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     11. Nota congiunturale - novembre 2007

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

La crisi dei mutui subprime, uno dei sommovimenti finanziari più gravi degli ultimi anni, non potrà che avere il suo impatto anche su consumi ed investimenti in Italia. Le previsioni, particolarmente per il 2008, sono riviste al ribasso dovunque a livello internazionale. Ci sono anche segnali, secondo diverse associazioni di consumatori, del peso crescente già oggi dei pignoramenti richiesti dalle banche per il mancato pagamento di mutui casa. E sono credibili.

L’Italia[1] appare poco esposta direttamente (le banche italiane sono sempre estremamente prudenti nel concederli e perciò meno a rischio per questo) nella crisi dei mutui, ma il contesto interno ed internazionale dopo l’estate è meno favorevole rispetto alla fine del secondo trimestre.

    I problemi in realtà, magari per ora meno gravi per noi, sono due e pesano su tutti. Il primo è dato dalla restrizione sul credito, che le banche centrali tentano con fatica di contrastare, ma che tra mille esitazioni può incidere, e incide, su consumi e investimenti; la rivalutazione dell’euro (record oltre 1,40 sul dollaro) rende meno competitive le esportazioni.

    Le autorità monetarie e di politica economica dovrebbero rassicurare sulla loro capacità di governare la crisi, contenendo gli impulsi al rallentamento economico e dando una regolazione più efficace al mercato finanziario. Dovrebbero…

    E’ stata colpita, e duramente, la fiducia sull’affidabilità a livello finanziario sia degli strumenti (questi strani mutui così ballerini) che dei protagonisti (questi intermediari finanziari altrettanto ballerini, queste banche che dei clienti non potrebbero impiparsene di meno e queste banche centrali e questi governi sempre pronti ad aiutare le consorelle ma molto più restii ad aiutare le loro vittime). E l’incertezza è cresciuta precisamente perché il sistema dei controlli, con la deregulation rampante perseguita sistematicamente a livello finanziario globale, non è apparso per niente adeguato.

I dati dell’economia italiana nei primi sei mesi dell’anno, attestano come il paese abbia perso colpi rispetto agli altri. La ripresa non è finita, ma il PIL ha rallentato; con l’1,8% del secondo trimestre rispetto ad un anno prima siamo molto sotto Spagna, Regno Unito, Germania. La produzione industriale è continuata a calare nei mesi estivi, anche se fatturato ed ordinativi mostrano segnali un po’ più incoraggianti.

Le esportazioni sono restate la componente più dinamica della domanda. Nel secondo trimestre  la quantità s’è ridotta, ma il valore è cresciuto e la bilancia commerciale è migliorata sia verso l’Europa che verso le altre aree. I consumi restano poco brillanti e il clima di fiducia delle famiglie è diminuito più o meno regolarmente da un anno in qua.

L’inflazione rimane bassa e alcuni allarmi sui prezzi autunnali appaiono, per ora, più il tentativo di facilitare i rialzi che altro. Un’agenda possibile di politica dei prezzi, se perseguita con determinazione, potrebbe dare sollievo al potere d’acquisto delle famiglie.

La crescita dell’occupazione ha decelerato tra fine 2006 e 2007 e al Sud è in calo da due trimestri rispetto ai livelli dell’anno precedente. La partecipazione al lavoro degli uomini, ma soprattutto delle donne, è in calo al Sud. L’incidenza dell’occupazione temporanea, ridottasi al Nord nel primo trimestre, si è ampliata di nuovo.

Il 60% dei dipendenti ha il contratto scaduto; l’attesa media per un rinnovo è di 11 mesi, superiore in alcuni settori. Le retribuzioni, contrattuali e di fatto, sono ai minimi degli ultimi quattro anni. Nel terziario le retribuzioni di fatto sono sotto la crescita dei prezzi dal 2° trimestre 2006.

I conti pubblici dovrebbero raggiungere a fine 2007 gli obiettivi del Governo. E’ probabile a fine anno si arrivi ad un disavanzo al 2,5% o addirittura al 2,2% del PIL.

E, a proposito di conti pubblici, in corso di mese, è venuto anche pubblicamente alla luce un confronto inusitatamente duro fra due modi di leggere i dati di bilancio e, con essi, ovviamente tutto il rapporto deficit/PIL del paese.

Come al solito, grazie ai media insulsamente conformi che ci ritroviamo, due impostazioni personalizzate all’estremo: non dicono più – dal Corriere, a Repubblica, al Giornale – Prodi ma Romano, dicono Silvio, dicono Massimo, dicono Gianfranco… In questa occasione la diatriba è tra Tommaso Padoa Schioppa (naturalmente TPS) e Mario Draghi (ovviamente superMario, non si sa poi bene perché). Troppo normale, chi sa, dire che il confronto è tra Tesoro e Banca d’Italia…

Per il ministro del Tesoro, infatti dal computo vanno sia tolti che aggiunti – dunque, in meno od più – gli una tantum del 2006: l’IVA auto e il deficit delle FF.SS. in meno; ma anche le dismissioni del patrimonio immobiliare e la rivalutazione del bilanci delle imprese, in più. Per Bankitalia, in buona sostanza, solo la parte in meno…

Il tutto con ragionamenti ultratecnici che nessun giornale, in realtà neanche quelli specializzati e stampati pure in rosa magari[2], riesce a tradurre neanche approssimativamente in italiano dai comunicati ufficiali scritti apposta per non esser capiti. Per cui, anche questo diventa un duello (l’ennesimo) o una sfida (naturalmente, l’ennesima). Sempre Coppi v. Bartali, insomma, o Milan v. Inter. E vinca il migliore. Oppure il peggiore?

Alla radice, due letture radicalmente diverse della realtà finanziaria del paese – e tutto quel che sta loro dietro – una di Padoa Schioppa (“debito pubblico ed evasione fiscale” sono le due “vere anomalie della finanza pubblica italiana”), una di Draghi (“il contenimento della spesa primaria corerente è il problema centrale della finanza pubblica italiana”): o, per essere più corretti noi stessi, una di chi fa il ministro dell’Economia ed una di chi fa il governatore di Bankitalia

Al 1° gennaio 2007[3] gli stranieri immigrati residenti in Italia erano 2.938.922, +10,1% sull’anno prima. Il saldo relativo ai cittadini italiani è negativo (più morti e meno nati per 6.912 unità) per cui il 70,7%  dell’aumento della popolazione residente nel 2006 è stato aumento della sola popolazione straniera. In totale, la popolazione residente è aumentata da 58.751,711 unità a 59.131.287. In percentuale assoluta, ormai, gli immigrati residenti on Italia sono passati dal 4,5% di inizio 2006 al 5% di inizio 2007: una presenza straniera in Europa, dunque, relativamente contenuta. In Germania sono l’8,8%, il  5,9% in Francia, in Spagna e Gran Bretagna il 6,2%.

Le nazionalità straniere che aumentano più rapidamente sono gli ucraini (da 58.000 a 120.000, in tre anni) e i rumeni (da 178.000 a 342.000 nello stesso periodo). Questo dei rumeni comincia, date le condizioni in cui arrivano e anche quelle in cui vengono accolti, a porre un problema di ordine pubblico e sociale vero e proprio che sta acutizzando la crisi di convivenza civile.

E si riapre il dibattito sul dilemma – che al fondo è di sensibilità sociale e di percezione, assai più che giuridico e, dunque, è politico) se è possibile e lecito espellere dal territorio nazionale non solo chi commette reati (è sempre possibile e lo era anche prima del pacchetto sicurezza, a veder bene) ma anche chi reati non commette, o non commette ancora, ma secondo la Direttiva UE no. 38/2004 ricade nelle possibilità di rimpatrio forzato per ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di emergenza sanitaria… anche se di per sé – come cittadino rumeno – ha diritto alla libera circolazione nell’ambito dell’Unione…

Nel 2006 le famiglie italiane che vivono in povertà relativa[4] sono 2.623.000, stimato nell’11,1% di quelle residenti. Cioè, 7.537.000 individui poveri, pari al 12,9% dell’intera popolazione.

Negli ultimi quattro anni la povertà relativa è rimasta, in sostanza, stabile, così come immutate sono le caratteristiche che connotano le famiglie in condizione di povertà. Il fenomeno è più diffuso al Sud, quasi cinque volte superiore a quella osservata nel resto del Paese, ed è più diffuso tra le famiglie con un elevato numero di componenti (cinque o più) e tra quelle con tre o più figli, soprattutto se minorenni.

Anche le famiglie con componenti anziani, pur avendo qualche po’ migliorato la propria condizione, mostrano valori di incidenza superiori alla media e situazioni di disagio soprattutto se gli anziani in famiglia sono due o più, o convivono con altre generazioni (le cosiddette famiglie con membri aggregati).

La povertà è, infine, fortemente associata a bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali ed esclusione dal mercato del lavoro: l’incidenza tra le famiglie dove due o più componenti sono in cerca di occupazione è di quasi quattro volte superiore a quella delle famiglie senza disoccupati.

Il fenomeno si caratterizza non solo per la sua diffusione ma anche per la sua gravità. L’intensità della povertà, nel 2006, è risultata pari al 20,8% e indica, in termini percentuali, di quanto la spesa media mensile equivalente delle famiglie povere, pari a 769 euro al mese (era di 737 euro nel 2005), è al di sotto della linea di povertà.

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Si sono riuniti insieme alla vigilia della sessione del FMI, a Washington, i ministri delle Finanze del G-7 (USA, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Canada), i sette paesi, come si diceva fino a pochi anni fa, più ricchi del mondo che non rappresentano, però, ormai più da tempo quel che rappresentavano. Oggi, nel mondo l’ordine giusto dei paesi coi prodotti lordi maggiori vedrebbe in fila, ancora dopo gli USA ma ancora solo per qualche tempo, Cina, India, Giappone, India, Brasile… e niente più Francia, Inghilterra e Italia: sic transit…

E i G-7, che si sono detti soddisfatti dei dati continui della crescita globale (ma ritrovandosi, subito dopo, il FMI che butta molta acqua gelata sul loro ottimismo), si sono a dire la verità un tantino pateticamente messi ad “invocare” [da chi?] uno sforzo congiunto [di chi?] “per fissare alcune linee guida che regolino i fondi di investimento di proprietà pubblica assicurando così che le relative strategie di investimento siano trasparenti e conformi ai normali standard del business[5]. Cioè, traducendo, per regolare un business che se fosse privato si rifiutano, invece, di veder regolato…

Come i fondi che facevano capo alla Enron, no? o forse alla Parmalat? In realtà, sono due misure e due pesi che vorrebbero veder imposti (per trasparenza e standard di buona con dota) solo agli ingenti fon di investimento – cinesi, russi e dei paesi petroliferi specie del Medio Oriente – che pretendono di entrare sul libero mercato e comprare banche, imprese, beni immobili e mobili.

Allora si capisce meglio chi stanno invocando: la buona volontà e l’acquiescenza di russi e cinesi, anzitutto, che secondo loro entrando ora in buona società dovrebbero accettare di essere regolati dal mercato che regola con sospetto e severità i parvenus pubblici ma ai padroni delle ferriere privati (le Enron, appunto, o le Parmalat, ecc., ecc., ecc.: fior di trasparenza e di probità) lascia come sempre le mani libere…

Torna a segnalarsi, ogni mese con maggior forza, la crisi montante di carenza di derrate alimentari essenziali:

• il 31 agosto i futures al mercato del grano di Chicago hanno toccato il massimo di aumento mensile degli ultimi 34 anni…;

• è soprattutto l’eccesso straordinario di domanda di granaglie dalla Corea del Sud e dall’India che sta riducendo le scorte a livelli pericolosamente bassi…;

• nel corso dell’anno scorso i prezzi del grano sono raddoppiati per il danno ai raccolti in alcuni grandi paesi od alcune aree di produzione: in Australia, in buona parte del Canada, in Europa e in Ucraina…;

• in sintesi, come ha segnalato il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, le scorte di grano del pianeta sono cadute al livello minimo da ventisei  anni a questa parte…  

L’avevamo segnalata da qualche mese, la segnaliamo ancora una volta[6].

Europa (BCE) e Gran Bretagna (BoE) hanno tenuto fermi i tassi di sconto rispettivi, nelle rispettive riunioni dei loro governatori.

Sulla spinta delle incertezze della politica economica a livello globale ma, soprattutto, in America e delle tensioni su fronti vecchi e nuovi in Medio Oriente – tra roboanti proclami di intransigenza iraniani a difesa dei propri “diritti” e tonitruanti minacce di “punizioni” militari da parte americana se solo ci provano… – a fine ottobre il prezzo del petrolio è salito a $95 al barile, il massimo di sempre finora. Che però, scontato dell’inflazione, equivale oggi a qualcosa di molto di meno…

Ma certo non è finita, specie se ai nimbocumuli che Washington accumula sull’Iran continuano ad accompagnarsi nuvole di frustrazione e di disperazione in Iraq e in Medio Oriente più in generale – cioè, scintille pronte a cadere sulla paglia più secca che c’è a questo mondo – e se il Messico, per diversi conflitti sociali – scioperi e serrate – taglia la produzione di petrolio proprio nell’ultima settimana di ottobre[7].

In India, scossone sulle borse dopo che l’Authority regolatrice ha proposto di restringere l’afflusso di capitali ricavati dalla vendita di derivati off-shore con limitazioni che, se applicate, toccherebbero una bella fetta degli investimenti esteri nel paese. Il governo ha frenato, ma resta preoccupato dell’effetto che l’afflusso in aumento cospicuo di soldi dall’estero ha avuto nel rafforzare la rupia e, quindi, il costo delle esportazioni[8].

L’Argentina, si ricorderà, fino al 2001 era stato il “modello” sfanfarato nel mondo dal FMI (produrre per esportare, anzitutto). Ma, dal 1992, decidendo di dichiarare il proprio default – che non avrebbe onorato il debito estero, insomma, ripartendo da zero – era diventato un paese (quasi) fuorilegge per il rifiuto di piegarsi proprio alle raccomandazioni di continuare su quella strada dello stesso FMI.

C’è ancora, nel mondo, chi anche dopo questi sfaceli dovuti al Fondo, continua a difenderne il ruolo com’è, come usbergo dell’ortodossia finanziaria internazionale, e ad esaltarlo per la sua “reputazione notoria di oggettività[9]. Che, a dire il vero, proprio non esiste. Chi conosce (e segue il metodo) con cui l’FMI prepara le proiezioni sul futuro economico dei paesi del mondo, che costituiscono larga parte del suo lavoro ed influenzano non poco il comportamento della finanza internazionale, ha notato da tempo che le proiezioni che emette (previsioni di crescita, ecc.) sono sempre buone o comunque migliori per chi segue le sue ricette e sempre cattive o comunque peggiori per chi le osteggia…

Buone, insomma, per l’Argentina di Menem che porto al default, al fallimento e a una gravissima crisi economica, finanziaria e sociale. E cattive per l’Argentina di Nelson Kirchner, per capirci.  Quando il suo nuovo governo decise, alla fine, nel 2001, di ripagare i propri creditori con 30 centesimi per ogni dollaro avuto in prestito. Chi ci è stato bene, chi non ci è stato ci ha perso tutti i soldi… Tutti gli economisti “per bene”, quelli del conventional wisdom e del mainstream, avevano predetto che sarebbe stato il disastro economico (chi mai avrebbe prestato più soldi all’Argentina?).

Sono gli economisti definiti secondo lo stereotipo che il primo presidente dell’Associazione degli Economisti Americani, Francis Amasa Walker, dava come un assioma: che il laissez-fairenon era solo il test dell’ortodossia economica ma anche lo strumento che serve a decidere se uno è, o non è, un economista”. Invece…

Invece, smentendo in radice sia loro che la buonanima di Walker, l’economia argentina è rapidamente rimbalzata dalla pesante scivolata di inizio 2002 e, da allora, è cresciuta ad un tasso annuo vicino all’8% (e al 7% pro-capite). Il fatto è che tutti, o quasi tutti, i media che contano nel mondo hanno continuato a spappagallare sulle linee e secondo le giaculatorie del Fondo monetario.

Lamenta, ad esempio, il NYT[10] che la candidata presidenziale vincente nelle elezioni del 28 ottobre[11], la senatrice Cristina Fernandez de Kirchner, moglie del presidente in carica e che politicamente la popolarità delel politiche poco ortodosse di Nestor Kirchner ha aiutato non poco, si dedica molto a seguire i problemi di politica internazionale e troppo poco “ai problemi crescenti dell’Argentina”.

A parte il fatto che, naturalmente, a giudicare della rilevanza dei propri problemi gli argentini sembrano, per definizione, più competenti degli yankees e di chiunque altro, i problemi montanti sono secondo il quotidiano newyorkese “ammanchi di energia, surplus di bilancio che cala, un tasso di inflazione che sale e vicino al 15%, secondo diversi economisti indipendenti”, quelli in linea col Fondo, cioè.

A parte quest’ultimo dato, sospetto per la fonte citata ma il più credibile, forse, e che costituisce un vero problema, gli ammanchi di energia sono in realtà conseguenza della crescita straordinaria di questi ultimi anni e mano mano li stanno colmando, e quanto all’attivo di bilancio che cala… questo è un problema “montante” che i più soprattutto in America amerebbero vedere a casa loro.

L’elezione della Kirchner, piuttosto, sottolinea alcuni altri temi, importanti, di discussione: alcuni tipici di qui, come il rafforzarsi dello spostamento diciamo a sinistra dell’America latina un po’ in generale e forse anche il diffondersi e lo stabilizzarsi nel continente di prassi democratiche— anche se secondo molti, o secondo pochi, ancora difettose un po’ o molto in regolarità cristallina del voto: ma allora che dire di quello presidenziale in USA? o di certe elezioni anche in Europa?

Un altro nodo da affrontare è se anche qui, come – diciamo – in America del Nord, e non sempre ma spesso pure in Europa, le donne possono aspirare agli uffici più alti di governo solo se accettano di perpetuare alcuni stereotipi del genere della moglie che fa carriera magari sì, ma necessariamente all’ombra del marito… o se qui, magari non tanto nel caso di Buenos Aires ma in quello, ad esempio, di Santiago del Cile e della presidente Bachelet sia diverso: se le donne, quando vanno avanti, vanno avanti fuori degli stereotipi del trascinamento maritale[12].

Ma in America latina, e quasi a prescindere dalla parentesi argentina che copre, diciamo, l’ultimo quinquennio, il problema di fondo è che complessivamente, nel corso dell’ultimo venticinquennio, c’è stato un vero e proprio buco di crescita senza precedenti.

Ha coperto gli anni in cui le economie del continente, proprio come faceva la prima della classe, l’Argentina, davano retta pedissequamente alle ricette del Fondo monetario, in campo finanziario: abolite ogni regola ed economico (lasciate regolare a noi, cioè lasciate fluttuare, ogni vostra moneta; esportate e non preoccupatevi della domanda interna; e indebitatevi senza problemi, tanto col n ostro avallo pagherete in pratica solo gli interessi… del 15-20% all’anno, però, visto che come sempre a fissare i tassi di interesse sono stati i banchieri..

Ed è stato il disastro... Poi, più di recente, in un certo numero di paesi latinoamericani il voto s’è espresso, nettamente, proprio contro queste politiche e contro i governi che le avallavano in ossequio al dogma del consenso washingtoniano e si sono eletti altri governi col mandato esplicito di cambiare il corso della politica economica. Sono governi che hanno tutti adottato ed, in alcuni casi, anche implementato strategie economiche alternative.

Una delle quali, di cui cominciano a parlare seriamente, riguarda anche una qualche forma – concreta – di integrazione regionale. Parlano – e sono molti: non necessariamente anti-liberisti tutti (insieme a Venezuela, ci sono, Brasile, Bolivia anche e perfino la Colombia, c’è l’Argentina e l’Uruguay, c’è il Paraguay…) – di un Banco del Sur, come vera e propria alternativa al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale e ad altri istituti simili[13].

Per ora, certo, è poco più di un’idea. Ma ora che è stata annunciata la data di lancio, il 3 novembre, ci si è messo di buzzo buono a lavorare anche il Brasile che sembra voler garantire – come sarà necessario – oltre all’ardore “rivoluzionario”, che va benissimo, anche, e va ancora meglio, una dose di realismo pragmatico. Vi terremo informati[14]…    

in Russia

Forse il modo più chiaro per mettere in evidenza il provincialismo e la chiusura mentale con cui in  occidente, e specie in America, si guarda oggi alla Russia e a Putin che la guida, è quello di riprodurre tal quali alcuni passaggi non tanto delle articolesse approssimative e faziose uscite sui nostri quotidiani[15], quanto di un editoriale del NYT[16] tanto obnubilato da non  capire neanche quello che dice.

Dunque, Putin ha fatto la mossa del cavallo, scombussolando tutte le previsioni e annunciando che potrebbe capeggiare la lista del partito che lui stesso ha creato, Russia Unita, alle elezioni di dicembre; e che se il partito le vince – come prevedono tutti: il fatto è che lui ha un indice di approvazione popolare intorno al 70%; dicono, ed è vero, che ha riportato la pace nel Caucaso, e anche nella stessa Cecenia, con la guerra certo, ma c’è riuscito…; che ha stabilizzato, ed è vero, l’economia e ripristinato il potere d’acquisto dei russi e, specie, delle pensioni; che, e anche questo è vero, ha ridato prestigio e peso della Russia nel mondo – allora, potrebbe come partito di maggioranza assoluta anche farlo eleggere primo ministro.

Facendolo col voto, in modo cioè assolutamente legale e che alla gente (che poi è quel che conta) appare del tutto legittimo; sempre che il presidente che gli succederà alle prossime presidenziali – indicato da lui ma eletto dal popolo – fosse, dice, “persona decente, capace e efficace”; insomma, qualcuno con cui egli si sentisse di lavorare; in attesa magari tra cinque anni, se gli elettori vorranno, di farlo rieleggere…

Ora predicatori che all’improvviso si scordano del valore, per anni esaltato come essenziale, delle regole della democrazia formale e lo accusano a freddo di mangiarsi così quella sostanziale, diventano francamente ridicoli. Adesso, sommessamente ci pare che decenza imporrebbe almeno di starsi zitti in tema di procedure democratiche quando si è eletto un presidente come Bush nel 2000 con 800.000 voti di meno del suo avversario, con la truffa dei voti elettronici e meccanografici della Florida (governatore il fratello di Bush che aveva fatto espungere dalle liste elettorali dello Stato decine di migliaia di elettori che presumeva a lui contro).

E con la ciliegina sulla torta dell’imbroglio d’una votazione della Corte Suprema che, 5 a 4, gli ha dato ragione non perché riconoscesse che aveva vinto ma con la spudorata motivazione[17] che bisognava metter fine al conteggio anche se non completato “per non destabilizzare la presidenza di Bush”.

Ma il NYT scrive di “una crassa manipolazione politica” che così farà perdere alla Russia “la statura di un paese forte, moderno e rispettato sul piano internazionale” e accusa Putin di aver certo “restaurato una certa misura di sicurezza e di stabilità nel paese” (dimenticando di aggiungere e di un mimo decente di livello di vita diffuso: che spiega bene quel 70% di popolarità, no?), ma “anche di averne seriamente danneggiato le fragili istituzioni democratiche, con la creazione di una possente e segreta burocrazia presidenziale, l’imposizione di controlli autoritari su governo e stampa, la riduzione del parlamento a un istituto che approva senza discutere” tutto quello che vuole il presidente…

Insomma… è una descrizione che probabilmente è un po’ ingenerosa per una democrazia così nuova e così inusitata… e che, per di più, pare appropriata alla lettera all’America di Bush, la democrazia più antica di questo pianeta tra quelle moderne.

Che altre volte proprio il NYT ha ferocemente e appropriatamente condannato: per la ferrea ed incostituzionale presa alla gola delle istituzioni repubblicane – dalla Corte Suprema al Congresso – da parte del presidente e della sua servente “burocrazia” onnipotente con cui ha sistematicamente provveduto ad emarginare contra legem tutto il sistema costituzionale dei checks and balances: dei controlli e degli equilibri reciproci tra esecutivo, legislativo e giudiziario…

Cioè: per favore, guardatevi la trave nell’occhio vostro prima di denunciare ipocritamente, e perciò senza alcuna efficacia, quella che – sicuramente – è nell’occhio del vostro vicino[18].

Il problema che ha Putin – che si è tenuto su bene finora anche coi no, spesso sacrosanti, detti a Washington in campo internazionale, spesso anche a nome di molti che dirli non possono o non osano[19] – è se nel suo prossimo periodo di governo, in qualsiasi posizione di potere si trovi, riuscirà e vorrà usare – stavolta, dopo aver utilizzato i quattrini di petrolio e gas naturale per far stare un po’ meglio le “masse” oltre che un bel po’ di nomenclatura, come si diceva una volta – i profitti extra dell’export di combustibili per sviluppare e rafforzare istituzioni, industria ed infrastrutture.

Per dare, cioè, basi più durature alla crescita di questo paese. Poi, di sicuro, c’è anche un problema di basi più solide da dare alla democrazia da consolidare e da sviluppare. Ma, certo, finché gli oppositori di Putin sono quelli attuali, le minoranze che in parlamento riescono ad arrivare e i grandi, famosissimi magari, ex – come il campione di scacchi Gari Kasparov – che parlano di un “salto indietro di vent’anni al passato sovietico” o non ricordano proprio cosa esso mai era davvero perché, allora, loro erano superprivilegiati, tutto mostrano di capire meno che i sentimenti popolari.

E se è così, Vladimir Vladimirovič Putin poco ha da temere, anche perché le parole liberal/ liberismo, libero mercato e deregolamentazione richiamano alla mente del 90% della gente normale il caos degli anni ’90, quando Eltsin e i suoi consiglieri americani, cercando di istituire di botto (terapia shock la chiamavano) moduli di democrazia e di governance all’occidentale, provvidero a sopprimere di colpo ogni controllo dei prezzi, lasciando che gli oligarchi del tempo, i famigli di Eltsin e soci si mangiassero quasi gratis fette intere dell’economie “privatizzandole” ma pagando 1 allo Stato per 100 di valore reale.

Dal giorno alla notte, i salari e le pensioni di decine di milioni di persone diventarono carta straccia e i risparmi di milioni di cittadini scomparvero nel buco nero dei un crollo del PIL che in pochi anni si restrinse di quasi il 50%.

Adesso salari in ripresa, rublo stabile e sapiente sfruttamento – con le priorità giuste (anche se i critici dicono solo a breve: ma nel lungo periodo, siamo tutti morti, no?): prima la gente, poi le infrastrutture – hanno assicurato la popolarità di Putin e dei suoi e sepolto le fanfaluche liberal-ideologiche (il pubblico è male; il mercato è bene) dei suoi antagonisti: che si sentono, e sono, tagliati fuori da ogni consenso popolare.

A Mosca, la metropoli che, da sempre, è stata più restia e più turbolenta nei confronti di ogni potere, perfino di quello sovietico, i sondaggi più indipendenti[20] danno il favore del 61% dei cittadini all’idea che il presidente diventi, ora, primo ministro e torni, magari, a fare il presidente dalla prossima volta. Del tutto legalmente, poi. Alla faccia degli strilli di chi è frustrato e non ci vuol stare ma non può farci niente.

Certo, non aiuta neanche che quando i putiniani denunciano come poi, quelli che si lamentano sono antitutto le organizzazioni non governative ed i centri per i diritti umani finanziati da organizzazioni  statunitensi (che vanno dai fondi per la democrazia del sindacato americano, comunque alimentati dal Dipartimento di Stato, alla CIA) i russi sanno tutti che,  in buona sostanza, dicono la verità e non la stanno inventando…

Né aiuta il fatto che sia la Rice – con la credibilità arrugginita e ormai fatiscente, in materia di democrazia e rispetto delle regole del gioco, che è inevitabilmente ormai il retaggio di chiunque sia al servizio di Bush – ad andarsene ad incontrare, quasi perché di prammatica, gli oppositori russi, esponenti di tante di quelle ONG in sede di ambasciata… subito dopo Putin e, in quella sede, per fargli la predica: che ormai “al Cremlino c’è troppo potere[21] e che “tutti hanno dubbi sull’indipendenza piena del potere giudiziario”…

Parlava, si capisce, della giustizia in Russia e non in America, scordandosi della faccenda della trave e della pagliuzza… con leggerezza qualche poco incosciente. E non è stato un caso che, in sala, a ridere anche se tentando di reprimersi come potevano fossero solo i giornalisti statunitensi…

Né aiuta che “Laura Bush parli delle atrocità contro i diritti umani in Birmania[22]”: doveroso e necessario farlo. Ma, annota duramente uno dei massimi opinionisti d’America, sono parole che “suonano francamente meno come un atto di umanitarismo disinteressato che come l’ennesima manovra governativa per cambiare il soggetto quando si parla delle violazioni dei diritti che sistematicamente il governo persegue esso stesso[23].

La Russia, che si trova di frequente sottoposta a reclami e ammonimenti, in sede di confronto anche con l’Unione europea, per quello che non pochi e soprattutto i suoi peraltro pochi “dissidenti” continuano a denunciare come scarso rispetto dei diritti umani al suo interno, passa decisamente al contrattacco.

