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         03. Nota congiunturale - marzo 2007     

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc160534941 \h 1

Stima preliminare del PIL del IV trimestre. PAGEREF _Toc160534942 \h 1

Tassi di crescita comparati dei grandi paesi  in %... PAGEREF _Toc160534943 \h 3

Prodotto interno lordo. PAGEREF _Toc160534944 \h 4

Conti economici nazionali 2004-2006. PAGEREF _Toc160534945 \h 4

Conto economico delle risorse e degli impieghi -  Anno 2006 – Valori in milioni di euro. PAGEREF _Toc160534946 \h 4

Contributi alla crescita del PIL (prezzi dell’anno precedente. PAGEREF _Toc160534947 \h 4

Produzione industriale, fatturato, ordinativi, vendite e fiducia. PAGEREF _Toc160534948 \h 4

Indice della produzione industriale. PAGEREF _Toc160534949 \h 4

Indici della produzione industriale per raggruppamenti principali di industrie. PAGEREF _Toc160534950 \h 4

Indici della produzione industriale per settori di attività economica. PAGEREF _Toc160534951 \h 4

Indice del fatturato e degli ordinativi dell’industria. PAGEREF _Toc160534952 \h 4

Indici del fatturato per settori principali di industria. PAGEREF _Toc160534953 \h 4

Indici degli ordinativi per raggruppamenti principali di industrie. PAGEREF _Toc160534954 \h 4

Indici di fatturato per raggruppamenti principali di industrie. PAGEREF _Toc160534955 \h 4

Indici del lavoro nelle grandi imprese: occupazione, retribuzioni, costo del lavoro. PAGEREF _Toc160534956 \h 4

Indici dell’occupazione alle dipendenze nelle grandi imprese. PAGEREF _Toc160534957 \h 4

Indici delle ore effettivamente lavorate (netto c.i.g.) per dipendente nelle grandi imprese. PAGEREF _Toc160534958 \h 4

Ore straordinarie, ore di c.i.g., ore di sciopero nelle grandi imprese. PAGEREF _Toc160534959 \h 4

Indici delle retribuzioni nelle grandi imprese. PAGEREF _Toc160534960 \h 4

Indici del costo del lavoro nelle grandi imprese. PAGEREF _Toc160534961 \h 4

Bilancia commerciale. PAGEREF _Toc160534962 \h 4

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi UE e in complesso. PAGEREF _Toc160534963 \h 4

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi dell'UE.. PAGEREF _Toc160534964 \h 4

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi extra UE.. PAGEREF _Toc160534965 \h 4

Esportazioni,  importazioni  e  saldi  della  bilancia  commerciale con  i paesi extra UE, per aree geoeconomiche principali PAGEREF _Toc160534966 \h 4

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi extra UE, per settore di attività. PAGEREF _Toc160534967 \h 4

Prezzi al consumo. PAGEREF _Toc160534968 \h 4

Indici dei prezzi al consumo. PAGEREF _Toc160534969 \h 4

Indici dei prezzi al consumo per capitolo di spesa. PAGEREF _Toc160534970 \h 4

Prezzi alla produzione. PAGEREF _Toc160534971 \h 4

Indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali PAGEREF _Toc160534972 \h 4

Indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali per settore di attività. PAGEREF _Toc160534973 \h 4

Indici dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali per raggruppamenti principali di industria. PAGEREF _Toc160534974 \h 4

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc160534975 \h 4

nel mondo. PAGEREF _Toc160534976 \h 4

in Cina. PAGEREF _Toc160534977 \h 4

nei paesi “emergenti”. PAGEREF _Toc160534978 \h 4

Europa. PAGEREF _Toc160534979 \h 4

Stati Uniti PAGEREF _Toc160534980 \h 4

Germania. PAGEREF _Toc160534981 \h 4

Francia. PAGEREF _Toc160534982 \h 4

Gran Bretagna. PAGEREF _Toc160534983 \h 4

Giappone. PAGEREF _Toc160534984 \h 4


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Stima preliminare del PIL del IV trimestre

L’economia italiana, adesso, va bene. Questo, in sintesi estrema ed estremamente rozza, il quadro economico attuale del paese. Se vi aggiungiamo che, di tutti i suoi campi di azione, quello dove il governo in carica registra il risultato migliore è la politica estera – discutibile, sicuramente; non sempre coraggiosa, di certo; non del tutto coerente, è vero – si capisce perfettamente perché è, in questo momento congiunturale e sulla politica estera, che il governo Prodi va in crisi…

Misteri della fede… Misteri dolorosi però, per l’economia, quando salta tutto: dopo mesi, anni forse, c’è una ripresa e serve un quadro politico stabile come brodo di coltura in cui solo si può far crescere il virus della crescita anche, forse, un poco di qualità.

A meno che non si voglia dar credito alla teoria – mussoliniana, pare; quanto cinica, certo – che governare gli italiani, non sia difficile, sia proprio è inutile…; e che, in fondo, gli anni e anni di intervallo messi insieme tra i sessantuno diversi governi che hanno coperto i sessantuno, sessantadue anni di Italia repubblicana, non sono stati, dal punto di vista economico, necessariamente, i peggiori...

E a meno che il disegno vero – quello che sta dietro tutto il busillis e la tempestività del busillis (dal latino in diebus illis, in quei giorni, in questi giorni) – sia nel tentativo di cementare insieme – non si sa bene come e con chi, ancora: e con quali riscontri reali, poi, nel paese – una maggioranza diversa da quella attuale. Che faccia perno su un centro ricoagulato e capace di emarginare, o comunque mettere tra parentesi con nettezza dentro il governo e le sue decisioni, la cosiddetta sinistra radicale. Forse si può… forse serve…vedremo.

Qui ci limitiamo a due considerazioni di massima: una, sulla crescita economica dell’Italia – che è certo messa, come dire?, almeno un po’ a rischio da questa crisi; e l’altra – che toccheremo per prima – sulla continuità/discontinuità della politica estera italiana: il nodo sollevato con questa crisi.

Ha scritto un attento ed autorevole osservatore qualche ponderata considerazione che vale la pena di riportare integrale per la chiarezza con cui sintetizza il nodo e perché, proprio questa chiarezza, consente – ci sembra – un’obiezione di fondo.

Al di là degli aspetti di politica interna – dice[1] –, vi è qualcosa di paradossale nella caduta del governo Prodi seguita al voto negativo in Senato. A entrare in crisi è stato infatti il concetto di ‘continuità’ in politica estera, che dall’una e dall’altra parte politica è stato letto in modo diverso. Per lunghi anni si è sostenuto che le questioni fondamentali di politica internazionale, quali Europa, Nato od Onu, valevano per l’intero arco costituzionale”: per il centro-sinistra, insomma, come per il centro-destra.

Nella replica al dibattito, il ministro degli Esteri pur insistendo su questo “principio guida” scrive AA.II., con “sottigliezza tipicamente dalemiana” invece di sottolineare “gli aspetti di continuità della sua politica estera con quella precedentemente seguita dai governi italiani, ha deciso di aggiungere il tema della ‘discontinuità’  con il governo Berlusconi”.

Qui viene la novità che, però, secondo noi non riesce a cogliere neanche un osservatore pur così acuto. Meglio, la coglie come fatto: ma non come fatto eversivo ed imposto da fuori – dagli USA ad avversari e alleati ed anche all’Italia – e capace, perciò, di spiegare – e molto bene, ci sembra – la discontinuità inevitabile nella nostra politica estera: perché la prima, primissima, discontinuità è stata quella imposta unilateralmente da Bush alla politica estera americana.

Il fatto nuovo, che ha portato anche l’Italia a innovare, si è proprio verificato, come osserva AA.II., “con riguardo in particolare alla sua adesione [l’adesione di Berlusconi] alla politica neoconservatrice e unilateralista dell’amministrazione Bush”: perché, nella realtà delle cose, qui, unilateralista significa poi – come ormai è dimostrato e, del resto, ben noto anche a chi avanza l’osservazione – costruita su forzature, menzogne e violazioni continue del diritto internazionale.

Discontinua, quindi, in qualche modo la politica estera italiana – soprattutto per questo motivo, anche se poi, non c’è dubbio ci sono anche fattori endogeni nostri, come per semplificare l’antiamericanismo di stampo ideologico. Ma, di grazia, attizzato come e da chi?

Quindi, anche se è toccato farsene protagonista a Massimo D’Alema, il più continuista forse in politica estera degli uomini politici italiani – seriamente, e sia detto a titolo non banalmente ma seriamente elogiativo, il più andreottiano – era necessario, e secondo chi scrive, anche giusto  ormai darlo questo segnale di discontinuità.

Perché, prima, è stata “discontinuata” la politica internazionale sistematicamente estremizzata di Bush rispetto a quella degli Stati Uniti d’America di Clinton, di Bush padre, perfino di Reagan, per non dire di Carter, ecc.…

Per chiudere su questo punto cruciale della crisi-non crisi-e-quasi-crisi-italiana, due commenti di fonte tedesca: “finanziaria” la prima e, la seconda, di un quotidiano che sostiene la coalizione di governo tedesca[2].

Scrive il Financial Times Deutschland, edizione  tedesca, che l’Italia si deve tenere Prodi per forza anche se “la sua gang colorita di comunisti, socialisti, radical-liberisti e social-conservatori che ne ha poco in comune di più che il desiderio condiviso di dare una caccia senza tregua al predecessore di Prodi, Silvio Berlusconi.

    Questo andirivieni alla fine significa che Prodi sarà un primo ministro ancora più debole di prima… avrà più difficoltà a far passare le riforme da tempo programmate delle pensioni e del mercato del lavoro [ma programmate da chi? e, poi, proprio riforme? siamo sicuri?] contro la volontà dei suoi partners più di sinistra [ma non è forse proprio questo il problema? quel “contro la volontà?]. E sono cattive notizie per l’Italia”.

La Süddeutsche Zeitung di Monaco scrive invece che la crisi attuale dovrebbe costringere gli italiani a riflettere a fondo sullo stato della loro democrazia.

Questa non è la solita sceneggiata romana. La crisi mette a nudo la debolezza principale della democrazia italiana: il fatto che il paesaggio politico di questo paese sia più frantumato di quello di qualunque altro Stato moderno. L’Italia non ha partiti con le idee chiare e gli stessi identici dibattiti ideologici dell’ultimo secolo sono ancora e sempre al centro del dibattito― e il modo in cui la legge elettorale è strutturata garantisce di fatto la persistenza di piccoli partiti forti e di coalizioni caotiche.

    Per uscirne è l’Italia deve cambiare le sue leggi elettorali in modo tale da escludere le piccole frazioni e creare governi stabili. Allo stesso tempo i moderati [chiamiamoli così per mancanza di un termine migliore e, in fondo, anche più corretto] di sinistra e di destra dovrebbero formare dei partiti-ombrello più grandi. Ma questo funzionerebbe soltanto se tutti concordassero che i capi partito che si sono perpetuati finora lascino il loro posto ai leaders dei nuovi partiti. Sarebbe un miracolo— e dobbiamo solo sperare che l’Italia ne sia ancora capace”.

Già… Sempre che, ancora più a fondo, il problema non stia nella distanza ormai spesso abissale che – e non solo in Italia, sia chiaro – si respira ogni giorno di più tra il sentire medio di governanti e governati. La verità è che Iraq, Afganistan, TAV, “riforma” delle pensioni e del mercato del lavoro, sono largamente osteggiate dall’opinione pubblica.

Ma secondo le élites che governano – dal centro-destra al centro-sinistra – la gente capisce poco e sono loro, le élites, a dovergli dire cosa credere e cosa fare…. Ma così funziona male. E ormai anche le élites – centro-sinistra o centro-destra che sia – dovrebbero accorgersene.

Insomma, sarebbe proprio necessario ormai, in Italia, in Gran Bretagna, in America… ascoltare con maggior attenzione e di più quello che dice la democrazia: il governo del popolo, no?  

Sul PIL, invece, il dato congiunturale, sul trimestre precedente (+1,1%), e quello tendenziale, sullo stesso quarto trimestre d’un anno fa (+2,9%), segnano il risultato migliore dal 1999. Tra l’altro, in quest’ultimo quarto trimestre del 2006, la produzione di ricchezza è stata in Italia più forte in percentuale che in qualsiasi altro paese nostro grande partner (vedi i dati specifici sul PIL del quarto trimestre, qui sotto).

Tutto è però, come dire, etero-tirato. In sostanza, dal nostro export in Germania e dal fatto che, più in generale, è l’economia mondiale che continua ad andare complessivamente piuttosto bene: sul +5% nel 2006, con aspettative analoghe per il 2007.

All’interno di questo quadro, va bene pure l’industria.

Ma non è detto che continuerà ad andare bene cosi:

• perché la Germania potrebbe presto frenare i consumi: sta per entrare in vigore l’aumento dell’IVA;

• perché trasporti e energia, che sono ben stati privatizzati ma, a dire il vero, assai poco liberalizzati sul piano della concorrenza e che, anche perciò, hanno ridotto molto poco i prezzi, continuano a incidere duramente sui nostri costi di produzione comparati con quelli degli altri paesi nostri part-correnti (concorrenti e partners, insieme); 

• e perché, anche – e speriamo infine – restano alti, più che altrove da noi, costi ed intralci all’insediamento in Italia di nuove imprese dall’estero, come del resto dall’interno: non tanto e non solo la tassazione, quanto forse e anzitutto il costo – compresi i ritardi – della lento-burocrazia tutta italiana: leggi, leggine, regolamenti, e la loro sovraccumulazione e la mancanza di semplificazione di tutto e di tutti.

La stima preliminare del PIL, valutato ai prezzi del ’95, destagionalizzato e corretto per i diversi giorni lavorativi cresce nel quarto trimestre del 2006 su quello precedente dell’1,1% (+0,3 nel trimestre precedente): e del 2,9 nel quarto trimestre 2005, dunque in un anno (nel precedente trimestre, +1,7).

Il risultato congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e di una stasi in quello dell’agricoltura. Da notare che il quarto trimestre del 2006 ha avuto tre giornate di lavoro in meno rispetto al trimestre precedente e una in meno del quarto trimestre del 2005.

A comparazione e a far rimarcare la buona ripresa del PIL italiano: nel quarto trimestre di quest’anno quello britannico è cresciuto in termini congiunturali dello 0,8 e quello americano dello 0,9; mentre in termini tendenziali, rispetto allo stesso trimestre del 2005, il PIL è cresciuto dal 3%, appena sopra il nostro, in Gran Bretagna e del 3,4% negli Stati Uniti.

Tassi di crescita comparati dei grandi paesi  in %

 

2000-2005

1995-2005

2006

Quarto trimestre 2006

Quarto trimestre 2006

 

Dati medi

dati medi

dato previsto

congiunturale, sul trimestre precedente

tendenziale, sul quarto trimestre 2005

USA

1.2

3.3

3.4

0.9

3.4

Eu-25

0.9*

2.3*

2.9

0.9

3.4

-- Italia

0.3

1.3

2.0

1.1

2.9

-- Germania

0.3

1.3

2.7

0.9

3.7

-- Francia

0.7

2.1

2.0

0.6-0.7

2.2-2.4

-- Spagna

1.1

2.7

3.5

1.1

4.0

Regno Unito

1.2

2.8

2.7

0.8

3.0

* Dato per Eu-25 non disponibile. Si riporta il dato per l’Eu-19, cioè l’Eu-15 più Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria

Fonti: OECD Productivity Database (versione 13/10/06);

          ISTAT, comunicato stampa 13/2/2007;

         EUROSTAT, PIL stime flash, comunicato stampa 13/2/07

Prodotto interno lordo

Dati destagionalizzati e corretti per i giorni lavorativi (milioni di eurolire 1995):  dal 1° trimestre 2003 al 4° 2006

 

VALORI CONCATENATI

  Variazioni  %

sul trimestre precedente

   Variazioni  %

sul trimestre corrispondente

03 I

304.342

-0,3

0,6

03 II

303.739

-0,2

-0,1

03 III

304.561

0,3

-0,1

03 IV

305.283

0,2

0,0

04 I

306.382

0,4

0,7

04 II

307.442

0,3

1,2

04 III

308.149

0,2

1,2

04 IV

306.730

-0,5

0,5

05 I

305.527

-0,4

-0,3

05 II

307.488

0,6

0,0

05 III

308.598

0,4

0,1

05 IV

308.405

-0,1

0,5

06 I

310.818

0,8

1,7

06 II

312.700

0,6

1,7

06 III

313.718

0,3

1,7

06 IV

317.270

1,1

2,9

 

Conti economici nazionali 2004-2006

Nel 2006 il valore del PIL ai prezzi di mercato è stato pari a 1.475.401 milioni di € correnti, con un aumento del 3,7% rispetto al 2005. La crescita del PIL, espressa ai prezzi dell’anno precedente, è risultata pari all’1,9%, segnando una decisa accelerazione rispetto alla dinamica dell’anno precedente (con due giornate lavorative in meno rispetto al 2005).

Negli altri paesi, ad oggi, risultano aumenti del 3,3% negli Stati Uniti (ma già annunciato in drastica, effettiva riduzione, almeno al 2,5% nei dati corretti), del 2,7% nel Regno Unito ed in Germania, del 2,2% in Giappone e del 2%) in Francia. In Italia, all’aumento del prodotto si è accompagnata una crescita del 4,3%) delle importazioni di beni e servizi, che ha portato ad un incremento delle risorse disponibili pari al 2,4%.

Dal lato degli impieghi, la crescita in termini reali è stata dell’1% per quanto riguarda i consumi finali nazionali (+1,5% per la spesa delle famiglie residenti, -0,3% per la spesa delle Amministrazioni pubbliche, +4,4% per le istituzioni sociali private (Isp) e +2,3% in investimenti fissi lordi.

Le esportazioni di beni e servizi hanno fatto registrare un aumento complessivo del 5,3%, dovuto ad una crescita sia dei beni (+4,4%) che dei servizi (+8,8%).

L’aumento dei consumi privati interni è stato pari all’1,6%. Gli acquisti all’estero dei residenti sono diminuiti dell’1,2%, mentre le spese sul territorio italiano effettuate da non residenti sono aumentate del 5,6%.

La crescita del 2,3% degli investimenti fissi lordi è la sintesi di andamenti positivi degli investimenti in costruzioni (+2,1%), di macchinari ed attrezzature (+1,8%), degli acquisti di mezzi di trasporto (+3,7%) e dei beni immateriali (+7%).

Il deflatore del PIL (rapporto tra PIL nominale, a prezzi correnti, e PIL reale, a prezzi costanti) ha registrato nel 2006 un aumento dell’1,8%.. La ragione di scambio con l’estero ha registrato un peggioramento rispetto all’anno precedente: all’aumento del 9,1% dei prezzi all’importazione di beni e servizi ha fatto riscontro un aumento più contenuto (+5,2%) dei prezzi all’esportazione.

Dal punto di vista della formazione del prodotto, a sostenere la crescita in termini reali del PIL sono stati i settori dell’industria in senso stretto (+2,5%), delle costruzioni (+1,8%) e dei servizi (+1,9%). Agricoltura, silvicoltura e pesca hanno fatto registrare una diminuzione del valore aggiunto pari al 3,1%.

Conto economico delle risorse e degli impieghi -  Anno 2006 – Valori in milioni di euro

Aggregati

Valori a prezzi correnti

Variazioni % 2006/2005

Valori concatenati anno di riferimento 2000

Variazioni % 2006/2005

Prodotto interno lordo ai prezzi di mercato

1.475.401

3,7

1.255.848

1,9

Importazioni di beni e servizi fob

422.843

13,7

335.294

4,3

Consumi finali nazionali

1.174.481

3,9

991.543

1,0

- Spesa delle famiglie residenti

869.210

4,2

742.742

1,5

- Spesa delle AP

299.512

3,1

243.941

-0,3

- Spesa delle ISP

5.760

6,8

4.836

4,4

Investimenti fissi lordi

306.605

4,8

262.593

2,3

Variazione delle scorte

3.672

-

-

-

Oggetti di valore

2.754

15,9

9.620

-6,3

Esportazioni di beni e servizi fob

410.732

10,8

328.106

5,3

 

Contributi alla crescita del PIL (prezzi dell’anno precedente

Aggregati

2004

2005

2006

Domanda nazionale al netto delle scorte

1,1

0,5

1,3

- Consumi finali nazionali

0,7

0,6

0,8

    - Spesa delle famiglie residenti

0,4

0,3

0,9

    - Spesa della AP e Isp

0,3

0,3

-0,1

- Investimenti fissi lordi e oggetti di valore

0,4

-0,1

0,5

Variazione delle scorte

-0,1

-0,2

0,3

Domanda estera netta

0,2

-0,3

0,3

Prodotto interno lordo

1,2

0,1

1,9

 

Produzione industriale, fatturato, ordinativi, vendite e fiducia

A dicembre 2006 (base di riferimento 2000=100), l’indice tendenziale della produzione industriale (dunque rispetto allo stesso mese dell’anno prima: cioè, in tutto l’anno) lavorativi (ma con 18 giorni lavorativi rispetto ai 20 del dicembre 2005), è aumentato del 2,4%. Rispetto al novembre 2006, dunque nel dato congiunturale destagionalizzato, invece c’è un calo del 2%.

