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     03. Nota congiunturale - marzo 2008

 

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

I prezzi di grano, frumento  e  granaglie  varie  sul mercato internazionale hanno raggiunto un nuovo picco, ancora  una  volta, dopo l’impennata dovuta agli scarsi raccolti per ragioni  climatiche  un po’ dovunque nel mondo, all’annuncio  che  l’America,  il  maggior esportatore  di  grano, ha  visto le sue  riserve scendere  al livello più basso da sessant’anni, dal 1948[1].

Il presidente di Citigroup, Sir Win Buschoff, ha detto[2] che l’“antipatia” di molti in Europa e in America per gli investimenti di fondi sovrani (quelli di proprietà di Stati terzi e detti sottosviluppati, una volta, come India, Cina, Brasile, Dubai, ecc., è di gran lunga controbilanciata dal bisogno di stabilità delle nostre istituzioni finanziarie (bé, insomma, “nostre”…).

Sì. Vi potrà anche spiacere, ha risposto a chi glielo domandava a Davos, ma non possiamo che appellarci anche a fondi come quelli russi e cinesi se vogliamo mantenere la stabilità dei nostri istituti finanziari. E’ che dobbiamo smetterla di soffrire della sindrome di russi e cinesi. Se li vogliamo – e li vogliamo – non possiamo far finta di non sapere che, magari, i loro sistemi di governance possono non piacerci, ma alla fine sono i loro governi a controllare quei fondi.

E, allora, non possiamo alla fine che riconoscere anche a loro diritti uguali a quelli degli altri nostri azionisti. Se no, se ne vanno. Certo, è un rischio. I loro governi possono utilizzare la leva dei fondi per i loro interessi politici. Ma non è forse quello che facciamo anche noi, regolarmente? Guardate alle sanzioni all’Iran…

Dubbi e riserve emergono anche dall’annuncio, proprio lì in Svizzera, che il fondo sovrano del Qatar, meno di 1 milione di abitanti e riserve per 1,3 miliardi di barili di petrolio, intende comprare nelle borse europee ed americane $15 miliardi di azioni della banca d’affari Credit Suisse[3]. Che è l’unica a non avanzare troppi dubbi di stampo nazionalistico o politico (i soldi mussulmani…, quelli comunisti o ex sovietici…) visto anche che ha appena dovuto cancellare dai libri $2,8 di crediti subprime diventati inesigibili[4].

C’è comunque qualcosa che “puzza” nella faccenda. Il comunicato della banca spiega, in effetti, che quei crediti erano stati sopravvalutati – per la bellezza di $2,85 miliardi – a causa di errori dei suoi operatori. Che, stranamente e forse per la prima volta nella storia di una grande istituto bancario internazionale, sarebbero avvenuti tutti per eccesso e nessuno – nessuno – per difetto. Insomma, potrebbe essersi trattato davvero di qualcosa di diverso da “errori”[5]

Tant’è… alla fine della fiera, siamo noi ad averne davvero bisogno! E chi ha bisogno, di regola, non è mai lui a dettare le regole a chi gli affida soldi. E, infatti, la China Investment Corporation, il fondo sovrano di investimenti del governo cinese sta concludendo un accordo col gruppo privato di capitali americano JC Flowers: $4 miliardi[6] di proprietà cinese, più o meno, da investire a sostegno di istituti finanziari in sofferenza ma, a parere sovrano, appunto, dei cinesi, ancora ben saldi.

Ed è solo l’ultima mossa, dopo quelle di altri fondi sovrani, asiatici o mediorientali, una volta considerati con la puzza sotto il naso dal mondo finanziario anglosassone che, però, non se lo può più proprio permettere. Ma a conferma del prezzo che il vizio è ancora obbligato a pagare alla virtù, si tratterà di investimenti spesso ancora ipocritamente indiretti: per evitare, almeno in parte, i problemi politici che si avrebbero se, ad esempio, fosse pubblico che la CIC sta comprando pezzi della, per dire, General Motors…    

I ministri delle Finanze dei G-7[7] conoscono – e dicono anche, stavolta, a Tokyo a inizio mese – che l’economia mondiale sta affrontando un pesante rischio per la crescita dovuto a condizioni più severe per il credito pressoché dovunque ormai, al deterioramento del mercato edilizio in USA, a più elevati prezzi del petrolio e alla tendenza in aumento dell’inflazione.

Certo, come è ovvio e come avrebbe potuto facilmente indovinare chiunque che avrebbero detto, “i fondamentali di lungo periodo rimangono solidi” ma siccome, come si sa, nel lungo periodo siamo tutti morti si tratta di reagire adesso…

Bé, non proprio adesso, dicono i G-7, assicurando di essere, naturalmente, decisi a “prendere, ciascuno per sé e tutti insieme, le misure individuali e collettive appropriate ad assicurare stabilità e crescita”. Ma rimandando, ancora una volta, ogni azione concertata tra loro perché è meglio lasciar fare al mercato.

Anche se temono, e confessano perfino di temere – lo dice il ministro delle Finanze tedesco Peter Steinbrűck, che la crisi dei subprime, scatenata ormai senza freni in America, potrebbe costringere quegli istituti bancari a cancellare dai libri e accusare scoperti complessivi per, forse, $400 miliardi. Insomma, decisi a prendere le misure appropriate, dicono, ma intanto per riconosciute e urgenti che siano, quelle misure di cooperazione mica le prendono.

L’OPEC, stavolta direttamente ed autorevolmente, col suo segretario generale Abdullah al-Badri, dice che entro dieci anni l’Organizzazione, all’interno della quale sale la pressione perché sono in molti ad essere sempre più arrabbiati di doversi contentare del pagamento in una valuta che vale sempre di meno, completerà il passaggio dalla denominazione del prezzo del petrolio dal dollaro all’euro[8].

Il 27 febbraio, il prezzo del greggio petrolifero registra un nuovo record, a $102,08 al barile, poi per mezza giornata a 103 e, infine, assestato sostanzialmente a quel livello lì. Succede per il timore, concreto, che l’OPEC non alzi il suo tetto di produzione al prossimo vertice del 5 marzo e per la decisone di molti operatori di spostare i propri investimenti da azioni e valute in derrate comprate ed immagazzinate fra timori crescenti di una recessione in America[9].

Intanto – e secondo osservatori ben addentrati potrebbe esser il primo segnale di un vero e proprio terremoto geo-economico – questa settimana la borsa del petrolio iraniana è stata inaugurata nella zona franca dell’isola di Kish. Affiancherà con l’ambizione, marcando tutti i suoi prezzi in euro e non più in dollari però, di competere a fondo le borse del petrolio di Londra e New York, entrambe in mano a società americane cui è stata data una verniciatura leggera di multinazionale.

I piani dell’Iran sono ambiziosi e difficili da realizzare, mirando nel lungo periodo a sfidare, direttamente, il dominio – il monopolio – anglo-americano energetico-bancario del commercio petrolifero mondiale... Insomma, si piazzano al via, sperando di sfruttare quello che, al Foro economico mondiale di Davos di gennaio, il mega-speculatore finanziario progressista (un ossimoro, una contraddizione in termini: ma nel caso specifico, con un fondo di verità) George Soros si è detto certo che “l’era del dollaro è avviata ormai a un fallimento sistemico[10]

E, in parallelo all’impennata del greggio petrolifero, si impenna a conferma l’euro sul dollaro, con lam moneta europea che vale ormai la metà più di quella americana, a $1,5144 contro 1.

In effetti, malgrado lo scavallarsi di tante servizievoli ragazze pompon che a Wall Street continuano a cantare le lodi della borsa – dicono che questo è il momento di comprare, con le azioni al ribasso che ormai non possono altro che salire: ma non possono certo garantire che abbia smesso di scendere – lo intuiscono tutti, ormai, che Soros ha ragione. Un’altra immagine che forse dà bene l’idea è quella utilizzata da Soros stesso, della sala da ballo del Titanic, quando l’orchestra, imperterrita, continuava a suonare…

Del resto, è evidentemente la stessa opinione dei tanti negozianti che a New York – a Manhattan come nel Bronx – hanno deciso di accettare in pagamento non più soltanto carte di credito, bancomat e dollari ma – ed è la primissima volta nella storia – anche una moneta straniera: l’euro… ormai ci sono i cartelli in vetrina “Euros accepted”.

Ha detto Robert Chu, proprietario – immigrato cinese in origine – della nota enoteca East Village Wines che “i contanti sono contanti e abbiamo deciso di prenderli, provvedendo quando possiamo poi al cambio con la nostra banca”. I turisti europei che comprano così una casetta di vini speciali da Chu, se li portano a  casa con sconti in potere reale d’acquisto del 20, anche del 30%: e magari ne comprano due…

Altri, come il negozio di antiquariato di Billy’s Antiques, spiegano che non li cambiano nemmeno gli euro che incassano ormai: spiegano, “li teniamo… così quando andiamo a far acquisti in Europa ci risparmiamo di doverli cambiare, risparmiando così un sacco di quattrini[11].

Il problema di fondo è che siamo arrivati a tre decenni, ormai, di consumi ben al di là dei propri mezzi. Tre decenni arrivati ormai alla scadenza. Perché i consumatori americani non hanno più modo di continuare a spendere alla stregua “normale”. Ora l’unico rimedio duraturo, oltre ad arrendersi alla necessità di uno standard di vita inferiore e di un’economia condannata a restringersi, è quello di mettere più potere d’acquisto in tasca agli americani più poveri e ai redditi medio-bassi.

Perché, anche se adesso si regalassero al business, col taglio alle tasse, fior di quattrini non è vero per niente che le imprese si convinceranno a investire per produrre di più: il fatto è che la domanda è in calo  praticamente su tutta la gamma di prodotti e servizi in offerta. E gli aiuti temporanei (come il pacchetto Bush) non convinceranno di nuovo i consumatori a tornare in massa agli acquisti. Perché, appunto, sono temporanei mentre i problemi che ha questa gente sono ormai permanenti.

Ora, questa analisi – che ci sembra piuttosto stringente ma che consigliamo vivamente di leggere integrale com’è: e non è lunga – del prof. Robert Reich[12], ex ministro del Lavoro del primo Clinton quando non era ancora proprio del tutto lib ma restava ancora lab – vale anche per noi, per l’Italia, con buona pace di Montezemolo, dei suoi corifei e della congrega di economisti lib-lab che pullulano anche nel centro- sinistra.

Diversi e più seri dai neo-cons berlusconian-tremontiani, ovviamente. Ma seminatori della stessa, bacata, ricetta ormai da quindici anni: che bisogna prima ingrandire la torta per poter poi – poi – spartirla un po’ più equamente… Come se fosse proibito spartire, almeno un po’ e già da subito, quanto si è accumulato iniquamente con la distribuzione del PIL italiano negli ultimi anni: solo il 25% della crescita ai salari dei lavoratori dipendenti e il 75 a lavoro autonomo, rendite, profitti, quant’altro (le cifre rese note, recentemente, dal governatore della Banca d’Italia[13]).

S’è dimesso dalle cariche che ricopriva Fidel Castro. Era un anno e mezzo che, ad oltre ottant’anni, stava male parecchio e ora ne ha preso atto lui stesso, visto che nessuno avrebbe osato imporglielo. Il dittatore al potere da più tempo nel mondo è un personaggio di caratura storica come pochissimi altri e ha riempito il mondo del nome di Cuba come mai nessuno aveva fatto prima di lui per un paese che, altrimenti, sarebbe stato “obiettivamente” del tutto insignificante sul piano storico globale..

In questa sede ci limitiamo a tre sole considerazioni:

• Il regime di Castro è stato definito dalla, e si è definito nella, sfida al potere degli Stati Uniti. Ma è necessario riconoscere che è stato proprio l’interventismo sfacciato degli USA in America latina a fare di lui quel che è stato: la politica di intervento che l’America yanquee ha sempre praticato nel Sud del continente era cominciata ben prima della rivoluzione cubana.

• In questa storia la chiave di volta fu l’incontro di Fidel, in esilio in Messico, con un giovane medico argentino, il dr. “Che” Guevara, che aveva appena visto il golpe militare trionfare in Guatemala instaurando una feroce dittatura militare pagata, organizzata e comandata dagli USA contro un governo riformista eletto democraticamente.

• L’unico modo, conclusero insieme, in cui in America latina si sarebbe mai potuto instaurare, e avrebbe potuto durare, un governo riformatore era dunque quello di imporlo e difenderlo con le armi. Perché altrimenti gli Stati Uniti avrebbero provveduto a schiacciarlo ed a farlo schiacciare dai loro scherani.

• E, quando una volta gli venne fatto osservare che anche Cuba è intervenuta – spesso inviando decine di migliaia di medici oculisti in giro per il Terzo mondo ad operare di cataratta centinaia di migliaia di poveracci altrimenti condannati alla cecità: ma talvolta anche con le armi (in Africa, contro il Sudafrica dell’apartheid negli anni ’60 ed ’80) – Castro fece notare che la differenza importante consiste nel fatto che, a parte il merito della causa che andava a difendere (la lotta all’apartheid, in Mozambico, in Angola, in Namibia…), a vittoria ottenuta i cubani se ne vanno: non aprono basi militari permanenti…

• Come scrive adesso, nei giorni del rimpiazzo di Castro, un cubano-americano famoso e anticastrista, tornato diverse volta in visita e autore di libri importanti su Cuba, in questi giorni “quel che ci ha sorpreso di più – era con la moglie anche lei cubana – è stato quanto sia poco drastico il cambio che i cubani reclamano. Dittatore od eroe, la stretta di Castro sul potere sta terminando: e qui pare che non importi a nessuno…

    La verità è che le cose sono molto cambiate dal mio primo viaggio del 1978, in meglio… e molte cose no. Parecchie delle persone che abbiamo incontrato condividevano il punto di vista di Miguel, sessantaduenne tenente colonnello in pensione, che dice di essere preoccupato, dopo Castro, solo da quella che chiama l’americanizzazione di Cuba.

    Con questo termine si riferisce ad un capitalismo selvaggio, che potrebbe portar via ai cubani le case migliori, le terre migliori, le migliori fabbriche. In breve, se transizione significa che ai cubani potrebbe venire sottratto quel poco che sono riusciti ad acquisire, allora meglio non cambiare[14].

E, infine, certo, va pure notato che andandosene così, quietamente e quando lui ha scelto di andarsene, Castro ha dato l’ultimo schiaffo all’ossessione cinquantennale di rovesciare con controrivoluzioni, invasioni, tentativi di assassinio – anche i più grotteschi e ridicoli – la rivoluzione cubana: o, più semplicemente, e direttamente di assassinare Fidel[15].

in Cina

Quest’anno, il 4.706° del calendario lunare cinese, è anno del Topo, il primo dei segni animali che ricorrono ogni dodici anni nel loro zodiaco. E’ un anno, dice l’interpretazione tradizionale, di grande rinnovamento, dedicato e prospero per chi è curioso, rapido, intraprendente…

L’inflazione, nel mese di gennaio, è aumentata al massimo da un decennio[16], convincendo le autorità a insistere nel voler seguire politiche di austerità necessarie a reprimerla anche “frenando, sì, ma non troppo i consumi”. Anche perché il 7,1% di media è fatto quasi tutto dall’aumento dei prezzi degli alimentari: +18,2% in un anno.

Ed è, questa, una brutta sorpresa per i consumatori di mezzo mondo che vedono, col salire dei prezzi interni cinesi, salire anche i prezzi cinesi all’esportazione. Che, aggiunti al costo più alto di energia e in genere derrate e prodotti alimentari da tutto il mondo, danno una bella mano all’inflazione anche un po’ dappertutto. In  Cina e da noi; e da noi un po’ di più in quanto importiamo dalla Cina  importiamo di più.

La Cina comincia a far pesare quanto ormai conta sui mercati mondiali. Scrive un meticoloso osservatore finanziario ed economico che sta cercando di comprarsi un interesse maggioritario nel gruppo minerario transnazionale, ma a controllo americano, della Rio Tinto avendo a disposizione più di $120 miliardi di dollari per l’operazione.

Ora, si può ben comprendere la posizione cinese e anche ammirare il modo sottile e sofisticato con cui sta conducendo la sua campagna. Ma è anche comprensibile nutrire fior di sospetti su come la Cina sta appunto cominciando ad utilizzare la ricchezza massiccia che ha accumulato per far sentire il suo peso sul commercio mondiale— un peso che potrebbe minacciare altri paesi, come il nostro ad esempio[17]. Già… mentre come è noto l’influenza che noi consideriamo legittimo esercitare coi soldi sarebbe solo la nostra, quella americana…

Insomma. Si muovono “sottilmente”, comprando percentuali di proprietà americane nel mondo e pagando in contanti. E allora? Dov’è l’innovazione “pericolosa” nel comportamento normale del capitale e di chi lo controlla? O è pericolosa solo se lo fa la Cina?

nei paesi “emergenti”

Il governo dell’India prevede, per l’anno fiscale che finisce tra un mese, a fine marzo, una crescita complessiva dell’8,7%, in calo dal 9,6 sull’anno precedente. Qui l’economia, in prevalenza, è trainata dai consumi interni e questo significa che potrebbe soffrire meno di altre delle ricadute del rallentamento, o/e della recessione, negli Stati Uniti. Preoccupa, al momento, di più – tenendo in qualche allarme i mercati – lo stato fibrillante, molto molto emotivo, del mercato di borsa che qui è particolarmente volatile[18].

Sale la tensione tra Venezuela e Stati Uniti. La ExxonMobil, la compagnia petrolifera più grande tra tutte le grandi, non ha accettato la decisione del governo di Caracas di ricontrattare, in condizioni per esso peggiori, l’accordo con la PDVSA che è ridiventata  il monopolio petrolifero di Stato. E, facendo ricorso a tribunali non venezuelani, la cui giurisdizione non è riconosciuta dal governo di Chávez in nome della sovranità del paese, ha ottenuto d’urgenza il sequestro in varie banche estere di quasi $12 miliardi di proprietà della stessa PDVSA.

La risposta di Caracas è stata quella di dare subito disposizione ai managers della compagnia petrolifera nazionale di trasferire d’urgenza tutti i fondi di proprietà venezuelana in Svizzera – nella presunzione che la Confederazione elvetica onorerà i suoi impegni e non glieli farà scipparee zio Sam: noi non  saremmo tanto sicuri… – e poi decide “come atto di reciprocità per le persecuzioni economico-giuridiche della Exxon” di “paralizzare” la vendita del greggio alla ExxonMobil.

Prudentemente – nell’immediato il Venezuela avrà il problema di trovare nuovi, garantiti mercati di sbocco al suo petrolio, se la decisione verrà davvero applicata – poi è la stessa PDVSA a mettere i puntini sulle “i”: i contratti abrogati subito saranno solo quelli in vigore i cui termini lo consentono, mentre non saranno toccati dalle nuove disposizioni fino a che non saranno andati ad esaurimento gli accordi di joint venture in atto (la fornitura di 185.000 barili al giorno alla raffineria Exxon di Chalmette, in Louisiana)[19].

D’altra parte, a confermare, se volete, la paranoia del regime di Chávez nei confronti degli USA, e la totale carenza di sensibilità degli americani vero i loro vicini del Sud, oltre a notare che talora anche i paranoici hanno qualche ragione di vedere complotti contro di loro, c’è la dichiarazione dell’Agenzia di spionaggio militare americano, la DIA, fatta dal suo direttore, gen, Michael Maples che il Venezuela “sta comprando all’estero più armi di quante ne abbia bisogno[20]… Come se toccasse per grazie di Dio dire agli Stati Uniti di quante armi, o se è per questo, magari di quanti tamburi,un altro paese abbia bisogno…

Non si sa a cosa servano queste armi, spiega alla Commissione senatoriale delle Forze armate Maples. O, meglio, si sa benissimo. Infatti “le stanno accumulando negli arsenali e abbiamo intercettato – dai satelliti, probabilmente – “discussioni tra i responsabili venezuelani sulla possibilità di metterle in mano alla popolazione e creare una specie di guardia civile tesa a rafforzare capacità e tattiche asimmetriche”. Cioè, fuori dello spionese/pentagonese, una forza anti-invasione americana e/o di mercenari degli americani. A proposito di paranoia

EUROPA

Il PIL dell’area euro è cresciuto, nel quarto trimestre del 2007, dello 0,4%. In Germania ed in Francia, le due economie più grandi dell’Unione, il PIL è, dunque, salito dello 0,3% sul trimestre precedente.  

La Banca centrale europea, malgrado gli appelli più o meno espliciti ma quasi unanimi di tutti i governi e, in pratica, univoci (abbassate i tassi per dare una mano alla crescita rendendo meno caro il denaro), ha deciso di non muoversi e, a inizio febbraio, ha lasciato dov’era, al 4%, il tasso di sconto[21].

Ha voglia anche l’OCSE a dire che, se l’Italia è al palo, anche la Germania, dopo gli Stati Uniti, sta in realtà andando in recessione. Secondo i banchieri di Francoforte, il rischio al rialzo – oggi, come ieri, come sempre… – è sui prezzi (come quando l’inflazione era a zero, o quasi), mentre il rischio sulla crescita sarebbe al ribasso.

