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     03. Nota congiunturale - marzo 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

Angelo Gennari

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc255152156 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc255152157 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc255152158 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc255152159 \h 5

nei paesi (più o meno)emergenti…... PAGEREF _Toc255152160 \h 9

EUROPA.. PAGEREF _Toc255152161 \h 10

STATI UNITI PAGEREF _Toc255152162 \h 26

GERMANIA.. PAGEREF _Toc255152163 \h 40

FRANCIA.. PAGEREF _Toc255152164 \h 42

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc255152165 \h 42

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc255152166 \h 43

 


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Non si tratta di una tendenza congiunturale, purtroppo, ma di uno strutturale, permanente accumulo di frescacce o, almeno di battute di ultrapessimo gusto su situazioni persino tragiche, che il premier italiano va seminando dappertutto e senza tregua nel mondo. Da anni…

Adesso – dopo essere andato a Gerusalemme, a raccontare agli israeliani di essere su tutto d’accordo con loro, che l’Iran non ha diritto all’atomica… Israele ovviamente sì…: al solito più realista del re, specie se il re come qui è il più forte – e dopo aver detto alla Knesset che la reazione israeliana ai missili di Hamas – quelli su Sderot: quattro morti, forse, in cinque anni a fronte degli 1.400 delle bombe, anche al fosforo, su Gaza – era stata “giusta”— è passato a Betlemme, nella Cisgiordania occupata.

E ha trovato il modo di dire, davanti all’esterrefatto presidente dell’Autorità palestinese, che no, il Muro lui non l’aveva visto[1]*… L’agenzia che ha riportato la notizia, al solito spresentata poi come battuta che “hanno capito male”, non può fare a meno di notare che proprio davanti al muro di sicurezza – lo chiamano così gli israeliani – o “della vergogna” come lo chiamano i palestinesi, otto metri di altezza, il Cavaliere della vergogna – come lo chiamiamo noi – s’era fermato cambiando auto per entrare in territorio cisgiordano…

Ma era, ovviamente, distratto… Di cose più serie sulla questione ne ha dette due o tre. Serie, ma sempre discutibili assai:

• ha lodato  la democrazia di Israele, scordandosi disgraziatamente di notare anche che Israele è democratico, sì, ma solo per i suoi cittadini ebrei, molto meno per i suoi cittadini non ebrei, per niente per i milioni di palestinesi che occupa o controlla militarmente;

• ha ripetuto per la decima volta, forse, che Israele è europea (è una sua fissazione geo-politica questa)…, senza rendersi neanche conto che ogni volta che lui torna sulla questione Israele sta zitta e l’Europa, ovviamente, pure;

• però, realisticamente, ha anche ricordato a Israele che la deve piantare, dal punto di vista del loro stesso interesse, con la politica dell’allargamento degli “insediamenti”: perché “non sarà mai possibile convincere i palestinesi delle buone intenzioni di Israele se quest’ultima continua a costruire in territori che devono essere restituiti come parte di un accordo di pace”, comunque.

Niente di rivoluzionario, ovviamente: già era stato detto da Obama, lo dice ogni israeliano sensato alla gran maggioranza dei suoi concittadini— ma era importante dirglielo lì. Altrettanto importante sarebbe stato dire qualche frescaccia di meno, però.  

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Qualche volta potrebbe essere utile fermarsi un momento a riflettere, nei fatti di politica internazionale sul senso dei non eventi: delle cose che secondo gli esperti dovrebbero succedere e che non succedono. E, magari, sul perché non succedono.

Questo mese, giovedì 11 febbraio era il giorno in cui tuta la stampa occidentale tutta, montata dagli esperti o pretesi tali, aveva deciso che per il 31° anniversario della rivoluzione khomeinista in Iran c’erano due fatti in preparazione, uno dei quali “inevitabile”: o Ahmadinejad sarebbe sopravvissuto grazie a un bagno di sangue senza precedenti allo scatenamento della rivoluzione verde degli oppositori contro il suo regime; o, appunto, sarebbe caduto. E, lo stesso giorno, a Bruxelles, sarebbe scattato lo spettacolare salvataggio dei conti della Grecia da parte del vertice straordinario dell’Unione europea.

Niente a Teheran, invece: il governo ha tenuto le sue celebrazioni e ha impedito, ma senza bagni di sangue, all’opposizione di celebrare le sue buttandolo giù. E lo stesso a Bruxelles: niente, in sostanza, se non un impegno politico a dare una mano alla stabilità dell’Unione, come tale però, tutta insieme. Non alla Grecia, o domani all’Irlanda, o dopodomani all’Italia… ma magari anche alla Gran Bretagna che, pure, è sempre fuori dell’eurozona ma non per questo sta meglio.

Ora, le risposte al perché del non evento sembrano diverse. Il no alla rivoluzione verde a Teheran è dovuto con ogni probabilità al fatto che il movimento verde è stato più che altro un epifenomeno del desiderio americano di veder cambiato il regime degli ayatollah… c’è, sicuro, scontento e voglia di rivolta; ma non è al livello di rabbia e di veemenza millantato da noi da fonti incontrollabili come quelle di Internet che avevano convinto veri e falsi ingenui della rivoluzione sopravveniente…

A Bruxelles, invece, l’inazione della UE sul piano del fare “concreto”, contrapposto forse anche con  superficialità a quello puramente politico – che costa molto di meno, cioè – è dovuta, forse, all’andazzo che ci sembrava italiano ma è assai più diffuso, quello del rinviare fino all’orlo della catastrofe quanto va fatto: poi, magari, ma appunto en catastrophe, risolvendo. Per cui, ad esempio, l’ultimo rivetto al San Carlo di Napoli viene messo la note prima, se non all’ultima ora prima, dell’inaugurazione del rinnovato teatro.

Sicuramente è anche utile fermarsi a ragionare di quello che, invece, sta succedendo e cercare, se possibile, di anticiparlo un po’. Ci proviamo…

Diversi governi stanno cominciando a parlare delle loro cosiddette strategie di uscita dall’emergenza economica. Che, però, non è affatto finita.

Sta montando in Europa, per debolezza del soggetto europeo soprattutto, l’ipotesi di un fallimento dei conti di uno od un altro dei governi sovrani dell’eurozona: proprio perché la crisi viene svelando come sovrani, ormai, non siano più… Tutti: quelli che già sono nei guai, come quelli che vorrebbero starne fuori ma non possono più… Ma credete che sarà facile arrivare alla conclusione che non basta più una moneta comune, che ci vuole anche un’economia più comune e, dunque, una politica davvero comune?

Gli equilibri finanziari qui resteranno piuttosto volatili, in assenza di rapidi e chiari segnali di intento comune da parte dell’Unione e, probabilmente, Grecia, Portogallo e Spagna, forse anche Irlanda ed Italia, avranno bisogno di qualche misura di assistenza esterna prima che dalla crisi si esca…

Negli USA, l’amministrazione sembra come aver cambiato priorità dall’inizio del 2010, rifocalizzando la propria azione sulle elezioni di mezzo termine del prossimo 2 novembre. Ma non riuscirà, più probabilmente che no, a ridurre visibilmente come vorrebbe il deficit di bilancio – elevatissimo e, qui, quasi un tabù: anche se solo per i democratici, che i repubblicani se ne fregano – e a creare abbastanza lavoro da qua ad allora per superare la crisi occupazionale o, meglio, la percezione della crisi occupazionale montante.

Difficile ormai è che il sistema di riforma sanitaria venga approvato quest’anno e facile, come combinato di difficoltà oggettive e dell’incapacità di Obama a rilanciare la sua “speranza” quasi soltanto a parole, che il partito del presidente perda la sua maggioranza alla Camera. Più possibile che l’Amministrazione insista, e riesca a far passare, con il prossimo G-8 di copertura, una qualche riforma della struttura di regolazione di mercati finanziari oggi ancora e sempre selvaggiamente liberi di ogni laccio e lacciuolo. E aumenteranno i segnali, più che altro velleitari – i conti degli USA restano molto esposti a ritorsioni dall’estero – ma internamente anche necessari, di protezionismo in aumento.

L’Iran appare assolutamente deciso a rivendicare il diritto – che nessuna risoluzione delle Nazioni unite può negargli e, infatti, gli nega dicendo di non farlo – a perseguire le sue aspirazioni nucleari: pacifiche dice Teheran, anche militari, dicono o dicono di credere molti altri. Continuano ad esistere, e sembrano anche aumentare, i rischi di un intervento militare, magari o forse soprattutto unilaterale, da parte di Israele che nella regione intende a ogni costo – anche a questo e a quello di tutte el conseguenze che ne derivano – mantenere (senza alcun diritto ma comprensibilmente: se ci riesce e finché ci riesce) il proprio monopolio nucleare, specie nel campo degli armamenti.

La Cina continua a crescere più di ogni altro paese. Tra problemi, contraddizioni ma anche, tutto sommato, con esiti di forte progresso complessivo che non entrano, ancora, troppo in conflitto con la sovrastruttura politica impregnata a fondo di valori e di una cultura dove forse, però, più che il comunismo d’una volta, ancora ufficialmente al potere, conta il confucianesimo di sempre: la ricerca di una società quasi ad ogni costo armoniosa dove questo, non la “libertà” di ciascuno ma quella maggiore di tutti, è il valore largamente maggioritario.

Nel frattempo, in India la produzione industriale cresce del 16,8% nell’anno fino a dicembre[2].  

Sul piano globale, per il petrolio le stime di fatturato delle grandi compagnie sono state ridotte di parecchio dal costo delle operazioni di raffinazione. Alla Exxon Mobil e alla BP di quasi il 50%, alla Shell del 70%... Il che non significa certo che ci stiano perdendo: solo che nel 2009 hanno guadagnato di meno. Soprattutto per i limiti ormai imposti in molte parti del mondo alle loro emissioni selvagge di anidride carbonica nell’atmosfera. A causa di questo, e dell’aumento potenziale dell’uso di fonti energetiche alternative, alcune di queste compagnie stanno “considerando[3] (almeno dicono di minacciare…) tagli permanenti della loro capacità di raffinazione.

Però, dice Mohammad Ali Khatibi, componente iraniano del governatorato dell’OPEC, ora con la ripresa di un almeno un po’ di ripresa economica, è previsto l’aumento – tra 1 milione e 1 milione e 400 mila barili al giorno – della domanda di greggio nella seconda metà del 2010 e, con esso, anche quello dei prezzi. A dicembre 2008 il prezzo era crollato a 30 $ al barile e adesso oscilla tra i 70 e gli 85 $[4].

Più in generale, sul tema della ripresa da questa recessione, va detto – e bisognerebbe sempre ricordarselo e ricordarlo – che quanti chiedono a tutti, ma specie ai più poveri, in ogni paese: più a loro che ai ricchi, semplicemente perché sono molti di più – di stringere la cinghia perché ormai bisogna che tutti rinuncino a qualcosa visto che la produttività cresce meno o non cresce per niente, chiedono di farlo per motivi che non sono oggettivi, perché non c’è proprio ragione per cui d’ora in avanti la produttività delle economie dovrebbe smettere di crescere più rapidamente di quanto abbia fatto, diciamo negli ultimi vent’anni.

In altri termini: solo l’incompetenza del management, tecnico e politico, delle nostre economie – come quella che largamente ci ha affondato in questa crisi – e/o la prosecuzione del trend insensato, e ideologicamente motivato, alla redistribuzione dei redditi verso l’alto sono ostacoli reali al miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione.

Così come c’è da chiarire un altro fattore importante. E’ vero che ci vuole, adesso, più tempo, rispetto alla recessioni precedenti, per recuperare i posti di lavoro che sono andati distrutti in una crisi ma la faccenda non ha niente a che fare con un preteso cambiamento nel rapporto tra crescita e lavori creati. Semplicemente, almeno in America (ma anche in tanti altri paesi moderni) è più basso, anche molto più fiacco, il ritmo della crescita.

Negli USA, la crescita negli 8 trimestri seguiti alle ultime 5 recessioni ha registrato i ritmi seguenti[5]:

1970 (IV trim.)-1972 (IV) +8,9%

1975 (I)-1977(I) +9,8%

1982 (I)-1984 (IV) +13,5%

1991 (I)-1993 (I) +6%

2001 (IV9-2003 (IV) – 5,9%

Come si vede, la crescita venuta fuori dalle ultime due fasi di recessione è stata molto debole su basi di confronto storico e le proiezioni che adesso vengono avanzate per questa sortita dalla crisi saranno, forse, anche più deboli. Non c’è, dunque, alcun mistero sulle difficoltà di queste ripresine a ricreare lavoro/i. D’altra parte, va detto che la recessione del 1991 non ha trovato alcuna risposta in alcuna politica di stimolo. Anzi…

Allora, il governo proprio all’inizio della recessione mise in atto un pacchetto di riduzione del deficit che certo non la provocò ma neanche aiutò: in altri termini, una politica congiunturale controrecessiva quanto mai stupida. Invece, la recessione del 2001, proprio come questa venne causata direttamente dallo sgonfiarsi di una bolla speculativa: quella finanziaria, di borsa; questa, ipotecaria, edilizia.

Per dirla tonda, e molto molto chiara, qui come in qualsiasi altra delle nostre economie appena appena avanzate non ci sarà vera ripresa finché i redditi medi ricominceranno a crescere e i consumatori potranno rimettere un po’ in ordine, più sul nero e meno sul rosso, i loro conti liberandosi almeno un po’ del carico dei debiti finora insolvibili.

C’è, tra i grandi economisti a livello mondiale, chi dice che è ora di buttare a mare le vecchie dottrine monetariste— anche se con modi un po’ più forbiti come quando il presidente dell’Osservatorio francese della congiuntura, il prof. Jean-Paul Fitoussi, dice che “E’giunto il momento di una revisione dottrinale” netta[6]. Bisogna smetterla con la finzione per cui il tasso di crescita dei prezzi va tenuto sotto il 2%. Perché è sbagliato e fa male a un’economia moderna. Il 2% è un tetto che stringe troppo credito e crescita.

Bisogna rivedere proprio la dottrina dominante, quella che – spiega Fitoussi – ha preteso per anni che la stabilità generale dell’economia abbia per condizione la stabilità dei prezzi: condizione che è stata largamente assicurata dalle banche centrali senza per questo impedire il trionfare di un disordine macroeconomico generalizzato”.

Ora, poi, lo dice anche il sommo sacerdozio della economia convenzionale, il Fondo monetario, dell’opportunità di alzare il tetto di inflazione, una misura che alzandosi dal 2% medio attuale come obiettivo permetterebbe di accrescere il margine di manovra della politica monetaria, con maggiore flessibilità dei tassi in caso di shock e l’effetto di una maggior libertà consentita anche alle politiche di bilancio che proprio dal tasso di inflazione dipendono molto. E mentre Fitoussi, più prudente, parla di un obiettivo del 3% generalizzato, il capo economista del FMI, Olivier Blanchard, preconizza una soglia programmata del 4%.

Dice che bisogna farlo adesso, Blanchard, “in tempi normali per poter accrescere il margine di manovra della politica monetaria[7] ridando alle banche centrali la possibilità che ora hanno perso di giostrare coi tassi. Gli economisti ortodossi – come John Taylor, consigliere di Bush, che non contento dei guai fatti in quella sua veste, ora si chiede ironicamente perché allora, “invece di darsi come tetto il 4, non gli si dà il 5 o il 6%?” – e non si rende neanche vagamente conto del fatto che 3, 4, 5 o anche 2 sempre di numeri del tutto arbitrari si tratta – sono scioccati[8]. Ma, in specie, perché questo messaggio eversivo viene dal Fondo, finora il tempio del perbenismo accademico.    

in Cina

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l’OCSE, che a Parigi costituisce forse l’Ufficio studi e ricerche economiche più preparato ma anche più ideologizzato del mondo – per l’esattezza, dei 30 paesi più capitalisticamente sviluppati del mondo – constata e dichiara, a inizio febbraio, che la Cina sta guidando l’economia globale fuori dalla recessione e che, entro cinque-sette anni potrebbe ben sorpassare anche gli USA come paese globalmente più ricco del mondo, ma indica pure, coi cinesi stessi ma non sempre in coincidenza con le loro analisi e conclusioni – finora però, sia chiaro, come mostrano i risultati sono loro ad aver avuto ragione – che per l’economia del gigante d’Oriente restano aperti diversi rischi.

L’OCSE cita[9], in proposito, un cambio “troppo rigido” e un tasso di risparmio “troppo alto” come fattori di possibile inasprimento di squilibri a venire e raccomanda, come rimedio, minori controlli e più spesa sociale. Ma, poi, anche più “riforme sociali”: dove riforme va inteso nel senso liberista del termine – di un mercato più libero e più selvaggio, cioè – esattamente il contrario di quel che i cinesi hanno fatto e di quanto si ripromettono di continuare a fare.

Certo, sono d’accordo anche loro sulla necessità di “liberalizzare” qualche po’ certi meccanismi: in generale, la pesantezza della macchina burocratica. Ma non concordano affatto, e lo dicono, nel lasciar decidere cosa fare e come farlo al mercato, tout court. Del tutto d’accordo, sembrano invece sul rischio di crediti che potrebbero anche diventare non esigibili nel futuro prossimo venturo: “sull’impennata di prestiti imprudenti fatta da molte banche ad infrastrutture che fanno capo ad autorità locali”.

A modo loro, però, le autorità cinesi hanno già cominciato a farlo (riducendo la quantità di circolante, cioè la liquidità, del sistema, come fanno sempre le banche centrali, d’autorità cioè e non lasciando fare ai mercati), anticipando sul tempo il merito anche se non il metodo delle raccomandazioni dell’OCSE[10].

I dati più recenti dell’Ufficio centrale di statistica dicono, insieme, due cose che sembrano proprio contraddittorie:

• che cala a gennaio il ritmo di crescita dell’inflazione al dettaglio (+1,5% dallo stesso mese dell’anno precedente ma meno dell’1,9 di dicembre[11]: il che sembrerebbe indicare che Pechino è in grado di rinviare misure drastiche come l’aumento del tasso di sconto con ripercussioni possibili sul piano globale se portassero a rallentare la crescita cinese e la domanda di materie prime e di beni di consumo da importare dall’estero; e

• che, in senso opposto, sempre a gennaio e su un anno prima, i prezzi all’ingrosso, o come si dice alla produzione, salgono del 4,3%, molto al di sopra dell’1,9 del mese prima[12]. Ancora ad ottobre, solo tre mesi prima, la Cina soffriva ancora di deflazione moderata e graduale a livello della produzione.

L’agenzia di rating internazionale Fitch batte da parte sua sullo stesso tasto: le banche corrono, qui più che in tutto il resto dell’Asia, il rischio di una seria bolla speculativa. Nel 2009 il monte prestiti messo a disposizione per combattere la crisi è stato del 32% in più sul 2008 e quest’anno probabilmente crescerà ancora del 10%. E, dice Fitch[13] – senza spiegare, purtroppo, le basi della sua peraltro ragionevole conclusione – un credito che aumenta in due anni di quasi il doppio in un mercato bancario già ricco di liquidità comporta rischi reali di misallocazione.

La limitata trasparenza, poi, del funzionamento delle banche in questo paese (bé, non soltanto in questo paese…) e la tendenza a spostare in avanti il rimborso dei crediti che si mostrano inesigibili o, comunque, resistenti, comporta un emergere tropo lento dei problemi che tendono invece ad accumularsi. E, quindi, probabilmente a scoppiare come fa proprio (e loro sì che se ne intendono, no?) una bolla speculativa…

Anche se non seguono le strade indicate dall’OCSE, e tanto meno i mantra sui rischi della bolla speculativa inanellati da Fitch (col loro passato, recente, di distrazione o, peggio, di connivenza al riguardo, né l’una né l’altra sembrano avere titoli di credibilità per avanzare raccomandazioni convincenti, del resto), le autorità monetarie e quelle di governo hanno disposto che nel primo trimestre del 2010 non verranno erogati prestiti per più di 2.400 miliardi di yuan (351 di $)[14].

La maggior banca commerciale del paese, l’Industrial and Commercial Bank of China, che ne è il maggior erogatore di credito ha detto che a gennaio ne ha già versato per 1.100 miliardi di yuan mentre la Banca di Cina, quella che mantiene più rapporti con l’estero, ha – avrebbe[15] – esteso nuovi prestiti per 140 miliardi di yuan.

La Banca centrale, che ha il ruolo di regolatore di tutto il sistema creditizio, sta in sostanza tentando di frenare l’attività di credito costringendo i vari istituti a raccogliere e detenere in riserva più capitali e ordinando loro direttamente, come ha fatto adesso, di smettere di prestare fondi. Il problema è, naturalmente, che c’è qualche difficoltà, insieme, a frenare il credito senza danneggiare la crescita anche perché le esportazioni cominciano appena a riprendersi e perciò il tasso relativo del credito resterà a livelli elevati— con i rischi che ne deriveranno.

In effetti, e tra parentesi, a gennaio le esportazioni[16] cinesi sono aumentate del 21%, e le importazioni di ben l’85,5%, rispetto allo stesso mese del 2009. Ma, avvertono gli analisti, i mesi invernali sono sempre di difficile valutazione nel caso della Cina, le cui relative forze e debolezze nel campo degli scambi emergono in maniera affidabile a cominciare da marzo.

Ora l’export, in questo paese, è cruciale anche se nel 2009 il 90% della crescita è stato, invece, imputabile a investimenti pubblici (da cui l’impennata dell’import). Cosa, però, che sarà duro ripetere per due anni di seguito e impone quindi un rilancio proprio delle esportazioni.  

Almeno 34 istituti bancari hanno reso noto di aver subito pressioni della Commissione regolatoria, specie di Consob locale ma con poteri maggiori, perché riducessero o cancellassero (ci sono stati veri e propri divieti alla raccolta di cash attraverso le borse per mantenere sotto controllo la circolazioni di liquidità nel sistema. Sono state d’autorità limitate anche alcune iniziali offerte pubbliche di acquisto di costruttori edili e di imprese industriali[17]. In pratica, ancora non sul piano generale e globale, ma sembra pronto a scattare un vero e proprio divieto di prendere in prestito capitali da una banca per pagare i propri debiti a un’altra.

Intanto, l’Ufficio nazionale di statistica ha annunciato a fine gennaio che una serie di riforme nella collazione, valutazione e diffusione dei dati dovrebbe poter avere implicazioni non poco positive per assicurare al governo centrale un migliore comprensione di come si muove e di come gestire un’economia gigantesca e in rapida crescita come quella di questo paese[18].

Tenere in ordine, bene e accuratamente, la contabilità di un paese variato e grande e in tumultuosa espansione come questo sarebbe una sfida per qualsiasi governo ma qui la burocrazia è, poi, appesantita da tradizioni congiunte e non sempre ben amalgamate come quella confuciana che resiste da secoli e quella comunista degli ultimi decenni. A questo si aggiunge, poi, come e più che in molti altri grandi paesi, la pratica dei tanti governi provinciali che hanno tutti i loro autonomi sistemi statistici a riferire più che quel che è quel che li fa meglio apparire.

Ha preso il tema di petto il Direttore dell’Ufficio, Ma Jianiang, parlando di 13.500 “incidenti” di falsi dati statistici compilati nel 2009. Il primo rimedio adottato sarà un metodo di calcolo uniforme e anzi unico per tutto il paese: finora si è rimediato correggendo centralmente, e sempre al ribasso diciamo così ponderato, i dati un po’ gonfiati delle entità provinciali. Dove l’errore si è rivelato non essere tale ma voluto e fraudolento, le punizioni sono anche state “esemplari”, ha chiosato.

Lo scopo della riforma non è, come qualcuno potrebbe pensare o, magari, anche sperare chi sa,  quello di rispettare gli standard internazionali – che non sono stati negoziati con la partecipazione di Pechino e, quindi, non sono automaticamente accettati – se non per quel che serve ad attrarre maggiori investimenti e una migliore pubblica esposizione. Lo scopo dichiarato è quello di migliorare la visione e la supervisione del potere centrale, la sua migliore informazione e, quindi, una base qualitativamente migliore per le scelte economiche e politiche dl paese. Ma, anche qui, qui più che altrove forse – come da noi, però, come in America – la statistica non è scienza neutrale ma un mezzo per gestire il potere.