Nei dodici mesi iniziali dell’anno (e a parità di giorni lavorativi, 250 contro i 252 del 2005), l’aumento complessivo di produzione industriale è stato al +2,1%.

Indice della produzione industriale

(base 2000=100)                                                                                                                                Dicembre 2006

 

INDICI

 

VARIAZIONI %

 

Dic 2006

 

Dic 2006

Dic 2006

Gen-Dic 2006

 

 

Dic 2005

Nov2006

Gen-Dic 2005

Produzione industriale: dati grezzi

89,9

 

-0,8

-

+1,9

Produzione industriale: dati corretti per i giorni lavorativi

99,0

 

+5,0

-

+2,4

Produzione industriale: dati destagionalizzati

101,3

 

-

+2,0

-

 

Per principali raggruppamenti di industrie, nel tendenziale (dicembre 2006 su dicembre 2005) risultano variazioni positive per tutti i dati, con l’eccezione dell’energia, dove il calo di produzione, nel tendenziale, non è irrilevante: -3,1% mentre, nel congiunturale, marca un lievissimo recupero, +1,3%.

Indici della produzione industriale per raggruppamenti principali di industrie

(base 2000=100                                                                                                                                      Dicembre 2006              

RAGGRUPPAMENTI PRINCIPALI DI INDUSTRIE

DATI CORRETTI PER

I GIORNI LAVORATIVI

DATI

DESTAGIONALIZZATI

INDICI

 

VARIAZIONI %

 

INDICI

 

VARIAZIONI %

Dic 2006

Dic 2006

Dic 2005

Gen-Dic2006

Gen-Dic 2005

Dic 2006

Dic 2006

Nov 2006

Beni di consumo

95,2

+5,5

+1,1

99,3

+2,8

- durevoli

91,4

 

+4,7

+1,2

 

93,6

 

+1,6

- non durevoli

96,0

 

+5,6

+0,8

 

100,4

 

+2,6

Beni strumentali

105,5

+9,3

+5,2

101,5

+4,3

Beni intermedi

88,4

+7,0

+2,5

99,1

+1,3

Energia

129,3

-5,1

+0,2

115,4

+1,6

                   

Su base annua, l’indice che misura il contributo specifico di ciascun settore all’attività produttiva registra, a dicembre 2006 sullo stesso mese dell’anno prima (dati tendenziali) e, sempre a dicembre rispetto al novembre precedente (dati congiunturali e destagionalizzati) i risultati riflessi nella tabella che segue: 

Indici della produzione industriale per settori di attività economica

(base 2000=100                                                                                                                             Dicembre 2006

SETTORI DI ATTIVITA' ECONOMICA

DATI CORRETTI

PER I GIORNI LAVORATIVI

 

DATI DESTAGIONALIZZATI

Dic 2006

 Dic 2005

Gen-Dic 2006

Gen-Dic 2005

Dic 2006

 Nov 2006

Estrazione di minerali

+2,4

-3,4

 

+4,6

Attività manifatturiere

+7,2

+2,5

 

+2,0

Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco

+2,4

+0,8

 

-0,4

Industrie tessili e dell'abbigliamento

+13,0

0,0

 

+3,8

Industrie delle pelli e delle calzature

-0,8

+0,7

 

+0,7

Industria del legno e dei prodotti in legno (esclusi i mobili)

+2,0

+0,5

 

+2,0

Industria della carta, stampa ed editoria

-4,2

-1,7

 

+3,8

Raffinerie di petrolio

+6,4

-3,2

 

-3,6

Fabbricazione di prodotti chimici e fibre sintetiche

+5,5

+3,7

 

+0,3

Produzione di articoli in gomma e materie plastiche

+10,5

+2,7

 

+5,5

Lavorazione di minerali non metalliferi

+4,9

-1,5

 

+2,2

Produzione di metallo e prodotti in metallo

+11,1

+4,1

 

+2,2

Produzione di macchine e apparecchi meccanici

+6,6

+4,2

 

+1,7

Produzione di apparecchi elettrici e di precisione

+19,4

+7,7

 

+7,0

Produzione di mezzi di trasporto

+4,7

+7,3

 

+4,4

Altre industrie manifatturiere (compresi i mobili)

+3,6

-0,3

 

+2,2

Produzione di mobili

+2,2

+1,6

 

-1,1

Produzione di energia elettrica, gas e acqua

-8,2

+1,8

 

+1,1

 

L’indice grezzo del fatturato dell’industria (che registra le vendite già effettuate) attesta ancora per dicembre un aumento, del 2,7% rispetto allo stesso mese del 2005: +1,6 per il valore delle vendite sul mercato interno e +5,3% su quello estero. Il dato destagionalizzato del fatturato a dicembre, a confronto col mese precedente, segna un aumento 2,7%: rispettivamente, 2,6 e 3,1%.

L’indice degli ordinativi (cioè, delle vendite non ancora effettuate ma considerate acquisite), sempre dell’industria e sempre nel mese di dicembre, rispetto allo stesso mese di un anno prima (il dato tendenziale), riflette un incremento del 3,4%, combinato da un +1,4% sul mercato interno e +7,5 su quello estero. In leggero aumento anche il dato destagionalizzato degli ordinativi di dicembre rispetto a novembre: +0,7, in complesso, composto da +2 per il mercato interno e -1,6% dall’estero.

 

Indice del fatturato e degli ordinativi dell’industria

(base 2000=100)                                                                                                                                 Dicembre 2006

 

DATI GREZZI

DATI DESTAGIONALIZZATI

INDICI

VARIAZIONI %

INDICI

VARIAZIONI %

Dic 2006

Dic 2006

Gen-Dic 2006

Dic 2006

Dic 2006

Dic 2005

Gen-Dic 2005

Nov 2006

Fatturato Totale

119,0

+2,7

+8,3

122,7

+2,7

Nazionale

115,6

+1,6

+7,1

119,1

+2,6

Estero

128,1

+5,3

+11,4

132,6

+3,1

Ordinativi Totali

119,2

+3,4

+10,7

117,2

+0,7

Nazionali

112,6

+1,4

+9,4

110,5

+2,0

Esteri

134,1

+7,5

+13,4

132,5

-1,6

 

La suddivisione del fatturato nei singoli settori di attività economica dell’industria, è riflessa dalla

tabella seguente:

 

Indici del fatturato per settori principali di industria                                                          

                                                                                                                                                              Dicembre 2006                                                                                                                                                    

SETTORI DI ATTIVITÀ ECONOMICA

INDICI

VARIAZIONI %

Dic 2006

Dic 2006

Gen-Dic 2006

Dic 2005

Gen-Dic 2005

Estrazione di minerali

230,7

-12,9

+8,5

Attività manifatturiere

118,1

+3,0

+8,3

Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco

121,5

-0,4

+4,3

Industrie tessili e dell'abbigliamento

78,5

+7,1

+5,3

Industrie delle pelli e delle calzature

80,1

-0,9

+11,2

Industria del legno e prodotti in legno (esclusi i mobili)

110,6

+5,1

+9,0

Industria della carta, stampa ed editoria

96,9

-3,2

+2,5

Raffinerie di petrolio

125,7

-11,1

+5,3

Fabbricazione di prodotti chimici e fibre sintetiche

98,4

-0,2

+4,9

Produzione di articoli in gomma e materie plastiche

96,4

-2,7

+8,8

Lavorazione di minerali non metalliferi

112,8

-2,3

+3,0

Produzione di metallo e prodotti in metallo

132,1

+20,7

+15,1

Produzione di macchine e apparecchi meccanici

160,0

+4,5

+9,2

Produzione di apparecchi elettrici e di precisione

141,7

-6,3

+9,4

Produzione di mezzi di trasporto

124,2

+13,5

+17,8

Altre industrie manifatturiere (compresi i mobili)

97,1

-1,0

+3,9

Produzione di mobili

104,1

-2,4

+4,9

 

E la ripartizione degli ordinativi tra i diversi, principali  rami di industria, è riflessa da quest’altra tabella:

 

Indici degli ordinativi per raggruppamenti principali di industrie

                                                                                                                                                             Dicembre 2006

SETTORI DI ATTIVITÀ ECONOMICA

INDICI

VARIAZIONI %

Dic 2006

Dic 2006

Gen-Dic 2006

Dic 2005

Gen-Dic 2005

Industrie tessili e dell'abbigliamento

80,9

+2,7

+6,8

Industrie delle pelli e delle calzature

75,0

-1,1

+11,5

Industria del legno e prodotti in legno (esclusi i mobili)

110,0

+12,8

+9,2

Produzione della carta e dei prodotti di carta

92,5

+4,9

+2,0

Fabbricazione di prodotti chimici e fibre sintetiche

100,7

+1,0

+5,8

Produzione di metallo e prodotti in metallo

128,9

+15,1

+20,2

Produzione di macchine e apparecchi meccanici

147,8

+18,9

+10,6

Produzione di apparecchi elettrici e di precisione

136,9

-15,4

+3,6

Produzione di mezzi di trasporto

146,6

-6,7

+12,9

Produzione di mobili

92,6

-3,8

+6,4

 

L’indice del fatturato per industria, più esattamente per raggruppamento di industrie, come rivisto qui sotto in tabella:

 

Indici di fatturato per raggruppamenti principali di industrie

                                                                                                                                                            Dicembre 2006

 

DATI GREZZI

DATI DESTAGIONALIZZATI

INDICI

VARIAZIONI %

INDICI

VARIAZIONI %

Dic 2006

Dic 2006

Gen-Dic 2006

Dic 2006

Dic 2006

Dic 2005

Gen-Dic 2005

Nov 2006

Beni di consumo

102,1

+1,3

+5,1

113,1

+1,4

- durevoli

99,9

+0,2

+3,5

107,8

+2,6

- non durevoli

102,7

+1,7

+5,4

114,5

+1,1

Beni strumentali

151,9

+6,7

+11,1

123,8

+4,9

Beni intermedi

110,2

+4,0

+9,8

128,3

+3,6

Energia

139,4

-12,7

+6,3

135,8

-3,1

 

Indici del lavoro nelle grandi imprese: occupazione, retribuzioni, costo del lavoro

A dicembre, l’occupazione nelle grandi imprese dell’industria e dei servizi (quelle con più di 500 addetti: sul totale degli occupati alla data dell’ultima riclassificazione del 2002, il 21,9% dei dipendenti di tutta l’industria e di tutti i servizi ad essa relativi) ha registrato in termini congiunturali, dunque sul mese precedente, un aumento dello 0,1% al lordo della c.i.g. ed un calo dello 0,1% al netto.

In termini tendenziali (l’ultimo dicembre rispetto allo stesso mese del 2005), la variazione complessiva è stata di -0,2% al lordo della c.i.g. ed, al netto di c.i.g., di -0,1%.

In pratica, tenendo conto di quello che era il numero medio di posti di lavoro (2.041.000 unità) nelle grandi imprese al 2002, l’anno base, sono andate perse nel confronto tra dicembre 2006 e lo stesso mese del 2005 altre 3.000 posizioni lavorative dipendenti.

Nel complesso, nei dodici mesi del 2006, la media dell’occupazione, rispetto allo stesso periodo del 2005, cala dello 0,4% al lordo di c.i.g. e dello 0,2 al netto.

In dettaglio, le tabelle seguenti illustrano, specificamente, il quadro del lavoro e delle condizioni del lavoro nelle grandi imprese a novembre 2006.

Indici dell’occupazione alle dipendenze nelle grandi imprese

(base 2000=100)                                                                                                                                   Dicembre 2006

INDICATORI

INDICI

 

VARIAZIONI %

Dic. 2006

    Dic.2006 (a)

Dic.2006

Gen.- Dic. 2006

Nov.2006

Dic.2005

Gen.- Dic. 2005

Industria

 Lordo c.i.g.

84,6

0,0

-1,3

-1,6

 

 Netto c.i.g.

83,5

0,0

-1,1

-1,2

Servizi

 Lordo c.i.g.

99,3

0,1

0,6

0,4

 

 Netto c.i.g.

99,2

0,1

0,6

0,3

Totale

 Lordo c.i.g.

93,0

0,1

-0,2

-0,4

 

 Netto c.i.g.

92,6

-0,1

-0,1

-0,2

             

(a) Indici destagionalizzati

Indici delle ore effettivamente lavorate (netto c.i.g.) per dipendente nelle grandi imprese

(base 2000=100)                                                                                                                                    Dicembre 2006

SETTORI

DATI GREZZI

 

DATI DESTAGIONALIZZATI

 

DATI AL NETTO DEGLI

EFFETTI DI CALENDARIO

INDICI

 

INDICI

 

VARIAZIONI %

 

INDICI

 

VARIAZIONI %

Dic. 2006

 

Dic. 2006

 

Dic. 2006

 

Dic. 2006

 

Dic. 2006

Gen.-Dic.2006

 

 

Nov. 2006

 

 

Dic. 2005

Gen.-Dic.2005

INDUSTRIA

87,2

 

101,2

1,9

 

96,9

 

3,4

0,7

SERVIZI

95,6

 

98,9

0,0

 

100,8

 

1,6

1,2

TOTALE

92,2

 

99,3

0,4

 

99,3

 

2,4

1,0

 

Ore straordinarie, ore di c.i.g., ore di sciopero nelle grandi imprese

                                                                                                                                                                Dicembre 2006

INDICATORI

Dic. 2006

 

 

 

Dic.2006 (c)

Dic.2006 (c)

Gen.- Dic. 2006 (c)

Nov.2006

 

 Dic.2005

 

Gen.- Dic. 2005

INDUSTRIA

 

 

 

 

Ore straordinarie (a)

5,5

-

0,4

0,3

Ore di cassa integrazione guadagni (b)

30,5

4,9

-4,6

-4,7

Ore di sciopero (b)

1,4

-0,9

-10,2

-3,2

SERVIZI

 

 

 

 

Ore straordinarie (a)

7,4

-

1,1

0,4

Ore di cassa integrazione guadagni (b)

1,4

0,3

-0,2

0,5

Ore di sciopero (b)

2,0

1,7

-0,7

-0,3

TOTALE

 

 

 

 

Ore straordinarie (a)

6,7

-

0,9

0,4

Ore di cassa integrazione guadagni (b)

12,1

1,2

-2,1

-1,7

Ore di sciopero (b)

1,8

0,7

-4,3

-1,4

a) % rispetto alle ore ordinarie effettivamente lavorate

(b) % su 1000 ore lavorate

(a)) differenze assolute

 

Indici delle retribuzioni nelle grandi imprese

(base 2000=100)                                                                                                                                     Dicembre 2006

INDICATORI

INDICI

 

VARIAZIONI %

Dic. 2006

   Dic.2006 (a) (a)

Dic.2006

Gen.- Dic. 2006

Nov.2006

Dic.2005

Gen.- Dic. 2005

INDUSTRIA

 

 

 

 

Retribuzione lorda media per ora lavorata

218,0

3,8

6,4

4,2

Retribuzione lorda media per dipendente

190,0

-

3,3

4,4

di cui retribuzione continuativa

121,0

-

2,3

3,3

 SERVIZI

 

 

 

 

Retribuzione lorda media per ora lavorata

185,5

1,2

3,2

1,4

Retribuzione lorda media per dipendente

177,4

-

1,5

2,2

di cui retribuzione continuativa

117,4

-

1,3

2,2

 TOTALE

 

 

 

 

Retribuzione lorda media per ora lavorata

197,8

1,4

4,4

2,5

Retribuzione lorda media per dipendente

182,3

-

2,2

3,0

di cui retribuzione continuativa

118,8

-

1,6

2,5

           

(a) Indici destagionalizzati

 

Indici del costo del lavoro nelle grandi imprese

(base 2000=100)                                                                                                                               Dicembre 2006

INDICATORI

INDICI

 

VARIAZIONI %

Dic. 2006

Dic.2006 (a)

Dic.2006

Gen.- Dic. 2006

Nov.2006

Dic.2005

Gen.- Dic. 2005

INDUSTRIA

 

 

 

 

Costo del lavoro medio per ora lavorata

214,3

3,4

5,8

3,5

 Costo del lavoro medio per dipendente

186,9

-

2,8

3,7

 SERVIZI

 

 

 

 

Costo del lavoro medio per ora lavorata

  182,7

1,5

2,5

0,6

 Costo del lavoro medio per dipendente

174,7

-

0,8

1,5

 TOTALE

 

 

 

 

Costo del lavoro medio per ora lavorata

194,5

1,4

3,7

1,8

 Costo del lavoro medio per dipendente

179,3

-

1,5

2,3

           

(a) Indici destagionalizzati

 

Bilancia commerciale

Nel mese di dicembre 2006, rispetto allo stesso mese del 2005, gli scambi dell’Italia verso i paesi UE hanno visto aumentare le esportazioni del 9,2% e le importazioni del 5,1. Il saldo commerciale è risultato negativo per 1.101 milioni di €, rispetto al disavanzo di 1.576 milioni dello stesso mese dell’anno precedente.

Rispetto al mese precedente, al novembre 2006, i dati destagionalizzati registrano adesso, a dicembre, un calo aumento del 4,2% per le esportazioni e del 4,8% per le importazioni.

Da gennaio a dicembre, e rispetto agli stessi dodici mesi del 2005, le esportazioni sono cresciute del 6,6% e le importazioni del 7,3 con saldo negativo per 1.997 milioni di € a fronte di un attivo di 791 milioni dello stesso periodo di un anno fa.

Considerando, invece, il più allargato interscambio complessivo dell’Italia, a dicembre rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, le esportazioni sono cresciute del 10,7% e le importazioni del 7 con un saldo commerciale negativo per €591 milioni a fronte, negli stessi mesi del 2005, di un deficit di 1.416 milioni.

Nel confronto con novembre, i dati destagionalizzati indicano, a dicembre 2006, un aumento del 5,3% per le esportazioni e una flessione del 4,5% per le importazioni.

E in tutto il 2006, nel dato complessivo a confronto con il 2005, l’export ha segnato un +8,8% e l’import +12,3 con saldo negativo per 21.116 milioni di €, a confronto coi 9.369 milioni del 2005..

La tabella seguente riflette la situazione in maniera completa:

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi UE e in complesso

                                                                                                                                                          Novembre 2006 (a)


 

DATI GREZZI

DATI DESTAGIONALIZZATI

MILIONI DI EURO

VARIAZIONI %

MILIONI DI EURO

VARIAZIONI %

Dic.2006

Gen-dic.06

Dic.06

Dic.05

Gen-dic.06

Gen-dic.05

Dic.2006

Dic.06

     Nov.06

PAESI UE

Esportazioni

14.711

189.538

9,2

6,6

17.559

4,2

Importazioni

15.812

191.535

5,1

7,3

17.179

4,8

Saldi

-1.101

-1.997

 

 

380

SCAMBI COMMERCIALI IN COMPLESSO

Esportazioni

27.649

326.204

10,7

8,8

30.455

5,3

Importazioni

28.240

347.320

7,0

12,3

31.176

4,5

Saldi

-591

-21.116

 

 

-721

               

I dati provvisori di dicembre sugli scambi coi paesi extra UE sono stati diffusi già il 26 gennaio.

 

Nel mese di dicembre 2006, tra i principali partner commerciali, si registra un significativo aumento tendenziale delle esportazioni verso la Germania (+10,7%), la Spagna (+8,7%) e la Francia (+4,3%). Meno intensa è la crescita verso il Regno Unito (+1,9%). Nel complesso dei paesi, i più alti incrementi tendenziali delle esportazioni si sono registrati nei confronti di Lituania (+123,5%), Estonia (+112,5%), Polonia (+27,6%), Svezia (+25,2%) e Cipro (+25%). Flessioni si sono avute nei riguardi di Portogallo (-7,3%) e Finlandia (-0,9%). Le importazioni dai paesi maggiori partner commerciali sono aumentate dalla Spagna (+16%), dai Paesi Bassi (+14,1%) e dalla Germania (+2%) e diminuite dal Regno Unito (-1,1%) e dalla Francia (-1%). Considerando l’insieme dei paesi, gli aumenti più marcati delle importazioni hanno riguardato Cipro, Estonia, Slovacchia, Lettonia e Finlandia, le riduzioni più accentuate si sono registrate con Malta, Grecia e Belgio.