Non che noi si cresca bene granché, neanche la BCE ha la faccia tosta di sostenerlo… però, dice, almeno noi cresciamo un po’ meglio del grande malato americano che, se non è ancora proprio in recessione (due trimestri di calo secco del PIL), sicuramente ci sta affondando.

Le vendite al dettaglio nell’eurozona sono calate per il terzo mese consecutivo, a dicembre dello 0,1%. Nel quarto trimestre il calo è stato dell’1% secco: segno inconfondibile di guai seri in arrivo[22].

La Commissione europea ha multato Microsoft di altri €899 milioni per il rifiuto persistente di piegarsi alla condanna che le era stata già comminata per violazione delle leggi antitrust europee nel 2004. Il totale della multa, dunque, arriva ora a €1,68 miliardi e copre solo il periodo fino all’ottobre 2007, quando la Microsoft americana ha sistematicamente ignorato le sentenze europee continuando, anche, a farsi pagare troppo care licenze e brevetti[23].

La Francia, col voto del parlamento, ha approvato a inizio mese il Trattato europeo. È il quinto paese dei 27, così, a ratificarlo[24].  

La Germania ha reso noto che, adesso, tutto considerato, intende convergere con gli altri membri dell’Unione che hanno detto, o stanno dicendo, di sì ai piani di Nicolas Sarkozy per una cosiddetta Unione del Mediterraneo, dopo essersi all’inizio messa a frenare e anche a remare contro.

Ha detto il portavoce del governo che lo ha annunciato che ciò dovrebbe significare, però, anche ed insieme un rafforzamento del processo di Barcellona. In ogni caso, ogni paese membro dell’Unione dovrebbe poter entrare a far parte anche dell’Unione Mediterranea[25].

Nella corsa a primo presidente dell’Unione, informalmente avviata con la designazione extra modum  fatta da Nicolas Sarkozy di Tony Blair, il primo punto che ci sembra doversi dare per acquisito è che siccome non si potrà, e non si dovrà, trattare che di uno statista conciliante, umile e pieno di tatto, l’inglese diventa escluso in partenza.

Si tratta dell’elezione nel Consiglio europeo dei ministri, da parte dei capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri, del nuovo presidente dell’Unione: per due anni e mezzo, rinnovabili. Toccherà a lui presiedere “il Consiglio europeo e promuoverne il lavoro… assicurandone preparazione e  continuità”. E toccherà a lui “rappresentare l’Unione nei suoi rapporti esterni sulle politiche di politica estera e di sicurezza”.

Un peso simbolico, dunque, ma anche, riconosciuto, di guida. E di vera leadership politica di tutta l’Unione. Gira un appello, però, per l’Europa, già sottoscritto da migliaia di cittadini di “peso” che spiega in dettaglio il perché “Noi, cittadini europei di ogni idea politica, desideriamo esprimere la nostra totale contrarietà alla designazione di Tony Blair alla presidenza del Consiglio europeo[26]. In sintesi perché:

• siamo convinti che sia “essenziale che il primo presidente incarni lo spirito e i valori del progetto europeo;

• la scelta eventuale di Blair, qualora dovesse aver luogo, “sarebbe in totale contrasto con i valori professati nel progetto europeo”. In effetti:

• “in violazione della legge internazionale, Tony Blair ha impegnato il suo paese in una guerra in Iraq osteggiata dalla stragrande maggioranza dei cittadini europei”, che “ha mietuto centinaia di migliaia di vittime e creato milioni di rifugiati.

  La guerra è stata uno dei fattori principali della destabilizzazione del Medio Oriente e compromesso la sicurezza internazionale. Per portare il suo paese in guerra, Tony Blair ha fatto uso sistematico di prove artefatte e della manipolazione dell'informazione”. Se fosse nominato, “il suo ruolo nella guerra in Iraq peserebbe negativamente sull'immagine dell’Unione nel mondo”…

• “La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea formalizza i valori fondanti del progetto europeo ed è uno dei pilastri del nuovo trattato. Tony Blair ne ha osteggiato l’inclusione nel Trattato di Lisbona, strappandone l’esenzione per il Regno Unito”.

• “Invece di promuovere l'integrazione europea, l'ex primo ministro ha posto dei pesanti paletti durante le trattative a Lisbona, con l'intento di bloccare qualsiasi progresso su temi sociali e sull'armonizzazione fiscale nonché sulla difesa comune e la politica estera”.

• “Inoltre appare insensato che il primo presidente dell’Unione sia stato il capo di un governo che ha tenuto il suo paese fuori da due pilastri fondamentali della costruzione europea: la zona Schengen, che regola il movimento libero dei popoli, e l’Eurozona”.

• “… ci pare essenziale che il presidente debba essere una personalità nella quale la maggioranza dei cittadini possa identificarsi, piuttosto che qualcuno inviso alla maggioranza degli europei. Per tanto, dichiariamo la nostra netta contrarietà a questa nomina”.

E’ molto ben detto e convincente.

In Serbia, le presidenziali sono state vinte a inizio mese dal presidente in carica, il “filo-europeo” Boris Tadic, che con un margine ridotto ma sufficiente (più o meno il 51 contro il 49%) ad ottenere l’ammissione della sconfitta da parte dell’avversario, l’iper-nazionalista Tomislav Nicolic.

E’ un risultato importante per la Serbia e anche per l’Europa. È un segno buono che abbiano scelto Tadic, sicuramente tra i leaders serbi il più “aperto” all’Unione. Ma sarebbe un errore grave che l’Europa leggesse la cosa come il rassegnarsi, da parte serba, ad accettare senza reagire la secessione unilaterale, annunciata e poi realizzata, del Kosovo. Perché neanche Tadic sarà mai puramente e semplicemente in grado di far accettare al paese, ed al premier Kostunica già suo predecessore, la resa.

In effetti, il primo ministro Kostunica ha subito denunciato il tentativo di “comprare la Serbia[27]. Anni fa era considerato in occidente come un moderato, anzi un conservatore, ma adesso è dipinto come un super  nazionalista proprio perché non vuole “mollare” il Kosovo: quando, pacatamente, una volta e con grande anticipo, subito dopo aver fatto fuori Milosevic alle urne, otto anni fa, da presidente dell’allora federazione jugoslava, rispondeva già all’obiezione: “attenti, è come se dall’Italia volessero dichiarare indipendente Roma ed il Lazio, la culla della civiltà italica: pensate che gli italiani lo accetterebbero supinamente?”.

Ora considera un tentativo di comprare la Serbia l’offerta di un accordo di cooperazione e stabilizzazione da parte dell’Unione europea alla Serbia: condizionato, però, all’accettazione, supina appunto, della rinuncia al Kosovo. Dicono così i media occidentali, avendo deciso da tempo di dare ragione comunque, contro Kostunica, al Kosovo e alla sua attuale leadership, formata anche da ex criminali di guerra; e nella sostanza dicono così perché lo ha deciso l’amministrazione Bush contro ogni regola del diritto internazionale (vedi la risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: il Kosovo è e resterà sempre “parte integrante della Repubblica serba”).

E’ tornato a ripeterlo quasi disperatamente il rieletto presidente Tadic, su cui ha puntato tutte le sue carte l’America – e, dietro di lei, con maggiore o minor convinzione, tutto il variegato spettro dei suoi vassalli occidentali – decisa  a far ratificare come legale la secessione kosovara: un  evento che può anche essere un fatto che, domani magari, ratificherà la storia. Ma domani, appunto: oggi, no; oggi non lo si può proprio riconoscere giuridicamente sul piano del diritto internazionale.

Si appella Boris Tadic e sottolinea che la dichiarazione di indipendenza, riconosciuta probabilmente subito da un centinaio di paesi guidati e spinti, con le cattive o con le buone, dagli Stati Uniti, equivarrebbe a “tagliare gli angoli”, proprio nel mezzo di “una curva difficile” fatta di angoli, invece, da smussare ed arrotondare.

Una semplificazione forzata che minaccia di riattivare, e non solo qui ma in tutta questa regione, vecchi conflitti e accenderne di nuovi: “l’unico modo per evitarli è di raggiungere una nuova risoluzione negoziata e concordata tra tutte le parti che, sostenuta dal Consiglio di Sicurezza, rimpiazzi in modo soddisfacente la vecchia Risoluzione 1244 del 1999”.

Per cominciare, ha spiegato il ministro della Serbia per il Kosovo, Slobodan Samardzic, se la secessione viene dichiarata “dovremo fare di tutto perché la popolazione serba resti, nel nord del Kosovo, sulla sua terra e nelle sue case vivendoci in sicurezza come cittadini della Serbia [28]….

Lo aveva detto chiaro e netto anche il nostro ministro degli Esteri, assumendo mesi fa in sede europea e all’ONU con fermezza – sembrava – la posizione che all’eventuale separazione non si potesse e non si dovesse arrivare che col consenso, quindi col tempo e attraverso un’azione preparatoria, propedeutica, dell’Europa in tal senso.

D’Alema aveva dichiarato testualmente che l’Italia è favorevole all’indipendenza se si trova un consenso: cioè, che era favorevole ad una soluzione “non traumatica”, tale da tener conto, anche e necessariamente, delle legittime aspettative di rispetto e di sicurezza avanzate da Belgrado per i suoi siti legati da sempre alla tradizione, alla storia, alla religione della Serbia[29].

Solo che per trovarlo, quel consenso, bisognava darsi da fare e lavorare a mediare. E mediare non può mai voler dire (come con l’Iran, come con chiunque…) che, prima ancora di affrontare lo scontro qualcuno si deve arrendere a qualcun altro e dire sissignore, magari per avere in cambio qualche piccola compensazione. Questo invece sì è fatto: mettendosi a rimorchio, anche qui, di una inesistente diplomazia americana fatta, come al solito, di minacce e nient’altro… 

Bè, adesso D’Alema dice, alle Commissioni esteri riunite delle Camere, che “il processo di indipendenza è ormai irreversibile”, che l’Italia “dovrà prenderne atto” e che il rischio di “turbolenze” comporta che è nell’interesse dell’Italia “procedere subito al riconoscimento del nuovo status”: cioè dell’indipendenza. Come se “turbolenze” potessero derivare solo dall’insoddisfazione dei kosovari e non anche dalla reazione frustrata dei serbi…

Ma D’Alema non spiega perché abbia cambiato idea, in cosa lo status giuridico sia cambiato adesso rispetto a quando lui stesso richiamò la chiarissima risoluzione dell’ONU in proposito e fece la dichiarazione precedentemente citata. Né spiega cosa si potrebbe e si dovrebbe fare nel caso di altre “turbolenze” tanto prevedibili che, poi in realtà, le prevede lui stesso: “dalla chiusura dei confini al taglio dell’elettricità…. Non lo sappiamo… Non è chiaro cosa potrà accadere sul terreno, nel nord del Kosovo, in particolare a nord di Mitrovica… a maggioranza serba[30]”.

Dice così D’Alema… Ma i serbi hanno da tempo fatto sapere e Tadic in persona ha appena confermato  – ed è la logica, diremmo quasi la consecutio temporum, a farlo prevedere: d’altra parte, perché a loro sì e a noi no? – che una conseguenza pratica, immediata, concreta della secessione del Kosovo potrebbe essere la secessione del Nord del Kosovo proprio dal Kosovo e la creazione, magari, di una Republika Srpska come quella della Bosnia: che, magari, domani chiederà di unificarsi alla Serbia…

E, poi… Dei due principali “contribuenti” alla rinnovata missione europea, i governi tedesco e italiano, spiega D’Alema stesso, al primo spetterà la guida delle funzioni di polizia. Ma proprio all’Italia, in seno a una missione europea nel Kosovo indipendente ma condotta comunque per la NATO – e che, assicura il ministro degli Esteri, dovrebbe restare di natura “civile” e già questa (civile/NATO) è una contraddizione in termini – spetterà il compito più ostico, esposto e delicato.

Dovrà, infatti, gestire l’unità speciale antisommosse, formata solo da kosovari albanesi e inevitabilmente antiserba, che dovrà far fronte alle tensioni tra minoranza serba e maggioranza albanese: anche nel territorio del nord del Kosovo dove la maggioranza è, invece, serba e la minoranza albanese…

Ma l’Italia, continua a sostenere D’Alema, lì è “percepita come presenza amichevole dagli uni e dagli altri”… Era vero, ma non sarà certo più vero se l’Italia oggi sceglie l’opposto di quel che aveva detto essere necessario, sottolineando con forza che la scelta giusta era un'altra: l’indipendenza, magari, ma “non traumatica”. Senza motivazioni giuridiche assolutamente ineccepibili – che non ci sono – D’Alema si illude di poter ancora continuare a veder percepita l’Italia come amica di tutti e di ciascuno insieme…

E sa benissimo, D’Alema, di illudersi. Il fatto è che con Condoleezza Rice e i desiderata del suo capataz che traballa in sella ancora per qualche mese è reputato, comunque, necessario schierarsi…

La Russia, dal suo punto di vista non lo considera invece necessario, anzi ha considerato indispensabile dire, con anticipo, di no. E’ stata contro la soluzione di un’autoproclamata indipendenza del Kosovo per l’ “esempio”, aveva detto, che potrebbe dare ad altre situazioni in equilibrio delicato, in Europa come a casa sua o nei paraggi di casa sua.

E perché, come al solito sbagliando tutto, previsione e ricetta, l’America di Bush era spocchiosamente sicura di convincere prima o poi i russi, per la loro debolezza, a dirle di sì. Pensava, questa è la verità, di avere a che fare ancora con la Russia evanescente e condizionata di Eltsin, forse.

Ora, dichiara il presidente del parlamento Sergei Mironov, se l’indipendenza è proclamata e riconosciuta dalle altre nazioni, malgrado formalmente lo proibisca una sempre valida risoluzione dell’ONU, allora la Russia dovrà rivedere la sua posizione sullo status di altri territori.

Che non sono riconosciuti ma rivendicano di fatto, come il Kosovo, la loro indipendenza. Per esempio, l’Abkazia e la Transdniestria, reclamati come parte integrante l’una dalla Georgia e l’altra dalla Moldova: se cominciamo col riconoscere unilateralmente la proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, quella non sarà l’ultima ad emergere, insomma, né l’ultima ad  essere formalmente riconosciuta[31].

A completare l’elenco dei bubboni che, post indipendenza kosovara, potrebbero presto scoppiare, è il ministro degli Esteri sloveno, Dmitrij Rupel, quando ci mette pure l’Ossezia del Sud (Georgia, ma con popolazione maggioritaria di etnia russa) garantendo sull’autorità (?) della sua presidenza di turno dell’Unione europea che il Kosovo è un modello unico e non costituisce precedente alcuno— ma senza riuscire a dire – non che non vorrebbe: è che non esiste niente a supporto della sua affermazione – come, perché ed in base a quali premesse di diritto internazionale stia in piedi il suo assunto.

A proposito di “non è un precedente”, ed a scanso di possibili equivoci, tanto per cominciate la Cina ha emesso i rumori di fondo necessari a convincere i ministri degli Esteri di America e Regno Unito a comunicare a Taiwan la necessità assoluta di starsene, adesso, tranquilla: perché potrebbe farsi anche, se vuole, il referendum per la separazione ufficiale dalla Cina ma, se forzasse ora, sarebbe bene tenesse presente che la Repubblica popolare cinese non è assimilabile neanche da lontano alla povera Serbia… e glielo dicono quelli che hanno scoperchiato il vaso di Pandora, adesso che forse se ne cominciano a rendere conto…

No, non può essere un modello unico. Anzi: Transdniestria, Ossezia del Sud e Abkazia non hanno ad usbergo neanche nessuna solenne risoluzione all’unanimità del Consiglio di Sicurezza. E, mettendo le mani avanti, per prima dopo la Russia, è la Romania (che è membro dell’UE ed uno dei diversi paesi europei che temono conseguenze e riflessi pericolosi per sé, per la propria stessa unità, dall’ “esempio” della secessione kossovara), a formalizzare la sua decisione di non riconoscere l’indipendenza della provincia serba del Kosovo: sia che prenda la forma di “una cosa concordata”, sia che si verifichi in modo “unilateralmente proclamato[32].

Posizione, dunque, ancor più rigida di quella russa, che come quella – più o meno esplicita di diversi altri governi europei – chiede che sia un’indipendenza concordata dalle due parti: Kosovo e Serbia, della quale in diritto internazionale esso resta sempre parte integrante anche se ormai, nei fatti, ribelle.

In ogni caso – ultima considerazione, per questa volta, sul tema: ora che domenica 17 febbraio alle 17 la secessione del Kosovo è stata proclamata[33] – bisogna subito tenere a mente che insieme a diversi vessilli americani e ad alcuni britannici (le due potenze madrine dello Stato neonato) le strade del Kosovo (a stragrande maggioranza albanese) erano invase da bandiere… albanesi. Non kosovare[34]

Insomma, l’indipendenza non sembra essere molto di più, al momento, che una prima mossa verso la creazione della Grande Albania. Che, se si prende il Kosovo, potrebbe ben puntare – lo ha fatto sapere ripetutamente, senza negarlo mai, realmente – a prendersi, e già lo dice, pezzi della Macedonia. E, così, si riapre il problema del perché bisognerebbe lasciar avanzare lo spettro di una Grande Albania, dopo aver fatto fior di guerre per non far prendere corpo alla Grande Serbia.

L’Unione europea, se riuscirà mai a passare oltre le sue insuperabili divisioni sulla questione della legittimità dell’indipendenza del Kosovo e se la riconoscerà prima di averne verificato nei fatti la stessa viabilità, ma anche se la riconoscerà a rate – come avviene nei primi giorni a tozzi e bocconi: la Germania, l’Italia, la Francia, provocando la conseguenza immediata del ritiro degli ambasciatori di Serbia dai paesi che così procedono… – fisserà un precedente pericoloso.

E – a causa del legato in qualche modo “sovietico” che si porta dietro – si può – ironicamente, anche sardonicamente – constatare come sia proprio la Russia a protestare con la maggior coerenza contro la violazione sesquipedale del principio dell’integrità territoriale di un paese dell’ONU (la Serbia) e a difendere il diritto internazionale e la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite come ultimo usbergo di tutti i paesi, quelli piccoli come quelli grandi. Ed è vero, sembra proprio una strana ironia…

Tutto si spiega bene, però, e risulta evidente, se si riflette alle implicazioni che la questione del Kossovo ha assunto sullo scacchiere internazionale praticamente dall’inizio: da quando subito dopo aver solennemente promesso all’ONU, America, Russia, Cina tutti all’unanimità, che il Kossovo doveva sì diventare più autonomo ma anche restare ad aeternum parte integrante della Repubblica serba.

Il fatto è che con questa presidenza degli Stati Uniti e la sua visione del mondo è diventato manifesto che l’America i conti, proprio con Pandora e il suo vaso, li ha fatti dando come per scontata comunque l’“utilità” delle  provocazioni e le possibili conseguenze. Si trattava di ridisegnare a modo proprio la mappa del Medio oriente, dando alla Russia anzitutto di che preoccuparsi dei tanti Kossovo che potrebbero scoppiarle in casa…

Questo è il contenuto, detonante, del vaso. E se le reazioni della Russia e della Cina si fanno esplicite, per l’America di chi succede a Bush sarà un duro risveglio… Ragioniamoci sopra un poco.

Per quanto riguarda il Kosovo e la Serbia, la speranza è che comunque si riesca a rimediare nei mesi prossimi, con una combinazione di bastone (metaforico) sui kosovari che hanno dichiarato illegalmente la propria indipendenza – su questo sembrano concordare anche molti di quelli che dicono di essersi dovuti rassegnare al fatto compiuto… ma compiuto perché glielo hanno lasciato compiere – e di carota (abbondante) sui serbi che contro il loro diritto e quello internazionale hanno dovuto subire la scissione.                                      

Ma, nel lungo termine, molto più difficile sarà rimediare lo sbrego inferto dal precedente del Kosovo, su autorizzazione e, addirittura, incoraggiamento degli USA e di quanti, pedissequamente e irresponsabilmente, dietro di loro sono poi andati, al tessuto internazionale delle leggi e dei costumi che dalla fine della seconda guerra mondiale reggono la convivenza internazionale per paesi divisi da processi di secessione interni attuali e/o potenziali.

Sì, è vero, come ricorda responsabilmente un grande giornale di Belgrado[35] questa settimana “gli albanesi non hanno guadagnato un granché rispetto a quello che già avevano, e i serbi non hanno perso molto di più di quanto già avevano perso”. Ma il fatto è che, con l’esclusione forse dell’America (oggi, però! perché ieri contro la loro secessione, in quel caso poi soluzione del tutto “costituzionale”, reagirono con una guerra civile, del tutto incostituzionale, che fece 600.000 morti), le questioni della sovranità e dell’integrità territoriale per tutti gli altri – anche quelli che non se ne rendono conto, o fanno finta di non saperlo – hanno ancora, e come, rilevanza…

Dimenticandone, di certo, qualcuno, basta citare Georgia, Bosnia, Moldova ma anche Spagna (che non a caso, con coerenza, dichiara la sua opposizione – ci sono i Paesi baschi, forse pure la Catalogna in lista d’attesa – ad uno Stato che, nel XXI secolo, secede da un altro senza un accordo), Cipro (il Nord a maggioranza turca, già di fatto diviso), la Grecia, alcuni Stati o pezzi di Stati ex sovietici, quasi tutta l’Asia, compresa Cina, Indonesia, e India, che infatti avanzano fortissime contrarietà e riserve[36].