Gran parte della crescita consistente dell’economia nel 2009, l’8,7% in ragione d’anno, pare proprio  dovuta allo stimolo della spesa pubblica. Che però, ormai, dovrà prima o poi riprendere su basi più tradizionali, esportazioni e consumi interni perché così alti livelli di stimolo fiscale non possono essere mantenuti per molto tempo. Di qui, l’enfasi che le autorità di governo vanno mettendo sul nodo della “ristrutturazione economica”[19]: anche se pure qui, come spesso da noi, che cosa precisamente voglia poi dire questa giaculatoria non è proprio chiarissimo.

Nel rapporto USA-Cina che si va inasprendo su punti nuovi e vecchi di contenzioso (tutti sollevati però da parte americana— gli ultimi sono un bel pacchetto da oltre 6 miliardi di $ di armamenti a Taiwan, l’OK all’incontro pubblico tra Obama e il Dalai Lama e gli attacchi pubblici della segretaria di stato Clinton alla Cina accusata di partecipazione tiepida agli sforzi “della comunità internazionale” tesi a frenare le ambizioni di armamento nucleare che gli USA, pur senza neanche provare a provarle, attribuiscono comunque all’Iran), il presidente Obama ha preso direttamente in mano e rilanciato il dossier delicato sul cambio della valuta cinese.

Rispondendo all’accusa del senatore repubblicano Charles Grassley, che gli chiedeva di condannare formalmente la Cina come “manipolatrice di valute” e di “obbligarla” a rivalutare lo yuan (come non glielo ha, però, suggerito…), il presidente si è impegnato a indurire la sua protesta e a far applicare le regole del commercio internazionale che obbligano i paesi firmatari dei trattati dell’OMC (come la Cina) a rispettare senza eccezioni la “reciprocità commerciale[20]. E’ l’impegno che formalmente assume anche il segretario al Commercio, Gary Locke, facendo rilevare che un sistema di libero commercio è libero e resta tale solo se e perché vale per tutti.

Ma la Cina risponde, dopo qualche ora soltanto, che anche gli USA sono naturalmente tenuti, però, a osservare fino in fondo le regole dell’OMC e che non sempre lo fanno. Con un portavoce del ministero degli Esteri contesta, poi, che spetti agli Stati Uniti etichettare come artificialmente basso il tasso di cambio dello yuan; e afferma che, con la stessa autorità del governo americano ma l’autorevolezza di un’economia solida e in espansione, è il tasso di cambio del dollaro, allora, ad essere mantenuto troppo alto per ragioni di malinteso prestigio (la valuta forte) non giustificate dai fondamentali di una catastrofica bilancia dei pagamenti.

Perché da quando esistono le banche centrali sono esse, nella realtà e non nella leggenda del cosiddetto libero mercato, a stabilire il cambio delle valute di un paese o dell’altro, con svalutazioni e rivalutazioni ed aggiustamenti continui, magari guidati ma mai realmente affidati – come dice la favola – ai ghiribizzi del libero mercato[21]

Ma Zhaoxu, l’esponente del ministero cui era stata affidata la replica – non al presidente, né al premier, non al ministro e neanche all’ultimo dei sottosegretari: de minimis, insomma, praetor non deve proprio curarsi, immaginiamoci un po’ un presidente – ha sostenuto che a giudicare sulla base non del parere di economisti “di parte” ma di elementi obiettivi “come le bilance dei pagamenti internazionali e la domanda e l’offerta, questa sì, sui mercati internazionali”, lo yuan non è mai stato “la causa principale del deficit commerciale americano e che il suo valore attuale di mercato sta arrivando a un livello ragionevole ed equilibrato”.

Risolvere il problema, se tale qualcuno lo giudica come sembrano fare gli Stati Uniti d’America e non solo – non si fa alzando la voce e le denunce, ammonisce Ma Zhaoxu, ma verificando i dati e, semmai, negoziando. E all’America dà un gran fastidio sentirsi impartire elezioni come è invece abituata a fare… Ma il fatto è che la Cina non si limita ormai solo a parlare…

Comincia, infatti, a liberarsi di una fetta consistente dei titoli denominati in dollari accumulati nelle proprie riserve, tenendosi solo quelli garantiti dal governo americano (buoni del Tesoro e debito ipotecario di agenzie federali come, ad esempio, Freddie Mac). Il messaggio trasmesso è che “non ci piace per niente il clima che s’è creato in America, traduce la BNP Paribas (il capo dell’Ufficio valute, H. Redeker) “quando il principale investitore al mondo comincia a sfuggire i rischi, bisogna prenderne nota, specie noi che per mestiere cambiamo valute”.

Durante il boom del 2006 e del 2007, la riserve cinesi si erano caricate di debiti di imprese e di enti pubblici americani (titoli municipali, di agenzie e di Stati federali). Non più, da qualche tempo e, ora, a dicembre – dice il Tesoro americano[22] – la Cina ha ridotto del 4,3%, di 34,2 miliardi di $ – un record – i titoli americani che possiede, finendo l’anno con 755,4 miliardi di $ di titoli USA, cioè di debito USA, nelle sue riserve e scendendo al secondo posto, dopo i 789,6 miliardi di $ detenuti dal Giappone. Crescono, invece, nel mese le riserve di titoli americani tenuti da Regno Unito, Brasile, Hong Kong e da una serie di banche off-shore delle isole Cayman.

Il problema è che l’America adesso, negli anni a venire, sarà costretta a vendere un volume senza precedenti di buoni del Tesoro per finanziarsi il deficit record che ha accumulato e per pagare il prezzo del salvataggio di Wall Street e riavviare la propria economia reale con il pacchetto di stimoli da 900 miliardi di $. E il sospetto che i principali tra gli investitori esteri cominciano a dubitare delle promesse di Obama di riportare sotto controllo le finanze pubbliche americane, comincia anche a diffondere qualche timore a Washington.

Ma il problema è anche quello dell’interpretazione corretta dei segnali cinesi. Un avvertimento, pesante? Una semplice correzione di rotta? Da tempo, Pechino criticava i deficit “cronici” di bilancio americani che mettevano a rischio, diceva, la sicurezza dei suoi investimenti in bond americani. Ed era da tempo che minacciava, a bassa voce, però di diversificare.

A bassa voce, perché con le montagne di dollari del debito americano che continua comunque a detenere (750 e più miliardi), se la Cina smettesse di acquistarli si abbasserebbe di brutto il valore di quelli che tiene nel suo portafogli. I due paesi cioè – ma tutti e due, non uno solo: anche, e come, l’America… – sono legati da una stretta interdipendenza e hanno l’interesse assolutamente reciproco di non farsi esplodere in mano il giocattolo. Per cui non possono facilmente permettersi l’uno di stuzzicare l’altro… o, almeno, non troppo.

Sul livello del prodotto nazionale lordo cinese, stavolta ci soffermiamo – in particolare sulla diatriba con quanti, di tanto in tanto, insistono a calcolarlo, sbagliando, al valore del cambio e non a parità di potere d’acquisto: come per non rassegnarsi alla “resa dell’occidente”, visto che tendono a considerare i giapponesi occidentali ad honorem, come li considerava ad honoremariani la classificazione razziale del Terzo Reich e dell’Italia fascista – nell’ultimo capitolo di questa Nota, quello relativo al GIAPPONE.

nei paesi (più o meno)emergenti…

In India il tasso di inflazione a dicembre, e su base annua, è salito dal 13,3 al 15,1%. E anche qui la Banca centrale ha aumentato al 5,75%, dello 0, 75, le riserve obbligatorie sull’Ammontare dei depositi, lasciando però il tasso di interesse immutato[23].

La presidentessa Argentina Cristina Fernandez de Kirchmer ha vinto la sua battaglia e rimosso, col consenso del Congresso, il presidente della Banca centrale, Martin Redrado[24], che si opponeva al suo piano di utilizzare una parte delle riserve del paese per pagarci una fetta del debito pubblico e rimettere così in funzione i meccanismi economici. Lo sostituisce un’economista più vicina alle posizioni del presidente e, dunque, più disponibile.

L’America latina sta cercando una voce e un’unità sua propria e più convincente. 32 capi di Stato (compreso Raul Castro per Cuba) si sono riuniti a Playa del Carmen in Messico per gettare le basi di un nuovo organismo regionale che, una volta creato (ma nel 2011 o nel 2012: non è chiaro), potrebbe – secondo non pochi dei presenti, dovrebbe – rimpiazzare l’Organizzazione degli Stati Americani, OAS, che escludendo Cuba riunisce oltre loro, però, anche Canada e Stati Uniti. Washington, il Dipartimento di Stato, non ha gradito e ha tenuto a farlo sapere[25]

Il presidente Lula ha presentato la candidata alla sua successione, del resto nota ornai da oltre un anno, la sua principale assistente Dilma Rousseff[26], alla convenzione del partito dei lavoratori che ne ha poi ratificata la candidatura alla presidenza del Brasile (le elezioni sono a ottobre). Rousseff è personaggio capace, efficace e credibile e, sponsorizzata dal presidente, anche forte. Lula ha detto che è di sinistra come lui – fu a suo tempo torturata per un anno sotto il regime dei generali negli anni ’70 – ma anche pragmatica come lui. Ma lei ha tenuto ad aggiungere al Congresso che di lui è più propensa a far intervenire lo Stato nelle cose dell’economia…     

EUROPA

Nell’ultimo trimestre del 2009, i dati ormai sono stati tutti confermati, la ripresa nell’eurozona è andata a passo di tartaruga: a una media dello 0,1% di crescita[27] rispetto al trimestre precedente, quando era salita di un appena decente 0,4%. Gran parte della debolezza viene dalla Germania dove l’economia è entrata in stallo. In Francia, per contro, l’espansione si è andata rafforzando (+0,6%) mentre nella terza economia dell’area euro, l’Italia, è scivolata a -0,2 dopo essere cresciuta, nel terzo trimestre, dello 0,6%. Nell’anno, e nell’insieme, l’economia dell’eurozona s’è contratta del 4% e, nell’Unione a 27, del 4,1%.

La diffusione dei questi dati da parte dell’EUROSTAT ha subito portato allo scivolamento dell’euro che, alla fine, si è attestato a 1,3562 per $. Ma non sembra sia è stata una disgrazia davvero visto che aiuta sicuramente le esportazioni.  Intanto, già a dicembre, era migliorato l’attivo commerciale[28] dell’eurozona, passando dal deficit di 1,8 miliardi di novembre a 4,4 miliardi di € di surplus. Le esportazioni sono aumentate, nel dato destagionalizzato, del 3,1% in un mese e le importazioni dell’1,7.

Obama ha deciso di saltare l’impegno già preso per maggio di incontrarsi a Madrid al vertice dell’Unione coi suoi colleghi europei. Sarebbe questa la prima volta dal 1993 che non si tiene il vertice bilaterale Europa-USA. E lo ha fatto sapere agli ospiti spagnoli con un comunicato stampa[29]... Facendo imbestialire non poco gli interlocutori. Ma anche, in qualche modo, dando un avviso che più chiaro non si può sul fatto che riunioni inconcludenti e di pura forma come quella avuta in quella sede l’anno scorso – poca discussione di merito, nessuna conclusione obbligante: perché questa è, più spesso che no, la natura della bestia – lo interessano poco.

In fondo, giustamente: non è che ci siano sviluppi granché nuovi e, poi, è ancora in corso un rodaggio inevitabilmente un po’ rugginoso tra la presidenza nuova, quella più permanente dell’Unione, van Rompuy, e quella – l’ultima, spagnola appunto – semestrale di turno. E le cose che premono di più sul presidente americano non riguardano certo l’Europa ma, per la politica estera, in prima fila l’Iran e, poi, la complessa evoluzione/involuzione della politica interna statunitense.

A spiegare anche un po’, se volete, il casino interno che caratterizza al momento i vertici delle istituzioni europee (Zuesti ptimi e setimaner di c o.èpresidenza e di conflitti di poteri dei co-preiddenti (uno per sei mesi, apatero: che, però, in queste settimane ha altre gatte da pelare; l’altro, van Rompuy, che ha il problema di farsi prendere sul serio e si trova a inaugurare i sue due anni e mezzo con la prima assenza a un vertice USA-UE del presidente americano…) il presidente della BCE, Trichet, è tornato di corsa da una conferenza in Australia dove solo il giorno prima, ha tenuto stizzito a rendere noto[30], era stato raggiunto dalla convocazione formale del vertice straordinario UE dedicato alla crisi finanziaria greca.

Se ne parlava da almeno quindici giorni a Bruxelles. Ma se ne parlava soltanto…

Tutta la questione di come verrà assestata dentro l’Unione europea la faccenda immediata e pressante della stabilità finanziaria e macroeconomica di Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna – questione mai riconosciuta ufficialmente esistente ma, in realtà, nei fatti pressante – rifletterà nel modo in cui sarà affrontata e risolta un giudizio importante di merito, su come – e se – alla fine l’Unione funziona. Bisognerà imparare a distinguere, in materia, man mano tra dichiarazioni, intenzioni e fatti. E sarà importante saperlo fare. O, come forse ormai è necessario al di là di ogni -ismo, imparare a farlo.

Il primo nodo al pettine viene con la discussione a inizio febbraio alla Commissione del piano di riduzione del deficit della Grecia: approvato[31], come da proposta di quel governo, con l’impegno – ovvio, del resto – al monitoraggio collegiale e a una supervisione attenta. I mercati hanno subito reagito positivamente, riconoscendo che la dichiarazione UE ha lasciato un po’ di respiro al governo greco: lo spread tra i titoli greci e i bonds tedeschi si è subito ridotto di 24 punti base e l’euro ha riguadagnato, come del resto stava facendo già da due giorni, posizioni sul dollaro.

Il commissario attualmente alla Concorrenza, in altri termini responsabile dell’antitrust fino ad ora responsabile degli Affari economici e monetari, lo spagnolo Joaquin Almunia, ha chiamato “ambiziosi” gli obiettivi indicati dal governo Papandreou ma ha detto che, secondo la Commissione, sono “raggiungibili”, contraddicendo direttamente le denunce di non credibilità del piano lanciate dall’opposizione. E ha anche dato atto al governo di avere coraggiosamente corretto le stime fantasiose che il predecessore conservatore aveva comunicato a Bruxelles.

Ma ha aggiunto che chiederà conto, in pratica, quotidianamente di ogni progresso. Tra le misure indicate ora da Atene per abbattere il deficit/PIL dal 12,7% al 3% nel 2012, c’è un congelamento dei salari pubblici, un possibile aumento dell’età pensionistica, un aumento delle accise sulla benzina… nessuna delle quali misure, però, ancora cifrata precisamente (se non forse, in un secondo momento, alzare da 61 a 63 anni la soglia delle pensioni di qui al 2015) e nessuna, soprattutto, pacificamente scontata visto che il governo ha la necessità di farle trangugiare alla propria base sociale: quella chiamata a ingoiarle.

Almunia ha anche detto di essere certo che le forze della Grecia e dell’Unione sono più che sufficienti a far fronte alla sfida che viene portata all’euro attraverso la speculazione e che, comunque, il Fondo monetario non può aggiungere in ogni caso per nessuno nessuna certezza. D’altra parte, ha ricordato puntiglioso, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa, non è certo la questa la prima volta che i soloni, specie americani e britannici (a latere della conferenza stampa ha ricordato per nome e cognome la buonanima di Milton Friedman in America e della più che viva signora Thatcher in Europa) hanno, prima, scommesso che l’euro non sarebbe mai nato e, poi, ne hanno diverse volte celebrato, con leggera prematurità, i funerali…

Intanto la Spagna, sempre in Commissione e sempre nella stessa occasione dell’esame alla Grecia, ha voluto anch’essa rassicurare tutti: intende portare il suo deficit a dimensioni più consone a quelle consentite da Mastricht, dal 9,8% quest’anno (già -1,6% sul 2009) al 5,3 nel 2012. Rispetto agli impegni precedenti, il piano presentato dagli spagnoli era stavolta cifrato anno e per anno.

Purtroppo i mercati ci credono meno e infieriscono (è la natura della bestia, azzannare alla gola chi è debole) come fanno sempre sul punto di massima debolezza contingente, forzando sui rendimenti (a tre anni, il 4 febbraio al 2,63% contro il 2,14 di due mesi prima) e precipitando le borse a un gran brutto e precipitoso (anche se poi discontinuo picco di) ribasso un po’ in tutta Europa. Ma, a queste condizioni, i titoli vendono molto di più del previsto e i rendimenti ricadono presto, restando comunque al 2,24%.

Però, anche se non proprio inattese, arrivano nuovi dati negativi per l’economia spagnola. Secondo le nuove stime di inizio febbraio della Banca di Spagna, il PIL si è ridotto dello 0,1% anche nel l’ultimo trimestre del 2009: la settima contrazione trimestrale consecutiva (due anni interi, in pratica, e nel 2009, -3,6%) che aggrava ancora ovviamente la pressione di chi vuole una rapida riduzione del deficit/PIL (11,45 nel 2009) e del debito pubblico che pure è meno della metà di quello nostrano (però è in crescita molto più rapida del nostro: la Commissione stima che stia salendo dal 40 del 2008 fino a quello che sarà il 74% a fine 2011).

Naturalmente anche qui, come succede per la Grecia e per altri – venendone sfiorata, secondo i mercati anche se non secondo il presidente del Consiglio, anche l’Italia – qualcuno comincia a chiedersi se strangolarsi con le proprie mani per raddrizzare un po’ (solo un po’, poi…) i conti vale davvero la pena[32].

Per l’Italia, e qui tra parentesi, vale la pena forse di riportare il ragionamento, non certo pietoso – ma chi ne avrebbe davvero bisogno?... se non forse il Berlusca per continuare a imbellettare il volto della nostra economia ben al di là, al solito, di quella che è la realtà – svolto in questi giorni a voce bassa da molti in Europa e a voce alta, per esempio, dal quotidiano francese le Monde[33] . Che, dice, si limita a riportare il pensiero di Robert Mundell, Nobel dell’Economia 1999 che insegna alla Columbia university e, tra gli americani, è stato uno dei non moltissimi, ma autorevoli davvero, sostenitori convinti dell’euro.

Il fatto è che la Grecia è un’economia molto piccola, e per questo è possibile prefigurarne –al limite – un’operazione di salvataggio. Ma l’Italia, no. L’Italia è anch’essa vulnerabile, ma la sua economia è  troppo grossa e importante, la terza dell’eurozona, una delle sei maggiori del mondo, perché chiunque, perfino l’eurozona, possa prevederne il salvataggio.

Finora non ha suscitato grandi allarmi perché Tremonti, scommettendo sul tenere più in ordine i conti che sul rilancio dell’economia e azzardando fantasia e inventiva finanziaria anche molto arrischiata, è riuscito a tenere il deficit/PIL al 5%, non al 13 della Grecia né alle cifre doppie di Spagna, Portogallo e Irlanda.

Ma, per farlo, ha dovuto lasciar perdere qualsiasi piano di rilancio sensato e efficace dell’economia e, ormai, al di là del mantra berlusconeide del “tutto va ben, stiamo uscendo dalla crisi molto meglio degli altri”, la verità è che non ne stiamo uscendo per niente e che la bufera – occupazionale e di investimenti: ha tagliato tutto – è in arrivo.

In un’intervista all’agenzia Bloomberg, citata poi largamente anche su Il Sole[34], Robert Mundell rileva, in modo ben pertinente, che la Grecia in fondo è un problema locale, così come la California per gli Stati Uniti. La California può anche andare in default, ma questo non avrà alcuna conseguenza sul resto del paese. Lo stesso per la Grecia e l’eurozona, ma l’Italia ha debiti per circa 1. 800 miliardi di euro, oltre cinque volte quelli della Grecia”. E “se l'Italia avrà delle difficoltà e diventerà un bersaglio della speculazione, allora ci saranno problemi enormi per l'euro”.

Poi, però, e contraddittoriamente – lui, che nell’euro crede: ma non è la prima volta davvero che Mundell si contraddice – torna a ridire che sono “del tutto ingiustificati gli allarmi di chi preconizza una spaccatura dell'unione monetaria. Anzi a suo parere l'eurozona dovrebbe continuare a crescere arrivando a includere anche l'Inghilterra”.

Mundell invoca naturalmente – da sempre: come tutti gli economisti “per bene” – le riforme “strutturali”, l’alleggerimento del carico burocratico e, coi risparmi, il rilancio della competitività industriale che è andata perduta. Ma con quale governo? questo, di Berlusconi? quello di un centro-sinistra che, poi, chi crede sarebbe alternativo davvero? capace cioè di farle, ma facendone visibilmente portare il peso in modo spartito equamente a tutti gli italiani… Il problema è che non ci crede nessuno…

Il governo del Portogallo, in condizioni analoghe coi suoi conti, trova anche meno ascolto tra gli investitori cui riesce a vendere solo 300 milioni di € dei titoli a dodici anni che aspettava di liquidare per almeno 500 milioni. Come al solito, invece di un interesse allo 0,93%, il rendimento dei titoli venduti all’asta del 20gennio salirà all’1,38%.

Del resto il bilancio presentato il 25 gennaio al parlamento di Lisbona dal governo non aveva convinto le agenzie di rating, né Moody’s né Fitch, che le misure annunciate sarebbero state sufficienti a tagliare il deficit. Il deficit/PIL del 2009 era al 9,3%, più alto del previsto 8,5, e nel 2010 ne è prevista la riduzione solo dell’1%.

Poi, e comunque, il 5 febbraio il parlamento ha bocciato il piano di austerità del governo e ha, invece, passato quello alternativo delle opposizioni che consente di allargare il debito di altri 400 milioni di € contro le obiezioni del governo socialista di minoranza e, naturalmente, della Commissione. Il ministro per i Rapporti col parlamento, Jorge Lacao, ha dichiarato che il governo cercherà adesso – cercherà… – di “nullificare l’irresponsabile” comportamento di  un’opposizione che, però, sembra essere diventata… maggioranza[35].

E ha presentato un suo contropiano che, per ridurre il deficit di bilancio al 3% entro il 2013, prevede il congelamento fino a quell’anno di salari e stipendi nel settore pubblico allargato, almeno secondo le indiscrezioni uscite su una pubblicazione d’affari[36] che esce a Lisbona: al meglio terranno il passo dell’inflazione e potranno salire solo se non si raggiungerà prima l’obiettivo. Ma sono già cominciati gli scioperi, per ora da parte del sindacato più di sinistra che il prossimo 4 marzo si allargheranno, con ogni probabilità, però ormai a tutto il settore. 

Adesso, il pericolo è che si diffonda – non sui mercati, che come tali naturalmente non sono entità realmente esistenti, ma tra gli operatori concreti e individuali che operano sui mercati – una specie di fobia, di paura di massa, di sfiducia in quelli che, dalle iniziali dei paesi in questione messi tutti insieme e un po’ alla rinfusa, chiamano i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna— ma è la solita dizione anglosassone che sa quasi di insulto, visto che la parola PIGS in inglese sta per maiali…) che porti alla fine i costi del finanziamento a impennarsi rendendo più difficile agli Stati periferici dell’eurozona il finanziamento “normale” dei propri deficit di bilancio[37].

C’è da notare che un po’ in tutta l’Europa occidentale – meno da noi, per le divisioni, diciamo pure, strategiche tra i sindacati italiani – sta salendo l’opposizione alle misure dovunque annunciate di austerità: non tanto perché non se ne veda magari la necessità, quanto perché se ne percepisce evidente l’imposizione soprattutto se non esclusivamente su lavoratori dipendenti, contribuenti non evasori e, insomma, i pantaloni di sempre.

E siccome – al di là di ogni illusione buonista di chi non capisce niente e neanche lo sa, malgrado anni di iscrizione ai vertici di qualche sindacato, per glorioso che sia: esso, non lui… – siccome i padroni e la destra di governo e di potere non mollano niente se non li costringi, hanno ragione i tedeschi della Ver.di, gli inglesi del TUC, i tedeschi dell’IG-Metall e non gli italiani della CISL a cercare strategicamente l’inciucio…

E’ che sta venendo a galla con virulenza, come prima o poi sarebbe successo, la contraddizione di fondo di questa Europa così come l’hanno costruita e, poi, l’hanno a un certo punto bloccata: che il NYT identifica bene, in estrema sintesi, come “la presa degli Stati sulle politiche economiche che rende difficile – in pratica, davvero impossibile senza un bilancio comune e un governo comune di quel bilancio – far i conti collettivamente con una crisi[38]. Insomma, il solito nodo: una sola politica monetaria… e sedici, ventisette bilanci diversi. Il fatto che la crisi, a ben vedere, non è neanche, cioè, quella dell’euro ma dell’Europa, della stessa idea dell’Europa…

Non si arriva a sciogliere il nodo neanche al vertice straordinario improvvisamente convocato d’autorità propria e senza consultare nessuno da van Rompuy  a Bruxelles in piena bufera nevosa (e nervosa) l’11 di febbraio. Significativo, però, è che nessuno gli abbia detto di no, a riflettere il fatto ormai ineludibile che con questo problema ormai – lo squilibrio fra potere monetario centrale e i anti poteri sparpagliati di ordine economico e di bilancio – i conti ormai bisognerà arrivare a farli.