Nel periodo gennaio-dicembre 2006, rispetto allo stesso periodo del 2005, le esportazioni sono maggiormente cresciute verso Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Belgio e Irlanda, riducendosi verso Danimarca,Cipro e Regno Unito. Dal lato delle importazioni gli incrementi più accentuati si sono registrati per Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Finlandia; riduzioni hanno interessato Malta, Irlanda, Cipro, Lussemburgo e Regno Unito.

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi dell'UE

                                                                                                                                                                              Dicembre 2006                    

PAESI

ESPORTAZIONI

IMPORTAZIONI

SALDI

QUO

TE  %(a)

VARIAZIONI %

QUO

TE  %(a)

VARIAZIONI %

MILIONI DI EURO

Dic.06

Dic.05

Gen-dic.06

Gen-dic.05

Dic.06

Dic.05

Gen-dic.06

Gen-dic.05

Dic.06

Gen-dic.06

Francia

12,3

4,3

3,3

10,0

-1,0

2,9

269

6.334

Paesi Bassi

2,4

3,0

6,5

5,7

14,1

10,1

-1.056

-11.493

Germania

13,2

10,7

8,3

17,3

2,0

7,7

-1.451

-15.003

Regno Unito

6,6

1,9

-0,1

4,0

-1,1

-1,5

538

7.398

Irlanda

0,5

20,7

15,6

1,3

2,7

-8,7

-170

-2.044

Danimarca

0,9

10,8

-2,4

0,7

14,7

2,0

-21

277

Grecia

2,0

14,5

7,4

0,5

-24,2

15,1

377

4.693

Portogallo

1,1

-7,3

8,3

0,4

-5,1

10,6

119

2.060

Spagna

7,5

8,7

4,8

4,3

16,0

8,4

691

9.281

Belgio

2,7

15,4

16,5

4,5

-9,3

5,0

-326

-5.095

Lussemburgo

0,2

20,7

2,0

0,4

-6,3

-4,1

-37

-670

Svezia

1,0

25,2

13,2

1,2

2,2

6,0

-43

-439

Finlandia

0,5

-0,9

2,2

0,6

47,6

24,0

-174

-666

Austria

2,5

3,2

7,3

2,5

13,6

10,5

-129

-651

Cipro

0,2

25,0

-1,4

0,0

1238,3

-7,4

52

670

Repubblica Ceca

1,0

18,0

9,8

0,8

35,0

27,9

-16

115

Estonia

0,1

112,5

43,4

0,0

69,3

37,9

31

260

Ungheria

1,0

21,1

10,2

0,9

21,2

17,8

-58

-109

Lettonia

0,1

17,8

24,1

0,0

51,8

16,4

20

254

Lituania

0,1

123,5

42,0

0,1

20,4

19,2

59

364

Malta

0,2

17,5

7,6

0,1

-45,4

-15,8

46

571

Polonia

1,9

27,6

21,2

1,3

11,1

33,2

154

1.288

Slovacchia

0,4

13,6

18,4

0,5

66,2

26,9

-81

-545

Slovenia

0,9

18,2

6,5

0,6

13,7

5,9

97

1.063

TOTALE (b)

59,3

9,2

6,6

57,7

5,1

7,3

-1.101

-1.997

 

Nel mese di dicembre 2006 gli incrementi tendenziali più elevati delle esportazioni si registrano per i metalli e prodotti in metallo (+38%), per il legno e prodotti in legno (esclusi i mobili) (+27,4%), per i prodotti petroliferi raffinati (+21,2%), per i prodotti dell’agricoltura e della pesca (+15,5%) e per i mezzi di trasporto (+12,5%). In flessione risultano i prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (meno 8%), i prodotti alimentari, bevande e tabacco (meno 1,5%) e i prodotti dell’industria tessile e dell’abbigliamento e il cuoio e prodotti in cuoio (entrambi meno 1%).

Alle importazioni i maggiori incrementi si osservano per i metalli e prodotti in metallo (+38,7%), per il legno e prodotti in legno (esclusi i mobili) (+29,9%), per gli altri prodotti dell’industria manifatturiera (compresi i mobili) (+17%), per l’energia elettrica, gas e acqua (+16,3%) e per i minerali non energetici (+13,8%).

A gennaio, il dato tendenziale, dunque rispetto allo stesso mese del 2006, riflette un aumento dell’8,1% delle esportazioni verso i paesi extra-UE, a fronte di importazioni che crescono dell’11,4%. Saldo commerciale negativo, nello stesso mese, per 4.358 milioni di € a fronte di quello di 3.360 milioni dello stesso mese di un anno fa.

In termini congiunturali, ed al netto degli effetti stagionali, il dato relativo alle esportazioni di questo gennaio – rispetto al dicembre immediatamente precedente – vede esportazioni in aumento del 7,9% e un aumento più contenuto dell’import all’1,1%.

In gennaio 2007, a confronto sempre con lo stesso mese del 2006, l’export è aumentato dell’8, 1 e l’import dell’11,4 con saldo negativo per 4.358 milioni di € rispetto ad un disavanzo di 3.660. milioni nello stesso periodo di un anno fa.

 Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi extra UE

                                                                                                                              Gennaio 2007

DATI GREZZI

DATI DESTAGIONALIZZATI

MILIONI DI EURO

VARIAZIONI %

MILIONI DI EURO

VARIAZIONI %

Gennaio 2007

Gen.07

Gen.06

 

Gen.2007

Gen.07

Dic.06

 


PAESI EXTRA UE

Esportazioni

9.179

8,1

11.181

-7,9

Importazioni

13.537

11,4

13.191

-1,1

Saldi

-4.358

 

 

-2.010

 

           

 

Nel mese di gennaio, rispetto allo stesso di un anno fa (variazione tendenziale), esportazioni, importazioni e saldi sono andati come dalla tabella seguente:

Esportazioni,  importazioni  e  saldi  della  bilancia  commerciale con  i paesi extra UE, per aree geoeconomiche principali

                                                                                                                                                                        Gennaio 2007

PAESI E AREE

GEOECONOMICHE

ESPORTAZIONI

IMPORTAZIONI

SALDI

 

QUOTE %  (a)

VARIAZIONI %

 

QUOTE % (a)

VARIAZIONI %

MILIONI DI EURO

Gen.07

Gen.06

Gen.07

Gen.06

Gennaio 2007

EFTA

4,3

20,5

3,7

6,9

70

Russia

2,0

18,6

3,8

4,7

-692

Altri paesi europei

2,2

7,3

1,6

32,0

-42

Turchia

2,1

1,9

1,4

11,5

-18

OPEC

4,0

35,0

8,8

-4,4

-1.790

USA

8,0

-1,0

3,5

2,5

788


Mercosur

0,9

-11,3

1,3

25,0

-299

Cina

1,5

5,0

4,6

34,9

-1.569

Giappone

1,5

12,1

1,6

16,1

-186

EDA

3,0

-2,5

2,7

17,6

-133

Altri paesi

9,1

4,4

7,6

17,1

-486

Totale

38,8

8,1

40,6

11,4

-4.358

 (a) La percentuale delle quote è sul totale dei flussi di scambio commerciale con i paesi exra-UE nel dato definitivo 2005

Quanto alla distribuzione di export ed import per settori di attività economica, aumenti e flessioni nei periodi presi in esame sono riprodotti in quest’altra tabella:

Esportazioni, importazioni e saldi della bilancia commerciale con i paesi extra UE, per settore di attività

                                                                                                                                                                              Gennaio 2007                                                                                                                                                                                                       

SETTORI DI ATTIVITÀ ECONOMICA

ESPORTAZIONI

IMPORTAZIONI

SALDI

QUO

TE

% (*)

VARIAZIONI %

QUO

TE

% (*)

VARIAZIONI %

MILIONI DI EURO

Gennaio 07

Gennaio 06

Gennaio 07

Gennaio 06

Gennaio 2007

Prodotti dell’agricoltura e della pesca

0,2

2,4

1,3

-0,6

-320

Prodotti delle miniere e delle cave

0,1

(a)

13,2

-2,9

-4.231

Minerali energetici

0,0

(a)

12,6

-3,5

-4.022

Minerali non energetici

0,1

(a)

0,7

9,1

-209

Prodotti trasformati e manufatti

38,0

8,1

25,5

21,9

253

Prodotti alimentari, bevande e tabacco

1,9

3,9

1,3

21,2

-28

Prodotti dell'industria tessile e

dell'abbigliamento

3,6

10,9

2,8

16,3

-189

Cuoio e prodotti  in cuoio

2,0

11,1

1,2

17,4

15

Legno e prodotti in legno (esclusi i mobili)

0,2

7,1

0,4

14,6

-85

Carta e prodotti di carta, stampa ed

editoria

0,5

4,7

0,5

8,4

-46

Prodotti petroliferi raffinati

1,8

33,0

1,4

-21,2

229

Prodotti chimici e fibre sintetiche 

artificiali

4,0

3,2

3,2

16,4

-74

Articoli in gomma e in materie plastiche

0,9

12,5

0,5

20,3

28

Prodotti della lavorazione di minerali non

metalliferi

1,3

8,8

0,3

18,2

167

Metalli e prodotti in metallo

3,2

15,3

4,3

73,1

-1.230

Macchine ed apparecchi meccanici

9,4

19,1

2,1

30,9

1.465

Apparecchi elettrici e di precisione

3,6

11,2

3,8

-3,6

-163

Mezzi di trasporto

3,3

-18,7

2,6

23,4

31

Altri prodotti dell'industria manifatturiera

(compresi i mobili)

2,4

-18,5

0,9

6,0

132

 Mobili

1,1

7,3

0,2

6,5

128

Energia elettrica, gas e acqua

0,0

(a)

0,4

-34,7

-106

Altri prodotti n.c.a.

0,4

(a)

0,1

(a)

46

TOTALE

38,8

8,1

40,6

11,4

-4.358

             

 (a) Erraticità delle serie storiche ed esiguità dei valori non fanno riportare le variazioni

Prezzi al consumo

I dati provvisori sull’inflazione per l’intera collettività nazionale a febbraio, rilevati dall’ISTAT, registrano un aumento dello 0,4% su gennaio e di +1,9%, con 0,2 punti percentuali di aumento sullo stesso mese dell’anno precedente.

Nel dato armonizzato europeo dei prezzi al consumo – che armonizza, appunto, e poi anche pondera anche i prezzi in riduzione temporanea (saldi di fine stagione, sconti, vendite promozionali) in diversi periodi nei diversi paesi – rispetto a gennaio si registra, adesso, a febbraio, una variazione di +0,1% (congiunturale), mentre la variazione rispetto allo stesso mese del 2006 (tendenziale) aumenta leggermente al +2,1%.

Indici dei prezzi al consumo

                                                                                                                              Febbraio 2007

 

INDICI

VARIAZIONI  %

INDICI DEI PREZZI AL CONSUMO

Febbraio

2006

Febbraio

2007

Feb.07

Gen.07

Feb.07

Feb.06

  Nazionale per l’intera collettività (base 1995=100), con tabacchi

128,7

131,1

+0,4

+1,9

  Armonizzato (base 2005=100) comprensivo delle riduzioni temporanee di prezzo

100,2

102,3

+0,1

+2,1

 

Sulla base dei dati finora pervenuti gli aumenti congiunturali più significativi dell’indice per l’intera collettività si sono verificati per bevande alcoliche e tabacchi (+1,9%), servizi sanitari e spese per la salute (+1%) e mobili, articoli e servizi per la casa (+0,7%); variazioni nulle si sono verificate nei capitoli prodotti alimentari e bevande analcoliche e trasporti; una variazione negativa si è registrata nel capitolo comunicazioni (-0,5%).

Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati nei capitoli bevande alcoliche e tabacchi (+4,6%), abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+4,4%), prodotti alimentari e bevande analcoliche, servizi ricettivi e di ristorazione e altri beni e servizi (+2,4% per tutti e tre). Variazioni tendenziali negative si sono verificate nei capitoli comunicazioni (-5%) e servizi sanitari e spese per la salute (-1,1%).

Indici dei prezzi al consumo per capitolo di spesa

(base 1995=100)                                                                                                                                 Febbraio 2007

CAPITOLI

INDICI

(BASE 1995=100)

VARIAZIONI  PERCENTUALI

Rispetto al

mese

precedente

 

Rispetto al corrispondente mese dell’anno

precedente

 

 

 

Rispetto a

Mar. 98

Prodotti alimentari e bevande analcoliche

126,1

  0,0

+2,4

Bevande alcoliche e tabacchi

167,4

+1,9

+4,6

Abbigliamento e calzature

132,0

+0,1

+1,5

Abitazione, acqua, elettr. e combustibili

147,1

+0,6

+4,4

Mobili, articoli e servizi per la casa

126,4

+0,7

+1,9

Servizi sanitari e spese per la salute

121,6

+1,0

 -1,1

Trasporti

134,3

  0,0

+1,0

Comunicazioni

  76,0

 -0,5

 -5,0

Ricreazione, spettacoli e cultura

121,7

+0,6

+1,8

Istruzione

135,8

+0,1

+2,2

Servizi ricettivi e di ristorazione

143,7

+0,1

+2,4

Altri beni e servizi

139,0

+0,5

+2,4

Indice generale

131,1

+0,4

+1,9

 

 

Prezzi alla produzione

A gennaio, l’indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali, elaborato sulla base dei dati pervenuti dalle imprese entro fine mese, diminuisce dello 0,1% rispetto al mese prima e registra un aumento del 3,9 complessivo sul mese di gennaio 2006 (dal +5,2% del mese precedente).

Calcolato al netto dell’energia, l’indice ha registrato una variazione congiunturale a +0,5% ed a +4,3% nel tendenziale.

La variazione della media dell’indice generale negli ultimi dodici mesi rispetto a quella dei dodici precedenti pari a +5,5%.

Indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali

(base 2000=100)                                                                                                                                     Gennaio 2006

    INDICE

VARIAZIONI %

Gennaio

 

 

 

 

Gen 07

Gen 07

Feb 06-Gen 07 (b)

2007

Dic 06

Gen 06

       Feb 05-Gen 06

118,3

-0,1

+3,9

 

+5,5

 

Le variazioni verificate per i diversi prodotti, adesso, a gennaio rispetto a dicembre (dati congiunturali, dunque) e questo gennaio allo stesso mese di un anno fa (tendenziali) sono riportate in dettaglio nella tabella che segue:

Indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali per settore di attività

                                                                                                                                                                  Gennaio  2006

SETTORI DI ATTIVITÀ ECONOMICA

INDICI(a)

VARIAZIONI %

Gennaio

Gen 07

Gen 07

Feb 06-Gen 07 (a)

2007

Dic 06

Gen 06

    Feb 05-Gen 06

Prodotti delle miniere e delle cave

136,0

-0,2

+2,4

+11,7

Prodotti trasformati e manufatti

115,0

-0,1

+2,9

+3,7

Prodotti alimentari, bevande e tabacco

112,9

+0,5

+3,5

+2,4

Prodotti dell'industria tessile e dell'abbigliamento

108,0

+0,1

+1,1

+0,8

Cuoio e prodotti in cuoio

110,1

+0,3

+2,6

+2,2

Legno e prodotti in legno (esclusi i mobili)

114,6

+1,1

+5,4

+2,9

Carta e prodotti di carta, stampa ed editoria

108,8

+0,4

+2,8

+3,1

Prodotti petroliferi raffinati

118,9

-5,6

-9,2

+6,2

Prodotti chimici e fibre sintetiche ed artificiali

114,9

+0,7

+4,0

+3,0

Articoli in gomma e materie plastiche

111,3

+0,6

+2,4

+2,8

Prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi

116,5

+0,6

+2,0

+2,1

Metalli e prodotti in metallo

131,9

+0,6

+11,2

+8,5

Macchine ed apparecchi meccanici

109,8

+0,6

+2,6

+2,1

Apparecchi elettrici e di precisione

108,5

+0,2

+2,4

+3,1

Mezzi di trasporto

109,4

+0,5

+1,0

+1,1

Altri manufatti (compresi i mobili)

116,8

+0,7

+5,3

+4,6

Mobili

113,0

+0,5

+2,4

+1,6

Energia elettrica, gas e acqua

149,2

+0,4

+13,1

+21,4

Indice generale

118,3

-0,1

+3,9

+5,5

(a) Variazione sulla media degli indici relativi ai dodici mesi

Le variazioni per raggruppamenti di industria (primo dato, congiunturale, gennaio 2007 su dicembre; secondo, questo gennaio rispetto a quello di un anno fa, cioè il tendenziale) sono riflesse, invece, nella tabella sottostante:

Indici dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali per raggruppamenti principali di industria

                                                                                                                                                                    Gennaio 2006

RAGGRUPPAMENTI PRINCIPALI DI INDUSTRIE

INDICI

VARIAZIONI %

Gennaio

Gen 07

Gen 07

Feb 06-Gen 07

2007

Dic 06

Gen 06

Feb 05-Gen 06

Beni di consumo(c)

111,6

+0,5

+2,3

+1,8

   Beni di consumo durevoli

110,5

+0,7

+2,7

+2,3

   Beni di consumo non  durevoli

111,8

+0,4

+2,1

+1,7

Beni strumentali

110,1

+0,6

+2,3

+1,8

Beni intermedi

119,8

+0,5

+6,9

+5,7

Energia

135,6

-2,1

+2,7

+14,3

Indice generale

118,3

-0,1

+3,9

+5,5

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Leggendo, o anche solo scorrendo, la letteratura economica internazionale – letteratura in senso lato: libri, pubblicazioni accademiche, resoconti di conferenze e dibattiti, articoli e saggi… – come, non sempre con goduria, ci capita di frequente, sempre più di frequente capita anche di imbattersi in una specie di doppio linguaggio alla Orwell (ricordate? il doublespeak o newspeak della lessicografia orwelliana, quello che deliberatamente distorce la realtà per mascherare, falsificandola in modo più accettabile di quanto altrimenti sarebbe stato: esempi noti, soluzione finale per sterminio, supervisione per sorveglianza, aggiustamento di personale per licenziamento o, peggio, pace per guerra e odio per amore…).

Per cui nella nostra economia di riferimento – quella americana – deindustrializzazione = crescita, debito = ricchezza, svendita = investimento interno, inflazione = stabilizzazione dei prezzi, lavaggio del denaro sporco = deregolazione monetaria… e bla, bla, bla…

A volte, viene da riflettere, no?

L’indice di potere d’acquisto reale, empiricamente ma realisticamente sviluppato paragonando il costo di un Big Mac, la polpetta o l’hamburger (uguale dappertutto) dei tanti McDonald nei vari paesi del mondo, evidenzia come il Big Mac costi di meno in Cina (lo yuan è valutato qui al 56% in meno del suo reale potere d’acquisto: per molti altri beni di consumo anche del doppio, quando non del 200%); mentre in Islanda costa il 58% in più di quanto costa a New York (a corona islandese è sopravvalutata di tanto, in potere reale d’acquisto, rispetto al dollaro).

L’indice notoriamente è più affidabile e riflette meglio la realtà tanto più da vicino quanto più vicini sono i livelli di sviluppo dei vari paesi rispetto a quello degli Stati Uniti d’America: con questo metro, la valuta più sottovalutata rispetto al dollaro è lo yen giapponese (-28%: in potere d’acquisto con 72 centesimi di dollaro si compra la quantità di Big Mac che a New York ne costa uno) e quella più sopravvalutata è l’euro (+19%).

L’UNICEF, l’organismo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha pubblicato un Rapporto-ricerca[3] che valuta il comportamento dei paesi “ricchi” verso la loro infanzia: le condizioni di vita ed il benessere dei bambini nei 21 paesi più tradizionalmente definiti, ed autodefinentesi, come i più economicamente sviluppati del mondo.

Allora, tra questi 21 paesi (quelli membri dell’OCSE: ne restano fuori nove per i quali non esistono dati sufficienti):

• il “meglio” è l’Olanda, con la media di 4,2 (su sei parametri – benessere materiale; salute e sicurezza; livello di istruzione; tipo di rapporti familiari e con i coetanei; comportamenti e rischi; percezione soggettiva del benessere – che vanno dall’1, quello migliore, in su verso i valori più alti che denotano la situazione peggiore: quindi, il valore più alto, in realtà, diventa quello più basso);

• il “peggio” è la Gran Bretagna, con 18,2;

• l’Italia è buona ottava, con 10 (col valore più soddisfacente, in assoluto, fra tutti i parametri riguarda, però, proprio l’Italia per uno dei sei parametri, quello sui rapporti familiari e coi coetanei, che è uguale a 1…).

Il prezzo del petrolio è salito di nuovo a causa del freddo polare che, a inizio mese, ha colpito l’America del Nord. Il 7 febbraio ha di nuovo sfiorato i $60 al barile[4].

