Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     11. Nota congiunturale - novembre 2008

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

1.11.2008

01:00

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

L’hanno ricordato in televisione ma, purtroppo, ci è sfuggito chi sia stato a dirlo che meglio non si può: adesso, nei prossimi quattro anni è l’economia reale a correre davvero il rischio di essere strangolata dall’economia finanziaria in bancarotta. Nel ’29 andò proprio così. Che l’economia di carta strangolò consumo e produzione. E non date retta a chi condanna Cassandra. Ricordate che, alla fine, Cassandra aveva ragione.

Inutile mettersi a dare tutti i dati che ogni giorno vedete riprodotti nei titoli giustamente allarmati di tutti i giornali. Adesso, ad agosto, la produzione industriale è precipitata, dell’11% addirittura sullo stesso mese del 2008 (il risultato peggiore dal 1991) e gli ordinativi nello stesso periodo vanno giù del 5,2%.

E quando si legge l’inconcepibile, che la General Motors e la Chrysler stanno discutendo, e sono già in fase avanzata, dell’idea di una fusione, si ha subito la misura tangibile di quel che significa questa enorme evoluzione/involuzione sul piano dell’economia reale: che verrebbe a fondo ristrutturata, come è ovvio – e, per chi ci lavora, sicuramente a perdere – l’industria portante del secolo appena passato, quella dell’auto[1].

In termini macroeconomici, la situazione del debito pubblico del paese nella stima già consolidata e trasmessa alla Commissione europea in base al Trattato di Maastricht risulta la seguente:

• nel 2007 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è diminuito di oltre 25.000 milioni di € rispetto all’anno precedente, attestandosi sul livello di -24.094 milioni, pari all’1,6% del PIL (3,4% nell’anno precedente). Il debito pubblico nel 2007 è risultato pari a 1.598.971 milioni di €, il 104,1 per cento del PIL, valore relativo più basso rispetto a quello dell’anno 2006 (106,9 per cento del PIL).

• per il 2008 l’indebitamento netto dovrebbe attestarsi al 2,5% del PIL, l’avanzo primario al 2,6%, mentre il debito è previsto al 103,7% del PIL (vedi tabella sottostante).

Sempre nel 2007 la spesa per interessi ammonta a 76.580 milioni di €, il 5% del PIL, valore più alto rispetto agli anni precedenti e pari a 81.133 milioni di € nelle previsioni del 2008 (5,1% del PIL). L’avanzo primario (indebitamento al netto della spesa per interessi) è risultato pari al 3,4% del PIL, in miglioramento rispetto all’1,3% dell’anno 2006 e allo 0,3% del 2005. Risulta pari a 41.430 (2,6% del PIL) nelle previsioni per l’anno 2008.

 

Nello studio congiunturale dell'Ufficio Studi CISL di ottobre[2] la situazione italiana è sintetizzata efficacemente così, inquadrata com’è, naturalmente, nella crisi finanziaria ed economica internazionale: situazione, nel resto dello studio, approfonditamente poi analizzata (in corsivo le nostre, brevi, aggiunte a chiarimento speriamo).

“• Mentre infuria la crisi finanziaria, gli indicatori dell’economia reale sono in grave peggioramento; si allenta la stretta dei prezzi del petrolio e delle materie prime. La sfiducia sull’affidabilità e la trasparenza delle situazioni ha portato le banche a non fidarsi l’una dell’altra. La paralisi ha portato molte banche in difficoltà; dopo l’apertura dell’ombrello pubblico la situazione è diventata meno drammatica. C’è, però, il rischio concreto che le imprese e le famiglie trovino meno finanziamenti e tassi di interesse elevati.

Una revisione al ribasso ha coinvolto la crescita di tutti i maggiori paesi industrializzati. Per il 2009 la Germania stima una crescita dello 0,2%; le previsioni per l’area euro si collocano intorno al -0,2%.

In Italia il calo della produzione industriale negli ultimi mesi e lo scivolamento del PIL nel 2° trimestre fanno intravedere una situazione già di recessione. La previsione di consenso al CNEL di ottobre ed anche la Nota di Aggiornamento al DPEF del Governo prefigurano un tasso di crescita del PIL dello 0,1% nel 2008, ma le ultime valutazioni sono decisamente più negative.

La domanda è debolissima, sia per consumi che per gli investimenti. Il clima di fiducia delle famiglie e delle imprese, già bassissimo, è alla prova della crisi finanziaria.

L’inflazione ha accelerato durante l’estate, poi il calo del petrolio ha rallentato la dinamica. Ma non ci si può limitare a guardare; il Governo deve darsi una strategia per favorire il rientro… Il drastico ridimensionamento dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime deve ora riflettersi pienamente sui prezzi di vendita:il costo di benzina, pane, pasta, elettricità, combustibili deve calare rapidamente.

Immigrati e part-time fanno aumentare l’occupazione. Si è confermato in salita il tasso di disoccupazione, anche se si riduce l’area dell’inattività.

Nel settore privato un’intensa fase di rinnovi ha accelerato la dinamica delle retribuzioni, ma l’inflazione è stata più veloce. Nella Pubblica Amministrazione è forte la sfasatura dei cicli con un crescente ritardo nel rinnovo.

Gli obiettivi di finanza pubblica per il 2008 restano invariati; la crisi finanziaria ed economica tenderà a scaricarsi nel 2009. A consuntivo le entrate IRPEF sono in forte crescita, in particolare per il gettito delle ritenute da lavoro dipendente; calano le imposte su imprese e società, stazionaria l’IVA”.

 TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

In agosto, la FAO ha registrato una caduta a 213 punti, il punto più basso dal gennaio precedente, dell’indice globale dei prezzi all’ingrosso delle derrate agricole. Un miglioramento forte dei prezzi, dovuto ad una domanda che la crisi finanziaria ed economica spinge al ribasso. Ma ancora sopra del 37% al livello di un anno fa. La FAO è convinta che, anche se l’inflazione dei prezzi per ora si è fermata, le quotazioni resteranno alte ancora per diverso tempo malgrado la riduzione recente delle restrizioni che diversi produttori (Kazakistan, Ucraina, India, Vietnam) hanno praticato.

E’, infatti, convinzione della FAO che almeno alcuni dei fattori responsabili dell’impennata dei prezzi non siano affatto scomparsi e che siano ormai, anzi, delle tendenze di lungo periodo:

• dettate da redditi in rapido aumento e da abitudini alimentari che cambiano, particolarmente in Asia;

• un periodo di bassa crescita della produttività nell’agricoltura, sul piano globale; e

• anche l’aumentata produzione di biocombustibili dalle coltivazioni agricole in risposta alla domanda di energia ed a preoccupazioni climatiche.

In definitiva, gli effetti politici e sociali, pesanti, di queste impennate dei prezzi, e dell’intollerabile assenza di misure decise dall’Assemblea mondiale di Roma della FAO del giugno scorso per rimediarvi, anche di fronte alla pesantissima crisi che sta condannando a morire di fame decine di milioni di persone, oggi e domani[3], continueranno a farsi sentire per anni, su popolazioni e governi – specie dei paesi cosiddetti emergenti – quando avranno a che fare con equazioni difficili tra fame, equilibri di bilancio e incertezze anche elettorali.     

L’economia mondiale, ammonisce adesso il Fondo monetario, si avvia ad un “sommovimento” serio con Stati Uniti ed Europa in recessione o sull’orlo della recessione. La “turbolenza” finanziaria, come pudicamente la chiama il FMI – la più seria da quasi un secolo e, quindi, forse più terremoto che disturbo climatico no?, costerà cara col credito strozzato e la fiducia che crolla. In un altro passaggio, però, il Fondo chiama quello in corso “lo shock più pericoloso sui mercati finanziari maturi da quello degli anni ’30”.

E ammette il FMI – a denti stretti, visto l’assoluto silenzio che finora ha mantenuto in proposito, ossequiente e adempiente ai desiderata di chi poteva imporglielo: il governo americano e gli altri a seguire – il problema è stato che politiche economiche e di regolamentazione troppo lassiste e permissive hanno consentito all’economia globale di superare “il limite di velocità”. E, adesso, l’economia reale ne paga il prezzo.

Il Rapporto[4] riduce, ora, le previsioni di crescita del 2009 al 3% a livello del pianeta, lo 0,9% in giù dalla previsione di luglio, e pronostica anche una ripresa “inusualmente lenta”:

• L’economia americana frenerà bruscamente a zero e la recessione, col PIL in ribasso nell’ultimo trimestre di quest’anno e nel primo del 2009, diventerà anche ufficiale. Alla fine del prossimo anno tutta la crescita degli USA raggiungerà, forse, lo 0,1%.

• Nell’eurozona la crescita quest’anno rallenterà all’1,3% e nel 2009 ancora di più: a un quasi ridicolo 0,2%.

• In Cina, l’aumento del PIL rallenterà dall’11,9% del 2007 al 9,7 quest’anno,

• Anche l’economia dell’India crescerà, ma anch’essa in diminuzione, dal 9,3 del 2007 al 7,9 ed al 6,9%, rispettivamente, quest’anno e nel 2009…

Su tutto, ormai incombe la cappa di questa crisi finanziaria globale che sta rimettendo tutto, giustamente, in questione: i vecchi dogmi del neo-liberismo, gli approcci graduali che non curano ma mettono una pecetta qua e là.

La cura, a livello macroeconomico – e lasciando, solo e sempre per il momento, fuori discussione la voglia, che cresce però, di giustizia e di una più equa distribuzione delle risorse prodotte in questo mondo da tutti, Nord e Sud, ricchi e poveri – e strettamente finanziario è sempre quella di una nuova, ma ben più credibile e “autonoma”, autorità finanziaria globale: un’altra istituzione, diversamente governata, come quelle fondate sotto la leadership scientifica di Keynes e politica di Roosevelt a Bretton Woods nel primo dopoguerra (FMI, Banca mondiale…) ma poi sdirazzate fino alla follia della deregulation e del neo-liberismo selvaggio.

Perché, come ha scritto il famoso finanziere magiaro-americano George Soros[5], un uomo senza scrupoli nel manovrare il denaro ma anche – e non contraddittoriamente – cosciente della necessità di una riforma vera radicale, profonda del sistema e delle sue eclatanti iniquità “per metterla giù crudamente, la scelta che abbiamo di fronte è se regoleremo globalmente i mercati finanziari internazionali o lasceremo che ciascuno paese si protegga i propri interessi come meglio potrà. Questa ultima soluzione inevitabilmente condurrebbe alla frantumazione, ormai, del gigantesco sistema circolatorio che va sotto il nome di capitalismo globale”.

Se le conseguenze fossero sicuramente migliori, a noi potrebbe stare anche bene. Ma ci crediamo davvero poco. Anche perché per Soros la crisi si risolve in pratica solo con la regolazione dei mercati dei capitali… e a noi sembra poco. D’altra parte, anche solo al fine di cercare di ri-regolare il liberismo selvaggio, perché noi – italiani, tedeschi, inglesi, francesi, polacchi e via dicendo… – si possa mai contare qualcosa nella riforma globale di Soros, bisognerebbe che prima insieme ci mettessimo tra di noi.

Insieme mettessimo fra di noi, cioè, non più solo la moneta, ma le politiche di bilancio e, in definitiva, in modo appropriatamente proporzionale, le decisioni economiche, trovando il modo per farlo accettare da tutti— almeno in larghissima misura dai più: ma a partire da chi ci sta a dare l’esempio, senza aspettare di essere raggiunti anche dal più renitente tra loro.

In ogni caso, finora l’infarto del sistema finanziario è stato curato rimettendolo in moto, arrancante, col defibrillatore dello shock di una montagna di quattrini pubblici iniettati nelle vene della finanza. Adesso si tratta di sottoporsi subito a una cura drasticamente intensiva.

In estrema sintesi (poi proveremo ad analizzarlo un po’ più da presso), quel che è successo nel mondo, in reazione alla crisi finanziaria, è che un po’ tutti i governi hanno preso iniziative straordinarie per tamponare i propri sistemi bancari. Ad aprire la strada è stata la Gran Bretagna, con un piano parziale di nazionalizzazioni dure. Cioè: 20 miliardi di sterline alla Royal Bank of Scotland e 17 tra HBO e Lloyds TSB (che hanno deciso di fondersi) contro, rispettivamente, il 60% ed il 40 del pacchetto azionario e l’allontanamento immediato di managers e dirigenti – almeno! – dalle proprie posizioni, si fa per dire, di responsabilità).

Poi gli sono andati dietro gli americani: 250 miliardi di $ di ricapitalizzazione alle banche (la metà a nove istituti, tra cui il Gotha delle banche d’America: la Bank of America, la JPMorgan Chase, Citigroup, Goldman Sachs e Morgan Stanley: date retta, state molto attenti ai vostri quattrini se lì ne avete, ché potrebbero fare la fine di quelli affidati alla Lehman Brothers…. Non vi fidate!). Alla fine di uno scontro interno, il governo prende quote azionarie privilegiate ma senza voto (dunque, rinunciando a ogni diritto di decidere) a un dividendo fisso del 5% che dopo cinque ani salirà al 9%.

Il ministro del Tesoro, Paulson, ha riconosciuto che molti americani, lui compreso, trovano “repellente” che lo Stato prenda quote di una banca ma che l’alternativa, cioè “lasciare il mondo produttivo e i consumatori senza accesso al credito era totalmente inaccettabile”. Accettabile, invece, dice questo Gran Sacerdote del capitalismo – già presidente e sempre detentore di un copioso pacchetto di azioni di Goldman Sachs (che ha provveduto a salvare con danari pubblici[6]) – è il non dare una mano a chi sta perdendo la casa perché non riesce a far fronte al pagamento dei mutui.

Chiedevano che fosse utilizzata così parte del pacchetto di 700 miliardi di $ di fondi pubblici per le banche i democratici in Congresso e anche la signora Sheila Bair, presidente dell’Agenzia federale di assicurazione dei depositi bancari. Ma Paulson ha detto di no, con una faccia di bronzo che solo gente come lui può permettersi, “perché sarebbe stata un’interferenza palese nel meccanismo del libero mercato”.

I governi dell’eurozona hanno seguito. Dato che ancora l’Europa non c’è e che neanche stavolta hanno trovato il coraggio di farla, neanche così in emergenza, non potendo decidere di decidere insieme un fondo comune di intervento – che avrebbe richiesto un bilancio almeno parzialmente comune – hanno deciso di decidere insieme, ma separatamente, analoghi interventi nazionali.

Così, la Germania garantirà 400 miliardi di € di debiti bancari e ne mette da parte già altri 100 per stabilizzare i mercati finanziari; la Francia mette a disposizione un pacchetto di misure per 360 miliardi di €, di cui 40 per aumentare subito la liquidità delle banche; l’Olanda garantisce 200 miliardi per favorire i prestiti interbancari… ed Austria, Spagna, altri si impegnano ad avanzare proposte. Tra gli “altri”, c’è anche l’Italia che dice senz’altro di sì, che si impegna; ma che non fa parola su quando e su quanto si impegna…

La riforma degli accordi di Bretton Woods, che sancirono alla fine della guerra mondiale la creazione del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e della supremazia del dollaro, è stata proposta con forza da Sarkozy e Barroso, il presidente della Commissione europea, in visita a Bush. Che ha resistito a lungo all’idea di organizzare un G8 speciale per trattare del tema – lui sarebbe in pratica già ex presidente col nuovo già eletto a soffiargli sul collo…; e rischierebbe di legare il suo nome già sotto terra anche alla rimessa in questione del signoraggio del dollaro, anche solo parlando di riforma di Bretton Woods – ma alla fine ha dovuto dire di sì.

E, assai malvolentieri, ha dovuto invitare per il 15 novembre[7] una ventina di capi di Stato e di governo a discutere a Washington di “un comune insieme di princìpi”: Sarkozy e Barroso, per l’Europa, chiedevano qualcosa di più stringente dei “princìpi” comuni, ma Bush che non vuole dare agli americani l’impressione (della realtà, ormai, poco gli importa) di farsi condizionare da altri, ha resistito…

Così è stato convocato il G20: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa, Turchia, Stati Uniti: oltre all’Unione europea. Sarkozy ha insistito, per arrivare a concludere qualcosa e non solo per scambiare opinione, una riunione dei G8, magari allargata a Cina, Brasile e Sud Africa. Bush è riuscito almeno ad annacquarla...

Cedendo, ora, alla tentazione di un po’ di previsionismo – dopotutto negli ultimi anni ci abbiamo azzeccato noi molto più di tanti prestigiosi e ricchissimi istituti di ricerca scientifici: e i lettori lo sanno, tanto che qualcuno addirittura ci ha scritto perfino accusandoci di partito preso, di avercela con un’economia che in fondo andava, no, col nostro pessimismo sullo stato di salute dei mercati; quando quel che preoccupa chi scrive è lo stato di salute della gente, di chi lavora e di chi non riesce a lavorare neanche – proviamo a stilare anche noi qualche pronostico sul quadro a venire della crisi finanziaria (e, purtroppo, economica anche) internazionale.

Nel prossimo futuro non sembra oggi più tanto poco conventional, tanto fuori linea rispetto alla saggezza convenzionale degli economisti, quanto noi – grazie a Dio, certo, non proprio da soli ma quasi[8] – insistevamo a dire del gran brutto stato di salute dell’economia internazionale oltre che di quella nostrana (ma ricordate quanti raccontavano al paese, che poi ci ha pure creduto, che le cose andavano male in Italia perché non ci adeguavamo bene alla liberalizzazione e alla privatizzazione di tutto quel che era pubblico?).

• Ora pensano tutti anche in America, compresi i cantori di mestiere o per fede del mercato, che l’economia sia in recessione, e che sarà lunga e pesante. Ogni giorno si sentono paragoni con gli anni ’30. Tutti vedono e dicono che la spesa per consumi è nei guai: in un paese che ha il PIL fatto per il 70% dai consumi. Un sacco di esperti ormai dicono, in Europa come in America, che bisogna abbassare i tassi: e adesso l’idea, fino a ieri anatema, comincia a prendere piede, con molta cautela, perfino fra i paranoici del pericolo inflazione che siedono alla testa della BCE a Francoforte.

• Pure… pure sono tanti ancora gli esperti che sottovalutano la durata e la durezza della recessione avanzante e non trovano le parole per dire alto e forte che solo aumentare i consumi e gli investimenti, privati e pubblici soprattutto di questi tempi, può tirarcene fuori.

• Pochi riescono ad rendersi conto, e a far rendere conto alla gente, che i rendimenti dei buoni del Tesoro andranno molto giù dato che tutti ormai, comprensibilmente, ad essi si rivolgono e non più a Lehman Brothers, per dire.

• In America, il valore delle case calerà ancora almeno del 20%... Da noi di meno perché, da noi, meno serio è stato il danno dei subprime visto che da noi le banche non prestano tanto facilmente a chi non dà loro garanzie forti.

• E il settore di mercato emergente dell’economia globale, quello che davvero sta dando i numeri, figlio prediletto del liberismo selvaggio che adesso chiede, invoca, implora di essere salvato dal nemico, lo statalismo, avrà a che fare con più di una crisi finanziaria: dovrà far fronte a una depressione vera e propria perché chi si fiderà più, tra quelli che ancora potranno permetterselo, della promessa ormai rivelatasi miraggio dei derivati? E sarà una depressione senza limiti definibili, severa in moltissimi paesi.

• Il problema del credito – secondo noi è meglio che nessuno si illuda – è che non lo sistemerà la ricapitalizzazione delle banche. Perché il problema a tutto sottostante non è solo che l’ammontare aggregato dei prestiti è troppo vasto rispetto al capitale bancario in questione; è che è troppo grosso anche a confronto dell’ammontare del reddito dei privati in questione.

• Così che il problema è in realtà complessivo, non solo di chi ha prestato ma anche di chi preso in prestito; il che impone alle famiglie di abbassare, adesso, il loro debito relativo alle entrate ed alle imprese di fare lo stesso, abbassare adesso il debito in rapporto al reddito d’impresa…

• E il peggio: anche se la recessione finisce prima del 2010, ancora un anno diciamo, l’occupazione continuerà a declinare. Per un anno o anche due, almeno, ristrutturazioni e licenziamenti – forse un po’ contenuti, ma solo tagliando ore e precarizzando il lavoro – andranno avanti. In America il tasso di disoccupazione ufficiale, toccherà di sicuro il 10% (uguale al 12, forse effettivo: e sarà dura, oltre che per la gente che non può lavorare, per chi verrà eletto il 4 novembre); da noi potrebbe tornare al 10%.

In fondo, il meccanismo che prevedeva di mettere in moto Paulson, almeno dopo le correzioni impostegli dal Congresso, inondando le banche dei soldi dei contribuenti voleva rimetterle in grado di ricominciare a prestare denaro. Il che, a sua volta, avrebbe dovuto stabilizzare i mercati impedendo loro di peggiorare nel prossimo futuro di più di quanto sarebbe stato altrimenti.

In un secondo momento, ma quasi subito, il Tesoro cominciò a premere perché le banche adoprassero questa nuova liquidità che entrava nelle loro casse per cominciare a riprestarsi denaro tra loro. Ma adesso si scopre che molte di loro preferiscono tenerseli questi soldi e non mobilitarli riprestandoli ad altri istituti o ai cittadini. E che, in fondo, al Tesoro non preme poi tanto farglielo fare.

Il problema, e grosso, è che il salvataggio è stato venduto alla pubblica opinione proprio come modo di rimettere in moto il meccanismo dei prestiti. Ora, se non era questo lo scopo principale, o se non lo è più, c’è bisogno di dirlo al Congresso e alla gente. I legislatori, comunque – non dovrebbero sbloccare la seconda rata del salvataggio – ben 350 miliardi di $ non ancora versati – finché non vengano date risposte e garanzie[9].  

Ci credete che speriamo di sbagliarci, stavolta? sul fatto che il Congresso mollerà, consentendo nei fatti a lor signori di continuare a fare quello che vogliono, quando e come vogliono, a spese dei contribuenti?

Intanto il prezzo del petrolio precipita, con la domanda mondiale in calo serio, la crisi, la recessione e la relativa mordacchia almeno elettorale alle minacce belliche americane ed israeliane verso l’Iran: nell’ultima decade di ottobre è appena sopra i 60 $ al barile, quando ancora a luglio sfiorava i 150. E in questi frangenti che l’OPEC a Vienna decide un taglio alla produzione di 1,5 milioni di barili al giorno[10], più rilevante del previsto e il maggiore dal 2003, nella speranza – riducendo l’offerta – di tamponare la caduta precipitosa, e per le loro finanze sicuramente negativa, del prezzo del petrolio.

La reazione del mercato non è andata come il cartello sperava: il prezzo è sceso ancora a 63 $ subito e, dopo qualche ora, addirittura a 61,60 $ al barile. Anche perché – sulla base dell’esperienza recente – nessuno, dentro l’OPEC e fuori, è in grado di garantire che i membri dell’organizzazione (40% della produzione mondiale) impegnati alla riduzione, poi, la metteranno realmente in atto. Lo spettro che minaccia il cartello è il crollo del petrolio del 1998, quando i prezzi caddero a 10 $ al barile.

La prossima riunione del vertice dell’OPEC è prevista ad Algeri a metà dicembre. Ma potrebbe anche essere anticipata, a seconda di come alla fine reagirà il mercato alla riduzione— decisione presa, stavolta, inusualmente in un incontro di un’ora; cioè, malgrado alcuni segnali di resistenza sauditi al taglio, senza troppe discussioni; perché, come s’è visto, dubitano che il regno saudita darà seguito effettivo alla decisione annunciata, sotto pressione com’è del Grande Fratello statunitense, ai cui desiderata è molto sensibile, perché non chiuda neanche un po’ il rubinetto del greggio…

Forse vale la pena di riassumere l’evoluzione degli ultimi dieci anni del prezzo del greggio. Nel 1999, un barile (159 litri, circa) costava sui 16 $, nel 2008 era arrivato anche a 150 e, oggi, sta sotto i 65. Le ragioni dell’impennata dei prezzi, diverse, sono riassumibili nella crescita vorticosa delle economia di Cina ed India, nell’instabilità seminata a piene mani (americane, ma non solo) nel mondo in grandi aree di produzione (Iraq e delta del Niger in Nigeria). La mappa economica e politica del mondo è stata ridisegnata e le vecchie nozioni del potere sono state riscritte, col precipitare rapido della credibilità americana ed il crescere di quella cinese— che però ormai come il primo mondo ha a che fare con l’onere di essere diventato uno dei maggiori paesi importatori.

La gestione del nuovo ordine del mondo, che deriverà dai non ancora solidi assestamenti tettonici in corso, sta diventando rapidamente un problema serio globale. Chi ha bisogno di petrolio tira fuori le unghie per assicurarsi la continuità delle forniture che tutti sanno in riduzione. E, come tutti e sempre nella storia, chiunque farà accordi con qualsiasi diavolo per ottenere lo scopo— anche chiamandolo, poi, paese canaglia ma facendoci fior di affari, se e quando odorano di petrolio (gli Stati Uniti importano dal Venezuela l’11% del greggio che consumano, cioè ben il 60% del totale dell’export di petrolio di Caracas[11]).

Anche perché certo, una volta che arriva sul mercato, nessuno può più distinguere il petrolio venezuelano da quello kuwaitiano o iraniano: essendo il greggio, proprio come il grano, guarda un po’, una commodity del tutto fungibile (indistinguibile, o quasi) per definizione. E poco conta che in molti paesi in via di sviluppo che hanno il petrolio, in genere quelli più vicini all’occidente, le entrate relative vengano spesso ingoiate in buchi neri di corruzione e spese per armamenti, privandoli di quella che pure sarebbe la loro migliore leva di sviluppo.

Non conta neanche che in altri regimi, più stabili e avanzati anche se magari in via di progressiva decomposizione (l’Arabia saudita, per dire), il petrolio stia alimentando enormi fondi di investimento di Stato – meglio di chi controlla lo Stato – i cosiddetti fondi sovrani. Sovrani nel senso che rispondono solo alla volontà dei proprietari: come se da noi fosse poi tanto diverso. I soldi sono i loro e non dipendono dai nostri governi e, quindi, anche se quei soldi li vogliono disperatamente, i nostri governi li vedono magari come una minaccia. E, prima o poi, si dovranno decidere.

In proposito, quasi sottotraccia e senza nessuna pubblicità anche se prima se ne era parlato molto negli ambienti finanziarti internazionali, l’11 ottobre – annebbiato dalla riunione del FMI convocata d’urgenza a Washington per concordare con gli europei una “soluzione” alla crisi finanziaria – è stato lanciato un cosiddetto “codice di condotta” per i fondi sovrani.

Si tratta di 24 princìpi, o clausole, che dovrebbero essere assunte da ogni fondo sovrano, cioè da ogni Stato, i cosiddetti “princìpi di Santiago” dal luogo della riunione che in origine provvide ad elaborarli. Solo che sono principi assolutamente volontari. Chi li propone, gli Stati Uniti, l’Europa, lo sanno bene. Ma pensano, forse illudendosi – perché uno che presta soldi a qualcuno è lui a porre le condizioni, non a subirle ovviamente – che anche una minaccia sdentata come questa potrebbe servire a disinnescare il sentimento di chiusura protezionistica che sale nei loro paesi.

Tra l’altro, fare pressione sui fondi sovrani per condizionarne la presenza, può rivelarsi anche assai controproducente. Perché così i fondi potrebbero anche rivolgere la propria attenzione a più accoglienti paesi, come ad esempio quelli asiatici dove iniezioni di capitale in arrivo porterebbero vantaggi significativi anche se, probabilmente, comporterebbero complicazioni gestionali: in India, prontissima ad accogliere fondi sovrani da dovunque – dalla Cina, dalla Russia, dal Golfo, ad esempio – e ad assicurare loro anche buoni rendimenti, il problema sarebbe l’apprezzamento conseguente della rupia sui mercati internazionali.

Però, e inoltre, quei prezzi del petrolio rendono anche possibile la domanda di beni e servizi rivolta all’industria manifatturiera europea da Russia, Medio Oriente, Venezuela (la Germania, dal 2001 al 2006, ha registrato un +128% di export in Russia).

E, pare adesso, che anche Cuba sia stata dotata da madre natura di grandi riserve di greggio, ben dentro le sue acque territoriali: tanto petrolio da portare la piccola isola caraibica allo stesso livello di riserve dei grandi Stati Uniti d’America. “Cambierebbe tutta l’equazione” – rimarca il fondatore dell’Associazione commerciale USA-Cuba a Washington, Kirby Jones – “il governo farebbe più entrate e non dipenderebbe più dal greggio estero… Anzi, potrebbe entrare a far parte dei paesi esportatori di petrolio[12].

