Home                   Nota congiunturale                        Articoli                             Scrivi

                                                                                          

   

        

 

     03. Nota congiunturale - marzo 2009

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.03.2009

Angelo Gennari

 

 

 

 TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc223611793 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc223611794 \h 2

nel mondo. PAGEREF _Toc223611795 \h 2

in Cina. PAGEREF _Toc223611796 \h 6

nei paesi emergenti PAGEREF _Toc223611797 \h 8

EUROPA.. PAGEREF _Toc223611798 \h 10

STATI UNITI PAGEREF _Toc223611799 \h 17

GERMANIA.. PAGEREF _Toc223611800 \h 54

FRANCIA.. PAGEREF _Toc223611801 \h 55

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc223611802 \h 58

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc223611803 \h 60

 

 


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

La sintesi dei dati congiunturali[1], raccolti ed analizzati dall’Ufficio Studi della CISL, illustra con efficacia – e con un pizzico di non sempliciotta fiducia – lo stato delle cose economiche.

La congiuntura italiana è da tempo ufficialmente in recessione, anticipando la caduta dei ritmi di produzione europea. Si deteriora il quadro in tutti i settori: l’industria manifatturiera appare in forte difficoltà (nessun settore in espansione) in termini di produzione, ordinativi e fatturato. Viene meno l’apporto della domanda estera ed è probabile che questa si contragga ancora di più nei prossimi mesi per il ridimensionamento del commercio mondiale, specie dai paesi nostri maggiori importatori. Infine, sono tutti al ribasso gli indicatori di fiducia, sia dei consumatori che delle imprese. Le previsioni per il 2009 sono per un calo del PIL tra l’1 e il 2%.

La crescita dei prezzi in Italia rimane più alta, se confrontata con quella dei paesi vicini, ma è in sensibile decelerazione. La dinamica dei prezzi dovrebbe essere appena sopra il 3% nella media 2008 e intorno al 2% nel 2009. Per il nuovo anno le tendenze in corso, con i forti cali degli ultimi mesi, farebbero addirittura pensare a valori ancora più contenuti.

Soprattutto se si tiene conto (come deve il sindacato, dovrebbero le imprese e sarebbe responsabile che lo facesse il governo) della cassa integrazione, l’occupazione ha preso la via del calo già dall’estate; i risultati più negativi continuano a registrarsi nel Mezzogiorno; sale il tasso di disoccupazione e insieme cala la partecipazione al mercato del lavoro.

Migliorata assai la quota dei dipendenti coperti da contratto nazionale in vigore, prima per effetto della fase negoziale nel settore privato, ora anche in quello pubblico. E’ cresciuta la dinamica delle  retribuzioni, prima solo in termini nominali, poi, col calo dell’inflazione, anche in termini reali. La recessione rischia, però, di retroagire sui salari, rallentandone la crescita.

I risultati di finanza pubblica sono stati meno positivi rispetto al recente passato: a dicembre 2008 si è avuta una brusca impennata del fabbisogno di cassa del settore statale, che ha chiuso a 53 miliardi di €, 7 sopra l’attesa stimata sia nel DPEF che nella revisione del Tesoro di fine settembre. Il peggioramento riflette il deteriorarsi della situazione economica e, in parte, era quasi scontato. In questa situazione, se il recente decreto anticrisi può far fronte, e solo parzialmente, solo con scoperture vaste – alle esigenze sociali più pressanti, neanche nelle fantasie del più sfegato ottimista fan del Cavaliere potrà mai alleviare gli effetti economici e sociali della recessione. Ci vuole, come si dice, ben altro…

E la stima preliminare del PIL dell’ultimo trimestre del 2008, come del 2008 nella sua interezza, elaborata dall’ISTAT e resa nota il 13 febbraio dice che:

Sulla base delle informazioni finora disponibili, nel quarto trimestre del 2008 il PIL, con il 2000 posto ad anno di riferimento, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dell’1,8% rispetto al trimestre precedente e del 2,6 per cento rispetto al quarto trimestre del 2007: in un anno la recessione ha colpito l’Italia  contraendone l’economia per il -2,6%.

Il tutto, sintesi di una diminuzione del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e di un aumento del valore aggiunto dell’agricoltura, con due giornate lavorative in meno nel quarto rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative del quarto trimestre del 2007.

A paragone con alcuni riscontri importanti, nel quarto trimestre il PIL è diminuito in termini congiunturali dell’1,5% nel Regno Unito e dell’1 negli Stati Uniti. In termini tendenziali, sull’anno precedente, il PIL è diminuito dell’1,8% nel Regno Unito e dello 0,2 negli Stati Uniti. Meno che da noi, dunque, in tutti e due i casi.

A fine febbraio l’Ufficio Studi di Confindustria conferma che dopo la caduta del mese prima, -16%, anche febbraio registra un crollo del -15,1% di produzione industriale.

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Una riflessione di partenza sulla crisi e i suoi effetti globali… A sinistra fece qualche scalpore quando ormai una ventina d’anni fa Deng Xiaoping esortò pubblicamente i cinesi: “arricchitevi”!, cioè quando cominciò a smantellare il modello comunista fallito di Mao, cominciando dall’economia (la perestrojka, l’aveva chiamata Gorbaciov), ma guardandosi bene dal rischiare di vederlo diventare mai completamente vera riforma politica (la glasnost di Gorby).

In realtà, le élites di tutto il mondo hanno sempre campato seguendo, e anzi anticipando, questo invito-ingiunzione. Senza che poi la gente comune se la prendesse neanche tanto, visto che si dava per scontato che quelle élites avrebbero onorato la loro parte dello scambio sociale: proteggere un paese dai nemici esterni e migliorare la condizione di vita dei cittadini, anche un po’ per volta, anche gradualmente. E’ questo il contratto sociale implicito che ora viene rimesso in questione, con le conseguenze, scontate, dal collasso economico un po’ dappertutto nel mondo.

L’OCSE ha registrato la maggiore contrazione annuale del PIL dei suoi 30 paesi con un -1,5% (identico dato per il calo dell’eurozona): la peggiore da quando ha iniziato a tenere questo conto[2].

A Davos, al vertice dei bancarottieri, dei bancarottati e di quelli che, a livello globale, hanno portato il mondo sull’orlo della bancarotta, tutti hanno preso la parola, specie tra i primi. Tutti, meno donne e sindacalisti, che in effetti di quel fallimento non sono stati i colpevoli: quelle, nel villaggio alpino dei potenti, frustrati ma ancora potenti, del mondo si contavano sulle dita di una mano; questi uno solo; e, naturalmente, di lingua anglo.

Che è venuto fuori, in sostanza, dal Foro economico mondiale? Da quello che hanno detto i grandi media (scritti e televisivi) d’Europa e d’America, abbiamo compilato qui una lista di fatti, dichiarazioni e temi che, a giudizio nostro, sembrano essersi imposti.

•    Le tantissime domande emerse sulla crisi – sulle crisi –… e pochissime risposte.

•     Lo spettacolo dei “padroni del mondo” (finanzieri, banchieri, grandi potenze) come sperduti e del trionfo di un pessimismo che ormai in molti riconsocono come realismo.

•    Il senso, diffuso, che i problemi sociali in arrivo (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro prevede solo nell’economia formale, poi, cioè non al nero, forse 50 milioni di altri disoccupati a breve scadenza) genereranno – perché non saranno subiti supinamente – quelli che la ministra francese dell’Economia, Christine Lagarde, ha chiamato (aveva in mente le manifestazioni di massa a Parigi e un po’ in tutta la Francia) forti “moti sociali”. Che aggiungeranno alla crisi economica anche l’acutezza di pesanti crisi sociali e politiche.

•     L’assenza quasi assoluta di assunzione di responsabilità da parte di tutti i grandi banchieri, dei  diffusori accademici e mediatici pagati a gettone delle teorie del lasciar fare al mercato e dei politici pedissequi e obbedienti alla volgata liberista: nessuno che abbia detto “sì, è colpa mia, colpa nostra”.

•     Gli appelli senza reticenze e senza alcuna vergogna da parte di tutti questi soggetti al potere, ai poteri pubblici: perché hanno bisogno di aiuto, ma vorrebbero – contraddizione in termini eclatante – che rispettasse le libertà del mercato… le loro, cioè: e questo anche se nessuno di loro osa poi scommettere sull’efficacia dei salvataggi a cui hanno già costretto quasi tutti i governi.

•     La convinzione diffusa – anche se trangugiata male proprio da chi vuole aiuti ma li vuole senza    condizioni – che la regolazione dell’economia mondiale, della finanza in particolare, deve essere ripensata e rifatta alla radice.   

•     Lo stare come tutti in aspettativa, addirittura ansiosa, più che del G8 di Berlusconi, del G20 che ad aprile (prima cioè,) si tiene a Londra: il luogo che tutti si aspettano ma nessuno è sicuro di veder coagularsi della nuova auspicata/temutissima regolazione?

•     La presa d’atto che la Russia c’è, che si sente comunque meno in crisi degli altri, che è pronta a controbattere tutti, specie gli americani, e chiunque intenda provocarla puntigliosamente e che non intende più farsi dare lezioni da chi ha mandato a ramengo il sistema (un duro ma abilissimo discorso di Putin non ha risparmiato a nessuno, neanche a me stesso ha detto, una bella lezione di liberismo: “non vi aspettate tutto dallo Stato, per favore, adesso”.

•   La presa d’atto che anche, e forse di più oggettivamente parlando come si dice, la Cina si mostra sicura di sé. E che – quando a sproposito e quando no – dà lezioni anche lei, pure sui diritti umani (“Da noi – dice il primo ministro – sono rispettati, compreso l’accesso a Internet, come non è in diversi altri paesi”). Resta poi da vedere se la loro sia proprio sicurezza o, più che altro, sicumera— la loro e quella dei russi.

•   La presa d’atto che l’Amministrazione Obama sta, economicamente, al momento piuttosto sotto traccia: preoccupata anzitutto di pensare ai fatti – serissimi – propri e molto meno incline a predicare in giro per il mondo la buona novella – poi rivelatasi pessima – del liberismo selvaggio.

•   La presa d’atto, anche, che l’Europa, come volontà, voce, capacità strategica comune è ancora tuta di là da venire. E che con la leadership semestrale dei cechi, poi…

•   Infine, ma forse è la lezione maggiore, il senso che la globalizzazione è davvero arrivata a una svolta, ma anche che questa crisi internazionale non promette proprio niente di buono – anzi… – per i più poveri del pianeta. Crisi alimentare e lotta contro il riscaldamento climatico corrono il rischio di scomparire, in effetti, schiacciate dalla congiuntura dai primi posti dell’agenda, come dicono i diplomatici.

Tirano le prime somme al G-7 di Roma i ministri delle Finanze e dell’Economia: l’Italia è, per la  consueta rotazione settennale nella sua annata di presidenza e riunirà in Sardegna, a La Maddalena, l’8-10 luglio tutti i capi di Stato e di governo del G-8 (infatti, al vertice di Roma erano presenti anche i russi, come dire a latere: a La Maddalena la riunione sarà ancora più allargata).

Prima, quasi tutti i governi dei G-7 avevano reclamato il bisogno di un’azione rapida e coordinata. Poi, Tremonti si era reso portavoce di questa intesa comune come dell’esigenza, accolta da molti – ha detto – con favore di ri-regolare il sistema finanziario.

Indi, tutti, o quasi, per la durata di un pranzo e un quarto d’ora complessivo di intervento ciascuno (ridicolo, a fronte di cotanta crisi…) avevano proceduto ad allertare gli altri del pericolo che risposte separate e scoordinate avrebbero alimentato tentazioni protezionistiche, come quelle che nel 1929-1930 avevano trasformato una crisi finanziaria in una crisi economica vera e propria, globale (Peer Steinbrück, ministro delle Finanze tedesco, il più eloquente sul tema).

E senza eccezione tutti avevano predicato agli altri la necessità inderogabile di coordinare bene le risposte nazionali proprio per combattere questo pericolo… Alla fine così, dunque, questo è stato deciso? ma quando mai! alla fine, il comunicato finale è stato avarissimo di decisioni operative e, se possibile, ancora più vago quanto a una qualsiasi collaborazione.

Si è limitato a una dichiarazione congiunta che, prendendo atto di un’inevitabile caduta dell’economia per tutto il 2009, impegna tutti, ohibò, a rimetterla in piedi ridando la fiducia che ormai manca ai mercati[3]. Come?

• assicurando sufficiente liquidità ai mercati finanziari (quanta liquidità? con quali tempi? con quali strumenti?);

• rafforzando le basi, cioè la quantità di capitale, delle istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario, ecc: ma… stesse domande); e

• minimizzando l’impatto dei tanti assets tossici (i titoli subprime puntellati da prestiti ipotecari irredimibili) detenuti dagli istituti di credito un po’ in tutto il mondo (quei 1.400 milioni di miliardi di $, a fronte di un PIL globale del mondo di 70.000 miliardi, documentati dalla Banca dei Regolamenti Internazionali).

E, sul piano fiscale, dei bilanci, i G-7 si sono dichiarati tutti impegnati a politiche di stimolo dagli effetti rapidi (quanto? quando? come? nessuna risposta, alle solite…) e capaci di bilanciare tagli alle tasse e spesa pubblica (il paese delle meraviglie, cioè…). C’è anche l’impegno a “prioritarizzare gli investimenti” per una crescita maggiore e affidata a “misure temporanee e fiscalmente sostenibili” (che caspita voglia dire, nessuno lo spiega perché nessuno lo sa)[4].

L’aspetto maggiormente rimarchevole del documento è che in nessun modo, neanche per sbaglio e nel modo più vago, dice che si tratterà su nessuno di questi punti di un’azione coordinata, che la soluzione alla crisi internazionale dovrà essere trovata con un’azione di reale cooperazione internazionale— con l’eccezione forse – ma, non essendoci niente di specificato, probabilmente nemmeno questa – dell’appello general-generico a una ricostituzione delle scorte finanziarie per, e a una maggiore flessibilità del, Fondo monetario internazionale.

Sì, Tremonti ha molto insistito che dalle discussioni è emersa la disponibilità a una diversa e più mordente regolamentazione del sistema finanziario internazionale. Ma, a leggere bene il testo del comunicato – e non le dichiarazioni speranzose ed avventurose, interpretative, del ministro – non c’è la minima indicazione dell’azione coordinata di cui all’uopo ci sarebbe bisogno.

Insomma, pare che l’idea vera dietro al G-7 sia la scopiazzatura del piano Geithner americano: ognuno spende per sé, nel caso americano sui 2.000 miliardi di $ per ricapitalizzare banche, cercare di rimediare ai tanti assets tossici e garantire liquidità al mercato interno del credito. Mancano quasi tutti i dettagli, come vedremo, ma mancano quasi tutti i dettagli a tutti i piani nazionali che, ognuno per conto proprio e scollegati dagli altri, tutti hanno messo in moto.

L’unica riserva che, non tanto dal comunicato quanto da alcune singole dichiarazioni, è sembrata emergere sul piano Geithner è che molte delle misure previste cominceranno ad avere effetto dal 2010, quando secondo molti suoi colleghi, molti economisti e anche per la stessa dichiarazione finale potrebbe essere già tardi. Forse, però, data la dimensione dello sforzo pubblico americano l’effetto sarà soltanto un po’ ritardato.      

In buona sostanza, dal G-7, bla bla… Dimenticavamo che c’è anche l’impegno, ribadito da tutti mentre a tutti crescevano le rispettive proboscidi, “ad evitare misure di stampo protezionistico” che potrebbero addirittura esacerbare la recessione[5].

Non basta. Dopo solo una settimana, il 22 febbraio, a Berlino, le cinque maggiori economie europee, formalmente in veste di membri europei del G-20 (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna) tornano sul tema e, pari pari, ripromettono le identiche cose (regole nuove , coordinazione, no ai paradisi fiscali, bacchettiamo gli speculatori, ecc., ecc…) intanto tra noi, poi come Europa intera e, infine, al G-20 di aprile a Londra. C’è bisogno di ripeterlo, infatti, perché i cinque entrano in pochi dettagli e confermano solo la… volontà di arrivarci.

Insomma, si danno molto da fare o, più precisamente, sembrano darsi molto da fare, senza far niente di realmente ancora tangibile[6]… Però stavolta accennano, anche se vagamente, a qualche misura che, se effettivamente concordata e applicata potrebbe imporre lacci e lacciuoli per la regolazione di fondi a rischio, derivati e monnezze varie. E, per lo meno, colgono per un giorno l’attenzione, e anche l’apprensione, di qualche foglio della stampa internazionale e dei mercati.

Almeno la minaccia di voler fare qualcosa l’hanno lanciata insieme stavolta, senza farsela troppo annacquare dal coro, E, chi sa?, forse, potrebbe anche prestar loro orecchio perfino Obama, se gli facesse comodo mettere un po’ di paura ai suoi, di speculatori selvaggi[7]. O forse no: “quando, due anni fa, toccò alla Germania la presidenza del G-8 – ricorda, acido e puntuale, un osservatorio dalla memoria lunga e in sintonia coi mercati – Merkel spinse a fondo per avere più trasparenza sui mercati finanziari globali, in specie proprio sulla regolazione da imporre ai fondi a rischio. Ma i suoi sforzi si schiantarono contro la resistenza dura di Washington e Londra”, proclamata in nome della libertà del mercato.

Adesso, Londra sembra aver cambiato di avviso (e per un figliol prodigo come Brown, euroscettico da sempre e da sempre contrario a controllare in qualsiasi modo i mercati, bisogna davvero ammazzare il vitello grasso…) e a Washington (non c’è dubbio) ci sono altri attori… Però, la presidenza dei G-8 adesso  ce l’ha Berlusconi, e non Merkel, e “forse neanche la crisi globale e il cambio di Amministrazione sono stati sufficienti a convincere gli USA a rinunciare alla propria autonomia”. Autonomia del piffero, s’intende, visto come sono essi stessi palesemente ormai dipendenti dagli altri…

Ma, certo, il messaggio degli europei stavolta è stato almeno politicamente più chiaro… Se  stavolta, però, alla fine non si arrendessero ai voleri di Washington o, meglio, di Wall Street, come non solo è possibile, ma anche, fino a prova concreta contraria, ancora probabile…

Per parte sua, la Banca mondiale, a latere del G-7 finanziario di Roma, col presidente Robert Zoellick, aveva cominciato a fare pressione sui paesi ricchi perché costituissero un “fondo di vulnerabilità” volto ad assistere i paesi in via di sviluppo, o di sottosviluppo, colpiti più duramente dalla crisi finanziaria globale. O meglio, i più disciplinati ed in linea tra di loro verso le opzioni dei grandi paesi industrializzati…

Sapete quanto ha proposto Zoellick che i paesi ricchi destinino a sostenere questo fondo? Lo 0,7%, ha suggerito, percentuale ormai famigerata che gira in questi ambienti da trent’anni almeno. Ma, questa volta, non più lo 0,7% del PIL dei ricchi: solo lo 0,7% dei loro pacchetti di stimolo… Insomma, accattonaggio quasi allo stato puro[8].

Il barile di petrolio crolla a 37 $ ai futures di New York il 17 febbraio[9], a seguito dell’ondata di speculazioni su un peggioramento della recessione in Europa ed in Asia che si teme, a buona ragione purtroppo, potrà soffocare la domanda di energia e combustibili.

in Cina

Il tema dei rapporti USA-Cina, nell’empirica divisione del lavoro – in progress, comunque, e sempre in aggiustamento continuo – che sembra aver fatto Obama, appare area in prima battuta riservata alle dirette attenzioni della segretaria di Stato, Hillary Clinton: il vicepresidente Joe Biden, infatti, non ne ha neanche accennato nell’intervento tous azimuts fatto a inizio febbraio a Monaco di Baviera (di cui tra poco) sulla politica estera americana. Ne ha discusso lei, invece, direttamente coi cinesi a Pechino. Con un approccio volutamente pragmatico e anche qualche poco contraddittorio.

Ha insistito a parlare del tema diritti umani nella tana del leone, aprendo il confronto – ma non pubblico, stavolta – col suo omologo Yang Jiechi… ma dicendo chiaramente e pubblicamente che “i diritti dell’uomo non possono interferire con la globalità della crisi economica, col cambiamento globale del clima, con le tante crisi della sicurezza” che incombono…

Col primo ministro Wen Jiabao e il presidente Hu Jintao, poi, la Clinton ha discusso direttamente di questi tre temi di fondo che dovranno ridefinire, insieme, gli obiettivi comuni sino-americani ha dunque parlato anche di diritti umani, di Tibet, ecc., ecc., così come i cinesi continueranno a evocare i diritti umani, intesi a modo loro, in America. Ma ha parlato – e reso noto di aver parlato – soprattutto dei temi economico-politici globali, da affrontare per quanto sarà possibile in comune.

Yang Jiechi e Clinton hanno insieme sottolineato la complementarità delle loro economie e, quindi, di una cooperazione economica più stretta. Yang ha insistito che, usando per anni le proprie riserve per comprare i buoni del Tesoro americani, la Cina ha dato un grande aiuto “ad assicurare sicurezza e liquidità” sul piano globale. E la Clinton, in maniera qualche poco curiosa, ha chiesto al governo cinese di continuare così[10]

In maniera curiosa perché continuare a comprare bonds americani è il meccanismo con cui la Cina tiene basso il valore dello yuan rispetto al reale potere d’acquisto che ha nei confronti del dollaro: perché comprare titoli e azioni in dollari ne sostiene il valore e deprime quello dello yuan… cui l’America, un giorno sì e l’altro pure, chiede di riapprezzarsi per non deprimere le esportazioni americane e non rendere facili quelle cinesi. Idee, insomma, non proprio chiare, poco distinte e anzi molto confuse.

Scrive sul blog[11], che mette in rete ad accompagnare i suoi articoli su Repubblica, Giuseppe Turani, in sintesi efficace che “anche la Cina va in frenata. E finisce l’era del super-sviluppo, almeno per il momento. Nel quarto trimestre del 2008 la crescita del PIL (annualizzata) è stata del 6,8% contro il 9% raggiunto nel trimestre precedente. In pratica la Cina ha ridotto di un terzo la propria velocità di crescita. Le esportazioni dovrebbero essere diminuite dell’11,2%, il più forte ribasso degli ultimi sedici anni.

   Per l’intero 2009 la stima fatta dagli economisti di Barclays è di una crescita di appena il 7,8% (contro l’11-12% degli anni precedenti). Gli osservatori occidentali sostengono che dovrebbe essere in arrivo un  nuovo pacchetto di stimoli all’economia e, probabilmente, anche un nuovo taglio nel costo del denaro, dopo i cinque già fatti da settembre a oggi”.

I cittadini privati cinesi, non la Banca centrale o i fondi pubblici che seguendo le scelte del governo stanno puntando a spendere di più sul mercato interno, naturalmente pensano maggiormente a trarre i massimi utili dai loro quattrini, stanno decelerando il rimpatrio dei soldi[12] che, con le esportazioni, continuano a guadagnare all’estero. Non si tratta, ancora?, di fuga dei capitali ma è un fenomeno di consistenza tale da venir segnalato ormai anche nei dati ufficiali.

Sono le statistiche e la sensazione diffusa del rallentamento della crescita anche in Cina che spingono molti tra i cinesi benestanti a non tenere più in casa tanti dei loro soldi privati ma, magari, a comprarci oro e gioielli a Hong Kong. Anche perché non sempre sembrano rendersi conto, questi doviziosi cittadini della Repubblica popolare di Cina che la crescita sta rallentando anche di più, e molto di più, nel resto del mondo.

La cosa preoccupa il governo: così si rendono meno disponibili gli investimenti necessari a creare posti di lavoro all’interno per i 20 milioni di operai e tecnici migranti dell’economia cinese che negli ultimi mesi hanno perso il lavoro e potrebbero anche formare una “classe volatile” di disoccupati potenzialmente pericolosa per la stabilità del regime.

Il trend preoccupa anche altri, il governo americano di certo:  più soldi indirizzati individualmente all’estero e meno in casa è un fenomeno che potrebbe anche mettere in questione una delle costanti della finanza internazionale su cui l’America deve continuare a poter contare almeno nel medio termine, il ruolo centrale del paese asiatico nel finanziare i deficit gemelli americani, del commercio e del bilancio.

Però è anche vero che, guardata a lungo con sospetto e qualche poco schifata sui mercati internazionali (la Cina “rossa”…), in questa fase di fame disperata di capitali un po’ dappertutto, la Cina ha investito in giro per il mondo in una sola settimana, la terza di febbraio, la bella somma di 41 miliardi di $[13]. Per esempio, la China Development Bank ha concordato col gigante petrolifero brasiliano, Petrobas, di fornire credito cash per 10 miliardi di $ (le riserve cinesi, come è noto, sono ben oltre i 1.000 miliardi, in cambio di un impegno a lungo termine a vendere una buona percentuale del suo prodotto alla Cina.

Si preoccupano, naturalmente, le compagnie americane— che da sempre ne hanno fatte più di Carlo in Francia e da sempre, in questo campo, hanno dettato le regole del gioco, salvo eccezioni mal tollerate e presto annullate come quella dell’ENI dell’inizio: secondo loro è concorrenza sleale e pericolosa per gli interessi degli Stati Uniti che lo scambio non sia direttamente, e a breve, cash contro petrolio. Insomma, solo loro sarebbero titolate a giocare sui… futures.

Ma sia Petrobas che banca cinese rispondono semplicemente “ciccia, fatevi i fatti vostri” all’osservazione, equivalente a un “che caspita pensate di fare e di poter fare, voi?”— domanda e risposta debitamente formulate, s’intende, ed avanzate per le vie diplomatiche. Le regole degli scambi, dicono, in forma paludata, non le fissate (più?) voi. E, comunque, non più da soli... Tanto più che i soldi oggi li hanno i cinesi e non gli americani e il greggio lo vendono i brasiliani e non gli americani.

Analoghi accordi, la Cina li ha firmati questa stessa settimana con Russia e Venezuela. E questa è parte grande del problema. Quando questo tipo di accordi li faceva Enrico Mattei con l’Algeria, l ’URSS e la Libia,un sessantina di anni fa, per quanto potente poi fosse lui non era uno Stato… Ora li fanno direttamente gli Stati, di fatto, tra loro e perfino Exxon e Shell devono ingoiarsi la bile… ché il mondo è davvero cambiato.

A gennaio le esportazioni cinesi sono andate giù sull’anno prima del 17,5% e le importazioni, però, di ben oltre il doppio, del 43,1%[14]: segnali che sottolineano, in senso preoccupante anche qui, un fronte dell’economia assai delicato, marcato da meno consumi interni e meno consumi all’estero.

Gli investimenti esteri diretti diminuiscono del 33% a gennaio sullo stesso mese dell’anno prima, scendendo a 7,54 miliardi di $. A incidere sono stati gli ultimissimi mesi, mentre nel croso del 2008 gli IED sono saliti in Cina del 30% sul 2007, raggiungendo i 108,3 miliardi di $[15].

La Banca centrale di Cina, intanto, avverte che la tendenza al ribasso continuo dei prezzi potrebbe trasformarsi presto in deflazione vera. I prezzi di tutte le commodities, attesta la Banca del Popolo, sono bassi e la domanda estera che sta calando potrebbe portare ad una sovrapproduzione che va oltre le capacità di consumo, solvibile, sul mercato interno. Nel breve termine, in sorge “un rischio forte” di deflazione, dice la Banca che, vittima della sindrome di tutte le banche centrali, aggiunge un “però” mettendo in guardia, irrazionalmente sembrerebbe, dai rischi di… inflazione a media e a lunga scadenza[16].

nei paesi emergenti

Un Rapporto speciale dedicato al Venezuela di Chávez, che analizza in dettaglio economia e indicatori sociali del decennio del suo governo (eletto e sempre rieletto democraticamente, anche se sempre assai contestato, pure attraverso un golpe militare e diversi tentativi falliti) è stato appena pubblicato[17]. E “sono proprio i dati a spiegare – conclude – perché, malgrado una copertura mediatica locale e statunitense ostile in misura schiacciante, il presidente resti così popolare abbia vinto tante elezioni”.

L’ultimo suffragio popolare che il presidente ha vinto, al secondo tentativo, dopo quello fallito nel 2007, è stato il referendum di metà febbraio per abolire i limiti di rielezione alla cariche pubbliche (54,4 di sì contro il 45,6% di no). Secondo chi scrive – ma è un’opinione, anche se abbastanza ferma – un errore serio perché restare nello stesso posto di potere per troppi anni monta comunque la testa. Ma, per condannare questa pratica, bisognerebbe deplorarla tanto quando ci prova il sindaco di New York quanto quando la tenta il presidente del Venezuela.

E per dirne una, il NYT non lo fa: da mesi condanna Chávez ma assolve Bloomberg, annotando che per questo, in fondo, è la volontà popolare…Ma dimentica di dire, anche per quello. Ora[18], mette in evidenza che

• “i risultati evidenziano tanto la flessibilità e la sua grande capacità di ripresa dopo un decennio al potere quanto la frammentazione della sua opposizione”, sostanzialmente su basi di classe, che includono parte dell’élite operaia e corporativa dei lavoratori del petrolio, però, nelle fila di quest’opposizione sempre più sgomenta e depressa;

• “è un voto che … potrebbe anche puntellare l’agenda ambiziosa di Chávez di fare del Venezuela un’icona della sinistra ed un contrappeso alla politica americana in Sud America e creare una nuova sfida di politica estera per l’Amministrazione Obama, rafforzando un leader che ha fatto carriera”, peccato mortale, ovviamente “sfidando e sbeffeggiando gli Stati Uniti” anche se si trattava di quelli di Bush e anche se, dunque, molto dipende dalle scelte di Obama: in effetti, “proprio in questi giorni Chávez è sembrato aprire le porte a rapporti diversi” da quelli del recente passato;

• adesso, chiaramente “c’è il rischio di polarizzare ancora di più una società venezuelana profondamente divisa”: mentre, altrettanto chiaramente per il NYT, se avesse vinto il 45 contro il 54% questo rischio sarebbe sparito…

Ora, è del tutto evidente che c’è il diritto di detestare Chávez, il suo populismo, il suo gusto delle provocazione sempre sopra le righe e, spesso, controproducente. Ma è anche del tutto evidente che delle cifre, certificate, c’è solo da prendere atto. Come del fatto che, forse, per la maggior parte dei venezuelani la questione del limite dei mandati era davvero irrilevante: perché, di fronte al cambiamento forte impresso dalla presidenza di Chávez all’economia e agli equilibri sociali del loro paese e dell’America latina, questi discorsi di procedura contano come questioni di lana caprina. Forse è anche sbagliato, ma si può ben capire…

Ed è anche una critica implicita a Chávez per non aver saputo, voluto o potuto istituzionalizzare la “rivoluzione bolivariana”, avendo creato un regime estremamente personalizzato l’applicazione della cui filosofia (“con Chávez, el pueblo gobierna”) è tanto letteralmente vera che la gran maggioranza del pueblo ne è totalmente convinta.

Come ne è convinto Chávez. Che a questo titolo in buona sostanza non tiene conto del monito severo che, esattamente duecentodieci anni fa, Simón Bolívar, fondatore e animatore del movimento di indipendenza dei paesi dell’America, la sua icona e il suo campione storico, lanciava inaugurando la sua presidenza della Repubblica del Venezuela. Diceva, infatti, il Libertador che “la continuità dell’autorità in uno stesso individuo ha frequentemente rappresentato la fine dei governi democratici… nulla [infatti] è tanto pericoloso quanto lasciare assai a lungo il medesimo cittadino al potere… [perché] il popolo  si abitua così ad obbedirgli e ad eleggerlo e di qui nasce l’usurpazione e la tirannia[19].

Parole dure che spesso gli sono state ricordate, nel corso della campagna elettorale, e alle quali  Chávez non ha mai risposto direttamente se non ricordando che Bolívar, data l’eccezionalità della sua collocazione storica – non lo dice: ma, sottende, un po’ come quella sua oggi… con la gente  che sembra d’accodo e certamente lo è in maggioranza – si fece eleggere due volte a presidente del Venezuela, una alla presidenza della Bolivia, una del Perù e una, anche, della Gran Colombia il superstato federale con cui aveva tentato di unire insieme – durò solo un decennio – quell’enorme parte del Sud America che aveva appena contribuito a liberare dal dominio spagnolo: i territori attuali di Colombia, Venezuela, Ecuador, Panama e di parti degli attuali territori di Costarica, Perù, Brasile, Guyana e Nicaragua…

Questa la politica e la non politica istituzionale e costituzionale del Venezuela di oggi. Ma sono proprio i dati messi in evidenza dal rapporto del CEPR di cui stiamo parlando – tutti ampiamente ed irrefutabilmente documentati nel testo – a spiegare bene perché il “chávismo”, malgrado tanti errori anche seri, resti ancora largamente maggioritario, perché sette anni fa Chávez si sia visto legittimare anzitutto dal rifiuto di massa popolare del golpe oligarchico che mirava a rimuoverlo dalla sua carica democraticamente raggiunta, poi da molti voti liberi quanto e più che in tanti altri paesi americani (compresi gli Stati Uniti, a volte: ricordate il 2000?).

