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     03. Nota congiunturale - marzo 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.03.13

 

Angelo Gennari

 

  

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc349846627 \h 1

nel mondo.. PAGEREF _Toc349846628 \h 1

●● Ma che farà ora l’ex papa? no, non si metterà proprio in fila… al collocamento… (1 foto 1 vignetta) PAGEREF _Toc349846629 \h 2

in Cina (e nei paesi del continente asiatico). PAGEREF _Toc349846630 \h 6

In grado di colpire gli USA… ma?   (vignetta)…  Dopo i tagli al bilancio… Remate! (vignette) PAGEREF _Toc349846631 \h 9

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais. PAGEREF _Toc349846632 \h 14

Il Sahel  (mappa) PAGEREF _Toc349846633 \h 19

EUROPA... PAGEREF _Toc349846634 \h 23

Come vedono l’Italia, oggi, all’estero: uno scontro tra clowns… Già e di chi sarà la colpa?  (vignette) PAGEREF _Toc349846635 \h 25

Come lo spread è stato usato per imporre l’austerità. PAGEREF _Toc349846636 \h 36

STATI UNITI. PAGEREF _Toc349846637 \h 38

Obama vuole un salario minimo da 9 $ all’ora… Ma sarà dura, per lui e per chi è al minimo!. PAGEREF _Toc349846638 \h 39

Il Dr. Stranalegge   (vignetta) PAGEREF _Toc349846639 \h 47

GERMANIA... PAGEREF _Toc349846640 \h 51

GRAN BRETAGNA... PAGEREF _Toc349846641 \h 52

GIAPPONE... PAGEREF _Toc349846642 \h 53

 

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di marzo 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

• il 1° marzo, scatta in USA – se non si raggiunge tra Casa Bianca e Congresso un accordo – il cosiddetto sequestro automatico: cioè, l’automatico blocco dei versamenti da parte del Tesoro dell’ammontare di spesa che superi il tetto di deficit annuale precedentemente approvato nella Risoluzione sul bilancio: un taglio di spesa obbligato per legge di 85 miliardi di $;

• il 4, incontro dell’Eurogruppo sotto la nuova presidenza Jeroen Dijsselbloem giovanissimo e neofita ministro delle Finanze olandese, austeriano e rigorista di ferro ma contro la scelta del quale ha osato emettere una flebile riserva solo il ministro spagnolo che non conta ovviamente niente e che sostituisce nella conduzione alla guida del più importante gruppo di ministri al lavoro nell’Unione, quello delle Finanze, il titolare economico e primo ministro lussemburghese, Jean-Claude Juncker che lo presiedeva dal lontano 2005;    

• il 4, primo turno di elezioni in Kenya del presidente e del parlamento;

• il 9, parlamentari a Malta;

• il 9-10 in Germania, conferenza annuale del partito liberal-democratico, l’FDP;

14-15, vertice del Consiglio europeo;

• il 27, a Durban, in Sudafrica, vertice dei capi di Stato dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica);

• il 27, in USA, scade la risoluzione che autorizza il superamento del tetto del debito pubblico;   

• il 30, elezioni parlamentari in Malaysia;

• nel mese, in Cina, plenaria dell’Assemblea del popolo;

• in Tunisia – sempre nel mese e fino, almeno, ai moti per l’assassinio di Chokri Belaїd – elezioni presidenziali e parlamentari;  

• nel mese, forse, presidenziali e parlamentari in Zimbabwe.

Adesso, poi, a marzo ci sarà anche l’elezione del nuovo papa: con l’altro ancora vivo e dimissionario. Non una prima nella storia, ma la prima volta da 600 anni e, forse, la prima volta in cui un papa se ne va davvero “liberamente”, come adesso stipula il codice di diritto canonico. E comunque attesta della radicalità, a modo suo, di un papa che s’era finora fatto rimarcare per il suo conservatorismo temprato, Benedetto XVI, “il teologo che considerava il relativismo come il peggiore nemico della Chiesa e è diventato il papa che ha relativizzato il pontificato(prof. Marco Ventura, docente di diritto canonico all’Università di Siena, citato da The Economist, 15.2.2013, See you later A rivederci http://www.economist.com/news/international/21571864-papal-resignation-ecclesiastical-earthquake-how-church-interprets-it-will).

C’è chi se ne lamenta, nella Chiesa, e chi saluta l’evento come qualcosa che potrebbe anche portare, domani – con il munus petrinus— come lo chiama lui, il ministero petrino, ormai in altre mani – ad altre ri-considerazioni: anche su questioni di disciplina e di tradizione ecclesiastica ed ecclesiale come il matrimonio dei preti, ad esempio, e tutte le faccende relative alla morale sessuale— che non sono mai state né sono questioni di dogma, di verità di fede immodificabile: proprio come il papato che dura fino alla morte fisica del papa… e che, con un altro papa, del tipo che avrebbe probabilmente incarnato un cardinale morto pochi mesi fa come Carlo Maria Martini, gradualmente, forse, potrebbero diventare ri-considerabili…

Secondo alcuni dichiarati nemici, questo sarebbe stato solo un pontificato segnaposto… Ma a chi scrive sembra, comunque lo si voglia e la si voglia vedere una frase sciocca: anche se avesse lasciato solo il segno delle dimissioni, sarebbe stato, comunque, rivoluzionario… E come già anche per Berlusconi (Il caimano, 2006) ha avuto anch’esso il suo curioso, lucido, profeta: Nanni Moretti (Habemus papam, 2011)

● Ma che farà ora l’ex papa? no, non si metterà proprio in fila… al collocamento… (1 foto 1 vignetta)

   

Foto: Agenzia Reuters                                                                                  12.2.2013                                                                                                     

Stavolta è questa, per la dimensione diciamo pure inevitabilmente universale che ha, la prima notizia della nostra rubrica nel mondo, la prima notizia. Ma la seconda è sull’Italia

Qualche giorno prima delle elezioni politiche e abbiamo ricevuto, sul nostro e-mail, un interessante contributo di cui francamente e personalmente non avevamo bisogno ma che speriamo, utile com’era per un’ultima riflessione, sia stato molto diffuso: un invito a riflettere e a vergognarsi sulla storia d’Italia. Passata e presente. A conferma che essa si ripete sempre almeno due volte.

La prima come tragedia, diceva Marx[1], la seconda spesso come farsa. La riportiamo, per vostro ragionato diletto qui di seguito, annotando che si tratta di un testo del 1945 della scrittrice Elsa Morante, rielaborato però anche se non crassamente aggiustato in questa versione al bersaglio della farsa, il Cavaliere del Lavoro di questi anni, da quello della tragedia, cioè dal cavaliere del Regno Benito Mussolini (Pagina di diario 1.5.1945, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988; e, poi, in ▬ Opere, Meridiani Mondadori, Milano 1988, vol. I, pp. L-LII).

Solo che, al contrario di quello, il nostro come il Bombolo di cui anni fa cantava Nicola Arigliano, “si provò di cantar, si provò di ballar, fece un capitombolo”… e poi rieccolo lì inaffondabile come un misirizzi che sempre, più lo butti giù e più ri-schizza su… almeno ancor oggi.

Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.

Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo.

Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuol rappresentare”.

●In Venezuela, l’opposizione che era pur riuscita a trovare una sua qualche unità nel corso della campagna presidenziale di due mesi fa, persa ma raccogliendo comunque un 44% del voto, anche se cementandolo solo in negativo, nell’astio e nell’odio contro Chávez, avrebbe un’altra grande occasione di condurre l’attacco ora che si va preparando – e pare proprio comunque inevitabile a breve anche se improvvisamente Chávez è tornato, domenica 17 febbraio, nel tripudio dei suoi e seminando scoramento tra gli oppositori – un’altra campagna presidenziale.

Ma l’opposizione – che ora si trova comunque ancor più spiazzata (New York Times, 18.2.2013, Chávez Returns to Venezuela After Cancer Surgery in Cuba—  Chávez torna in Venezuela dopo l’operazione al cancro subita a Cuba http://www.nytimes.com/2013/02/19/world/americas/chavez-returns-to-venezuela-after-cancer-surgery-in-cuba. html?ref=global-home&_r=0): che vuole fare Chávez: si cura? e a Caracas? o torna a Cuba?  Giura poi? o si dimette? giura e, poi, si dimette? o, resta lì finché morte lo colga, magari in diretta e davanti a un microfono: a esaltarne ancora la dimensione epica, “bolivariana”… – è spaccata sempre più profondamente.

Tra l’ala di centro/centro-sinistra che, intorno all’ex candidato alla presidenza Henrique Capriles, ha deciso stavolta di condurre la sua battaglia con misura maggiore, rispetto a tutte le occasioni passate e gli intransigenti paladini della destra e della destra estrema che, costretta a prendere atto di come Chávez resti popolare e che, anzi, il cancro che lo ha colpito ne stia facendo addirittura un’icona ancora più popolare, perseguono, invece, una strategia di attacco quasi eversiva, alla quale Capriles stesso però non sembra disposto a prestarsi.

Di fatto, ma legittimamente secondo l’interpretazione della Corte costituzionale cui egli si era opposto, ma che alla fine aveva accettato, anche Capriles ma non tutta la sua coalizione, il vice presidente di Chávez, Nicolas Maduro, ha già assunto l’incarico di supplente e sarà il candidato degli chávisti alle elezioni. L’opposizione che è nata frammentata con ogni partito e frazione rimasta sulle sue posizioni e la sconfitta che la sua ala filo-fascista non è riuscita neanche stavolta (la sesta contro Chávez) a digerire e ingoiare, l’ha adesso ancora più spaccata al suo interno.

La preoccupazione che ora ha Capriles, ma forse ormai anche qualcuno dei suoi padrini e elemosinieri che da Washington spesso lo appoggiavano, anche sguaiatamente – sui media, in alcuni think-tanks della destra neo-cons e al dipartimento di Stato – è che la gente che da destra lo dovrebbe appoggiare cerchi di mettere all’aria il paese prima ancora che cominci la campagna stessa: e con la violenza organizzata e il terrore di cui, come in ogni paese del Centramerica non mancano certo gli esperti.

Il problema per Washington è che non siamo più ai tempi del Cile di Pinochet, del Salvador degli squadroni della morte o del Nicaragua dei contras e che oggi l’America latina è praticamente tutta schierata dalla parte di Chávez e non crede più né alle panzane né agli spauracchi “comunisti” (intendendo il termine proprio come fa da noi Berlusconi) raccontate dalla CIA: neanche più, poi, in Venezuela stessa, poi (New York Times, 1.2.2013, Agenzia Reuters, Venezuelan Opposition Cracks Could Help Chavez's Allies Le spaccature nell’Spaccandosi ripetutamente, l’opposizione in Venezuela sta aiutando gli alleati di Chávez http://www.reuters.com/article/2013/02/01/us-venezuela-chavez-opposition-idUSBRE9100TS20130201).

●Il ministro delle Finanze Jorge Giordani ha comunicato che, dal 13 febbraio, il bolivar, la moneta nazionale, verrà svalutato del 32%, da 4,3 a 6,3 unità per dollaro americano, anche se alcuni beni importati continueranno ad essere valutati, dice, allo stesso cambio (ma non spiega quali né esattamente come anche se è evidente che sarà attraverso sussidi pubblici). Il fatto è che, nel breve termine, il governo s’è trovato costretto a svalutare dall’esiguità delle riserve valutarie a disposizione (Agenzia Bloomberg, 9.2.2013, C. Devereux e J. Orozco, Chavez Risks Backlash as Venezuelan Deficit Prompts Devaluation Chávez rischia un contraccolpo col deficit venezuelano che obbliga alla svalutazione http://origin-www.bloomberg.com/news/2013-02-08/venezuela-devalues-currency-from-33-to-6-30-bolivars-per-dollar.html). 

●Il Fondo monetario, dopo un decennio di tergiversazioni – sono molti i paesi aderenti che non calcolano in modo, secondo i suoi uffici, congruo e appropriato l’uno o l’altro dei parametri di misura richiesti ha deciso di “censurare” ufficialmente la Banca centrale ma, e soprattutto, il governo dell’Argentina per non aver conformato il modo di produrre le proprie statistiche allo standard da esso raccomandato e cui attenersi per consentire un’uniformità di valutazione per tutti i paesi aderenti.

Non si tratta qui del dibattito generale sull’uso di misurazioni come il PIL o, ad esempio, qualcosa invece di alternativo per il calcolo del benessere di un paese che non si limiti più solo all’avere e al produrre – in effetti: col PIL, se si fabbricano € 1.000 di veleno, il valore aggiunto equivale allo stesso ammontare di pane o di zucchero: un dibattito ancora aperto e ormai di lunghissimo corso – ma proprio del modo di misurare i diversi elementi che fanno l’insieme.

No, ammonisce adesso di persona la Christine Lagarde, direttore generale del FMI, se entro settembre il sistema di misurazione – a giudizio dei tecnici del FMI – non migliora, il paese potrebbe subire sanzioni gradualmente montanti fino all’eventuale espulsione dal Fondo. Il governo argentino a questo punto sembra cedere e promette di introdurre un nuovo indice d’inflazione entro ottobre ma annuncia che, prima di farlo, ad evitare speculazioni ordinerà per due mesi il congelamento dei prezzi nei supermercati (The Economist, 8.2.2013, Motion of censureMozione di censura http://www.economist.com/news/americas/21571434-fund-blows-whistle-motion-censure).

Ma, fatte questa “concessione” sul meccanismo di indicizzazione dei prezzi dell’Indec (Instituto Nacional de Estadística y Censos argentino),  la presidentessa dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner risponde a Lagarde durissima, su Twitter – 28 twits in mezz’ora, incvolatissimi, a 140 caratteri al minuto – anzitutto col “disprezzo” profondo, asserisce, che ella assicura tutti gli argentini nutrono sulla serietà stessa del Fondo  monetario:

Dove eravate e che dicevate – domanda – quando stavate per lasciar trascinare a terra tutto il mondo da mercati finanziari che avevate deciso dovessero esser lasciati scatenati e selvaggi? Dove stava il FMI che non è stato in grado di accorgersi di nessuna crisi? Dove stava quando si formavano non bollicine bensì mongolfiere speculative? Dove stava il suo direttore [lo spagnolo Rodrigo Rato] quando hanno deciso di aiutare Bankia, la banca che  aveva diretto e sarebbe tornato a dirigere, con miliardi di euro? Oggi la Spagna ha il 26% di disoccupati, in gran maggioranza giovani e sfrattati. In quali delle vostre statistiche sono raffigurate queste tragedie?

   Quali sono i parametri o le “procedure” con cui il FMI analizza i paesi falliti che continuano ad indebitarsi, con popolazioni che hanno perso ogni speranza? E che intendete fare con quei paesi emergenti che, come il nostro, sfidando ogni vostro suggerimento, hanno puntellato con la loro crescita – contro ogni regola dicevate, nella vostra patetica ignoranza… – l’economia mondiale nell’ultimo decennio? Volete mettere in conto, davvero, a noi i piatti rotti da altri? Viene forse in mente a qualcuno qualche sanzione del FMI, qualche decisione presa contro questi altri che si sono arricchiti e che hanno fatto fallire il mondo?

   No, la prima misura in assoluto presa dal Fondo è contro l’Argentina…

  L’Argentina, l’ “alunna esemplare” del Fondo negli anni Novanta,che seguendo tutte e ciascuna le ricette da esso impartite quando si trovò, poi, avendolo fatto ciecamente – come avvertivamo noi allora – quando nel 2001 esplose la bolla speculativa, è stata lasciata sola. Da sola, dal 2003, senza accesso al mercato finanziario internazionale, l’Argentina ha visto crescere in 10 anni il suo PIL del 90%, la crescita maggiore di tutta la storia. Ha costruito un mercato interno, sviluppando invece degli interessi di pochi, inclusione sociale e politiche anticicliche.

   Ha pagato tutti i suoi debiti al FMI, ha ristrutturato due volte, nel 2005 e nel 2010, il debito finito andato in default col 93% di accordi coi suoi creditori senza chiedere più nulla in prestito al mercato finanziario internazionale, per farla finita con la logica dell’indebitamento eterno e col foraggiare per sempre il business perenne di banche, intermediari, commissioni, ecc, che aveva finito col portarci al default del 2001.

   Argentina è diventata una parolaccia per il sistema finanziario globale di rapina e i suoi derivati. Perché l’Argentina ha ristrutturato il suo debito e ha pagato tutto, senza più chiedere nulla in prestito. Ha  il 6,9% di disoccupazione, il miglior salario nominale dell’America latina e il miglior potere d’acquisto misurato in dollari statunitensi. Nel 2003 avevamo il 166% di debito,  il 90% del quale in valuta straniera, su un PIL rachitico. Oggi abbiamo il 14% di debito su un PIL robusto, di cui solo il 10% è in valuta straniera.

   Insomma, l’Argentina li ha smentiti e svergognati. Ed è questa – che noi avevano ragione e torto loro come il mondo intero ha potuto vedere anche se non ha ancora trovato il coraggio di mandarli a quel paese, dico io – che  sembra essere la vera causa della rabbia del FMI(per il testo integrale originale dei twits in questione, cfr. https://twitter.com/CFKArgentina).

Della rabbia, però, soprattutto ormai dei leaders politici dell’FMI… Perché tra i tecnici del Fondo, i suoi economisti, ai livelli supremi – il capo stesso del settore studi, il macroeconomista franco-statunitense prof. Olivier Blanchard dell’M.I.T. di Boston, ormai avanza il dubbio – e lo scrivono quasi come certezza, separatamente e anche insieme nell’ultimo loro World Economic Outlook – che le loro ricette fossero davvero tragicamente sbagliate perché sbagliata era la loro analisi e la fede che riponevano nel dogma neo-liberista (video dello stesso Blanchard ▬ The Economist, già il 6.10.2011, che non concorda molto con lui ma non ha in realtà veri argomenti contro il suo ragionare ▬ http://www.economist. com/blogs/freeexchange/2011/10/olivier-blanchard-fiscal-policy); e Il Sole24 Ore, 12.1.2013, L’autocritica del FMI  e il caso Italia http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-12/lautocritica-caso-italia-081037.shtml?uuid=Ab F90cJH).

●Si riapre tra Argentina e Gran Bretagna un altro fronte di scontro, anche se in realtà è sempre quello relativo alla guerra che tra il 2.4.1982 e il 14.6.1982 impegno i due paesi finendo con la resa argentina e la caduta del suo governo golpista ma con la riconferma da parte di Buenos Aires del suo buon diritto alle Malvinas che non fossero più le Falklands con la decisione, ribadita e sempre mantenuta da Buenos Aires, di continuare a rivendicarle.

Adesso, e un po’ a freddo, il Regno Unito ha deciso di schierare uno, due, tre sottomarini nucleari (il numero non è stato annunciato: segreto di Stato anche se in realtà di Pulcinella sono due dei dieci) in grado di trasportare e lanciare anche armi atomiche:.

Buenos Aires, per bocca del vice ministro degli Esteri, Eduardo Zain, denuncia immediatamente che la Gran Bretagna così facendo sta “violando il trattato di Tlatelolco” che vieta praticamente, per loro decisione, a tutti gli Stati della regione latino-centro-americana di dotarsi di armi nucleari in America latina e nei Caraibi.

Zuain accusa il Regno Unito di minare deliberatamente così la precaria applicazione del Trattato (La Nación, 25.2.2013, La Argentina denuncia a Gran Bretaña ante la ONU por mandar submarinos nucleares a Malvinas http://www.lanacion.com.ar/1557810-la-argentina-denuncia-a-gran-bretana-ante-la-onu-por-mandar-submari nos-nucleares-a-malvinas). Che, ratificato da moltissimi Stati (testo integrale del Trattato di Tlatelolco, in vigore dal 22.4.1968 (l’Argentna che lo firmò solo nel 1994 non ne era, dunque, protetta all’epoca della guerra delle Falklands/Malvinas del 1982 ▬ http://opanal.org/opanal/Tlatelolco/Tlatelolco-i.htm), compreso il Regno Unito, non ha mai avuto purtroppo capacità di obbligare a farsi rispettare da parte delle potenze nucleari esistenti, nel merito, e in pratica, in America latina mai nei confronti delle navi del potenziale di guerra americano e britannico.

Ora va detto che, malgrado i comportamenti francamente aggressivi britannici e la retorica aggressiva dell’Argentina è fortunatamente improbabile che si arrivi a un nuovo scontro militare per il possesso materiale delle isole: che la Gran Bretagna continuerà a rivendicare, sulla base non più tanto della conquista e della base militare creata nel 1833 ma soprattutto della volontà finora accertata della popolazione locale (2.841 cittadini che si considerano e vogliono restare britannici su un territorio di 12.000 km2) e l’Argentina continuerà a farlo sulla base della sua prossimità e del diritto internazionale tra gli Stati (come se l’Isola d’Elba, in base alla volontà dei suoi tanti abitanti (dieci volte tanti quelli delle Malvinas, volesse far parte del… Canada, a migliaia di km. di distanza).      

●Scrive, dando già nella notizia un proprio commento seccamente conclusivo e, tutto considerato, azzeccato, la Reuters (Agenzia Reuters, 18.2.2013, Ecuador’s Correa claims re-election landslide victory L’ecuadoriano Correa rivendica la rielezione con larghissimo margine http://uk.reuters.com/article/2013/02/18/uk-ecuador-election-idUKBRE91G01M20130218) che la vittoria con cui in Ecuador, il presidente Rafael Correa è stato rieletto per il secondo mandato gli consentirà adesso di “rafforzare il controllo statale sull’economia del paese – produttore di petrolio, nell’OPEC – e di rinvigorire la già forte alleanza di repubbliche latino-americane di stampo dichiaratamente e apertamente ‘socialista’”: che poi è quanto davvero a loro signori rode…

Secondo il primo exit poll, il più autorevole, dell’agenzia indipendente Opinion Publica, Correa ha incassato il 61% dei suffragi a fronte del 21% appena dell’ex banchiere Guillermo Lasso che è arrivato secondo nello schieramento dei sette candidati in corsa per la presidenza.

I critici dei media a larga maggioranza liberal-liberisti, che abbondano nel paese ma si vedono ripetutamente frustrati dalla volontà popolare, contro di lui sono ovviamente assai acidi, e lo accusano di essere un dittatore in fieri. Infatti, al contrario di quanto fanno come è noto tutti gli altri presidenti di ogni altra Repubblica americana, europea e asiatica, il 49enne economista ecuadoriano di formazione statunitense persegue ed implementa politiche che, commentano, “servono a rafforzare la sua presa sul potere e erodono l’influenza degli oppositori politici e quella dei mezzi di comunicazione privati”: che è una critica francamente di una scempiaggine unica.

In realtà poi, quel che a questi rode davvero è quanto sono poi – non tutti, non tutti - costretti ad aggiungere, magari una volta tanto. Che “nei sei anni da quando è al potere, Mr. Correa ha allargato l’accesso della popolazione ai servizi sanitari pubblici e all’istruzione, ha migliorato la transitabilità di migliaia e migliaia di chilometri di strade e autostrade creando, per farlo, moltissimo lavoro e abbassando significativamente il tasso di povertà nel paese” mettendo a frutto la ricchezza del paese, il petrolio, del bene comune— e non degli interessi di pochi, al contrario degli autocrati liberisti e filo-yankee che lo avevano preceduto e di quelli che ora si ripromettevano di rimpiazzarlo (BBC News, 18.2.2013, Ecuador election: President Rafael Correa wins new term Elezioni in Ecuador: il presidente Rafael Correa vince un nuovo mandato http://www.bbc.co.uk/news/world-latin-america-21492470#).  

●La Banca della Riserva dell’India, la Banca centrale, ha ridotto il tasso di sconto principale, per la prima volta da nove mesi e dopo una caduta dell’inflazione al minimo da tre anni, al 7,18%, al 7,75% di 1/4 di punto. Ma la RIB ha anche ribadito che intende continuare a muoversi con la massima prudenza, approfittando quando ritiene di poterlo fare, e senza (ah! ah!) dare retta al governo, delle occasioni che offre la congiuntura (Today/Singapore, 3.2.2013, India Central Bank Cuts Interest Rate to 7.75% La Banca centrale indiana taglia il tasso di sconto al 7,75% http://www.todayonline.com/busi ness/india-central-bank-cuts-interest-rate-775#fb-comments).

●Il prezzo dell’oro è andato al livello più basso da sei mesi. Lo spiegano, gli esperti, col fatto che oggi il re dei metalli è meno appetito perché le borse sono, sembrano almeno, aver raggiunto un più alto stadio di stabilità di quello che era sei mesi fa, nel pieno della crisi dell’eurozona e perciò  tentava col carattere di bene rifugio principe gli investitori. Oggi il prezzo all’oncia di oro fino è sceso dai $ 1.700 di inizio settembre 2012 ai 1.570 attuali.

Del resto il problema attuale che ha l’oro è lo stesso che ne ha portato il prezzo a impennarsi per la bellezza di dodici anni di seguito: che non esiste alcun modo, come si dice oggettivo, di valutarne il valore intrinseco e assoluto. Del resto, è proprio per questo che il timore che da sempre assilla chi lo detiene è quello di una sua svalutazione da inflazione. Ma è anche e proprio per questo che, probabilmente, già di per sé questa incertezza è riflessa nel prezzo di volta in volta, pressoché automaticamente.

In ogni caso e nel complesso, nel corso dell’anno passato, la tendenza al ribasso potrebbe star sviando altrove i fondi di investimento più “furbi”. Quelli del finanziere e speculatore massimo George Soros hanno, in effetti, di recente tagliato l’ammontare di oro detenuto. Che è depresso perché depressa tuttora, in pratica dovunque con questa crisi, è l’inflazione: per dire, in un anno, in Italia appena sopra il 2% e, in USA, l’1,7 (1) The Economist, 22.2.2013; 2) CNN Money Invest, 16.2.2013, B. Rooney, Soros dumps gold as prices sink Soros scarica l’oro mentre affondano i prezzi http://money.cnn.com/ 2013/02/15/investing/soros-gold/index.html).

in Cina (e nei paesi del continente asiatico)

●I dati sugli scambi commerciali di gennaio mostrano un’impennata di export e import rispetto ai livelli di un anno fa— un fenomeno in parte dovuto all’inizio dell’anno lunare cinese (che scatta ai primi di febbraio e comporta una spinta forte di attività (export: +25%; import: +28,8) subito prima e anche al posto dell’inattività imposta dalla tradizionale chiusura di almeno una settimana per molte fabbriche. Il che significa anche che il dato di febbraio sarà invece più basso di quello dello stesso mese dell’anno scorso.

Ma gli analisti concordano nel prevedere che una ripresa così forte è dovuta anche e proprio a un rilancio della spinta di crescita economica che comportò ora nel 2013 un PIL in aumento oltre l’8% dal 7,8 dell’anno scorso (New York Times, 7.2.2013, B. Wassener, Chinese Imports and Exports Soar in January In Cina, salgono molto a gennaio importazioni ed esportazioni http://www.nytimes.com/2013/02/09/business/global/ chinese-imports-and-exports-soar-in-january.html?src=twrhp &_r=0).

●Negli Stati Uniti, i regolatori di borsa – che contano poco assai in materia finanziaria deregolata com’è sistematicamente e deliberatamente stata finora, e non contano proprio niente in materia di rapporti con l’estero, limitandosi a far applicare pedissequamente gli ordini ricevuti dal governo di Obama – hanno dato il via libera alla presa di possesso da parte della CNOOC, ente di Stato della Cina, della Nexen, impresa che opera nel campo della prospezione e dell’estrazione di petrolio dalle sabbie e dalle scisti bituminose del Canada ma che ha altre proprietà in giro per il mondo: anche sulla costa americana del Golfo del Messico.

Era stata finora questa la barriera principale ad ostacolare l’acquisto, per 15,1 miliardi di $, da parte di un’impresa cinese d’una grande compagnia a maggioranza di capitale, almeno formalmente, americano (The Economist, 15.2.2013, Smog & mirrors Nebbia e specchi  ▬ http://www.economist.com/news/business/21571939-sinopecs-big-plans-hit-obstacle-smog-and-mirrors).

●Il governo ha approvato e deciso di rendere subito esecutivo un piano di ridistribuzione dei redditi capace di risolvere, dice, il crescente gap di ricchezza che affligge il paese. Il mese scorso l’Ufficio centrale di statistica ha reso noto che, in effetti, nel paese l’ineguaglianza si va, lentamente, riducendo.

Ma l’indignazione e la rabbia del pubblico per gli innumerevoli privilegi di quella che, proprio come da noi, chiamano “casta” continua a crescere e cresce in particolare la coscienza diffusa del fenomeno attraverso l’opinione che qui trova sfogo limitato sulla stampa ma si esprime sempre più on-line smadonnando sula lunga sfilata di politici e funzionari corrotti che viene continuamente alla luce (proprio come da noi, appunto…).

Il piano tanto vasto quanto obiettivo (35 capitoli di intervento) quanto disgraziatamente poco specifico di misure dettagliate, prevede una proporzione crescente di PIL ridistribuita in forma di salari anziché di profitti. Allo scopo, il salario minimo verrà aumentato almeno del 40% nelle aree urbane entro il 2015 e verranno allentati i controlli sui tassi di interesse che, tenuti artificialmente bassi, stornano i risparmi dai depositi bancari agli investimenti e alle imprese piuttosto che al consumo o alla per l’edilizia popolare abitativa e l’istruzione.

E verrà anche richiesto, viene annunciato nel piano, alle imprese di proprietà dello Stato di aumentare la percentuale di profitto da trasferire al governo centrale per pagare tutto questo (The Economist, 8.2.2013, A House divided Una casa divisa http://www.economist.com/news/china/21571460-chinas-government-unveils-sprawling-plan-fight-inequa lity-house-divided).

