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     11. Nota congiunturale - novembre 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.11.10

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc276309395 \h 1

● I conti veri degli italiani e la favoletta del non aver messo le mani nelle loro tasche PAGEREF _Toc276309396 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc276309397 \h 3

nel mondo. PAGEREF _Toc276309398 \h 3

in Cina. PAGEREF _Toc276309399 \h 7

nei paesi emergenti (e, magari, anche non proprio…) PAGEREF _Toc276309400 \h 20

EUROPA.. PAGEREF _Toc276309401 \h 24

STATI UNITI. PAGEREF _Toc276309402 \h 41

● La  storia si ripete: la prima come tragedia e la seconda, dice, come farsa…. Ma, a volte, resta tragedia PAGEREF _Toc276309403 \h 54

● Passo di Khyber: foto del blocco pakistano al transito dei rifornimenti per le forze armate americane PAGEREF _Toc276309404 \h 56

GERMANIA.. PAGEREF _Toc276309405 \h 60

FRANCIA.. PAGEREF _Toc276309406 \h 63

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc276309407 \h 66

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc276309408 \h 69

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Allora. Almeno chi scrive si è un po’ stancato del tutto va ben madama la marchesa di berlusconiana e tremontiana scansione. Dunque, dal sito dell’ISTAT e dalle sue statistiche[1], le ultime di portata, diciamo così, complessiva, vediamo un po’.

I conti veri degli italiani e la favoletta del non aver messo le mani nelle loro tasche

Il debito pubblico in Italia è sempre il più alto in Europa: nel 2009, in rapporto al PIL, dopo il calo rilevato nel 2007, ha proseguito a crescere dal 2008, aumentando di quasi 10 punti percentuali rispetto all’anno precedente e attestandosi al 115,8%, valore assai vicino a quelli rilevati alla fine degli anni ’90. Nel confronto con i paesi dell’UE, lo stock di debito pubblico italiano in percentuale del PIL continua ad essere il più alto, a fronte del 73,6% rilevato in media UE-27.

Tra gli altri dati principali segnalati a fine giugno dall’ISTAT: deficit/PIL 2009 quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente (dal 2,7% al 5,3%): in valore assoluto, 80.800 milioni di euro, 38.225 in più del 2008.

Non solo: nel 2009, il saldo primario (al netto della spesa per interessi) del paese è risultato negativo (-0,6% del PIL), in calo del 3,1% rispetto al 2008. Grazie alla riduzione dei tassi d’interesse, è diminuita anche l’incidenza degli interessi passivi sul PIL, pari al 4,7% (5,2% nel 2008).

Anche il saldo delle partite correnti è stato negativo: disavanzo pari a 31.129 milioni di euro, con un peggioramento rispetto all’anno precedente di 43.216 milioni di euro. In rapporto al PIL il saldo è sceso attestandosi al -2%, per effetto della dinamica della crescita delle uscite correnti (2,3%) e del calo delle entrate correnti (-3,6%).

Cresciuta invece la spesa pubblica complessiva, del 3,1%, evidenziando ma, è vero, in qualche decelerazione rispetto al 2008 (+3,6%). La sua incidenza sul PIL è aumentata, però, passando dal 49,4% nel 2008 al 52,5%.

Nell’ambito delle spese correnti, i redditi da lavoro dipendente (che incidono per circa un quinto sul totale delle uscite) sono saliti, in Italia, dell’1,0%, con un ritmo molto inferiore rispetto al 2008 (3,6%). Le spese per consumi intermedi hanno registrato un aumento del 7,5%, proseguendo la tendenza degli anni precedenti; le prestazioni sociali in natura, che includono prevalentemente le spese per assistenza sanitaria in convenzione, sono aumentate del 4,0%.

Di conseguenza, la spesa per consumi finali delle Amministrazioni pubbliche è aumentata del 3,3%, in rallentamento rispetto alla crescita del 4,3% del 2008.

La pressione fiscale aumenta: nel 2009 la pressione fiscale complessiva rispetto al PIL è passata al 43,2%, dal 42,9% dell’anno prima. Nella classifica europea dell’incidenza sul PIL del prelievo tributario e contributivo, l’Italia si piazza quinta (insieme alla Francia), preceduta da Danimarca (49%), Svezia (47,8%), Belgio (45,3%) e Austria (43,8%). I valori più bassi sono invece in Lettonia (26,5%), Romania (28%), Slovacchia e Irlanda (29,1%): tutti paesi, però, in gravissima crisi economica.

L’aumento della pressione fiscale in Italia “è l’effetto di una riduzione del PIL superiore a quella complessiva del gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3%) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario (imposte in conto capitale), cresciute in valore assoluto di quasi 12 miliardi”. Infatti, fra le imposte straordinarie sono classificati i prelievi operati in base allo scudo fiscale, per un importo di circa 5 miliardi, e i versamenti sempre una tantum dell’imposta sostitutiva dei tributi, che hanno interessato alcuni settori dell’economia, in particolare quello bancario.  

Tutte le altre componenti del prelievo fiscale, conclude l’Istat, sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2% (dopo essere diminuite già del 4,9% nel 2008), le imposte dirette del 7,1% e i contributi sociali effettivi dello 0,5%. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%).

Ma il risultato finale, non va scordato, è che la pressione fiscale è aumentata.

Dice. Ma “abbiamo tenuto in ordine i conti”: bugia!; e “senza mettere le mani nelle tasche degli italiani”: altra bugia!

Brunetta, ministro della Funzione pubblica, si mette a scimmiottare Cameron senza neanche essere il premier: vuole tagliare in tre anni 300.000 posti di lavoro nella P.A. (perché poi 3 e non 301 o 299.000 non si sa, né si può ovviamente sapere), e qualcuno pare non aver ancora imparato che il Vangelo dice solo di offrire l’altra guancia, che le guance son due e che, perciò, ormai abbiamo dato ad oltranza…

E nessuno ritiene di chiedere al Brunetta di licenziare, intanto e subito, in tronco, i suoi “consulenti esterni” e i suoi personali guardioni: che al contribuente costano milioni di euro all’anno. Sapete, consulenti esterni ed esperti nel 2009, sotto la sua altra ed occhiuta sorveglianza, sono aumentati nella P.A. del 10,54% rispetto all’anno prima e sono costati a noi, pantaloni che le tasse le dobbiamo pagare, 1.439.651.387,26[2]. Insomma, mandandoli a casa e utilizzando al posto loro quanti, tecnici e esperti, sono già passati e inutilizzati o mal utilizzati, il risparmio già ci sarebbe: non fra quattro anni, subito e adesso e non piccolo…    

●Al 1° gennaio 2010[3], la Popolazione straniera residente nel nostro paese registrava che:

 

• I cittadini stranieri residenti sono 4.235.059, pari al 7% del totale dei residenti: lo 0,5% di più del

 1° gennaio 2009.

• Nel corso dell’anno 2009 gli stranieri sono aumentati di 343.764 unità (+8,8%), un incremento sempre ben elevato, sebbene inferiore a quello dei due anni precedenti (494.000 nel 2007 e 459.000 nel 2008, rispettivamente +16,8% e +13,4%), principalmente per effetto della diminuzione degli ingressi dalla Romania.

• I minori sono 932.675, il 22% del totale degli stranieri residenti; ben 573.000 di essi sono nati in Italia, mentre la restante parte è giunta nel nostro paese per ricongiungimento familiare.

• Circa la metà dei residenti stranieri (2.086.000: il 49,3% del totale) proviene dai paesi dell’Est europeo: in particolare, 1/4 proviene da paesi UE di nuova adesione (1.071.000, escludendo Cipro e Malta, 888.000 dalla sola Romania); e 1/4 ancora (1.015.000) è rappresentato dai cittadini di paesi est-europei non appartenenti all’UE.

• I cittadini dei paesi est-europei (+181.000 nel corso del 2009, cioè +9,5%) contribuiscono per circa la metà anche all’aumento degli stranieri residenti: quelli dei paesi UE di nuova adesione sono cresciuti complessivamente di circa 105.000 unità (+10,9%), mentre quelli dei paesi dell’Est europeo non facenti parte dell’Unione sono aumentati di 76.000 unità (+8,1%). I cittadini dei paesi asiatici sono 71.000 in più, con un incremento relativo dell’11,6%.

• Oltre il 60% dei cittadini stranieri risiede nelle regioni del Nord, il 25,3% in quelle del Centro e il restante 13,1% in quelle del Mezzogiorno, anche se nel 2009 la popolazione straniera è cresciuta di più nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-nord.

Infine, ad edificazione comune, un altro di quei fatterelli diversi che, non segnalati, passano inosservati: ma che, come certi omicidi nauseabondi e gli ancor più nauseabondi talk show seriali innescati a seguire, come certe malversazioni piccole o grosse che siano, fanno inesorabilmente, un Porta a Porta dopo l’altro, costume e abitudine: l’ufficializzazione della mazzetta[4]. Dunque

E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un decreto attuativo derivante dalla finanziaria 2009, che prevede l'istituzione di agenzie per lo snellimento delle pratiche delle imprese. Queste agenzie (private) saranno dotate di autorità certificatoria. Recita testualmente il commento ufficiale: "E' un passo ulteriore verso la privatizzazione della Pubblica Amministrazione".

Si tratta dunque della legalizzazione della mazzetta, che assumerà la forma di compenso per attività di snellimento pratiche e verrà regolarmente fatturata. E' l'evoluzione "epocale" del meccanismo del bakshisch, che ha caratterizzato gli anni della lunga decadenza dell'impero ottomano.

Può anche assimilarsi al metodo Cepu, nel quale la velocità di apprendimento è correlata all'entità delle somme sborsate. L'iniziativa rientra nella lotta alla criminalità, attuata tramite la legalizzazione di attività considerate punibili da una cultura giustizialista e repressiva di una certa sinistra. Si attende analogo provvedimento a favore delle famiglie, con l'istituzione di un "quoziente di criminalità familiare", che consenta di ridurre statisticamente il numero dei crimini commessi fra congiunti o parenti.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Il FMI adesso ha calcolato[5] che l’economia globale del pianeta è cresciuta più rapidamente di quanto si aspettasse il Fondo stesso nella prima metà del 2010 e predice adesso che nell’insieme dell’anno crescerà del 4,8%. Nel 2011, dice, avvertendo che la crescita in molti paesi (specie in America e nelle altre economie occidentali avanzate e specie in quelle che si sottoporranno al salasso di PIL autoimpostosi con l’austerità) resterà fragile, continuerà a crescere forte nei mercati dei paesi emergenti ma, globalmente, rallenterà al 4,2%.

Il Fondo ha anche rivisto, leggermente al ribasso, la propria stima della riduzione contabile dei debiti delle banche incorsi in rapporto con la crisi globale: tra il 2007 e il 2010, dice ora, saranno pari a $2.200 invece che a 2.300 miliardi: sui 900 in America, 600 nell’eurozona e 450 solo nel Regno Unito; in Asia solo 100[6].

LOrganizzazione internazionale del Lavoro, una delle più vecchie Agenzie delle Nazioni Unite (antesignana, anzi: nacque nel primo dopoguerra insieme all’allora Lega delle Nazioni), che accoglie tutti i paesi dell’ONU e studia e “sorveglia” con notevoli competenze tecniche la situazione del lavoro e dei lavoratori un po’ tutto il mondo, ha pubblicato adesso il suo Rapporto sulla situazione del lavoro nel 2010[7] *. Ha spiegato il direttore dello studio, l’economista del lavoro Raymond Torres, che un ritorno al livello occupazionale globale ante crisi non si potrà avere prima del 2015: al più presto, cioè, per lo meno due anni dopo la precedente stima.

Ecco, sintetizzate a seguire alcune delle conclusioni principali del Rapporto OIL:

   • Almeno in una trentina di paesi sono stati segnalati casi di forte disagio e sommovimento sociale legati alla crisi finanziaria ed economica globale e ai suoi effetti— molti di questi casi nei paesi maggiormente avanzati. E, su temi specifici come le condizioni di lavoro e il livello del salario reale, sono stati registrati movimenti anche di notevole impatto sociale in diversi paesi in sviluppo (in Cina, ad esempio).

   • Molti dei paesi che a fine 2009 avevano registrato una crescita dell’occupazione stanno ora sperimentando il suo indebolimento. Sempre alla fine del 2009, d’altronde, più di quattro milioni di senza lavoro hanno semplicemente cessato di cercarlo e solo in quei paesi per i quali esistono in proposito rendicontazioni attendibili.

   • In più dei 3/4 degli 82 paesi dalle cifre attendibili, la percezione da parte della gente della qualità del loro lavoro e del proprio standard di vita nel 2009

è scesa rispetto ai dati analoghi del 2006.

   • Anche fra chi un lavoro ce l’ha, la sensazione di appagamento sul lavoro si è andata  significativamente deteriorando con un senso di accentuata insoddisfazione che è  cresciuto in 46 di quegli 82 paesi.

   •  In  36  paesi  su 72 – e  francamente  a  noi sembrano pochi… – molti hanno una fiducia minore nel proprio governo di quanta ne avesse prima della crisi: vorremmo vedere il contrario.

   • L’OIL avvisa i governi che fermare o ridurre oggi gli interventi di stimolo fiscale in mezzo a una ripresa economica ancora tanto fiacca, potrebbe essere non solo dannoso ma anche esiziale (in fondo, come sa bene ogni disoccupato la recessione non è finita finché lui resta disoccupato…. È solo un sentimento, sicuro, ma è anche – e come! – una realtà politica oltre che economica).

●Il governo americano ha cancellato molto prima della scadenza la moratoria sulla trivellazione in acque profonde nel Golfo del Messico che aveva imposta quando, dalla piattaforma esplosa, cominciò mesi fa a riversarsi greggio nell’oceano. Vennero riversati in mare, secondo i calcoli più conservativi della compagnia stessa, la BP, un po’ più di 5 milioni di tonnellate. Il problema, naturalmente, è che secondo altri calcoli della compagnia e dell’indotto che le gira intorno la sospensione ha fatto anche perdere tra gli 8.000 e i 12.000 posti di lavoro[8]: in uno dei mestieri, tra l’altro, meglio pagati al mondo...

L’Unione europea ha annunciato che a breve (ma quanto?) svelerà le sue regole, più severe, sull’apertura di pozzi petroliferi a mare e che alzerà anche il tetto dei rimborsi dovuti dalle compagnie petrolifere in caso di disastri. Nelle acque costiere d’Europa, oggi ci sono in attività ben 900 pozzi offshore.

●Una previsione che la grande banca d’affari americana J. P. Morgan avanza, adesso, paventandola come ormai prossima è di un greggio a $100 al barile[9] cui stanno spingendo:

• un dollaro che si va indebolendo— e che quindi spinge i produttori, che in dollari vengono pagati e si fanno pagare, a chiedere di più, ragionevolmente dal loro punto di vista;

• la domanda cinese, rampante, ma anche quella globale che pure, molto più lentamente, risale; e

• la necessità pressante di greggio che hanno adesso i francesi per ricostituire il loro stock strategico consumato durante gli scioperi e l’alt della protesta di massa contro la riforma per legge delle pensioni che ha, per settimane di seguito, paralizzato il paese.

●Stati Uniti e Cina si sono, intanto, duramente scontrati, il 9 ottobre, per tutta la settimana dei colloqui sul cambiamento climatico a Tianjin in Cina[10], dove si cercava di rimediare un minimo di progresso prima del vertice di Cancun a fine novembre-inizio dicembre al fallimento sostanziale della conferenza di Copenhagen.

Si sono accusati a vicenda, per l’ennesima volta e stavolta senza tante circonlocuzioni, di bloccare ogni progresso possibile: l’inviato americano Jonathan Pershing ha ammonito che la colpa è della Cina che rifiuta sempre di impegnarsi a ridurre i gas serra che emette; l’inviato cinese Su Wei, gli ha detto in faccia, e cifre dell’ONU alla mano, che mente e ha insistito sul fatto che, prima di chiedere qualcosa a un paese come il suo – che ha cominciato solo da qualche ano a contribuire al problema – gli USA e gli altri grandi inquinatori da sempre sono tenuti ad agire per primi, piantandola anzitutto di mascherare le loro responsabilità dietro cortine fumogene.

●Vladimir Putin ha ribadito che il bando all’esportazione di grano russo verrà reiterato per altri sei mesi: almeno. Il raccolto sarà, infatti, per la siccità e gli incendi di primavera-autunno, limitato a 60 milioni di tonnellate che, insieme alle riserve strategiche del paese, copriranno il fabbisogno ma senza lasciare grandi margini oltre i 75 milioni di tonnellate previste necessarie. Al momento, la scadenza prevista è al 1° luglio 2011[11].

CALENDARIO

●Il 2 novembre, negli Stati Uniti, elezioni di medio termine per rinnovare tutta la Camera e un terzo dei seggi al Senato.

●Vertice dei G-20 a Seul, l’11 e 12 prossimi.

●Il 19-20 a Lisbona vertice della NATO che, alla presenza di una rappresentanza russa, discuterà della cosiddetta “nuova sua concezione strategica” e se allargare o meno la visione di sicurezza europea cui sottoscrive finora in modo da comprendervi anche la Russia stessa, secondo il suggerimento del presidente Medvedev: le opinioni sono divergenti.

PREVISIONI, adesso,

tentative come le chiamano gli americani – come sempre, dunque, coi caveat del caso – sulle tendenze principali nei rapporti internazionali dell’ultimo trimestre dell’anno:

Iran-USA-Iraq

Sempre che Israele o la fazione filoisraeliana dell’Amministrazione non scatenino la guerra con l’Iran, questi saranno i mesi di un’intesa peraltro abbozzata e informale, preliminare, tra Washington e Teheran per trovare un equilibrio tra le varie fazioni che coesistono e cobelligerano ancora in Iraq. Intanto, L’Iran continuerà a rafforzare appoggio e presa su Hezbollah in Libano e su Hamas a Gaza e Washington continuerà a lavorare, con l’Arabia saudita in specie, per cercare di separare la Siria dall’Iran. Ma, per farlo, ha bisogno della connivenza difficile da consolidare di Gerusalemme cui la tensione tra Irane  USA conviene sempre.

La guerra in Afganistan

A Washington aumenta la tensione per i dubbi montanti, o forse è meglio dire la nessuna fiducia ormai, sull’efficacia della strategia di contro-insorgenza lanciata in Afganistan e per il fatto che, malgrado ciò, non si vedono tempi né un abbozzo di contenuto della revisione strategica: che non è prevista almeno fino a fine anno, quando è stato annunciato che metteranno insieme la congrega dei cervelli – tutti rigorosamente americani, s’intende: come in politica economica: gli stessi che finora hanno combinato solo casini – per condurre una riconsiderazione di tutto.

Nel frattempo, sul campo, molta dell’attività americana e alleata verrà paralizzata dall’inverno e dal gelo, il governo afgano e quello pakistano restano avvinghiati e paralizzati nel loro balletto per la sopravvivenza con e contro il loro ingombrante alleato e controllore comune e cercheranno di condurre a buon fine (ma già, qual è?) il loro negoziato, cauto e titubante, con la resistenza o, se preferite, con l’insorgenza talebana (di qua e di là del confine).

Nel centro e nei dintorni delle città, invece, dove la neve non blocca sicuramente gli attacchi con alto esplosivo e armi leggere dei talebani e i loro attentati, continuerà il diluvio di morti “collaterali” di civili e lo stillicidio di vittime tra i militari della coalizione. Che non riuscirà ad imporre, né oserà chiedere di imporre, al Grande Fratello una riconsiderazione strategica della guerra che sia, per una volta, comune davvero: se serve continuarla e come o se sarebbe meglio andarsene: discussione che non è neanche pensabile… pensate un po’ a La Russa che la chiede a Robert Gates.

La “resurrezione” russa

La Russia continuerà a consolidare nel quarto trimestre del 2010 l’avanzata politica e di influenza economica compita quest’anno in Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. Ma dovrà preoccuparsi, adesso, del potenziale colpo di coda di militanza islamista in Tajikistan, dovuto alla destabilizzazione che le operazioni militari in corso nell’adiacente Afganistan seminano in territorio tagiko. Mosca rafforzerà le sue posizioni anche in Moldova e nei paesi baltici, con maggiore attenzione e finezza di quella utilizzata per farlo in passato.

Le elezioni in Lettonia, dove il partito filo russo che ha perso ha comunque eletto il secondo blocco  di deputati al Congresso, e quelle adesso a novembre in Moldova rappresentano opportunità di una più incisiva influenza dei russi. Probabilmente ciò causerà per esempio il rivolgersi dei romeni a Washington oltre che all’Unione europea di cui sono parte: ma oltre oceano sono ormai ben coscienti dei propri limiti considerando che la lezione del 2008 a Tibilisi non è stata dura solo per i georgiani ma anche per i rodomonti americani, non solo Bush ma anche Biden e Clinton, tutti chiacchiere e niente azione, fortunatamente per tutti.

La Russia dovrà tener conto, ancora per fortuna di tutti, della necessità di mantenere in questo suo periodo di “resurrezione” geopolitica l’ottimo rapporto che ha sviluppato ormai con la Germania e migliorato molto anche con la Polonia e, attraverso Berlino anzitutto, anche con l’Unione europea malgrado le pulsioni un tantino revansciste che in essa spesso fanno capolino su spinta di antichi e di per sé, storicamente anche comprensibili ma obsoleti risentimenti. Comunque, a breve, Berlino finirà col tirarsi indietro dal quasi impegno che aveva assunto, senza neanche sentire l’America,  sulla proposta russa di un trattato paneuropeo di sicurezza. Ma il sasso nello stagno della NATO, intanto, è stato gettato e produce onde…

Israele e mondo arabo

Lo stallo resterà tale e quale. Netanyahu non osa offrire la terra per la pace e Abu Mazen, tanto meno Hamas, può offrire la pace senza la terra: cioè, senza il ritiro dai territori occupati, tutti.  In una situazione come questa, di totale e assoluta asimmetria fra il potere degli israeliani e quello dei palestinesi, l’unica possibile via dì’uscita è l’intervento – l’intervento politico, ma pesante, condizionane – degli americani a piegare gli uni e gli altri: più gli uni degli altri, dato lo squilibrio di cui dicevamo.

Se no, e è ovvio, è il fallimento: l’ennesimo e il più pericoloso, perché da una parte sembra esserci ormai solo la disperazione e, dall’altra, solo la paura o la paranoia che poi alla paura porta… Solo che Obama, è paralizzato dalla lobby filoisraeliana d’America. L’Europa, al solito, non conta un c***o perché non osa né oserà mai – ma speriamo che mai sia avverbio esagerato, alla fine – parlare e rischiare qualcosa insieme…

L’Europa, che non c’è, continuerà a non esserci…

… certamente in questi altri tre mesi fino a fine anno e, molto probabilmente, anche oltre.

Tensioni Cina-USA

Andranno avanti con scontri, frenate e incontri sulle rispettive politiche economiche. E, alla fine, a meno di una completa conversione e subordinazione dell’una al modello degli altri, impossibile: si trascineranno a lungo. Washington tende a rafforzare i legami che ha con alleati e partner nell’area dell’Asia-Pacifico; e Pechino ad allargare ed approfondire la sua crescente influenza geostrategica, geoeconomica e geopolitica su tutta la regione.

Intanto sotto traccia, sfrigolano sempre i carboni non spenti del tutto della tensione con l’India (i due supergiganti dell’Asia) e dell’inquietudine nipponica di fronte alla propria perdita di statura in relazione alla Cina. Washington farà la voce grossa sullo yuan che vorrebbe vedere rivalutato ma non farà nulla di concreto per sovvertire realmente il commercio cinese: dipende troppo da esso per i propri consumi di massa e ormai per tante produzioni americane di cui i padroni veri sono in ultima istanza i cinesi.

in Cina

●L’attivo dei conti correnti cinesi, del resto, ha toccato – informa l’Amministrazione centrale dei cambi[12] – i $126,5 miliardi nei primi sei mesi del 2010, registrando un -6% anno su anno, col conto finanziario e di capitale che è però cresciuto del 48% a $90 miliardi. I conti correnti del secondo trimestre sono in attivo per $72,9 miliardi, in crescita del 35% sull’anno scorso, ma nel trimestre il conto capitale e finanziario è sceso a $25,8 miliardi del 68%.

●Le riserve della Banca centrale crescono di altri $178 miliardi, dell’8% sull’anno passato nel primo semestre ma calano solo nel secondo del 17% crescendo “solo” di $82,1 miliardi. Ma il fatto è che a settembre, preso a sé, la crescita delle riserve cinesi tocca i $194 miliardi al record di $2.650 miliardi molto al di là delle previsioni più larghe nel paese che già da molto tempo detiene le più vaste riserve al mondo.

●Il PIL della Cina è cresciuto del 9,6% nel terzo trimestre sullo stesso periodo del 2009[13]. Rispetto ai primi due trimestri, c’è un rallentamento sull’11,9% del primo e il 10,3 del secondo. Le entrate fiscali a settembre sono state di 628,72 miliardi di yuan ($94,66 miliardi), +12,1% su un anno prima. Gli investimenti diretti esteri sono aumentati del 6,14% anno su anno $8,384 miliardi e del 16,6% nei primi nove mesi. I prestiti denominati in yuan fatti dalla Cina settembre sono stati di 595,5 miliardi di yuan ($89,28 miliardi), in aumento del 9,2% da agosto, secondo i dati della Banca centrale.

● La linea ufficiale di povertà verrà a breve, viene annunciato, modificata dal governo cinese che sta predisponendo le misure necessarie per portarla da 1.196 yuan all’anno (al cambio bancario sui $180; al cambio effettuato a parità di potere d’acquisto, cioè in termini reali, sette-otto volte tanto) a 1.400 yuan all’anno[14]. La linea ufficiale di povertà, che era stata fissata finora in base solo al minimo di spesa alimentare necessaria per sopravvivere, ma d’ora in poi prenderà in conto anche altri fattori che, ormai, vanno considerati come necessari a un minimo decente standard di vita.

●Crescono le preoccupazioni negli USA, baluardo ultimo per definizione del “libero mercato” – libero meno quando gli serve proteggerlo, si capisce: come per le professioni liberali più remunerate (medici, ingegneri, avvocati…), qui da sempre protette da leggi e regolamenti con ogni tipo di ostacolo illiberale (esempio: ordini professionali graniticamente chiusi) dall’ingresso nel paese della concorrenza dall’estero— perché non è ormai più solo la Cina a voler “regolare”, ad esempio, il mercato dei cambi.

Annunciano ora che intendono farlo – anche violando le regole del Washington consensus, del FMI, dell’OMC – le loro, insomma: o almeno le loro interpretazioni  – anche, esempio non irrilevante, Brasile e Giappone. Lo annuncia, per questo paese, il ministro delle Finanze, Yoshihiko Noda, precisando che il Tesoro nipponico “prenderà tutte le misure indispensabili, intervenendo dove e quando lo riterrà opportuno, contro l’apprezzamento dello yen[15]: altro che affidarsi al mercato e alle sue “spontanee” speculazioni. Insomma, come la Cina… Anzi, proprio senza freni…

Però, al G-7 tenuto a Washington, a latere dell’incontro del FMI, sul Giappone grande silenzio mentre salgono appena frenati dal bon ton del livello internazionale – pur con qualche caduta, in genere americana – le voci tra l’allarmato e l’indignato per il comportamento cinese…

●In contraddizione eclatante, però, con questa preoccupazione di liberare del tutto il mercato dei cambi, gli USA vogliono al contrario regolare molto più di quanto ora sia quello del commercio internazionale. Politica contraddittoria, ma stesso obiettivo che si propongono ufficialmente di proporre al G-20, a Seul: controllare e ridurre la forza della Cina.

Qui puntano a ridurre l’attivo degli scambi commerciali della Cina – contro i dettami del mercato che quando a loro fa comodo pretendono di difendere – mettendo un tetto a quanto un paese può andare in  attivo (ma, si capisce trattandosi di loro, non a quanto può andare in passivo: pur essendo i due fattori tanto intimamente legati da costituire lo stesso problema come aveva già detto Keynes, dicendo che andavano regolati: ma entrambi…).

Solo che la Cina dice subito che no, che non ci sta, che non darà certo il suo assenso a una proposta come questa che obbligherebbe in pratica solo Pechino a rendere conto ad altri dei propri conti commerciali o di qualsiasi altra misura (sul cambio, ad esempio). Insomma, i tempi dei “trattati ineguali” sono proprio passati e chi non l’ha capito farebbe meglio a svegliarsi… Anche se il tetto suggerito del 4% da Washington venisse poi esteso ai deficit commerciali – alla Keynes, appunto – la Cina pretenderebbe di verificare la proposta: come funzionerebbe per un paese che è in deficit? chiuderebbe le importazioni? e con quali strumenti?...

Anche il nuovo ministro del Tesoro australiano, Wayne Swan, avanza molti dubbi sul funzionamento di un simile meccanismo, mentre quello tedesco dell’Economia, Rainer Brüderle che sostituisce all’incontro il collega delle Finanze, Schäuble, ospitalizzato, attacca l’idea americana con una certa dose di deliberata provocazione.

Dichiara di paventare, in effetti, portando a un accenno di sogghigno il delegato cinese e il vice ministro dell’Economia russo, Dmitri Pankin, una proposta con cui gli USA sembrano riportarci – dice – “al pensiero dell’economia pianificata”… Del resto la Germania sarebbe con la Cina lì lì a quel tetto proibito e non è d’accordo a subirlo, ovviamente; e il liberal-democratico Brüderle è un campione notorio della libertà di mercato, intesa proprio come non regolamentare niente e nessuno.

A questo punto, un po’ inutile sembra anche la mossa con cui il Brasile, nell’ultima settimana della propria campagna presidenziale, aveva evitato di inviare al G-20 preparatorio del 22-23 ottobre sia il ministro delle Finanze, Guido Mantega, che il proprio banchiere centrale, presentandosi solo – incongruamente – con un direttore generale del ministero.

Brasilia temeva di restare isolata, insieme alla Cina, dall’attacco sistematico che sembravano preannunciare gli americani alla “manipolazione guidata” delle valute nazionali, visto che si sta rendendo “colpevole” dello stesso peccato cinese, quello di cercare di forzare il mercato dei cambi a svalutare una moneta – nel caso cinese lo yuan, nel loro il real – che sul mercato si va troppo rapidamente apprezzando e penalizza le esportazioni.

E, invece, qui trova il dollaro, la Fed e la sua politica di una facilitazione guidata della liquidità accusata addirittura di voler ricostituire l’economia pianificata d’antan[16]

Il ministro giapponese, Yoshikiko Noda, dice che l’idea non è pratica e che potrebbe, al massimo, costituire una specie di “riferimento teorico”: un po’ come il tetto di deficit/PIL al 3% dei paesi europei, aggiunge nella conferenza stampa riservata ai media di casa sua (senza traduzione) che suscita, appena risaputa,  i rimbrotti imbronciati del rappresentante UE. Ma che è assolutamente azzeccata, ben più dei 2/3 dei membri della UE non rispettano il tetto, i grandi per primi[17].

E Sarkozy[18], che prenderà dopo novembre la presidenza del G-20, propone ormai apertamente di tornare alla prassi di coordinamento delle politiche monetarie che negli anni ’70, prima che l’ortodossia del libero mercato schiacciasse tutto, assicurò, ricorda, “un certo ordine” nei cambi e nella finanza internazionale attraverso gli accordi tra i maggiori governi dell’occidente. Oggi, certo, il problema è anche questo: che solo il salotto buono dell’occidente – pur allargato a quelli che Hitler aveva definito Ehrenarien— ariani onorari (sic!), i giapponesi, non basterebbe più…

●Delle questioni del cambio tra yuan e euro ha parlato a Bruxelles il primo ministro Wen Jabao con il Commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, il presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle Finanze europei) e primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker, e il presidente della BCE, Jean-Claude Trichet.

Dopo l’incontro, che aveva aperto il presidente della Commissione Barroso sottolineando l’importanza per il mondo degli scambi euro-cinesi a €327 miliardi nel 2009, Juncker ha tenuto il punto in conferenza stampa: il cambio effettivo della valuta cinese è sottovalutato. Ma la Cina non concorda su tale valutazione.

E, infatti, subito puntualizza Wen a latere dell’incontro, non in conferenza stampa ma nel simposio tenuto coi businessmen europei: per mantenere e sviluppare questo livello di cooperazione è importante che l’Europa non si metta a far l’eco a altri che fanno pressione alla Cina per farle rivalutare la sua moneta.

Wen ha motivato le resistenze cinesi spiegando che l’attivo dello scambio del suo paese nei confronti di quello americano non c’entra niente con il tasso di cambio[19] ma è dovuto soltanto alla particolare natura delle due economie (gli americani che importano beni di consumo in quantità colossali, i cinesi che non riescono a  importare dagli USA quello che vogliono: esclusivamente per decisione degli USA).

E ha aggiunto che il mondo non trarrebbe vantaggio alcuno da un apprezzamento dello yuan del 20-40% – la  richiesta ufficiosamente avanzata dagli americani quando non fanno più il loro insincero appello a libero mercato ma ai loro reali desiderata – perché non migliorerebbe l’equilibrio degli scambi visto che non è consentito ai cinesi di importare ciò che desiderano e rallenterebbe soltanto l’economia cinese danneggiando pure la crescita globale…

●In effetti, e tra parentesi qui ma sempre sul punto, il rischio di una vera e propria guerra delle valute non esiste in rapporto alla sottovalutazione dello yuan perché, spiega il ministro del Tesoro americano Geithner perché il processo comunque è già avviato anche se si tratterà di una graduale rivalutazione: a Washington ma anche in molti altri paesi, perché il problema dello yuan non è, certo, solo preoccupazione americana, l’apprezzamento della moneta cinese constatato nelle scorse sei settimane è stato puntualmente notato.

Cui Tiankai, l’esponente delle Finanze che guida il negoziato informale da tempo in atto per la parte cinese, chiarisce subito, a ruota, confermano che la decisione politica del suo governo è quella di non fissare né specificare alcuna parità per la propria moneta e che l’apprezzamento “apprezzabile” registrato da due settimane  questa parte è tutto dovuto alla continua crescita dell’economia nazionale e non certo alle pressioni americane né a quelle di qualsiasi altro paese.

E poi contesta, misurando i termini ma con nettezza e contestualmente, come “insincera e mendace” la contestazione di Geithner che, “se la Cina tiene giù il valore della propria moneta, sale quello delle valute dei paesi emergenti che devono lavorare enormemente per non essere messe a svantaggio sleale nei confronti della Cina”. I rapporti che la Cina ha con gli altri paesi emergenti non sono certo avvelenabili, dice, da considerazioni e insinuazioni di questo tipo[20]

ui, ma senmopre sul tema,

L’eurozona, ha aggiunto comunque Juncker, ha però valutato positivamente la decisione con cui la Cina qualche mese fa, a giugno, ha annunciato per lo yuan una maggiore flessibilità anche se ancora non se ne sono visti tutti i possibili frutti. Trichet ha precisato che la questione è importante per la crescita globale e ha ribadito che ancora non c’è stato movimento “sufficiente” da parte cinese, Trichet ha anche spiegato che la BCE ha apprezzato l’offerta di Wen Jabao di comprare notevoli quantità di buoni del Tesoro greci quando Atene tornerà sul mercato dei capitali, sottolineando il livello buono della cooperazione sino-europea[21].

L’idea, non nuova, è stata formalizzata dai cinesi anche a Bruxelles per assicurarsi, anche, una copertura di gradimento europeo dopo essere stata presentata ai greci dal primo ministro cinese e da loro ufficialmente accolta anche con dichiarata gratitudine.

●Sembrerebbe da un’attenta lettura dei documenti e delle testimonianze che con questo vertice sino-europeo sia però, tutto sommato, andata perduta un’altra occasione: come conclude un attento osservatore “Il vertice UE-Cina si è concluso senza un chiaro accordo strategico. Per rilanciare il partenariato, Bruxelles e Pechino avrebbero dovuto e dovrebbero puntare a un patto complessivo sui grandi temi globali”: sia quelli che d’acchitto sembrano unirli che quelli che paiono dividerli. “Nel comunicato finale del vertice c’è una promessa generica a intensificare gli sforzi comuni su temi come la riforma del Fondo monetario internazionale, l’energia e il cambiamento climatico. Ma nessun impegno preciso né sui contenuti né sui meccanismi di cooperazione[22].

E il sospetto è che da sola l’Europa non osi muoversi... da una parte, sembra troppo ripiegata su se stessa e sulla contemplazione, quasi, del proprio ombelico – della propria crisi economica, politica e anche culturale – e, dall’altra, pare affetta di una specie di soggezione di fronte a un partner che ormai fa la propria politica con saggezza e diplomazia fine e, allo stesso tempo, assertiva: ma anche senza alcuna subalternità da altri nel mondo.

La Cina si affaccia oggi all’Europa comprando titoli e assets, ed è pronta come s’è visto a “aiutare” chi nell’Unione, come la Grecia, è in difficoltà. Ma, d’altra parte, il tornare anche cautamente alla carica sul rispetto dei diritti umani (i dissidenti, il Tibet, quant’altro) per la Cina costituisce un’irritazione, non solo tattica. E’ un’intromissione che non sopportano più dagli americani: immaginatevi un po’ da questi europei, tanto sparpagliati tra loro…

Con la Cina, l’Europa deve decidere e deve proporle di puntare alto: negoziare e trattare di un ordine finanziario internazionale regolato e diverso dal disordine totale che impera oggi; di un approccio diverso al cambiamento climatico che interessa noi e loro; di un differente equilibrio negli scambi commerciali. Ma, per farlo, i cinesi – e ci sarà da verificare comunque se sono interessati, alla fine, o se decidono come forse potrebbero di fregarsene di noi e di puntare sull’America e l’Asia soltanto – comprensibilmente, da noi chiederanno due garanzie.

La prima è che chi parla per l’Unione si presenti al tavolo della discussione, del negoziato e della trattativa con una voce soltanto, non tante sparse e conflittuali tra loro; e la seconda è che non ci presentiamo come longa manus neanche troppo nascosta dell’amico americano: il che non significa necessariamente che dobbiamo staccarci da loro, ma sicuramente che dobbiamo sempre – questo sì – apparire pienamente autonomi. E anche cercare di esserlo…

●Le esportazioni cinesi a settembre sono cresciute del 25,1% dall’anno prima, a $144,99 miliardi, malgrado la caduta rispetto al 34,4 % di aumento in agosto, secondo l’Amministrazione generale delle dogane. L’import cresce del 24,1 a $128,11 miliardi con un attivo della bilancia commerciale che al momento, nel 2010, raggiunge i $120,6 miliardi, in ribasso del 10,5% dall’anno scorso ma che, solo a settembre, scende a $16,88 miliardi[23].

●Ogni tanto qualche dato, qualche cifra, sul reale status degli scambi tra USA e Cina fa bene per tener d’occhio la realtà delle cose. Si scopre così che l’export cinese in America è pari a circa il 6% del PIL e che anche un aumento forte dello yuan, se mai lo accettassero, potrebbe essere assorbito anche se con qualche difficoltà. Ma a Pechino fanno notare, e a Washington non possono che confermare, come l’export cinese negli USA sia già caduto del 17,4% in un anno, dal terzo trimestre del 2008 al terzo del 2009, e che la Cina vi ha fatto fronte con un massiccio pacchetto di stimolo che ha portato comunque il PIL a crescere del 9%.

