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     11. Nota congiunturale - novembre 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari 

                     

 

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TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc244785881 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc244785882 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc244785883 \h 4

EUROPA.. PAGEREF _Toc244785884 \h 6

STATI UNITI. PAGEREF _Toc244785885 \h 15

GERMANIA.. PAGEREF _Toc244785886 \h 48

FRANCIA.. PAGEREF _Toc244785887 \h 49

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc244785888 \h 50

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc244785889 \h 53

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Dice Tremonti alla Camera, il 6 ottobre, che il PIL calerà quest’anno del 4,8-4,9%: in altre parole, significa che l’Italia torna alla ricchezza che aveva di dieci anni fa. Tornando al livello di dieci anni fa, grosso modo. Quanto a reddito medio pro-capite, dopo la Spagna, anche Grecia e Slovenia, secondo il FMI, supereranno quest’anno l’Italia. Questo anche se noi non abbiamo avuto né bolle immobiliari scoppiate né fallimenti bancari eclatanti come quelli degli altri.

Insomma, va male. Ma il governo si attiene al quadro del non fare nulla di più di quel che si è impegnato a fare mesi fa,  senza correggere niente e l’opposizione non riesce a imporre, neanche intellettualmente ormai, una proposta alternativa o, forse, anche solo correttiva[1].

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il Rapporto[2] semestrale sulle previsioni economiche del Fondo monetario internazionale rileva che, a fine anno, la bilancia dei conti correnti delle principali aree del mondo scenderà, per la prima volta dal 2004 sotto il 2% del PIL mondiale. Il deficit degli Stati Uniti scenderà di quasi la metà dal livello dell’anno scorso rispetto alla quota del PIL globale. Il surplus dei paesi esportatori di petrolio calerà di oltre i 2/3. Non sono previste grandi variazioni sull’attivo della Cina e dei paesi del Sud est asiatico.

Per definizione, come è noto, in questo tipo di conto i deficit e i surplus dovrebbero pareggiarsi. I meno dell’un paese, in effetti, nel mondo sono i più dell’altro ma ci sono sempre svariati errori di calcolo che impediscono regolarmente il pareggio. Per esempio, e forse soprattutto, a causa dei ritardi con cui vengono registrati i dati dell’import rispetto a quelli dell’export…

L’ultimo studio sistemico della Conf            erenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD)[3] stila un elenco documentato e ordinato per gerarchia patrimoniale delle multinazionali. Nell’ordine (tra parentesi, l’indicazione del paese d’insediamento o, per lo meno, di riferimento – ma per le TNCs, e per definizione, è sempre complicatissimo dirlo: il paese, come si diceva una volta della “casa madre”; e, poi, la percentuale di assets esteri nel loro portafoglio): General Electric (USA, 53%), Vodafone (Gran Bretagna, 90), Royal Dutch Shell (Olanda/Gran Bretagna, 73), BP (Gran Bretagna, 79), Exxon Mobil (USA, 72), Toyota (Giappone, 54), Total (Francia, 86), EDF (Francia, 47), Ford (USA, 46), E.ON (Germania, 61%). L’ENI al 24° posto. Con l’80% circa di assets all’estero).   

La crisi ha pesantemente ridotto nel mondo, grosso modo di un terzo, i flussi di investimenti esteri diretti (IDE). Quest’anno scenderanno da 1.700 a meno di 1.200 miliardi di $, riprenderanno lentamente nel 2010 (forse a 1.400 miliardi) e torneranno, nelle previsioni attuali, sui 1.800 miliardi nel 2011.

Ma sembra aver cambiato anche tipo e composizione degli IDE, una volta tanto indirizzandoli verso i paesi più poveri. Forse perché oggi, nella crisi, assumono il ruolo di quelli che promettono più alti profitti: a fronte del forte declino sul totale degli IDE nei paesi sviluppati (-29%) essi sono, infatti, cresciuti fino al 43% nel 2008 nelle economie cosiddette in via di sviluppo o in transizione.

Sono arrivati al loro record in Africa (addirittura al 63% di aumento sul 2007 nell’Africa occidentale), con l’Asia (Sud, Est e Sud-est asiatico) che col 17% di aumento raggiunge il suo nuovo massimo; anche nell’Asia occidentale gli IDE sono cresciuti ancora, e per il sesto anno consecutivo; l’aumento è stato del 13% in America latina e nei Caraibi, con espansione degli IDE anche nell’Europa sud-orientale e negli Stati dell’ex Unione sovietica per l’ottavo anno di seguito. Nel 2009, però, dappertutto nel mondo si prevede un afflusso di investimenti esteri diretti in riduzione.

Agricoltura e industrie estrattive hanno sopportato la crisi relativamente meglio delle industrie di trasformazione e a maggior valore aggiunto e la previsione è buona anche adesso per agribusiness, servizi e produzioni farmaceutiche.

Gli investimenti di nuovo impianto iniziale (i cosiddetti investimenti greenfield) nel 2008 si sono mostrati più resistenti ma hanno sofferto parecchio nel 2009. Quelli più maturi hanno subìto, d’altra parte, un declino continuo ma saranno di sicuro in prima fila alla ripresa. I disinvestimenti sono stati assai significativi durante la crisi.

I fondi privati di investimento sono stati quelli che hanno segnato il declino maggiore con il prosciugarsi dell’accesso ai facili finanziamenti. I fondi sovrani di investimento, quelli che fanno capo agli Stati, nel 2008 hanno toccato il picco degli IDE. In alcuni paesi sono emerse però, con una certa forza, nuove tentazioni di stampo protezionistico, magari nascoste, e comunque misure di governance più severe per gli investitori. Che non sembrano, in ogni caso, averli scoraggiati.

Gli Stati Uniti stanno affossando, ancora prima che inizi, la conferenza mondiale sul clima di Copenhagen. I grandi cambiamenti di posizione preannunciati da Obama si sono al dunque rivelati un pro forma.

In sostanza, le posizioni si sono ormai andate consolidando, diciamo, come segue. La premessa sembra quella ben evidenziata da Karl Falkenberg, direttore generale dell’Ambiente per la Commissione europea, ai colloqui preparatori di inizio ottobre a Bangkok. Siccome “è molto improbabile che gli Stati Uniti aderiscano – eufemismo – al  protocollo di Kyoto, allora lavoriamo con gli USA per trovare un quadro legale che agli USA consenta comunque di partecipare…[4]. Cioè, l’Europa stavolta si è messa, a sentire Falkenberg, semplicemente a rimorchio.

Ma, adesso, questa differenza che – Obama o non Obama e anzi, “almeno con Bush il mondo litigava”: non diceva un sì compiacente, non gli elargiva il Nobel della pace[5]… – gli USA continuano a pretendere per se rispetto a tutti gli altri, crea una spaccatura insuperabile coi paesi in via di sviluppo che, adesso, sta minacciando realmente il fallimento di Copenhagen. La sostanza è che gli USA insistono su un accordo completamente nuovo, firmato da tutti i paesi e con ogni paesi libero, però, di scegliersi unilateralmente obiettivi, quantità e calendario.

La maggior parte degli altri paesi vuole invece (anche l’Europa finora, almeno ufficialmente ancora: Falkenberg esprime il parere della Commissione, ma la Commissione è lontana ancora dall’essere l’Unione europea…), mantenere l’accordo esistente, Kyoto, come base del nuovo accordo da negoziare tutti insieme a Copenhagen per garantirsi che i paesi più ricchi e più responsabili del danno accumulato siano obbligati dal diritto internazionale a rispettare, come gli altri, i tagli concordati.

In particolare, la Cina esige che i calcoli sui tagli da fare e poi da rispettare non siano lasciati a ognuno che decide per sé e esige poi, forse soprattutto – citando i grandi criteri che lo stesso Obama aveva fatti suoi ma che non è riuscito a far passare tra i suoi, nella sua maggioranza – che il calcolo dei tagli da fare sia pro-capite, proporzionato alla popolazione. A questo punto, forse, l’unica via d’uscita potrebbe trovarsi se si riusciranno a convincere gli USA a firmare un accordo magari separato ma accettabile anche agli altri: perché – e questo è il punto – vincolerebbe anche loro a tagliare le loro emissioni non quanto decidono unilateralmente loro ma alla stessa velocità degli altri.

D’altra parte, anche dire sì agli USA cancellando Kyoto non è né facile né probabilmente legittimo. Infatti, tutti i paesi che hanno aderito a Kyoto, un Trattato internazionale obbligante e in vigore, possono abbandonarlo o cambiarlo solo per consenso unanime. In aggiunta, se adesso il nuovo accordo non stabilisse un impegno vincolante dopo il 2012 per i paesi ricchi, si tratterebbe di una rottura da parte loro di un impegno legale e legalmente obbligante.

Ma tant’è. A metà ottobre è già chiaro a tutti che, al massimo, a Copenhagen si potrà fare qualche piccolo passo in avanti[6] ma, in mancanza di leadership americana non c’è più speranza per un  accoro davvero globale. Perché la verità è questa: anche se la perdita di peso dell’America nel mondo è reale, o un’iniziativa di portata globale viene da lì o nessun altro è in grado di farla passare.

Vero è che in un sussulto, non si capisce bene ancora quanto velleitario, la Presidenza di turno svedese ha chiesto ai paesi membri dell’Unione di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 95% entro il 2050 e del 30% per il 2020, se un accordo sul cambiamento climatico verrà raggiunto a Copenhagen tra sei settimane. Il ministro dell’Ambiente di Stoccolma, Andreas Carlgren, ha detto al parlamento europeo che i targets attualmente assegnatisi dall’Unione non bastano a tenerla sotto i due gradi di ulteriore riscaldamento necessari a lottare contro il peggioramento del clima.

Ha annunciato quindi i nuovi obiettivi come posizione negoziale comune tra i 27[7]. Ma, adesso, bisogna vedere se riesce a reggere alle riserve e alle forzature di diversi paesi membri (i polacchi non vogliono pagare, come gli altri, neppure proporzionalmente; gli italiani e i tedeschi volevano lasciare imprecisate, ancora, le percentuali proposte dall’Unione: e quant’altri…): perché sono moltissimi i dettagli da concordare che presuppone una simile posizione comune per poter diventare, poi, operativa e non restare solo pura declamazione.

Ad esempio, e contemporaneamente all’annuncio di Carlgren, i ministri delle Finanze dell’Unione non hanno trovato l’accordo – tra altri punti che restano contenziosi – sul finanziamento del pacchetto di aiuti con cui i 27 faranno fronte ai costi della riduzione delle emissioni richiesta ai paesi in via di sviluppo. I polacchi e altri governi paesi dell’Europa dell’Est non sono d’accordo – negando, quindi, l’assenso globale che pure hanno assicurato in principio al pacchetto – a pagare qualcosa alle economie, come Cina e India, che continuano a crescere: anche se, è vero, il loro impatto sull’effetto serra resta pro-capite rispetto al nostro – e anche al loro, dei paesi dell’Est – ben contenuto.

Alla fine del Consiglio europeo di fine ottobre viene finalmente annunciato che è stato raggiunto un accordo possibile (e già l’aggettivo sta a significare, però, che definitivo l’accordo non è…) per proporre a Copenhagen, a nome dell’Unione, fino al 30% dei 100 miliardi di € che dovrebbero finanziare di qui al 2020 la lotta contro il cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo.

Tre problemi, evidenti: il primo è che questo accodo, come già rilevato, proprio accordo non è, o non è ancora; il secondo è che gli altri paesi sviluppati, Giappone, Stati Uniti, dovrebbero metterci il resto, e non è né sicuro né probabile che, al dunque, lo facciano; il terzo è che tute queste cifre sono state unilateralmente calcolate c decise (bé, decise…) solo tra gli europei… e manco tra tutti[8]

Sulla premessa dell’accordo di principio, globale, raggiunto al suo interno, l’Unione ha potuto però chiedere agli altri paesi industrializzati, Stati Uniti in testa, di seguire il suo buon esempio (di principio, d’accordo, non molto di più…). Se non è contraddetto di qui a Copenhagen dai litigi interni, quello dell’Unione europea sarebbe un messaggio chiaro e ambizioso, col quale tentare di riprendere un po’ di leadership sulla questione ambientale, vista la diserzione degli USA.

Ma ormai è chiaro: fino a pochi mesi fa era diffusa la convinzione che Cina e India sarebbero stati i paesi che avrebbero frenato di più il negoziato sul cambiamento climatico. Poi la Cina ha annunciato iniziative importanti – su solare, eolico, nucleare anche e sulle nuove tecnologie, di cui poi è all’avanguardia, nella cattura del carbone – per ridurre l’intensità delle sue emissioni di gas serra. L’India, adesso, ha anch’essa preso l’impegno ad adottare un significativo piano d’azione per muoversi sulla via di una produzione energetica più ecocompatibile.

I due paesi hanno anche concordato di coordinare i loro sforzi su ricerca e energia rinnovabile. E,  a questo punto, con le due principali economie del Terzo mondo che mostrano sensibilità e disponibilità nuova a un accordo globale, è il Senato americano, e anche forse l’insufficiente impegno di Obama stesso, a far fallire le speranze riposte sul consesso di Copenhagen.

Servono, infatti, 60 senatori per mettere in scacco l’ostruzionismo repubblicano alla Camera alta degli Stati Uniti che basta a impedire il passaggio di qualsiasi legislazione. E, per un Trattato internazionale come sarebbe quello ad uscire da Copenhagen, ne servirebbero addirittura 67, i due terzi. Il fatto è che in America i voti alla Camera, e al Senato ancora di più, dipendono dalle ideologie e dalle simpatie e, ovviamente, anzitutto dagli interessi dei singoli rappresentanti e dei loro più potenti – e ricchi e generosi con loro, cioè – rappresentati.

Il conto vede forse 50 democratici favorevoli al Senato, 34 repubblicani sicuramente contrari e 16 voti in dubbio. Di questi 6 sono repubblicani e potrebbero anche votare col presidente e la maggioranza democratica per un trattato di Copenhagen ma 10 sono democratici e vengono tutti da Stati grandi produttori di carbone. Il loro voto è praticamente perso… e con esso sono persi al Trattato gli Stati Uniti d’America.

Il prezzo del greggio petrolifero alla Borsa mercantile di New York ha superato gli 80 $ al barile e, a fine mese, si è stabilizzato sui 79-80. Da febbraio, quando era a 34 $, il prezzo è più che raddoppiato. Ma è ancora appena sopra la metà del picco di oltre 147 $ al barile del luglio 2008[9].

in Cina

I dati economici usciti il 22 ottobre e confermati dal Wall Street Journal danno il PIL del terzo trimestre in aumento dell’8,9% sull’anno precedente. Nel secondo, l’aumento era stato del 7,9%, la produzione industriale a settembre è cresciuta di un altro 13,9%, rispetto al già forte 12,3% di agosto. L’Ufficio statistico nazionale di Cina, nell’inchiesta congiunturale sulla grande impresa, rileva che i profitti di quella privata sono aumentati nei tre mesi fino ad agosto del 6,5% su quelli di un anno prima, mentre quelli delle imprese di Stato sono saliti del 12% a settembre anno su anno[10].

Intanto, informa il presidente della Commissione per gli Affari interni dell’Assemblea popolare Huang Zendong, sono stati creati nel paese nei primi otto mesi dell’anno 7.570.000 posti di lavoro e re-impiegati 3.570.000 lavoratori che avevano perso il posto[11].

L’Ufficio nazionale di statistica, comunicando i dati di settembre, annuncia che l’inflazione è scesa dell’1,1% nei primi nove mesi dell’anno mentre in corso di mese è salita dello 0,4% da quello precedente. L’indice dei prezzi alla produzione è salito dello 0,6% da agosto. Le vendite al dettaglio, anno su anno, sono salite sempre a settembre del 15,5% a 1.090 miliardi di yuan (€ 106,7 miliardi) mentre la produzione di energia è cresciuta del 9,5% a 320,3 miliardi di Kwh. Insomma, nessuna paura dai prezzi ma qualche timore, comunque in aumento, per il trascinamento di una crescita che si fa ancora forte[12].

La SINOPEC, l’impresa petrolifera e chimica di Stato, ha scoperto grandi riserve di gas metano su un territorio di 340 km2: si tratterebbe del maggiore deposito scoperto in Asia, con almeno 120 miliardi di riserve di m3 di gas[13].

D’altra parte, Pechino difende il suo programma di modernizzazione militare, compreso lo sviluppo di armamenti capaci di minacciare, come dicono al Pentagono, le forze USA nel Pacifico come e quanto potenzialmente quelle americane fanno con quelle cinesi in un oceano che “dopotutto non è un mare interno degli Stati Uniti d’America”, ironizza il generale cinese Xu Caihou illustrando quello che chiama “il contesto strategico” del Pacifico, subito prima di un vertice coi suoi omologhi statunitensi a Washington, spiegando che lo sviluppo delle forze “difensive” cinesi punterà solo (naturalmente) al livello minimo indispensabile.

Del resto, quasi contemporaneamente, il contrammiraglio statunitense Kevin Donegan che comanda la portaerei USS Washington ha detto che gli USA vogliono assicurarsi (come faranno, però, non lo ha detto) che l’aumento del 15% nel 2009 del bilancio militare cinese non serva a destabilizzare – cioè, tradotto, a cambiare, evidentemente a proprio favore – gli equilibri di forza nella regione.

Donegan dice di temere, ma non può che prendere atto, della possibilità che i cinesi varino una portaerei loro aggiungendo che in ogni caso gli Stati Uniti continueranno ad operare in acque internazionali e non in quelle territoriali di ogni altro paese. Il problema è che sulla definizione di zona economica di salvaguardia ogni paese ha le sue definizioni e il diritto marittimo internazionale non chiarisce per niente[14]ue internazionali   

La Cina, avvisava non a caso solo tre giorni prima il gen. Xu Caihou, ha comunque, se troverà il necessario riscontro, l’intenzione di incrementare i rapporti militari con gli USA ma deve anche “avvertire” di considerare le recenti incursioni di forze navali americane nella sua zona economica come una violazione specifica e grave della sua sovranità oltre che dei suoi interessi[15]. Che sarà contrastata…

EUROPA

Il PIL di tutta l’Unione europea, nel secondo trimestre del 2009, scende rispetto al primo dello 0,3% e quello dell’eurozona dello 0,2[16], il doppio della stima iniziale. A raffronto con lo stesso trimestre dell’anno scorso, il calo è rispettivamente del -4,8 e del -4,9%, maggiore delle previsioni, anche se molti analisti, quelli stessi però che spesso hanno finora toppato, dicono probabile che una qualche ripresa sia già in atto comunque. In Italia, il calo è stato rispettivamente dello 0,2% sul trimestre precedente e del 6% sullo stesso del 2008[17].

Il PIL dei 16, nelle previsioni del Fondo monetario internazionale registrerà adesso, nel 2010, un aumento complessivo dello 0,3% (0,7 in Italia) e quello britannico dello 0,9. La crescita nell’Europa orientale dovrebbe risultare in un più solido 1,8% con Polonia e Turchia in buona ascesa ma una recessione che non smette negli Stati baltici, in Ungheria e in Bulgaria. La disoccupazione, sempre secondo il Fondo e sempre nel 2010, salirà nell’eurozona all’11,7%, al 20,2% in Spagna, al 15,5 in Irlanda e al 10,7% in Germania.    

Nei paesi dell’eurozona intanto, ad agosto, i senza lavoro sono saliti al 9,6%, uno 0,1% in più del mese prima, ed è il massimo nella zona dell’euro dal 1999[18]. Un anno fa erano a due punti secchi in meno, al 7,6%.

E, adesso, a settembre, la disoccupazione nell’eurozona, destagionalizzata, ha raggiunto il 9,7% in aumento di uno 0,1 da agosto, con il tasso di tutta l’Unione al 9,2%, anche qui con lo stesso aumento da agosto (aumenti minimi in Germania, Belgio e Italia e i più alti in Lettonia ed Estonia[19].

Le vendite al dettaglio nella zona dell’euro scendono ad agosto dello 0,2%. L’eccezione è in Germania dove lo stesso mese, gli ordinativi del manifatturiero continuano a salire dell’1,4% dopo essere cresciuti a luglio del 3,1[20].

Il ministro delle Finanze, Tremonti, commentando la notizia che Bruxelles ha avuto la procedura di infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia, fa rilevare che siamo in ottima compagnia: i paesi in lista sono 20 sui 27 dell’Unione e comprendono tutte – nessuna esclusa – le grandi economie:  nell’elenco mancano solo Bulgaria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lussemburgo e Svezia. “Oltre il 90% del PIL europeo è in deficit eccessivo – nota Tremonti – e rispetto a quello degli altri paesi il livello del deficit dell’Italia non è certo tra i più alti. Basti notare che se diversi altri Paesi sono al di sopra del 10%, l'Italia è intorno al 5%, quindi meno della metà[21]

Il deficit/PIL è ben al di sopra del 3% – si legge nel Documento della Commissione riferito all’Italia che motiva la decisione – e quello pianificato non è vicino al valore di riferimento indicato nel Trattato Ue. Lo sforamento viene considerato in parte ‘eccezionale’ e dovuto alla ‘dura recessione’, ma la situazione non viene giudicata temporanea. Infatti, in linea con le stime aggiornate del DPEF, il deficit è previsto rimanere sopra il 3% ‘fino al 2011, per poi scendere al 2,7% nel 2012’, ma sulla base di una crescita del PIL che dovrebbe essere del 2% nei due anni.

Quanto al debito/PIL, la Commissione Ue sottolinea come “da un picco del 120% nel 1993, è calato gradualmente a circa il 104% nel 2004. Ma il debito è tornato a salire nel 2005 e 2006, e nel 2008 si è attestato al 105,7% guidato dal peso di tassi di interesse crescenti e dal declino del PIL, così come dalla decisione del governo di aumentare la liquidità detenuta con la Banca d'Italia. Nel 2009, quindi, l'aumento del debito deriva soprattutto dalla riduzione dell’avanzo primario e dalla contrazione del PIL, mentre l’iniezione di capitale nel settore bancario resta “trascurabile”.

Il PIL ritornerà a crescere “molto lentamente nella seconda metà di quest’anno” continua il rapporto UE sull'Italia. “Nel 2010 si prevede che l’attività economica si stabilizzi a un livello basso, beneficiando di una ripresa della domanda estera e dei consumi privati”. Restano però a pesare “le debolezze strutturali alla base della lenta dinamica della produttività”.

La composizione della spesa pubblica in Italia per la Commissione UE resta caratterizzata da "un elevato costo del debito e da un’alta spesa per le pensioni” oltre al fatto che “i salari nel settore pubblico mostrano un andamento che non ha rapporto con le attuali condizioni economiche.

Naturalmente, siamo arrivati al dunque: bisogna tagliare pensioni e stipendi del pubblico impiego. Sono vent’anni, prima del primo governo Berlusconi, che Bruxelles recita sempre e solo la stessa giaculatoria. E forse – sommesso e modesto suggerimento – sarebbe il caso di dirgli. Grazie, piantatela: ormai la sappiamo a memoria…

Secondo il Fondo monetario internazionale[22] la recessione nell’eurozona, ma anche in Gran Bretagna, avrà fine nella seconda metà del 2009 e nei paesi dell’Europa centrale più in là. Tenendo conto della affidabilità consueta delle previsioni del Fondo, si può ragionevolmente contare su un ritardo di almeno altri sei mesi, se poi va bene.

La BCE ha annunciato di essere a favore del piano raccomandato al Consiglio dalla Commissione europea per mettere sotto controllo il campo d’azione dei cosiddetti hedge funds, restringendolo e regolamentandolo strettamente. La Banca centrale chiede alla Commissione di “proseguire il dialogo con i partners internazionali, in particolare con gli Stati Uniti, per assicurare un quadro globale e coerente di regolamentazione”.

Perché “data la natura squisitamente internazionale di questa industria è necessaria una risposta coordinata internazionalmente – bé,  la chiamano così, industria, all’americana: ma vogliono dire settore bancario – altrimenti si corrono tanto rischi di arbitrio regolatorio quanto di evasione della regolazione[23].

Insomma, dice la Banca, o tutti i paesi che contano mettono in atto insieme una simile regolazione o nessuno: perché, altrimenti, derivati e hedge funds scappano da New York, da Milano, da Londra e si rifugiano in posti più amici per continuare a fare quello che vogliono. Se è così – raccomanda ai governi e all’Unione la BCE, senza dirlo proprio così, è meglio che lasci stare… Dunque, alzate le mani e arrendetevi, visto che un posapiano si trova sempre a scoraggiare chi (dice che) vorrebbe agire. Naturalmente, anche in Europa non solo a Wall Street: la City è ferocemente, e dichiaratamente, contraria anche se si trova contro l’opinione forte dello stesso governatore della Banca d’Inghilterra.

A favore sembra anche, in termini assai secchi anche se più generali, almeno a quanto dichiara il presidente della Fed Bernanke, la Banca centrale americana: sembra voler far capire che è necessario regolare severamente un po’ tutto il sistema bancario, superandone resistenze, lobbismo a difesa e appoggi che trova in Congresso “perché solo così si può prevenire il ripetersi dei fallimenti bancari e di tutto il meccanismo del credito che ha buttato nella crisi il paese[24]. Lo stesso grande sacerdote del mondo finanziario e bancario che è stato il predecessore di Bernanke, Alan Greenspan, si è espresso in questi giorni nello stesso senso[25]. Ma in modo anche più duro si esprimono due tra i massimi investitori del capitalismo statunitense, George Soros[26] e Warren Buffett[27].

C’è poi anche chi e anche giustamente, rileva il fatto che Abbiano attaccato i banchieri, certo, ma abbiamo distolto l’attenzione da un sistema completamente marcio[28]… Così come c’è chi, con faccia tosta quasi coronata, difende imìnvece a spada tratta il suo mestiere e i suoi benefits personali (fa il banchiere), il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York in quanto secondo rampollo di Sua Graziosa Maestà britannica, quando di fronte a questi attacchi ai banchieri sente il bisogno di testimoniare – come se qualcuno avesse avuto un dubbio – di “non voler demonizzare il settore finanziario e bancario perché gratifiche e bonus, nello schema delle cose, sono cose minuscole[29]. Peccato che lo schema delle cose fa proprio schifo se la media di quelle gratifiche alla City, anche quest’anno di disastri accumulati sfiora il milione di sterlineuest0a

La BCE ha avanzato, per la seconda volta in pochi mesi, un’offerta a scadenza di un anno di fondi all’1% di interesse e senza limiti quantitativi. Ma, mentre a giugno erano stati rastrellati quasi all’istante ben 442 miliardi di € stavolta si sono trovati acquirenti solo per 75 miliardi[30]. Insomma, non è la liquidità a mancare alle banche ma solo la volontà di fare il proprio mestiere, prestare soldi a interesse certo, vista la grande difficoltà che trovano ancora imprese e risparmiatori a trovare accoglienza alle loro richieste.

Poi, la Banca centrale europea, nella riunione del Consiglio direttivo di inizio ottobre, ha deciso di lasciare invariato, all’1%, il tasso d'interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali. Il presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, nella conferenza stampa consueta[31] e, come di consueto, del tutto burocraticamente, ha spiegato – sempre come di consueto nessuna domanda intelligente a fargli notare che con l’inflazione ancora leggermente negativa ma l’attesa di una leggera ripresa nel prossimo futuro, meglio restare prudenti: immobili cioè, senza certo mettersi a alzare i tassi con una ripresa che resta assai incerta, ma senza neanche abbassarli— non si sa mai, l’inflazione come se questo fosse il rischio principale, oggi…: appunto, come sempre…

L’inflazione, in realtà, rispetto a settembre dell’anno scorso, è scesa questo settembre nell’area euro dello 0,3%, del -0,2% nei confronti dell’ultimo agosto[32]. Un anno fa l’inflazione media dell’area era al 3,6%.

La bilancia commerciale dell’eurozona col resto del mondo ad agosto ha segnato un deficit di 4 miliardi di €, contro l’attivo di 12,3 miliardi di luglio: ad agosto dell’anno prima il buco era di tre volte tanto, a -11,3 miliardi (tiravano ancora molto meglio le esportazioni)[33]. Si è trattato, comunque, del quinto mese consecutivo di attivo, con l’export che in agosto cala del 5,8% ed import dell’1,3 rispetto al mese precedente. Lo squilibrio commerciale dell’Unione europea ad agosto è salito a 12,1 miliardi di €, dopo aver registrato a luglio un attivo di 600 milioni di €.

Il debito pubblico di cinque Stati dell’Unione (Gran Bretagna, Spagna, Grecia, Irlanda e Lettonia), a stare a un Rapporto della Commissione di metà ottobre, è entrato nella categoria ad alto rischio che mette in dubbio, ufficialmente, la capacità dei singoli governi di far fronte all’obbligo di ripagare in futuro i debiti contratti. Una cosa che, se la Commissione avesse osato dire all’Italia, si sa, il cavaliere glielo aveva detto, l’avrebbe condannata ad essere messa in mora dal nostro governo: … “messa in mora”, qualsiasi fosse poi la cosa balzana che ciò mai avesse potuto significare.

L’Italia, però, stavolta l’avvertimento se l’è risparmiato… ma solo perché da anni siamo già affondati nella zona rossa[34] (con uwell’oltre 100% di PUquequell’oltre 100% di PIL sul groppone…) e per la straordinaria pitoccheria con cui il governo ha stanziato – e poi manco speso – solo 0,2% del PIL per il pacchetto di salvataggio.

Dopo il secondo referendum tenuto in Irlanda sul sì o il no alla ratifica del Trattato di Lisbona (e, stavolta, è stato un sì netto, sul 67% dei suffragi, contro il 53% che il no aveva preso nel primo referendum) il presidente polacco Lech Kaczynski, rassegnato, ha firmato il Trattato già ratificato dal parlamento e resta riottosa solo la Repubblica ceca. O, meglio, il suo presidente neo-liberista e reazionario – uno che non si offende, poi, se lo chiamate così – perché anche il parlamento ceco ha ratificato il Trattato e manca solo la firma di Klaus…

Il fatto è che l’ultraconservatore Vaclav Klaus confessa apertamente – lo ha detto alla fine di una visita che, non proprio volentieri, ha dovuto fare a Mosca: ne accenniamo tra un po’ – di aver paura “di un approfondimento dell’integrazione europea”. Lui, che dopo la presidenza di Vaclav Havel ha avuto la principale responsabilità nell’implosione prima del suo governo e, poi, nell’aver forzato la mano alla dissoluzione della Cecoslovacchia con le sue scelte economiche iper-liberiste portandola a una fortunatamente pacifica separazione dalla Slovacchia per creare la sua Repubblica ceca, vive come un incubo quella che teme esserne la possibile “dissoluzione” in un’Europa politicamente integrata. E giura di mantenere tutte le sue “serie e fondate” obiezioni a ratificare con la sua firma il Trattato di Lisbona[35].