Anche se ora si comincia dalla Grecia. E, al livello dei capi di Stato e di governo, inevitabilmente si comincia solo con una solenne dichiarazione politica. Ci penseranno poi i tecnici, dicono i capi di governo a rimpolpare di qualche sostanza, di qualche misura tecnica appunto, gli spazi necessari a soddisfare le piovre  poi, dei mercati: agenzie di rating, banche, assicurazioni… i colpevoli primi, cioè, guarda un po’, della Grande Recessione…

D’altra parte, poi, alla vigilia della riunione dei “ministri tecnici” ci pensa il loro presidente, Jean-Claude Juncker, ministro delle Finanze e primo ministro del Lussemburgo, a completare la frittata, dichiarandosi prima pronto a parlare e rispondere alle domande e, poi, invece, chiudendosi a riccio e come facendosi interprete della riottosità dell’Unione a dare una mano concreta alla Grecia.

Prima, dichiara  che “sarebbe assolutamente negativo per l’immagine dell’eurozona” se la Grecia uscisse dalla stessa – ma già il parlare dell’ipotesi era finora considerato come destabilizzante… e ora ne parla Juncker che presiede il Consiglio dei ministri delle Finanze – ed è evidente che la responsabilità di frenare le spese di bilancio greche è… della Grecia – tanto evidente che forse era meglio anche non dirlo… – però l’eurozona, nel suo complesso, “sarà pronta a dare una mano[39].

Solo che, alla domanda ovvia, e immediata, dei media sul come e sul quando, il premier lussemburghese si tace. E, allora, è evidente che era meglio star zitto anziché parlare per dire niente col rischio di sembrare addirittura farlo pure apposta…

Ma le dichiarazioni di intenti squisitamente politici, all’impronta, così, non sembrano soddisfare le esigenze di mercati, borse, finanza. La dichiarazione della maestrina della penna rossa, la più autorevole dei professori in cattedra, la cancelliera Angela Merkel spiega, puntigliosamente, come certo “la Grecia non sarà lasciata sola ma ci sono regole e queste regole vanno osservatenon tutte sia chiaro, e non per ogni paese nella stessa misura, sicuro, come i numeri che qui di seguito diamo certificano –. Su questa baseconclude concorderemo la nostra dichiarazione[40].

Vogliono ben altre misure però, i mercati, le borse d’Europa, Wall Street… e sembrano non accontentarsi lì per lì dell’annuncio solenne che, però, solennemente si limita a proclamare che i 16 “assumeranno le azioni decise e coordinate eventualmente necessarie a salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro, nel suo complesso”. Ma “il governo greco non  ha chiesto alcuna misura finanziaria di aiuto” e la dichiarazione non contiene alcun impegno di questo specifico ordine[41] (certezza che fa un po’ a botte, però, con la lamentela poi del  PM greco sull’assenza di aiuti concreti dell’Europa al suo paese).

Mercati e investitori hanno giudicato la cosa come una pecetta messa sula piaga e reagito, al meglio, con grande freddezza. L’annuncio della determinazione ad agire non equivale, in effetti, specie sui mercati, ad agire… Le divisioni sul come fare e che fare sono restate tutte tra i sedici e, in particolare, proprio tra Germania e Francia (la prima rigidissima, sostenuta dalla BCE – nessun sostegno finanziario diretto – la seconda molto più disponibile) che molti si aspettavano, invece,  potessero agire insieme o, almeno, in parallelo. Il fatto che la Francia detenga ben 79 miliardi di $ del debito estero della Grecia, con la Germania a metà solo di quella esposizione (la Svizzera, invece, per conto suo è a quota Francia) contribuisce a spiegare la maggiore “generosità” (teorica almeno) della prima rispetto alla seconda[42]

Berlusconi s’è segnalato per il suo silenzio, che ha tenuto se non per aver pensato a sollevare il problema delle pensioni che tutti – dice – dovranno nel prossimo futuro ridurre (non la sua, si capisce, che del resto non ne abbisogna) e per la difesa, a latere, del sottosegretario Bertolaso— l’unica cosa che, del resto, sembrava interessare molti giornalisti italiani.

Ad Atene, George Papandreou è come scoppiato, al ritorno, dicendo la sua verità, anche se con qualche dose di ingenuità: non possiamo certo assolverci – ha riconosciuto subito – e, tanto meno, assolvere la politica economica irresponsabile che il paese ha tenuto negli ultimi anni, da quando è entrato nell’euro e dopo, specie sotto i governi di centro-destra.

Ha anche messo in evidenza quanto e come la speculazione finanziaria che si è scatenata contro la Grecia abbia pesato sui guai del paese: e qui è stato davvero ingenuo, perché francamente c’è poco da meravigliarsi se la speculazione finanziaria semplicemente ha fatto e fa il suo mestiere, inserendo i suoi giochi negli spazi che le vengono lasciati da governi e autorità monetarie. E, poi, ha rilevato, e ne è stato giustamente fatto il titolo del servizio sul Guardian di Londra, che se “l’UE negli ultimi mesi ci ha dato il suo appoggio politico, nella battaglia delle sensazioni e della psicologia dei mercati è stata al minimo timida[43].

E’ così. Ha ragione. Ma il fatto è che la situazione nella zona euro è quella descritta, qui di seguito, nella previsione d’autunno 2009 della Commissione europea:

                                     Deficit/PIL %                         Debito pubblico/PIL %

GRECIA                             12,5                                             112,6

SPAGNA                             11,25                                             54.3

IRLANDA                           10,75                                             65,8

ITALIA                                5,3                                             114.6    

e, sul piano dei più virtuosi, ad esempio quello dell’economia che conta di più:

GERMANIA                          3,5                                               73,1

Si noti, però: neanche uno di questi paesi, Germania compresa, è perfettamente in regola con Mastricht. E per il più eminente di quelli che stanno fuori, la Gran Bretagna, le cifre dicono di una situazione anche peggiore di quelle della Grecia: se anche aspirasse a entrare nell’euro le regole glielo impedirebbero, categoricamente, con quel po’ po’ di deficit/PIL:

GRAN BRETAGNA                13                                                68,6.

Poi è anche vero che, come la Grecia e non con molta maggiore finezza (almeno) Regno Unito, Germania stessa, Italia, Portogallo e anche Francia si sono fatti nel recente passato “ottimizzare” i propri conti pubblici con l’aiuto “tecnico” – cioè, coi trucchi di finanza creativa – della Goldman Sachs, della JP Morgan, della Barclays e, perfino, della ormai defunta fu Lehman Brothers[44]

Dati macro cui, in ogni caso, per farsi un’idea più precisa, come indichiamo altrove, occorre aggiungere – nel caso quasi unico del Regno Unito (quasi perché secondo solo agli Stati Uniti e al loro debito privato), l’ammontare straordinario del debito privato degli inglesi…

Alla fine, è stato deciso di passare la gestione europea della grana Grecia all’Eurogruppo, il gruppo dei ministri delle Finanze presieduto da Juncker che esaminerà il 16 marzo il rapporto scritto che il governo di Atene si impegna a sottoporre “per garantire che il tetto di bilancio del 2010 verrà rispettato” e che “misure ulteriori dovranno essere tutte focalizzate su tagli di spesa, per esempio tagliando dagli investimenti correnti” e aumentando le entrate.

Naturalmente, si tratta di richieste facili a farsi, soprattutto per chi poi non le deve far applicare. Non si tratta comunque di un elenco di misure dettagliatamente indicate per avere accesso a un aiuto specifico: non essendoci formalmente nessun impegno a “concederlo”, non viene infatti neanche pubblicato l’elenco dettagliato di quelle.

Nelle parole di Juncker e dei componenti dell’Eurogruppo è addirittura trasparente la speranza che i mercati prendano sul serio la generica promessa a sostenere la Grecia e continuino così a comprare i bonds della Banca centrale di Atene rendendo inutili specifiche azioni di salvataggio. Ed è chiara anche l’intenzione di mandare il messaggio dell’impegno all’austerità necessaria a chi non si trova nella stessa posizione della Grecia ma analoga sì: come Portogallo, Spagna e anche Italia.

Il nuovo commissario agli Affari economici e monetari, il finlandese Olli Rehn, parlando dopo Juncker ha aggiunto che le misure annunciate prima a dicembre e ora a febbraio dal governo greco vanno nella giusta direzione, che la Commissione continuerà a lavorare con esso e l’Eurogruppo a monitorare l’applicazione delle misure annunciate, “pronto a suggerirne di nuove se fossero necessarie”.

E osserva come “la lezione critica che stiamo imparando è che abbiamo urgente bisogno di ulteriori poteri di sorveglianza. Dovremo come Commissione prendere presto in esame anche” ed è questa in realtà la lezione davvero critica che speriamo Olli Rehn, come l’Europa tutta, abbiano davvero appreso “il rafforzamento del coordinamento e della sorveglianza delle politiche economiche dell’eurozona”.

Dove, anacronisticamente e blandamente eufemistico – per paura di fare i conti sul serio con la verità così come essa è, questo alto tecnico e funzionario politico tutto vuole meno che rischiare di schierarsi per un’Europa politicamente più coesa e forte ma non può non vederne chiara la necessità – sembra solo il termine “sorveglianza”, perché il problema che oggi ha davvero l’Europa è quello proprio del coordinamento (almeno) delle politiche economiche, non solo di quelle monetarie. Altrimenti a rischio ormai è proprio l’euro. E se lo vede pure uno come Olli Rehn[45]

Ora, quando l’Eurogruppo si riunirà nuovamente per l’esame del 16 marzo, se gli obiettivi di bilancio promessi non saranno stati raggiunti (ma… in un mese?) si voterà a maggioranza qualificata – escludendo il voto greco – per decidere se sarà necessario imporre nuove misure. La decisione formale è stata presa dal Consiglio dell’Unione il 16 febbraio: più realisticamente le indicazioni dell’Eurogruppo vengono corrette a indicare che tra un mese dai greci ci si aspetta non tanto che abbiano risolto la crisi, quanto che presentino una tabella di marcia credibile.

Va segnalato anche, però, che di fatto e nei fatti il miglior aiuto possibile alla Grecia, come a tutte le altre economie strutturalmente più deboli dell’Europa, e anche a quelle più forti – la Germania per prima – lo stia dando la svalutazione in atto dell’euro (il 15%, più o meno, dall’inizio di questa crisi specifica) che rilancia le loro esportazioni sui mercati internazionali e, certo, schiera apertamente l’Europa contro l’America. O meglio, gli interessi, diciamo, dei suoi esportatori..

Ma, a parte il fatto che se l’America non intende difendersi ricorrendo per conto suo alla svalutazione della propria moneta – essa stessa potrebbe farlo come e quando vuole, se vuole – per ragioni della malintesa voglia dei suoi leaders politici di mantenere una moneta forte, forse oggi questo è il minore dei mali possibili e il migliore dei possibili strumenti di aiuto… D’altra parte, i guai di coabitazione nell’Unione sono nati proprio dalla politica di svalutazione del dollaro che, per tutto l’anno scorso, gli USA hanno praticato nel tentativo di aiutare le esportazioni.

Ne viene fuori, anche, e ancora una volta, che l’euro forte è oggi lo strumento che più mette a nudo le incongruenze e le contraddizioni di questo coacervo strano che è l’Unione europea: di qua una e, di là, addirittura… sedicina, alla fine. E che anche i paesi messisi in fila di loro sponte e di loro speranza per entrare nella zona euro – i baltici – a parte l’impossibilità di farlo adesso con i loro pessimi fondamentali, farebbero meglio ad aspettare più a lungo.

Dopo tutto quel che succede per le strade di Atene, di Madrid e di Dublino e in quelle economie reali costrette a tirare disumanamente la cinghia per bilanciare i conti delle economie di carta e dopo aver visto la poca “solidarietà” di tutti verso il più debole tra di loro è chiaro che qualcuno anche lì comincerà a ripensarci.

Se lo stare insieme non si trasforma, sia a livello di comunità degli Stati sia a livello di ogni agglomerato sociale, in usbergo concreto di qualche valore – se, cioè, i sacrifici che ci devono essere, i tagli che bisognerà subire, non vengono ripartiti in modo tale da pesare proporzionatamente di più, e in modo palese, visibile, verificabile, su chi se li può permettere e meno su chi meno può – meglio tenersi per lo meno la valvola di sicurezza del ricorso alle svalutazioni competitive, no?

Ma, a confermare l’approccio “taccagno” dei tecnici oltre che dei politici d’Europa[46], la riunione di Bruxelles sembra essere stata caratterizzata “da una specie di coalizione dei ministri delle Finanze riuniti a far pressione sulla Grecia perché acceleri i suoi tagli di bilancio tamponando così la crisi del debito”, ma che la Grecia ha controbattuto “avvertendo che, a fronte di un montante dissenso della popolazione, non può permettersi di fare troppo e troppo in fretta[47].

Ringhiano, intanto, ancora una volta alle calcagna dell’economia ellenica, i cani della speculazione che, impietosi, ovviamente fanno il loro mestiere. La Fitch Ratings abbassa la valutazione delle azioni delle quattro maggiori banche ateniesi (la Banca nazionale di Grecia S.p.A., l’Alpha Bank AE, la EFG Eurobank Ergasias SA e la Piraeus Bank SA) a BBB, appena due nocche sopra lo status di titoli immondizia e notifica ai mercati che, inevitabilmente, andranno peggio perché se n’è andata ormai la loro profittabilità, anche alla luce delle nuove misure di austerità che il governo dovrà adottare, pressato com’e da Eurogruppo, BCE, Commissione europea e anche dal FMI[48].

Fitch osserva, con quello che appare un sarcasmo del tutto fuori luogo però, che se le banche greche riusciranno a ridurre il supporto che oggi trovano nella BCE senza danneggiare la loro profittabilità, potrebbero ripassare allo status di “stabili” da quello “negativo” che oggi è il loro… E, a ruota, segue subito anche Standard & Poor, che si allinea sulle orme di Fitch. Ma è la sistematica altalena tra Moody’s, S&P e Fitch che si copiano l’un l’altra, a turno, col primo che stavolta arriverà terzo.

In ogni caso, si va accentuando il pericolo di un assalto agli sportelli che, in realtà sembra già essere iniziato con molti risparmi che vengono ritirati erodendo la base di capitali degli istituti e forzandoli a cercare un appoggio ancora maggiore sulla Banca centrale europea che sta già agendo, dentro i parametri che glielo consentono, come supporto di ultima istanza per aiutarle a ricapitalizzarsi un po’ e per tenere più basso di quello che altrimenti sarebbe lo spread sui bond greci.

Intanto, l’italiano Lorenzo Bini Smaghi è stato – salvo errore – il  primo componente del direttorio della BCE a dire a voce alta (nella trasmissione televisiva italiana Ottoemezzo del 23 febbraio) che ai paesi dell’UE “toccherà” aiutare la Grecia a salvarsi dal suo enorme deficit di bilancio col sostegno che, se non potrà essere collettivo, dovrà essere di certo dei singoli paesi dell’Unione[49].

Non proprio originale, del resto, né particolarmente coraggioso visto che già era cominciata a trapelare a Bruxelles la voce che vedeva ormai la Germania alla testa di una proposta di intervento mirata e molto importante secondo la quale i paesi dell’eurozona hanno cominciato a discutere (non è chiaro a quale livello) di un pacchetto di aiuti alla Grecia (prestiti e garanzie) per circa 25 miliardi di €[50].

Sarebbe proprio il governo tedesco che cerca di mettere insieme, una specie di consorzio incaricato del finanziamento. Sui 4 miliardi sarebbe la parte tedesca mentre gli altri 15 paesi dell’euro dovrebbero spartirsi il resto in base alla percentuale della loro partecipazione azionaria alla BCE. Per ora è solo una voce, ma già acquisisce la sostanza di un’indiscrezione che subito scoraggia la speculazione sui mercati.

Per completezza di informazione, o forse – chi sa? – solo di percezione, e anche per stimolare un po’ di speranza, va dato conto che circola anche una lettura, come dire?, un po’ più aperta, ottimista[51], di questa saga che si è andata svolgendo a Bruxelles: sostiene che, alla faccia dell’eurodepressione in voga, i capi di Stato e di governo dell’eurozona, alla fine, hanno ritrovato comunque il minimo di capacità, cioè di volontà politica, residua per far fronte comune ai problemi della zona euro, perché vi sono stati costretti…

Se è così, a dirlo smentendo ancora una volta le prefiche dell’europessimismo, basterà soltanto il passare di un po’ – e, poi, mica tanto – di tempo. Basteranno i fatti. Sperando, da parte di chi scrive,  che stavolta una voce britannica un po’ fuori dal coro abbia colto una realtà incipiente ma anche possibile: in fondo, nota l’editoriale che stiamo citando, “a confronto con lo stallo del negoziato commerciale in atto da anni e col caos sul clima che Copenhagen si è lasciata dietro, la spintarella in avanti di Bruxelles nella direzione di un qualche accordo e un risultato positivo”.

Più in generale, ha spiegato bene Paul Krugman[52] della preoccupazione che gli ha provocato “il focalizzarsi di tanti quasi soltanto sui debiti e i deficit europei, teso com’era a dare l’impressione che il problema fosse tutto nello scialacquare di soldi pubblici da parte dei governi— il tutto proiettato ad alimentare la leggenda dei nostri [americani] falchi antideficit, che vogliono tagliata la spesa a fronte della disoccupazione di massa e mettono alla ribalta la Grecia come oggetto di una lezione su quello che accadrà se non lo facciamo.

   Giacché la verità è che la mancanza di disciplina fiscale non è affatto tutto, e neanche la causa principale dei guai dell’Europa— neanche della Grecia, il cui governo è stato realmente poi  irresponsabile (nascondendo la sua irresponsabilità con la contabilità creativa)”.

No – e qui non possiamo altro che sintetizzare l’idea base di Krugman: ma, come la collezione di queste Note attesta da anni, dall’inizio, anche la nostra: che a lungo è sembrata, diciamo, anche un po’ esagerata ma, adesso, si sta vendicando di brutto: anche se, per ragioni tutte politiche, anche noi abbiamo condiviso la scelta di accelerare i tempi dell’euro – il peccato mortale è stato quello di chi, senza preoccuparsi di accelerare anche il processo di integrazione economico-politico, ha accelerato solo quello monetario, costringendo l’Europa appunto a convivere – come a lungo, però, poi non si può – con una sola politica monetaria e tante politiche di bilancio diverse: nel pieno, cioè, dell’incoerenza finanziaria e economica.

Ora, i tedeschi hanno certo ragione quando ricordano a tutti[53] che i patti erano chiari ed erano proprio quelli: una banca centrale e una politica monetaria unica sì, ma poi ognuno che teneva per sé il controllo della propria economia nazionale, della finanza, delle tasse e del bilancio. Era così, anche se era la prima volta che nella storia nasceva una moneta prima di far nascere un’entità statuale che la supportasse e, francamente, sembrava un non senso. Era così, però, e in Germania la Corte costituzionale ha decretato che così dicesse – e, di fatto, così diceva – il Trattato di Maastricht.

Ma adesso l’incongruenza, la contraddizione, la ragione della crisi – che non è al fondo crisi della Grecia o dell’Irlanda…, ma dell’euro e dell’Europa com’è e proprio per come l’hanno fatta e come l’hanno tenuta – è venuta alla luce. Lo mette in evidenza anche – e proprio facendo riferimento alla contraddizione di fondo di chi l’euro l’ha voluto solo così – e con l’autorità che gli viene dall’essere chi è, un pescecane dell’alta finanza, il miliardario George Soros, mettendo in evidenza sempre su FT che, nel prossimo futuro, L’euro dovrà far fronte a prove ben più grandi della Grecia[54].

E guardate che, se lo dice lui, l’uomo che nel ‘92 facendoci sopra miliardi di $ costrinse a svalutare sia la lira che la sterlina, è meglio dargli retta…       

Non spetta certo né a lui né a Krugman prescriverci la ricetta e, malgrado la tentazione del professore Nobel dell’Economia, che sintetizza la causa del casinothe mess, in Europa, nell’aver voluto fare tutto troppo in fretta e subito, quando non eravamo ancora pronti forse, poi in sostanza la identifica in quella che, anche solo intuitivamente – pensate ci eravamo arrivati noi, già dieci anni fa e più – è la vera ragione.

Darsi presto insieme anche un governo economico, se si vuole arrivare a controllare su basi stabili, serie e non precarie le proprie finanze. Perché, come in America quello che conta, alla fine, è il numero dei disoccupati che pagano per primi se non proprio per tutti: conta molto di più del numero delle banche chiamate (o, invece, proprio non chiamate) a pagare lo scotto del loro malaffare.

Per l’Islanda, verso fine febbraio la Commissione europea, superando le remore che in altri casi anche meno disastrosi, continua ad avanzare raccomanderà l’apertura della procedura di accesso all’UE[55].

uit à: pagheranno in efetti

Il risultato del ballottaggio al secondo turno delle presidenziali in Ucraina, è favorevole l’8 febbraio a Yanukovich, l’ex primo ministro cacciato via anni fa dalla cosiddetta rivoluzione arancione, ma con un vantaggio soltanto del 3,5% sulla avversaria Timoshenko, un po’ meno di quanto dicessero i sondaggi. Anche se senza dubbi e senza sospetti stavolta di alcuna malversazione: Timoshenko, dopo sei giorni di silenzio, ha anche provato ad avanzare qualche timida protesta.

Ma anche l’OSCE, l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa che ha ufficialmente “osservato” il ballottaggio, ha parlato di elezioni “professionalmente gestite, trasparenti e oneste[56]. E Timoshenko, visto che nessuno la prendeva sul serio, ha rinunciato al ricorso dicendo che comunque le avrebbero dato torto perché tanto – ipsa dixit : come alcuni altri primi ministri, no? –i giudici le erano pregiudizialmente contrari.

Insomma, si sarebbe detto una volta e qualcuno ancora direbbe, magari, che l’Ucraina sta “rientrando nell’orbita di Mosca” e la campana suona, adesso, invece per le grandi promesse tradite dai colori arancione mentre il paese sta riorientandosi in direzione di una maggiore, più attenta e, sperabilmente, produttiva collaborazione coi russi. Dipenderà molo da loro, dai russi ma anche dagli ucraini, come andrà a finire: perché sensibilità e idiosincrasie restano vive. Da una parte e dall’altra… 

Viktor Yanukovich ha cominciato subito a parlare di costituire una nuova coalizione di governo capace di controllare una maggioranza parlamentare e, poi, annunceràla sua scelta come primo ministro. Il partito delle Regioni di Yanukovich ha ora 175 seggi sui 450 del parlamento e ha, dunque, bisogno per formare un’alleanza di governo di trovare un altro partito. C’è il Blocco che porta il nome di Yulia Timoshenko (156 seggi) e è certo difficile che possa allearsi col suo storico nemico.

L’alternativa è il partito Nostra Ucraina del presidente uscente, e perdente, Viktor Yushenko (76 deputati), magari con lui stesso come primo ministro. O un insieme tratto dal pulviscolo di piccoli partiti, come il Blocco Lytvyn centrista (meno del 4%) o il partito comunista (quasi il 5,5%) anche se non è sicuro che sarebbero in grado di dare al partito delle Regioni una maggioranza stabile[57].

Resta l’opzione del partito, Per una forte Ucraina, che alle presidenziali col suo candidato, Sergei Tigipko[58] – un candidato anomalo, non proprio d’opposizione – è arrivato terzo. Ora, Tigipko è stato per anni molto vicino dentro il partito delle Regioni proprio al nuovo presidente Yanukovich e potrebbe, per la prima volta in un decennio forse, formare con lui, al quale anche dopo essersene separato, è restato leale una coalizione di governo più solida di qualunque tentativo fatto coi partiti di opposizione.