In ogni caso, sembra dire la Cina ai congressisti americani che chiedono al Tesoro di denunciare all’OMC come sussidio proibito il fissare – parzialmente – il cambio dello yuan rispetto al dollaro (non esiste: l’OMC non ha, comunque,  nessuna competenza sul cambio; e non sempre, poi, nelle sue conclusioni, finora, dà ragione agli americani: ultimo caso, qualche settimana fa quando —L’OMC dà ragione alla Cina nella controversia sull’esportazione di polli americani[24]…), noi la nostra parte per quello che vi riguarda – far calare le nostre esportazioni – l’abbiamo fatta.

Siete voi che non fate la vostra (perché, dite, voi siete comunisti), mettendo mille ostacoli speciosi all’export che noi vorremmo poter fare dall’America (l’high-tech), ma che voi ostacolate per motivazioni puramente ideologico-politiche, impedendo così di aumentare la vostra quota e di favorire un rapporto certo più equo negli scambi.

E state attenti, ammonisce Zhang Guobao, vice presidente della Commissione nazionale di sviluppo e riforma – che ha voce diretta in capitolo sulle questioni del commercio e della moneta – che “se   come ha annunciato il rappresentante americano per il Commercio, il suo ufficio investigherà il sostegno del governo cinese ai fabbricanti di prodotti energetici solari, di veicoli a basso consumo energetico e di batterie tecnologicamente avanzate, e davvero perseguisse la questione nelle assise dell’OMC, gli unici a ritrovarsi umiliati alla fine sarebbero proprio loro[25].

Perché la Cina non starà certo ferma: e se voi avete accumulato contro di noi le centinaia di documenti – in cinese – raccolti da sindacati e imprenditori (li ha citati l’ambasciatore Ron Kirk)  noi a documentare le vostre accuse ne abbiamo – in inglese – migliaia…

●L’America, l’Amministrazione (Obama, Geithner, Clinton…) aveva lasciato montare troppo irresponsabilmente le aspettative che, alla riunione del FMI a Washington a inizio ottobre, la pressione sua, congiunta a quella degli alleati, sulla Cina avrebbe portato a un risultato evidente sul cambio yuan-dollaro. Poi, il 9 del mese, la riunione almeno rispetto alle aspettative lasciate e fatte montare è fallita[26].

Perché il problema non è affatto solo degli americani, come loro sembravano convinti a forza di guardarsi solo il proprio ombelico, perché in molti hanno pensato e mostrato di pensare anche se non sempre hanno detto che, in realtà, anche il dollaro dovrebbe essere rivalutato, perché le argomentazioni della Cina – liberalizzate le vostre esportazioni se volete che importiamo di più e noi lo facciamo[27]; e non fate gli ipocriti a denunciare noi per la debolezza dell’occupazione da voi – qualche impatto l’hanno alla fine avuto…

E lo strombazzato incontro all’FMI, sul quale il Tesoro americano, sbagliando grossolanamente, aveva caricato troppe attese ha finito solo col lanciare un appello a… se stesso, alla sua segreteria permanente, di “monitorare con attenzione” gli andamenti dei cambi – appello francamente bizzarro: come se non lo conoscessero tutti, ogni sera, quell’andamento alla chiusura di borsa – e hanno rimandato ogni decisione operativa al G-20 di novembre a Seul.

Dove verrà lanciato il solito appello al coordinamento ma se non ci si decide a buttar via la regola ultraortodossa della libertà dei mercati, dell’ognuno per sé e nessuno per tutti, cioè se non pugnaleranno al cuore liberismo e monetarismo, non combineranno nulla di nulla. Neanche stavolta…

L’impegno ufficiale sottoscritto da tutti alla fine della riunione promette di affrontare – ma, si capisce, la prossima volta, “le sfide di vasti e volatili spostamenti di capitale che possono risultare dirompenti” (ma come, se non come prima di Friedman e Reagan, tornando cioè a controllare i flussi finanziari?) e a  “lavorare per uno schema più equilibrato di crescita globale, che riconosca insieme le responsabilità dei paesi in deficit commerciale e di quelli in attivo”.

Dice il direttore generale dell’FMI, Strauss-Kahn – che del suo ruolo, con qualche saltuaria eccezione, ha una concezione naturale del tipo chetare, sopire, sopire, chetare di manzoniana memoria – che è solo bla bla: che “il linguaggio – ed è la scoperta dell’acqua calda – non cambia niente, solo politiche effettivamente applicate lo fanno”. Ma erano decenni che un documento del Fondo non riconosceva così esplicitamente responsabilità che non possono non essere condivise, perché sono il risultato aritmetico di un dare ed avere: Stati Uniti, Gran Bretagna e i paesi in deficit di qua e Cina, Germania, Giappone, i paesi in surplus di là.

●A latere della riunione di Washington, il governatore della Banca centrale di Cina Zhou Xiaochuan dice a giornalisti e funzionari che il successo del suo paese nell’abbattere l’inflazione (alimentari e edilizia in specie) manterrà uno yuan forte nei confronti sia del dollaro che delle altre principali valute[28] e sarà anche aiutato dall’inatteso aumento, il 19 ottobre, del tasso di interesse sui depositi a un anno dello 0,25%, dal 2,25 al 2,50% e di quello del tasso sui prestiti dal 5,31 al 5,56%. I policy makers cinesi, sottolinea, sono ben coscienti che lo yuan andrà rivalutato, come del resto lo è già stato in questi ultimi tempi. ma farlo dipenderà da un’accurata valutazione dei fondamentali economici chiave— crescita del PIL, dati dell’inflazione, livello dei consumi interni e occupazione.

Noi abbiamo il dovere di tenere sotto controllo la salute economica del paese ed escludiamo, la Cina esclude fermamente (“per farmi capire ancora meglio, il verbo in inglese è to exclude, to reject, to refute”, aggiunge Zhou a beneficio dei media traducendosi direttamente), di adottare qualsiasi terapia di shock che possa portare a un valore drasticamente più elevato dello yuan perché avrebbe effetti negativi sull’economia, inclusa la crescita e la stabilità sociale.  

E – specifica un docente della scuola di Zhenzhou, dove nella provincia di Henan, si perfezionano i funzionari della Banca centrale, il prof. Wang Yong – non dobbiamo certo preoccuparci se il parlamento americano insiste a definire lo yuan come “una valuta manipolata”: lasciamoli fare (per quello che conta, sembra quasi aggiungere). Noi, quel che dobbiamo fare invece èuasi aggiungere)  proprio fissare un tetto massimo di rivalutazione respingendo il principio stesso che il regolatore assoluto è il mercato[29].

Perché non è mai vero, e  sempre e dovunque lo sanno tutti che l’ultimo strumento di controllo del cambio è la politica (quando Nixon, per dirne una abbastanza lontana ma davvero la più colossale, annullò da un minuto all’altro il cambio in oro del dollaro nel 1971, lo decise lui, non lo decise il mercato…) e il tetto massimo nostro, per il 2010 nel suo complesso, è fissabile, diciamo, nel 3% rispetto al dollaro. E’ bene tenerlo tutti presente: mercati e governi.

●Più in generale ormai si impone la necessità per gli Stati Uniti di riconsiderare globalmente il proprio rapporto con la Cina. Gli USA si vanno allarmando, ad esempio, per il tono duro sempre più comune nei loro confronti – ma più esattamente nei confronti delle Forze armate americane – dei militari cinesi[30].

Questo servizio sul NYT cita, quasi come esemplare – nel senso ormai di diffuso e rappresentativo di un atteggiamento che si fa generalizzato – quel che dice, attribuendogli quasi il compito di parlare per molti se non per tutti i suoi commilitoni, il tenente comandante Tony Cao, della marina militare cinese che partecipa su una fregata nel mar Giallo a esercitazioni navali congiunte con la Marina australiana alle quali, fa osservare il giornale,“egli nota, in modo volutamente pungente, gli americani non sono stati invitati a partecipare”.

Né è probabile che lo siano presto – dice ai giornalisti australiani in un inglese leggermente esitante – finché gli Stati Uniti non smetteranno di mandare armamenti a Taiwan e non smetteranno di spiare la Cina dalla terra e dall’aria”.

Il giornale americano si sorprende un po’ del “tono duro” di questi cinesi. Non, naturalmente, del fatto che effettivamente però l’America manda armamenti a Taiwan – una regione, uno Stato, scissionista dalla Cina – e che continua a spiarla “dalla terra e dal cielo”. Neanche prova a vedere come reagirebbe, l’America, a un comportamento analogo dei cinesi nei loro confronti in una situazione analoga. Neanche gli viene pensato…

Come non gli viene neanche pensato di considerare le reazioni, non un po’ dure ma furibonde che si avrebbero di sicuro in America, se leggessero mai, sul quotidiano più importante di Cina, dell’allarme lanciato contro la quinta colonna rappresentata dal fatto che uno dei loro colossi industriali vuole, forse, provare a comprare una qualche impresa o fabbrica cinese: un pericolo per la possibilità stessa, domani, del paese di sfamare se stesso.

●Esattamente, però, guarda un po’, quello che fa il NYT quando pubblica un articolo, a firma del suo principale esperto di fusioni tra grandi multinazionali, dal titolo eloquente di Preoccupati per la Cina e il cibo del nostro futuro[31]: allarmatissimo perché la prospettiva pone precisamente la questione: “ma vogliamo davvero che i cinesi domani controllino l’impresa che al mondo produce la quantità maggiore di fertilizzanti”, la Potash Corporation che, poi, nominalmente manco è americana?

E, bisogna ammetterlo, è una domanda calzante e, anche, qualche poco inquietante. Ma che agli americani parrebbe assurda se fosse posta invece che a una compagnia cinese a una compagnia americana… Impensabile, no? ma è la domanda che si fa già mezzo mondo sulle multinazionali americane che controllano tanti organismi geneticamente modificati dell’agribusiness mondiale. Ma domanda, appunto, in America semplicemente impensabile.

●Così come neanche viene pensato in America, e neanche in occidente più in generale, come per i cinesi sia insopportabile vedersi indicare al ludibrio universale per il non rispetto dei diritti umani (ad esempio, quelli del nuovo Nobel della pace, Liu Xiaobo, che è cinese, ma è un “dissidente” cinese noto al mondo solo per esserlo e per essersi fatto parecchi anni di galera per questo, a dirci proprio la verità tutta com’è) dando per scontate però troppe cose.

Anzitutto che il concetto di diritto dell’uomo sia cosa solo nostra, dell’occidente, e che gli altri possono solo conformarsi al modo nostro di interpretarlo: peccato che nel mondo così la pensino – la pensiamo: anche, in generale, chi scrive – solo qui in occidente.

E, in secondo luogo, che nel mondo certi criteri – sulla tolleranza del dissenso politico, sulle cose che è lecito o no dire e pubblicare liberamente – siamo noi a definirle e a decretare chi le rispetta e chi no: per esempio, chiarissimo è che non le rispetta la Cina[32], altrettanto chiaro visto che nessuno le fa problemi è che le rispetta pienamente, per dire, l’Arabia saudita… e anche, quando magari comincia a dirci sissignore, il colonnello Gheddafi, che fino a ieri era relegato anche lui tra i reietti.

Per definizione, quei criteri li rispetta poi sempre l’America— ma senza eccezioni? e Abu Ghraib? e la pena di morte? e la gente in galera per decenni senza mai essere stata condannata e neanche, magari, accusata? e la discriminazione razziale di fatto? e la violazione sistematica e strutturale del diritto all’eguaglianza di tutti – tutti – gli americani?

Ecco la Cina pretende, e oggi è in grado di cominciare a farlo, un trattamento alla pari su tutti i piani, non tollera di sentirsi fare la predica da chi spesso predica, o sembra predicare anche bene, ma spesso razzola male e non sono in pochi nel mondo, anche se non tutti sempre sugli stessi temi a cominciare a darle qualche ragione…

●Chi scrive non crede che noi, qui, abbiamo il diritto di starcene zitti al riparo dei nostri maggiori e più rispettati diritti. Dobbiamo dunque parlare, denunciare: per rispetto di noi stessi anzitutto. Ma,  per restare almeno un poco credibili quando lo facciamo, dobbiamo insieme anche fare due cose: non perdonarci niente, anzitutto, a noi stessi, mai; e non fare eccezioni di convenienza politica, o economica o religiosa o altra, a nessuno. Se non siamo capaci di farlo – e succede, di certo – allora meglio star zitti e aiutare magari in silenzio senza fare can can di stampo che, altrimenti, puzza troppo di propaganda per non essere presto avvertito…

D’altra parte bisogna anche notare – e viene poco notato, purtroppo – che qui in Cina non è vero che tutto taccia e che tutto sia ignorato. Invece è vero che, al contrario di venti anni fa, oggi la stragrande maggioranza dei cinesi, e soprattutto dei cinesi più giovani, se ne impipano dei cosiddetti diritti dell’uomo come noi qui li concepiamo: a loro, quelli che hanno sembrano largamente bastare.

Come ha fatto notare un commento recente “la realtà è che la stragrande maggioranza dei compatrioti di Liu ha accettato l’accordo proposto loro [tacitamente] dalla fine degli anni ’70 dal partito comunista [di Deng Xiaoping] e in particolare dal 1989 [dopo il tentativo di rivolta di piazza Tien Anmen]: una straordinaria libertà economica e un’assai considerevole [specie rispetto al passato] libertà anche sul piano sociale, culturale e anche intellettuale, sempre che però non sfidino i pilastri centrali del partito-stato[33]. Ma è del tutto inutile aggiungere commenti del tipo “purtroppo” o “disgraziatamente”: è, invece, importante rilevare anche questo fatto, tra i tanti, e rifletterci sopra.

●Ma come dicevamo – e anche questo è importante rilevarlo – non tace tutto in Cina e, a Pechino, a Shangai, molti lo sanno: ventitre alti esponenti in pensione o, comunque, oggi fuori dal potere, dalla nomenklatura di Stato della RPC hanno scritto e reso pubblica una lettera alla prossima sessione del plenum del partito che “riprova” o “biasima” o “deplora” (Qiǎnzé) la mancanza di libertà di espressione in Cina[34].

Tutti ex alti esponenti del partito tra di essi Li Rui già vice capo del Dipartimento organizzativo del PCC e segretario personale di Mao, Hu Jiwei già direttore del Renminribao, il Quotidiano del Popolo, organo del partito, Li Pu già vice presidente dell’agenzia Xinhua, Nuova Cina, Zhong Peizhang ex capo dell’Ufficio Informazioni del Dipartimento centrale di propaganda del partito stesso…

In particolare, la lettera espone – e con qualche “rabbia” (Lā-bǐ-yǎ), dice – un segreto ben conservato finora ma che qua in Cina molto più che da noi era già quello di Pulcinella: che il discorso autocritico del primo ministro Wen Jabao a Shenzen del 21 agosto scorso, la Tv lo aveva censurato, lo stesso per quello del 23 settembre all’Assemblea generale dell’ONU e idem per l’incontro con la stampa del giorno prima: nessuno dei quali aveva trovato spazio in televisione ma ognuno dei quali era stato dato in diretta, su Internet… A rilevare la difficoltà, ormai, di tenere segreto quello che vuole il potere ma anche come, però, il potere sia esso stesso al suo interno diviso.

Il punto è che in Cina le riforme ci saranno – come ha detto, ripetendolo otto volte in pubblico, e ogni cinese lo sa, Wen Jabao da agosto ad oggi: temi comuni di tutti questi interventi, che il progresso economico potrebbe andare in stallo senza riforme sistemiche, come un sistema giudiziario indipendente, come una trasparenza maggiore delle decisioni prese a livello di governo, come il miglioramento dei meccanismi elettorali a ogni livello.

In altre parole, e in sintesi, il tema è che la Cina ha bisogno di riaprire un discorso sul come far diventare più trasparente e più popolare il dibattito[35] che già c’è sul suo “aprirsi” all’interno e all’esterno. Ma non glielo possiamo dire noi – da Parigi, New York e Roma – come, con chi e con quali tempi farlo.

E non perché non è il regime a tollerarlo ma perché è la maggioranza dei cinesi a respingerlo… Hanno bisogno dei loro modi e dei loro tempi. E come per ogni altro popolo e paese non si può dettarglieli e neanche chiedere loro di farlo secondo i nostri modi, tempi, culture e valori… Non fosse altro perché non funziona, anzi è controproducente.

●Certo, al fondo, ripete un osservatore americano facendo eco alle parole di Wen, ma anche cercando di piegarle alla tesi sua, che sta invocando una democrazia all’occidentale (separazione dei poteri, pluripartitismo, per lo meno a parole in moltissimi casi, certo, anche da noi come vediamo ogni giorno) , “forse la domanda più affascinante, oggi, per chi studia scienze politiche nel mondo è se la Cina potrà continuare a prosperare censurando Internet – per quanto può certo: e non ci riesce sempre – controllando i media e insistendo sul monopolio del potere politico da parte del partito comunista[36].

Buona domanda, sicuro. Che però resta ancora senza risposta. I cinesi – il potere e anche una parte larga dei cinesi stessi – scommettono che il paese può continuare a svilupparsi e anche a trasformarsi senza cambiare il sistema perché esso va bene com’è… Alcuni, pochi sembra per ora tra i cinesi stessi, e molti guru tra quelli che da noi si preoccupano della libertà degli altri più che di quella che a casa propria ancora manca, scommettono invece che no.

Controcorrente va l’ambasciatore americano, Jon Huntsman, che elogiando – come forse avrebbe fatto, però, meglio più prudentemente a non fare in pubblico – il primo ministro Wen Jabao per le sue “aperture su libertà e democrazia”: è importante, aggiunge Huntsman, restare sul tema “attenti e impegnati e mantenere ogni linea di comunicazione aperta: qui è in corso, e vivace, una dinamica di cambiamento[37].  

Noi non lo sappiamo, anche se – l’abbiamo accennato – restiamo convinti che sempre uno/a, un popolo, la libertà se la conquista da solo e mai per concessione, e soprattutto mai per l’impetrazione e le prediche altrui. Come se la stanno, con grandi difficoltà, conquistando in effetti da sé operaie e operai che qui in Cina vanno rivoluzionando dal basso – non è uno slogan, è un fatto – i rapporti di lavoro, scontrandosi coi loro politici, spesso anche coi “loro” sindacati e, sempre, coi loro padroni: specie quelli avvelenati stranieri. Non ancora in tutta la Cina ma un po’ a macchia di leopardo dappertutto davvero. In particolare nelle zone di frontiera della crescita colossale del Sud, il Guandong e la città di Shenzen[38]

Ecco al dunque sappiamo – sentiamo – che non poco del futuro del mondo si trova in quella che sarà la risposta definitiva alla domanda intrigante, posta a livello di tutto questo immenso paese, e che abbiamo messa all’inizio di questo paragrafo: ma la Cina può continuare a crescere senza riformarsi politicamente?

Cioè, in altri termini, potrà avere successo questo nuovo confucianesimo fatto proprio dal partito comunista che, con la chiacchiera (o lo sforzo?) di costruire la cosiddetta “società armoniosa” sembra voler rimpiazzare ogni spinta all’uguaglianza e superare nell’ “armonia” (?) il conflitto di classe? Oppure darà luogo a una ricerca più dinamica, cioè inevitabilmente conflittuale, di altri equilibri di massa attraverso vie già sperimentate di un ritorno alla ricerca di un’uguaglianza più collettivista o mai ancora sperimentate come la competitività del pluralismo capitalistico che privilegia l’individualità di ciascuno?

Questo è un paese di contraddizioni giustapposte ma coesistenti, nessuna che nega in radice l’altra e tutte che convivono confliggendo, in realtà nient’affatto armoniosamente ma sforzandosi di sembrarlo. Mao Tsetung, il faccione tondo che sulle banconote rosa è usato ds parte degli schiavi del lavoro di massa per comprare le magliette fabbricate dai loro fratelli schiavizzati dal lavoro di massa, considerava le contraddizioni come il motore, la forza motivazionale, della lotta di classe e, diceva, del progresso.

Tutto in questo paese sembra, almeno a chi lo osserva dall’esterno, reggersi su un equilibrio che appare precario. E l’equilibrio del mondo ormai sembra in buona parte poggiare su quello di questo grande paese…   

●A metà mese si è riunita a Pechino, più o meno segretamente, per tre giorni la 5a sessione plenaria del 17° Comitato centrale del partito comunista cinese, con in agenda questioni come la definizione e l’approvazione del prossimo piano economico quinquennale e la designazione-elezione del vice presidente della RPC Xi Jinping (57 anni, di Shangai) come vice presidente della Commissione centrale militare: una mossa che pressoché automaticamente – sulla base dei precedenti che qui contano – lo designa, su indicazione dell’attuale presidente Hu Jintao, che pure viene da una diversa “corrente”, diciamo così per capirci, del partito, come futuro presidente e numero uno della Repubblica popolare (e del partito comunista) cinese.

E’ il cursus honorum usuale per l’ascesa nelle gerarchie del PCC, lo stesso che ha portato anni fa alla scelta di Hu come presidente. Il CC del PCC comprende 204 componenti, e circa  170 supplenti, viene eletto ogni cinque anni e verrà rinnovato nel 2012 quando andrà in pensione un’intera generazione di leaders cinesi[39]. E in questa sessione vengono lanciate almeno le candidature principali di quella che sarà la scelta che formalmente solo allora verrà operata: per tutto il gruppo dirigente, l’Ufficio politico in  specie, e anche come previsto per Xi Jinping[40].

Il 12° piano quinquennale, 2011-2015, deciderà su $600 miliardi di investimenti focalizzandoli in modo tutto speciale sul cosiddetto “programma di sviluppo dell’Ovest[41], delle immense regioni interne del paese, al di là della fascia costiera dove gran parte della crescita del paese è stata finora concentrata.

I piani quinquennali vengono implementati poi, di regola, attraverso i meccanismi di approvazione specifici delle sessioni parlamentari e delle riunioni di governo. Ma, oggi, tutte le indicazioni convergono: la leadership cinese sembra decisa a ridurre la dipendenza dalle esportazioni della crescita del paese e a riformattare l’economia in modo da farne dipendere di più lo sviluppo dai consumi interni. Si tratta di una riforma strutturale profondissima che comporterà nell’immediato una riduzione del tasso di crescita, con i conseguenti rischi di destabilizzazione sociale.

●Sarà interessante anche vedere – non si leggerà subito, non ci saranno annunci, ma dopo qualche settimana il trend si renderà comunque più comprensibile – come la questione della riforma politica, per quanto criptica e smussata sarà, riuscirà a emergere dalle deliberazioni del potere che pure dovrebbero rimanere del tutto riservate. E’ ormai inevitabile, dopo la lettera aperta dei 25 ex dirigenti del PCC e le ripetute allusioni ed accenni alla necessità di una riforma anche politica lanciati dal primo ministro stesso, Wen Jabao, che qualche cosa sarà discussa. E, alla fine, trapelerà.

Anche perché questa sessione del CC – ha ricordato Yu Keping, vice capo dell’Ufficio di verbalizzazione e traduzioni del Comitato centrale – il terzo periodo trentennale di riforma, lasciando intendere, di certo non casualmente, che la riunione potrebbe inaugurare un’altra era di evoluzione politica in Cina (il primo periodo di riforma è stato quello fondativo e collettivista di Mao, 1949-1978, il secondo quello della riforma economica che comincia con Deng Xiao-ping e arriva a oggi).

L’elemento più intrigante forse, se questa nuova riforma ora ci sarà, verrà fuori dal come e se affronteranno e risolveranno il nodo del sistema bancario, meglio del sistema finanziario che vige nel paese e che ha su tutto e su tutti, lì ma anche qui, un impatto globale. Al contrario del sistema finanziario che vige da noi in occidente, dove le banche elargiscono credito – per lo meno di regola, non calcolando, ovviamente, i casi frequenti di favoritismi politici e corruzione anche endemica – in base alla probabilità di guadagnarci quando viene restituito e con gli interessi, qui l’obiettivo primario di un’apertura di credito è politico: favorire la stabilità attraverso il pieno impiego e un discreto tasso di crescita.

Di qui anche il fatto, che spesso fa “impazzire” i nostri sistemi perché respinge i nostri criteri di computazione del rischio, di calcolo del guadagno, di previsione dello sviluppo, che qui lo Stato – il padrone finale – sussidia largamente le banche e consente loro di utilizzare parametri diversi dai nostri. Per cui, spesso, qui le imprese non creano grandi profitti. Ma non per questo le chiudono. Perché è il criterio stesso di profitto che è totalmente diverso. Comunque più sociale e meno privato che da noi, misurabile più in posti di lavoro che in quattrini che entrano direttamente in tasca al padrone.

Ecco, sarà cruciale cercare di capire, per valutare il terzo periodo della Grande Riforma cinese, quanto resterà e quanto cambierà— e se cambierà, come da noi molti chiedono e alcuni pretendono, in conformità con le aspettative nostre. Bé, nostre… del nostro sistema dominante, per dirla come al direbbe la scuola marxiana.              

Russia e Cina sottoscrivono, a fine settembre, quello che definiscono un nuovo stadio bilaterale di cooperazione nella regione del Pacifico asiatico[42] che li vede entrambi presenti e attivi— non da soli, certo: ma tocca agli altri, se e quando vogliono, chiedere di aderire… Così riassume il vice ministro russo degli Esteri, Alexey Borodavkin, parlando di una relazione di tipo strategico qualitativamente nuova ricca di iniziative di relazioni internazionali.

●Il primo ministro giapponese Naoto Kan, che continua a insistere sul fatto che rapporti buoni con la Cina sono vitali per il Giappone, dice di essere preoccupato, però, per la mancanza di chiarezza sullo sviluppo della propria strategia militare e delle proprie attività marittime dall’Oceano indiano al mar Cinese orientale. Il rapporto tra Giappone e Cina, osserva, è di grande importanza per la regione e il mondo ma ha bisogno di trasparenza e responsabilità come membro della comunità internazionale[43].

A tamburo battente, Pechino informalmente risponde: chiede essa trasparenza a Tokyo, che venga pubblicato il testo, rigorosamente finora segreto, degli accordi tra Stati Uniti d’America e Giappone sul transito e la presenza nell’arcipelago e nelle sue acque di portaerei e navi americane dotate di armamento nucleare. E il Giappone, con Naoto Kan – che come in generale i suoi compatrioti non ha un gran senso dell’umorismo – ingrugnatissimo quando gli riferiscono della risposta cinese leggendo la notizia in conferenza stampa direttamente dalle agenzie, – si ri-ingoia, strangugliando, la richiesta di trasparenza[44]

Si affretta a spiegare un alto funzionario dell’Amministrazione centrale cinese dei Cambi (ma gli credono in pochi) che anche la vendita di un record di 2.000 miliardi di yen ($24,4 miliardi) ad agosto di titoli di debito giapponese a breve non costituisce niente di inusuale nel normale flusso di valuta in entrambe le direzioni: la Cina conduce operazioni analoghe ogni giorno del resto e il record potrebbe essere, dunque solo una coincidenza con l’aggravarsi dei rapporti tra i due paesi[45]. Potrebbe…   

Però, poi, e per fortuna, anche se brevemente nel corso dell’incontro al vertice Asia-Europa tenuto il 4 ottobre a Bruxelles, i due primi ministri si incontrano faccia a faccia per quasi un’ora[46] – e  tornano ad incontrarsi, poi, per un quarto d’ora faccia a faccia, gelidamente pare e informalmente, come tengono a sottolineare le parti, a fine mese al vertice di Hanoi dell’Associazione degli Stati dell’Asia del Sud Est[47] – cominciando a affrontare, anche se solo marginalmente, al livello politico – quello che è davvero necessario – i temi in questione.

Cioè, il contenzioso della miriade le isolette che entrambi i paesi rivendicano e che costituiscono per entrambi un grave problema di prestigio (di faccia), il blocco dell’export cinese di “terre rare” (v. più avanti, nel capitolo relativo al GIAPPONE) e il nodo che tutto riassume e consiste nel cambiamento e nel riequilibrio pacificamente ormai assunto dei rapporti di forza in atto da sempre fra Giappone e Cina. Ormai a favore di questa.

Le due parti mantengono, e rendono noto di aver mantenuto fermo, il loro punto di vista allo stato difficilmente conciliabile sulle isolette Senkalu/Diaoyu, poche rocce disabitate e senza alcun valore, né strategico né economico, che comunque costituiscono il nodo della vertenza, ma  rendono anche noto che intendono riprendere i loro colloqui. E, in effetti, subito si vedono a Hanoi i due ministri della Difesa con l’occasione del vertice dei paesi partecipanti all’Associazione delle nazioni del Sud est asiatico (ASEAN): è stato un incontro non casuale ma cercato da entrambi e, quindi, di qualche rilevanza.

Il ministro giapponese Toshimi Kyazawa ha chiesto all’omologo cinese Liang Guanglie di mettere in piedi un comitato paritetico per disinnescare le eventuali mine vaganti (in senso reale e ancor più metaforico) se l’eventualità dovesse, malauguratamente ma possibilmente ripresentarsi[48]. E pare che il suggerimento sia stato colto.

Non è stata però portata sul tavolo della riunione, nel merito, la vertenza stessa sino-giapponese perché, entrambi, al contrario del suggerimento – della voglia dichiarata della Clinton, cioè degli americani – di portarla in piazza e di trattarla tutti insieme, non hanno ritenuto “produttivo” farlo: con notevole disdoro, anche manifestato pubblicamente, dalla delegazione statunitense ai colloqui[49].

L’incontro è anche servito a chiarire che, forse, all’origine dello scontro c’è stato anche un malinteso o, forse, una furbata – del vecchio governo giapponese che non avrebbe informato il nuovo al passaggio dei poteri: sembra che le tensioni sulle Senkaku/Diaoyu siano anche l’esito del fatto che il governo del partito democratico non era stato messo al corrente dal governo del partito liberal-democratico precedente di un accordo segreto tra Tokyo e Pechino in base al quale nessun contendente avrebbe in alcun modo tentato di affermare coi fatti – e non più solo a parole – un cambiamento dello status quo delle isole. E lo ha violato senza saperlo[50]. Lo rivela la rivista Area Magazine, citando una fonte governativa che adesso lo ha scoperto.  

E’ stato adesso deciso, tra i diplomatici preposti ai rapporti bilaterali, il cinese Wu Dawei e il giapponese Akitaka Saiki, che a fine ottobre i due primi ministri si incontreranno in Vietnam[51] – su terreno neutro, per così dire – e proveranno, nell’interesse dei due paesi, a chiarire se non altro i termini reali, non quelli di facciata e/o ideologico-nazionali, del contenzioso tra Cina e Giappone.***Lo hanno fatto anche se non con grande successo

nei paesi emergenti (e, magari, anche non proprio…)

●A fine ottobre, il Brasile torna a votare per eleggere al secondo turno delle presidenziali chi succederà al presidente Luiz Inácio Lula da Silva (stavolta, la terza di seguito, per disposizione costituzionale non si poteva ripresentare: lo potrebbe rifare la prossima, però…). La sua candidata, Dilma Rousseff, 62enne, è uscita largamente in vantaggio al primo turno, ma senza la maggioranza assoluta necessaria a passare subito: il 46,9% contro il 32,6 dell’ex governatore dello Stato di São Paulo, José Serra[52].

E’ stato il forte successo (19% dei voti) di Marina Silva, ex ministra dell’Ambiente e candidata dei Verdi, duramente critica della politica del governo verso l’Amazzonia, la difesa della foresta pluviale dall’avanzata dell’industria e dell’agricoltura e la rinuncia alla lotta programmatica per i diritti della popolazione indigena, a impedire l’elezione al primo turno della Rousseff.

Che adesso avrà bisogno di trattare con lei per battere il social-democratico di destra Serra al ballottaggio. Anche se, come capita spesso ai fuoriusciti, Silva adesso fa l’intransigente e costringe/convince i Verdi a seguirla rifiutando di appoggiare l’uno o all’altro dei due candidati[53]. Almeno programmaticamente…

Rousseff  dovrà anche, forse, definire “meglio” la propria posizione contraria a criminalizzare l’aborto che le ha levato contro tutti gli scudi dell’episcopato: una volta – ma non più ormai, dopo la normalizzazione imposta da Woityła e Ratzinger – tra i più aperti dell’America latina. Ma soprattutto, contro di lei hanno giurato vendetta anche più dei vescovi i fondamentalisti evangelici che in questo paese pullulano su impulso e aiuto (soldi a bizzeffe) dei loro correligionari nord-americani.

In realtà, Dilma Rousseff, che da ragazza fu attiva nella resistenza armata contro i governi dei generali, è vista con timore da destra perché meno popolare certo ma altrettanto decisa e, temono, più dottrinaria nel senso propriamente marxiano di ostile agli interessi del capitale, specie di quello finanziario, di quanto sia al dunque lo stesso Lula. Gode di tutta la sua fiducia (nel corso della sua presidenza ne è stata il braccio destro) ma sarà lei la presidente. Serra, invece, è una garanzia per le classi abbienti e tutti i filoamericani del paese.

Al di là di quello che sarà il risultato finale – la favorita resta di gran lunga Rousseff e non solo perché al primo turno ha preso tanti più voti ma per l’appoggio forte di Lula – questa elezione marca, comunque, con Lula il massimo storico di potere economico e politico del Brasile.

Dopo decenni di cicli alterni di boom e di crollo, ora sembra proprio che il paese sia riuscito a darsi un fondamento di prestigio internazionale riconosciuto – anche a Washington si sono accorti che il Brasile c’è e che conta, dopo che ha detto no, quasi da solo e motivandolo con grande forza di convinzione, alle sanzioni all’Iran – e una solida base di crescita a lungo termine.

Sta emergendo un’economia relativamente diversificata che potrà ora aiutare il Brasile a solidificare quanto ha guadagnato finora. Deve ancora crescere rispetto al vecchio modello basato solo o quasi sull’export di derrate alimentari e materie prime perché, comunque, anche dopo due generazioni di industrializzazione e dopo i due mandati di Lula sempre materie prime ed alimentari costituiscono i 2/3 dell’export brasiliano[54].

Per la seconda volta nel mese, il governo ha alzato le tasse sull’afflusso di capitali esteri che dall’inizio del 2009 ha portato il real ad apprezzarsi sul dollaro quasi del 40%[55]

Alle elezioni presidenziali si sono affiancate anche quelle politiche[56]. Al Senato, la vittoria della coalizione che fa capo al partito dei lavoratori di Lula è stata assai netta: maggioranza più che assoluta, 57 seggi su 81, di cui 36 ai partiti cardine della coalizione stessa, il PT e il partito movimento democratico brasiliano. Alla Camera dei deputati, la coalizione ha vinto il 72% dei 513 seggi col PT che ha portato i suoi 79 a 88 mentre il PMDB invece ha perso 10 seggi, scendendo a 80, ma il terzo partito della coalizione, il socialista (PSB), è salito da 27 a 36 deputati.

Per contro, i socialisti democratici sono scesi da 65 a 53 (brutto segno per il loro capo, l’antagonista al ballottaggio della Rousseff, Serra) e il partito democratico anche, da 54 a 43 seggi. Il successo a sorpresa di Marina Silva non si è esteso ai Verdi che sono rimasti inchiodati al loro 14 seggi.

●Le trasformazioni annunciate e già in corso a Cuba sono importanti. Se ne stanno accorgendo i cubani che devono rinunciare, per dirla con la banalizzazione indisponente del NYT e della sua visione ideologicamente liberista del mondo – che, però, un punto problematico reale lo coglie –  “al sistema dove tutti sono pagati ma quasi nessuno lavora”. E se ne accorge il mondo che la presidenza di Raul Castro si muove a liberalizzare un paese che, comunque, era ormai economicamente anchilosato: come riconosce, d’altra parte, con le cautele d’uso, il padre stesso della rivoluzione, Fidel).

Il NYT[57], in questo articolo però è preoccupato di segnalare, con preoccupazione tutta e solo pragmatica,  l’altro problema che pone la cecità e il ritardo con cui l’America ufficiale si muove per accogliere e – dice l’articolista, esprimendo però più che altro la propria speranza  – in qualche modo riprendere a “guidare” la trasformazione che è in corso.

Il fatto è che Cuba, annota, “sta tracciando da sé il suo nuovo corso, senza curarsi troppo di quello che fa o non fa Washington, approfittando di  un’inerzia che per ora le fa comodo” senza avere sul collo il fiato norte-americano. Ma, osserva – appunto, preoccupato – a noi, a noi americani fa comodo che Cuba cambi se stessa senza dipendere neanche stavolta che cambia da noi? che insomma continui a farci uno sberleffo dopo l’altro, anche adesso che in fondo, forse, chi  sa?, si sta “convertendo”?

Insomma, nessuno si aspetta dagli Stati Uniti una rivoluzione nei confronti di Cuba, “neanche i cubani stessi. Ma un’evoluzione – cominciando dal consentire a tutti gli americani che  vogliono di andarsi a vedere l’isola e quel che fa, come sta – questo sì, sarebbe un modo ovvio per cominciare”. Perché oggi, il paese della libertà proibisce ai suoi cittadini di viaggiare a Cuba…

Intanto, a fine ottobre, arrivano in Gazzetta ufficiale[58] i testi delle nuove regole economiche di liberalizzazione[59] annunciate a settembre. In base ad esse, la maggioranza delle piccole imprese ha titolo a usufruire del sistema di tassazione semplificato che fissa una quota massima mensile a prescindere dal reddito.

Le imprese che non hanno diritto a questo sistema semplificato pagheranno un 25% sui primi 10.000 pesos ($476) incassati – meglio, come tali dichiarati ogni anno – con una percentuale che aumenta progressivamente con l’aumento degli incassi. Il reddito che superi i 50.000 pesos all’anno viene tassato al 50%. Ogni impresa, poi, sarà soggetta a un 10% di prelievo sul valore totale del fatturato è chi utilizza acqua e elettricità o altri prodotti di servizi pubblici dovrà pagare un 10% in più di quanto paga il singolo utente.

I datori di lavoro, dice la nuova legge, devono pagare una tassa sui salari dei loro dipendenti del 25%, così come ogni lavoratore autonomo deve versare un 25% del proprio reddito nel sistema di sicurezza sociale dal quale poi ritireranno la propria pensione. La legge prevede deduzioni svariate per i costi di trasporto e di produzione e le materie prime. Chiunque sia legalmente residente a Cuba e abbia più di 17 anni ha ormai diritto a creare una propria autonoma impresa e a dar lavoro ad altri se sta alle regole e può anche, volendo, gestirne più di una.      

●Come dicevamo, Chávez in Venezuela ha vinto le elezioni politiche[60] (una maggioranza netta di seggi: 97 a 65) ma ha anche perso (non ha ripreso i 2/3 che gli servivano a cambiare radicalmente la Costituzione e ad accelerare, come vuole, il processo di socialistizzazione. E l’opposizione, decisamente reazionaria, ha comunque conquistato la percentuale maggiore di voti negli 11 anni del suo governo: che è sempre stato democratico, se democratico significa sostenuto dal voto popolare.

E l’opposizione, ora, certo spera di più nelle prossime elezioni presidenziali del 2012. Ma, intanto, in parlamento, ha già annunciato che si costituirà in due blocchi, tra di loro concorrenti (semplificando, socialdemocratici di destra e democristiani di destra…). Probabilmente, come fa sempre quando si trova in qualche difficoltà, adesso il presidente rilancerà, radicalizzando le posizioni e attaccando quelli che chiama (e in larga parte ancora sono) i monopoli privati della distribuzione degli alimentari e delle banche.