Al di là del diniego secco, e non sempre convincente, di responsabilità specifiche non ne fa passare più una alle contraddizioni ed alle incoerenze degli interlocutori che, tutti, hanno i loro scheletri nei rispettivi armadi: anche qui, sono finiti da tempo gli anni della sudditanza remissiva di Eltsin. E dopo denunce e sarcasmi nei confronti di Bush e dei suoi Stati Uniti, ora tocca nuovamente all’Europa.

Il punto dolente sono i paesi baltici, dove la Russia continua a stare all’attacco, riaprendo in sede di discussione di diritti umani con l’Unione europea il dossier oneroso ma, certo, non immotivato delle proprie preoccupazioni per le discriminazioni che, sul piano dell’usufrutto dei diritti civili, sociali e politici soffrono, qualche volta anche e proprio per legge, le comunità etniche russe e russofone ed i loor cittadini in Lettonia ed Estonia.

La Russia – hanno dichiarato i suoi delegati – denuncia che in alcuni Stati membri dell’Unione europea si manifestino con frequenza maggiore casi di vero e proprio razzismo, di xenofobia e di intolleranza, comprese istanze di violazione dei diritti di libertà di parola e di assemblea. In primo luogo, richiamiamo l’attenzione sulle pratiche discriminatorie in atto nei confronti delle minoranze etniche russe in Lettonia ed Estonia e dichiariamo inaccettabile la continua inazione nei confronti di queste pericolose tendenze: il gran numero di persone lasciate senza cittadinanza solo perché di origine russa e la glorificazione del nazismo che è diventata un segno distintivo di questi paesi…[24].

Il fatto è che è vero. Ed Estonia e Lettonia sono ridotte a replicare, con enorme imbarazzo collettivo dei colleghi europei, col vecchio ritornello proprio degli ex sovietici, come in fondo poi per revanscisti che siano si mostrano spesso ancora: sono affari interni dei nostri paesi, impicciatevi dei fatti vostri… Che poi è la risposta dell’altro ex sovietico Vladimir Putin alle loro rimostranze nei confronti dei russi i quali, in più, adesso, quando si lamentano dei prezzi del petrolio troppo alti che fa loro pagare la nuova Russia, sogghignano gelidi che “questo è il mercato, bellezza”.

Lo stesso mercato non a caso invocato, oggi, dai russi e anatematizzato, oggi, dai lituani: insomma, il mercato quando va male all’uno va bene all’altro— come se già non si sapesse che è proprio questa la norma. Ha passato – a priori e a prescindere – una legge secondo la quale, per ragioni di sicurezza nazionale, la raffineria di Mazeikiai sarà rinazionalizzata.

E che c’entra il mercato? C’entra perché il caso di sicurezza nazionale evocato per far passare la legge è se la raffineria, come pare possibile, venisse acquistata da capitali russi. Che stanno comprando azioni – si dice – dell’impresa di raffinazione polacca PKN Orlen, colpevole – secondo il governo lituano – di collaborare con la russa Gazprom[25]…  

in Cina

Un libro curioso, appena uscito, cerca di far del suo meglio per sostenere che sì, la Cina “potrà anche essere una superpotenza emergente ma”, rassicura l’autrice, grazie a Dio – non dice proprio così anche se questo è il senso – “è una superpotenza fragile[26]

Lasciamo stare la maggior parte degli argomenti “economici” che avanza (ai quali ha risposto esaurientemente un lungo studio della Banca mondiale il mese scorso[27]: in effetti, qui questo libro curioso sembra prendere i propri desideri – che la Cina sia debole – per fatti) e vediamo, invece, come mette in evidenza che per la Cina si sta ponendo “il problema di una popolazione che invecchia rapidamente” e, insieme, quello di “una disoccupazione avanzante in un’economia che ha bisogno di crescere del 7% all’anno solo per dar lavoro ai 25 milioni di cinesi che entrano ogni anno sul mercato del lavoro”.

Insomma, il problema sembra essere il solito: quello del rapporto tra popolazione che invecchia rapidamente e tasso crescente di pensionati nei confronti dei lavoratori attivi. Ma pare alquanto difficile vedere come questo possa davvero costituire un problema per un paese dove il tasso di disoccupazione rurale è ancora amplissimo, in crescita da anni esplosiva dove, anche all’estremo, la crescita di pensionati rispetto agli attivi non potrebbe mai superare un mezzo punto percentuale all’anno con una produttività che in media aumenta, da anni, più o meno dell’8% ogni anno…

Certo, il lavoro tende ad essere creato soprattutto nelle città, o in aree che tendono a trasformarsi rapidamente in città. Questo non significa che non si possa fare, ma che per farlo bisogna costruire più case, più strade, più supermercati, più magazzini e quant’altro.

Cioè, il problema sarebbe crescere ancora. Si torna così al nodo centrale, ormai, per il futuro di questo paese: quello dell’equilibrio da trovare, e con urgenza, tra crescita e ambiente, tra uomo e natura. In fondo, lo stesso problema che hanno ormai tutti. Qui, solo, più pressante, visto il ritardo con cui la crescita industriale è partita, la rapidità con cui s’è ingigantita, la lentezza con cui ne hanno preso coscienza e, adesso, tentano di affrontarlo…

Intanto, però, registrano le cronache, “nella classifica delle top ten del capitalismo mondiale, le aziende dal più alto valore di Bbrsa, da ieri ci sono più società cinesi che americane[28]: prima resta, ancora l’americana Exxon Mobil, energia (363 miliardi di €), poi arriva PetroChina, Cina, energia (314 miliardi di €), 3a General Electric, USA, energia (288 miliardi di €), 4a China Mobile, Cina, telefonia (285 miliardi di €), 5a Industrial and Commercial Bank, Cina, finanza (244 miliardi di €), 6a Microsoft, USA, elettronica (226 miliardi di €), 7a Gazprom, Russia, energia (207 miliardi di €), 8a Royal Dutch Shell, Olanda e Gran Bretagna, energia (195 miliardi di €), 9a China Life, Cina, assicurazioni (180 miliardi di €), 10a China Petroleum and Chemical, Cina, chimica-petrolio (179 miliardi di €).

Lo stesso tema, ripreso dal NYT, allarga un po’ il quadro alle “top 20” tra le imprese con maggior valore di borsa. E rilevando che “la Cina ha superato gli Stati Uniti, ormai, con 8 imprese tra le venti maggiori, contro 7 degli USA, 4 europee ed 1 russa”[29] fa anche notare che sembra sicuramente possibile – e se volete anche probabile – come in quei dati si rifletta anche un bel po’ di bolla speculativa nel “valore di borsa” delle grandi corporations cinesi.

Però… anche nei dati delle imprese nostrane ed americane, no? – lo dimostra la crisi del 2000-2001, dalla quale ci si è ripresi ancora una volta solo gonfiando i valori del rapporto tra costi e rendimenti delle azioni, del tutto squilibrati – c’è molta bolla speculativa…; ed è probabilmente anche vero che pure per questa ragione – oltre che per la robustezza strutturale comparativa di cui dal punto di vista dei benefici e del rendimento queste imprese pur “godono” nei nostri confronti – sul lungo periodo, e forse pure sul medio, queste imprese resteranno ormai dominanti nella lista delle “top ten” del mondo della produzione e dei servizi…

Nello specifico, poi, si viene a sapere che il PIL è cresciuto nel terzo trimestre di un possente 11,5%, appena un po’ meno del tasso di aumento del secondo trimestre: cosa che potrebbe aiutare a controllare un po’ meglio l’inflazione, obiettivo ufficiale delle autorità economiche e monetarie. A settembre, comunque, i prezzi al consumo salgono del 6,2% rispetto all’anno prima (anche se scendono dello 0,3 sul 6,5 di agosto). Dato più che doppio rispetto al tasso ufficialmente sanzionato del 3% e che, viene anche detto ufficialmente, “purtroppo resterà elevato ancora per diverso tempo[30].

Ma il tasso di sviluppo resta come si vede, assai forte. In ogni caso abbastanza da tenere su i prezzi mondiali di tutte le materie prime e dei servizi: come petrolio, materiale feroso e trasporti marittimi[31].

Intanto, malgrado l’ondata di “richiami” delle merci di produzione cinese vendute all’estero per motivi di igiene, di qualità carente e di sicurezza (anche se e quando, come nel caso della Mattel americana sia stata poi la società ad accollarsi la responsabilità delle deficienze – difetti di disegno e non di fabbricazione in sé) e malgrado l’aumento conseguente delle ispezioni, il boom dell’export cinese continua imperterrito.

Nei primi nove mesi del 2007 ha esportato merci per 878 miliardi di dollari, il 27% in più del record nello stesso periodo di un anno fa[32].

Viene anche rilevato che gli investimenti esteri della Cina sono cresciuti in media, tra il 2001 ed il 2006, del 60% a 21,16 miliardi di dollari. Per il 40%, nel 2006, come risultato di acquisti ed acquisizioni, diversamente dalla prassi degli anni precedenti di creare semplicemente filiali all’estero[33].

E, per la ottava volta quest’anno, con l’intenzione di garantire così liquidità di gestione e di agire da freno alla crescita forte del credito, la Banca centrale di Cina, la Banca del popolo, ha aumentato al 13%, di un altro mezzo punto, il rapporto tra riserve obbligatorie e capitale degli istituti di credito[34].

Resta aperto il grande tema del futuro della Cina, inteso nella sua globalità, e centrato al dunque anche in politica. Al Congresso del partito comunista, il segretario generale Hu Jintao ha promesso “un più aperto e sostenibile modello di sviluppo”, non essendo finora riuscito ad onorare l’impegno che il partito aveva preso anche col paese, impegnandosi. Ora vengono solennemente promesse alcune riforme, tutto sommato, minori e che in ogni caso non rimettono in questione il monopolio finale, decisionale, del potere politico: mirate a migliorare oltre gli obiettivi di quantità, tutto sommato in effetti raggiunti, anche quelli di qualità nel lavoro del partito – dice Hu – e del paese.

Nei suoi primi cinque anni di leadership, Hu Jintao (che il 22 del mese è stato rieletto segretario generale del PCC fino al 2012 e che resta al contempo capo dello Stato e comandante in capo dell’Esercito popolare di liberazione, ha presieduto ad una crescita media del 10% che, della Cina, ha già fatto – al cambio ufficiale – in dollari il quarto pese complessivamente più ricco del pianeta e il secondo ormai – in termini di potere d’acquisto reale (lo testimonia, sul suo sito web, la C.I.A. americana – ha visto un rafforzamento notevole, ed un ammodernamento significativo, delle forze di sicurezza e di quelle militari; ha mandato nello spazio il suo primo astronauta; e ha visto calare – sostiene – di 20 milioni da 250 il numero dei contadini poveri in Cina.

Per Hu – e per tutta la leadership del paese a nome della quale parla cercando, magari, anche di interpretare le richieste di questo immenso mondo di mezzo – lo sviluppo resta la priorità delle priorità – la Cina è ancora un paese globalmente arretrato – e non ci sarà nessun ritorno all’isolazionismo economico che aveva frenato il paese in passato.

Ma, quando parla di qualità, ha reso chiaro, è di priorità altrettanto urgenti che parla, come ambiente e livelli d’inquinamento da abbattere, corruzione politica da stroncare lungo tutta la scala gerarchica, di partito, di Stato, di potere comunque, e le ineguaglianze economiche “anche rilevanti” da superare tra ricche zone urbane dell’est del paese e povere aeree rurali dell’ovest.

E c’è poi il problema della capacità stessa di governance, efficiente e efficace, di cui il partito deve sempre restare il responsabile ma che deve “imparare a gestire insieme ai cittadini ed al popolo tutto”. A quelle che, altrove, ha specificato, chiamano articolazioni delle società civile che noi, ha detto, chiamiamo articolazioni del potere e del popolo: in tutte le sue dimensioni. Perché è una capacità carente, a tutt’oggi, riconosce Hu Jintao.

La critica, o meglio, l’autocritica di fondo è quella che Hu chiama “carenza di applicazione scientifica allo sforzo dello sviluppo: che non supereremo finché la crescita economica verrà realizzata a costi eccessivi che pesano sulle risorse e l’ambiente”. Il nuovo si giocherà qui: in un equilibri diverso, responsabile e più soddisfacente che va ancora trovato.

Insomma: maggior trasparenza, maggior rendicontabilità interna e miglior preparazione dei quadri di partito (73 milioni di iscritti), maggiori occasioni partecipazione e anche di voto a tutti i livelli degli iscritti, anche in segreto. Ma ancora non si parla – la paura è quella di fare prima la glasnost scavalcando la perestrojka, e arrivare così a fare, in questa occasione non lo dice, la leadership cinese, ma lo ha detto altre volte e sicuramente lo pensa, a disfare come fece Gorbaciov con l’Unione sovietica – ancora non si parla di nessuna genuina democrazia pluralista e multipartitica.

Non è nella nostra storia, dice Hu, e dice il vero. Non è nella nostra cultura. E non dice certo il falso. Ma siamo interessati a sperimentare, conferma. Insomma, bisognerà vedere e aspettare. Cosa certa è che, però, ormai, nella storia e nella cultura di questa Cina del XXI secolo c’è, prepotente, la voglia dei cinesi qualunque – 1 miliardo e mezzo quasi che sono – di contare. Tutti e ciascuno. E con essa anche i poteri dell’onnipotente (quasi, ormai) PCC devono fare i conti.     

EUROPA

E all’improvviso anche in America, anche sui grandi media nazionali più mainstream ma col cervello sempre e comunque a stelle e strisce, si trovano articoli— strani per chi li pubblica: nel senso che non si vedevano quasi mai prima. Inusuali, rispetto specie al giudizio che, spalleggiati da e insieme spalleggiando l’ex presidente della Fed Alan Greenspan, avevano dato scommettendo, per anni, sull’impossibile nascita, e poi il certo fallimento, dell’euro e, con esso, della stessa Unione europea. E oggi se lo ritrovano a 1,40 per dollaro...

Così adesso meraviglia un po’ trovare, sulla sezione previsioni dell’edizione domenicale del WP[35], un ponderoso saggio dedicato alla forza economica dell’Europa e in specie, alla grande valenza economica del welfare state all’europea. Un po’ come se, a suo tempo, la Pravda avesse dedicato un bel pezzo ai meriti del capitalismo. Chi sa se il WP aiuterà a ripensare qualcuno dei nostri tardoliberisti all’americana…

Come predetto nella Nota congiunturale di un mese fa[36] – ma  anche facilmente prevedibile, va confessato – dopo  la multa che la Corte europea ha confermato per “abuso di posizione dominante” alla Microsoft, L’Unione europea ha rilanciato l’inchiesta antitrust contro Qualcomm[37], il fabbricante di chips che, adesso, è stato citato in giudizio— su denuncia di Ericsson, Nokia, NEC, Broadcom, Panasonic Mobile e Texas Instruments.

Della concorrenza, cioè, per aver fissato i prezzi dei sui prodotti approfittando della stessa “posizione dominante” che, come ha detto la Corte europea di prima istanza di Lussemburgo, le consente di far pagare fior di royalties agli altri fabbricanti… E che, ora, l’Unione è pronta a perseguire ancora.

Ma alla fine, dopo anni di sorda resistenza, la Microsoft ha mollato, come dovranno mollare gli altri: ha concordato di vendere, a costi nominali, alla concorrenza i suoi codici di software, ponendo  fine così ad una prassi vecchia di trentadue anni centrata sull’uso di disegni “chiusi e segreti” coi quali sosteneva la propria capacità competitiva su basi monopolistiche che adesso la sentenza anti-trust sul sistema operativo Windows ha spazzato via[38].

La BCE ha resistito, lasciandolo al 4%, alle pressioni politiche di molti governi della UE, che le chiedevano di abbassare il tasso di sconto dell’eurozona, e il presidente Trichet ha, anche un  po’ altezzosamente, rifiutato pure di ascoltare la logica, motivata, delle loro richieste: perché la crescita si indebolisce troppo e l’euro si sta troppo rafforzando rispetto al dollaro[39].

Ma Trichet dovrebbe capire – e prima o poi capirà, vedrete – che sta scherzando col fuoco: cioè con chi lo ha nominato, insieme ai suoi colleghi, e avendolo designato può anche cacciarlo via o cambiarne il mandato…E anche la Banca d’Inghilterra ha tenuto fermi i tassi.

Il tasso di inflazione viene contenuto bene nell’eurozona, al 2,1% nell’anno fino a settembre, secondo una stima ancora preliminare; ma in ascesa forte rispetto ad agosto. Tasso di disoccupazione al 6,9%, rispetto a luglio[40].

Sale anche la produzione industriale nelle economie maggiori dell’eurozona: in Germania, dell’1,7%,  in Italia dell’1,3 ed in Francia dello 0,3%. In media, ad agosto, dell’1,2%; su un anno fa del 4,3.  

Sul campo della politica internazionale dell’Europa, parlando affrettatamente – come gli capita da sempre, e anche adesso nel pur breve periodo di sua direzione del ministero degli Esteri (düra minga, comunque…) – del vertice euro-africano di fine anno, il ministro francese Kouchner ha pensato bene di mettersi a dar “consigli”, che nessuno gli aveva richiesto e che non sono stati palesemente graditi.

Richiamandosi al rispetto dei diritti umani – il suo cavallo di battaglia di sempre, anche se assai selettivo: Iran sì, Pakistan no, come vedremo, per il divieto a sviluppare l’energia nucleare, in nome proprio dei diritti umani ma in realtà della propria ideologia (dell’amico-nemico percepito) e dei propri interessi – ha tentato di convincere gli altri Stati dell’UE a mettere il veto alla partecipazione di Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe, al vertice UE-Organizzazione per l’Unità Africana di dicembre, a Lisbona.

Ci ha giustamente sbattuto il muso. Non è che Mugabe abbia molti amici ormai neanche in Africa. Le sue scelte politiche ed economiche, per lo meno bizzarre quando non catastroficamente autoritarie e sbagliate, gli hanno certamente inimicato larghe fette del suo stesso popolo e alienato le simpatie su cui a lungo ha potuto contare come uno dei più antichi e genuini combattenti africani contro il colonialismo (lo Zimbabwe era l’ex Rodesia).

Ma sentirsi dire chi invitare e chi no nella loro delegazione da Kouchner, non è andato giù in Africa proprio a nessuno. Anche se il ministro degli Esteri francese aveva, irresponsabilmente, anticipato di sapere che alla fine gli africani gli avrebbero dato retta, la sua forzatura ha portato l’OUA su questo a far blocco. E, per la seconda volta in un mese, Kouchner, come si dice, ha toppato: anche quando ha tentato, come vedremo poi, di convincere l’UE come tale a lanciar le sue sanzioni contro l’Iran: coi toni bellicosi, poi, a lui consueti…

Così, in sede UE, alla fine neanche la Gran Bretagna di Gordon Brown l’ha appoggiato, pure spinto com’era da un’opinione pubblica nostalgica e ferocemente schierata (da destra in nome della nostalgia dell’impero, da sinistra in nome di un’ottica niente affatto universale, però, dei diritti umani) sulla spinta di una campagna mediatica contraria a Mugabe: di per sé anche motivatamente, ma con caratteri talmente sfacciati di unilateralità e selettività tali da renderla inaccettabile per gli africani.

Dunque, come ha precisato alla fine Merkel, presidente dell’UE per questo semestre, al vertice euro-africano di Lisbona per la parte africana parteciperà la delegazione che vorranno formare gli africani[41]. Così come gli europei, anche gli africani ovviamente parteciperanno con chi vuole partecipare ed ai livelli in cui vuole partecipare. E Kouchner ha dovuto ingoiare, con Sarkozy che, pare proprio, non aver gradito l’ “avventurismo” del suo ministro…  

I militari in Turchia hanno chiesto al primo ministro Erdogan di rinegoziare l’accordo appena concluso a fine settembre col governo iracheno che consentirebbe alle truppe turche di condurre incursioni oltre la frontiera curdo-irachena contro i ribelli del PKK. Perché “insufficiente[42]

Senza cercare di rinegoziare l’accordo con gli iracheni, il governo turco ha deciso di modificarlo unilateralmente prima proponendo in una conferenza del Consiglio di sicurezza nazionale, conferenza segreta di cui però sono state rese note le conclusioni: “si prenderanno tutte le misure economiche, politiche e, anche, militari comprese quelle oltre-confine per metter fine all’esistenza di organizzazioni terroristiche in un paese vicino[43]: l’Iraq.

E questa proposta viene, ovviamente, subito dopo votata pressoché all’unanimità dal pur litigioso parlamento di Ankara[44]. Col governo Erdogan che, non entusiasta di questa soluzione ma sotto mazzuolo dei militari, si affretta a chiarire di voler utilizzare questa carta come riserva. Facendo, spiega il nuovo ministro degli Esteri, come fa in fondo l’America: un’arma che non ritirerà dal novero delle possibilità, come il bombardamento di cui l’America continua a minacciare l’Iran...

Con buona pace del governo iracheno, di quello curdo e delle preoccupazioni degli Stati Uniti d’America: alleati, ovviamente, di tutti e tre. Anche se sembra verosimile quel che sussurrano ad Ankara gli ambienti ben informati: che Erdogan spererebbe ancora di accontentare i militari solo alzando la voce; anche perché saggiamente non è convinto per niente dell’efficacia delle incursioni di terra, per di più in territorio che comunque è straniero (l’esercito turco negli anni ’90 condusse decine di attacchi contro il Kurdistan, allora sotto Saddam: senza, appunto, effetto alcuno).

Poi c’è, puntuale come un mezzogiorno, la provocazione del PKK: assale una pattuglia dell’esercito turco in territorio, pare, turco esso stesso. E Ankara bombarda dall’aria il Kurdistan iracheno[45]… quasi come una reazione automatica pavloviana. Il vaso di Pandora è dischiuso.

Ed è tutto chiaro: il PKK attacca i turchi per portarli a reagire escalando. I turchi si difendono ma, insieme, attaccano una porzione autonoma di un paese terzo, che è parte integrante dell’Iraq, perché potenzialmente, essendo curda, potrebbe essere la culla di una “curdistanità” autonoma che non tollera come catalizzatore potenziale di tutti i curdi della regione. Intanto, approfitta della presenza e delle attività del PKK per fare incursioni in Kurdistan e per rifiutare di riconoscere una provincia autonoma e un quasi Stato iracheno curdo proprio perché è curdo.

La situazione è realmente tesissima, se è l’Iraq adesso ad offrirsi come mediatore tra Turchia e Kurdistan[46]; e poi, addirittura, offre operazioni comuni mirate contro il PKK curdo, cioè contro quel pezzo integrante ma autonomo di Iraq che, col cuore, sta dalla parte dei ribelli curdi ma che sa di rischiare ormai la guerra in casa sua, da parte di uno Stato e di un esercito possente e poco tollerante come quello turco; e, infine, se il presidente iracheno, che è curdo, Jalal Talabani, al ministro degli Esteri turco Ali Babacan – che ne riferisce – dichiara che Bagdad potrebbe consegnare i ribelli del PKK catturati all’esercito turco.

Poi si autosmentisce, affermando sotto l’attacco interno che non se ne può fare niente perché leaders e militanti armati ribelli antiturchi si annidano rendendosi imprendibili tra le montagne al confine con la Turchia. Ma allo stesso tempo il governo iracheno espelle, o almeno tenta di espellere, da Bagdad e da Kirkuk, esponenti della leadership dei ribelli turchi, contraddicendo implicitamente la faccende delle tane in alta montagna[47]

A complicare ancora di più il fronte, vengono alla luce notizie di continui scontri, ormai anche abbastanza frequenti, al confine tra Kurdistan iracheno e Iran tra militanti curdi e truppe anche iraniane. Di cui, francamente, in questo momento non si capisce proprio il cui prodest. Forse, agli Stati Uniti? come se il caos che si accumula sul caos neghi algebricamente, e misteriosamente, alleggerisca il caos…

Al confine con l’Iran i guerriglieri curdi, insorti da tempo e che bersagliano tutto il territorio montagnoso a cavallo dei due paesi, sembrano aderire al P.J.A.K., il Partito per una libera vita in Kurdistan, una specie di “filiale” del PKK curdo-turco… partiti entrambi di estrazione vagamente ex-marxista, propugnatori di una forte parità tra uomini e donne[48].

In definitiva, no. Forse il vaso di Pandora non è solo socchiuso, si sta proprio aprendo: “se Washington non si muove in fretta per garantire la pace in Kurdistan – ma Washington può ancora garantire qualcosa? non è anche questa una pia illusione del NYT? – ormai la guerra civile rovinosa che già imperversa in Iraq potrebbe alzare una spirale ancora più catastrofica— una guerra alle dimensione della regione intera[49].

Minaccia, intanto, di avvelenarsi di brutto il rapporto turco-americano, dopo che la Commissione Esteri della Camera di Washington ha proposto all’Assemblea di votare una risoluzione che condanna come tale il genocidio degli armeni da parte dei turchi tra il 1915 e il 1917 (un milione e mezzo trucidati sistematicamente dal governo dei “giovani turchi” sui due milioni e mezzo che vivevano nell’impero ottomano).

Se la risoluzione passa, ha ammonito Egemen Bagis, parlamentare importante del partito di maggioranza assoluta turco che parlava con cognizione di causa a nome, praticamente, di tutto il parlamento, Ankara potrebbe tagliare l’appoggio logistico che, dalla base di Incirlik, dà – e da anni – alla guerra americana in Iraq.

L’ambasciatore americano Ross Wilson ha subito controammonito la Turchia che una mossa simile sarebbe contro i suoi stessi interessi: ritrovandosi rimbeccato a giro di parola dall’osservazione che giudici migliori dei propri interessi sono certo più i turchi che gli americani[50]

Ma, ad emergere da questo scambio di dure ripicche, è il fatto, non propriamente segreto però finora, da parte di un governo islamico – moderato ma sempre islamico – tenuto quasi segreto, che dopo aver detto, all’inizio del conflitto in Iraq di non aver intenzione di permettere a nessuno di bombardare “fratelli  mussulmani” a partire da casa loro, proprio questo da allora i turchi hanno ipocritamente – facendo passare per casa loro bombe ed aerei ma separatamente – consentito agli americani di fare…

E che, adesso, minacciano di smettere perché… non vogliono ammettere quello che il mondo sa da cent’anni: che furono i turchi gli autori del primo genocidio dell’era moderna. Di cui non si può davvero incolpare la Turchia di oggi – come di quello ebraico non si può dare colpa sicuramente ai tedeschi di oggi – ma di cui si può ben chiedere che la Turchia, come la Germania ha fatto, assuma la responsabilità storica. Non altro.

D’altra parte, preoccupatissimo della reazione dei turchi – di un governo amico, cioè, in una regione in cui di sicuri poi non ne abbondano e della cui amicizia bisogna perciò tener conto “a prescindere”[51] – attraverso il portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe, Bush fa ufficialmente sapere – dopo che Ankara ritira subito l’ambasciatore a Washington per consultazioni – “la sua opposizione alla risoluzione sul genocidio armeno”.

Appunto, perché “il suo passaggio danneggerebbe i rapporti turco-americani”. Ma, poi, aggiunge che pur convinto di come “l’episodio armeno vada considerato tra le più grandi tragedie del ventesimo secolo, la decisione se quegli eventi costituiscano o no un genocidio è questione di ricerca storica e non da decidere per legge[52]

Due notazioni. La prima riguarda il fatto che, sul riconoscimento americano dei massacri di parte turca delle popolazioni armene del 1915-1917, ha vinto Bush: alla Camera dei rappresentanti gli sponsor della risoluzione hanno cominciato subito a fare marcia indietro. Il 25 ottobre hanno dichiarato di “consentire” alla richiesta presidenziale di rinviare il voto a tempi “più favorevoli[53].

La seconda è che le – come dire? un po’ incaute – parole di Bush sulla ricerca storica quanto al genocidio o non genocidio degli armeni costituiscono una reazione straordinariamente e, in un mondo normale che non facesse su tutto due pesi e due misure, scandalosamente simile a quella del presidente iraniano Ahmadinejad sull’Olocausto ebraico che, in effetti, non nega ma al quale – dice – in attesa del giudizio degli storici, non si può allocare oggi l’etichetta di genocidio…

Tale e quale, insomma. Due esempi di ipocrisia reciproca e perfetta. O – anzi, e – di opportunismo. A parte, naturalmente – e c’è chi, giustamente, lo ricorda e torna a ricordarlo agli americani[54] – che a proposito di genocidio il peggiore della storia ha avuto luogo proprio a casa loro in America: contro la popolazione indigena, del Nord e del Sud del continente, “scoperta” da Colombo nel 1492.

Fu quello, dei tanti, il genocidio condotto con più efficienza, e come vera e propria politica proclamata, perseguita e perfino votata dalle istituzioni dei nascenti Stati Uniti d’America – in particolare con i  militari non con i cow boys o molto di meno – e, a Sud, delle potenze coloniali, bianche e cristiane, d’Europa.