E’ noto che a Cuba la vita è dura. L’economia “socialista”, che con tutte le riforme in atto ancora è largamente collettivistica – dice una famosa barzelletta che la rivoluzione ormai ha solo tre problemi, sempre gli stessi: colazione, pranzo e cena – è sostenuta, di converso, da una marea di sussidi pubblici (educazione, istruzione, sanità e un buon pasto completo sui luoghi di lavoro). E’ questo petrolio – riserve per oltre 20 miliardi di barili di greggio – sarebbe una vera bonanza, anche se è a oltre un chilometro e mezzo sotto il mare e difficile e costoso da estrarre.

Si tratta di vedere anche chi, adesso, fra i partners potenziali di Cuba – Brasile, Norvegia, Spagna e anche l’ENI – avrà il coraggio di sfidare l’embargo americano. Di proporsi a l’Avana subito, adesso, come consoci— prima che lo facciano gli americani, che del petrolio cubano si interesseranno di certo cancellando presto, ma non per primi, col nuovo presidente l’embargo.

in Cina

Passeggiata nello spazio, a 340 km. dalla Terra, per il primo astronauta del paese che ha sventolato in diretta televisiva (in diretta: una volta sarebbe stata registrata perché non si sa mai…) la bandiera della Cina. Poca incidenza scientifica e anche non certo una novità, ma un passo politicamente – e popolarmente – importante.

La Cina, dopo la crescita del PIL del terzo trimestre che ha frenato al +9%, anche al di là del target che essa stessa cercava – in effetti è il tasso di crescita più debole dall’epidemia di SARS del 2003 – ha cominciato ad applicare misure economiche un po’ diverse, tentando ora una politica di stimolo con gli strumenti della spesa  e del fisco, ma senza esagerare.

Il Consiglio di Stato, il governo cinese, ha formalmente cambiato l’obiettivo economico a breve termine: da una “crescita a un tasso d’inflazione controllato” (sceso al 4,6% a settembre, dal 4,9 di agosto) ad uno “stabile e rapido sviluppo economico[13]. La preoccupazione è quella di non veder tagliare le ali al miracolo economico cinese dal rallentamento economico e dalla crisi finanziaria internazionale, specie americana.

Nell’implementazione di quella che nel paese era stata annunciata come una grande riforma agraria, sembra aver prevalso, alla fine, una qualche prudenza[14]. La riforma effettivamente passata dichiara di voler rendere più facile di quanto fosse finora il trasferimento delle terre e consolidare le garanzie della proprietà ai contadini. Ma non si spinge, finora, come era stato forse un po’ affrettatamente annunciato, o speranzosamente da qualcuno predetto, a cambiare le regole che definiscono la proprietà “collettiva” delle terre agricole o a consentire ai contadini di ipotecare le loro terre o le loro case.

Forse è necessario anche, ormai, buttare un po’ d’acqua su certi entusiasmi inconsulti che troppo facilmente, identificando nella Cina il futuro della crescita economica globale, sperano che sia l’ex celeste, e poi rosso, impero a tirar fuori le castagne dalla brace rovente per l’occidente.

Questa è la strada che sembrano prendere alcuni editoriali recenti del NYT ed uno in particolar modo[15]: “lascino perdere la loro propensione a esportare – dice – e pensino ad allargare il mercato interno, i consumi”, i cinesi. Un suggerimento di buon senso “per un paese che è cresciuto di tredici volte negli ultimi trent’anni, grazie alle iper-esportazioni e ad investimenti addirittura roventi. Ma con un’economia sbilanciata, dove la spesa per consumi ammonta appena a più di un terzo della produzione e probabilmente si tratta del tasso più basso di ogni economia al mondo. E con l’assoluta dipendenza dalle esportazioni che ha reso il paese enormemente vulnerabile ai mutamenti della domanda globale”.

Inoltre, “dato il disperato pasticcio che Washington ha fatto del suo sistema finanziario – e il NYT se ne rende conto per primo – sono pochi i paesi oggi disposti a dar retta ai consigli americani – a dire il vero oggi dì più, ma  anche ieri – e dopo anni di bastonature continue impartite alla Cina dal Congresso americano, Pechino potrebbe essere particolarmente recalcitrante”.

Come segnala, però, secondo noi, saggiamente un osservatore minuziosamente attento e sagace[16], questa speranza di trovare un aiuto dalla Cina sembra solo “una sciocchezza alla moda che ignora alcune realtà molto dure. La prima è che, con l’eccezione del Giappone, tutta l’Asia resta in sostanza un sotto-contrattore, un sub-appaltatore, dell’occidente. Due terzi dell’export cinese, ad esempio, sono fabbricati da compagnie straniere che fondamentalmente riprocessano semi-manifatturati importati che poi vengono rispediti in Europa o in America.

   E’ un’economia, questa, che poi non innova, che copia e contraffà in grande le tecnologie occidentali. Quanto all’innovazione, la storia della Cina è orrenda: il paese conta solo per lo 0,1% dei brevetti complessivi di Giappone, Unione europea e Stati Uniti. Un dato che può ben cambiare nei prossimi due secoli, ma non nel corso della nostra esistenza”.

Anche perché l’innovazione è possibile solo in un clima che consenta alle università, per esempio, di fare ricerca più liberamente… E ancora, qui in Cina, non se ne parla.

Sulla Cina è bene contare poco, poi, per un rilancio mondiale. Perché questo è ancora un paese che esporta e risparmia, anzi è il paese che esporta e risparmia più di ogni altro. Consuma addirittura una proporzione inferiore di PIL di quella che risparmia e, di fatto, consuma meno di quanto consumi l’Italia. Se stagnano le esportazioni, come con la rivalutazione dello yuan contro il dollaro e il rallentamento dei consumi americani è successo, qui ristagna tutta l’economia.

   D’altra parte non è che qui ai consumi possano supplire gli investimenti. La Cina è già satura di porti, autostrade, acciaierie, cementifici e impianti petrolchimici che operano solo per una frazione delle proprie capacità. E con la presa d’atto che questa capacità ha sopravanzato di molto una domanda che sta rallentando, si va sgonfiando anche la bolla dell’economia cinese… metà delle 2.200 fabbriche di scarpe hanno chiuso, come un terzo delle 3.600 fabbriche di giocattoli.

   E già vanno scoppiando quelli che i cinesi chiamano ‘incidenti’— disordini sociali, in  effetti. Ha avvertito il ministero del Lavoro che la Cina, se vuole mantenere la stabilità sociale, ha bisogno di creare posti di lavoro a tassi molto elevati”.

Forse l’autore esagera, nel senso che non tiene conto abbastanza della duttilità del popolo cinese, della sua enorme e dimostrata capacità di adattarsi di fronte ad una speranza, anche solo iniziale ma reale di miglioramento, come ha visto e toccato con mano negli ultimi trent’anni almeno, dopo quelli iniziali del durissimo “consolidamento rivoluzionario”. O forse legge bene la riluttanza del potere politico ad allentare le briglie.

Il fatto è che, però, anche qui, come nel discorso dell’innovazione da rilanciare – o meglio da lanciare quasi di sana pianta – tutto è condizionato dalla politica. Stesso nodo ormai si presenta per la politica rurale: sul suo riassetto, la struttura proprietaria e l’importanza che ha aprirla o no al cambiamento. E’ un nodo che dovrà essere affrontato e che, di buon grado o meno, lo sarà presto.

Anche perché questo della “glasnost” troppo in ritardo, rispetto alla “perestrojka” già ampiamente avviata, è diventato la condizione per rilanciarsi ormai della Cina. Sarà un processo alla cinese, però, non alla russa, con una certa urgenza di certo ma senza la precipitazione che seppellì, buttando via no solo l’acqua sporca che s’era accumulata, l’esperienza di Gorbaciov.

In questione, è il monopolio del potere del partito comunista cinese che va ricalibrato gradualmente prima di rischiare di venire spazzato via da “incidenti” o “disordini sociali” che, è vero, all’orizzonte si vedono – come sempre capita in un regime che decide di aprirsi un poco e che trova la gente a forzargli la mano perché si apra un poco e sempre un poco di più – e cominciano anche a farsi pressanti.

E il partito lo sa. Per questo adesso sta valutando, o se preferite è costretto a considerare il che fare e come farlo, anche se al momento non s’è ancora deciso. “Ma dovrà consentire ai contadini di comprare e di vendere in qualche modo la proprietà che di fatto, anche se senza titoli formali di proprietà, essi detengono per il terreno loro allocato o affittato a lungo termine. Sarebbe questo il passo principale ancora incompiuto in questa direzione dalla Rivoluzione in poi.

   E’ dinamite politica, uno dei puntelli principali del sostegno al partito— il suo controllo dei villaggi dove vivono 730 milioni di cinesi e del diritto alla terra.

   Ma questa avventura, anche pericolosa perché nessuno sa quale sia il percorso che porterà ad una libertà maggiore per tutti i cinesi, ormai diventa necessario affrontarla di petto, perché comincia ad esigerlo anche l’economia stessa”.

Insomma, la Cina cambia e cambierà. Dovrà farlo per ragioni sue di uno sviluppo più equilibrato e più libero, necessario anche per crescere in un modo più bilanciato e socialmente accettato.

Ma non cambierà per tirar fuori noi dalla fanga nella quale ci siamo andati a affondare.  

nei paesi “emergenti”

Per l’India, dopo aver minacciato fulmini e tuoni, e forse distratto, chi sa?, dai guai finanziari in cui il paese stava affondando, il Congresso americano ha approvato l’eccezione legislativa con cui, malgrado il rifiuto di Nuova Delhi di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare – dirimente per la legge statunitense – al grande paese asiatico vengono concessi per una cooperazione tecnologica atomica gli stessi “privilegi” che, con gli Stati Uniti, hanno altri paesi nucleari alleati.

E, a ruota, ma dopo – e sono due contraddizioni sesquipedali rispetto all’obbligo che il TNP dispone per ogni cooperazione nucleare: la firma del Trattato (con l’Iran, firmatario, che ovviamente sghignazza) – anche la Francia raggiunge un accordo sulla cooperazione energetica con l’India che apre la strada per la vendita di reattori nucleari costruiti oltralpe.     

In Ecuador, il presidente Correa (uno dei diversi liberamente eletti cavalcando in America latina l’ondata di rivolta anti-yankee in augurata anni fa dal venezuelano  Chávez) ha visto approvare dai due terzi degli elettori la nuova costituzione (la ventesima del paese andino). Consegna a Rafael Correa nuovi ed estesi poteri, incluso il diritto a ripresentarsi per altri due mandati alle presidenziali e un controllo più forte e centralizzato sull’economia[17]

EUROPA

Nella zona euro, la disoccupazione sale al 7,5% ad agosto, mentre già il dato di luglio è ora, ad agosto, da rivedere leggermente al rialzo, dal 7,3 al 7,4%. Si riparla, dopo anni di stagnazione del dibattito, “grazie” soprattutto all’uso spregiudicato del lavoro precario e di qualche sussidio, di come ricominciare a creare il lavoro. Ormai, nella crisi finanziaria, stiamo raggiungendo il punto in cui si tornerà presto a parlare delle ricadute reali: i grafici fibrillanti, ma tendenti al peggio, di produzione, vendite e occupazione, l’impennarsi dei licenziamenti, dei pignoramenti e degli sfratti. 

Su impiego e costi del lavoro, rispetto a un passato anche recente, dovunque avanza la tesi che la soluzione reale a una disoccupazione che minaccia di diventare davvero di massa è di investire risorse sulla formazione dei lavoratori dipendenti e non il marchingegno thatcheriano che va sotto il nome di flessibilità dappertutto e comunque[18], magari se volete ribattezzata,  per tirar dentro i gonzi, flessicurezza. E l’inflazione si riduce a settembre al 3,6, dal 3,8 di agosto, secondo le stime preliminari[19].

300 osservatori  dell’Unione europea si sono schierati in Georgia a monitorare l’impegno russo al ritiro. Che è stato rispettato, entro i limiti che i russi avevano concordato e sottoscritto con la missione europea guidata da Sarkozy a inizio settembre: cioè, dalle cosiddette zone di sicurezza ma non da Ossezia del Sud e Abkhazia, ormai per i russi paesi sovrani e come tali da essi riconosciuti (e protetti: l’unico esito stabile e, almeno nel futuro prossimo anche irreversibile dell’avventura filibustieresca di Saakashvili ad inizio agosto).

Ciò non toglie che la diplomazia frenetica e anche – perché non dircelo? – efficace dell’Europa nell’occasione – con Sarkozy che ha forzato la mano anche ai più riluttanti per poterla impegnare sul campo – non è riuscita a nascondere il fatto che, se gli europei sono piuttosto abili nella gestione delle crisi, la loro capacità di darsi una geopolitica comune ancora è inesistente.

Siamo sempre spaccati in Europa, inglesi e la maggior parte degli ex paesi dell’Est di qua e Germania, Francia, Spagna e Italia di là, tra il fare la faccia cattiva alla Russia – anche quando, come nell’occasione georgiana, subisce un’aggressione e reagisce – e, invece, cercare di costruire coi russi una partnership strategica.

Il vertice dell’UE di metà ottobre, che ha visto ratificare da tutti i paesi membri le decisioni già assunte sulla crisi finanziaria in seno di eurozona e prima tra i quattro “grandi” d’Europa e prima ancora con gli USA, ha anche dedicato qualche po’ del suo tempo a ribadire l’impegno a ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici sul nostro continente, e nel mondo, con un pacchetto di proposte di riduzione obbligatoria dei gas serra entro la fine dell’anno (il pacchetto, non la riduzione).

Berlusconi ha tentato – per ora tutto sommato con relativo successo e eq        uipollente insuccesso – di ridurre l’impegno. Malgrado le sue insistenze sui suoi costi “eccessivi”, però, gli hanno risposto in maggioranza che più eccessivi sarebbero i prezzi anche economici da pagare restando fermi e tanto più consentendo a qualcuno di retrocedere rispetto agli impegni presi. Il presidente del Consiglio è arrivato a dire che l’ “accordo sulla riduzione dei gas serra l’aveva firmato Prodi e che a lui non piaceva”… beccandosi subito il richiamo – ovvio – che, in Europa, per definizione e per prassi, ogni governo deve – non può, deve – farsi carico delle decisioni dei governi precedenti[20].

Il responsabile europeo dell’ambiente, poi, il commissario Stavros Dimas, ha spiegato che i conti berlusconeschi  sono sbagliati in radice: calcolano i costi della ristrutturazione industriale necessaria nel nostro paese per onorare la riduzione promessa nel caso nostro, ma li calcolano senza ragione, al doppio di quelli che prevede l’Europa. Naturalmente, il primo ministro nostrano insiste che continuerà a combattere. Ma speriamo proprio che, stavolta, non vinca…

Per ora – questo è il risultato finale – s’è dovuto accontentare di una vaghissima promessa a “tener conto” delle sue obiezioni – sostenuto, come ha voluto precisare, da ben altri nove Stati europei: tutti quelli dell’Est che hanno fabbriche e produzione ancora più antiquate e smandrappate, perciò più inquinanti, delle nostre – di qui a fine anno. Già: come, quanto, quali obiezioni specifiche?

Intanto è opportuno dire che, sui conti e il modo di fare i conti, ci fidiamo più di quelli europei che di quelli fatti in casa nostra da lui. D’altra parte, la posizione più articolata, in termini di “ragionamento” del governo italiano è quella esposta dal ministro Brunetta (non c’entra niente, lui, ma ci vuole entrare per forza, come di solito…) che dice seccamente “noi [plurale maiestatico: noi di F.I., noi del governo, noi italiani? noi che?] vogliamo un ambiente pulito. Vogliamo controlli di tipo ambientale che non uccidano però le nostre imprese e le nostre famiglie[21].

Mentre, come è del tutto evidente da questo “ragionamento”, gli altri (i non noi) sono masochisti e suicidi: si ripromettono, infatti, di affrontare l’impatto ambientale sui loro sistemi industriali in modo tale che costi almeno il doppio “per le loro imprese e per le loro famiglie”. Ma…  

Da parte sua, anche Napolitano ha ritenuto di dover intervenire: come ogni tanto gli capita, interpretando il suo ruolo super partes un po’ troppo meticolosamente forse, colpo al cerchio e anche alla botte, richiamando (la botte) la necessità di tutelare l'ambiente, ma (il cerchio: come se qualcuno ne mettesse in questione la necessità…) il fatto che “la sua tutela non deve essere scollegata dalle esigenze di sviluppo economico”. Che, appunto, con tutto il rispetto che anche personalmente gli portiamo, sa di cerchiobottismo allo stato puro.

Intanto, la reazione europea al piano americano di salvataggio (porta il nome ufficiale di Atto di stabilizzazione dell’emergenza economica: EESA), al di là della sceneggiata andata in onda a Parigi alla riunione del G4 – un istituto inventato all’uopo e mai prima esistito – alla fine non aveva concluso granché: dimostrando, anzi, solo la solita corsa all’ognuno per sé e, casomai, Dio per tutti. La discutiamo subito sotto nel capitolo sugli Stati Uniti d’America.

Qui proviamo, invece, per un momento a riflettere sullo sfondo di quanto c’è dietro il piano Paulson, sulla borsa ed i suoi meccanismi impliciti – la natura della bestia, come ci piace chiamarla: i suoi istinti sfrenati speculativi (si dice giocare in borsa, no?) – e proviamo ad avanzare un’ipotesi che sembra ragionevolmente fondata. Ragioniamoci un po’. Quando si parla di borsa, sembra che i suoi soldi piovano quasi dal cielo. Ma non è affatto così…

Dunque… La proprietà di un’azione è una rivendicazione sui profitti futuri dell’impresa di cui si possiede l’azione. Se il suo valore aumenta perché si ipotizza che cresca forte l’economia e, con essa perciò anche il valore di quell’azione, si può dire che ci guadagnano tutti.

Ma se invece la borsa sale perché i mercati credono che il governo aumenterà le tasse sugli stipendi e i salari dei milioni di lavoratori del pubblico impiego (dai pompieri agli insegnanti) e ne trasferisce l’introito alle banche, a Wall Street, ci guadagnano forse tutti, o ci guadagna solo l’azionista di quelle banche?

Oppure, se l’esuberanza irrazionale di una bolla speculativa o di un’altra aumenta il valore sul mercato di una serie di azioni di 100 miliardi di $, non sarebbe forse come regalare 100 miliardi di $ solo a quegli azionisti ? il che è bene ovviamente per loro ma per nessun altro.

In altri termini: non è forse ora, specie per chi scrive di economia – chi la fa, statene certi, lo sa: chi ne legge e ne scrive, non sempre – di dar conto, chiaramente, del fatto che la borsa non è l’economia?

Però, nell’economia, la voce della finanza è sempre prevalente, anche e malgrado l’insensatezza di fondo che ha dimostrato per anni e la gran brutta figura che ha fatto e il costo che, adesso, tutti per colpa sua devono sopportare. Un’iniezione di buon senso comunque, anche se decisa come dire en catastrophe, c’è stata l’8 ottobre mattina, come risvegliandosi da un torpore incosciente in cui ciascuno pensava soltanto a sé e, dunque, male.

Tutte le grandi banche centrali d’occidente hanno contemporaneamente deciso, e annunciato a pochi minuti l’una dall’altra, di abbassare i tassi di sconto a breve da loro controllati. Insieme, cioè stavolta almeno coordinandosi in maniera deliberatamente non competitiva l’una con l’altra, la Fed va giù di 50 punti, all’1,75%; la BCE fa scendere il tasso anch’essa di mezzo punto, dal 4,25 al 3,75%; la Banca d’Inghilterra al 4,50%, la Banca del Giappone (che, col suo tasso allo 0,5% lo ha lasciato lì, ma spiegandolo agli altri); quelle della Svizzera (tra il 2 e il 3% nella gamma del suo tasso variabile), della Svezia (4,25%) e del Canada (al 2,5%)… e anche la Banca di Cina (che ha abbassato il suo, dello -0,27% al 6,93%)[22].

E’ poco, però. Chi scrive sa che forse esagera un po’. Però, è alto tradimento dell’Europa se con l’economia dappertutto – eurozona o no – in queste condizioni di rapida e accelerata caduta, non si procede ormai a tagliare i tassi con l’accetta e non più con il bisturi, aumentando così altrettanto rapidamente e massicciamente l’accesso al credito.

Rispetto a questa soluzione sono palliativi probabilmente le altre misure. E, separatamente, il governo britannico ha annunciato quello che, di primo acchitto, sembra un piano analogo a quello di Paulson: pomperà miliardi di sterline[23], sui 500 (cioè 863 miliardi di $, proporzionalmente alla dimensione dell’economia dodici, tredici volte l’ammontare di quello!) nelle casse delle principali banche del paese, in varie forme: adesso, per anni, non ci sarà programma di spesa pubblica (sicurezza interna, istruzione, giustizia, sanità, educazione e anche difesa— sì, anche i “ragazzi” al fronte, in Afganistan e in Iraq) che non si vedrà sottrarre finanziamenti per pagare questi buchi di borsa e di speculazione. Voi capite perché queste alternative sono peggiori del buttare a mare una volta per tutte la dottrinaria visione antiflazionista del ruolo delle banche centrali?

Si poteva credere che il governo di Sua Maestà, nominalmente laburista e di sinistra, avrebbe potuto chiedere in cambio qualcosa di più che alcune tutto sommato modeste restrizioni ai premi di produzione “eccessivi” dei managers ed una frenata alla distribuzione di dividendi che, in ogni caso, le banche non avrebbero potuto effettuare perché ormai in bancarotta…

E, probabilmente, all’ultimo momento se n’è ricordato, Gordon Brown, delle origini laburiste e di sinistra sue e del suo governo. Tanto per cominciare – ma non è poco – tutti i presidenti di CDA e gli amministratori delegati degli istituti bancari adesso “salvati” da soldi del contribuente britannico si devono subito dimettere… Non succede in America, non è successo né succederebbe neanche in Italia…   

C’è insomma speranza, visto come è riuscito a spazzare via costringendoli a seguirlo quasi senza neanche saperlo, tutti i seguaci genuini del neo-liberismo dominante e rampante e anche i tanti neofiti che ai neo-lib neo-lab s’erano arresi inneggiando al neo-liberismo, convinti che perseguire la giustizia sociale come obiettivo significasse davvero negare l’efficienza… che, infatti, ora regna sovrana (non solo lì, si capisce).

Così, premier e Cancelliere dello Scacchiere, il ministro del Tesoro Darling, pur accennando alla necessità di punire i banchieri irresponsabili ma senza nessuna specifica indicazione sulla punizione che sarà impartita si sono ben guardati dal chiedere alle banche

• di rimpatriare i profitti inguattati alle Bahamas o alle isole Cayman negli anni scorsi della deregulation sfrenata (anche perché della deregulation erano stati promotori convinti).

• di licenziare in tronco, o di citare in giudizio per danni i responsabili massimi delle banche che hanno provocato il casino.

• di obbligarle ad un taglio immediato alle loro attività speculative.

• di mettere in vendita i pezzi ancora redditizi delle loro attività per restituire almeno parte di quel che erario e contribuente stanno pagando per il loro salvataggio.

• né, tanto meno, di rimpiazzare con personale proprio, il personale dirigente delle banche per garantirsi che le cose vengano fatte come il nuovo “proprietario” dispone quanto a regolamentazione, trasparenza e rendicontabilità del loro operato.

Spera solo, o almeno il cancelliere lo dice, che la maggiore influenza acquisita come proprietario di ultima istanza, darà al pubblico interesse più voce in capitolo nel settore finanziario. Ma sarà davvero così, contro gli istinti neo-lib dei vecchi neo-lab?

Ma, a parte questo dubbio veramente di fondo, neanche quest’intervento colossale sembra riuscire a far cessare il ballo di San Vito della borsa britannica.

Così alla fine, secondo vertice d’urgenza dell’Unione all’Eliseo, domenica 10 ottobre. Stavolta, si rifanno un po’ tutti al piano britannico – che nel frattempo ha assunto tutt’altra forma e spessore: scrive Krugman che, in questa seconda versione, apprezza come esso abbia “assunto inaspettatatamente [di junior partner dell’economia britannica nell’equazione finanziaria globale] il ruolo di leader del salvataggio a livello internazionale[24], con tutti gli altri coperti ed allineati. Tutti. Anche paesi ed istituzioni che come gli USA o l’Unione europea, la Fed o la UE hanno dieci volte il potere economico e l’influenza di Regno Unito e Banca d’Inghilterra.

E’ che, tra i governi, hanno visto e compreso, per primi forse, gli inglesi, la portata e la natura della crisi, complicatissima ma alla base anche semplice, spiega Krugman che qui ulteriormente noi semplifichiamo. In principio c’è stato lo scoppio della bolla edilizia, con perdite vaste per chiunque avesse comprato titoli garantiti dalle ipoteche, debito crescente e conseguente per molte banche e istituti di credito su ipoteca e poco, pochissimo capitale per far fronte ai debiti. Ci hanno provato, a far fronte ai loro debiti e ad aumentare il capitale vendendo proprietà ed assets, ma l’affacciarsi di troppe residue attività, tutte e tutte insieme, sui mercati ha ancora svalutato il capitale.

Invece di optare per la soluzione classica in crisi di questo tipo, la vendita di azioni all’autorità che opera il salvataggio (era la soluzione che voleva il presidente della Fed Bernanke; e quello cui subito si oppose Paulson con l’argomento che a questo strumento si ricorre “quando ci si confronta con un fallimento…”: cioè, una resa alla realtà che Bush, ancora allora, non consentiva. Ci  sono voluti gli inglesi a proporre da soli, dopo aver inciampato anche loro in prima istanza sulla soluzione sbagliata, e poi ad imporre a tutti la soluzione classica rimodernizzata.  

Hanno preso direttamente quote di partecipazione proprietaria nelle banche che vengono aiutate e salvate allo Stato: e hanno subito annunciato di garantire i prestiti, e quindi i debiti interbancari, che dovrebbero poter consentire a questa parte cruciale del meccanismo finanziario – i prestiti tra banche adesso garantiti dallo Stato – di cominciare a rifunzionare. Perché Paulson e, dietro a lui, gli altri governi e le altre banche centrali europee, resistevano invano all’obbligo, che con questa assunzione di responsabilità loro veniva, di imporre la loro autorità sui sacrosanti diritti di proprietà di chi d’altra parte, per non fallire, deve cedere allo Stato quella sia proprietà.

In buona sostanza, adesso gli europei (in realtà, poi, hanno dovuto insieme  necessariamente provvedere a formalizzare la decisione non solo la quindicina di governi della UE che a Parigi erano stati invitati; ma tutti…) hanno concordato di iniettare liquidità per miliardi di euro nelle banche in difficoltà nel tentativo di restaurare così la fiducia in un sistema finanziario che tutti, ormai proprio tutti, riconoscono scricchiolante.

Ha sintetizzato il ministro delle Finanze belga, Didier Reynders, che “tutti gli Stati europei [bé, tutti…] sono impegnati a ricapitalizzare separatamente ogni loro banca se e quando un paese decide che essa costituisca un pericolo di insolvenza ed un rischio per l’economia[25].

Ricordate la battuta dello spot Tv? la mia banca non è così”. Ma neanche il mio governo lo è,  così generoso, nei miei come nei vostri confronti, purtroppo…

Non è il fondo comune di salvataggio auspicato da olandesi e italiani (Berlusconi, pare molto personalmente, superando anche frenate interne al PDL e ad AN; altri dicono solo perché tanto sapeva che qualcuno, Merkel nella fattispecie che temeva di doversi accollare e non pro-rata, la quota italiana— come, nell’euro quella del debito pubblico) che avrebbe considerato con favore anche Sarkozy: stoppati tutti, al solito, dallo scontato no degli inglesi, che poi non sono neanche nell’eurozona; ma frenati anche, come si diceva, dalla Germania presa dalla contemplazione del suo ombelico (conflitto dentro la coalizione di governo tra democristiani e socialdemocratici e tra cristiano-democratici e democristiani…).

Non sarà sufficiente, secondo noi (ma, ed è un tantino è più significativo, anche secondo due premi Nobel come Stiglitz e Krugman, due studiosi che noi continuiamo spesso a citarvi). Perché siamo di fronte a una crisi realmente pandemica e, come dice il prefisso stesso – pan- – ha carattere davvero globale e richiede, perciò, una risposta davvero globale. La dimensione di questa faccenda, a guardarla bene, sfiora l’ “incredibile ma vero”. Pensate solo alla prima operazione del governo britannico. Mercoledì 8 ottobre aveva messo a disposizione di un sistema finanziario ormai senza fiato quasi 900 miliardi di €, 500 miliardi di sterline – 50 miliardi liquidi, cash, garanzie per 250 miliardi per operazioni tra banca e banca e gli altri 200 sempre in contanti.

E si trattava, probabilmente, della più ambiziosa operazione finanziaria, quella meglio pensata e costruita – ovviamente nei limiti del sistema di mercato – mai montata da un governo occidentale. Però…, però il “mercato” non ha gradito ma, soprattutto, non ci ha creduto e si è vendicato così con un altro crollo di borsa in un giorno del 10%, da un altro congelamento del mercato interbancario e , più minacciosamente di tutto, dall’inizio di una fuga dalla sterlina.

