Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

              03. Nota congiunturale - marzo 2015

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

 

 

1.3.2015

(chiusura:12.10)

di Angelo Gennari

 

 

ATTN:  cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo il link evidenziato può aprirle direttamente (prima di cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi,  fare attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola ‘Mila  no’ – restassero,  per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che,così, impedirebbero al testo di aprirsi).

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc412974451 \h 1

nel mondo in generale: il massacro, e il dopo, di Charlie Hebdo. PAGEREF _Toc412974452 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE.. PAGEREF _Toc412974453 \h 1

● Già... quale  mano scegli?   (vignetta) PAGEREF _Toc412974454 \h 6

● Riformare la Costituzione (per poter finalmente intervenire con le armi all’estero)   (vignetta) PAGEREF _Toc412974455 \h 11

● Un fallimento? o / e (?) un’occasione?   (vignetta) PAGEREF _Toc412974456 \h 14

in Africa. PAGEREF _Toc412974457 \h 15

in America latina. PAGEREF _Toc412974458 \h 16

CINA.. PAGEREF _Toc412974459 \h 17

nel resto dell’Asia. PAGEREF _Toc412974460 \h 19

EUROPA.. PAGEREF _Toc412974461 \h 21

● Ma guarda un po’: sono queste canaglie dei greci ad aver fatto più riforme di tutti in Europa...  (tabella) PAGEREF _Toc412974462 \h 27

● Andando sempre sull’ovvio... e facendo un po’ di confusione: ma su chi, poi, però...   (vignetta) PAGEREF _Toc412974463 \h 33

STATI UNITI. PAGEREF _Toc412974464 \h 43

● Già, perché dovrei pagare le tasse per costruire le strade ... se, poi, mi sposto col mio jet privato?   (vignetta) PAGEREF _Toc412974465 \h 44

GERMANIA.. PAGEREF _Toc412974466 \h 45

FRANCIA.. PAGEREF _Toc412974467 \h 46

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc412974468 \h 47

 

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale: il massacro, e il dopo, di Charlie Hebdo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di marzo 2015 prevede, tra gli  appuntamenti che sembrano di maggiore rilevanza:

Il 1° marzo, elezioni legislative in Estonia;

il 5, Eurozona direttivo BCE a Cipro;

• il 17, elezioni parlamentari in Israele;

• il 19, vertice dell’Unione Europea;

21-23, in Egitto, elezioni parlamentari;

29, Uzbekistan, elezioni presidenziali;     

• sempre in marzo, in Francia elezioni dei Consigli regionali (in data fissata dal Consiglio dei ministri)

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIORIENTE

●La fazione che ormai nelloYemen sta dettando le regole del gioco, la coalizione riunita intorno agli Houthi e che da quella tribù di zaidi sci’iti prende il nome, minaccia ormai anche di prendersi il controllo diretto del governo se entro qualche giorno dall’inizio del mese di febbraio non si  trova una soluzione politica concordata di governo centrale a Sana’a. Già il 22 gennaio, il presidente Hadi si era dimesso insieme al primo ministro e al gabinetto dopo che i ribelli Houthi avevano preso il controllo della capitale.

Fino ad ora gli insorti avevano sostenuto di non voler controllare il paese ma solo di acquisire una maggiore autonomia, anche formalmente riconosciuta, della loro regione il Nord e il centro del paese. Ma, non lasceranno lo Yemen senza governo, aperto alle cure mai tenere del grande vicino saudita appena avrà superato lo shock e il tempo necessario del cambio di monarca (MSN/Microsoft Network, Agenzia Reuters, 1.2.2015, Yemen's Houthis give parties three days to solve crisis Nello Yemen gli Houthi danno tre giorni ai partiti per risolvere la crisi http://www.msn.com/en-us/news/world/yemens-houthis-give-parties-three-days-to-solve-crisis/ar-AA8RgWi).

●E, in effetti, il 5 febbraio, poi, dichiarano di aver preso il potere, con l’adesione alla loro presa del potere da parte di esponenti politici di varie altre fazioni coi quali avevano per giorni parlato, trattato e negoziato – come in realtà qui non s’era finora mai fatto – e la promessa di indire subito, prestissimo, elezioni nuove e, stavolta,dicono, libere sul serio (Guardian, 6.2.2015, A.P., Yemen’s Houthi rebels announce government takeover― I ribelli Houthi dello Yemen annunciano di prendersi il goverrno ▬ http://www. theguardian.com/world/2015/feb/06/yemen-houthi-dissolves-parliament).

Naturalmente non va tutto liscio. Il Movimento politico largamente maggioritario del Sud del paese avvisa subito il 6 febbraio di non accettare la dichiarazione degli Houthi di aver formato il nuovo governo e assicura che continuerà ad operare anche militarmente nello Yemen del Sud come sta facendo da quando una decina di giorni fa si è formalmente dimesso il presidente Hadi (Stratfor, 6.2.2015, Yemen: Southern Movement Rejects Rebel Takeover Il movimento del Sud yemenita respinge la presa di potere dei  ribelli https://www.stratfor.com/situation-report/yemen-southern-movement-rejects-rebel-takeover).

●Ma, poi, malgrado queste resistenze, anche pesanti, il “Dialogo nazionale”, una specie di vertice della maggior parte dei partiti e movimenti attivi nel paese, decide insieme di creare un Consiglio di presidenza incaricato di gestire il potere collegialmente per almeno un anno.

Nove partiti e gruppi, tra i quali  anche una fazione che viene dal meridione del paese ha concordato questo Consiglio composto di cinque membri e presieduto da Ali Nasser Mohammed, ex presidente proprio del Sud dello Yemen quando esisteva ancora come Stato separato prima della fusione col Nord del 1990.

Qui ha funzionato la minaccia degli Houthi di tenersi tutto il potere che ormai s’erano presi dopo aver invaso le sedi del potere statuale con la richiesta di una maggiore rappresentazione politica sempre finora loro negata, se politicanti e leaders delle varie fazioni non riuscivano a trovare una soluzione politica comune per la leadership nazionale.

Una presidenza collegiale di cinque (pochi), in un paese frastagliato e frantumato come questo, non può che fallire anche se poi riuscirà effettivamente a nominare il parlamento rappresentativo che dovrebbe essere composto da 551 membri (forse troppi).

Però potrebbe, forse, essere sufficiente a evitare lo scoppio di una vera e propria guerra civile che posticipi, almeno, quella che potrebbe essere la fase finale dell’implosione... L’annuncio è stato dato in presenza anche di molti esponenti dell’esercito regolare yemenita, indicando comunque forse qualche sostegno da quel lato che ormai sembra aver proprio mollato il vecchio potere centrale.   

L’annuncio in effetti potrebbe rivelarsi anche meno unilaterale di quanto adesso possa apparire, anche se il collegio di presidenza e di governo di 5 + 551 non potrà mai funzionare se alla fine la decisione finale non spetterà a un nucleo più ristretto, meglio naturalmente se rappresentativo e magari anche più democraticamente – almeno in senso più realmente partecipativo che non necessariamente corrisponderà poi a una testa-un voto. E  adesso sembra difficile, certo, che il vertice di questo vertice posa essere altri che un rappresentante del  movimento Houthi.

Non sarà una transizione in ogni caso del tutto tranquilla. Qui l’ultima elezione parlamentare regolare è stata tenuta or sono dodici anni fa – e la credibilità del suo mandato popolare è ormai, come i fatti poi dimostrano, del tutto sfumata: a parte che, poi, regole e rapporti di potere allo stato escludevano soprattutto e proprio gli scii’ti del paese e l’etnia Houthi. Molto, ora, dipende dalla capacità di inclusione che gli Houthi sapranno imprimere a questo paese: non ci credono di sicuro per ora il Consiglio di giovani della cosiddetta opposizione pacifica guidato da Tawakkol Karman, l’alleanza tribale del Marib ed il Movimento del Sud.

Parecchi altri gruppi politici restano anch’essi a vedere per il momento, prima di decidere. Tra questi c’è anche la fazione del Congresso generale del popolo, guidata dal vecchio presidente della riunificazione che è stato autoritariamente al potere per oltre vent’anni.

Le Nazioni Unite, che finora qui hanno manifestato solo la propria impotenza e ignoranza e – non solo ma anche per questa loro grossolana incapacità di comprendere costumi, usi e cultura di questo paese – non sembrano convinte della possibilità degli Houthi di risolvere il problema, vedono ancora sopravvivere la possibilità di unificare, con l’eccezione ovvia di al-Qaeda nello Yemen e nella penisola arabica e dei salafiti più conservatori, almeno alcuni dei più grossi spezzoni del Nord e del Sud di questo paese intorno a un progetto di possibile tregua.

Alla fine, anche se il processo messo in moto dagli Houthi ha poco da spartire con quello di una democrazia più o meno costituzionale di  tipo, diciamo, nostrano, questo non sembra neanche un colpo di Stato di tipo tradizionale. Nessun leader Houthi s’è preso da solo il potere né l’ha preso truccando elezioni. E la presa del governo a Sana’a, di fatto ottenuta senza un largo ricorso alla violenza, suggerisce che la Dichiarazione costituzionale che ha chiuso il vertice politico convocato dagli Houthi di fatto abbia, per il momento, ottenuto il sostegno delle maggiori fazioni di questo paese.

●E, almeno nei fatti, anche dell’ex presidente dimissionario, Abd Rabbo Mansour Hadi che l’8 febbraio conferma in Tv le sue dimissioni spiegando che “i serissimi problemi che affliggono il paese esigono oggi soluzioni non ortodosse(Stratfor – Global Intelligence-Analysis, 21.1.2015, A chronology of Yemen’s recent instability Una cronologia dell’instabilità attuale dello Yemen [uno studio dettagliato e approfondito, per quanto sintetico] ▬ https://www.stratfor.com/analysis/chronology-yemens-recent-instability; e Stratfor, 9.2.2015, Yemen: Former President Reaffirms Resignation― L’ex presidente conferma [e motiva con buon senso] le sue dimissioni ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/yemen-former-president-reaffirms-resignation).

La diplomazia americana a confermare, invece, di non raccapezzarsi un granché con il quadro di un paese, e di un potere, come questo qui yemenita in continua evoluzione. Quando, forse, per farci i conti, in effetti, servirebbe forse contemplare seriamente anche soluzioni “non  ortodosse”– come  le ha chiamate lucidamente, ma troppo in ritardo per salvarsi personalmente, il presidente alleato degli americani e appena deposto con il suo, tutto sommato, supino o, comunque, rassegnato consenso – considerata la minaccia principale che su di esso come ormai su tutta la regione hanno imposto le scelte politiche saudite ed americane ortodosse che stanno facendo prevalere l’offensiva dello Stato Islamico.

Che, eseguendo gli ordini evidentemente politici ricevuti, decide semplicemente di alzare bandiera bianca, chiudendo la missione diplomatica a Sana’a e rimuovendo dal paese tutti i membri dello staff: non per paura o per prudenza, ha detto il dipartimento di stato ma per “punire” il nuovo regime ribelle. E, tanto per confermare l’imbecillità della mossa, abbandonando in massa e entro poche ore l’aeroporto di al-Rahāba, hanno regalato agli Houthi tutto il grande parco veicoli dell’ambasciata, della missione militare di supporto e del suo personale: 150 tra autocarri il resto quasi tutti SUV, oltre a decine di armi dell’euipaggiamento dei marines lasciate stupidamente indietro (CNN/Atlanta, 12.2.2015, Greg Bothelo e Akim Almasmari, Houthis take U.S. weapons, vehicles in Yemen Gli Houthi si prendono armi e veicoli [abbandonati dagli] USA nello Yemen http://edition.cnn.com/2015/02/11/middle east/yemen-unrest).

●Per fissare qui un punto, sicuramente e in ogni caso solo temporaneo, al discorso sul possibile futuro dello Yemen, sembrano almeno premature al momento le conclusioni che parlano di un imminente collasso dello Stato che, invece, sembrerebbe alle prese con un’evidente, complessa e tumultuosa riorganizzazione in fieri che potrebbe portare a cose che, in occidente, chiameremmo forse devoluzione, o decentralizzazione di poteri e di competenze.

Certo è che, in buona sostanza, l’esercito yemenita, forse con 70-80.000 arruolati professionali il secondo o il terzo del mondo arabo, sembra restare come neutrale, in visione di quel che avviene e pronto, quando tutto si avvierà a conclusione a schierarsi col vincitore dello scontro tribale, etnico e politico: di chiunque, alla fine, avrà in mano le chiavi della cassa statale... sempre tenendo presente che qui si tratta in ogni caso del paese arabo più povero in assoluto di tutti, ricco solo davvero della propria posizione geo-strategica.

Ma alla fine sarà lo scontro tra popolazione Houthi sci’ita e la forte minoranza sunnita a decidere dell’assetto stabilizzato del paese, se rimanere unificato, Nord e Sud, o si spaccherà ancora tornando a un Sud sunnita e un Nord essenzialmente sci’ita divisi tra loro. A deciderlo sarà alla fine la reazione dei sunniti al potere nuovo – forse condiviso poi, forse no... – degli Houthi.

Intanto, il 20 febbraio la grande maggioranza dei partiti presenti in Yemen, dice il mediatore dell’ONU, Jasmal Benomar definendolo un grande successo, hanno concordato sulla formazione di quello che verrà chiamato ufficialmente Consiglio di transizione: con una camera dei rappresentanti formata anche da parecchi componenti del partito che fino al suo rovesciamento e a quello del presidente Hadi precedentemente al potere fino al rovesciamento di inizio mese e da un altro gruppo “rappresentativo” di istanze e tribù del Sud dello Yemen (The Huffington Post, 20.2.2015, Yemen Ruling Parties Agree On Formation of 'People's Transitional Council, UN Says― Dice l’ONU che i partiti al potere nello Yemen si accordano sulla formazione di un Consiglio popolare transitorio http://www.huffingtonpost.com/2015/02/20/ yemen-parties-agree-on-tr_n_6718474.html).

La divisione del lavoro adesso prevista tra questi due corpi in qualche modo, non ancora ben precisato, elettivi dello Yemen prevede, come parte dell’accordo mediato con l’esautorazione del vecchio leader che ha molto scontentato comunque Arabia saudita e Stati Uniti d’America ma è stata dettata dalla situazione sul campo – la vittoria militare totale degli Houthi e del Nord del paese sul Sud nella capitale e in tutto il Nord del paese.

In buona sostanza, ciò vuole dire che la Camera dei rappresentanti resterà nelle mani di chi già c’era, del partito del vecchio regime abbandonato da e liberatosi del proprio leader, il presidente Hadi ormai defenestrato politicamente; mentre la vecchia Camera alta verrà trasformata nel nuovo Consiglio transitorio con la presenza di settori fino ad ora largamente mai o poco rappresentati soprattutto delle popolazioni del Sud, donne, giovani, minoranze etniche e religiose.

Le due istituzioni rappresentative di nuovo conio dovranno insieme poi decidere e passare (secondo procedure ancora ignote) la legislazione che dovrà guidare il nuovo governo fino alle prossime elezioni politiche generali: tra un anno o qualcosa forse di più... Però, subito, questo schema già laborioso si trova sotto immediata minaccia.

Forse, e senza forse, fidandosi delle sue dichiarazioni, rilasciate anche al mediatore dell’ONU, l’assistente segretario generale e diplomatico marocchino Jamal Benomar, di “prender atto”, cioè di rassegnarsi all’accettazione della realtà e della necessità del ricorso a misure che lui stesso ha chiamato “non ortodosse”, i ribelli hanno lasciato libero l’ex presidente e questi, Abd Rabbo Mansour Hadi che, arrivato subito liberamente ad Aden la principale città ed ex capitale del Sud,    appena sottrattosi al loro controllo magari non ortodosso ma, in fondo, necessario, condanna solennemente con una dichiarazione di condanna degli Houthi e del loro colpo di Stato.

La rilascia, specifica, “a titolo di presidente in funzione della Repubblica yemenita”, e viene trasmessa e ritrasmessa il giorno stesso dalla televisione di quella città e in tutta la regione facen do anche vedere in diretta la cronaca di vari incontri che Hadi stesso tiene con i governatori di diverse province (non tutte) del Sud e di diversi (non tutti) i comandanti militari della regione in una specie di “residenza” riservata all’uso del presidente...

Allo stato dei fatti, Hadi – che sia riuscito a scappare a chi lo controllava, oppure sia stato invece (imprudentemente?) rilasciato sulla parola – sembra essere riuscito a prendersi subito il sostegno annunciato di almeno due importanti tribù sunnite cominciando a ricostituirsi nel Sud del paese un vero e proprio centro alternativo di potere. E’ la caratteristica della frammentazione in corso: una specie di “somalizzazione” o di “libianizzazione” strisciante.

●E la visita immediata resagli nella residenza presidenziale ad Aden dal segretario permanente del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Abdullatif bin Rashid al-Zayani potente esponente della corte dell’emiro del Bahrain, dà subito il segnale che naturalmente si fa preoccupante per il nuovo assetto di governance raggiunto nel paese con e sotto la direzione del movimento sci’ita degli Houthi. Che il Bahrain, accodato all’Arabia saudita e un po’ tutti i paesi del Golfo di obbedienza sunnita, non riescono a contemplare (Yahoo Maktoob― Letter News Portal, 25.2.2015, GCC reiterates support for beleaguered Yemen president― Il CCG ribadisce di sostenere l’inguaiato [ex] presidente dello Yemen ▬ https://en-maktoob.news. yahoo.com/gcc-reiterates-support-beleaguered-yemen-president-181314126.html).

E subito in coda, dietro il messo del CCG, anche l’ambasciatore dell’Arabia saudita che già aveva lasciato la capitale da una decina di giorni, da quando era stato chiaro che stavano vincendo i ribelli, si trasferisce armi e bagagli da Sana’a ad Aden, subito seguito anche lui con una scelta tutta politica e, tra virgolette, “religiosa” tanto precisa quanto scontata dal suo collega del Qatar (Asharq al-Awsat, 26.2.2015, Fahd al-Zayabi, Saudi, Qatar move embassies to Aden: GCC source Sauditi e qatariani spostano le ambasciate ad Aden, informa il CCG  ▬ http://www.aawsat.net/2015/02/article55341845/saudi-qatar-move-embassies-to-aden-gcc-source).

Mentre lo stesso giorno viene fuori la notizia, confermata anche ufficialmente dal rappresentante dell’ONU a Sana’a che una sua inchiesta si è alla fine conclusa con la conferma che l’ex presidente Saleh, il predecessore di cui lo stesso Hadi era erede e che era rimasto al potere assoluto per ben 33 anni aveva rubato, nascosto o portato fuori del paese col volo su cui era fuggito in Araba saudita quasi 60 miliardi di $ (Al Jazeera,  25.2.2015, UN says ex-Yemen president Saleh stole up to $60bn L’ONU attesta che l’ex presidente yemenita Saleh ha rubato fino a 60 miliardi di $ http://www.aljazeera.com/news/2015/ 02/yemen-presi dent-saleh-stole-60bn-150225180029123.html).

Sul fronte, per lo meno altrettanto delicato qui per assicurarsi una qualche parvenza di pace, del legame di quella che finora era stata la dipendenza dai sauditi ma che ormai è in movimento, c’è un fatto nuovo che potrebbe adesso valere diversamente nell’inveterata animosità del grande vicino saudita, esso stesso oggi in subbuglio e in un momento di incerta transizione, contro gli eretici sci’iti, gli Houthi, che nello Yemen hanno cambiato, con le armi e anche con un’inaspettata sagacia politica l’assetto del potere.

Ma sono anche, adesso, tra i nemici maggiori dei fratelli islamisti jihadisti, allattati allo stesso biberon wahabita dei sauditi e da loro allevati e cresciuti, però anche ormai implacabilmente ostili agl interessi di grande potenza petrolifera del regno nel mondo. Sono gli Houthi, infatti, i nemici più efficaci sul campo della più formidabile e da vicino incombente filiale di al-Qaeda, quella dello Yemen osteggiata e combattuta inflessibilmente dagli Houthi. Che restano eretici, ma così sono anche utili. E adesso che sono al potere, includono subito importanti leaders delle élites sunnite del paese nella speranza/possibilità di trovare qualche riscontro nelle classi dirigenti saudite. Ma sarà dura, comunque.

L’Arabia saudita, e i suoi cinque altri alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Bahrein, E.A.U., Kuwait, Onam, Qatar) hanno sùbito denunciato come un colpo di Stato― senti chi parla, verrebbe da dire..., il piano annunciato dagli Houthi dello Yemen e chiesto che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vi ponga fine― loro! che da anni subornano e guidano la rivolta armata contro il governo siriano, quello iraniano e, adesso, anche quello iracheno (New York Times, 7.2.2015, Saudi Unswayed by Houthi Rebels’ Ouverture in Yemen I sauditi non cambiano posizione davanti all’apertura dei ribelli Houthi nello Yemen http://www.nytimes.com/2015/02/08/world/middleeast/overture-by-houthis-to-ousted-officials.html).

●Uno dei massimi capi Houthi, che però non è stato precisamente identificato, ha dato inizio, nella capitale del sultanato di Oman, Muscat, a metà febbraio a una serie (forse) di incontri con una delegazione di medio livello dell’Arabia saudita. Non si conosce neanche l’agenda della discussione né tanto meno se ne conosce l’esito. Ma il fatto, in sé, è del tutto nuovo. E, comunque, interessante (Stratfor, 17.2.2015, Yemen: Oman Reportedly Mediated Al-Houthi Talks With Saudi Arabia Yemen: l’Oman, viene riferito, sta mediando colloqui degli Houthi con l’Arabia saudita https://www.stratfor.com/situation-report/yemen-oman-reportedly-mediated-al-houthi-talks-saudi-arabia).

●In Arabia saudita, re Salman ha cominciato sùbito, a fine gennaio, quasi in silenzio, a cambiare il gabinetto di governo e lo ha fatto sapere comunicandolo anche ai media, pubblicamente anche se senza alcuna fanfara. Ha iniziato, in effetti, a sostituire con uomini del suo sotto-clan e loro alleati rimpiazzando parecchi dei ministri designati di re Abdallah. Parla di continuità, Salman, ma ha cominciato a cambiare personale chiave appena a mezza giornata dalla morte del predecessore.

E’, per le ragioni approfondite nella nostra Nota del mese passato, assai prematuro predire che questi cambi di personale, anche chiave, preludano a un qualche significativo cambiamento di policy. Ma qualcuno lo pensa e lo dice, preoccupandosene oppure felicitandosene. Alcuni osservatori hanno scritto che, ad esempio, la potentissima “famiglia” allargata del clan degli al-Sudairi, di cui fa parte lo stesso re (il nome è il patronimico della madre del vecchio re Fahd, suo fratello e predecessore di Abdallah) da sempre ostile alla politica dello stesso Abdallah sempre contraria alla Fratellanza mussulmana e alla sua alleanza di fatto automatica col regime egiziano di El Sisi e la sua implacabile repressione del partito che reggeva il precedente regime del presidente Morsi, discusso certo ma pur sempre democraticamente eletto.

Ne vien fuori che un cambiamento in senso più cauto e meno disponibile verso il regime egiziano diventa la cartina di tornasole e l’indicatore forse nel breve-medio termine più affidabile di un cambiamento che inizierebbe ad essere davvero strategico. La grande famiglia dei Sudairi sono, però, anche tra gli oppositori interni maggiormente determinati delle relative concessioni di Abdallah su qualche maggiore diritto alle donne (l’apertura al loro voto passivo e raramente anche attivo nelle elezioni dei consigli di tipo esclusivamente consultivo e a livello strettamente municipale di questo paese).

Sono più disponibili di Abdallah, sembrerebbe, a un atteggiamento più comprensivo verso quello che era il governo del vicino Yemen. Mentre Abdulaziz bin Salman, figlio del monarca e influente vice ministro del Petrolio, sarebbe favorevole – le indicazioni convergono – a alzare i prezzi di esportazione del greggio piuttosto che ad aumentare contro gli altri paesi produttori (Iran, Venezuela, Russia, altri paesi del Golfo) la quota di mercato del regno― che era poi proprio la politica scelta da Abdallah e che aveva abbattuto il prezzo al barile della metà (Al AkhbarLe Notizie/Beirut, 26.1.2015, Fouad al-Ibrahim, A Time for a Ruthless Reckoning L’ora dell’inesorabile resa dei conti [?] http://english.al-akhbar.com/node/23390).

●I prezzi del barile di greggio alla fonte hanno ricominciato gradualmente, ma significativamente, a salire dal minimo di quasi sei anni raggiunto a metà gennaio. Il prezzo dell’unità di misura – il barile: 150 litri di petrolio, circa – è cresciuto del 30%, fino ai $ 60 (The Economist, 20.2.2015, The oil price  –  The Saudi project, part two - The oil price has been rising again—but will it last?― Il prezzo del petrolio – Il progetto saudita, seconda parte - Il prezzo del greggio cresce nuovamente―ma durerà? http://www.economist.com/ news/ finance-and-economics/21644198-oil-price-has-been-rising-againbut-will-it-last-saudi-project-part-two).

Quella che qui l’Economist chiama la seconda parte di quello che i sauditi sembrano aver divisato come loro progetto consisteva nel forzare fuori mercato i produttori non-OPEC, specie quelli fuori del Golfo – USA, Russia, in specie – per poi riprendere a esportare di più. Ma non sta andando proprio esattamente così.

● Già... quale  mano scegli?   (vignetta)

Quale mano?                                 Amico o Nemico

Fonte: INYT, 6.2.2015, Patrick Chappatte

D’altra parte, proprio in questi giorni sta tornando a galla, con imbarazzo sia di Riyād che di Washington, dal passato più o meno segreto di Salman il suo antico e saldo legame con il fondatore di al-Qaeda, Osama bin Laden, rampollo di una delle famiglie dominanti del regno saudita e finanziato per anni con miliardi di $ della dinastia proprio attraverso il canale e i contatti che in Pakistan e a Jeddah teneva il principe Salman teneva con Abdul Rasul Sayyaf, conosciuto salafita afgano mentore sia di Osama che del cervello dell’attentato dell’11 settembre, Khalid Sheick Mohammed (Foreign Policy, 27.1.2015, D . A. Weinberg, King Salman’s Shady History La storia oscura di re Salman http://foreignpolicy.com/2015/01/27/king-salmans-shady-history-saudi-arabia-jihadi-ties).

●Il nuovo re procede con segnali di lento cambiamento, almeno a parole, e lasciando sviluppare un inizio di mutamento avviato col dibattito interno intrapreso e che adesso pare essere stato vinto dentro il gruppo allargato dei prìncipi famigli e consiglieri stretti più ortodossi del re negli ultimissimi mesi della sua vita, adesso fa dire al principe Saud al-Faisal, ministro degli Esteri, che l’opposizione ferma della monarchia non è indiscriminatamente contro tutto il movimento dei Fratelli musulmani, ma solo contro le sue massime gerarchie.

E’ il motivo per cui aveva designato come organizzazione terrorista e aveva promosso l’abbattimento della presidenza egiziana di Mohammed Morsi che era stato eletto, sì – concetto irrilevante di legittimità, però, per i sauditi – ma colpevole di aderire alla  Fratellanza di cui era  un alto esponente (Stratfor – Geopolitical Weekly, 6.1.2015, M. Nayeby-Oskoui, Saudi Arabia Faces Challenges in the New Year L’Arabia saudita si troverà di fronte a cambiamenti nel nuovo anno https://www.stratfor.com/weekly/saudi-arabia-faces-challenges-new-year); e Middle East Eye, 11.2.2015, Saudi Arabia has ‘no problem’ with Muslim Brotherhood: Foreign Minister― L’Arabia saudita non ha ‘alcun problema’ con la Fratellanza mussulmana [...come tale] ▬ http://www.middleeasteye.net/news/saudi-foreign-minister-no-problem-muslim-brotherhood-230201904).

