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     03. Nota congiunturale - marzo 2011

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.03.11

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc286696763 \h 1

● Ormai ci resta solo, forse, lo psicanalista (v)... PAGEREF _Toc286696764 \h 2

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc286696765 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc286696766 \h 2

Mediterraneo arabo: la cacciata dei rais. PAGEREF _Toc286696767 \h 5

● Da Mubarak a… Karabum: sì, qui la paura ha cambiato di campo (v) PAGEREF _Toc286696768 \h 6

● Il Corano e la Croce sulla piazza dela Rivoluzione. PAGEREF _Toc286696769 \h 23

● Questione di ordine pubblico…(v) PAGEREF _Toc286696770 \h 28

● Aridateje le Amazzoni sue: anche quattro mani non basterebbero per le vergini dell’amico Berlusca (v)   29

● Statistiche demografiche nel mondo arabo Mediterraneo/Mediorientale PAGEREF _Toc286696772 \h 36

in Cina. PAGEREF _Toc286696773 \h 42

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc286696774 \h 47

EUROPA.. PAGEREF _Toc286696775 \h 47

STATI UNITI. PAGEREF _Toc286696776 \h 56

● Le imprese americane: profitti che si gonfiano, costi che si scaricano PAGEREF _Toc286696777 \h 56

GERMANIA.. PAGEREF _Toc286696778 \h 57

FRANCIA.. PAGEREF _Toc286696779 \h 57

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc286696780 \h 57

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc286696781 \h 57


TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

●La tendenza congiunturale – dopo il voto della Commissione bilaterale che ha bloccato il passaggio in aula della legge del governo sul Federalismo fiscale: faceva veramente schifo e spiega bene il rifiuto del presidente della Repubblica di promulgare il decreto sfrontatamente illegittimo del governo – è ormai alle elezioni anticipate. Dice che in una situazione di stallo, anzi di declino economico come quella attuale, è un esito esiziale. Ma esiziale è ugualmente restare a bagnomaria. Come adesso che si va su Google e si digita “Berlusconi + prostituta”, si ottengono 1.140.000 risultati diversi e con “Berlusconi + minorenne” ne vengono fuori 461.000…

Il dramma vero è che, però, Berlusconi potrebbe rivincere— per disperazione, per stupidaggine… L’opposizione dovrebbe poter concordare però, anche se forse solo per poter andare ognuno per sé, poi, a misurarsi alle urne, sulla necessità di rivedere le regole elettorali. In senso comunque meno sfacciatamente premiante di un qualsiasi maggioritario e più rispettoso del proporzionale, cioè della realtà effettiva. E, poi, che vinca non osiamo dire il migliore – per carità! – il meno… dannoso.

E in un mondo in cui ogni governo, anche di mezzatacca, sente il diritto e qualche volta il dovere – dubbioso, però lo sente – di dire all’Egitto, a Israele, alla Palestina quel che devono fare, possibile che non ce ne sia nessuno – né quello di Washington né quello di Castries[1] – a trovare il coraggio civile di darci una mano, mandandolo a quel paese? Ufficialmente.

●Annota, a commento dei fatti e misfatti italiani, il NYT che “i governi italiani raramente si rendono noti per la loro efficienza”, ed è difficile dirsi in disaccordo. Ma, adesso, da quando Berlusconi è sotto schiaffo in un tribunale della Repubblica per favoreggiamento della prostituzione di una minorenne e la concussione usata poi per cercare di coprirlo “tutti i problemi pressanti del paese vengono ignorati”: sistematicamente.

Ma proprio adesso l’Italia non potrebbe – non dovrebbe – permetterselo. “Si stanno decidendo nuove regole di governance per l’euro, con conseguenze che peseranno sulle finanze cagionevoli del paese e su un tasso di crescita a dir poco anemico. E’ in subbuglio rivoluzionario tutta l’Africa del Nord, dove l’Italia ha puntato molto su Muammar el-Gheddafi per il suo bisogno di petrolio e sul deposto Ben Ali della Tunisia per tenere indietro i tanti migranti economici” dalla regione. E dove – aggiungiamo noi – quell’aquila del presidente del Consiglio italiano, mentre i suoi cacciavano via l’egiziano a calci nel sedere, ha continuato a raccomandarlo come il massimo della saggezza vivente.

Ora, “con quel che succede a Roma, è improbabile che i partner europei dell’Italia o i suoi vicini nordafricani staranno a sentire con attenzione quel che dicono loro i governanti italiani”.

Berlusconi non se ne va: non lo obbliga a farlo, ancora, la legge; ha i numeri, scarsi ma ce li ha, per reggere in parlamento, e “la sua coalizione di centro-destra è favorita se si va a nuove elezioni”. Ma “la sua autorità morale è a brandelli”, dice il giornale: che in buona sostanza, poi, si pronuncia a favore di un governo di unità nazionale che lo mandi via, riformi la legge elettorale e le leggi sul conflitto di interessi. “Alcuni leader politici hanno già cominciato a premere per una simile soluzione. Sarebbe importante che altri lo facessero”.

Dobbiamo dire che, francamente, a noi, malgrado l’analisi un po’ grezza che abbiano fedelmente sintetizzato, questi americani qui[2]* sembrano aver colto il punto…

●Nell’annunciare da solito deus ex machina cui molti permettono, sostanzialmente per vigliaccheria, di atteggiarsi a Zeus onnipotente (ma solo finché qualcuno non gli farà una pernacchia e lo rimanderà a casa sua…) che, presto, Chrysler e FIAT potrebbero “fondersi”, con tanti saluti per la Fabbrica Italiana di Auto di Torino (il cui nome non affiora neanche una volta in tutto l’articolo, e non a caso), Marchionne si è lamentato.

Lui, che non ci ha messo una lira di suo ma solo i soldi succhiati ai dipendenti e ai loro redditi di qua e, di là, i miliardi di dollari che s’è fatto prestare dagli azionisti (pochi) e dal Tesoro americano (molti) lui, il signore del privato) ha lamentato – ma pusillo assai come si conviene al più debole, no? – che i governi di Canada e USA gli hanno imposto sui prestiti tassi di interesse da “strozzinaggio[3]” : dall’11 al 20% nel 2010, per 1 miliardo e 230 milioni di $ di interessi.

Domanda – lo sappiamo, puramente retorica – per i soldi che la Repubblica italiana gli ha dato o che gli hanno dato i suoi “dipendenti”, a questo capitalista senza capitali suoi, alla fine quale interesse gli faremo pagare? La risposta, sospetto che la sappiamo tutti… Sacconi assicura, quasi come riflesso condizionato, dell’assicurazione datagli personalmente da Marchionne che fondere la FIAT con la Chrysler non significherebbe certo cancellare la FIAT dall’Italia… Non dice, però, cosa significherebbe. Ma, giustamente, a prenderlo sul serio sono comunque rimaste, forse, solo le sue nipotine. Perché il mondo sa che gli unici criteri che contano per gli americani non sono l’occupazione, non è – al limite – neanche la proprietà, è solo la finanza.

Lo sapevano quei disgraziati degli operai che i loro sospetti forti li hanno espressi nel “no” al referendum, lo sapevano pure quelli ancor più disgraziati che per disperazione hanno votato “sì”, lo sa Sacconi (che l’ha sempre saputo, con Berlusconi), forse – forse – oggi comincia a capirlo perfino Bonanni… Ma lo capisce – anzi lo ha programmato – da sempre proprio Sergio Marchionne. Che, sì, è un nemico del popolo… come si sarebbe detto nell’800.

● Ormai ci resta solo, forse, lo psicanalista…

     

Fonte: New Yorker, 4.10.10,  “Questi tuoi sentimenti non sono per niente singolari— in effetti, molti hanno proprio il loro sito web”

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●A fine gennaio all’Eliseo, Nicolas Sarkozy ha gettato un grosso sasso nello stagno del dibattito sull’alimentazione, il cibo, la fame, i prezzi delle derrate alimentari. Presentava il prossimo anno di presidenza francese del G-20/G-8 e anticipava che ad esso chiederà di mettere in agenda la necessità di stabilizzare il mercato delle derrate con gli opportuni interventi regolatori, in modo tale da non consentire più che tanta gente, come sta oggi accadendo, muoia di fame nel mondo perché grano e riso e soja costano troppo…

La Banca mondiale è uscita, nel frattempo, a suffragare i dati allarmanti diffusi il mese scorso dalla FAO: l’aumento accentuato dei prezzi delle derrate alimentari a livello mondiale ha spinto altri 44 milioni di persone nel pozzo dell’estrema povertà, sempre propedeutica della malnutrizione e, anche, della fame: quest’anno, è il pronostico, la gente che nel mondo risulterà sottoalimentata e anche affamata arriverà oltre il miliardo di esseri umani[4].   

Reagiscono favorevolmente – come prevedibile – grandi paesi esportatori dell’Asia, come la Corea del Sud. Reagiscono – altrettanto e ancor più prevedibilmente – male assai i grandi esportatori come l’Associazione di coltivatori di grano australiani che, per bocca del suo leader e portavoce Charlie McElhone, lo accusa in buona sostanza di sbagliare obiettivo: quello vero sarebbe – afferma – non la necessità di regolamentare il mercato e di mettere in dubbio le sue “pratiche commerciali”, ma il fatto che gli scambi delle derrate alimentari non affidino l’autoregolamentazione al mercato e alle sue libere scelte[5].

In soccorso ai mercatisti arriva, come si poteva immaginare, il soccorso del ministro americano del Tesoro, Timothy Geithner[6], che confermano l’intenzione di lavorare con la Francia sul tema al G-20, ma dicono di non aver capito bene. Perché dovrebbe essere evitato il rischio di creare condizioni che rendano la vita difficile a chi esporta derrate o, non sia mai, alla ripresa dell’economia in generale imponendo lacciuoli – cioè? la regolamentazione che manca? – all’intrapresa di chi vende o specula anche – signori, è il mercato! - in derrate.

●Con una presa di posizione nettissima, e destinata sicuramente a far qualche scalpore, il presidente del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, Cina e Germania sono largamente responsabili degli squilibri economici globali che affliggono il mondo. Perché si affidano al loro surplus di export per sostenere la propria crescita a spese, dice, degli Stati Uniti e degli altri paesi in  deficit[7]. E, molto preoccupato, Strauss-Kahn aggiunge che ci sono paesi asiatici poveri che rischiano di veder esplodere la loro inflazione mandandola fuori controllo. Mentre l’India, la stessa Cina, possono subire le conseguenze di un’economia che si surriscalda…

Osservazioni:

• su quest’ultimo punto, lasci che se ne preoccupino – forse è meglio – Cina e India;

• sul penultimo, i guai dei poveri dell’Asia, ha sicuramente ragione: ma, qui, le regole del Fondo e del surplus/deficit c’entrano proprio relativamente;

• sul fondo, nessuno obbliga ovviamente i paesi in deficit ad importare tanto più di quel che esportano e che producono se non, ovviamente, il fatto che non possono non farlo o, comunque, loro conviene: se non si tratta di masochismo allo stato puro e demenziale;

• chi negli anni ’40 contribuì in modo determinante a creare, tra l’altro, anche il Fondo monetario, John Maynard Keynes – un liberale inglese, il più grande economista e massimo “riformista” del 20° secolo (ma riformista di quelli che tali erano e non controriformisti mascherati) – diceva che questo è, per definizione, un conto a somma zero: +5 di qua , per dire, è sempre = a -5 di là; e -5 è = a +5; chi è in deficit eccessivo è tanto colpevole e ha bisogno di essere “punito” tanto quanto chi è in attivo eccessivo[8]

Al dunque, al G-20 dei ministri delle Finanze e dei capi delle varie banche centrali dell’eurozona e dell’Unione, il 19, a Parigi, tutti d’accordo (in linea di principio, s’intende… niente di conclusivo davvero) che, per misurare i livelli di squilibrio economico dei e tra i vari paesi andranno considerati d’ora in poi debito pubblico, deficit di bilancio, tasso di risparmio privato e anche quantità di debito dei privati (la misura su cui, nel tentativo di annacquare un po’ il peso del nostrano debito pubblico, Tremonti ha tanto insistito da farla accogliere: ripetiamo, in linea di principio). Il gruppo ha anche concordato (sempre in linea di massima) di “riconsiderare” (ma che diavolo significa?) tassi di cambio, imposizione fiscale e politiche monetarie.

Ci pensa la ministra delle Finanze francese, Christine Lagarde[9], a chiarire a chi ne avesse mai potuto dubitare che non si tratta di obiettivi e che, dunque, nessuna di queste misure costituisce un obbligo per nessuno, che in aprile (non dice di che anno, però…) verranno definite alcune linee guida che consentano al Fondo monetario internazionale di effettuare valutazioni “di massima” e, anche, magari “raccomandazioni”.

La Cina ha avanzato riserva formale invece – e, quindi, con l’assenso tacito anzitutto della Germania, ha bloccato anche dall’elenco delle cose da “riconsiderare” – l’utilizzo di parametri come squilibri commerciali e flussi di investimento. Finendo alla fine – dopo aver subito le prediche degli americani ed avere risposto per le rime che prima di criticare i conti buoni degli altri rivedano quelli pessimi che si ritrovano loro, almeno un poco – col firmare una dizione di compromesso, su proposta francese, che per cominciare, come ha spiegato la Lagarde, include “in linea di principio”, anche una valutazione del “peso teorico” del livello dei cambi e degli squilibri commerciali[10]… non, appunto, tra i criteri di misurazione ma solo tra quelli di valutazione…

●Riaprendo per un momento, ma non sui dati sul nodo di fondo, il dossier disoccupazione, mettiamo sul tavolo la considerazione di due (quasi) estremi: USA e Germania, il modello del libero (o quasi) mercato e quello di un mercato invece (quasi) gestito, comunque largamente influenzato dalla mano pubblica. Scrive un economista che è stato a lungo consigliere privilegiato di Obama, il prof. Steven Rattner[11], che dopo aver dato il suo contributo (miliardi di dollari pubblici investiti a salvare l’industria automobilistica privata) spiega al presidente che “non se la deve prendere con gli economisti di talento che lo hanno consigliato” su come ricreare occupazione senza troppo riuscirci perché “creare posti di lavoro è un processo lento e frustrante dopo una forte recessione”.

Non dice il falso, anche se poi è vero che se un economista il suo talento, poi, non lo dimostra perché le sue ricette – le sue analisi e le sue previsioni – non dimostrano di funzionare, sarebbe meglio perderlo che trovarlo: e nessuno – nessuno! – dei consiglieri della Casa Bianca (quella di prima come anche quella di adesso) aveva visto arrivare la bolla speculativa finanziaria più gonfiata nella storia del mondo.

Ma chiara è la sua ricetta: lasciate fare al mercato, lasciate che l’economia libera si prenda i tempi lunghi che le sono necessari, rispettateli e, alla fine, vedrete – abbiate fiducia – lavoro lo creerà. Creerà quei posti di lavoro che Obama ha menzionato per ben trentuno volte, come un ritornello o, meglio, l’ossessione che lo divora, nel messaggio sullo stato dell’Unione del 25 gennaio scorso.

Il fatto – spiega – che “perversamente, l’alto tasso di disoccupazione che persiste riflette due dei più promettenti attributi dell’economia americana: flessibilità e produttività”. Insomma, le virtù vere dell’America: che il lavoro è altamente precario (significa questo “flessibile”) e che è altamente produttivo rispetto a quello degli altri paesi. In particolare fa vedere, negli ultimi dieci anni, proprio della produttività tedesca…

Il fatto è – invece – che se la difficoltà di creare posti di lavoro è cosa reale, altri (la Germania, appunto, per dire) ci hanno provato e ci sono riusciti. Hanno abbassato il tasso di disoccupazione dal 7,1% all’inizio della recessione al 6,7 oggi[12]: e lo hanno fatto anche se la durezza della recessione, la perdita di PIL, in Germania è stata anche superiore a quella degli USA.

E, sempre il fatto, è che se un tasso più elevato di produttività – come diceva il signor di Lapalisse – è in genere preferibile ad uno basso, non è così quando l’economia presenta un tasso elevato di disoccupazione. Perché, in questo contesto, un grado più alto di produttività si traduce in più alta disoccupazione.

Uno dei meccanismi cruciali utilizzati dal governo tedesco per tenere bassa la disoccupazione è stata la spartizione del lavoro esistente: un programma pubblico col quale viene sussidiata direttamente l’azienda che continua a pagare un lavoratore ma gli riduce l’orario senza decurtargli troppo il salario. E’ scontato che tale tipo di programma abbassi la produttività.

L’idea di fondo è che è meglio tenere la gente occupata, in modo che possa guadagnarsi ancora la maggior parte del proprio salario, continuare a sviluppare la sia professionalità e a mantenere il contatto coi propri compagni e colleghi di lavoro. L’alternativa, il licenziamento, tirerebbe subito su, come in America, la produttività a breve termine ma porterebbe altri milioni di lavoratori nelle liste dei disoccupati di lungo periodo che li rende difficilmente poi re-impiegabili e comporta una perdita secca di risorse per l’economia. L’alternativa, insomma, le persone sane di mente – e davvero al di là di destra e sinistra, qui, su questo punto – non la considerano un’alternativa. E la devastazione, va da sé, di centinaia, migliaia forse milioni di vite umane.

Mediterraneo arabo: la cacciata dei rais

●Già il 10 febbraio sera, l’Egitto era sembrato riuscire a liberarsi di Mubarak. Poi il rais aveva tentato l’ultimo trucco: delego alcuni poteri miei al vice che mi sono appena nominato e me ne andrò a fine autunno, come ho promesso; e quel vice presidente lì, Omar Suleiman, capo degli onnipotenti servizi segreti militari, il Mukharabat, lo segue a ruota alla televisione e in una specie di ipocrita omelia che fa appello dieci volte in dieci minuti a Dio e all’anima immortale della terra dei faraoni, dice a tutti di tornare a casa e di rimettersi a lavorare. La gente dalla piazza, però, infuriata come mai prima, gli urla di andarci lui, a casa.

Quella sera, chiunque capisse appena appena di Egitto, sapesse delle torture del Mukhabarat di Suleiman erette a sistema da Mubarak, precise a quelle del KGB di Beria erette a sistema da Josef Stalin, della corruzione che regnava sovrana dovunque, della miseria diffusa, della disoccupazione sopra il 50% e di psicologia di massa aveva capito, dieci minuti dopo l’appello di Mubarak e la predica di Suleiman, che il giorno dopo sulle piazze sarebbe raddoppiata la protesta.

E, a questo punto l’esercito, che aveva annunciato come, comunque, per difendere il rais sulla gente non avrebbe sparato, ha deciso di togliere il tappo. La novità epocale è stata che adesso rende noto di voler garantire i suoi diritti, i diritti del popolo e non quelli del presidente, e lo rende noto coi suoi vertici scavalcando tutti i politici da lui nominati, per quanto militari essi stessi, come del resto di estrazione militare era lui, e lo ha forzato ad andarsene.

● Da Mubarak a… Karabum: sì, qui la paura ha cambiato di campo

La decisione, però, Mubarak non ha avuto il coraggio di comunicarla lui stesso al paese. Lo ha lasciato fare, il giorno 11 febbraio, alle ore 18 locali, essendosene scappato dal Cairo, a Suleiman (che nel suo livido intervento di quindici parole in Tv, non ha detto neanche prima di sparire di essere stato scalzato lui stesso dal capo dell’esercito e ministro della Difesa gen. Mohammed Hussein Tantawi come capo del nuovo esecutivo di fatto).

Ora, ora resta tutto da vedere, si capisce. Per questo vale la pena di seguire, ancora un po’ passo passo, come si è andato sviluppando questo processo che il 10 febbraio sera sembrava aver portato davvero all’uscita/estromissione del regime trentennale di Mubarak e, in effetti, lo anticipava di poco...

C’è, anzitutto, da vedere qualche informazione pertinente – presa, guardate un po’ da quella straordinaria miniera che è WikiLeaks! – sulla personalità e la storia personale e professionale di questo nuovo capo forte (se la gente lo lascerà essere tale…) dell’Egitto: il feldmaresciallo ministro della Difesa nel governo ad interim e capo del nuovo Consiglio supremo militare, Mohamed Tantawi.

Il quasi ottantenne Tantawi – anche lui, come Mubarak, un virgulto: qui non c’è mai pensionamento per gli alti gradi – veterano di tutte le guerre del suo paese – tutte perse, tutte contro Israele – è deciso a non perderne un’altra. Ma deve fare i conti con un paese e un’opinione pubblica molto meno dìsposta a una subordinazione strategica e tattica agli interessi, alle priorità e ai valori del grande alleato e, tanto più, a quelli del suo pupillo locale, Israele. E questo Israele di Netanyahu, poi…

Già a marzo del 2008, l’ambasciatore Francis J. Ricciardone, oggi ad Ankara, firmava la sua prima informativa su Tantawi, appena nominato ministro della Difesa da Mubarak, al dipartimento di Stato[13] prevenendo chi lo avrebbe incontrato che si sarebbe trovato di fronte a un personaggio “ostico a ogni cambiamento, mellifluo e raffinato, uno che ha servito gli interessi della sua stretta coorte militare negli ultimi tre decenni, uno che come il suo capo Mubarak cui è fedelissimo e deve tutto pensa alla stabilita – cioè all’immobilità dello status quo – come valore assoluto in sé e cui resta profondamente estranea ogni inclinazione, ogni energia, ogni voglia di vedere le cose in modo diverso”.

Ecco è lui che, per default, ora ha il bastone di comando in Egitto, dopo la rivoluzione. Che però c’è stata e che lui, per primo, sa esserci stata… tanto è vero che il giorno dopo le dimissioni di Mubarak fa quello che mai aveva, e avrebbe fatto, il rais: scende in piazza della Liberazione, con forte scorta ma comunque in mezzo alla gente che ancora era tanta, accettando almeno a parole e intenzioni proclamate il confronto e, subito, su loro richiesta, ha sospeso la Costituzione, sciolto il parlamento e dichiarato che nuove elezioni saranno tenute entro sei mesi[14] e un referendum sulla nuova Costituzione proposta entro due[15].  

Mosse ambigue, però, perché certo volute dal popolo contro alcuni dei poteri lasciati in auge dal dittatore fuggiasco. Ma mosse che, nei fatti, lasciano i militari più padroni del campo che mai. A meno che non facciano nuovamente, con le loro contraddizioni e al servizio solo o soprattutto dei loro interessi, arrabbiare la gente… Che ormai di pazienza non ne ha poi una grande riserva.

●A inizio febbraio, mentre gli si va rovesciando sotto gli occhi l’Egitto come si rovescia un calzino e cambiano tutti i consueti parametri di conoscenza, di informazione e i contatti personali e col dittatore se ne va in fumo una ultratrentennale e personale alleanza, gli Stati Uniti – secondo quello che scrivono quegli occhi di lince dei corrispondenti del NYT[16] dal Cairo e da Washington – stavano ancora “cercando di capire se El Baradei, il leader dell’opposizione, è qualcuno con cui gli Stati Uniti possono o non possono arrivare a trattare”.

Insomma, in una situazione storica e politica che ormai viene chiamata addirittura come avanti e dopo l’Egitto – a.E. e d.E.: come in a.C. e d.C. – una cesura veramente epocale nella storia del Mediterraneo e forse del globo:

1. chi glielo aveva  detto a questi che ElBaradei era il “capo dell’opposizione”? e se invece fosse stato solo un portavoce? e magari solo pro-tempore?

2. e chi glielo aveva detto di potersi permettere di valutare se con lui possono o no trattare? se gli egiziani, alla fine e avendolo deciso soltanto loro stavolta, lo portano alla presidenza, ci “devono” trattare: con lui come con chiunque altro, anche se sono gli strapotenti Stati Uniti d’America, no?

3. e, poi, ElBaradei lo conoscevano benissimo, almeno da quando dagli inizi del 2000 aveva fatto saltare i nervi a Bush almeno una volta al mese non mollando di un pollice sul giudizio che non rinunciava a dare pubblicamente sull’invasione dell’Iraq come sbagliata e anche inutile perché non causata davvero, come diceva la Casa Bianca, dalle armi di distruzione di massa di Saddam che lui insisteva – avendo ragione – non c’erano affatto…

4. a meno che…, a meno che la domanda vera che si pongono non sia quella, fasulla, se ci possono alla fine  “trattare” ma quella, vera, se possono fargli fare quello che vogliono, come con Mubarak appunto…

5. a Mubarak, intanto Obama chiedeva, e faceva sapere di aver chiesto già dal 1° febbraio[17], una settimana dopo l’inizio dell’occupazione di Piazza della Liberazione, tramite un “vecchio amico personale”, l’ex ambasciatore al Cairo Frank Wisner, oggi in pensione – colui che nel 1988 aveva rispolverato, per definire il rapporto di appecoronamento e subordinazione di Mubarak con Washington, il termine greco vagamente più nobile di “leale ipotassi”… – di non ripresentarsi alle elezioni presidenziali prossime di autunno. Rendendo anche noto, sempre Obama, di avere manifestato al rais il suo parere personalmente…

Ma con due milioni di egiziani che quel giorno avevano squassato i grandi palazzi della piazza centrale del Cairo ritmando insieme la richiesta al rais di andarsene “subito”, e quando lui stesso gli  aveva già fatto sapere da ore che a settembre non si sarebbe ripresentato e stava per annunciarlo in diretta Tv, Obama era sembrato arrivare già fuori tempo massimo. Dimostrando così solo il livello di confusione denotato nelle ultime due settimane da tutta la politica e la diplomazia mediorientale a stelle e strisce. Insomma, sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

●Dopo quell’annuncio di Mubarak di rinunciare a ripresentarsi, il suo ministro delle Finanze, Samir Radwan, si era affrettato a spiegare alla BBC che se il rais si dimettesse subito “sarebbe il caos[18]. Bisogna invece, spiegava, preparare il percorso di una “transizione ordinata” e prima si mette in piedi un dialogo costruttivo tra il governo – quello di adesso – e l’opposizione meglio è… Importante è fare in modo che intanto riaprano le banche, la gente continui a ricevere la paga, che continuino ad arrivare le  pensioni e, sui banchi dei mercati, si trovino i prodotti alimentari: e questo, aggiunge, è esattamente il mio ruolo.

●Intanto, si cominciano a vedere – e si fanno trasmettere in Tv e su Internet, la cui agibilità era stata appena ripristinata – una serie di manifestazioni, non proprio affollate è vero e che sembrano anche assai artificiali (organizzate, pagate e anche discretamente armate dai servizi di sicurezza) a sostegno di Mubarak, un po’ in tutto il paese: a Suez, nella provincia di Jiza, anche al Cairo…

Ma sembravano i resti di un esercito in ritirata, resi visibili e televisibili dai bancarellari chiusi davanti al Museo egizio di piazza della Liberazione, dai cammellieri rimasti senza il lavoro turistico alle Piramidi, ma anche da decine di poliziotti in borghese poi fermati e smascherati dalla gente stessa. E ci sono incidenti gravi, feriti e morti. Mentre l’opposizione rende noto che, appena se ne va Mubarak, è pronta a incontrarsi col vice presidente nuovo di zecca e da lui nominato, Suleiman[19] e prepara un’altra grande manifestazione per venerdì 4 febbraio che ribattezza, un po’ speranzosamente già, come “il venerdì della partenza[20].

A questo punto, la Casa Bianca fa sapere che Mubarak non può resistere in questo modo, scatenando i suoi sgherri nelle strade. E’ un passo significativo, ma non è chiaro se servirà a rafforzare davvero l’opposizione o, invece, se rafforzerà proprio Mubarak. I toni del monito appaiono, in effetti, quasi un ordine: tanto da risultare, anche qui, controproducenti. Troppo, forse, e sempre troppo tardi…

Esce allo scoperto Obama, non in prima persona certo, ma col portavoce della presidenza che, in conferenza appositamente convocata – rubando la palla per così dire, e non certo per decisione sua, ai più cauti colleghi del dipartimento di Stato, dice che il governo egiziano deve subito mettere fine alle violenze che è andato “istigando… se è vero che è esso che le è andate istigando[21]. Periodo ipotetico che, da tutto il contesto, sembra però puramente retorico. Insomma, il governo americano sembra quasi ufficialmente al massimo suo livello identificare negli scontri di mercoledì 2 febbraio una precisa responsabilità di parte. E di parte mubarakiana.

E aggiunge, anche, nel riesaminare annunciato oggi gli aiuti americani (1,5 miliardi di $ all’anno di aiuti – di cui 1.300 almeno militari – per far comportare l’Egitto in un certo modo e non altro) che la transizione deve vedere voci dell’opposizione incluse nel governo… Però, è come continuare al solito a traccheggiare: perché le voci dell’opposizione non vogliono proprio entrarci, al governo, con la gente di Mubarak, cosa cui invece lui consentirebbe— se solo lo lasciassero in pace…; e perché comunque gli aiuti, gli USA non osano sospenderli subito— e neanche minacciarne esplicitamente l’interruzione[22]

Lo dice, frenando e esponendo in prima persona anche troppo scopertamente preoccupazioni e interessi dei militari, il capo di capi di stato maggiore riuniti, amm. Mike Mullen[23], evidenziando professionalità e senso di responsabilità mostrato nella crisi dalle forze armate egiziane. Anche altri paesi, pure noi con Finmeccanica – per qualche decina di milioni di dollari – che però, come gli americani, incrocia le dita e sta zitta, esportano armamenti in Egitto.

La Germania, per parte sua, che ne vende quest’anno, per un massimo forse di 55 milioni di $ (in € una quarantina) rispetto al miliardo e trecento milioni di $ degli americani – venduti o regalati in buona parte, però, anche per aprirsi e precostituirsi un mercato – subito provvede a congelare[24] ogni vendita…

●Il fatto è, spiega un inizialmente anonimo esponente dell’Amministrazione americana, che man mano che al Cairo gli eventi andavano maturando, la posizione ufficiale degli Stati Uniti andava in parallelo cambiando: in media ogni dodici ore.

• Prima c’era stata la raccomandazione a Mubarak di “negoziare con l’opposizione”;

• subito cambiata, però, in quella di raccomandare una “transizione ordinata” (i sepolcri imbiancati! come se in Egitto avesse negli ultimi trent’anni regnato ordine, legge e equità universali);

• poi, ancora, avevano valorizzato l’annuncio che i Mubarak, “né lui né il figliolo”, non sarebbero stati più candidati;

• quindi, si era arrivati a premere ormai, più che a raccomandare, di iniziare “subito” il negoziato sul quando e come andarsene…;

• e, proprio infine stavolta, almeno a livello pubblico, s’era tornati a dire (con la Clinton) che la transizione doveva esserci, come la Casa Bianca aveva chiesto, ma che andava gestita “in modo ordinato e coi tempi soi necessari dal governo che c’era[25]… Da Suleiman, insomma.

Salvo che, poi, un imbarazzatissimo Obama, che comunque non ce la fa esplicitamente a smentirla – non osa, non può arrivare a raccomandare proprio pubblicamente a Mubarak di andarsene – torna a dire che comunque la transizione deve iniziare “subito”… riaumentando così la confusione: tratto unico costante, sembra ormai, di questa politica americana.

Ma evidente per chiunque, solo a leggere contrapponendoli dichiarazioni e comunicati ufficiali di Casa Bianca e dipartimento di Stato, è che sul Medioriente (e non solo) le linee della signora Clinton e del presidente continuano a divergere molto spesso nel merito. Era già apparso evidente dalle elezioni primarie del 2008: lei completamente sdraiata sulla lobby filo-israeliana e lui molto più aperto al dubbio, al nuovo, alla necessità di un minimo di coerenza nei confronti di tutti gli interlocutori, senza fare di alcuni (Israele) sempre e comunque i figli dell’oca bianca… Poi l’aveva messa al suo fianco al governo, per tacitarla in campagna presidenziale. Con l’esito che prevale ora l’una ora l’altra linea, in un’ingovernabile mix delle due.

In effetti, mentre tutti al Cairo sembrano dimettersi – il figlio di Mubarak, il segretario generale e tutti i dirigenti del partito mubarakiano in massa… dal partito, che ormai non esiste più – lei stava dicendo che lui fa bene a restare incollato al trono del faraone. Lo ha spiegato anche a Monaco, alla conferenza internazionale sulla sicurezza che porta il nome della città di Baviera, dopo essersi fatta precedere in collegamento videoconferenza proprio in quel senso dall’inno inconsulto di amore che Frank Wisner esprime a Mubarak aprendole, avendolo concordato, la strada e spiegando in dettaglio il perché.

Il presidente – aveva pontificato l’ex ambasciatore USA che era stato personalmente più vicino al rais, ed ex consigliere repubblicano di Reagan, restato inspiegabilmente ancora ben ammanicato al dipartimento di Stato – deve rimanere al suo posto per governare il cambiamento. Credo per questo che un proseguimento della leadership del presidente Mubarak sia cruciale: è l’opportunità che ha di scrivere la sua eredità. Ha posto sessant’anni della sua vita al servizio del suo paese e questo è un momento ideale perché sia lui a indicare al suo paese un percorso in avanti[26]”.

Politici, studiosi e osservatori che erano a Monaco erano rimasti allibiti, come esterrefatto era chi dal Cairo, coi satelliti, si teneva in collegamento con Monaco. L’Egitto e il mondo dopo 60 anni, appunto, di quella leadership – che questo imbolsito amico suo personale sfacciatamente chiamava un “servizio”: ben pagato, poi, secondo calcoli ben supportati— in sei decenni, sui 70 miliardi di $ di proprietà e liquidi nascosti all’estero, in Svizzera e in Scozia anzitutto[27] – dovrebbero dunque  riconoscergli anche l’occasione di “scrivere”, cioè di imporre, al paese “la sua eredità”? Sessant’anni “al servizio” dell’Egitto? Osceno! piuttosto 60 anni trascorsi nel mettere tutto l’Egitto al suo personale servizio…

Era stato proprio Wisner, del resto, a spiegare come e perché l’America si fosse  “inevitabilmente” dovuta adattare agli eventi e a fare, mentre ripartiva dal Cairo per tornarsene, dopo l’inutile missione incompiuta, in America la scansione di tempi e di contenuti che sopra abbiamo elencati delle cangianti posizioni della diplomazia statunitense[28]: Così come era stato lui, trovando orecchi pronti a ascoltarlo, a suggerire alla Clinton l’ultimo ammorbidimento su Mubarak (“guarda che tanto non se ne va”, le aveva detto…: come se decidere di restare lì abbarbicato, bastasse poi per restarci)…

●Già. Ma il trend è chiarissimo ormai, trasparente. L’America fa come sempre con tutti gli altri suoi utili gangster, li puntella finché fanno comodo, poi li sgambetta; è andata così sempre: con Batista a Cuba, Trujillo a San Domingo, Somoza in Nicaragua (“un figlio di puttana... ma il nostro figlio di puttana”, si dice dicesse una volta di lui Franklin D. Roosevelt[29]), Ferdinand Marcos a Manila, Jean-Claude Duvalier a Haiti, Chun Doo-hwan a Seul, Suharto in Indonesia e moltissimi altri come loro, a cominciare da Chiang Kai-shek in Cina nel 1949. Ora tocca all’ultimo uomo forte, ultimo per ora, Hosni Muhammad Hosnī Sayyid Ibrāhīm Mubārak.

A Christiane Amanpour, che riesce a rubargli una mezza intervista al volo nel palazzo dove è andata a parlare con Suleiman, Mubarak, il 4 mattina – il “giorno della partenza”, mentre su piazza della Liberazione centinaia di migliaia di persone dopo la preghiera del mattino gridano insieme che “noi non ce ne andiamo, no!, se ne va lui!”, dopo che l’Egitto è letteralmente paralizzato da dieci giorni e dopo l’inutile impennata di violenza organizzata dai suoi contro i dimostranti – confessa di essere “stufo”; ma ripete ancora di temere il “caos[30]

E’ un segnale contraddittorio ma anche significativo che, in questa che si buon ben chiamare la rivoluzione dell’attesa, il primo a sbattere le palpebre sarebbe stato il dittatore e che il popolo stavolta avrebbe resistito un minuto più di lui… Speriamo però – ma purtroppo questo non è garantito – lasciatecelo dire, anche un minuto più dell’esercito…

Obama, personalmente, ne esce anche decentemente alla fine. Al Cairo restavano ancora gli echi della speranza che il suo discorso del 2009 – eversivo: sulla democrazia – vi  aveva suscitato,. E ora con meno esitazioni di tutti ha detto anche in pubblico basta. Era un desiderio, non un intervento armato, un desiderio che entrava in sintonia con quelle folle. Alla fine, al contrario di quella torsola della sua segretaria di Stato, ha scommesso – o forse ha dato l’impressione di scommettere: ma in politica è la stessa cosa – dalla parte giusta: giusta perché ha vinto e giusta perché stava dalla parte, appunto, giusta.