Lui, in realtà, aspetta il cambio di governo a Londra con la probabile vittoria nelle elezioni dei conservatori che, al loro Congresso, col leader del partito David Cameron che ha cercato di non pronunciarsi ma senza riuscirci davvero fino in fondo, hanno appena ripetuto, anche se il parlamento ha già ratificato Lisbona, di voler risottoporre la questione a un referendum popolare che i tories auspicano apertamente veder bocciare il Trattato.

L’aspirazione di Klaus è che Londra gli tolga la castagna dal fuoco, affossandolo. Intanto, magari prende tempo e, per farlo, avanza un’altra riserva[36]. Vuole un opt out, come si dice, all’inglese dalla giurisdizione della Corte europea di giustizia che, se venisse concesso, aprirebbe il vaso di Pandora ad altre possibili rivendicazioni di stampo revanscista… Il presidente ceco dichiara che, per obbedire all’esigenza che lui pone al paese e all’Europa, il Trattato va riformato a includere un linguaggio che sia in grado di impedire alle popolazioni di origine etnica tedesca che sono state “allontanate” dopo la seconda guerra mondiale dai territori cechi di reclamare il ritorno alle terre che una volta erano loro.

Per la Repubblica ceca mettere nero su bianco questa “eccezione” al Trattato è “vitale”, afferma Vaclav Klaus, maestro di strumentalizzazione patriottardica: altrimenti la Carta dei diritti fondamentali del Trattato titolerebbe formalmente gli interessati al ricorso alla Corte europea di giustizia contro le decisioni prese dai tribunali cechi. Mentre “questa per noi è condizione assoluta per ratificare il trattato”. E trova una manciata di senatori che, in questo senso, il reclamo alla Corte costituzionale lo presentano, per il momento bloccando tutto il processo.

Klaus spera, in realtà, poco alla possibilità di negare a lungo la sua firma con questi marchingegni (tra l’altro, l’Ungheria si è subito opposta alla revisione formale del testo Trattato necessaria ad accogliere la pretesa ceca) e punta piuttosto sull’euroscetticismo duro di base degli inglesi. In effetti, la carta della fantomatica rivendicazione tedesca dei Sudeti gliela sfila subito di mano, con una specie di resa apparente fulminea alla richiesta, il Consiglio dei ministri dell’UE (Merkel, con la solita serietà testarda, avrebbe detto: questo è matto e ai matti bisogna sempre dirgli di sì soprattutto se poi non ti costa niente di concreto) che a fine ottobre gli chiama il bluff, se volete, concedendogli un opt out che tanto tutti sanno essere solo di principio.

Vaclav Klaus non è mai stato quello che inglesi e americani chiamano un graceful loser – uno che sa perdere – ma ha capito di aver perso e che gli hanno dato una concessione che in sé vale proprio pochino. E, con quello che è l’unico tratto del suo carattere capace di salvare il personaggio, la brutale schiettezza, dice chiaro e tondo di essersi ormai rassegnato all’entrata in vigore del Trattato, riconoscendo che il suo trucco non ha funzionato (l’opt out degli inglesi, di Thatcher, è ben altra cosa: non un principio, ma defalcazioni di fondi da versare all’Unione per miliardi di sterline ogni anno), che “non sarà più possibile fermarlo o rovesciarlo, per quanto sia desiderabile farlo[37]

La scommessa sugli inglesi è quella vera su cui, invece, puntano tutti gli avversari di un’Unione in qualsiasi modo più forte: una scommessa sulla fonte storica, culturale, connaturata di sempre dell’euroscetticismo. La previsione universale è che se gli inglesi, malgrado la ratifica già data da Westminster, tenessero il referendum vincerebbero i no; i conservatori britannici lo sanno.

Ma sanno anche (per questo, mentre lo appoggiano ne hanno anche paura) che stavolta il loro no li costringerebbe a forzare la mano a tutti gli altri europei: una strategia a questo punto anche a rischio… Klaus, coperto da loro (tanto a che serve una firma che poi non varrebbe niente, perché il no di Londra cancellerebbe la ratifica di Londra e, con essa, il Trattato stesso?) li seguirebbe senza dover neanche sforzarsi più a negare la ratifica ceca: perché a quel punto cadrebbe tutto il castello.

Naturalmente, appunto, a quel punto – e questo sarebbe stavolta il rischio nuovo per gli euroscettici acuti – l’unica risposta seria dei 25 che restano sarebbe di stracciare un Trattato firmato a 27 ma che ormai è solo un pezzo di carta e, subito, senza lasciar passare un’ora, firmare un Trattato – diverso ma identico – a 25, per renderlo agibile subito – magari non proprio soddisfacente come si sa ma su cui poi costruire mandando finalmente con un grande pernacchio euroforico chi non ci sta a quel paese, nella Gehenna dei minus habens ancora convinti di contare qualcosa da soli.

Ma voi credete che ne avranno il coraggio?

Intanto, la Polonia dice col ministro delle Finanze, Jan Rostowski, come il suo paese consideri inaccettabile che i paesi poveri d’Europa, come il suo, siano chiamati a finanziare il cambiamento climatico nei paesi poveri di tutto il mondo. La Commissione ha stimato che i paesi più poveri avranno bisogno di qui al 2020 di 145 miliardi di $ da fuori per poter cominciare ad adattarsi al cambiamento climatico di cui 22 miliardi dovrebbe toccare pagarli al contribuente europeo. Rostowski ha annunciato che la Polonia si opporrà a una “proposta ingiusta”[38].

Dopo lo sblocco del veto sloveno riprendono, con il dibattito su sei nuovi capitoli, i negoziati per l’adesione alla UE della Croazia. Restano però da risolvere, per l’adesione, altre 29 questioni in sospeso[39]

A Bruxelles era cominciato – anzi, in realtà, si era moltiplicato – il gossippaio scatenato intorno alle grandi manovre che avrebbero voluto portare Tony Blair, anche prima di aver acquisito le ratifiche ed aver fatto entrare in vigore il Trattato, ad essere il primo presidente dell’Unione europea[40]— non della Commissione, dell’Unione come tale, la nuova figura istituita proprio da Lisbona e che resta in carica per un minimo di due anni e mezzo. Quanti, però, e sono parecchi, ricordavano l’annacquamento sistematicamente imposto da lui e dai suoi governi all’Unione in nome dell’euroscetticismo scomposto del suo paese, temevano l’evento per farla passare liscia.

Erano molti, però, anche coloro che condividendone scetticismo di fondo e liberismo che più incontrollato è meglio è, facevano il tifo per lui, facendone una candidatura forte. Uno era il Berlusca – che di lui condivide proprio scetticismo e liberismo di fondo[41] – altri tutti gli altri  campioni più o meno confessi di tutti i colori politici dell’euroscetticismo: più di recente – e di peso ben altrimenti specifico – anche e abbastanza inaspettato sembrava essere, almeno fino a metà ottobre, il francese Sarkozy.

Sarko sembrava essersi convertito alla causa di Blair soprattutto come una buona idea – di stampo richelieuiano o machiavellico, se volete: esserne il grande elettore – illudendosi, poi, ovviamente, così di meglio condizionarlo.

Poi, però, ci ha ripensato (due giorni prima aveva parlato a favore di Blair, ricordavamo, Berlusconi…). Con una motivazione che proprio più solida non si può. Nulla di politico, perché forse politicamente le scelte blairiste, al contrario che a molti altri francesi, lui – schiettamente destrorso – come Berlusconi sempre le ha condivise. Lui, tra l’altro, forse, al contrario di Chirac e anche di altri politici moderati, tutto sommato non imputa neanche a Blair la colpa grave – per non pochi europei anche la più squalificante: sul piano morale, ma anche su quello della cecità politica, poi – uelal piò suqlificante” – di avere, a forza di criminose menzogne, portato un bel pezzo d’Europa a “coprire” l’attacco bushista all’Iraq…

Il fatto è però – e Sarkozy, che se ne era reso conto con qualche ritardo, lo aveva fatto poi rilevare – che il rifiuto britannico di entrare nell’euro era un “problema” che avrebbe seriamente rovinare la possibilità di Blair di diventare il nuovo “simbolo forte[42] – presidente dell’Unione – dell’Europa.

A dire di no erano, dunque, molti in Europa, ma tra quelli che contano, c’era soprattutto Angela Merkel. Magari per motivi totalmente sbagliati— al contrario di Sarkozy lei vorrebbe limitare la nuova presidenza a compiti di business manager quasi o, al massimo, di arbitro “tecnico”, senza darle alcun riconoscimento di una leadership politica forte e tanto meno “simbolica”.

Il fatto, però, è che chiunque si opponga alla candidatura di Blair, avrebbe bisogno, ormai, di trovare, insieme agli altri che a quella candidatura si oppongono, un candidato alternativo credibile ma, al contrario di quel che vorrebbe la “frigida” Angela, anche europeista vero…  E non è che ci sia, purtroppo, la fila. I candidati possibili, al momento, oltre a Blair sono tre, quattro: il primo ministro olandese Balkenende, uno che più destro-moderato e grigio, però, non si può; il primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker, un rigido liberista intelligente; l’ex primo ministro finlandese Lipponen, pure lui blando quanto pochi altri…

E Mary Robinson, già presidente della Repubblica di Irlanda e Alto Commissario delle Nazioni unite per i diritti umani: forse, diciamo – ma nel merito: niente affatto solo e neanche soprattutto perché è una donna – il meglio dei candidati di cui oggi si parla… Solo che si è molto presto chiamata fuori lei stessa: adesso, dice, sta concentrando tutto il suo impegno sul tema e il problema del cambiamento climatico.

Alla fine, Blair è stato affossato dal cumulo delle contraddizioni britanniche sull’Europa, dalla sua inaccettabilità per questo a una come Merkel e perfino a uno come Sarkozy, anche se non a  Berlusconi, pare. Quando, nella riunione del gruppo socialista del 29 ottobre, Brown si è rivolto con una certa forza al capogruppo Martin Schulz “esortandolo” a “considerare la realtà per quella che è e per come è: che con Blair abbiamo l’occasione unica di mettere un uomo politico progressista alla presidenza del Consiglio” e quando Shulz brutalmente gli chiede ad alta voce “chi sarebbe, secondo lui, progressista?[43]”, a quel punto Brown ha capito che il suo candidato era ineleggibile.

Inviso alla sinistra europea che non lo considera da molto tempo uno dei suoi, inviso alla destra che lo vede comunue come un nemico, benedetto esplicitamente solo da Berlusconi, inviso a tutti quanti sull’Iraq non siano stati proprio lacchè e servi sciocchi di Bush, insomma nimico a Dio e a li nimici sui, Blair come era giusto che fosse l’ha pagata…  

Per la Russia, avevamo accennato nella precedente Nota congiunturale, alla decisione del governo di rilanciare l’apertura ai capitali stranieri, specie nel campo della prospezione e dell’estrazione petrolifera e malgrado la dura stretta che negli ultimi anni il governo aveva dato regolando pesantemente – si disse anche volutamente vessando, fino a costringerli a vendere – le proprietà straniere nel settore. 

Adesso Putin ha annunciato una nuova riapertura alle privatizzazioni e che molto di quanto sarà offerto riguarderà la vendita da parte del governo di azioni acquisite col salvataggio di compagnie che altrimenti sarebbero affondate nella recessione globale.

In realtà, nel corso di questi sei ultimi anni i russi hanno fatto ricorso costante al mercato dei capitali internazionali. Ad essi ha fatto ripetutamente e largamente ricorso, immettendo nei consigli di amministrazione rappresentanti dei proprietari stranieri ma senza dar loro poteri reali di gestione. Così che, invece di emettere normali azioni per questi partecipanti esteri, preferivano emettere titoli preferenziali ma non votanti o stipulare prestiti onerosi e redditizi con loro ma senza aprirsi a una compartecipazione reale.

Il processo ha inondato il settore finanziario russo di denaro non russo. Dal 2004 al 2008 sono entrati in Russia, così, sui 50 miliardi di $. Con la crisi si è totalmente chiuso, però, quel rubinetto e, con il crollo dei prezzi delle materie prime (petrolio, gas naturale, prodotti minerari) che la crisi ha comportato, il rublo ha perso un terzo del suo valore. Ma prestiti e interessi sui titoli andavano comunque rimborsati e, per lo più, non in rubli in quanto dopo tutto erano stati fatti all’estero. La conseguenza fu che l’economia russa si è contratta più di quella di ogni altro grande Stato del mondo, forse.

Il Cremlino è stato così costretto a salvare molte imprese, come ogni altro governo del mondo, ma anche molte più imprese di Stato, qui rimaste più numerose che altrove, naturalmente. Per farlo ha dovuto aprire i cordoni della borsa— qualcosa che un governo non fa mai volentieri e soprattutto questo non ama fare senza pianificarla per bene come invece stavolta è stato costretto.

Adesso qualcuno sarà chiamato a rendere conto, probabilmente, di questa cattiva gestione che ha costretto l’autorità politica a intervenire, sacrificando all’uopo un bel gruzzolo di capitale pubblico. Qui, in genere, più che da noi dove a chi gestisce male il capitale, specie quello degli altri, specie quello del pubblico, non capita mai niente veramente di brutto, l’uso è invece quello di farla pagare. E un po’ di persone altissimamente collocate (finanzieri pubblici e privati, politici anche) che hanno buttato a fiume in una sola stagione per ingordigia, privata in specie, cinque anni di stabilità economica riconquistata da Yeltsin in poi, vedrete, pagheranno…

Intanto, il presidente ceco, Vaclav Klaus, quello russofobo per lo meno quanto è eurofobo, accedendo alla richiesta insistente del primo ministro del suo paese, ha deciso di accettare l’invito ricevuto da tempo dal suo omologo Medvedev e di recarsi in visita a Mosca, per parlare di scambi commerciali e energia[44].

Da Mosca, Klaus è tornato dopo aver dichiarato di essere contento – e la cosa è di certo nuova: bisogna vedere quanto essa rifletta di verità e quanto di opportunismo – del fatto che sia caduto il motivo di tensione tra USA e Russia per la faccenda delle installazioni missilistiche americane che non saranno più piazzate in Polonia e in Cechia. Medvedv gli ha confermato – ha riferito poi, in conferenza stampa – che anche dopo questa decisone degli USA, la Russia continuerà a proporre la creazione di un nuovo organismo paneuropeo di sicurezza. “Anche col rallentamento delle tensioni e il riconoscimento dell’imprescindibilità di un ordine internazionale multipolare da parte di attori chiave”, un simile organismo di sicurezza corrisponde a una misura di “assoluto buonsenso[45]

Il fatto, duro ma appunto un fatto che si riflette nolente o nolente pure su un duro di principio come ci tiene non solo ad essere ma soprattutto a sembrare Klaus, è che la Russia fornisce il 75% del gas naturale e il 70% del petrolio importato dalla Repubblica ceca. Che dei due paesi è quello ad avere, dunque, più evidente e impellente bisogno di rispettare un po’ i rapporti avvelenati in questi ultimi anni dal revanscismo alimentati proprio da lui. Che si innestavano sul sentimento, appunto, di rivincita comprensibile come quello di tanti piccoli paesi centro e latino-americani verso gli yankees, ma esacerbata dalla personalità irsuta, a dir poco, di Klaus oltre che dal disegno coltivato per qualche insano tempo con Bush di piazzarsi in casa, praticamente ai confini russi, l’apparato missilistico americano.

L’economia russa subisce il peso della recessione e nel terzo trimestre, in prima stima, vede contrarsi il PIL del 9,4%, mentre nel secondo era aumentata dello 0,6 mentre, su base annua, a settembre la contrazione dell’economia si è ridotta all’8,6 dal 10,5% di agosto[46].

Intanto, la produzione di greggio petrolifero russo[47] è salita l’anno scorso da 9,84 milioni a 10,01 milioni di barili al giorno, grazie a un nuovo giacimento entrato in linea della OAO Rosneft. Ad agosto sono stati prodotti una media di 9,97 milioni di barili al giorno e le esportazioni di greggio hanno toccato  quotidianamente i 5,47 milioni di barili, un aumento dello 0,6% da luglio e del 4% sullo stesso mese del 2008. A settembre, con un’ulteriore aumento di produzione dell’1,7% la Russia raggiunge il suo record del periodo post-sovietico.

La Russia e la Francia, Gazprom e EDF, firmano un accordo di scambio che, di fatto, consente a Gazprom un tasso di presenza più alto sul mercato americano. L’EDF ha consentito a conferire negli USA a Gazprom mezzo miliardo di m3 di gas all’anno di qui al 2014 in cambio dello stesso volume di metano che Gazprom fornirebbe all’EDF in Gran Bretagna.

E’ un meccanismo quanto mai laborioso e, in apparenza, anche un po’ ridicolo ma supera ostacoli procedurali e anche legislativi che ancora sussistono, quasi come ai tempi della guerra fredda, ma col quale il colosso russo del gas conta – dice il presidente di Gazprom Marketing & Trading USA, John Hattenberger – di arrivare a guadagnarsi una fetta almeno del 10% del mercato del gas naturale in America. Non intende premere subito molto su questo fronte nell’immediato futuro Gazprom perché al momento a vendere il gas in America si guadagna meno – perché costa parecchio meno – che venderlo invece in Europa[48]

Gazprom è attivissima anche su un altro fronte, per essa del tutto nuovo. Il governo danese, uno dei più a destra e più impenitenti d’Europa in termini di neo-liberismo e di russofobia, ma anche tra i più pragmatici ha deciso che la Gazprom avrà il permesso di depositare un proprio gasdotto in territorio danese sul fondo del Baltico[49]. Tra Russia e Danimarca viene segnalata di recente era già evidente da mesi una notevole intensificazione dei rapporti reciproci, dopo l’assunzione della presidenza di Lars Løkke Rasmussen al posto del predecessore, il più dottrinario Anders Fogh Rasmussen passato alla NATO.

Ora è arrivato il nulla osta di conformità ambientale, il più importante per dare il via al progetto che, di fatto, farà parte integrante del North Stream il progetto col quale saranno collegati l’inizio del gasdotto russo-tedesco a Vyborg con il terminale di Greifswald in Germania, aprendo quindi un’alternativa importante ai tubi che oggi portano il gas russo all’Europa occidentale passando attraverso le forche caudine di Ucraina e parte degli altri Stati baltici.

Anche l’Italia, con Berlusconi che verso fine ottobre preferisce valorizzare più che il rapporto tra ENI e Gazprom e quelli della FIAT come tale soprattutto il suo rapporto diretto e personale con Putin, consolida l’intesa sulla fornitura di gas confermando l’accordo per la costruzione con Russia e Turchia di un gasdotto, il South Stream, che passa sotto il Mar Nero, l’altro di un oleodotto che dovrebbe collegare Mar Nero e Mediterraneo portando a occidente da Samsun a Ceyhan petrolio kazako. Oltre a una serie di accordi importanti tra FIAT e imprese russe.

Sulla guerra tra Georgia e Russia di un anno fa ora c’è il testo del Rapporto della Commissione d’inchiesta dell’Unione europea[50]e la sentenza è impietosa: la guerra dei cinque giorni dell’agosto del 2008 che è costata la vita a oltre 850 tra georgiani e russi e ha costretto 100.000 poveri disgraziati a fuggire dalle loro case, è stata cominciata dall’avventurismo megalomane di Saakashvili[51] e di chi lo aveva illuso (l’America di Bush e, in parte, Israele) che lo avrebbe anche militarmente appoggiato per poi, in un certo senso, vigliaccamente ma, in un altro, saggiamente mollarlo; e che si scontrò contro la preparazione di una Russia che non solo se l’aspettava ma si era benissimo preparata a respingerla proprio militarmente.

Il presidente russo Dmitri Medvedev ha dichiarato che nessuno, né gli Stati Uniti né la NATO, ha il diritto di “dare per risolto” il problema del Kossovo, della sua “cosiddetta indipendenza” senza che nella questione abbia voce in capitolo anche la Serbia[52]: il paese da cui il Kossovo ha voluto secedere. E’ inutile cercare di presentare la questione come ormai aggiudicata e l’indipendenza come un processo irreversibile se la Serbia, il paese “ferito” dalla decisione, non l’accetta. La piaga resterebbe aperta e potrebbe ridiventare purulenta.

Dmitri Medvedev, in questa intervista rilasciata a un quotidiano di Belgrado alla vigilia del suo viaggio di Stato in Serbia per celebrare il 65° anniversario della liberazione della Jugoslavia dall’occupazione nazista, ha evidentemente ragione. Ma dovrebbe anche avere l’onestà intellettuale di riconoscere che, allora, ha altrettanto ragione in linea di principio anche la Georgia che non accetta senza avere la sua voce in capitolo l’indipendenza di Abkazia e Ossetia del Sud… salvo che la Georgia si è messa – ma non sul principio, di fatto – dalla parte del torto cercando senza poi averne la capacità di forzare a tutti – e soprattutto ai russi – la mano. Militarmente…

STATI UNITI

Il PIL del secondo trimestre, nella revisione definitiva e non nella stima iniziale, era sceso un po’ meno dell’1% annunciato, in realtà solo dello 0,7%, soprattutto a causa di una spesa pubblica maggiore di quella inizialmente registrata e di un calo minore degli investimenti[53].

Informa la Fed che i rapporti delle sue 12 branche regionali indicano “stabilizzazione o modesti miglioramenti in molti settori”, anche se soprattutto per aumenti modesti da livelli modesti[54]. In effetti, questa sobria valutazione complessiva è confermata dai dati.

E, in effetti, nel terzo trimestre, secondo la prima valutazione ufficiale del Dipartimento del Commercio, l’economia mette fine a una contrazione di un anno e cresce di un promettente 3,5%[55], dopo la cadute del secondo trimestre (contenuta, con -0,7) e del primo (catastrofica, del -6,4%). Gran parte della crescita è sicuramente da attribuire ai miliardi e miliardi di dollari di aiuti federali all’economia, compresi gli sconti per rottamazioni e rimpiazzi di auto e case di abitazione.

Il problema è che il pessimismo reciprocamente alimentato di consumatori e datori di lavoro per il profilo in peggioramento continuo del mercato del lavoro scoraggia la spesa per consumi e investimenti; così che, appena si interrompe, ad esempio, il programma di sconti alle vendite d’auto c’è il crollo… perché l’aumento del PIL si traduca in aumento almeno corrispondente di posti di lavoro o di salari, dicono gli esperti, ci vorranno ancora parecchi mesi. E il tasso di disoccupazione è già al 9,8% ufficiale che, in realtà corrisponde, almeno a un 15-16% reale, effettivo, con punte oltre il 20% per le minoranze, specie per i neri.

Intanto, il dollaro perde valore rispetto all’oro, di cui un’oncia sul mercato libero costa ormai intorno al 10 ottobre 1.075 unità, il massimo di sempre. Non aiutano le voci, spesso smentite mai in modo convincente che molti dei paesi detentori (Cina, India, Giappone, Arabia saudita e anche diversi in Europa) stanno gradualmente diversificando le loro riserve rivolgendole verso euro e yen e anche yuan[56].

E non aiutano certo a rafforzarne la credibilità le stime del Congressional Budget Office, la Ragioneria generale, come la chiameremmo noi – però, qui non dipende dal Tesoro ma dal Congresso – che il deficit di bilancio ha toccato, con la crisi, il record di 1.400 miliardi di $ nell’anno fiscale 2009: oltre tre volte quello del 2008 a 459 miliardi e un terrificante 10%, quasi, del PIL (il tetto europeo, sfondato come abbiamo visto da 20 su 27 paesi, è comunque al 3%.

Ecco, il quadro della situazione economica in questo paese, oggi, sembra fotografato da due titoli gemelli, apparsi lo stesso giorno, domenica 18 ottobre, sul NYT. Il primo recita, come già indicato, che: “Il deficit degli USA cresce a 1.400 miliardi di $: il massimo dal 1945” e il secondo che “Il salvataggio [di Stato] aiuta a ridar vita alle banche e alle loro gratifiche”…

Sempre il CBO ha prodotto, per il Congresso, uno studio-valutazione del costo della legislazione di riforma sanitaria che è attualmente allo studio della Commissione Finanze del Senato. La copertura sanitaria verrebbe così allargata a 29 milioni di americani che oggi ne sono sprovvisti e costerebbe 829 miliardi di $. Ma – ed è la divulgazione cruciale: buonissima notizia per Obama, solo propaganda per i suoi nemici che, magari, fino a ieri giuravano sull’assoluta imparzialità tecnica del CBO – non aggiungerebbe alcun peso al deficit di bilancio esistente[57].

Poi, la proposta ufficiale del pacchetto di riforma della sanità di parte democratica viene presentata alla Camera e la spesa prevista raggiunge gli 894 miliardi di $ in dieci anni[58]. Decine di milioni di americani potranno così, finalmente, accedere a un sistema di copertura sanitaria, 30 forse 35. Per la prima volta. Ma, purtroppo, non sarà ancora un sistema universale che copra tutti i cittadini americani.

Comunque, i repubblicani hanno denunciato la riforma come costosa e insostenibile. Ma i democratici, sembra a livello di opinione convincendo i più hanno risposto che da tagliare, allora, ci sarebbero ben altre spese… Non specificando troppo – perché è pericoloso… – ma l’argomento ha avuto il suo effetto… Ora, bisognerà prendere il tempo e trovare il modo di studiare i dettagli di questa riforma – meglio di questa proposta di riforma, perché il cammino è ancora molto lungo – in modo da valutarne oltre al costo la novità, la profondità e l’equità: cioè, anche, a chi farlo sopportare, quel costo…

Le vendite al dettaglio, a settembre, calano dell’1,5% ribaltando almeno parte dell’aumento, il 2,2%, di agosto: conseguenza, anche, della fine di alcuni incentivi pubblici[59]. E, più in generale, scende dello 0,5%, del massimo dallo scorso dicembre, la spesa per consumi[60]. Per gli altri settori, quelli non drogati dai sussidi, in effetti c’è stato a settembre un buon incremento di vendite dello 0,5%, dopo quello dell’1% di agosto. In realtà, però, i livelli raggiunti tornano solo adesso a quelli del 2005: solo ora, insomma, a quelli di quattro anni fa[61].

Grandi magazzini e negozi stanno preparandosi alle stagione delle feste ma la maggior parte di consulenti ed economisti sono certi che al massimo predicono al massimo le vendite saranno piatte. La convinzione generale di chi segue da vicino questo ramo cruciale del mercato è che finché non riprende la creazione di posti di lavoro i consumatori continueranno a star attenti alla spesa e il dettaglio a soffrire.

Del che arriva conferma dai dati di settembre sulla caduta dell’inflazione alla produzione che porta a concludere di una domanda all’ingrosso che si andrà riducendo. I prezzi  a settembre scendono dello 0,6%[62] e, anche se il dollaro è in fase calante, l’inflazione resta un pericolo lontano per un’economia americana che deve ancora risollevarsi da una recessione assai dura e in cui la domanda continua a non rafforzarsi.

Qui ora, poi, un’economia che arranca e un’inflazione che resta bassa stanno cominciando a deprimere i redditi di milioni di lavoratori e a congelare le pensioni di altri milioni di anziani. Con effetti già a breve ancor più pesanti sul livello dei consumi. In effetti, per la gente che lavora, si va  preparando la perdita di potere d’acquisto più pesante dal 1991[63].

La disoccupazione peggiora. E parecchio. L’economia ha perso a settembre altri 263.000 posti, offuscando o cancellando del tutto ogni speranza di una qualche significativa ripresa del lavoro entro fine anno. Dicono in tanti che la crisi finanziaria è finita, ma “abbiamo perso migliaia di miliardi di dollari di valore delle abitazioni e i consumi resteranno giù ancora a lungo. Non siamo negli anni ’30, no, ma non c’è proprio niente là fuori per rilanciare questa economia[64].

Il fatto è che se lo stimolo di 787 miliardi di $ ha salvato forse un milione di posti di lavoro, non ha potuto salvarne altre centinaia di migliaia, e di più, che la crisi ha comunque bruciato cancellando la produzione. E ormai sono 15,1 milioni i disoccupati ufficiali, cioè “ufficialmente” contati nelle statistiche del lavoro. “Il numero delle ore lavorate ristagna e le assunzioni nel lavoro temporaneo e precario, le prime a riprendersi appena c’è un minimo di ripresa, non riescono a decollare. Nel campo del lavoro la ripresa sarà una lunga e dura scarpinata, lungo un percorso seminato di incertezze e di pene”.

E il problema, per i disoccupati, il 52% dei quali ha esaurito ogni forma di sussidio per quanto magro fosse disponibile, è che – come ben si sa ma si è preoccupato stavolta di evidenziare commentando questi dati il presidente della Fed, Bernanke – la disoccupazione di lunga durata rischia di far perdere a chi ha perso il lavoro anche capacità e know how rendendolo sempre più difficilmente occupabile.

Sintetizza il quadro occupazionale la consueta disanima dell’Economic Policy Institute, osservando che “questo settembre è il ventunesimo mese consecutivo di salasso di posti di lavoro, il periodo più lungo da settant’anni, dal 1939. La perdita ha rallentato dai primi durissimi mesi dell’anno ma resta importante con l’unico fattore che riesca a moderarla nel fatto che 571.000 lavoratori sono semplicemente scomparsi (non si iscrivono neanche più alle liste) dalla statistiche della forza lavoro.

   Fra i 7.200.000 posti andati perduti dall’inizio della recessione nel dicembre 2007 [tra  l’altro, il comunicato ufficiale (v. qui, Nota7) fa rilevare che si tratta di 824.000 in più di quelli che erano stati previamente annunciati: pare che l’errore venne fatto proprio all’inizio del percorso, quando a fine 2007 i dati sulla recessione emergente venne denunciato come allarmistico e sbagliato: con i pochi posti di lavoro che si stavano perdendo, non era plausibile una recessione in atto. L’unico problema: non erano sbagliati i dati sulla recessione, erano profondamente sottovalutati, già allora, quelli sulla disoccupazione[65]] e i 2.700.000 (in media,127.000 al mese) che per tenere il passo della crescita demografica avrebbero dovuto essere creati, il gap occupazionale oggi sul mercato del lavoro sfiora i 10 milioni posti mancanti.

   Solo per tornare entro due anni da oggi, diciamo, ai livelli di occupazione pre-recessione sarebbe necessario creare 538.000 posti al mese di qui ad allora. Grazie allo stimolo economico, si è insomma interrotta la caduta nel baratro economico e sociale ma il baratro è ormai talmente profondo da richiedere un enorme e sostenuto livello di crescita per essere riempito nel futuro neanche poi tanto prossimo[66].