Sale la polemica sull’effetto serra, su chi dovrebbe ridurre di più, e per primo, le emissioni di gas venefici nell’atmosfera. La tesi più diffusa in occidente, specie dopo il rapporto dell’ONU di fine 2007 sull’urgenza del problema, è che bisognerebbe far qualcosa di serio per ridurre il pericolo oggi maggiormente incombente: cioè, l’emissione di gas serra nei grandi paesi nuovamente in via di sviluppo – Cina, India, Brasile – che si vanno adesso industrializzando è che, facendolo, stanno moltiplicando l’inquinamento atmosferico al di là del sopportabile.

Il che implica dire che sopportabile era finché ad industrializzarsi erano solo gli Stati Uniti e gli altri paesi fondatori dell’OCSE: i paesi più sviluppati. Solo che Cina, India, Brasile non ci stanno. Rifiutano di accettare i limiti che chiedono loro gli altri. Sostengono, e denunciano, che su base pro-capite le loro emissioni continuano a restare molto, decine di volte, al di sotto di quelle dei paesi ricchi.

E sottolineano che l’inquinamento atmosferico degli ultimi 200 anni è stato, finora, il principale responsabile del problema. E’ un fatto che  sono dieci anni e non più che anche Brasile, Cina ed India si sono messi a sputare veleno nell’aria.

Sacrosanto… Uno degli articoli a metterlo più correttamente in evidenza è uscito di recente sul NYT[5]. Ma, parlando di rimedi possibili, ignora praticamente l’idea che, in embrione e in maniera assai grezza, pur viene accennata nell’accordo di Kyoto sotto il titolo di “meccanismo per uno sviluppo pulito”.

Che, poi, è l’unica via concretamente agibile per incentivare chi, come tutti, ne ha ormai un disperato bisogno ma, molto più di altri, ha anche la necessità di essere aiutati ed incentivato a smettere di usare l’atmosfera come una discarica municipale, per accumularci tutta la sporcizia del mondo…

Il fatto è che, in pratica, l’unico modo possibile di ottenere lo scopo – ridurre le emissioni venefiche – sta nel riuscire a ridurle cambiando le traiettorie di sviluppo di paesi come la Cina e l’India. Un costo che, però, né India né Cona sono disponibili a pagare: devono recuperare decenni di ritardo nel loro sviluppo.

Ma, se chi dice di preoccuparsi del problema del riscaldamento globale nel mondo ricco che storicamente né è il maggior responsabile, se ne preoccupasse poi realmente, allora bisognerebbe sviluppare l’idea di Kyoto mostrandosi anche concretamente disponibile, in parte non solo simbolica,  anche a pagarne il prezzo.

Il punto è che il problema non è, dunque, insolubile. Non lo sarebbe, se fossimo disponibili – certo, evidentemente, in proporzione al consumo globale effettivo pro-capite ed alle responsabilità storiche che abbiamo avuto nell’accumulo di veleno nell’atmosfera – a pagare per abbattere l’aggravamento continuo dell’effetto serra.

Per un decennio, almeno, gli economisti americani, come si dice, mainstream – la traduzione che ci sembra migliore è allineati e coperti – e non solo quelli americani, hanno predicato all’Europa che per migliorare la performance della loro economia: flessibilizzare, di fatto licenziare e deregolamentare al massimo il mercato del lavoro. Come in America.

Sono effetti – licenziamento, carenza di protezione dei diritti dei lavoratori sul lavoro, precarietà diffusa: lo cominciano a riconoscere anche studiosi ed autori[6] statunitensi di provata fede liberomercatista – che nelle statistiche si traducono in piena occupazione o, comunque, in un tasso di occupazione migliore.

C’è chi chiama questo fenomeno “distruzione creativa” – spingendo all’assurdo e come lui mai avrebbe fatto le teorie di Schumpeter[7] sullo sviluppo dinamico: è necessario distruggere l’esistente per costruire… – e bisogna ammettere che, però, sta prendendo piede come vediamo ogni giorno di più, anche se con qualche maggiore difficoltà, pure in Europa.

Barry Eichengreen, che insegna economia a Berkeley, all’Università di California, lo teorizza con grande sicumera: “cercare di evitare questa distruzione creativa è una ricetta garantita di minor crescita e di minor produttività”.

Certo, dipende dalla qualità della crescita e dalla qualità della vita che la distruzione creativa assicura alle vittime lasciate sul campo e alle corti di lavoratori che, in queste condizioni di precarietà strutturale, vengono immesse sul mercato del lavoro. Ma, come si sa, gente così – gente che saluta con favore la distruzione del lavoro degli altri: guai a chi gli tocca il proprio, però… – ce n’è non poca del resto anche da noi.

Perché, poi, è vero che “peggio che essere sfruttati, è non essere sfruttati per niente…[8]”.

Il fatto che mette ora di nuovo in dubbio le certezze presunte del mainstream liberista è che la crescita sta rallentando in America e sta salendo in Europa, che il mercato del lavoro con tutta la sua carica di precarietà strutturale sta lì, al meglio bloccato, in America e migliora, pur con minore precarietà strutturale, in Europa…

Ma la questione è resa un po’ più complicata proprio dal fatto che tanto l’Europa quanto il Giappone hanno assunto e fatta propria anche una dose della cura americana, continuando però a prestare maggiore attenzione all’obiettivo e, comunque in modo maggiore di quanto faccia l’America, anche alla pratica dell’uguaglianza da perseguire come valore in sé societario.

Viene a questo punto anche il sospetto che alcune difficoltà dell’Europa, negli ultimi quindici anni, rispetto all’economia americana siano state più che altro l’effetto economico che ha accompagnato lo slancio politico della riunificazione tedesca e delle incertezze che hanno accompagnato la riorganizzazione e l’integrazione dell’Unione europea, l’adozione dell’euro, l’allargamento…

Dice un altro economista americano famoso, ma abbastanza – lui – eterodosso, Richard B. Freeman di Harvard, che ormai appare “ovvio, a chi è in buona fede, come sia il mix appropriato di sicurezza e di flessibilità che bisogna raggiungere”: infatti, “se è impossibile proteggere uno per tutta la durata della sua vita lavorativa, perché sarebbe un sistema che cancella ogni incentivo, non si può dire a nessuno che non avrà mai alcuna sicurezza nella sua vita lavorativa[9].

Chi sa perché, ma ci sembra una constatazione di grande buon senso…

Di grande buon senso, del resto, ci sembra anche il sistema giapponese, così come viene descritto da Yoshi Tsurumi[10], che insegna al Baruch College, a Manhattan, il sistema gerarchico che distribuisce il “dolore” d’una situazione economicamente difficile in senso proporzionale alla capacità di sopportarlo meglio.

Se un’azienda ha difficoltà, prima si tagliano i dividendi, poi i salari― ma cominciando dall’alto, non dagli operai ma dai managers. Solo alla fine si pensa ai licenziamenti. Questo, certo, è lo schema: non è che poi sempre funzioni proprio così; da noi invece è certo che i compensi del management sono tagliati per ultimi.

L’articolo dal quale abbiamo lungamente citato – perché, data la fonte e dato l’autore ci sembrano marcare un punto di svolta reale – citando a sua volta Jared Bernstein, senior-economist dell’Economic Policy Institute di Washington, sostiene che “europei e giapponesi capiscono come le moderne economie siano perfettamente in grado di sostenere il peso delle protezioni sociali senza ammazzare per questo la gallina dalle uova d’oro” e conclude che: “questa comprensione forse arriverà a radicarsi anche tra gli economisti americani e dentro la politica del paese, improvvisamente privati della nostra lungamente affermata certezza che la colpa della debole crescita economica di Europa e Giappone sia nella loro [maggiore, diciamo] protezione del lavoro”.     

in Cina

L’Accademia di macroeconomia della sempre più importante Commissione per la riforma dello sviluppo economico nazionale raccomanda al governo di “muoversi” per stabilizzare il tasso di cambio. Un apprezzamento ormai possibile ma troppo rapido dello yuan comporterebbe, dice,  rischi non irrilevanti di inflazione e il pericolo susseguente che l’inflazione obbligherebbe a rallentare la rivalutazione, essendo quindi male apprezzato dai molti partners commerciali del paese[11].

Che è un ragionamento del tutto classico ed economicamente del tutto corretto. Specie, certo, in bocca a un’istituzione della Repubblica popolare e comunista cinese…

Il record crescente dell’attivo commerciale nel solo mese di gennaio è salito del 67% dallo stesso mese dell’anno prima, a 15,88 miliardi di $. L’export ha toccato 86,62 miliardi (+33% tendenziale) e l’import i 70,74 (+27,5%)[12]. La Cina ha tenuto a far conoscere questi dati con qualche anticipo, questo mese, in occasione del G-7 di Essen (la cui conclusioni ha respinto non senza qualche sarcasmo) perché voleva mettere in chiaro, per tutti, che ormai è anche uno dei paesi maggiori importatori del mondo…

Come proprio, in particolare, chi le va facendo la predica sullo yuan sottovalutato, che aiuta artificialmente le sue esportazioni, ma tiene largamente sottovalutata la propria moneta, quella poi dominante, Stati Uniti d’America e $. Perché il problema cruciale degli squilibri commerciali nel mondo è che l’America (70% del proprio prodotto nazionale lordo speso in consumi), al contrario della Cina, importa beni e prodotti e servizi per tre volte il valore di quello che esporta.

Ma forse ancor più al fondo del problema strutturale il buco vero, del profondissimo rosso del tasso di risparmio degli USA, è da anni sì e no all’1%[13].

Per cui c’è molto, troppo, di assolutamente paradossale nell’attuale assetto dell’economia mondiale. Torna alla mente il racconto di quello splendido scrittore, e splendido americano, che è stato Mark Twayn, di Tom Sawyer e della verniciatura, impostagli dalla zia, della sua staccionata[14]. Quando il vispo ragazzino non solo convince altri suoi coetanei a fare il lavoro di riverniciatura al posto suo ma riesce pure a convincerli che è un godimento, che dunque fa loro un favore e che, così, per godere del privilegio di farlo, arrivano anche a pagarlo…

Ecco, convincendo il resto del mondo, in particolare i paesi asiatici – Cina, Giappone, Singapore, India – che il loro godimento, per dirla alla Tom Sawyer, sta nel seminare e nel fare il duro lavoro della mietitura, mentre godersene i frutti, poi, nella divisione del lavoro, resta compito degli americani che sono riusciti perfino a fare meglio della vecchia geniale farsa di Mark Twain che, oggi, costituisce di fatto la base strutturale su cui poggia l’economia americana, dunque l’economia mondiale.

L’inflazione a gennaio è cresciuta, in un anno, del 2,2%[15].

L’indice composito della borsa di Shangai, che segue i titoli più “trattati” sulla borsa più importante del paese e che, nell’ultimo anno, era salito del 25%, va giù improvvisamente[16] in un giorno, a fine febbraio, dell’8,84%: la caduta più accentuata da un decennio in qua. Il gemello, l’indice composito di Shenzen, scende dell’8,54.

Non è, di per sé, una caduta di particolare significato: negli ultimi anni oscillazioni, più o meno, del 5% in su o in giù s’erano registrate diverse volte. E lo spostamento sembra anche essere stato rapidamente riassorbito un po’ su tutti i mercati, anche se non completamente, nel corso dei giorni immediatamente seguenti[17].

Il senso profondo di quanto di nuovo è accaduto a Shangai e si è propagato a catena, invece, è duplice. Anzitutto, l’indicazione principale è che la farfalla, sbattendo le ali a Shangai, ha provocato un immediato uragano in tutte le componenti diverse del mercato globale e ha segnalato che è in corso un rallentamento generalizzato[18]. Quanto significativo ancora non è chiarissimo. Ma il fatto allarma speculatori ed operatori, un po’ tutti.

E, poi, importante pare essere proprio e specificamente il modo col quale il fenomeno di Shangai ha preso corpo. Perché secondo tutti gli osservatori e secondo le indicazioni ufficiosamente confermate dalle fonti ufficiali cinesi, si è trattato di un calo “congegnato. Il governo è preoccupato della liquidità che, pur senza provocare tensioni inflazionistiche, circola nel sistema: liquidità a disposizione delle imprese di Stato spesso con capitali sussidiati dalle banche di Stato.

Risultato, il lancio di migliaia di piccole e piccolissime imprese – decine e decine di milioni, ormai, in Cina – incapaci di produrre utili e che, sfornando prodotti a bassi costi, servono poco ad elevare il tenore di vita all’interno e complicano la vita, con la loro aggressiva ipecompetività, nel rapporto con gli altri paesi partners e concorrenti.

E’ una spinta al sovrainvestimento che si riflette anche in borsa, sul mercato finanziario. Con l’indulgenza ufficiosa e troppo spesso tollerata di funzionari dello Stato che aprono crediti a buon mercato per lanciare le loro impresucole non performanti. E con la diffusione del fenomeno di  milioni di cittadini cinesi (82 milioni) che hanno un conto aperto in operazioni di borsa, con prestiti accesi a basso costo, magari, e spesso contro la garanzia della casa, per mettersi a giocare – e sperare – in borsa…

Insomma, il peggio del capitalismo dei robber barons del west selvaggio e della piccola, e piccolissima, speculazione selvaggia. Da mesi, il governo cercava di frenare con ispezioni, misure di controllo mirate e predicazioni politiche un po’ su tutti i toni il fenomeno di questa vera e propria bisca nazionale, ma senza riuscirci granché. Poi ci sono state alcune pubblicizzatissime misure mirate ed esemplificative (gente sbattuta senza tante cerimonie in galera) e la frenata, appunto, “congegnata”.

Obiettivo raggiunto. Ma, per la prima volta nella storia finanziaria del mondo, quel che è successo a Shangai ha avuto effetti a catena – come una volta succedeva solo a Wall Street – a Singapore, a Tokyo, alla City di Londra, a Francoforte e proprio a New York… Prima è partita al ribasso tutta la Cina, poi l’Asia, poi l’Europa e – quando i mercati si sono infine aperti negli USA, una decina di ore dopo, dato il fuso di differenza – anche lì: del massimo dall’11 settembre il Dow Jones

E questo è il fatto nuovo. Che ha messo in allarme un po’ tutti, sui mercati finanziari. E che ha anche segnalato come e quanto le gerarchie finanziarie si stiano se non rovesciando, comunque significativamente modificando nel mondo.

Le lezioni sono molteplici, in effetti:

• la Cina ha architettato il “crollo controllato” convinta com’era, a ragione, che gli scambi sulle sue borse fossero largamente gonfiati, sopravvalutati: che, in particolare, proprio Shangai fosse diventato il sogno della speculazione di borsa. E non s’è data granché cura – forse perché anch’essa non l’aveva previsto? forse perché non gliene importa, ancora, un granché? forse perché pensa che l’operazione di sgonfiamento della bolla fosse in ogni caso necessaria?– delle ripercussioni nel resto del mondo;

• un resto del mondo che sta imparando come della Cina bisogna tener conto, ormai, anche in questo campo;

• che la Cina ha orchestrato questa manovra intenzionalmente;

• e che adesso può, il resto del mondo,

    o concordare, con la Cina, che la sopravvalutazione dei suoi valori di borsa fosse reale e che, quindi, saranno ancora necessarie, probabilmente, altre operazioni del genere

     oppure restare bloccato, con la paura che se la Cina l’ha fatto una volta, se giudica necessario rifarlo lo può rifare quando e come vuole;

• siccome il valore delle azioni cinesi è sicuramente sopravvalutato, bisogna adesso aspettarsi il ripetersi della situazione: anche senza cadute congegnate, come sicuramente questa sembra essere stata

• la reazione dei mercati, nervosi ed impazienti come sono, ma anche avvertiti che sul punto il governo cinese ha ragione, quando hanno soldi investiti in Cina in imprese cinesi o in imprese straniere, sarà inevitabilmente quella di vendere; o, comunque, di rallentare di molto il tuffo nel mercato della repubblica popolare di Cina.

In definitiva. La madre di tutti i crolli di borsa ancora non è qui. Ma la novità è che ormai può arrivare anche da qui. Non solo da Wall Street. Come fino a ieri sembrava scontato…

Ogni giorno di più il problema del legame tra crescita e inquinamento ambientale, qui in Cina, si pone con maggiore evidenza (v. sopra nel capitolo “nel mondo” i paragrafi sul dibattito in corso relativo all’effetto serra).

La constatazione è che la leadership cinese lo vede e cerca magari di fare qualcosa. Ma lo deve fare senza tagliare le gambe alla crescita di cui questo paese ha ancora assoluto bisogno se vuole ridistribuire un po’ più equamente (ricchi/poveri, città/campagne) la ricchezza che produce in quantità sempre maggiori.

La constatazione è anche, però, che a livello provinciale – dove gli ordini che vengono dal centro vanno, poi, fatti applicare – i capi locali del partito è solo della crescita che si preoccupano: questo meccanismo capiscono, di questo si preoccupano e solo così concepiscono – al meglio, ma non sempre: la corruzione, spicciola o all’ingrosso, dilaga (anche qui…, certo, non solo qui).

Pure c’è una scuola di pensiero, che comincia a fare proseliti ma alla quale è difficile, francamente, poi credere – e della quale però è doveroso tenere conto – secondo cui è più probabile che sia alla fine la Cina di qualsiasi altro paese di dimensioni significative a fare qualcosa di decisivo per ridurre i gas serra.

Perché qui, dicono questi autori con qualche soddisfazione un poco aberrante, quando la leadership decide che qualcosa va fatta, alla fine, se proprio la vuole, riesce a farla fare perché non ha opinione pubblica o elezioni a fermarla[19]… 

nei paesi “emergenti”

Nella loro usuale sensibilità pachidermia, gli Stati Uniti hanno pensato bene di continuare ad impicciarsi di cose latino-americane con la delicatezza che omai loro ben si conosce. Adesso, hanno pubblicamente difeso – senza che glielo chiedessero, poi… – il diritto dell’Honduras e del Salvador a comprare dagli USA aerei da caccia nuovi, o meglio riciclati, per rinnovare le loro aeronautiche militari.

E hanno, pubblicamente e contestualmente, protestato col Nicaragua[20] – dove, senza ascoltare il Grande Fratello (questo è stato il peccato mortale), da poco si sono rieletti l’ex sandinista Daniel Ortega (molto cambiato ab illo, però) a presidente – perché avrebbe rifiutato d distruggere come richiesto, sempre pubblicamente s’intende, dall’ambasciatore americano di distruggere tutti i vecchi missili antimissili terra-aria SAM-7 (per definizione, dunque, difensivi) che negli anni ’80 l’allora Unione Sovietica aveva fornito al governo dei sandinisti.

L’Argentina rifiuta di far passare i negoziati che conduce col Club di Parigi dei paesi detentori di circa 5 miliardi e mezzo di $ del suo debito estero per l tgramnite del Fondo monetario internazionale. E li ha aperti direttamente, senza intermediari con Francia, Spagna e Germania[21].

Il presidente Chavez ha firmato il decreto di nazionalizzazione (con promessa di rimborso… equo) delle operazioni petrolifere in Venezuela di BP, Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, Total e Statoil: le compagnie estere che operano nella regione del fiume Orinoco. Dal 1° maggio, lo Stato assumerà almeno il 60% delle loro azioni[22].   

In India, l’economia marcia a rompicollo, l’outsourcing di buona parte del mondo industrializzato ormai si fa qui e salgono forte i consumi. Adesso, però, dopo tre anni di crescita quasi al 10% comincia a salire una spirale inflazionistica che preoccupa il governo ed è che il primo ministro Manmohan Singh ha chiamato “la priorità a corto termine” del suo governo.

In effetti, sui mercati – non intesi come gli uffici di borsa, ma proprio i mercatini rionali, le bancarelle, i piccoli dettaglianti – i prezzi – dai fagioli alle cipolle, al pollame – si fanno pesantemente sentire sul borsellino dei poveri che, comunque, restano la stragrande maggioranza della popolazione. E, qui, sulla corsa dei prezzi c’è la differenza maggiore tra Cina ed India, dove la crescita dell’inflazione è contenuta alla metà di quella dell’India.

La produzione sale costantemente e lo sfruttamento degli impianti è praticamente al massimo, ma ormai la strozzatura è proprio nell’offerta che, spesso, si va facendo scarsa[23]. E lo scontento sale, come la protesta dei tanti, anche economisti di vaglia – il presidente della Banca centrale, Y. Venugopal Reddy, dice che i prezzi vanno in qualche modo “gestiti” – che fanno osservare come serva a poco sfornare tanti beni di consumo in più se, poi, a tagliar fuori la gente ci pensano i prezzi.

Quelli all’ingrosso aumentano al ritmo del 6%, dal 4% della primavera passata e quelli al consumo del 7% nelle aree urbane e di quasi il 9 in quelle rurali, dove vivono ancora i 2/3 degli indiani.