●Gli Emirati arabi uniti sono usciti dalla coalizione anti-Da’ish guidata dagli USA che, sistematicamente ma anche abbastanza sporadicamente, finora ha partecipato ai bombardamenti subito dopo l’assassinio del pilota giordano, ten. Muath al-Kaseasbeh, arso vivo “per fargli fare la fine di chi lui si era reso colpevole di aver trucidato in modo analogo dal cielo”, subito vendicato dal regime giordano con l’impiccagione di una prigioniera del regime, Sajida al-Rishawi, che aveva tentato di diventare senza riuscirci “martire-suicida”.

La Giordania aveva, del resto, essa stessa sospeso le incursioni aeree a dicembre subito dopo la cattura del suo pilota, tenendo sinora come un classico paese a grande maggioranza sunnita un atteggiamento per lo meno equivoco nei confronti dei jihadisti Da’ish. Che, però, dell’ambiguità non si accontentano e “puniscono” in modo efferato il pilota.

E, adesso, gli E.A.U. specificano che non parteciperanno più alle missioni di bombardamento dei jihadisti islamisti almeno “finché gli USA non provvederanno a migliorare la loro capacità di ricercare, individuare e recuperare obiettivi individuali [prigionieri propri, cioè] sul nord occupato dell’Iraq inviandovi i loro aerei a decollo verticale e motore rotabile V-22 Osprey Tiltrotor”, costruito dalla Boeing, specificamente progettato per l’attacco e il recupero di prigionieri e individui in spazi ridotti (Al Akhbar, 4.2.2015, UAE Pulls out of US-led anti-ISIS Coalition after Death of Jordanian Pilot― Dopo la morte del pilota giordano, gli EAU si sfilano dalla coalizione a guida USA anti-ISIS http://english.al-akhbar.com/content/uae-pulls-out-us-led-anti-isis-coalition-after-death-jordanian-pilot).

Viene reso noto pubblicamente e quasi provocatoriamente violando ogni regola di diplomazia e di buona politica tra alleati, che il ministro degli Esteri degli Emirati e membro della famiglia dell’emiro, Sheikh Abdullah bin Zayed bin Sultan, ha chiesto pubblicamente alla nuova ambasciatrice americana, Barbara Leaf, perché gli Stati Uniti non abbiano schierato le risorse di cui dispongono e che sarebbero magari in grado di recuperare in tempo utile i piloti di aerei abbattuti: appunto, per esempio, con gli Ospreys.

Va subito aggiunto, però, che passati tre o quattro giorni agli Emirati basta, per annunciare di tornare indietro sulla loro roboante denuncia, sentir proclamare le promesse formali di tener presente il problema e la promessa di rispondevi manifestata dal governo americano a proposito delle loro preoccupazioni definite pubblicamente giuste (New York Times, 6.2.2015, United Arab Emirates, Key Ally in U.S. Fight Against ISIS, to Rejoin Air Campaign― Gli Emirati arabi uniti, alleato chiave degli USA nella lotta contro lo SI,torneranno a far parte della campagna di raids aerei ▬ http://www.nytimes.com/2015/02/07/world/middleeast/ united-arab-emirates-key-ally-in-us-fight-against-isis-to-rejoin-air-campaign.html?_r=0).

E ciò anche se la Turchia si affretta a precisare che non dà e non darà mai il permesso agli USA di dislocare, come dopo la richiesta degli EAU avevano chiesto, i loro Ospreys V-22 per individuare e recuperare, almeno come obiettivo, i piloti eventualmente catturati dai jihadisti nelle sue basi aree vicine al territorio siriano (Stratfor, 5.2.2015, Syria: Turkey Refuses U.S. Base Access Siria: la Turchia rifiuta agli americani l’accesso alle sue basi vicine https://www.stratfor.com/situation-report/syria-turkey-refuses-us-base-access)

Prima di ricominciare, comunque, a bombardare i Dai’sh, gli Emirati, che nel prossimo futuro ormai dovrebbero poter contare su una almeno teorica copertura dei moderni aerei a decollo verticale che invece ottengono di far base ad Erbil, nel Kurdistan iracheno e hanno già ordinato a uno squadrone di loro caccia F-16 di andare a stanziarsi in Giordania riprendendo il loro ruolo nei raids aerei anti-ISIS: soprattutto sul territorio occupato iracheno (Stratfor, 7.2.2015, UAE: Government Sends Jets To Jordan To Help Fight Islamic State Il governo degli EAU invia suoi aerei in Giordania per aiutare a combattere lo Stato Islamico https://www.stratfor.com/situation-report/uae-government-sends-jets-jordan-help-fight-islamic-state).

Ma, forse, anche siriano, malgrado la Siria, col ministro degli Esteri, Walid al-Moallem, l Sitria il glielo abbia formalmente interdetto dichiarando pubblicamente di non aver bisogno nella sua guerra allo SI dell’aiuto “peloso” – lo definisce così – di uno Stato tanto vicino quanto anche “scioccamente” ostile (The Times of Israel/Jerusalem, 9.2.2015, Syria rejects Jordan’s troops to fight Islamic State La Siria respinge le truppe giordane per combattere lo Stato Islamico http://www.timesofisrael.com/syria-rejects-foreign-ground-troops-to-fight-islamic-state/#!). 

●In Siria, ora, anche Staffan de Mistura – il terzo plenipotenziario inviato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a cercare di mediare una qualche tregua per bloccare e poi metter fine alla cruenta guerra civile che va avanti ormai da più di tre anni (forse 300.000 morti, sul mezzo milione di feriti, sui 2,5 milioni di rifugiati e sfollati) – sembra arrivare alla stessa conclusione dei suoi due predecessori: che il presidente Bashar al-Assad resta il personaggio-chiave per arrivare a metter fine alla guerra: bisogna capire, spiega, che “Assad non è affatto solo ma rappresenta tutte le istituzioni del paese che, in quelle terribili condizioni, hanno continuato e continueranno a fornirgli i pochi servizi essenziali ancora disponibili”.

E la sua portavoce chiarisce che il “governo di transizione”, di cui pure parla il comunicato di Ginevra che ha istituito la figura del mediatore, resta un punto di riferimento “auspicabile” ma per “una definitiva soluzione politica di lungo termine del conflitto”, più che per la tregua immediata che il paese ha bisogno disperato di veder avviata subito, “a partire da Aleppo”: dal 6.000n a. C., più o meno, il più antico agglomerato urbano esistente al mondo... finora: domani, chi sa?.

Oltre allo SI che ha promesso di decapitarlo pubblicamente, sono anche e soprattutto USA e Arabia saudita ad opporsi a riconoscere che, ancora e sempre e malgrado tutto, la massima rappresentatività  internazionale di questo paese resta ancora in mano ad Assad (New York Times, 13.2.2015, A. Barnard, U.N. Envoy Says Assad Is Crucial to Defusing Confict in Syria L’inviato dell’ONU afferma che in Siria Assad resta cruciale per disinnescare il conflitto http://www.nytimes.com/2015/02/14/world/middleeast/un-envoy-to-syria-says-assad-is-crucial-to-hopes-to-end-war.html?_r=0).

●Ma è un fatto che all’orizzonte è proprio difficile scorgere anche solo il barlume di una soluzione. Perché:

• Non c’è alcuna soluzione politica reale a questo conflitto.

• E la sofferenza della gente che vive in Siria sta aumentando… Oggi, e solo per sopravvivere, sono 12 milioni i siriani che hanno bisogno di aiuto.

• Calano continuamente i paesi vicini alla Siria che lascino entrare i profughi sul loro territorio...

• … e cresce l’animosità nei confronti di questi rifugiati nerlle comunità che li ospitano.

• Così come cresce – e sempre più – in Europa...

• … e hanno già ridotto/cassato i recuperi in alto mare (dalla missione Mare Nostrum alla Triton).

• Viene abbassato il sostegno alle missioni umanitarie di aiuti internazionali: anche qui.

•  ... più della metà del 50% dei bambini siriani sfollati e rifugiati non possono andare a scuola.

•  Almeno 150,000 famiglie di rifugiati sono condotte da donne, con molti uomini uccisi o  scomparsi o sommersi nei gorghi della guerra civile... in una cultura dove, poi, il ruolo delle donne è al massimo di risulta.

•  E, oggi, una marea di bambini che non hanno di fatto più neanche una cittadinanza formano una generazione di senza diritti : a decine di milioni che non hanno accesso alla cittadinza, a un lavoro regolare ... a tutto.

La verità è che l’unica soluzione alla catastrofe umanitaria che è diventata la Siria è la fine della guerra civile.

●Pare che se ne comincino a convincere anche a Parigi, dove tre deputati dell’opposizione di centro-destra, l’UMP, l’Union pour un Mouvement Populaire che fa capo all’ex e spera anche – la prossima volta – nuovo presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, e uno del partito socialista del presidente in carica hanno deciso di rompere il fronte dell’embargo recandosi in Siria a parlare con Bashar al-Assad. L’incontro è avvenuto a Damasco per oltre un’ora il 25 febbraio, dopo che il ministero degli Esteri aveva stizzosamente reso noto di non averlo autorizzato – come se glielo avessero chiesto – e senza neanche l’assenso della Commissione Esteri dell’Assemblea―... idem.

Si è trattato – accompagnato a latere anche da una riunione col presidente del parlamento siriano e con il gran mufti di Damasco – del  primo incontro da quando, nel 2012, venne chiusa l’ambasciata francese nella  capitale siriana (“una breccia nel muro di cinta eretto dalla Francia”, come lo chiama le Monde, 25.2.2015, Y.-M. Riols,  H. Bekmezian e B. Barthe, Syrie: quatre élus français ont rencontré Bachar Al-Assad à Damas― Quattro deputati francesi incontrano a Damasco Bashar al-Assad http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/ 2015/02/25/des-parlementaires-francais-ont-rencontre-bachar-al-assad_4582844_3218.html).

Allora erano convinti a Parigi – come a Londra, a Roma e a Washington e un po’ in tutta la regione – che Assad stesse lì lì per cadere, sotto l’assalto congiunto militare e politico delle opposizioni interne e della spinta dei nemici esterni – forze come gli USA la Francia, la Gran Bretagna, l’Arabia saudita – ma che lui, con l’aiuto di Iran e Russia e, sul campo, col sostegno diretto degli Hezbollah libanesi, ha rovesciato ormai del tutto la situazione, costringendo perfino gli americani a sostenere gli unici nemici che sul campo sembrano opporsi con efficacia ai jihadisti estremisti dell’ISIL― nemici di tutti e che solo lui,  proprio Assad, sembra riuscire a bloccare e respingere.   

●Guai per il governo della regione autonoma del Kurdistan nel nord dell’Iraq. Non ha provveduto a pagare a scadenza molte delle multinazionali che hanno investito ed estraggono, magari anche esportandolo per conto suo petrolio dalla regione. Per prima è stata la Gulf Keystone Petroleum a sospendere le esportazioni del greggio curdo in Turchia, dopo aver reclamato e chiesto già da novembre il regolamento dei 100 milioni di $ che Erbil le doveva.

La guerra con i Dai’sh ha sottratto molte risorse al Kurdistan e il governo centrale, sotto pressione analoga, ha diradato anche il versamento della quota di reddito da versare alla regione autonoma curda mentre il crollo del prezzo del greggio alla fonte non ha davvero aiutato (Iraq Business News, 11.2.2015, Anadolou News Agency, J. Lee, Unpaid Oil Companies ‘Reconsider Investments’ Le multinazionali del petrolio ‘riconsiderano i loro investimenti’ http://www.iraq-businessnews.com/2015/02/11/unpaid-oil-companies-reconsi der-investments).

Però, l’offensiva dei Da’ish contro Kobane ha visto ora l’artiglieria dei peshmerga operare  dall’Iraq sostenendo le operazioni dei curdi siriani col sostegno dello stesso governo iracheno. Per decenni, tutti gli Stati con una popolazione autoctona di etnia curda importante – Turchia, Iran, Siria e anche Iraq, pur costretto dalla guerra civile a tollerare un’autonomia regionale dei curdi – hanno perseguito politiche mirate a prevenire proprio ogni cooperazione tra loro e al di là dei confini statali dei paesi della regione. Ma, ora, una delle conseguenze non previste dell’assedio dei Dai’sh a Kobane è stata proprio la spinta quasi necessitata ai curdi ad espandere la cooperazione tra di loro al di là dei confini statali...

●Intanto, in modo del tutto inusitato, anzi proprio senza precedenti – ma che si muove sempre in questa nuova direzione, di apertura a una maggiore interazione anche tra i vari popoli curdi della stessa etnia ma di diverse nazionalità statuali – la Turchia sta offrendo al governo regionale curdo un prestito di 500 milioni di $ da ripagare, poi, scalando il debito incorso nel frattempo da Ankara per l’importazione del greggio curdo-iracheno oppure autorizzando direttamente Arbil a scalarlo.

Il ministro del governo autonomo curdo delle Finanze, Rebaz Muhammed Hamlan, ha detto che comunque tale prestito non sarebbe sufficiente a coprire salari e stipendi per i dipendenti pubblici e la spesa corrente che Arbil deve in ogni caso ricavare dall’esportazione del suo greggio il denaro di cui continua ad avere bisogno. Sempre che riesca a respingere l’attacco delle multinazionali del petrolio che prima di continuare ad estrarne vogliono essere pagate per quanto loro è dovuto; e se Bagdad si decide a sbloccare i versamenti cui sarebbe – anche qui, però, gli obblighi sono reciproci e tutti in sofferenza – costituzionalmente obbligata... Insomma, un intrico che non sembra aver soluzioni (Iraq Business News,/Bagdad, 25.2.2015, J. Lee, Turkey Agrees Loan to KRG La Turchia offre un prestito al Governo regionale curdo http://www.iraq-businessnews.com/2015/02/25/turkey-agrees-loan-for-krg).

●Intanto, puntigliosamente, il governo dell’Iraq, col ministro degli Esteri Ibrahim al-Jaafari,che parla a Melbourne in conferenza stampa congiunta con l’omologa ministra australiana ha tenuto a chiarire di non aver mai chiesto agli USA di inviare combattenti, come si dice da noi, “di terra” o, come li chiamano gli americani, bootscioè, quelli che portano glistivali” – per combattere le truppe dello Stato Islamico (PressTv/Teheran, 12.2.2015, cit. Shafaq News, Bagdad, No Baghdad request for US boots to fight ISIL: Iraq FM― Da parte nostra, dice il ministro degli Esteri iracheno,nessuna richiesta di truppe di terra americane per fare la guerra ai Da’ish http://www.presstv.ir/Detail/2015/02/12/397227/Iraq-made-no-request-for-US-forces).

Parlava, al-Jaafari, il giorno dopo l’appello avanzato da Obama al Congresso di autorizzarlo a inviarli espandendo le operazioni militari ora approvate in Iraq[1]. E pare che a Washington la cosa non sia stata per niente, ovviamente, apprezzata.

●Con un certo qual acidulo sarcasmo, sempre Moallem fa, solo due giorni dopo, osservare che anche dove sul campo ci sono ancora, come in Iraq, centinaia di “stivali” americani chiodati piombati, super-armati e anche trincerati come, per esempio, la cittadina che è anche base di addestramento delle reclute e dei corpi speciali locali, al-Baghdadi (8 Km. dalla base aerea di Asad), attaccata e conquistata il 13 febbraio (BBC News, 14.2.2015, citando il contrammiraglio John Kirby, portavoce del Pentagono, Key Iraqi town near US training base falls to jihadists Un comune chiave iracheno prossimo a una base di addestramento americana cade nelle mani dei jihadisti http://www.bbc.com/news/world-middle-east-31449976) alle milizie dello Stato Islamico.

Fino alla caduta, al-Baghdadi era una delle poche cittadine che nella provincia di Anbar restavano ancora in mano alle truppe regolari dello Stato iracheno. L’attacco arriva dopo mesi ormai di continua reazione con quotidiani raids aerei delle truppe della coalizione guidata dagli USA contro le milizie Da’ish (Stratfor – Global Intelligence-Analysis, 29.1.2015, The Islamic State is Weakened, but not Defeated Lo Stato Islamico è indebolito ma non è certo battuto https://www.stratfor.com/analysis/islamic-state-weakened-not-defeated).    

●Il governo giapponese ha reagito alla decapitazione di un giornalista nipponico e di un altro suo ostaggio da parte dello SI promettendo che farà pagare caro il misfatto ai terroristi. Intanto, il primo ministro Abe ha deciso che le Forze nipponiche di autodifesa, le Forze armate, avranno d’ora in poi la missione di liberare i propri cittadini che cadessero nelle mani di forse irregolari all’estero. Abe ha dichiarato che il Gippone non fa parte e non farà parte della coalizione anti-ISIS guidata dagli USA, smentendo seccamente l’accusa avanzata dai Da’ish che è per questo che sono stati sgozzati i due giapponesi.

Il Giappone sarà di parola. Non aderirà mai alla coalizione guidata dagli USA ma agirà con le sue forze speciali facendo eseguire da loro l’esecuzione della propria vendetta di Stato, senza dichiararlo, o meglio facendolo sapere solo a assassini/esecuzioni eseguite dei suoi carnefici.

In modo apparentemente (ma poi quanto davvero?) curioso, è forse utile anche osservare che gli islamisti jihadisti, in un solo fine settimana hanno fatto di più per risvegliare gli spiriti militaristi da tempo sopiti in questo paese tra la gente che Abe stesso stava da tempo cercando di aizzare/risvegliare di quanto fossero riusciti a fare in settant’anni tra di loro, e lavorando ciascuno separatamente per i propri motivi, Corea del Nord, Cina e Stati Uniti stessi. Insomma, dispiegando le proprie sistematiche atrocità a oltre 8.000 Km. di distanza, i Da’ish stanno riuscendo a risvegliare quello che era considerato un gigante militare da molto tempo dormiente.

● Riformare la Costituzione (per poter finalmente intervenire con le armi all’estero)   (vignetta)

Fonte:  INYT, 7.2.2015, Heng

●In Iran, è stato lanciato con successo un satellite spaziale, il Fair Alba cioè, in lingua farsi, il quarto negli anni recenti, che secondo il ministro della Difesa gen. Hossein Dehghan, è costruito con tecnologie autoctone. L’Iran è nel pieno dei negoziati sul suo programma di ricerche nucleari che, insiste, ha finalità esclusivamente pacifiche. Naturalmente, ed è comprensibile, anche le potenzialità del programma spaziale iraniano sono collegate alla sua eventuale capacità di utilizzare missili che possono consegnare a destino anche le proprie bombe nucleari..., se mai ci saranno. Solo che a meno di fare la guerra a Teheran, ciò è inevitabile (Agenzia TvABNA24/Teheran, 2.2.2015, Video: Iran Launches 4th Home-made Satellite into Space― Video: l’Iran lancia nello spazio il quarto satellite di sua produzione http://www.abna24.com/english/service/video/archive/2015/02/02/668782/story.html).

●Il 21 febbraio le delegazioni americana e iraniana alle conversazioni/colloqui/negoziati cosiddetti dei 5+1 a Ginevra su nucleare iraniano ridotto contro sanzioni ridotte americane sono state integrate  dalla presenza diretta, ora, del numero uno dell’energia nucleare iraniana Ali Akbar Salehi, che ha un master in ingegneria nucleare al M.I.T. di Boston, e del segretario americano all’Energia, Ernest J. Moniz, che del nucleare americano è il capo e aveva diretto proprio quel dipartimento di fisica nucleare.

Stanno cercando, così, di cortocircuitare le due potenze a confronto tra loro i tempi morti del negoziato dovuti alla definizione dei dettagli tecnici che richiederebbero ogni volta altrimenti la messa a punto di accordi specifici spesso risolvibili direttamente a Ginevra senza ulteriori rinvii e indugi se in presenza di negoziatori con piena conoscenza anche tecnica della materia. Stanno, in effetti, a questo stadio del negoziato tentando di concludere in sostanza su possibili restrizioni concordate di  un  programma cadenzato di sviluppo dell’energia nucleare che sia accettabile ed accettato per l’Iran.

Cioè, stanno stringendo sull’accettare comunque quel che è già in atto ed è inevitabile:  un qualche accesso e uno sviluppo  concordato della ricerca sull’energia nucleare iraniana contro la volontà di chi, Israele e l’Arabia saudita, pretenderebbe invece di riuscire, per Stati Uniti interposti ed esposti , di vedere Teheran non avere mai accesso a quel che non può però esserle proprio politicamente ma anche tecnicamente vietato più oltre negato.

C’è una scadenza fissata, per fine marzo ormai, ai colloqui dei 5+1 (Iran contro i 5: Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia (i 5 Stati col diritto di veto all’ONU) e, in aggiunta, mai chiaro davvero perché, però, quello strano +1, che è poi la Germania) per fine marzo. E il 3 del mese il premier israeliano si è fatto invitare, contro ogni procedura e ogni consuetudine diplomatica, a Washington a parlare al Congresso scavalcando così il presidente e scatenandogli in casa la sua offensiva politica anti-iraniana con una scelta, “per gli interessi israelo-americani” assolutamente “distruttiva”, come lo avvisa Susan B. Rice, consigliera per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca.

In realtà ormai è chiaro a tutti, e per primo a Israele, che i colloqui diretti tra Iran e Stati Uniti, nel quadro del gruppo dei 5+1, vanno ormai ben oltre il tema del solo scambio tra nucleare e sanzioni, cercano anche le difficili strade di riavvicinamento e di cooperazione. E stanno allarmando appunto dannatamente chi, come Israele o come l’Arabia saudita per ragioni che sono in contrasto ma in qualche modo anche coincidono, hanno interesse a vedere i due ormai tradizionali nemici restare sempre l’un contro l’altro armati e non pensare neanche a convergenze possibili di interessi o addirittura a potenziali cooperazioni magari contro l’ISIS nella regione (Stratfor – Geopolitical Diary, 24.11.2014, The U.S.-Iran Talks Transcend the Nuclear Issue― I colloqui tra USA e Iran vanno al di là della questione nucleare https://www.stratfor.com/geopolitical-diary/us-iran-talks-transcend-nuclear-issue).

Con Teheran, infatti, il dogma di Netanyahu[2], perfino più rigidamente di quello dei sauditi, recita che si tratta di un paese al quale ci si deve solo opporre e non si deve accettare mai di trattare. Quel che proclama di fare – ma che in realtà non sempre poi fa, Tel  Aviv... con risultati positivi evidenti, no?[3] (Haarez/Tel Aviv, 21.2.2015, Top U.S., Iranian nuclear officials join Iran talks― I massimi esponenti americano e iraniano del nucleare si uniscono al negoziato sull’Iran http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.643478#!); e, come titolava già un anno fa, un articolo stilato per il Jerusalem Post del 24.4.2014, da Yaakov Amidror, ex maggior generale dell’esercito e falco di prima linea, dal titolo – eloquente quanto inane Ed imbelle – di Israel can’t accept the emerging US-Iran accord Israele non può accettare l’accordo che sta emergendo tra USA e Iran [già, non può accettare... e che fa, visto che nessuno poi glielo ha chiesto? Se dice di no, non gliene frega giustamente niente a nessuno... Se fa la guerra da solo, e per primo poi, bé stavolta non se la dovrebbe vedere con quei poveretti di Gaza e i loro razzi pressoché, rispetto ai loro, quasi “impotenti”...] ▬ http://www.jpost.com/Opinion/Op-Ed-Contributors/ Israel-cant-accept-the-emerging-US-Iran-accord-350389).

●A ruota arriva una puntualizzazione che nessuno sa quanto sia credibile e fattuale, ma che certo serve a tenere in allarme i potenziali nemici dell’Iran. Il brig. gen. Amir Ali Hajizadeh, comandante della forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha comunicato che l’Iran sta “condividendo” la propria tecnologia missilistica anche con altri Stati e movimenti amici e alleati della regione: e cita la Siria, l’Iraq, gli Hezbollah libanesi e le forze armate dei territori palestinesi, sia Fatah che Hamas.

In particolare comunica – ma già si sapeva – che l’Iran li sta   aiutando a sviluppare e produrre i loro missili. Il gen Hajizadeh ha anche vantato – forse con poca prudenza e anche parecchi rischi – la capacità di Teheran fabbricarsi sistemi radar e aerei senza pilota (Stratfor, 2.2.2015, Iran: Tehran Sharing Missile Technology With Neighbors, General Says Generale iraniano dichiara che Teheran condivide la propria  tecnoiogia missilistica coi vicini ▬ https://www.stratfor.com/situation-report/iran-tehran-sharing-missile-technology-neighbors-general-says).

●Dall’altra parte del Mediterraneo, in Libia, con una mossa che subito non è chiaro se essere più lungimirante o più disperata, il parlamento che gode – si dice così ma non ha alcun senso, qui, il verbo godere – dei maggiori riconoscimenti internazionali, quello che siede a Tobruk, ha adesso revocato il bando agli esponenti del potere dei tempi del colonnello Gheddafi che, d’ora in avanti, avranno di nuovo il diritto – se qualcuno, mai, lo onorerà – a fare politica. La legge era passata nel 2013 nel momento in cui, come adesso, a Tripoli i ribelli jihadisti armati detenevano ogni reale potere (Middle East Eye, 2.2.2015, Libya’s Tobruk parliament revokes law banning Gaddafi-era officials Il parlamento libico di Tobruk revoca la legge che cancellava gli esponenti dell’era Gheddafi http://www.middleeasteye.net/ news/libyas-house-representatives-repeals-law-banning-gaddafi-era-officials-9661 0 2613).

L’impatto di una decisione come questa presa da un parlamento che, di fatto, neanche più si riunisce non dovrebbe ormai essere davvero di alcun senso: contestata poi, com’è, dall’altro parlamento che per quel che vale, si riunisce ancora a Tripoli, è più islamico e anche islamista e, essendo stato poi l’unico in qualche modo davvero eletto, è pure l’unico ad avere qualche formale legittimità... Al massimo potrebbe tentare di aggiungere qualche navigato marpione “di qualità” dell’ex era gheddafiana allo strato di vertice di un potere precario e disfatto.

Si tratta di un tentativo di strappare il sostegno di qualche nuovo seguace lanciando un appello, come si dice al di sopra delle parti, a tutti i cittadini leali alla Libia. Dicono proprio così, la Libia come se la cosa ancora esistesse, al di là del fatto se esistano proprio, poi, sul serio i libici: quando sono ormai tornati ad esistere solo non i Tuareg, i Warfalla, i Nafusa, i Mishasha, i Magaiha, i Berberi, i Qadhadfa (la tribù dello stesso Gheddafi), i Khargala, gli Al-Majabra... Le cento tribù che fanno insieme ma ognuna per conto proprio quello Stato-non Stato che si chiamava Libia...