E la cosiddetta misurazione alternativa U-6 è al 17%[67], come la chiama lo stesso BLS che magari non la diffonde, però la pubblica, e che tiene conto di disoccupati, e sottoccupati  e che include gli americani che sono comunque senza lavoro, anche quelli che “scoraggiati”, come si chiamano tecnicamente, quelli che non si iscrivono neanche più alle liste di disoccupazione e coloro che trovano lavoro solo a part-time ma vorrebbero poter lavorare a tempo pieno. E sono 27 milioni di americani effettivamente così senza lavoro. E il numero non è neanche quello complessivamente effettivo…

C’è un altro dato, molto preoccupante, che pian piano emerge dalle rovine del panorama occupazionale statunitense (quello i cui laudatori vantavano, ancora poco fa, efficienza, numeri e performance nei confronti del modello europeo, troppo attento alla sicurezza del lavoro che, come è noto, prima di essere creato ha bisogno di venire distrutto…), il taglio dei salari, che il Bureau of Labor Statistics non calcola ma viene desunto dal crollo di un altro indicatore, la paga settimanale globale dei lavoratori in produzione che rappresenta l’80% della forza lavoro.

Questo indice è caduto per nove mesi di seguito ormai, una fila ininterrotta e senza precedenti nei quarantaquattro anni in cui il BLS ha calcolato la paga dei lavoratori dipendenti in America (dove salari e stipendi non vengono regolati mensilmente ma settimanalmente). Il vecchio record negativo, nella recessione del 1981-1982, aveva visto scendere l’indice per due mesi di seguito. Commenta T. J. Nardone, direttore del BLS che, in pratica, vuol dire “una forte perdita di potere d’acquisto per milioni di persone, non solo quelli che hanno perso il lavoro ma molti di quelli che lavorano ancora[68].uisto dei loro redditi  

Obama ha chiamato giustamente questi dati “allarmanti”, promettendo di “continuare a esplorare altre opzioni capaci di creare posti di lavoro presto[69]. Ma il Congresso – la maggioranza democratica del Congresso – non si accontenta delle esplorazioni presidenziali e, nell’immediato, vota una legislazione d’urgenza sotto la pressione montante della rabbia e della paura di tanti elettori che si sentono sempre più minacciati e non più disposti a dire che a risolvere i problemi ci deve pensare il mercato: 13 settimane di sussidi pubblici in più per quegli Stati con tassi di disoccupazione (ufficiali, sempre) sopra l’8,5%[70]...   

Richard Trumka, appena eletto nuovo presidente dell’AFL-CIO, la principale confederazione sindacale degli Stati Uniti, lanciando, e proprio a Wall Street davanti al no. 1, alla Borsa di New York, la campagna per una vera riforma del sistema finanziario:

• l’istituzione di un’agenzia federale per la protezione dei consumatori dotata di poteri reali e di denti per mordere gli approfittatori che si chiamano assicuratori e/o uomini d’affari;

• una regolamentazione forte del mercato dei fondi a rischio e dei derivati, che ha affossato la finanza americana: anche dividendo radicalmente l’un tipo di banca dall’altro (un tema ripreso poi, come abbiamo già visto, anche dall’interno dello stesso mondo finanziario, come questione ormai di buon senso);

• la limitazione radicale di gratifiche e bonus a banchieri e a managers che hanno provocato il disastro, affrontando anche di petto la loro esplicitata minaccia: che se non fossero più supercompensati, i supermanagers se ne andrebbero altrove. Che, alla luce di quel che hanno combinato, più che una minaccia sembra proprio un’importante ragione per… tagliarglieli, i loro supercompensi.

Si tratta, anche, di sollecitare e spingere questa idea tra le tante che Obama ha tante difficoltà ad avviare contro l’ostruzionismo che, tra l’altro, si ritrova anche dentro l’Amministrazione dove peraltro banchieri e amici dei banchieri sono molto presenti ed attivi… Parla chiaro, Trumka, e presenta così, in qualche modo – all’americana, da grande lobby: in questo caso a favore dei lavoratori e delle loro famiglie, come l’AFL-CIO sul suo sito definisce se stessa – il conto a Obama, ricordandogli l’enorme aiuto politico e anche economico che il sindacato ha dato alla sua elezione.

Abbiamo lasciato concentrare troppo e troppo a lungo le ricchezze di questo paese in poche mani – dice Trumka – e gli ultimi decenni hanno mostrato la follia del lasciar costruire un’economia che funziona solo per pochi, mentre la gente che lavora non può far altro che riempirsi di debiti per poter andare avanti. Dobbiamo metterci in grado di proteggere i consumatori dagli abusi di chi presta denaro e delle compagnie che emettono carte di credito e dobbiamo far rendere conto di quello che fanno a chi per irresponsabilità e avidità ha minato le basi dell’economia.

   Le banche e le altre istituzioni finanziarie devono essere chiamate a rispondere del casino che hanno fatto e che ha avuto bisogno di essere riassorbito con migliaia di miliardi di $ di soldi nostri.

   Devono rispondere delle sofferenze che hanno seminato in tante famiglie che oggi devono affrontare la rovina finanziaria— della disoccupazione, delle pensioni che sono sparite, del fallimento di centinaia di migliaia di famiglie, di milioni di persone.

   Abbiamo bisogno di un diverso modello di economia, dove la crescita sia tirata da una buona occupazione e non da una montagna di debiti che vanno a male. L’economia reale di questo paese ha bisogno di un sistema finanziario a sostenerla, non di un sistema ad altro rischio che sostiene solo se stesso e gli speculatori più scaltri.

   Noi non molleremo di certo. Gli staremo addosso, non consentiremo che a un operaio che guadagna 1.600 $ al mese, presentino mutui da rapina di 900 $ al mese… Non più[71].

Mentre Trumka parlava, gli attivisti del sindacato distribuivano un volantino che è stato fatto sequestrare e ritirare a pagamento dal personale della Borsa— fattorini, impiegati, funzionari e dirigenti, tutti mobilitati manco fossero loro pure attivisti militanti… Solo che loro stessi lo leggevano e, poi, magari, lo rivendevano alla Borsa stessa per 1$ la copia. Il volantino, subito riprodotto in centinaia di migliaia di copie, citava al volo un dato della IRS, l’Internal Revenue Service, l’Ufficio federale che rastrella tasse e imposte.

Due terzi di quanto gli americani hanno guadagnato in aumento del reddito tra il 2002 e il 2007 è andato nelle tasche dell’1% delle famiglie, distribuendo a questa minoranza privilegiata una fetta maggiore del reddito nazionale che è stata la più grossa dal 1928: da prima, cioè, della Grande Depressione del secolo scorso. In quei cinque-sei anni, il reddito medio corretto per l’inflazione di quell’1% si è impennato del 62% rispetto all’aumento del 4% che è toccato in sorte al 90% delle famiglie[72]. In Italia, e in Europa più in generale, i dati non sono gli stessi, un po’ più ridimensionati – da noi c’è più stato sociale che da loro – ma il trend è lo stesso.

Il CEPR di Washington, D.C., Centro per le ricerche di politica economica, diventato influente specie da qualche mese anche e soprattutto per aver visto lontano, quasi seme più lontano, di tanti istituti rispetto ad esso ultrafinanziati e che, appunto, rispetto ad esso però hanno ultrasbagliato, con responsabilità tra l’altro anche operative.

Di questo, e a buon titolo, parla oggi il CEPR quando fa rilevare, e dimostra, indirizzando un suo discussion paper “esplosivo”, allo stesso FMI: documenta che su 41 paesi che “godono” attualmente di accordi col Fondo, ben 31 sono stati convinti/costretti dalla forza del prestatore rispetto alla loro debolezza ad adottare politiche economiche pro-cicliche, come si dice, ma in senso completamente sbagliato. Così che in questa recessione, le analisi confuse e anche bacate del Fondo monetario hanno esacerbato, e non poco, il rallentamento delle loro economie[73].

Ma ormai è ora forse di rassegnarsi. Sembra non esserci niente da fare: non vogliono proprio cambiare, accettare di regolare… Sembrano sempre e ancora convinti, i più, che a arbitrare tutto debba essere sempre e solo il mercato. Malgrado quel che ha combinato. A leggere il NYT , parrebbe quasi assurda la tesi che ha sostenuto un pericolosissimo eversore come lord Adair Turner, presidente della Commissione dei servizi finanziari di Sua Graziosa Maestà britannica, di cui il giornale ci informa per poi, quasi, ridicolizzarla.

Del resto, proprio quanto avviene negli stessi giorni a Wall Street – a metà ottobre, dopo mesi, l’indice Dow Jones torna a toccare livello 10.000 – testimonia quello che ormai è il baratro aperto tra i trionfi dell’economia di carta e i guai seri dell’economia reale – non le rendite da speculazione, non i profitti che si trasformano in borsa in tesoretti privati – gli investimenti, i consumi, l’occupazione… “Per quanto ne possiamo dire, l’unico posto a celebrare il trionfo è stato proprio Wall Street[74].

Infatti, le banche – quelle che, diabolicamente perseverando, hanno ripreso a scambiare titoli e bonds e a ricommerciarli tal quali, derivati e quant’altro – riescono a fare così fior di quattrini a brevissimo termine coi fondi pubblici elargiti loro oggi, però, dal pubblico erario[75]. Dissente con forza dal lasciarle fare, e lo dice a voce alta, Paul Volcker, il consigliere economico più autorevole ma esterno alla Casa Bianca e all’Amministrazione, dove invece i posti finanziari chiave sono in mano a gente che da Wall Street viene: il segretario al Tesoro Geithner, il superconsigliere in residenza Summers… gente legata anche nel senso che da lì viene e lì tornerà, mentre Volcker da anni insegna, dopo essere stato molti anni fa, anche presidente della Fed.

Lui propone con forza e predica anche con veemenza, che per gli altri si fa imbarazzante, di tornare al sistema pre-Clinton, quando alle banche commerciali, quelle con gli sportelli per il pubblico che fanno credito, era proibito per legge mettersi a giocare e scommettere su titoli e assets rischiosi come le altre banche, quelle d’affari che non hanno sportelli. Che poi è il meccanismo chiave del crollo iniziato a Wall Street ormai un anno fa.

E’, del resto, la stessa ricetta che raccomanda ai riluttanti governanti britannici, i laburisti trasformatisi ormai troppo in liberisti per tornare indietro e che infatti resistono[76], dal governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King, secondo il quale le banche dovrebbero essere “costrette” a separare le funzioni di servizio diretto al pubblico da quelle di investimento speculativo e rischioso.    

In America, anche nell’establishment ufficiale, chi è maggiormente a favore dell’idea sembra essere, con qualche esitazione in più del suo omologo inglese, il presidente della Fed, Bernanke, mentre in pratica tutti quelli che al governo sono stati immessi dal mondo bancario, non vogliono come dicono “tornare indietro”, alla situazione precedente l’abolizione tra inni e plausi al neo-liberismo della legge Glass-Steagall che imponeva la separazione delle attività tra banche: appunto, tra rischio e speculazione di qua e raccolta e concessione del credito di là. Sono disponibili, invece, ma solo perché Obama impone loro di dirlo,  “regolare severamente l’industria”.

Ma, intanto, non lo fanno, non propongono ancora la regolazione severa promessa con la forza e la decisione politica necessaria ad assicurarne il passaggio e a superare il boicottaggio scatenato dalla lobby delle banche al Congresso[77]. E così hanno lasciato libero il passo al sistema bancario per rimettersi a fare quel che faceva e che ha portato alla rovina il sistema mettendosi a rifare fior di profitti ma, stavolta, per di più dopo essere state salvate con fondi pubblici …

Ma non sono tutte queste banche ad approfittarne e neanche la maggioranza: viene fatto notare, correttamente[78], che le operazioni di trading, di commercializzazione, sono ridiventate di grande profitto; ma anche che quella parte di banche che nella vita reale conta di più – quelle che lavorano con gli sportelli aperti al pubblico a far prestiti e, così, ad alimentare investimenti, creazione di posti di lavoro e consumi – fanno sempre molta fatica.

Intanto, affonda il mercato edilizio sempre nei guai profondi e chi ha una casa ipotecata troppo spesso ancora fallisce e col credito sempre centellinato, malgrado le cassaforti bancarie strapiene, gli americani perdono la casa a livelli record[79].

L’unica eccezione, nel quadro depresso dell’economia reale, è che pare effettivamente salire seriamente la produzione industriale (la prima stima sul terzo trimestre la dà a +5,2% a tasso annuale). Anche se poi, a veder bene, ci vorrebbero almeno cinque anni di questa crescita per tornare con difficoltà – e questo è il punto – al livello di occupazione che c’era a fine 2007[80].

L’idea avanzata da lord Turner è quella che molti anni fa, quando si scatenò la deregolamentazione selvaggia dei mercati finanziari – e al fine soprattutto proprio di regolarli – è quella in buona sostanza che aveva proposto con insistenza il premio Nobel americano dell’economia James Tobin, di una piccola tassa sulle transazioni finanziarie, specie quelle puramente speculative, per regolare mercati che si sono sviluppati selvaggiamente con le conseguenze che si sono viste e, anche, per ricavarne entrate pubbliche che oggi specie sarebbero indispensabili[81].

Ma ecco che un universitario come il prof. Richard Portes, della London School of Economics, ricco di titoli accademici indubbi e di consulenze a CdA di molte società quotate alla City e a Wall Street, si sente titolato a dire, testualmente, col tono sprezzante di chi parla ormai magari di un premio Nobel sì, ma che ormai non può replicare a causa della morte recente: “la tassa Tobin è una storia vecchia e sbagliata – ipse dixit –: non taglierebbe le gambe alla speculazione e non avrebbe alcun effetto sulla dimensione del settore bancario”.

Viene normale ci pare chiedersi, e chiedere,di getto a questo tipo di “lor signori” – finanzieri, politici, banchieri e accademici gettonati e cacasenno – perché allora quegli ambienti, se la tassa Tobin/Turner non punisce la speculazione e non restringe la libertà delle banche, sono tanto preoccupati e tanto ferocemente decisi a contrastarla…

Poi non è affatto vero che la tassazione finanziaria sarebbe inefficace. Certo, dappertutto, e dappertutto per favorire i ricchi e punire i poveri, produzione e lavoro sono tassati molto più della rendita e della finanza, ma come indicava Adair Turner stesso sono 8 miliardi di dollari all’anno comunque quelli incassati dalla tassazione in borsa…

Una tassa tipo la Tobin porterebbe, con una piccolissima imposizione – diciamo anche solo dello 0,1% su quasi 2.000 miliardi di dollari di transazioni finanziarie quotidiane, il 90% forse delle quali poi puramente speculative, a introiti fiscali di 2 miliardi di dollari al giorno: oggi, certo, nella crisi, di grandissimo aiuto per aiutarci ad uscirne, soprattutto a chi le tasse le paga… Ma questa di Lord Adair Turner e del premio Nobel dell’economia James Tobin è un’idea chiaramente eversiva… comunista, la definirebbe se capisse di cosa parliamo voi-sapete-chi…

Intanto il dollaro scende il 21 di ottobre al valore più basso da oltre un anno, a 1,50 per euro con gli investitori cosiddetti globali che mettono i loro soldi (e anche i vostri, magari, quando glieli avete affidati) in altre valute e su altri mercati[82].

Cambiando argomento, sul concreto fare, in opposizione al suo dire eccellente, di Barak Obama, sia in politica interna e economica che – e soprattutto – in politica estera, chi scrive – lo sapete – ha espresso diverse riserve: piene di speranza ma anche di delusione, forse perché non riconoscerlo?, anche un po’ ingenua… per questo ci ha sorpreso davvero il Nobel per la pace che a Oslo hanno voluto assegnargli: ad incoraggiamento di quel che ha detto di voler fare e poco altro per ora: un premio a una speranza, al “Si può fare”, a una promessa, a un’illusione forse, a quel che sperano e vorrebbero che egli fosse e che, magari, fosse anche l’America; comunque non un premio alla realtà, non ancora certo.

Di regola, il premio viene conferito per cose fatte, a prescindere purtroppo talvolta, poi, dal merito stesso della cosa fatta… Ma, stavolta, la motivazione ufficiale recita che il Nobel viene dato “per lo sforzo straordinario teso a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli” e, in particolare, dice, “per la mano tesa (outreach) al mondo islamico” e “per il tentativo di liberare il mondo dalle armi nucleari”: sforzi che, però, non hanno dato ancora alcun risultato[83]

E, in effetti, se tutti i pronunciamenti di Obama subito dopo la sua elezione non hanno avuto alcuna conclusione decisiva –

• che avrebbe chiuso Guantánamo,

• che i rapporti degli USA con l’America latina con lui sarebbero ripartiti su basi nuove (commentò, a caldo Castro, speranzoso o illuso, nel colonnino bisettimanale con cui fa ancora politica a Cuba, che forse la cosa migliore che Obama avrebbe potuto fare era dire al Sud del continente Amigos latino-americanos, adios! and Good luck!),  

• che avrebbe riportato a casa le truppe dall’Iraq,

• che voleva un mondo libero dalle armi nucleari,

• che gli iraniani avevano ragione ad essere arrabbiati con l’America perché nel 1953 avevamo rovesciato il loro presidente democraticamente eletto,

• che bisognava riaprire un dialogo vero col mondo islamico,

• che per farlo bisogna obbligare Israele a cominciare a ritirarsi dai territori palestinesi illegalmente occupati dal 1967,

• che avrebbe messo subito fine alla tortura eretta dal governo degli Stati Uniti d’America a sistema di interrogatorio,

• che avrebbe eliminato il termine stesso, inutile e controproducente di “guerra al terrore”… –  tutte

dichiarazioni vecchie di mesi ormai che non hanno avuto esito pratico ma sono servite, e servono, a far sentire un po’ più sicuri tutti – o quasi tutti – quelli che avevano considerato disastrosi gli ultimi otto anni, quelli di Bush. Perché, in poco più di otto mesi, Obama aveva portato il paese ad accennare – accennare soltanto, però – un dietro front decisivo, riavviandolo in una direzione realmente nuova.

Perché, realmente, ancora non è stato così. L’ironia è che il premio Nobel gli è stato assegnato il secondo giorno del nono anno della guerra in Afganistan… e che lui, questa guerra pare proprio che non la voglia finire e che molte altre delle cose promesse non le ha ancora fatte... C’è stato un caustico comico americano, pure amico, che ha notato come la maggiore vittoria di Obama finora è stato probabilmente aver vinto il Nobel…

L’ironia vera poi – speriamo davvero temporanea – è che Obama è sicuramente il primo a ricevere un premio Nobel della pace mentre è il comandante in capo di un esercito che sta conducendo due guerre di enorme portata – di liberazione, di invasione, di occupazione, comunque… – in giro per il mondo… Insomma, e seriamente, sembra che il Nobel gli sia stato dato non per quel che è riuscito a fare, ma per quel che ha promesso di voler fare. Insomma, come è stato detto, almeno prematuramente.

Ma almeno a una cosa questo premio è sicuramente servito: a far venire uno sbocco di bile, se non proprio di sangue agli occhi a tutti i neo-cons del mondo che gliela tirano finora, purtroppo, anche con un certo successo su tutti, o quasi, i dossier di politica estera… Lui stesso lo sa di “non meritarselo” e lo dice e spera che sia un’esortazione ad agire per la pace. Per fortuna che dice “agire”…

Per questo, il bizzarro premio Nobel a Barak Hussein Obama in realtà è un grande atto di fiducia e di speranza, non premio a una conquista o a una vittoria della pace ma a un potenziale tutto da conuiuistare quistare, per questo fa contenti anche noi[84].

Altri fa invece contenti, come ha sottolineato – secondo noi azzeccando la motivazione non detta ma quanto mai reale – il presidente francese Nicolas Sarkozy, perché decreta “il ritorno dell’America nel cuore dei popoli di tutto il mondo[85]. Che è motivazione, però, a parere nostro come s’è detto per ora anzitutto di speranza.  

E’ in ogni caso un Nobel francamente straordinario, anche se per ora non motivato, appena a nove mesi dal suo insediamento e vista la scarsezza di risultati concreti. Perché, in verità, sulle guerre in atto che l’America conduce nel mondo, il maggior risultato sembra essere stato finora quello di aver cominciato a rallentarne una— l’Iraq, per escalarne l’altra— l’Afganistan–; sul Medio Oriente, tutto sta fermo e sempre in bilico dopo che s’era intravveduto uno sprazzo di luce; su Cuba e America latina, ecc., ecc…

Senza scordarci mai che insieme a Albert Schweitzer, Nelson Mandela e Martin Luther King hanno ricevuto il premio Nobel per la pace anche, ad esempio, Menahem Begin e Henry Kissinger, esemplari di guerrafondai e che ha rappresentato sicuramente il massimo crimine contro la satira nella storia del mondo…

Lui sicuramente è il presidente più progressista che si siano eletti gli Stati Uniti d’America da Roosevelt in poi. Il che non significa, però, proprio essere progressista: lo mostrano tante cose ancora incompiute o neanche avviate. L’ideale, secondo noi, sarebbe stato che Barak Obama si rivelasse tanto lungimirante da ringraziare il Comitato del Nobel, ma anche da rifiutarlo con la motivazione che per ora ci sta lavorando; magari chiedendo di tenere presente il suo nome di qui a qualche anno, quando avesse per lo meno cominciato a concretizzare nei fatti, gli impegni assunti … Certo, anche questa è utopia: non il luogo, però, che non c’è, secondo Tommaso Moro, solo il luogo che non c’è… ancora.

Spostandoci, adesso, al nodo Afganistan, il primo degli argomenti di cui qui ci accingiamo a trattare sul fronte della politica estera degli Stati Uniti, nel corso di una conferenza di specialisti all’Istituto internazionale di studi strategici di Londra, il capo del contingente americano a Kabul, gen. Stanley McChrystal, che il giorno prima aveva partecipato ad una conferenza televideo di altissimo livello con la Casa Bianca – presidente, vicepresidente, segretari di Stato e alla Difesa, ecc. –, ha respinto la tesi che in quella sede aveva avanzato con forza soprattutto il vicepresidente Biden.

Bisognerebbe proprio cambiare l’obiettivo della guerra, ridimensionandolo “realisticamente”, diceva Biden. Invece di un’impossibile sconfitta dei talebani bisognerebbe, in sostanza, accontentarsi di catturare, o di far fuori, Osama bin Laden[86]

E’ la tesi a cui lavora, sembra però separatamente e senza confessarlo, parte dell’Amministrazione. Infatti, si viene a sapere, o meglio viene confermato, che sono in corso e da qualche tempo, colloqui e negoziati che mirano a coinvolgere gli insorti nel processo politico attuale— cosa difficile, in verità, anche solo da immaginare soprattutto poi se capita che i livelli di conoscenza di coloro con cui si sta trattando siano, da parte americana, infantilmente abborracciati.

Si dice[87] che si tratta anche di possibili ritiri americani e delle garanzie che Washington in proposito esigerebbe (tali e quali a quelle che nel 1989 per il gen. Boris Vsevolodovich Gromov e le sue truppe esigevano i sovietici per andarsene) così come quelle che vuole dai talebani che al-Qaeda garantisca di non “vendicarsi” sui paesi dell’ISAF. E’ la CIA che pare molto attiva, ma non sola, a trattare in particolare con un noto comandante talebano, il Mullah Birather, uno noto per essere particolarmente vicino al Mullah Omar.    

Perché, e sia chiaro, non c’è nulla di sbagliato nel fare quello che Bush non è riuscito a fare con due guerre che sono ormai durate più di ogni altra guerra americana della storia— catturare il e/o i responsabili dell’assassinio di massa di 3.000 persone l’11 settembre del 2001. Ma ormai è chiaro che non è un scopo raggiungibile coi carri armati, i droni, i cacciabombardieri Stealth né con truppe di invasione e di occupazione, mercenari e signori della guerra. Chi viene perseguito è un criminale o un gruppazzo di criminali, non un esercito. E non si adopera una stecca di dinamite per far fuori un topo…

Molti non ci stanno. McChrystal, non ci sta. Per lui esaminare “tutte le opzioni” sembra significare tutte meno che il ritiro dall’Afganistan, come sempre, del resto, fino a sbatterci il muso duramente (come in Vietnam, o in Corea) per tutte le guerre americane. Per cui ribadisce ancora la scelta illustrata nel rapporto che ha fatto il mese scorso al presidente: bisogna vincere, in Afganistan, insiste, insieme agli altri generali, quasi unanimi.

E, senza spiegare peraltro cosa vuol dire “vincere” in quel contesto, nel paese che gli storici definiscono la “tomba degli imperi”,  insiste – e lo fa sapere pubblicamente e reiteratamente – che, per vincere, ci vogliono subito altri 40.000 combattenti americani (“se no è il fallimento”) o, in subordine, su un totale di 40.000 non necessariamente magari tutti americani ma anche europei e alleati. Però, da schierare in prima linea tutti[88].

Anche se lui intuisce e dice con chiarezza – e detto da un generale a quattro stelle è rilevante – che non si può vedere e tanto meno capire l’Afganistan con i nostri strumenti di valutazione. Insomma, il nostro buon senso comune, di occidentali, di americani, non è universale. E questo è il punto. Che McChrystal vede ma, poi, nel corso del suo rapporto troppo spesso scorda di aver visto.

Perché il fatto è che valori, standards di comportamento, prudenze e cautele, sono magari e, anzi, quasi sempre radicalmente diversi da società a società. Dovunque e qui, data la radicalità delle differenze culturali, ancora di più. E’ relativismo questo? Ma non dite cavolate, è realtà pura e semplice. Come osserva McChrystal stesso[89] anche il semplicissimo atto di scavare un pozzo, che viene fatto ogni giorno da molte NGO, può alla fine essere negativo.

Succede se, ad esempio, e succede spesso, il capo tradizionale locale scelto come intermediario per la costruzione del pozzo decide di costruirselo nel suo proprio cortile? e che succede anche solo se, come accade anche spesso, salta per aria così lo schema tradizionale (magari anche sbagliato, chi sa? ma noi, gli americani, come facciamo a saperlo?) di irrogazione e distribuzione d’acqua sul territorio?

Intanto, sta emergendo – e bisogna per completezza di informazione renderne conto: del resto, su blog, web, talk-shows e, ma molto meno, giornali americani ha tenuto banco per giorni e giorni, anche se non pare direttamente collegabile al dibattito che si sta svolgendo nelle altissime sfere politiche diplomatiche e militari statunitensi – una sorta di strana e molto poco americana ridda di notizie costruite su una sola fonte, come dire?, ipotetica ma che fa notizia per il fatto stesso di venir fuori.

Dunque, tale John L. Perry – che quasi 35 anni fa fu una piccola, insignificante rotella nell’Amministrazione di Lyndon Johnson e, dopo un’altra decina d’anni, anche di Jimmy Carter, due presidenti democratici – uno che da due anni accusa Obama di stravolgere la cultura americana e di essere un “marxista” più o meno segreto, eversore di valori e cultura del bipartitismo a stelle e strisce, scrive su Newsmax – sito dichiaratamente di destra e anzi reazionario, cui collabora sistematicamente – un breve articolo che fa il botto.

Vero, lo rimuovono in fretta, dopo poche ore, ma non tanto rapidamente da impedirgli di venire riprodotto e discusso in tutta l’America, ma scrive – lanciando il sasso e… sapete il resto: “l’America non è il Terzo mondo; se un golpe militare si verificherà, sarà civilizzato; che non sia mai successo non vuol dire che non succederà mai; e descrivere quel che è in preparazione non vuol dire auspicarlo; quindi considerate quanto segue attraverso occhi militari[90].

Quanto segue” è il racconto di come ambienti militari ai massimi vertici, ambienti patriottici, stiano preparandosi a “risolvere il problema di Obama” con un golpe “sempre più possibile e sempre più realistico”. Certo, un golpe militare non è una soluzione “ideale”, ma è certo preferibile agli “ideali radicali di Obama” e, poi, servirebbe solo a “restaurare e difendere la Costituzione”: come ogni golpe da sempre dichiara, del resto, di voler fare, per primi proprio quelli del Terzo mondo.

E spiega: nelle forze armate, “gli ufficiali giurano di ‘sostenere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti contro ogni nemico esterno e interno’. E, al contrario dei soldati semplici, non giurano di ‘obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti’”…

C’è resistenza, non sempre sotterranea, anche tra gli alleati alle proposte di Obama[91]: la Slovacchia, membro della NATO come Polonia e Cechia, e ospite a Bratislava del vertice NATO dedicato a discutere di rafforzare il contingente ISAF a Kabul dice, col  ministro della Difesa, Jaroslav Baska,  un no netto ed esplicito – il più esplicito forse, pare di capire (la discussione non era aperta al pubblico), ma non certo l’unico – alla richiesta americana di inviarvi altre truppe di prima linea. Ma è stato il ministro della Difesa olandese, Eimert van Middelkoop, a dichiarare che quasi tutti i paesi alleati hanno reso noto, in un modo o nell’altro, di voler aspettare – prima di decidere cosa fare e cosa no – la revisione in atto della strategia americana.

Insomma, prima di dire sì o no, bisogna riuscire a capire bene a cosa si tratta di dire sì o no e, anche, perché… Lo ha confermato, da parte sua, il ministro della Difesa danese, Soeren Gade, dicendo che prima in ogni caso bisogna che il nuovo governo di Kabul dia affidamento sulla volontà di rispettare gli obiettivi della NATO (democrazia, libertà e bla bla bla, a Kabul si capisce…). E Franz Josef Jung, ministro della Difesa tedesco democristiano (che nel nuovo governo dirigerà il dicastero del Lavoro) ha detto secco di non credere proprio che il suo paese aumenterà il numero dei propri soldati in Afganistan quando, a dicembre, si porrà il problema di rinnovarne il mandato.

Di quel che hanno detto i ministri italiani presenti, non c’è proprio traccia… oltre, ovviamente, al peana che Ignazio La Russa ha cantato – ma di fronte ai microfoni dei soli telegiornali italiani – sulla capacità addestrativa, naturalmente, “la migliore del mondo” – e non c’è ragione di dubitarne – dell’Arma dei carabinieri… che comunque in quel paese non risulta combattere se non quando è attaccata. Altrimenti, addestra: cosa in realtà altrettanto e forse, appunto, anche più importante.

Il NYT, però, sceglie di presentare questo risultato col titolo onnicomprensivo e profondamente disonesto – ancora una volta – con Obama, così come con Bush – di questo si tratta – de “I ministri degli esteri della NATO approvano un sforzo più vasto in Afganistan[92]. Ma è un titolo, come si vede, del tutto fasullo.

