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     03. Nota congiunturale - marzo 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari

 

 

 

1.3.2014

(chiusura: 28.2.2014, 19:22

 

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che esistessero tra lettere e/o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc381381093 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc381381094 \h 1

Il bus a due piani: ecco quando davvero viene utile!...   (vignetta) PAGEREF _Toc381381095 \h 2

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) PAGEREF _Toc381381096 \h 3

Diversa è la democrazia, per i diversi da noi...   (vignetta) PAGEREF _Toc381381097 \h 7

Il raccolto del diavolo    (vignetta) PAGEREF _Toc381381098 \h 9

in America latina.. PAGEREF _Toc381381099 \h 14

in CINA.... PAGEREF _Toc381381100 \h 16

nel resto dell’Asia.. PAGEREF _Toc381381101 \h 17

EUROPA.... PAGEREF _Toc381381102 \h 22

In Ucraina: dove tutto è restato com’era... (mappa etnico/politica) PAGEREF _Toc381381103 \h 33

La Svizzera! La Svizzera!... La Svizzera... è una nazion...   (2 vignette) PAGEREF _Toc381381104 \h 41

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc381381105 \h 43

Lo stato dell’Unione   (vignetta) PAGEREF _Toc381381106 \h 43

GERMANIA.... PAGEREF _Toc381381107 \h 50

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc381381108 \h 50

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc381381109 \h 51

No, ci bastano! nessun’altra Fukushima… (vignetta) PAGEREF _Toc381381110 \h 53

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di marzo 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza;

• il 9, in Colombia, elezioni legislative;

• sempre il 9, El Salvador ballottaggio per le presidenziali;

• il 16, elezioni politiche generali in Guinea-Bissau;

10-11, all’Unione europea, riunioni dell’Eurogruppo e dell’ECOFIN;

18 marzo, per l’Eurozona, e tutta l’Unione in realtà, scatta l’appuntamento con la sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità dell’MSE, il meccanismo europeo di stabilità deciso dal Consiglio dell’Unione, compresa la Germania di Merkel che fece però molta resistenza: e che ora è stato denunciato come illegittimo da alcuni deputati e privati cittadini tedeschi di fronte alla Corte stessa;

20-21, Consiglio europeo;

23, Francia, elezioni municipali (secondo turno di ballottaggio, il 30 marzo);

30, Turchia, elezioni municipali;

• dal 30 marzo al 10 aprile, censimento a Myanmar, la vecchia Birmania: esperimento e novità assoluta carica di rischi, perché non centrato come saggiamente era stato suggerito ma non è stato ascoltato proprio sulle questioni di demografia pura, ma incardinato – anche – su tematiche specie qui estremamente rischiose, rissose e cariche di esplosività, di prodromi di guerra civile allargata: etnie, religioni, cittadinanze diverse...

Sta venendo in primissimo piano, quando congelando quando arroventando il pianeta, con una mole schiacciante di morti e di distruzione, l’effetto del cambiamento climatico che, preso globalmente, ha ricadute mortali e di massa anche su fattori come fame e malattie.

Nell’estremo nord del mondo, sia in Alaska che in Groenlandia, la temperatura si è fatta abnorme in modo elevato quanto mai rispetto alla norma usuale (ClimateProgress, 8.2.2014, Ryan Koronowski, Hot Alaska, Cold Georgia: How The Shifted Polar Vortex Turned Winter Upside-Down Alaska rovente e Georgia (USA) fredda: come lo spostarsi del vortice polare ha rovesciato l’inverno a testa in giù http://thinkprogress.org/climate/2014/02/ 8/32667 31/hot-alaska-cold-georgia-polar-vortex); ... Oslo non ha mai avuto a memoria un Natale più caldo (Guardian, 9.2.2014, Climate change: weather of Olympian extremes Cambiamento climatico: un tempo da estremi olimpici http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/feb/09/leader-climate-change-weather-olympian-extre mes); ... e tutta una serie di incendi forestali hanno devastato, questo inverno, l’artico norvegese (WorldPress.com, 30.1.2014, Arctic Wlildfires in Winter: Norway Experiences Freakish Historic Wildfires in January― Incendi selvaggi d’inverno: la Norvegia sperimenta una serie di storicamente anomali incendi selvaggi a gennaio http://robertscribbler.wordpress.com/2014/01/30/arctic-wildfires-in-winter-norway-experiences-freakish-historic-wi ld- fire-in-january).

Poi c’è, naturalmente, la siccità devastante in California e altrove nel West americano, ormai per il  terzo anno consecutivo e secondo molti resoconti la peggiore dai tempi della scoperta dell’America (New York Times, 9.2.2014, Blain Roberts e Ethan J. Kytle, The Dust Bowl Returns Nel profondo Sud  torna la siccità http://robertscribbler.wordpress.com/2014/01/30/arctic-wildfires-in-winter-norway-experiences-freakish-historic-wil dfire-in-january) che ormai non potrà non portare al rialzo del prezzo degli alimentari. E a Sochi si registrano adesso, a febbraio, nel corso delle olimpiadi invernali temperature ben sopra la norma stagionale che vanno creando problemi imprevisti e seri di liquefazione della neve che gli organizzatori avevano immagazzinato con cura (New York Times, 7.2.2014, Porter Fox, The End of Snow? La fine della neve? http://www.nytimes.com/2014/02/08/opinion/sunday/the-end-of-snow.html?_r=0).

Per buona misura le alluvioni che hanno sconvolto in Europa Gran Bretagna e Italia, per dire – e non solo quest’anno – s’è anche accompagnato all’ondata di secca terrificante che adesso a gennaio ha sconvolto l’Australia con punte di aridità estrema da record (Sidney Morning Herald, 20.1.2014, P. Hannam, Heatwave 'one of the most significant' on record, says Bureau of Meteorology L’Ufficio meteorologico registra che l’ondata di calore in atto è una delle più significative di sempre http://www.smh.com.au/environment/weather/ heatwave-one-of-the-most-significant-on-record-says-bureau-of-meteorology-20140120-314od.html) e parti vaste del Brasile (Financial Times, 5.2.2014, Emiko Terazono, Neil Hume e S. Morton-Clark, Brazil’s heatwave sparks barista anxiety L’ondata di caldo in Brasile accende l’ansietà del barista [il prezzo del caffé] ▬ http://www.ft.com/intl/ cms/s/0/e6dc4d96-8e67-11e3-98c6-00144feab7de.html#axzz2tIUCFWbR).

● Il bus a due piani: ecco quando davvero viene utile!...   (vignetta)

 

Fonte: INYT, 14.2.2014, Patrick Chappatte

Se le piogge non riprendono presto, la municipalità di São Paulo, la megalopoli industriale del Planalto brasileiro nel Sud del paese, paventa di poter restare a breve senza riserve d’acqua (ClimateProgress, 7.2.1214, E. Atkin, Amid Epic Drought, South America’s Largest City Is Running Out Of Water― In mezzo a una siccità epica, la più grande città dell’America latina sta finendo le riserve d’acqua ▬ http://thinkprogress. org/climate/2014/02/07/3267351/brazil-epic-drought).

Infine, in questa lista parziale delle catastrofi che ci stiamo scatenando contro nel futuro prossimo venturo, c’è la trasformazione in corso sempre più accelerato in fogna a cielo, letteralmente, aperto dell’atmosfera nella quale stiamo rovesciando ogni giorno una novantina di milioni di tonnellate di gas di scarico. James Hansen, climatologo famoso della Columbia University che nessuno ha mai neanche provato a smentire (neanche la grande industria del combustibile fossile...!), calcola che l’inquinamento di origine umana o risalente all’attività umana così come la svolgiamo da tempo, intrappola nell’atmosfera ogni ventiquattr’ore il calore che sarebbe rilasciato da qualcosa come 400.000 esplosioni nucleari della portata di quella di Hiroshima del ’45 (provocato da una bomba che produsse meno di 20.000 tonnellate di equivalente tritolo).

Riscaldamento che, ha fatto sempre notare Hansen (al cui sito costantemente alimentato da argomentazioni sagaci e documentazione di altissima affidabilità qui rimandiamo ▬ http://www.columbia.edu/~jeh1) ha assorbito circa 1/3 dell’anidride carbonica che abbiamo prodotta e che sta scatenando il caos negli ecosistemi in bilico, tra di loro sempre reciprocamente, sul pianeta. Il tutto minaccia, comunque fragilizza e precarizza, il tessuto di specie viventi con le quali condividiamo lo spazio, alla fine delimitato, di questo pianeta e il futuro stesso della cosiddetta “viabilità”, cioè dell’effettiva agibilità, del nostro futuro. E’ la nostra stessa sopravvivenza, insomma, che è messa davvero in dubbio...

Insomma, è chiaro, per chiunque voglia aprire gli occhi e vedere, che il pianeta è già in stato di disordine climatico grave. Le forze apertamente e/o surrettiziamente schierate contro ogni tentativo di intervento – i poteri forti – sono possenti e sembrano spesso anche onnipotenti. Sbagliava chi aveva, già da anni, parlato di un limite dello sfruttamento di combustibile fossile cui si sarebbe già giunti (TomDispatch, 9.2.2014, M. T. Klare, Peak oil is dead, Long  live peak oil! Lo sfruttamento del petrolio è al top, Viva lo sfruttamento del petrolio al top! http://www.tomdispatch.com/blog/175791/michael_klare_peak_oil_obits).

Avendo costruito la nostra civilizzazione globale su una continua e ininterrotta fornitura di combustibile fossile, e considerando gli interessi che intorno a questa scelta si concentrano, l’attrazione come si potrebbe dire gravitazionale del carbonio su tutto il pianeta è ormai, letteralmente, come si è visto e documentato, sconvolgente. Ma, non a chiacchiere, nella realtà nessuno sceglie di contrastarlo e nessuno, che potrebbe farlo, davvero lo fa.

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais)

In Libia, la violenza mirata che fino a tempi recenti era limitata all’est del paese, la zona di Bengasi, ha cominciato ormai ad allargarsi in tutto il paese. Dozzine di morti in scontri sporadici ma anche ripetuti tra le tribù dei Tebu e degli Awlad Sulayman, nel centro-sud sahariano del paese, a Sebha e Murzuk, antichi centri di vettovagliamento e di smistamento delle carovane trans-sahariane Le tensioni politiche sono montate dopo un tentativo fallito di far passare un voto di sfiducia contro il premier Ali Zeidan e vociferanti dimostrazioni per lo scioglimento del Congresso entro il 7 febbraio.

Nell’est del paese, in Cirenaica, restano chiusi i terminals principali per l’export del greggio mentre cresce sempre più assertivo il movimento di tendenza frazionista-federalista, contro i tentativi di accentramento, del governo di Tripoli (International Crisis Group, 1.2.2014, #126, Lybia’s ongoing  crisis La crisi continua della Libia http://www.crisisgroup.org/en/regions/middle-east-north-africa/north-africa/libya.aspx).

Intanto il governo centrale, specifica Zeidan (che lui stesso fu, mesi fa, sequestrato per diverse ore da un gruppo di miliziani jihadisti e poi un po’ misteriosamente rilasciato), ha ordinato all’esercito – o meglio all’accrocco di milizie che tale si definisce col consenso del potere centrale – e da circa due settimane: il che vuol dire, ovviamente, che l’ordine non ha avuto effetto... finora, di liberare i porti dell’est per rendere di nuovo possibile l’export di greggio, essenziale per la sopravvivenza dell’economia del paese (Weekly Daily News, 3.2.2014, Libya army ‘has orders to end oil port blockades’: PM Dice il premier che l’esercito libico ha l’ordine di “far cessare il blocco del greggio nei porti del paese”http://weeklydailyn ews. com/libya-army-has-orders-to-end-oil-port-blockades-pm). Finora, in realtà e a dire il vero, Tripoli non aveva mai dimostrato né la volontà né la capacita di metter fine alla paralisi dell’export.

Poi c’è stata anche la farsa del colpo di Stato proclamato come avvenuto con successo in Tv dal magg. gen. Khalifa Hifter, già uomo di punta di Gheddafi fino alla guerra al Ciad che non riuscì a vincere e dopo la quale oltre vent’anni fa, si rifugiò in esilio in... America, confermando ovviamente i dubbi che il rais aveva sulla sua lealtà ma salvando così la testa e tornando nel 2011 per unirsi alla rivoluzione contro il colonnello. Solo che, dopo la proclamazione fatta copiando lo schema di El Sisi in Egitto, qui non se lo è filato nessuno (New York Times, 14.2.2014, In Lybia, a Coup. Or Perhaps Not In Libia un golpe. O forse no http://www.nytimes.com/2014/02/15/world/middleeast/in-libya-a-coup-or-perhaps-not.html?_r=0).

●La produzione di greggio petrolifero è crollata in Libia da 570.000  barili al giorno a non più di 230.000, molto meno della metà, al 20 febbraio con il blocco del campo petrolifero di el-Sharara paralizzato da una serie di proteste. Lo rileva un portavoce della NOC, la compagnia petrolifera nazionale (Al Jazeera, 23.2.2014, Libya oil output dives after key field shut La produzione di petrolio libico affonda dopo la chiusura di un giacimento chiave http://www.aljazeera.com/news/africa/2014/02/libya-oil-output-dives-after-key-field-shut-2014223153123479374.html).

In Turchia, l’esercito ha reso noto di aver attaccato e distrutto, nel nord della Siria, un convoglio che trasportava uomini e armi appartenente allo Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (quasi tutta l’area attuale di Libano, Siria, Palestina e, anche, un bel pezzo di Giordania, chiamato anche ISIS): senza l’accordo, ma certo col gradimento per lo meno tacito, anche di Assad e un’azione mirata a limitare l’influenza dei jihadisti fra i ribelli siriani (The Economist, 30.1.2014).

Si tratta del secondo attacco dichiarato di forze turche contro un obiettivo identificato e dichiarato come di al-Qaeda nel corso dell’ultimo anno. Le forze armate, che agiscono senza eccezioni sempre in rappresaglia contro gli attacchi che colpiscono il loro territorio di regola li imputano a truppe o milizie governative siriane che diventano i loro bersagli di rappresaglia. Ci sono state voci adesso che anche a Istanbul e Ankara si sono levate a criticare la libertà di movimento e di transito che il governo Erdoğan ha lasciato alle formazioni jihadiste per recarsi in sicurezza in Siria. E, adesso, anche il suo governo pare cominciare a ripensare a questa tattica spregiudicata e ad apprezzare i limiti di una tolleranza forse, tutto sommato sconsiderata per le loro tattiche suicide e omicide.

Sempre in Siria, dichiarazione solenne di presa di distanza, e anzi di ostilità esplicita, da parte di al-Qaeda e del suo principale leader dopo la scomparsa di Osama bin Laden, l’ex medico egiziano al Zawahiri. In una dichiarazione del 2 febbraio il quartier generale del terrorismo jihadista, sempre a cavallo tra Afganistan e Pakistan, e sempre dotato dei suoi mille tentacoli, ha scomunicato la filiale nota come Stato islamico dell’Iraq e della Siria (o del Levante― ISIL ): “che mai lo aveva del resto informato della sua creazione e mai dalla centrale era stato accettato”. ISIL, dunque, “non è una branca di al-Qaeda che con essa non ha alcun legame e dei suoi atti non è responsabile(AlJazeera, 3.2.2014, Al-Qaeda disowns ISIL rebels in Syria Al-Qaeda disconosce e rinnega i ribelli di ISIL in Siria http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/02/al-qaeda-disowns-isil-rebels-syria-2014238585835 1969.html).

Si tratta del riepilogo ufficiale di diverse altre dichiarazioni di Ayman al-Zawahiri che aveva ordinato ripetutamente all’ISIL di ritirarsi dalla Siria, di confinare le sue azioni di guerra all’Iraq contro quel governo sci’ita e ha designato ufficialmente – questi signori sono sempre molto ufficiali, molto formali, più spesso anche dei governi che essi contestano con le armi e il terrore – il Fronte al-Nusra come il suo referente in Siria. Ma ISIL ha rifiutato di obbedire.

L’obiettivo dichiarato dell’ISIL è, invece, quello di unire in un unico grande emirato – il comando di chi detiene l’autorità riconosciuta, nei fatti e non di per sé di diritto, di emettere un ordine (un amr) e di vederlo eseguito – Iraq, Siria e Libano (la Grande Siria) e, per farlo, sta facendo attivamente la guerra contro gli altri gruppi che, come ad esempio proprio al-Nusra― il Fronte per la vittoria del popolo siriano, che sta anche agendo per il rovesciamento del regime di Assad.

C’è, come sempre, chi arriva al retropensiero di far rilevare come non arriveranno mai a rovesciare Assad coloro che combattono in Siria col fine universalista-islamista dell’ISIL che in quel paese non è mai stato apprezzato perché anzi così rafforza proprio la presa di Assad su tutte le minoranze che, insieme, in quel paese fanno quasi la maggioranza. La vera questione oggi pare quella, dopo la inequivocabile sconfessione al-qaedista è chi paga, in termini proprio di sostegno finanziario, per le operazioni sul campo di ISIL in Siria. Che non sembrano perdere di vigore e efficacia, di persistenza e ferocia, per il rifiuto subito da al-Qaeda. Il che attesta di una continua evoluzione in atto della galassia del terrorismo jihadista.

●Vale la pena di analizzare tanto per le fonti autorevolissime da cui vengono quanto per la stoltezza pericolosa che evidenziano, alcune valutazioni venute in questi giorni da Washington sulla Siria.  Sono diverse e forti le indicazioni che stanno a mostrare come il regime del Ba’ath di Damasco tenga. Basti vedere come in pratica tutte le corrispondenze sulla guerra in atto si soffermino ormai soprattutto sugli scontri in atto ad Aleppo, rimasta a lungo sotto il controllo anche militare dei ribelli. Cioè, governo e suoi alleati stanno oggi portando la guerra in casa degli oppositori e dei loro alleati.

Questa situazione nel campo della sicurezza percepita e reale ha suscitato in questi giorni due commenti americani di alto livello, dicevamo. Il 4 febbraio, il segretario di Stato John Kerry ha duramente denunciato l’uso delle cosiddette bombe-barile, una specie di ordigni esplosivi improvvisati gettati dagli elicotteri. E ha bollato il congegno come, semplicemente, “barbarico”. In realtà, a parte la sua curiosa distinzione fra barbarie omicida e barbarie assassina, l’unica vera rivelazione che così fa Kerry è che questi elicotteri che lasciano cadere barili di 200 Kg. carichi di esplosivo da 200 m., i ribelli non sono proprio in grado di abbatterli.

Denota cioè una carenza di armamenti anti-aerei, di quelli tipo bazooka, o i cosiddetti stinger che si usano a spalla e che, per esempio già vent’anni fa si dimostrarono utilissimi, letali, usati dai mujaheddin contro i russi. Strumenti che, sul libero mercato degli armamenti, sono sempre largamente  disponibili, pagando. E per usare i quali basta un addestramento appena sgrezzato ma, certo, motivato. Che qui, al contrario dei mujaheddin afgani, sembrano considerare, però... “poco virile”.

Quarantotto anni fa il Vietnam utilizzò lo stesso tipo di bombe-barile nella guerra con cui sconfisse in Cambogia il regime degli Khmer rossi, dimostrando come utilizzate così, consegnandole in pratica a mano facendole cadere dal’alto e da bassa quota, sembrano più precise delle consuete bombe a gravità costruite in ferro. Di fatto, dicono gli esperti  costituiscono le bombe “intelligenti” – come è stato ben  osservato da uno studioso di sistemi di armamenti – dei paesi poveri (The Daily Star/Beirut, 15.1.2014, Regime advances near Aleppo― Il regime avanza vicino ad Aleppo http://www.dailystar.com. lb/News/%20Middle-East/2014/Jan-15/244084-regime-advances-near-aleppo.ashx#ixzz2sTMiWwxQ).

Naturalmente, Kerry, dopo i suoi anni ruggenti di giovanissimo veterano decorato diventato oppositore alla guerra del Vietnam, integrato e integrante com’è ormai da decenni nel sistema di non sequitur politico a suo modo inflessibile e coerente dell’establishment, si è ben guardato dallo spiegare perché e come l’uso delle bombe-barile sia più “barbaro” di quello delle bombe a gravità utilizzate dai droni e ancor più “barbaro” delle bombe al fosforo di ieri a Fallujah o dei milioni di tonnellate di napalm che gli USA usarono dal 1965 al 1973 in Vietnam, Laos e Cambogia (History.com (dossier) Weapons of the Vietnam War Le armi della guerra del Vietnam  ▬ http://www.history.com/topi cs/weapons-of-the-vietnam-war) e adoprano attivamente ancor oggi in Yemen… Ma tant’è.

Il secondo commento americano in arrivo sul tema Siria, anch’esso nominalmente autorevole, è venuto dal direttore dell’Intelligence nazionale, James A. Clapper, che se n’è uscito dicendo – ed è vero – di come Assad sia uscito rafforzato da questa fase della guerra civile e di come sia stato salvato – ed è non tanto falso quanto sciocco concluderlo – solo dall’accordo sulla distruzione delle armi chimiche raggiunto tra USA e Russia (New York Times, 4.2.2014, M. R. Gordon e M. Mazzetti, U.S. Spy Chief Says Assad Has Strengthened His Hold on Power Il capo degli spioni americani afferma che Assad ha rafforzato la presa che ha sul potere http://www.nytimes.com/2014/02/05/world/middleeast/us-representative-to-syrian-opposition-is-retiring.html?partner=rss&emc=rss).

Conclusione che ignora, o meglio fa finta di ignorare, quello che tutti sanno: che, cioè, già da parecchio prima di quella data l’opposizione in Siria aveva fallito. Il fatto è che non c’è mai stata, in realtà, una opposizione ma tante, separate, frastagliate e divise che fanno sempre a botte tra loro piuttosto che impegnarsi contro le forze ba’athiste. Non si sono mai coordinate tra loro e non hanno mai accettato di provare a costituire un comando unico.

L’accordo sulla distruzione dell’arsenale chimico non ha mai avuto niente strettamente a che fare con la guerra civile in sé e con le sorti del regime di Assad, con buona pace di un’intelligence assai poco davvero intelligente. Le due cose si sono mosse sempre in parallelo ma sempre separatamente e mai legate l’un l’altra. Invece di mettere i due fatti sotto la lente di ingrandimento di un’analisi appena seria, il ten. gen. in pensione dell’aviazione J. A. Clapper – uno che con l’intelligence ha sempre sguazzato ma mai niente davvero ha capito[1], se non forse di quella che si chiama specificamente Sigint: signal intelligence, non quella delle informazioni che derivano da fonti umane, politiche o altre.

Solo quella dei segnali elettronici, di cui è da sempre signore e donno e grande fautore― insomma il più grande tifoso delle lunghe orecchie elettroniche della NSA e capisce solo quella. E’ lui che qui ha messo in rapporto di causa-effetto l’uscita delle armi chimiche e la salvezza di Assad, senza neanche sentire il bisogno di spiegarne un nesso né logico, né politico, né cronologico. Proprio alla ipse dixit, insomma…

In realtà, il miglioramento evidente della situazione per Assad non è dovuto in niente alla rimozione – per ora ancora parziale, ma non per sua colpa – delle armi chimiche. Ma a una più efficace assistenza da parte dei russi, degli iraniani, e forse soprattutto, operativamente, delle milizie Hezbollah schierate sul campo accanto all’esercito regolare e dell’abissale inettitudine della guerriglia sul campo.

Va ribadito: il disarmo dell’arsenale chimico di Damasco ha come effetto unico ed effettivo un calo rilevante della minaccia potenziale per Israele, anche se l’ottusità di Netanyahu non consente al regime di Tel Aviv di capirlo e tanto meno di ammetterlo. Dalla distruzione, al momento, ha tratto cioè giovamento soprattutto Israele. Ma anche tutte le minoranze, specie quella dei cristiani maroniti che in Siria vedevano con angoscia l’approssimarsi del giorno in cui i fondamentalisti jihadisti avevano promesso di distruggere tutte le vestigia della civilizzazione non e pre-islamica che è antichissima e diffusissima in quel paese. Tutte le sue manifestazioni che non si piegassero ai dettami della shar’ia per ogni abitante di un territorio proclamato musulmano…

●Intanto a Ginevra vanno avanti – si fa per dire – i colloqui della conferenza di pace dove le delegazioni delle controparti siriane si parlano finora – al meglio – una sulle teste dell’altra. Ora, però, il 9 febbraio e del tutto a sorpresa la coalizione dell’opposizione ha presentato una proposta di transizione che, per la prima volta, non menziona neanche – e, viene spiegato ai media, non a caso – la necessità di concordare da subito l’esclusione del presidente Assad dal processo. Il resto della proposta, in 24 punti, tanto nuovo non sembra come non sembra neanche particolarmente aperto alle sensibilità e alle idiosincrasie del governo.

E’ un tono radicalmente diverso e anche qualche poco rischioso perché scommette, forse, senza avere alcuna garanzia sul fatto di riuscire a mantenersi almeno in apparenza, su questa posizione almeno apparentemente nuova, da parte delle componenti più fondamentaliste e estremiste. Lo scopo dichiarato di chi tra i ribelli è riuscito, al momento, a prevalere è quello di disinnescare i dubbi dei sostenitori occidentali (gli americani, gli “amici della Siria”...) che ancora restano ai ribelli.

Comprensibilmente tenuti distanti, anche nell’accesso ad aiuti finanziari e concreti almeno su larga scala, dall’estremismo jihadista cui invece sono apertamente propensi emiri e sceicchi del Golfo. Ma una proposta mirata a cercare di riaprire un dialogo con l’altra grande potenza, la Russia, che ha sempre appoggiato Damasco: ma non perché a rappresentarlo sia Assad – Mosca lo ha sempre ripetuto, sia ufficialmente che in camera caritatis – ma perché è Assad ad esserne legittimamente alla testa

    (New York Times, 12.2.2014, A. Barnard e N. Cumming-Bruce, Syrian Rebels Sketch Peace Plan that Omits Demands for Assad’s Ouster I ribelli siriani [ma, adesso e al solito, si tratta certo di vedere chi, qui, parla davvero per chi e non solo quanto dice ma quanto conta, nei fatti, quel che dice chi] abbozzano un piano di pace che omette le loro pretese [usuali] dell’estromissione di Assad http://www.nytimes.com/2014/02/13/world/middleeast/ syria.html?_r=0; e Dichiarazione di principi, presentata alla Conferenza di Ginevra dalla Delegazione dell’Opposizione siriana, 9.2.2014 ▬ cfr. http://www.nytimes.com/interactive/2014/02/12/world/middleeast/13syria-statement.html? _r=0) .

● Diversa è la democrazia, per i diversi da noi...   (vignetta)

 La democrazia in Medioriente; all’americana?  o  alla Cremlino?

Solo per ebrei,      Solo per i wahabi –   Genocidio in Siria

niente arabi          no donne, no sci’iti   Genocidio in Chechnia

                                                           Massacro serale in Egitto

Fonte: Khalil Bendib, 20.2.2014

Alla fine, però, dopo tre settimane di incontri/scontri ma mai di vero negoziato, si sono detti addio come era stato del resto previsto senza combinare nulla i convocati a Ginevra. Lo riconosce, chiedendone scusa al popolo siriano, a nome dell’incapacità di tutti a fare un passo avanti concreto, il negoziatore capo dell’ONU, Lakhdar Brahimi (AlJazeera, 15.2.2014, Syria peace talks end in deadlock Finisce in stallo il dialogo di pace sulla Siria http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/02/syria-peace-talks-end-deadlock-2014215112455622202.html) chiedendo a tutti di tornare a casa, a questo punto, per arrivare a decidere quel che vogliono fare.

Subito dopo la fine dei colloqui, il Consiglio militare supremo del Libero esercito siriano – i filoamericani su cui sta aumentando la pressione di Washington perché rompano i ponti coi jihadisti fanatici che, però, in Siria effettivamente combattono contro Assad – ha subito licenziato il brig. gen. Salim Idriss, che coi sauditi avevano scelto proprio loro, col col. Abd al-Ilah al-Bashir come capo di Stato maggiore dello stesso Consiglio militare.

Ha detto un portavoce che a Idriss è stata imputata “inefficacia” di comando e “incapacità” di ristrutturare le forze che aveva a disposizione

    (C’è chi parla apertamente, riprendendo e citando fonti interne allo stesso Esercito libero, di un vero golpe interno, ordito dagli elemosinieri sauditi, con l’assenso quasi distaccato degli USA: lo riporta, il Carnegie Endowement for International Peace che, con Aron Lund, intitola proprio la sua notizia del 17.2.2014, A Coup in the Supreme Military Council? Un golpe nel Consiglio supremo militare? http://carnegieendowment.org/syriaincrisis/?fa=54537; e altre fonti, più asetticamente si limitano a dare la notizia, senza mettersi a qualificarla: per assenza di informazioni o per assenso, invece, alle scelte fatte dai grandi protettori non è ancora chiaro – lo scontro sembra in realtà essere stato causato dal fatto che Idriss abbia cercato di rimpiazzare il sostegno saudita con quello del Qatar – Syria Live Blog, 17.2.2014, Rahul Radhakrishnan, Free Syrian Army has sacked its military leader L’esercito libero siriano licenzia il suo leader militare http://live.aljazeera.com/Event/Syria_Live_Blog).