E si capisce anche, alla fine, come abbia così ampiamente seminato nella regione quello che ormai sembra una specie di vero e proprio “modello”, edificato ormai in dieci anni in contrasto esplicito coi rapporti ossequienti al liberismo selvaggio alla Bush, ai “rapporti privilegiati” con gli USA, dicono, come quelli della Colombia ad esempio, ma sempre inevitabilmente subalterni ed economicamente – è dimostrabile e dimostrato – anche penalizzanti: in realtà

•   è un fatto, “l’espansione economica, che in Venezuela ancora va avanti, è cominciata quando il governo ha preso il controllo sulla compagnia petrolifera nazionale, nella prima metà del 2003. Da allora, scontata l’inflazione, la crescita del PIL reale è quasi raddoppiata; crescendo del 94,7% in 2 anni e un trimestre, o del 13,5% in media d’anno;

•   è un fatto, la maggior parte di questa crescita non è stata affatto nel settore petrolifero e quello privato è cresciuto più, e più rapidamente, di quello pubblico;

•   è un fatto, nel corso dell’espansione attuale, il tasso di povertà è calato più oltre la metà: dal 54% delle famiglie nella prima metà del 2003 al 26% alla fine del 2008. E quella che sociologi ed economisti calcolano come povertà estrema è crollata del 72%. Questi tassi di povertà misurano, poi, esclusivamente il reddito in contanti, senza prendere neanche in considerazione l’accesso aumentato enormemente alla sanità e all’istruzione;

•   è un fatto, specie nell’istruzione secondaria, i tassi di espansione sono più che raddoppiati dal 1999-2000 al 2007-2008;

•   è un fatto, è raddoppiato anche, nel corso del decennio, il numero dei beneficiari del sistema di sicurezza sociale; ed

•   è un fatto che la spesa sociale reale pro-capite, scontata l’inflazione, dal 1998 al 2006 sia più che triplicata”.

Il Rapporto prende nota che, naturalmente, col calo accentuato del prezzo del greggio, le entrate ne risentiranno, ma conclude che grazie alle ingenti riserve di valuta estera il paese non avrà problemi di bilancia dei pagamenti anche nel caso in cui il mercato resti depresso molto più a lungo di quel che prevedono i futures.

Il problema più importante sarà, invece, l’implementazione efficace necessaria anche qui, di un pacchetto di stimolo tempestivo e adeguato contro gli effetti della recessione globale. E, in un più lungo periodo, ci sarà bisogno di una più ampia diversificazione dell’economia dalla dipendenza petrolifera anche attraverso un tasso di cambio maggiormente competitivo.

EUROPA

A livello complessivo dell’eurozona la produzione industriale cade a dicembre 2008 del 2,6% e, in tutto l’anno, addirittura del 12%: è il record, nell’un caso e nell’altro, da quando nel 1990 si cominciarono a registrare ufficialmente questi dati. 

Il quadro è netto e preoccupante: delle quattro maggiori economie dell’eurozona, se l’Italia vede la sua produzione industriale scendere nell’anno fino a dicembre 2008 del 14,3%, in Gran Bretagna il quadro è un po’ più contenuto, sul 9,3%, in Francia dell’11,1% e in Germania del 12%[20]. E, a dicembre, per il quinto mese consecutivo, calano del 5,2% gli ordinativi industriali nell’eurozona[21].

Il contraccolpo sociale della crisi si fa sentire, ormai, dappertutto, o quasi, in Europa. La disoccupazione nell’eurozona a gennaio si assesta su un, purtroppo solo provvisorio, 8,2% ufficiale (che non tiene conto del lavoro ridotto, precario, ecc., ecc.). Dicono gli uomini (e le donne) d’ordine che li preoccupano i contraccolpi sull’ordine pubblico. Dice chi è più sensibile all’ingiustizia sociale che la preoccupazione vera è per gli squilibri che si fanno più opprimenti e avvertiti in una crisi che a pagare non sono banchieri, sfruttatori ed evasori fiscali – i colpevoli – ma le vittime, poveri, precari – e, in generale, i più emarginati.

Farebbero bene a preoccuparsene di più – invece di pensare a rompere il termometro per curare al febbre – quelli che pensano a rendere più difficile la protesta e lo sciopero contro iniquità sociali, disoccupazione, sottosalario, precarietà cronica e disoccupazione. Perché la protesta aumenta:

•   in Francia, non di rado paralizzata da scioperi e proteste di massa…;

•   in Grecia, dove la morte gratuita di un ragazzo ne ha scatenati a centinaia di migliaia…;

•    in Gran Bretagna, dove il fortissimo disagio sociale sotto il governo Brown, che resta malgrado certi conati di vecchio laburismo radicalmente lib-lab, si sfoga nel no agli operai italiani al posto di quegli inglesi… per ora...;

•    in Islanda, sull’orlo della bancarotta finanziaria per aver dato retta ai mercanti di derivati e che oggi ne può, forse, uscire solo se di essa si fa carico, presto, l’Unione europea accelerando al massimo il processo della sua adesione…;

•    in Irlanda anche, dove la disoccupazione ha raggiunto ormai il 9,2% e in Spagna che è al 14,4: il tasso più alto in entrambi i casi da un decennio a questa parte[22].

Ed è una lista sicuramente incompleta. E, tra i paesi che per brevità mancano dalla lista, c’è anche naturalmente

•   l’Italia: stretta tra le due paralisi, convergenti e concorrenti, di un’opposizione incapace perfino di farsi sentire – inutile proprio pensare di farsi ascoltare – e di un governo incapace di fare e, soprattutto, rischiare. Due schieramenti spaccati tra loro ed al loro interno – un capolavoro delle ultime elezioni, condotte almeno dal centro-sinistra non tanto per vincerle ma per “semplificare l’offerta, il quadro politico”: assegnando questo compito anche utile ma del tutto improprio ad una competizione elettorale e, dunque, perdendola – due fazioni capaci solo di chiacchierarsi addosso senza combinare mai niente. E senza nessuna rapida speranza di sblocco per questo disgraziato paese.

Per non parlare di quello che specificamente sta succedendo nei vicini paesi dell’Est europeo: quelli che nell’Unione ci sono già e quelli che ancora no:.

•    in Lituania, dove il peggioramento della crisi economica ha approfondito una serissima crisi di fiducia politica aperta da tempo…;

•   in Ungheria, che pure dopo aver incassato 26 miliardi di $ di salvataggio dal FMI (o a causa delle condizioni che proprio il Fondo monetario ha imposte per dare una mano, piuttosto…), ha visto allargarsi e non restringersi il baratro della crisi sociale…;

•    in Ucraina che, avendo troppo avventatamente preteso dalle sue forze e dall’evidente squilibrio del rapporto di forze, ha dovuto ingoiare le regole del mercato imposte, sul gas, dalla Russia…; 

•    nella Russia stessa, dove morde, sulle entrate e perciò sulle spese pubbliche, il ribasso dei prezzi imposto dal mercato, dalla domanda calante di greggio rispetto a un’offerta restata elevata…;

E, più in generale, c’à la testimonianza di inanità data, ancora una volta ad esempio, dalla riunione a Bruxelles dei ministri degli Esteri del 23 febbraio[23]. Con l’Attila della crisi alle porte e nessun Leone Magno a fermarlo sul Reno o il Danubio, pur conscia dell’effetto che l’implosione economica di uno di questi paesi avrebbe sull’economia di tutta l’Unione, proprio l’Unione europea ha mostrato in diretta tutta la propria impotenza o, meglio, la  propria irrilevanza totale.

Invece di concentrarsi sui fallimenti massicci del debito in Ungheria, sul crollo di produzione in Polonia, sulle spaccatura che sta facendo saltare tutte le fragili, e qualche volta bizzarre, coalizioni russofobiche di governo dei paesi baltici, o della proteste di massa per le strade dell’Ucraina tra pro e contro Yushenko, contro e pro Timoshenko e/o Yanukovich , si è fermata due ore a discutere dell’esoterica ed arcana disputa sloveno-croata sul confine di pesca adriatico tra i due paesi…

Nel frattempo, la BCE, nella riunione mensile di febbraio, il 5, lascia il tasso di riferimento al 2%, dopo quattro riduzioni successive da ottobre[24]. Ma l’aspettativa diffusa, alimentata dalla conferenza stampa del presidente Trichet è che un altro taglio verrà col prossimo incontro di marzo. La BoE, invece, a conferma che la situazione britannica è percepita ovunque come la più grave, al momento, ha nuovamente abbassato il suo, di tasso di sconto, di mezzo punto, all’1%.

Sale il risentimento, la rabbia, tra tanti cittadini europei verso la “razza” dei banchieri centrali come tali, cui spesso si fa risalire – e non sempre del tutto a torto – la responsabilità della crisi dei mercati finanziari. “La botta subita dalla reputazione dei banchieri centrali è emersa dall’ultimo sondaggio FT/Harris dell’opinione pubblica europea, da cui viene evidenziato come i livelli di “colpevolezza”  siano significativamente cresciuti negli ultimi tre mesi del 2008 con l’intensificarsi della crisi. Il suggerimento è che i banchieri centrali dovrebbero ora passare all’offensiva: spiegando le loro azioni— o ammettendo di aver fatto una serie di errori”.

Non faranno né l’una né l’altra cosa, naturalmente sbagliando nella presunzione di godere della libertà del non rendere conto pubblicamente del loro operato a nessuno che deriverebbe loro dalla altrettanto presunta “indipendenza” che spesso li copre. Il risultato, però, è che nell’indice di colpevolezza arrivano dopo di loro perfino gli investitori che hanno giocato sporco, puntando sul crollo delle azioni che essi stessi gestivano[25]…  

A gennaio, nell’eurozona i prezzi al consumo sono caduti all’1,1% dall’1,6 di dicembre, mentre l’indice di attività della produzione manifatturiera e dei servizi riesce, a gennaio, a rialzare – ma appena – la testa da quello che era stato un livello infimo record[26].

Intanto i tedeschi hanno seccamente respinto la proposta chiave con la quale Tremonti aveva cercato di dare un  contributo attivo al ruolo dell’Unione europea nella soluzione della crisi: non più solo coordinamento dei tempi e delle misure da prendere, ma ognuno rigorosamente per conto proprio e neanche, viste le resistenze più egoistiche che ottuse anche e proprio della Germania che nella fattispecie, e peraltro da mesi, si è aggiunta ai soliti governi euroscettici…

… ma almeno l’emissione di obbligazioni da parte dalla Banca europea degli investimenti per assistere tutti i paesi dell’Unione, Germania compresa, che hanno il problema di finanziarsi, in maniera certo mirata, nuovi investimenti— una proposta antica, ma sempre valida, non di Tremonti né di Padoa Schioppa, che già aveva provato a rilanciarla pochi anni fa, ma del Libro Bianco del ’93 dell’allora presidente della Commissione Delors.

Durissimo nel no è stato il banchiere centrale tedesco, Axel Weber, che ha protestato: la proposta sovvertirebbe il carattere disciplinare e disciplinato dei mercati finanziari, denuncia— senza neanche rendersi conto – si può dire? lo sprovveduto che ci prende tutti per grulli – del ridicolo di una simile asserzione proprio nel mezzo della crisi scatenata dall’indisciplina e dalla sregolatezza deliberatamente autorizzata dalla gente come lui su tutti i mercati finanziari[27].

D’altra parte, nella loro azione occhiuta e cocciuta di retroguardia in atto da almeno sei mesi su ogni proposta che servirebbe a integrare l’economia e a unire l’Europa, evitando di sparpagliarla, i tedeschi, contraddittoriamente con la loro posizione oggi contraria a ogni centralizzazione,  stanno insistendo però perché la BCE prenda unica posizione per tutti, istituendo se stessa a dettare regole uniche a tutti per le bad banks, le banche cosiddette cattive piene di debiti e quasi di nessun credito, per assorbire assets a rischio, i prestiti fatti ad investitori finiti nei guai[28].

Il piano, sul quale stanno lavorando in America gli stessi grandi strateghi finanziari che hanno presieduto alla catastrofe bancaria dai loro posti nel precedente governo (l’attuale ministro del Tesoro, Tim Geithner e il suo predecessore, con Clinton, Larry Summers, per dirla chiara) e nella Fed e anche in tante collocazioni accademiche, consiste nel far comprare dal governo centinaia di miliardi di $ di debiti irredimibili e piazzarli tutti insieme in una bad bank: una banca “cattiva”, nel senso di andata a male in partenza prima ancora di nascere, che poi rivenderebbe queste schifezze di assets ai privati ovviamente a qualsiasi prezzo, anche zero, che riuscisse a ottenere: per toglierli dalla circolazione, in sostanza, a spese dei contribuenti e dell’erario.

Le stime, per l’America (avanzate dalla Goldman Sachs e dal prof. Roubini[29]), vennero stimate  già mesi fa in complesso in una perdita di circa 2.000 miliardi di $ che “supererebbero di gran lunga il totale del capitale disponibile”. In Europa, nessuno è davvero in grado di dirlo, ma il totale dei cattivi debiti, nel complesso, non è molto inferiore. E se adesso, oltre ai soldi già regalati, ci dovessimo mettere anche a sovvenzionare gli azionisti e i depositanti delle banche per la seconda volta e, domani, magari per la terza e poi…

Ma non deve’essere necessariamente così. Bisogna levargli di testa questa soluzione cretina delle bad banks (cui sembra essersi affezionato pure Tremonti). Ci sono voci molto autorevoli, di miliardari, capitalisti e finanzieri – che il mestiere hanno titolo ed esperienza per insegnarlo a tutti, e neanche da cattedre accademiche o sedie della politica – (George Soros, ad esempio) che affermano come far assorbire caterve di titoli tossici da una bad bank istituita all’uopo sarebbe un errore, sia politico che finanziario.

Darebbe il via a un processo che porterebbe a non poter più avere un’idea neanche approssimata  del valore reale dei titoli cosiddetti tossici, generando una serie di sussidi più o meno “coperti” e segreti da parte di tutte le banche messe in questione e “tremende ondate di resistenza sul piano politico ad ogni futura operazione di salvataggio”: per quanto necessaria poi fosse.

Per Soros[30], anche per Soros – uno che se ne intende – la soluzione – certo, dura per chi ha partecipato, sapendo però di rischiare o lasciandosi abbindolare, alla Catena di Sant’Antonio dei derivati – consiste nel lasciar perdere gli assets tossici (deve assorbirne la perdita chi ci ha scommesso sopra) mettendoli, sì, da una parte ma senza buttarci sopra soldi freschi ad evitare che anch’essi siano avvelenati. E usando invece, il quasi triliardo di $ del pacchetto Obama per mettere liquidi freschi nelle banche buone, condizionati magari alla sua rimessa rapida in circolazione.

Un’altra soluzione, più audace di certo ma anche più “onesta”, sarebbe quella di nazionalizzare le banche insolventi. Il mercato decide di mandarle a gambe all’aria perché non hanno saputo o potuto fare bene il loro mestiere? Tant’è. Data la loro importanza, però, per tutta l’economia, non possiamo lasciarle infognate in procedure fallimentari per anni.

E, allora, anzitutto bisogna che gli azionisti di queste come di ogni altra impresa fallimentare prendano atto di doversi addossare in buona parte le perdite. Quelle dei depositanti sono assicurate dal pubblico che, però, non assicura e non copre, in effetti, le azioni e le obbligazioni, i derivati dei proprietari degli istituti di credito. Per cui, se si decidesse di nazionalizzare, cioè di comprare con i  soldi pubblici queste azioni-monnezza, bisognerà comprarle al ribasso, là dove oggi sono e per quello che oggi valgono, stimandole al valore effettivo di mercato e non più.

Altrimenti, con un tratto di penna intinto nell’inchiostro del denaro pubblico, i fallimenti di banche e banchieri diventerebbero i fallimenti del paese e dei suoi cittadini. O, più precisamente, ogni soldino di debito loro diventa ipso facto debito pubblico: debito di tutti, oggi, e dei nostri figli domani.

Si tratterebbe, invece, di nazionalizzare di fatto il sistema, “razionalizzandolo”[31], come chiama l’operazione uno che, proprio come Roubini, aveva predetto il disastro, forzando le banche cattive a farsi carico della propria insolvenza e non a scaricarla, ancora una volta, sulle spalle del pubblico. Se nascondono i soldi, se li trasferiscono, ecc., insomma se ricorrono ai soliti trucchi adusati, bisognerà legalmente procedere a imputarne i costi sul patrimonio personale dei responsabili che quelle banche hanno così ottimamente gestite.

Una bank rationalization sembrerebbe, dunque, più equa ed efficace, in definitiva, per l’economia di quanto possa mai essere l’ideaccia della bad bank. Non foss’altro che perché la razionalizzazione è proposta da chi, al contrario di quelli, aveva ottimamente previsto e predetto come sarebbe andata.

Crescono sui mercati per l’Irlanda, e si gonfiano, forti timori sul possibile default del debito nazionale, dopo che alla fine della seconda settimana di febbraio schizza alle stelle il costo del servizio del suo debito. Dopo S&P, anche Moody’s dice che il miracolo economico tanto celebrato di questo paese era in realtà profondamente bacato e alza il livello di rischio (da 262 punti base, cioè da 2,62 sterline a gennaio, a 355, dunque a 3,55 sterline a metà febbraio per il costo necessario ad assicurare ogni 100 sterline di debito[32]. Lo spread tra bonds tedeschi e irlandesi è salito a 203 punti, più del 2% di interessi da pagare, il doppio grosso modo dello spread (cioè del distacco) tra Germania ed Italia, più del doppio. Il paese, non il solo certo ma quello che sembra più a rischio, sta scivolando in una recessione terrificante.

A livello complessivo, di Unione europea e in particolare dell’eurozona, sta perdendo di senso, di ogni senso ormai, il target del 3% di rapporto deficit/PIL, visto che almeno i 4/5 dei 27 paesi dell’Unione non lo rispettano, che tutti lo sanno e che neanche fanno più finta di non saperlo. Facendo, come al solito, ammuina Bruxelles però ha minacciato – anche se nessuno ci crede più – di rimettere in riga chi non rispetta quei limiti: intanto, il commissario Almunia ha fatto i nomi di Francia, Spagna, Grecia, Irlanda, Malta, Lettonia e raccomandato di aprire nei loro confronti la procedura per deficit eccessivo. Ma sanno tutti che è solo una finta: l’ammuina di sempre…

All’Italia, passare l’esame toccherà a breve e faranno tutti finta, anche qui, di credere al 2,6% di deficit/PIL (che Tremonti ha detto essere quello del 2008, sotto il 3%…) con Almunia subito a specificare – anche perché se non lo avesse fatto si sarebbe levato un pernacchio gigante a seguirlo – che neanche per i più esposti nell’eurozona in quanto a deficit e credibilità del loro credito messi insieme – Malta, Irlanda e Grecia – “a nessuno viene in mente di invocare sanzioni”. Appunto: una buffonata…

Tutti sanno in effetti quale sia poi la realtà… Per prima, in effetti, lo sa la Germania perfettamente conscia ormai del peso nullo di questa Commissione e dei suoi esponenti rispetto a tutti) ai cittadini, ai governi, ai mercati) e, col ministro delle Finanze e vicecancelliere Peer Steinbrück, commentando quanto ha detto la Commissione con la riaffermazione delle sue geremiadi “di principio e teoriche”, spiega lui – sviluppando un accenno di Sarkozy – che, se uno dei 16 membri dell’eurozona venisse adesso messo dai mercati con le spalle al muro, sospetto di non essere più in grado di rifinanziare il suo debito, sarebbe costretta a sostenere un’azione d’emergenza per evitare l’innesco di un rischiosissimo “effetto domino”.

Certo, sarebbe contrario a tutti i sacri princìpi e specificamente all’Art.103 del Trattato di Nizza attualmente vigente. Ma nessuno, nell’eurozona, potrebbe rischiare, “senza reagire decisamente”, di veder sgretolarsi la roccaforte dell’euro: è una “semplice questione di teoria, da una parte, e di pratica, poi, dall’altra[33]. Ecco, appunto…

La Russia ha dato notizia di una contrazione del suo PIL a gennaio dell’8,8% sullo stesso mese di un anno fa. Il settore industriale ha registrato un declino del 16%, con quello delle costruzioni che va giù del 17 sempre anno su anno. Il commercio al dettaglio ha marcato un modesto aumento del 2,4%, secondo i dati forniti dal ministro dell’Economia, Elvira Nabiullina: stessa percentuale, invece, il 2,4%, di calo del PIL, tra dicembre 2008 e gennaio 2009[34].  

E anche Mosca ha annunciato che metterà insieme un pacchetto di salvataggio bancario: 40 miliardi di $ per le sue banche, proporzionalmente assai meno degli altri grandi paesi ma è un inizio e, forse, non sarà la fine[35]. Intanto, l’agenzia di rating Fitch degrada, per quel che vale, a “BBB” la valutazione dell’economia russa: pesano i prezzi al ribasso delle materie prime, l’alto deflusso di capitali, il calo delle riserve valutarie estere e gli indebitamenti di impresa.

Ne prende atto, il vice primo ministro e ministro delle Finanze Alexei Kudrin, ammettendo che “la Russia si trova di fronte a sfide dure e che quindi inevitabilmente la previsione –  e, per così dire ovviamente, è l’ovvio – è peggiore di quanto fosse all’inizio del 2008”.

In effetti, a gennaio il tasso di disoccupazione sale a 6,1 milioni, di cui però solo 1,7 milioni di cittadini registrati, e quindi contati, ufficialmente in aumento. Il problema avvisa la Rosstat stessa, l’istituto statistico federale, è che invece del 5,2% di dicembre i senza lavoro calcolati secondo il metro. ufficiale sempre, dell’OIL, sono almeno all’8,1%[36].

Il rublo è tornato sotto attacco della speculazione dopo che la Banca centrale ha cercato di fissare una soglia sotto la quale non sarebbe dovuto andare. Da agosto ha perso un terzo del suo valore rispetto al dollaro (come la sterlina).

E a gennaio, comunica la Banca centrale, crollano le riserve estere del paese, complessivamente intese (oro, valute e altri titoli): del 9,4%, cioè di 40 miliardi, a 387 miliardi di $. Per sostenere il valore del rublo, in effetti, è stata venduta una bella fetta delle riserve e, a causa delle turbolenze interne della crisi finanziaria internazionale, è aumentato il deflusso di capitali così come, per il prezzo da tempo in caduta del petrolio, è diminuito l’influsso di capitali dall’estero.

La Banca menziona anche una rivalutazione negativa della consistenza delle riserve stesse collegata al rafforzamento del dollaro, verso euro e  sterlina, in reazione consuetamente contraddittoria ma anche comprensibile al panico razionale seminato dall’incertezza nel cuore e nel cervello di tanti detentori di capitali[37].

Si riducono pure gli investimenti esteri diretti, con l’Ufficio di statistica federale ad annunciare che cadono del 14,2%, a 103,8 miliardi di $ nel 2008. L’accumulazione di capitali esteri privati nell’anno ha toccato i 264,6 miliardi, con un aumento del 19,9% sul 2007. Gli investimenti russi all’estero hanno totalizzato, nell’ano, i 114,3 miliardi di $, il 53% in più del 2007[38].

Intanto, l’economia russa ha registrato un tasso di crescita del 5,6% nel 2008, due punti e mezzo sotto l’8,1% dell’anno prima, dice il Servizio statistico federale russo. In effetti, il PIL lordo è cresciuto al minimo dal 2002, proprio per il valore in calo del rublo. Il vice primo ministro, Igor Shuvalov, ha detto che la Russia non andrà comunque in deficit di bilancio[39]. Però, sempre Kudrin denuncia che quest’anno l’inflazione potrebbe crescere fino al 14%, a causa di “una più diffusa utilizzazione delle riserve per la copertura del deficit di bilancio[40].

Rappresentanti di Georgia, Russia, delle due regioni ex georgiane ribelli e secessioniste a maggioranza russofona dell’Abkazia e del Sud Ossezia, degli Stati Uniti, dell’Unione europea e dell’ONU si sono nuovamente riuniti a Ginevra il 17 febbraio – i russi hanno lasciato cadere l’obiezione nei confronti degli USA (che c’entrano, loro, in Europa?) e gli americani hanno scartato la richiesta georgiana di chiedere il ritorno delle due regioni) per “discutere della sicurezza e della stabilità” dei due nuovi Stati separatisti per ora riconosciuti, però, solo da Russia e suoi amici più stretti[41].   

La Lituania,[42] dice l’OCSE, e dopo qualche giorno conferma anche l’EUROSTAT che ha superato il tentativo di “censura”, diciamo, di Vilnius, è l’economia dell’Unione meno performante: il PIL nel quarto trimestre del 2008 è crollato del 10,5% sullo stesso periodo dell’anno precedente.

Dopo un dibattito controverso e assai lungo il parlamento ceco, su richiesta del governo Topolánek, ha rinviato ancora una volta il voto di ratifica del Trattato di Lisbona (il Trattato era stato stilato nel settembre 2007). Il problema, qui, non è tanto l’euroscetticismo diffuso – che comunque imperversa, alimentato dal vertice, dal presidente della Repubblica Klaus, uno che non perde occasione per vilipendere tutto ciò che è europeo: in nome della civiltà occidentale, del sistema capitalistico, del pericolo russo (ogni tanto gli sta per scappare detto – è evidente per tutti – l’aggettivo “sovietico” al posto di “russo”) e chi più ne ha, di quel genere, ne metta di più…

Ed è grave, perché Praga è in questo semestre la capitale di turno dell’Unione europea. Il problema è che qui non hanno ancora deciso se scommettere, come gli altri europei, sull’Europa e sul rapporto di vicinato che hanno, e non possono non avere data la geografia, anche con i russi; o se, prima, intendono riprovare a convincere Obama a mettere loro in casa i radar e gli antimissili antirussi. Ma, e soprattutto, le truppe americane che dovrebbero governarli.  

Intanto tutto resta, al meglio, paralizzato. Il ritmo che, anche artificialmente, avevano impresso i sei mesi della presidenza Sarkozy all’Europa, diciamo, più o meno unita è diventato un ballo lento.

Sul piano simbolico, che però è di grande impatto e di grande efficacia, per la prima volta da oltre cent’anni, dalla prima guerra mondiale, un battaglione tedesco stazionerà in pace sul suolo francese, in Alsazia-Lorena[43]. Su un suolo che è, letteralmente, intriso dal sangue sparso nelle guerre franco-tedesche del secolo scorso e che, dalla seconda guerra mondiale e dalla costituzione della UE, è invece un luogo di pace.

Dappertutto, si sta accendendo del resto un nazionalismo un po’ becero, che si manifesta al momento in Gran Bretagna anzitutto – noi diremmo di tipo leghista grezzo, per capirci – che sta esplodendo sulla questione che una frase per lo meno infelice di qualche tempo fa, poi corretta, il premier Gordon Brown, aveva definito del “lavoro britannico che deve andare solo a lavoratori britannici. Gli scioperi selvaggi contro l’assunzione alla raffineria Lindsey della Total di alcune decine di operai-tecnici italiani rappresentano una ventata di protezionismo economico grezzo che non sarà facile far tornare a cuccia ma che, d’altra parte si capisce difficilmente perché dovrebbe alzare la testa dappertutto in economia meno che sul mercato del lavoro…

Però, che facciamo? il lavoro italiano agli italiani, quello francese ai francesi… e buttiamo via l’Unione europea? chi ci guadagna, se la mettiamo così? Ricorda un noto parlamentare britannico che rappresenta il Regno Unito al Consiglio d’Europa: “ci sono due milioni di inglesi che vivono e lavorano negli altri paesi dell’Unione e se dovessero fronteggiare il tipo di insulti che hanno dovuto subire i lavoratori italiani, in Gran Bretagna ci sarebbe una levata di scudi indignata, e giustamente[44]. Forse in Italia siamo, malgrado la vulgata, più seri, più freddi degli inglesi. E non abbiamo fatto levate di scudi. Ci siamo meravigliati un po’, questo sì, del provincialismo britannico, anche comprendendo, sia chiaro, bene i motivi di tanta incazzatura.

Come accenna il deputato laburista la cui osservazione non scema prima abbiamo annotata, la soluzione è quella che il parlamento europeo proponga e il Consiglio dei ministri europei legiferi – purtroppo il potere legislativo in Europa coincide ancora largamente con Commissione e Consiglio, non col parlamento: che però ha il potere reale, se vuole, di cacciar via i commissari neghittosi e di porre il suo veto – una legislazione ed una regolazione del diritto del lavoro forte e comune per tutta l’Europa, senza evasioni e senza eccezioni.

Altrimenti, ora in Inghilterra, come ieri in Germania e in Francia – ricordate l’ “idraulico polacco” del no al referendum sul trattato di Lisbona? – domani, magari, in Italia, quando contro i tedeschi, o contro gli inglesi, quando contro i francesi e, dappertutto e sempre, contro gli extra-comunitari,  avremo ormai continui rigurgiti di protezionismo becero e, soprattutto, impotente.

A meno di ricorrere ovunque alla soluzione che è stata data al caso inglese: che, dopo qualche giorno di moti e dimostrazioni, e di grande imbarazzo del governo e anche del sindacato, è stata trovata sulla proposta del sindacato al management della raffineria – e in definitiva alla Total – che il 50% dei nuovi impieghi a contratto andranno a cittadini britannici. In definitiva la ditta italiana, l’IREM, che aveva vinto il subappalto conferma le assunzioni ai 100 italiani che aveva preso ma non ne assumerà, come aveva già deciso, altri 100, che invece saranno inglesi… Solo, assunti da chi? visto che nessuna ditta britannica aveva finora partecipato all’appalto?

E c’è poi il rischio che questo strano modello di mezza libertà di movimento di manodopera (e soprattutto di assunzione) nell’Unione europea si metano a copiarlo dappertutto, anche in Francia, in Spagna, in Italia, ecc., ecc., ecc[45].

D’altra parte, la soluzione vera sarebbe quella che vedesse in Gran Bretagna condizioni di lavoro e salari britannici per chiunque ci lavorasse. E per tutti, dovunque – a cominciare dall’Europa unita – salari decenti. Non quella scempiaggine adombrata dalla direttiva Bolkestein che liberalizza i salari  e dalle sentenze della Corte di giustizia europea che si cura di far giustizia quasi solo per i padroni… per la libertà di impresa e non per la libertà dei lavoratori.

STATI UNITI

Avevano detto che il PIL fosse calato del 3,8% nel quarto trimestre al tasso più alto dal 1982. Il fatto, dicevano, è che le imprese si sono messe ad aumentare i livelli delle scorte, dopo averle largamente usate nel trimestre precedente: aggiustamento che è servito ad aggiungere l’1,3% a un PIL che, altrimenti, sarebbe sceso ancora parecchio di più.

E, infatti, la revisione consueta del dato l’ha moltiplicato quasi per due: la contrazione del PIL è stata addirittura del 6,2%[46], più del doppio, quindi, di quanto temuto, con tutti gli esperti – o cosiddetti tali – che oggi si aspettano cifre altrettanto orride per il primo trimestre di quest’anno. Con l’eccezione della spesa pubblica sono calate tutte le altre componenti dell’economia.

Dietro l’accumulo di nubi procellose all’orizzonte, sintetizzato in quel -6,2% di PIL a fine 2008, fanno capolino, però, due aspetti che aprono qualche spiraglio[47]:

• il primo è che, in ogni caso e preso insieme, tutto il 2008 ha visto comunque una crescita del PIL dell’1,1%. Insomma, malgrado tutto da gennaio a gennaio, l’economia americana è comunque cresciuta. Molte altre no;

• e, secondo e soprattutto, che l’accumulo di magazzino (un dato per definizione negativo perché rappresenta la produzione che resta invenduta) a gennaio è aumentato solo dello 0,16%, niente , cioè, rispetto al dato di febbraio maggiore di quasi dieci volte: una statistica, dunque, incoraggiante.

Però, decisamente per ora è troppo presto per qualsiasi vampata di ottimismo. E, in effetti, il rovescio delle fortune del PIL getta un allarme pesante davvero sulle previsioni della ripresa dalle quali, poi, dipendono ovviamente gli stessi piani di spesa previsti da Obama[48].

Sembrava che alcuni segnali, provenienti dall’ISM, ad esempio, l’indice dei managers agli acquisti, potessero indicare che questo trimestre il calo della produzione sarebbe stato un po’ meno ripido[49]. Invece, comunica poi ufficialmente la Fed, mentre corregge il declino di dicembre precedentemente annunciato dallo 0,6 a ben cinque volte tanto, al -2,9%, la caduta della produzione industriale a gennaio è arrivata al -2,5%.

Il che porta il crollo medio annuo degli ultimi tre mesi a un incredibile, catastrofico, -26,7%, con una tasso di utilizzazione degli impianti nel settore manifatturiero del 68%, più basso e di molto di qualsiasi altra percentuale dal 1987, cioè dall’inizio della serie di registrazioni attuali. Ora, quando l’utilizzazione degli impianti cala tanto, riportarla a regime come prima non sarà facile: bisogna riattrezzare gli impianti, riaccendere i forni, ecc.

Ma, soprattutto, nulla cambierà per il meglio fino a che il sistema bancario non si ristabilizza, certo non più su basi tanto fantasiose come quelle su cui s’era gonfiato finora, e non si rimette in moto. Ma ancora più straordinario è che della cosa non abbiano quasi parlato i media, giacché la notizia è comparsa solo nei fogli specializzati e specialistici[50].

Intanto è stato Obama ad annunciare direttamente al Congresso nel suo primo discorso che – per far fronte ai buchi gravissimi dell’economia e sostenere una ripresa sempre più necessaria, compreso il bisogno cui lui resta impegnato di riformare quest’anno il sistema sanitario nel senso dell’universalizzazione, anche se non, non ancora, con la totale copertura per tutti – il rapporto deficit/PIL toccherà e supererà i 1.750 miliardi di €, il 12% (quello medio europeo, per dire, non sarà certo al 3% voluto dai parametri ipocritamente dettati dalla Commissione ma sicuramente sarà a meno della metà).

Il tutto all’interno di un bilancio 2009-2010 di 3.500 miliardi di $ e della proposta di alzare le tasse di 1.000 miliardi di $ in dieci anni: ma facendole pagare, promette, ai redditi più alti. E’ stato un discorso volutamente teso non tanto a gelare il pessimismo quanto a rilanciare la speranza ma cambiando completamente strumenti e approccio.