Europa

Il PIL nel quarto trimestre cresce mediamente dello 0,9% sull’anno precedente, con un aumento in termini annui nella zona euro del 3,3%. La ripresa tiene e, anzi, esce rafforzata anche nell’Unione tutta: nel 2006, nel complesso, il PIL è cresciuto del 2,7%.

Nell’area dell’euro, il volume delle vendite al dettaglio è cresciuto dello 0,3% a dicembre e del 2,1% su un anno prima[24].

La disoccupazione nella zona euro è scesa, a dicembre, al 7,5% soprattutto per la caduta del dato in Germania al 9,5% (calcolato largamente: il tasso reale, comparato sul metro degli altri paesi europei è, forse, al 7,5%) ed in Francia, all’8,6%.

La Banca centrale ha lasciato al 3,50% il tasso di interesse, ma ha già preparato la strada a un aumento che – ha detto il presidente Trichet in base al dovere di “stretta vigilanza” che le spetta sull’inflazione – ci sarà il mese prossimo[25]. Ha negato, Trichet, di preoccuparsi dell’inflazione quest’anno – già fatto, ha detto letteralmente – e semmai di traguardare ormai “la stabilità dei prezzi a medio termine”… E, certo, basta fare a capirsi.

I ministri delle Finanze dell’Eurogruppo hanno dato, per la prima volta da molti anni, il via libera per così dire alla possibilità di un aumento dei salari in Europa, sollevando l’immediata, cauta e sospettosa, quanto scontata, razione della Banca centrale europea.

Il presidente dell’Europgruppo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, primo ministro e ministro delle Finanze, affermando che certo “i salari non sono tutto” e che bisogna migliorare anche la “partecipazione dei salariati ai profitti delle imprese” ha detto secco che “con la ripresa economica, è evidente che la condizione dei frutti della crescita ritrovata deve figurare al centro delle preoccupazioni dei governi, dei partners sociali e dei cittadini tutti”.

E sulla bocca del presidente dell’Eurogruppo queste sono affermazioni non solo nuove ma significativamente nuove. Tanto quanto l’invito espressamente rivolto alla Commissione europea di studiare e riferire al Consiglio ed al parlamento sullo scarto che in Europa, in particolare nella zona euro, s’è verificato negli ultimi anni tra salari e profitti…

Prima della riunione, mettendo le mani avanti e chiaramente col retropensiero di forare le gomme a quello che sapeva avrebbe detto Juncker, il presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, aveva richiamato, alla memoria di tutti, “quanto sia stato importante moderare il rialzo del costo del lavoro come fattore-chiave di aumento dell’occupazione e di riduzione della disoccupazione negli ultimi anni”.

Insomma, la BCE lascia intendere che continuerà a far salire i tassi di interesse come ha già cominciato a fare dal 2006 e, appunto mettendo le mani avanti, lascia capire che se i salari poi aumenteranno davvero sarà pronta a raffreddare il ciclo economico o, come le chiama Trichet, le “tensioni inflazionistiche”. Che, peraltro, proprio non si vedono…

Stavolta, per fortuna, Juncker rifiuta di lasciare ai banchieri l’ultima parola. Rallentando qualche po’ la, peraltro sacrosanta, pressione dei politici sui tecnici ma mantenendo il punto fa osservare che “finché i salari cresceranno in linea con la produttività, il loro aumento non porrà alcun problema né in termini di inflazione né in termini di competitività [26]. Solo – avrebbe potuto aggiungere: ma non si può chiedere troppo ad un ministro liberale come il presidente dell’Eurogruppo – in termini di riduzione, dopo anni di vacche stragrasse, a fini di un po’di ridistribuzione, di un po’ di profitti…

Aumenta l’attivo della bilancia dei conti correnti a €2,3 miliardi a dicembre dai 900 milioni di novembre. Il deficit di tutto il 2006 resta complessivamente a 16 miliardi di €, un ben contenuto 0,2% del PIL[27].

La Otis (americana) e la Thyssen Krupp (tedesca) sono state multate dall’Antitrust europeo, con altri tre grandi fabbricanti di ascensori, di €922 milioni (la multa più alta di sempre) per aver fatto cartello “gonfiando artificialmente” il costo di costruzione e manutenzione di molti fabbricati in tutta l’area dell’Unione[28].

E la Commissione ha chiesto alle case automobilistiche di migliorare l’efficienza dei loro motori: entro vent’anni dovrebbero arrivare a consumare almeno il 20% del combustibile in meno. Le case automobilistiche, naturalmente, piangono sui costi, sul pericolo di dover licenziare, sulla necessità che avrebbero allora di fare outsourcing, sull’arbitrarietà degli obiettivi assegnati. Bisognerà vedere chi vince in questo braccio di ferro[29]… Che dite, voi?

In Russia un boom degli investimenti ha aiutato il PIL a crescere del 6,7% l’anno scorso.

Scrive l’Economist[30] che “i pubblici ministeri russi accusano Mikhail Kodorkovsky, l’ex boss dell’impresa petrolifera Yukos e critico del presidente Putin, di frode fiscale per 20 miliardi di $” (in realtà il procuratore generale russo ha poi specificato che lui e il suo collega Platon Lebedev, entrambi già condannati ad otto anni, sono accusati di aver truffato insieme il fisco per la somma di 32 miliardi di $[31]).

Naturalmente nessuno sa davvero, come in ogni processo, se sia più o meno credibile la sua colpevolezza. E’ come per la bufala su Scaramella, Litvinenko e & ed il polonio 210, in cui l’unica cosa seria è stata l’avvelenamento ma nessuno sa dire, e provare, davvero per colpa di chi. Questo conta poco. Vero o falso, resta il sempiterno e figaresco calunniate, calunniate (oppure no?) che qualcosa resterà…

Qui, senza dirlo, sottolineano la faccenda della critica a Putin facendo così un collegamento non dimostrato, non dimostrabile ma, di per sé, accusatorio. E non ci pare granché convincente. Tra parentesi, la Chevron fa orecchie da mercante alle accuse di interferenza politica lanciate al Cremlino per il fallimento della compagnia petrolifera e sta mostrando molto interesse all’asta[32] che sta per mettere in liquidazione gli assets residui della Yukos, fallita dopo che il fisco russo ha reclamato qualche migliaio di miliardi di rubli arretrati di tasse evase.

Gazprom dichiara che nel terzo trimestre del 2006 il suo profitto netto è salito più del 50% sul trimestre precedente, a $4,6 miliardi. L’ente monopolistico russo del gas gode ovviamente della forte spinta dell’export e comincia, anche, ad usufruire in concreto dei rezzi più elevati che è riuscito a concordare, negoziare e/o, comunque, imporre ai paesi vicini ex sovietici[33].

Qualcuno – anche in Russia ed anche nel governo – comincia a preoccuparsi dello strapotere di Gazprom. Dice il ministro dello Sviluppo economico e del Commercio, German Gref, che il governo deve in qualche modo “frenarne” la tendenza, di per sé naturale come per qualsiasi grande impresa del mondo, ad estendersi in altri campi.

Per cui, qui e adesso, deve venire bloccata l’intenzione di Gazprom di inglobare la SUEK, la Compagnia siberiana dell’energia carbonifera. L’allargarsi della impresa monopolistica del gas potrebbe trasformarsi, altrimenti, in un capitalismo di stato monopolistico in cui lo Stato russo potrebbe usare Gazprom, per conquistarsi il controllo centrale di altri settori industriali… Dice Gref, interpretando un sentire piuttosto diffuso anche nell’ambiente vicino al presidente, che si tratterebbe di un pericoloso “passo all’indietro [34].

E’ un risvolto piuttosto interessante del dibattito, che in Russia non è affatto morto, sulla possibilità e/o la desiderabilità di un controllo ancora in qualche modo statale dell’economia…

Contemporaneamente il parlamento russo ha reso ufficiale, con un’apposita legge, quella che qui è già una pratica diffusa di restringere il diritto di proprietà delle fonti energetiche in mani straniere[35]. Sarebbe un problema, in un mondo di libero mercato perfetto, ma finché c’è la fila fuori della porta dei russi per loro, ovviamente, non c’è problema…

Sperando di ridurre lo strapotere russo nel controllo della risorsa petrolio nei propri confronti Ucraina, Lituania e Bielorussia dichiarano che cercheranno di darsi (al futuro…) un’alternativa alle attuali fonti russe di greggio, per provare così ad attutire l’effetto di possibili tagli di  Mosca alle forniture[36].

In concreto, questa strategia alternativa si dovrebbe concretizzare nell’acquisizione di greggio sul mercato spot di Rotterdam, l’acquisto cioè del petrolio giorno per giorno, ed il suo invio attraverso il terminale lituano Klaipèa verso Kiev o verso Minsk.

Naturalmente, i nodi sono due: quello del costo di questo benedetto greggio che, nel caso di quello russo, malgrado l’enorme aumento medio ormai praticato sulla base dei prezzi di mercato agli antichi “clientes” resta inferiore a quello praticato, di norma, alla borsa del petrolio di Rotterdam; e quello del fato che il trasporto via Klaipèda sarebbe solo limitato a quello via mare… più costoso e più limitato.

Putin, parlando ad un’assemblea dell’Unione industriali ed imprenditori di Russia, ha lanciato un appello assai forte perché si impegnino ad alleggerire la dipendenza del paese dal petrolio rilanciando la produzione di beni e servizi capaci di creare valore aggiunto. Ha sostenuto, in sostanza, che in Russia, come in tutti gli altri paesi industrializzati moderni, anche gli industriali privati – e molti ormai ce ne sono – come e forse più dello Stato, devono – dovrebbero, correggiamo noi, pensando anche a latitudini assai più vicine – promuovere e investire in progetti di R& S, creazione di infrastrutture ed espansione di istituzioni finanziarie[37]

Il bilancio russo della Difesa prevede quest’anno un aumento del 23% sulla dotazione del 2006, per un totale di $32,42 miliardi (secondo stime credibili: ufficialmente il totale è segreto; non sono segrete le percentuali di aumento o diminuzione; si tratterebbe di venti volte circa di meno del bilancio della difesa americano)[38].

La maggior parte di questi fondi sono stanziati per manutenzione, miglioramento degli strumenti, R&S, costruzioni; con 904 milioni di $ usati per l’addestramento bellico e 3,2 miliardi di $ per i “ministeri che complessivamente lavorano per la difesa nazionale” (?).

Negli ultimi anni regolarmente ogni anno la Russia ha dislocato sul suo territorio quattro o cinque nuovi missili balistici intercontinentali. Quest’anno saranno 17, parte di un programma accelerato di modernizzazione di 145 miliardi di € in sette anni (sui 3.000 miliardi di rubli) che prevede l’installazione di 34 Topol-M in silos sotterranei e di una cinquantina di missili dello stesso tipo montati su lanciatori mobili (treni, automezzi) assai più difficilmente identificabili...

E il Cremlino ha lasciato intendere che questa è, in qualche modo, anche una risposta alle nuove basi missilistiche americane che stanno per aprirsi nella Repubblica Ceca e forse anche in Polonia[39] e che, alle porte di casa, Mosca comprensibilmente mostra di gradire assai poco…

L’altra risposta “allo studio” si vede, come era anche troppo facile prevedere, dalla notizia che la Russia “sta considerando” di ritirarsi unilateralmente dal Trattato sulle forze nucleari intermedie dell’87, quello sottoscritto da Gorbaciov e Reagan, ratificato e onorato dai russi ma mai dagli americani e che, adesso, il capo di stato maggiore delle forze armate russe gen. Yury Baluyevsky dichiara volutamente “aggirato” dal sistema antibalistico che gli Stati Uniti stanno chiedendo a Repubblica ceca e Polonia di ospitare proprio ai suoi confini.

Se lo fate, dice in sostanza, “ci avvarremo della possibilità di recedere dal Trattato finora unilateralmente osservato da chi lo ha ratificato dopo la sua entrata in vigore nell’88 a condizione di mostrare prove sufficienti che è necessario farlo. E noi prove convincenti le abbiamo…”.

Per cui risponderemo, se non vi date una bella calmata cari amici polacchi e cechi – non dice ma lascia capire benissimo, il generale – mettendovi i missili a medio raggio che finora non schieravamo a cinque minuti di volo da casa vostra… E non si tratta di minacce e controminacce per niente leggere. Da parte russa, sicuramente, è una nuova manifestazione di ritrovata volontà di rispondere agli americani occhio per occhio[40]… Cui non erano più abituati.

Proprio quello che li ha scioccati nel discorso duro con cui Vladimir Putin è passato direttamente all’attacco di Bush e delle sue scelte politiche. Stavolta, e senza tanti giri di parole, ha denunciato quella che effettivamente sembra proprio essere oggi la strategia americana nel mondo.

Lo ha fatto parlando a Monaco, alla tradizionale sessione della Conferenza internazionale sulle politiche di sicurezza, dicendo in pratica che se non siamo al ritorno di una specie di guerra fredda certo si sta aprendo un periodo di pace tiepida. Per colpa degli americani, lui dice, con qualche credibilità. Perché tutti vedono che il re è nudo, visto che rifiuta alla base ha specificato[41] – citando  il presidente americano Franklin D. Roosevelt all’inizio della seconda guerra mondiale (“quando la pace viene violata dovunque, la pace di ogni paese è in pericolo”) – il “carattere indivisibile della sicurezza internazionale”.

Violata sistematicamente, secondo il suo elenco (duro, esplicito, ma anche corrispondente alle cose così come sono), dagli Stati Uniti d’America di George W. Bush in diversi modi:

• con i piani americani che puntano a piazzare un nuovo sistema di difesa missilistico ai confini della Russia, nell’Europa centrale, potrebbero innescare una nuova corsa agli armamenti;

• quando gli americani – più in generale l’occidente, ma in particolar modo proprio gli americani – tentano continuamente di imporre la propria visione del mondo agli altri paesi;

• del resto, gli americani “si sono spinti in tutti i modi oltre i propri confini nazionali impegnandosi in una specie di iperuso senza controllo della forza nelle relazioni internazionali”;

• e se qualcuno pensa davvero che siano stati i russi a trasferire tecnologia nucleare agli iraniani, meglio consigliargli di guardare da un’altra parte: ci sono le prove, e documentate e pubbliche non affidate alla credulità di chi ascolta, che bisognerebbe guardare nella direzione di americani (ai tempi dello scià), degli europei e di “alcuni” asiatici.

Così, il giorno dopo, il nuovo ministro della Difesa americano, Robert Gates, si è trovato costretto a reagire. Ha scelto di non replicare punto per punto e di non sollevare accuse sue[42] ma ha proceduto a un’imbarazzata, cauta replica non troppo efficace: anche se nella notte, en catastrophe, è arrivato da Washington un apposito scrittore di discorsi presidenziale, uno speechwriter.

Gates, scegliendo con massima cura – e anche una nuova cautela – le sue parole, ha risposto con due battute ed una qualche ammissione di colpa facendo altare i nervi, poi si è saputo, almeno (almeno…) al vice presidente Cheney (il duro e puro neo-cons del quale non è proprio un famiglio e che, dopo la sconfitta elettorale di novembre ne ha subito la nomina al posto del fedelissimo Rumsfeld):

• “le vecchie spie, ha osservato riferendosi a Putin, per anni funzionario di medio rango del KGB…, ma anche a se stesso, per anni invece al vertice della CIA, hanno l’abitudine di parlare senza giri di parole”;

però, “una guerra fredda è già stata abbastanza”;

• sì, è vero gli Stati Uniti hanno “fatto alcuni sbagli”: ed, è vero, dovrebbero, a volte, spiegarsi un po’ meglio…

Parlando dopo di lui, e rispondendo all’unica osservazione di sostanza che aveva fatto: “anche noi – ha detto: dove quell’ “anche” è un poema… una specie di tacito riconoscimento che anche loro hanno qualche buona ragione di preoccuparsi – a volte ci meravigliamo di alcune scelte russe che sembrano lavorare contro la stabilità internazionale”, il suo omologo russo, Ivanov, ha assicurato, uno, “che alla Russia non interessa imporre il suo punto di vista a nessuno” e ha aggiunto che, due, “a nessuno sarà consentito imporci il suo punto di vista”, né chiederci di sostenere “azioni multilaterali internazionali che non abbiano il nostro consenso[43].

Una spiegazione, che ci è sembrata acuta, del perché di queste reazioni russe all’egemonia americana, sembra averla data un raziocinante – e falco, sia chiaro – editorialista  del  NYT, uno che ha manifestato molto in ritardo i suoi ponderati dubbi sulle politiche dell’amministrazione. Il problema è che abbiamo forzato troppo, sostiene: quando, caduto il muro e dissolta, sotto Yeltsin, la vecchia Unione Sovietica, Bill Clinton decise di forzare la mano e di semplificare i rapporti, allargando la NATO.

E trasformandola, nelle intenzioni, in un’organizzazione di sicurezza che invitava tutti gli europei a farne parte (dopo Polonia, Ungheria e Repubblica ceca nel 1997, l’invito venne esteso nel 2002 a Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Slovacchia, Slovenia. E adesso si parla, di Ucraina e Georgia… Tutte le vecchie repubbliche sovietiche europee, insomma, meno la Russia… automaticamente relegata al ruolo di possibile nemico.

L’idea funzionò, più o meno, con l’arrendevole e sfiancata Russia di Yeltsin. Ma adesso è diverso. Adesso, quando la gestione dell’idea è passata a un grezzo come questo Bush, Putin – che, su questo, ha dietro di sé tutta la Russia – ha detto basta.

Abbiamo detto alla Russia di ingoiarsi il suo orgoglio. Noi abbiamo la nostra sfera di influenza, abbiamo proclamato, e tu no. E la nostra, abbiamo deciso che arrivi fino alla tua porta”. Ma ora che con le sue strategie cretine e avventurose Bush s’è messo nei guai, ora che le sue casse col prezzo del greggio e del gas si sono riempite, Putin e la Russia con lui reagisce.

E, sempre a Monaco, dice anche papale papale come sia del tutto evidente che “il processo d espansione della NATO non abbia nulla a che fare con la modernizzazione dell’alleanza”. E che, allora, “noi abbiamo il diritto di chiedere contro chi sia diretto questo processo…”.

Certo, con qualche forzatura razionale e geografica – per non dire strategica – tesa a dare una tutto sommato inutile mano al Grande Fratello – che è andato a ficcarsi nei guai – si può anche estendere l’area dell’Alleanza dell’Atlantico del Nord… all’Afganistan: “ma a che scopo? di incorporare nella NATO la marina ceca?[44]”.

Una domanda che, per l’Afganistan, suona strana solo per paradosso, se le cose lì vanno tanto male quanto testimoniavano già nei mesi scorsi i capi militari delle forze atlantiche in loco (la diciamo tutta la verità? pressoché tutti ma non i generali italiani…[45]) e quanto dice adesso anche Ali Mohammad Jan Orakzai, governatore della provincia pakistana del Nord-Ovest, di frontiera con l’Afganistan.

Che i talebani si sono omai, dice lui, trasformati in una forza “nazionale” e, grazie agli americani, anche “nazionalista” afgana― quando finora mai, mai, lo erano stati nel loro fanatismo panislamico. E che le forze della coalizione condotta dagli americani – la verità è questa, non quella fornita dalla copertura dell’ONU: che è una verniciatura sottile sottile – non è riuscita per niente a bloccare. Il che porta ad una situazione di stallo o, peggio, di lenta continua erosione della lotta contro i talebani e consente di uscirne solo con un negoziato.

Orakzai, un ex generale “segnalatosi per aver condotto numerose operazioni militari dopo il 2001 contro i militanti islamisti nelle zone tribali [quelle che oggi governa, o tenta di governare] dice che ormai è imperativo spostarsi su un approccio politico dopo centinaia di morti tra i soldati, il collasso delle strutture tribali tradizionali e l’impennata [questa sì…, proprio “surge”, specifica malignamente il governatore- generale] del sentimento antigovernativo che sta aiutando gli estremisti islamici ad attirare appoggi ogni giorno di più[46]”.

Il presidente Putin, intanto, in Russia ha rimaneggiato il suo gabinetto. Resta dov’è era il primo ministro Mikhail Fradkov, ma è palesemente in fase calante, mentre il ministro della Difesa, Ivanov, viene promosso a primo vice presidente, affiancando così l’altro vice in funzione, Dmitri Medvedev, che è anche presidente di Gazprom. Ma Ivanov continua a mantenere, sotto Putin, un potere di supervisione sulle questioni della Difesa, a capo del cui ministero è stato nominato l’ex direttore del Fisco al Tesoro, Anatoly Serdyukov[47].