Col collasso del primo e del secondo round del negoziato a Ginevra, questa rimozione di Idriss conferma e certifica il fallimento a ogni livello, in sostanza, del disegno politico che la diplomazia americana nutre per la Siria. Non c’è nessuna delle parti o delle sue componenti che dica di aver fiducia negli USA e lo stesso voto che ha rimosso Idriss conferma il no alle suggestioni che vengono da Washington.

Tutti gli indicatori puntano oggi a uno spostamento di strategie sulla Siria, dove Russia ed Iran sono ormai schierati direttamente contro Arabia saudita e suoi alleati arabi come principali antagonisti. Agli USA continuerebbe, perché di fatto è già così, a spettare il ruolo di puntello, più o meno riottoso e recalcitrante e anche qualche po’ vergognoso, di sostegno ma come in secondo piano agli impresentabili sauditi: disdicevoli, certo, per chi si riempie la bocca di diritti umani... ma solo quando poi gli fa comodo.

Ma poi, e anzitutto, russi e iraniani, rispetto a americani e sauditi, hanno comunque più esperienza e successi recenti nel combattere e far fare la guerra per procura a loro surrogati come li chiamano abbastanza sprezzantemente, cosa che gli americani su larga scala non praticano più dai tempi della guerra scatenata in Afganistan contro i sovietici affidata allora al “combattente della libertà” Osama bin Laden (vedi qui sopra le confessioni di Zbigniew Brzezinski in Nota no.3 a fondo pagina).  

La verità è che gli USA sembrano aver avuto successo nel capolavoro di alienarsi tutte le proprie alleanze storiche nel Medioriente senza neanche aver mai cambiato davvero politica verso Tunisia, Egitto, Siria e aver seminato dubbi nei propri rapporti con Giordania, Libano e anche Israele...

In Yemen, il gruppo di lavoro presieduto dal presidente della Repubblica Abd-Rabbu Mansour Hadi e che includeva i rappresentanti dei maggiori partiti del paese, ha raccomandato di convertire la struttura dello Stato da unitario a federale, su sei grandi regioni: due al Sud― Aden e Hadramawt e quattro al Nord del paese― Azal, Saba, Janad e Tahama (AlJazeera, 10.2.2014, Yemen to become six.region Federation Lo Yemen diventerà uno Stato federale di sei regioni http://www.aljazeera.com/news/%20mid dleeast/2014/02/yemen-become-six-region-federation-201421012473172 6931.html). La capitale Sana’a  resterà territorio a sé, con uno status speciale del tipo riservato, ad esempio negli Stati Uniti a Washington,  D.C. e, in Brasile, a Brasilia.

Fa notare un osservatore che scrive anche lui su AlJazeera che la gente del nord dello Yemen, che si considera tradizionalmente l’élite del paese, ha insistito per ottenere e ha ottenuto una maggioranza di regioni – non le tre  a tre altrimenti proposte – nel sistema federale “probabilmente contribuendo così a seminare i germogli del dissenso futuro”.  Nessuno qui può dimenticare che il Sud del paese aveva formato un suo Stato indipendente dalla fine dell’era coloniale britannica nel 1967 fino alla riunificazione del 1990.

Questo sviluppo ha comunque, potenzialmente, un grande significato come soluzione di una cronica instabilità nel fallimento di un tentativo di governo unitario. In alcune condizioni storiche, come quella dello stesso Afganistan (per la quale prima della jihad fondamentalista montata dagli USA deliberatamente per provocare, poi, l’intervento sovietico[2] e, in fondo, secondo l’esempio dell’Iraq dove solo con l’autonomia al Kurdistan sono stati in grado di disinnescare, in un difficile quadro di federalismo, quella che – oltre a sunniti-sci’iti – era l’altra guerra civile irachena.

Il valore di un sistema federale è proprio questo: che mette uno strato di semi-autonomia e di effettiva ma reale sicurezza armata e reclutata localmente tra il centro e le tribù turbolente di regioni sempre tentate dalla secessione. Anche se restano sempre spinosi e litigiosi i dettagli da concordare e far funzionare sulla divisione precisa di compiti e, soprattutto, poi delle risorse da spartire tra governo centrale e governo autonomo. Oggi la differenza, comunque preferibile, delle condizioni del Kurdistan autonomo anche se in contesa dura col governo centrale sunnita rispetto a quelle del governatorato di Anbar, pur esso a dominanza sunnita che pure resta parte della struttura nazionale unitaria.

Il caso dello Yemen, che forse impone – per storia, cultura e “natura” sua, in qualche modo, anche più dell’Iraq – una soluzione federale potrebbe certo essere anche più difficile da risolvere vista la povertà di risorse del paese rispetto allo stesso Iraq e mette all’ordine del giorno, se non si riuscirà a trasformarsi in realtà in modo concordato e pacifico – e la diatriba sul numero delle regioni come sulla divisione dei loro poteri a nord e a sud non depone granché bene in proposito – finirebbe per produrre insurrezioni e guerra civile mirata alla conquista della capitale, Sana’a. il sigillo, alla fine, del potere.

Il ministro della Difesa dell’Egitto, Abdel-Fattah El Sisi – l’uomo forte autore del golpe di luglio che ha dimesso e arrestato il presidente eletto Mohamed Morsi e che adesso aspetta solo il momento giusto per annunciare la propria personale candidatura in mezzo a un sicofantico tripudio di stampo assurdamente quasi ducesco: di fatto e nei fatti una specie di candidatura unica – alla presidenza dell’Egitto, ha deciso di fare la sua prima uscita ufficiale fuori del paese in... Russia. Inaspettatamente, ma anche ben spiegabilmente.

Il raccolto del diavolo    (vignetta)

Una sgrullatina di pioggia sulla “primavera araba” e la fungaia di al-Qaeda si moltiplica, fuori controllo...

Fonte: Khalil Bendib, 11.2.2014

D’altra parte ha in tasca un assegno circolare immediatamente spendibile da 2, forse 3 miliardi di $ graziosamente fornitogli dai suoi elemosinieri, ispiratori e mallevadori del Golfo Persico e sul mercato l’armiere russo è il migliore sia spesso tecnologicamente che sempre dal punto di vista della convenienza dei prezzi da spuntare quando non si può, o non si vuole, ricorrere al fornitore americano che resta almeno formalmente ancora indeciso e sul quale, comunque, fa gioco evidentemente anche solo il rivolgersi a Mosca come alternativa possibile.

I russi tratteranno il feldmaresciallo coi guanti bianchi, dal punto di vista loro ragionevolmente desiderosi di rimettere un piede nel più grande paese arabo che era stato a lungo loro alleato e cliente su un mercato degli armamenti che, prima del 1973, era esclusivamente il loro. E’ certo che per il momento la linea a dir poco traballante degli USA sull’Egitto – pro-Mubarak, anti-, a metà, comprensiva nei confronti di Morsi e della sua Fratellanza e, insieme, a lui contraria, contro il golpe e, insieme, realisticamente favorevole a chi, a prescindere, vince comunque – sta dando un esito ovviamente favorevole ai russi e ai loro interessi geo-politici.

Così, secondo le regole della realpolitik ma anche dell’inevitabilità della forza di gravità che tira da una parte e che respinge l’altra irresistibilmente, e fregandosene lui che può delle svenevolezze e del bon ton ufficiale (AlAhram, 14.2.2014, Putin supports Sisi bid for Egyptian presidency Putin sostiene la corsa di El Sisi alla presidenza egiziana http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/64/94154/Egypt/Politics-/Putin-supports-Sisi-bid-for-Egypt-presidency.aspx) adesso Putin dice chiaro che la Russia – al contrario di altri, “e voi sapete bene di chi” – non discetta della legittimità o della credibilità di altri governi ma prende atto “sempre” dello stato dei fatti.

Secondo le regole della realpolitik machiavelliana, o metternichiana, o kissingeriana – o come diavolo la volete chiamare – ma anche secondo le regole dettate ancor oggi a ogni paese e a ogni governo dal diritto internazionale vigente― l’unico universale che esiste davvero malgrado i conati, sempre ipocriti poi, del presunto nuovo diritto proclamato non più degli Stati ma, finalmente, delle genti definito “umanitario”, il diritto all’ingerenza benevola proclamato adesso, unilateralmente, poi, guarda un po’ proprio dagli Stati e in particolare dallo Stato che questo diritto da solo comunque si arroga chiedendo agli altri sempre e solo di seguirlo e che è non a caso poi, al dunque, è il più forte.

E se questo poi è l’unico diritto internazionale che esiste, al fondo a contare come dirimente poi è la capacità che ha uno Stato – qualunque esso sia – a controllare, governare e dirigere il territorio di sua competenza. Non altro... E, dunque, anche qui, ha ragione Putin, con Metternich e Kissinger, non Obama e magari Hollande e Bonino come, si parva licet componere magnis[3] predicano tante presunte anime belle.

●Di fatto a Mosca, El Sisi, a Putin che gli faceva i  suoi ipocriti auguri “realpolitikesi” per la sua corsa presidenziale, ha risposto chiaro che “questa visita marca un nuovo inizio per lo sviluppo della co-operazione militare e tecnologica tra Egitto e Russia. E, oggi, lei ed io, signor presidente siamo qui per accelerare questa cooperazione”. E’ un invito esplicito e chiaro ai russi di controbilanciare l’ormai più che trentennale affidamento del paese alle forniture e all’assistenza americana (BreitBart, 16.2.2014, W. Bigelow, Putin Winning Egypt Putin alla conquista dell’Egitto http://www. breitbart.com/Big-Peace/2014/02/15/Putin-Winning-Egypt).

L’estensione di diritti e di nuove aperture che finora sono tuoi a un tuo concorrente e anche magari al tuo principale avversario è, per definizione, una minaccia non violenta alla linea, alle scelte, agli interessi americani, oppure è un colossale vuoto lasciato lì da riempire o, comunque,  un grosso errore. Tanto peggiore quanto raggiunto quasi per inerzia e magari senza neanche accorgersene.

Per avere un’idea un po’ più precisa e di prospettiva della portata di questo evento, dagli accordi di Camp David con Sadat del 1978, sotto Carter, l’Egitto ha ad oggi ricevuto più aiuti militari di qualsiasi altro paese al mondo con l’eccezione proprio di Israele, la controparte e partner sua di Camp David. Oggi la visita di El Sisi segna un punto, almeno potenziale, di svolta anche se nell’immediato non darà altri rapidi risultati. L’effetto, di portata strategica, però, già c’è stato: in reazione alle tergiversazioni, ai dubbi, alle incertezze e all’incapacità di decidere della politica americana (Mubarak sì, Mubarak no...; Fratellanza sì, Fratellanza no...; golpe sì, golpe no...), l’Egitto ha riaperto le porte alla Russia.

E per i russi, in Medioriente, si tratta del secondo trionfo strategico sull’America. Il primo è stato l’accordo concluso con Washington, l’ONU e il regime di Assad sulle armi chimiche che ha efficacemente disinnescato l’artiglio statunitense. E, certo, messo a confronto con John Kerry, ormai è chiaro che il calibro diplomatico e da statista di Sergei Lavrov è proprio altra cosa.

●Poi, e senza alcun preavviso, la mattina del 24 febbraio, il primo ministro Beblawi – e ex officio tutti i ministri – rassegna le dimissioni nelle mani del presidente ad interim. C’è chi dice per facilitare la prossima presentazione formale della candidatura alla presidenza del ministro della Difesa, El Sisi..., ma non è chiaro francamente perché e se ce ne fosse poi proprio bisogno (New York Times, 24.2.2014, Egypt’s Prime Minister and Cabinet Abruptly Resign In Egitto, primo ministro e governo si dimettono improvvisamente http://www.nytimes.com/2014/02/25/world/middleeast/ egypts-prime-minister-resigns.html?hpw&rref=world&_r=0).

Ma già il giorno dopo, su disposizione del capataz con stellette in capo, il presidente ad interim, Mansour che si è prestato a rimpiazzare il deposto Morsi, nomina il successore del primo ministro dimissionario, e forse dimissionato, nella persona dell’uscente titolare del dicastero della casa, Ibrahim Mahlab (Naharnet/Il Cairo, 25.2.2014, Egypt President Appoints Mahlab as New PM Il presidente egiziano designa Mahlab come nuovo premier http://www.naharnet.com/stories/en/120145-egypt-president-appoints-mahlab-as-new-pm), già esponente mai “pentito” del partito del dittatore Mubarak. Che così sembra chiudere e riaprire il ciclo dei corsi e ricorsi storici per questo disgraziato paese.

Come ripetutamente qui segnalato, gli africani ne hanno ormai  abbastanza di quella che chiamano la persecuzione della Corte penale internazionale dell’Aja contro i capi di Stato del loro continente… magari anche molto odiati, e a ragione, ma solo di loro: mai di possibili criminali sauditi o occidentali, si intende... anche se forse ora qualcuno proverà a portare, magari, Yanukovich di fronte alla Corte...

Anche perché almeno qui è passata molto meno che da noi in occidente a livello di opinioni pubbliche, la manipolazione della demonizzazione di chi si opponeva al sentire comune costruito tanto spesso su menzogne anche crasse;

• l’inizio della guerra dei B-52 contro il Nord Vietnam col falso incidente del Golfo del Tonchino del 1964...;

• i bimbi buttati fuori dalle incubatrici dalla soldataglia irachena per portarsele via da Kuwait City invasa nel 1991: bimbi poi mai esistiti...;

 • le armi di distruzione di massa di Saddam che non c’erano nel 2003...:

 • e, adesso, le atrocità in Siria unicamente imputate e imputabili secondo lor signori al regime, ecc., ecc. ecc.

In Africa non ci credono. O ci credono molto meno che da noi. Così, come previsto, predetto e inevitabile ora l’Unione degli Stati africani (54 paesi membri), riunita ad Addis Abeba, ha chiesto a tutti di unirsi contro ogni procedura intentata dal Tribunale internazionale penale dell’Aja nei confronti di chiunque di loro (Kentucky.com/Lexington, 1.2.2014, Elias Meseret, Africa Union urges united stand against ICC trials L’Unione africana preme per una presa di posizione unitaria contro i processi della Corte penale internazionale http://www.kentucky.com/2014/02/01/3063665/africa-union-urges-united-stand.html).

Il casus belli, dopo la la rimozione di Gheddafi pubblicamente linciato, è stato stavolta il rifiuto di Sudan e Kenia. Di tutti i governi presenti solo il Botswana – che conta come il due di briscola e è considerato da tutti, ben a ragione, il servo sciocco d’un occidente nostalgico ancora del colonialismo – ha votato contro. E  adesso – tanto per quel che conta... – il tribunale potrebbe anche chiudere.

Adesso, l’Aja potrebbe riprendersi forse un minimo di credibilità solo se mettesse sotto inchiesta gente come Tony Blair o George Bush, per l’aggressione e i crimini di guerra condotti, invadendolo, e sanzionandolo indiscriminatamente, contro l’Iraq e anche prima, poi, della guerra di Bush jr., già col democratico Clinton negli anni ’90 (erano oltre mezzo milione i bimbi iracheni morti a causa diretta delle sanzioni americane già a metà del 1999: lo attesta l’UNICEF, 12.8.1999, Information Newsline, Iraq surveys show ‘humanitarian emergency’ Le inchieste condotte in Iraq mostrano [gravissime] ‘emergenze umanitarie’[4] http://www.unicef.org/newsline/99pr29.htm).

Ma non succederà. Giacché gli USA, però, che finanziano la Corte penale perché fa quel che chiede loro ma non ne accettano per sé la giurisdizione perché rifiutano per principio (come se i princìpi fossero sempre e solo prerogativa e diritto loro...) di sottoporre se stessi al giudizio di altri... E, stando le cose così, prendendo in esame la Corte penale internazionale solo i crimini dei capi di Stato e di governo africani, a questo punto, si potrebbe anche dar apertamente ragione alla scuola di pensiero che, in diritto internazionale, afferma che al contrario di servire a rimuovere i criminali di guerra dal potere e difendere le loro vittime, questa invenzione moderna e sciagurata del diritto di intervento o di interferenza cosiddetto umanitario serve – è servito – in realtà d altro.

Ha aperto strade, in apparenza più legittimate, a invasioni e intrusioni scavalcando il diritto internazionale consuetudinario di sempre e non è servito neanche a incentivare, ma anzi ha rimosso, qualsiasi incentivo che mai avessero a capitolare gli accusati rafforzato il potere e la legittimità di tanti despoti, magari anche colpevoli, di fronte ai loro stessi popoli di fronte ai quali li ha fatti apparire come vittime della discriminazione sfacciata e razzista dei poteri ricchi e bianchi e più forti contro i poteri dei loro ras e rais più poveri, neri e meno potenti dei rasi e dei ras loro. Insomma, un capolavoro...(Stratfor – Global Intelligence, 11.7.2011, Libya and the Problem with The Hague― La Libia e il problema con la Corte dell’Aja http://www.stratfor.com/weekly/20110711-libya-and-problem-hague).

Argomenta sul NYT, in toni volutamente moderati e comprensibili per le sensibilità genuine e insieme, spesso, anche ipocrite, delle platea occidentale (New York Times, 4.2.2014, T,. Mbeki [presidente del Sudafrica dal 1992 al 2000] e M. Mamdani [direttore dell’Istituto di Ricerche sociali dell’Università di Kampala, Uganda, e docente alla Columbia University di New York], sotto un titolo chiaro, Courts Can’t End Civil Wars Non sono i tribunali che possono metter fine alle guerre civili http://www.nytimes.com/2014/02/06/opinion/courts-cant-end-civil-wars.html?partner=rss&emc=rss&utm_medium=App.net&utm_source=PourOver) che ciò di cui abbiamo bisogno non sono processi del tipo di quelli di Norimberga – comunque dei vincitori  sui vinti – ma la necessità di un processo politico mosso dalla convinzione profonda che non ci possono essere vinti e vincitori, solo sopravvissuti”. Alla faccia delle logiche dei tribunali fasulli  dell’ingerenza cosiddetta umanitaria, tipo l’Aja...

Che adesso, notizia del 17 febbraio, annuncia di allargare, forse, la sua attenzione ai crimini contro l’umanità del presidente della... Corea del Nord, Kim Jong-un: un altro bersaglio però facile facile e, nel senso detto, per niente convincente: insomma, alla sbarra dittatori o presunti dittatori africani, magari anche il coreano del Nord, mai un presunto dittatore o violatore dei diritti umani della parte nostra del mondo, ma ancora e sempre e solo gente magari, sicuramente anche forse nemica dei diritti umani ma così sempre e solo – e sicuramente e inaccettabilmente – non amico dell’occidente (New York Times, 17.2.2014, Nick Cummings-Bruce, U.N. Panel Says North Korean Leader Could Face Trial Un gruppo di lavoro dell’ONU dice che il leader nord coreano potrebbe esser mandato a giudizio http://www.nytimes.com/ 2014/02/18/world/asia/un-panel-says-north-korean-leader-could-face-trial.html).

A fine gennaio il governo del presidente Salva Kiir Mayardit ha annunciato nel Sud Sudan di voler denunciare per alto tradimento i leaders dell’opposizione che hanno preso le armi, guidati dall’ex vice presidente della Repubblica Riek Machar. Col quale erano stati intrapresi colloqui di ricerca di un precario cessate il fuoco conclusi anche con una firma solo pochi giorni prima (International Crisis Group/ICG, 16.1.2014, Spirales guerrières entre les deux Soudans Spirali di guerra fra i due Sudan [e anche adesso, però, tra i due Sud Sudan] http://www.crisisgroup.org/en/regions/africa/horn-of-africa/south-sudan/op-eds/ tubia na-spiral es-guerrieres-entre-les-deux-soudans.aspx). In precipitoso deterioramento la situazione dal punto di vista umanitario, con una stima ONU di più di 770.000 civili sfollati da fine dicembre (ICG, 1.2.2014, South Susan situation http://www.crisisgroup.org/en/regions/africa/horn-of-africa/ south-sudan.aspx).

●Il 3 febbraio, l’ex vice presidente Machar ha dichiarato di aver formato un “gruppo di resistenza” contro il governo di Kiir per continuare a combattere per la democrazia e un buon governo. “Ora siamo una resistenza formalmente organizzata contro il regime negli Stati federati dell’Alto Nilo, del Jonglei, degli Stati Unitari e di Equatoria”.

Il gruppo cosiddetto di resistenza si chiamerà SPLM/SPLA – con l’amalgama del vecchio nome riesumato del movimento di liberazione del Sud Sudan, l’SPLM, e dell’esercito sud sudanese – e  punta a far prevalere – dichiara – “democrazia, pluralismo, libere elezioni e una buona governance per tutto il Sud Sudan”.

Machar ha così ridimensionato di brutto gli obiettivi preannunciati e ha rinnegato, di fatto, il cessate il fuoco raggiunto il 23 gennaio― cui, nei fatti sul campo, era arrivato sconfitto. Il suo nuovo movimento di “resistenza” pur così ridimensionato comporta altra violenza, di certo vana, e intralcia le prospettive di stabilità e di prosperità per questo povero, disgraziato paese (AllAfrica, 3.2.2014, Machar Announces South Sudan 'Resistance' Movement Machar annuncia la formazione di un movimento di ‘resistenza’ del Sud Sudan http://allafrica.com/view/group/main/main/id/00028767.html).

●E ha anche minacciato – ma ormai con credibilità vieppiù decrescente – di bloccare i colloqui di pace – e di fatto poi sono entrati in stallo – che tenderebbero a fermare definitivamente l’insurrezione. Aveva chiesto la liberazione dei prigionieri politici, cioè degli insorti armati arrestati e sbattuti in carcere, e il ritiro delle truppe straniere, in particolare degli ugandesi. Si tratta di richieste che, se accolte, aiuterebbero a rafforzare condizioni di inasprimento della rivolta e con maggiori prospettive di successo.

In definitiva, l’unica prospettiva che Machar lascia intravvedere è quella di strappare condizioni che gli consentano domani magari di riprendere l’insurrezione armata con qualche prospettiva. L’esercito dell’Uganda può, poi, anche ritirarsi ma l’esperienza degli ultimi due mesi dimostra con evidenza che può sempre e rapidamente tornare, quando lo chiedesse il presidente del Sud Sudan Salva Kiir e lo decidesse quello dell’Uganda, Yoveri Kaguta Museveni.

●Che però, poi, il 18 febbraio, apre forse lui uno spiraglio annunciando che l’Uganda comincerà a ritirare le sue truppe dal Sud Sudan in aprile, forse: lasciando il posto a quella che in modo strabiliante e anche un po’ allucinante chiamano la Forza di Crisi Africana di Immediata Risposta alle crisi (ACIRC) messa in piedi nel 2013 (ma, per ora, più che altro sulla carta), su richiesta dell’Unione africana, da Algeria, Ciad, Sudafrica, Tanzania e, appunto, Uganda.

Lo annuncia il ministro degli Esteri di Kampala, Sam Kuteesa (South Sudan Nation, 18.2.2014, S. Kafeero, Uganda plans South Sudan troops withdraw in April L’Uganda progetta di ritirare le sue truppe dal Sud Sudan in aprilehttp://www. southsudannation.com/uganda-plans-south-sudan-troops-withdraw-in-april). L’assenso dell’Uganda è legato e condizionato, comunque, all’effettivo quanto francamente improbabile dispiegamento sul campo della forza di crisi multinazionale africana...

Solo qualche minuto dopo che la nuova presidente ad interim della Repubblica centrafricana, Catherine Samba-Pansa, aveva promesso a un migliaio di soldati riuniti a Bangui, la capitale, di restaurare sicurezza e diritti nel paese martoriato dalla guerriglia tra fazioni religiose. un gruppo di una ventina di militari ha linciato e smembrato, trascinandone i pezzi per le strade davanti ai suoi occhi un uomo che accusavano di essere un militante dei ribelli islamisti di Seleka (New York Times, 4.2.2014, S. Modola, Soldiers lynch man at army ceremony in Central African Republic Un uomo linciato da soldati nel corso di una cerimonia militare nella Repubblica centrafricana http://www.reuters.com/article/2014/02/05/us-centralafri can-killings-idUSBREA141V920140205).

Seleka è il nome dell’accozzaglia di ribelli islamisti-jihadisti che a marzo 2013, con l’appoggio aperto delle truppe del vicino Ciad hanno preso il potere a Bangui, installando alla presidenza quel Michel Djotodia che scatenato la caccia ai connazionali cristiani, di fatto a tutti anche agli islamisti non-jihadisti. A settembre è cominciata la reazione di massa delle milizie “anti-Balaka”, le milizie anti-machete, animisti e cristiani – si fa per dire – che hanno controscatenato un’ondata di vendette efferate e massicce contro tutti gli islamisti, tali o sospetti, catturati, compresi i non-jihadisti.

Poi, a dicembre scorso, c’è stato il rivolgimento totale, la cacciata di Djotodia, la ricerca dell’interim di governo e la scelta della signora Samba-Pansa. Che non sembra, evidentemente, aver risolto nessun problema. Ora, coi Seleka, il grande sconfitto è il capo del Ciad, Idris Déby che li aveva apertamente appoggiati quando andavano all’assalto coi loro machete e li appoggia ancora oggi che sono costretti alla ritirata promettendo a tutti la loro, e la sua, rivincita-vendetta. E le truppe del Ciad fanno formalmente parte del contingente internazionale di pace (sic!) che guidato nei fati dai francesi e dalle loro velleitarie ambizioni neo-coloniali è ora impegnato a sostenere Samba-Pansa...

●Il 10 febbraio, a Bruxelles, i ministri degli Esteri europei spendono anche qualche momento e qualche considerazione per approvare formalmente una missione militare di 500 soldati “europei”, non a caso non meglio definita per ora, da inviare nella Repubblica Centrafricana (RCA)... La missione avrà “la priorità assoluta di proteggere la popolazione civile da ulteriori violenze... garantendo anche che possano pervenirle gli aiuti umanitari”, ha dichiarato in quella occasione la rappresentante della UE per gli affari internazionali, Catherine Ashton.

La missione somiglia molto sulla carta e nelle intenzioni a quella che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU autorizzò da parte della missione europea nel 2007 in Ciad e nella stessa RCA. E che poi, nel 2009, venne trasferita direttamente all’ONU. Quella prima missione della UE, sempre guidata dalla Francia, era limitata però solo all’area settentrionale della RCA mentre ora opererà, programmaticamente, “dovunque sia necessario” anche se all’inizio i francesi avevano chiesto, con insistenza, un contingente di altri 1.000 soldati.

Subito prima dell’annuncio di Bruxelles sono continuate a arrivare notizie di massacri perpetrati da milizie “cristiane” deliberatamente mirati a obbligare a fuggire in Ciad o in Camerun, le comunità mussulmane svuotandone e incendiandone i villaggi. Il comandante del contingente francese sul campo ha parlato dei miliziani cristiani come della maggiore minaccia immediata alla sicurezza. In ogni caso, l’impressione è che i francesi stiano comunque in grandi difficoltà (NightWatch, 10.2.2014, CAR-EU update Aggiornamenti su RCA e UE http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch _14000027.aspx).

●Dice ora il ministro della Difesa francese Le Drian che la situazione in Centrafrica è seriamente peggiore di quanto l’intelligence gallicana avesse mai anticipato. Per cui le4 operazioni miliatri preventivatre da parigi si prolungheranno oltre – e forse molto oltre – il laso di tempo che era stato pianificato. Ora, a metà mese, la Francia invierà a Bangui un supplemento di 400 soldati mentre il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, fa il solito appello-auspicio vacuo a una più robusta assistenza militare internazionale (cioè... a se stesso!) per metter fine alle violenze settarie che, tra le due parti, minacciano di assumere intensità, carattere e dimensioni da quasi genocidi.

Intanto, è la stima francese, gli scontri hanno già costretto a sfollare quasi un milione di abitanti. Finora, le forze di intervento militare francesi si sono mostrate più pronte di quanto mai lo fossero state in passato nel pattugliare e cercare di garantire un minimo di sicurezza in alcuni specifici centri urbani, passando dal sostegno logistico e daller operazioni di pattugliamento a bang ui e in alcune nlle region i mkeno instabili del paese al perseguimento attivo delle forze ribeli sia nela capitale che negli altri focolai del conflitto (Stratfor – Global Intelligence, 10.12.2013, France Expands Operations in the Central African Republic La Francia allarga le operazioni nella Repubblica Centrafricana http://www.stratfor.com/analysis/france-expands-operations-central-african-republic).

Ma sembra molto improbabile che anche l’intervento allargato francese riesca a svuotare il paese dalle contrapposte formazioni ribelli. La Francia è riuscita a mettersi, qui, nella posizione poco invidiabile di essere, insieme, “a Dio spiacente e a’ [li] nemici sui[5]”.

Riassumendo, sembra che i francesi stiano disperatamente tentando di salvare una situazione che non sembra più rimediabile, comunque non al livello delle loro possibilità di dispiegamento di forza militare. Come ha detto in parlamento Jean-François Copé, capo dell’opposizione conservatrice dell’UMP al governo di Hollande, è una situazione che ricorda da vicino “quel personaggio del barone di Münchausen[6] che, affondando nelle sabbie mobili, pensava di uscirne tirandosi all’insù con le mani per il codino della parrucca...(le Figaro, 12.2.2014, Centrafrique: l’opération française n’est pas près de s’achever Centrafrica: l’operazione francese non è per niente vicina a concludersi http://www.lefigaro.fr/ international/2014/02/15/01003-20140215ARTFIG00100-l-operation-francaise-en-centra fri que-n-est-pas-prete-de-s-achever.php).

in America latina

Elezioni politiche generali in Costa Rica e El Salvador, con entrambi i paesi che andranno al ballottaggio. El Salvador ha dato adesso, domenica 1° febbraio, il 49% dei voti al candidato del partito che è di governo dall’epoca della rivoluzione sandinista che sconfisse la guerra – anche effettiva – che le scatenarono gli americani con Reagan direttamente e pagando e armando la guerriglia feroce dei contras e infliggendo così una penosa e per tutto il continente epocale sconfitta al vincitore della guerra fredda con l’URSS.