●Adesso, anche l’ambasciata d’Italia, il 15 febbraio, viene chiusa e abbandonata: la presenza di funzionari, impiegati e cittadini italiani nel paese, a qualsiasi titolo, era diventata ormai  troppo a rischio. Più di 100 italiani vengono portati via dal paese. E mentre il ministro degli Esteri italiano, il “pacifista” di Sant’Egidio, Gentiloni, dice che l’Italia può ben partecipare a una missione armata per riportare le Libia all’ordine (almeno lui non dice ala pace!), mentre la ministra della Difesa Pinotti si butta più in là proponendo che sia proprio l’Italia – grazie alle sue competenze speciali (sic!) di cose relative alla Libia: come quelle britanniche in Siria o quelle francesi in Algeria... che tanto bene hanno portato a quei disgraziati paesi... – a “condurre” l’offensiva mettendosi a capo della coalizione, stavolta Renzi scopre le virtù di un’inusitata cautela e pare – pare... – frenare.   

Era un’idea semplicemente esecranda... – nel merito, basta sentire i militari parlarne, invece dei quaquaraqua che fanno i feld-marescialli da scrivania e dicono, al solito, il loro armiamoci e partite – dalla quale ci ha salvato stavolta il fatto che fare dell’Italia il capofila di qualche cosa – di qualsiasi cosa – non ha visto disponibile di fatto nessun altro paese...E questo ha intuito subito pure Renzi... 

Che s’è dato da fare, prima, a raffreddare certi curiosi bollori alla Gentiloni, poi – affiancandosi a Hollande – anche a quanti, politici e politicanti e non solo nostrani, volevano mandare i figli degli altri a combattere a Tripoli e a Bengasi i jihadisti, chiarendo che possiamo anche andare a cercare di mantenere la pace ma che la pace, prima,  se la devono fare tra loro i libici, se ci riescono...

●Il nuovo sviluppo degli scontri in Libia è segnato dalla reazione, specificamente – come l’ha  chiamata rifacendosi proprio al Corano il governo del Cairo (ma esiste tale e quale nella Bibbia) la vendetta, la legge del taglione (Sura 2, vv, 178-179) – dopo la decapitazione di massa di una ventina di lavoratori migranti egiziani di religione copta, puniti scremandoli odiosamente uno a uno tra i loro compagni.

Il regime di El Sisi ha lanciato due attacchi aerei, con morti e feriti – anche e parecchi tra la popolazione civile – colpendo quelli che affermava fossero obiettivi dell’ISIL ma al meglio, mirando anche a edifici della città di Derna, in Cirenaica, 200 Km. a est di Bengasi e solo una cinquantina da Tobruk, sede ormai del parlamento e del governo del paese per quel che vale maggiormente “riconosciuto” in occidente, comunque sfidato anch’esso dall’estremismo jihadista dello SI.

L’esercito egiziano ha ammonito, in una dichiarazione diffusa pubblicamente un po’ in tutto il mondo arabo, che “tutti, chi è a noi prossimo e chi ci è lontano, devono sapere e capire che gli egiziani hanno uno scudo che protegge e  preserva la sicurezza del loro paese e una spada capace di sradicare il terrorismo”: che è una frase tanto enfatica quanto realisticamente – rispetto allo scopo annunciato – vuota. “La vendetta per il sangue egiziano versato da assassini e criminali è un diritto e anche un obbligo”.

Anche qualche aereo dell’aviazione militare libica, tra i pochi che non sono andati distrutti nella campagna franco-americana del 2011 contro Gheddafi e che restano ancora fedeli al governo ufficiale libico, ha partecipato al raid su Derna, colpevole di essersi lasciata conquistare l’anno scorso dagli estremisti islamisti. Fu allora, nel 2011, che venne spaccato in mille schegge impazziate  il vaso di Pandora di cui teneva chiuso il coperchio proprio il rais, aprendo così la stura e i confini di sabbia del pese all’infezione del wahabismo estremista che veniva dal deserto saudita attraverso proprio l’Egitto.

Un fallimento? o / e (?) un’occasione?   (vignetta)

                 ISIS           Voi ci vedete uno Stato fallito.        

LIBIA  prossimamente   Io, invece, una grande occasione               

Fonte: INYT, 17.2.2015, Patrick Chappatte

Ora quell’alterazione aberrante dell’Islam non è più sulla difensiva. Infesta Nigeria e Libia e minaccia l’Europa. Forse si riesce a capire meglio se ad essa si pensa come a un sistema vivente che, come ogni altro sistema vivente, può anche venire distrutto. Solo – e questo va notato – questi paesi, queste culture e questi popoli, questi Stati – come poi era da noi, diciamo in occidente, solo fino a qualche decennio fa in fondo: sotto il connubio della croce e della spada, con la schiavitù, il colonialismo, l’imperialismo, i milioni e milioni di morti anonimi seminati in tutto il Terzo mondo a scopo di lucro – sembrano indignarsi solo quanto le atrocità l’ISIL le perpetra contro i propri connazionali...

La situazione attuale nell’assetto diciamo statuale libico, per quel che è ormai ridotto a essere, vede il parlamento cosiddetto internazionalmente riconosciuto di Tobruk – tale solo perché sono gli USA a riconoscerlo – star gradualmente cedendo il poco potere che ha, quello militare, su qualche migliaio di soldati al generale Khalīfa Belqāsim Hifter. Per anni, dopo essere stato già anni al servizio di Gheddafi in esilio dorato e lautamente sovvenzionato a Washington, tornato paracadutato in atterraggio morbido e sicuro coi dollari della CIA direttamente prima dell’assassinio del rais[4], nell’estate 2011, in patria e adesso formalmente nominato, dal 25 febbraio, come ministro della Difesa e capo di Stato maggiore dei resti dell’esercito su richiesta associata del Cairo e di Washington. Del resto, Hifter stesso si considera come una specie di versione libica di ElSisi...

●Il presidente del parlamento del Libano, Nabih Berri – notoriamente alleato degli Hezbollah – ha posposto la convocazione della sessione parlamentare che avrebbe dovuto eleggere il nuovo presidente della Repubblica dopo che non era riuscito a sceglierne uno neanche stavolta... e per la diciannovesima volta (Stratfor – Global Intelligence, 16.12.2014, Russia Positions Itself as Mediator in Syria and Lebanon― La Russia si va posizionando come mediatore in Siria ed in Libano [senza grande successo sia detto...]▬ https://www.stratfor.com/analysis/russia-positions-itself-mediator-syria-and-lebanon).

Qui, inesorabilmente, è venuto a mancare il quorum necessario – e che è raggiungibile solo con un accordo praticamente tra tutti i partiti e proprio sul candidato da eleggere – per scegliere il presidente (che qui deve essere obbligatoriamente, in base alla Costituzione dei pesi e contrappesi centellinati, a un cristiano-maronita, col presidente del parlamento sci’ita e sunnita il premier). E che è stata boicottata ormai da ben nove mesi facendo mancare sistematicamente il numero legale per eleggere il successore dell’ex presidente Michel Suleiman (The Daily Star, 18.2.2015, Parliament fails to elect president again, session postponed to March 11 Il parlamento buca ancora una volta l’elezione del presidente della Repubblica,con la sessione rinviata all’11 marzo http://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/2015/Feb-18/ 28787 9-parliament-fails-to-elect-president-again-session-postponed-to-march-11.ashx).

in Africa

●In Nigeria, il ministero della Difesa ha dichiarato che le forze governative hanno respinto un altro attacco alla metropoli del Nord, Maiduguri, che era stato nuovamente lanciato in massa il 1° febbraio, contenuto e respinto (ma non è chiaro quale dei due esattamente: che non sono la stessa cosa?) con pesanti perdite inflitte alle truppe ribelli di Boko Haram. In una settimana, è il secondo sforzo di BH contro Maiduguri e i jihadisti non sembrano scoraggiarsi (Udumakalu, 1.2.2015, Nigerian military repel Boko Haram attacking key city Maiduguri Le forze armate nigeriane respingono [o dicono di aver respinto...] l’attacco di Boko Haram alla città chiave di Maiduguri ▬ https://udumakalu.wordpress.com/ 2015/02/01/ nigerian-military-repel-boko-haram-attacking-key-city-maiduguri).

Torneranno alla carica gli islamisti-jihadisti e il destino della capitale dello Stato settentrionale di Borno e del suo milione e più di abitanti è nelle mani, forse in quest’ordine alla fine, della disciplina di tutti i governativi, dell’arrivo continuato di rifornimenti sufficienti e della guida che riuscirà a darsi l’esercito nigeriano.

●A fine gennaio, i capi di diversi governi e Stati africani (Benin, Camerun, Ciad, Gana, Nigeria e   Niger) hanno annunciato l’impegno solenne di inviare un corpo di spedizione di almeno 7.500 soldati africani a combattere a fianco delle forze armate dei paesi aggrediti dalla ribellione jihadista. E’ la seconda volta che succede in un anno... e, la prima finora, senza alcun effetto: per mancanza anche della volontà politica operativa, della manutenzione promessa e del supporto logistico e aereo e anche finanziario che avevano detto di voler offrire i più forti paesi dell’occidente – USA, Francia e Gran Bretagna –  se  avessero mandato a combattere i loro soldati nei paesi africani colpiti dalla ribellione islamista/estremista.

La promessa africana il più spesso, proprio come quella dell’occidente (uovo o gallina, per primi?) non si sono mai concretamente realizzate. L’unica reale, ma sempre parziale eccezione, la Francia: in nome della vetusta e un po’ impolverata ormai grandeur e dell’albagia paternalista della ex colonia, frenata nei fatti però dalla scarsezza di risorse che è in grado di stanziare allo scopo. Ma hanno tutti capito – come quelli di Boko Haram – hanno però ormai chiarissimamente capito che senza l’aiuto su larga scala dei grandi paesi della NATO – governi e soldi – la forza armata interafricana ora riproposta non ha alcun futuro. Come in realtà non ha avuto, al passato e al presente, un presente (Haaretz/Tel Aviv, 1.2.2015, African Union to send 7,500 soldiers to fight Boko Haram― L’Unione africana invierà 7.500 suoi militari a combattere Boko Haram [forse] http://www.haaretz.com/news/world/  1.640021#!)...

Poi, all’improvviso, una settimana prima delle elezioni e adducendo a motivo gli attacchi di Boko Haram – come se fossero una cosa nuova o avessero subìto un’impennata improvvisa quando sono in atto, invece, letteralmente da anni – la Commissione elettorale nazionale decide di posporre di oltre un mese le elezioni da sempre calendarizzate al 14 febbraio. In realtà, come è più probabile, il partito al potere di Goodluck Jonathan ha fiutato una probabile mala parata...

in America latina

●Maria das Graças Foster, potente presidente e direttore generale della Petrobas, la petrolifera di Stato controllata dal governo del Brasile, si è dimessa, insieme a altri cinque membri del CdA, sotto la pressione, stavolta piuttosto inusualmente indignata e violenta di uno scandalo centrato su denunce, personali e documentali, di aver sollecitato miliardi di dollari di mazzette da imprese di costruzione che per essa hanno lavorato, ridistribuendoli poi – dimostrazione scontata che davvero ogni mondo è paese – anche a diversi partiti politici, incluso il Partito dei Lavoratori― il PT, capeggiato dalla presidente Dilma Rousseff: rieletta due mesi fa con un mandato chiaro ma ridotto rispetto  quello che le andava scadendo.

Intanto la Camera bassa, la Camera dei deputati ha eletto come speaker, e contro l’espressa volontà della presidente, un esponente del PMDB, di opposizione e più di destra, Eduardo Cunha, che malgrado il suo partito sia alleato e anche ben presente nel governo del paese, nel recente passato come deputato e godendo dell’indipendenza del vincolo di mandato di ogni eletto garantita da una Costituzione in buona parte ripresa, dopo la dittatura militare degli anni ’80, proprio da quella italiana si è spesso scontrato con lei da posizioni anche molto dure e, in genere, più “moderate”, come le chiamano anche qui, cioè conservatrici. Cunha, anche subendo una (breve e solo formale) sospensione per indisciplina dal suo partito, aveva personalmente ma anche pubblicamente appoggiato alle presidenziali il candidato della destra contro di lei.

Sarà, pare ormai certo, questa seconda presidenza di Rousseff molto più travagliata della prima: come ha dimostrato il voto della Camera, la sua maggioranza è precaria e, anzi, proprio inesistente se non guerreggiata volta per volta e senza molte, serie eccezioni rispetto ai 513 deputati che formano la maggioranza necessaria per governare al Congresso. E cresce – qui si sussurra sempre più di frequente che cresce all’interno del PT, la spinta di base, ancora non del tutto scontata però, perché Rousseff trovi il modo di cedere, o in qualche modo mollare, al vecchio presidente “Lula”, le redini (The Economist, 6.2.2015, Politics in Brazil – Akward allies Politica in Brasile – Imbarazzate e imbarazzanti alleanze ▬ http://www.economist.com/news/americas/21642203-new-speaker-lower-house-will-make-life-difficult-dilma-rousseff-awkward-allies).

●In Argentina, il 13 febbraio, un procuratore federale, Gerardo Pollicita, ha chiesto a un giudice federale il permesso di poter riprendere, dove l’ha interrotta la morte per presunto e apparente suicidio, l’inchiesta sul presunto ruolo che un suo collega, il procuratore federale Alberto Nisman, aveva appena chiesto di esser autorizzato a indagare sulla copertura concessa dalla prsidnete Cristina Fernández de Kirchner in cambio di petrolio e altro business dall’Iran sul ruolo di agenti iraniani nell’attentato del 1994 che fece decine di morti nel centro culturale ebraico di Buenos Aires.

Prima facie, ma molto solidamente, appare onestamente una strana accusa. Non quella relativa ai dubbi sul suicidio di Nisman― che effettivamente ci sono e parecchi e sembrano coinvolgere i servizi segreti argentini... A puzzare è il sospetto su Cristina Fernández. Perché

• Cristina Fernández nel 1994 non era presidente: la prima volta venne eletta nel 2007, a seguire il marito Nelson de Kirchner, deceduto quell’anno ed eletto lui stesso solo nel 2003, ben nove anni dopo l’attentato... A quel tempo, era solo una dei 24 deputati locali della provincia di Santa Cruz, nell’estrema Patagonia meridionale, popolazione totale di soli 270.000 abitanti, meno di uno per Km2, moglie al momento di un oscuro deputato nazionale peronista, Kirchner appunto...

• Perché è anche documentato che il procuratore Pollicita, fiscal come lo chiamano qui, è un vecchio famiglio di Mauricio Macri, candidato dell’opposizione di destra a Fernández alle prossime presidenziali di ottobre. E Pollicita è notoriamente legato lui stesso al giornale portabandiera  della destra, il Clarín (iNFO|News/Buenos Aires [quotidiano oficialista che appoggia il governo peronista al potere], 13.2.2015, El oscuro pasado del fiscal que investiga a Cristina http://www.infonews.com/2015/02/13/politica-185928-el-oscuro-pasado-del-fiscal-que-investiga-a-cristina-denuncia-de-nisman.php).

• Questo sul piano dei fatti... Su quello procedurale, poi, il giudice di merito – non l’accusa – dovrebbe chiedere al Congresso il consenso a togliere l’immunità alla presidente... e ottenerlo non pare probabile, in un parlamento dove il Fronte per la Vittoria, che Fernández presiede, ha la maggioranza assoluta e finora è stato solidamente compatto...

E, di fatti, il giudice di merito, Daniel Rafecas – non più il procuratore che rappresenta solo l’accusa – ha dovuto subito far cadere l’imputazione contro la presidenta per l’incongruenza delle accuse rivolte contro di lei che sono solo sospetti e pure palesemente – dice – infondati (El Pais/Madrid, 26.2.2015, F. Peregil, El juez desestima la denuncia de Nisman contra la presidenta argentina Il giudice respinge la denuncia del procuratore Nisman contro la presidente argentina http://internacional.elpais.com/internacional/015/02/ 26/actualidad/1424966411_319122.html).

●Il presidente del Peru, Ollanta Humala, nel mezzo di una crisi seria di popolarità dovuta anche alla durezza della crisi economica ch sta coinvolgendo il paese e di episodi di corruzione che hanno visto esposti diversi esponenti del suo governo, ha rimosso e rimpiazzato d’autorità quattro ministri meno di una settimana dopo le forti, e violente, dimostrazioni represse spesso con la forza in vari luoghi del paese contro le attività minerarie e di esplorazione petrolifera di un’impresa multinazionale e di una compagnia peruviana che hanno dato luogo a scontri violenti con la polizia.

Vengono da un giorno all’altro cambiati così i ministri dell’Energia, delle Risorse minerarie, degli Interni, della Condizione femminile e di altri settori svantaggiati della popolazione. Anche il ministro della Giustizia e del Lavoro è stato sostituito ma ancora non rimpiazzato. Però, l’opposizione imputava soprattutto alla primo ministro, Ana Jara, la debolezza e l’incapacità di cui accusava tutto il governo, ma non ha i numeri per costringerla a dimettersi o a imporne la cacciata a Humala (Reuters, 17.2.2015, M. Cespedes, Peru's president reshuffles cabinet as popularity wanes― Il presidente peruviano, di fronte al calo di popolarità,rimpasta il gabinetto di governo ▬ http://uk.reuters.com/article/2015/02/18/ uk-peru-politics-idUKKBN0LM02C20150218).

CINA

●Quasi tutte (66 su 74) le grandi città della Cina hanno fallito il cosiddetto test di qualità dell’aria nel 2014, secondo i dati forniti dal ministro dell’Ambiente (Washington Times, 2.2.2015, Most Major Cities Seen Falling in Air Quality La maggior parte delle grandi città in calo quanto a qualità dell’aria http://www.washingtontimes.com/news/2015/feb/2/most-major-chinese-cities-seen-failing-on-air-qual/#!). La città che, in assoluto, ha fatto registrare la qualità peggiore è stata Baoding nella provincia di Hebei, la migliore risultando Haikou nella provincia di Hainan. Rispetto all’anno precedente gli standards qualitativi sono stati rispettati in cinque metropoli di più (Stratfor – Global Intelligence-Analysis, 10.10.2013, China Strives to Clean Up Pollution L Cina si sforza si ripulire l’uinquinamento a

a Cina si sforza di ripulire l ’inquinamento ▬ https://www.stratfor.com/ analysis/china-strives-clean-pollution).

●Il governo cinese smetterà di decidere se dare o non dare permessi di residenza temporanei legati al lavoro cominciando, invece, ad assegnare permessi di soggiorno permanenti (riferisce l’agenzia cinese Xinhua/Nuova Cina, su China.org, 15.2.2015, China to abolish temporary residence permits La Cina abolisce i permessi temporanei di residenza per lavoro http://www.china.org.cn/china/2015-02/15/content_34832198.htm).

Fino ad oggi, i lavoratori dipendenti, in questo paese, per lavorare e vivere in una determinata città, o trasferirsi altrove, devono ottenere un permesso di residenza per il quale in media, quando poi ci riescono, devono aspettare almeno un quinquennio, altrimenti arrangiandosi a viverci e lavorarci illegalmente senza poter affittare e tanto meno comprare una casa o anche solo un auto e senza godere del minimo di sicurezza sociale e diritti che il paese riserva ai lavoratori, diciamo, regolari.

Ma, questo fatto nuovo, come altri che in Cina stanno prendendo piede in modo che secondo noi è per il meglio ma per altri – per chi li osserva dal NYT americano, per la gente normale – per chi lavora sotto padrone sia esso privato come qui ogni giorno sempre di più, oppure di Stato – è sicuramente peggio.

Racconta, infatti (New York Times, 17.2.2015, K. Bradsher, As Rivals Falter, India’s Economy is Surging Ahead Mentre i rivali incespicano, l’economia dell’India si va impennando [ce l’ha con la Cina, come si legge... e, poi, comunque, la Cina avanza al 7% e con impennate parecchio più alte di quelle dell’economia indiana] ▬ http://www.nytimes.com/2015/02/18/business/as-rivals-falter-indias-economy-is-surging-ahead.html?_r=0) articolo dedicato a esaltare come in India le cose vadano meglio – non è una democrazia parlamentare, ohibò, al contrario dell’India, la Cina?

... anche se  come vanta l’A., compiacendosene, chi lavora in India è pagato di meno e ha meno diritti: coi lavoratori lavoratori dipendenti che diversamente dalla Cina, lì in India però continuano a essere iper-supersfruttati, beati loro!... E non sono esposti  così alla concorrenza “per cui molte imprese straniere si sono messe a guardare altrove”, sapete in Bangla Desh, a Myanmar, in Vietnam, “alla ricerca di ulteriori e più vaste forze di lavoro”.

Già, e poi qui in Cina, diversamente dalla fortunata India, comincia anche a calare un po’ il tasso demografico e “un forte incremento”, deplorevole no?, “della frequentazione a scuole superiori e università, rende più acuto il problema”: quello di una mano d’opera che resti, come’era ai bei tempi andati, tanto così a buon mercato... Certo, dal punto di vista del business (dei Marchionne, dei Renzi lor serventi, ecc., ecc.) che, al di là di qualsiasi nazionalità è sempre per definizione multinazionale, senza cuore cioè, non conta che la gente comune stia meglio di ieri. Conta che costi, invece, purtroppo, un tantino di più.

E’ strano, secondo voi, che i punti di vista siano tanto diversi e incompatibili e che, per esempio a chi scrive qui, quel tipo di gente lì faccia tanto schifo? O si tratta solo della realtà della vecchia ma sempre vivissima e immarcescibile lotta di classe?

●Un’impresa cinese, la Shangshang Cable Group, della città di Jiāngsū, appena a nord di Shanghai, ha vinto la gara d’appalto per la costruzione della seconda portaerei cinese, stavolta tutta fabbricata in loco e non importata ancora incompleta come la prima, la Liaoning della classe Varyag, dall’Ucraina che allora era ancora nell’ex Unione Sovietica e poi rimodernata sempre in Russia (Vice News, 3.2.2015, R. Faith, Leaked Detail About New Chinese Aircraft Carrier Leaves Bigger Questions Unanswered― Una serie di domande restano aperte dopo le rivelazioni filtrate sulla nuova portaerei cinese https://news.vice.com/article/leaked-detail-about-new-chinese-aircraft-carrier-leaves-bigger-questions-unanswered). L’espansione della Marina militare cinese sta preoccupando tutti i paesi vicini al più grande ed economicamente più ricco paese dell’Asia e del mondo.

La notizia, che è sembrata come sfuggire alla censura militare, è stata infatti subito cancellata in rete: ma non prima di aver attirato sulla regione tutti i satelliti spia del mondo (India, Giappone, Indonesia, USA e Russia, almeno) a concentrare, prematuramente però, la loro sorveglianza sui cantieri navali della zona). In ogni caso, ci vogliono anni di esperienza, di prove e di fallimenti a far maturare e diventare operativi i piani di una forza portaerea significativa dotata delle sue squadriglie di caccia: campo e esperienza dove l’America ha decenni e decenni di vantaggio.

Per dire, le catapulte a vapore usate per il lancio degli aerei da una piattaforma mobile in alto mare sono macchinari complicatissimi (e tecnologie costosissime) e al mondo solo USA, Francia e Brasile ne possiedono al momento di realmente operative. Qui, poi, lo stato maggiore e le autorità politiche devono ancora scegliere se dotare di motori diesel o nucleari le proprie portaerei, imparare a dispiegare – coordinandone le operazioni – le forze necessarie d’appoggio (sottomarini, caccia di scorta e pattugliamento sia aereo che navale) a un utilizzo efficiente e efficace anche di una sola portaerei. Oltre che, ovviamente,e prima ancora, la concezione strategica e politica di che fare di una simile forza e contro chi (costi e benefici).

Il ministro della Difesa cinese, Chang Wanquan è arrivato a Seul (Yonhap News Agency/Seul,.3.2.2015, China’s defense chief arrives in Seoul Il capo della Difesa cinese arriva a Seul http://english.yonhapnews.co.kr/ national/2015/02/03/73/0301000000AEN20150203002100315F.html) per i colloqui programmati a novembre nel corso della visita del presidente cinese Xi alla presidente sud-coreana Park Geun-hye, figlia del vecchio dittatore militare Park Chung-He. Colloqui ora centrati specificamente, si è non casualmente saputo sull’armamento atomico del Nord e sul rafforzamento possibile dei rapporti militari bilaterali tra il sud della penisola coreana e il grande paese del Nord.

La Cina così irrita il Nord Corea – insultato, tradito e rabbioso perché non è neanche in grado di manifestare la sua indignazione ma, ormai, sta riconsiderando a fondo il modo di rapportarsi col vecchio alleato del Nord e della guerra di Corea contro gli americani – oggi pericolosamente imprevedibile e ringhioso – intende, come sé lasciato andare a dire nel corso della sua a Seul, in modo niente affatto  protocollare, il presidente Xi che mira apertamente a sviluppare una davvero rivoluzionaria, nel senso proprio di eversiva, cooperazione strategica con la Corea del Sud (Stratfor – Global Intelligence, 11.11.2014, China and South Korea Reach New Agreements―  Cina e Corea del Sud raggiungono nuovi accordi https://www.stratfor.com/analysis/china-and-south-korea-reach-new-trade-agreement).

●Solo a due giorni dalla visita di Chang a Seul, il ministro sud-coreano della Difesa va a Pechino sottolineando come a sottolineare l’urgenza impressa al processo di riapproccio ma anche – per salvare la faccia? come contentino al Nord? pure perché il milione di morti cinesi nella guerra del 1950-53 contano anche dopo sessant’anni nella memoria?) per il fatto che un rapporto sicuramente più “civile” e il netto riavvicinamento non cancellano la preoccupazione di sempre per il fatto che la Corea del Sud resta una base avanzata e prossima dell’arsenale nucleare statunitense schierato contro Pyongyang certo, ma anche contro la stessa Cina (Korean JongAang Daily/Seul, 5.2.2015, China’s defense chief raises THAAD Il capo delle Forze di Difesa cinesi solleva il problema dei cosiddetti terminals americani di Difesa aerea ad elevata altitudine/THAAD http://koreajoongangdaily.joins.com/news/article/Article.aspx?aid=3000556).

usta

nel resto dell’Asia

●L’ex presidente pakistano, feld-maresciallo e dittatore Pervez Musharraf, che anche se a domicilio coatto nei fatti è lasciato da chi lo controlla – i militari, non il governo – molto libero di cianciare a  volontà, ha parlato con la stampa americana e inglese ammettendo quel che già sapevano tutti: che sotto la sua reggenza il Pakistan, attraverso servizi segreti e forze armate, ha sostenuto, come contrappeso nei confronti dell’India, i talebani afgani contro quel governo che, col partito comunista al potere e la presenza sovietica, pencolava un po’ troppo dalla parte dell’India (Dawn/Karachi, 13.2.2015, ISI cultivated Taliban to counter Indian action against Pakistan: Musharraf L’ISI [i Servizi segreti militari inter-armi pakistani] hanno allevato e fatto crescere i  talebani per contrastare l’azione indiana e aiutare il Pakistan, dice Musharraf http://www.dawn.com/news/1163376).  

E ha reso chiaro di averlo fatto con l’appoggio, su richiesta e anche la spinta pressante degli USA: a partire dalla presidenza di Carter (1976-1980) e del guerriero freddo che s’era improvvidamente scelto come consigliere per la Sicurezza nazionale e, poi, come segretario di Stato: il politologo polacco e perciò, purtroppo, anche ciecamente anti-sovietico di zecca, Zbignew Brzezinski.