Ma ormai comincia ad esserci forte resistenza anche a Washington. Anche l’America, come opinione pubblica, sembra sempre meno interessarsi a Kabul e anche Obama ormai lascia vedere i suoi dubbi, lui che aveva cominciato dicendo che bisognava andarsene subito dalla guerra cercata e sbagliata di Iraq e esaltando, invece, la guerra in Afganistan come una guerra “imposta e subita” all’America dall’11 settembre (anche se era stata preparata in Pakistan e non in Afganistan dai “martiri” di Osama bin Laden: tutti sauditi e nessuno afgano…).

Intanto, però, scoppia lo scandalo della copertura vergognosamente offerta dal governo degli  Stati Uniti (ma per fortuna non da tutti gli americani, come vedremo subito; e, forse, più per inerzia che per convinzione ai livelli politici) e dall’ONU agli imbrogli elettorali perpetrati dal presidente Karzai per garantirsi la rielezione. E si capisce perché tanti afgani si sono confermati, ancor più di prima, nel giudizio che la democrazia sia un sistema fallito e fondato sulla truffa sistemica.

D’altra parte, è ufficiale che l’Amministrazione Obama ormai apertamente, e senza più le reticenze tanto care ai bushotti, anche se mantenendo ancora in vita (forse l’omaggio che la virtù rende spesso al vizio) alcune delle loro spudorate menzogne sotto la vernice delle ipocrisie di facciata, riconosce che gli Stati Uniti stanno bucando pressoché del tutto gli obiettivi cruciali della ricostruzione (la sconfitta della corruzione, l’instaurazione di un sistema governativo funzionante e l’addestramento di una forza di polizia davvero efficace e efficiente) che – a Washington ormai ne sono convinti – è pure più importante dell’irraggiungibile sicurezza.

E’ anche vero che proprio in America una larga fetta dell’opinione pubblica specie democratica si chiede come si possono davvero insegnare ad altri, in un paese tanto diverso, cose che – come queste – spesso restano solo embrionali anche in casa propria[93].

Riassume così questo scandalo il NYT: prima c’è la dura protesta di Abdullah Abdullah contro la decisione del capo degli osservatori dell’ONU, Kai Eide (un diplomatico norvegese di stampo molto molto, come dire?, allineato e coperto che, infatti, sul sito dell’Alleanza è definito uno che “lavorerà strettamente con la NATO per migliorare la coordinazione e il profilo dello sforzo internazionale a favore dell’Afganistan[94]: insomma, uno non proprio al di sopra delle parti) di avallare milioni di voti fasulli o per lo meno assai controversi senza effettuarci sopra controlli reali. Denuncia che, però, provenendo dal candidato battuto è naturalmente di parte…

Ma poi c’è il rimbalzo del numero due dell’ONU in Afganistan, l’americano Peter W. Galbraith, (professore universitario, figlio dell’economista John K. Galbraith, diplomatico e autore di alcuni libri di critica dura e senza fronzoli alla politica di Bush tra cui una durissima storia e disanima delle tragiche e scellerate sue scelte in Iraq[95]) che “accusa direttamente e esplicitamente il suo capo missione, Kai Eide, di aver inguattato i rapporti degli inviati che, dai seggi, denunciavano le frodi elettorali a beneficio del signor Karzai e di aver bloccato gli sforzi dei funzionari dell’ONU di limitare la portate della frode[96].

Il 30 settembre, appena denunciato lo scandalo, con la copertura vergognosamente concessa se non proprio richiesta del dipartimento di Stato e della Casa Bianca, Kai Eide, aveva ottenuto a tamburo battente da quell’altro lacchè che è il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, il licenziamento in tronco di Galbraith: colpevole di aver appunto detto che il re era nudo[97]

Galbraith stesso lo ha spiegato in una sua lettera pubblicata sul WP: amareggiata, spiega, perché lui da anni è amico personale di Eide: ma anche molto arrabbiata perché lui non è disposto a mascherare la verità dietro la foglia di fico della necessità di far vincere comunque l’amico della NATO e degli americani: “per settimane Eide ha negato o sminuito la frode perpetrata nelle recenti elezioni afgane, dicendomi di essere preoccupato che anche solo discutere la frode avrebbe potuto infiammare le tensioni nel paese. Ma, a mio modo di vedere, la frode era semplicemente un fatto che le Nazioni Unite non potevano non riconoscere se non rischiando ogni propria credibilità coi tanti afgani che non sostenevano il presidente Hamid Karzai[98].

Ragion di stato, insomma. Anzi, ragion di ONU, perché però troppo asservita a uno Stato o, forse, addirittura a quelli che presume essere gli interessi di quello Stato… Finché lo stesso capo missione Kai Eide non regge più, e pur difendendo il suo personale operato – in maniera che, però, resta sciocca e vuota dopo quel che ha detto senza remora alcuna  il suo vice Galbraith, confessa che, sì è vero, quelle elezioni sono state una truffa (letteralmente dice: un “voto fraudolento”…)[99].

Nella sua conferenza stampa di dubitosa denuncia, Eide si è fatto, comunque, affiancare, per far dar copertura all’approccio politico assunto dalla missione al riguardo, anche se nessuno di loro ha detto verbo per sostenerlo, dagli ambasciatori americano, inglese, francese e tedesco. Non da quello italiano, per nostra fortuna e decenza – ma solo perché a Claudio Glaentzer non si sono degnati di chiederlo… – però e non per nostra lucida decisione politica, non sia mai. Speriamo di sbagliarci, si capisce, speriamo che sia stato proprio lui a suggerire alla Farnesina di lasciar perdere…

Adesso, alla fine di tutto il processo, la missione ONU, depurati per quanto le è stato possibile accertare e alla fine ammettere anche con se stessa e i suoi sponsor, i risultati da frodi, imbrogli e corruzione provata, ha ufficialmente certificato che il presidente Karzai non ha raggiunto la maggioranza assoluta al primo voto e deve, quindi, sottoporsi al ballottaggio.

E Karzai, che in un primo momento aveva minacciato di opporsi e rovesciare il tavolo, “convinto” da Obama – dice il NYT che, a distanza, si sentiva lo “scricchiolio del suo braccio[100] sottoposto all’enorme pressione che l’America sa esercitare quando vuole far mollare qualcuno (speriamo se ne ricordi almeno per una volta anche con Israele e il suo governo di falchi imbestialiti) – ha mandato apposta il senatore John Kerry a metterlo sotto torchio: almeno le apparenze di una qualche forma di democrazia a questo punto andavano, infatti, rimpecettate; e lo avevano capito bene alla Casa Bianca che, del resto, da tempo, dai tempi di Bush, di lui avrebbe fatto a meno ma proprio non ce la faceva…

D’altra parte il plenipotenziario di Obama per Kabul e dintorni, Richard Holbrooke, è stato assente inopinatamente dal terreno del suo incarico  proprio in questo periodo (era compito suo torcere il braccio a Karzai, non del senatore Kerry) e andrebbe come minimo licenziato subito e in tronco. Come del resto, il presidente ha bisogno – ormai sta diventando lampante – di riprendere in mano un po’ tutto il dipanarsi della sua contraddittoria politica estera fatta di grandi annunci e di alate visioni ma anche di un’applicazione quotidiana poi, forse perfino da parte di esponenti politici ma senza alcun dubbio di una pletora di funzionari che hanno ancora i piedi e il cervello saldamente ancorati nelle strategie fallimentari dell’altro ieri

Praticamente su tutto, sembra, quando pure il mandato ricevuto alle presidenziali da Obama – da lui contro Bush, ma anche contro la Clinton non scordarlo mai – era stato ben diverso: su cambiamento climatico, rapporti con la Russia, con l’Europa, su armi nucleari, America latina, Honduras, Iran, Medio Oriente, Alleanza atlantica, Iraq e Afganistan)…

Detto questo di una politica internazionale che, segnata dall’ansia di non evidenziare una discontinuità invece indispensabile, sembra troppo spesso ancora più quella di Bush che quella di Obama, ora in Afganistan  Hamid Karzai ha “accettato” di andare al ballottaggio del 7 novembre che, ormai, vincerà di sicuro (è questo il fatto che, alla fine, poi lo ha convinto, insieme alla minaccia degli alleati di mollarlo se non avesse accettato di obbedire alla sua stessa Costituzione)[101]. Ma certo è che diventa sempre più problematico far passare questo suo regime come accettabilmente “democratico” agli occhi dei suoi “alleati” più importanti, gli americani stessi e, tanto più, degli afgani…

Tra parentesi: dateci atto che, da molto prima che queste elezioni si svolgessero, in questa Nota vi avevamo detto, contrariamente ai tanti amici di madama la marchesa, di stare in campana e avevamo anche descritto, riga per riga, come sarebbero state truccate e da chi. Neanche noi ci eravamo spinti, però, nella nostra moderazione, a scontare la copertura ONU… Che si spiega bene, però, dando per buono quanto sospettano i malpensanti e dicono i maldicenti: che queste elezioni forzate, del tutto innaturali (no l’Afganistan non è proprio la Svezia e, neanche, se è per questo l’Italia….), erano e sono solo la foglia di fico che nasconde una disgraziata avventura militare.

E – tenetelo presente – non vi meravigliate se, ora, al secondo turno, la gente afgana (magari anche per aver appreso che il fratello del presidente, Ahmed Wali Karzai, da tempo denunciato e, naturalmente, mai perseguito per essere uno dei principali signori della droga, era da oltre otto anni anche sulla lista paga della CIA[102]: questa sì che in Afganistan – orma come spesso in America, del resto – per molti è un’accusa infamante) butta proprio nella pattumiera della storia – come si sarebbe detto una volta – tutto il meccanismo “elettorale” per quello che è: il figlio bastardo di un non voluto – ormai, sempre più chiaramente, anche da parte nostra: di tanti governi, non solo della gente normale – impicciarsi dell’occidente negli affari loro…

Di tanto in tanto succede, poi, che capita di leggere qualcosa di totalmente inatteso, che però all’improvviso spazza via tutta la fuffa chiacchierosa e chiacchiericcia, tutta la propaganda e tutte le menzogne e le scuse accumulate e, come un lampo, rivela la situazione reale: a volte facendola sembrare addirittura assurda.

Ecco così la dichiarazione del Consigliere nazionale per la Sicurezza nazionale, James L. Jones, l’uomo che con Obama occupa il posto chiave che fu di Kissinger e di Brzezinski per dire, che è anche stato comandante del corpo dei Marines (semper fideles) e comandante della NATO e che se ne esce ora a dire[103] come, secondo lui, non secondo noi, stanno davvero le cose:  la verità è che…

… “la presenza di al-Qaeda in Afganistan è enormemente diminuita. La nostra valutazione le attribuisce ora al massimo una forza di meno di 100  operatori nel paese, nessuna base, nessuna capacità di lanciare attacchi sia contro di noi che contro i nostri alleati. E non prevediamo alcun possibile ritorno dei talebani. L’Afganistan non è in alcun pericolo imminente”.

Meno di 100 terroristi di al-Qaeda attivi? E allora? Ma se al-Qaeda ad ogni effetto pratico, in Afganistan non esiste più— perché tutto questo grande dibattito per mandarci adesso altri 40.000 soldati a combattere un nemico che sta da qualche altra parte? Tanto più se, poi, i talebani non sono affatto quella tremenda minaccia che invece giura siano il gen. McChrystal.

Il quale, nel suo allarmatissimo rapporto, al contrario di Jones – ma la verità è che né l’uno né l’altro citano le fonti di intelligence, e tanto meno le prove, su cui basano le loro asserzioni: sono segrete, forse addirittura quelle dell’uno anche per l’altro e viceversa, perché il meccanismo funziona spesso così, che la destra non sa niente della sinistra: e, appunto, viceversa… – McChrystal dice che in Afganistan l’iniziativa è ormai degli insorti e che “la situazione generale si va deteriorando[104]

Ma come possono questi strateghi figli delle Accademie militari più sofisticate d’America, cioè ovviamente del mondo, giustificare la sconfitta per mano di queste bande di guerriglieri inturbanati e guidati dal mullah Omar il quale, dicono gli americani, forse sa appena leggere e scrivere[105]? e, in pratica, poi, anche guerriglieri praticamente disarmati almeno quanto ad armamento moderno avanzato: perché la coalizione delle forze NATO, decine di paesi, schiera oggi 107.000 militari e centinaia di bombardieri Stealth B1, di caccia F-15, F-16, F-18 e Apache e di cannoniere aeree AC-130, di artiglieria pesante di carri armati, di radar, di bombardieri senza pilota, di bombe a grappolo e di bombe al fosforo bianco, di razzi e di sorveglianza satellitare… e, a sentire McChrystal, corre il rischio di perdere...

Perché non rassegnarsi a vedere che così, con questi mezzi ma anche di più (in Vietnam erano oltre mezzo milione le truppe americane intorno al 1970 e oltre cento mila erano proprio qui in Afganistan, verso la fine degli anni ’80, i sovietici…), questa guerra non la vince l’occidente? che bisogna cambiare tattica, strategia, obiettivo e visione di quella che può essere qui una “vittoria”se si vogliono davvero battere i talebani?   

Non sarà, dunque, proprio e solo a causa della “certezza morale” presunta di pochi potenti dementi, con le stellette e senza, sicuri che, se non si lancia l’escalation adesso, al-Qaeda potrebbe anche tornare una minaccia “planetaria”?

Non sarà che chi nel 2003 predicava, al Pentagono, che il fulcro della lotta al terrorismo era in Iraq e voleva spostarci, come poi fece, le truppe dall’Afganistan, adesso racconta con successo sempre al Pentagono che il centro è l’Afganistan, quando magari invece – ma ancora lo vedono in pochi – è diventato il Pakistan…? Forse è che bisognerà decidersi a decidere se ha ragione il generale Jones, o ha ragione il generale McChrystal. E uno dei due dovrebbe essere cacciato via…  O magari, chi sa?, tutti e due.

Il nodo centrale di tutta la questione – il nodo centrale di tutta la strategia americana, cioè per default e per il combinato disposto di egemonia e servilismo imperanti – dovrebbe ormai essere costretto a venire alla luce per essere esaminato finalmente alla luce di un dibattito pubblico con una serie di domande semplici semplici alle quali non può, alla fine, che esserci una risposta semplice semplice.

Nel 2001 il governo dei Talebani venne rovesciato con l’arrivo sul posto e il valore aggiunto dato ai loro oppositori da 10.000 soldati americani e dal loro moderno armamento:

• ma perché allora, più truppe mandiamo, ormai da anni, peggio vanno le cose, dal nostro punto di vista?

• se i sovietici fallirono, qui, in Afganistan con più di 100.000 truppe combattenti sono stati alla fine costretti ad andarsene dopo una sconfitta umiliante?

• perché noi, noi americani, noi occidentali, siamo così decisi a fare la stessa fine loro?

• e, alla fine, se vinciamo – ma come si definisce, qui, la vittoria? – che ci guadagnamo?

• abbiamo investito centinaia di miliardi di dollari e di euro e migliaia di vite, se ci mettiamo anche le loro oltre alle nostre, centinaia di migliaia di vite— e per che cosa?

E forse bisognerà ormai – ma sul serio, non più solo con bei discorsi se uno, poi, ha responsabilità politiche in questo paese – prendere per oro colato – perché lo sono: accorate, sì, prive di qualsiasi demagogia – le parole con cui un opinionista descrive sul NYT che l’America ormai deve anche decidersi tra la priorità Afganistan e altre, drammatiche,  priorità interne, tutte americane.

Per decenni – urla[106] abbiamo guardato dall’altra parte mentre la gente che abita il nocciolo duro dell’interno delle nostre città lotta contro problemi soverchianti, contro minacce vere e proprie alla sopravvivenza, contro la carenza cronica di risorse, finanziarie ed altro. Stiamo sostenendo un grande dibattito nazionale se impegnarci di più al nation building, a costruire la nazione, in Afganistan continuando a proteggere la popolazione in posti come Kabul e Kandahar.

   Ma ignorando del tutto la violenza che sta consumando la vita dei ragazzi e delle ragazze di Chicago, la terza più grande città dell’America. Ogni anno a Chicago, dozzine di ragazzi e di ragazze in età scolare e anche prescolare vengono ammazzati per strada. Secondo la polizia, sono stati cento ad essere assassinati l’anno scorso a Chicago”.

Così come forse noi, gli inglesi, i francesi, i canadesi, ecc., dovremmo deciderci – a chi scrive sembra proprio sia ora – di spiegare all’America, e adesso proprio a quella di Obama, che stiamo lì solo perché ci sentiamo costretti a farlo, non avendo gli zibibbi per dire a loro che sbagliano tutto, che stiamo lì perché ce lo hanno chiesto senza degnarsi neanche mai di consultarci sul come starci e per fare che cosa, solo perché loro ce lo hanno chiesto e noi finora non abbiamo trovato il coraggio di dirgli no grazie offrendo insieme, magari, di cercare altre vie di uscita.

Facendo rilevare, ad esempio, che più della metà degli afgani hanno meno di diciotto anni (come dice l’UNICEF e ricorda il Factbook della CIA) e che la famiglia media ha genitori con poco più di vent’anni e sei figli di media. Di qui, oltre all’insofferenza normale di un popolo che da secoli rifiuta di subire l’occupazione straniera, comunque sia motivata, l’irrequietezza di un popolo di  ragazzini.

La conseguenza prima e immediata è che, se questa guerra l’occidente la vuole vincere, prima di tutto deve vietarsi di fare altri martiri con le sue bombe a distanza come condizione anche necessaria pure se non sufficiente di moltiplicare i martiri tra questa popolazione giovanissima; e qui deve invece concentrare programmi civili di creazione di lavoro che offrano un’alternativa di tipo, diciamo, sociale, stabilizzante, alle tentazioni offerte dal fanatismo dei jihadisti.

Fa rilevare un osservatore che ha a lungo sostenuto la guerra così com’era e com’è là in Afganistan, con l’argomento cogente che in guerra era ed è l’America e che perciò deve vincere, che “per il costo annuale necessario a mantenere un solo soldato in più in Afganistan, qui si possono costruire più o meno venti (20) scuole[107]… Forse non saranno venti ma solo dieci… Forse, però, uno se ne poteva accorgere, e scriverne, anche un po’prima, no?

Solo così, e con una frazione minima delle spesa – minima da tutti i punti di vista – le forze del radicalismo e del fanatismo perdono e solo così – forse – lasciandoci in dose massiccia a dirigere quei lavori i militari del Genio e le truppe necessarie a proteggerli nella ricostruzione delle infrastrutture distrutte del paese, si può anche “vincere”: perché è questa la condizione per conquistare la buona volontà degli afgani.

I primi, in questo momento cruciale di decisioni ancora in bilico, a dire un secco no ufficiale alla richiesta americana di mandare altri soldati pare che siano stati i francesi. Restiamo con quelli che ci sono, ha detto Sarkozy[108] a Le Figaro, ma neanche uno di più: gli afgani non dovrebbero più chiedere agli altri di mandargli soldati, dovrebbero invece aumentare il numero dei militari da schierare nel loro paese.

Che andrebbero, certo, essere pagati meglio anche per prevenirne le diserzioni troppo frequenti che li portano a trasferirsi, armi e bagagli, dalla parte dei talebani. Naturalmente, al solito, Sarkozy semplifica tutto: perché non è solo, né soprattutto, per la scarsa paga che in Afganistan abbondando le diserzioni, visto anche che, poi, i talebani pagano anche di meno…

Obama sta conducendo e prolungando ormai – anche il disastro delle elezioni a Kabul lo ha spinto a farlo – la sua rivisitazione di tutto l’impegno afgano, ormai molto più preoccupato di qualche tempo fa delle conseguenze e forse anche della giustezza di incrementare l’impegno militare e politico degli Stati Uniti.

Ci sono, certo, per lui consigli diversi, come è naturale. Del resto, al presidente degli Stati Uniti, specie nelle questioni di politica militare, come a un re per grazia di Dio e anche senza la volontà della nazione, si possono solo dare consigli: nessuno può decidere al posto suo né, di fatto, può metterlo in minoranza— è eletto sovrano per quattro anni, di fatto anche se forse non proprio di diritto, proprio come piacerebbe esserlo a Berlusconi: che, prima, però, dovrebbe farsi la sua rivoluzione come fecero gli americani…, che però se la fecero nel 1779 e lui ancora non è riuscito a farsela nel 2009, cioè ormai fuori tempo.

Tra chi gli elargisce consigli c’è chi – tanto personalmente, poi, non paga niente: una volta, ai tempi dei Tudor re d’Inghilterra, se sbagliavi ti tagliavano la testa: adesso, al peggio, vai a insegnare storia a Harvard o tattica militare, senza aver mai sentito neanche la puzza della polvere da sparo, del fango o del sangue, al Reale Collegio superiore di guerra – non imparerà mai nulla da nulla e continua a dargli sempre gli stessi inossidabili consigli. Per darvene un’idea, ne citiamo uno tra questi falchi accademici un poco d’accatto (questo poi è inglese: ma glielo hanno raccomandato, pare, come rappresentante del pensiero europeo certi falchi nostrani) che dicono come, in realtà, non ha scelta:

La posta in gioco è alta. Alla fine, la decisione di Obama – mandare più soldati come gli chiedono o no – finirà col modellare non solo l’esito del conflitto in Afganistan ma anche il carattere morale e la posizione strategica degli Stati Uniti, della Gran Bretagna [ah!] e della NATO. Sono queste le ragioni che rendono essenziale che Obama scelga l’opzione contro-insurrezionale[109]

Ma che vuol dire? un sillogismo al quale mancano le gambe… che cappio di ragioni sono? il carattere morale? la resurrezione della teoria del domino? le fibra del paese? ma così parla solo un La Russa qualunque…

Ci sono altre opinioni. Quelle di Tom Friedman, ad esempio, famosissimo opinionista della scuola di pensiero che, progressivamente sempre più disgustato dalla scuola di pensiero (si fa per dire) bushotta ma uomo per eccellenza di quell’ordine che gli americani chiamano “pensiero convenzionale”, patriottico che va un poco, ma non esageratamente, sul patriottardo. Un personaggio ormai pubblico, come diventano qui gli opinionisti popolari eui gli opinion isti popolari anche personalmente vicinissimo al presidente, tanto da esserne diventato una specie di superconsigliere personale sugli umori e le richieste, tra il razionale e l’emotivo, dell’opinione pubblica (descrive bene il rapporto che s’è stabilito tra i due, un’altra opinionista del NYT[110]. Adesso, Friedman ha sintetizzato proprio sul NYT quel che va dicendo a Obama. Così:

Siamo ormai al momento decisivo sull’Afganistan… I militari americani ci hanno dato la loro valutazione. Dice che stabilizzare l’Afganistan e rimuoverlo come minaccia rende necessario ricostruire dalla base tutto il paese. Stiamo parlando, sfortunatamente, di un progetto che prenderebbe, al meglio, vent’anni e che non ci possiamo permettere…

   E, allora, questo è il mio voto. Dobbiamo cominciare a pensare in modo responsabile sia a come ridurre la nostra impronta in questo paese che i nostri obiettivi. Tutto il contrario, insomma, che arroccarci. Semplicemente perché non abbiamo né i partners afgani, né gli alleati NATO, né il sostegno dell’opinione interna americana, né le risorse finanziarie necessarie a giustificare un più vasto e prolungato sforzo di ricostruzione di quel paese come nazione”.

   Insomma, per citare un esperto vero, in questa parte del mondo – e non solo – “la gente non cambia perché noi gli diciamo di farlo ma cambia quando dice a se stessa di doverlo fare[111]. Già… Dopo otto anni di guerra e montagne di morti sarebbe ora ormai di capirlo.

Per non ripetere il detto passato alla storia sotto il nome del generale più disgraziato ma anche più cretino della storia militare americana, quel Westmoreland[112] comandante in capo del corpo di spedizione in Vietnam, quando spiegava al presidente Johnson che sì, “per salvare il paese bisognava distruggerlo”…

Anche perché almeno finora la due tattiche utilizzate maggiormente da americani e alleati – verso governo e signori della guerra: aiuti militari e mazzette; e verso la popolazione afgana, aiuti umanitari usati come bustarelle per persuadere la gente a non attaccare le truppe straniere – non hanno funzionato per niente come una strategia vincente. E anzi si sono dimostrate, sia come tattiche che come strategia, espedienti del tutto falliti.

Anche il Pakistan, come sempre e come è ovvio, è nella tempesta: ormai gli americani considerano i due paesi un solo impegno (Af-Pak lo chiamano), sanno che i pakistani (i militari) hanno alimentato i talebani dopo che l’America se li era inventati e che i talebani afgani danno una mano alla rivolta dei talebani pakistani contro il loro governo. E si complicano, sempre più, i rapporti tra America e Pakistan.

Qui, in effetti, dopo la caduta del regime militare e la precaria istituzionalizzazione di un’irsuta e precaria repubblica presidenziale, dotata di armi nucleari, sul collo della quale i militari soffiano le loro costanti pressioni, esplodono le insofferenze verso il grande protettore: in visita a Islamabad, la segretaria di Stato Hillary Clinton, per la quale era stata organizzata la solita Tv opportunity, una discussione “aperta” con rappresentanti della pubblica opinione, è stata invece, inaspettatamente e in diretta, messa aspramente alla gogna.

Una giornalista le ha chiesto se fosse al corrente che grazie ai bombardamenti americani la popolazione del Pakistan sperimenta “ogni giorno un 11 settembre” e un altro del pubblico ha voluto sapere se considerasse o no “come crimine terroristico” i bombardamenti alla cieca effettuati dagli aerei americani senza pilota da migliaia di metri di altezza e decine di chilometri di distanza, “più vigliacchi perciò di ogni atto terrorista suicida”.

E nell’incontro con alcuni capi tribali in una regione di confine con l’Afganistan uno dei presenti le ha detto, in forma cortese ma durissimo, che “la sua presenza qui non è affatto una cosa buona per la pace perché crea frustrazione e rabbia tra la gente di questa regione”. Neanche a una di queste domande, Clinton ha risposto – annota l’articolo che ne riferisce – “ripetendo che gli Stati Uniti sperano di agire con il Pakistan come un buon partner sia sulle questioni civili che militari”. Pura tiritera senza senso per 99 pakistani sui 100 che la ascoltano in televisione…

E all’università di Lahore, la signora Clinton si è scontrata con una platea cortesissima ma implacabilmente sospettosa ed ostile di studentesse e studenti che le hanno chiesto del “rapporto disfunzionale” tra i due governi – che, in verità, è dire il meno –, hanno descritto “una litania di affronti, tradimenti, malintesi che, tutti insieme, formano una specie di narrativa nazionale di risentimenti e di malcontento: perché quando la Russia se ne andò dall’Afganistam voi avete mollato il Pakistan? perché avere sempre sostenuto la dittatura militare di Musharraf?”.

Una studentessa di medicina, dopo averla ringraziata “per l’ispirazione che riesce a dare alle donne”, è tornata a chiederle “come possono giustificare gli Stati Uniti l’ordine dato ai loro aerei senza pilota, i Predators, di colpire obiettivi pakistani senza darne alcuna informazione ai servizi di intelligence del paese”…

E, registra il NYT, che “la signora Clinton è stata capace solo di rispondere come ‘la guerra che governo e esercito pakistani stanno combattendo adesso è importante per il vostro paese’[113]. Che magari è vero: ma del tutto irrilevante rispetto alle domande fatte. Queste sono le risposte di legno di un politicante dalla lingua di legno, purtroppo…

uistando la buona volontà degli afganiuis

 

L’Iran nella questione della sua ricerca sul nucleare apre. E apre anche l’America. O almeno sembra che ci sia un’apertura… Obama, poche ore dopo l’incontro, lo chiama un’ “apertura positiva”. Il faccia a faccia di una mezz’ora fra William Burns, delegato americano, e la sua controparte iraniana Saeed Jalili è stato il primo colloquio ufficiale dei due paesi in trent’anni.

Ne emerge che a Teheran sembrano pronti a collaborare, che le ispezioni della AIEA saranno autorizzate subito e anche – il do ut des – che, in pratica, subito, Washington consentirà l’arricchimento di uranio iraniano all’estero (resta il nodo: il primo accordo dice “la maggior parte” dell’uranio dichiarato dall’Iran… ma quant’è, la maggior parte? e definita da chi?). Il punto, poi, è che questa proposta era stata avanzata già tre anni fa. E che, allora, venne liquidata dai tre europei del 5+1 su preciso mandato (suggerimento? richiesta? ordine?) statunitense (di Bush).

Adesso quella stessa proposta pare sia stata accolta soprattutto per volontà dei russi e degli americani stessi, che hanno fatto cadere il veto— ed è sicuramente una novità rilevante da parte di Washington. Anche se l’Iran mantiene e, quindi, non molla in linea di principio il punto che per Teheran resta cruciale, il proprio punto di non ritorno che riafferma anche nell’incontro di Ginevra coi P5+1 (un incontro, comunque, molto più positivo di quanto si pensasse): il suo “inalienabile diritto” – pari a quello di qualsiasi altro paese, ripete: come gli danno atto ripetutamente, del resto l’AIEA e il Consiglio stesso di sicurezza – ad arricchire, alla fine, il suo uranio e a fare la sua ricerca sull’energia nucleare.

Adesso, si tratterà di vedere come si potranno combinare nei fatti e nei dettagli[114] la concessione che Teheran ha dovuto fare ma che gli altri hanno dovuto accettare formalmente anche loro di far “passare” la reiterata rivendicazione di fondo di Tel Aviv. E, intorno al 20 ottobre qualcosa di più concreto sembra concludersi. I P5+1, in presenza dell’AIEA e del suo direttore uscente ElBaradei che ha ancora una volta un ruolo chiave nella trattativa, concludono con l’Iran un accordo che, sulla base dell’intesa già raggiunta, pare soddisfare – a modo loro – perfino alcuni tra gli israeliani: certo, dice il vice ministro della Difesa Matan Vilnai il 21 ottobre, la pressione e la minaccia “pagano” perché dimostrano che l’Iran è “vulnerabile alle pressioni internazionali[115]

Il ministro degli Esteri Ehud Barak – l’ex primo ministro laburista che fa da copertura interna al governo più a destra della storia di Israele – si dice, invece, molto preoccupato: se l’accordo sul trasferimento “temporaneo” dell’uranio iraniano venisse compiutamente finalizzato,  sarebbe di fatto la “legittimazione dell’arricchimento del suo uranio per scopi civili”. E, secondo lui, non basta perché, invece, “l’arricchimento dell’uranio iraniano va fermato tutto, subito e in tronco[116].