Qui, in El Salvador, votano, liberamente come per le tante elezioni che da allora hanno sempre regolarmente tenuto, per l’F.M.L.N.: per Salvador Sánchez Cerén, già comandante guerrigliero – e come tale subito sospetto a Washington, dove scordano sempre che il guerrigliero loro fondatore era stato condannato all’impiccagione dal governo britannico – che sarà certamente eletto adesso il prossimo 9 marzo contro l’ex sindaco di San Salvador e esponente della destra di Arena, l’Alleanza repubblicana nazionale, erede dei contras, Norman Quijano.

Le elezioni in Costarica hanno, al momento, messo a rischio – e era anche ora – gli ultimi 25 anni di un regime moderato, conservatore e social-democratico, che ha garantito – e non è stato poco – la pace in una regione devastata dall’imperversare degli squadroni della morte e da disperate rivolte sociali e anche una discreta crescita. Ma a prezzo, volutamente scontato, di un crescente e acuta disuguaglianza e sofferenza sociale.

Adesso, come in molti altri paesi del Centramerica e dell’America latina, e in reazione alle disuguaglianze rampanti, alla corruzione dilagante, alla stagnazione sociale e alla pesante, e qui sempre condizionante, presenza degli USA, il Costarica sembra non far più eccezione. Gli otto anni di governo del Partito di liberazione nazionale sono diventati sinonimo di clientelismo e malversazione e la piattaforma dell’opposizione principale dei socialisti chiede politiche di stampo a metà tra il populismo idealista venezuelano e il pragmatismo progressista brasiliano: controllo dei prezzi dei beni essenziali al consumo, nazionalizzazioni e rifiuto in sostanza del modello liberista dominante.

Johnny Araya, candidato del partito di governo uscente, centrista, era in chiusura del primo turno col 30% dei voti appena dietro il 31% ottenuto da Luis Guillermo Solís un nuovo venuto che rappresenta il partito di azione civile progressista. Il 17% dell’elettorato ha invece votato per un giovane candidato anche più di sinistra, José Maria Villalta la cui forte ascesa nel voto e nei sondaggi lo vedrà adesso come possibile grande elettore al ballottaggio del 6 aprile prossimo.

Anche lui, come altri concorrenti della sinistra, trovano forte riscontro quando denunciano che le liberalizzazioni economiche degli ultimi trentanni hanno arricchito solo i ricchi e tradito il popolo (tanto che questo è addirittura classificato come uno dei tre paesi che in America latina negli ultimi quindici anni hanno visto aumentare i livelli di ineguaglianza economica e sociale) E qui si fa molto rivelatore un quasi disperato appello alla “ragionevolezza economica”, cioè nel contesto alla subordinazione al modello neo-liberista.

Lo avanza uno strano articolo-piagnisteo dello steso NYT (New York Times, proprio alla vigilia delle elezioni, il 31.1.2014, di un commentatore del reazionario Cato Institute per la Libertà e la Prosperità, cioè per il liberismo, tal Juan Carlos Hidalgo: una corrispondenza mai così spudorata già dal titolo quanto mai partigiano, Costa Rica’s Wrong Turn La svolta sbagliata del Costarica http://www.nytimes.com/2014/02/01/opinion/costa-ricas-wrong-turn.html?_r=0). Solo che lo stesso A. è costretto a dar atto – coi dati sopra riportati e da lui proprio riassunti sul diffuso scontento e la voglia di cambiare che c’è nel paese – che la gente, anche qui, davvero non ne può più.

“Sono molti – scrive – i  costaricensi che sbagliando credono che sia la liberalizzazione economica ad essere colpevole dei guai sociali del paese”. Sbagliando? Eh, sì perché questo articolo – che non è di cronaca, né di inchiesta e neanche in fondo di opinione ma solo di propaganda – arriva a chiudersi auspicando chiaro e tondo di sperare che gli elettori alle urne riescano a “vedere al di là delle promesse vuote del populismo”.

Si è andato sviluppando in questi ultimi tempi, negli Stati Uniti d’America un nuovo stato d’animo  nei confronti di Cuba. Dopo più di mezzo secolo di ostilità proclamata, di boicottaggio e di aggressioni (anche l’invasione finanziata e fatta fare ai gusanos― i vermi, come li chiamarono in maggioranza i cubani o ai patrioti anticomunisti― dipende dai punti di vista, nel 1961, quando gli Stati Uniti, prima della disfatta in Vietnam, erano ancora convinti della loro onnipotenza... e qui vennero fermati e respinti dai cubani) contro il paese caraibico che osò sfidarli per primo, oggi è certo che una maggioranza degli americani sarebbero favorevoli a normalizzare i rapporti tra Washington e l’Avana. Il punto è che il governo degli Stati Uniti non osa farlo, però. Non ancora. Farlo sarebbe, in effetti, ammettere un colossale e non necessario errore di politica internazionale, dettato dall’anticomunismo dell’epoca più acuta della guerra fredda. Solo, al solito, controproducente.

Il 56% dei potenziali elettori statunitensi è a favore, il 62 tra quelli di origine sudamericana e di più, un 63%, proprio in Florida tra gli elettori che tradizionalmente erano a Cuba più ostili  (New York Times, 10.2.2014, R. Gladstone, Majority of Americans Favor Ties With Cuba, Poll Finds La maggioranza tra gli americani sono a favore di legami [diplomatici e altro] con Cuba ▬ http://www.nytimes.com/2014/02/11/world/americas/ majority-of-americans-favor-ties-with-cuba-poll-finds. html?_r=0; e Sondaggio dell’Atlantic Council, Latin America Center, 11.2.2014, U.S.-Cuba: a New Public Survey Supports Policy Change USA-Cuba: una nuova inchiesta pubblica sostiene un cambiamento di policy http://graphics8.nytimes.com/packages/pdf/US-CubaPollFinalEmbargo.pdf).

●Intanto, in un evento del tutto separato che segnala, però, più che un’improvvisa alzata di audacia da parte dell’Unione europea, la calante intolleranza sul tema da parte americana, la UE ha dato il suo accordo di principio a rilanciare il negoziato con Cuba per un nuovo accordo commerciale, di investimento e di scambio culturale. I colloqui potrebbero riprendere adesso, a marzo,  e sono in parte mirati, dichiara con qualche prosopopea e per tenere buono il governo americano la commissaria europea agli Esteri, Catherine Ashton, a “incoraggiare le riforme sull’isola caraibica e a promuovervi i diritti umani”.

Risponde un po’ asprigno il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodriguez, che dopo tanto ritardo, il confronto con l’Unione europea su qualsiasi argomento di interesse comune è il benvenuto: ma si  tratta, poi, di verificare – e nel merito – quel che significa qualsiasi obiettivo per l’uno e per l’altro interlocutore (The Economist, 14.2.2014; e El Mundo, 10.2.2014, J. G. Gallego, La Unión Europea aprueba el inicio del diálogo con Cuba para normalizar sus relaciones ▬ http://www.elmundo.es/internacional/2014/02/10/52f8c5922 68e3eb6198b4575.html).

A Caracas, in Venezuela continuano, sembra senza soste, le dimostrazioni di massa contro il governo dell’opposizione del presidente Maduro. Ma qui, al contrario che altrove – in Ucraina ad esempio, ma in Egitto e altrove quasi dovunque, come in Tailandia, oggi – dove sono stati rovesciati regimi pure legittimati dal voto popolare in condizioni analoghe di quadro economico, sociale e politico le forze di sicurezza reatano leali alla cosiddetta catena di comando, mentre qui il governo risponde colpo su colpo anche al tentativo degli oppositori di dominare la piazza.

Adesso ha organizzato una forte “marcia dei seniores”, i cittadini pià anziani cui il welfare oliato dalle entrate statali del petrolio garantisce una copertura minima ma anche effettiva e vissuta da molti alla base della scala sociale come un’esigenza vitale (El Venezolano/Caracas, 15.2.2014, Rosbeliz Quiñones, Sin violencia transcurrió marcha chavista a Caracas http://elvenezolanonews.com/sin-violencia-transcurre-marcha-chavista-en-caracas).

in CINA

●L’interscambio della Cina cresce, battendo di gran lunga ogni previsione dei seminatori di dubbi che abbondano pure qui. Si tratta, almeno, di una netta controindicazione rispetto alle previsioni di calo economico forte in arrivo (Financial Times, 12.2.2014, S. Rabinovitch, Strong China Trade Growth Confounds Economists Gli economisti vanno in confusione per la forte crescita degli scambi http://www.ft.com/intl/cms/ s/0/71bbac12-938c-11e3-b07c-00144feab7de.html#axzz2t842eD8f): le esportazioni a gennaio crescono del 10,6% sull’anno prima e l’import tocca il 10% di aumento.

Sospiro di sollievo per molti ma anche qualche dubbio per l’effetto possibile della sovra-fatturazione di fine anno praticata da diverse imprese per ragioni fiscali. Naturalmente, però, la sovra-fatturazione era fenomeno in atto già un anno fa e il fatto è utile tenerlo presente: serve a rinvigorire aspettative e speranze.

 

Il comune di Shenzen aumenterà il salario minimo, su tutto il suo territorio, a 1.808 yuan al mese, l’equivalente al cambio ufficiale di $ 298 ma in realtà, a parità di potere d’acquisto, almeno $ 2.600-3.000 pro-capite (e secondo i calcoli più realistici della CIA americana, anche di più ( https://www. cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ch.html) a partire da questo febbraio, aumento annuale netto di circa il 13%. Lo ha comunicato ufficialmente – e spesso in questo paese Shenzen, la grande città industriale e tecnologica nata una ventina di anni fa dal niente al confine con Hong Kong fa da modello alla generalizzazione finale – l’Ufficio Risorse umane della città.

L’anno scorso, in ogni caso, 27 province sulle 34 divisioni geografiche, di diversa entità, che così vengono definite avevano già aumentato il salario minimo. E’ parte della tendenza generale di questo paese alla vigilia della trasformazione di un’economia che sta diventando la maggiore del mondo, a trasformarsi in un modello basato molto di più sui consumi di massa (Stratfor – Global Intelligence, 1.11.2013, China: the next phase of reform Cina: l’ultima fase della riforma http://www.stratfor.com/ analysis/china-next-phase-reform; e Xinhua, 19.1.2014, Shenzen raises minimum wage by 13% Shenzen aumenta il salario minimo del 13% http://news.xinhuanet.com/english/china/2014-01/19/c_133057323.htm).

nel resto dell’Asia

A cavallo tra Asia ed Europa, tra Armenia e Azerbaigian, lungo linee di confine e di scontro nell’area del Nagorno-Karabakh, che è quella del lungo contenzioso tra i due Stati vicini. La Repubblica omonima si è autoproclamata indipendente dall'Azerbaigian, e si colloca nel Caucaso meridionale, confinante a ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran, a nord e ad est con l’Azerbaigian stesso. Gli attuali confini territoriali sono stati determinati con la mediazione russa che nel 1994 mise fine al conflitto scoppiato nel gennaio del 1992, dopo l’avvenuta proclamazione di indipendenza e con la dissoluzione della vecchia URSS. A parte alcune porzioni di territorio controllate dagli azeri e rivendicate dagli armeni come parte integrante del loro Stato, il resto del paese viene ora di fatto considerato indipendente o autonomo dall’Armenia stessa e anche, di fatto, dai russi ma sempre contestato dagli azeri.

Ora, dopo gli ultimi scontri di confine, e le dichiarazioni bellicose delle parti che si accusano di essere all’origine delle “provocazioni” senza precedenti negli ultimi anni, tutto è bloccato in attesa di sviluppi che nessuno precisamente prevede ma che tutti vedono essere comunque in arrivo (ICG, 26.9.2013, #71, Armenia and Azerbaijan, a Season of risks Armenia e Azerbaigian, una stagione di rischihttp://www. crisisgroup.org/en/regions/europe/south-caucasus/b071-armenia-and-azerbaijan-a-season-of-risks.aspx; e Bloom- berg, 24.1.2014, Zulfugar Agayev e Sara KhojoyanAzeri Troops Clash With Armenia Forces as Foreign Ministers Meet ▬ Truppe azere e armene si scontrano e i ministri degli Esteri s’incontrano ▬ http://www.bloomberg.com/news/2014-01-24/azeri-troops-clash-with-armenia-forces-as-foreign-ministers-meet.html).

Il governo delle Filippine ha sottoscritto un accordo di pace di portata storica col Fonte islamico di liberazione Moro nato anni fa dalla scissione dell’esistente Fronte di liberazione con quel nome, la più forte etnia non cristiana che, per il 5% della popolazione, vive nel Sud del paese. Il MILFFILM, dal 1989, è il partito di governo della Regione autonoma musulmana del Mindanao avendo concluso allora un accordo di larga e effettiva autonomia, ma non l’indipendenza col governo di Manila. Era nata allora la Frazione islamica dissidente del Fronte ed è con questa che adesso il governo centrale sta trovando un accordo che comunque trova ancora fieri oppositori: nei cinque, sei giorni che hanno seguito l’accordo uno scontro armato tra esercito e miliziani dissidenti del MILF,  ha fatto 37 morti.

Dopo 46 anni di guerriglia e decine di migliaia di vittime forse oggi quasi tutte le frazioni della resistenza Moro (dal termine usato dai colonizzatori spagnoli, che chiamarono l’intero arcipelago col nome del loro re Filippo II,  per denotare la popolazione indigena, di pelle più scura della loro) sono pronte a deporre le armi. Ma restano ostacoli di ordine sia politico (c’è una forte e combattiva fazione dei ribelli che si dice e si vuole “ comunista”) e c’è la cultura locale che lega il concetto steso di virilità al possesso individuale di armi per l’autodifesa e la protezione della propria roba (un concetto molto molto all’americana).

E c’è la grande speranza/illusione coltivata dal governo centrale, su istanza della cultura dominante diffusa dalla seconda colonizzazione americana che a cavallo di fine ‘800 cacciò gli spagnoli, che la pace consentirà come di per sé, con lo sviluppo industrial-economico, di superare le radici islamiste alla base del sempiterno conflitto. Alimentato anche da un gruppo ribelle come quello di Abu Sayaf, di obbedienza al-Qaedista, e da una miriade di gruppetti di puro e semplice banditismo spicciolo estorsionista e di pura rapina.

La nuova regione, sperabilmente ora pacificata, dovrebbe assumere il nome, discusso e concordato negli stesi accordi di pace di Bangsamoro: la terra dei Mori (The Economist, 30.1.2014, Philippines, a peace agreement in Mindanao for a fragile peace Filippine, un accordo di pace a Mindanao per una pace fragile http://www.economist.com/news/asia/21595500-long-running-insurgency-may-last-be-coming-end-fragile-peace? zid=306&ah=1b164dbd43b0cb27ba0d4c3b12a5e227).

In Tailandia, durissimi scontri tra dimostranti dell’opposizione che voleva distruggere o bloccare la distribuzione delle schede di voto a Bangkok, previsto dalla Costituzione, anche il giorno prima delle elezioni e chi invece voleva ritirarle e chiedeva la fine del boicottaggio fatto con la violenza e non con l’astensione. Lasciano in strada il 1 febbraio soltanto, miracolosamente, sei feriti alcuni anche gravi (New York Times, 1.2.2014, T. Fuller, Gun Battle in Bangkok Escalates Election Protest Scontri all’arma da fuoco per le strade di Bangkok fanno montare le proteste sulle elezioni http://www.nytimes.com/2014/02/ 02/world/asia/gun-battle-in-bangkok-escala tes-election-protest.html?_r=0).

●L’opposizione, poi, domenica 2 febbraio è riuscita però, di fatto, a impedire il voto nell’11% delle circoscrizioni elettorali. Lo dice il presidente della Commissione nazionale elettorale, Supachai Somcharoen, che nel conflitto pende dalla parte dei ribelli, attestando che perciò è stato impossibile chiudere con una certificazione formale il lavoro della Commissione che non è quindi neanche in grado di annunciare l’esito ufficiale del voto.

Il primo ministro, signora Shinawatra, resta in carica – precariamente – come capo ad interim del governo. E l’opposizione ha subito ripreso la sua campagna di marce e raduni nelle città. La conclusione cui è giunto, sia nel paese che fuori, ogni osservatore minimamente attento alla realtà delle cose è che il partito del primo ministro ha vinto le elezioni, il che spiega bene i tentativi di arrivare a invalidarle con ogni mezzo degli oppositori. Non ci sono riusciti ma continuano a sfidare la volontà della maggioranza.

Forse è la prima volta nella storia moderna in cui un’opposizione non proclama che il voto sia stato truccato ma solo che essa preferisce un governo designato dall’alto – dal re in questo caso – senza neanche far finta di rappresentare la volontà della maggioranza. Per l’opposizione – che continuerà adesso nell’esercizio di provocazioni ripetute e sempre più impudenti giorno per giorno... fino, sperano, a quella finale che, con un vero e proprio massacro, finalmente forzi il monarca a schierarsi dove battono comunque il suo cuore, i suoi interessi e i suoi privilegi – contano i fatti “duri”― i soldi e i meccanismi del potere e non quelli “morbidi”, di conio politico― come la maggioranza e la sua volontà.

E gli unici attori che qui, al dunque, hanno i soldi, il potere e l’arroganza per sfidare con gli oliati e condizionati meccanismi del privilegio la democrazia del paese, sono le fazioni interne alla famiglia reale, guidata da un re che sembra essere più di là che di qua e che, quasi a novant’anni, ormai sopravvive a se stesso (gbTimes/Pechino, 3.2.2014, Thanos Kalamidas, The Thai concept of democracy Il concetto tailandese di democrazia http://gbtimes.com/blogs/thai-concept-democracy).

Sicuro è che, con queste opposte pregiudiziali alle spalle, il partito di maggioranza della premier e di suo fratello, l’ex premier Thaksin Shinawatra, condannato per malversazioni e truffe e che vive, certo non troppo male, in esilio, il partito Pheu Thai― il partito dei Thai: o, meglio, la sua terza incarnazione con le prime due accusate di brogli elettorali sciolte d’autorità dalla Corte costituzionale, sicuro della vittoria alle urne insisterà per vederla proclamata e ufficializzata.

E il partito democratico d’opposizione continuerà a negare e respingere i risultati del voto del 2 febbraio, insistendo perché la Commissione elettorale, che sente e sa – l’ha nominata il re – ad esso più vicina, si metta a spulciare ogni possibile irregolarità nella campagna elettorale ma non, si capisce, quelle della sua parte. La Tailandia, in definitiva, si prepara ad entrare in un periodo di grande incertezza, un testa-coda di battaglie procedurali e pseudo legali (la prima: subito, il 4 febbraio, denuncia dell’incostituzionalità in sé delle elezioni: che è, onestamente, una bella pretesa!), perché tutti sanno ormai che deciderà il monarca o deciderà l’insurrezione dell’una o dell’altra parte – rischiando di avvitarsi ancora di più in una spirale di violenza politica senza fine (Stratfor – Global Intelligence, 3.2.2014, Instability and Legal Challenges Will Follow Thailand’s Elections Instabilità e duelli legali seguiranno ora le elezioni in Tailandiahttp://www.stratfor. com/analysis/instability-and-legal-challenges-will-follow-thailands-elections).

●Intanto la situazione di totale incertezza in cui versa il paese costa alla Tailandia un affare da 1,2 milioni di tonnellate di riso che l’acquirente, la Cina, non sembra più in grado di garantire onorandone la consegna. Ci  guadagna il Vietnam che nel 2013 non era ancora riuscito a rispettare il target di vendere all’estero da 7 a 7,2 milioni di tonnellate (Thanhnién News, 7.2.2014, Vietnam likely to benefit from China’s cancelation of rice import deal with Thailand Il Vietnam dovrebbe poter beneficiare dalla cancellazione del contratto di importazione di riso dalla Tailandia ▬ http://www. thanhniennews.com/index/pages/20140206-vietnam-to-benefit-from-china-rice-deal-cancellation-thailand-rice-assoc.aspx).

A Bangkok, la cancellazione del contratto cinese ha provocato rabbia e ulteriori manifestazioni da parte degli agricoltori, o meglio degli agrari, thai quasi tutti esponenti di famiglie della vecchia aristocrazia che, causando loro il caos, riescono a incolparne il governo e esigono, comunque, che esso copra le perdite da essi subite... magari anche per colpa propria. Avete presenti da noi, le quote latte, lo sfondamento deliberato dei limiti concordati di produzione e, poi, il reclamo per far pagare le multe conseguenti e scontate a tutti i contribuenti? (Stratfor – Global Intelligence, 3.2.2014, Instability and Legal Challenges Will Follow Thailand's Elections Adesso, instabilità e problemi di ordine legal-contrattuale, a seguire le elezioni tailandesi http://www.stratfor.com/analysis/instability-and-legal-challenges-will-follow-thailands-elections).

●Poi, a calmare appena le acque arriva la precisazione – ma non proprio ufficiale del governo cinese: solo della compagnia, comunque di Stato, del Gruppo risiero Beidahuna che aveva firmato l’accordo iniziale di acquisto di 1,2 milioni di tonnellate di riso tailandese. La compagnia parla solo di voci e di niente di solido dietro di esse. Ma, a Bangkok, il rumorificio subito messo in funzione dall’opposizione cerca di vendere la notizia come un segnale di distacco di Pechino da Yingluck Shinawatra e dal suo governo in mezzo a una serie di moti e rivolte di strada organizzate che stanno minando pesantemente la leadership economica del paese tra quelli del sud-est asiatico

    (Stratfor – Global Intelligence, 16.1.2014, In Thailand, Political Instability Threatens New Opportunities in Southeast Asia In Tailandia, l’instabilità politica minaccia nuove opportunità di espansione di quelìa economia nel Sud Est asiatico http://www.stratfor.com/analysis/thailand-political-instability-threatens-new-opportunities-southeast-asia); e, adesso, New York Times, 17.2.2014, B. Wassener, Economic Growth in Thailand Cools to 0.6% La crescita economica in Tailandia raffreddata allo 0,6% http://www.nytimes.com/2014/02/18/business/international/economic-growth-in-thailand.html   arriva la notizia – che, per una delle tigri asiatiche, è tragicamente rischiosa – che la crescita del paese nell’ultimo trimestre del 2013 è cresciuta di un infinitesimale 0,6%, quando un anno fa nello stesso periodo era salita di un allora definito già assai insoddisfacente quasi 3%).

A metà mese, la Corte costituzionale ha comunque respinto la richiesta dell’opposizione di annullare le elezioni generali di due settimane prima. L’opposizione pretendeva, tout court e soltanto, le dimissioni della premier avendo fatto di tutto e con ogni mezzo, dalle manifestazioni violente alle bombe, per impedire con relativo e limitato successo l’apertura dei seggi e affermando poi che la Costituzione era stata violata non essendo stato completato il voto in una sola giornata. Adesso, ai seggi che non avevano potuto chiudere le operazioni di voto e/o di scrutinio toccherà riaprire le urne il 20 e il 27 aprile (Wall Street Journal, 12.2.2014, Nopparat Chaichalearmmongkol, Thai Court Rejects Opposition Bid to Throw Out Elections La Corte tailandese respinge l’appello dell’opposizione a cancellare le elezioni http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702304703804579378230494145034?mg=reno64-wsj&url=http%3A%2F%2Fonline.wsj.com%2Farticle%2FSB10001424052702304703804579378230494145034. html).

Ma alla fine della fiera, qui, contro legalità e democrazia – ma succede anche altrove, anche in Europa, no? – il governo della signora Shinawatra (odiato o amato, deprecato o osannato: ma comunque eletto regolarmente e democraticamente) difficilmente riuscirà a sopravvivere se i disordini continuano, senza che il segnale di stop al caos istigato dall’èlite arrivi agli insorti dall’unico potere che sembrano ancora rispettare: il soft–dispotismo orientale ben introiettato del riverito monarca. Perché il bisogno di ordine ad ogni costo se ne frega del rispetto della democrazia perché quello, e non questa, a promuovere il turismo e la salute economica del paese.

●Il 25 febbraio, il comandante in capo dell’esercito, Prayut Chan-ocha, viene allo scoperto, senza però, ancora, dire nettamente da che parte sta – anche se tutti qui sanno che, alla fine, seguirà gli ordini non del governo legittimato dalle urne ma, e comunque, quel che gli comanderà il sovrano – e avverte che il paese potrebbe ormai collassare “se la violenza per le strade che lo sta paralizzando continuasse a manifestarsi(Taipei Times, 25.2.2014, Thai army chief cautions nation nearing ‘collapse’▬ Il comandante dell’esercito thai ammonisce che il paese si va avvicinando al ‘collasso’ http://www.taipeitimes. com/News/front/archives/2014/02/25/2003584287).  

Qui sono morti nelle strade, in quasi quattro mesi di manifestazioni contro il governo, ventuno dimostranti con qualcosa come 700 feriti. Le mosse dell’esercito che finora ha dichiarato di non voler ricorrere a un colpo di Stato a favore di nessuno dei contendenti sono singolari in quanto la legittimità è dalla parte del governo e gli insorti sono gli oppositori ma sembrano in qualche modo godere della copertura delle èlites ricche e potenti del paese: e del re.

Il ministro della Pianificazione e degli Investimenti della Repubblica socialista del Vietnamla Công hòa xã hôi chủ nghĩa Việt Nam, ha proposto in una bozza di disegno di legge che non ci sia più bisogno per il governo di detenere d’ora in poi il 100% delle partecipazioni nelle imprese di proprietà dello Stato. Secondo la proposta, sarebbero così privatizzati, entro il 2015, 500 enti e società gestite dallo Stato. Il paese sta gradualmente ristrutturando le sue imprese di Stato dopo l’arresto di diversi managers pubblici nel 2013 e gli ordini ad esse impartite di vendere sul mercato gli assets non considerati primari delle compagnie.

Nel corso degli ultimi due anni, gli sforzi di Hanoi per portarsi a casa crediti ad esso dovuti, di migliorare la produttività e di ristrutturare i mercati finanziari hanno contribuito a stabilizzare l’economia. Rivela uno dei principali autori della proposta, alto esponente dell’Istituto centrale di gestione dell’economia, Bui Van Dung, che tra le imprese da privatizzare ce ne saranno anche di molto grandi e note come la Vinatex― il Gruppo Tessile e Abbigliamento nazionale del Vietnam e la Vietnam Airlines, e altri grandi gruppi come Agribank, Vinafood 1 e 2, e Vicem (llTuoiTreNews, 11.2.2014,Vietnam gov’t won’t own 100% of all state-run firms: proposal― Il governo del Vietnam non possiederà il 100% di tutte le aziende gestite dallo Stato: una proposta [in pratica, come le vecchie – ma vive – PP.SS. dea prima nostra repubblica] ▬ http://tuoitrenews.vn/business/17428/vietnam-govt-wont-own-100-of-all-staterun-firms).

In India, dove gli ultimi sondaggi preconizzano una catastrofe elettorale per il partito del Congresso e una pressoché sicura vittoria della destra nazionalista alle elezioni generali che si terranno in sei fasi nei vari Stati federali tra aprile e maggio, due sviluppi che interessano da vicino anche altri e non solo gli equilibri politici del grande paese del sub-continente. Non sarà la conseguenza maggiore ma il cambio di governo avrà pessime conseguenze anche per il caso dei fucilieri di marina italiani detenuti a New Delhi.

Lunedì 10 febbraio, i ministri degli Esteri dell’Unione europea, che avevano ancora una volta, su insistenza comprensibile ma anche qualche po’ petulante di Roma, speso qualche minuto ad assicurare all’Italia la loro solidarietà (costa poco...) per la faccenda dei cosiddetti marò (li chiamano così, come chiamano parà i paracadutisti, nel gergaccio colloquial-militaresco: ma sono solo truppe, come dicono, forse un poco specializzate― anche se non è mai chiaro davvero in che cosa) alla sbarra in quanto accusati di aver ammazzato per sbaglio – è l’accusa di cui nessuno mette in dubbio la base fattuale – due pescatori indiani erroneamente scambiati per pirati.

Poi sull’approssimato dilettantismo della nostra diplomazia e della nostra politica estera cala la mannaia del segretario generale dell’ONU: noi non facciamo da mediatori in un caso del tutto e solo bilaterale come questo... in parte poi rimangiata (dopo la minaccia tonitruante di Emma Bonino di ritirare i soldati italiani dalle misioni antipirateria del’ONU stessa) non senza averci fatto osservare l’ovvio: che non è la missione italiana ad essere incolpata di un atto di pirateria – l’attacco ai pescatori – ma i due marò che personalmente – queste è l’accusa vera – avrebbero agito irresponsabilmente e avventuratamente...

Così come il “siamo con voi ma in questa questione non c’entriamo niente” del segretario generale della NATO, Rasmussen, che sa di non entrarci niente e lo fa capire a chi dall’Italia gli fa pressione, con qualche efficacia ma al solito solo verbale...; e sembra anche calare un silenzio di imbarazzo, disinteresse e distrazione – una celta di esplicita “non interferenza” quasi, da parte soprattutto dell’alleato statunitense che, in fondo, poi, è anche... alleato dell’India[7].