Intanto, a Mosca, Chávez firma con Medvedev l’impegno a vendere petrolio alla Russia e ad acquistarne due reattori nucleari chiavi in mano[61]. La Russia garantisce all’America che non si tratta di impianti capaci di arricchire l’uranio a livello di armamento “perché il Venezuela non lo vuole comunque”. Ma bisogna vedere, ora, come prenderà la cosa l’‘antichávezismo’ ormai viscerale che ha travolto l’America: come, del resto, quello che loro chiamano ‘antiyankeesmo’ ha impregnato di sé il Venezuela…

●Dopo l’elezione del nuovo presidente Juan Manuel Santos, la Colombia ha ristabilito legami più distesi e normali col Venezuela e corretto abbastanza nettamente quelli di dipendenza diretta da Washington[62]. Adesso ha lasciato capire che, al contrario di quanto aveva annunciato di voler fare il predecessore, lui non forzerà la mano scavalcando il verdetto della Corte suprema che ha dichiarato incostituzionali gli accordi con cui la Colombia cedeva basi militari al Pentagono.

Lo dice la vice presidente Alexandra Moreno chiarendo che i temi militari e di controinsorgenza non sono prioritari per Santos. Che, perciò, ha minor bisogno di appoggio su quei temi da parte americana, naturalmente. Il riavvicinarsi a Chávez e l’allontanarsi dalla politica bellicoseggiante di Clinton (Hillary) rende più complessa, confusa – o forse più chiara, chi sa? – la situazione… 

●In Australia, e nel primo giorno della nuova legislatura, l’appena ricostituito nuovo governo laburista va sotto su una votazione procedurale anche se solo di un voto: il che promette male per la nuova maggioranza della signora Julia Gillard[63].

●In India, la produzione industriale è bruscamente rallentata al 5,6% anno su anno ad agosto dal 15,2% del mese prima[64]. Colpa, dicono gli analisti, di alcuni recenti rincari ai tassi di interesse e un’inflazione maggiormente elevata.

●In Africa, in Sudan, sta emergendo, in Africa, il prossimo classico e tragico conflitto. Si vota, su spinta di una guerra civile adesso in sospensione, un referendum che potrebbe portare – difficile sperarlo, però – a una spartizione pacifica dell’immenso paese metà islamico e metà no. Insomma una scissione felice alla cecoslovacca e non alla jugoslava, per capirci. E al solito la faccenda viene affrontata negli USA coi piedi, diplomaticamente e politicamente. Dalla Casa Bianca, con qualche maggiore prudenza, dal dipartimento di Stato col solito tono santimonioso ed ipocrita. Ma c’è anche di peggio.

Il senatore americano John Kerry, l’oppositore di Bush alle elezioni del 2004, di regola pure persona non proprio superficiale, partendo per il Sudan dove si reca per “aiutare la pace[65] se ne esce così: “Il Sudan si trova oggi a un bivio decisivo. Ogni fonte affidabile indica che il Sud Sudan voterà per la scissione, dividerà il più grande paese africano e si porterà via qualcosa come l’80% delle riserve petrolifere sudanesi. La scelta cruciale che si trovano a fronteggiare i leaders del Nord e del Sud è fra un futuro di coesistenza pacifica o un ritorno al caos e alla guerra in un paese che a tutte e due è tragicamente abituato”.

Detto benissimo. E peggio che inutile: tragicamente e forse grottescamente sbagliato, in bocca a chi lo dice. Centocinquant’anni fa, era il 1860, il più grande presidente della storia d’America, Abraham Lincoln, si trovò a “fronteggiare”, come dice Kerry, l’identica “scelta cruciale”. Scelse la guerra – quando pure la Costituzione gli imponeva di riconoscere il diritto dei tredici Stati del Sud alla secessione[66] – e tenne uniti gli Stati Uniti.

Fece male, senatore Kerry?

EUROPA

●L’inflazione nell’eurozona si attesterà ad ottobre all’1,9%[67] e la disoccupazione a settembre registra nell’eurozona stessa un 10,1% e nell’Unione a 27 il 9,6[68].

●La BCE (e subito dopo la Banca d’Inghilterra) lasciano inalterato il tasso di sconto nella seduta di inizio ottobre: l’1% per la prima e lo 0,50 per la seconda. In Gran Bretagna molti osservatori si aspettavano che la BoE avrebbe almeno allargato il programma di sostegno fiscale al governo comprando un’altra fetta di debito pubblico che, invece, ha deciso di non acquistare lasciandone l’ammontare a quello fermo da un anno a £200 miliardi, cioè a €229 miliardi.

In Europa, dove il tasso è fermo dal maggio 2009, qualche raro osservatore si attendeva un piccolo calo, di stimolo a una ripresa per niente ancora robusta e nessuno dice di aspettarsi comunque un aumento fino a 2011 ben inoltrato[69]. Neanche il fatto che l’inflazione nell’eurozona sia cresciuta dall’1,6% di agosto all’1,8 ora a settembre è riuscito a tentare, stavolta, l’areopago monetario di Francoforte ad alzare il tasso di sconto, come pure qualcuno tra i più ortodossi degli arconti (l’olandese, il tedesco…) auspicava: anche lì, in effetti, c’è più paura oggi della ripresa fiacca che dei prezzi in aumento[70].

●La proposta avanzata a fine settembre dalla Commissione e fatta propria dal Consiglio di Punire con Multe europee i paesi indebitati non ha proprio alcun senso[71]. E’ lapalissiano, a veder bene, come metodo ma anche nel merito.. Anzi tutto perché l’annuncio sembra dare l’impressione che si tratti di un’idea nuova e non lo è: lo facevamo rilevare qui il mese scorso[72], che la misura è prevista dal Patto di stabilità associato al Trattato di Maastricht e che avrebbe ben potuto essere impiegata. Se non lo è mai stata, perciò, è per qualche buon motivo.

La Francia è stato il primo paese, anni fa, a chiedere l’eccezione che poi è diventata regola, man mano estesa a tutti perché tutti pian piano andavano “sforando” e non si poteva proprio trattare un paese in un modo e l’altro in un altro…

Quanto al metodo, è chiaro che questa sarebbe, è stata ed è sempre e comunque una decisione politica: perché, appunto, politiche sono state sempre le eccezioni decise, anzi la decisione stessa di non imporre alcuna punizione, di non iniziare mai neanche una procedura d’infrazione che ad essa avrebbe portato.

Nel merito, una multa che, al massimo, ammonterebbe a qualche milione di euro, lo 0,2% del PIL, per un governo che sarebbe indebitato, al minimo, per decine o addirittura centinaia di miliardi di euro (la regola vale per chi supera il 60% del PIL di indebitamento) è semplicemente ridicola: finirebbe con l’aggiungere quello 0,2% del PIL al resto del debito pubblico che la misura vorrebbe tentare di far diminuire. 

●La proposta alternativa di cui si discute – quella di Trichet, il presidente della BCE, di escludere il paese fedifrago dal processo decisionale dell’eurozona – non ha senso essa stessa perché mentre si potrebbe al limite pensare di punire la Grecia così, senza costringerla ad indebitarsi di più, non si potrebbe di sicuro fare qualcosa di simile già per la Spagna, pensiamo alla Francia…

L’unica proposta sensata che è stata anch’essa fatta intravvedere ma che per scattare chiede coraggio politico e la decisione di far andare avanti anche economicamente l’Europa integrandola sul serio, è quella di organizzarsi una specie di Fondo monetario europeo che, come quello internazionale, abbia i poteri delegati dai soci di vedere i conti pubblici di tutti e ciascuno.

Ma, appunto, guarda un po’, è questione di volontà politica…

E, infatti, torna a ripetere il Commissario ai servizi finanziari dell’Unione Michel Barnier bisogna moltiplicare lo sforzo di stringere di più sulla regolazione degli strumenti della finanza, a cominciare dice – ma lo dice lui e lo dicono a Bruxelles ormai da mesi, come al solito senza mai appunto stringere – dalle pochissime grandi imprese della “finanza” che fanno il buono e il cattivo tempo sulla valutazione del debito sovrano di paesi sovrani e dettano, così, a risparmiatori, investitori, borsa e mercati le loro scelte come le scelte da fare.

Adesso, reitera ancora Barnier – che parla delle agenzie di rating Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch e delle quattro grandi sorelle Deloitte, Pricewaterhouse-Coopers, KPMG ed Ernst & Young che, fra di loro, controllano come auditors, revisori dei conti, il 70% del mercato in Europa e addirittura il 99% nel Regno Unito – “questo status quo non è più un’opzione[73]. Se questo non è un monopolio, sobbalza Barnier e con lui la Commissione…

Sì, ma poi la Commissione che fa? che fa (non che dice?) l’Europa?

Alla fine, il Consiglio europeo trova un accordo per sanzionare i paesi che spendono al di sopra delle proprie possibilità, con ciò mettendo a rischio dice la stabilità dell’euro, ma hanno lasciato a  ogni governo il tempo per rimettere a posto i bilanci deficitari. La Germania e la Commissione chiedevano sanzioni automatiche ma, ha detto il ministro delle Finanze olandese Jan Kees de Jager, anche lui favorevole, sono stati parecchi “i governi impauriti” dalla resistenza delle loro opinioni pubbliche alle misure drastiche di austerità che sarebbero state necessarie per raggiungere lo scopo.

Così come sono stati diversi quelli a fare opposizione al concetto stesso di “automaticità”… Il compromesso[74] è stato trovato direttamente dal vertice bilaterale tra Sarkozy e Merkel: adesso la decisione non sarà automatica ma politica, a maggioranza, per una violazione già realizzata o per un percorso chiaro di violazione in atto. La Commissione allora potrebbe (potrebbe, però…) imporre le famose multe (esse stesse, in ogni caso, ridicole e controproducenti come detto: ma necessarie per far “vedere” l’azione punitiva di cui la Germania ha ormai bisogno per non perdere la faccia) e la “punizione” potrebbe essere interrotta, ancora una volta, solo a maggioranza.

In pratica, rispetto alle regole attuali del patto di stabilità c’è solo una certa accelerazione del processo. Un altro falco, il ministro svedese Anders Borg, lamenta che si sarebbe anche potuto andare un po’ più in là, ad esempio applicando anche la sospensione del diritto di voto in Consiglio e spera che ciò si possa ottenere a fine mese al vertice dei capi di Stato e di governo. Ma spera invano… anche perché alla fine ci dovrà essere il voto favorevole e niente affatto scontato del parlamento europeo a ratificare il tutto.

Interviene, a questo punto il presidente della BCE, J.-C. Trichet, un po’ a gamba tesa – inaspettatamente e anche spingendosi al di là delle sue competenze secondo francesi e tedeschi che il compromesso lo avevano forgiato: scorrettamente cioè – al preliminare del G-20, in Corea del Sud, osservando che la proposta concordata dalla Commissione su mediazione e impulso di Sarkozy, Merkel e Van Rompuy, poteva anche essere appropriata per l’Unione a 27, con undici paesi che non sono nell’euro, ma per i 16 paesi dell’euro era molto al di sotto di quello che avrebbe potuto e dovuto essere: molto più “ferma e ambiziosa[75], cioè.

Naturalmente, ancora un po’ più ambizioso sarebbe affermare – ma questo Trichet proprio non osa dirlo: tanto meno proporlo: sarebbe proprio fuori della sua competenza, anche se forse l’idea in testa comincia a frullargli – che l’ambizione della EU a 16 dovrebbe, e potrebbe, essere quella di farla davvero un’Europa integrata, politicamente capace di agire come tale: come Europa, cioè, magari dandosi una governance a 16 che tenga fuori, ad esempio, la palla di piombo dell’Unione da sempre, la Gran Bretagna.

Per farlo, però, certo, Trichet avrebbe bisogno non solo di un personale “coraggio” per il quale mai ha dimostrato una propensione spiccata ma anche di sapere che dietro di sé ha davvero il sostegno di qualche governo e di una proposta sensata – non fatta solo di lacrime e sangue per gli altri, e soprattutto per i più poveri, come era in origine quella tedesca – da presentare ai 16. E non c’è nessuna di queste condizioni per farlo…

Portata alla fine della trafila al vertice dei capi di Stato e di governo del 28-29 ottobre la decisione passa stemperata come previsto, corredate da alcune parole di comprensione per le esigenze di maggiore rigore  poste da Merkel e della promessa che se ne riparlerà, certo, in futuro, ma non meglio determinato[76].

●L’altro punto sul quale il Consiglio avrebbe – avrebbe… – dovuto giungere a una decisione di tipo nelle proposte liberalizzante, anche se per fasi, degli hedge funds[77], i fondi a rischio, in tutti i paesi dell’Unione una volta che siano approvati anche in uno solo di essi. Ma non è passata proprio così. Tanto per cominciare, il periodo di transizione è stato prolungato di anni e in qualsiasi momento qualsiasi governo può dare l’alt alla transizione stessa.

Naturalmente la decisione non presa non viene presentata così. Dice, dicendo di parlare per tutti i 27 paesi dell’Unione il ministro delle Finanze belga, presidente di turno, Didier Reynders, che sono state concordate le regole nuove sugli hedge funds e la normazione di chi emette azioni. L’accordo, dice sempre lui, è stato “fermo e unanime” e ha ora bisogno soltanto dell’approvazione del parlamento europeo.

Teoricamente, le nuove normative dovrebbero portare sotto un controllo unificato UE tutti gli hedge funds. Ma non lo fanno ancora e, così come sono, piene di buchi negoziati con chi quei fondi li crea e li gestisce, non lo potranno mai fare. Però sempre secondo Reynders – una “criatura”…, lo chiamerebbero a Napoli, a sentire chi è stato a sentirlo – era importante che l’Europa si presentasse con una formulazione sua al G-20 di novembre a Seul.

Merkel aveva, a dire il vero, parecchio insistito nel far rilevare al Bundestag con qualche ragionevole prosopopea – è vero – che è possibile far poco in Europa senza l’accordo di Francia e Germania. Parlava dell’accordo raggiunto sulle nuove regole fiscali proposte per l’Unione europea da lei e Sarkozy, ma poi efficacemente ridimensionate e annacquate anche per il lavoro sotterraneo dello stesso presidente francese, e rilanciava facendo osservare come sia un fatto, però, che una modifica reale delle regole fiscali è possibile solo attraverso una modifica dei Trattati europei[78]. Cosa che, non dice ma sottintende, purtroppo la Germania non può fare da sola.

E glielo conferma Jean-Claude Juncker, primo ministro lussemburghese e, nella fattispecie, anzitutto presidente dell’Eurogruppo, dei ministri delle Finanze europei, soprattutto magari anche brutalmente proprio lui che, pure, con lei sostanzialmente concorda ma le dice duro e limpido che non esiste proprio la possibilità di cambiare il Trattato in modo da togliere il diritto di voto in Consiglio a chi tra gli Stati membri non rispetti le regole (lui non lo dice ma anche la Germania è sopra il 5% di deficit/PIL invece che al canonico 3%...).

Perché, dice lui, neanche questo tipo di riforma garantirebbe davvero la vitalità di un patto di stabilità che abbia i denti. L’unico modo concreto in cui si può modificare il Trattato è quello di istituire meccanismi con cui salvare pressoché automaticamente quelle economie che se fallissero farebbero fallire l’Unione[79]

E, in effetti, al Vertice anche questo proposito, diciamo più rigoroso, viene inesorabilmente lasciato cadere[80]… Passa, invece, ma solo in linea di principio – bisognerà riparlarne, e non è detto che si concluderà, a fine dicembre – l’idea che va messo in piedi un meccanismo di crisi da includere per emendamento concordato – e, dicono in molti (come riferisce il premier svedese Renfeldt ma difficilmente poi si potrà), da non sottoporre a referendum – nel Trattato di Lisbona onde far scattare con qualche penalità “secondaria” un piano di aiuto in caso di minaccia per uno che può diventare minaccia per tutti[81]

●Un certo velleitarismo sembra del resto reiterare Angela Merkel, quando se ne esce a dire, in sede di Comitato nazionale per le relazioni economiche con l’Est europeo, che l’Europa deve con urgenza accelerare i suoi investimenti in risorse naturali, di origine soprattutto asiatica – non solo gas naturale e petrolio ma, per esempio, anche queste ornai famose “terre rare” – per controbilanciare l’interesse cinese crescente in materie prime e minerali vari non si capisce di che, e di chi, parla davvero[82]

A preoccuparla sul serio però – si scopre solo qualche giorno dopo – forse più che l’ipotetica  concorrenza con la Cina in materia di “terre rare”, è proprio l’accesso a quelle rare materie prime. Ai cinesi importa poco chi sia, ma chiariscono che se qualcuno vuole importare minerali scarseggianti da casa loro è meglio che cominci a investirci.

Le autorità cinesi avevano, in effetti, fatto sapere direttamente agli importatori tedeschi di minerali rari di aumentare gli investimenti se desiderano continuare a riceverli[83], insieme anche al loro fabbisogno di tungsteno e antimonio, due altre materie prime scarse, epperò di rilievo industriale assolutamente strategico (le punte di ogni trapano e di ogni trivella industriale sono fatte di tungsteno). 

A questo punto, la Germania – la cancelliera, cioè – cerca di spostare il peso degli investimenti da fare su tutta l’Europa. E, comunque, vuole sollevare – dice: per quello che serve – la questione al G-20 di Seul[84]. Sostiene, però, che è l’Europa che dovrebbe investirci. Ma chi è l’Europa? è l’Unione? e se è l’Unione, coi soldi di chi? quelli che nel suo bilancio, l’1% appena del PIL globale non ha? o qualche paese d’Europa? quale? il suo, forse? o altri che, come il suo – o peggio, magari – fossero in deficit?

Il punto ormai è, non tutto forse ma quasi tutto, qui: perché, come è stato ben osservato, “finora le strategie sono state guidate da un’idea già implicita nel Trattato [diciamola tutta: quella di fondo che per far passare il Trattato, come passo in avanti verso un po’ più d’Europa, anche le sinistre accettarono, forse addirittura a volte anche promossero]: è il settore pubblico che può far danni all’economia, quindi è lì che bisogna intervenire con tagli e riduzione dei deficit. Ingabbiate le politiche di bilancio degli Stati, solo l’Unione [come tale, però, visto il non interesse dei privati] potrebbe rilanciare lo sviluppo. Le idee ci sono, ma non vengono prese in considerazione[85]

E il punto è che se questo mezzo fiasco di Unione europea (l’unica che abbiamo, però) si fermerà solo e sempre a lancio di allarmi, alle grida manzoniane o, peggio, alle arlecchinate, se oltre a integrarsi di più per poter decidere di più e meglio, non si darà anche una vera e propria politica industriale— una politica industriale europea: anima di Jacques Delors, se ci sei, batti un colpo… non ne verrà mai fuori nulla. E’ indispensabile farlo proprio per fare come vuole la Merkel, assicurarsi l’indipendenza o, almeno, l’approvvigionamento delle materie prime di cui ha bisogno anche se, e quando, esse sono da madre natura monopolisticamente allocate.

Magari, e appunto, sviluppandone e sovvenzionandone con soldi pubblici la ricerca e la produzione semplicemente perché ce n’è bisogno e i privati non rischiano— per quanto ancora agli orecchi merkeliani ed europeisti “moderni”, anche quelli di sinistra che, diciamolo pure, hanno scordato a che serve mai la sinistra, l’idea stessa possa suonare quasi eresia.

Segnala, però, Volker Steinbach, presidente dell’agenzia tedesca per le materie prime, ente di Stato di cui il nome definisce il compito, che il freno all’esportazione di terre rare cinesi sta innescando comunque una corsa globale alle fonti alternative che potrebbe durare (senza garanzia alcuna di successo, poi) anche più di un decennio[86]— a prescindere dalla ragione che lo ha dettato (la conservazione, secondo le raccomandazioni stesse dell’OMC, una decente politica ambientale, il buon senso di una gestione prudente di minerali rari, la “punizione” dei giapponesi, l’aumento dei prezzi…).

Il nodo è che, viste le regole rigide che in materia di protezione ambientale si è data giuridicamente l’Unione europea, diventa ora difficile per essa esercitare pressioni sui produttori cinesi, e sulla Cina, per aumentare estrazione e commercio di questi minerali e, quindi, non ci sono soluzioni facili né rapide al problema. Che la Cina sia passata a sfruttare i 2/3 delle sue riserve da 1/4 circa di dieci anni fa è anche un’indicazione che ormai la diminuzione è un fatto che resterà.

Ora, mettiamo pure che fonti alternative siano effettivamente reperite in Mongolia, in Groenlandia o in Africa, fa osservare Steinbach – aggiungendo di essere perfettamente conscio di porre ulteriori problemi e di non dare soluzione alcuna… ma perché soluzione per adesso non c’è – i privati dovranno fare ormai conti con regolamentazioni ambientali e problemi infrastrutturali che bloccheranno per anni lo sfruttamento di altre eventuali fonti.

●In Olanda hanno trovato un accordo[87], precario, per la formazione del nuovo governo: i cristiano-democratici hanno deciso, con una maggioranza assai scarsa e molte voci autorevoli del partito a frenare (sono riuscite a imporre solo una revisione tra qualche mese del voto) di sostenere una coalizione di minoranza coi liberali, appoggiata e condizionata dall’esterno dal partito anti-islamico di Geert Wilders, che è sotto processo per istigazione all’odio razziale  (“l’Islam? una sottocultura per ritardati mentali…; il Corano? Un libercolo da bruciare, ogni copia…”) e si caratterizza per una programmatica discriminazione sia razziale che religiosa… Non sarà di certo un’esperienza felice.

●L’Unione europea pubblica a fine ottobre i dati relativi agli investimenti effettuati in ricerca e sviluppo nel 2009. A livello globale la riduzione ha toccato l’1,9%. Le imprese europee li hanno diminuiti del 2,6% mentre le loro vendite sono cadute del 10,1. Negli USA le spese di R&S su nuovi prodotti e/o servizi sono crollate del 5,1 nel 2009, secondo la valutazione effettuata a Bruxelles dalla Commissione. Il Giappone ha mantenuto il suo livello di R&S mentre la Cina l’ha accresciuto di un colossale 40%, seguita dall’India col 27,3%, Hong Kong col 14,8, la Corea del Sud , +9,1 e Taiwan +3,1%.

La Commissaria europea alla Ricerca, l’irlandese Máire Gheoghegan-Quinn, parla di una “vera e propria emergenza ricerca nell’Unione” dove i privati non investono e non rischiano e i governi, colpiti dalla crisi, rallentano. Specie, sottolinea, in quei rami della ricerca, elettronica e biotecnologica, dove maggiori sono le promesse di crescita e di futuri vantaggi, a profitto delle imprese asiatiche che hanno deciso di puntarci molto, molto di più. L’UE chiede agli Stati membri di salire dal 2% di spese in R&S di oggi al 3% (e l’Italia non arriva neanche alla metà, come è noto)[88].

●In Portogallo, il primo ministro socialista, José Sócrates, se la prende a fine settembre con i mercati che sono stati “estremamente maligni” col suo paese[89] solo perché ha rifiutato di fare come la Spagna o la Grecia, di tagliare cioè con l’accetta, e non con il bisturi, gli “eccessi” di spesa pubblica distribuendo i tagli magari su tre anni invece che su uno. E che adesso si vendicano, aumentandogli il costo del servizio del debito perché non vedono subito i risultati: a prescindere – perché a loro proprio non interessa – dalle conseguenze sociali e politiche di un’austerità intrangugiabile.

E’ un grido di dolore che non trova per niente i mercati sensibili e una situazione che obbligherà i portoghesi ad accelerare anche loro il passo e il dolore sociale dei loro tagli di spesa nei prossimi mesi.

●La Grecia s’è impegnata, anche contro una resistenza popolare che non dà cenno di allentarsi, ad andare oltre alle richieste misure di austerità imposte da UE e FMI e prevede ora di ridurre al 7% il deficit/PIL del 2011 contro il 7,6% di cui pure si sarebbero accontentati. Il ministro delle Finanze, Philippos Sachinidis, ha precisato che il deficit dovrebbe scendere a €16,28 miliardi dai 18,50 di quest’anno. Il governo annuncia, anche, di scontare sul piano dell’economia reale che si restringerà del 2,6% nel 2011 contro, spera, il 4% in meno del 2010. O, almeno, così dice di sperare…

Ma dà per già accertato che nel 2012 la disoccupazione toccherà almeno il 15% ufficiale. D’altra parte, lascia capire, o facciamo così o UE e FMI non ci danno i €110 miliardi che ci servono per non dichiarar fallimento. Ma la gente, che protesta per strada comincia a chiedere, e anche a alta voce: e perché no? che ci potrebbe succedere ancora di peggio?

Forse la lezione sulle conseguenze dell’austerità imposta a colpi di accetta al poco benessere di chi già ne ha di meno nell’illusione di salvare i conti potrebbe ancora servire per insegnare qualcosa ai più forsennati tra quanti tagliano e sfasciano a spese di altri. Qui in Grecia, sintetizza un articolo pure assai comprensivo con le ragioni dei rigoristi del NYT, “una piccola e media impresa dopo l’altra sta chiudendo man mano che le misure di austerità per combattere la crisi finanziaria stanno falcidiando i margini di profitto e affossando la domanda di consumi[90]: inevitabilmente, inesorabilmente, visto che per guarire la crisi finanziaria hanno rinunciato a regolare drasticamente la finanza e deciso, invece, di far precipitare l’economia…

E’ quello che si va preparando, adesso, se non imparano, sicuramente per l’Inghilterra. Dove vanno tagliando anche peggio. E da dove è partita questa smania masochista— questa moda la chiama, e documenta, Paul Krugman[91]

Dandosi il cambio con Moody’s, che l’ha fatto per la Spagna nel manovrare la mannaia, è toccato stavolta a uno degli altri ladri di Pisa, all’agenzia di rating Fitch, sistemare l’Irlanda: per aver salvato la Anglo Irish Bank, è peggiorato il credito sovrano del paese facendo esplodere, con altri €50 miliardi in più, al 32% il deficit/PIL di quest’anno. E Moody’s già ha detto che si allineerà[92].

Per il secondo trimestre di seguito, adesso nel terzo, la Spagna ha creato nuovo lavoro, +69.900, portando il totale degli occupati a 18.546.800, col tasso di disoccupazione che cala di 70.800 unità ma resta sempre a un brutto 19,79% – schiodandosi, però, finalmente da quota 20% – a  4.574.700 di senza lavoro ufficiali[93].

●L’Ucraina, proclama il presidente Viktor Yanukovich, non può restare a aspettare in eterno che l’Unione europea si decida ad accoglierla[94]. E, siccome a Bruxelles proprio non sembrano pronti, l’Ucraina sceglierà di integrarsi o meno secondo i suoi interessi. Anzitutto continuando a riformarsi ma anche, e insieme, a sviluppare i propri rapporti con Russia, Stati Uniti e ogni altra potenza mondiale. Ogni misura di integrazione, in altri termini – ed è bene che ogni interlocutore lo tenga a mente – dovrà rispondere all’esigenza di stimolare l’economia nazionale.

Yanukovich, che parla a un seminario a Yalta, porta un esempio concreto. L’offerta avanzata a Kiev  dall’Unione europea – aderire intanto, subito, all’accordo europeo di libero scambio – sarebbe una dura penalizzazione immediata per l’Ucraina coi suoi previsti “due tempi”:

   • subito, questione di mesi, la riduzione delle imposte su export ed import, e quindi delle entrate almeno del 20%, accompagnata da spese per miliardi di euro necessarie a portare e infrastrutture inadeguate del paese alla apri con gli standard qualitativi europei imposti dal’accordo;

   • poi, dopo che questo percorso fosse non solo avviato ma proprio compiuto, comincerebbero ad affluire, gradualmente, anche benefici importanti al paese.

E’ solo un esempio[95], ha spiegato della necessità di vagliare attentamente ogni offerta anche quando appaia a prima vista buona e generosa…

●La Corte costituzionale[96] ha formalmente rimesso in piedi, qui in Ucraina, quel che aveva disfatto sei anni fa la rivoluzione arancione, restituendo i suoi poteri al presidente della Repubblica col riaffermare che l’Ucraina è una Repubblica presidenziale e non parlamentare, che lui nomina il governo e il presidente del Consiglio e anche i capi delle Forze armate di cui, all’americana, è il Comandante in capo e che gli emendamenti votati nel 2004 dopo la sommossa erano “incostituzionali”. Protesta, a ragione, per la disfatta totale subita la trecciuta e levigata “capa” della residua opposizione arancione, Julia Timoshenko. Ma parla tanto per parlare ormai, e lo sa…

●Nel frattempo, si apprende che il procuratore generale dell’Ucraina ha fatto ricorso al tribunale commerciale di Kiev che non è proprio, come dire?, super partes…, per cancellare un accordo del gennaio 2009 tra Naftogaz ucraina e Gazprom russa[97]. Alla fine tutto viene, poi, rinviato.

Con l’accordo del 2009, Naftogaz comprò $1,7 miliardi del debito di una società intermediaria, la RosUkrEnergo, di proprietà congiunta di Gazprom e del magnate ucraino Dmytro Firtash, acquistando poi da quell’intermediario 11 miliardi di m3 di gas naturale con l’acquisto “appoggiato” sull’incasso previsto di quel debito.

RosUkrEnergo aveva già portato la vertenza di fronte al giudice arbitro, svedese, che esso stesso indicava e questi aveva deciso che la Naftogaz era in rottura di contratto e le aveva ordinato di restituire il gas naturale, per $2,8 miliardi pagando alla RosUkrEnergo tutte le penali che il contratto poi prevedeva.

●In Lettonia, alle elezioni parlamentari del 3 ottobre, il partito filo-russo dato da molti sondaggi (di fonte americana) vincente, invece ha perso. Avesse vinto sarebbe stata una mezza rivoluzione, motivata anzitutto dalla catastrofe economica in cui un governo che si caratterizzava in pratica solo e dichiaratamente come anti-russo e filo liberista avrebbe dovuto imparare a frenarsi e moderare toni e politica nei confronti di Mosca. Il suo slogan ‘Lettonia in occidente o niente’ si stava “trasformando semplicemente in niente”, prevedeva – ma sbagliando di brutto – il NYT[98].

Invece, ora, passata la tempesta, l’Alleanza per l’unità del primo ministro Valdis Dombrobvskis e il secondo partito della coalizione di governo uscente, l’Unione dei verdi e dei contadini, si sono detti pronti a formare un nuovo governo. Malgrado una crisi economica catastrofica che ha sottratto al paese solo nel 2009 il 18% del PIL – la perdita di ricchezza maggiore tra i 27 paesi dell’Unione – e una cura da cavallo imposta dal programma di austerità esatto da FMI e UE stessa la coalizione di centro-destra ha preso intorno al 57% dei voti e una sessantina di seggi in un parlamento di 100 deputati. Il centro per l’Armonia filo-russo ha portato a casa alla fine intorno al 26% dei voti, migliorando appena il suo score precedente[99].

●A inizio ottobre le elezioni generali in Bosnia-Erzegovina[100] sembrano portare al potere un gruppo di forze politiche, e di politici, che stanno lentamente prendendo in conto di come un futuro unificato anche se federale del paese si vada confermando molto difficile, se non proprio impossibile: il voto ha seguito da vicino, troppo da vicino come sempre, le faglie delle divisioni etniche del paese.

In Bosnia, la parte mussulmana della Federazione a due coi croati, il rappresentante nella presidenza tripartita formata anche coi serbi con gli accordi di Dayton del 1995, il bosniaco Haris Silajdzic (convinto che, comunque, l’entità statuale composita di croati e bosniaci sarebbe stata “naturalmente” egemonizzata dalla componente bosniaca) è stato battuto da Bakir Izetbegovic, figlio del vecchio presidente islamista del tempo della guerra etnica Alija ma di lui, come di Silajdzic stesso, sembra, più “moderato”.

Cioè, di fatto, più disposto all’accettazione di una struttura statuale maggiormente decentralizzata, o addirittura forse separata, di quella che adesso, accanto alla più omogenea Republika Srpska,  mette insieme bosniaci e croati. Ora essenziale sarà verificare se questo movimento verso l’accettazione di una decentralizzazione maggiore, e perfino della separazione, potrà avvenire pacificamente con due entità coese e più simili alla struttura fortemente unitaria e anche autoritaria della RS – che ha rieletto a suo primo ministro Milovan Dodik – o se i vecchi demoni della concorrenza e della tensione etnica si scateneranno selvaggiamente di nuovo...

I pericoli esistono e ormai li denunciano anche dallo stesso governo di Bosnia[101]. L’islamismo religiosamente ed ideologicamente estremista di stampo wahabita[102] si sta diffondendo, dice Mirko Okolic, presidente della Commissione interparlamentare per la supervisione dell’Agenzia di intelligence federale. Alcuni importanti esponenti dello Stato simpatizzano, anche apertamente, con esso e, forse, un 5% della popolazione è propenso a dargli ascolto, con non pochi giovani disponibili anche al “reclutamento attivo”. Okolic dice anche che indicazioni in questo senso provenienti da agenzie di intelligence americane e europee sembrano confermate.

Anche l’Unione europea, che ha investito molto del suo prestigio politico su un’entità federale croato-bosniaca ma senza decidersi mai a dare sbocco concreto a un percorso credibile per essa, come per gli altri paesi balcanici all’Unione, se questa lettura della realtà federale in crisi è accurata, dovrà rassegnarsi a farci i conti e, forse, a vedere disfarsi il castello di carta che nel 1995 venne sovraimposto dall’occidente (Stati Uniti e UE) a una realtà etnica e statuale tanto complessa quanto non semplificabile.

●Sulla strada dell’adesione della Serbia, all’Unione, già complicata per conto suo, si ergono ora due altri ostacoli davvero irti:

• uno è la rivolta anticalciatori e contro la squadra nazionale di calcio che a Genova ha portato ai moti della destra nazionalista che hanno impedito di svolgere la partita di calcio Italia-Serbia il 12 ottobre, con l’esibizione piuttosto disgustosa di muscoli tatuati e gestacci fascisti anche da parte di calciatori impauriti e, forse perciò, pubblicamente lec***ulo (le braccia tese nel gesto nostalgico del tre cetnico): che non è stata davvero una scena tale da raccomandarsi alla sensibilità media europea; e

• il secondo, di altro spessore, è la reiterata ostilità del parlamento olandese[103] – che pure s’è appena eletto il suo partito razzista e fascista, quello di Geert Wilders, a condizionare il governo – e ha pensato bene all’unanimità di votare una risoluzione che chiede al prossimo ministro degli Esteri, Uri Rosenthal, di continuare a opporsi all’avvio stesso dei negoziati veri e propri di adesione con la Serbia “fino a quando le autorità di Belgrado non dimostreranno piena cooperazione con il Tribunale dell'Aja” per assicurare la cattura dei responsabili dei crimini di guerra commessi vent’anni fa nell’ex Jugoslavia di Milosevic (l’accusa contro il generale serbo-bosniaco Mladic).

Il punto è che da tempo il Tribunale ha detto (all’unanimità ma, è vero, contro il nicchiare del non so e non posso dire del suo pubblico ministero) che quella cooperazione è stata assicurata e l’insistenza del parlamento d’Olanda solo sui crimini di matrice serba perpetrati nell’ex Jugoslavia puzza parecchio… Puzza anzitutto della cattiva coscienza del massacro di Srebrenica del luglio 1995, perpetrato – secondo l’accusa che non pare certo infondata – dalle truppe di Mladic ma che il contingente olandese dell’ONU che era nell’area, dotato però solo di armi leggere, neanche tentò di impedire. 

La presidenza di turno belga del Consiglio europeo sembrava tentata, per non mettere in difficoltà il nuovo governo di Mark Rutte all’Aja, di accedere alla sua richiesta di posticipare la discussione sul tema che era anch’esso all’o.d.g. del Consiglio stesso.

Nell’Unione in molti si oppongono alla dilazione, però, e qualcuno fa pure presente come l’unanimità per discutere delle condizioni dell’adesione non sarebbe oggi neanche più, a rigore, richiesta… e quindi, l’intransigenza pelosa degli olandesi potrebbe anche, se insistono troppo, venire costretta ad abbassare un poco almeno le penne.

Infatti, al dunque, a Bruxelles, i ministri degli Esteri dei 27 hanno aperto alla possibile adesione dei serbi, riconoscendone la buona volontà e gli sforzi anche sulla faccenda dando il via alla procedura formale di adesione, superando le obiezioni olandesi. Ma si sono anche piegati all’esigenza dell’Aja di non perder la faccia e tutti i prossimi passi – 35 scadenze –dovranno d’ora in poi essere presi all’unanimità. Ma questa è solo un’intesa informale che in qualunque momento chiunque tra i 27 può rimettere in questione esigendo il voto che, se la richiesta è formale non sarebbe più all’unanimità…

Il fatto è che, poi, al di là stesso del merito della questione Mladic, la grande maggioranza dei paesi dell’Unione è convinta che integrare, anche se progressivamente e condizionalmente ma al pari degli altri paesi balcanici la Serbia all’Europa, è la maniera migliore di garantire quel po’ di pace, se non altro come assenza di guerra guerreggiata, che c’è comunque nella regione. Tanto più che, pur reiterando il suo no di principio alla secessione del Kosovo, di fatto poi la Serbia l’ha trangugiata.

●Incontrandosi a Deauville con Merkel e Medvedev, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha proposto, spiazzando di brutto gli alleati d’Oltreatlantico che non se l’aspettavano – ma avranno agio di bloccare il tutto attraverso i loro preferenziali alleati britannici – di dare vita a un nuovo rapporto, una zona unica economica e di sicurezza tra Europa e Russia. Riprende una proposta diversa ma analoga dei russi di una nuova “architettura di sicurezza” europea vecchia già di due anni.

Diceva Medvedev che questa sarebbe stata un’alleanza più appropriata della NATO nel dopo guerra fredda ma che non avrebbe escluso nessuno: lui ipotizzava, infatti, un nuovo organismo di sicurezza che prendesse il posto sia della NATO che dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa che comprende, nell’OSCE appunto, anche gli americani e, perfino, il Canada.

Invece, sembra proprio che francesi e tedeschi, che sembrano grosso modo d’accordo, anche se con maggiore prudenza dei primi, si ripromettano di avvicinare la Russia all’Europa ma al di fuori dell’Alleanza Atlantica. Che della proposta discuterà – se poi ne discuterà davvero – a novembre quando verrà approvata la nuova dottrina strategica della NATO. Ma già l’idea che francesi e tedeschi ne parlino senza di loro non aggrada per niente agli Stati Uniti…

Se ne parlerà, ufficialmente e pubblicamente comunque, ad una speciale Conferenza sulla sicurezza (della serie nota come “di Monaco” da dove iniziò) a Mosca il 19 e 20 ottobre, che fa notare il portavoce del ministero degli Esteri russo precede di poco il vertice NATO di Lisbona e quello dell’OSCE che si tiene ad Astana, la capitale del Kazakstan. Anche a Lisbona il tema in ogni caso verrà dibattuto, alla presenza anche dei russi[104].