Tigipko è stato governatore della Banca centrale, è sostenuto da personalità che vogliono più amicizia coi russi ma anche da autorevoli cittadini che puntano a sviluppare i rapporti del paese con UE e NATO ed è considerato uno dei più pragmatici tra gli economisti ucraini, deciso programmaticamente a fare i conti seriamente con gli squilibri gravi che il paese è andato accumulando. Potrebbe essere una carta vincente ed è sicuramente l’ipotesi che preoccupa di più la Timoshenko. 

Del resto, qualsiasi fosse stato il risultato delle urne, a questo punto grazie alla dabbenaggine del candidato filoamericano e presidente in carica Yushenko, avrebbe escluso già al primo turno la presa in considerazione della favola tragica – perché profondamente fasulla – di un’Europa e di una NATO in trepida attesa della tenera fanciulla ucraina da salvare dalle zampe dell’orso russo: ormai sepolta per molto tempo dal niente di concreto prodotto se non l’inutile irrigidimento dei rapporti con Mosca. E che, adesso, ha prodotto una presidenza sicuramente più attenta di quella appena cacciata via all’influenza russa.

D’altra parte, il 2009 è stato un anno terribile per l’Ucraina, squassata dal paralizzante contenzioso tra Yushenko e Timoshenko che ha durissimamente penalizzato il paese: il 14% di caduta secca del PIL con una serie di demenziali decisioni di congelamento e di liberalizzazione selvaggia dei prezzi al dettaglio e un “corruzione” talmente diffusa nei gangli dell’economia tutta, quella privata come quella dipendente dalla  burocrazia statale, da aver ridotto in pratica alla bancarotta il cruciale settore energetico del paese.

Sul piano dell’economia reale, la crisi ha colpito severamente il valore di vitali settori (300 miliardi di PIL complessivo) come quelli dell’export siderurgico e chimico per un paese vasto due volte l’Italia e una popolazione di quasi 50 milioni di abitanti, ha svalutato la corona, tagliato le entrate fiscali e fiaccato tutto il sistema bancario.

Ma hai voglia a chiamare aiuto… La riposta positiva più plausibile, oggi, è che possa arrivare un qualche aiuto rapido e concreto, diciamo quasi in natura, da una Russia che facesse eccezione alla regola del pagare il combustibile che vende anche ai paesi del vecchio blocco quasi a prezzi di mercato. Molto più possibile, a questo punto, viste le esitazioni concrete su un aiuto alla Grecia, un paese dell’euro addirittura, di qualsiasi aiuto – anche condizionatissimo – da Unione europea e Fondo monetario.

Ma c’è un ma: sia UE che FMI vogliono comunque – l’hanno chiesto – a prescindere e prima un impegno, una lettera di intenti firmata da tre autorità credibili perché stabili, cioè presidenza della Repubblica, governo e Banca centrale della Repubblica di Ucraina che ancora, semplicemente e probabilmente per mesi non ci saranno, non si vedono all’orizzonte e sembrano ben di là da venire.

Se si riuscirà a uscire in tempi ragionevoli dall’impasse in cui la stizzita, e perdente, Timoshenko minaccia ora di affondare il paese (rifiuta di dimettersi da primo ministro), il nuovo potere presidenziale, appena si formerà la nuova coalizione anche governativa, promette un rapporto con la Russia meno conflittuale e, anzi, più collaborativo, come sempre è del resto successo nella storia della regione. Ma nel breve un nuovo governo ucraino potrebbe rivelarsi debole e inefficace come quello della stessa Timoshenko con il vecchio presidente Yushenko.

Intanto è andata sbrindellandosi, da almeno due anni, e poi disfacendosi la trama della tessitura americana, cominciata già ai tempi della presidenza di Clinton, seguita nel corso di tutta la presidenza di Bush anche col maldestro tentativo di forzare la mano alla NATO che portò un anno e mezzo fa all’unico no secco e chiaro detto dall’Alleanza (da Germania e Francia) al primus inter pares quando voleva costringerla ad associarsi, appunto, Ucraina e Georgia e proseguita,poi, anche con Obama, con la mediazione del Dipartimento di Stato della signora Clinton.

In realtà, così come la risicata vittoria di Yushenko alleato a Timoshenko nel 2004 e quella altrettanto risicata adesso di Yanukovich su Timoshenko, scartato nel percorso Yushenko, non rappresentano affatto un ciclo di rivoluzione e controrivoluzione – o viceversa – o, più semplicemente, anche solo l’andamento in parte contraddittorio del consolidarsi di un democrazia in fieri, ma solo stadi successivi della lenta e accidentata storia post-sovietica dell’Ucraina. Non è che la rivoluzione arancione non sia avvenuta, è piuttosto che chi era interessato a farlo, nel grande gioco geo-politico del post-sovietismo, ci aveva letto – più precisamente ci aveva voluto leggere dentro – decisamente molto: troppo.

Adesso, la domanda che pesa su tutto è quanto, e con quali tempi, la nuova postura geo-politica dell’Ucraina influirà sugli altri paesi dell’ex Unione sovietica: a partire proprio dalla Georgia, dove chiare manovre di riassestamento anti-saakashviliane sono già cominciate.

Questo paese, del resto – Ucraina significa, nella lingua che esso condivide coi russi, proprio marca, territorio di confine (u vicino + krai— territorio) … – è stato da sempre il centro cruciale di gravità della regione: sia quando, con la cosiddetta rivoluzione arancione ha tentato anni fa di staccarsene, sia ora che, come dicono i falchi americani (Clinton, Biden…), battuti su tutta la linea, sta “scivolando” indietro verso l’orbita russa.

Yushenko, nella conferenza stampa di saluto obbligato, dice pieno di fiele che “la vittoria di Yanukovich è un progetto del Cremlino, un progetto di profonda dipendenza dalla Russia[59]. Altre letture della situazione affermano che il paese adesso ha invece l’assoluta necessità di riassestare verso una più naturale fase di cooperazione proprio il rapporto coi russi.

Del resto, il giudizio sulla sua presidenza l’ha dato impietoso l’infimo numero di voti che ha avuto alle urne. La gente non gli ha perdonato soprattutto tre cose: che, secondo il suo stesso metro, ha chiaramente danneggiato l’Ucraina sbagliando nel chiedere pressioni all’America sull’Europa e la NATO e finendo con allontanarle invece che avvicinarle a Kiev; che ha “provocato” troppo spesso la Russia sul piano geo-politico per poi chiederle di trattare commercialmente (petrolio e gas) l’Ucraina da paese amico; che ha cavalcato da perfetto gnorri la crisi economica squassando alla radice il paese.

Adesso Timoshenko resiste a dimettersi da primo ministro, come è costume fare in un regime come quello ucraino quando cambia di presidente. Se Yanukovich, adesso, non riesce a formare il suo governo di alternativa e a mandarla via cambiando coalizione di maggioranza, sarà costretto, senza alcuna garanzia di riuscita, a convocare nuove elezioni, Insomma, la paralisi dell’Ucraina fra una cosa e l’altra potrebbe trascinarsi, se va bene, ancora per mesi…

Intanto, però, un segnale Yanukovich l’ha voluto dare: la prima visita all’estero l’ha voluta fare a Bruxelles nella sede dell’Unione europea a inizio marzo. Incontra il presidente Herman Van Rompuy e il Commissario agli Esteri Catherine Ashton non per caso, di certo, prima di incontrare Medvedev o Putin. Dice, chiaramente che lui intende esser pragmatico e cooperativo tanto con l’UE come con la Russia e conta sul fatto che la prima lo aiuterà, comunque, a equilibrare un po’ la dipendenza che altrimenti lo schiaccerebbe tropo verso la seconda…

D’altra parte, praticamente tutti gli europei hanno accolto bene la sua elezione, contando sul fatto che in ogni caso dovrebbe ripristinare un po’ di credibilità all’Ucraina annunciando anche di accogliere con attenzione sia la sua maggiore “prudenza” sui tempi di apertura all’Unione , sia la sua intenzione dichiarata di voler mantenere il pese sulla rotta di una razionale ma più “responsabile” liberalizzazione.

E Yanukovich ha già espresso il suo parere positivo sul consorzio petrolifero che gli sta proponendo la Russia ma asserendo che dovrebbe allargarsi anche all’Unione europea. Qui, d’altra parte, il problema non è il suo. E’ se l’Europa riuscirà mai a parlare sul tema con una voce anche solo minimamente comune[60].

Nel frattempo Gazprom per la Russia conclude, per 625 milioni di $, l’acquisto del 12,5% della Beltransgaz, bielorussa, portando così al 50% la sua quota di comproprietà del monopolio di stato di Minsk[61].

In Polonia ha suscitato clamore-approvazione-dissenso la notizia che il premier Donald Tusk ha accettato l’invito ricevuto dal primo ministro russo Vladimir Putin a commemorare insieme, in Russia, l’anniversario del massacro di Katyn il prossimo aprile[62]: quando, nel 1940, l’Armata rossa che, in seguito agli accordi Molotov-von Ribbentrop aveva occupato la Polonia orientale, “giustiziò” con singoli colpi ala nuca ciascuno ventimila ufficiali e soldati dell’armata polacca, sconfitta dall’avanzata nazista ma anche – Stalin sospettava probabilmente a ragione – antisovietica. I russi, con Gorbaciov, hanno riconosciuto nel 1990 il crimine dell’NKVD e dell’Armata rossa ma, come si può capire, in Polonia c’è chi non si contenta.

Nel rapporto tra questi due paesi che condividono una storia di incontri più o meno forzati e di scontri secolari, spesso anche cruenti, dopo i decenni del potere sovietico che sono stati di repressione per entrambi ma vissuti diversamente da entrambi, e poi gli ormai oltre vent’anni di riconquista dell’indipendenza – e anche, a volte, magari un po’ troppo spesso, delle forzature dell’indipendenza, gli incontri ad altissimo livello tra le due nomenklature sono rimasti rari.

Il più importante è stato certo la visita dello scorso settembre di Putin alle cerimonie di Danzica che commemorarono l’inizio dell’aggressione nazista, ma anche sovietica, del 1939 alla Polonia. Una visita gestita con inusitato e attento riguardo, e anche deferenza, da Putin e, al di là di alcune forzature nazionalistiche abbastanza isolate, anche apprezzata in Polonia.

Resteranno nodi di contenzioso irrisolto assai delicati anche dopo quest’altra visita— primo tra i quali la faccenda dei missili americani che la Polonia intende “ospitare” proprio ai confini con la Russia e cedendo sul loro controllo agli americani la loro sovranità e delle inevitabili ritorsioni dei russi… Ma la visita in sé sembra parte costitutiva di una tendenza dei russi a “riparlare” coi polacchi, e di questi a “riparlare” con loro.

Il fatto è che i russi vanno completando la loro strategia[63] per sfuggire alla morsa – al ricatto, per dire le cose come stanno – sul transito di gas e petrolio verso l’Europa occidentale attraverso i gasdotti che passano per il territorio degli ex paesi del blocco, ma – e insieme – dall’altra aprono strade di accordo con ciascuno di loro: trovandoli disponibili, ormai, e quelle strade spesso, ormai, semi-spalancate.

Con la Polonia, quindi, si passa adesso, dopo l’assenso del gabinetto all’accordo firmato tra la compagnia nazionale PGNiG e EuRoPol GAZ, da una parte, e dall’altra Gazprom che bloccava il contratto per la consegna di gas e greggio russo a Varsavia fino al 2037, alla parte operativa: da quest’anno la Polonia potrà/dovrà importare 11 milioni di m3 di gas, a salire dai 7 milioni finora ad essa allocati[64].

Non si tratta di cosa politicamente da poco, perché aumenta il grado di dipendenza della Polonia dalle forniture russe e postula un rapporto tra i due paesi che difficilmente reggerebbe a lungo a strappi e tensioni di ordine geo-poliitco (pensiamo agli antimissili americani su suolo polacco a 60 km. da quello russo: una contraddizione che, in qualche modo, Varsavia dovrà affrontare e risolvere…). D’altra parte, le regole dell’UE che impongono di abbandonare le centrali a carbone stanno obbligando la Polonia a spostarsi verso alternative e il gas naturale dei russi è sicuramente la più efficiente e disponibile e anche, tutto considerato, la meno costosa…

Come stanno facendo oggi i polacchi, stanno ricominciando a fare del resto anche gli ucraini e, perfino, i georgiani – alcuni georgiani, almeno: non ancora forse la maggioranza ma quasi – coi russi che sperano, naturalmente, di vederli liberarsi presto di quel piantagrane logorroico e sfibrato di Saakashvili.

In effetti, anche in Georgia qualcosa sembra muoversi. Certo, il presidente continua a offrire tutto agli americani, anche quello che non si sognano neanche di chiedergli: hanno dovuto mandare il plenipotenziario di Obama, ambasciatore Richard Holbrooke, a spiegargli che costituire un magazzino di armamenti in Georgia per sostenere la guerra in Afganistan è questione “complessa”. Che vuol dire puramente e semplicemente “cretina”: perché, poi, come ce le porterebbe in Afganistan quelle armi? attraverso la Russia[65]? E pare gli abbia controproposto di mandargli, invece, qualche centinaio di militari da schierare al fronte…

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Afghanistan: Georgia To Send More Troops

February 24, 2010 0753 GMT

Georgia intends to send more troops to Afghanistan, Afghan independent Tolo TV reported Feb. 24. U.S. special envoy to Afghanistan and Pakistan Richard Holbrook welcomed Georgia's decision to contribute more troops. Reportedly, in return for sending troops to Afghanistan, Georgia is seeking U.S. assistance to strengthen its military forces and modernize its military equipment.

http://www.stratfor.com/sitrep/20100224_afghanistan_georgia_send_more_troops

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Ma la novità non è certo questa, è la nuova postura che sta assumendo l’opposizione interna verso la Russia e verso lo steso presidente Saakashvili— a testimonianza di un rapporto di forze che starebbe cambiando. Ed è, soprattutto, che adesso lo fa apertamente. Il 9 febbraio, il partito d’opposizione Movimento per una Georgia Giusta dell’ex ministro delle Finanze ed ex primo ministro (2005-2007) Zurab Nogaideli ha firmato un accordo di cooperazione con Boris Grizlov, presidente del partito di governo russo, Russia Unita[66], che – al di là di ogni giudizio di merito, dal quale è prudente in mancanza di informazioni serie astenersi – dichiara pubblicamente di puntare a consultazioni regolari e scambio sistematico di informazioni.

Ma, e soprattutto, se ne frega delle minacce, ormai più che altro stridenti, della propaganda saakashviliana che lo accusa di tradimento e risponde a brutto muso che non si capisce di che tradimento si tratti, visto che tenta di sbancare, con mezzi rigorosamente costituzionali, una linea politica e una leadership irresponsabile che ha portato il paese sull’orlo della rovina… E’ la prima volta che succede dopo i trionfi, veri e fasulli, della “rivoluzione delle rose” (vardebis revolucia) che nel 2003 cacciò, col sostegno politico e finanziario americano appena mascherato da appoggio umanitario di ONG molto molto governativamente bushiste, l’ex ministro degli Esteri di Gorbaciov e con lui costruttore della glasnost e dissolutore dell’URSS, Eduard Shevarnadze dalla presidenza, dove pure era stato eletto e non nominato.

La mossa di Nogaideli è rischiosa perché il sentimento antirusso nel paese è, comunque, diffuso e alimentato anche e proprio dall’umiliazione cocente che il duo Putin-Medvedev, sfidato improvvidamente, inflisse allo sfidante Saakashvili. E’ una mossa, però, la formalizzazione dei rapporti col partito russo che potrebbe rendergli più difficile continuare a rafforzare la sua posizione nella frastagliata coalizione degli oppositori georgiani. O, forse, e questa è la sua scommessa, potrebbe invece facilitargli la vittoria alle prossime elezioni politiche[67].

Strategicamente più importante, comunque, adesso a febbraio, è stata la firma del regolatore finnico, l’Agenzia amministrativa regionale di Stato della Finlandia meridionale, che autorizza lavori offshore nel mar Baltico per deporre i tubi del gasdotto russo-tedesco della NordStream anche nell’ultimo tratto per cui ancora mancava, lungo le coste della Finlandia, appunto: gli altri territori interessati dal percorso sono Russia, naturalmente, Svezia, Danimarca e, all’arrivo finale, Germania.

NordStream è proprietà di Gazprom, russa, al 51%; BASF e Winterschall, tedesche, col 20% ciascuna; la Nederlandse Gasunie col 9% e, adesso, Gaz de France sta negoziando una sua quota di partecipazione. A far lobby a favore, i padroni russo-tedeschi non c’erano andati leggeri: in Finlandia, per ottenere i permessi che ancora mancavano, s’erano assicurati i servigi di un ex primo ministro, Paavo T. Lipponen; e in Germania quelli, nientepopodimeno, che dell’ex cancelliere Gerhard Schröder che di NordStream subito, dall’inizio è, addirittura, il presidente.

L’attesa è che il gasdotto (1.210 km.) “cambi l’equazione e le politiche energetiche in Europa a causa, soprattutto, del fatto che scavalca il territorio di diversi paesi dell’est europeo[68]. Che, tutti, avrebbero preferito e preferirebbero – ma non lo possono certo confessare – tenere in scacco, quasi sotto ricatto di fatto, i paesi clienti dell’Europa occidentale e il fornitore russo non pagando (o non potendo pagare, certo) i loro conti e dirottando il gas russo in transito verso Germania, Austria, Italia anche (ricordate l’Ucraina?) a soddisfare, invece, il loro consumo interno…

Col NordStream (e col SudStream, che svolgerà grosso modo la stessa funzione nell’Europa meridionale e del quale anche viene annunciato l’inizio dei lavori nel 2010) questa possibilità salterebbe. Ma i paesi dell’Est ex sovietico che si opponevano al progetto (Estonia, Bielorussia, Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina) non avevano che pochi argomenti “legittimi” per opporsi, salvo esprimere le loro “preoccupazioni ambientali.”. Ma l’imprimatur, diciamo così, di paesi tanto notoriamente più attenti e ligi di ciascuno di loro al buon comportamento ambientale come Finlandia, Danimarca, Svezia e anche Germania, adesso, li disarma.

Ora in Ucraina, come abbiamo visto, forse le cose stanno cambiando e forse anche altrove nell’area. Non è che questo, come altri paesi della regione, supereranno i loro problemi economici. Ma, in ogni caso, con NordStream, si ridurrà il loro leverage politico: la capacità di far pressione, di ricattare per dirla in termini chiari, sia Russia che singoli paesi dell’Unione europea… Si capisce, dunque, perché fossero, e restino, così contrari a questo gasdotto.

E, in effetti, dopo firmato l’accordo, esso viene subito perfezionato dall’approvazione immediata del governo tedesco alla Opal Net Transports per connettere il gasdotto alla rete europea all’altezza del confine tedesco-ceco nel Brandenburgo del Sud[69].

In Turchia, mentre è in corso ma un po’ sottotraccia un confronto delicato – l’ennesimo – tra  governo del partito islamico moderato al potere ed esercito sulle concezioni di fondo che reggono la Repubblica – e mentre il governo, anche tra voci in parte manipolate di mezzi colpi di stato tentati per impedirglielo, sta cercando di cancellare il ricorso all’ “arbitrato” supremo, costituzionalmente previsto, delle forze armate in materia di laicità dello Stato – gesto importante di buona volontà del primo ministro e del presidente proprio sul tema.

Sta scoppiando, e non sarà proprio facile contenere, il bubbone di un’inchiesta tenuta per anni sottotraccia ma mai archiviata che vede sotto accusa le alte gerarchie delle forze armate per un tentativo pianificato fino al dettaglio di golpe che poi, sette anni fa, all’inizio del governo islamico moderato,  non ebbe più luogo ma venne ben sembra, secondo la magistratura, tentato. Adesso la giustizia ha ordinato l’arresto di una quarantina di generali e ammiragli, quattro di questi ultimi ancora in servizio permanente effettivo. E i vertici militari hanno dato inizio a una serie pressante di riunioni per “discutere della crisi attuale di potere”.

In realtà nei rapporti di potere reali, tra governo ed esercito… Va aggiunto che qualche giorno prima, con una mossa tattica quanto mai tempestiva, Recep Tayyip Erdogan e Abdullah Gul, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, i massimi esponenti del governo, pubblicamente avevano dichiarato con grande solennità, nel 73° anniversario della Costituzione e anche scontentando i puri e duri del loro partito – il partito di governo, islamico equilibrato e di gran lunga maggioritario – l’importanza cruciale del principio di “secolarizzazione”[70].

Su di esso, dal 1923, Mustafa Kemal, detto Ataturk (padre dei turchi) aveva fondato lo Stato dai resti dell’impero ottomano si regge lo Repubblica di Turchia, sottratta deliberatamente così al dominio dell’Islam sullo stampo della Repubblica laica e laicista francese il cui esempio Ataturk volle deliberatamente copiare.

Adesso, Gul riconosce esplicitamente che un governo fondato su regole, precetti e princìpi di una religione di Stato non sarebbe in grado di mantenere un ordine giusto delle cose e che è responsabilità della generazione attuale quella di trasmettere il principio base del secolarismo alla prossima.

STATI UNITI

A epigrafe, è il caso di dirlo, della vita di quel povero contribuente americano che, per protesta contro il fisco, s’è lanciato con un piccolo aereo contro l’Ufficio federale delle tasse di Austin, in Texas, ammazzandosi insieme a un impiegato ancora più disgraziato di lui, ecco quanto ha scritto (su Internet, ovviamente) prima di dare il suo addio al mondo, all’America, al suo sistema economico-politico e – insieme al debito accumulato che doveva al fisco – alla vita che si lasciava dietro nel rogo del suo Piper Cherockee: “Il credo comunista: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno; il credo capitalista: da ciascuno secondo la sua credulità, a ciascuno secondo la sua avidità: Joe Stack (1956-2010)[71]…  

Il PIL è cresciuto, alla fine, nell’ultimo trimestre del 2009 del 5,7% a tasso annuo: ma restando, nel corso dell’intero anno 2009, a una crescita negativa, cioè a un calo, del 2,4%. Il balzo in avanti dell’ultimo trimestre dell’anno è stato dovuto, poi, per almeno i 3/4 all’incremento delle vendite di  magazzino: non nuove, cioè, ma roba già prodotta e inventariata. Piuttosto, sembra importante che adesso, a gennaio e per la prima volta da ottobre siano lievemente aumentati i livelli dei servizi. L’Indice dei managers agli acquisti torna a segnare un infinitesimale segno + per la prima volta dopo molto tempo. “Gli economisti [quell’articolo determinato, che sottintende trattarsi di tutti gli economisti, ci sembra francamente presuntuoso, anche se purtroppo, sembra credibile] avvertono che l’economia resta vulnerabile[72].

Intanto, però, la Fed aumenta i tassi[73] che applica al rifinanziamento bancario a breve termine, di fatto con una mossa ostentata a sottolineare la fiducia che nutre nella fine dell’emergenza, portandolo allo 0,75 ma lasciando i cosiddetti Fed Funds, cioè il costo effettivo del denaro nel sistema, allo 0,25%. E aggiunge, con il presidente Bernanke che lo dice al Congresso, che l’interesse di riferimento, quello che appunto è il principale servendo a finanziare l’attività economica di ogni giorno, “rimarrà con tutta probabilità eccezionalmente basso per un periodo lungo[74] Forse è la fine del costo del denaro a bassissimo prezzo per molto tempo. In ogni modo i mercati lo leg gono universalmente come un segnale di fine dell’intervento diretto e forte della mano pubblica sulla finanza.