Almeno, certo, non si è reso ridicolo come il novellino William Hague, nuovo ministro degli Esteri inglese[31], che s’è allarmato di come gli eventi, i sommovimenti li chiama, in atto in Tunisia, in Egitto, un po’ in tutta la regione stessero rimettendo in questione la pace in Medioriente. Pace, che, naturalmente, in Medioriente da decenni non c’è mai stata e che solo lui, forse perché è molto presbite, riusciva invece in qualche modo a scorgere…  

●Tra parentesi – perché tanto quel che dice e fa non conta niente per la sua incapacità e non volontà di farlo contare – l’Unione europea sta sempre, e comunque, e ogni volta, un passo dietro e accodata alla posizione degli USA. Loro dicono…. e la UE dice…, loro auspicano… e la UE auspica…, loro condannano… e la UE pure. Relegandosi così all’irrilevanza. Il 2 sera, anche se con prudenza, Washington comincia a lasciar intendere che M. se ne deve andare?

E loro – dichiarazione congiunta del 3 mattina dei cinque grandi dì’Europa: Merkel, Sarkozy, Cameron, Berlusconi[32] e Zapatero e, separatamente, della ministra degli Esteri, diciamo così, dell’Europa, la Ashton – lì ad affermare che il presidente egiziano dovrebbe “dar inizio immediatamente a un’ordinata transizione verso un altro governo a larga base di sostegno popolare[33]. Addirittura scimmiottare alla lettera le parole del comunicato ufficiale americano.

Quella poveretta di Ashton, siamo onesti, che è colpevolizzata da tutti è stretta però tra “Berlusconi che parla della saggezza di Mubarak, Sarkozy che dice di come sia presto per parlare di elezioni libere e eque in Egitto, due o tre altri che insistono su come nessuno può permettersi di dire cosa fare agli egiziani[34]”: cioè, francamente, è messa assai male. Ma, altrettanto francamente, non è neanche che accenni a prendersi de facto quel po’ di potere che si potrebbe prendere e di autorità che potrebbe conquistarsi.

Per esempio, anche semplicemente dicendo la sua e mettendo tutti davanti al fatto compiuto, se necessario anche dimettendosi per forzare a tutti la mano; per esempio, criticando chi parla a vanvera come Berlusconi: e, in un momento poi di abissale debolezza per lui ricordando al vecchio magna…te di Arcore ricordando che è meglio tacere che dire sciocchezze. Ma è questione di tempismo,oltre che di coraggio,e probabilmente queste due qualità mancano tutti e due…

Scrive, durissimo, il NYT come “a suo modo il vecchio multimiliardario Berlusconi – coi suoi capelli tinteggiati di lucido nero, il suo entourage di leccapiedi, il suo controllo dei media, le sue ville e lo scempio che ha fatto di uno Stato come l’Italia – ha scimmiottato il comportarsi dei despoti arabi che i popoli di Egitto, Tunisia, Libia e Bahrain si sono sollevati a cacciare via. Proprio come loro, lui ha confuso insieme se stesso e la nazione, ammaliato dal culto della sua stessa personalità”. Proprio come Mubarak. E come, subito lì dietro l’angolo, il colonnello Muammar Gheddafi[35]

●D’altra parte, si viene a sapere che in modo ufficiale gli alleati principali degli americani nella regione (Israele, Arabia saudita, Kuwait, Emirati arabi uniti e Giordania) si sono premurati tutti, congiuntamente ma separatamente, di far sapere a Washington di andarci piano nell’auspicare e, soprattutto, nel far sapere di aver auspicato, cambiamenti rapidi in Egitto e tutti gli hanno raccomandato di non mollare Mubarak “troppo in fretta”. Meglio tardi e meglio, naturalmente – se solo fosse ancora possibile – mai[36]

Come ha spiegato un diplomatico arabo sempre al NYT[37], e a tanti nostri fogli che gli si mettono dietro accodati, tutti i regimi della regione hanno paura. Il fatto è, dice, che “il movimento per la democrazia somiglia a un treno alimentato dagli studenti delle università e dagli avvocati per i diritti umani. ‘Ma prima o poi, quegli studenti scenderanno dal treno e torneranno a scuola e quelli dei diritti umani torneranno al lavoro e sapete chi resterà allora sul treno quando arriva in stazione? I Fratelli mussulmani, ecco chi’ ”…

Un ragionamento che, dal punto di vista dei regimi in carica, è comprensibile. Ma, subito, ammettendone per un attimo la plausibilità di facciata ad esso si può far fronte – anche se come in America se ne condividono le previsioni che, alla luce dei precedenti di intelligence e quant’altro, sembrano proprio attese illusorie quanto a qualsiasi esito loro favorevole – in un’altra maniera.

In realtà, l’unica sensata: cioè, evitando che sul treno restino solo i Fratelli mussulmani: accelerando il percorso del treno in modo che arrivi in stazione quando a bordo ci sono ancora quegli studenti e quegli attivisti dei diritti umani. E tenendo conto del fatto che, poi, non è affatto vero che siano solo quelli i soggetti che stanno sul treno: ci sono milioni e milioni di egiziani, anche. A partire, se non altro, da gente come ElBaradei… e per citarne uno solo.

In realtà, però sembra molto più plausibile e probabile quanto ha spiegato a un altro reporter, sempre del NYT[38], la professoressa Dina Shehata del Centro di Studi politici e strategici dell’università al-Ahram. Qui, nel movimento che rovesciando il regime, “‘non c’è proprio niente di islamismo fanatico, né a dire il vero di destra o di sinistra, secondo canoni tradizionali. Si tratta di una gioventù in rivolta contro un regime che ha chiuso tutti i canali di una sua possibile mobilità in ascesa. Vogliono essere essi stessi, invece, a formattarsi il proprio destino e vogliono giustizia sociale’ da un sistema in cui pochi si sono fatti fantasticamente ricchi, abitano in ville gigantesche e tutti gli altri ristagnano’ ”.

Bé, fatte le necessarie proporzioni, vi ricorda qualcosa quel sistema faraonico? Insomma: stavolta, per chi suona la campana[39]

●Anche dal Vaticano escono flebili segni di “preoccupazione”, “auspici” e “preghiere” per l’amato popolo egiziano (come, a turno ovviamente, per tutti gli altri). Ma suona tutto un po’ freddo, ufficial-diplomatico, inamidato. Ci pensano altri a salvare un po’ la faccia e anche l’onore di Santa Madre Chiesa— ce lo rivela un foglio che ci fa piacere citare un po’ perché è nuovo, e ci sembra molto attento, un po’ perché è proprio l’unico ad averlo richiamato all’attenzione dì chi vuol essere attento[40]. Solo così siamo stati informati del fatto che

il cardinale Thèodore Adrien Sarr, arcivescovo della capitale senegalese, nell’omelia della Messa che ha celebrato nella chiesa dei Martiri dell’Uganda per i cattolici della rete di Caritas Internationalis che partecipano al Social Forum (circa 1.000 persone) che ‘le rivolte popolari  contro coloro che confiscano il potere per se stessi, per i propri famigliari e per i propri amici come quelli della Tunisia e dell’Egitto’ sono come ‘il sale della terra’.

Linguaggio evangelico. E verità storica. Questi dell’Egitto sono stati davvero dieci giorni che hanno sconvolto il mondo come quelli della rivoluzione russa di quasi un secolo fa…

●Una mentalità, e preoccupazioni, molto più meschinelle quelle che manifesta, esponendosi però solo alle timide critiche interne di chi, in fondo, con lui condivide la stessa mentalità, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen[41]. Garantisce che l’alleanza, ovviamente, non interferirà negli affari interni egiziani anche se esprime, e lo vuole far sapere, la propria preoccupazione – propria di chi? parli per sé, è più opportuno! – per le proteste che continuano nel paese – per fortuna diciamo noi che, invece, continuano!: altri tre giorni e butteranno giù il dittatore – perché, dice, potrebbero avere serie ripercussioni in Europa (sì, aumenta il petrolio!).

E questo “statista” si rivolge, seriamente, a Mubarak – a tre giorni dal ribaltone: ma nessuno gli insegna l’arte del saper tacere quando non sanno proprio quello che dicono a questi? – perché dice “garantisca una pacifica transizione alla democrazia”. Mubarak!? Con Suleiman che, per conto di lui, sembra curare un’unica strategia, neanche tanto difficile poi da intuire e del tutto, quasi sfrontatamente, trasparente: mantenere l’opposizione divisa il più possibile.

●Il Libano, in mezzo e con sullo sfondo tutta questa turbolenza, è in un impasse totale. Amin Gemayel uno dei leader chiave del campo cristiano maronita, capo della Falange, prende atto che, intanto, la sua vecchia coalizione non solo non è più in grado di dare alcuna soluzione restando irreparabilmente divisa, ma vede anzi alcuni suoi vecchi componenti passare al fronte “avversario”.

Ma anche che, malgrado la buona volontà della sua fazione e del primo ministro designato dell’altro campo, Najib Miqati, le condizioni imposte a qualsiasi collaborazione sono tali da impedire la formazione di un governo unitario. Per cui quello che alla fine di questo stallo potrebbe, forse, emergere sarebbe, anche formalmente, il governo di una parte soltanto[42].

Ma né lui, né il primo ministro soccombente al-Hariri, che se ne va in vacanza a Parigi, né quello subentrante dicono mezza parole sul fatto rivoluzionario che sta accadendo, l’Egitto, la Tunisia…

Israele è, naturalmente, lo rilevavamo già con ovvia constatazione nella Nota 2-2011 precedente, molto preoccupata di come si vanno sviluppando le cose nel resto del Medioriente. Il capo di stato maggiore delle Forze di difesa, Gabi Ashkenazi, parlando a un convegno di studi tenuto a Herzliya, ha detto[43] dell’indebolimento in corso degli Stati arabi moderati mentre si stanno rafforzando dappertutto quelli che lui chiama i “radicali”, cioè chi potenzialmente di Israele è maggiormente nemico.

Col risultato che con l’allargamento conseguente delle minacce, avverte, le IDF, le Forze di difesa israeliane, si devono preparare a una guerra diversa: ormai tous azimouts, in ogni direzione e di tutte le dimensioni (all-out), e non più solo a conflitti limitati o a guerre di tipo cosiddetto asimmetrico. D’altra parte, Israele dovrà mettere in conto – osserva sempre Ashkenazi – che nella regione più diffuso diventa l’utilizzo degli strumenti di comunicazione sociale per organizzarsi e puntare anche a prendere il potere rovesciando i poteri consolidati…

La giunta egiziana che, seguendo l’appello corale del popolo, ha sbaraccato Mubarak, ha subito assicurato che tutti i trattati internazionali del paese saranno onorati: incluso, è sottinteso, quello sulla pace con Israele siglato da Sadat nel 1979[44]. Ovviamente anche se non intendesse farlo – ed è per lo meno improbabile – questo, però, avrebbe dichiarato comunque. Ma a Tel Aviv hanno tirato comunque un sospiro: subito, salutando la decisione, il primo ministro Netanyahu ha caratterizzato il trattato con l’Egitto come l’asse portante della pace e della stabilità in Medioriente. E ha ragione: la pace e la stabilità per Israele.

Perché,

• se un’occupazione militare durata 63 anni di tutta quella parte del mandato britannico in Palestina che non è Israele ma è Cisgiordania (dal 1948) o 44 anni (contandola solo dal 1967);

• se un regime ormai di semi-apartheid in Israele stessa (diritti diseguali tra cittadini dello stesso paese, a seconda della religione o, se volete, dell’etnia: in un paese che, al contrario ad esempio dell’Arabia saudita che fa la stessa cosa, si definisce come una democrazia all’occidentale);

• se una marea di autocrazie e dittature che soffocano tutto in tutta la regione;

• e se questo quadro lo chiamano stabilità e pace,

allora va benissimo…

Ma il punto è che il Medioriente, se vuole tornare a crescere e rendersi un po’ più libero, di tutto ha bisogno meno che di stabilità. Anche e proprio, forse, per avere la pace.

●E’ proprio qui che gli Stati Uniti stanno per l’ennesima volta sbattendo il muso. Venerdì 8 febbraio, l’ambasciatrice americana all’ONU, Susan E. Rice, mette il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiede al regime di Israele di smetterla di costruire nuovi insediamenti sui territori palestinesi.

Rice – persona da sempre vicinissima a Obama, molto più della Clinton chiede, con accenti quasi  accorati, ai suoi colleghi in Consiglio di Sicurezza di non scambiare il suo voto come un sostegno all’occupazione israeliana dei territori occupati (infatti, spiega, secondo il governo degli Stati Uniti d’America, “gli insediamenti costituiscono un’attività folle e illegittima”: ma poi aggiunge che “è sbagliato per il Consiglio tentare di risolvere il nucleo centrale del contenzioso che divide Israele dai palestinesi”) neanche rendendosi conto però – o facendo finta di non rendersi conto – che così nega la ragion stessa d’essere del Consiglio.

A leggere con attenzione la bozza di risoluzione bocciata solo dagli USA si vede che

• il testo non metteva in questione la legittimità di Israele (come alcuni chiedevano pur di fare);

• non chiamava neanche razzista il “regime sionista” perché sta instaurando di fatto e anche di diritto una diversa fruizione degli stessi diritti nel paese a seconda della religione e/o della etnia dei cittadini del paese stesso;

• non chiedeva sanzioni né dichiarava boicottaggi di sorta;

• ma proclamava, come gli Stati Uniti riconoscono essi stessi, che in base al diritto internazionale gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est sono “illegali” e che Israele deve “smettere” di costruirli;

• e faceva appello alla soluzione, condivisa da tutti, basata sul concetto dei due popoli e due Stati entro confini sicuri e riconosciuti per entrambi gli Stati: la soluzione propugnata dagli stessi Stati Uniti, accettata in linea di principio dai governi israeliani ma poi, ora, boicottata, anzi negata, dai governi israeliani…

Poi, dopo una dichiarazione così stupidamente contraddittoria, sfacciatamente (non troviamo altro avverbio appropriato) Rice alzava la mano da sola e metteva l’ennesimo veto degli Stati Uniti[45] a favore di Israele e di quelli che considera esso stesso i suoi malintesi interessi. In Consiglio il voto è così di 14 a 1, USA vs. tutti, ma avendo il suo no valore, appunto, di veto è, alla fine, l’unico voto che conta. Finché dura, anche se rivela il vuoto totale che c’è dietro di esso.

E’ il primo veto sotto l’Amministrazione di Barak Hussein Obama – ma il decimo negli ultimi dieci anni, nove dei             quali per lo stesso motivo – a una risoluzione del CdS che dichiarava formalmente illegittima la politica di insediamenti ebraici israeliani in Cisgiordania e chiedeva a Tel Aviv di interromperla immediatamente. Ed è l’ultima mano di calce sul mattone che sigilla una volta per sempre la pietra tombale sul ruolo super partes, ormai per tutti incredibile, dell’America in Medioriente…

Noi, ha spiegato Rice, siamo contrari al ricorso alle Nazioni Unite “quando si verifica un impasse nei negoziati di pace”… Eccola la cattiva fede. Ci vuole una faccia tosta unica per sostenerlo, però! Negoziati, infatti, di che? di pace?!? L’impasse? ma se è un blocco totale, che dura da cinquanta-sessantanni? Ma di che va cianciando, l’ambasciatrice? Col mondo che si sta rovesciando, letteralmente, tutto intorno a Israele, gli USA continuano a dire una cosa – Obama, Clinton, Rice: devono bloccare la costruzione di insediamenti di stampo coloniale che anche noi consideriamo, tutti, illegali – e poi a sostenere coi fatti – il veto – esattamente il contrario.

Difficile scordare, siamo seri, che da Lyndon Johnson in poi tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno dichiarato che l’unica soluzione possibile è quella dei due popoli due Stati… e che nessuno di essi ha fatto niente però per renderla un fatto; difficile, soprattutto, dimenticare che proprio Obama, nel discorso del Cairo del 4 giugno 2009 – quello che secondo alcune letture non sciocche ha dato anche la stura alle speranze di tanti egiziani… e di tanti palestinesi – lo spiegava a tutti con il suo “più” speciale di alata eloquenza: questa – due popoli-due Stati – è la soluzione che meglio, anzi sola, corrisponde “agli interessi di Israele, agli interessi dei palestinesi, agli interessi dell’America e agli interessi del mondo intero[46].

Pare ci abbia ripensato, da allora, visto che quanto non ha fatto e ha fatto in due anni di presidenza sul Medioriente, oltre ad aver puntato su tanti cavalli bolsi, ha solo avvicinato il momento che renderà impossibile (se già non è così) la creazione di due Stati indipendenti e sovrani, capaci di convivere e di vivere in pace ed insieme sull’antica terra di Palestina.

Ne era convinto fin dal 2007 anche e con lampante chiarezza il governo israeliano di Ehud Olmert, rimpiazzato ora dai fanatici di Netanyahu e Lieberman, anche se poi non aveva avuto il coraggio politico di agire in coerenza con le proprie opinioni (quelle che aveva maturato addirittura Ariel Sharon, il suo predecessore, falco più falco di tutti i falchi ma anche, prima di essere abbattuto da un ictus, un cervello politico fine). Diceva Olmert che “se la soluzione dei due Stati fallisse, Israele si troverà davanti a una lotta di stile sudafricano – l’apartheid, cioè – per i diritti politici”. E, avvisava: sia chiaro che “quando questo succede, lo Stato di Israele finisce[47].

Perché basta non interrompere qui il ragionamento per rendersi conto che, a quel punto, saltata per la cecità dei più interessati e la stupidità dei loro amici più stretti la soluzione dei due Stati, le soluzioni alternative saranno solo tre e obbligatorie:

• la prima e in ogni caso la migliore – anche per Israele: ma quella che lì tutti, sionisti e non sionisti, fascisti e democratici, sembrano non volere prendere in considerazione perché, alla fine, porterebbe alla dissoluzione dello Stato di Israele in uno Stato magari democratico ma sicuramente non ebraico – sarebbe uno Stato unico Israele/Palestina dove tutti i cittadini abbiano gli stessi diritti civili, sociali e politici…;

• la seconda sarebbe la “pulizia etnica”, alla Milosevic – e non solo alla Milosevic – nei confronti di chi perdesse nello scontro finale…;

• o – terza soluzione – uno stato appunto di apartheid permanente: tanti bantustan palestinesi sconnessi tra loro e sotto controllo militare permanente del potere della “razza” dominante…

La negazione in sé di quello che era il sogno sionista sì ma niente affatto razzista dei pionieri: i fondatori dei kibbutzim. Non certo quello dell’altro ramo esclusivista del sionismo: del Thomas Herzl de Lo Stato ebraico, dello Ze’ev Jabotinsky dell’Irgun terrorista e del nazionalismo di destra e neanche del Ben Gurion del sionismo espansionista di sinistra: tutti, a modo loro compresi della visione dell’eccezionalismo di Israele nella storia che, come l’eccezionalismo americano in fondo, dà a chi se ne sente compreso il diritto e perfino il dovere di ignorare e, se utile, di cancellare anche gli altri.

●Eccoli anche, purtroppo, gli USA di Obama. Appassionatamente appecoronati, al solito, dietro all’ottusa chiusura del governo israeliano. Che, come ha fatto osservare l’osservatore palestinese – dell’ANP, mica di Hamas! – al Consiglio di Sicurezza, Riyad Mansour, è proprio una “disgrazia: il messaggio che da qui parte, oggi, in effetti non può che incoraggiare ulteriore intransigenza e assicurare ulteriore impunità ad Israele”. Però stavolta, parlando anche per i tre altri membri occidentali del CdS – Gran Bretagna, Francia e, al momento, anche Germania – il ministro degli Esteri inglese, William Hague, ha trovato, una volta tanto, le parole giuste.

Noi, ha detto, capiamo bene, come gli americani, le preoccupazioni di Israele per la sua sicurezza, e come gli americani siamo convinti che gli insediamenti siano non solo del tutto illegali ma anche un grave errore. Ma, contrariamente agli americani – che, pure, qualche volta dicono di essere d’accordo con noi anche su questo e poi mettono il veto… anche contro se stessi – “siamo  certi che la sicurezza di Israele e il diritto a uno Stato per i palestinesi non sono obiettivi contrapposti. Al contrario, sono obiettivi strettamente legati, meglio strettamente intrecciati[48].

Ma per quanto credono di poter andare avanti così, dopo Tunisia, Egitto e Yemen e Bahrain e Kuwait… e anche la Libia, questi americani, i democratici proprio come i repubblicani, Obama tal quale a Bush,  Clinton ecc., ecc., solo per dar retta – anche quando sembrano convinti di sbagliare tutto – alle fisime, alle manie, alle paranoie della lobby ebraica americana e del loro fanatismo fondamentalista cristiano pro-sionista perché fiducioso che così, subito prima dello scontro finale di Armageddon tra il bene e il male, tra Dio e Satana, ormai prossimo (fate pure le corna) Israele – come assicurano i loro sacri testi[49] – si convertirà al cristianesimo?  

Ma come possono non rendersi conto che se – ed è un se grosso, di certo – per dire in Egitto finisce col ritorno in caserma dell’esercito – sempre per dire: alla turca – e con la nascita in buona sostanza di un regime democratico essi non avranno più a che fare col solito scontato rapporto padrone-cliente – l’unico che conoscono – che così gli si rovescia tutto in mano e che dovranno cercare una partnership tra uguali?

●Di cui, però, questo è il problema, non hanno neanche l’idea più lontana… Con l’Egitto e tutto il mondo arabo. Ma anche con la stessa Israele… che, prima o poi, dovrà pur abituarsi – anche solo per diventare un paese davvero come gli altri – a essere trattata da tutti, Stati Uniti compresi, come un paese con gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri e non come il nipotino discolo cui bisogna sempre perdonare tutto, magari chiudendo entrambi gli occhi…

Va detto che, prima o poi, anche i palestinesi dovranno riuscire a darsi, per essere presi sul serio, un proprio autogoverno un po’ più affidabile e competente. Non è Hamas, troppo estremista? Bè, vi raccomandiamo l’ANP!, col segretario generale Yasser Abdel Rabbo a dire, dopo il voto al CdS,  che i palestinesi “non possono più considerare gli Stati Uniti come un mediatore al di sopra delle parti nel processo di pace[50]… Per cui l’ANP convoca adesso – come dire? mimando tunisini e egiziani – una Giornata della Rabbia nei territori occupati…

Ma parla seriamente, questo signore?  se n’è accorto adesso? perché non ammette, non ammettono, lui e il presidente Abu Mazen/Mahmud Abbas, che hanno, da anni, puntato sul cavallo sbagliato? Che l’America – tutta e sempre… anche Obama, anche Obama – è schierata dietro e solo con Israele a costo di trovarsi contro tutto il resto del mondo?

●Israele, di fronte a tutto questo, sembra preoccuparsi nell’immediato solo e subito di due decisioni prese dalle autorità egiziane, anche se entrambe in piena conformità con gli obblighi che al Cairo derivano proprio dai trattati internazionali cui ribadisce di aderire: la prima è quella di riaprire, dopo mesi di chiusura, il valico di confine di Rafah, che toglie il blocco egiziano al transito di Gaza al confine col Sinai e riapre, dopo anni, uno sbocco ai palestinesi del territorio della striscia assediato[51].

E, la seconda, è l’accoglimento della richiesta iraniana di far passare due navi da guerra di Teheran (una fregata e un battello da rifornimento diretti al porto siriano di Latakia) per il canale di Suez. Israele protesta per la “provocazione”, come la definisce il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Lieberman, noto estremista: provocazione che però solo i falchi israeliani più monomaniaci possono considerare tale; perché, ricorda il ministro della Difesa, Barak, non bisogna gonfiarne il significato[52]

Lui non lo dice ma dà per sottinteso che perfino il bellicoso collega sappia che, in base al diritto internazionale che regola il transito del Canale, Teheran può, se vuole, quando vuole e un l’Egitto[53], ha il dovere di lasciarlo passare. Sempre che paghi il diritto di transito previsto: per le due navi iraniane, 290.000 $...

●Come sempre in America, dopo fallimenti così drammatici di ordine previsionale, ritorna ad affacciarsi la stessa domanda: chi ha perso la Cina? chi ha perso Cuba? chi ha perso per noi la Tunisia? e, ora, chi ha perso anche l’Egitto? Che è già un atteggiamento profondamente bacato, si capisce (ma chi gliel’aveva mai data, a loro, la Tunisia? o, nel 1949, la Cina? Ma è un fatto che chi studia e, professionalmente, ha il compito di predire queste cose non se ne accorge mai in corso d’opera che qualcosa sta succedendo. E, così, anche oggi è partita la caccia all’errante.

Obama è stato duramente critico, pare, perché alla CIA neanche una voce era stata in grado di anticipare quanto rapida sarebbe stata la diffusione della tabe tunisina che ha portato, in meno di una settimana, prima al crollo di quel governo autocratico e, poi, allo sgretolarsi di quello, ben più rilevante e faraonico, dell’Egitto. Ancora all’inizio dei “disturbi” a Tunisi, l’intelligence americana dava per certo che le forze di sicurezza di Zine el-Abidine Ben Ali avrebbero difeso alla morte il suo governo e l’hanno subito messo sul volo per l’Arabia saudita…

Chi difende il diritto all’errore fa osservare che neanche Ben Ali aveva mai avuto il sospetto di quanto fragile fosse in realtà la sua onnipotenza. Ma, con 80 miliardi di $ all’anno di budget solo per la CIA – che è una delle sedici agenzie federali di intelligence, cioè di spionaggio – le richieste sono giustamente esigenti. Alcuni criticano chi critica l’Agenzia per aver concentrato, negli anni recenti, gran parte delle sue risorse – finanziarie, tecniche e umane – in operazioni paramilitari, come quelle che conduce segretamente, per definizione illegalmente ma soprattutto, poi, inutilmente in Afganistan.

Ma non sembrano esserci dubbi che da anni ormai l’Agenzia si stia concentrando, e con risultati assai scarsi, su questi compiti paramilitari invece che su quello suo statutario di analizzare a livello globale eventi e tendenze per Casa Bianca e Congresso[54].

Il problema vero però, a essere seri, è quello della decisione politica. Perché al di là degli errori di chi ha per mestiere quello di fare previsioni (sempre difficili, quando riguardano – come si dice, per definizione – il futuro) poi è la presa della decisione finale che conta. E’ che, a dire la verità, poi non si impara mai dagli errori passati, perché essi non sono mai percepiti per quello che sono: una singolare capacità di autoilludersi, di credere spesso più alla propria stessa propaganda che ai fatti.

E sembrano costituire l’andazzo su cui, là dove si puote e si decide, a Washington, alla fine ci si adagia sempre per default: gli amici – o presunti tali – per quanto puzzoni di qua e, di là, i nemici dei quali bisogna sempre diffidare ritenendoli immutabili e sempre in torto, anche quando noi stesi riconosciamo che hanno invece ragione.

Per cui ora, malgrado le aperture personali di Obama su cui regge ancora la loro residua credibilità nei confronti di quel popolo, sembra che ancora – e sempre – in Egitto gli Stati Uniti stiano, malgrado le chiacchiere virtuosamente predicatorie che fanno al potere insediato, puntando in realtà a far gestire la transizione ordinata dall’autocrazia a una democrazia approssimata al piccolo quadro ristretto dei militari. In pubblico, Obama è col popolo, in privato, Hillary Clinton sta dietro a Tantawi.

●Agli alti quadri militari, anche loro come lui in media settantacinque-ottantenni, dai quali in fondo il maresciallo dell’aria Hosni Mubarak proveniva egli stesso, gente che dopotutto proprio gli USA hanno elevato, foraggiato, istruito, convincendo il rais a metterseli intorno alla testa del paese: tutti burocrati e professionisti che mai hanno veramente vinto una guerra e neanche una battaglia e devono il loro successo, il loro prestigio e la loro personale ricchezza al pugno di ferro col quale Mubarak aveva retto il paese. Qui l’esercito, da Sadat in poi, ha sempre avuto, e oggi continua a avere, per legge il controllo di una bella fetta delle risorse del paese: e, del tutto naturalmente, perciò, vuole che l’economia resti così, piatta magari ma per loro soddisfacente, com’è…

Anche qui, però… Non è che nessuno a Washington avesse visto o capito. WikiLeaks[55] ha reso noti i dispacci che dall’ambasciata del Cairo – mai dalla stazione locale della CIA, coi suoi 350 agenti di stanza, ma il corpo diplomatico americano: come, ne siamo ragionevolmente sicuri, da altre ambasciate – da tempo parlavano di un Egitto “maturo per turbolenze serie”. Un dispaccio del 2007, dell’ambasciatore Ricciardone, metteva in evidenza come la “riluttanza ormai cronica di Mubarak a guidare il paese con maggior piglio” mette non solo in dubbio ma “a repentaglio” la sua stessa efficacia. E indicava, con un’analisi molto precisa, i 40.000 membri della sicurezza nazionale anti-terrorismo – tutte creature degli addestratori americani e noti esperti in torture all’ingrosso – come un’élite di gangsters che godeva della “cultura del’impunità” loro assicurata dal vertice…     

Cioè, se a Washington decidono di perseverare al di là dell’errore, la colpa è chi persevera, a noi sembra, molto più che di chi invece mette in guardia e suggerisce! cioè, di Clinton, di Gates, di Obama molto più che della CIA e delle ambasciate. E, d’altra parte, gli Stati Uniti si sono tagliati tutti i ponti alle spalle: non solo coi Fratelli mussulmani – che da sempre hanno spinto Mubarak a perseguire, pure con qualche ragione, si intende e a perseguitare con esecuzioni e torture, senza alcuna giustificazione ovviamente – ma anche con le altre forze di opposizione, più giovani, più liberal o progressiste, perfino con ElBaradei… delle quali, di nessuna, si fidano e con le quali, con nessuna, hanno saputo – ma soprattutto voluto – tessere un rapporto anche solo di conoscenza. Perché temevano le paturnie del rais alleato.

●Qui in Egitto i mubarakisti residui, appollaiati sull’albero di un potere che non riesce più a farsi ascoltare ma si fa ancora pesantemente sentire, hanno cercato di restare dove stanno nel tentativo di rimandare di giorno in giorno quello del redde rationem finale, anche se per rimandarlo, lui li stava  sacrificando piano piano e uno a uno, un po’ tutti come capri espiatori…

Certo, alla fine aveva anche accennato a mollare qualcosa, Mubarak, soprattutto a “tollerare” la piazza senza farla mitragliare, tanto non gli obbedivano, ma al fondo la Costituzione che c’è, e che non a caso la gente vuole veder cancellata con lui, era proprio quella che gli riserva alla fine, appena lo giudicasse possibile, di riprendersi in mano le redini. Per cui il nodo vero – e qui la gente aveva  ragione, intuitivamente – è che se ne doveva andare lui, comunque e subito.

L’esercito era preoccupato, anche, non tanto dell’impazienza e della preoccupazione in sé per la paralisi del paese, quanto perché anche, in buona parte, è esso stesso una grande impresa di produzione e vendita di prodotti e si preoccupava se i lavoratori suoi dipendenti gliela fermavano troppo a lungo. Anche i sindacati, alla fine, perfino quello mubarakista ufficiale pur con molto ritardo, proprio il giorno in cui sembrava per la prima volta che Mubarak potesse davvero cedere, avevamo trovano il fiato per convocare i lavoratori a sciopero generale.

Insomma, era lui che se ne doveva andare per trovare una soluzione. Lui era il cardine di tutto l’edificio. Lo sapeva la gente, lo sapeva lui, lo sapevano tutti. E il fatto è che per quanto divisa – anche pericolosamente sul futuro fosse l’opposizione di piazza – sull’andarsene via di Mubarak come preliminare di ogni altro sviluppo era tutta unita... E intuiva che per uscire, ormai, bisognava passare dalle forche caudine dei militari….

● Detto questo, e tutto considerato come è doveroso pur fare, bisogna obbligarsi a notare – e aiutare quella piazza ormai simbolo a notare – che il clima avrebbe potuto anche cambiare se alla gente, alla popolazione egiziana nel suo complesso – le decine di milioni che anche fisicamente, pure volendo magari, non potevano andare sulla piazza della Rivoluzione – non fosse anche arrivato il messaggio che la protesta si poteva anche incartare se non si trasformava presto in rivoluzione.

Cioè in una richiesta coerente e corale che, oltre ad insistere sulla partenza del rais, proponga pure una voce unita e da subito, non da dopo, e anche una soluzione; anche perché, è banale dirlo ma è vero, le gente vive di speranza e, dunque, di rivoluzione, ma ha bisogno di lavorare, produrre, vendere e guadagnare per vivere e quando il governo che c’è continua a ripetere che il paese deve tornare a funzionare per farlo, sa che ha ragione. Che la paralisi non può durare in eterno. Altrimenti rivincono gli altri…

Anche perché, poi, se all’estero sembrano applaudire tutti al coraggio e alle rivendicazioni avanzate sulla piazza della Liberazione, fanno anche conto quasi tutti coi fatti duri appunto della vita reale (alla conferenza di Monaco lo sottolineavano in molti: le preoccupazioni sull’ “instabilità” dell’Egitto potrebbero influire sul flusso, e quindi sui prezzi, del greggio attraverso il canale di Suez spingendo i costi anche oltre i 100 $ al barile cui a inizio febbraio è arrivato a Londra per la prima volta, ormai, dal 2008[56]).

●Poi si arriva, finalmente, al dunque. Giovedì 10 febbraio, alla vigilia dell’ennesimo venerdì di preghiera e di rabbia, il direttore della CIA americana, Leon Panetta, sembra anticipare testimoniando di fronte al Congresso che “con ogni probabilità Mubarak si dimetterà entro la serata”. Col cacchio… Ennesimo tonfo di un  servizio di intelligence e di informazione che ancora una volta dimostra tutta il suo dilettantismo costoso (costoso da tutti i punti di vista). E fidandosi di quel che questi incapaci gli andavano dicendo Obama era andato anche in Tv alcune ore prima di Mubarak ad anticipare “eventi che avvengono sotto i nostri occhi e segnano la storia”.

Mubarak, però, non ha detto affatto che se ne andava. Non ha detto affatto che trasferiva i poteri presidenziali: nemmeno al suo fantoccio, il vice presidente. Ha detto che gli trasferiva alcuni poteri per istituire alcuni comitati di studio e preparare alcune modifiche alla Costituzione. Di fronte a una piazza che aveva iniziato ad ascoltarne le parole con enorme attesa e speranza, contando nelle ultime ore sulle voci di dimissioni e che ha finito urlandogli contro la sua frustrazione e agitandogli in faccia il gesto arabo di massimo disprezzo l’agitargli le scarpe per dirgli di togliere il disturbo, ha rinfocolato l’odio, il risentimento e la volontà di buttare tutto per aria per salvare davvero il paese.

Il punto è: ma la gente stavolta riesce a buttarlo via? Se resistesse fino in fondo e preferisse “morire con dignità” senza arrendersi, come ha detto lui stesso, farebbe ormai non tanto la fine di Salvador Allende, assediato dai golpisti e non certo dal popolo a la Moneda nel 1973, quanto quella del Ceausescu in fuga catturato, processato e fucilato praticamente in diretta televisiva.

Parlando col singolare del fasso tutto mi, la sera del 10 febbraio, quando ancora conta di restare al suo posto e non ha capito che la mattina dopo se ne dovrà andare, continua a dire io dico… io impartisco.. io do istruzioni… io delego (e l’unica cosa che delega davvero, poi, sono alcuni insignificanti poteri di rivedere limitate modifiche della Costituzione: per ora delega al repressore in capo, Omar Suleiman, lo studio di come cancellare lo stato di emergenza…, ma non gli si dà né l’ordine né il potere di cancellarlo. Per ora…

●Insomma, anche qui lo stallo sembra incancrenirsi: chi protesta contro Mubarak – milioni e milioni – continua a occupare le strade; lui resta dov’era anche se cede qualche potere, sempre poco definito tra l’altro, e sfida la gente; il paese rimane in larga parte paralizzato, da un lato per le proteste e gli scioperi ma, dall’altro, per la volontà del potere di dipingere gli oppositori come irresponsabili, anarchici e estremisti; e i militari cominciano a riunirsi per conto proprio senza di lui ma non sembrano dar segni di voler tagliare il nodo contro l’uno e a favore dell’altro dei due interlocutori cruciali: il dittatore e il popolo.

Galleggiano… tra vecchia guardia e alti gradi che a Mubarak devono tutto e nuove leve, i gradi intermedi che hanno idee dalle loro diverse su come gestire questo cruciale periodo di transizione. Ma quanto può durare uno stallo del genere? Quanto bisogna aspettare perché venga fuori, se gli va bene, il Nasser di turno, se gli va male il prossimo Saddam, anche se poi c’è chi spera in ElBaradei?

Che però, adesso, pare non volersi rendere disponibile, come dichiara al-Arabiya Tv, … mentre più che disponibili, oltre a tanti militari ed ex militari in lista d’attesa, si dichiara subito un vecchio famiglio e prosseneta del “fu” Mubarak come il segretario generale della Lega araba, Amr Moussa[57]? Che, non a caso, annuncia subito che si dimette dalla carica attuale senza spiegare però, ancora, perché anche se lo vedono tutti, il perché[58]… 

La svolta sarà pressoché immediata, questione di ore: ormai, la mattina del venerdì dell’ira, l’11 febbraio, è diventato chiaro che l’obiettivo dell’esercito egiziano non è più quello di salvare Mubarak ma di salvare fondamenta e strutture del regime fondato più di mezzo secolo fa da Gamal Abdel Nasser.