L’effetto fu la decimazione e l’annientamento a colpi di malattie infettive sapientemente diffuse (l’esercito nel West distribuiva agli indiani coperte appositamente infettate: vaiolo, morbillo,… malattie sconosciute – senza anticorpi, dunque – per le popolazioni indigente che sterminavano a decine di migliaia per botta… Tutto rigorosamente documentato negli archivi dell’U.S. Army) e di massacri, del 95% delle popolazioni autoctone originarie del nuovo continente dalla faccia del quale scomparvero, così, intere nazioni[55].

Intanto, l’esercito ha confermato la sua opposizione ai cambiamenti costituzionali che propone il governo: soprattutto alla modifica, diventata al di là del merito, politicamente simbolica che ripristinerebbe l’obbligo per le donne mussulmane di portare il velo negli uffici e nelle sedi pubbliche.

Sul tema prosegue, da parte di esperti e di accademici di nomina governativa e parlamentare, la discussione della bozza di nuova Costituzione proposta dall’AK, il partito della Giustizia e dello Sviluppo di maggioranza assoluta. A dicembre arriveranno anche le osservazioni delle organizzazioni non governative che la commissione deve ascoltare. Poi l’AK manderà, nel corso del 2008, il suo testo e questi input accademici e della società civile ai partiti di opposizione.

Solo a quel punto il parlamento nel suo insieme comincerà a lavorare sul documento, dovendo secondo agenda concludere i lavori entro l’anno. Alla fine, nel 2009 – se tutto va bene: cioè, se tutto va bene, in sostanza anche per i militari – gli emendamenti alla Costituzione saranno sottoposti a referendum popolare[56].

Nel frattempo, sull’altro risvolto attivo della politica turca del momento, si apprende di una mossa sostanziale di Ankara contro il boicottaggio che gli americani le chiedono con insistenza di instaurare nei confronti dell’Iran. I turchi non sono in modo dichiarato d’accordo. L’unica cosa che Washington è riuscita a ottenere, con la sua pressione sulle imprese iraniane per convincerle e/o costringerle a piegarsi alle sanzioni, è stata quella di portare il governo turco ad impegnare 3,5 miliardi di dollari di investimenti dell’ente pubblico statale come tale per sbloccare l’impasse ed onorare l’impegno preso malgrado gli alti lai e le rimostranze degli Stati Uniti[57].

Che in ogni caso cercano adesso, disperatamente, in qualche modo di rimediare. Ma rischiando di aprire un altro fronte di contrasto con curdi e iracheni. Infatti, il ministro della Difesa americano Gates dichiara che per lanciare attacchi aerei efficaci nel Nord dell’Iraq contro i ribelli curdi, Turchia e Stati Uniti hanno bisogno di verificare e meglio coordinare la loro intelligence. Che è una rivelazione di intenzioni largamente sgradita,  allarmante naturalmente, per curdi e iracheni[58].

Mentre, in Georgia, l’opposizione insiste sul fatto che il paese non è pronto ad entrare nella NATO – per obiettive incapacità strutturali, dice, e per i problemi che forzando la scelta si aprirebbero per superare l’ostilità russa – il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, che a nome dell’Alleanza invita a fermezza e prudenza (?), ha incontrato a Tblisi il presidente Mikhail Saakashvili.

Questi, ed il capo titolare del suo partito, il Movimento nazionale, Davit Kirkitadze, hanno affermato invece che i “progressi fatti di recente dalla Georgia [quali?] rendono ormai più rapida l’integrazione del paese nella NATO”… che, però, più veloce ancora non può essere perché, semplicemente, ancora non c’è e se qualcuno nell’Alleanza la vuole – i polacchi, i soliti baltici, ufficialmente anche gli Stati Uniti…) in molti la frenano[59]

Gli Stati Uniti, col vice segretario alla Difesa, Daniel Fata, hanno chiesto alla Croazia, riferisce il quotidiano di Zagabria Jutarnji List, di “ospitare” tenendo così fuori del territorio NATO e di quello europeo – con una specie di vera e propria “barriera protettiva” – gli “eventuali”, e presumibilmente non pochi, rifugiati che dovessero sottrarsi agli scontri “possibili” tra serbi e albanesi nella provincia serba che si proclama indipendente.

Tra due mesi, cioè, potrebbe in effetti farsi concreta la secessione del Kossovo. Gli Stati Uniti hanno già fatto sapere – con troppa fretta, decisamente, ed eccessiva approssimazione – di essere anche pronti a riconoscerne l’indipendenza unilaterale se la Russia continuerà a bloccare una risoluzione dell’ONU che volesse, sempre che avesse i numeri necessari, dichiararne l’indipendenza unilaterale.

Il Kossovo, cui così gli Stati Uniti hanno fatto forse promesse troppo incaute, conta che una decina, forse, di paesi UE sarebbero disposti a seguire subito gli USA. Ma sa anche che tra quelli più riluttanti, perché più preoccupati delle conseguenze che la dichiarazione potrebbe scatenare nei Balcani – che proprio non ne hanno bisogno come il resto d’Europa – sono Germania ed Italia…

I paesi che, più il primo che il secondo, diedero il via all’inizio degli anni ’90 alla secessione della stessa Croazia dalla Jugoslavia, anch’essa inevitabile ma anch’essa non negoziata e unilaterale e la madre di tutte le guerre balcaniche che hanno portato all’implosione della ex Jugoslavia. E che anche per questo, forse, oggi vogliono che l’indipendenza venga negoziata e sia il risultato di un compromesso.

Il fatto è che tutti gli occidentali, americani compresi, temono che l’indipendenza autoproclamata del Kossovo possa scatenare una reazione a catena, coi serbi del Nord-Kossovo che, reclamando lo stesso diritto degli albanesi di Serbia, dichiarano anche loro la secessione per ricollegarsi alla Serbia e gli albanesi che si mettono a premere, nelle loro enclaves del Sud spingendo i serbi a fuggire in massa. Insomma, si potrebbe anche ricominciare da capo con le selezioni e le pulizie etniche scatenate a vicenda…

Ma pare proprio che la Croazia non si sia fatta trovare dal vice segretario alla Difesa americano granché entusiasta[60] della parte che sembra esserle riservata… Tanto più che non si dirada per niente la nebbia intorno al lavoro preparatorio che la cosiddetta troika (i negoziatori UE, Russia e USA) sta compiendo.

Adesso, infatti – subito dopo metà ottobre e con la premessa di “rivedere le due posizioni sullo status definitivo del Kossovo senza alcun pregiudizio per le posizioni delle parti stesse, confida che i seguenti princìpi possano aprire la via ad una soluzione” ed elenca, ufficialmente, i 14 punti di una specie di roadmap (ormai, anche se portano iella in realtà, si chiamano tutti così i “piani di pace”…) che dovrebbe accompagnare passo passo il percorso del Kossovo nel prossimo futuro.

Però, saggiamente secondo molti (la maggior parte degli europei, i serbi, i russi, alcuni americani anche…), superficialmente e pericolosamente secondo altri (gli albanesi e la maggioranza dei kossovari, il governo americano… che, però, non osa andare fino in fondo e frena) si scopre che il documento, firmato dalla troika, all’unanimità, non prende nessun impegno sulla parola magica: lo “status.

Per dire, il grimaldello (lo status del Kossovo, da ridefinire formalmente rispetto a quello attuale di provincia autonoma della Serbia) cui i kossovari hanno sempre guardato come all’ “apriti sesamo” della loro indipendenza.

Sì, il documento è prodigo di rassicurazioni per Pristina: “non si tornerà allo status di prima del 1999”, quando il Kossovo era provincia (assai poco) autonoma della Serbia; “Belgrado non governerà più il Kossovo…, non ristabilirà una presenza fisica in Kossovo…, non interferirà nelle relazioni di Pristina con le istituzioni finanziarie internazionali”…

Ma dello “status” definitivo di indipendenza del Kossovo – l’unico punto che davvero interessa Belgrado, no, non si parla. Se non per dire, proprio alla fine, che “la comunità internazionale (ormai questa terminologia, vacua proprio come road map e che cambia, poi, a seconda della maggioranza temporanea, appunto di volta in volta è diventata parte integrale del mantra…) manterrà una presenza sia civile che militare in Kossovo anche dopo che ne sarà stato definito lo status[61].

Cioè, per capirci: di indipendenza formale, per il momento, non parla più neanche Bush. Il che non significa che i kossovari non forzeranno a tutti la mano. Significa solo che poi sarà di nuovo un grosso guaio. Per loro. Per i serbi. Per tutti gli europei, specie quelli qui più vicini. E per il mondo intero. 

Le elezioni parlamentari del 30 settembre (partecipazione il 62%) hanno confermato il marasma in cui, pericolosamente ormai per la pace stessa del paese, affonda stabilmente l’Ucraina. I partiti “filo-occidentali” riuniti, ma solo per l’occasione probabilmente, nella vecchia, dissolta, riformata, ridissolta e ri-riformata coalizione “arancione”: cioè, il blocco Timoshenko, come lo chiamano con la personalizzazione ormai consueta quasi dovunque (la lista Mastella, la lista Dini, ecc.), dal nome dal capo, della capa, l’ex prima ministra Yulia Timoshenko; e l’altro partito Ucraina Nostra, del presidente Yushenko: insieme, hanno preso il 45% dei voti (30,71 e 14,15% rispettivamente). Il partito “filo-russo” delle Regioni, del primo ministro in carica Yanukovich, ha guadagnato, invece, da solo, il 34,37%. Gli altri partiti minori (comunisti, 5,39%; socialisti, 2,86) si sono spartiti il resto[62].

Il presidente Yushenko ha, implausibilmente, invocato un “governo unitario” con tutti i partiti eletti in parlamento, anche l’opposizione: che ha chiamato così, anche quando una maggioranza non s’era ancora, come non s’è a tutt’oggi, ufficialmente formata.

E, poi, subito dopo, ha invocato un governo sempre unitario ma… solo tra gli “arancioni”, in una situazione che, però, ha subito confermato il suo cronico stallo: i “filo-occidentali” sembrano detentori di una risicatissima maggioranza ma anche inesorabilmente spaccati— sempre la stessa storia: l’incompatibilità caratteriale, politica e culturale tra Yushenko e Timoshenko che ha già fatto saltare nel passato recente una ben più solida maggioranza “arancione”, quando l’alleato Yushenko licenziò in tronco l’alleata Timoshenko ridando il governo al nemico Yanukovich[63].

Alla fine – ma in realtà solo per il momento – il 15 ottobre, i due avversari/alleati, Yushenko-Timoshenko, hanno “siglato”, non  ancora firmato e tanto meno concluso, una “prima bozza di pre-accordo”: così, testuale… nella speranza di riuscire stavolta a tenere un po’ di più dell’ultima. Hanno 228 seggi, insieme e ne servono 226 per la maggioranza. Un equilibrio, come vedete, assolutamente “italiano”, ma litigiosità politica e in compatibilità personali addirittura più elevate di quelle nostrane.

Nel braccio di ferro politico-parlamentare, la Timoshenko – da burocrate fattasi miliardaria anche lei quando era stata, prima, al governo e, poi, a capo del governo negli anni immediati del post-sovietismo – ha intanto subito giurato al paese che, se diventerà primo ministro, garantisce di pagare in due mesi tutto il debito pregresso che ha con la Russia per l’import di gas naturale. Ma non ha detto come.

Perché la Russia preme e in qualche modo, senza dirlo, fa dipendere il come tratterà del debito ucraino anche dall’esito del braccio di ferro politico. Si tratta di 2 miliardi di dollari di arretrati e Gazprom, il creditore, parla apertamente di taglio alle forniture se l’Ucraina non comincerà a pagare il debito già scaduto.

L’Ucraina borbotta, sommessamente però, perché sa come la pressione russa sia spudoratamente politica (due giorni solo dopo le elezioni, quando pare che una leggerissima maggioranza possa aver favorito alle urne la nemica Timoshenko, questi presentano il conto…), sapendo anche però di aver torto sul piano dei numeri, del dare ed avere, e ricordando bene come finì l’altra volta, a gennaio di due anni fa: con la chiusura del rubinetto del gas…

Tutta politica, la pressione dei russi sicuramente, ma altrettanto sicuramente parte integrante del gioco economico-politico che costituisce da sempre e dovunque, sul “libero” mercato come su quello più controllato e governato degli Stati, gli scambi petroliferi. E solo politica è la replica immediata, poi smentita, poi confermata ucraina, che si potrebbe trovare costretta, come allora, a ridurre, per rifornirsi, il metano russo che passa attraverso il suo territorio verso l’Europa occidentale (l’80%)[64].

La situazione si sblocca (almeno, sembra sbloccarsi: tra Russia e Ucraina mai dire mai e mai dire basta) con la firma congiunta del presidente di Gazprom e del ministro dell’Energia ucraino, Yuri Boiko, uomo di Yankulovich: entro fine ottobre il debito verrà tutto pagato. Non è detto ancora come avverrà il pagamento ma è chiaro che ci si sta avvicinando alla soluzione. Stavolta è detto da chi è ancora al governo e non da chi, anche se in maggioranza, il governo ancora non è riuscito a formarlo anche se non aveva mancato occasione di segnalarsi e di chiedere voti proprio in nome della propria ostilità alla Russia… Non è difficile, insomma, capire perché a Mosca non li stanno a sentire.

Assodato che la Russia sul gas fa politica – e che l’occidente del fatto finge di scandalizzarsi scordandosi di come sempre noi abbiamo fatto e continuiamo a fare politica facendo commercio: a cominciare naturalmente dagli Stati Uniti d’America – se la Russia esercita i suoi muscoli possenti col paese vicino che intende condizionare, non è che l’Ucraina sia da meno: usa il gas, usa la Russia, usa minacce velate e quasi in codice lanciate all’Europa e alla Russia, per esercitare il proprio braccio di ferro all’interno.

Poi, il primo ministro russo Zubkov annuncia – e quello ucraino, Yanukovich, di conserva conferma – che l’accordo (politico, sì, tutto politico) è stato raggiunto e che l’Ucraina pagherà, per così dire in natura, il suo debito trasferendo alla Gazprom 1,2 miliardi di dollari dalle sue scorte sui 2 miliardi totali del debito[65].

Intanto, un altro uomo della Yulia Timochenko – poi passato a Yanukovich, ora ritentato da Timoshenko – il ministro dell’Economia Anatoliy Kinakh, butta lì un’idea “innovativa”: l’Ucraina, dice, dovrebbe cominciare a rifornirsi scavalcando la Russia e il nodo scorsoio che i russi tengono in mano, e allentano o stringono a piacere, sul gas naturale.

Kiev dovrebbe cominciare a importare direttamente il gas naturale di cui ha bisogno dal Turkmenistan, dal Kazakstan, dall’Uzbekistan. Idea brillante, non fosse che in Ucraina sanno tutti come il gas che va verso occidente, verso l’Ucraina, partirà anche da questi tre paesi ma passa, inevitabilmente, anch’esso dal territorio russo: questione di geografia[66].

Sembra muoversi qualcosa, intanto, verso una qualche soluzione “di maggioranza”… Dice Yushenko che il governo di strettissimo margine  che tenterà di presentarsi al voto del parlamento per cercare di scalzare il primo ministro Yanukovich cercherà, insieme, di rafforzare i legami con la Russia e di entrare nella NATO[67]

Non molto facile, visto che la Russia considererebbe la novità particolarmente “destabilizzante” e che la NATO non spalanca certo le braccia all’Ucraina. A ogni buon conto, formalmente,  Mosca in attesa di sviluppi dichiara di essere pronta a cooperare con qualsiasi governo che gli ucraini si daranno. E ha ribadito, però, che la cooperazione energetica russo-ucraina dovrà necessariamente seguire “regole di mercato[68].   

Il Kazakstan, seguendo l’esempio dei russi – del Gazprom e del Cremlino – sta facendo grandi pressioni sul negoziato che ha aperto con il consorzio estero capeggiato dall’ENI. Che, a quota del 18,52%, come la ExxonMobil, USA, la Shell, Gran Bretagna-Olanda, e la Total, Francia, è anche costruttore e gestore unico dei pozzi. Il resto del pacchetto azionario è detenuto dalla ConocoPhillips, USA, al 9,26%, dall’Impex, Giappone, 8,33%, a pari quota con la compagnia del Kazakstan stesso, la KazMunaygaz-KMG.

Adesso il governo kazako sta incalzando e vuole riconsiderare il futuro della joint venture kazako-estera di Kashagan sul Mar Caspio. Vuole fare più profitti il presidente Nazarbaev, dichiaratamente; e vuole più garanzie sui tempi reali di sviluppo del maxi giacimento petrolifero stimato a più di 38 miliardi di barili.

Poi, Nursulatn Nazarbaev, parlando nella capitale Altana davanti a Prodi, ha tenuto a sottolineare come la disputa non vada considerata affatto di natura politica ma solo commerciale. Prodi ha concordato, facendo sue le parole del presidente kazako: “non stiamo parlando di rivedere i termini di contratti che sono stati firmati dieci anni fa[69].

E subito comincia la ricerca, concreta, della soluzione. Con la decisione, preliminare ma cruciale, di andare al di là delle scadenze previste[70], per ridefinire effettivamente i tempi e diritti ma senza mettere a rischio in partenza, come era sembrato apparire, quelli che almeno dalla parte estera erano considerati diritti acquisiti.

Il fatto, però, irrefutabile è che, quando vennero conclusi dieci anni fa gli accordi, i prezzi del petrolio stavano al minimo storico e il Kazakstan per questo, per ottenere investimenti altrimenti in quel frangente di difficile acquisizione, li concludeva in termini rispetto ai prezzi attuali spropositatamente favorevoli alle compagnie petrolifere.

E ora, sarà necessario riparlarne. Forse non subito, visto quel che Prodi sembra essere riuscito a strappare ai kazaki. Ma presto sì, sarà necessario riprendere in considerazione il mutamento proprio dei “termini commerciali”, e l’ENI lo sa benissimo. Bisognerà preoccuparsi, cioè, del differenziale tra quanto valeva allora e quanto vale oggi il petrolio estratto o estraibile da Kashagan: insomma, se lo vendi a 80 dollari al barile, oggi, non puoi dare al Kazakstan, oggi, solo un decimo di quel valore…

Ma, forse, il Consorzio dovrà preoccuparsi a breve, comunque e ancor più, della questione delle effettive sue responsabilità su costi extra e ritardi realmente pesanti. Che rappresentano il fianco debole del suo rapporto col governo kazako.

Proprio ora, però, il ministro dell’Energia del Venezuela, Rafael Ramirez, annuncia la volontà del suo paese di garantire all’Europa tre decenni di forniture ininterrotte di gas naturale e di greggio[71]… Sembra prendere in contropiede molti, l’offerta, e non trova risposte, neanche condizionate, né  richieste di chiarimento, ecc.

Lasciateci osservare che è strano. Scusate, perché non verificare, prima di scartare un’ipotesi come questa? Non è seria, come dicono alcuni pensando forse al presidente Chavez, che tutti i suoi impegni internazionali, però, finora ha scrupolosamente mantenuto? bè, verifichiamo, no?— alla fine, dobbiamo o non dobbiamo, come Europa e come Italia, cercare di diversificare le fonti dell’energia che siamo obbligati a importare? oltre la Russia la Libia? e, oltre la Libia, se risultasse mai conveniente, il Venezuela? e, se no, perché no?

Quanto alla Libia, in effetti, l’ENI ha reso noto di voler investire a metà con la National Oil Corp. di Tripoli sui 28 miliardi di dollari sull’arco del prossimo decennio per espandere la produzione nel paese di petrolio e gas naturale, E la dichiarazione aggiunge che l’Ente idrocarburi italiano intende estendere la vigenza dei suoi contratti di importazione con la Liobia di greggio fino al 2042 e di gas naturale fino al 2047.                             

Il capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) ha lanciato l’allarme, anche contro il parere – sembra – di diversi membri del Direttorio: quasi tutti i nuovi mercati dell’Est europeo ora nell’Unione (Lituania, Estonia, Lettonia, Ungheria, Bulgaria, Romania e anche la Serbia), dice Erik Berglof, subiranno a breve una serie di turbolenze finanziarie, come coda di quelle che hanno finora colpito l’America e, in misura minore, l’Europa occidentale.

Tra i paesi dell’Est che hanno di recente aderito all’Unione quelli dai conti correnti maggiormente in rosso saranno, dice, quelli più duramente colpiti, con conseguenze anche pesanti sulla crescita, specie nei settori edilizio e delle costruzioni. Che la crescita finora, quasi esclusivamente in alcuni casi, l’avevano tirata[72].

Sul fronte istituzionale, il 18 e 19 ottobre, si sono riuniti a Lisbona i capi di Stato e di governo per il vertice che, come Conferenza intergovernativa, ridefinisce i contenuti del nuovo Trattato di Roma. Molti gli intoppi. Compreso quello, inaspettato, del modo in cui il parlamento europeo aveva ridisegnato la riduzione dei seggi (da 785 a 750) che, per far posto ai nuovi aderenti, spettavano ai grandi paesi: -3 alla Germania, -4 alla Francia, -5 alla Gran Bretagna e -6 seggi all’Italia.

Non era una decisione accettabile, perché il calcolo veniva fatto in violazione palese del nuovo Trattato, art. 9°, comma 2[73], dove il criterio è quello della popolazione calcolata in termini di “cittadini” (chi ha il diritto di voto) e il parlamento decideva, invece, di ricalcolarla in termini di “residenti”.

Concetto e locuzione che, però, il testo del Trattato non usava e che ora veniva deliberatamente inserita allo scopo specifico – e perciò inaccettabile: per l’Italia ma anche per parecchi altri Stati membri – di tagliare meno rappresentanza agli altri grandi paesi europei e più al nostro.

Alla fine, gli ultimi ostacoli sono stati superati grazie agli ingegnosi marchingegni che si è inventata la presidenza portoghese. I seggi aumentano a 751 in totale, ma non si compiuta più il presidente dell’Assemblea; i “cittadini” e non i “residenti”, cioè solo chi ha diritto di voto, sarà il criterio effettivo a partire, come dal trattato, dal 2014 e, per ora, alle elezioni del 2009, col nuovo criterio misto dei cittadini-residenti, l’Italia recupera un seggio, cioè ne avrà 73, tanti quanti la Gran Bretagna e, dal 2014, coi soli cittadini come da Trattato, di più; uno meno della Francia, è vero, ma la Francia di cittadini-residenti ora ne ha due milioni più di noi…

Un prezzo da pagare c’è stato, e anche serio: per superare la cocciuta resistenza polacca alla soluzione “italiana”, si è dovuto convenire di rafforzare ancora un po’ per il futuro – ma senza definire già il meccanismo preciso… – la possibilità di bloccare, da parte di pochi paesi, i meccanismi decisionali prevalsi pur a larghissima maggioranza.

Ma, appunto, è stata una concessione pre-elettorale alla Polonia dei Kaczynski, probabilmente anche inutile (ma ormai…) visto come hanno perso male poi le elezioni, con oltre il 41,4% all’opposizione che diventa così maggioranza. Anch’essa, guidata dal leader della Piattaforma Civica Donald Tusk, una formazione di destra – siamo pur sempre in Polonia… – ma razionale, diciamo, almeno non più fondamental-viscerale[74].

E significherà pure qualcosa, ci sembra, che Washington abbia visto, con preoccupazione vicina al rancore, la sconfitta degli alleati gemelli e gli annunci a raffica del nuovo ministro degli Esteri in pectore, Bronislaw Komorowski,

• che “non c’è fretta alcuna per concludere sui missili americani in Polonia”: conseguenza per niente scontata e immediata, l’occasione che viene così offerta al ministro della Difesa americano Robert Gates – che all’interno dell’amministrazione Bush notoriamente, da quando ha rimpiazzato il falcone maggiore Rumsfeld, sembra essere il capo frenatore rispetto alle smanie belliciste del vice presidente Cheney e dello stesso Bush – per dire che, siccome l’attivazione è ancora molto al di là da venire, che insomma nondum matura est, “si potrebbe anche ritardare l’attivazione dei siti missilistici di difesa europea che sono stati proposti finché non vengano fuori le prove certe di una minaccia missilistica dell’Iran[75]: prove che, dunque, non ci sono;

    attenzione ai termini usati: Komorowski parla di nessuna fretta per “concludere”; Gates parla di rinvio dell’ “attivazione”;

    ma Bush si innervosisce subito e – sotto pressione diretta, diuturna e asfissiante di Cheney (scrivono, cogliendoci bene secondo chi scrive,  che “la sua pazzia una volta influenzava la politica estera e che oggi sia diventata la politica estera[76] degli Stati Uniti d’America), quasi rimbecca Robert Gates e a qualche ora soltanto dal suo discorso proclama la necessità “urgente” di chiudere l’operazione[77] obbligando, in pratica, il suo ministro della Difesa a tornarci sopra per precisare che è solo la messa in operatività dei missili schierati che potrebbe, chi sa, si vedrà, essere rinviata;

    solo che la frittata è fatta, visti i dubbi che espongono, comunque e pubblicamente, proprio i polacchi sulla necessità che non c’è di decidere subito…

    tanto più che anche i cechi pensano bene di fare un passetto indietro[78]: il primo ministro Mirek Topolanek propone ai russi che, senza dar loro un diritto di veto ed una presenza permanente, possano inviare propri esperti a verificare l’installazione dei radar americani sia in fase di costruzione che di operatività 

• che, in ogni caso, bisognerà ricordare tutti, ed a tutti, che noi polacchi  “siamo membri della UE e non degli Stati Uniti”;

• che “per la Polonia ormai la priorità è il rapporto con la UE, da ricostituire” e che Varsavia firmerà adesso la Carta europea dei diritti respinta dal governo Kaczynski perché imponeva di non discriminare le minoranze, dagli avversari politici agli omosessuali[79]; e

• che in Iraq, per il contingente polacco, è “missione compiuta non oltre il 2007”…

• che Putin tenga a far sapere subito come gli sviluppi polacchi siano i benvenuti e che aprano la porta a rapporti profondamente diversi;

• e che l’Europa un po’ tutta, per primo lo stesso algido e scostante presidente della Commissione Barroso (“saluto – dice – lo spirito europeo dei polacchi”: che, evidentemente, fino a ieri non salutava…), esclusi alcuni tra i baltici e una certa incertezza dei britannici che a questo punto un poco più soli si sentono, abbia tirato un gran respiro collettivo di sollievo…

La Russia, da parte sua, ha annunciato l’intenzione di chiedere formalmente maggior coerenza all’Organizzazione mondiale per il commercio: intervenire, cioè, per contrastare i tentativi in atto nell’Unione europea di circoscrivere, ostacolare, restringere artificiosamente le operazioni delle imprese energetiche russe sul continente[80].

I russi lamentano che la proposta dell’Unione di riformare il proprio mercato energetico separando radicalmente produzione da distribuzione, è stata pensata e costruita proprio (ma forse sarebbe più realistico dire anche: ci sono fior di opinioni contrarie alla separazione forzata in Europa, in Francia, in Germania, in Spagna, anche – meno dichiarate – in Italia…) per ostacolare i tentativi della Gazprom di inserirsi comprando assets anche sul mercato della distribuzione europea. L’obiezione è che in Russia gli europei possono agire sul mercato molto più liberamente.

E, alla fine, scontentando molti neo-liberisti e libero-mercatisti nostrani e in specie britannici, incontrando Putin a Mosca, nel vertice bilaterale russo-tedesco di ottobre e in ogni caso già per la quarta volta quest’anno, Angela Merkel ha pubblicamente riconosciuto – preso atto, cioè – della dipendenza energetica tedesca, e più in generale europea, dalle forniture energetiche russe.

E’ un fatto da cui partire – ha detto – per poi gestirlo insieme a beneficio dei produttori, dei consumatori e dei paesi di transito”. Ma è quell’avverbio, insieme, che fa impazzire di rabbia chi dei russi ha paura o, al rovescio, soggezione o, comunque, per ragioni sue non si fida ma è costretto – dalla geo-strategia e dalla geografia – comunque a subirli.

Merkel ha poi aggiunto un’altra considerazione di (banale) buon senso: che la crescita russa sta offrendo grandi occasioni di far buoni affari anche alle imprese tedesche. Che non devono farsele scappare, perciò[81].

STATI UNITI D’AMERICA

E’ dimostrato, ormai, che la guerra al terrore americana – americana perché, anche se le sono andati indietro in diversi, l’hanno divisata, disegnata e applicata loro, gli americani, prima scatenandola dietro la gravissima provocazione delle Torri gemelle, naturalmente, e poi secondo il modello dello state con noi e fate quel che diciamo, o state contro di  noi e saranno affari vostri, e chiediamo a tutti gli altri di associarvisi, e di associarvisi come diciamo noi, se no diventano nostri nemici – è stata un “disastro[82]”.

Sotto ogni punto di vista. Invece, per sconfiggere davvero al-Qaeda, Washington – e gli alleati che le restano – devono in pratica rovesciare la strategia e la tattica che la reggono. I punti forti, ragionati e documentati – delle conclusioni dell’estensore del Rapporto, Paul Rogers, consulente capo dell’Oxford Research Group, che insegna polemologia all’università di Bradford, uno che col suo istituto ha fatto spesso consulenze, purtroppo poco ascoltate, per il governo – e che qui sintetizziamo fedelmente, spiegano che:

• Sia in Iraq che in Afganistan, ogni singolo aspetto della guerra al terrore è stato controproducente, a partire dalla detenzione di massa senza processo di tanti civili ed a seguire con la creazione di una vasta zona di addestramento militare resa disponibile a ogni elemento autoctono legato o ispirato da al-Qaeda.