E poi – ma non certo arrivando alla fine della tregenda – il 18 febbraio, dopo l’ultimo, per ora, rinvio dei tribunali indiani, la ministra degli Esteri dell’Italia, Emma Bonino, che pure si rende conto bene del’incongruenza per un paese e un sistema come quello nostrano di lamentarsi dei ritardi altrui!! sbotta contro quella che – pur avendo torto anche quando come qui ha ragione – è la “manifesta incapacità” del governo indiano.

Il lamento del bue, insomma, che dice cornuto all’asino: qui siamo al sesto rinvio in sede di Corte suprema e al ventiseiesimo in totale― ma da noi per somali, albanesi, in genere gli stranieri non proprio “documentati” ma accusati dalla polizia neanche li processiamo e non ne rinviamo i processi: noi, gli accusati, magari li teniamo dentro indefinitamente e senza formulare mai alcun capo di accusa. E Bonino lo sa bene... (Agenzia AGI, 18.2.2014, Marò: Bonino richiama ambasciatore, “situazione inaccettabile” http://www.agi.it/estero/notizie/201402181324-est-rt10110-maro_bonino_ richiama_ ambasciatore_situazione_inaccettabile).

Il secondo fattore di novità, di ordine questo geo-politico e strategico, è il 7 febbraio la notizia che un MiG-29 della Marina indiana, guidato da un pilota indiano, è ammarato con successo sulla portaerei indiana Vikramaditya, una volta quando era nella marina sovietica d’antan, conosciuta come ammiraglio Gorshkov. I russi la vararono nel 1982, decommissionandola nel 1996, vendendola nel 2004 all’India e consegnandogliela, largamente ristrutturata, nel novembre del 2013. Adesso è arrivata alla base navale di Kanwar a sud di Mumbai mentre a  bordo resta per un anno una squadra di specialisti russi che continueranno a supportare le eventuali e probabili riparazioni ancora necessarie.

La Marina militare indiana nel 2013 aveva già ordinato alla Russia il suo primo squadrone di caccia monoposto MiG-29K/KUB, soprannominato delle “pantere nere” e che annovera 12 caccia monoposto e 4 biposto dello stesso modello. Alla fine, alla Vikramaditya dovrebbe spettare un complemento pieno di 24 caccia. E per diversi anni ancora questa sarà la nave da guerra di gran lunga più potente di stanza permanente nell’Oceano indiano (RIA Novosti, 7.2.2014, First Indian MiG-29 Fighter Jet Lands on Vikramaditya Il primo caccia MiG-29 indiano ammara sulla Vikramaditya http://en.ria.ru/military _news/20140207/187307197/First-Indian-MiG-29-Fighter-Jet-Lands-on-Vikramaditya.html).

Dopo un giorno di incontri serrati a Pechino coi vertici cinesi, il segretario di Stato americano, Kerry, se n’è uscito il 14 febbraio a dire che il governo di Pechino è pronto a incrementare la pressione su quello della Corea del Nord perché abbandoni il programma di sviluppo del suo armamento nucleare. Ma è stato subito chiaro che i cinesi non erano affatto d’accordo con questa interpretazione unilaterale e, per lo meno, “forzata”.

E’ vero che i cinesi gli hanno confermato, a partire dal presidente Xi Jiping, di essere certamente favorevoli alla denuclearizzazione “a termine” di tutta la penisola di Corea – lasciando, però, così  aperta la porta alla richiesta nord-coreana che chiede agli Stati Uniti di ritirare dal Mar del Giappone o, come preferiscono chiamarlo i coreani tutti, dal Mare orientale – come contropartita alla sua rinuncia di ritirare anche le centinaia di armi nucleari che sulle navi della VII Flotta pattugliano quegli specchi d’acqua. Ma questo, appunto, gli hanno confermato e non altro. Lui ha voluto deliberatamente equivocarle. Ma proprio i cinesi hanno messo in chiaro, con quel loro “a termine”.

E Kerry ha dovuto poi correggersi riconoscendo che tra USA e Cina, sul nodo, restano “differenze significative”. E non filosofiche. Proprio sul che fare: cioè, proprio su quello che conta. La realtà è che Pechino, proprio come Washington, può anche parlare di denuclearizzazione ma, ne parla in modo formalmente diverso da Washington e fa capire, soprattutto, che la sua priorità al riguardo non è tanto questa quanto la stabilità del paese che ha ai suoi confini e che è questo a preoccuparlo (New York Times, 14.2.2014, M. R. Gordon, China Set to Press North Korea Further on Nuclear Aims, Kerry Says― La Cina, dice Kerry, decisa a premere ancora sulla Corea del Nord sull’armamento nucleare di Pyongyang http://www.nytimes. com/2014/02/15/world/asia/china-to-toughen-stance-on-north-korea-kerry-says.html?_r=0 ).

EUROPA

L’EUROSTAT, l’agenzia statistica della UE che da Lussemburgo rileva e rivela sistematicamente, in accordo con gli omologhi istituti nazionali del continente, i dati nazionali, li accorpa e li confronta, ha rilevato adesso come, anche l’Italia sia tornata a crescere: negli ultimi tre mesi dello scorso anno il PIL è aumentato del +0,1% rispetto al periodo precedente: un’inezia, davvero, ma è davvero aumentato.

L’ISTAT, da parte sua, fa anche notare come si tratti della prima variazione positiva dopo 9 trimestri consecutivi: ultimo segno + s’era registrato nel secondo trimestre del 2011 (+0,2%). Da un punto di vista statistico il paese è (quasi) uscito dalla recessione: servono, infatti, due trimestri consecutivi di crescita non uno soltanto per essere così classificati. E, non certo da noi, ma nel mondo sembra vagamente curioso che il governo in carica sia fatto cadere da uno tsunami tutto interno al partito di maggioranza così come, invece, inevitabile appare che perfino uno scavallato come il nuovo Renzi sia subito stato avviluppato dal complicato puzzle istituzionale nostrano a passare dal suo sfrenato galoppo d’assalto neanche al trotto ma a un passo compassato e cadenzato che tutto inesorabilmente viene ingolfando.

E proprio il giorno in cui arriva questa notizia dopo oltre quasi due anni di stallo e di impantanamento dell’economia del paese, qui, in questa sede, dove non siamo soliti farlo, magari per i nostri rari lettori non italiani che nella nostra lingua comunque ci seguono – una cinquantina al massimo, ci risulta – una considerazione rapidissima e, speriamo però, non superficiale la vogliamo fare. Così, fuori sacco...

L’incertezza politica che sta prostrando l’Italia si inserisce bene nel contesto della crisi economica e politica che sta affliggendo l’Europa e l’eurozona in modo particolare. Ma bisogna far rilevare come la frammentazione sociale politica dell’Italia sia tutta particolare, storica come si dice, nel senso proprio del termine.

Il risultato cioè delle caratteristiche storico-geografiche di un paese che come istituzione unitaria esiste solo da centocinquant’anni, è stato ripetutamente invaso, occupato e governato da potenze straniere, ognuna delle quali poi gli ha lasciato addosso le sue abitudini, i suoi costumi, le sue istituzioni e le sue diverse, spesso anche divergenti, e tutte l’una sull’altra affastellate e mai davvero integrate culture e tradizioni e legislazioni amministrative e giudiziarie (pensate, solo per dire, agli Asburgo e ai Borbone di Napoli, per non menzionare il regno pontificio...: ognuno di loro ci ha lasciato le sue leggi e, di fatto, questo paese le ha tutte fatte sue non cancellandone davvero nessuna.

In queste condizioni, da sempre forse – meno gli anni ruggenti della prima ricostruzione dalle rovine della guerra quando democristiani (De Gasperi, mica Forlani...) e comunisti (Togliatti, però. mica Renzi) – il ruolo essenziale del governo di Roma è stato quello di gestire gli interessi e le spinte degli attori interni e esteri e il fardello che cumulativamente azzoppa ogni sforzo di riforma economica e politica. Non si tratta solo di un equilibrismo sempre più faticoso ma di un vero e proprio lavoro di prestidigitazione che si va facendo sempre più macchinosa.

E’ tutto questo che rende l’Italia, secondo non pochi, un paese in pratica non solo non governato o ingovernato quasi senza eccezioni ma – come disse una volta il premier più “stabile” che abbiamo mai avuto, perfino più stabile del decrepito Berlusca― il duce dell’impero Benito Mussolini – proprio un paese che è “inutile” tentare di governare. Ma anche un paese che,  a modo suo, potrebbe pure apparire forse miracoloso. Quando siamo più in depressione, a noi viene sempre in mente, diciamo pure in qualche modo a sollievo, la battuta sferzante su quel che ha fatto davvero dell’Italia, l’Italia: nei passaggi più bui della nostra storia ingarbugliata.

Quella di Harry Lime/Orson Welles che ne “Il terzo uomo” (1949) osserva sornione come trent’anni di frastornante, violento, cruento rimuginare sotto i Borgia in Italia, alla fine sfornarono per il mondo Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. Mentre mezzo millennio di pace, di quiete sociale e di armonia in Svizzera ci ha regalato l’orologio a cucù...

Positivo, naturalmente, anche l’andamento dell’economia a livello europeo, col PIL dell’eurozona che, nel quarto trimestre del 2013, ha mostrato una crescita dello 0,3%, dopo il +0,1% registrato nel trimestre precedente. E bene – per modo di dire, cioè comunque in positivo – anche l’Europa a 28: nel complesso il rialzo dell’ultimo trimestre del 2013 è stato pari allo 0,4% (+0,3% rispetto al periodo precedente). Torna il segno più anche per quanto riguarda il confronto annuale: rispetto al corrispondente periodo del 2012, PIL salito dello 0,5% nell’Eurozona e dell’1% in tutta l’UE.

    (EU News.it, 14.2.2014, L’Italia torna a crescere, +0,1%; l’Eurozona a +0,3 http://www.eunews.it/2014/02/14/ eurostat-litalia-torna-a-crescere-nelleurozona-03/12682; e EUROSTAT, 14.2.2014, com. #23/2014, Euro area GDP up by 0.3%, EU28 up by 0.4% +0.5% and +1.0% respectively compared with the fourth quarter of 2012― Il PIL dell’eurozona sale dello 0,3%, l’UE a 28 delo 0,4 – rispettivamente +0,5 e +1% rispetto al quarto trimestre del 2012 http://epp. eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14022014-AP/EN/2-14022014-AP-EN.PDF).

Insomma, ricomincia a crescere tutta l’Unione, realtà economica tenuta insieme dalla moneta unica e dalle molte regole del mercato unico ma non – non ancora? – purtroppo da una comune politica economica – tanto meno utile e intelligente – e da una politica decentemente integrata per un complesso di 500 milioni di europei e per il maggiore PIL del mondo pari a 11,7 trilioni di €, o 16 di $: superiore a quello degli Stati Uniti d’America, malgrado la loro ripresa più forte e le scelte sciagurate di politica economica che hanno depresso la ripresa europea (New York Times, 14.2.2014, D. Jolly, France and Germany Lead Euro Zone to Higher Ground― [Sono] Francia e Germania a guidare l’eurozona verso tassi di crescita più elevati http://www.nytimes.com/2014/02/15/business/international/france-and-germany-add-to-signs-of-recovery-in-euro-zone.html?_r=0).

Tra i paesi dell’Eurozona, meglio di tutti, infatti, la Germania che ha fatto registrare un rialzo dello 0,4%, seguita da Spagna e Francia (+0,3%). Nell’Europa a 28 stati invece, la migliore performance è quella della Romania (+1,7%), seguita dalla Repubblica Ceca (+1,6%). Il risultato peggiore è quello di Cipro (-1%).

E a metà mese arriva a rallegrare un tantino i cuori dei comunque cuorcontenti la notizia che Eurogruppo e Commissione europea accolgono la proposta tedesca (la cancelliera Merkel aveva annunciato nel discorso di insediamento al Bundestag della Grosse Koalition che sarebbe stata consentita più “flessibilità nei conti” a chi in Europa ne avesse bisogno in cambio di “riforme” vere e strutturali. Naturalmente queste è la verità ma la annunciano come se fosse una cosa nuova (la Repubblica, 20.2.2014, Dijsselbloem [presidente di fresca nomina dell’Eurogruppo, che riunisce i ministri delle Finanze e dell’Economia dell’eurozona]: “Flessibilità sui conti,se ci saranno riforme definite con la [= decise dalla] Ue”▬  http://www.repubblica.it/economia/2014/02/20/news/dijsselbloem_flessibilit_sui_conti_se_ci_saranno_rifor me_definite_con_la_ue-79128076).

Così che, viene fatto ben osservare ai frollocconi i bocca buona, “dopo aver imposto regole di bilancio impossibili da rispettare, verranno concesse deroghe, ma solo a chi avrà attuato le riforme dettate da Berlino(laRepubblica.it, 20.2.2014, Blogging in the Wind, C. Clericetti, La morsa della Merkel http://www.repubblica.it/economia/rubriche/il-commento/2014/02/20/news/la_morsa_della_merkel-79148796). Ci viene da dire ormai, senza mettersi certo a dare ragione agli euroscettici, uno squillante Quo usque tandem abutere, Angelina, patientia nostra?[8].

Anche adesso, a inizio febbraio, la BCE lascia dov’è senza tener conto del calo secco e costante dell’inflazione nell’eurozona e nell’Unione il tasso di sconto, secondo la prassi iper-cautelosa di sempre  del suo Consiglio direttivo (Guardian, 6.2.2014, Graeme Wearden, Euro ralllies as ECB stands firm and leaves interest rates unchanged― L’euro si riprende con la BCE che resta ferma e lascia immutati i tassi di interesse http://www.theguardian.com/business/blog/2014/feb/06/european-central-bank-rate-decision-mario-draghi-bank-of-england-business-live).

E, nella conferenza stampa di presentazione delle decisioni del direttorio, Mario Draghi dà risposte e non risposte― confermando con chiarezza che il trattato di Maastricht effettivamente non vieta alla BCE interventi di acquisto di buoni del Tesoro degli Stati membri sul cosiddetto “mercato secondario”, ma lasciando ambigua la sua previsione sul quesito che gli viene insistentemente  riproposto: la Banca è pronta, ad imbarcarsi, se servisse, su un programma forte, insistito, di facilitazioni quantitative, all’americana, a inondare cioè di liquidità il mercato? (EBC/BCE, 6.2.2014, Francoforte, Introductory Statement Dichiarazione introduttiva del presidente Mario Draghihttp://www.ecb.europa. eu/press/pressconf/2014/html/is140206.en.html).

Il 7 febbraio “la Corte costituzionale tedesca ha deciso di rinviare alla Corte di giustizia europea un ricorso” presentatole da cittadini tedeschi “contro il programma della BCE di acquisti ‘illimitati’ di bonds europei”. Secondo noi, sentenziano i 16 giudici supremi di Karlsruhe, nominati per metà dalla Camera e per metà dal Senato, Bundestag e Bundesrat, si tratta di una decisione illegale.

Ma trattandosi di materia per definizione europea e sovrannazionale – la decisione di Mario Draghi dell’agosto 2012 di annunciare – contro, poi, l’espresso parere della Bundesbank lasciata nei fatti impotente nella sua splendida minoranza assoluta – il varo del cosiddetto programma di Outright Monetary Transationstransazioni monetarie dirette, solo minacciato ma già così di fatto poi (appena...) sufficiente per difendere l’eurozona dalla speculazione sferrata contro il debito sovrano di molti Stati membri direttorio da parte della Banca centrale – meglio, proclama la  rosso togata Bundesverfassungsgericht/BVerfG, che su di essa si pronunci la Corte europea di Lussemburgo.

Non passano neanche due ore e la BCE risponde direttamente e brevissimamente (una riga e mezza di replica, per così dire) di “prendere atto dell’annuncio dell’Alta Corte tedesca di ricorrere alla Corte di giustizia europea. Ma ribadisce che il programma OMT rientra pienamente nel suo mandato”. E’ la prima volta che la BVerfG – molto criticata dagli ambienti più conservatori a Berlino – si piega così al giudizio di un altro ente che, di fatto, riconosce come in qualche modo superiore o, ameno, più competente per giurisdizione su una vertenza che pure le viene presentata direttamente.

A leggere bene, la Corte tedesca sembra però sostanzialmente prendere solo tempo. Si riserva infatti – almeno così pare... secondo alcuni (non tutti gli) osservatori – di rinviare una sua possibile definitiva sentenza a dopo quella europea― che varrebbe ovviamente solo per la Germania ma che, trattandosi appunto della Germania, avrebbe un peso discriminante... forse determinante (Il Messaggero, 7.2.2014, Corte costituzionale tedesca si appella a Corte Ue contro piano Draghi. BCE: agito in linea con mandato http://m.ilmessaggero.it/m/messaggero/articolo/economia/506782).

Ma poi, e soprattutto, la BVerfG si riserva di far scattare eventualmente subito, adesso a metà marzo, la sua tagliola: la sentenza con cui le toccherà pronunciarsi sulla legittimità del meccanismo stesso di stabilità europea, l’EMS, che ha il mandato conferitole da tutti i capi di Stato e di governo dell’Unione – Germania, piuttosto riluttante a dire il vero, compresa – di salvaguardare la stabilità finanziaria in Europa fornendo assistenza finanziaria agli Stati membri: decisione contro la quale hanno fatto ad essa ricorso qui in Germania, cittadini tedeschi...

E sono in molti a credere che stavolta non vorrà, né forse potrà anche se volesse, frustrare le riserve anti-europeiste di larga parte della popolazione. Anche a rischio, stavolta, di far saltare tutta la costruzione europea provocando una crisi che, a questo punto – però – sarebbe di tale portata da provocare, chi sa?, una controreazione nel senso del più Europa, più solidale, non meno...

In Portogallo, a metà febbraio è stata  sovrascritta di quasi tre volte l’offerta  all’asta dei buoni del Tesoro, alimentando la speranza e le intenzioni del governo di seguire l’esempio irlandese uscendo in modo pulito quest’ano dal programma di salvataggio del’eurozona (The Economist, 14.2.2014).

A Cipro, a Nicosia, nel quartier generale in loco dell’ONU, dopo la rottura di un anno e mezzo fa improvvidamente decisa dalla parte greca dei negoziati sulla divisione dell’isola che dura dal 1974, greco e  turco-ciprioti hanno finalmente ripreso a parlarsi (The Economist, 14.2.2014, Cyprus, A glimmer of hope – Yet another round of talks to reunify the divided island begins Cipro: un barlume di speranza – Comincia un altro round di colloqui per la riunificazione dell’isola http://www.economist.com/news/europe/21596573-yet-another-round-talks-reunify-divided-island-begins-glimmer-hope).

I greco-ciprioti, che con la loro metà dell’isola sono stati da diversi anni, secondo noi troppo prematuramente, ammessi come membri titolari dell’eurozona, decisi ad ostacolare come potevano l’accesso, o anche solo l’approccio, della Turchia all’Unione europea, avevano allora col loro rifiuto fatto saltare l’intesa promossa dall’ONU e che sembrava praticamente raggiunta. Oggi, con la Turchia che nel frattempo è stata e si è ancora essa stessa allontanata da Bruxelles e dopo la crisi economica profondissima che un anno fa hanno dovuto subire, danno il loro sì a riaprire i colloqui.

Le due comunità, sulla base di un accordo di principio già raggiunto dai due presidenti, il greco Nicos Anastasiades e il turco Dervis Eroglu, potrebbero unirsi in una confederazione che funzionerebbe sulla base di “due Stati costituenti”: qualsiasi cosa ciò voglia, poi, operativamente dire... Alcune recenti scoperte di gas naturale nel Mediterraneo, che potrebbe arrivare sul mercato europeo più facilmente che altrimenti e a minor prezzo proprio attraverso un gasdotto via la Turchia, sembrano ora in grado di spingere verso una soluzione concordata anche per l’isola che, racconta la mitologia greca[9], vide nascere dalla schiuma delle sue onde Venere/Afrodite.

●Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e il suo omologo estone, Urmas Paet, dopo 23 anni di negoziato hanno firmato a Mosca il 18 febbraio un trattato di riconoscimento reciproco del confine comune che delimita anche le acque di  loro interesse della baia di Narva, subito sotto San Pietroburgo, e del Golfo di Finlandia. Come gli altri Stati baltici anche l’Estonia continuerà sempre, per ragioni storiche e nazionali, a cercare di strappare una maggiore indipendenza dal grande paese vicino. Il problema è anche che questa maggiore indipendenza è poi legata a una prospettiva di prosperità che lavorare soltanto con l’Europa non rende mai raggiungibile.

Per dire, la dipendenza dal combustibile di Mosca qui, e in tutto il Baltico, come in misura certo minore in tutta l’europa occidentale, è un fatto oggettivo. col quale, poi, fare i conti

    (The Baltic Course/Tallin, 18.2.2014, Estonia and Russia sign border agreement Estonia e Russia firmano l’accordo di confine http://www.baltic-course.com/eng/baltic_states_cis/?doc=87902; e Stratfor - Global Intelligence, 7.6.2013, Russia: An Increasingly Attractive Partner for the Baltics La Russia: un partner sempre più attrattivo per i paesi baltici http://www.stratfor.com/analysis/russia-increasingly-attractive-partner-baltics).

Nel mese in Ucraina, la svolta... Il 18, parlando proprio in occasione della firma del nuovo trattato di confine con l’Estonia, il ministro degli Esteri russo, Lavrov, aveva detto che in Ucraina la campagna di “ultimatum e minacce” dell’opposizione doveva cessare e che bisognava iniziare un dialogo vero con il governo. Mosca è seriamente preoccupata dei continui tentativi di “incendiare” la situazione e che è indispensabile, invece, la ricerca di una “via costituzionale che porti il paese fuori della sua drammatica crisi”.

Si tratta della dichiarazione più netta dei russi su quella che per loro è l’instabilità pericolosa dell’Ucraina. E è una dichiarazione significativa anche per la non certo casuale omissione di una qualche magari anche solo obliqua dichiarazione di sostegno alla posizione del governo di Yanukovich che finora, con annunci di aiuti e qualche volta magari anche solo nominalmente ma sempre di dichiarazioni di sostegno alla sua legittimità si ripetevano sempre. Intanto, il presidente era tornato al lavoro dal suo breve periodo di assenza per malattia e a Kiev c’era chi sospetta, e dice di sospettare, che i quattro giorni della sua malattia gli siano in effetti serviti per andare a Mosca e chiedere un’esplicita dichiarazione di sostegno: che, però, non avrebbe ottenuta.

I russi conoscono da sempre Yanukovich e la tendenza da sempre sua a gestire in modo, al meglio, un po’ approssimato e pesante i momenti di instabilità politica. Del resto, quando alla presidenza c’era il predecessore Yushenko e la premier Timoshenko andata al potere con lui, neanche passato un anno, aveva rotto politicamente aprendo così prospettive di un possibile accordo che i russi – Medvedev allora ma anche lo stesso Putin – gli chiedevano apertamente di perseguire.

Ma allora, egli rifiutò ogni dialogo col presidente Yushenko con una tattica “controproducente” che proprio Lavrov – poi, nell’agosto 2008 – arrivò a chiamare anche “stupida”. Insomma, in realtà, Mosca non è stata mai ciecamente alleata di Yanukovich anche se sa bene che è lui ad incarnare paure e speranze della larga parte di popolazione che nel paese alla Russia si sente vicina. Ma a Mosca vogliono contrastare, anzitutto col prevenirla, una ripresa di movimentismi insurrezionalisti e di nazionalismi di stampo spudoratamente revanscista e anche neonazista nel paese che per secoli è stato parte integrante della Russia zarista e comunista e sempre ne resta un vicino necessariamente  speciale.

Ma adesso, diciamo pure da metà febbraio, sembra che qualcosa abbia cominciato a mettere in qualche apprensione l’Unione europea che, con o senza il sostegno degli USA, sembra aver preso atto pare or di capire di non poter far fronte alla pressione soprattutto finanziaria delle offerte fatte dai russi a Kiev (però...: adesso, dopo il cambio di governo che ha visto le dimissioni di Azarov, accettate da Yanukovich, da Mosca arrivano sempre più spesso anche ufficiosi segnali che, prima di continuare a sborsare altri miliardi di aiuti, il Cremlino vuole vedere a chi poi davvero essi alla fine  arriverebbero).

Pare che anche Lady Ashton, e perfino Manuel Barroso – ma non i governi, non Merkel, non Hollande – che contano – né quelli che contano meno tra loro – abbiano capito che ormai non possono più limitarsi a fare intravvedere agli ucraini un roseo avvenire di là da venire ma debbono, per essere presi sul serio, dare anche una mano subito, qui e oggi. Ma, ancora e al solito, la Ashton, la voce ufficiale della UE, lo dice e non lo dice, lo lascia capire e, insieme, lo smentisce... (New York Times, 4.2.2014, Edit. Brd, Saving Ukraine Salvare l’Ucraina http://www.nytimes.com/2014/02/05/opinion/saving-ukraine.html?hp&rref=opinion&_r=0). Perché nessuno a Bruxelles mai davvero decide niente e nessuno è in grado davvero di farlo…

●Verso metà mese, era anche cominciato ad emergere a Kiev qualche concreto segnale di reciproco, diciamo, accomodamento. Vero, il leader effettivo del partito della Timoshenko, Arseniy Yatsenyuk, già diverse volte ex ministro anche con Yanukovich presidente, ha ancora declinato il suo invito a assumente la carica di primo ministro che già gli era stata proposta meno di un mese fa. E, anzi, ha annunciato che il 18 febbraio, dopo aver incontrato il giorno prima a Berlino con l’altro capo dell’opposizione non esplicitamente di destra estrema, l’ex pugile Vitali Klitschko, Angela Merkel – non van Rompuy, non Barroso, non la Ashton: chi conta, insomma, davvero in Europa – condurrà una marcia sul parlamento a Kiev.

Per far pressione sui deputati perché si decidano a ridurre i poteri che negli ultimi quattro anni hanno votato al presidente... Anche ormai, dice, con l’occupazione fisica della presidenza del parlamento che a loro non volesse piegarsi e duri scontri in piazza... Allo stesso tempo, però, gli occupanti del municipio di Kiev lo hanno evacuato e si sono impegnati a lasciare gli altri edifici pubblici invasi nel paese in cambio del rilascio dei 234 protestatari fermati finora dalla polizia (Radio Free Europe, 16.2.2014, Protesters rally after ending Kiyv occupation Dopo aver messo fine a Kiev all’occupazione, la protesta si raduna di nuovo http://www.rferl.org/content/ ukraine-protests-occupation-end-kyiv/25265405.html).

Restano, in ogni caso, tutti aperti i problemi per Yanukovich che ora, però, sembra trovare qualche ascolto maggiore quando ribadisce di non aver potuto firmare gli accordi che gli proponeva la Commissione europea solo perché nell’arco del prossimo anno, con le scelte di austerità imposte in cambio al paese, sarebbero costati davvero lacrime e sangue ai più poveri degli ucraini e ai cittadini meno capaci di difendersi.

Restano, in sintesi, i problemi posti da chi protesta, dalla guerra aperta praticamente sferrata al governo dall’estrema destra neo-nazista e russofoba che sta diventando ogni giorno più egemonica tra gli oppositori, dalla pressione che su di lui monta dall’estero― da ovest, dalla UE, ma a questo punto anche da est, da Mosca, dove non pochi vorrebbero ormai vederci più chiaro. E anche da chi tra i suoi gli chiede polso più fermo, costi quello che costi per restaurare l’ordine pubblico (Stratfor – Global Intelligence, 28.1.014, The Ukrainian Govment Faces Pressure At Home and Abroad, Despite Making Concessions Il governo ucraino fronteggia pressioni in casa e all’estero malgrado le concessioni che viene facendo http://www.stratfor.com/analysis/ukrainian-government-faces-pressure-home-and-abroad-despite-making-conces sions).

Sul piano economico-finanziario, la Banca centrale ucraina ha imposto il 7 febbraio una serie di limiti quantitativi all’acquisto di valute estere nel tentativo, abbastanza disperato, di dare una mano alla difficile tenuta della hryvnja[10]. La scadenza scatterà sei giorni lavorativi dopo l’annuncio, per consentire ancora l’approvvigionamento al tasso attuale da parte delle imprese e l’instaurazione del controllo sui cambi individuali. Contemporaneamente, la Banca ha portato il cambio ufficiale da 7,99 hryven’ per dollaro a 8,7 (Agenzia Bloomberg, 7.2.2014, Jake Rudnitsky, Daryna Krasnolutska e Andras Gergely, Ukraine Imposes Capital Controls as President Meets Putin L’Ucraina impone il controllo sui capitali mentre il presidente incontra Putin [a Sochi] ▬ http://www.kyivpost.com/newspaper/2014-02-06).

Il problema serio immediato dell’Ucraina è di essere seriamente indebitata, senza più possibilità concrete di avere credito all’estero e deve, quindi, affidarsi a crediti di qualcuno e che ora li trova – nei fatti, non a chiacchiere – solo nella possibile, e ovviamente anche interessata, disponibilità della Russia― non della UE o degli Stati Uniti (Stratfor – Global Intelligence, 7.2.2014, In Ukraine, Western aid has limits In Ucraina, i limiti dell’aiuto occidentale http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-western-aid-has-limits).