A questo punto, l’esercito doveva scegliere fra tre opzioni possibili:

• lasciar libera di aumentare e a un certo punto, anche per la legge dei vasi comunicanti, di straripare la folla di chi protesta che sarebbe avanzata travolgendo ogni resistenza contro il palazzo presidenziale: ma, allora, sarebbe stata la folla – non loro, i militari – a dettare anche l’agenda del corso degli eventi;

• reprimere la popolazione, spararle contro in massa, come al contrario delle forze di sicurezza, polizia e milizia, non aveva mai fatto e aveva solennemente promesso di non fare: ma così cambiando decisamente e forse anche decisivamente la percezione che il popolo egiziano continuava a nutrire delle “sue” forze armate;

• oppure, la soluzione più semplice, quella di fare un golpe militare, anche se senza dirlo e chiamarlo così: cacciare Mubarak col sostegno esplicito della gente e tenere in mano, o almeno cercare di tenere in mano così, il controllo dell’agenda.

Quest’ultima sarebbe stata una soluzione extra-costituzionale cui i militari erano riluttanti a fare ricorso: lo lasciava intendere anche il secondo loro comunicato, che tendeva a valorizzare i mezzi impegni presi da Mubarak, emesso alla fine del secondo incontro del Consiglio militare supremo tenuto a ogni buon conto senza presidente, vice presidente e primo ministro nella notte tra il 9 e il 10 febbraio. Ma le prime due soluzioni per le Forze armate apparivano, comunque, ancora più inaccettabili… e per questo resta, al dunque, la più probabile. Che poi sia duratura è altra cosa.

Ora ci sono da gestire anche i prodromi della sconfitta di Mubarak e della vittoria di popolo/esercito. Il primo elemento del binomio vincente vuole che il secondo dica presto, subito, quando leverà di mezzo il vecchio governo anche per l’amministrazione ordinaria e ne formerà uno nuovo di zecca; e quando, soprattutto, si faranno le elezioni “libere e democratiche”. Il secondo, l’esercito, resiste alla pressione del primo, del popolo.

●Scrive adesso uno degli opinionisti americani più attenti e sagaci[59] che questo nuovo Egitto “presenta ora un’opportunità assolutamente cruciale anche per noi. Il radicalismo islamico è fiorito sui due pesi e le due misure che noi americani abbiamo reso evidenti col forte sostegno dato a regimi come quello di Mubarak. E’ prosperato su una repressione brutale che dove servire sostanzialmente a fermare gli jihadisti. E ha beneficiato della riduzione di decine di milioni di cittadini dei paesi arabi a semplici oggetti, spogliati di ogni dignità e perciò più inclini a cercare di dare un senso alla propria vita nei movimenti assolutisti violenti”.

Certo adesso l’opportunità più importante si offre agli egiziani e, dietro loro, agli altri movimenti e popoli arabi. Ma anzitutto il futuro si gioca qui in Egitto, nei prossimi mesi, settimane forse. Perché il fatto è che la guerra non è stata ancora vinta per niente. In effetti, come è normale, si cominciano a dividere tra loro i vincitori. Contro Mubarak, fino alla sua fuga dal Cairo – ma, non dimentichiamolo, non dall’Egitto: non ancora – l’opposizione era stata unita. Ma i giovani che ne sono stati l’anima, il nerbo, ora si vanno distinguendo in campi non solo diversi, ma proprio rivali.

Da una parte, ci sono quanti, giovani professionisti e universitari, tecnocrati che conoscono il web e i suoi segreti, quelli che hanno “twitterato” la rivoluzione nel mondo e, di fatto, adesso conducono quel po’ di trattative che vengono condotte coi militari;  e, dall’altra, ci sono i tanti giovani e ragazzi del movimento che alla rivoluzione hanno fornito le masse di manovra e i “martiri” e si sentono come un po’ espropriati dai primi, i tecnocrati.

E entrambi i gruppi cominciano a guardare con qualche diffidenza agli attivisti più anziani, dei partiti clandestini, dei sindacati, dei movimenti autonomi… che, loro, spesso si riconoscono con qualche difficoltà in chi al tavolo delle trattative dice di rappresentarli. Coi generali del Consiglio delle Forze armate che, sapientemente, vanno alimentando dissensi e scontenti e illusioni e speranze…

Il pericolo è che, finita la rivoluzione, sia finita proprio la rivoluzione… che essa si stia trasformando in una lotta politica tra le forze che erano d’opposizione e che non sono affatto ancora al governo, tanto meno al potere, i resti del vecchio regime che non sono tutti spariti ma si vanno riciclando e l’esercito che ha l’effettivo controllo del paese[60]

●Una notazione totalmente a parte. Il momento più alto – in qualche misura a suo modo anche esaltante, chi sa?, di un futuro profondamente diverso – di questa ventina di giorni di rivoluzione trasmessa in diretta da al-Jazeera (denunciata aspramente dal calante Mubarak come la vera artefice della sua caduta: falso, non ha capito niente, l’artefice vero è stato il popolo che la TV satellitare oltre-frontiere ha fatto vedere e sentire al mondo: questo sì!), è stato quando sulla piazza della Liberazione, dopo l’assalto dei mubarakisti della sicurezza e di quelli pagati per attaccare e ammazzare chi faceva la rivoluzione, mussulmani e cristiani copti hanno elevato una mai vista prima preghiera comune cantando “siamo uno!” e fornendo la migliore risposta possibile alla violenza religiosa settaria che solo un mese fa aveva spaccato l’Egitto e anche le sue religioni.

● Il Corano e la Croce sulla piazza dela Rivoluzione

Foto: CNN Belief.blog, 10.2.2011 [http://religion.blogs.cnn.com/2011/02/10/my-take-why-egypts-christians-are-excited-but-nervous/]

●Intanto, il nuovo governo unitario della Tunisia[61], la rivoluzione che ha dato la stura a tutte le altre, ha licenziato in tronco tutti i 24 governatori regionali in carica su nomina di quello precedente. E, al contempo, il ministero degli Interni ha licenziato, e anche in diversi casi già sostituito, una schiera di alti gradi della sicurezza nazionale cominciando a rivedere a fondo – dicono – la rete di spie e forze di sicurezza e di polizia costruita da Ben Ali nei suoi 23 anni di governo.

E, in parte, ha anche smantellato la fittissima rete di connivenze e più meno dubbie amicizie e ossessioni che portano il ministro degli Esteri italiano Frattini a dire, con attenzione tutta riflessa su se stesso e le proprie preoccupazioni, in risposta “alla sollevazione coraggiosa del popolo tunisino che ha cacciato via il suo dittatore di lunga lena Zine el-Abidine Ben Ali: per noi, ha detto, ‘la priorità numero uno è quella di tenere lontano l’islamismo fondamentalista come le cellule terroristiche’ [62].

Il fatto è che, qui come altrove, la rivoluzione corre il rischio di implodere su se stessa, proprio sul proprio successo. Il 25 febbraio, al grido di “il dittatore se n’è andato ma la dittatura no”, si svolge a Tunisi la più grande dimostrazione popolare dalla vittoria contro Ben Ali. E, dice Yadh Ben Achour, un famoso giurista che il nuovo governo tunisino con l’accordo di tutta l’opposizione ha messo alla testa della Commissione di riforma politica – in pratica, a scrivere dal nulla la nuova Costituzione del paese – che “il rischio è adesso che tutti dicano quello che vogliono e nessuno si preoccupi del bene comune[63].

Il rischio, adesso, può essere davvero, come dice Ben Achour, l’anarchia… Peggio, dicono alcuni: ci sono molti dubbi – anche se in Tunisia i democratici sicuramente accreditati e credibili invece li escludono – sulla natura democratica, al dunque, di quello che in libere elezioni potrebbe essere adesso il partito di maggioranza, il Nahda ( Fratellanza) islamista[64] costretto finora all’esilio. Ma ormai, è evidente e è anche giusto, che se le elezioni le fanno il risultato, poi, non lo possono davvero ignorare.

Questa rivoluzione è in una fase davvero delicata che, in qualche modo, sembra incentrarsi sul vecchio nodo mai sciolto del ruolo dell’Islam in politica. Il tema è stato imposto all’o.d.g. dalle masse di zeloti che hanno costretto le nuove autorità a garantire l’ordine con la polizia contro l’assalto tentato al quartiere dei bordelli (legali) di Tunisi al grido, visto il contesto sicuramente blasfemo, di “Dio è grande”.

Il fatto è che, fatta la rivoluzione e cacciato il tiranno, questi potrebbero voler cancellare con lui alcune “conquiste” moderne che da sempre il paese, già prima di lui, con Bourguiba, s’era dato: qui, al contrario che in quasi tutti gli altri Stati a maggioranza islamica, l’aborto è legale, la poligamia è proibita per legge, le donne non hanno l’obbligo di velarsi in pubblico, praticano lo sport e fanno il bagno in bikini e si consuma legalmente anche l’alcool.

Il partito islamico “moderato”, sciolto d’autorità e con la forza da Ben Ali, Ennahda Rinascita, proclama per bocca del suo massimo leader Hamadi Jebali, ora “riemerso” alla luce, di essere totalmente contrario a imporre la legge islamica a chiunque, anche – precisa – ai cittadini di religione islamica, facendo sua – “con convinzione”, dice – la distinzione tipica del’occidente – e da noi lamentata da tutti gli integristi – fra religione e politica… Ma non tutti si fidano.

Però – ed è una novità davvero epocale – il dibattito adesso è pubblico: in senso pieno, si svolge all’aria aperta tra capannelli di gente che litiga, anche, ma per lo più discute sulla grande avenue Habib Bourguiba al centro di Tunisi che si è trasformata in uno straordinario areopago: di discussione, però, non di decisione: o non ancora...

Fa osservare una femminista storica tunisina, insegnante universitaria, Khadija Cherif[65], che è stata alla testa della sollevazione contro Ben Ali – proprio  perché, dice, le donne tunisine da  tempo più libere delle altre nel mondo arabo si sono mostrate più sensibili alla necessità di ribellarsi – il vero fattore sconosciuto ora in Tunisia, come in Egitto e oltre, è quanto fondamentalisti – e quanto popolari – siano gli islamisti che in passato non sono mai stati amici dei diritti delle donne.

‘Non si possono dare mai i propri diritti per scontati’ – osserva la signora Cherifa – facendo l’esempio dell’Afganistan dove sotto l’occupazione sovietica le donne andavano all’università mentre, arrivati i talebani, molte temevano di mandare le figlie anche alle elementari. In Iran, sotto lo shah, un dittatore laico deposto nella rivoluzione del 1979, molte donne andavano in giro vestite all’occidentale. Da allora, sono state costrette a coprirsi i capelli e ad aderire ai rigidi codici del vestire islamico oppure a corre il rischio della galera”.

Ora, chi scrive Cherifa la conosce personalmente, e sa che non avrebbe mai potuto dire che “vestirsi all’occidentale” sia di per sé una conquista delle donne. Così come glielo attribuisce la giornalista americana il suo pensiero semplificato è sicuramente scorretto. Lei stessa diceva, poche sere prima, a Roma, in una riunione che dibatteva il tema senza conoscere ancora il testo dell’intervista di aver invece attentamente spiegato, e non perché fosse politicamente corretto ma “perché era giusto”, che era comunque doveroso anche per le donne afgane e per quelle iraniane partecipare alle loro rivoluzioni. Significa solo che adesso dovranno stare più attente a ogni sviluppo possibile. Punto e basta…

Il nuovo-vecchio primo ministro, Mohammed El Ghannouchi, in funzione dal 1999 e poi rimesso in carica il 14 gennaio dal primo Consiglio rivoluzionario, adesso a fine febbraio si dimette: dichiara che la Tunisia dopo aver fatta la sua rivoluzione ha diritto di arrivare presto a una nuova Costituzione e a elezioni veramente libere e che, perciò, lui lascia il campo libero al servizio della rivoluzione dopo l’ultima ondata di manifestazione e di arresti durati una settimana che ha rilanciato la protesta di piazza…

Il nuovo primo ministro ad interim viene designato immediatamente dal presidente ad interim della Tunisia, Fouad Mebazza. E’ Béji Caïd Essebsi[66], ministro già diverse volte in passato ma ricordato soprattutto come ex incaricato degli Esteri sotto la presidenza di Bourguiba dall’80 all‘86. Ma non è detto per niente che alla gente andrà bene…

●E adesso, dove? Non sarà probabilmente altrettanto “facile” (100 morti soltanto di qua, forse 300 di là…) far crollare gli altri, o anche solo altri, regimi autocratici della regione. Anche perché ora tutti (meglio, molti: l’eccezione che tenta di negarsi a ogni cambiamento è la Libia) cercano di correre un poco ai ripari. In Algeria, il presidente Abdel Azuiz Bouteflika decide di far acquistare subito 800.000 tonnellate di grano per moderare i prezzi in aumento.

E annuncia[67] che lo stato di emergenza, in vigore dal 1992, sarà cancellato nel prossimo futuro. Sbagliando tono, parlando come se facesse una specie di concessione sovrana, il presidente aggiunge in Consiglio dei ministri che lo stato di emergenza in realtà non serve più perché da anni il paese è di nuovo tranquillo (e, allora, anche nella sua logica d’ordine, perché lo ha mantenuto in vigore per anni?) e che “consentirà la manifestazione pubblica di proteste pacifiche al di fuori di Algeri”… In effetti, poi, forse per mettere in qualche modo una toppa, il 24 febbraio l’annuncio viene pubblicato in Gazzetta ufficiale e l’emergenza, ufficialmente appunto, decade[68].

Ma subito, il giorno dopo il collasso del regime egiziano, centinaia di dimostranti già assaggiano le galere algerine perché proprio ad Algeri dimostrano chiedendo la riforma radicale e soprattutto accelerata anche del regime di Bouteflika… Però, poi, il regime accenna a mollare rilascia a poco a poco i fermati.

E, intanto, il neonato fronte democratico si spacca. Il Consiglio nazionale di coordinamento democratico per il cambiamento e la democrazia (CNDC), fondato il 21 gennaio 2011 dopo la vittoria tunisina, si  divide in una Lega algerina di difesa dei diritti umani e nella Società indipendente dei dipendenti pubblici, una specie di sindacato allargato. Ma poi il nuovo gruppo si suddivide ancora[69]

●E il primo ministro del Marocco[70], Abbas El Fassi, decide adesso – mai successo prima – di incontrarsi coi leaders dei partiti di opposizione per discutere di riforme politiche da collegare alle prossime elezioni, dice, del 2012. Lo riferiscono alcuni di loro all’uscita dalla riunione. Ma non pochi di loro asseriscono che già si capisce come questa posizione, diciamo, attendista sia forse prossima a flessibilizzarsi. Sempre El Fassi annuncia di aver deciso il sussidio di diversi prodotti di consumo di base con uno stanziamento di 1,4 miliardi di € per compensare l’aumento previsto dei prezzi sul mercato internazionale che si rifletterà inevitabilmente, altrimenti, sui prezzi interni.

Ma anche se non con maree di fola in piazza (o, almeno, non ancora) continuano dimostrazioni popolari le cui parole d’ordine, però, non reclamano solo pane e lavoro ma anche democrazia e libertà: tradotto nei manifesti e nei cartelloni “meno potere al re[71].

●Da metà mese anche in Libia si diffonde a macchia d’olio ma a rapidità supersonica – o se volete elettronica, informatica, satellitar-televisiva – il contagio tunisino-egiziano, con movimenti e sommovimenti che lì per lì erano sembrati restare, però, tutto sommato abbastanza contenuti.

Questo, come fa notare uno dei blog meglio e più responsabilmente informati sulla realtà del Medioriente – da Israele e Gaza al Marocco – è forse “il paese più fragile, perché qui è di più lunga data il regime (41 anni), difficile quanto in Egitto è la successione ereditaria voluta, difficili malgrado una ricchezza certo maggiore (il petrolio) le condizioni della massa di giovani che compone la popolazione[72]. I libici[73] sono quasi 6 milioni e mezzo, col 33% della popolazione (in Italia, appena il 13%) sotto i 14 anni, il 62 (da noi il 66%) fino a 64 e solo il 4,4% (il 20%, da noi), sopra i 65.   

Meno incerta e più immediatamente feroce di quella di altri rais (— capi, presidenti) appare la durezza della repressione con cui Gheddafi blocca subito i primi movimenti di protesta. Fa arrestare diversi alti esponenti delle Forze armate, anche a titolo preventivo, fa dimettere o deve accettare le dimissioni di diversi ministri e di non pochi suoi ambasciatori all’estero e arriva a far mitragliare e bombardare le piazze a Bengasi e a Tripoli il terzo, quarto giorno del sollevamento: che è sicuramente un segnale di rabbia, ma anche di disperazione.

Il fatto è che – anche se bisogna poi aggiungere, cosa non sempre fatta, come queste notizie siano state per esempio da suo figlio Seif smentite con rabbia[74], e anche se le immagini delle fosse comuni di Tripoli sono state subito credibilmente sbugiardate (erano riprese da un cimitero di Tripoli in ristrutturazione) – come ha detto il capo dell’ufficio di Al Jazeera di Washington, Abderrahim Foukara, che invece evidentemente ci crede, le conseguenze della repressione sono prevedibili, qui come del resto forse dovunque: “quando si spara su donne e bambini alle 3 di notte, si può ancora restare al potere per un po’,  ma scompare ogni senso di legittimità riconosciuta[75] tra la gente.

Prima Gheddafi aveva detto, come al solito sopra le righe, che sarebbe stato lui a guidare il popolo in rivolta. E non si capisce se, anche nel suo caso, si tratti di delusione senile (anche lui ormai ha settant’anni) o, forse, chi sa?, di conoscenza di una realtà che a noi non può apparire altro che un po’ surreale.

Poi, in realtà, in piazza lui non scende ma sono anche molti – non solo poliziotti e membri degli apparati di sicurezza: anche popolo… magari anche armato, però, dallo stesso rais – quelli che, in effetti, difendono il suo regime oltre quelli che – è la novità – adesso vanno in piazza a contestarlo apertamente… Alla fine di una settimana di scontri, subito dopo metà febbraio, viene riferito che in piazza i morti sono stati dozzine e presto anche centinaia. Ma “non si riesce ad avere alcuna conferma indipendente[76] della notizia e del calcolo.

Ma si vanno accumulando notizie di una vera e propria rivolta montante e sempre più diffusa che man mano assume proprio i connotati della rivoluzione contro il regime di Gheddafi o, come dice lui, della controrivoluzione. E

• mentre il primo ministro Baghdadi al-Mahmoudi comincia a sostenere trattarsi di un complotto terroristico per trasformare il paese in uno Stato-covo di al-Qaeda (il grande spauracchio degli USA e non solo);

• mentre, il petrolio balza in due ore a Londra a 105 $ al barile e arriva quasi subito poi a 120: e scendono dappertutto le borse contagiate dalla caduta dei titoli legati alla Libia;

• mentre uno dei figlioli del rais, il Seif al-Islam di cui abbiamo detto, dice in diretta televisiva che “noi, i  Gheddafi, non molleremo mai, che se non la piantano subito dalla rivolta si passa alla guerra civile”; ma

• avverte pure il papà, a modo suo, che se “il cambiamento non lo fa il governo, esso verrà dal popolo”, magari “come in Tunisia ed in Egitto”…; e che

• se la rivolta si espande “la Libia esplode in tanti pezzi, fatta com’è da tribù e nomadi e senza alcun partito politico a strutturarla e, invece di 200 morti nelle piazze, dovremo piangerne 100.000” e più;

• Seif al-Islam Gheddafi, che nella famiglia ha sempre avuto la fama del “riformista” – o, meglio forse, del più disponibile a cambiare qualcosa per cambiare il meno possibile – e sembra aver assunto il ruolo di portavoce del regime del padre, annunciando, con pochissima credibilità, che il padre vuole una nuova Costituzione, che il paese può anche decentralizzarsi molto, che ci potrebbero essere nuove regole e leggi per diritti di parola e di stampa e diritti civili. Intanto, tutti i dipendenti pubblici riceveranno anche “congrui aumenti[77].

●Ora, dopo aver appreso tutte queste cose e prima di andare a Bruxelles, a lanciare con gli altri capi delle diplomazie europee un inutile quanto vacuo appello alla calma – mentre Tobruk e Bengasi già bruciano: col tempismo che ne contraddistingue ogni sapiente, e saputo, intervento – il ministro degli Esteri Franco Frattini offre garanzie a tutti.

L’Italia ha superinteressi con la Libia e Berlusconi, personalmente, con quel curioso e quasi giullaresco baciamano reso a Gheddafi che sta lì a testimonialo, ha di fatto agito come tratto di unione principale tra il regime di Gheddafi e l’Occidente, cioè gli Stati Uniti, sul piano dell’accreditamento strategico della sua parola di rinuncia all’atomica che dell’intreccio dei suoi interessi economici e politici con quel paese.

E, ora, Frattini fa finta di credere a quel che dice Seif al-Islam – che Gheddafi vuole riformare il regime – e lo accredita in questo senso, troppo speranzosamente di sicuro, da una parte, alla Hillary Clinton e, dall’altra, ai colleghi europei[78]. L’Italia, afferma, naturalmente considera, la stabilità della Libia (che le cose restino come stanno, cioè) cruciale per tutta la regione.

Non sa più che dire né che fare, sembra, Frattini (due giorni dopo parla, come già avrebbe potuto fare con un po’ più di lucidità e di audacia, di una “situazione di guerra civile[79]) questo gnorri di ministro degli Esteri che ci ritroviamo. Dice queste cose, sulla disponibilità improbabile del regime a una riforma costituzionale – di che, poi, se Gheddafi ha distrutto ogni istituzione nel paese sciogliendola in quello che lui ha chiamato il potere diretto del popolo, cioè non solo nessuna istituzione ma, per definizione, nessuna costituzione da riformare – poche ore prima del discorso intransigente, durissimo del rais dal palazzo di Tripoli a suo tempo bombardato da Reagan che riafferma, non a caso dal mezzo di quelle macerie, la natura “rivoluzionaria”, rivendica, del suo regime.

Lui – spiega furente – non è un presidente che può anche andarsene ma un capo rivoluzionario che può solo combattere, vincere o cadere al suo posto[80], lui – caligoleggia da una finestra ancora squassata e squinternata dalla bomba americana del 1986 – solo una controrivoluzione può abbatterlo. Altro che la riforma costituzionale evocata dal figliolo e dal suo distonico sponsor italiano.

Al ministro italiano manda a dire, invece – dopo aver assicurato il suo amico Berlusca parlandoci personalmente che “tutto va bene” e averne ricevuto la ovvia e doverosa smentita – di sapere che insieme agli americani anche l’Italia (su ordine di chi? proprio di Berlusconi magari?!) ha fornito razzi da guerra ai “controrivoluzionari”… e quello, Frattini, che ancora non sa della smentita del capo ovviamente e come al solito a quale gancio impiccarsi su cui titubare, a rispondere – si fa per dire – che “se è confermato che Gheddafi lo ha detto,… si sbaglia”!

A latere intanto – nella divisione dei compiti di questo nostro pulcinellesco parterre di governo – a Bruxelles nella riunione dei 27 ministri dell’Interno che ha fatto convocare a fronte di una tragedia, in atto e in preparazione – prevede – di dimensioni epocali, Maroni si preoccupa dei suoi immigrati (suoi si fa per dire, ovviamente…). Chiede ai partner europei di aiutarlo a gestire la crisi umanitaria che si va preparando perché l’Italia – argomenta – non può essere lasciata sola a gestire l’esodo potenziale (300.000 cristiani, o meglio mussulmani, dice) dal Nord Africa[81].   

Solo che, chiarisce la Commissione, a bocce ferme, cioè senza cambiare la legislazione vigente, non c’è obbligo né giuridico né politico per nessun paese dell’Unione di mettersi ad aiutare l’Italia…, o se è per questo, dice un funzionario norvegese della Commissione, qualcuno che non è molto spiritoso (se volete, non è molto spiritoso proprio perché è norvegese…) ove il flusso fosse di orsi bianchi verso la Norvegia, non ci sarebbe obbligo di aiutare Oslo ad accoglierli…

E’chiaro, no?, che l’Europa all’Italia non darà nessuna mano? che se la Libia, invece di bloccare come Gheddafi faceva da par suo, l’esportazione degli immigrati, magari quelli dagli altri paesi nordafricani, trasformasse la Libia in una passerella verso Lampedusa, la Sicilia e l’Italia, noi restiamo da soli? che l’Europa non ci si fila e che dovremo subircela, comunque, più degli altri, l’immigrazione: questa immigrazione dal Nord Africa che è subito fuori della nostra porta di casa?

● Questione di ordine pubblico…

Patrick Chappatte

Fonte: New York Times, 27.2.2011, vignetta di Chappatteٱs

 

La portavoce[82] della Commissione sul tema, specifica che ogni assistenza, lo ripete tre volte in risposta a tre diversi giornalisti italiani, dovrà perciò essere esclusivamente “volontaria”—  e i ministri del’Interno di Italia, Spagna, Francia, Malta, Grecia e Cipro – tutti i paesi del nord mediterraneo dell’Unione concordano tra loro di rivedersi subito a Roma per formulare una proposta comune all’Unione… senza poi davvero nessun esito serio, però, neanche tra loro.

Frattini, come dire?, un po’ fuori tempo, si lascia andare a un di per sé sacrosanto appello rivolto a tutti perché l’Europa non cerchi di esportare la sua versione della democrazia in Libia. Anche perché, certo, tutta la democrazia di cui disponevamo abbiamo già provveduto ad esportarla in Iraq… ma la sua vera preoccupazione, poi, è che la Libia potrebbe finire con lo spaccarsi in due dando la stura all’esodo “biblico” di parte della sua popolazione. Quindi, soggiunge, l’Europa deve sostenerne l’integrità territoriale sotto una nuova Costituzione. Insomma, puro bla bla…

● Aridateje le Amazzoni sue: anche quattro mani non basterebbero per le vergini dell’amico Berlusca

Steve Bell 23 March

Fonte: vignetta di Steve Bell, Guardian, 23..2.2011

Dice anche che non bisogna “intervenire[83] in Libia, ed è una scelta infelice di parole, così come in questo frangente quella sulla democrazia da non esportare come quella del presidente del Consiglio Berlusconi che, a chi gli chiedeva invece proprio di intervenire, se ne veniva fuori dicendo come non gli sembrasse comunque opportuno mettersi a “disturbare Gheddafi”. E, poi, c’è il nodo: che significa mai “intervenire”? militarmente, diplomaticamente, economicamente, politicamente?

Un appello sacrosanto, però appunto per lo meno fuori tono, fuori luogo e cacofonico nel momento in cui la Libia è dilaniata dallo scontro di piazza tra rivoluzione e controrivoluzione (si discute, naturalmente, e ci si ammazza tra libici, su quale sia quale: la rivoluzione e la controrivoluzione).

Tanto debole e palesemente condizionata è la sua posizione che si mette a fargli la predica perfino il ministro degli Esteri finlandese (finlandese!), Alexander Stubb[84]. Capisco, dice, le preoccupazioni dell’Italia e di Malta: ma una risposta fiacca dell’Europa sarebbe inaccettabile!, sentenzia Helsinki (Helsinki…). Ci vorranno, invece, sanzioni: bisogna negare a Gheddafi l’accesso ai suoi conti (se, però, dopo tanti giorni di rivolta ancora li tiene in banca a Londra e non li ha trasferiti, è un fesso… e fesso di certo Gheddafi non è) e bisogna vietargli di entrare in Europa (ma chi glielo dice a Stubb che, adesso, il rais voglia andare in Europa: che è scemo)?

Anche Sarkozy, dopo le titubanze iniziali su Tunisia e Egitto (legate, dicono i maligni, ma chi pensa male e fa peccato, magari, però… e qui, poi, nel gabinetto francese ci sono anche le prove di strane amicizie personali, la Alliot-Marie, lo stesso PM Fillon… coi potenti caduti e cacciati: Ben Ali la prima, Mubarak il secondo) si sbilancia e esprime l’opinione che l’Europa deve adottare “sanzioni rapide e concrete” contro la Libia in modo che “quanti sono implicati nelle violenze assumano su di sé le conseguenze delle proprie azioni”. Spingendosi anche a chiedere l’interruzione dei rapporti economici, commerciali e finanziari con Tripoli…

Ci torniamo sopra fra un po’… Per ora sia sufficiente notare che, detto così, non significa niente visto che altri, come l’Italia, meno – molto meno – autonomi della Francia in materia di energia autoprodotta, non possono proprio permettersi di interrompere a lungo il flusso del gas della Libia. E, poi, quest’altro sepolcro imbiancato, che vuol dire affermando che bisogna punire quanti sono implicati nella violenza”: tutti? chi è con Gheddafi e anche chi è contro Gheddafi?...

In ogni caso, e almeno formalmente, i paesi europei ci provano. Ma, secondo chi scrive, fanno piuttosto finta di provarci: mettendo giù una lista (tentative— provvisorio e interlocutorio, si capisce) di personaggi cui… negare, eventualmente – si vedrà – i visti di ingresso nei loro paesi…, minacciando – minacciando solo, sia chiaro, per ora – di congelargli i conti (come, lo ripetiamo, se l’onorato istituto bancario dei prestanome e dei conti cifrati non lo avessero inventato proprio loro, a Londra e a Parigi)…

L’intervento che, tra tutti ueli o impytneti ed amonitori o quelli di uomini di Stato (diciamo così) stranieri, mentre infuriava la guerra civile libica, ci è francamente sembrato più calibrato, responsabile, attento e efficace è stato quello del primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan. E’ uno sbaglio grave, ha personalmente detto e fatto sapere di aver detto a Gheddafi, una volta che la gente la reclama, ignorare la richiesta di democrazia da parte del popolo, sottoponendo a repressione quella domanda.

Qualcuno può anche, forse, non arrivare a capirla ma quella rabbia non può non vederla e sentirla e non capire che reprimerla porta a una spirale di violenza di cui la colpa risale, agli occhi del mondo, non a chi chiede ma a chi nega e reprime[85].

Tra parentesi: mentre da noi qualcuno fa rilevare (l’abbiamo sentito su Fox News, e su due talk show nostrani da un leghista un po’ grezzo e, nel suo sconfinato cinismo di dandy in favoriti sabaudi da uno scrivano conservatore molto alla moda) che l’errore di tanti autocrati arabi è stato quello di diffondere la scolarizzazione e investire molto sull’istruzione di ragazzi e di giovani (anche molte ragazze) che ora gli si rivoltano contro, proprio da Erdogan abbiamo sentito notare che l’errore semmai è stato quello di non aver accompagnato a questo sviluppo straordinariamente positivo anche un impegno almeno altrettanto serio a fornire a quei giovanni sufficienti e adeguate opportunità di lavoro.

Meno utile, anche se profondamente vero, ci è pure sembrato il commento del ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle[86], quando h osservato che se “una famiglia regnante, o dominante, minaccia il suo popolo stesso di guerra civile, essa, semplicemente, è finita”. Che è un monito saggio, ma anche del tutto inutile rivolto com’è a una “famiglia regnante” messa lì spalle al muro e che lotta ormai puramente e semplicemente per la sopravvivenza visto che, di fatto e nei fatti, è essa stessa schiacciata da una guerra civile e non soltanto dalla minaccia di una guerra civile.

Solo l’ipocrisia, proverbiale, dell’ottusa diplomazia giapponese riesce a stare alla pari di Franco Frattini. Col primo ministro, Naoto Kan, che esprime la speranza di vedere in Libia un governo “stabile”. Cioè, sia come sia, a noi interessa che non arrivino clandestini e che arrivi il petrolio, a loro, che dei clandestini a 10.600 km. di distanza non hanno nessuna paura, preme che continui ad arrivare il petrolio. Questo vuol dire “stabilità[87].

Invece, tirato a lungo per le mutandepardon, per la giacchetta – anche Berlusconi alla fine, il 21 febbraio, parla e prende le distanze, anche se un po’ stranamente, dal rais. Condanna la violenza delle forze armate contro i civili, la chiama “allarmante” e anche “inaccettabile”.  E ripete che non l’ha detto prima solo perché non voleva “disturbarlo” e chiede alla UE di prevenire in Libia una guerra civile[88]

Poi, il 26, dice che ormai Gheddafi “ha perso il controllo del paese” [89]. Forse è già proprio così (a Bengasi viene formato un governo di unità nazionale alternativo ad interim[90]: ma è presieduto  dal ministro della Giustizia di Gheddafi, Mustafa Abdel-Jalil, che ha appena dato le dimissioni per protesta contro l’ “eccessivo uso della forza” (meno eccessivo andava bene?) ordinato dal rais. Ma pare proprio che lui, Gheddafi, non se ne accorga.

●Sul retroterra economico e finanziario della rivoluzione libica va notato che presto, subito in pratica, il mondo finanziario comincia a preoccuparsi dei possibili riflessi che i prezzi in ascesa del petrolio potrebbero avere sulla ripresa economica. Sale il Brent a Londra, scendono un po’ tutte le borse (Piazza Affari è talmente terrorizzata che chiude per mezza giornata, con scuse “tecniche”: come non era stato osato neanche l’11 settembre). Gli investitori locali e quelli esteri cercano disperatamente di capire come va a finire nel paese che ogni giorno pompa 1.800.000 barili sul mercato, più o meno il 2% del fabbisogno mondiale.

Subito il future del greggio con consegna ad aprile sale a Londra il 23 febbraio a 110,5 $ al barile e già il 24 a 119 $, mentre un po’ tutte le compagnie estere che lavorano lì, ENI, Repsol-YPF, BP bloccano estrazione e pre-raffinazione e cominciano ad evacuare operai e tecnici. L’ENI ha subito interrotto il flusso sul gasdotto che collega Libia e Italia, col ministro dello Sviluppo economico Romani a garantire che il 12% di gas che la Libia fornisce all’Italia sarà sostituito da Algeria, Norvegia, Russia e altre fonti.

Non solo a Milano, con l’interruzione degli scambi, ma a Londra, a Francoforte, a New York, ma anche a Tokyo e a Singapore le cadute di borsa sono state forti e dovute chiaramente più alla paura che ad altro. Insomma, che viene dopo? che viene adesso? L’unica vera eccezione sembra venire dall’indice composito della borsa di Shangai in Cina…

Del resto, come informa il presidente dell’ENI Paolo Scaroni, il 24 febbraio, la produzione di greggio libico è calata del 75%, a circa 1.200.000 milioni di barili: per l’ENI si è trattato di un taglio secco alla produzione di quasi il 50%, a non più di 120.000 barili al giorno, soprattutto per ragioni di sicurezza. anche se alcuni pozzi nell’est del paese, e al largo della Cirenaica stessa, funzionano come dice lui “normalmente[91].

A fine febbraio lo spazio fisico, oltre che le fedeltà politiche e territoriali che controlla ancora il rais, sembra comunque ridursi quasi alla sola capitale, ogni giorno di più…

●Conferme “oggettive”, cioè riscontrabili, verificabili, non si trovano per la protesta che si manifesta a Teheran, dove non è mai chiaro davvero chi contesta chi, se è l’opposizione che in Iran contesta il governo o questo che contesta l’opposizione… e magari, dall’interno, se stesso. Anche qui i morti non sembrano essere stati proprio pochi, però…

●Anche il re di Giordania, che sotto la pressione della rivoluzione in Egitto aveva chiesto al governo di darsi da fare, adesso a inizio febbraio l’ha licenziato in tronco a partire dal primo ministro Samir Rifai, contro il quale erano state organizzate a fine gennaio diverse manifestazioni per gli aumenti di prezzo di combustibili e derrate alimentari ordinando la stessa cosa, di riformare l’economia, a quello nuovo. Come se bastasse ordinare per fare…

Al nuovo governo di Marouf al-Bakhit (che, però, guarda un po’ la novità, era già stato primo ministro dal 2005 al 2007… e prima era ambasciatore a Tel Aviv: il re e lui sono decisi a tenere ferma la pace con Israele che la Giordania fece sotto il padre, Hussein) Abdullah II dà istruzioni, come recita il comunicato del palazzo reale[92], di “intraprendere passi immediati e tangibili di riforma reale che riflettano la nostra [nostra, cioè sua— del sovrano?; o nostra, di noi, il popolo— come noi,  il re, comunque lo interpretiamo?] visione di una modernizzazione globale e dello sviluppo del paese”. Insomma, bla bla…

Anche se il re capisce e dice – ma lo dice al nuovo/vecchio premier! – che “la riforma economica è necessaria per fornire al popolo una vita migliore; ma non saremo in grado di arrivare a una riforma dell’economia senza riforme politiche vere: capaci, cioè, di aumentare la partecipazione popolare alla presa delle decisioni”.

In ogni caso, e per la prima volta in un decennio, il re si incontra da solo, senza il nuovo primo  ministro, con una delegazione dei Fratelli mussulmani[93] annunciando, nell’occasione – coincidenza, certo, significativa – il suo impegno personale a sconfiggere la corruzione e a promuovere un largo dialogo nazionale.

●Il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, altro solido alleato degli americani – sostenitore della loro politica in Medioriente perché loro sostanzialmente sostengono lui e il suo potere e nemico feroce di al-Qaeda nella penisola arabica, come si chiama la fazione locale dei ben ladenisti, sostanzialmente perché loro sono nemici suoi – ha annunciato anche lui, all’improvviso, che non si ripresenterà candidato alla scadenza del suo mandato, nel 2013, e che non farà candidare al suo posto il figlio come aveva lasciato finora intendere.

