New York Times, 10.10.2011, A. J. Rubin, U.N. Finds Systematic Torture in Afganistan Le Nazioni Unite scoprono la tortura sistematica in Afganistan [dalla parte del governo, poi… mica da quella dei talebani: anche se, certo, da loro non hanno fatto nessuna inchiesta]; 2) U.N. Mission, Kabul Afghanistan, 10.2011, Treatment of Conflict Related Detainees in Afghan Custody Il trattamento dei detenuti in Afganistan per cause connesse alla guerra (cfr. http://unama.unmis sions.org/Portals/UNAMA/Documents/October10_%202011_UNAMA_Detention_Full-Report_ENG.pdf/).

[173] France24, NATO troops, Afghans killed in Kabul suicide attack— Soldati dela NATO, e afgani, uccisi in un attacco suicida a Kabul (cfr. http://www.france24.com/en/20111029-afghanistan-kabul-suicide-bomber-targets-nato-convoy/).

[174] Guardian, 7.10.2011, D. Walsh, US had 'frighteningly simplistic' view of Afghanistan, says McChrystal Gli USA hanno avuto una visione spaventosamente semplicistica dell’ Afganistan, dice McChrystal [e è uno che sa quel che dice].

[175] The Economist, 8.10.2011.

[176] The Times of India, 14.10.2011, Babbar Khalsa: Terror's old face back to haunt Babbar Khalsa: il vecchio volto del terrore torna ad ossessionarci (cfr. http://timesofindia.indiatimes.com/city/delhi/Babbar-Khalsa-Terrors-old-face-back-to-haunt/articleshow/10348369.cms/).

[177] Space War, 11.10.2011, (A.F.P.), US 'fighting a war' in Pakistan: Panetta Gli USA in Pakistan, dice Panetta,combattono una guerra” (http://www.spacewar.com/reports/US_fighting_a_war_in_Pakistan_Panetta_999.html/).

[178] YourPakistan.com, 17.10.2011, Hundreds of US Troops Seal North Waziristan Border Centinaia di truppe americane sigillano il confine col Waziristan del Nord (cfr. http://yourpakistan.wordpress.com/).

[179] Pakistan Defence, 7.10.2011, Nato copter intrudes into Balochistan Elicottero NATO penetra in Baluchistan senza permesso (cfr. http://www.defence.pk/forums/pakistans-war/135216-nato-copter-intrudes-into-balochistan.html/).

[180] MSNBC, 19.10.2011, Pakistan Army chief tells U.S. to focus on Afganistan Il capo delle FF. AA. pakistane dice agli USA di focalizzare la loro attenzione sull’Afganistan (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/44956188/).

[181] 1) New York Times, 23.10.2011, Reuters, Kabul to support Pakistan in case of US attack: Karzai Karzai afferma che in caso di attacco americano [è scontato per lui – e già il fatto è in sé significativo – che non sarebbe mai il Pakistan ad attaccare l’America…], l’Afganistan sosterrebbe il Pakistan; 2) GEO Tv, 22.10.2011, If America attacks Pakistan, Islamabad will have our support: Karzai Se l’America attaccasse il Pakistan, Islamabad avrebbe il nostro sostegno, dice Karzai (cfr. http://www. geo.tv/videos.asp?link=mms://wm.vitalstreamcdn.com/stream_geo_tv/ImportantEvents/PKGSOct22/Hamid_Karzai _Sot.wmv/)…

   Poi, il giorno dopo, accortosi forse dell’effetto che la sua dichiarazione ha avuto in America, fa precisare, da un portavoce, che è stato male interpretato e citato fuori contesto… (The Express Tribune, 24.10.2011 (A.F.P.), Karzai backtracks on controversial Pakistan remarks Karzai fa retromarcia sulle sue dichiarazioni controverse, cfr. http://tribune.com.pk/story/281027/karzai-backtracks-on-controversial-pakistan-remarks/).

   Peccato che la dichiarazione proclamata “fuori contesto” dal portavoce fosse una lunghissima intervista in cui parlava Karzai in persona, registrata e ritrasmessa in video: e il link a testimoniarlo – qui come a Kabul, come a Washington – è quello dato appena qui sopra, dalla GeoTv stessa…

[182] Washington Post, 3.10.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Panetta cautions Israel against growing isolation; Israel says it must resume peace talks Panetta mette in guardia israele contro il suo isolamento crescente; Israele dice di voler riprendere i colloqui di pace (cfr. http://www.washingtonpost.com/world/middle-east/panetta-cautions-israel-against-grow ing-too-isolated-urges-it-to-reach-out-to-neighbors/2011/10/03/gIQAzYbDHL_story.html/).