Non è una mossa granché condivisa a livello di opinione pubblica, né è detto che sia proprio azzeccata e, soprattutto, che sia tempestiva. Molti – e sono gli esperti veri: quelli che finora hanno previsto bene l’arrivo e, poi, visto correttamente l’andamento della crisi, al contrario dei tanti guru accademici tronfi e fasulli del “tutto va ben madama la marchesa” salmodiato mentre il mondo crollava loro intorno – dicono che è troppo presto, che la crisi finanziaria è tutt’altro che finita, che quella economica deve ancora manifestarsi in molti paesi, specie proprio i più sviluppati, in tutta la sua violenza (specie nel campo del lavoro che manca…).ù

Del resto, una delle poche constatazioni sulle quali concordano anche coloro che in nome della necessità, che dicono prioritaria, di ridurre il buco dei conti pubblici chiedono la fine dello stimolo di spesa[75] è che la parte diretta all’economia reale ha impedito, comunque, a una recessione grave di trasformarsi in depressione vera e propria. Tra l’altro, preservando o creando – secondo calcoli di diversi istituti di ricerca indipendenti – da 1.600.000 a 1.800.000 posti di lavoro e, alla fine, probabilmente più o meno, forse 2 milioni e mezzo di posti[76].

Fra l’altro, proprio mentre si chiede con insistenza, quasi con petulanza, alla Cina di rivalutare lo yuan, la conseguenza immediata e pressoché automatica del rialzo dei tassi, anche solo nominale – cioè, il rialzo del dollaro – non è solo contraddittoria con lo scopo di aiutare le esportazioni americane, è proprio sbagliato.

Sembra ormai definitivamente affossato un altro dei tanti impegni di principio con cui Obama si è fatto eleggere: quello a far votare presto – è passato già un anno – anche al Senato la legge (l’Employee Free Choice Act l’Atto di libera scelta dei lavoratori dipendenti) che facilita, ma in realtà consente tout court, la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro[77] oggi ostacolata da una legislazione, tra l’altro, in violazione palese e sfacciata di tutte le convenzioni internazionali del lavoro che l’America naturalmente rimprovera alla… Cina, ad esempio, di violare e che la Cina, proprio come l’America, viola senza remore (diritto di libertà d’organizzazione sindacale, diritto di sciopero…).

Non è solo che i democratici, ad esempio con la morte di Ted Kennedy, hanno perso uno o due dei voti necessari alla Camera alta a battere l’ostruzionismo tetragono dei repubblicani e il lobbismo ferocemente contrario del business. E’ che questa, si vede da mille segnali, non è più, quasi dichiaratamente, una priorità del presidente. E il sindacato – suo grande elettore – comprensibilmente, s’in...za[78].

Solo qualche giorno dopo aver fatto appello, nel messaggio sullo stato dell’Unione, alla necessità di tagliare ogni spesa non strettamente indispensabile per cominciare a ricondurre a dimensioni accettabili il baratro del deficit di bilancio federale (il deficit/PIL del 2010 è previsto all’8,3%), Obama ha invece lasciato intatto il tabù più tabù di tutti i tabù, quello della Difesa, e presenta per essa un bilancio record di 708 miliardi di $[79] per l’anno fiscale 2011, incluso l’aumento del 3,4% della base di spesa del Pentagono e 159 miliardi di $ per il finanziamento diretto delle guerre in Iraq, Afganistan e, ormai (i bombardamenti aerei) anche in Pakistan.

E’ una scelta tutta politica che dipende a priori anche e proprio dal fatto di aver voluto continuare e, anzi, allargare la guerra che gli Stati Uniti stanno conducendo in Afganistan. E che, infatti, convive con un bilancio monstre da 3.800 miliardi di $, del quale la spesa supererà le entrate quest’anno quasi della metà, con un buco di 1.600 miliardi di $ (il deficit/PIL è all’11%) e, nel prossimo decennio, di qualcosa che sarà molto vicino ai 9.000 miliardi. E, visto lo stallo in cui malgrado la maggioranza democratica che esiste sula carta in realtà si trova il Congresso, non ci saranno né aumenti di entrate né tagli di spesa capaci di cominciare a raddrizzare l’equilibrio.

Il debito pubblico americano oggi già accumulato tocca i 7.500 miliardi di $ (secondo il COB, l’Ufficio del Congresso deputato a tenere il conto a fine 2010 sarà il 60% del PIL: nel ‘46, alla fine della guerra mondiale era il 108,6%, comunque oggi è la metà di quello italiano), la maggior parte dei quali  in mano cinese e, con la crisi. è in continuo aumento. E non parliamo neanche del debito personale dei cittadini che è molto superiore al 100% del PIL. Nell’insieme, questo sta diventando,  sembra diventare, un problema che sta esacerbando la vulnerabilità dell’America ormai verso il mondo, specie e proprio verso la Cina[80]

Dice di preoccuparsene molto – anche per ragioni di propaganda, se volete, ma con una base di allarme che non è certo inventata – il primo ministro russo, Vladimir Putin. A metà febbraio dice pubblicamente di come sia opportuno per tutti, per noi, per i nostri amici in Europa, per loro (gli americani) “ricordare come la crisi non sia cominciata in Grecia, né in Russia, né in Europa… ma dall’altra parte dell’Atlantico. E che i problemi, laggiù, sono simili: con debito estero e deficit di bilancio massicci[81]

A gennaio, dice il dipartimento del Lavoro, il tasso di disoccupazione cala[82] dai 10 punti percentuali di dicembre a 9,7%: qualche barlume di speranza negli ottimisti di mestiere sul fatto che la perdita continua inesorabile ma che rallenta appena, però ancora con altri 20.000 posti di lavoro andati perduti e altri 52.000 che si trasformano da stabili in posti precari. E il mese prima, a dicembre, non erano andati persi 85.000 posti ma quasi il doppio.

In definitiva, e la borsa legge subito le cose così, ogni misura di miglioramento eventuale è, e sarà, infinitesimale. Complessivamente, i dati dicono che dall’inizio della Grande Recessione, a dicembre 2007, sono andati perduti 8 milioni e 400 mila posti di lavoro: ora – a fronte di quello che è il dichiarato leggero declino di posti di lavoro a tempo pieno in gennaio – questo calo di disoccupati – leggero esso stesso inesplicabilmente registrato sempre a gennaio, si aggiunge a una disoccupazione ormai di lunga durata (più di sei mesi consecutivi) che tocca più del 40% dei disoccupati.

In quello che resta il tragico testamento sociale dell’era di Bush, in pratica tutta la decade della sua “benigna negligenza” (lasciate fate al mercato…) il mercato del lavoro americano comincia il 2010 con meno occupazione di quella che aveva dieci anni fa nel gennaio 2000 anche se nel frattempo la forza lavoro è cresciuta di 11 milioni[83]. Tradotto in policy significa fare subito – subito: non fra tre mesi: e questo vale da loro come da noi – una legislazione per aiutare a creare lavoro perché se c’è davvero qualcosa di troppo grosso per poter fallire, o per poter essere lasciato fallire, sono le condizioni di vita delle famiglie di una società civile.

In un saggio potente, che apparirà a giorni su uno dei più antichi e seri mensili d’America, viene fatto rilevare[84] che “a novembre, in questo paese, quasi un quinto dei maschi tra i 25 e i 54 anni erano senza lavoro, la percentuale in assoluto più alta da quando il ministero del Lavoro ha cominciato a tenere il conto, nel 1948. Abbiano raggiunto, o siamo lì lì per farlo, un punto storico. Per la prima volta nella forza lavoro si contano più donne che uomini”. Ma non per ragioni virtuose: perché “costano” meno. E, intanto, qui come in molti altri paesi di questa schifezza di economia che ci ritroviamo – che ci hanno fatto ingoiare – “i giovani sono sproporzionatamente colpiti più di ogni altro gruppo sociale”…

Il dato accertato è che negli Stati Uniti sono andati perduti ormai tanti di quei posti di lavoro che a breve per recuperarli non ci sarà niente da fare, di certo non in quest’anno che pure è di grande importanza elettorale. Il fatto è che ridurre un tasso di disoccupazione del 10%, e con una fetta consistente ormai di disoccupati di lungo periodo, richiederà uno sforzo di anni. Il problema di lungo termine è ancora più esacerbato dal fatto che non c’è credito disponibile perché nessuna reale riforma del sistema finanziario, malgrado tante indignazioni e promesse, è stata fatta. La gente non ha fiducia e siccome è diventata più povera la domanda non sale.

Questa è la recessione più profonda e più lunga dal dopoguerra, il tasso di crescita a breve è assai fiacco e anche se aumentasse a un consistente 4% all’anno ce ne vorrebbero almeno cinque per recuperare i posti di lavoro andati perduti. Ma la debolezza nel settore edilizio e nell’auto toglie di mezzo due delle maggiori macchine creatrici di lavoro tradizionale, quello che anche qui – non precario, non aleatorio – vuole la gente.

D’altra parte, avendo tenuto tanto bassi i tassi di interesse tanto a lungo, la Federal Reserve ha perso la sua capacità di rilanciare l’economia semplicemente tagliandoli e, anzi, proprio adesso ha cominciato a rialzarli per tenere a bada un’inflazione ancora solo potenziale ma, come minaccia, già percepita reale.

Molti dei lavoratori che potrebbero andare in pensione hanno scoperto che, andandoci, vedrebbero ridursi di un terzo, della metà e anche più le loro entrate e, finché possono, in pensione non vanno. Occupano posti che una volta si rendevano disponibili e, d’altra parte, anche qui chi perde il lavoro a cinquant’anni, non lo ritrova  più e i lavori che vengono offerti ai giovani sono schifezze.

Insomma, tutto il mondo diventa paese e il mitico mercato del lavoro flessibile e, perciò, ci raccontavano, così produttivo, degli USA era questo: un mito.

Il governo ha diffuso nella seconda settimana di febbraio i dati sul deficit commerciale del paese che, a dicembre, tocca i 40,18 miliardi di $, ben sopra le attese (al massimo per 36 miliardi), rappresentando il buco maggiore da dodici mesi (il 10,4% più che a novembre) con l’inizio di una ripresa dell’import.

In tutto il 2009, il rosso della bilancia commerciale[85] ha coperto così 380,66 miliardi di $, comunque il più basso da ben otto anni a testimonianza della riduzione dell’import con la recessione economica. Molti economisti sono convinti che nel 2010, con una ripresa dell’import che sarà più accentuata di quella delle esportazioni, il deficit commerciale peggiorerà.  

Sulla grande confusione che oggi inevitabilmente colpisce chiunque studia, o anche solo osservi, gli Stati Uniti d’America, scrive sul NYT da Davos, a inizio mese, uno dei più famosi, e letti, tra gli opinionisti americani[86] che

si può anche capire perché oggi tanti stranieri guardino all’America con grande inquietudine[87].   Dopotutto, vedono in carica un presidente eletto da una solida maggioranza, entrato alla Casa Bianca cavalcando un’ondata di ottimismo e controllando sia la Camera dei deputati che il Senato. E vedono pure che, solo un anno dopo, non riesce a far passare la legislazione cui ha dato la priorità assoluta nel suo primo mandato: la riforma del sistema sanitario…

   Vedono, in sostanza, che il nostro sistema bipartitico si è rotto: e su cose cruciali, come appunto la riforma della sanità, le infrastrutture carenti di questo paese, l’istruzione, l’energia... Vedono che, adesso, siamo noi ad avere che abbiamo un disperato bisogno d’un Piano Marshall…

   E’ stato difficile leggere l’eloquente messaggio sullo Stato dell’Unione del presidente Obama w non sentire la contrapposizione fra la sua visione degli anni a venire e la sua avvertenza di come l’inerzia delle cose e gli interessi speciali consolidati – per non dire ovviamente del partito repubblicano in blocco – lo stiano neutralizzando e rendano altamente improbabile la realizzazione della sua visione.

   E questa la definizione di una situazione bloccata… quando, pure, lo stimolo principale tra tutti quelli che potrebbero esistere è davanti a tutti e consisterebbe semplicemente nel diradare la coltre di incertezza che pesa su tutto ormai, dal costo delle mie cure sanitarie al modo in cui consentiamo di fare i loro affari alle nostre banche più grandi”.

Sempre l’opinionista che abbiamo appena citato racconta, qualche giorno dopo[88], di un evento – un fattarello, se volete – che evidenzia però ancora di più quanto in basso sia ormai arrivata l’America: “una notiziola che viene dalla cittadina di Tracy, in California, diffusa da una stazione televisiva locale, riferisce che i cittadini di Tracy d’ora in poi dovranno pagare, ogni volta che chiamano per un’emergenza medica il 911 [l’equivalente del nostro 118]. Ci sono, a dire la verità, un paio di alternative. Se pagano un abbonamento di 48 $ all’anno a fondo perduto, poi possono chiamare il 911 quante volte sia necessario. Oppure, se non sottoscrivono l’opzione annuale, dovranno pagare 300 $ per ogni chiamata d’aiuto”.

C’è anche la difficoltà poi, molto reale, di capire chi sia, veramente, questo presidente, di mettergli come si dice un’ “etichetta” chiara per tutti: quando, in politica, però un’etichetta è importante. “Il punto è che sia gli amici che i nemici di Obama su una cosa concordano: è uno che elude ogni facile etichettatura: sì, è un liberal, un progressista salvo quando poi non lo è; è uno contrario alla guerra, meno che a quella che sta conducendo e incrementando lui stesso; lui è favorevole a salvare le banche, ma vuole anche frenarle[89]; vuole concentrare sempre più potere alla Casa Bianca, ma è troppo deferente nei confronti del Congresso; ed è un freddo… eccetto quando è anche troppo caldo[90].

Già…

La verità è che se, sul piano interno, forse il presidente con la spesa pubblica ha davvero messo una pezza, in modo discutibile ma effettivo, agli effetti peggiori della crisi che sul piano reale, però, restano ancora seri, sul piano internazionale, non è (ancora?) riuscito a cambiare niente di concreto: e dopo aver alzato enormemente le aspettative a colpi di grande retorica,

• sull’Afganistan, mentre – pare casualmente – nell’offensiva contro i talebani di febbraio è stato catturato, ma in Pakistan a Karachi, Mullah Abdul Ghani Baradar – il vice di Mullah Omar: ed è una cattura importante – si registra ora una defezione importante nella sua strategia: si sfila, in effetti, l’Olanda: salta sul nodo afgano il governo dell’Aja[91], coi socialdemocratici che dicono no alla coalizione e basta alla partecipazione alla guerra. Dicono no, spiegano, a una strategia che da sempre l’America decide da sola e si limita a comunicare agli alleati, siano essi afgani, pakistani o europei.

L’Olanda, o meglio una parte del governo olandese, il partito laburista di Wouter Bos, s’è stancata/o di sentir decidere che la guerra, anche la sua guerra, ora è affidata agli aerei senza pilota da parte americana e a pattuglie di perlustrazione per gli altri: meglio se a piedi e non coi blindati, dicono sempre gli americani, perché più efficaci anche se più letali per chi le conduce; ed è il problema che un mese fa ha già causato grane coi tedeschi e la durissima reazione dei loro comandanti sul campo[92]: in sostanza di questo si tratta.

Il bubbone, che su Iraq e Afganistan suppurava da mesi nella coalizione, è scoppiato sulla richiesta dei laburisti di ritirare i 1.600 soldati del contingente olandese dalla provincia di Oruzgan, dove sono dal 2006 e da dove avrebbero dovuto esser ritirati già nell’agosto scorso, rifiutando la richiesta di farli restare e con una presenza meno di presidio e più di ricognizione stanziale avanzata dagli americani.

Il premier, Jan Peter Balkenende, dichiara subito di voler continuare a governare con un gabinetto di minoranza ma secondo gli analisti seguiranno presto elezioni anticipate di un anno[93]. Ma il vero problema che il caso olandese pone ai pianificatori militari dell’alleanza, cioè nei fatti agli americani, è se il ritiro olandese che, se non ci sarà un improbabile voltafaccia, verrà completato entro l’anno, incoraggerà chi negli altri paesi della coalizione – nell’establishment militare stesso – critica la guerra, la sua impostazione, la sua strategia, le sue stesse ragioni accelerando anche il loro eventuale ritiro…

Neanche finisce l’eco della diatriba olandese e, proprio nella provincia di Oruzgan, scoppia l’ennesimo caso dei bombardamenti “sbagliati” (che aveva fatto parte scottante del cahier des doleances dei laburisti olandesi contro la spedizione). Stavolta[94], per l’ennesima volta, protesta il presidente Hamid Karzai, perché “è ingiustificabile – dice – l’ennesimo caso di civili morti ammazzati da bombe americane”, stavolta una trentina di poveracci che non c’entravano niente presi per talebani.

Ingiustificabile, dice Karzai, ma – il punto è questo – anche inevitabile: perché, e al di là poi del fatto che abbaino sbagliato i bersagli o abbiano invece colpito alla cieca, non si distingue un bel niente quando a bombardare sono caccia-bombardieri che non scendono sotto i 10 km. d’altezza per non esporsi al fuoco contraereo o i drones automi senza pilota che, anche se lo volessero, non distinguerebbero tra lo straccio d’un turbante civile afgano e quello di un turbante talebano.

D’altra parte, Karzai stesso, uomo come si sa di grande sensibilità democratica, in spregio totale all’ossequio almeno formale delle apparenze, diciamo così, democratiche proprie dei suoi alleati decide di nominare egli stesso tutti i componenti della Commissione centrale elettorale che deciderà su candidature e risultati delle prossime elezioni legislative. S’è riscritto da sé la legge elettorale e, per decreto, l’ha approvata, esempio della nuova efficiente democrazia messa in piedi dagli alleati che, per instaurargliela, hanno lasciato morire tanti dei loro soldati per lui… E continuano a farli morire.

Il problema, naturalmente, è che la Commissione elettorale era il corpus che aveva denunciato e certificato, gli imbrogli karzaisti costringendolo al ballottaggio alle presidenziali di qualche mese fa (poi vinto per default, quando il secondo arrivato al primo turno si ritirò dalla corsa contestandone i condizionamenti pesanti. D’altra parte, come hanno dichiarato i karzaisti, quasi prendendo in giro gli americani, l’operazione è parte integrante, no?, del processo voluto dagli alleati di afganistizzazione delle responsabilità di controllo del paese[95]…  

• sulla Cina,

si è sdraiato sulle provocazioni spicciole del vendere un po’ di armi a Taiwan per riaffermare le politiche del 1970 (il Taiwan Relations Act del 1979: Taiwan come paese sovrano non esiste, per gli Stati Uniti come per il resto del mondo; anche per noi c’è solo una Cina, Pechino; però a Taiwan, ci riserviamo il diritto di vendere armi, pur sapendo che la cosa farà imbestialire Pechino…).

Ma che poi Taiwan sia, nei fatti, parte integrante della grande Cina, oltre alla storia e al fatto che formalmente lo riconoscono gli americani stessi almeno da una quarantina d’anni, lo dicono pure le cifre. Da ultimo, il dato che l’Ufficio statistico di Taipei certifica di un PIL in ascesa del 9,22% nel quarto trimestre del 2009 rispetto a quello di un anno prima: grosso modo, e non per caso, il dato della Cina è lì, vicino a quello[96].

E, a gennaio, le esportazioni nel continente da Taiwan sono saltate del 187,8% da un anno prima mentre a dicembre erano già salite del 96,7%. Le esportazioni verso gli USA, il secondo sbocco maggiore della produzione formosana all’estero, sono salite del 13,7% a gennaio dopo il +4% di dicembre.    

In ogni caso, da parte americana, la situazione si sta delineando abbastanza netta: c’è il fatto che il fregarsene del tutto delle preoccupazioni/paranoie/idiosincrasie di Pechino, c’è il rifiuto totale di prendere atto delle conseguenze del fatto che il peso relativo sta cambiando, e radicalmente, tra USA e Cina; che ormai gli USA, della Cina, sono debitori netti e non sul piano finanziario soltanto; e che devono cominciare a cambiare qualche poco il loro normale, scontato, comportamento.

Per cui quando oggi la Cina minaccia sanzioni sue, per esempio, alla Boeing – se vende suoi sistemi d’arma a Taiwan – non solo l’industria aerospaziale di Seattle presta qualche attenzione ma si comincia a preoccupare pure il governo Obama. Specie perché, poi, e solo qualche giorno dopo, la compagnia di bandiera cinese, Air China, annunciava di ordinare 20 nuovi Airbus320 invece dei 20 Boeing 400 su cui l’industria americana contava[97] (e sono un fatturato probabilmente bruciato di un 5 e oltre miliardi di $: forse recuperabile ma, a questo punto, sembra francamente difficile).

Per esempio, si diceva delle sanzioni alla Boeing ma non solo: infatti, viene anche decretata l’imposizione di una tariffa anti-dumping (così la chiamano i cinesi) sulle importazioni dei polli americani che potrebbe teoricamente arrivare anche oltre il 100%: gli importatori statunitensi, dichiara il ministero del Commercio di Pechino, hanno causato “danni materiali” ingenti ai produttori cinesi vendendo sottocosto poi, grandi quantitativi di “piedi di pollame”: un prodotto di scarto in America ma una delicatezza qui assai apprezzata e dunque, per gli esportatori un attivo allo stato puro.

Le nuove tariffe vengono imposte a cominciare subito, dal 13 febbraio. Per la Pilgrim Pride Co. saranno dell’80,5% e per la Tyson Foods Inc. del 43,1%[98]. L’inchiesta cinese su questi casi è cominciata subito dopo che gli USA hanno imposto la loro tariffa sull’import di pneumatici cinesi in base alla Sezione 421 della loro legislazione sull’import.

Poi, certo, il presidente non può non dichiarare che intende incontrare il Dalai Lama, e incontrarlo, quando il 18 febbraio, viene in visita a Washington: tempo fa, rinviando l’incontro, aveva annunciato l’impegno e, ormai, certo non può rimangiarselo per ragioni squisitamente di politica interna (e forse anche perché lo considera giusto) anche se, magari, visto il niente a cui serve la visita, forse la rimanderebbe ancora volentieri.

Pechino – considerando Tenzin Gyatso, il 14° Dalai Lama (letteralmente “oceano di saggezza”), un sovversivo pericoloso dei suoi equilibri nazionali interni e un sobillatore della quiete e della pace etnica in Tibet – naturalmente gli chiede di non vederlo; ma sa che lui non lo può non vedere, come lui sa che loro sanno che lo deve vedere, ecc., ecc.. ecc.: è il gioco delle tre carte che si chiama politica internazionale… E, infatti, al dunque, non è poi questo il punto di reale attrito con Washington di Pechino.

Come sempre per i cinesi, però, sono queste le cose principali, le questioni di “principio”, di “pari dignità”. Pretendono, soprattuto sul piano della forma, di essere presi sul serio da chiunque tratti con loro. Mentre pare proprio che il governo americano – anche questo governo americano – continui a rifiutare il compromesso su questioni che Pechino considera sacrosante: come, a parti rovesciate, sacrosante le considererebbe quello americano se lo riguardassero, come Taiwan e Tibet…, questioni di sovranità e integrità territoriale.

• sull’Iran,

avendo deciso di lasciare il dossier in mano alla falchetta Hillary Clinton, Obama è tornato a premere per le sanzioni alla Bush: che, se ci saranno, finiranno come quelle di Bush, in un flop; e se, poi, gli USA – magari con il Regno Unito e chi sa, forse, dopo l’intemerata di Berlusconi, l’Italia – stoppate che fossero all’ONU, le sanzioni se le dovessero applicare da soli o quasi, magari  contro i Guardiani della rivoluzione, farebbero ridere (non è credibile che i Guardiani tengano i loro soldi alla Chase Manhattan Bank, no?) e verrebbero, comunque, nel momento peggiore – di più tra qualche rigo, qui – per gli equilibri di potere interni sfavorevoli a chi in quel regime vorrebbe muoversi un po’ e si vedrebbe ineluttabilmente schiacciato sugli intransigenti.

Come nota, ci sembra, assai ben “al dente”, il fatto è che[99] c’è una certa qual ironia, no?, quando la segretaria di Stato, Hillary Clinton, fa il giro turistico di tutti i regimi autoritari del Golfo alla ricerca di sostegno contro l’Iran per la ‘sua deriva verso la dittatura militare’. Ma è proprio il segno di quanto l’amministrazione Obama a Washington sta tornando alle scelte del presidente Bush, per quanto riguarda [almeno] Iran e Golfo persico”…

Ma forse è sbagliato chiamarla la “linea della disperazione”. E’, puramente e semplicemente, l’ammissione non confessata ed inconfessabile che Bush aveva ragione: l’ammissione che nel DNA di questo grande paese – forse in nome del suo manifest destiny, della sua eccezionalità definita già da George Washington nel suo messaggio di commiato[100] agli americani, del fatto insomma di considerarsi, guarda un po’ proprio come Israele, in qualche modo per predilezione divina, una specie di popolo eletto – c’è la voglia di cambiare il regime degli altri paesi, quando non gli dicano sissignore e lo dicano in modo, almeno in apparenza, anche convinto…

• su Israele-Palestina,

è tornato in pratica a pendere dalle paranoie e dalle fobie di Netanyahu e dei suoi…

Insomma, niente. Peggio: la politica estera di Hillary Clinton invece di quella di Barak Obama… ha perfino ingoiato su sua richiesta, nei fatti, il golpe militare in Honduras perché faceva comodo (soldi e interessi) ai suoi sottopancia e ribadiva che nel cortile di casa non si muove foglia che Washington alla fine non voglia (proprio come nel Caucaso per Mosca, no?).