●Per la prima volta nella storia il totale di esportazioni e importazioni della Cina è arrivato nel 2012 a 3.870 miliardi di $, superando per la prima volta i 3.820 registrati secondo il dipartimento del Commercio USA negli Stati Uniti (Guardian, 11.3.2013, China overtakes US in world trade— La Cina scavalca gli USA nel commercio internazionale ▬ http://www.guardian.co.uk/business/2013/feb/11/china-worlds-largest-trading-nation).

●La guardia costiera del Giappone ha arrestato, il 2 febbraio, il capitano di un vascello da pesca cinese a 45 km, dice, a nord-est delle isole Miyako, che considera – in questo caso probabilmente a ragione – parte della prefettura di Okinawa e dell’arcipelago delle isole Riyukyu (1 milione e mezzo di abitanti) che si allunga, al largo della grande isola di Okinawa, per più di un migliaio di km.

I 13 marinai della ciurma cinese sono stati fermati in base al sospetto che stessero pescando dentro la cosiddetta zona esclusiva economica dei giapponesi. Un concetto estremamente contenzioso e che apre la strada a forti diatribe, e molto discusso in diritto marittimo internazionale perché riconosciuto dalla Convenzione delle N.U. sul Diritto del Mare del 1982 ma mai definito se non da ogni Stato per conto proprio e non – o non sempre e magari raramente – riconosciuto e concordato dagli altri[2].

Il Giappone sta cercando di asserire e far valere quelli che afferma essere i suoi diritti nei confronti delle sovrapposte rivendicazioni altrui – come quella in particolare proprio cinese: ma ha contemporaneamente contenziosi aperti anche con la Russia per le Curili e con molti altri Stati della regione, come Vietnam e Filippine per dire che, insieme ad esso, le contendono a Pechino – e evidentemente si espone, esponendo pure l’area tutta, a possibili scontri/confronti, anche armati (Stratfor, Global Intelligence, 11.1.2013, Japan's Shifting Regional Environment Giappone: un habitat regionale in movimento http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/japans-shifting-regional-environment).

E, come previsto, a seguire quasi immediatamente, il Giappone denuncia (ma la Cina smentisce subito che si siano verificati incidenti del genere) che i radar di una fregata cinese hanno “inquadrato” intorno alle Senkaku/Diaoyu un incrociatore nipponico nel tentativo, opinano a Tokyo, di obbligare il Giappone a “riconoscere” che esiste, nella realtà delle cose, quel contenzioso formale di sovranità sulle isole che esso reclama da quando ne conquistò il controllo militare almeno teorico con la prima guerra nippo-cinese, 1894-1895, dopo che per oltre quattro secoli erano state sotto controllo della Cina via Taiwan.

A complicare il tutto furono proprio gli Stati Uniti: anche se Truman aveva riconosciuto al governo nazionalista cinese il diritto a riprendersele, quando ad esso successe il governo cinese di Mao, alla fine dell’occupazione dell’arcipelago dopo guerra, le restituirono al Giappone ormai dipendente e alleato: de facto, però, e senza riconoscerne la sovranità a Tokyo). Di fatto, poi, mai finora Tokyo le aveva, però, occupate e controllate: erano solo due rocce del tutto inutili. Finora: finché, come pare, la piattaforma sottomarina circostante alle rocce all’improvviso sembra promettere una dovizia potenziale di minerali a  loro modo preziosa (New York Times, 5.2.2013, M. Fackler, Japan Says China Aimed Military Radar At Ship Il Giappone afferma che la Cina ha ‘illuminato’ una sua nave con un radar militare http://www.nytimes.com/2013/02/06/world/asia/japan-china-islands-dispute.html?ref=global-home).

●Il ministero della Difesa cinese ha smentito quasi sdegnosamente il rapporto dell’americana Mandiant, una compagnia di cyber-security che ha trovato il gruppo di hackers al lavoro per i militari cinesi “uno dei più prolifici e capaci strumenti di spionaggio elettronico al mondo(Mandiant.co, 1.2.2013, APT1, Exposing one of China’s cyber-espionage units Mettendo allo scoperto una delle unità di cyber-spionaggio della Cina http://intelreport.mandiant.com/Mandiant_APT1_Report.pdf).

Il rapporto sembra una cosa seria ma, naturalmente, non ricorda e anzi volutamente dimentica facilmente che i cinesi non sono stati i primi, anzi sono venuti dopo il sabotaggio con cui gli hackers americani e israeliani – di Stato almeno altrettanto quanto lo sono i loro – hanno colpito già due anni fa (ricordate il virus Stuxnet?) il programma di ricerca nucleare e le centrifughe iraniane.

Commenta ipocritamente il sopracciò dell’Economist che, “se la Cina vuole il rispetto del mondo deve frenare i suoi hackers”— come se quelli degli altri abbiano e possano, invece, avere la patente di corsa, come i bucanieri di Sua Maestà Elisabetta nel ‘500 (The Economist, 22.2.2013, Gettin ugly— diventando pesante ▬ http://www.economist.com/news/leaders/21572200-if-china-wants-respect-abroad-it-must-rein-its-hackers-getting-ugly).      

●Il traffico di confine tra Cina e Nord Corea ha subìto di recente un significativo rallentamento a causa di scrupolosi e sistematici controlli di parte cinese, al punto di confine principale della dogana di Dandong. Pechino rifiuta di lasciar transitare fino al 60-70% delle merci per carenza di documentazione (lo riferisce l’agenzia di notizie sudcoreana Yonhap del 30.1.2013, China tightens customs inspections for N. Korea— La Cina stringe le ispezioni doganali per la Corea del Nord http://english.yonhapnews. co.kr/northkorea/2013/01/30/20/0401000000AEN20130130004000315F.HTML).

E’, potrebbe essere, il primo passo – però pare del tutto inutile – col quale Pechino notifica a Pyongyang, attraverso una certa pressione economica sui vertici, il desiderio di vederla frenare la voglia di condurre altri tests nucleari e di arrivare a destabilizzare la regione con le sue iniziative o anche solo le sue reazioni: l’ultima settimana di gennaio, la Cina aveva anche indirettamente affermato – l’aveva scritto l’agenzia Xinhua – che una sperimentazione nucleare condotta alle sue porte a Punggye-ri, a poche decine di km. dal confine nelle montagne del nord-est coreano, comunque in territorio di un paese vicino, anzi confinante, sarebbe altamente sgradita e potrebbe comportare anche antipatiche conseguenze nel rapporto col principale, se non unico, partner commerciale ed economico anche e non fosse altro di petrolio greggio, del paese.

Il nuovo giovane leader del Nord Corea sta riscoprendo, cioè, tra grandi frustrazioni una vecchia verità, al di là di ogni affinità ideologica ormai poi anche assai dubbia, e che vale per la Cina come per gli USA o chiunque altro: che dipendere quasi solo da un unica fonte esterna di aiuto, di commercio e di investimenti rende assai vulnerabile chiunque alle sue pressioni e alla sua influenza e, poi, eventualmente anche alle sue rappresaglie.

Lo aveva scoperto, del resto, già il primo della dinastia dei Kim, Kim Il-sung, il vero liberatore militare della Corea tutta dai giapponesi, poi fondatore e dittatore della Corea del Nord, dopo che il Sud e la dittatura militare sostenuta da Washington avevano optato per la scissione invece che epr un voto “libero” sulla riunificazione, inventandosi la dottrina che aveva un po’ pomposamente battezzato della juché, l’autosufficienza (che il sito italiano del Kimilsungismo-Kimiongilismo spiega ufficialmente, e assai pomposamente, “in sintesi, consistere nel fatto che gli artefici della rivoluzione e della costruzione sono le masse popolari e che queste sono anche la forza motrice della rivoluzione e della costruzione” del futuro del paese).

Insomma, detta in italiano è una politica spinta di obbligata autarchia (Juché-Songun http://juche-songun.italiacoreapopolare.it)... – e sfoghi di rabbia bellicosa che si concludono in concioni di propaganda pura e di fatto al momento impotente – [ad esempio, un video recente postato su YouTube dalla Uriminzokkiri, il sito ufficiale della Corea del Nord ha messo in rete un’allucinante e allucinata storia d’un cittadino del paese della Magnolia, che favoleggia o sembra farlo – il video è, a dir poco, confuso… – della distruzione di tutta New York, tipo 11 settembre, sotto quelli che appaiono essere missili intercontinentali in arrivo…: pura provocazione o, al meglio, contro-provocazione tanto naif quanto svuotata di effetti… (video riprodotto all’interno dell’articolo del New York Times, 5.2.2013, M. Santora e Choe Sang-Hun http://thelede.blogs.nytimes.com/2013/ 02/05/north-korea-propaganda-video-uses-call-of-duty-and-we-are-the-world-to-imagine-a-brighter-world-without-manhattan)].

Nello stesso senso va poi anche la diffida adesso lanciata apertamente di far fronte al coagularsi di tante forze ostili, reagendo in particolare a una possibile stretta di nuove sanzioni, con quelle che vengono minacciosamente definite “misure più forti di un test nucleare (RIA Novosti, 5.2.2013, North Korea threatens to take ‘stronger measure’ than third nuclear test— La Corea del Nord minaccia misure più forti del terzo esperimento nucleare http://rt.com/news/north-korea-nuclear-action-487). Naturalmente, ma anche questo fa parte dell’avvertenza, nessuno ha la minima idea di cosa possa esse la paventata “misura più forte”…

In grado di colpire gli USA… ma?   (vignetta)    ● Dopo i tagli al bilancio… Remate! (vignette)

Paresh Nath, The Khaleej Times (Emirati Arabi Uniti), 12.2.2013    IHT, 23.2.2013,P. Chappatte

Ma è anche vero che questa – noi la bomba la abbiamo e voi lo sapete: e potremmo sempre usarla, no?, se ci mettete con le spalle al muro… – è la forza deterrente, la strategia cui la RDPC ha affidato la garanzia della sopravvivenza del suo regime: la deterrenza che Saddam  non aveva, che non aveva  Gheddafi e che per lo stesso motivo si va, forse, probabilmente, costituendo anche l’Iran degli ayatollah per non dover accettare di scomparire…

Kim Jong-un ha sempre a che fare però – e questo lo sa, anche se bisognerà vedere se sarà sufficiente – con l’unico freno esterno che nei suoi confronti, dopo una politica di sanzioni che non ha sortito alcun effetto reale perché il deterrente, per quanto grezzo (la bomba) già ce l’aveva, potrebbe – potrebbe – ancora agire davvero da freno: la Cina.

E mai il governo di Pechino è stato tanto esplicito e pesante nell’ammonire quello di Pyongyang dal far scoppiare la sua terza bomba A come adesso, con l’organo quasi ufficiale del PCC (anche in inglese per dare un peso diplomatico, paraufficiale e pubblico anche maggiore all’avvertimento) a dar voce in un editoriale senza alcun equivoco nei confronti del regime fratello, il 6 febbraio, al senso di frustrazione della grande potenza pur amica che è lì al confine[3].

Perché, viene detto (Global Times, 6.2.2013, edit., China should not fear NK disputes La Cina non dovrebbe temere i dissensi con la Corea del Nord http://www.globaltimes.cn/content/760434.shtml), una simile iniziativa in particolare ma un po’ tutta “la questione nucleare, complica maledettamente i rapporti sino-nord coreani, caricando di difficoltà strategiche la posizione della Cina nell’Asia del Nord-Est. La Cina esprime molte riserve nel trattare i suoi rapporti con Pyongyang. Ma vale sempre un principio generale: la Cina non ha paura di Pyongyang. La diplomazia e i rapporti internazionali di Pyongyang sono caratterizzati da un’irriducibile intransigenza. Ma se Pyongyang si mette a fare la dura con la Cina, la Cina dovrebbe rispondere duramente, anche al costo del deterioramento dei rapporti bilaterali…”.

●Malgrado tutto ciò, la Corea del Nord ha effettuato il suo terzo test nucleare. Sotto la leadership – chiamiamola pure così – del giovanissimo Kim Jong-un – da pochissimi mesi al potere – il regime di Pyongyang ha proceduto a due lanci di missili intercontinentali, al collocamento in orbita di un satellite che dice essere di ricerca astronomica e, adesso, ad un test atomico sotterraneo.

Era prevedibile, però, che un ragazzo di appena 30 anni, messo per ragioni solo ereditarie, come se fosse il principino Carlo, alla testa di uno degli Stati più militarizzati del mondo (nel suo piccolo, nel suo piccolo…), difficilmente poteva mostrarsi incerto o anche solo influenzato dall’estero, a lasciarsi dettare da americani, sud-coreani e anche dai cinesi le sue decisioni politica interna e di sicurezza (o pretesa tale: tutti gli Stati fanno almeno finta di essere sovrani) dopo aver rimpiazzato, anche forzosamente, solo da qualche mese tutti gli alti gradi militari. 

Prima ancora che il Nord Corea confermasse ufficialmente di aver condotto con successo, alle ore 11:58 a.m, in Europa le 4:58, del 12 febbraio e a 1 km. di profondità nel sito nucleare designato di Punggye-ri del distretto di Kilchu, nella provincia di Hamgyong, nel suo settentrione effettivamente confinante con la Cina, il servizio geologico statunitense ha osservato, annotato e reso pubblico, insieme agli analoghi servizi geo-meteorologici sud-coreano e nipponico.

I sismografi hanno registrato un’onda d’urto intorno sulla scala Richter al 5% e stimano l’esplosione di un congegno miniaturizzato, ma probabilmente non ancora abbastanza da essere trasportato a destino nell’ogiva sistemata sulla punta di un missile intercontinentale misurata sulla potenza di 4,9-5 chilotoni (l’equivalente di altrettante migliaia di tonnellate di tritolo: quattro volte inferiore, circa, a quella della bomba di Hiroshima.

L’esperimento ha avuto luogo il 12 febbraio (Agenzia Yonhap/Seul, 12.2.2013, N. Korea claims successful nuclear test Il Nord Corea rivendica il successo del suo esperimento nucleare http://english.yonhapnews.co.kr/northko rea/2013/02/12/47/0401000000AEN20130212011900315F.HTML) e ha coinciso con una riunione speciale dell’Ufficio politico del PC della RDPC che, senza ribadire il test, ha invece martellato sul“la necessità di continuare a lanciare satelliti … e possenti missili a lungo raggio”. Il 12 febbraio era una data ragionevolmente considerata possibile perché era anche quella annunciata del discorso sullo stato dell’Unione del presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama.

Che è costretto – anche lui non certo scevro da pressioni e provocazioni interne ed esterne alla sua Amministrazione, con tanti generali da scrivania a dargli consigli – a rispondere chiedendo all’ONU sanzioni ancora più dure verso la Corea del Nord e minacciandone ulteriori per aumentarne l’isolamento (ma a questo punto quali, di qualche efficacia?).

E il presidente ancora in carica, ma già “scaduto” della Corea del Sud, Lee Myung-bak, ha convocato, insieme alla neo-eletta presidentessa Park Geun-hye, un’ancor più inutile riunione  d’emergenza del Consiglio nazionale di sicurezza a Seul. Che naturalmente tuona e fulmina contro il suo giovane collega del Nord e annuncia che schiererà i missili cruise (non atomici) che da tempo le hanno venduto gli americani, presunti di grande precisione anche “contro ogni possibile minaccia”: peccato lo avesse già fatto e annunciato, Lee, dopo l’ultimo test missilistico di un mese fa (Xinhua.net/Pechino, 13.2.2013, S. Korea to deploy cruise missiles to deter DPRK threat La Corea del Sud pronta a schierare i missili cruise per difendersi dalla RDPC http://big5.xinhuanet.com/gate/big5/news.xinhuanet.com/ english/ world/2013-02/13/c_132166789.htm).

Ma poco altro può fare… esattamente e proprio come il Nord Corea non può impedire al Sud di schierargli contro i suoi missili cruise. Né, anche al dunque, se decide di farlo e forse lo ha già deciso, di farsi la sua bomba atomica (nel Sud esistono e funzionano già adesso ben 23 reattori nucleari e Seul è di sicuro perfettamente in grado di arricchire l’uranio. E sarebbe sciocco pensare che, fregandosene di tutto e di tutti, Seul non si fosse già messo da parte il suo stock di U-235 e non avesse cominciato a disegnarsi e a sviluppare la sua bomba A.

Così oggi, in attesa forse di dire le cose come stanno quando lo riterrà più opportuno, la Corea del Sud provvede a piazzare anche su sottomarini nucleari i suoi cruise non atomici. Questo già non è in grado di impedirlo nessuno e, tanto meno, nessuno è in grado di impedire agli USA di dispiegare contro chiunque, Corea del Nord compresa, i suoi analoghi Tomahawk, i cruise anche a testata nucleare che contro di essa da decenni  hanno destinato e puntato, fino a poco tempo fa anche sul territorio del Sud e da qualche anno – forse – solo da navi e sottomarini nucleari della VII Flotta.

Si tratta, in effetti, soltanto della manifestazione pubblica di una corsa agli armamenti che c’è sempre stata ma, finora, sul piano anche nucleare dichiarato nella regione e nella penisola solo da parte americana, in particolare al confine tra i due Stati coreani separati. La novità, dunque, è solo questa: che la corsa non è più solo unilaterale, anche se da parte nord-coreana resta ancora allo stato embrionale… E non si tratta di novità da poco. Come l’altra, del resto, che al contrario del padre, il giovane Kim Jong-un ha deciso di confessarlo apertamente, anzi di rivendicare proprio, che Pyongyang non solo detiene ma è anche pronto ad usare, se vi fosse costretto, il suo deterrente atomico…

In ogni caso, oltre a mettere in stato d’allarme le truppe sud-coreane, come lo sono già quelle del Nord – in realtà dal 1953, quando la guerra si concluse con l’armistizio firmato al 38° parallelo e mai con la pace nessuno dei due eserciti né il corpo di spedizione americano nel Sud – Seul poco altro può fare (Asian Correspondent.com, 12.2.2013, D. Slatter, North Korea nuclear test: Seoul and the world ract Il test nucleare nord-coreano: Seoul e il mondo reagiscono [ma non hanno la minima idea di come farlo con efficacia e, insieme, legalmente: perché, secondo il diritto internazionale, nessuna legge o decretazione, anche votata dal CdS dell’ONU all’unanimità, dà alcuna autorità in materia a nessuno: a meno di sostenere, come fanno gli americani tentando ma senza riuscirci di far concordare gli altri, che una decisione è sempre legale se e quando la fanno gli Stati Uniti d’America in base al loro ‘destino manifesto’] ▬ http://asiancorrespondent.com/97310/north-korea-nuclear-test-seoul-and-the-world-reacts).

Urgente, a sentire Jeffrey Lewis dell’Arms Control Disarmament and Non-Proliferation Center – indipendente ma in realtà molto, molto “vicino” al Pentagono – sarà adesso scoprire attraverso un’analisi dell’atmosfera a 10, 20 e 50 km. d’altezza, che disperderà nell’ambiente attraverso strumenti appositi inviati a raccogliere campioni delle radiazioni che l’esplosione vomiterà nell’ambiente.

Per determinare – spiega – se il congegno nord-coreano è al plutonio o all’uranio arricchito: dallo scoprirlo dipenderebbe “una serie di conclusioni – afferma in modo assai criptico – necessarie a ogni ulteriore valutazione sui ‘progressi’ compiuti negli ultimi quattro anni, dall’ultimo test del maggio 2009 (Arms Control Disarmament and Non-Proliferation Center, 4.2.2013, J. Lewis, DPRK Test Tunnel ▬ http://lewis.armscontrolwonk.com/archive/6246/dprk-test-tunnel#more-3189).

Ma non è detto che ci riusciranno. Nel test del 2009, il lavoro di riempimento, di collocazione del vero e proprio “tappo” di terreno e cemento con cui gli scienziati e i tecnici di Pyongyang sigillarono la galleria il tunnel al fondo della quale era stata fatta scoppiare la bomba, fu tanto efficiente che nell’ambiente, all’esterno, non sfuggì neanche la minima emissione rivelatrice…

Sarebbe però, questo sì, importante riuscire a accertarlo perché una bomba all’uranio, se questo fosse dimostrabile essere il caso, renderebbe molto più facile poi quello che potrebbe essere un secondo, plausibile  motivo di una possibile bomba nord-coreana: quelli di venderla. Come i missili che ha venduto in passato a Iran e Siria – si dice – e come quelli che gli americani hanno del resto ceduto (a pagamento o anche come aiuti militari: c’è chi dice che aiutarono subito dopo la seconda guerra mondiale anche il Regno Unito a farsi la sua bomba e – si dice – anche Israele a costruirsi la sua.

Se fosse così vorrebbe dire che il Nord Corea sta oggi lavorando su una nuova e ignota linea di produzione di materiale in grado di servire poi a costruire bombe nucleari e magari di venderlo, anche… Il che mette in drammatica evidenza, se poi fosse davvero così, i limiti, l’assoluta futilità, di una linea come quella americana che da decenni consiste solo nell’ “isolare” il regime di Pyongyang dal consesso mondiale.

Perché i fatti dimostrano che una simile politica non isola affatto, poi, né gli USA né il resto del mondo dalle conseguenze possibili di quell’isolamento scemo: come del resto, tante altre opzioni di politica estera che, repubblicani o democratici al potere, sembrano da anni le uniche concepibili a Washington. Perché se si mettono sanzioni su tutte le esportazioni e gli scambi di un paese diventa inevitabile, poi, che esso venda magari anche le tecnologie militari che è in grado di fornire se c’è chi è disposto comprensibilmente a comprargliele? (New York Times, 12.2.2013, G. T. Allison Jr., North Korea’s Lesson:Nukes for Sale Bombe in vendita [è un ipotesi anche comprensibile: ma vogliamo, almeno, aggiungerci un punto interrogativo finale, a un titolo simile? ▬ http://www.nytimes.com/2013/02/12/opinion/north-koreas-lesson-nukes-for-sale.html?ref=global-home).

Forse hanno ragione i cinesi, o almeno una delle differenti scuole di pensiero diplomatico – forse la più forte – che anche a Pechino ormai cominciano a manifestare non una ma diverse opinioni sul nodo della Corea del Nord è che non viene affrontata la causa di fondo della crisi da sempre in atto tra Pyongyang e gran parte del resto del mondo.

Che alla Corea del Nord nessuno mai si rivolge – spesso neanche la Cina, anche se non lo dice così apertamente, ma lasciandolo bene capire – col rispetto delle esigenze di pari dignità e necessità di sicurezza che quel paese ha uguali a quelle di ogni altro paese della regione. E che finché non si troverà il modo di affrontare e risolvere questo problema non migliorerà la situazione geo-politica (New York Times, 13.2.2013, D. Kirsten Tatlow, Is There Another Way Forward Over North Korea? Ma c’è un altro modo di andare avanti nei rapporti con la Corea del Nord? http://rendezvous.blogs.nytimes.com/2013/02/13/is-there-another-way-forward-over-north-korea).

A metà mese viene poi fuori un supplemento interessante di notizie che, ad esempio alla Reuters, che la Corea del Nord ha informato la Cina che è pronta a condurre altri esperimenti nucleari e lanci missilistici in corso d’anno. La preparazione di un quarto test, di cui Pyongyang con un messaggio che più brusco e meno diplomatico difficilmente poteva essere, ha informato “per ragioni di cortesia” gli interlocutori, è stata già completata. Un messaggio che riflette il nuovo stile asciutto e e assai poco duttile nella rivendicazione dei “propri diritti e delle proprie prerogative sovrane” anche nei confronti dell’unico Stato, la Cina, con cui forse la RDPC vanta un rapporto non ostile a priori e dal quale poi sa anche di largamente dipendere.

In effetti, per il test del 12 febbraio è stata usata solo una delle due gallerie scavate a oltre un km. di profondità, e a distanza congrua l’una dall’altra, allo scopo di effettuare e contenere al loro interno gli effetti e specie le radiazioni del test: l’altra è stato ora comunicato ufficialmente alla Cina è pronta per l’uso (NightWatchKGS, 17.2.2013, North Korea/China http://www.kforcegov.com/NightWatch/ NightWatch_13000044.aspx).ù

●Al CdS dell’ONU, americani e altri – anche se non, o non ancora, i cinesi che, però, come s’è visto, hanno espresso il loro forte scontento nei confronti dei nord-coreani – cominciano a lanciare i loro ballons d’essai e a parlare di nuove misure punitive, di rafforzare e rendere più stringenti le sanzioni contro il Nord Corea. E, subito, il 19 febbraio, il vice ministro degli Esteri russo Gennady Gatilov, mettendo non a caso le mani avanti, ha tenuto a mettere in chiaro che il suo governo vi consentirebbe solo se fossero, specificamente e in modo assolutamente esclusivo, mirate a frenare le ambizioni nucleari di Pyongyang. La Russia, Gatilov ha specificato con durezza, si opporrebbe col veto a misure del genere, che intendessero interferire sui rapporti attuali economici e di scambi che ha con il Nord Corea (RIA Novosti, 19.2.2013, Moscow Against North Korea Trade Sanctions Mosca è contraria a nuove sanzioni contro la Corea del Nord http://en.ria.ru/world/20130219/179567765.html).

In ogni caso, è sempre essenziale riflettere sul fatto che la Corea del Nord non ha materialmente la capacità di infliggere un colpo debilitante agli Stati Uniti, mentre la VII Flotta americana trasporta missili cruise modernissimi e cacciabombardieri in grado di vaporizzare la Corea del Nord diverse volte di seguito in pochi minuti… Cosa di cui Pyongyang è perfettamente cosciente. Ma che ogni tanto, quando gli prende qualche attacco di isteria acuta, sembrano dimenticarsi a Washington.

Russia, Cina e India, coi ministri degli Esteri che si incontrano apposta a Mosca, rendono noto congiuntamente che si opporranno a ogni intervento militare di altri paesi in Corea del Nord: “per risolvere adeguatamente la questione nucleare che si pone nella penisola di Corea – dicono: non solo la presenza di nuovi ordigni nucleari nel Nord ma anche la presenza nel Sud, o appoggiata sul Sud, delle armi nucleari statunitensi: quattro o cinque di là e pare proprio almeno 200 e di ben altra potenza esplosiva di qua – vanno usati solo mezzi politici e diplomatici(Xinhua.net, 14.2.2013, Full text of joint communique of Russian, Indian, Chinese foreign ministers' meeting Testo integrale del comunicato  conclusione dell’incontro dei ministri degli Esteri di Russia, Cina e India http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-04/14/c_ 122980038.htm).

Certo, c’è chi – interessato: soprattutto negli USA – insiste a interpretare i limiti dell’impegno, sottolineando che, implicitamente, se il paese implodesse, se quella che loro insistono a chiamare un’economia al collasso non ce la facesse più, se ci fosse un colpo di stato o una rivolta interna che rovesciasse il regime, Mosca e Pechino potrebbero – secondo questa lettura – non intervenire a aiutare Kim Jong-un.

In realtà, sembrerebbe che l’ammonimento congiunto sia soprattutto rivolto a “voci” che arrivano dal nuovo governo di destra militante e nezionalista della Corea del Sud e da quei militari: che – dicono e lasciano dire – se si convincono che Pyongyang  stesse per attaccare Seul, farebbero loro per primi una guerra preventiva.

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●In Egitto, Ahmed ElTayyeb, grande imam della moschea di al-Ahzar e rettore al Cairo di quella università, fondata come centro di studi islamici sunnita nel 970 d.C., la più famosa e considerata del mondo arabo e in posizione molto spesso diversificata rispetto alle scelte più rigide della Fratellanza mussulmana ha invitato, con successo, le fazioni politiche rivali a un colloquio ai livelli massimi per cercare una soluzione possibile e praticabile, ha detto, alla crisi politica. Hanno partecipato sotto la sua presidenza i leaders dell’opposizione liberal o, comunque, “laica”, gli islamici, esponenti della gioventù radicale e di svariate comunità religiose non islamiche, oltre a parecchi intellettuali o esponenti famosi di professioni liberali autodefinitisi “indipendenti”.

C’erano Mohamed ElBaradei, premio Nobel della pace e ex direttore generale dell’AIEA, l’ex segretario generale della Lega araba Amr Mussa e lo stesso Saad al-Katatni, numero uno del partito di Libertà e Giustizia, l’ala politica della Fratellanza. E tutti hanno concordato di dovere e volere rinunciare alla violenza (Yahoo!News, 31.1.2013, T. Perry e P. Graff, Egypt politicians renounce violence at crisis talks I politici egiziani rinunciano [o, meglio, dichiarano di rinunciare] alla violenza http://news.yahoo.com/egypt-politicians-renounce-violence-crisis-talks-141556283.htmln).

Si tratta, sicure mante, di una reazione, di rilievo, all’ammonimento del giorno prima alle parti in conflitto dal capo delle Forze Armate e ministro della Difesa che in bilico tra i suoi due incarichi è intervenuto nella disputa trovando ascolto e aiuto immediato nell’iniziativa dello sceicco ElTayyeb. Il messaggio che l’esercito vuole fortissimamente far passare di una restaurazione dell’ordine nel paese si è giovato così della grande influenza di al-Ahzar.

Che, di per sé, non sembra però sufficiente a garantire che poi, in effetti, i leaders politici convenuti e che si sono solennemente impegnati alla non violenza sarebbero, e saranno, mai di fatto seguiti dalle masse di chi a loro fa in qualche modo riferimento: i disoccupati, i giovani senza lavoro e senza istruzione, i tantissimi egiziani in disagio profondo. E, obiettivamente, pare proprio difficile...

