Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     03. Nota congiunturale - marzo 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

03.12

 

Angelo Gennari

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc318365415 \h 1

La solidità delle finanze pubbliche: il deficit/PIL, Germania e Italia sul 4%, USA  quasi al 10%… (grafico) PAGEREF _Toc318365416 \h 2

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc318365417 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc318365418 \h 2

Il capitalismo? Roulette russa? No, roulette americana! questione di assunzione dei rischi… (vignetta) PAGEREF _Toc318365419 \h 5

Mediterraneo arabo e oltre: la cacciata e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc318365420 \h 5

in Cina. PAGEREF _Toc318365421 \h 18

EUROPA.. PAGEREF _Toc318365422 \h 21

Tassazione 2008 sulle imprese in % del PIL: paesi dell’OCSE (grafico) PAGEREF _Toc318365423 \h 25

La prima leggenda: ovvero,è colpa dell’eccessiva spesa sociale… che però eccessiva non era. PAGEREF _Toc318365424 \h 26

La seconda leggenda: ovvero, è colpa della “mancanza di disciplina fiscale”. PAGEREF _Toc318365425 \h 27

La lezione che forse vale la pena di considerare: la colpa è di come hanno creato una moneta monca. PAGEREF _Toc318365426 \h 27

L’economia in nero:dagli USA (quasi tutta deregolata) alla Grecia(25%, dato ufficiale) PAGEREF _Toc318365427 \h 33

Qui, se stringono ancora un po’ , si spezzano proprio… (vignetta) PAGEREF _Toc318365428 \h 34

STATI UNITI PAGEREF _Toc318365429 \h 40

Festeggiano, nella Stanza Ovale (vignetta) PAGEREF _Toc318365430 \h 42

In fondo, poi, ognuno ha il fondamentalismo che merita… (vignetta) PAGEREF _Toc318365431 \h 43

Responsabilità sociale: al forum di Davos (vignetta) PAGEREF _Toc318365432 \h 44

GERMANIA.. PAGEREF _Toc318365433 \h 56

FRANCIA.. PAGEREF _Toc318365434 \h 59

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc318365435 \h 59

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc318365436 \h 59

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●Vi ricordate di quando il Cavaliere ci andava sfanfaronando i corbelli su come con lui si fosse alzato il livello di considerazione – e, millantava lui, di ammirazione – per l’Italia nel mondo rispetto ai tempi di Prodi? Mentiva e, quel che è peggio probabilmente lui – non certo lo strascico di lecchini sicofanti che aveva intorno – non sapeva neanche di mentire. Ora la risposta viene direttamente dalla Casa Bianca e – a parte i compiacimenti nostrani di chi[1], senza esplicitamente osar richiamare le vane attese del Cavaliere che mai è stato invitato al 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington, D.C., molto provincial-parrocchialmente evidenzia, compiaciuto,  che Monti venga lì ricevuto “dal più potente leader del mondo” appena a tre mesi dalla sua scelta come presidente del Consiglio.

●Ma più importante appare il giudizio assai secco che arriva – con la certezza non solo morale di interpretare il pensiero di Obama – dal NYT[2]*: sotto il titolo esplicito, e anche troppo benevolo, Diciamo ciao al nuovo leader dell’Italia— spiega che “Washington è felicissima [—delighted] di dare il benvenuto al primo ministro Mario Monti dopo anni di contatti con Silvio Berlusconi sempre preoccupati di tenerlo a distanza, anche fisica [—at arms length]”.

Però… però… quando oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano assicura come in Italia i partiti non faranno default come quelli greci che, con la loro irresponsabilità, stanno rischiando di rovesciare il tavolo, corre il rischio di scordarsi, o peggio proprio di non vedere, che da noi, in realtà, come in Grecia, a far saltare in aria il tavolo può essere le gente.

E che le misure prese da un Monti molto più rispettabile certo, ma sempre fanatico fautore dell’economia di mercato il meno-regolata-è-meglio-è non le capisce o, meglio, non le giudica affatto eque e che, responsabilmente magari, in emergenza se le vedesse e potesse riconoscerle tali invece le accetterebbe.

Un solo esempio: bisogna incassare e tagliare di più? Bene, ma invece di aumentare le accise sui carburanti che tutti devono consumare, i ricchi come i poveri, perché non puntare sulla patrimoniale e far pagare così solo o soprattutto i ricchi? E, invece dell’ICI sulle prime case di abitazione non raddoppiare e triplicare quella sulle secondo case? invece di tagliare ancora sulla sanità o allungare l’età delle pensioni, risparmiare e incamerare subito i miliardi degli scatoloni di latta volante per l’aviazione (alla fine pare – pare – che i nuovi F-135 saranno ridotti di un terzo, a 90) o i tanti miliardi in ferro e cemento dell’inutile ponte di Messina?

Insomma non è vero che non c’è scelta. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo con qualche esempio concreto tra i tanti che si potrebbero fare: forse tagliare anche qui come in Grecia si deve, ma qui si può almeno avere più spazio per scegliere dove! Perché sì, di una scelta si tratta, una scelta politica che una volta, quando le cose si dicevano chiare, sarebbe stata chiamata per quello che è: una scelta di classe.

Insomma, non è che col debito pubblico che ci ritroviamo noi possiamo permetterci di non tagliare le spese. Ma possiamo, al contrario dei greci, stare attenti a cosa tagliare e anche a quando, esattamente. Noi, possiamo e, dunque, dobbiamo permettercelo. Certo, con Monti anche i mercati che del faccendiere imbroglione e fanfarone dichiaratamente non si fidavano più neanche loro, forse loro per primi, ci stanno ridando credibilità. Ma i numeri restano duri.

Infatti, l’ISTAT attesta ora[3]   che, ormai anche secondo i criteri ufficiali dei due trimestri consecutivi in riduzione: -0,7% del PIL nell’ultimo del 2011, dopo quello già negativo del trimestre precedente (-0,2%) é recessione piena. Con l’Istituto che azzarda ora come risultato definitivo di tutto il 2011 una crescita dello 0,4%.

E il giorno dopo il presidente dell’Istituto, prof. Enrico Giovannini, fa rilevare, nel corso di un’audizione alla commissione Bilancio della Camera dei Deputati che l’occupazione giovanile, per quanto riguarda i primi 9 mesi del 2011, ha subito una diminuzione del 2,5%. Si tratta di un dato assolutamente allarmante e rispetto al quale non è stato finora fatto (non semplicemente detto) niente di efficacemente correttivo— e anche se Giovannini non lo dice, ma lo lascia ben evincere  non è questione di art. 18.

Con l’Italia che è seconda solo alla Spagna per il record di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 ed i 24 anni: siamo al 31%[4] e, al solito, si tratta solo dei ragazzi e delle ragazze che non si sono ancora “scoraggiati” e cercano – con ciò rientrando nelle statistiche,  cui altrimenti sfuggono anche se sono persone estremamente reali – attivamente lavoro.

E, attesta Giovannini, 1 italiano su 4 ormai è a rischio concreto di povertà.

In compenso – se mai avesse senso utilizzare un termine come questo – i conti pubblici italiani: non il debito, ma il deficit annuale del bilancio – vanno bene: siamo, tra i grandi paesi, secondi solo ai tedeschi a testimonianza di come e quanto l’economia sia stata spolpata già all’osso: da cui quanto sopra. Guardando il grafico si nota quanto meno virtuosi di noi siano gli americani: ma anche quanto e proprio perciò crescano più e tutto sommato anche meglio di noi, pure se Obama viene criticato duro per l’eccessiva timidezza in una fase comunque di ristagno se non proprio di recessione oltre che per la qualità (più armamenti che educazione e ricerca per cose che non siano le armi)…

● La solidità delle finanze pubbliche: il deficit/PIL, Germania e Italia sul 4%, USA  quasi al 10%… (grafico)

In % del PIL a fine 2010

Fonte: OCSE, 14.2.2012 (cfr. http://www.oecd.org/document/63/0,3746,en_21571361_44315115_49646463_1_1_1_1,00.html/).

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●Le date dell’agenda economico-politica adesso, a marzo, e che a noi sembrano principali:

1-2 marzo , Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo a Bruxelles;

•  4 marzo, elezioni presidenziali in Russia;

6 marzo, USA primarie repubblicane, “supermartedì”;

10 marzo: elezioni parlamentari in Slovacchia;

29 marzo: elezioni parlamentari in Iran.

● In India, dopo che nel 2011 erano già stati esclusi dalla gara i costruttori americani, russi e svedesi, la Dassault Aviation, il costruttore aereo francese dei Mirages, ha vinto un contratto di $10,4 miliardi con l’aviazione militare[5] per la fornitura di 126 aerei da combattimento di media portata multiruolo Rafale a circa €630 milioni per esemplare con il consorzio europeo EADS che aveva offerto, ma a prezzi e condizioni peggiori, i suoi Eurofighter Typhoon. I primi 18 aerei dovranno essere consegnati a New Delhi di qui a tre anni. Il resto verrà costruito su licenza negli impianti HAL (Hindustan Aeronautics Limited) di Bangalore.

I nuovi aerei consentiranno all’India di sostituire entro il 2016 i suoi antichi MiG-21, di costruzione e concezione  sovietica ormai quarantennale, progressivamente sempre meno affidabili. Anche revisionato e migliorato come è stato negli ultimi anni, in effetti, si tratta di una struttura vicina ormai all’obsolescenza. La scelta del caccia francese, vista la lunga e eccellente esperienza che l’aviazione indiana ha con i Mirages, e la possibilità di usufruire di strutture di sostegno in funzione da molti anni, sembra del resto sensata.

L’aeronautica indiana mantiene un rapporto di lunga durata per quel che riguarda i suoi caccia più avanzati, i Sukhoi SU M30K1 e i Mikoyan MiG-29, e comprerà nel prossimo futuro aerei da trasporto americani, C-130J SuperHercules e, forse, anche C-17 Globemaster III: l’India ormai con le sue ricche riserve di valuta estera può permetterselo e, addirittura, se vuole (come si fa comprando le patate all’ingrosso, dietro sconto opportuno), paga in contanti.

Ma l’India non è ancora in grado di dotarsi degli impianti che fabbricano autonomamente aerei e parti di ricambio e quindi fino quando lo farà – se lo farà – dipende come moltissimi altre aeronautiche militari da costruttori e fornitori stranieri. Anche per questo, per non dipendere solo dalla buona volontà politica e/o anche solo logistica di uno solo di loro, un paese ad esempio come l’India – con crisi potenziali irrisolte con vicini come Pakistan e anche Cina – preferisce diversificare le ordinazioni e suddividere così i rischi di questa loro specifica dipendenza dall’estero.

●In Venezuela, dopo averci raccontato preoccupatissimo il mese scorso, a firma del corrispondente F. Toro, che Chávez vincerà ancora le elezioni del 7 ottobre perché sta finanziando col welfare e i soldi del petrolio la costruzione di case popolari per i cittadini delle baraccopoli nelle grandi città del paese[6] (come se, essendo cosa populista e “socialista”, si trattasse anche di qualcosa di cui vergognarsi… molto di più che di finanziarcisi l’acquisto di una decina di ville in giro per i Caraibi o in Europa), adesso lo stesso corrispondente ci dice che forse, a pensarci bene, il presidente potrebbe rivincere perché sta facendo un welfare decente soprattutto nelle zone rurali del paese[7] contro un’opposizione smandrappata, frastornata e spaccata.

Che arriva solo adesso a cercare di unirsi contro di lui puntando su un candidato unitario, il governatore dello Stato di Miranda, Henrique Capriles, che guiderà ma non proprio dai suoi entusiasticamente accettato un coacervo di classi medie ormai residuali. Che, però, parte con l’handicap della popolarità assai reale e diffusa di Chávez e della percezione obiettiva di uno che ha largamente migliorato le condizioni di vita della sua gente più povera e della platea larga dell’impiego pubblico mantenuto grazie alla rendita petrolifera. Che però qui la gente vede, tocca con mano, per la prima volta largamente ridistribuita e non sequestrata da pochi redditieri.   

Poi, leggendo l’articolo viene spiegato che, mentre a cancellare le classi medie dalle città venezuelane sono state le statizzazioni e le partecipazioni statali nelle campagne venezuelane a sbriciolarle è stata la riforma agraria (terribile peccati di interventismo statalista tipo comunismo reale: o forse solo del tipo che in Italia, per dire, fece più di sessant’anni fa la DC).

Nelle città, la rendita petrolifera ha creato decine di migliaia di posti nel pubblico impiego  e una forte edilizia popolare invece di alimentare consumi privati di importazione e di élite ed emarginazione sociale di massa come in tutti gli altri paesi della regione; nelle campagne la ridistribuzione agraria ha abbattuto il latifondismo e anche la mezzadria dando la terra ai contadini e “organizzandoli” in cooperative e istruzione e sanità sono al 90% a carico della spesa pubblica.

Ma questi fatti, che riconosce come tali – come fatti – lo stesso corrispondente del NYT da Caracas ma che denuncia come statalismo, populismo e vetero-socialismo spiegano invece, e proprio a causa probabilmente di quelli che lui considera epiteti, e più che a sufficienza perché è più che  probabile che a vincere sarà ancora Chávez… A meno che non lo fermi il cancro dal quale forse non è proprio come sperava del tutto guarito[8]: deve sottoporsi a un nuovo intervento anche se non è ancora certo trattarsi di una nuova lesione di natura maligna…

●Quando sembrava che i due ex pezzi del vecchio Sudan, fossero ormai proprio sull’orlo della guerra per le loro divergenze sul petrolio – il Nord che ne porta ancora il nome e l’altro, il nuovo Sud Sudan nato da appena un semestre – questo per esportare quello che produce lo deve far passare per il territorio del Nord e pagarne, dunque, il passaggio ma non è disposto a farlo alle condizioni del Nord: però lo pretende; e il Nord, che  ha requisito il greggio del Sud fino alla concorrenza del conto secondo esso dovuto, di 815 milioni di $ –  sembra esser riuscito a fermarla la mediazione dell’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki, il successore immediato di Nelson Mandela che ha portato alla firma di un accordo tra il capo dell’intelligence sud sudanese Thomas Douth e  quello del  Nord Dusan, Mohammed Atta.

Dei diversi “princìpi che le due parti ora hanno sottoscritto, i principali sono il divieto ad attraversare il confine e quello di servirsi a supporto di forze ausiliarie o irregolari di qualsiasi tipo. Il punto più acuto del contenzioso è l’accusa non campata proprio in aria di Khartoum a Juba, la capitale del Sud, di sostenere la rivolta nel Kordofan appena a settentrione del confine tra i due paesi di quel che resta del vecchio SPLA/M, il movimento/esercito popolare dell’allora Sudan unitario che per anni aveva guidato la secessione dal Nord e che ora, nel nuovo Sud che è arrivato all’ONU si trova scavalcato di fatto anche se è sempre presente soprattutto nelle regioni di confine.

E’ di loro che i “principi” dell’accordo tra Nord e Sud Sudan trattano parlando di “forze irregolari e ausiliarie” da tenere sotto controllo. E non è detto che, anche volendolo, il Sud alla fine ci riesca davvero. Tanto più che il merito del contenzioso sul greggio non è stato ancora affrontato e, dunque, tanto meno risolto. E che non è neanche stato raggiunto un accordo sul definitivo confine che i due paesi devono reciprocamente riconoscersi e rispettare[9].   

Secondo lo stesso mediatore, al Sud fa “comodo” che al momento l’SPLM (la A è sparita dall’acronimo dopo l’indipendenza) tenga acceso il conflitto nel territorio del Nord, in Kordofan e nella regione del Nilo Blu che controlla, l’area di Magja, dove gli scontri con l’esercito del Sudan vanno avanti da cinque mesi. Ma dove adesso l’esercito del Nord annuncia di aver sconfitto i ribelli[10].

Ancor più ambizioso e difficilmente raggiungibile sembra l’altro obiettivo annunciato da Pagan Amum, segretario generale del Partito-movimento di liberazione del popolo del Sudan su cui sta ora puntando il governo del Sud, vale a dire la revisione di tutti i contratti a suo tempo firmati dal Sudan prima dell’indipendenza del Sud. Il giorno prima era stato espulso da Juba il capo di una compagnia di esplorazione e prospezione petrolifera cinese, la Petrodar, affiliata alla China National Petroleum Corporation ed alla malaysiana Petronas accusate di aver lavorato insieme a Karthoum a sottrarre greggio al Sud mentre manteneva col nuovo paese un rapporto formale di partnerhip. Fornisce la notizia il ministro sud-sudanese di Petrolio e Miniere, Stephen Dhieu[11].

Non hanno molto tempo. Il fatto è che da un giorno all’altro, con l’interruzione del passaggio e dunque del pagamento del greggio esportato da Juba attraverso i porti del Nord alla capitale del sud sono venute a mancarle il 98% delle entrate e che gran parte della stabilità del Sud dipende dal morale delle sue Forze armate un coacervo di milizie diverse stimato a quasi 200.000 unità e tenuto insieme e leale al potere solo dalla paga che riceve. Che è poi anche la ragione per cui questa è la priorità del nuovo regime che si sta approntando a tagliare risorse e stipendi a ministeri, ministri e ai loro impiegati perché la priorità è oggi, subito, e domani quella di continuare a pagare l’esercito[12].

 

● Il capitalismo? Roulette russa? No, roulette americana! questione di assunzione dei rischi… (vignetta)

Voi vi prendete i rischi   Loro mietono i profitti

           ▼Click!   Gratifiche, conti bancari offshore

Fonte:  : Khalil Bendid, 2.2.2012

 

Mediterraneo arabo e oltre: la cacciata e la resistenza dei rais

●Sul fronte dell’Egitto e della sua tormentata ricerca di nuovi equilibri irrompe la questione delle “interferenze straniere”, cioè americane. Qui, come in Russia, come in Venezuela, come in Pakistan, come in tantissimi altri paesi del mondo negli ultimi vent’anni l’applicazione soft – coi soldi piuttosto che coi servizi segreti o le bombe, i drones o l’invasione militare – dell’ideologia del diritto di intervento “umanitario” cioè simpatetico con noi e antitetico agli “altri”.

Si tratta del’intervento che gli americani e in genere gli occidentali considerano un “diritto umano o universale” delle Fondazioni pro-democrazia americane e altre, tutti organismi privati in America, anche quelli intitolati ai partiti, repubblicano e democratico, ma tutti dotati di fondi pubblici ufficialmente allocati con fondi pubblici dal Congresso statunitense.

E non conta niente che, negli Stati Uniti, leggi e costume vietino rigorosamente il finanziamento  con fondi pubblici di qualsiasi attività politica e tanto più elettorale e, sotto il profilo anche penale, qualsiasi interferenza di finanziamenti dall’estero. Lo fa osservare il procuratore del Tribunale del Cairo Sameh Abu Zeid, competente per il dossier giudiziario all’organizzazione Human Rights Watch che aveva emesso un comunicato di critica alla “legge dell’era di Mubarak” in base alla quale è stata aperta l’inchiesta, invitando il critico americano a leggersi con attenzione la legislazione americana in proposito: dalla quale quella egiziana anni fa era stata “copiata[13]”…

Ma il problema è tutto qua: che la legislazione americana, appunto, è americana[14]! anche qui, vale solo per loro e per gli altri vale, invece, dai russi agli egiziani ma anche ai cinesi e, qualche volta, pure ai francesi e agli italiani l’ammonimento immortale di Alberto Sordi, cappellano del carcere di castel Sant’Angelo in Nell’anno del Signore, ricordate? al popolaccio che si rivolta contro il potere costituito del Papa/Re: “ma chi sei tu, popolo? sei papa? sei cardinale? sei barone? Popolo, tu sei l’avanzi de li papi, de li cardinali, de li baroni? e l’avanzi che so’? popolo, so’ monnezza, l’avanzi!! Popolo tu sei monnezza![15]. Mica sei l’America tu! le regole sono quelle che faccio io, mai uguali per me come per gli altri! perché io so io e “tu nun sei un  c a**o!”.

Certo, il potere pontificio allora stava crollando e forse già lo sapeva; e, adesso, il potere del paese che tutto intero presume il proprio diritto di imporre al mondo il proprio volere comincia anch’esso a dissolversi e anche di questo forse, il titolare, l’America controvoglia comincia a rendersi conto: perché ne sta perdendo proprio i mezzi, la possibilità: e anche abbastanza in fretta.

Adesso, qui, in Egitto la magistratura – che, dopo Mubarak, rivendica la sua appena trovata indipendenza (se, poi, gliel’abbia di fatto ordinato, o anche solo chiesto il governo, è altra cosa: ma qui proprio come in America, alla faccia di Alberto Sordi, specie per questioni che attengono, realmente o meno, alla percezione della sicurezza nazionale) – rinvia a giudizio, per violazione della legislazione sul finanziamento dall’estero di attività politico/elettorali interne all’Egitto, 43 dipendenti di ONG americane intervenute nelle elezioni – peraltro senza alcun successo – come da anni già in Venezuela e contrariamente agli esiti, invece di analoghe evenienze in Europa dell’Est anni fa (in Georgia, Ucraina, ecc., ecc.

Testimoniando di fronte al procuratore del Cairo che sta istruendo il processo, adesso la ministra della Pianificazione e della Cooperazione internazionale Fayzah Abu al-Naja – già esponente qualche anno fa del governo Mubarak e per questo indicata in America come qualcuno che starebbe ora mestando nel torbido per avvelenare i rapporti tra USA e Egitto – ha detto che “la rivoluzione del 25 gennaio arrivò come una sorpresa per gli USA, poi  sfuggendo del tutto al loro controllo quando s’è trasformata in una vera e propria rivoluzione popolare.

   E’ stato allora che gli americani hanno deciso di utilizzare tutte le risorse e gli strumenti che hanno per contenerne gli sviluppi e spingerla nella direzione che meglio promuove i loro interessi e quelli di Israele. Per questo, come anche altrove, gli USA hanno finanziato diverse ONG, per aiutarle a creare uno stato di agitazione e di caos in Egitto”.

L’analisi e la denuncia di al-Naja probabilmente non fanno l’unanimità nel governo e neanche nella Giunta militare che lo soprassiede ma sono estremamente diffuse e il loro senso comune è molto popolare tra i fratelli mussulmani come anche tra i “rivoluzionari” in Egitto. Ed è questo che, corrispondano o meno alla verità – e almeno in parte è sicuro: che promuovano il punto di vista e gli interessi americani nel mondo è scritto: nell’autorizzazione allo stanziamento votato per loro dal Congresso: decine di milioni di dollari qui, in Venezuela, in Uzbekistan, in Russia…; ed è pure scritto che per farlo si servano di ONG a-politiche o politiche ma “democratiche” – che dovrebbe seriamente preoccupare l’America[16]. Che invece si indigna, punto e basta ma suona come una campana fessa: tratta la cosa quasi che si trattasse di un delitto di lesa maestà nei suoi confronti…

19 di questi impiegati regolarmente stipendiati sono poi cittadini americani e, con il solito suo impalpabile tratto diplomatico, Hillary Clinton, la segretaria di Stato, avverte gli egiziani: risolvete la situazione o non vi arriva più un dollaro di aiuto… E l’ex antagonista di Obama per la Casa Bianca da parte repubblicana, il sen. John McCain in visita al Cairo, non va a trovare i ministri né i senatori di fresca e legittimata elezione ma il maresciallo Tantawi, capo della Giunta e fa sapere che “noi americani non facciamo minacce…del resto, c’è tempo per fare minacce[17]…” che più arrogante proprio non era possibile – proprio come se fosse convinto, per dirla con l’aforisma di Albertone Sordi, di essere ancora papa.

Costringendo il ministro degli Esteri egiziano, Mohamed Kamel Amr – che, poi, dica la verità o dica il falso, anche qui è altra cosa – a ricordare quanto aveva detto appena pochi  giorni prima che il governo si sta sforzando di trovare una soluzione al problema ma “come in America, come voi andate insegnando sulla necessità del separazione dei poteri, il governo non può interferire nel campo di competenza del potere giudiziario[18]”.

E il primo ministro, Kamal el-Ganzouri, nominato dai militari e per questo da chi ha vinto le elezioni ormai contestato – ma non sull’apertura della procedura alle ONG americane accusate di interferenza di cui sono più preoccupati i vertici militari – precisa in una conferenza stampa dell’8 febbraio che l’Egitto applicherà rigorosamente la legge senza arretrare di fronte a nessuna minaccia “da chiunque provenga[19]”. Accenna così alle esplicite minacce arrivate dal dipartimento di Stato americano che se le ONG non venissero rapidamente assolte dall’accusa potrebbero saltare gli aiuti degli USA all’Egitto: sugli 1,3 miliardi nel 2012…

Il 23 febbraio si è aperto il processo tra scene caotiche a 16 cittadini americani e a 27 altri – egiziani, tedeschi, palestinesi… – carico di tutte queste valenze politiche per aver gestito gruppi di intervento non autorizzati che hanno interferito nella vita e nei i processi politici del paese – secondo l’accusa ma anche, sicuramente, di fatto: altra cosa è se sia giusto considerare la faccenda un crimine come vuole la legislazione egiziana ma dicono anche quelle di molti paesi compresi gli Stati Uniti d’America.

Ma è stato subito e improvvisamente rinviato di almeno due mesi senza alcuna motivazione ufficiale (degli accusati nessuno degli americani era alla sbarra, nove sono fuggiti e sette rimangono nel paese ma sono rifugiati dentro l’Ambasciata americana)  senza che si scorga un barlume di soluzione politica accettabile nel prossimo futuro per gli uni e per gli altri protagonisti.

In realtà. poi, la motivazione è emersa il giorno dopo, quando i tre giudici che costituivano la Corte si sono contemporaneamente dimessi portando a motivo, con dichiarazione ufficiale del loro presidente,  Mohamed Shoukri, di “sentirsi a disagio[20]” nel dover procedere. Il ministro della Giustizia ha giurato che saranno sostituiti ma, a questo punto, sono in pochi a scommettere che il tutto non si ridurrà in una farsa di non luogo a procedere di tipo berlusconiano.  

I Fratelli mussulmani avevano, nel frattempo, anche provveduto a caricare il processo di altri risvolti politici: siccome quegli aiuti arrivano all’Egitto anche e proprio in base all’accordo di pace con Israele mediato dagli USA di Carter nel 1979, se gli USA adesso per un caso del tutto estraneo li fanno saltare, salta – potrebbe saltare… – anche l’accordo stesso che, comunque, ripete Essam el-Erian, presidente della Commissione esteri della Camera e uno dei massimi leaders dell’Ikhwan alla Reuters, andrà riveduto dal nuovo governo scelto dal parlamento. E subito gli americani abbassano un poco i toni[21]…     

Poi, el-Ganzouri specifica che il Consiglio Supremo militare non se ne andrà prima del 30 giugno, la data precedentemente da esso stesso fissata. Il periodo formale della transizione comincerà, ribadisce, il 10 marzo quando si apriranno le procedure di registrazione dei candidati alla presidenza della Repubblica, elezioni che viene ora lasciato intendere dal governo per conto dello SCAF, il Consiglio supremo, potrebbe indire nel corso del mese di maggio. Intorno all’inizio di marzo lo SCAF intende – intenderebbe – anche, oltre a dar inizio alle registrazioni per l’elezione presidenziale, designare esso, tra i membri dell’Assemblea costituente, quelli cui affidare la prima stesura della nuova Costituzione.

Ganzouri ammonisce[22] o, come dice lui, consiglia con grande preoccupazione a tutti gli egiziani di non cercare di accelerare l’uscita di scena dello SCAF con manifestazioni e sommosse di piazza ricordando come l’esercito iracheno, cadendo dopo l’invasione americana del 2003, ha portato il paese alla guerra civile. Ricorda male, però: intanto Saddam non  venne certo fatto crollare come dice lui stesso dalle sommosse e, poi, lui rovescia causa e effetto: è stata l’invasione a portare l’Iraq alla guerra civile suscitando l’insorgenza; non, è stata in sé, la caduta – come la chiama lui: cioè la sconfitta sul campo – delle forze armate irachene. Ma, certo, allo stesso tempo, il suo è un intervento a metà tra lo scongiuro e l’avvertimento.

Per questo lo SCAF decreta e ElGanzouri[23] annuncia, alla vigilia delle manifestazioni e degli scioperi, degli atti di disobbedienza civile con cui la piazza e i partiti che hanno vinto le elezioni[24] cercheranno di cominciare a scuoterne il potere con l’unica arma che hanno – la gente e le masse –avverte che in piazza “a tutelare la sicurezza” scenderanno preventivamente soldati e mezzi corazzati… Uno scenario già visto e tentato, tra l’altro proprio il giorno della sua cacciata da Mubarak e dai suoi, senza successo…

Stavolta, però, l’allestimento di sicurezza, l’avvertimento e il bisogno stesso, anche, di un minimo di tranquillità che è di tanti – sembrano funzionare meglio anche tra quelli che avevano annunciato la protesta e la disobbedienza civile: da una parte, i partiti islamici, la Fratellanza musulmana— l’Ikhwan, che ha vinto continua a reclamare le dimissioni di ElGanzouri e del suo governo nominato dai militari e un  nuovo governo eletto dal parlamento ma non vuole ora premere troppo per paura di provocare la reazione della bestia militare e, dall’altra, i più rivoluzionari tra gli occupanti di piazza della Liberazione sembrano frenati dalla pesantezza dell’apparato messo in campo dal regime.

● Il ministro degli Esteri russo – a margine delle sedute del Consiglio di Sicurezza che ai primi del mese avrebbero dovuto, secondo i desiderata di americani e potenze occidentali e la copertura graziosamente fornita dalla Lega araba ma non secondo russi e cinesi e con mille dubbi anche di , sudafricani ed indiani nel CdS, arrivare a chiedere le dimissioni del presidente siriano Bashar al-Assad, come “primo passo verso un negoziato di pace in Siria”, dicevano ma, la Russia temeva, come primo passo invece di un intervento armato contro la sovranità della Siria – ha confermato, che il governo di Mosca consegnerà, come da contratti firmati, le armi che deve consegnare nel prossimo futuro a Damasco.

Del resto, ogni possibile interruzione di rifornimenti al governo fino a prova contraria giuridicamente in carica nel paese tanto da essere riconosciuto come tale proprio dall’ONU, dovrebbe prevedere almeno il bilanciamento dell’analoga interruzione degli armamenti che arrivano costantemente ai ribelli… anche se nessuno dice da chi e da dove. Un’agenzia di informazioni specializzata, in qualche modo vicina al Pentagono ma indipendente – anche se di tanto in tanto si lascia come dire?, usare – pone in modo apparentemente retorico “una domanda chiave alla quale non viene data alcuna risposta su tutta questa faccenda delle armi ai ribelli.

   Dove trova le munizioni che scialacqua così in abbondanza un’opposizione tanto disorganizzata, caotica e anarchica come questa siriana? Tutti i video e le informazioni che riescono ad arrivare mostrano i cosiddetti combattenti dell’opposizione (—the opposition so-called fighters) sparare in aria e svuotare caricatore dopo caricatore delle tante armi automatiche, di regola carabine d’assalto AK Kalashnikov, di cui dispongono? Chi è che continua a rifornirli?[25]”. Già…Prego, rispondere…

Gli armamenti russi che i siriani hanno già acquistato, specifica Lavrov[26], sono di un tipo che in ogni caso esclude per la natura di strumenti di difesa che hanno, un uso “distorto” contro gli insorti e non possono contribuire alla crisi che imperversa nel paese, capaci però di difenderlo da attacchi da oltre confine. Ma agli americani la cosa non va giù: prima perché i russi non danno loro retta – perché, però, dovrebbero dargliela gli americani non riescono proprio a spiegarglielo in modo che ad essi stesi non appaia contraddittorio – e poi perché si rifiutano, obbedendo ai loro desiderata, di dare il segnale che loro vogliono a Assad, isolandolo ancora di più.