A Mosca, poi, la discussione sarà tutta focalizzata proprio sui contenuti e le proposte che possano eventualmente servire a perfezionare la proposta di Medvedev (un nuovo onnicomprensivo Trattato di sicurezza europeo che comprenda anche gli Stati Uniti) e si sa già che, per esempio, insieme agli americani – e a far loro da testa, diciamo, di… ponte – ci sarà, su posizioni ostili, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rassmusssen. Ma non proprio tutti quali che contano davvero…

Poi, naturalmente, un po’ tutti dicono – e contro dicono – tutto e il contrario di tutto…

• il ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg che dice, per esempio, in due frasi che fanno parte dello stesso periodo, che sarebbe “fondamentalmente una buona idea” avere un sistema di difesa missilistico europeo e però, e insieme, che “un’importante componente ne sarebbe il disarmo”: dove i termini “disarmo e difesa” fanno ovviamente a cazzotti tra loro e “fondamentalmente” è un avverbio per lo meno ambiguo[105]

• Il ministro della Difesa francese, Hervé Morin, avanza esplicite riserve, invece, sul piano NATO di difesa antimissilistica (lo scudo spaziale) inteso a proteggere i membri dell’Alleanza e dichiara che occorrerà più dialogo con la Russia. La Francia non bloccherà i piani degli antimissili balistici al vertice di Lisbona  ma sottolinea che, prima di arrivare ad approvarli, restano problemi di ordine strategico e concettuale tutti ancora da chiarire:

  ° sotto il profilo strategico/concettuale: da chiarire c’è se il nemico, oggi, sia davvero la Russia? se sì, dovranno convincersene tutti e oggi molti non lo sono davvero;

   ° sotto quello tecnologico e finanziario:

     ˚ il primo grande problema è che ancora nessuno ha dimostrato – e, a rigore, è indimostrabile – che un sistema di questo tipo, adesso che è già stato ridimensionato da Obama ma anche prima nella versione di Bush, sarebbe mai riuscito a “difendere” da un attacco missilistico qualsiasi pezzo d’Europa; in altre parole, funziona?  

     ˚ e, il secondo è poi, alla fine, chi paga? l’America? l’Alleanza? In che proporzioni? e pro-rata? o per quota fissa?

O è meglio – dice allora Morin con Sarkozy e, su questo punto, crediamo, speriamo, non solo per ragioni di affari, forse anche Berlusconi – discutere apertamente se sia concepibile una sicurezza europea di qualsiasi tipo senza una partecipazione diretta anche russa[106]

• Il ministro della Difesa polacco, Bogdan Klich – ravvicinamento o no che ci sia stato, o ci sia, tra il suo paese e la Russia – la pensa proprio in maniera opposta al francese: non vuole, e lo dichiara, che lo scudo antimissilistico della NATO venga esteso anche alla Russia. Fa riferimento all’elaborazione, e a quella che ora sarà la discussione a Lisbona della nuova “concezione strategica” dell’Alleanza, dice che il suo governo appoggia la “visione” (proprio così: visione, dice, in inglese…) di Rasmussen e dell’americano Robert Gates.

Scorda che per primo fu Obama, pochi mesi dopo l’arrivo alla Casa Bianca e prima ancora di Medvedev, ad accennare – però, è vero en passant e senza poi tornarci mai sopra – di una difesa comune atlantico-russa contro eventuali attacchi esterni sia agli Stati Uniti che a tutto il territorio europeo e torna invece a dire di missili a corto e medio raggio da cui “difendersi” eventualmente in Europa: cioè, non certo quelli che provenissero dai 3.000 e più km. di distanza di Teheran… E parla di esercitazioni e addestramento delle truppe NATO da intensificare allestendo gli opportuni piani di contingenza anche contro “eventuali minacce a singoli Stati membri dell’Alleanza[107].

Che, però, detta così e visto l’articolo 5 del Trattato[108] ne sarebbe la negazione in radice (“le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte). Certo, il Trattato parla di “attacchi” non di “minacce” soltanto. Ma i polacchi sono sempre stati in materia, comprensibilmente vista la storia che si ritrovano, un po’ ipersensibili…

In ogni caso, tedeschi e polacchi si incontrano coi russi a livello dei tre vice ministri degli Esteri e parlano di sistemi di difesa missilistica. Mentre il tedesco, Werner Hoyer, dice che è cruciale prendere in conto le preoccupazioni dei russi, il polacco Jacek Najder specifica che la decisione sullo scudo spaziale antimissile americano in Europa va tenuta “separata” da quella di invitare una qualche partecipazione dei russi.

Che non è la posizione tedesca e francese ma neanche, a stare a quello che aveva dichiarato Obama, quella americana (sempre che sia Obama a dire, come potrebbe e dovrebbe – anche se qualche volta non sembra – l’ultima parola per gli americani…), ma quella dei generali alla NATO e quella, di certo, del suo un po’ guerrafreddaiolo segretario generale...

Il russo, Sergei Ryabkov, osserva che non si potrà avere alcuna cooperazione del suo paese ad alcun progetto di difesa antimissilistica in Europa se non ci sono garanzie – tali considerate dai russi e non solo promesse – che anche la Russia viene formalmente, e nei fatti, considerata come parte di questa Europa: insomma, non si può considerare parlando di difesa europea la Russia altra cosa. E se lo si fa, bisogna sapere che la Russia reagisce e i mezzi per farlo li ha. Non lo dice con queste parole poco diplomatiche, Ryabkov. Ma il senso è chiarissimo[109].

E questo sarà il punto a Lisbona, se e quando se ne discutesse alla fine…

Da parte sua il segretario americano alla Difesa, che presenziava insieme alla Clinton alla stessa riunione a Bruxelles in sede NATO, a latere della quale tutti hanno parlato e tutti si sono contraddetti, si dice molto preoccupato dei tagli di spesa alla difesa che vengono annunciati da parecchi alleati (Germania, Regno Unito, anche Francia… e forse anche Italia: a Palazzo Baracchini parlano di comprare  qualche fregata di meno) perché potrebbe significare obbligare gli Stati Uniti a farsi carico del vuoto lasciato: quando essi stessi sono in crisi economica seria ma non hanno il coraggio di tagliare le proprie spese militari del tutto fuori misura in un paese che volesse essere appena appena normale[110].

Al prossimo vertice di novembre, rileva, l’Alleanza dovrà discutere della riforma della NATO (la cosiddetta nuova concezione strategica, appunto: il fatto è che il nemico di una volta non c’è più e quello presunto di oggi sfugge come l’acqua tra le dita…) e anche discutere di un dimagrimento della struttura delle forze armate stesse dell’alleanza… Invece, afferma il ministro degli Esteri e vice cancelliere Westerwelle, che a Berlino, con Merkel incontra il segretario della NATO il quale ha appena parlato della “necessità” che la NATO conservi le sue armi nucleari.

Sue, naturalmente, per modo di dire: sono francesi, inglesi, americane non certo NATO; anche se, magari in modo strano, le sono intestate e, insieme, le sono negate… E Guido Westerwelle ripete che “controllo degli armamenti e disarmo devono essere il marchio di presentazione principale dell’alleanza che è un’alleanza politica”. Insomma, come ha fatto anche in campagna elettorale, reitera che lui e il suo partito, i liberal-democratici, sono contrari e vorrebbero far uscire le centinaia di armi nucleari tattiche dal suolo dell’Alleanza (Germania, Italia, Belgio, Turchia… di sicuro) e, anzitutto, dal territorio tedesco. E come lascia capire, senza ridirlo proprio così per non mettere le dita negli occhi all’ospite, la linea ufficiale del governo tedesco – quella che ha reso possibile il formarsi della coalizione – è che bisogna andare avanti nella riduzione delle armi tattiche che sono schierate in Europa.

Rasmussen sembra replicargli quasi direttamente che a Lisbona bisognerà trovare un accordo sul nuovo concetto di sicurezza che “ragionevolmente dovrebbe includere un sistema di difesa missilistico”. E la Merkel, quasi, lo corregge, sembrando correggere la linea ufficiale della coalizione appoggiando ambiguamente più la sua posizione che quella del suo stesso vice: “l’apertura del paese sulla discussione di un sistema di difesa missilistico è di per sé un buon segnale”, osserva, senza chiarire che voglia mai dire nel contesto “apertura[111]: a chi? su cosa? Ma, alla fine, volete scommettere che vinceranno i falchetti rispetto ai colombacci, ancora una volta e anche qui?

Però il fatto nuovo è quello che un osservatore americano che risiede da tempo a Parigi sintetizza in modo particolarmente brutale e volutamente, non diplomatico né politicamente corretto, in un editoriale scritto per l’International Herald Tribune e riprodotto, però, sul NYT: “Una volta… bé, una volta gli Stati Uniti richiamavano i membri devianti del gregge a tornare dentro il recinto con un fischio o un urlaccio. Decidevano quale era la deviazione dalla dottrina e quella loro decisione era in pratica legge. Ma stavolta, quando l’Amministrazione ha battuto i piedi, nessuno – nessuno – s’è messo sull’attenti[112].

Francia e Germania si incontrano da soli con la Russia, parlano con la Russia di uno scudo spaziale antimissili ma stavolta in comune, non contro i russi, perfino la Gran Bretagna e l’Italia sembra che decidano di ridursi di qualche po’ le spese per armamenti… malgrado strilli e preghiere.

Viene insieme, però, rilevato che l’Alleanza, revisione o non revisione, dovrebbe farsi carico anche di migliorare i sistemi di comando e controllo delle forze aeree e della capacità di controbattere con efficacia quelle armi estremamente semplici, efficienti e letali che il nemico usa benissimo, in Afganistan ad esempio, come le bombe ad alto esplosivo collocate sulle strade.

Ma Sarkozy, come Berlusconi, e non senza qualche forte motivazione, ha spiegato diverse volte che i russi ormai sono partner degli europei e non più una minaccia e che come tali vanno trattati. Con questa motivazione ha coerentemente difeso anche la decisione di vendere la portaelicotteri francese Mistral a Mosca, scontentando gli alleati NATO che la Russia invece, anacronisticamente (?), tendono a considerarla ancora una minaccia.

Osserva, acidulo, il NYT[113], che riporta così la notizia, di come “M. Sarkozy sia noto per sollevare grandi idee che non sempre giungono poi a compimento, di cui esempio recente è l’Unione per il Mediterraneo e che deve far fronte a problemi seri di popolarità in casa”. Cosa vera.  Ma certo non unica: per esempio, anche in America non è che il presidente sia poi sempre tanto popolare…

Ricevendo a San Pietroburgo il Berlusca, che era andato a festeggiarne il 58° compleanno, Vladimir Putin, che insieme a lui ha salutato con favore la richiesta – nuova – di alcune compagnie petrolifere tedesche a partecipare al progetto, ha assicurato che il gasdotto South Stream non fa concorrenza né ostacolo a qualsiasi altro gasdotto che, nella regione, si ripromette di aumentare la stabilità energetica dei flussi tra Russia ed Europa[114].

Però, ha soggiunto con non involontaria ironia, non basta riprometterselo, bisogna effettivamente investire, in euro o anche in rubli, per costruire un gasdotto— e il riferimento al Nabucco delle chiacchiere e dei pochissimi investimenti fatti con cui la UE vorrebbe, forse ormai avrebbe voluto, scavalcare i gasdotti russi collegandosi direttamente al Caucaso è del tutto voluto.

Di più. Subito dopo il vice primo ministro, Igor Sechin, parla ai media, in particolare proprio quelli occidentali, a Turkmenbashi, in Turkmenistan, e dice che ormai “in considerazione di quanto affermano dopo attenta valutazione gli esperti della materia  – turkmeni, europei e del mondo intero – è oggi probabile che il progetto Nabucco venga proprio messo da parte[115] da chi voleva lanciarlo.

Non ci sono, infatti, in tempi ragionevoli da un punto di vista industriale e commerciale, prospettive di incremento del volume del gasdotto, così che non c’è ragione per metter mano al progetto che può ben essere dunque “dimenticato” almeno finché non entrino in ballo nuovi fattori economici a giustificarne gli ingenti investimenti. Ma a quel punto – non mesi, anni – il gasdotto Nord Stream sarà entrato in funzione e anche il South Stream sarà avanzato: e entrambi già godono di priorità in investimenti, date e prenotazioni di consegna. Per il Nabucco non c’è nulla di tutto questo. Quindi...

Da Bruxelles, zitti e mosca. Tutti. Anche perché hanno proprio poco da replicare nel merito.

●Quando Putin, parlando accanto a Berlusconi, dice che il South Stream serve all’Europa è anche probabilmente irritato dagli sforzi che stava palesemente scatenando la Commissione di mettere i bastoni tra le ruote al contratto in discussione tra Polonia e Russia, con Gazprom, di fornitura a lungo termine. Che, da un punto di vista più polacco di quello dei polacchi stessi ormai[116], si preoccupa della dipendenza eccessiva della Polonia (e dell’Europa perciò), poi, dalla Russia.

Ma il problema è sempre lo stesso: l’Unione, che pure si è data in materia energetica una legislazione teoricamente e genericamente comune, non riesce a stringere: cioè, a delegare davvero la negoziazione dei propri interessi a un qualcosa d’europeo e di comune. Anche perché i grandi paesi (Germania, Italia, Francia) il loro negoziato bilaterale coi russi se lo fanno da soli, come aziende e come governi, non lo hanno mai delegato e non lo delegano (con Putin c’era, ancora una volta, Berlusconi) al Commissario all’Energia dell’Unione.

Poi, nel rapporto tra polacchi e russi ma, in realtà, tra polacchi e Unione europea sta montando  un altro problema. Da parte dei polacchi c’è resistenza forte soprattutto a una regola tra quelle che si è date l’Unione e che dovrebbero ora estendersi anche a loro per fare affari coi russi: quella che ogni compagnia energetica di uno Stato dell’UE, in nome della “libertà del mercato”, deve poter aver accesso a un gasdotto costruito ed usato anche su base bilaterale solo da altri. Qui, per dire, l’ENI o Total dovrebbero avere gli stessi diritti di chi lo ha costruito, i russi e i polacchi, che non avrebbero diritto a monopolizzarselo…

Ma i polacchi – o almeno alcuni polacchi al governo: il primo ministro, quello degli Interni… ma non quello degli Esteri, altri – non accettano di essere, di fatto, per fare accordi coi russi, i soli europei a dover chiedere al partner di applicare la regola alle joint ventures. Perché non era mai stato richiesto finora a francesi, tedeschi, italiani di esigere questo ai russi.

Anche perché la regola è nuova e il Commissario Günther Öttinger, che non era a quel posto quando i grandi si fecero i loro accordi con Gazprom e la regola dello spezzettamento ancora non c’era, questo pretenderebbe ora, che la regola nuova c’è, da Varsavia e solo da Varsavia.

Gazprom, che è proprio il tipo di monopolio che l’Unione ha deciso di combattere, spiega che se seguisse la strada della riforma richiesta dalla UE (frantumarsi in più parti, separando produzione, distribuzione e vendita di energia) creerebbe un rischio reale di disinvestimento nelle infrastrutture e problemi seri sia sull’operatività che sui diritti di proprietà dell’impresa stessa. Anche solo provarci, scrive il vice presidente della compagnia Alexander Medvedev (omonimo, non parente), ne svaluterebbe investimenti e capitale[117].  

La realtà è che la Polonia, il cui governo era stato tra quelli più rigidi sull’interpretazione della regola, non ci sta più: perche adesso ha constatato che, di fatto, essa discriminerebbe solo lei penalizzandola nei suoi rapporti commerciali coi russi, non ci sta più. Specie dopo la tragedia dell’aereo che portava il presidente polacco a una cerimonia di “riconciliazione” tra Varsavia e Mosca dalla tragedia e dall’eccidio perpetrato a Katyń, dall’NKVD sovietico, contro migliaia di ufficiali polacchi.

Nel governo polacco oggi il dibattito è, però, ancora aperto[118]: soprattutto tra il ministro degli Esteri, Radek Sikorski, che l’accordo coi russi lo vuole ma vuole anche attenersi alle regole dell’Unione e il ministro degli Interni, Waldemar Pawlak, che insieme alla PGNIG, la Polskie Górnictwo Naftowe i Gazownictwo, la Compagnia polacca del petrolio e del gas, è il negoziatore e che sottolinea come le conseguenze di un accordo alle condizioni europee nei fatti lo subirebbe solo Varsavia.

Il braccio di ferro dentro il governo non è ancora risolto. In un primo momento sembrava proprio che lo stessero vincendo quelli che vogliono firmare subito. Anche perché la PGING aveva fatto presente, pure pubblicamente, come altri ritardi a firmare minerebbero la capacità stessa che il paese gli chiede di far fronte alle forniture che deve dare alle industrie nazionali che sono clienti sue… Poi, la Polonia sembra essersi attestata su una soluzione, come si dice, di compromesso.

Dice il ministro Pawlak, il negoziatore coi russi, che l’attuale contratto esistente di fornitura del gas naturale valido per altri dodici anni, fino al 2022, non sarà annullato come qualcuno chiedeva man non sarà prolungato, come avevano concordato tra loro già i due primi ministri russo e polacco, fino al 2037. Un altro accordo sul transito del gas russo verso occidente, entrato in vigore nel 2007 non sarà più valido fino al 2045 – anche qui, come già concordato – ma solo fino al 2019 aggiungendo che accordi così a lungo termine non sono desiderabili…

O, forse meglio, non sono più così desiderabili…: tre anni fa e l’anno scorso, evidentemente, lo erano. E Pawlak, fuori da denti aggiunge, chiarissimo, che in realtà non lo sono più perché sulla scadenza del 2045 sono “entrati in gioco e hanno pesato interessi americani e tedeschi[119], coperti appena appena, fa capire, dalla foglia di fico dell’Unione europea. Ma osserva che, certo, ora bisognerà vedere quel che ne dicono i russi…

Certo, il ministro dell’Energia russo Sergei Shmatko assicura che la Russia non chiuderà i rubinetti alla scadenza dell’accordo corrente, il 20 ottobre, e continuerà a fornire il gas di cui la Polonia, specie all’inizio del suo rigidissimo inverno, ha bisogno. Ma bisogna far presto soggiunge Pawlak  il 16, anche alla luce del fatto che “i nuovi accordi vanno firmati subito visto che la Polonia si potrebbe trovare altrimenti di fronte a problemi seri di gas carente a cominciare da fine ottobre”. Come aveva avvisato, non a caso, la PGNIG, l’ente polacco dell’energia.

E, in realtà, i russi non pongono ostacoli. Dopo pochissimi giorni, viene infatti subito parafata una bozza d’accordo che incrementa i trasferimenti di gas naturale ma che dipende, dopo l’accordo politico, dalla conclusione degli accordi tecnici tra gli operatori, EuRoPol Gaz e Gaz System: lo dichiara il capo della Gazprom, Medvedev, nel corso dell’incontro che a Mosca ha dato il via all’accordo con la vice ministro polacca dell’Economia, Joanna Strzelec-Lobodzinska.

Le consegne di gas naturale russo aumenteranno di 10 miliardi di m3 all’anno, con alcuni dettagli ancora sotto critica da parte della Commissione europea che potrebbero, precisano a Varsavia,  dover essere rinegoziati. E sui quali la Russia chiede, però, ai polacchi di accelerare il “loro” chiarimento a Bruxelles – che la Strzelec-Lobodzinska dà invece, forse un po’presto già per acquisito – per arrivare presto a una conclusione “definitiva” di un accordo che era già stato concluso[120].

Conclude – per ora – questa serie di sviluppi, in parte contraddittori, ridando il primo posto alla politica e al rapporto tra gli Stati, il primo ministro polacco Donald Tusk che fa rilevare come rapporti migliori e amichevoli con la Russia portino, evidentemente, anche a una maggiore sicurezza energetica[121]. Nella vita politica, tra le persone e tra le nazioni, spiega Tusk dopo un incontro col ministro degli Esteri russo Lavrov, i gesti contano a volte quanto i fatti e anche più. In ogni caso, dal punto di vista polacco sono importanti buone relazioni sia con la Germania che con la Russia: e non c’è neanche bisogno di richiamarlo.

Lo segue a ruota, per ribadire lo stesso concetto, il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski[122] che, pure, ha suscitato le ultime marette chiedendo il parere della UE – sapendo bene che sarebbe stato carico delle negatività sopra accennate e che, poi, è stato largamente obbligato dai fatti lui stesso a ignorare[123] – sottolinea come siano maturati i rapporti bilaterali malgrado le occasionali turbolenze. Sikorski parla dei tre accordi che saranno firmati a breve in occasione della visita a Varsavia, a inizio dicembre, del presidente russo Medvedev.

Si tratta dell’apertura di un valico di transito dal territorio polacco all’exclave polacca ed enclave russa di Kaliningrad, di centri di dialogo tra Polonia e Russia e di consorzi per l’espansione degli scambi commerciali tra i due paesi. Lavrov, che annuisce, chiarisce che il colloquio russo-polacco ha anche riguardato i nodi politici e non solo economici tra Unione europea e Russia, il vertice prossimo venturo tra Russia e NATO e della speranza di incrementare la sicurezza in tutta l’area euro-atlantica.

Alla fine, ingoiando fiele insieme probabilmente, una volta per tutte al sogno dell’amato Nabucco che si va trasformando in un incubo, il Commissario all’Energia dell’Unione, Günther Öttinger,  incontra il presidente di Gazprom, Alexei Miller, e mette la sua firma accanto alla di lui su un documento che proclama come “il gas naturale russo continuerà a rappresentare sempre una percentuale molto significativa dell’equilibrio energetico di cui ha bisogno l’Unione europea” e che una partnership economica di successo va fondata “sul dialogo aperto tra le parti e il rispetto dei reciproci interessi”. Con tanta salute all’eldorado del Tajikistan che i russi si sono già, tanto, anticipatamente e sagacemente comprati.

●Il primo ministro della Lituania, l’improbabile (in vent’anni ha cambiato quasi altrettanti partiti,  tutti conservatori approdando da poco proprio al partito conservatore) Andrius Kubilius, dice che l’Europa dovrebbe costruire una sua autonomia energetica rispetto alla Russia: “da noi – rileva – per il gas dipendiamo al 100% dai russi e ne importiamo elettricità per il 50% di quel che consumiamo[124]… Lo dice, e naturalmente ha ragione. Ma come si fa, come, e con quali quattrini, questo non lo dice. Perché non sa e non può. E allora sarebbe meglio star zitti, no?

●Ora, poi, è la Polonia – paese tradizionalmente alleato – ad attaccare la Lituania registrando, e denunciando – lo fa il ministro degli Esteri di Varsavia Radoslaw Sikorski – che Vilnius non rispetta gli impegni presi danneggiando seriamente i rapporti bilaterali, gli investitori e i risparmiatori polacchi: e fa una serie di esempi, come quello – dice – della raffineria di petrolio di Mazeikiai… Non è una cosa nuova, anche se solo ora, dice Sikorsky, abbiamo deciso di “articolarla”.

Il governo lituano si “difende” prima negando i fatti denunciati e, poi, promettendo di accelerare i negoziati con Varsavia… sulle tariffe del carico ferroviario da applicare bilateralmente e afferma che il governo di Vilnius ha di recente deciso di allocare più risorse (quali? quante? in che cosa? nella valuta lituana, il litai?) a completare il processo di “restaurazione rurale” (sic!?) in Polonia[125]

●A Varsavia, in uno sviluppo del tutto separato, la Banca centrale di Polonia ha deciso di tenere fermo il tasso di interesse al 3,5%. Ma ha contemporaneamente stretto le corde della propria politica monetaria decidendo, invece di aumentare gli interessi, di alzare il livello delle riserve obbligatorie di 50 punti base allo stesso 3,5%: identico, in pratica, l’effetto, minor freno psicologico, sperano[126]…   

●Mosca, dice parlando a Soci a un incontro sui problemi della sicurezza internazionale il segretario del suo Consiglio nazionale di sicurezza, Nikolai Patrushev, ha informazioni sul fatto che gruppi terroristici internazionali stanno cercando di procurarsi il controllo di armi di distruzione di massa… Detta così è quasi ovvia, tanto da sembrare superficiale e anche poco responsabile. Ma, in un secondo momento, Patrushev aggiunge che le informazioni danno come obiettivi possibili alcuni specifici passaggi marittimi chiave per la forniture di petrolio a livello internazionale: lo stretto di Hormuz, all’imbocco del Golfo persico, lo stretto di Gibilterra, tra Africa e Europa, lo stretto di Bab-el-Mandeb, tra mar Rosso e oceano Indiano e il  canale di Suez[127].

La ricerca è concentrata, sempre a stare alle sue informazioni, su armi e tecnologie chimiche e batteriologiche, materiali radiologici e tossici e formule di tipo biologico. Pare intuibile che queste indicazioni e questi ragguagli siano stati dai russi condivisi con altri servizi più o meno segreti e altri responsabili della stessa materia di cui lui risponde per la Repubblica federativa di Russia.  

STATI UNITI

●Alla vigilia di queste elezioni di medio termine, pare che la guerra in Afganistan non peserà neanche per un voto: se non, forse, su Obama che qualcosa potrebbe pagare… a sinistra. A noi pare incomprensibile e, ci sembra, anche vergognoso che non stia là in prima fila con la disoccupazione nelle imputazioni di accusa: perché è una guerra che agli Stati Uniti, in mezzo al po’ po’ di crisi che li ha squassati, è costata finora almeno – almeno – $1.000 miliardi…

●Nel merito però delle accuse a Obama e ai suoi viene adesso ben osservato[128] come non si  possa onestamente dire che “il presidente Obama sia stato un fallimento, che non abbia fatto niente. Perché ha alle spalle diversi successi reali. Ha fatto passare l’allargamento della sanità, un’espansione dei regolamentazione della finanza, ha stabilizzato l’economia, ha dato vita a un’iniziativa di riforma dell’istruzione e ha anche condotto una guerra intelligente e determinata contro al-Qaeda [che è un parere, ovviamente: perché, quell’ “intelligente”, francamente è sprecato…].

Ma su questi ultimi due anni c’è anche un’altra lettura: un presidente che ha vinto con un ampio mandato politico, spinto da un movimento giovanile entusiasta e pieno di energia e in controllo sia della Camera che del Senato – il massimo del potere che qualunque presidente possa mai sperare di mettere insieme in tempo di pace – al dunque non è stato in grado di far passare che un’estensione della sanità pubblica come una specie di amalgama subottimale di compromessi tortuosi che nessuno è in grado di sapere se mai funzionerà davvero o se ce lo potremo permettere (e che neanche fa i conti sul serio col problema dei costi e della qualità); ha fatto approvare anche uno stimolo economico limitato che non ha diminuito granché la disoccupazione né ha messo rimedio alle carenze infrastrutturali del paese; e una legge di regolamentazione finanziaria che ha bisogno di essere interpretata dai regolatori non essendo neanche riuscita a mettere tutti d’accordo su misure pure assolutamente cruciali. E Obama ha anche dovuto abbandonare completamente una legge su clima e energia e, se adesso i repubblicani si riprendono la Camera, non si riparlerà di una legislazione energetica almeno fino al 2013. Probabilmente va detto che Obama ha fatto il meglio che poteva fare. Ma questo è il punto”.

Il punto, infatti, è che quello che ha fatto forse era proprio il meglio… E  che è del tutto insufficiente. Il 62% degli americani è convinto che sul piano economico le cose vanno proprio male[129]. E hanno certo ragione. Poi si dividono sul perché. E’ stato fatto troppo e troppo a sinistra, non lasciando agire liberamente il mercato? O troppo poco, e troppo a destra?

Adesso, in campagna elettorale i repubblicani sono all’attacco e i democratici controbattono, accusandosi l’un l’altro, di aver trattato troppo bene… la Cina[130]. Certo, poi  come fa osservare un altro noto commentatore, Paul Krugman, i repubblicani hanno radicalmente cambiato le regole della lotta politica. Tutto è cominciato con i due cataclismi paralleli e congiunti del 2008, il collasso dell’economia e l’elezione di Barak Obama, un intellettuale, già di per sé odioso dunque, poi  “negro” e pure “quasi islamico” (si chiama o no Hussein, di secondo nome?)…

Il fatto è che ormai “il conservatorismo americano è, in gran parte, un movimento strutturato da miliardari e dai loro conti in banca che assicurano – con le televisioni via cavo come la Fox – il suo assegno mensile a chi è ideologicamente leale. E che ormai costituisce una parte importante del sistema[131]. Le cose stanno proprio così: ormai la politica americana è pagata, comprata, dai padroni delle grandi imprese in maniera anche aperta, non più mascherata.

Scrive un esperto costituzionale sul NYT degli effetti dell’indecorosa sentenza che, 5 contro 4, ha visto la Corte suprema, cioè la corte costituzionale, decretare il 21 gennaio scorso che quando la Carta fondamentale parla dei diritti della persona in realtà parla anche dei diritti dell’impresa, dellle società anonime, delle multinazionali, ecc., ecc.: le corporations che, testuale, per logica analogia (sic!) “hanno lo stesso diritto alla libera parola dei cittadini ordinari”. “Ecco quel che è successo: la spesa di gruppi di interesse nella corsa senatoriale di questo autunno è salita del 91% rispetto allo stesso periodo del 2008  secondo il Wesleyan Media Project [una specie di Auditel che su base  indipendente tiene conto di queste cose].

   Nello stesso periodo, la spesa dei partiti politici è caduta del 61%. Il risultato è che le corporations, il cui solo obiettivo è quello di fare poi soldi da mettere  nelle tasche dei propri azionisti, si sono visti riconoscere il diritto ad essere “persone naturali” agli effetti elettorali e ormai stanno schiacciando le persone naturali reali. Ma i partiti politici, che esistono invece proprio con l’obiettivo di promuovere idee e princìpi di governo, hanno visto la loro voce drasticamente ridotta[132].

Ma tant’é… questo nemico fazioso, sboccato, irrazionale, fideista e fanatico si può, e si deve, anche imparare a combatterlo. In fondo, e a ben vedere, è molto simile alla più forbita, elegante, classica, ortodossa ma altrettanto classista ricetta delle destre per bene. Quelle che esemplifica al meglio, icasticamente, su The Economist chi sintetizza un lungo articolo che suggerisce a Obama e agli altri che si preparano al G-20 di Seul in una sola frase anodina e chiarissima: oggi, “la crescita economica potrebbe dipendere tanto da riforme strutturali che da una prudente politica macroeconomica[133].

Decretando – notate, però, quel cauto “potrebbe” (dopotutto questo è il giornale che nell’editoriale di sintesi del 2009 titolava, per una volta tanto onestamente, di “aver sbagliato tutte” le sue previsioni: ma senza spiegarci il perché) – che le riforme devono essere “strutturali” (in codice vuol dire, dovunque meno diritti al lavoro e soprattutto ai lavoratori, più sacrifici per i poveri e meno tasse per i ricchi) e la scelte di politica macroeconomica “prudenti”.

Insomma quanto esattamente questi – gli stessi consigliori che ci hanno portato al disastro col loro impazzimento ideologico per il liberismo selvaggio e le virtù taumaturgiche del libero mercato – raccomandavano prima dello scoppio della bolla speculativa edilizia: che non avevano proprio visto o, peggio, avevano deliberatamente ignorato – fino al 2008…

In effetti, c’è ancora chi, scrivendo su un foglio pur prestigioso come il Washington Post, continua a seminare frescacce sesquipedali e ad avvelenare le aspettative economiche con la paura dell’…inflazione: oggi, nel mezzo della recessione più prolungata dalla Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso, c’è chi, giornalista del tutto immeritatamente famoso e strapagato come Robert Samuelson si preoccupa che riprenda la crescita e, se riprende, che riaccenda l’inflazione…

Scrive[134] che la Fed sta pensando di comprare direttamente una maggior quantità di buoni del Tesoro e ne vede i “pericoli”: perché spiega “se i soldi a buon mercato sospingessero una crescita economica molto più alta, molte di queste riserve potrebbero trasformarsi in prestiti e sollevare lo spettro di un’inflazione più alta con troppa liquidità alla caccia di beni troppo scarsi…” uno spettro che “la Fed sarebbe allora costretta a fa retrocedere, o a neutralizzare, attraverso tassi di interesse più alti”.

Anche i tedeschi, secondo l’ottica analoga e allucinante di chi teme di morire di freddo nel deserto sotto il solleone, però criticano la mossa di Bernanke, o meglio l’idea – che per ora di più non si tratta – di un politica monetaria più lasca. Perché, dice Brüderle[135], ministro dell’Economia di Merkel, sarebbe la “maniera sbagliata” di stimolare la crescita e sarebbe anche, almeno potrebbe essere, una “manipolazione” del valore del dollaro: proprio quello di cui l’America accusa la Cina. Il secondo rilievo è sensato, il primo è semplicemente cieco: dettato solo dalla solita inconsulta paura dell’inflazione che non c’è, mentre il problema che c’è è proprio l’opposto. 

Per Obama, però, non sono questi – i reazionari fanatici del Tea Party, i poveri scemi (absit iniuria…,  scemo significa solo che gli manca qualcosa...) che scrivono cavolate, o i soloni del perbenismo saggio e convenzionale – i nemici davvero più pericolosi. Il più duro potrebbe essere invece il nemico che nemico non avrebbe davvero voluto essergli ma che lo sta diventando. Già, perché non pochi di quell’ondata che due anni fa lo ha portato sulle ali della speranza alla Casa Bianca, lo accusano ora di essersi arreso, di aver tradito l’impegno preso e il mandato assunto, di averlo annacquato tanto da farlo diventare insapore, insipido, incolore e pure qualche po’ stomachevole.

Non solo per coloro che lo avevano osteggiato da sempre da destra, e lo accusano farfugliando le loro fantasmagorie paranoiche di essere “comunista”, “straniero” e “fanatico islamista” – qualità tutte fungibili e pure cumulabili, si capisce – ma anche da sinistra e da centro-sinistra, da chi lo aveva votato, in lui aveva sperato e, adesso, si sente deluso…

Anche perché – è un fatto oggettivo – “le campagne elettorali si fanno sempre in poesia, ma poi si governa in prosa[136]. Per non parlare, sotto questi profilo, di politica internazionale: dove mostrare i muscoli supersviluppati in giro per il mondo, in Vietnam, in Iraq, in Afganistan, pure non è servito a niente se non a spu***nare l’America e il nome dell’America.

●Buttiamo là qualche impressione/previsione basata su conoscenze dirette di persone, di fatti e di analisi sull’esito probabile di queste elezioni di medio termine in America, alla luce – ovviamente – delle linee nostre soggettive di apprezzamento politico che abbiamo sopra delineato. Chiedendo l’indulgenza del lettore visto che di previsioni, appunto, si tratta stilate a metà ottobre e messe in rete il giorno prima della votazione che, come tali, comportano sempre il rischio della smentita anche clamorosa.

• Il movimento populista di destra demagogica, diventato famoso col nome di Tea Party[137], ha dominato tutta la campagna elettorale.

• Ma dubitiamo che i recenti successi che ha riportato nelle primarie repubblicane avranno un impatto significativo sul medio termine elettorale che sarà dominato dalla percezione della realtà economica.

• Restiamo del parere – sperando comunque di sbagliarci – che Obama ha tanto incasinato i successi limitati che pure ha avuto e tanto deluso chi in lui più aveva creduto da dare ai repubblicani una certa qual maggioranza alla Camera e avrà anche la probabilità di perdere qualche seggio al Senato.

• Sia che vada così, sia che per i democratici e Obama vada un po’meglio – ma le elezioni di medio termine di regola “puniscono” in qualche modo il partito di governo – l’anticipazione ora è quella di un Congresso bloccato fino a fine 2012: anche se una maggioranza repubblicana in una o nell’altra Camera diventerà un incentivo probabilmente irresistibile/inevitabile alla ricerca del compromesso parlamentare. E, secondo noi, sarà l’affossamento della presidenza di Obama e delle aspettative che aveva suscitato in America e nel resto del mondo.

• A breve termine, al massimo a medio, se le cose andranno così, ci sarà infatti l’accordo per estendere tutti i tagli di tasse che aveva disposto Bush e che sono in scadenza almeno per altri dodici mesi.

• Ma, sull’economia, quasi nient’altro se non, forse e marginalmente, qualche aiuto al business.

• E una maggiore pressione sull’Amministrazione perché indurisca la propria confrontation con la Cina sulle questioni del commercio e del cambio: anche se sarebbe del tutto inutile quanto a effetti reali sulla Cina (che, tra l’altro, ha i mezzi per reagire, ormai).

• I repubblicani non tenteranno, probabilmente, anche se avranno successo, di cancellare la riforma sanitaria.

• L’Amministrazione non avrà più l’opzione di arrivare a regolare per legge, già oggi rivelatasi praticamente impossibile, le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e potrà agire solo per via amministrativa: per quanto potrà.

• Sarah Palin, che di fatto ha assunto la leadership del Tea Party si sta posizionando per la corsa presidenziale del 2012 nelle primarie repubblicane. Questo malgrado lo schiaffo che ha preso a una convention del “partito” arrivando seconda dietro al governatore del New Jersey. Il quale l’ha scavalcata grazie al veto messo al secondo tunnel che doveva collegare il suo Stato a New York in nome del diritto sovrano dei cittadini ad essere lasciati in pace dallo Stato che non si deve preoccupare del bene comune ma solo di lasciarli liberi di cavarsela da soli col traffico congestionato.

   Letteralmente, questo è stato il motivo: perché c’è sempre chi è poi più a destra perfino di Gengis Khan, della Palin stessa e, con l’aria che tira – e con Obama che non sembra in grado di cambiarla nei due anni che gli restano di presidenza – potrebbe anche aver successo. E, forse, non solo nelle primarie… Insomma, non c’è fine al peggio: dopo Reagan e Bush il piccolo adesso perfino la “mamma orsa” e, forse, chi sa?, quel bombolotto del governatore primitivo del New Jersey: ognuno si tenga le sue tasse e Dio pensi a tutti…

In buona sostanza, se le cose vanno così, Obama verrà, come dire?, “depotenziato”. Potrà, forse, agire ancora con qualche incidenza in politica internazionale – se vorrà: ma vorrà?... pensate a Israele-Palestina… – ma in politica interna probabilmente resterà paralizzato per gli altri due anni o quasi che lo separano dalle prossime presidenziali. E la “colpa” sarà, secondo noi, in ultima analisi, sua… S’è spaventato e, in pratica, s’è arreso.

●Il WP[138] lamenta che i consumatori americani si sono fatti schizzinosi, che adesso ci pensano due volte, e anche tre, prima di spendere come facevano una volta, che così facendo – in un’economia fatta per i 2/3 da consumi – non danno certo una mano alla ripresa. Ma la realtà è che, dati i livelli attuali dei salari reali e dei redditi del 90 e più per cento della popolazione, i consumi tengono pure bene. Ma al giornale della capitale il rilievo, banale e reale, che i salari sono bassi – in termini deflazionati, più bassi di vent’anni fa – e i prezzi troppo alti, non viene neanche in mente…

●Invece un guru conservatore che, scrivendo di economia e società sul NYT, tenta ogni due o tre giorni – ma disperatamente, senza riuscirci – di fare pendant al progressismo razionale e ferreo del premio Nobel Paul Krugman, fa notare adesso[139] furbescamente – lui crede – come il governo dovrebbe decidersi “in un momento così duro per il bilancio della nazione” a ridurre la paga dei lavoratori del pubblico impiego che godono, dice, di salari medi superiori a quelli della media dei lavoratori americani (che è oggi di $22,67 all’ora).

Al solito, un ragionamento fin dove si spinge “tecnicamente” anche giusto… se il signor Brooks lo applicasse, però, anche a se stesso. Anche lui, in base alla sua stessa denuncia dei redditi (qui è pubblica per ciascun contribuente), guadagna in media più del lavoratore medio americano e oltre mille volte più dell’impiegato pubblico medio, dovrebbe vedersi decurtare il salario: mille volte più drasticamente.