E’ questa la novità presa molto sul serio da una parte importante dei repubblicani, allarmatissima perché gli crede. Lo prendono sul serio, per lo stesso motivo, molti democratici, tutti quelli che si erano sentiti a lungo frustrati dalla sua inutile ricerca del consenso bipartisan e q     uelli convinti che la cura deve essere davvero da cavallo, stavolta.

E, stavolta, scrive Krugman – democratico di ferro e, anche, Nobel dell’Economia del 2008 – “sarebbe una profonda rottura non solo con le politiche degli ultimi otto anni ma anche con tutte le tendenze di politica [economica] degli ultimi trent’anni”, a partire dalle bestemmie di Reagan che dalle ineguaglianze crescenti voleva veder crescere più ricchezza ma anche, sottolinea lui senza dirlo, gli otto anni che una volta chiamò del “liberismo sguaiato” di Clinton.

Se adesso riesce a far passare attraverso il Congresso qualcosa di simile al piano che gli ha presentato, avrà reindirizzato l’America su un corso fondamentalmente nuovo[51]. Il “se riesce a far passare”, un  qualche poco scettico, di Krugman è motivato proprio dai tanti democratici clintonian-conservatori che allignano nelle fila della maggioranza numerica, specie alla Camera dei rappresentanti.

Krugman, che finora nel campo della sua competenza – come abbiamo già visto nelle precedenti Note congiunturali e vedremo ancora – a Obama non ha risparmiato critiche da Cassandra e suggerimenti da Socrate, stavolta ha davvero speranza… E anche noi.

Secondo alcune fonti ci sarebbero stati anche alcuni segnali di ripresa del mercato edilizio: è l’Associazione nazionale degli agenti immobiliare a dirlo che, però, è da prendere con le molle essendo stata, nel recente passato, fonte di dati e stime enormemente gonfiati a sostegno dei propri affari, quindi da prendere con le molle: a dicembre le vendite concordate ma ancora non sottoscritte sarebbero salite del 6,3%... Ma, appunto, bisognerà vedere i dati reali e finali[52].

Il dato finora sicuramente accertato è che l’inizio di costruzione di nuove case è sceso in un anno del 56,2% a 466.000 unità, il più basso mai registrato. Ci sarebbe già sul mercato, in effetti, una montagna di case invendute: il prodotto di sequestri di proprietà edilizie passate per fallimento a moltissime banche[53]. Un indice specializzato nella registrazione dei costi e prezzi delle case, lo S&Poor’s/Case Shiller, segnala, d’altra parte, che a fine anno stavano crollando al ritmo più elevata di sempre, del 18,2% nel quarto trimestre del 2008, con prezzi che sono scesi a queli del tero trimestre del 2003[54].

I dati di gennaio sull’occupazione/disoccupazione, resi noti a inizio febbraio, attestano di una situazione sempre peggiore. La perdita di posti è diffusa in tutto il settore manifatturiero e in quello dei servizi rafforzando il quadro di un’economia che si va contraendo al ritmo più accelerato ormai da decenni.

Le buste paga del settore non agricolo si sono ridotte nel mese di 598.000 unità e i disoccupati, nel deliberatamente sottostimato conteggio ufficiale, salgono a fine gennaio al 7,6% dal 7,2 di dicembre. Dal dicembre del 2007 le buste paga sono diminuite di 3.600.000, con oltre la metà del calo concentrata negli ultimi tre mesi.

Quello cui stiamo assistendo – commenta Larry Mishel, presidente dell’Economic Policy Institute (EPI), istituto di ricerca vicino ai sindacati che ora, dopo essere stato emarginato per anni, viene citato con grande attenzione dai grandi giornali, visto che è fra i pochi ad aver previsto con chiarezza come stavano andando le cose – è una specie di horror show. A stare a tutti i dati disponibili (caduta dell’occupazione, delle ore lavorate, aumento dei disoccupati, riduzione del rapporto tra occupazione e popolazione attiva) questa è la recessione più profonda degli ultimi quarant’anni, inclusa quella terribile dei primi anni ‘80[55].

E questo senza neanche considerare che “per quanto difficile da credere l’economia ha quasi certamente perduto più posti di lavoro a gennaio dei 597-598.000 di cui dice il BLS[56].

Viene opportunamente segnalato – oggi che si vede chiaro come l’ottimismo sia un peccato mortale, al contrario di quanto spacciano gli imbonitori dovunque – che Obama ha assolutamente ragione quando parla papale e papale di “disastro” economico. In realtà, sottolinea l’osservatore in questione, “l’economia sta precipitando più velocemente di quanto riesca a marciare Washington. Il presidente Obama dice che il suo piano di stimolo salverà o creerà quattro milioni di posti di lavoro in due anni. [Ma] solo negli ultimi quattro mesi del 2008, l’occupazione è calata di 1,9 milioni di unità. Fatevi un po’ di conti[57]

Si comincia così bene a capire perché Obama insista tanto a spiegare al paese che con tutta l’enormità del pacchetto di stimolo e del pacchetto di salvataggio che è riuscito, alla fine, a far passare al Congresso malgrado il boicottaggio repubblicano, non sarà né facile né rapido[58] tirar fuori il paese e l’economia globale dai guai in cui è affondata.

In fondo, la diagnosi è quanto mai lineare: col declino vertiginoso nei prezzi e nel valore delle case, forzato dai subprimes e dalla crisi ipotecaria, con lo svuotamento dei portafogli azionari messo in luce da una montagna di derivati che arriva al cielo, con l’alt all’erogazione di molti fondi statali ai governi locali e con lo svuotamento del potere d’acquisto di salari e bilanci d’impresa, il paese è ora obbligato a fare i conti con il mondo in cui era convinto di essere e riscoprire quello in cui invece realmente si trova...

Però, proprio ora che gli Stati Uniti avrebbero più bisogno che mai del massimo di investimenti esteri in arrivo, l’afflusso di capitali  rallenta notevolmente: soprattutto – ed è significativo – per il lungo termine sul quale, evidentemente, ora i ricchi stranieri si fidano meno[59]… Dice il governo che mentre i bonds, i buoni del Tesoro, sono diventati il prodotto americano maggiormente esportato l’acquisto netto di titoli americani, comprese dunque azioni, obbligazioni, assets in generale, nel 2008 è caduto a 412,5 miliardi di $, meno della metà dell’anno prima e la quantità più bassa arrivata negli USA dal 1999, quando il bilancio degli Stati Uniti era in buon attivo, peraltro.uandio il governo americnao avavea un buon attivo di bilancio al contrario di ora…

Anche per questo comincia, in questo paese, a sentirsi forte un problema serio. Nel mezzo di questa crisi che, per domanda calante e scarso credito disponibile, sta già di suo paralizzando gli scambi a livello mondiale, salgono in America voci e preoccupazioni che chiedono misure protezionistiche (aiuti di Stato, tariffe e dazi sull’import): comunque motivati, in realtà per difendere dalla concorrenza estera l’industria e i servizi americani. Da parte sia politica che sindacale.

Qui, in particolare, c’è poi una dose di ipocrisia del tutto aberrante. Sul WP si lamenta con forza la crescita del protezionismo tedesco: lì, dice[60], le banche, parzialmente di proprietà del governo, danno sussidi alle imprese. E dimentica che il governo americano, attraverso il Tesoro, sta sussidiando le sue banche per 700 miliardi di $ e, attraverso la Fed, per altre migliaia di miliardi, forse.

Le garanzie erette dalla legge americana a difesa delle industrie farmaceutiche e dei loro brevetti cosa sono, poi, se non forme di protezionismo? così come che altro sono le regole imposte dagli ordini professionali che tengono fuori la concorrenza dei professionisti stranieri (medici, avvocati, ingegneri) ma si oppone sistematicamente a difendere i posti di lavoro dei camerieri, delle donne delle pulizie, dei portieri d’albergo, dei manovali…

Sempre più chiaro sta diventando che, all’inizio della crisi finanziaria in America, ci fu anche un vero e proprio “complotto” tra autorità monetarie e governative (Bernanke per la Fed, Paulson e Bush per l’Amministrazione) a diffondere panico con notizie gonfiate a piene mani nel Congresso in modo da obbligarlo a inizio ottobre a passare in fretta e furia il pacchetto di salvataggio iniziale di Bush, 700 miliardi di $, senza fare troppe domande.

Si trattava di imporre, per esempio, la massima urgenza al panico da crisi per impedire che a qualcuno venisse in mente di porre qualche condizione seria al salvataggio come la cancellazione dei dividendi agli azionisti e il tetto ai compensi di managers e dirigenti delle banche salvate o altre misure tendenti ad assicurare che agli investimenti pubblici necessari facesse riscontro, comunque,un qualche “equo ristorno/ritorno”.

Questo, diffondere il panico[61], spiega – spiegherebbe[62]… – perché vennero lasciate andare a fondo sia la A.I.G., le assicurazioni, che soprattutto la Lehman Brothers (altrimenti perché loro sì e altre grandi banche no?): per consentire settimane e mesi di lauti e immeritati guadagni ancora alla confraternita dei “gatti grassi” a Wall Street…

La tesi – audace: ma non più di tante altre avanzate e difese da questo Autore e poi, a posteriori, sostenute dall’evoluzione dei fatti – è che Ben Bernanke – presidente della Federal Reserve, una specie di cooperativa privata di banche private (non è un istituto pubblico come la Banca centrale europea o quella inglese, per capirci; né é una Banca centrale tenuta, come tutte per quanto indipendenti siano poi  formalmente, alla fine a rispondere al “pubblico”: parlamento, governo, opinione): qui sono, infatti, le singole banche private a costituire il sistema federale della riserva statunitense – ha utilizzato i meccanismi del sistema per difendere i profitti e le rendite dei dirigenti di tutte le banche affiliate e dei loro azionisti… Alla faccia degli interessi veri dell’economia e del paese nel suo complesso: che propriamente non è il suo mandato…

usdsto studioso e poi dimostrat

Il Senato, nel procedere all’approvazione del pacchetto di rilancio di quasi 900 miliardi di $ per l’economia reale è riuscito a tagliare qua e là le spese, ma anche ad aumentarle qua e là aggiungendone di propria iniziativa.

Comunque, è quasi riuscito, per dabbenaggine sostanziale dei democratici – e aiutato anche dall’inutile smania di Obama di convertire i repubblicani a una politica bipartisan che, però, repelle al loro DNA – a rovesciare, almeno per qualche giorno, sul partito del neo presidente la colpa della catastrofica crisi economica e finanziaria scatenata dalle politiche deregolatorie e liberiste di Bush, presentando i democratici come spreconi del pubblico denaro e spingendoli costantemente sulla difensiva (lo slogan “privato buono, pubblico cattivo” anche se respinto nettamente alle urne fa ancora presa su molti.

C’è voluta una controffensiva diretta e dura, pubblica, per televisione e in diretta del presidente per dare ai più pusillanimi dei democratici al Senato la convinzione di rifare blocco e portare, prima, la Camera dei Rappresentanti a rivedere alcune misure che, per qualsiasi lavoro edilizio finanziato con fondi pubblici avrebbero consentito solo l’uso di “acciaio e ferro americano”. Adesso c’è almeno una clausola a specificare che l’America rispetterà i suoi obblighi internazionali (gli accordi dell’OMC, il WTO, gli accordi NAFTA, ecc.), ma non è che poi sia così convincente[63].

Non è qui, ora, il momento di discuterne a fondo, anche se la questione protezionismo sicuramente si riproporrà a breve. I punti di vista sono diversi: c’è chi ricorda che “quando l’industria di un determinato paese viene ferita da pratiche commerciali scorrette e sleali, il proteggerle è una linea giusta[64]: ma anche così, ogni misura diciamo attiva dovrebbe sempre essere messa in moto coordinandola sempre con gli altri e mirandola più al mercato interno che a quello internazionale – dove in Europa, però, il mercato interno ormai è l’Europa stessa – se no, ti si rivolta contro.

In effetti, la crisi morde qui, come in Europa, e ferocemente, in specie ora sull’auto. E’ un fatto che gennaio sia stato il mese peggiore da decenni per le vendite di auto negli USA: in Cina sono state acquistate in un mese un numero maggiore di auto nuove delle 657.000 vendute in America. Le vendite della General Motors sono scese del 49% rispetto a quelle del gennaio 2008, quelle della Ford del 40% , della Chrysler del 55%. E le vendite della Toyota stessa, oggi la fabbrica di auto più grande del mondo, sono scese in America del 32%[65]. E, da noi, in Europa molti reclamano già, d’altra parte, che se il governo americano aiuta l’auto di Detroit (con misure protezionistiche, sussidi, ecc.) bisogna che i governi europei o, magari, nel suo insieme l’Unione, aiutino la produzione di auto dell’Europa).

Il punto, lo coglie assai bene, già nel titolo, dal punto di vista più tradizionalmente liberista ma non per questo necessariamente più alieno dalla realtà, un altro pezzo del NYT che mette con accuratezza i puntini su tutte le “i”, dicendola tutta: il fatto è che Se noi ci mettiamo a comprare americano, poi americano non lo compra più nessun altro[66] Per noi, però, vale anche il rovescio.

A gennaio, un dato in assoluta controtendenza, si registra un “improbabile rimbalzo”, come lo chiama il NYT, delle vendite al dettaglio che, su dicembre, salgono dell’1%[67], spinte saldi, tagli anche fuori stagione dei prezzi molto aggressivi, vendite paghi uno e prendi tre, ecc., ecc., dopo la  pessima stagione delle vendite natalizie. Ma chi diffonde la notizia, il dipartimento del Commercio, invita esso stesso ad aspettare conferma…

Il vero interrogativo di fondo è che non basterà probabilmente a tirar fuori l’economia americana dalle peste nelle quali è affondata neanche quel che Obama vuol fare. Perché non è un problema solo. Sono tre i grossi ostacoli sulla sua strada.

•   Il primo è un problema di scala: gli 800 miliardi di $ del suo pacchetto per la ripresa sembrano tanti, ma sono in parecchi (i due premi Nobel vicini a lui, Krugman e Stiglitz, tra gli altri) a considerare che ci vorrebbero due o tre volte quella cifra per produrre una svolta di qualche consistenza effettiva.

•  Il secondo è il problema del tipo di azione necessaria sull’altro fronte, quello del salvataggio finanziario: il sistema – ancora malfunzionante malgrado i salvataggi già fatti – ha bisogno di molto di più in quantità e anche più di uno stimolo fiscale – per via di bilancio, cioè – e l’unico mezzo appropriato a rimettere in moto il meccanismo bancario è la nazionalizzazione piena, cioè il controllo effettivo, delle banche per garantirsi che adoperino i soldi ricevuti – soldi pubblici, dopotutto – per riaprire il credito e fare gli investimenti indispensabili alla ripresa.

    Il che significherebbe, in pratica e presto, chiudere e liquidare alcune targhe prestigiose e colossali— per dirne una che viene subito in mente, Citigroup  che si sta avvitando a spirale verso l’insolvenza. Ma c’è una resistenza forte e tutta ideologica, diffusa anche tra i democratici, a questa prospettiva.

    Viene in evidenza, ad esempio, anche in un pur eccellente articolo recente sul NYT [68]. Considera con lucidità la possibilità che ormai il sistema bancario americano sia praticamente insolvente e non la esclude per niente; arriva alla conclusione che, forse sì, la maniera più efficiente per risolvere la situazione sarebbe che il governo si comprasse i titoli tossici che paralizzano il loro funzionamento: cioè, le nazionalizzi. Ma l’idea la ostracizza, per ragioni “ideali”, dice (il socialismo c’è, nei fatti, come proprietà pubblica ormai obbligata di mezzi finanziari una volta privati: ma non va detto perché non è… americano).

    E, infatti, emerge che il governo dovrà allargare di molto le garanzie di copertura che ha offerto proprio alla Citigroup, comprandole molti altri assets andati a male o quasi, perché malgrado gli stramiliardi già in pratica regalatile altrimenti andrebbe subito, di nuovo, a gambe all’aria[69]. Si tratta di una delle istituzioni maggiori e più indebitate del paese che, se crollasse, trascinerebbe con sé milioni di cittadini e perciò non può essere lasciata fallire.

    Rimarrà in carica il dirigente massino del gruppo, ma il Consiglio d’Amministrazione verrà – viene annunciato – largamente rimaneggiato anche se Tesoro e Fed rifiutano, ancora, di prendere in esame l’opportunità di fare la cosa più chiara e pulita: visto che ormai, nei fatti, e in base alla proprietà delle azioni, la banca è di proprietà pubblica o comunque già sotto controllo maggioritario dell’azionista pubblico, nazionalizzarla tout court.

    E’ che non viene ancora affrontato il nodo vero di tutto il piano di salvataggio, la domanda di fondo: questi titoli vanno ricomprati al valore di mercato, cioè praticamente zero, azzerando dunque il valore di tutti i pacchetti azionari oltre i 100.000 $ garantiti per legge? oppure il governo – pantalone, cioè – dovrebbe caricarsi di sussidiare al prezzo che vogliono gli incauti azionisti?

•   Il terzo ostacolo sul percorso di Obama è che la crisi è davvero globale: se non c’è una riforma simultanea del sistema squilibrato del commercio mondiale, l’economia americana non può ritornare normale perché proprio la globalizzazione, così stando le cose, ha irrimediabilmente minato la forza produttiva degli USA con una serie infinita di deficit commerciali che si è tradotta in una dipendenza debitoria esiziale.

Per funzionare, queste cose dovrebbero non solo succedere ma, anche, succedere insieme, con ben altri tempi ed altre dimensioni. “Disastro”, ha detto Obama. “Prospettive davvero spaventose”, dice il Levy Economics Institute del Bard College, un prestigioso istituto di ricerche economiche keìynesiane di una piccola e famosa università provata che, di regola, non si lascia andare al linguaggio emotivo.

Nell’ultima analisi aggiornata della situazione economica che ha stilato a gennaio[70], l’Istituto in sintesi spiega che

•   “primo, la crisi finanziaria del 2007-2008 è stata resa globale dal deficit americano dei conti correnti. Il problema è stato che l’uscita di dollari dagli Stati Uniti venne re-investita sul mercato dei capitali statunitense, producendo così valori inflazionati degli assets, nell’edilizia anzitutto, cui va fatta risalire direttamente la bolla speculativa e il crollo del settore ipotecario dei subprime; e

•   secondo, ormai tutti dipendono dal cronico deficit commerciale americano come mezzo per mantenere liquidità nel sistema finanziario. Siccome il dollaro resta sempre la valuta di riserva internazionale più largamente usata, il debito estero di tutti i paesi del mondo è esso stesso largamente denominato in dollari.

    E la conseguenza è che, a causa dell’alto grado di integrazione finanziaria globale, ogni eventuale riduzione della bilancia commerciale statunitense comporterebbe effetti negativi per molti paesi dappertutto nel mondo— per esempio, per tutti i paesi che dipendono dall’export verso gli USA per finanziarsi il loro stesso debito”.

Conclusione del Levy Institute: “gli Stati Uniti, in quanto economia più forte del mondo, hanno utilizzato la loro posizione di privilegio per prendere in prestito più soldi di quelli cui avrebbe potuto accedere ogni altro paese e, adesso, hanno sulle spalle un ammontare di debito estero che non ha precedenti”. E questo stato dei fatti “trasmette instabilità a tutti gli altri paesi”. E, all’interno, alimenta – ha alimentato – la bolla speculativa edilizia costruita su assets proprietari dal valore in questo modo gonfiato. E che poi – inevitabilmente – si è sgonfiato trascinando alla catastrofe…

Adesso? Adesso, stringe il documento, ci vorrebbe un pacchetto di stimolo da 2.000 o più miliardi di $, non il 3% del PIL in deficit ma forse in deficit una spesa dell’8-10% del PIL. Pure, pare francamente difficile che “questo livello di indebitamento possa essere tollerato per ragioni puramente politiche” così come non pare credibile che la conseguenza non sarebbe quella di “terrorizzare i creditori principali degli USA”, come la Cina, costringendoli a ritirare o a convertire i dollari loro che, tenuti in America, la finanziano giorno per giorno e anno per anno… 

Le oscene gratifiche graziosamente autoelargitesi da dirigenti di banche ed imprese a Wall Street che hanno appena finito di licenziare migliaia di dipendenti, imprese magari tirate su per i capelli dal baratro del fallimento solo grazie ai sussidi pubblici federali – uno scandalo sul quale da anni e anni richiama l’attenzione in ogni modo, anche con una rubrica dedicata e documentata sul suo sito, la federazione sindacale AFL-CIO[71] – fanno finalmente scandalo anche alla Casa Bianca.

Spara a zero Obama: Wall Street che si autoassegna gratifiche da 18,4 miliardi di $, dopo aver fatto fallire centinaia di banche, di piccole e grandi imprese e milioni di piccoli azionisti “è il massimo dell’irresponsabilità”. E un “insulto” ed una “vergogna” è che Citigroup, dopo essere stata salvata coi soldi dei contribuenti a novembre si compri adesso un nuovo aereo da 50 milioni di $ per l’uso esclusivo e non necessariamente per ragioni di lavoro dei propri dirigenti…

Certo, sono bruscolini, nota il NYT[72] che ne riferisce. Come bruscolini sono il milione di $ spesi da John Thain, presidente della Merrill Lynch, per rifarsi l’arredamento dell’ufficio nel 2007 (un cestino per la carta straccia da 1.500 dollari, una tazza del cesso superlusso da 35.000 $...): quella stessa banca fallita e ripescata dalla Bank of America e, poi, salvata essa stessa da miliardi e miliardi di $ di salvataggi statali. E’ come quando da noi dicono che 15-20.000 € al mese a un deputato sono “bruscolini” di fronte al deficit o al debito pubblico. Vero, anche moltiplicati per 900 che sono, bruscolini restano. Ma non per questo fanno meno scandalo.

Insomma, anche l’osservatore che stila la nota che veniamo citando – buon amico da sempre, com’è, di banchieri, gestori di capitale e dirigenti – pur cercando di sminuire e annacquare, non può fare a meno di riconoscere che questa gente proprio se l’è voluta perché non sembrano aver imparato niente dall’esperienza fatta e fatta subire a tanti americani.

Messa semplicemente, il problema è proprio che questa gente che di se stessa pensava di essere la più in gamba di tutti – e veniva pagata di conseguenza – dopotutto tanto dritta non era proprio per niente. Lo pensava soltanto. Sono stati loro a far crollare il sistema finanziario. Hanno perso tanti di quei soldi che solo il governo ormai li poteva salvare. La sgridata che si sono presi dal presidente questa settimana, per dura che sia stata – e lo è stata – indica che adesso la  dovranno pagare cara –­­ e aggiungerei meritatamente – per molto, moltissimo,tempo”.

Meno comprensivo, ma anche nei confronti di Obama, si mostra il suo supporter politico ma puntuale critico economico (è troppo timido, dice…), Paul Krugman, premio Nobel dell’Economia nel 2008. Scrive[73], durissimo: “Domanda: ma che succede se uno perde un sacco di soldi altrui? Risposta: incassa un grosso regalo dal governo federale— ma il presidente, prima di sganciargli il malloppo, gli dice cose molto feroci. Sono ingiusto? sono parziale? lo spero proprio”, ma non ci credo tanto…

Poi, sempre Krugman, col voto finale sul pacchetto Obama – quello che vuole far ripartire l’economia reale – alla Camera, ritoccato e annacquato –  proprio come Obama non voleva – per il filtro dei moderatismi coalizzati dei due partiti, e subito prima che affrontasse il passaggio al Senato col rischio nient’affatto teorico di essere ancor più sterilizzato, sbotta (e, per quello che vale, a parte qualche spunto un po’, come dire?, protezionistico (perché, se cominciano loro[74]…) si capisce bene il suo sdegno civile e morale):

Come chiamereste voi – chiede – qualcuno che elimina centinaia di migliaia di posti di lavoro americani, priva di cure sanitarie adeguate e del potersi arrivare a sfamare milioni di persone, sfianca il sistema scolastico ma offre un regalo da 15.000 $ a chi sta già bene di suo per farsi il ritocco alla casa?

    Un orgoglioso centrista, ecco come si chiama. Perché è quello che hanno appena finito di fare i senatori che alla fine hanno dettato il da farsi alla legge sullo stimolo.

    Ma anche se fosse passato il piano originale di Obama – sugli 800 miliardi di $ di stimolo fiscale, con una parte rilevante del totale concentrata, però, su tagli alle tasse quanto mai inefficaci – non sarebbe stato esso stesso sufficiente[75].

E, poi, c’è il dubbio di fondo di questo spettro largo di opinione, il nocciolo duro degli elettori di Obama, chiamiamoli pure la gente di sinistra in America, i progressisti. A tutti loro è chiaro che il ministro del Tesoro, Timothy F. Geithner, intende, e Obama lo sostiene, usare per dare una mano al sistema bancario (per il quale ormai diventa ineluttabile un secondo, gigantesco pacchetto di salvataggio) i dollari dei contribuenti – “degli insegnanti, dei pompieri, di Pantalone, per proteggere gli azionisti e gli alti compensi dei vertici delle banche[76]. Questo è il procedimento concreto che sembra stare dietro tutte le grandi elucubrazioni sui salvataggi.

Il pacchetto di salvataggio dell’economia reale passa al Senato senza che gli appelli del presidente vengano minimamente ascoltati— e a dimostrazione che anche qui, come da noi a parti rovesciate, alla fine la mediazione non paga, che come in fondo è “giusto” chi ha i voti dalla sua vince sempre: non un solo repubblicano ha votato sì alla Camera e solo tre alla fine al Senato (dove però il pacchetto, pure passato con uno score molto alto comunque, 61 voti contro 37, è riuscito a sbloccare il tentativo di ostruzionismo repubblicano solo grazie a quei tre voti che hanno mandato a quel paese i loro colleghi conservatori[77]).

Quanto al secondo pacchetto, quello dello stimolo finanziario alle banche e al credito, alla fine, le due versioni (819 miliardi alla Camera e 838 al Senato: anche, poi, con diverse coperture di bilancio proposte) sono state, e anche rapidamente, come dicono qui “riconciliate” (come da noi, una legge va approvata nei due rami del parlamento in versione identica, fino alla virgola ultima).

Il pacchetto bancario è stato ridotto nel complesso a 787 miliardi di $[78], col senatore Harry Reid, il capo del gruppo parlamentare democratico della Camera alta che lamenta, però, che per farlo passare è stato necessario tagliare ancora alcuni miliardi di $ da programmi, per esempio di aiuto alla ricerca scientifica di base, che pure sarebbero stati necessari.

Per sintetizzare al massimo, il pacchetto Obama licenziato dal Senato, che adesso in questa versione allargata si chiama Piano di stabilità finanziaria, prevede uno sforzo congiunto di Tesoro, Federal Reserve e FDCI, l’ente di riassicurazione federale che garantisce i primi 100.000 $ di ogni deposito bancario “per attaccare su tutti i fronti la crisi del credito”.

Alla fine della fiera, e in contemporanea, dal discorso del segretario al Tesoro[79], subito prima del voto al Senato, viene fuori che l’altro piano di salvataggio proposto dal presidente per il sistema finanziario americano sarà assai più ingente degli 800 miliardi previsti – forse tre volte tanto, sui 2.500 miliardi di $ – e sarà messo in moto col concorso, appunto, di Fed, FDCI e capitali privati da mobilitare col loro pungolo. E che, soprattutto, sconta un ruolo del potere pubblico – che dopotutto i soldi li tira fuori – nei mercati e nelle banche molto più vasto e “intrusivo” di quanto mai sia stato finora dalla crisi degli anni ’30 del secolo scorso.

Sono subito entrati in fibrillazione a Wall Street dove sempre e comunque, anche quando le chiedono loro, odiano le intrusioni e dove la Borsa ha reagito assai male, impaurita proprio dalla limitazione delle selvagge e consuete libertà imposta ora al mercato.

Il piano Geithner dice che alle banche, se ne hanno bisogno e lo chiedono, arriveranno altri abbondanti pubblici afflussi di liquidità; che la Federal Reserve espanderà il suo programma di prestiti; e che agli investitori privati andranno forniti incentivi sufficienti a far loro comprare gli assets tossici accumulati da tante banche. Più in dettaglio,   

ora sono tre i fattori chiave di questo piano:

•     l’iniezione di nuovi capitali nelle banche: cui, però, viene ora imposto di passare per quello che Geithner chiama “un test globale sotto stress” utile per valutare i rischi presenti nei loro bilanci e  per imporre trasparenza e pubblicità. Su questa base, il Tesoro farà valere condizioni severe a garanzia dell’utilizzo di questi capitali per “generare un livello di prestiti più elevati di quanto sarebbe stato possibile in assenza di sostegno pubblico”. Per questo il Tesoro istituirà un nuovo Fondo di stabilità finanziaria per la custodia dei suoi investimenti nelle banche.

•     un Fondo di investimento pubblico/privato: con capitale (presumibilmente il molto che resta dal piano di salvataggio iniziale che prendeva il nome dall’ex segretario al Tesoro Paulson e che ora il piano Geithner, con queste nuove regole, rimpiazza) e finanziamento pubblici capaci di mettere in moto anche capitali privati e comprare dalle banche titoli, obbligazioni, proprietà. Il Tesoro si aspetta che questo “sforzo congiunto” costerà inizialmente sui 500 miliardi di $ ma che, alla fine, l’ammontare  potrebbe arrivare al doppio. Specificando che spetterà al settore privato definirà il prezzo degli assetstossici”.

    Ma come, chi, con quali poteri di decisione finale esattamente? Geithner ha detto che l’Esecutivo dovrà poi discuterne i dettagli col Congresso per cui, al momento, non intendeva rendere pubblici altri dettagli al di là dell’informazione che “il Tesoro sta studiando una vasta gamma di strutture diverse per il programma, riservandosi di ricevere suggerimenti ed informazioni dagli attori del mercato e dal pubblico cammin facendo”.

•    l’espansione del programma ad includere un qualche copertura delle ipoteche finite nei guai.

Il programma dovrebbe, secondo la proposta di Geithner, coprire anche il rilancio di “un piano casa complessivo”, con almeno “50 miliardi di $ di aiuto per ridurre le rate mensili in linea con polizze assicurative e prestiti dal rendimento prudente a lungo termine” (dizione che, bisogna dire, proprio chiara, volutamente peraltro, non è…).

Ma restano un mucchio di dubbi su come, con quanto successo, questo Fondo di investimenti pubblico/privato riuscirà ad eliminare tanti titoli “tossici” dai libri di queste banche. Geithner è sembrato molto esitante, sia nello spiegare che nel rispondere alle domande, senza riuscire a far dimenticare a nessuno che lui era stato sempre uomo del sistema finanziario, presidente della Fed dello Stato di New York, co-autore del piano Paulson sotto Bush.

E, adesso, se il nuovo piano rappresenta un deciso passo avanti, un’iniezione fortissima (il 7% del PIL: per dire… da noi, in Italia, finora è stato sì e no, e male, lo 0,4%) di ricarica dell’economia, per capire i particolari forse bisognerà aspettare non solo il testo completo della legge proposta ma che si calmino, per ragione o per forza, i timori di “ingerenza” che banche e Borsa nutrono nei confronti del governo… per riflesso quasi condizionato visto che, mentre brontolano e schifiltano tanto, al governo sanno di doversi rivolgere, e si rivolgono, per essere salvate…

Non sono, infatti, per niente contrarie, banche e Borsa, a farsi salvare. Solo che vorrebbero essere salvate gratis. In ogni caso, i non chiarimenti e i farfugliamenti di Geithner hanno rappresentato, mediaticamente almeno, un passo indietro.

In sintesi, vi citiamo due pareri critici[80], e pesanti, su Geithner e sul suo piano – quando tutti sanno bene però che, alla fine, “qui si parrà la nobilitate” non tanto sua ma di Barak Hussein Obama. Il primo del Nobel che spesso si pronuncia senza timori e senza ipocrisie, per democratico convinto che sia, Paul Krugman, il secondo di un osservatore qualificato britannico, Martin Wolf del Financial Times:

• Krugman: “Ho provato a capire qualcosa del piano finanziario di salvataggio che Geithner ha presentato. Ma non è proprio chiaro quel che significa: c’è un’interpretazione a dire che, tutto sommato, poi non è tanto male; ma non è chiaro per niente se è l’interpretazione corretta”…;

• Wolf: “Il programma bancario sembra un’altra creatura degli interventi del passato anno e mezzo: ottimisti e esitanti. Se fallisce anche questa ‘progenie del programma di sollievo degli assets tossici’ accumulati, è la credibilità del signor Obama che ne uscirà rovinata. Adesso, in altre parole, è il momento di una qualche azione che sembri vicina a portare alla soluzione del problema. E questa, in ogni caso, non sembra proprio esserlo”…

• Poi sempre Krugman, che tampina giorno per giorno la crisi nei suoi articoli sul NYT, subito dopo l’approvazione del pacchetto al Senato scrive di un fallimento globale del paese nel far fronte alla sua gravità: “secondo ogni normale regola della politica, l’accordo raggiunto questa settimana dal Congresso su un pacchetto di stimolo economico ha rappresentato una grande vittoria per il presidente Obama. E’ riuscito a strappare loro, più o meno, quel che chiedeva: quasi 800 miliardi di $ per rilanciare l’economia, con la maggior parte dei quattrini poi destinati alla spesa piuttosto che a tagliare le tasse. Stappiamo lo champagne, dunque!

   Oppure no. Questi, infatti, non sono tempi normali e le regole normali della politica, perciò, non valgono: la vittoria di Obama sa più di un po’ di sconfitta. Lo stimolo aiuta, ma è inadeguato, specie in combinazione con un piano deludente di salvataggio delle banche. E la politica dietro le battaglia per il piano di stimolo ha reso insensati i sogni bipartisan di Obama[81].