Alla fine, malgrado i russi avessero detto chiarissimo che non avrebbero lasciato passare la risoluzione occidentale – semplicemente votandole contro e quindi come membro permanente del Consiglio di Sicurezza paralizzandone l’efficacia; e si sapeva che con loro lo stesso avrebbero  fatto i cinesi: che come USA, Gran Bretagna e Francia usufruiscono di analogo diritto di veto – d  cndhe lòo avrebbero fatto perché la risoluzione proposta condannava per le violenze in atto in Siria solo il governo e chiedeva come premessa a ogni altro sviluppo le dimissioni del presidente Assad. USA, Francia, Inghilterra hanno però insistito per andare al voto. Vincendolo sulla carta ma perdendolo[27] nella realtà perché col no russo e cinese esso è stato del tutto nullificato.

Non serve così a nessuno in Siria, quel voto, e toglie credibilità a ogni capacità di intervento seriamente politico dell’ONU, dice la Russia ed equivale a prendere posizione in una guerra civile della quale nessuno – nessuno – può documentare con credibilità responsabilità, colpe e massacri[28]. E non è questo – scegliere la parte da appoggiare e quella da contrastare sulla base di informazioni troppo spesso, da una parte e dall’altra, smaccatamente propagandistica – ma intervenire politicamente per evitarla o per rimediarvi il compito proprio dell’ONU.

Noi, poi, non possiamo, per rispetto a quel po’ di onestà intellettuale che ci ostiniamo a cercare di mantenere, non notare come nessuno dei nostri governi che per difendere i diritti umani dei libici hanno fatto fuori Gheddafi (del quale pure tutti erano stati amici e col quale certo noi mai siamo stati neanche lontanamente prossimi – al contrario di Berlusconi, di Tony Blair, di George Bush, di Nicolas Sarkozy che con lui fior di affari dalle armi al petrolio hanno fatto – nessuno di questi sepolcri malamente imbiancati si scandalizza o si meraviglia e tanto meno denuncia come e qualmente, anche e soprattutto per “merito” loro, il paese sia oggi governato da una manica di milizie, gonfio di violazioni di ogni diritto umano, con l’applicazione sistematica e vasta della tortura.

Ma, per tornare alla Siria e a come il mal’esempio libico serva a indurire ragionevolmente il no dei russi a un intervento straniero, non serve neanche, a veder bene, il voto dell’Assemblea generale che il 16 febbraio, come puro ripiego, ha condannato a larga maggioranza, ma verbalmente e del tutto retoricamente il governo di Assad[29]. Segnala solo l’impotenza anche politica dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, proprio come nelle decine e decine di occasioni, per dire, in cui sempre nella stessa regione del mondo ha altrettanto solennemente e inutilmente condannato Israele perché il voto dell’Assemblea all’ONU è stato disegnato quando crearono l’organismo per avere un valore solo morale, al massimo monitorio,  uando crearnmo l’ornaismo nel 1944 in al contrario del voto del Consiglio di Sicurezza almeno quando non è bloccato dal veto, appannaggio dei cosiddetti cinque grandi.

E il delegato indiano nel dibattito all’Assemblea ha fatto presente – va detto: con una certa eleganza ma l’ha detto – che, se questo d’ora in poi diventa il metro – che se per una maggioranza dell’ONU un governo che tratta male il suo o un altro popolo – va condannato, allora  bisognerà essere sempre coerenti: di voti di condanna, se ne accumulerebbero tanti…

Riesce piuttosto, invece, ad avere un impatto, ma in qualche misura corretto stavolta da un più attento bilanciamento delle responsabilità tra quelle imputate – giustamente – al regime, maggiori e quelle invece da addebitare ai ribelli un rapporto ufficiale della Commissione di inchiesta indipendente sulla Siria del Consiglio (48 membri, uno per paese  sui Diritti umani dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite[30]: “il governo siriano – sottolinea – ha  manifestamente fallito alle sue responsabilità di proteggere la popolazione; dal novembre del 2011 [data dell’ultimo rapporto] ad oggi le forze governative hanno commesso su base assai ampia larghe, sistematiche e brutali violazioni dei diritti umani. Anche i gruppi  antigovernativi sono colpevoli di molti abusi e violazioni anche se per scala e quanto a sistematicità non comparabili a quelli perpetrati dal governo”.

In altri termini, i russi si oppongono a forzare con le armi e dall’esterno la caduta di Assad come è stato fatto per Gheddaf e dicono – senza dirlo così, però – che se Assad deve cadere – come forse non solo è ormai inevitabile ma, tutto considerato, anche opportuno – dovrà cadere come Mubarak in Egitto e Ben Ali in Tunisia: non per l’intervento di armi straniere e interessate, come quello che alla fine ha abbattuto Gheddafi in Libia, ma a causa della rivoluzione e della rivolta della gente e, magari, della ribellione dei suoi soldati. Insomma, se sono stanchi e vogliono cambiare che facciano una rivoluzione o un’insurrezione vera ma non se la facciano fare da altri né la facciano su loro procura e nei loro interessi…

Intanto, in un tentativo, come dire?, l’ultimo forse, di pressione/convincimento, una delegazione russa – ai “massimissimi” livelli: secondo Costituzione, i responsabili ufficiali della politica internazionale russa sono il presidente Medvedev, il ministro degli Esteri Lavrov e il capo dei servizi segreti per l’estero, Mikhail Fradkov;  e la delegazione è formata dagli ultimi due con un messaggio scritto del primo[31]: riservato ma, fa sapere Lavrov al collega del Bahrain, sceicco Khalid bin Ahmwed al-Khalifa, anche “molto chiaro”.

Il fatto, questo pare proprio oggettivo, è che secondo la maggioranza dei siriani, nessuno dei quali vede però come poter uscirne, l’era degli Assad probabilmente e ragionevolmente è finita o sta finendo. E forse l’epilogo ormai è frenato soltanto dalla paura del caos che porterebbe la fine di Assad e il conflitto che inevitabilmente ne seguirebbe, con altrettanto inevitabili ramificazioni internazionali.

Del resto, lo dicono tutti: studiosi e politici, dai russi agli americani alla diplomazia vaticana molto più attenta e avvertita di quella inesistente europea: che la Siria non è certo la Libia, per storia, popolazione, peso nella comunità islamica araba, complessità e intricazione delle sue etnie e gruppi religiosi e collocazione geo-strategica tra Iran, Iraq, Giordania, Libano, Israele e Turchia... Sembra un’ottima spiegazione per quel 55% di siriani che di recente hanno risposto, liberamente, a un sondaggio assai serio dichiarandosi sempre favorevoli a Assad[32].

Lavrov, alla vigilia del suo viaggio a Damasco non ha voluto o potuto riconoscere che, purtroppo, l’iniziativa è forse tardiva, mentre forse avrebbe potuto anche avere un effetto se fosse stata fatta sei mesi prima; e non spiega chiaramente perché la Russia è così preoccupata della guerra civile e della destabilizzazione della Siria: non certo motivata dall’amore dei russi per Assad e neanche da un loro rispetto profondo per il diritto internazionale ma per il timore profondo, quasi viscerale, che il risveglio arabo fa insorgere tra i russi.

Che la democratizzazione comporti il passaggio, già verificato dovunque si è votato liberamente, dalla democratizzazione all’islamizzazione e a quella più estrema: in Russia, Cecenia e tutto il Caucaso si troverebbero pericolosamente esposti,  contagiati e a rischio di altre esplosioni eversive.

Ha detto, invece,

• che sulla base delle informazioni che lui ha direttamente dalla capitale siriana e dalla sua intelligence, la valutazione della situazione siriana è nettamente diversa da come la dipingono a Washington (e cita il sondaggio che abbiamo appena richiamato qui sopra

 • che i molteplici e ridondanti loro servizi di intelligence dovrebbero fidarsi di meno delle immagini e delle voci pro-domo-propria diffuse dall’opposizione siriana a Londra e Parigi e Ankara e non dalla Siria ma troppo spesso proprio da Londra, Parigi e Ankara— proprio come faceva, pro-dono appunto, quella irachena a Washington che nel 2002 millantando le armi di distruzione di massa che avrebbe avuto – e non aveva – Saddam;

• che in Siria i soldati disertori e ribelli sono al massimo poche centinaia e sono solo coscritti sunniti e non hanno scalfito di niente la struttura, la spina dorsale e la catena di comando delle Forze armate;

• e che gli insorti non controllano territorialmente quasi niente, non una città e neanche un quartiere di una città;

• cita anche – e viene lui stesso citato da – un sito indipendente di intelligence americano[33], non a caso molto più vicino al Pentagono che alla CIA, quando, notando che gli Stati Uniti hanno chiuso l’ambasciata a Damasco, rileva come non lo abbiano fatto “per ragioni di sicurezza o sull’onda di disordini e rivolte per le strade della capitale che è tranquilla da giorni ma per ragioni tutte politiche, gonfiate da atteggiamenti quasi isterici come quelli  trasmessi all’opinione pubblica dalla reazione dell’ambasciatrice americana all’ONU, Susan Rice quando la risoluzione che voleva lei contro la Siria non è passata…”.

• infine perché – si chiede retoricamente il ministro degli Esteri russo, in maniera soft ma anche chiara, a proposito delle giaculatorie americane sul rispetto dei diritti dell’uomo – ieri, quando gli USA mandavano in Siria assai di frequente i loro prigionieri “sospetti” trattenuti in ceppi (letteralmente) a Guantánamo per farli “interrogare” in modo, diciamo stringente, nessuno a Washington accusava il regime di Saddam di tortura… anzi gli chiedeva di praticarla[34] e oggi sì.

●D’altra parte emerge anche adesso che dall’Iraq i sunniti stanno restituendo ai correligionari siriani il favore avuto a suo tempo quando da loro hanno ricevuto aiuti e rifornimenti di armi e di uomini contro il dominio americano-sciita nell’Iraq occupato. Il flusso è in senso inverso, adesso,  e lo rivela lo stesso ministro degli Interni di Bagdad, Adnan al-Assadi, e verso i ribelli siriani vanno miliziani jihadisti, bombe e fucili a minare il regime antisunnita, comunque alawita e filo-sciita di Assad.

In quella che non riesce a diventare una vera opposizione politica minimamente unitaria ma da tempo si è già trasformata in un’insurrezione armata che non colpisce solo la la repressione ma anche la  stessa popolazione e, spesso, all’ingrosso. Le armi viaggiano da Bagdad via Mosul verso Nord e attraverso tutto il Kurdistan iracheno fino in Siria attraverso il confine di Rabia e della città di Abu Kamal[35] situata appena al di là.

Il re dell’Arabia saudita ha detto al telefono in una lunga conversazione col presidente russo che ormai è del tutto “futile” trattare con Assad trasmettendo direttamente anche al russo, che così ha riassunto il messaggio[36], che ormai in Siria è in corso uno scontro mortale tra i sunniti/sauditi e gli alawiti/sciiti siriani. Il problema che ha re Abdallah è che lo scontro è appena iniziato perché l’opposizione sunnita in Siria non ha una leadership, non ha un’organizzazione e non controlla un metro quadrato del territorio siriano-

E’ un intreccio complesso di rancori, vendette e terrorismi incrociati che rende sempre più chiaro come avessero ragione gli analisti che vedono nel conflitto settario in Siria proprio la miccia per un’esplosione più vasta in tutta questa regione cruciale per la guerra e/o la pace del mondo dove si incrociano, sétte, etnie, religioni per molti ed eresie per molti altri.

E’ quanto viene dicendo da mesi a Damasco Bashar al-Assad, che i ribelli sono aiutati e fomentati istigati dall’estremismo sunnita fondamentalista di stampo wahabita e, peggio, al-qaedista. E adesso la denuncia sua è confermata dall’appello lanciato l’11 febbraio da Ayman al-Zawahiri, che dopo l’assassinio di bin-Laden è il capofila ideologico di al-Qaeda e il capo dell’organizzazione a livello mondiale – che ha fatto proprio un richiamo specifico al “dovere islamico” di sostenere un’insurrezione anti-laicista come quella contro l’eretico e eresiarca Assad[37].

Dal capo del coordinamento di tutti i 16 servizi di intelligence americani, James Clapper – numero uno e massimo responsabile delle branche che, con 700.000 e più addetti formano ormai l’enorme apparato di spionaggio americano per l’estero e l’interno – arriva una significativa informazione, data per “praticamente accertata”: molti degli attentati condotti in Siria, in specie ad Aleppo e Damasco dalla fine dello scorso anno ad oggi, sono stati pianificati, orchestrati e realizzati da gente di al-Qaeda, anche con bombe umane e molti , giovani infiltrati tra le fila della rivolta siriana. Lo ha detto deponendo alla Commissione senatoriale dei Servizi Armati[38], aggiungendo che non tutti militanti  dell’opposizione ad Assad si rendono conto della cosa.

Nota sempre il sito americano citato da Lavrov[39], NightWatch, del resto, che nella realtà e non sulle twitterate dove chi vuole dice e mostra senza controprova alcuna quello che vuole, i collegamenti aerei con Damasco restano “normali” e che il servizio autostradale siriano ha riferito “non esserci pericoli e neanche particolari ostacoli al traffico automobilistico” nella città di Homs che pure, secondo i media, Assad stava mettendo a ferro e fuoco.

E aggiunge freddamente di aver verificato direttamente che “quanto diceva la radio era vero”. Il che, bisogna però aggiungere, non significa certo che il vecchio centro di Homs nel frattempo fosse proprio tranquillo... Ma il punto è proprio questo: se una città è messa a ferro e fuoco – diciamo come Gaza durante l’operazione Piombo Fuso— Mivtza Oferet Yetzukah che a  cavallo tra 2008 e 2009 devastò la striscia e i suoi abitanti: quasi 2.000 morti, più della metà vittime civili – il mondo lo viene a sapere, e la documentazione che arriva on stream o altrimenti trova conferme credibili e perciò credute e non viceversa… 

Così come, afferma NW, alla luce del contatto che con Damasco continuano a mantenere Russia e Cina, dell’equilibrio nucleare che la Russia comunque tiene con Washington e della dipendenza dell’America, per oltre 1.000 miliardi di $ addirittura, dal credito che le fa la Cina sembrano considerazioni di assai poco senso quelle di Washington sull’isolamento della Siria. In effetti l’isolamento c’è ed è crescente ma più dall’emiro del Qatar, da quello del Kuwait, dal re del’Arabia saudita o dal presidente (peraltro in uscita) dello Yemen: ma non è un isolamento di cui in Siria qualcuno, perfino Assad, ualcuno abbia troppo a soffrire.

Mentre, malgrado la benedizione, la consacrazione e l’aiuto degli arabi sunniti e dell’America  l’opposizione siriana è ancora qualcosa di tanto assolutamente frantumato  e senza coerenza alcuna da costituire per Assad in realtà ancora un punto di forza più che di debolezza tra la gente, la maggioranza interna anche tra i sunniti che certo non entusiasta, se è costretta a farlo, fa ancora un tifo distaccato per lui piuttosto che per i suoi nemici.

Adesso, dice Hillary Clinton l’alternativa che emerge è quella degli esiliati a Londra del Consiglio nazionale che però come ha verificato la conferenza che a Tunisi il 24 febbraio ha tentato di riunirla insieme a tutti i suoi sponsors stranieri (ma senza russi e cinesi) resta nella stessa disperante comatosa e disperante litigiosità.

Tutto qui è frantumato e tutto si muove per conto proprio ma, e soprattutto, ormai anche gli sponsors arabi e occidentali dell’insurrezione sembrano sempre più certi che dietro tutto e tutti gli oppositori, essendone perfettamente consci o ignorandolo, qui davvero ci siano gli islamisti vicini a al-Qaeda o proprio quelli di al-Qaeda.

Preoccupante per Assad e anche per Israele, per le stesse ragioni – perché conferma, o sembra confermare, una certa presa islamista almeno su una parte non irrilevante della popolazione siriana – che Assad lo conosce bene, sa che rifornisce di armi Hamas e Hezbollah, ma è un nemico largamente prevedibile e anche largamente “passivo” mentre la futura governance di un grande paese come le Siria, che incombe comunque sulla regione, resta sconosciuta, con una massa di ribelli che sta diventando caotica e, perciò, temibile.

In qualche modo però appare anche rivelatrice, la prima ufficiale e subito resa pubblica presa di distanza dei palestinesi di Hamas, che pure su Assad si erano appoggiati per anni: ha detto ora a Gaza durante le rituali preghiere del venerdi 24 febbraio, fra acclamazioni al grido di “Allahu Akbar!Dio è grande!” il primo ministro Ismail Henyeh: di “salutare tutti i popoli della primavera araba o del’inverno islamico, se volete e in particolare il popolo siriano che sta cercando libertà, democrazia e riforme”. Ed è una svolta[40], potenzialmente quella dalle conseguenze maggiori per l’assetto degli equilibri in Siria.  

Per ora e ancora, dunque, malgrado i mastodontici appoggi che riscontra all’esterno, sul piano mediatico e propagandistico e anche dei mezzi fatti arrivare ad aiutare la ribellione dai missili tera aria ai mortai, alle granate alle mine, forse il peggiore nemico di Bashar al-Assad continua ad essere Bashar al-Assad che, al massimo, continua a offrire proposte di modifica costituzionale e politica, anche di grande rilievo potenziale, però a rifiutare di negoziare e concordare sul serio con l’opposizione che, d’altra parte, con lui rifiuta ormai l’idea stessa di arrivare a trattare e che, prima .

Così, ora,  Assad fa annunciare a metà mese di aver indetto per il 26 febbraio, dopo appena altri dieci giorni, il referendum[41] su una bozza di Costituzione da lui fatta redigere che prevede – prevederebbe: poi bisognerà vedere… – il pluralismo politico e, dunque, il superamento del monopolio del partito Ba’ath (arabo socialista della “Resurrezione”, degli Assad).

Al referendum che viene regolarmente tenuto, dice il regime – ma sostanzialmente, con diversi sconti, confermano gli osservatori stranieri che hanno potuto seguirle, l’89% degli aventi diritto di voto, 7,5 milioni di elettori su 8,4, dice sì[42] perché ovviamente, e comunque, la riforma promessa è – sarebbe – un passo in avanti anche se i critici esterni ed interni in buona sostanza.

E la televisione di Stato rende anche noto che, sempre per decreto del presidente, a tre mesi dall’approvazione della bozza di Costituzione saranno convocate le elezioni del parlamento[43]. ma al solito, come facevamo notare si tratta di iniziative unilaterali che non sono il risultato di alcun accordo e di nessun negoziato. E, così, tra bombe, bombardamenti, repressione e rappresaglie vincono da tutte le parti i signori della guerra e i loro istigatori e continua a perpetuarsi il festival macabro delle intransigenze contrapposte.

In Yemen, il 19 febbraio, si è finalmente votato, dopo mesi di scontri e di guerra civile che ha devastato il paese, quasi al livello di ferocia che ha sconvolto la Siria, per rimpiazzare il presidente Saleh con un successore. Non parliamo sicuramente di democrazia (non facciamo ridere: sponsorizzata dai paesi del Golfo e dal’Arabia saudita…), tanto è vero che l’unico candidato è il vice presidente di Saleh, Abdel Rabbo Mansour Hadi, che ha intanto provveduto d’autorità a dargli un’amnistia totale per ogni delitto di cui s’è reso colpevole e gli ha lasciato esportare a New York e a Ryād non si sa bene se 50 o 100 milioni di $ del Tesoro in un paese che ha un PIL nel 2010 sui £2.500 pro-capite.

Dunque, lasciamole pure perdere le favole democratiche. Ma qui si apre forse la possibilità di un’altra transizione e, forse, almeno meno cruenta di quella che era in corso.  E’ un bene, dicono qui molti, e dice lo stesso governo voluto da Washington e sponsorizzato in ogni modo dai sauditi, che sulla scheda ci fosse solo il nome di Rabbo: se fossero due o tre, ricomincerebbero a ammazzarsi l’un l’altro e ormai a Sa’ana ne hanno fin sopra ai capelli di ammazzamenti…

Il dramma è che l’unico punto su cui hanno concordato le molte fazioni che si sono macellate a vicenda, qui come in Siria, è proprio questa elezione: perché Saleh ha detto sì, una volta che s’è garantito il malloppo e l’amnistia per andare liberamente a goderselo e perché i suoi nemici sono comunque felici di essersene liberati  (in altri modi è successo anche da noi col Berlusca, no?). Lo Yemen somiglia all’Egitto in quanto un uomo forte di fiducia degli americani è stato sostituito da un membro del suo stesso establishment. Nel caso dell’Egitto il maresciallo Tantawi è succeduto al boss. Nel caso dello Yemen a Saleh è succeduto il suo vice presidente e suo uomo, candidato unico alle elezioni senza che alcuno dei due paesi abbia visto aver luogo un cambio fondamentale del governo. Come in Egitto e più che in Egitto – dove le elezioni liberamente accolte e contese hanno però marcato una discontinuità evidente dal passato e Mubarak, al contrario di Saleh è sempre sotto processo – può ancora contare su alcuna stabilità interna davvero consolidata.

Ma in Siria sarà sicuramente molto molto più complicato. Lì, Assad, tra l’altro, è soggettivamente sicuro, malgrado le migliaia di morti che anche (eufemismo) a lui sono certamente imputabili – e lo è probabilmente insieme ancora a una maggioranza della popolazione[44] – di essere la speranza migliore per un futuro di maggiore apertura e una qualche effettiva riforma del suo paese a fronte di una sovversione frastagliata che va dagli ex realisti che vorrebbero la restaurazione della famiglia di re Faisal, l’ultimo sovrano di Siria, liberatore con Lawrence dell’Arabia tutta dagli ottomani e poi tradito dagli inglesi, ai nostalgici di una repubblica laica e laicista alla francese come quella che negli anni ‘20 del ‘900 su mandato della Lega delle Nazioni “si interessò”, ovviamente sfruttandolo, del paese, ai fanatici fondamentalisti  wahabiti e agli adepti di al-Qaeda...

●In Tunisia[45], i piccoli partiti laici moderati che hanno conquistato qualche decina di seggi alle elezioni della Costituente vinte dagli islamisti moderati di Ennahda— la Rinascita, tentano di coalizzarsi per cercare di riequilibrare i numeri e concorrere  forse con qualche maggiore probabilità di successo alle elezioni parlamentari dell’anno prossimo. Cercheranno di allargarsi anche al partito di sinistra sempre moderata di RinnovamentoEttajdid che è interessato ma subordina la propria adesione alla stesura di un programma comune che sia anche aperto economicamente e socialmente alle richieste delle classi meno abbienti della popolazione tunisina.   

●In Kuwait[46], altra vittoria alle elezioni dei partiti dell’opposizione: – 34 seggi sui 50 totali, coagulati intorno agli islamisti che, come primo partito, si prendono da soli 14 seggi: per quel che vale, naturalmente, in un parlamento che negli ultimi sei anni si è rinnovato quattro volte ma ha sempre e solo poteri consultivi… e solo quando, poi, all’emiro e sovrano assoluto al-Ahmad al-Jaber al-Sabah va di consultarlo.

Il potere di designare capo del governo e governi è, e resta, infatti, qualsiasi sia la maggioranza parlamentare, esclusivamente in mano all’emiro e – come testimonia il comunicato ufficiale[47] della reggia S.A.R. l’Emiro Al-Sabah accetta le dimissioni del primo ministro Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah. E ri-designa subito come nuovo premier lo stesso Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah… Tutto in famiglia, insomma, tanto per cambiare, qui come un po’ dappertutto nel mondo arabo senza infingimenti o mascherature ma come, magari con un po’ più di vergogna, fanno in molti altri posti le mondo da re a presidenti a senatur della Lega padana…   .

Insomma, nei paesi arabi, anche in quelli che sono riusciti a strozzare alla nascita o addirittura a far abortire come questo, ogni sollevamento politico, la democrazia funziona a favore degli islamisti.: qui hanno eletto un parlamento cancellandone ogni rappresentanza femminile (in quello sciolto dall’emiro c’erano 4 donne e le candidate erano 23, di cui nessun è risultata eletta) e hanno abbassato da 5 a 4 il numero dei seggi dei partiti, diremmo noi, esplicitamente “laici”. La rappresentanza degli sciiti – la maggioranza, largamente discriminata, della popolazione ma non dei cittadini  e che di regola sono allineati sull’emiro e le sue volontà – era e resta di 7 deputati

Adesso la speranza di alcuni, e il timore di altri, è che il rafforzamento di una maggioranza islamista, anche se finora non estremista, potrebbe limitare la libertà di movimento dell’emiro che aveva dato segnali di voler concordare con gli USA l’allargamento della loro presenza militare nel paese del Golfo.

E adesso, anche se qui il parlamento come detto non conta davvero niente – a meno di esercitare il diritto che ha, formalmente, di sfiduciare il governo… ma non quello che non ha di pretendere dal sovrano assoluto di formarne uno a immagine e somiglianza della maggioranza – tutto potrebbe, però, davvero complicarsi per le pressioni politiche aperte dal risultato: che esse, sì, contano…

Finalmente – sembra… sembrerebbe… – che si sia andato, che si stia finalmente sbloccando, lo stallo tra ANP e Hamas sul governo di transizione unitario che dovrebbe tra pochi mesi portare i palestinesi a votare, finalmente e liberamente, per un nuovo governo della Palestina ancoa potenaile. L’avevano già fatto, si ricorderà nel 2006, e Hamas aveva vinto liberamente alle urne per riconoscimento unanime anche degli avversari interni e stranieri. Ma poi, col sostegno esterno di Israele e di una pressoché unanime, cosiddetta, “comunità internazionale”, la sua vittoria non venne onorata. Neanche ci provarono, in realtà a testare, la volontà dichiarata anche se certo contraddittoria di ricercare la pace…

Ora dall’impasse si esce, sotto la guida sagace dell’emiro del Qatar che fa da mediatore – viste altre esperienze recenti, di accordi dati per conclusi e poi smentiti, è almeno prudente, però, aggiungere alla notizia un dubitativo in attesa di conferma… – con l’affidamento da parte di entrambe le frazioni palestinesi dell’incarico del governo ad interim allo stesso presidente dell’ANP, Abu Mazen/Mahmoud Abbas[48]. Naturalmente, subito, il PM israeliano Netanyahu ha reso noto che Abbas deve scegliere: “può avere la pace e l’unità con Hamas o la pace con Israele, ma non entrambe le cose”. E altrettanto, o quasi, naturalmente arriva la smentita: la decisione è uno sbaglio, nessuno in Hamas era stato consultato e poteva dunque prendere una simile decisione per tutti, dichiara Mahnmoud al-Zahar che, nell’organizzazione, dalle elezioni di Gaza del 2006 ricopre il ruolo di ministro degli Esteri del governo di Ismail Haniyeh. Haniyeh però non conferma, anzi ribadisce che l’accordo è stato raggiunto anche se ancora dev’essere ratificato[49]

Ma alla fine arriva una mezza conferma: l’accordo raggiunto non è ancora proprio definitivo e deve essere effettivamente ancora finalizzato: Abbas e Khaled Meshaal si incontreranno al Cairo a giorni  per discutere della formazione di un governo di unità tra Fatah e Hamas[50]: lo comunica, stavolta ufficialmente, il capo delegazione di Fatah ai colloqui di riconciliazione, Azzam al-Ahmad, confermando che l’accordo c’è ma che le parti non l’hanno ancora ufficialmente approvato infatti, Meshaal deve poi chiedere ad Abbas una dilazione[51] a causa delle divergenze interne alla delegazione di Hamas… 

ui di ricfoncviliazione

Il problema è che, però, della pace con Israele non si intravvede neanche l’ectoplasma, né il barlume dell’intenzione a fare sul serio: Netanyahu è stato sempre, deliberatamente, l’affossatore di ogni minima possibilità di pace – contro i palestinesi ma anche contro Rabin e pure contro Sharon – sulla base di quello che dai tempi di Camp David si chiama riconoscimento reciproco e realtà di due popoli e due Stati.

●Avvalendosi  della regola dell’unanimità, cioè del potere di veto che dentro la NATO obbliga tutti ad agire sempre insieme ma che, finora, era stato sempre usato come e quando volevano gli americani per bloccare o impedire che qualcuno facesse o chiedesse quel che non gradivano loro, stavolta è stata, a sorpresa, la Turchia a dire no alla partecipazione di naviglio da guerra di Israele, nella fattispecie un incrociatore missilistico, alle esercitazioni dell’Alleanza nel Mediterraneo battezzate, nel falsamente immaginifico ma sempre piatto burocratese atlantico Active Endeavor Sforzo ,o tentativo, attivo).

Sarà pure attivo, lo sforzo, ha spiegato il ministro della Difesa turco nel dire il suo no[52], ma secondo noi Israele con l’Alleanza atlantica non c’entra e non ci deve entrare proprio niente. Questa la motivazione ufficiale, impeccabile. La verità è che, per “riaprire” con Israele, la Turchia fa notare, in effetti aspetta sempre le scuse ufficiali (non il we are sorry ma il we apologize, non ci dispiace ma sì, siamo proprio pentiti di averlo fatto da parte di quelle stesse forze navali che hanno ammazzato una decina di giovani turchi sulla loro nave Mavi Marmara che il 31 maggio 2010 portava aiuti “umanitari” ( ma già quel che per uno è umanitario per l’altro è sovversivo, no? – ai palestinesi assediati a Gaza da mesi dal blocco israeliano che l’ONU aveva definito “illegale” (ma anche qui, come si sa, alcune condanne valgono, altre no…).

Insomma, c’è sempre un prezzo da pagare, ricordano i turchi agli israeliani, per i propri cattivi  comportamenti: perché a volte anche gli altri hanno in mano l’asso di cuori che serve a togliersi qualche loro fissazione.

●In Libano[53], d’altra parte, il 7 febbraio il leader degli Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ammette – anzi rivendica proprio – che dal 1982 “l’Iran sostiene moralmente e politicamente ma anche materialmente” la sua organizzazione. Che non per questo – dice – prende ordini o segue direttive di e da Teheran. Adesso, considerando che la maggior parte degli aiuti materiali, armamenti compresi, passava per il territorio siriano e che Hezbollahhizbu-llāh(i)— il partito di Dio con la crisi interna che sta scuotendo la Siria, sta prendendo cautamente qualche distanza dal regime di Assad e si prepara a una riduzione, se non proprio a un’interruzione del flusso di aiuti iraniani.

In qualche modo, questo potrebbe essere anche un motivo che almeno in parte spiega pure il ravvicinamento in corso di Hamas a al-Fatah e alla ANP palestinese: lo sconvolgimento del flusso di aiuti iraniani attraverso la Siria. Da questo punto di vista, si tratta di un evento che nel breve termine potrebbe allentare la pressione su Israele esercitata dai movimenti insurrezional-rivoluzionari palestinesi.    

in Cina

●L’indice di inflazione[54] (cioè dei prezzi al consumo) a gennaio, anno su anno, è cresciuto del 4,5% dal 4,1 del mese precedente. Nel complesso del 2011 l’inflazione è salita del 5,4% rispetto a quello del 2010

●I prezzi alla produzione[55] crescono però soltanto dello 0,7% anno su anno, a gennaio in calo dall’1,7% cresciuto a dicembre.

●Smentita ufficiale, dei nord-coreani quanto dei cinesi[56], a quella che all’unisono bollano come pura campagna di disinformazione e di destabilizzazione. Organi di stampa sud-coreani e giapponesi, contemporaneamente (ma nei gialli, si ricorda, non c’è mai nessuno che crede alle coincidenze; anche se poi, nella vita reale, ogni tanto, anche se raramente, se ne verifica una…), riferiscono (senza dire come lo hanno appreso) di scaramucce a fuoco tra soldati cinesi e nord-coreani e rivelano (anche qui, senza svelare la fonte della notizia) di sapere che, se a Pyongyang l’ordine costituito intorno a Kim Jong-eun crollasse, la Cina interverrebbe facendo appello, viene anche precisato, al trattato di mutua amicizia tra i due paesi, per ripristinare l’ordine consueto.

Subito la smentita e la denuncia sia della falsità dei fatti (lo “scontro armato”) annunciati come tali e in realtà mai avvenuti, quanto delle “intenzioni” dei cinesi “puramente inventate”. Chi ha messo in giro la voce sembrano essere stati (in materia la forma dubitativa è sempre necessaria: ma qui è anche probabile) gli efficienti servizi di intelligence di Taiwan, il National Security Bureau, che curano anche con ampli margini di indipendenza dal potere politico, e per statuto, le operazioni di controinformazione.