E se ad Ivanov, un civile, era stato assegnato formalmente il compito di riportare soprattutto al controllo politico il grosso corpaccio dell’Armata Rossa – tutto sommato: missione compiuta – adesso a Serdyukov spetta il compito, ancor meno amato dai militari, di far dimagrire e modernizzare – risparmiando, non spendendo di più – le forze armate.

Che sono, di fatto, un bastione di corruzione spicciola, poco rilevanti per i bisogni reali di oggi della difesa e molto reminiscenti della vecchia Armata Rossa dei tempi sovietici, fatta di grandi numeri di generali, ufficiali e soldati e molto meno di tecnologia dei tempi sovietici. La prima cosa certa è che dimagrirà, a colpi di pensionamenti forzati, la grande stragonfia massa dei generali. E non sarà facile, per loro soprattutto non sarà indolore…

Si stanno, insomma, delineando gli schieramenti per la successione a Putin – ancora c’è qualche tempo: le prossime politiche, per scegliere la nuova Duma, saranno adesso in autunno, le presidenziali a marzo del 2008; il presidente ha promesso che non si ripresenterà… ma anche che non lascerà perdere la politica: solo che dopo essere stato l’incontrastato e popolare numero uno per anni sarà difficile (e non si vede bene come) restare in campo – nella quale lui ha garantito di non volersi immischiare. Ma, sullo scacchiere politico di una Russia sempre più decisiva per gli equilibri mondiali, per ora è sempre lui, il “maestro”, che muove le pedine.

Sviluppi curiosi in Ucraina, dove dopo aver fatto insieme la “rivoluzione arancione”, aver disffato insieme il loro governo di coalizione, essersi denunciati a vicenda come ladri, truffatori e traditori della patria, il presidente Yushenko (partito della Nostra Ucraina: tendenza, tipo Forza Italia, alla appropriazione indebita di paese nel titolo di un partito politico) e l’ex primo ministro Yulia Timoshenko (del Blocco Timoshenko: ancor più deplorevole tendenza alla personalizzazione di partito: tipo Lista Pannella o lista Di Pietro…) hanno ri-concordato di ri-tentare una ri-fusione[48].

Battuti dall’intelligenza tattica del primo ministro Yanukovich, che ha profittato delle loro divisioni e della loro lettura iperliberista e iperoccidentalizzante – filo USA, filo NATO – del futuro del paese, scavalcandoli e facendo appello all’anima slava e alla voglia di sicurezza connaturata a gran parte della popolazione qualche poco nostalgica della vecchie sicurezza sociali minime sovietiche, senza più gli orpelli dell’ideologia e della politica sovietica, però), oggi tentano di puntare ad elezioni anticipate e ad una revisione della Costituzione in senso presidenzialista: il nodo su cui Timoshenko però, che sarebbe d’accordo solo se fosse lei presidente,  aveva fatto cadere uno o due dei diversi governi di coalizione cui aveva partecipato negli ultimi anni...

Lukashenko, il presidente della Bielorussia, ha avvertito il paese che Arrivano tempi duri: i russi infatti non considerano più la Bielorussia come uno Stato strettamente fratello e/o cliente ma l’equiparano ad uno Stato straniero e intendono applicargli i prezzi che del combustibile che vendono agli altri paesi europei[49].

La soluzione “suggerita” per lo status finale del Kossovo, a inizio mese, dal mediatore nominato dall’ONU, l’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari[50], ha visto radicalmente divergere le reazioni: il presidente serbo, Boris Tadic – il più  moderato dei tre candidati su cui aveva puntato l’Unione europea nelle recenti elezioni – col sostegno esplicito della Russia che, naturalmente, ha potere di veto al Consiglio di Sicurezza, l’ha immediatamente respinta.

Il ministro russo della Difesa è tornato a far osservare che la concessione di un’indipendenza completa al Kossovo innescherebbe una reazione a catena in altre province secessioniste dell’area post-sovietica e della regione[51]

L’accordo, sperano gli albanesi in attesa probabile poi di annetterselo, temono i serbi ed i russi con loro, sarebbe il preludio all’indipendenza del Kossovo (inaccettabile anche perché sarebbe premessa, secondo i russi tra gli altri, a richieste e/o pretese avanzate in molte altre parti del mondo di analoghe secessioni da secessioni precedenti:  più o meno autorizzate e/o tollerate…); mentre la maggioranza albanese dei kossovari, appoggiata dagli Stati Uniti e, con minor convinzione, e anche differenze tra loro da diversi paesi dell’Unione europea, le ha accolte (quasi) come una vittoria.

Il fatto è che, nella sostanza, la soluzione Ahtisaari contraddice (o, almeno, sembra contraddire) il mandato che in origine assegnato dall’ONU: il Kossovo – diceva – diventerà largamente autonomo, ma dovrà anche restare parte integrante della Serbia di cui fa parte almeno dall’XI secolo: la culla, prima, e poi – per mano dei turchi nel 1389 – la tomba, del loro grande impero medievale.

Quello che ha annunciato adesso Ahtissari è che il Kossovo non sarà proprio indipendente, però avrà un suo inno nazionale, una bandiera e la possibilità di aderire ad organizzazioni internazionali. Non dice: come l’ONU ma, se non fosse l’ONU, non si capirebbe cosa mai sarebbe… Ed è vero, è un iter che sembrerebbe proprio aprire la strada all’indipendenza.

Insomma più che la fine di questa storia, la soluzione Ahtisaari sembra essere piuttosto la fine del principio. O, speriamo di no, il principio della fine: il prologo ad un altro difficile capitolo d’una storia assai turbolenta. Di fatto, neanche i kossovari albanesi credono di poter mai imporre la loro sovranità sul nord serbo del Kossovo senza farlo con le armi e, cioè, senza provocare un intervento armato della Serbia a difesa dei propri interessi e di quelli della popolazione serba del Kossovo.

Insomma, una possibile orripilante, altra guerra civile balcanica… Muovendosi ancora per scongiurarla, Ahtisaari ha adesso concesso ancora qualche tempo prima dell’apertura dei nuovi colloqui (finali? chi sa… e chi sa, poi, in che senso) tra kossovari, serbi e albanesi, sullo status del Kossovo[52]. Nella speranza, subito negata dal voto, che il piano venisse accettato dal nuovo  parlamento di Serbia. D’altra parte il piano, pieno di buchi com’è però presentato a nome dell’ONU, non è stato ancora approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU…

Con la presidenza Merkel dell’Unione europea si cominciano a sviluppare, ancora abbastanza sotto traccia, i due grandi temi. Quello del rapporto Europa-Russia e quello del rapporto Europa-USA.

Nota, avvedutamente, Jörg Himmelreich, senior fellow della Fondazione George Marshall[53], che la Germania e, in larga parte, l’Europa non si sono ancora ben adattate alle implicazioni politiche di una rinascente potenza economica russa e che, in diverse altre aree, continuano a vedere la Russia, proprio perché si va rafforzando, secondo un’ottica analoga a quella che avevano nei confronti della vecchia Unione Sovietica: quella di una grande potenza, della grande potenza vicina e,  potenzialmente, avversaria.

E il ruolo della leadership tedesca, in questo delicatissimo equilibrio di grandi cose concrete e di grandi obiettivi, ma anche di grande insicurezza in fieri che è oggi l’Unione europea, sta crescendo proprio a fronte della debolezza degli altri grandi paesi: la crisi inglese che mina la legittimità di Blair, quella della successione francese che sarà, comunque, altra dal gaullismo superbo ma ormai titubante che oggi è imperante, quella del delicato potere dell’incerto e per gli altri certo poco affidabile equilibrio italiano… Non è solo un fenomeno ciclico: ameno finché l’Unione non esce dall’impasse totale seguito allo stallo costituzionale e di potere, sembra proprio un blocco strutturale dell’Europa…

Il problema è che oggi l’Europa ha bisogno di una politica nei confronti della Russia, come di ogni altra amica, vicina o potenzialmente nemica potenza commerciale e/o geostrategica― e, per quanto riguarda la Russia si tratta di quella di oggi, non di quella dell’imbelle e corrotta presidenza di Eltsin ma quella del forte e sicuro Vladimir Putin che si è dato una politica energetica e si sta ridando un’assertività anche strategica che nessuno alla Russia – no, neanche un paese supergonfio di sé come gli Stati Uniti di Bush – possono più negare.

Ancor più cruciale per l’Europa è il periodo, che appare sempre più decisivo, in cui è alla Germania che tocca in qualche modo guidarla: i prossimi sei mesi che, sulla sua e sulla nostra agenda, a parte i dolori dell’allargamento e delle frenate interne, vedono alla ribalta Costituzione, Kossovo, Iran e il pericoloso prurito che i bushisti americani, quando si tratta di Iran, sentono sulle mani…

Scrive[54] Eberhard Sandschneider, dell’ufficialissimo Consiglio tedesco sui rapporti internazionali, che “dopo gli anni di Schröder [del duro contenzioso iniziale e poi del “freddo” tra i due governi per l’invasione dell’Iraq] i rapporti tedesco-americani sono tornati alla normalità: ma sulla sostanza non è affatto sicuro. Non abbiamo gli stessi identici interessi, le stesse strategie, le stesse percezioni. L’Iraq è un esempio. Il cambiamento climatico è un altro”.

E naturalmente – ma parlando per tutta l’Europa, non solo per la Germania – potremmo aggiungerne tanti altri: sulla pena di morte, sul valore di ogni vita umana (non solo di alcune che valgono più di altre), sull’assordante disattenzione collettiva alla discriminazione ed alla disuguaglianza sociale accettata come fatto “normale” della vita…

Ed è saltato il cemento comune, tra americani e europei, che per tutti era la guerra fredda. E la lotta contro il terrorismo non lo ha rimpiazzato. Per l’Iran, sicuramente anche noi siamo preoccupati. Nessuno vorrebbe un Iran nucleare. Ma gli amici americani hanno fatto un errore dopo l’altro, uno peggio dell’altro…Il fatto che ci divide è che siamo contro un’azione militare. Dopotutto, durante la guerra fredda parlavamo coi comunisti, con i sovietici. Adesso è con gli iraniani che bisogna trattare”.

Del resto, secondo notizie che trapelano direttamente dalla Cancelleria[55], Merkel e la sua coalizione hanno detto un no secco alle pressioni di Bush perché il corpo di spedizione tedesco a Kabul passasse da una funzione di supporto logistico ad una di “combattimento”; hanno fatto sapere di non condividere – anche se un po’ più morbidamente, visto che qui non era un sì o un no secco che veniva richiesto – l’impostazione esclusivamente pro-israeliana che la Rice, come sempre, continua a dare alla sua missione in Medio Oriente; e hanno detto che non ci stanno allo scontro senza negoziato con cui gli USA insistono nell’affrontare il nodo del contenzioso con l’Iran…

Anche perché, sull’Iran, la Germania la vede come un po’ tutti gli altri europei, come descrive la situazione un documento “interno” dell’Unione europea sul programma nucleare iraniano: nessuno ormai è in grado di fermare l’Iran contro il volere di Teheran da fuori e senza ricorrere ad una guerra preventiva, comunque disastrosa e che non darebbe, poi, nessuna sicurezza di riuscire a raggiungere lo scopo: lo stop al programma di ricerca nucleare. 

Lo scrive lo staff del “ministro degli Esteri”, Xavier Solana[56], chiaro e tondo, aggiungendo che i ritardi al programma effettivamente poi riscontrati sono dovuti solo a ragioni tecniche. Non certo alle pressioni esercitate da mezzo mondo sull’Iran che è assolutamente convinto del suo buon diritto “oggettivo” a darsi l’energia nucleare (e, a fronte dell’armamento di quel tipo detenuto da altri nella regione – a ovest Israele, a est il Pakistan – anche, pur se lo nega, probabilmente del diritto che ha a darsi l’arma atomica).

Ma il punto è che, in fondo, a stare alle notizie che emergono a metà febbraio dai colloqui diretti tra americani e nordcoreani, che si sono tenuti a Pechino (v. più sotto, alla voce Corea del Nord, nel capitolo Stati Uniti immediatamente seguente), sembra proprio – come volevasi dimostrare – che parlarsi tra nemici dichiarati sia l’unico modo perfino di arrivare, forse, a un accordo…  

Sul rilancio dell’Europa, in questo mese, il candidato alla presidenza francese Sarkozy ha millantato che la Merkel è d’accordo con lui: lei non lo può dire, ha aggiunto con una gaffe assai poco diplomatica, essendo la posizione ufficiale tedesca quella che bisogna rilanciare il trattato costituzionale europeo così com’è, ma in realtà ne vedrebbe con favore una versione ridotta. L’ha detto, subito smentito dal governo tedesco che ha ratificato il Trattato con altri diciassette membri dell’Unione.

Gli ha risposto a tamburo battente, senza ovviamente rispondergli direttamente, ma affrontando il nodo della questione, parlando a Strasburgo a metà febbraio in sede di Parlamento europeo Giorgio Napolitano[57]: se qualcuno volesse cominciare a togliere qualcosa dal testo, qualcun altro sarebbe certamente titolato ad aggiungere qualcos’altro. Per esempio, e naturalmente, la fine del veto di uno soltanto alle decisioni magari di tutti…

E’ stato uno dei discorsi meno retorici, più concreti e sensati sentiti in quella sede da parte, del resto, di un vecchio e navigatissimo parlamentare europeo.

Stati Uniti

Il PIL non è affatto cresciuto al 3,5% a tasso annualizzato nel quarto trimestre, come dicevano le prime stime finali, ma solo al 2,2, appena sopra il 2% del terzo trimestre[58].

E’ sulla base, però, della stima precedente che il 31 gennaio la Federal Reserve – dice di aspettarsi nel 2007 una crescita tra il 2,5 ed il 3% e del 2,75-3% nel 2008; continua a vedere un tasso di disoccupazione contenuto, come dato ufficiale, tra il 4,5 ed il 4,75% quest’anno ed il prossimo; e prevede un’inflazione, ma misurata senza alimentari e energia (come non esiste, ovviamente, in natura…) del 2-2,25% quest’anno e dell’1,75-2% nel 2008[59] – ha lasciato il tasso di sconto al 5,25%, lasciando anche capire però che si appresta ad accrescerlo. “Nel tempo – ha annunciato – la pressione inflazionistica dovrebbe moderarsi” ma i rischi di un rilancio dell’inflazione permangono[60].

In tutto il 2006, la produttività è cresciuta in America del 2,1%: l’aumento più basso dal 1997[61].

Vanno male, restano piatte cioè, le vendite al dettaglio a gennaio, con la frenata dell’auto e scorte al livello più basso da 17 mesi.

L’inflazione, dopo il +0,4 a dicembre, a gennaio sale dello 0,2% in un mese ed, escludendo il nocciolo duro, dello 0,3 dopo tre mesi di aumenti consecutivi dello 0,1%[62]: tre volte, dunque, quella che era la previsione massima resa nota dal Dipartimento del Commercio.

E il deficit commerciale in beni e prodotti nel 2006 è cresciuto fino 836 miliardi di $, ormai sfiorando il 6,5% del PIL: 233 soltanto negli scambi con la Cina, 117 verso l’Unione europea e 88 nei confronti del Giappone.

Sale la tentazione, specie tra i democratici, di ributtare su dazi e barriere per difendere le produzioni e il lavoro americano. Ma ci si rende anche conto che se ricomincia a farlo l’America, al di là di quanto poi già lo faccia (e lo fa largamente per tutte le professioni, anche se ha buttato giù ogni protezione non per i mestieri manuali, l’accesso ai quali magari clandestino è del tutto liberalizzato nei fatti), si mettono tutti a rifarlo…

E’ vero che, nei due primi mesi dell’ultimo trimestre del 2007, il tetto del deficit era stato contenuto dal calo del rosso negli scambi. Ma, a dicembre, il rosso è nuovamente cresciuto ben oltre le attese: a $61,2 miliardi nel mese, soprattutto a causa del forte aumento delle importazioni[63]. E’ molto probabilmente anche l’indicazione che la stima di crescita del PIL nel quarto trimestre ala fine verrà rivista al ribasso.

Sono questi i dati che spingono gli economisti a rivedere al ribasso le stime di crescita negli ultimi tre mesi del 2006: forse appena a +2,5% del PIL su tutto l’anno, ben meno dell’iniziale, e allora definito “prudente”, 3,5%.

Sta andando male il mercato delle costruzioni: la posa delle fondamenta di nuove abitazioni è calata a gennaio del 14,3% (del 38,7,8% in un anno) e sono diminuiti del 2,8% anche i nuovi permessi di costruzione― anche qui il livello più basso dal 1997[64]. E’ la quantità di case vuote e invendute che frena il mercato edilizio.

Bush governa ormai per decreto… visto che non ha più la maggioranza scontata del Congresso. Bè, detto così suona come se gli USA fossero il Venezuela! Dove, come è noto, a fine dicembre, il parlamento ha votato al presidente Chavez i poteri di emanare decreti legge: come in Italia; che, come in Italia, devono essere poi ratificati, però, dal parlamento stesso…

In America no. Il titolo del NYT è più sobrio: “Il decreto di Bush sposta i poteri di legiferare[65]. Titolo come si vede pudico, sempre attento a non urtare tropo le suscettibilità non solo presidenziali ma anche dei benpensanti.

Ma la realtà è che “nelle aree di sanità, sicurezza, ambiente, diritti civili e privacy”, il presidente ha sequestrato per se i poteri del parlamento semplicemente firmando un atto presidenziale, senza alcun dibattito di opinione (Chavez ha i poteri per decreto anche lui, adesso; ma almeno la legge è stata votata per dargli quei poteri e per un tempo precisamente limitato; e il dibattito nel paese è andato avanti per settimane, prima che fosse approvato).

Ma, come è noto, il Venezuela per non pochi è una dittatura. L’America è la più grande democrazia del mondo. Dove però, per ordine esecutivo del presidente onnipotente, cioè per decreto, si decreta un decreto che comincia, letteralmente, così: “Per l’autorità in me investita come Presidente dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti d’America, viene ordinato che l’ordine esecutivo 12866 del 30 settembre 1993, così come già emendato, è ulteriormente emendato come segue[66]”, ecc., ecc., ecc.

In sostanza: mi prendo direttamente il potere, unico e solo, di fare da me i regolamenti che rendono le leggi applicabili. Non è che il Congresso non abbia notato: ha anche strillato… Ma, in pratica, ancora una volta ha subìto, come dando ragione al punto di vista che ha ripetutamente espresso il vice presidente, Dick Cheney: che nei confronti del presidente – l’esecutivo – il Congresso – il legislativo – non ha come dice la Costituzione, uguale potere ma è la seconda branca del potere: seconda in ogni senso…

Del resto con questo presidente c’è come la presunzione non tanto che la Repubblica contrariamente a quanto dice la Dichiarazione di indipendenza sia diventata dalla Repubblica di leggi che deve essere una Repubblica di uomini, siano essi pure gli unti del Signore e inquilini pro-tempore della Casa Bianca. E’ la presunzione certamente sua, e in vari modi anche dichiarata, che egli sia al di sopra della legge, ma semplicemente che egli sia la legge.

Già è grave che questa pericolosa illusione gliela lascino vivere i suoi concittadini, anche suoi oppositori. Ma anche, e proprio per questo, ancor più importante sarebbe che la verità – però – bisognerà che trovi il coraggio di dirgliela chi è amico dell’America: che simili cose possono succedere anzitutto, certo, per colpa di Bush ma solo perché il parlamento, malgrado la maggioranza in mano ai democratici, ancora gliele lascia fare, le subisce, tace e – dicendo che gli fa schifo – di fatto, nei fatti, acconsente alle mattane, e peggio, di Bush.

Quando ormai è del tutto evidente che l’unica maniera seria di esser davvero amici degli americani – che non vuol dire affatto essere amici di questo presidente come metà del paese due anni fa non lo fu votandogli contro e come oggi non lo sono, dicono i sondaggi, oltre il 70% degli americani – è dire loro la verità: che, volenti o nolenti, gli USA dovranno accettare – ed accetteranno – che questo è un mondo multipolare e che in esso loro contano, tanto, ma non più da soli…

Le Exxon Mobil e la Royal Dutch Shell, le due più grandi e più ricche compagnie petrolifere del mondo, hanno dichiarato i loro massimi profitti di sempre nel 2006. La Exxon, con 39 e mezzo  miliardi di $ di benefici netti ha infranto il record stabilito solo l’anno scorso[67].

Buon per loro, e per i loro azionisti, ovviamente. Ma le intenzioni del Congresso democratico nei loro confronti – se stavolta la maggioranza troverà il coraggio di agire e, in nome del bene comune (alzando le tasse), di dare un dolore a questi ricchi donatori politici (più munifici coi repubblicani, si capisce, ma anche coi democratici…) – potrebbero cominciare a preoccuparli…

L’Amministrazione ha presentato al Congresso una richiesta per la bellezza di 622 miliardi di $ di bilancio della Difesa (solo per il Pentagono, guerre in corso e guerre in preparazione pure, quelle note e quelle meno note, come quelle segrete), 1/3 del PIL italiano e 2 milioni 600 mila uomini e donne sotto le truppe)[68].