E’ a quel punto che perfino l’euroscettico governo di Londra s’è rassegnato a capire che se non con uno strumento europeo unico la faccenda va combattuta almeno con un qualche coordinamento, una tantum, per carità, una tantum, di politica fiscale europea. Di qui l’incontro di Parigi e il secondo vertice all’Eliseo.

Il problema vero è che all’Europa – malgrado gli sforzi audaci, e anche degni di attenzione, di Sarkozy – e al mondo – pensate al balbuziente inquilino sotto sfratto alla Casa Bianca – manca davvero una leadership. Non un comando, ma un capacità egemonica vera, cioè capace di convincere gli altri.

Però, almeno a breve termine, il marchingegno divisato nel secondo vertice di Parigi pare ben funzionare. Nel senso che sembra subito “rincuorare” le borse: francesi, tedeschi e britannici, che confermano la decisione da loro già presa (e già si sono comprati il controllo di almeno quattro banche nazionali), votano subito la mattina dell’11 ottobre, in Consiglio dei ministri le misure decise, l’Italia ci mette – al solito – qualche ora di più (Consiglio dei ministri nel pomeriggio e senza il presidente del Consiglio, essendo lui volato in America per festeggiare il Columbus Day…) e alla fine Tremonti se la cava promettendo di garantire nuove emissioni di azioni da parte delle banche tra il 2009 e il 2015 ma senza stanziare in bilancio effettivamente un euro che è uno)[26].

Singolare, e anche preoccupante, “la dinamica della rivalutazione del dollaro rispetto all’euro anche se non sembra rovesciare una tendenza di maggior lungo periodo, è singolare per il fatto, in un momento di crisi americana come questo del tutto anomalo, a lume di ragione ma forse non di istinto, che la “fuga di capitali dai paesi emergenti e da tutti gli investimenti a rischio sta premiando decisamente la moneta americana – fa notare un analista nostrano dotato di qualche influenza[27]che torna ad essere vista [nel mezzo della più grande e più catastrofica crisi finanziaria di Wall Street e dell’economia americana] come un rifugio in tempi di insicurezza. Pesa la convinzione che l’America, pur essendo all’origine di questa recessione, sarà la prima a uscirne, anche perché con la nuova presidenza adotterà cure energiche mirate a sostenere l’economia reale, non solo la finanza”.

Sull’apprezzamento del dollaro incide anche, e molto, la decisione dei gestori americani di valute, però, che stanno anch’essi vendendo a spron battuto quelle che detengono all’estero per ricomprarsi dollari.  

E pesa anche che l’UE, “dopo avere incassato gli effetti d’annuncio positivi dei suoi piani di salvataggio delle banche [di cui trattiamo meglio e in dettaglio più avanti], ora sia diventata l’oggetto di esami più severi: il ritorno di statalismo comincia a preoccupare i mercati [strano, però, che il ritorno di statalismo pesi solo su noi e non sull’America, no?] per le sue conseguenze sulle finanze pubbliche. Un segnale singolare lo dà l’Italia, dove i contratti “credit default swaps (assicurazioni sul rischio di insolvenza) sul debito pubblico ormai costano più di quelli sulle singole banche. E’ la prova che il rischio-solvibilità del Tesoro italiano comincia a preoccupare gli investitori internazionali, visto che ormai i rischi delle singole istituzioni finanziarie fanno capo allo Stato [già, ma non è stato forse sempre così?]”.

Un ragionamento interessante e, parzialmente, anche convincente che andrebbe, però, ben più approfondito. La realtà è che neanche il crollo della bolla speculativa edilizia del 2006-2007, come del resto quello della bolla speculativa informatica intorno al 2000-2001, è riuscito ad evitare che gli europei per primi continuassero a buttare via soldi buoni dietro al dollaro americano.

Insomma – evidenzia un economista americano di quelli che di rado si sono negli ultimi dieci-quindici anni sbagliati, il prof. Dean Baker[28] – “la grande cosa degli investitori europei è che non imparano mai[29]... E non si tratta solo dei piccoli speculatori. Nell’irrazionale esuberanza della bolla high tech del 2001, fu la Deutsche Telekom, la più larga compagnia telefonica tedesca, a comprare Voicestream, una start-up [una piccola compagnia telefonica americana che cominciava appena a muoversi e molto prometteva] della telefonia senza fili, per la bellezza di 21 miliardi di $.

   Cinque anni dopo non era ancora riuscita a trovare chi la comprasse anche a un terzo di quella cifra. Ma pure la paludata Daimler-Benz pagò 38 miliardi di $ nel 1998 per comprare la Chrysler che, poi, non ha prodotto altro che perdite prima che la Daimler, l’anno scorso, riuscisse a convincere un azionista privato a levargliela dalle mani”.

   Si è trattato, però, di piccoli raggiri rispetto al grande imbroglio di oggi, dei titoli puntellati da ipoteche fasulle e dei derivati “che le banche americane sono riuscite a spacciare per buoni alle banche e agli investitori europei. Che, in qualche modo, non erano riusciti a scorgere la più grande bolla speculativa edilizia nella storia del mondo”.

Ma è incredibile, se non fosse per la fesseria della gente – per il fatto che non pochi in questi circoli restano inveterati nostalgici dell’ideologia del mercato – che anche dopo il collasso della bolla edilizia, tanti europei siano ancora così ansiosi – è la conclusione – di buttar via i loro soldi negli USA.

Anche perché la domanda finale che bisognerà pure porsi è quanto dura. Quanto mai potrà durare questa festa sfrenata dell’irresponsabilità, vero e proprio baccanale dell’assurdo: insomma, viene il giorno quando, a fronte del debito estero massiccio degli USA, del buco della bilancia commerciale accumulato, il dollaro riprenderà a scendere e, forse, a precipitare. E allora? questi babbei, ma non solo europei, come li chiama Baker, che fine faranno?

Intanto, in Russia, le riserve valutarie, arrivate ad agosto a 600 miliardi di $ (terze al mondo) sono scese a fine ottobre a 484 miliardi. Cifra sempre cospicua ma, con la lenta emorragia di valuta dai forzieri governativi per sostenere il rublo, salvare il sistema bancario e i grossi papaveri che jl paese chiama col nome di oligarchi, anche qualche po’ preoccupante[30].

Naturalmente è il calo del prezzo del petrolio che assilla i responsabili russi. In effetti, parte della crescita dei consumi che il caro petrolio aveva reso possibile, se il trend al ribasso permanesse, sarebbe in seria difficoltà a svilupparsi.

E’ anche vero che sembra un po’ curioso cogliere una forte nota di autoconsolazione da penne americane quasi soddisfatte per i guai altrui quando a casa loro tanti sono schiacciati sotto una montagna di debiti inevasi che minacciano di ridurre letteralmente sul lastrico milioni di famiglie americane…

Insomma, è il tipo di autoconsolazione un po’ ipocrita e mignottesca che emerge da un altro pezzo dello stesso autore, stesso giornale, stesso giorno[31]: come se in America succedesse qualcosa di diverso e lì il salvataggio favorisse l’uomo della strada, la classe media o povera invece dei gatti grassi di Wall Street. Non è che lo facciano apposta, al NYT, è proprio che gli viene spontaneo applicare due pesi e due misure. Ma per piacere

Tra Ungheria, Fondo monetario internazionale, Unione europea e Banca mondiale concludono, a fine ottobre, l’intesa che annuncia la concessione a Budapest di un pacchetto rilevante di salvataggio finanziario, condizionato però[32], per un’economia che si presentava in salute maggiore, fino a poco fa, di qualsiasi altra dell’ex Europa dell’Est.

Si tratta di 25,1 miliardi di $ (più di 19 di €: un quinto del PIL), una cifra parecchio superiore alle previsioni spartita tra i tre prestatori (per circa 16 miliardi di $ dal FMI, appena più di 8 dall’UE e 1,1 dalla Banca mondiale). Il problema grosso è che il pacchetto viene offerto a condizioni pesanti sul piano sociale a anche su quello economico: proprio come il Fondo usava fare negli anni ’80 e anche nei primi anni ’90 coi paesi del Terzo mondo, Brasile, Argentina, ecc., e sembrava aver smesso quando lo cominciarono a mandare sonoramente a quel paese.

Qui, adesso, impongono in cambio l’adozione di misure di austerità, come amano chiamarle, per frenare la spesa pubblica in campo specificamente sociale. In primissima linea, i 300 miliardi di fiorini, 1 miliardo e mezzo di $, che taglierebbero i sussidi a pensioni private e salari del pubblico impiego e porterebbero probabilmente anche a una perdita di posti di lavoro. Aumenterebbe, con la diminuzione della spesa, anche la recessione e si farebbe più dura la rivolta sociale. Mentre, da destra, non sono pochi i politici che già protestano in nome della sovranità nazionale che così viene violata.

Insomma, una mano davvero caritatevole…

Anche l’Ucraina ha chiesto aiuto all’FMI ed è, perfino, riuscita nel farlo a far fare fronte comune al suo frazionismo fazioso. Ma il fatto nuovo – nuovo nel senso che ora è esplosivo – è, appunto, che è saltato il governo. Si riapre, in realtà, la questione delle profonde divisioni politiche del paese evidenziate dalla crisi tra Georgia e Russia scoppiata negli scontri armati di agosto voluti dalla prima e vinti dalla seconda: una bella doccia fredda anche sulle disparate velleità di affermazione di un’identità ucraina non solo diversa ma anche ostile alla Russia.

A Kiev, il presidente Viktor Yushenko, accusando la sua antica collaboratrice, il primo ministro Yulia Timoshenko, di tradimento— il fatto è che lei aveva sottolineato che ad aggredire gli osseti del Sud ed i russi erano stati i georgiani, aveva ricordato che essere piccoli non significa avere necessariamente ragione sui grandi e che  non era opportuno per niente, dunque, andare a Tbilisi a solidarizzare con l’aggressore, per lo più avventuroso ed avventurato Saakashvili: e, per questo, lui l’ha accusata di tradimento e, per questo, s’era sciolta la maggioranza che insieme formavano contro il terzo grande partito, quello delle Regioni, dell’ex presidente Viktor Yanukovich da sempre più rappresentativo dell’Est, russofono, del paese…

… e Yushenko, che sa di essere in minoranza nel paese, malgrado – o forse a ragione del – l’appoggio anche troppo spudoratamente esplicito di una Casa Bianca che spinge, con grande difficoltà e poche possibilità di successo, indebolita com’è più di quando ci provò l’ultima volta lo scorso aprile, a convincere gli alleati a portare nella NATO, Ucraina e Georgia, ha rilanciato, tentando il tutto per tutto: con una forzatura costituzionale ha sciolto il parlamento[33] dove non aveva più maggioranza e, per il 7 dicembre, ha convocato nuove elezioni— la terza volta da quando è presidente.

C’è chi si augura, molto a proposito ci sembra anche se forse molto speranzosamente, come il NYT – anche se aggiunge di simpatizzare per Yushenko, il filo-occidentale anche un poco fanatico: non proprio alla Saaakashvili, però… – che per risolvere le loro diatribe politiche, di superficie, personali ma anche di fondo, i tre rivali decidano stavolta di rispettare la necessità che questo turno elettorale finalmente serva al paese: insomma, davvero in democrazia, e “senza che si intromettano – dice chiaro ed come augurio è di buon senso assoluto – né la Russia né l’occidente[34]

Un’altra mossa, questo ennesimo ricorso alle urne, che appare avventurosa (non ha certamente la maggioranza per forzarla, Yushenko, né nel paese né in parlamento allo stato) e che potrebbe anche seppellire, almeno per qualche tempo, le velleità yuschenkiane di aderire alla NATO in modo apertamente antagonistico nei confronti della Russia.

D’altra parte, dalla Russia continuano ad arrivare voci che dipingono Yushenko come un poco affidabile capo popolo. Scrive un osservatore che, pure, dichiaratamente fa il filo per lui[35] che, pur in qualche modo occupando il potere da diversi anni (primo ministro, poi presidente, poi ancora presidente… – ma quasi impotente (l’unico vero potere che ha da solo, o che per lo meno da solo si attribuisce è quello, problematico, di sciogliere il parlamento) era frustrato.

E che, vista la sua “incapacità di portare a buon fine le riforme interne che ha promesso, si è concentrato sempre di più su progetti che possono facilmente venir presentati [e, magari, lo sono, no?] come ‘nazionalisti’ e ‘anti-russi’: per esempio, il suo piano di far entrare il paese nella NATO… E ha agito in modo tale da sostanziare i timori della gente che lui sia un fantoccio dell’occidente, occupato solo ad ammonticchiare fascine al fuoco del Cremlino”. Insomma, un provocatore.    

Certo, alla riunione della NATO che solo dopo qualche giorno, proprio a dicembre, dovrà decidere se ripetere l’inane benvenuto alle richiesta di Ucraina (e Georgia) di entrare nell’Alleanza o rimandare ogni misura concreta, sarà più difficile stavolta, senza neanche più un governo ucraino chiaramente a favore di questa opzione, perfino per Washington, che avrà appena cambiato governo il 4 novembre, tentare di forzare ancora la mano in sede NATO…

STATI UNITI

Crollano, a settembre, le vendite di automobili: rovinosamente, con un -30%, per Ford, Chrysler e Toyota, -16% per General Motors che recupera forte sulla quota del mercato interno che riesce ad accaparrarsi, ma sempre in riduzione (il dato globale è un secco -4,2% e -20,2% su un anno fa)[36]. Si fa sentire la stretta del credito e si manifesta una accentuata minore disponibilità ai consumi: le vendite al dettaglio di settembre si reitera un calo, in un solo mese, dell’1,2% (ad agosto era sceso già dello 0,5) che accompagna, del tutto naturalmente, l’accentuato abbuiarsi del clima economico, quando ancora – e poi bisognerà vedere, alla fine… – non è stato applicato il salvataggio governativo dell’economia[37]. Va giù, come mai da vent’anni, anche l’indice del manifatturato.

E, per la prima volta dal 1991, il terzo trimestre del 2008 registra adesso un taglio dei consumi tanto acuto da far decrescere il PIL, -0,3%: è recessione, ufficiale[38]. E con la spesa per i consumi in calo non c’è altro motore che qui spinga la crescita nel futuro prossimo, in mezzo alla crisi finanziaria in cui affonda il paese. “Tutti i segnali sono cattivi e potrebbero peggiorare[39], scrive un osservatore attento alla sua “obiettività” abbastanza da non fare il laudatore sciocco di una causa impossibile: la recessione è già più profonda di quella del 2001 che seguì allo scoppio della bolla dot.com; e sono chiarissime le molte indicazioni che sarà anche peggiore di quella del 1990-91.

Commenta Krugman[40] che “la resa, a lungo paventata dei consumatori americani, è arrivata”. Siccome, poi, questi dati si riferiscono al terzo trimestre non riflettono neanche il panico delle famiglie dopo il fallimento di Lehman Brothers e nella transizione al piano di salvataggio prima bocciato e poi votato dal Congresso solo a inizio ottobre. E con questo blocco dei consumi arrivano, inevitabilmente in un’economia fatta proprio di consumi per i suoi 2/3, tempi bui assai… Non solo per gli americani, che da tempo erano il motore delle esportazioni di mezzo mondo.  

Sotto il profilo dell’occupazione, i dati ufficiali danno settembre come il mese peggiore da cinque anni evidenziando il timore che il rallentamento ormai, come scrive il NYT, sia proprio entrato in una “dimensione più dolorosa”. Insomma, la recessione. E’ il nono mese di seguito che segna il rallentamento dell’occupazione (in totale, -760.000) ed il terzo a segnare, in maniera crescente, proprio la perdita secca di posti di lavoro[41].

Che vanno a farsi benedire, come ormai è tradizione, in tutto il manifatturiero. Ma, ormai, e per tutto il 2007 ed il 2008, progressivamente anche nel settore finanziario: dal dicembre 2006, 172.000 unità di lavoro. E sono calcoli che non riguardano ancora compiutamente settembre: il mese del crollo o, come minimo, del pesante ridimensionamento di banche, istituti ipotecari e assicurazioni che ha imperversato in America…

Paul Krugman scrive che siamo già sopra il 6% di disoccupazione con le misurazioni più serie che oltre ai disoccupati ufficiali comprendono anche chi non trova lavoro non perché non vuole lavorare, ma perché è difficilissimo qui farsi registrare nelle liste – e ormai, dice, a un 8% reale come minimo: cioè al massimo di tutte le recessioni del dopoguerra. 

La difficile fase finanziaria comincia, anzi continua, a far molto male all’economia, come si dice, reale. Non è una sorpresa ma è anche confermato dai dati dell’ISM, l’Istituto dei managers agli acquisti, l’indice della produzione manifatturiera, a settembre, scende dal 49,9 di agosto – che era già in caduta – al 43,5 di settembre (sotto 50, l’indice marca comunque una riduzione dell’attività produttiva). Ma Fino a luglio, sullo stesso mese dell’anno prima i prezzi delle abitazioni sono scesi del 16,3% nelle venti città più grandi del paese[42].

Di fronte al ristagno dei redditi da lavoro e, oggi, anche dei redditi finanziari, alla crisi che si è scatenata, alla voglia non di risparmiare – “virtù” qui sconosciuta – ma di smetterla per forza di spendere e di consumare, è l’economia reale che anche qui, forse qui più ancora che altrove, sta cascando giù a vite…

La fiducia dei consumatori, del resto, va a picco: ad ottobre, spinto all’ingiù dalla caduta dei prezzi delle abitazioni e da quella dei titoli in borsa l’indice tenuto dal Conference Board[43], il più accreditato e attentamente osservato, crolla al minimo di sempre, da quando se ne tiene il registro, cioè dal 1967: scende a 38, dal 61,4 a settembre, su una scala in cui la lettura a 100 corrisponde allo stato dei consumi nell’economia nel 1985. E questo notizia è una di quelli che sembrano aver avuto un impatto devastante sulla psicologia di massa nei giorni seguenti.

Come l’altra che pronostica una brutta stretta alle carte di credito:[44] dopo anni in cui ne hanno inondato, fossero o meno sollecitate, gli americani a domicilio e con limiti di spesa assai elevati, adesso le banche stringono sia su limiti che sulle stesse concessioni di carte. Prime insomma la stretta ipotecaria, poi questa del credito a vista: insomma, lo strangolamento del credito dei cittadini (e delle cittadine, s’intende) statunitensi. Quando va bene, adesso, si pagano e si pagheranno più interessi sulle carte, quando va male te le sospendono o te le ritirano come i contratti danno loro diritto di fare.

Due notizie concatenate il 7 ottobre, che qui anticipiamo rispetto allo sviluppo più puntuale che poi ne faremo per tenere meglio il filo del ragionamento: la prima è che di fronte a cadute di borsa, in media di 500 punti dell’indice Dow Jones, che si ripetono per diversi giorni di seguito, viene fuori – ufficiosamente, si capisce, ufficiosamente – che per il Fondo monetario internazionale non basta più neanche il piano di Paulson e che, forse, saranno il doppio, a 1.400 e forse anche molti di più, qui, i miliardi di $ da impegnare; e la seconda è che, sempre ufficiosamente, emerge il “suggerimento” che, forse, la Fed stessa dovrebbe ridurre in un solo botto del 100% il tasso di sconto a breve da essa controllato per tener almeno un po’ più aperti i rubinetti del credito[45]...

Quando poi la predizione diventa fatto, il taglio è “solo” dello 0,5%: comunque uno dei più secchi mai operati dalla Fed in un sola seduta[46] che porta l’interesse a breve all’1%[47] e postula, secondo l’ex capo economista e vice presidente del FMI, Ken Rogoff, un probabile tasso allo 0%[48].

Un attimo di riflessione, prima di cominciare ad esaminare come è andata col piano di salvataggio di Bush: sulla natura della bestia, come dicevamo, la natura del capitalismo. Perché il problema non è semplicemente, come si illude McCain, nell’ “eccessiva (sic!) ingordigia” di Wall Street, operatori di borsa, top managers e banchieri. Che la metta così proprio lui, da sempre campione della deregolamentazione dell’industria finanziaria, suona strano in contrasto totale con il credo degli idolatri dell’economia di mercato che invece lo postulano come condizione: che è proprio l’egoismo senza lacci e lacciuoli a promuovere il bene comune.

Parola di Adam Smith, dopotutto, che nella “Ricchezza delle Nazioni” ha spiegato chiaro “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio, o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità[49]. Giusto! ed, è vero, la base del meccanismo di funzionamento dell’economia di mercato, del capitalismo, è questo beninteso interesse di tutti per sé. E, in genere può funzionare, anche se l’ineguaglianza è il corollario obbligato di questo approccio.

Scordano sempre, questi cantori, l’altro Adam Smith, quello che altre volte abbiamo ricordato, proprio sulla deregolamentazione e/o l’autoregolamentazione dei produttori, esprime tutta la sua scettica insofferenza:

L’interesse dell’uomo d’affari, in qualsiasi particolare branca del commercio o dell’industria, è sempre in qualche aspetto differente e persino opposto a quello del pubblico. [Perché] è sempre suo interesse ampliare il mercato e ridurre la concorrenza… [la prima cosa, magari, anche utile per il pubblico] ma la seconda sempre contraria all’interesse pubblico…

    [Per questo] la proposta di ogni nuova legge o regolamentazione commerciale proveniente da questa classe dovrebbe sempre essere ascoltata con grande cautela e non dovrebbe mai essere adottata prima di lungo e attento esame, cioè considerata non soltanto con la più scrupolosa ma con la più sospettosa attenzione.

    Essa viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico, la quale ha generalmente interesse a ingannare e persino a opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato e oppresso[50].

Chiaro?

Sul piano di salvataggio di 700 miliardi di $, ora. Alla fine, si accennava sopra, saranno molti di più: non fosse che perché difficilmente si può credere all’adeguatezza della cifra per sistemare i guai di un mercato globale che vale sui 70.000 miliardi di $ con soli 700 miliardi, l’1% di quel valore— l’equivalente, se volete, del cercar di far fronte a una bancarotta da 1 milione di euro con il ricorso a un fondo dell’1% di quel valore, 10.000 € appena…

Saranno di più e saranno, poi, anche tutti o quasi a prestito, ad aumentare il deficit di bilancio: questa dopo qualche giorno di discussione sembra essere la conclusione emersa dal dibattito parlamentare perché il presidente non vuole tagliare spese né aumentare tasse e il Congresso non intende certo farlo per lui[51]. Almeno per ora… C’è anche da riflettere magari che, se si sono accorti solo a cose fatte del buco di centinaia di milioni di $ di Lehman Bothers, chi sa quali altre voragini scopriranno domani...

Poi, c’è molto da discutere sul modo con cui si è arrivati a far passare quel piano. Lo scoglio contro il quale s’era subito infranto la prima volta alla Camera, a fine settembre, dove è stato sonoramente bocciato, in realtà è facile da identificare: l’americano medio, è “populisticamente [ma anche in maniera che sembra a chi scrive sacrosanta] indiavolato, a dir poco, all’idea di portare in salvo Wall Street mentre tanti piccoli proprietari di casa affondano agitandosi senza aiuto alcuno[52]. Ora è quell’americano medio lì lo stesso che, solo fra qualche giorno, il 4 novembre, insieme al presidente rielegge tutti i membri della Camera dei rappresentanti…

E, poi, gli americani non danno più credito, almeno non tanto da lasciarsi convincere, a quel che dice loro il presidente— anatra morta stecchita ormai, più che anatra zoppa, uno che magari hanno anche votato ma che ormai sanno aver mentito loro troppo spesso… (il livello di popolarità, per quanto grossolano, dà Bush al 22% di approvazione[53]: il livello più basso, e comunque misurato sempre, allo stesso modo, del Nixon pre-dimissioni post-Watergate).

E tanti di loro non danno più neanche retta, automaticamente, alla litania ripetuta da tutta la grande stampa e dai media secondo cui il salvataggio era necessario “per prevenire il collasso economico” del paese. Molti sono convinti, e va a dar loro torto!, che il salvataggio magari era necessario, sì, ma per prevenire il collasso economico di certi riccastri, molto amici del presidente e dei suoi…

Insomma, non passa inosservate ai tanti americani che pagano oggi, e pagheranno di più domani e dopodomani, le cavolate, tra il criminale e l’irresponsabile, di chi, da una parte, ha governato il paese e di chi ne ha gestito le ricchezze, dall’altra, che “i vertici di Wall Street ricevano pacchetti di compensazione [anche se nessuno li ha ancora licenziati] di 70 miliardi di $[54]. Nessuno però, lo considera strano.

Perché, in fondo, è stato Paulson, uno di loro, no?, per anni presidente della Goldman Sachs – dalla quale entrò al governo a fare il ministro del Tesoro portandosi via decine e decine di milioni di $ di liquidazione (e non si sa neanche quale e quanto acchetto azionario) – a disegnare come e a favore di cosa e di chi si fa il “salvataggio”.

Poi sarà pure così, come predicano tutti, che passare questo piano era davvero necessario per salvare l’economia tutta intera: e anche chi scrive tende a crederci[55]. Un po’? parecchio? ancora non siamo proprio sicuri… Il fatto è che mai – mai! – una persona con  le responsabilità di Bush ha prima seminato, letteralmente, il panico per poi assicurare a tutti che solo lui aveva la soluzione…

Questo ha fatto Bush, andando in televisione e in diretta, diremmo noi a reti unificate, dopo cinque giorni dalla grande scivolata della borsa di lunedì 29 settembre, per “dimostrare” che l’economia aveva bisogno del piano suo. Anche se, forse non lui ma certo i suoi – Bernanke; la Fed; Paulson, il Tesoro – sanno benissimo che l’altalena di borsa è per definizione l’effetto di alto e bassi psicologici e che non hanno quasi niente a che fare, invece, con la solidità reale di un’economia.

Dietro la crisi ed il panico, all’origine c’è la decisione di Greenspan, prima, di Bernanke e Paulson poi, e in sostanza alla fine di Bush, di ignorare la bolla speculativa edilizia per anni fino a quando è scoppiata, trascinandosi dietro all’ingiù tutto il mercato. E’ il collasso di questa bolla speculativa – già per un valore di 4.000 miliardi di $ e nell’anno a venire, forse altri 4.000 – che è all’origine strutturale – quella psicologica l’abbiamo vista – di questa crisi. Resa poi pressoché catastrofica – e questo è vero – dalla decisione bushista di deregolamentare il mercato finanziario lasciando briglia lasca alle speculazioni di ogni genere e dimensione.

Ora, il collasso della bolla speculativa edilizia che è all’origine della crisi non è, non sarà forse, della grandezza e non avrà l’impatto che ebbe la Grande Depressione del 1929-1933. Non fosse altro perché non si è necessariamente condannati a ripetere il passato, come ammonisce l’adagio, se il passato ancora ce lo ricordiamo. E quel ricordo è rimasto.

Quanto allora venne imparato, dopo diversi anni di errori e di tentativi – finché governò Hoover  tutti insufficienti, tutti tardivi – con misure fatte applicare a partire dal ’33 per legge – cioè, non volontariamente, per forza – da Roosevelt e studiate da Keynes, fu di mettere tanti liquidi sul mercato, anche fondi pubblici, riavviando così, anche a forza di milioni di piccoli e piccolissimi prestiti, l’economia.

Adesso, poi, rispetto ad allora, per fortuna dei tanti che in America sono poveri o stanno per diventarlo – anche se indeboliti volutamente negli ultimi decenni – ci sono, potenzialmente almeno, sussidi di disoccupazione, un minimo di sicurezza sociale (che elude ancora milioni di americani ma ne include molti di più), di rifinanziamenti pubblici di piccole attività in sofferenza e, soprattutto, la sensazione allora addirittura anatema ma oggi crescente che per aiutare l’economia il ruolo del governo è decisamente cruciale.

Sicuro, bisogna ora vedere se all’orizzonte, dopo il tramonto di Bush, ci sono la volontà di un Roosevelt e la capacità di un Keynes… In ogni caso, ormai sembra più che probabile che questa crisi, se non  sfocerà in una vera e propria depressione, porterà alla recessione peggiore dopo la seconda guerra mondiale. Riparare i danni delle cieche e ingorde politiche di deregolamentazione che qui hanno portato il mondo sarà impresa lunga e complessa.

Ma sarà anche difficile porre rimedio ai danni della campagna deliberatamente allarmista di Bush che, dopo aver proclamato l’invincibile potenza e prepotenza dell’economia americana per anni, nell’ultimo mese e mezzo è andato proclamando all’universo intero, in maniera almeno altrettanto irresponsabile, la fragilità profonda dell’economia americana[56].