Dunque, problemi politici e problemi economici niente affatto risolti. E Krugman spiega in dettaglio perché e come. Con grande severità. Politicamente, i repubblicani sono più impegnati che mai in quella che uno dei loro più razionali e massimi esponenti, l’ex presidente George Bush sr,, il primo Bush, aveva bollato una volta come l’economia del vodoo: bilanci in rosso e debito estero colossale, guerre dispendiose nel mondo fatte tutte a credito…

E obbligati a tener conto della pressione fanatica dei loro gruppuscoli, ma tanti e variegati, di fondamentalismi evangelici, di piccolissimi, piccoli e grossi proprietari – ma proprietari comunque – di redditieri di ogni caratura, di ogni varietà politica e politicante dei neo-cons – che fanno e faranno una guardia occhiuta e ringhiosa al disastroso lascito ideologico e pratico reaganiano in origine, volgarizzato poi dal piccolo Bush il piccolo, contendendo qualsiasi visione anche solo un po’ diversa dalla loro in ogni primaria: da quella per l’elezione dell’accalappiacani di Wacahoota in Florida alla scelta del prossimo loro candidato presidenziale nel 2012.

Per questo era un sogno la visione bipartisan cui tanto teneva Obama che nel suo buonismo vuole essere comprensivo con tutti. E invece la politica è sempre scelta, sempre far contento qualcuno e  scontento qualcun altro. E’ vero dovunque, anche in Italia. Poi, e anzitutto, da parte democratica c’è la presunzione di una disponibilità della controparte: che non c’era. In secondo luogo, c’è la presunzione che le soluzioni stiano sempre al centro: quando i problemi attuali impongono invece ricette radicali. Infine, c’è la certezza che questa specie di ricerca forzata del centro in qualche modo prevarica sempre sulla democrazia: che è scelta fra proposte politiche, sempre, se no non ha senso.  

E questo è solo il primo dei problemi politici che ha Obama. Perché anche tra i democratici, tra molti dei suoi elettori, ce ne sono tanti cui tremano i polsi al solo pensiero – che ‘sentono’ antiamericano per cultura, educazione e definizione – di coinvolgere lo Stato, il governo, il pubblico nelle cose economiche… anche se poi lo fanno ogni giorno, ma senza confessarselo.

Poi c’è quella che a molti osservatori e tecnici – anche, ormai, a molti degli economisti che avevano sbagliato tutto ma oggi sono costretti a ripensarci – sembra l’inadeguatezza, comunque, anche del piano finalmente varato: troppi tagli di tasse, che servono relativamente a rimettere in  moto le cose, risultato della mediazione bipartisan che Obama ha voluto tentare, si è visto con quale successo. Il problema, infatti – il nodo dallo scioglimento del quale dipende ormai tutto – è se si scongelano  i mercati del credito convincendo, o costringendo, ma portando comunque le banche a ripristinare l flusso dei prestiti a PMI e clienti per rimettere in moto l’economia.

Il piano Geithner, di per sé, non è malvagio. Ma è “dannatamente vago. La proposta di un Fondo pubblico/privato sarà qualcosa di più di una copertura all’acquisizione di debiti tossici per liberare”, senza che ne debbano rendere davvero conto a nessuno, “le casseforti intasate di tante banche? o ‘il test sotto stress’ di Geithner sarà solo una specie di ingresso secondario per una nazionalizzazione (temporanea…) delle banche: la soluzione che un numero crescente di economisti, incluso il sottoscritto, ormai favoriscono? Nessuno lo sa”.

Già. Questo è il problema: il dubbio… E finora “la risposta dell’Amministrazione Obama alla crisi economica ricorda da vicino quella del Giappone negli anni ’90: un’espansione fiscale, di spesa, abbastanza vasta da scongiurare il peggio ma non abbastanza per rilanciare l’economia; sostegno al sistema bancario sì, ma riluttanza ad obbligare le banche a render conto delle loro perdite…  Non so voi, ma io sento una sensazione brutta alla bocca dello stomaco: che l’America non sta facendo fronte come necessario alla più grande sfida economica degli ultimi 70 anni… mezze misure, al meglio… Ma c’è ancora tempo per rovesciare la direzione di marcia e Obama deve mostrarsi più forte e deciso… Se no, il verdetto che emergerà da questa crisi è che no, non si può”.   

C’è, però, anche e va citata un’altra lettura più positiva, più ottimistica, tra gli osservatori e gli studiosi che hanno appoggiato Obama e che – è vero, subito prima del primo annuncio del piano Geithner – danno un giudizio più positivo dello stato degli atti, del pacchetto che si sta preparando. Ed è questa visione che, eloquentemente, mette giù per loro[82] un giornalista americano che scrive per i britannici. Certo, Obama “è lì da sole due settimane, scrive, ed è già sceso a compromessi su princìpi fondamentali, ha mollato timorosamente ai repubblicani e ai democratici conservatori in Senato e ha perso il controllo della sua agenda”, delle cose che vuole fare, che diceva di voler fare.

Ma un momento, dice, “un momento… noi progressisti, e io mi ci includo del tutto, siamo gente che si preoccupa sempre molto, e con ragione” visto che la marea del cambiamento non è andata negli anni recenti nella nostra direzione. Poi, in generale, siamo pessimisti, accentuiamo quel che è negativo. “Quando il conservatore su un compromesso grida al ‘tradimento’, noi sospiriamo rassegnati al che ‘tanto lo sapevamo’, presumiamo il peggio e assentiamo quando inevitabilmente il peggio si verifica”.

Ma pensateci un attimo, invita. “Due mesi fa, si parlava nervosamente di un pacchetto di stimoli da 400 miliardi di $. Adesso… parliamo almeno del doppio, per 500 miliardi di $ di spesa fresca… di gran lunga, la legge di spesa più ingente mai concepita qui negli Stati Uniti. I repubblicani sono allo sbando. Primo, è un tipo di approccio contrario a tutto quello in cui credono. Secondo, hanno perso all’improvviso un dibattito che credevano di stare vincendo.

   La settimana scorsa, se davate retta alle televisioni via cavo – in generale, qui, dominio incontrastato delle destre: strumento di fatto “inventato” da loro, come Berlusconi si inventò le “private “ da noi, ma lui sulla base di concessioni statali graziosamente elargitegli dagli amici e compagni politici suoi degli anni ‘80 – avevano messo Obama alle corde, facendo affondare nel paese come un masso il sostegno al pacchetto. Poi, ecco, esce, fa un discorso, un solo discorso, e neanche uno dei suoi migliori”, quello della denuncia di lor signori di cui parliamo subito, qui sotto “e all’improvviso sono loro che si scoprono perdenti”.

La realtà è che “la vera preoccupazione dei progressisti – che la spesa prevista da questa legge la volevano più grande e meno focalizzata sui tagli alle tasse – è centrata sul dubbio che funzioni davvero. Dicono che questa è la miglior occasione che ci si sia presentata da trent’anni a questa parte per dimostrare che il governo”, il “pubblico”, “è parte della soluzione e che adesso è questo che dobbiamo saper dimostrare. E qui sorgono i loro dubbi sulla possibilità che questa legge lo faccia davvero”.

Ma “potrebbe anche farlo e, poi, questa non è certo la sola occasione di far bene all’economia che avrà l’Amministrazione Obama”. In ogni caso farebbero bene a “riflettere i progressisti che hanno avuto l’80% di quel che volevano: e in politica, o in un matrimonio, o in ufficio, o dovunque portare dalla propria parte l’80% è cosa dannatamente rara”…

Obama non è sordo, però. Vede arrivare il pericolo di un qualche rigetto e coglie, per lo meno, l’istinto, diciamo pure populista, che urla la nella rabbia di tanta povera  gente: quanti sono stati o si sentono comunque fregati dai tanti lor signori che hanno fatto male il loro mestiere  e bruciato i risparmi di tutti. E, adesso, sta pensando di imporre, per legge, un tetto, un cap, come dicono qui ai compensi a venire di dirigenti e presidenti di impresa, e soprattutto di banca, salvate con soldi pubblici dal fallimento: non più, pare, di mezzo milione di $ all’anno… quisquilie per certi andazzi.

D’altra parte, nel 2008, Kenneth D. Lewis, presidente della Bank of America ha intascato stipendi e premi per 20 milioni di $ e Rick Wagoner della General Motors ne ha portati a casa 14,4, di milioni di $, prima di andare piangere miseria al Tesoro… E si è appena saputo che Sandy Weill, il presidente di Citicorp appena dimessosi, prima di andarsene ha portato con l’aereo della compagnia la famiglia in un residence di lusso da 12.000 $ a notte a fare le vacanze di Natale San José del Cabo, in Messico a spese (spese di rappresentanza) della Banca…

… quella Citicorp che aveva appena ricevuto 50 miliardi di $ dal salvataggio e licenziato 53.000 suoi dipendenti in tutto il mondo. Il fatto è che sono proprio fatti così, quelli di questa razza padrona, i caimani, un po’ in tutto il mondo. Come se le regole che valgono per tutti non fossero  fatte per loro e, a un livello appena più basso di reddito anche se nominalmente di prestigio anche più alto, per i politici, un po’ tutti, poi a veder bene. Dice Obama che, a nominare certa gente, anche capacissima, anche amica, ma distratta rispetto ai propri doveri civici (le tasse da pagare) ha fatto un errore: anzi, dice lui testuale: “I screwedHo fatto una caz..ta”.

Non l’ultima, poi. Si dimette, infatti, il suo terzo designato alla carica di ministro del Commercio, il senatore repubblicano del New Hampshire, Judd Gregg[83]— ma, almeno lui, non per evasione fiscale, proprio per ragioni politiche, perché tra lui e le scelte di Obama ci sono “conflitti irrisolvibili”: dove l’errore evidentemente consiste nel non essersene accorti prima, di questa come delle altre incompatibilità malgrado un filtraggio dei Servizi Segreti della Casa Bianca che evidentemente è peggiore di quello di una scolapiatti a buchi larghi. Ora il nuovo papabile, è Gary Locke, l’ex governatore democratico dello stato di Washington e primo sino-americano ad cocupare quella carica[84].

Intanto, però, Obama ha ben colto l’aria che tira[85] (che senza dare un segnale forte non sarebbe passata più nessun’altra misura di salvataggio, di cui ci sarà sicuramente bisogno) e la proposta di tagliare i compensi dei supermanagers e dei dirigenti al top l’ha fatta[86]. Popolarissima, subito. Ha fatto i calcoli, deplorando il fatto naturalmente, il Wall Street Journal, il vero quotidiano mondiale del capitale: se la regola obamiana fosse stata in funzione nel 2007, il presidente della Bank of America, Kenneth Lewis, avrebbe visto la sua busta paga tagliata da 16,4 milioni di $ a soli 2,25, otto volte di meno, visto che gran parte del suo salario era sotto forma di bonus e gratifiche[87].

Forse, per il momento, la parola finale al dibattito interno al campo progressista è nel contributo di Robert Reich, ex ministro del Lavoro del primo Clinton (mollò il secondo quando percepì i segni di una rapida rincorsa al centro e al moderatismo della sua presidenza) quando nota che La vera lotta comincerà quando lo stimolo verrà implementato e spiega, documentandolo, che “all’economia non si può porre un vero rimedio nel lungo termine senza investimenti pubblici di ordine significativo[88].

Dicevamo, però, che non è sordo, Obama. E neanche cieco. E che, quando ci vuole, sa anche arrabbiarsi. Alla conferenza stampa che gli serve a rilanciare, con successo, dopo i tentativi di ostruzionismo repubblicano il piano di stimolo economico dice, prima, “io sono sempre contento di recepire buone idee da tutto lo spettro della vita politica, sia democratici che repubblicani. Ma quello che non farò è ritornare alle teorie fallimentari degli ultimi otto anni, quelle visioni  che sono responsabili di averci cacciato tutti in questo guaio, perché sono state teorie sperimentate nei fatti e fallite negli esiti. E non è questa una parte essenziale di quello su cui abbiamo votato a novembre?

    Voglio dire, mi risulta un po’ difficile accettare le critiche a questo pacchetto di misure di salvataggio da parte di gente che ha presieduto al raddoppio del debito nazionale. Non sono affatto sicuro che abbiano ancora qualche credibilità, poi, questi severi catoni, quanto al loro grado di responsabilità sul piano fiscale[89].

Intanto, il presidente procede alla formazione del suo governo e dell’apparato tecnico-politico della Casa Bianca scordandosi, o a esser buoni mettendo per ora tra parentesi, le promesse di pulizia e trasparenza che escludevano dal suo team chi avesse conti in sospeso con la giustizia e ogni tipo di lobbisti, in nome della correttezza, dell’equità, del pubblico interesse.

E’ che, come tutti e come sempre – rafforzando, come dava per scontato il partito dei cinici machiavellici, nel senso peggiore – s’è rassegnato alle, o ha scelto anche lui di fare i conti con le realtà della vita. Nella sua squadra, infatti, come ministri erano stati introdotti due evasori fiscali – gente che sapeva di esserlo, come tutti gli evasori lo sanno, anche se poi, è vero, hanno confessato pentiti “di non averci fatto caso per distrazione” – uno come ministro del Tesoro, poi!

Che non si è dovuto dimettere (il nostro ministro del Tesoro è solo fiscalista e tributarista del premier, che si sappia non è un evasore fiscale e, comunque, non conclamato né di certo confesso), l’altro come ministro della Sanità che invece, come prima di lui ben due altri ministri nominati al Commercio e una consigliera del team interno della Casa Bianca, hanno sempre per lo stesso motivo, dovuto rinunciare. Come diversi altri personaggi designati per cariche di rilievo appena inferiore! Un altro candidato al Commercio, repubblicano lui, molla Obama: aveva pensato di poter collaborare, ma dice di non potere proprio…

Ed è anche un guaio, ad esempio, per la riforma della sanità che, con le dimissioni forzate del ministro designato Tom Daschle, perde un convinto e capace sostenitore e parte già adesso azzoppata. In squadra era entrato anche un vice ministro – della Difesa – che era stato per anni, e fino a pochissimo tempo fa, capo-lobbista di una grande industria, occupato a vendere sistemi d’arma del suo cliente al Pentagono che, d’ora in poi – lui non si è proprio dimesso – dipende da lui…

Ora, quella di Obama era stata una promessa molto sottolineata, e molti tra i suoi elettori sono in grande disagio a fronte di questo suo immediato dietro-front. E il sistema – con la trasparenza elettronica del web che tanto ha aiutato a portarlo alla Casa Bianca – adesso pesa su di lui molto, molto di più di quanto pesi il partito con le sue strutture, le sue tolleranze e i suoi compromessi di sempre[90].

Giorni fa chi scrive questa Nota è andato a rileggersi, trovando l’indicazione proprio leggendo Krugman, e scaricandosi il testo gratuitamente come e-book da Project Gutenberg[91]                                                                                                                                che lo rende disponibile on-line, le righe iniziali del libro, la “Grande depressione del 1930”, scritto da John Maynard Keynes, mentre stava elaborando ma prima ancora di redarre la Teoria generale. Un testo lucidissimo, che sembra scritto ieri, su come nasce una grande crisi economica.

E’ che – annota – ci siamo andati a  cacciare in una confusione totale, avendo messo senza neanche saper bene come le mani in un meccanismo assai delicato, il cui funzionamento non siamo in grado assolutamente di capire. Il risultato è che le nostre possibilità di creare ricchezza potremmo mandarle sprecate per qualche tempo— e forse anche per un lungo lasso di tempo”.

Ecco: la scarsità, vera, nota Krugman, allora come ora non era però neanche quelle delle risorse, degli investimenti, della produzione. La scarsità vera è quella delle conoscenze, del capire che fare e come. E, certo, oggi John Maynard Keynes come risorsa non c’è…

A lui, a Krugman, poi, tremano vene e polsi a leggere l’ultimo verbale della sessione del Comitato – economisti, tutti, banchieri di altissimo profilo, privato e pubblico – che, ogni mese, alla Fed si si riunisce a fissare, confermare o modificare, il tasso di interesse a breve, indirizzando – si spera… – il mercato. Ne riporta un passaggio, che definisce terrificante, in un suo editoriale recente[92].

Attesta il verbale che “tutti i partecipanti [tutti i capi della Fed delle principali aree degli Stati Uniti] hanno previsto che la disoccupazione rimarrà anche a fine 2011 sostanzialmente al di sopra del tasso sostenibile di lungo periodo, anche in assenza di altri shock [che, invece, sono probabili]; alcuni dei presenti hanno indicato che saranno necessari più di cinque o sei anni perché l’economia si metta a riconvergere su un percorso di lungo periodo caratterizzato da tassi sostenibili di crescita della produzione e dell’occupazione e da un appropriato tasso di inflazione”.

Badate, commentiamo qua noi: stiamo parlando di economia reale, qui. E che, per avviare qualcosa di positivo, dice la Fed, ci vorranno almeno cinque-sei anni, ancora… E commenta lui:

Sì, le cose vanno talmente male che i pensamenti raccolti così in sintesi di qualche banchiere centrale sono in grado di tenerti sveglio la notte… Cosa sarà mai in grado di metter fine a questa caduta? Non c’è dubbio alcuno che passerà pure questa— ma come e quando? I tassi di interesse sono ormai quasi a zero: e l’economia affonda ancora. Come e quando finirà?

    Sia chiaro, l’Amministrazione Obama sta lavorando per dare un mano al’economia. Ma sta tentando di mitigare questa caduta, non di fermarla. Secondo la valutazione che ne dà la stessa Amministrazione, la legge di stimolo, cosiddetta, limiterà l’aumento della disoccupazione ma resterà ben lontana dal restaurare il pieno impiego. Il piano per la casa, annunciato questa settimana, sembra buono, ma nel senso che aiuterà molti proprietari di casa [riducendo quel che adesso devono pagare per non farsi cacciare di casa, al primo salto di  una rata del mutuo] ma non rimetterà certo in moto un boom edilizio”.

Per uscire dalla crisi degli anni ’30, ricorda sempre l’A., la soluzione e la vera spinta finale per la ripresa la diede la seconda guerra mondiale… Oggi è chiaro, però, che “faremmo proprio bene a non copiare quella ricetta”, anche perché oggi non sapremmo chi e con che potrebbe mai ricostruire, dopo,che cosa…

Sembra, invece, questo è il parere – autorevole – di Krugman che la soluzione possa cominciare a  delinearsi nel meccanismo stesso, per così dire, interno della crisi. Il fatto è che sta andando talmente giù l’offerta di nuove case che bisognerà – sarà obbligatorio – ricominciare a costruirne, va talmente giù la vendita di auto che la gente tornerà ad averne bisogno... E lo stesso vale per tutti i beni durevoli di consumo…

E’ un po’ quel che è successo non negli anni ’30 del secolo scorso, ma per il cosiddetto “panico del 1873. Quella fu una recessione che trovò termine alla fine senza alcun intervento governativo, ma ci volle [appunto] più di un quinquennio e solo tre anni dopo ne uscì un’altra prolungata recessione. Si capisce, no, perché diversi esponenti della Fed siano [adesso] tanto pessimisti.

    Ancora una volta. Sia chiaro: le iniziative intraprese dal governo di Obama saranno d’aiuto in questo difficile periodo— specie se l’Amministrazione ingoia il rospo e si prende le banche più fiacche. Ma io ancora domando: chi metterà fini a questi dolori?”.

Dice cose non diverse, anzi concordanti, perfino più allarmate e se possibile pure più allarmanti, George Soros[93], il finanziere, grande investitore e grande speculatore che sa infilarsi da una vita, come pochi, negli interstizi di leggi e regolamenti, specie quelli che non esistono più per fare quattrini: anche per buone cause ma, naturalmente, anche per mettersi in tasca fior di quattrini.

Dice, senza esitare, che “il sistema finanziario si è di fatto disintegrato” e aggiunge che “ancora non si intravvede nessuna prospettiva di soluzione a breve termine della crisi e che la ‘turbolenza’ di questi tempi è anche più severa di quella sperimentata durante la Grande Depressione. In effetti, è un fenomeno paragonabile” per portata e profondità “al crollo dell’Unione Sovietica”.

Cosa di cui lui si intende (è ungherese d’origine) e che, modestamente, per quel che ha potuto, ha anche favorito nel senso di accelerarne – talvolta anche sbagliando, come nel sostenere un po’ troppo indiscriminatamente le rivoluzioni “arancioni”, e dei garofani vari, in alcuni Stati dell’est europeo – le tendenze gorbaciovane che in quella direzione lavoravano (Soros, che ha aiutato apertamente Obama, non è un destro, è quello che noi chiameremmo un riformista serio).

Intanto, sul fronte dell’inflazione si evidenziano in crescita i prezzi, dello 0,3% a gennaio sul mese prima, per colpa dell’energia per la prima volta in aumento da luglio, ma in maniera ancora assai anomala nel mezzo della recente drastica riduzione del petrolio e di una scivolata precipitosa di PIL e produzione. Nei prossimi mesi, però, sarà proprio la recessione in atto che modererà i prezzi. Fosse altrimenti, sarebbe purissima – e scandalosissima – speculazione[94].

Le elezioni provinciali in Iraq di domenica 1° febbraio, a ritiro americano già praticamente avviato (“è chiaro ormai come gli americani stiano proprio uscendo di scena e che gran parte degli iracheni sono pronti a vederli andar via[95]): alla fine tra i 23 mesi che i militari americani chiedono per completare il ritiro e i 16  che voleva il presidente, la mediazione è stata trovata intorno ai 20, ad agosto del 2010[96]… “Lo dico che più chiaro proprio non posso. Al 31 agosto 2010, la guerra in Iraq per noi finirà”, anche se lasceremo nel paese da 35.000 a 50.000 militari. Ma “con un'altra missione[97], come consiglieri.

Non sarebbe dunque il ritiro completo dall’Iraq e, probabilmente, saranno molti e non solo gli insorti in quel paese a considerarla una continuazione mascherata e furbesca dell’occupazione (dopotutto, 50.000 soldati sono metà dell’intero esercito italiano). E, certo, c’è il rischio di sempre in questo paese di rivivere la seconda volta come farsa le sue tragedie, di ripetere con Obama rispetto a Bush gli stessi “errori” fatti da Nixon rispetto a Johnson: essere partito per finire la guerra (la promessa con cui nel 1968 vinse le elezioni, contro il democratico vicepresidente Humphrey erede di Johnson), e averla esacerbata fino a un’uscita assai peggiore per l’America di quanto altrimenti sarebbe stata.

Lo scrive così uno che ha vissuto quel passaggio, nello staff del Consiglio nazionale di Sicurezza della Casa Bianca con Nixon e Kissinger, dopo esserci stato con Johnson prima. Un “errore” che trascinò ancora la guerra avanti per altri sette anni: “esorcizzati o no, i fantasmi del Vietnam aleggiano sulla politica estera di Obama”. Anche per la presenza incombente di alcuni esponenti dell’Amministrazione Bush dei quali non è stata fatta piazza pulita e che, anzi, restano in carica in posti chiave dopo la transizione (Richard Holbrooke, ad esempio, plenipotenziario adesso per l’Afganistan; ma ci sarebbe anche Dennis Ross, incaricato del dossier Iran… e non sarebbe l’ultimo).

Il problema – conclude – è che già “c’è un parallelo chiaro già in questi primi cento giorn:i come con Richard Nixon e il Vietnam, il destino politico di Barack Obama sarà inestricabilmente legato alle guerre che eredita[98].

Però, intanto, e al di là dei risultati pure importanti, di anticipo sulle politiche che si terranno sempre quest’anno, le elezioni provinciali hanno misurato la forza dei vari partiti in Iraq, compresi stavolta, almeno sulla carta, quelli che avevano boicottato il voto del 2005. I risultati sembrano chiaramente indicare che la maggioranza, anche se disparatamente aggregata, ha votato comunque per il blocco sciita del primo ministro al-Maliki. Infatti, gli iracheni, malgrado o forse a causa di tutto, hanno assunto per buone – comunque le più attendibili – le promesse del governo centrale di maggiore efficienza e maggior sicurezza futura a fronte delle offerte ma anche delle minacce separatiste di tanti sparpagliati governi locali[99].

Solo che le elezioni non celebrate non lo sono state soprattutto a Kirkuk: che i curdi affermano essere territorio curdo, i turkmeni turkmeno e su cui gli arabi hanno rivendicazioni loro… Terra ricchissima oltre che di queste tensioni etniche e religiose anche di greggio petrolifero, il Kurdistan iracheno è il nodo del contendere tra autorità di ogni ordine e livello. Tutte hanno preferito allontanare ancora un po’ il giorno del redde rationem che le elezioni avrebbero con ogni probabilità scatenato.

Gli arabi sunniti e i turkmeni si oppongono alla residenza continua e incondizionata a Kirkuk di quegli iracheni che sono arrivati dal resto del paese, sfollati o volutamente lì indirizzati dal governo a prevalenza sciita dopo la caduta di Saddam, alterando così gli equilibri etnici e settari sul territorio. Che è, indubbiamente, quel che vuole il regime… e per il domani, un nido di vipere pronte a colpirsi l’un l’altra.

Kirkuk, dove in un passato ancora recente lo scontro per le strade tra governo locale e  gruppo di al-Qaeda in Mesopotamia, con la ferocia determinata dell’insorgenza islamica più estremista aveva spaccato tutto, impedendo nel 2005 a molti arabi iracheni, con le minacce e sanguinosi “esempi”, di andare a votare, e tenendo totalmente separati e quasi non comunicanti tra loro i 38 quartieri della città (la maggioranza dei curdi nel nord, dei turkmeni al centro e degli arabi nelle periferie del sud della città) adesso, forse, sarebbe anche stato in grado di votare. Ma nessuno s’è “fidato”, perché nessuno sapeva davvero il risultato, e la cosa in sé è rivelatrice.

E’ un dato di fatto che anche            il voto, se ci fosse stato, come qualsiasi miglioramento sul terreno gli americani lo avrebbero iscritto a merito della loro “impennata”— o della versione meno militare o più opportunistica che ne imputa il relativo successo all’aver comprato, pagandola sui 100 $ a persona al mese come è stato ad abbondanza documentato, l’acquiescenza dei militanti sunniti.

Più probabile ancora, però, è che la verità sia ancora un’altra. Perché l’errore di sempre e di fondo degli americani, in Iraq, secondo solo a quello di invadere con false motivazioni e la pretesa di andare a insegnare le regole del marchese di Queensbury (il nobile inglese che si inventò le regole della boxe a fine ‘800) a un paese fiero e feroce e antico di più di cinquanta secoli fiero e feroce (la Mesopotamia, Nabucodonosor e i suoi antenati…), è stata la profonda convinzione di essere loro a segnare il clima politico del paese.

Tutto alla fine dipendeva e sarebbe dipeso dalla loro azione. Così, se la rivolta sunnita – la da loro  cosiddetta insorgenza – contro le forze armate statunitensi cominciava a calare nelle seconda parte del 2007, il “merito” non poteva che essere dell’ “impennata”: nella versione più direttamente  militare o in quella della diffusa larghezza delle bustarelle tese a comprarsi uno per uno gli insorti.

La ragione profonda della netta caduta di quella che gli americani chiamano la “violenza” – o, se volete, la resistenza contro di loro e il governo al-Maliki loro alleato – è stata, invece, e molto di più, la vittoria nella guerra civile straordinariamente selvaggia degli sciiti sui sunniti. Strappata per tre fattori: per l’errore ed in reazione feroce alla presunzione e alle atrocità di al-Qaeda, con l’appoggio esplicito degli iraniani – sciiti essi stessi – e per il cessate il fuoco della fazione sciita di Muqtada al-Sadr e del suo esercito del Mehdi (di cui facevano parte il maggior numero delle squadre della morte) nei confronti del governo sciita di al Maliki…

Insomma, se l’intervento americano in Iraq ha provato qualcosa è che gli americani, anche qui, perfino qui, non hanno mai avuto l’ultima parola su niente che fosse in grado di formattare come loro volevano il clima militare e politico di fondo. Cioè, proprio la strategia. Ma adesso, e ci torneremo subito sopra, è questa pretesa di controllare a modo proprio clima, cultura, ambiente che Obama vuole riproporre per l’Afganistan…

Comunque, la situazione sul campo in Iraq è in ogni caso cambiata ormai a favore del governo al-Maliki. Per tutte queste ragioni, ma anche certo perché stavolta gli osservatori internazionali  praticamente non c’erano e con l’esclusione degli oppositori da ogni “aiuto elettorale pubblico”, i partiti al governo – e, comunque, il governo – erano in ogni caso enormemente avvantaggiati[100].

Malgrado ciò, sembrano parecchie le aspettative che nella nuova situazione, queste elezioni possano – sotto la pressione di un’opinione pubblica che adesso si fa anche sentire: almeno questo sembra averlo imparato dalla frequentazione dei costumi americani che le è stata imposta, e non è poco – cominciare “ad avviare a soluzione i problemi più acuti associati con le elezioni del 2005, assicurando una rappresentanza più equa di tutti i segmenti della popolazione”…  

Ma, poi, nella realtà bisognerà vedere nell’immediato futuro – senza più americani (e con una pressione della loro presenza residua che, appunto, si va man mano facendo un po’ più residua) e senza più i loro stipendi tra i piedi – che faranno i sunniti in quiescenza…; così come bisogna vedere quel che faranno i tantissimi militanti sciiti filo-iraniani, la maggior parte dei quali per ora sta cheta, nominalmente dietro al governo…

Lo spazio aereo è sempre pattugliato da elicotteri e aerei americani, ma sul terreno si vedono ormai più truppe irachene: i 140.000 GIs ancora lì se ne stanno ormai, per lo più, acquartierati nelle loro guarnigioni blindate. Ma ormai è fatta “visto quanto gli iracheni vogliono mostrare al mondo che si governano da soli e gli americani che se ne vogliono andare secondo il calendario annunciato” e da Obama ormai accelerato.

Conta, e molto, che la gente per le strade sia, e quindi si senta, assai più sicura. Certo, l’economia è arretrata di vent’anni dai tempi di Saddam – il PIL, la distribuzione dei redditi, le infrastrutture, l’acqua, la luce, le fognature, la sanità, meno forse l’istruzione – e la ricostruzione fra mille furti, malversazioni e rivoli di corruzione diffusa, non è neanche ancora cominciata…

Ma si può ben capire l’amarezza e il fastidio con cui a Washington si accolgono certe dichiarazioni di iracheni qualunque – peggio di dipendenti del governo iracheno – come un funzionario del governo che, citato per nome e cognome, senza paura – e anche questo è un segno: in fondo, però, è quello che va dicendo anche e proprio il governo al-Maliki – dice al NYT che “la presenza militare americana non ha portato niente di positivo sulle nostre strade se non distruzione e caos. Non ci hanno dato altro che tensioni e confusione. Adesso è molto, molto meglio, per noi come per loro, se se ne stanno nelle loro basi”, per il tempo in cui restano ancora qui.

E’ vero, verissimo. Ma in America non possono non sentirlo anche come ingeneroso. Solo che col Bush che s’erano scelti loro, in fondo, gli sta bene… Con la sua politica, diciamo sportiva, di distruzione e la noncuranza per la vita degli iracheni a fronte della cura prestata a minimizzare il rischio per quelle degli americani, il prezzo da pagare era questo: distacco, astio, disprezzo (la scarpa contro Bush…, alla quale a Tikrit, la cittadina natale di Saddam, hanno eretto significativamente un monumento in bronzo di 4 metri per 1 che nessuno ha osato buttar giù…).

In Pakistan anche, l’America è in grande affanno. “Quasi nessuno vuole dirlo alto e chiaro. Ma fra la minaccia degli estremisti, un’economia che si sta letteralmente squagliando, la lotta intestina tra i leaders politici e le tensioni coi militari e col rivale nucleare, l’India, vicino, il Pakistan si sta spingendo sempre più sull’orlo dell’abisso[101]. Già… ma qual è, qui, l’abisso?

Sempre più chiari da Washington i segnali che, già come con l’ultimo Bush, anche con Obama gli americani, in Afganistan, intendono cambiare cavallo[102]. Si stanno preparando a mollare il presidente Karzai che troppo spesso resiste e dice no – anche se poi se ne fregano – ai loro desiderata. Ad esempio, denuncia come sbagliata in sé e controproducente, politicamente e strategicamente – e a ragione – la tattica del bombardamento aereo alla caccia dei singoli talebani colpendo villaggi interi, troppo spesso all’ingrosso.

E lo ha fatto ancora una volta, Karzai, pubblicamente, accogliendo il segretario generale dell’ONU in visita a Kabul e criticando in questi termini duri e precisi la politica di USA e NATO. Il suo governo, ha detto, ha presentato “un mese fa a Stati Uniti e NATO una bozza di accordo, al quale ancora non hanno dato risposta se non per tentare di farci star zitti e convincerli a ritirarlo: esigiamo che d’ora in poi qualsiasi arresto di cittadini afgani sia fatto dalle forze di sicurezza afgane e che ogni bombardamento sul territorio afgano, senza eccezioni, sia il risultato di un coordinamento reale, ad alto livello tra le forze alleate e quelle afgane[103].

Dicevamo, Obama sembra intenzionato a mollare Karzai. E’ quello che gli dicono di fare i militari che oggi comanda, è quello che gli suggerisce il capo fresco fresco dell’Intelligence, Dennis C. Blair[104], da lui appena nominato: Karzai, in sostanza, non vuole i bombardamenti, vuole trattare coi talebani— i non pochi che qui non sono collegati ad al-Qaeda. Sarebbe un incapace. E forse è così. Ma la verità è che la guerra gli americani la vogliono condurre come sempre, cioè come vogliono loro, anche se ormai dopo ben otto anni non hanno poi in realtà questi gran risultati neanche loro.