E avete notato che l’unico paese dove il silenzio sul riconoscimento del Kosovo è stato il più rumoroso si è rivelato Israele? Non a caso. Yasser Abdel Rabbo, uno degli esponenti dell’Autorità nazionale palestinese più influenti e vicini al presidente Abu Mazen ha usato il “precedente-non precedente” del Kosovo per invocare la proclamazione unilaterale dell’indipendenza dello Stato palestinese se continuano a restare bloccati – concretamente, non nelle promesse verbali – i colloqui con Israele sui due popoli-due Stati[37].   

Ma anche la stessa Gran Bretagna che, solo in forza della propria inconsulta sottomissione alle voglie di Bush, ignora le tentazioni separatiste che sobollono in Scozia, l’Irlanda del Nord, ecc. La Francia che ha sempre, sotto la cenere, il separatismo della Corsica, ma dice un sì senza dubbi per mettersi in concorrenza gara con Brown a dimostrare la sua nuova amicizia verso Bush, sia pure al tramonto ma sempre Grande Fratello…

E l’Italia per la quale abbiamo visto l’arzigogolio azzeccagarbugliesco di D’Alema sul tema (il Kosovo è sovrano… ma a sovranità limitata, visto che è supervisionata dall’UE), che non può dire sì il primo giorno perché siamo nella situazione di governo in cui siamo ma che lo annuncia, ignorando, però, ogni sintomo di febbre separatista leghista: sapete, il Dio Po, la Padania… potenziale, d’accordo, ma che alligna anch’essa, lì, sotto la cenere…

E non contano niente alla fine neanche le conseguenze dello scavalco che l’occidente, America e Europa, fa così dell’ONU e del diritto internazionale di cui soltanto l’Organizzazione delle Nazioni Unite è garanzia… e solo per dar ragione e contentino così al Grande Fratello che, dell’ONU, continua solo a volersi liberare comunque.

Né i costi, di sicurezza anzitutto ma, poi, anche quelli economici, che l’Europa dovrà sopportare per queste cavolate giuridiche, politiche, ecc., che ha fatto e ha lasciato fare saranno facili da superare.

Un grande balzo nel buio, chiama crudamente e realisticamente, chi è molto esperto di politica europea questo evento sopravveniente. E temiamo che abbia ragione[38]. Non è detto che succederà tutto e subito, oltre le prime violente manifestazioni ribelli, anche perché a Belgrado sono in molti quelli che hanno la testa più fredda e vorranno evitare uno scontro vero e proprio con l’Europa, da cui tanto dipendono.

Al di là delle interruzioni dei rapporti diplomatici – magari non proprio rotture – procederanno e magari sviando la rabbia popolare verso l’America che, giustamente, viene considerata la maggior responsabile dell’imposizione di quella che viene vissuta come un’ingiustizia profonda oltre che come la negazione del diritto dei serbi: la secessione.

Non era proprio obbligatorio che andasse così. L’Italia, l’Europa, la cosiddetta comunità internazionale – indefinibile, però, una volta per tutte – avrebbero ben potuto “offrire” un’alternativa precisa, magari avanzandola prima l’Italia, se ne avesse avuto il coraggio, all’Unione, poi l’Unione a tutta l’Europa e, infine, poi insieme l’Unione, l’Europa alle Nazioni Unite.

E non è ancora detto che debba andare proprio così, che bisogna rassegnarsi a lasciarla andare proprio così. Il prof. Lucio Caracciolo, in un demistificante e lucido pezzo[39], a cose ormai fatte – cioè a proclamazione dell’indipendenza già avvenuta – nega drasticamente – chi scrive lo avrebbe piuttosto demistificato, ridimensionato ridimensionandolo – il grande alibi fasullo che Stati Uniti e NATO, con Europa al seguito, impotente e un poco recalcitrante, si inventarono o quasi nel ‘98-‘99 per far fuori Milosevic (il fine, in fondo, quello proclamato – la libertà, ecce., ecc. – giustifica qualsiasi mezzo).

La verità è che l’occidente “ha utilizzato la Jugoslavia come barriera antisovietica per tutta la guerra fredda, scaduta la quale abbiamo finito per bombardarla, senza avere il coraggio di ammetterlo, giustificandoci dietro un ‘genocidio’ per fortuna inesistente”. Già… il motivo per bombardare la Serbia: un genocidio poi “inesistente”.

La ricetta di Caracciolo, direttore di Limes, la più importante rivista di geopolitica italiana, un esperto tutt’altro che filo russo o anche solo vagamente antiamericano, è netta: anzitutto, partire dalla realtà che “i nostri interessi nei Balcani non sono quelli degli americani (che quasi non ne hanno). Ma allora perché dovremmo sempre e comunque seguirvi le peraltro erratiche orme tracciate da Washington?”.

Certo, “ormai abbiamo tratto il dado kosovaro. Abbiamo esasperato una crisi credendo di chiuderla una volta per tutte. Invece di avvitarci nella discussione su cosa sarebbe stato giusto fare”, però, a questo punto, suggeriscono, pragmatismo e real politik, “stabiliamo come affrontare la realtà che” tanto insipientemente “abbiamo contribuito a creare”. Cioè, “ostiniamoci a opporre la prospettiva del dialogo diretto… al rischio del conflitto. Serbi e albanesi non sono matti…Sanno che i loro destini sono incrociati… Vale la pena provare a ricordarglielo”.

La riflessione proposta dall’Autore a tutti, ma in particolare ai decisori dell’Unione europea – in mezzo ad altri flash illuminanti: come il fatto che, non solo ma anche e in particolare, in Kosovo mafie e governo sono livelli che “tendono a coincidere: i capi politici sono i capi dei mafiosi, i quali a suo tempo erano i capi della guerriglia” – iniziava affermando che “c’è un solo modo per impedire che il Kosovo si avviti nel caos: costringere Belgrado e Pristina a negoziare direttamente la loro inevitabile convivenza”. Utilizzando tutte le leve che si hanno a disposizione per appunto “costringerli”: quella economica da cui entrambi dipendono anzitutto…

Qui sì che il fine – impedire il conflitto armato e la spinta alla pulizia etnica di massa e reciproca – potrebbe giustificare il mezzo. Certo, purché l’Europa trovi, ritrovi, si dia il cervello ed il fegato che servono per battere un colpo di fronte al grande e accecato fratello di oltre Atlantico.

Alla vigilia immediata della proclamazione dell’indipendenza, anche l’ex generale Fabio Mini – già Capo di Stato Maggiore del Comando Nato delle Forze alleate Sud Europa (un uomo che dice, spesso, quello che pensa: rara avis tra gli alti militari di professione) che ora scrive di cose geo-strategiche – ha avanzato qualche considerazione sul tema che, secondo noi, vale la pena di riportare integralmente – facendo rilevare che[40]:

Non ce la possiamo prendere con i kosovari se dichiarano l’indipendenza. La chiedono da dieci anni. Che facciano un atto unilaterale è normale. Sono abituati a prendersi con la forza quello che non possono avere col diritto e in questa vicenda hanno avuto maestri e sostenitori blasonati…

Che Bush prema in questa direzione è comprensibile: vuole negare la soddisfazione di farlo ai suoi successori.

Che la Serbia si opponga è come minimo doveroso. Le viene sottratta la sovranità sul cuore della propria identità nazionale. Potrebbe avere avuto promesse di regali, ma non vede come si possa ricompensare equamente l’espianto del cuore da un corpo che vuole rimanere in vita.

Che la Russia si opponga è comprensibile, non tanto per difendere gli interessi della Serbia, ma per salvaguardare i propri.

Si capiscono molto meno la fretta e l’indifferenza dell’Europa, la culla del diritto internazionale, per le conseguenze sul quadro giuridico che si basa sulla sovranità degli Stati.

La concessione dell’indipendenza al Kosovo mediante imposizione internazionale frantuma questo principio e liquida l’attuale ordine mondiale… [Sono] gli Stati Uniti che vedono nell’indipendenza un modo per disfarsi del sistema.

Non sanno però [al solito] come rimpiazzarlo. E per una volta sarebbe interessante saperlo prima di far scoppiare il bubbone”.

Ma ormai siamo dove siamo, è l’ora della realpolitick. E, allora, come dice Mini, prima che sia troppo tardi, se ancora c’è qualche tempo e qualche spazio

• bisognerebbe dare ai serbi, a nord di Mitrovica, l’opportunità di restare pacificamente nella Serbia, e così ai kosovari l’opportunità di farsi “accettare” dai serbi;

• bisognerebbe offrire “riparazioni” europee ai 200.000 rifugiati dal Kosovo (dove il potere ha in buona sostanza costruito se stesso sulla pratica a larga scala della “pulizia etnica”già entrati in Serbia;

• e bisognerebbe – dando ormai per scontato che il Kosovo è indipendente, ma dando anche per scontato quel che è altrettanto scontato (che in termini di diritto aveva ragione la Serbia) – offrire, insieme ai croati,  ai serbi prima e – poi… poi – ai kosovari, un percorso preferenziale di entrata in Europa.

Bisognerà vedere se, a questo punto, lo vogliono tutti, certo. Anche se tutti ne hanno un disperato bisogno.

Ma, intanto, subito dopo la proclamazione di indipendenza a metà febbraio, si sono riuniti i ministri degli Esteri dell’Unione. All’o.d.g., il Kosovo. E tutto quello che sono riusciti a concordare, dopo una giornata di dibattito, è stato… di non concordare su niente: ognuno andrà avanti per conto suo, come gli pare, per l’indipendenza o contro, per gli aiuti o no, oppure altro, mentre gli americani adesso si accingono a scaricare il Kosovo sugli europei e chi s’è visto s’è visto.

E’ il prezzo che si paga quando, a un tavolo dove è necessario discutere per decidere insieme, ci si presenta con posizioni già decise e, troppo spesso, poi pre-decise anche altrove, magari al di là dell’oceano. Niente che somigli neanche lontanamente a una decisione realmente europea.

L’unica decisione europea, come ha chiarito D’Alema, almeno per i grandi paesi che però sono quelli più dipendenti e più subalterni all’America, è stata quella di far finta che il Kosovo sia diventato sovrano sapendo perfettamente che è una finzione, che il potere reale d’ora in poi e non si sa per quanto, qui sarà nelle mani del corpo di spedizione europeo.

Insomma, tanti, tantissimi auguri… Intanto, sul tema diverso e, in qualche modo, anche affine della presenza militare nell’Europa dell’Est, Condoleezza Rice sembra aver “convinto” il nuovo governo polacco a dire, grosso modo di – ma mettiamo “convinto” tra virgolette perché si tratta, comunque, di convinzione ottenuta solo dietro lauto compenso: la modernizzazione, sostanzialmente a spese statunitensi, delle forze armate di Varsavia – ai missili americani da piazzare al confine russo[41].

Il tema in Polonia è molto più controverso, però, di quanto apparisse quando un anno fa il vecchio governo polacco dei Kaczynski disse il primo sì, poi da sottoporre a verifica come ha deciso appena eletto il nuovo governo.

Per questo ora la decisione del governo polacco viene qualificata, e spiegata insistentemente come preliminare, presa solo “in linea di principio” e soggetta “a precise condizioni”: parole del ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, che ha tenuto a specificare come “gli esperti hanno ancora da fare un mucchio di lavoro… Ma sì – ha aggiunto – sono soddisfatto che i princìpi [bé, insomma… i princìpi: diciamo, le condizioni] per cui ci siamo battuti siano state accettate”.

Ora, è vero che se ci sarà ancora molto da trattare e verificare. Per esempio, che significa, esattamente, quanto costa e chi paga, precisamente, la modernizzazione delle FF.AA. polacche? La difesa aerea, come lascia capire di aver offerto – ipotesi di discussione – Washington? o qualcosa di più, come aerei e carri armati, come lascia intendere la Polonia?

E poi, che fine faranno questi strani progetti di difesa spaziale americani che non convincono affatto l’America stessa? Che, intanto, ha appena bloccato al Congresso ogni stanziamento per l’implementazione del progetto in termini concreti, di questa, strana, proposta di collocazione di missili su cui la Polonia non disporrebbe, in ogni caso, secondo la dottrina americana di alcuna autorità proprio in Polonia…

Ma, tutto questo scontato e considerato, si tratta pur sempre di una (peraltro rarissima ormai) vittoria politica del Dipartimento di Stato. I russi l’hanno capito subito.

Del resto, ad ottobre il presidente Putin aveva paragonato – esagerando: ma cogliendo la percezione che della novità hanno i russi a livello di opinione – la “destabilizzazione strategica” che nell’equilibrio delle forze avrebbero introdotto gli antimissili americani alle porte di casa loro a quella che i missili sovietici avrebbero portato, se poi, effettivamente introdotti a Cuba in occasione della crisi cubana…

E, così, hanno immediatamente reagito[42]: se Washington, come adesso chiarisce l’Amministrazione americana, intende mantenere il suo sì alla proposta russa di utilizzare una rete di stazioni radar nell’Azerbaijan (a Gabala e ad Armavir) per rafforzare il proprio sistema antimissilistico in Europa centrale ma solo come possibilità “aggiuntiva e non sostitutiva” al sistema da installare in Polonia, è meglio che se lo scordi. Noi non ci stiamo, ha ripetuto il vice ministro della Difesa russo, Sergei Kislyak, e prenderemo tutte le nostre già preannunciate contromisure…

Per esempio, e per chiarire, se poi effettivamente Polonia e Repubblica ceca schierassero sul loro territorio missili americani, si dovranno abituare a trovare missili russi schierati, più o meno, alla stesa distanza di là dei confini contro i loro territori[43]. Che si facciano, insomma, per bene un po’ i loro conti[44]

Come, del resto, se li dovrà fare l’Ucraina dove il presidente Yushenko, in visita a Mosca, per la coalizione cosiddetta “filo-occidentale” che ha vinto per poco le elezioni ma già vive in tensione dentro il nuovo governo, riesce a chiudere un nuovo accordo con Gazprom sulla fornitura di gas… Ma viene avvisato che il Cremlino – se l’Ucraina si lasciasse tentare dalle nuove e pubblicizzate offerte di ospitare i missili che gli USA cercano già di installare in Polonia e in Repubblica ceca; o se ospitasse basi NATO  – la risposta della Russia sarebbe la stessa: dispiegare missili russi puntati contro l’Ucraina.

Sono terrorizzato nel dirvi questo – spiega Putin, rivolgendosi direttamente a Yushenko e chiedendogli anche pubblicamente se condivide il suo sentimento – ma mi fa rabbrividire anche solo pensare che la Russia sia obbligata a mettere nel mirino dei suoi missili l’Ucraina[45].

Sarà un caso, o forse non è proprio così, comunque subito, il giorno dopo – e dopo aver chiuso, anche, il contratto che voleva con Gazprom (o almeno così pareva: ché la smentita è arrivata a fine febbraio da Gazprom, direttamente: Alexei Miller, AD del colosso russo, ha detto che, in ogni caso, “il debito resta tutto e bisognerà che venga pagato[46] – il presidente ucraino Yushenko, pur eletto, per poco, su una piattaforma esplicitamente antirussa – dichiara a Mosca che “se la parte russa è preoccupata da questa storia di basi militari a casa nostra, l’Ucraina non le ospiterà mai… Siamo anche pronti a far registrare questo impegno su basi costituzionali”.

E’ solo una conferma per quanto solenne. Ma è un impegno, del resto già previsto dalla Costituzione ucraina che proibisce al paese di accogliere qualsiasi base militare straniera, con l’eccezione di Sebastopoli che viene affittata proprio alla flotta russa del Mar Nero, che stavolta viene ribadito solennemente e pubblicamente al presidente russo ed a quella opinione pubblica in diretta Tv[47].

E si capisce. Tra affidarsi alla protezione, diplomatica e poco più, di un’amicizia (neanche di una vera e propria alleanza: ci sono troppi pareri contrastanti, sia in Ucraina che nella NATO, per seguire questo percorso) non sempre affidabile e sicuramente a distanza e una presenza vicina, vicinissima e anche asfissiante non foss’altro che perché economicamente essenziale e inevitabilmente condizionante come quella di Mosca, Kiev ha in realtà poco da scegliere.

Invece, per la Polonia, chiamato a coppe sugli impianti americani antimissilistici ai confini con la Russia, il primo ministro Donald Tusk, pure lui in visita a Mosca, risponde a… bastoni. Voi mi parlate dei missili americani in territorio polacco? e io vi assicuro che la Polonia non prevede di ospitare basi NATO sul suo territorio. NATO, no, almeno fin ora, ma USA magari sì… E, aggiunge, una blanda e imbarazzata critica alle critiche (e alle neanche troppo velate misure di ritorsione, chiamate preoccupazioni) dei russi ai missili americani in casa polacca…

Per parte sua, ha detto a Tusk e spiegato in conferenza stampa congiunta il primo ministro russo Viktor Zubkov, “il governo di Mosca è sempre aperto al dialogo, ma non è disposto ad accettare, come fatto unilateralmente compiuto e senza conseguenze, le soluzioni unilaterali assunte dai suoi interlocutori, anche se resta sempre aperto alla ricerca di soluzioni capaci di portare a nuovi e migliori livelli le relazioni bilaterali tra Polonia e Russia[48].

Del resto, ha specificato a buona memoria Sergei Ivanov, primo vice primo ministro russo, che parlava ad un convegno internazionale sulla sicurezza a Monaco di Baviera, la risposta cui la Russia fosse costretta – puntare i suoi missili, come Putin ha spiegato, anche sulla Polonia – sarebbe, dice, “e bisognerebbe rifletterci efficace, adeguata e molto molto meno costosa” di quella americano-polacca[49].

A Mosca, il primo ministro polacco ha anche sottolineato, nel corso dei colloqui con Putin, che al contrario di quanto ama lasciar intendere certa vulgata, soprattutto di stampa, che gira in Polonia, il suo paese è davvero interessato ad aumentare gli scambi commerciali con Mosca. Intanto, sono stati risolti i contrasti interpretativi sui regolamenti d’igiene che, secondo la Russia, la Polonia non osservava esportando carni e verdure in Russia (d’ora in poi, verranno scrupolosamente rispettati) così come è stato ritirato il veto polacco all’entrata della Russia nell’Organizzazione mondiale per il commercio. Ed è stato stilato un protocollo per la “protezione reciproca di dati segreti”: qualsiasi cosa, poi, tale dizione stia a significare (carteggi e documentazioni dell’era sovietica, forse?)[50].    

In Russia, per le presidenziali in calendario il 2 marzo il governo ha, di fatto, rifiutato le condizioni richieste dall’OSCE (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea) per venire a garantirne la regolarità. Condizioni poste, dicono i russi, in termini troppo ultimativi: numero di delegati e di visti in bianco fissati unilateralmente, arrivo in Russia almeno mezzo mese prima, finanziamento della missione da parte di chi sceglie l’OSCE, nella fattispecie agenzie del governo… americano, ecc.

Non funziona così, ha constatato/sentenziato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov: con tutti e ogni volta, l’OSCE ha negoziato le condizioni delle missioni, non ha cercato di imporle; il suo mandato è limitato ad osservare le elezioni e non la campagna elettorale; e, in ogni caso, “i paesi che si rispettano non accettano di accettare ultimatum, comunque[51].

Ha detto Putin, alla vigilia di queste elezioni, che crescita economica da consolidare e necessità di accelerarne il tasso di innovazione sono le questioni che lascia al suo successore, ormai prossimo. Che però continuerà ad “accompagnare” lui stesso, visto che sarà il primo ministro del nuovo presidente, Dmitry Medvedev, che proprio lui ha “proposto” al paese.

Ma la Russia, ha sottolineato, deve sfuggire all’eccessiva dipendenza dalle proprie risorse naturali proprio con una dose forte e mirata di innovazione tecnologica. Non è stata, infatti, ancora superata l’inerzia di una dipendenza che condiziona troppo la crescita del paese e ci relega, sul piano globale, al ruolo di esportatori di materie prime non lavorate.

Bisogna lavorare anche a migliorare direzione e gestione d’impresa, a ridurre le dimensioni dell’economia sotto controllo statale incentivando l’investimento privato ma mantenendo anche la responsabilità generale per non ripetere esperienze socialmente fallite di liberalizzazioni selvagge del recente passato. E bisogna investire meglio e di più in istruzione, ricerca scientifica e sanità.

Putin ha riconosciuto che il suo governo, al riguardo, ha iniziato ma non completato il da farsi e che ora, con una crescita comunque molto elevata, si pone sia un problema di inflazione crescente, sull’11,9% nel 2007, che uno scarto in aumento tra poveri e ricchi[52].

Continuando a mettere in evidenza come sull’Iran intenda essere più realista del re, la Francia, per bocca del ministro della Difesa francese Herve Morin[53], è tornata a ridire, contro l’affermazione di un mese fa di tutti e sedici i servizi di intelligence americani unanimi, che l’Iran non avrebbe affatto interrotto il suo impegno per darsi un armamento nucleare.