Del resto, la differenza di fondo resta tutta. Il presidente della Repubblica, Muhammad Mursi, invita l’opposizione a impegnarsi in un “dialogo nazionale” aperto tra, e a, tutti. Ma l’opposizione reclama un nuovo governo di “unità nazionale”: non un dialogo ma di fatto, la cassazione delle elezioni che già l’Egitto ha affrontato decidendo ogni singola volta e, in sostanza, anche democraticamente una minoranza netta anche se non necessariamente schiacciante... Poi la protesta diventata sommossa si smorza…

●Il 21 febbraio, il Consiglio della Shura, la Camera alta del parlamento,ha adottato la nuova legge elettorale dopo aver accettato all’unanimità i cinque emendamenti alla nuova legge elettorale chiesti dalla Corte costituzionale. E, subito, il presidente della Repubblica Mursi ha annunciato che le nuove elezioni parlamentari avranno inizio, divise in quattro turni (per la carenza di scrutatori e supervisori, viene spiegato) a seconda delle regioni del paese, a cominciare dal 27 aprile (poi corretta al 22-23, nella regione del Cairo su richiesta di papa Tawadros (Teodoro) per evitare di interferire con le celebrazioni della Pasqua copta: con le ultime sei province che voterebbero nel  loro secondo turno solo a fine giugno… e la convocazione della nuova Assemblea del popolo il 6 luglio.

Mursi ha intenzione, ovviamente, di “usare” le elezioni e il loro prevedibile risultato per chetare le proteste dell’opposizione che, comunque, vanno chiaramente scemando di intensità e frequenza. Nel merito ancora non si sa bene quali siano le novità nei cinque articoli rivisti, in particolare sui nodi sempre contenziosi di una più efficace protezione dei diritti delle minoranze e delle donne. Si sa che la nuova formulazione vieta il cambio di casacca, sotto pena di decadenza dalla carica, a un eletto indipendente (1/3 garantito dell’Assemblea): sotto Mubarak era cosa solita, invece, per molti intrupparsi nel Pattto nazional-democratico di governo rafforzando anche così una maggioranza ultra-precostituita in elezioni farsa (Al Arabiya, 21.2.2013, Mursi calls Egypt’s parliamentary election to begin April 27 Mursi convoca le elezioni parlamentari in Egitto il 27 aprile http://english.alarabiya.net/articles/2013/02/21/ 267613.html).

Si tratta d’una formula apprezzabile e intelligente (e che dovremmo, secondo chi scrive, copiare anche da noi): a nessuno viene impedito di cambiare liberamente opinione; ma, chi è stato eletto colorato di rosso, non può diventare un parlamentare nero, o viceversa. Perché era stato eletto appunto come rosso. Diventa nero? benissimo… Ma non da deputato. Da uomo, o da donna, libero/a…

●A inizio febbraio, s’era concretizzata la visita al Cairo, al presidente Mursi, del presidente iraniano (ormai quasi in uscita) Mahmud Ahmadinejad. E’ stata la prima occasione in cui l’Iran ha ristabilito un contatto formale a quel livello con l’Egitto a partire dalla rivoluzione di Khomeini del 1979: da allora ogni interlocuzione, anche su “in/scoraggiamento” americano, era stata bloccata da Mubarak che si faceva garante e baluardo contro ogni influenza di Teheran nel Nord Africa. Ma ora, qui, tutto è cambiato.

E il NYT conclude – per conto suo ma probabilmente azzeccandoci, oppure, come ha fatto altre volte in passato, rendendo senza dirlo servizi di questo genere – soprattutto quando nel recente passato s’è fatto pigramente e patriottardicamente portavoce di Bush riportando acriticamente le panzane che raccontava per “giustificare” l’attacco all’Iraq del 2003 – che, anche se la motivazione ufficiale dell’incontro è un vertice dei paesi islamici (del resto, ad agosto scorso, in una simile occasione, Mursi era andato lui a Teheran facendo fallire il tentativo annunciato a voce alta dalla Clinton di “isolare” gli ayatollah), l’amministrazione di Obama adesso “si allarmerà molto per il legame calorosamente ristabilito tra il Cairo e Teheran(New York Times, 5.2.2013,  Kareem Fahim e T.Erdbrink, Iran’s President Visits Egypt in Signs of Thaw Il presidente iraniano in visita di riconciliazione in Egittohttp://www.nytimes.com/2013/ 02/06/world/middleeast/irans-president-visits-egypt-in-sign-of-thaw. html? ref=global-home).

Ma un incontro separato tra il presidente iraniano e lo sceicco ElTayyeb, che regge al Cairo sia la moschea sunnita che l’università di al-Ahzar, è sembrato, riportano fonti egiziane, quasi “degenerare” in una diatriba dai toni quasi ideologici di scontro tra sunniti e sci’iti col presidente iraniano in accesa difesa del punto di vista della tradizione sci’ita e lo sceicco a ammonirlo di rispettare il diritto dei fedeli sunniti dei paesi del Golfo a non sentirsi “interferiti”, con lui deciso a rispondere colpo su colpo…

E’ lecito, però, dubitare del tono di questi che ufficialmente l’Egitto definisce come “pettegolezzi” e l’Iran come “pettegolezzi maligni”, ma altrettanto lecito è pensare che qualche fondo di verità alla fine ce l’abbiano. Il che sembrerebbe indicare che bisognerà ancora aspettare non poco per una completa normalizzazione diplomatìca tra i due paesi (New York Times, 5.2.2013, Reuters, Iran’s Ahmadinejad Kissed and Scolded in Egypt L’iraniano Ahmadinejad baciato e ammonito in Egitto ▬ http://www.nytimes. com/reuters/2013/02/05/world/middleeast/05reuters-egypt-iran.html?ref=global-home).

Nota a latere, per dirla così, sull’Iran e le sue speranze o ambizioni nucleari. Il Grand Ayatollah Ali Khamenei – Guida suprema del paese e ultimo riferimento decisionale al di sopra degli organi eletti come il presidente della Repubblica, Ahmadinejad che sarà cambiato tra qualche mese, e anche del parlamento mentre lui originariamente designato a succedergli da Khomeini, il fondatore del regime islamico che rovesciò lo shah, è un “papa a vita”, eletto direttamente dai suoi quasi pari – ha postato ora sul suo sito web (Khamenei.ir) una dichiarazione “solenne e vera”, assicura.

Ricordato anzitutto che, per decisione-editto del 2005 da lui proclamato, l’Iran ha rinunciato a costruirsi una propria bomba atomica e che da allora sempre questa decisione è stata mantenuta, “che l’Iran crede nella necessità di eliminare del tutto le armi nucleari dal mondo”, Khamenei ora aggiunge, “a memoria e avvertimento di tutti”, che se l’Iran decidesse di dotarsi invece di armamenti nucleari non “c’è potenza al mondo, fosse pure cosiddetta globale, che glielo potrebbe impedire”.

Così, in un certo senso, non fa che confermare quel che sanno tutti e, ormai, gli americani per primi: non che l’Iran non abbia la bomba – questo non lo sa davvero nessuno all’estero: e, d’altra parte, in negativo non è dimostrabile – ma che la disponibilità dell’Iran a trattare c’è sempre purché basata sul riconoscimento del diritto suo uguale a quello di ogni altro paese membro dell’ONU e firmatario del TNP di darsi energia nucleare autoprodotta sotto il monitoraggio, secondo la prassi che si applica a tutti però e non a una inventata solo per Teheran, dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Se è da queste posizioni che si parte – ribadisce Khamenei che, a fine gennaio, aveva chiarito come, senza questo chiarimento di principio, sarebbe inutile incontrarsi con gli americani – invece che dall’imposizione di sanzioni che dichiaratamente mirano alla resa della nazione iraniana, allora sì l’Amministrazione americana si potrà aspettare  un’appropriata risposta”.  

   (1) New York Times, 16.2.2013, T. Erdbrink, Ayatollah Says Iran Will Control Nuclear Arms L’Ayatollah afferma che solo l’Iran potrà controllare le sue armi nucleari [ cioè, decidere quando vuole, sovranamente, se dotarsene o no]   http://www.nytimes.com/2013/02/17/world/middleeast/supreme-leader-says-iran-not-seeking-nuclear-arms.html?  _r=0&pagewanted=print; 2) FARS News Agency/Teheran, 16.2.2013, Supreme Leader Reiterates  Iran’s Opposition to N.Weapons, says like any other country only Iran has a right to decide La Guida suprema reitera l’opposizione dell’Iran alle armi nucleari, ribadisce che come ogni altro paese solo l’Iran ha il diritto di decidere http://english.farsnews.com/news text.php?nn=9107144928). 

●In Siria, alcune delle formazioni anti-Assad hanno anch’esse protestato, esprimendo riserve forti sull’opportunità dell’attacco di Israele al convoglio militare siriano che trasportava a fine mese una ventina di missili antiaerei russi SA-17, per l’occasione che esso potrebbe offrire – temono – al regime di coagulare o, comunque, di rafforzare un fronte in propria difesa nel momento di massima difficoltà interna del regime facendo leva sull’attacco esterno… Le formazioni più al-Qaediste si sono spinte fino a twittare – dicono da Parigi – di una mano esplicitamente data così da Israele che avrebbe ormai deciso convenirle che resti Assad al potere in Siria rispetto alla sua cacciata a favore della rivolta.

Dopotutto, Hafez al-Assad e, dopo di lui, Bashar hanno tenuto tranquillo il confine siriano con Israele per 40 anni… tranquillo, anche, con l’ordine esplicito alla contraerea di non reagire, quando Tel Aviv, a settembre del 2007, distrusse quello che descrisse come un reattore nucleare e Damasco come un centro di ricerche e, anche, quando adesso 10 caccia-bombardieri dalla stella a sei punte hanno bombardato un convoglio militare siriano: lasciandoglielo fare senza neanche reagire…

●Intanto Lakhdar Brahimi, il diplomatico algerino incaricato dall’ONU – più precisamente, e assai meno autorevolmente, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di mediare cercando di costruire condizioni di pace tra regime e ribelli ha detto al CdS che pezzo a pezzo il paese si sta distruggendo. L’agenzia dell’ONU per i rifugiati considera che siano stati 700.000 ormai i siriani fuggiti all’estero (solo quanti sono stati registrati, poi, come rifugiati negli elenchi dell’ONU) e 2 milioni di persone sono classificate in tutto come sfollate all’interno del loro paese. E i siriani sono in tutto sui 23 milioni di cittadini.

La maggior parte dei rifugiati sono bambini e  donne. In Libano, dove non ci sono campi ufficiali per lo più alloggiano presso famiglie locali. Le condizioni nei campi giordani e iracheni sono assai penose. Insieme alla Turchia, questi tre paesi ospitano tra mille enormi problemi quasi tutti i rifugiati siriani (Libano: 229.000; Turchia: 163.000; Giordania: 223.000; Iraq: 79.000; e Egitto: 14.000— dati dell’UNHCR, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: (cfr. The Economist, 1.2.2013, Drowning in the flood Affogando nel fiume in piena [dei rifugiati siriani] ▬ http://www.econo mist.com/news/mid dle-east-and-africa/21571143-foreign-governments-and-agencies-are-failing-syrias-refugees-drowning-flood).

●Sulla Siria, a metà febbraio, si è anche espressa la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani, con la commissaria svizzera Carla Del Ponte che ha denunciato le violazioni sistematiche e gravissime dei diritti umani di cui nel paese si sono resi colpevoli “entrambi i belligeranti” con massacri, esecuzioni, torture e sevizie contro i prigionieri rispettivi e la popolazione civile. Naturalmente, se uno non legge il testo del rapporto o degli articoli – i pochi che più attentamente ne parlano citandolo – la colpa sembra solo del regime di Assad (New York Times, 18.2.2013, N. Cumming-Bruce,U.N. Rights Panel on Syria Urges War Crimes Charges Il panel dell’ONU sui diritti preme perché vengano avanzate accuse formali di crimini di guerra http://www.nytimes.com/2013/02/19/world/middleeast/un-rights-panel-says-violence-in-syria-is-mounting.html?ref=global-home).

Quando, invece, il Rapporto elenca molti e ripetuti episodi sicuramente ascrivibili anche ai ribelli arrivando a affermare “particolare preoccupazione” per l’aumento di atti di “violenza senza alcun freno” associati al proliferare di gruppi armati che non sembrano servire alcun obiettivo strategico se non la diffusione di tensioni settarie e terrore cieco tra i civili. Un trend che – avvisa il testo dell’ONU – rischia di diventare “una caratteristica maligna di questo conflitto”.

Con “ingerenze esterne”, quelle di arabi, turchi e occidentali tra i ribelli propriamente siriani, che hanno deliberatamente radicalizzato il conflitto “favorendo gruppi armati salafiti come il fronte al-Nusra, anche incoraggiando parte importante degli insorti ad unirsi alle fazioni più estremiste a causa della loro superiorità di ordine logistico e alle loro superiori capacità operative”.

●Quattro altre navi da guerra russe verranno inviate, viene detto il 19 febbraio dall’ufficio stampa del ministero della Difesa, nel Mediterraneo  nelle previsione – possibile – di dover evacuare cittadini sovietici dalla Siria (Voice of Russia, 19.2.2013, Russia sends 4 warships to Syria for possible evacuation  ▬ La Russia invia 4 navi da guerra in Siria per un’eventuale evacuazione http://english.ruvr.ru/2013_02_19/Russia-sending-four-more-warships-to-Mediterranean-official).

●Il 21 febbraio avrebbe dovuto svolgersi, a Roma, un incontro tra il nuovo segretario di Stato americano, John Kerry, e il gruppo d’opposizione siriano ad Assad sponsorizzato dall’occidente e noto come Coalizione nazionale siriana. Ma all’ultimo minuto, poi, con una decisione che suona del tutto umiliante per lui, l’opposizione – quella che, pure, dall’occidente e dalla sua benevolenza dipende in tutto e per tutto: non gli estremisti animati dalle idee di al-Qaeda e tenuta in piedi da Arabia saudita e Qatar – rifiuta di incontrarlo: perché gli USA hanno rifiutato finora sia di armare direttamente i ribelli, sia di intervenire bombardando la Siria come hanno fatto, invece, per la Libia.

Insomma, la Coalizione siriana pretende, giustamente, di poter decidere essa la sua strategia. Ma, semplicemente, non ha la forza autonoma, il potere e la possibilità di farlo: non ha i mezzi, non ha gli uomini e ha fior di nemici, interni all’opposizione, ancor più determinata forse di Assad stesso. E sì che il nuovo capo, nominale, della Coalizione Moaz al-Khatib aveva rotto il fronte sembrando  anche disponibile ad accogliere l’invito dei russi, ma anche degli americani.

Che, ormai, andavano nello stesso senso: trattare sulla transizione ad Assad ma con l’uscita del rais da Damasco che avrebbe, in questo modo, potuto essere la conclusione del piano, non più la sua premessa. Costretto – se ci fosse stata la riunione alla quale in un primo tempo aveva detto di sì – a dare ufficialmente il suo assenso non lo ha potuto fare perché sarebbe restato solo tra i suoi.

Oggi il dramma della Siria è che non se ne esce, però. Anche se Obama tiene duro – è sul tema ha contro gli alleati arabi, il suo dipartimento di Stato con Clinton, il Pentagono e la CIA – e non cede al bushismo di ritorno – quello che inventa le armi di distruzione di massa alla Saddam per mettersi a fare un’altra guerra in prima persona come sono tornati a chiedere tutti gli think tanks neo-cons – anche se quel piano arrivasse mai a prender corpo, Assad se ne andasse e questi siriani mettessero in piedi una qualche forma di democrazia, non la accetterebbero mai e la farebbero saltare letteralmente in aria gli jihadis: a forza di bombe, suicidi e “martirii” con decine e centinaia di morti, a guerra finita, che sono stati irresponsabilmente empowered ormai ovunque e specie proprio in Siria.

Adesso, però, con Obama schierato dalla parte di Khatib, a sostenerlo contro tutti i falchi siriani, Kerry, il veterano e decorato della guerra del Vietnam che s’era trasformato in nemico giurato della guerra del Vietnam, può dare una mano forte a sconfiggere i falchi di casa sua. Che sono tantissimi (Guardian, 25.2.2013, J. Steele, John Kerry should challenge the hawks on Syria Sulla Siria, John Kerry dovrebbe sfidare tutti i falchi http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/25/syria-john-kerry-problem).

Alla fine, e come al solito, sembra che la scelta non sia né carne né pesce: l’America si rende “disponibile” ad “addestrare militarmente” alcune formazioni ribelli – ma a scegliere quali vuole essere Washington – e a fornire “materiale militare non letale”: equipaggiamento, comunicazioni, trasporti, ma non armi (New York Times, 27.2.2013, M. Landler e M. R. Gordon, U.S. Offers Training and Other Aid to Syrian Rebels Gli USA offrono addestramento e altri tipi di aiuto ai ribelli siriani http://www.nytimes.com/2013/ 02/28/world/middleeast/us-expands-aid-to-syrian-rebels.html?ref=global-home&_r=0). E’ quanto dice l’ultimo giorno di febbraio Kerry nell’incontro prima annullato, poi – dopo una telefonata sua e una del VP Joe Biden direttamente a Khatib – solo rimandato e che, finalmente, si svolge a Roma con una delegazione della Coalizione siriana anti-Assad.

●Come ogni altro capo di Stato, ma nel suo caso senza alcuna, neanche solo formale rivendicazione di legittimità – lui è presidente in Mali solo perché lo hanno proclamato tale i militari golpisti appropriatisi del potere spaccando il paese e affondandolo irrimediabilmente nel caos avendo abbattuto l’unico governo democratico che avesse mai avuto il paese – il presidente Dioncounda Traorè, messo a quel posto con l’accordo dei golpisti stessi, esclude di poter intraprendere qualsiasi colloquio con gli islamisti estremi come il gruppo di Ansar Din che hanno occupato tutto il Nord del paese e adesso sono stati ricacciati indietro prima dagli stessi loro alleati Tuareg contro i golpisti e poi dalle bombe francesi.

Dichiara, invece, di essere pronto a incontrare e discutere con gli stessi attivisti Tuareg, compresi i militanti del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), in dietrofront repentino rispetto alle dichiarazioni fatte quando vincevano i golpisti che poi, ad aprile 2012, lo hanno installato al potere (“li staneremo e li distruggeremo tutti, a uno a uno[e sono proprio quelli con cui oggi è, invece, disposto a trattare] (31.1.2013, Islamists ‘disqualified’ from talks, Mali’s president says Il presidente del Mali ‘squalifica’ gli islamisti da qualsiasi colloquio http://www.france24.com/en/20130131-mali-president-traore-rejects-talks-islamist-ansar-dine).

●Hollande non ha saputo resistere. Liberate a forza di bombe Gao, Kidal e Timbuctu, le tre principali città del paese tenute dai jihadisti insieme, e poi contro, i Tuareg per gli ultimi dieci mesi – ma praticamente senza battaglia, coi ribelli che hanno conservato forze e armi semplicemente non accettando lo scontro e ritirandosi, ma restando così in grado di tornare a condurre la guerra di guerriglia dalle loro ridotte nel deserto del Sahara, anche lui si abbandona alla sua bushata recitando, con un po’ più di aplomb al posto del braggadocio texano ovviamente, il suo mission accomplished… Francamente, era meglio risparmiarselo, perché forse porta pure un po’ jella, no?

Comunque, spiega il presidente francese a fianco del suo collega fellone nella capitale del Mali, Bamako, comprensibilmente festante – hanno allentato la morsa che sembrava stringerli, anche se non per merito certo del loro esercito di lui altrettanto fellone, noi “saremo qui a rendere al popolo del Mali la sua umanità, la sua integrità territoriale e la sua forza”… come se a strappargli umanità, integrità e forza non fossero stati, su istigazione francese (vero di Sarkozy, ma non solo), proprio i militari maliani che lo accoglievano col picchetto d’onore.

Anche se poi ha sentito il bisogno, per decenza di socialista francese forse, di aggiungere che “la giustizia non deve mai trasformarsi in vendetta” (accenno molto prudente e forse troppo leggero al linciaggio di decine di islamisti in fuga che ha spesso, appunto, vendicato le esazioni di molti dei loro), che “in ogni caso la Francia non ha vocazione a restare qui e che sarete voi a dover portare sulle spalle il vostro destino (le Monde, 1.2.2013, François Hollande à Bamako: “nous serons à vos côtés”— François Hollande a Bamako: “noi saremo al vostro fianco”▬ http://www.lemonde.fr/afrique/article/2013/02/01/francois-hollande-attendu-au-mali_1825891_3212.html).

●Ma, su tutta questa questione dell’Africa sahariana che sta precipitosamente entrando in ebollizione violenta, resta da dimostrare – secondo chi scrive – che il vero problema col quale tutti questi paesi e tutti questi regimi – e chi poi li appoggia qui in occidente per le più diverse e, in generale, interessate ragioni – sia l’Islam. E che, forse, invece, è il cambiamento climatico devastante che è stato lasciato avanzare e, con esso, un’altrettanto devastante ondata di corruzione.

Molti di questi Stati del cosiddetto Sahel (in arabo, ساحل  sāhil— significa paese rivierasco, non nel senso che è sulla costa ma che è lì, subito dietro alla costa) sono strutture statuali fragilissime, quando non proprio fallimentari, con lealtà di stampo etnico e religioso che fanno premio e sono molto più obbliganti di qualsiasi identità nazionale.

Ma sul radar dell’occidente, come sulle sue televisioni, questi paesi non appaiono tanto perché lì si muore davvero di fame, di guerra (paradossalmente cosiddetta) civile, di lasciti de strascichi purulenti del colonialismo. Cominciano a venire sullo schermo invece – o, meglio, prepotentemente ci tornano – perché si tratta di luoghi dove torniamo a intervenire anche militarmente per proteggere interessi materiali.

Non i loro, i nostri: qui si producono, e in quantità, minerali come petrolio, uranio, oro e ferro in minerale grezzo, altri minerali anche rari e cosiddetti strategici, magnesio, vanadio, ecc. – e quasi mai si “lavorano” in loco: secondo il vecchio, sempiterno modello coloniale classico – moltissime materie prime strategiche e i padroni sono spesso francesi, olandesi, italiani, americani… e ormai, sempre più di frequente, anche cinesi: ma, a sentire gli africani stessi, con maggior attenzione per le loro sensibilità.

L’interesse oggi realmente vitale dell’Africa, e di quest’area dell’Africa in modo speciale, è proprio il cambiamento climatico. Da nessun’altra parte premono di più le angosce e diventano più urgenti che nel Sahel le condizioni imposte da inondazioni e siccità (IRIN, Servizio dell’ONU per il coordinamento delle questioni umanitarie in Africa/Dakar, 14.9.2012, West Africa: After the drought, floods - and harvest worries Africa occidentale: dopo la siccità, le inondazioni -  e il timore per i raccolti http://www.irinnews.org/report/96313/WEST-AFRICA-After-the-drought-floods-and-harvest-worries). Sono condizioni che contribuiscono, insieme e in modo possente, all’estensione del deserto del Sahara verso Sud. In Africa oggi popolazioni intere trasmigrano spinte dalle condizioni climatiche ancor più che dalle guerre stesse.

Sotto gran parte del Sahel c’è il petrolio e non è più ormai un paradosso che proprio quei governi che, come quelli di Nigeria e Ciad, più incassano miliardi di dollari all’anno di royalties siano poi quelli ad impoverire di più le popolazioni: non garantiscono infrastrutture di base – strade, acqua, elettricità e istruzione e lavoro – ma importano armi e costruiscono eserciti anche magari poi mercenari, pagando lautamente, per esempio in Ciad, la Legione francese. E, oggi, il vuoto che nel continente ha lasciato la fine della guerra fredda è come riempito dallo scontro politico e di speranze tra Islam e occidente.

Ecco, torniamo a bomba: noi siamo convinti che l’errore maggiore che i vari pezzi di occidente che qui si confrontano, in gara anche tra loro, potrebbero fare è proprio quello di militarizzare il conflitto e di puntellare leaders e capi corrotti che si limitano ad imitare come sempre in passato ancor oggi le chiacchiere di chi si proclama – magari in francese o in inglese – amico della democrazia e ordine occidentale.

● Il Sahel  (mappa)

3.503.000 Km2, che coprono (da ovest a est) aree del nord del Senegal, del sud della  Mauritania, del Mali centrale. del sud di Algeria e Niger, del centro del Ciad, del sud del Sudan, del nord del Sud Sudan e dell’Eritrea.

Una sfida molto più urgente, impellente, difficile e prioritaria è quella, in altre parole, che oggi imporrebbe l’affrontare ricatto e sopraffazione del cambiamento climatico e della corruzione rampante: se non vengono aggrediti ormai prima questi nodi, anche gli aerei senza pilota più sofisficati che potrebbe mettere in campo l’America finirebbero col sorvolare un deserto in continuo ampliamento che diventerà sempre più ospitale per i loro nemici, del resto già motivati per conto loro.

●Una fonte diplomatica americana, ufficiale ma naturalmente non identificata, ha detto a Washington che “gli USA non avrebbero più problemi se Hamas partecipasse a un governo unitario palestinese”, giacché la sua presenza non interferirebbe più con gli sforzi tesi a trovare una soluzione al problema sulla base dei due popoli-due Stati: la notizia viene attribuita dalla fonte in origine al quotidiano Al-Hayat al-Jadida La nuova vita, di proprietà della ANP stessa. Ma a Washington nessuno la conferma… almeno per ora (Stratfor, 30.1.2013, Palestinian Territories: U.S. Can Accept Hamas Role In Government Territori palestinesi: gli USA possono accettare un ruolo di Hamas nel governo http://www.stratfor.com/situation-report/palestinian-territories-us-can-accept-hamas-role-government).

Il fatto certo è che mentre Fatah e l’ANP dalla rivoluzione araba e con la postura rigida e sciocca di Netanyahu che ha fatto di tutto per screditarle si sono andate indebolendo, s’è andata rafforzando e acquista credibilità per contro proprio Hamas che, da parte sua, ha bloccato – o ha dato l’impressione di aver bloccato – anche l’ultima guerra di Israele a Gaza.

   (1) Stratfor, Global Intelligence, 13.12.2013, An Opening for Hamas in the West Bank Un’apertura per Hamas in Cisgiordania http://www.stratfor. com/analysis/opening-hamas-west-bank); 2) International Business Times, 5.1.2013, R. Palmer, Palestinian Factions Hamas And Fatah Look To Bury The Hatchet Le fazioni palestinesi di Hamas e Fatah puntano a sotterrare l’ascia di guerra http://www.ibtimes.com/palestinian-factions-hamas-fatah-look-bury-hatchet-995284).

●In Tunisia, l’assassinio di Chokri Belaїd, il dinamico e popolare leader della numericamente piccola opposizione “laica” e di sinistra, cioè né islamica né islamista, al governo eletto di Ennhada, ha provocato a inizio mese l’improvviso coagulo di una serie di grandi e dure manifestazioni che hanno portato, prima, allo sgretolamento, con diverse dimissioni “di simpatia” da parte di non pochi componenti del dicastero e, subito dopo, il 6 febbraio, in giornata, all’autolicenziamento del gabinetto intero. E se, come qualcuno ha scioccamente, secondo chi scrive, azzardato, l’assassinio fosse stato davvero istigato dal potere, dal partito al governo, si tratterebbe di un tentativo di suicidio politico ebete e fesso quanto altri mai…

Il primo ministro Hamadi Jebali annuncia di averlo avvertito a poche ore dal delitto e dichiara che formerà subito un ristretto governo tecnocratico di unità nazionale che metterà insieme rappresentanti di tutti i partiti e movimenti attivi nel paese con l’obiettivo principale di tenere nuove elezioni per verificare la volontà effettiva della cittadinanza intanto trasferendo, dice, la priorità dell’impegno sui temi della condizione reale della gente, della crescita, dell’occupazione e del contenimento dei prezzi.

E, aggiunge, che c’è bisogno urgente di tenere le elezioni da sempre promesse dopo la “rivoluzione dei gelsomini” che ha dato il via nel mondo arabo a tutto il quarantotto che sappiamo (sia chiaro il quarantotto fu la data di grandi moti rivoluzionari nel’800, ma anche di una rivoluzione che restò largamente incompiuta… (1) Agenzia Tunis Afrique Presse (TAP, 6.2.2013, PM Jebali: un crime ‘politique odieux’ Il PM Jebali: è un crimine ‘politico odioso’ http://www.tap.info.tn/fr/ index.php/politique/7189-jebali-qualifie-l-assassinat-de-belaid-de-crime-politique-odieux-declaration-a-l-agence-tap; e 2) TAP, 6.2.2013, Formation d’un ‘gouvernement des competénces nationales’ Il PM: Formazione d’un governo di competenze nazionalihttp://www.tap. info.tn/fr/index.php/politique/7171-le-chef-du-gouvernement-s-adresse-mercredi-soir-aux-tunisiens).

Solo che le elezioni non risolveranno probabilmente il problema. Perché, in ogni caso, sembra proprio che la maggioranza – forse non quella delle città, ma sicuramente quella delle campagne – tornerà a scegliere il partito islamico “moderato”. E’ il prezzo della democrazia che, da sempre, ha come ultimo criterio di valutazione – anche nei paesi avanzati, no?, non solo in Tunisia  – la legge dei numeri…

Ne sono ben coscienti quelli di Ennhada— il partito di maggioranza, Rinascita, la cui direzione rigetta lo scioglimento del gabinetto che proprio il suo primo ministro, Jebali, aveva deciso, a questo punto pare proprio autonomamente ma senza consultazione del partito di maggioranza. Perché, affermano, di essere convinti della necessità di un governo in funzione anche per intavolare trattative con gli altri partiti per la formazione di una nuova coalizione di governo senza affidarla da solo al primo ministro che resterebbe a questo punto da solo anche a restare in carica.