Con ogni probabilità, nella situazione attuale che sul terreno è precaria come mai prima, l’America punterà ora sull’ex ministro degli Esteri, formalmente alleato di Karzai, Abdullah Abdullah. Al-Jazeera, che ha intervistato il presidente Karzai, ne ha registrato l’irritazione, diciamo, per non aver sentito più il presidente Obama dal giorno dell’inaugurazione e per il fatto che il suo inviato speciale, Holbrooke, abbia insistito – e pubblicamente – prima di incontrarsi con lui per vedere, e separatamente, i servizi di sicurezza afgani[105]. Segnale chiarissimo e poco gradito…

Comunque, a scanso di equivoci, i talebani colpiscono come vogliono, come un coltello che taglia un panetto di burro riscaldato, proprio al centro di Kabul dentro la roccaforte più presidiata e difesa che c’è, seminando morte e distruzione coi loro attacchi suicidi – diciamo alla Pietro Micca, il nostro eroe del Risorgimento? alla Sansone che muore con tutti i filistei, eroe della Bibbia e del popolo ebraico? – e, per definizione, a sorpresa.

Lo fanno il 10 mattina e proprio alla vigilia della visita pubblicamente annunciata – quasi come una sfida che, infatti, ha trovato immediata, pubblica e preventiva risposta – del plenipotenziario di Obama. Insomma, i talebani hanno tenuto a dimostrare come “non solo controllano gran parte delle aree rurali del paese, ma sono in grado di rompere le difese della capitale stessa, per altamente fortificata che sia[106].

Due o tre giorni dopo il passaggio di Holbrooke per Kabul e Islamabad, l’aviazione americana fregandone completamente, a dimostrazione di chi davvero comanda in Pakistan e in Afganistan, delle richieste esplicite dei due governi, ha nuovamente bombardato ammazzando coi suoi aerei senza pilota bersagli pakistani al confine facendo fuori, pare – chi crede più alla cieca alle dichiarazioni ufficiali? – due ricercati taleban/al-Qaedisti e oltre una ventina di civili, ancora una volta[107]

Proprio questo mese, poi, i talebani hanno interrotto la catena di rifornimento delle forze della NATO facendo saltare in aria un ponte autostradale al passo Khyber, nel Pakistan, ai confini dell’Afganistan[108].

Sarà riparato a marce forzate e i rifornimenti potranno riprendere presto. Però, il fatto in sé ha sottolineato la precarietà del collegamento. E il leggendario Khyber è il passaggio obbligato per l’80% dei rifornimenti dell’Alleanza: un ponte del quale nessuno è in grado ormai di assicurare l’operatività di cui gli americani hanno continuativamente bisogno. E’ un fatto che indebolisce i tentativi della nuova presidenza americana che non solo intende “escalare” il suo impegno militare ma anche convincere, e proprio adesso, gli alleati – per conto loro già da prima poco propensi – a mandare altri loro soldati sul campo.

E non è l’unica notizia cattiva per gli americani. Il Kirghizistan, repubblica ex sovietica dell’Asia centrale, ha deciso di negare in futuro l’uso della base aerea americana di Ganci, dentro l’aeroporto di Manas che serve la capitale del paese Bishkek, un’infrastruttura chiave per il sostegno delle operazioni militari americane in Afganistan[109].

Il generale Petraeus, di irachena memoria (l’uomo dell’ “impennata”) adesso nuovo comandante anche a Kabul, il mese scorso in visita qui, aveva dichiarato che la base era di grandissimo valore per le operazioni di lotta al terrorismo (i bombardamenti in Afganistan e forse anche in Pakistan) e, soprattutto, per l’incremento in arrivo delle truppe americane e i kirghizi l’hanno sicuramente notato: avevano chiesto, trovando da parte americana per anni orecchie da mercante, un aumento dell’affitto[110], ma poi, forse, hanno semplicemente fiutato l’aria…

E adesso che si è riavvicinato alla Russia (a Mosca è stata appena annunciata la concessione di 2,5 miliardi di aiuti economici e prestiti al Kirghizistan: metà del PIL, più o meno, a parità di cambio e il 20% a parità di potere d’acquisto), sempre – e non senza motivo – sospettosa nei confronti delle mire di Washington verso i suoi “vicini di casa”), il Kirghizistan ha detto no grazie, lasciando gli americani senza basi aeree di supporto nelle vicinanze immediate dell’Afganistan.

La dichiarazione ufficiale del governo, dice che ciò avviene perché ormai l’accordo è scaduto e “perché gli attacchi aerei della NATO in Afganistan hanno causato un aumento inaccettabile tra le vittime civili”. Ma gli americani non si rassegnano e affermano di voler riaprire “il negoziato[111]... In effetti sospettano, e oggi ammettono con qualche rammarico, di essere stati troppo tirchi quanto all’ammontare dell’affitto che pagavano ai kirghizi. Ma ormai pare tardi.

Il governo nega, infatti, seccamente di aver riaperto il negoziato. Il no finale lo dice, poi, il parlamento, 78 voti contro 1 e lo controfirma, subito, il presidente Kurmanbek Bakiyev[112]. A questo punto, e a dispetto dei sussurri diffusi con poca arte dalla propaganda americana, sicuramente un pro-forma.

Anche per l’altro motivo – non dichiarato questo, ma probabilmente quello più vero – delle reticenze di Bishkek sono ormai le tante voci emergenti, su Internet come negli ambienti diplomatici, ovviamente senza riscontro alcuno, che prima di andarsene la Rice avesse detto come, se venisse deciso di attaccare l’Iran, l’attacco partirebbe proprio dalla base di Ganci… e il Kirghizistan non ha alcuna intenzione né di far bombardare l’Iran dal suo territorio, né di rischiare le rappresaglie iraniane[113].

Già gli uzbeki, quattro anni fa, avevano mandato via la base americana in casa loro dopo aver respinto al mittente le critiche statunitensi avanzate sul rispetto dei diritti umani in quel paese. Critiche non ingiustificate, di certo, ma per gli uzbeki indebite e inaccettabili se lanciate da terzi che ti chiedono pure un favore… con tanti saluti, dunque, agli amici americani.

Invece, è il ministro degli Esteri russi, Sergei Lavrov, ad annunciare pochi giorni dopo che, come da richiesta della sua omologa statunitense, Hillary Clinton, “il transito di rifornimenti non militari –  ha tenuto a specificare – USA e NATO attraverso lo spazio aereo russo per le truppe americane in Afganistan comincerà a giorni[114].

Ad essere cinici si direbbe proprio che i russi, oggi, non abbiamo interesse a vedere gli americani tirarsi fuori dal marasma afgano: quasi a restituire il favore che, con lucidità, fece loro nel 1979 la presidenza di Carter, cominciando ad armare ed addestrare Osama bin Laden e i talebani contro il governo filorusso dell’Afganistan comunista, con i soldi e gli agenti speciali della CIA e dei servizi segreti del Pakistan.

Una mossa pensata, ispirata e abilmente “istigata” dal consigliere per la sicurezza nazionale, Zbignew Brzezinski (gli USA cominciarono ad aiutare i ribelli, fornendo aiuti militari in segreto che sarebbero poi continuati fino al ritiro sovietico nel 1989, già “sei mesi prima dell’intervento di Mosca” a sostegno del governo afgano) cogliendo così l’occasione, come scrisse in un memorandum swegerto e ora però pubblico diretto a Carter, per “regalare all’URSS la sua guerra del Vietnam[115].

Di un reale interesse, oggi, ci sembrano, nel ventesimo anniversario dell’abbandono dell’Afganistan da parte dell’Armata Rossa le parole del generale Boris Gromov, l’ultimo comandante della 40a Armata  che passò per ultimo, dietro l’ultimo carro armato in ritirata dal Ponte dell’Amicizia che segnava il confine tra Russia e Afganistan sul fiume Amu-Daria il 15 febbraio 1989.

A noi – ha detto, con l’esperienza che ha alle spalle e le riflessioni che essa gli ha imposto nel vedere le truppe considerate le più possenti del mondo impantanate di fronte a bande di insorti  certo sorrette dall’occidente ma al massimo inturbantate e vestite di stracci e coperte – l’Afganistan ha insegnato una lezione impagabile… che è stato e sarà sempre impossibile risolvere con la forza militare problemi che sono politici”.

Mandare, adesso, altre migliaia di soldati a combattere là in Afganistan, in sostanza contro il popolo afgano, non farà alcuna differenza contro i talebani che, dopo il caos lasciato dal nostro ritiro obbligato da quel paese, nel 1996 sono riandati al potere, messi di fatto tra parentesi e solo nella capitale poi, sostanzialmente dal dominio aereo (non di controllo del territorio, però…) degli americani[116]

Secondo alcune fonti, che auspicano o sembrano auspicare la strategia contraria, pare che Obama stia rivedendo e posticipando i piani di rafforzamento in Afganistan delle truppe di terra americane e alleate. Scrive il Times[117] che “nel suo primo incontro, tenuto nell’area supersegreta sotterranea del Pentagono conosciuta come il ‘tank’, con Gates e con i capi di Stato maggiore, il rpesdide3nte è restato colpito dal vuoto assoluto di una visione strategica. Ha chiesto: ‘alla fine, che cosa è che vogliamo?’,e non ha ricevuto alcuna risposta convincente”. Quindi, pare – e pare sensato – per ora ha bloccato tutto. Salvo continuare a chiedere agli altri, intanto, agli alleati, di procedere loro…

Il nodo è che oggi il partito democratico avrebbe il diritto, e anche il dovere, in effetti, di porre ad Obama le stesse identiche domande che a suo tempo pose, e anche in base alle quali rovesciò, Bush:

• quale è, specificamente, lo scopo dell’intervento militare condotto nella “tomba degli imperi”, in Afganistan, ormai da ben più di un quinquennio— la più lunga delle guerre americane della storia?

• quali sono i benchmarks, i punti di riferimento, attraverso cui è possibile misurare l’avvicinamento – e se c’è, poi – allo scopo, agli scopi assegnati?

• quale è esattamente – e, poi, c’è? – una strategia di uscita?

• qual è il calendario previsto per il completamento dell’intervento e il ritiro?

Il punto, chiarissimo, è che l’America – e specie l’America di parte democratica – non vuole trovarsi ad affondare in un altro Vietnam da cui essere costretta a scappare, come allora, “ignominiosamente”; e neanche in un altro Iraq, che non finisce mai… Questo Barak Obama lo sa, ma sembra quasi esserselo scordato per xdar ascolto alle sirene militari che si trova fin dentro la Casa Bianca…

Il fatto è che ormai sembra proprio arrivata l’ora di riconsiderare – che tutti, americani e alleati, si preparino a riconsiderare a fondo –  tutta la strategia della guerra afgana[118]. Secondo suggerimenti che, del resto, cominciano  a farsi  strada a Washington, in e da ambienti, come dire?, ben introdotti in materia di studi geo-strategici, bisognerebbe pensare meno di quanto si stia facendo all’ipotesi obamiana di allargare la guerra.

E, invece che mandare altri 30.000 soldati sul campo – col bisogno che hanno di venir riforniti e protetti privilegiando tragicamente la tattica dei bombardamenti all’ingrosso – affidare i compiti della lotta agli insorti agli afgani anzitutto – è casa loro, no? – e, poi, come alleati degli afgani – del governo afgano – appoggiando i negoziati che vogliono instaurare coi loro nemici interni e affidandosi al lavoro di missioni segrete e servizi segreti, la CIA, che proprio per questo, per operazioni davvero “mirate”, sono stati creati…

C’è anche, e sulla stessa linea, facendo uno scalpore qualche poco agghiacciante, a inizio febbraio, il servizio di copertina della rivista Newsweek, che sotto il titolo “Il Vietnam di Obama[119], pone seccamente la questione cruciale: no, “l’analogia non è esatta. Ma la guerra in Afganistan comincia a sembrare inquietante in un modo che ci suona assai familiare”.

Già… E’ tutta la differenza che corre fra tattica e strategia. Il fatto è che, proprio come in Vietnam, probabilmente è vero che “ci sono problemi senza soluzione, o che non hanno comunque una buona soluzione”— almeno buona per noi, sottende la rivista; e conclude come aveva cominciato il servizio, rilevando che “in Afganistan ci troviamo faccia a faccia con un dilemma che ci è familiare—  qui potremmo non essere in grado di vincere, anche se non possiamo permetterci di perdere”.

A conclusione di questo ragionamento due spunti di riflessione: uno che viene proprio dall’America e uno, qui, dall’Italia.

Dall’America, vale la pena di raccontare (come fa il numero speciale di Newsweek appena sopra citato) del famoso storico militare, il col. Harry Summers, che nel confronto con una controparte nord-vietnamita, anni dopo la fine della guerra, in una conferenza di esperti a un certo punto – un po’ esasperato – esclamò rivolgendoglisi: “Ma se non siete mai, mai, riusciti a sconfiggerci sul campo, voi vietnamiti? neanche una volta!”. E, come raccontò poi lo stesso Summers, quello lo guardò e, pacatamente, rispose: “Già… può essere vero. Ma è anche del tutto irrilevante”… perché a vincere, mandando via l’invasore, erano stati loro, alla fine.

Dall’Italia o. meglio. da chi per conto anche dell’Italia – del “pubblico”, poco, e del “privato”, attraverso alcune ONG, moltissimo – cerca di fare qualcosa di nuovo, di “alternativo” strategicamente, da tempo, lì, in Afganistan, viene la testiomonianza nel dibattito parlamentare di chi è intervenuto per conto delle tre ONG – CESVI, GVC e INTERSOS[120] – “che attualmente collaborano anche con la Cooperazione italiana nell’area di Herat, dove hanno accettato di intervenire nel 2007 di fronte alla decisione governativa di garantire una visibile distinzione tra la cooperazione civile e quella militare”.

Impegno – la “visibile distinzione” – che non sempre e, soprattutto, non in modo trasparente è stato mantenuto e che, certo, non è facile mantenere nelle condizioni date. Ma resta il fatto che “nove decimi delle risorse sono state impiegate per l’azione militare, peraltro senza risultati significativi, mentre solo un decimo per l’azione di ricostruzione e di sviluppo (eppure si continua a dire, in modo [anche] subdolo, che i 40 mila militari sono in Afghanistan ‘per ricostruire’). Se poi si aggiunge l’insuccesso di un’amministrazione centrale, corrotta e incapace di rispondere perfino alle necessita primarie, non ci si può meravigliare che il malcontento stia favorendo i talebani e le altre opposizioni, pur nel ricordo delle sofferenze causate dal periodo talebano.

    Pare che non si voglia capirlo: eppure è ormai evidente che se non si cambia radicalmente la strategia finora adottata, non saranno solo i Taliban a cacciare gli stranieri, ma tutto il popolo afgano”.

Spesso, in nome della sicurezza, effettivamente sempre più precarizzata degli operatori delle ONG, con un mix di buone e di nascoste intenzioni, il ministero degli Esteri italiano – come anche altri, si intende – tenta di “liberarsene”, convincendole a ritirarsi. Ma

Ecco il punto: la sicurezza delle ONG e legata alla chiara percezione dell’umanità, neutralità e imparzialità dell’aiuto e alla possibilità, ove attuabile, di interloquire con tutte le parti in conflitto. Negare o limitare queste caratteristiche significa abolire quello scudo di sicurezza che ha garantito e continua a garantire, salvo i casi di pura criminalità, l’azione umanitaria. Purtroppo, in Afghanistan c’e una tendenza a sottovalutarle, considerando piuttosto le ONG umanitarie come funzionali alla strategia militare [che, qui, nel gergo anglo, dominante chiamano] del “Clear, Hold, Build”[— Ripulisci, Mantieni sotto controllo, Costruisci] e arbitrariamente associandole al piano attuativo di tale strategia. Le ONG non possono accettarlo, pena la perdita della loro identità, della loro essenza”.

Ma allora, anche alla luce di tutte queste attestazioni – alcune del Pentagono stesso, mica solo di quei buonisti delle ONG – non sarebbe il caso di provarne un’altra di strategia? Non sarebbe il caso che proprio facendo leva sulla forza che viene agli italiani dalla loro presenza – e anche da una loro presenza in  parte pure diversa – il ministero degli Esteri, la presidenza del Consiglio, il parlamento italiano insistessero, e pubblicamente, a proporre una strategia appunto diversa? Visto che quella tentata ormai da sette anni è visibilmente fallimentare e fallita?

E, invece, proprio adesso, con la tempestività che connota tutta la vita di questo nostro governo, escono notizie, ancora non ufficializzate – prima una cosa semiclandestina, una specie di ballon d’essai[121] ? – sul fatto che l’Italia, il governo italiano, è stato il primo tra i paesi alleati dell’America lì in Afganistan a rispondere all’appello neanche troppo discreto di Obama: in sostanza, un appello a mandargli più soldati, da 2.000 pare a 2.800, e a spostarli dall’est del paese – un’area che, anche per il loro modo di “fare la guerra” curando pure per quanto possibile la pace, il cosiddetto peacekeeping, hanno contribuito a tenere tranquilla – verso il sud, nel cuore del conflitto, rendendoli poi più direttamente “impiegabili” al fronte…

A parte il parere, a suo modo livido ma anche molto preciso, del commentatore di affari militari del giornale inglese che riporta la notizia, parere già ben sintetizzato nel sottotitolo che sotto vi riportiamo[122], questo annuncio che ai giornali britannici come a quelli italiani era stato dato a margine del vertice italo-britannico di Venezia dei primi giorni di febbraio è stato una notizia che i media in Italia hanno tenuto omertosamente fuori della pubblica attenzione.

Lasciando così tranquillo di fare quel che voleva e decideva in silenzio il manovratore che lo va facendo precisamente quando, vedi sopra, anche al Pentagono qualcuno comincia ad ipotizzare che proprio la strategia sia stata finora tutta sbagliata. Poi, personalmente ad Obama, che nel giro dei suoi contatti gli telefona l’11 febbraio, Berlusconi dice solo che l’Italia, se richiesta, “potrebbe” anche mandare altri soldati.

Speriamo, almeno, che prima di decidere la cosa, però, il governo la discuta a fondo come merita, cioè non al suo interno e in segreto, non con un pro-forma di dibattito parlamentare, ma alla luce delle considerazioni di respiro e delle preoccupazione più vaste che, senza grandi informazioni segrete, abbiamo anche noi provato ad avanzare. Prima di doverci mettere, cioè, a celebrare tanti, troppi, funerali nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli.

Anche il governo tedesco, poi, dopo una quindicina di giorni decide che, forse, gli sarebbe possibile mandare in Afganistan altri 600 soldati. Sempre che la richiesta gli sia fatta ufficialmente. Ma all’interno del governo di coalizione ci sono, per ora, resistenze forti… la notizia è comunque, di seconda mano, di un anonimo “funzionario della NATO” e si limiterebbe a un contingente disponibile solo ad agosto, nel periodo delle elezioni presidenziali afgane[123].

E, ma solo a questo punto, il giorno dopo, il 18 febbraio, a ruota, conferma ufficialmente quel che ancora nessun media italiano aveva detto e che il giorno precedente aveva preannunciato “non escludendone la possibilità” al presidente della Camera dei rappresentanti americana (e non al presidente dell’Afganistan…) il ministro La Russa: che sì, anche l’Italia potrebbe portare il suo contingente a 2.800 unità, più 800 rispetto ad ora, nel periodo delle elezioni presidenziali a Kabul[124].

E mentre, subito dopo, anche la Georgia si affretta a far sapere che pure Tbilisi manderà ben 100 soldati ad affiancare la coalizione NATO in Afganistan – con una strana dichiarazione dove un curioso “malgrado” sembra lamentare che quando dell’Alleanza aveva avuto bisogno, ad agosto scorso, gli altri non erano andati  ad aiutarla: facendo finta di non ricordare chi ad agosto, aveva cominciatola guerra coi russi, però[125] – gli americani rendono manifesto, senza neanche far finta, tutto il loro scontento.

Il fatto è che si aspettavano di vedere ben altri risultati dal pressing che, su tutti i fronti – militare,  diplomatico e anche politico – avevano scatenato da qualche mese, sostenuti apertamente però – e anche improvvidamente – dalla struttura succuba, politica e militare, dell’Alleanza. Al vertice dei ministri della Difesa del 19 febbraio a Cracovia, contavano di registrare impegni formali degli alleati ad affiancare i 17.000 GIs e marines americani in arrivo e, poi, le nuove 30.000 truppe che in totale annunciano di schierare a breve sul fronte afgano con migliaia di truppe alleate. E, al massimo, avranno forse un ribattino di qualche centinaio di truppe.

Germania e Italia, forse, ma fra tutte e due arriveranno a 1.000, la Georgia, appunto, un centinaio… Ma Gran Bretagna, Francia, Spagna, Polonia, Turchia – gli altri pesi massimi europei – hanno detto chiaro che loro non manderanno un solo soldato in più di quanti già ce ne sono (in tutto 70.000, 40.000 americani e 30.000 degli altri paesi), o hanno fatto presente che nessuno le ha chiesto di aumentarne il numero – sapevano che avremmo detto di no, dice Ankara… ma ce lo avrebbero dovuto chiedere ugualmente – è stata la Turchia, seccamente e anche polemicamente.

Il nodo vero è che, ancora una volta, gli americani, con Obama come con Bush, hanno del tutto sbagliato l’approccio: timorosi di sentirsi dire di no, stavolta hanno “consultato” gli alleati ma non hanno neanche cercato di concordare con loro il che fare. Hanno chiesto soltanto che gli altri facessero quello che loro avevano già deciso da soli.

Soprattutto, i big europei chiedevano di sapere come e quanto gli americani intendessero coinvolgere i russi. Perché anche su questo versante si intrecciano per tutti in Europa interessi atlantici come interessi paneuropei e, dunque, sì, dunque anche russi.  E gli europei tra di loro sono seriamente divisi:

• alla Conferenza di Monaco, a fianco di Biden, Merkel ha detto chiaro e tondo che ormai la Russia dovrebbe essere parte di ogni struttura di sicurezza europea e Sarkozy ha sottolineato l’importanza di concordare con Mosca sulle questioni di sicurezza e di rapporto reciproco. Gli altri hanno, di fatto, assentito (italiani compresi: è noto lo smarcamento sul tema di Berlusconi in persona da ogni atlantismo classico);

• ma altri hanno addirittura “orrore” per questa prospettiva, in generale gli ex paesi sovietici e, in particolare (la Polonia che non vuole rinunciare ai “suoi” missili antimissili americani al confine russo). Anche la Gran Bretagna è in bilico tra reticenze e incertezze, ora dopo che se ne è andato via Blair, con Brown (che non ha ancora chiaro cosa vuol fare Obama).

   E restano un po’ tutti a guardare una Russia più decisa che mai a consolidare barriere all’espansione della NATO verso le sue frontiere, specie nel caso di Ucraina e Georgia— le sue vecchie “marche” di confine: come farebbe Washington , ha rilevato, a Monaco, il vice premier russo Ivanov – sardonico ma in modo che i canadesi stessi hanno definito soave – se Mosca cercasse di spingere le proprie alleanze militari alle porte degli USA, in Canada appunto… .

Di fatto, anche su questo nodo gli americani non hanno risposto. Così come non hanno affatto indicato di essere pronti a ridiscutere la loro strategia con coloro cui pure chiedono di condividerla, sì, ma accettandola così come gliela offrono, mai andando al dà della consultazione per una vera e propria co-decisione[126]

Sul fronte iraniano, la lettera che Obama ha inviato a Teheran a fine gennaio per chiedere, in sostanza, di cominciare di nuovo, è stato un fatto importante  che ha riaperto un canale di trattativa forse – forse – possibile se entrambe le parti decideranno di andare reciprocamente a vedersi le carte senza davvero mettere pregiudiziali. Ma la notizia è stata fatta uscire in anticipo, non per caso, come per sondare il terreno. E, in effetti, l’Iran l’ha accolta con sospetto. Il fatto è che l’ultima richiesta di un contatto ufficiale tra i due paesi era stata iraniana. Venne consegnata dagli svizzeri all’Amministrazione Bush nel 2003 e proponeva un “dialogo trasparente, nel rispetto reciproco”.

I temi di dibattito erano quelli che stavano dichiaratamente a cuore agli americani, anche: la lista era lunga e il governo di Teheran si riprometteva di provare che “l’Iran non sta cercando e non intende sviluppare e possedere armi di distruzione di massa”, che si impegna a garantire “un’azione decisiva contro ogni terrorismo (al-Qaeda, anzitutto) sul territorio iraniano, piena cooperazione e scambio di tutte le informazioni rilevanti in materia”.

Per l’Iraq, proponeva il “coordinamento dell’influenza iraniana con quella americana per supportare la stabilizzazione politica e la creazione di istituzioni democratiche e di un governo non-religioso” e concordava di discutere “l’alt a ogni suo sostegno materiale ai gruppi dell’opposizione palestinese (Hamas, Jihad islamica,.ecc.)”, impegnandosi a far pressione su di loro perche “mettessero fine alle azioni ostili contro i civili israeliani entro i confini del 1967”. Inoltre, si impegnava, in caso di accordo, ad “accettare la dichiarazione di Beirut della Lega araba”: l’iniziativa saudita di due Stati sovrani, uno palestinese ed uno israeliano, sul suolo della vecchia Palestina del mandato britannico . In sostanza, l’Iran dichiarava che avrebbe riconosciuto Israele, proprio come Stato[127].

Più in generale, ed è importante rilevarlo, la vera novità che sembra – sembra… – delinearsi possibile nei rapporti dell’America, e quindi dell’occidente, col Medio Oriente è che ormai siamo a Dopo il crociato[128]… Ma lì, in Medio Oriente, come del resto in America, come anche qui – ci credono in pochi che la politica statunitense nei confronti dei problemi realmente drammatici e urgenti di questa regione muti davvero, significativamente.

Però va detto che

•   è già cambiato – ed è ben avvertito – il “siete con noi o siete contro di noi” manicheo;  

•   c’è stato già il fatto che gli inviati speciali di Obama nell’area, Mitchell (Palestina-Israele) e Holbrooke (Afganistan), sono gente dura ma anche non pregiudizialmente chiusa in partenza. E il primo è percepito, sia da Israele che dai palestinesi, con qualche preoccupazione e qualche speranza – o forse qualche illusione – entrambe però sintomatiche, su posizioni di più netta obiettività rispetto al tifo sfegatato pro-israeliano della segretaria di Stato (che, e la cosa ha già fatto sollevare qualche sopracciglio, si è trovata sottratta o per lo meno spartita tra altri plenipotenziari direttamente nominati dal presidente buon parte del suo portafoglio: e forse nei prossimi giorni, anche l’Iran. Sarà un problema, questo, di gestione, in ogni caso, assai delicata)…;

  già è stata annunciata la chiusura di Guantánamo, la chiusura delle altre prigioni segrete e il divieto alla tortura (anche se ancora non è annunciato che sia diventato effettivo e il linguaggio dell’annuncio stesso sembra un po’ ambiguo: non è chiaro, effetti, se sono ormai fuori uso anche le cosiddette renditions; finora almeno, confermati anche se sempre ufficiosamente, 1.200 voli segreti in Romania, in Polonia e anche in Scozia, all’aeroporto di Prestwick[129] con consegna da aprte americana di detenuti senza processo a chi poi provvedeva all’“interrogazione forzata”, cioè alla tortura… per conto degli USA).

•    questo messaggio, se non apparirà troppo contraddittorio rispetto ai comportamenti reali[130], va già ben al di là del riverniciare l’immagine dell’America, ma è proprio una sfida diretta ad al-Qaeda che a Guantánamo è sempre stata felice di pescare stimoli e magari anche reclute. Se non prima, sicuramente dopo quell’esperienza…;

•   ha ricordato subito al mondo arabo e, più in generale, a quello islamico, l’atout suo proprio – che in campagna elettorale non sottolineava, anche se ben noto, perché allora avrebbe potuto essergli addirittura nocivo – di avere un mucchio di parenti e conoscenti mussulmani e di essere cresciuto lui stesso nel più grande paese islamico del mondo…

Su Israele-Palestina anche Tony Blair, con anni di ritardo, è arrivato a dire oggi – smentendo i suoi grandi estimatori di ovunque, anche italiani tipo il Gasparri che ne ha sempre lodato la fermezza intransigente (“coi terroristi, ah, ah!, non si tratta”) che con Hamas bisogna trattare, non solo parlare[131]. Perché spiega – ma solo adesso che non c’è più Bush, cioè quando un suo parere diverso non conta più un fico – che “mettere da un parte Gaza” e cercare di creare uno Stato palestinese solo in Cisgiordania “non avrebbe mai funzionato e non funzionerà mai”.

Per quello che conta – e,  sul tema, conta – è questo anche il parere dell’Autorità nazionale palestinese e non da oggi. Dice il presidente dell’ANP, che controlla la Cisgiordania, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che un nuovo governo palestinese dovrebbe essere composto da Fatah ma includere anche Hamas e rispettare gli impegni di pace assunti in passato dai palestinesi[132].

Hamas si dice d’accordo, mentre sugli accordi di pace ribadisce che li rispetterà solo quando lo farà anche Israele – fine del blocco a Gaza, completo – e che il governo dovrà essere composto da Hamas, che dopotutto le ultime libere elezioni palestinesi le ha vinte, ma includere anche Fatah… In fondo, il nodo è sempre lo stesso:

• un governo di stampo un po’ vetero, nazionalista, essenzialmente laico e vagamente di “sinistra” come il vecchio OLP, molto “corrotto” come è costume di tutti i regimi di questa parte del mondo (Israele compreso che sta cacciando via il PM, appunto, per corruzione), pan-arabo ma, in sostanza, filo-egiziano e vagamente, anche un po’ filo-siriano?

• o un governo di stampo islamico, che tutti (Israele compresa) dicono incorruttibile, che non ha ambizioni nazionalistiche e pan-arabe ma pan-islamiche, più vicino all’intransigenza dei fratelli mussulmani dell’opposizione egiziana e del fondamentalismo wahabita saudita?

• oppure, come sarà inevitabile, sono condannati comunque, i palestinesi tutti, a concordare tra loro un governo se vorranno contare qualcosa per l’avvio a soluzione del problema nazionale che hanno.

Sempre più chiaro sta diventando, intanto, con l’esito delle elezioni israeliane che gli apprendisti stregoni del centro-sinistra israeliano (Kadima— Avanti, il partito di Olmert e Livni, col Laburismo di Ehud Barak), scatenando la loro guerra a Gaza per recuperare sulla destra, hanno spianato la strada al partito della guerra senza più neanche, stavolta, la ricerca retorica di una qualsiasi pace: al Likud— Consolidamento di Netanyahu e ai suoi alleati di estremissima destra, quella di Yisrael Beiteinu— Israele è casa nostra, il partito di Avigdor Lieberman, cui messi insieme hanno consegnato la maggioranza.

I laburisti (non unico partito della cosiddetta sinistra, del resto) sono riusciti nel capolavoro di scendere a quarto partito di Israele non solo dopo Kadima (primo ancora, ma solo per un seggio) e dopo il Likud ma anche tre seggi sotto, quasi dimezzando il proprio voto, rispetto al partito di Lieberman stesso. 

Non è uno qualunque, questo Lieberman, già ministro del resto da anni, prima con Sharon e poi con Olmert: ministro per i problemi strategici (sic!). Personaggio complesso: per esempio, è anche per uno Stato palestinese, al contrario del Likud. Ma lo concepisce, e lo dice, come una galera sempre controllata in tutto e per tutto da Israele che ne possiede la chiave e la butta via, una volta chiusa la serratura, una volta per sempre…

Ma è anche un politico propriamente criminale e scientemente stragista: com’altro definire, se no, uno che (più “pazzo” lui, o più Ahmadinejad?), uno che  invoca da tempo apertamente, e adesso ha riproposto in campagna elettorale, l’eliminazione del problema con una… bomba nucleare di piccole dimensioni, come quella di Hiroshima, su Gaza[133]… Forse contando sul fatto che le radiazioni nucleari siano razziste quanto lui, risparmiando così i non palestinesi dal loro flagello. E, adesso, ha deciso lui chi alla fine sarà il primo ministro in un governo in cui, comunque, Yisrael Beiteinu e le sue pulsioni razziste conteranno molto di più[134] dei suoi numeri…

Tornando, dopo questa parentesi importante su Israele, agli USA, la prima uscita ufficiale e solenne di politica estera degli USA la va a fare il vicepresidente Joe Biden, a Monaco di Baviera, ad una conferenza sulla sicurezza internazionale e alla testa di un’importante delegazione statunitense. E Biden, secondo prassi e trattandosi di lui anche secondo aspettative – forse qualcun altro sarebbe stato un po’ più flessibile: ma è solo una possibilità vaga – è andato a fare a nome dell’America un discorso duro[135]: ambiguo ma, in sostanza duro, anche se mai isterico e mai con la bava alla bocca, come capitava spesso al suo predecessore Cheney.

La verità è che non si capirà con certezza quale sia la politica estera degli Stati Uniti – su tutti i punti toccati da Biden, dalla Clinton (in particolare, lei, sulla Cina dove si è recata subito in visita appena nominata) e, nei loro ormai diversi interventi di merito, dai due o tre plenipotenziari del presidente in giro per il mondo – finché non parlerà direttamente, e chiaramente, il presidente degli Stati Uniti. Che, nel messaggio/intervista ad al-Arabiya[136] – e non solo nel tono –sembrava – sembrava – un poco diverso.

Intanto, per ora, il punto più autorevole su quella che sarà la politica estera americana con Obama è proprio quello fatto da Joseph Biden. Che dice alcune cose nuove e diverse vecchie, vecchissime:

•   sul rapporto USA-Russia-Europa

    ◘ Con gli alleati europei, dice il vicepresidente, dobbiamo tornare a discutere e consultarli di più: non  dice decidere insieme… Ma, una volta che abbiamo deciso, poi tutti devono partecipare— problema: sull’Afganistan, ché di questo parla, gli alleati, insieme, non hanno discusso, e tanto meno deciso, proprio su niente; di aumentare del doppio le truppe l’ha deciso Obama, da solo, discutendolo solo con altri americani; però, secondo Biden adesso bisognerebbe già eseguire insieme strategia e decisioni (sbagliate, tra l’altro) prese solo da loro.