Dice che la nostra è demagogia. Lo è, certamente. E la loro? cos’cosa è questo improvviso fare i conti senza più alcun riferimento alla meritocrazia sacrosanta, sulla media di tutti i lavoratori? forse che i Brooks d’America, convertiti, puntano loro, adesso, a una società forzatamente egualitaria dove tutti guadagnino come tutti e nessuno più di nessuno. Buffoni…

Se il confronto lo facesse, ad esempio, tenendo conto – con appena un pizzico di meritocrazia sacrosanta – del livello di istruzione e di esperienza delle categorie forzatamente da lui comparate il guru potrebbe scoprire, per dirne una, che in realtà il salario medio di un impiegato lavoratore pubblico americano è di qualche poco inferiore[140] a quello del lavoratore medio d’America.

●L’economia a settembre ha perso al netto, avendone creati 64.000 di nuovi nel settore privato, altri 95.000 posti di lavoro (non agricoli), la maggior parte tagliati nel lavoro pubblico e, specificamente, ma ormai in piccola parte, per la fine dei lavori del censimento che erano stati delegati ai singoli Stati e ai municipi e per ben l’80% per il licenziamento di insegnanti di ogni ordine e grado e altri impiegati del sistema di istruzione che non si sono visti rinnovare il contratto alla ripresa autunnale: molto peggio di quanto ci si aspettasse. penalizzare

E il tasso ufficiale di disoccupazione, che – va sempre ricordato – misura soltanto chi è attivamente alla ricerca di lavoro, cioè chi si iscrive nelle liste e poi non trova lavoro, resta immobile al 9,6%: le imprese, è la realtà, alla ripresa davvero ci credono poco e credono ancora meno in una domanda di consumi che salga di nuovo a breve, per cui non riassumono.

Nel frattempo, la durata media della disoccupazione continua a restare a livelli mai così alti, che stanno portando a uno stato di “disperazione individuale che si va facendo, però, collettiva” per i 14,8 milioni di disoccupati ufficiali: il senza lavoro tipico americano ormai lo resta per 33,3 settimane di seguito[141]

L’occupazione tra i giovani neri, i teenagers, crolla a settembre del 2,6%, all’11,7% ufficiale (il massimo di sempre[142], un livello di disoccupazione superiore al 50%), crollando del 20% rispetto al punto massimo che segnò nel boom del 2000. I benpensanti di ogni stampo e colore dicono che è anche e forse soprattutto questione di scarse motivazioni e di carenza delle qualità professionali necessarie. Questi teenagers, però, dieci anni fa – non un’era geologica – erano stranamente motivatissimi e qualificatissimi visto che il tasso di occupazione fra i giovani neri era allora – solo dieci ani fa, appunto – tre volte più alto di oggi. 

E con gli effetti dello stimolo che ormai si affievoliscono specie proprio in campo occupazionale, conclude l’EPI, “l’economia americana non va peggio ma non va meglio. Per i lavoratori d’America è, però, sempre l’inferno[143]. E questo senza parlare della continua perdita di potere d’acquisto che, per i prezzi ma soprattutto per la decurtazione delle buste paga di chi, non per sua scelta, è costretto a lavorare meno ore alla settimana, sopportano oggi decine di milioni di lavoratori dipendenti in America.

●L’economia americana, viene rilevato a fine ottobre[144], ha segnato un PIL in crescita nel terzo trimestre del 2%: “un tasso che, dicono la maggior parte degli economisti, non è in grado di produrre neanche il minimo di domanda di cui ci sarebbe bisogno per abbassare una disoccupazione al 9,6%[145]” ufficiale.

●In questo clima è semplicemente inverecondo che su queste elezioni non ha pesato più di niente una notizia come quella che esce ai primi di ottobre – che questo sarà un —Anno record per le gratifiche a Wall Street e che saranno distribuiti qualcosa come $144 miliardi ai dipendenti delle banche e degli altri istituti che a Wall Street hanno provocato la crisi e sono stati in larga parte salvati dai soldi dei contribuenti[146]. Il fatto è che questa è una società ormai incapace perfino di inc***arsi…

… e anche una società dove gran parte dei cittadini beve tutto quello che lor signori decidono di far loro bere, aiutati da pennivendoli che raccontano palle con una disinvoltura senza vergogna. Come quelle snocciolate da un altro business writer, presunto esperto di economia e columnist del WP[147] (che, certo, non si fa mancare proprio nessun tra gli “esperti” che da anni sbagliano tutto e ai quali si continua a concedere licenza di sbagliare ancora impunemente su tutto…) in un suo recente pezzo intitolato al fatto – di cui sarebbe eresia dubitare – che, certo, —I tagli ai salari faranno anche male, ma possono essere l’unico modo per riportare gli americani al lavoro (nuova, eh?).

Sono certo – scrive il finto tonto – che molti di voi lettori pensiate che a sorbirsi un taglio di paga per riequilibrare l’economia dovrebbero essere gli strapagati dirigenti di banca, quelli delle imprese e anche sì, gli opinionisti dei giornali. Così andrebbero le cose in un paradiso socialista, ma non vanno così nelle economie di mercato molto migliori a produrre efficienza che a produrre equità”. Una faccia tosta, dicevamo, unica: perché se il mercato, poi, funzionasse quei salari dovrebbero essere proprio tagliati a quei dirigenti, a quegli economisti e a quei giornalisti che nella loro economia di mercato non si sono affatto dimostrati capaci di produrre efficienza a scapito magari dell’equità, ma solo di distruggere tutte e due con grande efficacia…

Perché poi non sono state neanche, in realtà, vere e proprie economie “di mercato” a dare quei risultati. A tenere alti salari, stipendi e premi di banchieri e dirigenti anche delle imprese che più hanno perso ricchezza e a rimpolpare gli stipendi degli opinionisti che, come quello appena citato, danno loro sempre ragione a prescindere, specie quando tagliano per contro i salari dei metalmeccanici e degli impiegati d’ordine, sono stati proprio la miriade di interventi governativi, statali che contro quello che diceva il mercato li hanno salvati.

I dirigenti di banca hanno così usufruito dei salvataggi dei loro bilanci a spese di tutti i contribuenti, i managers di industria sono pagati un minimo di 4-500 volte il salario dei loro operai perché le regole della corporate governance dettate da loro ai politici li lasciano condurre le imprese a profitto proprio anche più che a profitto dei loro azionisti, di nominarsi i propri consigli di amministrazione – sinecure vergognosamente  strapagate e, perciò, capaci solo e sempre di dire loro di sì – ecc., ecc.

In sintesi: l’ineguaglianza vantata come una virtù dai Pearlstein e dai Marchionne di questo mondo non ha proprio niente a che fare nemmeno col mercato che dicono di adorare. E’ il mercato che loro – la gente che comanda – s’è truccato, del loro fare e disfare le regole come vogliono, truccando il mazzo e ingaggiando la clacque ben pagata che, poi, sui media e in Tv dire che questa e non altra è la legge che vuole il mercato.

●A settembre la produzione industriale va giù dello 0,2%, la prima flessione in un anno e un brutto segnale che conferma la fragilità della ripresa. L’inflazione resta inchiodata a settembre dal mese prima e sempre a +1,1% sull’anno prima[148].       

●La visita del presidente della Repubblica islamica dell’Iran, Ahmadinejad, in Libano – che gli USA hanno apertamente osteggiato arrivando informalmente a minacciare di “ritirare” parte dei peraltro assai inadeguati aiuti civili che inviano, centellinati e condizionati dall’occhiuta attenzione israeliana, al paese del cedro; e che il portavoce del Dipartimento di Stato si è rifiutato di commentare oltre a dire che “non ne può venire niente di buono” – si è conclusa con entusiastici bagni di folla[149].

La stampa nostrana ha continuato a dipingere la visita come “provocatoria”. Ma provocatoria per chi? Non certo per i libanesi, compresi i “cristiani” di destra estrema come, ad esempio, Samir Geagea che ha parlato della moderazione di Ahmadinejad. Che è andato anche a lasciare il segno di una simbolica presenza anche a Bint Jbeil, villaggio libanese sciita feudo degli Hezbollah a ridosso proprio del confine con Israele.

E ha concluso la visita con la firma sua e del presidente libanese, Michel Suleiman, su ben 17 accordi di cooperazione bilaterale relativi a temi tanto diversi come energia, edilizia, petrolio e gas naturale, commercio, istruzione, salute, agricoltura, turismo, informazione e media e tutta una serie di piccole e grandi  joint ventures.

●Sempre in Iran, la Total SA francese, la Statoil ASA norvegese, l’ENI SpA italiana e la Royal Dutch Shell Plc anglo-olandese hanno lasciato sapere che una volta conclusi i loro obblighi contrattuali metteranno fine ai loro impegni nel settore energetico. La cosa un po’ strana – e per alcuni, pochi, un po’ scandalosa – è che a metterci subito becco e a correggerli, dicendo che lo faranno subito e “volontariamente” (ah! ah!), sia stato il vice segretario di Stato… americano James Steinberg[150].

Cosa che spiega tutto, ad abundantiam…, compreso il fatto che delle quattro imprese citate abbia replicato solo la più “debole, la Statoil che da Oslo conferma come solo a fine contratto, nel 2012, concluderà in Iran il suo lavoro[151] di assistenza tecnica nel giacimento di South Pars il cui sviluppo ha completato nel 2009.

Intanto, la Russia che ha deciso di cancellare il contratto di fornitura di missili antiaerei S-300 che per $800 milioni aveva stipulato con l’Iran, annuncia col capo della Rostekhnologii, il suo Ente di Stato per la tecnologia, Sergei Chemezov, che in base alla clausola cosiddetta di forza maggiore del contratto (visto che il suo governo ha deciso, alla fine e dopo molte esitazioni, di interpretare come obbligante la risoluzione del Consiglio di sicurezza del giugno scorso e il decreto conseguente della presidenza delle Repubblica russa) adesso restituirà agli iraniani i $166 milioni ricevuti come anticipo e niente di più[152].

Gli iraniani minacciano di non starci, però: il ministro della Difesa, Ahmad Vahidi, aveva anticipato da più di dieci giorni la sua condanna della decisione russa già in gestazione affermando che, a questo punto, il suo governo potrebbe ricorrere e chiedere i danni al tribunale di Zurigo competente in base al contratto stilato e che, comunque, ora che lo sanno, ogni contratto che farà l’Iran con chiunque non potrà più contenere alcuna clausola truffaldina di quel tipo.

Perché di un imbroglio, spiega, si tratta: nel senso che i russi stessi avevano dichiarato – nel dare il loro assenso alla risoluzione del CdS dell’ONU – che gli S-300 non ne erano affatto coperti come e perché armamenti strettamente difensivi. Lo diceva il testo e lo aveva messo in rilievo il ministro degli Esteri Lavrov in persona a New York che la risoluzione neanche li menzionava[153]. Per cui oggi è disonesto chiamare forza maggiore quella che, in realtà, è una decisione politica ritardata e, appunto, truffaldina[154].

A inizio ottobre, si apprende che l’Iran, secondo il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki – ma stavolta la notizia è confermata da esponenti occidentali non meglio identificati che indicano come luogo probabile degli incontri Vienna o Ginevra – è pronto a riprendere i colloqui coi 5+1 sul suo programma nucleare a fine ottobre o ai primi di novembre[155].

A fine ottobre, intanto, come da programma e come annunciato, con una punta di amareggiata e anche ingenua sorpresa, dal NYT, —l’Iran comincia a caricare il combustibile nel reattore nucleare costruito dai russi a Bushehr[156], commentando che così Teheran si sta avvicinando all’“avvio di un’installazione che gli USA una volta avevano tanto sperato di bloccare”. Appunto: sperato, ma non si sa su che base se non quella di tentare di tutto e, poi, neanche riuscirci…

Adesso, dice la segretaria di Stato Clinton, abbiamo informazioni che tendono ad escludere il possibile utilizzo del combustibile arricchito a Bushehr per un uso di tipo militare mentre nutriamo dubbi non piccoli sui reattori che l’Iran starebbe utilizzando, secondo alcune fonti, a Natanz e a Qom. Perché deve essere chiaro, ribadisce, che mentre “l’Iran ha il diritto all’uso pacifìco dell’energia nucleare non ha alcun diritto a un programma atomico militare[157].

Il capo dell’Agenzia iraniana per l’Energia atomica, Ali Akbar Salehi – laureato nel 1977 all’M.I.T. di Boston con lode in fisica nucleare, per anni ambasciatore all’AIEA e, negli ambienti dell’Agenzia atomica dell’ONU universalmente stimato come un tecnico e un politico competente, ragionevole e “moderato” – risponde[158] all’istante che:

1. non spetta a nessuno il diritto di decidere per l’Iran quello che deve o non deve fare, che può o che non può fare l’Iran;

2. l’Iran non ha nessuna intenzione né sta cercando di fabbricarsi una armamento nucleare: ma per sua scelta, non per imposizione o per richiesta di chiunque altro, ONU compresa che non avrebbe alcun diritto di chiederglielo; e

3. “qualcuno” deve ancora spiegare all’Iran e al mondo perché tale esigenza qualcuno, di tanto in tanto, in modo “imperialistico”, o comunque “improprio”, la ponga solo a Teheran e non ad altri… E, ovviamente, il professor Salehi ha ragione…

●A fine ottobre, sui rapporti Iran-Europa, arriva una notizia che potrebbe davvero costituire una svolta clamorosa. L’UE dichiara che, in base ai regolamenti di applicazione delle pertinenti Direttive e alla sua interpretazione delle sanzioni votate a giugno dall’ONU, mentre continuerà a bloccare la vendita di tecnologia ed equipaggiamento all’industria del gas e a quella petrolifera iraniana, consentirà d’ora in poi all’Iran – o, che è la stessa cosa, alle compagnie petrolifere dei suoi Stati membri – di esportare e importare greggio nelle due direzioni. E di effettuare tutte le transazioni finanziare necessarie a svolgerli[159]

Anche le misure in atto in diversi aeroporti europei con cui compagnie come Total, Royal Dutch Shell, ENI e Statoil (norvegese), in base a loro accordi “privati” col dipartimento di Stato americano rifiutano di rifornire gli aerei della compagnia Iran Air, sono “illegali”, nel senso che – avverte l’Unione – né le sanzioni né le normative europee le consentono e, quindi, nessuna difesa europea potrà essere invocata quando e se gli iraniani portassero quelle compagnie in tribunale…

Abbiamo protestato con gli USA – ha specificato un portavoce anonimo della Commissione – per gli effetti extraterritoriali delle loro misure sulle compagnie europee. Naturalmente, esse sono libere – si fa per dire… – di sottomettersi alle disposizioni americane; ma, se lo fanno, è una decisione loro: noi siamo contrari e queste per noi è la linea dell’Europa”.

A livello politico, dal parlamento europeo si erano già levate proteste per le pressioni americane sulle compagnie petrolifere: aveva detto Marietje Schaake, “influente deputata del partito liberale europeo chese l’Europa accettasse le interferenze USA esercitate con le pressioni sulle proprie imprese rinuncerebbe alla sua indipendenza. Ogni pressione che voglia portare qualcuno ad andare oltre le nostre stesse sanzioni ferirebbe la credibilità dell’Europa come potenza globale’”.

Il problema è che l’Europa, e molte delle sue compagnie petrolifere, avevano – con riluttanza, protestando ma in sostanza subendo – accettato. E adesso che Washington reagirà – subito un alto esponente, anonimo anche lui, dell’Amministrazione, uno che cura proprio il dossier sanzioni all’Iran si è lamentato, ci sembra con qualche logica, che “mentre noi andiamo all’origine del problema, alla fonte, così loro prendono invece il problema solo per la coda” – bisognerà vedere se, per l’Europa, poi vale qualcosa la considerazione sulla propria credibilità internazionale o se essa coincide solo col sissignore al e il benvolere del Grande Fratello…

● In Iraq, dopo quasi sette mesi di stallo, il premier uscente Nuri al-Maliki s’è assicurato – come avevamo previsto nell’ultima nostra Nota congiunturale[160] – il voto anche del “chierico ribelle” – ribelle più che a lui, evidentemente, agli americani – Moqtada al-Sadr e a ricompattare così quasi completamente il blocco sciita della coalizione che oggi lo porterà nuovamente alla premiership. I due, così, sono riusciti a mettere fuori gioco il candidato alternativo ad al-Maliki e interno alla stessa coalizione, Adel Abdelmehdi del blocco INA.

Tra tutti, controllano 148 seggi in parlamento e gliene servono altri 15 per la maggioranza e la creazione di un nuovo governo[161]. Si aspettano di ottenerli, e probabilmente a questo punto li otterranno dai partiti curdi, ai quali del resto promettono di rieleggere il presidente (titolo più che altro onorifico) della Repubblica islamica d’Iraq: elezione che deve avvenire prima di quella del premier, insieme ad altre “concessioni”(territoriali e economiche) al socio: di minoranza, ma indispensabile.

A questo punto, se le cose andranno così, sarebbe la sconfitta totale del candidato del blocco al-Iraqiya, Allawi, lui stesso sciita ma “laico” e più aperto anche ai sunniti che aveva vinto 91 seggi, due in più del blocco di Maliki ma ne ha messi insieme alla fine alcuni in meno. Ora, l’accordo che alla fine sembra prevalere prevede un costo alto proprio per gli americani che sembrano, però, doverlo subire in mezzo al montare della frustrazione e della violenza in tutto il paese.

Da una parte, infatti, è ormai confermato che a centinaia gli ex loro alleati sunniti dei cosiddetti Consigli del Risveglio – gli Awakening Councils come avevano immaginificamente battezzati gli ex sostenitori di Saddam che reagivano al nuovo straprepotente dominio sciita cercando protezione nei nuovi padroni e abbandonando anni fa la lotta armata contro di loro e il governo iracheno – si stanno ricongiungendo ad al-Qaeda in Mesopotamia.

La coalizione assai fluida che mette insieme, cioè, sotto il nome appunto e non a caso di al-Qaeda e con i caratteri di una guerriglia spietata, i gruppi militanti più duri[162] e renderà ora difficile la vita a ogni governo a dominante sciita come anche lo stesso ritiro, pure iniziato, degli americani dal cui “tradimento” molti di loro si sentono direttamente colpiti.

Dall’altra c’è la resurrezione politica, nella maggioranza che lo aveva estromesso ma è obbligata a riaccoglierlo e c’è la rilegittimazione completa del loro arcinemico, Moqtada al-Sadr, i cui militanti qualche anno fa avevano ferocemente combattuto strada per strada e casa per casa contro le “truppe d’occupazione” a Bagdad, a Bassora e in molte altre città dell’Iraq.

L’Amministrazione Obama aveva pur reso chiaro di non volere Sadr al governo e di preferire una coalizione più vasta di intesa nazionale. Ma alla fine ha dovuto piegarsi alla forza degli sciiti— e dell’Iran che sta dietro di loro, non solo di Moqtada al-Sadr. Anche se l’ambasciatore degli Stati Uniti James Jeffrey, manco fosse uno dei tanti ambasciatori dilettanti che l’America premia per i contributi elettorali dati al presidente di turno mentre, invece, lui è un diplomatico di professione, si scorda del bon ton diplomatico dicendo che Moqtada al-Sadr e i suoi non dovrebbe essere dato “alcun ruolo significativo nel nuovo governo se si vuole mantenere una partnership strategica con gli Stati Uniti[163]. E lo fa sapere.

In qualche modo dal suo punto di vista ha ragione, nel merito, su al-Sadr. Ma, appunto, senza alcun savoir faire e come se potesse non saperlo, non riflette neanche un momento sul fatto che con al-Sadr ci sono una cinquantina di deputati: indispensabili ad al-Maliki se vuole la maggioranza per ridiventare primo ministro… E quindi, evidentemente, Maliki tace e acconsente: con Sadr non certo con Jeffrey. Perché è costretto a farlo dai numeri, anche sapendo che qualcosa certo la scelta potrebbe costargli.

Al-Sadr, da parte sua, ha spiegato ai seguaci, peraltro molto disciplinati, le giravolte fatte con due argomenti: che è meglio stare al governo per assicurarsi che gli americani, tutti gli americani, se ne vadano davvero e presto; e che, come gli ha insegnato molti anni fa suo padre, il venerabile Ayatollah Muhammad Sadiq al-Sadr, vittima di Saddam nel 1999, “la politica non ha cuore la politica è tutta dare ed avere. E per avere oggi bisogna dare, come ci ripetono anche i nostri fratelli da Teheran[164]. Già… quelli che hanno davvero vinto la guerra, in Iraq.

Allo scadere delle ventiquattresima ora, pare che adesso tocchi al vice presidente americano Joe Biden convincere Maliki ad “aprire” ad Allawi e al suo Iraqiya[165] mandando giù un “compromesso” che freni il suo potere come primo ministro con la creazione di un nuovo comitato di sicurezza interno al governo e che da al-Allawi dovrebbe essere presieduto, agendo proprio con funzioni di controllo e di freno sul suo noto autoritarismo. Proporlo, adesso, a un trionfante al-Maliki – e col peso specifico dell’America che qui sta continuamente calando – francamente sembra però abbastanza improbabile.

Ma Biden ci proverà e, secondo la previsione di alcuni esperti veri[166], qualche compromesso – meno ambizioso di questo, però – potrebbe anche avere successo. Comunque – viste le complessità ultrabizantine e casuistiche della politica irachena, gli incontri e gli scontri, i veti e gli incroci tra sciiti, sunniti, arabi, curdi, America, Iran e mondo arabo tutto – la previsione è che di un nuovo governo regolarmente insediato e funzionante (più o meno, si capisce) non si parlerà prima di gennaio: in pratica a un anno dalle elezioni e in una situazione che, dal punto di vista della sicurezza, si farà probabilmente ancor più precaria.

E, in effetti, pare che Biden ci possa riuscire. Almeno, al-Iraqiya sembra adesso disposta a lasciar cadere la richiesta del posto di primo ministro per Iyad al-Allawy[167]: a condizione che al partito venga garantita una “uguale” spartizione del potere anche se non al dunque, poi, lo stesso identico numero di posti al governo, secondo le parole del deputato sceicco Adnan al-Danbous, vicino ad Allawi stesso che specifica come l’importante sia ottenere un peso conforme alla forza del partito “nel processo decisionale”.

In altri termini, al-Maliki potrebbe anche essere accettato se ad al-Irakiya va la presidenza della Repubblica o, al minimo, quella del parlamento. I negoziati non sono ancora affatto conclusi e bisognerà vedere se, e come, al-Maliki esce dal cul de sac in cui s’è cacciato promettendo troppo presto la presidenza ai curdi nella spartizione. D’altra parte, dei curdi continua ad avere bisogno per raggiungere la maggioranza…     

●Insomma, l’Iraq sta, forse, per avere a mesi il governo del Chi perde piglia tutto[168] (perché al-Maliki che ha preso due seggi meno di Allawi ha vinto accozzando una coalizione di tutti contro i sunniti) e se l’apparenza di quel che si appresta a nascere resterà tale e quale – con timbro e sigillo sciita e una spolverata di curdi al di sopra – i pochi passi in avanti politici degli ultimi due anni andranno a farsi benedire. In questo modo nel caos che va a seguire, vinca come ormai sembra l’Iran con Maliki e il governo settario sciita o vinca sempre l’Iran con il vuoti che in Iraq scatenerà la rivolta sunnita e il disimpegno americano già in atto… Insomma, un capolavoro.

Ma tutto il discorso è ancora e sempre appiccato a quel piccolo avverbio dubitativo “forse”…: perché il Consiglio islamico supremo dell’Iraq (ISCI) e il partito islamico della Virtù (al-Fadhila) che appoggia il movimento di al-Sadr non hanno partecipato all’incontro dell’INA (Alleanza nazionale irachena) che ha nominato ufficialmente Nouri al-Maliki, attuale primo ministro, come nuovo primo ministro. Sottolinea ai media l’esponente della organizzazione di al-Sadr, Mohamed al-Bayaty, che “non è stata certo una coincidenza”.

L’INA stessa ha ormai chiaro, poi, che l’ostilità alla candidatura di Nuri al-Maliki non è affatto tramontata nell’altra coalizione, al-Iraqiya, ma anche tra le sue stesse fila, in forze niente affatto marginali come lo schieramento di Sadr. Che, adesso, ha notificato al primo ministro un “ultimatum di qui a 20 giorni” per formare il suo governo di coalizione e presentarlo in parlamento. Scadenza, trascorsa la quale, dice – ma qui, e per non essere troppo provinciali confessiamo: non solo qui certo, ogni decisione effettiva è sempre postergabile – il gruppo “rinuncerà” – rinuncia che non sarà per niente sofferta, ormai s’è capito – ad appoggiarlo.

Al-Bayati ha tenuto a sottolineare anche come sia ormai del tutto possibile e anzi “probabile”, ha detto, che anche nella coalizione di al-Maliki il suo partito, il Dawa, resti del tutto solo e che a quel punto la sua candidatura, mantenuta contro amici e nemici, “torni alla casella numero uno”. Dopo di che, inevitabilmente, bisognerà tornare a discutere tutto da capo[169]

Insomma, chi ne ha di più, più ne metta…

●Compresa l’ultima giravolta che, a ottobre avanzato, a Qom, non a caso in Iran, vede al-Maliki invitato a un pranzo in suo onore dal presidente iraniano e ci trorva anche al-Sadr coi due, seduti uno accanto all’altro, che discutono a lungo – viene poi detto[170] da fonte saadrita davanti allo stesso “chierico ribelle” – degli sviluppi del loro paese, della situazione della regione tutta (Israele, Afganistan…) e degli sforzi per formare un governo: che, alla fine, della fiera ormai dal sì dell’Iran, in misura ancora maggiore che da quello degli americani, dipende.

Si viene comunque a sapere che negli incontri di Qom e di Teheran, l’Iran ha esposto chiaramente a Nouri al-Maliki le sue condizioni precise, di ordine politico e strategico, per appoggiare la sua candidatura e non quella alternativa di un altro esponente dell’Alleanza nazionale irachena, la sua coalizione, come primo ministro a Bagdad. Nell’ordine[171],

• Teheran chiede a al Maliki di non rinnovare l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti dopo che decadrà nel 2011;

• e esige che l’economia dell’Iraq si leghi sempre più organicamente a quella dell’Iran;

• chiede a al-Maliki di proteggere due gruppi militanti armati sciiti – Asaib Ahl al-Haqla Lega dei giusti e Jamaat Hezbollah il Partito della fede – che dopo essersi divisi dall’ala armata del gruppo di al-Sadr, Jaish al-Mahdi l’Esercito del Mahdi, hanno bisogno almeno di non essere attaccati anche dalle forze armate irachene: quelle ufficiali, cioè che teoricamente a al-Maliki obbediscono…

Su questo punto, però, del peso dell’Iran in Iraq – strategicamente parlando, il segno della sconfitta americana – bisogna anche saper non esagerare. Perché tatticamente, nel giorno per giorno, come ha fatto notare nei giorni scorsi un iracheno profugo a Londra dai tempi della dittatura di Saddam, da vent’anni, e da anni ormai professore di sociologia alla Metropolitan University che ha costantemente mantenuto i contatti e in Iraq dopo la “liberazione” ci è anche tornato molte volte[172].

E fa rilevare che “gli iracheni che personalmente conosciamo sono testimoni quotidiani della presenza delle forze armate americane, dei loro mercenari a contratto, dei terrificanti aerei senza pilota e dei cacciabombardieri che pattugliano giorno per giorno i cieli dell’Iraq. Dato il tenore, però, dell’attuale dibattito sull’influenza del’Iran in Iraq, si può anche perdonare ad altri se credono che sia stato l’Iran a invadere l’Iraq nel 2003 e a occuparlo oggi ancora con 50.000 militari.

Ma allora qual è l’influenza reale dell’Iran in Iraq? La realtà è che anche se l’Iran esercita una reale influenza – nata dal fallimento americano a soggiogarlo – grandezza e peso di questa influenza non sono neanche lontanamente vicini a quel che dicono. Si tratta di esagerazioni marchiane per un numero di ragioni distinte ma convergenti:

la prima è che gli USA stanno studiando – e lo fanno sapere da mesi – un attacco militare preventivo: e la mappa della situazione mette in evidenza che gli USA stanno letteralmente accerchiando l’Iran con una potenza di fuoco formidabile, compresi i missili nucleari [i cruise, a centinaia] piazzati sulle navi delle flotte americane che incrociano intorno all’Iran.

la seconda ragione è che ci sono altri in gioco, sia in Iraq che nella regione, pronti ad esagerare l’influenza dell’Iran per loro motivazioni. I lealisti del vecchio regime di Saddam, per esempio, che insistono oggi sul fatto che per l’Iraq l’Iran costituisce un pericolo maggiore dell’occupazione americana[173]. O la miriade di politicanti iracheni convinti che la loro ostilità dichiarata all’Iran sia garanzia dell’appoggio americano…

terza [e, forse anche, conclusiva] ragione: agli iracheni viene ricordato [coi fatti] ogni giorno che a casa loro la maggiore influenza straniera la esercitano gli USA e non l’Iran. E sanno tutti che, alla faccia delle promesse fatte, il peso degli interessi strategici è tale da far cercare agli USA di mantenere la loro presenza [armata] anche dopo la scadenza del 2011, assicurando la permanenza a Bagdad di un regime filoamericano”.

Comunque, qui, siamo ormai forse davvero al redde rationem: di tutte le motivazioni addotte a suo tempo da Blair, da Bush e da chi appoggiò il loro intervento militare in Iraq – a cominciare dalle armi di distruzione di massa non esistenti – una sola, almeno per chi ci voleva credere, sembrava, forse, restare in piedi: che invasione e occupazione – o “liberazione” – erano state necessarie comunque per impedire a Saddam di continuare a fare il Saddam: il satrapo torturatore del suo popolo martoriato.

Anche questa “giustificazione” sta però sfarinandosi, visto quello che viene fuori dai documenti cosiddetti segreti[174] di Wikileaks, brogliacci redatti dai militari americani ed inglesi (e quelli italiani?)[175]— altre migliaia che il NYT va pubblicando. Da dove emerge che, dopo Abu Ghraib, gli americani hanno puramente e semplicemente appaltato al governo di Nouri al-Maliki le torture su larga scala della popolazione irachena “sospetta”… sapendo e controllando tutto.

●     La  storia si ripete: la prima come tragedia e la seconda, dice, come farsa…. Ma, a volte, resta tragedia

dal Guardian, 27.10.2010

●Passando ora all’altro argomento che resta tragicamente drammatico, l’Afganistan, e se ci perdonate con qualche indulgenza uno scherzo un po’ strano, quasi macabro sembrerebbe, viene fatto notare ora dalla grande stampa che nei video games americani ispirati a quella guerra è, naturalmente, del tutto accettabile ammazzare i talebani. Anche all’ingrosso, facendoli a pezzi come qualche volta fanno quelli di al-Qaeda con le teste dei loro nemici…

Dopotutto, come scrisse all’inizio degli anni ’70 della guerra del Vietnam forse il più noto dei grande pacifista[176] americano militante (ossimoro? no, realtà!) sembrava allora che la più avanzata società moderna avesse trovato, o stesse per trovare, “il modo di farla finita con le guerre popolari: eliminando il popolo” (in Vietnam, Laos e Cambogia, a causa della guerra americana e dei suoi frutti tossici –compresa la sanguinosa presa di potere dei Khmer rossi in quest’ultimo paese – sugli 8.000.000 di  morti, di cui meno dell’1%, i soldati statunitensi: 58.000[177]).

Ma, si diceva e ripetiamolo, mentre è non solo accettabile ma proprio normale massacrare anche per gioco e all’ingrosso talebani e afgani, iracheni o vietnamiti, ecc.,ecc. – non è accettabile, pare, almeno commercialmente che ci siano nel gioco nemici col nome loro, di “talebani” nella fattispecie.

Per rispetto dei “nostri” soldati, spiega Greg Goodrich della Electronic Arts sulla nuova edizione del loro gioco elettronico chiamato Medal of Honor[178] – medaglia d’oro, diremmo noi – “considerato che il battito del cuore di una medaglia al valore è sempre risieduto nella reverenza portata ai soldati americani e alleati – e vi giuriamo che stiamo traducendo letteralmente queste caz**te – abbiamo deciso che la squadra avversaria non si chiamerà più ‘talebana’ ma, appunto, ‘squadra avversaria’”. Per rispetto, insomma, spiega questo signore, non si sa se più idiota o più patriottardico… e scusateci il divertissement

●Tornando alle cose tragicamente serie, e non più comicamente tragiche come il diversivo appena raccontato, serio è stato per esempio il blocco imposto ai rifornimenti militari transitanti dal Pakistan per le truppe americane e dell’ISAF in Afganistan, al confine di Torkham sul passo Khyber (di kiplingiana memoria): per “vendicarsi” del bombardamento che, mirato ai talebani sul proprio territorio, ha fatto anche, e non per la prima volta, diverse vittime tra i militari pakistani hanno fermato per almeno una decina di giorni il 40% almeno dei rifornimenti (il resto arriva attraverso la Russia o gli altri ex territori sovietici dell’Asia centrale).

Poi, certo, le forze dell’ISAF hanno chiesto scusa per la mancanza di coordinamento con i militari pakistani e hanno per le trecentosettesima volta di non farlo più. Ma forse sono riuscite a cogliere, perfino loro – gli americani, cioè – il  segnale per quello che voleva essere: un duro ammonimento, a notificare che il governo pakistano non è più disposto a tollerare azioni unilaterali altrui in casa propria – qualsiasi ne sia la motivazione – e che il continuare a condurle porterebbe al taglio sistematico e programmatico dei rifornimenti ai soldati americani e della NATO a Kabul. Che, se passasse del tutto in mano ai talebani, non sembra preoccupare poi tanto Islamabad…

Lo fa capire chiaramente, anzi lo dice proprio, a Peshawar il ministro-presidente della provincia afgana del Nord-Ovest, quello territorialmente competente, Ameer Haidar Khan Hoti: se i confini pakistani non vengono d’ora in poi rispettati, potrebbero esserci davvero altre e anche più serie reazioni, per cui è ormai indispensabile un “coordinamento di sicurezza” sulla linee di rifornimento della NATO attraverso il confine di Torkham che le garantisca meglio dando più responsabilità alle forze pakistane rispettando meglio così la sovranità del paese[179].

Passo di Khyber: foto del blocco pakistano al transito dei rifornimenti per le forze armate americane

Ripresa da Stratfor e da un satellite,la foto mostra “gli effetti della chiusura del confine di Torkham sul passo di Khyber  fra Pakistan e Afganistan al settimo giorno della chiusura, il 6 ottobre”.

Insomma, adesso il corpo di spedizione, di liberazione, d’occupazione – chiamatelo come volete, voi: tanto gli afgani sembrano averlo deciso per conto loro (certo, non quelli al governo, dove Karzai “ha piazzato in tutti i gangli vitali dozzine di parenti e alleati in posizione di potere pubblico o nel mondo degli affari formando una poderosa oligarchia[180]: dove, però, è sempre stato così da mille anni e sorprendente sarebbe stato il contrario… anche se l’anima puritana degli americani, che a casa loro poi fanno lo stesso ma lo negano a sé stessi, anzitutto) – ha un altro maledetto imbroglio da sciogliere.

Non è proprio facile, e per gli americani sembra, incredibilmente, del tutto inaspettato dover far fronte a quest’altro intoppo: la forte dipendenza logistica delle loro truppe dal Pakistan e dagli ex territori della fu Unione Sovietica. Il fatto è che, qui, gli Stati Uniti al Pakistan chiedono, e dal Pakistan hanno bisogno di, cose contraddittorie: da una parte, che lasci loro man libera per “punire” i talebani (ma se per farlo violano il confine pakistano, Islamabad non ci sta facilmente) e, dall’altra, di convincere i “loro” talebani (fanatici islamisti) a convincere i fratelli del paese vicino perché accettino di trattare in Afganistan, in casa loro: ma in posizione di quasi resa.

Al fondo questa strategia degli USA – che non si rassegna a prender atto del fatto che, comunque, hanno perso perché, comunque, in nove anni non sono riusciti a vincere una guerra di guerriglia  – significa che gli americani non possono permettersi di alienare il Pakistan, non possono permettersi di alienare Karzai e non si possono neanche permettere di premere su di loro[181] più di tanto, comunque non al di là del punto in cui destabilizzerebbero pericolosamente il paese: pericolosamente per i propri stessi, per quanto malintesi, interessi…

Per non parlare, poi, di quell’altro diluente che va disfacendo nella coalizione la volontà stessa di resistere per conto di Karzai e dei suoi famigli: i morti sempre più frequenti— adesso, dopo due anni di morti, come dire, centellinati, eccone quattro, italiani, in un solo giorno, il 9 ottobre, mentre venti della trentina di morti nostrani sono raggruppati in tempi recenti…

Da questo punto di vista si comprende perché sia stato accolto tanto bene, tutto sommato, il fatto che a Roma a un incontro del gruppo internazionale di lavoro sull’Afganistan abbia (per la seconda volta, la prima fu all’Aja nel marzo 2009) partecipato l’Iran, col direttore generale degli Affari asiatici del ministero degli Esteri, Mohammed Ali Qanezadeh, che ha apprezzato “la serietà e la trasparenza” della relazione introduttiva del comandante delle Forze armate americane e alleate sul campo, generale Petraeus e messo anche in rilievo come, nei fatti, oggi sia il suo paese che gli Stati Uniti appoggino sostanzialmente la formazione di un governo a maggioranza sciita a Bagdad.

Richard Holbrooke, uno dei duri dell’Amministrazione americana su Afganistan e Iran, non riesce a resistere alla tentazione che agli americani gli altri hanno chiesto il permesso di invitare l’Iran (“ci hanno chiesto se avevano problemi a che ci fossero anche loro e abbiamo detto di no”…) e poi mette in rilievo, quasi con le parole che usa più esplicitamente di lui Waheed Muzhda, già esponente dei talebani e oggi analista politico a Kabul, che la partecipazione dell’Iran si spiega con l’accentuata presenza, dall’altra parte, del Pakistan.

Oltre che, aggiunge l’inviato straordinario americano – un hillaryclintoniano quasi neo-cons – anche coi 930 km. di confine comune che ha l’Iran con l’Afganistan e con il problema che oppio e  droga che invadono il paese da est pongono al regime degli Ayatollah… Commenta, più icastico e con realismo – non da tutti apprezzato, va detto – l’ambasciatore italiano a Kabul e Islamabad, Attilio Massimo Iannucci, che per dire le cose come stanno “l’Iran è un paese troppo importante per permetterci di lasciarlo fuori[182]”.

E, a ruota, il  ministro degli Esteri Frattini[183] tiene a sottolineare come in effetti l’Iran abbia dato un contributo concreto ai lavori discutendo del problema di un lungo confine comune, per sua natura “poroso” con l’Afganistan e di quello del Pakistan e della necessità di osteggiare l’export di droga dal paese dei pashtun.

Alla fine si viene anche a sapere che da anni (anni…) l’Iran manda dollari (in contanti, dollari, milioni di dollari…) a Karzai, direttamente “a sacchi ripieni”, per finanziare “spese della presidenza” non meglio specificate… e che gli Stati Uniti non solo lo sapevano da sempre ma da sempre usano anche loro il sistema dei “sacchi” per pagarlo (ma i titoli dati agli articoli sulla questione dal NYT[184], che poi ne deve comunque parlare, pudicamente la notizia la tengono nascosta— anche se non si capisce bene a chi serva nasconderla, poi, solo per qualche riga di testo).