No, è andato a raccontare più che al governo americano ai media americani Morin, “informazioni coordinate di un certo numero di sevizi di intelligence [non quelli americani, purtroppo…] ci portano a credere che l’Iran non abbia abbandonato la sua voglia [che è? una categoria dello spirito?] di bombe atomiche”. Mentre la Francia, si sa, le sue non voglie ma vere e proprie bombe le avrebbe distrutte?

Insomma, senza farlo, perché non osa farlo apertamente, ha cercato di minare proprio, con gli americani, la rivelazione dei servizi segreti americani: tentativo sprecato e soprattutto superfluo con Bush, convinto che la CIA e gli altri gli abbiano voluto tagliare proditoriamente le gambe.

Ma più utile per la campagna di Sarko – del tutto sbagliata, quando persino la CIA americana sta prendendo le distanze da Bush e dai bushotti tutti – tesa a mettersi in evidenza come più amico dell’America (nel senso propriamente in cui lo concepiscono gli americani, di “suddito”, uno che dice sempre di sì) di quanto fosse il suo predecessore e siano tanti altri governi d’Europa: anche, e a prescindere, se poi, come ora, l’America sia di tutta evidenza guidata da una manica di visionari pericolosi.

Non certo perché l’Iran non sia poi un potenziale pericolo, quanto perché anche se lo è non lo si può controllare negandone i diritti. Che saranno pure aberranti (il diritto al nucleare— specie al militare, naturalmente) ma, allora, non possono esserlo solo per l’Iran.

A Mosca, citando l’ambasciatore iraniano Gholamreza Ansari, segnalano con qualche evidente apprensione in più, che Teheran ha cominciato a costruirsi un secondo impianto per la produzione di energia nucleare. E hai voglia a riconoscere, come fa la Russia, come fa la stessa Agenzia internazionale per l’energia atomica, come fa il Trattato di non proliferazione e come fanno anche gli stessi Stati Uniti.

Lo hanno dovuto fare, esplicitamente, nel documento che devono sottoscrivere per far passare all’ONU – per l’inaudita debolezza degli altri che, di fronte agli USA, ormai mollano ogni pappafico – la richiesta, sotto minaccia di sanzioni, di imporre all’Iran di rispondere ai questionari AIEA pur non avendo prove che – anzi, è la CIA a dire che, comunque, è sicura di no – stia fabbricando nucleare militare[54]

Del resto, non avevano forse anche gli Stati Uniti riconosciuto (risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244/99) il diritto della Serbia, sacrosanto e intoccabile, alla integrità territoriale e alla sovranità sul Kossovo?

Segnala il Col. Gen, Viktor Yesin, capo di stato maggiore delle truppe strategiche missilistiche russe russi, con una punta di preoccupazione reale e motivata – ma senza sognarsi il “no, tu no!” come unica giustificazione di una discriminazione che così immotivata è inaccettabile e, perciò, non sarà, come tale, accettata – che il lancio del nuovo missile Explorer-1, in linea teorica sta determinando una capacità missilistica balistica dell’Iran di nuova dimensione.

Yesin fa anche osservare come il lancio, tra l’altro, dimostri la capacità dei tecnici iraniani nella produzione di motori razzo a propellente liquido che li stanno mettendo in grado – come tanti altri paesi, ormai – di fabbricare missili balistici di propria produzione[55]

La cosa, soggiunge il vice ministro degli esteri Alexander Losyukov, “preoccupa tutti gli altri” come “qualsiasi altro” sviluppo tecnologico in un’area di estrema delicatezza come il Medio Oriente – e sottolinea, dicono i cronisti, con forza quel “qualsiasi altro” – “aumentando anche i sospetti di un Iran in grado di creare anche – come  chiunque  altro se vuole – le sue armi nucleari[56].

Questo, in sostanza, significa che la Russia, dopo essersi assicurata che la bozza di nuove sanzioni su cui insistono Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia non considera l’autorizzazione del ricorso alla forza, voterà anch’essa a favore. Ma il tutto viene rinviato comunque, perché della Cina non si sa ma ben quattro altri membri del Consiglio di sicurezza – Indonesia, Vietnam, Sud Africa e Libia: tutti sensibili, e ben comprensibilmente, alle argomentazioni iraniane del non accettare regole imposte da altri oltre a quelle previste, e per tutti, dal Trattato di non proliferazione – hanno già espresso la loro contrarietà ad agire subito e in fretta e sotto pressione[57]

 STATI UNITI D’AMERICA

Bush tenta, e con una certa ansia, di negare, anche se poi è costretto a riconoscere, che l’economia va proprio male. Nel Rapporto economico annuale che l’Ufficio dei consiglieri economici della Casa Bianca presenta al Congresso è addirittura trasparente il tira e molla tra i consiglieri (dopotutto, economisti neo-cons, sì, per lo più: ma tutti accreditati) e i politici che li comandano: gli uni tendono a dire, e scrivono, che i problemi crescenti sul mercato edilizio, su quello dei subprime collegato e sul mercato del credito comporteranno una crescita più lenta in corso d’anno.

Ma, poi, va ai microfoni il presidente in persona a gettare acqua a secchiate sui loro timori e ad assicurare sulla parola – cui ormai a credere, però, sono in pochi – presentando il Rapporto che i fondamentali vanno bene, che è giusto restare ottimisti, che sì la crescita, forse, rallenta ma resterà, che di possibile recessione (la innominata ed innominabile parola “r”) è sbagliato e allarmistico anche parlare… Non gli  da retta più quasi nessuno, però.

La Citigroup, in una nota dell’11 febbraio, scrive che ormai il termine di “recessione – sulla misura e la profondità della quale resta ancora aperta la discussione – non costituiscono più alcuna né una sorpresa né sono solo un’ipotesi”: ma una realtà[58].

E “secondo coloro che a Wall Street fanno il mestiere di prevedere gli sviluppi dell’economia – appunta il NYT – la recessione del 2008 ormai è inevitabile. Per vederlo basta poco: basta leggere tra le righe delle previsioni che avanzano[59].

Ribadiscono, proprio a Wall Street coloro che al colore rosa non credono che qui la recessione in arrivo sarà almeno della serietà delle due peggiori del dopoguerra: quelle del 1957-58 ed del 1973-74. “Il PIL crollerà, in termini reali – dicono[60] almeno del 3,5%. La differenza principale è che stavolta sarà ben peggiore la debolezza dei consumifinora i consumatori americani dipendevano troppo dalla crescita dei prezzi delle case – che ipotecavano per finanziarsi i consumi più spesso che no – ma questa è una possibilità che ormai è in rapida scomparsa”.

E un altro istituto di ricerca specializzato che opera in California solleva un altro allarme: altro ma collegato. Dalla fine della seconda guerra mondiale – segnala – solo un periodo, il 2000-02, ha visto declinare per tre anni di seguito l’indice di borsa S&P500. Ma è proprio adesso che potrebbe aver inizio il tradizionale lungo “periodo orso”, 10-15 anni di ribasso di borsa, che si verifica una, due volte per secolo.

Naturalmente non è detto che succeda così proprio adesso. Ma se succede non ci sarebbe da meravigliarsi per niente”: d’altra parte, la borsa ha raggiunto il suo massimo lo scorso ottobre, ma da allora è scesa anche del 19% e, al momento, è giù del 14%[61].

Per la prima volta da quattro anni e mezzo, sono diminuiti, di 17 mila unità, i lavoratori dipendenti ufficialmente registrati come tali dal Dipartimento del Lavoro. Nel manifatturiero sono andati persi 28 mila posti di lavoro e nel settore delle costruzioni 27 mila. In totale, a fronte dei 18.000 posti di lavoro perduti nel settore pubblico, l’occupazione registra nel settore privato una crescita: ma solo di 1.000 posti di lavoro[62].

L’accumularsi di dati statistici, come sempre contradditori e diversamente leggibili anche a fronte della leggendaria attendibilità del sistema di rilevazione e diffusione in questo paese (leggendaria nel doppio  senso del termine: qualcosa da cui c’e sempre da imparare, ma anche qualcosa che, in realtà, è una vera e propria leggenda) sul reale stato dell’economia, conferma che le leggi dell’economia non esistono.

Cioè, non sono leggi per niente, quelle dell’economia, ma congetture, ipotesi sempre, più o meno spurie disegnate, sembrerebbe, in sostanza per confondere le volontà fiacche e/o credule.

Ma adesso si fa tutto effettivamente un po’ più chiaro con la certificazione della Fed: che ormai dice di prevedere un ristagno pressoché totale dell’economia americana (non usa e non osa la parola recessione: ma questo sottende) finché non riusciranno ad entrare in vigore le politiche di stimolo appena decise e l’effetto, se poi ci sarà – per ora il mercato ha assorbito tutto come se niente fosse – dei tagli reiterati apportati ai tassi di interesse[63].

Viene rimarcato il fatto che il tasso di inflazione è cresciuto a gennaio dello 0,4% su dicembre e, in un anno, del 4,3. E poco consola la misurazione del tasso di inflazione che esclude alimentari e energia, che è invece solo dello 0,3%. Perché la gente mangia, si muove e campa senza poter escludere purtroppo l’aumento dei prezzi di alimentari e benzina[64].  

Una serie di nuovi dati sottolinea il momento brutto di tutta l’economia. Avverte l’ISM, l’Istituto dei managers addetti agli acquisti, nel suo ultimo indice periodico, che anche il settore servizi si è contratto, a gennaio, per la prima volta da quasi cinque anni. In aumento sono anche i prezzi delle importazioni[65] (1,7% in gennaio e, in un anno, +13,7% il tasso più elevato da un quarto di secolo), in un contesto di serio peggioramento del manifatturiero (anche qui, l’indice delle condizioni generali del settore, col calo secco di ordinativi e quantità di occupati a tempo pieno, va al minimo da cinque anni, dall’aprile 2003, e registra la prima contrazione in tre anni)[66]. E ancora in erosione la fiducia dei consumatori.

Lo ribadisce il Conference Board, un gruppo di ricerca privato ma molto molto credibile che misura in dettaglio la fiducia dei consumatori, dice che, a gennaio, solo l’11,6% sono convinti che nei prossimi sei mesi miglioreranno le condizioni dell’economia. E’ un pesante 2,2% in meno del mese prima e il macigno di un 5,4% in meno del giugno scorso[67]. Comunque, e antiteticamente, a gennaio, sale il volume delle vendite al dettaglio, dello 0,3%, più delle attese[68].

E, secondo l’Istituto dei managers agli acquisti, l’ISM, registra invece un crollo ancora più forte della fiducia delle imprese, dal 54,4 al 41,9 in gennaio: soltanto in un mese, un tasso che non si era mai visto. E viene anche notato, dall’inchiesta consueta trimestrale della Federal Riserve, come sia diventato, adesso, molto più difficile ottenere credito in banca[69].

Se ne stanno preoccupando (dopotutto: se i debitori non trovano i soldi, non pagano più) le grandi banche: sei delle maggiori compagnie che si occupano specificamente di prestiti su ipoteca (Bank of America, JPMorgan Chase and Co., Citigroup, Countrywide Financial, Washington Mutual e Wells Fargo) hanno appena lanciato un programma per rimandare di 90 giorni il fallimento dei creditori in sofferenza e trovare, nel frattempo, termini più accettabili di rimborso del loro debito.

Tutti insieme, questi sei prestatori hanno in portafogli la metà dei titoli ipotecari del paese. Intanto, avvisa la Federal Reserve, oltre un milione mezzo di ipoteche rilasciate su prestiti subprime nel 2008 metteranno a rischio i conti correnti dei loro titolari e forzando giù verso il crollo i prezzi delle case. E, nel 2009, se ne aggiungerà un altro mezzo milione[70].

Un grande giornale economico internazionale “rivela”[71] che i modelli usati da banche e “organismi assicurativi”, a livello mondiale, per formulare le previsioni sui fallimenti possibili dei loro prestiti ipotecari si basano solo sull’affidabilità del creditore, senza prendere neanche in considerazione – come pure insegnano al primo anno di Economia all’università – il rapporto prestito concesso/asset valutato. Insomma, si potrebbe dire, quando le banche sono tanto cretine che sarebbe meglio sparissero…

Perché? ma perché l’importante era allargare il business, comunque e dovunque. Di qui, poi, le sorprese di tanti fallimenti. Pure non sembrerebbe tanto difficile, no?, specie per chi tratta di decine e decine di miliardi di dollari, di sterline e di euro, prevedere la possibilità di fallire per chi prende in prestito somme che superano, a volte di due anche tre volte, il valore della propria casa offerta in garanzia…

Ma, intanto, viene anche fuori che, nel bel mezzo di un mercato ipotecario che sta collassando, trascinato giù dalla crisi dei subprime, continuano a venire pubblicati in tutto il paese (nei media, di ogni colore e tipo) impegni, promesse, turlupinature pubblicitarie[72] che, evidentemente, ancora servono o illudono qualcuno di servire ancora a vendere e far comprare case.

E l’Associazione nazionale degli agenti edilizi, che per anni ha spinto gli americani a comprare, a comprare comunque, a rate, su carta di credito, quant’altro, senza farsi troppe domande e ricorrendo perciò senza remore ai subprime affermando che mai come quando le case valgono tanto vale la pena di comprare, adesso spinge a comprare affermando che mai come quando le case valgono tanto poco vale la pena di comprare comunque, a rate, su carta di credito, quant’altro, senza farsi troppe domande e ricorrendo perciò senza remore ai subprime

Non è una contraddizione. E’ il miracolo del mercato libero, per liberi fresconi.

Brutto momento per tutti gli economisti forzatamente (e anche troppo convenientemente) ottimisti: quelli che l’altro ieri e ancora ieri dicevano che “tutto va bene” e oggi si chiedono “ma chi avrebbe potuto mai saperlo?”, gli stessi che ieri continuavano a sprezzare chi parlava di recessione in arrivo e oggi prendono atto che si tratta solo di capire quanto profonda e quanto duratura sarà. In pochi del resto danno loro più retta e, comunque, in meno ancora dovrebbero credergli.

Solo adesso cominciano a correggersi e ad ammettere che la cadute del mercato ipotecario che avrebbero dovuto prevedere – ma coi sistemi impiegati non potevano e, poi, neanche volevano – saranno brutte, anche più del previsto. Forse, specificano ora, il buco dei prestiti subprime non sarà di $100 miliardi, ma quattro volte tanto[73].

Già… questa la notizia, che si ferma qui. Di nostro aggiungiamo una domanda, non proprio retorica: ma come ci si può, ora, fidare di chi ammette così, senza battere ciglio, di essersi sbagliato e solo alla fine, poi, quando il problema era del tutto evidente, del 300%? o magari, come ci sembra in realtà più probabile, si sarà sbagliato – vi terremo informati della dimensione reale del buco – del 1.000%?

Wall Street, poi, ha fatto subito, e ancora una volta, retromarcia abbassando i propri valori dopo che il presidente della Fed, Bernanke, si lascia sfuggire (o lo fa apposta?) la previsione di un’economia ancora più fiacca più in là, per il resto dell’anno[74].

Nel prossimo bilancio federale, il Pentagono si è ritagliato una fetta ordinaria (escludendo almeno altri $200, 300 miliardi extra per il finanziamento contingente delle operazioni di guerra che conduce nel mondo) di 515,4 miliardi di dollari: la spesa militare più alta dalla seconda guerra mondiale. tenendo conto dell’inflazione[75].

Di per sé, il bilancio federale nel suo complesso vede una richiesta che sarà certamente osteggiata dai democratici: un incredibile ammontare assoluto, il primo nella storia, superiore ai $3.100.000 miliardi[76] e $410 miliardi di disavanzo. Ma se si limiteranno a osteggiarla e nient’altro – non passando loro stessi all’attacco, non bloccando le richieste presidenziali, come sarebbe loro possibile con gli strumenti parlamentari che hanno – finiranno al solito per subire quel che vuole la Casa Bianca).

E, in effetti, anche i propositi battaglieri manifestati in Senato – dopo l’approvazione del pacchetto di stimolo “concordato”, e alla fine subìto, dalla maggioranza democratica della Camera – di modificare, allargare e qualificare – indirizzandole diversamente – le misure originariamente decise dal presidente e dalla Fed, sono finiti in coda di pesce[77].

Il Senato, avendo al solito deciso di non bloccare le misure del presidente ed imporre le sue – non ci ha neanche provato, insicura com’era la leadership democratica di riuscirci, e quindi si è arreso, al solito appunto, senza neanche provare a combattere – non è riuscito a incrementare, qualificare e re-indirizzare il pacchetto, limitandosi solo (il compromesso) ad aumentarlo di circa il 12-13% (alla fine l’ammontare dell’aiuto intorno ai $168 miliardi), invece del 40% che avevano originariamente proposto, anche indicando alcune spese da tagliare utilmente.

Subito è scattata, con la vittoria consueta di Bush e la resa dei democratici – in nome, al solito, del meglio poco ma meglio e del non dare battaglia su temi che potrebbero vedere un presidente fedifrago accusarli, comunque, di scarso patriottismo (la guerra, le Forze armate, l’economia…) – la riapprovazione del testo emendato dal Senato anche alla Camera.

C.v.d… e malgrado il fatto che la popolarità di questo presidente è caduta al massimo storico da 160 anni – peggio, molto peggio, di Hoover; peggio, molto peggio, di Harding… – il 19% degli intervistati dell’American Research Group, col 77% che considera catastrofiche conduzione e scelte del presidente[78].

In politica economica come in politica estera…Quando, nel merito, il meglio poco di niente[79] in questione è la negazione di quanto tutti – proprio tutti: accademici ed economisti dell’Ufficio economico della Casa Bianca, economisti esperti del Congresso, ecc., ecc. e ormai anche la gran parte degli accademici ed esperti privati – avevano pur testimoniato come la migliore, più immediata e più efficace cura per una ripresa, il rilancio dei consumi, consistesse nel concentrare (e subito: ma solo 152 miliardi saranno spesi entro la prossima primavera) le misure del pacchetto targets che avrebbero subito garantito comunque un impiego immediato e la moltiplicazione di consumi in un momento basso della spesa sui buoni pasto per gli indigenti e sui sussidi ai disoccupati:.

Ma non si poteva fare, Questa è, ovviamente, un’eresia keynesiana anche per i keynesiani flosci disseminati in grande maggioranza al Congresso e tutti ancora largamente plagiati dall’egemonia del neo-liberismo friedmaniano: il conventional wisdom mainstream, la saggezza convenzionale dominante.

E’ in base all’identico meccanismo che, adesso, è finalmente passata una legge che legittima i poteri già allargati del presidente. E’ la subordinazione accettata come inevitabile a chi conta di più (come il meccanismo della soggezione psicologica degli arbitri nel campionato di calcio!): non possiamo votare quel che vogliano anche se siamo maggioranza perché siamo divisi; ma soprattutto perché – anche se avremmo, come abbiamo, i numeri (31 voti) per bloccare con l’ostruzionismo, in Senato, le misure presentate da Bush – non osiamo farlo.

La legge sembra,ora, aver messo un altro, forse l’ultimo chiodo – a sentire molti di coloro che, nel dibattito senatoriale, l’avevano essi stessi proclamato ma alla fine l’hanno votata – sulla bara di alcune, cruciali, libertà civili americane.

Dopo più di un  anno di dibattito surriscaldato, il Senato ha così consegnato alla Casa Bianca una grande vittoria che ha allargato il potere dell’esecutivo di spiare gli americani [in milioni e milioni di casi] senza mandato giudiziario e ha esentato dal doverne rispondere ai tribunali le compagnie telefoniche che avevano dato esecuzione agli ordini illegali  del presidente in proposito[80]. Dopotutto, ha commentato il sen. John D. Rockefeller IV, hanno violato la legge sì, ma per “patriottismo”…

Adesso, subito dopo questa resa, il Senato, la maggioranza democratica del Senato, dopo quella della Camera che già lo aveva votato, cerca di salvarsi l’anima: vota 51 a 45 la proibizione alla CIA di utilizzare la tortura[81].

Su un altro fronte, da una parte Wall Street ed i grandi istituti bancari e finanziari implorano aiuto a Cina, Russia ed OPEC— che rivalutino lo yuan…, che investano anche in assets concreti e non solo a comprare Federal Bonds…, che aumentino la produzione del petrolio per farne abbassare il prezzo…

… e, dall’altra, in un’altra grande parte d’America sale anche la preoccupazione per l’ormai quasi rinunciataria dipendenza dall’estero— e proprio da quell’estero poi…

… il coordinatore delle diverse agenzie di intelligence americane, testimoniando al Senato, ha dichiarato che le principali “minacce finanziarieagli Stati Uniti sono oggi rappresentate da Russia, Cina e paesi dell’OPEC. Dice l’ovvio, l’ammiraglio Mike McConnell, visto che tra tutti e tre sono questi i paesi che tengono in cassaforte gran parte delle cambiali rilasciate da governo e consumatori americani al resto del mondo.