E adesso – è il motivo enunciato dell’intervista – chiede agli americani di capire, finalmente, che il nuovo governo afgano da loro voluto e appoggiato dopo l’uscita di Karzai da Kabul che hanno contribuito a inventarsi dovrà ora trovare il modo di far condividere al governo il potere coi talebani (ma sarebbe meglio, visto come sul terreno vanno le cose, chiederlo ai talebani, no?). Lo comunica molto informalmente – è teoricamente un coatto, sotto accusa e sotto processo per alto tradimento, omicidio e furto di beni dello Stato: ma conta ancora molto – a Washington così, chiarendo che secondo lui Pakistan e India farebbero bene a tenersene fuori del tutto del vicino e rissoso paese. E’ questo che dice, insieme all’America stavolta saggiamente, anche ai due governi che continuano a contrapporsi, compreso il suo.

Che tace… Mentre un portavoce del ministero degli Esteri indiano replica che il suo governo “non sente proprio il bisogno di rispondere a voci e clamori che emergono dalla foresta e cercano solo di fare notizia. Così come possono”. E, certo, non hanno torto gli indiani nel mettere in guardia anche il governo pakistano dal prestare orecchio a chi, come Musharraf, ha fatto sempre la guerra all’India, ma anche eliminato, incarcerato, impiccato, assassinato sistematicamente i suoi oppositori. Compreso l’attuale primo ministro che per non finire impiccato come il predecessore Zulfiqar Ali Bhutto o assassinato come sua figlia Benazir dovette andarsene, e di fretta, in esilio...       

●In Afganistan, tre contrattisti USA, al lavoro privatamente ormai ma con l’approvazione e anzi su richiesta del loro paese per l’aviazione afgana nell’aeroporto di Kabul, sono stati uccisi nel corso di un attacco condotto, come ha comunicato il comando dell’aviazione afgana, da personale come dicono loro “insider”, del personale stesso cioè dell’aeroporto. Ed è il primo attacco dall’interno quest’anno a testimonianza del fatto che, gradualmente ma costantemente, forze antigovernative, e in prima fila, i talebani, stanno portando la guerra sempre più vicino a Kabul (Wall Street Journal, 30.1.2015,  Three U.S. Contractors Shot Dead at Kabul Military Airport ―  All’Aeroporto militare di  Kabul, ammazzati altri tre mercenari contrattisti americani http://www.wsj.com/articles/three-u-s-contractors-shot-dead-at-kabuls-military-airport-1422565319).

I talebani sono i primi a sapere che per vincere davvero devono prendersi in mano la capitale. Come fecero, del resto, nel 1989 con i sovietici – missione oggi, con gli americani, ancora non del tutto compiuta ma certo ben avviata – e, poi, col governo, a Kabul nel 1996, impiccando e linciando l’ex presidente Mohammad Najibullah.

●Nello Sri Lanka, il nuovo governo che ha vinto a sorpresa contro quello dell’uomo forte, battuto alle urne e si è regolarmente, dopo qualche tentato e fallito conato di resistenza, insediato, ha cercato di stringere con l’India sul dichiarato interesse che aveva manifestato per rimpiazzare la Cina nell’acquisizione e nella gestione di una grande area portuale (ben 108 ettari) vicina ai moli commerciali della capitale Colombo  che New Delhi aveva lasciato intendere Pechino volesse poter usare a fini militari. Ma per utilizzare i quali aveva offerto di versare al governo ceylonese ben 1,5 miliardi di $ cash...

Adesso, contrordine. E subito la decisione di firmare formare l’accordo coi cinesi raggiunto già col precedente governo, anche se con qualche richiesta di possibile revisione perché, come spesso succede, l’India non è proprio in grado di dar seguito proposte o offerte concrete alle sue enunciate manifestazioni di interesse― anche perché non se lo può proprio permettere...

E, allora, anche il nuovo potere filo-indiano insediato a Colombo ha dovuto lasciar perdere, “riconsiderando con favore”, come dice, l’offerta cinese: che a questo punto, però, tarda ad essere reiterata (Reuters, 20.2.2015, Shihar Aneez, Sri Lanka reviews land transfer to China as port deal draws scrutiny Sri Lanka rivede [ma per concluderlo] il trasferimento di terreno portuale nell’accordo con la Cina http://in.reuters.com/ article/2015/02/20/sri-lanka-china-portcity-idINKBN0LO0IN20150220).

L’India era sembrata molto preoccupata della possibilità che Pechino trovasse nel supporto logistico ceylonese alla potenzialità che la Cina starebbe, secondo la Marina di New Delhi, rivendicando di controllare i trasporti marittimi nell’Oceano Indiano e, anzitutto, il passaggio del greggio del Golfo Persico attraverso lo stretto di Malacca verso tutto l’Estremo Oriente (Stratfor – Global Intelligence, 28.8.2013, Sri Lanka’s Leverage Against India Il peso dello Sri Lanka rispetto all’India https://www.stratfor.com/ analysis/sri-lankas-leverage-against-india).

●Nel suo perenne e sempre sobollente confronto con l’India, la Cina - che ha sempre rifiutato di riconoscere la vigenza della cosiddetta linea McMahon, quella che l’impero britannico fissò unilateralmente in epoca coloniale a fissare il confine tra la Cina e il suo possedimento indiano – ha anche provveduto ad avanzare protesta formale, debitamente registrata sul sito del suo ministero degli Esteri e resa nota dal portavoce ufficiale, Hua Chunying, nei confronti del primo ministro indiano, Narendra Modi, per la visita fatta nello Stato del nord-est indiano dell’Andra Pradesh.

E specificamente nel territorio che la Cina, conflittualmente, chiama e considera del Tibet meridionale... Modi qui ha colto l’occasione per inaugurare nella regione una nuova linea ferroviaria e una centrale elettrica (Channel News Asia/ Singapore TV, 21.2.2015, China protests Indian PM's visit to disputed border region― La Cina protesta per la  visita del PM indiano alla regione di confine contesa con l’India http://www.channelnewsasia.com/news/asiapacific/china-protests-indian-pm/1672040.html).

EUROPA

●La strategia del negoziato di Atene con Bruxelles è – o almeno dovrebbe essere – chiara. Ma  comporta/erà in ogni caso un grossa scommessa. La cancelliera Angela Merkel, l’ultimo giorno di gennaio dice seccamente di escludere ogni sì alla ristrutturazione― badate, non alla cancellazione, anche solo parziale, del debito: no anche solo a scadenzarlo diversamente (Hamburger Abendblatt, 31.1.2015, intervista a A. Merkel, “Schuldenschnitt für Griechenland? Sehe ich nicht”― “La ristrutturazione del debito greco? Io proprio non la vedo” http://www.abendblatt.de/politik/deutschland/article13691211/Schuldenschnitt-fuer-Griechenland-Sehe-ich-nicht.html).

Vedete – spiega la cancelliera al suo pubblico – in un passato recente  – “è già stata concessa una cancellazione volontaria del debito alla Grecia da parte delle banche private creditrici, che hanno tagliato miliardi di dollari al suo debito”. Che è vero. Ma è anche falso perché quel taglio non fu volontario per niente. Ma deciso e imposto dalla BCE come obbligato sia ai creditori privati che alla Grecia da far accettare ai creditori privati per consentire al FMI e alla BCE stessa di versare ad Atene la seconda rata del prestito concordato (Deutsche Welle/Berlino, 24.2.2012, Greek creditors receive official 'haircut' notification― I creditori della Grecia ricevono notifica ufficiale del taglio del loro credito http://www.dw.de/ greek-creditors-receive-official-haircut-notification/a-15767530).

A parte poi il fatto – non irrilevante davvero – che, in realtà, la Grecia ha già rimborsato, come attesta e documenta lo stesso FMI, sia gli interessi che il capitale avuto in prestito (IMF/FMI, 6.2014, Fifth Revision of Debt Arrangement to Greece...IMF Report Quinta revisione dell’accordo sul debito con la Grecia... Rapporto del FMI http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2014/cr14151.pdf).

Dice il vero, invece, proprio Tsipras quando, rivolgendosi a tutti – com’è giusto ma in particolare proprio a Frau Merkel – ricorda quello che ha sempre detto in campagna elettorale (ma nella visita che fa subito, come si dice, alle sette chiese per chiedere ascolto, salta in un primo momento Berlino andando, lui e i suoi, a Parigi, a Bruxelles, a Francoforte da Mario Draghi e anche a Roma per rivolgersi a chi proprio con lui ha anche, invece, qualche interesse a starlo a sentire e magari a aiutarlo e, aiutandolo, anche a aiutarsi.

Poi il ministro greco delle Finanze, quel sinistro di Varoufakis, va come non poteva non fare ad incontrare il collega super-austeriano tedesco, Schäuble. Che, in conferenza stampa congiunta ,dice ai cronisti che “in effetti si sono messi d’accordo sul fatto di essere in disaccordo, portandolo a ribattere che in realtà poi neanche si sono spinti a quel punto: perché non c’era mai stata neanche la possibilità di trovarlo un accordo (Guardian, 5.2.2015. E. Stewart e H. Smith, Greek and German finance ministers clash at debt relief talks― Nei colloqui sulla possibilità di alleggerire il fardello del debito i ministri delle Finanze di Grecia e Germania si scontano apertamente http://www.theguardian.com/business/2015/feb/05/greek-german-finance-ministers-clash-debt-relief-talks). Tanto per riscendere con i piedi per terra. Come del resto aveva già spiegato, su input chiaro, la BCE: che, senza impegni precisi del governo greco, le linee di credito che ha tenuto aperte alle banche greche orma verrebbero sospese.

Tsipras aveva appena finito di avvisare con chiarezza che la Grecia ha bisogno di maggior spazio e tempo proprio perché “non intende abolire unilateralmente, come altrimenti sarebbe costretta a fare, il suo debito e vuole invece prendere di petto i suoi problemi economici davvero di fondo: facendo le riforme di struttura effettive― cioè abolendo l’evasione fiscale, le scelte che favoriscono solo i pochi ricchi e i pochissimi che sono ricchissimi e sradicando la corruzione (Agenzia Protothema.com, 31.1.2015, Tsipras to Bloomberg: I don’t want to create rupture, but time to produce plan without austerity Tsipras dice a[ll’agenzia] Bloomberg: non voglio creare una rottura, ma voglio il tempo necessario per produrre un piano [di riforme] che non sia  basato però sull’austerità ▬ http://en.protothema.gr/i-dont-want-to-create-rupture-but-time-to-produce-a-plan-without-austerity-says-tsipras).

A sentire anche chi consiglia Tsipras più da vicino, dentro e fuori Syriza, anche in America come in Europa oltre che in Grecia, la linea negoziale che Atene a questo punto dovrebbe seguire reciterebbe più o meno che anzitutto – e bisogna dirlo alto e chiaro come fanno dentro Syriza – i paesi dell’eurozona non avrebbero mai dovuto consentire alla Grecia di aderire all’euro: sapevano tutti che i suoi governi di destra avevano truccato le carte e, quindi, tutto il resto dell’eurozona che glielo ha consentito è stato complice di questa decisione disastrosa: compresa la Germania.

Mentre restare fuori dell’euro per la Grecia, all’inizio e per diversi anni, sarebbe certo stato duro ma le avrebbe anche potuto consentire di decidere sovranamente davvero, ad esempio, di svalutare e dichiarare il default. Ricominciando da capo, sì. Ma allora in ben altre condizioni...

Certo. Merkel potrebbe decidere, a quel punto, di lasciarglielo fare. Forse è un bluff. Ma, se è un bluff, così lo scoprirebbe e non le costerebbe niente perché poi Syriza – essendo un bluff tanto – non lo farebbe. Ma se non lo è, un bluff, allora? Forse anche per la signora cancelliera sarebbe un  rischio troppo grosso... E si potrebbe passare, allora, a negoziare sul serio.

Krugman a questo punto, a chiusura di  una densissima ma apprezzabilmente breve dimostrazione tecnica, chiude un’altra sua breve nota – che vale la pena di leggere – sollevando il punto davvero cruciale: “che quanto sostiene Syriza è pieno di buon senso; che certo il paese ha ricevuto il prestito europeo più grosso della storia, troppo grosso per essere stato responsabilmente concesso a una Grecia che ora non è in grado di restituirlo o, meglio, lo ha restituito quasi tutto per l’ammontare incamerato originalmente in varie rate e che era dovuto ma tutto in interessi (il 91% del capitale ricevuto) e senza che ciò intaccasse per niente il debito. Che rests inevitabilmente tutto lì com’era.

Ora la prossima mossa, secondo le regole contabili di un sistema di credito appena appena responsabile di una qualsiasi banca rurale locale, spetta ai creditori che devono anzitutto riconoscere e assumersi la loro parte di responsabilità dell’onere del rischio intrapreso(New  York Times, 2.2.2015, P. Krugman, Who’s Unreasonable Now? Chi è che è irragionevole adesso? http://krugman. blogs.nytimes.com/2015/02/02/whos-unreasonable-now/?_r=0). Ma ovviamente, in questo pazzo sistema di credito che lor signori si sono inventati, se tu prendi in prestito poi devi, giustamente, restituire e con gli interessi, appunto.

Ma se sei un prestatore allegro e irresponsabile, non fa niente: tu non paghi mai alla fine e, infatti, al peggio, le banche che hanno mal amministrato o scialacquato i risparmi della gente vengono rimborsate  da soldi del pubblico idiota coi dollari o gli euro delle tasse dei cittadini contribuenti. Che, poi, guarda un po’ non sono quasi mai lor signori, tutti – non dare retta: tutti! – in realtà esperti di evasione e elusione fiscale, gente che quindi succhia solo sangue al sistema grazie ai pacchetti di salvataggio finanziati da tutti i contribuenti e cui mai danno una goccia che è una del loro...

●Sempre Paul Krugman, conclude poi un’altra delle sue puntigliose note alternative chiedendosi sulla natura vera della decisione annunciata da Draghi il 5 febbraio di “non accettare più come collaterale i titoli del Tesoro ellenico a garanzia dei prestiti fatto a quelle banche. La reazione iniziale di diversi osservatori è stata che questa fosse la fine, che la BCE stesse tirando via di botto e arbitrariamente il tappo.

Io invece presumo di poter dire che queste interpretazioni siano sbagliate. Di Mario Draghi si può dire molto; è possibile che non riuscirà a salvare l’euro e del tutto possibile e che stia facendo grossi sbagli; ma il suo tratto distintivo stile non è certo la stupidità o la rozzezza. Questa è di sicuro un’azione ben più sottile, più fine, di quel che suggeriscono i primi titoli apparsi sui giornali. Questo canale d finanziamento, infatti, le banche greche non lo utilizzano neanche più un granché e quel che usano non è necessariamente per restare a galla: continuano a poter prendere prestiti cash indirettamente attraverso la banca centrale greca. Così che questa chiusura non sarebbe essa stessa un evento tale da metterle in crisi.

Ma, allora, di che si tratta? Bé, è questione secondo me di far vedere qualcosa e di mandare segnali. Ma a chi e a che scopo? Forse è un modo per spingere i greci a arrivare a un accordo, ma io credo – e è solo un’idea – che sia in realtà una mossa più mirata alla Germania che alla Grecia. Da una parte, la BCE manda segnalazioni di durezza verbale anche per tenersi per qualche tempo la Germania un po’ meno col fiato sul collo. Dall’altra, è un allarme, un richiamo forte a darsi una mossa: cara cancelliera, siamo a un centimetro forse dal vedere un collasso bancario della Grecia e la sua uscita dal’euro: lei è proprio sicura di voler andare per questa strada? Sicura?.

Detto questo, poi, siamo certi che Draghi sappia quel che sta facendo? No― nessuno in una situazione come questa sa quel che sta facendo, perché questo è strutturalmente – come si dice – un casino. Ma non cadiamo nel panico― non ancora(New York Times, 5.2.2015, P. Krugman, A Dance With Draghi― Un balletto con Draghi http://krugman.blogs.nytimes.com/2015/02/05/a-dance-with-draghi/?_r=0#)”.

(La stessa tesi viene contemporaneamente e in modo del tutto autonomo presentata e argomentata  da altri importanti studiosi e accademici (come, ad esempio, nel blog della prof. Frances Coppola, 5.2.2015, What on earth is the ECB up to? Ma che diavolo sta combinando la BCE? http://coppolacomment.blogspot.it/2015/ 02/what-on-earth-is-ecb-up-to.html).

●Una presa di posizione sottoscritta motivatamente da una serie di eminenti sindacalisti e politici progressisti tedeschi, significativamente del tutto controcorrente, che dice bene e chiare le cose come stanno davvero – significativa certo per sé anche se probabilmente conterà poco       in un clima in cui non sembrano, per definizione ma soprattutto, per viltà e per ignavia, valere i consigli che si sono dimostrati più saggi e prevalgono invece quelli più azzardati, avventurosi e sbagliati – non quelli di Nobel come Krugman[5] e Stiglitz[6] ma quelli di burocrati dal titolo roboante.

Burocrati come la direttrice generale del FMI e il presidente della Bundesbank, designati non certo per merito (lei, Christine Lagarde, perché era allora vicinissima sottopancia di Nicolas Sarkozy – ve lo ricordate? – dopo la caduta rovinosa dello sozzone sì, ma competente in materia economico-finanziaria Dominique Strauss-Khan: uno che, proprio come Berlusconi, allungava le mani dove dato il posto che occupava proprio non avrebbe dovuto, lasciandosi poi pure come si dice, proprio come Berlusconi, pure beccare...; e lui, Jens Weidmann, designato per obbedienza e perché comunque la pensa come Angela Merkel), qui, alla vigilia di riunioni chiave alla UE sul futuro della Grecia e dell’Europa.

E poi, così, alla riunione dell’Eurogruppo, i ministri delle Finanze dell’eurozona lunedì 16 febbraio, inevitabilmente... prevalgono i falchi (Guardian, 16.2.2015, J. Rankin, Greece fails to agree rescue package with eurozone finance ministers La Grecia non concorda sul pacchetto di salvataggio [ma, in realtà, sulle condizioni] voluto dai ministri delle Finanze dell’eurozona http://www.theguardian.com/world/2015/feb/16/greece-fails-rescue-package-eurozone-finance-ministers).

Alla fine, grazie all’intransigenza della burattinaia-in-capo tedesca e dei serventi del suo governo, ministri e Bundesbank, e degli euroburocrati che le van dietro slecchinando (il presidente dell’Eurogruppo, la gente della Commissione...), a Varoufakis e Tsipras hanno presentato un memorandum che nel paragrafo-chiave testualmente recitava così: “Le autorità greche sono già impegnate ad assicurare l’appropriato avanzo primario e con esso il finanziamento necessario a garantire la sostenibilità del debito ellenico secondo le linee concordate nella dichiarazione dell’Eurogruppo del novembre 2012. Per di più, ogni nuova misura dovrà essere finanziata e non mettere in pericolo la stabilità finanziaria”.

L’interpretazione che offre sempre Krugman: Traduzione (proprio guardando indietro a quella dichiarazione di fine 2012 dell’Eurogruppo): niente da fare e nessuna concessione sulla richiesta che l’avanzo primario resti a quel 4,5% del PIL fissato allora (vedi per i dettagli qui, in Nota3, a fondo pagina). Questi insistono che il massimo che possono fare è estendere alle condizioni trangugiate un anno e mezzo fa dal governo di destra ora sbattuto fuori dagli elettori quel programma di salvataggio...

E Krugman (ma noi – che  pure siamo sempre assai pessimisti: perché così, per lo meno, non abbiamo poi delusioni eccessive... – vogliamo ancora sperare, pure ormai quasi alla 25a ora, nella resipiscenza perfino degli stolti o, almeno, forse del più sagace e politicamente avvertito dei rischi che al vertice finale dei capi di Stato e di governo comunque sarà presente, il prof. Draghi: che dovrebbe però trovare la forza di tirar fuori gli unghioni...) chiosa lucidamente così:

Questi non hanno capito, o fanno finta, che col voto sovrano del popolo ellenico, tutto è cambiato. “Alla fine penso sia possibile che siano proprio dei cretini, che non capiscano come questo tipo di braccio di ferro che aveva potuto funzionare nel 2010 con l’Irlanda, nel 2015 non può più funzionare qui in Grecia. Oppure – e penso che sia più probabile – hanno deciso di spingere la Grecia oltre il baratro. Piuttosto che cedere qualche po’ di terreno preferiscono vedere la Grecia forzata al default e con ogni probabilità fuori dell’euro, con il conseguente presunto disastro economico a dare la lezione oggettiva a chiunque altro osi pensare a chiedere un qualche aiuto [capìto, Spagna, Portogallo, Italia, ecc., ecc.].

In altri termini, si stanno preparando ad imporre l’equivalente economico  della pace che i romani calarono su Cartagine, quella che i francesi imposero ai tedeschi alla fine della I guerra mondiale  [con le conseguenze: iper-inflazione, iper-disoccupazione, nazismo..., la II guerra mondiale].

Sia il primo caso – che sono irrimediabilmente cretini – sia l’altroche hanno deciso di impartire una lezione alla Grecia e a tutti, a qualsiasi costola mancanza di saggezza di questa gente è sbalorditiva e terrificante (New York Times, 16.2.2015, P. Krugman, Athenae Delenda Est http://krugman.blogs.nytimes.com/ 2015/02/16/athenae-delenda-est).

Ma tornando al documento più sensato e intelligente di cui riprendiamo – rispetto a queste scemenze ne vale davvero la pena – a parlarvi (in Italia, praticamente, non l’ha fatto nessuno), primi firmatari i leaders della DGB, la Confederazione nazionale sindacale e di tutti i grandi sindacati di categoria: Ver.di (servizi-terziario), IG-Bau (edili), IG-Metall (metalmeccanici), EVG (ferrovieri), NGG (lavoratori dell’alimentare-gastronomico), GEW (scuola e università), IG-BCE (chimici) ed anche il  presidente della Confederazione  generale dei sindacati austriaci, ÖGB.

Firmano pure esponenti di prima fila di tutta le variegata sinistra tedesca che, sul come trattare Grecia ed Europa, sembra ritrovare una vera unità: estrema sinistra dei Linke ma anche i Grünen, il partito verde, e – anche contraddittoriamente però – nomi importanti della stessa SPD (deputati, non ovviamente ministri) che però è al governo con Merkel e Schäuble (Griechenland nach der Wahl − Keine Gefahr, sondern eine Chance für Europa La Grecia dopo il voto― Non un pericolo, ma un’occasione per l’Europa tutta [Manifesto dei sindacati e dei progressisti tedeschi per la Grecia], 6.2.2015 ▬ http://www.igmetall-berlin.de/aktuelles/ meldung/griechenland-nach-der-wahl-keine-gefahr-sondern-eine-chance-fuer-europa).

Ecco il testo integrale, secondo chi scrive poi anche integralmente utile:

Il terremoto politico in Grecia è un’occasione non solo per quel paese travagliato dalla crisi, ma anche per un ripensamento e una correzione di fondo delle politiche economico-sociali dell’Unione europea. Ribadiamo qui la critica  che negli ultimi anni il movimento sindacale ha avanzato più volte: le condizioni poste a garanzia degli aiuti finanziari alla Grecia non hanno meritato mai, e dal principio la definizione di “riforme”. I miliardi trasferiti in Grecia sono stati utilizzati soprattutto per la stabilizzazione del settore finanziario. Allo stesso tempo, con una politica brutale di tagli, si è gettato il paese nella recessione più acuta e, così anche tutta la UE, sotto un  carico ingente di indebitamento sovrano[7].

 Ne è seguita una crisi sociale e umanitaria senza uguali in Europa: un terzo dei greci vive ormai in povertà, le coperture sociali sono state fortemente ridotte, il salario minimo tagliato del 22%, il contratto nazionale e gran parte delle tutele sociali e lo steso contratto nazionale per chi era ancora occupato sono stati smantellati, e proprio le fasce di reddito più basse sono state ulteriormente penalizzate dal fisco.

Il tasso di disoccupazione è ora pari al 27%o e tra i giovani è addirittura superiore al 50. Sono in molti tra i greci a non avere mezzi a sufficienza per nutrirsi, scaldarsi, pagare la luce e l’affitto. Gran parte della popolazione non usufruisce più di cassa malattia e ha accesso all’assistenza sanitaria solo nei casi urgenti. E l’esito del voto per Syriza è adesso una sentenza che stronca alla base proprio tutte queste politiche fallimentari.

Nulla di tutto questo ha niente a che spartire con una riforma qualsiasi: qualcosa in grado, cioè, di affrontano i problemi reali della Grecia. Nemmeno uno dei problemi strutturali del paese è stato risolto, piuttosto ne hanno proprio così creati altri. È stata una politica di puro smantellamento e distruzione, in niente di rifacimento e ricostruzione. Riforme strutturali vere, che meritino questo nome, sono quelle che aprono la strada a possibilità di sviluppo di un paese invece di costringere a scappare dal proprio una generazione di giovani altamente qualificati. Riforme strutturali vere prendono sul serio la lotta all’evasione e all’elusione fiscale. Riforme strutturali vere combattono clientelismo e corruzione negli appalti.

 E il nuovo governo greco è ora chiamato a cimentarsi con propri progetti di ricostruzione e sviluppo che dovranno far parte di un “piano europeo di investimenti”, come chiedono da tempo i sindacati, e di creare i presupposti affinché tali progetti diano frutti concreti.

Col loro nuovo governo si deve trattare seriamente e senza cercare di ricattarlo per poter aprire una prospettiva economico-sociale che vada oltre le politiche di austerità. Questo vale soprattutto per quanto riguarda gli impegni devastanti a garanzia dei creditori internazionali concordati con il precedente governo mandato a casa dal voto popolare. L’Europa non deve, non può insistere sull’ulteriore perseguimento di politiche a danno della popolazione che sono state rifiutate in modo  inequivocabile dalla maggioranza dell’elettorato. Non si può più andare avanti così!

Che i responsabili per le politiche fin qui perseguite in Grecia siano stati mandati a casa è una decisione democratica che a livello europeo deve essere rispettata. C’è bisogno che al nuovo governo sia data una chance equanime. Chi ora pretende di continuare sulla rotta cosiddetta riformatrice, nega di fatto alla popolazione greca il diritto di dare al proprio paese un nuovo orientamento legittimato democraticamente. E, se si aggiunge – come qualcuno fa – che tale nuovo orientamento sia casomai possibile qualora la Grecia uscisse dall’euro, si proclamerebbe solennemente l’inconciliabilità delle istituzioni europee con le decisioni democratiche assunte nei Paesi membri della UE― a vantaggio ulteriore delle correnti nazionalistiche già dappertutto tanto in crescita.

Il deficit di legittimazione democratica in atto a livello europeo – dentro tutte le sue istituzioni - più volte deplorato e mai ancora sanato, non deve essere lasciato consolidarsi definitivamente con la limitazione della democrazia negli Stati membri. Si deve piuttosto, come molti di noi avevano già sottolineato nell’appello del 2012 intitolato al “Rifondare l’Europa”, rafforzare la democrazia a livello europeo se si vuole dare nuova credibilità a tutto il progetto.

Che non si rafforza, di certo, con i diktat dell’austerità, ma con l’iniziativa democratica dal basso per la ricostruzione economica e per una maggiore giustizia sociale. Ora bisogna sostenere questa iniziativa nell’interesse del popolo greco. Ma bisogna tener presente che, insieme, essa dà un nuovo impulso al cambiamento di rotta in Europa. In definitiva, bisogna far sì che la svolta politica in Grecia diventi adesso una concreta occasione per dar vita a un’Europa sociale e democratica!”.