[183] New York Times, 5.10.2011, S. Sayare e S. Erlanger, Palestinians Win a Vote on Bid to Join Unesco I palestinesi vittoriosi nel voto per aderire all’UNESCO.

[184] (A.P.), 31.10.2011, UN cultural body weighing Palestinian membership L’organismo culturale delle Nazioni Unite soppesa l’adesione palestinese (cfr. http://www.nola.com/newsflash/index.ssf/story/un-cultural-body-weighing-palesti nian-membership/c55c98e42b67474881f6afd154f5ad08/).

[185] New York Times, 31.10.2011, S. Erlanger e S. Sayare, UNESCO Approves Full Membership For Palestinians L’UNESCO vota l’adesione piena per l Palestina.

[186] Il condizionale è d’obbligo: conferme dirette dai libanesi non ne sono, infatti, arrivate ma quel che conta in materia è suscitare il dubbio… Mehr News Agency (Teheran), 4.10.2011, Michel Suleiman wants Iran to arm Lebanese armed forces Michel Suleiman vuole che l’Iran armi le forze armate del Libano (cfr. http://www.mehrnews.com/ http://www.mehrnews.com/en/newsdetail.aspx?NewsID=1424626en/newsdetail. aspx?News ID=1424626/).

[187] MENA News Agency, 13.10.11, Air Force commander: We need no permission to increase our forces in Sinai Il comandante dell’aeronautica [egiziana]: non abbiamo bisogno di alcun permesso per aumentare le nostre forze nel Sinai (cfr. http: //www.mena.org.eg/index.aspx/).

[188] New York Times, 4.10.2011, T. Arango e M. S. Schmidt, Iraq Denies Legal Immunity to U.S. Troops After 2011 L’Iraq negherà dopo il 2011 l’immunità giuridica alle truppe americane.

[189] NewsDaily, 15.10.2011, No decision yet on future troop presence in Iraq: US Gli USA non hanno ancora definitivamente deciso sulla presenza futura di loro truppe in Iraq (cfr. http://www.newsdaily.com/stories/tre79f01a-us-iraq-usa-troops/).

[190] Un libro appena uscito da Henry Holt & Company, P. Van Buren, We meant well: How I Helped Lose the Battle for the Hearts and Minds of the Iraqi People, ha un titolo che in realtà già dice tutto del contenuto dandone il tono di lucida e feroce autopresa per i fondelli o, se volete, di autocritica autorironica  — Come ho aiutato a perdere la battaglia per il cuore e le menti del popolo iracheno (cfr. http://us.macmillan.com/wemeantwell/PeterVanBuren/).

[191] New York Times, 7.10.2011, S. L. Myers, U.S. Envoy Puts Match to Bridges With IraqTtell-All Un diplomatico americano dà fuoco ai ponti alle proprie spalle spifferando tutto.

[192] New York Times, 8.10.2011, T. Arango, Vacuum is feared as US quits Iraq,but Iran’s Deep Influence May not Fill It— Con gli USA che lasciano l’Iraq monta [già ma per chi? e per chi no?] la paura del vuoto ,ma potrebbe non essere la presenza profonda dell’Iran a riempirla.

[193] White House, 21.10.2011, W. H. Blog, President Obama has ended the war in Iraq Il presidente Obama ha messo fine alla guerra in Iraq (cfr. http://www.whitehouse.gov/blog/2011/10/21/president-obama-has-ended-war-iraq/).

[194] New York Times, 21.10.2011, T. Arango e M. S. Schmidt, Despite Difficult Talks, U.S. and Iraq Had Expected Some American Troops to Stay Malgrado la difficoltà dei colloqui, gli USA e l’Iraq si aspettavano che diversi soldati americani sarebbero restate.

[195] Yahoo!News, 22.10.2011, L. Jakes e R. Santana, Iraq PM: Immunity issue scuttled US troop deal La questione dell’immunità affonda l’accordo sulle truppe americane (cfr. http://ph.news.yahoo.com/iraq-pm-immunity-issue-scuttled-us-troop-deal-115255334.html/).

[196] New York Times, 23.10.2011, T. Arango e M. S. Schmidt, Budgets Push U.S. to Trim Diplomatic Efforts in Iraq Il bilancio spinge gli USA a sforbiciare i loro sforzi diplomatici in Iraq [naturalmente, è un’altra pietosa auto-illusione, per non chiamarla col suo nome corretto: bugia— la ragione per cui riducono, cancellano le spese e se ne vanno è la stessa:. sono in bancarotta, hanno perso e la scusa migliore è che poi, almeno alle loro condizioni, non ce li vogliono più. Forse magari, sbagliando…].