Presento al popolo – ha detto – queste concessioni (sic! ma nel 2005 lo aveva già detto… salvo poi ripensarci un anno dopo) nell’interesse del paese che viene prima di quello di qualunque individuo[94]. Ah… Intanto, però, convoca dalle zone rurali a sostenerlo i suoi contro gli oppositori. Qui del resto l’opposizione più che a respingere in toto il potere di Saleh vuole, almeno ancora a inizio febbraio, avere voce in capitolo per controllarlo e batterlo con elezioni che diano qualche affidamento di obiettività. Ma una settimana dopo la radicalizzazione si fa già più forte.

Lo Yemen, il più povero in assoluto di tutti i paesi arabi (qui, il petrolio proprio non c’è), è travagliato dalla rivolta delle sue genti nel Nord e dalla lotta per la secessione che nel Sud che qualche anno fa era un paese indipendente. Negli ultimi tempi, poi, una frangia di ribelli legata a al-Qaeda ha trasformato una parte del paese in un vero e proprio santuario che sfugge a ogni controllo del potere. E questo è uno dei paesi dove il  tasso di diffusione delle armi da fuoco è più alto nel mondo, forse secondo solo agli Stati Uniti—dove lo stabilisce addirittura la Costituzione (o, meglio, l’interpretazione letterale, settecentesca, ancora in vigore della lettera della Costituzione)...

Intanto, Saleh ha deciso che le forze armate e di sicurezza e tutti i loro componenti non dovranno più pagare benzina e prodotti alimentari che pagherà lo Stato, gli altri cittadini cioè, “garantendo così – informa il sito web del ministero della Difesa – che faranno fronte ai loro compiti e ai loro doveri con successo”. Uno di tali compiti è stato subito quello di bloccare come misura precauzionale le strade di Sanaa, la capitale, per prevenire il contrabbando di armi[95]. Ma forse è già troppo tardi.

Come un fulmine arriva del tutto inattesa la notizia che dopo altri leader meno importanti, forse, del partito di governo anche  lo sceicco Hussein al-Ahmar, cruciale alleato tradizionale del presidente, capo delle tribù Hashid della provincia settentrionale di Amran, abbandonano il partito presidenziale e chiede le dimissioni di Saleh perché ha ormai sulle mani “il sangue dei martiri versato ad Aden che va vendicato”. Saleh è restato al potere trent’anni anche col gioco di prestidigitazione col quale ha tenuto in equilibrio tra loro e in riferimento a sé le decine di tribù che insieme coagulano il paese[96].

Forse, soltanto come corollario (ma utile per capire, vale la pena di aggiungere, il tempismo assolutamente sbagliato e tipico spesso del loro muoversi pachidermico nella regione mediorientale, controproducente non tanto, in sé, per il fare quanto, soprattutto, per il dire e il proclamare), vale la pena di aggiungere come proprio adesso un innominato esponente del Pentagono se ne sia uscito in maniera almeno avventata.

Ha pensato bene di annunciare[97] – col contrasto anche rumoroso di molti capi tribù tradizionali a una popolazione già abbastanza antiamericana di suo ed in subbuglio – che, nei prossimi mesi, gli USA daranno il via a un programma di addestramento intensivo di una speciale unità yemenita specificamente mirata all’azione antiterroristicacontro gli islamisti delle province di Abyan e Shabwah che, non si capisce bene in base a quali indizi, sono “sospettati” di pianificare attacchi contro gli Stati Uniti.

●In Kuwait, dimissioni all’istante del ministro degli Interni[98] dopo le accuse (mica dopo la sentenza di terzo grado!) di torture in carcere per alcuni detenuti… Nel mondo arabo, il clima si fa ormai, almeno qualche volta ormai, non così tollerante come resta da noi troppo spesso, nel bel paese per chi è credibilmente accusato di percosse e torture a detenuti in carcere (il caso Cucchi, avete presente Genova? quelli del G-8, illegalmente tenuti in galera?)…

Ricorderete che avevamo accennato, nella scorsa Nota congiunturale[99], all’elargizione decisa nel paese dall’emiro di 3.500 € cash per tenersi buoni i suoi (pochi) cittadini: non il milione di poveracci veri, gli immigrati senza diritti cacciati via quando vuole. Come un Maroni qualsiasi. No, proprio il milione e poco più di nativi kuwaitiani, gente con un reddito medio di 40.000 € netti all’anno, di origine petrolifera si capisce: insomma gente ricca, di certo, ma che a buon bisogno non si facessero venire, diciamo così per la testa, strani grilli democratici o – Allah clemente e misericordioso non voglia mai – addirittura  rivoluzionari.

●Adesso si viene a sapere che l’idea, tale e quale, è stata copiata in Bahrain. Strano paese, un arcipelaghino di 760 km2, appena più della metà della superficie di Roma, vicino alla costa orientale dell’Arabia saudita, a metà circa del Golfo persico, con dall’altra parte l’Iran, il cui impatto geopolitico eccede di gran lunga la sua dimensione minuscola, sia per la sua ricchezza petrolifera che per il suo peso geo-strategico.

E’ dominato da un regime corrotto e oppressivo: e anche con divisioni evidenti tra i duri che stanno dietro al primo ministro, Khalifa bin Salman Al-Khalifa, fratello del re e capo dei conservatori vicini al regno saudita (il potere effettivo) e il velleitarismo riformatore vocale del re stesso, Hamad bin Isa Al-Khalifa, e del suo primogenito e principe della corona Salman bin Hamad Al-Khalifa.

Oggi, dunque, con il possente vicino saudita che mostra quasi indifferenza, si preoccupa molto e  soprattutto l’America, per questo che è anche uno dei paesi più esposti ai venti d’Egitto. Qui, malgrado i conati riformistici e le promesse di apertura del monarca all’inaugurazione del suo regno nel 1999, il premier è ancora e sempre designato. E l’America si preoccupa perché il piccolo regno – a lungo coccolato – ospita senza fare problema alcuno il quartier generale della sua Quinta Flotta navale. Che l’Arabia saudita vuole ma non può direttamente accogliere, perché si tratterebbe non di una base straniera ma di una base straniera “infedele”, khafir

Ecco, se il regime cade, il futuro della base sarebbe tutt’altro che assicurato. Si capisce bene, dunque, perché il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley, invochi responsabilità e autocontrollo[100] da tutti, a Bahrain— e non pensa certo ai marines della base americana… E anche perché da Washington venga con forza auspicata l’apertura di un dialogo tra l’opposizione sciita e, per lo meno, il principe ereditario Salman, che potrebbe – addirittura, gli americani lo fanno capire – sostituire almeno temporaneamente il settantottenne primo ministro Khalifa…

Qui, con 738.000 abitanti dal reddito medio pro-capite molto buono, sui 30.000 € vivono anche, se così si può dire, quasi 300.000 lavoratori immigrati, importati scegliendoli in provenienza da Stati politicamente castrati come le Filippine, il Bangla Desh, lo Sri Lanka e tanti poverissimi paesi dell’Asia sudorientale che garantiscono di esportare a Manama solo quelli tra loro che non faranno onda: o, altrimenti, vengono espulsi all’istante.

Va da sé che la regalia del re, Hamad bin Isa al-Khalifa, non si applica a loro ma a ciascuna famiglia bahrainita, se si dice così: sono 1.000 dinari (sui 2.000 €) per “onorare il decimo anniversario della Carta nazionale e il grande popolo del Bahrain”, dice la motivazione ufficiale[101]. Il punto è che sta salendo la pressione tra la maggioranza sciita della gente e il vertice del paese (famiglia reale, potentati, governo).

Questi è dominato dai sunniti della famiglia reale e dei suoi paladini sauditi. Ma gli sciiti, qui, sono il doppio dei sunniti. E, dopo due giorni di manifestazioni, con la morte di due dimostranti sciiti e il ritiro dal parlamento del principale blocco di quella fazione, al-Wefaq, la temperatura si fa rovente. Con la gente che sotto i lacrimogeni e le pallottole canta un coro possente di “noi non siamo sciiti, non siamo sunniti, siamo solo gente che vuol essere libera[102]… che fa tremare i polsi a chi si pensava onnipotente.

Si cerca ora, con qualche successo almeno iniziale, di mettere insieme tutte le opposizioni in un gruppone unitario che include partiti laici, lo stesso al-Wefaq e anche i 60 sindacati di categoria ufficialmente esistenti anche se pressoché clandestini che formano la Federazione generale dei sindacati del Bahrain, essa stessa invece semiclandestina.

Presenteranno insieme al potere, al principe ereditario “riformista” Salman che il re effettivamente incarica di trattare, le proprie richieste chiave: una monarchia costituzionale (roba da 1789 a Parigi, prima che poi al re decidessero di segare la testa) e lo scioglimento dello stesso governo attuale, col rilascio di tutti i prigionieri politici, una riforma elettorale, un’inchiesta “indipendente” sulla repressione e l’uccisione di dimostranti e la formazione di un nuovo governo di “salvezza nazionale”. E, su richiesta del sindacato, il diritto ad un salario uguale per tutti i lavoratori che operano nel paese, a prescindere dalle loro diverse nazionalità[103]

A fine mese torna dall’esilio ad appoggiare l’opposizione e prendervi il suo posto il leader degli sciiti Hassan Mushaima, capo del gruppo Haq (Libertà e democrazia): entrerà subito a far parte della delegazione che incontrerà il principe di una dinastia che lo aveva anni fa condannato a morte e poi espulso dal paese[104]. Annuncia subito che, se chi protesta sarà d’accordo, il suo gruppo è favorevole a una monarchia costituzionale, dove gli al-Khalifa regnino ma, come in Inghilterra dice, non governino…     

●Anche l’Oman, sultanato di 309.000 km2, appena di più dell’Italia, situato all’inizio del Golfo persico e proprio sulla punta della penisola arabica i cui giacimenti di petrolio vanno declinando ma restano ancora la risorsa fondamentale dei suoi 3.000.000 di abitanti (di cui 600.000 stranieri che, come dappertutto, anche qui fanno i lavori più pesanti e più sporchi per una frazione del reddito dei cittadini dell’Oman (in media nel 2009 sui 26.000 $ all’anno (Italia, sui 30.000, sempre a parità di potere d’acquisto col $ e 301.000 km2), si sente come un po’ sotto schiaffo.

E, su ordine del sultano Qaboos bin Said al-Said, aumenta per decreto sovrano il salario minimo nazionale nel settore privato da 364 a 520 $[105], cercando di anticipare l’emergere di uno scontento “sociale” che evidentemente paventa in arrivo sull’ondata di ribellione che va scuotendo molti paesi arabi. Viene pure incrementato il salario distribuito agli studenti, a seconda del grado scolastico da 65 a 90 $ al mese.

Poi, in un secondo momento, resosi conto che certo la mancia non basta provvede, ma sempre per decreto reale o, se volete, come dire “sultanale” (i partiti politici sono proibiti tutti) a rimaneggiare, “nel pubblico interesse” dichiara  Qaboos, il proprio governo[106].  

●In Siria, almeno per ora, non sembra andare allo stesso modo. A inizio febbraio, malgrado una campagna insistente su Internet e sui blog, che sono sempre rimasti accessibili a chi ce li aveva e anche qui ormai non sono pochissimi anche se restano ufficialmente illegali – secondo quanto riferisce l’Associated Press[107] – non si concretizzano in niente le due “giornate dell’ira” che miravano a paralizzare Damasco per chiedere al regime di cambiare.

Anzitutto perché quasi tutti gli appelli alla mobilitazione contro il regime di Assad venivano dall’estero, da siriani emigrati o rifugiati all’estero e che, all’interno, non hanno quasi riscontro. E, poi, come dice con chiarezza l’analisi cui facciamo riferimento, una differenza importante è che qui Assad – al contrario dei leader di Egitto, Tunisia, Yemen e Giordania – non è alleato degli Stati Uniti (appoggia i diritti dell’Iran contro di loro, anche se resta poi sempre un po’ vago sui diritti di cui esattamente si tratta) e è uno dei pochi paesi della regione che non si piega a Israele, alle sue “ragioni” e alle sue “esigenze”.

Il 45enne oftalmologo Bashar al-Assad, che ha studiato a Londra ed è “succeduto” in modo tranquillo nel 2000 ai trent’anni di autocrazia paterna al padre Hafez, ha poi provveduto anche ad allentare moderatamente il sistema di stampo vetero-sovietico che controllava tutta l’economia,  ma senza cancellare le garanzie minime di sopravvivenza largamente garantite alla popolazione attraverso i sussidi di Stato ai consumi di base, tenendo le briglie più lasche. Adesso ha fatto entrare nell’economia le banche straniere, ma le controlla; ha aperto le porte all’import; e ha consentito poteri reali, ma regolati, di manovra all’imprenditoria privata.

A fine gennaio in un’intervista diventata famosa anche in Siria al Wall Street Journal[108] americano Bashar al-Assad aveva detto della sua intenzione di aprire – gradualmente, si intende – anche la Siria a riforme del tipo di quelle rivendicate in Giordania, in Tunisia, in Egitto da grandi movimenti di massa, qui ancora assenti. E, adesso, le autorità annunciano[109] che leveranno il bando che cinque anni fa venne imposto a Facebook e a You Tube , due strumenti di cosiddetta comunicazione sociale on line che hanno avuto altrove – ma altrove dove ad animarli era la gente del posto più degli espatriati – un ruolo importante.

Anche in Arabia saudita qualche acqua stagnante da sempre sembra cominciare a incresparsi. Il principe Talal bin Abdul-Aziz al-Saud, il “principe rosso”, l’unico che nella sterminata galassia dei potentati sauditi ha sempre insistito, pagando anche con una relativa emarginazione, sulla necessità di riformare in senso più moderno il paese, dichiara che il re Abdullah, suo fratellastro, deve prendere in tempo le misure necessarie a scongiurare le proteste e le “ragioni della protesta” coi cambiamenti importanti ormai necessari al regime saudita[110].

Il principe sottolinea che l’ondata di proteste che sommuove tutta la regione mette potenzialmente in pericolo anche il suo paese. Ma il rischio, se ben compreso, costituisce anche una grande occasione, insiste, e se si vuole non è affatto troppo tardi per riformare e stabilizzarlo davvero. Il re tace e resta al solito immobile. Però le parole del principe, in un’intervista alla BBC, vengono rese note, stavolta, anche all’interno del paese.

E il re, che pure aveva cercato di convincere Obama a lasciare in pace Mubarak senza far pressioni perché si rassegnasse e se ne andasse e a piantarla con quella mania tutta sua di parlare di diritti umani e di persona, con Mubarak stesso[111] ha spinto perché reagisse come ha poi fatto Gheddafi, sparando sulla gente, adesso mette un po’ le mani avanti anche lui.

Decide di offrire al suo popolo, perché lo lasci in pace, una specie di ingente riscatto: aumenta la spesa per la costruzione di case, diremmo noi, popolari per 40 miliardi di rials (10,7 miliardi di $) tutti insieme e subito; aumenta, sempre subito, di 1 miliardo di rials il bilancio della previdenza sociale; e accresce, ancora subito, gli investimenti per l’istruzione. Il re “ordina” anche – recita così la dichiarazione ufficiale alla televisione di Stato – la creazione di 1.200 posti di lavoro nel campo della “supervisione” (sic!) e rende permanente un’indennità speciale per tutti gli impiegati pubblici[112]

● Statistiche demografiche nel mondo arabo Mediterraneo/Mediorientale

Paese

 

Popolazione 2009 (in milioni)

Crescita demografica annuale 2005-09

Popolazione al di sotto dei 15 anni (2010)

Popolazione tra  15 e 60 anni (2010)

Età meda in anni della popolazione (2010)

PIL pro-capite 2009

Crescita reale annua del PIL 2005-09

Algeria

35.3

1.7%

27.0%

66.1%

26.2

$4,572

3.0%

Egitto

83.1

1.9%

32.1%

60.4%

23.9

$2,278

6.0%

Iran

74.2

1.2%

23.8%

69.1%

26.8

$4,869

5.1%

Iraq

31.4

2.0%

40.7%

54.6%

19.3

$3,600

3.7%

Giordania

6.3

3.0%

34.0%

60.5%

22.8

$3,357

5.8%

Liba

6.4

1.5%

30.1%

63.3%

26.2

$10,740

5.4%

Marocco

32.0

1.2%

28.0%

63.9%

26.2

$2,914

4.9%

Arabia

Saudita

25.4

2.4%

32.0%

63.4%

24.6

$14,552

3.0%

Siria

22.0

1.9%

34.7%

60.4%

22.5

$2,500

4.0%

Tunisia

10.3

1.0%

22.9%

67.4%

29.1

$3,618

4.7%

Yemen

23.4

2.7%

43.4%

52.8%

17.8

$2,500

3.5%

Fonte: dati combinati di CIA, ONU, Economist Intelligence Unit  (dati in corsivo nella Tabella sono stime)

A conclusione di questo excursus, lungo e anche accorato su quel che di inaspettato e di sconvolgente per tutti sta avvenendo nel mondo arabo mediterraneo (vi ricordate di quel movimento per il Mediterraneo che s’era inventato qualche anno fa Sarkozy e che non è stato capace di dare un segno di vita, adesso?) esplicitamente, qui, chi scrive fa suo l’appello che hanno firmato e “proclamato”, chiedendo a tutti di firmarlo, un gruppo di persone che possono farlo perché i loro nomi li conosciamo in molti: Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Margherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia e altri…

Dice l’appello[113]:

Il Mediterraneo dei gelsomini

   C’è una Italia che si riconosce nella lezione di coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo.

   Il profumo dei gelsomini arriva anche nel nostro paese, anche nelle barche piene di giovani con la loro domanda di futuro.

   Il messaggio che porta con sé ci dice che non è obbligatorio subire il furto di futuro, il sequestro della democrazia, né la fame di pane, lavoro e libertà.

   Ci conferma che è possibile riprendere in mano il proprio destino, e scrivere insieme una nuova storia per il proprio paese e per il mondo intero.

   Dimostra che il vento del cambiamento si può alzare anche dove sembra più difficile.

   Oggi soffia da una regione rapinata dai colonialismi vecchi e nuovi, oppressa da dirigenti corrotti e venduti, violentata da guerre e terrorismi, troppo spesso contesa, divisa, umiliata.

   Alzare la testa si può, anche quando costa immensamente caro, come il prezzo che il popolo libico sta pagando in queste ore per aver sfidato il dittatore.

   Siamo tutti coinvolti da ciò che accade aldilà del mare. Le speranze e i timori, i successi e le tragedie delle sollevazioni arabe disegnano anche il nostro futuro.

   Viviamo conficcati in mezzo al Mediterraneo ed è da qui che è sempre venuta gran parte della nostra storia.

   Non possiamo restare in silenzio, mentre il Governo italiano tace, preoccupato solo di impedire l’arrivo di migranti sulle nostre coste, e ancora difende il colonnello Gheddafi.

   Uniamo le nostre voci per chiedere la fine della repressione in Libia e in tutti gli altri paesi coinvolti dalla rivolta dei gelsomini, dallo Yemen al Bahrein fino alla lontana Cina.

   Per sostenere i processi democratici in Tunisia e in Egitto e lo smantellamento dei vecchi regimi.

   Per rafforzare le società civili democratiche che escono da anni di clandestinità e di esilio.

   Per politiche di vero dialogo tra culture e per promuovere i “diritti culturali” delle popolazioni coinvolte. 

   Per la revisione degli accordi ineguali e ingiusti imposti dalle nostre economie ai vecchi regimi.

   Per la fine delle occupazioni e delle guerre in tutta la regione.

   Per chiudere la stagione dei respingimenti e di esternalizzazione delle frontiere, la stagione della guerra ai migranti.

   Chiediamo che ai migranti della sponda sud sia, in questo frangente eccezionale, concesso immediatamente lo status di protezione temporanea.

    Non possiamo tollerare che la reazione italiana ed europea alle rivoluzioni democratiche del mondo arabo sia la costruzione di un muro di navi militari in mezzo al mare.

   Ai morti nelle piazze stanno aggiungendo in questi giorni ancora tanti, troppi, morti in mare. È arrivato il momento di dire basta!

Chiediamo a tutte e tutti di firmare questo appello, di farlo girare, di farsi sentire. Comprendendo bene che rischi ci sono (ma dove e quando non ci sono rischi?), anche certo quello che per spiegarci a chi funziona a colpi di slogan potremmo dire dell’ “islamismo”, o del “terrorismo”. Col quale bisogna fare i conti ma che bisogna anzitutto, poi anche per farceli, cominciare a studiare per capire davvero cos’è. Che non significa né giustificarlo né, tanto meno, accettarlo. Ma comprenderne motivi, ragioni, vere o da loro presunte che siano…

Per esempio, con tutti coloro che fanno ora il tifo contro Gheddafi, si schiera anche al-Qaeda che, a dire il vero, a sentire lui contro sempre è stata al suo islamismo sicuramente più “laicizzato”, meno “fanatico”, di quasi ogni altro e a favore invece decisamente di un emirato islamico: una forma di reggenza politica tenuta direttamente dagli ulema, cioè, alla iraniana, o alla saudita, o anche peggio…

In effetti, al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI), l’ala che ufficialmente è riconosciuta da, e riconosce come proprio capo ideale, bin Laden e emette un comunicato solenne, votandosi a fare tutto quello che può per assistere la sollevazione contro il colonnello Gheddafi[114]perché – dice – la vostra lotta è quella di ogni mussulmano” e dichiarando il suo sostegno totale alla “rivoluzione libica”  e alle sue “legittime richieste di libertà e umana dignità”…

Insomma, un appello ad applaudire (e aiutare: ma rispettandone culture e sensibilità) quanti con tanto coraggio si rivoltano e un invito forte a non farsi impaurire dallo spaventapasseri dell’islamismo rampante. Che magari, è vero, non è poi solo uno spaventapasseri: ma neanche noi siamo proprio passeri, no?

●Il punto che adesso, però, emerge probabilmente l’unico a tutti chiarissimo è che prima Gheddafi se ne va, meglio è. Per tutti: lui, forse, compreso. Detto questo, noi – qui in Italia, in Europa, in quell’ectoplasma di comodo che, per convenzione e nient’altro, si chiama comunità internazionale e che tutto è meno che comunitaria – che possiamo fare per dare una mano a questo esito? E possiamo fare qualcosa?

• Hanno senso le “sanzioni” (sostanzialmente sui visti per venire in Europa di Gheddafi e dei suoi, sì e no una decina di persone in tutto) vagheggiate e per ora votate anche se non applicate?

• Avrebbe senso – e sarebbe possibile: non solo, ma soprattutto, per noi, per il nostro fabbisogno energetico – cogliere la proposta Sarkozy di bloccare con la Libia ogni scambio economico, secondo alcuni poi motivata – ancora una volta, a pensar male… – dall’obbligarci a comprare da lui un po’ più di energia nucleare?

• Ha qualche effetto una più dura dichiarazione del Consiglio di Sicurezza, come la propone l’inglese Cameron?

• E risponde a qualche criterio anche di equità portare il “criminale di guerra” Gheddafi di fronte a un tribunale internazionale quando (gli Stati Uniti) non accettano e dichiarano che non accetteranno mai la stessa giurisprudenza nei propri confronti… mai, sempre e comunque, perché  loro sono loro e gli altri no: o, come spiegava icasticamente l’immortale Marchese del Grillo, “io so io e voi non siete un ca**o[115]

• Ha un significato concreto qualunque, come la chiamano una no-fly-zone: cioè la violazione conclamata del diritto dello Stato libico costituito al suo spazio aereo sovrano imposto con un pattugliamento aereo dei più forti, anche magari per impedire – ove poi fosse possibile – il bombardamento dei suoi cittadini da parte di Gheddafi? E come lo si può prima “documentare” r provare, senza affidarsi solo alle twitterate private e senza origine certa di non si sa bene chi?

• O, magari, cosa vorrebbe dire mai condurre un “intervento armato” contro Gheddafi? di chi?  organizzato e comandato da chi? con quali regole di ingaggio? con quali tempi anche tecnici possibili?

• O alla fine, come è successo a Tunisi e al Cairo, come le cose vanno a finire in Libia lo decide solo – solo! – quello che succede nelle strade di Tripoli, Derna, Misurata, Tobruk e Bengasi e intorno ai pozzi di petrolio del deserto e delle piattaforma del mare Mediterraneo?

La verità è che tutte le misure soft sopra indicate sarebbero irrilevanti. L’economia libica è nel caos e tutto è già paralizzato per conto suo… Le misure, anche le più dure, sul piano economico servirebbero solo a imbrogliare le opinioni pubbliche d’Europa e d’America, scioccate da quello che sanno, o viene loro detto, o pensano di sapere, ma quanto ad effetti concreti sono inefficaci.

Quanto alle misure di ordine, diciamo, penale, diventano credibili solo se contestualmente decidiamo e facciamo vedere di applicarle a tutti e non solo a Gheddafi perché Gheddafi è cattivo e Bush, invece, sarebbe stato buono. E, poi, chi paga? chi decide? chi pattuglia? chi bombarda?   

L’unica misura subito efficace, se venisse applicata – ma se poi lo fosse lo si saprebbe, forse, solo al prossimo Wikileaks… – sarebbe un vero embargo, a tenuta stagna, sull’esportazione di armi alla Libia che tutti onorassero. Molti l’avevano già promessa e nessuno l’ha applicata: russi, fino a qualche anno fa – poi, col riavvicinamento di Gheddafi agli americani – loro, in specie, ma anche spagnoli, italiani, francesi, inglesi, sudafricani. Tutti avevano trovato nel colonnello un cliente che pagava bene e in contanti. Non contateci, dunque, se lui rivince. Ma non contateci neanche se perde: chi paga, in questo ramo, basta che lo faccia sull’unghia, ha sempre ragione. 

●In Sudan, qualche segnale di scomposizione in quello che pareva dovesse essere un assetto almeno transitoriamente pacifico alla secessione. A Sud, c’è chi non è soddisfatto del risultato che nel referendum ha approvato all’unanimità, tutti dicono vera (98,8% dei quasi 4 milioni di abitanti: quasi tutti cristiani o animisti, diversamente dal Nord, largamente islamico), la secessione di dieci province del paese  e comincia a rimestare e c’è chi non vorrebbe che, adesso, in un’area del paese che sta fra Sud e Nord, si svolga l’altro referendum previsto a decidere se unirsi al Nord o al Sud, o se stare soli…

C’è chi – il principale partito che governa di fatto nel Sud Sudan – accusa il governo federale, ormai di fatto solo quello del Nord di Bashir, di continuare ad armare i ribelli che nel sud del paese continuano a “cercare di destabilizzare” la regione prima della secessione. Uno dei principali signori della guerra che per anni ha combattuto il Nord ma non vuole, ora, un Sud unitario e indipendente sotto un proprio governo centrale che lui non controlli, Gabriel Tanginye, che il Sud  accusa di essersi ora allineato sul Nord, non solo sta conducendo una sua rivolta nel Sud ma lo fa con armi forniti da Khartoum.

Pagan Amun, che è a capo del partito dominante nel Sud, minaccia di non voler condividere col Nord le entrate del petrolio dei suoi giacimenti (costruiti però a suo tempo dal governo centrale: e di questo ufficialmente discutono adesso, prima della secessione formale i due governi) ma di voler costruirsi e gestirsi da solo gli oleodotti che non ci sono e servirebbero domani al trasferimento a porto Sudan sul mar Rosso del proprio petrolio. Nessuna delle compagnie petrolifere che dovrebbero costruire quegli oleodotti crede, però, che il governo del Sud sarà in grado di pagarseli e di gestirseli[116]

Intanto però resta il fatto, certificato dall’ONU e dagli Stati Uniti stessi in primissima persona, che il presidente Bashir ha sfidato la pretesa dell’occidente (diciamo pure degli americani) di vederlo imputato ed in ceppi davanti al Tribunale per i crimini internazionali: e ne è uscito bene, col suo no a piegarsi ai diktat di Washington che è stato salutato, nei fatti, quasi dal mondo intero, con l’eccezione di quello occidentale esso stesso impegnato, però, solo a parole nel denunciarlo Compatto con lui, tutto il Terzo mondo, cioè quello che per il Sudan conta davvero e che se ne frega del parere degli americani e degli internazionalisti del diritto umano.

Forse anche perché, di fatto, trattasi di un diritto la cui osservanza viene pretesa solo dagli altri: dai Milosevic, dai Bashir, di sicuro suoi violatori, ma mai dai Bush e dai soci loro altrettanto “criminali”, s’intende. Ma, stavolta, Omar Hassan Ahmad al-Bashir, ha scrupolosamente rispettato come pochissimi altri hanno mai fatto al mondo l’espressione della libertà di secedere del Sud dal suo paese e ci ha guadagnato le simpatie comprese quelle di alcuni – assai sconcertati – a Washington anche se non degli internazionalisti delle libertà a senso unico…

Ma nella capitale USA – dove vige sempre e comunque una concezione premiale, e spesso tagliata con l’accetta, dei rapporti internazionali: del tipo, sei buono se sei sempre d’accordo con me, se no sei cattivo, e io ti punisco: e il bello, o il brutto se volete, trattandosi dei non più onnipotenti ma sempre potenti Stati Uniti d’America, è che spesso ancora funziona… – si annuncia che la designazione affibbiata al Sudan di Stato sponsor del terrorismo internazionale (che comporta sanzioni e interruzioni agli scambi, ecc., ecc.) adesso verrà cancellata[117].

Non sarà questione di un giorno ma invece, spiega la segretaria Clinton, un processo che seguirà passo passo il successo del post-referendum “secondo i criteri stabiliti dalla legge americana”. Vale a dire, badate che restate comunque sotto schiaffo…  

Qui non scatta – almeno per ora – al contrario di tanti pronostici, la regola che, con rare e fortunate eccezioni, si verifica nelle situazioni di secessione (da sempre fa scuola quella americana del 1861): chi rivendica il diritto a separarsi, non è disposto poi a riconoscerlo a chi vuol separarsi a sua volta da sé… Insomma si profilano guai per la regione del Darfur, ancora, e quella dell’Abyey (10.400 Km2) ricca di petrolio e meridionale ma che vuole, pare, la sua indipendenza… In ogni caso, se tutto continua ad andare bene, la data di nascita formale del nuovo Stato indipendente, la metà sud del Sudan, che forse per nome ha scelto quello semplice semplice di Sud Sudan, è fissata: il 9 luglio 2011[118].

Si avvia, forse, così a soluzione una guerra civile che, a partire dal 1956, anno del’indipendenza dalla Gran Bretagna e dall’Egitto, ha sconvolto il paese territorialmente più grande dell’Africa costandogli forse due milioni di vite. Uno scontro alimentato da differenze storico-ideologiche ed etniche – tra il Nord arabo e islamista e il Sud nero, cristiano e animista – e dalle divergenze sullo sfruttamento e la suddivisione dei proventi della rendita petrolifera, presente soprattutto nel sottosuolo meridionale dell’immenso paese (2 milioni e mezzo di Km2, più di otto volte l’Italia,

Non andrà tutto liscio e lo verifica anche la reazione ufficiale del Sud, che a lume di ragione sembra piuttosto inconsulta, alla decisione del parlamento sudanese di emendare la Costituzione per rimuoverne ogni accenno alla partecipazione del territorio secessionista e togliere dal testo ogni riferimento alla regione che a luglio si separa, come ha deciso di fare, dal resto del paese. Il centinaio di seggi che nel Congresso erano rappresentanti del Sud non saranno riempiti e il plenum, quindi, scenderà da 450 a 351 seggi.

Il partito-movimento che prevale nel Sud secessionista, l’SPLM, ribadisce perciò che non è più disposto a condividere col Nord il petrolio del Sud né a spartire con esso il debito del paese[119]. Solo che tutte le infrastrutture per il trasporto e la trasformazione del petrolio sono nel Nord e per sfruttare la propria rendita il Sud dovrà inevitabilmente ad esso rivolgersi, affittandole e pagandole. E questo non sarà certo motivo di poca frizione.

●Infine, per ora si intende, bisogna anche notare che a Washington, però e per fortuna, qualcuno – anche se ormai non è più nei palazzi – comincia a porre domande assai scomode approfittando delle novità che Tunisia e Egitto stanno forzando all’attenzione del mondo. Anche, e perfino, come mai il dominio degli Ayatollah autocratico com’è pure certamente in Iran, sembri più solido, più radicato comunque nella realtà del sentimento popolare, di quella che s’è dimostrata essere la tirannia altrettanto trentennale di Mubarak in Egitto.

E’ un ex diplomatico come il prof. Henry Precht, che guidò anche il desk Iran del dipartimento di Stato e conosce bene tutto il Medioriente, a indicare alcune delle differenze fondamentali cui bisognerà cominciare a riflettere quando si tornerà a parlare ancora, come si tornerà a fare di pace in Medioriente, finita l’ubriacatura egiziana e, anche se sarà più difficile, l’infatuazione per Israele forse un po’ più al di fuori delle condizioni che all’America da sempre impone soltanto lo Stato ebraico.

Precht[120] fa rilevare, tra l’altro che:

• mentre il 40% degli egiziani campano con meno di 2 $ al giorno, una simile miseria è molto meno diffusa in Iran;

• la metà di chi studia all’università in Iran sono donne;

• il tasso di alfabetizzazione e di istruzione superiore è di gran lunga più elevato in Iran;

• e molto più basso – molto probabilmente legato anche a questo – è quello della fertilità;

• insomma, “la politica in Iran, anche se è largamente viziata [non è l’unica certo; ma bacata qui lo è e come] offre più fattori di democrazia viva di quelli che offriva l’Egitto”.

●Non sarebbe affatto sbagliato, anche, notare, a costo di dare l’impressione – ma di impressione soltanto si tratta, a guardarci bene – che è stato un grosso sollievo vedere Obama resistere alle vellicazioni e alle pressioni che ha ricevuto non perché dicesse la verità magari con maggiore coraggio ma perché intervenisse direttamente – come avrebbe potuto: purtroppo ne aveva e ne ha ancora i poteri – negli affari interni egiziani. C’era anche chi premeva perché desse una mano a Mubarak… certo, non solo chi voleva una condanna da lui ancora più esplicita della sua dittatura.

La critica interna, piena di contraddizioni, è che non è stato lui a guidare i cambiamenti in Egitto. Che li ha seguiti. Ma pensateci bene. E’ così che era giusto fosse: non come in Iraq, dove la guera ha dato vita a tutto meno che, pare proprio, a una democrazia vera. Qui gli egiziani si sono liberati da sé dal loro rais e si sono avviati da sé, adesso, sulla via della democrazia. Non son stati né invasi né bombardati. E i tunisini pure. E domani, speriamo, chiunque si voglia liberare. Si può, se si vuole. E’ dimostrato.

In Cina, tra i dissidenti, c’era stata davvero qualche speranza di contagio, ma montata in modo tanto esagerato da diventare anche controproducente dai corrispondenti specie americani che volevano l’avventura e anelavano anche palesemente allo scontro fisico. L’idea era quella di veder emulare – a Pechino, Shenzen e Shangai – Tunisi, il Cairo, Bengasi, in ben ventitré città cinesi – convocandovi con ogni mezzo (Internet, Twitter, Facebook, Tv satellitare, ciclostili e radio locali, anche) dimostrazioni di protesta e di rivendicazione di maggiori diretti civili. E ha fatto un gran flop: c’erano in tutto poche decine di persone e una grande – quanto, peraltro, straordinariamente discreta – presenza di forze dell’ordine[121]

●Nella saga in scena a New York, ormai da alcuni anni,  su come arrivare ad allargare il Consiglio di Sicurezza[122], si sono ancora incontrati all’ONU i rappresentanti di Giappone, Germania, Brasile e India, i paesi che con maggior forza e convinzione, e anche qualche credibilità (grandezza, economia, peso politico) si vanno battendo per un posto di membro permanente aggiuntivo in CdS.

Per questo – la drammatica carenza di credibilità, il prestigio sotto i tacchi cui la premiership berlusconiana ha affondato il nome del paese nel mondo – l’Italia neanche ci prova più: e neanche prova più a far ostruzione, per anni avendo condotto con successo un lavoro però sostanzialmente di blocco alle ambizioni in questo senso degli altri.

I quattro candidati forti cercheranno nel corso di febbraio di concordare un documento da presentare a settembre alla prossima Assemblea annuale delle Nazioni Unite. Resteranno tutti i problemi aperti nello stesso Consiglio di Sicurezza:

• compreso quello della proposta – tutta nostra, europea – di un terzo paese dell’Unione, oltre Gran Bretagna e Francia, che diventerebbe membro permanente del CdS—inaccettabile, però, di certo per l’Italia;

• così come resta aperto il problema della proposta alternativa: che a quelli di Francia e Gran Bretagna si sostituisca un seggio permanente (il diritto di veto…) dell’Unione come tale— ma la stessa discussione dell’idea è bloccata da sempre dagli interessati;

• poi c’è l’ostilità di fondo di Cina, Russia e, al di là di certe dichiarazioni di facciata— quando, di recente, pro-India, quando, ieri, pro-Giappone…, ancora mai finora pro-Brasile;

• e c’è la divergenza terminale, poi, tra gli stessi nuovi autocandidati nessuno dei quali è ovviamente disposto a lasciar passare un altro— al posto suo…

Insomma, ancora una volta non se ne farà nulla. Ma va bene. Del resto, questa è un riforma strutturalmente sbagliata del CdS: perché per il bene delle Nazioni Unite, della loro credibilità, della loro stessa efficienza non si dovrebbe proprio allargare il diritto di veto. Semmai cancellarlo.

in Cina

●Nell’ultimo trimestre del 2011 la Cina ha ufficialmente scavalcato il Giappone come seconda economia del mondo[123]: 5.880 miliardi di $ contro 5.470, entrambi naturalmente a parità di potere d’acquisto, cioè in valore reale e non solo nominale.