●Sentiremo riparlare di certo nei giorni a venire di pagliuzze nell’occhio del vicino (la Grecia) e di travi nel proprio (sì, precisamente quello della Germania) ma, a dirla tutta prima di mettersi ossessionatamente a cercare le pulci degli altri, “Merkel e Schäuble farebbero bene piuttosto a meditare su quanto ricorda loro un famoso e accreditato storico tedesco dell’economia (Der Spiegel, 21.6.2015, Albrecht Ritschl, Euro-Krise: ‘Deutschland ist der größte Schuldensünder des 20. Jahrhunderts’― Nel 20° secolo, la Germania è stata il massimo trasgressore degli impegni sul debito http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/ euro-krise-deutschland-ist-der-groesste-schuldensuender-des-20-jahrhunderts-a-769052.html) che ricorda come la Germania sia stata responsabile dalla maggior bancarotta di uno Stato nel XX secolo e come ne sia uscita grazie al fatto che gli USA non solo hanno rinunciato ai loro crediti, ma hanno in pratica imposto ai paesi europei di fare altrettanto”.  

Ritschl avvisa pure, Merkel e soci, molto opportunamente che se i tedeschi la mettono giù troppo dura potrebbero anche doversi confrontare a richieste di tipo anche legalmente pressante in diritto internazionale per le riparazioni che, con l’intesa del ‘53 che le abbonava il debito, comunque non le abbonavano, però, le riparazioni dei danni di guerra di cui la Germania nazista era responsabile e – secondo lui e molti altri – è giuridicamente ancora tenuta, su richiesta, a pagare.

Altri hanno – anche – ricordato, sempre molto opportunamente e sempre agli smemorati tedeschi in particolare, “che dal 1830 ad oggi la Germania si è ‘macchiata’ di ben otto defaults del suo debito sovrano”― e, per inciso, l’Italia è uno dei pochi paesi che un default non l’hanno mai dichiarato (cfr. la Repubblica.blog, 7.2.2015, C. Clericetti, La partita greca tra ipotesi e sospetti http://clericetti.blogautore. repubblica.it/2015/02/07/la-partita-greca-tra-ipotesi-e-sospetti).

●Il primo ministro Alexis Tsipras ha dichiarato a inizio mese che il suo governo non intende rivolgersi a quello russo che pure si è offerto di aiutarlo ad uscire dalla stretta finanziaria cui la Grecia si trova soggetta al momento da parte dell’Unione europea (Newsweek, 2.2.2015, Greek PM Tsipras rules out turning to Russia for aid Il premier greco Tsipras esclude di rivolgersi alla Russia per ottenerne l’aiuto http://www.newsweek.com/greek-pm-tsipras-rules-out-turning-russia-aid-303691).

Al momento – spiega parlando nel suo primo viaggio all’estero, a Nicosia, la capitale di Ciprole uniche carte che sono sul tavolo sono quelle del negoziato con la UE”, cui chiediamo di aprire un negoziato vero sul debito da ristrutturare e in parte da cancellare e un prestito ponte per i 5 miliardi di € che, di qui ad agosto, ci metterebbe in grado di cominciare a far fronte a tutte le scadenze che abbiamo: all’interno, verso i greci che sono stati impoveriti a forza e verso i nostri creditori...

Certo ma – e resta ovviamente sottinteso – ... se la UE stupidamente (non dice così, anzi proprio non lo dice: ma lo lascia chiaramente capire) dovesse respingere il negoziato, potremmo anche essere obbligati a ripensare all’offerta dei russi. Che come tale – ma non erano disperati per le sanzioni, loro? – non viene affatto smentita... e sulla cooperazione dei quali con l’Europa sia Tsipras che il presidente greco-cipriota Nicos Anastasiades (anche lui rappresentante di un paese membro dell’Unione e dell’eurozona) continuano a insistere.

Ai greci può, a questo punto, comunque essere utile che la cosa sia trapelata mentre Merkel e tanti altri poliburocrati europei tergiversano...Anche se, adesso, lo sanno... (Euroinsight, 28.1.2015, A. Papamiltiadou e S. Marks, Analysis: Tsipras's Russia Stance Raises Questions on his EU Positioning Analisi: La posizione di Tsipras sulla Russia solleva domande sul suo posizionamento nella UE [non sarà che la posizione della UE solleva domande sulla sua sciocca intransigenza, no?] ▬ https://euroinsight.mni-news.com/posts/analysis-tsipras-s-russia-stance-raises-questions-on-his-eu-positioning-2487).

D’altra parte, se la chiudessero proprio nell’angolo e volessero imporle senza alcun mandato democratico, loro, di fare come se le elezioni le avessero perse, la Grecia o chiede aiuto proprio ai russi o ai cinesi o se ne va dall’eurozona; e questi che pretendono di governare senza alcun mandato realmente supportato dai voti di nessuno l’Europa, pare che non ci abbiano neanche pensato... gli allocchi.

Anche se nel braccio di ferro finissero col vincere nell’immediato loro – gli allocchi dagli artigli d’acciaio e con un bruscolino al posto del cervello: fino alle prossime elezioni che che porteranno stavolta al potere forse la destra estrema nazista di Alba Dorata – questo gioco del risiko sulla pelle di una democrazia e di tutto un paese ma anche tutta l’Unione europea a scoprire che non solo hanno costretto Tsipras, forse davvero un po’ troppo ingenuo davanti a certi caimani, a buttare al macero tutto il suo progetto economico ma anche a confessarsi e a confessare al suo paese che, già dal primo pacchetto di salvataggio del 2010,la Grecia era governata ormai da Bruxelles e come avrebbe votato sarebbe stato al dunque, poi, irrilevante.

●Altra notazione di un certo rilievo, secondo noi, dall’inizio della crisi, a forza di strette di cinghia imposte dagli austeriani tagliando sulla carne viva di molti, sono stati proprio loro – gli abitanti di questo disgraziato paese: colpevoli, certo, di essersi eletti finora governi schifosi e, oggi, uno che lo è sicuramente meno ma come pare conta poco a livello internazionale – a fare le riforme più dure in Europa, a oggi al 2014.

Poi, a seguire, vengono gli altri PIGS, Portogallo, Irlanda e Spagna (non del tutto, ancora, l’Italia, che in graduatoria arriva più o meno a metà della lista): cioè proprio i paesi più sciamannati e scialacquoni d’Europa. Ce lo racconta e documenta l’OCSE (nel Rapporto annuale intitolato Going for Growth: Table on Structural Reform Responsiveness Score, average 2007-2014 Puntando alla crescita: Tabella di valutazione della prontezza di effettuazione delle riforme strutturali, media 2007-2014).

● Ma guarda un po’: sono queste canaglie dei greci ad aver fatto più riforme di tutti in Europa...  (tabella)

La Grecia è al top del ranking OCSE per le riforme

Fonte: OCSE, il link indicato nel testo ▬ [http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2015/02/20/la-grecia-le-riforme-e-il-giallo-della-tabella]  

Link originale dell’OCSE ▬ http://www.oecd.org/economy/oecd-s-2015-going-for-growth-breaking-the-vicious-circle.htm][8].

●Arrivando sempre più vicini alla scadenza, stavolta davvero finale, il governo di Atene ha presentato all’Eurogruppo per l’incontro di venerdì 20 febbraio la sua richiesta di ottenerne un’estensione di sei mesi dell’accordo di salvataggio accettando anche la supervisione della cosiddetta troika. Ciò mentre la BCE chiede adesso alla Grecia di imporre controlli sui movimenti di capitale per tamponare il flusso dei depositi bancari verso l’estero.

Ma emerge un fatto nuovo davvero. Adesso – e era ora: forse dando ascolto anche, chi sa?, a quelle poche voci di sinistra che nel partito socialdemocratico, coalizione o non coalizione, non ne possono più di piegarsi alle sragionanti ragioni dell’egemonia di Merkel e del suo acquattato,  ringhioso Schäuble – la leadership socialdemocratica ai massimi livelli dice basta e contro il loro miope e testardo no, dice il proprio sì chiaro alla proposta di Tsipras. Aprendo una contraddizione finalmente evidente dentro il governo tedesco. Che adesso spetta, però – se ci sono davvero, battano un colpo, adesso! – a Hollande, a Renzi...

In realtà, la descrizione della proposta greca fatta da tanti giornali, quasi che fosse stata un dietro fronte, una vera e propria marcia indietro e una capitolazione all’ukase tedesco, appare del tutto forzata. Il testo della richiesta greca in realtà è, invece, preciso: “la nostra domanda di un’estensione di sei mesi della durata dell’accordo è mirata a trovare un’intesa finanziaria e di gestione mutuamente accettabile che, d’intesa con le istituzioni, stabilizzi la posizione di bilancio della Grecia, raggiungendo un appropriato avanzo primario con una sostenibilità garantita del debito tale da aiutare a raggiungere nel 2015 gli obiettivi fiscali previsti da tenere poi in conto nella presentazione della situazione economica”.

Anche qui, traducendo il linguaggio un tantino esoterico del documento, è del tutto evidente –e Schäuble l’ha subito visto – che in realtà la Grecia non si sia affatto impegnata ad accettare come l’Eurogruppo, su impulso martellante di Schäuble e di Merkel continuava ad esigere, un avanzo primario del 4,5% del PIL ma solo un obiettivo “appropriato”. Quello che Tsipras e il suo ministro delle Finanze cercano è il tempo minimo – sei mesi, dicono – di cui hanno bisogno per mettere insieme una loro fattibile strategia economica e, poi, far ripartire il negoziato; mentre la Germania mirava semplicemente a far abbandonare al governo greco, subito, tutte le promesse in base alle quali era stato eletto. E non si parla affatto, nel testo dei greci, di una supervisione della troika: parla di “intesa con le istituzioni”... senza specificare di quali si tratti, però...

Era evidente prima della mossa dei massimi vertici della SPD tedesca di render chiara la loro volontà di cambiare l’inflessibilità ottusa dei vertici cristiano-democratici del loro governo. Forse Schäuble mirava proprio ormai al costringere la Grecia a uscire dall’euro, qualsiasi ne fossero poi l conseguenze, compresa l’impennata facilmente prevedibile che a questo punto potrebbe avere in Grecia Alba Dorata coi suoi progetti razzisti e filo-nazisti.

E a questo punto diventa chiaro che, se il negoziato con Atene fallisse così, per volontà unica dei tedeschi che su tutto e su tutti imponessero il loro punto di vista, il ruolo della BCE in questo braccio di ferro diventa chiaro in modo del tutto evidente e, certo, anche coraggioso, forse pure rischioso: “dovrebbe decidere, e in un istante, se estendere o no i 65 miliardi di € della sua cosiddetta ELA (Emergency Liquidity Assistance Fondo di assistenza di liquidità di emergenza) alle banche greche”.

Se non lo facesse, però, crollerebbero come un castello di carte tutte le banche elleniche e l’impatto – a fronte di Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia che, non essendo neanche coperte dall’ESM― il Meccanismo Europeo di Stabilità previsto dalla stessa BCE al quale, però, non hanno mai neanche fatto richiesta di poter fare ricorso, sarebbero sommerse dalla marea finanziaria di un crollo del sistema bancario ellenico che potrebbe ben rivelarsi come uno shock superiore a quello che procurò la caduta della Lehman Brothers. Allora salvata a spese di tutti dal Tesoro americano... Ma qui?

Qui, scrive un ex manager del FMI ed economista britannico di taglia (Financial Times, 18.2.2015, P. Doyle, The unwitting euro enforcer... Il riluttante esecutore che fa applicare le regole... http://ftalphaville.ft.com/ 2015/ 02/18/2119460/the-unwitting-euro-enforcer), non può toccare ad altri che alla Banca Centrale Europea assumersi fino in fondo questo ruolo (testo citato con convinto appoggio da Paul Krugman, in New York Times, 19.2.2015, Insert German Curse Word Here E qui metteteci pure una parolaccia tedescahttp://krugman.blogs. nytimes.com/2015/02/19/insert-german-curse-word-here/?_r=0).

Perché, a questo punto, e dopo ormai quasi due anni da quando Mario Draghi lo aveva promesso, sembra proprio arrivato il momento in cui dimostrare che la BCE farà “tutto quanto sarà mai necessario” a salvare l’unità dell’eurozona.

●Ma il redde rationem, la resa dei conti, il momento della verità – chiamatelo come vi pare – viene  rimandato, alla fine. Il prolungamento del  credito c’è, al momento, anche se solo per quattro mesi e non per i sei richiesti dal governo di Tsipras ma, al dunque, alle condizioni – nessun impegno a quell’impossibile 4,5% di avanzo primario e la troika ameno formalmente fuori dalle scatole – come dalla richiesta avanzata del governo greco (Guardian, 20.2.2015, Eurozone finance minister agree Greek bailout extension I ministri delle finanze dell’eurozona si accordano su un’estensione del salvataggio alla Grecia http://www.theguardian.com/business/blog/live/2015/feb/20/eurozone-ministers-gather-for-crucial-greece-talks-live-updates); e per il testo integrale della Dichiarazione finale dell’Eurogruppo sulla Grecia, 20.2.2015, 21:00 ▬ http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2015/02/150220-eurogroup-statement-greece/%20).

Ormai borse, mercati e opinioni pubbliche un po’ tutte danno per scontato che, quando entro pochissimi giorni il governo greco, come s’è dovuto impegnare a fare, dovrà consegnare una lista precisa delle riforme che si impegnerà a fare, l’Eurogruppo finirà per accettarle... Ma ancora non è invece affatto scontato: perché il nodo è sempre qui, come in tutta Europa con l’eccezione di Eurogruppo e Commissione e dei pecoroni ai vertici dei vari governi – da Malta alla Francia, passando, si capisce, per l’Italia – che, pur non convinti, dicono a Merkel  comunque sempre di sì.

Perché non è affatto detto che ad Atene, al dunque, troveranno il coraggio di sfidare il dogma e i dogmatici mandandola a quel paese stavolta – insieme alle riforme che gli elettori qui, e non solo qui, non considerano affatto tali ma solo sciagurati conati di contro-riforme. Per ora, il sospetto è che si tratti in sostanza essenzialmente di un accordo temporaneo che consente per non più di una settimana forse  ai decisori dell’eurozona, alla Germania di fatto, al Fondo monetario e al governo greco di ridefinire meglio, con le inevitabili defezioni e dimissioni, la prima tappa di una nuova offensiva oggi condotta insieme del diktat austeriano.

I nemici dichiarati di Syriza a Bruxelles sono anzitutto oggi i governi che, piegandosi al diktat, hanno imposto ai loro popoli tutto il rigore voluto dalle ricette dettate dalla troika – Portogallo e Irlanda e Spagna: tutti governi di destra – e sono quelli che più si sono battuti perché quelle ricette fossero loro imposte e senza sconti, i governi sempre di destra di Germania, Olanda e Finlandia. Mentre Francia e Italia su cui Tsipras per qualche tempo aveva davvero contato, fidandosi della nominalità socialista delle loro maggioranze, se ne stanno in disparte, quatti quatti, a guardare e a appena appena di tanto in tanto, magari a mormoreggiare: tanto per non svergognarsi del tutto...

Per la Spagna in specie, per il governo del conservatore Mariano Rajoy, l’esistenza stessa di Syriza, se sopravvive la sua tesi di fondo che l’austerità è servita solo a ritardare la ripresa, suonerebbe come la campana a morte delle speranze di sopravvivere alle prossime elezioni. Se ora riuscissero di fatto a costringere il governo di sinistra di Atene a piegarsi e usare l’estensione di credito avuta solo per puntellare le banche e non per puntellare almeno un po’ il tenore di vita e il potere d’acquisto di lavoratori, pensionati e fasce deboli della popolazione su cui finora la crisi ha più infierito...

... allora sì, sarebbe la resa (Guardian, 20.2.2015, P. Inman, Greece deal is first step on the road back to austerity L’accordo sulla Grecia è il primo passo sulla strada dell’austerità [e, certo, forse il corrispondente economico del Guardian, che stila questo breve articolo analitico, può anche avere ragione... se Tsipras e Varofaukis alla fine mollano senza osare ricorrere alle alternative piene di incognite ma pure esistenti che hanno: i russi, i cinesi...) http://www. theguardian.com/business/ 2015/feb/20/greece-deal-first-step-on-the-road-back-to-austerity)... Ne sembra ben cosciente proprio Tsipras, del resto. “La battaglia, insiste, l’abbiamo vinta ma la guerra resta tutta aperta e non sarà facile farcela. Ci hanno fatto la guerra – ha spiegato – da prima ancora delle elezioni sono andati in giro a dire ai greci che, se ci avessero scelti, i contanti sarebbero spariti dai bancomat. Ci stanno provando...  Oggi siamo riusciti almeno su questo fronte della loro offensiva a fermarli”.

L’algido, segaligno e rancoroso Wolfgang Schäuble, il consigliori-capo di Merkel, è convinto di aver vinto – e potrebbe avere purtroppo ragione – perché sa che alla fine lasceranno tutti, da conigli che sono, a lui il sì o il no decisivi. E la sera stessa dell’accordo se ne esce stizzoso – lo avevano appena  costretto ad ammorbidire la sua ostilità ai greci e aveva ceduto appunto dicendo ai suoi sottopancia della Bundesbank che tanto non era quello il momento decisivo del sì: “Stare al governo – ammonisce da bravo maestrino dalla penna rossa e con la matita blu ben temperata – è un appuntamento con la realtà. E, spesso, non è così bello come i sogni”.

Che è vero. A  patto che, come lui, però, uno i sogni proprio non li coltivi per niente e la realtà la prenda sempre e solo così com’è, magari poi per trasformarla anche in peggio (Guardian, 21.2.2015, H. Smith, Alexis Tsipras: Greece has won a battle but the real difficulties lie ahead Alexis Tsipras: la Grecia ha vinto una battaglia, ma le vere difficoltà stanno ancora davanti a noi http://www.theguardian.com/business/2015/feb/21/greece-won-battle-real-difficulties-lie-ahead-alexis-tsipras)...

Comunque, poi, i ministri delle Finanze che insieme costituiscono l’Eurogruppo hanno approvato formalmente, tutti, la proposta ufficiale del governo Tsipras di prolungare il periodo del salvataggio previsto dal’Unione insieme a quelle che, d’ora in poi, invece di troika verranno, pudicamente e ipocritamente, chiamate le “istituzioni” ma resteranno sempre quello che sono, BCE e Fondo monetario, in cambio del pacchetto di riforme da esso proposto (Reuters, 24.2.2015, J. Strupczewski e M. Sobolewski, Euro zone backs Greek aid extension, seeks clearer reforms― L’eurozona sostiene il prolungamento dell’aiuto alla Grecia, ma cerca riforme più chiare http://www.reuters.com/article/2015/02/24/us-eurozone-greece-idUSKBN0LR0ZX20150224).

Già l’insieme della nuova proposta greca annacquava e non poco gli impegni elettorali di mettere fine alle privatizzazioni – non  vengono più però “revocate” ma solo bloccate –, di aumentare la spesa per il welfare – verrà sovvenzionata la spesa di luce e gas per i più poveri ma non altro –, di   raddoppiare il minimo reddito garantito – aumentato sì, ma lontano dall’essere duplicato – e impegna il governo greco a consultare gli altri prima di aumentare la spesa pubblica e a compensare in ogni caso ogni aumento con tagli equivalenti su altre voci del bilancio.

Anche Draghi, per la BCE, e Lagarde, per il FMI, hanno insistito per impegni “più chiari” e, in ogni caso, l’idea verrà ora sottoposta alla ratifica di tutti i 19 paesi dell’eurozona, in diversi casi dei governi, in altri, come per i tedeschi, dei parlamenti.

A conclusione di riunioni interne anche molto vivaci, di cui una,   finale di ben dodici ore senza interruzione, la maggioranza dei deputati di Syriza si pronuncia a sostegno esplicito dell’accordo concluso da Tsipras e Varoufakis con la Commissione e le “istituzioni” sull’estensione del piano di aiuti al paese per quattro mesi; si esprimono nettamente contro una ventina di parlamentari, compresa però la speaker del parlamento, Zoe Kostantopoulou e, tra i non parlamentari, diverse voci di grandissimo peso come quella straordinariamente autorevole, in un secondo momento un poco auto-frenata poi, del novantenne compositore Mikis Teodorakis (Το Βήμα La Ttribuna (centro-sinistra)/Atene, 27.2.2015, Bumpy landing for Syriza Atterraggio accidentato per Syriza http://www.tovima.gr/en/ article/?aid=680844).

In parte è certo colpa anche dei greci, dell’ingenuità con cui anche loro, un po’ come per altro verso anche gli ucraini, hanno creduto ci imporre nell’Europa democratica che proprio perché tale, avrebbe dato loro il tempo e l’opportunità di implementare il loro programma alternativo di riforme – e non più solo di controriforme o, come tali, almeno percepite dai più poveri e in genere dalla grande maggioranza dei greci, quelli che hanno dato a Syriza la maggioranza dei seggi alla Camera.

Di qui, da una visione totalmente diversa e opposta degli attori e dalla reazione irritata e chiusa della maggior parte dei conservatori che governano l’Europa e le sue istituzioni è venuto fuori prima il tentativo di stringere nell’angolo il nuovo governo greco e poi – diciamolo come stanno le cose – di ricattarlo...

●“Ma come è andata davvero?”, si chiede e tenta di rispondersi il nostro amico.  Chi ha “vinto”? chi ha “perso”? e chi, soprattutto, ha “perduto”? (New York Times, 27.2.2015, P. Krugman, What Greece Won Quel che la Grecia ha vinto http://www.nytimes.com/2015/02/27/opinion/paul-krugman-what-greece-won.html)    Bè, “a credere a parecchi dei reportages di questi giorni sarebbe stata una resa da parte di Syriza  e anche da alcune fazioni dentro Syriza stessa. Ma non è andata così. Anzi la Grecia è uscita piuttosto bene dal negoziato, anche se le grandi battaglie sono ancora tutte a venire. E, con quel risultato, tutto sommato OK. La  Grecia ha fatto un favore a tutto il resto d’Europa”.

Bisogna dire che “l’unico vero punto del contendere era” un numero, uno solo: “la dimensione dell’avanzo primario greco” (entrate contro spese pubbliche senza però gli interessi), nei fatti delle risorse che la Grecia trasferisce oggi ai suoi creditori. Che “Syriza abbia sempre “confermato” di voler registrare, comunque, un “moderato avanzo primario”, malgrado la recessione feroce che ha colpito il paese, rappresenta comunque un sacrificio incredibile, dopo una serie di sacrifici addirittura suicidi imposti al paese dalla proterva incomprensione europea e dai suoi criminali governi di centro-sinistra e di centro-destra.

Questa era la vera questione in ballo: se la Grecia sarebbe stata forzata a imporre ancora maggiore austerità. Il governo precedente aveva detto di sì, essenzialmente solo per paura. Paura di venri esclusi da qualsiasi nuovo cash flow o da un’implosione totale del sistema bancario. Bene il governo di Syriza questo “ha rifiutato di farlo” come i predecessori. “Per quest’anno ha strappato maggior flessibilità fiscale e il linguaggio sugli impegni per avanzi futuri resta tanto oscuro”, ‘vago’ come l’ha chiamato Varoufakis, da poter dire tutto e proprio niente.

E i creditori non hanno chiuso il rubinetto. Anzi, hanno reso disponibile il finanziamento necessario a rendere solvibile la Grecia nei prossimi mesi. E il governo non si è arreso all’assalto dei buttafuori. E ciò, di per sé, è di sicuro una specie di vittoria. Ma se è così, perché tanti giudizi negativi”, in Grecia? , ad essere onesti, non era solo la politica di bilancio in questione. Syriza ha anche concordato “di non rovesciare le privatizzazioni e la regolamentazione del mercato del lavoro non vedrà più cancellate tutte le ‘riforme strutturali’”, mentre menare duro sull’evasione fiscale che pure i critici gli rimproverano non dovrebbe essere giudicato negativo per un governo di sinistra.

Per cui sembra che la retorica negativa del fallimento del governo veda schierata contro di esso una non santa alleanza di giornalismo di sinistra carico di aspettative non realistiche e di stampa d’affari che ama la storia del crollo della Grecia perché è quello, il fallimento, quanto è giusto debba avvenire a chi è un debitore presuntuoso. Ma non  c’è stato il crollo e i greci sembrano almeno aver messo fine al ciclo di un’austerità sempre più e più selvaggia”.

“Come accennato un’altra lezione e un altro freno contro gli austeriani, subito recepito, è stata la decisione subito dopo, con cui la Commissione ha deciso di non applicare le multe (miliardi di €) con cui avrebbe dovuto colpire, a stare alle regole, la Francia (per eccesso di deficit/PIL, Italia e Belgio (per eccesso del debito). Che di fronte alla realtà dei mercati sarebbe stato però puro non senso, visto che la Francia oggi può trovare il credito che vuole a cinque anni a interessi dello 0,002% (lo 0,002%!). Ma in anni recenti ci sono stati non pochi comportamenti demenziali proprio di questo tipo... E allora? Allora, chi scrive spera che questa sia stata la prima lezione che la Grecia ha aiutato a dare all’Europa tutta in questo attacco improvviso di ragionevolezza: state calmi e andate avanti!”.

Però, va anche detto che già venerdì 27 il Bundestag dibatte rapidamente, mugugna apertamente ma poi alla fine ratifica a larghissima maggioranza (542 sì, 32 no di cui 29 dei cristiano-democratici di Merkel la decisione della cancelleria di raccomandare l’approvazione dell’intesa dell’Eurogruppo col governo greco di estendere per quattro mesi il programma di aiuti ad Atene a fronte di impegni ancora vaghi sulla restituzione del debito: Varoufakis, con i suoi, ha, in effetti, con qualche imprudenza, parlato di necessaria “vaghezza creativa”... tenuta nei colloqui a Bruxelles, ma avendo avvisato gli interlocutori di non voler annunciare dati e cifre precise senza poter essere certo poi dri rispettarle (canaleTv ANT I/Atene, cit. dal Guardian, 27.2.2015, 11:16, G. Kollewe e Graeme Wearden, German MPs approve Greek bailout-live I deputati tedeschi approvano il salvataggio greco-dal vivo http://www.theguardian.com/business/live/2015/feb/27/greek-bailout-german-mps-vote-bailout-extension-live-upda tes#block-54f0504ee4b0 c60f7be313d7).

●Già il 1°marzo, però, la Grecia avverte che avrà comunque gravi problemi a onorare i debiti immediati che ha con le “istituzioni”; mentre, a Berlino, Schäuble fa intendere al Bundestag che lui non si fida, comunque, dei greci (sapesse – ma lo sa, in realtà... – quanto si fidano loro di lui... E proprio Varoufakis ad ammettere con totale e anche brutale franchezza che “non avremo problemi di liquidità nel far fronte ai pagamenti del settore pubblico. Ma li avremo di certo per avere i soldi da dare indietro adesso al FMI e a luglio alla BCE.

Adesso, in febbraio abbiamo già restituito interessi per 2 miliardi di euro e, poi, a marzo ancora daremo altri 1,6 miliardi che allora matureranno. E, tra luglio e agosto, vanno a scadenza i 7,5 miliardi che dobbiamo dare a Francoforte (Ekathimerini― Η Καθημερινή Il Quotidiano/Atene, 1.3.2015, Lefteris Papadimas, Greek FinMin sees problems in repaying IMF and ECB― Il ministro greco delle Finanze vede problemi seri per ripagare i prestiti avuti da FMI e BCE ▬ http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite2_ 1_25/02/2015_547641).