●Torna, infatti, alla ribalta adesso, una rinnovata offerta di aiuto – liquidi, soldi, contanti, crediti immediati – all’Ucraina da parte dei russi. Invece di vuote promesse e al posto, magari, degli alti ideali che sulla base di un accordo di libero scambio – per definizione ineguale tra il debole (l’Ucraina) e il forte (si fa per dire, ma comunque l’Unione) – a Kiev tornano a offrire subito, sull’unghia, qualche miliardo di dollari di apertura di credito.

Facendo impazzire di rabbia i nazi-fascisti che scendono di nuovo subito in piazza a seminare caos e lutti, anche se sciaguratamente quasi coperti dagli appelli euroamericani a Yanukovich di mettere fine, lui, alle violenze di piazza: costringendo anche i leaders dell’opposizione più dura, filo-europea anche se sempre frustrata ma non fascista (Yatseniuk, Klitschko...) a prendere le distanze da certe “intemperanze” criminali.

L’annuncio è arrivato nel momento di massima crisi economica e di massima incertezza degli equilibri politici, in mezzo alle nuove sommosse di piazza e al minimo di riserve valutarie disponibili per il paese (New York Times, 17.2.2014, A. Higgins e Alison Smale, Russia to Release Loan Money for Ukraine, Lifting Leader La Russia libera il credito all’Ucraina, dando una mano al presidente [Yanukovich] ▬ http://www.nytimes.com/2014/02/18/world/europe/german-leaders-meet-with-ukrainian-opposition-leaders.html? hpw&rref=world&_r=0).

Ma, poi, emerge che  i nuovi e più scatenati moti di piazza sembrano adesso dover ritardare ancora almeno di qualche giorno l’effettiva apertura del credito russo (a Mosca vogliono, comprensibilmente, potersi fidare che i loro soldi vadano sì all’Ucraina, ma non magari a un nuovo governo dichiaratamente loro avversario messo magari in piedi dalla sommossa. E’ un indicatore, comunque, di un rapporto di forze o di reciproche debolezze che stanno cambiando e riflette anche la tendenza storica, propria ma non certo unica della Russia – l’America in materia dà da sempre lezione.

Da sempre davvero: dai tempi delle elezioni del 1948 e dei sacchi di farina fatti arrivare per chi votava bene in Italia (Leonardo, Italia – Cronologia Politica 1948 ▬ http://cronologia.leonardo.it/storia/a1948d. htm) risorse finanziarie e/o economiche per i propri scopi di ordine geopolitico e per espandere la propria influenza commerciale e/o politica (Stratfor – Global Intelligence, 16.1.2014, The Political Economy of Russian Loans L’economia politica dei prestiti russi http://www.stratfor.com/analysis/political-economy-russian-loans). 

E’ vero che spesso al peggio sembra davvero non esserci fondo e che è meglio non riuscire a decidere niente, magari, piuttosto che peggiorare, facendo male qualcosa, lo stato dei fatti. E’ ovviamente il caso garantito da chi di spada ferisce e poi di spada perisce. Capita ora all’assistente segretaria di Stato americana per gli affari europei, Victoria Nuland, una neo-cons genuina anche se fuori stagione e di parte democratica, moglie (e, badate, una il marito se lo sceglie!) di quel Robert Kagan di puro DNA reaganiano che ha fondato e diretto serbatoi di pensiero reazionari come, ad esempio, il Project for a New American Century che fu l’inventore originale della menzogna delle armi di distruzione di massa di Saddam.

Il PfaNAC allora si inventò la geniale idea di copiare sessant’anni dopo un attacco all’America intollerabile per provocarne la reazione feroce ed armata che chiamò espressamente del tipo di “una nuova Pearl Harbor[11]. Kagan scriveva sì e no un anno prima dell’attacco di Osama bin Laden e della sua banda di ex mujaheddin sauditi inventati dagli USA e finanziati da quel paese alle Torri gemelle, poi con la guerra e l’invasione dell’Afganistan e subito dopo con quella dell’Iraq.

Ma, tornando alla Nuland, improvvidamente di recente promossa – nessuno ha capito bene per quali meriti – da vice-vice-vice portavoce del dipartimento di Stato a policy maker e in un’area delicata come l’Europa orientale, dunque, e la Russia, poi... adesso, dopo che l’America colta a spiare elettronicamente e illegalmente a tappeto in modo eclatante e rivendicato come proprio diritto nemici, veri o presunti, e amici, presunti o veri...

... adesso proprio lei che, per mesi si era spesa sul diritto dell’America a fare l’America, leva altissimi lai e accusa la Russia (probabilmente a ragione) per l’intercettazione di cui è stata bersaglio una sua telefonata “privata” all’ambasciatore a Kiev del suo paese, Geoffrey Pyatt, nel corso della quale gli aveva detto, che per quanto la riguardava la UE con il suo non dare una mano concreta all’opposizione ucraina – non all’Ucraina, sia chiaro – poteva pure andarsene a fare in culo”, che manco un Beppe Grillo qualunque (letteralmente: could well go fuck herself)― con l’ambasciatore che, deferente, subito chiosa “exactly!”: dopo avere farfugliato tre-quattro banalità proprio del cavolo (sentitelo e sentitela su You Tube, 4.2.2014, nella registrazione originale ▬ http://www.youtube. com/watch?v=CL_GShyGv3o)...

Come se poi, a dire il vero, quell’imbranata di Nuland, o il suo segretario di Stato e/o il suo presidente, per l’Ucraina abbiano avuto, al contrario della UE incapace di decidere qualcosa da offrire o da suggerire adesso di concreto anche se solo all’Ucraina di colore anti-russo, che non siano solo altre vuote ciance e qualche stentato sorriso (New York Times, 6.2.2014, P. Baker, US points to Russia as diplomat’s private call is posted on web Gli USA puntano il dito sulla Russia per aver postato sul web la telefonata privata della loro [come dire? grezza, rossa, sciocca?] diplomatica http://www.nytimes.com/2014/02/07/world/ europe/us-points-to-russia-as-diplomats-private-call-is-posted-on-web.html?gwh=5C9CA90E5379EC183808604FE 0E87550&gwt=pay).

Quel che la Nuland attestava direttamente, qualche mese fa – e che nessuno aveva, naturalmente, allora, fatto notare – era che gli USA avevano agito “attivamente” da anni, a “sovvertire” – l’unico termine che appare adeguato, da una parte, e che Nuland, dall’altra, chiama si capisce “sostegno allo sviluppo delle istituzioni democratiche ucraine”. Diceva papale papale che, “a partire dalla dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina nel 1991, gli Stati Uniti hanno sostenuto gli ucraini – bé... certi ucraini – nello sviluppo delle loro istituzioni democratiche e delle possibilità di promuovere una vera società civile e buone forme di governance― tutto quanto, insomma, era necessario come precondizione per far raggiungere all’Ucraina l’obiettivo delle sue aspirazioni europee”.

Che, al di là di quella che Orwell avrebbe chiamata la “neo-lingua”, detta sotto il regime sovietico “linguaggio di legno”, nelle formule meccanicistiche dell’agit-prop neo-liberista e neo-cons, aveva impegnato fino ad allora il governo americano dal ’91 in poi, a sovvenzionare i loro amici ucraini – non l’Ucraina! – per qualcosa come 5 miliardi di $ e avrebbe continuato a farlo, lei garantiva (Information Clearing House, testo e video del 13.12.2013 postati in rete il 9.2.2014, “We have invested more than 5 billion dollars to help Ukraine to achieve these and other goals ”― “Abbiamo investito più di 5 miliardi di $ per aiutare l’Ucraina a raggiungere questi e altri obiettivi▬ cfr. http://www.information clearinghouse.info/article37599.htm).

●Ormai, in mezzo a fatti pure davvero tragici, spuntano in continuazione anche le buffonate. Come l’annuncio, che viene sempre dal dipartimento di Stato americano, settore Europa diretto dalla imbarazzante signora Nuland, che gli Stati Uniti faranno scattare le loro sanzioni non concedendo più visti... per l’America a coloro che in Ucraina crede e dice e decreta essere i responsabili della violenza di piazza ma, si capisce, solo di parte governativa.

E vedrete che l’Europa si affretterà, in qualche modo più vacillante e confuso – perché sono 28 governi e non 1 a dover formalmente decidere e insieme – a seguire questi pericolosi dilettanti. Lo fa a ruota in effetti e aggiunge al blocco a pappagallo dei visti quello dei conti bancari dei governanti ucraini in Europa― come se ne fosse rimasto uno solo, oggi, se mai li avesse avuti tanto cretino da lasciarceli ancora; e il divieto di esportazioni di armi all’Ucraina― che per conto suo è uno dei massimi fabbricanti di armi d’Europa e che anche se volesse non avrebbe un euro per comprarle comunque.

Poi, mentre in piazza Indipendenza i morti si fanno decine, una missione di tre ministri degli Esteri dell’Unione – Sikorski, polacco, Steinmaier tedesco e Fabius francese – arriva a Kiev il 20 febbraio e, superate con fatica le barricate con cui gli “eurofanatici ucraini” non li volevano far entrare nel palazzo presidenziale, mentre a Bruxelles il plenum dei loro colleghi sembra discutere sempre e solo di sanzioni possibili e incontrano Yanukovich:  avanzando un’idea non proprio originalissima e che già lo aveva tentato su spinta dei russi sempre più perplessi sulla sua possibilità di durare e potrebbe, forse, ormai, essere la chiave di volta per disinnescare almeno temporaneamente, la crisi anticipando le elezioni presidenziali entro l’anno dal 2 febbraio  2015.

E’ un passo avanti dall’immobilismo consueto bruxellese, un po’ come quello che vige da sempre a Washington dove quei burocrati restano sempre rigidamente uguali a se stessi riproponendo, al solito, di negare visti d’accesso in America ai dirigenti ucraini, continuando a dare per scontato che a Kiev, oggi, a qualcuno del governo Yanukovich possa interessare di andarsene a visitare l’America: semplicemente, ma anche palesemente, ridicolo. Tanto più che è la seconda volta, da gennaio, che questa stessa misura viene vuotamente annunciata come se fosse nuova (Briefing della portavoce Marie Harf, 19.2.2014, Renewed sanctions against Ukraine officials Rinnovo delle sanzioni [dunque, non nuove] contro dirigenti ucrainihttp://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2014/02/221816.htm#UKRAINE)...

E, poi, si arriva – pare proprio... – davvero alla svolta. Aveva scritto sul NYT, proprio il 20 febbraio, giorno in cui a Kiev riesplode un’orgia di violenza con   decine di morti, una delle poche voci italiane che hanno ancora qualche prestigio e qualche peso nel mondo, quella di Romano Prodi, ex premier e soprattutto ex presidente della Commissione europea quando essa era ancora una cosa seria, in mezzo ad alcune considerazioni quasi dovute di ossequio occidental-occidentalista di maniera, che “ci sono certi che, nell’Unione europea, hanno perso di vista la verità basilare che noi abbiamo bisogno dell’Ucraina tanto quanto l’Ucraina ha bisogno di noi... perché dell’Ucraina l’Europa ha bisogno oggi più che mai proprio come ponte con la Russia.

    In questi giorni i colloqui tra le parti hanno portato solo a scambi di reciproca mala fede. La sfiducia è cresciuta in continuazione: Mosca vede la diplomazia europea come qualcosa che solo di nome non è un tentativo di costruire un impero, mentre Bruxelles vede una Russia gelosa decisa a ricreare un passato imperiale.

    Questo fragile ponte vitale che è l’Ucraina è oggi a rischio di collassare. Minacciare oggi sanzioni, condonare gli estremismi che scatenano la violenza nelle strade e ignorare le difficoltà finanziarie dell’Ucraina – come sembrano fare i leaders europei – oggi significa accelerare la distruzione di quel ponte. Invece, dovremmo puntellarlo, quel ponte, e ripararlo(New York Times, 20.2.2014, R. Prodi, How Ukraine Can Be Saved Come si può salvare l’Ucraina http://www.nytimes.com/2014/ 02/21/opinion/prodi-how-ukraine-can-be-saved.html?_r=0); testo italiano su EURACTiV, 20.2.2014, da C. Teofili, Ucraina: Prodi su NYT, Ue sostenga 'fragile ponte' con Russia ▬ http://www.euractiv.it/it/opinioni/stampa-estera/8696-ucraina-prodi-su-nyt-ue-sostenga-fragile-ponte-con-russia. html).

●Dicevamo che la svolta arriva il 20-21 febbraio. E ci sono voluti gli scontri cruenti di piazza Indipendenza con lo sgombero forzato del parlamento da parte dei manifestanti più  mentre cominciano a organizzarsi e a scendere in strada ritrovandosi al parco Mariinsky di Kiev anche gruppi di sostenitori di Yanukovich, col governo dispone l’acquartieramento e l’approntamento di truppe e equipaggiamento in giro per il paese, cominciando anche a far avvicinare alla capitale trasporti ferroviari di truppe regolari dal centro-sud, Poltava e Dnipropetrovsk, la vecchia Ekaterinenburg russa (notizia riportata dalla Ukrayinska Pravda, 20.2.2014).

Il piano di Yanukovich di gestione della crisi sotto l’aspetto della rivolta di piazza dipende, in effetti, dalla possibilità che avrà – e che subito, però, appare almeno incerta – di affidarsi alle truppe regolari e di essere obbedito se l’escalation degli scontri con l’opposizione filo-occidentale e di destra deborda dalle possibilità di controllo delle forze di polizia. Che finora, ad alto prezzo, ha contenuto la rivolta di piazza Indipendenza ma non ha mai neanche provato a sgombrarla per capirci all’egiziana.

In effetti la situazione nell’ovest del paese si sta incancrenendo con dimostrazioni violente antigovernative almeno in quattro città – Khmelnytskyi, Ivano-Frankivsk, Uzhhorod e Ternopil – con tentativi anche di invasione di edifici pubblici e una protesta ancora più seria nella città di Lvov con tendenze apertamente tese alla scissione dal resto del paese. Ma la svolta si concretizza sul serio quando il 19 febbraio il comandante delle Forze armate e capo di Stato maggiore Volodymyr Zaman viene rimpiazzato senza tante spiegazioni dal capo della Marina vice amm. Yuriy Ilyin.

Naturalmente, salgono dubbi e mormorazioni (Stratfor – Global Intelligence, 19.2.2014, In Ukraine, a Military Reshuffle Raises Questions― In Ucraina, domande dopo un rimaneggiamento nel comando militarehttp://www.stratfor. com/analysis/ukraine-military-reshuffle-raises-questions), tanto più che poi, un giorno dopo mentre tutto il paese ribolle e in piazza si spara, si dimette anche il vice capo di Stato maggiore delle Forze armate, ten. gen. Yuri Dumanskiy che denuncia seccamente l’idea di veder coinvolgere le Forze armate in questioni di politica interna. Considero inaccettabile, dice, che “i soldati possano venir trascinati nel conflitto civile del paese”: lo riportano in molti  (tra gli altri, qui stiamo citando GeorgiaNews,ge, 21.2.2014, Deputy chief of Ukraine’s armed forces general staff resigns Dimissionario il vice capo dello stato maggiore delle Forze armate ucraine http://www.georgianews.ge/world/26401-deputy-chief-of-ukraines-armed-forces-general-staff-resigns.html).

●Poi, in quella che sembra poter essere alla fine la resa di Yanukovich e così – almeno per l’immediato della crisi, e per dirla con la sintesi che ne fa il NYT (New York Times, 21.2.2014, A. E. Kramer e A. Higgins, Embattled Ukraine President Signs Compromise Deal as Parliament Votes to Free His Imprisoned Rival Il presidente ucraino sotto forte pressione firma un accordo di compromesso mentre il parlamento vota di liberare la sua rivale incarcerata http://www.nytimes.com/2014/02/22/world/europe/ukraine.html?_r=0) il presidente ucraino, assediato, il cui avvicinamento a posizioni più prossime a quelle dei russi ha provocato comunque la crisi politica più grave della storia post-sovietica, ha firmato venerdì 21 febbraio un accordo di compromesso che sminuisce il suo potere e lo obbliga a guardare impotente un parlamento che si è ripresi forza e poteri – che dalla sua elezione del 2004 aveva trasferito, all’americana o alla russa, alla presidenza – e votare, poi, a larghissima maggioranza la possibile – liberazione dal carcere della sua rivale.

    Con 310 voti contro 54, a prova di veto presidenziale – e con quasi tutti sì della maggioranza stessa del partito di Yanukovich – i legislatori hanno deciso – con 322 voti a favore – la decriminalizzazione delle azioni per le quali Timoshenko era stata condannata”. Cioè, non dicono che non ha commesso i crimini, dicono con la nuova maggioranza, sostituendosi ai giudici, sicuramente politicizzati, che non erano crimini. Non perché la legge non li bollasse così, ma perché adesso non li qualifica più come tali[12]...

L’accordo, ora firmato dal presidente e dai capi dell’opposizione” alla presenza dei tre ministri europei occidentali e anche di un rappresentante russo “impegna a elezioni anticipate e riduce in qualche misura la sua autorità. Anche se la Russia non ha fatto proprio l’accordo e tanti tra i dimostranti non si fidano dei motivi del presidente, dicendo di volere subito le sue dimissioni, i leaders dell’opposizione si dicono fiduciosi di persuadere gli scettici e di mettere così fine agli scontri”.

●Il parlamento, infine, ha anche votato il licenziamento in tronco del ministro degli Interni, Vitaliy Zakharchenko, identificato da molti come uno dei fautori della repressione più dura a fronte di un’opposizione, certo, essa stessa particolarmente violenta: dei 383 deputati presenti 332, moltissimi della maggioranza, gli hanno votato la sfiducia individuale (Voice of Russia, 21.2.2014, Ukraine interior minister Zakharchenko dismissed for anti-protest “violence”― Il ministro degli Interni ucraino Zakharchenko licenziato per le “violenze” contro le sommosse http://voiceofrussia.com/news/2014_02_21/Ukraine-interior-minister-Zakharchenko-dismissed-for-anti-protest-violence-0502).

Naturalmente non competeva né agli europei né ai russi dare l’assenso o il gradimento agli ucraini. Ma  adesso diventa importante – secondo noi assolutamente cruciale – vedere che fine fanno i 15 miliardi di $ che Putin aveva promesso, se garantito sul piano politico, di mettere a disposizione di Kiev... e se, naturalmente dovessero venire ora a mancare nella nuova situazione, li presterebbe e a che condizioni l’Unione europea. Perché, al dunque, la verità a tutti nota è che Yanukovich non aveva in realtà rifiutato l’Europa, ma le condizioni di “austerità” che Bruxelles imponeva a una popolazione (secondo noi su questo il presidente aveva ragione) che le avrebbe dovute sopportare e supportare sempre, e come sempre anzitutto, sulle spalle e a spese delle sue classi meno abbienti e più sofferenti.

●Cercando a conclusione ora qui di riassumere, il più obiettivamente e fattualmente possibile, lo status della questione Ucraina. Prima da un punto di vista, diciamo, di ordine geo-politico. Poi sotto il profilo geo-strategico legato al territorio, ai territori in questione. E’ anzitutto, sotto il primo profilo, un nuovo manifestarsi, cioè la ripresa del vecchio progetto USA/NATO/UE di espandersi nach Osten verso est, mettendosi a cacciare di frodo per così dire nella sfera di influenza dei russi.

La maggior parte dei paesi del vecchio Patto di Varsavia e tutti e tre i paesi baltici si sono uniti alla NATO come parte di un disegno di espansione a est il cui scopo strategico è sempre stato quello di contenere la Russia. La NATO aveva dichiaratamente – soprattutto per determinazione congiunta americano-tedesca – messo nel mirino, per farle proprie, anche e proprio Georgia e Ucraina. Violando – anzi dopo i baltici, continuando a violare – tra l’altro, l’intesa che Gorbaciov e Clinton, e poi Eltsin e Kohl e Mitterrand in Europa avevano raggiunto e stilato all’atto della dissoluzione dell’URSS, di rispettare invece interessi e spazi l’uno dell’altro, approfittando del vuoto e dell’incapacità di farsi sentire del vecchio ubriacone, parce sepulto, Boris Eltsin succeduto a Gorbaciov.

Ma qui i russi, ormai con Putin, hanno detto basta e l’hanno imposto, approfittando della provocazione bellica lanciata contro Mosca nell’agosto 2008 dall’irresponsabile avventatezza  del presidente georgiano filo-bushotto Mickeil Saak’ashvili, nella vuota presunzione che tanto lo avrebbe aiutato, appunto, il fanfarone Bush. Tre giorni impiegarono i russi a cancellare la voglia dei dirigenti georgiani a fare la guerra e la tentazione di appoggiarli agli americani e ai tedeschi quella di accoglierli nella NATO.

In Ucraina, dopo la presidenza di Viktor Yushenko e la campagna elettorale persa da Yulia Timoshenko, una maggioranza di cittadini ha votato nelle presidenziali del 2010 per il candidato più vicino ai russi, Yanukovich, riportandolo al potere in elezioni che perfino gli avversari riconobbero, come tutti gli osservatori stranieri, sostanzialmente corrette e democraticamente contestate almeno come nel resto dell’est europeo. E non era il risultato che si aspettavano americani e UE, soprattutto i tedeschi.

E, a questo punto, la decisione di incoraggiare altre proteste per aiutare a sottrarre l’Ucraina dall’egida e dall’influenza concreta – aiuti veri non chiacchiere – proposti dai russi: o alla Nuland, spudoratamente cioè, o con pressioni economiche sul governo ucraino di stampo falsamente tecnocratico bruxellese per avere accordi di libero scambio, come si diceva ineguali per definizione, subito dal governo di Kiev contro sempre e solo vaghe promesse di una possibile futura adesione. E una campagna mediatica spuria e svergognata con cui l’occidente bolla come colpa di Yanukovich perfino gli incendi che i rivoltosi rivendicano di aver loro appiccati sulla piazza dell’Indipendenza di Kiev, con le sommesse trasmesse in mondovisione e in diretta.

Seriamente parlando qui, malgrado le scene sensazionali trasmesse in streaming e riprese in tutti i telegiornali dell’occidente ma – avete notato – quasi sempre in coda e a chiusura, a meno che la  sequela di morti tra manifestanti e forze dell’ordine che le accompagnano sia sensazionale, insieme alle previsioni meteo e alle notizie di borsa (quei + e quei – 0,1 senza proprio alcun senso) le prospettive di costringere il governo alle dimissioni sono deboli.

C’è dietro l’angolo l’aiuto economico e finanziario dei russi (credito e combustibili) e la prossimità stessa fisica della Russia e, con buona parte della popolazione ucraina che comunque resta duramente ostile e contraria all’eversione di marca neo-nazista, il paese che sulle scelte politiche resta diviso – ma perché l’Italia no? – non è proprio instabile. Prima o poi bisognerà anche che qualcuno sulle nostre Tv cominci a chiedersi e a darci risposte su chi e come, al di là delle strane “confessioni” di Nuland, sia andato finanziando e sostenendo ormai da oltre due mesi l’eversione di piazza.

Nel 2008, era presidente Medvedev a Mosca e Putin era dietro, insieme e di fatto anche sopra, di  lui il suo primo ministro, i russi articolarono la loro nuova dottrina della sfera di influenza. Noi per ragioni storiche, politiche, linguistiche, di affinità anche familiari e comunque culturali e anche religiose consideriamo l’Ucraina non parte del nostro stesso paese ma un paese che per noi è parte della nostra storia e noi della sua.

Ora, e lo sappiano, ci sono “entità” – disse Medvedev – in occidente che hanno scelto di sfidare e ignorare questa nostra sfera di interessi e di sentimenti. Ma non hanno la capacità, la credibilità e l’autorevolezza per sostenere chi a questo in Ucraina si oppone e non hanno, poi e al dunque, la volontà di scontrarsi con noi. Forse gli ci vorrà ancora qualche tempo, per convincersene, ma si dovranno rassegnare.

Non sarà proprio facile. Con l’una parte che accusa l’altra di interferire e tutte che ben interferiscono e non vedono con gli stessi occhi neanche quel che succede sotto quelli di tutti. Merkel, da Berlino, e Hollande, da Parigi, come Obama da Washington, dicono che la colpa degli scontri è dell’apparato di sicurezza di Yanukovich; i russi incolpano un po’ la debolezza del presidente ucraino e la ferocia dura degli eversori; e chi, come noi vede le scene in streaming, constata che a appiccare gli incendi sono i rivoltosi e a sparare dai tetti sono cecchini che nessuno è davvero in grado di identificare...

Insomma, e al solito, tutti condannano la violenza. Ma, esattamente, la violenza di chi? Non è forse ipocrita Obama quando in visita a Città del Messico, il 20 febbraio, parla dell’Ucraina e – non si capisce poi in base a quale autorità legale o morale – dice che “noi siamo stati a osservare con molta attenzione gli eventi di Kiev e ci aspettiamo che il governo ucraino si comporti con moderazione e non ricorra alla violenza nel trattare con dimostranti pacifici”... già, e se poi non sono per niente pacifici, signor presidente? (New York Times, 19.2.2014, S. Lee Myers, Violence in Ukraine Creates Deepening Clash Between East and West― La violenza in Ucraina provoca l’inasprirsi dello scontro tra est e ovest [quando a noi sembra che è piuttosto sia vero il contrario: che è l’esasperarsi del conflitto tra ovest e est ad esasperare e anche fomentare in Ucraina, la violenza che c’è ed è stata creata]).

●Considerando invece la vicenda sotto il profilo del territorio e delle popolazioni di questo paese – letteralmente Ucraina, va ricordato, nella lingua locale e in quella russa cui largamente è assimilabile, significa terra di confine... chiaro, no?, di confine con chi – è utile traguardare in prospettiva la cosiddetta mappa elettorale delle presidenziali del 1910, le ultime per ora.  Le regioni (oblast) a ovest del fiume Dniepr, con l’eccezione della Carpazia, votarono per Yulia Timoshenko e mentre a Kiev, che esso divide a metà, la maggior parte dei distretti elettorali votarono per lei, tutti gli oblast a est del Dniep, inclusi tutti quelli della Crimea, si esprimevano a larga maggioranza per Yanukovich.

Contati i voti, fu lui alla fine a prevalere chiaramente soprattutto perché i cittadini filo- russi andarono a votare in proporzione più numerosa di quelli filo-occidentali. Non fu una stragrande maggioranza ma netta abbastanza da convincere tutti – tutti! – gli osservatori stranieri. E da mettere in evidenza la profonda polarizzazione linguistica, storica, culturale e anche religiosa (cattolici e protestanti a ovest, ortodossi a est) dell’Ucraina.   

Questa volta, a differenza che nel periodo in cui Yushenko sette anni fa era presidente e Yanukovich premier, non ci sono quasi mai stati veri e propri scontri di strada tra le fazioni rivali e anche a Kiev, nelle aree di Yanucovich a est del Dniepr i suoi seguaci sono restati in casa, senza scendere in strada. E la coincidenza coi giochi di Sochi a questo punto non sembra essere stata proprio casuale. Anche il non fare appello all’esercito da parte di Yanucovich, fino all’ultimo, quando tra le sue fila già s’era sviluppata ostilità all’idea stessa e pure la rinuncia, stavolta, dei russi ad usare i rubinetti del combustibile sotto il loro controllo necessario all’Ucraina per tirare avanti attestano dei tanti mezzi che i russi avevano e hanno sempre per controllarla, se e quando vogliono...

E questo resta qualcosa di vagamente misterioso e non bene spiegato che testimonia dell’andamento per lo meno curioso di questi eventi: che forse, appunto con la coincidenza di Sochi colta dai rivoltosi con perfetto tempismo, può contribuire a spiegare la riluttanza di Putin a far sentire come avrebbe potuto il suo peso...

Adesso però... mentre dal parlamento, il 22 febbraio viene notizia che Yanukovich, starebbe seriamente pensando a dimettersi ma smentisce e chiama un golpe il voto del parlamento (328 sì e 0 no), dove fino a ieri aveva una maggioranza assoluta e che, all’improvviso, lo destituisce e lo accusa di abbandono di posto e violazione dei diritti umani (Kiiv Post, 22.2.2014, Parliament impeaches

● In Ucraina: dove tutto è restato com’era... (mappa etnico/politica) 

La mappa del voto alle presidenziali del 2010, quando Yanukovich sconfisse Timoshenko 

(cfr. [http://www.catenaumana.it/ucraina-le-mappe-per-capire-la-crisi]

Yanukovich ha ottenuto la maggioranza nelle zone di colore blu – più scuro è il colore blu, più forte è la maggioranza raggiunta – mentre il suo avversario ha ottenuto la maggioranza nelle zone gialle e rosse, con la maggioranza più forte nelle aree rosso scuro. Per Timoshenko avevano votato le aree proporzionalmente più rosse. Quelle verde/verdolino sono più o meno gradualmente divise tra i due.

Yanukovich, sets May 25 for new elections Il parlamento mette sotto accusa Yanukovich e fissa le elezioni al 25 maggio http://www.kyivpost.com/content/kyiv/euromaidan-rallies-in-ukraine-feb-21-live-updates-337287.htmlmentre, da Karkov parte in volo per Kiev Timoshenko, appena scarcerata, e si dice venga fermato – già su un aereo che, dicono i suoi nemici, lo avrebbe portato in Russia – proprio Yanukovich.