●L’attivo della bilancia dei conti correnti[124], tra il 2009 e il 2010, è salito del 25%, a 306,2 miliardi di $, dopo essere invece calato nell’anno precedente del 32%. In termini soltanto di capitali, l’attivo ammonta a 165,6 miliardi di $, dai 144,8 del 2009. Lo dice il sito web dell’Amministrazione statale cinese dei cambi.

●Il deficit commerciale degli USA con la Cina ha toccato l’anno scorso il record a 273 miliardi di $, 5 in più del record precedente del 2008[125]. Gli scambi con i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) sono cresciuti, intanto, anno su anno, del 37,5% diventando per essi il massimo partner commerciale.

Col Brasile gli scambi sono saliti del 47,5%, del 43,1 con la Russia, del 59,5 col Sudafrica, del 30,2% col Giappone e del 42,4% con l’India. La Cina è il secondo partner in assoluto dell’Unione europea, con un aumento di scambi del 31,8%. Ed è anche il secondo per gli Stati Uniti dei quali sono ormai il terzo paese di esportazione per un aumento di scambi nel 2010 del 29,2%. Nel complesso, i massimi partner della Cina nell’anno sono stati UE, USA e Giappone. In totale, importazioni ed esportazioni cinesi hanno totalizzato, nel 2010, 2.970 miliardi di $ per un incremento del 34,7% anno su anno[126].

Comunque, adesso, a gennaio 2011 l’attivo degli scambi commerciali, secondo i dati complessivi forniti dall’Amministrazione generale delle dogane[127] si contrae di ben il 53,5%, anno su anno, a 6,45 miliardi di $: le esportazioni sono aumentate del 37,7% dal 2010 a 150,7 miliardi di $ e le esportazioni crescono del 51% a 144,3 miliardi, sempre di $. E sembra un segnale, forse non irrilevante, di un inizio di riequilibrio.

Anche se l’import di greggio sale anno su anno a gennaio 2011 del 27,4% per 21,8 milioni di tonnellate, cioè 5,15 milioni di barili al giorno. L’import del mese è stato superiore ai 20,86 milioni di tonnellate, il 4,5% in più di quelle importate a dicembre[128]. Adesso, comunque, le autorità alzano anche, a partire dal 20 febbraio per la seconda volta in due mesi, il costo della benzina e del diesel, ed di 0,26 e rispettivamente di 0,3 yuan al litro alla pompa (2 centesimi di € e quasi 3: ma, a parità di potere d’acquisto, rispetto all’euro quattro, cinque volte di meno)[129].  

E anche se l’import di minerali grezzi sempre a gennaio e sempre anno su anno aumenta del 18,8% di 68,97 milioni di tonnellate  dalle 58,08 milioni del dicembre 2010. il record di importazioni precedenti era stato di 64,55 milioni di tonnellate a settembre 2009[130].

●La Banca centrale ha elevato di 25 punti base[131], cioè dello 0,25%, al 6,06, il tasso di sconto primario, quello con cui presta denaro alle singole banche, ed è la terza volta da ottobre per cercare di frenare un’inflazione che qui giudicano troppo in rialzo (4,6% nel 2010).

●A gennaio, poi, l’indice dei prezzi al consumo sale del 4,9%, per le aree urbane del 4,8% mentre quello delle zone rurali sale del 5,2. Il prezzo dei servizi è cresciuto del 4,6, mentre quello dei beni di consumo del 5 e i non alimentari del 2,6%. In complesso, i prezzi al consumo salgono dello 0,3% in più che a dicembre 2010, coi prezzi degli alimentari che salgono del 10,3 anno su anno[132].

●Invece, l’indice dei prezzi alla produzione aumenta del 6,6% anno su anno a gennaio e dello 0,9% rispetto al mese precedente[133]. Gli investimenti diretti esteri, informa il portavoce del ministero del Commercio, Yao Jian, sono aumentati nel paese del 23,4% anno su anno a gennaio a 10,03 miliardi di $[134].

●A gennaio 2011, l’ammontare dei prestiti denominati in yuan effettuati nel paese è calato del 15,83%, a 1.200 miliardi (un po’ più di 182 miliardi di $) anno su anno[135].       

●Ora, tra l’altro – ed è una novità importante – viene annunciato che anche la Cina rivedrà la composizione del proprio paniere dei consumi come molti altri paesi negli scorsi anni per riflettere meglio la realtà dei consumi effettivi. L’annuncio ufficiale dice che verrà adattata la metodologia usata per il calcolo dell’indice dei prezzi al consumo con gli alimentari che avranno, relativamente, un peso minore nel calcolo complessivo del paniere e, quindi, dell’inflazione. Vestiario, casa e istruzione peseranno di più ma i cambi, dice un quotidiano specializzato non saranno di grande rilievo[136].

●Alla vigilia di uno dei vertici tra i ministri delle Finanze dei G-20 che precedono e preparano quello dei capi di Stato e di governo di Parigi a metà anno, il Brasile, sul cui sostegno molto contava il Tesoro americano dandolo facilmente per acquisito, non sembra invece affatto seguirlo nell’attacco allo yuan che dovrebbe, secondo gli americani, rivalutarsi subito.

Non è questo il problema, specifica il ministro delle Finanze Guido Mantega[137], e comunque non è il problema principale: i gravi squilibri globali che si vanno sviluppando non sono oggi causati tanto da uno yuan troppo debole, visto che tra l’altro si sta cominciando a rivalutare in  modo apprezzabile, quanto l’impennata di prezzi delle materie prime e la più recente ondata di facilitazioni quantitative, in pratica la stampa di dollari fatta dalla Fed, che ha istigato il flusso dei capitali speculativi, il rialzo dei prezzi delle materie prime e l’inflazione più in generale che, per molti dei paesi di nuova industrializzazione, sta causando davvero problemi seri.

Il suo paese, dice Mantega, è preoccupato piuttosto proprio dall’andazzo dell’economia americana  e da un dollaro relativamente debole, la cui debolezza non è solo il risultato della relativa forza dello yuan, e che ha un ruolo importante proprio nel rialzo dei prezzi delle materie prime e delle derrate: denominate in dollari, per ricavarne lo stesso valore di prima, adesso con la debilitazione del biglietto verde, bisogna incassarne di più.

●I piani di investimento del paese, previsti nel piano quinquennale 2011-2015[138] che va ancora approvato però a marzo dall’Assemblea nazionale e corrisponde al 5% del PIL su base annua, 1.500 miliardi di $ (una cifra che dà bene l’idea delle intenzioni forti della leadership e spiega anche le “preoccupazioni” di scavalco presenti nello Stato dell’Unione di Obama), si concentreranno in sette aree industriali chiave.  

In particolare il nucleare e le reti ferroviarie ad alta velocità nell’intento di spostare la seconda economa del mondo dalla produzione di massa di merci a basso costo e basso valore aggiunto a quella di macchinari e equipaggiamenti in settori tecnologici ad alto risparmio energetico e basso impatto ambientale, biotecnologie e informatica di nuova generazione nel campo delle telecom e di Internet. L’investitore principale non dovrebbe essere più il governo, però, ma direttamente le grandi imprese di Stato, come tali. Sintetizza Qiu Gang, dell’Istituto di ricerche economiche della Samsung a Pechino, che così la Cina punta decisamente a diventare un “gigante industriale mondiale entro il 2015”.

●Il governo centrale farà condurre una revisione completa “sotto l’ottica della sicurezza nazionale –   spiega – come fanno tanti altri paesi” dei tentativi che dall’estero vengono compiuti, “di per sé assolutamente legittimi” di acquisire quote azionarie superiori al 50% in imprese nazionali e locali di aree come energia, agricoltura, trasporti, settori manifatturieri di macchinario pesante e le cosiddette “tecnologie chiave”. La legge che consente, e anzi obbliga, a condurre una simile inchiesta è stata emanata nel 2008, spiega la fonte[139] che dà la notizia.

●Intanto, però, il paese deve affrontare l’emergenza alimentare che rischia di premere adesso, subito, come ricorda a Pechino l’allerta fatta uscire dalla FAO all’inizio di febbraio[140]: “la siccità attuale è potenzialmente un problema molto serio” perché l’area coltivata che è interessata, 5,16 milioni di ettari, rappresenta i 2/3 del raccolto di grano della Cina.

Il governo ha reagito immediatamente, ricorrendo a quelle che sono sembrate misure di vera emergenza nel tentativo di proteggere il suo raccolto (quello del maggiore produttore di granaglie del mondo) dal periodo peggiore di siccità degli ultimi sessantenni (così l’ha chiamato la stampa cinese).

Ha subito stanziato 6,7 miliardi di yuan[141] (sul miliardo di $) per una maggiore e rapida erogazione di acqua – e cominciato effettivamente ad assicurarne il flusso, assicurano alla FAO stessa – e ha anche promesso di utilizzare le sue riserve di grano per ridurre la pressione al rialzo dei prezzi che  da mesi carenza di derrate – inondazioni in Australia, grandi secche in Russia – ma anche speculazione impongono ai prezzi (al record da un anno a questa parte[142]).

●Nel 2010, le entrate lorde complessive del fisco[143] a livello nazionale sono cresciute del 23% fino a 1.100 miliardi di $ (a parità di cambio; ma almeno sei volte tanto in parità di potere d’acquisto). Le tasse sui consumi interni, sempre nell’anno, hanno fatto incassare 176,5 miliardi, crescendo anno su anno, del 23,8% mentre la tassazione del reddito d’impresa è aumentata dell’11,3% per entrate di 195,8 miliardi e quella del reddito personale va su del 22,5% toccando i 73,78 miliardi di $.

●Lamenta, il governo cinese, che nei confronti della sua economia gli Stati Uniti mantengono una notevole “opacità di comportamenti economici”, ammantandola dietro pretese ragioni di “sicurezza nazionale”. Gli Stati Uniti hanno bloccato spesso in passato investimenti cinesi in industrie americane accampando questo tipo di motivazione: per esempio, ricorda il portavoce del ministero del Commercio in un’intervista[144], il tentativo di acquistare la 3Com Corporation da parte della cinese Huawei nel 2008, venne respinto con simili spiegazioni. L’effetto è stato assolutamente negativo sui rapporti commerciali bilaterali e trascina i suoi effetti perniciosi sul rapporto tra i due paesi.

●Emergono, sempre da WikiLeaks, scambi duri di punti di vista datati un anno, un anno e mezzo, fa. Punti di vista tanto diversi da essere opposti tra Cina e USA su concetto della extraterritorialità e difesa spaziale. Un contenzioso mai risolto e finora tenuto sotto traccia, a dimostrazione che poi tanto pericoloso in realtà, forse, non era visto che è stato, nei fatti, risolto dalle controparti prendendo atto del reciproco disaccordo e basta.

Gli Stati Uniti, risulta, avvisarono la Cina che avrebbero considerato come una violazione dei loro diritti ogni attacco contro i satelliti spaziali americani e che li avrebbe difesi con tutta una serie di opzioni, da quelle diplomatiche a quelle militari[145]… In realtà, sia USA che Cina stavano conducendo una serie di test che miravano a verificare la possibilità concreta di abbattere,  con vari mezzi (laser, antimissili, ecc.) i propri stessi satelliti nello spazio: le prove generali per abbattere quelli degli altri.

WikiLeaks rivela uno scambio di corrispondenza diplomatica e militare in cui i cinesi facevano rilevare, subito dopo aver scioccato i militari americani abbattendo nel gennaio 2007 un proprio satellite a 530 km. di altezza nello spazio, hanno condotto per ani i loro esprimenti contro i propri satelliti nello spazio direttamente sovrastante il territorio cinese. E anche se adesso affermano di “non averne più condotti dopo il 1985” si riservano sempre “il diritto di ricominciare quando vogliono. E che, in effetti, un mese dopo il test cinese gli americani hanno ripreso i loro…

Pechino ha fatto, allora, rimarcare alla “controparte” che il programma di difesa missilistico americano non era, come dichiarato, esclusivamente difensivo ma “anche offensivo perché includeva anche laser in grado di attaccare un missile ancora in fase di lancio sul territorio sovrano di un altro paese”. Che, in effetti, senza prima dichiarare guerra è assolutamente proibito in diritto internazionale; ma è anche la maniera più efficace di bloccare sul nascere un attacco possibile: appunto, in partenza…

Di tutta la faccenda, forse, l’elemento più intrigante è che la diatriba, andata avanti per mesi, sia stata tenuta sottotraccia tanto a lungo dalle due parti e sia emersa per colpa/merito dell’ “onnipotente” WikiLeaks

●Lo sviluppo di questi giorni è che, adesso, Gregory Shulte, vice segretario alla Difesa per le armi spaziali, nel presentare la Strategia decennale nazionale di sicurezza spaziale[146], dice che le capacità di “controforza” spaziale della Cina stanno diventando davvero un problema per gli USA. La controstrategia che gli USA si apprestano a sviluppare, delineata proprio nel documento adesso pubblicato, è dettata proprio, da “quantità e qualità delle misure cinesi”. Pechino, infatti, lavora  intensamente nei campi della ricerca e dello sviluppo per scoprire nuovi modi di indirizzare segnali diretti ai satelliti e sta anche lavorando su armi che focalizzino direttamente emissioni di energia su bersagli senza dover ricorrere a lanci di proiettile alcuno.

A leggere la sintesi della Nuova Strategia, insomma, la Cina sta lavorando proprio “nei campi su cui lavorano gli Stati Uniti” che ne sono, palesemente, infastiditi ma non sanno proprio che farci. Se non chiedere, col segretario alla Difesa Gates, di aprire il dossier coi cinesi nel corso della prossima tappa del dialogo bilaterale sulla sicurezza.

Pechino s’è detto d’accordo, naturalmente. Ma, naturalmente, ne vuole discutere esattamente alla pari. Perché, dice, le nostre preoccupazioni sono identiche a quelle degli americani. Anche se, guarda un po’, rovesciate… Gli americani, però, hanno una resistenza istintiva a riconoscere la legittimità che altri possano nutrire preoccupazioni o sospetti pari ai loro, ma nei loro confronti. Loro sono americani, no?

●Un alto esponente dell’apparato statale di sicurezza, Zhou Yongkang, al nono rango nel Comitato permanente dell’Ufficio politico del PCC, parlando – comunica – a titolo collettivo e alla luce sicuramente anche delle lezioni che vengono dal Nord Africa arabo, dice che il miglioramento della gestione dei problemi sociali attraverso la capacità di innovare attivamente e con efficacia e in proiezione avanzata – per tempo cioè e, anzi, prima del tempo in cui i problemi emergono – dovrebbe essere la priorità di tutta la politica del paese.

Dobbiamo metterci in grado dice – e non sempre lo siamo, aggiunge – in una società in mutamento continuo e rapido di scoprire i problemi e i conflitti presto, a livello di base[147], quando ancora appaiono e si manifestano in embrione. E quanto al tema che viene sollevato ogni tanto di uno sviluppo della rete di Internet nel paese, questo è un tema che andrà discusso collegialmente dalle autorità, dalle imprese e a rappresentanza autorevoli della “società civile”. Non è chiaro, però, ciò che questo termine significa per un membro del Politburo del partito cinese…

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●La produzione industriale, in Brasile, è aumentata del 10,5% nel 2010 con l’incremento maggiore negli investimenti in beni di capitale (+20,8%). La crescita dell’ultimo trimestre è stata superiore del 3,3% a quella dello stesso trimestre del 2009. Nel mese di dicembre, però, su novembre la crescita è stata negativa per lo 0,7%[148]. Il nuovo governo di Dilma Rousseff ha deciso il taglio di 50 miliardi di reais (30 miliardi di $) al bilancio del 2011, nel tentativo di ridurre un’economia forse troppo surriscaldata e l’inflazione, a gennaio 2011allo 0,8%, nel 2010 ha raggiunto il 6%[149].

La presidente Rousseff, in un momento che la vede obbligata a tagli pesanti del bilancio (sui 30 miliardi di $, almeno), annuncia che “per coerenza” rinvia di almeno un anno l’acquisto dei 36 cacciabombardieri americani già in precedenza annunciato[150].    

●In India, le esportazioni sono cresciute del 36,4% nell’anno a dicembre, con le importazioni che scendono dell’11,1% nel primo calo registrato mese su mese da marzo. Il deficit della bilancia commerciale s’è ristretto decisamente a 2,6 miliardi di $ a dicembre dagli 11,8 di un anno prima[151].

●A Cuba si registra un ritardo, evidente, nel processo che prevede licenziamenti dagli impieghi pubblici annunciati come propedeutici al programma di liberalizzazioni annunciate dal partito. Si sono verificate, come era del resto ben prevedibile, discordie evidenti sulla gestione (chi ha l’ultima parola?) dei problemi tra il sindacato, la Confederazione cubana dei lavoratori da una parte, e ministri ed enti vari che devono effettuare i licenziamenti, dall’altra.

Ha spiegato il leader della CCT, Josè Manuel Castanedo, che per il sindacato licenziamenti e nuovi lavori devono in sostanza andare di pari passo[152] e che “l’influenza delle organizzazioni di base nella realizzazione dei piani dell’economia è decisiva” e la ministra del Lavoro, Margarita Gonzalez, ha riconosciuto che sono stati fatti una serie di errori da parte dei comitati misti di gestione che hanno portato al congelamento del processo. Ogni volta che ciò si verifica per errori anche soltanto procedurali l’esigenza di garantire un trattamento equo a tutti i lavoratori coinvolti e l’esito migliore per gli interessi collettivi della comunità impongono, in effetti, di ricominciare tutto da capo.

EUROPA

●Il PIL dell’eurozona è cresciuto più lentamente delle attese nel quarto trimestre del 2010, appena a +0,3% in media totale, con le tre maggiori economie (Germania a +0,4, Francia a +0,3 ed Italia,soltanto a +0,1%) quasi ferme. Risultati fiacchi che gli analisti imputano al duro inverno che ha imperversato in Europa ma che sono anche, e di più, l’effetto di una ripresa che resta ancora infingarda in troppi paesi[153]. Ormai anche tra gli economisti duri e puri della scuola convenzionale dell’austerità a carico altrui, comincia a serpeggiare il sospetto che il rigore fiscale (tagli di bilancio e di spesa) possa essere eccessivamente deleterio per la crescita dell’economia.  

Francia e Germania[154] hanno tentato di forzare il tema di una maggiore cooperazione ed integrazione nella e della Unione europea, in particolare nell’eurozona, cominciando da un loro piano di “rigore sociale” – così lo chiama la cancelliera tedesca: l’abbattimento di ogni indicizzazione salariale in tutta la zona e poi nell’Unione, il posticipo dappertutto dell’età pensionistica e tetti ai deficit di bilancio definiti da nuove clausole costituzionali – che definisca un  patto di competitività di fronte al quale mettere tutti gli altri al Consiglio dei capi di Stato e di governo di inizio febbraio.

Si tratta di una chiara forzatura che, spiegano le volpe, ormai un po’ imbolsita, e il gatto, un po’ sfiatato, nella dichiarazione bilaterale, di arrivare gradualmente “a una crescita lineare condivisa”. Che caspita poi significhi ciò, non ci provano neanche a spiegarlo.

La mossa, comunque, viene stoppata subito dal primo ministro ad interim del Belgio (sono sempre da mesi senza un governo lì) Yves Leterme[155], un democristiano sociale fiammingo, che si oppone coraggiosamente e controcorrente rispetto alla solita sciatta saggezza convenzionale degli economisti più vicini ai poteri forti, a quest’ “armonizzazione forzata della governance europea solo in campo economico e sociale e solo in peggio cui il mio paese è assolutamente contrario”, come dichiara con grande e meritoria precisione. Quello di cui c’è bisogno è invece, una diversa e molto più decisa e forte cooperazione di tutte le politiche economiche europee.

Anche il presidente dell’Unione van Rompuy chiarisce, con puntigliosità inusuale e non casuale,  che per l’Unione come tale, fino a presentazione ufficiale al vertice, il programma franco-tedesco “non esiste”[156]. E il “nostro”, si fa per dire, Frattini, da dove si trova in visita, a Praga, chiarisce che lui non prevede alcun accordo al vertice di marzo della UE perché diversi fattori del cosiddetto piano di competitività Merkel-Sarkozy non sono “per niente maturi”.

Soprattutto – e si capisce bene sentendo chi è che lo dice – non si può parlare di armonizzazione fiscale in Europa. Che, è vero, in Italia trova aliquote in media più alte, ma anche un tasso di evasione consentita enormemente più elevato, e tollerato, che altrove. Anche l’Italia non concorda, poi, sull’idea di mettere in Costituzione il non sforamento del deficit. E va bene. Ma su cosa l’Italia concorda e su cosa vuole, non dice una parola[157]

Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, a latere del vertice tenuto coi suoi colleghi a Bruxelles a metà febbraio, argomenta che è sbagliato attribuire responsabilità analoghe ai paesi in attivo e a quelli in passivo di bilancia commerciale e/o di deficit. Perché è vero, certo, che i deficit dell’uno sono, aritmeticamente addirittura, i surplus dell’altro – come faceva notare ottant’anni fa già John Maynard Keynes – ma l’attivo del’uno non è mai, dice lui[158], il passivo o un freno allo sviluppo dell’altro.

Che – rileggete l’argomentazione di Keynes[159] – però è falso: in un mondo che lui non poteva neanche prevedere, negli anni ’30 del secolo scorso, così integrato, intricatamente  raggrinzito e unificato come questo di oggi, gli uni invece mangiano, letteralmente spesso, anche a spese degli altri che restano, invece, affamati…

●Con quello che a noi francamente è sembrato un barlume di saggezza, la BCE ha resistito, a inizio febbraio, alle tentazioni, anche interne dei falchi (di marca, diciamo così, soprattutto tedesca), di aumentare il tasso di sconto dell’euro dall’1% cui è ormai da tempo ancorato. Non ha osato, impensabile!, limarlo – questo no – ma il presidente Jean-Claude Trichet ha detto chiaro che “la pressione sui prezzi non è ancora diventata così acuta da rischiare di indebolire la crescita delle economie più deboli dell’eurozona”.E il tasso principale è così restato inchiodato all’1%[160].

Sì, ammette, siamo al 2,4% di media, sopra il margine del “vicino ma sotto al 2% che è il nostro  obiettivo”. Ma il picco è dovuto a costi, come quello del petrolio e delle materie prime, che non siamo certo in grado di controllare… Il problema è che diverse dichiarazioni allarmiste, sue e di altri membri delle BCE, avevano lasciato intendere ai mercati un aumento dei tassi e su questo avevano lavorato gli speculatori finanziari comprando – e spesso anche allo scoperto, come si dice – futures dell’euro con tassi in aumento.

E ora il colpo di coda sui mercati delle loro perdite e della loro frustrazione, potrebbe essere anche violento… Ma sbagliata non è la decisione finale della BCE, se non nel senso che non è abbastanza coraggiosa, Sbagliate erano proprio e solo le loro chiacchiere preliminari.

●Se il Berlusca non fosse, in queste settimane, tanto altrimenti affaccendato e tanto altrimenti distratto, potrebbe essere il momento buono per stringere sulla nomina di Mario Draghi a nuovo presidente della BCE. Il problema è che sarebbe proprio questo il momento per far campagna sugli altri capi di Stato e di governo in Europa. Ma Berlusconi ha a che fare ogni giorno con le sue papi girls, e poi coi giudici, e Bossi ecc., ecc.

Pure dalla Germania giungono segnali che il presidente della Bundesbank non solo non vuole accettare una ricandidatura alla banca centrale tedesca – preferisce tornare a fare quattrini come banchiere privato di punta, Axel Weber – ma neanche la candidatura che la Merkel voleva per lui di presidente della BCE dopo Trichet. Ma se l’Italia non si dà da fare, e molto da fare, adesso finisce che malgrado il ritiro di Weber, la poltrona alla BCE sfuggirà a Draghi[161].

I tedeschi insisteranno, con le ragioni del più forte – che, però, a fronte di una candidatura prestigiosa e credibile e sostenuta, certo, da chi fosse anche lui credibile (e non è il caso nostro, purtroppo) non sarebbe in sé sufficiente – su uno che come lui si opponga a qualunque allentamento della borsa della BCE. Come ha fatto Weber, appunto, quando, mesi fa, votò in minoranza assoluta nel direttorio della Banca centrale contro gli acquisti di bond di singoli paesi dell’eurozona e di qualsiasi misura che, in generale, comportasse una condivisione di responsabilità, un più di politica monetaria e economica comune europea.

E insistendo, con grande coerenza teutonica va detto, che se avesse mai accettato l’incarico lo avrebbe fatto solo con la garanzia di non trovarsi mai smentito nel suo insistere tra la totale separazione della politica monetaria da quella di bilancio in Europa. Una certezza che – secondo noi, che certe responsabilità non le abbiamo, sicuro – vede sgretolarsi la sua saldezza in molte parti d’Europa, dove la priorità sembra ormai andare alla crescita più che alla stabilità e all’immobilismo. Insomma, in molti capiscono ormai – anche se Weber, ad esempio, non condivide – che è meglio essere magari un  po’ sporchi ma vivi che perfettamente puliti epperò morti…

Ora, tutti considerano Draghi, tecnicamente e, per il suo aplomb, personalmente come il candidato migliore. Ma ha contro di sé il fatto di essere italiano (la tabe Berlusca-pulcinella gaudente e, insieme, tristo e il fatto che con lui la presidenza della Banca centrale virerebbe troppo verso il Sud fragile dell’Europa) e di essere stato, anche, per due anni dal 2002 al 2005 un dirigente importante alla Goldman Sachs. Subito dopo che la grande banca di investimenti americana aveva “aiutato” nel 2001 il governo di destra greco a mascherare con false cifre e statistiche i suoi debiti reali riuscendo così a entrare nell’euro…  

Può succedere che così, visti questi problemi e se non ci si mette subito in campagna – ma non quella sua elettorale… e nel modo giusto, opportuno, discreto e efficace: l’ossimoro perfetto di come lavora Berlusconi, purtroppo – il posto vacante a Francoforte venga riempito dal funzionario tedesco che alla BCE nel direttorio già c’è, Jürgen Stark, sbiaditissimo membro del direttorio, ma un tecnico che non dà fastidio a nessuno e che, essendo tedesco, rassicura i tedeschi che vogliono una mano dura, rigorosa, severa alla guida della BCE.

Draghi, per conto suo, sta indurendo il suo messaggio usuale, ma adesso non a caso fattosi almeno a parole più intransigente, che parla della lotta all’inflazione come di compito “assolutamente prioritario” della Banca centrale europea.

●In Belgio, suggerisce una senatrice socialista, fiamminga e ginecologa, Marleen Temmerman, bisogna fare un po’ come quando a Viterbo, nel conclave che non si chiamava ancora così e che, alla fine, dopo che i grandi elettori, i cardinali, erano stati chiusi cum clave a pane e acqua e a tetto scoperto nel concistoro, alla fine dopo più di tre anni di fallimenti si arrivò ad eleggere papa, il 1à settembre 1271, Teobaldo Visconti, arcidiacono della città belga di Liegi col nome di Gregorio X…

Lei suggerisce un altro metodo, però: quello che racconta Aristofane, quando Lisistrata scatenò lo sciopero del sesso da parte delle donne ateniesi per metter fine alle guerre del Peloponneso… Adesso ha proposto alle mogli dei negoziatoti che cercano di formare un nuovo governo, dopo ormai ben 246 giorni di tentativi falliti, “di incrociare le gambe fino a che non sia stato raggiunto un accordo[162].

Chi sa se funzionerà… Come anche le manifestazioni inscenate su decine di piazze, allo stesso fine, da decine di migliaia di studenti universitari che, per protesta, si (semi)denudano in piazza …

●Con una delle sue periodiche – quando vuote e quando bombastiche, ma sempre inutili – uscite pubbliche, il presidente del Parlamento europeo, il polacco Jerzy Buzek[163], ha dichiarato che l’UE dovrebbe (dovrebbe…) lavorare a sviluppare una comunità europea dell’energia. Ha detto che lui incoraggia (lui incoraggia…) progetti come quelli dei corridoi a Nord e Sud dell’Europa che tendono (tendono…) a diversificare le fonti energetiche.

Ci vorrebbe anche, sogna Buzek nelle sue smanie avveniristiche parecchio inconsulte, un “anello mediterraneo” che consenta di trasferire in Europa l’energia solare a basso costo prodotta in… Sudafrica. Abbiamo controllato: pensavamo che volesse dire in Sahara… dove l’obiezione sarebbe stata mgari altra rispetto alla distanza. Ma ha detto proprio in Sudafrica: forse non sa della difesa tra Nord e Sud dell’Africa o, forse, pensa che trasferire la corrente prodotta a Capetown fino a Roma, lungo 8.500 km. di linea elettrica, costerebbe zero e non ne andrebbe persa, anche solo per ragioni tecniche, il 40%. Oddio, in che mani siamo

●Altrettanto chimerica pare la presunzione e la motivazione della richiesta che all’Europa avanzano insieme i tre Stati baltici: che inventi, pianifichi e paghi per loro un unico terminal di gas naturale liquefatto (LNG) che serva tutta la regione baltica[164]. Il primo ministro estone, Andrus Ansip, che parla a Vihula, in Estonia, spiega che i tre impianti ora in preparazione (uno in stato avanzato, tra l’altro) sono troppi per una regione tutto sommato abbastanza piccola e che un solo grande terminal pagato coi soldi baltici e con quelli europei sarebbe di certo più efficiente e di maggior rendimento rispetto ai soldi spesi dai contribuenti.

Ma Ansip, che spiega bene come non esista ancora neanche un abbozzo di analisi costi/ricavi per il progetto; che anzi lo stato stesso del progetto oggi è zero; e che manca anche la sola possibile identificazione di un sito— che vedrebbe sicuramente litigare tra loro tutti gli Stati baltici per aggiudicarselo: questo lo lascia capire; e per il quale, poi, non prova neanche a immaginare per non dire a spiegare perché l’Unione europea dovrebbe mai farsi carico di un costo simile a spese di tutti e non di chi dovrebbe poi usufruire dei risultati del progetto.

Ansip, comunque, è personaggio curioso: “provoca” in continuazione e, poi, sembra meravigliarsi che i provocati non reagiscono granché bene alle sue curiose provocazioni… Adesso proclama di considerare la visita in Estonia, su invito delle ferrovie estoni, del capo della rete ferroviaria russa, per lo meno “sospetta” perché a Mosca ci sono, “naturalmente”, coloro che vorrebbero veder tornare Tallinn sotto la sfera di influenza russa.

Quindi, argomenta il primo ministro – che, sul ritorno desiderato “da alcuni” a Mosca dell’Estonia nella sua  sfera d’influenza, torto probabilmente non ha –, ogni incontro coi russi, siano essi pure soltanto capi delle ferrovie come Vladimir Yakunin, va considerato “con grande sospetto[165].

Ma, allora, scusate tanto, perché di grazia lo hanno invitato?

●Strana ci è sembrata anche la notizia arrivata sullo scontro (verbale, ovviamente) tra Putin e il presidente della Commissione Barroso a Bruxelles. Il contenzioso erano le regole che vorrebbe imporre l’UE anche a chi non è dentro l’Unione sull’energia. Ma che realisticamente non può imporre a chi ha certo bisogno di vendere chi ha ancora più bisogno, però, di acquistare: la proibizione di gestire direttamente e insieme in nome di un mercato libero e antimonopolista la fornitura e la distribuzione di greggio e di gas.

Gazprom dice che a casa sua si applicano le sue leggi. Putin sottolinea che obbligare la compagnia russa per vendere il suo gas in Europa a svendere i suoi assets per obbedire alle “fisime della UE” equivarrebbe “a una confisca di beni privati”. Ma Barroso sostiene che il “Terzo pacchetto energetico” della UE, in base alle regole dell’OMC – di cui però la Russia non fa parte – riguarda tutti i paesi con cui fare scambi.

Putin dà un’interpretazione giuridicamente diversa. Ma fa soprattutto valere le sue ragioni più forti e evidenti: noi russi possiamo anche non vendervelo, il gas, se insistete… o fregarcene del Terzo pacchetto europeo e venderlo singolarmente ai vari paesi europei che tutti continuano a chiedercelo come già, del resto, facciamo (perché comunque voi, come Europa, non ne acquistate neanche un m3). Ma voi, voi Europa, voi Germania, voi Italia, voi Olanda, voi Austria, ecc., potete permettervi insieme o separati di fare questioni di principio cretine e rifiutarlo[166]?

Insomma, bisogna darsi una regolata quando la dipendenza è quella che é. Controprova? adesso Adesso, dopo la Libia, subito, l’Italia ha chiesto e ottenuto al volo di poter incrementare i suoi acquisti da Gazprom. Alla faccia di quella bizzarria impotente che è il Terzo pacchetto! Così nella quarta settimana di febbraio le consegne via gasdotto TransAustria di metano Gazprom all’Italia sono aumentate di botto di un terzo, a 31,4 miliardi di m3 su base annua dai 20 circa che erano. Il 23 febbraio le consegne di gas sul Gasdotto verde con la Libia sono infatti scese a zero[167]. Putin non lo ha richiamato alla distratta o disinformata memoria del suo interlocutore a Bruxelles. Almeno ufficialmente… ma avrebbe potuto ben farlo

●Sempre alla faccia del Terzo pacchetto energetico ma, certo, prima della rivoluzione libica, in uno scambio di assets con l’ENI, Gazprom aveva concluso l’accordo per ricevere metà della quota italiana del giacimento petrolifero libico denominato Elefante (il 33% del totale del progetto, che resta di proprietà libica al 44%), consentendo in cambio alla compagnia italiana di unirsi ai progetti di sviluppo della Arctic Gas Co. nella Siberia nord occidentale. La firma all’accordo era stata posta a Roma nel corso dell’incontro bilaterale dei governi russo e italiano[168].

Viene anche reso noto che alcune compagnie aeree italiane intenderebbero acquistare ventiquattro Superjet-100 Sukhoi (78 passeggeri) da trasporto regionale. Palazzo Chigi, data la debolezza ormai intrinseca del suo locatario, non riesce però a far loro firmare come voleva veri e propri contratti di acquisto, come chiedevano i russi, ma solo lettere di intento.

Invece, sempre a Roma, viene ufficializzato in una riunione degli azionisti che i giganti russi del ramo di produzione e distribuzione del gas, Trasneft, Rosneft e Gazprom Neft metteranno fine alla loro compartecipazione[169] nel gasdotto Burgas-Alexandroupoli. Del resto, per primi gli stessi bulgari (da Bourgas sul Mar Nero doveva partire l’oleodotto per arrivare, in pratica affiancando tutto il confine greco con la Turchia, a Alexandroupuli, sull’Egeo) avevano cancellato la loro partecipazione adducendo preoccupazioni gravi di ordine ambientale.

Poi, almeno Transneft prende, parzialmente, le distanze da quella dichiarazione. Noi, in  realtà, vogliamo discutere a fondo e, soprattutto, ottenere garanzie prima di rinnovare l’impegno sul rimborso dei debiti da parte degli azionisti greci – che ci devono 129 milioni di € – e bulgari – 7.3 milioni – spiega Igor Dyomin, il suo portavoce. Si tratta anche di concordare sul risparmio necessario da ottenere licenziando non piccola parte dello staff amministrativo dal progetto trans-balcanico modificando i rapporti contrattuali e in particolare – confessa senza remora alcuna, manco fosse Marchionne – trasferendo la parte amministrativa della gestione in qualche Stato che non esiga regolari pagamenti secondo contratto[170]

●In Spagna, il governo Zapatero ha raggiunto un accordo quadro, importante, coi principali sindacati (UGT e Commissioni operaie) e con le più importanti associazioni industriali di categoria su un pacchetto globale di riforme[171]. Un vero e proprio accordo di concertazione, come quelli che si facevano una volta in Italia, dopo che già la settimana passata si era arrivati a un’intesa di principio sulla riforma delle pensioni: diritto posticipato a 67 anni, ma dal 2027[172]) e la contrattazione collettiva.

Stavolta, l’accordo è centrato specificamente su un piano di lotta alla disoccupazione giovanile e uno di politica energetica e dovrà essere ratificato dagli organi direttivi delle diverse rappresentanze sociali contraenti. Ci sarà modo e tempo di tornare, alla bisogna, nei prossimi numeri sui contenuti specifici. Ma per ora era di qualche rilievo segnalare il fenomeno.

●L’Irlanda si trova, di nuovo, a fare i conti con le agenzie di rating[173] che, il 2 febbraio, con Standard & Poor’s svalutano il suo credito sovrano a A-/A-2 da A/A-1, citando l’incertezza sulla quantità di capitali di cui le banche irlandesi avranno a breve bisogno. S&P’s conduce analoga operazione, giù dal gruppo 4 direttamente di due livelli al 6 del grado di affidabilità per la valutazione del sistema creditizio stesso complessivo del paese.