• La situazione si è fatta simile a quella che s’era verificata in Afganistan negli anni ’80, quando i mujaheddin si sollevarono contro l’occupazione russa. A fine 2002 e a inizio 2002, così cacciare i talebani dal potere ha reso il maggior servizio possibile ad al-Qaeda ed ai miliziani suoi simpatizzanti.

• Qui è scattata di nuovo la trappola dell’uso delle armi e della repressione come strumento principale dell’occupazione; e della trasformazione, in implacabili strumenti di propaganda per al-Qaeda ed i suoi, della peculiare ipocrisia di un occidente amalgamato insieme per i suoi comportamenti che negavano in radice ogni presunzione valoriale a furia di arresti in massa ed incarcerazioni senza giudizio di afgani “sospetti”, di torture che poi non si è neanche riusciti a tenere segrete ma che sono state prima negate per poi ammetterle e farle vedere al mondo intero, di tutta la serie di extraordinary renditions che hanno coinvolto un po’ tutto l’occidente – dal Belgio alla Repubblica ceca, alla Gran Bretagna, all’Italia: tutti penosamente incapaci di dire di no alle richieste svergognatamente illegittime ed illegali del Grande Fratello.

• E’ indispensabile che gli occidentali affrontino a faccia aperta gli errori pericolosi che, nei sei anni passati, li hanno cacciati in questo cul de sac: errori che, per disperazione e ignoranza (non hanno imparato niente, pare, o quasi…), ora sembrano tentati di reiterare e moltiplicare e che riconoscano la necessità di scegliere e percorrere nuove strade.

• Adesso, la tentazione rampante degli americani è quella di fare la guerra all’Iran e trova poche resistenze anche nell’opposizione democratica dopo la campagna di demonizzazione costante in atto da decenni, mai neanche capace di cominciare a capire le radici del contrasto (l’appoggio cieco dato in nome del petrolio da controllare allo scià e alla sua repressione; e poi l’appoggio altrettanto cieco a Saddam perché facesse lui la guerra all’Iran negli anni ’80, con un milione e più di morti iraniani).

A proposito di voglia di fare la guerra all’Iran, e presentando l’episodio, come dire, un po’ con le mole ma riflettendo, anche, sul punto cui siamo arrivati per renderlo credibile e discusso da fonti attendibili, a settembre è emersa la questione di sei missili Cruise stealth (invisibili al radar) AGM-129 armati di testate atomiche W-80-1, destinati al Medio Oriente e scomparsi nei cieli americani per quasi due giorni interi il 30 agosto[83].

In realtà è stata una faccenda censuratissima: l’unico organo nazionale ad averne parlato è stato il Washington Post, con la versione ufficiale (confusione burocratica) contrastata, su altri meno aulici ma credibili media, dalla versione di chi ha investigato tra i militari e parla, per contro, di un caso di Bent Arrow Freccia spazzata, il codice che designa infrazioni di procedure e di sicurezza a molteplici livelli.

O meglio, più che scomparsi dalla circolazione, scomparsi dai registri militari. Perché la storia vera, che qui è impossibile anche solo riassumere – ma dateci fiducia o, se no, trovate la documentazione indicata su Internet – è che non è stato affatto un caso di ripetute negligenze nella catena di comando, ma il “risultato di una rivolta e di ripetute resistenze a vari livelli dell’aeronautica e delle agenzie di intelligence contro un attacco americano all’Iran progettato con l’uso di armamenti nucleari e convenzionali”.

La storia è confusa, dicevamo, e non chiaro – ma, vedrete lo diverrà – se, in realtà, alla base di tutto ci sia stata, come sembra, addirittura un esercizio di controllo del danno all’interno del governo Bush da parte di un’ala, diciamo, più razionale e contro un’altra, diciamo, più viscerale e più avventurista…

• A dare una mano agli estremisti americani, quelli della necessità di combattere l’“ideologia mortale” che si annida dietro l’Islam “estremista”, ci pensa sollecito l’uomo che infaustamente l’ONU ha dovuto nominare mallevadore della pace in Medio Oriente (come se, in quella veste poi, non avesse qualcosa di meglio da fare…).

    E’ Tony Blair, altrimenti più utilmente disoccupato, che invece coglie questo momento per andare a ripetere – il colmo dell’incontinenza! – a New York la predica con la quale già sputtanò, per conto del Grande Fratello di Washington, ogni sua credibilità internazionale quattro anni fa. Siamo ad un dejá vu assolutamente agghiacciante…

    Il suo sporco lavoro – sporco, soprattutto, perché facendolo sapeva di mentire: e mentiva – lo fece sostenendo nel 2003, per l’Iraq di Saddam Hussein, e lo sta reiterando ripetendo oggi pari pari per l’Iran, che si tratta di una minaccia per il mondo del tutto paragonabile a quello dei fascismi degli anni ’30. In un paese complesso come l’Iran che non ha assolutamente niente in comune, per storia e natura, con un superStato centralizzato come la Germania nazista.

    Quella di Hitler era la più grande potenza industriale e militare del tempo suo, determinata ad inghiottire nel suo “spazio votale” e, comunque, a annientare tutti i potenziali avversari. Questo, l’Iran, secondo gli esperti veri, un paese articolato, contraddittorio che potrebbe essere tenuto davvero insieme dietro una forte spinta militarista solo da un’aggressione esterna.

    E, a dirlo, non sono i dilettanti orecchianti che hanno già seminato, sbagliando catastroficamente, morte e distruzione dovunque ma gli iraniani per antikhomeinisti che siano, forse con l’eccezione dell’erede di Reza Pahlevi[84].

    E poi, parlando di Islam estremista, se il massimo del massimo è, come è, al-Qaeda, non farebbe meglio Blair a focalizzare sugli ulema sauditi e sui grandi elemosinieri di Osama, sempre sauditi e wahabiti proprio come lui, le proprie attenzioni?

• Che si faccia, così, direttamente il gioco degli estremisti, accrescendo di gran lunga il livello di violenza potenziale in tutta la regione, neanche lo riescono a intravvedere. Ancora. Forse, chi sa, fra altri sei anni. Se ancora varrà a salvare qualcosa e qualcuno, allora.

• Qualunque siano i problemi aperti oggi con l’Iran – e si discute di quel che, a stare agli accordi internazionali, non è discutibile: sul merito della ricerca nucleare condotta dall’Iran e sul suo diritto a condurla – la guerra dovrebbe essere evitata a ogni costo, spiega l’Oxford Research Group— perché tutti e ciascuno degli sbagli finora compiuti sarebbero moltiplicati per dieci dalle conseguenze di una guerra con l’Iran.

• La strada nuova che dovrebbe essere percorsa richiede, anzitutto, una miglior comprensione delle radici in cui affonda al-Qaeda la sua forza, la sua fede e la sua aberrante ideologia, la sua base di sostegno e la disponibilità fanatica e cieca dei suoi seguaci (più informazioni, più studio, più intelligence intelligente, insomma: ma non per bombardare il nemico, e poi sistematicamente ammazzare più civili di quanti nemici ma si riescano ad ammazzare, ma per capire meglio perché il nemico si sia fatto nemico).

• E, a partire da qui, la volontà di cambiare:

britirando dall’Iraq le truppe straniere senza magari andarsene del tutto ma aumentando in parallelo una presenza più diplomatica e più politica che faccia leva anche sulla collaborazione di Siria ed Iran: certo, non dopo averle bombardate!, però: quello che, tutto sommato, aveva già un anno fa raccomandato il Gruppo bipartisan alla Casa Bianca— che Bush ignorò completamente per lanciare la sua disgraziata “impennata”;

be, in Afganistan, appoggiando senza più remore – ma con la prudenza necessaria a non bollarlo come servo degli stranieri – il tentativo del presidente Karzai di negoziare coi talebani (negoziare non significa accettare tutto quel che vorrebbero), rafforzando al contempo il programma di aiuti civili e finanziandolo con una de-escalation dell’impegno militare.

Non c’è altra via per cercare di uscirne. Ma, certo, se ci si illude e si continua a mentire sproloquiando di una via d’uscita militare e di una vittoria possibile, si fa il peggio del peggio possibile. Anche se è vero che ormai, su un territorio vasto che si estende tra Pakistan e Afganistan, sta crescendo un nuovo Stato, selvaggio e senza legge, con la lotta tra signori della guerra per il controllo del territorio e la riottosità indocile e sparpagliata di militanti islamici senza più alcuna bandiera.

E’ uno dei conflitti più strani dell’epoca nostra, una guerra senza confini definiti condotta con tattiche che variano in continuazione e si mischiano in continuazione: dal lancio delle bombe, ma su scala collettiva anche se sempre individualmente vissuta, del tardo 19° secolo anarchico, alla guerra di trincea sul fronte occidentale del 1916, a quella ultramoderna di quarta, come si dice, generazione del 21° secolo.

Questo è il crogiolo dove, costantemente, si fa e si disfà il centro e la periferia, insieme, della rivolta islamica militante nel mondo: quella che gli apprendisti stregoni alimentarono e foraggiarono per anni, negli anni ’80, per scatenarla – nella loro incoscienza di quel che effettivamente mettevano in moto – contro l’Unione sovietica di allora…

Ma certo, se alla linea di ragionamento, dura e motivata, e di proposta diversa dell’Oxford Research Group, invece di rispondere nel merito e spiegare, magari, perché si dissente, si risponde con un comunicato stampa della Casa Bianca[85] che enumera l’ovvio, il banale e l’inutile, viene effettivamente da disperare. Perché, quando si vengono elencando come novità estremamente pericolose che

• la rete di Osama bin Laden (incredibile, no?) sta ancora tentando di procurarsi armi di distruzione di massa, incluse armi nucleari e biologiche;

• al-Qaeda ha protetto bene la sua leadership (ma chi mai lo avrebbe potuto pensare, no?), sta trovando nuovi capi operativi e aree sicure e protette nelle zone tribali dell’Afganistan;

• la rete terroristica islamica sta ricostruendo le strutture che (ma guarda un po’ quale ardire…) “le faciliteranno la conduzione di altri attacchi contro gli Stati Uniti”…

… la conclusione evidente è che ormai la risposta è unica: si cerca di combattere la paura mettendo al fuoco nuova paura.

Quanto al capitolo rovente dell’Iraq (mentre il primo ex comandante in capo delle truppe di invasione ed occupazione il gen. Ricardo S. Sanchez dice che la guerra è un “incubo” e un “disastro” di cui portano tutta la responsabilità “i leaders politici del paese: incompetenti, assetato di potere e criminali[86]) viene riconfermata l’impotenza della maggioranza democratica americana a fermarla.

Infatti, il partito democratico non sembra proprio in grado di costringere l’esecutivo, Bush cioè, a riportare a casa le truppe americane – impotenza peraltro voluta, a sentirne gli interpreti stessi, per l’evidente malintesa cultura delle deferenza istituzionale verso la presidenza, per inetta e magari criminale che poi essa sia considerata – come testimonia adesso la decisione al Senato di autorizzare la spesa di 150 miliardi di $ per finanziare, ancora, le guerre di Iraq e Afganistan.

La maggioranza s’è rassegnata, ancora una volta cioè, al fatto che pur avendo la maggioranza, per le sue divisioni interne non ha i 60 voti su 100 necessari a superare l’ostruzionismo e poi far votare (come sarebbe votata) una legge che tagli quei finanziamenti. Quello che, in altri termini, era “il mandato preciso – andar via dall’Iraq – con cui quella maggioranza democratica aveva vinto le elezioni a novembre 2006[87].

Mai così evidente, spiattellata in pubblico sulla scena politica è apparsa, insomma, la guerra civile interna che paralizza la maggioranza democratica al Congresso, e che se continua ancora potrebbe anche portare, tra un anno, i democratici a perdere le elezioni presidenziali pur dopo i disastrosi otto anni di Bush, quanto nel come la stampa americana ha descritto la giornata politica di martedì 3 ottobre al Senato.

Si sono palesemente scontrati su questioni di tattica che, però, subito sono diventate strategia eminenti esponenti della maggioranza democratica, proponendo soluzioni diverse per un  solo tema, quello della critica alla Casa Bianca sul costo crescente della guerra in Iraq. Comincia il democratico David Obey, presidente della Commissione Bilancio della Camera, annunciando la sua intenzione di bloccare la richiesta di Bush di quasi 200 miliardi di $ di ulteriori finanziamenti per le operazioni guerra.

Voglio “chiamargli il bluff”, ha spiegato Obey, “richiamandolo a una maggiore responsabilità fiscale”: come se l’ipotesi stessa, con Bush, fosse mai plausibile… “Se vuole quei soldi per una guerra che ritiene tanto importante da essere combattuta deve anche a pagarsela, aumentando le tasse senza aumentare il rosso di bilancio o tagliare i fondi a qualche programma civile[88].

No, ribatte Nancy Pelosi, capo della maggioranza sempre alla Camera: anche se si capisce che sono completamente d’accordo con Obey ed i suoi obiettivi, non voterò mai per “una tassa di guerra” e una tassa aggiuntiva.

Risultato: i democratici hanno continuato a lavorare e, nei fatti, stanno consentendo il passaggio di una voce di bilancio in grado di assicurare fondi sufficienti a garantire il perseguimento della guerra. La verità è che determinante è apparsa la minaccia dei repubblicani di denunciare politicamente il partito democratico come il partito delle tasse… Insomma, invece di rovesciargli contro l’accusa di essere loro il partito della guerra e di una guerra poi sbagliatami, inutile e anche già persa, i democratici ancora una volta hanno scelto di arrendersi.

Pure, la soluzione sta scritta nero su bianco, dal 1789, nella Costituzione americana. Per fare la guerra ci vogliono soldi. Il Congresso appunto sta esaminando fondi supplementari per finanziarla. I democratici non hanno la maggioranza di 61 voti necessaria a far passare le loro soluzioni. Ma hanno un’ampia maggioranza capace, se vogliono – cioè se trovano il coraggio di farlo – di bloccare  loro ogni legge e ogni soluzione proposta dal presidente.

Perché per l’ostruzionismo bastano 41 voti. E la verità è questa. Che tra i democratici, tutti eletti su una piattaforma anti-guerra, una dozzina non se la sentono di bloccare la guerra. Se facessero blocco, anche solo 41 di loro naturalmente la legge per finanziare la guerra morirebbe. Non passa quella voluta dai democratici per un ritiro magari graduale ma certo a causa dell’ostruzionismo dei repubblicani bushotti? Bene. Ma non passa quella del presidente per rifinanziarsi la prosecuzione delle sue guerre. Non ci sarebbe più legge d’autorizzazione, non ci sarebbe più rifinanziamento e, dunque, non ci sarebbe più guerra.

O il presidente si piega e la ripresenta in una versione accettabile per i democratici e per gli americani che hanno dato loro la maggioranza e si mette in moto, si accelera e si completa il ritiro delle truppe. Mettendosi così anche in grado, forse…,  di fare politica e fare diplomazia per tentar di risolvere il casino che si è combinato con la guerra in Iraq, riprogrammandovi una qualche altra, e non armata, presenza anche americana nel quadro, allora sì di un grande programma internazionale che faccia ricorso per la necessaria stabilizzazione a tutte le forze presenti nella regione.

O il presidente non lo fa, non accetta di arretrare dalle sue allucinanti illusioni (stiamo vincendo…, guardate) ma non ha più i soldi né la credibilità internazionale per continuare a prenderli in prestito. E smette ugualmente, la guerra.

Che potrebbe andare a fondo in Iraq ma anche, e ormai soprattutto, potrebbe venir bloccata con l’Iran, se davvero Bush pensasse di farla senz’altra autorità che la sua. Se i democratici dessero finalmente retta ad un altro dei loro, l’ex governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo, che richiama alla memoria di tutti il potere che, in base alla Costituzione, è del Congresso e non del presidente: “i democratici – ricorda – dovrebbero semplicemente ricordarsi e annunciare che nessun finanziamento verrà assegnato per nessuna azione di tipo militare contro un’altra nazione senza una vera e propria dichiarazione di guerra[89].

Che è prerogativa esclusiva del Congresso. Il quale deve fare solo mea culpa per averla di fatto delegata a George Bush dopo la sua campagna di menzogne in occasione della guerra all’Iraq nel 2003. Insomma, non sarebbe impossibile, con gli strumenti che il Congresso ha in base alla Costituzione fermare Bush e metterlo fuori giuoco. Solo che non cedesse all’isteria patriottarda esso stesso di fare la guerra a Teheran. E solo che volesse usarli, quegli strumenti. Come prima o poi, ma dopo altri 3.000 morti americani forse, o 300.000 iracheni o, chi sa, 1 milione di iraniani sarà costretto a fare comunque…

Ora, mentre la senatrice e candidata presidenziale Hillary Clinton, unica tra i candidati democratici, ha pensato bene, per puro opportunismo, di criticare l’avventurismo del presidente nella conduzione politica del dossier Iran ma di votare, contemporaneamente, uno strano sì alla proposta repubblicana di designare la Guardia Repubblicana iraniana come “organizzazione terroristica”, il senatore Barak Obama ha avuto sul punto un’uscita finalmente assolutamente sincera e profondamente politica. E, forse anche per questo, chi sa?, nel breve almeno, è pure perdente (Hillary Clinton sta 24 punti percentuali sopra di lui nei sondaggi per la candidatura democratica alla Casa Bianca).

Prima scrive nel breve sommario, al solito inevitabilmente e vagamente messianico (restaurare la leadership che ci spetta… come se gliel’avesse assegnata l’onnipotente!), ma tutto sommato sensato del suo saggio che “il prossimo presidente avrà un momento di opportunità per ripresentare l’America al mondo e restaurare la sua leadershiped è giusto: l’opportunità ci sarà… poi bisognerà vedere se saprà davvero coglierla, il nuovo presidente. “Ma per costruire un mondo sicuro, prospero, e giusto – continua – dobbiamo andarcene dall’Iraq, riscoprire il valore del far politica da statisti invece che da politicanti. E vivere a fondo i valori della democrazia che sono la radice più profonda della nostra forza”…

Poi martella l’Iran. Ma è un’accusa che suona ipocrita perché è solo con l’Iran che se la prende e le responsabilità palesi nella proliferazione nucleare degli Stati Uniti d’America ovviamente, come tutti gli americani senza eccezione, non le prende neanche in considerazione… quando, però, ci sono e sono direttamente rilevanti.

Se l’Iran non tiene fede ai suoi stessi impegni ed alla volontà espressa dalla comunità internazionale, tutte le opzioni restano sul tavolo[90]: non a caso è l’identica espressione utilizzata almeno una decina di volte da Bush per significare la sua voglia di menare le mani a forza di bombe, anche nucleari, contro Teheran.

Obama[91], invece – cha anche lui le sue contraddizioncelle sull’Iran se le tiene (non tira dalla propria parte alcun voto in America dire la verità: che in qualcosa, Teheran ha ragione e l’America torto. E anche Obama, di tanto in tanto, così brontola di lezioni da dare all’Iran…) – fotografando la realtà così com’è almeno una volta sbotta alto e chiaro: noi democratici dobbiamo piantarla di credere che “non possiamo vincere le elezioni a meno di parlare, agire e votare come i repubblicani quando si tratta di politica internazionale e di sicurezza nazionale”…

Una bella – bella perché vera – considerazione! che, se i democratici non imparano a metabolizzare potrebbe vederli rischiare, ancora una volta, di perdere le prossime presidenziali. Perché chi è in dubbio magari preferisce l’originale repubblicano al succedaneo democratico.

E non c’è dubbio che i repubblicani, sul punto, continuino a portare senza eccezione lo stampino di Bush. Tutti i candidati con una pur vaga possibilità di strappare la nomination per candidarsi alla Casa Bianca hanno bisogno di avere il sostegno da Bush. E tutti, come lui, hanno fatto, stanno facendo, del terrore l’asse della loro campagna.

Poi, in realtà, c’è ormai da metabolizzare come tale, come fatto – per combatterlo, certo – sulla stessa linea che dice Obama come il problema sia molto più radicato. Prendete la stampa americana, grandi media di reputazione giustamente quasi universale, che però si comportano tutti, e senza eccezione, sui temi che toccano diciamo il “patriottismo”, come se fossero giornaletti qualunque di provincia.

Nell’ultimo mese di dibattito politico, Obama stesso ha detto, voluto, dovuto dire che se il Pakistan non dava retta agli Stati Uniti con un via libera che – semplificando – lasciasse mano libera alle truppe americane in tutto il paese per la caccia a bin Laden, gli USA dovevano prendersi da soli la libertà di farlo.

E Clinton ha rifiutato esplicitamente di escludere la possibilità, se diventerà mai presidente, di usare truppe americane all’estero e perfino l’uso di bombe nucleari americane per costringere un qualche altro paese a fare quello che, al dunque, vuole l’America.

Ora, e bisognerà pur notarlo, non c’è stato un solo organo di stampa, in America, una sola delle grandi reti televisive nazionali, via cavo o via etere, un solo esperto di fama nazionale di cose di politica internazionale, ad aver rilevato, e fatto rilevare che mandare truppe all’estero senza il permesso del governo in carica in un qualsiasi paese straniero, e tanto più bombardarlo, è sempre illegale in diritto internazionale e che anche solo la minaccia di utilizzo di un’arma nucleare è, in sé e per sé, un crimine internazionale. 

Il fatto è che qui è dato da tutti in pratica per scontato il diritto degli USA di fare quel che vogliono nel mondo alla faccia di ogni convenzione internazionale cui pur aderiscano e di qualunque accordo cui pur dichiarino di aderire. Si tratta di un’ortodossia ipocritamente senza più copertura alcuna che regge solo perché i media semplicemente non la mettono in dubbio. Ma, almeno, il senatore Barak Obama, senza affrontarla proprio così apertamente, si chiede finalmente se debba essere trangugiata necessariamente così uguale per tutti: destra e sinistra, centro e periferia, democratici e repubblicani.

La verità vera è che c’è ormai uno iato, che spesso sembra quasi un baratro, fra il sentire comune dell’americano medio e, anzitutto, dei media, per così dire, che quel sentire medio “formattano”, e il sentire comune del cittadino medio del resto del mondo: oggi non è scontato per niente – anzi – che la visione ed i valori dei primi siano – come di certo fino, diciamo, a cinquant’anni fa erano – i valori e la visione della gran parte dei cittadini medi del resto del mondo.

In altre parole, è così che si viene eclissando l’egemonia americana: la capacità di vincere ma, insieme, anche di convincere chi perde del proprio diritto a vincere; o, se volete magari, di illudere gli altri di avere comunque ragione…

Proprio questo è successo: avendo perso la propria capacità egemonica – convincere tutti, o quasi, che la Guardia repubblicana iraniana è organizzazione terroristica (che, poi, è definizione politica e non certo giuridica) – gli Stati Uniti hanno deciso, “frustrati” (l’aggettivo è del giornale che lo annuncia), di lanciare da soli l’anatema contro la G.R. di dichiararla “terrorista” e di proclamare sanzioni proprie, unilaterali contro di essa[92]

Tra parentesi, l’Iran ha subito contrattaccato, designando allo stesso livello, parlamentare – anche loro: per quello che vale – come “organizzazione terroristica” la CIA americana…

Il problema, bisogna riconoscerlo, adesso è complicato anche dalla distrazione – chiamiamola così – che sull’Iraq sembra quasi momentaneamente anestetizzare – per stanchezza, per disgusto, per presa di distanza da qualcosa che è marcio e puzza già dalla testa, per incoscienza – la società americana.

Dopotutto, “sarà per l’agonia allo stato puro rappresentata dalla testimonianza al Senato del gen, Petraeus, per il fatto che l’impennata sembra aver effettivamente smorzato la conta dei morti [americani, quelli che contano], per il fallimento dei democratici nel forzare il ritiro dall’Iraq attraverso il Congresso, o per il fatto che, al dunque, tutti i principali candidati democratici alla presidenza hanno in qualche modo segnalato [per la pusillanimità di cui si diceva] di non avere alcuna intenzione di ritirare ‘precipitosamente’ le truppe americane dall’Iraq[93].

E adesso, poi ed infatti, tutta l’attenzione, come Bush voleva e vuole, si va spostando più a est, sull’Iran… 

L’attacco aereo sull’Iran, su tutti gli obiettivi, militari e anche civili (aeroporti, ferrovie, ecc.) è, infatti, la previsione – bilancio, grosso modo, un milione di possibili vittime – del giornalista investigativo più famoso d’America, uno che agli americani ha sempre raccontato la verità reale sbugiardando le menzogne ufficiali, a partire dal massacro di My Lai in Vietnam del 1968 (347 civili sterminati a mitraglia dai soldati americani) fino a Abu Ghraib, in Iraq, ecc., ecc.; ed uno che ha quasi sempre azzeccato le anticipazioni che ha fatto.

Certo, qui, fa una previsione non scopre innominati segreti. Ma ricostruisce, passo per passo, quella che definisce senza più remore la preparazione della guerra che l’America vuole fare all’Iran[94]. Sembrerebbe bizzarro, dopo l’invasione e l’occupazione dell’Afganistan e soprattutto dell’Iraq – disastrose: per costi finanziari, umani, strategici e politici e lo sputtanamento alla fine dell’America tutta – che adesso questi pensino a far la guerra all’Iran.

Ma tutte le spie sono al rosso— proprio come alla vigilia della guerra all’Iraq: demonizzazioni dell’avversario, fandonie e false documentazioni che nessun’altro al mondo accetta su armi di distruzione di massa, ecc., ecc…, anche se, stavolta, alle panzane di Bush non crede nessuno neanche in America.

Ormai sono mesi che i tamburi di guerra rumoreggiano contro l’Iran, ma la musica è come cambiata nelle ultimissime settimane. Non si parla più tanto di armi di distruzione di massa costruite in segreto – forse a Washington hanno capito che gli credono in pochi – ma del rifornimento che l’Iran farebbe di armi alle varie “insorgenze” antiamericane (prove, ovviamente, nessuna se non da credere sulla parola: di Bush!).

Nelle ricostruzioni di Hersh e di diversi conoscitori di cose militari statunitensi – quelli che non hanno mai, o solo raramente, preso le cantonate di Bush, del Pentagono, dei suoi strateghi e generali da scrivania e/o da campo – la differenza è nel cambio degli obiettivi iraniani: dai bombardamenti a largo raggio su tutti gli impianti, sospetti e conosciuti, nucleari del paese, a bombardamenti “chirurgici” essenzialmente sulle caserme, i depositi, le baracche della Guardia Rivoluzionaria che gli americani accusano (sulla parola) di sostenere gli attacchi degli insorti contro le loro forze.

Ma la realtà è che gli americani se la prendono con l’Iran perché proprio Teheran è in modo lampante ormai emerso dal marasma da loro creato in Afganistan ed in Iraq, a est e ad ovest dell’Iran, come il massimo, in realtà l’unico, beneficiario strategico di quelle sconsiderate invasioni.

E, poi – ricordate la verità rivelata il mese scorso, anche se solo a conferma di quella da tempo ben risaputa, da Alan Greenspan? La guerra in Iraq? È il petrolio, bellezza![95]

D’altra parte, sarebbe utile che anche solo per prudenza, se vogliono evitare di rischiare sul serio, gli iraniani magari smettessero di togliersi la soddisfazione di spernacchiare un presidente mi-si-rizzi ed erratico come Bush.

Perché questo, a dir poco, è un tentino squilibrato ormai non c’è dubbio. Ha sparato in conferenza stampa il 17 ottobre, ancora un a volta, che “bisogna negare all’Iran la bomba nucleare e, per essere sicuri, anche il diritto all’energia nucleare: solo così di potrà, ha assicurato, “evitare la Terza guerra mondiale”…

Perché essa ci sarà sicuramente, dichiara, se anche solo gli – a lui, Bush – venga data ragione di pensare non che l’Iran stia facendo la bomba, non che si stia preparando a fare la bomba, non che stia progettando di farsi la bomba… Ma anche solo che abbia imparato a farsi la bomba: roba che ormai può farsi, tra l’altro, chiunque con un minimo di know-how tecnico e, diciamo, una ventina di milioni di dollari a disposizione (bruscolini, ovviamente) sappia appena appena consultare Internet[96].

Il dramma è che non solo lui non lo sa, e che nessuno glielo abbia mai detto, che la bomba se la potrebbe fare ormai San Marino o anche l’Ordine dei Cavalieri di Malta, altro che l’Iran… , ma che è convinto di avere il diritto di scatenare la Terza guerra mondiale per evitare… la Terza guerra mondiale—  e, visto che a ispirarlo – come ebbe a dire per l’Iraq – è stato l’Altissimo, è convinto di averne anche il dovere.

Insomma, quando si a che fare con leaders di questo tipo, un po’ di prudenza sarebbe utile sempre manifestarla.