Ma, soprattutto a Kharkiv, il vecchio fulcro della cultura russa nell’Ucraina orientale, la seconda città del paese con 1 milione e mezzo di abitanti, un’assemblea di leaders regionali presieduta dal governatore dell’oblast, Mikhaylo Dobkin, afferma che “anche se nessuno di noi vuole spaccare il paese”, le decisioni prese oggi dal parlamento a Kiev “in quelle circostanze forzate sono di dubbia legittimità e dubbia legalità”. E questa formula, perfino più secca, viene ripresa in una dichiarazione formale votata dall’assemblea: “il parlamento non ha i poteri per far decadere un presidente eletto in elezioni regolari e finché ordine costituzionale e legalità non saranno ristabilite... abbiamo deciso di assumere su di noi la responsabilità di salvaguardarli insieme ai diritti dei cittadini e alla sicurezza del territorio”.

Le regioni rappresentate all’assemblea, gli oblasts, erano Kharkiv, Donetsk, Dnipropetrovsk, Lugansk e della Crimea e hanno una popolazione che sfiora i 20 milioni di abitanti, sui 46 del paese. La maggior parte dei grandi centri industriali sono in queste zone e proprio qui, ovviamente, l’apertura a una libera concorrenza senza controlli come quella che chiedeva a Kiev di veder instaurata l’UE subito, avrebbe significato l’immediata rovina economica.

Poi, e per trattato firmato con la Russia al momento della separazione e rinnovato già ai tempi della primo ministra Timoshenko, a Sebastopoli, in Crimea, c’è ancora per decenni la base della flotta russa del Mar Nero. La Crimea tutta, del resto, era stata nel 1954 “regalata” all’Ucraina da Nikita Krusciov – lui stesso ucraino, appena diventato dove il breve interregno di Malenkov, il numero uno del PCUS alla morte di Stalin – quando era da secoli ormai parte della Russia storica. Dall’882 al 1169, proprio Kiev, la capitale ucraina di oggi, fu la capitale del principale Stato d’oriente d’Europa, noto come la Rus’ di Kiev, da cui poi la Russia stessa prese il suo nome.

Mentre la Crimea, devastata nel 1240 dai mongoli invasori, passò successivamente sotto la Lituania (1362) e la Polonia (1569), si costituì come Stato cosacco ucraino di breve durata nel 1648 e venne poi stabilmente inglobata alla Russia tra il 1654 e il 1667, fino alla cessione decisa da Krusciov

    (Bharatkalyan, 22.3.2014, Ukraine territorial integrity at riskKharkiv declaration A rischio l’integrità territoriale dell’Ucraina – la Dichiarazione di Kharkiv ▬  http://bharatkalyan97.blogspot.it/ 2014/02/ukra ine-territorial-integrity-is-at.html#!/2014/02/ukraine-territorial-integrity-is-at.html; e World Bulletin, 22.2.2014, Leaders in East Ukraine, vote to take control of their areas I leaders dell’Ucraina orientale, votano che prenderanno il controllo dei loto territori http://www.worldbulletin.net/servisler/haberYazdir/129419/haber).

Osservatori stranieri, anche occidentali, sul terreno fanno notare che oggi è in queste regioni dell’est e del sud russofoni del paese che nell’Ucraina esiste ancora una qualche specie di affidabilità dell’ordine pubblico mentre in larga parte dell’ovest sono invase le strade, sotto assedio o prese d’assalto caserme e edifici pubblici e vige un clima anarchico più che rivoluzionario di distruzione o almeno di sospensione di ogni autorità costituita.

E, in effetti, adesso, con quello che Yanukovic chiama colpo di Stato – la sua destituzione da parte di una maggioranza spuria del parlamento composta dall’opposizione cui si aggiungono ormai molti nuovissimi convertiti o, se volete, voltagabbana (ma ormai sono più di 300 deputati su 450 membri, destituzione sicuramente non consentita dalla Costituzione, si crea una situazione nuova che il NYT descrive come quelle di un futuro che vede “oscuro (New York Times, 22.2,2014, A. Higgins, With President’s Departure, Ukraine Looks Toward a Murky Future― Con la partenza del presidente,l’Ucraina guarda a un futuro oscuro ▬ http://www.nytimes.com/2014/02/23/world/europe/with-presidents-departure-ukraine-looks-toward-a-murky-future.html?hpw&rref=world&_r=0).

Insieme al presidente infatti scompare “ogni traccia dell’accordo di pace che era stato firmato solo il giorno prima” che aveva “sforbiciato i suoi poteri ma consentendogli di restare al suo posto fino a fine anno”. Il timore adesso è quello di un vuoto di potere, del caos o, peggio, di una frantumazione alla jugoslava. Ma forse questa è una lettura che non tiene conto abbastanza dell’Ucraina com’è e non come noi occidentali o i russi vorremmo che fosse: delle sue profonde radici russofone ma anche del suo consolidato rifiuto dell’autocrazia alla russa. Ora bisogna vedere se lo capiamo noi e se, soprattutto, ne impara a tener conto anche Putin...

Adesso, “dopo aver urlato per tre mesi di fila ‘fuori i banditi’, chi potestava sembra aver strappato quel che voleva. Ma adesso chiunque poi andrà al governo dell’Ucraina – o dei suoi vari pezzi – eredita un paese senza un sold, senza consenso politico, senza una cultura o una tradizione unificante e perfino senza neanche un abbozzo di intesa tra i suoi cittadini su cosa poi sia il loro pese e la loro stessa  nazione”.

Quello che è successo nei due giorni il 20 e 21 febbraio, e che è stato potenzialmente davvero importante da un punto di vista geopolitico, è anche la dimostrazione dei limiti evidenti dell’influenza dei russi anche in un angolo del mondo così a loro vicino e dell’implausibilità forse – perché la faccenda non è certo conclusa – della pretesa di Putin di offrire un modello di concezione di civiltà e di società anche solo in parte alternativo a quello dell’occidente capitalistico-liberal-democratico. E questo è un punto di rilievo sul quale dobbiamo tutti – lui, loro, noi – imparare a riflettere. Ma non è solo lui a doversi rimettere in gioco.

Però la realtà da considerare è ancora più complessa. E qui proviamo a valutarla, non diciamo in modo esauriente ma, per come possiamo, punto per punto:

• La cacciata di Viktor Yanukovich è sicuramente uno spartiacque ma non ha portato di certo, per ora, più chiarezza e più certezza al paese. Molto dipenderà da come rispondono, alla fine, agli eventi in corso non solo Mosca ma anche, e forse ancora di più, Bruxelles e Washington.

• Un fatto che sembra a chi scrive almeno ancor più probabile di quanto fosse ieri è che a Kiev salgano ancora di più oggi insicurezza economica e incertezza politica, mentre chiarezza e stabilità sono più che mai di là da venire: Yanukovich resta, pare, pronto a non accettare di arrendersi ma non gli restano più grandi personali sostegni neanche nella zona russofona del paese e, sempre sul piano personale, neanche al Cremlino. Un suo ritorno al potere appare, anche perciò, inverosimile.

• Resta la domanda sul perché Yanukovich, anche se largamente sgradito a gran parte dei dimostranti, subito dopo aver concluso, il 21 febbraio, con la sponsorizzazione e la firma della UE e degli USA e alla presenza anche di un diplomatico russo, un accordo di transizione che comunque lo lasciava ancora al suo posto ancora almeno per diversi mesi, abbia deciso di scappare da Kiev.

• Da incolpare, verosimilmente, è il grado di ambivalenza con cui il suo operato veniva ormai visto a Mosca, manifestato subito nell’ulteriore ritardo all’erogazione di crediti già annunciati da parte delle due maggiori banche russe, la Sberbank di Mosca e la Vneshtorgbank/VTB― la Banca per il Commercio estero, al 60% di proprietà dello Stato russo (The News Daily/Moscow, 26.2.2014, Russia's largest banks halt new loans in Ukraine eyeing political risk― Con un occhio ai rischi politici, le maggiori banche russe fermano i prestiti all’Ucraina http://www.the-news-daily.com/russia-s-largest-banks-halt-new-loans-in-ukraine-eyeing-political-risk_139089).

• La compagnia petrolifera russa LUKOil ha comunicato di aver preso analoghe disposizioni “conservative”  stoppando il flusso del suo greggio alla raffineria Kherson di Odessa visto che, in pratica e da tempo, si trattava comunque di trasferimenti a credito e di fatto benevoli, motivati solo da ragioni politiche (BusinessMonitor.com, Oil & Gas Report, 26.2.2014, Russian Lukoil Halts Oil Supplies To Ukraine Odessa Refinery La  LUKOil russa blocca la fornitura di greggio alla raffineria russa di Odessa http://www.zero hedge.com/news/2014-02-26/russian-lukoil-halts-oil-supplies-ukraine-odessa-refinery).   

• Il momento cruciale che ha convinto il presidente alla fuga, e dunque alla resa, è scattato quando,  nella notte tra sabato e domenica, è venuto in chiaro che gran parte delle piazze non intendeva mollare neanche dopo l’accordo firmato coi rappresentanti dell’opposizione e intendeva continuare a manifestare con tutti i mezzi di cui disponeva, armi improprie ma anche più proprie, mentre le forze di sicurezza facevano sapere che se avesse loro chiesto di reprimere i disordini di piazza non avrebbero al dunque obbedito.

• Intanto, con l’impalpabile consistenza del suo peso specifico, il segretario di Stato americano John Kerry, mentre chiede ai russi – il che forse potrebbe essere anche utile – di non commettere errori nel leggere la situazione ucraina – sarebbe anche utile però che se ne ricordasse lui stesso – assicura al nuovo governo amico di Kiev che gli USA stanno preparando un piano per garantire un credito (dunque: non garantiscono il credito, né tanto meno lo aprono: “pianificano” – stanno solo “preparando un piano”– che potrebbe garantire fino, forse, a 1 miliardo di $ per finanziare l’esausto Tesoro ucraino...

Quando, poi, la stima più bassa del fabbisogno immediato per un minimissimo di continuità all’economia ucraina, secondo la stima stessa del Tesoro statunitense, è – e a tre mesi – di almeno 35 miliardi di $... trentacinque volte di più e a soli tre mesi (Breitbart, 26.2.2014, Agence France Presse, U.S. mulling $1 billion loan guarantee to Ukraine: Kerry Gli USA rimuginano sulla possibilità di garantire 1 miliardo di $ di [garanzia] di prestito all’Ucraina http://www.breitbart.com/ system/wire/289894b3-b3c6-40bb-b3bc-3f767f31a8d3).      

• Ha osservato il ministro degli Esteri polacco, Sikorski, che con lui e i politici dell’opposizione aveva negoziato la “transizione dolce”, come il difetto che alla fine ha rovinato Yanukovich è stato la mancanza di tempismo – che “in situazioni come questa, poi, è tutto” – perché – tra la firma e la fuga, e dopo che il presidente senza aver ancora capito niente di come stesse andando a finire, aveva trovato il tempo e il modo di andare a celebrare il medagliere olimpico dell’Ucraina, ha solo allora – cioè troppo tardi – intuito come per lui stava finendo tutto.

• Forse sarebbe bastato, lascia capire il polacco, che fosse arrivato a accordarsi solo qualche ora prima coi rappresentanti istituzionali dell’opposizione lasciando loro anche tempo e spazio per disinnescare gli umori della piazza (New York Times, 23.2.2014, As His Fortunes Fell in Ukraine, a President Clung to Illusions Mentre le sue fortune declinavano in Ucraina, un presidente si teneva abbarbicato alle sue illusioni http://www.nytimes.com/2014/02/24/world/europe/as-his-fortunes-fell-in-ukraine-a-president-clung-to-illuions.html), e soprattutto – lascia capire – prima che arrivasse a arringare e istigare gli estremisti in piazza la “pasionaria” dalla treccia ormai grigio-bionda, appena scarcerata: al cui comizio in sedia a rotelle nessuno dei negoziatori europei poi – e non a caso – era  presente...    

• Così la parola è passata a una specie di golpe extra-istituzionale, con una nuova maggioranza formatasi alla Camera, con molti cambi opportunistici di casacca e anche ma, soprattutto, con l’abbandono di ogni osservanza della Costituzione vigente: che ha, d’autorità e incostituzionalmente, ristabilito la vigenza di quella del 2004, destituito e “impeached” il presidente, cacciato ministri e liberati prigionieri ad libitum della nuova maggioranza... Le forze armate sono restate così nelle caserme e quelle che si andavano dirigendo verso la capitale si sono fermate, mentre la polizia è sparita dalle strade e dagli edifici pubblici.

• E, alla fine, sono state queste le forze che anche solo rifiutando di avere, con l’inazione ancor più che con l’azione diretta, come invece è andata in Egitto, hanno deciso della rimozione di Yanukovich. E il pericolo c’è: l’Ucraina potrebbe diventare un modello per omissione più che per azione diretta di possibili rovesciamenti in altri paesi europei nel caos della crisi – in condizioni di stress sociale e di convivenza civile che rischiasse di esplodere.

• La crisi ucraina ha cambiato natura e verso. Ma non è affatto finita, si manifestano i segni, piuttosto, di un’accelerazione della frammentazione letale del paese. C’è, forse, a questo punto si domandano soprattutto nel mondo finanziario i mercati, un “piano B” dei russi per garantirsi che l’Ucraina resti saldamente nella sua sfera di influenza? sempre dando per scontato che ogni grande-media potenza – senza ipocrisie o infingimenti e magari pagando lo scotto di qualche vuota giaculatoria al contrario – le proprie sfere di influenza nel mondo se le tiene e non le molla. Se appena può...

• Ora, la minaccia della spaccatura dell’Ucraina resta, ma bisogna notare – lo abbiamo qui indicato – che il 22, a Kharkiv, l’assemblea di leaders politici dell’est e del sud russofono, condannando le azioni “illegali e illegittime” del parlamento a Kiev, ha respinto l’idea stessa della scissione. Il nodo di una possibile svolta, è se, adesso, la Verkhovna Rada insisterà nel voto che ha subito messo a Kiev fuori legge l’uso della lingua russa negli uffici pubblici di tutta l’Ucraina― una mossa che Mosca non subirebbe di certo passivamente: c’è il Trattato di fondazione dell’Ucraina ad assicurarlo.

• E i problemi, poi, vanno inasprendosi e non ammorbidendosi ai vertici stessi della nuova Ucraina: la piccola compagine di parlamentari che si è messa, senza nessuna vera elezione neanche solo interna, a muoversi quasi che fosse un governo, ha deciso adesso che prima di arrivare a cercare di rimetterne in piedi uno nuovo dovrà comunque passare ancora qualche giorno (New York Times, 26.2.2014, D. M. Herszenhorn, Infighting Poses Hurdle to New Coalition in Ukraine Le spaccature interne frappongono ostacoli all’interno della nuova coalizione al potere in Ucraina http://www.nytimes.com/2014/02/26/world/europe/ ukraine. html) perché bisognerà anzitutto trovare almeno il modo di mascherare se non si riuscirà a superare l’ormai palese emarginazione dal parlamento di almeno 150 deputati e anche di una larga fetta del paese reale e si aprono spaccature di marchio religioso, ideologico, politico e etnico anche tra i vincitori che hanno, soprattutto per sua responsabilità e incapacità, potuto far fuori il nemico comune.

• E, subito, il 24 febbraio, a Sebastopoli eleggono – meglio: acclamano... – un sindaco, Alexei Chalov che è – significativamente e insieme cittadino ucraino ma anche russo – cominciando a applicare, di fatto e nei fatti, la richiesta russa al governo ucraino di devolvere maggiori poteri alle periferie e alle autonomie.

• Il vero rebus oggi, e la possibile svolta, potrebbe essere giocato proprio qui sulla Crimea, dove oltre il 50% della popolazione (sui due milioni) è per il 25% ucraina, che fino al 1954 era proprio Russia e dove Sebastopoli ospita, sempre per Trattato, la più grande flotta strategica della Russia. Questo è un altro strato di complessità che pesa sull’incertezza che non si chiude affatto ma ora anzi si apre ancora di più, forse, in Ucraina.

• Adesso, poi, vedrete, come sempre in questo paese, l’opposizione unita contro qualcuno si sfrangerà presto e, quando dovrà scegliere su chi puntare, si spaccherà― ancora Timoshenko? o Klitschko? o Yatsenyuk? o quelli come Tyanhibok, di Svoboda― Libertà, ipernazionalista e sciovinista alla destra loro o, addirittura, quelli del Pravy Sektor― l’Ala destra niente affatto, come qualcuno dice, un tantino nostalgica ma dichiaratamente neo-nazista che ha finora animato, spalleggiato e armato il nocciolo duro della rivolta e che stavolta vuole correre in proprio per la presidenza...

• Alla fine i conti, con Mosca comunque bisognerà farli― per ragioni di storia, geografia, politica e geo-politica. E anche per ragioni, pure e semplici, di una palese dipendenza economica: lo confessa in sostanza, il nuovo ministro dell’Energia, Eduard Stavitski, quando adesso, il 24 febbraio, dice di “sperare” ma molto implausibilmente che l’Ucraina possa continuare a pagare ancora per il gas naturale che importa da Mosca.

A dicembre il governo russo aveva stabilito, in effetti, di dare una mano all’Ucraina di Yanusevich disponendo che Gazprom le cedesse il gas di cui aveva bisogno a $268,50 per 1.000 m3, abbattendo quasi della metà il prezzo di mercato dai $400 che di regola chiede sul mercato a chi non gode di una considerazione speciale (Stratfor, 24.2.2014, Kiev hopes Moscow will keep gas price stable Kiev spera [sic!] che Mosca tenga fisso per l’Ucraina il prezzo del suo gashttp://www.stratfor. com/situation-report/ukraine-kiev-hopes-moscow-will-keep-gas-price-stable).

• Ma francamente diventa difficile, coi nuovi diversi, a lui contrari e comunque precari equilibri del nuovo quadro, che Putin faccia a questi nuovi governanti ucraini il favore. D’altra parte i limiti di ogni aiuto possibile a un paese grande come l’Ucraina da parte occidentale sono del tutto evidenti anche ormai agli stessi ucraini: l’imposizione di domande di riforme strutturali a Kiev che peserebbero inevitabilmente sui più e, perciò, sui più poveri, fa problema per chiunque vada adesso al governo di fatto a Kiev.

• E, anche dopo il cambio traumatico a Kiev, le prime prese di posizione dell’ineffabile Lady Ashton – e diciamolo, non con invidia per quel che a noi concerne ma con grande rabbia sì: una che guadagna netti, e dovrebbe quindi almeno per decenza non mettersi a predicare l’austerità a chi è alla fame, qualcosa come £ 23.962 (cioè €29.108) ogni mese, più annessi e connessi e rimborsi vari[13] in sostanza tornano subito a ribadire quanto già s’era detto.

Che ogni aiuto europeo per l’Ucraina continuerà a dipendere dalla serietà, cioè dalla pesantezza, delle riforme di struttura (taglio del welfare e dei salari, privatizzazione e apertura dei mercati in primis) che la Commissione e il FMI prima di impegnarsi a fare qualcosa vogliono vedere: “non ha fornito alcun dettaglio su nessuna assistenza finanziaria, salvo osservare che tanto il FMI farà la sua autonoma valutazione (dichiarazione della sua portavoce, Maja Kocijancic, citata dalla  Voice of Russia, 25.2.2014, al solito predicando agli altri ma lavandosene pilatescamente le mani: ‘Russia should support its neighbor Ukraine in hard times’ ‘La Russia dovrebbe sostenere la vicina Ucraina in momenti difficili come questi’ http://voiceofrussia.com/news/2014_02_25/EUs-Ashton-calls-on-Russia-to-support-its-neighbor-Ukraine-in-hard-ti mes-8419). 

• Come fanno problema le procedure plurali e multilaterali farraginose e lente di ogni decisione, i guai stessi in cui sta affondando la stessa economia dell’Unione, la non coordinazione palese tra Europa ed America (le priorità e le urgenze non sono affatto le stesse) e il fatto è che l’occidente sparpagliato ma anche congiunto non sembra in grado di esercitare lo stesso peso della Russia (Stratfor – Global Intelligence, 7.2.2014, In Ukraine limits of Western aid In Ucraina, limiti dell’aiuto occidentale http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-western-aid-has-limits).

• Su quello che Mosca andrà a fare d’ora in avanti, ora che sono finiti anche molto molto bene (come immagine della Russia, ma anche per i migliori risultati di sempre: un medagliere pure più ricco di quando la Russia gareggiava con altre quindici repubbliche autonome come Unione Sovietica i Giochi olimpici di Sochi. Il FT di Londra l’ha messa così: “non è infatti solo l’Ucraina a far fronte a una scelta storica, è anche la Russia”.

• Ora, può essere “che davvero l’Ucraina sia troppo importante per la Russia e che ‘perderla’ sarebbe un’umiliazione troppo forte perché Putin resti ai margini mentre Kiev cambia direzione di marcia”, ma anche, e insieme, che “una bellicosità, a fatti o parole” potrebbe minare “l’immagine di amichevole modernità che ha tanto cercato di creare [anche] a Sochi (Financial Times, 23.2.2014, M. Dejevsky, Russia, too, is in a quandary over Ukraine Anche la Russia ha l suoi dilemmi sull’Ucrainahttp://www.ft. com/intl/cms/s/0/862ee4d0-9bf6-11e3-afe3-00144feab7de.html#axzz2uLKNs4z4).

• Ma c’è anche chi pensa, e a noi sembra importante, il parere di chi – come il direttore a Mosca del Centro della Fondazione americana Carnegie, ex militare e accademico russo che è passato a dirigerla dopo anni di servizio negli alti gradi delle Forze Armate (anche di quelle ancora sovietiche, negli anni ‘80 e dopo anni di insegnamento nella loro Alta Scuola di Guerra) concludendo una equilibrata e argomentata opinione sul NYT (New York Times, 23.2.2014, Dmitri Trenin, Why Russia Won’t Interfere Perché la Russia non interferirà http://www.nytimes.com/2014/02/24/opinion/why-russia-wont-interfere.html?_r=0) sottolinea che “malgrado quanto sospettino alcuni in Ucraina, è improbabile che Mosca cerchi di causare la rottura dell’Ucraina per annettersene le parti meridionali e orientali.

    Significherebbe guerra civile alle proprie porte e per la Russia l’idea è totalmente aberrante. A questo punto, la migliore opzione che abbia la Russia è quella di starsene un poco indietro a aspettare e, intanto, di favorire quietamente la decentralizzazione in Ucraina. Anche se, a Kiev e nell’Ucraina occidentale, la federalizzazione è vista alla fine come uguale alla scissione, in effetti potrebbe invece aiutare a  tenere insieme l’Ucraina.

    Con una maggiore autonomia finanziaria e culturale, le differenti regioni di questo paese potrebbe più facilmente vivere e lasciar vivere, riuscendo così tutte ad arginarsi. Promuovere la decentralizzazione in Ucraina sarebbe per la Russia una strategia di lungo periodo, qualcosa di cui Mosca è stata fino ad oggi sprovvista”.

• Non è certo, questa l’unica lettura né – al di là di inevitabili esasperazioni lessicali – quella ufficiale con cui in Russia vedono la situazione. Particolarmente allarmata, la lunga dichiarazione del ministero degli Esteri postata sul sito web ufficiale il 24 febbraio che, tradotta in un inglese piuttosto approssimato e poco professionale, esprime denuncia, timori e anche indignazione per le azioni illegali del parlamento ucraino “mascherate da azioni rivoluzionarie” e per l’inspiegabile e “stolta” copertura che in occidente, in Europa e in America, stanno tentando di dare perfino al revanscismo neonazista, e mette in evidenza come la Russia saprà far fronte a una minaccia del genere che si concretizzasse ai propri confini (Ministero degli Affari esteri, Mosca, 24.2.2014, Dichiarazione ufficiale ▬ http://www.mid.ru/brp_4.nsf/0/86DDB7AF9CD146C844257C8A003C57D2).

• La Russia è del parere che, anzi, ministri e politici europei e americani hanno strumentalizzato in cattiva fede l’accordo del 21 febbraio da loro sponsorizzato tra il presidente e i capi dell’opposizione ucraina come un’ipocrita copertura servita all’illegale e illegittima presa del potere a Kiev. I rapporti della Russia con l’Europa e l’America hanno toccato adesso il punto più basso da quando a fine 2011, riuscirono a convincere la Russia ad astenersi in CdS dell’ONU lasciando scioccamente passare come intervento di aiuto umanitario la caccia all’uomo scatenata in Libia contro Gheddafi che ha portato al suo linciaggio e al caos odierno.

• E, con un segnale che vuol essere ed è chiaro, l’esercito russo, tenendosi ben dentro i propri confini ma anche proprio vicino all’Ucraina, dà inizio a una serie di esercitazioni. Come dire, chi vuol capire, capisca... anche al di là poi di Kiev e dell’Ucraina occidentale (New York Times, 25.2.2014, S. Lee Meyer, Putin Orders a Surprise Army Exercise In a Fragile Ukraine In una fragile Ucraina [ma è falso: corretto sarebbe dire, piuttosto, Con una situazione fragile in Ucraina] Putin ordina un esercitazione militare a sorpresa http://www.nytimes.com/2014/02/27/world/europe/russia.html?hpw&rref=world)... E sempre il direttore della Carnegie di Mosca sopra citato dice, ora, qui al cronista del NYT che “si tratta sicuro del solito sventolar di bandiera, ma anche di qualcosa di più: è pure un messaggio diretto a Kiev di non imporre la sua legge in Crimea con la forza”.

• Il 27 febbraio, nominato dalla piazza ormai, e solo poi anche dal parlamento con maggior riluttanza purgato di fatto della rappresentanza dell’est del paese – ma chi di spada ferisce.... anche al parlamento e fuori del parlamento di Crimea sono ormai pronti pare a nominarsi la propria rappresentanza separata – Arseniy Yatsenyuk, l’ex giovane ministro di Timoshenko ma anche di Yanukovich e, oggi, probabilmente nuovo primo ministro, dice che un suo eventuale governo dovrà prendere misure molto impopolari: proprio nel senso austero e forzato che le impone l’Europa per cominciare a superare la crisi (DNDPak.com, 27.2.2014, Ukraine parliament approves Arseniy Yatsenyuk as new premier Il parlamento ucraino approva Arseniy Yatsenyuk come nuovo primo ministro http://www.dnd.com.pk/ukraine-parliament-approves-arseniy-yatsenyuk-new-premier)...

• Ma proprio le gravissime turbolenze istituzionali e politiche degli ultimi mesi hanno perfino aggravato le vulnerabilità intrinseche dell’economia di questo paese (Stratfor – Global Intelligence, 27.2.2014, Ukraine approaches bankruptcy L’Ucraina sull’orlo della bancarotta http://www.stratfor.com/analysis/ ukraine-approaches-bankruptcy). E questo è il primo vero, urgente tema che devono ora affrontare in questo parlamento che hanno scelto quasi di dimezzare mentre si apprestano – devono farlo – a confrontarsi appunto con la divisione verticale – culturale, linguistica, storica, politica – del paese.

• Che è poi la prima conseguenza della spaccatura imposta dalla piazza a tutto il paese. Di fatto, lo speaker del parlamento di Crimea, Vladimir Kostantinov, sempre il 27 febbraio annuncia che il prossimo 25 maggio – lo stesso giorno delle elezioni europee – la regione terrà un suo referendum su una proposta di maggior autonomia dallo Stato federale ucraino (lo riferisce, citandolo direttamente, sulla sua pagina di Twitter il corrispondente da Mosca del Telegraph di Londra, @Roland Oliphant: 9:00 ▬ http:// www.youtube.com/watch?v=7E791bNXgK4&feature=youtu.be ).

• Stesso giorno, solo qualche ora dopo, il parlamento della Crimea sfiduciando il governo della regione e comportandosi esattamente come quello di Kiev – votando solo cioè con la maggioranza, e escludendo dal voto la minoranza – elegge il leader del partito di Unità russo, Sergei Askenov, a primo ministro di Crimea... (Agenzia Interfax/Mosca, 27.2.2014, Ukraine turmoil – Live updates Turbolenze in Ucraina – Gli aggiornamenti http://rt.com/news/kiev-clashes-rioters-police-571).

uello che andrà a fare d’ora in avanti.

A inizio mese, per l’Europa, scatta per così dire all’interno, la questione Svizzera, con la reintroduzione di quote unilateralmente decise alla libera circolazione nella Repubblica elvetica dei residenti dell’Unione europea decisa, per la goduria di tutti i populisti e gli euroscettici, col referendum sull’immigrazione che, per 20.000 voti (lo 0,3% di più dei no), che passa (Il Sole 24Ore, 9.2.2014, L. Terlizzi e Beda Romano, Svizzera: referendum su quote immigrati, passa il sì col 50,3%http://www. ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-09/svizzera-testa-testa-referendum-contro-immigrazione-massa-ma-ticino-si-viaggiano-il-70percento-142257.shtml?uuid=ABnyOQv) rinnegando gli accordi con la UE sulla libertà di movimento garantita dai trattati e specificamente da quello stipulato con la Svizzera stessa.

E per la UE questo è inaccettabile. Certo che è un diritto degli svizzeri votare come vogliono e respingere e aderire o non aderire a quel che vogliono. Ma è anche un diritto degli altri europei, se essi non stanno alle regole che insieme hanno fissato, cacciarli via. La Svizzera è al centro geografico della costruzione europea – giustamente orgogliosa di una storia che ne ha preservato la neutralità attiva attraverso fasi storiche durissime come il nazismo, lo stalinismo e l’atlantismo aggressivo che ha sempre tenuti lontani da sé – e, in tanti modi, con l’Unione europea è del tutto integrata. Ma resiste a una piena integrazione, per ragioni di ordine geo-politico oggi, però, obsolete (la “burocrazia europea”, non somiglia in niente e non solo per fortuna a quelle altre grandi sfide geo-politiche di settanta, cinquanta e quarant’anni fa.