Alla smentita, l’NSB ragionevolmente e informalmente contrappone l’osservazione che, nei “piani di contingenza cinesi” (che disegnano, anche per quello come per tutti gli altri Stati maggiori, possibili scenari intorno ad eventi possibili del futuro, vicino e lontano, qualche cosa di relativo alla penisola coreana “sicuramente” c’è: non fosse altro perché sarebbe “irresponsabile” che non ci fosse…

●Il 23 febbraio a Pechino l’inviato speciale della Casa Bianca per il dossier Nord Corea, Glyn T. Davies incontra Kim Kie-gwan il principale negoziatore sulle questioni atomiche del suo paese. Gli USA dicono[57] che di tratta sempre e solo di esplorare adesso, alla luce del cambio di leadership che ha avuto luogo nel Nord Corea, la sua disponibilità a “congelare” da subito e prima di riprendere il negoziato a sei con USA, Corea del Sud, Giappone, Cina e Russia, lo sviluppo del suo programma nucleare. E confermano subigo dopo la riunione che ls discussione è stata incentrata su denuclearizzazione, non-proliferazione e la possibilità di aiuti umanitari al Nord Corea.

La controparte nord-coreana ha insistito prima dell’incontro a dire[58] che si tratterà invece di di un incontro che discuterà di tutto e delle richieste di tutti, non solo del suo dossier nucleare ma, ad esempio, “come poi è stato aggiunge[59]” (mentre l’americano conferma che Pyongyang lo ha chiesto ma anche che lui non ha risposto alla richiesta anche della presenza di armi atomiche americane in Corea o, comunque, nei mari delle due Coree) e del dossier sul rapporto tra le due Coree stesse, del suo miglioramento, dell’incremento di scambi commerciali tra i due paesi…

Però, non c’è dubbio che la designazione stessa di un esperto come Kim ad interlocutore nel gruppo cosiddetto dei “5 + 1” indichi il nodo reale del contendere e del negoziato. Anche se dalle prime notizie sull’incontro si evince come non si sia in realtà parlato soltanto malgrado le smargiassate statunitensi (“terremo i nord coreani coi piedi sulle braci della questione nucleare[60]” senza lasciarli cambiar d’argomento, avevano strombettato al solito imprudentemente al dipartimento di Stato anche se una vecchia volpe diplomatica come Glynn Davies si era ben guardato dal far sue espressioni di quello stampo.

E’ vero che ogni tanto dalla fanghiglia del senso comune più vieto e più ovvio dominante in America emerge prepotente e convincente una voce diversa che rifiuta a livello dell’informazione di élite la lettura comune e omologata delle cose in ottica solo statunitense pentagonese e del business  e che tenta di leggere ed aiuta a leggere spassionatamente e obiettivamente fatti ed eventi. E’ la voce di una controcultura che ha sempre salvato la faccia all’America anche quando affogava nella melma delle menzogne di Stato e delle guerre fatte per i più bassi motivi mascherati invano da difesa dell’uomo e dei popoli (pensate al Vietnam, pensate all’Iraq, pensate adesso all’ossessione per Chávez e il Venezuela.

C’è anche una voce sensata, dicevamo ogni tanto – tra i grandi analisti, accademici e giornalisti, osservatori che, pure, si ritengono – e sono – assolutamente in linea con la media raziocinante e meno ottusamente sciovinista che ammorba e domina ormai la massa dei media e il senso comune degli americani. Dominante anche e soprattutto ai vertici politici che dagli altri paesi e governi  esprimendo culture e visioni di vita diverse di volta in volta è il caso dell’uno o dell’altro popolo e paese del mondo riottoso a adeguarsi: oggi il Venezuela, la Corea del Nord, l’Afganistan; ieri l’Iraq e l’Est europeo e il Vietnam e tutta l’Indocina, colpevoli tutti di resistere a modo loro al punto di vista statunitense: noi siamo noi e voi, per questo, dovete stare a quel che vi diciamo di fare, altrimenti…

Scrive adesso sul NYT[61]– che pur essendo il megafono e lo strumento principale e precipuo che pubblicizza, volgarizza e diffonde quel senso comune aberrante e dominante, carico di menzogne che vengono fatte suonare come verità perché a dirle al mondo è il presidente e perciò godono fino a prova contraria che poi arriva sempre ma solo anni e anni dopo del pregiudizio favorevole – ogni tanto lascia spazio all’eccezione che continua a farne il grande giornale che è.

Ora qui, sulla Corea del Nord fa osservare uno di questi analisti che dire illuminati è dir poco nel buio totale col quale ne tratta l’America, scrive: “Ma dategli una possibilità a quel ragazzo [parla del giovane Kim Il-eun che, neanche trentenne, è arrivato – per volontà degli dei, certo, ma oggi è arrivato – al vertice della Corea del Nord, e che adesso ha passato il suo primo test importante tenendo fermi i suoi militari e non facendo mossa alcuna contro i marines e le batterie d’artiglieria del Sud Corea che sparavano  obici veri e non proiettili da esercitazione a due miglia di distanza sì e no dalla sua linea costiera].

   Provate a rovesciare l’assunto e a riflettere un po’. Se la marina nord-coreana cominciasse a sparare proiettili da tonnellate esplosive ciascuno appena fuori dei porti sud-coreani di Inchon e Busan, Seul sfoggerebbe la stessa pazienza e il sangue freddo che ha mostrato adesso Mr. Kim? Se le fregate di Raúl Castro conducessero le loro esercitazioni a fuoco al largo di Miami o di Charleston, gli Stati Uniti d’America terrebbero le loro pistole nel fodero?...

   E, allora – se per  una volta si rinunciasse al presupposto che per me è un diritto quello che per te è invece un sopruso solo perché io sono io e tu no, la sindrome di Albertone, chiamiamola pure, perché una volta tanto non fare il tifo per questo Kim, perché dare per scontato che sia una copia del padre, perché non provare neanche a discuterci”. Ma non a parlargli col ditino ammonitore alzato, a parlarci davvero…

●E sembra dopo una settimana di colloqui a Pechino che qualcosa, stavolta, si muova[62], anche se i comunicati ufficiali delle parti attestano di evidenti caveat e di esplicite riserve mentali. Il Nord Corea accetta di interrompere i processi che sta conducendo di arricchimento del proprio uranio, si impegna a non testare più missili a lunga e media gittata e anche a non riprendere “per il momento” i suoi test nucleari in cambio dell’impegno a consegnare aiuti a Pyongyang da parte americana e finché, dice l’agenzia ufficiale di Pyongyang i negoziati procedono fruttuosamente su tutti i punti in discussione”. Da parte americana si parla solo di offerte di aiuti alimentari. “Offerte”, dice, come se si trattasse di una graziosa, e gratuita, concessione di Washington…

Moody’s, adesso, torna maniacalmente a giocare al suo gioco preferito, qualche volta seguendo altre anticipando le mosse alla fine sempre unanimi delle agenzie di valutazione consorelle anglo-sassoni, un’altra americana come è essa, la S&P’s, un’altra britannica, la Fitch— e, del resto, perché non dovrebbe visto che i governi glielo lasciano fare impunemente? e visto che fior di banche e i mercati, fanno sempre credito alle loro valutazioni malgrado le prove provate della loro dabbenaggine o, peggio, corruzione (vedi la tripla A del rating dato all’unanimità a Lehman Brothers non un anno, non un mese ma solo il giorno prima che fallisse e chiudesse a Wall Street nel 2008 e vedi le strapagate due diligences fatte a migliaia di hedge funds anch’essi valutati per i gonzi risparmiatori che su quella base li compravano come AAA e poi rivelatisi carta straccia)?

Adesso, così, Moody’s taglia ancora una volta il rating[63] a Italia, Spagna e Portogallo e appioppa un outlook, un previsione cioè negativa a Austria, Francia e Gran Bretagna: una specie di ammonimento che stanno lì lì per perdere anche loro la tripla A, pure il Regno Unito che pure nell’eurozona non è ma che, dice Moody’s, risente delle pressione negativa della sua crisi sulla propria economia – che è, del resto, sotto per quasi tutti i fondamerntali un disastro (crescita, inflazione, disoccupazione, produzione, bilancia dei conti correnti in rosso…) e deve fare i conti con la riduzione del suo pesantissimo debito estero (pubblico e privato)… Alla Grecia, invece ci pensa S&P’s, la seconda testa della trimurti del rating ad assestare quella che potrebbe anche essere forse la botta finale.

Non c’è quindi da meravigliarsi granché che il dibattito al parlamento europeo sul lavoro e il ruolo delle agenzie di credito si sia chiuso con una proposta (formalmente la bozza di un rapporto) piuttosto radicale di conferire all’Unione il potere di bandire i ratings delle agenzie se i singoli governi sovrani li rifiutano. Piuttosto radicale perché sfida un grande ed effettivo potere di quelle agenzie del e sul mercato. Ma, allo stesso tempo, il parlamento dice soltanto l’ovvio: perché si tratta di un potere che ogni Stato ha già per conto suo e cui verrebbe, così, però data una patina di copertura europea. E il PE ha anche raccomandato alla Commissione di dar vita essa stessa, in alternativa, a “una vera e propria autonoma e indipendente agenzia europea di valutazione del rating[64]”.  

un giorno prima che fallisse e chiudesse in America e le triple A a cumuli di

 

 

 

EUROPA

●La BCE non tocca il livello del tasso di sconto, adesso, a inizio febbraio lasciandolo all’1% cui resta da mesi, da quando per due volte consecutive – appena passata sotto la presidenza di Draghi – lo abbassò di un quarto di punto per volta. Adesso, come dichiara alla stampa un componente del Direttivo a latere della seduta, “abbiamo preferito restare a  verificare se i segnali di un qualche miglioramento in arrivo significano davvero che l’economia dell’eurozona è riuscita a mettersi il peggio alle spalle”— ma sono indici di miglioramento che sembrano riuscire a percepire soltanto lì e neanche tutti, poi…

Un po’ più cauto, anche il presidente Draghi parla, più realisticamente di qualche “segnale interlocutorio di una stabilizzazione dell’attività economica a cavallo del nuovo anno anche se a livelli bassi[65]”. Di fatto, con tutti i guai che ha l’America, essa anche se resta ben dietro sull’occupazione ha almeno recuperato sul PIL a livelli tornati a quelli di prima della recessione, mentre qui non ci siamo ancora riusciti… Molti paesi hanno subito un declino a due cifre del PIL, sopra il 10%, la Spagna registra una disoccupazione del 23% e, fuori dell’euro, il Regno Unito è ormai in recessione da più tempo di quanto lo fosse stato negli anni ’30 del secolo scorso.

Più in generale, e lo attesta il 23 febbraio la Commissione[66], il PIL dell’eurozona si contrarrà quest’anno dello 0,3% nel complesso (solo a novembre scorso aveva parlato di una crescita media di almeno mezzo punto): più in particolare, dice ora che l’economia greca si ridurrà ancora del 4,4%, il Portogallo del 3,3, l’Italia dell’1,3%, la Spagna dell’1%, l’Olanda dello 0,9 e l’Ungheria dello 0,1%. Germania e Francia, invece, dovrebbero poter crescere rispettivamente dello 0,6 e dello 0,4%, con la Polonia che è prevista aumentare il suo PIL del 2,5%.

Anche fuori dell’eurozona la Commissione prevede in aumento dello 0,6% il PIL del Regno Unito – e qui è addirittura più  positiva dello stesso Tesoro britannico – mentre la previsione media di inflazione per tutta l’eurozona è a un 2,3%,  appena superiore, quindi senza porre alcun peculiare problema, al target prefissato al 2 e, comunque, non certo la preoccupazione principale che invece resta la crescita, per la zona tutta.   

Contemporaneamente, la Banca d’Inghilterra lascia allo 0,5% il tasso di sconto del Regno Unito ma annuncia anche che immetterà nuova liquidità sul mercato per 79 miliardi di sterline per, dice, mantenere l’obiettivo del 2% di inflazione annua (ma è pura illusione visto che nel 2011 la media dei prezzi al consumo qui è stata al 4,4%, più del doppio). In realtà la motivazione annunciata non convince nessuno e come nota, solo per citare una fonte[67] tra le tante che lo rilevano, in realtà questa iniezione di nuova liquidità è motivata dal tentativo di convincere le banche a tenere aperti i rubinetti del credito fornendogli sterline a bassissimo interesse in modo che poi esse le prestino alle imprese a un tasso più moderato di quello ormai usuale a tuta l’industria del credito per puntellare una ripresa di cui proprio neanche qui si vede alcun cenno.

●In realtà, è tale la preoccupazione per la bassa capacità di  crescita ormai evidente dappertutto in Europa che solo qualche giorno dopo la BCE decide di aprire a 800 banche del continente un credito a due anni  per 530 miliardi di € a un interesse dell’1[68], dopo il credito di oltre 400 miliardi già elargito qualche mese fa al sistema bancario privato. Dice Draghi, quasi apertamente stavolta, che quel che conta adesso, però, è veder trasformati questi fondi in credito all’economia reale: alle imprese che devono avere finanziamenti, alle famiglie e ai singoli clienti che hanno bisogno di pagarvisi i mutui della casa.

Ma neanche lui, neanche Draghi ha potuto, ha osato, obbligare le banche a farlo, condizionando ad esempio il versamento dei finanziamenti che hanno ricevuto all’1% a un trasferimento effettivo ai clienti, diciamo al 100%, al 200, o anche al 300% di quel valore  ma, appunto, effettivo... Ma non si può. Tra banchieri è brutto…

●Si sta sdipanando, come chi scrive scommetteva – da pessimista inveterato ma naturalmente azzeccandoci – il gomitolo del cilicio, della Fiskaldisziplin che, ritagliata sulla Weltanschaung delle virtù teutonico-luteran-prussiane esaltate e così ben descritte da Max Weber[69], la signora Merkel voleva imporre, sotto forma omogenea a tutti i paesi dell’Unione europea. Insomma l’Europa e l’eurozona in particolare restano marcate dall’insensata adesione fideistica alla dottrina economica responsabile del disastro: l’insistenza a tagliare la spesa pubblica anche a fronte di una disoccupazione assai alta.

• Prima era stata la Gran Bretagna, col suo no scontato a ogni prospettiva di più integrazione e maggiore sovrannazionalità per la UE— e, a prescindere del tutto dalla bontà o meno, assai dubbia secondo noi, dell’idea stessa del Fiscal Compact (da introdurre con una revisione rapidissima e forzosa al Trattato europeo). Che, comunque, poi Londra respinge non – come noi magari (chi qui viene scrivendo) – per ragioni del merito controverso che hanno ma per quelle sbagliate dell’euroscetticismo suo radicale… Loro vogliono sempre – e solo – un mercato unico, insomma, non un’Unione vera.

• Poi, al vertice del 31 gennaio, anche la Repubblica ceca aveva aggiunto il suo no: non confermava il sì alla proposta di una più stringente disciplina fiscale che aveva pure annunciato il suo ministro degli Esteri nella sede formale dei capi di Stato e di governo.

• Finito il vertice, poi, prima l’Irlanda aveva pensato bene di avvertire col ministro per gli Affari europei, signora Lucinda Creighton, che per il suo paese sarà difficilissimo restare nell’eurozona se poi, alla fine, gli elettori – nel referendum che lascia capire senza dirlo chiaramente, alla fine sarà necessario – respingessero la proposta di Fiscal Compact europeo[70].

• Comunque, e di certo, avverte, non si esce da questa crisi con la revisione a un trattato… Infine, parla l’allievo più simpatetico nei confronti dell’euroscetticismo inglese, la Polonia per parte sua tradizionalmente – comunica il primo ministro socialdemocratico Donald Tusk al presidente del parlamento europeo, lui stesso un socialista tedesco, Martin Shulz – non accetta la forma proposta di disciplina forzata del bilancio. Punto[71]

Insomma, la proposta tedesca su una più dura disciplina dei bilanci, che se passasse potrebbe potrebbe… convincere Merkel a un minimo di impegno in più sulla ripresa delle economie dell’eurozona e della UE nel suo insieme non sembra proprio passarsela bene. Anche se poi, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non sarà mai sufficiente al bisogno neanche la disciplina con cilicio dei bilanci pretesa da Merkel: perché – ormai è chiarissimo – la soluzione sta invece alla fine solo nel dare alla BCE i poteri di stampare moneta e di agire, come le altre banche centrali, da prestatore di ultima istanza.

Lo può fare la banca che emette la sua moneta e con essa può, dunque, finanziarsi il debito. Questo è un punto che i mercati comprendono bene. I paesi dell’Unione europea che battono da sé la loro moneta (Svezia, Danimarca, Gran Bretagna) godono oggi di tassi di interesse sul debito più bassi di quelli che gravano con debiti analoghi e hanno come Banca centrale la BCE. Che da grande potenziale vantaggio, una moneta unica per un mercato unico, sta diventando un macigno al collo delle economie di tutta la zona.

In definitiva, come venne fatto osservare al presidente Lincoln nel 1861 – subito prima dello scoppio della guerra civile, dal col. Edmund Dick Taylor, suo ex collega senatore dello Stato dell’Illinois, “agente indiano” in quello Stato quando lo stesso Lincoln era solo uno spregiudicato avvocato della lobby delle ferrovie e anche l’unico concorrente politico che sia mai riuscito a batterlo in una qualsiasi competizione elettorale ma anche suo amico personale – l’unico modo che c’era per finanziarsi la guerra civile contro il Sud era di  “far passare al Congresso una legge che autorizzasse la stampa di biglietti a corso legale che poi chiamarono dollaro, dal vecchio tallero di Maria Teresa d’Austria, il green back [il retro del biglietto stampato in verde per distinguerlo da quelli di altri paesi]…con essi pagherai i tuoi soldati e la tua guerra e con loro così la vincerai”.

Spiegava Taylor a Lincoln[72] che il valore di una moneta non è mai quello che dice la carta o il conio ma quello che la gente che la maneggia, la compra, la vende, la scambia ha nella autorità che quel biglietto di banca lo emette. E, in effetti, traducendo il suo ragionamento in termini odierni, se la stessa moneta la emette le BCE uguale per tutti e se la governa, la controlla e agisce da prestatore di ultima istanza con tutti i poteri di controllo e di regolatore che sono quelli normali e pieni di una Banca centrale questo è il punto: è tutta e solo questione di fiducia alla fine nell’autorità monetaria centrale.

●Per i problemi del debito europeo, buone notizie – pare…, forse…, dicono… – dalla Cina dove Angela Merkel si è recata in visita ufficiale come capo del governo tedesco ma dove il premier Wen Jabao le ha comunicato, come capo fila di fatto di quella schifezza di governance che si è data e si sta dando l’Unione europea, che la Cina potrebbe anche dare “un maggiore contributo” al Fondo europeo di stabilita finanziaria perché, come dice, “la stabilità del sistema finanziario in genere e quella in particolare dell’euro così  come la crescita dell’economia sono fattori chiave dello stato del pianeta e interessano da vicino la Cina e non solo l’Europa[73]”.

E’, sembra, un cambio di atteggiamento perché finora la Cina aveva escluso di considerare la possibilità di erogare aiuti diretti al Fondo, anche quando a novembre era andato a chiederglielo – quasi col cappello in mano e proprio Wen aveva cortesemente declinato – il capo del Fondo stesso, Klaus Regling[74]. Forse la Cina era finora convinta, o speranzosa almeno, che gli effetti sul suo commercio estero della crisi europea sarebbero stati rapidamente ridotti e adesso ha scoperto, frose,  che così non è stato. Ma non è affatto sicuro che la Cina, alla fine, poi decida un intervento diretto e realmente congruo.

●Il Belgio, col nuovo governo di coalizione presieduto dopo più di un anno di sede vacante dal socialista Elio Di Rupo, è il primo paese dell’eurozona ad entrare in recessione (due trimestri di riduzione del PIL: -0,2% nel quarto del 2011 e già -0,1 nel precedente)[75].

●In Finlandia vince col 62% dei voti il ballottaggio alle presidenziali del 5 febbraio l’ex ministro delle Finanze, Sauli Niinistö, del partito di centro-destra della Coalizione nazionale, che nel primo turno aveva preso già il doppio dei voti del suo oppositore, Pekka Haavisto, del partito dei Verdi.

La vittoria di Niinistö rappresenta una chiara svolta a destra: questo è il primo presidente non di sinistra o almeno di centro-sinistra da trent’anni a questa parte in questo paese. I due candidati che andavano al ballottaggio erano insieme molto diversi e anche molto vicini, politicamente, a modo loro.

Entrambi, molto diversi (Niinistö è noto nel suo paese come conservatore di ferro, uomo fortunato – sopravvissuto col figlio maggiore allo tsunami dell’oceano Indiano del 2004 – e, notoriamente, padre di famiglia tradizionale; Haavisto è notoriamente gay e assai popolare – malgrado ciò? o perciò? – ma anche perché è andato a parlare di pace senza scorte particolari, alla Sant’Egidio per capirci, ma coi ribelli islamisti somali più estremisti e da loro è stato ascoltato… Hanno programmi non poco diversi, ma restano entrambi convinti fautori dell’euro. Accomunati dall’aver sonoramente battuto al primo turno il vero e proprio eurofobo candidato, degli anarchicheggianti e razzisti cosiddetti “Veri Finlandesi”, Timo Soini.

Ma entrambi, al tempo stesso e dichiaratamente, sono fautori di una solida politica di welfare. E’ il legato che i social-democratici pesantemente sconfitti (nel primo turno il loro candidato, ex primo ministro per otto anni a cavallo del 2000, Paavo Lipponen, ha preso solo un umiliante 7% dei voti) hanno lasciato al paese dopo decenni di governo. Che rinnega loro ma non proprio il loro retaggio politico. Forse il risultato di oggi – e dentro questa crisi – è il risultato – qui – non del fallimento ma proprio del grande successo della socialdemocrazia finnica, più in generale scandinava.

In fondo è così. La Finlandia è una di quelle storie nordiche di successo che accompagna a un’economia solida una società relativamente equa. Negli ultimi due o tre anni il paese si è sistemato in cima alla lista di quelli che si sono dati uno dei sistemi di istruzione migliori del mondo,un’uguaglianza a livelli record in termini di genere, uomini e donne, e anche di reddito pro-capite, in termini generali di “qualità della vita”, compresa la percezione di vivere in un paese bene amministrato, come si dice, e a basso livello di corruzione.

Nel 2010 la Finlandia venne scelta dalla rivista americana Newswek come “il paese migliore del mondo[76]”. Classifica discutibilissima (per esempio: la Finlandia ha un clima che, per il livello di gelo è uno dei peggiori del mondo: però, anche qui la percezione è soggettiva…), evidentemente, che prendeva in esame però una larga gamma di parametri e che , comunque, è significativa.

Sono acquisizioni, conquiste, che i finlandesi tutti accreditano, giustamente, ai social-democratici e, infatti, sono talmente parte integrante del sentire ormai nazionale che nessuno, neanche tra i partiti più conservatori, di destra economica, pensa di potere o di dover smantellare il sistema di istruzione pubblica, di pubblica sanità, di servizi pubblici a largo spettro, di pubblica assistenza. Pagati, ovviamente da un livello altissimo di tassazione sui redditi individuali e alto, ma meno, sulle imprese che creano lavoro e ricchezza[77].

● Tassazione 2008 sulle imprese in % del PIL: paesi dell’OCSE (grafico)

 

Fonte: Statistiche sulle entrate fiscali dei paesi OCSE, 2010 (Nota14)

 

Insomma, parlando della crisi della sinistra social-democratica bisogna qui considerare che quello che ha fatto qui non osano rimetterlo in questione neanche i più reazionari: qui le riforme strutturali le hanno fatte da tempo, sono ormai retaggio comune e irrinunciabile e sono, poi, riforme reali – non controriforme – strutturali come quelle che si sono fatte passare e si stanno facendo passare con quell’etichetta nel resto del mondo.

Insomma, qui per fare le riforme della sinistra forse non c’è più davvero bisogno e il problema dei social-democratici è che sono un partito dal grande passato ma dal futuro incerto perché non riesce a concentrare più su di sé le speranze dei giovani: un’alternativa credibile, ormai, anche a se stessa.. Qui è la destra che si propone come un gestore migliore di politiche sociali che sono già state avviate e sono in funzione. Al posto di chi le ha gestite finora, bene ma senza prospettive nuove né credibilmente relative.

●Annuncia ora, a inizio febbraio, Luis de Guindos, ministro dell’Economia del nuovo governo di centro-destra di Spagna che ha vinto le elezioni due mesi fa che, a fronte di un tasso di disoccupazione che su base nazionale è arrivato ormai al 23%, quest’anno l’economia si contrarrà più del pronosticato[78], dell’1,5%, e adesso, a fine del primo trimestre, già dello 0,3%. Questo alla faccia dei sacrifici, dell’abbattimento di spesa pubblica e di riduzione dei redditi dei cittadini anche qui con una stretta di cinghia immediata e efficace già col governo dei socialisti col peso maggiore sui ceti popolari e più deboli. Il Fondo monetario, per parte sua, si è appena mostrato un  po’ più pessimista, prevedendo un calo del PIL nel 2012 dell’1,8%.

E dopo le nuove previsioni della stessa UE su un deficit/PIL sempre in grande, e anzi nel resto dell’anno crescente, difficoltà per la prevista ulteriore contrazione dell’economia il ministro delle Finanze Luis de Guindos e il premier Mariano Rajoy hanno preannunciato[79] che a fine mese presenteranno all’Unione la richiesta di potersi accontentare a fine anno di un target del 5 invece che del 4,4% prima concordato e accettato... Perché ipotizzano adesso, ufficialmente come governo, che il rapporto deficit/PIL di quest’anno non sarà poi al 6% come indicato dalla precedenti stime formali ma sarà almeno dell’8%.

La risposta che arriva da Bruxelles, dal Commissario europeo Rehn il giorno dopo  è per lo meno strana: prima che possiamo prendere in considerazione la richiesta di riduzione del target 2012 di deficit/PIL, la Spagna dovrebbe rendere note le condizioni dei suoi conti pubblici. Quelli completi del 2011 col relativo livello effettivo di deficit  e la precisazione delle misure di correzione previste nel 2012. Poi se ne potrà – forse – riparlare[80]…    

Su origini, cause e natura della crisi europea girano almeno due leggende che non bisogna stancarsi di smontare[81] e una spiegazione che, invece, è una legenda: con una sola “g”, cioè – proprio alla lettera – una cosa da leggere e da valorizzare  e da ponderare molto più di quanto sia stato fatto finora. In tutti e tre i casi illustrati, si tratta di dati relativi all’eurozona, meno Malta e Cipro. E in tutti e tre i casi illustrati abbiamo evidenziato in rosso| nei grafici relativi, i risultati dei cosiddetti PIGS, i cinque paesi  (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia) maggiormente squilibrati nei loro conti rispetto ai dettami della UE e indicato con barre in blu|, invece, per tutti gli altri.

E si riferiscono, nell’ordine, per il rapporto PIL/spesa pubblica per il welfare ai dati OCSE del 2007[82], subito prima della crisi; per i dati sugli squilibri fiscali, cioè di bilancio, nei vari paesi, il Database FMI/World Economic Outlook[83]; e per i dati che, invece, forse spiegano al meglio tutto – il quadro reale – quelli relativi alle bilance di conto corrente, ai loro squilibri, cioè alla differenza fra afflusso e deflusso di capitali, citiamo i dati anzi li rappresentiamo nell’ultimo grafico sempre servendoci del lavoro di Krugman da quest’ultimo Database (v. sempre Nota76).

La prima leggenda in questione – con due “g”: proprio una favola, dunque – è quella cara ai conservatori puri e duri di tutto il mondo, diciamo all’americana, le vedove della scuola di Chicago o se è per questo anche, qui, della Bocconi (non tutti ma quasi), i nostalgici per quanto screditati sempre enormemente influenti e dominanti del monetarismo e del taglio alla spesa pubblica.

E’ tutta e solo questione di un eccesso di spesa sociale, dicono questi signori, di un welfare troppo “generoso”, come amano dire, perché se lo possano permettere i bilanci pubblici. Vediamo allora, con comparazioni tratte direttamente e solo dai dati che su ogni tema discusso sono più accertati e affidabili.   

La prima leggenda: ovvero,è colpa dell’eccessiva spesa sociale… che però eccessiva non era

% del PIL e per paese

Fonte: OCSE Factbook

 

Però, a guardare con un po’ d’attenzione questo grafico e i dati che illustra sembra subito strano, d’acchito, che di tutti i PIGS solo l’Italia sia l’unico a entrare tra i primi paesi quanto a generosità del suo stato sociale, alla pari con la virtuosa Finlandia, anche leggermente al di sotto della puritana, weberiana, Germania e dietro di ben tre punti di PIL, ad esempio, rispetto alla generosità della Francia; e tutti gli altri sciaguratissimi PIGS siano, dati alla mano, e per dire molto meno generosi di quanto millanti la leggenda dei puri e dei duri…

La seconda leggenda – sempre fasulla, sempre da demolire è quella costruita, soprattutto anche se non solo, dal buon senso comune tedesco: non sui dati, però, ma anche qui, come vediamo, sui pregiudizi:  uanro a h’generositò del loos stato socdiale… e che la vuìirtuosa, putroatan Germ,nia

La seconda leggenda: ovvero, è colpa della “mancanza di disciplina fiscale”

 % del deficit/PIL per paese tra 1999 (data di creazione dell’euro) e 2007

Fonte:  FMI, WEO Database

 

Come si vede c’è la Grecia e c’è l’Italia che in quei primi anni hanno tenuto deficit eccessivi , anche se poi non diversamente – almeno non tanto – da  Germania e Francia.Ma degli altri PIGS principali, il Portogallo non si segnalava per eccessivo squilibrio e Spagna e Irlanda erano addirittura modelli di virtù fiscale.

 

Infine resta da considerare il dato della bilancia dei pagamenti, l’equilibrio o lo squilibrio dei conti correnti. Cioè, poi, il risultato dell’arrivo di capitali in, e dell’uscita da, ogni paese. Qui le cose vanno decisamente meglio, considerato poi che il PIL dell’Estonia, paese entrato solo molto di recente nell’euro, ha subito un crollo dl 18% tra il 2007 e il 2009.

La lezione che forse vale la pena di considerare: la colpa è di come hanno creato una moneta monca

Bilancia media dei conti correnti (1999-2007. cioè gli anni dell’euro)

Fonte:  FMI, WEO Database

Quello che da queste indicazioni, salta subito agli occhi è una questione dunque proprio di bilancia dei pagamenti in cui il capitale ha inondato il Sud dell’Europa muovendosi dopo la creazione dell’euro dal Nord. Lo scambio non è sempre stato perfetto: proprio l’Italia ha aumentato in modo relativamente significativo il tasso di inflazione senza dover sopportare anche un vasto deficit commerciale. Ma questo spostamento – deficit commerciali più vasti per assorbire l’export maggiore dal Nord insieme a una più vasta importazione dei capitali – è, in sostanza la combinazione che ha portato sul serio alla crisi in Europa.

La chiave di lettura di tutta questa faccenda e che le due false diagnosi, le due leggende combinate numero uno e numero due hanno portato a ricette incapaci di affrontare il vero problema. Si può voler ridurre ai minimi termini lo stato sociale – e la destra lo vuole ridotto ai minimassimi  termini – ma il vero problema è nella competitività o nella mancanza di competitività dell’export dell’uno o dell’altro paese.

O si può disegnare e poi anche applicare un’imbracatura di austerità di bilancio senza margini di tolleranza ma uno strumento come questo migliorerà i conti con l’estero solo buttando ancora più giù l’economia e così riducendo la domanda di import provocando forse – forse – anche una svalutazione interna causata dal’alta disoccupazione.

[Ora se uno come il premier Papademos in Grecia o Passos Coelho in Portogallo o, anche, in Irlanda, il Taoiseach, Enda Kenny, che gestiscono quelle che, senza offesa alcuna, nell’euro sono economie periferiche si trovano di fronte a una richiesta di austerità imposta dalla troika (BCE, UE, FMI) non hanno scelta se non quella di sottostare e imporla alla loro gente rischiando magari anche la guerra civile – per dire le cose col loro nome – o l’altra di buttarsi sulla cosiddetta opzione nucleare dell’uscita dall’euro, incrociando le dita perché di quel che succede in quel caso soprattutto a loro si sa poi pochissimo.]