●D’altra parte, annota il Guardian, che “l’allerta lanciata dagli USA nella prima settimana di ottobre su complotti di al-Qaeda miranti ad attaccare obiettivi europei occidentali, secondo alti diplomatici pakistani e fonti di intelligence europee[185], rileva che “Thomas de Maizière, il ministro degli Interni tedesco ha espresso tutto il suo scetticismo sull’allarme terroristico americano all’Europa” era solo, o comunque più che altro, una bufala.

Insensata” e, per ragioni tutte americane e tutte politiche, seminata a fare paura in Europa e, di rimbalzo, di nuovo in America: così la raccontano sul quotidiano britannico due autori pure cristallinamente filoamericani. E la stessa ministra degli Interni belga, presidente di turno di quel Consiglio dei ministri dell’Unione europea, Annemie Turtelboom, chiede prima del loro incontro di inizio ottobre a Lussemburgo maggiori informazioni “molto più dettagliate” agli americani[186] – era presente anche la vice segretaria al dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Jane Holl Lute – visto che l’allarme lanciato era solo general-generico e perciò non serviva a niente se non a fare paura.

E, naturalmente, non ottengono alcuna risposta. Per quanto ci riguarda, noi non abbiamo possibilità di verifica, come è chiaro. Ma abbiamo la possibilità di segnalarvi il dubbio – e soprattutto quello degli autorevolissimi dubitatori citati – e la usiamo. Per la serie, a capirci, che è meglio non fidarsi…

Ma, certo, sarebbe sempre meglio essere chiari: erano ordigni che avrebbero potuto scoppiare ma solo “se avessero contenuto materiale esplosivo[187]: che, dunque, non contenevano?; oppure, come ha specificato Obama in persona, si trattava di pacchi che “in apparenza” contenevano materiale esplosivo[188]? o, ancora, quelle sugli aerei cargo che dallo Yemen sono andati in volo in America o in Inghilterra a fine mese, come poi è stato detto, erano proprio ordigni disegnati “per esplodere in volo[189]? E, se è così – ma è così? – perché non sono esplosi?

Per la serie, stavolta, del “se mia nonna avesse avuto due ruote”… O forse del,  p            er piacere, fate un po’ di chiarezza… almeno quella che, in non più di quaranta minuti, fa sempre una qualsiasi puntata di NCIS

Ma insomma, erano bombe sì o no? e se sì, com’è poi probabile, perché questa confusione di stampo prettamente berlusconiano, cioè del tutto incredibile (come l’amica, minorenne, del Berlusca “parente, nipote, del presidente Mubarak[190]. Che marocchino non è ma egiziano[191].  Non c’entra niente? vero! ma la confusione, quella sì, è proprio di quel tipo lì...

●Il 28 ottobre, la Francia, col ministro della Difesa Hervé Morin rende noto che il suo paese se ne andrà via dall’Afganistan nei primi mesi del 2011[192].

●D’altronde, ormai è pressoché ufficiale e sarebbe stupido essere gli ultimi a andarsene. Un’agenzia di stampa, forse la più autorevole, citando fonti ufficiali diverse e di diversi paesi afferma categoricamente che mentre “l’esito di questa guerra resta incerto” si può ormai dire che “il processo politico per uscirne è stato avviato[193].

Infatti, tre dei principali gruppi di insorti – i talebani, la rete Haqqani e quella di Hizb-ul-Islami Gulbuddin – sono ormai coinvolti in una serie di discussioni informali: non veri e propri negoziati ancora, forse; piuttosto “negoziati sui negoziati”. Ma ormai siamo lì. Con Haqqani, il suo anziano leader Jalaludin e il capo operativo della rete, suo figlio Sarajuddin che hanno legami stretti da sempre, dai tempi della guerra contro i sovietici, coi servizi segreti militari pakistani e sono stati una vera spina nel fianco, letale, anche per le truppe dell’ISAF – proprio come al-Qaeda – il governo di Karzai è stato in contatto e in dialogo già da mesi[194]

Deliberatamente fuori e non tanto dicono gli americani per i suoi legami con al-Qaeda – se fosse per questo, Haqqani dovrebbe ovviamente essere escluso – ma per quelli che ha stabilmente e da sempre con il servizio segreto militare pakistano – del maggiore alleato degli Stati Uniti nell’area, cioè – è il Mullah Omar. Misteri della fede… Ma misterioso resta come fare in Afganistan qualche tipo di accordo con qualcuno senza coinvolgere l’ex capo di Stato afgano Mohammed Omar... 

Ma anche le Forze americane, il governo stesso degli Stati Uniti, stanno dando un appoggio a livello alto e quasi ufficiale a questo disegno… pur se non rinunciano a perseguire – e a dichiarare di star perseguendo, anche se finora senza gran successo – la spaccatura tra talebani buoni e cattivi, tra combattenti più duri e più morbidi. Allo stesso tempo, un alto esponente del governo pakistano – che, però, rilutta a farsi identificare – tiene a far sapere che Islamabad vuole “pace e stabilità in Afganistan” e non è interessato a coltivarvi “amicizie”: un termine troppo aperto a interpretazioni, dice, molto molto criticamente.

●Intanto è stato accertato, verificato e reso anche noto che il 2010 – non ancora finito – è stato già di gran lunga l’anno più cruento di questa guerra dei nove anni (finora): gli insorti hanno portato attacchi armati di ogni tipo alle forze cosiddette alleate in quantità superiore del 60% sull’anno passato[195]

●In Israele, con il no del governo di Netanyahu a concedere neanche un prolungamento di due mesi dell’alt ai lavori illegali (espropriazione e costruzione) di fabbricati di coloni e affaristi nei territori occupati, per poter andare avanti nei presunti colloqui di pace sponsorizzati da Washington – era tutto quel che gli aveva chiesto l’uomo, considerato poi (a volte verrebbe da chiedere davvero chissà perché…) come il più potente del mondo: e glielo avrebbe pure pagato in contanti… con miliardi di $ di altri aiuti militari – anche stavolta è saltato l’accordo a trattare.

Il vertice della Lega araba tenuto a Sirte, in Libia, come sempre ha ciurlato nel manico. Ha dato a Obama ancora un mese di tempo per ridurre Netanyahu alla ragione. Ma sapendo che con ogni probabilità non se ne farà nulla – almeno nulla di vero e di serio – pare che nel dibattito una cosa nuova stavolta sia emersa, anche dall’umiliazione inferta ancora una volta a Abu Mazen il presidente dell’Autorità palestinese.

La cui autorevolezza ed autorità Israele, col suo no intransigente, non si è peritata di minare nei confronti della posizione di Hamas, il suo avversario tra i palestinesi e dichiarato e proclamato nemico di Israele. Ma, come è sempre utile ricordare, una realtà anche inventata – finanziata, creata, nutrita e scatenata – contro la stessa autorità palestinese capeggiata allora da Arafat, proprio da Netanyahu[196].

Adesso, Abu Mazen/Mahmoud Abbas, come rifugiandosi in corner, ha detto agli altri capi arabi che se i colloqui con Israele, come tutto fa prevedere, resteranno in stallo egli “potrebbe” chiedere (certo, il condizionale è debole…) al presidente americano di riconoscere, come aveva dichiarato di essere disponibile a fare in linea di principio – ma bisognerà vedere se avrà il coraggio di farlo contro Israele – uno Stato palestinese che autoproclamasse la sua indipendenza (come ha fatto, ad esempio, il Kosovo, no? e con la differenza di decine di risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU alle spalle a chiedere il ritiro di Israele) su tutti i territori occupati, secondo i confini di prima della guerra del 1967[197].

Ma…  Il fatto è che lo stallo attuale si fa davvero clamoroso, imbarazzante per Abbas che ne risulta sempre più indebolito e umiliante per Obama stesso, tenuto letteralmente al guinzaglio, insieme al mondo di cui ha assunto la leadership, dall’ottusa sragionevolezza di Netanyahu: al nocciolo, mentre, da una parte, tutti gli Stati esistenti al mondo, e anche gli USA, sono d’accordo che la Palestina deve diventare uno Stato e dovrà formarsi accanto a Israele su tutti i territori militarmente e illegalmente da essa occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est anch’essa da liberare e Gaza che gli israeliani devono smettere di assediare; dall’altra, sono restii a farlo senza l’assenso di Israele che da sempre, e specie ora con questo governo, rifiuta di darlo...

Alla fine, quel buontempone di Netanyahu rilancia. Ma a modo suo con un’offerta che non può certo essere presa sul serio, da nessuno che sia appena appena serio. All’ultimo momento il primo ministro di Israele ha detto in parlamento che, forse, potrebbe prendere in considerazione un’estensione (imprecisata, poi, quanto a tempo: un mese, due, una settimana?) del congelamento degli insediamenti in cambio del riconoscimento palestinese del carattere “ebraico” (per sempre) dello Stato di Israele: con tanti saluti (per sempre) ai diritti dei cittadini non ebrei di Israele (un 30%, oggi, più o meno, su 7.300.000 che sono)[198]. E, infatti, nessuno, neanche gli ebrei di Israele, lo prende sul serio…

I palestinesi rispondono subito nel modo freddo e misurato che era quello, probabilmente, più opportuno: appunto, non è cosa seria, questa faccenda del riconoscimento “ebraico” di Israele non c’entra niente con la questione del negoziato di pace. Punto e basta[199].

Russia ed America potrebbero anche costruire insieme – e ne stanno studiando la possibilità – un nuovo grande, comune, trasporto aereo militare, ha riferito il ministro della Difesa russo Anatoly Serdyukov. Il progetto si dovrebbe basare sui due maggiori aerei cargo esistenti, l’Antonov-AN24 russo ad ala alta e il C-5 Galaxy della Lockheed americana. Dice Serdyukov di avere parlato del progetto col suo omologo americano, Robert Gates. Entrambi favoriscono una cooperazione tecnica e tecnologica più spinta[200].

GERMANIA

●La Merkel cede ai bassi istinti della sua base più destrorsa e, a una riunione di giovani cristiano-democratici a Potsdam alle porte di Berlino, dice che tutti i tentativi di creare in Germania una società multiculturale sono “totalmente falliti”[201]. Ormai il peso dell’integrazione risiederà principalmente sugli immigranti. Sbaglia parole e sbaglia bersaglio, Merkel: perché a rigore sembra parlare di tutti gli immigrati e invece intende dire solo dei mussulmani. Cioè, per dirla fuori dei denti, si tratta di razzismo.

E, in un paese che ospita 16 milioni di stranieri tra cui oltre 4 milioni di mussulmani, sono parole potenzialmente pericolose, come e più forse – visto chi le viene pronunciando – della richiesta del presidente cristiano-sociale del cattolicissimo Land di Baviera, Horst Seehofer, di mettere fine a ogni immigrazione da paesi arabi o dalla Turchia. Il problema della riunificazione familiare? e chi se ne frega, dice questo pilastro della civiltà cristiana bavarese.

Contrato, però, nel governo stesso – lui e Merkel – dalla  ministra del Lavoro, Ursula von der Leyen, che parla della necessità “economica” di abbassare le barriere all’entrata nel paese per i lavoratori immigrati qualificati che servono a far fronte alla carenza di domanda tedesca in materia. Sono diversi anni, dice la ministra, che più lavoratori qualificati di quanti entrano nel paese lo lasciano: come ha detto la Camera dell’Industria e del Commercio tedesca (DIHK) alla Germania oggi mancano 400.000 lavoratori qualificati[202].

Resta il problema, ovviamente, di come integrare – rispettandone le – culture gli “altri”, i diversi, in una società di antiche tradizioni e consolidata cultura essa stessa. Fino all’inizio di questo secolo, qui, il problema neanche se lo ponevano: c’erano i Gastarbeiter, gli ospiti-lavoratori che, come diceva il nome, dopo aver dato un contributo all’economia, come in gran maggioranza gli italiani o i greci delle prime ondate di immigrazione, appena potevano se ne tornavano a casa.

Dopo il 2000 non è più così. In larga maggioranza turchi e mediorientali, filippini e bangladeshi spesso restano qui. E, spesso, visto che gli è stato raccontato che qui erano portatori di diritti uguali – e magari ci hanno anche creduto – vogliono restarci anche, magari, non necessariamente diventando tedeschi.

Qualcuno, proprio tedesco, ha fatto osservare che forse a Merkel, nota tifosa di calcio, ha fatto un gran brutto effetto l’emergere proprio di questo fenomeno nella partita di qualificazione europea tra Germania e Turchia giocata a Berlino pochi giorni. I numerosissimi tifosi turchi, ben più numerosi di quelli tedeschi che se n’erano restati a vedere la partita in Tv, hanno sonoramente fischiato Mesut Özil, mezzala tedesca nato proprio a Berlino ma da genitori turchi: proprio perché aveva optato per la nazionalità tedesca su quella turca[203]

Ecco, anche qui come ormai un po’ dappertutto in Europa sta scoppiando la contraddizione tra un’economia che insiste per reperire il lavoro più a buon mercato possibile, quello senza quasi diritti dei lavoratori stranieri importati e una società che sempre più li respinge o chiede loro di diventare sempre più uguali. E prima o poi bisognerà trovare una soluzione. Non, si capisce – anche perché ormai grazie a Dio non sembra più possibile – una “soluzione finale”.

●L’IG-Metall, che qui al solito firma con l’Associazione metallurgica il contratto che poi fa da guida, da nave scuola, un po’ a tutti gli altri – una volta, ricordate, era così anche per quello dei metalmeccanici in Italia: una volta… – nella notte tra il 3 e il 4 ottobre ha firmato il contratto. E’ stato una vittoria: dopo diversi round di scioperi di avvertimento e tre di negoziato gli 85.000 metalmeccanici del Nord Ovest della Germania vedranno i loro salari rivalorizzati del 3,6%, più 150 euro forfettari per questo settembre (contro una richiesta iniziale che era stata del 6) a partire da questo mese.

Un’altra vittoria significativa, perfino più significativa, marcata da questo contratto è che, al contrario di quanto il mercato, cioè i padroni che trovano molto spesso connivenze dovunque, stanno imponendo in America ma pure in altri paesi[204] anche i lavoratori interinali, precari – che nel corso della crisi sono stati la variabile d’aggiustamento dei conti – vedranno ora gli stessi aumenti che avranno i salariati difesi dall’accordo di settore. Basta, insomma, coi contratti a due velocità, almeno – per ora – per il Nord Reno-Westfalia[205].

E’ un segnale forte, ha commentato soddisfatto Oliver Burkhard, a capo nel Land dell’IG-M, “per i lavoratori interessati, soprattutto i giovani. Noi consideriamo superata la crisi del settore e questo è il primo negoziato del dopo crisi. I salari approfitteranno ora, subito, della ripresa”.

In effetti, la speranza diffusa nella Confederazione sindacale tutta, la DGB, dall’ “esempio dell’IG-M”, è che nei servizi, nei trasporti, nell’energia, nell’agroalimentare, nella banca e anche nell’impiego pubblico, dopo dieci anni di continua “moderazione salariale” – di fatto, la rinuncia sull’altare della competitività tedesca a ogni aumento reale, del potere d’acquisto – si risvegli oggi la possibilità di una migliore ripartizione dei frutti della crescita.

Per farlo, certo, ci vuole un sindacato con le p**le… Che si ricordi, cioè molto semplicemente, di essere nato con uno scopo preciso: per dirla con un grande sociologo e antropologo che se ne intendeva e che altre volte qui abbiamo citato[206], il sindacato nasce “per interferire nelle leggi dell’offerta e della domanda e, nella misura del possibile, rimuovere tutto quel che riguarda il lavoro umano dall’orbita del mercato”. Parole che sono valide oggi come lo erano ieri e lo resteranno finché, facendo questo che è il suo mestiere, resta utilmente in vita.

Il tasso di disoccupazione s’è leggermente ridotto, dal 7,6 al 7,5% a settembre[207].

S’è anche ristretto, a €9 miliardi ad agosto dai 13 di luglio l’attivo della bilancia commerciale:        -0,4% di calo dell’export e +0,9% di import. Il surplus dei conti correnti scende, sempre ad agosto, a €4,6 miliardi da €9,1 di luglio[208].

●Infine – poi, infine per modo di dire – anche qui una Commissione speciale interpartitica parlamentare, presieduta da Frank-Jürgen Weise, che guida l’Agenzia federale per il lavoro, raccomanda al ministero della Difesa di ridurre della metà i suoi dipendenti, di chiudere parecchie basi militari e di tagliare il numero dei soldati (professionisti) sotto le armi da 250 a 180.000.

Il giovane ministro, barone Karl-Theodor zu Guttemberg (discendente diretto addirittura di Bismarck, l’inventore e creatore più 150 anni fa dell’impero prussiano-tedesco), nominato da Merkel giusto un anno fa per riformare a fondo le forze armate, non reagisce per niente subito in negativo: evidenzia che, a parte la necessità di discutere delle cifre, l’obiettivo del governo è lo stesso[209]. E scontenta le forze più tradizionaliste specie del suo partito (è un bavarese della CSU) e, soprattutto, il ministro della Difesa americano.       

FRANCIA

Questi francesi sono davvero curiosi, scrive un americano[210] che, pure, ha una sensibilità non precisamente all’americana su economia, cultura del sociale, rapporto tra individui e società: pretendono di poter continuare ad andare in pensione, col mondo che è cambiato come è cambiato, ancora a sessant’anni, se vogliono. E, per questo – si scandalizza un po’ ma moderatamente perché è persona civile – dicono a Sarkozy un no che è del tutto inspiegabile…

A parte questa faccenda del “moderatismo”, considerato non si sa perché come una virtù, e a parte le parole di Cristo ai ‘tiepidi’, condannati proprio perché ‘non erano né freddi né caldi’ ma ‘tiepidi’ e che perciò ‘dalla mia bocca vomiterò[211], che ci richiama alla mente una frase letta su un grande striscione nella campagna elettorale del 2008: “Cosa vogliamo? vogliamo un cambiamento moderato! quando lo vogliamo? nel medio-termine lo vogliamo! E, si capisce, se ci sono le risorse, lo vogliamo!”, che diceva tutto sui ‘moderati’, no?...

…a parte questa invocazione vuota al moderatismo, all’articolista risponde chericord asmepre quel bellissimo slogan letto inuna manifestazione americana pre-eletorasle di Obama, che recitaav

un lettore, sempre americano, che i francesi – e anche gli americani – pare conoscerli anche meglio di lui. Fa notare che “un aspetto interessante dei francesi è che si mettono insieme come comunità per esprimere la loro rabbia. Collettivamente manifestano una preoccupazione sincera per il proprio futuro e per la qualità della loro vita. Se gli americani lo facessero un po’ di più, qui da noi le classi medie – chi lavora – godrebbero  un po’ di più dei frutti degli aumenti di produttività che loro stessi procurano invece di affrettolarsi al lavoro ogni giorno, sperando di trovarcelo ancora un lavoro”.

Dopo il grande sciopero nazionale che a fine settembre ha paralizzato la Francia, e cercando di interrompere una serie di manifestazioni e cosiddetti scioperi rotolanti (uno dietro l’altro) in tutto il settore privato e pubblico dei trasporti e dell’energia – proprio quelli che hanno dato luogo alla “riflessione” americana appena riportata – il presidente Sarkozy, conferma che lui sull’essenziale non torna indietro.

Però contando da settimane, ma sbagliando pronostico, su quella che ha chiamato demo-fatica (vivendo anche nell’incubo, inconfessabile, di una ripetizione delle dimissioni del dicembre ’95 sulla mancata riforma delle pensioni del primo ministro Alain Juppé) ridefinisce, ma abbassando qualche poco le penne, quel che secondo lui sarebbe adesso essenziale. Ma, sempre a sentir lui, non era affatto solo tre anni fa[212]

Così resta l’aumento graduale dell’età minima per andare in pensione da 60 a 62 anni (il minimo: per godere di tutta la pensione l’età minima resta sempre a 65; se ci vai prima, ci perdi comunque parecchio: la differenza è che finora se volevi, potevi; è questa soglia che sale di un biennio) entro il 2018 e l’età del pensionamento a regime completo da 65 a 67 anni per il 2023. Sia chiaro, si tratta di cambiamenti imposti per legge e mai contrattati.

Ma non basta e monta l’opposizione popolare di massa. E adesso il presidente ha fatto presentare dal ministro del Lavoro, Woerth, un emendamento che alleggerisce alquanto l’impatto del provvedimento sulle donne[213] che hanno dovuto interrompere il lavoro per  curare i figli: per quelle che ne avranno tirati su tre, le scadenze vengono posposte di cinque anni. Ma, denunciano i socialisti all’opposizione, è un alleggerimento più che altro di facciata, preoccupato del far vedere che qualcosa si  muove visto che la protesta resta e si rafforza.

Neanche uno altero e pieno di sé come Sarko può ignorare che sono state le dimostrazioni di piazza del maggio 1968 a far crollare qui un ben altro colosso: il fondatore della seconda Repubblica Charles de Gaulle. E’ il legato rivoluzionario di questo paese che, da sempre, scavalca destra e sinistra e travolge chi vuole resistergli ma non sa spiegare in modo convincente per i più perché vuole e, magari, sente di dovere farlo. Non è detto che duri – dopo de Gaulle venne Pompidou, nessun potere popolare: e c’è l’altra tesi che, invece, la rivoluzione diventata, come diceva sprezzante de Gaulle, la chienlit— la carnevalata, è solo un rito di passaggio tradizionale dalla gioventù alla maturità – ma intanto, carnevalata o no, de Gaulle lo aveva abbattuto e, quindici anni fa, aveva abbattuto il primo ministro Juppé…  

Adesso, l’iniziale e parziale ritirata di Sarkozy somiglia molto a una cortina fumogena che cerca di scoraggiare così, oltre che manu militari, la determinazione della protesta. Alimentata anche da altre misure come quella del blocco del turn-over del pubblico impiego che rimpiazzerà solo uno su due dipendenti quando andranno – ma più tardi – in pensione… e quella, particolarmente odiosa per chiunque non guadagni un milione di euro all’anno e che sta innervosendo anche parecchi deputati della destra, del cosiddetto”scudo fiscale” che il governo insiste a far passare adesso, nel bilancio 2011: invece di far fronte ai buchi di bilancio con più tasse sulle banche e sui più ricchi (la proposta dei sindacati) lo scudo esenterà così i grandi redditi da ogni tassa che possa superare il 50% di quel che uno guadagna.

Più serio di analoghi approcci alla riduzione del deficit, che non siano pure e semplici  proclamazioni di stampo solo velleitario o promesse di cilici imposti ai più deboli, sembra qui quello del primo ministro Fillon che, fuori dai denti, dice la verità: la Francia avrà ancora bisogno almeno di un decennio per pareggiare il bilancio, cosa che del resto non ha fatto mai dal 1976, anche se il piano di austerità dovrebbe cominciare presto a ridurre il deficit. Che intanto aumenta, però, di mezzo miliardo di euro ogni giorno di sciopero… e quest’anno è già al 7,7% del PIL. A meno, naturalmente, che anche questo approccio apparentemente più morbido non sia un modo di far capire senza dirlo così chiaramente che per i meno abbienti saranno ancor più lacrime e sangue[214]… Come in Inghilterra.

●Ora, il 22 ottobre, anche il Senato approva la riforma/controriforma delle pensioni. E, poi, una volta uniformizzati i testi dei due rami del parlamento, in seconda e definitiva lettura arriva il sì dell’Assemblea nazionale. Resta solo da acquisire il timbro pro-forma del Consiglio costituzionale, scontato, con quest’ultima istituzione zimbello, o del tutto vassalla a Sarkozy. E, adesso, una volta passata la legge, ci sarà il vaglio vero di un umore popolare – della democratie de la rue, come dicono qui – che, malgrado il naturale ammorbidirsi della protesta, resta decisamente ostile…

●Il bello, naturalmente – e questa considerazione la inseriamo nel ragionamento perché oggi tocca in modo drammaticamente attuale proprio la Francia, ma tenendo ben presente che è generale e vale per molte altre delle nostre economie – è che tutto il ragionamento di chi vuole la controriforma si basa sul nulla. Certo, il fatto che i due terzi dei francesi, molti di quelli che votano a destra compresi, siano a favore e disposti anche a partecipare agli scioperi e alle proteste di massa, si spiega più che con un ragionamento economico, come quello che pure sembrerebbe giustificarli, con la sensazione che di controriforme si tratta, appunto, e non di riforme.

L’argomentazione di tutti quelli che vogliono riformare in peggio le pensioni – non le proprie si capisce: sempre quelle degli altri, perché sono “i più” – dice in sostanza che siccome tutti campano e vivranno ormai sempre più a lungo bisognerà, tutti, acconciarsi a lavorare di più, cioè più a lungo.

Ma, detta così come la dicono loro, è un po’ come dire che a metà partita uno perde 1 a 0. E a fine gara?

Perché manca l’altra metà della partita: che produttività e PIL sono anche destinati a crescere, esattamente come l’età del pensionamento nello stesso periodo. E perciò, se vogliono, per i francesi è del tutto possibile spendere più anni in pensione e pagarseli con aumenti di PIL e di produttività se questo a loro va per scelta loro e non perché lo sceglie per loro un qualsiasi Berlusca o Sacconi o Brunetta d’oltralpe.

L’età di pensionamento in Francia è stata fissata l’ultima volta nel 1983 e, da allora, il PIL è cresciuto pro-capite del 45%. E, a paragone, l’aumento nelle aspettative di vita è minuscolo: il numero di lavoratori attivi per pensionato è sceso dai 4,4 dell’83 a 3,5 nel 2010 – è vero – ma la crescita del PIL nel frattempo è migliorata molto di più di quanto fosse necessario a compensazione  del cambiamento demografico, inclusi i cambiamenti nelle aspettative di vita.

E, proiettata al futuro, la situazione non cambia: la crescita del PIL nei prossimi 30-40 anni sarà più che sufficiente a pagare l’aumento dovuto ai cambiamenti demografici dei costi pensionistici e consentirà anche, ed insieme, alle giovani generazioni di godere di condizioni medie di vita migliori di quelle dei cittadini francesi di oggi. Insomma, è una scelta, tutto qui: tra un po’ più di reddito nella crescita del PIL da destinare a pensioni piuttosto che a salari.

Certo, sempre che dell’aumento di reddito una parte maggiore del quasi zero attuale invece che alle rendite e ai profitti vada a compensare il lavoro. Ed è questo il punto… soltanto questo: si tratta di una scelta politica, di società, di cultura. Oppure, si possono tassare davvero le speculazioni finanziarie, come pure la destra francese di Sarkozy dice di voler fare miliardi di euro di entrate con cui finanziare, volendo, altre spese invece che altre rendite e scoraggiare anche gli scambi puramente speculativi[215].

 

GRAN BRETAGNA

●Tra luglio e settembre il PIL è cresciuto dello 0,8% sul trimestre precedente e del 2,8 su un anno fa[216]: quasi il doppio del previsto dai più e registrando la crescita maggiore, tra aprile e settembre, da dieci anni. Ma, a ragione stavolta, il governo la prende con molta cautela…

●La situazione è questa:

• il governo Cameron ha impegnato se stesso e l’economia del paese in una grossa scommessa, una scommessa audace che audacemente va nella direzione sbagliata: che riuscirà brutalmente a tagliare la spesa pubblica, in media linearmente, come si dice, del 25% per tutti i centri di spesa pubblica (i ministeri, anzitutto) e sostiene che questi tagli non solo salveranno un’economia a rischio per l’alto livello di deficit/PIL e anche di debito pubblico (al quale bisogna aggiungere anche e soprattutto un debito privato enormemente maggiore) ma forniranno anche la spinta economica di cui c’è bisogno per rilanciarsi prima delle elezioni (previste ora a maggio 2015);

• i fatti sono che il deficit/PIL, all’11,5% rappresenta il massimo tra i buchi di bilancio delle economie sviluppate rispetto al già colossale 10,7% degli USA e al 5,4 della Germania;

• e ha annunciato che il programma di revisione del bilancio del governo di coalizione prevede la soppressione in quattro anni di almeno 490.000 posti di lavoro dal settore pubblico, con la riduzione di un terzo dei dipartimenti (ministeri e enti) governativi. La spesa pubblica sarà tagliata così di 83 miliardi di sterline (quasi €94 miliardi) entro il 2015;

• non lo dice il governo, lo dice il buon senso però, e lo confermano studi di autorevolissimi e indipendenti e semi-ufficiosi istituti come l’IFS, l’Istituto per gli Studi Fiscali che il governo ha mostrato, di recente, anche di “temere”[217]: la maggior parte delle misure di restrizione alla spesa ricadranno sui senza lavoro, su quelli che adesso si troveranno senza lavoro, sui malati e sui poveri: è un fatto, non un timore, il carattere regressivo di questo bilancio.

E torna alla carica, adesso[218], l’IFS, che è inattaccabile sul metodo e sulla serietà: analizzando rigo per rigo il testo della “revisione di spesa” identifica le famiglie con figli come chi perderà di più in questa revisione di spesa. E lo dimostra. In definitiva, detta com’è – o, diciamolo più modestamente, come sembra a noi, specie dopo aver letto quanto dice l’IFS – il nuovo governo britannico sta cercando di sopprimere il welfare per quanto più può scaricandone costi e sacrifici, più che può, col delegare molto all’italiana il governo di cura e l’assistenza sulle famiglie, cioè anche qui sulle donne. Vedrete che i governi europei – di destra sicuro, ma anche di cosiddetta sinistra, no? – osserveranno con grande attenzione l’esperimento del Regno Unito. E le resistenze che troverà.

●Al Congresso del partito conservatore di governo, una decina di giorni prima della presentazione del bilancio, il cancelliere dello scacchiere, George Osborne, aveva spiegato la ratio, la  logica, del taglio profondo  alla spesa pubblica col trito argomento di ogni conservatore, di destra e di sinistra – che era indispensabile ridurre subito il rosso perché esso per un paese è come una carta di credito scoperta o come il bilancio in rosso di una famiglia che più a lungo resta in rosso peggio va… Ma è una grossa frescaccia: perché non si tratta di entità comparabili, un paese e un individuo o, anche, una famiglia.

Per quanto se ne capisce la Gran Bretagna, come del resto Stati Uniti o Italia, resteranno in piedi almeno per secoli: una famiglia no, non è detto, e certo nessun individuo. E, poi, nessuno può stamparsi la propria moneta, ma un paese lo fa: liberamente… Insomma, analogia sbagliata e ritrita. Che gli serviva, strumentalmente, però, ad annunciare una riforma “radicale” del welfare state – per rimediare al deficit, appunto… messa lì a futura e anche prossima, magari, memoria.

Però, al Congresso, resistendo alle invocazioni dei puri e duri del tutto e subito, quelli che volevano il taglio completo e immediato come da programma annunciato alla formazione della coalizione coi Lib/Dem di tutti gli assegni familiari, ha più prudentemente introdotto una legislazione di tagli più morbida: oggi ogni famiglia è titolata a un assegno di 20 sterline (€23) fino ai 19 anni per il primo figlio e 13 sterline (€15) per quelli successivi. Ora, a partire dall’anno prossimo, l’assegno sarà cancellato per tutti i redditi familiari superiori alle 44.000 sterline all’anno (€51.000)[219].

Si risparmieranno così, diceva Osborne, 1 miliardo di sterline: un granello, però, rispetto a quel deficit/PIL all’11,5% che il governo dice di voler riportare in cinque anni al 3 e per dettagliare la sforbiciatura del quale, che andrà avanti anche se sempre con qualche cautela, prende tempo. Se ne riparla, dice, in parlamento, il 20 ottobre alla presentazione formale del bilancio.

Questo approccio, sulla famiglia certo più morbido rispetto a quello che si era lasciato intravvedere all’opinione pubblica – scientemente, con ogni probabilità, perché così un po’ annacquato si pensava di renderlo più trangugiabile – presenta il pericolo, concretissimo e del tutto probabile di provocare il crollo del sostegno allo stato sociale da parte della cosiddetta classe media o, forse, visti i numeri di cui si parla da parte della classe media alta: di tutti quelli che, comunque, non ci troverebbero più niente per loro. Che è un rischio grave davvero per l’appoggio indispensabile al principio stesso di welfare state. Dove un diritto è tale a prescindere da ogni condizione che non sia in sé la cittadinanza.

●Del pacchetto dei tagli fa parte anche, inevitabilmente a questo punto, una sforbiciata al bilancio della Difesa. Indispensabile per far passare altri tagli ma anche mascherato, per l’acuta e ombrosa attenzione dovuta ai desiderata del Grande Fratello di oltreoceano, sotto il titolo di revisione della Strategia di sicurezza nazionale. Sul sito del Gabinetto[220] viene intitolata pomposamente —Rendere sicura la Gran Bretagna in un’epoca di incertezza”, nei fatti evidenzia un cambio importante.

La cosiddetta nuova strategia identifica, così, quindici tipi di rischio prioritario tra cui i principali sarebbero atti di terrorismo sferrati contro il Regno Unito o i suoi interessi (ma non identificati, naturalmente); attacchi cibernetici contro la Gran Bretagna; disastri o incidenti naturali; e, parecchio più giù nella lista, crisi internazionali tra Stati…

Alla luce di questo studio e dell’individuazione di questi pericoli, in quest’ordine, sembra puro buon senso il rinvio nel tempo almeno a dopo le prossime elezioni del 2015 dell’ammodernamento del sistema missilistico dei sottomarini Trident[221] che, da solo (sui 50 miliardi di €), si mangerebbe praticamente tutto il bilancio della Difesa e, siccome l’armamento nucleare britannico, al contrario di quello francese, dipende dagli americani (c’è la doppia chiave di lancio, cioè non è e non è mai stato “autonomo”) alla fine lo controllerebbe il Pentagono… Da adesso al 2015 così si risparmieranno quasi 1 miliardo di sterline.

E, con il pensionamento ormai prossimo della portarei HMS Ark Royal e il ritiro delle squadriglie di aerei Harrier a decollo verticale, la Gran Bretagna farà anche a meno delle possibilità di condurre un attacco aereo da piattaforme navali: che, del resto, le nuove priorità non includono. Però… Però, poi, a guardar bene ci si accorge che non si tratta affatto di un taglio di spesa, anche se ha dettato i titoli di tutta la stampa britannica del 20 e 21 ottobre, Infatti, di un rinvio si tratta: quella spesa non era mai stata ancora decisa. Insomma, si tratta del volgare gioco delle tre carte che manco un Tremonti qualunque…

Perché, alla fine, dopo le pressioni subite a e da Washington, Cameron ha fatto eccezione per la Difesa: il taglio ci sarà, ma mentre l’unica esclusione era per il bilancio della sanità e tutto il resto della spesa sarà segato in media del 20%, nel comparto forze armate la riduzione non andrà oltre l’8%...

La possibilità su cui adesso sembra scommettere il Labour, e non solo perché gli conviene per tornare al più presto al governo ma anche perché sembra obiettivamente la più plausibile, è che questo tipo di tagli alla spesa, i più drastici da oltre una generazione, strozzeranno la ripresa che adesso arriva a una crescita appena sopra l’1%... E la speranza dell’opposizione, legittima naturalmente, è che quando i tagli decisi dal governo cominceranno a mordere nella carne viva della gente, la gente anche qui, alla fine si inc***erà… a meno che dal Labour stesso ci sia chi provveda a buttare secchiate di acqua gelida sull’indignazione popolare.

E’ l’ex ministro della Sanità della Thatcher, il conservatore Norman Fowler, a dire adesso di temere un periodo di dimostrazioni, proteste e rivolte sociali esteso e radicale in reazione a questi programmi che tanta “classe media” sente come una minaccia “diretta e violenta” ai propri livelli di vita. Si tratta delle riduzioni più estese tra quelle decise dai paesi d’Europa, se non per alcuni dei più disgraziati dell’Est e per l’Irlanda che, del resto, aveva scopiazzato il blairismo imperante, e il cancelliere ombra dello scacchiere, Alan Johnson – che avrebbe tagliato duro anche lui ma per circa la metà – dice ora che “si tratta di una scommessa avventata giocata sulla vita della gente che corre il rischio di soffocare in un mare di instabilità una ripresa fragile[222].   

Del tutto assente un qualsiasi accenno alla crescita nel piano Tory-Lib/Dem che si preoccupa solo di tagliare e all’ingrosso. Con mezzo milione di posti in meno nel pubblico impiego da dove li fa venire fuori quelli che dovrebbero sostituirli? E come rilancia la domanda di consumi e investimenti privati? Non lo dice, il cancelliere Osborne, perché non ne ha la minima idea…

●D’altra parte, i primi effetti della cura Osborne, si vedono subito: viene notato, e fatto notare, che —Mentre [quelle misure] cominciano a mordere sui cittadini, crescono del 55% [discreto aumento, no?] i compensi dei Consigli di Amministrazione: almeno di quelli registrati nell’FTSE 100 (le cento società più capitalizzate di borsa), a 4,9 miliardi di sterline pro-capite all’anno. Come sempre, e più di sempre,del resto…

Ma non lo sanno, questi, che in Gran Bretagna c’è l’austerità?”, ha osservato comprensibilmente inviperito il segretario generale del TUC, il sindacato[223] (cui è stato risparmiato, forse, un messaggio di Bonanni che lo invita a “non inseguire la politica dell’invidia”, come la chiama l’amico Cavaliere, solo per via della lingua)…

●Un po’ a sorpresa, a fine settembre, i laburisti si sono scelti come nuovo leader Ed Miliband, tra tutti i candidati quello forse più critico con la scelta di Blair di appoggiare le guerre di Bush e deciso, sembrerebbe, a liquidare il retaggio del New Labour – Blair e Brown, cui pure per anni, è stato assai prossimo – come la zavorra che ha affondato il partito[224].

●Ed Miliband ha formato il suo gabinetto-ombra affidando la carica di cancelliere dello scacchiere- ombra, il suo principale portavoce di politica economica non al candidato atteso, Ball (cui ha affidato gli Interni), che considerava di sé più  sinistra, ma a Alan Johnson più tranquillamente posizionato sulle opzioni dell’ex cancelliere allo scacchiere di Brown: tagli sì e non irrilevanti al bilancio, ma meno duri di quelli decretati dai Tories.

La moglie di Balls, Yvette Cooper, anche lei economista e più radicale di Johnson, ha ricevuto il portafoglio-ombra degli Esteri. Lei, al contrario del premier-ombra, aveva votato senza remora alcuna nel gabinetto di Blair per l’attacco all’Iraq. Si scusa ora riconoscendo l’errore, ma dice che “allora eravamo convinti che Saddam avesse le armi di distruzione di massa che non avevano e per questo sbagliammo”. Abbiamo sbagliato: “ma ora, andiamo avanti[225].

Eh, no: non così in fretta. Perché l’accusa vera non è mai stata, neanche allora, quella di aver sbagliato. Ed Miliband stesso ha imputato giustamente alla leadership del partito, e allora del governo nell’insieme, suo fratello compreso (però, qui sembrano strane queste tragicommedie di famiglia: fratelli, sposi, ecc.,ecc.) di non aver dubitato dell’olio di serpente (le menzogne sulle ADM che non c’erano e veniva inventato ci fossero) vendute loro dai due magliari in capo, Blair e Bush) malgrado tutti i dubbi sorti già allora.