Questo significa però che, adesso, per avere il consenso della gente bisogna andare contro la natura che è propria del capitale, del capitalismo e di quanti sono al suo normale servizio, spiegando più chiaramente alla gente a chi risalgono le responsabilità: perché? come? chi è stato? cosa deve pagare, adesso, chi ha rotto i cocci? E perché, invece, magari i cocci li dovrà pagare, finirà col pagarli, chi senza sua colpa – il più delle volte – ha perso già molto?

Non sarà facile, vista la pervicacia con cui il Senato ha rifiutato di dare una mano, subito dopo aver votato il piano Bush, a coloro che della crisi da più tempo e di più hanno sofferto. Il capo della maggioranza democratica, Harry Reid, ha ripetutamente tentato di persuadere l’assemblea a votare[57] subito anche a favore di 800.000 disoccupati che stanno per perdere ogni sussidio per scadenza dei termini.

Altri proponevano di legare diverse decine dei famosi 700 miliardi di dollari per aiutare i proprietari di singole abitazioni a pagare i loro mutui, se le banche stesse li rifinanziavano a tassi di interesse più bassi. Di votare, subito, cioè prima di partirsene tutti per la lunga chiusura parlamentare prevista per le presidenziali (in occasione delle quali si rinnova anche tutta la Camera e un terzo del Senato) alcune parziali misure a favore della gente comune e non solo dei “gatti grassi”.

Ma anche con le elezioni dietro la porta per molti congressisti repubblicani più forte è stato il richiamo della foresta dell’ideologia libero-mercatista e del fondamentalismo che rifiuta l’intervento in economia come quasi peccaminoso (almeno per qualche ora: perché poi proprio quello hanno  votato, votando i 700 miliardi)…

Tra i democratici c’era qualche resistenza, ma i repubblicani hanno fatto fronte comune per dire no e senza l’appoggio di almeno una decina di loro, non è stato possibile sconfiggere la minaccia subito fatta balenare di veto presidenziale. Però va anche detto che ai democratici non passato neanche in mente di condizionare il loro sì al piano di salvataggio delle borse e delle banche di Bush al loro piano di salvataggio per i disoccupati… E, che ci volete fare, i democratici sono fatti così.

Salvare il salvataggio, però, visto il problema reale e quello artefatto costruitogli intorno si doveva fare. Tra il no della Camera (205 sì e 228 no di lunedì 29 settembre), il sì del Senato e il secondo sì della Camera (263 sì e 171 no, stavolta, il 3 ottobre venerdì[58]) la differenza l’ha fatta la paura dei deputati. Paura di un altro colossale crollo di borsa, come quello di quel dopo voto, paura di scatenare una recessione senza freni, paura anche di problemi alle urne tra un mese… E Bush si è affrettato a firmare la legge neanche mezz’ora dopo che la speaker della Camera ne aveva annunciato l’approvazione.

Detto questo, ci sembra doveroso però avanzare un’osservazione critica che, secondo noi, la dice assai lunga. La resistenza del Senato a votare un qualche piano che bilanciasse anche nei confronti dell’economia reale il grande aiuto di Stato all’economia di carta (alle banche, alle assicurazioni,  ecc.) è rivelatrice. Insomma: il protezionismo c’è, sempre attento e disponibile verso i banchieri in difficoltà, ma resta pieno di dubbi, quando non duramente negato, per i metalmeccanici.

Il Washington Post, per dire, che era stato decisissimo nel condannare i ritardi con cui il Congresso, per qualche giorno a inizio ottobre, aveva rallentato l’approvazione del piano Paulson – ad esempio, chiedendo di porre condizioni perché almeno i soldi non andassero direttamente in saccoccia agli azionisti e tanto meno ai top managers delle banche salvate o, anche, che il salvataggio fosse fatto nel modo giusto iniettando il capitale direttamente (come, poi, alla fine il Tesoro è stato costretto a concedere per far passare il suo piano) – quando si è trattato di discutere l’approvazione di un piano di aiuto per salvare il lavoro dei metalmecanici di Detroit – la capitale dell’auto, della Ford, della General Motors, ecc. – si turba e titola indignato sul Welfare per Detroit, domandandosi nel sottotitolo se “ai lavoratori meno pagati dovrebbe essere chiesto di sussidiare gli operai della GM  che, in media, si portano a casa 56.650 $ all’anno[59]

E formula una domanda che, ai nostri orecchi e speriamo non solo, suona scandalosa e provocatoria da parte di chi, solo pochi giorni prima, aveva difeso il salvataggio a spese pubbliche degli introiti delle grandi banche di Wall Street, salvando anche, si capisce, i redditi dei loro massimi dirigenti: come, ad esempio, le decine di milioni dollari – altro che i 56.000 $ di salario all’anno – in onorari e stock options dell’ex segretario al Tesoro di Clinton, Robert Rubin, direttore e consigliere speciale e, per due mesi a fine 2007, anche presidente di Citigroup

Solo che, almeno nell’immediato, il voto sembra valere poco: subito dopo il sì, Wall Street punta di nuovo infatti decisamente all’ingiù[60] e, così, la grande rivincita del piano si conclude registrando la peggiore settimana mai sofferta dal mercato azionario dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre di sette anni fa (nella misurazione dell’indice S.&P. 500). Si riprende qualche centinaio di punti,  solo dopo che Bush e Paulson concordano con gli europei, approfittando di un incontro del FMI, di reagire almeno insieme… ma poi un altro giorno soltanto e, mercoledì 15 ottobre, un nuovo crollo (questo borsa – ma dicono che sia questa propria la sua natura – è, a dir poco, maniaco-depressiva: su-giù, giù-su e così via…, ma ultimamente sempre un po’ più giù che più su…) di 700 punti del Dow Jones[61]… l’indice che misura i 36 titoli esclusivamente presunti più forti.

Invece, la misura per lo stesso giorno dello Standard&Poor 500, che come dice il nome ci parla dei 500 titoli più importanti, e non solo tra quelli industriali, a Wall Street, cala del 9,03% mentre si accumulano altri segnali procellosi di fondamentali in ribasso. A proposito dello S.&P. 500, è utile tirarne fuori il dato che meglio e più di ogni altro, secondo noi, attesta la realtà: che in media lì, quella minoranza ma larga di americani che avevano qualche soldo in azioni od obbligazioni, da fine settembre e in meno di una decina di giorni ha perso 1 dollaro su ogni 5 che aveva affidato alle banche[62]

Ma il punto è che nessuno si può dire sicuro che non sia stato, e non sia, invece – il salvataggio – un altro modo, l’unico modo, per far assorbire, a spese di tutti e in specie tutti i contribuenti, i quattrini che i gatti grassi hanno bruciato nelle loro speculazioni azzardate senza doverceli adesso rimettere. La cifra stessa (70 miliardi), dopotutto, è stata scelta a capocchia (come il 3% del tetto di Maastricht per il deficit di ogni paese membro, del resto, fu scelto altrettanto a capocchia: perché il 3 e non il 2,5 o il 4).

Ha detto, infatti, un esponente del Tesoro a Forbes, la rivista finanziaria massimamente rappresentativa del grande capitale, che la cifra con la quale il piano è stato etichettato, quei 700 miliardi di $ (perché 700? era la domanda, perché non 800, o 1.000, o 600, per questo?), era totalmente casuale: non basata su alcun dato o alcuna “analisi di mercato precisa” e scelta solo perché sembrava “un bel numero tondo[63]. In queste mani, insomma, alla fine poi siamo.

Cambiando di spalla, nel tentativo di riuscire a farcela più facilmente, i leaders del Congresso,  democratici e repubblicani, dopo la bocciatura alla Camera, hanno spostato l’approvazione al Senato, dove è andata subito liscia ma dopo aver aggiunto proposte di aiuto fiscale utili al contribuente medio e non solo ai ricchissimi ed un tetto più alto di assicurazioni dello Stato a depositi bancari anche sopra i 100.000 $ oggi garantiti (bé, garantiti… da un fondo statale di 50 miliardi di $ in tutto per un ammontare globale superiore al miliardo di dollari)[64]. Un  malloppo di carte che nella transizione è passato da 3 paginette a 240 cartelle. E, adesso, obbligatoriamente, si torna alla Camera…

Quel che preoccupa è che, ormai, al di là delle notevoli differenze dovute se non altro agli ottanta anni di tempo che separano le due date, sono in molti a trovare analogie impressionanti tra i meccanismi di come potrebbe crollare adesso l’economia e di come crollò nella Grande Crisi del 1929[65]: abbiamo sopra accennato al perché, ma resta da sottolineare come al fondo, e anzitutto, a trascinare l’economia reale nella spirale della crisi ora come allora sembra essere proprio l’economia di carta. E per la stessa ragione: l’aver tolto lacci e lacciuoli alla finanza e alle banche.

Il dramma di tutti i liberomercatisti che stanno trangugiando amaro in questi giorni che amarissimi già lo sono, però non ce la fanno a confessare di avere sbagliato tutto, è esemplificato nell’editoriale di fine settembre di un lucido opinionista conservatore che scrive, ansioso, sul NYT[66] che “ciò di cui c’è bisogno, in questa situazione non è una regolamentazione governativa pesante, ma la mano stabile e potente di qualche istituzione pubblica in grado di fare la guardia contro l’influenza corruttrice di soldi troppo facili prevenendo così il contagio distruttivo del credito che si prosciuga”.

Per non parlare di Greenspan che, solo in questi giorni, e finalmente alla sua veneranda età,  trova il coraggio di confessare (deponendo al Congresso) di avere “qualche po’”, dice, sottovalutato la necessità di regolare i mercati, fidandosi troppo della loro capacità e voglia di autoregolamentarsi[67].

In effetti sono stati tre i suoi peccati mortali, nel periodo in cui ha sponsorizzato, accompagnato, aiutato per diciott’anni, e convinto Reagan a mettere in moto e il suo successore, George H. W. Bush ma poi anche Bill Clinton a continuare un tipo di economia che proprio Bush padre prima di diventare il vicepresidente di Reagan aveva qualificato come l’economia del vodoo: la prima bolla speculativa di borsa, la seconda, quella edilizia, e l’ultima ancora stragonfia, dei derivati[68].

Un nuovo strumento, ripeteva ed assicurava, allora, Greenspan capace di arricchire tutti—che derivava però (ecco il nome) il suo valore da qualcosa di altro… e magari ancora di altro, e di altro… la catena di Sant’Antonio, insomma.

Che è poi una delle ragioni principali dell’acutezza di questa crisi. Ora che al mercato dei cosiddetti derivati è stato consentito di diventare così enorme e così ingombrante, non esiste nessuna chiarezza su chi deve che cosa a chi nell’ordine di decina di migliaia di miliardi di dollari sotto le forme pluriformi dei possibili derivati dai nomi più fantasiosi (futures, forwards, options e swaps). E per questo oggi sarà difficile uscirne.

Greenspan oggi è in pensione onorata. Ma quelli che nel governo, l’accademia, i media gli sono andati dietro, e spesso lo hanno incoraggiato, adesso parlano controvoglia della necessità di una mano stabile e potente nella forma di istituzioni pubbliche capaci di fare la guardia non “contro soldi troppo facili” e gli strumenti truccati per farli, badate bene, ma contro l’ “influenza corruttrice dei soldi facili”: buttandola in morale e in moralismo, così, invece che lavorare sulla struttura.

Ma cosa è mai, questa precisa descrizione ed invocazione di istituti pubblici forti ed interventisti – senza che chi la invoca trovi il fegato di confessarlo – se non esattamente una regolamentazione statale che non si vorrebbe vedere magari perché ci si vergogna di confessare il suo nome? Qual è la “mano stabile e potente” che si vorrebbe? Di sicuro non può essere la “mano invisibile”, visto che è proprio ad essa, alla deregolamentazione, che la logica – intellettualmente onesta – dell’Autore stesso finisce, tra mille stranguglioni, con l’attribuire il disastro.

Anche il Fondo monetario internazionale, con ritardo, con molto ritardo per le responsabilità che statutariamente gli spettano, finalmente interviene appena in tempo, mezza giornata prima del secondo voto al Congresso, e a inizio ottobre rispettosamente – dopotutto si rivolge agli Stati Uniti… – ammonisce che siamo proprio al momento in cui bisogna agire “perché un piano imperfetto è comunque meglio di nessun piano[69].

La Confederazione europea dei sindacati era intervenuta a fine settembre, dicendo la sua e proponendo alcune linee di soluzione della crisi finanziaria che vale la pena di presentare qui in sintesi (visto anche che, naturalmente, in Italia – ma negli altri paesi membri della CES non è stato, poi,  granché diverso – non ne ha parlato quasi nessuno)[70].

Parte osservando che “questa crisi deve marcare un punto di svolta nel funzionamento del mondo finanziario. E’ la deregolamentazione al centro della catastrofe, dopo 25 anni di pratica selvaggia. Ora siamo quasi alla rovina— e alla concreta minaccia all’economia reale. Il governo americano sta mettendo insieme centinaia di miliardi di $ per salvare una serie di istituti bancari chiave dalla loro follia e la stretta creditizia sta strangolando il credito per l’industria mentre incombe la recessione...

   Ci vorranno anni per recuperare, se mai sarà possibile, le risorse pubbliche così bruciate che mettono a rischio la nostra stessa capacità di finanziare i servizi pubblici di qualità di cui abbiamo bisogno. Ecco perché questo deve essere un punto di svolta. Non dovrà essere più consentita l’irresponsabilità delle banche, dei fondi a rischio e di tutto il resto dello strumentario che sta portando tante nazioni sull’orlo della bancarotta.

   La CES”, con altri organismi del sindacalismo internazionale a livello mondiale ed europeo, “sta lavorando ad una risposta sindacale alla crisi. Ma le è già chiaro che c’è la necessità di:

• iniettare fondi pubblici nelle istituzioni finanziarie che portano con sé pubblica influenza e capacità di controllo: causando così un cambiamento fondamentale nel loro comportamento;    

• un controllo rigoroso quanto mai prima sulla possibilità degli istituti finanziari di finanziarsi a debito, rafforzando il rapporto positivo fra dare ed avere; 

• un livello internazionale, e sicuramente europeo, efficace ed efficiente di regolamentazione. Reso necessario dalla dimensione del capitalismo finanziario globale che ormai trascende in pratica ogni singolo paese. Ed è anche necessaria un’agenzia di rating a livello europeo.

• un’azione di governo che garantisca la disponibilità per investimenti nell’economia reale capace di sviluppare lavori e tecnologie ‘verdi’ e sviluppo sostenibile;

• un aiuto fornito ai lavoratori che sono colpiti, alle famiglie minacciate dagli sfratti, ai pensionati schiacciati dalla povertà nell’età avanzata, per gli imprenditori che cercano capitali di investimento. Non è giusto per niente che i principali beneficiari possano essere proprio coloro che sono la causa del disastro;

• una risposta di livello europeo al rallentamento in corso dell’economia reale per prevenire l’intensificazione ulteriore del tormentone finanziario e il ritorno al tentativo di scaricarne il peso sugli altri con una corsa alla moderazione competitiva dei salari e con una riduzione della sicurezza sociale che danneggia i lavoratori e le loro famiglie;

• un urgente ritorno dell’attenzione delle politiche pubbliche alle grandi questioni del reddito e dell’ineguaglianza dei redditi. Sono proprio questa ineguaglianza e i bassi salari a spingere ad indebitarsi sempre di più con meccanismi di indebitamento finanziario a rischio particolare”.

Ora, però, forse bisognerebbe piantarla con questo bazaar delle ipocrisie, di ciascuno e di tutti. Certo, Wall Street sarà pure, anzi è, la sentina della finanza – della finanza creativa, di quella che ha chiamato spudoratamente, quasi vanagloriosamente, “mondezza” alcuni dei suoi principali prodotti (titoli, azioni, obbligazioni, fondi) – dove si fanno affari producendo soldi coi soldi e poi, alla fine, soldi dannatamente bacati con altri soldi bacati e, magari, con soldi anche buoni...

Ma non perché Main Street – nel gergo dell’America la strada dell’economia reale (cioè la strada dove si fa commercio, si fanno prodotti e si vendono: fabbriche, laboratori, negozi e supermercati) contrapposta a Wall Street, quella dell’economia di carta – sia del tutto innocente e soltanto vittima. Molta gente ha creduto al sogno americano (che proprio un sogno, era…) secondo cui tutti potevano – e, dunque, dovevano – diventare proprietari di casa e di una macchina, o due, e di una decina di carte di credito… E, adesso, il sogno si trasforma per molti in incubo.

Ricordiamo ancora (l’età c’è, ormai…) quando i Beatles ruppero nel 1970 e John Lennon usò il suo primo solo album per sfogarsi e dire tutto quello che aveva sul gozzo: il suo urlo primitivo, la chiamò, una canzone intitolata “Dio” (Dio è un concetto col quale/misuriamo il dolore…) con una lunga giaculatoria delle cose in cui non credeva più: in Buddha, nella magia, in Kennedy, diceva, nello yoga e – naturalmente – nei Beatles. L’ultima riga della canzone era una dichiarazione secca: amici, “il sogno è finito”.

Ecco, il sogno americano è finito. Gli americani non credono più a Bush, a Wall Street, alle rate, alle ipoteche, a Paulson, al Congresso… Era l’obiettivo di tutta questa gente normale che si è caricata di ipoteche cui non poteva far fronte e sapeva di non potere far fronte per continuare a sognare il sogno americano, gente che con l’ipoteca sulla casa magari sì è concessa una costosa vacanza, o s’è comprata costosi televisori, due, tre, a schermo piatto.

Certo, è stato il meccanismo di vendita di questi maghi merlini moderni che dicevano ai clienti negli annunci pubblicitari di “lasciarsi portare in vacanza dalla loro casa”, ipotecandola appunto; è coi quattrini fatti dalle azioni di Lehman Brothers – che ora ti dicono che non c’erano – che tanta gente ha tagliato le cedole e incassato i profitti che Lehman Brothers faceva e distribuiva prima di collassate… ecc., ecc.

Insomma, è, più che legittimo, necessario che gli sciacalli siano messi in riga e puniti ma, almeno in America – da noi questo processo autoillusorio è assai meno presente anche perché più forte da noi resta la sorveglianza – qualche responsabilità va anche giù per li rami. Ma il problema è – e per questo il piano di salvataggio, per quanto sentito – e a ragione – come una cosa profondamente ingiusta da molti americani viene salvato.

Sicuro, chi lavora a Wall Street, almeno quelli che si sono messi in tasca per anni premi di produzione e bonus, come li chiamano, per milioni di dollari, non gli inservienti e gli impiegati d’ordine, si capisce, ma neanche solo i dirigenti e i top managers, fior di operatori e di dirigenti, possono fare i conti facilmente con riduzioni e licenziamenti. La maggior parte degli americani no, non se lo può permettere. In fondo si sa da sempre che la vita non è giusta.

In America, Bush interviene per l’ennesima volta e, da noi, l’ingenuo redattore del TG3 commenta che “neanche il suo intervento è riuscito a calmare la febbre delle borse[71]— non venendogli neanche in mente che forse è proprio l’intervento di un’anatra morta come Bush a catastrofizzare i mercati; mentre il Berlusca esterna, al solito irresponsabilmente, della possibilità di congelare l’attività dei mercati…, subito dopo che Napolitano ha predicato per la napolitannesima volta ai giornalisti della necessità di non alimentare allarmismo e aggravare la crisi, ipotizzando di il congelare le borse per, naturalmente, smentirsi subito dopo.

L’economia sta andando in recessione, però, non certo solo per la crisi finanziaria. Ma anche grazie al collasso della bolla edilizia. In effetti, i consumatori stanno tagliando i consumi anche perché hanno visto 5.000 miliardi di $ di valore delle case svaporizzarsi, con altri 3.000 miliardi che se ne andranno in fumo molto probabilmente quest’anno, oppure no? Un totale, 8.000 miliardi di $, che corrisponde a 110.000 $ per ogni proprietario di casa…

Si tratta di un effetto rafforzato dalle condizioni più dure imposte, adesso, a ogni credito con la crisi. Ma le cause dei guai grossi della finanza e dell’economia americane non sono riducibili, come pure una certa grande stampa[72] insiste a dire, alla finanza. Durante una recessione, o anche solo un rallentamento dell’attività economica, ogni espansione produttiva rallenta anche se il credito è disponibile. Ma, naturalmente, per molte imprese il credito si fa meno disponibile in fase di rallentamento economico anche se e quando il sistema finanziario funziona normalmente, perché la crisi stessa indebolisce ancora di più imprese deboli e le fa diventare imprese a rischio ancora di più.

Insomma, mentre – sia chiaro, senza potervi dare alcuna garanzia che andrà proprio così – si può ragionevolmente pensare che la crisi finanziaria in sé e per sé si avvierà a soluzione abbastanza rapidamente  (si fa per dire), tuti sentiranno ancora a lungo, chi meno chi più, gli effetti di una recessione seria.

Warren Buffett, che abbiamo citato altre volte perché di queste cose si intende assai bene, è l’uomo più ricco o il secondo uomo più ricco d’America, un finanziere che sul mercato sta come uno squalo da sempre, navigando nei suoi interstizi e azzannando grandi imprese in crisi, comprandole quando sono nei guai per poi riciclarle con profitto.

Ma è anche uno che, allo stesso tempo, è perfettamente cosciente di quel che fa e ha il coraggio morale di confessare – agli americani e all’America che ipocritamente afferma l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini – che è una grande balla, che non è per niente così e che “in questo paese c’è, e come, la lotta di classe e che questa guerra l’ha vinta la mia, di classe[73].

E, adesso, con l’esperienza dei suoi ottant’anni, dice di non aver mai visto “gente così impaurita dall’andamento dell’economia… E anche la regola che io mi sono data – di essere avido quando gli altri si intimoriscono e farmi prudente quando gli altri si fanno avidi – non vale più perché ormai non è più in questione solo il valore delle azioni, l’andamento dei titoli in borsa: qui sono ormai ingrippati i mercati del credito e sono a rischio tutti i fondi sui mercati valutari: fattori che toccano la vita di molta gente in più che il semplice su e giù del Dow Jones… Questa è una Pearl Harbor economica e l’economia americana è come un grande atleta subito dopo un infarto[74].           

In effetti, il rimbalzo di questa crisi sta arrivando, e davvero di brutto, in Europa. Il vertice dei 4G europei (Francia, Gran Bretagna, Germania ed Italia) convocato da Sarkozy a Parigi, preceduto da una rabbiosa denuncia del suo primo ministro che, in buona sostanza, sintetizza uno stato d’animo diffuso in America, ormai, ma generalizzato in Europa dicendo che “il mondo è sull’orlo di un abisso a causa di un sistema irresponsabile[75].

Anzitutto bisogna pur rilevare che, dopo aver sostenuto per qualche giorno come la colpa fosse tutta degli Stati Uniti (Brown) e del loro “capitalismo da avventurieri” (Berlusconi: sic!)), anche in Europa ci si è resi conto che troppe banche e troppi creditori hanno troppo alacremente abbracciato le prassi rischiose delle loro consorelle americane per allargare il giro d’affari, buttandosi sul debito a rischio e sui prestiti a breve piuttosto che lavorare sulla raccolta dei depositi per finanziare le proprie operazioni. Alla fine, il costo totale del salvataggio di qua dell’Atlantico non sarà di granché differente poi da quello che servirà impegnare a Wall Street.

Ma, arrivati così sull’orlo di quell’abisso, il vertice decide di emettere un documento di princìpi. Nessuna misura concreta, nessun fondo europeo di garanzia, spiega Sarkozy cui era stata attribuita – e non a caso – l’intenzione di proporre invece proprio un fondo speciale europeo di riserva e di garanzia; scavalcando d’un botto il grande tabù di dar vita così anche solo all’inizio di una politica fiscale, di bilancio, comune europea. Ma o se l’è vista stoppare subito da inglesi e anche tedeschi o, magari, ha rinunciato a presentarla per prudenza. In fondo, i G4 non sono titolati a decidere niente da soli. Tutti insieme possono farlo, a 27 o, almeno, a 15 per la zona euro.

Ma, se non agiscono insieme, ognuno è titolato ad agire per conto suo. Così, l’Irlanda s’è mossa da sola, garantendo i depositi delle sue banche maggiori dopo che le loro azioni stavano precipitando, per 400 miliardi di € e due volte il valore del PIL, irritando non poco qualcuno ma, vista l’inazione complessiva, secondo noi, giustamente fregandosene del concerto che di sicuro serve e sarebbe meglio ci fosse ma serve solo se consente di fare qualcosa, non di guardarsi l’ombelico soltanto[76].

Certo, l’impatto sul Regno Unito è stato pesante: fior di quattrini sono fuggiti da Londra verso le banche di Dublino dove così si sentivano garantiti… ma di chi è la colpa se insieme, in Europa, non si può agire mai senza enormi difficoltà? A Parigi hanno deciso di non poter decidere per mancanza di volontà politica, delegando alla Commissione e alla Banca centrale europea qualche, timida, misura per tendere a “una convergenza migliore” e non meglio specificata: prima all’ECOFIN, con tutti i governi europei, e poi in seno al G8. Un “lungo percorso”, di coordinamento cruciale. Sperando di non arrivare però troppo tardi, giurando nel frattempo che la liquidità sarà assicurata: come, da chi, quando? non viene detto…

D’altra parte, gli unici a lamentarsi a voce alta sono stati gli inglesi che, appunto, dopo aver rivendicato sempre e comunque il diritto a fare da soli, si sono improvvisamente messi a bofonchiare, senza che nessuno a dire il vero li prendesse sul serio, di comportamento troppo disinvolti rispetto alla necessità di rispettare le leggi europee di parità della concorrenza: perché, con la loro garanzia, le banche irlandesi sarebbero, qui, privilegiate rispetto alle altre…

E, in effetti, subito, la cancelliera Angela Merkel annuncia che farà come l’Irlanda garantendo tutti i depositi a risparmio. E poi arrivano gli altri, uno per volta e separatamente, a dire la stessa cosa. Ma ancora non trovano il fegato necessario politicamente a decidere ed annunciare che lo faranno tutti insieme, gli europei.

Gli altri? staranno semplicemente a guardare[77]? Giammai! Dichiarano insieme, finalmente a 27, su spinta dell’Eliseo, che “faranno tutti i passi necessari a risolvere la crisi” (6 ottobre). Quali “passi”? quando? come? insieme o, ancora, ognuno per conto suo? Il fatto è che molti politici che si riuniscono ai vertici e i grandi banchieri centrali si illudono che immettere liquidità extra sul mercato risolva la stretta creditizia, saranno dolorosamente delusi.

Perché la pressione al rialzo sui tassi interbancari è conseguenza e non causa della crisi. Finché non ci sarà una ricapitalizzazione vera e propria, consistente, del sistema bancario con quattrini garantiti dal prestatore di ultima e definitiva istanza – lo Stato o gli Stati, se fosse possibile: in definitiva, tutta la collettività nazionale che si carica dei cattivi debiti – ogni banca, infatti, sarà riluttante a prestare soldi a un’altra banca, perché nessuna, oggi, sa realmente cosa c’è sotto un credito bancario dell’altra, se qualcosa di solido o la melma di un derivato o di un titolo “mondezza” qualsiasi di valore nominale 100 e reale, forse, 1. E, quindi, una maggiore liquidità di per sé non è affatto sufficiente a rimettere in moto la pompa.

Poi, ancora una volta sconclusionatamente, cioè senza una conclusione obbligante, a Washington  si riunisce, nell’ambito della riunione annuale del FMI, il G7[78] (si riuniscono ormai, in una formazione o in un’altra, più o meno ristretta, in media ogni tre giorni…). E se, da una parte, USA, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada concordano di puntare ad un coordinamento dei vari piani di salvataggio che hanno messo o stanno mettendo in piedi per il settore finanziario, dall’altra, al contrario di quanto fatto per i tassi di interesse dalle banche centrali, i governi dei G7 non offrono alcun passo concreto e coordinato per farlo.

Sembra che tutto si muova verso una diretta iniezione di capitale al sistema bancario da parte di tutti… qualcuno in questo senso si muove (ora gli stati Uniti, anche), la Gran Bretagna lo propone (ora) per tutti… ma allora perché semplicemente non si decidono a dirlo?”, commenta il Peterson Institute for International Economics, autorevole istituto privato di ricerche economiche internazionali – non partisan e non profit, dice – di Washington. D.C. Già, perché?

Chi di più ha resistito e resiste a piani di salvataggio coordinati, tanto più se globali, è la Germania perché teme di finire col salvare a sue spese relativamente maggiori le banche dei suoi vicini (Francia e Italia, anzitutto. Ma omette dal ragionamento il fatto che le sue banche sono di gran lunga le più numerose e le più grandi d’Europa: e quelle che maggiormente si avvantaggerebbero, forse, di qualsiasi salvataggio.