In ogni caso anche in Iran i vertici sono divisi: Ahmadinejad vuole accettare, ma molti tra i suoi avversari interni, per primo l’ex negoziatore sul nucleare Ali Larijani, oggi presidente del parlamento e da sempre un “raziocinante”, sollevano dubbi e contrarietà (il principale[117]: chi ci garantisce che, poi, ci restituiscono, e effettivamente arricchito al grado promesso, l’uranio che gli consegnamo?)…

Così, alla scadenza che ElBaradei aveva solitariamente fissato per avere un sì o un no, a quattro giorni, USA, Russia, e Francia hanno detto subito sì: anche se, tra loro, per lo meno gli Stati Uniti coltivano qualche dubbio su quel che farebbe l’Iran anche se dicesse di sì… E Teheran, dopo aver detto alla AIEA che per la sua risposta definitiva ha ancora bisogno di tempo, chiede ad ElBaradei, di spiegare che l’Iran “sta considerando la sua risposta con grande attenzione e lo sta facendo favorevolmente ma che – appunto – ha ancora bisogno di tempo, fino verso la metà della prossima settimana, per una riposta ufficiale[118].

Quando la risposta, poi, arriva sembra un sì, però condizionato: pare aver prevalso la cautela sospettosa di Larijani, per cui se gli altri accetteranno l’Iran consegnerà il suo uranio ma a rate, per così dire, non tutto insieme: condizionando la consegna di ogni lotto alla restituzione del lavorato precedente[119]. L’assenso ufficiale, ma non ancora i suoi termini precisi, è annunciato a fine mese. In sostanza saranno le condizioni di Larijani, cui ha unito la sua voce anche Moussavi, il candidato “riformista” alle presidenziali battuto da Ahmadinejad. Che dice di sì all’accordo lui stesso, senza entrare nei dettagli.

L’Occidente – commenta – si è mosso da una posizione di scontro ad una di interazione con il governo iraniano. Sicuramente un progresso, che consentirà adesso – assicura – di lavorare sull’uranio e di cooperare con l’AIEA anche sui controlli, legittimi, che essa volesse condurre: “noi siamo, infatti, interessati a cooperare su combustibile nucleare, impianti energetici e tecnologia[120].

Subito fa sapere il coordinatore della politica estera della UE, Javier Solana, di aver concordato col segretario del Supremo Consiglio nazionale di sicurezza iraniano Saeed Jalili in una conversazione telefonica che c’è il bisogno di prolungare i negoziati. Solana avrebbe definito “perfetto” (ma lo dicono gli iraniani…) il pacchetto di proposte di Teheran (scambio di materiale grezzo contro consegna contestuale di materiale finito).

Una proposta che, per ragioni di facciata, non sembra andar bene ai francesi – cioè al ministro degli esteri Kouchner: la considera troppo equanime dal punto di vista iraniano per poter poi strombettare di aver vinto il braccio di ferro con Teheran (questo, più che la sostanza interessa a lui) e, forse, ha anche promesso qualcosa che non è in grado di mantenere ai suoi amici di Tel Aviv… – come, per ragioni di sostanza, non sta bene a Israele che nessuno, ovviamente – e a che titolo? – aveva chiamato a negoziare con Teheran.

Così, dopo che lo aveva detto il vice premier e ministro degli Esteri Barak, adesso lo ripete anche Tzipi Livni[121], capo del Likud all’opposizione: Teheran ciurla nel manico, se passa l’accordo, al massimo esso potrebbe costituire un ritardo per la realizzazione dei disegni nucleari iraniani ma, intanto, sembrerebbe costituire una specie di riconoscimento della legittimità del suo nucleare…

Che, però, quanto al suo diritto sul nucleare pari almeno a quello di Israele, non ha bisogno, come abbiamo visto, di riconoscimento formale di chicche e sia. Sia quel che sia, questa serie di dichiarazioni sembra concludersi con quella formale del primo ministro Netanyahu, che chiama alla fine l’accordo se poi viene raggiunto – perché se fosse proprio come lo vuole lui non verrà raggiunto, neanche stavolta – “un  primo passo positivo” che tenta adesso di impedire agli iraniani di acquisire la loro bomba[122]

Il nervosismo, chiamiamolo così di Israele, potrebbe anche in qualche modo significare il prender atto, realistico e fors’anche rassegnato, che anche chi tra i negoziatori tiene ben presenti gli interessi dello Stato ebraico non è forse più disposto però a curare anche le sue fisime e le sue paranoie. E’ vero, d’altra parte, che anche chi è paranoico, a volte, ha davvero nemici… Per questo allarmi, denunce e apparenti frenate di Tel Aviv, oltre che strumento di politica interna – è così, giocando sulla paura, che la coalizione di Netanyahu è giunta al governo scavalcando a destra la destra – potrebbero  invece rappresentare, da una parte, la conferma che non si fida, che resta in guardia e che è sempre pronta a sferrare il suo colpo preventivo, anche nucleare se – a suo giudizio e fregandosene di ogni remora – ce ne fosse bisogno.

Da settimane, del resto, Teheran, e non a caso, aveva ricominciato a puntualizzare che su quello che essa considera l’essenziale – e che Israele considera inaccettabile ma che senza andare in guerra, e magari anche andandoci, non sa come fermare – non ci pensava neanche a cedere: se, al dunque, altri paesi non forniranno il combustibile arricchito al 20% di cui l’Iran ha bisogno per alimentare i suoi impianti di produzione dell’energia come adesso sembrano impegnarsi a fare, allora l’Iran – che in linea di principio e comunque non rinuncia mai al diritto a produrselo da sé – riprenderà ad arricchirlo per conto suo.

Intanto, la UE ritocca, sempre fra mille ambiguità, la dichiarazione di soddisfazione di Solana, Adesso precisano, per iscritto, al Consiglio europeo sottolineano che se l’Iran vuole migliori rapporti con l’unione deve onorare l’accordo di principio che aveva raggiunto coi P5+1, teso a “limitare l’arricchimento del suo uranio”. Già, limitare[123]…. È lì tutto il busillis…  

Pare in sostanza consolidarsi, mentre chiudiamo queste note, l’impressione che in realtà la controproposta iraniana non riesca a soddisfare l’esigenza di garantire ai richiedenti la neutralizzazione nucleare dell’Iran stesso, come era anche ovvio. L’Iran reitera l’accordo di principio ma chiede di fissarne, in dettaglio, tutti i dettagli[124]: quando, quanto, come consegnare alla Russia l’uranio da arricchire; e quando, quanto, come ricevere quello, in cambio, arricchito… ma israeliani, americani, occidentali in genere temono – o fanno vedere di temere – che sia un altro “trucco” degli iraniani per perdere tempo e vorrebbero che dicesse loro sì e senza condizioni… Cosa, per lo meno, improbabile.

Certo,  uando, quantro e come ricevernme conetstualmente di arricchito dal 2006, quando la proposta iraniana venne respinta, sono scattate, in effetti, almeno tre novità: è cambiato il governo americano, da Bush a Obama, per cominciare; il governo iraniano, in un modo o nell’altro, è comunque riuscito a restare al suo posto dopo le elezioni; forse, tutti – soprattutto gli americani – adesso hanno fatto qualche conto, dandosi ragione del disastro economico che, a parte ogni altra considerazione, un intervento militare contro l’Iran scatenerebbe...

Nel frattempo, l’Iran continua a giurare che il suo lavoro nucleare è limitato soltanto all’energia e non all’armamento. Ce l’ha soprattutto,però, coi due pesi e le due misure con cui il mondo, cioè in sostanza gli Stati Uniti, gli unici a contare davvero, lo stanno trattando. E su questo double standard, basta vedere i fatti, Teheran sembra proprio avere ragione.

Per dire. L’assemblea dell’AIEA, che si è riunita a Vienna il 18 settembre e ha riferito al Consiglio di sicurezza dell’ONU di un non completo, senza riserve cioè, adeguamento dell’Iran alle intimazioni che gli ha fatto lo stesso Consiglio – anche se al di là di quanto legalmente l’ONU potesse poi chiedergli come paese firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare— cosa della quale ripetutamente esso stesso dà atto all’Iran stesso – ha anche adottato poi una risoluzione che esprime “preoccupazione per le capacità nucleari di Israele” e chiede all’Agenzia stessa di “lavorare” sulla richiesta fatta a Tel Aviv da decenni di aderire al Trattato di non proliferazione[125].

La cosa vagamente sconvolgente, e non a torto a noi sembra e che ovviamente scandalizza l’Iran, è che questa mozione sia stata votata da 49 Stati soltanto, con 45 voti contro e 16 astensioni: tra i favorevoli anche Russia e Cina, ma contro Stati Uniti e tutti gli Stati dell’Unione europea (si può sapere, di grazia, perché?[126]). E David Danieli, vice direttore della Commissione israeliana per l’energia atomica, ha dichiarato immediatamente che Israele “rifiuta di cooperare categoricamente con questa risoluzione[127].

Dunque, Israele che si è dotato di decine di armi nucleari e non è firmatario del TNP può dire e fare quello che vuole. Bernard Kouchner, il playboy che dopo aver fatto per anni l’ “umanitario” di mestiere fa adesso il ministro degli Esteri di Francia, nella sintesi che della sua intervista concessa a un organo conservatore britannico importante, dice  che “le ambizioni nucleari dell’Iran hanno dato il via a una ‘corsa verso lo scontro’ con Israele” e che “spetta alle principali potenze nucleari del mondo spezzare questo stallo prima che lo Stato ebraico ‘reagisca’[128].

Che, se rileggete la frase con attenzione, è un poema: dunque sono le ambizioni nucleari iraniane ad essere colpevoli, non le realtà nucleari esibite da altri, come Israele, ad esempio. Il perfetto esempio, in effetti, di due pesi e due misure, anzi anche peggio: perché qui chi rincorre è colpevole e colpevolizzato e virtuoso, invece, è chi ha iniziato la corsa… Kouchner spiega che Israele offrirà di aspettare qualche tempo prima di reagire ma reagirà appena secondo lei avvertirà il pericolo. Per questo, spiega, il dialogo è una priorità e, per questo, nei mesi a venire, potrebbero ancora essere necessarie altre sanzioni (come forma di dialogo, naturalmente…) anche se sarebbe, poi, riluttante ad imporle.

E’ qui che esplode il paradosso. L’Iran è un paese con migliaia di anni di storia come paese unitario che dai tempi di Serse e Dario (quinto secolo a.C.) non uinto secolo a.C.) ha occupato e non occupa  un centimetro di territorio straniero da millenni, né fatto guerra a nessuno da secoli, e che purtroppo, è vero, è guidato da una leadership che appare spesso (Ahnadinejad) fanatica e irresponsabile. Ma non tant o più fanatica e irresponsabile (rileggetevi certe dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, Lieberman, per non parlare del primo ministro, Netanyahu) di quella di Israele.

Israele, per contro, è uno Stato nato nel 1948 da una situazione storica eccezionale (l’Olocausto) perpetrata contro gli ebrei dagli europei e fatta pagare agli… arabi perché lì, duemila anni fa, c’era l’antica terra di Israele… Ora, occupa dal 1967, con la forza delle armi, con larghe e compiacenti coperture internazionali e contro il diritto, i territori che ha conquistati, negando ogni parità di diritti economici, civili e politici ai milioni di arabi palestinesi che li abitano. Ed è un pese che da decenni si è dotato di armi nucleari, ne possiede centinaia e ha sempre perciò rifiutato di aderire al Trattato di non proliferazione…

L’Iran – che armi nucleari sicuramente finora non ha e ha firmato il TNP – no, all’Iran è proibito: non solo farsi la bomba ma anche produrre energia atomica e condurre ricerca in campo nucleare. Anche se gli basterebbe ritirare la sua firma al Trattato per riacquisire il diritto, come ogni altro Stato sovrano, di farsi la propria bomba— che, naturalmente, è altra cosa (ma altra per tutti e ciascuno: per Pakistan, India, Cina, Israele e Russia, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti ) dal fare la cosa giusta.

Perché? Perché sì… e più non dimandate! Avevate letto, voi, da qualche parte sui media nostrani, la notizia della richiesta dell’AIEA a Israele che sopra riportiamo e documentiamo e del rifiuto secco, sprezzante addirittura, di Israele? Noi non siamo riusciti a trovarla e siamo pronti a scommettere, dieci contro uno, che neanche voi. E siamo sicuri di vincerla, la scommessa… Eccoli i due pesi e le due misure, ormai intollerabili. Se non in base a presupposti non più di diritto o politici, ma di fede: rigorosamente, però, tra virgolette.

Chi ha cercato, responsabilmente, di raffreddare i tanti bollori bellici abbassando per lo meno la temperatura retorica, commentando i lanci missilistici che Teheran continua a fare – come ogni altro paese che li voglia fare – è stato il ministro della Difesa americano, Robert Gates. Che, d’altra parte, ha ripetuto una posizione difesa anche quando occupava lo stesso posto con Bush contro i falchi di allora, ancor più bollenti e truculenti di quelli di oggi. Da sempre sostiene che gli Stati Uniti contro l’opzione nucleare dell’Iran non hanno alcuna opzione militare efficace.

Ha detto, testualmente, Gates che ormai sarebbe necessario rendersi conto che “nessuna opzione militare”, neanche il bombardamento dell’Iran – e si sa bene a chi pensava – “riuscirebbe a fare niente di più che guadagnare un po’ di tempo. L’unico modo con cui si può arrivare ad avere un Iran senza armi nucleari è se il governo iraniano decide che la sua sicurezza diminuisce e non si rafforza col possesso di quel tipo di armi[129]. Poi tutti sanno che, alla fine, però il jolly nella questione sarà Israele. Se si accontenta… se no, magari attacca e, magari a quel punto, muoia pure Sansone…

D’altra parte, proprio sul suo rapporto con Israele, Obama sta correndo il rischio di arrendersi senza neanche provare a combattere. Aveva proclamato, addirittura nel discorso del Cairo, che senza ma e senza se Tel Aviv doveva smantellare e bloccare gli insediamenti illegali, tutti, che aveva eretto in Cisgiordania a bloccare ogni progresso verso una difficile pace… e allora che gli arabi avrebbero dovuto decidersi a riconoscere Israele.

E, adesso, sembra proprio che si sia rimangiato tutto. Bibi Netanyahu gli ha detto no, secco e chiaro. E lui che fa retromarcia, invece di far pesare sul rissoso alleato il peso che ha (sui 4-5 miliardi di $ all’anno di aiuti solo militari a Tel Aviv ogni anno: quello che aveva fatto con successo perfino Bush padre, prima di Clinton). Insomma, si è fatto letteralmente umiliare da Netanyahu.

Ma forse si sta rendendo conto che così non può andare avanti più a lungo, proprio per il futuro della sua presidenza. In questo campo – Iran, Medio Oriente, Afganistan – come in altri, economia, politica sociale, politica interna, dove sembra troppo spesso ormai alzare le mani. A sentire alcuni degli uomini a lui più vicini, anche tra i più filoebrei e filoisraeliani dell’Amministrazione, sta imparando che se lascia dettare la sua politica mediorientale al governo più a destra della storia di Israele, la sua politica – quella annunciata al Cairo – subirà un clamoroso collasso e la credibilità stessa della sua  presidenza subirà una botta davvero devastante…

Quest’uomo mi preoccupa—scrive, ragionando di questo un suo fan israeliano, un osservatore tra i più progressisti di questo paese che scrive, per felice scelta editoriale di un grande quotidiano su un giornale chiaramente di destra[130]. E’ uno che si dà obiettivi meravigliosi ma sembra non avere la minima idea di come arrivarci. Quando qualcuno gli dice un “no”, lui si blocca. D’istinto, si ritrae nella forma mentis dell’intellettuale rarefatto, si fa schifiltoso, dice a  se stesso che lui a quel livello non scende, si allontana e si rimette a pensare alle sue grandi idee.

   Che per un professore va benissimo, ma per un leader politico no. In un leader politico questo atteggiamento si traduce nella volontà di non combattere. Diventa debolezza. E la peggiore reputazione che si possa fare un leader politico – quella che lo può distruggere come nessun’altra – è di essere un debole. Ma non considerate Obama un caso ormai perso. E’ ancora nuovo nel suo lavoro nuovo e ha certe risorse che lo serviranno bene per arrivare dove vuole arrivare. E’ uno che impara presto, specie dai suoi sbagli…

   In Israele – certo, al governo e nella destra – adesso ridono di lui…E’ floscio, dicono. Questa è la reputazione che si sta facendo… Ma  proprio per questo ho fiducia che, alla fine, non mollerà.  Non è arrivato tanto lontano e non si è dato obiettivi così alti per lasciarsi imbrigliare, per diventare così presto dopo essere entrato alla Casa Bianca, un’anatra zoppa. Non è uno cui piaccia fare a botte, sicuro. Ma è troppo ambizioso, troppo in gamba, e si è messo intorno una serie di veri pescecani per farsi fregare così”…

Ma se continua così – e il dramma è che capita tropo spesso ormai anche in politica interna, politica economica, politica sociale – finiranno col ridergli dietro anche molti tra gli americani. E proprio quelli che alla Casa Bianca lo hanno portato. Semplicemente perché, troppo spesso, sembra rinunciare a dare battaglia e cercare per raggiungere i suoi grandi obiettivi, ma così inevitabilmente castrandoli, la strada del compromesso, la strada della minor resistenza…

Sulla questione del nucleare iraniano, da bloccare a ogni costo, o quasi, e di quello israeliano, da assolvere invece a ogni costo, anche se quello forse domani potrebbe diventare militare e questo sicuramente lo è, non è certo questa l’unica incongruenza. Il problema, in fondo, è se il mondo può o no sopravvivere con un altro paese nucleare oltre a quelli che già ci sono.

Certo, sarebbe meglio che non ne venissero fuori altri. Ma il fatto è che nessuno potrà mai impedirlo, comunque, come insegna il segretario alla Difesa, Robert Gates[131]. Ritardarlo un po’, forse, ma facendo una guerra preventiva e, così, condannandosi però a una rappresaglia sicuramente inevitabile…

Però, questa non è neanche l’unica incongruenza di cui bisognerebbe preoccuparsi. Sapete quale paese asiatico ha di recente proclamato ufficialmente che sta considerando una strategia nucleare del ‘primo colpo’ contro i suoi avversari nella regione, rifiuta di firmare il Trattato di non proliferazione e gioca un ruolo chiave in una corsa agli armamenti drammaticamente rischiosa per la pace nel continente.

No. Non è certo l’Iran, anche perché non potrebbe mai parlare, né pensare a un ‘primo colpo nucleare’: non può, anche se volesse. Non è neanche la Cina, che sta sostenendo tute le proposte di disarmo in discussione, comprese quelle adesso presentate da Obama. E non è, se non riferendosi strettamente all’Iran, contro il quale il ‘primo colpo’ non è soltanto considerato ma addirittura preannunciato da tempo, neanche Israele…

E’ l’India, e la promessa-minaccia è quella del suo capo di stato maggior generale Deepak Kapoor[132]. L’India, la democrazia più grande del mondo che non una volta soltanto, nel suo rapporto spesso conflittuale col Pakistan e con la Cina, ha portato il mondo più vicino di ogni altra potenza allo scontro nucleare e che, malgrado ciò, è festeggiato da tutti, Stati Uniti in testa che con esso collaborano in campo nucleare, come il paese di Gandhi… un paese che Gandhi, però, l’ha ormai sepolto da molti, molti decenni.

Il punto, anche e perfino per Israele, è se il caso dell’Iran sarebbe tanto diverso per cui si dà per scontato che al dunque Israele stessa, gli USA, la Cina, la Francia… userebbero le loro armi nucleari solo per auto-difesa, cioè come ultimo deterrente; mentre l’Iran, i suoi governanti, lo farebbero perché sono pazzi.

Infatti, facendolo, “cancellerebbero” il proprio paese e se stessi totalmente e per sempre dalla mappa geografica per la soddisfazione di provare a cancellare Israele (loro la bomba non ce l’hanno, almeno ancora: e quando, e se, ce l’avranno, saranno forse una o due; Israele, di bombe nucleari, ne ha adesso tra le 150[133] e le 200).

Se è così, cioè se sono pazzi, non c’è niente da fare se non affidarsi, forse, per chi ci crede, alla misericordia divina perché ci si troverebbe di fronte a un coacervo di governanti fuori di testa che non predicano solo, come talvolta qualcuno di loro magari sembra anche fare, il “martirio” di singoli fanatici ma il martirio di un intero popolo di 70 milioni di abitanti— cosa che nessuno neanche lì si è mai sognato di fare…

A proposito di sanzioni, e di quanto ridicole poi in effetti esse siano anche solo a parlarne, l’Iran annuncia che la Cina ha deciso di investire fino a 20 miliardi di $ nel suo settore energetico. Lo rivela il primo vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Rahimi, affermando che l’accordo è stato raggiunto recentemente a Pechino. E’ vero Pechino non conferma. Ma non smentisce neanche[134]

E sempre a Teheran, il vice ministro del Petrolio Ibrahim Radazoun annuncia che anche la Turchia investirà dai 3,5 ai 4 miliardi di $ nella sesta fase di sviluppo del gas metano della parte iraniana dell’immenso giacimento sottomarino di Pars Sud, condiviso con il Qatar… Questa è una notizia ufficiale, informa la CNNTurk, precisando che l’impegno riguarda un livello minimo di 35 miliardi di mc3 di produzione[135]

E il primo ministro turco Erdogan, in visita a Teheran al collega Ahmadinejad, avverte tutti che bisognerà rivalutare adeguatamente l’importanza cruciale dell’Iran per il completamento del gasdotto Nabucco: tutta la parte che dall’Iran stesso, appunto, porterebbe anche dalle altre regioni del Caspio il metano fino ad Ankara, per poi proseguire fino all’Austria e all’Italia[136].

Ma la Turchia, a conclusione di una visita a Teheran del primo ministro Erdogan, annuncia anche un’altra iniziativa che potrebbe restare anche solo un annuncio, ma il cui significato politico e già, appunto, tutto e solo nell’annuncio. Negli scambi con l’Iran[137], e anche con la Cina, import e export, e viste le minacce sanzionatorie che incombono su Teheran, viene annunciato che i conti reciproci, dare ed avere, verranno regolati parzialmente, e inizialmente per almeno il 20% del totale, invece che in dollari o in euro nelle rispettive valute nazionali, la lira e il rial.

Intanto l’Iraq, proprio in questi giorni annuncia di volersi ricostruire i reattori nucleari[138] che prima gli israeliani (1981, il Tamuz-1, battezzato Osirak, Osiris+Irak, dal costruttore francese) e poi gli americani (all’inizio della prima guerra del Golfo, una decina di anni dopo: Tamuz-2 e Tamuz-14) distrussero a Saddam.

Ma il momento per chiederlo sembra il più improbabile… Anche perché nel paese il caos si va facendo sempre più generale, se possibile ancor più di quanto sia già. Sono ricominciati gli attentati con decine e decine di morti tra la popolazione civile e la sicurezza vantata come acquisita che sembra andarsi a far benedire. Ma, se possibile, ancora più grave è lo stallo politico che sta paralizzando la ricerca di una qualsiasi stabilità nel paese. Insomma, l’Iraq resta un carnaio: i due attentati suicidi di ottobre hanno riportato il paese al periodo peggiore di anarchia bombarola, quello precedente alla grande escalation americana di Petraeus del 2007.

E pare proprio – non c’è solo la consueta rivendicazione: stavolta c’è la conferma dei sevizi segreti americani che, stavolta, sembrano averne le prove – che i 155 morti delle due bombe di Bagdad di fine ottobre sono responsabilità del gruppo che si autodefinisce Stato islamico dell’Iraq, filiazione di al-Qaeda che ricompare così in forze nel paese, dopo essere ormai sparito – dice il gen. Jones, Consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca – dall’Afganistan[139].     

E, adesso, oltre a ridiventare una specie di massacro eretto a paese e ad imporre a tutti la memoria del fatto che, qui, da diversi secoli prima dell’invenzione degli Stati Uniti d’America sciiti e sunniti si sono odiati e combattuti senza pietà, l’Iraq si conferma ancora più gonfio di corruzione, economica e anche politica, di quanto mai sia stato in passato… anche sì, anche di quanto fosse ai tempi di Saddam Hussein…

Sono tre anni che il parlamento è radicalmente spaccato e non riesce a passare la legge sulla suddivisione dei profitti e la responsabilità di gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere tra i vari gruppi, principalmente sciiti, sunniti e curdi. Adesso – comunica Ali Hussein Balo, il presidente di etnia curda della Commissione parlamentare petrolio e metano – è stato deciso di posticipare la discussione a dopo le elezioni di gennaio prossimo. Si tratterà, poi, anche di regolare la suddivisione degli utili che le compagnie petrolifere dovranno lasciare al paese tra Bagdad e le province[140].

Ma c’è un forte scontro anche e proprio sulle elezioni, sul modo di formare le liste dei candidati al parlamento. C’è forte opposizione alla lista chiusa (all’italiana, il porcellum per intenderci, dove le liste le fanno i vertici di ogni partito) tra alcune importanti componenti sciite e è fatta in nome della democrazia e della partecipazione.

Il Grand Ayatollah Ali al-Sistani, in primo luogo, si dichiara durissimamente contrario: con tutto il peso morale e politico che esercita senza aver partecipato mai in prima linea alla vita politica del paese: gli americani, per dire, sono convinti che, malgrado la totale ostilità “culturale” che il suo profondo islamismo gli ha sempre dettato nei loro confronti, è stata la loro tacita alleanza con lui, e con il mondo sciita attraverso di lui, che ha consentito loro di sopravvivere agli anni più duri dell’insorgenza sunnita, dal primo dopo Saddam fino al 2006.   

Se passa la lista unica fa sapere al-Sistani, lui si asterrà dal chiedere agli iracheni di partecipare alle elezioni, stavolta[141].

In parlamento, a seguire fino in fondo e anzi a sollecitare nel senso dell’intransigenza di principio il loro leader al-Sistani, c’è il blocco di deputati sciiti che fanno capo a Muqtada al-Sadr, il combattivo leader ribelle degli sciiti alleati ma indipendenti dal governo al-Maliki. Considerano una truffa e anzi un “tradimento del popolo iracheno” un sistema di liste chiuse che imponesse dall’alto i deputati da “eleggere”.

Al-Sadr, poi, è anche ferocemente contrario alla proposta di votare in segreto gli emendamenti alla legge elettorale che porterebbero al voto a lista bloccata, perché apre troppe possibilità di comprarsi i voti, del resto spesso verificate in passato e minaccia, se insistono, di rendere impossibile il quorum in parlamento facendo mancare il numero legale[142].

E c’è chi in America si fa nervoso e invoca – con la solita ma, certo, anche ben comprensibile incapacità, perfino dei più sofisticati osservatori d’America, di comprendere processi e culture diverse dalla propria che provoca tanto spesso, poi, esiti ferali proprio per questa impazienza – “il bisogno che ormai si impone agli Stati Uniti di dare ai leaders politici dell’Iraq un bel calcio nel sedere perché mettano fine al loro stallo sulla legge elettorale[143]. Non è che abbiano torto. E’ che così neanche coi propri lacchè ci si può permettere di parlare se poi da loro si continua, in qualche modo, a dipendere…

Né i calci nel sedere, però, né l’accelerazione e l’urgenza imposta dall’escalation degli attentati hanno convinto il parlamento iracheno a superare lo stallo. Il 27 di ottobre, in qualche modo, viene parzialmente sbloccato questo ostacolo principale, con un po’ più di attenzione ma ancora poca chiarezza tra lista bloccata e lista aperta; ma resta massiccio e immutato il macigno sul modo di elezione nella provincia di Kirkuk che vede sempre divisi e quindi reciprocamente “bloccanti” curdi e iracheni. Qui, ovviamente, semplifichiamo. Ma questa, alla fine, è la situazione: l’accordo precario, rappecettato, trovato ai vertici del paese, viene respinto dal parlamento[144]

Un altro bel nido di vipere, dalle notizie che si vengono accumulando, al momento, sembra del resto anche Washington, D.C. C’è, ormai anche palese, una feroce lotta intestina nell’Amministrazione, tra chi vuole muoversi con e aiutare Obama a disinnescare con la questione della proliferazione e della riduzione degli equilibri strategici nucleari anche il bubbone degli antimissili ai confini russi e chi invece, da dentro l’Amministrazione stessa, tenta di tutto per rovesciarne la decisione.

Un esempio, uno solo, ma che tra gli addetti ai lavori dice moltissimo: l’assistente segretario alla Difesa per le questioni della sicurezza nazionale, Alexander Vershbow – già ambasciatore di Bush in Russia, alla NATO e nella Corea del Sud, dove in particolare si era messo in evidenza per il suo ruolo di falco, col sindacato della Corea del Sud ne aveva chiesto l’espulsione per la sua ostilità viscerale a qualsiasi contatto intercoreano…[145] – annuncia che il Pentagono considera l’Ucraina come potenziale sito per il dispiegamento della sua radaristica antimissilistica…

Cioè, il messaggio sarebbe che, subito dopo aver rinunciato per volontà di Obama agli antimissili americani in Polonia e nella Repubblica ceca, adesso si pensa di piazzare altri antimissili, e i loro radar serventi – o in ogni caso questi ultimi – in Ucraina? sempre a gittata di fionda dal territorio russo… Monta, prevedibile, un qualche allarme da parte di Mosca e subito arriva una smentita da Kiev. Addirittura, e in persona, la smentita formale è del ministro degli Esteri Volodymyr Khandogiy che afferma come la notizia al governo ucraino “non risulta[146].

Ma, anche qui, il problema è che forse risulta all’altro ramo della governance ucraina, quello che fa capo, contro primo ministro Timoshenko e governo al presidente Yushenko… un governo totalmente diviso al suo interno, perché qui la frammentazione non è solo tra maggioranza e opposizione ma pure, e più duna anche, dentro la maggioranza…

In effetti, qui, in Ucraina si va preparando la prima campagna presidenziale da quando le forze alleate filoccidentali di Yushenko e Timoshenko riuscirono a far fuori il vincitore piuttosto dubbio di elezioni che erano sembrate effettivamente truccate, il presidente Yanukovich, piuttosto – come si semplificava allora – “filorusso”.

Adesso, ui, ui, cqui,. qui, chiunque alla fine risulterà vincitore, gli si prepara una gatta da pelare che non potrà rimandare di affrontare oltre, di portata catastrofica. Per l’accumulo in una discarica di fatto, nota quanto illegale, di vecchi pesticidi che causano alte probabilità in chi vi è esposto anche da abbastanza lontano di contrarre il morbo di Parkinson.

Si tratta di un enorme quantità di esaclorocicloesano (HCH), definito da chi lo studia come “la più grande bomba chimica ad orologeria che esista oggi in Europa”: diecimila tonnellate nella vecchia fabbrica chimica di Kalush, in Ucraina occidentale, sul fiume Dniester, che in caso di esondazione avvelenerebbe l’habitat di oltre sette milioni di abitanti in Ucraina e in Moldova[147]. Ripulire il tutto  costerebbe almeno 1 miliardo di €.