GIAPPONE

● Cala ancora, dell’1,1% sull’anno precedente, a settembre l’indice dei prezzi al consumo[226]. E governo e Banca centrale, in parallelo, annunciano di dover prendere misure decisive, finalmente coordinandole, sullo yen per fare i conti con la deflazione che da troppi anni affligge il paese. Lo dice ora in parlamento il primo ministro, annunciando che intanto venderà sui mercati grandi quantità di valuta per impedirne l’apprezzamento e che intende chiedere anche all’opposizione di aiutarlo a far passare un nuovo, consistente pacchetto di spesa per rilanciare un po’ d’inflazione.

Il nuovo piano dovrebbe anche – pure se l’esigenza appare qualche po’ contraddittoria, no? – ridurre, secondo Naoto Kan, il debito pubblico (al 189,3% del PIL) che potrebbe ormai, dice, rendere instabile la situazione fiscale del paese, “se non viene rapidamente compresso[227]. Peccato che il premier dimentichi di spiegare come si fa ad aumentare la spesa pubblica riducendo, insieme, il debito pubblico.

Subito, in ogni caso, la BoJ abbassa a zero, il tasso di sconto consentendone la variazione massima allo 0,1 “finché non si raggiungerà una stabilizzazione dei prezzi”: cioè,  finché in questo paese un po’ tutto a rovescio non si riuscirà a rilanciare in modo stabile un po’ di inflazione. E annuncia di voler stabilire anche un fondo temporaneo sui $60 miliardi mettendo sul mercato così,  secondo le contingenze, altra liquidità con buoni del Tesoro, azioni, obbligazioni e titoli vari di scambio[228].

L’economia, dice la Banca centrale senza rassicurare davvero nessuno, mostra segni di recupero moderato ma sta rallentando (appunto: dov’è, allora, il recupero?) perché tante altre sono ancora in frenata e perché lo yen forte sta contenendo le esportazioni.

Il fatto è che liquidità a tasso praticamente nullo, qui è stata da anni disponibile e non è servita a rilanciare l’economia: per cui non si capisce che differenza possa fare oggi il salto da un interesse dello 0,1% ad uno dello 0%... Il fatto è che le banche non prestano i soldi che pure ottengono quasi gratis dalla Banca centrale o li prestano solo alle grandi imprese sempre uguali a se stesse e clienti di vecchia data e mai alle nuove aziende upstart che tentano di affermarsi innovando, certo con qualche rischio… E il fatto è che in un paese, per filosofia sua risparmioso, i consumi delle famiglie restano tendenzialmente statici perché la gente non crede molto a una ripresa che si faccia davvero sentire giù per li rami…

Il partito democratico al governo vuole costituire un ulteriore fondo speciale di 5.000 miliardi di yen, sui $60 miliardi, per stimolare l’economia, facendo anche ricorso alle ingenti riserve di valuta della Banca centrale[229]. A cui l’idea non piace per niente, non dice chiaramente ma fa chiaramente capire il governatore della BoJ, Masaaki Shirakawa. Il giorno dopo che lo ha fatto il partito, tocca al governo approvare la proposta di legge che adesso passerà in parlamento: 5.500 miliardi di yen di stimolo nuovo, sui 61 miliardi di $[230]. Resta del tutto inevasa, per il momento, la questione posta alla Banca centrale…

L’export di settembre è ancora cresciuto, ma al ritmo più lento dell’anno, penalizzato da uno yen che si rafforza e da una domanda estera che si raffredda per le preoccupazioni sullo stato dell’economia globale. Su un anno prima le esportazioni salgono del 14,4%, con quelle in Cina – il partner maggiore – in aumento nel mese del 10,3% sull’anno prima, quelle verso gli USA in ascesa del 10,4 e verso l’UE dell’11,2%[231].

●L’allarme gettato in Giappone dal blocco all’export di quei minerali cruciali per l’elettronica e quasi monopolio cinese chiamati “terre rare”, minacciato in modo del tutto ufficioso e mai confermato in forma ufficiale ma realmente applicato dal 21 settembre, anche se con diverso grado di efficacia da luogo a luogo, ha provocato quasi il panico a Tokyo.

E ha convinto il governo a lanciare una campagna di riciclaggio di materiali elettronici usati – schede madri, cellulari da cui trarre oro, indio, iridio e antimonio ad esempio, in quantità non irrilevanti— campagna che da noi sarebbe di sicuro disperata e disperante: ma forse non lo sarà altrettanto in questo paese di formichine armoniose.

Anche, e personalmente, il ministro degli Esteri Seiji Maehara si sta dando da fare, annunciando che intende lanciare un’operazione di ricerca a tappeto di fonti alternative di “terre rare”[232]: basterebbero, infatti, pochi giorni di blocco per costringere alla chiusura tutta la fiorente industria nipponica del ramo…

Il problema è che però, nella realtà, le alternative latitano: c’erano negli USA ma con un costo di estrazione molto elevato per cui oltre il 90% di questi minerali grezzi concretamente fruibili sono ormai reperibili solo in Cina. Per cui, l’idea che propugnano adesso a Tokyo è quella di perseguire l’obiettivo ambizioso, e più a lungo temine, di trovare una fonte diversa: forse qualcosa – ma tutta ancora da scoprire, vagliare, prospettare, sviluppare ed estrarre – chi sa, dice Mahehara che parte subito di persona in ricognizione per Ulan Bator, si potrebbe trovare in Mongolia...

Forse, come chiedono anche i tedeschi, bisognerà darsi da fare per reperire queste fonti diverse che almeno per ora, però, latitano. Intanto, l’India ha annunciato che intenderebbe (al condizionale: deve decidere delle risorse da investire: quali e dove reperirle…) riprendere la produzione delle terre rare sul suo territorio dalla fine del 2011. Oggi, New Delhi spende $32 milioni (1.400 miliardi di rupie) in una sua regione orientale, un impianto ad Orissa, di 5.000 tonnellate di capacità per riprendere appunto la produzione nel 2011.

Il presidente dell’ente statale del terre rare dell’India, la Indian Rare Earth’s Ltd., R. N. Patara afferma che la compagnia ha già tutte le licenze e i permessi ambientali indispensabili in regola per l’impianto e sostiene che, in base alle necessità interne del paese, c’è un margine non irrilevante per l’export di terre rare[233]. In realtà, però, se non irrilevante per le necessità, diciamo, dei grandi paesi consumatori non molto significativo.

La Cina comunque difende a muso duro la sua politica sull’esportazione di “terre rare”[234]: sostiene che le restrizioni applicate siano assolutamente conformi agli impegni cui anche essa è tenuta come aderente all’Organizzazione mondiale per il Commercio e, quando USA o Giappone affermano il contrario dice che è inaccettabile solo denunciarlo, o peggio minacciare di denunciarlo, ma che lo devono anche dimostrare.

Non possono limitarsi solo a strombazzare intenzioni bellicose di possibili denunce future, facendo appello per reperire la documentazione che non hanno poi alla buona volontà e alla diligenza improbabilmente attendibile e, per definizione, poco scientifica di gruppi industriali e sindacati americani, non propriamente al di sopra delle parti…

Noi – ha dichiarato il portavoce del ministero del Commercio Yao Jian poi, siamo in linea con l’OMC non solo sulla questione dell’export ma anche dell’estrazione e della lavorazione di terre rare” corredando di testi, atti, contratti e documentazione dell’OMC stessa (accuratamente e tutta fornita in ottimo inglese tecnico) il supporto di quanto afferma. In sostanza: proprio le regole dell’OMC prevedono che estrazione, lavorazione ed esportazione di elementi rari – come questi qui  sono, per definizione – il paese che li detiene possa ben contingentarli: quando, come e quanto vuole…

Per la seconda parte del 2010, è stato annunciato, la Cina quindi ha proprio tagliato l’export[235] della sua produzione di materiali rari, il 90% di quanti il mondo ne produce, anche, dice Yao, “per preoccupazioni relative alla protezione ambientale”: nei prossimi sei mesi, in base alla documentazione fornita, la Cina ha ridotto a 7.976 tonnellate, del 72%, la sua quota di esportazioni di questi minerali, rispetto  alle 22.283 tonnellate della prima metà e alle 28.417 della seconda metà del 2009. E, riflettendo questa riduzione e la diatriba sino-giapponese sui minerali rari, il prezzo medio dall’inizio dell’anno ad oggi è quasi triplicato…

Ma, proprio a fine mese, arriva notizia che è ripresa l’esportazione di questi minerali rari negli Stati Uniti, in Europa  in Giappone secondo fonti industriali e dell’import nostrano citate dal NYT. Anche se riprendono ai ritmi dettati dalla nuova politica di Pechino[236]. E anche se, dice Yoshito Sengoku  capo della segreteria del Gabinetto del premier, non ci sono segnali di una ripresa normale dell’esportazione di terre rare per lo meno verso la Cina; anche se poi aggiunge[237] che le autorità competenti stanno raccogliendo informazioni da tutte le dogane in proposito: in altri termini, ancora in effetti non sanno niente, le autorità competenti…     

 


 

[1] ISTAT, 28.6.2010, Conti e dati aggregati delle Amministrazioni pubbliche (cfr. www.istat.it/salastampa/comunicati/ non_calendario/20100628_00/).

[2] Cfr. www.anagrafeprestazioni.it; e Quanto ci costano le idee di Brunetta, 6.10.2010 (cfr. http://apps.innovazionepa.it/ forum/ forum_posts.asp?TID=3726/).

[3] ISTAT, 12.10.2010, La popolazione straniera residente in Italia (cfr.  www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calen dario/20101012_00/).

[4] Da Eguaglianza&Libertà, 17.10.2010, V. Selan, Un’altra perla del governo (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stampa Articolo.asp?id=1281/).

[5] IMF, World Economic Outlook Previsioni sull’economia globale, 10.2010, Recovery, Risk and Rebalancing Ripresa, rischi e riequilibrio, testo integrale (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2010/02/pdf/text.pdf/).

[6] Idem.

[7] Guardian, 1.10.2010, J. Kollewe, Global unemployment to trigger further social unrest, UN Agency forecasts — Nelle previsioni dell’ Agenzia sul lavoro dell’ONU, la disoccupazione a livello globale scatenerà altri sommovimenti sociali; e, per il testo, OIL, Rapporto annuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro, 2010: From a crisis to the next?— Da una crisi all’altra?, 30.9.2010 (Sintesi, cfr. www.ilo.org/public/english/bureau/inst/research/summary_e.pdf/).

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[8] The Economist, 16.10.2010.

[9] Guardian, 22.10.2010, J. Kollewe, Oil could hit $100 a barrel soon, JP Morgan predicts— Il greggio petrolifero potrebbe presto toccare i $100 al barile, predice JP Morgan.

[11] Earth Times, 23.10.2010, Russia extends grain export ban for six months La Russia estende per altri sei mesi il divieto di esportazione del grano (cfr. www.earthtimes.org/articles/news/349962,export-ban-six-months.html/).

[12] China Daily (Beijing), 12.10.2010, China runs surplus under current, capital accounts in H1 Nel 1° semestre, la Cina registra un attivo dei conti correnti  (cfr. www.chinadaily.com.cn/bizchina/2010-10/12/content_11400832.htm/).

[13] Xinhua, 21.10.2010, China's economic figures in Q3 I dati economici della Cina nel 3° trimestre (cfr. http://news.xin huanet.com/english2010/business/2010-10/21/c_13567921.htm/).

[14] Stratfor, 27.10.2010, China: Poverty Line To Be Raised In Cina, la linea ufficiale di povertà sarà alzata (cfr. www.stra tfor.com/sitrep/20101027_china_poverty_line_be_raised/); questa però, se notate e leggete, è notizia che riprende tale e quale, il titolo di un giornale del… 2008: sul China Daily, (Il quotidiano del popolo), 3.9.2008, Wu Jiao, China set to raise poverty line La Cina decisa ad aumentare la linea di povertà (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/2008-09/03/content _6992004.htm/).

[15] Agenzia Reuters, 11.10.2010, Japan's Noda vows decisive FX moves after G7 meeting Dopo la riunione del G-7, il giapponese Noda promette interventi sul mercato dei cambi (cfr. www.reuters.com/article/idUSTOE69B00D20101012/).

[16] Agenzia Stratfor, 23.10.2010, What Brazil Gains by Downgrading its G-20 Presence Che ci guadagna il Brasile a svalutare la sua presenza al G-20 (cfr. www.stratfor.com/analysis/20101022_what_brazil_gains_downgrading_its_g_20_ presence/).

[17] Stratfor, 22.10.2010, U.S.: G-20 Members Respond To Account Limit Proposal I membri del G-20 rispondono alla proposta USA di un limite da imporre alla bilancia commerciale [cinese] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101022_us_g_20_ members_respond_account_limit_proposal/).

[18] New York Times, 3.10.2010, D. E. Sanger e M. Wines, More Countries Adopt China’s Tactics on Currency Altri paesi oltre alla Cina adottano le sue tattiche sul cambio [bé, chiamatela tattica…].

[19] Agenzia Xinhua (Nuova Cina), 7.10.2010, Premier Wen's speech at Sixth China-EU Business Summit— [testo del] Discorso del premier Wen al sesto incontro del business Cina-Europa (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/ 2010-10/07/c­ 13545683.htm/).

[20] IMarketNews, 10.10.2010, China: Yuan To Become Stronger W/Low Infl: we know how to with other countries— La Cina: lo yuan si rafforzerà con un’inflazione in ribasso; e noi sappiamo bene come fare con gli altri paesi  [in altre parole: piantatela con le pressioni e i “consigli ”non richiesti…] (cfr. http://imarketnews.com/node/205457/). 

[21] Xinhua, 5.10.2010, Chinese premier meets Euro Group leaders on exchange rate— Il primo ministro cinese incontra i capi dell’Eurogruppo sul tasso di cambio (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2010-10/05/c_13543268.htm/).

[22] IAI, Affari Internazionali, 7.10.2010, N. Casarini, Un patto globale tra UE e Cina (cfr. www.affarinternazionali.it/ articolo.asp?ID=1568/).

[23] China Daily, 13.10.2010, Trade surplus in Sept falls to $16.88 billion— L’attivo commerciale a settembre scende a $16,88 miliardi (cfr. www.cdeclips.com/en/business/fullstory.html?id=53296/).

[24] Le Monde, 29.9.2010, L'OMC donne raison à la Chine dans un litige sur l'exportation de volailles— (cfr. www.lemon de.fr/economie/article/2010/09/29/l-omc-appelle-les-etats-unis-a-reduire-leurs-aides-agricoles_1417798_3234.html/).

[25] New York Times, 17.10.10, M. Wines e X. Yang, China Escalates Fight With U.S. on Energy Aid— La Cina reagisce rilanciando la battaglia con gli USA sui sussidi all’energia.

[26] New York Times, 9.10.2010, S. Chan, I.M.F. doesn’t press China on currencyIl FMI non fa pressione per i cambi sulla Cina.

[27] E, in effetti, quasi subito, Obama un segnale di aver capito l’antifona sembra darlo, anche se non è detto che riesca a convincere i trogloditi che stanno al Congresso: ha chiesto, infatti, di cancellare il veto alla vendita alla Cina, per esempio, degli aerei da trasporto C-130, motivandolo in una lettera al parlamento dell’8 ottobre “perché nell’interesse stesso degli Stati Uniti d’America”.

   Ha anche spiegato, abbastanza misteriosamente però, che questo tipo di aerei sarebbero utilizzati per combattere il riversamento di petrolio in mare (che è cosa, francamente, nuova)… Non ha chiarito perché, però, i C-130 sì e i più grandi C-5 Galaxy no: se non perché i militari in America insistono nel decidere loro cosa possono importare i cinesi e cosa no…): InfoseekChina, 11.10.2010, Bao Daozu, U.S. may lift Chinese arms embargo Gli USA potrebbero togliere l’embargo all’esportazioni di armi alla Cina (cfr. http://infoseekchina.blogspot.com/2010/10/us-may-lift-chinese-arms-embargo.html/).

[28] International Business Times Finance, 11.10.2010, Fast yuan revaluation no panacea: China's Zhou Una rapida rivalutazione dello yuan non è una panacea, dice il cinese [il governatore della Banca di Cina] Zhou (cfr. http://uk.ibtimes .com/articles/70375/20101011/fast-yuan-revaluation-no-panacea-chinas-zhou.htm/).

[29] Reuters, 10.10.2010, China must cap yuan rise this year: PBoC researcher La Cina deve mettere un tetto al rialzo dello yuan per quest’anno, dice insegnante e ricercatore alla Banca di Cina (cfr. http://ca.reuters.com/article/idCATRE 69A05320101011/).

[30] New York Times, 11.10.2010, M. Wines, U.S. Alarmed by Harsh Tone of China’s Military— .

[31] New York Times, 11.10.2010, A. Ross Sorkin, Worrying Over China and Food— .

[32] New York Times, 11.10.2010, Fang Lizhi [che il giornale presenta come “professore di fisica all’università del’Arizona, uno dei leader del movimento per la democrazia prima di scappare dal paese nel 1989”: insomma, uno al di sopra di ogni sospetto…], Liu Xiaobo and Illusions About China Liu Xiaobao e le illusioni sulla Cina.

[33] Guardian, 13.10.2010, T. Garton Ash, This Nobel prize was bold and right – but hits China's most sensitive nerve Questo premio Nobel è audace e giusto – ma colpisce il nervo più scoperto della Cina.

[34] South China Morning Post (Hong Kong), 13.10.2010, Open letter calls for end to media censorship  Ex officials demand party grants freedom of speech Lettera aperta chiede la fine della censura sui media  Ex esponenti chiedono che il partito conceda libertà di espressione [ma, diceva già Pëtr Kropotkin, l’anarchico russo dell’800, con uno dei suoi assiomi maggiormente sensati, le libertà non si concedono, si prendono; e non si chiede a nessuno poi di concedertele…](cfr. www.scmp.com/portal/site/SCMP/menuitem.2c913216495213d5df646910cba0a0a0/?vgnextoid=50a5e221280ab 210VgnVCM100000360a0a0aRCRD&vgnextfmt=teaser&ss=&s=News%2F/), pubblicata anche –  certo in inglese: se anche in cinese, noi non siamo proprio in grado di saperlo… – su siti accessibili all’interno come, ad esempio, Shanghaiist, 13.10. 2010, CCP elders call for an end to censorship in China Parecchi anziani del PCC chiedono la fine della censura in Cina (cfr. http://shanghaiist.com/2010/10/13/ccp_elders_call_for_an_end_to_censo.php/).    

[35] New York Times, 14.10.2010, M. Wines, China’s Elite Feel Winds of Change, but Endure In Cina chi comanda sente I venti del cambiamento, ma resiste.  

[36] New York Times, 16.10.2010, T. L. Friedman, Going Long Liberty in China Scommettere sul futuro La libertà in Cina.

[37] The State (South Carolina), 19.10.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), US diplomat praises Chinese premier's reform talk— Ambasciatore americano [in Cina] elogia i discorsi riformatori del premier cinese (cfr. www.thestate.com/2010/ 10/19/1519659/us-diplomat-praises-chinese-premiers.html/). 

[38] le Monde, 12.10.2010, H. Thibault, La Chine communiste découvre le droit des travailleurs— (cdr. www.lemonde.fr/ imprimer/article/2010/10/12/1424494.html).

[40] New York Times, 18.10.2010, Move Puts Official on Track for China’s Presidency— La scelta pone un suo esponente sul percorso per la presidenza cinese. 

[41] Stratfor, 14.7.2010 (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100714_china_ new_ round_ western_ development?fn= 59rss70/).

[42] Stratfor, 30.9.2010, Russia, China: Mark New Stage In Cooperation In Asia-Pacific Region Russia e Cina:  segnato un nuovo stadio di cooperazione nella regione del Pacifico asiatico. (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100930_russia_ china_mark_new_stage_cooperation_asia_pacific_region/).

[43] InfoseekChina, 1.10.2010, Japan seeks good China ties, frets over navy actions Il Giappone cerca buoni rapporti con la Cina, ma si inquieta sulla sua attività navale (cfr. http://infoseekchina.wordpress.com/2010/10/01/japan-seeks-good-china-ties-frets-over-navy-actions/).  

[44] World News Networks, 1.10.2010, China too hopes for trasnparency Anche la Cina spera nell trasparenza (cfr. http:// article.wn.com/view/WNATBBBC47E47B08E9A297325C21555F53F42/).

[45] AFXUK, 11.10.2010, No politics in China's dumping of Japan debt–paper Non ci sono ragioni politiche dietro il cambio record di titoli del debito nipponico— sostiene un quotidiano [ufficiale, peraltro: lo Shanghai Securities News] (cfr.  www.london

stockexchange.com/exchange/news/market-news/market-news-detail.html?announcementId=10683323/).

[46] Reuters, 4.10.2010, Japan PM Kan and Chinese premier Wen meet in Brussels I primi ministri giapponese Kan e cinese Wen si incontrano a Bruxelles (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6935LJ20101004/).

[47] Reuters, 30.10.2010, Japan, China leaders met informally: Japanese official I leaders di Giappone e Cina si incontrano informalmente, dice un portavoce giapponese (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE69H05P2010 1030?utm_source=feed burner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+reuters%2FtopNews+%28News+%2F+US+%2F+Top+News%29/).

[48] Kyodo News Agency, 11.10.2010, Kitazawa asks Liang to build liaison system for maritime ‘contingency’ Kitazawa chiede a Liang di costruire un meccanismo di collegamento per le eventuali ‘contingenze’ marittime (cfr. http://english.kyodo news.jp/news/2010/10/48103.html/).

[49] Jiji Press, 11.10.2010, Japan, China to Set Up System to Prevent Maritime Incidents, Agree not to discuss publicly Giappone e Cina metteranno in piedi un sistema di prevenzione degli incidenti marittimi e  concordano di non discuterne in pubblico (cfr. http://jen.jiji.com/jc/eng?g=eco&k=2010101100274/).

[50] Stratfor, 18.10.2010, Japan, China: Secret Deal On Disputed Islands Violated Giappone-Cina: c’è stata violazione [giapponese] di un accordo segreto sulle isole (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101018_japan_china_secret_deal_ disputed _islands_violated/).

[51] JiJi Press, 13.10.10, China to Hold Summit with Japan in Hanoi: Official Ufficiale: la Cina terrà un vertice col Giappone a Hanoi (cfr. http://jen.jiji.com/jc/eng?g=eco&k=2010101301015/).

[52] New York Times, 3.10.2010, A. Barrionuevo, Runoff Will Decide the Presidency of Brazil In Brasile, il ballottaggio deciderà della presidenza.

[53] Reuters, 17.10.2010, L. Lopez e C. Munari, Green party to stay neutral in Brazilian runoff Il partito verde rimarrà neutrale nel ballottaggio in Brasile (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/N1796674.htm/).

[54] Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica, IBGE, Contas nacionais 2009 (cfr. www.ibge.gov.br/home/estatistica/ indicadores/pib/defaultcnt.shtm/).

[55] The Economist, 23.10.2010.

[56] Renminribao (Quotidiano del Popolo), 6.10.2010, Ruling coalition wins majority in Brazil's Congress La coalizione al governo prende la maggioranza al Congresso brasiliano (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90001/90777/90852/715 79 76.html/).

[57] New York Times, 1.10.2010, J. E. Sweig, Absent at the Creation Assenti alla creazione [gli USA].

[58] Salon.com, 25.10.2010, (A.P., P. Haven), Cuba makes self-employment rules official— Cuba pubblica ufficialmente le norme che regolano il lavoro autonomo (cfr. www.salon.com/wires/allwires/2010/10/25/D9J2TDQG1_cb_cuba_economy/).

[59] Al tasso di cambio a parità di potere d’acquisto calcolato dalla CIA, i servizi segreti americani (cfr. www.cia.gov/ library/publications/the-world-factbook/geos/cu.html/) il PIL pro-capite cubano è pari a circa $10.000 per il 2009 (al cambio bancario sarebbe meno della metà). .

[60] New York Times, 3.10.2010, Reuters, Chávez Vows to Radicalize After Venezuela Election Chávez promette di radicalizzare ancora il Venezuela dopo le ultime elezioni.

[61] The Economist, 23.10.2010.

[62] Stratfor, 21.10.2010, Colombia: President Likely Will Not Submit U.S. Troop Deal To Congress Il presidente probabilmente non sottoporrà al Congresso l’accordo sulle truppe USA (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101021_ colombia_ president_likely_will_not_submit_us_troop_deal_congress/).

[63] The Economist, 2.10.2010.

[64] The Economist, 16.10.2010.

[66] Per il X emendamento della Costituzione americana, i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla costituzione, né da essa proibiti agli Stati, sono riservati agli Stati o, rispettivamente, ai popoli degli Stati...” (testo integrale della Costituzione del 1789 e degli emendamenti successivi – il decimo dei quali, parte della Dichiarazione dei diritti, venne ratificato nel 1791 – cfr. www.archives.gov/national-archives-experience/charters/bill_of_rights_ transcript. html/).

[67] EUROSTAT, 28.10.2010, Boll. #163, Euro area inflation estimated at 1.9% L’inflazione del’euro stimata all’1,9% [a fine ottobre] (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-29102010-BP/EN/2-29102010-BP-EN.PDF/).

[68] EUROSTAT, 29.10.2010, Boll. #162, Euro area unemployment rate at 10.1% EU27 at 9.6% La disoccupazione nell’eurozona al 10,1% e nell’UE a 27 al 9,6 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-29102010-AP/EN/3-29102010-AP-EN.PDF/).

[69] New York Times, 7.10.2010, J. Werdigier, European Central Banks Hold Rates Steady— La BCE tiene fermi i tassi; e ECB, Dichiarazione introduttiva della conferenza stampa del presidente J.-C. Trichet, 7.10.2010 (cfr. www.ecb.int/ press/pressconf/2010/html/is101007.en.html/).

[70] The Economist, 9.10.2010.

[71] Le Monde, 4.10.2010, —Les amendes européennes pour le pays surendettés n’ont pas de sense (cfr. http://finance.blog.le monde.fr/2010/10/04/les-amendes-europeennes-pour-les-pays-surendettes-sont-une-absurdite/).

[72] Cfr. Nota congiunturale 10-2010, in Nota72.

[73] New York Times, 13.10.2010, S. Castle, E.U. Concerned by Big Four's Dominance in Auditing L’UE preoccupata dalla dominanza delle Quattro Grandi nell’auditing.

[74] New York Times, 19.10.2010, J.Kanter, E.U. Tightens Speding Rules L’UE [nominalmente] indurisce le regole di spesa. 

[75] Reuters, 23.10.2010, D. Flynn e R. Armstrong, Trichet says EU fiscal reform too weak for euro zone Trichet afferma che le riforme fiscali della UE sono troppo deboli per l’eurozona (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKTRE69M0ZV201 010 23?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Reuters%2FUKBusinessNews+ (News+ %2F+UK +%2F+Business+News/).

[76] New York Times, 28.10.2010, S. Castle, E.U. Moves to Tighten Rules Governing the Euro Zone— L’UE decide di rafforzare le regole che governano l’eurozona [titolo fondamentalmente falso, come si vede da quanto finora spiegato e da una lettura pur molto superficiale dell’articolo stesso…].

[77] Yahoo!Finance, 19.10.2010, EU nations reach deal on tighter hedge fund rules— I paesi della UE raggiungono un accordo su normative più severe per gli hedge funds (cfr. http://finance.yahoo.com/news/EU-nations-reach-deal-on-apf-916472868.html?x=0/).

[78] Der Spiegel (Engl.), 25.10.2010, P. Müller, C.  Reiermann e C. Schult, Germany's Allies Shocked by Euro Zone Backdown— Gli alleati dei tedeschi [cioé, i cosiddetti duri come loro, Olanda, Austria, Danimarca, Svezia e pochi altri in Consiglio: poi, come lei, tutti costretti a ingoiare la realtà] scioccati dalla loro marcia indietro sull’eurozona (cfr. www.spiegel. de/international/europe/0,1518,725079,00.html/).

[79] Reuters, 27.10.2010, Juncker: EU treaty can be changed for rescue mechanism— Juncker: il Trattato UE si può cambiare per prevedere un meccanismo di salvataggio (cfr. http://in.reuters.com/article/idINIndia-5248662010 1027/)

[80] Cfr. Nota76 qui sopra.

[81] EU-News, 29.10.2010, EU leaders agree on limited change to Treaty for permanent Eurozone crisis mechanism— I leaders della UE concordano su cambiamenti limitati al Trattato per un meccanismo di salvaguardia dalle crisi dell’eurozona (cfr. www.eu-news.net/index.php?zfmore=14&zftemplate=logos&zfcategory=zfeeder&zfposition=p1,p2,p3,p4,p9,p11,p14, p16,p17,/).

[82] Stratfor, 14.10.2010, Germany: Europe Must Counter Chinese Resource Competition - Chancellor Germania, Merkel: l’Europa deve contrastare la concorrenza cinese sulle risorse (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101014_ germany_ euro pe_must_counter_chinese_resource_competition_merkel/).  

[83] New York Times, 19.10.2010, K. Bradsher, China Said to Widen Its Embargo of Minerals— La Cina starebbe per allargare il suo embargo sui minerali [rari].

[84] New York Times, 21.10.2010, J. Dempsey, Germany to Raise Alarm Over China Rare Earths Restrictions at G-20 La Germania vuole sollevare l’allarme sulle terre rare cinesi al G-20.

[85] Eguaglianza & Libertà, 17.10.2010, R. Paladini, Se l’Europa decide di non crescere (cfr. www.eguaglianzaeliberta .it/stampa Articolo.asp?id=1279/).

[86] Bloomberg, 26.10.2010, B. Parkin e T. Czuczka, Race to Replace China's Rare Earths May Take Decade, Germany Says La corsa per sostituire le terre rare di Cina potrebbe durare per tutto il decennio, avverte la Germania (cfr. www.bloom berg.com/news/2010-10-26/race-to-replace-china-in-rare-earth-supplies-may-take-decade-germany-says html/).

[87] Radio Netherlands Worldwide, 2.10.2010, Christian democrats vote for Wilders – for now Per ora, i cristiano- democratici votano per Wilders (cfr. www.rnw.nl/english/article/christian-democrats-vote-wilders-now/). 

[88] New York Times, 26.10.2010, (A.P.), 2009 Global Research Outlays Down, but Not China La spesa per ricerca globale cala nel 2009, ma non quella cinese; e European Commision, Industrial research, Rapporto The 2010 Eu Industrial R&D Investment Scoreboard Tabella 2010 degli investimenti dell’industria europea in R&S (cfr. http://iri.jrc.ec.europa.eu/ research/docs/2010/SB2010_final_report.pdf/). 

[89] New York Times, 30.9.2010, R. Minder, Portuguese Prime Minister Moves to Satisfy ‘Unfair’ Markets Il primo ministro portoghese si muove per soddisfare i mercati ‘maligni’.

[90] New York Times, 22.10.2010, N. Kitsantonis, A World Upside Down for Greeks—Un mondo a testa in giù per i greci.

[91] New York Times, 21.10.2010, P. Krugman, British Fashion Victims Le vittime della moda britannica.

[92] The Economist, 9.10.2010.

[93] Instituto nacional de estadistica de España, INE, 29.10.2010, Encuesta de poblacion activa (cfr. www.ine.es/prensa/ epa_prensa.htm/).

[94] The Independent, 2.10.2010, M. Dejewsky, Ukrainian leader tacks back towards EU from Russia, with warning Il presidente ucraino imbastisce di nuovo, rispetto alla Russia,il rapporto con l’Europa: però ammonendola (cfr. http://www.indepen dent.co.uk/news/world/europe/ukrainian-leader-tacks-back-towards-eu-from-russia-2095478.html/). 

[95] EuropeanCeo, 1.10.2010, Ukraine says free trade zone with EU would be costly L’Ucraina sostiene che una zona di libero scambio con la UE sarebbe troppo costosa (cfr. www.europeanceo.com/magazine-articles/article1178.html/).

[96] Christian Science Monitor, 1.10.2010, F. Weir, Ukraine court reverses Orange Revolution, hands president more power La Corte costituzionale ucraina rovescia la rivoluzione arancione resituendo al presidente maggiori poteri (cfr. www. csmonitor.com/World/Europe/2010/1001/Ukraine-court-reverses-Orange-Revolution-hands-president-more-power/).

[97] Reuters, 13.10.10, Ukraine challenges $1.7 bln gas deal with Russia L’Ucraina sfida l’accordo da $1,7 miliardi con la Russia (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE69C0ND20101013/).

[98] New York Times, 1.10.2010, M. Schwirtz, Russian Party Gains in Latvia Amid Economic Bust In mezzo al crollo dell’economia, avanza in Lettonia il partito [filo] russo.

[99] New York Times, 2.10.2010, M. Schwirtz, Ruling Coalition Wins Latvia Vote La coalizione al governo vince il voto lettone [ma lo stesso reporter del primo articolo, nel secondo non ha neanche la decenza di far cenno allo strafalcione del testo e del titolo del primo…]; e The Economist, 9.10.2010.

[100] Stratfor, 4.10.2010, Bosnia-Herzegovina’s Election and Dodik as a Role Model Le elezioni in Bosnia-Erzegovina e come modello quello di Dodik [la Republika Srpska; a queste considerazioni, sensate ma che ci suonano troppo apodittiche,  noi vorremmo aggiungere almeno un punto interrogativo…] (cfr. www.stratfor.com/analysis/20101004_bosnia_herze govinas_elections_and_dodik_role_model/). 

[101] Stratfor, 14.10.2010, Bosnia-Herzegovina:Islamist Movement Spreading - Official Bosnia-Erzegovina: dal governo stesso dicono che il movimento islamista si allarga (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101014_bosnia_herzegovina_ islamist_ movement_spreading_official/).

[102] Wahhabismo è il nome del movimento islamico scaturito dalla “riforma” religiosa realizzata da Muhammad ibn Abd al-Wahhãb (1703-1792), l’ “ideologia islamica” da sempre al potere nel regno saudita che su di essa è stato fondato e dà una rigidissima interpretazione letterale al Corano (come tutti i fondamentalismi, prende letteralmente i sacri testi: nell’interpretazione unica e autentica che, si capisce, essi esclusivamente ne danno) e punta a restaurare l’islamismo puro delle origini…

[103] SwissInfo.ch, 13.10.2010, Ue-Serbia: Olanda, parlamento dice no ad adesione Belgrado (cfr. www.thecommentfac tory.com/turkeys-constitutional-amendments-are-welcome-but-undemocratic-2885/).

[104] Stratfor, 14.10.2010, Russia: Munich Security Conference Date Announced— Russia: la prossima conferenza ‘di  Monaco’ sulla sicurezza (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101014_russia_munich_security_conference_date_announced/).

[105] Trend, 14.10.2010, German minister: NATO missile screen ‘basically a good idea’ Ministro tedesco: lo scudo missilistico NATO ‘fondamentalmente una buona idea’ (cfr. http://en.trend.az/regions/world/europe/1766327.html/).

[106] Stratfor, 14.10.2010, France: Reservations On NATO BMD Plan Francia: riserve sul piano antimissilistico della NATO (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101014_france_reservations_nato_bmd_plan/).

[107] Stratfor, 14.10.2010, Poland: Russia Should Not Be Included In NATO Defense Shield - DM Il ministro della Difesa polacco: la Russia non dovrebbe essere inclusa nello scudo di difesa della NATO (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101014_po land_russia_should_not_be_included_nato_defense_shield_dm/).

[108] Trattato del Nord Atlantico, Washington D.C. (testo in italiano su cfr. www.studiperlapace.it/documentazione/nato treaty.html/; e, per il testo originale del Trattato, sul sito della NATO cfr. www.nato.int/cps/en/natolive/index.htm/).

[109] Stratfor, 22.10.2010, Russia: NATO Guarantees On BMD Sought La Russia esige garanzie sul sistema di difesa dei missili balistici (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101022_russia_nato_guarantees_bmd_sought/).

[110] Real Clear World, 14.10.2010, S. Lekic, NATO ministers meet to mull new strategy I ministri NATO si riuniscono a dibattere di nuove strategie (cfr. www.realclearworld.com/news/ap/international/2010/Oct/14/nato_ministers_meet_to_ mull_new_strategy.html/).

   Quanto alle spese militari USA, tanto per avere un’idea di cosa si potrebbe, volendo, tagliare – semplificando: le guerre che si vanno facendo in giro per il mondo e quelle che si vanno preparando – v. in dettaglio Eguaglianza& Libertà, 21.4.2010, Stati Uniti: il costo del’impero (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1239/).

[111] Trend, 22.10.2010, Merkel shifts stance to say NATO must keep nuclear defence— La Merkel sposta le sue posizioni e sostiene che la NATO deve mantenere una difesa nucleare (cfr. http://en.trend.az/regions/world/europe/1770837.html/)

[112] New York Times, 25.10.2010, J. Vinocour, Will the U.S. Lose Europe to Russia? Gli Stati Uniti perderanno l’Europa a favore della Russia? [una concezione curiosa – che una volta chiamavamo un’americanata perché solo a loro poteva venire pensato di esprimerla in quel modo – di un’Europa quasi “proprietà” loro, da guadagnare, tenere o perdere a favore di qualcuno… Siamo sempre al Nixon registrato nei nastri del Watergate quando a Kissinger diceva di non voler sentire neanche parlare di “Stati Uniti d’Europa” ma sempre e solo di “Europa degli Stati Uniti” cfr. dai nastri del 25.9.1973 (cfr. www.lib.berkeley.edu/MRC/watergate.html/)].

[113] New York Times, 1.10.2010, S. Erlanger e K. Benhold, Sarkozy to Propose New Bond With Russia Sarkozy proporrà un nuovo legame con la Russia.

[114] The Voice of Russia, 9.10.2010, South Stream to enhance energy stability - Putin Il South Stream aumenterà la stabilità energetica, dice Putin (cfr. http://english.ruvr.ru/2010/10/09/25024349.html/).

[115] Stratfor, 22.10.2010, Russia: Nabucco Pipeline Likely Shelved - Official Il governo russo dice che il Nabucco verrà probabilmente messo da parte (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101022_russia_nabucco_pipeline_likely_shelved_official/).

[116] Ne abbiamo trattato nel numero precedente di questa Nota congiunturale, 10-2010, specie in Note da 104 a 107.

[117] Agenzia RIA Novosti, 15.10.2010, Russia's Gazprom says EU gas reform threat to company, Europe Gazprom sostiene che la riforma sul gas voluta dalla UE costituisce una minaccia per la compagnia (cfr. http://en.rian.ru/business/2010 1014/160952519.html/); l’articolo di Medvedev, sul sito di Gazprom, dal titolo esplicito, tradotto, di “Non c’è alcun bisogno di costruire una nuova Grande Muraglia nel mercato del gas”, spiega che è solo una mania perseguita non in nome del libero mercato ma, in realtà, di un’ideologia libero-mercatista (cfr. www.gazprom.com/press/reportages/interview-med vedev/).

[118] New York Times, 10.10.2010, J. Dempsey, Europe Seeks to Block Polish Gas Contract L’Europa cerca di bloccare il contratto polacco sul gas [con la Russia].

[119] ITAR-Tass, 14.10.2010, Poland not to extend gas supply contract with Russia until 2037 La Polonia non prolungherà più il contratto di fornitura del gas russo fino al 2037 (cfr. http://itar-tass.com/eng/prnt.html?NewsID=15590549/).