In breve, insuperabile sembra, anche con Obama, la vecchia propensione americana, costruita nel lungo dominio del secolo scorso – il secolo americano, appunto – a risolvere i problemi con la forza delle armi, dei soldi e con l’azione più o meno clandestina dei servizi segreti.

Sul fronte dell’ormai lungo contenzioso con l’Iran, gli Stati Uniti hanno deciso di elevare di una tacca il livello del confronto annunciando di voler installare missili antimissili Patriot in Qatar, in Bahrain, negli Emirati arabi uniti e in Kuwait (… e non si capisce, allora, perché non anche negli altri paesi del Golfo, visto che la premessa sarebbe quella di difenderli da un “eventuale” attacco iraniano). Sembra l’anticipazione di una reazione iraniana a possibili sanzioni contro gli Stati che collaborassero da vicino con Washington se “escalasse” le sanzioni, magari anche da solo, su temi – come il diritto ad esportare petrolio ed importare benzina – per l’Iran inaccettabili.

I segnali di una tensione che, da parte americana, monta nell’area del Golfo – e che a Teheran vengono letti anche come punture di spillo, provocazioni piccole e meno piccole nella speranza di qualche reazione iraniana inconsulta – stanno in effetti montando. Una delle ultime indicazioni, che ha intrigato non poco gli osservatori iraniani i quali la spiegano più che altro con la preparazione di un clima, è stata la menzione, per ben 58 volte e altrimenti inspiegabile, della parola Iran nel corso della deposizione resa da Tony Blair a fine gennaio, alla Commissione Chilcot sulla guerra all’Iraq.

A dire il vero, l’inchiesta piuttosto addomesticata, ha accettato la cosa senza chiedergli neanche una volta il perché, ma i media poi se la sono spiegata nel contesto di una “minaccia iraniana” che l’ex primo ministro britannico nel suo delirio di ex onnipotente voleva fosse presa molto sul serio: come – e lo ha ripetuto appunto per cinquantotto volte in quattro ore di “testimonianza” – fu la minaccia posta nel 2003 da Saddam… ricordate? le armi di distruzione di massa  che… non c’erano. Il fatto è che, nella sua sconfinata prosopopea, l’ex premier non si rende neanche conto che la sua personale credibilità è ormai sotto zero[101].

Naturalmente i rischi di un cambio di strategia in questa direzione da parte degli americani sembrano, a prima vista – e forse anche seconda – apparenti. Il primo è il colpo di frusta che, contro qualsiasi opposizione interna, comporta un irrigidimento da parte americana con il conseguente richiamo centripeto alla solidarietà e all’unità a difesa della sovranità del paese e, inevitabilmente, perciò del regime. Del resto, la linea ufficiale, e normale, è che così come se i nemici dell’Iran si coalizzassero nella regione per assediarlo e aggredirlo non potrebbero che aspettarsi una reazione adeguata dell’Iran tutto intero, così i nemici interni che collaborassero con lo straniero dovrebbero fare i conti con la reazione adeguata del governo e del popolo uniti…

E non a caso, da settimane, Rafsanjani, Larijani, Moussavi, Karrubi stanno frenando l’opposizione e riavvicinandosi al governo e, soprattutto, all’ayatollah Khamenei. Insomma, ancora una volta, una mossa piuttosto stolta e controproducente.

Il punto è che in occidente ormai tutti sanno – e l’hanno capito anche gli americani – che sanzioni nuove e più dure sanzioni che mai potessero venire imposte all’Iran – e non sarebbe comunque facile farle passare – non avrebbero effetto reale. Perché l’Iran è oggettivamente convinto del e irremovibile nel suo diritto ad andare per la sua strada e perché, piene di buchi come senza dubbio sarebbero (la Cina, la Russia, ma appena più sottobanco anche Germania, Italia, Turchia, e fior di imprese americane, ecc., ecc., non funzionerebbero).

La frustrazione degli americani – che, un giorno sì e l’altro pure, subiscono il “ricatto” neanche troppo velato del governo di Netanyahu (badate che possiamo sempre attaccare da soli l’Iran e al diavolo le conseguenze) e non hanno il coraggio di mandarli quel paese – è reale e spiega forse le grandi manovre. Le spiega ma non significa che esse abbiano senso.

Disseminare sistemi d’arma avanzati un po’ per tutta l’area del Golfo, sotto controllo americano ma con una qualche “supervisione” o corresponsabilità di regimi tutti sicuramente non molto più popolari di quello iraniano – dall’Arabia saudita al Kuwait, agli Emirati arabi (cosiddetti) uniti –alza le possibilità di uno scontro, magari neanche realmente voluto[102], aiuta i duri del regime iraniano in nome della sovranità nazionale manifestando a tutto l’Iran le intenzioni malvagie del “grande Satana”.

E può scatenare nell’area instabile del Golfo una corsa agli armamenti di cui non si sente proprio il bisogno ma che diventerà ineluttabile per la minaccia di reazioni iraniane non appena questi regimi spesso impopolari e precari realizzeranno che i sistemi di difesa messi lì dagli Stati Uniti loro non li controlleranno mai[103] e che saranno sempre dipendenti dall’OK dell’altro grande loro storico  nemico: Israele.

Intanto, per quel che riguarda la questione nucleare, l’Iran accenna a un’altro – l’ennesimo – spostamento di posizione. E’ Mahmoud Ahmadinejad a dire alla televisione, direttamente, all’inizio di febbraio, che Teheran è pronta a scambiare il suo uranio a basso arricchimento con l’uranio altamente arricchito secondo la proposta originale del Gruppo dei P-5 + 1. Ha spiegato che il suo governo non ha obiezioni a consegnare il suo uranio al 3,5% di arricchimento per farlo processare e arricchire al previsto 20% e vederselo restituire dopo quattro-cinque mesi[104].

Infatti, quello che voleva, spiega, l’Iran  lo ha ottenuto, caricando adesso sulle spalle del mondo, che così è reso testimone dell’accordo, la responsabilità di tenere le controparti alle loro promesse. Tra l’altro, se non lo facessero – questa è l’ultima garanzia – potremmo sempre riprendere ad arricchirci l’uranio da soli… Difficile che a questo punto, il presidente della Repubblica parli poi senza l’assenso, tacito, della Guida suprema.

Restano aspetti non chiari e bisogna vedere se adesso si accontentano tutti, o se qualcuno farà saltare anche questa volta l’accordo: potrebbero essere in tanti, dall’Iran stesso a tutti gli altri interlocutori.

Ahmadinejad deve convincere anche i suoi oppositori che, forti dei precedenti storici della mala fede dell’occidente, prima di lui avevano enfatizzato che il paese non si poteva fidare se lo scambio non fosse stato “contestuale”: e, infatti, presto arrivano da parte iraniana richieste di ulteriore modifica al testo originale…

E i P-5 + 1, l’America in testa, da quest’altra parte, subito a  ribadire intransigenti il solito o fate come diciamo noi o niente. Mentre il grande suggeritore di Tel Aviv – fuori ma dentro, dentrissimo, al negoziato – ostenta la sua totale negatività alla proposta stessa: quella originale proprio dell’AIEA stessa…

A questo punto, visto il no sostanziale degli interlocutori, lo stesso presidente Ahmadinejad annuncia di aver ordinato al capo della ricerca atomica iraniana, Ali Akbar Salehi, di cominciare ad arricchire per conto proprio il suo uranio fino al 20% necessario agli isotopi per un uso medico[105]… Poi si vedrà. Lui ha anche tenuto ad aggiungere che, in ogni caso, il paese resta pronto a trattare. Su basi serie.

A ruota, e col presidente della Repubblica ancora presente, il dr. Salehi precisa quali sarebbero secondo Teheran queste basi: l’Iran resta sempre pronto ad interrompere l’arricchimento appena gli giungesse un’offerta soddisfacente perché rispettosa, insieme, delle sue necessità tecniche e, anche, dei suoi diritti di paese sovrano[106]. E, in ogni caso, come gli impone di fare il Trattato di non proliferazione nucleare cui aderisce, chiede – e ovviamente ottiene – che alle operazioni di arricchimento, subito cominciate, partecipino – anche se il portavoce del Dipartimento di Stato dice che non serve a niente – osservatori e ispettori dell’AIEA, l’agenzia internazionale dell’ONU per l’Energia Atomica[107]… Nel frattempo, dalla Russia, incongruente volutamente com’è (quando abbastanza aperta, quando del tutto chiusa alle ragioni iraniane), giungono segnali ambigui.

Da una parte, c’è la dichiarazione ufficiale del governo russo a informare Teheran che i missili terra-aria S-300, già comprati e pagati dall’Iran, “per ragioni tecniche” non arriveranno presto— la consegna è già in ritardo di almeno due anni, del resto. L’S-300 reperisce e aggancia aerei in avvicinamento ed è in grado, teoricamente ma con alto livello di efficienza, di mettere in opera efficaci contromisure elettroniche contro ogni schermatura con la capacità di abbatterli fino a distanze superiori a 120 km. e di attaccarne fino a 100 per volta.

Dall’altra c’è una dichiarazione, ufficiosa ma ben più autorevole  soprattutto credibile, del capo della fabbrica russa, la Almaz-Antey di Mosca, Vladimir Kazparyants[108], che contraddicendo (ma non per caso, anche qui…) la dichiarazione politica spiega che la tecnologia dell’S-300 è del tutto a punto e  attribuisce la causa di qualsiasi ritardo, come del resto era evidente, a decisioni “di ordine politico, non certo tecnico”: che si chiamano, in sostanza, opposizione di Israele e degli americani; che Mosca nega ma, per il momento, ancora subisce.

Da una parte, c’è la giaculatoria anche dei russi che reitera il diritto degli iraniani ad arricchire il loro uranio, uguale al diritto internazionalmente riconosciuto ad ogni paese sovrano. Dall’altra, c’è la “preoccupazione forte”, e tutta politica, del ministro russo degli Esteri, Sergei Lavrov, quando dopo che l’AIEA dice di  “temere” (al solito, senza citare nessuna indicazione, nessuna prova specifica, solo il sospetto) che Teheran stia lavorando a un missile capace anche di portare testate nucleari.

E la cosa è per lo meno probabile. Solo che non è proibita né all’Iran né a nessuno proprio da niente… Per cui, quando Lavrov deplora il fatto che Teheran “non cooperi meglio con l’AIEA stessa”…  così, come per i segnali di deliberato ritardo sulla consegna dei missili all’Iran, aumentano solo le contraddizioni dei russi.

Che, infatti, dicono di condannare “la persistente sfida da parte di Teheran delle risoluzioni delle  Nazioni Unite”, scordando anche loro altre risoluzioni del tutto ignorate da chi le dovrebbe osservare (Israele, ad esempio, sulla Palestina) e il cui valore politico è indubbio; e che, invece, le risoluzioni sull’Iran sono in radice illegittime perché negate dalla Carta stessa delle Nazioni Unite[109]

… ma, poi, tornano a dichiarare solennemente, ufficialmente e contestualmente che la Russia è “categoricamente contraria a sanzioni paralizzanti” – quali però non lo sono, non lo specifica –  e che, soprattutto, la Russia “esclude ogni soluzione militare[110]” per il nodo iraniano.

Anche l’India, che di armi nucleari già ne possiede a decine, e non si è mai neanche curata di firmare magari per finta il Trattato di non proliferazione, annuncia adesso che, proprio come l’Iran, sta testando razzi balistici a media gittata in grado di attingere i loro eventuali obiettivi da 3.000 km. di distanza, dal Medio Oriente a ben oltre il Pakistan, fino ben dentro alla Cina. Si è trattato del quarto lancio del missile Agni III che fa, ormai, parte integrante dell’arsenale strategico indiano e del terzo lancio che ha avuto pieno successo[111].

E, ha aggiunto V. K. Saraswat, lo scienziato militare che dirige il programma, che l’India sta preparando il test di un missile a più lunga gittata, oltre 5.000 km.[112], l’Agni V (Agni è il nome del dio del fuoco nella mitologia indù) che porterebbe “a distanza utile” anche Mosca e Pechino. Ci vorrà, probabilmente, ancora più di un anno per arrivare al test ma Saraswat dichiara alto e forte  che  non sono certo quei grandi paesi a costituire la preoccupazione strategica dell’India.

Ma a questo punto appare chiaro, no?, perché gli iraniani, tutti – dai resti ancora fedeli allo scià, ai seguaci di Mousavi, ai fanatici di Ahmadinejad – chiedano a qualcuno di spiegare loro le ragioni del no, tu – e solo tu – no! mentre gli altri, chiunque poi siano, sì? Per lo meno gli indiani si guardano bene dal contestarne ipocritamente i diritti e pudicamente tacciono… Ma gli altri?

Comunque, sul nodo delle sanzioni prendono posizione parecchi membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, stavolta però battuti sul tempo, come si sa, dall’Italia che del CS non fa parte ma trova il modo con Berlusconi di dire la sua – intempestivamente, parlando da Israele[113]: per l’Iran ovviamente l’esempio più provocatorio possibile di due pesi e due misure –: così mentre  

• America e Francia parlano di “punire” (i ministri della Difesa americano Robert Gates e francese Hervè Morin)[114] con sanzioni più dure Teheran;

• la Russia (il presidente della Commissione esteri  della Duma: non il governo) dice che, in queste condizioni, “potrebbero” rendersi possibili altre sanzioni, non meglio specificate; poi, Nikolai Patrushev, capo della sicurezza nazionale russa (uno che conta) mentre dice di condividere molte delle preoccupazioni “occidentali” sul programma nucleare iraniano, ribadisce che “la Russia continua a opporsi a sanzioni militari contro l’Iran”: dunque, di per sé, non a sanzioni commerciali e finanziarie[115]...

i Pgtrishcev, capo del servizio di ella sicurezza nazionale delal rpesidenza, uno che contam, dice di condividere moltr e delle preoccupazioni “occidentali” sul programma iraniano, ma

 

• e la Cina lo “esclude[116], dichiarando che è il concetto stesso di punizione ad essere sbagliato, che, in ogni caso, non servono a niente[117] e che è meglio lavorare sulla proposta originale dell’AIEA e sulle modifiche ad essa suggerite “anche” dall’Iran: perché, poi, si tratta di un negoziato, non di un ultimatum…

Intanto, e proprio adesso, succede che anche la Romania ha pensato bene di annunciare che ospiterà volentieri i missili antimissili americani da piazzare ai confini russi. E continua una politica vacua, a dir poco, che non aggiunge proprio niente – anzi – alla sicurezza dei romeni e continua ad avvelenare ogni giorno di più i rapporti con la Russia[118] su cui l’America, pure, continua ad invocare l’aiuto per “contenere” l’Iran…

Si offusca, come facilmente prevedibile e – da noi, in generale tra i non piaggiatori certamente previsto – il rapporto USA-Russia sul disarmo strategico, lo START… Dice il generale Nikolai Makarov, capo degli Stati maggiori congiunti delle forze armate, che essendo dichiaratamente i piani missilistici americani rivolti contro la Russia, va da sé che è questo sviluppo a frenare ancora la firma del trattato che dovrà seguire lo START I, ormai decaduto. Al Pentagono si affrettano a smentire, ma Makarov, quasi sprezzante, invita “quanti aprono la bocca e fanno rumore ad informarsi meglio con chi deve firmare per loro[119].

E, in effetti, chi ai colloqui era presente, come l’ambasciatore americano a Mosca John Beyrle, in una dichiarazione sul suo sito web, mentre garantisce anche lui, ovviamente, che l’antimissile del suo paese “non è diretto contro la Russia” dà atto che tra Obama e Medvedev a suo tempo venne riconosciuta la necessità del linkage tra i due fattori e che il trattato rifletterà il “collegamento” che esiste tra sistemi di armamento strategici offensivi e difensivi.

Che è, poi, sempre stata la tesi dei russi, come del resto quella di Clausewitz e di Sun Tse (la storia dello scudo e della spada, dove al “progresso” del primo fa sempre riscontro quello del secondo, e viceversa…).

La notizia di quel che afferma Beyrle è stata quasi ignorata dalla stampa americana (zitti e mosca, con la “m” minuscola: tutti, meno il WP[120], che nel suo articolo sembra quasi tradire un  certo imbarazzo), o da quella di Mosca (quella con la “m”, invece, maiuscola). Ma, guarda un po’, dalla stampa cinese[121].

In ogni caso, però, mentre da una parte mostrano maggiore attenzione – o si dica pure circospezione – ai loro rapporti coi russi, intanto i polacchi approvano alla Dieta, e a larga maggioranza (374 voti contro 24), il piazzamento degli antimissili americani in casa propria: come un’ovvia, e ovviamente sacrosanta, questione di affermazione della propria sovranità nazionale[122].

Che i russi reagiranno assai male lo sanno, puntando i loro missili contro le basi americano-polacche sì e no a una cinquantina di km. di distanza, a Kaliningrad… anche lì, ovviamente, per diritto di sacrosanta sovranità. Se uno, a casa sua, è titolato a fregarsene delle ragioni e/o delle paure degli altri, allora…

Naturalmente, di sovranità ben curiosa si tratta… Per esempio, nessun polacco potrà di fatto – in base agli accordi tra forze armate polacche e Pentagono – mai avvicinarsi a più di cento metri da un missile antimissile statunitense schierato in Polonia: come mai nessun italiano si è potuto (o forse si può? non si sa…, in realtà nessun deputato italiano, e solo pochissimi uomini di governo, sanno se ci sono ancora in territorio italiano o tedesco, bombe termonucleari americane: ma probabilmente ci sono…)  avvicinare agli ordigni nucleari USA di Aviano o Ghedi, nessun tedesco a quelli immagazzinati a Ramstein o a Büchel in Germania[123].

A latere di tutto il dibattito, su riarmo, disarmo, convenzionale, nucleare, ecc., ecc., e quasi a freddo, il ministro americano della Difesa, Robert Gates,

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U.S.: NATO Facing Military 'Crisis' - Gates

February 23, 2010 1610 GMT see NYT, 23.2.10, B. Knowlton,

U.S. Defense Secretary Robert Gates said Feb. 22 that NATO countries have underfunded their defense budgets since the Cold War, which is having a direct impact on shared security goals, Reuters reported. Gates said the NATO mission in Afghanistan is suffering because too few helicopters, cargo aircraft, aerial refueling tankers and surveillance aircraft are in the field. He also accused politicians and the public in European countries of trending toward being "averse to military force and the risks that go with it."

http://www.stratfor.com/sitrep/20100223_us_nato_facing_military_crisis_gates

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Russia: NATO Has No Place For Moscow

February 24, 2010 0918 GMT

Konstantin Kosachev, chairman of the State Duma Committee on International Affairs, said there is no place for Russia in modern NATO, Interfax reported Feb. 24. He said Russia could see how Americans are consistently working with allies in Europe, Asia and on other continents without considering Russia's interests in the field of security. Kosachev stated that there are many threats where NATO is absolutely ineffective, and Russia should not join a known ineffective structure but should set up a new structure that incorporates all the interested sides.

http://www.stratfor.com/sitrep/20100224_russia_nato_has_no_place_moscow

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GERMANIA

Il PIL tedesco resta immobile[124], nel quarto trimestre del 2009, rispetto al risultato del trimestre precedente.

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Germany: 2009 Government Deficit Ratio Is -3.3%

February 24, 2010 1133 GMT

According to updated results of Germany's Federal Statistical Office, net general government borrowing amounted to 79.3 billion euro in 2009, Destatis reported Feb. 24. Measured as a percentage of gross domestic product at current prices (2,407.2 billion euro), a general government ratio of –3.3 percent was calculated for 2009.

http://www.stratfor.com/sitrep/20100224_germany_2009_government_deficit_ratio_33

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Brief: German Exports Drove GDP Figure

February 24, 2010 1243 GMT

Applying STRATFOR analysis to breaking news
The German Federal Statistics Office released a report Feb. 24 illustrating that the 0 percent gross domestic product (GDP) growth in 2009's fourth quarter was driven largely by exports, which contributed 2 percentage points to the GDP (once exports and imports were balanced out). However, private consumption continued to lag, subtracting 0.6 percentage points from GDP growth, a poorer showing than even third quarter numbers, when consumption subtracted 0.5 percentage points from the 0.7 percent third quarter GDP growth. Government consumption and investments in fixed capital both subtracted 0.1 percent, reflecting expiration of most government stimulus efforts at the end of 2009. The main contribution to GDP growth in the third quarter -- inventory restocking, which contributed 1.5 percent of growth -- turned negative, subtracting 1.2 percent from GDP growth in the fourth quarter. The numbers indicate that consumer and manufacturer sentiments remain negative in Germany, but that growth is nonetheless buoyed by strong foreign demand for German goods. This means that despite poor demand within Germany, German exports -- which account for around 45 percent of German GDP -- will continue to drive growth. This will especially be the case if the current weakness of the euro in relation to the dollar (and therefore also the Chinese yuan), caused by uncertainty over the economic situation in Greece, continues in the long term.

http://www.stratfor.com/sitrep/20100224_brief_exports_drove_gdp_figure

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E uno dei principali istituti di ricerca economica del paese, lo ZEW di Mannheim registra tassi di fiducia sia degli investitori istituzionali che delle imprese e delle famiglie seriamente in calo: ormai a livello di 45,1[125] punti dal punto alto della ripresa delle aspettative, 57,7 a settembre scorso. Continuano, infatti, i guai delle banche, le aspettative di disoccupazione in ascesa e le preoccupazioni sul debito sovrano di diversi paesi dell’area euro. In effetti, l’inizio di ripresa che s’era manifestato nel secondo trimestre del 2009 era spinto quasi solo da fattori di ordine temporaneo, come un rinnovato rilancio dell’export il che spiega lo 0,0% di crescita/non crescita registrato ora nell’ultimo trimestre del 2009.

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Peggiora, invece, in Europa il clima di fiducia. L’istituto di previsioni di Monaco di Baviera, l’IFO, ne registra un po’ di ripiegamento a gennaio

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Brief: Business Climate Falls In Europe

February 23, 2010 1614 GMT

Applying STRATFOR analysis to breaking news
Munich's Ifo Institute reported Feb. 23 that its business climate index fell from 95.8 to 95.2 in January. Although this is still above the 26-year low of 82.2 set in March of 2009, the Ifo release comes shortly after Mannheim-based ZEW Institute reported Feb. 16 that its economic sentiment indicator had also declined in January and that economic growth in the eurozone had slowed. Commerzbank reported Feb. 23 a fourth quarter net operational loss of 1.6 billion euros, bringing its 2009 total loss to 4.28 billion euros. The bank noted tough market conditions when explaining the fourth quarter losses, of which 561 million euros were related to insurance guarantees. Commerzbank's continued losses come on the heels of concerning figures published in Der Spiegel, which disclosed a letter from Germany's financial regulator BaFin calculating German banks' exposure to the debt problems in Greece and the wider so-called 'Club Med' countries, highlighting the risks posed by a sovereign debt crisis to the eurozone's most important economy. According to BaFin, German banks own about 32 billion euros in Greek securities -- the largest holder is HRE at 9.1 billion euros, followed by Commerzbank (4.6 billion euros), LLBW (2.7 billion euros) and BayernLB (1.5 billion euros) -- and have another 10 billion in insurance holdings. German banks own a total of approximately 522 billion euros in debt from Greece, Portugal, Italy, Ireland and Spain.

http://www.stratfor.com/sitrep/20100223_brief_business_climate_falls_europe

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L’Ufficio federale di statistica[126] ha documentato, a metà febbraio, di come e quanto continui a restare pesante lo stato dell’occupazione. A fine dicembre le persone che lavoravano per imprese con 50 e più dipendenti erano 5 milioni, il 4,5% in meno di un anno prima; mentre il numero di ore lavorate era sceso del 3,5% e l’ammontare lordo di salari e stipendi è calato, sempre da un anno prima, del 5,6%.