Ma altra cosa sarebbe l’opzione nucleare se la dovessero mai esercitare i due grandi PIGS, Spagna e Italia: lo sanno bene e per primi tutti i non-PIGS (Germania e Francia) ma noi speriamo anche che proprio l’Italia del “tecnico” Monti, che ormai probabilmente è in grado di farcene uscire, acquisisca coscienza non solo della sua grande responsabilità rispetto all’Unione ma anche che la sua opzione nucleare sarebbe, se usata con abilità ed accortezza, uno strumento di potenziale e grande ricatto per spingere/obbligare l’Unione a puntare sul “la necessità delle reflazione non solo per i PIGS, ormai, ma per tirare fuori tutta l’Europa – tutta! – dalla crisi in cui ormai è affondata”.

Perché in sostanza ormai siamo proprio al dunque. Ormai a chiunque studi un po’ la questione senza paraocchi ideologici è evidente che l’essenza della verità è per lo più monetaria. Introducendo una valuta comune a molti paesi  senza affiancarla dagli istituti capaci di farla funzionare sul serio al servizio di quella che avrebbe dovuto essere, appunto per funzionare, un’economia più integrata, la Comunità europea è riuscita a crearsi contro venti e maree e pessimismi di stampo ideologico una moneta unica. Ma lo ha fatto reinventando tutti i difetti di quello che era stato il gold standard, il vecchio tallone aureo di riferimento: tutti i guasti che avevano giocato, provocato e perpetuato l Grande Depressione degli anni ’30.

In modo specifico, la stessa creazione dell’euro alimentò un falso senso di sicurezza fra molti investitori privati, grandi e piccoli, e fra le banche che ne gestivano i patrimoni scatenando afflussi insostenibili di ingenti capitali esteri in tutti i paesi alla periferia dell’Europa dal Mediterraneo ai mar Baltico: ora, facendo essi parte dell’eurozona e considerandoli dunque al sicuro, chi voleva far fruttare molto i suoi soldi premeva perché accettassero subito i loro quattrini. La conseguenza immediata di questo afflusso fu anche un’ondata di inflazione dei costi e dei prezzi, la riduzione della competitività dell’industria e del manifatturiero e paesi che, fino al 1999, avevano registrato grosso modo attivi commerciali cominciarono a  sviluppare larghi deficit.

Se ciascun paese avesse ancora avuto la propria moneta, avrebbe potuto far fronte al fenomeno come al solito, svalutandola. Ma ormai c’era la moneta comune è così, nessun paese ha potuto evitare una disoccupazione di massa e una lenta tormentata deflazione. La realtà, dunque, è che tutte le grandi crisi del debito dei PIGS sono state prima di tutto proprio una specie di sottoprodotto di questi passaggi, infelici ma non imprevedibili dai grandi esperti, forse più dai grandi tecnici che dai grandi politici certo, alla creazione dell’euro.

Che in sé resta profetica e, se adesso ne completano la struttura portante anche economica e anche politica non solo monetaria, resta una grande idea di progresso e di consolidamento della pax europea ma che allora, dieci anni fa, i  paesi periferici dell’euro in specie (Italia, Spagna, Grecia)  gestirono irresponsabilmente coi piedi dal punto di vista del loro futuro e tutti, ma specie i più grandi e i più solidi (Germania, Francia), gestirono malissimamente dal punto di vista del futuro di tutti e di tutta l’Unione. Perché un’economia depressa – e in particolare quanto lo è di più tanto più – comporta di per sé i deficit di bilancio e la deflazione ingrandisce il peso del debito.

●A inizio mese Ucraina e Russia hanno aperto un negoziato sulla possibilità e le condizioni, politiche ed economiche, per la dislocazione della Flotta navale russa nei porti ucraini del mar Nero[84]. Lo spiega alla stampa il direttore dell’informazione del ministero degli Esteri di Kiev, Oleh Voloshyn.

La Commissione, negando valore all’accusa del governo ungherese che l’accusava di discriminarlo bollandone come inique e non rispettose dello Stato di diritto e delle regole europee le nuove leggi e il nuovo assetto costituzionale, ha proposto di bloccare l’esborso di ben 495 milioni € che avrebbe dovuto aver effetto tra un anno. Formalmente il peccato mortale di cui è accusato il governo di Budapest – di democrazia, di diritto e quant’altro in realtà non gliene frega niente a nessuno se non forse, agli ungheresi e neanche a tutti poi – l’unica accusa attraverso la quale l’UE può effettivamente colpirlo dove fa male, nel borsellino, per influenzarne i comportamenti è quello di accusarlo di avere ripetutamente ignorato gli ammonimenti a mettere mano alla riduzione del deficit di bilancio eccessivo[85].

●Il primo ministro Vladimir Putin, candidato e probabile vincitore tra un mese alle elezioni per il Cremlino – secondo tutti i sondaggi e anche secondo un’opposizione demoralizzata sul probabile risultato anche se non più ormai rinunciataria quasi a priori almeno in una campagna elettorale sempre più dura – ha dichiarato adesso[86] che si fa indispensabile la diversificazione di un’economia che riconosce essere troppo dipendente dallo sfruttamento di risorse naturali verso lo sviluppo e l’utilizzo dell’high-tech.

Ma insiste – proprio a torto, vista la crisi che sta devastando ogni economia di libero e cioè ormai selvaggio mercato deregolato? – sul fatto che il cambiamento andrà sempre “guidato e regolato” dall’impresa di Stato. Un po’ alla sovietica insomma, o almeno alle “partecipazioni statali” d’antan… Ma – d’altra parte – chi può oggi, alla luce di quanto detto sopra, sostenere che sia proprio una scelta sbagliata?

●Altro paese che sembra affidarsi anch’esso, un po’ disperatamente, a un governo “tecnico” è la Romania, dove però la scelta del presidente della Repubblica Traian Basescu che, dopo settimane di durissime manifestazioni contro l’austerità – ma che sorpresa, eh? – ha accettato le dimissioni del primo ministro Emil Boc, punta sul capo dei servizi di spionaggio esterni ed interni ed ex primo ministro Mihai-Razvan Ungureanu[87] che, adesso, avrà dieci giorni per formare un governo e cercare una voto di fiducia in parlamento: che non pareva niente affatto scontato ma arriva subito anche se tra molte proteste e parecchi mugugni.

Boc ha seguito così il fato di molti altri primi ministri europei forzatamente dimissionati, sia in paesi destinatari di pacchetti europei di salvataggio come Irlanda, Portogallo e Grecia, sia in altri paesi dell’euro sull’orlo di una brutta crisi. Ma anche  i governi di paesi fiscalmente molto più stabili – Finlandia, Slovacchia, Danimarca…

E, adesso, traballano sia Sarkozy in Francia, alla vigilia delle elezioni che, visto il fallimento di politica interna, fiscale,economica e anche sociale, cerca di rilanciarsi non in realtà sull’Europa dove cede sistematicamente il passo alla Merkel, quanto cavalcando velleitariamente avventure fuori confine – la Libia, adesso la Siria, l’Iran – che se mai poi vince lo vedono destinato a fare comunque la parte del comprimario ma che lui, ça va sans dire, definisce tra lo sghignazzo dell’universo mondo “umanitarie”…

Ma anche la signora Merkel, avrebbe oggi seri problemi se fosse obbligata ad anticipare le sue elezioni, visto come ha perso catastroficamente tutti gli ultimi voti delle regionali tedesche. E lo stesso Cameron, che pure sfugge al problema euro ma è in guai anche più seri quanto allo stato della sua economia reale (disoccupazione, inflazione, crescita zero, rosso dei conti correnti e degli scambi con l’estero. Tutto, insomma, eccetto la speculazione alla City che va a vele più gonfie di tutto il resto… il che, però, non vuol dire granché nel complesso…

Intanto Merkel e Sarkozy fanno, per conto della UE e del Fondo monetario, la voce grossa sul governo tecnico-politico di Papademos: se vuole vedersi versare la seconda rata del prestito comunitario e del FMI che le serve per onorare l’ondata di interessi sul debito in arrivo e evitare il default, non bastano più i tagli di spesa già fatti, non basta più il taglio degli interessi da far ingoiare “volontariamente o comunque” anche alle banche private creditrici, bisogna ancora – lo comunica adesso il ministro per la Riforma del Pubblico impiego Dimitris Reppas licenziare entro l’anno altri 15.000 impiegati pubblici (oltre ai 50.000 messi già fuori e in tre anni 150.000) e abbassare gli stipendi sia del pubblico che del privato. L’opposizione sindacale al diktat e a chi lo subisse (il governo annuncia di doverlo fare[88]) si manifesta, e si preannuncia, feroce.

All’Unione europea, infatti, dal punto di vista dei conti non interessa se sono le pensioni o gli F-35 a venire ridotti, se aumentare le accise sulla benzina o buttare finalmente a mare il fantasma del ponte sullo Stretto e magari la TAV, recuperando miliardi di allocazioni sprecate e sbagliate e largamente utilizzabili altrimenti a sostenere salari e occupazione e, magari, anche in loco a rafforzare le infrastrutture da sempre carenti della viabilità ordinaria a nord e a sud dello Stretto o del tunnel. Alla UE interessa solo l’obiettivo, l’entità di quello che, a nostro parere, tanto per chiarire, sbagliando, giudica il taglio necessario. Ma non è che poi ci tenga tanto a dettare – a dettarci, a noi europei un po’ tutti – il dove e il come tagliare.

Ma, subito prima della “salvezza” strappata proprio in zona Cesarini – impartendo un’altra dose di droghe come quelle da tempo impartite e che a niente sono servite se non a aumentare il debito greco (altri 130 miliardi di € a rate e con erogazione sotto controllo dei verificatori che li amministreranno sul luogo e col contagocce per pagare gli interessi sui prestiti, riduzioni dei rimborsi ali creditori privati del debito e parallele perdite dei titoli in possesso di istituzioni pubbliche, in cambio di nuovi tagli nella carne viva dei greci (come s’è puntigliosamente specificato: salari, pensioni, medicine e sanità).

Si comincia a verificare, intanto, un fenomeno strano: a Bruxelles cominciano a lanciare ballons d’essai, voci, rumori, uno dietro l’altro, per cominciare a evocare e anche nominare quel che finora sembrava l’innominabile. In fondo, sussurra prima il primo ministro olandese, Mark Rutte – che però sembra rendersi conto male dello stato reale dell’eurozona dove due o tre paesi sono più o meno fiscalmente in ordine, ma praticamente nessuno ha un’economia proprio solida, oggi, “siamo attualmente così forti nel resto dell’eurozona che possiamo anche gestire l’uscita della Grecia”.

E poi un Commissario, e poi un’altra, alla stampa aggiungono anche loro come, in fondo, potremmo pure lasciare che la Grecia vada in default, magari controllandolo e gestendolo un poco anche noi. Anche se, aggiungono, alla UE restiamo sempre convinti che il costo, oltre che per la Grecia anche per l’eurozona, di un’uscita di Atene dall’euro sarebbe più caro di quello dei tagli da farle sopportare.

Però, pare proprio che senza rischiare non tanto la rivolta che da tempo c’è già per le strade ma addirittura una vera e propria guerra civile della disperazione, quei tagli non sia proprio più in grado di trangugiarli, la Grecia, e bisognerà che qualcuno anche altrove in Europa cominci a fare i conti pure con questo fattore e non solo coi numeri da tenere sotto controllo.

A Bruxelles, in effetti, temono in molti che ad aprile le elezioni, di fatto ormai convocate e che alcuni proprio per questo vorrebbero veder sconvocate (è stato il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, come facendo finta di scherzare, ma arcignamente esprimendo come fa sempre quel che vorrebbe che contro la Merkel ha anche fatto il tifo dentro l’Unione cristiano democratica a sostenere che forse era preferibile lasciar andare la Grecia al default e a insistere col suo omologo greco, Venizelos, perché i greci lasciassero perdere le elezioni[89] scegliendosi, come ha fatto l’Italia una gran tecnocrate cui dare per qualche mese pieni poteri economici e      anche politici.

Ma qui non andrà così: anche se – il timore di tutti gli Schäuble è questo – che le elezioni sbaracchino stavolta sia i suoi colleghi di destra, responsabili primi del debito greco e dei trucchi che l’Europa guidata dalla Germania allora come oggi – avendo essa stessa la coscienza sporca – ingoiò, sia anche la sinistra-quasi-destra-ormai-anche di Papandreou. E che finiscano col premiare una sinsitra anti-austerità che respinge sia altri tagli che il servizio del debito, cominciano a  parlare di ricetta argentina o islandese respingendo il riconoscimento del debito se non a condizioni profondamente diverse e un’austerità che – è dimostrato, è sicuro – non possono che impoverire wìe affondare il paese. Ancora di più.

In effetti, poi alla scadenza posta – dal governo e da Bruxelles – l’accordo tra i partiti greci non era ancora stato trovato. Come del resto non erano arrivate le ratifiche all’intesa dei tre parlamenti che, come i loro governi, si sono dimostrati i più duri verso la Grecia. Poi, al solito, allo scadere della 25a ora, il giorno dopo, senza includere nel pacchetto da offrire al Moloch di Bruxelles € 230 milioni di ulteriori tagli alle pensioni ma rimpiazzandoli con altrettanti miliardi di sforbiciate al bilancio della Difesa, i partiti l’accordo lo trovano: a riprova tra l’altro che, qui come in Italia – che lo notino i tanti soloni nostrani quando dicono, come se si trattasse di una sentenza, che “così vuole l’Europa”, all’UE non importa niente della composizione e delle ripartizione di una riduzione di spesa o di un incremento di entrata. Latita ancora invece l’accordo definitivo di Germania, Finlandia e Olanda che alla fine di un’estenuante sessione di 14 ore dell’eurogruppo  si impegnano però a raccomandare il sì ai rispettivi parlamenti.

Poi, anche in ritardo, Merkel aveva appena finito di dire al Bundestag, per strappargli la spinosa complicato ratifica al secondo pacchetto di aiuti alla Grecia (quei 130 miliardi di € decisi insieme ma che trovano ancora come s’è visto forti resistenze proprio nei luoghi della ratifica formale, i parlamenti, che anche se con bastava quell’assenso a dare la garanzia che Atene non sarebbe fallita, sarebbe stato irresponsabile e masochistico per tutta l’Europa, Germania compresa, lasciarla cadere correndo il rischio, con essa, di far cadere l’euro senza neanche tentare—

—e proprio allora, in quegli esatti momenti, Standard & Poor’s col consueto tempismo facendo il lavoro suo da becchino sedicente tecnico ha invece declassato ancora di un gradino il debito greco, ormai scaricandolo in pratica sottoterra e dichiarandone il default “selettivo[90]”: il mancato rimborso di una parte dei titoli del debito, in pratica un fallimento mirato. S & P’s, infatti, al contrario di Moody’s e di Fitch nella gerarchizzazione di uno stato di default inserisce anche la sfumatura di S, di selective, quando è convinto che un debitore  pur avendo già deciso di non onorare più certi titoli o una certa classe di obbligazioni, continuerà a rispettarne emissioni o classi di denominazioni puntualmente. Almeno nella sua previsione.

Ma ormai è tale la confusione che alberga nei corridoi di Bruxelles e di Francoforte che martedì 28 settembre dalla BCE comunicano il “contrordine compagni” – si fa per dire, naturalmente – a nome delle varie leaderships coinvolte (Banca, Commissione, Consiglio e di tutti i singoli governi) la riunione “decisiva, cruciale”, già fissata per verso fine settimana viene, ancora una volta, rimandata dopo che una serie di nuovi problemi sull’euro sono insorti o si sono rivelati niente affatto risolti come era stato più o meno dato ad intendere:  “a testimonianza di quanto sia difficile conciliare le mercati finanziari tanto impazienti con tutti i processi democratici[91]”.

Adesso, l’Irlanda ha deciso che, anche se formalmente può approvare il testo proposto dalla UE per imporre a tutti i paesi membri dell’eurozona la disciplina fiscale concordata  invece ne sottoporrà la decisione al sì o no di un referendum che sarà consultivo ma che inevitabilmente sdivebnastrà obbligante per il parlamento e il governo.

In Germania, sempre martedì 28, dopo che in parlamento sembrava avviarsi a conclusione con l’appello di Merkel la corsa a ostacoli per ottenere la ratifica del Trattato di disciplina fiscale che il governo tedesco ha fermissimamente voluto, adesso la Corte costituzionale ha deciso che il testo, al contrario della corsia snella voluta dal governo – subito in aula e al voto – dovrà  passare per tutta la regolamentare trafila delle Commissioni inevitabilmente così subendo un altro ritardo…

Cominciano a tornare sotto i riflettori i famosi e famigerati credit default swaps, gli scambi di crediti tra una banca ad un’altra, esposizioni creditizie valutate praticamente al buio di cui nessuno conosce il valore reale. L’ultima volta che erano venuti alla ribalta questi strumenti finanziari, come li chiamano, di scambio era stato nel 2008 quando quelli posseduti sotto forma di titoli assicurativi  dall’American International Group, che S&P’s aveva stimato alla vigilia meritevoli tutti di un rating AAA e che, rivelatisi all’improvviso per la carta straccia che in sostanza poi erano portarono alla rovina l’assicuratore e sull’orlo del collasso il sistema finanziario globale.

Ma adesso col pacchetto di salvataggio da 130 miliardi di € in arrivo, la Grecia su questi strumenti sembra voler puntare per cercare di uscirne. Ma con una variante cruciale. Il taglio che è previsto dalla natura stessa di questi strumenti essere volontario, o almeno diciamo negoziato e concordato tra debitore e creditore, diventa ora involontario e forzato. Lo si può rifiutare, ovviamente, ma allora si perde subito ogni diritto ci si affida a un procedura giuridica di contestazione  internazionale che ha dato sempre finora (l’Argentina è l’ultimo caso) risultati disastrosi per i ceditori (che contro, dopotutto, si trovano sempre uno Stato sovrano).

Ora il governo di Atene ha deciso e il parlamento ha votato per legge proprio la cosiddetta clausola di azione collettiva per i titoli emessi in base alla sua legislazione. O ci state, o ve le prendete in saccoccia, cioè. Il ragionamento anche abbastanza esplicito, presentato e fatto proprio dal parlamento, semplificando, in sostanza dice alle banche che quando voi banche private – francesi, tedesche ecc., ecc. – ci avete prestato i vostri soldi siete state sicuramente incaute, a causa dell’ingordigia che vi offrivano gli alti rendimenti. Prendetevela con chi li ha assicurati imprudentemente quei vostri crediti a un valore nominale gonfiato e assorbite adesso la percentuale di perdite sul loro valore di facciata  che uno Stato sovrano anche in cattive acque è comunque sempre in grado di imporvi[92].

Essa imporrebbe un taglio pesante ai rendimenti nominali e farebbe scattare il default involontario che, formalmente è attivato a quel punto dal’Associazione internazionale di scambio di crediti e derivati, un organismo bancario internazionale che così, ufficialmente e di fatto, ratifica la svalutazione.

Certo diventa più difficile in futuro per il paese che ricorre a questo stratagemma trovare altro credito. Ma intanto, il problema immediato che aveva, in buona misura si trova “risolto”. E poi, dipende: avendo deciso di fare questo, l’Argentina si è trovata tagliata fuori dal credito per alcuni anni ma adesso avendo rilanciata l’economia ritrova anche possibilità concrete di accesso al mercato finanziario internazionale come anche va facendo l’Islanda, mutatis tuti i necessari mutandis.

Forse non ci sono più alternative al default e dopo le elezioni ormai lo vedranno tutti. A stare a molti indicatori, la Grecia si sta avviticchiando come su se stessa, in qualcosa che nell’esperienza moderna di una società occidentale non sembra aver precedenti in tempo di pace. Dal 2009, un quarto delle imprese greche sono uscite dal mercato e metà delle PMI denunciano di non poter pagare conti e salari. E’ enormemente cresciuta al di là di quel che già era – gigantesca – l’area della produzione e del lavoro in nero (ufficialmente stimata al 25%, a fine 2011 in realtà più vicina al 35…). Per uscirne ci vuole uno shock. Ma indovinate voi quale sarà al prossimo dunque se un colpo ancora più duro alle condizioni di vita già tanto appesantite dei greci o, cambiando di paradigma e buttando all’aria l’assetto esistente, o una sforbiciata molto pesante alle rendite dei creditori...

L’economia in nero:dagli USA (quasi tutta deregolata) alla Grecia(25%, dato ufficiale)

      

     *  gli USA sono l’unico paese avanzato al mondo dove il licenziamento è sempre di fatto consentito (e accettato) ad nutum. cop o senza contratto

 Fonte: OCSE, 2011, Greece at a Glance La Grecia, a colpo d’occhio (cfr. http://www.oecd.org/dataoecd/6/39/44785912.pdf/).

 

Ma la situazione qui è allucinante. Il tasso di suicidi nella prima metà del 2011 è salito del 40%. E è risorta impetuosamente dalle ceneri pre-capitalistiche la vecchia economia del baratto che vede venditori e acquirenti costretti a far fronte così ai guasti cronici del sistema finanziario e bancario. Il 25 e più per cento della popolazione giovanile è disoccupato (da noi, però, per questo dato va ancora peggio, come ci ha appena informato – ricordiamolo – l’ISTAT[93]). A settembre scorso, racconta il NYT[94], un corso sponsorizzato dal governo sull’emigrazione in Australia, che un anno prima aveva visto iscriversi 42 giovani greci, s’è trovato sommerso da 12.000 frequentatori.

Ormai non sono più l’eccezione i greci che si trovano costretti a ricorrere alle cucine dei poveri, a dormire nei ricoveri, o in auto o per strada, a vivere nella depressione, a vedere le classi più popolari ridotte all’indigenza e quelle medie a trovarsi schiacciate da una povertà dilagante. E la scelta sembra davvero ridursi per tanti greci – non quelli che hanno tanto contribuito ad affossare il paese ma quelli che sono stati affondati – a scegliere fra sacrifici e sacrifici ancora peggiori, tra un’umiliazione e un’umiliazione anche peggio se il paese dovesse poi andare davvero in default e uscire dall’eurozona.

Oggi, qui, chiedendo al cittadino medio se preferirebbe veder andare in fallimento i conti del paese dichiarandone l’insolvenza o sottomettersi ad altri sacrifici che si annunciano poi senza alcuna prossima fine, due volte su tre risponde realisticamente, uno che la Grecia ormai è già in default, visto che i dipendenti pubblici non sono pagati da mesi, che agli ospedali da mesi non arrivano più forniture, che i cittadini tutti – e proporzionalmente i meno abbienti di più – sono stati letteralmente strizzati per permettere al paese di trovare così le risorse necessarie a pagare le banche e che la spremitura ancora non è bastata.

Spiega, in modo molto persuasivo, una signora che lavora al ministero della pubblica istruzione a un cronista che in queste condizioni è meglio farla finita adesso, subito: almeno sapremo di aver titolo solo a € 250 al mese e ricominceremo tutto da capo[95] ”.

In fondo anche Monti, che ormai in Europa sembra diventato la pietra di paragone dell’austerità responsabile, ha detto pubblicamente che una dose più dura di austerità per la Grecia non risolverebbe  alcuno dei problemi della sua necessaria ripresa o anche solo della sua sopravvivenza economica, aumentando invece la depressione della sua economia e non mettendo sicuramente in grado il paese di pagare più e meglio il suo debito.

Ormai – è la valutazione ufficiosa della Banca di Grecia – i risparmiatori hanno tolto circa un terzo dei risparmi che loro restavano dai conti correnti: molti preferiscono da qualche tempo tenerseli sotto il materasso, come si dice, tanto di interessi le banche non rendono niente ai depositanti e a molti greci sono – sembrano? – meno sicure della serratura di casa.

● Qui, se stringono ancora un po’ , si spezzano proprio… (vignetta)  

La UE, Merkel e Sarkozy: Temo proprio che sia ancora necessario che stringiate la cinghia

Papademos: ma forse è meglio se adesso glielo dite voi

Fonte: The Economist, 18.2.2012, KAL

Questo a livello della micro-economia dei greci e delle loro famiglie, delle piccolissime e piccole imprese. E, a livello macro-economico la situazione si va trasformando anche in peggio. I cinesi si sono in pratica comprati ad Atene tutto il porto del Pireo nell’ottica di farne un porto di transito dei loro prodotti per tutto il resto d’Europa. Il Qatar parla di investire più di $5 miliardi soprattutto nelle infrastrutture turistiche del paese che continuano a tirare molta domanda estera.

Secondo uno studio recente del’università del Pireo[96] molti tra gli europei relativamente più ricchi stanno cercando di trasformare una “Grecia ormai disperata in una specie di Florida d’Europa”, ma non più di proprietà greca, in particolare facendo delle isole e degli isolotti ellenici tante residenze estive o per pensionati ricchi del resto d’Europa. Sia che il paese riuscirà alla fine a pagarsi i debiti sia che no, cittadini facoltosi di ogni altro paese e imprese estere “capiscono oggi che il governo greco è impotente e in futuro si approprieranno di tutto il patrimonio fruttifero che c’è e che riusciranno a prendersi e si gestiranno da soli pezzi interi di questo paese”.

Da mesi la Grecia è l’epicentro di una crisi economica che minaccia le fondazioni stesse dell’Europa e ha il potenziale per portare onde di burrasca finanziaria e economica anche in America.

Forse l’ondata di nuova austerità tesa a soddisfare i creditori del paese e a consentirgli così nuovi influssi di credito – sia chiaro, di questo sempre si tratta: credito ad interessi, mai “aiuti”! – potrebbe anche riuscire a evitare un default involontario e obbligato – e un’altra dose di recessione a livello globale – ma renderà la vita ancor più difficile e miseranda per il cittadino medio di questo paese.

Taglio ancora del 20% in media al salario minimo, decine di migliaia di altri licenziamenti nel privato e nel pubblico, la riduzione di molte pensioni… e la garanzia, perciò, che continuerà una fortissima e sacrosanta protesta sociale di chi accusa con totale ragione chi ha causato il disastro – governi e finanza – di far pagare il conto della crisi agli altri: ai non  colpevoli.

E subito dopo l’annuncio dell’intesa col governo – ma non  ancora col parlamento di Atene – riprendono forza voci di garanzie da verificare giorno per giorno sull’effettiva sua esecutività: c’è chi dice che i fondi del salvataggio vano tenuti in un conto a parte bloccato, che bisogna installare permanentemente commissari della troika a Atene per sorvegliarne la gestione non lasciandola ai greci. E i greci, naturalmente, a questo nuovo affronto dicono e non possono dire che no…

E alla fine potrebbero forzare il governo e i governi europei – perché alla fine chi conta è la gente non una manica di politicanti e/o di tecnocrati mascherati da non politicanti, tutti dimostratisi inetti, come dicono gli americani con le ballots o con le bullets— con le urne o coi proiettili, cioè con la sommossa e la piazza – a lasciar perdere: non tanto al Grecia ma proprio il disegno scombiccherato di un euro al quale non vogliono riconoscere le funzioni di una moneta davvero sovrana e quindi il ruolo strumentale di grimaldello per arrivare a un’Unione vera, più forte, economica e anche politica. Perché ormai è chiaro anche ai ciechi (quelli con la “i”…) – anche se non ancora forse a cechi (quelli senza…), inglesi e tedeschi… – che quella disegnata sessant’anni fa dai fondatori e rilanciata intorno alla moneta unica e basta alla fine degli anni ’90 è un’incompiuta ma non quella di Schubert, quella pericolosa di Merkel.

Logico complemento di questa ponderazione che conclude come, alla fine, il costo dell’uscita della Grecia sarebbe più alto per tutti – proprio l’euro e l’eurozona forse e l’Unione stessa – che va aiutata più e meglio la Grecia a non uscire. Rinunciando all’esito sempre possibile che lo faccia per disperazione e per evitare l’incubo ormai pressante quanto e più delle minacce bruxellesi, francofortiane o berlinesi di una guerra sociale e, a questo punto, chi sa, anche forse di una vera e propria guerra civile. Non bisogna tanto farlo prospettandole un altro pacchetto d’aiuti a condizioni di strozzinaggio che, appunto, però conducono portano alla guerra sociale e civile e con essa, poi, certamente al default.

Ma garantendo che dietro l’euro tutto, e preso tutto insieme, dalla Finlandia alla Grecia coi suoi problemi, il primo dei quali a tutti comune anche se in misura non uguale per tutti è la flessione della crescita, la recessione, si è deciso, perché si è finalmente capito, che d’ora in poi ci sarà il   prestatore di ultima istanza, la BCE.

Insomma: l’analisi e la diagnosi e anche, almeno in parte, la ricetta per il male che colpisce tanta parte d’Europa, dappertutto e non solo in Grecia o in Italia, è tanto semplice che la coglie al volo – e in gran sintesi anche un editoriale del giornale liberal, non liberista, più autorevole di tutta l’America: e la citazione che vale però la pena di leggere, è in alcuni passaggi un po’ grezza, in altri neanche condivisibile, di certo un po’ lunga. Ma non parliamo di Krugman o di Stiglitz che i loro editoriali li firmano, parliamo proprio degli editorialisti che non firmano per nome e cognome proprio perché il loro parere è per tradizione, costume e statuto quello.

Dice testualmente il NYT[97] che in questa settimana si sta giocando una tragica “partita bloccata in stallo tra una Grecia ormai sull’orlo della bancarotta e i suoi partners europei dal comprendonio assai duro: che le servono però per poter pagare i suoi debiti. L’esito dell’incontro sembra, però, è tristemente scontato. La Grecia dovrà dare all’Europa tutto o quasi tutto quel che le chiede. Non può andare avanti, infatti, Atene senza i fondi europei anche se le condizioni che l’Europa le impone la strangolano. Cosa della quale ormai gi altri leaders europei dovrebbero essersi ben resi conto.

   La cancelliera Merkel, l’architetta principale della disastrosa gestione della crisi del debito dell’eurozona, può continuare a far finta che altre dodi di di austerità e taglio a bilanci pubblici già tanto in sofferenza finiranno col restaurare la salute finanziaria dei greci e degli altri paesi debitori che in Europa sono maggiormente nei guai.

   Si tratta delle vecchie fallimentari e catastrofiche ricette che per uscire dalla crisi aveva dettato l’economia con l’economia  classica degli anni immediatamente seguiti alla prima guerra mondiale e che nel 1930 avevs imposto all’America quel tragico buffone che fu il presidente conservatore americano Herbert Hoover, l’uomo che spalancò la strada alla Grande Recessione del ’29; seguìto a ruota, purtroppo, in Europa  come un pappagallo dall’ultimo cancelliere della Repubblica di Weimar, Heinrich Brüning, spazzato via con le sue prescrizioni di rigidissimo rigore dal nazismo di Hialmar Schacht e di Adolph Hitler.

   Oppure la cancelliera  potrebbe prendere atto che solo una combinazione di maggior respiro per uscire dalla crisi e di riforme per la crescita (un’apertura maggiore dei mercati del lavoro, la frantumazione dei monopoli di Stato e l’alleggerimento delle burocrazie pubbliche [liberalizzazioni a gogo in altre parole, costi socialmente quello che costi] può ottenere i risultati sperati. Mentre, tagliare salari, occupazione e spesa pubblica su tutti i fronti [e, come al solito, in specie i più deboli] come sta chiedendo ancora l’Europa, serve solo ad affondare di più nella recessione.

   La Grecia ha certo contribuito molto di suo a creare il  problema. Per anni il governo aveva falsificato i dati del deficit trasmessi all’Europa, mascherando così la massa del debito inevaso [e per anni, aggiungiamo noi, chi  a Bruxelles e a Francoforte doveva controllare quei conti non li ha controllati]. Poi, nel 2009, il nuovo governo [quello di Papandreou] ha denunciato il falso, accettando l’accordo per il salvataggio con l’Unione ma poi non riuscendo a a dar corpo alle riforme di apertura dei mercati interni. Le misure di austerità comunque però instaurate hanno contratto l’economia e, con essa, le entrate fiscali e grazie anche alle cavolate perpetrate dalla BCE nel fissare i tassi di interesse ha minato gli obiettivi di riduzione del deficit.