[120] Investors.com, 17.10.2010, Poland, Russia agree draft gas accord Polonia e Russia concordano su una bozza di accordo per la fornitura di gas (cfr. www.investors.com/NewsAndAnalysis/Newsfeed/Article/120487459/201010171256/Po land-Russia-agree-draft-gas-accord.aspx/).

[121] Stratfor, 28.10.2010, Poland: Warm Relations With Russia Leads To Energy Security - PM Polonia: relazioni calorose con la Russia portano alla sicurezza energetica, dice il PM (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101028_ poland_good_ relations_russia_yields_energy_security_pm/).

[122] Stratfor, 28.10.2010, Polish FM Praises Relations With Moscow Il ministro degli Esteri polacco tesse l’elogio delle relazioni con Mosca (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101028_russia_polish_fm_praises_relations_ moscow/).

[123] Ma che non ignora la UE che, anzi, intigna… Dopo questi fatti, a fine mese, la Commissione ha formalmente minacciato di portare la Polonia davanti alla Corte di giustizia europea per l’accordo che prevede per la Polonia non solo la possibilità ma anche l’obbligo contrattuale ad importare più gas naturale dalla Russia, anche se meno di quello originariamente previsto (d’altra parte, perché altrimenti se l’obbligo fosse stato solo suo, la Russia avrebbe dovuto firmare?).

   La Commissione sostiene poi che, malgrado le assicurazioni avute da Varsavia, l’accordo non risolve la necessitò di separare produzione da distribuzione del gas… in Russia. E una posizione idiota: che sicuramente la Polonia non può permettersi (dove lo trova il gas di cui ha bisogno nel breve e medio periodo) e, nel lungo, sembra tramontata anche la favola del Nabucco, no?) e che, a questo punto, visto e considerato che, solo a Varsavia, di fatto, visto che prima non c’era, il regolamento si applicherebbe, e visto che in cambio del suo piegarsi alle esigenze bruxellesi la Polonia dovrebbe rinunciare all’unico gas che può avere, sarebbe meglio, come diceva saggiamente Totò, per la UE proprio desistere…

   A parte che è del tutto impropria la richiesta stessa: nessuno dà il diritto ai 16 o ai 27 o a chi dice di rappresentarli anche se solo qualche volta poi lo fa, di imporre le sue regole interne a paesi non membri poi, e in fondo, come ha fatto osservare diverse volte Gazprom, lasciare a terzi il controllo di un gasdotto nel quale negli anni ’90 aveva già investito $16 miliardi, e ha continuato a investire, non solo non ha molto senso da un punto di vista del business ma, in nome di un ridicolo antimonopolismo di stampo ideologico rinnega in radice proprio… il diritto di proprietà di Gazprom.

[124] Reuters, 26.10.2010, Europe should rely less on Russian energy-Lithuania— L’Europa dovrebbe affidarsi meno all’energia russa, dice la Lituania (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKLDE69P05E20101026/).

[125] Stratfor, 27.10.2010, Lithuania: Poland Unhappy With Relations— Lituania: la Polonia è scontenta dei rapporti reciproci (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101027_lithuania_poland_unhappy_relations/).

[126] The Economist, 30.10.2010.

[127] Business Recorder, 5.10.2010, Militants plan attacks on oil sea transport hubs: Russia Dice la Russia che militanti [cioè, terroristi] pianificano attacchi ai passaggi chiave del trasporto di greggio petrolifero via mare (cfr. www.brecord er.com/news__14181.html/).

[128] Scrive un osservatore moderato-progressista come Thomas L. Friedman sul New York Times, spiegando che lo scontento verso i due partiti, democratico e repubblicano, dilaga e si va “solidificando” (2.10.10, Third Party Rising Sta montando un terzo partito): ma francamente ci pare che la “solidificazione” sia più nelle speranze, forse, dell’autore che altrove. Almeno per ora…

[129] Sondaggio Gallup, 15.10.2010 (cfr. www.gallup.com/poll/122840/Gallup-Daily-Economic-Indexes.aspx/).

[130] New York Times, 9.10.2010, D. W. Chen, China Emerges as a Scapegoat in Campaign Advertisements— Nella propaganda elettorale la Cina è il capro espiatorio.  

[131] New York Times, 3.10.2010, P.Krugman, Fear and favor La paura e i favori.

Tra parentesi, sul Nobel dell’Economia Paul Krugman. Chi scrive lo cita, come avrete notato, assai spesso. Perché, molto umilmente davvero, é contento di ritrovarsi sulle posizioni che assume, con ben altra autorevolezza si capisce e anche chiarezza. L’unico punto, in effetti, sul quale ci permettiamo in generale di non concordare è con la sua fissazione che la politica commerciale e monetaria cinese è, al contrario di quella americana, tutta autointeressata e egoista: protezionistica. Il punto nostro è che anche quella americana, come del resto quella di ogni altro paese, lo è… Tale e quale.

[132] New York Times, 20.10.2010, T. Egan, John Roberts’ America L’America di John Roberts [è il Chief Justice, il capo Giustizia – neanche il capo giudice… – come qui chiamano il presidente della Corte suprema: uno nominato qualche anno fa da Bush il piccolo].

[133] The Economist, 9.10.2010, The quest for growthAlla ricerca della crescita (cfr. www.economist.com/node/17202223/). 

[134] Washington Post, 18.10.2010, R. J. Samuelson, Can the Fed still rejuvenate the economy? Ma la Fed può ringiovanire questa economia? (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/17/AR2010101702606. html/).

[135] Bloomberg, 23.10.2010, Germany Says U.S. Federal Reserve Heading `Wrong Way' With Monetary Easing— La Germania sostiene che la Federal Reserve allentando le briglie sulla moneta sta andando nella direzione sbagliata (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-10-23/germany-says-u-s-federal-reserve-heading-wrong-way-with-monetary-ea sing.html/).

[136] Come disse una volta, tanti anni fa, l’allora governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo.

[137] Indebito e anche spudorato richiamo al precedente storico del dicembre 1773 che, buttando a mare nel porto di Boston alcune ceste di tè su cui il governo di Sua Maestà aveva imposto una nuova tassa, diede di fatto il là alla ribellione dei coloni che portò l’America all’indipendenza.

[138] Washington Post, 2.10.2010, Y. Q. Mui, With consumers skittish, hopes muted for holiday sales Coi consumatori  che si fanno schizzinosi, poche speranze per le vendite delle prossime vacanze (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/ content/article/2010/10/01/AR2010100107150.html/).

[139] New York Times, 12.10.2010, D. Brooks, The Paralysis of the State La paralisi dello Stato

[140] CEPR (Washington, D.C.), 5.2010, J. Schmitt, The Real Wage Penalty for Government Employees La punizione salariale reale degli impiegati pubblici (cfr. www.cepr.net/documents/publications/wage-penalty-2010-05.pdf/).

[141] New York Times, 8.10.2010, C. Rampell, Cuts in Government Led U.S. Economy to Lose 95,000 JobsI tagli nell’occupazione pubblica fanno perdere 95.000 posti di lavoro; e Department of Labor, Bureau of Labor Statistics (BLS), 8.10.2010, Employment Situation Summary Situazione occupazionale, la sintesi (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit. nr0.htm/).

[142] Sempre nel documento BLS, di Nota precedente.

[143] Vedi anche, sul tema, il commento esteso dell’Economic Policy Institute (EPI) di Washington, D.C., un istituto di ricerche che si è sempre più accreditato per aver visto in tempo, tra i pochi, arrivare la crisi identificandone con chiarezza anche le cause – il prepotere incontrastato e irrazionale dell’iperliberismo – e che, mese per mese, sul proprio sito, il giorno della pubblicazione dei dati ufficiali del BLS, fornisce una lettura acuta e senza remore di convenienza della realtà com’è, senza edulcorazioni o verniciature politiche.

   Stavolta, la nota di analisi, intitolata State and local governments in trouble–teachers out— I guai degli Stati e dei governi delle amministrazioni locali – il licenziamento degli insegnanti, 8.10.2010 (cfr. www.epi.org/quick_takes/).

[144] New York Times, 29.10.2010, M. Powell, U.S. Economy Grew at a 2% Rate in the Third Quarter L’economia Americana è cresciuta al 2% nel terzo trimestre.

[145] Guardian, 29.10.2010, D. Baker, Why growth still feels like recession Perché [questa] crescita sa tanto di recessione

[146] le Monde, 12.10.2010, Année record pour les bonus à Wall Street(cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/10/ 12/annee-record-pour-les-bonus-a-wall-street_1424405_3234.html/). 

[147] Washington Post, 13.10.2010, S. Pearlstein, Wage cuts hurt, but they may be the only way to get Americans back to work— (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/12/AR2010101206121_2.html/).

[148] The Economist, 23.10.2010.

[149] Jakarta Globe, 13.10.2010, J. Zablit, Rapturous welcome for Iran's Ahmadinejad in Lebanon— In Libano, accoglienza entusiastica per l’iraniano Ahmadinejad (cfr. www.thejakartaglobe.com/afp/rapturous-welcome-for-irans-ahmadinejad-in-lebanon/401146/); sul New York Times, 13.10.2010, R. F. Worth scrive (Lebanon Crowds Greet Ahmadinejad Le folle libanesi salutano Ahmadinejad) che “i sostenitori degli Hezbollah” – ma aggiunge poi a denti un po’stretti anche molti altri – “gli hanno dato un’accoglienza entusiastica”: che qui valeva tal quale a una sberla assestata in faccia a USA e Israele.

   Che, in effetti, come tale da essi è stata vissuta, avendo quei governi stoltamente deciso di rendere nota la loro avversione alla visita…: v. Department of State, Press Briefing dell’assistente segretario di Stato e portavoce P. J. Crowley, 13.10.2010, cfr. www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2010/10/149329.htmv/) e Ha’aretz (Gerusalemme), 13.10.2010, Ahmadinejad boosts Hezbollah with Lebanon visit— Ahmadfinejad dà slancio agli Hezbollah con la sua visita libanese (cfr. www.haaretz.com/ news/international/ahmadinejad-boosts-hezbollah-with-lebanon-visit-1.318880/).

[150] PressTv Royal Dutch Shell, 2.10.2010, Europe’s oil firms resist US over Iran Le imprese petrolifere europee resistono agli americani sull’Iran [ma, se poi resistono davvero, lo vedremo…] (cfr. http://royaldutchshellplc.com/category/total/).

[151] Reuters, 1.10.2010, Statoil eyes exit from Iran by 2012— La Statoil prevede di uscire dall’Iran per il 2012 (cfr. www.londonstockexchange.com/exchange/news/market-news/market-news-detail.html?AnnouncementId=10672797/).

[152] RIA Novosti, 8.10.2010, Russia to return $166.8 million prepayment to Iran for S-300 missile defense La Russia restituirà all’Iran I $166 milioni pagati per i missili antiaerei S-300 (cfr. http://en.rian.ru/russia/20101007/160869597.html/).

[153] UNSC Resolution 1929/9.6.2010, testo integrale (cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N10/396/79/ PDF/N1039679.pdf?OpenElement/).

[154] RIA Novosti, 27.9,2010, Tehran condemns Moscow over S-300 delivery ban Teheran condanna Mosca sul rifiuto di consegna degli S-300 (cfr. http://en.rian.ru/world/20100927/160735941.html/).

[155] Canada.com, 9.10.2010, Iran ready for nuclear talks L’Iran pronto per i colloqui nucleari (cfr. www.canada.com/ health/Iran+ready+nuclear+talks/3649850/story.html?id=3649850/).

[156] New York Times, 26.10.2010, W. Yong e A. Cowell, Iran Begins Loading Fuel at Nuclear Reactor—.

[157] Yahoo!News, 26.10.2010, (A.P.), A. Akbar Dareini, Iran loads fuel rods into 1st nuclear power plant— L’Iran carica le bare del combustibile nel suo primo reattore nucleare (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/iran_nuclear/).

[158] AEOI, 26.10.2010, Dichiarazione del presidente Salehi (cfr. www.aeoi.org.ir/Portal/Home/Default.aspx?Category ID=292cadf5-5779-47e8-ada8-d963d30ddaaa/).

[159] Washington Post, 28.10.2010, T. Erdbrink e G. Kessler, E.U. rules let Iran import, export oil, creating possible split from U.S. policy— Le norme dell’Unione europea consentono all’Iran di importare ed esportare petrolio, creando possibili fratture con la linea americana (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/10/27/AR2010102705507 html/).

[160] Cfr. Nota congiunturale  no. 10.2010, vedi Nota169 a fondo pagina.

[161] New York Times, 1.10.10, S. L. Myers, Coalition Picks Maliki in Move That May End Iraq StalemateLa coalizione [sciita] sceglie al-Maliki riuscendo, forse, a sbloccare lo stallo in Iraq.

[162] New York Times, 16.10.2010, T. Williams e D. Adnan, Sunnis in Iraq Allied With U.S. Quitting to Rejoin Rebels Gli alleati sunniti degli americani in Iraq li mollano per ricongiungersi ai ribelli.

[163] Wall Street Journal, 6.10.2010, S. Dagher, U.S. Resists Role for Iraq Cleric­— Gli USA si oppongono a un ruolo per il chierico iracheno (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703843804575534273703303104.h tml?KEY WORDS=james+F+Jeffrey+++Moqtada+al-Sadr++/).

[164] New York Times, 1.10.2010, S.L. Myers, Accord Paves Way for Re-election of Iraq Premier L’accordo apre la strada alla rielezione del premier in Iraq [è la seconda versione dell’articolo precedente, corredata e arricchita da notizie fornite da altri giornalisti americani a Washington (H. Cooper) e iracheni a Bagdad (Y. Ghazi e Z. Thaker) ed Erbil (N. Abdulla)].

[165] New York Times, 2.10.2010, S. Lee Myers, Premier Works to Build Broader Coalition in Iraq Il premier lavora [si fa per dire…] a costruire una coalizione più vasta per l’Iraq .

[166] Joost Hinterman dell’International Crisis Group, cit. dal NYT di cui appena sopra.

[167] News1130, 10.10.2010, Q. Abdul-Zahra, (A.P.), Iraq's Sunni-backed alliance indicates willingness to compromise on prime minister job— L’alleanza sostenuta dai sunniti in Iraq mostra disponibilità al compromesso sul posto di primo ministro (cfr. www.news1130.com/news/world/article/113145--iraq-s-sunni-backed-alliance-indicate-willingness-to-compromise-on-prime-minister-job/).

[168] Guardian, 6.10.2010, Iraq: loser takes all—.

[169] Stratfor, 13.10.2010, Iraq: Al-Maliki Is Running Out Time - Official In Iraq, al-Maliki corre contro il tempo che gli viene a mancare (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101013_iraq_al_maliki_running_out_time_official/).

[170] Stratfor, 18.10.2010, Iraq: Al-Maliki, Al-Sadr Meet In Iran Al-Maliki e al-Sadr si incontrano in Iran sul futuro dell’Iraq (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101018_iraq_al_maliki_al_sadr_meet_iran/).

[171] Ne riferisce ancora Stratfor – attribuendo l’informazione direttamente a fonti proprie “della comunità diplomatica irachena”, insomma del ministero degli Esteri dell’Iraq che, come ovvio, è gerarchicamente proprio sotto al-Maliki – 18.10.2010: Iraq: Iran Sets Conditions For Backing Al-Maliki - Source Per l’Iraq, l’Iran pone le sue condizioni per sostenere al-Maliki (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101018_iraq_iran_sets_conditions_backing_al_maliki_source/).

[172] Guardian, 20.10.2010, S. Ramadani, Who calls the shots in Iraq? Ma chi è che comanda in Iraq?

[173] Per dire, in Nota congiunturale 9-2010, sotto Nota195 a fondo pagina: è la posizione illustrata qualche settimana fa dal vecchio ministro del rais, Tareq Aziz – che, prigioniero di al-Maliki, adesso hanno anche condannato formalmente a morte e potrebbe essere impiccato in qualsiasi momento volesse il governo come Saddam e tanti ltri – in Guardian, 5.8.2010, M. Chulov, Saddam Hussein deputy Tareq Aziz calls for US forces to stay in Iraq Il vice di Saddam Hussein, Tareq Aziz, chiede che le forze armate americane restino in Iraq.

   D’altra parte, ora che si è anche messo a parlare, è più facile che Aziz sia davvero impiccato piuttosto che no: a chiedere clemenza per lui è stata la UE, è stata anche l‘Italia, è stata la Santa Sede, la Russia… ma non hanno detto la loro i governi di Washington e Londra. E’ un caso?

   Il sospetto è perché, se Aziz decidesse mai di parlare davvero, potrebbe raccontare tutta la storia dei coinvolgimenti occidentali in Iraq: la vendita di armi chimiche e biologiche americane di distruzione di massa negli anni ‘80, certi incoraggiamenti neanche troppo taciuti di allora ai massacri anti-sciiti in funzione anti-Khomeini, la verità sui sabotaggi agli ispettori dell’ONU per impedire loro negli anni ‘90 e nei primi anni 2000 di dire come non fosse vera l’accusa che Saddam le armi di distruzione di massa le avesse ancora nel 2002 e la storia vera di come e perché decisero per la guerra…

[174] New York Times, 23.10.2010, The War LogsI diari della guerra.

[175] Wikileaks, dal 2004 al 2010, suddivise per periodi, soggetti, categorie, cfr. http://wikileaks.org/iraq/diarydig/.

[176] New York Review of Books, 1.1.1970, N. Chomsky, After Pinkville—Dopo Pinkville (cfr. www.nybooks.com/articles/ archives/1970/jan/01/after-pinkville/).

[177] Vedi Answers.com, con l’indicazione di tutte le fonti (cfr. http://wiki.answers.com/Q/How_many_ people_died_in_ the_Vietnam_War/).

[178] New York Times, 1.10.2010, S. Schiesel, Video Game to Remove Ability to Play as Taliban La possibilità di giocare nel ruolo del ‘talebano’ cancellata dal video game [ma non dalla realtà, purtroppo, sembra quasi vergognarsi un po’ del bambinesco, incomprensibile artificio, chi stila il trafiletto…]: il video game si vende per circa 60 dollari.

[179] Dawn (Karachi), 11.10.2010, CM hints at providing security to Nato supplies— Il ministro-presidente accenna a dare direttamente sicurezza ai rifornimenti della NATO (cfr. www.dawn.com/wps/wcm/connect/dawn-content-library/dawn/the-newspaper/local/peshawar/cm-hints-at-providing-security-to-nato-supplies-100/).

[180] New York Times, 5.10.2010, J, Risen, Karzai’s Kin Use Ties to Gain Power in Afghanistan I familiari di Karzai usano i loro legami per acquisire potere in Afganistan.

[181] Stratfor, 1.10.2010, Conflicting U.S. Strategies Cause Problems with Pakistan Le strategie americane in conflitto tra loro causano problemi col Pakistan (cfr. www.stratfor.com/geopolitical_diary/20100930_conflicting_us_goals_cause_ problems_pakistan/).

[182] New York Times, 18.10.2010, R. Nordland, Iran Sends Delegate to Meeting on Afghanistan L’Iran invia un suo delegato a un incontro sul’Afganistan.

[183] IRNA, 20.10.2010, Italy hails Iran’s constructove role in Afghanistan L’Italia saluta il ruolo costruttivo dell’Iran in Afganistan (cfr. www.irna.ir/NewsShow.aspx?NID=30030322/).

[184] New York Times, 25.10.2010, A. J. Rubin, Afghan Leader Admits His Office Gets Cash From Iran Il leader afgano riconosce che il suo ufficio riceve soldi in contanti dall’Iran; e New York Times, 25.10.2010, Reuters, Karzai Says His Office Gets "Bags Of Money" From Iran Karzai dice che il suo ufficio ottiene ‘sacchi pieni di denaro’ dall’Iran [come dagli Stati Uniti].

[185] Guardian, 7.10.2010, S. Tysdall e R- Norton-Taylor, Barack Obama accused of exaggerating terror threat for political gain— Barak Obama sotto accusa: per ragioni politiche [politicanti] esagerata l’allerta al terrore.

[186] EUBusiness, 7.10.2010, EU ministers want US to explain terror alertI ministri degli Interni europei vogliono che gli USA spieghino il loro allarme terroristico (cfr. www.eubusiness.com/news-eu/europe-us-attacks.6gh/).

[187] Stratfor, 29.10.2010, U.S.: Suspicious Packages From Yemeni With Terrorism Connections – Source Fonte [ufficiale] USA: Pacchi sospetti spediti da uno yemenita con legami terroristici (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101029_us_su spicious_ packages_yemeni_terrorism_connections_source/).

[188] MSNBC Tv, 29.10.2010, NBC Nightly News TG della notte, Obama calls suspicious cargo a ‘credible threat’ Obama dice che il carico sospetto era una ‘minaccia credibile’ (cfr. 

[189] Guardian, 30.10.2010, J. Doward e M. Townsend, Plane bombs were ‘designed to explode in mid air’ Le bombe sugli aerei ‘disegnate per esplodere a mezz’aria’.

[190] Gesù, Giuseppe e Maria… o, se volete, Allah, Maometto e Fatima…

[191] Leggendo delle sue innumerevoli, strabocchevoli e stomachevoli pochades (ha settantaquattr’anni, Dio buonino!) viene pensata quel rigo di Mark Twain quando rifletteva sul fatto che “L’uomo è l’unico animale capace di arrossire. O che ne abbia bisogno”(Following the Equator (1897)… sempre, si capisce, che ne sia capace. E non tutti lo sono…

[192] Hürriyet Daily News (Istanbul), 28.10.2010, AFP, French troops may begin Afghan withdrawal in 2011 Le truppe francesi cominceranno a ritirarsi nel 2011 [a dire la verità la notizia vera non è che ‘cominceranno’ – anche gli americani hanno già detto che cominceranno… – ma che se ne andranno nel 2011] (cfr. www.hurriyetdailynews.com/n.php?n=french-troops-may-begin-afghan-withdrawal-in-2011-2010-10-28/).

[193] Reuters, 14.10.2010, M. MacDonald e E. Graham-Harrison, Analysis:Afghan talks gain pace; U.S. engages: sources— Analisi: i colloqui afgani avanzano; gli Stati Uniti si coinvolgono, dicono alcune fonti (cfr. www.reuters.com/article/id USTRE69D3KI20101014/).

[194] New York Times, 20.10.2010, (A.P.), Lawmaker: Karzai Govt Held Talks With Haqqani— Un deputato afferma che il governo Karzai sta negoziano con Haqqani.

[195] United Nations Security Council/General Assembly, 14.9.2010, GA/64/911–S/2010/463, Rapporto del Segretario generale, The situation in Afghanistan and its implications for international peace and security— La situazione in Afganistan e le implicazioni per la pace e la sicurezza (cfr. http://unama.unmissions.org/LinkClick.aspx?link=SG+Reports% 2F21sept2010_SGreport_ENG.pdf&tabid=1741&mid=1888/).

[196] La cosa è nota da anni e ora è documentata anche in Israele e da fonti pressoché ufficiali di Israele: nel suo primo passaggio al governo, nel 1997, il primo ministro Netanyahu, “del tutto inaspettatamente ordinò la liberazione dalla galera a vita dello sceicco Ahmed Yassin, il capo di Hamas, ‘per ragioni umanitarie’ ”, disse.

    Poi, lo espulse in Giordania ma quasi subito ne consentì il ritorno trionfale a Gaza dove continuò a sviluppare la sua linea totalmente ostile a quella più “conciliante” di Arafat e poi di Abu Mazen. Yassin fu assassinato, con un razzo Apache lanciato su ordine dell’allora primo ministro Sharon nel 2004: fu colpito in pieno sulla sedia a rotelle cui era confinato da anni e non ne lasciò neanche un pezzetto riconoscibile.

    Ormai lo stesso Likud e, comunque, Sharon personalmente erano convinti di aver fatto con Hamas la scelta sciagurata dell’apprendista stregone: ma quando se l’inventarono anni prima, lo scopo poi addirittura dichiarato era stato chiaro: usarlo come strumento per continuare a mettere i bastoni fra le ruote di Arafat e dell’allora ben più legittimo, meno minato anche dalle proprie contraddizioni interne, governo dell’OLP (cfr. www.thetruthseeker.co.uk/ article.asp?ID=9963/).

   Del resto, la cosa è praticamente ufficiale dopo che la disse papale papale il primo ministro israeliano, Ehud Olmert: che fu Netanyahu, con quelle motivazioni sbagliate, a creare Hamas, con le sue mani e di sua volontà (The Jewish Press (N.Y.), 14.2.2007, Amnon Meranda, Olmert: Netanyahu responsible for rise and growth of Hamas Netanyahu responsabile della nascita e della crescita di Hamas (cfr. www.jewishpress.com/pageroute.do/20680/). 

[197] Reuters, 9.10.2010, M. Assadi, Abbas may ask U.S. to recognize Palestinian state— Abbas potrebbe chiedere agli USA il riconoscimento dello Stato palestinese (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6980KC20101009/).

[198] New York Times, 11.10.2010, (A.P.), Israeli PM Offers Conditional Settlements Freeze— Il primo ministro israeliano offre un accordo sugli insediamenti ma condizionato [e all’anima della condizione!]

[199] Stratfor, 11.10.2010, Palestinians reject PM’s Offer I palestinesi respingono l’offerta del PM (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/20101011_israel_palestinians_reject_pms_offer/).

[200] Stratfor, 5.10.2010, Russia, U.S.: Joint Effort To Build Aircraft Possible Russia e USA: possibile tentativo per costruire insieme un nuovo aereo da trasporto [militare] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20101005_russia_us_dual_ aircraft_effort_ possible/).

[201] Guardian, 17.10.2010, M. Weaver, Angela Merkel: German multiculturalism has ‘utterly failed’ Angela Merkel: il multiculturalismo in Germania è totalmente fallito’.

[202] Frankfurter Allgemeine Sonntgszeitung, 16.10.2010, Von der Leyen versus Seehofer: ‘Eintrittsschwellen senken’— Von der Leyen contro Seehofer:’Abbassare la sogli d’entrata’ (cfr.www.faz.net/s/Rub 594835B672714A1DB1A121534F010 EE1/Doc~EDDEB1C67D25748DFB279A1370B967A48~ATpl~Ecommon~Scontent.html/).

[203] Guardian, 17.10.2010, P. Oltermann, Merkel’s own goal L’autogoal della Merkel.

[204] Vero Marchionne? Vero, anche, Bonanni? che francamente, col mestiere che dice di fare, almeno per decenza poteva risparmiarsi di tessere al desso le lodi per aver detto che in Italia la FIAT farebbe meglio proprio a chiudere la produzione… 

   A proposito: chi scrive, mantenendo fermo il giudizio politico che Bonanni sta sbagliando tutto

   • perché dà ragione a chi dice che dalla crisi si esce solo comprimendo costi del lavoro e diritti dei lavoratori – e questo nel paese coi salari più bassi oggi d’Europa e nel mondo del lavoro a €1 al giorno del Bangladesh è semplicemente ridicolo;

   • perché dà ragione a chi dice che se si deve scegliere tra lavoro e diritti bisogna puntare al lavoro, buttando a mare così il fatto che il lavoro stesso è, prima di tutto un diritto;

   • perché, di fatto, così rinuncia – e fa rinunciare la CISL – al diritto stesso alla contrattazione…;

   • perché sta “rovinando” la CISL, portandola a svolgere un ruolo che mai è stao suo, quello dlela sfida alla CGIL invece che sulle idee e sulle proposte – dove poi, quasi sempre, nel medio periodo è stata vincente portando anche la confederazione maggiore sulle sue posizioni – nel braccio di ferro della concorrenza sul radicamento sociale che mai è stato il suo forte e che alla fine la vedrà sconfitta… purtropo sconfiggendo con essa anche il movimento sindacale italiano…;

   chi scrive, malgrado tuto, è sinceramente felice che a quelle stupidissime e dannate uova marce e a quel pericoloso fumogeno lui sia per fortuna sfuggito.

   E si permette di citare quella che, malgrado tutto, forse non è ancora anche se spesso appare, una contraddizione in termini. Quanto di recente scrive, sul modello sociale del suo paese che certi comportamenti e posizioni nostrane stanno rapidamente rincorrendo, un economista americano della cosiddetta New School, Max Fraad Wolff  (vedi anche il suo saggio su Rich and poor divide expands in America Ricchi e poveri: la divisone in America cresce: cfr. www.bailoutmainstreetnow.com/home/index.php/business-and-finance/48-personal-finance/2179-rich-and-poor-divide-expands-in-america-.html/) perché ci mette in guarda qual che si sta preparando anche da noi.

   Che “più una società diventa ineguale, di regola più ineguale continua a diventare perché quando l’ineguaglianza raggiunge i livelli che si vedono oggi in America, la quantità di ricchezze e di reddito nelle mani di chi più è abbiente significa che si comprano direttamente i partiti politici: qui possono comprarsi interi settori della Camera e del Senato”.

   O, anche meglio, di rimandare per riflessione di tutti – e, forse, per la prima volta anche sua: un volta, nel corso di un convegno, ci chiese chi fosse mai questi Poloni…! – alla citazione, più classica e storica sul mestiere stesso del sindacato, di Karl Polanyi che qui sotto riportiamo tra virgolette a Nota206

[205] Steelguru, 4.10.2010, German steel workers pay hike also good for temporary workers Gli aumenti per i metalmeccanici tedeschi valgono anche per I lavoratori temporanei (cfr. www.steelguru.com/international_news/German _steel_workers_pay_hike_also_good_for_temporary_workers/168325.html/).

[206] K. Polanyi, The Great Transformation, 1944— La grande trasformazione, Einaudi, 1976 (edizione on-line: cfr. http:// uncharted.org/frownland/books/Polanyi/POLANYI%20KARL%20-%20The%20Great%20Transformation%20-%20 v.1.0.html#page_178/).

[207] The Economist, 9.10.2010.

[208] The Economist, 16.10.2010.

[209] New York Times, 24.10.2010, J. Dempsey, German Committee recommends Cutbacks in Defense Spending Commissione [interparlamentare] tedesca raccomanda di tagliare le spese per la Difesa.

[210] New York Times, 14.10.2010, R. Cohen, Retirement at 62? Non!— In pensione a 62 anni? No!.

[211] Giovanni, Apocalisse, 3:16.

[212] Era stato Sarkozy in persona ad articolare con efficacia, nel corso della campagna elettorale del 2007, il  perché non ci fosse affatto bisogno di cambiare l’età pensionabile. A le Monde, che lo intervistava, il 22.1.2007 (M. Sarkozy: ‘Il faut que le Français en aient pour leur argent’ M. Sarkozy: ‘C’è bisogno che i francesi abbiano sempre la disponibilità dei loro soldi’, cfr. www.lemonde.fr/imprimer/article/2007/01/22/858028.html/).

   Diceva Sarkozy, allora, assai bene nella parte della lunga intervista dedicata alle pensioni oltre che a fisco, sanità, stato sociale, ecc., ecc.: R/  “La pensione non è un problema di risparmio ma di lavoro. Se vuoi lavorare fino a 70 anni e poi andare in vacanza invece che comprare un appartamento ai tuoi figli, è tuo diritto. Il fatto è che lavorando di più, tutti quegli anni di più, [coi versamenti che hai fatto] hai contribuito a risolvere il problema dell’equilibrio delle pensioni.

D/ Ma i 70 anni, sono un obiettivo da fissare? R/ No, l’obiettivo è la libertà. Bisogna che chi vuole lavorare più a lungo possa farlo. Io punto a una società di libera scelta. D/ E mantenere la pensione a 60 anni? R/ Il diritto alla pensione a 60 anni deve restare, così come devono restare a 35 le ore della durata legale del lavoro settimanale. Che questo sia il minimo, va benissimo. Quel che non è accettabile è che sia anche un massimo. E’ un’idea curiosa quella di proibire ai francesi di lavorare di più per guadagnare di più”…

   Già. Ben detto, no? E non è curioso – completando il ragionamento – anche impedire loro di lavorare un po’ meno destinando un po’ più del reddito nazionale alle pensioni piuttosto che, diciamo, alle rendite? E’ noto, no?, come in questi ultimi vent’anni dovunque sia stata distribuita in stragrande maggioranza a loro favore, e poi a quello dei profitti, sacrificando salari e welfare, la crescita della ricchezza: che c’è stata sempre e comunque…

[213] New York Times, 7.10.2010, Reuters, Sarkozy Modifies Pension Plan Ahead of New Strikes Sarkozy emenda il piano pensioni prima dei nuovi scioperi.

[214] Radio France 24, 8.10.2010, France will not balance books for a decade:PM— La Francia non potrà far quadrare il bilancio ancora per dieci anni (cfr. www.france24.com/en/20101008-france-will-not-balance-books-decade-pm/).

[215] Per i dati che supportano questo schema di razionalizzazione alternativa basata su una scelta politica diversa del sistema – che non si applica affatto solo alla Francia – v. Lipietz.net (cfr. http://lipietz.net/spip.php?article94/): o, anche, v. Regards.fr (cfr. www.regards.fr/article/?id=4509/); nonché, naturalmente e anzitutto, i dati ufficiali (non la logica che cerca di spiegarli piegandoli alle esigenze volute dal governo) riportati dall’INSEE, l’ISTAT francese (cfr. www.in see.fr/fr/publications-et-services/default.asp?page=services%2Frecherche.htm&cx=011031962541167842879 % 3Aradlwwkh1lw&cof=FORID%3A9&ie=ISO-8859-1&q=pensions&sa=Ok#1114/).    

[216] The Economist, 30.10.2010.

[217] Gli ha detto papale papale che il suo bilancio, così come lo aveva annunciato appena formata la coalizione Cons-Lib/Dem, ha un impatto assolutamente regressivo dal punto di vista sociale ma anche da quello economico, in sé (IFS, 25.8.2010, New IFS research challenges Chancellor’s ‘progressive Budget’ claim Nuova ricerca dell’IFS sfida il Cancelliere: il carattere del Bilancio non è “progressivo” (testo integrale in cfr. www.ifs.org.uk/pr/progressive_budget.pdf/).

[218] Guardian, 21.10.2010, L. Elliott, Spending cuts will hit poorest harder-IFS Questi tagli di spesa colpiranno più duramente i più poveri; e Considerazioni di apertura della conferenza stampa dell’IFS, 21.10.2010 (cfr. www.ifs.org.uk/ budgets/sr2010/opening_remarks.pdf/).

[219] New York Times, 4.10.2010, (A.P.), Britain to Cut Child Benefit Payments La Gran Bretagna taglierà i pagamenti degli assegni familiari [ma, per ora, solo ai redditi più elevati…].

[220] UK Cabinet Office, 19.10.2010, Securing Britain in an Age of Uncertainty— (cfr. www.direct.gov.uk/prod _consum_dg/groups/dg_digitalassets/@dg/@en/documents/digitalasset/dg_191634.pdf?CID=PDF&PLA=furl&C RE=sdsr/).

[221] Guardian, 21.10.2010, N. Watt, Trident nuclear deterrent replacement faces delay of up to five years—

[222] New York Times, 20.10.2010, S.Lyall e A. Cowell, Britain Details Radical Cuts in Spending, Citing Debt La Gran Bretagna espone in dettaglio i tagli radicali di spesa citando il debito [no, il deficit di bilancio sul PIL]; e, per il testo integrale della Spending Review pubblicata il 19.10.2010 “su ordine di Sua Maesta dal di Lei Tesoro” – così la dizione ufficiale – cfr. www.scribd.com/doc/39738070/British-Treasury-s-2010-Spending-Review/.

[223] Guardian, 28.10.2010, G. Wearden, As Osborne's cuts bite, boardroom pay soars 55%

[224] Sul personaggio, chi è e chi non è, vedi in Eguaglianza&Libertà, 17.10.2010, A. Gennari, Ed non proprio red,ma è un’altra aria (cfr. www.eguaglianzaeliberta.it/stampaArticolo.asp?id=1278/).

[225] Guardian, 8.10.2010, A. Sparrow, Shadow cabinet appointments:live updates Le nomine nel gabinetto ombra: aggiornamenti.

[226] Mainichi Daily News, 29.10.2010, Japan's CPI down 1.1% in Sept. on year L’indice di inflazione a settembre scende in un anno dell’1,1% (cfr. http://mdn.mainichi.jp/mdnnews/business/news/20101029p2g00m0bu021000c.html/).

[227] Agenzia Bloomberg, 1.10.2010, S. Sakamaki e T. Hirokawa, Kan Says Will Sell Yen If Needed, Urges BOJ to Fight Deflation Kan annuncia che venderà yen se ci sarà bisogno e preme sulla BoJ per combattere la deflazione (cfr. www.bloom berg.com/news/2010-10-01/kan-says-government-will-sell-yen-if-needed-urges-boj-to-fight-deflation.html/).

[228] Yahoo!News, 5.10.2010, Bank of Japan adopts zero-interest rate policy— La banca del Giappone adotta la linea del tasso zero di interesse (cfr. http://ca.news.yahoo.com/s/afp/101005/business/japan_economy_bank/).

[229] Reuters, 5.10.2010, Nikkei, Japan ruling party proposes national fund— Il partito al governo propone un fondo nazionale di stimolo (cfr. www.reuters.com/article/idUSTKZ00657220101006/).

[230] New York Times, 7.10.2010, (A.P.), Japan's Cabinet OKs $61 Billion Economic Stimulus— OK del gabinetto nipponico allo stimolo economico da $61 miliardi.

[231] WorldNews.com, 25.10.2010, IHT, Japan's exports rise 14.4 percent in September L’export nipponico sale a settembre del 14,4% (cfr. http://article.wn.com/view/2010/10/25/Japans_exports_rise_144_percent_in_September_u/).

[232] The Yomiuri Shinbun, 1.10.2010, Weaning itself from China?— Svezzarsi dalla Cina? (cfr. www.yomiuri.co.jp/dy/busi ness/T100930006196.htm/).

[233] Yahoo!Finance, 27.10.2010, K. Mukherjee, India aims for 2011 rare earth exports— L’India punta a esportare terre rare dal 2011 (cfr. http://sg.finance.yahoo.com/news/India-aims-2011-rare-earth-rsg-1116742709.html?x=0/).

[234] Rare Metal Blog, 15.10.2010, China Says Rare-Earth Controls in Line With WTO La Cina sostiene che i suoi controlli sulle terre rare sono in linea con le regole dell’OMC (cfr. www.raremetalblog.com/2010/10/china-says-rare-earth-controls-in-line-with-wto.html/).

[235] Bloomberg Business Week, 18.10.2010, China to Cut Rare Earth Export Quotas by Up to 30%, Daily Says La Cina taglierà le quote di esportazione delle terre rare fino al 30%, dice il [China] Daily (cfr. www.businessweek.com/news/2010-10-18/china-to-cut-rare-earth-export-quotas-by-up-to-30-daily-says.html/).

[236] New York Times, 28.10.2010, K. Bradsher, China Is Said to Resume Shipping Rare Earth Minerals— Viene riferito che la Cina abbia ripreso la spedizione di terre rare.

[237] Bloomberg, 29.10.2010, Sengoku Says No Sign China Has Resumed Exports of Rare-Earth Minerals— Sengoku afferma che non ci sono segnali di ripresa dell’esportazione di terre rare dalla Cina (cfr. www.bloomberg.com/news/2010-10-29/japan-says-no-sign-china-resumed-exports-of-rare-earths-after-disruptions.html/).