Poi adesso si apprende che – lo annuncia in Tv il vice presidente della National Iranian Oil Co., Mohammad-Ali Khatibi – l’ente petrolifero di Stato, l’Iran si sta facendo pagare in dollari le esportazioni di petrolio solo per il 15% del totale, per il 65% in euro e per il 20 in yen giapponesi, spiegando che sta anche cercando di spostare quel 15% residuo in dollari in “altre valute affidabili”. D’altra parte, la cosa è ben comprensibile vista la pressione crescente che sui mercati finanziarti mondiali gli USA cercano di esercitare contro il sistema finanziario di Teheran[97].  

A maggior ragione, ed a lume proprio di ragione oltre che di naso, l’Iran farebbe bene a dar retta al monito del capo dell’AIEA, el-Baradei. Identico a quello che gli ha rivolto Vladimir Putin a Teheran, riconoscendogli pubblicamente però il diritto a produrre la propria energia nucleare assicuratogli come a ogni altro firmatario dal Trattato di non proliferazione dal trattato stesso che ha sottoscritto. E anche, testualmente e contraddittoriamente, dalle stesse risoluzioni dell’ONU che pure gli intimano di smettere di arricchire il suo uranio… votate poi, allora, mesi fa, evidentemente sbagliando, pure dalla Russia stessa.

L’ammonimento, uguale anche se disgiunto, di el-Baradei e Putin è quello all’Iran di rendere disponibili, come richiesto dall’ONU entro fine novembre, tutti i dettagli del suo programma nucleare: per evitare fraintendimenti o occasioni ai malintenzionati. Naturalmente, Putin ed el- Baradei non dicono proprio così. Ma è questo il senso[98].

Intanto, però, il cambio della guardia al vertice della squadra di negoziatori iraniani sulle politiche energetiche del paese, nucleare compreso – Ali Larijani, un duro raffinato e raziocinante, sostituito da un poco conosciuto vice ministro degli Esteri, Saeed Jalili, più vicino al, e meno indipendente dal, primo ministro – sembra un’altra smentita alla ricerca di mediazioni. Anche se poi, alla prima uscita dopo la nuova nomina, a Roma, a metà ottobre, con D’Alema ed il negoziatore dell’Unione, Solana, è il vecchio negoziatore iraniano (in ogni caso dal governo uscirà a breve, intendendo candidarsi alle prossime elezioni parlamentari) che continua a tenere pienamente la scena…

Il fatto è che, anche se è Ahmadinejad il leader che ha vinto le ultime elezioni politiche, sotto questo profilo l’Iran somiglia da vicino ai partiti religiosi ortodossi di Israele: non contano i loro leaders politici, per le scelte di fondo, contano i capi rabbini.

A Teheran, è la leadership religiosa sciita, l’ayatollah Khamenei, a prendere le decisioni strategiche e spesso anche tattiche compresa la realtà che, per lo meno per ora, malgrado la sostituzione decisa da Ahmadinejad, al vertice del negoziato nucleare resta Larijani, affiancato ma solo affiancato, da Jalili; ed è sempre Khamenei che, di fatto e nei fatti, comanda le forze armate.

Dunque, nelle azioni se non sempre nelle dichiarazioni sulle quali gli viene lasciata briglia più sciolta, il capo di un esecutivo che non è un esecutivo ma un suggeritore “laico” che conta – Ahmadinejad – si è trovato scavalcato nel senso, pare, della prudenza da una leadership “religiosa” assai meno avventuristica di lui, almeno a parole.

E il presidente della Repubblica così scavalcato che era in visita ufficiale in Armenia, appreso dalle agenzie di stampa che a Roma, per conto del suo paese e del Grand Ayatollah, non parla il suo delegato ma quello vecchio, Larijani – restato membro del Consiglio di sicurezza nazionale, il governo vero e sempre vicino proprio a Khamenei – torna di corsa a Teheran, significativamente e precipitosamente…

In ogni caso – si tratti di Lariani, di Jalili, di Ahmadinejad, di Rafsanjani, di Khatami, di Khamenei… – è certo che, se e quando fosse messo all’angolo, l’Iran reagirebbe. Nei 2000 anni dell’era cristiana la Persia non ha mai – mai – aggredito un altro Stato sovrano. Ma quando Saddam, su incoraggiamento ormai notoriamente e documentatamene esplicito del governo americano, negli anni ’80 decise di attaccarlo, lo costrinse prima allo stallo, a prezzo di un milione di morti, poi alla ritirata e lo indebolì a tal punto da consentire agli americani, che nel frattempo avevano cambiato idea, di sbancarlo.

Anche qui, però: sconfissero, sbancarono e cacciarono Saddam Hussein, non gli iracheni, come si vede… Per questo, se non si vuole lasciar spazio a un’altra guerra imbecille, bisogna cercare qualcosa che, salvaguardando la faccia dell’Iran oltre al suo diritto di fondo – che c’è – al nucleare, salvaguardi anche, ed insieme, la faccia degli americani e non il diritto – che non esiste – ma l’apparenza del diritto a dir no al nucleare civile iraniano che, con il voto dell’ONU, gli Stati Uniti sono comunque riusciti a strappare agli occhi di un’opinione pubblica largamente accecata e ignorante[99].

Dei tre dell’asse del male la Corea del Nord s’è tirata fuori facendosela davvero, la bomba, e da quella posizione comunque di forza garantendosi se non altro il negoziato; l’Iraq è stato distrutto e sta saltando come Stato unitario, anche (e secondo non pochi) proprio perché in realtà l’arma nucleare – è dimostrato – non ce l’aveva. Resta l’Iran…

L’Iran, secondo quel fanfarone del suo presidente, vorrebbe distruggere Israele: ambizione che non esiste perché anzitutto il rapporto evidente di forze sul campo vede una sola, vera superpotenza nucleare, gli Stati Uniti e un’altra nucleare che è proprio Israele, e non certo l’Iran. Ma non esiste anche perché, a leggere bene le testuali parole di Ahmadinejad, non è lo Stato di Israele come tale che Teheran vorrebbe vedere sparire.

E’ il regime sionista, spiega: quello storicamente  ispirato dall’idea forza di un potere riservato agli ebrei e non agli altri (lo Stato degli ebrei) che Theodor Herzl, a fine ‘800, chiamo lui sionista e che in Israele regge oggi lo Stato. In altri termini, il presidente iraniano vorrebbe fare lui un regime change: come uno dei tanti che gli americani vanno facendo da decenni nel mondo…

Torna, a modo suo, sull’argomento del rapporto tra diritto dell’Iran e suoi doveri proprio Putin quando resiste alla proposta di Sarkozy di rafforzare le sanzioni contro l’Iran, pur accogliendo l’ “amico Nicolas” al Cremlino e salutandone con soddisfazione come “semplicemente realistica” la constatazione che sarebbe “folle tentare di negare alla Russia il posto che le spetta nel mondo”— constatazione, in bocca al presidente francese, significativa visto proprio chi sta tentando, invano, cioè “follemente” di negare alla Russia, ecc., ecc.

Dopo aver ascoltato il proclama di Sarkozy, simile a quello di Bush, che “un Iran dotato di armi nucleari non può essere accettato dalla Francia” resta, infatti, convinto, ma certo più che dirlo lo fa capire, che all’Iran si può chiedere di – e che l’Iran con forza si può anche convincere a – chiarire fino in fondo e senza più reticenze la sua piena conformità alle regole dell’AIEA.

Quello che non gli si può chiedere, rende chiaro, è di essere l’eccezione e di non poter fare, da solo nel mondo, nessuna ricerca e nessuno sviluppo sul nucleare civile: non il Pakistan, per dire, e nemmeno Israele, ecc., ecc., ecc., ma solo l’Iran.       

Il fatto è, e questo lo dice con nomi e cognomi, che “la Russia non ha alcuna prova che Teheran stia effettivamente costruendo la bomba”. E nessuno – neanche voi cioè, ricorda abbastanza aspramente agli americani – finora ha dimostrato, prove alla mano e non chiacchiere e insinuazioni di servizi più o meno segreti, che effettivamente lo stia facendo.

Resiste, Putin, ai tamburi di guerra, ammonisce duro (dopo averlo detto in faccia a Rice e a Gates, a Mosca) al vertice di Teheran dei paesi del Mar Caspio del 18 ottobre) che “a nessuno dovrebbe neanche venire in mente di usare la forza militare nella regione mediorientale… non dovremmo solo rifiutare l’uso della forza ma anche la menzione stessa dell’uso della forza come possibilità” (una botta a Bush ed una al duo Sarkozy/Kouchner)[100]

Ma, di fronte ai due ministri americani in visita ed a pochi giorni dal viaggio a Teheran per il vertice del Caspio, Putin già ammoniva che a Teheran avrebbe reso chiaro, e su questo d’accordo col presidente francese, che “in ogni caso, l’Iran dovrebbe rendere pienamente trasparente il suo programma nucleare”. E davanti a Sarkozy, pochi giorni prima, aveva “ricordato di aver con lui concordato sul fatto che l’Iran in questo senso si sta effettivamente adoperando[101] nei contatti che sviluppa con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica…

Per questo, oltre che perché è profondamente sbagliato, perché resta chiarissimo che le conseguenze di un attacco all’Iran sarebbero devastanti per tutta la regione e anche oltre i suoi confini strategici e geografici, non bisogna stancarsi di dire adesso a Bush, secco e forte e chiaro un no colossale[102]; e, con lui, anche a chiunque, malgrado tutto, gli tenga bordone come fa da buono zerbino, fiacco surrogato di Tony Blair, il nuovo ministro degli Esteri, francese, Bernard Kouchner, famoso per il suo “interventismo umanitario” di stampo neo-imperialista e per la supina acquiescenza – è un fatto documentato: sempre manifestata a Israele.

Per fortuna un no, anche se non proprio chiarissimo (per lo meno è prematuro, hanno detto… meglio che le sanzioni restino in ambito ONU, ha detto in particolare D’Alema[103]: ma anche lui senza chiarire bene perché l’Iran andrebbe sanzionato e altri no) è venuto il 3 ottobre dagli altri ministri degli Esteri dell’Unione alla richiesta di Kouchner di ampliare le sanzioni. Che a metà mese, poi, in sede di Unione sono effettivamente state bloccate.

Kouchner invece è dell’opinione, probabilmente fondata, che le sanzioni dell’ONU non bastino a convincere Washington a non scatenare la guerra né Teheran a piegarsi. Ma, per l’ennesima volta, non ha specificato, né nessuno a dire il vero ha osato chiedergli apertamente di farlo, su quali basi poggerebbe il diritto degli USA a scatenare la guerra e quello di chiunque a chiedere all’Iran di piegarsi al diktat caro agli USA ed a Kouchner rinunciando – e da solo – all’energia nucleare civile.

L’Iran non ha la bomba ma ha bombe, truppe, volontà e fede – o/e fanatismo – più che sufficienti pere far “esplodere” il Golfo, l’Arabia saudita, il Libano, Israele, l’Iraq e l’Afganistan— oltre alle strade e alle piazze di chiunque appoggi l’attacco americano in ogni maniera (logistica, politica…) .

E ha una capacità di impatto economico ancora più distruttiva che, se attaccato, naturalmente non esiterebbe a scatenare: la chiusura dello Stretto di Hormuz, tecnicamente assai facile – basta, a bloccarlo, farci affondare una o due grandi navi nel mezzo – strozzerebbe la fornitura del 20% del flusso di petrolio nel mondo e scatenerebbe una rincorsa senza precedenti al prezzo del greggio...

E, come potrebbe sembrar ovvio anche a ‘le criature, un attacco all’Iran affosserebbe almeno per qualche altra generazione ogni speranza di veder uscire più vive e vitali dal confronto interno – che c’è – le già deboli forze del cambiamento.

L’aveva detto, tanti anni fa, Winston Churchill all’allora presidente americano Eisenhower nel ’54, subito dopo la guerra di Corea, che nelle relazioni tra i popoli, e soprattutto quando si vive in democrazia, comunque “il bla bla è sempre preferibile al bum bum[104]. Lo ricordava Albert Camus, qualche anno dopo, agli intellettuali che propendevano a incoraggiare la violenza e la guerra a distanza di sicurezza da sé ed entrando ancor più nel merito quando ammoniva che “le idee sbagliate finiscono sempre in un lago di sangue, ma sempre del sangue di qualcun altro. Ed è la ragione per cui alcuni dei nostri intellettuali si sentono liberi di dire tutto quel che gli passa per la testa[105].  

E, adesso, su USA ed Iran l’ha detto che meglio davvero non si può, mettendo i piedi proprio nel piatto – con un coraggio che ci sarebbe piaciuto vedere adesso, quando ancora serve e non tra qualche mese quando forse sarà troppo tardi, da parte di altri leaders religiosi, anche  ben più autorevoli e, apertamente, in almeno in qualche esponente politico occidentale – l’arcivescovo anglicano di Canterbury, Rowan Williams, alla radio, alla BBC: “Quando sento gente che parla di un’ulteriore destabilizzazione della regione mediorientale – e si sentono fior di consiglieri politici americani a parlare di azioni da intraprendere contro Siria ed Iran – io non posso dir altro che di considerare criminale, ignorante e potenzialmente assassina questa loro follia[106].

Mena duro Putin, come fa da mesi del resto, ai ministri americani degli Esteri e della Difesa che riceve al Cremlino per discutere del loro scudo spaziale. Quelli, Rice e Gates – tra l’altro facendo arrabbiare molto i polacchi che dicevano di voler portare avanti il negoziato sul piazzamento dei missili antimissili alla frontiera russa parlando con gli interlocutori americani – dicono che sono venuti per presentargli una serie di “idee nuove” che tendono a colmare il baratro tra le posizioni reciproche.

Lui, in prima battuta, fa rispondere alla conferenza stampa congiunta il suo ministro degli Esteri, Sergey V. Lavrov, facendo chiamare la proposta “costruttiva nelle intenzioni” ma “del tutto insufficiente” nel merito[107]. Poi, personalmente, ripete – sono mesi che del resto lo dice – che la Russia a bocce ferme rafforzerà da subito le sue misure di contrapposizione agli antimissili americani alle porte di casa propria.

E ribadisce che congelerà la sua adesione al Trattato sul congelamento delle forze convenzionali in Europa (non aumentiamo i nostri armamenti non nucleari convenzionali, tipo aerei, carri armati, cannoni, truppe, ecc., se non lo fate voi) finché non sarà ratificato anche dai paesi NATO che lo hanno firmato ma non l’hanno mai onorato.

Poi a togliere a tutti le castagne dal fuoco ci pensano, per fortuna, i polacchi che alle urne sconfiggono i fanatici gemelli Kaczynski e portano Gates stesso, come s’è detto sopra, a parlare di rinvio del progetto…

Aggiunge poi, adesso, che se altri paesi, come la Cina ma anche l’India, non aderiranno al Trattato sulla riduzione e il controllo delle forze nucleari di portata intermedia (INF), visto che sono andati sviluppando missili di quel tipo che stanno minacciando ormai da vicino il territorio russo, “potremmo sentirci obbligati a rimetterlo in questione anche noi”— perché ormai la Cina e anche l’India sono in grado di squilibrare la Russia. Ma, se nessuno cercasse di cambiare gli equilibri di teatro, non ci sarebbe affatto la necessità di uscire dall’INF, sottolinea il capo di stato maggiore dell’esercito russo generale Yury Baluyevsky.

Fate bene attenzione, dice, a sviluppi di questo tipo: perché bisogna capire che, se ci dovessero forzare a farlo – dice lui – con la pressione di fatti nuovi e unilaterali – l’avvicinarsi alle frontiere russe di armamenti americani che alterino gli equilibri esistenti, l’arrivo nelle vicinanze di altri armamenti nucleari (Cina, India, ecc.) che sfuggono agli equilibri dell’INF – il nostro ritiro dall’accordo russo-americano di riduzione delle armi nucleari di teatro intermedio del 1987 potrebbe essere inevitabile.

E potrebbe scatenare una nuova, pericolosa ondata di proliferazione nucleare[108]: “potrebbero darsi conseguenze irreversibili se un numero più alto di paesi si dotasse di missili con testate più precise ed armi di distruzione di massa più sofisticate”... 

Vale la pena di ricordare brevemente termini ed effetti dell’INF. Ha proibito i missili balistici ed i  missili Cruise lanciati da terra con testate sia nucleari che convenzionali e gittate dai 500 ai 5.500 km. Ed, entro il 1° giugno 1991, ha ottenuto la distruzione effettiva e verificata di 846 missili di questo tipo (i Pershing-2 statunitensi, in sostanza) e di 1.846 missili analoghi (gli Ss-20) da parte dell’allora Unione Sovietica.

C’era uno sbilanciamento a favore degli USA, evidente. Ma nei giorni finali dell’era gorbacioviana e iniziali di quella eltisiniana, i giorni della grande debolezza e, in realtà, della scomparsa dell’URSS come tale, il compito non dichiarato ma reale perseguito da una parte, accettato dall’altra e raggiunto grazie a questi rapporti di forza, era quello di ridare la NATO una superiorità strategica sulla Russia nel teatro europeo.

Superiorità che, riconosce senza dirlo così Baluyevsky, abbiamo accettato. Ma adesso non esagerate… Potremmo sempre ripensarci, con buone ragioni. Mentre l’America, che è lontana, il problema dei missili intermedi non lo sente…

E, così, ogni illusione che gli americani nutrivano, o facevano finta di nutrire, su una resipiscenza, o un’acquiescenza, della Russia di Putin ai loro disegni e, comunque, ai nuovi equilibri va a farsi friggere[109]. Anzi, Putin, come era ovvio che prima o poi facesse, avanza anche, parlando a Lisbona, l’analogia con la crisi dei missili di Cuba del 1962: allarmando subito, e comprensibilmente, la Casa Bianca che dice però, bonta sua, di non vedere analogie. Che, invece, ci sono e come[110]

E’ a questo punto, sull’orlo (potenziale, per fortuna) di questo baratro che anche in America qualcuno comincia a ripensarci. E a farci ripensare quello sconsiderato del presidente.  E almeno questa crisi specifica sembra avviarsi a un qualche ridimensionamento. Dichiara infatti – subito dopo che ha parlato il generale russo e lo ha spalleggiato direttamente Putin – il  capo dei consulenti della presidenza russa per gli affari europei, Sergei Yastrzhembsky, che le ultimissime proposte emerse (Gates e Rice anzitutto, ma poi anche, e come, il nuovo governo polacco e quello ceco): “sono primi segnali positivi, sono elementi nuovi e sono anche sembrati fonte di speranza…[111].

In Iraq, invece, nel tentativo di “coprire” le proprie malefatte, la Blackwater, l’azienda cui il Pentagono appalta (out-sourcing) i propri mercenari facendoseli lautamente pagare (scrive il NYT, “uno dei modi con cui l’Amministrazione Bush ricompensa i suoi amici politici con contratti sontuosi a licitazione privata[112]), ha aperto un’offensiva difensiva di public relations pesante.

Questo dei mercenari è un fenomeno che si incontra, e non per caso, col fatto che ormai ai giovani americani non viene più neanche in mente di andare a combattere perché una causa è giusta, o considerata giusta, ma per lo più solo perché è pingue il salario e non hanno altri mezzi a portata di mano per sbarcare il lunario.

Pare, in effetti, come viene scritto[113], un “segno di disperazione” che ai giovani ufficiali vengano offerte gratifiche sui 35.000 dollari per convincerli a raffermarsi. Mentre, allo stesso tempo e all’unisono, i marines – dal generale comandante alle reclute – cominciano a dire alto e forte che loro sono soldati di prima linea, non certo al meglio contro nemici invisibili nel deserto, e che sarebbero, e si sentirebbero, assai meglio impiegati e motivati contro al-Qaeda o anche i talebani: i nemici veri; non gli iracheni che l’America non l’hanno mai aggredita.

Ora, un Rapporto di 15 pagine della Camera dei deputati che spiega come e perché, mentre il Dipartimento di Stato si dava da fare per mettere a tacere ogni rumore, sono stati più o meno 200 gli “incidenti” che tra il 2005 ed oggi hanno coinvolto gli agenti della Blackwater in sparatorie dopo le quali “non si sono mai fermati né a contare i morti, né a soccorrere i feriti[114].

Dà molto fastidio alla ditta aver dovuto rivelare al Congresso che i superarmati suoi mercenari sono anche pagati sei volte quanto percepisce un militare pur professionista: sui $1.220 al giorno di media è la “mercede” versata dall’erario all’impresa, piena di ex esponenti del partito repubblicano ed ex dipendenti della Casa Bianca, per ogni suo mercenario.

In effetti, recita il rapporto al Congresso, la Blackwater è “un organismo fuori controllo indifferente a ogni vittima che non sia sua e sia soprattutto irachena[115].

Insomma, scrive dell’Amministrazione Bush, sintetizzando il senso di soffocamento che l’America tutta sembra ormai provare in Iraq, un’editorialista del NYT, il rischio ormai è chiaramente quello di cui parlava Nietsche: “coloro che combattono con i mostri dovrebbero star attenti a non diventare in questo modo mostri essi stessi… perché se si guarda a lungo nell’abisso anche l’abisso finisce col guardarti dentro[116].

Ma arriva (sembra arrivare…) il redde rationem. Perché, al di là di precedenti più o meno legali e di previe interpretazioni del governo a leggi pur chiarissime tese a proibire, almeno da una certa data in poi, la pratica della tortura di “sospetti” di terrorismo, sale la protesta di chi, con buonissime ragioni fattuali, politiche e storiche, vuole vedere Bush impeached per alto tradimento.

Infatti, agenti segreti, militari, carcerieri, quant’altri avevano ricevuto un messaggio quanto mai esplicito e poi secretato – più questo, poi, che il merito del malfatto in sé sembra far indignare il Senato, infatti – subito dopo il primo divieto a torturare ricevuto dal legislatore a seguito di Abu Ghraib, per quanto anche l’ordine senatoriale si mostrasse tutto sommato comprensivo assai per gli interrogatori duri: non date retta al Congresso, vi copriamo noi; torturate, torturate pure[117]

Ora, il Dipartimento di Stato si affretta subito, il giorno dopo la nuova legge passata al Senato, a pubblicare un ordine interpretativo-esecutivo suo proprio che fissa nuove regole[118], dice, capaci di portare anche mercenari, guardioni e i loro datori di lavoro (le 170 ditte impegnate in Iraq) sotto la giurisdizione della legge americana.

Badate bene, tra l’altro: americana, mica irachena… in Iraq. E, spiega il ministro della Difesa Robert Gates che se è vero che le azioni dei contractors sono “in contrasto” con la missione miliatre americana. Dichiarazione secca, subito contraddetta – almeno sul piano etico e giuridico – dal seguito: non potremmo certo restare in Iraq se non ci fossero i guardioni con noi, “se non mandandoci altre migliaia di soldati”. Già… appunto[119].

Del resto, è un fatto. Spiega un interessante, informato quanto conciso e succoso, saggio di stampa che ormai gli USA, e a cominciare dai tempi di Clinton, lavorano sull’out-sourcing, privatizzando un po’ di tutto: compresa la stessa loro politica estera[120]

Il fatto è che, ha fatto rilevare un ufficiale appena tornato da un lungo periodo al fronte, in Iraq, siamo nella situazione in cui, Di qua c’è il partito e di là c’è il sacrificio[121]: c’è una sconnessione totale, è la constatazione, tra la vita dei soldati in Iraq (e la loro morte) e la vita della gente in America. “La ragione è che questa è sentita, ed è, per tutti, o quasi, la guerra del presidente non la guerra dell’America. E che la combatte un esercito di soldati di professione supportato dalla Mercenari S.p.A….

    Io, tra lì e qui, sono rimasto colpito da una cosa che non sembra preoccupare per niente la leadership di questo paese, anche se è profondamente corrosiva del bene comune: la scissione che c’è tra le vite dei pochi che combattono e muoiono e quelle dei pochi cui è stato chiesto niente di più che di continuare a far shopping”.

Che, a proposito di Iraq, e di ambasciata americana in Iraq, non riesce neanche a far concludere i lavori della propria nuova megasede, da 600 milioni di dollari (in aumento costante: alla fine, e se va bene coi costi tenuti bassi dal lavoro forzato di moltissimi addetti: prigionieri e prigionieri di guerra, anche…[122], saranno almeno 900 i milioni di dollari spesi  la cui inaugurazione, che doveva avvenire in estate, è stata rinviata (per problemi di costruzione, logistici e di sicurezza: quest’ultima specifica pudicamente assente, però, dai comunicati ufficiali)[123]

Lo sviluppo politico, forse, più rilevante del mese emerge sui due fronti interni più importanti, quello sunnita e quello sciita. Il primo è venuto fuori sparato da un video diffuso da al-Jazeera e dà notizia del fatto che i principali raggruppamenti dell’insorgenza sunnita (Ansar al-Sunnah, l’esercito islamico dell’Iraq, l’esercito dei Mujahideen, il movimento islamico di Hamas-Iraq ed il Fronte islamico della Resistenza, Jami) – che avevano tutti, e da mesi, preso le distanze anche scontrandosi  armi alla mano con i seguaci di al-Qaeda, accusati di massacri indiscriminati di civili – hanno formato un unico Consiglio politico della resistenza col compito di unificare e coordinare le forze che vogliono “liberare” l’Iraq dall’occupazione armata americana.  

Il programma annunciato dal Consiglio[124] si fonda su due punti:

• che l’occupazione è un’aggressione e che resisterle è “un diritto, riconosciuto da tute le leggi e da tutte le religioni”; e

• che l’“unica legittima rappresentanza del popolo” dell’Iraq – come sempre, dove si manifesta una resistenza armata: in Europa nella seconda guerra mondiale, come in America nella guerra di indipendenza contro il colonialismo inglese, dicono – è quella che è scesa in campo armata.

Il secondo, altrettanto importante, sviluppo politico avviene sul fronte sciita, quello più filoiraniano – stessa matrice e lunga collibegeranza contro Saddam – e, insieme, più filoamericano – dopo tutto, da Saddam l’invasione americana li ha davvero liberati – che vede irrigidirsi le posizioni della massima autorità religiosa e civile di quella parte, il Grand Ayatollah al-Sistani che dalla coalizione sciita maggioritaria al governo alleata degli americani adesso esige la cacciata della Blackwater e dei suoi uomini proprio per il simbolismo legato alla sovranità irachena da rivendicare che la faccenda avrebbe (come per Calipari anche lì gli americani rifiutano di farsi giudicare dagli alleati, siano italiani, siano essi iracheni).

E la galassia sciita, l’altra grande ala della quale è quella assai meno filoamericana e francamente e ferocemente anti- di Moqtada al-Sadr sembra come ricoagularsi, superando le antiche scissioni sotto il lavoro continuo e duro riconciliatore, degli iraniani. Oggi sembrano dire tutti – meno il partito del primo ministro ancora in carica che, ovviamente, per ora ancora è contrario – che un Iraq riunificato, tra sciiti e tra sciiti e sunniti anzitutto, deve e può mandar via gli americani[125].

E’ esattamente quanto dice da sempre lo sciita ribelle, Moqtada, e quanto dicono i sunniti, che ormai trovano l’unità tra di loro sulla base dell’intransigenza, insieme, antiamericana ostile al divide et impera di Washington tra gli iracheni e anti al-Qaeda.

Non sono affatto sviluppi che possano calmare l’umore di Washington e questa nuova ripresa di contatti, di lavoro comune, sono i motivi reali – altro che spionaggio, come lo chiamano – che hanno portato gli americani, non gli iracheni infatti, ad arrestare una decina di inviati e diplomatici iraniani in Iraq…

Intanto, con il fattivo ausilio di varie compagnie petrolifere occidentali, si va approfondendo – dopo il primo accordo firmato a settembre tra il Kurdistan iracheno e il petroliere texano Hunt, sodale ed amico, personale e politico, del presidente Bush – il governo regionale del Kurdistan ha firmato altri quattro contratti analoghi, di prospezione e di produzione, pubblicandoli anche sul suo sito web: con la Heritage Energy Middle East Ltd. canadese e con la PERENCO, francese.

Nel frattempo, il primo accordo con la Hunt è stato denunciato come “illegale e nullo e non avvenuto” dal ministro del petrolio iracheno, Hussein Sharistani, mentre il primo ministro al-Maliki dichiara inaccettabili tutti gli accordi che invece il governo del Kurdistan iracheno promuove e difende. In perfetta, come si vede, e fraterna, armonia di intenti…

A Bagdad, poi, annunciano che ogni accordo separato verrà rivisto alla luce della legge petrolifera nazionale, voluta dagli americani e dalla larga maggioranza sciita del governo, che il parlamento – si dice, ma senza potersi impegnare troppo – dovrebbe votare in corso di mese.

La bozza attualmente in discussione prevede – prevederebbe – che tutti i profitti derivanti da investimenti diretti esteri in Iraq nel settore petrolifero e del gas naturale, sarà spartita “equamente” tra le diciotto province del paese (già, come? proporzionalmente a cosa, precisamente? diviso per tre: sciiti, sunniti, curdi? diviso per diciotto: le province? diviso per percentuali di popolazioni, o che?).