Ora che si va alle elezioni, il 25 febbraio vincerà di sicuro il principale partito dell’opposizione di centro, il Fine Gael(— famiglia gaelica), che una volta si sarebbe di certo detto democristiano e che aderisce, comunque, al PPE (il contenitore dei popolari europei che, di volta in volta, fornisce un’etichetta comune e poco altro, da Casini a Berlusconi per dire, a partiti che nell’Unione si definiscono di centro-destra). Vincerà essendo diventato, diciamo,  un po’ più progressista, se non altro per essersi schierato contro le misure di austerità che il governo del partito repubblicano, il Fianna Fáil (— soldati del destino, letteralmente: il partito dell’indipendenza fondato dall’inventore dell’Irlanda, Eamon de Valera ) appena dimissionato ha varato.

Se vince una coalizione guidata da Fine Gael, e adesso può, chiederà – lo dice da adesso – alla UE di abbassare i tassi di interesse che impone all’Irlanda sulla sua parte del pacchetto di aiuti da 85 miliardi di €. Dichiara il portavoce sulle questioni economico-finanziarie del partito, Michael Noonan, che la posizione dell’Irlanda altrimenti si farà sempre più “viscosa” senza una congrua riduzione del carico del debito.

In quelle condizioni, a Dublino resterebbero poche altre opzioni oltre alla “ristrutturazione unilaterale di parte, almeno, dei debiti bancari che hanno maggiore bisogno di ricapitalizzazione” in modo da ripristinare qualche po’ il  suo grado di solvibilità— dice, ma è un concetto molto contenzioso nel mondo finanziario: la via d’uscita dalla crisi che sposò, con successo, l’Argentina di Kirchner: ma non in un contesto comunitario come quello in cui, invece, è l’Irlanda che non potrebbe certo ricorrervi non avendo più, come tutti nell’euro, una moneta sovrana.

Intanto, però e comunque, l’opposizione che è sulla soglia del diventare maggioranza  annuncia che se vince “potrebbe anche unilateralmente ristrutturare il debito bancario non coperto da garanzie di Stato[174]. Una misura appena meno drastica che costringerebbe tutta l’Europa a rifare i conti coi guai irlandesi, comunque…

Al vecchio Fianna Fáil, intanto, la gente ha inferto una lezione durissima: ha pagato caro l’aver tradito le sue radici popolari e populiste (è questo il partito che ha costruito le case popolari nell’Irlanda repubblicana e che ha portato il welfare in questo paese) e vagamente di sinistra e, soprattutto, l’essersi schierato a copertura sopra e a zerbino sotto alle banche e ai banchieri.

Alla base della disfatta sta infatti la scelta del partito, su richiesta/minaccia di BCE e Fondo monetario internazionale, di dare il suo sissignore pressoché incondizionato al mercato offrendogli  la garanzia totale e praticamente gratuita dello Stato a copertura delle banche per coprirne con miliardi di fondi pubblici i buchi spalancati nei propri libri buttandosi a capofitto a finanziare la bolla speculativa edilizia.

Alle elezioni ora il governo ora si presentava con una disoccupazione al 13,8% (ufficiale), quando solo nel 2005 era al 4,2%, una spesa pubblica che è stata ferocemente e ripetutamente tagliata dal 2008 a questa parte, un deficit di bilancio che è arrivato al 14,3% del PIL e la previsione che nei prossimi anni emigreranno più di 100.000 irlandesi alla ricerca di un lavoro in un continente dove ce n’è poco per tutti (100.000 su una popolazione di 4.300.000 abitanti). E un conto del disastro bancario che alla fen costerò al paese e alle sue finanze già tanto in rosso almeno 135-140 miliardi di €: con un PIL complessivo che arriva quest’anno, sì e no, a 160 miliardi.  

Negli ultimi 14 anni il Fianna Fáil era rimasto consecutivamente al governo, dopo esserci rimasto per quasi 60 degli ultimi 80 dalla fondazione del 1926. E con un successo che, prima di questa crisi, ha avuto pochi riscontri nel mondo, assicurandosi di media sul 45% dei voti. Arrivava alle urne, dopo le elezioni vinte nel 2007, con 78 seggi su 166 e, a conteggio finito, stavolta ne porterà a casa sì e no 25: dei ben 47 deputati che elegge la circoscrizione della capitale, forse uno solo – quello del ministro delle Finanze uscente – verrà riconquistato.

Vince 76 seggi, stavolta, il Fine Gael – la maggiore avanzata della sua storia, ben al di là, grazie al sistema elettorale complesso che premia, come da noi, ben oltre la misura della sua consistenza percentuale il primo partito – e i Laburisti ne portano a casa 36, mentre il Sinn Féin ( noi stessi) il partito che si è battuto, soprattutto nel Nord e anche con le armi, contro la Gran Bretagna per la riunificazione col Sud, passa da 4 a 12 seggi. Per contro, i Verdi pagano il sostegno dato praticamente fino alla fine al governo di Brian Cowen perdendo i 6 seggi che avevano.

A portare al suicidio politico il Fianna Fáil, sono stati i termini del salvataggio che, a novembre, ha accettato di subire da UE e Fondo monetario (ma chi sa se qualcun altro ha capito…): 93 miliardi di € a fronte di un programma di austerità feroce (tagli a salari, pensioni, welfare in generale e investimenti pubblici) e l’impegno a ripagare gran parte del prestito ottenuto a condizioni letteralmente da strozzinaggio. Cowen, il PM dimissionario e uscente, a risultati acquisiti, si difende asserendo di aver fatto tutto “in coscienza” (sarebbe stato più interessante, no?, se avesse detto di aver agito in male fede!) e secondo “quelli che lui considerava essere gli interessi e il bene del paese[175]

Il nuovo PM, Enda Kenny, un politicante di lunga lena e di basso rango, finora, sia nazionale che internazionale, si immergerà subito nel mare procelloso degli incontri a Bruxelles nel tentativo, arduo, di rinegoziare le condizioni del prestito ottenuto— pure con una maggioranza record di oltre 50 seggi dietro le spalle e con la sua concezione, tutta e solo politica, che la solida coalizione col Labour dovrebbe ridargli: “abbiamo fatto – ha dichiarato – una rivoluzione democratica con l’arma del voto e bisognerà riconoscercelo”. Già, e se non gli viene riconosciuto?

Adesso, promette, condurremo un’inchiesta approfondita, rigorosa e pubblica – e sul pubblica si avanzano subito tanti dubbi, come sul rigorosa – su come e perché il precedente governo abbia dichiarato la resa alla finanza e ai banchieri e deciso di salvare i loro quattrini bruciando quelli dei risparmiatori e dello Stato sull’altare del rispetto di interessi tutt’altro che nazionali… 

In ogni caso, e va detto, contrariamente a quel che proclama Kenny, queste elezioni non hanno mai minacciato di essere un atto di stampo rivoluzionario: troppo vicini e troppo poco radicali sono entrambi i maggiori partiti. Si è trattato piuttosto di una vendetta, una faida tra famiglie ideologicamente tutto sommato vicine: sono cambiati i musicanti ma non davvero di musica. E chi la dirige continueranno ad essere – nolenti o volenti gli irlandesi, alla faccia di una democrazia nojn solo di un giorno ma anche di contenuti – i creditori esterni: la BCE, il Fondo, insomma i garanti di ultima istanza dei signori dei mercati.

In definitiva, il verdetto è stato durissimo contro chi – la classe politica che – per la difesa ad oltranza di interessi privati ha svalutato a penoso e pietoso oggetto di commiserazione  l’economia di un paese che era stato accreditato come l’invidia d’Europa. Ma il dramma è che, condannata una politica economica disastrosa e tolti di mezzo i suoi interpreti nazionali, ora se la ritrovano al dunque tale e quale, sovrannazionalmente gestita sempre dagli stessi interpreti e dai loro dogmi: inchiodata per almeno i prossimi quattro anni dall’austerità dettata da FMI e UE.

Dice: ma ci si sta indirizzando proprio ad assicurare ormai che, come dice il FMI, “in ultima istanza le perdite bancarie vengano sostenute dai creditori più che dai contribuenti[176].  Ripete la Germania – anzi lo dice prima: la Merkel già da novembre – e la UE statuisce che sarà così – ma solo a partire dal 2013  – che a pagare per le cappellate e le perdite inconsulte delle loro banche saranno gli azionisti, non i contribuenti: i privati si pagheranno i loro debiti privati e non li assorbiranno più i pubblici bilanci…

Ma:

1) sarà vero? e,

2) che fa l’Unione europea se, come è il caso adesso dell’Irlanda – ma non solo: e non sarà certo l’ultimo caso – il regime di austerità impostole è insensato, perché è impensabile, del tutto irreale con un’economia di sole 1.800.000 persone al lavoro, mettere sulle loro spalle anche il carico di un debito da 200 miliardi di €, il 135% del PIL?

E allora? che fa ora l’Europa? si stringe a coorte? decide di decidere insieme? davvero? ma solo la moneta, la banca? o anche l’economia? la politica?

●Si stringe la vite delle manette che inchiavardano le politiche economiche e finanziarie della repubblica di Grecia: i revisori dei conti, gli auditors, della Commissione e del Fondo monetario avvisano che il governo di Atene deve trovare 50 miliardi di € da qui al 2015 attraverso privatizzazioni ulteriori e fa pressione perché acceleri le riforme che lo dovrebbero portare a onorare il rimborso dei prestiti ottenuti per circa 110 miliardi di €[177].

Prendono atto, lor signori, che la Grecia ha già tagliato la spesa corrente e anche ridotto pensioni e salari pubblici. Ma, dicono ora gli ispettori di lor signori, che pur “avvertendo” il peso che simili decisioni avranno sulla gente meno agiata, saranno necessarie assai presto nuove riforme “strutturali”, si capisce bene. Cioè, tagli alla sanità e maggiori tasse (va detto, sul punto, che gli auditors di lor signori hanno almeno la decenza di dire, anche se con cautela, come esse dovrebbero – dovrebbero… – però essere pagate da tutti…).

Una rata da 15 miliardi di € è già stata approvata e versata al governo. E adesso sono pronti a raccomandare che anche la seconda venga erogata. Ma sullo sfondo c’è il peso di quei 50 miliardi di privatizzazioni ulteriori delle imprese pubbliche che oggi non fanno profitti (ma che nessuno può garantire ovviamente che ne faranno domani): che, secondo il calendario da loro stessi adesso dettato al governo di Papandreu, dovrebbe cominciare subito, quest’anno, almeno per 15 miliardi di €. 

●Il Portogallo è riuscito ad “alzare” 1,25 miliardi di € vendendo buoni del Tesoro, 800 milioni a scadenza annuale[178], spiega l’agenzia che gestisce il debito pubblico con un rendimento medio del 3,7% (in flessione dal 4,03 di metà gennaio e, di nuovo, al livello in cui erano a inizio mese); e 455 milioni di € di semestrali al 2,98%.

●Il governo della Lituania aveva annunciato, dopo l’adesione dell’Estonia all’euro, che voleva portare il paese ad entrarci entro il 2014. Ma, adesso, la presidente Dalia Grybauskaite annuncia che, se l’adesione all’euro resta l’obiettivo, non può più giurare su una data. Bisogna farlo se e quando le condizioni saranno giuste e “senza che le condizioni di vita in particolare dei pensionati debbano venire sacrificate[179]. Cioè, se va bene, al 2100. Forse…

STATI UNITI

●Quel che succede nell’economia reale, per dirlo brutalmente ma in tutta verità, è che va avanti senza freno la tendenza che, in questo paese, si è instaurata “da tantissimo tempo: che a chi sta in cima al mucchio sta andando favolosamente tutto bene e che se ne frega completamente di fare in modo che la sua spropositata ricchezza arrivi anche agli altri[180]… “In particolare il livello dei profitti delle grandi società minerarie sulle spalle del boom dei prezzi delle materie prime ha ecceduto ogni previsione”. Vengono citati “i profitti netti della Rio Tinto, triplicati nel 2010 e quelli della Xstrata cresciuti dell’86%[181].

● Le imprese americane: profitti che si gonfiano, costi che si scaricano 

Fonte: vignetta di D. Simonds, The Economist, 5.2.2011

E la verità, per chi scrive anche spiacevole, fastidiosa – è vero – da riconoscere, ma tant’è…, è che il presidente Obama che, pure, mostra di riconoscerla per quello che è, in realtà non fa quasi nulla per rovesciarla… Insomma, lo sa ma non vuole forse proprio perché non può.  E non potrebbe mai, a bocce ferme.

Infatti, per farlo, dovrebbe – e lo sa ma non osa – rischiare tutto, aprendo una specie di vera e propria guerra civile coi poteri dominanti, rivolgendosi direttamente alle decine di milioni di americani che i potentati di ogni genere (finanziario, economico, manageriale, politico) hanno privati di ogni potere e di ogni possesso e affondano in questa crisi dovuta all’egoismo e all’ingordigia di pochi. Chiedendo a loro, ai più, di rovesciare il tavolo insieme con lui…

Di una crociata si tratterebbe, come quella – il New Deal – che, contro i poteri dati e dominanti – senza garanzie di vittoria ma vincendola proprio così, per aver forzato una vera riforma, economica e anche politica – lanciò Franklin Delano Roosevelt su tutta la linea negli anni ’30, centoventi anni fa. Ma Obama, ormai si vede, Roosevelt non è, neanche a metà…

Invece, il bilancio per il prossimo anno fiscale (marzo 2011-marzo 2012) che la Casa Bianca presenta al Congresso propone 1.100 miliardi di $ in tagli di spesa e tasse ulteriori: il contrario di quel che un presidente progressista avrebbe dovuto fare ed osare anche se, poi, stiracchiato e diluito su un periodo di ben dieci anni. Per quest’anno viene previsto un deficit di bilancio di 1.600 miliardi di $: deficit/PIL del 2011 dunque dell’11% (avete presente il 3% del tetto europeo?) e una previsione per i prossimi dieci anni che vede sempre deficit/PIL molto elevati.

●La produzione industriale americana a gennaio cala dello 0,1% rispetto al mese precedente. La  crescita dello stesso fattore, anno su anno, rallenta a gennaio al 5,2% rispetto al 6,3 di dicembre.

●Non riparte il mercato del lavoro, proprio non ce la fa. I posti di lavoro registrati sono aumentati di 36.000 a gennaio, ma “si tratta di un netto passo indietro rispetto a quelli già tanto incerti dei mesi scorsi” e molto, molto al di sotto – cinque, sei volte – delle solite previsioni ultrarosee degli economisti serventi o, comunque, da sempre erranti. E “tornano a rinnovarsi le preoccupazioni su una ripresa quasi senza lavoro che continua e continuerà per un lungo periodo[182]. Ufficialmente riducendosi nel mese al 9%, di fatto, però la disoccupazione resta dov’era…

Scambiandosi opinioni[183] sui dati appena resi noti, un commentatore specializzato di quelli anche interessanti ma sempre ineluttabilmente convenzionali, Floyd Norris, scrive che “per quel che vale la reazione a Wall Street, ha buttato giù i futures dei titoli di Stato… e può star a significare che credono nella realtà dei numeri della disoccupazione e, insieme, che l’economia va meglio”.

Che è una contraddizione – un vero e proprio ossimoro, anzi – che neanche tenta di spiegare o almeno di commentare, però, ma si limita come neutralmente ad esporre. Mentre l’interlocutore, David Leonhardt, altro economista abbastanza canonico, osserva che “al tasso del 9,4% la disoccupazione di oggi è esattamente il doppio di quella che era all’inizio della recessione”... Perché, come rilevano i due economisti – per quanto ortodossi poi siano, anche intellettualmente onesti – il calo ufficiale al 9% della disoccupazione del mese è dovuto solo al numero alto di lavoratori che, “scoraggiati” come si dice, hanno lasciato perdere, neanche facendosi più registrare nelle liste di disoccupazione.

E i due, discutendo – si fa come per dire: sono d’accordo – tra loro, non possono esimersi dal rilevare un’altra “curiosa” (ma poi mica tanto…) contraddizione: che questo poco slancio dell’economia non è proprio normale con chi un lavoro comunque ce l’ha e guadagna qualcosa di più di quel che guadagnava una volta, anche dopo aver scontato l’inflazione; mentre la gente che non ha lavoro deve continuare un sua lotta durissima, “col numero di senza lavoro da più di 27 settimane a 6.200.000 unità, storicamente un numero molto elevato di disoccupati di lunga durata”.

●Una prima stima ufficiale mostra che il PIL degli Stati Uniti è aumentato del 3,2% nell’ultimo trimestre del 2010 e del 2,9 in tutto l’anno, con una crescita della spesa per consumi che, in cinque anni, da inizio 2006 a fine 2010, registra il 4,4%[184].

●In questo paese, e per oltre un secolo, il Wisconsin è stato all’avanguardia delle riforme sociali. Era un paese fatto dagli emigrati tedeschi che, con würsteln e birra, si portavano dietro arrivando, già alla fine del secolo scorso, anche le politiche sociali, di incipiente welfare – per esempio i sussidi salariali come diritto – lanciati dalla Prussia di Bismarck.

Di lì, col tempo, partirono le idee che Roosevelt negli anni ’30 trasportò nel suo New Deal a livello nazionale. Bene, adesso, il nuovo governatore repubblicano Scott Walker lancia un esperimento sociale al contrario: del Wisconsin vuol fare uno Stato che, in nome del taglio del deficit, intende ridurre d’autorità i salari pubblici e impedire ai sindacati, sostanzialmente, di contrattare in futuro: un laboratorio sociale, insomma, della reazione.

Obama potrebbe – potrebbe… – volendo – volendo… – stopparlo: glielo consentirebbero la legislazione federale del lavoro che in termini costituzionali va oltre quella dei singoli Stati, e anche gli obblighi che almeno sul piano morale sono imposti agli USA dall’adesione all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (che, però, mai hanno ratificato)[185]. Ma vorrà, oserà, Obama, mettersi di traverso alla reazione sociale scatenata, di cui questa del Wisconsin è, come dicevano, solo l’avamposto? Non è purtroppo affatto scontato.

Molto più scontato sembrava, ed è stato, vedere come Jerome E. Listecki, l’arcivescovo di Milwaukee, la capitale dello Stato, largamente cattolica, si sia dichiarato a favore dei diritti dei lavoratori e dei sindacati e abbia impegnato i cattolici a riflettere bene prima di schierarsi contro quelli che ha definito puramente e semplicemente i “diritti dell’uomo”…

●Una curiosa e velleitaria – diciamo, un po’ più del solito – proposta di legge avanzata al Congresso dal repubblicano del Colorado Mike Coffman, vuole che le Forze armate detengano un certa quantità – non specificata – di “terre rare” come riserva strategica degli Stati Uniti[186]. Unico problema è che di “terre rare” da mettere in riserva gli USA proprio non ne hanno e per questo si tratta di una proposta del tutto utopica. Intanto, è la Cina che le terre rare le ha ad annunciare che in Mongolia interna sta creando proprie riserve strategiche di quei minerali mettendo da parte più delle 39.813 tonnellate che la Cina ha esportato nel 2010.

●Sapendo di affrontare un tema su cui ormai hanno anche una gigantesca coda di paglia (la persecuzione senza tregua contro WikiLeaks, la loro legislazione e la loro prassi che, in nome della sicurezza nazionale, interferisce col diritto di tutto e di tutti alla privacy), ma facendo finta di non vederla, gli Stati Uniti con Hillary Clinton hanno annunciato ufficialmente di voler istituire con fondi pubblici un programma da 26 milioni di $ (una cifra ridicola, in sé…) per promuovere “tecnologie elettroniche capaci di aiutare la gente nel mondo a superare le restrizioni poste a Internet”.

La Cina non è il solo obiettivo dei programmi USA, ma certo da sola ha 450 milioni di utilizzatori di Internet e li “guida” come sa, può e vuole su cosa vedere e cosa no. Esattamente, sostiene come fanno gli Stati Uniti. Ma ha ragione: anche gli USA impongono a cosa accedere e a cosa no per ragioni anche politiche. Oddio,… impongono per quanto è loro possibile— USA, o Cina, o chiunque altro che sia, visto che questa comunque si afferma come l’era della Tv satellitare, di Facebook e, anche, dei telefonini con macchina fotografica e da ripresa incorporate e in grado di trasmettere immagini, potenzialmente, dovunque scavalcando ogni frontiera e ogni tentata censura: gli occhi e le orecchie aperte del mondo sul mondo.

Il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu, ha preso l’occasione per reiterare l’affermazione – che fa il paio con quella americana – che gli internetauti cinesi non sono sottoposti a controlli se non con le poche eccezioni previste dalla legge (siti porno, spionaggio…, appunto come gli americani che, in più, hanno il grattacapo di WikiLeaks) e afferma che la Cina è pronta a cooperare sul tema con ogni altro paese ma sempre e solo su un piede di assoluta parità. In altri termini, la Cina resta fermamente “contraria all’uso di Internet come pretesto per interferire negli affari interni di altri paesi[187].

●L’India dichiara di aver trovato un meccanismo per pagare le sue importazioni di greggio dall’Iran senza incorrere – spera – nelle ire degli Stati Uniti[188]. Lo pagherà in euro attraverso la European-Iranian Trade BankAG (EIH) di Amburgo. La Bundesbank dichiara che il pagamento non costituirà problema finché il governo indiano certificherà che si tratta, appunto, di acquisto di greggio.

Agli iraniani va benissimo, anche perché non esportano certo benzina e, se tiene, costituirebbe certo  un precedente per far saltare le sanzioni. Il versamento del debito attuale degli indiani, quasi 1,5 miliardi di € per il petrolio iraniano, avverrà subito. E costituirà la prova che aveva ragione il governo federale tedesco nel garantire a quello indiano, e agli altri, che questa interpretazione è quella che giuridicamente anche gli Stati Uniti sono costretti a trangugiare…

●Grossi guai per l’Iran e il suo reattore nucleare di Busher. Doveva entrare in rete operazionalmente, come si dice, a fornire energia nel prossimo futuro ma era stato rallentato dal virus elettronico chiamato Stuxnet di probabilissima concezione e operatività congiunta tra CIA americana e servizi segreti israeliani[189]. Ne era già convinta la “comunità internazionale” dell’energia atomica, l’AIEA.

Ma adesso si scopre, e all’AIEA lo comunica la stessa agenzia atomica di Teheran, che il reattore è in realtà tanto nei guai da obbligarla non solo a fermarlo ma a provvedere all’inusuale quanto grave scarico e ricarico delle barre di combustibile nucleare[190]. Non si sa ancora – ma si saprà, si saprà… – se sono anche queste conseguenze del lavorio nascosto, e efficace, dello Stuxnet. E se fosse così è facile prevedere che l’Iran farebbe in modo da colpire in rappresaglia (ha anch’esso fior di esperti informatici…) chi gli ha procurato il problema, facendogli pure perdere la faccia…

●Mosca non sosterrà altre sanzioni all’ONU contro l’Iran, dichiara il ministro degli Esteri Sergei Lavrov nel corso di una conferenza stampa tenuta insieme al suo omologo ministro degli Esteri inglese William Hague. Ulteriori sanzioni creerebbero in Iran un probabile forte disagio sociale e la Russia non ne vuole sapere[191].

●L’Iraq, dice il ministro americano della Difesa, Robert Gates, alla Commissione della Camera dei rappresentanti per le Forze armate, avrà molti problemi (per proteggere il proprio spazio aereo… utilizzare con efficacia l’intelligence di cui potrà disporre: come fa il Pentagono, no?, viene subito in mente di ironizzare a parecchi interlocutori iracheni…) se non cambia i suoi piani di veder partire per casa loro le truppe americane entro il 2011[192]— solo che non sono “piani”, ma un accordo tra i due governi in buona e dovuta forma e modificarlo sconterebbe la ratifica niente affatto automatica del Congresso americano e del parlamento di Bagdad…

Gates, contrariamente a a  ogni precedente dichiarazione ufficiale – ma bisognerà vedere, alla fine, cosa ne dice Obama – afferma adesso che gli Stati Uniti hanno interesse ad assicurarsi una presenza ulteriore in Iraq; mentre sostiene che l’Iraq solo con la presenza americana sarà in grado di superare gli ostacoli che altrimenti gli porrebbero le sue incapacità organizzative in campi come logistica, manutenzione e amministrazione.

● Certo, sembra un po’ incongruo e forse un po’ di parte vista la considerazione assai dubbiosa che riserviamo al soggetto, prendersela proprio e solo con l’Afganistan quando, di diritto o di fatto, sono molti i regimi a dominanza islamica a comportarsi proprio come quello di Kabul. Ma questo è l’unico a farlo con le sue truppe finanziate, armate e aiutate sul campo, direttamente, dalle nostre: nostre di Stati dell’occidente rigorosamente pluralisti e che, per lo meno in qualche caso, si proclamano anche – magari sommessamente come nelle società di oggi è opportuno fare – pure proprio cristiani.

Anche qui a Kabul, la libertà religiosa è costituzionalmente garantita: glielo hanno fatto ingoiare alcuni anni fa gli americani. Ma i tribunali afgani che continuano a praticare la sharia, la cosiddetta legge islamica, continuano anche a imporre la pena di morte a chi osa convertirsi: la Costituzione dice che c’è libertà di conversione ma, loro dicono, solo conversione all’Islam non dall’Islam…

E noi, questo regime continuiamo a pagare e per esso a morire. O, meglio, per esso a far morire qualche decina noi, qualche centinaio altri, di nostri “ragazzi” come tanto amano chiamarli. Vero Berlusca, vero La Russa, vero Schifani? Ma, anche, certo, vero Casini, vero D’Alema, vero Di Pietro e vero Napolitano?

●Intanto, sempre in Afganistan, il presidente Karzai annuncia, da una parte, che le cosiddette squadre di ricostruzione degli americani e della NATO dovranno adesso man mano andarsene via lasciando il compito al suo governo; e, dall’altra, che gli Stati Uniti gli stanno chiedendo di aprire alcune basi militari permanenti nel paese[193], per combattere al-Qaeda e, naturalmente, i talebani. Non dà altri dettagli e ignora che non sarà tanto facile fare passare una simile idea poi al Congresso, a dire il vero oggi sia da sinistra che da destra…

Lui concorda con la proposta – non spiega, poi, neanche di chi esattamente (del presidente? dei ministri? dei militari?) – perché un accordo a lungo termine con gli Stati Uniti, dice, è negli interessi permanenti dell’Afganistan e quindi ne sta negoziando i termini legali e strategici. Naturalmente, specifica, l’accordo dovrà essere approvato sia dal parlamento che dalla Loya Jirga, la cosiddetta assemblea consultiva degli anziani, e resta inteso – si fa per dire – che le basi americane non verranno mai utilizzate contro altri paesi.

●Si fa notare – e non sarebbe mai troppo tardi se, però, le voci della saggezza qualcuno, almeno qualche volta, le stesse a sentire[194] – un’altra anomalia (ma forse invece è la regola ormai), che affligge questo paese: non c’è solo la guerra direttamente – i bombardamenti, i talebani… – a impedire al paese di risorgere; ma anche la militarizzazione in sé degli aiuti umanitari, quasi tutti.

L’utilizzo da parte delle forze NATO – anche gli italiani, sì – dei militari per portare a destino molti degli aiuti umanitari – come parte essenziale della strategia stessa della controinsorgenza – trasforma il personale che li amministra e li gestisce e gli stessi aiuti in progetti, in obiettivi per gli attacchi degli insorti.

E non aiuta certo che agenti della CIA, ma anche degli altri servizi segreti militari dei vari paesi NATO, usino regolarmente le squadre che portano gli aiuti ai villaggi come regolare copertura per le loro operazioni di intelligence (come dice l’ossimoro: di spionaggio, si intende).

L’UNICEF ha concluso una sua inchiesta sul posto affermando che le operazioni militari hanno reso oltre il 40% del paese inaccessibile a ogni aiuto umanitario per lunghi periodi di tempo. In buona sostanza, invece di aprire la strada e garantire la sicurezza degli aiuti allo sviluppo dell’economia afgana, come era del resto inevitabile in regime di occupazione, di pattugliamento e di bombardamento sistematico del territorio, le operazioni militari lo sfiancano, lo depotenziano, lo rendono inutile, anzi dannoso…

●E’ appena uscito in America uno strano, e piuttosto eccezionale, documentario-film, mezzo ricostruzione storica-mezzo racconto e recitazione, in dodici puntate, dal titolo Il Grande Gioco che ricostruisce – finanziato, è attestato, da una branca del Pentagono[195] – la storia dell’Afganistan. E, soprattutto, la storia di come questo paese si sia guadagnato nei secoli la fama di “tomba degli imperi”. Il film, per ragioni di tempo, tratta solo dell’ultimo secolo e mezzo di vita di questo paese.

Ma l’Afganistan tomba degli imperi lo è stato ormai per oltre duemila anni, da quando i greci chiamavano Bactria il territorio situato tra Hindu Kush – propaggine occidentale di Pamir, Karakorum e Himalaya, le catene montuose più alte del mondo – e Amu Darya – il fiume più lungo dell’Asia centrale –  a oggi, attraverso la sfida (appunto The Great Game) che facendo perno lì, in Afganistan, condussero tra di loro per quasi un secolo l’impero britannico della regina Vittoria e quello russo degli zar…

Per dire e darvi un’idea: nel film,

• “Si domanda”, e niente affatto retoricamente, “un ufficiale americano di stato maggiore se qui siamo al nostro nono anno in Afganistan, o se siamo al primo anno della nostra nona volta in Afganistan”.

• Un comandante russo, negli anni ‘80 dell’occupazione sovietica, annota: “Sembra che per ogni battaglia che vinciamo, riusciamo solo a reclutare altri combattenti alla causa dell’avversario”.

• E con quel che stiamo facendo – occupazione, pattugliamenti, bombardamenti, addestramento dei nativi, ecc., ecc. – si chiede un comandante americano nella provincia di Helmand – “stiamo  battendo i talebani o ci stiamo preparando a trattare per poi levare il campo come hanno fatto, passando sotto le loro forche caudine, britannici e russi scombussolati dal fatto che l’età della pietra le abbia suonate per bene all’era moderna”: l’era moderna dell’800, quella del ‘900, quella ora degli anni 2000…

• Perché alla fine, come dice un americano della CIA che, nel film-documentario-ricostruzione, “interroga” un talebano, alla fine della fiera la differenza di fondo, sia soggettiva che nei fatti obiettiva, “tra te e me è che, se io perdo io una casa dove tornare ce l’ho”.

Che poi è il motivo di fondo, oltre all’esperienza delle truffe e degli imbrogli perpetrati contro la verità storica e cronachistica (quel che è regolarmente avvenuto in Corea prima e, poi, in Vietnam, in Iraq e in Afganistan: imbrogli, menzogne, ragioni di Stato per cui magari quel che fa il mio paese fa schifo ma, siccome lo fa il mio paese, io lo copro…) per cui va colto con scetticismo, anzi di più con sospetto, quel che racconta adesso una giornalista americana[196] nota per essere, appunto, di quelle e di quelli che hanno fatto spesso soffietto e portavoce alle spalle del Pentagono e/o del dipartimento di Stato.

Si starebbero aprendo – è la cosa è possibile, anzi forse è probabile – divergenze serie, per le sconfitte subite e la stanchezza accumulata, fra leader combattenti e leader comandanti ai vertici della catena di comando dei talebani. Solo che la fonte è, appunto, per lo meno e fino a prova contraria, sospetta e cita essa stessa testimoni che hanno parlato solo a patto di non essere identificati: cui dunque credere, come a lei, solo sulla parola, perché top secret sono, si intende.

Se sono rose si vedrà che fioriranno, cioè. Ma appunto se sono rose… e, ormai, non ci credono più neanche i fiorai. Ci crede, invece, e lo dice sulla sua autorità ai giornalisti anche il generale comandante delle truppe americane in Afganistan, David H. Petraeus. Purtroppo per loro non gli crede neanche più una gran parte d’America.

● Del resto sembra che anche Petraeus sia ormai tanto sotto pressione quanto era finito con esserlo il suo predecessore, McChrystal, prima di essere licenziato senza tanti salamelecchi da Obama per avere rimesso in questione la catena di comando, lamentando che a capo ci fossero dei civili… Petraeus, invece, pare proprio che abbia cominciato a dare i numeri adesso.

Domenica 20 febbraio, parlando in una riunione al palazzo presidenziale di Kabul il generale se ne è uscito, come hanno riferito i presenti e neanche lui ha smentito, asserendo che i civili afgani vittime in un attacco delle truppe della coalizione nel nord est del paese “potrebbero anche aver bruciato i propri bambini per esagerare poi l’impatto delle vittime innocenti[197].

Uno degli afgani presenti a quel punto è sbottato, chiedendosi ad alta voce, giornalisti americani a coglierlo, che “è assolutamente scioccante…, come se fosse pensabile che qualsiasi padre, anche un militare di carriera che viene da Cornwall sull’Hudson nello Stato di New York, potesse mai immaginare di fare qualcosa del genere ai propri bimbi”. Certo che se questa, come ripete ogni giorno proprio Petraeus, è anche e soprattutto una battaglia per i cuori e le menti, anche questa gli americani sembrano averla già persa…

●Su un piano solo meno immediatamente politico ma strategicamente almeno altrettanto importante e per la coalizione, sottolineano tutti gli osservatori, almeno altrettanto negativi anche se, come dire, meno umanamente ributtanti, adesso si viene a sapere che “dopo anni di combattimenti per controllare la vallata di Pech, nelle montagne aspre della provincia di Kunar nell’Afganistan orientale, un luogo definito assolutamente cruciale per negarne l’ accesso strategico a talebani ed al-Qaeda, adesso gli Stati Uniti hanno quasi finito di ritirarne tutte le loro truppe: presidieranno la zona, anche in un test della loro preparazione, i militari afgani e la decisione è stata dettata da un rapporto costi (elevatissimi)/benefici (esigui), secondo il comando americano[198].

●E, con una di quelle botte di onestà intellettuale di cui – va dato loro atto – sono capaci solo gli americani, il ministro della Difesa Robert Gates dice ai cadetti dell’Accademia militare di West Point che “a mio parere, a qualsiasi futuro segretario alla Difesa che consigli al presidente di inviare ancora una volta in Asia, in Medioriente o in Africa forze armate americane di qualche grandezza, dovremmo ‘fargli esaminare il cervello’, come delicatamente ebbe a dire una volta il generale MacArthur[199].

L’unica riserva da avanzare, timidamente, a questa disanima a noi sembra che forse il cervello lo avrebbero dovuto far esaminare in tempo utile, cioè anche in passato e non solo in futuro, pure a lui e ai suoi predecessori nel mezzo secolo appena passato, diciamo almeno a cominciare dal Vietnam negli anni ‘60 e dalla Corea stessa negli anni ‘50 del secolo appena passato… Quella lezione amara McArthur proprio dalla sua guerra di Corea l’aveva tirata, concludendo amaramente – e contraddittoriamente – però sulla base proprio della sua stessa esperienza che limitandosi a fare la guerra dall’aria e dal mare, senza combattere a terra, una guerra non si vince mai alla fine davvero…

●Intanto, in Pakistan è scoppiata una guerra feroce e tutt’altro che segreta fra la CIA e i suoi agenti in loco e i servizi segreti militari del paese. Un agente americano si è fatto prendere con la pistola in mano dopo aver ammazzato due civili pakistani a Lahore, ha detto lui per autodifesa ma il tribunale ha accerto, in realtà per pura prepotenza tipica americana. Lui ha reclamato l’immunità diplomatica che l’avrebbe esentato dall’essere giudicato e il governo di Washington l’ha appoggiato anche se con grande imbarazzo.

Infatti lui, Raymond Davis, doveva essere un agente segreto anche per gli alleati pakistani: quindi formalmente inesistente anche se con un contratto privato con l’Agenzia. Islamabad ha denunciato che lo status diplomatico, magari, ce lo aveva ma che il lavoro che di fatto faceva, la spia a contratto privato addirittura, non era stato affatto con esso concordato e, quindi, era del tutto illegale[200]

Alla fine, vedrete che il Pakistan molla: non può permettersi di tenere in galera un americano che l’America vuole libero. Ma dovrà tirare avanti la sceneggiata ancor per tempo perché tale è l’inca***tura dell’opinione per l’arroganza del Grande Fratello che, se il governo sembrasse cedere, potrebbe anche cadere. Cosa che proprio agli americani tanto non fa proprio comodo…

●Sia a Mosca che a Washington, non ancora asciugata la firma della ratifica dello START II, la Russia torna alla carica[201]. In America molti, nella nuova maggioranza di destra repubblicana al Congresso che comunque è diventata più forte, come il repubblicano sen. Jon Kyl dell’Arizona, premono per piegare le posizioni della presidenza alle pressioni della politica interna: conservatrici, reazionarie, quando fanatiche quando fondamentaliste, se appena possono sempre unilatera liste, come quelle dei loro più vocali sostenitori.