E le cose non sembrano mettersi proprio su un strada in discesa. Ma le controindicazioni del forzare la Grecia, per esempio obbligandola a pagare i debitori esteri e a non pagare la propria spesa pubblica, ormai sono evidenti per tutti...

●E’ proprio quello che viene esigendo dalla UE, per dire, Madrid... E si capisce. In effetti, a inizio febbraio, in Spagna, quando mancano ancora diversi mesi alle elezioni di fine 2015 – che, però, molto probabilmente dovranno essere anticipate – Podemos Possiamo, il partito fratello-gemello di Syriza in Grecia, viene dato vincente dall’unanimità dei sondaggi... e con un risultato anche migliore di quello che a questo punto della  corsa uesto punto della corsa  aveva raggiunto la rivoluzione elettorale in Grecia. In particolare lo attesta un sondaggio fatto condurre dalla Metroscopia il 2 e 3 febbraio su un campione di 1.000 elettori potenziali sopra i 18 anni febbraio dal più importante quotidiano indipendente spagnolo (El Pais, 5.2.2015, Sondeo Metroscopia-Podemos supera a PSOE y PP y rompe el tablero electoral ▬ http://politica. elpais.com/politica/2014/11/01/actualidad/1414865510_731502.html).

E, in continuo aumento, adesso al primo posto per intenzioni consolidate di voto c’è Podemos, nato da meno di un anno: primo col 28%; secondo il PPE, i DC di centro-destra ora al governo, al 21; al  terzo il PSOE, socialisti, col 18: quarta una lista civica di destra col 12%; poi Izquierda unida, estrema sinistra, al 6,5%.

●Sull’Ucraina dove ha fatto notare il papa – costernato, anche se certo non meravigliato – i cristiani si massacrano tra di loro che manco i jihadisti, salgono in America e anche in Europa, qua e là, gli appelli ad equipaggiare di armamento pesante i militari di Kiev per respingere e sconfiggere, magari tramite NATO (ma “irregolarmente”, diciamo: l’Ucraina non sta nell’alleanza e non ci sarà ammessa: sono contrari, per dire, Germania, Francia, Italia, ecc., ecc.), le forze insorte del Donbass, spesso ex militari ucraini essi stessi.

Dice chiaro e tondo un  diplomatico anonimo che lavora alla Commissione, citato dal Guardian, che gli “europei sono pressoché unanimi nell’opporsi all’idea di mettersi ad armare più di quanto lo sia già l’Ucraina, anche se la Lituania già consegna armi a Kiev: il fatto è che, se ci mettiamo a preparare l’altra parte a fare la guerra, poi ci sarà la guerra. E vincerà Putin”, visto il rapporto di forze. “Questa è l’opinione di maggioranza – e di larga maggioranza – in Europa(Guardian, 6.2.2015,  S. Walker, J. Borger e I. Traynor, Merkel and Hollande to present Ukraine peace plan to Putin―  Merkel e Hollande presenteranno un piano di pace a Putin ▬ http://www.theguardian.com/world/2015/feb/06/merkel-hollande-putin-ukraine-peace-plan-rebels-moscow).

Andando sempre sull’ovvio... e facendo un po’ di confusione: ma su chi, poi, però...   (vignetta)

Hollande: Mon Dieu, guarda alle distruzioni, alla desolazione, al caos e alla montagna di disperazion umana! Tutto dovuto ai capricci di una sola persona e alla sua spietata ambizione! E’ subito, adesso, che dobbiamo agire  per mettere fine alla tragedia che si va sviluppando in UCRAINA...

Merkel: Ma sta’ zitto, idiota. E’ della GRECIA che stiamo parlando, mica dell’Ucraina...   

 

Fonte: The Guardian, 6.2.2015, Martin Rowson

Secondo gli europei, meno i falchi si capisce che ci sono anche qui, mettersi ad armare ancora di più l’Ucraina sarebbe  una mossa che sulla base dei fatti appare a molti del tutto sbagliata. Perché anzitutto presume che gli insorti siano pure e semplici creature di Mosca mentre i capi dell’insurrezione nel Donbass, hanno sempre perseguito la loro agenda e i loro interessi, spesso apertamente contro, quando hanno potuto sviarli, i desiderata di Mosca. Il tipico caso della coda che, come si dice in America, agita il cane. E’ stato Putin che, in realtà, ha fermato a settembre l’avanzata degli insorti sul porto di  Mariupol, fermati quando si apprestavano a pendersela dalla sponsorizzazione diretta di Mosca al processo negoziale di pace di Minsk.

Adesso, forse al penultimo istante utile, è Merkel in persona che, alla ben nota e anche troppo celebrata Conferenza annuale sulla sicurezza internazionale di Monaco di Baviera, molto spesso poi  strumentalizzata in ambito NATO a fini di rilancio della nuova guerra fredda, sembra preoccuparsi di dover mettere un alt fermo a nome di molti ai discorsi dei bellicosi guerrieri freddi che vorrebbero trasformarsi in belligeranti.

Quanti – militari, politici, esperti più o meno tali in America[9] e, peggio, in Europa uela stesa swede di esprimono parlano apertamente di armare, e con ciò stesso rischiare anche di scatenare le illusioni revansciste pericolose dell’Ucraina contro la Russia. Parlando il giorno dopo aver incontrato a Mosca con Hollande il presidente Putin, dice chiaro stavolta che, anche la Germania “si oppone seccamente”, a mandare armi della NATO a Kiev, secondo la sintesi che ne fa il NYT (New York Times, 7.2.2015, M.  A e S Western Nations Split on Arming Kiev I paesi della NATO spaccati sul mettersi ad armare Kiev http://www.nytimes.com/2015/02/08/world/europe/divisions-on-display-over-western-response-to-ukraine-at-security-conference.html?_r=0).

Perché “il progresso di cui l’Ucraina ha bisogno non può essere raggiunto dandole altre armi”  ma, in buona sostanza, col far avanzare i valori propri dell’occidente che portarono – dice: ma forse è pia illusione più che storia reale – a vincere la guerra fredda. In effetti, sembrerebbe puro buon senso, anche se l’osteggiano i falchi da scrivania che abbondano sempre in occidente. Sicuro, le forze armate ucraine sono di seconda fila, forse anche di terza ormai e anche i separatisti sembrano meglio armati di loro. E ogni tentativo di rafforzarle sarebbe controbilanciato subito da Mosca a prezzi infinitamente minori  

Si continua anche a dire che Mosca sia ormai impegnata in una vera e propria invasione del territorio ucraino. Ma si tace o si sottovaluta il fatto che, senza equivoco alcuno, il col. gen. Viktor Muzhenko, capo di stato maggiore di Kiev, ha di recente seccamente negato che ci sia stata un’invasione dei russi, denunciando invece che c’è un consistente e rilevante loro appoggio materiale e tecnico agli insorti alla rivolta del Donbass, anche forse supportato dall’invio di qualche decina di volontari (YouTube.video, 1.2.2015, No Russian Troops in Ukraine, Says Kiev General In Ucraina non ci sono truppe russe, dice il generale comandante in capo di Kiev ▬ [video] https://www.youtube.com/watch?v=T0x0mnrq 9j4&feature=youtu.be)[10].

Ma questa in realtà – dopo quello che correttamente il ministro degli Esteri russo Lavrov ha ricordato come “il golpe che a febbraio 2014,  rovesciando la costituzione ucraina e sostenuto – se non peggio – dalla NATO, dagli USA e anche dalla UE” diede ai russi la ragione formale per intervenire a riprendersi la Crimea – perché era stata illegittimamente forzata a passare sotto il controllo di un regime incostituzionale e russofobo – ormai è proprio una vera guerra civile, con tutte le consuete atrocità inenarrabili e con le superpotenze che, al solito, appoggiano l’uno o l’altro fronte.

Chi vuole davvero aiutare gli ucraini a uscire da questo stallo cruento non può farlo ciecamente così, schierandosi in base a presunte convenienze o affinità, più o meno elettive, con l’uno o con l’altro (simpatie poi pure fasulle: a Kiev e con Kiev sono schierati, non certo solo ma anche, tutti i filo-fascisti e filo-nazisti europei; e i ribelli del Donbass non sembrano motivati solo da amore del popolo e della volontà popolare) ma deve fare l’impossibile per dare alla diplomazia e alla politica ogni possibilità di farcela...

E’ vero anche che realisticamente, però, adesso un negoziato che miri a una risistemazione pacifica non sembra aver molto senso. Anche se resta l’unica via da perseguire a confronto di tutte le altre.  Il successo recente degli insorti e dei volontari russi che possono agire sul campo come loro alleati sembra ornai delineare a breve l’obiettivo effettivo dell’appoggio russo prossimo a essere raggiunto: di respingere o comunque bloccare le forze dell’esercito ucraino che, mentre cercano di rafforzare la loro presenza nel nodo ferroviario chiave di Debal’tseve, al centro delle aree russofile di Donetsk e Luhansk, stanno in effetti avviandosi solo a consolidare la ridotta della propria sconfitta.

Perché il governo centrale avrebbe dovuto ritirare le forze regolari quando già era evidente  che non tenevano e, comunque, quando ancora era possibile farlo in buon ordine almeno una settimana prima del tentativo di ripiegare messo poi in atto en catastrophe a inizio febbraio, quando restava ancora transitabile la ritirata per Artemivs’k che, ormai, però non può più essere praticata. Oggi, invece, a Debal’tseve, per Kiev e il suo governo, sembra in preparazione un vero disastro tattico e fors’anche di più.

I colloqui di Mosca, partiti con molta difficoltà e scetticismo tra Putin, Hollande e Merkel, adesso il 7 febbraio sembrano aprirsi all’impegno di riprovarci tra una settimana anche con gli ucraini: forse Putin ha compreso meglio che occorre da parte sua qualche concessione probabilmente magari  poco più che di facciata e Poroshenko e Obama che armi a Kiev comunque, l’Europa proprio non intende fornirle né vuole incoraggiare le illusioni di Kiev di poter aderire alla NATO, senza prima fare una pace effettiva coi suoi ribelli e coi russi – è l’ostacolo previsto come dirimente dallo stesso Statuto dell’Alleanza – cose che proprio non si possono fare senza rischiare uno scontro sul serio potenzialmente globale...

Qui, forse, adesso che tutti sembrano averlo capito è la speranza di disinnescare una volta di più – e quella buona, forse – le rovina che sull’Europa tutta incombe (Guardian, 7.2.2015, J. Borger, Ukraine conflict: four-nation peace talks in Minsk aim to end crisis― A Minsk i colloqui di pace a quattro puntano a metter fine al conflitto e alla crisi in Ucraina http://www.theguardian.com/world/2015/feb/08/ukraine-conflict-peace-talks-minsk-russia).

●In una guerra ormai vecchia quasi di un anno, la Russia vince. I separatisti dell’est conquistano terreno e Putin di fronte alle sanzioni non dà segni di cedimento. La strategia degli USA e, del tutto in subordine come sempre della UE e della NATO, non è tanto di puntare a sconfiggere militarmente la Russia quanto di fermarla e farla retrocedere di fronte al costo economico che per essa avrebbe garantirsi che l’Ucraina non posa aderire alla NATO allontanando russi e amici dei russi.

Ma è una pensata miope, non si avvede di due fattori determinanti: che Putin poi ha migliaia di armi atomiche e sta difendendo quello che comunque percepisce come un proprio interesse davvero strategico, per il quale è disposto ad assorbire anche – come sempre nella storia russa: dai mongoli a Napoleone a Hitler – costi economici anche assai alti... Del resto, gli Stati Uniti non accetterebbero mai di vedere il Canada o il Messico aderire a un’alleanza militare capeggiata da un’altra grande potenza... proprio quel che chiedono alla Russia di lasciar fare agli ucraini. E anche il trucco di star lì a distinguere tra armi offensive e difensive non convince nessuno, perché ogni arma sempre è a doppio uso e può servire ad attaccare come a difendere.

La verità, come ha scritto un docente di geopolitica all’Università di Chicago sul NYT (New York Times, 8.2.2015, John J. Mearsheimer, No, don’t arm Ukraine No, non vi mettete ad armare l’Ucraina http://www.nytimes.com/2015/02/09/opinion/no-dont-arm-ukraine.html?_r=0)   è che “la Crimea è una vittima del tentativo dell’occidente di far marciare la NATO e l’Unione europea fino proprio alle porte di Mosca”.

[Perché certo, dietro ad esso, c’erano le impazienze clintoniane e le manie di grandezza di Bush il piccolo, ma anche – almeno finora – la dilettantesca illusione di Merkel che, contrariamente a quanto le avevano pur detto Kohl e anche Giscard, non si poteva avanzare nach Osten verso l’Est, ignorando interessi e timori dei russi e smettendo di onorare le intese sottoscritte da USA, NATO e anzitutto proprio dalla Germania con Gorbaciov e con lo stesso Eltsin  per ottenerne pacificamente lo scioglimento dell’URSS]. La verità è che “ormai prendersi l’Ucraina è una causa persa. Ed è ora di mettere fine a questa scelta del tutto imprudente prima che faccia ancora più danni all’Ucraina― ma anche alle relazioni fra la Russia e l’occidente stesso”.

●Intanto, la Polonia – come poi un po’ fan tutti gli Stati, del resto – mette avanti le mani e annuncia, attraverso il portavoce degli Esteri, Marcin Wojciechowski, impipandosene di ogni decisione collegiale a livello di Unione europea (anche se a presiedere adesso il Consiglio dell’Unione è proprio il suo ex primo ministro, Donald Tusk) di essere pronta a vendere – non a cedere, si badi bene, comunque – armamenti alle forze armate ucraine (Yahoo! News, 4.2.2015, Poland ready to sell arms to Ukraine La Polonia pronta a vendere armamenti all’Ucraina http://news.yahoo.com/poland-ready-sell-weapons-ukraine-155808684.html) e dice apertamente di farlo per forzare la mano agli Stati Uniti a fare altrettanto, controbattendo le cautele da altri (la Germania, la Francai anzitutto, ma anche il Regno Unito e l’Italia)  manifestate in Europa.

Nel corso di tutto il conflitto tra Russia e Ucraina, del resto, la Polonia spalleggiata soprattutto dalla vicina Lituania – specie durante il suo recente semestre di presidenza di turno dell’Unione che le ha dato particolare titolo a influenzarne l’agenda – ha cercato sistematicamente di utilizzare la concorrenza in crescita tra Russia e occidente per promuovere i propri interessi che davano la priorità ad allontanare Kiev da Mosca tirandola nel campo occidentale e favorendo in ogni modo e con ogni mezzo un impegno della NATO, anche e proprio come alleanza militare, a rafforzare se stessa e chiunque sia ostile comunque alla Russia.

Non è stata mai una tattica condotta con sottigliezza ma anzi sempre con impudenza (ad esempio, Varsavia ha commemorato in questi giorni la liberazione del campo di sterminio tedesco di Auschwitz/Oświecim, nella Polonia occupata ed in guerra vicino a Cracovia, senza invitare una rappresentanza di quell’Armata Rossa che pure aveva obbligato le truppe naziste a sgombrarlo e invitando invece un contingente dell’attuale e allora inesistente esercito ucraino...). E i russi hanno controbattuto senza curarsi sempre delle forme.

Adesso, ad esempio, stanno ordinando la chiusura  del più importante consolato polacco, a San Pietroburgo adducendo una serie di conti non pagati a fornitori e clienti, in particolare alla ditta russa Inpredservice, che ha ottenuto in tribunale un’ingiunzione di pagamento esecutiva nei confronti del consolato per oltre 1 milione di $ di affitti arretrati e dovuti (The Capital Post/Washington, D.C, 4 2.2015, Russia evicts Polish consulate over US $ 1 million unpaid rent La Russia sfratta il consolato polacco per un milione di $ affitto arretrato e non pagato http://thecapitalpost.com/russia-evicts-polish-consulate-over-million-unpaid-rent-p-38963.html).

●Intanto, l’Unione europea a livello dei ministri degli Esteri respinge, almeno per ora e fin dopo gli esiti degli incontri in corso o previsti a Minsk, la proposta di inasprire alcune sanzioni anti-russe – tra quelle specificamente mirate a colpire esponenti e responsabili dell’amministrazione di Mosca e che erano state proposte su aperte pressioni americane da diversi degli stessi rappresentanti permanenti dei 28 paesi aderenti a Bruxelles – approvandoli al momento solo in linea di principio (European Sanctions Archives, 9.2.2015, M. Lester, EU foreign ministers agree new additions to Ukrainian sanctions list but delay implementation I ministri degli Esteri della UE concordano su una lista allargata di sanzioni per l’Ucraina, ma ne rinviano l’implementazione ▬ http://europeansanctions.com/category/latest-eu-measures).

●Alla fine, a Minsk, in Bielorussia, sulla pustola, ormai sull’orlo lì lì di scoppiare, dell’Ucraina, si tiene quella che parrebbe essere la conclusiva riunione tra Poroshenko, Putin, Hollande e Merkel. Che tra parentesi, relega tra le varie ed eventuali il peso specifico dell’Alta rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione, Federica Mogherini che proprio non c’è: per l’Unione lì parlano quei due― e lei e Renzi, dove conta e su quel che conta, al solito tacciono e acconsentono... proprio come ha scelto di non esserci a Ginevra, ai negoziati tra Iran e 5+1 dove, inspiegabilmente, delega la sua “predecessora”, lady Ashton.

I quattro di Minsk trovano una soluzione – dettagliati in 13 punti di testo, scritti a quattro mani in 16 ore di negoziato continuo – che salutano come potenziale breccia del conflitto e che potrebbe, concludono e auspicano, anche chiudere la crisi. Ma è una soluzione che non fissa ancora  – pare – in termini conclusivi né il ritiro delle forze russe, che secondo la NATO sarebbero presenti nell’est del territorio ucraino malgrado le smentite ufficiali in diretta Tv, vedi sopra, lo stesso capo di stato maggiore di Kiev, gen. Muzhenko, né quello delle forze armate ucraine che lì, comunque, reprimono e negano tra grandi difficoltà l’autonomia al Donbass.

Insomma e alla fine – certo: per ora – l’Ucraina che non è in grado di riprendersi sul campo il  controllo di tutto il proprio territorio non ci riesce, né probabilmente riuscirà a farlo per via diplomatico-politica, mentre – per ora almeno – sembra disinnescata, o comunque meno scontata, la minaccia americana di inviare armi pesanti in Ucraina per forzare una via d’uscita militare a un problema che è storico, culturale, politico (New York Times, 12.2.2015, M. R. Gordon, Ukraine Cease-Fire Leaves Control of Border Unresolved Until Year’s End Il cessate il fuoco in Ucraina lascia irrisolto il nodo del controllo dei confini fino a fine anno http://www.nytimes.com/2015/02/13/world/europe/ukraine-cease-fire-leaves-control-of-eastern-border-unsettled.html?_r=0#).

In ogni caso, e per completezza di informazione anche se in estrema sintesi, il testo dice che:

1. Entra in vigore, dalle ore 00:00 a.m. locali de 15 febbraio, un cessate il fuoco: ma anche se va tutto bene, continueranno a ammazzarsi – tra ucraini russofoni e russofobi e tra cristiani, come il papa ricorda, fino all’ultimo secondo “utile” e anche iun po’ oltre: come in ogni cessate il fuoco nella storia;

2. A partire dal 17 febbraio, tutte le armi pesanti saranno ritirate dal campo di battaglia attuale;

3. Ucraina e ribelli daranno l’amnistia totale a ogni prigioniero coinvolto nel conflitto armato;

4. Tutte le milizie straniere si ritireranno dal territorio ucraino e ogni formazione illegale disarmerà;

5. Verrà  tolta ogni restrizione alla circolazione imposta finora nelle aree ribelli dell’Ucraina;

6. Entro la fine del 2015 verrà istituita la decentralizzazione costituzionale per le regioni ribelli;

7. Entro la fine del 2015  riprenderà da parte ucraina il controllo dei confini con la Russia.

Il riferimento alla fine del 2015 perché il confine torni a pieno dalla parte ucraina sotto il controllo di Kiev, specifica – a quattro firme dei quattro presidenti sottoscrittori – che come dice il testo e come spiega addannandosi su di esso inutilmente che, però, il punto ultimo elencato è consecutivo a quello che lo precede e troverà esecuzione “solo se il governo di Kiev fa le necessarie concessioni politiche inclusa in esse l’adozione di emendamenti costituzionali di decentralizzazione del potere” ai territori del Donbass  (New York Times, 13.2.2015, Details of the Ukraine Cease-Fire Negotiated in Minsk Dettagli del cessate il fuoco negoziato a Minsk per l’Ucraina http://www.nytimes.com/2015/ 02/13/world/europe/ukraine-cease-fire-negotiated-in-minsk.html#).

A Poroshenko toccherà ora ora far capire questo piccolo dettaglio al parlamento di guerrieri freddi con le armi abbastanza spuntate che presiede lui a Kiev... come anche far capire agli stessi che di riprendersi la Crimea, malgrado le sue fanfaronate, non  c’è proprio, nell’accordo, parola alcuna... che l’amnistia alle truppe irregolari andrà applicata sia ai miliziani filo-nazisti schierati con l’esercito ucraino sia alle truppe e ai miliziani ribelli.

In conclusione, l’accordo resta sempre precario. Spetterà all’OSCE – l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea di cui tutti i paesi coinvolti sono membri e che resta l’unico istituto formalmente nato nel corso della guerra fredda a restare in piedi – attestare nell’immediato che entro tre giorni dalla firma il cessate il fuoco entrerà dovunque e monitorare, poi, le nuove elezioni locali nei territori ribelli o liberati da tenersi entro la fine del 2015. L’accordo però non prevede né strumenti né finanziamenti che possano in qualche modo obbligare le parti ad onorarlo. Che al dunque poi è l’unica, vera, necessaria e sufficiente condizione per garantirne l’efficacia.

La prima impressione, il giorno dopo la firma dell’accordo di Minsk, è che in quello che è stato effettivamente un durissimo confronto-scontro diplomatico politico a tre, Putin ne sia uscito almeno con tutto quanto la Russia sul serio voleva: la presunzione che sottosta a tutto l’accordo – a veder bene e senza ipocrisie, spiegando anche l’irritazione appena mascherata degli americani e di Kerry in particolare, che comunque non vogliono, non possono e non osano dire di no, rovesciare il tavolo ma, a quel punto, anche però scendere in campo direttamente – è che i ribelli mantengono nei fatti il controllo delle loro regioni.

E, infatti, non hanno restituito niente a nessuno. A Minsk la Russia ha, dunque, portato a casa il minimo che voleva e, anche se sembra quasi isolata in Europa e dagli USA, forse il punto è che almeno a breve e medio termine non gliene potrebbe importare comunque di meno visto che si va costruendo, in un’assenza che poi pensa sarà temporanea di legami in quella direzione, una serie di nuove, e anche assai diversificate, alleanze..., non solo tra Stati ma anche tra forze politiche di destra (l’Ungheria) e di sinistra (nei Balcani, in Serbia e in Bosnia).

●Non fa grandi differenze tra destre e sinistre europee nel ricercare contatti e alleanze anche anomale in apparenza, o magari puramente opportuniste, la Russia di Putin. E trova ascolto. In Francia col Fronte della destra nazionalista e anti-europeista della Le Pen, in Ungheria col governo di Orbán. Che, tra parentesi, come coalizione, con un’elezione supplementare svoltasi adesso, ha perduto – ma forse per poco, chi sa... – la maggioranza dei 2/3 che le avrebbe dovuto consentire di governare ancor più autoritariamente...

●Adesso, comunque, i regolatori della UE – per sputtanatissimi che siano vista l’assoluta inconcludenza che da anni esibiscono, lanciando proposte mai però finanziate né finanziabili dal mercato o da chiunque altro, dettando regole a chi non fa parte della loro giurisdizione, non riuscendo a proporre una minima, decente, idea che coinvolga tutti o la maggioranza dei paesi membri in materia energetico-commerciale – stanno esaminando la decisione ungherese di accordare a un’impresa russa, la Rosatom, il contratto per la costruzione di due reattori nucleari da 1.200 megawatt, per 12 miliardi di €, nella cittadina di Paks, 20.000 abitanti, sulle rive del Danubio, al centro del paese e a 75 Km. da Budapest (Portfolio.Hu, 23.2.2015, Hungary's Russia-funded nuclear project raises antitrust concerns in EU – FT― Il progetto magiaro sul nucleare finanziato dai russi solleva le preoccupazioni antimonopolistiche della UE, secondo il Financial Times http://www.portfolio.hu/en/economy/hungarys_russia-funded_ nuclear_project_raises_antitrust_concerns_in_ eu_ft 29202.html).

Riferiva il quotidiano finanziario britannico che “un veto o una multa proibitiva schiaffata da Bruxelles sarebbe un colpo grave per Viktor Orbán, il premier ungherese, che di questo progetto ha fatto il fulcro della sua strategia tesa a forgiare più intensi legami politici ed economici con la Russia malgrado l’ostracismo occidentale verso Mosca per l’Ucraina”.

Già... Ma la UE, con la sua impotente Direttiva Energia non riesce a offrire alcuna alternativa reale al progetto su cui Orbán e Putin stanno lavorando...

●Nel tentativo, reiterato quanto ogni volta inutile, di rivitalizzare l’illusione di riuscire finalmente  a creare un mercato di fornitura del gas alternativo a quello russo da cui rifornirsi, la Commissione europea sta preparando la firma di un memorandum d’intesa – l’illusione tipicamente nostrana da secoli (vedi le grida di manzoniana memoria) con cui ormai abbiamo contagiato pienamente l’Europa – che annunciare o firmare qualcosa significhi fare qualcosa! – iniziando il negoziato su un eventuale gasdotto per l’Europa da Azerbaijan e Turkmenistan (Der Spiegel, 22.2.2015, Aserbaidschan und Turkmenistan: Europa setzt auf Gas von Autokraten Azerbaijan e Turkmenistan: l’Europa punta sul gas degli autocrati http://www.spiegel.de/thema/aserbaidschan).

Del resto, la UE cercherà anche – riferisce sempre il settimanale tedesco che non sembra proprio di crederci affatto – di estendere accordi, nessuno dei quali è però, come tale, titolata a firmare impegnando nessuno , con Algeria, altri paesi africani, Turchia, la Norvegia, gli USA e il Canada per cercare di convincere i paesi dell’Unione a delegarle operativamente poteri di conclusione.  

●Ma anche altrove... anche là dove, come in Svezia, la vicinanza “baltica” sembrava dare per scontato lo schierarsi contro i russi, comincia a sentirsi il peso delle possibili contro-sanzioni, o comunque contromisure, che potrebbe intraprendere Mosca. Così Stoccolma ha acceduto alla richiesta russa di non schierare i suoi caccia in Estonia durante le prossime manovre militari pianificate dagli USA a marzo nella regione del Baltico (secondo un memorandum citato dall’edizione locale di un grande quotidiano nazionale (“che i nostri Stati indipendenti da alleanze militari internazionali conducano esercitazioni congiunte con gli USA, non è questione che secondo noi lascerà indifferente la Russia”, avrebbero concluso, secondo il memorandum, i ministri degli Esteri di Svezia, Margot Wallström, e Finlandia, Erkki Toumioja).