Ora gli USA premono – con ragione pensano che una legge nazionale “giusta” sarebbe un forte collante per un paese a rischio – ma il fatto è che il blocco di voti curdi in parlamento è di 53 seggi su 275; e che, insieme a quelli scontenti di matrice sunnita e a quelli divisi al loro interno tra gli sciiti, non sembra proprio probabile un legge nazionale capace di qualche efficacia[126].

Emerge anche una novità estremamente pericolosa per l’unità del paese quando si viene a scoprire che, adesso, nella provincia di Kirkuk, nel nord curdo, il governo paga sull’unghia 16.500 dollari di “buonuscita” a tutti i cittadini di origine araba, sunniti o sciiti che siano, che se ne vanno altrove in Iraq: lo rivela, senza infingimenti, il governatore di Kirkuk, Abdul Rahman Mustafa.

Certo, è un articolo della Costituzione irachena a prevedere che sciiti e sunniti che dal Kurdistan tornano alle loro originarie province vadano “pagati”. Ma è, per lo meno, curioso che solo ora – quando tutto si sta frantumando – di quell’articolo siano in tanti a cercare di approfittarne. Perché, poi, tra l’altro i curdi stanno chiedendo agli americani di finanziare l’esodo[127]

Lo scambio di inviti, da parte del governo Karzai, e di rifiuti, anche insolenti, da parte dei talebani a cavallo tra settembre ed ottobre (Karzai dice: entrate nel governo; loro dicono: finché il paese è occupato per tenere su questo governo di “servi degli stranieri”, scordatevelo) riflette, forse, il rapporto di forze che in Afganistan si sta delineando.

Ma è certo che se mai i talebani entrassero nel governo, malgrado il loro nauseabondo curriculum sul fronte dei diritti umani, sulla base del fatto spiegato da Karzai che sono anche loro afgani, sarebbe una sconfitta politica colossale per i neo-lib/neo-cons interventisti. Anche se, formalmente e del tutto ipocritamente, l’Amministrazione fa dire a un vice di un vice di un vice del Dipartimento di Stato che l’offerta di Karzai va appoggiata, se prima i talebani, però, “rinunciano alla violenza”: se, cioè, prima si arrendono[128]… quando sono per tutti, per la NATO anzitutto, vincenti. Il massimo del realismo, insomma.

Sono sette anni e mezzo da quando gli americani cominciarono i loro bombardamenti per cacciar via i talebani, amici di bin Laden… e loro stanno lì. E sono quasi 1.600 i membri delle forze di sicurezza afgane fatti fuori nell’ultimo anno dai talebani: più di quanti ne abbia sfornati nello stesso anno le scuole di polizia. Il che vuol dire che i talebani stanno progressivamente erodendo le forze di sicurezza e che le truppe straniere restano indispensabili a tenere in piedi Karzai ed i suoi.

E’ per questo che probabilmente ritengono di potersi permettere di dire no a Karzai: hanno l’impressione che il tempo lavori per loro sul fronte interno e vedono che gli occupanti sono stanchi ogni giorno di più di fare quell’ingrato lavoro.

Intanto l’ex altro rappresentante delle Nazioni Unite per la Bosnia, Lord Paddy Ashdwon, già leader del terzo partito britannico, il Liberal democratico che prende magari il 20% dei suffragi alle elezioni politiche ma arrivando raramente primo nelle singole circoscrizioni, secondo loro sistema elettorale, si ritrova al massimo col 4-5% dei seggi, torna a fiaccare ogni ottimismo, dal punto di vista occidentale, sulla situazione afgana. Lo fa rispondendo con grande cautela alla proposta che gli arriva da parte della NATO e, in particolare, da alcuni dei “caporioni” – i paesi che contano – dentro la NATO di assumere anche lì un ruolo simile a quello che ha svolto in Bosnia.

Oggi, dice Ashdown, la NATO in Arganistan “ha perso” e la sua incapacità di portare in quel paese – dopo bombardamenti, occupazione e intervento militare continuo ormai da sei anni – un barlume di  stabilità “potrebbe ormai provocare” una guerra “settaria e tribale” in tutta la regione su grande scala.

Da questo punto di vista – aggiunge – credo che perdere in Afganistan sia peggio che perdere in Iraq. Cadrebbe – parla sempre in un’ottica assolutamente occidentale, assolutamente atlantica, Ashdown: di caduta e di perdite dal punto di vista NATO, si capisce – il Pakistan, e si scatenerebbe su tutta l’Asia occidentale che arriva fin lì una vera e propria conflagrazione bellica tra il mondo sunnita e quello sciita”.

Il messaggio è stato variamente ripreso ma sugli stessi toni alla conferenza cui Ashdown andava a partecipare, un vertice NATO sull’Afganistan tenuto a Noordvijk, in Olanda, a fine ottobre. Con tensioni acute specie tra americani e britannici di qua e tedeschi, italiani, francesi, e ormai anche canadesi, di là che non hanno comprensibilmente nessuna intenzione di assumere un ruolo “combattente”, di prima linea come vorrebbero gli alleati anglosassoni, in una guerra che ormai dicono tutti “è perduta”[129] …  

Su un tutt’altro fronte – ma qui, come cerchiamo di evidenziare da tempo, tutto è davvero legato a tutto – sembra essere stato raggiunto l’accordo sul nucleare tra Nord-Corea e Stati Uniti di cui s’è dibattuto per anni— perdendo un sacco di tempo per la scempiaggine americana per cui loro con gli Stati canaglia, da loro definiti di volta in volta, si capisce, canaglia non parlano e, dunque, per anni per interposta persona per poi alla fine inevitabilmente finire col parlarci direttamente: tutto il resto, il gruppo di lavoro con Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone, essendo una ciancia, una copertura graziosamente concessa agli USA per non costringerli a perdere la faccia.

L’accordo stabilisce, secondo la sintesi che dei termini dà la stampa americana “un calendario per svelare da parte della Corea del Nord tutti i suoi programmi nucleari e disabilitare i suoi impianti centrali in cambio di 950.000 tonnellate di olio combustibile o del valore equivalente in aiuti economici[130].

Ma gli equivoci abbondano: la disabilitazione degli “impianti centrali” (core plants) che vuol dire? quali sono quelli “centrali” e quali no? e si disabilita (non si smantella…) con mazza e martello? o, semplicemente, staccando qualche spina? l’accordo non specifica… e vedrete, adesso, il dibattito). E la disabilitazione, poi, la pagheranno gli Stati Uniti. Che non hanno neanche ottenuto la distruzione della (poche, è vero) bombe nucleari di cui Pyongyang già si è dotata…

Dall’altra parte, la Corea del Nord non ha ottenuto subito l’abolizione delle sanzioni finanziarie ed economiche USA (quelle dell’ONU non contano: sono solo un timbro affisso, pressoché d’ufficio, a copertura di quelle) ma è stato concordato l’impegno “ad andare ad una soluzione” del problema: lo ha confermato il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean D. McCormack[131].

Le due Coree, che poi hanno tenuto al Nord il loro secondo vertice diretto, hanno concordato, senza chiedere il permesso agli Stati Uniti ma certo, e non a caso, in questo clima e non in quello di denuncia esacerbata di qualche mese fa, di concludere formalmente con la firma di un vero trattato di pace la guerra di Corea che, dal 1953, era congelata al livello di un precario armistizio e di una tensione continua. Sono rose? Vedremo[132]

Nuove nuvole si addensano, però, sui cieli a cavallo delle Coree del Nord e del Sud. Ci pensano gli americani – e, bisogna ripetersi ancora una volta, col tempismo che li contraddistingue – che, non appena concluso, ma non ancora portato certamente a buon fine, l’accordo per la “disabilitazione” degli impianti nucleari nord-coreani, aprono un negoziato bilaterale con la Corea del Sud per discutere di futuri progetti congiunti di ricerca nucleare.

I punti chiave dell’agenda, informa il governo di Seul, che però per ora non sembra quasi accorgersi della contraddizione emergente, sono il ciclo di ricerca sul combustibile atomico, i reattori di cosiddetta quarta generazione ed un’ “iniziativa globale sull’idrogeno nucleare[133].

Non diventa difficile capire perché a Pyongyang la stiano prendendo assai male. E non solo con gli americani, anche con i fratelli coreani del Sud, a pochi giorni dagli incontri unitari…

Sul nodo Israele-Palestina, tre notazioni emergono in corso di mese.

• La prima è che Bush personalmente ha chiesto, e Abu Mazen gli ha personalmente risposto con un no secco, di designare come vice presidente dell’Autorità palestinese Mohammed Dahlan. Non ha detto no, come avrebbe forse dovuto, perché era irricevibile in sé la richiesta di uno straniero come Bush. Ma perché ha spiegato – e il fatto che glielo abbia dovuto spiegare, la dice lunga su quanto poco Bush capisca della situazione israelo-palestinese e del suo delicatissimo… squilibrio – che la designazione di Dahlan “avrebbe equivalso al suicido politico per lui e ad una nuova vittoria politica per Hamas[134].

    Il fatto è che tutta la Cisgiordania e tutta Gaza sanno, né lui s’è preoccupato mai di smentire con qualche convinzione – e ormai dopo la designazione della casa Bianca neanche ci può provare – che è stato ed è l’uomo di Washington e della CIA dentro l’Autorità e colui che, al comando delle forze dell’ANP a Gaza quando la “striscia” si sollevò su ordine di Hamas, scappò con milioni di dollari in valigia lasciando campo libero alle forze del governo islamico contro quelle presidenziali.

• La seconda è che prosegue la missione impossibile di Tony Blair, inviato del Quartetto di cosiddetti pacificatori, detta anche missione invisibile per il percorso sottotraccia, nascosto e silenzioso, così poco caratteristico della sicumera e della autopromozione tipiche dell’ex primo ministro britannico.

    Il fatto è che, per la prima volta, invece che le sue certezze teoriche e ideologiche (viva Israele, comunque…), Blair si trova sbattute in faccia, girando per i territori occupati, le conseguenze quotidiane e “appalling”— spaventose, come le ha definite lui stesso[135], dell’occupazione; e coglie, sente, non diciamo capisce ma riesce per la prima volta a vedere, quasi fisicamente, da dove e come nascono le radici dell’odio e di tutto quello che ne deriva…

• La terza è che sembra fissata dal Dipartimento di Stato al 26 novembre (ma slitterà ancora) la data per (cercar di) riunire ad Annapolis, sede dell’Accademia navale, la conferenza, o incontro o chi sa cosa (ancora non è stato deciso) tra “altri” Stati arabi del Medio Oriente, Israele e Autorità palestinese per cercare di stringere su un vero e proprio piano di pace per la Palestina.

    Vale la pena di spendere qualche parola su questa che corre davvero il rischio di essere un’altra occasione disperatamente perduta.

Gli Stati del Medio Oriente in questione erano, in buona sostanza, Arabia saudita e, avrebbe voluto Rice, anche Siria… che ci sarebbe anche stata forse, se Israele avesse consentito a parlare anche dell’occupazione che dura dal 1967, delle colline del Golan.

Ma Israele ha provveduto, con un tempismo straordinario, che il presidente Bush ha saputo commentare solo con un “no comment” – come del resto sono stati silenti moltissimi paesi arabi pur abituati a condannare in linea di principio Israele: forse è che si fidano ancora di meno della Siria – ad affossare ormai ogni possibilità del genere andando a bombardare, senza alcuna provocazione e nessuna denuncia, un impianto che ha definito militare vicino a Damasco[136]: dicendo che si trattava di ricerca nucleare, anche se ancora assolutamente allo stato embrionale.

Senza alcuna prova, che di impianto nucleare militare effettivamente si trattasse però, se non quelle discutibili e… segrete fornite dall’intelligence di Tel Aviv a quella americana, restate segrete ma passate alla stampa che, come sempre le accetta e le pubblica per così dire, sulla parola. Come se, al solito, solo a Israele fosse consentito farsi le sue bombe nucleari e condurre ricerche sul nucleare civile.

Le difficoltà restano tutte, però, anche e proprio sul fronte più ristretto e cruciale, quello israelo-palestinese, e non è affatto detto che i colloqui si possano davvero tenere: i palestinesi, come in genere gli arabi e – più discretamente – stavolta anche gli americani vogliono che in qualche modo siano conclusivi (su almeno tre nodi cruciali, il ritiro dai territori occupati e la fissazione dei confini dei due Stati, i rifugiati, la spartizione di Gerusalemme…; gli israeliani li vedono, invece, come propedeutici e espressione di reciproca buona volontà…).

Se vince l’impostazione israeliana, come pare ancora probabile – l’intransigenza cieca e ripetuta di Israele anche a proprio scapito è ormai leggendaria[137] – alla fine tutto si ridurrebbe ad una conferenza tra americani e palestinesi e all’ennesima catastrofica sconfitta politica per Condoleezza Rice e i suoi progetti…

In definitiva, la probabilità più probabile è quella che emerge da un consenso ormai sul serio pressoché raggiunto: che la conferenza di Annapolis, o dove mai poi si terrà, sia destinata all’ennesimo fallimento.

Lo scrivono netto e pulito molti ex diplomatici americani all’onorevole dottoressa Condoleezza Rice: “diamo il benvenuto ed applaudiamo l’iniziativa… un’apertura importante per far avanzare il dialogo e riportare le parti verso l’idea di due Stati, Israele e Palestina, che vivono fianco a fianco nella pace e nella sicurezza”.

Ma, aggiungono, sono state create così anche aspettative forti e il rischio di frustrarle è elevato. “Lo scopo finale è naturalmente una soluzione della questione arabo-israeliana basata sulle risoluzioni ONU 242 del 1967, 338 del 1973, 1397 del 2002, 1515 del 2003; e sui principi di Madrid, sull’iniziativa di pace araba e sulla road map”. Tutte iniziative, però, che partono da un presupposto mai finora acquisito: la disponibilità di Israele, per avere la pace, a restituire la terra, le terre, occupate con la guerra del 1967…

Ecco se, come si presenta finora – cioè ancora come una scommessa, con speranze infondate e promesse contraddittorie e incomplete – l’incontro fallisce, rovesciandosi in un’ennesima delusione e in un altro disinganno, “può peggiorare ancora tutto il quadro mediorientale”.

L’analisi è lucida, la prognosi è impietosa, la speranza è al lumicino. Ma, soprattutto, dicono questi diplomatici di professione, per avere successo bisogna che l’America trovi finalmente la volontà di essere chiara, e anche dura, con chi va convertito: anche per il proprio stesso futuro— e questa sarebbe davvero una necessità bipartisan visto che i democratici sono sicuramente altrettanto ciechi dei repubblicani, e forse anche di più, alle necessità di equilibrio e fair play sulla questione israelo-palestinese[138].

In un altro sviluppo, collaterale e forse marginale, però comunque significativo, per la prima volta dall’invasione di un anno e più fa, l’antiarea libanese ha sparato contro due cacciabombardieri israeliani che volavano basso sul territorio libanese qualcosa come centocinquanta colpi ma senza prenderci[139]. Però, almeno, dicono, ci hanno provato.

A Wall Street, sul piano economico e finanziario, con un’impennata che ha lasciato un po’ tutti di stucco, l’indice Dow Jones ha sfondato il tetto massimo finora raggiunto, oltre i 14.000 punti— rallegrando molto gli investitori ma allarmando i real-pessimisti[140] perché, in effetti, sottolinea un’instabilità ormai altalenante dei mercati che sembra diventata la sola cosa stabile, ma con tendenza a gonfiarsi, con tendenza alla bolla e allo scoppio (inevitabile, poi) della bolla.

Senza molte ragioni, senza fondamentali a sostenere il rialzo. Anzi… la previsione di un tasso di produzione manifatturiera più debole del previsto dovrebbe ragionevolmente frenare. Ma proprio il tasso più debole incoraggia molti a pensare che il tasso di sconto, per questo, si abbasserà ancora. E, in un mercato dove i soldi non si fanno più troppo spesso con prodotti e servizi ma con altri soldi, questa è, di per sé, a prescindere, una bella notizia.

Poi, come capita spesso, in molti si sono presi paura del proprio ardire, o della propria incoscienza, si sono messi a pensare ed a vendere… e gli indici si sono ristabilizzati all’indietro[141].

Ma, in effetti, a fine ottobre la Fed cha deciso di dare quel che volevano agli investitori, un altro abbassamento del tasso di interesse a breve che essa controlla direttamente di ¼ di punto, al 4,50%. Allo stesso tempo, ha reso noto, o meglio fatto capire, che Wall Street adesso farebbe bene a non aspettarsi più altre prossime riduzioni[142].

L’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, si dice fiducioso – ma, a stare ai precedenti, il fatto è tutt’altro che rassicurante – che la crisi globale del credito aperta in agosto potrebbe stare lì lì per finire. Negli Stati Uniti, ha rilevato come se fosse una bella novità, hanno ripreso scambi sostenuti sui titoli a rischio, hedge funds e simili, e questo è un segno che la stretta al credito si viene allentando. E’ vero, riconosce Greenspan, la crisi è stata “un incidente che aspettava solo di capitare”, anche se non fosse stata scatenata dall’accidente dei subprimes andati all’aria.

Però certo, si dice anche sicuro Greenspan, il mercato edilizio in America continuerà ad andar giù perché le nuove vendite non hanno ridotto l’eccesso di scorte, di case nuove già sul mercato e invendute, e lui predice che passerà parecchio tempo prima che il mercato edilizio e quello ipotecario si stabilizzino e la spesa di consumi acceleri di novo negli USA[143].

La produzione manifatturiera rallenta la propria crescita, a settembre su agosto, secondo l’Istituto dei managers agli acquisti[144]. E, confermando l’usanza che ne sta facendo affondare tanti in una montagna di debiti, i consumatori americani negli ultimi tre mesi hanno continuato ad accumulare disavanzi e buchi nel bilancio personale e familiare. Hanno cambiato strumento, spesso, aumentando la loro dipendenza dal rosso sulle carte di credito al posto dei liquidi che riuscivano a strappare e non riescono più ad ottenere  accendendo nuove ipoteche sulle abitazioni, un percorso ora impercorribile o troppo costoso[145].

In effetti, a suggerire che parecchi altri americani potrebbero vedersi pignorata e sottratta la casa e che potranno durare ancora a lungo le turbolenze sul mercato edilizio – più a lungo di quanto prevedono oggi anche gli analisti più pessimisti – ci sono gli ordini di nuove case: un eloquente crollo del 39%[146], mentre vanno giù dell’8% a settembre le vendite di case esistenti[147].

Gli ordinativi dell’industria vanno giù in agosto del massimo da sette mesi, riflettendo bene la debolezza crescente trasversalmente su un grosso spettro di prodotti manifatturieri: -3,3%, anche peggio delle aspettative (-2,8). Sono crollate le ordinazioni di aerei da trasporto civile (-39,9%), di auto, di macchinari industriali. E cadono del 4,9% nel mese anche gli ordini al consumo di beni durevoli[148]

Le vendite al dettaglio preannunciano[149] una caduta secca, secondo le grandi catene di magazzini che danno conto dei dati di settembre, cui si conformano di regola – in peggio – quelli dei dettaglianti in genere.

L’inflazione sale in America dello 0,3% a settembre, al +2,8% su un anno prima. Nel calcolo depurato di alimentari e energia, la crescita si contiene al 2,1%[150].

Il deficit commerciale[151] accenna a una riduzione in agosto, a 57,6 miliardi di dollari, -2,4% in un mese e non è poco, con la svalutazione progressiva del dollaro (il vero jolly) e la riduzione del costo all’importazione dell’energia.

Il presidente ha posto il veto – solo il quarto della sua presidenza: di regola, si limita semplicemente ad ignorare e non far applicare le leggi che non gli piacciono – su una disposizione votata sia dal Senato che dalla Camera che allarga il finanziamento della copertura a programmi assicurativi per la salute dei bambini.

E siamo al solito: anche qui, anche sul fronte interno – e su un tema, i bambini, che fa, o dovrebbe, fare scandalo proprio per tutte e per tutti – non si trova una maggioranza democratica capace di non subire i no presidenziali e di trovare modi e coraggio di ribellarsi: al test del voto in aula, il 18 ottobre, 273 si sono pronunciati per scavalcare l’alt presidenziale e 156 hanno invece votato con Bush: larga maggioranza, ma sotto di 13 rispetto ai 2/3 che erano necessari[152]…).

E dove e come si potrebbe vincere, invece, di sicuro, rovesciandogli contro lo strumento del filibustering – come abbiamo appena visto più sopra – cancellando così le sue leggi e, con esse, anche lui, non si sa… E dove sarebbe ancora più facile farlo, hanno paura di farlo.

Un altro esempio, davvero come ormai sappiamo, l’ennesimo. Dopo, le ignominiose dimissioni forzate dell’ultimo ministro della Giustizia, Alberto Gonzales – che mandava comunicazioni scritte avvisando di non torturare i “sospetti” di terrorismo e, contemporaneamente, altre comunicazioni scritte, però secretate, che invece dicevano fate pure: e il caso gli è scoppiato in faccia…), il nuovo designato procuratore generale degli USA, Michael Mukasey, davanti alla Commissione senatoriale che deve  confermarne la nomina ha risposto a molte domande…

Ma, su “invito” specifico del presidente degli Stati Uniti, ha “rispettosamente declinato[153], dopo aver “giurato di dire tutta la verità, nient’altro che la verità, che Dio mi aiuti” di rispondere se lui avesse considerato, e ancora considerasse, come torture i “sistemi di interrogazione forzata” sanzionati dal suo predecessore per conto del presidente…

E, in una situazione dove il presidente afferma solennemente, in un discorso sì e l’altro pure, che gli Stati Uniti non torturano ma poi aggiunge ogni volta che quel che è tortura spetta a lui definirlo, con dietro le spalle Abu Ghraib, Guantánamo e le centinaia di renditions in ceppi di chi lui definisce “sospetti terroristi” nelle peggiori galere del globo per farveli torturare da “specialisti locali”, non americani ma per conto ed alla presenza di agenti americani, la domanda rimarrà pure inevasa ma a tutti è evidente che la risposta è chiarissima…

Anche perché, in realtà, a tutti è altrettanto evidente che non c’è bisogno per nessuno di sapere cos’è la tortura per sapere che di questo si tratta, quando di questo si tratta. Proprio come non c’è bisogno di definire pornografia quel che tutti sentono essere tale, quando di questo si tratta… 

Malgrado ciò, malgrado da una parte la sua reticenza e, dall’altra, la sua estrema chiarezza (la filosofia che porterebbe con sé al ministero, come l’ha esposta al Senato, sarebbe tale e quale quella aberrante del presidente: il potere presidenziale, per dirla col NYT, “è robusto, tende ad espandersi e a volte [quando lo decide lui] va al di là del potere di controllo del Congresso[154]), Mukasey non è stato mandato a meditare dietro le sbarre finché non si decideva a dire la verità e smetteva di rendersi colpevole di “disprezzo” della corte, o del Senato che sia— in America lo fanno i giudici e non solo nelle serie televisive e lo hanno fatto spesso le Commissioni senatoriali, che hanno poteri giudiziari…

Bisognerà vedere come va a finire, adesso— ma lasciateci prevedere – col giornale sopra citato – che alla fine gli diranno di sì: perché, rispetto al predecessore, comunque è il minor male, perché bisogna cercare di riparare gli sbreghi, anche se sono larghi come una piazza d’armi, tra giustizia e diritto, perché c’è una specie di dovere di patriottismo anche sì, anche, coi presidenti-canaglia…

Insomma, questi si voteranno – turandosi il naso e magari anche vomitando – e si terranno, con George W., un altro ministro della  Giustizia la cui parola d’ordine ipocrita continuerà ad essere, perché vuole così il principale, il sempiterno “non mi ricordo” del predecessore. Il  fatto evidente, eclatante e straconfermato è che, al solito, se uno il coraggio di far politica sui princìpi non ce l’ha – e la maggioranza del Senato chiaramente non ce l’ha – mica se lo può dare…

Se la potrà dare, forse, il giorno che capirà che se continua a chiedere all’avversario i voti per far passare le proprie soluzioni si garantisce solo di perdere. Come, del resto, non solo qui e come del resto, guarda un po’, sempre a favore di conservatori e destre… In nome dei miraggi più improbabili: dall’unità nazionale alla pacificazione, alla ricerca del centro ad ogni costo… anche quando proprio non c’è.

Tornando al quadro economico. Il ministro del Tesoro, Hank Paulson, ha suonato il suo personale e forte allarme che il rallentamento del mercato edilizio e la conseguente, o almeno concomitante, crisi del credito e dei mercati ipotecari sta ponendo l’economia americana “a rischio significativo”. Ma, accortosi forse con un attimo di ritardo, della gravità del suo dire, ha subito aggiunto di non volere con questo istigare nessuno a stringere troppo le viti di una maggiore regolazione su un’economia che deve restare libera[155]

Già… ma libera, quanto? e non stringere troppo le viti, ma quanto? e chi li decide i “quanto” in questione?

Per fortuna, sale un po’ più del previsto il tasso di crescita del PIL del terzo trimestre che, a meno di revisioni, qui molto frequenti dato che anche le statistiche sono sempre a breve e a brevissima, dovrebbe attestarsi al +3,9% (dopo il 3,8 del secondo e lo 0,6% del primo trimestre)[156]. Forse, se il dato fosse arrivato qualche giorno prima, la Fed avrebbe esitato ad abbattere ancora di ¼ di punto il tasso di sconto. 

Anche perché poi, in famiglia, a premere sul tema finanziario e economico c’è il segreto (quasi) di cui si parla in pubblico il meno possibile: il costo delle guerre di Bush, quelle più o meno imposte agli Stati Uniti, per esempio dall’11 settembre – anche se poi è stato lui a scegliere dove e come combattere – e quelle che, invece, si è scelto proprio da solo perché così ha deciso o, sostiene lui, così gli ha detto di fare il padre: il padre che è nei cieli…

Si tratta di un impegno che il CBO, il Congressional Budget Office, l’ufficio di revisione contabile indipendente (dalla Casa Bianca: dipende direttamente dal Congresso) ha appena stimato in qualcosa come 2.400 miliardi di dollari nel corso dei prossimi dieci anni prendendo in conto le molte spese che finora la Casa Bianca si è rifiutata di rendicontare e presumendo che nelle aree finora interessate – non c’è l’Iran, per ora… – resti un numero rilevante di truppe americane.

Finora, calcola prudentemente il CBO, gli USA hanno speso tra guerre, in Iraq e in Afganistan, 600 miliardi di dollari, inclusi i 39 che rientrano sotto quelle voci sotto forma di “spese diplomatiche” e “aiuti all’estero”. Se, di qui a sei anni, tra Iraq ed Afganistan gli USA riuscissero a ridurre le loro truppe a 75.000, il costo ulteriore per operazioni militari e diplomatiche sarebbe di altri 1.000 miliardi secchi di dollari e, ancora, di 795 miliardi in interessi da pagare nel prossimo decennio[157].

La portavoce del presidente, Dana Perino, ha detto che la previsione è un nonsenso perché è solo una proiezione: che si limiterebbe, dice citando il parere anonimo di esperti che non nomina consultati al volo, a prolungare in futuro i trend del recente passato. Ha detto l’ovvio, cioè, la signora Perino. Ma non ha potuto smentire i dati CBO. Solo esprimere una speranza di costo minore. Alla quale crede solo lei, col presidente[158].

Sul piano dei risultati economici, preoccupa molti che le vendite di titoli americani da parte di investitori esteri ad agosto abbiano portato al deflusso netto massimo – di sempre e di gran lunga – di investimenti in assets americani (69,3 miliardi in uscita, il precedente più vicino era uno i 21,2 miliardi del marzo 1990[159]

Al dunque, e sintetizzando… Per anni e anni, gli Stati Uniti sono riusciti a farsi finanziare dai risparmi del mondo, e in particolare dai risparmi dei paesi dell’Asia— Cina, Giappone, India, paesi del Golfo e tutte le cosiddette tigri della cosiddetta nuova economia. E, finché questi paesi compravano buoni del Tesoro, i tassi di interesse in America potevano anche restare bassi.

Ormai, tutto questo sembra avviarsi definitivamente a cambiare, sempre che non sia già cambiato. Alla fine della terza settimana di ottobre, il Giappone aveva ridotto del 4%, a 586 miliardi di dollari, i bonds americani in suo possesso e la Cina s’era liberata del 2,2% dei suoi, arrivando a 400 miliardi. In tutto, in settimana, 163 miliardi di dollari di obbligazioni sottoscritte dal governo statunitense hanno inondato il mercato.

All’estero, in mani straniere, ci sono circa 2.230 miliardi di dollari di debito americano, più o meno il 50% del totale[160]. I cinesi sostengono che, almeno nel loro caso si tratta solo di diversificazioni, ma la notizia – aggiunta a quella della già fortissima diversificazione dal dollaro delle entrate iraniane dal petrolio – sembra come i primi rintocchi della famosa campana…

Alcuni dati appena pubblicati dall’ufficio federale delle tasse americano spiegano bene il malessere economico tanto diffuso in America, malgrado la crescita che, in numeri e in dati statistici, si è effettivamente verificata dopo lo scoppio della bolla speculativa di borsa e dei cosiddetti dot.com del 2000[161]. Ma, nel 2005, tra chi ci ha guadagnato di più, i decili più alti, e chi di meno, i più bassi, c’è un baratro…

Il rapporto ufficiale del Bureau of Labor Statistics di ottobre[162], sui dati dell’occupazione e della  disoccupazione, riporta risultati migliori delle attese. Ed anche le revisioni di agosto e settembre registrano dati in miglioramento.