L’approccio discriminatorio di Berna alla UE (questo sì e questo no: come alla britannica, quasi) per esempio e proprio sulla libera circolazione della manodopera e, più in generale, dei cittadini europei è davvero inaccettabile in sé per Bruxelles. Che se accennasse a consentirvi in qualsiasi maniera comporterebbe un passaggio pericolosissimo per tuta l’UE, col clima di euroscetticismo adesso imperante. Non solo Bruxelles, ma l’Italia (il problema dei frontalieri), la Francia, la stessa Germania – il nocciolo duro cioè dell’Unione e dell’eurozona – metteranno forti pressioni sulla Svizzera proprio per il timore che la sua strategia di integrazione selettiva (quel che fa comodo sì e quel che no, no) sgretoli e alla fine distrugga le infrastrutture e le strutture del blocco.

Siamo alla favoletta credendo alla quale tutta la destra europea si congratula con gli isolazionisti elvetici: il grido stentoreo della vittoria lanciato alla Asterix dallo stramiliardario capo del partito popolare, e populista, svizzero Christoph Blocher, quando conclude che “adesso gli svizzeri si riprendono in mano il potere e, adesso, il governo deve ora tornare a rappresentare a Bruxelles la volontà popolare”.

Il punto è che questo esito potrebbe aprire la strada alle forzature di tutti gli altri egoismi per fare quello che vogliono loro e solo quello: tutti ora ad applaudire al pifferaio magico svizzero, da Geert Wilders del partito per la libertà olandese di estrema destra (PVV), al Front Nationale di Marine Le Pen, agli euroscettici del FPÖ austriaco di Heinz-Christian Strache e dell’Alternative für Deutschland (AfD) che rivendicano adesso anche loro il diritto a scegliersi quel che vogliono cogliere dei Trattati e quel che no: come i grulli della Lega Nord di Matteo Salvini che ora devono spiegare ai loro frontalieri il diritto rivendicato dai camerati svizzeri a discriminare la loro Terronia bergamasca e bresciana.

La verità è che se anche un solo accordo bilaterale tra Svizzera e UE viene infranto, per quel che riguarda la UE salta anche il resto, tutto e il potenziale della ricadute per la Svizzera sarebbe devastante davvero― lo sanno bene gli ambienti d’affari qui, gli ospedali, le scuole i collegi, il turismo e l’edilizia che sugli immigrati stranieri contano almeno per l’80% del personale al lavoro.

Come le migliaia e migliaia di studenti svizzeri che sfruttano i programmi di scambio Erasmus dell’Unione europea, il progetto Horizon 2020 di ricerca scientifica della UE cui il paese partecipa, o il settore energetico elvetico che, in base a quegli accordi, vuole e può vendere alla UE le proprie capacità di immagazzinaggio e che si vedrebbe rimesso pesantemente in questione, adesso, il proprio stesso futuro (Guardian, 10.2.2014, I. Traynor, Switzerland faces ‘difficult talks’ with EU after immigration referendum La Svizzera dovrà affrontare colloqui difficili con la UE dopo il suo referendum contro l’immigrazione http://www.theguardian.com/world/2014/feb/10/switzerland-talks-eu-immigration-referendum).

Insomma, se l’Europa adesso fa sul serio – e non può non farlo, se non vuole seminare dovunque, e soprattutto al suo interno, dubbi e perplessità sul proprio futuro alla vigilia delle elezioni europee più complicate e spinose della sua storia – alla Svizzera potrebbero chiudersi davvero – e di botto, secondo chi scrive, dovrebbe essere – le porte del mercato unico: per accedere al quale si paga comunque il dazio della libera circolazione, proprio e  anzitutto; o, altrimenti, si resta al di fuori.

● La Svizzera! La Svizzera!... La Svizzera... è una nazion...   (2 vignette)

(

                                                                                                                            Fonte: Les Temps/Ginevra, Patrick Chappatte

La libera circolazione nel territorio dell’Unione è una delle quattro pietre di volta del mercato unico persone, capitali, merci e servizi. E l’accesso della Svizzera al mercato – la UE importa il 60% almeno dell’export elvetico – è basato proprio su sette accordi bilaterali stipulati nel 1999, compresa la libertà di movimento della manodopera. Questo pacchetto di accordi è collegato, con clausole cosiddette di ghigliottina esplicite a significare che anche se uno solo di essi viene cancellato unilateralmente – e questo è il risultato del referendum – crolla tutto il castello di carte.

Ha vinto la Svizzera profonda, chiusa, introversa. Che, però, non se lo può proprio permettere non essendo la Russia, né gli USA, né il Canada né l’Australia: perché, invece, è un piccolissimo paese, aperto per necessità e per vocazione agli scambi e povero di risorse proprie. Invece di colpire la mela in nome della propria libertà, stavolta gli svizzeri hanno finito col tagliarsi almeno un braccio da soli. Infatti, la loro economia dipende molto più del contrario da quella dell’Unione europea, con le loro grandi imprese legate, largamente, proprio alla presenza di lavoratori stranieri.

Con gli svizzeri che, in proporzione, vivono nel territorio dell’Unione e non viceversa e molti anche consci che, mettendo in questione la libera circolazione delle persone stavolta, forse, potrebbero mettere a rischio – non sia mai! – la loro amata libera circolazione dei capitali... E, poi, hanno votato spaccandosi di brutto, in particolare, tra i cantoni di lingua francese, contrari al blocco, e quelli di linguata tedesca ma pure il Ticino a favore, con le città contro e le campagne poco toccate dalla presenza degli immigrati, invece, favorevoli... Forse, conclude l’osservatore del Guardian che abbiamo citato pensando a casa sua, “l’esperienza che farà adesso la Svizzera nel prossimo biennio, diciamo – aggiungiamo noi, se quelle amebe di Bruxelles non se la fanno sotto, adesso – potrebbe essere realmente salutare e obbligare a ripensare le proprie velleità anche il governo conservatore inglese che ambirebbe, oggi, proprio a imitare gli svizzeri”. Forse…

Anche la Bosnia in questi giorni sta di nuovo esplodendo. Ma la rivolta, veramente di massa, stavolta non sembra essersi ghettizzata in scontri omicidi e quasi genocidi tra etnie e credi religiosi diversi, né riguarda più essenzialmente gruppi sociali minoritari e marginalizzati anche se molto vasti che fanno esplodere con la loro rabbia le periferie delle grandi città: ma con fiammate che in esse restano contenute.

Adesso la Bosnia ci fa vedere una differenza grande dalle rivolte che stanno manifestandosi nel resto d’Europa ed è così che a noi tutti si rivolge oggi direttamente (lo fa rilevare direttamente sul Guardian, 17.2.2014, Igor Štiks –  giovane scrittore nato proprio a Sarajevo e che ha trascorso l’infanzia durante quella guerra civile, docente di storia dell’ex Jugoslavia all’università di Edimburgo – Bosnia presents a terrifying picture of Europe's future La Bosnia ci sta presentando un terrificante quadro del futuro di tutta l’Europahttp://www.the guardian.com/commentisfree/2014/feb/17/bosnia-terrifying-picture-of-europe-future).

Non si tratta più come a Sarajevo, a Mostar, a Tuzla, a Banja Luca tra il 1991 e il ‘95 di una guerra religiosa, o pseudo tale, etnica e ciecamente settaria. Ora scendono in piazza, e in tanti cominciano a fare anche da noi, popolazioni non più governabili e in rivolta, contro condizioni di impoverimento economico e di devastazione dei loro legami sociali, di destituzione politica che tende a renderle irrilevanti.

Che non contano più niente, esaurite come sono da condizioni di austerità volute sistematicamente e discriminatoriamente imposte da chi intasca sistematicamente sei-sette volte il minimo vitale a chi fa la fame e resta così condannato all’emarginazione dopo il collasso volutamente decretato dal residuo di stato sociale che ancora resta― uno Stato senza più prospettive di crescita, governato da élites di almeno dubbia legittimità che hanno il potere di proteggersi però – ancora – con gli apparati di sicurezza a disposizione del potere per proteggersi da chi non sopporta più questo stato di cose.

In Russia viene adesso annunciata una formazione militare, viene detto strategica, fondata sulla struttura esistente della Flotta nordica che avrà il compito di difendere gli interessi russi, relativi soprattutto allo sfruttamento delle risorse economiche dell’Artico. Tutti gli osservatori del resto concordano sul fatto che gli interessi della Russia nell’oceano Artico andranno crescendo man mano che la regione, col riscaldamento climatico e nuove tecnologie di ricerca e trivellazione sotto il permafrost, diventa comunque più accessibile nei decenni a venire

    (Barents Observer, 17.2.2014, Trude Pettersen, Russia to reorganize military forces in the Arctic―  La Russia intende riorganizzare le sue forze militari nell’Artico http://barentsobserver.com/en/security/2014/02/russia-reorganize-military-forces-arctic-17-02; e Stratfor – Global Intelligence, 18.9.2013, Russia’s Arctic Ambitions Le ambizioni della Russia per l’Artico http://www.stratfor.com/video/russias-arctic-ambitions).

STATI UNITI

●Il debito privato degli americani (famiglie e imprese) tocca oggi, nell’ultimo trimestre del 2013, il massimo dal 2007, salendo di $241 miliardi a 11,5 trilioni (cioè, 11.500.000 miliardi di $), ormai andando verso l’80% del PIL, mentre il debito pubblico ora arriva al 107% del prodotto nazionale lordo, esso $16,7 trilioni. Il debito dei privati è cresciuto in buona parte da nuovi acquisti di auto e abitazioni e da fondi accumulati per pagare iscrizioni e tasse di frequenza universitarie. Il cumulo del debito su carte di credito sfiora ormai, da solo, i 700 miliardi di $. Ma, qui, al contrario che in Europa, i mercati leggono il dato come se fosse “buono”, a conferma che in America sono tornati a regnare come qui si dice gli spiriti animali del capitalismo

    (The Economist, 21.2.2014, dati U.S. Dept of the Treasury ▬ http://search.treasury.gov/search?utf8=% E2%9C%93&sc=0&query=private+debt+last+quarter+2013&m=&affiliate=treasury&commit=Search; e, quanto ai dati generali sul PIL statunitense a fine 2013, la fonte di riferimento è, invece, a quelli “ponderati” delle fonti governative, del F.M.I. e dell’O.C.S.E. e calcolati dal WorldFactbook, pubblicazione... pubblica dei servizi segreti americani, la C.I.A., annualmente aggiornata per tutti i paesi del mondo e, qui, proprio per gli USA ▬ https:// www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/us.html).

Lo stato dell’Unione   (vignetta) 

                                                                               Consulenza matrimoniale

 

Fonte: Chattanooga Times Free Press, C. Bennett, 1.2.2014

 

I talebani del Pakistan (Tehreek-e-Taliban Pakistan/TTP), hanno salutato con grande favore l’avvio annunciato dei colloqui col governo di Nawaz Sharif. E, da parte sua, il presidente in una dichiarazione solenne all’Assemblea nazionale del 29 gennaio sui problemi della sicurezza interna, alla vigilia ormai dell’uscita del contingente americano dall’Afganistan e con una serie di rapporti tra il governo di Islamabad e il “grande fratello” alleato sempre controversi e condizionati dalla tattica americana.

Che continua a essere centrata sul fare la guerra coi droni, elettronica e bombe radioguidate da diecimila Km. di distanza. E ha detto, tra l’altro, che “ora, considerando come anche l’altra parte del conflitto interno al nostro paese abbia offerto di discutere, noi intendiamo dare un’altra vera occasione a una soluzione pacifica... Perciò da questi banchi oggi offro al Majlis-E-Shoora― il parlamento, la formazione di un apposito comitato di quattro membri per condurre le trattative(Al Jazeera, 29.1.2014, Pakistan PM pushes for talks with Taliban― Il premier pakistano spinge per colloqui coi talebani http://www.aljazeera.com/news/asia/2014/01/pakistan-pm-talks-taliban-2014129124619109572.html).

La Lega pakistana mussulmana di Nawaz― PML (N) di Nawaz (roba che da noi manco i vecchi  Mastella, Di Pietro e Pannella proprio, col partito identificato solo dal nome del leader!), il partito di governo che ha vinto le elezioni, lo ha fatto l’anno scorso promettendo la pace coi talebani pakistani. Dopo mesi e mesi di false partenze anche sotto il vecchio governo, interrotte in continuazione dagli attacchi condotti dal terzo attore della guerra, gli americani, il governo ci sta riprovando. Quanto ai termini della soluzione, le due parti restano molto lontane (di là, la shar’ia, in ogni caso, e una visione non internazionalista ma sovrannazionale al di sopra dei confini e religiosamente motivata di missione islamica, non nazionale), ma un accordo limitato di cessate il fuoco anche se di durata e/o valenza limitata nelle ambizioni e nel tempo, sarebbe un progresso.

In questa dichiarazione, il premier ha argomentato con forza – esponendosi subito agli attacchi dell’opposizione politica ma a quelli del TTP ancora di più e evidenziando la sua inane impotenza reale – che mentre “ogni attacco terrorista deve fermarsi perché dialogo e terrorismo non possono andare avanti insieme”, lui non è in grado di assicurare che smetteranno gli attacchi dei droni perché, da perfetto re travicello com’è, è in grado di chiedere ma non di imporre agli americani di continuare a condurli. I talebani, ovviamente, non accettano neanche di considerare se stessi “terroristi” e chi ammazza alla cieca i loro e centinaia di civili pakistani coi droni come soldati e alleati e lo accusano di non avere coraggio e capacità di imporre la volontà del paese al suo alleato.

●Poi, però, i colloqui preliminari di pace saltano subito: il governo pakistano non si presenta all’incontro. Il 4 febbraio le due delegazioni, i Tehreek-e-Taliban Pakistan/TTP e il governo, si dovevano incontrare a Islamabad per definire una specie di percorso – roadmap dicono – di massima, preliminare appunto. Ma al governo, dopo che due dei negoziatori più importanti designati dal TTP hanno declinato l’incarico,  sono venuti dubbi sull’autenticità e l’autorità effettiva della delegazione TTP.

Il primo ministro chiedeva la garanzia che il comitato avesse il potere di impegnarsi per conto della leadership effettiva dei talebani. Che hanno risposto, semplicemente e sinteticamente, che loro, quando designano qualcuno a rappresentarli, fanno sul serio..., loro: chi della delegazione restava era pienamente titolato a trattare per loro (The Hindu/Islamabad, 4.2.2014, Meena Menon, Pakistan, Taliban talks stutter Balbettano i colloqui tra Pakistan e talebani http://www.thehindu.com/news/international/south-asia/pakistan-taliban-preliminary-talks-delayed/article5653038.ece).

Ma per definizione, in casi come questo, un accordo coi negoziatori non impegna mai coloro che alla fine decidono. Neanche per il governo, del resto. E poi non tutti i jihadisti ribelli del Pakistan fanno capo ai TTP. E’ non solo possibile ma anche probabile che – come sa qualsiasi autorità del paese – un accordo anche con la stessa leadership effettiva del TTP sia poi possibile al dunque farlo osservare solo in un’area ristretta e quasi totalmente di etnia pashtun. Resta il fatto, e il governo di Sharif lo sa bene, che già anche solo un reale cessate il fuoco, anche solo in una parte del Waziristan, sarebbe per esso un inizio importante.

Intanto, il Pentagono assicura che il numero degli attacchi dei droni americani sul territorio pakistano sarà d’ora in poi drasticamente ridotto su richiesta del governo di Islamabad. Gli americani continueranno a colpire la leadership del TTP, però, “se li considereranno un pericolo imminente” anche durante gli eventuali colloqui col governo e non sospenderanno i raids contro la loro dirigenza.

Perché, sostengono, i droni sono stati efficaci... sottinteso, scontando sempre gli inevitabili “effetti collaterali(Stratfor – Global Intelligence, 1.11.2013, Pakistan's Taliban Leader Killed in Drone Strike Capo dei talebani del Pakistan ucciso in un attacco di droni http://www.stratfor.com/analysis/pakistans-taliban-leader-killed-drone-strike; e Washington Post, 6.2.2014, Anwar Iqbal, US drone strikes only to prevent imminent attacks, target Al Qaeda Gli attacchi dei droni americani d’ora in poi solo per prevenir attacchi imminenti e mettere nel mirino al-Qaeda http://www.dawn.com/news/1085220/us-drone-strikes-only-to-prevent-imminent-attacks-target-al-qaeda).

Il sospetto, ma forse proprio la verità, è che sia il governo pakistano che i talebani stiano conducendo questi loro colloqui, o preliminari di colloqui, ma quasi solo per mascherare il reciproco prepararsi alla guerra. Anche e proprio con questi negoziati, Islamabad e i TPP sanno che il confronto e lo scontro militare tra loro sarà inevitabile perché alle parti resta poco spazio davvero per il compromesso.

Jihadisti e governo sembrano usare il tempo di questi colloqui per preparare il rilancio del conflitto che, stavolta, vede in vantaggio i talebani con il prossimo incombente ritiro dall’Afganistan delle truppe americane e della NATO. Stavolta l’obiettivo del governo sembra essere il grande santuario dei territori tribali di fatto pressoché indipendenti dal governo centrale del Nord Waziristan. Dopotutto, questa è almeno la quinta volta che sono stati annunciati – senza poi nessun risultato –  colloqui ogni volta pompati, ma di nessun effetto tra governo di Islamabad e talebani del Pakistan (Stratfor, 6.2.2014, Analysis: Pakistan: The Coming Conflict in North Waziristan Il conflitto in arrivo nel Nord Waziristan http://www.strat for.com/analysis/pakistan-coming-conflict-north-waziristan).

Del resto, nel corso dei colloqui esploratori avviati nelle ultime settimane tra il governo a Islamabad e i portavoce delegati dai talebani pakistani risultano essere aumentati attacchi, scontri, morti e feriti e nuove atrocità senza alcun progresso concreto verso la pace. Non è necessariamente un rapporto di causa/effetto. Ma è, di certo, una correlazione addirittura lampante... Due lezioni chiare sono risultate subito del tutto evidenti. La prima è che i rappresentanti del TPP non hanno alcuna facoltà reale di negoziare per nessuno. Ma la seconda è anche che, a dire il vero, neanche i rappresentanti del governo erano davvero pronti a concludere niente (ShiiteNews.com, 18.2.2014, ‘Deadlock’ in Government, Taliban Talks ‘Stallo’ nei negoziati tra governo e talebani https://www.shiitenews.com/ index.php/pakistan/9006-deadlock-in-government-taliban-talks).

Era del resto impossibile che fosse altrimenti. Perché comunque non esiste alcuna autorità unica tra i talebani per poter negoziare perché la loro è un’opposizione che è tutto meno che unitaria: l’idea stessa che lo sia è una fiction. I waziri non sono in grado, né d’altra parte ambiscono, a dare ordini e disposizioni ai mohmands, la tribù pashtun che risiede anch’essa nel Waziristan. E neanche i waziri poi sono davvero uniti tra di sé.

Anche nel rapporto tra USA e Afganistan fa problema e dissenso, aspro e radicale, la ricerca di un’intesa tra il presidente Karzai e i talebani, stavolta, afgani. Ora il governo afgano ha deciso di rilasciare un blocco di prigionieri talebani, 65 di loro, che finora erano sotto controllo americano nel campo di concentramento di Bagram, motivando la decisione col rifiuto del governo Obama a formulare contro di essi qualsiasi accusa se non quella general-generica di essere pericolosi terroristi continuando, invece, a detenerli in carcere, indefinitamente (New York Times, 13.2.2014,

L’8 febbraio riprendono gli incontri tra la delegazione che tratta delle questioni specifiche ancora in sospeso dopo il primo accordo P5+1-Iran sul nucleare. Lo annuncia il capo della AIEA, l’Agenzia di controllo atomico dell’ONU, Yukiya Amano (Trend.az/Baku, Azerbaijan, Temkin Jafarov, Iran, IAEA to hold nuclear talks in February A febbraio, Iran e AIEA riprendono i colloqui sul nuclearehttp://en.trend. az/news/politics/2237203.html).

Nel merito, l’Iran ha subito concordato con l’AIEA su sette principali misure per incrementare salvaguardie e trasparenza del programma nucleare iraniano. Nessuno di questi “passi in avanti concordati” dà all’AIEA il diritto di accedere al sito militare di Parchin dove alcune segnalazioni di “intelligence” (ma anche qui, forse si fa per dire...) hanno segnalato all’agenzia dell’ONU “possibili” esperimenti legati allo sviluppo sempre “possibile”, dice, di armi nucleari (Khaleej Times―il Tempo del Golfo /Dubai, 9.2.2014, Iran agrees new action to address UN nuclear concerns L’Iran concorda nuovi passi concreti per rispondere alle preoccupazioni avanzate a livello ONU http://www.khaleejtimes.com/kt-article-display-1.asp?xfile=data/middleeast/2014/February/middleeast_February98.xml&section=middleeast).

Il secondo round del negoziato sul nucleare – e le sanzioni: non va dimenticato – parte il 18 febbraio e adesso parecchie voci autorevoli in Iran hanno tenuto a chiarirne i confini. Il vice ministro degli Esteri e negoziatore a Ginevra e, ora, a Vienna, dove si tiene questa tornata di incontri, Abbas Araqchi, ha detto che “tutte le questioni relative alla difesa e al diritto dell’Iran alla propria difesa sono comunque fuori discussione” e che Teheran “non consentirà neanche in fururo di discutere di tali questioni” così come nessun altro paese lo consente, del resto. “Per cui, l’Iran non discuterà né oggi né in futuro il suo programma di missili balistici”.

Un altro negoziatore del team iraniano di Rouhani-Zarif, Majid Takhte Ravanchi, ha precisato che l’Iran non accetterà la chiusura di alcuno dei suoi siti di ricerca e dei suoi  reattori nucleari già in funzione che, come ha dichiarato la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, “l’Iran non rinuncerà mai al diritto di arricchire il suo uranio fino al 20%”, riconosciuto al nostro paese, come a tutti gli altri, dal Trattato di non proliferazione.

Insomma, la trimurti non rinunciabile delle questioni che per l’Iran restano non negoziabili, è quella formata da missili, siti connessi all’energia nucleare e all’arricchimento dell’uranio (The Times of Israel, 10.2.2014, New generation of 15-times-faster centrifuges― [L’Iran ha una sua] Nuova generazione di centrifughe quindici volte più veloci delle precedenti [per l’arricchimento dell’uranio] [l’implicazione è che, per Israele, dovrebbe accontentarsi di meno! meglio se proprio di niente! ambizione legittima, ovviamente: come quella del Sassuolo, per dire, di vincere il campionato di serie A...] http://www.timesofisrael.com/ iran-claims-new-generation-of-15-times-faster-centrifuges).

Disponibile resta, invece, Teheran ad accogliere, su richiesta precisa e motivata, le ispezioni AIEA dei propri siti, entro i limiti già concordati, e resta anche disponibile a spiegare perché nel 2005 acquistò dalla Corea del Nord quello che alcune informazioni, mai documentate e di provenienza CIA e Mossad israeliano – riferisce il molto conservatore istituto di ricerche statunitense George C. Marshall e Claremont, hanno identificato – ma senza appunto riuscire né a documentarlo né a  provarlo – come un innesco di un ordigno nucleare BM-25. Teheran lo ha sempre, ma anche qualche po’ ambiguamente, negato; ma, se adesso “spiegasse” tali ambiguità in modo soddisfacente il suo diniego potrebbe acquisire maggiore credibilità. Almeno certo per chi, tra i dubbiosi, è in buona fede.

L’obiettivo fissato e anche proclamato a Teheran dal governo di Rouhani è quello di normalizzare anche con queste misure i rapporti sempre difficili con l’occidente. Ma ha aggiunto puntigliosamente lo stesso portavoce del e negoziatore del’Agenzia per l’energia atomica iraniana iraniano, che il suo paese non desidera affatto di diventare, e tanto meno aspira ad essere, uno Stato filo-occidentale: e a questo i negoziatori europei, e poi gli americani per primi, non sono abituati. I loro interlocutori di solito si fanno compiacenti.

Questi qu molto meno. Il che rende complesso e difficile il percorso di un negoziato anomalo come quello comunque con l’Iran (Stratfor, – Global Intelligence, 23.1.2014, Could a Detente with the U.S. Change Iran? Una distensione con gli USA potrebbe davvero cambiare l’Iran? http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/could -detente-us-change-iran).

●Poi, e con inaspettata rapidità, già il 20 febbraio a Vienna, Catherine Ashton per i 5 e il ministro degli Esteri Javad Zarif per l’Iran, in conferenza stampa congiunta. annunciano di aver concluso “tre giorni di lavoro assai produttivo nel corso dei quali abbiamo insieme identificato tutte le questioni aperte che hanno bisogno di trovare risposta per arrivare a un  accordo globale e finale”.

 I cinque vogliono arrivare a smantellare, o contenere al massimo entro i limiti da essi fissati, il programma nucleare iraniano e l’Iran punta a smantellare le loro sanzioni. Ci saranno ancora mille ostacoli da superare, il primo dei quali è disinnescare lo scontento (eufemismo) lisciando il pelo di quegli alleati irritati che contavano sull’America per “disarmare” al posto loro l’Iran e in visita alle cui capitali si reca subito allo scopo chi a Vienna era capo negoziatrice degli americani, Wendy R. Sherman, vice segretaria di Stato per gli affari politici.

Che dopo aver fatto telefonicamente rapporto a qualche alleato che non era tra i cinque e ad alcuni membri “pesanti” del Congresso Americano, prende l’aereo e vola nell’ordine a riferire e cercar di spiegarli a Gerusalemme, Riyad, Abu Dhabi e Dubai. Tutti granché innervositi (New York Times, 20.2.2014, S. Erlanger, Iran and World Powers Agree on Framework for Nuclear Talks L’Iran e le potenze mondiali concordano su un quadro d’insieme per il negoziato sul nucleare http://www.nytimes.com/2014/02/21/ world/middleeast/iran.html?_r=0).  

●Per manifestare la propria protesta contro la presenza continua della flotta americana nel Golfo Persico, la marina iraniana ha annunciato, con l’ammiraglio Afshin Rezayee Haddad, che si avvicinerà al limite territoriale atlantico degli Stati Uniti. Si tratta di due vecchie navi, un incrociatore di 45 anni fa e un cargo di 35.

E malgrado l’allarme lanciato dai superfalchi americani (l’ex ambasciatore di Bush all’ONU, John Bolton, che il senato stesso poi eliminò per le sue intemperanti rodomontate ma che qualcuno ancora perde tempo a ascoltare, annuncia l’apocalisse “se la sfida non viene respinta”... peccato che l’oceano non sia il suo), tutti in realtà sanno che se le due decrepite navi iraniane riusciranno a tornarsene a Bandar Abbas senza cadere a pezzi nel corso di un simile inusitato viaggio, già sarebbe  per loro un gran risultato (USA Today, 11.2.2014, Oren Donnell, Iranian warships heading to USA to show reach― Navi da guerra iraniane dirette verso gli USA per mostrare di poterci arrivare ▬ http://www.usatoday.com/story/ news/world/2014/02/10/ iran-warships-threat-to-usa-coast/5365335).

●La Guida suprema dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato il 17 febbraio la convinzione che il negoziato, ancora in corso tra il governo del suo paese e gli altri interlocutori della conferenza dei P5+1, cosiddetta di Ginevra II, non arriverà a nulla. Lui continuerà ad appoggiare il prossimo round di negoziati condotto dal suo ministro degli Esteri e l’Iran manterrà comunque gli impegni presi. Non lo dice così ma lo sottende, Khamenei, che la normalizzazione dei rapporti con l’occidente – che di questo si tratta – continuerà a procedere perché serve sia a loro che a noi, pur tra alti e bassi, passi indietro e in avanti e anche rotture e rammendi

    (Al Arabiya News, 17.2.2014, Iran’s Khamenei says nuclear talks will ‘lead nowhere’ L’iraniano Khamenei dice che i colloqui sul nucleare non ‘porteranno a nessun risultato’ http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/02/17/ Iran-s-Khamenei-says-nuclear-talks-will-lead-nowhere-.html; e Stratfor – Global Intelligence, Next Steps for the U.S.-Iran Deal I prossimi passi per la trattativa tra USA e Iran http://www.stratfor.com/analysis/next-steps-us-iran-deal).

A Washington, al Senato, dove ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo (l’ultima volta a perdere una propria battaglia fu quando Reagan ne scavalcò l’opposizione a vendere all’Arabia saudita gli AWACS di sorveglianza elettronica dello spazio aereo che avrebbero ostacolato possibili iniziative belliche di Israele) la lobby filo-israeliana dell’AIPAC/l’American Israel Public Affairs Committee, si è stavolta dovuta arrendere.

Per l’opposizione – netta stavolta di Obama che non deve più preoccuparsi della rielezione – all’inasprimento scioccamente provocatorio delle sanzioni anti-Iran che chiedeva Netanyahu proprio nel mezzo del negoziato nucleare con l’Iran – e che adesso ne ha stoppato l’ennesima alzata di testa (New York Times, 3.2.2014, Potent Pro-Israel Group Finds Its Momentum Blunted La possente lobby filo-israeliana si vede stoppare tutto lo slancio che aveva http://www.nytimes.com/2014/02/04/world/middleeast/potent-pro-israel-group-finds-its-momentum-blunted.html? _r 0).  