   Ora la frustrazione che questo andamento delle cose in Grecia sta provocando in Europa è comprensibile. E’  giusto [ma neanche qui provano a spiegarci perché, visto che quanto fatto finora, loro stessi lo dicono, è stato addirittura controproducente insistere sulle riforme di mercato che i partiti greci devono mettere in atto prima di consegnare ad Atene la prossima quota di 130 miliardi di € di cui la Grecia abbisogna entro marzo”.

Nella sostanza, anche secondo noi è vero. E’ l’unico modo di stroncare subito, e senza neanche dover concretamente mobilitare risorse ma soltanto minacciando di farlo, ogni speculazione… Come fa il dollaro, la sterlina, perfino – e con successo – lo yen giapponese: la valuta, cioè, del paese che, in proporzione e anche quasi ormai in assoluto ha il debito pubblico più alto del mondo. Ma su questo, si sa, a Berlino, a Francoforte, a Bruxelles ma anche, ancora, in tante altre capitali fanno proprio e solo orecchi da mercanti. Per smuoverli, questi, ci vorrà la catastrofe.

Il timore reale che assilla lor signori – a Atene, a Francoforte, a Berlino, a Bruxelles, a Washington – è questo: che, alla fine, il governo trovi l’accordo coi partiti della coalizione, con la BCE, con l’FMI, con le banche private creditrici. Ma che non riesca a trovarlo coi sindacati per averne l’assenso e che qui la gente si ribelli in massa davvero, buttando tutto all’aria: governo, banchieri, BCE e UE. Il fatto è che a nessuno si può chiedere di sacrificarsi per far andare meglio le cose, constatare che poi vanno peggio, chiedere ancora e sempre agli stessi di fare altri sacrifici, riconoscere che ancora peggio poi vanno e tornare a chiedere ancora una volta, sempre gli stessi e sempre ai medesimi poveracci, di stringere la cinghia per niente…

Merkel stessa sembra scossa: se salta la Grecia, le conseguenze saranno incontrollabili, corregge adesso certi suoi colleghi e cantori come il premier olandese e gli apparenti sondaggi che a Bruxelles stanno sottovalutando il problema, a commento delle ennesime manifestazioni di piazza violente ad Atene e delle dimissioni nel governo di coalizione che comincia a sfilacciarsi pericolosamente impossibilitato a far mantenere al paese gli impegni che ha annunciato di voler prendere perché tanto la gente s’è convinta che altri sacrifici non servono a niente…

In realtà se c’è il default greco, nel breve termine almeno, la Grecia – resuscitata la dracma – punterebbe tutto sul turismo a valuta svalutata e dunque a buon mercato e con enormi sacrifici ma anche un rilancio di orgoglio nazionale di portata insondabile, a seguire forse la strada argentina – comunque con un debito estero che resterebbe in euro e al 120% del PIL, e in una congiuntura al contrario di quella allora di Buenos Aires del 2001 di economia mondiale tutta o quasi in ristagno. E niente sempre o quasi poi da esportare di produzione propria.

Ma con l’eurozona, tutta e senza esenzioni per chi si vuol virtuoso vedrebbe le banche chiudere gli sportelli un po’ ovunque per il possibile assalto di chi vorrebbe portarsi a casa i suoi euro, specie naturalmente nei paesi che, nell’ordine Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia, ma poi la Francia e via via tutti gli altri si troverebbero a quel punto spinti in prima fila nella lista dei paesi esposti alla speculazione.

Intanto, subito ondata di proteste e scioperi a Atene e in tutto il paese contro le nuove misure di austerità chieste al governo per il paese da creditori esteri e sovraccaricate sui cittadini meno abbienti per poter accedere al secondo versamento sui 130 miliardi  con cui pagare cash gli interessi subito in scadenza sul debito evitando il default (adesso a marzo, subito, quasi 14,5 miliardi di €).

Mentre a Atene scoppia la rivolta di piazza di gente esasperata e impaurita e il parlamento approva le ultime misure richieste dalla cosiddetta troika, l’Eurogruppo decide di rinviare di qualche giorno l’approvazione del versamento[98] per verificare che gli impegni del parlamento, il Vulì ton Ellìnon— il Consiglio dei greci, le promesse si trasformino in tagli effettivi e aggiuntivi di spese. Per loro l’emergenza pare sia tutta qui…

E, mentre il presidente dell’Eurogruppo, dichiara che il 20 febbraio alla prossima sua seduta vwerrà approvato l’esborso se governo e parlamento greco convinceranno l’Unione che i patti saranno onorati – cioè che i tagli richiesti saranno fatti tutti e nei tempi decisi (ma qui il problema è che la destra, votando a favore, ha lasciato emergere la sua riserva mentale: intanto incassiamo la seconda rata del salvataggio poi, dopo le elezioni di aprile, vedremo…) – il ministro delle Finanze olandese, uno dei virtuosi, Jan Kees de Jager prevede[99] che la Grecia potrebbe anche, invece,  non ricevere il versamento del secondo salvataggio fino proprio a dopo le elezioni… e, poi, appunto, vedremo: forse potremmo considerare di pagarle i nuovi prestiti del salvataggio a piccole rate…

Da noi, almeno, più tasse ai dipendenti, più tagli ai servizi, più recessione e peggiori condizioni di vita e anche gli insulti insulsi di docenti insolenti cosiddetti tecnici – i bamboccioni, gli sfigati, quelli che vogliono stare vicino alla mamma., ecc., ecc – alla fine sono serviti ad abbattere significativamente lo spread, oltre che a liberarci del Cavaliere. Non sarà una grande conquista, conuista consolazione ma un po’ di consolazione è. Lì, in Grecia, niente è servito proprio a niente… E, adesso, la disoccupazione è arrivata, ufficialmente, al 21%.

●La presidente lituana Dalia Grybauskaite e il presidente polacco Bronislaw Komorowki hanno concordato di “contribuire personalmente” (che cavolo voglia dire non lo hanno spiegato) all’implementazione dei progetti congiunti sul flusso di gas naturale e di altri tipi di carburante nei due paesi. Hanno anche discusso poi della cooperazione in materia di sicurezza (non detto ma chiaramente sottinteso: nei confronti del grande e, per storia e  natura, opprimente vicino chiamato Russia).

Sul secondo punto dell’intesa, tanti auguri. Sul primo, una politica energetica più comune, il problema è sempre lo stesso: la dipendenza al 100% dei due paesi e degli altri della ex Unione Sovietica dalle forniture dei russi e la loro volontà di pagarle come riuscivano allora a fare assai sottocosto, mentre adesso la Russia vuole essere pagata al prezzo di mercato e certo il problema non lo risolve l’improbabile “contributo personale” dei due presidenti[100].

D’altra parte appena meno improbabile è la chimerica speranza, sempre confermatasi tale, che l’impegno dell’Unione europea e quello, sì, personale, del Commissario Öttinger, possano tradursi in soldi e finanziamenti e non vuoti auspici di una politica energetica comune come quella cui accennano, illusi,un mese sì e l’altro pure, i due presidenti di Lituania e Polonia.

La Grybauskaite offre anche al polacco l’opportunità di aderire al Centro lituano per la sicurezza energetica cui non a caso non hanno detto sì neanche Lettonia ed Estonia: un’altra iniziativa impotente visto che manca il contenuto cui dar “sicurezza”, cioè l’energia, e non si vede il modo di garantirsene l’approvvigionamento se non, vista la realtà geopolitica, comprandola dal vicino dell’Est. E Bronislaw Komorowki cortesemente e ragionevolmente declina l’invito anche lui, facendo semplicemente finta di non averlo sentito…

●Intanto, in un altro esempio di sragionevolezza provocatoria – a fronte di una dipendenza del 100% dall’approvvigionamento di gas e petrolio russo che ha altre mille più stabili e certo meno spinose possibili destinazioni, e di quello che in termini di grandezza e di peso economico-politico è realisticamente invece la Lettonia – una specie di pulce a fronte dell’orso russo – con un referendum nazionale —I lettoni respingono il russo come seconda lingua ufficiale[101] del paese, anche se la prima poi è di fatto utilizzata da tutti come lingua franca e quotidianamente dai 2/3 della popolazione. Votano per il no il 75% degli elettori in misura che corrisponde esattamente alla maggioranza di etnia lettone.

Dietro c’è il modo nel quale le due frazioni della popolazione vedono e vivono la propria storia recente. Da una parte, l’accettazione della lingua russa come lingua ufficiale, era vista come un modo di condizionare l’indipendenza restaurata solo vent’anni fa, dopo i decenni di governo forzatamente filosovietico seguiti al quadriennio del collaborazionismo lettone con i nazisti occupanti della seconda guerra mondiale; dall’altra, la popolazione russofona, 700.000 cittadini lettoni, vedeva in quel riconoscimento il modo per cominciare a superare la discriminazione civile e sociale che 1/3 dei 2,1 milioni di lettoni di etnia russa denuncia da vent’anni come una forma di revanscismo e di nostalgia di un passato che tutti i russi, anche quelli più pronti a riconoscere i peccati passati dell’URSS stalinista, considerano comunque inammissibile[102].

●Appena prima della visita a Belgrado di Guido Westerwelle, il ministro degli Esteri tedesco, che ha voluto annunciare nell’occasione l’appoggio del suo paese (appoggiato subito, ma non a caso solo dopo il suo annuncio da Austria, Francia e Italia) dopo quella già ufficializzata alla Croazia – anche alla candidatura della Serbia viene ora annunciato che con la mediazione europea è stato finalmente avviato a scioglimento il nodo che formalmente ancora blocca  gli ultimi ostacoli di ordine giuridico che intralciavano l’accoglimento della Serbia nell’Unione.

Ora sono state raggiunte intese di massima (il diavolo come sempre starà però nel definire e far accettare i dettagli a tutti gli interlocutori) sulla rappresentazione a livello internazionale del Kosovo[103] che nel 2008, con una decisione unilaterale ma sostenuta dalla “comunità internazionale” (cioè, in sostanza, e al solito, dagli Stati Uniti) diede vita alla sua secessione. A dicembre scorso il vertice UE aveva dichiarato di essere solo in attesa ormai del raggiungimento di questo accordo per procedere.

Ora, col nuovo accordo, la Serbia accetterà di vedere il Kosovo rappresentato nei consessi internazionali da esponenti kosovari che non si vedranno, però, identificati ufficialmente come Repubblica del Kosovo ma solo come Kosovo. Negli accordi c’è il riconoscimento pubblico e solenne della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU[104] che il 10.6.1999 all’unanimità e solennissimamente riconosceva l’integrità territoriale delle Serbia negando ogni velleità o aspirazione secessionista del Kosovo e insieme, contraddittoriamente, viene citato una decisione della Corte internazionale di giustizia che, a posteriori, ha più tardi riconosciuto la dichiarazione di indipendenza come “legale”—

— dichiarando esplicitamente che di una decisione politica si tratta, imposta dal volere della “comunità internazionale”, di per sé in base al diritto internazionale, dunque, non legittima anche se viene così dichiarata ormai valida: neanche la Corte può, infatti, cambiare i paradigmi fondamentali della legge che regola insieme a costumi e tradizioni il diritto delle genti. E lo proclamano per iscritto, nel testo stesso del parere consultivo, i quattro giudici dissenzienti dall’opinione di “legalità”. Opinione peraltro solo “consultiva[105]”.

Oggi il problema non è più quello – di fato risolto ormai in base allo stato delle cose dalla secessione del Kosovo imposta più che dalla comunità internazionale dai rapporti di forza internazionali prevalenti che, alla faccia di ogni diritto ed impegno internazionale, hanno ostreto anche la Serbia a ingoiare la secessione unilaterale del Kosovo dal suo territorio, quanto unro dalla volontà dei serbi che costituiscono la maggioranza della popolazione nel Nord del Kosovo di vivere sotto un governo kosovaro anche in casa propria.

Siamo alle solite, come osservava Abraham Lincoln, giustificando la guerra di secessione che faceva proprio per impedire ai 13 Stati dell’Unione che nel 1861 avevano reclamato il diritto, loro riconosciuto dalla Costituzione del 1776, alla secessione dagli USA (se l’Unione avesse perso la guerra fratricida, è certo che Lincoln non sarebbe certo stato ricordato come forse il più grande presidente americano, ma come il 16° presidente impeached, deposto e alla fine impiccato per aver tradito la Costituzione.

   Spiegando che “  argomentava che “se infatti  una minoranza piuttosto che sottomettersi si separa, crea un precedente che, a sua volta, la porterebbe a dividersi essa stessa conducendola alla rovina; giacché una minoranza al suo interno sarebbe allora giustificata dal precedente a separarsi quando l’altra parte della popolazione, che prima della secessione era minoranza, diventata dopo la separazione una maggioranza sul suo territorio, rifiutasse di sottoporsi al controllo della nuova maggioranza. Questo pretendono di avere il diritto a fare al presente alcuni pezzi di questa nostra Unione. E questo è nostro dovere negare loro. Per il bene di tutti[106].

●Gurbanguly Berdymukhamedov è stato rieletto a un secondo mandato di presidente del Turkmenistan. Aveva ben sette concorrenti, tutti del suo peraltro unico partito. E bisogna notare che contro tutti loro, è riuscito a ottenere solo il 97% dei voti[107].

STATI UNITI

●Allora. I nuovi dati del ministero del Lavoro su occupazione e disoccupazione sembrano straordinariamente positivi nel mese di gennaio. E, in parte, anche lo sono. Segnale ottimo per la campagna elettorale del presidente in carica specie contro gli avversari repubblicani ossessionati dalla preoccupazione di apparire sempre e solo attenti alle esigenze dei loro benefattori, la crème de la crème dell’ormai famigerato ma influentissimo 1% degli americani più ricchi.

Ma occorre distinguere in questo aggrovigliato cespuglio che è il mercato del lavoro americano, dove al dunque poi questi risultati sono assai meno significativi per chi lavora e cerca lavoro[108]: quello calcolato e quello che no, quello che è tenuto fuori delle statistiche per abbattere il numero della forza lavoro anche se poi effettivamente lavora (i militari, ad esempio: ben 1.468.000 persone (dati del 2008), nessuno di leva e tutti professionisti regolarmente “al soldo”, dunque per definizione lavoratori.

Come del resto, spesso lavorando forzatamente e sempre largamente sottopagata, esclusa però dalle statistiche della forza lavoro c’è tutta la popolazione carceraria di questo paese: ben 2.300.000 trattandosi di più galeotti in assoluto che in qualsiasi altro paese del mondo (Cina compresa, sì Cina compresa che ha tra 4 e 5 volte la popolazione degli USA): un paese che, con meno del 5% degli abitanti del mondo, tiene in galera da solo quasi 1/4 di tutti i prigionieri del mondo[109].

Detto, a premessa generale, tutto questo – e lasciando da parte, qui, come si conta o non si conta chi è disoccupato: vedi qui sotto, all’inizio del capitolo GERMANIA) – la stima ufficiale è che adesso l’economia ha guadagnato nel mese 243.000 posti di lavoro.

Il fatto è che altrettanto ufficiale è che, sempre nello stesso mese, l’economia ha perso più di dieci volte tanti posti di lavoro, 2.689.000… La differenza mastodontica tra le due cifre (che, al solito, viene ignorata del tutto nei titoli della grande stampa[110]) è spiegata dalla destagionalizzazione, la correzione cioè dei dati secchi in base all’andamento stagionale. La differenza tra gennaio e dicembre qui tiene conto così dei numerosissimi posti di lavoro temporanei che finite le feste di Natale non vengono rinnovati[111].

C’è un altro punto da evidenziare, su questa faccenda del lavoro che si va precarizzando anche qui sempre di più, un punto cui poi aggiungere una considerazione “smagata”. Il WP[112] titola un suo pezzo dicendo che il mercato del lavoro americano riflette ormai un cambiamento fondamentale [della struttura stessa] dei posti di lavoro: più di 1/4 dei lavoratori che sono stati in grado di trovare nuovi lavori nel corso della ripresa – ci informa – sono occupati, secondo i dati del BLS, in lavori temporanei. Questo è il fatto da sottolineare.

La considerazione da fare è che questi lavori precari e deliberatamente precarizzati non sono affatto, a veder bene, aggiuntivi. anche nel settore del lavoro temporaneo l’occupazione resta ancora al di sotto del 20% rispetto al livello che aveva raggiunto prima della recessione: cioè, con tutto il lavoro precario montante anche e solo per quantità di posti di lavoro prodotti, questo nuovo mercato del lavoro, proprio per la sua struttura – con buona pace della prof.ssa Fornero e di quelli che per il suo modo di pensare fanno il tifo – fa schifo qui almeno quanto in Europa e da noi.

In sintesi[113], il 2012 comincia decisamente meglio di come si pensasse. Migliora la situazione su tutto il fronte: privato, meglio, ma in grado minore anche il pubblico, l’industria, i servizi. L’aumento di 243.000 posti nel mese si incontra con la riduzione della disoccupazione dall’8,5 all’8,3% nel mese… Questo va detto e sottolineato in positivo.

Ma è indispensabile tenere sempre a mente il contesto: a inizio 2012, oggi, il mercato del lavoro offre meno impieghi di quanti ne offrisse ben 11 ani fa, all’inizio del 2001— un attestato davvero agghiacciante sia dell’enormità della sua crisi specifica sia della debolezza, più in generale, del ciclo dell’economia in tutto il periodo che va dal 2000 all’inizio della recessione stessa del 2007. Di questo passo, il migliore pure da mesi e mesi, ci vorrebbero ancora almeno 8 anni senza alcuna flessione per tornare ai livelli di una disoccupazione sotto il 6%.

Nel contesto va giudicato anche il fatto, allarmante, che aumenta parecchio la durata della disoccupazione: quella da più di sei mesi passa, nell’ultima variazione mensile a gennaio, dal 42,5 al 42,9%. E quei sei mesi, nella maggior parte degli Stati dell’Unione, sono di regola la durata massima riconosciuta dalle assicurazioni a copertura (sempre scarsa, sempre parziale) della disoccupazione. Dopo, ognuno per sé… E la cosa non può sorprendere visto che il rapporto tra disoccupati e disponibilità effettiva di lavoro a partire dal giugno 2009, ormai da oltre due anni e mezzo, è di 4 a 1[114].

●Il solito guastafeste Paul Krugman non manca poi di segnalare un pericolo che, in effetti, subito appare concreto: l’adagiarsi sugli allori che, poi, allori realmente non sono… Succede così che un’inchiesta mensile sull’impiego come questa del BLS per gennaio “tanto migliore di quanto ci si aspettasse, potrebbe incoraggiare e rafforzare la folla di austeri cultori della disciplina a spese degli altri e dei tagli ai bilanci pubblici alimentati da un ottimismo che alla fine è controproducente.

   Certo, ora, una volta tanto, il Rapporto che  riferisce di una caduta della disoccupazione,dice una cosa vera  perché riflette una disponibilità effettivamente crescente di posti di lavoro invece dell’uscita pura e semplice di lavoratori disoccupati perfino dalle liste di disoccupazione, dunque dal calcolo stesso ufficiale dei senza lavoro.

   Ma la realtà dice anche che l’economia reale resta profondamente depressa  [i milioni di  impieghi in meno oggi di quanti ce ne fossero undici anni fa!], il che vuol dire poi che anche questo quadro migliore sull’occupazione non deve portare a nessun allentamento degli sforzi che servono a promuovere la ripresa: perché il pieno impiego, in ogni caso, è sempre un sogno lontano…

   E, a riprova, appena escono questi nuovi dati non certo risolutivi, ecco subito che il presidente della Fed di St. Louis James Bullard [uno dei dodici membri – uno dei più conventional: tradizionalmente ortodossi – ma autorevoli membri di quell’Open Market Committee che mensilmente fissa il tasso di sconto: uno di quelli ideologicamente avvertiti che il grande nemico, anche se poi proprio non c’è è sempre l’inflazione], subito dichiara che proprio i nuovi dati rendono inutile ogni ulteriore azione della Fed [ogni ulteriore allentamento del tasso di interesse cioè, od ogni ulteriore facilitazione quantitativa].

   Ecco, allora, quel che invece è necessario sottolineare leggendo questi numeri: sì, va un po’ meglio ma No, le cose non vanno bene per niente[115].

L’economia fa ancora veramente schifo e i decisori politici dovrebbero fare molto di più di quel che vanno facendo per migliorarla”.

Festeggiano, nella Stanza Ovale (vignetta)

Gli indicatori economici salgono da “catastrofici” a solamente “assai cupi”

Fonte: NYT, 238.2.2012, P. Chapatte

Questo in America, dove però qualche po’ di ripresa si comincia a vedere davvero: con misure di stimolo mirate anche se insufficienti a prendere per le corna il problema dell’occupazione che è alla base di una ripresa forte davvero. Da noi, dove non si vede neanche l’ombra di una ripresa, quelli che ci governano irresponsabilmente perché sbagliano per obnubilamento ideologico le analisi che fanno e caricano tutto il peso sugli altri. Questi gattini ciechi e dannosi – da Merkel a Monti,  diciamocela  la verità – predicano invece sempre e solo l’austerità facendola praticare poi solo agli altri…

Qui Obama sembra vederla diversamente, ma per i suoi critici di sinistra tra i democratici non a sufficienza: nel bilancio che ha appena presentato al Congresso e che si scontrerà con la feroce ostilità dei repubblicani ma anche dei democratici più conservatori – dei tantissimi fondamentalisti qui sovrabbondanti quasi più che in Egitto della destra religiosa o ideologica – Obama ha insistito sul fatto che il deficit in una fase di crescita tanto bassa va mantenuto, che bisogna invece adesso, subito investire di più in infrastrutture e far pagare chi ha di più da rendite, profitti e salari.

Si scontrerà, dunque, questo bilancio con la resistenza dei conservatori di ogni colore decisi a castrare un budget che per l’anno 2013 postula un deficit di 901 miliardi di $ e da qui al 2022 un totale in rosso di 6.700-7.000miliardi raccogliendo 1.500 miliardi di $ di entrate con la cancellazione di una pletora di scappatoie legali che oggi coprono evasione e elusione degli straricchi e tassando più di quanto lo siano grazie ai favori che finora hanno fatto agli americani più abbienti Bush e anche Clinton prima di lui e dal1994 il Congresso[116].

●Intanto, però, salgono in questo paese i consumi[117] che qui costituiscono ben i 2/3 del PIL: la grande distribuzione ha rilasciato i dati degli incassi dell’ultimo trimestre con forti livelli di vendita a cavallo delle feste. Il reddito di Walmart, la più grossa catena commerciale del mondo, è cresciuto del 6% e nei punti di vendita numerosissimi che ha fuori degli USA ha aumentato le vendite del 13% ma il reddito netto nel trimestre è caduto del 15% sullo stesso trimestre dell’anno prima. La perdita in sé è stata imputata dal settore a al taglio di prezzi dele vendita e al risparmio di tase che erano stati concentrati in quel trimestre del’anno scorso.. 

● In fondo, poi, ognuno ha il fondamentalismo che merita… (vignetta)

Fonte: James Sillavan, The Economist, 18.2.2012

Per ora Obama sembra avere sfondato le resistenze dei più conservatori con un compromesso che estende fino alla fine del 2012 il taglio delle tasse sul lavoro dipendente scavalcando la minaccia dei repubblicani di bloccare la misura condizionandola a tagli di spesa pubblica. Almeno per ora, infatti, i maggiorenti del partito repubblicano hanno misurato nei loro stessi sondaggi l’impopolarità concreta che tagliare spese e aumentare  tasse sulle buste paga comporta anche, nei fatti, poi, e al di là dell’ideologia del pubblico è brutto e da condannare[118].

Forse per la prima volta da molti, moltissimi anni l’America si appresta ad andare ad un’elezione presidenziale su linee nette di frattura tra destra e sinistra definite non solo dall’agenda imposta dal valorismo fasullo dei fondamentalisti (aborto no, aborto sì, controllo delle nascite sì, controllo no, , i gay cittadini come tutti o un po’ meno degli altri…) ma anche dalle questioni come le chiama per cognome e nome,  correttamente cioè, il miliardario Buffett “di classe”: dove a vincere da decenni è la mia classe, quella dei ricchi, riconosce lui— e siccome è una persona decente  depreca  anche, un poco.

Di qua c’è Obama[119] che si ripromette, promette e chiede di spingere per investimenti in cose fondamentali come l’istruzione che danno a tutti possibilità di successo; per un sistema di tassazione capace di garantire, con leggi e anche la pratica della galera per i trasgressori che tutti paghino in modo equo, cioè  in modo tale che chi è costretto a sopportare proporzionalmente di più – cioè chi guadagna di meno cominci a pagare di meno e viceversa.

Obama si preoccupa di rassicurare, a ragione, che questo col “socialismo” non ha niente a che fare e che è proprio così, invece, trasformando il sistema obbligando tutti a stare alle regole, e cambiandole nel senso di una maggiore equità, che l’economia verrà rilanciata e anche trasformata strutturalmente, portando a far crescere una classe media come c’era negli anni dopo la seconda guerra mondiale quando le tasse erano molto più progressive e le pagavano tutti…

I repubblicani, al contrario, tutti i cinque, sei candidati che restano in corsa alle loro primarie  denunciano ferocemente la tendenza favorita dai democratici ad allargare la società dei diritti che, se garantita a tutti per legge, dicono, arriverebbe a portare in America, terra della libera impresa e dell’iniziativa privata, l’universalità dei diritti come li aveva pensati la rivoluzione francese, arrivando anche allo sviluppo potenziale – e in questo non hanno tutti i torti, secondo noi – di una socialdemocrazia aliena, dicono, di stampo europeo— che in Europa, però, per la nostra insulsaggine e la codardia di tanta ingordigia rampante abbiamo lasciato, come dire, cadere.

Loro, i repubblicani, tutti insieme – accusandosi l’un l’altro di essere troppo morbidi con un cotanto pericoloso avversario – chiedono meno tasse, specie sui ricchi— perché sarebbero loro i creatori della ricchezza, si capisce; esigono meno regolamentazione specie finanziaria e sociale— perché è lì, assicurano, lucrando sulla speculazione e lo spostamento dei capitali e sfruttando il lavoro che la ricchezza si forma; e pretendono di tagliare la spesa pubblica statale— per ridare così, promettono vigore alla crescita attraverso la rivitalizzazione del settore privato… che i soldi, però, ormai li mette nella speculazione e non nell’investimento.

Ma il punto è che qui ora il tema è posto – il tema dello scontro di classe, del conflitto degli interessi contrapposti e non conciliabili o difficilmente ormai conciliabili e con nettezza, molto più e meglio ormai di quanto siamo abituati a annebbiarlo in Europa dove ormai destra e sinistra annebbiano ogni scelta nella corsa a un centrismo tanto tiepido da farsi vomitare sia da Dio che da li nimici sui…

Il nodo va sciolto o tagliato, ormai, dice Obama: non la mette giù proprio così ma il senso del discorso è chiaro e allarmato in un presidente che è spesso anche un opportunista, anche su temi di grande rilievo sociale o democratico ma che non manca mai di lucidità. E il nodo è se la ricchezza sempre crescente dell’1% dei ricchi, come li chiama non lui, certo, ma il movimento degli “indignados” e di “occupy Wall Street” del quale però condivide le motivazioni di fondo e, in specie se la ricchezza che accumula ormai lo 0,1% degli americani è arrivata al punto in cui il potere politico che le corrisponde supera l’influenza di tutto il resto dell’elettorato. E se ormai il fenomeno è davvero irreversibile…

 

Responsabilità sociale: al forum di Davos (vignetta)

La distanza tra ricchi e mega-ricchi si va molto allargando

 

Fonte: Le Temps (Genève), 28.1.20112, P. Chapatte

●Nella campagna continuerà a pesare, però, anche il moralismo-fetecchia del fondamentalismo non più solo protestante, qui, ma ormai anche cattolico secondo stampo ratzingeriano – aperto sul piano del sociale e dell’economia ma estremamente chiuso ed intransigente su quello della morale personale. Però… però anche qui, lo Stato di Washington all’estremo Nord Est del paese (come del resto il distretto della capitale, che s’è dato la stessa legislazione, è diventato ormai il 7° Stato a legalizzare le unioni omosessuali e adesso si apprestano a farlo anche New Jersey, uno Stato ad alta maggioranza di popolazione cattolica, e Maryland.

E scatta l’allarme dei conservatori di ogni colore e tonalità[120]… come il repubblicano Newt Gingrich il candidato che, ora è notorio, andava a letto prima del matrimonio,  regolarmente eterosessuale, con quella che sarebbe poi diventata sua moglie, una signora cattolica di nome Camilla con la quale, però, il grande moralista amava andare a letto anche prima degli sponsali e mettendo le corna al marito (affari loro, sicuro ma se stesse un zittino sulla morale e i costumi  degli altri: come da noi farebbero meglio a fare, ad esempio, per lo stesso motivo, i Casini e i Berlusca vari.

O come l’altro conservatore di punta repubblicano, il mormone Mitt Romney che, secondo i riti we i costumi della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo Giorno, rivendica il diritto alla poligamia (ma, si intende, non per le mogli solo per i mariti). Gli ipocriti senza alcuna vergogna...,  il cattolico alla Giovanardi che pensa a sé come a un fustigatore savonaroliano ma somiglia maledettamente al velenoso mullah di qualche piccolo villaggio delle montagne afgane. Tutto sommato, si tratta di omologhi dei nostri difensori della che capeggiano partiti che della famiglia tradizionale, ererologa e ovviamente monogama e eter ma di famiglie di fatto poi ne mantengono due. Come disse una volta della Germania il vecchio Andreotti, lui l’amava tanto che gliene stavano proprio bene due... era un tantino cinico, il senatore, sicuro, ma quanta nostalgia in questa Europa di nani della sua grande saggezza. 

●Ora, finalmente, sul Pakistan, viene fuori alla fine che più ufficiale proprio non si può che i pakistani dicevano la verità e gli americani mentivano come tutti del resto sapevano quando negavano di usare i loro aerei senza pilota nello spazio aereo del paese alleato e senza permesso. Adesso, infatti, è di persona Obama a confermarlo[121], specificando che – anche qui, come già si sapeva – i bombardamenti coi drones sono stati fatti effettivamente e sono sempre in corso nelle aree cosiddette tribali sotto amministrazione del governo federale pakistano.

Dice – se qualcuno ancora gli crede mai sulla parola, anche tra i suoi… – che si tratta di bombardamenti estremamente precisi contro “al-Qaeda e i suoi affiliati” (come se portassero tutti un bersaglio disegnato sulla schiena)... La maggior parte degli attacchi di questi UAV (veicoli aerei senza pilota— unmanned aerial vehicles), assicura il presidente, sono mirati a soggetti “sospetti” nel terreno arduo e pieno di ostacoli, montagnoso e pieno di grotte, del confine pakistan-afgano.

Dove è difficile e, certo, più rischioso che andare a scovarli a piedi e sudando per arrivare a colpire i “sospetti”. E tutto sommato – conclude – i morti per questi bombardamenti sono in numero limitato anche per l’attenta gestione con cui si amministra il programma UAV…

Reagisce il Pakistan come nei fatti può – e come alla fine poi osa – cioè confermando che il suo governo non ha mai dato il consenso agli americani di bombardare così il suo territorio. Lo dice ufficialmente il portavoce del ministro degli Esteri, Abdul Basit[122], che sono atti contrari alla legge pakistana e al diritto internazionale: illegale e inaccettabile. Ma poi, visto che malgrado tutto gli americani alla fine il suo governo disgraziato li vuole, li accetta: non esige, non ordina, non caccia via nessuno. Non acconsente a parole, insomma, ma nei fatti acconsente e come…

Poi reagisce anche in un modo che a Washington dà sicuramente sui nervi: aprendo ai russi.  Il cui ministro degli Esteri, accogliendo a Mosca la titolare del dicastero omologo pakistano, Hina Rabbani Khar, concorda[123] di incrementare rapporti bilaterali tradizionalmente assai esili (la Russia atea e patria di un bolscevismo senza Dio difficile da estirpare dalla memoria di un paese islamista duro e puro come il Pakistan e poi, dai tempi ancora di Stalin, amica e alleata della “laica” India terzomondista  rispetto a un alleato sempre finora allineato agli americani) in campi come energia, commercio, sviluppo di infrastrutture agricoltura, scienza e tecnologia tutti debitamente e puntigliosamente elencati e specificati in altrettanti protocolli di intesa bilaterali.