E il partito vuole per lo meno discutere, dice, della decisione annunciata da Jebali stesso di annunciare che nessuno dei ministri oggi in carica sotto di lui sarà candidato alle prossime elezioni parlamentari (New York Times, 7.2.2013, M. Marks, Kareem Fahim e A. Cowell, New Uncertainty Grips Tunisia After Assassination Nuove incertezze sulla Tunisia dopo l’assassinio http://www.nytimes.com/2013/02/08/world/ africa/tunisia-assassination-protests.html?ref=global-home).

Ma il premier, approfittando anche del fatto che il presidente della Repubblica Moncef Marzouki, esponente di un partito non islamico è (forse improvvidamente o forse no… apposta?) in visita a Londra insiste e, intanto, a rischio di essere poi licenziato lui stesso dal suo partito che si dichiara contrario, dimette d’autorità tutto il governo. Lo fa, sembrerebbe, cogliendo bene la natura radicale della crisi.

Intanto, scende in campo, con la forza e la capacità di far sentire al bisogno la propria protesta di massa che mai le è mancata anche se è sempre stata usata con sagacia e prudenza perfino ai tempi della dittatura di Ben Ali, la UGTT, l’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini, col suo mezzo milione di iscritti e l’appoggio popolare che ha, paralizza letteralmente Tunisi e le altre città— chiusura totale dei trasporti pubblici e dei negozi, blocco completo dei voli in occasione dei funerali di Belaїd (La Presse/Tunisi, 9.2.2013, Les obsèques de la colère Le esequie della collerahttp://www.presse tunisie.net/lapresse.php).

E il capo effettivo del movimento Ennhada, Rachid Ghannouchi, contro le obiezioni del suo stato maggiore, si schiera inizialmente anche se con esitazioni evidenti col premier, parlando di mettere in piedi un nuovo governo di unità nazionale. Da alcuni accenni che sembrano quasi sfuggirgli, Ghannouchi sembra riflettere meglio di altri sul fatto che non solo qui ma anche in Egitto, e non solo, dove l’Islam “moderato” ha vinto democraticamente alle urne non è stato spesso, quasi sempre, comunque capace, finora, di trovare una risposta ai tanti problemi economici – veri, concreti, materiali – del popolo (Canada.com, 12.2.2013, Bouazza Ben Bouazza, Leader of Tunisia’s Islamist party says agreement imminent on unity government to end crisis Il capo del partito islamico di Tunisia parla dell’accordo imminente di un governo di unità che metta fine alla crisihttp://www. canada.com/news/Leader+Tunisias+ Islamist+ party+says+agreement+imminent+unity/7947254/story.html).

●Alla fine, e con una situazione che progressivamente si è andata calmando, il primo ministro Jebali, a capo del governo formato anche in coalizione da Ennhada cui egli stesso aderisce – e che è riuscita a manifestargli insieme dissenso e… consenso – ha formalmente rassegnato le dimissioni già annunciate nelle mani del presidente Marzouki. Hamadi Jebali, ci ha provato ma riconosce anzitutto di non essere riuscito a dar vita al governo di tecnici e tecnocrati cui aveva puntato.

Ora, preconizza il ministro degli Esteri, Rafik Abdessalem, dimesso da Jebali con tutto il gabinetto ma che era ancora lì, il presidente dovrebbe respingere le dimissioni dopo consultazioni coi partiti che, a maggioranza, glielo chiederanno (Al Arabiya, 20.2.2013, Tunisian PM Jebali resigns after failure to form technocrat government Dopo non essere riuscito a costituire un governo di tecnocrati, il PM tunisino Jebali si dimette http://english.alarabiya.net/articles/2013/02/19/267239.html).

Malgrado le insistenze del presidente, il primo ministro Hamadi Jebali tiene duro e mantiene le dimissioni chiarendo che non accetterà, a questo punto lo stesso incarico, non avendo più la fiducia completa della sua maggioranza, del suo stesso partito. Ora tocca di nuovo a Ennhada, secondo Costituzione, indicare al presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, uomo lui dell’opposizione che all’indicazione maggioritaria non può sottrarsi, il nuovo candidato.

Che probabilmente, dicono gli osservatori, sarà un “duro” (CNBC, 21.2.2013, Tarek Amara, Islamist Ennahda to pick hardliner for PM In Tunisia il partito islamista Ennhada sceglierà un duro [è una presunzione dell’articolista: non tra virgolette, probabile però]come primo ministro http://www.cnbc.com/id/100480890) e alla fine col ministro degli Interni uscente, Ali Larayedh, risulta in effetti un rigido assertore dell’ordine che ha dato, però, anche dimostrazione di opporsi con forza anche alle “intemperanze di piazza” degli iperislamisti.

In qualche modo, e a suo modo, la Tunisia va somigliando sempre più – ma rispetto al passato a noi sembra, comunque, un progresso – al precario equilibrio democratico di tanti altri Stati del Mediterraneo… Resta il fatto che, costituzionalmente e democraticamente – dalla volontà maggioritaria degli elettori – titolato alla maggioranza e al governo, Ennhada è condizionato in modo pesante, al di là dei numeri, dalla vivacità del sentimento di opposizione che la crisi economica alimenta essa stessa.

A oggi la differenza maggiore con lo status della vecchia Tunisia sotto la dittatura di Ben Alì è che c’è la democrazia, e non è certo poco. Ma il richiamo alla centralità onnipotente dello Stato – e perfino alla preminenza degli interessi nazionali e collettivi rispetto a quelli non tanto individuali ma su fazioni e etnie – è sparito, o almeno è contesa la titolarità di chi debba esserne l’interprete principale (Stratfor, Global Intelligence, 21.2.2013, Tunisia's Emerging Political Stalemate Lo stallo politico che viene emergendo in Tunisia http://www.stratfor.com/analysis/tunisias-emerging-political-stalemate).

Per il momento, sembra che il braccio di ferro interno al partito Ennhada sia stato, comunque, vinto da chi, il numero uno del partito, Rachid Ghannouchi, intende mantenere il controllo dell’esecutivo fino alle prossime elezioni di autunno avendo vinto la maggioranza, e nettamente, alle ultime elezioni politiche e il premier dimissionario che favoriva invece una maggiore apertura e condivisione del potere con tecnocrati vari e partiti secolari minoritari.

A fine mese, il ministro degli Interni e nuovo PM designato, Larayedh, annuncia l’arresto di tre membri di un gruppo radicale religioso, di stampo salafita, tra di loro anche un ufficiale di polizia. Sono accusati di aver favorito l’esecutore materiale che ha ammazzato Chockri Belaid e innescato le potenti proteste che hanno portato al cambio stesso del governo. Larayedh sostiene che l’assassino è ormai noto, viene attivamente cacciato e presto sarà arrestato, accusato e portato in giudizio.

Ma bisogna aggiungere che non tutti, a partire dai familiari del leader assassinato della  sinistra tunisina, in mancanza di accuse e prove stringenti, sembrano convinti dall’annuncio del nuovo PM (Business News/TN, 26.2.2013, Annonce de l’identification mais aussi mise en doute sur l’identité des assassins de Chokri Belaïd http://www.businessnews.com.tn/Mise-en-doute-sur-l%C3%82%E2%80%99identit% C3%83%C2%A9-des-assassins-de-Chokri-Bela%C3%83%C2%AFd,520,36571,3).

●Il primo ministro designato da Ennhada, appoggiato dal capo del partito di maggioranza Rachid Ghannouchi, subito dopo fa un’apertura importante: concorda di cedere alcuni ministeri chiave nel suo nuovo gabinetto a personalità indipendenti: una mossa che, potenzialmente, almeno secondo le speranze, dovrebbe accelerare la formazione del suo nuovo governo. La concorrenza per il potere è stata scatenata nel paese dal collasso del partito unico del vecchio regime di Ben Ali (AlAhram, 27.2.2013, Tunisia: Ruling Party Says It May Give Up Key Ministries Il partito al governo dice di poter cedere ministeri chiave http://english.ahram.org.eg/News/65714.aspx).

●Più in generale, prima o poi, dovremo decidere di discutere a fondo su chi siano e non siano questi mussulmani, islamici o islamisti che dir si voglia. Il problema che tutti, prima o poi, dovranno, dovremo, imparare a considerare – discutendo oggi, di Siria, di Tunisia, di Egitto, ecc., ecc. – è che, come tutti, anche i mussulmani non sono mai soltanto mussulmani.

Sono pure cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse, giovani e giovani, donne e uomini, anziani e anziane, poveri e povere e anche ricche e ricchi, disperati e disperate, intellettuali e ignoranti – uomini e donne – estremisti e moderati, estremiste e anche moderate… Donne e uomini, in somma, persone… Come tutte e tutti.

Tra le altre cose sono anche mussulmane e mussulmani: come tanti cristiani anche tra loro c’è chi ha capito che i testi sacri – la Bibbia, il Corano… – vanno capiti, contestualizzati, letti nel loro tempo e anche nelle aberrazioni del loro tempo. Oppure no. Questa insomma, là e qua, è la vera scelta e lo scontro vero di civiltà[4].

●Un’aggiunta a lato qui, sull’Iraq. La Gazprom Neft, russa, affiliata della Gazprom stessa e che ricopre il quinto posto come produttore e il terzo del paese come raffinatore di greggio petrolifero, ha firmato un nuovo accordo per la prospezione e lo sfruttamento di petrolio del Kurdistan iracheno col governo della regione semiautonoma. Lo ha dichiarato il 19 febbraio il leader curdo Massoud Barzani, con i russi che, però, al momento non hanno neanche confermato (Reuters & Agenzia Interfax, 19.2.2013, Kurdistan chief says Gazprom Neft signs new oil deal— Dice il capo del Kurdistan [iracheno] di aver  firmato nuovi accordi petroliferi con Gazprom Neft http://uk.reuters.com/article/2013/02/19/russia-kurdistan-oil-idUKL6N0BJD1120130219).


C’è da tenere presente il rischio che comunque continua a presentare la volontà dei curdi di trattare direttamente, senza l’intermediazione del governo centrale di Bagdad, i suoi contratti con l’estero  che finora, dal primo ministro al-Maliki sono stati regolarmente tutti stoppati (compresi quelli già firmati tra la stessa compagnia russa e il governo di Erbil, interpretando la legge fondamentale del paese in modo assolutamente restrittivo che, in ogni caso, riserva al centro l’approvazione finale di ogni accordo. E provocando un contenzioso, ancora irrisolto, spesso al limite dello scontro anche militare tra Bagdad e Erbil (Stratfor, Global Intelligence, 5.12.2012, Turkey's Impact on Iraqi Relations— [L’impatto del] conflitto dei curdi coi turchi sui rapporti interiracheni http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/turkeys-impact-iraqi-relations).

●Sempre sulla questione petrolio e gas naturale arriva notizia, attendibile sembrerebbe perché non da Gerusalemme o Tel Aviv ma direttamente da Mosca, che un’affiliata di Gazprom ha – avrebbe… – firmato con la israeliana Levant LNG Marketing Corp. un accordo ventennale di acquisto esclusivo di tutta la produzione di gas naturale liquefatto dal giacimento offshore di Tamar: il cui possesso non tanto di fatto, ovviamente, ma proprio sul piano del diritto, insieme a quello adiacente del campo Leviathan, resta sempre conteso col Libano senza mai essere stato aggiudicato finora secondo le regole del diritto marittimo internazionale (RIA Novosti, 27.2.2013, Gazprom Signs 20-Year LNG Purchase Deal with Israel Gazprom firma un accordo ventennale di acquisto di LNG con Israele http://en.rian.ru/ business/20130226/179690676.html).

Il giacimento di Tamar sembra avere un potenziale accertato di 238 miliardi di m3 di gas naturale e quello del Leviathan è stato stimato a 453 miliardi. Il problema è che la piattaforma continentale su cui affondano i due giacimenti è condiviso dalle acque di interesse territoriale dei due paesi.

EUROPA

●Gli ultimi dati che, a mese inoltrato, rende noti nelle previsioni economiche di inverno il Commissario all’Economia della UE, Olli Rehn, sono tutti assai cupi. Mentre la crescita del 2013 si manterrà appena al di sopra dello 0,1% nell’Unione a 27, nei 17 paesi dell’eurozona e nello stesso periodo ci sarà una contrazione di PIL dello 0,3%.

E il bello è che l’irresponsabile se ne esce a confessare, soddisfatto, che “il riequilibrio in atto nelle varie economie dell’Europa, sta continuando a pesare sulla crescita nel breve termine”. E insiste, il tapino, a dire che l’unico problema che hanno le politiche del rigore è che troppi economisti sostengono che non funzionano: bisogna dare loro, dice, solo il tempo di funzionare: tanto peggio se, poi, il malato va all’altro mondo

   (in una lettera sulla sua carta intestate di vice presidente della Commissione, Rehn scrive ai ministri delle Finanze, a Draghi, a Lagarde proprio questo, sostanzialmente: da perfetto burocrate negazionista degli effetti reali, sulla pelle della gente reale che non guadagna come lui 20.000 € al mese ma, quando le va bene, sì e no 1.500 predica che bisogna “crederci” nel rigore e nelle sue virtù; e se la prende perciò, in particolare, con gli economisti del FMI stesso che, da qualche tempo ormai, vanno dicendo alto e chiaro come e perché e quanto l’austerità sia proprio una stro**zata ▬ Lettera del VP Olli Rehn, 13.2.2013 ▬ http://ec.europa.eu/commission_2010-2014/rehn/documents/cab20130213 _en.pdf; e, se avete voglia e un po’ di tempo, date anche un’occhiata al breve, impietoso commento che agli sproloqui del povero Olli riserva sapidamente il prof Paul Krugman, Nobel dell’economia e columnist del NYT, la cui stessa direzione lui non convince sempre col suo radicale attacco al neo-liberismo ma che neanche il NYT osa silenziare: New York Times, 22.2.2013, P. Krugman, Paul De Grauwe and the Rehn of Terror Paul de Grauwe [studioso del sistema UE e docente di economia internazionale all’università di Lovanio, in Belgio. Uno che l’A. stima molto… cosa non facile] e il Rehn del terrore ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/02/22/paul-de-grauwe-and-the-rehn-of-terror).

In altre parole, se siete disposti a rischiare a breve il coma economico si possono rimettere a posto i conti (e non a caso l’ineffabile Rehn loda proprio Monti e la sua politica economica così promettente… anche se in attesa di tempi migliori) e diversi telegiornali nostrani suonano tutti contenti: stiamo andando in asfissia quasi, ma abbiamo i conti in ordine, poffarbacco… Così, insomma, si rimettono in piedi le basi di una ripresa futura, promette Rehn, come promette Monti, come… promette tutta la stramaledetta scuola neo-liberista alla quale questi ancora insistono a prosternarsi e a adorare.

E nei prossimi mesi Rehn ha già strappato a quell’accrocco di altri altissimi scriteriati che sono i ministri e i presidenti d’Europa i poteri di decidere da solo se, quando e a chi lasciare sforare e a chi no il tetto di deficit/PIL: dove noi, l’Italia, ormai siamo tra i primi della classe coi nostri conti ben in ordine, da bravi ragiunatt milanesi, mentre il paese sta affondando con un PIL tornato ormai a quello di 25 e più anni fa, la decrescita stabile, la disoccupazione cronica, la crescita esponenziale della povertà.

Mentre, ad esempio, la Francia sforerà quasi del doppio del consentito il buco del proprio deficit/PIL ma, ovviamene, nessuno a Bruxelles oserà multarla e dovrà anche allentare un po’, di conseguenza, il rigore con gli altri: non con noi, che sul deficit/PIL siamo a posto, ma ad esempio la Spagna che anch’essa sforerà i conti (New York Times, 22.2.2013, J. Kanter, European Commission Offers Grim Prediction for Economy La Commissione avanza una brutta previsione per l’economia dell’Europa http://www.nytimes.com/2013/02/23/business/global/daily-euro-zone-watch.html?ref=global-home&_r=0).

●Ci serviamo di questo esempio lampante di come non bisognerebbe fare politica economica perché ormai è dimostrato proprio che fare così come questi hanno fatto era e è sbagliato. Partiamo una volta tanto non dal principio, ma dalle conclusioni. Dalle conclusioni cui siamo arrivati ripensando a come siamo precipitati – come ci hanno fatti precipitare – dentro questa crisi e a come hanno poi deciso di farci restare al suo interno. Chi? ma loro signori, si intende e i loro cavalier serventi in tutte le istituzioni europee, praticamente senza eccezioni…

Tutti loro – padroni, nel senso tecnico del termine: chi comanda; e serventi, dal presidente della Commissione europea ai capi di governo, ai passacarte – hanno però ormai, e sentono, il fiato sul collo dello spettro contro il quale indefessamente combattono ormai da anni e che hanno finora potuto tenere con successo lontano ma che ora, pervicace, si va rifacendo sotto: la minaccia che, dopo il fiasco catastrofico dell’alternativa liberista imperante, ha assunto di nuovo le fattezze e i contenuti, rivisti magari, dello spettro neo-keynesiano di un’utile e necessaria gestione macroeconomica specie nella crisi.

E questo malgrado il parere del tutto avverso del prof. Giannino (che figura che ha fatto! ma non per il master e le lauree che non c’erano ma cui ovviava con la competenza, discutibile e discussa ma anche reale, della materia su cui lavorava da autodidatta, anche spesso sbagliando) e del prof. Monti: che di titoli ne aveva anche troppi ma che, al dunque, solo piegandosi – con convinzione onesta epperò proprio tecnicamente sbagliata – ha finito col fare anche lui, e nel merito, solo una figuraccia!

Gli elettori, alla fine, hanno tenuto ben conto che le soluzioni da lui, da Olli Rehn, da Merkel e dalla ricetta neo-liberista volute – in sostanza, e come al solito, la politica dei due tempi: ora stringete la cinghia e poi riprendiamo: … l’asino che aveva appena imparato a non mangiare più biada e che crepò di fame… – non hanno risolto un bel niente, anzi hanno aggravato lo stato di precaria salute del malato Italia.

E si sono vendicati, relegandolo al quarto posto, dopo quel geniale e folle comico di mestiere, Beppe Grillo che ha colto la rabbia e la rivolta, non certo inspiegabile, di tanti; dopo il brav’uomo grigio che era (e è) Pierluigi Bersani, riduzionista minimalistico a oltranza secondo cui il rimedio di tutto sta, sempre e comunque, nella scelta del mezzo e mezzo; e dopo l’antico buffone affabulatore, piegato riga per riga, stirato e tirato a lucido col brill e tenuto su con gli spilli da balia e casca e rimbalza ogni volta comunque, proprio come faceva, no?, il vecchio Bombolo.

● Come vedono l’Italia, oggi, all’estero: uno scontro tra clowns… Già e di ch               i sarà la colpa?  (vignette)

 

 

Fonte: Guardian, Belle Mellor, 26.2.2013                                               Fonte: IHT, P. Chappatte, 26.2.2013

 

Nell’era non ancora tramontata della politica neoliberista rampante, dai tempi disgraziati di Reagan e Thatcher e da noi, per dirla tutta, forse anche di Amato e di Ciampi, padroni e serventi hanno cercato di isolare formalmente – ma in questo campo la forma conta come sostanza – le decisioni di politica economica da ogni controllo democratico anche solo nominale consegnando la politica monetaria  (cambio, tasso di sconto, liquidità) alle decisioni di banche centrali indipendenti dai governi, anche se – e soprattutto se, poi – pure democratici,

Così, subordinando ministeri ed enti di erogazione della spesa pubblica al controllo dei dipartimenti di Finanze e Tesoro di ogni governo; e imponendo obiettivi di riduzione e tagli di spesa non a chi si decide di far dimagrire sulla base di una decisione politica democratica ma coi cosiddetti tagli lineari— voce che nasce adesso in politica economica e viene introdotta nella contabilità degli Stati: a tutti e ciascuno, cioè, ma con ben altro peso, economico e sociale se il 20% di meno si applica alla spesa di  sanità, istruzione e ricerca o a consulenze e emolumenti di deputati, direttori generali e generali di corpo d’armata…

E’ stata una spinta che non ha trovato freni spesso – il più delle volte – neanche a sinistra (col bel risultato che oggi a citare Keynes e a richiamarsi ai premi Nobel Stiglitz e Krugman arrivano perfino Grillo e… Berlusconi[5] e la sinistra qualche volta corre dietro a… Giavazzi e Alesina). Che si è semplicemente arresa il più delle volte, accontentandosi solo – e solo qualche volta – di temperare gli effetti più feroci del liberismo alla logica fasulla del cosiddetto Washington consensus[6] e del neo-liberismo.

Il quale, per anni sostenuto da un’offensiva ideologica a largo raggio basata sulle virtù supposte, non dimostrate, di mercati ‘efficienti’, su misure di competitività esasperata, sulla cosiddetta economia dell’offerta e sulla negazione della domanda, su mercati del lavoro ogni dì più “flessibili”, su tagli di tasse alle aliquote alte perché incoraggerebbero a creare lavoro, sulle privatizzazioni, sul libero scambio di capitali e di beni ma quello sempre controllato, invece, delle persone…

Solo che ora, dopo aver messo mano e fatto trangugiare all’Europa tutta, sempre sulla base del dogma, l’ennesima ma stavolta davvero letale scemenza che, nel loro linguaggio leggiadro, hanno chiamato fiscal compact – l’allucinante riduzione obbligata della spesa pubblica in pochissimi anni fino alla cosiddetta parità di bilancio al costo, certo, di strozzare ogni crescita, di far crescere la disoccupazione e, a breve, rivolta sociale e disordine se non ci sarà un cambiamento, in qualche modo, e a suo modo, rivoluzionario – ora, forse, il dubbio che la loro ricetta sia una terribile impostura si comincia a insinuare anche nei cuori, nei cervelli cioè, dei più tetragoni dei liberisti; o di quelli tra loro che restano almeno ancora un po’ in buona fede.

●Gran brutte notizie, e la solita grandissima lentezza nelle reazioni alla crisi che schiaccia l’Europa e gli europei, soprattutto— semplicemente perché non hanno le pa**e per buttare via tutto il ricettario che hanno impiegato da anni a ogni livello: finanza, governi, Fondo monetario, Unione europea, USA anche; e per cambiare, di conseguenza, medici e medicine per portarci e affondarci sempre più nella catastrofe. Adesso, EUROSTAT attesta,che nel quarto trimestre il PIL dell’eurozona è calato dello -0,6%  e dello 0,9% addirittura rispetto al dato di un anno fa: quindi, tutta l’eurozona è affondata in recessione rispetto al 2011, compresa la Germania che, alla fine, soccombe anch’essa alla crisi.

   (1) New York Times, 14.2.2013, J. Ewing, Economy in Europe Contracts More than Expected L’economia europea si contrae più delle attese http://www.nytimes.com/2013/02/15/business/global/daily-euro-zone-watch.html?ref=glo bal-home&_r=0&gwh=C45A8B81AFDB95702580CED24353EB61; 2) EUROSTAT, 14.2.2013, Euro area GDP down by 0.6% and EU27 down by 0.5% – -0.9% and -0.6% respectively compared with the fourth quarter of 2011— Il PIL dell’eurozona scende dello 0,6% e quello della UE-27 dello 0,5 – Rispettivamente, a -0,9 e -0,6% sullo stesso trimestre del 2011▬ http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14022013-AP/EN/2-14022013-AP-EN.PDF).

●Giovedì 7 del mese, nella consueta seduta mensile che riesamina, lascia dov’è, aumenta o diminuisce il tasso di sconto dell’euro, la BCE decide di tenerlo fermo allo 0,75%, anche se ci sono molte preoccupazioni – emergono pure dall’introduzione della solita conferenza stampa del presidente Draghi – che l’euro sia sovrastimato contribuendo così in maniera abnorme a penalizzare le esportazioni europee: tema particolarmente preoccupante proprio per l’economia tedesca, la maggiore ed egemone dell’eurozona e la più dipendente per la propria tenuta dalle esportazioni. Ciò anche se, a premessa, la BCE valuta positivamente come segno di fiducia crescente nella moneta unica il fatto che nelle settimane recenti essa sia cresciuta al massimo livello sul dollaro da un anno a questa parte.

Conseguenza immediata e prevista è che, senza toccare il tasso di interesse al ribasso, Draghi – che  giura non fosse intenzionale – è comunque riuscito a risvalutare subito l’euro. Aveva raggiunto il massimo sul dollaro contro 1,60 in aprile 2008, nel pieno della crisi finanziaria di Wall Street, poi il biglietto verde aveva stabilmente recuperato con la ripresa, anche se debole, dell’economia americana e l’aggravarsi della crisi europea con le dosi forzate di austerità fattele ingoiare a forza dovunque.

La mattina di giovedì era a $1,36 per euro e dopo il commento di Draghi era sceso subito a $1,34 mentre prima delle ferie a luglio valeva $1,31 (1) New York Times, 7.2.2013, J. Ewing, ECB President’s Comments Send Euro Lower I commenti del presidente della BCE fanno scendere l’euro http://www. nytimes.com/ 2013/02/08/business/global/european-central-bank-leaves-interest-rate-unchanged.html?ref=global-home); 2) BCE, 7.2.2013, Introduzione di Mario Draghi alla conferenza stampa sulle decisioni del direttivo mensile,   Francoforte ▬ http://www.ecb.int/press/pressconf/2013/html/is130207.en.html).

Lunedì 11 febbraio in sede di Eurogruppo, il ministro delle Finanze di Francia, Pierre Moscovici, ha chiesto agli altri un intervento concordato sui mercati per arrivare a una efficace, relativa e “guidata” svalutazione dell’euro specie sul dollaro. E all’omologa ministra austriaca Maria Fekter  che, avventatamente, gli recitava i versetti della saggezza convenzionale come se continuassero ad avere il valore di un dogma (“trattasi di questione da lasciar decidere ai mercati… un  abbassamento artificiale del valore dell’euro sarebbe improprio e non necessario”, diceva) ha ricordato che:

• 1. intanto l’euro, abbandonato al laisser faire dei mercati, ha ricominciato a apprezzarsi e così sta affossando la ripresa in gran parte d’Europa (proprio Parigi, due o tre giorni dopo, sarebbe stata costretta a annunciare che non riuscirà a rispettare l’impegno UE di riportare sotto il 3% il deficit/PIL del 2013): anche il po’ di esportazioni dell’Austria, ha aggiunto malignamente, e la gran quantità di quelle tedesche), e

• 2. che, nei fatti, anche se il dogma non lo ammette, i tassi di cambio non sono affatto attualmente decisi dal mercato. Sono molti i paesi, Stati Uniti e Giappone compresi, ma soprattutto la Cina che, fregandosene del liberismo e comprando “artificialmente” vaste quantità di valuta straniera attraverso le loro banche centrali, tengono basso il valore delle proprie valute rispetto all’euro e anche allo stesso dollaro, sostenendo così “artificialmente” ma con efficacia le loro esportazioni.

Il fatto è che la saggezza convenzionale e il liberismo che malgrado le catastrofi causate continua a connotarla postulano che il mercato vedrebbe – deve vedere – i paesi ricchi godere di elevati attivi delle loro bilance commerciali e dei pagamenti rispetto ai paesi poveri: cioè un flusso di capitali costante dei primi rispetto ai secondi. E, invece, guarda un po’, grazie al disfunzionamento del sistema finanziario internazionale dove tutti i paesi, i ricchi per primi, puntano solo al proprio piccolo vantaggio immediato (gli USA importano capitali a triliardi ogni anno dalla  Cina, dall’India, da Singapore, ecc., ecc.) il flusso di capitali sta andando ormai da una quindicina d’anni proprio nella direzione opposta.

Per cui – ha concluso il francese – prima di aprire bocca bisognerebbe, oltre a mandare il dogma a memoria, almeno studiare e verificare la realtà delle cose”… Ma l’Eurogruppo – che per la prima volta forse, però, è stato costretto a discuterne – ha deciso di non far niente e di rinviare la discussione alla sede più larga del prossimo G-20 che, a giorni, si terrà in Russia (New York Times, 11.2.2013, J. Kanter, Euro Ministers at Odds Over Strength of the Euro I ministri dei paesi euro divergono sulla forza dell’euro http://www.nytimes.com/2013/02/12/business/global/euros-strength-on-agenda-for-finance-ministers .html?ref=business).

Sui tassi di cambio interviene a dire qualcosa – aggiungendo solo confusione a quella largamente esistente – il G-7 – un organismo che esiste ormai proprio come un ente inutile tanto più che non riflette da tempo neanche la realtà su cui era stata fondato: mettere insieme per un scambio di idee e magari un po’ di coordinazione economica i 7 paesi più economicamente sviluppati del mondo (per dire ne facciamo ancor parte noi, il Canada, la Gran Bretagna, la Francia, insieme a Germania,  Giappone e USA) che poi era stato giustamente sciolto anche e proprio perché tra l’altro non rispettava da tempo la realtà.

Infatti, la gerarchia vera e grezza della dimensione del PIL vede a oggi che i 7 poi sono nella realtà altri: l’Unione europea, gli USA, la Cina, l’India, il Giappone, la Germania (se considerata a se stante, l’unica della UE e la sesta poi), la Russia e il Brasile— l’Italia è solo 10a, dopo Regno Unito e Francia (CIA, The World Factbook, Countries by purchasing power parity GDP— Lista dei paesi per PIL a parità di potere d’acquisto (a fine 2011) ▬ https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/xx.html).

Ora il G-7, che malgrado la realtà e l’incapacità di prender atto della propria ormai totale irrilevanza (hanno messo su apposta, per farlo fuori, tra l’altro da alcuni anni il G-20) si sono comunque riuniti (stavolta toccava a Londra a livello di turnazione della presidenza annuale) hanno solo contribuito ad aggiungere altra incertezza allo zibaldone  di chiacchiere che sul tema già abbondano. La dichiarazione solenne emessa a conclusione del vertice di Londra dei ministri delle Finanze (d’altra parte pre-cotta, pre-scritta, pre-decisa  e, a dir poco, inconcludente – se la prende con g li interventi dei governi sui cambi e, poi, su richiesta del governo giapponese presente alla riunione sembra sostenere il suo intervento mirato, dice, a combattere la deflazione.