E che – visto l’uso errabondo e spesso incredibilmente idiota che ne fa poi l’America bushotta: finanziarci guerre sena fine e senza costrutto, arricchirci tagliandogli le tasse la crema dei cittadini già super-ricchi – potrebbero anche chiederne l’incasso, se vogliono…

Cina e OPEC, riferisce la stampa più attenta[82] parlando della deposizione, sono particolarmente pericolose per questo. Ma, insieme alla Russia, diventano davvero un rischio speciale, lamenta McConnell, perché queste loro grandi disponibilità finanziarie possono preludere “ad un potenziale utilizzo del loro accesso al mercato per venire con esso anche a fini politici”.

Cosa che, è noto, ai capitalisti classici ed ai governi americano, inglese, ecc. – l’uso anche a fine politico dei quattrini – è sconosciuta. Gli ipocriti…

Nelle elezioni primarie, si cominciano ad allestire sui due fronti i fuochi d’artificio finali che entro marzo dovrebbero quasi chiudere i conti e, per giugno, del tutto. O forse no…

Nel merito dei problemi, sta emergendo e concentrando l’interesse la diversità – relativa certo rispetto a quella con McCain – dei due contendenti democratici su diversi temi. In specie, sta emergendo qualche dissenso, rilevante, sul nodo della sanità e come risolvere il problema dei 47 milioni di americani che non hanno alcuna copertura assicurativa e non sono neanche  necessariamente i più poveri in assoluto.

Questi, in effetti, quelli sotto la soglia di povertà ufficiale qualche minimo accesso, attraverso un programma di aiuti federali che risale alla presidenza di Lyndon Johnson nei tardi anni ’60, il Medicare, come gli anziani attraverso il Medicaid, lo trovano: non lo trova la famiglia che ha un reddito appena superiore, anche se minimo, a quello della “povertà ufficiale” ma non si può, comunque, permettere l’assicurazione privata e, dunque, alla prima malattia seria, viene ricacciata giù nella scala sociale.

In realtà, il punto vero di questo dibattito non è tra la Clinton, che vuole rendere obbligatoria, anche con fondi pubblici, l’assicurazione sanitaria per tutti gli americani e Obama, che preferisce agire per incentivi anche importanti ma senza rendere obbligatorio iscriversi per tutti al programma. Il punto nodale è molto semplice.

Tutti i paesi ricchi moderni, oggi forniscono una sanità di alto livello a un prezzo di gran lunga inferiore di quello globale degli USA: grosso modo, per capirci, la metà rispetto al quasi 15% del PIL che costa la sanità statunitense, fra privata e pubblica (Medicare e Medicaid, i programmi sussidiati dalla spesa pubblica assorbono comunque metà della spesa).

Tra l’altro, le aspettative di vita del cittadino americano medio, malgrado questa spesa superiore del 100% a quella media del cittadino europeo di un aperse di analogo sviluppo, sono ben inferiori. Ora, abbassarne il costo sarebbe possibile se anche in questi campi potesse irrompere quello che è il rimedio predicato dagli USA e dal sistema di libero mercato al mondo intero: la concorrenza internazionale che lasciasse competere nel sistema americano anche altri meccanismi ed altre pratiche in vigore in altri paesi.

Ma la concorrenza, ad esempio, di medici, infermiere e fornitori di altri paesi sul mercato sanitario di un’America che, pure, giura sul libero scambio e importa manovali, pulitori, personale di servizio a milioni di unità ogni anno dal mondo e, come è ovvio, dall’America latina in particolare, è proibita da una serie di barriere protezionistiche erette a tenere altri onorari e prezzi dalle lobbies e dalle corporazioni professionali potentissime del settore (l’AMA, in specie, l’ordine dei medici americani) che affondano radici e miliardi di contributi elettorali equamente distribuiti in tutti i partiti. In nome, si capisce, proprio della libertà professionale…

Però, l’incongruenza che rende doppio il costo della sanità americana rispetto, ad esempio, a quella canadese, italiana o francese è del tutto evidente[83]. Perché l’argomento favorevole alla libertà selvaggia e totale degli scambi nei servizi medici è identico, sempre che lo si voglia accettare, a quello sulla libertà degli scambi nel settore automobilistico e in quello dell’abbigliamento: aprono alla concorrenza e consentono di offrire  al cliente prezzi più bassi. Ma in America solo in questo settore non si applica. Grazie alle più potenti lobbies che abbia lasciato costruire il paese…   

Sul fronte repubblicano – e bisognerà certo però riparlarne – McCain sembra già aver vinto su tutto il fronte della concorrenza. Per ora annotiamo soltanto che su un punto almeno da Bush ha sempre tenuto a distinguersi – malgrado il pieno appoggio sempre dato alle guerre da lui volute: anche a quelle future: You Tube gli ha messo in rete quanto va canticchiando spesso, da mesi, alla fine dei suoi comizi: “bomb, Iran, bomb, bomb, bomb!!”, che non ha proprio bisogno di traduzione, forse era inteso come uno scherzo ma suona, comunque, di pessimo e anche piuttosto macabro gusto[84].

McCain (che è stato da giovanissimo prigioniero di guerra in Vietnam, e non venne, pare, trattato proprio teneramente dai contadini che l’avevano preso nelle risaie che aveva appena bombardato da diecimila metri col suo B-52) ha sempre detto no almeno tortura di Stato, alle voglie malsane del Torquemada in sedicesimo che dalla Casa Bianca, con la connivenza o la debolezza del potere giudiziario e di quello legislativo s’è inventato o, comunque, ha coperto pratiche come quelle di Abu Ghraib e i trasferimenti forzati di migliaia di “sospetti terroristi” da paese e paese.

O, meglio, McCain aveva sempre detto di no. Oggi ci ha ripensato[85]. Da senatore, infatti, il suo dissenso dal presidente repubblicano – motivato sia eticamente (è una pratica moralmente sbagliata), sia dal punto di vista pratico (è controproducente, come spiegava già Beccaria oltre due secoli fa) era per lui politicamente un tantino rischioso.

Oggi, che corre per i repubblicani e per succedere a Bush, proclamarlo contro la volontà del boss, di tutti i neo-cons e di larga parte di repubblicani conservatori che da loro si fanno ancor oggi affabulare nonostante tutto, è diventato troppo rischioso. E siccome, come si sa, “una messa val bene Parigi[86], McCain ci ripensa.

Perciò, stavolta, ha votato vergognosamente no col grosso dei repubblicani – cinque eccezioni ci sono state, per fortuna e per l’onore dell’America – per bloccare la legge di cui appena si è detto: che vuol proibire agli spioni (agenti segreti, truppe speciali) americani la libertà di torturare i sospetti— anche se ancora non condannati: anzi proprio perché ancora non condannati da nessun tribunale, civile o militare che sia, e quindi da spremere al meglio… Legge contro la quale Bush ha già preannunciato che metterà, comunque, il suo veto. 

Tra i democratici, invece, i conti non sono stati chiusi per niente anche se, al momento di scrivere, alla fine della terza settimana di febbraio, si comincia a parlare della possibilità che sia la Clinton a arrendersi. Se la serie delle vittorie di Obama si conferma anche in Texas e in Ohio, il 4 marzo, potrebbe anche rinunciare alla corsa.

Non c’è più, infatti, la spinta inerziale dell’entusiasmo, il “momentum” sembra essere tutto dalla parte di Obama e cominciano a scarseggiare anche i quattrini per alimentare l’ondata delle centinaia di spot ed apparizioni televisive su cui la campagna si regge perché decine e decine di  milioni di dollari del tesoro di guerra che aveva accumulato almeno da due, tre anni li ha spesi sulle primarie di gennaio e febbraio, convinta che a metà mese ed a questo punto la corsa si sarebbe già chiusa e tutta a suo favore.

E anche il ritornello che è lei a vantare “esperienza” e lui no comincia ad apparire rugginoso: se l’esperienza è quella di aver fatto per otto anni la First Lady, non serve a molto se non per girare al buio la Casa Bianca…; e se l’esperienza è quella di avere fatto, poi, per altri otto anni il senatore, invece dei suoi due, le è servita a poco se non ad aver votato a favore, almeno in  prima battuta, di tutte le scelte catastrofiche di Bush in politica  internazionale e geo-strategica: ed è la grande maggioranza della base democratica che, ormai, lo dice…

Chi scrive crede poco, comunque, alla rinuncia di Clinton. Due o tre volte, in campagna elettorale, a chi le suggeriva di “contentarsi” magari del secondo posto nel ticket democratico, ha citato l’opinione come dire particolarmente spregiudicata del presidente Harry Truman, che fino all’aprile 1945 nell’ultimo mandato di F. D. Roosevelt era stato vicepresidente: quando spiegò che, a fronte della presidenza, la vice presidenza vale più o meno “quanto una sputacchiera”.

La senatrice non sembra intenzionata a mollare. E’ un mastino, anzi una mastina. Ha puntato il suo progetto di vita ormai da quattro anni sulla stanza ovale per sé – non pochi in America dicono anche come rivalsa per un marito, tanto sbarazzino nella vita privata quando un geniaccio più di centro che di centro-sinistra in quella pubblica del quale lei condivide linea e senso del far politica – e non si arrenderà prima di aver portato la battaglia fino all’ultimo round: quello della Convenzione democratica di fine agosto a Denver, in Colorado.

Anche su questo fronte ci sarà molto da dire nel merito delle posizioni e delle proposte dei candidati. Per il momento, però, e con questa (invero grossa) riserva, va annotato che si comincia anche a parlare – e molto, molto sul serio – di uno scenario alternativo. Il partito democratico americano si starebbe, ormai, inesorabilmente avviando ad un finale quasi incredibile, non proprio inedito ma comunque pericoloso, del lungo percorso che a Denver, dal 25 al 28 agosto, lo porterà a scegliere il suo candidato, o la sua candidata, alle elezioni del primo martedì di novembre per la Casa Bianca, contro l’alfiere dei repubblicani.

In effetti, ormai sembra matematicamente impossibile sfuggire a un esito finale deciso, dopo uno scontro pubblico, senza remissioni di colpi, anche bassi, e marcato da recriminazioni ed accuse. Perché il finale potrà non essere affatto deciso dai 3.253 delegati che, alla fine del processo, entro inizio giugno, saranno eletti nelle primarie. L’equilibrio tra i due candidati, infatti, potrebbe non rompersi per allora a favore dell’uno o dell’altro.

La procedura d’elezione con cui sono e saranno eletti questi delegati alla Convenzione è di per, a dir poco, bizzarra. Ogni Stato dell’Unione li sceglie con regole sue, diverse dagli altri…; e tra i democratici, al contrario che tra i repubblicani per cui vige la regola maggioritaria del chi piglia un voto di più piglia tutto, la regola prevede la ripartizione proporzionale dei delegati in base ai voti ottenuti e anche il “voto aperto”, non rare volte, a chi si dichiara indipendente e, perfino, repubblicano.

Ma, se arriveranno a un numero ancora non sufficiente, probabilmente non sceglieranno in ultima istanza i 796 cosiddetti superdelegati (con la morte di un deputato, 795 oggi: in tutto, dunque, la platea dei votanti alla Convenzione sarà di 4.048 delegati).

Questi 795 superdelegati sono detti super anche se ciascuno di loro poi ha un voto soltanto, come tutti gli altri, perché designati ex officio, in base allo Statuto del partito: ex presidenti (Carter e Clinton), vicepresidenti (Mondale, Gore), ex candidati alla presidenza (Kerry), governatori di Stati, senatori (i democratici sono 51), deputati (232, adesso) e, diciamo così, qualche decina di “maggiorenti”: i membri della direzione del partito, diremmo noi; ed i suoi “riconosciuti” statisti, ecc., ecc., o, anche,  pochissimi grandi benefattori.

Si tratta di gente che ha versato milioni di dollari alle casse del partito, non però tanto a titolo individuale (come il miliardario Buffett, ad esempio: mentre i superdelegati repubblicani sono tali proprio in base ad una specie di tariffario) ma a nome di qualche organismo collettivo: come Richard Michalski.

Che, però, non è miliardario ma vice presidente della Federazione sindacale dei metalmeccanici (i “machinists”: 720.000 aderenti) che hanno contribuito con diversi milioni di dollari a pagare i costi della Convention stessa, a Denver. Per “riconoscenza” è stato designato come superdelegato il presidente del partito democratico, il governatore del Vermont, Howard Dean, designazione poi ratificata dalla direzione. Michalski ha già dichiarato che alla Convention è impegnato a votare per Clinton, perché così ha deciso a maggioranza l’assemblea del sindacato. Ma in linea di principio non sarebbe neanche tenuto a farlo, una volta che è stato designato

Ora, ad oggi, 21 febbraio, coi risultati delle primarie del Wisconsin e delle Hawaii, Obama ha messo da parte 1.318 delegati e Clinton 1.245: anche se, come sempre, i numeri restano un po’ ballerini (sul sito ufficiale della Convention, vengono aggiornati lentamente solo quando è stata raggiunta una conclusione in qualche modo di sostanziale consenso: cfr. http://demconvention.wordpress.com/). Ma le primarie da celebrare sono ancora molte e di delegati da eleggere in numero ancora particolarmente copioso c’e il mucchio del 4 marzo, tra gli altri Stati, nel Texas e nell’Ohio.

Il problema è che il traguardo è a 2.025 delegati, la metà più uno della platea degli aventi diritti al voto alla Convenzione. E anche se Barak Obama, quello dei due che oggi è più avanti li vincesse tutti – e ad essi aggiungesse poi tutti i superdelegati, due o trecento dei quali comunque già “impegnati” a votare Clinton – superebbe quella soglia appena di qualche testa. O, più probabilmente,  non ci arriverebbe ancora.

Insomma, non succederà.

Ora, la prima tappa cruciale che porterà alla decisione finale è quella che, subito dopo la conclusione delle primarie, ai primi di giugno, dovrà prendere il Comitato nazionale democratico. Perché due elezioni primarie, quelle in Michigan ed in Florida, sono state tenute in modo “illegittimo”, anticipando le date concordate e decise da mesi dallo stesso DNC— e all’unanimità, Obama e Clinton allora d’accordo ambedue.

Obama è stato alle regole: non ha proprio concorso e perciò non ha preso delegati. Clinton ci ha ripensato, ha fatto comunque campagna specie in Florida e ha così vinto, per default, tutti i 313 delegati dei due Stati ribelli. Ed, ora, chiede al DNC, quando si aprirà la Convenzione, di far decidere alla Commissione per la verifica poteri di ammettere al voto questi suoi delegati. E, in ultima istanza, lo chiede alla Convenzione stessa. Oggi, con  quei 313 delegati “illegali”, si porterebbe lei in testa alla conta.

Ora, la Convenzione è sovrana. Sarà una durissima battaglia legale se a quel punto quei voti, ammessi, dovessero essi decidere: sarebbe una battaglia legale all’ultimo delegato, potrebbe trasbordare di fronte ai tribunali (ma quali? quelli delle Florida? e con quali tempi?). E ancora una volta l’America rischierebbe di essere paralizzata sui voti della Florida…

…come quelli che nel 2000, contati o scontati a modo del governatore dello Stato fratello del candidato repubblicano, diedero una vittoria comunque fasulla a George Bush su Al Gore…. Comunque, alla fine, questo se si arriverà a tanto sarà il primo punto dell’agenda. Ma arriverà, presumibilmente, col parere contrario, che dovrebbe prevalere, del DNC che difficilmente potrebbe smentirsi.

Così torniamo al punto. Che succede se, l’8 giugno, il giorno dopo l’ultima delle primarie (Puerto Rico) alla riunione del DNC, e ormai ad una ventina di giorni dalla Convenzione, quando tutti i risultati saranno stati acquisiti e pubblicati, senza numeri conclusivi, decidere toccasse – secondo statuti del partito – ai superdelegati? L’idea rende nervosi molti di loro, ma secondo chi scrive è anche molto improbabile…

Perché anche se poi, alla fine, cedendo alle pressioni fortissime del loro “popolo di riferimento” votassero tutti per il candidato che a casa loro ha preso più voti, riflettendo così le proporzioni del voto popolare, non cambierebbero l’equilibrio finale. E che succede, poi, anche se uno dei due, Clinton o Obama, riuscisse a prendersi i superdelegati tutti per sé e non raggiungesse neanche così in modo per tutti accettabile la soglia critica dei 2.025 delegati necessari ad ottenere la nomination?

Secondo tradizione e storia del partito, a quel punto, il peggio che potrebbe accadere sarebbe una lotta ad oltranza trasmessa in diretta televisiva per ore ed ore all’America, tra accuse e recriminazioni reciproche, nel sollazzo e a conforto del candidato repubblicano.

Ma anche l’alternativa, quella che chiamano una “brokered Convention”, non sarebbe affatto un granché: è la Convenzione gestita; evento raro ma non inedito in cui la Convenzione delega i maggiorenti del partito, essi stessi spesso neanche eletti magari, a scegliere loro una specie di male minore che s’impegna poi ad approvare all’unanimità; soluzione che qualche volta è stata inevitabile per tirar fuori dallo stallo una prospettiva impallata e un partito impantanato. Adlai Stevenson nel 1956 fu l’ultimo candidato democratico eletto così: però, poi, a novembre perse di brutto con Eisenhower, regalandogli il secondo mandato presidenziale.

E’ a questo punto – mentre il candidato ormai unico dei repubblicani sarà libero di concentrare il fuoco sul partito avversario, coi democratici che si starebbero ancora azzannando l’un l’altro: anche se non tutti i repubblicani amano McCain perché, in genere, pur essendo un conservatore di ferro troppi di loro non lo considerano abbastanza neo-con, soprattutto per quelli che loro chiamano i temi sociali e che noi chiameremmo etici o di costume – che la Convention democratica potrebbe fare ricorso a un’altra antica sua tradizione.

Scenderebbero in campo, cioè, gli “anziani” del partito. Le Convention democratiche hanno molto a che spartire, e non solo nella terminologia che hanno adottato, coi caucus indiani: le riunioni all’aperto, ed aperte a tutti componenti della, o delle, tribù congregate, in cui tutti parlavano e erano chiamati a decidere, ma alla fine forse decidevano di delegare la scelta – l’augh! – finale, all’anziano più anziano.

E gli anziani che sarebbero, forse, accettabili a entrambi i finalisti della corsa delle primarie,  a questo punto sembrano poter essere solo due, i due premi Nobel per la pace del partito: l’ex presidente Jimmy Carter e l’ex vice presidente Al Gore che, non a caso, si sono tenuti finora rigorosamente neutrali.

Ha detto il presidente del Comitato democratico nazionale, Howard Dean, che in realtà “se per marzo od aprile non emerge chiaro, come tutti dobbiamo sperare, un candidato vincente dovremo rinchiuderci insieme ai due candidati e trovare un accordo. Perché non ci possiamo proprio permettere – ammonisce  – una convenzione gestita[87].

Al dunque sono proprio i delegati non eletti che potranno (potrebbero) evitare al partito lo scontro pubblico; decidendo di decidere loro o delegando a pochi tra loro – due soltanto, magari – la scelta per tutti. Se…

Ma proprio per questo molti tra i delegati eletti e la miriade di attivisti del partito che lavorano in rete, su mille blog, hanno messo sotto osservazione i superdelegati: per garantirsi che le loro scelte siano “trasparenti”[88] verifica che, secondo la concezione della democrazia delegata, i superdelegati rispettino la volontà espressa, democraticamente appunto a maggioranza, dagli eletti dello Stato che rappresentano. Altri invece, vogliono che agiscano indipendentemente, ognuno secondo coscienza, come ufficialmente è loro diritto.

In un modo o nell’altro, o nell’altro ancora, il braccio di ferro ci sarà. Speriamo solo che non vada tutto a vantaggio di John McCain. Come potrebbe finire, sempre a vantaggio suo, ancora una volta con uno o due milioni di voti sottratti al candidato democratico, chiunque poi sia, dai fautori – ci sono anche qui, e come – del partito del +1, quello che non è si accontenta del meglio ma vuole il bene assoluto e per la terza volta di seguito, con la candidatura di Ralph Nader (che critica i democratici – spesso a ragione – per il loro poco coraggio sulla guerra e sulle questioni economico-sociali) potrebbe regalare la presidenza ai repubblicani[89].

Dopotutto, nel 2000, prese il 2,7% del voto e quasi 3 milioni di suffragi  ad Al Gore, mettendo alla Casa Bianca George W. Bush, certo col concorso dei casini e dei trucchi della Florida, del fratello di Bush che ne era governatore e della maggioranza, 5 a 4, della Corte suprema...

Bè, adesso, comunque, ci riprova. Ma non perché ami il ruolo del guastafeste. E’ un fottuto idealista: uno che crede che è dovere votare solo per quel che si crede. Un bel documentario che fecero due anni fa su di lui era intitolato “Un uomo irragionevole[90]. Da una citazione di George Bernard Shaw: “L’uomo ragionevole si adatta al mondo, L’uomo irragionevole insiste nel tentare di adattare il mondo a se stesso. Perciò il progresso dipende dall’uomo irragionevole”…

Forse qualche volta sarà anche così… Ma quante volte? E quante volte dopo aver dimostrato che l’irragionevolezza nella fattispecie si chiama George W. Bush, vivaddio?