Ma, in tutti i settori legati all’edilizia (costruzioni, vendite, credito, ecc.) e non solo, vengono persi, negli ultimi tre mesi, qualche decina di migliaia di posti di lavoro e se il business nel suo complesso continua ad espandersi, cresce solo a mezza velocità rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Resta però il fatto che, malgrado le revisioni in aumento, quest’anno tutte le cifre di crescita sono… in calo, a partire dai posti di lavoro. Anche se l’Amministrazione ha cercato di pompare assai il dato che la crescita continua a crescere – mettendo tra parentesi che comunque la crescita è in calo – non sembra in realtà proprio niente di che considerando che nel corso della seconda presidenza di Clinton vennero creati in media ogni mese un numero più che doppio di nuovi lavori.

Ed il calo di crescita è un fenomeno soprattutto evidente nelle decelerazioni meno volatili, quelle su base annua che riflettono bene, in realtà, il rallentamento generale dell’economia.

Su base trimestrale, questi +298.000 posti di lavoro (calcolati sul numero di buste paga distribuite) rappresentano il minimo da quattro anni. Lentamente, così, comincia ad aumentare anche il tasso di disoccupazione ufficiale che ormai è al 4,75 dal 4,4% che era, sempre calcolato canonicamente, a marzo scorso.

GERMANIA

Anche la Germania si è vista costretta dalle crisi concomitanti che si stanno scatenando a livello globale, tutte col fulcro in, o intorno all’, America  (il terrorismo, nelle sue variegate dimensioni e fonti? la pace? la guerra? il petrolio? il dollaro? i subprime? le turbolenze finanziarie ed economiche di ogni ordine e grado…) a modificare le previsioni di crescita per il 2008, riducendo dal 2,4 al 2% la proiezione sul PIL. Nel 2007, però, l’aggiustamento previsto (ma passibile, avvertono, di riduzione prossima ventura anch’essso…) è ad un leggero rialzo della crescita del PIL: +2,4, invece che 2,3% fino a ieri previsto[163].  

Braccio di ferro ingaggiato, e prima ripresa persa, dal governo tedesco, dallo Stato della Bassa Sassonia e dal sindacato contro la Corte europea del Lussemburgo che ha bocciato la legge, vecchia di quasi 50 anni, che difende la proprietà mista della Volkswagen[164], con una specie di nocciolo duro, di golden share come si dice, di proprietà pubblica, appunto, per legge.

Che prevedeva (e prevede: il fatto di averla bocciata non significa affatto che sia già decaduta) una specie di scudo a difesa dall’acquisizione da parte di azionisti “alieni”, specie poi se stranieri. In Europa, e specie in Germania, oggi c’è una ipersensibilità manifesta. Insomma, è una chiara misura di protezionismo.

Che, è vero, pur essendo stata sollecitata proprio dalla Commissione come del tutto consona alle sue propensioni liberiste, meglio neo-liberiste, è poi contraddetta essa stessa dalle paure diffuse – di acquisizioni, ad esempio – da parte di russi o cinesi di assets di imprese europee. Insomma, per la Commissione e per i governi europei, protezionismo interno è cattivo, protezionismo verso l’esterno è, invece, buono. Protezionismo a geometria variabile, insomma.

La Corte di Lussemburgo ha esplicitamente asserito che la Germania “non è stata in grado di spiegare come, per proteggere i lavoratori, sia giusto e necessario per le autorità federali e di Stato  mantenere una posizione rafforzata ed irremovibile nel possesso del capitale Wolkswagen”.

Ma, hanno fatto notare i metalmeccanici Volkswagen, senza quella protezione deprecata dal neoliberismo, la Porche, già socia di minoranza della fabbrica, vuole comprarsela tutta e ha già annunciato che vuole farla dimagrire: parecchio.

E’ questa, sarebbe questa, se avranno il coraggio di darla apertamente, la migliore risposta che alla Corte europea di Lussemburgo e ai corifei del libero mercato selvaggio, potrebbe e dovrebbe dare lo  stato sociale di mercato tedesco.

FRANCIA

L’Authority di borsa, per il controllo dei mercati finanziari, ha denunciato, alla procura della Repubblica, 21 dirigenti dell’Airbus e della casa madre, l’EADS, colpevoli di insider trading[165]: sapevano dei problemi e dei ritardi nella consegna dell’A380 superjumbo[166] (il  cui primo esemplare, però, il 15 ottobre finalmente viene consegnato alla Singapore Airlines) e proprio per questo avevano rivenduto azioni ed esercitato il diritto di vendita delle loro stock options.

Quando i ritardi legati ai problemi legati alla cablatura degli aerei che sono venuti fuori “improvvisamente” a giugno del 2006, le azioni dell’EADS sono crollate del 26% in un giorno. E l’accumulo, nei giorni immediatamente precedenti, delle cessioni di stock options ed azioni da parte di tanti dirigenti ha sollevato i più che comprensibili, sospetti dell’autorità.  

Dominique Strauss-Kahn, che è stato uno dei ministri dell’Economia più preparati e brillanti dell’era Mitterrand, è stato ora “designato” da Nicolas Sarkozy ed “accettato” dagli altri membri del Consiglio di Amministrazione come direttore generale del Fondo monetario internazionale[167]. Per prassi (prassi…, diciamo consuetudine imposta dai più forti ai più deboli, al solito: è una votazione farsa, nei fatti) il capo dell’FMI è un europeo, quello della Banca mondiale uno statunitense…

La dura presa di posizione decisionista del presidente della Repubblica, che vuole imporre per legge una riforma delle pensioni “peggiorativa” (per le persone) e “migliorativa” (per i conti pubblici, come li vuole il governo) anestetizzando, grazie al suo vasto consenso “politico”, le reazioni di  sindacati e lavoratori, è riuscita ad unificare gli otto sparpagliatissimi sindacati del settore e il 100%% degli addetti.

Risultato: quello che era sicuro di evitare (l’eterogenesi dei fini…), paralisi totale il 18 ottobre per ventiquattr’ore dei trasporti ferroviari…, e danni seri alla distribuzione di energia e gas, manco fosse l’Italia questa Francia sarkoziniana. Con migliaia e migliaia di lavoratori in piazza a ritmare “Cécilia, siamo con te, ne abbiamo anche  noi piene le p…e di Nicholas[168]! Bisognerà verificare, però, come reagirà il grande pubblico, quello che (almeno stavolta) non è interessato in prima persona dalla protesta in difesa dei propri interessi.

GRAN BRETAGNA

E’ sembrato sicuramente simbolico che al Congresso dei Tories britannici sia stata votata una mozione che impegna il prossimo governo, se mai fosse conservatore, a tagliare le tasse di successione. Ma, hanno specificato, non per i miliardari[169]. Questi sono conservatori sì, ma seri: non come da noi, quando col voto del partito dell’italiano più ricco del mondo hanno soppresso del tutto le tasse di successione. Anche, ovviamente, per gli stramiliardari…

Il Tesoro ha deciso di estendere la sua garanzia di copertura ai depositi che i singoli clienti avevano affidato alla Northern Rock, salvata il mese scorso dalla Banca centrale britannica dopo aver riportato una situazione di difficile liquidità nel mezzo della crisi del credito e dei mutui a rischio. Non solo ai vecchi, ma anche ai nuovi depositi.

Da un certo punto di vista, anche doveroso: oltre, e ancor più, che le banche vanno coperti i singoli risparmiatori alla faccia certamente di chi sostiene che a decidere debba essere sempre… il mercato. L’Authority sui servizi finanziari, che controlla le banche, ha ammesso al parlamento di “aver sbagliato” per carenza di sorveglianza. Dopo averlo ammesso ha ringraziato e se ne è andata: e non è successo niente[170]… Non granché differente da quanto, in situazioni analoghe, succede del resto – è  successo, per banche e borsa – da noi. Non ci si fa del male, del resto, tra simili.

La produzione industriale è salita dello 0,1% in agosto e, su un anno prima, dello 0,7%. Il deficit commerciale di beni e servizi è sceso nelle stesso mese a 5,88 miliardi di euro dai 6,6 di luglio. E il Tesoro ha abbassato le sue previsioni di crescita del PIL al 2%, grosso modo, dal 2,5 della stima precedente. E, di conseguenza, ha anche rivisto in peggio le previsioni di bilancio, che si fanno più grigie. L’inflazione, invece o anche per questo, resta nell’an no a settembre all’1,8% , identico tasso di agosto[171].

Dice il cancelliere dello scacchiere, Darling, che “se si dà anche solo un’occhiata al resto del mondo – considerato il peso dell’economia americana e visto quel che successo anche qui da noi in relazione all’effetto che si avrà sulla disponibilità del credito – i guai aumentano[172].

Il segnale che secondo molti è più preoccupante è la montagna di debiti non garantiti: “il residente britannico medio è indebitato personalmente per 3.175 sterline [4.500€]: quello medio europeo è di 1.558 sterline [2.230€]”: la metà. “Il totale del debito personale dei britannici, compresi i debiti da ipoteca, tocca i 1.200 miliardi di sterline [1.715 miliardi di €]”[173]. Nota la BBC, che ha diffuso queste cifre, che “i dati riflettono l’esplosione, più che doppia rispetto agli altri paesi europei, del finanziamento ottenuto a credito nell’arco dello scorso decennio”.

Ora, il vanto maggiore esibito da Brown, come cancelliere, era stato per anni proprio quello di aver condotto con mano leggera – come diceva lui – “rispettosa del mercato e delle sue esigenze, l’economia, così che dopo i miei dieci anni al no. 11 di Downing Street – la sede del Tesoro – la maggior parte dei britannici sono più ricchi di dieci anni fa”…

Sarà che la gente si è messa a fare i conti sul serio, non solo l’avere ma anche un dare che ormai comincia a presentare conti ogni giorno più pressanti, ma anche questa percezione, sempre maggiormente diffusa, della realtà della crisi economica ha avuto sicuramente un impatto non lieve sul voltafaccia di Brown sulle elezioni.

All’ultimo momento, e contro i consigli di molti dei suoi, Brown ha deciso di non anticipare le elezioni. Si terranno, come previsto, nel 2009. E’ stato in bilico fino a dopo il Congresso dei conservatori, a inizio ottobre, e poi ha detto no. Dunque, Prudente o pusillanime? [174]. Il fatto è che lui stesso aveva mobilitato le truppe promettendo l’assalto subito. E, adesso, ha cancellato la guerra e  dovrà affrontare la reazione dei suoi…

E’ stato “intimidito”, secondo quasi tutti gli osservatori dal fatto, non proprio scontato, che il capo dei Tories, Cameron riuscisse a tenere insieme i suoi a forza di promesse di difesa della “britannicità” dagli assalti integrazionisti europei e di tasse abbassate ma, sempre – refrain insolito per un Congresso dei conservatori… – tenendo conto rigorosamente del criterio di progressività— che il New Labour nel suo decennio di governo ha affossato. Insomma, ha avuto paura che le chiacchiere dei Tories gli rubassero a breve una fetta di elettorato.

Ora, l’impatto che questa rinuncia, quasi inaspettata – per settimane, ogni sondaggio dava i laburisti largamente in testa, poi subito dopo il congresso conservatore all’improvviso… – avrà sul primo ministro, sulle sue aspettative e sulla percezione che di lui si va facendo l’opinione pubblica. può essere serio.

Fanno osservare i dati che la Gran Bretagna del 2007 è spaccata su fratture di classe e per le mancanza completa di mobilità sociale nel paese: tutti i sondaggi mostrano che nei dieci anni di governo del Labor non è cambiato nulla, che la profonda divisione economica Nord-Sud permane tutta (col Sud qui che è la terra più ricca) e che l’89% degli inglesi si dice convinto di essere sempre valutato, nella società, in termini più o meno classisti[175].

GIAPPONE

La BoJ ha deciso di lasciare il suo tasso di riferimento allo 0,5%[176].

Secondo il Tankan, l’indagine trimestrale di breve termine della Banca centrale sull’economia giapponese, la fiducia degli imprenditori[177] resta, tutto sommato, abbastanza consistente malgrado ripercussioni e incertezze recenti sui mercati finanziari: il 23% delle grandi imprese, ben oltre le aspettative, riferiscono infatti di attese “favorevoli”, stessa percentuale di giugno, quando le indicazioni di clima sembravano dover essere ben più pesanti.

Nel tentativo di ridimensionare l’opposizione del cartello di minoranza, che però controlla la maggioranza della Camera alta, all’accordo nippo-americano di supporto logistico alle forze americane in Afganistan attraverso la controversa missione navale di rifornimento nell’Oceano indiano – l’ostacolo sul quale almeno formalmente è caduto il governo Abe – il nuovo governo, secondo il ballon d’essai lanciato dal capo di gabinetto Nobutaka Machimura, sta pensando di ridimensionare l’impresa, appunto, per ottenerne almeno l’astensione[178].

Ma la pensata fallisce e si viene a sapere che il 1° novembre, quando scadrà la versione della legge antiterrorismo che la autorizza, il governo di Tokyo non ne chiederà il rinnovo e bloccherà la missione quasi-militare di appoggio logistico che teneva in piedi finora. Ed alla quale, a dire il vero, gli americani tenevano ma, molto più che altro, per il significato simbolico-politico che loro gli attribuivano: anche il Giappone è con noi![179].

Il primo ministro, Yasuo Fukuda, capo del Partito liberal-democratico di maggioranza alla Camera, ha respinto seccamente la richiesta – provocatoria – di Yukio Hatoyama, segretario generale del partito di opposizione alla Camera, ma di maggioranza al Senato, il Partito democratico: chiedeva di rifare le elezioni solo alla Camera, perché ormai quei numeri sarebbero fuori sintonia col sentire del popolo giapponese dimostrato tre mesi fa, nel voto più recente[180].


 

[1] Dati ed analisi più specifiche sono facilmente raggiungibili, sul sito www.cisl.it, sotto In primo piano: lo scenario dell’economia, settembre 2007.

[2] Il Sole 24Ore, 12.10.2007, Tesoro e Bankitalia divisi sul deficit; Corriere della Sera, 12.10.2007, S. Tamburello, Tesoro e Bankitalia, sfida sul deficit; e la Repubblica, 12.10.2007, M . Giannini, La sindrome di Macbeth [“vedi ‘anime belle’ e nemici dappertutto”, spiega… ma esotericamente].

[3] ISTAT, 2.10.2007, La popolazione straniera residente in Italia (anche per tutti i dati relativi ai bilanci demografici dei residenti stranieri nei comuni italiani, cfr. http://demo.istat.it/).

[4] ISTAT, 4.10.2007, La povertà relativa in Italia nel 2006 (comunicato stampa, cfr. www.istat.it). La definizione standard, armonizzata, dipende dalle varianti di aumento dei prezzi al consumo e della spesa per consumi delle famiglie e varia di anno in anno.

    In Italia, nel 2006, la linea delle povertà relativa (relativa, cioè, ad inflazione e spesa media per consumi di tutta la popolazione) è stata calcolata in €970,34 al mese a famiglia: ma a famiglia di due persone. Per più componenti, varia il coefficiente di moltiplicazione. Con un calcolo statistico complesso e anche diffuso si calcola che con 3 componenti bisogna moltiplicare quel coefficiente per 1,33; con cinque, per 1,90; con 7 o più, per 2,40).).  

[5] New York Times, 20.10.2007, S. R. Weisman, Rules Urged to Govern Investing by Nations Pressioni per regole che governino gli investimenti pubblici [soltanto quelli pubblici, sia chiaro…].

[6] MoneyNews, 4.10.2007, (A.P.), Food Prices Exploding— I prezzi delle derrate alimentari esplodono (cfr. http://money news.newsmax.com/scripts/money/ printer.pl?page=/).

[7] Guardian, 29.10.2007, A. Balakrishnan, Oil hits new high— Il petrolio raggiunge un nuovo massimo.

[8] The Economist, 20.10.2007.

[9] Washington Post, 19.10.2007, edit., Crisis come to the IMF— La crisi arriva addosso asul Fondo dentario.

[10] New York Times, 25.9.2007, A. Barrionuevo, In Argentina the Campaign of ‘Queen Cristina’ Focuses on Global Relations In Argentina, la campagna elettorale della ‘regina Cristina’ si concentra sulle relazioni internazionali.

[11] New York Times, 29.10.2007 (A.P.), Argentine First Lady Claims Victory La prima donna dell’Argentina proclama la sua vittoria.

[12] Guardian, 29.10.2007, M. A. Cameron, Victory for Argentina’s power couple— Vittoria per la coppia di potere dell’Argentina.

[13] I negoziati si stanno stringendo e sono ancora ben lontani dal definirsi. Ma anzitutto Venezuela e Argentina stanno lavorando sugli statuti, su un programma di acquisizione risorse e di stima del capitale iniziale ed il . Il governo venezuelano, poi, s’è già formalmente impegnato a mettere a disposizione almeno il 10% delle sue riserve a questo scopo e ha chiesto agli altri di fare altrettanto. Si tratta di creare una banca che inizierà modestamente, ma che in pochi anni, “dovrebbe poter cancellare il bisogno di FMI o BM e consentirà ai paesi latinoamericani di non mendicare per il mondo per finanziare il proprio sviluppo” (cfr. http://it.politica.internazionale.politica-e-societa.gruppi.kataweb.it/174115.html/).

[14] Ma intanto, come scrive chiaro, il New York Times, 22.10.2007, A. Barrionuevo, Chávez’s Plan for Development Bank Moves Ahead— Il progetto di Chávez per la costituzione di un Banco dello Sviluppo va avanti

[15] Esempio preclaro il S. Viola, su la Repubblica, 2.10.2007, Al potere per sempre: sì, come tutti i nostri uomini della prima repubblica, e qualcuno della seconda – rispettando scrupolosamente le forme e la Costituzione: proprio come qui sembra fare Putin – per venti, trenta, ecc., anni. Ma da noi, vero Viola?, senza obiezioni…

[16] New York Times, 2.10.20078. edit., Mr. Putin’s Game Il gioco del sig. Putin.

[17] Fu il giudici ultraconsevatore e repubblicano estremo Antonin Scalia a scrivere la prima delle due sentenze con cui mal Corte metteva fine al conteggio, interrompendolo – sentenza che resta agli atti anche se, poi, Scalia tentò di ritirarla o modificarla – che compito della Corte suprema era assicurare la “pubblica accettazione” della presidenza Bush senza che un ri-conteggio, dimostrando una possibile vittoria di Gore, potesse “delegittimarla minando così la “stabilità democraticadella “sua” presidenza: da dichiarare dunque acquisita in nome del supremo interesse dello Stato. Così come ovviamente da lui, Scalia, concepito… E’ testuale (cfr. http://frwebgate.access.gpo.gov/supremecourt/00-949; o www.supremecourtus. gov/opinions/00pdf/00-949.pdf).

[18] Luca 6,41-42; 6,45: contro i farisei.

[19] Anche per la dignità recuperata dal paese che è riuscito a far percepire alla gente comune, dopo gli anni dell’umiliazione subiti con lo sfascio dell’Unione Sovietica e con il disastroso malgoverno di Eltsin. Con cose semplici come, semplicemente, non accettando di tacere più ma rispondendo sempre quando gli Stati Uniti alzano la voce in modo inappropriato. Esempio di questi giorni: “Dice il generale a capo del NORAD, il Comando della difesa aerospaziale americana che ha il compito di reperire, verificare, identificare e seguire gli oggetti che si avvicinano in volo al territorio nord-americano che la ripresa quest’anno del pattugliamento aereo senza preavviso da parte dei bombardieri strategici russi nelle vicinanze dello spazio aereo americano o di quello della NATO,    

[20] Quello del Levada Centre, il più famoso istituto di sondaggi di Russia, di inizio ottobre (cfr. www.levada.ru/eng/ politics/htlm).

[21] A parte l’utilità/opportunità di un ministro americano che si impiccia così direttamente, e perciò maldestramente (con alle spalle, poi, le elezioni americane del tempo di Bush jr….), delle regole elettorali di un altro paese, la nuova legge russa prevede, contro la frammentazione dei partiti, che alle prossime elezioni parlamentari del 2 dicembre si voterà solo per partiti e non per candidati (proprio come in Italia, col nostro ‘porcellum’ che, in effetti, fa schifo lì come qui…), che i partiti per entrare in parlamento debbano aver preso il 7% dei voti (pensate come staremmo meglio anche noi, in Italia, se fosse così…), che un partito per essere legalmente costituito deve raccogliere le firme notarizzate di 50.000 cittadini che si dichiarano membri… (cfr. International Herald Tribune, 14.10.2007, C. J. Levy, Putin uses ballot rules to force foes from Russian Parliament Putin usa i regolamenti elettorali per cacciar via i suoi nemici dal parlamento russo [a meno, certo che raccolgano il 7% dei voti: che è una soglia alta, ma solo del 2% sopra quella tedesca, in fondo].

[22] USA Today, 9.10.2007, Laura Bush: Burma has ‘only days’ to act Laura Bush: la Birmania ha solo ‘giorni’ per agire (cfr. www.usatoday.com/news/washington/2007-10-09-laura-bush_N.htm/).

[23] New York Times, 14.10.2007, F. Rich, The ‘Good Germans’ Among UsI ‘buoni tedeschi’ [come quelli che sapevano di Auschwitz e stavano zitti…] tra di noi.

[24] Agenzia Interfax, 5.10.2007, Moscow raises ethnic Russian minorities’ issue at consultations with EU Mosca solleva la questione delle minoranze etniche russe nella consultazione con l’Unione europea (cfr. www.interfax.ru/e/B/politics/ 28.html?id_issue=11881136/)

[25] The News.pil, 18.10.2007, Lithuania threatens renationalisation of Polish-owned refinery— La Lituania minaccia la rinazionalizzazione di una raffineria di proprietà polacca (cfr. http://thenews.pl/archives/1496-Lithuania-threatens-renationalisation-of-Polish-owned-refinery.html/).

[26] Ne raccoglie, con interesse e qualche evidente, però ingiustificato, sollievo, questa tesi fondamentale il Washington Post, 30.9.2007, J. Pomfret, A Country on the Edge— Un paese in bilico. Il libro di cui si parla è China, A Fragile Superpower La Cina, una superpotenza fragile, di Susan L. Shirk, 2007, Oxford University Press.

[27] Nota congiunturale 10-2007, in Nota28 (World Bank, China Quarterly Update, 9.2007, Economic prospects remain good¾ Aggiornamento del Rapporto trimestrale: Le prospettive economiche restano buone (cfr. http://siteresources. worldbank.org/chinaextin/Resource/s318949-1121421890573/cqu_09_o7.pdf/).

[28] Per dire, la Repubblica, 30.10.2007, F. Rampini, Shock in borsa, Cina batte Usa.

[29] New York Times, 20.10.2007, F. Norris, There’s Peril in the Parallels as China Takes a Top Spot C’è un rischio nei paralleli sul primo posto preso dalla Cina.

[30] Agenzia Xinhua, 18.10.2007, China's September CPI edges down, inflation pressure remains I prezzi al consumo flettono leggermente a settembre, ma la pressione inflazionistica resta (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2007-10/18/ content_6903017.htm/).

[31] New York Times, 25.10.2007, China Says Economy Grew at 11.5% Pace— La Cina: l’economia è cresciuta dell’11,5%.

[32] New York Times, 12.10.2007, D. Barboza, Chinese Exports Continue to Rise Despite Setbacks— Malgrado i problemi, l’export cinese continua a crescere.

[33] China Economic Review, 26.9.2007, 70% of overseas Chinese firms in the black— Il 70% dele imprese cinesi all’estero in attivo (cfr. www.chinaeconomicreview.com/finance/?cat=28/).

[34] Xinhua, 13.10.2007, China to raise reserve requirement ratio— La Cina alzerà ancora il rapporto riserve-capitale (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2007-10/13/content_6875183.htm/).

[35] Washington Post, 7.10.2007, S,. Hill,  5 Myths About Sick Old Europe— 5 miti sulla vecchia Europa malata.

[36] Nota congiunturale no. 10-2007, Nota63 (cfr. New York Times, 18.9.2007, K. J. O’Brien e S. Lohr, Microsoft Ruling May Bode Ill for Other Companies— La sentenza Microsoft può anche danneggiare altre imprese).

[37] New York Times, 2.10.2007, Agenzia Dow Jones, Europe Revives Qualcomm Antitrust Inquiry.

[38] New York Times, 22.10.2007, S. Lohr e K. J. O’Brien, Microsoft Concedes in European Antitrust Case La Microsoft cede all’Unione europea sul caso antitrust; e Guardian, 22.10.2007, D. Gow, Microsoft caves in to European Commission La Microsoft cede di fronte alla Commissione europea

[39] New York Times, 4.10.2007, Agenzia Associated Press (A.P.), European Bank Holds Firm on Interest Rates— La Banca europea tiene duro sui tassi di interesse.

[40] The Economist, 6.10.2007.

[41] Agenzia United Press International (U.P.I.), 6.10.2007, Merkel, Zimbabwe to be invited to summit Merkel: lo Zimbabwe sarà invitato al vertice (cfr.  www.upi.com/NewsTrack/Top_News/2007/10/06/merkel_zimbabwe_to_be_ invited_ to_summit/3719/); e Observer, 7.10.2007, T. McVeigh, Merkel says Mugabe has right to attend summit— Merkel dice che Mugabe ha il diritto di partecipare al vertice.

[42] Washington Times 1.10.2007, Turkey pushes revised Iraq border deal - Military seeks major strike on 4,000 Kurdish rebels in the north— La Turchia spinge per una revisione dell’accordo di confine - I militari vogliono un attacco massiccio contro 4.000 ribelli nel Nord [dell’Iraq].

[43] New York Times, 9.10.2007, S. Arsu, Turkey Says Its Troops Can Cross Iraq Border— La Turchia dice che le sue truppe possono oltrepassare il confine iracheno.

[44] The Economist, 20.10.2007.

[45] Guardian, 21.10.2007, M. Howard, Turkey bombards Northern Iraq after ambush— Dopo un agguato, la Turchia bombarda il Nord dell’Iraq.

[46] New York Times, 23.10.2007, S. Arsu e G. Bowley, Iraq Says It Will Cooperate With Turkey on Kurds L’Iraq afferma che sui curdi coopererà con la Turchia [ma le due parti non è che siano proprio d’accordo sul significato del termine ‘cooperare’].

[47] Agenzia Stratfor, 24.10.2007, 18:02 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[48] New York Times, 23.10.2007, R. A. Koppell, In Iraq, Conflict Simmers on a 2nd Kurdish Front— In iraq, il confglitto rivolle su un secondo fronte curdo; e, idem, video, A.B. Ellick, Is the US Courting Kurdish Guerrillas? Ma sono gli Stati Uniti a corteggiare i guerriglieri curdi?

[49] New York Times, 23.10.2007, edit., Even Closer to the Brink— Anche più vicini al baratro.

[50] Turkish Daily News, 10.10.2007, Gül warns Bush over Armeninan bill— [Il presidente] Gül avverte Bush sulla risoluzione relative all’Armenia.

[51] Secondo l’immortale, e cinico, commento del più grande dei presidenti americani del XX secolo, Franklin Delano Roosevelt: “dite che Somoza, il dittatore del Nicaragua, è un figlio di puttana? Sì, certo, ma è il nostro figlio di puttana”.

[52] PanArmenian Network, 6.10.2007, White House: Bush recognizes 1915 events, but doesn’t rank them genocide La Casa Bianca: Bush riconosce gli eventi del 1915, ma non li considera un genocidio (cfr. www.panarmenian.net/news/eng/?nid =23598/); e, direttamente, dal sito della casa Bianca il testo prima citato (cfr. www.whitehouse.gov/news/releases/2007/ 10/20071010-1.html/; e www.whitehouse.gov/query.html?col=colpics &qt=+johndroe+%2B+armenia/)  

[53] Stratfor, 25.10.2007, 23:08 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[54] Online Journal, 12.10.2007, A. E. Mathis, None dare call it genocide— [Quando] nessuno osa chiamarlo genocidio (cfr. http://onlinejournal.com/artman/publish/article_2525.shtml/).

[55] Vedi la ricchissima documentazione raccolta in www.unitednativeamerica.com/aiholocaust.html/.

[56] Stratfor, 5.10.2007, 16:43 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[57] Agenzia Reuters, 3.10.2007, Turkey to fund $3.5 bln Iran gas deal alone-- sources— La Turchia finanzierà l’accordo da 3,5 miliardi di dollari sul gas iraniano da sola-- secondo fonti  (cfr. www.reuters.com/article/bondsNews/idUSL03585318200 71003/). 

[58] Stratfor, 24.10.2007, 19:21 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[59] Eurasianet.org, 3.10.2007, Georgia: NATO Secretary general Visdit, Tensions— Visita del Segretario generale della NATO, tensioni (cfr. www.eurasianet.org/posts/100407nato.shtml/).