Che però – e non si dovrebbe fare, dicono – abbatte in modo rilevante il valore del dollaro (Moody’s Analytics, 12.2.2013, Virendra Singh, G-7 to Eschew Currency Manipulation Il G-7 sfuggirà il nodo sulla manipolazione [da parte dei governi, eh… quella degli speculatori è OK per definizione…] dei cambi https://www.economy.com/ home/login/ds_proLogin_6.asp?script_name=/dismal/pro/blog_main.asp&cid=237611&m=2&d= 12&y=2013& zindex=0&tkr=1302161141). Alla fine, concludono il minuetto inverecondo abbastanza solo due giorni dopo, al vertice dei G-20 che sullo stesso tema si riunisce a Mosca (la presidenza di quest’anno è di Putin): gli stessi personaggi, più gli altre 13 ministri delle Finanze che per fare il plenum del G-20 mancavano.

E, adesso, senza il minimo pudore firmare, compreso il titolare del dicastero nipponico  dell’Economia che aveva pur finito di fare tutto il contrario, l’impegno solenne a non svalutare attraverso interventi dei governi le loro valute e, d’altra parte, tutti – compresi quelli tra loro che pure ospitano fior di paradisi fiscali – si impegnano a “scoraggiare” (non a vietare o impedire, si badi… le pratiche d’evasione fiscale più crassa delle imprese multinazionali (sulla questione torneremo sopra tra qualche paragrafo: pure l’OCSE li aveva invitati, stavolta, a stringere seriamente su questo nodo!) (New York Times, 15.2.2013, D. Herszenhorn, Group of 20 Vows to Let Markets Set Currency Values Il G-20 si impegna a lasciare che siano i mercati a fissare il valore delle valute http://www.nytimes.com/ 2013/02/17/business/global/group-of-20-pledges-to-let-markets-set-currency-values.html?ref=global-home&gwh= D6D50C41E5CC7E985BD178DD95EE0358).        

●Alla fine, il vertice europeo del 7-8 febbraio comincia addirittura peggio di tutti quelli, pur poco concludenti, che l’hanno preceduto. All’o.d.g. c’è, infatti, stavolta il contenzioso durissimo sul bilancio dell’Unione europea per il settennato che viene e si comincia con ore di ritardo per il contrasto che pare non trovar soluzione tra chi, il gruppo dei governi austeriani (Gran Bretagna, Nordici, Olanda) che predicano tagli anche discutibili visto che si tratta poi solo di poco più dell’1% del PIL globale e gli altri che, invece, dicono che non si può tagliare dopo il bilancio di ogni singolo Stato anche quello europeo che coi fondi sociali, i programmi Erasmus e altri servizi sociali serve a difendere quel che resta della produzione in Europa e a promuovere quella che altrimenti si perde (New York Times, 7.2.2  013, European Leaders Gather for a Trillion-Euro Budget Debate I leaders europei  si riuniscono per dibattere di un bilancio da 1 trilione di € http://www.nytimes.com/2013/02/08/business/global/ european-leaders-gather-for-a-trillion-euro-budget-debate.ht ml?pagewanted=2&hpw).

Il nodo è che, però, il dibattito di fondo che riflette questo contrasto riflette anche una visione d’Europa e di quello che dovrà diventare che, semplificando, da una parte è – e deve continuare a restare – al massimo un mercato più libero di  beni e servizi, e dall’altra, per il momento e, certo, per molto tempo ancora, riflette invece una visione d’Europa in fieri e almeno potenzialmente diversa: più economicamente integrata, più solidale e, sì, sempre più una comunità anche politica.

E alla fine, Consiglio dei ministri e Commissione hanno mollato tutti i pappafichi rimangiandosi ogni annunciata intenzione di fermezza: è stato trovato un accordo di principio per lo stanziamento di un bilancio globale dell’Unione per il prossimo settennio calato dai 1.003 miliardi di € richiesti inizialmente dall’esecutivo a 960 milioni. Con soddisfazione perfino sguaiata e del tutto immeritata degli inglesi, nemici giurati di qualsiasi rafforzamento che anche solo lasciasse intuire possibile un minimo di “più Europa”.

Adesso tocca al parlamento europeo che sul bilancio non ha diritto di proposta ma solo di veto e che sembra mal intenzionato rispetto alla decisione. Guy Verhofstadt, presidente del gruppo parlamentare liberale, che non diventò anni fa presidente dell’Unione solo per il veto che gli posero contro gli euroscettici – inglesi, danesi, svedesi, ecc. – decisi a stoppare la nomina di chi sarebbe certo stato un personaggio più serio e incisivo dell’impalpabile belga van Rompuy, su cui venne trovata la mediazione, è arrivato a dire che è preferibile passare all’esercizio provvisorio piuttosto che votare questo aborto di bilancio impotente… e il presidente del parlamento, il socialista tedesco  Martin Shulz, ha dichiarato di prevedere come più che probabile un veto finale (New York Times, 8.2.2013, J. Kanter, European Leaders Reach Budget Deal I leaders europei raggiungono un accordo sul bilancio http://www.nytimes.com/2013/02/09/business/global/european-union-budget-talks.html?ref=global-home).

●Vedrete che alla fine della fiera, malgrado tutte le maledizioni e le corna, il disprezzo dei machiavelli in sedicesimo delle agenzie e le accuse, il fuoco e le fiamme sputate anche ai vertici UE di Bruxelles e a Parigi, a Roma, ecc., ecc., saranno il ministro della Giustizia e i procuratori di Stato americani i primi a trascinare in tribunale, almeno in una Corte civile, dove se perde – e le farebbe davvero male assai – dovrà pagare miliardi di dollari (la richiesta è di 5), Standard & Poor’s una, la più importante, delle grandi agenzie sorelle del rating e a portare il procedimento a sentenza (in Italia la procura, se non sbagliamo, di Trani ha iniziato da mesi il perseguimento ma, data l’insopportabile inerzia delle procedure nostrane, non è riuscita a combinare un granché…).

L’accusa specifica che il Tesoro americano avanza contro S.&P.’s è quella di aver, deliberatamente e sapendo quel che faceva, ritardato cambiamenti già decisi ad alcuni modelli matematici e algoritmi applicativi che se introdotti avrebbero messo in luce l’ottimismo sfrenato e immotivato delle valutazioni su titoli puntellati da ipoteche rischiose e da scommesse ancor più rischiose sui derivati. Lo hanno fatto, dice il Tesoro, per non scontentare a pagamento i desiderata di clienti che non accettavano di ridimensionarsi.

E la difesa dell’agenzia è sempre la stessa: “il senno del poi non può mai fornire una base per intraprendere azioni legali contro l’opinione espressa in buona fede da professionisti del mestiere”. Già: ignoranza e/o errore in buona fede? O imbroglio in cattiva fede, dettato dal tenersi i clienti senza scontentarli?

Significativo, però, sembra che nessuno – nessuno – tra gli addetti ai lavori, gli esperti, i cosiddetti regolatori, gli analisti e gli osservatori, nessuno – neanche S.&P.’s, Moody’s e Fitch – si azzardi a sostenere che i ratings, gli AAA concessi prima della crisi a Lehman Brothers, e a tanti istituti bancari in profondo rosso, abbia costituito un esempio di professionalità e di lavoro ben fatto…E’ questo l’imbroglio che alla fine, a settembre 2007, scatenò la crisi finanziaria globale.

   (1) The Economist, 8.2.2013, Victims support Sostegno alle vittime http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21571448-americas-justice-department-char ges-standard-poors-fraud-victim-support); 2) New York Times, 4.2.2013, A. Ross Sorkin e M. J. De la Merced, U.S. and States Prepare to Sue S.&P.’s Over Mortgage Rates Gli USA e i singoli Stati si preparano a  portare in tribunale S.&P’s su tassi e ipoteche http:/dealbook. nytimes.com/2013/ 02/ 04/u-s-and-states-prepare-to-sue-s-p-over-mortgage-ratings/?ref=global-home).

Ma sarà molto complesso riuscire a inchiodarli, i signori di S.&P.’s, come chiunque qui e in altri paesi fosse anche paradossalmente reo confesso di un crisi finanziaria pur colossale che è costata sangue e lacrime e sofferenza a milioni di persone… Perché il problema di fondo, neanche Obama lo tocca: reimporre una regolamentazione efficace (dove i regolatori tornino ad essere cani da guardia dai cagnetti da grembo su un mercato finanziario che, a partire da Reagan con Clinton in specie e, poi, Bush e fino ad adesso non ha fatto che lasciare senza freni e del tutto sbrigliato il comando della finanza su e rispetto a tutta l’economia reale (New York Times, 5.2.2013, Standard & Poor’s Stands Accused Standard & Poor’s alla sbarra http://www.nytimes.com/2013/02/06/opinion/standard-poors-stands-accused.html?ref=global).

Da tempo galleggia a Bruxelles, ma anche a Washington, un’idea buona: in sostanza, mandare al diavolo le agenzie di rating private che lavorano per far soltanto quattrini e, per definizione, servono l’interesse dei clienti – le banche – cui mandano le parcelle per analisi e valutazioni che finiscono, poi, per fregare anche troppo spesso i loro clienti. L’idea sarebbe quella di creare, ad esempio, un’agenzia di valutazione di rating dei debiti sovrani intergovernativa. Almeno di quelli che, poi, possono avere un impatto addirittura tragico sul benessere di interi paesi, allargando gli spreads e costringendo i conti pubblici a farsi carico di miliardi e miliardi di € o di $, magari, di interessi sul debito pubblico…

Il tentativo cui l’Amministrazione americana sta cercando di dar corpo contro la agenzie di rating è fortunatamente assai esplicito, quello di renderle responsabili, certo penalmente ma qui anche finalmente in sede civile, là dove si toccano i soldi malfatti. Mentre finora esse – un oligopolio a quattro teste nessuna in concorrenza seria con l’altra – sono state considerate immuni da ogni responsabilità per quel che dicevano: come se fossero opinioni personali e non, qualche volta, condanne alla morte economica e anche civile (questa è l’analisi sagace e del tutto condivisibile, su il Foglio, 13.2.2013, di A. Brambilla, La strategia di Obama contro le agenzie di rating parte dal diritto http://www. ilfoglio.it/soloqui/16915).

E un’alternativa concreta, tecnicamente già anche “testata”, per farle fuori, queste agenzie è anche stata indicata. Ha scritto adesso, proponendolo sulla stregua del già esistente e tutto sommato ben funzionante Export Credit Arrangement dell’OCSE (OECD, Country Risk Classification Classifica del rischio paese dell’OCSE, aggiornato all’1.1.2013 per i 184 paesi dell’ONU ▬ http://www.oecd.org/trade/ exportcredits/ cre-crc-current-english-[25-01-2013].pdf e, per il funzionamento e i limiti del meccanismo, http://www.oecd.org/trade /exportcredits/crc.htm) chi anni fa contribuì a metterlo in piedi, allora direttore generale dello stesso organismo e già ministro dell’Economia canadese. L’articolo in questione è stato pubblicato da Donald J. Johnston sul New York Times dell’11.2.2013, An Alternative to the Ratings Agencies Un’alternativa alle agenzie di rating [private]▬ http://www.nytimes.com/2013/02/12/opinion/global/an-alternative-to-the-ratings-agencies.html?ref=glo bal).

Due osservazioni. Se anche, perfino, l’OCSE e un leale seguace privato e pubblico del libero mercato e delle sue priorità come Donald Johnston (l’OCSE è l’organizzazione di studi e ricerche formata e finanziata dalla trentina e più di governi aderenti: per capirci, i più ricchi e più “capitalisti” del mondo) dicono che si può, vuol dire proprio che davvero si può…

Su un altro tema l’OCSE (come anticipavamo poco prima), proprio adesso interviene: nello stesso ambito e sempre a sottolineare ancora la necessità di tornare a una certa regolamentazione del mercato finanziario selvaggio ormai imperante, il club che, per conto e sotto la direzione politica della trentina di paesi più ricchi del mondo, studia da Parigi le questioni dell’economia di ogni Stato e di quella globale e, per principio e per propria convenienza, sostiene “valori” e pratiche del libero mercato…

… ora invita il G-20 che è necessario un coordinamento internazionale, in grado di impedire alle compagnie multinazionali di spostare i loro profitti da una giurisdizione all’altra – dal Lichtenstein, per dire, alle isole Cayman: i paradisi fiscali, cosiddetti offshore – in modo da non pagare le tasse o pagarne sempre il meno possibile. Non arrivano certo a dire e chiedere che sia reso “illegale” (sarebbe un intralcio alla libertà del mercato, no?) ma di renderlo più difficile sì… Perché ormai il fenomeno è dilagante e preoccupa diversi governi: anche i più filocapitalisti e libero-mercatisti (The Economist, 15.2.2013, Storm survivors I sopravvissuti della tempesta http://www.economist.com/news/special-report/21571549-off shore-financial-centres-have-taken-battering-recently-they-have-shown-remarkable).

E, seconda osservazione, è che non basta, probabilmente non basta più, alcuna anche forte espressione di principio. Vedete a quel che in questo nostro benedetto paese siamo riusciti a fare della Robin Tax, quella che era partita come tassa lievissima sugli extra-profitti energetici ma poi è stata estesa un po’ a tutti i sovraprofitti: abbiamo contribuito, e con forza, sembrava anche finalmente con qualche convinzione, a farla passare a Bruxelles – per chi la vuole però… non per tutti – ma poi abbiamo deciso (anzi, Monti ha deciso: ma gli altri, un po’ tutti quelli che potevano negarli almeno questa scandalosa decisione) di applicarla a tutte le transazioni finanziarie… meno a quelle più speculative e obbrobriose in assoluto: sui derivati, che restano fuori. Esenti. Proprio come lo sono, sempre da noi – anche se non solo da noi ma specie da noi – gli evasori fiscali…

●Intanto, la Commissione europea ha presentato la sua proposta di istituzione della FTT (financial-transactions tax), una tassa nuova sulle transazioni finanziarie che sarà applicata ad azioni e buoni del Tesoro (lo 0,1% e anche ai derivati (pure qui, però, ai derivati in misura più ridotta (di dieci volte! lo 0,01%) che agli altri titoli. Verrà applicata negli 11 Stati che lo hanno deciso, inclusa Germania, Francia e Italia. Non a Gran Bretagna e Lussemburgo, però, tra quelli che non ci stanno i più importanti perché sono come si dice, hubs— centri, di grande attività finanziaria in Europa.

Ma la tassa potrebbe anche essere applicata su transazioni che hanno luogo tra altri paesi, creando problemi non piccoli  fo4se di giurisdizione (The Economist [ferocemente contrario: per ragioni tecniche è ovvio, mica per ragioni di egoismo di classe, si capisce…], 22.2.2013, Europe’s financial transaction tax: Bin it! La tassa europea sulle transazioni finanziarie. Buttatela via! http://www.economist.com/news/leaders/21572205-plans-transactions-tax-ought-be-dropped-bin-it/comments).

●Quanto sarebbe – sarà comunque – difficile, lo dimostra anche il caso davvero emblematico dell’Islanda, un piccolissimo Stato  che sta eroicamente cercando di mettere con le spalle al muro i banchieri che l’hanno inguaiata con la solita tecnica del venderle fondi a rischio e derivati fasulli (nel senso che non derivavano proprio da niente di solido) oltre che aprire crediti senza alcuna garanzia agli speculatori interni che sopra ci costruirono la loro bolla edilizia.

Pure, aveva condotto da sola e contro tutti (Gran Bretagna, Olanda, Unione europea, Fondo monetario e pretesa saggezza convenzionale della finanza globale) la sua vera e propria rivoluzione pacifica e costituzionale (con il voto e cambiando tutto: parlamento, Costituzione e governo) con cui ha rifiutato di pagare, alle condizioni da loro signori volute. il suo debito privato come se fosse debito pubblico.

Ma anche qui, un paese lillipuziano di 320.000 abitanti, “che ha dichiarato guerra ai finanzieri con ben altro vigore di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti e gli altri paesi colpiti dalla crisi, strappare condanne penali è stato diabolicamente difficile”. Al NYT (New York Times, 2.2.2013, A. Higgins, Iceland, Fervent Prosecutor of Bankers, Sees Meager Returns L’Islanda, che persegue con grande fervore le banche, non riesce a farle condannare, se non raramente ▬ http://www.nytimes.com/2013/02/03/world/europe/iceland-prosecutor-of-bankers-sees-meager-returns.html?ref=global-ho me& _r=0), il popolarissimo cantautore e comico popolare Hordur Torfa – una specie di Beppe Grillo antilitteram che, nel paese del gelo eterno, ha dato un contributo “eversivo” e pesante a buttare giù il vecchio governo conservatore e intronato, “servo dei padroni” che le elezioni hanno poi cacciato via – dice che, certo ormai “la gente si va facendo impaziente”.

Ma tutti dobbiamo accettare che “la nostra non è la rivoluzione francese e io [stesso] non credo nel prendere i banchieri e impiccarli o fucilarli” in massa: dobbiamo seguire spirito e lettera della legge, anche noi. E ribadisce proprio il procuratore speciale della Repubblica chiamato a inquisire sulle malefatte del mondo finanziario, Olafur Hauksson, uno stagionato ex poliziotto di periferia, che “è la legge stessa, che è ancora in vigore, a non essere chiara su quel che costituisce un reato penale nel campo dell’alta finanza: ma l’ingordigia di per sé non è un crimine; ma dove porta, poi?”: se la lasciamo fare…

C’è uno sviluppo curioso e interessante a questa faccenda. Una Commissione di inchiesta parlamentare incaricata anche di studiare, quanto mai inusualmente, le questioni etiche emerse dalla, e nascoste sotto la, crisi ha identificato e denunciato con forza e convinzione e in modo convincente, alieno da ogni moralismo, proprio il “vuoto morale” che era al cuore del mondo finanziario islandese Ma che non era, hanno sottolineato i 9 volumi che raccolgono gli Atti – un vero bestseller: 100 mila copie vendute su una popolazione totale solo di tre volte maggiore – ha emesso una conclusione molto persuasiva.

No, non è stata “colpa soltanto dei banchieri”. Perché è stata proprio “tutta la società a farsi contagiare dall’intossicazione dell’avidità, da un rovesciamento di valori che mette il profitto davanti a ogni considerazione di ordine morale, alla legge e anche al buon senso comune (Commissione di Inchiesta del parlamento islandese, 12.4.2010, SGI 2011/2, redazione di Grétar Thór Eythórsson/università di Akureyry, Thorvaldur Gylfason/università d’Islanda, Reykjavik e Detlef Jahn/università di Greifswald, Iceland report on financial crisis and its rootsRapporto sulla crisi e le sue radici, Bertelsmann-Stiftung ▬ trad. inglese http://www.sgi-network.org/pdf/SGI11_Iceland.pdf).

●Alla fine, per lo meno nel breve periodo, che però è quello in cui tutti tiriamo a campare, La piccola isola del ghiaccio quasi eterno, l’Islanda, ha vinto un’importante battaglia legale nei confronti dell’Unione europea che aveva, incautamente, aperto il contenzioso legale a nome di diversi suoi paesi aderenti in materia di compensazioni per le perdite causate agli investitori stranieri dal fallimento, cinque anni fa, di diverse banche islandesi.

Il Tribunale di aggiudicazione dell’EFTA— l’Associazione Europea di Libero Commercio che una volta faceva concorrenza alla UE, che da anni di fatto non esiste più ma di cui sopravvive : cui aderiscono oltre ai paesi dell’UE anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia), con sede a Lussemburgo, ha stabilito oggi che il governo dell’Islanda non ha violato la legislazione europea quando ha deciso di non risarcire gli investitori stranieri della banca on-line Icesave, dipendente da una delle principali entità finanziarie fallite nel 2008.

La sentenza spiega che l’Islanda non ha contravvenuto alle normative europee vigenti al momento dei fatti quando decise di non risarcire gli azionisti stranieri, decisione tra l’altro politicamente e sovranamente avallata da un referendum appositamente convocato, attraverso il quale la maggioranza dei cittadini del paese valutarono di non investire denaro pubblico per ripianare i debiti delle banche private fallite. Così come la sentenza stabilisce – sul piano giuridico, a dire il vero, un po’ a sorpresa che il governo islandese non ha compiuto un atto discriminatorio decidendo, invece, di risarcire gli azionisti del paese. Il giudizio é “definitivo e non può essere oggetto di ricorso”, come fa notare con soddisfazione evidente Reykjavik.

Mentre la Commissione europea, e i governi dei paesi per conto dei quali era intercorsa in tribunale contro l’Islanda, Gran Bretagna e Olanda, anzitutto, che irritata e anche indignata ribadisce come “i rimborsi dei depositi bancari devono sempre essere garantiti, anche nel caso di una crisi sistemica”. Tanto più che, a questo punto, l’opinione sembra essere soltanto la sua, oltre a quella che dava per naturalmente scontata la soluzione che voleva con la UE tutto il mondo della finanza internazionale. E che, adesso, incredibilmente i loro giudici hanno disatteso e frustrato. Che, naturalmente, potrebbe reagire tagliando fuori l’Islanda dal circuito finanziario mondiale. Solo che l’ha già fatto e, come è successo già per l’Argentina, ci si è scornato contro. Di brutto…

Tanto più che i governi di Londra e l’Aja, sicuri di avere alla fine ragione avevano deciso di coprire le perdite dei propri cittadini chiedendo l’indennizzo alle autorità di Reykjavik, richiesta impugnata dall’Islanda che contrariamente a ogni aspettativa è prevalsa, stabilendo un importantissimo precedente. Che lascia a questo punto, in piedi, l’impegno che l’Islanda ha assunto come paese di far risarcire per quanto possibile gli investitori stranieri, ma in maniera graduale e senza attingere ai fondi pubblici, quanto dovuto alla banca che è succeduta legalmente alla Iceland, la Landsbanki, che si chiama banca nazionale ma è privata e non è quella centrale del paese

   (1) Contropiano, 31.1.2013, M. Santopadre http://www.contropiano.org/it/esteri/item/14150); 2) Stopmaking sense.org, 3.2.2013, Iceland cleared of all claims in Icesave dispute L’Islanda assolta da ogni accusa nella vertenza sulla banca Icesave http://stopmakingsense.org/2013/ 02/03/iceland-cleared-of-all-claims-in-icesave-dispute-ice-news).

●La Commissione ha approvato e presenterà al Consiglio dei ministri per il suo sì operativo, ma quasi indolentemente e senza gran convinzione, la proposta di mettere un cap, un tetto, ai bonus dei banchieri (non oltre il salario di un anno)— ma vedrete che, siccome sarà necessaria una maggioranza qualificata degli Stati membri per farla passare, non sarà affatto facile contro il no già sicuro degli inglesi: e poi bisognerebbe farla ratificare, comunque, dai parlamenti dei 27 (Guardian, 28.2.2013, Reuters, UK to fight EU plan to cap bankers’ bonuses L’Unione europea concorda [diciamo, ipotizza, forse…] un piano per mettere un tetto ai bonus dei banchieri http://www.guardian.co.uk/business/2013/feb/28/uk-fight-eu-cap-bankers-bonuses).

Come sempre, anche a questa regolamentazione, sfuggiranno fondi a rischio e derivati— ma niente affatto inspiegabilmente: per accontentare, o attenuare, l’opposizione della City. E come sempre – come hanno già preannunciato da Downing Street – le banche troveranno il modo di pagare sempre quel che vogliono a chi vogliono alla faccia di regolatori e legislatori

Il Seimas, il parlamento unicamerale della Lituania, ha eletto il nuovo primo ministro di centro-sinistra, Algirdas Butkevicius (90 voti a favore e 40 contrari), insieme a una coalizione essenzialmente di social-democratici, il suo partito, e laburisti che ha cacciato via i rivali liberal-conservatori promettendo di rivederne la politica di cieca austerità.

S’è dovuto scontrare ancor prima del voto parlamentare con la dura resistenza della presidente della Repubblica, Dalya Grybauskaite, la bionda cotonata ex Commissaria a Bruxelles, pensando o sperando piuttosto di superarne l’ostilità dichiarata a chi comunque meno di lei come il premier senta il richiamo dell’ “anticomunismo e anti-russismo” che lei non ha rinunciato a manifestare anche nell’obbligato messaggio di nomina del capo del governo alle Camere.

Butkevicius, così, irrigidisce le sue posizioni per il sopravveniente negoziato di rinnovo del contratto sulla fornitura di gas che Vilnius deve ornai rinnovare con Mosca (Baltic Course, 4.1.2013, Lithuania will not offer Gazprom anything for cheaper gas— La Lituania non offrirà niente a Gazprom in cambio di gas più a buon mercato http://www.baltic-course.com/eng/energy/?doc=69716). La Lituania, giura, non offrirà altre concessioni a Gazprom, l’ente russo del gas, e continuerà ad insistere per un prezzo più basso sugli acquisti basato su una formula nuova di determinazione, ormai – dice – che, con l’Estonia in procinto di diventare il polmone dell’import di gas liquefatto per tutti i paesi del Baltico, la Russia avrà inevitabilmente minore presa e capacità di dettare le sue condizioni ai clienti…

Scorda, al solito, uno, che il deposito di LNG al largo delle coste estoni del Baltico è ancora di là, molto di là, da venire; che, due, non si sono neanche messi d’accordo tra loro, gli Stati clienti, su come suddividerne i costi; né, tre, su come arrivare a finanziarli, visto che sembrano del tutto svanite le illusioni nutrite già dai governi che li hanno preceduti nei tre paesi baltici di farsi pagare la costruzione del deposito dai fondi UE: malgrado quel che l’incoraggiano a fare, senza investirci però un dollaro o un euro da Washington e da Bruxelles (Stratfor, Global Intelligence, 10.9.2012, Estonia Positioned to Become a Liquefied Natural Gas Hub L’Estonia sta per diventare un hub di LNG (gas liquefatto naturale) http://www.stratfor.com/analysis/estonia-positioned-become-liquefied-natural-gas-hub).

Insomma, nient’altro che fuffa…

●Proprio come quel che succede in Ucraina, dove, dopo aver pianificato di strappare ai russi condizioni migliori di prezzo e/o aver minacciato in alternativa di importare gas naturale dal Turkmenistan – in condizioni che, a dir poco, sembrano però molto improbabili (cfr. Nota congiunturale 2.2013 ▬ http://www.angelogennari.com/ notafebbraio13.html, alla voce Ucraina, capitolo EUROPA) – adesso dicono di progettare l’importazione di gas naturale nel loro paese via Ungheria e Slovacchia.

Via paesi, cioè, che – proprio come l’Ucraina – hanno bisogno di importarlo e casomai rivenderlo a prezzo più alto di quello di importazione (altrimenti, a cosa servirebbe fare da intermediari?).  Dice – meglio profetizza… – il ministro ucraino di energia e industria carbonifera, Eduard Stavitski, che le importazioni avranno inizio “entro il primo trimestre del 2013”.

Ci sono – quisquilie però – problemi tecnici aperti con la Slovacchia (definizione dei prezzi e inesistenza totale delle infrastrutture di trasporto) ma “praticamente” – con l’Ungheria sono stati già concordati tutti i fattori di accordo… bé, tutti: anche qui non ancora sui prezzi— insomma, come detto, quisquilie (Stratfor, 7.2.2013, Ukraine: Plans To Import Gas From Europe Set For First Quarter L’Ucraina pianifica l’importazione del gas dall’Europa entro il primo trimestre http://www.stratfor.com/situation-report/ukraine-plans-import-natural-gas-europe-set-first-quarter).

●In Bulgaria, dopo forti manifestazioni di strada contro la politica di rigore imposta dal governo, e prima anche del voto parlamentare di sfiducia annunciato e con qualche probabilità di successo per far dimettere il ministro delle Finanze, Simeon Djankov, il primo ministro, Boyko Borissov prima decide di licenziarlo in tronco e, poi, offre le sue dimissioni. “Io non farò parte – dice al parlamento – di un governo, e tanto meno ne resterò alla testa, sotto il quale la polizia riceva l’ordine di malmenare la gente e lo esegua. No, non con me!” rivela, rivelando al contempo che la repressione subito scattata non l’aveva voluta lui.

Opposizione politica e sociale, dai sindacati ai movimenti più vari, hanno trovato una piattaforma e una rivendicazione comune nella richiesta che lo stesso Borisov, uomo della destra razional- nazionale non resiste a chiamare, comunque, fuori moda e fuori tempo di procedere alla ri-nazionalizzazione degli enti elettrici di controllo della rete e della distribuzione elettrica che includono due compagnie ceche, la CEZ e la Energo-Pro e la compagnia austriaca EVN.

Naturalmente la replica degli oppositori al governo è facile e largamente condivisa: saranno fuori tempo e fuori moda, le nazionalizzazioni – ribattono – ma i rimedi fatti ingoiare forzatamente al paese i con la privatizzazione forzata del monopolio elettrico hanno dato risultati comunque peggiori di qualsiasi altro… Purtroppo, la crisi non è certo superata ma il dramma socio- economico, nel paese che risulta statisticamente il più povero e impoverito in assoluto della UE, non è certo superato (International Business Times, 20.2.2013, Streeja Vn, Bulgarian Government Announces Resignation After Nationwide Strike Against Power Price Hike— Il governo bulgaro annuncia le  dimissioni dopo lo sciopero generale contro l’aumento delle tariffe elettriche http://www.ibtimes.com/bulgarian-government-announces-resignation-after-nationwide-strike-against-power-price-hike-1095350).