Solo una settimana prima, del resto, una simile misura – nazionalizzare banche private, in cambio di qualche quota di azioni, privilegiate magari, ma senza diritto di voto – era impensabile anche in America, in  Gran Bretagna, altrove. Il fatto è che questa crisi sta rivoluzionando il modo stesso, da decenni convenzionale e scontato, di operare dei mercati finanziari.

L’Islanda[79], che sembrava – sembrava… – mettere in mostra e vantare una delle economie più floride d’Europa ha fatto sboom. “Ma chi mai sapeva? Chi mai sapeva – s’è chiesto sarcastico uno dei commentatori più famosi d’America – che l’Islanda era tutta e solo un hedge fund piazzato sopra un ghiacciaio”, alla deriva nell’Atlantico, capace – quella la sostanza dura dell’articolo – di mandare a picco l’economia mondiale. Un’ironia, a ben vedere stupida però, visto che sono stati i grattacieli delle grandi banche crollati stavolta là dove comincia e non dove finisce Wall Street, ad affondare l’economia mondiale e non certo il piccolo iceberg islandese[80].

Pare che fosse (le sue banche avevano per anni sostenuto una crescita significativa prestando soldi a mani aperte un po’ a tutti gli islandesi per molte volte il valore del proprio PIL e sostenendo così un’ondata imponente di consumi. Un boom che, adesso, però si è trasformato tutto d’un botto in un tonfo…

Ma è rivelatore che, sull’orlo della bancarotta, questo piccolo paese europeo non provi neanche a rivolgersi all’UE da cui è fuori ma alla quale è vicino, né all’America, la superpotenza insolvente, ma si rivolga alla Russia per un prestito da 4 miliardi di €. La Russia, grazie al petrolio, ha molta liquidità in cassa e, così, riafferma con un sonoro sberleffo agli americani che dopo la Georgia si erano dati da fare per dipingerla nei guai finanziari (la Russia…) la sua stabilità e il coinvolgimento responsabile del suo sistema nel mondo.

Per questa strada che richiede, comunque, sacrifici pesanti, l’Islanda ha legato la sua valuta a un paniere di monete straniere (manco fosse un Botswana qualsiasi, invece di una delle economie più fiorenti del mondo) e ha preso il controllo diretto governativo una dopo l’altra, in pratica, tutte le banche del paese per cercare di tenere a galla la sua economia.

Nel frattempo, la crisi avanza, mica rallenta. Mentre a New York il Dow Jones, per la prima volta dal 2004, marcando un nadir psicologicamente molto pesante, precipita sotto quota 10.000, le borse d’Europa perdono tutte dal 7 al quasi 10% in un giorno, il 6 ottobre… e nei giorni seguenti continuano stabilmente a rotolare all’indietro. Riprendendosi (ma per quanto?) dopo che comincia a funzionare, replicato e concordato nei tempi, intorno al 12 ottobre il piano di salvataggio timbrato Gordon Brown[81].

E, là dove conta, a Wall Street, si cominciano a fare conti, sulla base dei precedenti disponibili, su quanto questa crisi può durare. Le risposte non sono di certo confortanti. Prima della Grande Depressione, il mercato toccò lo zenith dei suoi valori nel settembre 1929. Coi prezzi aggiustati in considerazione dell’inflazione ci vollero tre anni – fino al giugno del ‘32 – perché la borsa smettesse di scendere e ricominciasse a salire. E prima del mercato “orso”, come si dice per quello al ribasso, degli anni ’70 il massimo dei prezzi  S.&P. 500 venne raggiunto a dicembre del ’68 . E , scontato dell’inflazione, ci vollero sei anni – fino al dicembre del ’74 – perché il mercato cominciasse a risalire dal fondo cui era arrivato[82]

Infine (per ora), la riconsiderazione che sta conducendo il Tesoro (verso il 10 di ottobre e dopo il crollo persistente di tutto il mercato finanziario, dei valori di borsa e, ormai, anche dell’economia reale) – ora, smentendo quanto aveva proclamato prima, vuole acquisire direttamente in proprietà quote di azioni deliberanti in molte banche statunitensi: che si tratterà ora di scegliere, facendone sopravvivere alcune e condannandone altre ad affogare.

Come, del resto, già ha fatto salvando, per dire, Goldman Sachs e Morgan Stanley e affossando Lehman Brothers: niente di nuovo, cioè – è sicuramente più efficiente della vecchia maniera finora indicata (una spinta più forte e più rapida al sistema finanziario) e – non incidentalmente – anche più giusto e corretto (ai contribuenti va almeno il diritto a reclamare qualche rimborso dai profitti possibili del post-salvataggio)[83].

Ma la verità di fondo è che se ne esce, alla fine, solo tornando a Keynes: spendendo denaro pubblico, ma non per fini puramente privati, essenzialmente mettendolo in mano a chi lo spende e così rimette in moto l’economia.

Osserva Krugman che, se decide di farlo, “molto può fare un governo [cioè, possono tutti i governi] per l’economia. Può estendere in modo significativo [per numero di persone coperte, i disoccupati reali, non il numero ridotto contato dalle statistiche; e per ammontare del sussidio] la copertura di disoccupazione ai senza lavoro: un obiettivo che, insieme, darebbe una mano a far fronte ai loro problemi alle famiglie che già se la passano peggio e metterebbe soldi in mano a cittadini che sicuramente li spenderebbero  rimettendoli in circolazione, e rilanciando i consumi, perché più ne hanno bisogno”.

Il governo, se scegliesse di farlo, invece di impegnarsi a salvare a colpi di spesa pubblica solo i i “gatti grassi” “potrebbe fornire aiuti d’emergenza ai governi statali e cittadini in modo da non vederli obbligati a tagli feroce di spesa che degradano i servizi pubblici e distruggono posti di lavoro. Potrebbe comprare ipoteche sulla casa in scadenza (ma non come propone McCain al loro valore attuale) e ristrutturare i termini di pagamento per aiutare le famiglie a restare a casa loro”…

Insomma, pare che parli dell’Italia, il nuovissimo premio Nobel Paul Krugman[84], mentre parla dell’America…,

Da noi, invece, Marcegaglia, a Capri, parlando al Convegno dei “giovani industriali”, ammonisce che superata la crisi lo Stato dovrà tirarsi indietro e, dopo l’emergenza, tutto dovrà tornare in mano al mercato… Lo dice lei, lo dicono altri: lo Stato paghi pure, bene! anzi deve… ma, appena possibile, devono tornare a decidere gli altri: al solito, lor signori, anche se ormai signori solo perché le pezze al sedere gliele ha rammendate lo Stato, cioè tutti noi.

E’ il concetto che, più forbitamente, esprime anche Draghi – quando parla di una presenza dello Stato nelle banche “necessaria ma non intrusiva” – e pure Mandelson (ridiamo il giocattolo ai legittimi proprietari: ma se il proprietario è chi ha pagato per un bene, chi é? il vecchio banchiere fallito o chi l’ha salvato?), il laburista britannico nuovo ministro delle attività produttive, che molla la Commissione europea per “rafforzare” il governo Brown e torna a Londra.

Un’indicazione in sé della profonda crisi del laburismo: Mandelson, un uomo non tanto del partito quanto fedelissimo alleato del suo ex leader Tony Blair, era stato per due volte fatto allontanare dal gabinetto come una presenza sgradita e imbarazzante proprio da Gordon: per questioni ogni volta di annessi e connessi a mazzette, contributi di ricchi signori che puzzano vagamente di illegalità. E adesso, manco torna al governo, viene fuori un’altra grana sempre dello stesso genere (un oligarca russo, stranamente assai generoso coi neo-laburisti, per tramite suo)…

Ma a chi, come il contribuente europeo, che proprio come quello americano in modo altrettanto poco trasparente, è chiamato comunque a pagare i debiti del cosiddetto mercato, la soluzione auspicata dal neo-vecchio ministro britannico, antesignano dei neo-lab di Blair, proclamatosi con la paliniana (puntuta e levigata) Marcegaglia “contro una nuova ondata di nazionalismo economico”, difficilmente stavolta andrà liscia.

Marcegaglia, si capisce, parla pro domo sua: si affretta anche, qualche giorno dopo, a dire ai suoi che lei ha fiducia: se ne esce, se ne esce, basta che arrivino gli aiuti di Stato, in sostanza… Se ne esce, se ne esce, dice Bankitalia[85] basta che lavorate di più, lavoratori… Se ne esce, se ne esce, assicurano commentatori di sicura fede, come dire?, “riformista”[86], basta che le riforme le fate fare… A chi? ma, naturalmente, al manovratore.

 E Mandelson, per conto proprio ovviamente, convertito al mercato ormai da un ventennio, come ai convertiti succede spesso, del mercato è diventato un fanatico propagandista e con questa crisi vede sbriciolarsi il castello di sabbia in cui s’è da tempo comodamente allocato.

Questo grande tifone che viene squassando mercati e paesi ha naturalmente i suoi inevitabili danni collaterali. Tutti i governi, i paesi, del cosiddetto Terzo mondo, i più poveri, che adesso ne pagheranno lo scotto. Anche se, loro, senza alcuna responsabilità se non quella – non piccola però – di essersi fidati della parola di Washington, di Wall Street, della City.

Perché le banche in questione avevano piazzato i loro derivati, i loro swaps, le loro ipoteche sfondate, insomma le loro schifezze un po’ dappertutto, anche, e come, nelle loro banche centrali, vendendogli questi prodotti sulla propria parola. Non solo la Cina, l’Arabia saudita, l’India, il Brasile ma anche Madagascar, Botswana, Bangla Desh e Perù. E adesso? adesso, per definizione, ciccia, perché non sono davvero queste le priorità che preoccupano Washington, Wall Street e la City. Intanto la domanda di importazioni dal Terzo mondo dei paesi ricchi, con la crisi langue, e cadono i prezzi delle materie prime per la stessa ragione…

Quasi a chiusura (temporanea, soltanto temporanea) di questo capitolo un’osservazione sul ruolo che i media – quasi tutti e, di sicuro, tutti i media mainstream – hanno avuto nel montare della crisi, nel versare vaselina sulle ferite che man mano essa andava aprendo nel tessuto economico, nella sottovalutazione generale, e compiacente coi poteri dati, e nel diffondere il “senso comune” che ormai tutto andava bene, e male non sarebbe più potuto andare proprio perché ormai la finanza è sregolata e l’economia “di mercato” trionfa.

Partiamo, per cominciare il ragionamento, da un articolo di riconsiderazione e, come dire, anche di autocritica apparso sul Washington Post[87]. Il commento dice cose importanti sulla credulità, sulla   superficialità e sulla condiscendenza verso i poteri politici e finanziari con cui i grandi giornali a caratura nazionale – il WP stesso, il NYT, il Los Angeles Times, USA Today e, naturalmente, il Wall Street Journal – ma non rileva, e non pare casuale, almeno due buchi assolutamente essenziali del loro operato.

Il primo è che se chi è dipendente delle grandi multinazionali finanziarie dice una cosa, quella cosa di per sé va considerata sospetta perché a dirla, appunto, è un dipendente: sia un cosiddetto esperto, un accademico, un senatore che riceve contributi elettorali, chiunque di una lobby faccia parte o ad essa sia collegato. Certo, non p è facile confessarlo e riconoscerlo, prima ancora.

Ma, per esempio, e per parlare proprio del Washington Post, è stato irresponsabile riportare, per anni di seguito, il parere di chi di mestiere faceva l’economista capo dell’Associazione nazionale degli agenti immobiliari d’America, tal David Lereah, come quella del massimo espero del ramo. Lereah vendeva case non aiutava i lettori del Post a capire quel che davvero avveniva nell’economia edilizia. Bé, reporters e giornali avrebbero dovuto capire che quel che diceva non era oro colato perché era nel suo interesse, no?

Il secondo punto di debolezza – voluta, non casuale – nel loro operato è che, come in ogni altro campo dell’umano fare e sapere, anche qui quel che dissero e fecero in passato gli “esperti” deve pur contare qualcosa nel valutare l’attendibilità delle loro analisi. Ma, in questo campo, non è mai così, sistematicamente.

Pure, sembrerebbe ragionevole scontare di valore, per lo meno per quanto hanno sbagliato in passato e molte volte non una sola, le analisi di quegli esperti che non hanno potuto, saputo, voluto riconoscere l’esistenza prima di una bolla speculativa di borsa, poi della bolla speculativa edilizia e delle recessioni che, inevitabili dopo il collasso, sarebbero loro seguite.

Insomma, se un economista non era in grado nel 2000 di riconoscere l’emergere della bolla dot.com che gonfiava i titoli azionari di 10 miliardi di $, a chi scrive sembra razionale pensare – e, grazie a Dio, non lo dice adesso, lo scrisse anche allora – che fosse incapace, o che non volesse, per piaggeria e subordinazione, scorgere il nascere ed il crescere della bolla sul mercato delle abitazioni.

E, invece, sono almeno dieci anni che i media, come il potere istituzionale – parlamentare, statale… o sarà la stessa cosa? che i media mainstream ormai sono la stessa cosa dei poteri istituzionali? – sempre agli stessi esperti fanno riferimento, sempre da loro ricevono dritte e previsioni. Continuano a sbagliare, ma loro non mollano. E ormai, dunque, sono colpevoli, se i loro servizi sono sempre firmati e fanno sempre riferimento a chi non è riuscito a vedere né l’una bolla speculativa né l’altra.

Per esempio, e sempre dal WP – ma articoli come questo, dettati o più correttamente promossi  dall’Ufficio stampa del candidato McCain, sono apparsi su tutti gli altri grandi giornali nazionali pressoché contemporaneamente – fa un po’ rabbrividire rileggere adesso un articolo di neanche un mese fa più o meno, in cui l’autorevole autore se la prendeva con i “disfattisti” che parlavano di e paventavano rischi seri per l’economia americana. Lo firmava tal David Luskin, capo dell’Ufficio investimenti di una ditta di consulenza finanziaria californiana, la Trend Macrolytics LLC, redattore di diverse riviste finanziarie di destra come la National Review e, come si vantava nel testo dell’articolo stesso, “consigliere economico di McCain”…

Luskin – la cui azienda nel frattempo, e anche giustamente, sta andando a rotoli – sosteneva, il tapino, le “buone ragioni” del candidato repubblicano quando affermava, contro quei disfattisti, che “i fondamentali dell’economia americana erano buoni[88]

Però, però… In uno scambio di lettere del novembre 1857[89] che ci è capitato di rileggere ora – insomma, ci è capitato...: siamo andati a cercarle! – c’è un grande signore comunista, un industriale, che scrivendo ad un suo sodale gli dice quanto e come per lui “malgrado i guai finanziari che, sul piano personale” stia comportando la più grande crisi finanziaria del capitalismo del XIX secolo, sia “un godimento assoluto star a guardare la crisi americana, che non è affatto finita poi”.

Era Friedrich Engels che scriveva a Karl Marx. E questi gli rispondeva predicendo (a parte l’analisi sempre mordente, la propensione alla profezia mai gli venne a mancare: e non sempre poi la sbagliò…) che avrebbe portato al collasso completo di Wall Stret e dei capitalisti.

Purtroppo, a ragione, comunque di fatto, non fu certo la crisi finale del capitalismo (ma ad essere giusti questo qualificativo, finale o decisivo, Marx ed Engels non lo adoprarono mai: fu Lenin, semmai…). E’ utile richiamare l’episodio, però, perché bisogna ben raffreddare certi esagerati non diciamo entusiasmi ma giudizi affrettati, sì…

In fondo, questa crisi è piuttosto la vendetta e la completa riabilitazione, quasi l’elevazione agli altari cel buon senso economico, non tanto di Marx ed Engels, ma di John Maynard Keynes e della sua convinzione – ripresa direttamente, poi, da Adam Smith – che sia il capitalismo selvaggio, il laisser faire che è morto.

Forse stavolta sì, definitivamente anche se i suoi epigoni – negli ambienti accademici, politici, industriali e anche, sì, anche sindacali, un po’ in tutto il mondo – sono ancora molti e lo difenderanno con le unghie e coi denti: per fede “ideologica”, sia pur male riposta, e  perché dal liberismo hanno tratto lautissimi benefici[90]. Insomma, questa non è certo la fine del capitalismo ma è – probabilmente, ragionevolmente – la fine del laisser faire.

E, poi, c’è la domanda con cui forse è opportuno chiudere – per ora, solo per ora – questo capitolo di fatti e ragionamenti: il salvataggio delle banche giapponesi del 1998 costò al paese 500 miliardi di $, in un’economia che era circa ¼ di quella degli Stati Uniti. I conti sono facili, di per sé… ma devono lasciare spazio a tutte le variabili da calcolare nel rapporto Islanda/Stati Uniti d’America. Ma tant’è: a titolo puramente indicativo…

Se il prestito globale di questi giorni, di cui parla il Fondo monetario per l’Islanda, arriva a 2,1 miliardi di $, il calcolo grezzo è pronosticabile: 2,1 miliardi di $ per un paese di 300.000 abitanti e con un PIL di 12 miliardi di $, a fronte di un PIL americano sui 13.700 miliardi di $, più di 1.000 volte tanto. Dunque, a che cifra dovrebbe/potrebbe arrivare il costo del salvataggio in America?

Poi, secondo l’ipotesi avanzata – ma anche documentata – dalla Banca d’Inghilterra[91], “la grande baraonda d’autunno ha lasciato le istituzioni del mondo finanziario internazionale a prendersi cura di perdite [cioè, di debiti irredimibili] per 2.800.000.000.000, 2.800 miliardi di $”. Che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, sede a Basilea ed unica istituzione mondiale che sembra aver seguito sistematicamente la cosa, sarebbero però, pare, sì e no 1/50 dei derivati globali in giro per il mondo[92]

Si tratta di 1,14 quadrilioni di $: con quadrilione che è il termine tecnico (come bilione per miliardo, trilione per mille miliardi, ecc.) in uso in America a denotare una cifra seguita da 15 zero: 1,14 milioni di miliardi di $, dunque; composti da 548.000 miliardi di derivati registrati come insolventi e 596.000 miliardi di derivati nominali/OTC (over-the-counter non quotati in borsa, letteralmente da banco, cioè li chiamano: come i medicinali generici…).

Un suggerimento al Tesoro americano. Per il nuovo biglietto da 1,14.000.000.000.000.000 $ raccomandiamo con convinzione il ritratto del presidente George W. Bush. Come sul biglietto da un $, per fare un esempio, c’è George Washington, no?

Intanto, alla vigilia delle elezioni, quasi a fine ottobre ormai, i repubblicani sono addirittura riusciti a smentire il vecchio adagio (storicamente fondato, però) secondo cui se il loro era il partito delle depressioni economiche era quello democratico ad iniziare le guerre. Perché, adesso, per la prima volta nella storia d’America dopo Abraham Lincoln (ma per ben altre ragioni) emergono come il partito che riesce a fare le due cose insieme. Anzi, raddoppia: perché mette insieme disastro finanziario e disastro bellico; e, poi, mette conduce insieme ben due guerre diverse, Afganistan e Iraq…

Ora il portabandiera dei repubblicani, McCain, se ne va in giro non avendo imparato, neanche dopo più di trent’anni, la lezione del Vietnam, la guerra alla quale partecipò come aviatore e poi, molto più a lungo come prigioniero di guerra, e ripetendo che, come allora, anche mettere in pericolo la “vittoria” è il fatto che gli americani hanno la “strategia sbagliata”. E non solo perché l’una come l’altra erano guerre profondamente sbagliate, moralmente e pericolosamente.

Il fatto è che una guerra non combattuta solo per ragioni di pura conquista militare ma considerata dalle parti, soprattutto da quella “aggredita”, carica anche di motivazioni politiche, culturali, ideali ed ideologiche, nessuna guerra del genere può essere vinta con l’invasione di un esercito straniero. In Iraq, così come in Vietnam.

Man mano che ci si avvicina al giorno fatidico, il 4 novembre, si allarga il gap tra Obama e McCain. Dopo il secondo ed il terzo dibattito tra di loro, dei primi e di metà ottobre, che per il candidato repubblicano è stato uno catafascio: saccente, scostante, bofonchioso, qualche poco ridicolo col suo strano ghigno scheletrico da faccione del museo delle cere di Mme Toussaud e anche ripetitivo— almeno per dieci volte, tutte e due le volte, ha detto degli americani che sono il più grande popolo del mondo e dell’America che, ovviamente, è il più grande paese del mondo: cosa di cui chi lo ascoltava o era già saccentemente convinto, o intuiva che era una fanfaronata, o comunque un’asserzione immotivata.

C’è qua e là – il peggio è quando non se ne accorgono neanche – chi cerca nella grande stampa d’opinione di far finta di stare “al di sopra delle parti”, e lo fa anche imbrogliando. Tipico il caso dei grandi organi di stampa mainstream di risonanza nazionale e mondiale. USA Today[93], forse il giornale americano a circolazione davvero nazionale maggiore, è l’ultimo caso e in termini tanto “tecnici” da non sembrare neanche politici nella sua smania di incolpare, per così dire, indiscriminatamente “il Congresso”…

In un servizio che vuole discutere delle responsabilità di repubblicani e democratici nella crisi finanziaria a Wall Street rileva e dice come Phil Gramm, già senatore repubblicano, poi fattosi lobbysta influente di banche ed industria e eminente consigliere economico di McCain, sia stato il senatore maggiormente responsabile, anni fa, della bocciatura della legge che chiedeva all’Agenzia federale di regolazione del commercio di sottoporre a verifiche e controlli, di regolamentare cioè, anche i derivati.

Poi presenta, imparzialmente, la tesi di Gramm che no, non è vero. Che la colpa è della legge sul cosiddetto “re-investimento comunitario” che vollero i democratici e che “forzò”, dice, gli istituti finanziari a concedere mutui su ipoteche a gente “troppo povera” per permettersi di avere una casa e, quindi, garantire il pagamento dei ratei. Argomento parzialmente, in teoria, vero ma facile e del tutto scaricabarilesco. Quella legge, anzitutto, non si applicava neanche ai grandi attori del mercato dei subprime, a Fannie Mae e Freddie Mac, insomma.  

Il giornale avrebbe più responsabilmente potuto, e forse dovuto, ricordare nel discutere del ruolo nella crisi di Fannie e di Freddie che hanno perso quote forti di mercato proprio negli anni in cui la bolla edilizia era al massimo: dal 2002 al 2006 la loro parte del mercato ipotecario scese dal 50,1 al 34,8%. Avranno molti problemi Freddie e Fannie e responsabilità anche. Ma non sono loro, in altri termini, ad aver creato la crisi. In effetti, da qualche parte nel servizio, sarebbe stato anche utile menzionare la parola “bolla”: essendo, essa sì, all’origine davvero di tutto.

Allora sì, sarebbe stato utile e assennato dire che anche i democratici hanno avuto la loro parte di responsabilità: perché neanche loro fecero niente per obbligare la Fed a far scoppiare, o almeno far sgonfiare, come a un’autorità di controllo sarebbe spettato, la bolla speculativa edilizia prima che raggiungesse simile proporzioni.

E se non dissero, se non fecero, niente fu solo per quella radicata, inveterata e invereconda sottomissione che tutti mostrano in questo paese nei confronti del presidente e delle autorità monetarie— le sole per definizione e tradizione, fasulla quanto mai, al di sopra di ogni sospetto nella loro responsabilità, qualche volta anche criminalmente, irresponsabile.

E’ stato un realistico commentatore di parte conservatrice – molto, molto conservatrice, George Will – a fare al meglio il quadro con cui la crisi ha finito con lo schiacciare McCain. “Obama – ha notato – ha beneficiato di una campagna di stampa di massa che non gli è neanche costata niente. Molti milioni di famiglie americane stanno in questi giorni aprendo, con grande circospezione, le buste con i resoconti 401(k) [i piani di risparmio pensionistico contrattuale dei lavoratori dipendenti] e gli altri piani pensionistici— che raccontano ad ogni famiglia quale porzione dei quasi 2.000 miliardi di $ dei propri risparmi è stata distrutta[94].

La Palin è anche inciampata in un inconveniente antipatico quando si è venuto a sapere che, presso due grandi magazzini d’èlite, il partito repubblicano – nel mezzo della crisi finanziaria Ed economica peggiore da anni – ha provveduto a rimpannucciarla acquistandole un guardaroba da 150.000 $. E’p stato un momento, ma un momento antipatico, dopo le indiscrezioni uscite sui suoi viaggi e quelli della famiglia fatti pagare al contribuente dell’Alaska, per decine e decine di migliaia di dollari extra bilancio, in spostamenti dal luogo di residenza privato alla capitale dello Stato.   

Sotto l’affanno di quest’ultimo mese di campagna presidenziale e del distacco che i sondaggi evidenziano dal ticket democratico, McCain – con qualche evidente riserva e distanza dagli istinti più bassi dei suoi seguaci – e la Palin – senza alcuna esitazione, anzi accentuandone i toni belluini – hanno cercato di recuperare con la sorpresa di ottobre: lanciando una virulenta campagna di denigrazione contro Obama: che lavora, tirando il sasso e nascondendo – neanche sempre – la mano sul fatto che è di color “caffellatte” e sarebbe pure, qualche po’, “islamizzante”, amico dei “terroristi”, ecc., ecc. .

McCain è arrivato a dover correggere una sua fan che diceva di non fidarsi di Obama perché sarebbe “arabo”, assicurandola che a lui risulta come il senatore dell’Illinois sia “invece una brava persona e un buon padre di famiglia”. A suo modo, è un passo falso colossale: sembra dire, seguendo l’andazzo, e anche più, che se invece fosse di origina araba o mussulmana, non potrebbe, evidentemente, essere né un buon padre di famiglia né una brava persona… per dire del pregiudizio, magari anche inconscio, ma ripugnante. Protesta, come si capisce, l’Associazione americano-araba ma tace la assai più potente, anche elettoralmente, Associazione degli americo-israeliani…

Sta cercando di fare di tutto, McCain. Marca con grande forza e eloquenza, ma un po’ tardi dopo averlo fedelmente sostenuto per tanti anni, la sua presa di distanza da Bush (“negli ultimi otto anni – cioè tutti quelli di Bush, elenca impietoso – noi repubblicani ci siamo lasciati completamente sfuggire le cose di mano: la spesa pubblica, la condotta della guerra in Iraq per anni [badate bene: non la guerra, sacrosanta per lui, solo non averla combattuta abbastanza duramente…] la crescita della dimensione della burocrazia governativa, al massimo dai tempi di Johnson, l’aver messo sulle spalle di future generazioni di americani un debito da 10.000 miliardi di $, con una cambiale rilasciata alla Cina per 500 miliardi e, ovviamente, il fallimento [in realtà, la decisione] sia nel far funzionare che nel modernizzare gli enti della regolamentazione finanziaria disegnati negli anni ’30 e non più adatti, sicuramente, al 21° secolo, il non aver fronteggiato seriamente le questioni del cambiamento climatico[95]. Insomma: tutti i temi per cui bisognerebbe buttare a mare Bush… ma anche i repubblicani.

E pure il candidato stesso che, come si ricordava, ha sostenuto – e, comunque, per farsi nominare mai combattuto – le posizioni sbagliate che su tutti qui temi Bush ha avanzate e lui adesso critica. Infatti, a McCain sta venendo meno, e pubblicamente, anche il sostengo di noti e importanti esponenti repubblicani come mai prima in nessuna elezione presidenziale. Era partito portando dalla sua parte un noto senatore democratico di stampo conservatore al quale aveva pensato costretto dal partito poi a rinunciarvi, come l’ex candidato alla vicepresidenza del 2000 con Gore, Joe Lieberman. Ma adesso perde sponsors, per strada e in modo motivato, nelle ultime settimane di campagna.

Si parte con Colin Powell, il vecchio segretario di Stato di Bush, padre e figlio, e capo di stato maggiore nella prima guerra contro l’Iraq, quella scatenata, almeno ufficialmente, per l’invasione del Kuwait. E’ il più importante politicamente e mediaticamente. Powell è un personaggio controverso e discusso, specie tra i democratici, dopo che si prosternò a Bush il piccolo andando all’ONU, come ministro degli Esteri, ad accusare Saddam con prove che lui stesso, poi, confessò di aver almeno sospettato fortemente che fossero state inventate e gli fossero state fornite dai servizi segreti, quasi paralleli, dell’ala neo-con del governo (ricordate la fiala di polverina bianca agitata al Consiglio di Sicurezza? disse che conteneva veleno chimico… era piena di bicarbonato).

Non volle rientrare al governo, Powell, per quella sua colpa nel secondo mandato di Bush e dichiarò anzi di sentire che il “suo servizio al paese era stato macchiato dal suo periodo sotto Bush”. Ma resta difficile da cancellare l’immagine di lui che chiedeva all’ONU – invano, per fortuna, per il buon nome restante di quell’organismo – sulla base di prove che erano solo menzogne, di autorizzare gli USA ad invadere l’Iraq.