    Esasperato, pare, dall’intervento di Sarkozy, che si era lasciato andare a un colpo alato di retorica europeista domandando “se l’Europa vuole la pace o vuole essere lasciata in pace…” e rispondendo che “per avere la pace dobbiamo anche metterci in grado come Europa di saperci difendere” (badate: come Europa, più che come NATO…), per chiudere poi lasciando capire – in modo, si capisce, cortese – che le priorità non sono però certo in Afganistan, il segretario generale della NATO, Jaap De Hoop Scheffer, sempre servizievole, tenta di dare una mano dopo quegli altri anche a questi nuovi americani al timone.

    Se l’Europa, dice, vuole maggior voce in capitolo deve fare di più per accontentare gli americani; dopotutto, spiega, rispondendo a picche quando era chiamato a quadri – eccola la goffagine – “Obama come volevano gli europei ha già annunciato la chiusura di Guantánamo, no? e ha detto che porrà un’attenzione nuova al tema del cambiamento climatico, no?[137]. Ma solo   l’Italia (vedi sopra) sembra aver detto in qualche modo di sì; con cortesia, ma anche nettamente, Francia e Germania hanno detto che oltre quel che già fanno, non vanno.

     Male, spiega a tutti quell’aquila di De Hoop Scheffer: “quando gli Stati Uniti ci dicono di volere una partnership seria, non vogliono avere solo consigli, vogliono e meritano che qualcuno spartisca con loro il peso ed i costi”. Ma restando gli unici, sostanzialmente, a decidere tutto per tutti decidendo il cosa fare, il dove, il quando e il come, la tattica e la strategia.

     Infatti Biden reitera: “Noi condividiamo la nostra sicurezza. E anche la responsabilità di difenderla”. Sul come difenderla, però, decidiamo da soli e voi potete solo dirci di sì… Non è il massimo, davvero no…

    ◘ Con la Russia Biden dice, dicendo l’ovvio, che “non sempre e su tutto saremo d’accordo con la Russia”. Poi specifica: per esempio non riconosceremo l’Abkazia e il Sud Ossezia come paesi indipendenti” dalla Georgia— ma è chiaro che alla Russia, ovviamente, del riconoscimento americano, europeo e dell’ONU non gliene potrebbe fregare di meno; come, in fondo, all’America non interessa davvero ottenere il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da Mosca.

    D’altra parte, non c’è neanche il riconoscimento dell’Europa: anche perché cinque Stati dell’Unione – Spagna, Romania, Grecia, Slovacchia e Cipro – sono fermamente contro, memori dei loro problemi di minoranze interne; così come non c’è il riconoscimento dell’ONU, il cui rapporto con Kosovo e Serbia viene mantenuto sulla base della risoluzione 1244/79 (Kosovo parte integrante e inalienabile della Serbia) e non del piano Ahtisaari che non ha mai avuto l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

    A dettare legge in questa materia, tanto, sono i fatti e il controllo effettivo del territorio, non certo i princìpi né il diritto internazionale… Il Kosovo lo controllano i kosovari, coperti dall’occidente, in pratica poi dagli USA; e Abkazia e Ossezia li tengono saldamente in mano abkazi e osseti georgiani, sotto protezione russa che, certo, la Georgia, dopo la batosta dell’agosto scorso, adesso non si azzarda a sfidare.

    ◘ Poi, però, aggiunge che ormai è anche “ora di premere il pulsante del resettaggio” dei rapporti tra i due paesi che hanno molte cose, spiega, da affrontare e sistemare di comune accordo.

    ◘ Però, bisogna che sia chiaro per tutti:  “gli Stati Uniti non riconosceranno alcuna sfera di influenza” a nessuno, aggiunge Biden — cosa giusta e normale a veder bene, se aggiungesse che l’America non chiede a nessuno di riconoscergliene nei fatti alcuna area di influenza propria. Ma si guarda bene dal farlo.

    ◘ “Rimane il nostro punto di vista che ogni Stato sovrano ha il diritto di prendere le sue decisioni e di scegliersi le proprie alleanze”. E continueremo a far pressioni sulla NATO perciò ma, attenzione, non perché dia il suo assenso all’adesione di Georgia e Ucraina – questo così non può dirlo, neanche lui: quando lo proclamò Bush, gli risposero seccamente di no per due volte, osando farlo pubblicamente, Francia e Germania col semplice ricordare che uno, oltre a chiedere di entrare in un “club” bisogna che sia accettato dai soci tutti del “club” – bensì per cercare (neanche per realizzare davvero) una “maggiore cooperazione con paesi – dice  – che la pensano come noi”. Ma il fatto è che no, che non sempre la pensano proprio come noi…

    ◘ Continueremo anche a perseguire, per la difesa europea, un “sistema missilistico difensivo contro le crescenti capacità” di aggressione iraniane— sempre, però, che la tecnologia funzioni davvero e non sia troppo costosa… (ma tutti ormai sanno che allo scopo di intercettare missili balistici in arrivo non pare funzionare per niente, questo fantomatico scudo stellare che sembra una groviera stellare; e tutti sanno che il costo sarà stratosferico: rispetto alla previsione di qualche anno fa, è già moltiplicato per dieci).

    Solo che, per quel che significa nella politica insieme schizofrenica e ondivaga di questo pezzo d’Europa, appena qualche giorno dopo, il governo polacco comincia, cautamente, a prendere le distanze dall’estremismo dei suoi russofobi estremi, presidente Lech Kaczynski alla testa. Dice il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski che il suo paese vuole, e deve, cercare un rapporto migliore con la Russia basato sul “compromesso” e sul “pragmatismo” e non – anche se questo non lo dice così – sulle pulsioni e sui miti.

    Ciò di cui noi polacchi, come tutta l’Europa abbiamo invece bisogno – ha spiegato, soprattutto ai suoi concittadini, Sikorski, che con quel nome e la sua storia personale ha il pedigree nazionalista giusto per farlo – è di sviluppare una “strategia congiunta” nel nostro rapporto con la Russia, tenendo conto del fatto, che non è solo un’ipotesi, che Russia ed Europa hanno bisogno l’una dell’altra[138]

    Subito dopo, ma proprio poche ore dopo, una fonte autorevole americana, che insiste però nel restare anonima, dice alla stampa che l’America si sta ormai indirizzando, effettivamente, a “riconsiderare” lo schieramento in Europa orientale del loro sistema di difesa missilistica che allarma tanto i russi: “potremmo a quelle condizioni – dice l’alta fonte anonima ma, come sempre, per modo di dire: pare proprio sia la stessa segretaria di Stato, Hillary Clinton – metterci in grado di moderare il ritmo dello sviluppo delle difese missilistiche in Europa” – questa sarebbe tutta la “riconsiderazione” – ma a condizione che Mosca dia una mano a dissuadere gli iraniani dal perseguire il loro programma di armamento nucleari [139].   

    Ora, a parte che i russi fanno parte, come gli americani, del gruppo di contatto che con l’AIEA tratta con Teheran, a Mosca, e a ragione, hanno sempre sostenuto che anzitutto l’America deve provare – non solo affermare – che porre i suoi antimissili ai confini tra Russia e Polonia è la migliore maniera di difendersi dall’... Iran; e, anche, che effettivamente l’Iran un programma nucleare militare persegue e non semplicemente, come sostiene da sempre, quello di dotarsi di energia atomica sì, ma a scopi industriali e pacifici.

A corollario di queste posizioni, quelle di qualche rilievo di alcuni, solo di alcuni, tra gli alleati europei e che abbiamo trovate menzionate per nome e cognome sulla grande stampa internazionale come degne di qualche nota: nessuno, in pratica, oltre a francesi e tedeschi:

    ◘ per la Francia, Sarkozy ha detto che “ad essere sinceri, i rapporti dell’Unione europea con la Russia sono diventati – dopo la vertenza sul gas con l’Ucraina di inizio gennaio – più segnati dalla sfiducia”— scordandosi, o in modo reticente evitando comunque di dire, dell’Ucraina e del suo ruolo nella faccenda qualsiasi cosa.

Pure, adesso, la Naftogaz ucraina parla di ritardare nuovamente i pagamenti che pure riconosce di dovere alla Russia, a causa del ritardo con cui essa stessa viene pagata dagli enti e dai consumatori ucraini che rifornisce (denuncia di dover ricevere arretrati per 575 milioni di $). Ma il fatto è che non annuncia di volerlo concordare, neanche di voler cercare di farlo. Sembra annunciarlo come se fosse già una decisione presa, per quanto unilaterale e, dunque, capace di scatenare ancora controreazioni pesanti[140]

D’altra parte, sempre per l’Ucraina, salgono, nel paese e fuori, i timori che “potrebbe rifiutare” – o, meglio, non essere in grado di onorare – “i termini del prestito di salvataggio”, cioè di pagare rate e interessi dovuti per la seconda rata del credito di 16,4 miliardi di $ che ha avuto in emergenza dal Fondo monetario e, quindi, vedersi costretta dichiarare default formale sul suo debito estero[141]. Per il quale nel frattempo, l’Ucraina è stata declassata dall’agenzia Fitch al rating B. Poi, secondo gli osservatori più benevoli, il PIL del paese quest’anno perderà il 10% del proprio valore[142]

E, intanto, continua la guerra intestina tra il presidente Viktor Yushenko, prima ministro col vecchio governo sovietico e post-sovietico e poi politico decisamente russofobo che, secondo il significato del nome (Ucraina = “sul confine”: come nel vecchio russo okraina— periferia), ha giocato su questo sentimento – che accomuna parecchi, ma non tutti e forse neanche una maggioranza degli ucraini per le sue fortune politiche e la prima ministra, la trecciuta milionaria ex filo occidentale e ora, realisticamente, un po’ pìù vicina alla Russia, Yulia Timoshenko.

I due fecero nel 2004, adeguatamente aiutati, condussero con successo la famosa/igerata rivoluzione “arancione” per cacciare l’ex presidente russofono Viktor Yanukovich e, da allora, hanno ingaggiato uno sterile, esiziale, braccio di ferro che sta di per sé paralizzando il paese.    

Mentre

    ◘ Angela Merkel, parlando per la Germania, ha sottolineato invece, con tono volutamente distensivo, quanto sia “alto l’interesse dell’Europa e della NATO stessa ad integrare la Russia nella nuova architettura di sicurezza” europea— che, però, anche per sue eminenti responsabilità ed esitazioni recenti, proprio non c’è.

    ◘ La Russia, proprio il giorno prima dell’intervento di Biden, aveva parlato per bocca del vice primo ministro Sergei Ivanov, affermando che “come già annunciato” non avrebbe schierato i suoi missili alla frontiera polacca se gli Stati Uniti, “come sembra”, avessero riconsiderato il loro sistema missilistico di difesa, che i russi vedono schierato troppo vicino ai loro confini per non essere una minaccia diretta. Biden a lui ha risposto: eccetto che per le riserve sul costo e sull’effettiva funzionalità del sistema, quella americana di Obama resta la stessa posizione di Bush…

    Poi Ivanov, che chiaramente è un ottimista sfegatato o si attacca a qualsiasi spunto per tenere comunque aperti canali di colloquio e forse anche di negoziato, magari con assicurazioni sussurrategli all’orecchio nell’incontro privato avuto con Biden, definisce le dichiarazioni del vicepresidente americano “‘molto positive’, in particolare nel passaggio in cui Biden ha parlato della necessità di ‘resettare’ i rapporti Russia-Stati Uniti[143].

    Ma, tanto per rimettere i puntini su tutte le “i”, comprese quelle che i politici al momento non insistono a precisare, il gen. Nikolai Makarov, capo di Stato maggior generale delle Forze armate della Federazione russa e primo vice ministro della Difesa, specifica durante una visita a una fiera di armamenti negli Emirati arabi uniti, che se “qualche potenza”, non altrimenti specificata, tentasse di “militarizzare l’Artico”, anche su questo fronte il suo paese “risponderebbe[144] botta su botta.

•   nel rapporto con l’Iran

    ◘ Al presidente del parlamento di Teheran, Ali Larijani, l’ex negoziatore sul nucleare e uomo molto vicino a chi comanda davvero, la “Guida Suprema” Ayatollah Khamenei, che dice al pubblico (capi di Stato, ministri degli Esteri e della Difesa, diplomatici, studiosi) come la decisione di Obama di mandare l’inviato speciale George Mitchell ad “ascoltare” le parti più che a “ordinare”nello scacchiere mediorientale sia “un segnale positivo”. Mentre ha ripetuto, per quel che riguarda i rapporti col suo paese che l’America deve per sempre “scartare il vecchio cliché del bastone e della carota”.

    ◘ Il vicepresidente Biden risponde che, contrariamente a Bush – e non è cosa nuova – “noi saremo pronti a parlare con l’Iran”. Ma poi, a modo suo, tutto americano s’intende, torna a porgere la carota (“se la smettete di sostenere il terrorismo – essendo esso anche la resistenza palestinese – e se abbandonate il vostro illecito programma nucleare – solo il vostro è illecito, perché lo diciamo noi potenze nucleari esistenti e noi americani anzitutto: tutti gli altri, invece,  vanno bene – per  voi ci saranno incentivi significativi. Se continuate sul percorso che tenete oggi, resterete sotto pressione e sarete isolati”.

    ◘ Insomma se Bush, prima di parlare, con l’Iran esigeva la resa preventiva – che dessero il loro accordo prima ancora di sedersi al tavolo – questa nuova Amministrazione è disposta a parlare senza precondizioni— ma dice che o fanno come vuole, o se no…

Francamente il contributo di Joe Biden al nuovo clima di rapporti internazionali che sembrava – sembrava – possibile potersi aspettare dall’Amministrazione Obama è quello di un falco. Più razionale, ovviamente, ma sempre un falco di vecchio stampo. Uno che si preoccupa molto di non dare neanche il minimo spazio ad aperture possibili. Anzi, di chiuderle proprio quando e se sembrano manifestarsi…

Si tratta di un approccio comunque sbagliato, come spiega un commentatore americano di razza che qui ci limitiamo a parafrasare, sottolineando però l’importanza che un messaggio simile arrivi a Washington da una voce ascoltata e, sicuramente, attendibile[145]: “l’Iran – scrive – è una nazione antica e orgogliosa e, allo stesso tempo, moderna e fondamentalista, democratica e islamica. Gli iraniani, di qualsiasi ideologia, vogliono essere trattati con rispetto dal mondo esterno. Detto questo, gli iraniani possono ben vivere con gli Stati Uniti e vogliono anche vivere con gli Stati Uniti”.

Già… la richiesta cui non rinunciano è quella che nel politichese nostrano si chiamava “pari dignità”… Se il nucleare civile è diritto di Israele e di tanti altri, è diritto anche loro. E se non fate obiezioni addirittura sul nucleare militare di cui sicuramente Israele è dotata, restate per lo meno cheti su quello che sospettate soltanto di noi. Insomma, ricordatevi che se questo criterio lo  rifiutate, di vivere con gli americani gli iraniani possono ben farne a meno… Come possono gli americani stessi con loro.

Pari dignità, appunto.

E, poi, dopo il disastro lasciato da Bush, è ora che gli americani comincino a fare i conti con la realtà fatta di cocci geo-politici che hanno ereditato non solo ma soprattutto dalla sua sconsiderata presidenza: un Iran vicinissimo potenzialmente – questo era inevitabile, ma lui non l’aveva mai voluto riconoscere né, tanto meno, dire – a dominare le capacita tecnoscientifiche necessarie a farsi la bomba: come tanti altri, se vuole; e un Iran che – questo lo si poteva, invece, evitare con una politica più intelligente – che grazie agli errori americani ha acquisito una potenza straordinaria sul piano “regionale” (in Iraq, in Medio Oriente, in Afganistan anche).uisito una potenzxa rergioanel Medio oriente. Iraq, Afganistan -

Ora è stata annunciata la ricandidatura dell’ex presidente della Repubblica Khatami alle prossime presidenziali[146]. E sono subito partite vaghe minacce di possibile assassinio, addirittura, confusamente ma sinistramente provenienti dal campo dell’attuale presidente Ahmadinehìjad, attraverso il giornale Keyhan,[147] in assoluto più vicino al regime.

Cui se ne aggiungono altre, meno truci, di escluderlo come troppo riformista e traditore della rivoluzione  attraverso i meccanismi di filtraggio del regime ayatollaico: il Consiglio dei Guardiani della rivoluzione, che non rende conto a nessuno delle sue decisioni senza appello sui candidati: ne ammette molti di stampo riformista, in numero sufficiente a contestare tutti i seggi, ma quasi tutti solo se potenzialmente inoffensivi…

Mohammad Khatami, che nel periodo del suo mandato dal 1997 al 2005 s’era sforzato di raggiungere una qualche distensione con l’occidente e, in particolare, con gli USA, vedendo tutte le sue aperture respinte dall’intransigenza estrema e dal fin de non recevoir bushista e neo-cons[148], intende correre, appunto, contro la ricandidatura dell’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad.

E sarà interessante vedere se l’approccio all’Iran cambierà sul serio adesso, da parte americana (senza però neanche abbracciare troppo stretta e troppo palesemente l’ipotesi Khatami per non soffocarla), o se resterà, nella sostanza ma come siamo venuti cercando di spiegare anche nella forma – chejui è alftrettant io imoporaìtanre .-, qui, è altrettanto importante della sostanza, però – l’ottusa intransigenza di sempre.

Come scrive Roger Cohen, che poco sopra già abbiamo citato, la cosa che il potere “a Teheran teme più di ogni altra è una figura alla Gorbaciov, qualcuno che da dentro il regime in nome della ricerca di un compromesso con l’occidente finisca con lo svendere la rivoluzione e distruggerla.

    Tutte le grandi manovre di questa vigilia delle presidenziali del 12 giugno – le più importanti del mondo dopo quelle americane – possono essere viste attraverso questo prisma. Per cui il nocciolo duro di questo dibattito è se l’Iran sarà in grado di gestire una riforma di stampo cinese in cui la gerarchia islamica possa restare in sella nel corso del cambiamento, o se l’apertura all’America” – che, come è scontato per qualsiasi pur intelligente e ben informato osservatore statunitense, è puramente e semplicemente = a occidente – equivale a un’implosione di stampo sovietico[149].

Come, appunto, con Gorbaciov.

Oppure, anche se questa ipotesi, l’autore neanche prova a contemplarla, se senza rifarsi ad alcun modello straniero – cinese, sovietico, americano o qual altro – gli iraniani sono vorranno e potranno scegliersi da soli, e a modo loro, la loro futura via. Come fecero del resto nel 1979 quando sorpresero e spaventarono l’occidente, che non ci capì proprio nulla, con la rivoluzione di Khomeini.

Insomma, per ora resta il dubbio di fondo che una attenta lettura dei detti, dei fatti e degli atti che emergono dal dipartimento di Stato e, soprattutto, dalla Casa Bianca, alimenta e non scioglie: il cambiamento sta tutto nel dire che, se la Corea del Nord rinuncia all’arma nucleare (che ha già e che, come Saddam insegna – ha insegnato ormai a tutti – è l’unica garanzia che ha di non essere mai attaccata) l’America è pronta a normalizzare i rapporti reciproci? tutto nel dire che se l’Iran, adesso, a priori butta via tuta la propria ricerca sull’energia atomica, allora l’America è pronta a discutere di merito delle altre questioni? che se l’Europa dice agli USA di sì su quel che hanno già  deciso per conto proprio di far fare alla NATO, gli Stati Uniti sono allora disposti a consultare l’Europa?

E, più in radice, è solo cosmesi e apparenza che sostanza in politica estera, Obama, perché comunque lui è americano e, secondo la grande lezione della real politick di Kissinger e, molto prima, di Metternich, la risposta già è chiara al dilemma se siano i presidenti, come ieri i re e gli imperatori, a fare la storia, o se sia sempre e comunque la storia a fare in realtà i presidenti (cioè gli interessi, veri o presunti, ma come tali percepiti degli Stati Uniti, cioè dell’inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, N.W., a Washington, D.C?

Un abbozzo di politica estera sensata, oggi, per gli USA e per tutto l’occidente nella regione – che facesse centro magari proprio sull’Iran ma con un approccio del tutto nuovo, duro quanto però disponibile, potrebbe, invece, basarsi sull’accettazione di certe realtà da cui cominciare a lavorare realisticamente ma non – almeno non necessariamente – cinicamente.

Ha così delineato questo approccio un notista del NYT, buon conoscitore dell’Europa  quanto, pare , viste le sue indicazioni, un commentatore americano anche dell’Iran un volta tanto nient’affatto superficiale. Così Roger Cohen suggerisce una politica alternativa basata su questi realmente differenti pilastri[150]:

• “gli USA dovrebbero imbarcarsi in una direzione prospettica nuova e lungimirante. Obama dovrebbe assicurare a Khamenei non solo che l’America ha abbandonato l’obiettivo di un cambio del regime iraniano ma che ormai vede l’Iran [per quello che è] come un attore centrale e principale per la stabilità di tutta la regione.

   Questa sarebbe la mossa capace di rispondere all’ossessione di indipendenza del paese [ossessione per l’Iran, si capisce; per gli USA sarebbe una rivendicazione tanto legittima da essere scontata, s’intende].

Obama deve [anche] mettere fine alle minacce militari al programma nucleare iraniano a favore di un approccio alternativo che prenda atto dell’inevitabile acquisizione acjuisiione acpadronanza da parte di questo paese del ciclo del combustibile nucleare [un fatto compiuto, ormai, grazie anche alle illusioni di Bush che minacciare e alzare la voce avrebbe impaurito e bloccato l’Iran: cosa che, ovviamente, non hanno fatto] assicurandosi in cambio condizioni verificabili perché questa padronanza tecnica non sia rivolta alla costruzione di bombe [e non sarà facile, vista l’insistenza di Teheran sulla parità di condizioni…].

   Questo sarebbe un approccio in grado di tener conto dell’orgoglio intellettuale dell’Iran, così come del fatto che lì ai confini ai confini del paese ci sono potenze nucleari come Israele, Pakistan e India [già, ma proprio questa realtà  pone il problema della pari dignità su cui non transige l’Iran].

Obama deve reindirizzare la politica stessa degli Stati Uniti su Israele-Palestina per fare della riconciliazione tra Hamas e Fatah un obiettivo chiave americano, riconoscendo che l’etichetta affibbiata loro come ‘terroristi’ è una descrizione inadeguata della realtà dei vasti movimenti che sono invece Hamas e Hezbollah; e deve metter fine alla linea secondo cui Israele non può mai fare niente di sbagliato che sta sabotando una soluzione di due Stati sovrani in Palestina.

   Questo consentirebbe a Khamenei di sostenere che la sua rivendicazione – come autoproclamato leader del mondo islamico – di giustizia per i palestinesi è stata ascoltata.

Da parte sua, l’Iran dovrebbe accettare [esplicitamente, dichiaratamente e chiaramente] la soluzione dei due Stati in Palestina appoggiata dalla Lega araba (Khamenei ha già detto che ‘il destino della Palestina dovrebbe essere deciso dal popolo palestinese’ [in un contesto che rendeva chiarissimo come, se un referendum palestinese accettasse la divisione, l’Iran non avrebbe niente da dire]. E dovrebbe reciprocare lo spostamento americano verso Hamas e Hezbollah mettendo fine al suo sostegno militare, ma non a quello politico, che dà loro [l’Iran, certamente, contrapporrebbe analoga richiesta, però, nei confronti di USA-Israele…].

   Dovrebbe anche sostenere gli sforzi americani tesi a stabilizzare Iraq e Afganistan. Migliorare il proprio basso rispetto dei diritti umani. E, per dimostrare la propria buona volontà, appena partissero i colloqui ad alto livello con gli Stati Uniti d’America, dovrebbe interrompere l’arricchimento dell’uranio fatto con le sue centrifughe [ma, sicuramente, l’Iran su queste condizioni extra avrebbe il suo contrapposto che dire…]”.

Precisamente di questo, però, si deve discutere, trattare, negoziare. Non si può certo chiedere di farlo a priori all’Iran. E, infatti, tiene a precisare Hassan Qashqavi, il portavoce del ministro degli Esteri, il “nostro programma nucleare procede come previsto: ed è un programma monitorato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica[151], al contrario di tanti altri, di tanti altri paesi…

Cohen, che lo capisce bene, per questo indica che prima devono partire i colloqui e, poi, forse, si potrà chiedere un gesto di buona volontà… E cvnclude che no, “Khamenei non è irrazionale La giustizia sociale è il quarto pilastro della rivoluzione iraniana. Lui ha detto che ‘quel che l’Islam persegue è lo sviluppo economico e la prosperità per ogni strato sociale’. L’Iran, però, è una società profondamente ineguale. Col prezzo del petrolio intorno ai 35 $ al barile, questa è una situazione che non cambierà senza cercare una ricchezza maggiore in modi cui si può arrivare solo impegnarsi con e insieme all’occidente”.

Una via obbligata, almeno secondo queste considerazioni. Alquanto presuntuose, forse, però…

Insomma, conclude questo osservatore che almeno osa pensare qualcosa di nuovo e proporlo, senza farsi paralizzare dall’accusa, che puntualmente in America arriva,  inevitabile, di antisemitismo, filo-islamismo e fatale sprovvedutezza. Del resto Cohen è uno che si espone senza titubanze a questo tipo di accuse.

Nella serie che sta pubblicando sull’Iran, e i rapporti tra Iran e USA, qualche giorno dopo[152], scrive con grande rigore – lui che è di cittadinanza americana e di religione ebraica – che, pur riconoscendo di “avere forse un pregiudizio a favore dei fatti e contro le chiacchiere, dice che la realtà del comportamento iraniano civile e cortese nei confronti dei [loro] ebrei [la più importante comunità ebraica di tutto il Medio Oriente e del mondo islamico, 25.000 unità] ci dice molto di più sull’Iran – sulla raffinatezza e la complessità della sua cultura – di tutta la retorica infiammata” del suo presidente.

E, certo, mi ha fatto anche “impressione”  – aggiunge – “che tutta la furia su Gaza, strombazzata su manifesti e televisione per tutto l’Iran, non si sia mai riversata in alcun insulto o alcuna violenza verso gli ebrei”.

Impressione hanno anche fatto agli iraniani, ma niente affatto positiva, due scelte della Casa Bianca. La prima è stata quella di Dennis Ross come consigliere speciale della segretaria di Stato per le questioni del Golfo e del Sud Est asiatico. Secondo la radio di Stato iraniana, citata dal Jerusalem Post, Ross è da sempre schierato contro un qualsiasi sviluppo del programma energetico nucleare iraniano. E la sua biografia ufficiale indica che ha servito a lungo come direttore della pianificazione nel Dipartimento di Stato di Condoleezza Rice e di Bush e, ancor prima, come coordinatore per il Medio Oriente con Madeleine Albright e Clinton: in tutto ha già speso dodici anni della sua carriera a occuparsi di Medio Oriente…, si è visto con quali esiti. E a Teheran rilevano, come la cronaca recente sembra confermare, che Ross è un “uomo di Israele”, da sempre schierato con Tel Aviv.

Il JP riferisce di aver saputo, anche se anonimamente, da fonte del Dipartimento di Stato, che nel tentativo di edulcorare un po’ l’impatto di una simile nomina “pare che il titolo completo affibbiato ora a Ross, quello che comprende nel suo mandato il Sud Est asiatico sia il tentativo di diluire dandole un profilo più basso il suo incarico relativo all’Iran per non antagonizzare troppo Teheran[153]. Sembra uno stratagemma un po’ moscio e anche un po’ rozzo, no?, del tipo peggio la toppa del buco. Ma tant’è.

La seconda scelta, che ha innervosito non poco Teheran ma soprattutto sembra aver deluso le sue aspettative, è emersa da una lettera al presidente del Consiglio di Sicurezza, Yukio Takasu, in cui l’ambasciatore iraniano all’ONU, Mohammad Khazaee, ha duramente… criticato le critiche avanzate dall’ambasciatrice americana Susan Rice sul suo paese, che appoggerebbe il terrorismo e tenterebbe di sviluppare armi nucleari. Non è vero, dice Khazaee, “sono le stesse stanche, infondate e gratuite accuse” già tante volte, e senza prova alcuna, avanzate dai governi americani e che purtroppo, denuncia, riprende tali e quali anche l’Amministrazione Obama[154].

GERMANIA

Il PIL tedesco è calato del 2,1% nel terzo trimestre del 2008, con la peggiore caduta dal lontano 1990[155]. Si è anche dimesso, nel primo importante rifacimento interno del ministero della Grande coalizione, il ministro dell’Economia Michael Glos, sostituito dal suo collega dell’Unione cristiano-sociale bavarese Karl-Theodor zu Guttenberg.

D’altra parte, si tratta in realtà di un rimescolamento di carte minore (di equilibri interni al partito bavarese), visto soprattutto che qui il ministro dell’Economia conta davvero poco e conta, invece, quello delle Finanze che controlla il bilancio, il social-democratico Peer Steinbrück.

La Bundesbank ribadisce nel Bollettino di febbraio[156], che la recessione resterà “severa” per diversi mesi, con la crisi che deprime export e investimenti: in queste condizioni, “la stabilizzazione dipenderà largamente dal ruolo dei consumi privati”, annota la Banca ma con aria forte di scetticismo. Qui il governo ha concordato di spendere 80 miliardi di € in due anni per stimolare l’economia: circa l’1,6% del PIL ed una misura “giustificabile”, dice la Banca centrale, visto il “deterioramento acuto” del quadro previsionale.

Uno stimolo che sarà efficace nel tardo 2009 e nel 2010 ma che “non basterà, e di gran lunga, a riequilibrare il rallentamento della crescita delle esportazioni” nel breve e anche nel medio periodo. Per questo, ed è la critica invero pesante del Bollettino, “sarebbe stato più efficace se lo stimolo si fosse concentrato su misure di più immediato periodo”. Cioè, come chiedevano gli attori sociali, subito stimolo ai consumi attraverso sgravi fiscali sui salari e  incentivi agli investimenti: critica di assoluto buonsenso, tanto più valida altrove, da noi per esempio dove di gran lunga si fa molto di meno e, quando si fa, si rinvia alle calende… europee.

Anche in Germania ormai si fa pesante la crisi e crolla a febbraio, dopo una leggerissima punta migliorativa a gennaio, l’indice di fiducia IFO per le imprese[157]. E si discute. Qui avevano a lungo presunto che il rallentamento avrebbe risparmiato l’economia tedesca che aveva proceduto, molto più seriamente di altri paesi, a fare le riforme strutturali richieste da mercati e maestri  dell’economia liberista. Ad esempio, se due decenni fa i costi unitari del lavoro tedeschi erano grosso modo del 12% sopra quelli medi dell’eurozona – i genuflessi chiamavano la Germania, per questo, “la malata d’Europa” – mentre oggi – bloccando, nei fatti, dalla cancelleria di Gehrard Schröder in poi per un decennio i salari reali e procedendo a una lunga serie per lo più omeopatica di riforma strutturale dei mercati del lavoro – è al 13% sotto.

Ma, ora, crolla tutto, come altrove, come in America, come in Giappone, come nel resto d’Europa: qui la produzione industriale cala più che in America, le esportazioni – da sempre il vero motore – perdono moltissimi colpi, mentre aumentano i sussidi di disoccupazione e il sostegno ai salari di chi si trova precarizzato il lavoro (16.000 un anno fa e, oggi, 600.000). Ma, quasi  come in Italia, qui gran parte della produzione industriale è opera di piccole e piccolissime imprese, le Mittelstand,  che sono le più esposte ai ribassi di mercato e occupano nicchie di produzione particolarmente redditizie e sofisticate ma anche tra le prime a chiudersi  col caldo di ordini quando si fa più urgente spendere su altri prodotti.

Come in Italia, queste sono le imprese che si trovano più esposte alla riduzione del credito, a fronte di una capitalizzazione propria sempre inferiore al 20% dei fondi operativi. Quella che era una virtù – contare sul credito fornito dalle banche locali – nel clima di blocco totale ora imperante che coinvolge ogni casa di risparmio, anche la più amichevole e comprensiva, si va trasformando rapidamente in un cappio al collo.

Ogni speranza è ora puntata sull’efficacia delle misure di sklav ataggio che sta oprendneo il governo. Ma non ci credono tutti[158]…        

La riduzione dell’orario di lavoro, in forte aumento, è riuscita a raffreddare finora l’impennata del tasso di disoccupazione (comunque a un tondo 8,1%, ma solo grazie al numero di lavoratori a tempo parziale dichiarato che è salito in un anno quasi del 600%, da16.000 a 626.000 unità). Il deficit/PIL si avvia al 3% nel 2009 e al 4 nel 2010, con salari che (grazie soprattutto a gratifiche, una tantum e recuperi di somme dovute salgono a dicembre al 5,9% dal 2,6 di novembre, anno su anno: con forte moderazione in arrivo, però, nei primi mesi dell’anno, prevede la Bundesbank, che la riporterà verso il tasso del 2008, il 2,8% (comunque il doppio dell’anno prima) mentre l’inflazione al consumo arriva a fine anno al 2,6%[159].     

FRANCIA

La Francia – che per anni, con qualche esplosione di rabbia anche intensa ma gallicanicamente assai  estemporanea, era sembrata come sfiorata dal disagio diffuso, anche per ragioni diverse, altrove pressoché dovunque in Europa – oggi è in crisi profonda. E alla ribalta rifà prepotente capolino l’ésprit répubblicain, quel non so che di sovversivo e di ribellione al potere che alligna in ogni spirito francese anche quando tutte le istituzioni che si rifanno alla resistenza e al sommovimento (partiti, sindacati, mouvément,ecc.) si sono andate sgretolando.