●In Grecia, la crisi economica taglia sempre più nella carne viva della gente comune. Cominciano a mancare le medicine: non arrivano proprio più a farmacie e ospedali perché l’industria farmaceutica ha tagliato e sospeso le consegne a causa di profitti troppo bassi, dicono (la gente compra meno medicinali perché ha molti soldi in meno in tasca) e di fatture che farmacie e ospedali non hanno saldato ai distributori. Il governo greco ha stilato un elenco di 50 grandi imprese farmaceutiche che non accettano più ordinazioni: tra di esse le maggiori del ramo, Pfizer, Roche, Sanofi (che confermano, dichiarando però di aver sospeso la distribuzione solo di “pochi” loro prodotti), GlaxoSmithKline e AstraZeneca (che precisano: solo di ritardi si tratta…).

Anche la Croce Rossa svizzera ha sospeso la consegna delle donazioni di sangue perché i pagamenti non le sono stati inviati in tempo (bé, donazioni!! a pagamento!!!). Molti intermediari, dicono le compagnie stesse, vanno poi riesportando le medicine importate in Grecia perché in altri paesi mediterranei trovano maggiori margini di guadagno: il che, in un’economia di mercato come resta la Grecia, è legittimo anche se in parlamento c’è chi ha cominciato a parlare della necessità per chi venga preso con le mani nel sacco di plotoni d’esecuzione sommari…

Spiega il presidente dell’ordine dei farmacisti, Dimitris Karageorgiou, che specie i produttori più grandi fanno abitualmente ormai arrivare a destino forse il 10% delle ordinazioni per evitare, sperano, di non incorrere così nei rigori della legge: che esiste e che vieta il blocco delle consegne di medicinali (Guardian, 27.2.2013, E. Sukkar e H. Smith, Panic in Greek pharmacies as hundreds of medicines run short In Grecia, panico nelle farmacie per la mancanza di centinaia di medicine http://www.guardian.co.uk/world/ 2013/feb/27/greece-blames-drug-companies-shortages).

●La Russia ha adesso concordato, in linea di principio, la fine del divieto di importazione di vini e acque minerali della Georgia, imposto nel 2006 dopo la guerra tra i due paesi vinta dai russi e aperta dalla Georgia di Mickheil Saaka’shvili. L’accordo è il primo frutto concreto verso lo strapotente vicino del nord del nuovo approcci di Bidzina Ivanish’vili, il primo ministro che a Tbilisi ha clamorosamente battuto alle urne il partito del presidente mettendo come sua priorità proprio la normalizzazione degli scambi con la Russia (The Economist, 8.2.2013).

E, già a fine mese, ben in anticipo sui tempi previsti, arriva notizia che gli ispettori russi della Rospotrebnadzor— l’acronimo russo del Servizio federale di controllo e protezione dei diritti dei consumatori e della salute umana, con l’accordo del governo georgiano annunciato da Levan Davitashvilit, capo dell’agenzia di Tbilisi per la produzione e l’esportazione dei vini, con una squadra di sei controllori stanno già ispezionando i campioni di vino per l’esportazione in Russia.

L’apertura di nuovi legami economici con Mosca potrebbe condurre ora a una cooperazione anche in campi come sicurezza e cooperazione politica di cui, dicono adesso i georgiani, entrambi i paesi hanno bisogno. Ma uno, ovviamente, di più (Hvino News, 31.1.2013, Davitashvili: Georgia doesn’t intend to have Russian inspectiors  test wines… but will accept it—  La Georgia non vorrebbe che i russi testassero le sue forniture di vini… ma alla fine lo accetta http://news.hvino.com/2013/01/davitashvili-georgia-doesnt-intend-to.html).

Intanto, viene reso noto che il 1° marzo si incontrano a Praga un inviato del primo ministro georgiano Bidzina Ivanish’vili e un alto esponente del ministero degli Esteri russo per cominciare a discutere del ripristino anche del trasporto aereo diretto tra Tbilisi e Mosca. Nell’ottica del rafforzamento, sempre in prospettiva, anche di migliori rapporti in altre aree a cominciare da scambi e collegamenti: passo dopo passo (Vestnik Kavkaza, 27.2.2013, Russia-Georgia deepen contacts Russia e Georgia approfondiscono i contatti http://vestnikkavkaza.net).

●Al primo turno delle elezioni presidenziali in Armenia, è stato rieletto subito il presidente Serzh Sarkisyan con un solido 58% dei suffragi prevedibilmente in crescita: le proiezioni si spingono anche a un voto che potrebbe alla fine dargli tra il 60 e il 70% dei voti (Agenzia Bloomberg, 19.2.2013, Armenia’s President Sarkisyan Elected to Second Term With 59% Il presidente armeno Sarkisyan rieletto per un secondo mandato col 59% http://www.bloomberg.com/news/2013-02-18/armenian-president-sargsyan-wins-re-election-exit-poll-shows.html).

Nel panorama geo-politico della regione Erevan appoggia con convinzione il riavvicinamento in corso, cauto ma già ben avviato, tra Georgia – sotto la leadership del nuovo premier Bidzina e nell’eclissi del potere del presidente Saakash’vili, e la Russia di Putin, mentre preoccupati della riconciliazione in atto si mostrano Azerbaigian e Turchia che sull’ostilità russo-georgiana e sulla Georgia come muro anche fisico tra loro e la Russia hanno dalla caduta del comunismo molto contato (Stratfor, Global Intelligence, 14.2.2013, For Armenia, Promising Changes Amid Elections Per l’Armenia, ormai alle elezioni, cambiamenti promettenti [in tutta la regione]▬ http://www.stratfor.com/analysis/armenia-promising-changes-amid-elections).

●A Cipro, il primo turno delle presidenziali – che rimpiazzano l’uscente Demetris Christofias, un aderente al partito comunista dell’isola, l’AKEL (Anorthotikó Kómma Ergazómenou Laoú Partito progressista dei lavoratori), personaggio abbastanza anonimo che non è riuscito a lasciar gran segno di sé né nel quinquennio di governo, né nei sei mesi di presidenza della UE che gli sono toccati proprio alla sua chiusura – ha visto mettere insieme appena il 26,9% dei voti al suo successore designato, Stavros Malas, che ha dovuto in qualche modo rispondere dello stallo economico che pesa, anche e perfino più che sulla Grecia, sulla piccola isola.

Mentre il partito DISY (Dimokratikós Sinayermós Democratici riuniti, democristiani e  conservatori, aderente al PPE), che dall’opposizione candidava Nicos Anastasiades, su una linea di ancor maggiore “rigore” annunciato, ha raggiunto, presentandosi comunque all’opposizione, il 45,5% dei suffragi espressi (Agenzia Bloomberg, 18.2.2013, G. Georgiou e M. Bensasson, Cyprus: to hold runoff presidential election as economy dominates Con  le condizioni dell’economia che schiacciano tutto, Cipro andrà al secondo turno delle presidenziali http://www.bloomberg.com/news/2013-02-17/anastasiades-to-face-malas-in-round-two-of-cyprus-president-poll.html).

Un ulteriore fattore importante è che il conservatore Anastasiades è, tra i due, il “favorito” dalla popolazione di etnia turca del Nord, che si è data un governo altrettanto conservatore nella parte nord del paese sotto la protezione militare del governo turco dalla sconfitta dei colonnelli greci che li fece cadere nel 1974 e che, probabilmente a ragione, ritiene più utile e possibile trovare con lui le basi di un accordo sulla riunificazione dell’isola che tenga conto anche delle esigenze turche che nel pupillo del comunista ma anche molto nazionalista governo di AKEL (Today’s Zaman/Istanbul, 10.2.2013, Sinem Cengiz, Turks favor Anastasiades in Greek Cyprus elections— I turchi a favore di Anastasiades nell’elezione greco cipriota http://www.todayszaman.com/news-306591-turks-favor-anastasiades-in-greek-cyprus-elections.html).                                  

Il secondo, e conclusivo, round delle elezioni tenuto il 24 febbraio, una settimana dopo, finisce come dicevano ormai tutti i sondaggi. Il destro Anastasiades ha azzeccato la mossa vincente finale: lui si impegna a concludere nell’arco di due settimane, e finalmente, il negoziato sul prestito che col governo di AKEL, da oltre sei mesi approvato in linea di principio, mai era stato concluso e ha promesso, che malgrado una politica di rigore che dovrà ancora  inasprirsi per arrivarci, lui non taglierà la sanità pubblica. E la gente, alla fine, gli dà il 57,5% dei voti (Reuters, 24.2.2013, Cypriot conservative romps to presidential victory I conservatori ciprioti galoppano alla vittoria presidenziale http://www. reuters.com/article/2013/02/24/us-cyprus-idUSBRE91N00220130224).

●La Francia, con un dietrofront tutto sommato maturato in pochi mesi, ha tolto il veto con cui Sarkozy ormai da anni bloccava il processo di adesione della Turchia all’Unione europea: posizione scimunita, sulla quale aveva concordato in nome di un’ormai inesistente civiltà “europea”, solo bianca e solo cristiana, che ormai non esiste più ma alla quale il cattolico peraltro a modo duo e  vandeano Sarkozy (ce ne sono anche da noi di baciapile divorziati, no?).

Ma adesso che l’Europa è in crisi grave e che l’aver tanto a lungo ignorato la richiesta turca ha comportato il raffreddamento dell’entusiasmo e forse anche della volontà di Istanbul, che nel frattempo si è data da fare anche a cercare alternative di alleanza geo-politica verso nord e verso sud ormai che, data la sua posizione geo-politica, potrebbero se l’obbligassero essere possibili (The Economist, 15.2.2013).

●Riportiamo di peso da un link specifico (http://keynesblog.com/2013/02/14/come-lo-spread-e-stato-usato-per-imporre-lausterita) sempre di grande interesse e, adesso, ci teniamo a sottolineare anche di particolare interesse – perché oggi è evidente per ogni persona seria (e anche, e perfino, pare – è un ossimoro – per Berlusconi…) – che aveva sempre assolutamente ragione Keynes, come proprio le sue idee e proposte di fondo. E’ forse un testo un po’ troppo tecnico ma, a noi sembra, comunque comprensibile e chiarissimo. E spiega

Come lo spread è stato usato per imporre l’austerità

Un paper di Paul De Grauwe mostra che l’austerità è stata imposta ai PIIGS sulla base della paura dello spread e dei “sentiments” dei mercati. Ma non sono le politiche dei governi che determinano lo spread: è la BCE.

 

Paul Krugman paragona l’austerità fiscale alle “cure” medioevali, i salassi, che consistevano nel dissanguare il malato. Paul De Grauwe e Yuemei Ji in un recente articolo [link] sono più diplomatici, ma sulla base delle loro premesse si può giungere a conclusioni più precise circa le cause di un così palese fallimento.

Secondo i due economisti, i governi hanno scelto di seguire il “sentiment” dei mercati piuttosto che la razionalità. Il risultato è stato l’imposizione di una pesante austerità senza ottenere miglioramenti dei tassi d’interesse sui titoli i quali, invece, sono scesi solo e soltanto grazie all’intervento della BCE.

Lo spread e il debito pubblico

Vi è un’idea, prevalente soprattutto nella vulgata giornalistica e politica, che i mercati giudichino razionalmente la salute delle finanze pubbliche sulla base di indicatori oggettivi  e che lo spread sia perciò una sorta di “voto” rispetto al miglioramento o peggioramento dei conti pubblici e alla disponibilità nei riguardi di aggiustamenti anche dolorosi. Ma così non è:

Figura 2 – Cambiamento del rapporto tra debito/PIL e spread da 2° trimestre del 2012

Il grafico mostra che i cambiamenti nello spread sono ampiamente scorrelati rispetto alle variazioni di quello che dovrebbe essere il parametro più significativo, cioè il debito pubblico.

Spread, i mercati e Mario Draghi

A cosa quindi è possibile correlare lo spread? Preliminarmente si può provare a valutare l’ascesa e la discesa dello spread prima e dopo l’intervento “dissuasore” della BCE, ovvero il famoso “whatever it takes” (qualunque cosa sia necessario) pronunciato da Mario Draghi nel luglio 2012:

Fig 1 – Cambio nello spread e spread iniziale in % (dal 2° trimestre 2012 al 1° del 2013

A differenza di quello precedente, questo grafico indica una fortissima correlazione tra lo spread iniziale, prima delle parole di Draghi, e la diminuzione successiva: in altri termini, quei paesi che più avevano visto salire lo spread sono anche quelli chel’hanno visto scendere in modo più consistente. Quindi i mercati scommettevano “contro” alcuni paesi (cioè sull’uscita di essi dall’euro), ma quando la possibilità di scommettere si è ridotta a causa della “garanzia”, seppur potenziale, della BCE, allora proprio i paesi che erano stati maggiormente bersagliati sono stati quelli ad esserne (relativamente) più beneficiati. L’Italia per prima, al di là dell’austerità o dell’affidabilità del governo Monti.

Lo spread come causa “politica” dell’austerità

L’ultimo punto interessante del lavoro di De Grauwe-Ji è la correlazione tra spread ed austerità.

Fig.3 – Misure di austerità e spreads nel 2011

La maggiore austerità coincide con spread più alti. I governi, quindi, hanno adottato misure di austerità tanto più radicali quanto più erano alti i tassi d’interesse. Ma, come abbiamo visto, i movimenti di questi ultimi erano correlati alla tensione sui mercati e al successivo intervento della BCE, non al debito pubblico. In sostanza, si è agito cercando di contenere deficit e debito, sostenendo che il problema segnalato dai mercati fosse la “prodigalità” degli stati, mentre in realtà il debito in sé non sembra avere avuto alcun effetto sugli spread. Una scelta politica quindi, non di natura tecnica/economica. E la stessa BCE non è esente dall’uso politico dello spread.

Qualcuno ha sostenuto che i mercati finanziari sono divenuti il “senato permanente”, non eletto, che decide le politiche economiche degli stati. Ma, a ben vedere, si può avanzare, sulla base degli eventi, anche un’ipotesi differente: la paura sui mercati è stata usata dai decisori politici, a prescindere dalle motivazioni che animavano l’andamento dei titoli di stato sui mercati stessi, per imporre quell’austerità e quelle riforme altrimenti impossibili da far accettare”.

STATI UNITI

●Stavolta arriva subito, il 1° febbraio, il dato ufficiale del dipartimento del Lavoro su occupazione/ disoccupazione a gennaio (1) New York Times, 1.2.2013, C. Rampell, U.S. Adds 157,000 Jobs; Jobless Rate Edges Up to 7.9% In USA vengono aggiunti altri 157.000 posti di lavoro col tasso di disoccupazione che sale al 7,9%http://www. nytimes.com/2013/02/02/business/economy/us-adds-157000-jobs-unemployment-rate-edges-up-to-7-9.html?ref=glo bal-home; 2) BLS, 1.2.2013, USDL-13-0144, Employment Situation Summary http://www.bls.gov/news.release/em psit.nr0.htm); 3) EPI/Washington, D.C., 1.2.2013, Jobs Picture – Groundhog Day in the Labor Market Quadro dell’occupazione – Il giorno della marmotta sul mercato del lavoro ▬  http://www.epi.org/publication/national-jobs-report-february-2013).

C’è il fatto – lo menzioniamo, però, tra parentesi e soltanto come curiosità – che, malgrado diligenti ricerche, non siamo riusciti a soddisfare – ma è colpa, chiaramente, nostra – perché questo dato che pure esce sempre mensilmente non arrivi mai regolarmente alla stessa data anche se esce a scadenza fissa, mese per mese, su quello precedente.

Adesso, a gennaio 2013, risulta che rispetto al dato corretto del mese precedente, +196.0000 posti, ne sono stati in un mese aggiunti altri 157.000, come riferisce il Bureau of Labor Statistics. In ogni caso, il tasso di disoccupazione resta dov’era: anzi, sale dello 0,1%, dal 7,8 di dicembre al 7,9 di gennaio. I dati di produzione e vendite in ribasso dell’ultimo trimestre del 2012 (-0,1%) non sono stati corretti abbastanza dal risultato, assai buono, che si è pure registrato a dicembre (+0,4%).

E il combinato disposto della scadenza di sospensione di una tassazione del salario unita alla stagnazione degli stessi salari schiacciati da una paga sempre meno redditizia e compressa dall’inflazione ha avuto le sue conseguenze. La creazione di lavoro è stata appena sufficiente, del resto, a reggere il passo della crescita demografica, per quanto bassa essa pur sia, e ci si trova comunque a dover recuperare senza riuscirci a una perdita secca di posti dall’inizio della recessione a oggi, anche a tre anni ormai dalla sua fine ufficiale, di 12,3 milioni di posti.

●Migliora, rispetto a un anno fa, dal 43 al 38,1%, il tasso di lavoratori dipendenti disoccupati di lungo periodo. Ma, visto che le occasioni reali di lavoro non sono aumentate significativamente in corso d’anno, il miglioramento è in larga misura da attribuire all’esaurimento da parte di molti disoccupati dei loro sussidi.

A titolo di paragone, sei anni fa, prima dell’inizio della recessione, nel gennaio 2007, i disoccupati di lunga durata erano il 16,3%, meno della metà del tetto raggiunto oggi. Ma il fatto, in sé, non può certo destar meraviglia dato che il rapporto tra disoccupati e disponibilità di lavoro effettivamente messa a loro disposizione, dal settembre 2008 è stata di 3 a 1 o maggiore, quasi 4 lavoratori disposti a trovare un lavoro e 1 solo cui esso viene di fatto reso possibile trovarlo. Il quadro che quest’ultimo Rapporto espone vede ancora stagnare le ore lavorate e salire i salari ma in un anno solo dell’1,9%: molto meno del’inflazione, purtroppo.

In termini di salario, il potere d’acquisto non riesce neanche a tenere il freno dell’inflazione. Tanto che adesso, anche se con ritardo, Obama propone, nel messaggio sullo stato dell’Unione, un salario minimo orario a scala nazionale di $ 9 con scala mobile legata all’inflazione, dai $ 7,25 cui oggi, da anni, è bloccato. E sarà guerra col GOP, il partito dell’elefante, il partito repubblicano contrario per ragioni, si capisce, di principio.

Anche con le diminuzione alle tasse che siamo riusciti a passare, una famiglia con due bambini dove entri un salario minimo è costretta a vivere al di sotto della linea della povertà. E ciò è sbagliato. Stasera, qui, proclamiamo insieme che nella nazione più ricca della terra nessuno che lavori a tempo pieno dovrebbe più vivere in povertà e che perciò decidiamo di alzare il salario minimo federale a $ 9 all’ora. Questo semplice passo aumenterebbe da subito il reddito di milioni di famiglie di lavoratori(New York Times, 13.2.2013, discorso (integrale) al Congresso riunito sullo stato dell’Unione ▬ http://www.nytimes.com/2013/02/13/us/politics/obamas-2013-state-of-the-union-address.html?page wanted=all&_r=0).

Ma la resistenza sarà feroce. Al di là dei princìpi, a dire il vero perché avendo vinto da tempo nella guerra di classe che i ricchi qui come dovunque hanno scatenato ai poveri – per usare i termini utilizzati (ricchi, poveri, guerra di classe…: così obsoleti, no?) dallo stramiliardario Warren Buffett quando accusa i suoi pari di “stupida cecità” e di “ingordigia suicidaalla lunga – ma noi speriamo neanche troppo alla lunga, poi – per volere continuare a stravincerla, dice lui, la loro guerra di classe.

● Obama vuole un salario minimo da 9 $ all’ora… Ma sarà dura, per lui e per chi è al minimo!

Alzare il salario minimo?   ‘Minimo’? Ma allora   E perché questa ossessione  Prima questi aboliscono   Ma che ti puoi aspettare Ancora una volta? Ma           dovrebb’essere me=   sui soldi? Ma è il lavoro in sé    la schiavitù. E, adesso,        da un uomo nero alla

non l’avevano già alzato           no, non più                che dovrebb’essere il suo           questo!!                                  Casa bianca?              

nel ’68?                                                                           stesso compenso, no?

Fonte:  K. Bendib, 21.2.2013

●Qui in America, e poi a scopiazzo un po’ dappertutto, uno degli argomenti più utilizzati a Wall Street dall’inizio di questa crisi per motivare il sussidio spesso a vuoto di miliardi e miliardi, centinaia di migliaia di miliardi, di dollari e euro loro versati perché “troppo grossi per lasciarli fallire”, è che, se spacchettassimo le banche-leviatano allora le grandi imprese si rivolgerebbero banche straniere per le loro necessità di finanziamento.

E’ questa la giaculatoria reiterata ancor oggi dal WP per conto delle grandi banche (Washington Post, 5.2.2013, N. Irwin, The case for the-too-big-to fail banks Il caso delle banche troppo-grandi-per-essere-lasciate-fallirehttp://www.washington post.com/blogs/wonkblog/wp/2013/02/05/the-case-for-the-too-big-to-fail-banks).

In realtà, qualcuno dovrebbe anche spiegare, prima o poi, perché dovremmo mai preoccuparci se le imprese si facessero finanziare all’estero invece che qui. In fondo, importiamo regolarmente vestiti, acciaio, auto: e, allora, qual è il problema se importassimo pure servizi finanziari? Le banche sfuggono, pretendono di sfuggire, alla legge del libero scambio e del libero mercato che vale per tutti meno che per loro.

E questo è il punto: la medicina della concorrenza di tutti contro tutti, del costo più basso possibile, del libero mercato selvaggio, banche e servizi finanziari per sé li respingono. Anzi, chiedono per sé protezioni contro le concorrenze possibili e fior di sussidi pubblici perché possono fallire le piccole imprese e venir licenziati manovali e camerieri ma loro no, loro sono troppo grandi per essere lasciate fallire.

E i mestieri, le professioni dei loro principali clienti – non i camerieri e non i manovali, ma gli avvocati e i medici, “coperti” da ferrei ordini professionali per schermarsi così dalla concorrenza di medici e avvocati che lavorano in Canada, in Europa o in America latina a un quarto delle loro parcelle e dei loro onorari – come le industrie farmaceutiche e le altre protette da brevetti e patenti essi vanno invece protetti perché loro non li minacciano, no, coi loro intoccabili monopoli i liberi mercati delle professioni e delle produzioni.

Ora, poi, non sono più neanche i premi Nobel liberal come Krugman o Stiglitz, e gli specialisti dell’economia dei monopoli privati come Dean Baker, ma la Federal Reserve Bank di St. Louis a produrre oggi documentazione e prove dimostrando, coi dati e coi numeri, che brevetti e patenti per certe industrie e i muri all’ingresso nelle professioni di certi ordini ostacolano con efficacia l’innovazione e impediscono, anche, la crescita (Huffington Post, 5.2.2013, Zach Carter, Patent Reform, System Should Be Abolished, Fed Economists Say La riforma di patenti [e brevetti]: economisti della Fed dicono perché proprio tutto il sistema dovrebbe essere abolito http://www.huffingtonpost.com/2013/02/05/patent-reform-economists _n_2623537.html).

La primissima frase del paper della Fed, steso da Michele Boldrin e David K. Levine[7] (che insegnano entrambi economia industriale alla Washington University di St. Louis nel Missouri)) sintetizza in questi termini la tesi: “il caso contro la concessione di brevetti e patenti può essere sintetizzato brevemente così: non esiste nessuna evidenza empirica che servano a aumentare innovazione e produttività, a meno di voler identificare quest’ultima col numero di brevetti concessi, che però – è dimostrato da tutte le prove non ha alcuna relazione con la produttività effettivamente misurata...

   A nostro avviso – si aggiunge – la progressiva estensione del monopolio intellettuale minaccia sia la nostra prosperità sia la nostra libertà, e così facendo minaccia di uccidere la gallina dalle uova d’oro della civiltà occidentale strangolando, alla distanza, l’innovazione”. E, poi, questa tesi, gli AA. la dimostrano (M. Boldrin e D.K.Levine, The case against patents Il caso contro il sistema delle patenti, Fed Reserve St. Louis, Working Paper 2012-035A, 9.2012 ▬ http://research.stlouisfed.org/wp/2012/2012-035.pdf).

E’ un dibattito che anche da noi sarebbe utile veder studiare e riprendere dai tanti liberisti ciarloni e parolai che sovrabbondano – anche se poi, per esempio, Boldrin non sembra affatto né socialista né di sinistra: per dire, in Italia lui sostiene un neo-liberista (intelligente, sicuro) come Oscar Giannino – ma anche dagli specialisti di politica industriale che purtroppo non hanno mai abbastanza insistito (in mente, chiarissimi, abbiamo in particolare alcuni scritti sapienti del prof. Giulio Sapelli. Che ameremmo molto vedere aggiornati).

●Sono usciti dallo stallo, sembrerebbe, anche i provvedimenti che in America forse riusciranno a passare al Congresso per riformare le leggi sull’immigrazione. Un gruppo di senatori di entrambi i partiti ha oggi parlato delle loro proposte “avanzate” e Barack Obama ha presentato un pacchetto di proposte sue alternative. I due piani prevedono a termine un percorso di legalizzazione per gli immigrati clandestini. Adesso è inevitabile una dura battaglia in Congresso, alla Camera ancor più che al Senato: dove, in particolare, chi vede come soluzione unica al problema dell’immigrazione illegale – la base stessa, dopotutto, su cui questo paese è stato fondato – sono un indurimento delle loro leggi alla Bossi-Fini, cercherà di frenare e tornare indietro (The Economist, 1.2.2013, Let them stay, let them in Fateli restare, fateli entrare http://www.economist.com/news/leaders/21571145-area-where-barack-obama-has-got-it-right-let-them-stay-let-them).      

●Una statistica a suo modo macabra e raccapricciante, preparata nel tempo lungo ma che pare emergere solo adesso, quasi a confermare la natura, davvero unica, di questa strana e straordinaria bestia che sono gli Stati Uniti d’America: nel 2012, e per la prima volta, 177 soldati americani in servizio e/o reduci da Iraq e Afganistan, si sono suicidati superando così di un’unità il numero dei militari americani uccisi nell’anno in guerra (Guardian, 1.2.2013, E. Pilkington, US military struggling to stop suicide epidemic among war veterans I militari in USA stanno lottando per fermare l’epidemia di suicide fra i reduci di guerra http://www.guardian.co.uk/world/2013/feb/01/us-military-suicide-epidemic-veteran).

●Una considerazione, o osservazione, o riflessione, chiamatela come credete, che ci è ritornata all’attenzione cercando vecchi ritagli stampa e agende elettroniche sulla ratifica senatoriale del nuovo ministro degli Esteri americano, John Kerry, e l’uscita di scena della Clinton che lo ha preceduto. Il primo è un ritaglio del WP (Washington Post, 10.2.2007, Dafna Linzer, Al-Qaeda Suspects Color White House Debate Over Iran Il dibattito in corsa alla Casa Bianca sull’Iran è influenzato dai sospetti su al-Qaeda http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/02/09/AR2007020902294.html).

Una citazione vecchia di ormai cinque anni dal verbale filtrato di una riunione quando senza neanche rendersi conto ovviamente di quel che diceva, il presidente se ne usciva candidamente e il grande giornale di Washington, senza battere ciglio né farsi domanda alcuna, riferiva: “allo scopo di far traballare l’impegno di Teheran sul suo programma nucleare, Bush ha anche approvato l’autunno scorso una gamma di operazioni segrete mirate a colpire l’influenza iraniana nel Libano meridionale, in Afganistan occidentale, nei territori palestinesi e dentro lo stesso Iran”.

Che, francamente, ci è sembrata il massimo: il presidente degli Stati Uniti d’America era talmente indignato per il fatto che l’Iran osasse cercare di influire … sull’Iran e per la perfidia con cui stava cercando di perseguire i suoi scopi nefandi da farne l’obiettivo di un programma di attacchi segreti. Pura autodifesa, no?, dei diritti e degli interessi sacrosanti… degli Stati Uniti d’America!!

Poi abbiamo trovato un’altra citazione e, così, quella di Bush non ci è neanche sembrata più il massimo…: perché anche la signora Clinton, appena uscita adesso con mille immeritatissimi onori dall’Amministrazione, se n’era venuta fuori anni fa, senza alcuna resipiscenza e/o la minima riflessione – proprio come lui: al di là delle ideologie, delle informazioni che hanno o dell’acutezza dei rispettivi cervelli, americani sono tutti e due sempre e comunque… americani – illustrando in Tajikistan come Obama si riprometta, adesso col ritiro pressoché completo dall’Iraq a fine 2013, di “lasciare una robusta presenza attraverso la regione.

Sarà la prova – diceva – del  nostro continuo impegno in Irak e sul futuro della regione tutta, piena di promesse com’è e libera come dovrebb’essere da ogni intervento esterno (InfoWars, 23.10.2011, A. Jones, Clinton implicitly warns Iran not to interfere in Iraq Clinton mette implicitamente in guardia l’Iran dall’interferire in Iraq [anche se non lo nomina, forse cosciente del fatto che l’Iraq si sta facendo deliberatamente interferire dall’Iran che, del resto, è però parte proprio integrante e cruciale della “regione”, il Medioriente, di cui lei parla… forse chi sa almeno di questo se ne rende conto]▬ http://www.infowars.com/clinton-implicitly-warns-iran-not-to-interfere-in-iraq).

Tal quale, dicevamo i due, Bush e Clinton, non tanto per l’ignoranza geografica e geopolitica di Bush e della Clinton – lei era ed è, di certo, intellettualmente ben altra cosa rispetto al bovaro texano – ma per la loro presunzione missionaristica a stelle e strisce sul destino manifesto e il diritto degli USA – naturale perché sono gli USA – a far sentire il loro “peso” dall’Artico all’Antartico, dal Mar del Giappone a ovest al Mar Cinese Orientale ad est.