Non è certo l’unica discarica di materiale chimico pericoloso e obsoleto perché in tutto è stato calcolato che esistano dalle 180 alle 280.000 tonnellate suddivise tra il territorio dell’Unione europea, quello dell’Europa sudorientale e le vecchie repubbliche dell’Unione sovietica, tra le quali l’Ucraina ha il record di 30.000 tonnellate di veleni  in 4.500 luoghi di “interramento”.

A fine ottobre, in tutti i sondaggi, l’ultimo e di gran lunga è proprio il “filoccidentale” Yushenko, cui la gente imputa non solo le conseguenze di una crisi economica particolarmente grave ma anche gli esiti addirittura controproducenti di una ricerca di alleanze a senso unico, verso occidente che ha inimicato al paese Mosca e gli è costato molto in termini economici con la promessa millantata, vana e impossibile, di farlo entrare nella UE e nella NATO e alle elezioni.

Il primo è il vecchio presidente “filorusso” Yanukovich che, però, nel ballottaggio se la dovrà vedere con il secondo candidato, la attuale prima ministra Timoshenko, già alleata di Yushenko ma oggi da lui lontana e molto più attenta, anche lei, alla real-politik imposta dalla vicinanza, dalla lingua e dalla storia comune col grande vicino dell’Est[148].

La trovata del russofobo americano Vershbow della radaristica antimissilistica USA da piazzare in Ucraina, è sembrata a tutti una manovra congiunta e assai grezza condotta con Yushenko e giocata – ma calcolando assai male il momento e anche, ormai, il clima interno ucraino – contro gli altri due candidati. E subito sgonfiata dalla necessità, avvertita dallo stesso Dipartimento di Stato, di venire smentita nei confronti dei russi…

uando la cvosiddetta rivoluzioern  oparancione , alleando el froze filooccidentali di Yusehenko e Timoshenko contro quelle più filorissssse di el trpesidenmte Yanukovic

A questo punto è entrato in campo, come si dice, lo stesso ministro degli Esteri russo, Lavrov: sminuendo volutamente la pesantezza della notizia e limitandosi, in prima battuta, a commentare che la cosa è “inaspettata” e che, in ogni caso, Mosca aspetta “chiarimenti pieni dall’originale”: cioè dal governo americano, specificamente dalla sua controparte, Hillary Clinton[149] (che lascia precisare al suo ufficio stampa trattarsi solo di un ipotesi di scuola, del tutto… ipotetica).

Ma, in seconda battuta, i russi la prendono più seriamente e, non a caso in sede di Nazioni Unite dove Obama aveva lanciato il suo grande, utopistico (non certo in senso spregiativo) appello alla distruzione di tutte le armi nucleari, cominciano a sollevare problemi sulla questione della riduzione degli armamenti strategici tra Mosca e Washington, e non a caso col presidente Medvedev in prima persona sollevano un problema che si fa, invece, pesante: gli Stati Uniti “devono” decidersi a far progredire il  processo di riduzione delle armi strategiche[150].

In un’intervista che segue immediatamente alla dichiarazione di Lavrov, Medvedev mette i trattini su tante “t”: è evidente, afferma, che se trattiamo di non proliferazione nucleare, non dobbiamo squilibrare il rapporto tra armi offensive e armi di risposta, sia per numero di missili che di aerei che trasportano le testate nucleari che di ordigni nucleari stessi.

E’ il problema che esiste dall’inizio della storia della spada e dello scudo, della lancia e della corazza, che a ogni progresso dell’una o dell’altro rilancia la corsa agli armamenti. Abbiamo un’occasione storica in questo momento, dopo l’accordo raggiunto con Obama e dopo il suo discorso all’ONU: un’occasione di trattare la cosa seriamente. Ma è necessario, per progredire e tagliare i missili offensivi che né loro né noi, nel frattempo, ci mettiamo a squilibrare questo delicatissimo equilibrio. Tanto meno unilateralmente…  

A chiarire fino in fondo il punto aveva pensato l’ambasciatore russo alla NATO, Vitaly Churkin, già il giorno prima, su mandato preciso e dichiarato, nel corso di un convegno della Commissione dell’ONU sul disarmo e la sicurezza internazionale[151]: il rafforzamento bilaterale di un sistema di difesa missilistico complica maledettamente il processo di disarmo nucleare. La Russia è contraria a ogni squilibrio deciso unilateralmente: blocca ogni progresso. Rafforzare il regime di non proliferazione nucleare e rilanciare il processo di disarmo nucleare sono obiettivi raggiungibili solo in un clima di stabilità strategica e di garanzie di sicurezza equilibrate.

Per cui bisognerà discutere di ogni iniziativa che tenda a variare unilateralmente il rapporto tra spada e scudo: come nel caso dell’Ucraina o di Polonia e Cechia se, come sembra, gli americani offriranno il sistema anche a loro… Questo il “chiarimento” russo, al quale non c’è risposta ma che è stato annotato da tutti, ovviamente.

Mentre la Slovacchia tiene, da parte sua, a mettere le mani avanti e col primo ministro, Robert Fico, dice al vertice NATO di Bratislava che, finché lui resterà presidente del Consiglio (qualificazione inevitabilmente restrittiva dell’impegno…), il suo paese non è disponibile ad ospitare parte del sistema antimissilistico americano anche nella forma meno “provocatoria” di quella ormai cancellata dagli americani stessi e che i russi consideravano, sulla soglia di casa loro, del tutto inaccettabile. Lui capisce, e condivide proprio come ha ripetuto diverse volte il premier italiano, le riserve che sull’idea esprimono i russi[152]

Tra l’altro, secondo recentissimi studi europei, russi e anche statunitensi[153], alla fine – per il 2015, quando si dovrà riparlarne non più a chiacchiere ma operativamente – gli americani potrebbero non installare alcun sistema di difesa balistico basato a terra in Europa. Ritenendo sufficiente allo scopo la prima parte del sistema antimissilistico, quella basata in mare che diventerà comunque operativa già diversi anni prima.

Basata in mare, su piattaforme navali (cacciatorpedinieri, portaerei, ecc.) è sicuramente un sistema di armi assai meno contenzioso ma come quella basata a terra sarebbe una difesa, comunque, tecnicamente assai problematica se fosse mai necessaria del territorio europeo da eventuali missili, oggi iraniani domani chi sa… La difesa migliore resta, infatti, la deterrenza: la convinzione che faccio meglio a restare fermo perché se cerco di distruggere qualcuno, lui prima distrugge me.

Intanto, a metà ottobre Hillary Clinton è andata a Mosca incontrando tutti i signori del Cremlino. Alcune fonti in America[154] hanno detto che in cambio dell’appoggio russo a sanzioni dure all’Iran avrebbe offerto oltre al definitivo affossamento degli antimissili di mettere la mordacchia alle critiche americane ai russi sui diritti umani, ma francamente mentre forse la prima offerta è fattibile – bisognerà lisciare il pelo a polacchi, cechi e affini, ma è possibile – la seconda cosa a noi pare impossibile anche perché per l’America, per come è fatta l’America – con la sua straconvinzione di eccezionalità morale dappertutto imperante – oltre che impraticabile è inconcepibile.

Più realistico e più probabile, più sensato, invece è pensare che la Casa Bianca possa d’ora in poi di fatto, nei fatti, senza proclami rinunciare alla “promozione” attiva – attivamente “sobillata”, secondo alcuni, “aiutata”, secondo altri, da servizi segreti americani e fondazioni più o meno indipendenti ma spesso foraggiate dal governo delle cosiddette rivoluzioni democratiche – vere o presunte, più o meno colorate, arancioni, dei garofani, verdi, ecc., ecc. – per lo meno nei territori russi e forse anche ex sovietici.

Di fatto, finora, USA e Russia si sono scambiate la rinuncia a due cose inesistenti: inesistenti sono, infatti, le installazioni antimissilistiche in Europa orientale, ma altrettanto inesistente è l’influenza, del tutto presunta in realtà, della Russia sull’Iran. Sì, una buona parola ce la metteranno: non hanno interesse neanche loro a vedere Teheran dotarsi di una bomba. Ma mentre loro interesse è quello di veder sparire le atomiche da tutto il Medio Oriente e non solo da un paese dove, almeno ancora, sono… inesistenti, non sembra che analogo sia l’interesse degli Stati Uniti d’America.

Alla fine degli incontri bilaterali, Sergei Lavrov, con la Clinton seduta accanto a lui, ha dichiarato che il progresso dei due paesi sulla via della riduzione degli armamenti strategici attraverso il rinnovo del trattato START che scade a fine anno è “considerevole”. Anche la posizione dei due paesi sull’Iran, del resto, egli afferma, “coincide” per cui “nessuno dei due paesi ha dovuto chiedere all’altro niente in proposito”.

Affermazione, diciamo pure, un po’ vaga: gli USA, se l’Iran non va a Canossa, auspicano infatti sanzioni dure – l’embargo sull’import della benzina in un paese che, per quanto ricco di petrolio qual è, non ha mai potuto dotarsi, per volontà delle grandi compagnie petrolifere, di una vera rete di raffinazione – e da quel che si sa la Russia non è affatto d’accordo— Lavrov stesso, davanti a Clinton, ha precisato che quando Medvedev qualche settimana fa ha detto che qualche volta “le sanzioni diventano inevitabili… parlava in generale, in linea teorica, non si riferiva affatto all’Iran”, come in America avevano troppo frettolosamente concluso[155]

Sullo START, pare che una proposta americana ai russi per la prima volta includerebbe misure di verifica de visu – cioè con ispezioni americane nei siti russi e viceversa – sulla riduzione effettiva di missili strategici e testate nucleari. Non è ancora chiaro se Mosca ci sta, ma finora questa era stata una richiesta mai formalizzata dei russi perché sempre dichiarata irricevibile dagli Stati Uniti. Sarà un problema, però, perché la reazione degli ambienti politici più vicini ai militari in America è stata subito furibonda (la sera del 13 ottobre, bastava sentire alcuni dei collegamenti sul “lupo che veniva così autorizzato a entrare nell’ovile” su Fox News per farsene un’idea… e non abbiamo dubbi che in Russia, in ambienti analoghi anche se meno, come dire, pubblicizzati le reazioni sono state le stesse). E per il prossimo aprile è stato già fissato a Washington, tra USA e Russia, un “vertice sulla sicurezza nucleare[156].

Ecco che, però, in un periodo come questo, mentre USA e Russia parlano, stavolta sembra davvero seriamente, di riduzione dei rispettivi magazzini di armi nucleari strategiche, mentre il presidente degli USA riceve – forse un po’ prematuramente, è vero – il premio Nobel della pace per la sua “vision” di un mondo senza armi nucleari, arrivano due notizie in totale contraddizione.

La prima è che Mosca e Washington potrebbero arrivare a sottoscrivere formalmente un accordo su un nuovo Trattato START prima che il 10 dicembre Obama riceva il suo premio Nobel per la pace: e pare che la proposta arrivi con insistenza, e con grande finezza, proprio dal Cremlino, non dalla Casa Bianca… E’ stato già raggiunto un accordo sul tetto concordato di missili e ogive offensive capaci di portare a bersaglio testate nucleari e si deve adesso lavorare a precisare quali saranno i sistemi difensivi – gli antimissili – consentiti. Non si è concluso su questo punto – la spada e lo scudo – ma si sono fatti progressi[157].

La seconda che, almeno a chi scrive, appare molto molto incoerente col senso della prima, è che la Russia, proprio oggi, avendo appena concluso la revisione della sua dottrina nucleare strategica, annuncia di adeguare la sua a quella ufficiale degli Stati Uniti. D’ora in poi, proprio come da anni fanno gli americani, si riserva “il diritto a un attacco atomico preventivo se e quando sentisse minacciata la sua sicurezza[158]. Lo ha detto al giornale Izvestia, il capo del Consiglio nazionale di sicurezza russo, Nikolai Patrushev, annunciando che entro fine anno la revisione completa e la proposta verranno consegnate al presidente Medvedev.

Spiega che “già sono state riviste le condizioni in cui potrebbe venire considerato l’utilizzo di armi nucleari per respingere un’eventuale aggressione condotta anche con armi convenzionali non solo su larga scala ma anche a dimensione solo regionale o anche locale”. E viene subito in mente il conflitto con la Georgia di un anno fa…

Patrushev non lo dice, ovviamente, ma lo fa capire richiamando alcune delle condizioni che la dottrina nucleare strategica americana in vigore postula il primo uso, anche preventivo, di armi nucleari, definito come “diritto sovrano degli Stati Uniti d’America[159]. La novità, adesso – contraddittoria dicevamo… – è che quel diritto oggi non è più ufficialmente, e pubblicamente, rivendicato solo dagli Stati Uniti… E non è certo una buona notizia.

La Georgia reagisce, al solito, col misto di orgoglio, sfida, incoscienza e provocazione frustrata – braggadocio, lo definiscono gli americani: arroganza vuota e pretenziosa gonfiata dall’impotenza – propria della leadership saakashviliana: a Tbilisi, la segretaria del Consiglio nazionale di sicurezza, Eka Tkeshelashvili, fa sapere che la nuova dottrina militare del primo colpo proclamata dalla Russia “è solo una fragorosa dichiarazione geopolitica, non certamente una minaccia seria[160]”, diretta agli USA non certo alla Georgia… Ipsa dixit— anzi, ipse: Saakashvili, cioè, perché poi il termine braggadocio viene dal nome del personaggio, il Braggadocchio, ridicolmente tronfio di un’opera teatrale famosa a fine 1500 inglese, The Faerie Queene, di Edmund Spenser…

GERMANIA

Il tasso di disoccupazione è sceso, anche se appena dello 0,1%, ma è sceso, all’8,2% in settembre[161].

L’attivo delle esportazioni crolla, ad agosto, del 43% rispetto a luglio, a 8,1 miliardi di € da 14,1 miliardi. Su un anno prima, agosto 2008, la contrazione è del 20% e inferiore di 19,3 miliardi di €[162].

Verso fine ottobre, a tre settimane dalle elezioni, si conclude  la trattativa per il nuovo governo della piccola coalizione. Coi cristiano-sociali bavaresi a far numero, ma del tutto scontati, i cristiano-democratici della cancelliera Merkel e i liberal-democratici del suo vice Westerwelle trovano un difficile accordo sulla misura dei tagli alle tasse che consentirà al nuovo governo di entrare in funzione prima della fine del mese.

Il compromesso[163] è stato trovato su un defalcazione delle entrate fiscali di 24 miliardi di €, dal taglio di 15 che aveva annunciato in campagna elettorale come suo massimo la CDU, mentre la FDP è scesa a 6 in meno del livello che era stato il suo target in campagna elettorale.

Nella consueta diatriba sulla divisione dei pani e dei pesci, sui posti nel gabinetto (alla fine su 16, sono 8 alla CDU, 5 alla FDP e 3 alla CSU bavarese), è uscita come previsto la scelta come vice- cancelliere e ministro degli Esteri del leader dell’FDP Guido Westerwelle. Wolfgang Schäuble, già duro e controverso ministro dell’Interno CDU nel governo della Grande coalizione, diventa a sorpresa ministro delle Finanze: aveva contrastato la FDP e la stessa Merkel sostenendo che la Germania – per non sfondare ulteriormente quello che, rispetto ai target BCE e Commissione europea, è il suo già elevato deficit-PIL (4,6%, rispetto al 3 del tetto del Ptto di stabilità della UE) – non poteva neanche permettersi il taglio di tasse pur “limitato” al 24%.

Però Merkel, che lo aveva durissimamente contrastato prima correndo e vincendo contro di lui per la successione a Kohl, poi attaccandolo sul piano “etico” (restò coinvolto in uno scandalo di fondi pubblici alla CDU in cui rimase coinvolto anche un amareggiatissimo Kohl) e rifiutandosi di sostenerne la candidatura alla presidenza della Repubblica federale nel 2004, ne apprezza proprio l’aspra franchezza oltre alla grande esperienza e al fatto che da allora non ha mai manifestato ambizioni al cancellierato, anche certo per le sue condizioni fisiche: vittima, come fu, quasi vent’anni fa, di un matto che sparandogli addosso lo ha costretto a muoversi su una sedia a rotelle.

Ministro della Sanità diventa il più giovane componente del Gabinetto, un medico 36enne liberal- democratico padre di due bambini, Phillipp Rössler, figlio adottivo di genitori tedeschi e di nascita vietnamita. Il primo ministro tedesco di origine asiatica.

Al ministero dell’Economia va un altro FDP, Rainer Brüderle, dove sostituisce Karl-Theodor zu Guttenberg che si sposta al ministero della Difesa, dove gli toccherà difendere verso un’opinione sempre più scettica il ruolo della Germania in Afganistan. Pare che intenda farlo, d’accordo con Westerwelle, e con qualche maggiore cautela da parte di Merkel, portando avanti la proposta emersa proprio durante le trattative di chiedere ad America e NATO, “valorizzando e sostenendo l’impegno di Obama per un mondo libero da armamenti nucleari” come annuncia il programma di governo comune, il ritiro delle armi nucleari statunitensi da tutto il territorio della Repubblica federale tedesca[164].

Appena nominato Schäuble, per “asserire il suo potere” subito, viene osservato[165], fa una conferenza stampa e va giù duro: abbiamo finanze nei guai e ci vorranno anni per rimetterle a posto. Non succederà, “è solo un’utopia pensarlo”, nei quattro anni di questo governo della piccola coalizione. Per questo, anche, Schäuble s’era opposto duramente al taglio alle tasse che poi Merkel ha dovuto accettare per poter fare il governo coi liberal-democratici.

E adesso, in queste condizioni, dice il ministro delle Finanze, si impongono “riforme strutturali di grande portata”: quelle dure, come la revisione a fondo del sistema sanitario, del sistema di sussidi federali alle banche regionali, le Landesbanken, mentre si cercherà di mantenere – Merkel si è imposta su questo, anche e in particolare proprio su lui – il sistema di sussidi alla disoccupazione che ha consentito di tenere all’8,2% al costo di forti compensi pubblici alle imprese che non licenziano ma tenmgonop la manodopera mettendola a orario ridotto.

FRANCIA

Solo pochi dati di aggiornamento[166].

• Ad agosto, ultimo dato disponibile, la produzione industriale è salita dell’1,8% anche se perde sempre l’11% su un anno fa.

• Riparte a settembre il consumo di prodotti manifatturati (+2,3%), soprattutto nei beni durevoli e nell’auto, ma resta in leggero ribasso sull’insieme del terzo trimestre risèpweto al secondo (-0,2%).

• A ottobre migliorano le prospettive della messa in cantiere nella costruzione immobiliare; aumenta la domanda di immobili nuovi in vendita per abitazione ma diminuisce per quelli in affitto; e diminuisce lo stock dell’invenduto.

• A ottobre migliora anche il clima di fiducia nell’economia, secondo le imprese consultate nell’inchiesta congiunturale dell’INSEE proseguendo un aumento che è cominciato da aprile (+18 punti da marzo) e che riguarda industria, commercio e servizi (non l’agricoltura, però).

E’ iniziato il dibattito, che all’inizio si annuncia bipartisan, su una proposta lanciata dall’ex primo ministro riformista di Mitterrand, Michel Rocard, perché il grande prestito nazionale di rilancio dell’economia[167] annunciato dal presidente Sarkozy il 22 giugno scorso e di cui lui, Rocard, insieme a un altro ex primo ministro gaullista, Juppé, è stato nominato co-presidente per il prossimo anno, “non vada molto al di sopra dei 30 miliardi di €” e sia finanziato “da un ricorso tradizionale al mercato” e non da una sottoscrizione pubblica.

Il ministro dell’Industria, Christian Estrosi, pensa però che “bisognerà andare ben oltre per essere al’altezza del bisogno e mantenere all’iniziativa il nome di Grande prestito nazionale”, forse arrivando anche a 100 miliardi di €. Subito si levano preoccupazioni forti, e “tradizionali”, dal partito di governo, l’UMP del presidente: i conti pubblici.

Ma, avvisa Estrosi, la commissione dovrà fare le sue proposte e il presidente deciderà lui, sulla base degli investimenti strategici che il paese dovrà fare per le generazioni future. In definitiva, mercato o non mercato, sarà l’autorità politica alla fine che sceglierà: non certo il mercato…

Tenendo anche presente, si affretta ad aggiungere, la ministra delle Finanze, Christine Lagarde, che purtroppo ci vorranno ancora molti mesi per recuperare perite e ritardi sul piano più importante, quello dell’occupazione[168] che vede i senza lavoro a settembre crescere ancora dello 0,8% a 2.575.000 disoccupati registrati.  

uanto cheiderem, a chi chiederlo e dove iinvestire le somme che sdarano state poi rastrellate.

GRAN BRETAGNA

Il fabbisogno del settore pubblico, il rosso di spesa nel bilancio dello Stato, è ufficializzato al record di 77,3 miliardi di sterline (£) solo nei primi sei mesi del 2009 e previsto per fine anno dal governo stesso a un minimo di 175 miliardi di £ (192 miliardi di €). Soltanto a settembre, il fabbisogno – informa l’ONS, l’Ufficio statistico nazionale – tocca  i 14,8 miliardi di £, il peggior buco di sempre in questo mese[169]. Naturalmente è fieno in cascina per i conservatori che al problema suggeriscono di ovviare (tanto loro stanno all’opposizione…) tagliando la spesa pubblica. Una ricetta, “a questo punto del ciclo economico”, decisamente respinta dal Labour. Che è quello, però, ad avere il problema…

In totale, dice invece un calcolo non ufficiale ma accreditato[170] (anche se, va detto, di fonte accademica più vicina ai tories che al labour, il debito pubblico è tre volte quello ufficialmente annunciato e sarebbe addirittura a ben 2.200 miliardi di £: molto oltre, dunque, il 100% del PIL, altro che il 33-34%. La differenza è fatta da tutti gli impegni di spesa futuri già presi ma non ancora iscritti a bilancio: colossali, come si vede.

Calano i dati relativi alla produzione industriale ad agosto, al livello più basso dal 1992 nei dati forniti dall’ONS: del 2,5% da luglio e dell’11,3 dall’agosto dell’anno prima. La produzione manifatturiera è scesa dell’1,9% e quella di cave e miniere del 7,3, con l’indice della produzione al minimo dal 1987[171].

La disoccupazione è almeno il doppio della cifra ufficialmente dichiarata (quella calcolata solo su chi chiede e ha diritto al sussidio): invece dell’1,6 milioni di senza lavoro dichiarati (cioè, il 7,9%  della forza lavoro nei tre mesi ad agosto) i disoccupati veri sono 3,4 milioni, se includiamo nel conto quanti i non titolati a ricevere alcun sussidio e i tanti “disoccupati nascosti”, ma non per questo meno esistenti: quelli considerati dal mercato “non impiegabili” e gli “scoraggiati”[172].

Il rapporto evidenzia anche che, nel crollo del settore manifatturiero, già profondissimo in questo paese, quello del Nord rispetto al Sud è almeno doppio… E raccomanda con forza un programma in cinque punti di intervento immediato che i laburisti hanno subito detto costare troppo e i conservatori che non li interessa:

• un netto riequilibrio dell’economia che favorisca il manifatturiero;

• un sussidio mirato e selettivo di breve periodo per mantenere lavoro e utilizzazione degli impianti che vengono altrimenti dismessi;

• maggiore aiuto ai senza lavoro, con formazione professionale per lavori che esistono o esisteranno ai disoccupati più anziani;

• un ruolo importante ai governi locali nel rilancio economico;

• una priorità tutta nuova alla creazione di posti di lavoro.

A settembre, l’inflazione cade più delle aspettative, I prezzi al consumo salgono dell’1,1 sull’anno prima, l’incremento più basso in cinque anni e ben al di sotto del target del 2% fissato dalla Banca d’Inghilterra. Ad agosto l’inflazione si era attestata all’1,6%[173].

Il fatto è che, mentre tra luglio e settembre l’economia del paese ha continuato a contrarsi dello 0,4% (e del 5,2% su un anno fa) – “scioccando gli analisti della City che, ancora una volta sbagliando – ma adesso, diciamo noi, la colpa non è certo più solo loro ma soprattutto di chi dopo aver verificato quanto e come sbagliano, non li ha licenziati – l’avevano predetta in netta ripresa” – la prima volta a memoria che l’economia cala per ben sei trimestri consecutivi dal lontanissimo 1955, emerge il fatto che il Regno Unito affonda nella recessione mentre l’eurozona mostra una certa ripresa[174]. Relativa, si capisce, ma rispetto alla Gran Bretagna anche ben più dinamica.

Gli analisti dell’Ufficio di statistica nazionale asseriscono che notevole parte del perché di questo comportamento assai divergente tra l’economia britannica e quella dell’eurozona è “l’alto tasso di indebitamento privato dei cittadini inglesi” rispetto all’indebitamento delle famiglie e dei singoli  del resto d’Europa (con qualche eccezione, certo, come l’Italia su questo dato specifico 8nel secondo trimestre, calo addirittura superiore, del 6%) ma con cifre che, per altri versi, sono invece in ripresa anche da noi).

Il fatto è che, insieme all’economia americana, questa è quella che più ha vissuto a credito, caricando il debito di nuove carte di credito sulle vecchie o ipotecando le proprietà che aveva, le case, per continuare a consumare.

uela che pià a luingo ha vussuto consumando col mecabuismo del levaeragine, caricnaod cioè il debito in cui incoreva sulle altri debiti (credito su altre carte di credito) o sulle proprietà che aveva (la casa) e dunque ipotecandola

In questo clima, il Labour è avviato tra qualche mese a una sconfitta elettorale che sembra ormai inevitabile. Ma, se perde, bisogna essere chiari, Sarà colpa del suo fatale patto faustiano[175] col capitale finanziario. Alcuni dicono qui che l’abbandono precipitoso dei laburisti da parte di Murdoch e del suo impero mediatico – quando c’era Blair il magnate australiano-inglese lo aveva sempre apertamente sponsorizzato – è solo il segno finale. Ma anche qui, come da noi, l’impero dei media – sia quello di Berlusconi sia quello di Murdoch – non porta tanto in sé voti quanto offre poi “protezione” efficace, di tipo più o meno tradizionalmente mafioso (do ut des), a chi vince.

Ed è per questo, perché si sta rendendo conto, anche se molto in ritardo, del disastro che aver sposato il liberismo spinto di Blair e di Murdoch ha portato al suo elettorato e alla maggioranza dei cittadini britannici, che Brown ha provato di corsa, ma forse troppo tardi, a cambiare linea tornando a una piattaforma molto più tradizionalmente laburista, senza più quel’odioso aggettivo qualificativo che è “new”. Ha attaccato ferocemente l’economia neo-liberista sulla quale personalmente aveva però giurato per anni come cancelliere dello scacchiere, cioè ministro dell’Economia, di Blair ed è riuscito come a rivitalizzare la base.

Ma, appunto, molti laburisti pensano che sia troppo tardi, anche se i sondaggi subito dopo il Congresso laburista hanno dimezzato il vantaggio dei conservatori. Poi c’è il problema della “stanchezza” accumulata da governi e leaders che durano ormai da moltissimi anni. Che dipende, però, e non colpisce tutti in modo uguale:

• perdono di brutto i conservatori greci e il popolo restituisce quasi plebiscitariamente il potere ai socialisti del vecchio Pasok di Giorgos Papandreou, già ministro degli Esteri, figlio e nipote di primi ministri socialisti anche loro; che “una cosa di sinistra” la annuncia subito: una legge che, rovesciando come un calzino la politica del’immigrazione, riconoscerà subito la cittadinanza greca ai bambini nati nel paese dei cittadini extracomunitari: anche “illegali” perché comunque somop natio in Grecia…;

• c’è, invece, il successo di due partiti al potere da tempo, i socialisti portoghesi e i cristiano-democratici tedeschi, che vedono logorarsi, e anche non poco, i loro suffragi ma molto meno di quel che capita ai loro oppositori: magari come in Germania co-governanti;

• a corroborare che le Grandi Coalizioni, se non dettate da emergenze davvero epocalmente drammatiche, per chi si confonde con un partito più forte, sono sempre un nonsenso penalizzante che, alla fine, lascia preferire sempre l’originale al surrogato.

Puniti sono stati i partiti che come in Germania la SPD, avevano troppo compromesso il proprio credo di base. Ma certo, anche lì, come altrove, come in Europa negli anni ’30, la grande crisi economica non genera se non dopo anni spostamenti a sinistra. Perché disoccupazione e aumento dell’insicurezza aumentano la paura e indeboliscono a breve la fiducia nell’azione collettiva.

E per completare lo spunto iniziale va detto – sempre si capisce a modestissimo parere di chi stende queste note – che se, dopo una tornata di esilio dal potere che gli sarà imposta adesso tra qualche mese la prossima volta, il Labour sarà in grado di tornare a Downing Street sarà solo perché, buttando fuori i New Lab e Lib-Lab, Brown malgrado tutto, con la sua ultima rivisitazione dei valori di fondo del laburismo – l’importanza e la priorità dell’uguaglianza, cioè – è riuscito a ridare speranza a un antico partito e ai suoi militanti.

Il partito conservatore, in effetti, con George Osborne, il cancelliere ombra dello scacchiere e la faccia dura del blando Cameron, ha annunciato – e non si potrà mai accusarlo di non averlo fatto – al suo Congresso di ottobre, l’ultimo prima delle elezioni politiche, che i conservatori taglieranno durissimamente la spesa pubblica, facendone pagare il costo a salari e stipendi dei pubblici dipendenti e ai sussidi del welfare delle classi lavoratrici e medie.

D’altra parte, su un altro terreno i conservatori britannici, grazie proprio alla loro eurofobia invereconda, si sono scelti amici inverecondi: al parlamento europeo fanno parte del gruppo della destra estrema, quello che neanche il partito popolare di Aznar e Berlusconi hanno schizzato, con neonazisti lettoni, fondamentalisti cristiano-antisemiti polacchi, personaggi che puzzano molto…

Insomma, nessuno potrà accusare i tories di aver nascosto le loro intenzioni, stavolta, bisogna dar loro atto. Chi li voterà saprà con chiarezza per chi e per cosa vota. Ma forse, stavolta, se il governo laburista non spenderà i suoi ultimi mesi a confondere ancora le acque e ad omologarsi come ha tentato di fare per una dozzina di anni, gli elettori sapranno anche per cosa e per chi battersi se vogliono, stavolta o la prossima, più uguaglianza. Come condizione stessa di più libertà.

GIAPPONE

La priorità del nuovo governo, dice il primo ministro Hatoyama nel discorso programmatica tenuto alla Dieta, la Camera bassa, è quella di rivitalizzare l’economia del paese[176]. I democratici al governo voglio anche fare dell’alleanza con gli USA un’Alleanza “prossima e tra uguali” – come non  è stata finora, non ha aggiunto ma ha nel lasciato capire – dove si discutano francamente i problemi e le scelte. Tutti e tutte.