Il DESTATIS ha anche attestato che i 1,7 milioni di addetti al settore edilizio nel 2008, sono scesi del 21,9% dal 1998. Insomma, è tutto il settore manifatturiero che soffre per la crisi finanziaria, malgrado la forte spesa pubblica concentrata nel sostegno all’occupazione soprattutto attraverso la diffusioen allargata e sussidiata del cosiddetto “lavoro corto”. E certifica che è in corso una forte ristrutturazione proprio nel settore edilizio. Non si tratta affatto di buone notizie, in particolare perché i dati del DESTATIS mostrano anche, come s’è visto, la stagnazione del PIL nel quarto trimestre del 2009.

Il deficit/PIL del 2009, adesso, aumenterà di miliardi di € e sforerà il 5,5% del PIL, dopo che la Corte costituzionale ha ordinato al governo di ricalcolare la base della spesa sociale dovuta ai disoccupati di lungo termine e alle loro famiglie. In tutto i cittadini tedeschi che ricevono una qualche forma di sussidio sono oltre 6 milioni[127].

A dicembre 2009, la produzione industriale cala del 2,6% sul mese prima: il calo maggiore da otto mesi a questa parte. Si è trattato di una diminuzione del valore della produzione di miniere, manifatturiero e, in generale, di tutta  l’industria dovuto anzitutto al declino degli investimenti in beni di produzione e veicoli[128].

L’inflazione è salita gennaio, sullo stesso mese del 2009, dello 0,8%, dopo l’aumento dello 0,9 a dicembre. Sul mese prima, i prezzi sono cresciuti a gennaio dello 0,6 e a dicembre dello 0,8%.

Le esportazioni nell’anno 2009 e in rapporto al 2008 sono cadute del 18,4%, il calo maggiore da ben sessant’anni, dal 1950, a un totale di 803,2 miliardi di €, con un import che si contratto anch’esso del 17,2% per una spesa di 667,1 miliardi. L’attivo commerciale, comunque, è risultato sempre ben consistente, a 136,1 miliardi di € , in calo dia 178,3 del 2008.

FRANCIA

La produzione industriale scivola, a dicembre 2009 e sul mese prima, come attesta l’INSEE, l’istituto statistico nazionale,dello 0,6% mentre solo quella di fabbriche e aziende pubbliche scende dello 0,1[129].

GRAN BRETAGNA

Si avvicinano, con l’avvicinarsi delle elezioni – la cui data ancora però non è nota: la legge impone solo che siano entro fine primavera: la data la sceglie il primo ministro – i sondaggi dei laburisti a quelli sempre maggioritari dei conservatori (ormai sette punti in più, il minimo da quasi due anni[130]: il punto debole dei primi è proprio la personalità aspra del premier, per i secondi vanno male proprio le  ricette percepite come classiste – a favore degli abbienti – per curare la crisi). Il cui margine non sembra, però, più sufficiente a garantire la maggioranza assoluta della Camera dei comuni.

Qui i timori di inflazione sono più elevati che altrove in Europa e, in effetti, non volendo e non potendo – qui il governo, malgrado l’indipendenza formale della Banca centrale ormai raggiunta da anni, conta ancora molto sulle sue decisioni – intervenire a frenarne l’ipotesi con una stretta diretta sui tassi, la Banca d’Inghilterra a inizio mese decide[131] di bloccare ogni ulteriore espansione delle sue “facilitazioni quantitative” – in sostanza la stampa di carta moneta – che tendono ad aumentare, comunque, la liquidità nel sistema. Finora, così, è stata comunque praticata un’iniezione gigante di liquidità all’economia, per 200 miliardi di sterline, sui 230 miliardi di €.  

Certo, con la crisi economica che continua ad imperversare, questo non è il momento migliore per raffreddare l’attività economica, conseguenza inevitabile e giustapposta al freno imposto ai prezzi. Per questo, mette avanti le mani la BoE e tiene a precisare l’ovvio: che, se ce ne fosse bisogno, le facilitazioni quantitative potrebbero sempre rapidamente riprendere…

Intanto a gennaio, secondo i dati ufficiali, il tasso di inflazione[132] è salito in un anno del 3,5%, ben oltre quella che la BoE definisce il suo “livello di conforto” e, in un solo mese, dello 0,6%. E è il valore più alto da quattordici mesi. Il governo, dal 1° dicembre, aveva temporaneamente abbassato l’IVA al 15 dal 17,5% per stimolare le vendite, ma dopo un mese l’aveva ripristinato, rilanciando il livello dei prezzi nel periodo in questione insieme agli aumenti negli ultimi tempi del petrolio e alla, relativa svalutazione della sterlina.

Il tasso di disoccupazione arriva, intanto, a 2.460.000 senza lavoro[133] ufficiali registrati e annunciati nel quarto trimestre del 2009 come tali, con l’evidenziazione del fatto che sono il numero più alto dal terzo trimestre del 1997 e col caveat, anch’esso ufficiale (sul sito dell’Ufficio nazionale di statistica), che in realtà sono molti di più nel conto reale. Si tratta del 7,8% della forza lavoro e quelli disoccupati ormai da più di sei mesi sono 663.000.

GIAPPONE

L’economia è cresciuta, nei dati preliminari, con un aumento di PIL a un tasso annuo del 4,6% nell’ultimo trimestre del 2009 e il rimbalzo che si è riscontrato nell’export aiuta adesso ad escludere, forse, una recessione che dopo essere calata riprenda (a doppia W, come si dice). Comunque, il PIL resta dello 0,4% più leggero di un anno prima[134] e la maggior parte degli osservatori concordano che adesso la crescita, nei dati preliminari, rallenterà e che il Giappone non riuscirà a evitare il sorpasso economico della Cina come seconda maggiore potenza economica al mondo.

Questo è quanto raccontano lo stesso giorno USA Today[135], il quotidiano americano a più larga diffusione e, in pratica, il solo a diffusione nazionale (coast to coast) e il NYT[136], il quotidiano più prestigioso, ancora tetragoni insieme alla maggior parte degli altri grandi quotidiani di informazione al fatto reale che, invece, da tempo seconda all’economia americana è la Cina e il Giappone è terzo.

Almeno nel calcolo che oggi viene considerato da tecnici, accademici e politici come il solo corretto, quello fatto con le valute a parità di potere d’acquisto e non al valore nominale della conversione di banca in dollari. E c’è anche di più: in molti settori ormai la produzione cinese (il PIL è una misurazione grezza e basta: il quanto di tutto e nient’altro) supera già quella degli Stati Uniti.

Ha più utilizzatori di Internet, il doppio di cellulari in uso, dieci volte la produzione d’acciaio, più laureati e masters in materie scientifiche e ingegneristiche (e, qui va detto, di qualità che gli americani considerano eccellente). E, naturalmente, e di gran lunga, ha l’accumulo di riserve valutarie maggiore del mondo.

Detto questo, c’è da aggiungere che qui, insieme a qualche dato migliore, mostrano ancora molta prudenza nel predire che il paese è uscito dal lungo periodo di crescita bassa e anche bassissima che ha costituito qui la più grave recessione sofferta dopo la seconda guerra mondiale è cominciata con lo scoppio della bolla degli anni ’90. A metà della prima decade dei 2000 era sembrato che l’aumento di produzione manifatturiera alimentato dal forte export in USA servisse al rilancio. Ma si è rivelato piuttosto effimero e, adesso, la crisi globale ha colpito duro proprio il comparto che, da sempre, qui  ha tirato l’economia.

Il capo di gabinetto del primo ministro, Hirofumi Hirano, che qui equivale grosso modo al nostro sottosegretario alla presidenza del Consiglio – una carica chiave – sottolinea che la situazione dell’economia resta seria. L’espansione del 4,6% annualizzata del quarto trimestre – chiarisce – debitamente destagionalizzata, corrisponde soltanto a un 1,1% di crescita sul terzo. La spesa per consumi sale di un reale 0,7% nel terzo trimestre, quella in investimenti privati di capitale dell’1% ma gli investimenti pubblici sono caduti di un pesante 1,6%. Le esportazioni hanno spinto in su il PIL dello 0,5%[137].   


 

[1] New York Times, 3.2.2010, Agenzia Reuters, Berlusconi In Bethlehem: Wall? What Wall?— Berlusconi, a Betlemme: Muro? Ma quale Muro?

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[2] The Economist, 20.2.2010.

[3] The Economist, 6.2.2010.

[4] New York Times, 20.2.2010, Reuters, Oil Demand And Price Will Rise In H2 La domanda e il prezzo del petrolio saliranno nella seconda metà dell’anno.

[5] Dati sulla crescita storica, Stati Uniti d’America, cfr. www.tradingeconomics.com/Economics/GDP-Growth.aspx?Sy mbol=USD/.

[6] le Monde, 23.2.2010,  J.-P. Fitoussi, “Le moment est venue d’une révision doctrinale”— (cfr. www.lemonde.fr/econo mie/article/2010/02/23/le-moment-est-venu-d-une-revision-doctrinale_1310149_3234.html/).

[7] le Monde, 23.2.2010, M. de Vergés, L’économie mondiale a-t-elle besoin de plus d’inflation?— (cfr. www.lemonde.fr /economie/article/2010/02/23/l-economie-mondiale-a-t-elle-besoin-de-plus-d-inflation_1310146_3234.html/).

[8] Wall Street Journal, 12.2.2010, B. Davis, IMF Blanchiard suggests higher inflation targets Blanchard, del FMI, suggerisce tetti di inflazione più alti (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704337004575059542325 74814 2.html?KEYWORDS=john+taylor#printMode/); e per il testo integrale del paper di O. Blanchard, G. Dell’Ariccia e P. Mauro, che avanza la proposta eversiva, Position Note SPN/10/03, Rethinking macroeconomic policy Ripensare la politica macroeconomica (cfr. www.imf.org/external/pubs/ft/spn/2010/spn1003.pdf/).

[9] OCSE/OECD, 2.2010, Economic Survey of China 2010— Indagine economica sulla Cina 2010 (cfr. www.oecd.org/data oecd/22/19/44468723.pdf/).

[10] Cfr. Nota congiunturale 2-2001, Nota19.

[11] Yahoo! News, 11.2.2010, Associated Press (A.P.), China's January inflation eases to 1.5 percent— L’inflazione a gennaio cala al ritmo dell’1,5% (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/ 20100211/ap_on_bi_ge/as_china_economy/).

[12] New York Times, 11.2.2010, K. Bradsher, Chinese Producer Prices Jumped Sharply in January— I prezzi alla produzione cinese balzano improvvisamente e marcatamente a gennaio.

[13] Sino Daily (Shangai), 3.2.2010,Fitch warns China banks face big ‘bubble risk’— Fitch avvisa che la Cina corre un grosso rischio di  ‘bolla speculativa’ (cfr. www.sinodaily.com/afp/100203052347.jdae3nbh.html/).

[14] Sino Daily, 3.2.2010, China Q1 lending to halve in crackdown on loans: report— Il credito del primo trimestre in Cina  andrà dimezzato, secondo le autorità, in una stretta alla liquidità (cfr. www.sinodaily.com/afp/100203060629.3at1yy2a.html/).

[15] Yahoo! News, 3.2.2010, China lending to halve in crackdown on loans: report La stretta al credito dimezzerà i prestiti interni alla Cina (cfr. http://sg.news.yahoo.com/afp/20100203/tbs-china-economy-banking-loans-ec2362a_1.html/).

[16] Stratfor, 10.2.2010, Chinese exports rise Crescono le esportazioni cinesi (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100210_brie f_chinese_exports_rise/).

[17] Singapore Trader, 5.2.2010, China decides to curb listed companies’ ability— La Cina decide di frenare la  libertà d’azione delle imprese quotate (cfr. http://singaporeuncletrader.wordpress.com/2010/02/05/china-decides-to-curb-listed-companies-ability-to-rob-peter-to-pay-paul/).

[18] Agenzia Stratfor, 31.1.2010, China: Proposed Statistical Reforms Cina: proposta di riforma del sistema statistico.

[19] Stratfor, 2.2.2010, Chinese economic growth, stimulus driven La crescita dell’economia cinese, trainata dale politiche di stimolo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100202_brief_chinese_economic_growth_stimulus_driven/).

[20] Locke says enforcement will help U.S. double exports— Locke afferma che l’applicazione delle norme aiuterebbe gli USA a raddoppiare le esportazioni [cosa che potrebbero fare da soli domani mattina, gli USA, d’altra parte, se svalutassero il dollaro… Ma questo né Locke, né Obama, osano dirselo e dirlo] (cfr. www.reuters.com/article/idUSTRE6131YM20100204/).

[21] Ricostruzione delle argomentazioni dal New York Times, 5.2.2010, E. Wong e M. Landler, China Shows Little Patience for U.S. Currency Pressure La Cina dimostra poca pazienza con le pressioni americane sulla valuta; e Asia News, 4.2.2010, Nuovo fronte di scontro Cina –Usa: lo yuan e il commercio (cfr. www.asianews.it/notizie-it/Nuovo-fronte-di-scontro-Cina-–Usa:-lo-yuan-e-il-commercio-17535.html/).  

[22] Guardian, 17.2.2010, D. Branigan e H. Stewart, China sells $34.2bn of US treasury bonds La Cina vende $34,2 miliardi di buoni del Tesoro amerfcani; Stratfor, 16.2.2010, China Stepping  Away from Emergency Measures La Cina si allontana dalle misure di emergenza (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100216_china_ stepping_away_emergency_ measures/); MoneyNews, 16.2.2010, F. Jones, China ready to Shed Risky Dollar Assets La Cina pronta a liberarsi dei titoli rischiopsi che detiene in dollari (cfr. http//moneynews.com/PrintTemplate/?nodeid=72510/). 

[23] The Economist, 6.2.2010.

[24] The Economist, 6.2.2010.

[25] The Economist, 27.2.2010.

[26] The Economist, 27.2.2010.

[27] EUROSTAT, 12.2.2010, #22/10, Euro area and EU27 GDP up by 0.1%  Il PIL di  eurozona e UE a  27 sale dello 0,1% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-12022010-BP/EN/2-12022010-BP-EN.PDF/).

[28] The Economist, 20.2.2010.

[29] New York Times, 2.2.2010, S. Erlanger, Obama to Skip European Union Meeting in Madrid— Obama salterà il vertice europeo di Madrid.

[30] New York Times, 10.2.2010, E.C.B. Chief Cuts Short Trip to Attend Summit on Debt Crisis— Il capo della BCE accorcia una visita breve per partecipare al vertice sulla crisi del debito.  

[31] New York Times, 3.2.2010, S. Castle, E.U. Warns of Tough Supervision of Greece’s Budget— L’U.E. avverte che monitorerà da vicino il bilancio greco [che, però, approva… col 12 e più percento di deficit/PIL; e, per noi, era questa la notizia vera su cu cui fare titolo]

[32] TD Waterhouse, 5.2.2010, Spain economy shrank 3.6 pct in 2009, recession drags L’economia della Spagna si è contratta del 3,6% nel 2009 (cfr. https://research.tdwaterhouse.ca/research/public/Markets/NewsArticle/1314-LDE6141 5H-1/).

[33] le Monde, 23.2.2010, Pire que la Grèce, l’Italie est le principal danger de la zone euro Peggio della Grecia, è l’Italia il pericolo principale per l’eurozona (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/02/23/pire-que-la-grece-l-italie-est-le-principal-danger-de-la-zone-euro_1310167_3234.html/).

[34] Il Sole 24 Ore, 17.2.2010, “Mundell: ‘L’Italia è una minaccia per l'Eurozona più della Grecia” (cfr. www.ilsole24ore .com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/02/Mundell-Italia-minaccia-euro.shtml?uuid=3515234e-1bcf-1 1df-b68a-7f42509e5788&DocRulesView=Libero/).

[35] Stratfor, 5.2.2010, Portugal: Parliament Defeats Austerity Bill Il parlamento portoghese sconfigge il piano di austerità del governo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100205_portugal_parliament_defeats_austerity_bill/).

[36] CNBC-Diario economico, 11.2.2010, Portugal govt to freeze real wages until 2013 – paper— Il governo portoghese vuole congelare i salari reali fino al 2013 – dice la stampa.(cfr. www.cnbc.com/id/35344426/).  ­

[38] New York Times, 5.2.2010, S. Erlanger, Euro Debt Crisis Is Political Test for Bloc— La crisi del debito nell’area dell’euro è un test politico per il blocco tutto intero.

[39] Stratfor, 14.2.2010, Juncker Refuses To Name EU Strategy Juncker rifiuta di parlare della strategia europea (cfr. www. stratfor.com/sitrep/20100213_brief_another_hint_eu_reluctance_greece_aid/).

[40] New York Times, S. Castle, Europe in Deal on Greek Debt in Bid to End Currency Fears— L’Europa trova l’accordo sul debito greco nel tentativo di metter fine ai timori sulla valuta comune

[41] Guardian, 11.2.2010, I. Traynor, Angela Merkel dashes Greek hopes of rescue bid— Angela Merkel butta a mare le speranze di uno sforzo di salvataggio.

[42] Guardian, 11.2.2010, J. Traynor, France and Switzerland most exposed to Greece's debt crisis, say analysts Gli analisti dicono che Francia e Svizzera sono i paesi più esposti sulla crisi del debito greco.

[43] Guardian, 12.2.2010, I. Traynor…, “The EU gave political support in the last few months of this crisis, but in the battle against impressions and the psychology of the market it was at the very least timid”

[44] le Monde, 19.2.2010, C. Gatinoise, La Grèce n'est pas la seule à "maquiller" sa dette— la Grecia non è stata certo sola a ‘imbellettarsi’ il debito (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/02/19/la-grece-n-est-pas-la-seule-a-ma qu il ler-sa-dette_1308455_3234.html/).

[45] Citato da Stratfor, 15.2.2010, Eurogroup Responsible For Monitoring Responsabile del monitoraggio sarà l’Eurogruppo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100215_eu_eugroup_responsible_monitoring_commissioner/).

[46] Ha spiegato, andando all’osso, con grande realismo, Michael Fuchs, vice presidente del gruppo parlamentare della Merkel, quello crstiano-democratico, che “non posso certo spiegare a quanti da noi campano col sussidio di disoccupazione che non avranno un centesimo d’ aumento ma che i greci possono andare in pensione a 63 anni”… E’ molto crudo, dirlo così. ma fa molto effetto (New York Times, 14.2.2010, Reuters, Germans Want Greece Out Of Euro Zone— I tedeschi vogliono i greci fuori dell’eurozona: lo dicono, spiega l’articolo al 53%, “se sarà necessario” (non meglio spiegato, però), secondo il sondaggio Emnid tenuto per il Bild am Sonttag del 14.2.2010, il numero della domenica del grande giornale conservatore che ha la maggiore circolazione tra tutti i quotidiani d’Europa). 

[47] New York Times, 15.2.2010, Reuters, Greece Pressed to Take Action on Economic Woes— Pression I sulla Grecia perché agisca sulla crisi economica.

[48] Stratfor, 23.2.2010, Greek banks ratings downgraded Abbassati i rating delle banche greche (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/20100223_brief_greek_banks_rating_downgraded/).

[49] Bloomberg, 23.2.2010, L. Totaro, Bini Smaghi Says EU Nations May Need to Back Greece— Bini Smaghi dice che i paesi europei potrebbero dover appoggiare la Grecia (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601092&sid=aLNsQ354 2YuI/).

[50] Stratfor, 20.2.2010, Germany: To Forge Aid Package For Greece—  La Germania potrebbe coordinare la messa insieme di un pacchetto di aiuti per la Grecia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100220_germa ny_forge_aid_ package_greece/).

[51] Guardian, 12.2.2010, edit., The Euro: promissory note L’euro: la cambiale.

[52] New York Times, 14.2.2010, P. Krugman, The Making of a Euromess— Come si fabbrica un casino europeo.

[53] Financial Times, 15.2.2010, O. Issing [che all’epoca era membro dell’esecutivo della BCE e ne fu tra i fondatori per i tedeschi, anche come capo Ufficio Studi dell’istituto], Europe cannot afford to rescue Greece— L’Europa non si può permettere di salvare la Grecia (cfr. www.ft.com/cms/s/0/9b8e66a6-1a3c-11df-b4ee-00144feab49a.html/).

[54] Financial Times, 21.2.2010, G. Soros, The euro will face bigger tests than Greece— (cfr. www.ft.com/cms/s/0/88790 e8e-1f16-11df-9584-00144feab49a.html/).

[55] Stratfor, 17.2.2010, Iceland: EU Accession Talks To Be Recommended  Raccomandazione di adesione per l’Islanda alla UE (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100217_iceland_european_commission_recommend_eu_accession_talks/). 

[56] New York Times, 13.2.2010, (A.P.), Tymoshenko Calls Ukraine Vote Rigged— Timoshenko denuncia il voto ucraino come truccato [la citazione, riportata tra virgolette nel testo, dell’OSCE è quella congiunta di tutte le organizzazioni di osservatori internazionali].

[57] ForUA-Ukraine English news, 10.2.2010, CEC processed 100% of protocols: Yanukovych – 48.95%, Tymoshenko – 45.47% La Conmmissione elettorale di Controllo ha vagliato il 100% dei risultati: Yanukovich–48,95%, Timoshenko–45,47% (cfr. http://forua.wordpress.com/2010/02/10/cec-processed-100-of-protocols-yanukovych-48-95-tymoshenko-45-47/).

[58] Kiev Ukraine News Blog, 16.2.2010,Yanukovych's Inauguration In Ukraine To Be Feb. 25— L’inaugurazione di  Yanukovich in Ucraina il 25 febbraio (cfr. http://blog.kievukraine.info/2010/02/yanukovychs-ina uguration-in-ukraine-to.html/).

[59] New York Times, 16.2.2010, (A.P.), Ukraine's Outgoing President Warns of Turn East— Il presidente ucraino uscente mette in guardia dal rivolgersi a est.

[60] Reuters, 23.2.2010, D. Brunnstrom e S. Zawadzki, Ukraine leader to visit EU on Monday— Il leader ucraino visita l’UE a inizio marzo (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE61M15I20100223/).

[61] Business New Europe, 25.2.2010, Russian Gazprom buys half of Bielorussian Beltransgaz La russa Gazprom acquista la metà della bielorussa Beltransgaz (cfr. http://businessneweurope.eu/dispatch11072/name/).

[62] RIA Novosti, 6.2.2010, Polish leader expects Russian visa to attend Katyn commemoration— Il leader polacco si aspetta il visto russo per presenziare alla commemorazione di Katyn [il leader in questione, a dire il vero, è il presidente Lech Kaczynski che, di fatto, si autoinvita a un incontro dei due primi ministri: in modo protocollarmente improprio, se non anche vagamente stizzito … Probabilmente, pro bono pacis e per una ragion politica un po’ più lungimirante, alla fine i russi potrebbero anche invitarlo] (cfr. http://en.rian.ru/world/20100204/157774625.html/).

[63] Cfr. qui, poco avanti, Nota39  ///  Plan for Baltic sea ///    

[64] Business Net Europe, 11.2.2010, Poland approves extension of Russian gas contract until 2037 La Polonia approva l’estensione del contratto sul gas russo fino al 2037 (cfr. www.businessneweurope.eu/dispatch10990/Russia_ daily_Thu_ 11 _Feb/).

[65] Stratfor, 22.2.2010, Afghanistan: U.S. Military Studying Georgian Offer - Envoy Afganistan: l’ambasciatore [americano dice] che il Pentagono sta studiando l’offerta georgiana (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100222_afghanistan_ us_military_studying_georgian_offer_envoy/).

[66] Stratfor, 5.2.2010, Georgian Opposition Group Expands Russian Cooperation Partito dell’opposizione georgiana allarga la sua cooperazione coi russi (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100205_brief_georgian_opposition_group_ exp ands _russian_cooperation/).

[67] Agenzia Rustavi2 (Tbilisi), Ex-PM signed cooperation treaty with Russia`s ruling party Ex premier firma un trattato di cooperazione col partito di governo russo (cfr. http://rustavi2.com/news/news_text.php?id_news=35571&pg=1&im= main&ct=0&wth=/).