Ma la situazione si va facendo grave veramente: 

• Il PIL è sceso dell’1,2% nel quarto trimestre del 2008, il restringimento maggiore, come informa l’INSEE, dal 1978[160].

• La disoccupazione che nel terzo trimestre era al 7,7%, quest’anno dovrebbe arrivare al 9,8.

• Il deficit/PIL supererà quest’anno il 4,4%, dice ad una rivista web specializzata il ministro del Bilancio Eric Woerth, spingendo al peggio, finora, ogni previsione ufficiale[161]. La Francia, del resto, sta facendo pressioni sull’Unione europea perché lasci perdere con tetti di rapporto tra deficit e PIL al 3%: quelli di cui si diceva che, al minimo, non hanno più proprio alcun senso. E anche se, come si accennava prima, la Commissione ha incluso il paese nella lista dei paesi col debito/PIL in eccedenza, i francesi sembrano fregarsene.

• Il rapporto debito/PIL che è fissato dal bilancio a non superare il 66%, già è avviato comunque ad oltre il 70.

• la dichiarazione di Sarkozy che le auto francesi costruite con aiuti pubblici devono essere fatte in Francia, probabilmente un flatus vocis, ha comunque allarmato gli altri Stati dell’Unione che, però, se qualcuno davvero comincia, pensano tutti di dovere mettersi a fare anche loro protezionismo:  a breve.

• la fiducia delle imprese, secondo l’Istituto di statistica nazionale, l’INSEE, ha raggiunto il minimo degli anni recenti a febbraio[162].

• il tasso di popolarità del presidente è sceso ad appena il 36%, il più basso da sempre.

• secondo sondaggi di inzio febbraio, di fonti moderate e conservatrici (Le Figaro), il 61% dei francesi si aspetta seri problemi sociali e grandi proteste pubbliche nei mesi a venire; e oltre il 50% pensa che siano necessarie e si dicono disponibili a partecipare “personalmente”.

Del resto, i “guai sociali” come li chiamò qualche settimana fa l’Eliseo sono già cominciati: fortissime spinte di massa con dimostrazioni-monstre, due-tre milioni di persone in piazza, a fine gennaio dei molti, i più?, che non sembrano a livello di opinione sociale, condividere le priorità del governo di Sarkozy: aiuti agli investimenti e non, subito, alle famiglie, ai consumi, ai disoccupati che aumentano (secondo l’UE dal 7,8% del 2008 al 9.8% nel 2009: mentre, subito, adesso, con 50.000 nuove domande di impiego inevase a fine ottobre, la disoccupazione registra il rialzo mensile più alto dal marzo 1993)[163].

I due grandi rischi che abbiamo e ai quali dobbiamo resistere – dice a Davos per conto di Sarkozy la ministra Lagarde – sono il dissenso sociale e il protezionismo”. L’opposizione, la segretaria del PS, Martine Aubry – dice invece che “avendo ceduto alle banche adesso Sarkozy deve cedere alla volontà popolare”. In realtà, “molto dipenderà dalla risposta che alla gente, alle sue paure, alle sue richieste e ai sindacati darà Sarkozy”, dice François Chereque, segretario generale della CFDT, il sindacato di impronta e costume, diciamo pure, più indipendente.

Sale forte la domanda popolare di una ripartizione più equa delle ricchezze. Negli incontri col governo questa rivendicazione monterà forte: restituire un po’ del maltolto prendendolo da chi ne ha sequestrato troppo per ridarlo a chi troppo ne ha perso nella ridistribuzione che, anche qui, ha imperversato, grazie al liberismo selvaggio, trasferendo molti punti di reddito nazionale da salari, stipendi e pensioni (dal reddito fisso in generale) a utili, rendite e a chi i prezzi se li fissa da solo. Naturalmente, in linea di principio, nel paese dell’égalité, fraternité, ecc., anche il presidente è d’accordo[164].

Documenta la CGT, il sindacato più di “sinistra”, nella sua ultima Nota economica mensile[165], che “i dividendi versati agli azionisti delle società non finanziarie sono stati moltiplicati praticamente per cinque, da meno del 5% a metà degli anni ’80 al 23,5% nel 2006”. E il portavoce del partito di maggioranza di Sarkozy, l’UMP di centro-destra, mettendola in modo diverso non dice niente di sostanzialmente diverso: “il salario medio del settore privato è aumentato del 3,8% nel 2007, mentre i dividendi sono cresciuti del 23,5% e i compensi dei dirigenti di banca e di borsa si sono gonfiati dal 40 al 56%[166].

Diagnosi precisa. Già… Ma la cura? Ora, con la disoccupazione che aumenta in parallelo con l’aumento del costo della vita, i sindacati in Francia stanno già pianificando un nuovo sciopero generale/dimostrazione per il 19 marzo a difesa del potere d’acquisto dei francesi e contro i salvataggi graziosamente e generosamente, denunciano, elargiti a banche ed imprese.

Questo è il pese che nel mondo industrializzato ha la più bassa densità di sindacalizzazione (metà più o meno di quella americana, addirittura che, grosso modo, è al 10%; in Italia è ancora oltre il 30% della forza lavoro attiva: ma, spesso, pare come se non ci fosse…), anche perché il sindacato qui non serve in realtà a contrattare, visto che non si negozia e si decide tutto o quasi per legge.

Però, confermano tutti i sondaggi (compresi quelli governativi) il 69% dei francesi, in occasione dell’ultimo sciopero/dimostrazione del 29 gennaio si sono dichiarati a favore e disposti a sostenere l’azione di protesta nazionale indetta dalle organizzazioni dei lavoratori

All’origine di questa crisi c’è, qui come altrove ma qui è particolarmente sentita – e risentita – una più iniqua distribuzione di reddito e di ricchezza, e anche la produzione di beni di consumo che un numero crescente di persone non si può più permettere di acquistare. Se chi i soldi ce li ha – come dice il Cavaliere da noi – non li tira fuori da sotto il materasso e chi non ce li ha non li può spendere – alla fine si è corretto anche lui, riconoscendo che di gente che da sotto il materasso non può tirar fuori nessun risparmio ce n’è – si avvita su stesso il meccanismo del declino macro-economico.

Ora, uno sciopero generale di un giorno o anche di due, non è che ristabilisca l’equilibrio sociale ed economico. Però, corregge – può correggere – anche con la paura che semina tra i tremebondi e chi sa di avere immeritatamente di più, l’equilibrio dato e può aiutare a creare nuovi rapporti tra le forze sociali. Il governo di Sarkozy lo sa e lo ha capito benissimo. Sa di essere stato messo in mora, pubblicamente. E non ignorerà, semplicemente, la cosa.

Infatti, il primo ministro Fillon annuncia subito che incontrerà la dirigenza degli otto sindacati maggiori (tra tutti quasi niente, o poco più, come abbiamo visto; ma con un fortissimo “richiamo” sociale, comunque) per cercare un accordo “politico”ed evitare un altro round di pubbliche proteste. E annuncia che il piano di stimolo già previsto cresce di 2,6 miliardi di €, portandosi, per il 2009, allo 0,8% del PIL. Ma non sembra una misura sufficiente a bloccare, né più seriamente a stemperare la rabbia delle piazze sul piano  economico e, tanto meno, politico…

Lo scopo però, secondo un osservatore di mercato professionale[167], è proprio “più politico che economico, trattandosi solo dello 0,13% del PIL e dello 0,1% del consumo totale. Si tratta di mostrare all’opinione pubblica un qualche sforzo teso a sostenere i consumi dei meno abbienti in un periodo di crisi pesante: bonus di 150 € al mese in giugno per le famiglie a basso reddito e rimborsi fiscali alle due aliquote più basse, per un costo totale di 1,950 miliardi, col resto che andrà in ulteriori sussidi di disoccupazione”; insomma, quisquilie, anche qui…

E un consigliere economico vicinissimo al presidente Sarkozy, dice a le Monde[168] che si fa alto il rischio di destabilizzazione sociale in tutta Europa – ma pensa anche e soprattutto alla Francia – tipo le rivolte di piazza che sono cominciate a scoppiare a dicembre in Grecia, se non viene fornita qualche efficace protezione all’industria europea, a fronte soprattutto di piani analoghi che stanno sviluppandosi ovunque e riducono inevitabilmente la competitività delle esportazioni europee.

Insomma, un appello al protezionismo, rivolto all’opinione pubblica perché sia possibile intenderlo anche nelle altre capitali europee e a Bruxelles. “E’ un rischio che non ci possiamo permettere di sottovalutare”, spiega Guaino, e per farci fronte non possiamo muoverci ognuno per conto nostro: sono necessarie regole concordate ed uguali per tutta l’area del mercato comune, per prevenire proteste di tipo sociale, politico e anche sempre più apertamente xenofobo…

Intanto, c’è chi fa osservare che se, ancora a settembre scorso, Sarkozy parlava con sicumera ostentata di voler accelerare le riforme per cui lo avevano eletto, adesso qualsiasi accenno a riforme che la gente sa essere controriforme mette paura. Manco questa fosse un’Italia qualsiasi…

GRAN BRETAGNA

La CBI, la Confindustria britannica, parla di una contrazione del PIL di oltre il 3%; la Banca centrale prevede un più duro -4% di crescita a metà anno e, forse, incrociano le dita, anche del -6% e, a fine 2009 del -2,5%. Almeno. E, a febbraio, la Banca ha tagliato di un altro punto il tasso di sconto, portandolo all’1%: il livello più basso da oltre tre secoli, da quando esiste, cioè, la Banca centrale d’Inghilterra. E, adesso, annuncia tout-court che stamperà più moneta[169], tentando di aumentare la liquidità nella speranza di promuovere così credito e prestiti.

D’altra parte, il tasso di disoccupazione ufficiale sale, nell’ultimo trimestre del 2008, dal 5,9 al 6,3%[170], il deficit/PIL sale dal 2,7% del 2007 ad oltre il 5%, mentre il debito pubblico sale già del doppio ed, anche se ancora ben lontano da quello italiano, ormai con la prossima contabilizzazione di tutte le acquisizioni forzate di debiti bancari al Tesoro potrebbe toccare entro l’anno un tasso, sussurrano appunto al Tesoro oltre il 160%.

E il governo ha messo già in circolo quasi 600 miliardi di sterline. Risale la “tentazione” di passare all’euro, visto che la sterlina si sta svalutando almeno tanto quanto la tradizionale forza dei mercati finanziari trasformatasi in nettissima debolezza visto che è saltata la scommessa dei derivati gonfiati e fasulli. Ma è un’ipotesi contestata e contrastata con forza per la rigidità della gestione monetaria europea oltre che dai vecchi sogni di indipendenza della moneta, della finanza, in sostanza dal mito della sovranità nazionale britannica.

Pare proprio, da sondaggi e analisi di dati, cifre, risultati ed “umori” dell’opinione pubblica, che il primo ministro non sarà perdonato – e, se la conseguenza non fosse la vittoria dei conservatori, non ci dispiacerebbe per niente! e sarebbe una bella lezione per tante cosiddette sinistre – e il Labour pagherà un caro prezzo, se non rovescia rapidamente l’andazzo, per non aver costretto le banche che ha salvato dal baratro del fallimento con soldi pubblici a render conto in piena trasparenza del loro operare e del loro pessimo fare nel settore finanziario[171]. Insomma, per averle finanziate senza nazionalizzarle, però…

Questo paese, dice il ministro dell’Educazione nazionale Ed Balls, il membro del gabinetto forse più vicino a Brown, che era stato anche il suo primo consigliere economico al Tesoro, quando il premier era cancelliere dello Scacchiere, sta affondando in quella che, dice, “sta diventando la recessione più seria da almeno un secolo”, più seria dunque anche di quella degli anni ’30 del secolo scorso, della Grande Depressione.

L’economia – dice – finirà col determinare, l’anno prossimo, nei prossimi cinque, nei prossimi dieci e anche nei prossimi quindici anni, la politica in tutta questa regione del mondo [cioè in Europa] e nel Regno Unito. Si tratta di eventi sismici che cambieranno tutto il paesaggio politico. Sì, io sono convinto che sia una crisi finanziaria più estrema e più grave di quella degli anni ’30. E non  possiamo certo dimenticare come l’economia di quegli anni finì col rimodellare tutta la politica[172]. Cioè, nacque politicamente e andò al potere Adolf Hitler…

Il bello – anzi, il brutto – è che questa è l’impressione del tutto coincidente (le cose vanno molto peggio di quanto lascino intendere gli economisti di professione) del presidente della Banca d’Inghilterra, Mervyn King. Che, pur riconoscendolo senza più remore, su richiesta precisa della stampa che non sembra disposta a stendere, stavolta, veli pietosi rifiuta di ammettere di aver sbagliato ogni previsione (a settembre scorso, alla vigilia della fusione del sistema finanziario, la BoE si gingillava ancora con la tentazione di alzare il tasso di sconto).

Rifiuta di farlo anche quando gli offrono la più grande ciambella di salvataggio possibile (non è stato l’unico, ha fatto – sbagliandosi – come tutti i suoi colleghi banchieri centrali). Non molla e non lo ammette. Ma non ci fa davvero una gran bella figura[173].

Pure era stato il primo ministro Brown che, adesso, sostiene (sembra sostenere) di nuovo a spada tratta la necessità, comunque, di “rispettare i meccanismi di mercato” ad andare a proclamare in giro per il mondo solo un mese fa, nel messaggi di Capodanno al paese “la fine del dogma del libero mercato[174]”: perché delle due, l’una o aumenta solo la confusione.

Il fatto è che le sparava grosse, per far scordare a tutti forse che, da cancelliere dello Scacchiere, cioè da ministro dell’Economia di Tony Blair, era stato lui l’architetto del disastro finanziario in cui era andato a infilarsi il Regno Unito:

• alimentando un boom insostenibile del prezzo delle case sul mercato edilizio;

• chiudendo uno, due, tutti gli occhi sulle gratifiche stramilionarie (in sterline) pagate ai grandi banchieri (dodici di loro nel 2007 si portarono a casa, a titolo vario – stipendi, gratifiche, pacchetti azionari, opzioni privilegiate, fringe benefits, ecc. – compensi oltre, addirittura, il miliardo di sterline (1 miliardo e 140 milioni di €) come giusta ricompensa “per le loro grandi capacità di rischio”, disse proprio Brown (ma rischio dei depositanti, mai loro…);

• promuovendo attivamente un’enorme espansione del ruolo della City e, in generale, dei servizi finanziari chiaramente insostenibile e che, col cambio artificialmente tenuto alto della sterlina, ha avuto un effetto deleterio su quel che restava di un’industria manifatturiera demolita prima da Thatcher e poi dal governo suo e di Blair;

• e, forse sopratutto, appoggiando sfegatatamente tute le mosse di deregolamentazione volute dalla Casa Bianca e dal Fondo monetario in collusione anche esplicita con tutto quel che i banchieri volevano.

Il vecchio Brown era stato questo, per dieci anni: laudatore e servitore del “libero mercato”. Poi, quando tutto il castello di carte e cartacce finanziarie era caduto, il nuovo Brown che celebrava “la fine del dogma” è durato lo spazio di un mese…, sì e no: soprattutto perché, al dunque, quando si è trattato di fare e non più solo di dire, non ha osato agire. Probabilmente perché a quel che aveva detto, Brown, non ci credeva per niente. Ma la gente non è scema. E se n’è accorta.

Qualche po’ di sbigottimento, in Inghilterra, per la condanna in Italia dell’avv. David Mills a quattro anni e mezzo di galera. Mills è stato condannato per essersi intascato 600.000 $ di mazzetta da Berlusconi[175] al quale ha dato una mano a “nascondere” all’estero diversi introiti (delle sue imprese, pare, non suoi personali).

La maretta, sommessa comunque, è perché dei 1.642 giorni di galera prescritti Mills non se ne dovrà fare uno (tra l’altro, al tempo dei misfatti, era marito della ministra britannica di Brown, Tessa Jowell, col portafoglio attualmente delle Olimpiadi e, in precedenza, del Lavoro, del Welfare e dello Sport) e perché hanno scoperto, con qualche non eccessivo ma ancora esistente stupore, che Berlusconi per legge (legge che ha fortissimamente voluto lui stesso— qui lo stupore) pur avendo “corrotto” non è processabile…

GIAPPONE

La seconda economia del mondo, quella di questo paese, almeno calcolata al tasso di cambio ufficiale (con quello reale, la Cina l’ha già scavalcata o sta lì lì per farlo) si va sbriciolando al ritmo più veloce dalla grande crisi del petrolio degli anni ’70 del secolo scorso, profondamente danneggiata da un export che crolla per il rafforzamento (abbastanza inspiegabile, a dire il vero) dello yen e da una spesa domestica molto anemica[176]. L’inflazione, a gennaio – per la prima volta da 16 mesi – non è cresciuta, mentre è scesa del 10%, mese su mese, la produzione industriale: che, anno su anno, è calata di un preoccupante 30,8%[177].

Un dato fa, in particolare, inevitabilmente impressione. A gennaio, su un anno fa, il paese registra un record di deficit commerciale (termine, negli ultimi anni, pressoché qui sconosciuto), 952,6 miliardi di yen – cioè, 9,9 miliardi di $ – dopo una caduta dell’export del 45,7% sullo stesso mese di un anno fa, che segue quella del mese precedente, già del 35%. Si tratta del peggior dato dal 1980, cioè da quando la statistica viene tenuta. Sono cadute le esportazioni negli USA, in Asia e in Europa tra gennaio e dicembre 2008, a tassi senza precedenti: rispettivamente -52,9, -46.7 e -47,4%. E le importazioni verso il mercato cinese sono scese del 45,1% sull’anno prima[178].uando vengono annotati questi dati statistici

 

La crisi qui fa male come, e più, che altrove, con un crollo del PIL nell’ultimo trimestre del 2008 del 12,7% a tasso annuale (nel ’74, nei primi tre mesi, era calato del 13,1%) che si aggiunge alle contrazioni dei due precedenti trimestri. In termini di paragone col terzo trimestre del 2008 il calo è stato del 3,3%. Al confronto, Stati Uniti e Giappone vanno bene…

Qui, alla Sony, alla Canon – per esempio, che duramente colpite dal calo dell’export hanno in questi ultimi mesi licenziato migliaia di dipendenti – chi si trova senza lavoro improvvisamente si ritrova, più spesso che no, anche senza un’abitazione perché, in questo paese, è il datore di lavoro nelle grandi imprese – quelle che una volta alimentavano la leggenda/verità del cosiddetto “lavoro a vita” – a fornire in affitto l’appartamento. Ma anche altri grandi imprese, come Nissan che ha appena annunciato il taglio di 20.000 dipendenti e Mazda e Mitsubishi, seguiranno ormai a breve[179].

Con la produzione che affonda a livelli storici, la disoccupazione a dicembre (anche qui, come e più che nei paesi anglosassoni, contata in modo tale da risultare enormemente sottovalutata) è balzata dal 3,9% ufficiale al 4,4, gettando migliaia di ex dipendenti  letteralmente per strada.

Sono i lavoratori deregolati creati in più di un decennio dal modo di organizzare – meglio di disorganizzare, di destrutturare – il lavoro, importato dall’America e sono una sottoclasse di decine di migliaia di reietti sociali. Precari, senza alcuno dei diritti qui riservati alla maggioranza dei “salariati” regolari , e praticamente senza neanche diritti a un assegno qualsiasi di disoccupazione. Insomma, come tanti giovani alla ricerca di un primo impiego qualsiasi da noi, in Italia. Ma senza dietro le spalle quel’istituzione di assistenza capillare e diffusa che è la famiglia italiana.

Il ministero del Lavoro, qui, parla di 131.00 licenziati da ottobre, di cui solo 6.000 erano a tempo pieno e con piena copertura assicurativa. Gli altri venivano inviati pro-tempore dalle agenzie dell’impiego, o assunti con contratti predeterminati e senza alcun diritto connesso.

Un decennio di liberismo ha fatto strame, più spesso che no, anche dello stile tradizionalmente più soft del capitalismo nipponico (garanzie tutelate dall’impresa come regola universale e universalmente osservata) mettendo in lume ormai l’esistenza di milioni di senza diritti, una classe di emarginati ormai neanche numericamente inferiore a quella che esiste da anni da noi: qui il 34,5% della forza lavoro, 55.300.000 il totale, è composta da lavoratori non regolari.

Ma in condizioni anche peggiori, visto che qui la rete di sicurezza sociale è sempre stata – quando c’è stata – a carico dello Stato o del padrone che la cultura giapponese – a suo modo, quando resisteva all’americanismo selvaggio – rendeva attento a un minimo di solidarietà sociale. Ma non più, ormai troppo spesso[180]: man mano che “scompaiono” i vecchi lavoratori, i nuovi saranno tutti marcati – se qualcosa di radicale non cambia – dalla precarietà ad oltranza.

Il debito pubblico del paese, con gli investimenti pubblici ora fatti per il rilancio dell’economia, sta raggiungendo il 180% del PIL. Quello italiano è inferiore, al 110%[181] e, come quello nipponico, in buona parte è verso creditori nazionali (istituti e/o individui). Però, si dà il caso che, a fronte di un carico di debito pubblico tanto superiore al nostro e a quello assai inferiore, per dire, malgrado l’incremento continuo (oggi è sicuramente sopra il 70% del PIL) degli Stati Uniti, il costo del servizio del debito in questo paese è in proporzione quasi quattro volte inferiore al nostro[182] ed inferiore anche a quello, ben meno della metà degli USA: il fatto è che i tassi di interesse in questo paese sono quasi a zero da anni, visto anche che da anni la Banca centrale stampa una gran quantità di denaro.

Alla vigilia della figuraccia che lo ha poi costretto alle dimissioni[183] – la conferenza stampa al G-7, in diretta televisiva con Tokyo che ha tenuto completamente ubriaco: in paesi come il Giappone un ministro, figuriamoci se poi la brutta figura la facesse un primo ministro…, non ha altra scelta – il ministro delle Finanze Shoichi Nakagawa aveva firmato con il direttore esecutivo del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn, un accordo che apre al Fondo una linea di credito giapponese da 100 miliardi di $ per rimpinguarne le finanze[184].

Nell’ossessione che divampa, nell’opinione, nei media e nell’accademia in America di tirare lezioni utili dalle esperienze di altri paesi in un passato recente, specie quelle cattive, studiano in molti il cosiddetto decennio perduto dell’economia giapponese… ma qualcuno comincia anche a chiedersi che cosa effettivamente sia andato perso negli anni ’90: il riciclaggio dell’acqua del bagno per fare il bucato? il fiume di whiskey che bevevano i giapponesi?

Queste sono state davvero “perdite” secche? come la riduzione drammatica della vendita di auto? O sono stati, piuttosto, spostamenti importanti di consumo per il meglio che alla fine hanno riportato un paese intero a vivere più vicino ai suoi mezzi e a ridurre i disastri ambientali generati ad oltranza?t i

/Il problema è che affidare la ripresa economica alla dipendenza da un consumismo sempre più esasperato non sembra granché affidabile. E, soprattutto, non poi sostenibile.


 

[1] CISL, Ufficio Studi, Scenario dell’economia (a cura di B. Chiarini e G. Olini), 1.2009 (cfr. www.cisl.it/sito-studi.nsf/ b35b4a42982ae79ec1257122003cdfe5/9b8625c1086465dec1257540004cd784/$FILE/Scenario_Gennaio2009.pdf/).

[2] The Economist, 21.2.2009.

[3] Agenzia Stratfor, 14.2.2009, Economic Downturn Will Continue Through 2009 - G-7 Finance Ministers La caduta dell’economia continuerà per tutto il 2009 (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090214_economic_downturn_will_ continue _ through_2009_g_7_finance_ministers/).

[4] Ministero del Tesoro, sito G-8, Testo del comunicato finale, 14.2.2009 (cfr.  www.g7finance.tesoro.it/opencms/openc ms/handle404?exporturi=/export/sites/G8/it/2009ItalianPresidency/Meetings/February/Communiques/Documents/Co municato.pdf&%5d/).

[5] New York Times, 15.2.2009, L. Thomas, Jr., Treasury Boss Taking Fire in Europe Over Stimulus Il capo del Tesoro in Europa assorbe il fuoco sul suo piano di stimolo.

[6] La Stampa, 23.2.2009, A. Alviani, Europa, c’è l’accordo Stop agli speculatori.  

[7] Washington Post, 22.2.2009, P. McGroarty, European leaders back sweeping financial regulations I leaders europei appoggiano larghe misure di ri-regolamentazione della finanza internazionale.

[8] Stratfor, 14.2.2009, World Bank: Zoellick Proposes 'Vulnerability Fund' Banca mondiale: Zoellick propone un ‘fondo di vulnerabilità’ (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090213_world_bank_zoellick_proposes_vulnerability_fund/).

[9] New York Times, 17.2.2009, Agenzia Bloomberg, Crude Oil Prices Fall Below $37 a Barrel— Il prezzo del greggio cade al di sotto dei 37 $ al barile.

[10] Agenzia Associated Press (A.P.), 22.2.2009, M. Lee, Clinton Reassures China US Is a Good Investment Clinton riassicura la Cina che gli Stati Uniti sono un buon investimento (cfr. www.huffingtonpost.com/2009/02/22/clinton-reassures-china-u_n_168908.html/).

[11] la Repubblica.com, Il blog di G. Turani, in Finanza e mercati, 23.1.2009, Crisi cinese (cfr. http://giuseppe.turani.re pubblica.it/).

[12] New York Times, 3.2.2009, K. Bradsher, In a Tidal Shift, Chinese Spending More Overseas Con uno spostamento di grande rilievo dei comportamenti, i cinesi si mettono a spendere di più all’estero

[13] New York Times, 20.2.2009, D.Barboza, With Cash to Spend, China Starts Investing Globally Con liquidi da spendere, la Cina comincia a investire globalmente.

[14] The Economist, 14.2.2009.

[15] FXStreet.com, 16.2.2009, China Jan FDI falls 32.6 pct to $7.54 billion— Gli investimenti esteri diretti in Cina cadono del 32,6% a gennaio, a 7,54 miliardi di $ (cfr. www.fxstreet.com/news/forex-news/article.aspx?StoryId=82001390-5e2e-4b3b-833f-592197b67349/).

[16] CNBC.com, 24.2.2009 (A. P.), China Central Bank says downturn could worsen La Banca centrale dice che la contrazione dell’economia potrebbe peggiorare (cfr. www.cnbc.com/id/29358997/).

[17] Center for Economic and Policy Research (CEPR), N. Weisbrot, R. Ray e L. Sandoval, The Chávez Administration at 10 Years: The Economy and Social Indicators— L’Amministrazione Chávez a dieci anni: indicatori sociali ed economici (cfr. http://www.venezuelanalysis.com/analysis/4182/).

[18] Titola il New York Times, 16.2.2009, S. Romero, con riluttanza che Chávez Decisively Wins Bid to End Term Limits— Chávez vince nettamente la richiesta di abolire i limiti dei mandati.

[19] Discorso inaugurale di Simón Bolívar al Congresso di Angostura, l’odierna Ciudad Bolívar, 15.2.1819 (per il testo integrale, molto noto in Venezuela, cfr. http://es.wikisource.org/wiki/Discurso_de_SimC3%B3n_Bol%C3%ADvar_ ante_el_Congreso_de_Angostura/). 

[20] The Economist, 14.2.2009.

[21] The Economist, 28.2.2009.

[22] The Economist, 7.2.2009.

[23] Radio Free Europe/Radio Liberty, 23.2.2009, A. Lobjakas, European Union Foreign Ministers Discuss Eastern Partnership— I ministri degli Esteri dell’Unione discutono delle partnerships coi paesi dell’Est europeo (cfr. www.rferl.org/Content/EU_Foreign_Ministers_Discuss_Eastern_Partnership/1497826.html/).

[24] BCE, 5.2.2009 (conferenza stampa di J.-C. Trichet (cfr. www.thomson-webcast.net/de/dispatching/?ecb_ 090205_ stream_video).

[25] Financial Times, 22.2.2009, R. Atkins, Central bankers take flack for crisis I banchieri centrali sotto tiro per la crisi (cfr. www.harrisinteractive.com/news/FTHarrisPoll/HI_FinancialTimes_HarrisPoll_February_2009_22.pdf/).

[26] The Economist, 7.2.2009.

[27] Stratfor, 2.2.2009, 14:38, Germany: Head Of Central Banks Rejects Eurozone Bonds—(cfr. www.stratfor.com/sitrep /20090202_germany_head_central_banks_rejects_eurozone_bonds/).

[28] Stratfor, 2..2.2009, EU: 'Bad Banks' Guidelines Proposed Proposta di linee guida [europee] per le ‘bad banks’(cfr. www. stratfor.com/sitrep/20090202_eu_bad_banks_guidelines_proposed/).

[29] Wall Street Journal, 4.8.2008, R. G. Blumenthal, Yes, That's $2 Trillion of Debt-Related Losses— Sì, sono 2.000 miliardi di $ di perdite per l’indebitamento.(cfr. http://online.barrons.com/article/SB121763156934206007.html?page=1/) 

[30] Wall Street Journal, 4.2.2009, G. Soros, We Can Do Better Than a 'Bad Bank' Possiamo fare molto meglio di una ‘Bad Bank’ (cfr. http://online.wsj.com/article/SB123371182830346215.html/).

[31] Guardian, 2.2.2009, D. Baker, Bad bank, bad plan Banca cattiva, piano cattivo.

[32] Guardian, 16.2.2009, E. Moya, Irish government faces growing fears of debt default Il governo irlandese di fronte alla paura crescente del default del debito.

[33] Financial Times, 18.2.2009, B. Benoit e T. Barber, Germany ready to help eurozone members La Germania pronta ad aiutare i membri dell’eurozona (cfr. www.ft.com/cms/s/0/825af89a-fe02-11dd-932e-000077b07658.html/).

[34] RIA Novosti, 20.2.2009, Russian GDP down by 2.4% in January - economics minister— Il PIL russo scende del 2,4% a gennaio – dice la ministra dell’Economia (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090220/120235087.html/).

[35] Guardian, 4.2.2009, Kremlin to inject $40bn into Russia’s banks Il Cremlino metterà 40 miliardi di $ nelle banche russe.

[36] Agenzia RIA Novosti, 19.2.2009, Unemployment in Russia hits 6.1 million – statistics body L’istituto di statistica: in Russia la disoccupazione tocca i 6,1 milioni (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090219/120212210.html/). 

[37] RIA Novosti, 6.2.2009, Russia’s International Reserves Down Calano le riserve internazionali della Russia (cfr. http://en.rian.ru/business/20090206/120013635.html/).

[38] RIA Novosti, 25.2.2009, Foreign investment in Russia down 14.2% in 2008 to $103.8 bln— Gli investimenti esteri in Russia calano del 14,2% nel 2008 103,8 miliardi di $ (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090225/120294735.html/).

[39] The Economist, 7.2.2009; e Stratfor, 3.2.2009, Russia: Economy Grows In 2008 L’economia della Russia cresce nel 2008 (cfr.  www.stratfor.com /sitrep/20090203_russia_economy_growth_2008/).

[41] RIA Novosti, 17.2.2009, New round of talks on S. Ossetia, Abkhazia to begin in Geneva— Nuovo round di colloqui a Ginevra su  S. Ossezia e Abkazia (cfr. http://en.rian.ru/world/20090217/120172153.html/).

[42] OECD Quarterly National Accounts, 19.2.2009 (cfr. www.oecd.org/dataoecd/20/29/40107643.pdf/).

[43] The Economist, 7.2.2009. E racconta di un famoso storico militare, il col. Harry Summers, che in un confronto con una controparte nord-vietnamita, anni dopo la fine della guerra, a un certo punto – come un po’ esasperato – esclamò: “Non siete mai, mai riusciti a sconfiggerci sul campo, voi vietnamiti!”. E, raccontò poi lo stesso Summers, quello lo guardò e pacatamente rispose “Può essere vero. Ma è anche irrilevante”…

[44] Guardian, 2.2.209, D. MacShane, There is a European solution to this made-in-Europe problem— Ma c’è una soluzione europea a questo problema made-in-Europe.

[45] Guardian, 4.2.209, M. Wainright e S. Jones, 'Deal agreed' to end wildcat strikes over foreign workers ‘Accordo fatto’ per meter fine agli scioperi selvaggi contro i lavoratori stranieri.

[46] New York Times, 27.2.2009, C. Rampell, In Revision, G.D.P. Shrank at 6.2% Rate at the End of 2008— Nei dati della revisione, il PIL ha subito una contrazione del 6,2% a fine 2008.

[47] Dipartimento del Commercio, 27.2.2009, Dati revisionati (cfr. www.commerce.gov/NewsRoom/index.htm/).

[48] New York Times, 28.2.2009, P. S. Goodman, Sharper Downturn Clouds Obama Spending Plans Un declino più ripido dell’economia complica  i piani di spesa di Obama.

[49] The Economist, 7.2.2009.

[50] The American Prospect, Beat the Press, D. Baker, Media Missed Really Awful News on Industrial Production— I media hanno bucato notizie davvero terrificanti sulla produzione industriale (cfr. http://prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_ archive?month=02&year=2009&base_name=media_missed_really_awful_news#comments/).

[51] New York Times, 27.2.2009,P. Krugman, Climate of Change Clima di cambiamento.

[52] The Economist, 7.2.2009.

[53] The Economist, 21.2.2009.

[54] New York Times, 24.2.2009, J. Healy, A Sharp Drop in Home Prices at End of Year A fine anno, una caduta secca dei prezzi delle case.