E da Mosca arrivano voci che tornano a mettere in guardia, in anticipo, su come resti essenziale per i russi il legame tra offesa e difesa strategiche, tra quantità e qualità degli armamenti missilistici ed antimissilistici schierati “così come oggi è stato riscritto nel preambolo del Trattato”. Si tratta della condizione sine qua non la cui reiterazione ha salvato la possibilità stessa del rinnovo dello START. Lo dice in tutta e dichiarata solennità, ora, ufficialmente – ma a livello non proprio massimo appunto per attirare l’attenzione senza però ancora allarmare il vice ministro degli Esteri, Sergei Ryabkov.

Rimettere in discussione quel legame tecnico e anche politico tra offesa e difesa, tra scudo e spada, è “del tutto sbagliato e contrario alla logica stessa del negoziato”. Se ci provassero, incrementando da soli o con la NATO, sia quantitativamente che qualitativamente le proprie capacità di difesa missilistica, la Russia sarà costretta a scegliere – e lo devono capire prima, adesso, non rendersene conto dopo – fra continuare “a rispettare un Trattato START che non esisterebbe più o l’assunzione di misure di risposta addizionali di ordine anche tecnico-militare”.

In definitiva: se i russi, nel prossimo futuro, avessero ragione di credere che – magari anche solo per acquietare gli attacchi di orticaria antirussa da cui si fanno ancora cogliere spesso baltici e polacchi in particolare – se alla fine la NATO pensasse davvero, come ha detto a inizio mese a Varsavia la sottosegretaria americana alla Difesa per il controllo degli armamenti Rose Gottmöller, che “la NATO pensa a difendere la NATO[202], cioè alla fine deciderà di non fa partecipare, come Obama aveva lasciato capire a Medvedev e Putin e la NATO stessa aveva sulla carta confermato al vertice di Lisbona, la Russia in uno scudo antimissilistico che in qualche modo sia unico, la reazione dei russi sarebbe sicuramente quella annunciata.

E la NATO risponde. Malamente, dal punto di vista dei russi, anche se ancora certo a un livello appena appena intermedio: non con un capo militare, neanche con un ministro importante della Difesa e neppure col segretario generale dell’Organizzazione ma con il suo portavoce che tale è anche se porta il titolo formale di vice segretario, il canadese James Appathurai[203], di fatto niente di più che un portavoce senza alcuna autonomia (come il suo capo, del resto).

Appathurai dichiara che ‘l’Alleanza ha escluso la possibilità di creare una difesa missilistica unica con la Russia”. Ma non dice dove, quando, come e con chi, però: e, infatti, subito si alzano voci, interne, dubbiose… Appathurai, che parla a Mosca, ricorda che originariamente la NATO aveva pensato a sistemi di difesa indipendenti, anche se coordinati tra il suo e quello russo. Proprio ciò che, almeno per ora, Mosca considera inaccettabile…

●Intanto, però, gli USA si dichiarano pronti a discutere con la Russia di ulteriori riduzioni degli armamenti, compresi quelli nucleari, strategici e tattici, e quelli tenuti in riserva: queste sono le dichiarazioni della sottosegretaria di Stato per la sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti, Ellen Tausher[204].  

Che, comunque, insiste sulla necessità di creare un “sistema missilistico di difesa europeo” e la “ratifica – ma tra quelle che contano manca solo la loro, quella americana – del trattato che proibisce tutti gli esperimenti nucleari”, cosa che – riconosce – dobbiamo fare per aumentare la nostra stessa credibilità “mentre cerchiamo di fermare altri dallo sviluppare loro armi nucleari”: ha ragione, pensa ovviamente all’Iran. Che ovviamente sia America che Russia hanno interesse a bloccare su questa strada che, pure, a Teheran tutti continuano a dire di non aver mai imboccato…

●La Lituania desidera veder cominciare al più presto colloqui e negoziati che portino alla riduzione delle armi tattiche[205], cosiddette di teatro, dell’Armata russa (ex rossa) in quella che a Mosca viene chiamata l’enclave (roba loro con la guerra diventata nostra) e qui l’exclave (roba che era nostra e si sono presa loro di Kaliningrad[206]. Lo ha detto il ministro della Difesa di Vilnius, Rasa Jukneviciene, alla radio, trovando subito interesse e adesione – et pour cause – del suo omologo polacco.

Infatti, ha spiegato, non vogliamo vedere più tante armi che minacciano la nostra stessa esistenza ammassate così vicino ai nostri confini. Naturalmente, ma abbastanza infruttuosamente, Jukneviciene fa finta di non sapere, o di non capire, che i russi ci stanno, e anzi da tempo, lo chiedono: ma la condizione è che – come loro chiedono anche Germania, Olanda, Belgio (non l’Italia che sul tema tace da sempre pur ospitandone qualche centinaio) – vengano anche rimosse le armi tattiche in deposito sui loro territori.

Il problema è che non vuole la NATO, non vogliono le Forze armate americane, non vuole a Washington il Congresso: lì all’idea sembra favorevole, ma al di là della retorica non è tanto deciso a ordinarlo servendosi dei suoi poteri di comandante in capo, solo Obama. I paesi della NATO favorevoli ufficialmente lo dicono, però, come sottovoce perché lo schieramento dei nuclear-tatticisti è forte e non molla. O almeno non mollerebbe senza un vera e propria battaglia interna che non sono disposti – ancora – a ingaggiare.

GERMANIA

●I cristiano-democratici di Angela Merkel hanno perso di brutto nel Land di Amburgo[207] dove hanno preso appena più del 20% dei voti (nel 2008 era stato il 42,6%), con la SPD all’opposizione che da sola conquista quasi la maggioranza assoluta. E’ il risultato peggiore di sempre della CDU in quella città e un gran brutto campanello d’allarme per il partito, la traballante coalizione di maggioranza (il giovane ministro della Difesa liberale, Karl-Theodor zu Guttenberg è stato colto con le mani nel sacco quando è risultato – non è un reato vero e proprio, però… – aver plagiato la sua tesi di laurea…; forse non riuscirà a far passare il suo candidato alla presidenza della BCE…); e le politiche, specie le scelte sociali e economiche, nettamente conservatrici che cerca di imporre al paese: ci sono quest’anno altre sei elezioni di Lander nella Repubblica federale tedesca.

A fine marzo, il prossimo turno di elezioni spetta al Baden-Württemberg, dove per la CDU si affaccia il pericolo concreto di perdere il governo del Land a causa sia di un’opposizione operaia che si inc**za e è in aumento – bisognerà vedere, però, se anche qui i social-democratici sapranno  far fruttare in termini elettorali la loro opposizione – e dove i democristiani sono particolarmente divisi su questioni di appalti e investimenti per la nuova stazione ferroviaria di Stoccarda.

Dicono i sondaggi, che qui contano più di quanto contino quelli – addomesticati – di Berlusconi, che, se oggi si andasse al voto (ma ci si va, se non capitano catastrofi, nel 2013), al CDU prenderebbe il 36% dei voti, e col 5% della FDP intorno al 40, mentre l’SPD col 22% e i Verdi al 20 li scavalcherebbe, senza contare l’abbondante 12-13% che si rovescerebbe sulla sinistra-sinistra, sempre e comunque – per il momento – ostracizzata dai social-democratici.

●Il PIL cresce[208] dello 0,4% nel quarto trimestre del 2010 rispetto al terzo e, in termini destagionalizzati, del 4% sullo stesso trimestre del 2009. Nel corso dell’anno solare 2010 tutto intero, il tasso di crescita dell’economia tedesca è salito del 3,6%.

●Nel 2010 sono stati esportati prodotti[209] per 951,9 miliardi di €, un aumento del 18,5% anno su anno e sono stati importati 797,6 miliardi di € , anche qui un aumento del 20% anno su anno, secondo dati resi noti adesso dal DESTATIS, l’Ufficio statistico federale. Dunque, un attivo dagli scambi commerciali di 154,3 miliardi di €. L’export di merci fuori dell’Unione europea ha toccato i 381,2 miliardi di € del 26% in più anno su anno con importazioni dagli stessi paesi che hanno totalizzato i 293,8 miliardi di €, sempre in notevole aumento del 24,7%, anno su anno.

●L’attivo dei conti correnti cresce, a dicembre 2010, da 12,9 miliardi di € di novembre a 17,6 miliardi di €.

●Il tasso di disoccupazione[210] ha raggiunto a gennaio le 3 milioni e 350 mila unità: 331.000 di più del mese prima ma 270.000 in meno del gennaio 2010. La disoccupazione è salita dello 0,7% al 7,9 ma il direttore dell’Ufficio federale del lavoro Frank-Jürgen Weise osserva che, destagionalizzato, il tasso di aumento da dicembre a gennaio corrisponde in realtà a un calo di 13.000 unità  mese su mese, leggermente migliore delle attese degli analisti. Il numero degli occupati[211], calcola per contro DESTATIS, è cresciuto in un anno a dicembre dell’1,1% a 40.800.000 persone (-0,3 sul mese prima, non destagionalizzato; destagionalizzato, invece, è un +0,1%).

●Il gabinetto tedesco, ha detto Michael Hange, presidente dell’Ufficio federale per la sicurezza informativa alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, il 4 febbraio[212], sta considerando di istituire un’Agenzia federale che, all’interno del suo servizio, si preoccuperebbe specificamente della difesa cibernetica del paese. In particolare, ha spiegato, il virus Stuxnet (di origine, sono tutti convinti, israelo-americana) che ha, pare con buona efficacia, sabotato gli impianti di arricchimento dell’uranio iraniano, ha costituito per tutti un campanello d’allarme.

La nuova strategia di cibersicurezza tedesca prevede, dunque, la formazione di un’Agenzia non indipendente ma costituita come unità interna della IT/BSI (ufficio federale per la Sicurezza informatica).   

FRANCIA

●Il mondo sembra davvero un po’ tutto paese – il paese dei balocchi – non solo l’Italia dove un favore, una regalia, non viene negato a nessuno dei propri lacché... Qui il primo ministro François Fillon accetta, viene fuori solo adesso, viaggi in aereo privato gratuitamente messogli a disposizione per le vacanze a Assuan dall’ex presidente egiziano appena liquidato dalla rivoluzione e la ministra degli Esteri Michèle Alliott-Marie simili favori da un famiglio dell’ex presidente Ben Ali, appena cacciato a furor di popolo dalla Tunisia.

Adesso – adesso… – il presidente francese Nicolas Sarkozy pensa bene di dare disposizioni ai membri del suo gabinetto perché le vacanze se le paghino sempre da soli… Il fatto è che lui stesso, naturalmente, in un passato neanche troppo lontano aveva fatto cose simili[213]… ma la ministra adesso si deve dimettere, lui no…, sostituita da un vecchio arnese dell’entourage neo-gaullista come il ministro della Difesa attuale e ex primo ministro Alain Juppé…

●Nel quarto trimestre del 2010 il PIL della Francia è aumentato dello 0,3%, dopo identico aumento nel trimestre precedente. I consumi delle famiglie sono cresciuti anch’essi, dello 0,9 nel quarto e dello 0,5% nel terzo trimestre del 2010, con esportazioni in caduta dall’aumento del 2,8% del terzo trimestre allo 0,8 del quarto e importazioni che scendono, nel quarto, all’1,2% dal 3,9 del terzo[214].

GRAN BRETAGNA

●Il PIL dell’ultimo trimestre del 2010, a dati corretti e revisionati, registra adesso una contrazione maggiore di quanto era stato annunciato: dello 0,6 e non dello 0,5%[215].

●Il deficit commerciale tocca a dicembre il record di 9,2 miliardi di sterline, dagli 8,5 di novembre,  con le imprese che non riescono a capitalizzare neanche la debolezza crescente della sterlina[216]. Complessivamente, nel 2010 le esportazioni hanno registrato il loro anno di maggiore espansione dal lontanissimo 1977: che sono state però di gran lunga sovrastate da importazioni.

●L’inflazione a gennaio è salita al 4%[217], il massimo in due anni, per colpa dell’aumento – si dice – del petrolio e dell’IVA. Il tasso annuo, che si impenna dal 3,7% di dicembre, è ormai al doppio del tetto fissato dalla Banca centrale e obbliga il governatore della BoE a scrivere, per legge – e per la quinta volta in un anno – una lettera ufficiale al governo cercando di spiegare il perché: in modo francamente ridicolo, però, perché si limita a dire che, appunto, è “colpa del prezzo del petrolio e dell’aumento dell’IVA”…

GIAPPONE

●Nel quarto trimestre del 2010 il PIL nipponico si è contratto a un tasso annualizzato dell’1,1% (fattore che ha causato il sorpasso del PIL dell’anno da parte della Cina)[218]. Si è trattato di un calo dello 0,3% rispetto sul terzo trimestre rispetto a quello dello 0,7 nello stesso periodo in termini di consumi. Gli investimenti di capitale, intanto, hanno visto un aumento dello 0,9% per quelli privati e un calo pesante del 5,8% di quelli pubblici. Il PIL, a tasso annualizzato, è sceso del 2,8%.

●I prezzi al consumo, escludendo i prodotti alimentari freschi, cadono a  gennaio dello 0,2% anno su anno e dello 0,4% sul dicembre del 2010. Inclusi gli alimentari, l’indice dell’inflazione non cambia. Insomma, ancora non si riesce ad emergere qui, dal guaio della deflazione[219].

●Per la prima volta in due anni, gennaio 2011 registra un deficit commerciale[220]  mentre salgono i prezzi delle derrate alimentari e la domanda di esportazioni resta debole. Il deficit, informa il ministero del Commercio, è ammontato nel mese a 471 miliardi di yen con importazioni per 5.440 miliardi e esportazioni per 4.971 circa, in buona parte dovuto a più import di acciaio e macchinario da costruzioni.     

●Il governo ha deciso, razionalmente, di investire gran parte di quel che vuole stanziare nella ricerca delle cosiddette “terre rare” più che nella prospezione di improbabili miniere o siti all’estero  sussidiando direttamente, con 404 milioni di $, gli studi in R&S finora malamente esplorati per ridurne all’interno il consumo nell’industria come materiale abrasivo. Lo comunica il direttore della divisione metalli non ferrosi del ministero dell’Industria, Tsutomu Morisaki a fine febbraio[221].

●Il 22 febbraio, Moody’s ha abbassato da “stabile” a “negativa” la sua previsione di massima sul futuro di questa economia[222]: non, dunque, tanto il rating sul debito pubblico o su quello delle banche e sul deficit di bilancio, ma prendendo in considerazione una deflazione persistente da anni, il trend demografico, le capacità concorrenziali del Giappone nel loro complesso.

Moody’s esprime col suo giudizio un dubbio di fondo sulle possibilità stesse di un’autoriforma del sistema complessivo: in difficoltà, lascia capire, non tanto sulle tendenze di lungo quanto proprio sulla capacità di ridurre nell’immediato il deficit e di contenere l’inesorabile ascesa del massimo debito pubblico del mondo sviluppato (196,40% del PIL) e, con l’eccezione del disgraziato Zimbabwe (241,60%) dell’intero globo terracqueo.

●Bisogna ammettere che solo in una cultura che considera, come questa, scortese dire no per dire  a qualcuno di no… – un modo di vita che, in pratica, ha soppresso dalla lingua l’uso del diniego, se non proprio la congiunzione in se stessa – è possibile pensare quel che qui hanno pensato per allentare la tensione coi russi sulla “controversia” delle isole Curili che la Russia ha “acquisito” con la vittoria alla fine della seconda guerra mondiale e che il Giappone continua a rivendicare.

Ha annunciato, infatti, il ministro degli Esteri Seiji Mahehara che il suo paese non chiamerà più le Curili come i suoi “Territori del Nord illegalmente occupati” ma li chiamerà invece “Territori sotto sovranità senza fondamento legale[223]. E l’agenzia russa che ne dà notizia riesce a nascondere con difficoltà, comprensibile no?, la propria sorpresa…


 

[1] La capitale dello Stato sovrano di St. Lucia.

[2] New York Times, 19.2.2011, edit., Italys Trials I guai [o i processi: due significati per questo termine]dell’Italia.

*N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] New York Times, 4.1.2011, M. J, de la Merced, Chrysler Chief Is Unhappy With Terms of U.S. Loans— Il capo della Chrysler non è contento dei tassi di interesse che deve pagare al governo americano.

[4] The Economist, 19.2.2011.

[5] News Daily, 25.1.2011, J. Winterbottom, Asians see France's G20 food push as part of solution— In Asia si vede l’iniziativa della Francia al G-20 sulle derrate alimentari come parte della soluzione (cfr. http://www.newsdaily.com/stories/tre 70o2g6-us-g20-food-asia/#/).

[6] Yahoo!Finance, 7.2.2011, US 'not clear' on French G20 food proposal— Gli USA non capiscono bene la proposta francese sul G-20 (cfr. http://au.finance.yahoo.com/news/US-clear-French-G20-food-afp-3461917448.html?x=0/).

[7] Newkerala.com, 2.2.2011, China facing overheated threats of unemployment-financial crisis: IMG Chief La Cina fronteggia le minacce di una crisi finanziaria e dell’occupazione (cfr. http://www.newkerala.com/news/world/fullnews-138 326.html/).

[8] V. Nota congiunturale no. 8-2010, Nota72: in essa riportiamo, anche se per semplificare il ragionamentro come l’ha sintetizzato il premio Nobel dell’Economia Joseph Stiglitz, come aveva descritto il fenomeno proprio Keynes: aveva segnalato “come siano proprio gli attivi di bilancio a portare a una domanda aggregata a livello globale più fiacca— coi paesi che li vantano ad esercitare un effetto di esternalità negativa sui loro ‘partners commerciali’. Keynes ne era tanto convinto – che a costituire una minaccia alla prosperità globale fossero i paesi in attivo molto più di quelli in deficit – da spingersi a proporre una tassa su tutti i paesi col bilancio in attivo”. Ora, all’improvviso Strauss-Kahn, siccome si tratta di assolvere gli Stati Uniti?, senza dire niente per nome e cognome, dice che è d’accordo con lui…

[9] Expatica.com, 19.2.2011, G20 compromise on economic indicators after China objections Compromesso al G20 [delle Finanze] sugli indicatori economici dopo le obiezioni cinesi (cfr. http://www.expatica.com/fr/news/local_news/g20-deal-on-economic-indicators-after-china-compromise_131183.html/).

[10] New York Times, 19.2.2011, L. Alderman, As G20 Leaders Set Deal, Geithner Criticizes China Geithner critica la Cina mentre i G-20 raggiungono un accordo.

[11] Washington Post, 31.1.2011, S. Rattner, The right path on jobs, jobs, jobs— Il giusto percorso per creare lavoro, lavoro, lavoro (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/01/30/AR2011013004318.html/).  

[12] OCSE, 11.1.2011, Harmonized unemployment rates (as percentage of civilian labor force, seasonally adjusted) Tassi armonizzati di disoccupazione (in % della forza cicile di lavoro, destagionalizzati) (per tutti i paesi OCSE, cfr. http://www. oecd- ilibrary.org/economics/harmonised-unemployment-rates_2074384x-table6/). 

[13] U.S. Embassy Cairo, 16.3.2008, E.O. 12958: DECL., Ambassador Francis Ricciardone (cfr. http://www.nytimes.com/ inter active/2010/11/28/world/20101128-cables-viewer.html#report/egypt-08CAIRO524/).

[14] 1) Agenzia Stratfor, 13.2.2011, Global Intelligence, Egypt's Military Council Suspends Constitution Sospesa la Costituzione e sciolto il parlamento dal Consiglio militare egiziano (cfr. http://www.stratfor.com/analysis/20110213-egyptian-military-council-suspends-constitution/); 2) New York Times, 13.2.2011, K. Fahim e J. David Goodman, Egypt’s Military Dissolves Parliament; Calls for Vote I militari egiziani sciolgono il parlamento; chiedono il voto.

[15] Reuters, 14.2.2011, Egypt's military eyes constitutional referendum— In Egitto i militari puntano al referendum costituzionale (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/14/us-egypt-idUSTRE70O3UW20110214/).

[16] New York Times, 1.2.2011, H. Cooper e S. Shane, U.S. Scrambles to Size Up ElBaradei Gli Stati Uniti si accapigliano per prendere le misure di ElBaradei.

[17] New York Times, 1.2.2011, M. Landler, Obama Urges Mubarak Not to Run Again Obama preme su Mubarak perchè non si ricandidi.

[18] Agenzia Al-JazeeraTv, 2.2.2011, New Finance Minister pleads for ‘talks with all shades of opinion, calm Il nuovo ministro delle Finanze vuole ‘parlare con ogni sfumatura di opinione’ e chiede calma (cfr. http://blogs.aljazeera.net/middle-east/ 2011/02/01/live-blog-feb-2-egypt-protests/).

[19] Stratfor, 2.2.2011, Egypt: Opposition Willing To Talk To VP Suleiman after Mubarak goes Egitto: l’opposizione disposta a parlare col VP Suleiman, dopo che Mubarak se n’è andato (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110202-egypt-opposition-willing-talk-vp-suleiman/).

[20] Stratfor, 2.2.2011, Egypt: 'Leaving Friday' Rally Planned Egitto: pianificata manifestazione del ‘venerdì della partenza’  (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110202-egypt-leaving-friday-rally-planned/).

[21] Dip. di Stato, 2.2.2011, ore 19:13 italiane, Conferenza stampa dell’addetto stampa Robert Gibbs (cfr. http://www.whi tehouse.gov/the-press-office/2011/02/02/press-briefing-press-secretary-robert-gibbs-222011/). 

[22] Guardian, 4.11.2011, E. MacAskill, Egypt protests: US resists calls to cut military aid L’Egitto protesta: gli USA resistono agli appelli di tagliare gli aiuti militari.

[23] Yahoo!News, 4.2.2011, Top US officer cautions against cut to Egypt aid Il più alto ufficiale delle FF.AA. americane mette in guardia dall’interrompere gli aiuti all’Egitto (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110204/pl_afp/egyptpoliticsunrestus militarymullenaid/).

[24] Trend, 4.2.2011, Agenzia DPA, Germany freezes arms exports to Egypt La Germania congela il suo export di armi in Egitto (cfr. http://en.trend.az/regions/met/arabicr/1823746.html/).

[25] New York Times, 5.2.2011, Agenzia Reuters,Washington Hints At Softer Line on Mubarak— Washington accenna a ammorbidire la linea su Mubarak.

[26] Guardian, 6.2.2011, J. Borger, The Egyptian crisis: another day, another two US policies La crisi egiziana: altre due politiche americane [poi, in sostanza, però almeno qui a Monaco una sola… Probabilmente, almeno Obama però non ce la fa ad essere tanto indecente…].

[27] Gamal Mubarak era stato, fino al 1996, dirigente della Bank of America a Londra e, tornato in Egitto, aveva fondato con altri investitori amiconi e suoi complici un fondo privato di investimenti che ha maneggiato portafogli di decine di  miliardi di $ e di sterline: 1) Guardian, 4.2.11, P. Inman, Mubarak family fortune could reach $70bn, say experts La fortuna di famiglia dei  Mubarak potrebbe arrivare ai 70  miliardi di $, secondo esperti del ramo; 2) Quando, poi dopo un’altra settimana, l’11.2.2011 pomeriggio, vengono rese note le dimissioni, mentre il governo britannico continua a traccheggiare, il governo svizzero si affretta a comunicare al nuovo esecutivo egiziano che ha provveduto a congelare gli assets di Mubarak (patrimoni e banche) per verificare che non siano stati rubati al paese. E anche questo, va riconosciuto – che gli svizzeri prendano le distanze bancarie – è un segno dei tempi…: Reuters, 11.2.2011, Swiss freeze possible Mubarak assets Congelamento possibile svizzero delle proprietà di Mubarak, cfr. http://www.reuters.com/article/ 2011/02/11/us-swiss-mubarak-idUSTRE71 A58R20110211/; e 3) The Wall Street Journal, 11.2.2011, D. Ball, Mubarak's Swiss Assets Frozen Congelati gli averi di Mubarak in Svizzera (cfr. http://online.wsj.com/ article/SB100014240527487 04329104576138451664628050.html?KEYWORDS=switzerland).

   In effetti, quando l’11 febbraio vengono rese note le dimissioni, il governo svizzero si affretta a comunicare al nuovo esecutivo egiziano che ha provveduto a congelare gli assets di Mubarak (patrimoni e banche) per verificare che non siano stati rubati al paese. E anche questo, va riconosciuto, per la Svizzera, è un segno dei tempi…

[28] Foreign Policy, 2.2.2011, White House failing to convince Mubarak to start transition 'now' La Casa Bianca non riesce a convincere Mubarak a dar subito il via alla transizione (cfr. http://thecable.foreignpolicy.com/posts/2011/02/02/white  _house_failing_to_convince_mubarak_to_start_transition_now/).

[29] Almeno a quanto scrisse un famoso giornalista come Drew Pearson sul Washington Post del 30.4.1952, parlando di una visita ad limina di Anastasio Somoza a Truman, alla Casa Bianca: President Somoza to visit here In visita qui [a Washington] il presidente Somoza.

[30] ABC TV, 4.2.2011, Christiane Amanpour Interviews Mubarak Christiane Amanpour intervista Mubarak (cfr. http:// www.celebritygoof.com/celebrity/abc%E2%80%99s-christiane-amanpour-interviews-mubarak/).

[31] Guardian, 9.2.2011, H. Sherwood, William Hague reveals fears for Middle East peace process— William Hague manifesta le sue paure per il processo di pace in Medioriente.

[32] Che non perde, comunque, la battuta come (quasi) sempre piuttosto disgraziata: mentre alJazeera trasmette il suo chiacchiericcio coi giornalisti fuori del Palazzo Justus Lipsius, sede del Consilium europeo a Bruxelles – un bla bla tutto spontaneo, come spontaneo è diciamo un ruttino – quasi in diretta e tradotto in inglese e in arabo sulla piazza della Liberazione (che manifestamente con lui non concorda…), se ne esce ad augurarsi e ad augurare all’Egitto che (Corriere della Sera, 4.2.2011, Il ruolo dell’Europa, cfr. http://www.corriere.it/esteri/11_ebbraio_04/egitto-vener di-partenza-pressioni-usa-mubarak_dd2c6388-302f-11e0-b267-00144f02aabc.shtml/) “possa avere continuità di governo”. E aggiunge che “tutto l’occidente, Stati Uniti in testa, considera Mubarak un uomo saggio” ma che forse, ormai, sarebbe pure arrivato il tempo per lui di considerare l’opportunità di un po’ di riposo… Naturalmente, per sé – ancora – un po’ di riposo lo esclude.

    Chi lo ascolta a Bruxelles, all’uscita della riunione dei cinque, pensa che forse, chi sa?, in qualche modo stia pensando anche a se stesso… E, certo, di essere il più saggio statista del mondo lui non ha mai dubitato; a doversi dimettere, invece, lui che ha dieci anni meno di Mubarak, neanche ci pensa… E, alla faccia nostra e di Ruby, noi italiani non sembriamo proprio capaci di costringerlo a pensare a una simile soluzione per il suo ingombro…

    Il NYT (4.1.2011, S. Castle, Europeans struggle for consistency on Egypt Gli europei si azzuffano alla ricerca di un po’ di coerenza sull’Egitto) non può far a meno di notare, comunque, come “mentre la Gran Bretagna si preoccupa di ammonire contro la violenza istigata dallo Stato, l’Italia – cioè lui, Berlusconi, personalmente – suggerisce che la transizione alla democrazia potrebbe ben venire affidata proprio al presidente Mubarak”: affidando, insomma, l’emoteca alle cure del conte Dracula…

[33] Agenzia Xinhua, 4.2.2011, Five European leaders urge ‘orderly transition’ in Egypt— Cinque leaders europei chiedono una ‘transizione ordinata’ in Egitto (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90777/90854/7279978.html/).

[34] New York Times, 10.2.2011, S. Erlanger, Europe’s Foreign Policy Chief, Struggling for Mandate, Faces Criticism on Uprisings Alla testa della politica estera europea, cercando un mandato  tra grandi difficoltà e facendo fronte alle critiche [per come non reagisce o reagisce male e poco] alle sollevazioni.

[35] New York Times, 21.2.2011, R. Cohen, Berlusconi’a Arab Dancer La danzatrice araba di Berlusconi.

[36] New York Times, 8.2.2011, M. Landler e H. Cooper, Allies Press U.S. to Go Slow on Egypt Pressioni sugli USA dagli alleati perche ci vadano leggeri sull’Egitto.

[37] Idem.

[38] New York Times, 8.2.2011, T. L. Friedman, Up with Egypt— Viva l’Egitto.

[39] Che non è solo il titolo del grande romanzo di Ernest Hemingway sulla guerra civile spagnola (in quel caso la campana stava suonando per la pace stessa in Europa, alla vigilia della seconda guerra mondiale).

    E’ anche, poi, For whom the bell tolls, una straordinaria meditazione, la no. 17, scritta dal poeta inglese John Donne nel 1624, parte delle sue Meditations from Devotions Upon Emergent Occasions— Meditazioni per devozioni in occasioni rilevanti  e poi trasformata in un sonetto famosissimo, che qui osiamo (anche se solo nel primo e nell’ultimo rigo) tradurvi:

“No man is an iland, intire of it selfe…               Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso…

                     for whom the bell tolls? It tolls for thee...           per chi suona la campana? Suona per te…”

rinviandovi per il testo integrale della meditazione/sonetto originale a http://www.poetry-online.org/donne_for_whom_ the_bell_tolls.htm/.           

[40] Il Mondo di Annibale, 6.2.2011, A. Bobbio, Dal Social Forum di Dakar (cfr. http://www.ilmondodiannibale.it/dal-social-forum-di-dakar/).

[41] RIA Novosti, 8.2.2011, NATO chief vows no meddling in Egypt's affairs Il capo [bè, il capo... il segretario generale, alto funzionario e basta!] della NATO promette di non immischiarsi nei fatti interni dell’Egitto (cfr. http://en.rian.ru/world/2011 0207/162492854.html/).

[42] Lebanon.news, 7.2.2011, Impasse of cabinet negotiations Stallo nei negoziati sul governo (cfr. http://www.lebanon  ews.net/mainra.asp?raid=6478/).

[43] YNet (Israele), 8.2.2011, IDF chief: Never underestimate an enemy Il capo dell’IDF: mai sottostimare il nemico (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4025787,00.html/).

[44] The Daily Sentinel (Grand Junction, Colo.),12.2.2011, Israel welcomes Egyptian military's peace pledge Israele saluta con favore l’impegno egiziano sul trattato di pace (cfr. http://hosted2.ap.org/COGRA/f29d8dad34bd498da777a4fb 9802979d/Article_2011-02-12-Egypt/id-0686519ccda8443bb162e35793951150/).

[45] New York Times, 18.2.2011, N. MacFarquahar e I. Kershner, U.S. Block Security Council Censure of Israeli Settlements Gli USA bloccano la censura del Consiglio di sicurezza agli insediamenti israeliani.

[46] Casa Bianca, discorso all’università al-Ahram, Il Cairo, 4.6.2009, (cfr. http://www.whitehouse.gov/the-press-office/ remarks-president-cairo-university-6-04-09/).

[47] Haaretz (Gerusalemme), 29.11.2007, intervista, a Washington, di B. Ravid, D. Landau, A. Benn e S. Rosner, Two-state solution, or Israel is done for— La soluzione dei due Stati: o Israele è finita (cfr. http://www.haaretz.com/news/olmert-to-haaretz-two-state-solution-or-israel-is-done-for-1.234201/).  

[48] Guardian, 19.2.2011, E. Pilkington, US vetoes UN condemnation of Israeli settlements Gli USA mettono il veto alla condanna ONU degli insediamenti israeliani.

[49] Cfr. un lungo elenco di questi testi fondamentali del fondamentalismo protestante statunitense in Gary North, The Unannounced Reason Behind American Fundamentalism's Support for the State of Israel— La ragione non annunciata dietro al sostegno del fondamentalismo americano allo Stato di Israele (cfr. http://www.lewrockwell.com/orig/north7.html/). 

[50] Agenzia United Press International (U.P.I.), 20.2.2011, Palestinians call for Day of Rage I palestinesi convocano una Giornata della Rabbia (cfr. http://www.upi.com/Top_News/World-News/2011/02/20/Palestinians-call-for-Day-of-Rage/UPI-69731298205886/).

[51] Stratfor, 18.2.2011, Egypt: Rafah Crossing At Gaza Opening L’Egitto riapre il valico di Rafah con Gaza (cfr. http:// www.stratfor.com/sitrep/20110218-egypt-rafah-crossing-gaza-opening/).

[52] New York Times, 22.2.2011, I. Kershner, Israel Silent as Iranian Ships Transit Suez Canal— Israele sta zitta mentre le navi iraniane transitano per il canale di Suez.

[53] Fox News, 18.2.2011, Netanyahu: Israel Has 'Grave' View of Iran Suez Move— Netanyahu: Israele ha un’opinione ‘grave’ del traversamento iraniano del Canale di Suez (cfr. http://www.foxnews.com/world/2011/02/20/iranian-naval-ships-sail-suez-canal/?test=latestnews/).

[54] New York Times, 4.2.2011, M. Mazzetti, Obama Said to Fault Spy Agencies’ Mideast Forecasting— Si vocifera che Obama incolpi le agenzie di spionaggio per le previsioni sballate sul Medioriente.

[55] New York Times, 5.1.2011, (A.P.), Mubarak's Men Key to US Reform Hopes in Egypt— Gli uomini di Mubarak restano la chiave delle speranze di riforma degli Stati Uniti per l’Egitto.

[56] The Economist, 5.2.2011.

[57] Xinhua, 11.2.2011, Uncertainty clouds jubilation in Egypt In Egitto, l’incertezza offusca il giubilo (cfr. http://news.xin huanet.com/english2010/world/2011-02/12/c_13729182_2.htm/).

[58] M&C, 11.2.2011, Moussa to quit as head of Arab league Moussa lascia il seggio di capo della Lega araba (cfr. http:// www.monstersandcritics.com/news/middleeast/news/article_1618790.php/LEADALL-Historic-moment-world-leaders-say-jubilation-in-Arab-world/).

[59] New York Times, 13.2.2011, R. Cohen, From 9/11 to 2/11 Dall’11 settembre all’11 febbraio.

[60] Los Angeles Times, 16.2.2011, J. Fleishman, B. Drogin e N. Parker, Egypt opposition feels strains from within L’opposizione egiziana carica delle sue tensioni interne (cfr. http://www.latimes.com/news/politics/la-fg-egypt-opposition-20110216,0,6171986.story/).

[61] Reuters, 3.2.2011, Tunisia replaces regional governors La Tunisia sostituisce tutti i governatori delle regioni (cfr http:// www.reuters.com/article/2011/02/03/us-tunisia-protests-governors-idUSTRE7127X520110203/).

[62] Cfr. qui in Nota35.

[63] New York Times, 21.2.2011, T. Fuller, Reform Lawyer Says Tunisia Risks Anarchy— L’avvocato che lavora alla riforma dice che la Tunisia rischia l’anarchia.

[65] New York Times, 22.12.2011, K. Bennhold, Women's Rights a Strong Point in Tunisia I dìritti delle donne, punto forte in Tunisia.

[66] TG1 online, 27.2.2011, Béji Caïd Essebsi è il nuovo premier (cfr. http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/Content Item-9ab6c35e-d7c6-4ca5-ab5f-61c5e7c05313.html/).

[67] Iloubnan.info, 3.2.2011, Algerian President promises 19 year state of emergency to be lifted soon— Il presidente algerino promette che i 19 anni di stato di emergenza finiranno presto (cfr. http://www.iloubnan.info/politics/actualite/id/5569 0/titre/Algerian-President-promises-state-of-emergency-to-be-lifted-soon/).  

[68] Reuters, 24.2.2011, Algeria lifts 19-year-old state of emergency L’Algeria cancella lo stato d’emergenza in vigore da 19 anni (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/24/us-algeria-emergency-lifting-idUSTRE71N6VS20110224/).              

[69] Aswat, 23.2.2011, CNDC ruptures— Il CNDC si spacca (cfr. http://www.aswat.com/en/node/5065/).

[70] 1) Canada.com, 14.2.2011, The Tunisia-Egypt shock wave rumbles on Lo shock di Tunisia e Egitto continua ad avanzare (cfr. http://www.canada.com/news/Tunisia+Egypt+shock+wave+rumbles/4278858/story.html/); 2) GulfNews.com, 14.2.2011, Agenzia France-Presse (A.F.P.) Morocco to boost price subsidies Il Marocco rafforza i sussidi pubblici per abbassare i prezzi (cfr. http://gulfnews.com/news/region/morocco/morocco-to-boost-price-subsidies-1.762761/). 

[71] Worldnews, 26.2.2011, Police out in force for demonstrations La polizia in piazza e in forze per le dimostrazioni (cfr. http://article.wn.com/view/2011/02/26/Police_out_in_force_as_1000_rally_for_reforms_in_Morocco/).

[72] Invisible Arabs, 17.2.2011, P. Caridi, Telecamere spente sulla Libia (cfr. http://invisiblearabs.com/?p=2838/).

[73] Dati da CIA World Factbook on Libya, fine 2010 (cfr. https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/ geos/ly.html/).

[75] New York Times, 19.2.2011, D. E. Sanger, When Armies Decide— Quando gli eserciti decidono.

[76] New York Times, 18.2.2011, A. Cowell, 24 Reported Killed in Libyan Crackdown— Voci di ventiquattro morti nella repressione in Libia.