[68] New York Times, 13.2.2010, A. E. Kramer, Plan for Baltic Sea Pipeline Clears Last Major Hurdle— Il progetto del gasdotto del Baltico supera l’ostacolo principale che restava.

[69] Natural Gas News, 18.2.2010, Opal to extend Nord Stream to Europe La Opal estende la Nord Stream al resto  d’Europa (cfr. www.carboncapturereportorg/cgi-bin/dailyreport?PROJID=10&date=20100218/) 

[70] Hürriyet Daily News, 5.2.2010, Gul-Erdogan: pass secularist principle to next generation Gul-Erdogan: passare il principio di laicità alla prossima generazione (cfr. www.hurriyetdailynews.com/c.php?c=tr-national/).

[71] Testo rimosso dal web, “a causa della natura particolarmente delicata degli eventi manifestatisi in Texas”, recita oggi la stringa; ma poi recuperato integralmente nelle cose serie e in quelle deliranti che dice sul sito www.t35.com/ embeddedart.txt.

[72] The Economist, 6.2.2010.

[73] New York Times, 20.2.2010, S. Chan, Fed Rate Move Rattles Stocks and Sends Dollar Higher— Il rialzo del  tasso di sconto federale scuote le borse e fa alzare il dollaro

[74] The Economist, 27.2.2010.

[75] Sbagliando, dicono in molti tra gli economisti dell’ala progressista ma stavolta ammonisce anche il Fondo monetario internazionale: lo dice a L. Elliott del Guardian, 23.2.2010, intervenendo nel dibattito estremo tra laburisti e conservatori britannici – dibattito per di più in un controversia apertamente elettorale – e schierandosi decisamente coi primi dice che è Troppo presto per tagliare la spesa pubblica a sostegno dell’economia— Too soon to cut public spending: anche, aggiunge il FMI, se nel caso britannico si tratta di un deficit di bilancio di ben 180 miliardi di sterline (205 miliardi e mezzo di €, il 13% del Pil rispetto al 5,3% di quello italiano).

   Recita il Fondo che “in generale, per una maggioranza delle economie mondiali [non solo per la Gran Bretagna, di cui pure sta parlando specificamente] uno stimolo di bilancio e monetario può dover essere mantenuto ben dentro il 2010 anche per alcune delle maggiori tra di esse, anche se poi il tempismo dell’uscita probabilmente differirà sostanzialmente da uno all’altro paese” (IMF In’tl Relations Dep.t Dip. Int.le del FMI, PIN 10/27, 23.2.2010, Exiting from Crisis Intervention policies Come uscire dalle politiche di intervento contro la crisi, cfr. www.imf.org/external/np/sec/ pn/2010/pn1027.htm/).

[76] New York Times, 20.2.2010, edit., Truth and Fiction on the Stimulus Bill Verità e favole sulla legislazione di stimolo economico.

[77] Cfr. Nota congiunturale 10-2009, Nota52.

[78]E’ la fine della riforma della legislazione sul lavoro, per un’altra generazione”, dice un importante esponente del sindacato a S. Early che firma su CounterPunch, un saggio sul tema a inizio febbraio, 1.2.2010, The night they drove old EFCA down— La notte che affossarono il buon vecchio Atto di libera scelta dei lavoratori (cfr. www.counterpunch.org/ear ly01292010.html/).

[79] New York Times, 1.2.2010, Reuters, Obama Seeks Record $708 Billion In Defense Budget Obama chiede un bilancio record della Difesa, da 708 miliardi di $.

[80] Quasi un incubo… Ha scritto G. F. Seib (sul Wall Street Journal, 2.2.2010, Deficit Balloons Into National-Security Threat Il deficit si gonfia fino a diventare una minaccia per la sicurezza nazionale: cfr. http://online.wsj.com/article/SB1000 1424052748703422904575039173633482894.html?mod=WSJ-WSJ-US-PoliticsNCampaign-3#printMode/),dando voce a quella parte dell’intellighentsia economica che si preoccupa più del debito che della disoccupazione – non che l’altra parte, quella dei Nobel come Stiglitz e Krugman, lo sottovaluti: ma dice che il problema più grosso oggi è quell’altro, la ripresa e soprattutto la creazione dei posti di lavoro anche per poter poi, concretamente, riassorbire il deficit:

   “il deficit del bilancio federale è da tempo passato dall’essere un fastidio o un mal di testa a quello di pressante preoccupazione nazionale. Ora, però, è diventato così enorme e così pesante che bisogna cominciare a pensare al tema come a qualcosa d’altro, completamente: come a un vero e proprio problema di sicurezza nazionale…

   Gli Stati Uniti quest’anno vedranno il loro governo costretto a prendere a prestito un dollaro su ogni tre che ne spendono,  con gran parte di quei fondi in arrivo da paesi stranieri. Il che indebolisce la posizione dell’America e la sua libertà d’azione; rafforza la Cina e altre potenze mondiali, inclusi i produttori di petrolio pieni di liquidi;mette a rischio la spesa per la difesa a lungo termine; mina il sistema americano come modello per i paesi in sviluppo; e riduce quell’aura del potere – l’egemonia – che è stato un grande vantaggio intangibile per i nostri presidenti ormai da oltre un secolo”.

   Tutto vero, tutto sacrosanto, neanche una parola di riflessione però sul perché è successo… Ed è questo il problema di fondo dell’America…

[81] Citato in le Monde, 20.2.2010, M. de Vergès, Les Etats-Unis vont devoir rassurer sur leurs déficits— Gli Stati Uniti dovranno rassicurare gli altri paesi sui loro deficit (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/02/20/les-etats-unis-vont-de voir-rassurer-sur-leurs-deficits_1309036_3234.html/).   

[82] New York Times, 5.2.2010, Labor Market Shows Signs of Reawakening in New Data—Il mercato del lavoro dà qualche segnale di risveglio; Department of Labor, Bureau of Labor Statistics, BLS, 5.2.2010, Employment Situation, 1.2010 (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[83] Economic Policy Institute, 5.2 .2010, H. Schierholz, Unemployment rate drops to 9.7% despite more job losses Il tasso di disoccupazione scende al 9,7%, anche se ci sono ulteriori perdite di posti di lavoro (cfr. www.epi.org/quick_takes/entry/ unemployment_rate_drops_to_9.7_despite_additional_job_losses/).

[84] Di Don Peck, sull’Atlantic, 3.2010, How a new jobless era will transform America Come una nuova era senza lavoro trasformerà l’America [e, con essa, molte altre società] (cfr. www.theatlantic.com/doc/201003/jobless-america-future/). 

[85] New York Times, 10.2.2010, (A.P.), Trade Deficit Jumps Sharply in December A dicembre, secco balzo all’insù del deficit commerciale.

[86] New York Times, 30.1.2010, T. L. Friedman, Never heard that before— Mai sentito prima [mai sentito prima, cioè, dice, sollevare il dubbio sulla stabilità degli… Stati Uniti d’America: mica dell’Argentina!— e non da una platea antiamericana ma qui, al Forum economico di Davos!!! Ma la cosa straordinaria di questa  sagace e curiosa posizione di Friedman è che a uno come lui, che ha appoggiato con entusiasmo le politiche di Bush e ci ha cominciato a ripensare solo alla fine – e solo in parte – neanche viene in mente di chiedersi se, forse, l’America è ridotta così proprio in conseguenza di quelle politiche: in sintesi, della filosofia dell’ “o con noi o contro di noi” che spaccava il mondo, una volta per tutte, in buoni e cattivi …].

[87] Anche se, in apparenza e a lume di logica, sembrano ormai misteriose le ragioni di questa fiducia. Ma resta qui la più grande cassaforte del mondo: qui, dove chi ha soldi compra i buoni del Tesoro a stelle e strisce che, poi, tiene nelle proprie cassette di sicurezza o nei propri tesoretti; misteriosamente ma, in realtà, ben spiegabilmente per considerazioni di ordine geo-politico, geo-strategico: del fatto, cioè, che l’America resta sempre e di gran lunga la più grande potenza armata del mondo.

[88] New York Times, 21.2.2010, T. L. Friedman, The Fat Lady Has Sung La fine delle vacche grasse.

[89] Anche se solo fino a un certo punto… nel tentativo di superare l’impressione – e la leggenda metropolitana, diffusa a destra – che lui sia un “socialista”, dice adesso che non trova proprio niente di scandaloso nel fatto che ci sia gente a Wall Street, banchieri in specie, che guadagna, per esempio, 17-20 milioni di $ all’anno, tra stipendi, gratifiche e quant’altro.

   Allora, per dire, aggiunge, ci sono “certi giocatori di baseball che mettono insieme in un anno anche più soldi… ma io non sono scioccato neanche da loro… Come la maggior parte degli americani, io non ce l’ho con chi ha successo o diventa ricco. Questa è parte integrante del sistema di libero mercato”(intervista all’Agenzia  Bloomberg Business Week, 10.2.2010, Obama Doesn’t ‘Begrudge’ Bonuses for Blankfein, Dimon Obama ‘non ce l’ha’ con le gratifiche a Blankfein  e Dimon [i banchieri di Wall Street in questione] (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=aK G ZkktzkAlA/).

   Commenta, tra lo sbalordito e l’incavolato nel suo blog sul NYT, il premio Nobel dell’Economia, Krugman: “ Oddio!! Prima di tutto, e a quanto ne so io, il comportamento irresponsabile di alcuni giocatori di baseball non ha portato l’economia globale sull’orlo del collasso né è costato a milioni di americani innocenti il posto di lavoro o la casa.

   E, più specificamente, non solo questi signori dell’alta finanza sono stati salvati dall’impegno dei contribuenti, ma continuano a sostenersi a loro carico per trovare stabilità. Non dovete stare a fidarvi di quello che vi dico io,ma date retta alle agenzie di rating…”.

   E nel giudizio finora più acerbo alla politica economica di Obama, conclude: “al minimo uno potrebbe pensare che Obama sai in grado di capire l’importanza di riconoscere la rabbia della gente per quello che sta ancora accadendo. Ma no… Lui sembra pensare che chiave del suo successo elettorale sia ora quella di strombazzare ‘l’influenza che i grandi capi del mondo degli affari hanno avuto sulle sue politiche economiche’. Insomma: siamo davvero nei guai” (New York Times, 10.2.2010, P. Krugman, blog, Clueless No, non ha la minima idea [di quel che viene dicendo]).

[90] New York Times, 29.1.2010, W. Stevenson, The Muddled Selling of the President— Come molto confusamente ti vendo un presidente.

[91] New York Times, 20.2.2010, (A.P.), Party Leaves Dutch Coalition Over Troops Il partito [laburista] lascia la coalizione sulla presenza [da prolungare] delle truppe olandesi [in Afganistan].

[92] Cfr. Nota congiunturale 2-2010, Nota142.

[93] Infatti, la regina Beatrice convoca le elezioni per il 9 giugno p.v., col governo che resta in carica ad interim ma, come usa qui, titolato a governare solo all’unanimità: New York Times, 23.2.2010, Reuters, Dutch Election to Be Held June 9— Le elezioni in Olanda si terranno il 9 giugno.  

[94] New York Times, 22.2.2010, R. Nordland, NATO Airstrike Is Said to Have Killed Afghan Civilians— Un altro bombardamento aereo della NATO si dice che abbia ammazzato civili afgani.

[95] Così dichiara, con la faccia tosta di tutti gli scrutatori fedifraghi – del resto che fece, se non mentire spudoratamente, la Corte suprema americana, per l’elezione di Bush contro Gore nel 2000? – il viceportavoce della presidenza afgana, Ahmad Zia Seyamak Herawi: testualmente, e ben gli sta all’America, al New York Times, 23.2.2010, A. J. Rubin, Afghan Leader Asserts Control Over Election Body— Il leader afgano impone il suo controllo sulla Commissione elettorale.

[96] Bloomberg, 19.2.2010, C. Sung e J. Wang, Taiwan Economy Probably Exited Deepest Recession, Survey Shows— L’economia di Taiwan esce probabilmente dalla recessione più profonda, mostrano i dati (cfr. www.bloomberg.com/apps/ne ws?pid =20601080&sid=a3UiWR7PYSkw/).

[97] New York Times, 11.2.2010, K. Bradsher, China Bypasses Boeing for Airline Contract— La Cina mette da parte la Boeing per l’acquisto di aerei.

[98] Reuters, 5.2.2010, China to levy anti-dumping duties on US chicken— La Cina imporrà tarfiffe anti-dumping all’import di pollame americano (cfr. www.reuters.com/article/idUSTOE61402H20100205/). 

[99] Scrive The Independent, 16.2.2010, edit., A policy of desperation on Iran Sull’Iran , la linea della disperazione.

[100] Annali del Congresso degli Stati Uniti d’America, 4° Congresso, 17.9.1796, pp. 2869-2870: “La nostra collocazione staccata e distante”, geograficamente e “non casualmente” riservataci dall’Onnipotente per dividerci (questo è il senso di un paragrafo un po’ contorto) con due grandi oceani dalle monarchie dell’Oriente, l’Europa, e dalle satrapie dell’Occidente, l’Asia, ci invita a starcene per conto nostro senza fare mai alleanze permanenti con altre potenze: cfr. http://memory.loc.gov/cgi-bin/ampage?collId=mgw2 &fileName=gwpa ge024.db&recNum=228/.

[101] Guardian, 31.1.2010, C. McGreal, US raises stakes on Iran by sending in ships and missiles— Gli USA alzano la posta  in Iran inviando navi e missili.

[102] Il precedente c’è, e porta proprio male: il 3 luglio 1988, l’incrociatore USS Vincennes, che solcava lo stretto di Hormuz, convinto (disse poi) di sparare a un F-14 Tomcat dell’aviazione militare iraniana – erano le fasi finali della guerra Iran-Iraq – abbatté con un missile, che non riuscì comunque mai a spiegare perché avesse tirato, un Airbus 300 di linea – l’Iran Air655 – che volava da Bandar Abbas a Dubai ammazzando 290 persone tra passeggeri e equipaggio (vedi Washington Post, 4.7.1988, G. C. Wilson, Navy Missile Downs Iranian Jetliner Missile della marina abbatte aereo civile iraniano (cfr. www.washingtonpost.com/wp-srv/inatl/longterm/flight801/stories/july88crash.htm/).

[103] Guardian, 31.1.10, S. Tisdall, Obama’s hi-tech weapons plan for Gulf sees US reverting to type Il piano di Obama di piazzare nel Golfo armamenti high-tech vede tornare gli USA ai vecchi sistemi; Guardian, 1.2.2010, edit., Iran:reverting to Bush— Iran: tornando a Bush.

[104] Fox  News, 2.2.2010, (A.P.), Iran Says It's Ok With U.N. Request To Send Uranium Overseas For Enrichment — L’Iran dice che gli va bene la richiesta dell’ONU [meglio, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU: che non ne ha assolutamente il diritto… avendo invece, secondo la Carta, il compito di far rispettare nei modi dovuti i trattati internazionali, non di abrogarli: in base al Trattato di non proliferazione nucleare è, infatti, diritto assoluto dell’Iran come di qualunque altro paese firmatario arricchirselo quanto vuole il suo uranio… E se, poi, come ha fatto ad esempio Israele – e citiamo questo Stato non proprio a caso – il Trattato lo denuncia e ne esce, o non lo sottoscrive per niente, ha perfino il diritto, almeno di fatto, di farsi anche la bomba— come appunto USA, Russia, Gran Bretagna, Cina, Francia, Israele, India, Pakistan, Nord Corea: per lo meno] di mandare il suo uranio all’estero per l’ arricchimento (cfr. www.foxnews.com/story/ 0,2933,584643,00.html/).

[105] New York Times, 7.2.2010, (A.P.), Iran to Increase Uranium Enrichment— L’Iran incrementerà l suo arricchimento di uranio.

[106] Islâmi Davet, 13.2.2010, Salehi: Iran will produce fuel plates soon— Salehi: l’Iran produrrà presto combustibile in lastre di uranio (cfr. www.islamidavet.com/english/tag/ali-akbar-salehi/).  

[107] Islâmi Davet, 9.2.2010, Iran asks UN atomic body to oversee fuel production— L’Iran chiede alla Agenzia atomica dell’ONU di supervisionare la sua produzione di combustibile (cfr. www.islamidavet.com/english/2010/02/09/iran-asks-un-atomic-body-to-oversee-fuel-production/).

[108] Agenzia Press Tv (Mosca), 17.2.2010, 'No technical problem behind S-300 delivery delay'— ‘No, non ci sono problemi tecnici dietro il ritardo nella consegna degli S-300’ (cfr. www.presstv.ir/detail.aspx?id=118861&sectionid=351020101/).

[109] Cfr. qui, Nota71.

[110] New York Times, 19.2.2010, Reuters, Russia “very Alarmed” At Iranian Nuclear Stance— La Russia molto preoccupata per la posizione dell’Iran sul nucleare [ma contro ogni decisione militare…].

[111] Agenzia Pakistan Defense, 7.2.2010, Intermediate range ballistic missile successfully tested Sperimentato con successo missile balistico a raggio intermedio (cfr. www.defence.pk/forums/india-defence/29632-indian-missiles-news-discussions-2.html/).

[112] AlertNet, 10.2.2010, B. Majumdar, India to test new 5000-km nuclear missile within year L’India sperimenterà un missile a testata nucleare della gittata di 5.000 km. entro l’anno (cfr. http://alertnet.org/thenews/newsdesk/SGE271543.htm/).

[113] Cfr. Nota1, qui.

[114] Stratfor, 8,2,2010, Iran: U.S.,France Call For New Sanctions— Iran: USA e Francia chiedono nuove sanzioni, (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100208_iran_us_france_call_new_sanctions/).

[115] Stratfor, 8.2.2010, Russia: Iran Could Face Tougher Sanctions-Senior MP Autorevole membro della Camera: l’Iran potrebbe dover far fronte a sanzioni più dure (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100208_russia_iran_ could_face_tougher_ sanctions_senior_mp/); e The Moscow Times, 9.2.2010, Top Official Critical of Iranian Move Esponente del vertice di governo critica le mosse iraniane, ma… (cfr. www.themoscowtimes.com/news/article/top-officials-critical-of-iranian-move/ 399346.html/).

[116] New York Times, 4.2.2010, A. Cowell, China Renews Opposition To Iran Sanctions La Cina rinnova la sua opposizione alle sanzioni contro l’Iran.

[117] E’ la conclusione cui arriva un’analisi, di grande autorevolezza, dell’università americana del Maryland, condotta su diversi anni di sondaggi dell’opinione pubblica in Iran (ed aggiornatissima) dal Programma di Opinioni sulle Politiche Internazionali: il 55% della popolazione iraniana (e il 57% di quanti appoggiano Mousavi contro Khamenei e contro il presidente Ahmadinejad) appoggiano il programma di ricerca e sviluppo di energia nucleare nazionale (mentre il 38%, 37 per i sostenitori di Mousavi, vogliono anche la bomba (perché se gli altri sì, noi no?)…

   Senza far ricorso a una ricerca così documentata, e sulla base di informazioni di stampa o, comunque, disponibili a chiunque su Internet, sono mesi che su queste Note vi andiamo raccontando proprio questo (cfr. New York Times, 9.2.2010, R. Wfright, Listen to the Iranian People Date retta al popolo iraniano. E, per il testo della ricerca dell’università del Maryland, 3.2.2010, Analysis of Multiple Polls Finds Little Evidence Iranian Public Sees Government as Illegitimate— L’analisi di molteplici sondaggi trova poche indicazioni che la popolazione iraniana consideri illegittimo il suo governo (cfr. www.worldpublicopinion.org/pipa/articles/brmiddleeastnaricara/652.php?nid=&id= &pnt =652&lb=/). 

[118] New York Times, 5.2.2010, E. Barry, Russia Expresses Dismay on Romanian Role in Missile Shield— La Russia esprime il suo sgomento sul ruolo dei romeni nel quadro dello scudo missilistico americano.

[119] Stratfor, 9.2.2010, U.S. Missile Defense Plans Delay Treaty – chief of Staff, Russia La Russia: il piano di difesa missilistico americano ritarda il Trattato (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100209_ russia_us_missile_defense_ plans_ delay_treaty_official/).

[120] Washington Post, 11.2.2010, D. Birch e V. Isachenkov, US ambassador tries to reassure Russia L’ambasciatore americano cerca di rassicurare la Russia (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/02/11/AR201002  1101361.html/); e per il sito dell’ambasciatore John Beyrle, in russo, cfr. http://beyrle.livejournal.com/ e Блог Джона Байерли).

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[121] Agenzia Xin Hua, 12.2.2010, Arms treaty with Russia to reflect missile defense: U.S. ambassador— Il trattato con la Russia sull’armamento strategico rifletterà anche la difesa missilistica: dice l’ambasciatore americano [a Mosca](cfr. http://news. xinhuanet.com/english2010/world/2010-02/12/c_13172852.htm/).

[122] Stratfor, 12.2.2010, Poland: Parliament Passes Missile Shield Bill— Il parlamento approva la legge sullo scudo missilistico (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100212_poland_parliament_passes_missile_shield_bill/).  

[123] Federation of American Scientists, The Nuclear Information Project, Map of locations of US nuclear bases in Europe Mappa delle posizioni delle basi nucleari americane in Europa (agg. al 17.7.2007, cfr. www.nukestrat.com/us/afn/ nato.htm/).

[124] DESTATIS, 12.2.2010, Gross domestic product in 4th quarter of 2009 stagnant compared with previous quarter— Ristagna il PIL nel quarto trimestre del 2009 a confronto con il precedente (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/de statis/Internet/EN/press/pr/2010/02/PE10__050__811,templateId=renderPrint.psml/).

[125] ZEW, Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung Centro per ricerche economiche europee , 16.2.2010, Indicatori di fiducia, 2.2010 (cfr. www.zew.de/en/presse/presse.php?action=article_show&LFDNR=1378/).

[126] DESTATIS, 12.2.2010, Dec. 2009-Number of employees in manufacturing decreasing by 4.5%— Dic. 2009-Il numero degli occupati nel manifatturiero decresce del 4,5% (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/pres s/pr/2010/02/PE10__051__421,templateId=renderPrint.psml/).

[127] Tutti dati dal DESTATIS, 9.2.2010, Consumer price index-January, Exports and Imports and Deficit 2009 Prezzi al consumo a gennaio , Export e Deficit 2009 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/Con tent/Statistics/).

[128] DESTATIS, Ufficio federale di statistica, 5.2.2010, Industrial production figures-December Dati sulla produzione industriale (cfr. www.destatis.de/ jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Internet/EN/press/pr/2010/05/PE10_042_122,tem plateId=renderPrint.psml/).

[129] INSEE, 10.2.2010, Indice de la production industrielle – Décembre 2009— (cfr. www.insee.fr/fr/themes/info-rapide. asp?id=10&date=20100210/).

[130] Guardian, 23.12.2010, J. Glover e P. Wintour, Hung parliament looms as Tory support crumblesUn parlamento senza maggioranza incombe con lo sgretolarsi del vantaggio conservatore.

[131] BBC, 4.2.2010, Bank of England's time-out for quantitative easing plan— Interruzione per il piano di facilitazioni quantitative della Banca d’Inghilterra (cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/business/8496830.stm/).   

[132] Office of National Statistics (ONS), 16.2.2010, UK Inflation December 2009— (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget. asp?ID=19/).  

[133] ONS, 18.2.2010, Unemployment rate at 7.8 per cent— (cfr. www.statistics.gov.uk/cci/nugget.asp?id=12/). 

[134] The Economist, 20.2.2010.

[135] USA Today, 15.2.2010, K. Chu, Japan hangs on as no. 2 world economy, but trouble looms Il Giappone resiste come seconda economia al mondo, ma si addensano guai (cfr. http://www.usatoday.com/money/world/2010-02-15-japan-gdp-economy_N.htm/).

[136] New York Times, 15.2.2010, H. Tabuchi, Japan’s economy grew 4.6% in last quarter of ‘09 L’economia nipponica cresce del 4,6% nell’ultimo trimestre del 2009.

[137] Silobreaker,15.2.2010, Japan gov't spokesman: Economy remains severe— Il portavoce del governo nipponico: restano serie le condizioni dell’economia (cfr. www.silobreaker.com/japan-govt-spokesman-economy-remains-severe-522632327 07389554688/):