[60] Reuters, 4.10.2007, U.S. asks Croatia to take any Kosovo refugees— Gli USA chiedono alla Croazia di prendersi tutti I rifugiati del Kossovo (cfr. http://uk.reuters.com/article/latestCrisis/idUKL0472761220071004/).

[61] Spero News, 22.10.2007, Troika sets out principles for Kosovo talks— La Troika fissa i princìpi dei colloqui per il Kossovo (cfr. www.speroforum.com/site/orint.asp?idarticle=11640/).

[62] M. Resnicoff, 4.10.2007, Ukraine Election Results I risultati delle elezioni ucraine (cfr. http://ucraine/suite101.com/ print_article.cfm/2007_uktùraine_elections_results/).

[63] IntelliBriefs, 8.10.2007, Ukraine: the ultimate clash— Ucraina: l’ultimo scontro (cfr. http://intellibriefs.blogspot.com/ 2007/10/ukraine-ultimate-clash.html/).

[64] Ukrainian Journal, 2.10.2007, Russia flexes natural gas supply muscles— La Russia, col suo gas naturale, flette i muscoli (cfr. www.ukrainianjournal.com/index.php?w=article&id=5322/).

[65] Kyiv Post, 9.10.2007, Gazprom strikes gas debt deal with Kyix La Gazprom [ma, come s’è visto, l’accordo l’hanno trovato Zubkov/Putin e Yanukovich] raggiunge l’accordo sul debito per il gas con Kiev (cfr. www.kyivpost.com/na tion/27526/).

[66] (U.P.I.), 5.10.2007, J. C. K. Daly, Russia Eyes Central Asian Gaz— La Russia guarda al gas dell’Asia centrale (cfr. www.upi.com/International_Security/Energy/Analysis/2007/10/05/analysis_russia_eyes_central_asian_gas/4476/).

[67] Stratfor, 17.10.2007, 15:08 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[68] Stratfor, 18.10.2007, 12.46 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[69] New York Times, 9.10.2007, D. L. Stern, Kazakh Leader Eases Tensions Over Oil Project Il presidente kazako allenta le tensioni sul progetto petrolifero.

[70] la Repubblica, 23.10.2007, L. Iezzi, Pace fatta sui giacimenti del Kazakistan.

[71] Stratfor, 3.10.2007, 15:26 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[72] EBRD News, 7.10.2007, Credit CrunchStretta sul credito (cfr. www.ebrd.com/new/stories/2007/071003.htm/).

[73] Recita il testo che “Il Parlamento europeo è composto di rappresentanti dei cittadini dell’Unione. Il loro numero non può essere superiore a settecentocinqanta. La rappresentanza dei cittadini garantita in modo degressivamente proporzionale con una soglia minima di sei membri per Stato membro. A nessuno Stato membro sono assegnati più di novantasei seggi. Il Consiglio europeo adotta all’unanimità, su iniziativa del Parlamento europeo e con l’approvazione di quest’ultimo, una decisione che stabilisce la composizione del Parlamento europeo, nel rispetto dei principi  di cui al primo comma” (cfr., per il testo completo in italiano, il sito dell’Unione europea, www.consilium.europa.eu/cms_3fo/showPage.asp?lang=fr$id=1317&mode=g&name= fr&id/).                                                                

[74] New York Times, 21.10.2007, N. Kulish, Talks Begin on New Polish Coalition— Comincia il negoziato sulla nuova coalizione di governo polacca.

[75] New York Times, 23.10.2007, (A.P.), U.S. Considering Missile Defense Delay— Gli USA stanno considerando di rinviare la difesa missilistica.

[76] New York Times, 24.10.2007, M. Dowd, Madness as Method— La follia come metodo. La tesi di fondo dell’autrice è che Cheney stia ripetendo coi russi e con gli iraniani i trucchi, la “tattica subdola”, del suo vecchio boss, Nixon. Quando, nel 1972, via Kissinger, fece deliberatamente sapere ai russi, Breznev e soci, di essere sull’orlo della pazzia per convincerli a convincere i vietnamiti a mollare nella guerra che stavano vincendo: disse a Mosca Lern Garment, uno degli assistenti più notoriamente vicini a Nixon – su incarico esplicito di Kissinger ed implicito del presidente – che lui, Nixon, era ormai “fuori controllo” per le frustrazioni che provava sull’Indocina e per l’impeachment che lo stava assediando e che, di lì a pochi mesi, lo avrebbe costretto alle dimissioni. E che i suoi, ormai, lo ritenevano davvero capace di qualsiasi cosa, anche della più “drastica”. Bluff o no che fosse, non funzionò, neanche quella mossa disperata (cfr. Anthony Summers, The Arrogance of Power: The Secret World of Richard Nixon, Viking ed., 2000— L’arroganza del potere: il mondo segreto di Richard Nixon).    

[77] New York Times,10.2007, S. L. Myers, Bush stands by plan for missile defenses Bush resta fermo sul piano per la difesa missilistica.

[78] Stratfor, 25.10.2007, 12:32 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[79] la Repubblica, 23.10.2007, A. Tarquini, La nuova Polonia:“Via dall’Iraq”.

[80] Agenzia RIANovosti, 12.10.2007, Russia to seek WTO backing if EU restricts its energy companies— La Russia cercherà l’appoggio della OMC se l’UE restringe il campo d’azione alle sue imprese energetiche (cfr. http://en.rian.ru/russia/20071012/ 83659386.html/).

[81] RIANovosti, 15.10.2007, Merkel urges reliability in energy deals wityh Moscow— Merkel sottolinea l’importanza dell’affidabilità negli accordi energetici con Mosca (cfr. http://en.rian.ru/analysis/20071015/84045140.html/).

[82] Oxford Research Group, International Security Report, 8.10.2007, Towards Sustainable Security: Alternatives to the War on Terror Verso una sicurezza sostenibile: alternative alla guerra al terrore  (cfr. www.oxfordresearchgroup.org.vuk/ about_us/news/2007/10/org-international-security-report-2007.html/).

[83] Wayne Madsen Report, 24.11.2007, Air Force refused to fly weapons to Middle East theatre L’aeronautica ha rifiutato di trasportare armi [nucleari] sul teatro mediorientale; il testo su cfr. www.waynemadsenreport.com/articles/20070923/).   

[84] Guardian, 19.10.2007, M. Hodgson, Blair accuses Iran of fuelling ‘deadly ideology’ of militant Islam Blair accusa l’Iran di alimentare l’ ‘ideologia mortale’ dell’islamismo militante [Vero, Blair si fa l’obiezione da solo: “C’è la tendenza – dice – anche da noi (bé, noi chi?) a far rilevare che questi islamici sono quelli che sono (che cosa sono?) perché li provochiamo e che, se li lasciassimo per conto loro, ci lascerebbero in pace”… E si risponde con un’argomentazione assolutamente cogente: “ma io temo che si sbaglino”… lui teme? lui, che ne avesse azzeccata una in politica estera…].

[85] White House, 10.10.2007, Protecting national security (cfr. www.whitehouse.gov/infocus/homeland/).

[86] New York Times, 13.10.2007, D. S. Cloud, Ex-Commander Says Iraq Effort Is ‘A Nightmare’ L’ex comandante in Iraq dice che la guerra è ‘un incubo’.

[87] Guardian, 1.10.2007, (A.P.), A. Flaherty, Senate to Approve More War FundingIl Senato approva altri finanziamenti per la guerra.

[88] New York Times, 3.10.2007, D. M. Herszenhorn, On War Funding, Democrats Have a Day of DisagreementSul finanziamento della guerra, giorno di discordia fra I democratici.

[89] New York Times, 7.10.2007, Mario M. Cuomo, How Congress Forgot His Own Strength— Come il Congresso ha dimenticato la sua stessa forza.

[90] Foreign Affairs, 11-12/2007, H. Rodham Clinton, Security and Opportunity for the Twenty-first Century Sicurezza e opportunità nel 21° secolo  (cfr. www.foreignaffairs.org/20071101faessay86601/hillary-rodham-clinton/security/).

[91] A.P., 12.10.2007, P. Condon, Obama, Edwards Criticize Clinton on Iran Obama, Edwards criticano Clinton sull’Iran.

[92] New York Times, 25.10.2007, H. Cooper e J. H. Cushman Jr,, U.S. Levels Sanctions Against Iran Military Unit— Gli USA lanciano le loro sanzioni contro unità militare iraniana.

[93] New York Times, 24.10.2007, T. L. Friedman, Remember Iraq— Ricordate l’Iraq.

[94] New Yorker, 8.10.2007, S. M. Hersh, Shifting targets— Spostando i bersagli.      

[95] New York Times, 17.9.2007, Ouster Of Hussein Crucial For Oil Security¾ La cacciata di Hussein cruciale per la sicurezza del[le forniture di] petrolio.

[96] Ci vuole un po’ di tempo per consultare gli items relativi e separare il grano dalla gramigna… Ma ci sono la bellezza di 3.260.000 articoli, alcuni di assoluta “affidabilità” diciamo così, se consultate su Google la voc e How to make a nuclear bomb— Come costruire una bomba atomica: alcuni riportano le procedure (ce n’è più d’una: in fondo è una tecnica vecchia ormai di sessantadue-sessantatre anni) passo per passo e sono stati pubblicati da decenni su riviste scientifiche americane di altissima qualificazione…

[97] Iranian.com, 2.10.2007, The bottom line— Al fondo (cfr. www.iranian.com/main/2007/bottom-line/).

[98] Financial Times, 2.10.2007, ElBaradei warns on ‘workplan’— ElBaradei avverte sul ‘piano di lavoro’ .

[99] New York Times, 20.10.2007, (A.P.), Iran’s Chief Nuclear Negotiator Resigns— Si dimette il capo negoziatore nucleare iraniano.

[100] New York Times, 17.10.2007, N. Fathi e C.J. Chivers, In Iran, Putin Warns Against Military Action— In Iran, Putin mette in guardia contro azioni militari.

[101] New York Times, 11.10.2007, S. Kishkovsky e G. Bowley, Putin Sees No Proof of Iran Arms Plan Putin non vede prova alcuna del piano di armamenti [nucleari] iraniano.

[102] Tra parentesi, ma è una parentesi di gran peso: Putin ha confermato a Teheran che la Russia intende completare, come da contratto, la costruzione di un impianto nucleare per la produzione di energia a Bushehr. E’ il timbro del fallimento finale della diplomazia bushotta: insiste da anni sulle sanzioni dure e sempre più dure contro l’Iran e, poi, sull’unica sanzione che potrebbe davvero contare va a sfruculiare Putin su equilibri delicatissimi, quelli nucleari, coi missili che vuole veder piazzati in Polonia e nella Repubblica ceca alle frontiere russe…

… e pretende poi – sbagliando clamorosamente e più che prevedibilmente – non solo che Putin stia fermo senza reagire e che, anzi, gli dia pure una mano. Ora – visto con chi abbiamo a che fare – tutto sembrerebbe possibile pensare meno che gli Stati Uniti – perfino gli Stati Uniti di Bush – possano pensare di poter bombardare, con l’atomica o con esplosivi, come si dice, “convenzionali” un reattore atomico costruito in Iran dalla Russia…

[103] D’Alema ha spiegato che, comunque, sanzioni UE avrebbero danneggiato più l’Italia di qualsiasi altro paese dell’Unione: in direzione proporzionalmente, inversa, si capisce, a chi strilla di più… come la Francia, che con l’iper-umanitarista Kouchner s’è opposta a far scattare sanzioni contro la Birmania: esplicitamente per tutelare gli interessi della francese Total a sanzioni contro un paese ricchissimo di idrocarburi quasi intoccati e in cui la Francia, la Total, sta investendo fior di quattrini e ricavando, ma ancor più sperando di ricavare, fior di benefici.

    E, in effetti, l’Italia che almeno sostiene come un inasprimento delle sanzioni ONU per le prosecuzione dei programmi nucleari iraniani attraverso specifiche ed ulteriori sanzioni UE sarebbe stato sbagliato in sé, almeno non fa l’ipocrita e aggiunge di essere preoccupata per il suo commercio con l’Iran nel 2006: oltre 5 miliardi di € e la conferma che l’Italia è ancora quest’anno il partner commerciale più importante della Repubblica islamica (Xinhua e FreeRepublic, 5.10.2007, Italy concerned about possibile EU sanctions on Iran L’Italia preoccupata dalle possibili sanzioni UE sull’Iran (cfr. www.freerepublic.com/focus/f-news/1906881/posts/).

[105] Citato, a proposito della guerra di Algeria, in J. Sire, Habits of the Mind— Abitudini della mente, Downers Grove, Ill., InterVarsity Press, 2000, p. 212 (cfr. http://whatsusansaid.wordpress.com/).

[106] Guardian, 6.10.2007, S. Bates, Archbishop attacks neocons over US threat to bomb Iran— L’arcivescovo attacca i neocons per la minaccia americana di bombardare l’Iran.

[107] New York Times, 13.10.2007, T. Shanker e S. L. Myers, Putin criticizes top U.S. officials on missile defense— Putin critica i vertici americani sulla difesa missilistica

[108] RIA Novosti, 17.10.2007, Russia’s military Chief says no need to give up INF Treaty Il comandante delle forze armate russe asserisce che non c’è bisogno di abbandonare il Tratatto di riduzione delle forze nucleari intermedie (cfr. http:/en.rian. ru/russia/20071017/84306019.html/).

[109] Guardian, 12-10.2007, L. Harding, Putin threatens withdrawal from cold war nuclear treaty— Putin minaccia di ritirarsi da un trattato nucleare dei tempi della guerra fredda.

[110] Sul “precedente” dei missili sovietici a Cuba nel 1962, e su  come se ne uscì, vedi Nota congiunturale 2-2007, Nota60.

[111] Yahoo!News, 24.10.2007, Russia calls US shield proposals ‘positive’ La Russia considera ‘positive’ le [nuove] proposta americane sullo scudo [cosiddetto spaziale] (cfr. http://uk.news.yahoo.com/rtrs/20071024/tpl-uk-shield-usa-russia-81f3b62_1.html/).

[112] New York Times, 4.10.2007, edit., Blackwater’s Rich ContractsI ricchi contratti della Blackwater .

    Specifica (sempre New York Times, 2.10.2007, (A.P.), Blackwater Chief Defends Actions in Iraq— Il capo della Blackwater difende l’azione della sua ditta in Iraq), sotto pressione mediatica, il Dipartimento di Stato di affidare i propri “appalti di sicurezza”, li chiamano così, oltre che alla Blackwater, fondata in North Carolina nel 1997 da un altro famiglio di Bush, Erik Prince, cui l’erario ha versato dal 2001 ad oggi oltre 1 miliardo di dollari, a due altre imprese di protezione armata, la Dyncorp e la Triple Canopy di Washington, D.C.

[113] New York Times, 16.10.2007, edit., On Bonuses and leaving Iraq—  Sulle gratifiche e sull’andarsene dall’Iraq.

[114] New York Times, 2.10.2007, J. M. Broder, Report Says Firm Sought to Cover Up Iraq Shootings Un rapporto [congressuale] afferma che l’azienda [la Blackwater] ha cercato di nascondere le sparatorie; e Congresso degli Stati Uniti, Camera dei rappresentanti, Memorandum, 1.10.2007, Additional Information about Blackwater USA Informazioni aggiuntive sulla Blackwater USA (cfr. http://oversight.house.gov/documents/20071001121609.pdf/).

[115] New York Times, 2.10.2007, (A.P.), Blackwater Chief defends Actions in Iraq Il capo della Blackwater difende le sue azioni in Iraq.

[116] New York Times, 4.10.2007, M. Dowd, Sinking in a Swamp Full of Blackwater— Affondando in una palude piena di acqua melmosa [Blackwater significa “acqua nera”].

[117]  New York Times, 5.10.2007, D. Johnson e S. Shane, Bush Defends Treatment of Terrorism Suspects Bush difende il trattamento [in pratica, la tortura: o, come chiamano, pudicamente gli interrogatori “forzati”] dei sospetti di terroismo

[118] New York Times, 5.10.2007, D. M. Herszenhorn e J. M. Broder, U.S. Issues New Rules for Iraq Security Firm— Gli USA emanano nuove regole per le ditte di sicurezza in Iraq.

[119] Stratfor, 19.10.2007, 19:16 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[120] New York Times, 5.10.2007, A. Stanger e Omnivore, Foreign Policy, Privatized Politica estera, privatizzata.

[121] New York Times, 20.10.2007, W. Bardenwerper, Party Here, Sacrifice Over There.

[122] Daily Kos: State of the Nation, 14.6.2008, jhritz, Whistleblower confirms:U.S. Embassy Iraq built w/ Forced Labor Una spiata conferma: l’Ambasciata americana in Iraq costruita col lavoro forzato (cfr. www.dailykos.com/story/2007/6/ 14/5730/06402/).

[123] YahooNews!, 5.10.2007, Opening of US Embassy in Iraq delayed Ritardata l’apertura dell’ambasciata americana in Iraq (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20071005/ap_on_go_ca_st_pe/us_iraq_embassy/).

[124] YahooNews!, 11.10.2007, Iraq insurgent groups for one council to liberate Iraq from US— Sei gruppi di insorti iracheni anunciano la formazione di un consiglio per liberare l’Iraq dagli USA (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20071011/ap_on_re _mi _ea /iraq_insurgents/).

[125] Asia Times, 17.10,2007, P. Escobar, It’s the resistance, stupid— E’ la resistenza, bellezza (cfr. www.atimes.com/atim es/Middle_East/IJ17Ak03.html/).

[126] (U.P.I.), 3.10.2007, Analysis: Iraqi Kurds sign new oil deals— I curdi iracheni firmano nuovi accordi petroliferi (cfr. www.

upi.com/International_Security/Energy/Analysis/2007/10/02/analysis_iraqi_kurds_sign_new_oil_deals/5451/).

[127] Stratfor, 5.10.2007, 12:51 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[128] Agence France Presse, 2.10.2007, US backs Karzai’s offer to talk to Taliban— Gli USA sostengono l’offerta di Karzai di parlare coi talebani .

[129] Daily Telegraph, 25.10.2007, T. Coghlan, Afghanistan is lost, says Lord Ashdown— L’Afganistan è perduto, dice Lord Ashdown (per i comunicati e i resoconti degli interventi a Noordvijk dei ministri della Difesa dell’Alleanza, del segretario generale e dello stesso Lord Ashdown, cfr. www.nato.int/docu/comm/2007/0710-noordwijk/0710-mod.htm/).

[130] New York Times, 4.10.2007, G. Bowley e H. Cooper, Nuclear Deal Reached with North Korea— L’accordo sul nucleare raggiunto con la Corea del Nord.

[131] Il testo integrale dell’accordo nordcoreano (russo,cinese, giapponese, sudcoreano) americano è stato pubblicato integralmente dall’Agenzia cinese Xinhua, il 3.10.2007 (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2007-10/03/content_6 829017.htm/).

[132] The Economist, 6.10.2007.

[133] IndCom, 14.10.2007, S. Korea, U.S. to hold nuclear energy cooperation meeting this week— La Corea del Sud e gli Stati Uniti terranno incontri di cooperazione nucleare in settimana (cfr. www.individual.com/story.php?story=71731092/). 

[134] Stratfor, 13.10.2007, 18:42,  che cita il quotidiano sa udita indipendente Al Akhbar (cfr. www.stratfor.com/products/ premium/showsitreps.php?/). 

[135] Guardian, 13.10.2007, I. Black, The honeymoon is ending on ‘mission impossible’ La luna di miele [di Blair] sta finendo sulla ‘missione impossibile’.

[136] New York Times, 14.10.2007, Israel struck a nuclear project in Syria, analysts say Israele ha colpito un progetto atomico in Siria, dicono gli analisti [ma quali analisti? di chi? a chi lo dicono? progetto atomico militare? se sì, a che stadio? se no, si trattava di progetti civili? ma, e soprattutto, che c’è di vero? oppure, come sostengono i siriani che hanno portato i giornalisti stranieri a visitare Deir ez-Zor, il centro di ricerca rurale sulle colture dei climi aridi che Israele ha dichiarato di aver distrutto perché era un impianto atomico militare: un giornalista israeliano, Ron Ben Yishai di Ynet, ed uno americano, Hugh Naylor, del NYT, che del gruppo di visitatori facevano parte hanno scritto di aver visitato in lungo e in largo… il  niente: Ynet, 12.10.2007, Syria tries to clear rumors on nuclear activity La Siria cerca di chiarire le voci su attività nucleari, cfr. www.unexplained-mysteries.com/forum/lofiversion/index.php/t108468.html/)].

[137] Scriveva Albert Einstein, ebreo lui stesso, al primo presidente di Israele, Chaim Weizman, e proprio a proposito di come arrivare ad una pace vera con gli arabi quando il conflitto era appena iniziato, che il nuovo paese doveva assolutamente sfuggire a quella che lui definiva pazzia. Che consiste, diceva, nell’ “intestardirsi a fare la stessa cosa una volta dopo l’altra, anno dopo anno – la guerra – nella convinzione che prima o poi si possa mai arrivare, così, a risultati diversi” da quelli del primo anno… (vedi, per diverse citazioni tra virgolette del pensiero di E. sulla politica di Israele, www.new democracyworld.org/Einstein.htm/).

[138] Guardian, 1.10.2007, Ex-diplomats say US faces failure of peace summitGruppo di ex-diplomatici avverte che gli USA si trovano di fronte al fallimento della loro conferenza di pace; per il testo integrale della lettera alla segretaria di Stato, Condoleezza Rice (cfr. htttp://image.guardian.co.uk/sys-file/Guardian/documents/2007/10/02/PolicyPaperNovember   Conference.pdf/).

[139] Stratfor, 25.10.2007, 11:52 (cfr. www.stratfor.com/products/premium/showsitreps.php?/).

[140] Quelli che gli ottimisti di mestiere o di status bollano come Cassandre: dimenticando che, alla fine, Cassandra (la figlia di re Priamo che scongiurava i suoi, invano, di non portarsi dentro casa il cavalo di Troia…) aveva sbagliato soltanto per aver avuto ragione troppo presto e senza venire ascoltata… (Omero, Iliade XXIV, 697-706 e Odissea XI, 405-434).

[141] New York Times, 12.10.2007, (A.P.), Stock prices are mixed in early trading— I prezzi dei titoli sono diversi all’apertura.

[143] LSE Macroeconomic News, 1.10.2007, Greenspan suggests credit crisis may be close to ending Greenspan suggerisce che la crisi del credito si sta avviando alla fine (cfr. http://lse.co.uk/macroeconomicNews.asp?ArticleCode = y4 x f3rbty27es4u&ArticleHeadline=Greenspan_suggests_credit_crisis_may_be_close_to_ending/).

[144] The Economist, 6.10.2007.

[145] New York Times, 6.10.2007, (A.P.), Consumer Borrowing Up Sharply in August— Ad agosto, salgono molto i prestiti fatti per aumentare i consumi.

[146] New York Times, 16.10.2007, V. Bajaj, As Defaults Rise, Washington Worries Mentre aumentano i pignoramenti, crescono le preoccupazioni di Washington.

[147] The Economist, 27.10.2007.

[148] MoneyNews, 4.10.2007, (A.P.), Factory Orders Face Steepest Drop in 7 Months— Gli ordini alle industrie fanno i conti con la caduta più ripida da sette mesi.

[149] New York Times, 11.10.2007, M. Barbaro, Retailers Lower Forecasts After Sales Reports I dettaglianti riducono le previsioni dopo la diffusione dei dati sulle vendite.

[150] The Economist, 20.10.2007.

[151] New York Times, 1.10,2007M. M: Grynbaum, Trade Deficit Narrowed in August Si restringe il deficit commerciale ad agosto.

[152] New York Times, 18.10.2007, R. Pear e S. G. Stolberg, House Fails to Override Child Health Bill Veto— La Camera non riesce a battere il veto presidenziale sulla legge per l’assistenza sanitaria ai bambini.

[153] New York Times, 19.10.2007, P. Shenon, Senators Clash With Nominee I senatori si scontrano con il  [ministro della Giustizia] designato.

[154] New York Times, 20.10.2007, Plainly, a Justice Department Pick of Like Mind— E’ evidente, una scelta per il Dipartimento della Giustizia che la pensa proprio come lui.

[155] The Economist, 20.10.2007.

[156] New York Times, 31.10.2007, M.M. Grynbaum,  Economy Grew 3.9% in 3rd Quarter— L’economia è  cresciuta del 3,9% nel terzo trimestre.

[157] (A.P.), 24.10.2007, A. Flaherty, Wars May Cost  $2.4 Trillion Over Decade Le guerre possono costare 2.400 miliardi di dollari nel decennio.

[158] White House, Conferenza stampa della portavoce del presidente, D. Perino, 24.10.2007 (cfr. www.whitehouse.gov/ news/releases/2007/10/20071024-8.html/).  

[159] Dip. Tesoro USA, Treasury International Capital Data for August Dati sui flussi internazionali di capitale per agosto (cfr. www.treas.gov/press/releases/hp611.htm/).

[160] MoneyNews, 19.10.2007, China, Japan Dump U.S. SecuritiesLa Cina e il Giappone mollano i titoli del debito americano (cfr. http://moneynews.newsmax.com/scripts/money/ printer.pl?page=/).

[161] New York Times, 12.10.2007, D. C. Johnston, Tax Cuts Increased Income, but Hardly Equally La riduzione delle tasse ha aumentato il reddito, ma non proprio equamente; e, per i dati statistici dell’IRS (cfr. www.irs.gov/taxstats/ indtaxstats/article/0,,id=129270,00.html/).

[162] Guardian, 5.10.2007, A. Seager, US job figures reassure world markets— I dati sull’occupazione americana rassicurano  le borse [per quello che vale, però…: perché il nocciolo realmente più duro di quasi tutti i recenti dati economici mostra che nel corso dei prossimi mesi la crescita tutta rallenterà: considerevolmente]; MoneyNews, 4.10.2007, Reuters, Unemployment Claims Rise By 16,000Le richieste ufficiali di iscrizione alle liste di disoccupazione crescono di 16.000  (cfr. http://money news.newsmax.com/scripts/money/ printer.pl?page= /); e BLS, 5.10.2007, Employment Situation Summary (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr.0.htm/).

[163] Financial Times Deutschland, 4.10.2007. 

[164] Der Spiegel Int.l, 23.10.2007, EU Court Cuts State Protection for Volkswagen La Corte europea taglia la protezione di Stato per la Volkswagen (cfr. www.spiegel.de/international/business/0,1518,513007,00.html/).

[165] The Economist, 6.10.2007.

[166] Ma anche il nuovo colosso della Boeing, il 787 Dreamliner, verrà consegnato in ritardo, si apprende adesso, di almeno sei mesi – più di un anno, di certo – a causa delle difficoltà che emergono in continuazione nell’assemblaggio dell’apparecchio; e, anche, per essersi resa conto che il periodo riservato ai test finali era decisamente troppo accorciato (New York Times, 10.10.2007, (A.P.), Boeing Delays Deliveries of 787 by 6 Months— La Boeing ritarda di sei mesi le consegne del suo 787 ).

[167] The Economist, 6.10.2007.

[168] New York Times, 18.10.2007, E. Sciolino, Sarkozy Faces Labor and Marital Crises— Sarkozy fronteggia la crisi sociale e quella matrimoniale.

[169] Guardian, 1.10.2007, G. Osborne, Only millionaires will pay inheritance tax, Tories pledge Solo i milionari [in sterline: cioè, se hanno almeno 1 miliardo e mezzo di euro] pagheranno le tasse di successione, promettono i conservatori.

[170] The Economist, 13.10.2007.

[171] The Economist, 20.10.2007.

[172] Guardian, 5.10.2007, Graeme Wearden, Chancellor: credit woes will weaken UK growth— Il cancelliere dice che i problemi del credito indeboliranno la crescita britannica.

     [173] BBC, UK debt ‘double Europe average’ Il debito britannico è ‘al doppio della media europea’ (cfr.  http://news.bbc.co. uk/2/hi/business/5380718.stm/).

[174] Guardian, 6.10.2007, Prudent or pusillanimous?

[176] The Economist, 13.10.2007.

[177] BoJ, Tankan, 9.2007 (cfr. www.boj.or.jp/en/type/stat/boj_stat/tk/yoshi/tk0709.htm/).

[178] YahooNews!, 3.10.2007, Japan may scale down naval mission for Afghanistan— Il Giappone potrebbe ridurre la sua missione navale di sostegno alla guerra in Afganistan (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20071003/wl_asia _ afp/japanafghanistanusmilitarypolitics/).               

[179] Japan Forum Daily News-Reuters, 7.10.2007, Japanese Eye Changes— I giapponesi prevedono cambiamenti (cfr. http: //newsfeedresearcher.com/data/articles_w41/idw2007.10.07.19.18.23.html#hdng0 /).

[180] Japan Today, 4.10.2007, Fukuda rejects calls for snap electionFukuda respinge gli appelli a elezioni anticipate (cfr. www.japantoday.com/jp/news/419609/).