Svezia ma anche Finlandia hanno ponderato a lungo la possibilità di aderire esse stesse alla NATO ma ragionevolmente fanno molta attenzione a non provocare, anzitutto a se stesse, con nuove tensioni rispetto al grande paese limitrofo più danni che vantaggi. E, almeno per ora, avrebbero concluso così (Local-Expressen, 16.2.2015, ‘Sweden agreed to Russia military demands’― La Svezia ha aderito alla richiesta russa in ambito militare http://www.thelocal.se/20150216/cweden-agreed-to-russiand-emands).   

Sul campo, però, dopo Minsk, sia le autorità (chiamiamole pure così) ucraine sia i ribelli concordano sul fatto che, tutto sommato, il cessate il fuoco sta tenendo su tutto pressoché il territorio interessato dall’accordo di Minsk. Ma entrambe le parti registrano, insieme, che gli scontri continuano soprattutto per il controllo dell’area oggi più contesa, a Debal’tseve... I ribelli sono avanzati, questo è certo, ma nessuna delle due parti ha neanche iniziato a ritirare come era stato detto nel testo di Minsk che sarebbe stato fatto “al più presto”... ma non meglio specificato.

 

E subito, in effetti, già il 17 febbraio, i ribelli nell’Est dell’Ucraina ha rivendicato di controllare ormai gran parte quasi tutta la città. Il responsabile della Difesa della Repubblica popolare di  Donetsk ha detto che le forze armate della DPR, che lui comanda, hanno ormai sotto controllo oltre l’80% della città. E è così: le autorità di Kiev ammettono di averne perso largamente il controllo e che dovrà ritirarsi al più presto se le sue truppe non riescono a far breccia nell’accerchiamento che la sta bloccando.

Quel poveraccio del presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha provato per un momento a negare che le sue truppe a Debal’tseve fossero davvero assediate e che fossero state costrette ad abbandonarle sostenendo che avessero – indovinate... – invece solo “ripiegato” per pure ragioni tattiche (Kyiv Post,  18.2.2015, Poroshenko denies encirclement of Ukrainian forces in Debaltseve Poroshenko nega che le forze armate ucraine siano state accerchiate a Debal’tseve https://www.kyivpost.com/content/ukraine/poroshenko-denies-encircle ment-of-ukrainian-forces-in-debaltseve-381076.html).

●Ma la verità, al di là delle pietose menzogne con cui Poroshenko cerca di mascherare una sconfitta epocale – la resa e la cattura di almeno 3.000 degli 8.000 regolari dell’esercito che occupavano la città e la ritirata degli altri – almeno per una volta la dice com’è il titolo del NYT: Con la repentina fuga delle forze ucraine, sanguinosa ritirata da Debal’tseve  (New York Times, 18.2.2015, A. E. Kramer e D. M. Herzsenhorn, Bloody Retreat From Debaltseve as Ukrainian Forces Suddenly Withdraw― http://www.nytimes.com/2015/02/19/world/europe/ukraine-conflict-debaltseve.html?_r=0).

Poi, adesso, anche se con giorni di ritardo dettati da  una testardaggine disperata a n on   prender atto dei fatti, Poroshenko ha finalmentre ordinato alle sue truppe il ritiro di tutto l’armamento pesante dal fronte del Donbass, dopo aver giurato di non farlo finché non fosse stato fatto lo stesso – ma prima... diceva – da parte delle truppe ribelli, anche se Minsk, nell’accordo del 12 febbraio, parlava di contemporaneità... ma senza stabilire precisamente i tempi delle operazioni. E il ministro russo degli Esteri, Sergei Lavrov, accoglie assai bene la notizia salutando un passo avanti fondamentale verso un più solido cessate il fuoco e anche la pace (Thepeoplesvoice.org, 19.2.2015, S. Lendman, Kiev Surrenders Debaltsevo and Its Heavy Arms Withdrawn from Frontline in Donbass: A Key Strategic Victory for Rebel Forces Kiev abbandona Debal’tsev e ritira le armi pesanti dal fronte del Donbass: una vittoria strategica chiave per le forze ribelli http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2015/02/19/kiev-surrenders-debaltsevo-a-key-strateg).

Il 26 febbraio, però, il NYT ancora parlava solo di intenzione di ordinare il ritiro (New York Times, 26.2.2015, A. Roth, Ukraine Says It Will Pull Artillery From Separatist territory L’Ucraina dice che ritirerà l’artiglieria dal territorio separatista http://www.nytimes.com/2015/02/27/world/europe/ukraine-says-it-will-pull-artillery-from-separatist-territory.html?_r=0&gwh=F198812E5CB487F94588636DFC0C4222&gwt=pay). Ma, in realtà, quando scrivono, il ritiro è già in atto.

●Il presidente del consorzio AG-TAP, il cosiddetto Gasdotto-transadriatico che convoglierebbe, una volta completato e entrato a regime (chissà quando, però), il gas naturale dall’Azerbaijan all’Europa, Andy Lane, ha chiarito  e tenuto a render noto il 1° febbraio il fatto che l’impresa non intende mettersi, come la direzione Energia della UE a Bruxelles le chiede insistentemente, in concorrenza  col nuovo Turkish Stream proposto da Putin alla Turchia per rimpiazzare il vecchio South Stream affossato dai mille cacadubbi dell’Unione europea (non è che con esso continueremmo a dipendere dal gas russo?― come se davvero ci fosse mai per l’Europa un’alternativa agibile sul piatto... (Stratfor – Global Intelligence, 19.12.2014, Europe and Russia After South Stream― L’Europa e la Russia, dopo il South Stream https://www.stratfor.com/analysis/europe-and-russia-after-south-stream)).

●A latere, la Slovacchia ha reso noto che il nuovo gasdotto proposto da Gazprom che, attraverso la Turchia porterà dalla Russia all’Europa meridionale il suo gas naturale, integrerà anche quello slovacco chiamato dell’Eustream circolare orientale (Sputnik News/Mosca, 19.2.2015, Slovakia’s Eustream ready to ‘continue’ Russia-Turkish pipeline to Europe Il gasdotto Eiustream della Slovacchia pronto a completare quello russo-turco per l’Europa http://sputniknews.com/business/20150219/1018467315.html).

Citando l’esponente di Eustream Mirek Topolanek ha detto che il gas russo così arriverà portando anche in Slovacchia, via l’Ucraina o direttamente l’Ungheria dalla Russia, risalendo verso i pozzi di estrazione da Romania, Bulgaria, Turchia e Russia. E si va così completando la catena di gasdotti che la testarda ostinazione della Direzione energetica e della Commissione a Bruxelles ha portato la Russia a cancellare il South Stream rimpiazandolo col suo nuovo progetto, il Turkish Stream.

Che così taglierà del tutto fuori il disgraziato e insulso governo dell’Ucraina. Che per l’ennesima volta sarà colpevole di aver dato retta alle rovinose e del tutto afone oltre che stridule e inani sirene europee.   

●D’altra parte, come va facendo a suo modo la Russia, anche la Turchia non molla la sua ricerca di amicizie, se non proprio di alleanze alternative. a quella di sempre ma sempre insoddisfacente con gli USA. Istanbul non apprezza per niente la distanza che Washington tiene sull’ormai lunghissima attesa che la UE va imponendo alla domanda di adesione avanzata dai turchi.

E rammenta bene, richiamando alla memoria di tutti che non fu sempre così, quando l’America diede e anzi fece grandi pressioni per far ammettere alla CEE, allora, la Spagna fascista di Franco―  che dovette certo aspettare il dopo Franco e libere elezioni per arrivarci ma si avvalse sempre dell’appoggio scontato degli USA...

●Adesso, in quello che sembra uno strano balletto di mosse, contro-mosse e contro-contro-mosse tese a scombussolare e mettere sulla difensiva l’interlocutore, il presidente Erdoğan ha fatto dire al ministro della Difesa, Ismet Yilmaz, che Islamabad sta per decidere di comprare 3,4 miliardi di $ del più moderno sistema di missilistica antiaerea cinese, scavalcando ogni pressione contraria di USA e NATO (Stratfor – Global Intelligence,  21.11.2014, U.S. Diplomacy Tries to Break Turkish Isolation La diplomazia USA cerca di rompere [quello che ritiene essere] l’isolamento turco https://www.stratfor.com/analysis/us-diplomacy-tries-break-turkish-isolation). Yilmaz ha poi precisato che il sistema cinese sarebbe stato pienamente integrato con quello nazionale: ma, ha espressamente specificato, non col sistema NATO.

Allarme a Washington e a Bruxelles: la Turchia è il perno sud-orientale della difesa NATO contro la Russia nei piani strategici del Pentagono e – correzione: e quindi – dell’Alleanza atlantica. Ma subito viene ulteriormente precisato che la Turchia non ha ancora fatto la scelta finale―  sollevando il non peregrino sospetto che i turchi stiano, con i loro ambigui segnali, semplicemente cercando di forzare la mano a americani e gerarchie della NATO, tentando di strappare, magari, un prezzo eventualmente più basso di quello da pagare ai cinesi se fosse davvero scelto alla fine il sistema antiaereo missilistico americano: che sarebbe, poi, subito compatibile e integrabile con tutta la rete di sicurezza antirussa della NATO stessa.

Dalla quale, però, in modo piuttosto trasparente, i turchi – che non condividono le posizioni oltranziste e antirusse della NATO sull’Ucraina – tengono a far vedere di prendere le distanze. Arriva quindi un’altra puntualizzazione dal Sottosegretariato dell’Industria turca della Difesa come messa a punto proprio della dichiarazione di Yilmaz. Ma serve solo a confondere un po’ oltre le acque. Certo, quando un sottosegretario alla Difesa avanza puntualizzazioni su dichiarazioni del suo ministro delle Difesa, qualcosa non quadra... (Reuters, 19.2.2015, No final decision on Turkish missile defense, China talks continue Nessuna decisione finale sulla difesa missilistica turca, mentre continuano i colloqui con la Cina http://www.reuters.com/article/2015/02/19/us-turkey-china-defence-official-idUSKBN0LN1BL20150219).

Al punto che è costretta a intervenire di nuovo direttamente – e si capisce che proprio di confusione comunicativa si sta trattando e non di machiavelliche tattiche: e che, quindi, qualche testa pesante qui finirà col cadere – la presidenza della Turchia. Per chiarire “una volta per tutte” chiudendo la diatriba, del tutto inutile, che la Turchia integrerà ogni nuovo sistema missilistico a lunga gittata con le strutture NATO esistenti il portavoce di Erdoğan, Ibrahim Kalin, ha precisato – e di fatto completamente smentito – quel che aveva detto il ministro della Difesa (Stratfor, 23.2.2015, Turkey: Missiles Will Be Compatible With NATO's, Presidential Spokesman Said Il portavoce del presidente adesso puntualizza: i missili della Turchia saranno compatibili con quelli della NATO https://www.stratfor.com/situation-report/turkey-missiles-will-be-compatible-natos-presidential-spokesman-said).

●Sempre il presidente turco Erdoğan, ha anche insistito e spiegato “a quanti hanno orecchi per ascoltare” che il suo paese cercherà di rimanere strettamente neutrale tra i progetti europei di diversificazione della fornitura – che concretamente, però, nota, “non sono neanche lontanamente visibili in prospettiva” – e il piano dei russi (Putin e la Bersbank) che appare invece immediatamente concreto e fattibile (Stratfor, 3.2.2015, Azerbaijan: TAP Will Not Vie With Turkish Stream La TAP non si metterà a competere con il Turkish Stream https://www.stratfor.com/situation-report/azerbaijan-tap-will-not-vie-turkish-stream).

Gazprom ha d’altra parte lasciato sapere che non importerà più macchinari e altro equipaggiamento                                                                                                                   da circa 400 imprese estere dei cui prodotti si serviva finora regolarmente, escludendoli così da almeno 2,5 miliardi di $ di commesse. Vengono in questo modo tagliate fuori dal mercato russo aziende americane (Caterpillar, Motorola), tedesche (Siemens, MAN Turbo), francesi (Schlumberger, Schneider Electric), giapponesi (Sumitomo, Kenwood, Kawasaki) e anche britanniche che, insieme, fanno 1/4 delle compagnie interessate (tutte elencate nella lista di proscrizione pubblicata sul quotidiano economico russo Vedomosti― Notizie/Mosca, 17.2.2015, che cita un documento interno di Gazprom ▬ http://www.vedomosti.ru).

Non sarà difficile, prevede, rimpiazzare agevolmente, in risposta diretta alle sanzioni anti-russe, questi macchinari con prodotti del tutto equivalenti dalla Bielorussia, dall’Ucraina stessa (il Donbass, il territorio russofilo), Israele anche, l’India e l’Argentina (Stratfor – Global Intel, 11.2.2015, Russia's Energy Firms Seek to Weather the Economic Storm― Le aziende energetiche russe cercano di superare la tempesta delle sanzioni economiche https://www.stratfor.com/analysis/russias-energy-firms-seek-weather-econo mic-storm).

●Intanto, aprendo una breccia molto importante in un muro che alla NATO davano tutti per acquisito e indiscusso, la repubblica di Cipro – paese che aderisce alla UE e all’eurozona ma non alla NATO consentendo però da sempre a basi inglesi e anche americane di insediarsi sul suo territorio firmerà, dice adesso il suo presidente, un accordo analogo con forze aereo-navali russe che consentirà loro di utilizzare la base aerea Andreas Papandreou all’aeroporto internazionale di Paphos, a una quarantina di Km. da quella britannica di Akrotiri.

L’esatta natura dell’accordo viene poi definita il 24 febbraio nel corso della visita di Stato a Mosca del presidente di Cipro Anastasiades, ma continua a restare ambigua, col ministro degli Esteri della Repubblica cipriota Ioannis Kasoulides che tenta, abbastanza invano, di restringerne la portata (è un accordo tecnico, si tratta di garantire la manutenzione del materiale militare russo che è stato in passato acquisito, ceduto o venduto all’esercito cipriota, ecc., ecc. (CyprusMail.com, 10.2.2015, Speculation remains about granting Russia use of an airbase Restano aperte le speculazioni che accordano alla Russia l’uso di una base aerea http://cyprus-mail.com/2015/02/10/speculation-remains-about-granting-russia-use-of-an-airbase).

L’accordo dovrebbe, però, in effetti anche consentire ai russi l’“accesso” permanente alla base di Limassol, rafforzando i legami assai forti che uniscono da tempo sul piano economico-commerciale-finanziario i due paesi: almeno da quando la Turchia, nel 1974, occupò militarmente la metà nord dell’isola strappandola alla Grecia e provocando così, anche, la caduta del regime dei colonnelli greci nel 1974.

E alla fine il trattato vero e proprio stipulato tra i due presidenti proprio questo stabilisce: apertura a visite regolari nei porti dell’isola (non più solo a Limassol) della Marina russa e possibilità – per ora non meglio definita, ma che già così allarma burocrati NATO, VI Flotta americana e Royal Navy – per i russi di utilizzare una o due basi aree a Cipro per missioni di appoggio ai caschi blu russi impegnati dall’ONU nell’ambito di quelle umanitarie decretate dall’ONU nell’area.

I due presidenti hanno firmato nove accordi, la maggior parte su questioni finanziarie, con Anastasiades  che ha chiesto e ricevuto il sostegno di Putin e di parecchi operatori-imprenditori russi che d’altra parte a Cipro già da anni inguattano fondi neri, così ripulendoli prima di reinvestirli  in Europa o anche riportarli in Russia. La cosa che, di tutto il pacchetto, sembra più preoccupare  la NATO dal punto di vista militare è la “profondità”, come la chiamano, che l’accesso alle installazioni di Cipro potrebbe aggiungere al raggio d’azione potenziale della base russa di Latakia, in Siria.

●Il deficit di bilancio russo del 2015 salirà, con la crisi – c’è chi dice, con tutta la crisi scatenata dall’intervento, necessario o meno che fosse, in Ucraina e dalle sanzioni e dal crollo studiato a tavolino del prezzo del petrolio alla fonte – quest’anno al 3,2% del PIL anche dopo i recenti, e anche rilevanti, tagli di spesa imposti sulla presunzione di un prezzo del greggio che ormai potrebbe tendere a stabilizzarsi intorno ai 50 $, grosso modo, al barile. Ci sono indicatori economici – la validità oggettiva dei quali, però, la Russia pone in questione ma che riescono comunque a pesare  – a mostrare che qui l’economia sta declinando ancor più rapidamente di quanto finora venisse ipotizzato.

E’ questo fattore che sembra ora, comunque, portare come ha annunciato il ministro delle Finanze della Federazione russa, Anton Siluanov, a dire che il governo potrebbe arrivare a una taglio di tipo cosiddetto lineare del 10% della spesa pubblica per tutti i capitoli di bilancio esclusa la difesa e, forse – forse... – il welfare minimo di fatto garantito (Stratfor – Global Intelligence, 20.1.2015, Russia Prepares to Slash Its Budget― La Russia si prepara a tagliare il bilancio https://www.stratfor.com/analysis/russia-prepares-slash-its-budget).

●In ogni caso, a ribadire che Mosca non molla sulle questioni di percezione della sicurezza della Federazione, il Cremlino ha annunciato che rafforzerà la presenza militare russa nella penisola di Chukotka all’estremità nord-est della Kamchatka siberiana, per garantire la sicurezza della cosiddetta rotta dei mari del Nord e puntellare le difese in quella parte della Russia asiatica separata dalla penisola americana di Seward in Alaska solo dalle poche decine di Km. dello stretto di Bering.

●In Svizzera, nello sputtanamento universale che, grazie a Dio e ad alcuni benemeriti spifferatori di vergogne fiscali, sta subendo lo sciagurato sistema arpagonesco del far soldi coi soldi e non col lavoro e la produzione e che connota la struttura bancaria di questo bellissimo e furfantesco paese, la grande multinazionale bancaria HSBC, sede centrale a Londra con l’ex ministro Stephen Green presidente ai tempi della frode e poi premiato dal primo ministro Cameron col titolo di Lord, barone di Hurstpierpoint, s’è trovata, come dire, in qualche imbarazzo.

Di cui in fondo assai poco però, al dunque, si cale al momento anche se domani – si spera, chissà – potrebbe anche trovarsi nella necessità di versare, con ben altra e anche acuta sofferenza, altissime multe – grazie alla pubblicazione di un bottino di documenti che dimostrano la complicità garantita dalla banca a ogni tipo di mascalzoni – dai terroristi ai capi di Stato, ai politici, agli evasori fiscali grandi e piccoli ma tutti tali, tutti evasori – che hanno portato via dai loro paesi, occultandoli lì, fino a qualcosa come 105-106 miliardi di € (6-7 dall’Italia, pare, stavolta) nei loro conti segreti che oggi, però, non sono poi impermeabili come usavano essere.

La HSBC Svizzera forniva anche ai clienti, pare a prezzi assai modici, consulenze e servizi – e questo era un reato penale per lo meno lì – su come meglio e più sicuramente sfuggire alle regole e alle leggi dei propri paesi di origine per arrivare a inguattare a Ginevra, a Zurigo o a Lugano, i loro illegittimi tesoretti. Ora investigano Francia, America, Argentina e pure l’Italia, si dice, dove pure la magistratura apre inevitabilmente un inutile, il più spesso, fascicolo a una cacata di mosca, che ha appena concluso, buon ultima, una robaccia di accordo bilaterale fiscale con la repubblica elvetica.

Hervé Falciani, un systems engineer della HSCB che nel 2008, schifato e rimettendoci il posto, pare (ma c’è qualche dubbio in proposito...) senza guadagnarci un euro, aveva consegnato in Francia, anche se non si sa esattamente a chi (c’era Sarkozy presidente... ma da due anni c’è Hollande che, almeno, ha condiviso con altri paesi alcune delle informazioni ricevute...) ha reso pubbliche adesso, á la WikiLeaks, su Internet le carte (si tratta di soldi delle mafie, della droga, dei diamanti di sangue, e della tratta dei bambini, del commercio di armi e dell’evasione fiscale) ora pubblicate da tutti in modo coordinato (The Economist, 13.2.2015, Tax evasion and black cash – The leaking of old data creates fresh problems for HSBC― Evasione fiscale e fondi neri – Lo stillicidio di vecchi dati crea nuovi problemi per la HSCBhttp://www.economist. com/news/britain/21643143-leaking-old-data-creates-fresh-problems-hsbc-hiding-sirs-black-cash; e, per l’Italia, tutti in nomi e i dettagli su l’Espresso[11]).  

STATI UNITI

●Obama ha parlato del bilancio che presenta per il 2016 a una cerimonia al dipartimento per la Sicurezza interna che regola i problemi dell’immigrazione e ha attaccato duramente la grettezza e la partigianeria dei suoi nemici repubblicani al Congresso che, in disaccordo con la sua politica tendenzialmente almeno più liberale sugli ingressi di stranieri nel paese, gli hanno negato le coperture di spesa specificamente e proprio per quel dicastero.

Più di 40.000 guardie di confine e agenti della dogana, più di 50.000 agenti di sicurezza negli aeroporti, più di 13.000 funzionari dell’immigrazione e più di 40.0000 uomini e donne della Guardia Costiera hanno decretato l’alt alla busta paga di decine di lavoratori alle nostre frontiere che dovranno ora lavorare senza venire pagati”.

Paul Ryan, uno di più “gretti”, come lui li ha bollati, tra i leaders repubblicani al Congresso, che presiede la Commissione chiave che raccomanda l’autorizzazione di spesa ha chiamato le politiche dello scialacquamento che vorrebbe il presidente come le “politiche dell’invidia”: togliere ai ricchi per dare di più ai poveri. Che, in estrema sintesi, è la linea di bilancio che Obama, adesso libero dalle preoccupazioni della propria rielezione, vorrebbe – ma finora molto ha promesso e, per così dire, a sinistra non sempre come è noto poi ha mantenuto, che Ryan ha identificato come la linea Robin Hood per un ri-bilanciamento di quelle che lui stesso ha definito le scandalose inuguaglianze sociali che affliggono il paese.

Lui vuole stanare e far pagare gli evasori fiscali, specie quelli diciamo istituzionali, le grandi corporations (Apple, Google, Microsoft, Pfizer, General Electric...) che inguattano i loro stracolossali profitti all’estero – in Lussemburgo, alle Caymans, in Svizzera (oggi meno...) ecc.,ecc. – per non doverci pagare in questo paese le tasse e vuole far pagare il 35% di tasse., quasi 2 trilioni, 2.000 miliardi di $, altrimenti dovuti sui redditi di impresa e anche tasse più salate poi sull’1% degli americani che le evadono e le eludono detenendo quasi il 90% della ricchezza nazionale e sgravandone di più diciamo più o meno proporzionalmente gli altri.

Resta, e comincia a farsi anche drammatico, il buco nero della presidenza di Obama. Si preoccupa molto, e a ragione, focalizzando attenzioni e misure correttive ad aiutare “classi medie” e “famiglie di lavoratori” che hanno perso decine di punti di PIL dentro un reddito nazionale che è stato spostato, e è stato lasciato spostare, tutto dalla parte di quelli che lui stesso chiama i ricchi.

Ma quanto neanche accenna, nel discorso su bilancio e priorità che a esso lui intende dare, è  quel che alcuni, non troppi poi, hanno con qualche preoccupazione fatto notare: non ha neanche accennato alla situazione e alle condizioni di vita drammatiche di quanti sono proprio poveri qui in America (ne ha parlato di povertà, ma nella parte di politica internazionale, parlando di Africa...

● Già, perché dovrei pagare le tasse per costruire le strade ... se, poi, mi sposto col mio jet privato?   (vignetta)

Ma perché mai, con le mie tasse, dovrei paga,re per costruire strade e ponti... se poi io non li uso neanche?

Fonte: INYT, 4.2. 2015, Patrick Chappatte

Lui – il “presidente dei poveri”: il primo afro-americano a quel posto, figlio di una madre nubile, organizzatore da giovane delle comunità di poveri a Chicago – che in questo paese sono decine di milioni (solo tra giovani e giovanissimi, 16 milioni di bambini americani ormai ci rientrano, uno su cinque) a non avere alcuna possibilità né occasione di migliorare lo stato delle loro condizioni di vita, gente costretta a sopravvivere con due, tre dollari al giorno di una magra assistenza pubblica, spesso anche solo affidata, qui, al buon cuore della gente (New York Times, 2.1.2015, Anand Giridharas, Obama Has Little to Say to the Poor Ai poveri, Obama ha poco da dire http://www.nytimes.com/2015/02/03/   world/americas/obama-has-little-to-say-to-the-poor.html?_r=0#).

Ma, a parte questa chiosa, comunque estremamente significativa, anche noi, come il mondo, staremo a vedere come e quanto stavolta Obama vorrà non solo dire ma anche davvero fare qualcosa sul serio (Guardian, 2.2.2015, D. Roberts e P. Lewis, Obama’s $4tn budget wishlist sets up yet another face-off with Republicans La lista, da 4 trilioni di $, della spesa di Obama, disegna un altro faccia a faccia coi repubblicani http://www.theguardian.com/us-news/2015/feb/02/obama-4tn-budget-wishlist-republicans-block); e Guardian, 2.2.2015, Rupert Neate, Barack Obama sets out plan to tax US companies on $2tn profits held abroad Barack Obama definisce un piano di tassazione dei 2 trilioni di $ di profitti off-shore sulle compagnie americanehttp://www.theguardian. com/us-news/2015/feb/02/barack-obama-tax-profits-president-budget-off shore)...

●Nell’ultimo trimestre del 2014, il PIL è cresciuto della metà del trimestre precedente, che era stato del 5%, a +2,6%, più di mezzo punto sotto la media delle previsioni e ha così ricondotto la media annuale di crescita (quarto trimestre su quarto) a un livello un po’ più basso del 3,1% registrato nel 2013 (US Department of Commerce, 30.1.2015, Advance Estimate of GDP in the 4th Quarter of 2014 Stima preliminare del PIL nel 4° trimestre del 2014 http://www.commerce.gov/news/press-releases/2015/01/ 30/statement-us-commerce-secretary-penny-pritzker-advance-estimate-gdp-f).

Dal punto di vista del peso – reale e psicologico, di massa – di questo dato, che così è evidentemente in ribasso sia nel trimestre che nella performance annuale, sembra controcorrente rispetto all’ottimismo che aveva ripreso qui a dominare il discorso economico.  Ma la maggior parte dei media hanno volutamente continuato a spingere sulla fiducia e la visione speranzosa del futuro prossimo venturo.

Esempio, tipico di questa lettura molto yankee e sempre un po’ facilona della realtà, è il WP che racconta ai lettori come “per tutto il 2014 l’economia è cresciuta al ritmo medio del 2,4%― un passo relativamente svigorito in linea con la lentezza di una ripresa tanto fiacca ormai quanto lunga. Si tratta, però, di un dato relativamente fuorviante. L’inverno durissimo del nord-est americano ha fiaccato pesantemente il dato del primo trimestre (-2,1%). Ma, a partire da quel momento, abbiamo visto i migliori nove mesi di crescita dal 2003 e 2004(Washington Post, 30.1.2015, C. Harlan, U.S. economy grew at 2.6% pace in 4th quarter of 2014 Nel 4° trimestre del 2014 il ritmo di crescita dell’economia americana è stato del 2,6% http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2015/01/30/u-s-economy-grew-at-2-6-percent-pace-in-fourth-quarter-of-2014).