Mosca accenna anche per ora verbalmente e senza conferma da Islamabad alla possibilità di vendere o “affittare” alle Forze armate del Pakistan “tecnologie particolarmente avanzate di contrasto ad interferenze nello spazio aereo del paese e se a New Delhi cominciano a preoccuparsi a Washington vi leggono subito la minaccia potenziale ai drones e agli aerei stealth senza pilota che ormai privilegiano illegalmente o meno che sia le strategie americane del fare le loro guere da lontano nello spazio aereo di altri paesi, anche do di paesi alleati.

Sul piano politico Khar e Lavrov dichiarano che c’è anche ormai una coincidenza nelle politiche dei due paesi che d’ora in poi quindi interagiranno per favorire in Afganistan (paese cruciale per la stabilità stessa delle frontiere di entrambi) ogni sviluppo di negoziato per la pace, “compresi incontri e colloqui diretti coi talebani a certe condizioni” precisa Lavrov, peraltro non specificandole.ui e

Al dipartimento di Stato e al Pentagono sono naturalmente preoccupati da questi sviluppi che mettono a rischio potenzialmente il modo con cui gli americani intendono continuare a fare la guerra a casa degli altri.  Già due mesi fa lì era suonato forte l’allarme quando negli spazi aerei dell’Iran la difesa era riuscita ad abbattere, anzi a far atterrare forzatamente un aereo americano senza pilota e poi a “catturarne” praticamente intatta la tecnologia. Ma la preoccupazione sale esponenzialmente se adesso anche i russi si mettono a studiare e magari anche a vendere contromisure elettronicamente e/o tecnologicamente avanzate al Pakistan.

Qui, in quegli stessi giorni[124] un’altra incursione definita illegale dal governo di drones americani sul Nord Waziristan ha fatto altri quattro morti, stavolta, sembra – almeno così dicono gli americani, m al solito bisogna fidarsi sulla parola – facendo fuori anche un esponente importante di al-Qaeda. Ma gli americani, a noi sembra, in fondo hanno anche ragione finché chi subisce e denuncia a parole le loro incursioni invece che continuare ad emettere squittii di indignazione non dice loro chiaro e anche tondo  di fare e armi e bagagli e di andarsene.

●Adesso, e insieme, però a Washington, sembrano tutti ormai voler davvero negoziare sull’Afganistan coi talebani. In realtà, da tempo l’hanno capito perfino i repubblicani, forse, in America che gli insorti sul campo non li batteranno mai perché a loro per vincere basta “pareggiare”, cioè continuare a inchiodare sul terreno i soldati alleati, mentre gli Stati Uniti non riuscendo a “vincere” in modo tale da considerare essi stessi una vittoria la loro, hanno deciso comunque di andarsene a breve.

Adesso, smentiscono in modo anche ingenuo i risultati di un loro stesso Rapporto (la sintesi di 27.000 interrogatori eseguiti con ogni mezzo – anche la tortura, sicuro – di 4.000 “sospetti talebani” prigionieri e che in sostanza riferisce:

• di come i servizi segreti militari pakistani continuino a sostenere in ogni modo gli insorti islamici: arriva subito la smentita sdegnosa, epperò poco credibile, del governo di Islamabad… che ha appena finito, però, di mettere in dubbio  poi rimangiandosi parzialmente l’accusa, proprio la lealtà delle Forze armate; e

• che ormai —I talebani siano convinti di riprendersi l’Afganistan dagli USA e dalla NATO[125] che stanno sul serio preparandosi a andarsene. L’aveva solo anticipato, cioè, Sarkozy: lo confermano adesso in maniera ridicolmente involuta ISAF e USA.

Si fanno, come sempre, mille illusioni. Perché i talebani sono maestri del negoziare continuando a combattere o del combattere, se volete, continuando a negoziare. Epperò, loro, sono chiari. Non smetteranno di combattere e non accetteranno mai di legittimare il governo “fantoccio” di Kabul: negoziano, certo, ma solo al fine di cacciar via dal paese anche l’ultimo soldato straniero e per sbaraccare dalla capitale il governo, appunto, “fantoccio”.

E adoperano per farlo tutte le armi di cui dispongono (“l’Emirato islamico sta utilizzando, accanto alla sua forza militare e alla Jihad la sua ala politica [il negoziato] per dar corpo alle aspirazioni nazionali ed islamiche della nazione e dei suoi martiri[126]): a parte la retorica, tutta loro, progetto come si vede chiarissimo e da tutti, amici e nemici, comprensibilissimo perché ben definito.

Di notevole interesse è anche rilevare il furore suscitato dalla pubblicazione – e dal contenuto del Rapporto – che avrebbe naturalmente dovuto restare segreto ma che adesso viene reso pubblico dall’ufficioso e autorevolissimo U.S. Armed Forces Journal[127]: autore, uno specialista militare dell’US Army che per un anno ha studiato sistematicamente percorrendo, sotto scorta adeguata, le condizioni di sicurezza in tutto il territorio afgano. Fa scalpore perché contraddice punto per punto e puntigliosamente le verità che attesta rispetto alle menzogne che, anche qui, proprio come in Iraq, vanno raccontando ai loro capi e ai media i comandanti americani e quelli delle forze ISAF/NATO.

L’articolo uscito sull’AFJ sintetizza così, candidamente, lo stato della situazione sul campo:

• le forze della NATO, americane e alleate, controllano quasi solo il terreno che riescono ad occupare fisicamente e solo per il tempo che riescono, poi, ad occuparlo.

• l’esercito afgano resterà leale al governo finché dovrà difendere se stesso; poi cambierà schieramento, mettendosi coi talebani e gli altri ribelli a prescindere dalle questioni di legittimità, dalle virtù del governo centrale, dai vizi del nemico e dal livello di addestramento ricevuto.

   Perché il problema non è affatto la carenza di addestramento, come va cianciando la NATO nel tentativo di rinfrescare, dandosi questo nuovo obiettivo o riformulando su questa nuova priorità, la propria missione, ma di come i coscritti afgani avvertono la fedeltà ai valori della loro gente, quelli che essa e loro con essa sentono come propri.

   L’Islam, l’etnia pashtun, la tribù e il villaggio, certo non il governo o la nazione: i valori il mix dei quali nei secoli ha forgiato il carattere realmente nazionale dell’indipendenza gelosa e fiera che, nei secoli appunto, ha reso il territorio afgano inconquistabile da ogni nemico.

• i talebani adesso si limitano a congelare efficacemente lo stato delle cose: aspettano che i soldati della NATO se ne vadano, dopo di che, arrivato il momento giusto, si riprenderanno il terreno che considerano e che, di fatto, è loro quanto e molto più che di un governo alleato e dipendente alla fine sempre, al di là d qualche impotente brontolio, da potenze straniere e occupanti. E a quel punto la vita si farà dura per chi con quell’occupante o col suo governo fantoccio ha collaborato.

Davis riconosce che a leggere il suo rapporto e quelli ufficiali degli alti comandi alleati sul posto la tentazione di ogni analista sarebbe di regola quella di dire che la verità sta nel mezzo. Ma avverte che  sarebbe uno sbaglio. Perché ogni fonte gelosa della propria indipendenza, sia afgana che americana o alleata sul posto, comprese ambasciate e fonti diplomatiche molto più dei comandi militari e dei ministeri della Difesa  confermano che proprio le province e i distretti indicati da lui  come i più a rischio, a rischio davvero lo sono. E la stessa missione dell’ONU lì in Afganistan lo conferma: cadranno tutti come pere mature nelle mani dei talebani, appena  i ribelli decideranno di scuotere l’albero dopo aver ritirato dal podere i loro spaventapasseri.

La nostra avventura afgana e quella della NATO, conclude il col. Davis, è iscritta in un “quadro di inganni dichiarati e nascosti ma sempre rilevanti e determinanti messi in atto da molti dei massimi comandanti americani in Afganistan” che ha portato alla mostre  di migliaia di soldati nostrani e di centinaia di migliaia di afgani. E che ha esposto forzatamente quel paese al mondo moderno e alle sue influenze che, però, qui non sono affatto universalmente bene accolte.

La campagna contro quella che è la maggioranza degli afgani non è affatto riuscita a scalfire e tanto meno a alterare la cultura pre-moderna di questo paese e di questa gente basata sul valore aggregante e fondamentale del clan e sul fatto che qui, come in tutto l’Islam ui il il concetto di libertà viene sempre dopo e a distanza da quello di giustizia come fondamento della vita individuale e comunitaria).

Abbiamo fatto entrare qui, ma spesso brutalmente e mai con la pazienza dell’esempio (la pazienza non è proprio  una virtù occidentale), anche concetti di democrazia secolare – i diritti delle donne ad esempio, che sono sacrosanti dovunque ma che anche da noi esistono (il voto come diritto civile per dire, da poco più di cinquant’anni e che perciò vanno radicati, coltivati e poi fatti crescere tra la gente facendo leva sul valore islamico di giustizia che potrebbe veicolarli in questa cultura molto di più che quello quasi alieno, e comunque qui astratto, di libertà.

Nel frattempo la sconsiderata avventura americana, bisogna avere il coraggio di riconoscerlo ha consentito alla Cina di approfittare delle risorse naturali/minerali afgane e di conquistarsi in tutta l’Asia centrale nuovi spazi e influenza e all’Iran di obliterare confini potenzialmente in conflitto con i suoi interessi contenendolo a oriente mentre, distruggendo l’Iraq e la sua sovranità ne diroccava le possibilità di contenimento a occidente.

Un capolavoro di lungimiranza concettuale e strategica, insomma. Al di là di ogni intenzione, magari soggettivamente anche buona…  

●In effetti, che il principio della fine sia stato avviato lo vedono ormai anche in Kirghizistan dove il presidente Almazbeck Atambayev ha detto[128] a un alto esponente della diplomazia americana che entro l’estate del 2014 se ne dovrà andare tutto il personale americano che lavora a Bisheck, la capitale, preso la base, concessa agli USA in affitto dell’aeroporto internazionale di Manas, da dove si svolgono operano una serie di operazioni di supporto logistico alle Forze armate USA in Afganistan.

Il fatto è che i Kirghizi  (che hanno appena ricevuto assicurazioni e garanzie ferree da Mosca che l’affitto concordato per le basi russe verrà pagato a giorni tutto e in contanti e ormai anche in anticipo, visti i ritardi, capita l’antifona americana – un paese non certo confinante e, anzi, lontano più di 10.000 km. – non ci tengono a restare gli ultimi ospitanti delle forze americane nell’Asia centrale… Ma soprattutto, e da subito, non vogliono lasciare neanche il dubbio all’Iran, una potenza regionale mussulmana come il Kirghizistan stesso, assai più vicina e sotto costante minaccia degli USA che potrebbero consentire agli americani di utilizzare contro di loro la base di Bisheck   

●Il 31 gennaio, il governo di Riyād che, dopo quello degli Emirati, aveva dato l’impressione di offrirsi come ospite dei colloqui di pace proposti dal governo Karzai con gli insorti islamici di casa sua, i talebani, ha corretto la sua posizione spiegando che prima, però, pone – all’americana, quasi: del resto è stato l’interlocutore ed alleato americano ad imporglielo – la precondizione che i talebani stessi  “rinuncino a ogni loro legame con al-Qaeda e al terrorismo”. Come se agli ultimi giorni di un regime, il regime che crolla potesse dettare condizioni a quello che monta… Ma i talebani, pur ribadendo la loro “ammirazione e il grande rispetto per il regno dell’Arabia saudita, custode – bla, bla, bla – delle due sacre Moschee[129]” e culla oltre che grande elemosiniere di ogni fondamentalismo islamista, rispettosamente declinano di incontrare “i lacchè degli infedeli” americani: Karzai e i suoi.

E tornano a ridirlo quando lo stesso Karzai sembra rifiutare agli stessi americani la legittimità a rappresentarlo con gli insorti nella trattativa (però lo fa a giorni alterni: ma la trattativa, più o meno segreta, va avanti da mesi).Sappiamo bene, dice adesso Kabul sembrando come ridimensionare le proprie richieste, che americani e talebani stanno trattando tra loro, ma a noi dovrebbe almeno spettare decidere dove è che si tratta[130].

Aggiunge, colui che ha il tiolo di presidente afgano ma di fatto esercita da anni qualche potere effettivo – come da sindaco – solo a Kabul, che anche l’ufficio di rappresentanza quasi diplomatico che Washington ha offerto di “lasciar aprire” ai talebani in Qatar, noi preferiremmo vederlo aprire in Turchia, piuttosto, o magari in Arabia saudita. Come se americani e talebani tenessero mai conto poi dei loro impotenti desiderata…

Del resto, anche la ministra degli Esteri pakistana, quando sempre Karzai ha avanzato la pretesa, da lei definita “semplicemente assurda e anche ridicola”, che Islamabad gli “consegni” la leadership degli insorti ai colloqui che Kabul vuole aprire con loro direttamente. Ridicola perché non dipendono da noi e perché non si lascerebbero certo consegnare come pacchetti[131].

Però, se c’è qualcuno al mondo capace forse di incidere sull’intransigenza del mullah Omar, il capo dei talebani, un contadino pashtun le cui credenziali di strenuo combattente sembrano certo più solide di quelle che ha come imam, come studioso islamico, quello è il monarca del Regno saudita:  Omar è da sempre stato sensibile all’influenza (finanziaria ed islamica, munificente e fraterna) del custode della Mecca e di Medina: le due Sacre Moschee.

Un tentativo, appunto, che nell’immediato sembra fallito ma che è, insieme, consistente e coerente con l’ambizione di assumere – come nei riguardi della Siria – una posizione di leadership nella Lega araba a consolidamento e rafforzamento dell’ummah, la comunità dei credenti, cioè dei sunniti  che il Regno – difensore appunto  delle due sacre moschee – ha il compito di difendere. E la Siria un paese a maggioranza sunnita ma governato dal regime alawita-sciita degli Assad, di fatto anche alleato dell’Iran, eresiarca capo della Shī’ah nel mondo islamico, è insieme oggi in pericolo ma anche un pericolo…

Qui, insomma, si tratta anche di fermare la spinta dell’eresia oltre che dell’influenza del’Iran verso occidente, verso il resto del mondo arabo mediterraneo. E per questo Riyād appoggia la rivolta siriana: non per la repressione dei diritti umani, non per la democrazia – i termini, messi insieme al’aggettivo saudita, costituiscono un ossimoro, una contraddizione in termini, cioè – m perché sono una minaccia alla vera fede: la loro, si capisce e nella loro interpretazione wahabita la più estrema, la più integralista, la più intollerante. Ma la più vicino, adesso, agli interessi (petrolieri e petroliferi) dell’occidente.

Insomma, l’Arabia saudita avrebbe deciso di – o come forse sarebbe più prudente dire amerebbe – frenare l’ascesa dell’Iran nella regione e la proliferazione di gruppi di militanti filo-iraniani come Hezbollah o, a questo punto, anche Hamas. Ascesa dovuta essenzialmente, denuncia – però a voce discretamente bassa da non irritare troppo il grande alleato e protettore di Washington – all’interferenza degli americani che, agitando la clava da trogloditi in calore nella cristalleria mediorientale, ha reso innocui i due grandi poteri che l’Iran lì lo tenevano efficacemente a freno: a est, con l’invasione e la guerra, l’Afganistan sunnita e a ovest, con la guerra e l’invasione, l’Iraq del sunnita Saddam.

●Per chiudere questa puntata sull’Afganistan non si può non menzionare che dopo aver pi***ato il mese scorso per sfregio e volutamente su una decina di cadaveri di militanti afgani che avevano appena ammazzati, adesso i soldati americani hanno continuato a imperversare nelle loro immensa e sciagurata sciatta scempiaggine mettendosi a bruciare in una discarica, per ignoranza e superficialità più che per volontà criminalmente oltraggiosa della sensibilità e della cultura altrui e costringendo – la prima volta da anni per un fatto che solo lì poteva diventare così tragicamente rilevante – oltre una decina di morti, tra afgani e americani – addirittura il presidente statunitense a presentare le sue scuse personali (non il solito superficiale e ridicolo I’m sorry— mi dispiace ma proprio l’I apologize dello scusarsi profondamente – verso il suo omologo afgano e verso tutto il popolo afgano[132].

●In Iran, più delle sanzioni ­– minacciate, o attuate, o in attesa di esserlo – sul petrolio, sembra nell’immediato mettere in seria difficoltà il governo il boicottaggio che gli USA vanno imponendo con le buone o le cattive alle transazioni operate attraverso la Banca centrale che rende più sistematico il ricorso alla speculazione e alla borsa nera.

Adesso Israele imputa all’Iran gli attentati che in India e in Giordania hanno fatto saltare in aria un auto di suoi diplomatici (un ferito) e cercato di minarne un’altra, in rappresaglia per gli assassinii mirati perpetrati a Teheran nei confronti di cinque scienziati e tecnici iraniani della ricerca e della produzione di energia nucleare. Il premier israeliano Netanyahu ha subito denunciato Teheran come “il massimo esportatore di terrorismo nel mondo[133]” guadagnandosi l’immediata e identica controdenuncia degli iraniani. E poi c’è il mistero poco gaudioso anche se poi bisognerebbe capire quale potrebbe essere l’interesse dell’Iran nel far scoppiare quelle bombe nelle capitali di due paesi amici come India e Georgia, soprattutto il primo poi che compra il suo petrolio, anzi oggi ne è il massimo importatore e dice di volerlo restare…

Da Teheran fanno anche specifico riferimento a un’inchiesta e alla documentazione della TV statunitense NBC secondo cui gli omicidi degli scienziati sono stati programmati e condotti dai servizi segreti di Israele, il Mossad israeliano, con i Mujaheddin-e-Kalq[134], il movimento clandestino e armato di origine iraniana che gli stessi USA ufficialmente designano come terrorista: esso in effetti, spiegano gli iraniani, serve agli israeliani perché ha radici e contatti nel paese che a Israele come tale mancano.

●Al momento sembra che ad andare maggiormente contropelo al diktat americano – qui l’ONU, infatti, non c’entra: questa specifica sanzione è stata unilateralmente decretata dal Tesoro statunitense – sia l’India. Scrive il solito ossequioso NYT[135] – deferente, a dir poco, nel senso che mai ospita neanche il sospetto sul diritto degli USA ad agire così: ce l’ha, se lo prende e tanto basta; loro sono americani, no? – che l’India sta emergendo come il più consistente fattore di irritazione rispetto agli sforzi dell’occidente di isolare l’Iran.

C’è stato l’annuncio del 9 febbraio che New Delhi sta inviando un’imponente delegazione a Teheran per “sfruttare le opportunità create dalle sanzioni antinucleari americane e europee che stanno mettendo disordine crescente nell’economia dell’Iran”. A gennaio pare che l’India abbia addirittura già superato la Cina come maggior consumatore di petrolio “sovvertendo gli sforzi americani di persuadere altri paesi a trovare forniture diverse per far fronte al loro bisogno di greggio o rischiare altrimenti penalità onerose in base alle muova legislazione americana sulle sanzioni all’Iran”. Dove l’uso di quel verbo “sovvertire” (ma rispetto a quale mai ordine costituito del mondo se non alla concezione appecoronata alle priorità e alle voglie del governo di Washington?).

uioso NYT

In un’economia che è, comunque, già piuttosto globalizzata riescono a incidere parecchio proprio i tentativi di bloccare le transazioni finanziarie dell’economia iraniana (gli scambi, gli acquisti, i pagamenti) e il capo del sistema giudiziario, ayatollah Sadegh Amoli Larijani, ha cominciato a ammonire speculatori e cambiavalute clandestini sul mercato nero, gli “economicamente corrotti” come li bolla nel suo linguaggio, diciamo così, fideistico, che per i più “sfacciati” e “cospicui” tra di loro cercherà ormai la pena di morte[136]. Una minaccia – in un paese che, con l’Arabia saudita e la Cina, è tra i più proni a applicarla – che appare credibile…

Come da sempre, del resto, richiama lui stesso alla memoria di tutti, succede in ogni economia di guerra. Il fatto è che praticamente da un giorno all’altro, spesso da un’ora all’altra, il prezzo di acciaio, grano e iPhones, di molti prodotti di importazione e di largo consumo, s’è visto corretto sui cartellini di vendita per tener testa e anche anticipare la svalutazione del valore del rial. E le autorità reagiscono come possono, nella speranza – smentita spesso dall’esperienza – di riuscire così, alzando alto l’allarme, a tamponare l’emorragia più prima che dopo.

Intanto per qualche tempo, forse per qualche settimana, fino alle elezioni parlamentari del 2 marzo l’attenzione del paese potrebbe spostarsi sui suoi problemi interni – questi di ordine economico e quelli del braccio di ferro tra il presidente e i nemici vicini alla Guida suprema, l’ayatollah Khamenei, invece di restare fissa, quasi ipnotizzata sull’assedio cui gli Stati Uniti stanno sottoponendo il paese con le loro sanzioni, sulle minacce reiterate di un attacco militare in arrivo da parte di Israele e sulle rappresaglie contro ogni nemico che qui un po’ tutti si sentono obbligati, in quel caso, a annunciare.

Ora i suoi nemici sono riusciti con un voto che mai in passato aveva raggiunto il quorum ma stavolta, l’ennesima, sì ad obbligarlo a deporre al Majilis, il parlamento, sulla gestione dell’economia da parte del suo governo di cui molti sono insoddisfatti ma che, in questa occasione, sembra proprio il pretesto migliore per cercare di metterlo in difficoltà. Tra i suoi nemici, però, al di là della propaganda tesa a dipingerlo come un nuovo Hitler quelli stranieri sono forse i più preoccupati di un suo indebolimento perché sanno che in Iran, ai vertici, non è  lui l’estremista e anzi, rispetto agli ideologi, lui è il pragmatico che finora ha sempre agito – nei fatti sul posizionamento internazionale del paese – con grande prudenza. Senza mollare di un centimetro rispetto a quelli che tutti gli iraniani però percepiscono come diritti e interessi della nazione, compreso quello a arricchire il suo uranio per – dice – produrci energia e fare ricerca.

Se le elezioni rafforzeranno adesso il campo dei suoi alleati, il presidente potrebbe dedicare l’ultimo anno del suo mandato – cominciato con la dura ondata di repressione delle manifestazioni anche violente dei fautori dei candidati a lui contrapposti – hanno fatto sapere da ambienti a lui vicini – del suo tentativo di riaprire un dialogo effettivo con Washington[137] per il quale anche la Casa Bianca lo considera il politico iraniano meglio piazzato e secondo tutti gli analisti di qualche peso il più seriamente intenzionato a operare costruttivamente, anche se poi a Teheran sanno tutti che l’ultima parola in ogni caso in questo paese sui rapporti internazionali spetta alla Guida suprema della Rivoluzione.

●Come l’India anche il Pakistan[138] ribadisce, per bocca del presidente Zerbari al presidente Ahmadinejad in visita a Islamabad che continueranno i lavori per la costruzione dell’oleodotto che collegherà il paese con l’Iran, facilitandone l’esportazione del greggio anche verso la Cina malgrado prediche e ammonimenti americani e giura che i rapporti con Teheran non saranno minati da alcuna pressione di tipo internazionale”. Dove, forse, più importante addirittura del merito della dichiarazione è constatare chi poi la fa, davanti a chi la fa e a chi da lontano osa dirlo…

Pure la Turchia non intende dar retta a chi le chiede in modo assillante, e a volte anche “petulante” – chi sa mai chi sarà… ha esclamato retoricamente senza farne il nome ma molto irritato il ministro degli Esteri Davutoğlu – di allargare le distanze dall’Iran. E’ sbagliato, è controproducente redarguire e cercare di sanzionare e tutt’altra cosa è consigliare all’interlocutore di tener conto delle rigidità altrui cercando di ridurre anche le proprie intransigenze. Ma è un invito che se la Turchia fa con forza a Teheran s’accompagna sempre all’altro invito del riconoscimento pieno e praticato del diritto dell’Iran a darsi la sua ricerca e la sua energia nucleare.

Per cui Istanbul non progetta affatto, come aveva sconsideratamente anticipato la signora Clinton, di tagliare le sue importazioni di greggio. Lo confermano anche gli esiti dell’incontro cui lei si era riferita come decisivo che a metà febbraio ha luogo a Riyād in cui, le hanno fatto sapere i sauditi – Davutoğlu non aveva neanche ritenuto opportuno comunicarglielo: che c’entrava l’America in fondo? – la Turchia non ha chiesto alcun incrementi di forniture dal più grande produttore di petrolio del Medio Oriente[139]. Resta aperto il problema di come pagare il prodotto fornito col blocco avanzante dei pagamenti e delle banche iraniane da parte dell’occidente…

E d’altronde, in Europa la Turchia[140], essendo oggi uno dei pochi grandi paesi a non avere problemi di bilancio (il deficit  PIL del 2011 è appena all’1,8%, la crescita del 2011 al 7,8% e il debito pubblico sotto il 43%) decide di rimpiazzare almeno in parte le riduzioni di acquisto duisto di F-35 da parte dell’Italia e di altri paesi ordinandone 100 per la sua aeronautica che, con lo sconto, le verranno a costare 16 miliardi di $. Due di questi aerei, annuncia il ministro della Difesa Ismet Yilmaz il 23 febbraio, le verranno consegnati entro il 2015.

●D’altra parte, sul fonte delle sanzioni, oltre ad annunciare (la carota) la propria disponibilità a riaprire il negoziato con l’Europa (con una lettera alla responsabile esteri della UE Catherine Ashton del dr. Saeed Jalili capo del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale di Teheran ma e insieme (il bastone) l’annuncio del presidente Ahmadinejad che il programma di dotazione di energia nucleare al paese prosegue ed avanza con l’installazione di barre d’uranio arricchito realizzate in loco appena al di sotto del livello consentito del 20% di arricchimento che il Trattato di non proliferazione riconosce a tutti i paesi sottoscrittori, Iran dunque compreso[141], Teheran adesso reagisce.

Intanto mette sull’avviso ufficialmente, allarmandone non poco industria e responsabili dell’economia, i sei maggiori clienti che ha nell’Unione europea – in ordine di quantità delle importazioni Italia, Spagna, Francia, Olanda, Grecia e Portogallo: in realtà ci sarebbe anche la Germania ma l’Iran non l’ha messa nella lista degli “ammoniti” – convocandone separatamente gli ambasciatori e comunicando loro che potrebbe anche tagliarli subito fuori dal proprio export di greggio non stando necessariamente ad aspettare i loro tempi[142].

E con un riflesso assolutamente condizionato e meccanico il costo del greggio delle consegne di marzo alla borsa mercantile di New York scatta di $1,06 al barile tutto d’un botto, a $101,80 mentre per quelle di aprile a Londra il Brent del mare del Nord  schizza in chiusura di seduta a $118,93 al barile: in un’ora di 1,18 $[143]. Poi, contro i nemici più irriducibili nell’Unione di Teheran, Londra e Parigi, lo stop alle esportazioni scatta immediatamente dal 18 febbraio ed è di sicuro un segnale[144] di avviso agli altri naviganti europei che stanno studiando tra mille dubbi la rotta da prendere…  E nei giorni immediatamente seguenti il Brent arriva a superare i $122 a barile, già sopra il massimo toccato l’anno scorso all’apice della guerra in Libia e nella terza settimana di febbraio la media trocca i $110[145].

E il giorno dopo il vice ministro e direttore esecutivo dell’Ente nazionale per il Petrolio Ahmad Qalehbani avvisa che, se oltre a chiacchierare si mettono anche ad agire come nemici Spagna e Italia (12% del fabbisogno petrolifero dall’Iran, Grecia (3%) Germania (1%) e Portogallo e Olanda si potrebbero trovare subito senza un litro di greggio persiano in arrivo[146]. E’ un’eventualità assai pesante: l’imposizione di un embargo alla rovescia sul petrolio iraniano verso la Grecia ad esempio, manderebbe all’aria ogni nuovo piano di austerità imposto a Bruxelles su Atene come condizione del piano di salvataggio— nel senso che aprirebbe ancora un altro buco nel baratro del debito e renderebbe subito insolvente il paese. 

Interessante ma certo non sorprendente è poi che, nel lanciare il suo monito o, se volete la sua minaccia, Teheran se ne impipi completamente dell’Unione europea e della sua Direzione dell’Energia, che tanto non contano niente nella politica energetica dei singoli paesi e che di essa, degli sbagli che come tale pervicacemente persegue, non  risponde comunque mai – anche la dissennata politica verso il gas russo, la concorrenza impotente scatenata senza averne i mezzi finanziari e tanto meno il potere di decisione sta lì dimostrarlo – col reale, e a quel punto poi inevitabile, sparpagliamento delle decisioni e delle politiche energetiche paese per paese.

Certo, la prima potenziale alternativa è sotto gli occhi di tutti: l’Arabia saudita, il maggior paese esportatore dell’OPEC che ha pure dichiarato con un’iniziativa chiaramente politica di poter forse compensare la riduzione del secondo maggior esportatore, l’Iran con l’aumento del proprio greggio. Ma non ha mai detto di volerlo fare e tanto meno ha detto di farlo…

Anche per questo, oltre che pretestuosa suona tanto vuota l’assicurazione, che per la natura fantasmatica sul piano del fare di chi la emette non può assicurare proprio nessuno ma che si sente in dovere di dare comunque l’inutile Commissario all’Energia della UE Günther Öttinger, commentando la notizia da Teheran con la vacua nonchalance di chi tanto sa che può solo parlare e non è in grado di fare: la minaccia non conta niente – assicura – perché tanto gli Stati dell’Unione già sono pronti a cambiare di fornitore[147].

Il problema non è, però, se loro sono pronti: è se trovano l’altro fornitore, visto che l’Arabia saudita dice ma non fa, cauta a buon titolo com’è malgrado ogni radicata ostilità reciproca nei confronti del grande vicino iraniano e considerato che ormai è un mese che gli Stati europei cercano e non trovano. E’ come con Gazprom: decideremo, faremo, finanzieremo, costruiremo… tutto e sempre e solo al futuro senza un euro di effettivo stanziamento deciso e versato effettivamente.

Chiacchiera pura perché una politica energetica comune è solo e sempre flatus vocis auspicato  niente di più che una pia dichiarazione di intenzioni e, in questo caso del greggio, sembra mancare anche poi un’efficace politica dei singoli Stati. Infatti non è l’Italia che cerca alternative a Teheran ma semmai l’ENI, non è la Germania che si dà da fare ma E.ON, non è la Francia ma Total… non certo la Direzione generale dell’Energia di Herr Öttinger…

●Poi c’è l’altra alternativa reale, di fornitura di greggio per l’Europa occidentale, la Russia. Perché a capitalizzare delle sanzioni americane e occidentali all’Iran potrebbe ben essere proprio l’industria petrolifera russa per quantità disponibile subito e anche qualità del suo principale greggio da esportazione, l’Ural blend leggero, come si dice, molto simile a quello persiano – attraverso la rete di oleodotti che già collega i suoi giacimenti all’Europa occidentale.

Ma Mosca da mesi, per ragioni di principio ma, soprattutto, di rivalsa politica contro l’unilateralismo di Washington, ha rifiutato e bloccato col veto, e anche solo la minaccia di usarlo, le sanzioni americane in Consiglio di Sicurezza: chiaramente così buttando via, per motivi squisitamente politici un’enorme occasione di guadagnare alle spalle dell’Iran miliardi di $.

Insomma, è del tutto evidente che, secondo la legge inesorabile dell’eterogenesi dei fini[148], sul piano economico, industriale e finanziario le sanzioni converrebbero decisamente più che a chiunque altro alla Russia che si troverebbe, come dicono, empowered dall’America che pur predicando agli europei proprio il contrario e premendo su loro perché si “emancipino” dalla dipendenza dal greggio russo, in realtà con le loro sanzioni continuano a spingerli in quella direzione, rendendola praticamente obbligata.