E solo a un buzzurro texano come George Bush Jr., o a una peraltro raffinata intellettuale della Eastern Coast come Hillary Rodham Clinton, che in comune hanno solo non tanto la nazionalità quanto la cultura comune della presuntuosa loro eccezionalità, può venire pensato che nel Medioriente qualcuno possa apprezzare il fatto che gli USA si impegneranno ancora a proteggere il Golfo, l’Iraq, l’Iran stesso no?, da ogni intervento esterno, come appunto quello di Teheran. Che, naturalmente, è paese geograficamente collocato non lì, ma a 10.000 km. di distanza, subito a nord del Messico...

●Alla consueta Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la Münchner Sicherheitskonferenz che ogni anno si tiene al Bayerischer Hof Hotel e fornisce, in genere,  l’occasione ai vice presidenti delle potenze e degli Stati di grande e relativamente media portata di riaffermare in pubblico più liberamente e informalmente del solito il loro punto di vista e magari lanciare ogni tanto qualche ballon d’essai cogliendo anche l’occasione di incontrarsi tra loro in modo informale e nella misura in cui lo decidono dietro o davanti le quinte, di Iran ha parlato il VP americano Joe Biden

Naturalmente viene premesso che “la palla ormai è nella metà campo dell’Iran”: è Teheran che deve dimostrare la propria disponibilità a negoziare “in buona fede”. Sembra il solito chiedere all’Iran di dirci il loro sì a prescindere e in anticipo per poter negoziare con noi. Ma la novità c’è: la sostanza è che il VP una cosa nuova adesso la dice. Gli USA adesso, dopo le elezioni che hanno portato Obama al suo secondo mandato, “sono pronti ad aprire un negoziato diretto con l’Iran già adesso, da subito, mentre dura ancora lo stallo sulle sue ambizioni nucleari”.

Insomma, stavolta la novità sarebbe che Washington potrebbe essere pronta a negoziare senza incassare il risultato a  priori. Indicando, cioè, a buon senso stavolta, la disponibilità – forse… tra mille caveats come del resto fa anche l’Iran… (Guardian, 5.2.2013, edit., Iran and the US: talking through gritted teeth Iran e USA: parlando a denti stretti tra loro http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/05/iran-us-nuclear-talks-editorial) – a arrivare a un qualche compromesso (Guardian, 2.2.2013, Conal Urquhart, US can talk to Iran, says Joe Biden Gli USA possono parlare con l’Iran, dice Joe Biden http://www.guardian.co.uk/ world/ 2013/feb/02/us-can-talk-iran-joe-biden).

Subito, il giorno dopo, arriva conferma che un nuovo round formale di negoziato nell’ambito dello schema dei “5+1” (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania e dall’altra parte l’Iran)  sul programma nucleare dell’Iran (ma non solo, Teheran strappa la disponibilità “di massima” ad allargare l’agenda dell’incontro) avrà luogo il 26 febbraio in Kazakistan. E stavolta la scelta di Astana, invece del solito Istanbul che Washington avrebbe preferito è stata accettata su indicazione di Teheran (Guardian, 3.2.2013, J. Borger, A return to nuclear diplomacy with Iran Un ritorno alla diplomazia nucleare con l’Iran http://www.guardian.co.uk/world/julian-borger-global-security-blog/2013/feb/03/iran-nuclear-centrifuges).

Sempre a Monaco, lo annuncia pubblicamente il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, irritando molto la responsabile Esteri della Commissione europea, Catherine Ashton che avrebeb amato annunciarlo lei e si rifugia nella precisazione ultra-puntigliosa di non aver ricevuto ancora la notizia ufficiale dell’accettazione di Teheran dai canali formali del loro negoziatore capo, Saaed Jalili… anche se ovviamente è un rifugiarsi in corner capzioso visto che la notizia è data proprio dal capo di Jalili stesso.

Restano tutti i problemi che finora hanno ostacolato qualsiasi progresso. Soprattutto, forse, la propensione di fondo degli USA al fatto che negoziare significa, come minimo, per gli americani che l’accettazione da parte degli iraniani, e praticamente a priori, di  quello che vogliono loro. Di là, c’è – e ne è simbolo – l’intervento di Salehi stesso a Monaco: l’orgoglio nazionale dell’Iran, una civiltà ha ricordato con parole assai meno aspre ma altrettanto chiare che esisteva e reggeva il mondo quando voi andavate in giro ancora con le pelli d’orso o di capra

   (Guardian, 15.6.2013, Seyed Hossein Mousavian [già portavoce del team negoziale di Teheran e attualmente residente in America, dove insegna all’università di Princeton, e Mohammad Ali Shabani (direttore della più importante rivista di politica internazionale, la Rivista iraniana di Affari esteri), Respect is crucial in nuclear talks with Iran Il rispetto è un’esigenza cruciale nel negoziato nucleare con l’Iran http://www.guardian.co.uk/ commentisfree/2012/jun/15/ respect-nuclear-talks-iran-p5)].

E poi, e pesa certo tanto quanto la mentalità dominante degli americani quella di chi si sente, sicuramente  e non del tutto a torto, “vittima che non accetta più di essere rassegnata” e che sembra incarnare la stessa Guida suprema— Rahbar della rivoluzione iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei quando, dopo l’apertura condizionata di Biden a colloqui diretti con Teheran ha dichiarato, postandola sul suo blog, l’ “opinione” (sic!) che un simile negoziato non risolverebbe niente. Io, dice, “non sono un diplomatico ma un rivoluzionario e dico sempre quello che penso come lo penso”.

Ma finché campo, lascia intendere, ribadendo senza esplicitarlo il fatto di essere stato scelto direttamente da Khomeini e confermato da tutta la leadership del paese (sul piano puramente religioso, gerarchico, noi diremmo con un’analogia comunque imprecisa, Khamenei è scavalcato da tutti i Grandi Ayatollahs in carica da prima che lo diventasse lui solo nel 2009: sono una ventina gli āyatollāh al-uzmā▬ il grande segno di Allah, come li chiamano nella prassi sci’ita) come leader supremo della nazione, resto io a dare la linea a questo paese, alle sue istituzioni, ai suoi leaders

Il fatto, ha affermato, è che al contrario di quel che dicono gli americani – e si riferisce direttamente proprio a Biden – “la palla è nel loro campo, perché sono loro a dover rispondere alla domanda preliminare: ma parlare di negoziati, mentre al contempo continuano pressioni e minacce, ha un senso oppure no? noi, naturalmente, comprendiamo bene che gli americani hanno bisogno di avviare il negoziato, perché la loro politica mediorientale ha fallito e per rimediare agli errori commessi hanno la necessità di puntare su una carta vincente come è il dialogo” in sé.

Ma, al contrario di quanto dicono loro e quelli che, con loro, da noi sostengono che dobbiamo farlo per sfuggire alla morsa delle loro ingiuste sanzioni, quanti anche qui “anelano a riportarci agli ordini degli americani come sotto lo shah, dovrebbero ben sapere che gli iraniani si solleveranno in massa a combatterli e a respingerli”. E che “negoziati e colloqui sono sempre significativi se basati sulla buona volontà di entrambe le parti e non di una sola, della pari dignità degli interlocutori e del loro rifiuto a indulgere in trucchi. Mentre il colloquio come tattica, come la concessione di una superpotenza, è soltanto una mossa ingannevole”.

    (1) IRIB, Iran Italian Radio, 7.2.2013, Khamenei dice no agli USA: no a colloqui sotto pressione http://italian. rib.ir/notizie/iran-news/item/120839-ayatollah-khamenei-respinge-gli-usa-no-a-colloqui-sotto-press ione); 2) New York Times, 7.2.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Iran’s Supreme Leader rejects Direct Talks with U.S. La Guida suprema in Iran rifiuta i colloqui diretti con gli USA http://www.nytimes.com/aponline/2013/02/ 07/world/ middleeast/ap-iran-nuclear.html).

●Poi, proprio a fine mese, l’Iran annuncia che invierà un insieme di proposte globali e rivolte a proporre una soluzione di tutti i problemi in esame – non solo nucleare e sanzioni – nell’incontro a venire in Kazakistan. Ma non ci sono dettagli e la proposta, precisa la Catherine Ashton, non è ancora stata ricevuta dal gruppo dei 5+1. Poi, il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, alla fine dell’incontro afferma che “le cose sono andate benissimo, siamo a una svolta e io sono convinto che l’incontro di Almata sarà visto come una pietra miliare” per una soluzione concordata.

Purtroppo, però, non c’è conferma di questo grande ottimismo da parte di alcuno degli altri partecipanti al vertice (Global Post, 27.2.2013, Iran FM says “very optimistic” after P5+1 talks Il ministro degli Esteri dell’Iran si dice “molto ottimista” dopo l’incontro dei 5+1 http://www.globalpost.com/dispatch/news/afp/130227/ urgent-iran-fm-says-very-optimistic-after-p51-talks). Ma c’è un fatto obiettivo, e lo dice il capo della delegazione russa all’incontro di Astana, segnalando che, al fondo, la decisione è stata quella di tutti.

Prima di sciogliersi, l’incontro ha fissato la data del prossimo round di colloqui fra P5+1 e Iran a Istanbul, a livello di esperti, il 17 e 18 marzo prossimo e il 5-6 aprile il nuovo vertice negoziale vero e proprio: a indicare che alcuni passi avanti tali da provarci, stavolta sono stati – o, a parere di tutti, almeno sembrano essere stati - effettivamente compiuti. Solo il governo di Israele insiste a reiterare tutti i suoi dubbi. Sempre dello stesso tipo: non ci si può, no, fidare dell’Iran (The Voice of Russia, 27.2.2013, Iran's approach partially takes into consideration P5+1's proposals - Russian diplomat Negoziatore russo: l’approccio dell’Iran ha preso in parziale considerazione le proposte dei P5+1 http://english.ruvr.ru/2013_02_27/Irans-approach-partially-takes-into-consideration-P5-1s-proposals-Russian-diplomat).

●Il 16 dicembre 2012, la Gallup che resta la più esperta anche se forse non più la maggiore agenzia americana di inchieste demoscopiche, ha pubblicato i risultati di un’indagine che, su base assai vasta, ha sondato gli effetti delle sanzioni sulla popolazione dell’Iran. Risulta che il 56% degli iraniani riconosce che l’ondata ripetuta e aspra di sanzioni ha pesato molto sulle loro condizioni di vita; e che un altro 29% del campione dice che, in qualche misura, le sanzioni hanno comunque fatto male. Ma il 63%, la maggioranza netta della popolazione, sostiene che l’Iran deve continuare a sviluppare il proprio programma nucleare anche e malgrado la pesantezza delle sanzioni.      

Il 47% della popolazione imputa direttamente e con chiarezza la responsabilità delle sanzioni al governo degli Stati Uniti e alla sua “cecità” strategica e politica,  mentre il 10% si dice convinto che la colpa risalga anzitutto alla “testardaggine” del governo iraniano.

In definitiva: l’inchiesta della Gallup dimostra che le sanzioni, se da una parte stanno rendendo davvero la vita difficile a tutta la popolazione iraniana – meno, ovviamente, per la leadership politica e in ogni caso privilegiata che per la gente comune – dall’altra, questa reale difficoltà dell’esistenza quotidiana non si traduce affatto come nelle illusioni clintonian-pentagonesi si sogna in una forte pressione popolare sul governo per metter fine, o anche solo per congelare, l’attuazione del suo programma di sviluppo e di ricerca nucleare.

Anche questi dati del tutto indipendenti suggeriscono, invece, anzi confermano, quello che già indicava ogni sondaggio anche solo empirico: che in Sudafrica le sanzioni hanno potuto funzionare perché la popolazione era al 90% favorevole in quanto colpivano in larga parte la popolazione bianca e ultraprivilegiata, qui no!

Anzi, si va rafforzando vieppiú il sostegno pubblico per il programma sulla base, anzitutto, dell’assunto su cui il paese, qui al contrario che in Sudafrica, anche gli scontenti del regime però conviene: che è inaccettabile una discriminazione dei diritti per l’Iran rispetto a quelli riconosciuti a ogni altro paese (1) International Policy Digest, 10.2.2013, T. W. Coleman, 2012 Gallup Poll on Iran Sanctions: Little Incentive, Little Support Sondaggio 2012 in Iran della Gallup sulle sanzioni: pochi incentivi e poco sostegno http://www.internationalpolicydigest.org/2013/02/10/2012-gallup-poll-on-iran-sanctions-little-incentive-little-support ; 2) Gallup, 7.2.2013, Iranians Feel Bite of Sanctions, Blame U.S., Not Own Leaders Gli iraniani avvertono il morso delle sanzioni, ne incolpano gli Stati Uniti e non i loro leaders ▬ testo integrale http://www.gallup.com/poll/160358/iranians-feel-bite-sanctions-blame-not-own-leaders.aspx).

●Stessa conclusione è quella di un recente studio condotto da esperti, forse il più dettagliato e documentato, che non parla di percezioni, impressioni e sondaggi, ma della misurazione effettiva dei fatti e della condotta degli agenti delle sanzioni (soggetti ed oggetti) (Reuters, 20.2.2013, A. Torchia, Analysis: Iran economy far from collapsing as sanctions tighten Analisi: l’economia dell’Iran lontana dal collassare, anche con lo stringersi delle sanzioni http://www.reuters.com/article/2013/02/20/us-iran-economy-sanctions-idUSBRE 91J0 SM20130220).

●Tra l’altro, proprio ora arriva notizia che, dopo il test del mese scorso di un missile balistico intercontinentale indiano, anche il Pakistan ha sperimentato un altro suo nuovo missile a corto raggio, l’Hatf IX-NASR, capace di portare a destino – dicono i militari – un’ogiva nucleare (Shanghai Daily, 11.2.2013, Pakistan tests nuclear-capable missile Il Pakistan sperimenta un missile capace di lanciare una bomba atomica ▬  http://www.shanghaidaily.com/article/article_xinhua.asp?id=124917).

Ma il punto è che la gittata effettiva di questo specifico razzo non è superiore a 60-70 km.: quindi, con ragionevoli e possibili obiettivi, destinabile solo geograficamente a India e/o Cina. E non a caso, proprio oggi, dopo averne testati altri, fino a 700 km. di portata e anche oltre. Ora, naturalmente, l’America lo sa bene e bene conosce lo stato precario e realmente esplosivo degli equilibri politici in Pakistan. Ma si guarda bene dal sollevare obiezioni formali. E tanto meno dal parlar di sanzioni…

E, a parte che in molti, in tanti, non riconoscono – ad essa, la più grande potenza nucleare del mondo, come alle altre che le fanno cordone, Russia e Cina comprese – il diritto a dettare niente in materia agli altri senza sottoporsi esse stesse a una disciplina comune – è proprio quello che Teheran rifiuta: a te sì e a te no, sulla base della mia autonoma decisione. Come, diceva l’immortale Alberto Sordi, “perché io so’ io e voi nun sete un c***o[8]

Certo che se, adesso, come è sembrato far capire Obama nel messaggio sullo stato dell’Unione di martedì 12 febbraio egli non solo annuncerà ma dimostrerà anche di voler procedere e, poi, di procedere sul serio, a un drastico ridimensionamento degli arsenali nucleari nel mondo, a cominciare dal proprio forse – forse – acquisirà quel po’ di credibilità per parlare agli altri di nucleare e farsi ascoltare senza farsi ridere dietro. Ne ha parlato, in effetti, nel messaggio, il presidente ma senza far numeri, prendere impegni e tanto meno unilaterali, immediatamente credibili. Non che questo avrebbe certo convinto a mollare i coreani del nord.

●Intanto, a Quetta, la capitale del Belucistan (il frutteto della provincia, soprannominata così per la varietà che il clima temperato dei suoi 1.600 m. le garantisce), quasi ai confini con l’Afganistan e preda da molto tempo di cruenti scontri interetnici tra pashtun sunniti e l’etnia hazara, locale e shi’ita, gli anziani si sono rivolti all’esercito pakistano chiedendo che assuma il controllo della città dopo che alla fine della prima settimana di febbraio 85 sci’iti sono stati assassinati con diversi attacchi alla bomba in un bazaar e in alcuni mercatini del luogo. Gli anziani hanno minaccìato le autorità di non seppellire i morti, causando anche gravi problemi igienici, e di marciare su Islamabad se la situazione di sicurezza nell’area non migliora subito.

La responsabilità del massacro è stata rivendicata da un gruppo particolarmente violento di militanti sunniti, i Lashkar-e-Jhangvi (LeJ)— l’Esercito di Jhangvi, dal nome del fondatore del gruppo, una creazione di vecchia data dell’Intelligence militare pakistana  formata appositamente a suo tempo, ma oggi spesso fuori controllo – dichiarata formazione terroristica sia dagli USA che ormai anche dal Pakistan – per eseguire attacchi terroristici mirati in particolare contro obiettivi indiani.

Questo è già il secondo massacro dell’anno, dopo che a gennaio quasi 100 Hazara sci’iti vennero trucidati sempre a Quetta. Ma il governo centrale pakistano non vuole, e forse neanche può, garantire una protezione efficace per le minoranze di questo paese. Ma ormai rischia anche scissioni e rivolte continue e sacrosante da parte di chi non vuole stare allo stato di una minoranza tollerata quando è tollerata o altrimenti repressa nel sangue nel suo stesso paese (News@pursadari.co.in, 16. 1,2013, Shi’ite genocide at the hands of Wahabis in Pakistan: condemns Ayatollah Nasir Mukarram Shirazi L’Ayatollah Nasir Mukarram Shirazi condanna [da Qom] il genocidio perpetrato in Pakistan dai wahabiti ▬ http://shianews.pursadari.co.in/2013/01/new-post-shiite-genocide-at-hands-of.html).

Interviene, in modo inaspettato, nella vertenza il presidente della Corte suprema Iftikhar Muhammad Chaudry che, per decisione propria – la dice in latino, motu proprio – ha dichiarato di aver preso nota dei misfatti in atto contro gli Hazara, della violenza senza sosta contro la comunità sci’ita di Quetta e ha convocato il 19 febbraio, facendolo sapere, il procuratore generale della Repubblica islamica del Pakistan e quello del Belucistan per chiedere loro conto di quello che le autorità dello Stato e della provincia stanno e non stanno facendo al riguardo per rimediare: e ne renderà conto, chiedendone conto, pubblicamente ed ufficialmente (The Dawn/Islamabad, 19.2.2013, CJ takes suo motu notice of Quetta bombing Il capo della Corte suprema prende nota ufficialmente, suo motu, dell’attentato di Quetta http://dawn.com/2013/02/18/cj-takes-suo-motu-notice-of-deadly-quetta-bombing).     

●Intanto, in Afganistan, a Kabul, cambio della guardia tra generali a stelle e strisce: il gen. Allen, comandante in capo delle truppe americane e, ipso facto perciò, anche di quelle dell’ISAF, viene avvicendato dal generale dei Marines Joseph F. Dunford. Nel messaggio di benvenuto, di saluto e di addio dei due generali nettissimo il giudizio: la sola, o comunque in assoluto, la principale… priorità, per il nuovo arrivato è la gestione del ritiro completo – il più possibile completo – dall’Afganistan. In modo che l’America è decisa a rendere programmato e ordinato, e non come capitò ormai ventidue anni fa ai sovietici, caotico e en catastrophe.

Insomma, il generale Dunford non vuole e ha già detto, magari un  po’ precipitosamente, che lui non intende andarsene come se ne andò l’ultimo soldato dell’Armata rossa, il  colonnello generale sovietico Boris Gromov che traversò a piedi, il 15 febbraio 1989, per ultimo, il Ponte dell’amicizia afgano-uzbeka, sul fiume Amu Darya… Ma resterà, poi, tutto da vedere.

Anche perché sembra che, quasi all’improvviso, si sono resi conto al quartier generale americano e  alleato di Kabul che uno degli ostacoli più grossi a un ordinato ritiro non è tanto caricare qualche decina di migliaia di soldati e il loro equipaggiamento personale su qualche decina di cargo, quanto di caricare e trasportare ordinatamente portandole fuori del paese (in Pakistan, in Uzbekistan, in Russia) le migliaia e migliaia di tonnellate di equipaggiamento, anche molto pesante – carri armati, blindati, ecc,., ecc. – senza farsi bloccare tutta la catena di trasporto.

Gli americani si devono ora portare via 6-700.000 pezzi di equipaggiamenti pesanti del valore di quasi 30 miliardi di $; un arsenale che comprende sistemi d’arma, tutti con seri problemi di trasporto, come gipponi corazzati anti-mine e veicoli da trasporto e combattimento corazzati.

Poi ci sono gli altri problemi – i talebani, il rapporto per lo meno equivoco, contenzioso e polemico con l’alleato Karzai, i condizionamenti che al suo traballante governo sono imposti da clan e tribù, con etnie e religioni, la difficile e contenziosa relazione che da sempre l’Afganistan ha, e l’America pure, col Pakistan. Ma questo sembra essere diventato, oggi, per Allen e i suoi, addirittura il problema maggiore.

Adesso a Kabul, americani e afgani, temono poi anche le complicazioni che al ritiro pone comunque una rete stradale sempre molto scadente, quando pur sia esistente, e che 11 anni di bombardamenti americani non hanno migliorato di certo in un paese senza sbocchi al mare e con il rapporto a dir poco complesso col vicino Pakistan (New York Times, 14.2.2013, T. Shanker, Afghan Withdrawal, Main hurdle, Getting the Gear Out Il ritiro dall’Afganistan: l’ostacolo principale, ritirare l’equipaggiamento http://www.nytimes.com/2013/02/15/world/middleeast/afghan-withdrawals-main-hurdle-getting-gear-out.html?ref =global-home&gwh=FF6B9C2925BA7B214A33084A1CC6A578).

●Intanto, nel messaggio sullo stato dell’Unione, il presidente annuncia ufficialmente che adesso – bé, entro fine anno – gli USA ritireranno da Kabul 34.000 GI’s, la metà più o meno di quanti ne restano ancora nella guerra più lunga della storia americana anche se non rivela esattamente quanti ne lascia ancora, né quando alla fine esattamente e finalmente finirà col ritirarli tutti  li ritirerà né quanto ancora resterà impegnato a pagare – sì, a pagare – gli afgani perché combattano loro, nel loro paese e per il loro paese.

Il nodo è che non ha neanche la minima idea se, poi, per esso e per il regime di Karzai, quelli vorranno da soli davvero combattere (Reuters, 12.2.2013, U.S. withdrawing 34,000 troops from Afghanistan within a year Entro l’anno, gli USA ritireranno 34.000 soldati dall’Afganistan http://www. reuters.com/article/2013/02/12/us-obama-afganistan-idUSBRE91B0X420130212n)...

Da notare che, a inizio mese il tribunale di Milano ha condannato a dieci anni di galera l’ex capo del SISMI, i servizi segreti militari che, dietro lo scudo posto a sua difesa da ben tre governi della Repubblica – Prodi, Berlusconi, Monti – avevano creduto di poter nascondere le violazioni di legge che avevano autorizzato e aiutato gli americani a portare a termine, essi stessi illegalmente (il tribunale ha anche condannato il capo della CIA in Italia (e altri 22 agenti americani: tutti in absentia, avvertiti in tempo di tornare a casa prima che scattassero anche per loro le manette) per una delle consuete (centinaia) di renditions di un cittadino egiziano, Abu Omar, imam della moschea di Milano, rapito in quella città e consegnato dalla CIA agli egiziani di Mubarak perché lo facessero “cantare”. E poi alla fine rimesso in libertà perché anche loro e la CIA si erano, pare, sbagliati…

E’ stato un grosso scandalo squisitamente politico, ma a parere di chi scrive uno dei pochissimi casi di cui, questo paese può ormai andare nel mondo fiero malgrado i nostri governi e grazie a giudici come Pomarici e Spataro che hanno istruito la pratica e a un tribunale giudicante che coraggiosamente l’ha portata avanti ma, che alla fine, vedrete, la ragion di Stato obbligherà la Corte costituzionale a smentire.

Sì, c’erano state violazioni gravissime di leggi italiane ma ce le aveva chieste l’amico americano e all’amico americano va sempre risposto doverosamente di sì. In fondo altre volte c’era stato chiesto e lo avevano fatto, no? di coprire perfino le stragi di Stato? In America e, in genere, un po’ in tutta la NATO è stato, però, un grosso scandalo.

Naturalmente non ne ha parlato nessuno, ma nelle nostre civiltà occidentali il rispetto scrupoloso dei diritti è, come si sa, universale; ufficialmente, ma  ufficiosamente è sospendibile, ed è sospeso, ad libitum del potere esecutivo in nome di quello che esso stesso dichiara sospetto e bene comune grazie al segreto di Stato e alla minaccia – alibi e realtà, insieme – del terrorismo. Ma appunto, cosi come ammoniva tanti anni fa Giovenale, di ipocrisia si tratta: “neanche per amore della vita si possono dimenticare le ragioni per cui vale la pena vivere per combattere il nemico: oppure alla fine, guardandoci allo specchio, ci accorgeremo di essere diventati noi come lui e noi, al fondo, il nemico”…

Il Dr. Stranalegge   (vignetta)

(Memo segreto sui droni: come ho imparato a smettere di preoccuparmi della Costituzione e ad amare il drone)

[9]

Fonte: John Cole, The Times-Tribune cartoon blog, 3-9.21.2013

Un alto esponente del governo americano, Michael Posner, assistente segretario di Stato per i diritti civili, in visita in Egitto, ha espresso l’11 febbraio la preoccupazione del suo governo per il clima di impunità che qui pervade le forze di sicurezza e di polizia. “La rinuncia ad aprire indagini indipendenti sugli esponenti delle forze dell’ordine accusati di essere responsabili – ha detto – di trattamenti crudeli verso chi fosse in loro custodia”, anche di tortura sistematizzata, crea una “carenza seria nel rendere conto delle proprie azioni da parte di un governo democratico (1) testo integrale della Dichiarazione dell’assistente segretario di Stato per i diritti umani Michael Posner al Cairo, 12.2.2013 ▬ http://www.humanrights.gov/2013/02/12/supporting-civil-society-and-advancing-human-rights-in-egypt); 2) Reuters, 12.2.2013, P. Taylor, U.S. concerned at “climate of impunity” in Egypt http://www.reuters.com/article/2013/02/12/ us-egypt-usa-idUSBRE91B17P20130212).

Bè, questo signore non lavora soltanto ma ha contribuito, in posizione chiave, a definire e far applicare non solo il secco rifiuto dell’Amministrazione americana a far perseguire o anche solo a far aprire una qualsiasi inchiesta sugli esponenti, funzionari, o agenti della stessa Amministrazione che hanno torturato, rapito e fatto rapire, spiato illegalmente e attivamente protetto tutta questa gente da ogni resa dei conti per la violazione sistematica e continuata, negli anni e per anni, dei diritti di centinaia, o migliaia di cittadini americani e di altri paesi.

Lavora, questo Mr. Posner, che pontifica al Cairo oggi da perfetto sepolcro imbiancato– oggi, mica quando c’era Mubarak cui anzi consegnavano gente perché la torturasse a pagamento e per conto del difensore universale dei diritti umani di tutti – a capo di quello stesso dipartimento di Stato che ha ostacolato ogni sforzo di paesi (Spagna, Germania (Guardian, 31.8.2012, G. Greenwald, Obama's justice department grants final immunity to Bush's CIA torturers Il dipartimento di Stato di Obama accorda un’immunità totale ai torturatori della CIA di Bush [in nome, si capisce, della ragion di Stato e dell’amor di patria esercitato applicato con le mollette elettriche ai genitali di chi è interrogato] ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/aug/31/obama-justice-department-immunity-bush-cia-torturer)) di aprire inchieste su propri cittadini trattati così.

Insomma, al Cairo hanno preferito lasciar perdere, per ragioni politiche, al di là di una reazione ufficiosa riportata da qualche giornale sull’osservazione acidula di un esponente vicino alla presidenza egiziana che si è lasciato sfuggire una battuta/riflessione sulla stranezza che il capo dei quaranta ladroni si mettesse a impartire istruzioni ad Ali Babà perché ha osato rubare loro qualcosa (Guardian, 13.2,2013, G. Greenwald, Italy's ex-intelligence chief given 10-year sentence for role in CIA kidnapping Il capo dei servizi segreti italiani condannato a 10 anni di carcere per il ruolo che ha giocato in un rapimento organizzato dalla CIA http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/feb/13/italy-cia-rendition-abu-omar).

Ma il fatto è che, ormai, in maniera sempre più dichiarata, anzi perfino rivendicata, esponenti del governo e di tutte le istituzioni americane, Congresso compreso, anche i più tradizionalmente sensibili al tema dei diritti universali dell’uomo tra i democratici si stanno lasciando andare alla comprensione verso il diritto ma, soprattutto, la pratica cui il governo americano a cominciare dall’epoca di Bush e fino ad oggi si è spesso dedicato di far assassinare senza alcune processo e nessuna giudizio testato in tribunale e tanto meno davanti a una giuria di loro pari cittadini stranieri ma anche americani perché sospetti di terrorismo, o di aver aiutato il terrorismo, agli occhi di chi li accusava.

Ma la motivazione è forte: così si evitava – forse si è potuto evitare: qui come nel caso che autorizza a torturare extra legem qualcuno, nessuno lo sa e lo dimostra; ma si premiano avvincenti film di fantapolitica che sembrano quasi commissionati ad Hollywood come il recentissimo Zero Dark Thirty per esaltare la caccia a bin Laden che ha avuto successo anche grazie alla tortura quasi idealizzata nel film… Loro, i cultori dei diritti universali, i quaranta ladroni di Ali Babà… autorizzati così anche a ammazzare in segreto uomini e donne, stranieri ma anche alla bisogna americani, al di là di ogni legge.