Comunque, è un voto quello dell’ex generale a quattro stelle repubblicano Powell, – fra l’altro bisogna dargli atto che, adesso, è stato quasi il solo americano di nome a richiamare alla memoria, e alla coscienza, di tutti che “mussulmano” non vuol dire terrorista e che si può essere buoni cittadini sia se si è di religione ebraica sia se si è di origine araba – un voto che potrebbe, dovrebbe, aiutare Obama contro il repubblicano McCain. Non tanto a rubargli voti del suo partito quanto, forse, a portargli qualche suffragio “indipendente”.

Poi ci sono altre uscite ed altri passaggi di campo, tutti pesanti per i repubblicani e tutti argomentati[96] (oltre alle defezioni ormai di almeno una decina di pundit, come li chiamano qui, gli opinionisti di stampa tra i più importanti di parte conservatrice (come il George Will sopra citato in Nota68):

• l’ex portavoce ufficiale della Casa Bianca, Steve McClellan che uscì due anni fa sbattendo rumorosamente la porta con denunce precise, provate e circostanziate delle menzogne, dei trucchi, delle prevaricazioni dell’Amministrazione di Bush, alla CNN annuncia che voterà Obama perché non ha dubbi che “sia lui ad offrire la possibilità migliore di cambiare il modo in cui funziona Washington”;

• il candidato alla Camera Joel Haugen che nell’Oregon, vinte le primarie repubblicane col 70% dei suffragi, ha aperto una lista formalmente “indipendente” anche se conta con buone possibilità proprio sui voti repubblicani, annuncia che proprio perché rimane fedele allo slogan elettorale di McCain, “prima il paese, con tutto il rispetto che nutro personalmente per John McCain” voterò per Obama: “perché sono convinto che la mentalità di McCain resti ancora troppo quella della guerra fredda”:

• William Weld, ex governatore repubblicano del Massachusetts: perché “Obama è il candidato che capita una volta sola nella vita”;

• Arne Carlsson, governatore repubblicano del Minnesota dal 1991 al 1999: perché “la scelta della governatrice Palin come possibile vicepresidente e la conseguente campagna condotta coi toni della intimidazione e del sospetto, assomiglia paurosamente alle politiche di Karl Rove [lo stratega della calunnia e della menzogna sistematica delle campagne di Bush] e perché Obama ha il potenziale per diventare un presidente davvero grande”…

Insomma, tutti segnali che le cose non vanno bene per niente. Lo evidenzia lo stesso intervento di McCain contro Bush, di così inusitata virulenza critica da provocare, naturalmente, anche le reazioni furenti della Casa Bianca— di cui, però, a questo punto McCain se ne frega, sta lì ad attestare.

Scrive un quotidiano on-line che segue in modo minuziosamente informato la campagna elettorale[97] che “la coordinazione fra la campagna di McCain e il Comitato nazionale repubblicano [che dalla Casa Bianca dipende], mai proprio fluida, adesso è quasi disfunzionale… Con la disperazione che cresce anche tra molti degli stessi consiglieri più vicini a John McCain, un numero crescente di influenti esponenti repubblicani si stanno impegnando in un intenso round di scaricabarile per coprirsi le terga— quasi concedendo la probabilità di una rotta il giorno delle elezioni”.

Ma, poi, nella sua quasi disperazione e contrattaccando un avversario che ormai lo sopravanza di molto, fulmina contro Obama l’ “accusa” che suona più sanguinosa in questo strano e straordinario paese: che “quello là”, come gli scappa di dire, avrebbe idee “socialiste” (orrore! qui suona peggio di quelle “comuniste” che Berlusconi imputa ogni momento a Veltroni – a Veltroni!!! – in Italia).

Qui in America, mentre il governo più reazionario, forse, dai tempi di Hoover in questo paese nazionalizza – cioè socializza le perdite – di tutta l’industria finanziaria, McCain se ne esce ed accusa che Obama è “socialista”: infatti – dice sprezzante – “quello là” ha rivendicato, anche in televisione e non una sola volta, che diffondere la ricchezza tra i più non è un programma “socialista”: è esattamente il programma per il quale sono stata inventate, e non dai “socialisti”, le tasse…

Tra parentesi. Il giorno che Bush ha nazionalizzato le banche in America del Nord è stato il giorno in cui, in America del Sud, Chávez, Kirchner, Morales e tutti quelli che hanno nazionalizzato da anni pezzi della loro economia (petrolio, ecc.), accusati per questo da lui di essere anti-mercato, anti-americani, socialisti, comunisti, ecc., ecc,. hanno deciso[98] di chiamarlo “compagno onorario”…  

A fine ottobre quando chiudiamo questa nota, le stime di tutti i sondaggi concordano: Obama è in vantaggio col 49,3% con McCain al 44,2 e un +5,1% (è questa la media dei sei più importanti pollsters americani:  Fox: Obama 47, McCain 44; Rasmussen: Obama 51, McCain 46; Gallup: Obama 51, McCain 44; Diageo: Obama 48, McCain 42; Zogby: Obama 50, McCain 43; Battleground: Obama 49, McCain 46[99].

Il fatto è che, a lume di ragione, solo uno di due fattori potrebbe, a questo punto, a quatro giormi ormai dalle elezioni rovesciare il verdetto: il primo, è un attacco terroristico su grande scala negli Stati Uniti che rilancerebbe la fiabesca credibilità di McCain come più esperto del suo collega senatore, perché ex militare (sic!) e capace, per questo, di guidare il paese in un momento tanto grave; oppure, il secondo, è il riemergere del problema che c’è sempre stato, che sempre è stato accuratamente “nascosto”, ma del quale ormai l’America sembra (sembrava?) anche essersi liberata… il fattore pelle: la pelle nera, caffelatte diciamo, insomma un po’ diversa di Obama.

A titolo assolutamente personale – e, quindi, solo stavolta parlando, appunto, in prima persona – confesso che mi sembrano avere ragione quelli che mi rimproverano di avere una paura irrazionale che alla fine Obama non ce la faccia: tutti gli indicatori – tutti: sondaggi, inchieste, indici di gradimento e di fiducia, numero dei militanti sul territorio e anche soldi affluiti da satrapi benefattori e da una marea di piccolissime offerte individuali – lo danno sicuro…

Due sponsorizzazioni “estere” – ma è una forzatura chiamarle così: solo che i due campi presentano proprio così quella dell’altro campo – diciamo così “imbarazzanti” negli ultimi giorni di campagna elettorale:

• per Obama si schiera l’iraniano Ali Larijani, già negoziatore del suo paese sul dossier nucleare con l’occidente e uomo vicino all’ayatollah Ali Khamenei; oddio, si schiera…: rispondendo a una domanda in conferenza stampa, dichiara che a lui “il candidato democratico Barack Obama sembra essere più razionale del repubblicano John McxCain, ma alla fine il test vero saranno i fatti, non le parole[100]; che, a prescindere dal contenzioso, sembra una posizione di sicuro razionale: meglio Obama, perché al di lì là delle sue bellicose dichiarazioni, comunque è un cambio, di per sé cioè un fatto positivo nel rapporto USA-Iran; ma bisognerà vedere i fatti…; 

• per McCain, con diverse dichiarazioni, si schiera invece il gruppo jihadista di bin Laden— per citare una sola di diverse dichiarazioni, Muhammad Haafid, su un sito web che i servizi segreti americani hanno da tempo identificato come un tramite di al-Qaeda per i propri seguaci cui si accede con password dell’organizzazione. Spiega Haafid che “al-Qaeda sosterrà McCain” perché dei due contendenti “è quello che continuerebbe a marciare nella direzione in cui s’è avviato Bush, il predecessore…, caduto nella nostra trappola esaurendo le risorse e portando al fallimento economico l’America”.

Ha commentato[101] un esperto semi-ufficiale a Washington (Adam Raisman, senior analyst del Site Intelligence Group) che tutti i siti di al-Qaeda che controlla sono concordi: “L’idea nei forums jihadisti è che McCain sarebbe un fedele figliolo di Bush, qualcuno che considerano uno sciovinista e un guerrafondaio. Pensano che, per aver successo in una guerra di logoramento come la loro, hanno bisogno a Washington proprio di un leader come McCain”. E anche questa è una posizione che sembra ben razionale.

Del resto tutti gli esperti del tema (me ce ne sono di veri, davvero?) lo rilevavano da tempo, imbarazzando molto la campagna di McCain, ridotta a balbettare che, dopotutto, gli Hezbollah libanesi mesi fa avevano indicato una loro preferenza per Obama, illudendosi che lui sarebbe stato più sensibile anche al problema, ai drammatici problemi, dei palestinesi…

Richard Clarke, già direttore dell’Ufficio antiterrorismo della Casa Bianca sotto tre presidenti e dimissionario tre mesi prima dell’invasione dell’Iraq – uno dei pochi altissimi esponenti del governo ad avere il coraggio del proprio ragionato dissenso – e Joseph Nye, un innovativo docente di relazioni internazionali, tra l’altro anche, a Harvard e già presidente dell’NIC, il Coordinamento di tutti i servizi segreti degli Stati Uniti d’America – dunque, almeno sulla carta, i più esperti degli esperti, no? – hanno suggerito entrambi nel recente passato che al-Qaeda, alla luce della sua strategia, era certamente favorevole a McCain piuttosto che a Obama.

E hanno anche predetto che avrebbe tentato in qualche modo di dare una “spinta” alla sua candidatura: perché “dal loro punto di vista, una continuazione delle scelte di Bush è quella che aiuta di più il reclutamento dei loro seguaci[102]: che al momento è la loro vera priorità.

Però, tornando a bomba e alla sicurezza – razionale oggi sulla base dei fatti – che per l’elezione i giochi ormai siano fatti, chi ha mai detto che un’elezione politica sia un fatto razionale? E, allora, è importante che non io, non noi che nulla comunque possiamo fare, ma chi in America come noi la pensa consideri, per concentrarcisi su in questi ultimi giorni, anche l’eventualità— meno probabile oggi di quattro o otto anni fa (di mezzo c’è quel che è successo in Iraq e in Afganistan e quel che è successo a Wall Street), ma che visto questo preistorico sistema elettorale non è una paura infondata.

In effetti, è possibile che Obama vinca, anche largamente, il voto popolare ma perda quello elettorale perché, sia come sia – giocando sporco, ad esempio, come in Florida nel 2000 – McCain potrebbe vincere in Stati come la Pennsylvania, o la Virginia o, ancora, la Florida magari con un infinitesimale 0,1% del voto della gente in uno di quegli Stati. Un margine infinitesimale che magari lo vede perdere per oltre un milione di voti tra gli elettori, ma che gli porta a +1 rispetto ad Obama il voto elettorale necessario a diventare presidente (il quorum dei delegati che ogni Stato elegge col suffragio elettorale e che deve raggiungere i 270 voti).

Intanto – qualche giornale qui da noi l’ha accennato, ma nessuno l’ha spiegato bene – c’è anche da considerare che in America in più di 30 Stati si può votare anche un mese prima del giorno delle elezioni e che, quindi, si è votato praticamente per tutto ottobre. Cioè, già un terzo dei voti sono stati espressi.

La CNN ha calcolato che a fine ottobre avevano già votato più di 17 milioni di cittadini e che, dagli exit polls, Obama aveva portato a casa il 59% dei voti. Tutti gli altri osservatori dicono che, dovunque, nel voto anticipato degli Stati chiave per raggiungere la soglia elettorale della vittoria (i 270 voti elettorali), Obama prevale grosso modo col 10% dei suffragi in più[103].

Questo è, però, un fattore per definizione incerto, basato sulle dichiarazioni di chi ha votato e non ancora sullo scrutinio che non sarà effettuato fino al 4 novembre e, potenzialmente, anche, un fattore pericoloso: col ragionamento del tanto abbiamo già vinto, potrebbe scoraggiare il voto di chi vuol cambiare… mentre anche l’ultimo repubblicano di certo a votare ci andrà.

E poi… poi c’è che, riprendendo la sistematica demonizzazione dell’avversario, tipica del modus operandi repubblicano da Nixon in poi – e, specie, nell’era infausta di George il piccolo, anche finora piuttosto efficace – anche se solo a metterlo qui su carta fa un certo effetto, c’è il fatto che, se scrivete nella stringa di ricerca di Googleassassinate Obama”, due parole inglesi che di traduzione non hanno proprio bisogno, vengono fuori 2.970.000 “riferimenti trovati”…

Ma anche se scrivete “assassinate McCain” ne trovate 2.380.000. Questa è l’America, o più correttamente forse questo è il mondo che abbiamo costruito tutti insieme— l’America per prima, però.   

Quanto all’Iraq, adesso è ufficiale, la responsabilità di armare e pagare – e controllare – i circa 54.000 miliziani sunniti stazionati a Bagdad (altri 50.000 sono in giro per il paese) è passata dagli americani al governo iracheno (largamente ad impronta sciita, però…). Ma i soldi restano, naturalmente, americani. C’è chi dice che sono 300, chi 500 $ al mese ciascuno: insomma, dai 15 ai 25 milioni di $: il vero segreto del successo – relativo, ma tutto sommato a buon mercato – dell’impennata. E adesso[104]?

Intanto, adesso sembra definirsi – c’è un testo della bozza faticosamente alla fine concordata dai due governi: ma che dovendo ancora passare al vaglio travagliato del parlamento americano e di quello iracheno che, sul tema specifico, ha un mucchio di richieste e di esigenze – l’intesa bilaterale sullo Status delle Forze armate americane in Iraq.

La frase chiave della bozza, quella con la quale il governo al-Maliki conta (contava…) di far passare il progetto al Majilis di Baghdad – quella che, senza più alcuna remora e nessuna concessione alle sensibilità ormai sfiatate di Bush e dei bushotti alla McCain – dice adesso, e enfaticamente, che “che le forze armate americane si ritireranno dal territorio iracheno non più tardi del 31 dicembre 2011[105].

Ma al Majilis non basta: lo stesso partito del primo ministro il Dawa, insieme a tutti gli altri della Alleanza sciita che forma la coalizione al governo, comincia a rumoreggiare chiedendo a al-Maliki di riprendere il negoziato con Washington perché vuole il diritto ad ispezionare tutte le importazioni delle FF. AA. americane nel paese, vuole cancellare la concessione fatta nella bozza da al-Maliki che, in particolari circostanze, gli americani potrebbero chiedere di restare e non vuole accettare che sia una commissione mista a decidere se i crimini di soldati americani vanno o no perseguiti da tribunali iracheni. Spetta a noi, sostiene, agli iracheni.

E il governo resiste quattro giorni, poi cede. Ci ripensa. Dice che il parlamento ha ragione, ecc., ecc.: “il gabinetto – annuncia il comunicato stampa dedicato alla faccenda – ha concordato all’unanimità che i necessari emendamenti renderebbero il testo accettabile a scala nazionale”. Peccato che al-Maliki, il suo ministro degli Esteri, il suo ministro della Difesa e quello della Giustizia avessero dichiarato che il testo concordato con gli americani era accettabile anche senza gli emendamenti[106]

Si direbbe quasi che ormai l’accordo lo vogliono solo i pochi sunniti della coalizione al governo: perché temono i molti dei loro che ancora sono insorti o disponibili all’insorgenza, perché temono i vecchi insorti sunniti al momento quiescenti e perché temono la maggioranza sciita del governo di cui pur fanno parte…

Ma se il governo di al-Maliki insiste – ha a che fare con la sua irrequietezza interna e con la ribellione dell’ala di al-Sadr che gli manifesta contro a decina di migliaia per le strade proprio contro l’accordo con gli americani – il Trattato sullo status delle Forze diventa inaccettabile per il Senato statunitense. Che a questo punto, però, potrebbe anche cominciare a riflettere sul perché i loro alleati, quelli che li liberarono da Saddam, ormai si fidano tanto poco di loro.

E in nome di che dovrebbero lasciare i loro “ragazzi” laggiù a farsi processare dai tribunali locali quando mai hanno concesso un simile diritto a nessun tribunale di nessun paese alleato (il Cermis, ricordate? se li processarono da soli in America i piloti autori della strage e, praticamente, li assolsero). Insomma, malgrado tutto, malgrado la vergogna che hanno causato all’America per Abu Ghraib, è impensabile che gli americani affidino mai, o mai affideranno domani, a tribunali iracheni il processo dei loro torturatori:.

Se non potranno più riservarlo a tribunali militari statunitensi (quelli, sapete, della serie televisiva JAG, professionalmente fata assai bene e politicamente di efficace rilievo propagandistico), che la massima pena per Abu Ghraib, dieci anni, l’hanno comminata a un sergente, Charles Graner (il quale, però, è già in libertà vigilata), alla fine potrebbe essere questo l’alibi cui un nuovo presidente potrebbe attaccarsi per andarsene dall’Iraq senza perdere, secondo l’opinione pubblica degli americani, troppo la faccia…

D’altra parte, senza un accordo tra i due paesi entro il 31 dicembre, data di scadenza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che a cose fatte fornì a Bush una foglia di fico per nascondere la sua aggressione, cioè le sue vergogne irachene, viene a mancare ogni base giuridica alla presenza militare americana in Iraq. Gli iracheni un’altra risoluzione hanno detto di non volerla comunque, e non si capisce perché alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, i russi in particolare,  diciamo, ma non solo loro, dovrebbero comunque accedere a un’altra estensione togliendo le castagne dal fuoco agli americani che, il meno che si possa dire, è che delle loro esigenze se ne sono sempre impipati[107].

A fine ottobre, l’attacco di commandos americani elitrasportati oltre il confine siriano che ha fatto otto vittime civili e, secondo gli americani, ha anche fatto fuori un “terrorista iracheno” collegato ad al-Qaeda, ha messo in evidenza – ed a nudo – quel che c’è di profondamente sbagliato nella politica antiterroristica degli Stati Uniti d’America.

Questi non hanno ancora capito che, ormai, e dopo quanto hanno combinato dovunque, comunque  e sempre in questi ultimi anni, qualunque cosa dicano è sospetta: pregiudizialmente sospetta, anche se, magari una volta ogni mille, magari per la legge dei grandi numeri appunto, dicono la verità.

Osserva il NYT[108] che “il tempismo del bombardamento è sorprendente, visto che esponenti americani avevano ampiamente lodato la Siria per gli sforzi che stava facendo,proprio nei mesi recenti, per bloccare il traffico clandestino di armi oltre il confine iracheno. Nel giustificare l’attacco, da parte americana, è stato detto che l’Amministrazione Bush è decisa ad operare sotto la sua definizione di autodifesa allargata che offre una sua base logica apparente agli attacchi sul territorio di paesi sovrani miranti senza il loro consenso alla caccia di militanti”.

Del resto, è esattamente il tipo di azione che il giorno dopo gli americani hanno, per l’ennesima volta, rilanciato in Pakistan, quello che fanno da mesi e che continueranno a fare se nessuno dei obiettivi attaccato si decide a reagire un po’ più che con gesti di patetica deplorazione: come quelli del Pakistan che dice di non voler tollerare un’altra aggressione… e poi la tollera; o della Siria stessa che chiude la rappresentanza… culturale di Washington a Damasco.

Ciò dimostra, certo, che la Siria è pressoché incapace di difendersi militarmente anche da un attacco condotto da sei elicotteri – che, poi, non è certo la primo violazione del genere del suo “territorio sovrano” – ma “riflette anche la quasi-bancarotta della ‘guerra al terrore’ di Bush che sembra diventare sempre più temeraria ed irresponsabile giorno dopo giorno”.

Certo, l’Iraq – su richiesta – ha “giustificato” l’incursione americana in Siria ma adesso essa “potrebbe complicare, e parecchio, il negoziato su un accordo relativo allo status delle Forze armate statunitensi in Iraq e ha ancora una volta sottolineato le pesanti limitazioni imposte alla sovranità dell’Iraq: che gli americani non hanno consultato neanche per sbaglio e pro-forma prima di intraprendere dal “territorio sovrano” iracheno la loro incursione nel “territorio sovrano” siriano.

Era, tra l’altro, Washington ad aver premuto con forza sugli iracheni perché concordassero un accordo bilaterale con i siriani contro gli sconfinamenti che, secondo Bagdad e secondo le fonti americane sopra citate, Damasco aveva rispettato scrupolosamente. E che, adesso, essi stessi hanno fatto rovinosamente saltare.

Resta da sperare soltanto che le parole con cui un’alta fonte militare di Washington ha spiegato la decisione di Bush – “siamo sempre più determinati a prendere le nostre scelte da soli e chi se ne frega delle conseguenze[109] – costituiscano l’epitaffio perenne di questa sconclusionata e rovinosa 44a presidenza degli Stati Uniti d’America.

Ma non bisogna scordare che, chiunque verrà eletto, Bush rimane in carica alla Casa Bianca ancora fino al 21 gennaio— e con poteri pieni che solo ragioni di decenza e di opportunità (qualità che gli sono del tutto ignote, però) gli potrebbero  suggerire di tenere a freno. E sono ancora due mesi e mezzo di crepuscolo di un potere presidenziale già spirato ma non ancora rimosso che, come sempre e più di sempre, non deve rendere conto a nessuno delle sue scelte e delle sue iniziative.

A meno che il nuovo Congresso trovi, subito, la maggioranza necessaria per dare l’alt, in termini inequivocabili, alle sue sventurate ed avventuristiche iniziative. Come, adesso, in Siria... domani, chi sa, in Iran. Se fosse, fermarlo non sarà facile perché rimetterebbe in questione la fasulla sacralità del potere presidenziale moderno, diventata quasi una nuova religione – del tutto eretica rispetto al messaggio dei padri fondatori – in America…

Uno dei più fanatici tra i neo-cons, ma a suo modo anche uno dei più coerenti coi propri pregiudizi, l’ex ambasciatore di Bush all’ONU, John Bolt, in un’intervista recente[110] ha detto papale papale che tanto ci potrebbe, e secondo lui ci dovrebbe, pensare Israele da solo a bombardare l’Iran “preventivamente”. Spiega:

… stanno studiando il calendario delle elezioni americane. Credo che non vorranno far niente prima, perché nessuno sa l’impatto che avrebbe sulle elezioni…. Ma una vittoria di Obama escluderebbe poi un’azione militare israeliana perché ne potrebbero temere le conseguenze, visto l’approccio che lui ha alla politica estera… e anche con McCain potrebbero essere costretti per lo meno a un ritardo. E, dato che il tempo lavora dalla parte dell’Iran, credo che le motivazioni per un intervento militare israeliano prima piuttosto che poi prevarranno in assenza di altri sviluppi”.

Per fortuna l’ “altro sviluppo”, che Bolton temeva, c’è stato: le dimissioni del primo ministro Olmert e la formazione difficile, tanto da sembrare impossibile, dunque col ricorso a nuove elezioni anticipate, del nuovo governo. Perché la candidata primo ministra, Livni, rifiuta il condizionamento  del no di principio al negoziato coi palestinesi in cambio del voto dei piccoli partiti estremisti religiosi… E le nuove elezioni, per le quali però il favorito a questo punto sembra il vecchio primo ministro delle destra estrema del Likud, Benjamin Netanyahu, saranno a febbraio.

Uno strano articolo, perfino toccante, di due afgani che lavorano, da sempre o quasi, con le forze della coalizione, con gli americani, dice ora una verità profonda ma, insieme, scortica al vivo quello che sull’Afganistan appare come cinicamente assai realistico. Scrivono, i due, che una solida strategia di controinsorgenza impone di tenere sempre elevato il livello di legittimità del governo. Se si perde fiducia in esso, si perde fiducia negli stranieri che lo sostengono.

Ora, con l’aumento delle vittime “collaterali”, americani e altri alleati della loro coalizione stanno fronteggiando anche per questo l’erosione della loro legittimità. I talebani e al-Qaeda sfruttano questa sfiducia di fondo e la trasformano in ribellione popolare contro governo e suoi alleati. Per gli afgani viene facile, con la loro storia, il sospetto per lo straniero: inglesi, russi, americani, pakistani… E “il fatto è che se, nelle elezioni del 2004, per un candidato era un vantaggio essere visto come vicino agli americani, oggi quella prossimità è considerata un problema”.

E, qui, arriva a freddo – che volete, malgrado tutto, ancora un po’ ingenui siamo – una frase che mentre rabbrividisci ti costringe a pensare: “se non si riescono a negare agli insorti questi strumenti di propaganda – in particolare, le immagini sempre più numerose di donne e bimbi morti – non ci sono truppe in aggiunta capaci di dare il successo alla missione comandata dagli americani[111]. Insomma, bisogna negare gli “strumenti di propaganda, le immagini di bambini e di donne massacrate”. Le immagini dei massacri, non necessariamente, dun que,  i massacri di donne e bambini…

Molto più seccamente realistica e negativa sembra l’opinione, fuori regola e sopra le righe, del comandante delle truppe britanniche in Afganistan. Il brigadiere Mark Carleton-Smith ha detto in un’intervista “che questa guerra non la vinceremo”, che ormai “si tratta di ridurre l’insorgenza a un livello che non rappresenti più una minaccia davvero strategica e sia quindi gestibile dall’esercito afgano”, che “se i talebani sono pronti a discutere di una soluzione politica, è precisamente il tipo di fatto capace di portare a risolvere un’insorgenza come questa[112]

Opinione non solo condivisa ma anche rafforzata dal capo della missione delle Nazioni Unite in Afganistan, Kai Eide: “Sappiamo tutti che sul piano militare non possiamo vincere. Questa guerra si può concludere solo con mezzi politici, il che significa mettersi a discutere l’una parte con l’altra[113]: per trovare una soluzione di mediazione. Il fatto è che i talebani sono sicuramente brutta gente.

E, in maniera più soft – in fondo dipende, ancora per quasi tre mesi, dal Comandante in capo residente alla Casa Bianca che non ne vuole sapere di discorsi, come dice lui, “disfattisti”, cioè semplicemente piantati coi piedi per terra – l’ammiraglio Mike Mullen, capo dei capi di stato maggiore americano, confessa alla stampa che “tutte le tendenze convergono e io prevedo che l’anno prossimo le cose andranno anche peggio[114], in Afganistan. Poi si ferma lì, Mullen, che al contrario degli altri – militari, diplomatici e politici citati – non si azzarda a proporre alternative, mentre il suo collega militare britannico osa farlo.

Certo, solo qualche giorno dopo il generale americano David G. McKiernan che comanda le truppe statunitensi in quel disgraziato paese, reagisce manifestando il suo dissenso anche dal suo capo dei capi di stato maggiore. Però, pur in una dichiarazione quantomai tonitruante, quasi a mascherare la realtà, neanche lui significativamente arriva a pretendere che l’America stia vincendo. Si limita ad affermare, senza alcuna prova, che “non stiamo perdendo e che vinceremo[115]. Vincere, vincere, vincere, e vinceremo…, diceva una volta qualcuno.

Domani… Ed è evidente quale fra le due notizie, un generale che dice che non può vincere ed uno che sostiene che si vincerà, sembra la più credibile alla luce dell’esperienza finora vissuta (questa contro i talebani è già, e da tempo, la guerra più lunga mai combattuta nella loro storia dagli Stati Uniti d’America).

A concludere   questa litania di pessime notizie – vere viste le fonti e non strumentalizzabili – che dovrebbero – devono, secondo noi – imporre – almeno una riflessione e una discussione vera a chi propone di aumentare le truppe alleate e, per quanto ci riguarda italiane, in Afganistan o, comunque, propone di modificare la loro attività, quella che proviene dai servizi di intelligence americani (uno di quei National Intelligence Estimates Valutazioni di intelligence nazionali che riportano la valutazione congiunta di tutte le 16 agenzie americane: come quella che l’anno scorso certificò come l’Iran da tre anni aveva sospeso ogni lavoro sulle sue armi nucleari possibili) “conclude che l’Afganistan è in una spirale ‘discendente’ e getta una marea di dubbi assai seri sulla capacità del governo afgano di fermare l’ascesa dell’influenza talebana nel paese, secondo quel che riportano funzionari americani a conoscenza del documento[116], ancora segreto.

Questa indicazione di un percorso diplomatico-politico al posto di quello fallimentare di tipo militare, dicevamo che però non sembra proprio la ricetta che intendono applicare Bush e McCain; e, forse, a sentire quel che va dicendo sul tema in campagna elettorale, neanche Obama...

Il segretario alla Difesa americano, Robert Gates, ha pensato di rispondere a questi, chiamiamoli, stimoli per conto di Bush, affermando – ipse dixit! solo sulla propria fragilissima autorevolezza – che “mentre è vero che in Afganistan è dura, non c’è ragione alcuna per mettersi a fare i disfattisti o per sottovalutare le nostre possibilità di successo a lungo termine[117]. Già… quali possibilità? E, soprattutto, quanto a lungo termine? Sembrano, francamente, più seri e meno condizionati dal padrone i pronostici del generale inglese e quello dell’ambasciatore dell’ONU, meno basati su un atto d mi fede puro e semplice.