[55] New York Times, 6.2.2009, E. L. Andrews, Rate Rises to 7.6%, More Than Forecast Il tasso di disoccupazione sale del 7,6%, più delle previsioni [come se le previsioni avessero qualcosa a che fare, ormai, con la realtà]; e (BLS), Bureau of Labor Statistics, 6.2.2009, Employment Situation Summary Riassunto della situazione dell’occupazione (cfr. www.bls.gov/news. release/empsit.nr0.htm/); e Economic Policy Institute, 6.2.2009, H. Schierholz, Jobs Picture: Labor market has worst month since recession began— Quadro dell’occupazione:il mercato del lavoro registra il mese peggiore dall’inizio dall’inizio della recessione (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobspict_20090206/).

[56] The American Prospect, D. Baker, Jobs Report: It’s Worse Than It Looks— I dati sul lavoro: peggiori di quel che sembrano (cfr. www.prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_archive?month=02&year=2009&base_name=jobs report_its worse_than_it#comments/).

[57] New York Times, 1.2.2009, F. Rich, Herbert Hoover Lives— Herbert Hoover è vivo.

[58] New York Times, 15.2009, J. D. Goodman, White House Says Stimulus Won’t Be a Quick Fix La Casa Bianca sostiene che lo stimolo non potrà essere una soluzione istantanea.

45 New York Times,20.2.2009, F. Norris, Foreigners Wary of Long-Term U.S. Securities

[59] New York Times, 20.2.2009, F. Norris, Foreigners Wary of Long-Term U.S. Securities— Dall’estero più esitazioni a comprare titoli americani.

[60] Washington Post, 17.2.2009, A. Applebaum, Protectionism Again— Ancora protezionismo.

[61] In effetti, la consultazione della rilevante statistica elaborata dalla stessa Fed (cfr. www.federalreserve.gov/releases/ cp/)/non mostra alcuna prova di un congelamento catastrofico nell’accesso al credito o di interessi straordinariamente elevati nel settore non finanziario. Che era, invece, la tesi sostenuta esplicitamente da Bernanke (vedi Nota seguente).

[62] A sostenerlo autorevolmente è un economista che ha sistematicamente previsto meglio di quasi tutti i suoi colleghi  l’evoluzione della crisi e descritto, anche in anticipo, i suoi perché: Dean Baker che porta, come prove a sostegno della sua tesi, il testo di una conferenza stampa tenuta da Bernanke a settembre (New York Times, 24.9.2008, E. L. Andrews, Economic Activity Is Slowing Across Many Areas, Fed Chairman Says L’attività economica sta rallentando in tutti i settori, sostiene il presidente della Fed; che lui accusa di aver detto il falso al paese portando i dati citati sopra, ma non rilevati all’epoca da alcun giornalista, da alcun politico o da alcun altro esperto.

La tesi è sviluppata e sostenuta in D. Baker, The American Prospect, 20.2.2009, Did Ben Bernanke Pull the TARP Over Eyes? Ma Ben Bernanke ci ha tirato il TARP [il primo piano di salvataggio bancario: l’acronimo di Troubled Assets Relief Program Programma di Sollievo degli Assets in Difficoltà] fin sopra gli occhi? (cfr. http://prospect.org/csnc/blogs/beat_ the _ press_archive?month=02&year=2009&base_name=did_ben_bernanke_pull_the_tarp#comments/).

[63] Stratfor, 5.2.2009, U.S.: Senate To Soften 'Buy America' Stimulus Provisions Il Senato americano renderà meno rigide le misure del ‘Comprate americano’ del pacchetto di stimolo (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20090205_u_s_ senate_soften_ buy_ america_stimulus_provisions/).

[64] New York Times, 11.2.2009, R. E. Scott, That ‘Buy American’ Provision – What Trade Treaty Violation?— Quella misura del ‘comprate americano’ – Ma quale violazione dei Trattati commerciali?.

[65] The Economist, 7.2.2009.

[66] New York Times, 1.2.2009, D. A. Irwin, If We Buy American, No One Else Will.

[67] Dep. Commerce, U.S. Census Bureau, Advance Retail Sales (1.2009), 12.2.2009 (cfr. www.census.gov/marts/www/ re tail.html/).

[68] New York Times, 12.2.2009, S. Lohr, Ailing Banks May Require More Aid to Keep Solvent— Le banche ammalate potrebbero aver bisogno di altri aiuti per mantenersi solventi.

[69] New York Times, 27.2.2009, E. Dash, U.S. Agrees to Raise Its Stake in CitigroupGli USA concordano ad alzare ìl loro interessamento nella Citigroup.

[70] LEI-Bard College, Working Paper no. 54, 1.2009, Macroeconomic Imbalances in the United States and Their Impact on the International Financial System (cfr. www.levy.org/pubs/sa_jan_09.pdf/).

[71] AFL-CIO, 2008 Executive Pay-Watch— La guardia ai compensi dirigenziali: rubrica (cfr. www.aflcio.org/corporate watch/paywatch/) che l’Unione delle Camere di commercio americane denuncia come un esempio di invidia di classe, unamerican, cioè non o anti-americana: sacrosanta invidia di classe, la chiamiamo noi, insieme allo stramiliardario statunitense Warren Buffett, tanto onesto da riconoscere apertamente che “la guerra di classe in questo paese l’ha vinta la mia classe”…

[72] New York Times, 31.1.2009, J. Nocera, It’s Not the Bonus Money. It’s the Principle— Non sono i soldi delle gratifiche, è il principio [sarà… però sono anche i soldi, lasciate stare…].

[73] New York Times, 2.2.2009, P. Krugman, Bailout for Bunglers Il salvataggio dei pasticcioni.

[74] Cfr. Nota24, qui sopra

[75] New York Times, 8.2.2009, P. Krugman, The Destructive Center— Il centro che spacca tutto.

[76] The American Prospect, 8.2.2009, D. Baker, Bankrupt Banks: Nationalization or Welfare— Le banche fallite: nazionalizzazione o bancarotta (cfr. www.prospect.org/csnc/blogs/beat_the_press_archive?month=02&year=2009&ba se_name=dealing_with_bankrupt_banks_na#comments/).

[77] New York Times, 10.2.2009, D. Stout, Senate Approves Stimulus Package— Il Senato approva il pacchetto di stimolo.

[78] New York Times, 11.2.2009, D. M. Herszenhorn e C. Hulse, Deal Reached in Congress on $789 Billion Stimulus Plan Accordo raggiunto al Congresso su un piano di stimolo da 789 miliardi di $ [in realtà, sono 787]..

[79] New York Times, 10.2.2009, E. L. Andrews e S. Labaton, Bailout Plan: $2.5 trillion and a Strong U.S. Hand— Il piano di salvataggio: 2.500 miliardi di $ e una forte presa del governo; e Guardian, 10.2.2009, A. Clark, US will pour $2tn into plan to avert ‘complete collapse’ of financial system Gli USA immetteranno [oltre] 2.000 miliardi di $ nel piano per scongiurare il ‘completo collasso’ del sistema finanziario.

[80] New York Times, 11.2.2009: tra gli altri pareri raccolti da R. M. Schneiderman. 

[81] New York Times, 13.2.2009, P. Krugman, Failure to Rise— Fallimento davanti alla sfida.

[82] Guardian, 9.2.2009, M. Tomasky, Be happy, worried liberals. Obama’s bill is a triumph Siate contenti, o progressisti preoccupati. La legge di Obama è un trionfo.

[83] New York Times, 12.2.2009, J. Zeleny, Gregg Withdraws as Commerce Secretary Nominee Gregg si ritira come segretario al Commercio designato.

[84] The Economist, 28.2.2009.

[85] Il columnist più liberal (ben a sinistra del centro) tra i grandi commentatori del New York Times, Franck Rich, ha annotato in proposito che si tratta di un vero e proprio “tsunami di rabbia populista” (7.2.2009, Slumdogs, Unite! Poveracci di tutto il mondo, unitevi!, contro quelli che qui chiamano i fat cats (i gatti grassi,loro signori). Non lo dice, ma lo lascia capire, populista sì, ma anche sacrosanta. 

[86] New York Times, 4.2.2009, E. L. Andrews e V. Bajaj, U.S. Plans $500,000 Cap on Executive Pay in BailoutsGli USA progettano un tetto di 500.000 $ per le paghe dei dirigenti delle imprese salvate con fondi pubblici (anche se la misura restrittiva, nella proposta dell’Amministrazione, non si applicherebbe alle imprese – le banche soprattutto – che hanno già ricevuto a inizio febbraio i sussidi pubblici). 

[87] Wall Street Journal, 14.2.2009, Bankers Face Strict new Pay Cap I banchieri di fronte a severi tetti imposti ai loro salari (cfr. http://online.wsj.com/article/SB123457165806186405.html#articleTabs%3Darticle/).

[88] Salon.com, 3.2.2009, R. Reich, The real fight starts after the stimulus is enacted.

[89] New York Times, 9.2.2009, P. Baker, Obama Sternly Takes On His Critics Obama attacca duramente i suoi critici.

[90] New York Times, 2.2.2009, P. Baker, Obama’s Pledge to Reform Ethics Faces an Early Test— L’impegno di Obama alla riforma dell’etica [politica] di fronte a un test presentatosi molto presto.

[91] J. Maynard Keynes, The Great Slump of 1930, 1a edizione 20.12.1930, edizione e-book #197 (cfr. www.archive.org/ details/gutenberg/).

[92] New York Times, 20.2.2009, P. Krugman, Who’ll Stop the Pain?— Ma chi è che mette fine a questi dolori?

[93] New York Times, 21.2,.2009, Reuters, Soros Sees No Bottom for World Financial ‘Collapse’ Soros non vede il fondo del crollo finanziario mondiale.

[94] New York Times, 20.2.2009, J. Healy, Energy Costs Push Up Consumer Prices in January I costi dell’energia spingono in su a gennaio i prezzi al consumo.

[95] New York Times, 31.1.2009, A. J. Rubin, Pointing to a New Era, U.S. Pulls Back as Iraqis Vote Indice di una fase nuova, gli USA si ritirano mentre gli iracheni votano.

[96] New York Times, 24.2.2009, P. Baker e E. Bumiller, Obama Favoring Mid-2010 Pullout in Iraq, Aides Say— Obama a favore del ritiro dall’Iraq per metà 2010.

[97] New York Times, 27.2.2009, P. Baker, Obama Plans to End Combat Mission in Iraq by August 2010 Obama pianifica la fine delle missioni di combattimento in Iraq per l’agosto 2010.

[98] New York Times, 26.2.2009, R. Morris, How Not  to End Another President’s War Come non mettere fine alla guerra di un altro presidente.

[99] New York Times, 2.2.2009, S. Dagher e S. Lee Myers, Disparate Iraqis Vote for Stability and SecurityGli iracheni, anche molto diversi tra loro, votano per la stabilità e la sicurezza.

[100] International Crisis Group, 27.1.2009, Iraq’s Provincial Elections-The Stakes Le elezioni provinciali irachene-Cosa c’è in ballo (cfr. wwww.reliefweb.int/rw/RWFiles2009.nsf/FilesByRWDocUnidFilename/CJAL-7NPMZU-full_report.pdf/ $File/full_re port.pdf/).

[101] New York Times, 27.2.2009, Playng With Fire in Pakistan— Pakistan, giocando col fuoco.

[102] The Telegraph, 29.1.2009, D. Nelson e B. Farmer, Barack Obama Abandons Afghan President Hamid Karzai Barack Obama abbandona il presidente afgano Hamid Karzai (cfr. www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/afghanistan/ 4388351/Barack-Obama-abandons-Afghan-President-Hamid-Karzai.html/).

[103] New York Times, 4.2.2009, Agenzia Reuters, At U.N., Afghan President Renews Criticism of U.S.— Il presidente afgano rinnova, di fronte all’ONU, la sua critica agli USA.  

[104] New York Times, 13.2.2009, M. Mazzetti, Taliban Gains Under Weak Karzai Rule, U.S. Aide Says Secondo un alto dirigente americano, i talebani avanzano sotto il debole governo Karzai [se questo titolo avesse detto, invece, che i talebani avanzano sotto una strategia del cavolo americana, non sarebbe stato più esatto? sia militarmente che politicamente?].

[106] New York Times, 11.2.2009, R. A. Oppel, Jr. e A. Waheed Wafa, 19 Killed in Suicide Attacks on Government Sites in Kabul Diciannove persone uccise in attacchi suicidi a edifici governativi di Kabul.

[107] New York Times, 14.2.2009, P. Zubair Shah, U.S. airstrike kills 30 in Pakistan— L’aviazione americana ne ammazza 30 in Pakistan.

[108] New York Times, 3.2.2009, S. Masood, Taliban Hits NATO Supply Route— I talebani colpiscono la via di rifornimento della NATO.

[109] New York Times, 3.2.209, Agenzia Associated Press (A.P.), Kyrgyzstan Said to Deny Base to U.S.— La notizia è che il Kirghizistan nega agli USA la sua base aerea.

[110] Stratfor, 11.2.2009, Kyrgyzstan: President Accuses U.S. Of Ignoring Requests For Higher Rent Kirghizistan: il presidente accusa gli USA di ignorare ogni richiesta di un affitto maggiore (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20090211_ kyrgyzstan _ president_accuses_u_s_ignoring_requests_higher_rent/).

[111] New York Times, 4.2.2009, E. Barry e M. Schwirtz, Dispute Mounts Over Key U.S. Base in Kyrgyzstan Si fa calda la disputa sulla base aerea chiave degli USA in Kirghizistan.

[112] Newsser.com, 20.2.2009, (A.P. – L. Saralayeva), Kyrgyz president signs bill closing key us base supporting operations in Afghanistan (cfr. www.newser.com/article/d96f5rd00/kyrgyz-president-signs-bill-closing-key-us-base-supporting-operations-in-afghanistan.html/).

[113] Questo, del resto, è un “sospetto” che politici e opinione pubblica paventavano almeno da due anni a Bushkek: cfr. Jamestown Foundation (istituto americano di studi specializzato sull’Asia), 23.5.2007, www.jamestown.org/single/?no _cache=1&tx_ttnews%5Btt_news%5D=32763/).

[114] Stratfor, 13.2.2009, Russia: Transit Of U.S., NATO Nonmilitary Supplies To Begin Soon Russia: il transito di rifornimenti non militari USA e NATO [per la Russia e verso l’Afganistan] comincerà presto (cfr. www.stratfor.com/sitrep/2009 0213_russia_transit_u_s_nato_nonmilitary_supplies_begin_soon/).

[115] Intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...”. Lo aveva già affermato l’ex direttore della CIA e oggi ministro della Difesa di Obama, dopo esserlo stato di Bush, Robert Gates, nelle sue Memorie: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon&Schuster ed.  

[116] Daily Times (Pakistan), 14.2.2009, Last Russian general warns US on Afghan troop buildup plan— L’ultimo generale russo ammonisce gli USA sul piano di rafforzamento delle truppe in Afganistan (cfr. http://dailytimes.com.pk/default.asp? page=2009\02\14\story_14-2-2009_pg7_52/).

[117] The Times, 8.2.2009, Obama puts brake on Afghanistan surge Obama mette il freno all’impennata in Afganistan (cfr.
www.timesonline.co.uk/tol/news/world/us_and_americas/article5683681.ece/).

[118] E’ questa la suggestione che avanza sul New York Times, in un suo contributo del 4.2.2009, intitolato Afgan Supplies, Russian Demands—I rifornimenti afgani, le richieste russe, che invita anche a ripensare il tutto alla luce delle nuove difficoltà anche solo logistiche in corso e in crescendo, il direttore di Stratfor, un istituto di studi globali vicino al Pentagono o, meglio, alle sue scuole di pensiero più aperte e più innovative.

[119] Newsweek, 9.2.2009, Obama’s Vietnam (cfr. www.newsweek.com/id/182650/).

[120] Testo della deposizione in parlamento del segretario generale dell’INTERSOS, N. Sergi, a nome delle ONG italiane operanti in Afganistan in “cooperazione” anche con le forze italiane, 18.2.2009 (cfr. www.intersos.org/AFGHA _RICO STRUZIONE18FEB09.htm/).

[121] Guardian, 6.2.2009, J. Borger, Italy sends more troops in Afghanistan L’Italia manderà più soldati in Afganistan.

[122] Guardian, 6.2.2009, R. Fox, Italy: America’s new NATO best friend?— L’Italia: il nuovo più stretto amico dell’America? (il sottotitolo recita: una nuovo incremento delle loro truppe in Afganistan accattiverà loro il Comando centrale americano, ma il fatto dove lascia le forze britanniche già così sovraestese?).  

[123] Deutsche Welle-World Rundfunk, 17.2.2009, Germany to deploy 600 additional troops ahead of Afghan election... La Germania manderà 600 altri soldati prima delle elezioni afgane (cfr. www.dw-world.de/english/). Poi il presidente Karzai ha però anticipato la data ad aprile: anzi, come da Costituzione, l’ha riportata ad aprile correggendo il ritardo deciso dalla Commissione elettorale centrale. E aprile è proprio dopodomani…

[124] la Repubblica, 18.2.2009, (v.n.), ‘Afghanistan,200 italiani in più per il voto’. L’offerta di La Russa: che tenta di bruciare Frattini sul tempo… e ne viene subito scavalcato moltiplicando la cifra per quattro… tanto costa poco: adesso— pupazzi di latta che sembrano entrambi, di quelli che ogni tanto il burattinaio, quello con la B maiuscola,  lucida ma non tira fuori neanche per farli sfilare senza le cordicelle a controllarli per carnevale…

[125] Stratfor, 20.2.2009, Georgia Will Send 100 To Afghanistan - FM La Georgia, comunica il ministro degli Esteri, invierà 100 soldatiin Afganistan (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090220_georgia_will_send_ 100_troops_afghanistan_fm/).

[126] Stratfor, 20.2.2009, Geopolitical Diary: Europe’s Paralysis Over Russia Diario geopolitico: la paralisi dell’Europa rispetto alla Russia [un titolo che riflette, come è naturale, il punto di vista americano… anzi, quello proprio del Pentagono] (cfr.

www.stratfor.com/geopolitical_diary/20090219_geopolitical_diary_europes_russian_paralysis/?utm_source= General_Analysis&utm_campaign=none&utm_medium=email/).

[127] La proposta iraniana, trasmessa al Dipartimento di Stato dall’ambasciatore svizzero a Teheran che curava gli interessi degli Stati Uniti nella capitale, è stata integralmente pubblicata sul New York Times, il 28.4.2009, da N. D. Kristof, Iran’s proposal for a ‘Grand Bargain’ La proposta iraniana di un ‘grande accordo’ e, prima, dal Washington Post, 28.4.2007, 2003 Memo Says Iranian Leaders Backed Talks— Il memorandum del 2003 dice che i leaders iraniani vogliono dialogare (rispettivamente cfr. www.nytimes.com/packages/pdf/opinion/20070429_iran-memo-3.pdf/)  e cfr. www.wash ingtonpost.com/wp-srv/world/documents/us_iran_1roadmap.pdf/).

  Si tratta di due versioni praticamente identiche, eccetto che per le differenze di traduzione dal tedesco, della sintesi che ne aveva redatto, allegandola all’originale iraniano, dall’ambasciatore Tim Guldimann spiegando che il etstop era statp personalmente “rivsto e approvato dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, dal presidente della Repubblica Khatami – il predecessore di Ahmadinejad… – e dal ministro degli Esteri, Kharrazi.

  Personalmente Bush e Cheney, che lessero il documento, ordinarono di respingerlo al mittente senza minimamente prenderlo in considerazione. Perdendo un’occasione forse unica che, comunque, forse solo ora si ripresenta e assicurando anche, con la loro stupida intransigenza, l’elezione di Mahmud Ahmadinejad alle presidenziali del 2005. 

[128] Guardian, 31.1.2009, R. Omaar, After the Crusader.

[129] Los Angeles Times, 1.2.2009, G. Miller, Obama preserves renditions as counter-terrorism tool— Obama mantiene la pratica delle‘renditions’ come strumento anti-terrorismo (cfr. www.latimes.com/news/la-na-rendition1-2009feb01,0,7548176, full.story/); tra gli altri episodi anche quello della traduzione forzata del famoso imam Abu Omar, rapito in Italia, a Milano, nel 2003, dalla CIA con la connivenza dei nostri servizi segreti e illegalmente trasferito in ceppi, nudo e imbracato in un pannolone, al Cairo, dove venne sottoposto sistematicamente a tortura e poi rilasciato all’improvviso perché risultato del tutto estraneo alle accuse che mai gli erano state formalmente rivolte; e vedi anche l’inchiesta del Parlamento europeo che ha concluso calcolando che si era trattato fino ad allora di 1.200  voli, vedi il Comunicato stampa ed il Rapporto finale del 14.2.2007 (cfr. www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do? language=EN&type=IM-PRESS&reference=20070209IPR02947/).

[130] Che già si annunciano per lo meno contraddittori: il se è d’obbligo visto che, adesso, testimoniando al Senato, Leon Panetta, il nuovo capo della CIA nominato da Obama, così come il nuovo ministro della Giustizia, Eric Holder, Jr., hanno lasciato intendere, anche se non proprio dichiarato, che anche sotto la nuova Amministrazione continueranno i trasferimenti forzati e senza il riconoscimento di alcun diritto  – le renditions – in paesi terzi compiacenti e continuerà la detenzione di sospetti di terrorismo senza processo e ad essere negato a chiunque la CIA abbia arrestato e sbattuto in galera, sempre senza alcun processo, il diritto di far ricorso legale per continuare a difendere il “segreto di Stato” (cfr. New York Times, 17.2.2009, C. Savage, Obama’s War on Terror May Resemble Bush’s in Some Areas La guerra al terrore di Obama potrebbe somigliare da diversi punti di vista a quella di Bush).

[131] The Times, 31.1.2009, P. Webster, Hamas must be brought into peace process, says Tony Blair Tony Blair [ora] dice che Hamas deve essere portato all’interno del processo di pace (cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/politics/article5621184. ece/).

[132] Khaleej Times.com, 23.2.2009, New government should include Hamas, respect commitments: Abbas Il nuovo governo dovrà includere Hamas e rispettare gli impegni: Abbas (cfr. www.khaleejtimes.com/DisplayArticle08.asp?xfile =data/middleeast/2009/February/middleeast_February410.xml&section=middleeast/).

[133] Agence France Presse, 13.1.2009, Treat Hamas like Japan in WWII: Israeli nationalist leader Leader nazionalista israeliano propone di trattare Hamas come è stato trattato il Giappone nella seconda guerra mondiale (cfr. www.google.com/host ednews/afp/article/ALeqM5jQcI9FHWxEsA6tc4jY_geH7HvqQw/).

[134] Guardian, 11.2.2009, J. Freedland, A toxic force rises in Israel Una forza tossica si sta levando in Israele (“questo paese – è il sottotitolo – deve riflettere duramente su se stesso dopo un voto come questo che ha elevato un estremista di destra al rango di colui che incoronerà il re”).

[135] New York Times, 8.2.2009, H. Cooper, Laying Out Foreign Policy Agenda, Biden Takes a Hard Line Esponendo l’agenda di politica estera, Biden mette giù un linea dura.

[136] Cfr. Nota congiunturale 2-2009, p. 43, Nota118.

[137] New York Times, 7.2.2009, Associated Press (A.P.), NATO Chief Calls for More European Troops in Afghanistan Il capo della NATO chiede più truppe europee per l’Afganistan.

[138] Stratfor, 13.2.2009, Poland: Looking For More Positive Relations With Russia Polonia: alla ricerca di un rapporto più positivo con la Russia (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090213_poland_looking_more_positive_rela tions_russia/); e Agenzia PAP, Varsavia, English News Service, 13.2.2009 (cfr. http://serwis.pap.pl/palio/html.run?_instance =cms csi . pap.pl/).

[139] New York Times, 13.2.2009, Reuters, U.S. Would Slow Missile Shield Plan for Russian Help With Iran— Gli USA frenerebbero lo sviluppo dei piani di scudo missilistico in cambio dell’aiuto russo con l’Iran.

[140] RIA Novosti, 19.2.2009, Ukraine's Naftogaz warns Gazprom of possible gas payment snags— La Naftogaz ucraina avvisa la Gazprom di possibili intoppi nei pagamenti del gas (cfr. http://en.rian.ru/world/20090219/120220190.html/).

[141] The Economist, 21.2.2009.

[142] Financial Times, 15.2.2009, Ukraine on the edge— L’Ucraina sull’orlo del baratro (cfr. www.ft.com/cms/s/1/aa151d06-fb92-11dd-bcad-000077b07658,dwp_uuid=e8477cc4-c820-11db-b0dc-000b5df10621.html/).

[143] la Repubblica, 8.2.2009, Mosca apre al nuovo corso USA "Proposte  americane molto positive".

[144] Javno.com, English edition, Russian general says watching Arctic militarization Generale russo: stiamo osservando con attenzione la militarizzazione dell’Artico (cfr. www.javno.com/en-world/russian-gen--says-watching-arctic-mili ta ri sa tion_236908/).

[145] New York Times, 2.2.2009, R. Cohen, The Other Tehran— L’altra Teheran.

[146] Stratfor,8.2.2009, Iran: Khatami To Run For President Iran: Khatami si presenta alle presidenziali (cfr. www.stratfor. com/sitrep/20090208_iran_khatami_run_president/).

[147] Ne rende conto il Guardian, 17.2.2009, R. Tait, Iran elections: Newpaper warns Khatami faces assassination risk Le elezioni iraniane: avvertimento giornalistico, Khatami affronterebbe il rischio di essere assassinato.

[148] Cfr., qui sopra, p. 32 e Nota89/// (La proposta…), per la lettera-apertura a Bush del 2003 dei tre “K” iraniani (Khamenei, la “Guida suprema”, Khatami, il presidente della Repubblica e Kharrazi, il ministro degli Esteri) respinta da quell’incosciente (a dir poco…) ai mittenti: un gesti che contribuì non poco all’irrigidimento iraniano e all’elezione di Ahmadinejad.

[149] New York Times, 9.2.2009, R. Cohen, Iran’s China Option L’opzione cinese dell’Iran.

[150] New York Times, 19.2.2009, R. Cohen, Reading Khamenei in Tehran Come leggere Khamenei, a Teheran.

[151] Ministero Esteri Rep Islam Iran, 23.2.2009, Energy program on-track Il programma energetico procede (cfr. web-srv. mfa.gov.ir/output/english/documents/cntnr15_20088.htm/).

[152] New York Times, 23.2.2009, R. Cohen, What Iran’s Jews Say— Quel che ci dicono gli ebrei dell’Iran.

[153] Jerusalem Post, 25.2.2009, Teheran: Ross influenced by Israel Teheran: Ross è sotto l’influenza di Israele (cfr. www.j post.com/servlet/Satellite?pagename=JPost/JPArticle/ShowFull&cid=1235410714555/).

[154] Reuters, 26.2.2009, Iran warns Obama’s government: ‘Quit talking like Bush L’Iran avvisa il governo di Obama di ‘smetterla di parlare come Bush’ (cfr. http://blogs.reuters.com/frontrow/)./

[155] Financial Times, 14.2.2009, R. Atkins, German GDP contracts sharplyIl PIL tedesco va giù seccamente (cfr. www.ft.com/cms/s/0/ce92393c-e21c-11dd-b1dd-0000779fd2ac.html/).

[156] Deutsche Bundesbank, 2.2009, dati in CEP.com, 19.2.2009, Germany's ‘Severe Recession’ to Continue for Several Months, Bundesbank Says Dice la Bundesbank che una severa recessione continuerà ancora per diversi mesi (cfr. www. eco nomicnews.ca/cepnews/wire/article/238539/); e DB, Monthly Report 2.2009 (cfr. www.bundesbank.de/volkswirtschaft/ vo_monatsbericht_2009.en.php/).

[157] The Economist, 28.2.2009.

[158] The Economist, 19.2.2009, A thousand cries of pain Mille grida di dolore (cfr. www.economist.com/business/display story.cfm?story_id=13145833&fsrc=rss/).

[159] Ancora come in Nota146, sopra (///) Deutsche

[161] Capital.fr, 17.2w.2009, Éric Woerth entérine en nouveau dérapage des déficits Éric Woerth attesta un ulteriore aumento dei deficit (cfr. www.capital.fr/a-la-une/actualites/eric-woerth-enterine-un-nouveau-derapage-des-deficits-356350/).

[163] Le Monde, 2.2.2009, edit., Le choc dü chomage Lo shock della disoccupazione.

[164] Nel corso della preparazione dell’Agenda sociale 2008 del governo, Sarkozy già dichiarava di “auspicare una migliore ripartizione delle ricchezze perché ai salariati ne arrivi una parte più giusta”… Già, ma basta auspicare per il capo di un esecutivo— lì come da noi, ovviamente: anche se da noi neanche questo mai è stato detto così chiaramente (cfr. Le Monde, 31.1.2009, Les syndicats demandent à M. Sarkozy une meilleure répartition des richesses). 

[165] Confédération Générale du Travail (CGT) Note économique 122, 8.1.2009 (cfr. www.cgt.fr/spip.php?article 35514/).

[166] Cfr. Nota110, qui sopra /// (Nel corso…). 

[167] Barclays Capital Global Economics DailyI, 19.2.2009 (cfr. www.bolsamania.fr/analyses/analisis.php?origen =bolsa mania_fr.bms_analisis&id=BMS_A_20090218165939&isin=&Sesion_BolsamaniaFR=8tpa6kl0epi5lqi1uh3edkkqf0/).

[168] le Monde, 17.2.2009, Henri Guaino: ‘La situation sociale est un terreau favorable à tous les extrêmes’ (cfr. www.lemonde.fr/la-crise-financiere/article/2009/02/17/henri-guaino-la-situation-sociale-est-un-terreau-favorable-a-tous-les-extremes_1156535_1101386.html#ens_id=1115932/).

[169] BoE, Inflation Report, 2.2009 (cfr. www.bankofengland.co.uk/publications/inflationreport/irlatest.htm/); e Stratfor, 12.2.2009, U.K.: Central Bank To Print More Money Regno Unito: la Banca centrale stamperà più moneta (cfr. www. stratfor.com/sitrep/ 20090212_uk_central_bank_print_more_money/).

[170] The Economist, 14.2.2009.

[171] Guardian, 29.1.2009, M. Jacques Brown should have nationalised banks— Brown avrebbe dovuto nazionalizzare le banche.

[172] The Independent, 10.2.2009, N. Morris e S. O’Grady, ‘This is the worst recession for over 100 years’— ‘Questa è la peggiore recessione da più di cent’anni’.

[173] Guardian, 11.2.2009, A. Seager, Mervyn King refuses to apologise for not spotting recession Mervvn King rifiuta di scusarsi per non aver visto la recessione [in arrivo].

[174] Guardian, 1.1.2009, P. Wintour, Brown's new year message hails end of 'free market dogma Il nuovo messaggio di Capodanno di Brown saluta la fine del “dogma del libero mercato”.

[175] Citiamo The Economist, 21.2.2009, non la Repubblica e neanche il Giornale

[176] New York Times, 16.2.2009, H. Tabuchi, Japan’s Economy Plunges at Fastest Pace Since ’74— L’economia nipponica affonda al ritmo più rapido dal 1974.

[177] CNN.com, 26.2.2009, Japan’s industrial production falls steeply— La produzione industriale giapponese crolla precipitosamente (cfr. www.edition.cnn.com/2009/BUSINESS/02/26/japan.economy/index.html?iref=topnews/).

[178] Bloomberg.com, 25.2.2009, J. Clemfeld, Japan Exports Plummet 45.7%, Deficit Widens to Record Le esportazioni giapponesi crollano del 45,7%, il deficit si allarga al record (cfr. bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&refer=home&sid =aTCZ_f77WEqw/); e Rtt.news, 25.2.2009, Japan Trade Deficit 952.6 Billion Yen In Jan— Il deficit commerciale del Giappone a gennaio è a 952,6 miliardi di yen (cfr. www.dailymarkets.com/releases/2009/02/24/japan-trade-deficit-9526-billion-yen-in-jan/).

[179] New York Times, 9.2.2009, B. Wassener, Nissan to Cut 20,000 Jobs Nissan taglierà 20.000 posti di lavoro.

[180] Per i dati e molte delle considerazioni avanzate – con parziale eccezione per quelle relative al parallelo con la situazione italiana – cfr. New York Times, 8.2.2009, M. Fackler, In Japan, New Jobless May Lack Safety Net— In Giappone, i nuovi senza lavoro potrebbero trovarsi senza alcuna rete di sicurezza sociale [dove quel condizionale, potrebbero, è un capolavoro di ipocrita eufemismo: non dell’autore dell’articolo – che è chiarissimo – ma del “perbenismo” di questo grande giornale].

[181] Nella stima sul 2008, pubblicata dalla C.I.A., Central Intelligence Agency World Factbook, rispettivamente al 3°,  col 170,4%: dopo Zimbabwe e Libano e al 5° posto, 103,7, dopo la Giamaica (cfr. https://www.cia.gov/library/publications the-world-factbook/rankorder/2186rank.html/).

[182] I dati più recenti sono poco aggiornasti, ma sicuramente significativi e non cambiati, sostanzialmente, nel tempo (cfr. http://findarticles.com/p/articles/mi_m4456/is_2002_Dec/ai_98032799/). Sul motore di ricerca Findarticle.com, ma è necessario perderci un po’ di tempo perché bisogna cercare il rapporto servizio del debito/debito pubblico paese per singolo paese, sono reperibili dati anche più recenti.

[183] New York Times, 17.2.2009, H. Tabuchi e B. Wassener, Japan’s Finance Minister Quits After G-7 Blunder Il ministro delle Finanze giapponese se ne va dopo la grossa cantonata al G-7.

[184] Stratfor, 14.2.2009, IMF Signs $100 Billion Borrowing Pact With Japan Il Fondo firma un patto da 100 miliardi di $ di credito col Giappone (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090214_imf_signs_100_billion_borrowing_pact_japan/).