E spesso per programmi e lo sviluppo di programmi che fior di esperti considerano inutili ancor prima di essere stati creati: $46 miliardi per l’aereo stealth (ombra) F-22, $2,6 miliardi per l’aereo V-22 Osprey ad ala variabile del Corpo dei Marines; $3 miliardi per il cacciatorpediniere stealth DDG-1000 e $2,5 miliardi per il sottomarino d’attacco della classe Virginia[69]

Tutti programmi che potrebbero essere cancellati subito senza che ne venga per niente a soffrire la preparazione militare degli Stati Uniti d’America: semplicemente perché erano programmi disegnati e tarati per una realtà altra, quella di vent’anni fa della guerra fredda e della contrapposizione USA-URSS. Che come è noto a tutti, meno che pare a Bush e al Pentagono, non c’è più.

Ma, appunto, qui sembra come se non se ne fossero accorti. Se, come diceva un aforisma creato a cavallo del 1900 da un grande umorista politico e di costume statunitense, “la guerra è il modo che Dio ha per insegnare la geografia agli americani[70], l’estensione del loro impero riluttante e negato, ma reale quant’altri mai, dev’essere la maniera in cui poi in geografia gli americani si laureano, visto che oggi hanno truppe presenti in 159 diversi paesi del mondo[71].

In visita in Australia, il vicepresidente Cheney, con una faccia tosta – non siamo capaci di trovare termini che rendano meglio l’idea – che si può permettere forse solo lui, mitridatizzato com’è ad ogni considerazione di razionalità o di decenza, ha criticato i programmi di ricerca e sperimentazione tecnologica nello spazio dellaCina[72].

Non sono “coerenti”, ha notato, con il suo dichiarato obiettivo di crescere come potenza globale pacifica. Per farlo, ammonisce Cheney, la Cina avrebbe il dovere di sostenere ogni sforzo della comunità internazionale (tutta, s’intende, meno che teso a frenare la proliferazione di “tecnologie mortali”.

Che, invece, si capisce, non fanno alcun problema se ad averle, monopolisticamente, sono  gli Stati Uniti d’America, titolati perché sono loto, a fare quel che gli apre sempre, dovunque e comunque. Insomma, il classico bue che all’asino dice….

Nel complesso, il bilancio federale che l’Amministrazione ha inviato al Congresso prevede per il 2007 una spesa di 29.000 miliardi di $: comprende, come abbiamo visto, la spesa per la Difesa, rende permanente ad un costo stimato di 1.600 miliardi di $ su dieci anni, taglia di 70 miliardi di $ su cinque anni le spese per sanità e assistenza pubblica (comunque minima) ed elimina – pretende di essere in grado di eliminare – il deficit in cinque anni.

Una proposta che, a fare il conto della serva, come si dice – e chiedendo scusa alle collaboratrici familiari… – è semplicemente insensata e, a dire di esperti autorevoli[73] si basa su una serie di trucchi contabili, di nuovi carichi sul debito (e, come dice il prof. Paul Krugman, ancora una volta è del tutto sconnessa dalla realtà), di voluta sottovalutazione o determinata ignoranza di carichi di spesa che, per le guerre in corso, sicuramente andranno parecchio in aumento.

In altri termini, così com’è, questo documento comporta pressoché automaticamente una recessione in arrivo… Che, poi, è anche l’opinione senza equivoci di Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal Reserve e guru riverito dell’establishment finanziario: uno che ha contato moltissimo e conta molto ancor oggi. E’ convinto che l’economia americana stia scivolando verso la recessione e che ne sarà colpita entro fine anno. D’altra parte è cresciuta senza soste dal 2001 e i segnali di crisi e di fine del ciclo si accumulano.

Quando si è ormai a tanta distanza dall’ultima recessione, aumenta l’accumulo di forze che ti affonderanno nella prossima… Ad esempio, si vanno stabilizzando i livelli di profitto ed è il segno che stiamo vivendo le ultime fasi del ciclo… Lo so – ha aggiunto – che tanti parlano solo di rallentamento negli ultimi mesi e di qualcosa di simile a una recessione solo nei primi mesi dell’anno prossimo, ma…[74].

I commentatori e propagandisti più mainstream, più in linea come si dice con la saggezza convenzionale, la visione corrente dell’economia americana e della sua forza scontata – quella che sottostima, sistematicamente e anche deliberatamente, le sue debolezze strutturali: la dipendenza dall’estero, soprattutto dal credito estero, soprattutto cinese – si esprime questo mese con un pensoso articolo, tutto sul rosa, di Floyd Norris, il più eminente commentatore finanziario del NYT.

Scrive, in sostanza, che “il ruolo del dollaro nel commercio e nella finanza internazionali – il segno che New York è realmente la capitale finanziaria del mondo – è dato ancora per scontato[75].

Già… troppo per scontato, anche tenendo presente la subordinata che Norris fa seguire al suo titolo moderatamente glorificante. L’articolo, infatti, è una peana difensivo a fronte dei numerosi commenti che nel mese passato, anche sul suo stesso giornale, avevano cominciato a rimettere in questione proprio la premessa: che “il ruolo del dollaro, ecc., ecc.”; proprio a causa della montagna di dollari che sono in mano a cittadini stranieri possessori di valuta americana e dei debiti che gli americani hanno acceso all’estero e che, in qualsiasi momento, potrebbero essere messi all’incasso[76]...

E’ il parere della Royal Bank of Scotland (che non sarà proprio un gigante ma è autorevolissima avendo ottenuto per il quinto anno consecutivo il titolo di miglior banca d’Europa quanto alla cura degli interessi delle piccole e medie imprese). Conclude una sua indagine dettagliata fatta condurre un po’ in tutto il mondo registrando il fatto, così lo chiama, che parecchi “banchieri centrali vanno diversificando le loro riserve spostandole dal dollaro[77]. Perché ormai sanno tutti dei piani di Cina ed Iran di ridurre, e in buona parte anche di vendere, i loro assets in dollari.

19 delle 47 banche centrali “indagate” hanno tagliato la quantità di dollari tenuti in riserva, mentre 10 l’hanno aumentata e 21 banche centrali dichiarano di aver rafforzato le loro riserve in euro a confronto con 7 che dicono di averli venduti. 9 hanno aumentato la scorta di sterline. Tutte insieme, le 47 banche centrali in questione, detengono riserve per un valore attuale in $ pari più o meno a 1.500 miliardi[78].

Il punto è che, se il mondo comincia a vendere dollari in massa, o in quantità comunque di qualche rilievo, gli USA sono nei guai: il governo, infatti, si affida, e pesantemente, a flussi di investimenti esteri – in termini piani, agli stranieri che comprano buoni del Tesoro americani – per finanziare il modo di vita americano: che ormai a tutti è noto si regge su una spesa superiore a quanto risparmia e/o guadagna.

Se succede, in America ci saranno più tasse di quelle basse attuali, specie per le aliquote alte; meno diritti di welfare, perfino meno dei pochi che hanno; e in generale un abbassamento pesante dello standard di vita: E, anche, perfino, un taglio alle spese militari. A meno che, per uscirne, non tentino proprio l’avventura più avventurosa di un’altra guerra…    

Nella lunghissima rincorsa per la successione a Bush, la lotta per il momento si sviluppa al’interno del campo democratico. I candidati oggi, apparentemente più accreditati, Hillary e Barack Obama, sono in difficoltà perché, procedendo con la cautela dettata, in parte, dal timore di farsi passare per poco patriottardici o poco attenti alle “sensibilità” dei contribuenti più doviziosi.

Questa è un’attenzione ormai obbligata verso chi può fornire contributi cruciali alla campagna elettorale― il calcolo è che per avere una minima speranza ci vogliono nei prossimi tre, quattro mesi soltanto, almeno 100 milioni dollari per comprare spazi pubblicitari, Tv, ecc., ecc.: insomma per il funzionamento di una democrazia che è, comunque e sempre, più e più censitaria.

Obama ci prova, ma Hillary dice soltanto che il presidente sta sbagliando tutto, non dice mai cosa precisamente secondo lei dovrebbe fare di profondamente diverso… Ma soprattutto non dice, ed anzi testardamente rifiuta di dire, di aver sbagliato tutto quando quattro anni fa votò a favore dell’invasione. E rifiuta, soprattutto, di chiedere scusa come le chiedono di fare molti dei suoi potenziali elettori.

Ora, dopo una presidenza come questa che sì è segnalata ad amici e nemici per l’assoluto negazionismo – mai, mai, ammettere di aver sbagliato, anche e soprattutto quando lo vedono tutti che, al meglio, abbiamo sbagliato – la gente comprensibilmente sospetta di chi dice, come fa la Clinton, che il presidente ha sbagliato tutto ma poi non riconosce che nel sostenerlo ha sbagliato tutto anche lei: essendo cascata nella sua trappola come un pollo.  

Corre così il rischio di perdere molti che la voterebbero e, con loro, pure di perdere la nomination. Ma in realtà, forse, scommette che, se la nomination alla fine invece la vince, riesce così a portare dalla sua gli americani moderati e centristi. E, forse, perfino qualche repubblicano. La solita tattica, insomma, che punta sul centro come luogo politico della vittoria ma che, almeno negli ultimi anni, ha fatto perdere chi ci ha scommesso sopra.

E che stavolta, con una presidenza la cui credibilità è sottoterra proprio per la montagna di frescacce su cui ha costruito la propria linea, sta disgustando ed allontanando anche molti tra i moderati. 

Il fatto che non va giù a molti, soprattutto i militanti che restano essenziali anzitutto per strappare la candidatura del partito, è che Hillary, seguendo l’esempio disgraziato di Kerry nelle elezioni del 2004, arriva a dire – non convincendo che pochi – di averlo fatto solo perché il presidente era stato bravo a imbrogliare, falsificando e camuffando, le informazioni di intelligence.

Scusa debole: perché confessa – al meglio – di essersi fatta imbrogliare, che non è proprio il massimo per un legislatore e sconta che c’erano pur stati ventitre senatori su 100 che, in quell’ottobre del 2002, invece avevano capito tutto, avevano intuito l’imbroglio e, comunque, votato contro l’assegno in bianco rilasciato al presidente per fare la guerra. Tra loro, persino un repubblicano… 

E vengono sistematicamente superati – noi diremmo a sinistra, qui dicono “con un taglio di duro populismo”, dal terzo incomodo del campo democratico, John Edwards. L’ex senatore del Nord Carolina ed ex candidato l’altra volta, con Al Gore, alla vice presidenza, (che, pentendosene però molto presto e dicendolo subito, aveva votato anche lui per la guerra) non solo ha chiesto di annunciare subito il totale ritiro delle truppe americane dal Vietnam tra i 12 e i 18 mesi (“è l’unica maniera seria di sostenere davvero le nostre truppe: riportarle a casa…”) – ma ha anche “apertamente sfidato i suoi rivali democratici”, entrambi senatori ed entrambi in parlamento, “a prendere di petto il presidente più direttamente”.

Non solo, adesso “Edwards ha annunciato un piano capace di fornire assistenza sanitaria ai 46,6 ,milioni di americani che non ce l’hanno, rubando così il podio alla signora Clinton ed agli altri democratici sulla questione che si sta montando come la più importante della campagna presidenziale nel campo della politica interna”. Osando dire, lui, quello che loro non osano: che “per pagare i 120 miliardi di $ che il piano costerebbe ogni anno basterebbe aumentare le tasse ai rediti superiori ai $200.000 all’anno[79].

Sinistra, populismo, demagogia? O puro buon senso, visti i regali che Bush per i sei anni della sua presidenza ha sistematicamente elargito proprio a questi redditi alti? Sembra sicuro, comunque, che il partito democratico nel suo insieme non se la sentirà di irritare i grandi elemosinieri che volentieri versano fondi cospicui (lo 0,5, l’1% di quanto i tagli di tasse fanno guadagnare loro): contributi importanti in ogni caso alla causa di deputati e senatori che votano a loro favore…

Riferendosi all’Iran, nel suo discorso sullo “Stato della Russia” che, al contrario di quello del suo omologo americano è una maxi conferenza stampa pubblica in televisione rivolta a tutto il paese anziché un monologo senza domande, il presidente Putin ha parlato – nel momento stesso in cui a Washington si tenta di isolare al massimo il principale componente dell’“asse del male” – di rapporti da stabilizzare, sviluppando tra i due paesi rapporti “di tipo OPEC”: per assicurare e garantire il flusso e, forse, arrivare a stabilizzare anche il prezzo degli scambi reciproci di gas e di petrolio[80].

Ha ripreso specificamente, così facendo, una proposta di massima fatta per la prima volta da Kamenei, l’Ayatollah iraniano. Proposta di difficile realizzazione tecnica, un cartello sul gas naturale: per sua natura, volatile diciamo così, il gas naturale ha una trasportabilità limitata rispetto al petrolio e va da qui a lì, per tubo fisso; o va liquefatto, con investimenti di miliardi e miliardi di dollari: che né Russia né Iran hanno, secondo gli americani e la CIA, la possibilità di affrontare adesso…

A Washington lo sanno, ma si mettono comunque in allarme all’idea stessa di un cartello possibile e – non osando, forse, deplorare e tanto meno minacciare la Russia perché non segue la loro strategia – hanno subito denunciato un comportamento oligopolistico. Solo che l’Iran neanche ha replicato, ovviamente, e Mosca ha risposto – facendo imbestialire il governo Bush senza darsene più di tanto per avvertita – quasi con un noncurante “sì? e allora?”…

Che dà bene il senso del nuovo rapporto di forze relativo tra i due paesi: Washington, ormai, non è più in grado di dettare a Mosca (come del resto a Pechino; e, in progress, anche agli altri) le sue condizioni.

Sempre sull’Iran altro allarme, sulla stampa americana più in linea, nel rilevare come Chirac avrebbe deviato dall’accusa ad un Iran nucleare[81] (tra parentesi, con titoli di stampa quanto mai curiosi: “deviato”, infatti, rispetto a chi o a cosa? alla linea americana o, meglio, a quella di Bush forse?).

In effetti, parlando off-the-record con la stampa – e dicendo, quindi, probabilmente quel che pensa davvero prima di sentirsi obbligato ad una parziale marcia indietro (anche elettorale: glielo avrebbe chiesto Sarkozy, ma glielo avrebbero chiesto anche i socialisti)[82], il presidente francese ha detto che un Iran che avesse una o due bombe nucleari non sarebbe davvero un pericolo: perché i suoi capi sono perfettamente coscienti che se mai le usassero è garantito che a sparire dalla faccia della terra sarebbe l’Iran stesso.

E, ovviamente, Chirac ha ragione. Nel senso che è vera sia la prima che la seconda parte della sua considerazione. D’altra parte ha anche ragione, Chirac, quando fa osservare che il pericolo vero sarebbe, in quel caso, la possibile rincorsa all’acquisizione di armi nucleari in tutto il Medio Oriente. Che se, dopo Israele, con l’atomica parte l’Iran, parte poi di sicuro l’Arabia saudita, partono l’Egitto, la Siria…

Ma è proprio il dire quel che palesemente è vero ad innervosire oltremodo il grande alleato oltreoceano.

Al di là, poi, di contraddizioni colossali interne ai media – e a come in America trattano la politica presidenziale: ci torniamo sopra subito – viene fatto notare, con sagacia ci sembra, che Bush ormai si deve dare una regolata: “se il presidente non sta attento, potrebbe finire con l’affondare in un’altra guerra disastrosa e, se anche stavolta il Congresso non gli si oppone, potrebbe finire col trascinarsi dietro un’altra volta il paese[83].

A chi scrive sembra che la realtà in cui si è andata ad impegolare l’America, ossessionata, di Bush sia stato descritta piuttosto bene nel titolo del Guardian (Man mano che declina il potere americano, gli USA non riescono a trovare amici per attaccare l’Iran[84]) e nel ragionamento con cui il concetto è spiegato: “il fatto è che Washington ha esagerato le capacità e le intenzioni di Teheran ed è confuso e frustrato… Ma adesso sta agitando la sciabola prima dell’attacco all’Iran? O sta semplicemente scuotendo le sbarre della gabbia in cui s’é andato a cacciare?”.

Come ha scritto l’ex neo-con, seriamente pentito, Francis Fukuyama (l’autore del famosissimo, e famigerato, La fine della storia,1992), “certi neo-cons insistono che l’Iran pone agli USA una minaccia anche più grande di quella che poneva l’Iraq… ma evitano di parlare del fatto che proprio il loro propugnare zelante dell’invasione dell’Iraq è quel che ha distrutto la loro credibilità e ha minato alla base la credibilità dell’America quando adesso vorrebbe pendere misure serie contro l’Iran[85].

Già…

Il fatto è che da sempre, poi, nella strategia dei neo-cons dietro l’Iraq, in realtà, dall’inizio c‘era l’Iran. La giaculatoria, il mantra, recitato dall’inizio del 2000 negli think tanks neo-conservatori di Washington era che “la strada per Teheran passa attraverso Bagdad”. In realtà, subito prima dell’invasione e dell’occupazione dell’Iraq, c’era la convinzione che la maniera migliore di trattare il regime komeinista era quel di installare – dicevano proprio così – un regime cliente in Iraq, puntellato da una presenza permanente ed armata statunitense stanziata in quattro grandi basi (che erano state designate a priori dai loro strateghi da tavolino).

In questo modo, l’Iraq sarebbe diventato un bastione dell’occidente, cioè dell’America, con l’ulteriore vantaggio, collaterale per così dire, di ridurre l’incidenza sulla regione della casa di Saud, imperscrutabile e imprevedibile com’è da sempre – con Osama e contro…, allo stesso tempo – e di insegnare all’Iran quale fosse il suo posto nel mondo: dopo Mossadeq e Komeini, al massimo, quello che era stato riservato allo scià…

In sostanza: non il cambio ma la “termination” del regime – per usare il linguaggio dell’American Enterprise Institute e del Project for a New American Century, i principali serbatoi di pensiero neo-cons – di qua e di là dell’Iran, il vero obiettivo: ad est (l’Afganistan) e ad ovest (l’Iraq) avrebbe dovuto conseguire un prezioso successo strategico: cioè, un Iran sottonesso, compiacente, influenzabile da parte degli USA, comunque dominabile e disposto a servirli…

Ma non è andata precisamente in quel modo, no?

E, adesso, ci riprovano: Bush, anche se i generali – il Pentagono, il ministero della Difesa di meno – lo avvertono di una pericolosa sovraestensione delle forze armate americane nella regione (dopo Iraq e Afganistan, anche l’Iran?) ha dato disposizioni al Comando Strategico di predisporre i piani di un attacco massiccio via aerea contro l’Iran[86] e ha trasferito in permanenza due portaerei nucleari e diversi sottomarini (capaci di lanciare missili Cruise a distanza talmente ravvicinata all’obiettivo da non consentire alcun preavviso allo stesso).

Ci riprovano anche malati, come sono oggi in tanti gli americani – governo, parlamento, generali, media, buona parte, anche se sempre meno, dell’opinione pubblica… – di dislessia acuta (una disabilità dell’apprendimento di origine neurobiologica, dice la medicina: ma qui è una disabilità ad apprendere le lezioni della storia e dell’esperienza, anzitutto…).

Salta agli occhi a studiare il comportamento dei media statunitensi verso il loro presidente e le sue politiche: pieno ancora di una serie di scandalose contraddizioni (almeno sembra a scrive) anche quando, ormai apertamente qua e là – e magari in un editoriale importante del NYT stesso – vengono fuori sulla stampa più grande e migliore.

Lo scandalo è, esemplificando… ma al livello più alto possibile, nel contrasto con un articolo di spalla particolarmente sparato del New York Times stesso[87], firmato da uno dei corrispondenti di punta, Michael E. Gordon, quando scrive – riportando l’accusa del presidente americano all’Iran di fornire agli insorti iracheni “l’armamento più mortale che venga oggi diretto alle truppe americane” – di basare quanto riferisce “su un largo spettro di esponenti civili e militari del governo e di agenzie ed istanze governative”.

Quindi, dà conto (ma come tra parentesi) a queste notizie di essere anche “politicamente e diplomaticamente volatili”: che fuori dal linguaggio ossequioso e ossequiente verso il potere significa, per lo meno, dubbie. Però in nessun punto ricorda – come non ricorda il giornale – che proprio a lui, M. E. Gordon, citando alte fonti altrettanto anonime dell’Amministrazione era toccato dare una fortissima mano a diffondere le panzane di Bush sulle armi di distruzione di massa, preparando il terreno – e l’opinione pubblica – all’invasione del 2003…

Insomma, a parte gli editoriali, un grande giornale – tecnicamente e professionalmente un esempio – come il NYT lascia che un reporter così compromesso per essersi fatto consenziente megafono dei neo-cons continui a farlo… preparando il paese a una seconda invasione?