Il nocciolo di ogni opinione, analisi, valutazione e previsione è che i talebani stanno perdendo praticamente ogni singola battaglia, ma che stanno vincendo la guerra. Perché stanno vincendo là dove strategicamente più conta, nei cuori e nei cervelli degli afgani. Il corollario – che fa davvero qualche poco impressione – è che, forse, come dice un osservatore assai attento, un ben noto commentatore della stampa britannica, assai moderato (diciamo, una specie di Sergio Romano britannico, per capirci: ed è una lode), è che forse sia ormai necessario continuare ad aiutare gli afgani.

Però, insieme, andandosene e rassegnandosi[118] a prender atto che, per respingere l’offensiva talebana, il meglio forse per gli afgani – un popolo orgogliosamente ribelle da sempre ad ogni tipo di governance centralizzata – potrebbe essere una specie di territorio regolato dai tanti, diversi, signoraggi militari autocontrollati e, fra se stessi, autocontrollantisi…

Solo che qui casca l’asino di questi iper-realisti: che non dicono soltanto, andiamocene, abbiamo perso, ormai con una popolazione ribelle che, qui come altrove, si può dotare quando e come vuole di AK-47, di bazooka RPG, di missili antiaerei oltre che della nuova arma del martirio fanatico autoesplodente, il tempo del vecchio dominio imperiale è davvero finito… diamogli una mano, magari, ma lasciandoli padroni in casa loro… No, anche questi pretendono ancora di dar la ricetta, “i signori della guerra autoregolati”. Ma per piacere…

D’altra parte, se per rafforzare gli al alleati, noi italiani inviamo in Afganistan alcuni cacciabombardieri Tornado, ribattezzandoli pudicamente, e grottescamente, da “ricognizione”[119]...

Per il Pakistan, sembra che gli americani siano propensi ad abbandonare la scelta pericolosa dei raids delle forze speciali che sbarcano dagli elicotteri d’assalto e da quelli da trasporto, colpiscono e se ne vanno. Una tattica che, però, andava esponendo sempre di più alla risposta dell’esercito pakistano le forze attaccanti. La nuova linea sembra quella di abbandonarla e di affidarsi invece a bombardardamenti con aerei senza pilota ma dotati di bombe, come le chiamano i fabbricanti nei loro colorati depliants “anti-personali”. Non sembra una politica fatta per riconciliarsi con coloro che pure si dice di voler proteggere ed aiutare[120]

Marcia indietro anche sulla Corea del Nord, a Washington. I duri che sostengono, e insieme premono ogni giorno su Bush – i Cheney, i Bolton – avevano forzata la mano tentando di strappare a Pyongyang un diritto, mai concordato, alle verifiche a sorpresa del suo programma nucleare – una “licenza di spionaggio”, l’aveva chiamata un esperto americano[121] – ma vista la reazione durissima (allora ricominciamo ad esercitare il diritto che abbiamo di farci la bomba come qualsiasi paese sovrano…, avevano risposto i nord-coreani, che a on gi buon conto alcune se ne erano già fatte), hanno mollato.

Adesso[122], al contrario di quindici giorni fa quando avevano presunto, non si sa in base a quale mai intelligence, di poter passare all’attacco chiedendo di verificare qualsiasi luogo della Corea del Nord desiderassero – convinti che l’altra parte avrebbe sbattuto le palpebre per prima – gli Stati Uniti hanno annunciato che, dopotutto, adesso toglieranno Pyongyang dalla lista degli Stati terroristi. L’accordo è stato raggiunto sulla base di una dichiarazione congiunta secondo cui i nord coreani accetteranno le verifiche… nei luoghi che dichiareranno di voler accettare.

Fanno ancora finta di non aver capito, però, a Washington affrettandosi ad aggiungere che, comunque, le sanzioni resteranno, visto che la Corea del Nord resta in altre liste di proscrizione americane che consentono di applicarle. Ma è facile ai coreani ribattere, a giro di orologio, che se gli americani ciurlano nel manico ciurleranno anche loro, ricominciando a studiarsi e farsi altre bombe come e quando vogliono…

La differenza con l’Iran, naturalmente, è che la Corea del Nord le sue bombe – poche ma funzionanti – le l’ha già… Obama, in campagna elettorale, si dice “moderatamente soddisfatto del piccolo passo avanti compiuto dalle due parti”. McCain, che ha a che fare con una mezza rivolta della base più ottusamente reazionaria del partito repubblicano, che deve dimostrare la sua personale “durezza” sui temi della “sicurezza nazionale”, è più portato a denunciare una certa qual ingenuità della posizione americana – anche se alla fine, quella del suo amico Buish, sembra più che ingenua idiota – e “manifesta preoccupazione perché i nord coreani non hanno ancora dimostrato di essersi impegnati seriamente a denuclearizzare”.

E, in fondo, ha ragione: tutto sta a mettersi d’accordo, appunto, su quel che vuole dire “denuclearizzare”. Secondo i coreani del Nord, sfrontati, significa anche ridurre il numero delle bombe nucleari americane sulle portaerei nel Mar del Giappone (che i coreani, del Nord e del Sud, chiamano Mare Orientale: bombe che sicuramente nell’ordine delle centinaia di unità sicuramente ci sono) e sul territorio della Corea del Sud (bombe, queste, che sembrano – gli americani non confermano né smentiscono e i sud coreani dicono, credibilmente, di non sapere: come da noi, per le basi americani del Veneto molti hanno detto, e credibilmente, di decine di bombe termonucleari nei bunker di Aviano ma nessuno, neanche il governo, ha mai potuto confermare o smentire: è Top Secret, anche per i nostri, a casa nostra.

GERMANIA

Alla CSU, il partito cristiano-democratico di Baviera, dopo i democristiani il secondo pilastro portante della coalizione federale su cui si regge il governo Merkel, le elezioni del Land sono andate male: ha perso la maggioranza assoluta per la prima volta in 46 anni e si sono dimessi sia il presidente del governo statale che quello del partito. A meno di un anno dalle elezioni del presidente federale e di quelle politiche generali, è un’indicazione preoccupante per la cancelliera e la stabilità degli equilibri nella sua coalizione che qui chiamano nero-rossa (democristiana: dentro nessuno ha mai cui maturano grossi problemi) e socialdemocratica (che il mese scorso ha dovuto cambiare leadership anch’essa, essendo stato sconfitto nel ballottaggio interno per il candidato alla presidenza della RFT il presidente del partito contro il vicecancelliere e ministro degli Esteri)…   

FRANCIA

Il presidente Sarkozy è una dinamo di idee. Anche se non riesce sempre a seguirle fino in fondo e prima di arrivare a concluderne una si butta subito su un’altra. Così, però, si accavallano e ogni idea respinge indietro l’altra. E’ l’ “accusa”, non proprio infondata, che in termini anche un po’ sportivi avanza nei suoi confronti Ségolène Royal, la socialista candidata alla presidenza che lui sconfisse. “Messieur Sarkozy – ha rilevato – ha un problema di credibilitàe dovrebbe prestar attenzione per lo meno a far partire un piano prima di annunciarne un altro[123].               

Il rilievo che avanza Royal trova un’eco altrove in Europa: in fondo  Sarkozy ha convocato o fatto convocare un vertice dopo l’altro, anche nell’arco di un giorno solo e senza chiedere troppi pareri in giro, prima. Ma il problema è che alcuni, in specie proprio i tedeschi – grazie all’assenso dei quali pure è riuscito a trascinarsi dietro anche i nolenti dando un ruolo, importante, all’Unione nel conflitto russo-georgiano – sono dubbiosi, addirittura sospettosi, con la Merkel del ruolo propriamente economico maggiore che vuole dare all’euro, mettendo sotto pressione perché animino una politica europea più attiva sia la Commissione che la Banca centrale europea.

Sono le intenzioni recondite che attribuisce a Sarkozy quelle che preoccupano Merkel: teme che la Francia con lui voglia costringere la BCE a mollare sull’inflazione non solo per rilanciare la crescita di tutta l’Unione ma soprattutto, e specificamente, quella della Francia, con un forte aumento del bilancio e anche del deficit, al di là dei tetti di Maastricht. A dispetto del fatto che, perfino in Germania, voci autorevoli e responsabili comincino a rivedere l’assurdità di fondo di quei vincoli autoinflitti e si riservino ancora di sfondare, come hanno già fatto, quei tetti: pur continuando a proclamarne la sacertà e l’intoccabilità formale, in linea di principi proclamati. Fermezza molto molto tedesca: di princìpi immutabili e di pragmatismo, poi, molto reale.

In particolare, Sarkozy vuole rilanciare tre specifiche iniziative che in Europa non amano tutti, ma che dovrebbero spingere ad aiutarlo ed incoraggiarlo chiunque ami l’Europa e un suo ruolo più significativo nel mondo: come poi, al di là della contingenza, è nelle corde della Germania. In ordine di importanza, ascendente,

• la prima è l’Unione del Mediterraneo, per un migliore riequilibrio dell’Unione tra il suo interesse a est (Russia, ecc.) e il suo minore interesse verso i paesi prossimi del Mediterraneo;

• la seconda è il primo fondo sovrano europeo – che potrebbe ben essere appoggiato alla Banca europea degli Investimenti – in grado di “proteggere” assets importanti, strategici come si dice, di proprietà messi a rischio da prezzi subitaneamente a ribasso dei loro titoli;

• la terza un embrione di governo economico che, come tale, faccia capo all’Europa: i capi di Stato  inanze per cominciare a mettere insieme una comune politica di bilancio europea.

In fondo, rivitalizzare un po’, come tale, l’Europa è cosa buona e giusta, se non si è membri del governo britannico o di un qualche nuovo governo dell’Est. Sarkozy sarà pure un prestigiatore e un uomo dichiaratamente di destra, ma la sua è sul mercato l’unica politica europea. Cioè ormai, di sinistra. Anche per far fronte alle “prepotenze” insiste nell’essere gli Stati Uniti d’America… gli Stati Uniti d’America.

GRAN BRETAGNA

L’inflazione, a settembre tocca il massimo da 16 anni: è al 5,2%.

La sterlina è caduta rispetto al dollaro al minimo da cinque anni, subito dopo l’ufficializzazione da parte del governatore della Banca d’Inghilterra del fatto che il paese sta entrando in recessione. La CBI, la Confindustria britannica, misura la fiducia del mondo degli affari al minimo dal 1980[124].

Rompendo il tabù che, malgrado le decisioni della Banca centrale siano qui a maggioranza e il verbale sia pubblico, impone la mordacchia al dissenso se non esclusivamente espresso e paludatamente formalizzato in quell’unica sede, il componente del direttorio, prof. David Blanchflower, che spesso e da solo ha votato contro la maggioranza[125], rompendo stavolta ogni omertà ipocrita, proclama alto e forte, che la BoE è stata da almeno due anni troppo ottimista (non dice per far piacere al governo: ma questo intende) e che adesso, anche se la prossima settimana intervenisse tagliando i tassi con urgenza e in misura importante come lui chiede, la Gran Bretagna dovrà far fronte ad almeno un anno e mezzo di recessione[126].

Sullo sfondo emerge il fatto che sta proprio andando ad esaurirsi il greggio inglese del Mare del Nord. Secondo una task force, messa su dal governo britannico, già dal 2011 le implicazioni del fatto per l’economia del paese gli porrebbero “una minaccia più grande di quella rappresentata dal terrorismo”. E’ un’immagine che serve a colpire la fantasia della gente, ma è anche efficace[127].

E sta esplodendo in questo paese il problema disoccupazione[128] (conseguenza della crisi, finanziaria ma anche politica, che colpisce un po’ tutti), in un modo al quale qui non erano da anni più preparati (anche perché, da anni – da sempre – il governo maschera, confonde, annacqua i veri dati: ad esempio, pubblicando diverse e contrastanti statistiche del lavoro, tute ufficiali, ogni tre mesi che lo calcolano diversamente…).

Adesso, negli ultimi tre mesi ad agosto, si sono aggiunti 164.000 disoccupati ufficiali e il conto è arrivato a 1.790.000, col tasso di disoccupazione al 5,7%, il massimo dal 1991. A dicembre, dice uno dei componenti più irrequieti del direttorio della Banca centrale, David Blanchflower (qui, al contrario che da noi, il direttorio parla, pubblica i verbali delle sue riunioni, si spiega…)  saremo ben al di là dei 2 milioni di senza lavoro: ufficiali… E il prossimo trimestre registrerà, di veramente nuovo, l’accesso di massa nelle file dei disoccupati di decine di migliaia di operatori di borsa, di banca, ecc, ecc.

Brendan Barber, il segretario generale del TUC, la confederazione sindacale, ha rilevato che questo è ovviamente l’effetto della stretta creditizia su tutta l’economia (in un paese, non il solo, dove preoccupa più ormai e forse giustamente lo sciopero dai banchieri, non dei bancari, piuttosto che quello dei ferrovieri o dei maestri incavolati che se la pigliano, come da noi, coi tagli ai bilanci dei trasporti e dell’istruzione: sciopero che fanno i banchieri quando ormai da mesi rifiutano di prestarsi soldi l’un l’altro…) e che questa paralisi del settore bancario renderà le cose anche più dure, adesso. Per questo è decisivo che la BoE tagli ancora, adesso, subito, dice il sindacato, i tassi di interesse che so no i più alti d’Europa: si tratta di rimettere a disposizione dell’economia i soldi necessari a un effettivo rilancio.

Il Labour sta riprendendo un po’ fiato. Il modo in cui Gordon Brown ha gestito la crisi e proposto a tutti, ma praticandola per primo, una via d’uscita (nazionalizzazione di fatto, con proprietà trasferita al Tesoro delle banche da salvare e licenziamento, quasi, in tronco dei loro gestori) ha impressionato gli inglesi e, soprattutto, a fronte dell’afasia che, non solo perché è all’opposizione, ha colpito i Tories di David Cameron.

Né Cameron né Brown, che hanno per anni cantato ditirambi in lode dei grandi finanzieri, quelli più  spregiudicati e perciò creatori – dicevano – di ricchezza per tutti ma che adesso dicono, o comunque riconoscono, essere in realtà affossatori del paese e del mondo nella melma, sono granché credibili[129]. Però, a favore del primo ministro milita il fatto che lui ha i mezzi per agire, non solo per parlare e per criticare e, forse, anche uno spolvero di tradizione popolar-laburista alla quale rifarsi.

A suo carico depone, forse, la troppo subitanea sua conversione alla regolamentazione del mercato, quando proprio lui, come fa notare un giornale conservatore, ma serio, ostinatamente schierato a difesa della City (in fondo è la sua ragione sociale) e dei dogmi e delle certezze del mercato e della sua libertà senza pastoie: “è stato, tanto per non dimenticarcene – annota con qualche acredine – a capo del comitato direttivo ministeriale del Fondo monetario per larga parte dello scorso decennio; però ha segnatamente fallito dal far implementare le idee di cui oggi viene parlando. Pure, nel corso di quel periodo, gli era stato ripetutamente spiegato che tutti i segnali di preallarme messi in piedi dalle migliori menti economiche del mondo, incluse quelle che lavoravano nel Fondo stesso, o predicevano crisi in arrivo che poi non arrivavano mai, o non squillavano quando invece arrivavano[130].    

E, in fondo, “quando Tony Blair e Gordon Brown andavano a  cena con il diavolo portandosi un cucchiaio corto, quello sembrava un compagnone assai seducente visto che il settore finanziario cresceva quattro volte più rapidamente del resto dell’economia[131]. Peccato che fosse una crescita vuota, gonfiata. E che, infatti, poi s’è sgonfiata… 

Adesso il Tesoro si è impegnato a ordinare alle banche che controlla, e a far pressione su quelle che sono ancora restate “libere”, di tagliare il numero degli sfratti e degli espropri di case. Si pensa, d’altra parte, che i britannici a trovarsi in situazione di forzata sofferenza su mutui e affitti, per l’aumento della disoccupazione e il calo del valore nominale delle abitazioni di proprietà ipotecate, potrebbero arrivare, forse, a due milioni a fine anno[132].

Ma, intanto, mentre il Tesoro si impegna ma le banche ancora non si sentono per niente impegnate perché nessuna legge è passata, la FSA (la Financial Services Authority, l’Autorità di sorveglianza della City… anche se finora più che altro, come si  è visto, si faceva per dire) ha reso noto che le ordinanze di esproprio forzato sono salite nel secondo trimestre del 2008 del 71% rispetto allo stesso periodo di un anno fa[133].       

GIAPPONE

La produzione industriale ad agosto è scesa del 3,5% su luglio e, in un anno, del 6,9%. E la disoccupazione, ufficiale, sale dal 4 al 4,2%. Secondo il Tankan, il rapporto trimestrale della Banca centrale, la fiducia del mondo degli affari è in calo: nelle grandi imprese, gli indici di fiducia precipitano da 5 a giugno a -3, ora, in settembre[134].

Lo stimolo offerto contro la crisi finanziaria a banche ed istituti di credito nipponici ammonta, viene annunciato a fine ottobre, a 51 miliardi di $. E’ il secondo pacchetto di salvataggio in due mesi, e il primo ministro Taro Aso dice che se non basterà si farà altro.

Bisognerà farlo, visto che comincia a pesare, la crisi finanziaria, sull’economia reale. Mitsubishi Motors, Mazda e Nintendo a fine ottobre hanno, come molti altri giganti industriali, annunciato tagli alle previsioni di entrate annuali. Ma i dati dell’economia previsti in arrivo nei giorni a venire evidenzieranno il peggioramento della crisi economica. A Londra la Merrill Lynch – la cui credibilità, però, ormai è parecchio in dubbio dopo il suo tonfo a Wall Street – paventa l’arrivo di una manciata di orribili notizie di consuntivo. E stavolta, forse, ha ragione[135].

Mette le mani avanti anche la stessa Banca centrale che, a lungo, era sembrata immune al contagio finanziario internazionale e, per la prima volta da sette anni, ha abbassato il tasso bancario overnight per i prestiti tra istituti bancari allo 0,3% dallo 0,5[136]. E, a conferma dei timori di recessione che crescono, ipotizzano la crescita zero per il 2009: non credono molto a prezzi, ancora bassi, dell’energia e temono una caduta forte ulteriore delle esportazioni con la domanda in ribasso specie degli Stati Uniti.


 

[1] New York Times, 10.10.2008, B. Vlasic e A. Ross Sorkin, G.M. and Chrysler Explore Merger La G. M. e la Chrysler esplorano la fusione.

[2] A cura di Gabriele Olini e Bruno Chiarini (cfr. www.cisl.it, Uffici Studi).

[3] Allora fu durissima e motivatissima l’accusa de l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, 6.6.2008, Dal vertice FAO, nessuna soluzione al problema della fame (cfr. www.adnkronos.com/IGN/Esteri/?id=1.0.2231433240/).

[4] IMF, World Economic Outlook Previsioni sull’economia mondiale, 10.2008 (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/weo/ 2008/02/pdf/text.pdf/).    

[5] G. Soros, The Crisis of Global Capitalism, Harvard International Review ed., 22.3.1999 (cfr. http://hir.harvard.edu/); e, più sinteticamente, su Financial Times, 20.7.1999, G. Soros, Breaking Down The Borders— Buttare giù i confini.

[6][6] New York Times, 19.10.2008, J. Creswell e B. White, The Guys from ‘Government Sachs’— I tizi del ‘Government Sachs’: è così che ormai certi banchieri chiamano la “squadra” che, dalla sua vecchia banca, il segretario al Tesoro ha chiamato intorno a sé per gestire la crisi. Sembrerebbe, sembra, anzi a lume di logica è, un bel conflitto di interessi ed infatti diversi ex dipendenti della Lehman Brothers che, al contrario della Goldman, il Tesoro ha lasciato affondare hanno citato in giudizio Henry Paulson…

[7] New York Times, 23.10.2008, S. G. Stolberg, Bush Invites World Leaders to Economic Talks— Bush invita i leaders mondiali a un vertice economico.

[8] Corrediamo questa nostra previsione-predizione, come spesso piuttosto cupa, con quella ben altrimenti autorevole ma anche analoga di Nouriel Rubini, uno dei – pochi – economisti di livello internazionale che ha studiato ed “indovinato” quasi tutto sull’evoluzione/involuzione dei mercati negli ani recenti. E l’ha detto prima! E’ nel 2006, a luglio, che preso in gito dai guru della professione che ora dovrebbero almeno mettersi il velo per mostrare in giro la faccia aveva predetto, e motivato, perchè gli Stati Uniti stavano andando in recessione…

   Parlando a un convengo sugli hedge funds – un convegno di “praticanti” dell’esoterico culto del rischio azzardato che qualche volta rende molto subito ma sempre, come già insegnava mio nonno, quando si sgonfia rovina chi lo pratica e, soprattutto chi convince gli altri a praticarlo – il 23 ottobre ha annunciato che “abbiamo ormai raggiunto una situazione di panico assoluto. Adesso assisteremo al dumping massiccio dei propri assets da parte di tutti e saranno centinaia gli hedge funds a fallire”.

   Qualche mese fa aveva previsto la fusione catastrofica del nocciolo del sistema finanziario e, anche, che le banche centrali non sarebbero state in grado di evitarla, con la conseguente bancarotta di grandi banche internazionali esposte, improvvisamente ed insieme, al collasso dei mutui ipotecari e dei titoli azionari. E ha previsto una recessione pesante e prolungata (due anni di crescita negativa) che metterà fine al dominio finanziario unilaterale degli Stati Uniti.

    Intervenendo a ruota alla conferenza di Londra degli hedge fundisti del 23.10., uno di loro Emmanuel Roman che faceva capo alla Lehman Brothers ormai finita a gambe all’aria, si è detto d’accordo. E, parlando col Daily Telegraph, ha previsto che “dal 25 al 30% degli 8.000 hedge funds che sono oggi al mondo scompariranno in una specie di processo darwiniano che porterà all’estinzione dei più deboli: che falliranno o chiuderanno perché ormai i loro magrissimi rendimenti non varranno più proprio la pena di essere perseguiti”.

   Sia chiaro: “questo, che passerà nei libri di storia come il più grande fiasco bancario, o almeno uno dei maggiori, nell’ultimo secolo ha bisogno di qualche capro espiatorio. E vedrete che, ora, i regolatori si metteranno alla caccia. Il che, alla lunga, sarà positivo”.  

[9] New York Times, 28.10.2008, edit., Loans? Did We Say We’d Do Loans?— Ma che avevamo promesso di metterci a dare prestiti?

[10] New York Times, 25.10.2008, N. D. Schwartz e J. Mouawad, OPEC orders cut in oil production L’OPEC ordina il taglio della produzione di petrolio.

[11] Council on Foreign Relations, 27.6.2008, C. J. Alvarez, Venezuela’s Oil Based Economy (cfr. www.cfr.org/ publica tion/12089/).

[12] Guardian, 18.10.2008, R. Carroll, 20bn barrel oil discovery puts Cuba in the big league La scoperta da 20 miliardi di barili porta Cuba nella serie A della produzione.

[13] New York Times, 20.10.2008, K. Bradsher, China Plans to Boost Growth as Economy Slows Col rallentamento, la Cina pianifica di incrementare la crescita.

[14] The Economist, 25.10.2008.

[15] New York Times, 27.10.2008, edit., As China goes, so goes…— Come va la Cina, così va…

[16] Guardian, 26.10.2008, W. Hutton, Don't expect China to get the West out of this mess— Non vi aspettate che sia la Cina a tirar fuori l’Occidente dalle sue peste.

[17] The Economist, 4.10.2008.

[18] Guardian, 15.10.2008, J. Michie, Back to the Future? No, thanks Ritorno al passato? No, grazie.

[19] The Economist, 4.10.2008.

[20] la Repubblica, 20.10.2008, E il Cavaliere disse ai premier europei…

[21] la Repubblica, 18.10.2008, Clima, Brunetta rilancia la polemica: “Il piano dell'Europa è folle”.

[22] New York Times, 8.10.2008, K. Bradsher, D. Jolly e E. L. Andrews, Central Banks Coordinate Cut in Rates Le banche centrali coordinano il taglio dei tassi di interesse.

[23] Guardian, 8.10.2008, G. Wearden, Interest rates cut to 4.5% as Brown unveils £500bn bank bail-out Taglio ai tassi del 4,5%,  mentre Brown svela un salvataggio per le banche di 500 miliardi di sterline.

[24] New York Times, 12.10.2008, P. Krugman, Gordon Does Good— Gordon [Brown] fa bene.

[25] New York Times, 10.10.2008, D. Jolly e K. Bennhold, European Leaders Agree to Inject Cash into Banks I leaders dell’Europa concordano di iniettare liquidità nelle banche.

[26] Sul Guardian del 16.10.2008, tal Paolo Messa – uno che è passato in vita sua dai radicali, ai pds, ai ds, ai forzitalioti e quantì’altri poi non si sa, in totale coerenza, sempre e comunque, con se stesso – presentandosi come “ex portavoce dell’Unione dei partiti democristiani e di centro [deve aver avuto avere a che fare in passato anche con Casini…], consigliere per le comunicazioni del primo ministro italiano e fondatore della rivista Formiche (sic!)” – ha pubblicato un elogio ruffiano nei confronti del Silvio il cui titolo dice già tutto: “Now they take Italy seriously Adesso prendono l’Italia sul serio. In cui laboriosamente spiega come e qualmente l’idea per uscire dalla crisi sia stata del Berlusca, altro che di Gordon Brown o altri! e che proprio “la crisi bancaria ha portato Silvio Berlusconi, in passato lo zimbello d’Europa, al tavolo del negoziato”: dove in realtà è stato portato dal titolo di presidente del Consiglio, in corso adesso tanto quanto quando era zimbello, non da alcun merito… beccandosi la risposta acida di un  lettore che lamenta di “aver creduto che il giornale si chiamasse ‘Guardian’ e non ‘la Gazzetta camorrista’”…

   Per dire quanto sarebbe meglio se chi, nel seguito del Cavaliere, capisce un po’ più le cose della vita, raccomandasse ai lecchini più scatenati il “sourtout, Messieur, pas trop de zèle” dell’immortale marchese di Talleyrand.

[27] la Repubblica.it, 24.10.2008, F. Rampini (blog), Perché l’euro è debole (cfr. http:rampini.blogautore.repubblica.it/? ref=hpblog/)

[28] Sempre Rampini, sempre sul suo blog dello stesso giorno, Contro gli economisti accuse sospette, critica il politologo Giovanni Sartori per avere, sul Corriere della Sera, “bocciato senza appello la scienza e la categoria tutta intera degli economisti” degli economisti perché “il grosso della loro disciplina non ha previsto la catastrofe in arrivo”.

   Non è vero, si indigna Rampini, a nome – chi sa, forse – della categoria: piuttosto “sono state Cassandre inascoltate”; e, per dimostrarlo, dal mazzo della categoria – migliaia e migliaia di accademici, analisti, osservatori, giornalisti più o meno praticanti della materia – tira fuori quattro nomi: non Baker, che però lo meriterebbe, ma Stiglitz, Krugman, Shiller e Roubini (due premi Nobel i primi: tutti americani, ben conosciuti anche ai nostri lettori, e nessun italiano: quando, pure, qualcuno c’è stato… ma è dura ammetterlo adesso per chi in quel piccolo numero di sicuro non c’era) che sono però eccezioni assolute rispetto alla categoria tutta intera. Cioè, aveva ragione Sartori, non certo Rampini (cfr. identico sito della Nota26, subito sopra).

   Dopotutto sono migliaia – e se ci volessimo divertire potremmo elencarli uno per uno: quelli di Harvard… ma anche quelli della Bocconi… per dire – gli economisti che hanno sbagliato tutto per tutti questi ultimi anni quanto a previsioni perché partivano pervicacemente da una bacata ideologia di mercato senza lacci e lacciuoli che sarebbe stato per ragioni di fede meglio per tutti… Provate a pensare a un lavapiatti in un ristorante che li rompe tutti per giorni di seguito, o a un tassista che col tassì della cooperativa va a sbattere, diciamo, due volte alla settimana per settimane di seguito: per quanto credete che riuscirebbero a tenersi il loro lavoro al contrario degli economisti in questione?

   Ma gli economisti no. In fondo la loro non è una scienza ma un’arte. Della divinazione, anzitutto. Solo che, quando non ne azzeccano una che è una per anni e anni, la colpa non è loro. Ma di chi ancora li paga – non male, non male – per raccontarci le loro frescacce. E nostra, perché le sopportiamo. E li sopportiamo…

[29] Guardian, 27.10.2008, D. Baker, In Europe, a sucker’s born every minute— In Europa, nasce un babbeo al minuto.

[30] New York Times, 30.10.2008, A. E. Kramer, New Anxiety Grips Russian Economy— Una nuova ansietà stringe l’economia russa.

[31] New York Times, 30.10.2008. A. E. Kramer, A $50 Billion Bailout in Russia Favors the Rich and Connected Un salvataggio da 50 miliardi di $ favorisce i ricchi e gli amici degli amici.               