La produzione industriale in agosto è cresciuta dell’1,8%, ma resta sempre al di sotto di quella dell’anno prima nello stesso mese del 18,7%[177].

Il tasso di disoccupazione ad agosto è sceso dello 0,2%, al 5,5 e 3,6 milioni di persone, contate come si dice ufficialmente (un anno fa era al 4,1%). L’attivo commerciale nei dodici mesi fino ad agosto è salito a 15,2 miliardi di $, dai 12,8 del mese prima[178].

Le riserve auree e valutarie del Giappone toccano il massimo di sempre aumentando, da agosto a settembre, di 10,26 miliardi di $ a un totale di 1.052,60 miliardi: aumentano sia i buoni del Tesoro americani che gli assets denominati in euro. Le riserve sono salite del massimo per il secondo mese consecutivo anche per l’aumento della quota di SDR (special drawing rights diritti speciali di prelievo) che detiene al FMI (+2,4 miliardi di $)[179].

L’attivo della bilancia commerciale [180]a settembre ammonta a 520,64 miliardi di yen (3,8 di €), il massimo dal marzo 2008, con esportazioni in calo del 30,7% da un anno prima e le importazioni del 36,9. Il surplus con gli altri paesi asiatici è cresciuto dell’8% nel mese, il primo aumento da 13 mesi e il deficit con al Cina è calato del 73,4%. L’attivo con gli USA è caduto del 33,8%, quello nei confronti della UE del 64,3.

Il debito pubblico sta raggiungendo, però, il 200% del PIL[181]: che è, esso, ormai sui 5.000 miliardi di $. Il nuovo ministro delle Finanze, Hirohisa Fujii, dice però che, se il governo vede in prospettiva un quadro che potrebbe anche divenire preoccupante, a breve intende continuare e anzi aumentare la vendita di titoli di Stato sul mercato, per almeno altri 50.000 miliardi di yen, sui 550 miliardi di $.

La recessione infatti continua ad imperversare e il governo deve poter finanziare l’ambizioso programma sociale col quale, dopo oltre mezzo secolo di potere, ha scalzato dal governo i liberal-democratici. Ma intende ridurre parecchio l’esteso programma di lavori pubblici sul quale si era sempre retto il capillare potere locale del PL-D.

Del resto, buona parte dell’aumento recente e importante del deficit è dovuta, dice il ministro, al peso della recessione che, visto il calo delle entrate fiscali, ha costretto a ricorrere al debito. Che qui, però, al contrario di quello statunitense (ormai al 98% del PIL), e analogamente invece a quello italiano, è sostenuto da un alto tasso di risparmio interno e il debito è nei confronti dell’estero solo per il 10% del totale. In America il debito estero è, invece, pressoché alla metà.

La conseguenza che, nell’immediato, sembra preoccupare di più il nuovo governo è il freno che il debito comincia ad esercitare sullo yen, indebolendolo e, cioè, magari a breve anche aiutando le esportazioni ma correndo il rischio di un brutto crollo se chi compra i Bot e investe perde fiducia nel futuro del Giappone. Secondo il capo economista della Dai-Ichi Life Research Institute di Tokyo, considerato lo stato delle finanze e dell’economia può essere che “la recente impennata dello yen verso il dollaro, non sia un trionfo del Giappone ma l’ultimo hurrah dello yen”.    

Il nuovo ministro degli Esteri, Katsuya Okada, conferma – per la terza volta in quindici giorni, irritando non poco il dipartimento di Stato: le cui priorità sono del tutto diverse e, finora, scrivevano loro l’agenda ma troveranno qualche difficoltà in più ora a farlo – che bisogna “rivedere presto” quantità e modi della dislocazione di truppe americane a Okinawa[182] dove, da dopo la seconda guerra mondiale, ma non in forza della resa nipponica bensì di accordi tra i due governi, molte truppe americane sono stazionate.

L’alleanza nippo-americana è solida e stabile – afferma il ministro – ma a lungo termine sarà sostenibile solo se riusciremo a spostarne il peso che ora grava in modo preponderante sulle popolazioni dell’isola di Okinawa”. Da Washington neanche un accenno di risposta, però...

… intanto il segretario della Commissione Difesa della Dieta giapponese, Akihisa Nagashima, comunica di aver notificato agli USA che Tokyo interromperà alla scadenza del mandato, cioè da gennaio, il rifornimento combustibile che oggi assicura alle forze navali della coalizione ISAF, di fatto della marina USA, al largo dell’Afganistan: un paese che non sbocchi sul mare ma è  raggiungibile dai cacciabombardieri americani che partono dall’Oceano Indiano.

E la presidente della Camera dei rappresentanti americani, Nancy Pelosi, ha deplorato la decisione del governo giapponese “perché – ha detto – se finisce il rifornimento non finisce l’impegno[183]. Ma appunto, è chiaro, no?, che i giapponesi considerano chiaramente come ormai proprio quel tipo di impegno sia sbagliato. Tanto che assicurano di aver messo allo studio altre forme di appoggio agli obiettivi della campagna alleata (ricostruzione, istruzione, sanità…).

La reazione di Pelosi, del resto, non sembra far grande impressione al Giappone che, negli stessi giorni, annuncia anche come il nuovo governo non presenterà più la proposta che, del resto, aveva duramente osteggiato il partito social-democratico che ora è al governo quando era stata annunciata dal gabinetto Aso prima delle elezioni, seguendo l’invito americano. Aso avrebbe autorizzato guardia costiera e dogana del Sol Levante all’ispezione forzosa degli aerei e delle navi da carico nord-coreane anche in acque e nello spazio aereo internazionale se avessero appena sostato in territorio nipponico[184].

Adesso, sembra che Hatoyama voglia far passare una legislazione praticamente identica ma in un solo punto diverso— cruciale, però, tanto da riportare la cosa nell’ambito del diritto internazionale comune ma anche da vanificarla: la legge stipulerà lo stesso potere di ispezione forzosa su un carico sospetto, ma “col consenso del comandante del veicolo da ispezionare”… All’ambasciatore americano che lo fa rilevare, i giapponesi rispondono che allora bisogna cambiare le regole del diritto internazionale: chiedere ed ottenere dall’ONU, per lo meno e non solo dal Consiglio di sicurezza ma dal’Assemblea, il necessario e impossibile consenso[185].     

Il segretario americano alla Difesa, Robert Gates, in visita a Tokyo anche lui, sembra preoccuparsi soprattutto di un altro problema: il nuovo governo ha appena annunciato, infatti, di voler svolgere un’inchiesta, seria, sulla ripetuta violazione del trattato di sicurezza bilaterale del 1960 tra i due paesi che proibiva agli Stati Uniti il transito di armi atomiche per il territorio o le acque territoriali di Tokyo senza che, di volta in volta e su richiesta specifica, ne fosse stata data preventiva autorizzazione.

Il partito democratico all’opposizione per decenni aveva accusato in passato molte volte il governo liberal-democratico di aver consentito consensualmente che, a partire dagli anni ‘70, ai tempi della guerra del Vietnam e poi anche in anni molto più recenti, in funzione anticinese e antinord-coreana,  il trattato venisse violato. Gli Stati Uniti e il governo di Tokyo lo avevano sempre smentito e ora, parlando col suo nuovo omologo giapponese Toshimi Kitazawa,  Robert Gates sembra preoccuparsi anzitutto che la menzogna non sia ufficialmente confermata: “per non lasciare – dice – che le rivelazioni danneggino le relazioni bilaterali tra i due paesi[186].

Una concezione invero un po’ strana di un’alleanza fatta di patti tipicamente leonini… come quella che all’Italia ha imposto e che l’Italia s’è imposta per anni e tuttora formalmente si impone, di non riconoscere il segreto di Pulcinella che fino al 1962, alla base di Gioia del Colle, in Puglia, c’erano 18 missili intercontinentali Jupiter puntati contro il territorio dell’allora Unione sovietica (vennero ritirati, segretamente come segretamente c’erano stati piazzati, da Kennedy, insieme a quelli schierati in Turchia in cambio dei missili sovietici a Cuba dopo la crisi dell’ottobre 1962: ma per quelli italiani l’accordo venne tenuto segreto) così come impone di negare che fino a tempi recentissimi, e forse ancor oggi, ci sono decine se non centinaia di testate nucleari americane – molte anche obsolete – depositate a Vicenza, alla base di Ederle…

In fondo, quello giapponese è solo un messaggio: ma sa di nuovo, proclama che il partito democratico vuol far sapere al paese e al mondo che lo stile del suo governo è aperto, è diverso e rifiuta l’ipocrisia. Forse è anche un appello a un po’ più di coraggio, che tra l’altro non costerebbe poi niente, a un altro governo che proclama anche se stesso nuovo e diverso: come quello degli Stati Uniti d’America…

In ogni caso, Tokyo adesso guarda anche più largo: sempre nel discorso programmatico alla Camera,  Hatoyama ha annunciato che intende sviluppare ben altri legami economici e politici da quelli oggi “esistenti e tradizionalmente troppo eterodelimitati con la Russia[187] che sicuramente potranno, su basi nuove, includere una sistemazione territoriale e la firma di quel vero e proprio trattato di pace che ancora manca tra i due paesi dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Giappone, infatti, considera la Russia come un partner importante nell’area del Pacifico.  


 

[1] Intervento (sintesi) del prof. Tito Boeri, 610.2009, Ballarò. Franceschini ha replicato, in diretta, che lui proposte ne avanza ma sui giornali al massimo lo citano solo per le risposte che dà, sul nodo Alfano, sulle elezioni anticipate, ecc.  Poi certo che ha ragione Boeri: quando dice che bisogna dare una copertura contro la disoccupazione come in Francia e in Germania per tutti i disoccupati e quelli che perdono il lavoro…

[2] IMF, 10.2009, World Economic Outlook, Sustaining the recovery Sostenere la ripresa (cfr. www.imf.org/external/ pubs/ft/weo/2009/02/pdf/text.pdf/).

[3] UNCTAD, World Investment Report 2009, 17.9.2009, Transnational Corporations, Agricultural Production and Development Imprese transnazionali, produzione agricola e sviluppo (cfr. www.unctad.org/en/docs/wir2009_en.pdf/).

[4] Guardian, 7.10.2009, J. Vidal, US threatens to derail climate talks by refusing to include Kyoto targets— Gli USA minacciano di far deragliare i colloqui climatici rifiutandosi di includervi gli obiettivi di Kyoto.

[5] Guardian, 16.0.2009, N. Klein, Obama isn’t helping. At least the world argued with Bush Obama proprio non aiuta. Almeno, con Bush, il mondo litigava

[6] New York Times, 20.10.2009, J. Broder, Hopes Fade for Comprehensive Climate Treaty— Svaniscono le speranze di un trattato globale sul clima.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[7] Guardian, 21.10.2009, I. Traynor, Europe offers to cut emissions 95% by 2050 if deal reached at Copenhagen L’Europa offre di tagliare le emissioni del 95% entro il 2050 se a Copenhagen si trova un accordo.

[8] Irish Times, 30.10.2009, EU leaders agree climate dealI leaders dell’Unione europea si accordano sul clima (cfr. www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2009/1030/breaking3.htm/).  

[9] The Economist, 24.10.2009.

[10] Wall Street Journal, 22.10.2009, A. Batson, China gains confidence in recovery La Cina guadagna fiducia nella ripresa (cfr. http://online.wsj.com/article/SB125614710439399359.html/). 

[11] Xinhua (Agenzia Nuova Cina),30.10.2009, 7.57m new jobs created in first eight months— 7.570.000 posti di lavoro creati nei primi otto mesi (cfr. www.china.org.cn/china/2009-10/30/content_18802101.htm/).

[12] Xinhua (Agenzia Nuova Cina), 22.10.2009, China has no inflation problem but worries about inflation expectations: official— La Cina, secondo esponenti governativi, non ha problemi di inflazione ma si preoccupa delle attese inflazionsitiche (cfr. http://english.sina.com/business/2009/1022/279538.html/); e Le Monde, 23.10.2009, B. Pedroletti, En Chine,.le retour d’une forte croissance fait craindre l’apparition de bulles— In Cina, il ritorno a una forte crescita economica fa temere  [ma a  chi? forse a Monsieur Pedroletti] la comparsa di bolle speculative (cfr. http://www.lemonde.fr/web/imprimer_element/0,40-0 @2-3216,50-1257737,0.html/).

[13] People’s Daily, 26.10.2009, China discovers Asia's biggest gas field in Chongqing— La Cina scopre il più grande giacimento di gas dell’Asia a Chongqing (cfr. http://english.people.com.cn/90001/98649/6793363.html/).

[14] CBS News, 30.10.2009, US Admiral Concerned About China Military Buildup Ammiraglio americano preoccupato dal rafforzamento militare della Cina (cfr. www.cbsnews.com/stories/2009/10/30/ap/asia/main5458234.shtml/).

[15] Yahoo! News, 27.10.2009, AF-P, China military boost 'minimum requirement:' general— Generale cinese: la spinta militare del paese è il’ minimo indispensabile’ (cfr. http://au.news.yahoo.com/a/-/world/6394172/china-military-boost-mini mum-requirement-general/).   

[16] EUROSTAT, 7.10.2009, #144/2009, Euro area GDP down by 0.2% and EU27 GDP down by 0.3%— Il PIL dell’eurozona cala dello 0,2% e quello dell’UE a 27 dello 0,3% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBL  IC/2-07102009-AP/EN/2-07102009-AP-EN.PDF/).

[17] New York Times, 8.10.2009, Agenzia Reuters, Euro-Zone G.D.P. Shrank More Than Expected in Quarter Il PIL dell’eurozona si contrae più di quanto atteso nel trimestre

[18] EUROSTAT, 1.10.2009, Bollettino 139/2009, Euro area unemployment up to 9.6%-EU27 up to 9.1% La disoccupazione nella zona euro sale al 9,6% - Al 9,1% nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/ 3-01102009-AP/EN/3-01102009-AP-EN.PDF/).

[19] EUROSTAT, 30.10.2009, Bollettino 153/2009, Euro area unemployment up to 9.7%-EU27 up to 9.2% La disoccupazione nella zona euro sale al 9,7% - Al 9,2% nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/ 3-30102009-AP/EN/3-30102009-AP-EN.PDF/).

[20] The Economist, 10.10.2009.

[21] Affari italiani.com, 7.10.2009, Conti pubblici-Deficit: procedura UE  (www.affaritaliani.it/economia/conti_pubblici_ deficit 07102009 _pg_2.html/).

[22] IMF, Regional Economic Outlook-Europe, 1.10.2009, Slow and fragile recovery Ripresa lenta e fragile (cfr. www. imf.org/external/pubs/ft/reo/2009/EUR/eng/ereo1009.pdf/).

[23] Britannia Radio, 23.10.2009, A. Willis, ECB joins chorus attacking EU hedge fund plans La BCE si unisce al coro che attacca i piani dell’Unione europea contro gli hedge funds (cfr. http://britanniaradio.blogspot.com/2009/10/first-is-indeed-good-news-as-far-as-it.html/).

[24] New York Times, 23.10.2009, Bernanke Urges Overhaul of Bank Regulatory System— Bernanke fa pressione per una revisione del sistema regolatorio bancario.

[25] Agenzia Bloomberg, 15.10.2009, M. McKee e S. Lanman, Greenspan Says U.S. Should Consider Breaking Up Large Banks— Greenspan dice che gli USA dovrebbero considerare di frantumare in pezzi più piccoli le grandi banche (cfr. www.bloom berg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aJ8HPmNUfchg/).

[26] The Independent, 25.10.2009, D. Randall and M. Pagano, Stop the fat-cat bonuses! George Soros turns on the bankers— Basta con quelle gratifiche a lor signori! George Soros si rivolta contro i banchieri (cfr. www.independent.co.uk/news/ /business/news/stop-the-fatcat-bonuses-george-soros-turns-on-the-bankers-1809138.html/).

[27] Guardian, 26.10.09, G. Waerden, Warren Buffett tackles bankers’ bonuses Warren Buffett attacca le gratifiche dei

 banchieri

[28] Guardian, 25.10.09, G. Younge, We attacked the bankers, but took our eyes off the whole rotten system—

[29] Guardian, 24.10.09, J. Adetunji, Prince Andrew defends ‘minute’ bank bonuses— Il principe Andrea difende le gratifiche bancarie ‘minuscole’.

[30] The Economist, 3.10.2009.

[31] Dichiarazioni alla stampa del presidente della BCE, Venezia, 8.10.2009 (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/ html/ is091008.en.html/).

[32] EUROSTAT, 15.10.2009, Bollettino 146/2009, Euro area annual inflation down to -0.3%— L’’inflazione annua delLa zona euro giù dello -0,3% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-15102009-AP/EN/2-15102009-AP-EN. PDF/).

[33] EUROSTAT, 16.10.2009,Bollettino 147, 2009, Euro area external trade deficit 4.0 bn euro— Il deficit estero commerciale dell’eurozona a 4 miliardi di € (cfr. http://epp. eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-16102009-AP/EN/6-16102009-AP-EN.PDF/).

[34] EU Observer, 14.10.2009, A. Willis, Several EU states put in 'high-risk' band on public finances— Diversi tra gli Stati dell’Unione nella categoria ad ‘alto rischio’ per le pubbliche finanze (cfr. http://euobserver.com/9/28829/).

[35] Stratfor, 14.10.2009, Czech Republic: Klaus Still Has Objections To EU Lisbon Treaty Repubblica ceca: Klaus mantiene tutte le sue obiezioni al Trattato di Lisbona (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091014_czech_republic_klaus_ still_ has_objections_eu_lisbon_treaty/).

[36] Agence France24, 9.10.2009, J. Flemr, Czech president demands EU treaty opt out— Il presidente chiede un opt out per la Cechia sul trattato europeo (cfr. www.france24.com/en/20091009-czech-president-demands-eu-treaty-opt-out/).

[37] Guardian, 30.10.2009, H. Siddique, EU grants Czech Republic Lisbon treaty concession L’UE concede alla Repubblica ceca alcune concessioni sul trattato di Lisbona.

[38] Agenzia Stratfor, 2.10.2009, Poland: Resisting Climate Change Costs La Polonia fa resistenza ai costi del cambiamento climatico (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091002_poland_resisting_climate_change_costs/).

[39] Stratfor, 2.10.2009, Croatia: EU  Membership Negotiations To ResumeCroazia: riprendono i negoziati sulla adesione alla UE (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091002_croatia_eu_membership_negotiations_resume/).

[40] The Economist, 10.10.2009.

[41] Lo ha sponsorizzato ormai apertamente in un lettera al direttore de Il Foglio, 14.10.2009, Anche il Cav. vota Tony, montata dal giornale per appoggiare la propria campagna, lanciata ovviamente in modo del tutto autonomo, pro-Blair presidente europeo: dice tra l’altro che Tony ha “tutte le carte in regola” per essere il numero uno della nuova Unione, a cui porterebbe “una grande eredità politica fatta di coraggio e di equilibrio, di prudenza esercitata sempre senza incertezze” (cfr. www.ilfoglio.it/soloqui/3567/).

   Come sull’Iraq, naturalmente, o l’Afganistan – dove ha contribuito personalmente non poco a provocare il disastro coprendo il compare Bush – o il Medio Oriente per il quale si è segnalata solo, dopo le sua nomina a inviato speciale e dimissioni da PM, la sua totale latitanza… non fosse per la suite affittata in permanenza dall’ONU per lui, pare a 80.000 $ al mese, all’Hotel American Colony di Gerusalemmeuale sio è segnalato solo per la sdua ototalòe latitanza

   Il Foglio, a nome e per conto del Cavaliere, motivava che Blair – al quale, naturalmente, il Berlusca aveva pensato “anche da prima che vi venisse in mente” – è uno che non solo ha “rivitalizzato la sinistra internazionale” [quella della Terza via e del lib-lab per intenderci… che tutto quanto ha toccato lo ha trasformato in catastrofe: la “sinistra (sic! la chiama così) internazionale”] ma è anche “diventato un modello per la destra più moderna” [quella alla Berlusconi (sic!), appunto…].

   Insomma, conclude il foglio berlusconiano, Blair è il candidato “ideale, una figura di grande prestigio internazionale, capace di scaldarci i cuori [quelli del Foglio, si capisce] e di guadagnarsi rispetto sia dentro che fuori i confini d’Europa”.

   Come sempre, o quasi sempre, gli capita senza che neanche se ne renda conto, il Cavaliere ha probabilmente – anzi, quando chiudiamo a fine mese questa nota, ormai sicuramente – contribuito in maniera determinante ad affossare l’idea stessa della candidatura di Blair, cui lui si stava “avvicinando strisciando furtivamente” e soprattutto senza dar troppo nell’occhio, strombazzandolo e identificandolo, invece, come il suo candidato.

   La stessa tattica con cui, del tutto inconscio della sua impopolarità, relativa in Italia ma assoluta o quasi in Europa – dove lo soprannominano ormai Pulcinella…, senza offesa alcuna per l’immortale maschera napoletana ha spiegato il primo ministro lussemburghese, dopo la sua ennesima boutade al G-20 di Pittsburgh del saluto buffonesco platealmente prestato alla signora Obamauando così, dopo la sua ultima boutada ), ha sotterrato la candidatura di un possibile esponente di Forza Italia a presidente del parlamento europeo mesi fa, facendogli preferire – andando a presentarlo “personalmente” come il suo candidato – pressoché all’unanimità un candidato della destra moderata polacca…

   Ora, “l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno” Blair è proprio l’ “endorsement pubblico” del Cavaliere  che potrebbe anche essere, invece, il “bacio della morte” alla sua candidatura: perché Berlusconi – e questo osservatore non è il solito corrispondente “comunista” da Roma ma un moderato e stimato opinionista, piuttosto conservatore nel panorama della stampa britannica – “è largamente disprezzato tra gli altri leaders europei che, se il Trattato di Lisbona viene ratificato, decideranno se dare o no il posto a Blair” (Guardian, 16.20.2009, A. Chancellor, Does Silvio Berlusconi secretly have it in for Tony Blair? Ma forse che, in segreto, Silvio Berlusconi la sta tirando contro Tony Blair?)… C.v.d.

[42] The Independent, 17.10.2009, J. Lichfield, President’ Blair looses Sarkozy support Il ‘presidente’ Blair perde l’appoggio di Sarkozy (cfr. http://license.icopyright.net/user/viewFreeUse.act?fuid=NTQwMDkzNw%3D%3D/).

[43] Guardian, 29.10.2009, N. Watt e I. Traynor, Tony Blair's bid for EU presidency sinks Affonda la candidatura di Tony Blair per la presidenza europea.

[44] Agenzia RIA Novosti, 7.10.2009, Russian, Czech presidents to discuss energy, trade— I presidenti russo e ceco discuteranno di energia e scambi commerciali (cfr. http://en.rian.ru/russia/20091007/156379561.html/).

[45] RIA Novosti, 14.10.2009, Russia calls for new European security body despite thaw with U.S.— La Russia vuole un nuovo organismo di sicurezza europea anche dopo l’allentamento delle tensioni con gli USA (cfr. http://en.rian.ru/russia/2009 1014/15646 6380.html/):

[47] Agenzia Bloomberg, 2.10.2009, Ministero dell’Energia, unità CDU-TEK (cfr. http://cema.srishti.ac.in/content/aggre gator/sources/72/).

[48] Reuters, 20.10.2009, Gazprom aims for 10 percent of U.S. natgas market in 10 years Gazprom mira al 10% del mercato del gas americano in dieci anni (cfr. www.reuters.com/article/innovationNews/idUSTRE59J5R620091020/).

[49] Politiken.Dk (en.), 20 oktober 2009, Denmark OK’s Russian Baltic pipeline— La Danimarca da il suo OK al gasdotto russo nel Baltico (cfr. http://politiken.dk/newsinenglish/article812635.ece#/).

[50] Independent International Fact Finding Mission On The Conflict In Georgia— Missione d’inchiesta internazionale indipendente sul conflitto in Georgia, 3 voll, (cfr. www.ceiig.ch/).

[51] Guardian, 30.10.2009, I. Traynor, Georgian president Mikheil Saakashvili blamed for starting Russian war La responsabilità dell’inizio della guerra coi russi è imputata al presidente Mikhail Saakashvili.

[52] RIA Novosti, 19.10.2009, No resolution of Kosovo issue without Serbia – Medvedev— Medvedev: non c’è risoluzione della questione del Kossovo senza la Serbia (cfr. www.google.it/search?source=ig&hl=it&rlz=1G1GGLQ_ ITIT313&q= ria+novosti+october+19+2009+Russian+President+Dmitri+Medvedev+stated+that+no+one+is+entitled+to+se

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ogle& meta=lr%3D&aq=null&oq=ria+novosti+october+19+2009+/).

[53] The Economist, 3.10.2009.

[54] The Economist, 24.10.2009.

[55] New York Times, 29.10.2009, U.S. Economy Started to Grow Again in the Third Quarter L’economia americana ha ricominciato a csescere nel terzo trimestre; e US Department of Commerce, BEA, 29.10.09, Bull.09.47, 3rd quarter ‘09 advanced estimate Stima preliminare del 3° trimestre (cfr. www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease. htm/).

[56] Guardian, 8.10.2009, G. Wearden, Gold continues record-breaking run L’oro continua la sua corsa al record.

[57] The Economist, 10.10.2009.

[58] New York Times, 29.10.2009, R. Pear, Democrats in House Present $894 Billion Health Package I democratici della Camera presentano un pacchetto di riforma sanitaria da 894 miliardi di $.

[59] The Economist, 17.10.2009.

[60] New York Times, 30.10.2009, Reuters, U.S. Consumer Spending Slipped in September— A settembre.va giù la spesa per consumi in America.

[61] New York Times, 8.10.2009, S. Rosenbloom, Retailers’ Sales for September Only Reach 2005 LevelsLe vendite al dettaglio per settembre toccano appena il livello del 2005.

[62] New York Times, 20.10.2009, J. Healy, Producer Prices Fall, Indicating Sluggish Wholesale Demand Cadono i prezzi alla produzione e denotano la fiacca della domanda all’ingrosso.

[63] Uno studio approfondito condotto sui dati del BLS da USAToday, 19.10.2009, D. Cauchon e P. Overberg, Wages could hit steepest plunge in 18 years I salari potrebbero cadere del massimo da 18 anni (qui vi risparmiamo dati e dettagli, rimandandovi se siete interessati alla fonte lo dimostra: cfr. www.usatoday.com/money/economy/2009-10-15-cola-wages-drop-recession_N.htm/).

[64] New York Times, 2.10.2009, J. Healy, Jobless Report Is Worse Than Expected; Rate Rises to 9.8%— Il  rapporto disoccupazione va peggio del previsto: il tasso è al 9,8%; e Dipartimento del Lavoro, Bureau of Labor Statistics, Employment Situation, 2.10.2009 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[65] New York Times, 4.10.2009, F. Norris, The Jobs News Gets Worse I dati sull’occupazione peggiorano.

[66] Economic Policy Institute (EPI), 2.10.2009, Jobs Picture Quadro dell’occupazione, 9.2009 (cfr. www.epi.org/analysys _and_opinion/entry/jobs_picture_for_october_2_2009/).

[67] BLS, Economic News release, 2.10.2009, Table A-12: Alternative measures of labor underutilization Tavola A-12: misure alternative di sottoutilizzazione del lavoro (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.t12.htm/).

[68] New York Times, 13.10.2009, L. Uchitelle, Still on the Job, but at Half the Pay— Ancora al lavoro, ma a metà paga.

[69] President’s Weekly Radio Address, 3.10.2009 (cfr. www.whitehouse.gov/weekly_address/).

[70] New York Times, 4.10.2009, After More Job Losses, Democrats Move to Extend Benefits Dopo altre perdite di lavoro, i democratici si danno una smossa e prolungano i sussidi di disoccupazione.

[71] AFL-CIO, Discorso a Wall Street del presidente R. Trumka, 22.9.2009 (per il testo integrale, cfr. www.aflcio.org/me diacenter/prsptm/sp09222009.cfm/).

[72] I dati, desunti dall’analisi compilata da due economisti dell’IRS, Thomas Piketty ed Emmanuel Saez, sono resi pubblici dal CBPP (Centro americano per il bilancio e le priorità delle scelte), un istituto non-partisan di ricerche che lavora sui temi delle politiche fiscali che più da vicino toccano gli americani della classe media e delle classi meno abbienti a livello federale e dei singoli Stati (CBPP, Top 1 Percent Of Americans Reaped Two-Thirds Of Income Gains In Last Economic Expansion -Income Concentration In 2007 Was At Highest Level Since 1928— L’1%  degli americani hanno rastrellato i due terzi dell’aumento di reddito nel corso dell’ultimo periodo di espansione economica - La concentrazione dei redditi è stata al massimo dal 1928 nel 2007, A.Feller e Chad Stone: cfr. www.cbpp.org/files/9-9-09pov.pdf/).

[73] CEPR, 10.2009, M. Weisbrot, R. Ray, J. Johnston, J. A. Cordero e J. A. Montecino, IMF Supported Macroeconomic Policies and the World Recession: A Look at Forty One Borrowing Countries— Le politiche macroeconomiche propugnate dal FMI e la recessione mondiale: uno sguardo a 41 paesi che ricevono prestiti (cfr. www.cepr.net/documents/publications/imf-2009-10.pdf/).

[74] New York Times, 16.10.2009, 10,000: Then and Now— 10.000: allora [per la prima volta l’indice toccò quel livello il 29.3.1999, quando l’economia reale tirava bene…] e oggi.

[75] Un eminente accademico dell’università di Princeton, Alan Blinder, sottolinea come sia merito anzitutto di Obama aver “saggiamente resistito al canto delle sirene di sinistra che ne volevano la nazionalizzazione”(New York Times,  18.10.2009, Comedy Aside, an Obama Report Card A parte gli scherzi, la pagella di Obama). Ha ragione. Ma bisogna anche far rilevare, e poi valutare, che proprio e solo così – avendo deciso di nazionalizzare solo le perdite e non anche i profitti – la percentuale di questi che sul totale dell’economia fanno oggi, dopo il crack, le banche torna ad essere – coi soldi di tutti, non i loro e quelli dei loro azionisti – addirittura superiore a quella raggiunta negli anni della speculazione sfrenata.

   E che, almeno per ora, non c’è nulla in termini di ri-regolazione effettiva imposta al mercato bancario ad assicurare che quegli “eccessi” non si ripetano in futuro lasciando succhiare alle banche un flusso anche maggiore di PIL di quello di cui hanno goduto in passato… Insomma, la verità è che Obama ha restaurato e rafforzato la totale e scavallata sovranità del mercato: libero, cioè non regolato. E che, di scelte come questa, bisogna tener conto.