In Iraq, viene fuori che adesso gli Stati Uniti ci ripensano: il calendario della riduzione – magari parziale ma riduzione – di truppe americane che aveva stilato il gen, Petraeus, confermato il Pentagono e solennemente giurato di rispettare, come prova solenne del successo ottenuto con l’“impennata”, la Casa Bianca (da 130 a 100.000 entro aprile) verrà rimandato ancora una volta.

Lo annuncia, stavolta, il ministro della Difesa, Robert Gates: “sembra più sensato – dice: e ha ragione, comunque, a prescindere – un breve periodo di consolidamento e di valutazione, anche se la lunghezza di questo periodo è ancora tutta da determinare”. Meglio, prima, vedere gli effetti reali, non quelli propagandati, dell’impennata. Che pure il giorno prima, parlando ad un’adunata di truppe a Bagdad, aveva esaltato “la differenza fatta dalle truppe americane sul campo[91]… Evidentemente mica tanta, poi, dopo tutto.

Intanto, il premio Nobel dell’economia, Joseph Stiglitz, ha scritto con un’altra economista, Linda Bilmes, un attento studio, sintetico e insieme analitico, sul costo della guerra in Iraq[92] e degli altri principali conflitti che gli USA conducono in giro per il mondo. Dice, citando Barak Obama, che non   è contrario a ogni guerra per sé— non è un pacifista, insomma. Ma è decisamente contrario alle guerre cretine. E ha perfettamente ragione.

Le cifre:

• $16 miliardi: la spesa mensile corrente per le guerre in Iraq e in Afganistan— al di là di quella prevista ogni anno in bilancio.

• $138 miliardi: il costo medio mensile della guerra per famiglia americana.

• $19,3 miliardi: sono i soldi che ha fatto Halliburton dai suoi contratti a licitazione privata in Iraq (e Halliburton è l’azienda di famiglia del vice presidente Cheney…).

• $25 miliardi: il costo annuo dell’aumento del costo del petrolio per gli USA: che è direttamente legato alle “meccaniche” messe in moto dalla guerra.

• $3.000 miliardi: una stima, molto molto prudente – spiega Stiglitz – del vero costo per l’America dell’avventura irachena di Bush. E altri 3.000 grosso modo, per i suoi volenti o nolenti alleati messi insieme.

• $5 miliardi: il costo di dieci giorni di guerra.

• $ 1.000 miliardi: il costo degli interessi che per il 2017 costerà agli americani finanziarsi la guerra coi soldi pressi in prestito sui mercati.

• il 3%: è il reddito perso dai paesi africani a  causa del costo del petrolio in aumento a causa dell guerra

Ecc., ecc., ecc.

A dimostrazione di quanto sempre di meno conti nel mondo l’onnipotenza di Washington, il segretario americano alla Difesa Robert Gates non è riuscito a convincere/costringere l’alleato che strategicamente per gli americani forse conta di più, la Turchia, ad interrompere la sua offensiva anti-curda in Iraq.

La sta conducendo con migliaia di soldati che hanno invaso il Kurdistan iracheno, con la copertura (bombardamenti aerei) di rifugi e villaggi dei ribelli del PKK (partito kurdo del lavoro) guidati, peraltro, dall’intelligence americana – spionaggio satellitare per lo più.

Istanbul è stata a sentire Gates con attenzione e, ovviamente, qualche dovuta deferenza e, poi, ha detto che no, grazie, non smetterà finché i ribelli non si saranno rassegnati a star buoni o saranno annientati. Insomma, un ulteriore conferma[93].

Finora gli americani sono, invece, riusciti a “convincere” i curdi dell’Iraq, e più in generale gli iracheni a tenere a freno le loro rappresaglie ma non sanno ancora per quanto riuscirano a frenare i curdi di Kirkuk e Mosul.

Chi, due mesi fa in Pakistan (sia stato Musharraf o i suoi servizi segreti militari, o qualche sicario delle periferie fondamentaliste del paese o i talebani) ha assassinato la Bhutto – che non sarebbe stata poi neanche lei un gran cambiamento: era già stata primo ministro e non è che diritti civili e diritti umani ne avessero granché usufruito – ha garantito che, nei fatti, oltre che nei numeri il presidente-dittatore perdesse le elezioni politiche. E, infatti, le ha perse di brutto.

La sconfitta ha segnato un “fermo rifiuto di tutte le sue scelte dal 2001”, dal bombardamento e dall’invasione dell’Afganistan cioè, “e delle scelte del suo vicino alleato, gli Stati Uniti”. E’ il giudizio che subito dopo le elezioni hanno raccolto gli osservatori ad Islamabad, a Rawalpindi, a Peshawar e a Hyderabad, sia da parte del governo che dell’opposizione[94].

E questa, effettivamente, è stata la novità davvero straordinaria, stavolta: chi, in una situazione di dittatura e di legge praticamente marziale, aveva in mano il potere si è sentito obbligato a riconoscere la vittoria elettorale di chi il potere non ce l’aveva, avanzando la riserva importante che al potere resta, comunque, finché è presidente anche se l’elezione a presidente c’è stata qualche mese fa in condizioni assolutamente abnormi di democrazia razionata e manovrata. Ma erano quelle ad essere del tutto normali per questo paese. 

Cioè, il cambio di primo ministro, sofferto e accettato, c’è stato (o, meglio, ci sarà a breve). Ma non significa, appunto, che il cambio di governo corrisponderà poi a un cambio di potere che tutto fa vedere come solidamente in mano ai generali e ai loro alleati in armi. Intanto bisognerà formarlo, il nuovo governo di coalizione, e sarà molto peggio che la formazione di un governo nostrano di coalizione.

Solo che qui il presidente della repubblica è tutt’altro che uomo di garanzia e i politici-politicanti che hanno vinto, scannandosi come continueranno a fare sono anche capaci di riconsegnare a lui oltre al potere anche il governo (un’altra giunta militare di salute nazionale). Sono poi i militari (che però ora, neanche tropo sottilmente, hanno tenuto a segnalare un certo loro nuovo distacco dal presidente-ex maresciallo a controllare – o a tentare almeno di controllare – le regioni di confine del Nord Ovest (dove i partiti religiosi pro-talebani, nelle elezioni, hanno perso però), sotto il peso della volontà americana cui, peraltro, di tanto in tanto oggi resistono.

E pure con qualche efficacia, visto che per l’America (il convitato di pietra di tutto e di tutti: imbarazzato, anche, dalle prime dichiarazioni dei nuovi che formeranno il governo e che chiedono loro di andarsene dall’Afganistan; probabilmente senza reale convinzione di andare fino in fondo, però) sono alleati indispensabili: che, cioè, al dunque, non si possono scontentare. Ai confini, come sono, con l’Afganistan di Karzai e dei talebani e coi collegamenti che hanno coi talebani, a dire il vero, più che con Karzai…

Gli esperti, sono convinti che, se le cose vanno male – e sempre peggio – ad America e NATO in Afganistan, è soprattutto perché è stata la libera esportazione ed importazione di talebani di qua e di là del confine pakistano, non solo tollerata ma autorizzata dai servizi segreti di Musharraf, che deliberatamente glielo ha consentito.

Alti esponenti della coalizione americano-occidentale – il ten. gen David Richards, già comandante in capo delle truppe ISAF e il coordinatore della DNI, il gen. Mike McConnell, considerano – appunto – questo, il santuario a disposizione dei talebani in Pakistan, come la chiave del loro successo”.

Probabilmente si illudono. Nel senso che il successo dei talebani, dopo gli anni della loro feroce tirannia, è dovuto molto di più all’insana tattica alleata di far terra bruciata creando per ogni talebano ammazzato dieci nuovi nemici[95].

Se invece i vincitori delle elezioni riuscissero a lavorare insieme, potrebbero – hanno i numeri per farlo: ma solo insieme – disfare e rovesciare nel nuovo parlamento l’ultimo colpo di Stato di Musharraf (infatti, ora, il nuovo parlamento costituzionalmente deve valicare a maggioranza semplice l’ordine provvisorio d’emergenza con cui Musharraf s’ fatto rieleggere qualche mese fa. E forse (ma è più difficile: servono i 2/3 dei voti) potrebbero anche impeacharlo, forse rimuoverlo, costringendolo a una qualche esilio, sicuramente dorato[96], per esempio in Arabia saudita.

Ma saranno capaci di lavorare insieme gli eredi di Bhutto (partito popolare) e l’altro ex primo ministro rimosso dai militari, Nawaz Sharif (lega mussulmana) della cui eccessiva familiarità coi talebani gli americani, non proprio senza ragione, non poco sospettano?

E, in Afganistan s’è aperta, abbastanza sottotraccia ma non per questo meno aspra, una polemica diretta tra USA e Germania. Ancor più sottotraccia resta, ma chiara anch’essa, la diatriba con gli altri governi interpellati dagli USA, tutti reticenti, et pour cause, sulla richiesta che hanno ricevuta anch’essi e sulla propria risposta. Che si sa essere stata, però, negativa.

I francesi, in particolare, non si sono resi disponibili malgrado le aperture sarkozyane appena sbandierate contro l’Iran (agli italiani, Gates non ha neanche chiesto lo sforzo: e ha fatto bene). Tutti, comunque, sono stati meno trasparenti del governo tedesco.

Il Segretario alla Difesa Robert Gates aveva infatti inviato una lettera ufficiale al collega tedesco Franz Josef Jung: per chiedere alla Germania di aiutare a non “far perdere credibilità” alle forze della NATO inviando e schierando altre sue truppe in Afganistan, ma nel Sud del paese, più ribelle e più pericoloso, che gli americani, gli inglesi e i canadesi finora s’erano riservati di controllare da soli ma che diventa ormai troppo pericoloso per loro.

La richiesta, del resto, emerge ora proprio per l’affondo dei canadesi che annunciano di andarsene se non arrivano altri apporti nelle regioni più combattute (ma lo dicono, ora, non lo dicevano allora quando America, Regno Unito e Canada fantasticavano di andare a trovarci la gloria dei guerrieri).

Sarebbe stato più onesto, però, far osservare alle forze armate americane e alla Casa Bianca che la cura per quello che sembra sempre più il fallimento prossimo venturo di tutta una strategia non potrebbe essere mai qualche centinaio di tedeschi in più spostati in prima linea…

Una lettera, scrive chi l’ha letta e ne dà notizia[97], dai toni diplomaticamente quanto mai inusuali e, anzi “perentori”. No, “insopportabili” correggono all’unisono Jung ma anche Merkel, chiarendo che una risposta positiva tedesca “non sarebbe compresa dall’opinione pubblica”: dalla sinistra che è fuori coalizione, ovviamente, ma neanche dai cristiano-democratici e dalla sinistra che, insieme, la coalizione di governo la formano. E la controrisposta tedesca, altrettanto secca e ufficiale, è un preciso no grazie.

Il massimo cui potremmo arrivare – precisa il ministro della Difesa – è di dislocare una forza di rapido impiego, al posto dei norvegesi che hanno annunciato di volersene andare in estate, ma sempre nel Nord dell’Afganistan. E, ha ribadito Reinhold Robbe, presidente della Commissione per le Forze Armate della Camera tedesca “una qualsiasi espansione nel Sud è fuori questione… Questo è il consenso tra tutti i partiti, da noi[98].

Il problema è che gli attacchi dei talebani nel 2007 sarebbero aumentati fino ad un terzo, secondo dati della coalizione militare alleata. Si tratta di 37.000 soldati: 14.000 americani + 7.700 britannici, il resto sparpagliati e svincoli, compresi gli italiani[99]. Svincoli come tutti, del resto, dato che la strategia di questa guerra al terrorismo, come la chiamano (non ai terroristi, badate bene: a un’idea, a una ideologia) è decisa solo da Washington; e visto che la tattica discussa, quando è discussa, lo è solo dopo che è stata decisa dagli USA e pre-comunicata al Regno Unito.

E il problema è complicato, ed anche moltiplicato, dal fatto che, secondo molti osservatori qui in occidente, i gruppi di talebani che da anni si sono installati in, e si muovono a partire dal, Pakistan si stanno mettendo in grado di trasformarsi in “un rischio terrorista significativo e di portata realmente globale”: non più, cioè, capace di incidere solo nella propria regione. “Hanno ormai il potenziale di trasformare un pericolo localizzato in un pericolo transnazionale”, ammonisce Nigel Inkster, già a capo del settore operativo del servizio segreto britannico ed, ora, a capo dell’unità analisi di rischio dell’Istituto internazionale di studi strategici di Londra[100].

Conferma tutto – e due volte, a due settimane di distanza, deponendo al Senato – il gen. McConnell. E specifica, la prima volta, sull’identica lunghezza d’onda, che “al-Qaeda si sta rafforzando nei suoi rifugi in Pakistan e sta costantemente migliorando la sua capacità di reclutare seguaci, addestrarli e posizionarli in modo da metterli in grado di portare avanti i loro attacchi sul territorio stesso degli Stati Uniti d’America[101].

E a ulteriore specificazione, contro l’ottimismo fasullo seminato dal presidente sulla “luce che – dice lui: mentendo sapendo di mentire o, fate voi, peggio, per incompetenza ancora una volta acclarata – si vede ormai al fondo del tunnel”, McConnell la seconda volta precisa che “dopo sei anni di guerra, di aiuto e puntello militare da parte del governo USA, di miliardi di dollari versati sull’unghia ‘la sicurezza in Afganistan’ si va sempre più ‘deteriorando’. E il governo del presidente Amid Karzai controlla meno di un terzo del territorio, coi talebani che ne occupano il 10% ed il resto sotto il controllo dei signori della guerra tribali, alleati di chi vogliono”, a seconda delle opportunità e del momento[102].

A solo qualche giorno dalla prima delle due dichiarazioni, Gates torna disperatamente alla carica, anche per evitare – però senza riuscirci – la seconda: gli europei devono stare attenti perché “la loro sicurezza da attacchi di tipo terroristico degli estremisti islamici è direttamente legata al successo della NATO nella stabilizzazione dell’Afganistan[103]. E, insiste, sotto un altra angolazione, ammonendo senza tanta diplomazia gli alleati che uno squilibrio persistente negli impegni assunti da tutti in nome e per conto della NATO finirebbero per distruggere nei fatti l’alleanza”. Probabilmente Gates ha ragione. Comunque, di certo, non ha torto.

Il punto, però, è che quanto gli americani propongono (si fa per dire… vogliono far passare) per stabilizzare l’Afganistan è un’altra dose, più grossa, della ricetta (noi decidiamo che fare e voi seguite…) che finora ha ricacciato l’Afganistan nelle braccia dei talebani.

E il peggio è che questa stessa lettura viene avallata da media di grande rilievo, come il NYT quando[104] scrive che se la guerra in Iraq è stata imposta al paese ed al mondo dalle visioni e dalle fissazioni insane di George W. Bush (una guerra di sua scelta— a war of choice), quella in Afganistan è stata invece imposta all’America (una guerra di necessità— a war of necessity).

Ora, certo, senza sognarsi di prestare eccessiva attenzione alle storie da tempo vaganti del “complotto interno” – che in America trovano, però, l’attenzione di una larga maggioranza d’opinione: di sinistra, di destra e di centro – non è più neanche possibile mettere tra parentesi, come non fosse niente, che sull’origine della tragica giornata dell’11 settembre, forse c’è davvero qualcosa di più.

Per esempio, ma come fu mai che lo think-tank dei neo-cons più neo-cons, la fondazione che si chiama A Project for a New American Century— Un progetto per un nuovo secolo americano (fondata e diretta da metà del gabinetto Bush e dei consiglieri della Casa Bianca e finanziata tutta da lauti fondi privati), un anno prima dell’11/9, scriveva in un suo ormai famoso e famigerato rapporto che il paese aveva bisogno di una scossa per scatenare i suoi animal spirits bellici…

Insomma, di qualcosa di simile, scrisse[105], all’attacco proditorio dei giapponesi a Pearl Harbor del dicembre del ’41 che portò l’America in guerra: un attacco senza lo shock del quale sarebbe stato difficilissimo trascinarcela… Questo serviva, adesso, per riportare l’America ad esercitare le sue virtù belliche. E questo arrivò, l’11 settembre.  

E’ questo infatti – i talebani che, in pratica, controllano il paese – il risultato di questi sette anni di guerra al terrorismo (2001-2008: più della durata di tutta la seconda guerra mondiale per gli americani, fine 1941-metà 1945) – il catastrofico risultato (eterogenesi dei fini: esattamente il contrario di quel che si voleva) della scelta, totalmente sbagliata di strumenti dettati da una politica assolutamente imbecille (sine baculo, senza bastone, senza nerbo: dicevano i romani). Il fatto, non controverso, è che il meglio che si possa realmente dire di questa guerra è che è diventata un tragico stallo cruento[106].

La guerra al terrorismo: un’idea bacata che lo esalta e fa tutto meno che sconfiggere i terroristi.  Reiterata, reiterata e ancora reiterata fino ad apparire ripetitivamente beota. Adesso Bush ha ordinato un’altra stretta sui voli verso gli USA, ancora una volta unilateralmente, malgrado ogni impegno preso nelle pertinenti sedi internazionali di concordare qualsiasi misura di sicurezza, nella presunzione, nella sicumera, di rendersi così più impermeabili al terrorismo. E, ovviamente, e è dir poco, irritando alleati ed amici (“facendo infuriare gli esponenti europei per la richiesta di ulteriori dati su tutti i loro passeggeri in arrivo[107]): quelli di cui vanno pur piatendo cooperazione ed aiuto.

Respinta in origine l’idea, avanzata con qualche attenzione – ma chi avanza, anche solo ipoteticamente, questo tipo di ipotesi diventa subito un nemico giurato dell’America di Bush e, anche, di buona parte dell’America in generale – da un alto funzionario dell’ONU, Michael Semple, che proprio per averla cominciata a far circolare e aver cercato di darle qualche seguito, prudente, era stato arrestato ed espulso, a Natale scorso, dal governo Karzai. Ma che adesso è tornato alla carica.

La sua idea – della quale porta qualche indizio e, di più, qualche prova effettiva – è che almeno due terzi dei talebani potrebbero essere persuasi ad abbandonare le loro politiche di violenza armata[108]. Si tratta di tutti quei leaders locali – o signori della guerra, se preferite – che proprio e soprattutto, anche se non soltanto, le tattiche militarti delle guerra bruciata e spinte in avanti a forza di bombe dagli americani hanno cacciato, più nolenti che volenti, nelle braccia degli al-qaedisti e dei talebani più estremi.

Riprende, a modo suo, il tema il mullah Omar[109], capo dei talebani ed ultimo presidente dell’Afganistan prima dell’intervento americano. Uno da prendere con le molle, insomma. Il cui dire però si fa interessante, anche se contraddittorio a fronte delle memorie di quel che i talebani effettivamente facevano (anche demonizzati, com’erano, dagli americani, sicuro).

Si fa interessante che il mullah Mohammad Omar giuri che l’obiettivo dei talebani è esclusivamente quello di cacciare gli stranieri dal paese e che, invece, non hanno mai costituito, né mai costituiranno, un pericolo per nessuno a livello internazionale. Neanche, e soprattutto, per gli Stati Uniti.

L’Afganistan “libero”, dice, sarebbe un paese pacifico ed aperto al rapporto con ogni altro paese. E’ totalmente falso dire il contrario. Per questo, spiega, ha ritenuto necessario smentire le menzogne dell’avversario, quando i generali USA e i “pentagonisti” vanno in giro dicendo che, se crolla Karzai e se i talebani non vengono sconfitti, l’Afganistan diventerebbe uno Stato “fallito” e la base statale di al-Qaeda e che, per questo, tutti i paesi dell’alleanza dovrebbero decidersi a combattere più duramente contro i talebani.

Il fatto che a nessuno è consentito dimenticare, sostiene Omar, che la rivolta contro l’occupante straniero – contro questo come contro quello di vent’anni fa: i sovietici – è un diritto degli afgani come di qualsiasi altro paese occupato e che i cittadini dei paesi della NATO dovrebbero – siete paesi democratici no? – obbligare i loro governi a obbedire ai desideri largamente maggioritari e assolutamente palesi ormai: di smetterla di massacrare gli afgani e di farsi massacrare dagli afgani…

Quest’anno, o meglio ancora una volta quest’anno, raccolto eccezionale di oppio previsto in Afganistan e entrate record, dice l’ONU, per le casse talebane. Perché, dopo aver proibito con grande e feroce efficacia la coltivazione del papavero negli anni in cui erano al potere, visto che il governo Karzai e i vari “signorotti della guerra” locali, del Sud ma anche del Nord, lasciano coltivare, i talebani sui raccolti impongono – e sono in grado di far pagare – le “tasse” finanziandosi così anche la guerriglia e la guerra contro gli americani e i loro alleati.

Non è il record, ma è sempre una quantità di papaveri, e di oppiacei, “paurosamente elevata” e, soprattutto, denota una capacità organizzativa e una presenza capillare dei talebani nel paese: un quadro allarmante, dice l’ONU, specie nel Sud del paese: l’area dominata dai talebani dove gli americani vorrebbero vedersi , almeno in parte, sostituire dalle altre truppe alleate[110].