[32] Guardian, 29.10.2008, K.Connolly e I. Traynor, Hungary receives rescue package, with strings attached All’Ungheria, il pacchetto di salvataggio… ma a condizioni [dure].

[33] New York Times, 9.10.2008, M. Schwirtz, Ukraine’s Leader Schedules Vote After Disbanding Parliament— Il presidente ucraino calendarizza il voto dopo aver sciolto il parlamento.

[34] New York Times, 17.10.2008, edit., Three Rivals— I tre rivali.

[35] Guardian, 17.10.2008, J. Marson, Dirty tricks in Ukraine Sporchi trucchi in Ucraina.

[36] New York Times, 1.10.2008, N. Bunkley, Auto Sales Fall Sharply in September Le vendite di auto cadono bruscamente a settembre.

[37] New York Times, 15.10.2008, M. M. Grinbaum, Retail Sales Slump by 1.2% as Economy Downshifts Le vendite al dettaglio franano dell’1,2% col calo di marcia dell’economia.

[38] New York Times, 30.10.2008, D. Leonhardt, Economy shrinks as consumers cut back L’economia si rattrappisce con il taglio dei consumi.

[39] New York Times, 30.10.2008, F. Norris, Signs Are Bad, and Could Get Worse—.

[40] New York Times, 31.10.2008, P. Krugman, When Consumers Capitulate Quando i consumatori capitolano.

[41] New York Times, 3.9.2008, P. S. Goodman, U.S. Sheds 159,000 Jobs; 9th Straight Monthly Drop Gli Stati Uniti tagliano 159.000 posti di lavoro: per il nono mese consecutivo; BLS, 3.10.2008, Employment Situation (cfr. www.bls.gov /news.release/empsit.nr0.htm/): e da EPINET, Economic Policy Institute, 3.10.2008, il commento, senza vekli (che stavolta comincia così: “Interrompiamo la cronaca minuto per minuto della fusione finanziaria in atto per ricordarvi che il numero delle buste paga di questo paese si è ridotto ormai per il nono mese consecutivo”: e giù botte da orni (cfr. www.epi.org/content.cfm/webfeatures_econindicators_jobspict_20081003/).

[42] The Economist, 4.10.2008.

[43] New York Times, 28.10.2008, M. M. Grynbaum, Consumer Confidence Falls to Record Low La fiducia dei consumatori cade al minimo assoluto.

[44] New York Times, 28.10.2008, E. Dash, Consumers Feel the Next Crisis: It’s Credit Cards I consumatori sentono l’arrivo della prossima crisi: sulle carte di credito.

[45] New York Times, 7.10.2008, D. Stout e E. L. Andrews, Saying Outlook Has Worsened, Fed Chief Hints at Cut Il capo della Fed, sostenendo che le previsioni stanno peggiorando, accenna a un taglio dei tassi.

[46] New York Times, 29.10.2008, E. L. Andrews, Concerned Fed Trims Key Rate by Half Point Una Fed preoccupata sforbicia il tasso di riferimento di mezzo punto.

[47] U.S. Federal Reserve, 29.10.2008, Press release Comunicato stampa: “Il ritmo dell’attività economica sembra [sembra?!?!] rallentato in modo notevole dal declino importante della spesa per consumi ed investimenti… e della produzione industriale… nei mesi recenti e dalla frenata dell’economia in molti paesi esteri ad offuscare le prospettive dell’export americano. E l’intensificarsi in atto delle turbolenze sui mercati finanziari probabilmente eserciterà una ulteriore frenata alla spesa, anche in parte per l’ulteriroe restrizione del credito a famiglie ed imprese…

   Alla luce del declino in atto dei prezzi dell’energia e di altre materie prime, e delle basse aspettative sull’attività economica, il Comitato [federale per il Mercato aperto: si chiama pomposamente così il direttorio della Fed] si aspetta, poi, un ribasso dell’inflazione nei trimestri prossimi venturi a livelli consistenti con la stabilità dei prezzi”.

   E’ per questi motivi che senza esitazioni, senza il tremebondo farsela sotto della BCE, la Fed taglia i tassi (cfr. www.fe deralcreserve.gov/newsevents/press/monetary/20081029a.htm/)

[48] Money.com, 30.10.2008, Rogoff: Zero Fed Funds Rate Likely— Probabile un tasso federale di scontro allo 0%: Rogoff.

[49] Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 2, p. 157.         

[50] Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni, Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393.

[51] New York Times, 20.10.2008, L. Uchitelle e R. Pear, Consensus Emerges to Let Deficit Rise Emerge il consenso per pagare lasciando aumentare il deficit.

[52] New York Times, 2.10.2008, B. McLean, The Borrowers I debitori.

[53] New York Times, 3.10.2008, edit., 22 per cent.

[54] Guardian, 17.10.2008, S. Bowers, Top Wall Street bankers to receive $70bn pay deals—.

[55] New York Times, 3.10.2008, P. Krugman, Edge of the Abyss Sull’orlo dell’abisso [chiama così lo status delle cose, il giorno in cui la Camera si decide da approvare il piano di salvataggio].

[56] Il senso di questi ultimi paragrafi di commento, sostanzialmente condiviso, deriva dalla lettura di un breve pezzo di un altro economista americano, Dean Baker, uno che fondamentalmente sullo stato dell’economia sta avendo ragione ogni anno da anni: Guardian, 3.9.2008, D. Baker, A crisis made in the Oval Office Una crisi fabbricata nell’Ufficio Ovale. Resta un dubbio, che per onestà intellettuale, ci sentiamo obbligati a esternare: ma non è che, qui, condanniamo Bush per avere detto – una volta tanto – la verità, dicendo che se il piano fosse stato respinto saremmo stati tutti fregati? 

[57] New York Times, 5.10.2008, edit., Meanwhile, in the Economy— Nel frattempo, nell’economia.

[58] New York Times, 3.10.2008, D. M. Herszenhorn, House Approves Bailout on Second Try Rescue Bill Passed by Safe Margin— La Camera, al secondo tentativo, approva il piano di salvataggio.

[59] Washington Post, 27.10.2008, edit., Welfare for Detroit.

[60] New York Times, 3.9.2008, M. M. Grynbaum, Stocks End Lower After House Vote I titoli azionari, dopo il voto alla Camera, puntano al ribasso.

[61] New York Times, 15.10.2007, S. Otterman, D. Jolly e B, Wassener, Stocks Plunge on Economic Gloom Le azioni crollano per il pessimo clima economico.

[62] New York Times, 9.10.2007, F. Norris, Seven Days in October Sette giorni a ottobre.

[63] Business Week, 25.9.2008, Business Exchange: Treasury: ‘We just wanted to choose a really large number’— Il Tesoro: ‘Volevamo solo scegliere un bel numero tondo’ (cfr. http://bx.businessweek.com/credit-crunch/treasury-we-just-wanted-to-choose-a-really-large-number/14707719202684599747-bd99a3a142061844b37ef50d2bd01d83/).

[64] New York Times, 1.10.2008, C. Hulse e R. Pear, Senate to Vote Today on the Bailout Plan Il Senato al voto oggi sul piano di salvataggio.

[65] New York Times, 1.10.2008, D. Leonhardt, Lesson From a Crisis: When Trust Vanishes, Worry La lezione di una crisi: quando la fiducia scompare, preoccupatevi.

[66] New York Times, 30.9.2008, D. Brooks, The Revolt of the Nihilists— La rivolta dei nichilisti.

[67] New York Times, 24.10.2008, M. M. Grynbaum, Greenspan Concedes Error on Regulation— Greenspan ammette il suo errore sulla regolamentazione. Si era scordato della vecchia lezione, guarda un po’, di Adam Smith: che chiedere a chi vende o produce qualcosa di autoregolamentarsi è puramente illusorio perché questa è “una classe di uomini” che ha sempre “interesse a ingannare e persino ad opprimere il pubblico e la quale di fatto, in molte occasioni, l’ha ingannato ed oppresso” (Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni,  Opere Scelte 2006 ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p.393).

   Ha commentato, trovando finalmente una buona ragione per lodare Grenspan – uno che, almeno, ha trovato il coraggio, pur con enorme ritardo, di ammettere di avere sbagliato – che “per uno a suo tempo rimarchevolmente difficile da decifrare, stavolta Alan Greenspan è stato nitido e chiaro come un ufficio svuotato della Lehman  Brothers”.

[68] New York Times, 10.10.2008, P. S. Goodman, Taking Hard New Look at a Greenspan Legacy Rivisitando con più durezza l’eredità che ha lasciato Greenspan.

[69] Guardian, 1.10.008, G. Wearden e A. Clark, IMF adds to pressure on Congress to approve bail-out— Il FMI aggiunge anche le sue pressioni sul Congresso per l’approvazione del salvataggio.

[70] Confederazione europea dei sindacati, ETUC, 29.9.2008, The London declaration La Dichiarazione di Londra (cfr. www.etuc.org/a/5367/).

[71] TG3, 10.10.2008,19:00.

[72] Washington Post,17.10.2008. S. Mufson, As Credit Tightens, Companies Curtail Spending, Expansion— Man mano che si stringe il credito, le imprese tagliano le spese e smettono di ingrandirsi.

[73] Lo scrisse la prima volta nella Lettera agli azionisti, datata 8.3.2004, del Berkshire Hathaway Investment Fund, che presiede ed in pratica è suo, 8.3.2004 (cfr. http://money.cnn. com/2004/03/06pf/buffet_ letter/index.htm/).

[74] CNBC.co, intervista di C. Rose, Warren Buffett: I Haven't Seen As Much Economic Fear In My Adult Lifetime— Warren Buffett: non ho mai visto tanta apura economica nela mia vita da adulto[già, perché lui è del 1930. quando era appena iniziato il Grande Crollo di Wall Street e si stava scatenando la Grande Depressione…] (cfr. http://www.cnbc. com/id/26982338/page/2/).

[75] Agenzia Reuters, 3.10.2008, F. Murphy e R. Boulton, French PM says world ‘on edge of abyss’ Il premier francese dice che il mondo è sull’ ‘orlo dell’abisso’ (cfr. http://in.reuters.com/article/businessNews/idINIndia-35785920081003/).

[76] The Economist, 4.10.2008.

[77] New York Times, 5.10.2008, Germany Moves to Shore Up Confidence in Economy— La Germania si muove per puntellare la fiducia nell’economia.

[78] New York Times, 10.10.2008, M. Landler, Rich Nations Pushing for Coordination in Rescue I paesi ricchi spingono per un coordinamento dei salvataggi.

[79] New York Times, 8.10.2008, E. Pfanner e J. Werdigier, Iceland, in a Precarious Position, Takes Drastic Steps to Right Itself L’Islanda, in equilibrio precario, assume misure drastiche per raddrizzarsi.

[80] New York Times, 18.10.2008, The Great Iceland Meltdown La grande liquefazione dell’Islanda.

[81] New York Times, 12.10.2008, Michael M. Grynbaum, Stocks Soar by 11% After Aid to Banks I titoli azionari si impennano dell’11% dopo l’aiuto alle banche.

[82] Secondo gli indici collazionati dalla Yale School of Managament, citata in New York Times, 10.10.2008, C. Rampell, How Long Before the Market Bottoms? Ma quanto bisogna aspettare prima che la borsa tocchi il fondo? (cfr. www.econ. yale.edu/~shiller/data.htm/).

[83] New York Times, 10.10.2008, edit., Building a Better Bailout— Mettendo insieme un salvataggio migliore.

[84] Il prof. Krugman ha ricevuto, questo mese, il premio Nobel dell’economia per i lavori con cui “ha mostrato gli effetti delle economie di scala sui modelli di scambio commerciali e la dislocazione di attività economiche” (è la motivazione).

   Oltre che un accademico chiaro, brillante e giovane (insomma, 55 anni: ma in Italia, all’età sua, avrebbe tavuto problemi a diventare titolare a insegnare in una sede universitaria appena appena decente, Castellanza o Rende ad esempio). Da una decina d’anni, è uno di più autorevoli editorialisti del NYT, il flagello di George Bush lo chiamano i suoi fans, a buona ragione. E anche Bush, su questo, sarebbe sicuramente d’accordo…

   Di certo, è da diversi anni che Krugman incarna, illustra e spiega all’inclita e al colto l’alternativa concreta e possibile, qui ed oggi, al modello economico liberista (in sostanza, lui è dell’idea di Keynes: che solo un beninteso e ben condotto intervento governativo, che respinga la illusione del laisser faire, è in grado di stoppare la scivolata dalla recessione alla depressione).

[85] Il Messaggero, 26.10.2008, Pie. P., Bankitalia: “Necessario lavorare di più e più a lungo”, come dice il vice direttore generale, Ignazio Visco [già.. ma chi? come? quando? a quali condizioni? contrattate, e cioè scambiate, con cosa per chi è “dipendente”, oppure come par di capire  comunque e ad libitum di chi la sua forza lavoro l’affitta?].

[86] Sempre Il Messaggero, 26.10.2008, G. Sabbatucci, edit., Il ritardo del paese impone le riforme.

[87] Washington Post, 6.10.2008, H. Kurtz, Press May Own a Share in Financial Mess— [Anche] la stampa può [sic!] avere una parte di colpa nel disastro finanziario.

[88] Washington Post, 14.9.2008, D. Luskin, Quit Doling Out That Bad-Economy Line— Piantatela di raccontarci la favola che l’economia va male (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/09/12/AR2008091202415.html/).

[89] Marx-Engels Internet Archive Correspondence 1833-1895 (cfr. www.marxists.org/archive/marx/works/1857/letters / 57_11_13.htm/); e, idem (cfr.  www.marxists.org/archive/marx/works/1857/letters/57_11_24.htm/).

[90] The Economist (citato dal Guardian, 23.10,2008, S. Milne) – che, della scuola di pensiero liberista, in modo intelligente e sofisticato ma anche estremamente semplificatorio, è uno strenuo difensore – nella smania di tutelare il liberismo imperante in questi momenti così sfortunati ha appena scritto che “negli ultimi venticinque anni di liberalizzazione dei mercati, centinaia di milioni di esseri umani sono usciti dalla povertà assoluta” e che “siamo nel decennio, adesso, che potrebbe anche vedere la crescita più rapida pro-capite della storia”.

   Dimentica semplicemente di segnalare, però, che gran parte di questa forte riduzione della povertà si è concentrata in Cina, in un’economia non solo ancora di vasta proprietà dello Stato ma anche per quel che resta ancora largamente diretta e gestita dallo Stato – nel caso specifico dal partito comunista cinese, poi – mentre il successo dell’India, più debole e più “capitalistico”, è tanto grottescamente sporcato dalla disuguaglianza distributiva, dieci volte più acuta che in Cina, da continuare a registrare un record mondiale che dura da almeno un decennio: la percentuale del 47% dei bambini sottonutriti in pianta stabile.

   Mentre, nel resto del mondo, specie ma non solo di quello meno sviluppato, la crescita è stata più rapida e più forte nei decenni del keynesismo post-seconda guerra mondiale che negli anni della globalizzazione rampante. 

[91] Guardian, 28.10.2008, L. Elliott, P. Inman e N. Watt, Cost of crash: $2,800,000,000,000 Il costo del crollo: 2.800 miliardi di $. Per il testo dell’ultimo Financial Stability Report di questo ottobre, #24, vedi il sito della BoE (cfr. www. bankofengland.co.uk/ publi cations/fsr/2008/fsrsum0810.pdf/).

[92] Jutia Group, 24.7.2008, Global Derivatives Market now valued at $1.14 quadrillions! Il mercato mondiale dei derivati è valutato ora a $1,14 quadrilioni di $! (cfr. http://jutiagroup.com/2008/09/24/global-derivatives-market-now-valued-at-114-quadrillion/). Per il testo dello studio, vedi il sito della Bank of International Settlements, Semiannual Derivatives Statistics at End - December 2007— Statistiche semestrali sui derivati a fine dicembre 2007 (cfr. www.bis.org/statistics/der stats.htm/).

[93] USA Today, 12.10.2008, K. Dilanian, How Congress set the stage for a fiscal meltdown— Come il Congresso ha preparato la scena per la fusione di bilancio (cfr.www.usatoday.com/money/economy/2008-10-12-congress-meltdown_ N.htm/).

[94] Washington Post, 9.10.2008, G. Will, McCain in the Bear Market— McCain nel mercato “orso” [cioé, in un mercato che sta precipitando al ribasso].

[95] Washington Times, 23.10.2008, intervista, McCain lambastes Bush years McCain bastona duramente gli anni di Bush.

[96] Guardian, 25.10.2008, E. MacAskill, Big names join defections from Republican camp— Nomi importanti si aggiungono alle defezioni dal campo repubblicano.

[97] Politico, 24.10.2008, J. Martin, M. Allen e J. F. Harris, Blame game: GOP forms circular firing squad— Giocando allo scaricabarile, i repubblicani già stanno formando il plotone d’esecuzione (cfr. http://dyn.politico.com/printstory.cfm?uuid=2B F967A2-18FE-70B2-A86E8E3437D6E24D/).

[98] McClatchy Newspapers, 7.10.2008, T. Bridges, Latin leftists gloating over ‘comrade’ Bush’s bailout I sinistri di tutta l’America Latina sghignazzano sui salvataggi del ‘compagno’ Bush (cfr. www.mcclatchydc.com/world/v-print/story/53611. html/).

[99] 31.10.2008 (cfr. www.usaelectionpolls.com/).

[100] Jerusalem Post, 23.10.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Iran: Obama more rational than McCain L’Iran: Obama, più razionale di McCain.

[101] Sul Washington Post, 22.10.2008, J. Warrick e K. DeYoung, On al-Qaeda Web Sites, Joy Over U.S. Crisis, Support for McCain Sui siti web di al-Qaeda, felici per la crisi americana e a sostegno di McCain.

[102] New York Times, 26.10.2008, N. D. Kristof, The Endorsement from Hell— L’appoggio che arriva dall’inferno.

[103] Five Thirty Eight, 15.10.2008, Obama dominating among early voters in five swing States— Obama sta dominando fra gli elettori che anticipano il voto in cinque Stati-chiave [New Mexico, Ohio, Georgia, Indiana, Carolina del Nord] (cfr. www.fivethirtyeight.com/2008/10/obama-dominating-among-early-voters-in.html/).

[104] NewsVOA.com, 22.9.2008, M. Buel, US Military: Iraqi Government Will Pay Sunni Fighters— Le forze armate americane: il governo iracheno pagherà i combattenti sunniti [ma in realtà questo è il titolo dato alla notizia dalla Voce dell’America… che nell’articolo, più correttamente, informa di come il governo di Bagdad assumerà (quando?) la responsabilità di supportare, non di pagare, gli ex miliziani di Saddam…].

[105] New York Times, 18.10.2008,T. Shanker e S. L. Myers, U.S. Makes Firmer Commitment to Pullout Date in Draft of Iraq Accord— Nell’accordo con gli iracheni gli Stati Uniti sottoscrivono un impegno più fermo su una data per il ritiro [a dire il vero non è più fermo: è preciso, stavolta].

[106] New York Times, 21.10.2008, A. J. Roubin e K. Zoepf, Iraqi Cabinet Wants Security Agreement Altered— [Anche] Il Gabinetto iracheno vuole emendamenti all’accordo.

[107] New York Times, 20.10.2008, A. J. Rubin e S. al-Salhy, New Doubts Cloud Iraqi Security Pact With U.S.— Nuovi dubbi si accumulano sul patto di sicurezza tra USA ed Iraq. La risoluzione dell’ONU – la foglia di fico – che scade il 31 dicembre 2008, di per sé è stata rinnovata “per l’ultima volta”, come dice il titolo stesso, è la SC/9207 del 18.12.2007 (cfr. www.un.org/News/Press/docs/2007/sc9207.doc.htm/).    

[108] New York Times, 28.10.2008, E, Schmitt e G. Bowley, Syria orders American school closed after raid La Siria ordina la chiusura della scuola americana [del Centro culturale statunitense].

[109] Guardian, 27.10.2008, S. Tisdall, Syria: US goes it alone again Gli USA per l’ennesima volta agiscono da soli.

[110] Telegraph (Londra), 24.6.2008, interv., Israel 'will attack Iran' before new US president sworn in, John Bolton predicts (cfr. www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/israel/2182070/Israel-'will-attack-Iran'-before-new-US-president-sworn-in,-John-Bolton-predicts.html/).

[111] New York Times, 5.10.2008, N. Nadery e U. Humayoon, Peace Under Friendly Fire La pace, sotto il fuoco amico.

[112] Guardian, 5.190. 2008, M. Oliver, War on Taliban can’t be won, says army chief La guerra contro i tealebani  non può essere vinta, dice il capo dell’esercito.

[113] UN News Centre, 6.10.2008, UN envoy calls for political ‘surge’ to tackle Afghan security, aid needs— L’inviato dell’ONU chiede un’ “impennata” politica per far fronte ai problemi della sicurezza e degli aiuti in Afganistan (cfr. www.un.org/ apps/news/story.asp?NewsID=28436&Cr=Afghan&Cr1=/).  

[114] New York Times, 9.10.2008, E. Schmitt, Joint Chiefs Chairman Is Gloomy on Afghanistan— Il capo dei capi di Stato maggiore la vede brutta in Afganistan.

[115] New York Times, 12.10.2008, J. F. Burns, General Says He’s Hopeful About Taliban War— Il generale dice di  nutrire fiducia sulla guerra ai talebani.

[116] New York Times, 9.10.2008, M. Mazzetti e E. Schmitt, U.S. Study Is Said to Warn of Crisis In Afganistan Uno studio [di intelligence] americano avverte della crisi in arrivo in Afganistan

[117] Times of India, 8.10.2008, US backs Taliban return to power in Afghanistan Gli USA sostengono il ritorno al potere dei talebani in Afganistan [un titolo assurdo! nella stessa occasione, è vero, Gates ha detto che bisogna “cercare di allungare la mano ai talebani che fossero disponibili a lavorare col governo afgano per il futuro del paese”: che non significa affatto, però, riportare i talebani come tali al potere] (cfr. http://timesofindia.indiatimes.com/World/USA/US_backs_ Taliban_return_to_power_in_Afghanistan/rssarticleshow/3571370.cms/).

[118] Guardian, 13.10.2008, M. Hastings, Afghanistan’s best hope is for controlled warlordism La migliore speranza dell’Afganistan è in un governo di tanti  signori della guerra in grado di automoderarsi.

[119] Cfr. Nota congiunturale 10/2008, Nota138: la Repubblica, 24.9.2008, gen. F. Mini, Quei caccia…

[120] New York Times, 26.10.2008, M. Mazzetti e E. Schmitt, U.S. Takes to Air to Hit Militants Inside Pakistan Gli USA si buttano sui bombardamenti aerei per colpire i militanti in territorio pakistano.

[121] New York Times, 29.9.2008, edit., The Troubled North Korea Deal Il difficile accordo con la Corea del Nord.

[122] New York Times, 10.10.2008, H. Cooper, U.S. Removes North Korea From Terror Blacklist Gli USA rimuovono la Corea del Nord dalla lista nera del terrore.

[123] New York Times, 29.10.2008, S. Erlanger, Sarkozy Boldly Attacks Financial Crisis, but Europe Wants Results Sarkozy aggredisce con decisione la crisi finanziaria, ma l’Europa vuole risultati.

[124] The Economist, 25.10.2008.

[125] Cfr. Nota congiunturale 9-2008, in Nota150, per la documentazione dell’ultima volta, un mese fa più o meno, in cui il professore del Dartmouth College e di Monaco di Baviera, membro esterno (cioè non nominato dal governo) del direttorio, aveva manifestato, meno polemicamente ma sempre apertamente, tutto il suo dissenso su questi stessi punti cruciali. 

[126] Guardian, 29.10.2008, L. Elliott, Lone voice attacks Bank colleagues for slow response Voce solitaria attacca i colleghi della Banca d’Inghilterra per la risposta tardiva [alla crisi].

[127] Guardian, 29.10.2008, D. Clark, UK faces peak oil crisis 'in five years'La Gran Bretagna dovrà far fronte al picco della sua crisi petrolifera “tra cinque anni”.

[128] Guardian, 15.10.2008, J. Kollewe e A. Seager, Sharp rise in unemployment as financial crisis hits jobs market Secca impennata della disoccupazione con la crisi finanziaria che colpisce il mercato del lavoro.

[129] Il 21.6.2007, nel suo ultimo discorso da Cancelliere dello Scacchiere alla “comunità della City”, nella grande sala della residenza ufficiale del sindaco di Londra, Brown li salutava così: “Con voi è stato creato un nuovo ordine”, la Gran Bretagna “è diventata un nuovo leader mondiale”, proprio grazie alla City e ai suoi grandi finanzieri, “ai loro sforzi, alla loro inventività e creatività”. E si congratulava con se stesso, Brown, per “aver resistito alle pressioni” di chi voleva convincerlo a rafforzare la regolamentazione del libero mercato dei capitali. Quando tutti, tutti i settori, avrebbero dovuto, invece, diceva, seguire il “grande esempio” della City, emulando l’industria di chi “con tanto talento” crea capitali “aggiungendo valore aggiunto” al valore ricevuto. E’ grazie a queste “notevoli conquiste” che spetta a noi oggi “il grande privilegio di poter dire di questa nostra età, del primo decennio del 21° secolo, che dalla grande ristrutturazione dell’economia globale, anche più profonda forse della rivoluzione industriale,che è stato creato un nuovo grande ordine mondiale: una nuova età dell’oro”.

   O, più probabilmente ormai, come l’età del Grande Crollo del 2008, con tutta quell’ “inventiva” che alla fine ha prodotto il più catastrofico terremoto finanziario degli ultimi 80 anni, distruggendo edifici interi della loro stessa “industria” e con essi, il resto dell’economia tutta, buttandoci tutti in una recessione profonda.

   Ecco, quel che allora celebrava come la nuova era dell’oro, oggi Gordon Brown lo deplora come il trionfo dell’ “era dell’irresponsabilità”… (per il testo completo della celebrazione di Brown, cfr. www.scribd.com/doc/203294/2007062 1-Gordon-Brown-New-World-Order-Speech/).

   Quanto al leader dei Conservatori, Cameron, un anno prima già celebrava l’ “alta innovatività” della City, ormai “il massimo centro finanziario del mondo… dove risiede la sede centrale di più di 550 banche internazionali  e di 170 società finanziarie globali”. Il merito di tutta questa rovinosa, pardon “innovativa”, inventività era naturalmente, e Cameron lo reclamava, dei governi conservatori di prima del Labour, quando vennero prese le decisioni chiave di non regolare o di regolare assai leggermente l’industria finanziaria…

   Riprende ed aggiorna questi argomenti, in una conferenza alla London School of Economics, David Cameron, nel settembre 2007, in una parte della relazione intitolata “La fine della storia economica?”, per fortuna per lui corredata almeno di punto interrogativo, dove afferma sicuro che ormai “il dibattito è chiuso: il liberismo ha vinto”: l’idea cretina della sinistra, afferma sicuro il capo dei conservatori che i mercati finanziari dovessero essere regolati con rigore “è stata completamente screditata. Il risultato? L’economia mondiale è stata resa più stabile (sic!) per diverse generazioni” (cfr. http://lse.ac.uk/collections/LSEPublic LecturesAndEvents/events/2007/20071009t1626z001.htm/).

   Sì, lo sappiamo. C’è una scuola di pensiero che considera poco elegante mettere le dita negli occhi, in nome dei fatti e della verità, a chi ieri ha sparato ca....e così colossali Noi non concordiamo. Specie quando quella sicumera ha portato conseguenza tanto dolorose per la vita e le condizioni dei più. E se qualcuno ci indica cortesemente le nostre ca....e, ringraziamo e – giuriamo – ce ne prendiamo al responsabilità, grazie a Dio meno grave …

[130] Financial Times, 16.10.2008, edit., Grand claims, tired ideas— Grandi proclami, idee stanche.

[131] Observer, 19.10.2008, A. Rawnsley, A golden age, and other things they wish they'd never said Dell’età dell’oro, e di altre cose che preferirebbero non aver mai dette.

[132] Observer, 19.10.2008, G. Hinsliff e T. Helm, Bank chiefs ordered to cut number of home evictions I dirigenti delle banche hanno l’ordine di tagliare il numero degli sfratti.

[133] Guardian, 28.10.2008, H. Osborne, Home repossessions and arrears rise as borrowers struggle Gli espropri di case e i pagamenti in arretrato aumentano mentre i debitori lottano.

[134] The Economist, 4.10.2008.

[135] New York Times, 30.10.2008, B. Wassener, Japan Offers Stimulus Package to Spur its Economy— Il Giappone offre un pacchetto di stimoli per rilanciare la sua economia.

[136] New York Times, 1.11.2008, M. Fackler, Bank of Japan Cuts Key Interest Rate— La Banca centrale taglia i tassi di interesse.