La realtà, però, non è che fuorviante è il dato sul primo trimestre, ovviamente depresso dal freddo intenso dell’inverno scorso. Lo è invece, quel commento ditirambico sui nove mesi seguiti. Perché la crescita del 2° e del 3° trimestre sono in realtà state diretta – e pressoché automatica – conseguenza proprio della debolezza della contrazione del 1°. Senza adesso perderci in una dimostrazione che sarebbe, in fondo, anche se un po’ complessa di semplicissima aritmetica (più..., meno..., uguale...), la rapida crescita del 2° e del 3° trimestre sono spiegate  tutte da quel modesto  risultato del 1°.

A conferma di questo sentire generale, il NYT, che sembra quasi ignorare i dati concreti e parte  in tromba con un paragrafo di inizio articolo a raccontare come “potenziata da una spesa robusta di consumatori sempre più ottimisti, l’economia americana sta emergendo come un’isola di relativa forza nel torpore e nelle turbolenze di buona parte del resto del mondo (New  York Times, 30.1.2015, N. D. Schwartz, Growth Rate Put at 2.6% as Economy Pulls Ahead La crescita attestata a un 2,6% con l’economia che va avanti http://www.nytimes.com/2015/01/31/business/economy/us-gdp-fourth-quarter-economic-output.html?ref= business&_r=0#).

Relativa forza, dice l’articolo? ma sa quel che dice? quando il paragone dell’isola in termini di PIL un po’ più felice – quel 2,5% di crescita annua – vale poi, a ben vedere, solo per l’Europa? Perché la crescita di buona parte del resto del mondo è, in realtà e comunque, più vicina quasi ovunque al 7,4% del tasso cinese che a quello appena appena avviato americano. E dove bisognerebbe pur ricordare che, prima del trionfo pieno del dogma liberista, con la seconda presidenza di Reagan, il tasso di crescita in America era stato dal 1976 al 1978 del 5,2% e anche nel 1983-85 ancora del 5,4%.

Perché Reagan, rigorista col lavoro dipendente e il suo reddito e col welfare, con il sistema militar-industriale e i più ricchi lo fu solo a parole, e anzi fu prodigo triplicando spesa e debito pubblico negli anni della sua presidenza mentre Obama, in questo, ha dato retta agli austeriani (meno di noi, lo ha fato; ma lo ha fatto anche lui) tagliando il deficit di bilancio del 70%, e non riuscendo per colpa/merito di altri, i repubblicani all’opposizione compresi, soprattutto nel 2011 a tagliarlo di più (Bureau of Economic Analysis/BEA [una delle più importanti agenzie del sistema statistico americano, presso il dipartimento del Commercio], National Income and Product Account Tables Reddito nazionale e tavole dei conti della produzione http://www.bea.gov/iTable/iTable.cfm?ReqID=9&step=1#reqid=9&step= 1&isuri= 1).

Insomma: meglio sì... Ma meglio di chi, poi?

GERMANIA

●Sostenuta, in parte, dalla svalutazione di fatto dell’euro su dollaro e yen, e anche sullo yuan cinese, la Germania ha registrato un attivo record di 1.100 miliardi di € negli scambi commerciali del 2014. Ha anche importato di più,“postando”, in ogni caso, un attivo di ben 217 miliardi di €, secondo solo al surplus nello stesso periodo della Cina (notizia di fonte DESTATIS Ufficio Statistico federale tedesco, 2.2015 ▬ https://www.destatis.de/EN/FactsFigures/NationalEconomyEnvironment/ForeignTrade/ Foreign Trade.html).

Ma perfino l’austero Economist a questo punto commenta che la Germania “investe troppo poco – cioè spende troppo poco, anche se non ce la fa a confessarlo proprio così chiaro l’ipocrita settimanale britannico – e, facendolo, fa male all’Europa, al mondo e a se stessa”― quel che, quasi cent’anni fa, già avvertiva sarebbe successo John Maynard Keynes e da anni vanno ripetendo a quella capocciona di Merkel gente come i Nobel Stiglitz e Krugman.

Ai quali, tutti, lei resta sorda e tetragona avendo scelto, però, fideisticamente di dare ascolto solo a quel grullo del suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble – sapete quello che va in giro in carrozzina a rotelle, comprensibilmente perciò ingrugnato e inacidito però a spese altrui e spesso dei meno capaci di autodifesa – e del  suo degno e ortodosso compare cge proprio loro hanno messo a capo della Bundesbank, Jens Weidmann (The Economist, 13.2.2015, The German Economy – No new deal L’economia tedesca – No, niente new deal ▬ http://www.economist.com/news/europe/  21643193-germany-investing-too-littlehurting-europe-world-and-itself-no-new-deal).

●Lo avevano detto, a luglio scorso, le opposizioni e soprattutto i Verdi che la Grande Coalizione stava imbrogliando la gente, quando al governo giuravano che no, che la notizia che cominciava ad emergere su un permesso all’industria per mettersi a cercare petrolio da scisti bituminose facendo fracking fatturazione idraulica meccanica sul territorio federale – fregandosene a questo punto dell’espressa proibizione in vigore – ora propone una legge che lo autorizzerebbe al di sotto anche dei 3 Km. di profondità...

In questo caso ci vorrebbe, è vero, il parere vincolante, però, di un panel di sei esperti nominati dal governo... che chi farà pure peccato a sospettare ha, però, certo ragione pensando che saranno di fatto nominati su input dell’industria e non di chi ha a cuore ambiente e salute della gente (Guardian, 14.2.2015, A. Neslen, Germany moves to legalise fracking La Germania si prepara a legalizzare il fracking http://www.theguardian.com/environment/2015/feb/14/germany-legalise-fracking-shale-gas-hydraulic-fracturing ).

●Il 15 febbraio, i sondaggi hanno immediatamente indicato che, nel Land di Amburgo, i socialdemocratici che fanno capo al sindaco, Olaf Scholz, hanno battuto alle elezioni regionali i cristiano-democratici, rispettivamente con un voto a valanga intorno al 47% per i primi che hanno così eletto ora Scholz a loro Ministepräsident e il peggior risultato di sempre, appena il 16% del voto, per il partito di Merkel.

Il popolare ex sindaco del grande porto anseatico del Nord ora presiederà il nuovo governo regionale con l’apporto, necessario e sufficiente dei Verdi. Gli alternativi anti-europei di Alternative für Deutschland― AfD, secondo i primi exit polls hanno preso il loro primo consigliere regionale col loro 5%, appena bastante per farlo: il primo “successo” del genere fuori delle regioni dell’est del paese dove il partito è nato― da destra, si capisce (Reuters, 15.2.2015, C. Copley e M. Martin, Merkel's conservatives suffer blow in state vote, eurosceptics gain I conservatori di Merkel soffrono un brutto colpo nel voto del  Land mentre vanno avanti gli euroscetici [ma mica tanto, poi: il segno vero di queste elezioni è il successo della sinistra che, con una campagna ben caratterizzata contro la destra invece di perdere voti in questa direzione, perfino qui ne guadagna molti di più: ben sopra le previsioni e così riesce con efficacia a bloccare al minimo l’avanzata di un successo nazionale meno rilevante di quello che tutti invece davano per scontato] ▬ http://uk.reuters.com/article/2015/02/15/uk-germany-politics-hamburg-idUKKBN0LJ 0VQ20150215).

FRANCIA

●La Francia si è scontrata ancora una volta con una marea di incertezza politica grazie all’ennesimo progetto di un’altra riforma economica di tipo austeriano, di quelle che piacciono tanto qui al primo ministro e poco al presidente della Repubblica: ma che lo vedono regolarmente incapace di dire il suo no, qui sempre decisivo. Qui la questione somiglia da vicino a quella nostrana dove ormai da tempo i governi, non solo questo ma questo perfino più di quello di Berlusconi, chiedono di decidere per decreto e non secondo le regolari procedure costituzionali. Anche qui, infatti, il tutto lo risolveranno a colpi di mano di cosiddetta fiducia.      

In questione, la legge cosiddetta Macron, dal nome del ministro dell’Economia che l’ha battezzata è  molto business friendly, liberalizzante ad oltranza e á la neo-cons americana, che andrà ora applicata a diversi settori dell’economia transalpina: orari d’apertura praticamente liberi di negozi e grandi magazzini, l’abbattimento di regole e norme che controllano l’accesso a libere professioni come notaio pubblico o ufficiale giudiziario, semplifica praticamente annullandole, quasi alla jobs act, le difese dei dipendenti nella legislazione del lavoro e apre alla concorrenza le linee di autobus pubbliche a lungo percorso...

E, tanto per confermare anche qui l’analoga ipocrisia di governi nominalmente di sinistra che fanno una politica in sostanza di destra, anche qui l’opposizione al PM Valls e al presidente Hollande che lo lascia fare verrà – ma alla fine sarà impotente – dall’interno della maggioranza di sinistra: che non ha certamente le pa**e anche qui per far cadere il governo e provare a cambiarlo... Poi, c’è la macro-contraddizione di un governo che a Parigi agisce come una congrega neo-cons alla George Bush e, contemporaneamente, a Bruxelles chiede l’alleggerimento delle regole del’austerità. Proprio, e sempre, come quello di Renzi (Stratfor, 17.2.2015, France: Parliament Faces Instability, Again Francia, il parlamento deve ancora fare i conti con ulteriore instabilità https://www.stratfor.com/situation-report/france-parliament-faces-instability-again).

Alla fine la mozione di sfiducia ha preso 234 voti, perdendone alcune decine dalla maggioranza che aveva assicurata in partenza, appena meno di quelli che avrebbero fatto cadere il governo, come hanno confessato in molti tra quanti hanno votato contro la sfiducia solo per non correre il rischio di sottoporsi a un’altra elezione anticipata (New York Times, 19.2.2015, Government Survives Vote of Confidence in France In Francia, il governo sopravvive al voto di fiducia http://www.nytimes.com/2015/02/20/world/europe/ french-government-survives-confidence-vote-in-battle-over-economic-measures.html).    

GIAPPONE

●L’economia giapponese va lentamente zoppicando fuori dalla recessione, come segnalano i dati dell’ultimo trimestre 2014 registrando una crescita dello 0,6% rispetto al trimestre precedente. Adesso, nella terza settimana di febbraio la Banca centrale ha annunciato di non voler aumentare la quantità di titoli che compra sul mercato col programma in atto di facilitazioni quantitative, che è la spina dorsale del tentativo in atto di rompere la spirale deflazionistica nel paese. Diversi economisti si dicono preoccupati che un petrolio ormai così più a buon mercato frenerà proprio l’obiettivo di rilanciare l’inflazione. Ma gli investitori nipponici non sembrano invece, loro, preoccuparsi con l’indice di borsa Nikkei che a Tokyo si impenna fino a crescere di almeno il 15% (The Economist, 21.2.2015).  

●La spesa media per consumi delle famiglie però è caduta, nel complesso del 2014  anno su anno, registrando il primo calo in tre anni e il maggiore dal 2006, secondo un rapporto del ministero degli Affari Interni e delle Comunicazioni (Nikkei Asian Review, 17.2.2015, Japanese consumer spending slow to bounce back after tax hike La spesa per consumi in Giappone tarda a riprendersi dopo l’aumento della tassazione [indiretta, voluto dal governo precedente quello di Abe] ▬ http://asia.nikkei.com/Politics-Economy/Economy/Japanese-consu mer-spending-slow-to-bounce-back-after-tax-hike).

Ma, insistendo nel fare una gran confusione come spesso gli capita quando parla dell’economia giapponese, un articolo del NYT che riferisce anche dell’aumento dei consumi del quarto trimestre al 2,2% anno su anno dipinge un quadro estremamente pessimistico, troppo, della performance dell’economia sotto la premiership di Shinzo Abe. L’articolo dice ai lettori che “l’economia non è cresciuta affatto nel 2014, con due trimestri in recessione che cancellano quasi esattamente la crescita degli altri due in espansione. Da quando, due anni fa, il sig. Abe ha aperto la campagna elettorale, la crescita ha segnato in tutto solo un modesto+1,6%: qualcosa di meno dell’1,8, l’anno prima che andasse al governo(New York Times, 16.2.2015, 15.2.2015. J. Soble, Japan’s Economy Expands, but Less Than Expected L’economia  giapponese cresce, ma meno delle attese http://www.nytimes.com/2015/02/16/busi ness/ japans-economic-growth-weaker-than-expected.html?ref=international&_r=0).  

Solo che, come nota il titolo stesso dell’articolo, a frenare il tutto c’è stato proprio quell’aumento dell’IVA. Una mossa idiota, semplicemente, visto che si trattava di rilanciare spesa e consumi – e Abe ha infatti già cancellato (o, forse, solo rinviato, finora?) la seconda fase dell’aumento che era già stata messa in calendario). Comunque, e andrebbe pur notato, qui il rapporto tra tasso di occupazione e popolazione è cresciuto del 2,2% da fine 2012, quando Abe è arrivato al potere, a fine 2014. Lo stesso fattore negli USA, per dire, dove il NYT rileva il dato manifestando grande preoccupazione... per il Giappone, è cresciuto della metà, dell’1,1% nello stesso periodo, malgrado l’entusiasmo mostrato qui per la metà del dato registrato in Giappone...

Dato che, poi, la popolazione nipponica diminuisce al tasso dello 0,2% mentre quella americana aumenta annualmente dello 0,7%, il fatto appare ai giapponesi come apparirebbe una crescita negli USA del rapporto occupazione/popolazione del 3,1% solo a questo riguardo. Senza neanche contare il vantaggio che da un impatto minore sull’infrastruttura fisica del paese viene dal minore aumento, anzi dalla diminuzione addirittura, della popolazione e dal minor sfruttamento dell’ambiente.

●La campagna del governo Abe, tesa a far ripartire l’utilizzo su larga scala dei reattori nucleari bloccati dal precedente governo dopo il disastro dello tsunami e i gravissimi danni del 2011 al reattore di Fukushima, s’è scontrata con un nuovo pesante ostacolo quando i sensori lì predisposti hanno scoperto nuove fughe radioattive. L’ha comunicato il 22 febbraio la Tokyo Electric Power Co., rivelando livelli di radiazioni improvvisamente arrivati fino a 70 volte il normale, innescando il timore fondato che l’impianto abbia sviluppato altre fughe dopo quelle già tamponate. La compagnia ha súbito chiuso il reattore per prevenire la fuga di altre radiazioni nel Pacifico riuscendo a ridurre quasi immediatamente il livello di fuoruscita radioattiva a 10-20 volte quello normale (NDTV/New Delhi, Fukushima Operator Finds New Source of Radiation Leak Into Sea― La compagnia che gestisce Fukushima scopre nuove fonti di fuoruscita di radiazioni nell’oceano http://www.ndtv.com/world-news/fukushima-operator-finds-new-source-of-radiation-leak-into-sea-742112).

●Il governo, nell’altra sua indefessa campagna per forzare il paese a una politica estera più attiva e assertiva, sta cercando il modo di inviare contingenti delle Forze nazionali di Difesa, le Forze armate cioè del paese, in missioni all’estero per sostenere logisticamente, almeno, l’operatività – cioè, la guerra – di forze armate alleate anche senza la richiesta e il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Nikkei Asian Review, 19.2.2015, Japan eyes allowing SDF dispatch abroad even without U.N. backing Il Giappone mira a consentire alle sue Forze armate di Difesa anche senza il consenso delle Nazioni Unite http://asia.nikkei.com/Politics-Economy/International-Relations/Japan-eyes-allowing-SDF-dispatch-abroad-even-without-U.N.-backing).

Il Giappone, sotto la premiership di Shinzo Abe, sta da tempo cercando il modo per consentire al suo esercito di espandere il proprio coinvolgimento militare globale all’estero... come dalla richiesta da tempo sul tavolo dei governi di Tokyo degli Stati Uniti che, vinta la seconda guerra mondiale contro le armate del Sol Levante, avevano imposto la nuova Costituzione “pacifista” nipponica all’Impero giapponese col Trattato di pace dettato dal pro-console americano vincente, il gen. MacArthur, che ne redasse poi in larga parte personalmente il testo. Ora Abe vuole riprendersi il diritto a esportare e vendere armi e a togliersi di dosso ogni laccio e lacciuolo (Stratfor – Global Intelligence, 19.2.2015, Japan Recon sicers Military Engagement Overseas― Il Giappone riconsidera il suo impegno militare all’estero https://www.stratfor.com/analysis/japan-reconsiders-military-engagement-overseas).

Ma deve sempre superare l’ostacolo che gli pongono gli altri paesi che quel Trattato col Giappone l’hanno firmato e ne esigono il rispetto (Cina, Coree, Filippine: i paesi occupati ed oppressi dalle truppe nipponiche nel corso della seconda guerra mondiale e negli anni che la precedettero), con la Russia che con esso ha poi finora firmato solo una specie di armistizio. Ma poi – e soprattutto – con una vasta opinione interna che resta largamente contraria a sogni, o incubi, di una qualsiasi nuova politica estera espansionista.                                                                         


 

[1] L’11.2.2015, in effetti, la Casa Bianca ha rilasciato il testo di una risoluzione che chiede al Congresso, di fatto al Senato – con ritardo ma finalmente per la prima volta secondo Costituzione da quando nel 2001 George Bush il piccolo attaccò con le sue accuse fasulle l’Iraq di Saddam Hussein – di autorizzare l’esecutivo a fare guerra “allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” (Testo completo della risoluzione, 11.2.2015, sul WP http://www.washingtonpost.com/blogs/post-politics/wp/2015/02/11/obamas-request-for-congressional-authorization-to-fight-the-islamic-state-full-text); e per un commento particolarmente incisivo e carico di interrogativi nel merito, cfr. The New Yorker, 11.2.2015, J. Cassidy, Obama’s War on ISIS: Let the Debate Begin La guerra di Obama all’ISIS: e che il dibattito cominci http://www.newyorker.com/news/john-cassidy/obama-war-isis-debate-begin). 

[2] Che ormai apertamente e dichiaratamente quell’antisionista e antisemita dell’ex capo dei servizi segreti di Israele, chiede al suo paese di far fuori politicamente, approfittando delle prossime elezioni: lo dice chiaro Meir Dagan, capo del Mossad fino a quattro anni fa, accusando insieme ad altri notissimi ex comandanti delle Forze armate del paese le scelte politiche di ricerca dello scontro con tutti, specie con l’Iran ma anche con Obama, di costituire una “minaccia gravis sima e distruttiva per il futuro e la sicurezza stessa di Israele” (Guardian, 27.2.2015, P. Beaumont, Former Mossad head urges Israeli voters to oust Binyamin Netanyahu Ex capo del Mossad chiede agli elettori israeliani di cacciare Binyamin Netanyahu http://www.theguardian.com/world/2015/feb/27/mossad-binyamin-netanyahu-meir-dagan-israel).  

[3] Sul tema diverso, ma in qualche modo analogo, delle sconfitte politiche a ripetizione che l’intransigenza cieca del governo Netanyahu è riuscito a procurare a Israele, l’ultima è l’approvazione, a larghissima maggioranza, del riconoscimento dello Stato di Palestina anche da parte del parlamento italiano, il 27 febbraio...

   Temperata, però, e di fatto anche negata – solo in Italia si riescono a arzigogolare pateracchi simili! – dall’approvazione contemporanea e contraddittoria, con molti meno voti, anche di un altro testo, presentato dai cosiddetti “moderati “ della componente più “sciapa” della maggioranza di governo – che non ha avuto il coraggio di dirgli, come avrebbe dovuto per coerenza, un no secco – che parla solo dell’appoggio a un’intesa politica tra le parti.

   Suscitando, quasi, l’entusiasmo di una ridicola nota dell’Ambasciata di Israele a Roma perché non essendo Israele comunque d’accordo neppure solo a parlarne, l’auspicio non avrebbe mai alcuna pratica conseguenza; e la pernacchia scontata di chiunque – cioè di tutti – coloro che sanno come questo sia proprio il chiavistello che all’accordo per renderlo impossibile ha inchiodato, lui spera una volta per sempre, proprio Netanyahu.

   E questi idioti che scaldano gli scranni del parlamento hanno votato sì sia all’uno che all’altro dei due postulati, ognuno dei quali è la completa negazione dell’altro... E le cose sono due, una peggio dell’altra: o lo sapevano, i mascalzoni che sono, o neanche lo sapevano, questa massa di  gnorri, di nesci o proprio di ignoranti che sono...

[4] Ha detto, già anni fa, Mahmūd Jibrīl, allora primo ministro ad interim di Libia, che Gheddafi, prima di lasciarne il cadavere al linciaggio dei ribelli che se ne presero il merito venne sparato a freddo da un agente dei servizi segreti francesi a loro associato per evitate il rischio che, da un eventuale processo, venissero fuori, prima delle elezioni presidenziali francesi, voci, notizie e documenti sui versamenti, in nero ovviamente, fatti per anni dal rais a Sarkozy (e non solo...) per milioni e milioni di euro (ne aveva, del resto, un anno dopo l’assassinio, subito parlato anche il Corriere della Sera, 29.9.2012, L. Cremonesi, Un agente francese dietro la morte di Gheddafi http://www.corriere.it/esteri/12_settembre_29/ghedd afi-morte-servizi-segreti-francesi-libia_155ed6f2-0a07-11e2-a442-48fbd27c0e44.shtml).

[5] Non diamo qui nessun riferimento specifico ad alcun contributo specifico... Del resto, solo in questo stesso numero della nostra Nota, ne contiamo al momento già almeno quattro: utilissimi...

[6]  Qui ne citiamo solo l’ultimo (dal Guardian, 4.2.2015, J. E. Stiglitz, A Greek morality tale: why we need a global debt restructuring framework – Reform of the erurozone design and the policy frameworks that have resulted in the monetary union’s performance is crucial Un racconto morale o una parabola di stampo ellenico: perché abbiamo bisogno di una ristrutturazione globale di tutto l’inquadramento del debito Perché ormai è cruciale la riforma del disegno dell’eurozona e del quadro di decisioni politiche che hanno dato come risultato questa performance dell’unione monetaria http://www.theguardian.com/business/2015/feb/04/a-greek-morality-tale-global-debt-restructuring-framework).

[7] Certo. Ricordiamo quando, qualche anno fa anche da noi Prodi – niente a spartire comunque, sia chiaro, coi disgraziati che hanno governato e rovinato la Grecia: dal “socialista” George Papandreou, al destro Antónis Samaras – vantava nel 2006 di portare l’Italia alle elezioni avendo rimesso in ordine i conti... e si meravigliava poi per averle perso contro l’azzeccagarbugli perché alla gente non interessava niente se non di crescita, di occupazione e di reddito: tutti dati comunque peraltro già in leggera riduzione...

   Anche qui, come da noi allora, ma già in fase di recessione avanzante, imponendo al paese – e ai più poveri del paese anzitutto – sacrifici inauditi, hanno raggiunto il cosiddetto avanzo primario – l’attivo di bilancio al netto del pagamento degli interessi – malgrado un crollo da vera e propria depressione economica: un surplus che oggi è intorno all’1,5% del PIL, quando gli imbecilli di Bruxelles e Berlino chiederebbero che Tsipras portasse a un 4,5%... cifra senza precedenti storici o quasi. E che è ovviamente impossibile per i greci accettare e, infatti, Tsipras e Syriza – e il popolo greco – rifiutano ora di fare...

[8] Fa notare (maligno?) il blog su Repubblica di C. Clericetti come sia rapidamente sparita dal testo dell’OCSE proprio e solo quella tabella – dicono poi riapparsa anche se un po’ ridimensionata: ma che al 24.2.2015, ore 23:59, non risulta ancora visibile― dice: error page, broken link – che dimostrando poi come “le mitiche riforme strutturali siano inutili per superare la crisi, se non addirittura dannose, sia stata considerata inopportuna, specie in questi momento cruciale della trattativa proprio con la Grecia”.

   E particolarmente sfortunato poi sembra il titolo dato alla tabella dall’OCSE stessa, “il frutto delle riforme” che dimostra soltanto la rovina che esse hanno portato alla Grecia... Ma la sera del 24 febbraio stesso, Ezio Mauro, direttore abbastanza banale di Repubblica, evidentemente distratto, ricordando (nel programma di marte, su la 7, delle ore 21 ▬ http://www.polisblog.it/post/299574/dimartedi-puntata-24-febbraio-2015-anticipazioni-ospiti-diretta-mauro, che secondo un recente sondaggio l’Italia è nell’ordine il secondo paese più scettico ormai verso l’Europa fa osservare che noi siamo reticenti perché proprio contrari alle, come dice lui, forse un po’ distratte, necessarie riforme di struttura...

   Gli consigliamo noi, da attenti lettori, di leggere quel che esce ogni tanto – mica sempre – proprio su Repubblica, documentato puntualmente come qui nella riproduzione e nella presentazione di questa tabella di fatti che ne smentiscono duramente le letture superficiali...  Come la sua.   

[9] Tre tra i massimi istituti di politica internazionale d’America, cosiddetti think tanks (l’Atlantic Council – filiazione in realtà pseudo indipendente del Consiglio Atlantico creato e finanziato dall’Alleanza stessa...; il Chicago Council – istituto analogo, di impronta però solo statunitense; e la Brookings Institution, l’unico dei tre ad essere però un vero istituto di ricerca e di studio, anche se anch’esso nettamente di parte), hanno pubblicato in tempo appena utile per presentarlo alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di cui stiamo parlandovi uno studio intitolato – ma non di analisi, in realtà già programmaticamente prevenuto e dal titolo stesso predeterminato – Preserving Ukraine’s Independence, Resisting Russian Aggression: What the United States and NATO Must Do Preservando l’indipendenza dell’Ucraina, resistendo l’aggressione russa: quel che devono [non dovrebbero..., non possono..., non potrebbero...] fare gli Stati Uniti e la NATO [la stessa cosa, no?] http://www.thechicagocouncil.org/sites/default/files/UkraineReport_February2015_FI  NAL.pdf?utm_content=buf f ere6681&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer).

[10] Il generale Muzhenko, nel video anche qui documentato, parlava – in netta contraddizione con la favola raccontata dal governo di Poroshenko – intervistato in diretta sul canale televisivo privato Kanal 5 – si chiama proprio così – di proprietà personale da anni dello stesso presidente Poroshenko che già lo possedeva prima di essere eletto, anche sotto la presidenza dell’estromesso Yanukovich; e Poroshenko non ha mai consentito a mettere in vendita, né in amministrazione controllata e tanto meno a lasciar liquidare, questa sua proprietà, per il netto e evidente conflitto di interessi che pure rappresentava...

   Si è opposto infatti con ogni mezzo, facendo anche leva sul precedente che tutti conosciamo e che l’Italia, con Berlusconi e chi glielo ha consentito da D’Alema in poi tutti i presidenti del Consiglio e tutti i presidenti della Repubblica, ha insegnato al mondo...

[11] Che, pur rifiutando per rigore garantista un po’ peloso – perché non sempre sulla rivista poi davvero onorato – di pubblicare tutta la lista ma rendendo noti solo i nomi “di chi ha avuto la possibilità di chiarire la propria posizione”, comunque poi, pur così depurata, la lista la pubblica: L’Espresso, 13.2.2015, SwissLeaks, I conti neri della Svizzera. Ecco chi c’è nella lista Falciani http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/02/08/news/fisco-ecco-chi-c-e-nella-lista-falciani-italiani-e-stranieri-con-i-soldi-in-svizzera-1.198417).