Sembra quasi – ma ci sono anche giudici che grazie a Dio questa logica aberrante non la accettano come quelli italiani sopra indicati: è la logica che rivendica il diritto ad ammazzare in segreto  cittadini americani, e stranieri ça va sans dire, o altrimenti quelli che non condividono i nostri valori sulla sacralità anzitutto della vita umana – islamisti, ecc. – si metterebbero ad ammazzare cittadini stranieri e perfino, toh!, americani… Insomma, lo ricordavamo già, Decimo Giunio Giovenale…

Non mollano neanche la presa, i giudici italiani, quando insistono anche sul capitolo delle tangenti che grandi aziende, anche di Stato, italiane hanno pagato, e stanno pagando, per accaparrarsi all’estero affari e commesse. Anche qui, i sepolcri imbiancati imperversano. Dice il presidente di Federmeccanica – l’associazione dei padroni delle aziende metalmeccaniche italiane, rag. (pure lui Cav. del Lav.) Pier Luigi Ceccardi, membro del CdA del Sole 24 Ore e di Unicreditcome lasci sbigottiti e interdetti che aziende come Ilva, ENI, Finmeccanica [e la sua no?: esporta raccorderie meccaniche?] siano messe a rischio da indagini e provvedimenti della magistratura”.

Chiarissimo! Hanno frodato? hanno corrotto? si sono anche messi in tasca margini per se stessi o per il partito di riferimento su quelle tangenti? Tant’è… La tesi, di questo “industriale”, come quelle del Cavaliere maggiore (che di mazzette se ne intende in tutti i campi), ma sotto sotto anche quella del governo di Monti e di quelli che lo precedettero è che bisognerebbe lasciarli fare: se no, all’estero non si vende…

Certo adesso che gli altarini sono stati scoperchiati, gli indiani cui Finmeccanica aveva venduto 12 elicotteri Agusta Westland della Finmeccanica ne hanno bloccato il pagamento ($ 750 milioni, sui 560 di €: nel contratto c’è una clausola cosiddetta “di integrità”, voluta guarda un po’ proprio dall’India, che ne consente l’annullamento a fronte di casi di corruzione) e, intanto, si sono anche tenuti i 3 elicotteri già consegnati…

In fondo, dicono in tanti, specie in Italia, se vuoi vendere così vanno le cose (specie, ma poi neanche tanto solo, nel Terzo mondo) per tutti, francesi, americani, russi, tedeschi, inglesi tutti pagano le tangenti…, magari includendole poi nel prezzo di vendita, se ci riescono.Tony Blair e il suo governo, per dire, nel 2007 bloccarono addirittura un procedimento penale già iniziato, all’Old Bailey, il tribunale centrale di Londra contro la BAE (British Aerospace Systems) britannica.

Aveva, in effetti, per vendere armi all’Arabia saudita, pagato addirittura centinaia di milioni di sterline di mazzette al principe saudita Bandar bin Sultan bin Abdulaziz Al-Saud (ovviamente),  capo dell’Intelligence del Regno (assassinato poi, qualche mese fa: si disse, agenti siriani…, si disse, invece, proprio la CIA che non si fidava dei suoi evidenti e proclamati legami islamisti-estremisti…, si disse proprio agenti dell’MI6 britannico perché Bandar sapeva davvero troppo… di una mediazione che non coinvolgeva solo membri di una famiglia reale, quella saudita, ma anche di un’altra… chiaro quale, no?)

Allora si trattava, pare, di battere proprio la concorrenza della Boeing e della Lockheed americana. Ancora una volta tocca citare Alberto Sordi, piazzista d’armi che le vendeva ai paesi africani, e alle fazioni che equamente, in essi si scannavano in guerra civile tra loro[10]. E siamo al dunque. Come ammonisce Berlusconi così vanno le cose e così devono andare? o hanno ragione i magistrati che, in Italia, sembrano i più decisi – “anomali”, rispetto agli altri, come dice sempre il Cavaliere – a mettere il naso negli affari sporchi di faccendieri privati e, magari, di Stato.

●A metà febbraio, il presidente afgano Hamid Karzai, parlando in sede di Accademia nazionale militare a Kabul – e alla presenza del nuovo comandante in capo delle Forze alleate e americane, gen. Durnford – ha tuonato che adesso basta! Dopo averlo ripetuto almeno una decina di volte e, non essendo mai riuscito a ottenerlo, essersi fatto prendere in giro ogni volta, adesso – che è quasi con le spalle al muro – gli americani se ne vanno – annuncia un proprio decreto per proibire formalmente a tutte le unità di sicurezza afgane – esercito, polizie di ogni tipo – di richiedere alle forze americane e NATO di condurre bombardamenti aerei, sia con voli senza pilota che pilotati, e ha condannato l’uso della tortura che ancora affligge tanti detenuti delle forze afgane di sicurezza.

Questa seconda è stata una novità quasi assoluta. Sul divieto ai militari afgani di chiedere aiuto alle forze aeree alleate, Karzai parlava invece dopo aver saputo – ha detto – dal gen. Durnford stesso che erano state le forze militari afgane a richiedere anche l’ultimo di questi interventi che lui definisce ora criminali, il bombardamento di solo alcuni giorni prima nella provincia di Kunar, alla caccia presunta ovviamente dei talebani, come tali almeno designati, nella parte orientale del paese, che “ha ammazzato quattro donne, un pastore e cinque bambini(New York Times, 16.2.2013, A. J. Rubin, Karzai to Forbid Afghan Forces From Requesting Foreign Airstrikes— Karzai proibisce alle forze armate afgane di chiedere bombardamenti aerei di forze straniere [gli americani, l’ISAF… http://www.nytimes.com/2013/02/17/world/a sia/karzai-to-forbid-his-forces-from-requesting-foreign-airstrikes.html?_r=0).

●Subito dopo, sempre pubblicamente, Hamid Karzai “vieta” formalmente non solo l’attività ma anche la presenza delle forze speciali americane in tutta la provincia di Maidan Wardack, subito a est di Kabul e considerata zona chiave per la difesa della capitale stessa dalle offensive dei talebani. Il governo afgano ha detto basta, anche qui, perché su ordine e richiesta delle truppe speciali americane, quelle afgane di sicurezza della provincia hanno sistematicamente, in decine di casi, utilizzato assassinii e vessazioni e torture nei confronti di contadini e pastori “sospetti” di aiutare gli insorti.

Se il bando afgano venisse applicato – ma è tutto da verificare come per altri precedenti finora, nessuno dei quali è stato onorato come ad esempio quello di bloccare l’utilizzo dei droni – sarebbe una misura che tutti gli osservatori considerano paralizzante per l’efficacia della lotta ai talebani. Adesso, dicono i comandi americani, si tratta di chiarire la portata effettiva dell’ordine e di indagare sulla natura e la fonte delle accuse avanzate che suonano credibili, però, agli occhi stessi di tanti osservatori anche statunitensi.

Nel corso di tutta la guerra, ormai da più di undici anni, “GI’s e CIA hanno organizzato e addestrato formazioni di milizie clandestine o semi-clandestine fra gli afgani, anche fuori dalle fila dell’esercito regolare. Ne esistono ancora diverse e operano spesso fuori del controllo e della conoscenza stessa del governo afgano. Dice, adesso, il portavoce del presidente Karzai, Aimal Faizi, che ormai è ora di consegnare il controllo di queste ‘strutture parallele’ come le chiama al governo afgano(New York Times, 24.2.2013, M. Rosenberg, Afghanistan Bars Elite U.S. Troops From a Key Province L’Afganistan vieta la presenza delle truppe speciali americane da una provincia chiave del paese http://www. nytimes.com/2013/02/25/world/asia/afghanistan-orders-us-troops-from-key-province-of-wardak.html? _r=0).

●Forse varrebbe la pena, per non rischiare di ricadere la prossima volta nella trappola di sempre – ma farlo, per gli americani, con la cultura e la mentalità che si portano dietro, è davvero difficile assai e, praticamente, contro natura – di riaprire la riflessione e il dibattito su come nacquero, tantissimi anni fa, subito prima della fine degli anni ’70 del secolo scorso, gli Khmer rossi, in Cambogia.

Il primo esperto ad avanzare la tesi – e a sostenerla con prove e documenti e ragionamenti assolutamente cogenti – che la meteorica ascesa degli estremisti più estremisti del maoismo agrario allo stato puro che in Cambogia il re Sihanouk, prima, e americani e occidentali, poi, chiamarono Khmer rossi, e che sconfissero le truppe governative e golpiste messe in piedi dagli americani, instaurando un regno del terrore purificatore di ogni forma di vita e di pensiero organizzato che non fosse il loro – che l’impennata vittoriosa del terrorismo di Stato di Pol Pot non era stata acquisita malgrado la folle campagna segreta di bombardamenti dei B-52, dal 1965 alla metà del ’73 circa, ma proprio a causa, invece, di quei bombardamenti[11]: qualcosa come 2.750.000 tonnellate di bombe, 137.500 volte  il tonnellaggio esplosivo della bomba di Hiroshima…

La dimostrazione, definitiva davvero, viene ora da un ricco studio del direttore di ricerche del centro Tow di giornalismo digitale della Columbia University e del direttore del Programma di Studi sul Genocidio dell’università di Yale: ora questa versione dei fatti e del loro sviluppo, è confermata con dovizia di documentazione del tutto convincente dal complesso di documenti ufficiali degli archivi della guerra di Cambogia che sotto la presidenza Clinton venne pubblicato già nel 2000, ma solo di recente è stato completamente e sistematicamente studiato. E il cui titolo riassume benissimo la conclusione[12].

Insomma, ristudiare un po’ di storia vera fa bene sempre. Specie, oggi, farebbe bene quando quelli i che prendono adesso le loro insulse decisioni non sembrano avere tempo, né soprattutto voglia, per pensare agli sbagli criminali e colossali  da tempo consumati. Neanche per imparare a non ripeterli. E così si condannano, e purtroppo condannano in prima fila tanti altri, a soffrirne un’altra volta— tante altre volte.

La Cina sembra, invece, aver forse imparato qualcosa dagli errori strategici in materia inanellati dagli americani che ha con grande attenzione e minuzia di approfondimento studiati. Adesso, si viene a sapere che a Pechino è stata considerato, e alla fine saggiamente respinta, la tentazione di “fare come gli americani”: di utilizzare un attacco mirato con droni per eliminare un signore della droga di Myanmar che loro incolpano di aver ucciso 13 marinai cinesi. Ma ha respinto l’idea perché i danni collaterali avrebbero potuto essere inaccettabili e ha deciso, invece, di catturarlo vivo.

Lo spiega un quotidiano di Stato cinese pubblicato in inglese – e non a caso certo – il Global Times di Pechino. Ma la cosa che desta scalpore in America, significativamente e che qui vogliamo segnalare sottolineandola, non è che bisogna studiare, se non altro per conoscerlo, il modo di analisi in base al quale i cinesi hanno respinto l’idea di far loro l’esempio statunitense ma il fatto che così “la Cina ha provato la sua crescente capacità di conduzione di una guerra aerea in ogni dimensione, anche in una tecnologia come questa dominata dagli Stati Uniti”. Già, dominata finora… ma oggi non più. E loro che presumevano, almeno in questo campo, di avere ancora il monopolio…    

Ha spiegato “Liu Yuejin, direttore del Bureau antidroga del Ministero della Sicurezza, ha riferito al giornale che il piano prevedeva di usare esplosivi portati da un drone guidato dal GPS cinese, il Beidou, a colpire il rifugio nella regione che in Myanmar costituisce, insieme a aree intersecanti di Laos,Tailandia e Vietnam, chiamato il ‘Triangolo d’Oro’”. La Cina ormai produce diversi modelli di aerei senza pilota guidati dalle telecamere dei suoi 16 satelliti geo-stazionari in orbita intorno alla terra e li usa sistematicamente, ad esempio, per “sorvegliare” da lontano, da molto lontano, sui teleschermi le isole dei suoi mari oggetto del contenzioso esistente con Giappone, Corea, Filippine e Vietnam.

E ora si è venuto a sapere che il fuggitivo Naw Kham è stato catturato dai laotiani su “spinta e incoraggiamento cinese nel porto di Mong Mo dopo una caccia durata sei mesi nella giungla del Triangolo d’Oro dalle forze di polizia combinate di Cina, Myanmar, Tailandia e Laos”. Estradato in Cina e – sottolineano maliziosamente a Pechino – “regolarmente processato in un tribunale civile della provincia dello Yunnan, l’imputato è stato condannato a morte e è in attesa di esecuzione”.

Ma – e soprattutto – ha spiegato il sig. Liu, in modo anche troppo trasparente se si vuole capire – ma neanche ci pensano lontanamente e, da come tratta la faccenda il NYT, a Washington dà fastidio anche solo sentirne parlare – non  solo “non abbiamo utilizzato le forze armate cinesi su territorio straniero ma nell’operazione così non è stato causato alcun danno collaterale a nessun essere umano (New York Times, 20.2.2013, J. Perlez, Chinese Plan to Kill Drug Dealer With Drone Highlights Military Advances Il piano cinese di ammazzare un trafficante di droga con un aereo senza pilota mette in evidenza i suoi grandi progressi militari http://www.nytimes.com/2013/02/21/world/asia/chinese-plan-to-use-drone-highlights-military-advances.html?ref=global-home&_r=0).

Appunto, questo titolo dà in sé – sembra a chi ve lo segnala – come per gli americani – non solo il Pentagono… la gente – l’unica cosa che interessi e va comunque annotata dall’episodio è che i cinesi si mostrino in grado di fare ora, se vogliono, militarmente quello che fanno loro da sempre: non che abbiano scelto di farlo con ben altra misura. Però, nel mondo, su quel valore che chiamano rispetto dei diritti umani la pietra universale di paragone sarebbe l’America. Perché, questo è certo, non è la Cina. Anche se…    

GERMANIA

●Uno scandaletto che non aiuta i democristiani dopo la sorbola presa nell’ultima elezione della Bassa Sassonia. In difficoltà – ma non come succederebbe da noi dove farebbero finta di niente, ammucchiando tutta l’immondizia sotto il tappeto finché non scoppiasse smer**ndo tutto lo scendiletto – qui il governo, e il partito cristiano-democratico, per la seconda volta, hanno dovuto subire le dimissioni forzate di un membro del gabinetto. Dopo quelle del ministro della Difesa, il Dr. Karl-Theodor zu Guttenberg, accusato di plagio, adesso tocca alla ministra dell’Istruzione, prof. Dr.ssa Annette Schavan, anche lei – amica personale e pilastro della lealtà per la cancelliera e per questo sempre sponsorizzata dalla Merkel – sotto accusa per il plagio commesso copiando di peso la sua tesi di laurea.

Tutti e due hanno negato e querelato gli accusatori. Ma, appunto, non come succede da noi, senza che nulla sia passato in giudicato ma anche senza che nulla sia neanche iniziato, si sono dimessi: o si sono dovuti dimettere (New York Times, 9.2.2013, German Fascination with Degrees, Claims Latest Victim: Education Minister Il fascino dei tedeschi per le lauree fa la sua ultima vittima, il ministro dell’Educazione http://www.nytimes.com/ 2013/02/10/world/europe/german-education-chief-quits-in-scandal-reflecting-fascination-with-titles.html?ref=glo bal-home). Forse è la forza non tanto, come dicono qui, di cultura personale protestante e meno accomodante e ammiccante della nostra (zu Guttenberg e Schavan sono cattolici: e lei insegnava, prima di perdere adesso la laurea, teologia morale cattolica all’Università libera di Berlino…) quanto piuttosto la cultura dominante nel paese.

GRAN BRETAGNA

●Tra ottobre e dicembre, nel quarto trimestre del 2012, l’economia britannica è calata dello 0,3%  e il PIL ha subìto il quarto risultato di crescita negativa (chi sa perché si dice così, negative growth,  proprio con l’ossimoro) in cinque trimestri. Ma il governo britannico – proclamandolo quasi con arroganza, al contrario di tanti altri che continuano a farlo ma, almeno, non lo dichiarano più tanto testardamente: ormai sono in molti, addirittura il Fondo monetario stesso, a premere per far allentare il ritmo e la quantità dei tagli al bilancio – continua a perseguire ciecamente, per fede e ignoranza, la sua linea di rigida austerità (The Telegraph, 1.2.2013, UK heads for triple dip as GDP contracts 0.3pc La Gran Bretagna sta andando in caduta tripla con la contrazione del PIL dello 0,3% http://www.telegraph.co.uk/ finance/economics/9826019/UK-heads-for-triple-dip-as-GDP-contracts-0.3pc.html).

La manifattura del paese ha sofferto, in questo modo, nel 2012 del suo anno peggiore dall’inizio della crisi finanziaria a fine 2007. L’economia s’è ormai rattrappita rispetto al settembre di quell’anno (in Italia, ricordiamolo, però è andata anche peggio: senza star qui a ricordare in dettaglio i dati, siamo ormai tornati ai livelli del 1986… ben 27 anni fa! (dati e cifre, in sintesi su Avvenire, 23.1.2013, A. D’Agostino, Famiglie e imprese: l’Italia è più povera (il 17% del PIL è sommerso)020- 1QYKFB[1].pdf (CNEL): ripresi dal Rapporto annuale ISTAT, 2012 ▬ http://www.istat.it/it/files/2012/05/Rapporto-annuale-2012.pdf) ed è ancora del 3,3% al di sotto del periodo pre-crisi. All’ufficialissimo, ma effettivamente autonomo ONS (Office of National Statistics), ipotizzano a voce alta che il PIL non tornerà al livello raggiunto nel primo trimestre del 2008 fino alla prima metà del 2015, se va bene— un vuoto di ben sette anni.

E adesso arriva l’annuncio, fulminante ma niente sorprendente, fa notare maligno Paul Krugman (New York Times, 23.2.2013, P. Krugman, Little Statesmen and Philosophers Piccoli statisti [qui propriamente nel senso degli improvvidi governanti britannici] e filosofi [e, qui, intesi come visionari e, per il potere che avevano, pure pericolosi] ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/02/23/little-statesmen-and-philosophers) del rating del debito sovrano del governo di Sua Graziosa Maestà, affondato da AAA a AA1 alla faccia dello stupidamente austero governo britannico (ormai, il 71% del PIL e in rapida ascesa) dall’agenzia Moody’s. Krugman fa notare due cose: “che il downgrading  del debito britannico non è una grande notizia: come guida al futuro le valutazioni di queste agenzie sono peggio che inutili; ricordiamo, i rendimenti dei titoli del debito USA s’è attualmente ridotto dopo che nel 2011 la S.&P’s ne svalutò il rating.

Si tratta, comunque, di un bello schiaffo in faccia al cancelliere dello scacchiere George Osborne (uno che da quando, quasi tre anni fa, s’è insediato a Downing Street 11, sempre ha inneggiato all’AAA come al baluardo e alla base “oggettiva” di misura della solidità dell’economia britannica) e a Cameron (la sterlina, di cui lui ha sempre vantato la forza relativa nei confronti dell’euro, perde in un giorno solo 1,75 ¢ di € riuscendo a comprare ormai solo, una a uno, 1 € e 139 ¢, il livello più basso sulla moneta unica dall’ottobre 2011) che va facendo subire inutili sacrifici – inutili nel senso che non cambiano in meglio di niente lo stato dell’economia reale: crescita, produttività, investimenti, occupazione – al paese.

Ma non cambieranno strada. Sostanzialmente perché sconvolgerebbero il corso delle loro carriere. Che è poi la storia di molto di quello che sta succedendo. Ralph Waldo Emerson lo aveva capito. Una sua citazione famosa ci parla della ‘coerenza stupida che è lo spauracchio presunto di piccole menti, piccoli statisti e filosofi e indovini del nostro futuro[13]”. Proprio come una cinquantina di anni dopo avrebbe scritto Albert Einstein parlando del comportamento anche troppo tipico di tanti esseri umani: fare sempre le stesse cose, ma aspettarsene conseguenze diverse[14]

GIAPPONE

●In una palese dimostrazione dell’ipocrisia secondo cui le Banche centrali, secondo dizione del Fondo monetario e della “saggezza economica convenzionale”, sono indipendenti dai rispettivi governi, anche qui in Giappone adesso viene fuori che Masaaki Shirakawa, il governatore della BoJ, spesso criticato per la sua eccesiva prudenza nel gestire tassi di interesse in particolare – è vero, qui, sempre bassissimi – e, in genere, politica monetaria nel lunghissimo e ancora non superato periodo della deflazione nipponica, che avrebbe invece incoraggiato a allentarli, ha annunciato adesso di volersi dimettere in anticipo.

Ora, davanti all’offensiva del nuovo governo di Shinzo Abe, deciso a rilanciare contro il suo avviso l’economia anche attraverso un tasso deliberatamente più elevato di inflazione e, soprattutto, di liquidità immessa nel sistema, dice che sene va. Non è un granché, si dimette in leggero anticipo, a tre settimane dalla scadenza naturale del suo mandato.

Che indipendente mai è, come quello di qualunque altro banchiere centrale, compreso quello della Fed o della BCE stessa, visto che la nomina sua e di tutti gli altri membri dei vertici di ogni banca centrale dipende dai rispettivi governi direttamente e solo in alcuni casi, come per la Fed americana, hanno poi bisogno anche – almeno – dell’approvazione dei relativi parlamenti (New York Times, 5.2.2013, Hiroko Tabuchi, At Odds With the Government, Japan’s Central Bank Chief Offers an Early Exit In disaccordo con il governo, il capo della banca centrale giapponese offre le dimissioni anticipate http://www.nytimes.com/ 2013/02/06/business/global/japanese-central-bank-chief-to-step-down-early.html?ref=global).

E, adesso, come prevedibile, Abe designa Haruhiko Kuroda, presidente della Asian Development Bank, banchiere molto vicino a lui e al suo modo di vedere l’uso anticiclico di una politica monetaria espansiva e aggressiva, al posto di governatore della Banca centrale (New York Times, 27.2.2013, Hiroko Tabuchi e B. Wassener, Japan Nominates New Central Bank Chief Il Giappone nomina il suo nuovo capo della Banca centrale http://www.nytimes.com/2013/02/28/business/global/haruhiko-kuroda-nominated-to-lead-japans-central-bank.html).

●Intanto, mentre il primo ministro annuncia che progressivamente ricominceranno a produrre energia gli impianti nucleari che erano stati tutti disattivati dopo il disastro di Fukushima del marzo 2011, l’Organizzazione Mondiale della Sanità rende noto con la Dr.ssa Maria Neira, direttrice per i problemi di salute pubblica dell’organizzazione, che secondo i dati filtrati per età, genere e prossimità all’impianto, le giovani giapponesi che sono state colpite dalle radiazioni del reattore danneggiato dallo tsunami hanno una propensione per certi tipi di cancro più alta, almeno, del 70% (Guardian, 28.2.2013, Reuters, Cancer risk 70% higher for females in Fukushima area, says WHO Il rischio di cancro per le donne nell’area di Fukushima più alto del 70%, attesta l’OMS http://www.guardian.co.uk/environment/ 2013/ feb/28/cancer-risk-fukushima-who).


 

[1] K. Marx, Der 18te Brumaire des Louis Napoleon (1852)— Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, p. 3, incipit (testo integrale italiano sul web in http://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/18brumaio.pdf).

[2] La trattazione che ci sembra migliore e più autorevole dell’argomento, in italiano, è quella dell’ammiraglio (cong.) Fabio Caffio, Glossario del diritto del mare, su Rivista marittima, III edizione, suppl. no. 5, 5.2007 ▬ http://unmig. sviluppoeconomico.gov.it/ unmig/cartografia/ glossario_diritto_mare.pdf.

[3] Amicizia dimostrata col sangue, viene ricordato, dai 180.000 cinesi morti ricacciando sotto al 38° parallelo il gen. americano MacArthur e le sue truppe che avevano fermato e respinto l’avanzata per la riunificazione del paese voluta da Kim Il-sung (cfr. China Daily, 28.6.2010, 180.000 Chinese soldiers killed in Korean war 180.000 soldati cinesi morti nella guerra di Corea [è il dato ufficiale cinese, sui 2.970.000 volontari che parteciparono dall’ottobre 1950 al luglio 1953 a quella che in Cina è chiamata la Guerra di resistenza contro l’aggressione americana e di aiuto alla Corea, comunicato tre anni fa dal magg. gen. Xu Yan sui caduti in Corea ▬ http://www.china.org.cn/china/2010-06/28/content_203656 59.htm).

[4] Per alcune aberrazioni che la Bibbia , per dire, illustra come doversi eseguire, talebanamente o peggio, nei confronti di comportamenti umani “disdicevoli o peccaminosi”, trovatevi su qualsiasi motore di ricerca i precetti comandati da Dio (non Allah, ma Jahveh… e proprio il nostro di Dio, presi alla lettera: Deuteronomio, 20:16; Esodo, 7:20-21; Esodo, 21:7; Esodo, 21: 20-21; Esodo, 35:2; Giosué, 10: 10-21 e 39-40; Levitico, 11: 6-8 e 11:10; Levitico, 15:19-20; Levitico, 21: 9 e 17; Levitico, 25: 44; Numeri, 15: 24 e 30-36…   

[5] Utile lettura nelle considerazioni di Luigi Cavallaro, dal titolo Il paradosso di Berlusconi keynesianohttp://www. sinistrainrete.info/politica-economica/2561-luigi-cavallaro-il-paradosso-di-berlusconi-keynesiano.html.

[6] Dopo l’invenzione originale (1987) del termine da parte dell’economista americano John Williamson, per descrivere il complesso di passi necessari ai paesi in via di sviluppo per adeguarsi e entrare nel mercato mondiale, l'espressione è successivamente stata usata col secondo e più vasto significato di un generale orientamento (il pensiero unico in campo economico) verso un approccio economico fortemente/quasi unicamente orientato al mercato: il neo-liberismo o, la versione moderna dell’ottocentesco laissez-faire).

[7] Sulla base di un lavoro degli Autori (M. Boldrin e D. K. Levine, Abolire la proprietà intellettuale, già pubblicato in Italia da Laterza, 2012.

[8] Il marchese del Grillo, (1981), regia di Mino Monicelli: in realtà, una citazione del sonetto 382 (Li soprani der monno vecchio) di Giuseppe Gioacchino Belli.

[9] Lo ricordate, nel Dr, Stranamore di Stanley Kubrik (1964: erano appena passati due anni dalla crisi di Cuba e dalla guerra che allora, disse, Krusciov sarebbe stata la penultima perché, per combattere la prossima a tutti sarebbero restati solo i sassi delle macerie che quella avrebbe lasciato), lo straordinario personaggio del maggiore T.J. “King” Kong, il pilota del B-52 che andava a sganciare a cavalcioni della sua bomba H, sventolando il cappellone Stetson e ululando a squarciagola il suo yippie! urrah!, sulla base di “Laputa” (l’isola degli scienziati pazzi dei Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift) di missili intercontinentali sovietici.

   Col risultato che il dr. Stranamore, l’ex scienziato nazista Dr. Merkwürdigliebe, personaggio misto di tanti caratteri tra il vero e il leggendario ma tutti, allora, conosciutissimi nel clima della guerra fredda incombente in America che ci si sbizzarrì ad assemblare con tratti di personaggi tutti di origine tedesca e, spesso, anche nazista, importati e naturalizzati in America come politologi anticomunisti estremisti (il prof. Hermann Kahn, lo scienziato creatore dei primi missili americani e, prima, delle V1 e delle V2 di Hitler, Wernher Braun, il fisico atomico “padre della bomba H, Edward Teller, e il meno noto ma forse più importante architetto del calcolo elettronico, il prof. John von Neumann, strenuo sostenitore della guerra atomica preventiva contro l’Unione Sovietica.

    E’ Stranamore, così, che spiega essere “logica” la contromisura con cui i russi, portando a compimento nella sfolgorante ultima immagine di mille esplosioni H che distruggono l’intero pianeta reagendo all’attacco a tradimento ma alla fine portato per un errore solo di trasmissioni all’URSS facendo scoppiare la loro “Bomba-fine-di-mondo”: per garantirsi che con loro – i russi, se dovevano morire per mano americana – scomparissero pure anche tutti i  nemici che avevano al mondo. Insomma, il mondo scompare per sbaglio ma anche perché tutti, patriotticardicamente spiega Kubrick: appunto razionalmente, “logicamente”— logisch, selbstverständlisch come spiega il Dr. Stranamore di Kubrick. Obbediscono e fanno il loro dovere.

[10] Finché c’è guerra, c’è speranza!, regia di Alberto Sordi (Pietro Chiocca, lo stesso Sordi, alla sua famiglia: “Perché vedete... le guerre non le fanno solo i fabbricanti d'armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i c***i che ve se fregano! ...Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare!. Già… e tante ruote bisogna ungerle e, dice il Berlusca, rendendo la cosa perfettamente legale…

   Anche in Italia, come pare sia in Inghilterra in Russia, in America, in Francia?

   Chi scrive francamente spera di no, e vadano a quel paese tutti i mercanti d’armi (gli operai che le fabbricano le armi, loro, possono ben fabbricare altre cose…).  

[11] William Shawcross, Sideshow: Kissinger, Nixon and the Destruction of Cambodia Kissinger, Nixon e la distruzione della Cambogia, ed. Simon & Schuster, 1979.

[12] Taylor Owen (Columbia) e Ben Kiernan (Yale), The Asia-Pacific Journal, Japan Focus, 2010, Roots of U.S. Troubles in Afghanistan: Civilian Bombing Casualties and the Cambodian Precedent Le radici dei guai americani in Afganistan: i morti e I feriti da bombardamenti sulle popolazioni civili e il precedente della Cambogia http://www.japanfocus.org/-Ben-Kiernan/3380).

[13] Ralph W. Emerson, 1803-1882, filosofo e poeta statunitense, Essays.First Series.Self-Reliance ▬ Saggi. Prima serie. Auto-stima, no.47 ▬ http://www.bartleby.com/100/420.html).