La Russia oggi è il massimo produttore di petrolio al mondo, pompa sui 10 milioni di barili al giorno, un po’ più dell’Arabia saudita esportandone sui 7 milioni, soprattutto in Europa ed in Asia e, in piccola quantità anche negli Stati Uniti dalla Siberia. Già oggi, le tensioni internazionali contro l’Iran degli ultimi mesi, con le sanzioni che pure solo per colpa (o merito?) della Russia e a suo scapito non sono riuscite a diventare decisione dell’ONU ma che, per le decisioni unilaterali americane e di parecchi governi europei cominciano ad andare a regime già si sono trasformate in sopravvenienze attive di profitti inattesi per le grandi imprese del greggio russo come Lukoil e Rosneft e anche per quelle europee che con loro lavorano come la joint venture tra TNK e British Petroleum.

Il ballo di san Vito cui è stato sottoposto l’Iran aveva  già portato, poi, secondo gli analisti meglio informati, e prima ancora delle ultime notizie sul no a Londra e Parigi  a ricadute di sovrapprezzo che hanno aggiunto dai 5 ai forse 15 $ al prezzo medio globale del barile del petrolio, non solo arricchendo i russi ma pure – eterogenesi dei fini – nullificando in parte con l’aumento del prezzo le riduzioni di export comunque subite da Teheran.   

●In Iraq, drammatica riduzione annunciata della presenza americana. Scrive il NYT che “il dipartimento di Stato sta preparando un taglio radicale alla vasta presenza diplomatica che s’era preparato a lasciare sul posto, segno eloquente di influenza che nel paese è in declino precipitoso[149].

Intanto, il primo ministro, che sta purgando il governo di coalizione con ogni mezzo dalle presenze a lui più dissonanti e sgradite (dal carcere alle cooptazioni alle “campagne acquisti” mirate ad personam alla berlusconiana di cui, qui si vociferò[150], qualche anno fa gli parlò candidamente proprio come di una tecnica produttiva, in un incontro a Roma, il Cavaliere stesso) sta tentando la stessa operazione sul fronte cruciale delle forze armate, rimpiazzando con uomini suoi gli altri gradi del comando e dello stato maggiore.

Adesso al-Maliki accelera, approfittando dello stato reale del suo governo che ormai è non solo monocorde avendo lui fatto fuori le voci discordi all’interno ma di cui ufficialmente lui è da oltre un anno anche il ministro della Difesa e che realmente in pratica è diventato unì’autocrazia dove lui decide e gli altri possono solo assentire o andarsene, se non vogliono rischiare di peggio, e ordina un cambio di tutte le alte gerarchie delle Forze armate[151] nell’ottica sempre di rinsaldare la sua presa su tutto.

Così il capo del suo ufficio di consigliere militare alla presidenza, ten. gen. Farouk el-Araji rimpiazza il capo di stato maggiore ten. gen. Babacar Zebari e il suo fedelissimo magg. gen. Qassim Atta, portavoce del comando operazionale di Bagdad e dello stesso ufficio militare della presidenza del Consiglio viene incaricato del comando dell’intelligence militare mentre al posto di comandante della sesta divisione dell’esercito, crucialmente di stanza proprio a Bagdad, viene designato a sostituire il magg. Gen. Ali Ghaidan che al premier era meno personalmente legato e meno devoto il suo famiglio, magg. gen. Ahmed Abbadi.

Poi, alla berluscona, la stessa fonte che aveva dato la notizia, il gabinetto del premier, provvede a far diffondere una smentita parziale che non arriva però da fonte indiretta[152]. Il cambio pare infatti risparmiare, per il momento, il capo di stato maggiore Zebari: lo riferiscono due deputati curdi dell’Assemblea nazionale a un’agenzia stampa di casa loro, dicendo di averlo visto recarsi lo stesso giorno del suo annunciato licenziamento in ufficio…

●Sempre al-Maliki solleva ora un problema che, invece, come soluzione aveva prospettato anche cogliendo in particolare le spinte interne dei curdi prima il vice presidente degli Stati Uniti, l’allora senatore Joe Biden: di fare dell’Iraq uno Stato federale col federalismo esteso a larghissime autonomie anche alle province per separare i focolai di un altrimenti inevitabile serie di scontri settari e di guerre civili.

Il premier iracheno si oppone[153]: sarebbe irresponsabile, rischierebbe l’implosione di una discordia frammentata a livello di tutto il paese se la suddivisione dei poteri, prima di essere estesa a livello delle province irachene non si definisse e non si sperimentasse, fino a verificarne la funzionalità operativa e politica del sistema federalista a livello delle autonomie già definite dalla Costituzione. Chi sostiene il contrario, vuole un Iraq spaccato perché proprio quella è la ricetta della guerra civile e non si capisce di chi sarebbe l’interesse a vederlo in quelle condizioni.   

GERMANIA

●Ormai inevitabili, per lo meno in questo paese, con la sua peculiare sensibilità etico-politica luteran-calvinista, scattano le dimissioni del presidente della Repubblica Christian Wulff[154], cristiano-democratico, successore del dimissionario Horst Kölher, colpevole di aver detto due anni fa poco politicamente che i soldati tedeschi erano in Afganistan non certo per portarvi la democrazia – una “palla” disse— eine Humbug – e gli costò caro dirlo ma c’erano andati per difendere gli interessi commercial-nazionali della Germania.

Ora, per un favore di qualche centinaio di migliaia di euro ricevuto un po’ miserevolmente anche se non illegalmente da un amico industriale, per aver tentato di far star zitto chi lo aveva scoperto sostanzialmente con un “lei non sa chi sono io!” e, forse soprattutto alla fine, di convincere i tedeschi che Cristo era morto di freddo (tipo io “non sapevo che la casa me l’aveva regalata il costruttore”, io “credevo che la ragazzina fosse la nipote di Mubarak”) lui, Wulff, ha tentato disperatamente per oltre un mese di pretendere che coltivare legami privati anche di interesse con il grande business era assolutamente normale per il governatore di un Land…, che era addirittura una questione di privacy e di amicizia personale: dove tra amici è normale no?, farsi favori…

… e dopo che il procuratore federale di Hannover aveva chiesto e subito ottenuto l’autorizzazione a procedere scoprendo – pare – anche  qualche altra magagna del genere di quando era ancora governatore della Bassa Sassonia, s’è dovuto dimettere. Grande imbarazzo per lui e per Merkel che lo aveva imposto e che stavolta avrà maggiori difficoltà a presentare un suo candidato (le servono i 2/3 dei voti in parlamento che proprio non ha).

Infatti, molla subito e come coalizione insieme all’opposizione dichiara che sosterrà la candidatura di quello che nel 2010 fu il candidato presentato dall’opposizione di sinistra, Joachim Gauck, un pastore evangelico e noto esponente del’opposizione al regime comunista della ex Germania dell’Est negli anni ‘80 e poi Commissario federale per l’inchiesta sulle attività della polizia segreta dell’Est, la Stasi, negli anni 90 proprio contro Wulff che allora lei fortissimamente volle a candidato del centro-destra.

●Chiarimento, per l’ennesima volta forse ma inutile però, sui dati della disoccupazione in Germania: cioè, secondo ogni misurazione statistica, il numero di senza lavoro più contenuto tra tutti i paesi sviluppati perché qui, certo, il peso della crisi sull’economia è minore che altrove, ma anche perché è la politica sociale dei tedeschi ad essere tutta diversa da quella di ogni altro paese. Qui, infatti, pure con la coalizione di centro-destra al governo, non si licenzia: piuttosto, si riduce il lavoro e si ridistribuisce; e il costo maggiore lo sostiene la collettività.

E a veder bene, così, il livello della disoccupazione è più basso di quello riportato ufficialmente calcolandolo come fanno quasi tutti gli altri paesi. Esempio, al solito, il NYT[155] dice che a gennaio i disoccupati erano al 6,7% della forza lavoro: che è già in assoluto il record minimo di disoccupati  ma il fatto è che qui in Germania il numero dei senza lavoro non lo calcolano come in tutto il resto dell’OCSE.

Infatti, qui considerano come disoccupati anche i lavoratori che sono costretti, cioè non per scelta propria, a lavorare a tempo parziale mentre altrove, le statistiche dei paesi dell’OCSE li includono tra gli occupati. La realtà, in effetti, è che se calcolato col metodo OCSE[156] – e l’OCSE lo fa: come li contiamo in Italia, in Inghilterra, negli USA… – il tasso di disoccupazione a gennaio (sottraendo il lavoro a tempo parziale come in Italia, in Inghilterra, in USA) sarebbe stato, invece che al 6,7, al 5,3-5,4%.

●Altro tema che bisognerà arrivare a capire, soprattutto qui in questo paese – altro nodo da sciogliere o da tagliare, magari – al quale abbiamo diverse volte accennato ma che qui riprendiamo per rimandare però un più approfondito trattamento a un’occasione che sicuramente si presenterà nel futuro prossimo, è quello che lega inestricabilmente mercato unico e i suoi 27 Stati membri, eurozona e i suoi 17 Stati aderenti e, soprattutto, Germania e tutti gli altri, presi insieme e presi uno per uno.

Il fatto è che la Germania vuole mantenere e se possibile incrementare un largo attivo commerciale con tutti gli altri paesi, e nella fattispecie attuale proprio con la Grecia, e poi lamenta alto e forte se la Grecia va o gli altri (tutti praticamente) vanno in passivo e in debito. Il nodo che, come dicevamo, qui per ora ci limitiamo a definire è che la Germania non può volere insieme moglie e  botte, rispettivamente ubriaca e piena.

La Germania deve capire, insomma, che se si lamenta deve lamentarsi necessariamente del suo comportamento come di quello della Grecia e di altri. Dopotutto, come ricordava sempre Keynes, non ci sta nessuno che prende qualcosa in prestito se non ci sta chi quel qualcosa lo presta, magari anche incautamente, per propria colpa senza controllare prima per bene l’affidabilità del debitore. Insomma, non c’è passivo se non c’è, a corrispondergli da un’altra parte, un attivo.

Scrive adesso sul NYT[157] il capo economista “emeritus” della Deutsche Bank, portando il suo autorevole e poco lungimirante mattone al muro con cui Merkel motiva la micragnosa sua reticenza (in sintonia col senso comune e assai miope dei suoi elettori che non vogliono pagare i debiti fatti dagli altri ma anche e soprattutto, scordano sempre, per comprare e pagare prodotti tedeschi) ad allentare un po’ i cordoni della borsa per salvare l’eurozona e anche a cambiare statuto e missione della Banca centrale europea che, dopotutto, quella di Francoforte non è la Banca centrale tedesca ma di tuta l’eurozona.

Certo, qui l’economia è cresciuta tra 2010 e 2011 del 3,5%, ben al di là di ogni altro grande paese dell’eurozona e più del previsto e il tasso di disoccupazione oggi è dimezzato dai cinque milioni di qualche anno fa grazie a quella crescita ma anche, e forse soprattutto, a una politica del lavoro che ha resistito alla tentazione pur predicata agli altri di precarizzare il lavoro per incrementarlo.

Non finiscono qui gli indicatori del successo tedesco. Le imprese hanno continuato a conquistarsi altre fette di mercato all’estero: con l’1% all’incirca del forza lavoro del mondo, la Germania ha prodotto il 10% del’export nel mondo il cui valore eccede di ben €150 miliardi, cioè il 5% del PIL, quello delle importazioni. Ed è proprio questo squilibrio e il persistente attivo tedesco a convincere molti e anche molti eonomisti di questo paese che propria la politica economica della Germania è strutturalmente bacata e mette a rischio, appunto, strutturale l’economia degli altri europei.

Ma adesso, e Norbert giustifica anche così le timidezze del suo paese – in sostanza rispondendo a picche a chi lo chiama a cuori – in molti ne prevedono un prossimo futuro in frenata: crescita sotto il  3% e, secondo una minoranza addirittura appena al’1,5-1% quest’anno: un aumento in calo, dunque ma certo di fronte al -1%, quando c’è, degli altri, forse dei più.

Dice: ma la Germania negli ultimi vent’anni ha pagato con una spesa di circa il 4% del PIL ogni anno i costi della sua riunificazione. Ma, a parte che non gliel’aveva dettata il dottore e che l’ha fortissimamente voluta, non si può scordare – lo scorda volutamente Norbert ma non chi scrive questa Nota – quanto di quel 4% di PIL sia stato costituito proprio dai prodotti tedeschi esportati in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Irlanda al posto di una produzione “indigena” da essa sostituita.

Per questo, anche per questo, la conclusione cui arriva Norbert è per lo meno reticente: scrive che “l’Europa, invece di guardare alla Germania per salvataggi di breve termine dovrebbe chiedere di aprire la strada a una vera unione fiscale”.Già, al controllo dei bilanci, cioè alla soluzione macroeconomica che affosserebbe tutti perché basata non sul rilancio della ripresa ma tagliando tutto. Non mira, Norbert, né vuole che alla Germania si chieda di più dell’essere il penitenziere maggiore della disciplina fiscale europea.

Lui non parla neanche dell’unione dei bilanci come parte della necessaria unione politica: perché in primis ciò porterebbe a darsi una Banca centrale europea tutta diversa dalla Bundesbank e dalle sue politiche monetarie spilorce di piccolissimo cabotaggio, simile a tutte le altre banche centrali, pronta a farsi baluardo della propria moneta contro ogni speculazione e ogni concorrenza: in campo aperto.

FRANCIA

●Forse, a stare a tutti gli indicatori, sondaggi inchieste, opinioni proiezioni, Nicolas Sarkoxy potrebbe essere il primo presidente nella Seconda Repubblica quella rifondata dal gen. de Gaulle nel 1958 – da lui a Chirac compreso – a venire eletto solo per un settennato. Almeno questo sta diventando il parere predominante fra molti degli osservatori più attenti, francesi e stranieri.

Ha scritto sul NYT[158], ad esempio,l’autorevole prof. Dominque Moïsi, politologo di punta dell’Institut Français des Relations Internationales che la mancanza di entusiasmo per il candidato del partito socialista François Hollande sembra essere francamente superata solo dall’idea di una riconferma di Sarko… anche tra i suoi vecchi elettori…

GRAN BRETAGNA

●Gli ultimi tre mesi del 2011, con un certa (inaspettata) ripresa di spesa pubblica e di vendite pre-natalizie, sono venuti in aiuto dell’economia anche se non abbastanza da evitare alla Gran Bretagna di cominciare anch’essa a entrare in recessione[159]. L’Ufficio nazionale di Statistica (ONS) ha confermato ora la stima già indicata di una contrazione del PIL del -0,2%, malgrado sia aumentata la spesa per consumi delle famiglie dello 0,5% e, addirittura, del 4% la spesa pubblica con un gran brutto calo degli investimenti (-5,6%), però.

Le previsioni ufficiali e accademiche più affidabili sembrano adesso indicare che forse in recessione vera e propria si potrà evitare di andare (ci vogliono i soliti due trimestri consecutivi di contrazione per dichiararla) ma anche che la crescita, visto il quadro interno di depressione e quello internazionale sarebbe comunque assai bassa. Anche alla luce di un prezzo del petrolio che potrebbe fortemente impennarsi, col deterioramento del clima nel Golfo e dintorni e i timori dei mercati per le conseguenze dirette e indirette sul greggio di un attacco militare contro il secondo produttore dell’OPEC. Prezzo  che in un mese è già salito, del resto, dell’11% su quello precedente.   

GIAPPONE

●Il deficit commerciale giapponese a gennaio ha registrato un buco di 1.500 miliardi di yen ($19,2 miliardi): il record di sempre[160].  

●Con una mossa a sorpresa, la Banca centrale (che per anni i giornali qui e in America hanno insultata come conservatrice, codarda e cacadubbi (le tre “c”, anche in inglese, che regolarmente hanno accompagnato il suo nome) ha deciso di buttarsi in avanti, incrementando il suo finora sempre cauto programma di acquisto di titoli di Stato per 10.000 miliardi di yen, sui 130 miliardi di $, col tentativo di iniettare liquidità aggiuntiva in un’economia che ha sempre seri problemi di crescita. Dopo anni di deflazione continua, il Direttorio delle Banca ha anche reso noto di aver “raffinato” la gestione della propria politica dei prezzi dicendo di sperare che il tasso di inflazione aumenti “per il momento” fino all’obiettivo dell’1%: qui elevatissimo… Intanto, il PIL del quarto trimestre del 2011 si è contrato di un secco 2,3%[161].

 

 

 


 

[1] TGTV7, 9.2.2012, 20:00, E. Mentana.

[2] New York Times, 8.2.2012, H. Cooper, Saying ‘Ciao’ to Italy

*N.B. - N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL NEW YORK TIMES E DEL GUARDIAN NON VENGONO DATI  VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] Comunicato stampa ISTAT, 15.2.2012, Stima preliminare del PIL del IV trimestre 2011 (cfr. http://www.istat.it/it/ar chivio/53282/).

[4] Libero.it, 16.2.2012, E’ ancora allarme disoccupazione giovanile (cfr. http://247.libero.it/focus/11679445/477/e-anco ra-allarme-disoccupazione-giovanile-nei-primi-9-mesi-del-2011-in-italia-la-disoccupazione/).

[5] Business Standard (New Delhi), 31.1.2012, Dassault wins bid for IAF’s 126 fighter jetsLa Dassault vince la gara per la fornitura di 126 nuovi caccia all’Aeronautica indiana (cfr. http://www.business-standard.com/india/news/dassau lt-wins-bid-for-iafs-126-fighter-jets/156660/on/)

[6] New York Times, 24.1.2012, F. Toro, Free Homes, Gracias Chávez Case gratis, grazie Chavez.

[7] New York Times, 7..2012, F. Toro, Small-Town President Il presidente dei piccoli paesi.

[8] El Universal (Caracas), 21.2..2012, Présidente Chávez anuncia que debe ser intervenido ante nueva lesion (cfr.              http://www.eluniversal.com/nacional-y-politica/salud-presidencial/120221/chavez-reconoce-que-existen-altas-pro babilidades-de-que-lesion-sea-mal/).

[9] AlJazeera, 9.2.2012, H. Martin, Sudan and S Sudan sign non-aggression pact— Sudan e S Sudan firmano patto di non aggressione (cfr. http://www.aljazeera.com/news/africa/2012/02/201221162956834538.html/).

[10] Agenzia Reuters, 11.2.2012, Sudan: Army Seizes Rebel-held Area in border state Sudan: l’esercito conquista territorio in mano ribelli in una zona di confine (cfr. http://af.reuters.com/article/sudanNews/idAFL5E8DB0VP20120211/).

[11] Sudan Tribune (Juba), 22.2.2012, South Sudan to review oil contracts after expelling PETRODAR chief— Dopo l’espulsione del capo della Patrodar, il Sud Sudan rivedrà tutti i contratti petroliferi (cfr. http://www.sudantribune.com/South-Sudan-to-reviews-oil,41682/).

[12] Chicago Tribune, 24.12.12, U. Laessing e H. Holland, Analysis: South Sudan future dicey after oil money loss Analisi: il futuro del Sud Sudan in bilico dopo la perdita di entrate dal petrolio (cfr. http://www.chicagotribune.com/news/sns-rt-us-southsudantre81n1og-20120224,0,4933692.story/).

[13] Asharq Alawsat, 9.2.2012, Egypt: compelling evidence in US NGO case In Egitto, prove stringenti nel caso delle ONG americane (cfr. http://www.asharq-e.com/news.asp?section=1&id=28405/). 

[14] Federal Election Commission,Soliciting Accepting or Receiving Contributions and Donations from Foreign Nationals Proibizione della sollecitazione, accettazione o ricezione di contributi e/o donazioni da cittadini o organismi stranieri (cfr. http://www.fec.gov/pages/brochures/foreign.shtml/; e, per il testo integrale della legislazione vigente, cfr. http://www.fec.gov/law/feca/feca.pdf/).

[15] Nell’anno del Signore, 1969, di L. Magni (per il passaggio di Sordi/fraticel-confessore che richiama la plebe alla realtà della sua condizione  che la provvidenza vuole subordinata, cfr. http://www.youtube.com/watch?v=gK3c 4tNv3lk/).

[16] Rileva il New York Times, 6.2.2012, S. Shane e R. Nixon, come Charges Against U.S.-Aided Groups Come With History of Distrust in Egypt Le accuse contro i gruppi aiutati dagli americani si aggiungono in Egitto a una lunga storia di profonda sfiducia.

[17] New York Times, 20.2.2012, R. Nordland e D. D. Kirkpatrick, Dossier Details Egypt’s Case Against Democracy Groups Il dossier che dettaglia il caso dell’Egitto contro le ONG pro-democrazia.

[18] Egypt Independent, 6.2,.2012, Defendants' names in NGO funding case revealed as US warns Egypt I nomi degli accusati nei casi di finanziamenti stranieri delle ONG  resi noti mentre gli USA ammoniscono l’Egitto (cfr. http://www.egyptinde pendent.com/node/642516/).

[19] Voice of America, 8.2.2012, US Receives Egyptian Charges Against American NGO Activists Gli USA formalmente informati delle accuse specifiche contro gli attivisti cdelle ONG americane (cfr. http://blogs.voanews. com/breaking-news/tag/egypt/).

[20] Ahramonline, 29.2.2012, Judges in Egypt NGOs case abruptly recuse themselves, trial delay Altri ritardi nel caso delle ONG in Egitto: i giudici si autoricusano senza alcun preavviso (cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/64/35658 /Egy pt/Politics-/Egypts-NGO-trial-judges-step-down-from-the-case.aspx/). 

[21] New York Times, 16.2.2012, D. D. Patrick, Muslim Brotherhood Threatens to Review Treaty with Israel La Fratellanza mussulmana minaccia di rivedere il trattato con Israele

[22] AlAhram.on line, 10..2012, El-Ganzouri: govt to stay put until SCAF cedes power— Il governo resterà dov’è finché lo SCAF non lascerà il potere (cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/1/64/34179/Egypt/Politics-/ElGanzouri-govt-to-stay-put-until-SCAF-cedes-power.aspx/).

[23] Al Arabiya News, 9.2.012, Egypt to deploy troops ahead of strike as PM paints grim picture L’Egitto dispiegherà trruppe prima degli scioperi mentre il PM dipinge un qudro molto fosco (cfr. http://english.alarabiya.net/articles/2012/02/09/ 193496.html/).

[24] New York Times, 9.2.2012 Agenzia Associated Press (A.P.), Islamists call for new cabinet in Egypt Gli islamisti [ma sono i partiti islamici e hanno vinto le elezioni con oltre il 75% dei voti] vogliono un nuovo governo in Egitto (cfr. http://english.al arabiya. net/articles/2012/02/09/193496.html/).

[25] Agenzia NightWatch, KForce Government Solutions, Inc. (KGS), 1.2.2012, Russia–Syria: for the record–Russia-Siria: quel che c’è agli atti (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_1200 0023.aspx/).

[26] Hürryet Daily News (Istanbul), 3.2.2012, Agenzia France-Presse (A.F.-P.), Russia will not halt Syria arms exports La Russia non interromperà la fornitura di armamenti alla Siria (cfr. http://www.hurriyetdailynews.com/russia-will-not-halt-syria-arms-exports-official-.aspx?pageID=238&nID=12849&NewsCatID=353/).

[27] New York Times, 4.2.2012, N. MacFarquhar e A. Shadid, Russia, China Veto U.N. Resolution on Syria Russia e Cina mettono il veto alla risoluzione ONU contro la Siria [più corretto, perché più completo,  sarebbe stato titolare “votano contro la versione della risoluzione voluta unilateralmente dai governi occidentali e da quelli arabi filo-occidentali].

[28] Lo evidenzia un articolo leggermente più attento del solito, del New York Times, che il 10.2.2012, con  R. MacKey, nota come Crisis in Syria Looks Very Different on Satellite Channels Owned by Russia and Iran La crisi in  Siria appaia molto diversa sui canali satellitari russi e iraniani— che è assolutamente vero, tanto quanto vero è il rovescio, però: che la crisi appare molto diversa sui canali satellitari americani e francesi— In altri termini, il punto non è che le verità appaiano diverse e contraddittorie ma a chi si dà retta tra i due racconti tanto profondamente diversi.
   E il fatto nuovo è che ormai nessuno – nessuno! – dopo le fandonie che ci hanno raccontato sull’Iraq per invaderlo più facilmente qualche anno fa, può più scommettere tranquillamente di fidarsi più delle verità raccontate dagli americani che di quelle raccontate dai russi…
   E solo per questo, ci sembra, l’America dovrebbe piangere su se stessa. Ma il fatto è che anche professionisti preparati  come questi del NYT, pure poi direttamente scottati proprio dalle frottole che il giornale ingoiò sull’Iraq da Casa Bianca e Pentagono non riesce neanche a vedere il problema… Dà per scontato che le sue fonti e se stesso sono più credibili di altri. E ornai non è affatto detto…

[29] New York Times, 16.2.12, R. Gladstone, In Powerful Rebuke U.N. Votes to Condemn Syria Con una forte censura il voto dell’Assemblea dell’ONU condanna la Siria.

[30] U.N. HRC, 22.2.2012, XIX sessione, #4 dell’Agenda, Report of the independent international commission of inquiry on the Syrian Arab Republic Rapporto della Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla Repubblica araba di Siria ( per il testo integrale del Rapporto cfr. http://graphics8.nytimes.com/packages/pdf/world/2012/20120222-UN-Hu manRightsCouncil-Syria-Report.pdf/).

[31] Agenzia RIA Novosti, 5.2.2012, Russia Wants to Push Syria for Democratic Reform La Russia vuole spingere la Siria verso riforme democratiche (cfr. http://en.rian.ru/russia/20120205/171158189.html/).

[32] Sondaggio del britannico YouGov per i cosiddetti Doha Debates del Qatar, committente legato al peggior nemico arabo della Siria di Assad, l’emiro di quel paese, comunque il più aperto e razionalmente filoamericano  degli alleati arabi dell’occidente (cfr. http://www.thedohadebates.com/news/item/index.asp?n=14312/): un Rapporto curiosamente pubblicato, per richiesta – si evince – dello stesso emiro, non col titolo più rilevante – che il 55% dei siriani non vogliono che Assad se ne vada – ma con quello, altrettanto veritiero ma molto meno rilevante, che “la maggioranza degli arabi”, degli altri paesi arabi cioè,  vorrebbe, invece, vederlo andar via.

   Bisogna dire che sospettavamo, e eravamo informati da tempo, del fatto che questo potesse essere il sentimento del siriano medio, al di là degli schermi propagandistici di parte – degli assadisti e degli anti: soprattutto di chi controlla i media internazionali e ha deciso di abbatterlo finanziando i twitteristi, i facebookisti, gli youtubisti, considerati e strumentalizzati (data la loro assoluta inaffidabilità irresponsabile) come i nuovi strumenti della rivoluzione o, se volete, della controrivoluzione.

   Anche per la controprova personale, certo meno scientifica ed autorevole fatta da noi  quattro mesi fa: a Damasco, per un seminario di formazione sindacale sponsorizzato da una ONG del ramo, abbiamo intervistato una trentina di siriani, di ogni età e condizione sociale: individualmente, uno a uno, in moschea, per strada, nei taxi, nei ristoranti… E, allora, la proporzione era appena superiore: il 65% con Assad— adesso è un po’ meno… ma, certo, adesso sono passati altri quattro mesi di rivolta e di guerra civile.

[33] NightWatch, (KGS), 6.2.2012, The rebellion in Syria? Not really so widespread… The isolation of Syria? Not really so tight… La ribellione in Siria? Non proprio tanto estesa, poi… L’isolamento della Siria? Ma, poi, non  così impermeabile(cfr.     http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000026.aspx/).

[34] Guardian, 19.2.2012, M. Hasan, Syria has made a curious transition from US ally to violator of human rights La curiosa transizione della Siria da alleato degli USA a dittatura che viola i diritti umani

[35] New York Times, 12.2.2012, T. Arango e D. Adnan, For Iraqis, Aid to Rebels in Syria Repays a Debt— Per gli iracheni, aiutare I ribelli in Siria vuol dire ripagare un debito.

[36] Arab News (Jeddah), 24.2.2012, Syria talks futile, king tells Russia Trattare con la Siria non serve a niente, dice ai russi il re saudita (cfr. http://arabnews.com/saudiarabia/article578771.ece/).

[37] Guardian, 13.2.2012, J. Burke, Al-Qaida leader Zawahiri urges Muslim support for Syrian uprising Il leader di al-Qaeda, al-Zawahiri, incoraggia i mussulmani a sostenere I rivoltosi siriani.

[38] Alternet, 16.2.2012, (A.F.-P.), Al-Qaeda likely behind Syria bombings: US spy chief Al-Qaeda è probabilmente dietro agli attentati alla bomba in Siria (cfr. http://www.alternet.org/rss/breaking_news/790839/al-qaeda_likely__behind_syria_ bombings%3A_us_spy_chief/).    

[39] NightWatch, v. Nota22 qui sopra.

[40] New York Times, 24.2.2012, F. Akram, In Break, Hamas Supports Syrian Opposition In rottura col passato, ora Hamas sostiene l’opposizione siriana.

[41] New York Times, 15.2.2012, N. MacFarquahar e B. Cowell, Assad Sets Date for Syrian Referendum Assad fissa la data del referendum in Siria.

[42] New York Times, 27.2.2012, N. Mac Farquhart e A. Cowell, Syrians Said to Approve New Charter as Battles Continue— I siriani avrebbero approvato il nuovo Statuto mentre la battaglia continua.

[43] Yahoo!News, 15.2.2012, Reuters, Syria parliament election 90 days after new constitution Dopo 90 giorni dalla nuova Costituzione, elezioni del parlamento in Siria.

[44] Cfr. qui, sopra, Nota31.

[45] Reuters, 11.2.2012, L. Nouheihed, Tunisian secular parties merge to face Islamists I partiti laici tunisini si fondono per far fronte agli islamici (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/02/11/us-tunisia-parties-idUSTRE81A0 LP20120211/).

[46] The Republic (Columbus, Ind.), 3.2.2012, H. al-Qatari, Kuwait’s islamic bloc rides opposition surge in parliament elections Il blocco islamico del Kuwait cavalca l’impennata dell’ opposizione nelle elezioni parlamentari (cfr. http://www.the republic.com/view/story/d7d90eb1afa04aaebf99e37763f54860/ML--Kuwait-Election/).

[47] Al Divan al-Amiri, sito dela sede dell’emirato, 6.2.1012, cfr. http://www.da.gov.kw/eng/newsroom/latestNews.php/).  

[48] New York Times, 6.2.2012, E. Bronner, Palestinian Factions Reach Unity Deal Le fazioni palestinesi raggiungono un’intesa unitaria.

[49] The Muslim Times (Islamabad), 14.2.2012, R.A. Tschannen, Palestinian unity deal a mistake L’accordo di unità palestinese uno sbaglio (cfr. http://www.themuslimtimes.org/2012/02/countries/jordan/palestinian-unity-deal-a-mistake/).

[50] The Jerusalem Post, 15.2.2012, K. A. Toameh, Abbas, Mashaal to continue unity talks in Cairo Abbas e Mashaal continueranno i colloqui unitari al Cairo (cfr. http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=257965/).

[51] Quotidiano del popolo, Xinhua, 28.2.2012, Hamas, Fatah agree to give more time to form unity gov't Hamas e Fatah concordano su più tempo per la formazione di un governo unitario (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90777/77420 53.html/)

(Xinhua)

[52] Jerusalem Post, 10.2.2012, Y. Katz e H. Keinon, Turks torpedo Israeli Navy participation in NATO op I turchi affondano la partecipazione della Marina israeliana alle esercitazioni della NATO(cfr. http://www.jpost.com/DiplomacyAndPo li tics/Article.aspx?id=257279/)

[53] The Express Tribune (Karachi), 8.2.2012, Hezbollah gets support, not orders from Iran: Nasrallah Hezbollah riceve sostegno e non ordini dall’Iran: dice Nasrallah (cfr. http://tribune.com.pk/story/333338/hezbollah-says-gets-support-not-or ders-from-iran/).

[54] The Daily Telegraph, 9.2.2012, China inflation lifted by Lunar New Year splurge L’inflazione sale in Cina per l’ondata di spese del nuovo anno lunare (cfr. http://latestchina.com/article/?rid=66349/).