Una delegazione di oltre 100 imprese, medie e grandi, francesi – anche Total, Alstom e Renault – inizia il 3 febbraio una serie di incontri d’affari a Teheran, anche  livello politico, approfittando ovviamente della limitata ma reale apertura con l’occidente sul nucleare ma pure di quella cruciale della limitazione delle sanzioni per rilanciare rapporti commerciali e affari con un mercato reale e potenziale di nuova ed enorme portata (Financial Times, 2.2.2014, Najmeh Bozorgmehr e Hugh Carnegy, French business delegation to Iran aims for early bird advantage― Delegazione francese di affari in Iran punta al vantaggio di chi arriva prima http://www.ft.com/intl/cms/s/0/fd1e250c-8a5c-11e3-9c29-00144feab7dehtml#axzz2sBjGY7vV)..

E’ sicuramente da quasi quarant’anni la maggiore dimostrazione di interesse in materia da parte dell’occidente verso l’Iran. Si sa che la sezione economica dell’ambasciata statunitense a Parigi ha sollevato le sue obiezioni a quello che considera un “entusiasmo eccessivo” e anche, dice, non si capisce bene perché “rischioso”. Ma la risposta del padronato francese è stata quella di una molto gallicana e molto compassata scrollatina di spalle (pubblica, del presidente della Confindustria,  MEDEF, Pierre Gattaz).

A Obama la sfida, quasi sfottente va detto, di Gattaz e dei suoi al diktat americano fa come saltare i nervi perché intuisce, correttamente, che è il più forte e pubblico chi se ne frega contro le manie sanzionatorie degli americani proposta e imposte a mezzo mondo come soluzione di tutti i problemi. Così, ricevendo alla Casa Bianca, il presidente Hollande in visita di Stato si abbassa, quasi, al livello di rimproverargli di non averlo loro impedito personalmente...

Lui gli risponde, un tantino seccato, di non essere come presidente della Repubblica, “almeno in Francia”, soggiunge un tantino maligno, a capo dell’Unione industriale... (New York Times, 11.2.2014, M. Landler, Obama Greets France’s Leader, but Warns Against Doing  Business with Iran Obama saluta il presidente francese ma mette in guardia dal fare affari con l’Iran http://www.nytimes.com/2014/02/12/world/middleeast/obama-warns-companies-against-trying-to-evade-iran-sanctions.html).

●Non lo sa ancora, Hollande, ma dopo pochissimi giorni si apprende che la Boeing e la General Electric hanno adesso chiesto licenze di esportazione per motori aerei e parti di ricambio all’Iran. E’ una richiesta che certo segue l’alleggerimento delle sanzioni dopo l’accordo iniziale di Ginevra ma si tratta di un’importante misura sia per i grandi costruttori americani che per l’aeronautica civile ma anche militare iraniana. E sarebbe la prima volta dal 1979.

Subito, in Israele, alti lamenti e denunce. E’ stato ufficialmente smentito, ma voci interne al suo ministero hanno segnalato come il focoso ministro degli Esteri Lieberman – quello che una volta ebbe a dire e mai smentì poi con chiarezza: disse che era solo un’ “ipotesi di scuola”... di poter voler risolvere il problema palestinese con la bomba atomica... come se, secondo il cretino,  avrebbe mai rispettato il muro di contenzione o di separazione eretto a dividere i due popoli – ha chiamato l’annuncio delle compagnie americane chiaramente – e ti pare! – “antisemita(The Times of Israel, 21.2.2014, Boeing, GE seek to supply Iran with spare plane parts―La Boeing e la GE servano di fornire all’Iran parti di ricambio di aerei ▬ http://www.timesofisrael.com/boeing-ge-seek-to-supply-iran-with-spare-plane-parts/#ixzz2u0 Rd96pg).

●L’Iran ha, intanto, avvisato il Pakistan che se non agisce subito e in modo conclusivo per far liberare le sue cinque guardie di confine catturate a inizio febbraio nella regione del Sistan Baluchistan del sud-est iraniano. Lo ha chiesto con toni ultimativi il ministro degli Interni di Teheran, Abdolreza Rahmani-Fazli, denunciando il gruppo militante armato sunnita Jaish al-Adl che ha rivendicato l’azione. Il Pakistan reagisce ammonendo a sua volta l’Iran che il tentativo di recuperare con la forza i prigionieri iraniani sarebbe “avventato” e sconsigliato. Ma non prende impegni ad intervenire. I jihadisti pakistani chiedono di scambiare i cinque agenti di confine iraniani con 300 loro compagni in galera in Iran e in Siria per la partecipazione diretta alla guerra contro Assad.

    (Tehran Times, 17.2.2014, Iran threatens to take action to free abducted border guards L’Iran minaccia di passare all’azione per liberare le sue guardie di confine sequestrate http://news.kodoom.com/en/iran-politics/iran-says-may-send-forces-into/topic/1472897); e  Washington Post, 17.2.2014, Iran says may send forces into Pakistan territory L’Iran dice che potrebbe mandare sue truppe in territorio pakistano http://news.kodoom.com/en/iran-politics/iran-says-may-send-forces-into/topic/1472897).

L’Iran sta agendo di fatto come potere dominante, più precisamente e in senso proprio egemonico,  nelle regioni confinarie dell’Asia sud-occidentale, dove le milizie sunnite non sono riuscite ad avere un forte impatto destabilizzante sulla sicurezza iraniana. Si tratta anzi di un attivismo armato controproducente che ha solo aperto la strada al’intervento iraniano al confine sud-occidentale col Pakistan, quando l’Iran già di fatto controlla le regioni di confine dell’Afganistan a ovest della città di Herat che è collegata via ferrovia, strada e telecomunicazioni con la città di Mashad nel nord-est dell’Iran.

Anche il sud di Herat, l’area di Zaranj, è di fatto pattugliata da forze iraniane consentendo così a Teheran una copertura di sicurezza effettiva di tutto il confine occidentale dell’Afganistan. E, adesso, il consolidamento di una sua sfera di influenza nel Baluchistan pakistano darebbe all’Iran il controllo di una zona cuscinetto che va dal Turkmenistan al mar arabico. Il punto qui da comprendere è che la strategia dell’Iran, quella di una tranquilla estensione de facto dell’egemonia regionale, va avanti alla faccia di nemici, avversari, alleati ed amici.

E, da questo punto di vista, dovrebbe ormai essere chiaro che le punture di spillo nel Sistan Baluchistan, gli attentati alla periferia dell’Iran, gli assassinii più o meno mirati ma quasi sempre condotti, dal punto di vista degli attentatori a buon fine, contro scienziati e tecnici e accademici persiani, tutte iniziative in parecchi casi anche sostenute – e neanche sempre poi surrettiziamente – dall’intelligence di Israele, il Mossad, o da quella americana, la CIA, sono solo servite a giustificare maggiori interferenze, intrusioni o invasioni di campo da parte di Teheran.

I conservatori del Canada hanno presentato una legge di bilancio che per l’anno fiscale 2014-15 intenderebbe tagliare ancora il deficit e produrre un attivo per l’anno seguente. Il premier Stephen Harper è un dogmatico conservatore della scuola neo-cons. Nessuno in parlamento ha davvero capito il come e il dove i tagli di spesa promessi alla fine verranno fatti. Ma Harper ha già dato prova in passato di grande determinazione nello sforbiciare soprattutto la spesa sociale: quella che serve ala popolazione meno abbiente che, in genere, non vota per lui (The Economist, 14.2.2014, Canada’s budget – Something doesn’t add up Il bilancio del Canada – Qualcosa non torna http://www.economist.com/ news/americas/21596531-process-approving-budget-broken-something-doesnt-add-up).

GERMANIA

●Una delle organizzazioni di punta dell’hackerismo tedesco, il Chaos Computer Club – che ha per nome tutto un programma – ha denunciato in buona e dovuta forma in tribunale la cancelliera Angela Merkel e diversi membri del suo governo accusandoli di violazioni di legge per avere aiutato – scientemente – è l’accusa – gli enti spionistici degli Stati Uniti e del Regno Unito a spiare i cittadini tedeschi.

La denuncia, che è stata presentata insieme alla Lega internazionale per i Diritti Umani di New York, accusa anche il governo tedesco di aver tollerato e consentito la cooperazione sottotraccia ma regolarmente autorizzata con la NSA americana e l’agenzia di spionaggio elettronico inglese conosciuta col nome di GCHQ. Il dibattito tedesco sul tema era rimasto finora strettamente, e non certo casualmente, confinato alle violazioni che gli americani  hanno compiuto della legge tedesca e di quella europea (Merkel stessa, con una del tutto inusuale per lei uscita ironica, ha osservato – dicono – che gli americani l’Europa non la ascoltano più: la origliano soltanto... elettronicamente).

Forse ora si comincerà a discutere un po’ più seriamente – e completamente – sul tema. Almeno, come si dice stavolta proprio a ciecio, forse sarà possibile davvero trovare un giudice a Berlino... (New York Times, 2.2.2014, Melissa Eddy, Hacker Group Accuses Merkel Government of Helping to Spy― Gruppo di hackers accusa  il governo Merkel di aver aiutato a spiare http://www.nytimes.com/2014/02/04/world/europe/hacker-group-accuses-merkel-government-of-helping-to-spy.html).

GRAN BRETAGNA

●Con un chiarissimo segnale di quanto ancora pesino le avventurose puntate della sua dirigenza di prima della crisi in una marea di speculazioni finanziarie internazionali clamorosamente fallite, la Royal Bank of Scotland, salvata dal fallimento con 20 miliardi di £ di fondi pubblici (quasi 25 di €) in teoria contro natura ma in pratica con una vera e propria nazionalizzazione dal governo britannico conservatore e contrario ai salvataggi di Stato, ha ora deciso di accantonare 3,8 miliardi di € (3,1 di £) per far fronte come dovrà nel futuro prossimo venturo a costi e spese legali dalle condanne in arrivo in America per le truffaldine vendite di obbligazioni fasulle e senza garanzie fatte a Wall Street.

E’ una misura che sta a significare come le banca, a cinque anni ormai dal salvataggio di Stato, non è neanche lontanamente vicina a tornare al settore privato e che quest’anno sarà costretta a postare una perdita secca di almeno 8 miliardi di £, cioè 9,7 miliardi di € (The Economist, 30.1.2014).

E siamo al solito. L’Europa proibisce di salvare l’Electrolux e qualsiasi industria con fondi pubblici ma le banche mai: banchieri, managers, depositanti vanno sempre protetti; operai, tecnici e dipendenti possono invece andare a...

●Dopo la lunga maratona di negoziati, solo formalmente fra soggetti privati, la BAE Systems ha fissato con l’Arabia saudita il prezzo di fornitura alle Forze aeree del regno di 72 caccia Typhoon Eurofighters del programma Salaam pace, ovviamente... Contratto inizialmente firmato nel 2007 e travagliato da moltissimi scandali (lo chiamavano a Londra, programma Backshish mazzetta appunto), bustarelle date da Londra e ricevute a Riyād da príncipi, principini, ministri e sottosegretari vari: tutti scoperti, ma con tutte le inchieste alla fine affossate, dopo accenni pro forma dall’una e dall’altra parte: hanno avuto successo solo i processi intentati negli USA e in Gran Bretagna dal giornale Guardian, ma i procedimenti ufficiali sono stati d’autorità del governo – pro bono Reginae, come dicono qui – affossati già nella prima inchiesta formale del 2008 (i sauditi avevano minacciato la cancellazione totale dell’ordine).

I termini finali dell’accordo non sono stati neanche resi pubblici ma per la BAE è una vera bonanza, considerando gli ordinativi ridotti che ormai arrivano dagli USA, dall’Europa e dallo stesso Regno Unito (The Economist, 21.2.2014; e Avio News, 19.2.2014, Aerei Eurofighter: BAE ed Arabia saudita trovano finalmente accordo sui prezzi ▬ http://www.avionews.it/index.php?corpo=see_news_homephp&news_id=1158464& pagina_chiamante=index.php; anche, The Guardian, 6.2.2010, D. Leigh e R. Evans, £300 million damages to Guardian – BAE admits guilt over corrupt arms deals 300 milioni di sterline di danni al Guardian – La BAE ammette la corruzione nella trattativa per la vendita dei suoi armamenti http://www.theguardian.com/world/2010/feb/05/bae-systems-arms-deal-corruption).

 

GIAPPONE

Rallenta di molto quello che sembrava essere lo slancio dato dal nuovo governo all’economia con una crescita rilanciata, semplificando, da nuova spesa pubblica a deficit e una più forte liquidità messa a disposizione non solo delle banche ma anche delle imprese e del consumo al dettaglio. Però, adesso, i dati sull’ultimo trimestre del 2013 mostrano che (New York Times, 16.2.2014, Hiroko Tabuchi, Japan’s Growth Slows, Raising Concerns About Obstacles That Lie Ahead Rallenta in Giappone la crescita, sollevando preoccupazioni sui problemi lì dietro l’angolo http://www.nytimes.com/2014/02/17/business/international/ japans-growth-slows-raising-concerns-about-obstacles-that-lie-ahead.html) un aumento del PIL bloccato solo a un 1% a fronte di un’aspettativa pressoché concorde almeno del 3%.

Il tasso del consumo privato è cresciuto non più dello 0,5% in quello stesso trimestre anche se la maggior parte degli osservatori poi attribuiscono anche questa crescita alla necessità di anticipare le spese sull’aumento dell’IVA già previsto per il prossimo aprile.

In definitiva il sol levante sta già, forse, calando...

Grande tempesta nel più grande bicchier d’acqua mediatico del paese. Prima, il direttore del telegiornale e dei servizi giornalistici della NKH, l’azienda pubblica televisiva considerata finotra unanimemente la più autorevole fonte giornalistica e di commenti televisivi del paese, che si dimette senza dar spiegazioni dopo la denuncia avanzata contro di lui dal partito di governo per il tono troppo indipendente e liberal del TG1 nazionale rispetto a quello conservatore che preferisce il primo ministro Abe... Poi il suo successore che dice di volersi subito, e “doverosamente” allineare, aggiunge, al volere del premier che, in fondo, è l’azionista di maggioranza della NKH. Scandalo, anche in questo paese tanto pedissequamente ossequioso dell’autorità costituita in qualsiasi veste essa poi si presenti.

Qui, non per statuto certo, ma per costume, l’NKH si definisce dopotutto nel suo stesso prospetto di presentazione come “parte dell’infrastruttura che fonda la base stessa della democrazia giapponese”. Ora che Toru Nakakita – una specie di Bruno Vespa locale ma, lui, assolutamente indipendente e deliberatamente non ossequioso delle autorità costituite – ha rivelato di aver ricevuto precise istruzioni di “non criticare mai le scelte nucleari del governo” che, dopo Fukushima, vorrebbe resuscitare nel paese i reattori nucleari in cui la gente non crede più, né le sue versioni, comprese le manie/smanie che ha di resuscitare la versione riveduta e corretta della storia del Giappone nella seconda guerra mondiale.

Così lo scandalo è deflagrato e diventato pubblico. Come si dice però, da noi non in Giappone, “oportet ut scandala eveniant[14], no? Anche se poi, da noi, non è che ne sentiamo proprio l’assenza (New York Times, 2.2.2014, M. Fackler, News Giant in Japan Seen as Being  Compromised― Gigante mediatico nipponico considerato ormai compromesso [dai condizionamenti politici impostigli dl governo] ▬ http://www.nytimes. com/2014/02/03/world/asia/news-giant-in-japan-seen-as-being-compromised.html).

Quasi subito dopo le vittoria elettorale del governo di Shinzo Abe il regolatore nazionale per l’energia nucleare aveva chiesto il permesso per riavviare nel paese dieci reattori nucleari tra quelli – tutti – la cui operatività era stata bloccata dopo lo tsunami e la catastrofe di Fukushima. Erano i dieci situati in diverse prefetture della costa occidentale dell’arcipelago, la meno popolata e, anche, meno vulnerabile agli tsunami e, inoltre, di più moderna fabbricazione che potrebbe perciò rendere più probabile un loro superamento dei nuovi controlli di sicurezza instaurati dopo il disastro.

Si tratta, infine, anche in queste specifiche prefetture dei poteri locali più vicini e allineati politicamente alle scelte e alle opzioni del governo in materia (Stratfor – Global Intelligence, 16.7.12013, Japan Seeks to Restart Several Nuclear Reactors Il Giappone cerca di far ripartire diversi dei suoi reattori nucleari http://www.stratfor.com/analysis/japan-seeks-restart-several-nuclear-reactors).

Restano, però, resistenze anche molto forti e probabilmente sempre maggioritarie nel paese che neanche il volontaristico governo di Abe può ignorare, o far finta di ignorare. Resta la riluttanza dei paesi e delle agenzie cui il Giappone sta offrendo all’estero di vendere la propria tecnologia che ancora non ha potuto però riavviare in casa propria. E restano i problemi, di ordine anche puramente tecnico, che comporteranno, una volta presa alla fine la decisione definitiva di renderla anche davvero esecutiva: cioè di trasformarla nell’effettiva rimessa in linea dei reattori in questione (The Japan Times/Tokyo, 25.1.2014, J. Kingston, ‘Abe-genda’: nuclear export superpower L’agenda di Abe: farsi  superpotenza che esporta il nucleare http://www.japantimes.co.jp/news/2014/01/25/world/abe-genda-nuclear-export-superpower).

●Il 20 febbraio, a evidenziare il rischio che corre la popolazione, viene rilevata la fuoruscita peggiore degli ultimi sei mesi, oltre 100 tonnellate di acqua di scarico “altissimamente radioattiva” sono traboccati da uno (uno soltanto...) delle centinaia di serbatoi dove sono stati immagazzinati nell’impianto nucleare irrimediabilmente danneggiato di Fukushima che ha irrimediabilmente danneggiato, poi, il territorio per un’area vasta decine di Km2 (New York Times, 20.2.2014, M. Fackler, Worst Spill in 6 Months Is Reported at Fukushima A Fukushima, la peggiore fuoriuscita registrata in sei mesihttp://www.nytimes.com/2014/02/ 21/world/asia/worst-spill-in-6-months-at-fukushima.html?_r=0).

●Ma il governo di Abe ha deciso ormai di rovesciare la scelta del blocco alla produzione di energia nucleare deciso dopo il disastro dell’11.3.2011 dal precedente gabinetto. Adesso, il 25 febbraio ha pubblicato una bozza di nuovo piano ufficiale per proclamare, al contrario, l’impegno di lungo termine del paese a riprendere a usare i suoi reattori atomici (Financial Times, 25.2.2014, J. Soble, Japan in U-turn over nuclear policy― Il Giappone fa marcia indietro sulle sue scelte per il nucleare http://www.ft.com/intl/cms/s/0/ 3ee7c4f2-9dd6-11e3-83c5-00144feab7de.html#axzz2uSGV1zbF).

Ormai sembra che per bloccare Abe sul tema ci vorrà una nuova catastrofe. Sulla quale, in un paese geologicamente tanto esposto e con qualcosa come 10 tonnellate di plutonio fissile stoccato non è poi tanto implausibile alla fine scommettere (facendo, ovviamente le corna) che qualcosa di catastrofico  potrebbe anche alla fine accadere... Un alto simposio di studi appena svolto a Tokyo ha attirato l’attenzione su un fatto largamente ignorato.

Il Giappone ha da parte “qualcosa che basta a costruire sulle 1.500 testate nucleari. E – in aggiunta ai rischi di attacchi terroristici di sabotaggio o di furti nei siti di immagazzinaggio – se il Giappone continuasse ad accumulare plutonio senza alcuna logica economica e senza alcun piano di immediato utilizzo delle scorte per la generazione di energia, possono sorgere dubbi, non pochi, sulle vere intenzioni pacifiche o meno – del Giappone”.

    (E’ stato un simposio, di accademici e esperti della materia e anche di studiosi militari, svolto a Tokyo appena un mese fa, organizzato da un grande quotidiano con una circolazione dell’edizione del mattino di 8.500.000 copie e di altre 3.500.000 per quella del pomeriggio e dall’università americana di Princeton, e dal titolo esplicito di “Gestire il combustibile esaurito: riprocessarlo o immagazzinarlo?” a redigere in conclusione il giudizio che abbiamo appena riportato: cfr. Asahi Shimbun, 5.1.2014, Japan’s massive stockpile of plutonium casts shadow over nonproliferation efforts― Il massiccio stock di plutonio del Giappone getta ombre sugli sforzi di non proliferazione [del nucleare] ▬ https://ajw.asahi.com/article/behind_news/AJ201401050011).

Bisogna rilevare come specialissima e del tutto inusitata, in qualche assurdo modo “privilegiata”, l’eccezione che il Trattato di non proliferazione nucleare in effetti riconosce solo al Giappone tra i paesi che all’atto della sua firma decisero di aderirvi, di poter come si dice riprocessare riarricchendolo a livello militare il plutonio esaurito nel corso della produzione di energia elettrica. Tanto più che, poi, rispetto alle 10 tonnellate di plutonio fissile che immagazzina in casa il Giappone ne tiene di riserva in Europa altre, forse, 35 (Washington Post, 27.3.2012, C. Harlan, Japan has lots of plutonium on hand, little way to use it Il Giappone ha a disposizione molto plutonio, ma non il modo di utilizzarlo   ▬ http://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/japan-has-lots-of-plutonium-on-hand-little-way-to-use-it/2012/ 03/27/gIQA7jjyeS_story.html).

No, ci bastano! nessun’altra Fukushima… (vignetta)

Fonte: Andrew Lee, The Japan Times, 25.1.2014

 


 

[1] Clapper, l’ultima settimana di gennaio, ha dichiarato alla Commissione speciale del Senato sull’Intelligence, parlando della sua valutazione sulla minaccia globale del terrorismo, che “se guardo indietro al mio mezzo secolo e più di frequentazione di intelligence, non mi sono mai trovato di fronte a un periodo più squassato da crisi e da minacce in giro per il mondo” (cfr. Dichiarazione dell’on. James R. Clapper alla Commissione ristretta del Senato sull’Intelligence, 29.1.2014 ▬ http://www.dni.gov/files/documents/WWTA%20Opening%20Remarks%20as%20Delivered%20to%20SSCI_29_Jan_2014. pdf).

    Ma sapete cosa è stato proprio straordinario? Che, esattamente un anno prima, lo stesso Clapper nella stessa sede aveva detto... esattamente le stesse parole: “nei miei quasi 50 anni di lavoro nell’intelligence, non ricordo un periodo in cui si troviamo come oggi di fronte a una gamma così carica di minacce, di crisi e di sfide...(cfr. Dichiarazione dell’on. James R. Clapper alla Commissione ristretta del Senato sull’Intelligence, 12.3.2013 ▬ http://www.dni.gov/files/documents/ Intelligence%20Reports/WWTA%20Remarks%20as%20delivered%2012%20Mar%202013.pdf).

    Però se – al contrario del povero Clapper che sembra chiaramente affetto dai sintomi, o almeno dai prodromi, della demenza senile – uno un po’ di memoria ce l’ha, o ricorda almeno dove recuperarne le fonti, si sovviene che ancora l’anno prima, nel 2012, sempre Clapper, nella stessa sede, sempre di fronte a quella platea e sull’identico tema, aveva già detto... proprio lo stesso: “nei 49 anni della mia lunga carriera nel mondo dell’intelligence, non c’era mai stato un simile complesso, interdipendente insieme di sfide come quello con cui oggi ci troviamo a dover fare i conti (cfr. Dichiarazione dell’on. James R. Clapper alla Commissione ristretta del Senato sull’Intelligence, 31.1.2012 ▬ http:/ /www.dni.gov/ files/documents/Intelligence%20Reports/WWTA%20Remarks%20as%20delivered%2012%20Mar% 202013.pdf).

uqlcoda di dìsimile alal emenza senile

 

 

[2] Per citare solo una fonte – la più diretta e spudorata possibile, però, che è sempre utile richiamare per ricostruire la storia vera e non alimentare leggende, Zbignew Brzezinski, ex segretario di Stato e, prima ancora, quando si inventò la provocazione nei precisi termini che lui stesso spiega, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter (democratico sì, ma perfetta interfaccia della realpolitik kissingeriana che con Reagan lo aveva preceduto) si inventò la politica della provocazione islamista-fondamentalista che aiutò i talebani a prendere il potere causando deliberatamente – sapientemente va detto dal loro punto di vista, per la sfortuna di sovietici e, soprattutto, degli afgani – la caduta del vetusto, rintronato Breznev nella trappola (cfr. intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes... (cfr. http://hebdo.nouvelobs.com/sommaire/documents/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanist an-avant-les-russes.html).

[3] Se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi: Virgilio, Georgiche, IV, 267 (parlava, e senza sminuire le cose piccole, del lavoro delle api, nella fattispecie, a quello dei Ciclopi.

[4] Un’inchiesta, giornalistica ma di vero giornalismo investigativo, come da noi e quasi ovunque ormai non  se ne conosce più, su questi crimini di guerra inconfessati ma ormai accertati e documentati (in Guardian, 7.2.1ì2014, J. Pilger, The truth about the criminal bloodbath in Iraq can't be 'countered' indefinitely La verità sul bagno di sangue criminale [da noi occidentali condotto per anni e prima ancora della guerra: N.B. – è questo il punto chiave del servizio: del tutto mascherato, però, nel titolo...] in Iraq http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/feb/07/west-criminal-bloodbath-iraq-media-cover-up/print).

[5] Dante, Inferno, Canto III, 63 (cfr. ▬ http://world.std.com/~wij/dante/inferno/inf-03.html).

[6] Hyeronimus Karl Friedrich Baron von Münchhausen, Le avventure del barone di Münchausen, ed. (parziale) Garzanti, 2006; testo originario tedesco nei voll. 8 e 9 (1781-1783) del Vademecum fur lustige Leute Vademecum per chi si diverte (traduzione integrale inglese completa in ▬ http://www.gutenberg.org/files/3154/3154-h/3154-h.htm).

[7] Tra parentesi, è lì – in una domanda a un’imbarazzata portavoce degli Esteri americani (Dipartimento di Stato, 10.2.2014, M. Harf, vice portavoce ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2014/02/221525.htm#DEPARTMENT2) che viene sollevato il problema dell’altrettanto imbarazzante protesta italiana per il ritardo di due anni di Nuova Delhi nel formalizzare l’accusa― come se in Italia o, per questo, negli USA (Guantanamo, ecc.), le accuse fossero sempre poi formalizzate con altra tempestività...

[8] La famosa invettiva contro Angelina, pardon Catilina, in Senato (Cicerone, 1 Catilinaria, cap. 1, rigo 1 http://la.wikisource.org/wiki/Oratio_in_Catilinam_Prima_in_Senatu_Habita), che prosegue con: “Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia? cioè, Ma fino a quando tu, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?”.

[9] Esiodo (VIII secolo a.C.), Teogonia, vv. 188-210.

[10] Grivna era, da prima ancora dell’11° secolo, il nome della moneta del principato di Rus’, con capitale Kiev,  parte del territorio delle odierne Ucraina, Russia occidentale, Bielorussia, Polonia, Lituania, Lettonia e Estonia orientali e considerata il più antico Stato organizzato slavo-orientale. In qualche modo, storicamente è sostenibile che la grande madre Russia sia direttamente e legittimamente figlia della Rus’ di Kiev.

[11] Vedi la storia del “complotto” del Project for a New American Century (tra l’altro in cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/ Project_for_the_New_American_Century; o il documento originale, che auspica e disegna – profeticamente: ma davvero! – il da farsi in Rebuilding American defenses Ricostruire le difese dell’America cfr.  http://www.newamerican century.org/Rebuilding AmericasDefenses.pdf).

[12] Forse può essere utile ricordare come la Corte europea dei diritti umani abbia sentenziato, nel 2013, che la detenzione precedente al suo processo di Yulia Timoshenko sia stata “arbitraria e illegale”. Ma anche come i giudici abbiano rifiutato di sottoscrivere la proposta dei suoi avvocati di respingere come “illegale” la condanna subita per l’accordo del 2009 sul gas russo; e non abbiano neanche voluto riconoscere, come lei loro chiedeva, di fare propria la motivazione secondo cui la condanna fosse stata politicamente motivata (Corte europea dei diritti dell’uomo, Strasburgo, prima vers. defin. 26.6.2013, finale 30.7.2013, Caso Timoshenko vs. Ucraina, Application no. 49872/11 ▬ http://hudoc.echr.coe.int/sites/fra/pages/ search.aspx?i= 001-119382#{"itemid":["001-119382"]}).

[13] Il calcolo lo ha fatto malignamente un anno fa, con l’euroscetticismo, anzi l’eurofobia reazionaria che lo connota, il paludato quotidiano di Londra dell’establishment conservatore (The Telegraph, 5.4.2013, B. Waterfield, Baroness Ashton will be paid £400,000 by the EU to do nothing La baronessa Ashton sarà pagata sui 400.000 € [in corso di mandato] dalla UE per non fare niente [giudizio discutibile, magari: ma non il calcolo in sé, mai contestato]▬ http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/ europe/eu/9971786/Baroness-Ashton-will-be-paid-400000-by-the-EU-to-do-nothing.html).

[14] Matteo, 18:7 e Luca, 17:1.