[197] New York Times, 21.10.2011, T. Shanker e E. Schmitt, Libyan War Shows the U.S, is Still the Key Ally La guerra di Libia dimostra che gli USA sono ancora e sempre l’alleato chiave.

[198] Yahoo!News, 5.10.2011, (A.F.P.), Iran ready to halt 20% nuclear enrichment: Ahmadinejad L’Iran pronto a smettere l’arricchimento dell’uranio al 20%, dice Ahmadinejad (cfr. http://uk.news.yahoo.com/iran-ready-halt-20-nuclear-enrichment-ahmadinejad-211512796.html/).

[199] New York Times, 14.10.2011, S. Shane e A. Afkhami, Allegations of Iranian and U.S. Plots Are Added to a History of Hostility A una storia di [reciproche] ostilità si aggiungono accuse di complotti iraniani e americani.

[200] Credeteci sulla parola… O andate a leggervi direttamente l’intervista del 13.10.2011 di B. Gwertzman sulla rivista del Coucnil of Foreign Relations, a Kenneth Katzman, specialista famoso di questioni mediorientali che lavora per il  servizio ricerche del Congresso USA (cfr. http://www.cfr.org/iran/mounting-questions-iran-terror-plot/p26185/).

[201] Haaretz (Tel Aviv), 16.10.2011, Reuters, Ayatollah Khamenei: Iran could scrap directly elected president L’ayatollah Khamenei:l’Iran potrebbe anche cancellare il posto di presidente eletto direttamente (cfr. http://www.haaretz.com/ news/middle-east/ayatollah-khameinei-iran-could-scrap-directly-elected-president-1.390259/).

[202] 1) Iranian Labor News Agency (ILNA, Teheran), 24.10.2011, Rafsanjani: reform would be unconstitutional Rafsanjani: la riforma sarebbe incostituzionale (cfr. http://www.ilna.ir/fullStory.aspx?ID=216432/); 2) Stratfor, 24.10.2011,

Iran: Change Of System Is Unconstitutional Iran: Il cambiamento di sistema è incostituzionale (cfr. http://www.stratfor. com/sitrep/20111024-iran-change-parliamentary-system-unconstitutional-official/). 

[203] New York Times, 13.10.2011, J. Suri, America the Overcommitted L’America superimpegnata.

[204] The Economist, 23.6.2011(cfr. http://www.economist.com/node/18867622/).

[205] DESTATIS, Statistisches Bundesamt Deutchland-Ufficio federale di statistica, 30.9.2011, Dati preliminari sui prezzi al consumo di settembre (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/sear ch/internetdateresults.psml/).

[206] IFO, Institut für Wirtschaftsforschung e.V. an der Universität München Istituto di previsioni economiche presso l’università di Monaco/Ifo Konjunkturperspektiven 09/2011 IFO, Prospettive della congiuntura 9.2011 (cfr. http://www.ces ifo-group.de/portal/page/portal/ifoHome/b-publ/b2journal/60publkp/).

[207] The Economist, 15.10.2011.

[208] The Local, 13.10.2011, Crisis to slow economy sharply next year La crisi rallenterà di molto l’economia l’anno prossimo (cfr. http://www.thelocal.de/national/20111013-38187.html/).

[209] INSEE, Institut national des Statistique et des études économiques, 30.9.2011, etc.(cfr. http://www.insee.fr/fr/themes/ info-rapide.asp?id=28/).

[210] The Economist, 8.10.2011.

[211] New York Times, edit., 14.10.2011, Britain’s Self-Inflicted Misery La sofferenza economica che la Gran Bretagna si autoinfligge.

[212] 1) Guardian, 18.10.2011, K. Allen, Inflation hits three-year high L’inflazione arriva al massimo da tre anni; 2) Office of National Statistics (ONS), Consumer Prices Indices—Indici dei prezzi al consumo (cfr. http://www.ons.gov.uk/ons/rel/ cpi/consumer-price-indices/september-2011/stb---consumer-price-indices---september-2011.html/).

[213] Office of National Statistics (ONS), 18.10.2011, Producer Prices Indices— Indice dei prezzi alla produzione  (cfr. http://www.ons.gov.uk/ ons/rel/ppi2/producer-prices-indices/september-2011/index.html/).

[214] The Economist, 15.10.2011.

[215] The Economist, 15.10.2011.

[216] The Economist, 22.10.2011.

[217] New York Times, 10.20.2011, H, Tabuchi, Shunning Nuclear Plants at Home, Japan Pursues Building Them Overseas Scartando a casa propria i reattori atomici, il Giappone continua a volerli costruire all’estero.  

[218] New York Times, 10.20.2011, K. Bradsher, China Marches On With Nuclear Energy, in Spite of Fukushima La Cina, va avanti con l’’energia nucleare malgrado Fukushima.