[55] Stratfor, 9.2.2012, China: Producer Price Index Up In January A gennaio sale [ma in percentuale assai più ridotta anche] il livello dei prezzi alla produzione (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/china-consumer-price-index-january/).

[56] Qui citata dall’Agenzia nord-coreana DPRK Info Center, 31.1.2012, China Dismisses Misinformation of S. Korea, Japan and West about DPRK La Cina smentisce il carico di disinformazioni di Corea del Sud, Giappone e occidente contro la Repubblica  democratica popolare di Corea (cfr. http://nknews.org/2012/02/china-dismisses-misinformation-of-s-korea-ja pan-and-west-about-dprk/).

[57] Dipartimento di Stato, 13.2.2012, briefing della portavoce Victoria Nuland, Corea (Nord) (cfr. http://www.state.gov/r/ pa/prs/dpb/2012/02/183844.htm#NORTHKOREA/).

[58] North Korea Times, 13.2.2012, (Voice of America), US Officials Meet Next Week with North Koreans in Beijing— Esponenti dell’amministrazione americana si incontrano a Pechino coi nord coreani (cfr. http://story.northkoreatimes.com/ index.php/ct/9/cid/08aysdf7tga9s7f7/id/203467440/cs/1/ht/US%20Officials%20 Meet%20Next%20Week%20with% 20North%20Koreans%20in%20Beijing/).

[59] New York Times, 23.2.2012, J. Perlez, U.S. and North Korean Officials Hold Talks in China Esponenti americani e  nord coreani aprono il confronto in Cina: 

[60]  NightWatch (KGS), 23.2.2012, US M-Korea talks in Beijing (cfr. http://www.kforcegov.com/NightWatch/Night Wa tch_12000037.aspx/).

[61] New York Times, 21.2.2012, M. McDonald, Excitable Boy, They All Said E’ solo un ragazzo un po’ isterico, dicevano tutti.

[62] New York Times, 29.2.2012, S. L. Myers e hoe Sang-hun, North Korea Agrees to Curb Nuclear Work; U.S. Offers Aid La Corea del Nord concorda di frenare il lavoro che conduce sul nucleare; gli Stati Uniti offronoaiuti.

[63] The Economist, 18.2.2012.

[64] New York Times, 28.2.2012, S. Castle, Europe Seeks to Reduce Debt Ratings’ Influence L’Europa vuole ridurre l’influenza delle valutazioni del debito.

[65] 1) New York Times, 9.2.2012, J. Ewing e J. Werdigier, Central Banks in Europe Hold Interest Rates Le Banche centrali in Europa tengono fissi i loro tassi di scontogià, ma quello della Banca d’Inghilterra resta alla metà, allo 0,50%, malgrado un’inflazione che nel Regno Unito è quasi al doppio…comunque la BoE; 2) BCE, 9.2.2012, Dichiarazione di M. Draghi alla conferenza dopo il Direttivo, 9.2.2012 (cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/2012/html/is120209.en. html/).

[66] (A.P.), 23.2.2012, The EU Now Expects A Recession For The Eurozone— La UE [a parlare è il Commissario Olli Rehn] ora si aspetta un recessione per l’eurozona (cfr. http://articles.businessinsider.com/2012-02-23/markets/31089616_1_euro zone-forecast-forecasts-contraction/).

[67] Yahoo!Finance, 9.2.2012, Bank of England pumps more cash into economy to support recovery— La Banca d’Inghilterra pompa liquidità nel’economia per sostenere [sarebbe, però, meglio dire per rilanciare…] la ripresa (cfr. http://fi nance.yahoo.com/news/bank-england-injects-50-billion-122307452.html/).

[68] New York Times, 29.2.2012, J. Ewing, European Banks Get Big Injection of Cash in Bid to Ease Crisis Nel tentativo di alleviare la crisi, le banche europee ottengono una grande iniezione di liquidità.

[69] Cfr. in Nota congiunturale 2-2012, in Nota116, M. Weber, Die Protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, Verlag Area, 1905— L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, ed. Rizzoli, BUR, 1991. Del resto è stato ben osservato, in lingua tedesca, le parole debito e peccato hanno la stessa radice. Il primo è Schuld, il secondo è Sünde… Il che è francamente aberrante, ma anche significativo e in fondo la ricchezza è essa stessa un premio alla virtù.

[70] Irish Times, 28.1.2012, A. Beasley, Prospects of avoiding automatic plebiscite advance Migliorano le prospettive di evitare il referendum [ma, a leggere l’articolo, non sembra proprio e, a sentire la ministra, anche meno…] (cfr. http://www.irish times.com/newspaper/world/2012/0128/1224310868695.html/).

[71] Europe Magazine, 30.1.2012, A. Armellini, Poland fires warning shot on fiscal compact hours before EU summit La Polonia spara un colpo di preallarme sulla nuova disciplina fiscale a qualche ora dal vertice della UE (cfr. http://en.europeonli ne-magazine.eu/poland-fires-warning-shot-on-fiscal-compact-hours-before-eu-summit_185867.html/).

[72] 1) per la ricostruzione, precisa e colorita, del fatto leggere  la più bella biogragfia di Lincoln, del poeta Carl Sandburg, Abraham Lincoln,2nd vol.,The War Years (1939, Harcourt  Brace. publ.; 2) e per  testi originali del suggerimento e della legislazione, E. D. Taylor,  cfr. http://www.aglobalmuse.com/Father+of+the+Greenback/); e cfr. http://books.google.it/ books?id=_oY3AQAAIAAJ&pg=PR417&dq=Edmund+D.+Taylor&hl=en&ei=MH2aTbbEK-OH0QGf0uDL Bg&sa=X &oi=book_result&ct=result&redir_esc=y/).

[73] CNN, 3.2.2012, K. Hille e J. Anderlini, China may invest more in EU debt fund La Cina potrebbe investire di più nel Fondo europeo per il debito (cfr. http://edition.cnn.com/2012/02/02/business/china-merkel-eu-debt/index.html/).  

[74] Cfr. Nota congiunturale 11-2011, in Nota79.

[75] EurActiv, 2.2.2012, Belgium first in eurozone to enter formal recession Il Belgio è il primo paese ad entrare in recessione nell’eurozona (cfr. http://www.euractiv.com/euro-finance/belgium-eurozone-enter-formal-recession-news-510526/).

[76] Newsweek, 1.8.2010, The world’s best countries I paesi migliori del mondo (cfr. http://www.thedailybeast.com/topics/ the-world-s-best-countries.html/).

[77] 1) New York Times, 31.5.2011, B. Bartlett, Are Taxes in the U.S. High or Low? Le tasse in America sono alte o sono basse?; 2) OECD/OCSE, OECD Tax Database (2010), 23.1.2011 (cfr. http://www.oecd.org/document/60/0,3746,en_264 9_34533_1942460_1_1_1_1,00.html#C_CorporateCaptial/).

[78] YahooFinance!, 5.2.2012, (A.F.-P.), Spanish economy to shrink 1.5% in 2012 L’economia spagnola si contrarrà dell’1,5% nel  2012 (cfr. http://finance.yahoo.com/news/ spanish-economy-shrink-1-5-171210522.html/).

[79] EUROPOLITICS, 22.2.2012, Spain hopes to negotiate new deficit target with Commission— La Spagna spera di poter negoziare un nuovo tetto di deficit con la Commissione (cfr. http://www.europolitics.info/economy-monetary-affairs/echoes-of-the-crisis-art326768-29.html/).

[80] Stratfor, 23.2.2012, Spain: No Decision Now On New Deficit Targets - European Commission— Spagna - La Commissione UE: per il momento nessuna decisione su nuovi targets di deficit/PIL per la Spagna (cfr. http//www.stratfor.com/ si tuation-report/spain-no-decision-now-new-deficit-targets-european-commission/).

[81] New York Times, 25.2.2012, P. Krugman, European Crisis Realities Le realtà europee della crisi.

[82] OCSE Factbook 2011-2012 (cfr. http://www.oecd.org/site/0,3407,en_21571361_34374092_1_1_1_1_1,00.html/).

[83] FMI/Previsioni economiche mondiali 9.2011 (cfr. http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/index. aspx

[84] Ukrainian News Agency (UNA), 1.2.2012, Ukraine, Russia To Hold Talks On Functioning Of Black Sea Fleet Ucraina e Russia terranno colloqui sull’operatività della flotta del mar Nero (cfr. http://un.ua/eng/article/372838.html/).

[85] Internationl Herald Tribune, 22.2.2012, S. Castle e P. Karasz, Hungary Could Lose European Union Subsidies L’Ungheria potrebbe perdere i sussidi dell’Unione europea.

[86] The Economist, 2.2.2012.

[87] The Star (New Delhi), 7.2.2012, Romanian President asks Intelligence head to form new government Il presidente romeno chiede al capo sei servizi segreti di formare il governo (cfr. http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2012/2/7/ worldupdates/2012-02-06T182218Z_2_TRE8151HT_RTROPTT_0_UK-ROMANIA-POLITICS&sec=Worldupda tes/).

[88] Yahoo!Finance, 7.2.2012, D. Gatopoulos (A.P.), Greece caves in on civil service firings La Grecia si piega agli ulteriori licenziamenti nel P.I (cfr. http://finance.yahoo.com/news/greece-caves-civil-firings-174100581.html).

[89] Financial Times, 16.2.2012, G. Wiemann e Q. Peel, Berlin split on bail-out for Greece—Divisioni a Berlino sul salvataggio della Grecia (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/92026aea-58cb-11e1-b118-00144feabdc0.html#axzz1n Cj86yTX/).

[90] La Gazzetta del Mezzogiorno, 28.2.2012, S&P: rating Grecia a default selettivo (cfr. http://lagazzettadelmezzogior no.it/notizia.php?IDNotizia=497102&IDCategoria=2687/).

[91] New York Times, 28.2.2012, J. Ewing e M. Eddy, European Leaders Postpone Debt Crisis Meeting I leaders europei rinviano la riunione sulla crisi del debito già in calendario.

[92] KTAR..com, 23.2.2012, Greek parliament passes debt writedown deal Il parlamento ellenico approva una legge che svaluta il debito (cfr. http://ktar.com/48/1258125/Greek-Parliament-to-vote-on-debt-writedown-deal/).

[93] Cfr. Nota3.

[94] New York Times, 13.2.2012, R. Shorto, The Way Greeks Live Now Come vivono adesso i greci.

[95] Guardian, 12.2.2012, M. Margaronis, As Greece stares into the abyss, Europe must choose–What’s really at stake in the crisis isn’t Greece’s, but Europe’s identity Con la Grecia che guarda giù nell’abisso, l’Europa deve scegliere – In ballo in questa crisi non è tanto la Grecia quanto la stessa identità dell’Europa.

[96] Università Pantion del Pireo, proff. Theodore Pelagidis e Michael Mitsopoulos, Vikings in Greece: kleptocratic interest groups in a closed, rent-seeking economy I vichinghi in Grecia: gruppi di interesse  cleptocratici in un’economia chiuse e alla ricerca della rendita, 2011, Palgrave Macmillan e (tetso abbreviato) in The Cato Journal, Wash., D.C. (cfr. http://www.cato.org/pubs/journal/cj29n3/cj29n3-3.pdf/) 

[97] New York Times, 8.2.2012, edit., Greek Tragedy.

[98] European Voice, 10.2.2012, (A.F-.P.), Eurozone ministers  delay approval of Greek bailout L’eurozona ritarda l’approvazione del  salvataggio per la Grecia (cfr. http://www.europeanvoice.com/article/2012/february/73559.aspx/).

[99] Msn.News, 16.2.2012, Greece heads for debt deal, eurozone tightens controls— La Grecia va verso l’accordo sul debito, ma l’eurozona stringe i controlli (cfr. http://news.malaysia.msn.com/top-stories/article.aspx?cp-documentid=5892760/).

[100] Anche il comunicato stampa emesso a nome di entrambi dalla presidenza della Repubblica lituana insiste su questo impalpabile e vuoto impegno personale: 16.2.2012, Presidents of Lithuania and Poland agree to contribute personally to implementing common energy projects I presidenti di Lituania e Polonia d’accordo nel contribuire personalmente alla realizzazione di progetti energetici comuni (cfr. http://www.president.lt/en/press_center/press_releases/presidents_of_lithua nia_and_poland_agree_to_contribute_personally_to_implementing_common_energy_projects.html/).

[101] Guardian, 19.2.2012, (A.P.), Latvians reject Russian as official language.

[102] Ma qui ogni anno, a Riga, i veterani  delle due legioni lettoni delle SS tedesche – i più giovani ultraottantenni – marciano accompagnati da fanfare e fanfaronate ufficiali per celebrare l’anniversario della loro guerra antibolscevica a fianco dei tedeschi (Guardian, 16.3.2010, I. Traynor, Riga remembrance causes Nazi controversy at home and abroad—  Le commemorazioni di Riga provocano controversie in casa e all’estero.

[103] New York Times, 24.2.2012, M. Brunwasser, Kosovo and Serbia Reach Key Deal Il Kosovo e la Serbia raggiungono un accordo chiave

[104] UNSC Resolution 1244/1999, 10.6.1999, Situation Regarding Kosovo che, tra l’altro, parola dopo impegnativa parola “riaffermava l’impegno di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite alla sovranità e all’integrità territoriale della Repubblica federativa di Jugoslavia [appunto: il Kosovo doveva restare alla Serbia] e degli altri Stati della regione come stabilito dalla dichiarazione dell’Atto Finale della conferenza di Helsinki e all’allegato no. 2. (cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N99/172/89/PDF/N9917289.pdf?OpenElement/).

[105] International Court of Justice— Corte internazionale di Giustizia, 2.7.2010, no. 2010/25, Accordance with international law of the unilateral declaration of independence in respect of Kosovo – Advisory Opinion: The Court finds that the declaration of independence of Kosovo adopted on 17 February 2008 did not violate international law—  Concordanza con il diritto internazionale della Dichiarazione di Indipendenza relativa al KosovoParere consultivo: La Corte trova che la Dichiarazione di indipendenza del Kosovo, adottata il 17.2. 2008 non ha violato il diritto internazionale [testo approvato da 6 membri della Corte col voto in dissenso, separatamente motivato e pubblicato allegato al parere da altri 4 giudici].

[106] A. Lincoln, dietro il discorso inaugurale della sua 2a presidenza, (cfr. http://www.historytools.org/sources/lincoln-se cond.pdf/).

[107] The Economist, 18.2.2012.

[108] Guardian, 3.2.2012, R. Reich [già segretario al lavoro nella prima amministrazone di Clinton 1990-1994, poi dimissionario per la resa del presidente agli interessi costituiti della grande finanza], Unemployment at 8.3% still leaves a vast and destructive jobs deficit La disoccupazione all’8,3% lascia ancora un deficit di lavoro ampio e distruttivo

[109] New York Times, 23.4.2008, A. Liptak, U.S. prison population dwarfs that of other nations La popolazione carceraria americana ridimensiona e nanizza quella di ogni altro paese.

[110] New York Times, 3.2.2012, M. Rich, U.S. Jobless Rate Falls to 8.3 Percent, a 3-Year Low— Il tasso di disoccupazione in USA cade all’ 8,3%, il minimo da 3 anni.

[111] BLS, 3.2.2012, , USDL-12-0163, Employment Situation 1.12 (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[112] Washington Post, 17.2.2012, Y.Q. Mui, —Surge in temp workers reflects fundamental change in American workplace

[113] Economic Policy Institute (EPI) (Washington), 3.2.2012, U.S. labor market starts 2012 with solid positive signs but fewer jobs than it had 11 years ago Il mercato del lavoro americano comincia il 2012 dando segnali positivi ma con meno posti di lavoro di quelli che c’erano 11 anni fa (cfr. http://www.epi.org/publication/labor-market-starts-2012-solid-positive/).

[114] EPI, 10.1.2012, H. Shierholz, Nearly three years of a job-seekers ratio above 4-to-1— Quasi da tre anni un rapporto di 4 domande di lavoro per ogni posto disponibile (cfr. http://www.epi.org/publication/job-seekers-ratio-above-4-to-1/).  

[115]  New York Times, 5.2.2012, Things are not OK— .

[116]  New York Times, 13.2.2012, edit., A Responsible Budget.

[117] The Economist, 25.2.2012.

[118] The Economist, 18.2.2012.

[119] Mai tanto netto e chiaro in materia come nel discorso del dicembre scorso al liceo di Osawatonie, un paesino del Kansas, che ha definito la piattaforma di politica economica e sociale della su campagna elettorale, 6.12.2011 (cfr. http://www.washingtonpost.com/politics/president-obamas-economic-speech-in-osawatomie-kans/2011/12/06/gIQ AVhe6ZO_story.html/).

[120] The Economist, 18.2.2012.

[121] The Economic Times, 31.1.2012, Barack Obama confirms US drone strikes in Pakistan Barak Obama conferma i bombardamenti dei drones in Pakistan (cfr. http://articles.economictimes.indiatimes.com/2012-01-31/news/31010618_1_ drone-strikes-drone-program-qaida/).

[122] Stratfor, 31.1.2012, Pakistan: U.S. UAV Strikes Called Unlawful Pakistan: i bombardamenti dei drones americani definiti illegali (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/pakistan-us-uav-strikes-called-unlawful/).

[123] 1Pakistan, 8.2.2012, Agenzia Associated Press Pakistan (A.P.P),Pakistan and Russia agree to promote bilateral relations— Pakistan e Russia concordano  sulla promozione di rapporti bilaterali più intensi (cfr. http://www.1pak.com/news/ popular/139869:pakistan-and-russia-agree-to-promote-bilateral-relations.html/).

[124] KAAMA Blogspot, 8.2.2012 B. Roggio, US drones kill 8 'militants' in North Waziristan strike—Con attacchi nel Nord Waziristan, aerei senza pilota americani ammazzano “militanti” (cfr. http://sgt-jim.blogspot.com/2012/02/us-drone-stri ke-kill-at-least-10.html/).

[125] 1) Guardian, 1.2.2012, J. Borger, Taliban believe they will take over from US and Nato in Afghanistan – report; 2) New York Times, 1.2.2012, R. Nordland e A. J. Rubin, Taliban Captives Dispute U.S. View on Afghanistan War I prigionieri talebani smentiscono le previsioni americane sulla guerra in Afganistan.

   Del resto, poi, gli americani si smentiscono spesso e volentieri da soli come quando, adesso, un portavoce della Casa Bianca si affretta a dichiarare contro ogni buonsenso che no, “non è un cambiamento dell’agenda di transizione”: l’agenda dell’Inteqal— appunto, la transizione, sia in lingua pashtu che in urdu.

   La decisione, appena annunciata dal segretario alla Difesa Leon Panetta che, parlando o presumendo del resto come al solito, di parlare per conto di tutte le forze NATO dislocate in Afganistan, rende noto adesso che si ritireranno da ogni missione di combattimento subito dopo la metà del 2013, fino a 18 mesi prima di quanto stabiliva l’agenda precedentemente – e ufficialmente – assunta come decisione comune dalla NATO stessa e annunciata dallo stesso presidente Obama.

   Perché, era la motivazione (Comunicato del vertice ISAF di Kabul, 20.7.2010) ci vorrà come minimo quel lasso di tempo per mettere in grado gli afgani di assumersi da soli la responsabilità della sicurezza nel loro paese (cfr. http://www.isaf.nato.int/images/stories/File/factsheets/1667-10_Inteqal_LR_en.pdf/). Insomma, sembra proprio che  la decisione annunciata da solo da Sarkozy di ritirare tutti i suoi soldati entro il 2013 sia stata, tutto sommato, no?, solo anticipatrice.

   A salvare l’onore e l’amor proprio residuo di quello che una volta – diciamo prima di Bush che li ha o “comprati” e/o “addormentati” tutti ricoprendoli con la coltre del patriottardismo più cieco – era un combattivo e capace gruppo di corrispondenti stampa dalla Casa Bianca, va aggiunto che, un po’ sotto i baffi magari, ridevano in molti a sentire lo sproloquio del portavoce Jim Carney (nessun cambiamento): anche se nessuno ha trovato il coraggio di dirgli in faccia, come sarebbe stato doveroso, che stava mentendo (White House, 2.2.2012, Press Briefing, cfr. http://www.whitehouse. gov/the-press-office/2012/02/02/press-briefing-press-secretary-jay-carney-2212/).

[126] Flashpoint Partners,12.1.2012, Islamic Emirate of Afghanistan–Statement regarding the ongoing situation in Afghanistan Emirato islamico dell’Afghanistan [i talebani] – Dichiarazione sulla situazione attuale in Afganistan (cfr. http://www.flashpoint-intel.com/images/documents/pdf/0105/flashpoint_taliban011212.pdf/).

[127] AFJ, 2.2012, Lt. Col. D. l. Davis,  Truth, lies and Afghanistan Verità, bugie e Afganistan (cfr. http://www.armed forcesjournal.com/2012/02/8904030/): sintetizza il testo del Rapporto trasmesso al Pentagono e a diversi congressisti e ancora in parte segreto, 84 pp., datato 27.1.2012 e intitolato Dereliction of Duty: Senior Military Leaders’ Loss of Integrity Wounds Afghan War Effort Omissione di atti d’ufficio: la mancanza di onestà intellettuale degli alti gradi militari ferisce lo sforzo della guerra afgana (cfr. http://www1.rollingstone.com/extras/RS_REPORT.pdf/).

[128] Entrend.az, 25.2.2012. E Kosolapova, Kyrgyz President: Manas base not be used against Iran— Il presidente del Kirghizistan: la base di Manas  non deve essere utilizzata contro l ‘ Iran (cfr. http://en.trend.az/regions/casia/kyrgyzstan/19 96610.html/).

[129] IntelTwit (cfr. http://twitter.com/#!/IntelTweet/statuses/164902682841190403/).

[130] Pakistan Today, 21.2.2012, Gilani assures Karzai of support. But… Gilani assicura Karzai del suo sostegno. Ma… (cfr. http://www.pakistantoday.com.pk/tag/mqm/).

[131] New York Times, 17.2.2012, D. Walsh, Pakistan Meeting Reveals Tensions Over Afghan Talks L’incontro in Pakistan tra I due governi rivela le tensioni reciproche sui negoziati coi talebani.

[132] New York Times, 25.2.2012, G. Bowley e A. J. Rubin, 2 U.S. Officers Slain; Advisers to Exit Kabul Ministries Uccisi [altri] 2 ufficiali americani; i  Consiglieri abbandonano i ministeri di Kabul.

[133] New York Times, 13.2.2012, I. Kershner e M. Schwirtz, Israel Blames Iran for Attacks in India and Georgia Israele incolpa l’Iran per gli attacchi in India e in Georgia [contro suoi diplomatici].

[134] MSNBC, 9.2.2012, R.. Engel e R. Windrem, Israel teams with terror group to kill Iran's nuclear scientists, U.S. officials tell NBC News— Esponenti americani dicono alla NBC che Israele lavora con un gruppo terroristico ad assassinare gli scienziati nucleari iraniani (cfr. http://rockcenter.msnbc.msn.com/_news/2012/02/08/10354553-israel-teams-with-terror-group-to-kill-irans-nuclear-scientists-us-officials-tell-nbc-news/).

[135] New York Times, 9.2.2012, R. Gladstone, India Explores Economic Opportunities In Iran, Denting Western  Sanctions Plan L’India va esplorando le opportunità ecomomiche che presenta l’Iran, sfaldando il piano occidentale delle sanzioni [ma in realtà, come s’è detto americano, supinamente subìto dagli altri occidentali].

[136] Business Insider.com, 2.2.2012, Iran may seek death penalty for currency speculators L’Iran potrebbe chiedere la pena di morte per chi specula sulla moneta (cfr. http://www.businessinsider.com/iran-may-seek-death-penalty-for-currency-speculators-2012-2/).

[137] New York Times, 8.2.2012, N. Karimi e B. Murphy (A.P.), Ahmadinejad seeks rebound in Iranian elections Ahmadinejad cerca il rilancio nelle elezioni parlamentari iraniane.

[138] New York Times, 17.2.2012, (AP.), Pakistan Vows to Progress With Iran Pipeline Deal Il Pakistan si impegna a proseguire con l’oleodotto dall’Iran.

[139] AlAkhbar (en.), 14.2.2012, Turkey to ignore western sanctions on Iran La Turchia ignora le sanzioni occidentali contro l’Iran (cfr. http://english.al-akhbar.com/content/turkey-ignore-western-sanctions-iran/).

[140] Defense News (Istanbul), 23.2.2012 (A.F.-P.), Turkey Plans To Buy 100 F-35s: Report— Secondo un rapporto ufficiale, la Turchia progetta di cmprare 100 F-35 (cfr. http://www.defensenews.com/article/20120223/DEFREG01/302230002/Tur key-Plans-Buy-100-F-35s-Report/).

[141] Prendendo quindi debitamente in giro la “rivelazione” della speciale Commissione di ispettori della AIEA che per conto dell’ONU è stata accolta a Teheran a metà febbraio e condotta a verificare sotto una montagna vicina alla città  di Qom quello che Obama nel 2009 aveva rivelato esistere – nelle speranza vana che, parlandone, ne avrebbe forse iterrotto i lavori e la cui esistenza ed attività aveva appena rivelato Ahmadinejad, cioè il programma di arricchimento “segreto”che poi visto che li portano a visitarlo tanto segreto non era. Sì è vero, l’Iran rifiuta di sottostare alla richiesta del CdS dell’ONU – impropria e che travalica i poteri che lo Statuto dell’Organizzazione gli conferisce– di interrompere l’arricchimento del suo uranio ma altro non hanno ancora una volta “scoperto”. E sì, è vero, agli ispettori hanno rifiutato l’accesso a un sito militare chiamato Parchin dove viene fabbricato – dice lo steso rapporto però – solo esplosivo convenzionale e certamente non atomico (New York Times, 24.2.2012, D. E Sanger e W. J. Broad, Atomic Agency Says Iran Is Making Fuel at Protected Site— L’Agenzia atomica internazionale dice che l’Iran sta arricchendo il suo combustibile in un sito protetto [sai che novità… e con Tel Aviv che minaccia di bombardare i siti iraniani almeno due volte al giorno, farebbe male a caecer di proteggerli tenendoli sottoterra?] (cfr. per il testo integrale dell’assolutamente inutile e ridicolo rapporto tecnico dell’AIEA, che questo e non altro “rivela” ma finirà con l’alimentare ancora altra isteria, IAEA Board of GovernorsIAIEA, Consiglio Direttivo, 24.2.2012, GOV2012/2, http://www.nytimes.com/interactive/2012/02/ 24/world/middleeast/IAEA-Iran-Report-February-2012.html?ref=middleeast/).

[142] New York Times, 15.2.2012, R. Gladstone e A. Cowell, Iran Issues Threat to Oil Buyers in Europe— L’Iran minaccia I compratori di petrolio in Europa [naturalmente, non troverete mai sui nostri quotidiani un titolo che sulla minaccia di sanzioni europee all’Iran parli, appunto, di minaccia o di ricatto… al massimo le chiamano, pudicamente, misure].

[143] EUbusiness, 15.2.2012, Oil prices spike on Iran export warning to EU I prezzi del greggio si impennano dopo l’ammonimento dell’Iran all’eurozona (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/commodities-energy.f8g/).

[144] CBCNews World, 19.2.2012, (A.P.), Iran stops oil exports to Britain, France L’Iran blocca l’export di petrolio a Gran Bretagna e Francia (cfr. http://www.cbc.ca/news/world/story/2012/02/19/iran-nuclear-expansion.html/).

[145] Guardian, 22.2.2012, Oil hits record on Iran fears— I l petrolio al massimo dei prezzi per la paura su [o de]ll’Iran.

[146] New York Times, 21.2.2012, A. Cowell, Iran Warns of Pre-Emptive Action in Nuclear Dispute— Nella disputa sul nucleare, l’Iran adesso ammonisce esso stesso di una qualche azione preventiva [è il vice comandante dele Forze armate, Mohammed Hejazi, che stanco – dice – di sentirsi minacciato in questi termini da israeliani e americani, adesso per la prima voltar replica loro in termini dichiaratamente dello stesso tenore].

[147] Stratfor, 15.2.2012, Iran: EU States Plan To Switch Oil Suppliers Gli Stati dell’Unione europea progettano [già: progettano…] di cambiare i loro fornitori di greggio (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/iran-eu-states-plan-switch-oil-suppliers/).

[148] Sono le conseguenze non volute e impreviste, epperò anche prevedibili, di azioni invece deliberatamente volute: di questo complesso di fenomeni parlò per primo Niccolo Machiavelli ma gli diede questo specifico nome lo psicologo empirico e strutturalista e fisiologo tedesco del tardo’800 e primo ‘900, Wilhelm Maximilian Wundt, considerato il padre della psicologia sperimentale (Grundzüge der physiologischen Psychologie, 1a  ed, 1873-74, ed. 1902 Verlag von Wilhelm Engelmann Fondamenti della psicologia fisiologica.

   Ma, dato che l’essere umano è fatto come è fatto, si tratta di conseguenze inevitabili – molte volte anche disastrose di  azioni che, assunte per uno scopo, si rovesciano contro chi le intraprende: l’esempio, attualissimo, è quello di chi, da Merkel a Monti sta combattendo la recessione scatenata dall’ingordigia dei mercati finanziari e la conseguente crisi di crescita con l’austerità, per abbattere così deficit di bilancio e debiti pubblici: eterogenesi dei fini voluti rispetto ad esiti che pure sono scontati— condannando le economie in crisi a crescere ancora di meno e ad aumentare il debito…

[149] New York Times, 7.2.2012. T. Arango, U.S. Planning to Slash Iraq Embassy Staff by Up to Half Gli USA stanno progettando di tagliare il personale dell’ambasciata fino alla metà di quanto avevano pianificato.

[150] Asharq Alawsat (Bagdad), 24.8.2008, M. al-Zaydi, Tips for al-Maliki from Mr. Berlusconi, they say Consigli per al-Maliki dal sig. Berlsuconi, dicono (cfr. http://www.asharq-e.com/news.asp?section=1a&id=0012284/).

[151] Dinar Daddy’s Iraq, 9.2.2012, News and reports: changes in the security leaders and the most important intelligence Chiefs of Staff— Cambiamenti nei comandi delle forze di sicurezza, nei più importanti incarichi dell’intelligence e per i capi di Stato maggiore (cfr. http://theiraqidinar.com/2012/02/09/news-and-reports-changes-in-the-security-leaders-and-the-most-important-intelligence-chiefs-of-staff/).

[152] Kurdistan News Agency (AKNews) , 9.2.2012, F. Mohammed, Representatives refute reports of Iraqi Army Chief sacking— La notizia del licenziamento del capo dell’esercito iracheno smentita da alcuni deputati (cfr. http://www.aknews.com/ en/aknews/4/288988/).  

[153] Stratfor, 11.2.2012, Iraq: Federalism Could Lead To Civil War - PM In Iraq, dice il PM, il federalismo potrebbe portare alla Guerra civile (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-federalism-could-lead-civil-war-pm/).

[154] New York Times, 17.2.2012, N. Kulish e M. Eddy, President of Germany Quits as Inquiry Into Favors Builds— Il presidente della Germania abbandona col montare dell’inchiesta giudiziaria sui favori ricevuti.

[155] New York Times, 31.1.2012, Reuters, Jobless Rates Up in Italy and Spain, but Down in Germany Il livello dei senza lavoro sale in Italia e in Spagna, ma scende in Germania.

[156] OECD StatExtracts, 3.2.2012, Labour Force Statistics-harmonized unemployment rates (cfr. http://stats.oecd.org/ in dex.aspx?queryid=251/).

[157] New York Times, 8.2.2012, N. Walter, Germany’s Hidden Economic Weaknesses Le debolezze economiche nascoste della Germania.

[158] New York Times, 28.2.2012, D. Moïsi, It’s Too Much vs. Not Enough E’ troppo oppure troppo poco

[159] Guardian, 24.2.2012, S. Bowers e P. Inman, Household and government spending failed to prop up UK economy  in Q4— La spesa delle famiglie e quella pubblica non ce la fanno a sostenere l’economia britannica nel quarto trimestre 2011.

[160] The Economist, 25.2.2012.

[161] The Economist, 18.2.2012, Time for action – Another set of measures to tackle deflation (cfr. http://www.economist. com/node/21547808/).