Ecco, la dislessia.

Prima fior di generali a stelle e strisce americani a Bagdad ti dicono autorevolmente, anche se anonimamente ma certo non per caso, almeno 179 soldati americani sono stati ammazzati da bombe specialmente disegnate a Teheran e che, testualmente, “vengono dai più alti livelli del governo iraniano”…

Le prove? Strani documenti iraniani, mostrati ai giornalisti in una conferenza stampa di anonimi ufficiali americani: documenti non fotografabili ma, ha riferito chi li ha potuti vedere, curiosamente datati all’americana: perché in America, come è noto al mondo ormai, 11 settembre si scrive 9/11 e non come in tutto il resto del mondo, compreso l’Iran, 11/9[88]

Il giorno dopo, da Canberra, il soldato americano di grado maggiormente elevato, lì per pompare più truppe australiane a Kabul, il capo dei capi di stato maggiore riuniti, il gen. Peter Pace, che dovrebb’essere – almeno parrebbe – al corrente di quel che dice, sostiene che “no, non potrei proprio sostenere che il governo iraniano sa di queste cose[89]”…

D’altra parte, lo stesso presidente degli Stati Uniti si è autocondannato (alla Tafazzi, avete presente), quando ha denunciato fermissimamente l’Iran sulla base delle “sue” informazioni tanto segrete da non poterne rilevare la fonte e, perciò, chiedendo a tutti di credergli al solito solo sulla traballante parola.

Infatti – e tra l’altro: visto che gran parte delle armi agli insorti iracheni arrivano in realtà dai magazzini americani[90] –  cosa è se non un’autocondanna dire che “i più alti livelli del governo dell’Iran”, fornendo armi agli insorti, “o ne sono al corrente oppure non lo sono… ma quel che conta è che quelle armi sono arrivate in quelle mani… e cosa è peggio, che lo sapessero o che non lo sapessero?[91]. Già…  

Perfino Hillary Clinton, parlando al Senato, a questo punto e su questo punto, ha perso la pazienza. Ma come? “l’Amministrazione asserisce di avere le prove della complicità ai più alti livelli del regime iraniano negli attacchi [contro gli americani] in Iraq. E, allo stesso tempo, il presidente dei capi di stato maggiore, il gen. Pace, mette in dubbio queste asserzioni, in particolare proprio la capacità di far questo e le intenzioni del governo italiano”... Ma come è possibile?

E’ possibile, è possibile… perché, per sicumera e per presunzione di sé malriposta ma, comunque, sbagliando designazione, Bush si è scelto un generale (lo ha designato lui) che evidentemente non conosceva poi troppo bene, capace – almeno per ora… e speriamo che duri – di non piegarsi ai desiderata e alle frottole del comandante in capo.

L’effetto più importante, e per Bush certo più pericoloso, che ha avuto l’uscita di Pace è stato il coraggio che – almeno per ora… e speriamo che duri – ha dato a Hillary: per la prima volta, ha detto chiaro che il presidente deve stare attento. Non si scusa ancora per aver sbagliato tutto quattro anni fa, come le chiedono di fare nettamente in molti…

Ma, adesso, dice in sostanza che, se l’Amministrazione pensasse mai adesso di potersi rifare alla risoluzione del 2002 (quella senatoriale che, improvvisamente, votò anche lei) senza chiedere il parere ed il consenso del Senato, “se il presidente è convinto che un qualsiasi – qualsiasi – uso della forza contro l’Iran è necessario, allora deve venire in Congresso e chiedere l’autorizzazione”.

Se non lo fa “il suo sarebbe un errore di proporzioni storiche[92]. Non ha aggiunto ma, stavolta, ha lasciato capire con chiarezza che questa, sì, sarebbe una base solida per l’impeachment del presidente. E questo è un discorso al quale perfino Bush non riesce ormai a fare orecchie proprio da mercante.

Intanto va calando, almeno nel cosiddetto Terzo mondo, quella parte di “comunità internazionale” che sarebbe in blocco contro il nucleare, anche e soprattutto civile, dell’Iran. Sarà anche perché l’Iran sta diminuendo il clamore e lo stridore della sua retorica ahmadinejadiana cedendo – non solo parrebbe nella retorica – all’ala rafsandjaniana. 

Infatti, l’Iran – a stare a due diplomatici occidentali non identificati, ma autorevolmente citati[93] – dà segnali che, in apparenza almeno, sembrano esplicitamente di apertura: tendono a far scendere l’escalation in atto, dando assicurazioni – anche pronti, dicono, a dare dimostrazioni – che le 328 centrifughe nucleari iraniane in grado di arricchire l’uranio (ce ne vogliono, comunque, circa 60.000 per farlo al punto da creare la possibilità di un livello di arricchimento necessario a fare una bomba) potrebbero ben essere “quasi tutte” fermate.

Forse anche per questo, la Malesia ha reso noto che non romperà il patto sull’energia che ha con l’Iran piegandosi alle pressioni americane e anche al ricatto (parole testuali) che la minaccia di perdere il suo accordo di libero commercio con gli USA[94].

Stessa cosa fa l’Indonesia, che a inizio febbraio annuncia i suoi piani per lo sviluppo di un impianto di energia nucleare nazionale necessario, dice, a soddisfare la crescente domanda di energia del paese. Il ministro dell’Ambiente Rachmat Witoelar ha detto che, per ora, Giacarta svilupperà solo studi e ricerche in materia e che partirà con la costruzione del suo impianto non appena potrà[95].

Così pure il Marocco, dove il presidente del Senato Mostafa Akasheh dichiara ufficialmente, a nome del suo paese, di sostenere il diritto dell’Iran a svilupparsi il proprio programma nucleare civile e che “considererebbe il successo dell’Iran in materia come un successo dello stesso Marocco[96].

E anche l’Algeria ci tiene a render noto, a ruota, anche nel suo caso col presidente dell’Assemblea popolare, Ammar Saadani, che il suo governo sostiene e difende il diritto dell’Iran a sviluppare una tecnologia nucleare pacifica[97].

Infine, proprio la Russia, Putin in persona in visita a Riyadh, si è accordato con re Abdullah, allarmando moltissimo gli americani (se anche l’Arabia saudita si mette a cercare alternative…, se emerge il sospetto che il re saudita, per la difesa dei propri interessi come lui li intravede, non si fida più tanto degli americani…): Mosca fornirà sia satelliti di sorveglianza militare, sia l’aiuto per lo sviluppo di un programma nucleare: pacifico.

E’ uno sviluppo che serve a rimettere a fuoco un fatto troppo spesso, e con troppa leggerezza, ignorato: i punti di frattura in Medio Oriente non sono sempre necessariamente, o soltanto, quelli che cogliamo subito noi: come il confronto con Israele e quello con gli USA, quello in generale del cosiddetto scontro di civiltà.

Il fatto è che qui emergono o si intravvedono spaccature, faglie, punti di frizione e di scontro latenti di ordine etnico e/o religioso in tutta la regione.

Insomma, “nemico” dell’Iran non è solo il duo Israele-USA ma una cerchia ben più vasta di paesi tra i quali gli iraniani hanno una vasta gamma di nemici potenziali, proprio come e perché etnicamente persiani e islamicamente sciiti e non sunniti in una regione larghissimamente sunnita― l’unica altra eccezione è l’Iran.

Dal ‘79, da quando gli ayatollah fondamentalisti sciiti sono andati al potere a Teheran creando uno Stato islamico rivoluzionario, la sfida è stata lanciata all’altro fondamentalismo, quello sunnita e saudita, alla sua presunzione storica di essere il cuore dell’Islam, custode dei luoghi santi (Mecca, Medina) e, perciò, naturale leader dell’umma, la comunità dei credenti, almeno nel Medio Oriente.

A Riyadh, i wahabiti pensano ai mussulmani sciiti al meglio come ad eretici irredimibili: pensate ai catari nel cristianesimo medievale… Al peggio, i più radicali sono convinti, e pubblicamente lo dicono, che in realtà poi sono la lunga mano, la cospirazione ebraica di lunga data inventata per dividere l’Islam…

I sauditi, sono inevitabilmente – e, dal loro punto di vista, ben comprensibilmente – sempre più esasperati verso gli americani: che nella loro rozza incapacità di una lettura fine e della comprensione delle culture alien, aliene come chiamano quelle diverse dalla loro, con l’univoca e quasi monomaniaca scelta filo-israeliana a prescindere hanno destabilizzato sempre più la regione.

E, adesso, con l’entrata pachidermia nei delicati equilibri mediorientali che ha portato all’invasione irachena, hanno dato un potere che non aveva mai avuto alla minoranza sciita tra gli arabi e conferito il dominio politico agli sciiti iracheni, fornendo così un nuovo possente alleato all’Iran proprio al confine con l’Arabia saudita…

Ma per una ragione o per l’altra – con gli impianti per l’energia nucleare che si vanno diffondendo dalla Tunisia all’Arabia saudita, in tutto il mondo arabo ormai e in tutto il Medio Oriente – se continua così, bisognerà vedere chi tra i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riuscirà a mantenere l’ impudenza necessaria a continuare a negare, tra tutti i paesi del mondo, questo diritto (perché di questo si tratta: di un diritto, secondo il Trattato di non proliferazione) solo all’Iran…

Anche perché a tutti salta all’occhio – ma a tutti tutti: perfino in America e tra i bushisti – il paradosso di sentire la Casa Bianca – questa Casa Bianca e questo presidente – denunciare chi sta costruendo armi di distruzione di massa; un leader che è un nuovo Hitler; uno che finanzia, sostiene e comunque coltiva legami coi terroristi; uno che ormai non abbiamo quasi più il tempo di fermarlo; e, gettando l’allarme sul fatto che il contenimento è fallito, in definitiva dice che dobbiamo colpirlo prima che sia troppo tardi.

Il problema è che, se a sentire queste cose si ha l’impressione di averle già sentite, non ci si sbaglia. E’ quello che Bush diceva quattro anni fa tale e quale di Saddam Hussein e della necessità di fargli la guerra. Parola per parola. Al lupo al lupo. E se viene da ridere, o viene da piangere, è difficile a dirlo. E a capirlo.

Che, intanto, però, vede rallentare e frenare il proprio rapporto sul nucleare civile con Mosca. La Russia riconosce e motiva il ritardo perché, dice Sergei Novikov, portavoce dell’Ente russo dell’energia atomica, i pagamenti dovuti da Teheran per il completamento dell’impianto civile nucleare di Busher sono in ritardo e che, inoltre, non sono pervenuti i pezzi di macchinario che l’Iran avrebbe dovuto procurarsi da fonte non russa.

L’Iran nega che sia questo il motivo e asserisce, per bocca del presidente del Consiglio superiore degli Esperti, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che in base al contratto stipulato nel 1995 per 1 miliardo di $ alla Russia spetta, invece, la fornitura di tutto l’equipaggiamento dell’impianto “chiavi in mano”…

In definitiva, la Russia fa intuire, e praticamente annuncia, che i ritardi di pagamento e di consegna di macchinari necessari a quello che sarebbe il primo reattore nucleare iraniano (perché tutto il resto, arricchimento dell’uranio compreso, è realmente ancora alla fase della ricerca) porteranno a un serio ritardo nella sua messa in linea e, forse, alla sua cancellazione. E si tratta evidentemente di una prima applicazione, da parte russa, delle sanzioni enunciate in sede ONU.

E questa è, in tutta evidenza, un’applicazione delle sanzioni che qualche male concretamente lo fa: dopo quelle di ordine direttamente finanziario, di fonte americana, forse la prima, tra l’altro[98]

Nello stesso giorno (coincidenza?), a febbraio, arrivano due rapporti dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica rivolti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il primo, significativo assai ma certo meno importante, afferma che “gran parte delle informazioni fornite dall’intelligence americana agli ispettori dell’ONU sulle installazioni nucleari iraniane sono risultate infondate”… per cui, se prima andavano in tutti i siti elencati dall’intelligence, poi visti i risultati, hanno cominciato a perder tempo “controllando  solo quelli che passavano una specie di test di credibilità”: senza grandi riscontri…

Anche la dritta di sicuro più importante, potenzialmente, quella dei disegni di una testata nucleare trovati su un computer portatile rubato da un informatore in Iran ad un esame accurato sono risultati curiosi: “ogni parola scritta, per cominciare, è in inglese… plausibile, forse, per termini e questioni più strettamente tecniche, ma curioso a pensare che in decine e decine di pagine non compaia neanche un solo termine in farsi, la lingua persiana … insomma, ci sono dubbi proprio sulla provenienza del computer[99]: ecc., ecc., ecc.

Non c’è alcun dubbio, però, che di portata maggiore è l’arrivo a tempo previsto – la scadenza assegnatale dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU – e senza sorprendere proprio nessuno, la “certificazione” ufficiale dell’AIEA che “l’Iran non ha sospeso le attività correlate all’arricchimento” dell’uranio.

E l’Iran risponde – anche qui, sempre senza sorprendere proprio nessuno – “che considera la domanda dell’AIEA come una violazione dei propri diritti, del Trattato di non proliferazione e di tutte le rilevanti norme internazionali, che non poteva rispondere positivamente alle richieste della risoluzione 1737 del Consiglio di Sicurezza di sospendere l’arricchimento del suo uranio[100].

Alla fine, ed a vedere bene, la cosa più saggia l’ha detta, ai margini del Consiglio di Sicurezza l’Ambasciatore di Russia all’ONU, Vitaly Ciurkin, richiamando alla memoria di tutti di “non perdere di vista che lo scopo non è quello di far passare una risoluzione né quello di imporre sanzioni, ma un altro[101]”…

Adesso, si tratta di vedere il prossimo passo. Che potrebbe registrare, se ce ne sarà appena l’opportunità, una qualche frenata da parte di Teheran. Non una marcia indietro totale che l’Iran non tollererebbe: ma una mediazione, tipo quella già ventilata dall’AIEA e finora respinta dagli americani di una sospensione parziale dell’arricchimento― mediazione analoga a quella trovata con la Corea del Nord, cui dopotutto è stato “concesso” di tenersi le bombe che ha già fabbricato.

Non tanto, dunque, una marcia indietro degli ayatollah quanto, probabilmente e piuttosto, di Ahmadinejad che è sacrificabile e probabilmente sarà, a questo punto, sacrificato― se il Consiglio di Sicurezza lascerà qualche spazio di manovra agli ayatollah. Il che, in ogni caso, sarebbe un bene per tutti. Anzitutto per gli iraniani. In attesa del licenziamento, da parte degli americani, di Bush. L’altro estremista in questione…

Forse anche a Washington, negli ultimi giorni, qualche testa più fredda sembra aver cominciato a picchiare su quelle dei superfalchi. A fine febbraio alle solite rodomontate, sostenute dalla forza militare a disposizione però, sulla guerra preventiva contro l’Iran di Dick Cheney e dei suoi sembrano sostituirsi per qualche tempo gli argomenti di Condoleezza Rice, convincendo Bush a rimangiarsi il giuramento pubblico di non discutere mai con gli iraniani se prima non si fossero rimangiati, dichiarandolo, l’arricchimento del loro uranio.

Ora pare che in marzo, su invito formale dell’Iraq, Stati Uniti, Iran, Siria e forse anche Arabia saudita apriranno un negoziato per discutere di come raffreddare la situazione in Iraq. Il punto è che, se il caos a Bagdad a breve è un incubo per gli Stati Uniti, a lungo lo diventa anche, se va avanti così la guerra di tutti contro tutti, sicuramente per gli iraniani.

Il tema, circoscrive con grande accuratezza la Rice, è la stabilizzazione dell’Iraq. Però, stavolta, senza alcuna precondizione[102]. E l’Iran dà il suo cauto benvenuto all’idea[103]...

Perché, nei fatti, di fatto, Afganistan e Iraq ancora di più sono stati la fine del sogno di Bush― e dell’incubo di non pochi altri: quello del predominio incontestato, tanto da diventare di per sé incontestabile (quasi) dell’unica superpotenza di oggi di rimanere per sempre senza alcun’altra potenza, o nessun blocco di altre potenze, all’orizzonte a riequilibrarla.

Non ha funzionato, anche se nel breve termine per qualche tempo s’è imposto con la forza dei fatti – perché, naturalmente, ad essere d’accordo davvero erano solo gli americani – no! capiamoci bene: parecchi americani, ora per fortuna di tutti sempre di meno – e quanti degli americani concepiscono di poter essere amici solamente dicendo signorsì-sissignore…

Non ha funzionato perché – lentamente certo, progressivamente sicuro, con segnali che anche chi sa essere questa la posizione giusta esita ancora ad interpretare con coerenza (le tante esitazioni dei democratici, oggi in maggioranza, lo attestano), gli americani che non sono fans fanatici del presidente e della sua onnipotenza (fan viene proprio da fanatico) cominciano a ricordare – citato su due quotidiani diversi in due giorni – le parole di un presidente americano e, anche, repubblicano.

Diceva Theodore Roosevelt come “pretendere che il presidente non vada soggetto a critiche o che sia necessario sostenere il presidente a ragione o a torto, non è solo servile ed antipatriottico nel senso vero del termine ma costituisce un tradimento morale del popolo americano. Su di lui, come su ogni altro essere umano, non dovrebbe essere detta altro che la verità [104].

Ora, a parte il tono magniloquente e pontificante che di frequente sembra dare alla testa dei presidenti americani – non tutti, non tutti…; e di sicuro non solo loro… – sono parole che tutti, come essere umani pensanti e a prescindere da dove siano nati, dovrebbero sempre tenere a mente.

In modo secco, e per il presidente – pare – particolarmente irritante, perché lo azzanna in un punto scoperto della sua ipocrisia ed è distruttivo dell’omogeneità e dell’ossequiosità che per sé, come comandante in capo e, di fatto, unto dal Signore, gli spetta, è stato l’uomo politico, forse più intellettualizzato e “schietto” – a modo suo – d’America, il deputato dell’Ohio Dennis Kucinich a toccarlo maggiormente sul vivo.

Ha ricordato, citando in modo anche più provocatorio quel “mangiaranocchie” (frog eater) del francese Voltaire (così l’ha chiamato il presidente[105]), l’assioma per cui “ai vivi dobbiamo tutti rispetto, ma è ai morti che dobbiamo tutti la verità”: citazione molto indigesta per chi di morti americani – e inutili poi – soltanto in Iraq ne ha sulla coscienza ormai più di quelli che ammazzò Osama bin Laden, nelle Torri gemelle.

E, prima o poi, bisognerà pure che Bush ed i suoi spieghino l’arcano: come si decide, su quale base,  con quale regime dell’asse del male, che ha fabbricato o potrebbe fabbricare armi nucleari, trattare e con quale no, decidendo invece di parlarci faccia a faccia di minacciarlo da vicino, aizzandone pericolosamente la paranoia, con l’intimidazione di un paio di portaerei nucleari ai limiti delle sue acque territoriali?

A meno che, come da sempre sostiene la lettura più economicistica e – diciamo – più vetero della storia, al fondo di tutto ci sia ancora il petrolio. E il dollaro. E l’euro. Dopotutto, l’unico paese che aveva finora osato proclamare anni fa di voler vendere in euro, e non più in dollari, il suo petrolio era stato l’Iraq di Saddam Hussein… e si sa come è andata a finire.

E da qualche tempo la stessa cosa la andava minacciando l’Iran[106]. Ora, poi, come si sa anche il Venezuela… che, infatti, anch’esso è nel mirino di Bush.

Nell’immediato, però, nel collimatore di Bush c’è l’Iran. Il fatto è che alla Casa Bianca sembrano finalmente essersi accorti di avere col loro comportarsi cieco e brutale in Iraq regalato praticamente  l’egemonia su tutta la regione all’Iran, rafforzando gli sciiti contro i sunniti e allarmando tutti i loro alleati in Medio Oriente.

Il pericolo monta. Insieme alla via della cautissima ricerca di un colloquio da aprire anche con Teheran – multilaterale, però, e non bilaterale: che consenta di continuare a negare, cioè, che con l’Iran gli USA consentono a parlare da pari a pari… – cui abbiamo accennato (e che suona anche, purtroppo, come forse l’ultimo tentativo dei falchi raziocinanti di imporsi a Washington a quelli più irragionevoli) sono ormai molte, ed accreditate, le indicazioni dell’avanzata preparazione di una guerra americana all’Iran[107].

E, dunque, diventa chiaro come sia qui ed ora che conta dire no a quest’altra avventura, e dirlo alto e forte – e pubblicamente – agli americani  (agli americani al go