[77] Stratfor, 21.2.2011, Libya: General People’s Congress To Discuss Reforms - Seif Al-Islam Gadhafi— Libia: il Congresso generale del popolo libico discuterà le riforme, dice Seif al-Islam Gheddafi (cfr. http://www.stratfor.com/ sitrep/20110220-libya-seif-al-islam-gadhafi-reforms/).

[78] Comunicato del MAE, 20.2.2011, Colloqui telefonici del ministro con Clinton e altri colleghi sula Libia (cfr. http:// www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Comunicati/2011/02/20110221_HillaryClinton.htm/).

[79] Corriere della sera, 23.2.2011, A. Arachi, Il dopo Gheddafi è un’incognita (cfr.  http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_ Stampa/ArchivioNotizie/Interviste/2011/02/20110223_il_dopo_gheddafi_e_un_incognita.htm/).

[80] Guardian, 22.2.2011, Gaddafi speech and Libya unrest Il discorso di Gheddafi e la sollevazione in Libia.

[81] Focus International News, 23.2.2011, Italy sees 300,000 fleeing Libya turmoil – minister Ministro italiano prevede 300.000 in fuga dalle turbolenze della Libia (cfr. http://www.focus-fen.net/?id=n242902/).

[82] Stratfor, 23.2.2011, Italy: Help On Libyan Migrants Voluntary – EU L’UE al’Italia: l’aiuto per i migranti dalla Libia è solo volontario (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110223-italy-help-libyan-migrants-voluntary-eu/).

[83] Egyptian Gazette, 21.2.2011, AFP, Italy: EU should not "interfere" in Libya— L’Italia. L’Europa non dovrebbe “interferire” in Libia (cfr. http://213.158.162.45/~egyptian/index.php?action=news&id=15282&title=Italy:%20EU% 20should%20not/).

[84] Stratfor, 21.2.2011, EU: Take Tough Stance On Libya-FM Ministro degli Esteri [della Finlandia]. Posizione dura contro la Libia (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110221-eu-take-tough-stance-libya-fms/). 

[85] Iloubnan.info, 22.2.2011, Erdogan warns Libya against ignoring its people's demands Erdogan mette in guardia la Libia dall’ignorare le richieste del popolo (cfr. http://www.iloubnan.info/en/actualite/id/56864/).

[86] Earth Times, 22.2.1011, Foreign Minister indirectly calls on Khaddafi to resign Il ministro degli Esteri chiede indirettamente a Gheddafi di dimettersi (cfr. http://www.earthtimes.org/articles/news/368659,merkel-threatens-sanctions-libya.html/).

[87] Agenzia Kyodo, 21.2.2011, Kan voices hope in seeing stable gov't in Libya— Kan esprime la speranza di vedere un governo stabile in Libia (cfr. http://www.istockanalyst.com/article/viewiStockNews/articleid/4908106/).

[88] Reuters, 21.2.2011, Berlusconi condemns "unacceptable" violence in Libya— Berlusconi condanna le violenze “inaccettabili” in Libia (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/21/libya-protests-italy-idUSRMELDE7FO20110221/).

[89] YNet News (Tel Aviv), 26.2.2011, Berlusconi says Khaddafi out Berlusconi dice che Gheddafi è fuori (cfr. http://www. ynetnews.com/articles/0,7340,L-4035699,00.html/).

[90] The Huffington Post, 21.2.2011, Gadhafi's Support Crumbles As Libya Protests Continue Il sostegno a Gheddafi si sfalda mentre la protesta in Libia continua (cfr. http://www.huffingtonpost.com/2011/02/21/gadhafi-libya-protests_n_8262 72.html/).

[91] The Wall Street Journal, 24.2.2011, Libya Oil Output Down 75%, Eni Says— L’ENI afferma che la produzione libica scende del 75% (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703408604576163973655978968.html?KEY WOR DS=paolo+scaroni/).

[92] New York Times, 1.2.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Jordan’s King Dismisses Cabinet After Protests Il re di Giordania licenzia il governo dopo le proteste.

[93] New York Times, 3.2.2011, E. Bronner, Jordan’s King Meets With Muslim Brotherhood Il re di Giordania incontra la Fratellanza mussulmana.

[94] New York Times, 2.2.2011, L. Kasinos e N, Bakri, Yemeni Leader Pledges Not to Run Again Il leder yemenita si impegna a non candidarsi più.

[95] Tantao News, 2.2.2011, Xinhua (Nuova Cina), Yemeni president says he will not seek new presidential term, privilegdes security forces Il presidente dello Yemen dice che non si candiderà più e favorisce le forze di sicurezza (cfr. http://tantaonews.com/?cat=6/).

[96] New York Times, 26.2.2011, L. Kasinof e S. Otterman, Tribal Leader’s Resignation Is Blow to Yemeni President— La dimissioni di un leader tribale sono un brutto colpo per il presidente yemenita.

[97] TIME Magazine, 14.2.2011, Official: U.S. to Expand Yemeni Training Ufficiale: gli USA allargheranno i programmi di addestramento in Yemen (cfr. http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,2048965,00.html/).

[98] The Economist, 12.2.2011.

[99] Nota congiunturale 2-2011, cfr. Nota29 a fondo pagina.

[100] Dip. di Stato, 16.2.2011, Briefing stampa del portavoce Philip Crowley (cfr. http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2011/ 02/156407.htm/)

[101] World Bulletin, 12.2.2011— Bahrain gives out cash ahead of protests— Il Bahrain regala soldi cash prima delle proteste annunciate (cfr. http://www.worldbulletin.net/?aType=haber&ArticleID=69709/).

[102] New York Times, 15.2.2011, M. Slackman e A. Cowell, Bahrain Roiled After Second Protester Is Killed by Police— Il Bahrain sconvolto dopo che un secondo dimostrante viene ucciso dalla polizia.

[103] Manoramaonline.com, 24.2.2011, Bahrain’s opposition lists demands as protests rise Col salire della protesta, l’opposizione in Bahrain elenca le sue richieste (cfr. http://www.manoramaonline.com/cgi-bin/MMOnline.dll/portal/ep/ contentView.do?contentType=EDITORIAL&programId=1073750974&contentId=8871776&tabId=1&BV_ID=@@@/).

[104] New York Times, 26.2.2011, T. Fuller, Bahrain Opposition Leader Returns from Exile Il leader dell’opposizione in Bahrain torna dall’esilio.

[105] Ministry of National Economy,  16.2.2011, News, (cfr. http://www.moneoman.gov.om/Default.aspx/).

[106] Public Intelligence Blog, 26.11.2011, Cabinet reshuffle by Sultan Il sultano rimescola il gabinetto (cfr. http://www. phibetaiota.net/2011/02/nightwatch-revolution-2-0-round-up/).

[107] Google, 5.2.2011, (A.P., Z. Karam), Syria weathers Mideast unrest for now; 'Days of Rage' fail to come off— La Siria passa per ora indenne attraverso le turbolenze mediorientali;i ‘Giorni dell’ira’ non si materializzano (cfr. http://www.google.com/ hostednews/canadianpress/article/ALeqM5hnb1XyD5VpfSnwmqAQ2eXvta2oGw?docId=5863160/).

[108] V. Nota congiunturale 2-2011, in Nota32 a fondo pagina..

[109] Guardian, 8.2.2011, L. Williams, Syria to set Facebook status to unbanned in gesture to people La Siria consente lo status legale a Facebook, in un gesto di benevolenza verso il popolo [che a Facebook, però, accede nella misura dell’1,6% della popolazione].

[110] Arabia Today, 18.2.2011, Saudi Prince Calls for Reform Amid Regional Unrest Principe saudita, in mezzo alla turbolenza di tutta la regione, chiede riforme (cfr. http://arabia2day.com/local/saudi-prince-calls-for-reform-amid-re gional-unrest/).

[111] Cfr. qui in Nota74.

[112] Bloomberg, 24.2.2011, Z. Fattah, King Abdullah Pours Money Into Saudi Housing, Welfare Amid Regional Unrest— In mezzo alla turbolenza di tutta la regione, re Abdullah mette soldi nella costruzioni popolari e nel welfare (cfr. http://www.bloom berg.com/news/2011-02-23/king-abdullah-pours-money-into-saudi-housing-welfare-amid-regional-unrest.html/).   

[113] Per le adesioni, scrivere a: gelsomini2011@gmail.com.

[114] All Voices.com, 23.2.2011, M. Fahir, Al-Qaeda in N. Africa backs Libya uprising Al-Qaeda in Nord Africa sostiene la sollevazione in Libia (cfr. http://www.allvoices.com/contributed-news/8284386-alqaeda-in-n-africa-backs-libya-upri sing/).

[115] A. Sordi, ne Il marchese del grillo, 1981, di M. Monicelli. 

[116] Al-Arabiya, 16.2.2011, No oil supply to  Sudan after independence: S Sudan – S Sudan again accuses Khartoum of arming rebels— Nessun rifornimento al Nord del petrolio del Sud dopo l’indipendenza, dice il Sud Sudan – Che accusa nuovamente Khartoum di armare i ribelli (cfr. http://www.alarabiya.net/articles/2011/02/16/137891.html/).

[117] Sahel Blog, 8.2.2011, A. Thurston, Obama Administration reacts to Sudan referendum results Il governo Obama reagisce ai risultati del referendum in Sudan (cfr. http://sahelblog.wordpress.com/2011/02/08/the-obama-administration-reacts-to-sudan-referendum-results/).

[118] The Economist, 5.2.2011.

[119] SosaNews.com, 21.2.2011, Reuters, Khartoum:S.Sudan Is No Longer Paliamentary Topic Khartoum: il Sud Sudan non è più un tema del dibattito parlamentare nel paese (cfr. http://sosanews.com/2011/02/21/khartoums-sudan-is-no-longer-paliamentary-topic/#more-9047/).

[120] Citato da R. Cohen, New York Times, 31.1.2011, Exit the Israeli Alibi Basta con l’alibi di Israele [l’alibi giaculatoria degli egiziani sulla piazza della Liberazione ha smesso di essere finalmente che la colpa è sempre, e tutta, e solo di Israele…].

[121] New York Times, 27.2.2011, I. Johnson, Call for Demonstrations in China Draws More Police than Protesters In Cina, l’appello a dimostrare porta in piazza più polizia che protestatari.

[122] House of Japan, 4.2.2011, Japan, Brazil, Germany, India meet Giappone, Brasile, Germania, India si incontrano (cfr. http://www.houseofjapan.com/world/japan-brazil-germany-india-meet/).

[123] New York Times, 13.2.2011, H. Tabuchi, China Replaced Japan in 2010 as No. 2 Economy La Cina rimpiazza il Giappone nel 2010 come seconda economia del mondo

[124] Market News.com (Beijing), 31.1.2011, China's 2010 Current Account Surplus Up 25% To $306.2 Bln— L’attivo cinese 2010 dei conti correnti sale del 25% a 306,2 miliardi di $ (cfr. http://imarketnews.com/node/25771/).

[125] Stratfor, 11.2.2011, U.S.: Trade Deficit With China, Overall Increases— Il deficit commerciale degli USA con la Cina aumenta globalmente (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110211-us-trade-deficit-china-overall-increases/).

[126] Yahoo!Finance, 2.2.2011, K J M Varma, China''s trade rises to USD 2.97 trillion— Il commercio della Cina raggiunge i 2.970 miliardi di $ (cfr. http://in.finance.yahoo.com/news/China-trade-rises-USD-2-97-pti-3693371.html?x=0/).

[127] Bloomberg, 14.2.2011, China Reports Smaller-Than-Forecast Trade Surplus as Imports Increase 51% La Cina riporta un attivo commerciale più fiacco del previsto con le importazioni che aumentano del 51% (cfr. http://www.bloomberg. com/news/2011-02-14/china-reports-smalller-than-forecast-trade-surplus-as-imports-increase-51-.html/).

[128] Energy China Forum, 15.2.2011, China’s crude oil imports up 27.4% in Jan — A gennaio, l’import di petrolio greggio della Cina  sale del 27,4% (cfr. http://www.energychinaforum.com/news/46948.shtml/).

[130] Wordal.com., 15.2.2011, Iron ore imports skyrocket to record— L’import di greggio minerale si impenna al record (cfr. http://www.worldal.com/news/china/2011-02-15/129774203433432.shtml/).

[131] The Economist, 12.2.2011,

[132] Xinhua, 15.2.2011, China's Jan CPI up 4.9% L’indice dei prezzi al consumo di gennaio in Cina sale del 4,9% (cfr. http:// news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-02/15/c_13732681.htm/).

[133] Xinhua, 15.2.2011, China's Jan PPI up 6.6% L’indice dei prezzi alla produzione di gennaio in Cina sale del 6,6% (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-02/15/c_13732687.htm/).

[134] Xinhua, 17.2.2011, China’s FDI up 23,4% in January Gli IDE in Cina salgono del 23,4% in gennaio (cfr. http://mulrickillion.wordpress.com/2011/02/18/chinas-fdi-up-23-4-in-january/).

[135] Xinhua, 15.2.2011, China's Jan yuan lending drops 15.8% I prestiti in yuan calano in Cina a gennaio del 15,8% (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-02/15/c_13733041.htm/).

[136] Xe.com,16.2.2011, S. Rabinovitch e A. Wang, China's inflation overhaul clouded by data doubts— La revisione del calcolo dell’inflazione offuscata da dubbi sui dati (cfr. http://www.xe.com/news/2011/02/16/1706033.htm?c=1&t=/).

[137] The Wall Street Journal, 15.2.2011, B. Cronin, Brazil Finance Chief Renews Attack on Fed— Il ministro delle Finanze del Brasile rinnova il suo attacco alla Fed (cfr. http://blogs.wsj.com/economics/2011/02/15/brazil-finance-chief-renews-attack-on-fed/).

[138] Reuters, 1.2.2011, B. Kang Lim, China plans to spend big on nuclear power, high-speed rail— La Cina progetta di spendere forte sul nucleare e l’alta velocità (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/01/us-china-industries-idUSTRE7 103KW20110201/).

[139] Yahoo!News, 13.2.2011, J. McDonald, China launching body to screen foreign investment— La Cina lancia un struttura di filtro degli investimenti stranieri (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110214/ap_on_bi_ge/as_china_investment_reviews/).

[140] FAO, 8.2.2011, Special Alert #330, A severe winter drought in the North China Plain may put wheat production at risk— Una dura siccità invernale nelle pianure del nord della Cina può mettere a rischio la produzione granaria (cfr. http://www.fao.org/docrep/013/al975e/al975e00.pdf/).

[141] Guardian, 11.2.2011, J. Watts, China bids to ease drought with $1bn emergency water aid La Cina punta a allentare la morsa della siccità con 1 miliardo di $ di aumento nell’erogazione di acqua alle campagne.

[142]L’indice ONU dei prezzi delle derrate alimentari sale del 3,4% da dicembre ad adesso, a inizio febbraio, il massimo da quando la FAO ha cominciato a misurare i prezzi delle derrate nel 1990”: Guardian, 3.2.2011, Z. Wood e J. Kollewe, Price rises as food costs soar— I prezzi salgono con l’impennata dei costi

[144] The Wall Street Journal, 15.2.2011, China Criticizes U.S. Review of Sensitive Deals on foreign buys and security— La Cina critica gli USA per la poca trasparenza dell’impatto tra acquisizioni estere e sicurezza nazionale (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704657704576149852530331860.html?KEYWORDS=investmen ts+national+security+telecommunications+company+Huawei%2527s/).

[145] The Daily Telegraph, 2.2.2011, WikiLeaks: US and China in military standoff over space missiles WikiLeaks: USA e Cina in posizione di stallo militare sui loro missili spaziali (cfr. http://www.telegraph.co.uk/news/ worldnews/wikileaks/8299495/Wi kiLeaks-US-and-China-in-military-standoff-over-space-missiles.html/).

[146] 1) Yahoo!News, 4.2.2011, China's hostile space capabilities worry US: official Le potenzialità ostili della Cina in campo spaziale [dove ‘ostili’, qui dal contesto è chiaro, significa capaci di contrastare coi loro mezzi i nostri… quasi un reato di lesa maestà ] (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110204/pl_afp/usmilitaryspacechina/); 2) U.S. Department  of  Defense, 4.2.2011, C. Pellerin, National Security Space Strategy Targets Safety, Stability— La strategia di sicurezza nazionale spaziale mira alla sicurezza e alla stabilità (cfr. http://www.globalsecurity.org/space/library/news/2011/space-110204-afps01.htm/).

[147] News of the Communist Party of China Notizie del partito comunista cinese, 21.2.2011, Chinese president, Politburo member Zhou, urge improved social management for greater harmony, stability Il presidente cinese e il membro del Politburo Zhou premono per una migliorata gestione sociale tesa a maggiore armonia e stabilità (cfr. http://english.cpc.people. com.cn/66102/7293597.html/).

[148] Instituto Brasileiro de Geographia e Estatistica (IBGE), 2.2.2011, Produção industrial cai 0,7% em dezembro e fecha 2010 em 10,5% (cfr.  http://www.ibge.gov.br/home/presidencia/noticias/noticia_visualiza.php?id_noticia=1811 &id_pagina=1/).

[149] The Economist, 12.2.2011.

[150] Yahoo!7Finance, 19.2.2011, Brazil to delay huge fighter jets deal— Il Brasile rinvia l’acquisto importante di aerei da caccia [americani] (cfr. http://au.finance.yahoo.com/news/Brazil-delay-huge-fighter-afp-2060388592.html?x=0/).

[151] The Economist, 5.2.2011.

[152] Trabajadores, 14.2.2011, I. Hautrive e F. Rodríguez Cruz, Al sindicato, lo del sindicato Al sindacato, le responsabilità del sindacato (cfr. http://www.trabajadores.cu/news/al-sindicato-lo-del-sindicato/).

[153] 1) New York Times, 15.2.2011, J. Ewing, Growth in Europe Slowed in Fourth Quarter La crescita europea rallenta nel quarto trimestre; 2) EUROSTAT, 15.2.2011, #23/2011, Euro area GDP up by 0.3% and EU27 GDP up by 0.2%— Il PIL dell’eurozona sale dello 0,3% e quello della UE a 27 dello 0,2 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC /2-15022011-AP/EN/2-15022011-AP-EN.PDF/).

[154] Yahoo!News, 4.2.2011, S. Laubie, Germany, France launch drive for cross-border governance— Germania e Francia lanciano un’iniziativa per una governance europea oltre frontiere (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110204/bs_afp/eusummit economyeurozone_20110204114707/).

[155] EUBusiness, 4.2.2011, Belgium opposes Franco-German eurozone governance Il Belgio si oppone alla governance franco-tedesca per l’eurozona [limitata al taglio delle protezioni sociali] (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/sum mit-economy.8hb/).

[156] Stratfor, 8.2.2011, EU: France, Germany Not Dictating Eurozone Policy - Van Rompuy UE: Francia e Germania  non dettano la linea all’eurozona – dice van Rompuy (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110208-eu-france-germany-not-dictating-eurozone-policy-van-rompuy/).

[157] Reuters, 8.2.2011, Italy says Europe not ready for tax harmonisation— L’Italia dice che l’Europa non è pronta per l’armonizzazione fiscale (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/08/eurozone-italy-idUSLDE71719P20110208/).

[158] Yahoo!Finance, 15.2.2011, (A.P.), Germany rejects targeting of trade surplus La Germania respinge gli attacchi agli attivi commerciali (cfr. http://finance.yahoo.com/news/Germany-rejects-targeting-of-apf-1860910203.html?x=0&.v=3/).

[159] Per es.: Lord Robert Skidelski (il più importante biografo di Keynes, grande economista lui stesso): Bullfax.com, 10.7.2010, John Maynard Keynes would have been shocked— JMK sarebbe atto di certo scioccato (cfr. http://www.bullfax. com/?q=node-robert-skidelsky-john-maynard-keynes-would-have-been-sh/).

[160] 1) New York Times, 3.2.2011, J. Ewing, ECB Keeps Rates at Record Low despite Inflation Worries La BCE tiene i tassi al più basso livello di sempre malgrado le preoccupazioni sull’inflazione; 2) Dichiarazione introduttiva del presidente delle BCE, J.-C. Trichet, 3.2.2011 (cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/2011/html/is110203.en.html/). 

[161] New York Times, 24.2.2011, L. Alderman e J. Ewing, Hoping to Lead Bank, Italian Faces Hurdles—  Sperando di arrivare a capo della Banca [centrale europea il candidato] italiano trova ostacoli [seri].

[162] Business Insider, 7.2.2011, Belgian Senator Calls For "Sex Strike" Until Government Deadlock Is Solved Senatrice belga chiede uno sciopero del sesso fino a che non si risolva lo stallo per la formazione del governo (http://www.businessinsider. com/belgium-sex-strike-2011-2#ixzz1DUwm7oop/).

[163] Xinhua, 5.2.2011, European Parliament calls for establishment of energy community— Il parlamento europeo [bé, quel carneade del suo presidente…] chiede la creazione di una comunità dell’energia (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/ world/2011-02/05/c_13719412.htm/).

[164] Deutsche Press Agentur (DPA), 11.2.2011, Baltic States want EU money for joint LNG terminal— Gli Stati baltici vogliono i soldi dell’Unione europea per farsi un loro terminal di gas naturale liquefatto (cfr. https://www.downstreamtoday.com/ News/ArticlePrint.aspx?aid=25642&AspxAutoDetectCookieSupport=1/). 

[165] The Moscow News, 17.2.2011, A. Potts, Estonia 'suspicious' of Russian visit L’Estonia ha i suoi sospetti sulla visita russa (cfr. http://www.themoscownews.com/international/20110217/188425364.html/).

[166] Yahoo!News, 24.2.2011, G. Steinhauser, Putin, EU commission chief clash on energy policy Putin e il capo della Commissione europea si scontrano sulla politica energetica (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110224/ap_on_bi_ge/eu_rus sia_gas/).

[167] Kyiv Post (Kiev), 25.2.2011, Gazprom delivering more gas to Italy to compensate for shutoff in Libya A compenso dell’interruzione del flusso dalla Libia, Gazprom consegna più gas naturale all’Italia (cfr. http://www.kyivpost.com/news/russia/ detail/98384/#ixzz1FG1wNP5m/).

[168] RIANovosti, 16.2.2011, Gazprom to join Libya’s Elephant oilfield on Wednesday Gazprom mercoledì [16.2.] si unirà alla joint venture che riguarda il campo petrolifero libico ‘Elefante’ (cfr. http://en.rian.ru/business/20110215/162621369.html/).   

[169] ITAR-Tass, 16.2.2011, Russia intends to withdraw from Burgas-Alexandroupolis project— La Russia intende ritirarsi dal progetto Burgas-Alexandroupolis (cfr. http://www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15958680/).

[171] El Pais, 1.2.2011, Gobierno, sindicatos y patronal cierran el gran acuerdo social contra la crisis— (cfr. http://www. elpais.com/articulo/economia/Gobierno/sindicatos/patronal/cierran/gran/acuerdo/social/crisis/elpepueco/201102

01elpepueco_1/Tes/).

[172] The Economist, 5.2.2011.

[173] Agenzia Bloomberg, 2.2.2011, Ireland's Rating Downgraded One Level to A- By S&P and Faces Further Cut— La valutazione dell’Irlanda abbassata di un livello ad A- da S&P’s e di fronte a nuovi tagli (cfr. http://www.bloomberg.com/news/ 2011-02-02/ireland-s-rating-downgraded-one-level-to-a-by-s-p-and-faces-further-cut.html/).

[174] Reuters, 4.2.2011, C. Crimmins, Factbox - Main Irish opposition party's banking strategy— Delineata la strategia bancaria del principale partito di opposizione irlandese (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/04/uk-ireland-opposition-banks-fb-idUKTRE7134EF20110204/).

[175] 1) Guardian, 27.2.2011, H. McDonald, Fine Gael-Labour coalition to follow Irish election win with EU talks on loan La coalizione Fine Gael-Labour darà subito seguito alla vittoria elettorale con colloqui alla UE sul prestito [e soprattutto le sue condizioni]; 2) New York Times, 26.2.2011, Ireland’s Governing Party Ousted in Historic Loss Con una storica sconfitta l’Irlanda caccia via il partito di governo.

[176] IMF, 25.1.2011, Global Financial Stability Report Rapporto globale sulla stabilità finanziaria (cfr. http://www.imf.org/ external/pubs/ft/fmu/eng/2011/01/index.htm/).

[177] Renminribao (Pechino), Quotidiano del Popolo, 12.2.2011, Acceleration of reforms key to Greece's exit from debt crisis: EU-IMF auditors—  I contabili di UE e FMI: accelerare le riforme è la chiave dell’uscita dal debito per la Grecia (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90777/90853/7285305.html/).

[178] Bloomberg Business Week, 2.2.2011, Portugal’s Costs Drop at EU1.255 Billion Bill Auction Il costo dei bond portoghesi scende all’asta da 1,25 miliardi di € (cfr. http://www.businessweek.com/news/2011-02-02/portugal-s-costs-drop-at-eu1-255-billion-bill-auction.html79/).

[179] Yahoo!Finance, 7.2.2011, Lithuania could delay 2014 euro target La Lituania potrebbe rimandare l’obiettivo dell’entrata nell’euro a dopo il 2014 (cfr. http://au.finance.yahoo.com/news/Lithuania-delay-2014-euro-afp-3862198573.html?x=0/).

[180] New York Times, 4.1.2011, B. Herbert, Bewitched by the Numbers Stregati dai numeri.

[181] The Economist, 12.2.2011.

[182] 1) New York Times, 4.2.2011, M. Rich, Jobs Report Offers a Mixed Bag, but Little Comfort— Il Rapporto sul [mercato del lavoro a gennaio] presenta risultati contraddittori e poche consolazioni; 2) Dip. del Lavoro, BLS (Ufficio delle statistiche del lavoro), 4.2.2011, Employment situation 1/2011— Situazione dell’occupazione (cfr. http://www.bls.gov/news.release/emp sit.nr0.htm/). 

[183] New York Times, 4.2.2011, Economix Editors, On the Jobs Report Commenti al rapporto sull’occupazione.

[184] The Economist, 5.2.2011.

[186] The Wall Street Journal, 7.2.2011, China Moves to Strengthen Grip Over Supply of Rare-Earth Metals— La Cina si appresta a rafforzare il controllo sulla fornitura delle sue ‘terre rare’ (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704 124504576117511251161274.html#articleTabs%3Dcomments/).

[187] New York Times, 17.2.2011, A. Jacobs, China Assails New U.S. Policy on Internet Freedom— La Cina attacca la nuova linea americana sulla libertà di Internet.

[188] Zawya.com, 3.2.2011, Dow Jones News, R. Sharma, India Official: Iran Crude Payment Issue Resolved Il governo indiano afferma che il contenzioso sul pagamento del greggio iraniano è risolto (cfr. http://www.zawya.com/story.cfm/sidZW20 110203000126#ZW20110203000126/).

[189] Vedi in Nota congiunturale no. 10-2010, cfr. Nota215: in particolare, poi, 1) New York Times, 30.9.2010, J. Markoff e D. E. Sanger, In a Computer Worm, a Possible Biblical Clue Nel virus di un codice di computer, un possibile indizio biblico:

     “Il fatto che il virus Stuxnet fosse rivolto specificamente a rallentare le centrifughe dei reattori della Siemens, i primi installati a Bushehr, sembra significativo. E la ‘coincidenza’ per cui il codice con cui Stuxnet è scritto comprenda una strana citazione dal Libro di Ester della Bibbia (2,7) in ebraico (la parola ‘mirto’— Hádassa appunto questo significa e in persiano antico proprio il personaggio di Ester identifica) sembra ‘indicare’ una chiara, misteriosa ma anche volutamente ostentata ‘responsabilità’ israeliana… ma potrebbe anche far finta, naturalmente, di indicare che la responsabilità è proprio israeliana”… ; e 2) poi, New York Times, 15.1.2010, W.J. Broad, J. Markoff e D.E. Sanger, Israel Tests on Worm Called Crucial in Iran Nuclear Delay I test di Israele sul ‘verme’ elettronico considerati cruciali nel ritardare il nucleare iraniano.

[190] New York Times, 25.2.2011, W. J. Broad e D. E. Sanger, Iran Reports a Major Setback at a Nuclear Power Plant L’Iran riferisce di un grave problema nel reattore nucleare [di Bushehr].

[191] World News Report, 15.2.2011, Russia rejects more sanctions against Iran— La Russia respinge altre sanzioni contro l’Iran (cfr. http://www.einnews.com/russia/newsfeed-russia-iran-relations/).

[192] Reuters, 16.2.2011, Iraq to face problems without U.S. military: Gates— L’Iraq dovrà scontrarsi con molti problemi senza la presenza militare americana, dice Gates (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/02/16/us-usa-iraq-idUSTRE71F6PV 20110216/).

[193] Afghan On-line Press, 8.2.2011, Afghan President: Reconstruction Teams Have to Go— Il presidente afgano: le squadre di ricostruzione se ne devono andare [delle basi, nel titolo, niente…] (cfr. http://www.aopnews.com/today.html/).

[194] 1) Guardian, 19.2.2011, M. Curtis, Afghanistan is being stifled by military operations— L’Afganistan è soffocato dalle operazioni di guerra; 2)  WarOnWant, 2.2011, The reality of Britain’s war in Afghanistan La realtà della guerra della Gran Bretagna in Afganistan (cfr. http://markcurtis.files.wordpress.com/2011/02/afghanistan-greatgame.pdf/).

[195] Ne ho trovate le indicazioni, e ho colto i riferimenti qui di seguito citati, sul New York Times, 15.2.2011, M. Dowd, Worth a bottle of whiskey Vale una bottiglia di whiskey [lasciate perdere il senso di questo titolo in sé: conta poco e è troppo lungo spiegarlo]. Poi ho anche potuto vedere, un po’ di straforo, la maratona di sette ore e mezzo del lavoro in DVD… Speriamo che lo doppino presto, perché vale la pena di essere visto…

[196] New York Times, 21.2.2011, Midlevel Taliban Admit to a Rift With Top Leaders— [Dirigenti] talebani di medio livello ammettono una divergenza coi massimi esponenti [del movimento].

[197] Washington Post, 21.2.2011, J. Partlow, Petraeus's comments on coalition attack reportedly offend Karzai government I commenti di Petraeus sull’attacco della coalizione offenderebbero il governo Karzai (cfr. http://www.washing tonpost.com/wp-dyn/content/article/2011/02/21/AR2011022103256.html?hpid=topnews/).

[198] New York Times, 25.2.2011, C. Chivers, A. J. Rubin e W. Morgan, U.S. Pulling Back in Afghan Valley It Called Vital to War Gli USA si stanno ritirando dalla vallata afgana che avevano chiamato vitale per l’esito della guerra.

[199] New York Times, 25.2.2011. T. Shanker, Warning Against Wars Like Iraq and Afghanistan— Avvertimento [ma non dell’A., non di un scribacchino antimilitarista, non di un accademico saputo: del ministro della Difesa in persona…] contro guerre come l’Iraq e l’Afganistan.

[200] New York Times, 25.2.2011, J. Perlez, Pakistan Demands Data on C.I.A. Contractors— Il Pakistan esige tutti i dati sui contrattisti della CIA nel paese.

[201] Qatar News Agency, 7.2.2011, START Doubtful If US Expands ABM— Lo START in dubbio se gli USas espandono la difesa antimissili (cfr. http://www.qnaol.net/QNAEn/News_bulletin/News/Pages/11-02-07-2043_435_0067.aspx/). 

[202] New York Times, 11.2.2011, Reuters, U.S. Reassures Poles on Russia Missile Defense Role Gli USA riassicurano i polacchi sul ruolo della difesa missilistica russa.

[203] RT.com, 15.2.2011, NATO rules out joint defense with Russia La NATO esclude una difesa congiunta coi russi (cfr. http://rt.com/politics/appathurai-nato-missile-afghanistan/).

[204] RIANovosti, 17.2.2011, U.S. ready to discuss further arms reduction with Russia Gli USA pronti a discutere con la Russia di riduzione degli armamenti (cfr. http://en.rian.ru/world/20110217/162642437.html/).  

[205] Stratfor, 8.2.2011, Lithuania: Talks Sought On Reducing Tactical Nukes In Kaliningrad Lituania: c’è la volontà di dare il via a colloqui per ridurre le armi nucleari tattiche [russe] a Kaliningrad (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110208-lithua nia-talks-sought-reducing-russian-tactical-nukes-kaliningrad/).

[206] Kaliningrad, in russo città di Kalinin – Michail Ivanovic: il leader bolscevico che fu presidente nominale dell’Unione Sovietica dal 1919 alla morte, nel 1946, fedele alleato e aiutante di Stalin – chiamata Königsberg dai tedeschi, Królewiec dai polacchi e Karaliaučius dai lituani.

   In geografia politica, un’enclave è un territorio i cui confini geografici sono interamente all’interno di quelli di un altro paese e un’exclave è il contrario (dal latino inclavare e exclavare): Kaliningrad è considerata dai russi una loro enclave ma è, in realtà, un bottino di guerra puro e semplice che è stato loro “consegnato” dalle rinunce di Polonia e Lituania che non si mettevano d’accordo, dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta tedesca, sulla sua appartenenza.

    Di fatto, Kaliningrad è circondata da territorio polacco e lituano, non russo, e dal mar Baltico. Una realtà, dunque, geopolitica della vittoria sovietica sul nazismo molto più che geografica…

[207] Die Zeit, 20.2.2011, Triumphaler Sieg für die SPD Vittoria trionfale per al SPD(cfr. http://www.zeit.de/politik/deutsch land/2011-02/wahl-hamburg-ergebnis/).

[208] DESTATIS, 15.2.2011, #61, Bruttoinlandsprodukt im 4. Quartal 2010 moderat gestiegen— Il prodotto interno lordo in crescita moderata nel 4° trimestre 2010 (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/DE/ Presse/pm/2011/02/PD11__061__811,templateId=renderPrint.psml/).

[209] DESTATIS, 9.2.2011, Dati statistici export e import 2010 (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/desta tis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/KeyIndicators/ForeignTradeBalance/liste__ahbila nz,templateId=renderPrint.psml/).

[210] ADP News, 1.2.2011, German unemployed number reaches 3.347m in Jan 2011— Il numero dei disoccupati tedeschi raggiunge a gennaio i 3.347.000 (cfr. http://adpnews.info/?nid=d5cd17f2b0a69450/).

[211] DESTATIS, 1.2.2011, Employment once again on the rise in December 2010— L’occupazione sale ancora a dicembre 2010 (cfr. http://www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2011/02/PE11__045__132,tem plateId=renderPrint.psml/).

[212] TMCNet.com, 4.2.2011, Germany to consider setting up cyber defence agency, official says La Germania considererà l’istituzione di un’agenzia di difesa cibernetica, viene comunicato (cfr. http://www.tmcnet.com/usubmit/-brief-germany-consi der-setting-up-cyber-defence-agency-/2011/02/04/5291291.htm/).

[213] The Economist, 12.2.2011.

[214] INSEE, 15.2.2011, Dati indicati (cfr. http://www.insee.fr/fr/themes/info-rapide.asp?id=26&date=20110215/).

[215] New York Times, 25.2.2011, Reuters, British Economy Shrank More Than Estimated, Revised Data Shows I dati rivisti dicono che nel quarto trimestre l’economia si è contratta più di quanto stimato.

[216] Guardian, 9.2.2011, Record £9.2bn trade deficit dents hope of export-driven recovery— Il deficit record della bilancia commerciale a 9,2 miliardi di sterline scalfisce le speranze di ripresa trascinata dalle esportazioni.

[217] New York Times, 15.2.2011, J. Werdigier, Inflation Hits 4 Percent in Britain— L’inflazione tocca il 4% in Gran Bretagna.

[219] Jiji Press, 25.2.2011, Japan CPI down 0.2% in January— A gennaio cade dello 0,2% l’indice di inflazione (cfr. http://jen. jiji.com/jc/eng?g=eco&k=2011022500157/).

[220] Yahoo!News, 23.2.2011, Japan logs first trade deficit in almost two years Il Giappone registra il primo deficit mensile degli scambi in quasi due anni (cfr. http://asia.news.yahoo.com/afp/20110223/tts-japan-economy-trade-7d7070 a.html/).

[221] Green Car Congress, 25.2.2011, Japan To Spend ¥110B to cut use of Chinese rare earth metals— Il Giappone spenderà 110 miliardi di ¥ per ridurre l’uso di metalli “terre rare” cinesi (cfr. http://www.greencarcongress.com/ 2011/02japan-20110225.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+greencarcongress% 2FT rBK+%28Green+Car+Congress%29/).

[222] Yahoo!Finance, 22.2.2011, Moody's cuts Japan's rating outlook to 'negative' Moody’s taglia la previsione di rating del Giappone a ‘negativa’ (cfr. http://uk.finance.yahoo.com/news/Moody-cuts-Japan-rating-afp-3282082803.html?x=0/).

[223] KGS, 24.2.2011, Nightwatch, Japan to acknowledge de facto without recognizing de jure sovereignty to Russia Il Giappone potrebbe riconoscere la sovranità russa de facto senza concedere quella di diritto alla Russia (cfr. http://www.kforce gov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000043.aspx/).