   Il fatto è che il piano di salvataggio delle banche venne concepito e in larga parte eseguito già nel corso degli ultimi mesi dell’Amministrazione di Bush. Era stato disegnato da dirigenti bancari come il suo ministro del Tesoro, Paulson, e dalla congrega che dirigeva la Fed (la banca centrale: ma anch’essa privata) e che Obama poi ha confermato al Tesoro stesso (il vice di Paulson, Geithner, è diventato con lui il successore). Obama ha semplicemente deciso di lasciare che le banche continuassero ad autoregolarsi. Cioè, a non regolarsi…

   Un altro articolo che qui segnaliamo – sempre sul New York Times, 17.10.2009, G. Bowley, Bailout Helps Fuel a New Era of Wall Street Wealth Il salvataggio aiuta ad alimentare una nuova era di opulenza a Wall Street – documenta in  maniera accurata il meccanismo e le scelte, le volontà politiche, che hanno “alimentato” il meccanismo.  

[76] The Economist, 24.10.2009.

[77] New York Times, 20.10.2009, L. Uchitelle, Volcker’s Voice Fails to Sell a Bank Strategy— La voce di Volcker non riesce a far passare la sua strategia [di regolazione] bancaria.

[78] New York Times, 18.10.2009, P. Krugman, The Banks Are Not All Right Le banche non stanno affatto tutte bene.

[79] Globe and Mail, 15.10.2009, B. McKenna, U.S. Home Defaults Threaten Recovery In America, la ripresa è  minacciata dai fallimenti ipotecari (cfr. http://v1.theglobeandmail.com/servlet/story/LAC.20091015.IBUSECONOMY15 ART1945/TPStory/TPBusiness/); e New York Times, 18.10.2009, P. S. Goodman, Foreclosures Force Ex-Homeowners to Turn to SheltersLa cacciata dalle case degli ex proprietari li costringe a ricorrere ai ricoveri.  

[80] New York Times, 16.10.2009, blog di P. Krugman, A Smidgen of Optimism Una briciola di ottimismo.

[81] New York Times, 24.9.2009, L. Thomas, Jr., Britain’s Top Financial Regulator Takes On Banks Il massimo regolatore finanziario britannico se la prende con le banche.

[82] New York Times, 21.10.2009, J. Healy, Euro Breaks $1.50— L’euro supera gli 1,50 $.

[83] Testo della proclamazione e motivazioni del Comitato del Nobel, Oslo, 9.10.2009 (cfr. www.foxnews.com/politics/ 2009/10/09/raw-data-text-nobel-peace-prize-citation-obama/).

[84] New York Times, 9.10.2009, W. Gibbs e S. Gay Stolberg, In Surprise, Nobel Peace Prize to Obama for Diplomacy— A sorpresa, il Nobel per la pace a Obama per la diplomazia.

[85] Cfr. Nota5, qui sopra.

[86] New York Times, 1.10.2009, J.F.Burns e A. Cowell, McChrystal Rejects Scaling Down Afghan Aims— McChrystal rifiuta di ridimensionare I suoi obiettivi per l’Afganistan [ma subito dopo il ministro della Difesa, Gates, gli ricorda seccamente che comunque i suoi suggerimenti, assolutamente “candidi” e non censurati al presidente è sempre tenuto a tenerseli rigorosamente, oltre che per il presidente, solo per sé: non può, meglio non deve, “esternarli”; e, per un militare, è una reprimenda sacrosanta ma anche pesante… La stessa con la quale nel 1951 il presidnete Truman rimosse dal comando in Corea il generale MacArthur].

[87] Aaj TV Online - Pakistan Ki Awaz, 30.10.2009, U.S. Taliban Talk Discussioni USA-Taliban (cfr. www.aaj.tv/news/ World/104584_detail.html/).

[88] La Germania di Merkel risponde addirittura anticipando la richiesta, ma decidendo per conto proprio che manderà 1.200 agenti di polizia per l’addestramento di poliziotti locali in un’operazione che prima di cominciare – comincerà a aprile prossimo – già è stata battezzata, a dire il vero senza spreco di fantasia, “missione di addestramento Afganistan della NATO”… Cioè, la Germania già da adesso anticipa e delimita il massimo che farà e aspetterà ora che la richiesta le pervenga dalla NATO in buona e dovuta forma (The Local, Berlino, citando Der Spiegel, Germany to send 1,200 police to Afghanistan— La Germania manderà 1.200 poliziotti in Afganistan, cfr. www.thelocal.de/national/20091010-22475.html/).

[89] Guardian, 19.10.2009, B. Baloch e J. Williams, The US doesn’t understand Afghanistan Gli USA non capiscono l’Afganistan.

[90] Newsmax, 29.9.29009, Obama Risks a Domestic Military Intervention Obama rischia un intervento militare domestico (ora non più sul sito ma tra gli altri su http://cloudfront.mediamatters.org/static/pdf/newsmax-20090929-perry_coup . pdf/).

[91] ABC News, 23.10.2009, S. Lekic e V. Gera (A.P.), NATO members: no more troops  to Afghanistan, now— I paesi NATO: adesso, basta truppe in Afganistan (cfr. http://abcnews.go.com/International/wireStory?id=8896868#/).

[92] New York Times, 3.10.2009, T. Shanker, NATO Defense Ministers Endorse Wider Afghan Effort.

[93] New York Times, 11.10.2009, E. Bumiller e M. Landler, Civilian Goals Largely Unmet in Afghanistan— Gli obiettivi della ricostruzione civile largamente inevasi in Afganistan.

[94] NATO News, 17.3.2008, Ambassador Kai Eide named UN Special Representative in Afghanistan— L’ambasciatore Kai Eide nominato rappresentante speciale dell’ONU [o della NATO? già, è tutto qui, il nodo…] in Agfanistan (cfr. www.nato.int/docu/update/2008/03-march/e0312a.html/).

[95] P. W. Galbraith, The End of Iraq: How American Incompetence Created a War without End La fine dell’Iraq: come l’incompetenza americana ha creato una guerra senza fine, Simon & Schuster publ., 2006; in italiano, La fine dell'Iraq. Come gli Stati Uniti hanno distrutto il paese che intendevano liberare, Mondadori ed., 2007 [dove quell’ “intendevano”, non è dell’Autore, ma solo dell’editore] .

[96] New York Times, 3.10.2009, S. Tavernise e R. A. Oppel, Afghan Says U.N. Inquiry on Election Was Flawed— Il candidato afgano denuncia l’inchiesta [deliberatemente] fasulla condotta dall’ONU sul risultato delle elezioni.

[97] New York Times, 30.9.2009, R. A. Oppel, After Clash Over Afghan Election, U.N. Fires a Diplomat Dopo lo scontro sulle elezioni in Afganistan, l’ONU licenzia un suo diplomatico.

[98] Washington Post, 4.10.2009, lettera di P. W. Galbraith, What I Saw at the Afghan Election— Quello che ho visto nelle elezioni afgane (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/10/02/AR2009100202855.html/).

[99] Guardian, 11.10.2009, J. Boone, Top UN official in Afghanistan admits fraud tainted election Il massimo esponente dell’ONU in Afganistan ammette che la frode ha macchiato le elezioni (cfr. www.guardian.co.uk/world/2009/oct/11/kai-eide-un-afghanistan-election/); e New York Times, 11.10.2009, S. Tavernise e A. Waheed Wafa, U.N. Official Acknowledges ‘Widespread Fraud’ in Afghan Election Esponente dell’ONU riconosce che nelle elezioni afgane c’è stata ‘frode diffusa’.

[100] New York Times, 21.10.2009, edit., Karzai Relents Karzai molla.

[101] New York Times, 20.10.2009, S. Tavernise e S. Otterman, Karzai Agrees to November 7 Runoff in Afghanistan— Karzai accetta il ballottaggio del 7 novembre in Afganistan.

[102] New York Times, 27.10.2009, D. Filkins, M. Mazzetti e J. Risen, Brother of Afghan Leader Is Said to Be on C.I.A. Payroll— Il fratello del presidente afgano viene indicato sul ruolino paga della CIA.

[103] Intervista alla CBS Tv, Evening News, 5.10.2009 (cfr. www.cbsnews.com/strories/2009/10/05/world/main5363036.

shtlm/).

[104] Testo completo, anche se qua e la un po’ smorzato dalla censura, cfr. http://media.washingtonpost.com/wp-srv/politics/documents/Assessment_Redacted_092109.pdf?hpid=topnews/: ne abbiamo parlato nell’ultima Nota congiunturale 10-2009.

[105]Poco istruito e orbo”, lo chiama, riprendendo il testo dei volantini di ricerca degli sceriffi (pardon, dei soldati americani: quelli Wanted, tipo Far West, per lui 10 milioni di $) l’articolo del New York Times, di S. Shane, 10.10.2009, intitolato con qualche senso del ridicolo, a dire il vero, A Dogged Taliban Chief Rebounds, Vexing U.S. Un caparbio capo talebano rimbalza [come un misirizzi, proprio] irritando non poco gli americani

[106] New York Times, 12.10.2009, B. Herbert, Behind the laughter Dietro le tante risate.

[107] New York Times, 29.10.2009, N. D. Kristof, More Schools, Not Troops Più scuole e meno truppe.

[109] Guardian, 29.0.2009, T. Rogan, Obama must listen to Gen McChrystal Obama deve dar retta al gen McChrystal.

[110] New York Times, 27.10.2'009, M. Dowd, Oval Man Cave La caverna dell uomo ovale.

[111] New York Times, 27.10.2'009, T. L. Friedman, Don’t Build Up No, non rafforzate [il contingente]

[112] In realtà le cronache ufficiali, americane, della storia della guerra del Vietnam attribuiscono la frase a un maggiore d’artiglieria, il maggiore Booris, che l’avrebbe improvvidamente pronunciata con riferimento alla cittadina di Ben Tre nel corso dell’offensiva Vietcong del Tet del 1968. Ma è sintomatico che sia stata fagocitata dalla storia non ufficiale come una frase di William Westmoreland: perché descriveva alla perfezione la sua strategia… (cfr. Saving Ben Tre Salvare Ben Tre , testimonianza dell’ex capitano dei genieri Michael D. Miller, 25.10.2006, in www.nhe.net/BenTreViet nam/). 

[113] New York Times, 30.10.2009, M. Landler e J. Healy, Clinton Ends Visit as the Focus of Pakistani Barbs— Clinton chiude la sua visita in OPakistan come bersaglio di duri attacchi [verbali].

[114] Guardian, 1.10.2009, J.Borger (blog), An interesting deal (in principle) Un interessante accordo (in linea di principio).

[115] Reuters, 21.10.2009, Talks show Iran open to pressure - Israeli official Israele: i colloqui mostrano che l’Iran è sensibile alle pressioni (cfr. http://in.reuters.com/article/worldNews/idINIndia-43337320091021/).

ui dimostrano come l’Iran sia suscettibile ale rpessioni

[116] YNetNews, Israeli News, 22.10.2009, Barak: Deal will legitimize Iran's uranium enrichment— Barak: l’accordo legittimerà l’arricchimento dell’uranio iraniano (cfr. www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3794118,00.html/).

[117] New York Times, 25.10.2009, D. E. Sanger, Both Iran and West Fear a Trap on Deal— Sia l’Iran che l’occidente [a dire la verità, piuttosto Israele…] temono che dall’accordo possa venir fuori una trappola.  

[118] USA Today, 23.10.2009, D. Stanglin, Iran sees deal in 'favorable light' but needs a week to respond— L’Iran vede l’accordo ‘sotto una luce favorevole’ ma ha bisogno di una settimana per rispondere (cfr. http://blogs.usatoday.com/ondeadl ne/ 2009/10/iran-wants-to-buy-nuke-fuel-rather-than-ship-its-own-abroad.html/).

[119] New York Times, 27.20.2009, R. F. Worth, Iran Hints at Changes to Uranium Plan Backed by U.N.— L’Iran indica di volere cambiamenti nel piano sostenutoper l’uranio dall’ONU.

[120] New York Times, 29.10.2009, R. F. Worth e A. Cowell, Iran Delivers Response to U.N. Nuclear Watchdog L’Iran consegna la sua riposta all’Agenzia di sorveglianza dell’ONU; e intervista alla Tv di Stato iraniana riportata da Al-Jazeera, 29.10.09, Iran 'ready for nuclear agreement'— L’Iran pronto per l’accordo sul nucleare’ (cfr. http://english.aljazeera.net/ news/middleeast/2009/10/2009102984633409448.html/).

[121] Jerusalem Post, 28.10.2009, Iran is toying with the international community— L’Iran sta giocando con la comunità internazionale (cfr. www.jpost.com/servlet/Satellite?pagename=JPost/JPArticle/ShowFull&cid=1256557980516/).  

[122] Reuters, 30.10.2009, Israel endorses draft Iran atom deal as “first step” Israele sottoscrive la bozza di accordo con l’Iran come un ‘primo passo’ (cfr. www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE59T21B20091030/).

[123] Stratfor, 30.10.2009, Iran: Abide By Agreement - EU L’Iran: onorare l’accordo, dice la UE (cfr. www.stratfor.com/sit rep/20091030_iran_abide_agreement_eu/).

[124] Stratfor,30.10.2009, Iran: Tehran Calls For More Negotiations – Source— Teheran vuole più negoziati [secondo fonti interne] (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091030_iran_tehran_calls_more_negotiations_source/).

[125] IAEA, 53a sessione, GC(53)Res/17/18.9.2009, Israeli nuclear capabilities (cfr. www.iaea.org/About/Policy/GC/GC 53/GC53Resolutions/English/gc53res-17_en.pdf/). 

[126] No, non si può sapere: un’accurata ricerca dei siti del rappresentante europeo per gli Esteri, Solana (cfr. www.consi lium.europa.eu/App/Solana/default.aspx?lang=EN&id=246/), e del ministro degli Esteri nostrano (cfr. www.esteri.it/ mae/it/) non dà una riga di motivazione… E’ vero che non abbiamo trovato neanche traccia di una sola richiesta di chiarimento che sia stata loro posta sulla questione da uno qualsiasi dei media di informazione …Verificare per credere.

[127] Al-Jazeera.net, 18.9.2009, Israel pressured on nuclear sites— Israele sotto pressione sui suoi siti nucleari (cfr. http:// english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/09/2009918173136830771.html/).

[128] Daily Telegraph, 26.10.2009, D. Blair, Bernard Kouchner: Iran and Israel in 'race to confrontation'— Bernard Kouchner: Iran e Israele in corsa ‘verso il conflitto’ (cfr. www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/iran/6431007/ Bernard-Kouchner-Iran-and-Israel-in-race-to-confrontation.html/).

[129] Washington Post, 27.9.2009, W. Pincus e K. De Young, Iran Tests Missiles On Eve Of Talks— Alla vigilia dei colloqui, l’Iran sperimenta i suoi missili (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/09/27/AR2009092 703295.html ?hpid=topnews/).

[130] Jerusalem Post, 24.9.2009, L. Darfner, Obama: Rattling the Cage, Played for a sucker— Scuotere quella gabbia: per non essere preso per un babbeo (cfr. www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1253627550527&pagename=JPArticle%2F ShowFull/).

[131] Tra l’altro, viene detto (New York Times, 4.10.2009, W. J. Broad e D. E. Sanger, Report Says Iran Has Data to Make a Nuclear Bomb— Un Rapporto [sicuro, non meglio identificato…] dice che l’Iran ha dati in grado di fargli costruire una bomba nucleare) di un rapporto dell’AIEA – ufficioso e segreto – che certo senza prove ma, certo, credibilmente, razionalmente – riferisce che Teheran può già costruirsela la sua bomba.

   Pezzi scelti appositamente del rapporto, naturalmente segreto, Israele li ha fatti trapelare in un paper dell’ISIS (Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale) di Washington. D.C.— non proprio una fonte al di sopra di ogni sospetto  (cfr. www.isis-online.org/publications/iran/IAEA_info_3October2009.pdf/).

   Ma il fatto che come fare al bomba sia ormai da decenni, letteralmente, cosa nota a porci e cani si sa… Se cercate su Google, anche soltanto in italiano, alla voce “come fare una bomba atomica” trovate in 0,24 secondi qualcosa come 753.000 voci… alcune dettagliate e, anche, sicuramente (lo ha certificato anni fa la CIA) anche accuratamente redatte da tecnici qualificati che mettono in grado praticamente chiunque di farsi una bomba. Vero, il costo è sui 20 milioni di $, oggi, non proprio alla portata di ogni tasca ma certo sì di ogni governo e, per dire, di ogni terrorista: insomma, il costo di un buon giocatore di serie A…

[132] The Times of India, 6.9.2009, May have to revisit nuclear no-first use policy: Army chief— Potremmo dover riconsiderare la strategia del no al ‘primo colpo’ nucleare, dice il capo dell’esercito (cfr. http://timesofindia.indiatimes.com/arti cleshow/msid-4977129,prtpage-1.cms/).

[133] Lo ha detto al Times di Londra il 26.5.2008 l’ex presidente americano Jimmy Carter (B. Maddox, Jimmy Carter says Israel had 150 nuclear weapons Jimmy Carter dice che Israele aveva 150 armi nucleari al tempo della sua presidenza a metà degli anni ’70…, cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article4004300.ece/) e già prima, anche se senza fare numeri precisi, lo aveva confermato l’ex primo ministro di Israele, Ehud Olmert (sempre il Times, 12.12.2009, P. Naughton, Olmert's nuclear slip-up sparks outrage in Israel Indignazione in Israele per la gaffe di Olmert sull’[armamento] nucleare, cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article752059.ece/).

[134] Islamic Republic News Agency (IRNA), 23.10.2009, 1st vice-president: China to invest in Iran’s energy sector Il primo vicepresidente: la Cina investirà nel settore energetico dell’Iran (cfr. http://www.irna.ir/En/View/FullStory/?NewsId= 747017&IdLanguage=3/).

[135] Stratfor, 27.10.2009, Iran: Turkey To Invest In South Pars Gas Field— Iran:la Turchia farà investimenti nel giacimento di gas naturale di Pars Sud (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091027_iran_turkey_invest_south_pars_gas_field/)

[136] Stratfor, 27.10.2009, Turkey: Iran Critical To Nabucco - Erdogan Turchia: l’Iran assolutamente cruciale per i gasdotto Nabucco (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091027_turkey_iran_critical_nabucco_erdogan/); e Iran, Turkey Strike Deal On South Pars DevelopmentIran e Turchia concludono l’accordo sullo sviluppo del giacimento di Pars Sud (cfr.

[137] RIA Novosti, 28.10.2009, Turkey to drop dollar in trade with Iran, China La Turchia lascerà il dollaro nel commercio con Iran e Cina (cfr. http://en.rian.ru/business/20091028/156617011.html/).

[138] Guardian, 27.10.2009, M. Chulov, Iraq goes nuclear with plans for new reactor programme L’Iraq va sul nucleare con un nuovo programma di costruzione di reattori.

[139] Cfr. qui, Nota103, qui sopra.ui, Nota92qui

ui, nota 92

 

[140] Zawya.com, 3.10.2009, Agence France-Presse, Iraq delays hydrocarbons law until after election: MP— L’Iraq pospone la legislazione sugli idrocarburi fino a dopo le elezioni (cfr. www.zawya.com/Story.cfm/sidANA20091003T124334ZF GX27/).

[141] Iran Daily, 5.10.2009, Sistani may urge vote boycottSistani potrebbe volere un boicottaggio del voto (cfr. www. iran-daily.com/1388/7/14/MainPaper/3515/Page/9/Index.htm#/).

[142] Stratfor, 6.10.2009, Iraq: Al-Sadr Bloc Rejects Closed-List Voting Iraq: il blocco al-Sadr respinge il voto a lista bloccata (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091006_iraq_al_sadr_bloc_rejects_closed_list_voting/).  

[143] New York Times, 22.10.2009, edit., Counting Backward— Contare all’indietro.

[144] New York Times, 27.10.2009, J. Leland, Legislators in Iraq Block a Deal on Election LawIl parlamento iracheno blocca l’accordo sulla legge elettorale

[145] The Korea Herald, 13.1.2009 (cfr. www.koreaherald.co.kr/SITE/data/html_dir/2006/01/13/200601130029.asp/);  v. anche alla voce “Vershbow” di Wikipedia.

[146] Stratfor, 9.10.2009, Ukraine: No Confirmation On U.S. Plans For Radar Systems - Khandogiy— Khandogiy dice che all’Ucraina non risultano piani americani per [nuovi] radar antimissilistici (cfr. www.stratfor.com/sitrep/ 20091009_ ukraine_no_confirmation_u_s_plans_radar_systems_khandogi/).   

[147] CEPS, 5.2009, J. Vijgen, Obsolete pesticides— Pesticidi obsoleti (cfr. http://www.ceps.be/book/obsolete-pesticides-ticking-time-bomb-and-why-we-have-act-now/). 

[148] New York Times, 18.10.2009, Reuters, Ukraine opens election campaign… orange dream faded L’Ucraina apre la campagna elettorale…  e svaniscono i sogni arancione.

[149] Stratfor, 9.10.2009, Russia: Ukraine As Possible U.S. Early-Warning Radar Site 'Unexpected' - Lavrov Lavrov, per la Russia: la notizia che l’Ucraina sia un possibile sito radar di pronto allarme per gli USA, “inaspettata” (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20091009_russia_ukraine_u_s_early_warning_radar_site_unexpected_lavrov/)

[150] RIA Novosti, 9.10.2009, U.S. must advance strategic arms reduction issue - Mevedev Gli USA, dice Medvedev, devono decidersi a far avanzare la questione della riduzione delle armi strategiche (cfr. http://en.rian.ru/world/20091009/1 56407073.html/).

[151] RIA Novosti, 8.10.2009, Russia says missile defense buildup affects disarmament efforts— La Russia asserisce che rafforzare [unilateralmente aggiunge, però] la difesa missilistica incide su, e colpisce, gli sforzi per il disarmo (cfr. http://en.rian.ru/ world/20091008/156388642.html/).

[152] Radio Slovakia International, 23.10.2009, Slovakia Will Not Host Missile Defense System While Current Prime Minister In Office La Slovacchia non ospiterà sistemi di difesa missilistici finché resterà in carica il primo ministro attuale (cfr. www.rozhlas.sk/inetportal/rsi/core.php?page=showSprava&id=22118&lang=2/).

[153] Congressional Research Service, 23.9.2009, S. A. Hildreth e C. Ek, Long-Range Ballistic Missile Defense in Europe— Difesa balistica a lungo raggio in Europa (cfr. www.fas.org/sgp/crs/weapons/RL34051.pdf/). 

[154] Riprendendo dal quotidiano russo Kommersant – ma forse, invece, da esso riprese… non è affatto chiaro – del 13.10.2009, a sua volta citato dal Guardian, 13.10.2009, L. Harding, US to retreat from Russia over human rights after ‘deal on Iran’ Gli USA: un passo indietro rispetto alla Russia sui diritti umani dopo l’‘accordo sull’Iran’.

[155] Russia Today, 13.10.2009, Lavrov and Clinton speak Dichiarazioni di Lavrov e Clinton (cfr. www.russiatoday.ru/ Top_News/2009-10-13/clinton-lavrov-us-russia.html/).

[156] FOX News, 13.10.2009, Tentative Inspection Program Would Allow Russia to Visit U.S. Nuclear Sites— Una proposta di accordo sulle ispezioni consentirebbe alla Russia di visitare i siti nucleari americani [nessuna menzione qui, trattandosi di Fox, naturalmente, del fatto che l’accordo ovviamente sarebbe reciproco…] (cfr. www.foxnews.com/politics/2009/10/13/tentati ve-inspection-program-allow-russia-visit-nuclear-sites/).

[157] Stratfor, 30.10.2009, Russia: Obama Given Boost With Nuclear TreatyCon la conclusione del trattato nucleare, una spinta a Obama (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091030_russia_obama_given_boost_nuclear_treaty/).

[159] Washington Post, 11.9.2005, W. Pincus, Pentagon Revises Nuclear Strike Plan-Strategy Includes Preemptive Use Against Banned Weapons— Il Pentagono rivede il piano d’attacco nucleare-La nuova strategia include l’uso preventivo contro armi vietate [cioé, vietate agli altri dagli USA…]; per il testo completo del documento ufficiale americano, del 15.3.2009 (subito cancellato dal sito ufficiale del Pentagono ma, ovviamente – è la natura di questa strana bestia che si chiama web – ancora ben reperibile), vedi Doctrine for Joint Nuclear Operations, Final Dottrina per operazioni nucleari congiunte, testo definitivo (cfr. www.global security.org/wmd/library/policy/dod/jp3_12fc2.pdf/).

[160] RIA Novosti, 14.10.2009, Georgia downplays Russia statement on preventive nuclear strikes— La Georgia sprezza la dichiarazione russa  di un possibile attacco nucleare preventivo (cfr. http://en.rian.ru/world/20091014/156466844.html/).

[161] The Economist, 3.10.2009.

[162] DESTATIS, Ufficio di statistica nazionale, 9.10.2009, German exports in August 2009: -20.0% Export tedesco ad agosto: -20% (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2009/10/PE09__384__51 ,tem plateId=renderPrint.psml/).

[163] Guardian, 24.10.2010, K. Connolly, Merkel strikes coalition deal Merkel raggiunge un accordo per la coalizione.

[164] Stratfor, 23.10.2009, Germany: New Coalition To Call For Removal Of U.S. Nukes – Document— L’accordo di coalizione tedesco chiede la rimozione delle armi nucleari americane (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091023_germany_ new _coalition_call_removal_us_nukes_document/).

[165] New York Times, 26.10.2009, J. Dempsey, German Economy Faces Pain, Official Says L’economia dovrà combattere contro molti dolori, dice un esponente (sic!) [il nuovo ministro dell’economia!!!].

[166] Dal sito dell’INSEE, 22-23.10.2009 (cfr. www.insee.fr/fr/default.asp/).

[167] Le Monde, 23.10.2009, Grand emprunt : il faudra "beaucoup plus" que 30 milliards Grande prestito nazionale: saranno  necessari molto di più di 30 miliardi (cfr. www.lemonde.fr/web/imprimer_element/0,40-0@2-3234,50-1257290 ,0 . html/).

[168] FxStreet.com, 26.20.2009,French Fin Min: Sees Worsening Labor Market For Several Qtrs— Il ministro delle Finanze francese prevede un mercato del lavoro in peggioramento ancora per diversi trimestri (cfr. www.fxstreet.com/news/forex-news/ article.aspx?StoryId=62c33 f37-5b9d-46e9-ac1f-2656192ffdda/).

[169] Guardian, 20.10.2009, A. Seager, UK government borrowing hits record £77bn six-month highI prestiti del governo nel primo semestre toccano il record dei 77 miliardi di £.

[170] Times, 19.10.2009, T. Bawden, Government debt ‘nearly three times higher than official figure’— Il debito pubblico ‘quasi tre volte superiore al dato ufficiale’ (cfr. http://business.timesonline.co.uk/tol/business/economics/article6880228  .ece#/); e Rapporto di B. Newmark per il Centre for Policy Studies, 20.10.2009, The Hidden Debt Bombshell La bomba nascosta del debito (cfr. www.cps.org.uk/cps_catalog/the%20hidden%20debt%20bombshell4.pdf/).

[171] ONS, Office of National Statistics,6.10.009 (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=198/).

[172] Studio diretto dal prof. Steve Fothergill per la Industrial Communities Alliance, 10.2009, The impact of recession L’impatto della recessione; The Observer, 18.10.2009, L. Elliott, Britain's real jobless total 'more than 3m' says new report— Il vero totale dei disoccupati britannici è ‘a più di 3 milioni’, dice un nuovo rapporto.

[173] The Economist, 17.10.2009.

[174] Guardian, 23.10.209, A. Seager, J. Kollewe and K. Hopkins, UK economy in its longest recession on record  L’economia britannica nel periodo di recessione da sempre più lungo; e New York Times, 23.10.2009, M. Saltmarsh, U.K. Stuck in Recession as Euro Area Shows Strength—.

[175] Guardian, 30.9.2009, S. Milne, If Labour loses it will be the fruit of its fatal Faustian pact

[176] Japan Today, 26.10.2009, Hatoyama says reviving economy top priority— Hatoyama dice che la priorità numero uno è ridare vitalità all’economia (cfr. www.japantoday.com/category/politics/view/hatoyama-says-reviving-economy-top-prio rity/).

[177] The Economist, 3.10.2009.

[178] The Economist, 10.10.2009.

[179] Ministero delle Finanze, 7.10.2009, International Reserves at 9.30.2009 Le riserve estere del Giappone a fine settembre 2009 (cfr. www.mof.go.jp/english/e1c006.htm/).

[180] Radio France24, 22.10.2009, Japan's trade surplus hits 18-month high— L’attivo commerciale del Giappone sala al massimo da 18 mesi (cfr. www.france24.com/en/node/4906991/).

[181] New York Times, 21.10.2009, H. Tabuchi, Rising Debt a Threat to Japanese Economy Il debito crescente minaccia l’economia giapponese.

[182] The China Post (Taiwan), 7.10.2009, Japan: U.S. troop burden on Okinawa needs easing— Giappone: c’è bisogno di alleggerire il peso delle truppe USA su Okinawa (cfr. www.chinapost.com.tw/international/americas/2009/10/07/227694/ Japan-US.htm/).

[183] Japan Today, 16.10.2009, Pelosi regrets Japan's intent to end refueling mission in Indian Ocean Pelosi si rammarica della decisione giapponese di mettere fine alla missione di rifornimento nell’Oceano Indiano (cfr. www.japantoday.com/category/ politics/view/pelosi-regrets-japans-intent-to-end-refueling-mission-in-indian-ocean/).

[184] Yomiuri Shinbun, 15.10.2009, Govt won't submit bill on inspecting DPRK cargo— Il governo non presenterà la legge per le ispezioni dei trasporti nord-coreani (cfr. www.yomiuri.co.jp/dy/national/20091015TDY01305.htm/).

[185] Stratfor, 30.10.2009, Japan: Cargo Inspection Bill PlannedIl Giappone studia una legge [nuova] per l’ispezione dei carichi [sospetti](cfr. www.stratfor.com/sitrep/20091030_japan_bill_be_submitted_diet_n_korean_cargo_ inspec tion/).

[186] Asia News, 23.10.2009, Y. Hayashi (cfr. http://decolonizeguam.blogspot.com/).

[187] RIA Novosti, 26.10.2009, Japan views Russia as Pacific partner, seeks end to dispute – PM— Il Giappone, dice il nuovo primo ministro, vede la Russia come un partner strategico (cfr. http://en.rian.ru/world/20091026/156590768.html/).