Come una bomba – una bomba mediatica – esce a fine mese la notizia che il principino Harry d’Inghilterra, il terzo in ordine di successione dal trono, dopo il padre e il fratello William, da gigolò scapestrato come lo dipingeva la stampa gossipara britannica, si è trasformato (segretamente: ma con un segreto destinato a priori a finire) al fronte afgano in una specie di personaggio eroico: un giovane tenente filmato mentre coordinava quasi in prima linea, per satellite, i bombardamenti su obiettivi nemici “sospetti”: una notizia uscita mentre, opportunamente, lo stavano già riportando a casa.

Diciamoci la verità: un colpo di propaganda infallibile, controllato passo per passo dal ministero della Difesa e dal governo (dal decidere di tenerlo segreto per molte settimane a decidere di farlo filtrare via un sito web straniero, il più noto al mondo di quelli scandalistici, il Drudge report americano). Un colpo di public relations che riesce a dipingere quasi di rosa una scena sempre più fosca: la guerra afgana— per il buon pubblico britannico, ormai uguale a cacca[111]… E così, forse, un iniezione, per quanto effimera, di fiducia in una mission cui in realtà – come s’è visto – nessuno più crede.

La situazione effettiva, oggi, sullo scacchiere afgano è ben spiegata ricorrendo a quel che disse, nel 1966, subito dopo la sua prima visita a quel fronte di guerra, il generale e ministro delle Difesa israeliano Moshe Dayan della guerra in Vietnam: “gli americani stanno vincendo tutto— meno la guerra”.

Come allora gli americani, qui le forze NATO (ISAF) con dentro gli americani che ne sono poi la spina dorsale, vincono quasi tutti gli scontri frontali coi talebani. Ma sono vittorie che non hanno mai un seguito: vengono mollate lì, senza escalation sul piano militare anche quando servirebbe – perché politicamente troppo costoso – e senza sviluppi – perché finanziariamente troppo costosi – sul piano della ricostruzione economica e civile. Insomma sono vittorie ma solo nel breve e, spesso, sconfitte già nel medio periodo: qualche mese soltanto, qui. Perché la questione cruciale è la mancanza di volontà politica. Anzitutto, e proprio, in America.

Peggio: i talebani sono perfettamente coscienti che la realtà è questa e, riuscendo ad assorbire bene le  sconfitte locali, nei termini in cui inquadrano la loro lotta, queste sono vittorie: sono loro – secondo regola delle guerre di guerriglia – a scegliere dove dare battaglia e quando l’ISAF reagisce è come un chirurgo che opera con un coltellaccio: bombarda dal cielo alla cieca, in luoghi spesso pieni di civili, qualche volta, e magari spesso, anche del tutto innocenti. Risultato finale, il peggiore possibile: scontro o scaramuccia militare vinta sul campo,  popolazione persa e copiosa semina di nuovi ribelli.

Infine, va detto chiaramente che è “uno specchietto per le allodole (l’ultimo in una serie di “smoke and mirror tricks”: letteralmente, di fumo e specchietti) anche l’annuncio degli USA, del Pentagono più specificamente, che sei detenuti “di primo piano” di Guantánamo Bay, accusati dal Pentagono stesso (ovviamente) di terrorismo e probabilmente, sulla base però delle informazioni che sempre il Pentagono ha fatto circolare, anche colpevoli di atti o disegni terroristici, saranno sottoposti, da tribunali speciali militari istituiti – sì, avete capito – dal Pentagono a processi dove contro di loro sarà richiesta la pena di morte.

Questa è la giustizia militare (un ossimoro, cioè una contraddizione in termini per definizione: come e più che in “musica militare”, se volete) americana. Sulla quale si permette, stavolta,  di avanzare dubbi perfino il ministri degli Esteri britannico, David Miliband – inaudito! – che, rispettosamente però – si capisce – avanza dubbi pesanti[112]. Dopotutto questo è il sistema che ha teorizzato la liceità delle torture, le ha praticate e le sta praticando, per far confessare i presunti colpevoli (come se fossimo sempre ai tempi pre-Cesare Beccaria di Tomás de Torquemada).

Qualcuno crede che si potrà mai trattare di un equo processo?  

Dice la Corea del Sud[113], che ha appena cambiato di presidente, smentendo cautamente le doglianze di Washington – personalmente di Bush[114] – con le parole del suo capo negoziatore nei colloqui sul nucleare, Chun Yung-woo  che la Corea del Nord ha rispettato in effetti otto degli undici punti dell’accordo sul disarmo dei suoi impianti nucleari. Non ha ancora “disabilitato” le strutture capaci di produrre plutonio entro il 31 dicembre, completamente come promesso ma, dicono i sud-coreani, solo per “ragioni tecniche, di tipo obiettivo”.

In  ogni caso tutto il programma di “disabilitazione” concordato dovrebbe essere completato entro marzo. E la Russia ricorda, al colto ed all’inclita, che in ogni caso l’accordo di Pyongyang è con tutti i sei, non solo con gli Stati Uniti ed è, dunque, ai sei, non agli Stati Uniti, che ogni futuro riferimento, di soddisfazione o di insoddisfazione, andrà fatto.

A conclusione di questo lungo “capitolotto” – inevitabilmente, come sempre, il più esteso perché è qui, negli e dagli Stati Uniti d’America, che tutte le sfaccettature di questo nostro mondo complesso vengono formattate, l’invocazione – se permettete e se i nostri amici americani permettono: ma anche se non lo permettono… – di un recupero della vecchia sindrome del Vietnam.

Oggi c’è un disperato bisogno di una vera e propria sindrome dell’Iraq, e se volete anche dell’Afganistan, per rovesciare tendenze altrimenti a medio termine catastrofiche. Qualcosa che si diffonda e che serva allo stesso fine di quella che scattò, salutare, a conclusione di quella guerra fallita.

A ricordare a tutti, cioè, che il potere ha i suoi limiti; a frenare gli impulsi irresponsabili di onnipotenza che di tanto in tanto colgono i politici e l’opinione statunitense— in nome magari del messianismo e del “destino manifesto” degli americani di seminare la democrazia per il mondo, anche se necessario distruggendolo, il mondo; ed a mettere all’erta tutti e dovunque contro chi promette la  pace mentre manda i giovani del suo paese, di ogni paese, a combattere e a crepare contro altri giovani di lontani paesi.

E’ – sarebbe – un esercizio di salute pubblica.

GERMANIA

Il paese si sta spostando a sinistra: come confermano diverse elezioni di Länder degli ultimi mesi: per la prima volta la sinistra, che da noi si direbbe ormai radicale, e noi chiameremmo sinistra-sinistra,  Linke è entrata al parlamento di Amburgo.

Ed i social-democratici dell’Hesse potrebbero decidersi, dicono, anche a formare un governo sostenuto, su un loro input programmatico, anche dai Linke. Cosa che fino a ieri avevano rifiutato anche solo di prendere in considerazione[115].

FRANCIA

Sarkozy, che sta passando un brutto momento nei rapporti con la gente, e soprattutto, con la sua gente: sia per la disinvoltura con cui interpreta il ruolo istituzionale, qui ancora largamente sacré, del presidente della Repubblica; sia per la leggerezza con cui pubblicamente, e spudoratamente, gestisce i suoi affari personali e intimi sbattendoli in faccia al pubblico e, poi, verniciandoli del più ipocrita perbenismo da ateo baciapile e devoto.

Infine, anche e soprattutto, per le misure che sul piano economico e sociale ha annunciato almeno da due anni e non riesce mai a far passare: rimandando, e rinunciando a, privatizzazioni e liberalizzazioni, come sempre in questo paese[116]. Così adesso è costretto ad ammettere che la Francia non si rassegna a vivere sui ritmi e con le regole sregolate del “solo mercato”, che ci vuole tempo e pazienza a sbloccare quelle che un anno fa chiamava posizioni di rendita e privilegi e oggi definisce “diritti acquisiti”… E, spostando tutto almeno un poco in avanti dal passato e dal presente al futuro, si capisce prossimo, giura adesso che “condurrà una guerra senza tregua” contro gli spacciatori di droga delle banlieues.

Il problema è che sembra consistere tutto qui, almeno al momento, il piano di profonda trasformazione sociale che avrebbe dovuto rivitalizzare la Francia sul piano economico e, su quello civile, le aree periferiche degradate della capitale[117]… Insomma, nella realtà delle cose, e al là delle sofisticherie cartesiane dei 300 punti di programma riformista della Commissione Attali, non nei pronunciamenti ma nei fatti c’è poca differenza tra proclami e fatti di tipo francese e di tipo italiano: tra l’erede del re Sole e del gen. de Gaulle ed un qualsiasi presidente del Consiglio italiano. Del centro-destra, se volete, ma anche del centro-sinistra.  

GRAN BRETAGNA

Le cosiddette pratiche di repossession (di espropriazione, da parte delle banche o dei creditori, di chi non riesce, anche magari per una sola rata, a pagare) sono aumentate in un anno del 21%, sono al massimo dal 1999 e rappresentano un aumento del 300% dal 2004[118].

E, finalmente, adesso, anche il governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King, riconosce che, sì, anche  Il Regno Unito potrebbe essere sull’orlo della recessione[119]. Mica da solo, si capisce, c’è l’Italia, anche gli USA, come ormai si vede, e forse pure la Germania, come s’è detto. Ma la confessione, digrignata e riluttante, è che anche la Gran Bretagna, è probabile…

La Roccia del Nord, la Northern Rock, una delle grandi banche private britanniche, finita a carte quarantotto per i subprimes, è stata nazionalizzata[120]per un periodo temporaneo” (che vuol dire?) dal governo Brown. Dopo cinque mesi di tentativi di far comprare la banca a gruppi privati (tutti falliti perché tutti gli acquirenti possibili chiedevano garanzie di copertura di ultima istanza dal governo).

E, a questo punto, Brown e il suo governo non se la sono sentita di finanziare apertamente con soldi pubblici la privatizzazione di una grande banca in via di fallimento. E’, però, questa, la prima nazionalizzazione in dieci anni e un’umiliazione reale per il governo New Labour che aveva giurato, solennemente e personalmente col primo ministro, di non ricadere mai nei comportamenti “statalisti” aborriti del prima di Blair.

In realtà, e come è ovvio, adesso non si tratta di garantire con l’intervento pubblico il pubblico, ma di garantire gli interessi specifici degli azionisti della Northern Rock. Insomma, come si dice, per socializzare le perdite, secondo lezione usuale dell’economia di mercato.

D’altra parte il tasso di inflazione è cresciuto del 2,2%, nell’anno, a gennaio e l’ultimo Rapporto sui prezzi trimestrale della BoE salirà quest’anno oltre il 3%, anche se tra due anni la sua previsione è che calerà di nuovo sotto il target del 2%, se il tasso di sconto resta dove lo ha adesso lasciato, al 5,25%[121].

GIAPPONE

Il PIL è cresciuto nel quarto trimestre del 2007 dello 0,9%, il doppio delle previsioni[122].

Il WP[123] insiste a dire che il Giappone, quarto paese al mondo per reddito pro-capite quindici anni fa, è oggi solo al quindicesimo posto. Insiste a dire, cioè, una sciocchezza perché basa i suoi calcoli sul valore del PIL al cambio di banca invece che sul valore a parità di potere d’acquisto.

Se applicasse, come non fa perché la sciocchezza risulterebbe anche troppo evidente, lo stesso criterio agli Stati Uniti – PIL calcolato al cambio corrente e non sul potere d’acquisto reale – le condizioni di vita negli USA, con la perdita di valore del dollaro, sarebbero calate negli ultimi cinque ani del 40%...

Fra l’altro, mentre gli USA campano con un deficit dei conti correnti del 5,7%, che sale inesorabilmente verso il 6, facendosi prestare soldi e incorrendo in debiti col mondo intero – prestiti su cui bisogna pagare subito gli interessi e restituire domani il capitale – il Giappone ha un surplus di conto corrente pari al 4,5% del PIL: incassa interessi e incasserà il capitale prestato domani.


 
[1] The Economist, 16.2.2008.
[2] MarketWatch, 29.1.2008, Citigroup chief says Chinese, Russian sovereign funds are top worry— Il capo della Citigroup afferma che i fondi sovrani cinesi e russi costituiscono una preoccupazione vera [però, dice anche, ne abbiamo disperatamente bisogno…] (cfr. www.marketwatch.com/news/story/citigroup-chief-says-chinese-russian/story.aspx?guid%7B7F5688C9%2 D74C2%2D4 D25%2D8AEE%2d d948E765829B8%7d&siteid=rss/).
[3] New York Times, 19.2.2008, Agenzia Bloomberg, Qatar Buying Credit Suisse Shares on Open Market— Il Qatar compra azioni della Credit Suisse sul mercato.
[4] New York Times, 19.2.2008, D. Jolly, New $2.8 Billion Write-Down Jolts Credit Suisse— Nuove cancellazioni di crediti per $2,8 miliardi scuotono il Credit Suisse.
[5] Wall Street Journal, 20.2.2008, C. Mollencamp e A. MacDonald, Credit Suisse’s Surprise La sorpresa del Credit Suisse.
[6] The Deal, 8.2.2008, CIC Goes Low-Profile with reported Flowers Deal— La CIC mantiene un basso profilo sull’accordo con la Flowers (cfr. www.thedeal.com/dealscape/2008/02/cic_goes_lowprofile_with_repor.php/).
[7] Financial Times, 9.2.2008, D. Pilling e J. Soble, G7 leaders say world economy vulnerable— I leaders del G-7 riconoscono che l’economia mondiale è vulnerabile; e Guardian, 11.2.2008, J-McCurry, G7 fails to agree subprime action despite fears Il G-7 non si mette d’accordo su un’azione concreta sui subprime malgrado i timori; e, per il testo completo del comunicato, ReportonBusiness.com, 9.2.2008 (cfr. www.reportonbusiness.com/servlet/story/rtgam.20080209.wtext1/ BnStory/Business/).
[8] Agenzia ANSA, 8.2.2008, OPEC: euro al posto del dollaro? (cfr. www.ansa.it/site/notizie/awnplus/topnews/news/2008-02-08_ 108177612.html/).
[9] The Economist, 23.2.2008; Guardian, 27.2.2008, T. Macalister, Oil price jumps to record levels— Il prezzo del petrolio balza a livello record.
[10] The Independent, 24.1.2008, S. O’Grady, Soros warns systemic failure may be upon us Soros avverte di un fallimento sistemico incombente (cfr. www.independent.co.uk/news/business/news/soros-warns-systemic-failure-may-be-upon-us-773 1 7 6 .htlm/).
[11] Yahoo News!, 6.2.2008, "Euros Accepted" signs pop up in New York City— "Si accettano euro": e i cartelli compaiono sulle vetrine a New York.
[12] New York Times, 13.2.2008, R.B. Reich, Totally Spent— Del tutto finiti.
[13] Tra le altre cifre… Corriere della Sera, Bankitalia in sei anni reddito bloccato per le famiglie dei lavoratori dipendenti- Stabili gli emolumenti dei lavoratori dipendenti. Ma se capofamiglia è lavoratore autonomo aumento del 13%... (cfr. www.corriere.it/ economia/08_gennaio_28/redditi_famiglie_bankitalia_d06f3242-cd8b-11dc-b103-0003ba99c667.shtml/).
[14] New York Times, 24.2.2008, A. dePalma, A Future to Wince At— Un futuro da temere.
[15] Sono stati 638, nel calcolo accreditato, e documentato, da Wikepedia, tra cui: un sigaro… esplosivo, una muta da sub avvelenata, un’amante incaricata di accoltellarlo, un incaricato mirato, dietro il pagamento di sei milioni di $, alla mafia di Miami  (cfr, http://en.wikipedia.org/wiki/Fidel_Castro#_ref-47/); e il documentario del Guardian, 638 ways to kill Castro— 638 modi di ammazzare Castro  cfr. www.guardian.co.uk/world/2006/aug/03/cuba.duncancampbell2/).  
[16] New York Times, 19.2.2008, K. Bradsher, China’s Inflation Rose to 7.1% in January— L’inflazione cinese è salita del 7,1% a gennaio.
[17] Money.News, 6.2.2008, J. Browne, China 'Trojan horse' a threat to U.S. security Il cavallo di ‘Troia cinese’ un pericolo per la sicurezza americana
[18] New York Times, 12.2.2008, H. Timmons, Booming Indian Economy Shows Signs of Slowing Down— Il boom dell’economia indiana mostra segni di rallentamento.
[19] Miami Herald, 13.2.2008, Venezuela cuts oil sales to Exxon— Il Venezuela taglia le vendite di petrolio alla Exxon (cfr. www.miami herald.com/news/americas/story/417090.html/).
[20] MiamiHerald, 27.2.2008, P. Bachelet, U.S. alerted to Chávez weapons— Gli USA messi in allarme dalle armi di Chávez (cfr.  http://origin.miami.com/mld/miamiherald/news/world/cuba/18395533.htm?source=rss&channel=miamiherald_cuba/).
[21] BCE, 7.2.2008 (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2008/html/is080207.en.html/).
[22] The Economist, 9.2.2008.
[23] The Economist, 1.3.2008.
[24] Jurist.co, 7.2.2008, N. Fiske, France parliament approves EU reform treaty Il parlamento francese approva il trattato di riforma dell’UE (cfr. http://jurist.law.pitt.edu/paperchase/2008/02/france-parliament-approves-eu-reform.php/).
[25] Agenzia Stratfor, 6.2.2008, 09:47, Germany: Mediterranean Union Plans To Move Forward— Germania: l’Unione mediterranea vuole andare avanti (cfr. www.stratfor.com/sitrep/germany_mediterranean_union_plans_move_ forward/).
[26] Petition against the nomination of Tony Blair as "President of the European Union"— Petizione contro la designazione di Tony Blair come Presidente dell’Unione europea”, 4.2.2008, European Union (cfr. www.gopetition.com/petitions/stopblair/sign.html/). 
[27] la Repubblica, 7.2.2008, Kosovo: Belgrado fa ostruzionismo; salta l’accordo tra Serbia e UE [da notare, almeno, che 1. l’accordo non c’è mai stato, perché non era mai stato trovato e tanto meno firmato; e, 2., perché, se non per pura subordinazione alle voglie americane, anzi solo bushiste, essere tanto sicuri che sia Belgrado a fare ostruzionismo?].
[28] Guardian, 10.2.2008, D. McLaughlin e P. Beaumont, Serbs warn of Kosovo clash I serbi avvisano di conflitti in arrivo in Kosovo.
[29] Agenzia Reuters, 1.9.2007, Italy to back “non-traumatic” independence on Kosovo L’Italia appoggerà una indipendenza “non traumatica” del Kosovo  (cfr. www.alertnet.org/thenews/newsdesk/L012086.htm/).
[30] Agenzia AP.com, 6.2.2008, D’Alema: dobbiamo riconoscere subito indipendenza (cfr. http://notizie.alice.it/notizie / esteri/2008/02febbraio/06/ne_kosovo_d_alema_dobbiamo_riconoscere_subito_indipendenza-punto,13993999.html/).
[31] Stratfor, 6.2.2008, 11:13, Russia: rethink Georgian and Moldovan Territories, if… La Russia: ripensate ai territori georgiano e moldovo, se…(cfr. www.stratfor.com/sitrep/russia_­rethink_georgian_and_moldovan_territories/).
[32] Stratfor, 1.2.2008, 12:15, Romania: Kosovo Independence Rejected— La Romania respinge l’indipendenza per il Kosovo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/romania_kosovo_independence_rejected/).  
[33] New York TimesD. Bilefsky, Kosovo Declares Its Independence from Serbia— Il Kosovo dichiara la sua indipendenza dalla Serbia.
[35] Vreme, 14-20.2.2008, D. Zarkovic (cfr. www.scc.rutgers.edu/serbian%5Fdigest/).
[36] New York Times, 19.2.2008, K. Bradsher, In Asian Reaction to Kosovo Declaration, Fears Of Secession— Le reazioni alla dichiarazione del  Kosovo in Asia, segnate dal timore della secessione.
[37] The Economist, 23.2.2008.
[38] Guardian, 14.2.2008, S. Tisdall, A great leap in the dark.
[39] la Repubblica, 24.2.2008, L. Caracciolo, Il dovere di negoziare [titolo migliore sarebbe stato: L’obbligo di obbligarli a negoziare].
[40] la Repubblica, 16.2.2008, Taccuino strategico: prima che scoppi l’inferno.
[41] BBC News, 2.2.2008, Poland agrees to host US shield La Polonia si dice d’accordo sull’accogliere lo scudo americano (cfr. http://news.bbc.co.uk/go/pr/fr/-/2/hi/europe/7223568.stm/).
[42] Netscape, 3.2.2008, AP:RT, European News, Russia hints may withdraw radar offer to U.S.— La Russia accenna al ritiro della sua offerta di radar agli USA (cfr. http://community.compuserve.com/n/pfx/forum.aspx?tsn=78nav=messages&webtag=ws-newsforum& fid=220700/).
[43] Agenzia Interfax, 4.2.2008, Russia vows to respond to AMD deployment in Poland, Czech Republic— La Russia promette di rispondere agli impianti di difesa antimissilistica in Polonia e nella Repubblica ceca (cfr. www.russiancourier. com/en/news/2008/02/04/82615/).
[44] Che forse Praga ha cominciato a fare… Il primo ministro ceco, Mirek Topolanek, ha reso noto a fine mese che c’è un ostacolo non irrilevante, “di natura ambientale”, alla conclusione dell’accordo per lo stazionamento dei radar del sistema antimissilistico americano sul territorio ceco. Dichiarazione non meglio specificata, però (Saudi Press Agency, 28.2.2008, Bush, Czech Leader Fail to Finalize Radar Deal— Bush ed il leader ceco non riescono a concludere l’accordo (cfr. www.spa. gov.sa/English/details.php?id=531330/).
[45] Guardian, 12.2.2008, R. Ryan, Join Nato and we'll target Ucraine missiles at Kiev, Putin warns Ukraine— Se entrate nella NATO , noi punteremo i nostri missili su Kiev [è un titolo, fate voi, forzato o falso. Perché Putin, in realtà, ha detto: se mettete i missili anti-missili americani in Ucraina, noi punteremo i  nostri… E è diverso].
[46] InsideUkraine.com, 28.2.2008, Problem of Ukraine's debt for gas remains unresolved Il problema del debito dell’Ucraina sul gas rimane irrisolto (cfr. www.insideworld.com/ukraine/).
[47] International Herald Tribune, 13.2.2008, Reuters, Ucraine says it will not allow NATO bases L’Ucraina afferma che non consentirà ad pspitare basi NATO.
[48] Radio Free Europe, 6.2.2008, Polish Prime Minister in Moscow— A Mosca, il primo ministro polacco (cfr. www.rfe rl.org/newsline/1-rus.asp/).
[49] Agenzia RIA Novosti, 10.2.2008, Russia to respond effectively to U.S. missile shield – Ivanov— Ivanov: la Russia risponderà efficacemente allo scudo missilistico americano  (cfr. http://en.rian.ru/russia/20080210/98863397.html/).
[50] Stratfor, 8.2.2008, Poland: Exploring Increases In Trade— Polonia: si esplorano gli aumenti degli scambi (cfr. www.stratfor.com/ sitrep/poland_­exploring_increases_in_trade/).
[51] Russia Today, 7.2.2008, Russia won’t accept OSCE ultimatum: Sergei Lavrov Sergei Lavrov: la Russia non accetterà l’ultimatum dell’OSCE (cfr. http://russiatoday.ru/election/news/20615/).
[52] Stratfor, 8.2.2008, Russia: Innovation Needed To Avoid Resource Dependence and Improve Economy Russia: innovazione necessaria per evitare la dipendenza dalle [sole] risorse naturali a migliorare l’economia (cfr. www.stratfor.com/sitreps/Russia_ Innovation_Needed_To_Avoid_Resource_Dependence_and_Improve_Economy/).
[53] Agence France Press, 3.2.2008, French defence minister says Iran still pursuing nuclear arms— Il ministro della Difesa francese dice che l’Iran sta sempre perseguendo (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20080201wlmideastafp/usfranceirannuclear diplomacy_08 0201085956/).
[54] Altavista, 8.2.2008 (cfr. www.altavista.com/news/results?nc=0&nd=4&nr=5&q=atomic/).
[55] Agenzia Interfax, 5.2.2008, Tehran close to creating ballistic missiles with range of 4000 km– Russian military expert— Teheran è ormai vicino a creare un suo missile balistido di 4.000 km, di raggio – dice esperto militare russo.
[56] Russia voices concern over Irans tests of launche vehicles— La Russia d fiato alle sue preoccupazioni sui test iraniani di veicoli di lancio [e lo fanno, però, andrebbe sottolineato dieci volte, in modo tale da non sembrare sempre un dito negli occhi degli iraniani: perché almeno così fanno vedere anche senza dirlo, come da una parte e dall’altra l’Iran sia circondato da vere e proprie potenze nucleari  non  potenziali ma assolutamente reali e attuali, come Israele e Pakistan] (cfr. http://news.webindia123.com/news/Articles/ World/20080206/883854.html/).
[57] Yahoo News!, 27.2.2008,  New sanctions  against Iran  likely soon— Presto, probabili  nuove  sanzioni  contro  l’Iran  (cfr. http://news.yah oo.com/s/ap/20080228/ap_on_re_mi_ea/un_iran_sanctions_1;_ylt=AjGNuhFavbjVS_JN_.hoNfFn.3QA/;  e  UN-Truth.com, 28.2.2008, UNSC resolution  on Iran  may be  delayed— La risoluzione del Consiglio di sicurezza sull’Iran  potrebbe essere rinviata (cfr. http://un-truth.com/).
[58] Financial Times, 12.2.2008, J. Politi, White House insists recession unlikely in 2008— La Casa Bianca insiste che la recessione è improbabile nel 2008; e New York Times, 12.2.2008, E. Andrews, White House Remains Optimistic on Economy— La Casa Bianca sempre ottimista sull’economia. Per il testo completo e la sintesi del Rapporto economico del presidente, e una sua Sintesi a cura della stessa Casa Bianca, Economic  Report of the President 2008, 11.2.2008 (cfr., per il primo, www.gpoaccess.gov/eop/index.html/) e, per la sintesi,  cfr.  www.whitehouse.gov/news/releases/2008/02 /print/ 20080211-5.html/.
[59] New York Times, 13.2.2008, D. Leonhardt, Economists’ tea leaves point to recession— La lettura delle foglie di té degli economisti indica recessione.
[60] Shilling: Deep Recession— Recessione profonda [Gary Shilling è un vecchio, stimato, economista di Wall Street] (cfr. http://money news.newsmax.com/money/archives/st/2008/2/27/140146.cfm/).
[61] Bear Watch: Stocks Could Stagnate for Years La guardia all’orso: le azioni potrebbero stagnare per anni (cfr. http://money news.newsmax.com/money/archives/st/2008/2/22/135322.cfm/).
[62] BLS, Bureau of Labor Statistics del Dipartimento del Lavoro, 1.2.2008, Registered Unemployment La disoccupazione registrata (cfr. www.bls.gov/ news.release/empsit.nr0.htm/).
[63] New York Times, 20.2.2008, E. L. Andrews, Fed sharply reduces forecast for growth— La Fed riduce drasticamente le previsioni di crescita.
[64] The Economist, 23.2.208.
[65] BLS, 15.2.2008, Index U.S. Imports and Export Prices— Indice Import e Export USA (cfr.www.bls.gov/news.releaseximpim. htm/). E’ praticamente su ogni prodotto che stanno crescendo i prezzi alle importazioni: nel mese, dall’Europa è stato un +1,1%, dall’America latina un +3,6%, dalla Cina +0,6%: ma, negli ultimi tre mesi, a tasso annuo, l’aumento dalla Cina è stato un +4,4%. Sono aumenti che verranno trasferiti adesso alle vendite al dettaglio e all’inflazione interna. Il che complicherà le decisioni della Fed nei mesi a venire perché l’abbassamento dei tassi a breve per stimolare l’economia, abbassando il valore del dollaro aumenterà anche l’inflazione. Qualcosa di inevitabile, ormai, ma forse proprio nel momento peggiore. Del resto, gli stesso sforzi della Fed di ricapitalizzare le banche coi tassi tenuti bassi, alimentano l’inflazione abbassando il valore del dollaro.
[66] New York Times, 15.2.2008, M. M. Grynbaum, Bleak New Batch of Data on Economy— Una nuova brutta infornata di dati sull’economia.
[67] New York Times, 3.2.2008, P. Korkki, Lost Innocence, Now Appearing in the Economy L’innocenza perduta, adesso emerge [anche] nell’economia
[68] The Economist, 16.2.2008.
[69] The Economist, 9.2.2008.
[70] Financial Post, 13.2.2008, Lenders launch plan to halt foreclosure I [grandi] prestatori lanciano un piano per rinviare il pignoramento dei beni ipotecati (cfr. www.financialpost.com/money/Story.html?id=304145/).
[71] Financial Times, 31.1.2008, K. Guha e G. Tett, Last year’s model: stricken US homeowners confound predictions Il modello dell’anno scorso: quando il pignoramento delle case confonde ogni previsione.
[72] New York Times, 18.2.2008, L. Story, No Lull in Mortgage PitchesNessuna pausa nell’imbonimento dei venditori di ipoteche.  
[73] New York Times, 10.2.2008, M. Fackler, Global Finance Leaders Warn of Risk From U.S. Housing Woe— I massimi leaders della finanza globale ammoniscono dei rischi per la crisi del mercato delle costruzioni americano.

[74] New York Times, 15.2.2008, (A.P.), Market Drops on Fed Chief’s Glum Words Il mercato va giù dopo le parole severe del capo della Fed.

[75] New York Times, 3.2.2008, T. Shanker, Pentagon Seeks Record Level in 2009 Budget Il Pentagono cerca un suo bilancio record dentro quello del 2009.
[76] New York Times, 4.2.2008, D. Stout e R. Pear, Bush Unveils $3.1Trillion Budget— Bush rivela un bilancio da 3.100.000 miliardi di dollari; e, per il testo integrale, v. il sito del Government Printing Office (il Poligrafico dello Stato), cfr. http://frwebgate.access.gpo.gov/cgi-bin/multidb.cgi?WAISdbName=2009_budget+All+2009+Budget+Publications&WA ISqueryRule=%28%24WAISqueryString%29&WAISqueryString=&WAIStemplate=multidb_omb002.html&submit2=Sub mit&WrapperTemplate=usbudget_wrapper.html&WAISmaxHits=50/).
[77] New York Times, 7.2.2008, D. M. Herszenhorn e D. Stout, Senate Approves $168 Billion Stimulus Plan Il Senato approva $168 miliardi di piano di stimolo.
[78] New York Times, 23.2.2008, edit. brd., Bush’s Popularity: A (Really) New Low? La popolarità di Bush: un’(estrema) caduta in basso? 
[79] New York Times, 11.2.2008, edit., The New Stimulus Package: A Big Disappointment— Il nuovo pacchetto di stimolo: una gran delusione.
[80] New York Times, 12.2.2008, E. Lichtblau, Senate Passes Bill to Expand U.S. Spying Powers— Il Senato passa la legge che allarga [diciamo, anche legalmente: tanto se li era già presi, da anni e ù, dunque, si tratta di una copertura retroattiva] i poteri di spionaggio del governo americano.
[81] New York Times, 14.2.2008, Agenzia Associated Press (A.P.), Senate votes to ban waterboarding— Il Senato vota per proibire la tortura del waterboarding [consiste nel far scendere forzosamente, nella trachea di una persona immobilizzata, l’acqua che filtra attraverso un panno, producendo un riflesso faringeo che provoca la sensazione di costrizione, di soffocamento e di morte imminente: e, questa, è proprio una delle definizioni di tortura secondo la legge statunitense, una pratica che Bush, invece, ha autorizzato i vari servizi americani ad utilizzare: U.S. Code, ch. 18, sect. 2340, (cfr. www4.law.cornell.edu/uscode / html/uscode 18 /usc_sec_18_00002340----000-.html/)].
[82] Washington Post, 5.2.2008, R. Mikkelsen, Financial threat to U.S.—  Minaccia finanziaria agli USA.
[83] New York Times, 24.2.2008, edit., It Must Be Ohio Dev’essere l’Ohio [la tesi difesa a spada tratta da quest’editoriale – e dai cento che lo hanno preceduto sul tema – è quella liberista: bisogna aprirsi al libero scambio… e si elencano tutti i settori, industriali e dei servizi, nei quali la pratica è stata effettivamente generalizzata che sono costati, grazie alla globalizzazione, milioni di posti di lavoro a milioni di americani, operai e addetti ai servizi. Ma è stata, sostiene, una scelta giusta, moderna, perché alla fine è la società americana che tutta ci ha guadagnato.     Il fatto che Obama e la Clinton abbiano paura adesso del voto degli americani “più poveri” e parlino di alzare qualche nuova protezione a favore di coloro che sono stati più esposti alla concorrenza internazionale degli immigrati in uno degli Stati più importanti delle primarie ancora a venire, l’Ohio, è semplicemente deplorevole: un cedimento alla demagogia facile.     E sarà, forse, una tesi anche seria. Ma stende un velo di assoluta ed ingiustificata copertura, di ipocrisia pura, sul perché l’argomento non debba allora essere valido per tutti: sistemi e servizi sanitari compresi… Sul perché lo stesso NYT non si sogni mai di applicarlo alla riserva protetta dell’Ordine dei Medici e delle grandi società che forniscono al sistema sanitario impianti e servizi, godendo di una protezione ferrea che tiene lontana la concorrenza estera.
[84] Non la cercate, adesso, su You Tube, che dopo qualche giorno, il 20.4.2007, aveva tempestivamente provveduto a cancellare la clip. Però la natura della bestia chiamata Internet è tale per cui la ritrovate ancora riprodotta tal quale su www.npr.org/ templates/story/story.php?storyId=9688222/).
[85] Balkinization.com, 13.2.2008, Senator McCain Condemns Torture -- But Votes Against the Bill That Would Prevent It Il senatore McCain condanna la tortura -- ma vota contro la legge che la vieterebbe. E, per la documentazione sull’andamento del voto in Senato, su chi ha votato sì e chi no, sul dibattito e il testo, causidico e intorcinato della dichiarazione cui s’è aggrappato McCain nel tentativo ridicolo di motivare la sua capriola, cfr. http://balkin.blogspot.com/2008 /02/senator-mccain-is-against-torture-but.html/).
[86] Enrico III di Navarra dixit, dicono le cronache, quando da ugonotto si fece cattolico per accedere al trono di Francia col nome di Enrico IV.
[87] TIME Magazine, 21.2.2008, Dean screams (calmly) for an “arrangement”— Dean grida (ma con calma) che bisogna accordarsi” (cfr. http://thepage.time.com/2008/02/06/dean-screams-for-an-arrangement/).
[88] Cfr. un blog dedicato proprio al Superdelegate Transparency Project: (cfr. www.sourcewatch.org/index.php?title= Portal: Superdelegate_Transparency_Project/).
[89] Nella trasmissione televisiva della NBC Meet rhe press— Incontro con la stampa, Nader ha annunciato la sua candidatura alle presidenziali: New York Times, 24.2.2008, S. Wheaton, Nader to run again Nader corre ancora una volta; e, per la trascrizione della conferenza stampa, cfr. www.msnbc.msn.com/id/23319215/).
[90] An unreasonable man, documentario su Ralph Nader (cfr. www.anunreasonableman.com/news.cfm/).
[91] New York Times, 12.2.2008, T. Shanker, Gates endorses pause in Iraq troop withdrawals— Gates approva un alt nel ritiro delle truppe dall’Iraq; e Guardian, 11.2.2008, M. Weaver, US to delay Iraq troops reductions— Gli USA tarderanno a ridurre le truppe in Iraq.
[92] J. Stiglitz e L. Bilmes, The Three Trillion Dollar War— La guerra da 3.000 miliardi di dollari, Allen Lane ed., 2008.
[93] New York Times, 29.2.2008, M. Mazzetti, Turkey  Resists Gates  on  Ending  Iraq  Push La Turchia resiste a Gates che le chiede di metter fine all’offensiva in Iraq
[94] New York Times, 18.2.2008, C. Gall e J. Perez, Pakistanis Deal Severe Defeat to Musharraf in Election— I Pakistani impartiscono una sconfitta severa a Musharraf con le elezioni.
[95] Guardian, A. I. Singh, With friends like Musharraf…— Con amici come Musharraf
[96] Guardian, 22.2.2008, R. Ramesh, The man who won’t be king L’uomo che non sarà re
[97] Yahoo!News, 1.2.2008, D. Cole, Germany rejects troop request for southern Afghanistan— La  Germania respinge la richiesta [americana] di spostare le sue truppe nel sud dell’Afganistan (cfr. news.yahoo.com/s/afp/20080201/wl_afp/ germanyusafghanistan natomilitary_080201182620/); e Liberazione, 2.2.2008, Pressing di Washington sull’Afganistan, Merkel e SPD (in difficoltà): Il paese non capirebbe” (cfr. www.articolo11.org/index.php?option=com_content& task=view&id=7501&Itemid= 7/).
[98] New York Times, 7.2.2008, H. Cooper e N. Kulish, Rice Tries to Convince Europe on Afghanistan— La Rice cerca di convincere l’Europa sull’Afganistan.
[99] Observer, 3.2.2008, J. Burke, Taliban attacks on allied troops soar by up to a third Gli attacchi talebani alle truppe alleate si impennano fino a un terzo di più.
[100] Guardian, 5.2.2008, R. Norton-Taylor, Pakistan-based Taliban pose global risk, thinktank warns— Istituto di ricerca avverte che i talibani di base in Pakistan costituiscono un rischio globale; e, per il testo del Rapporto, 15.1.2008, Observations on NATO-ISAF Operations in Afghanistan and Recommendations Osservazioni sulle operazioni NATO-ISAFin Afganistan e Raccomandazioni (cfr. www.iiss.org/index.asp?pgid=23950&fs=b/).
[101] New York Times, 6.2.2008, M. Mazzetti, Intelligence Chief Cites Qaeda Threat to U.S.— Il capo di tutta l’intelligence americana parla della minaccia di al-Qaeda agli Stati Uniti.
[102] Guardian, 29.2.2008, D. Walsh e R. Norton Taylor, Afghanistan mission  close to failure - US La missione  in Afganistan vicina al fallimento, dicono gli USA [gli USA sì, la DIA… ma non il presidente…].
[103] New York Times, 11.2.2008, T. Shanker e N. Khulish, Gates Warns Europe of Risk of Terrorist Attack— Gates avverte l’Europa del rischio di attacchi terroristici.
[104] New York Times, 12.2.2008, edit., Gates, truth and Afghanistan— Gates, la verità e l’Afganistan.
[105] Project for a New American Century, 9/2000, Rebuilding America’s Defenses— Ricostruire le difese dell’America (cfr. www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf/).
[106] New York Times, 24.2.2008, E. Rubin, A Bloody Stalemate in Afghanistan— Un cruento stallo in Afganistan.

[107] Guardian, 11.2.2008, I. Traynor, Bush orders clampdown on flights to US. [Tra l’altro, come informa Discover America, l’Organizzazione dei tour operators d’America, nell’articolo citato, dall’11 settembre e malgrado il crollo del dollaro che ha reso meno caro dal 20 al 30% il turismo estero, gli Stati Uniti hanno perso il 17% dell’afflusso turisti, per $94 miliardi e una perdita secca di 200.000 mila posti di lavoro].

[108] Guardian, 16.2.2008, H. McDonald, We can persuade Taliban to be peaceful-- expelled UN man— Possiamo persuadere i talebani a tornare alla pace— sostiene l’uomo espulso dell’ONU.
[109] Military.com, 11.2.2008, Mullah Omar: Taliban no Threat to US— Il  mullah Omar: i talebani non costituiscono alcun pericolo per gli USA (cfr. www.military.com/NewsContent/0,13319,161803,00.html/).
[110] United Nations Office of Drugs and Crime, 1.2008, Afghanistan Opium Survey 2007 (testo integrale in cfr. www.unod c.org/pdf/research/Afghanistan_Opiuum_Survey_2007.pdf/).
[111] Guardian, 29.2.2008, P. Wilby, Harry’s game— Il gioco di Harry.
[112] Guardian, 12.2.2008, L. Smith, Miliband voices concern about Guantánamo trials— Miliband da fiato a una serie di preoccupazioni sui processi di Guantánamo.
[113] The China Post, 1.2.2008, Hyung-Jin Kim, North Korea completes 8 of 11 nuclear disablement measures, South Korean envoy says— La Corea del Nord complerta otto degli undici passi di disabilitazione nucleare, afferma l’inviato sud-coreano.
[114] Cfr. Nota congiunturale 2-2008.
[115] The Economist, 1.3.2008.
[116]  la Repubblica, 7.2.2008, G. Martinotti, Trasporti, siderurgia e banche. Parigi sventola la bandiera statalista.
[117] Stratfor, 8.2.2008, France:Sarkozy Reveals Revitalization Plans Sarkozy rivela il suoi piani di rivitalizzazione (cfr. www.stratfor. com/sitrep/France_Sarkozy_Reveals_Revi talization_Plans/).
[118] Guardian, 8.2.2008, H. Osborne, Home Repossessions Leap by 21%Le espropriazioni di case salgono del 21%.
[119] Guardian, 14,2,2008, A. Seager, UK might be on verge of recession.
[120] New York Times, 15.2.2008, J. Verdigier, Britain to Nationalize Troubled Mortgage Lender La Gran Bretagna nazionalizza la banca di prestiti ipotecari che si è cacciata nei guai.
[121] The Economist, 16.2.2008.
[122] New York Times, 14.2.20087, Reuters, Japan Growth Tops Forecasts— La crescita giapponese supera le previsioni.
[123] Washington Post, 3.2.2008, B. Harden, For Japan a long, slow, slide— Per il Giappone, un lungo, lento, scivolone.