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     05. Nota congiunturale - maggio 2014

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

 

 

1.5.2014

(chiusura:ore 19:00)

 

 

 

Nota congiunturale 5-2014

di Angelo Gennari

 

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc386736808 \h 1

nel mondo in generale. PAGEREF _Toc386736809 \h 1

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) PAGEREF _Toc386736810 \h 2

La giustizia egiziana...   (vignetta) PAGEREF _Toc386736811 \h 4

Eh, già dall’inizio si sapeva: da quando tirammo su il primo mattone...   (vignetta) PAGEREF _Toc386736812 \h 5

nel resto dell’Africa... PAGEREF _Toc386736813 \h 13

in America latina... PAGEREF _Toc386736814 \h 14

in CINA.... PAGEREF _Toc386736815 \h 14

E vediamo un po’adesso chi è che fa più casino... (vignetta) PAGEREF _Toc386736816 \h 14

  A questa manica di incapaci lasciamo ancora in mano l’economia. Ma di chi è la colpa?   (vignetta) PAGEREF _Toc386736817 \h 17

Le principali importazioni cinesi dall’America latina   (grafico) PAGEREF _Toc386736818 \h 17

nel resto dell’Asia... PAGEREF _Toc386736819 \h 18

La più grande democrazia del mondo... anche se, a dire il vero, qualche po’ traballante   (vignetta) PAGEREF _Toc386736820 \h 20

EUROPA.... PAGEREF _Toc386736821 \h 24

Ma all’Europa manca tanto la crisi greca! in fondo, tutto è relativo, no?   (vignetta) PAGEREF _Toc386736822 \h 26

Attenti a non litigare sulla macerie...   (vignetta) PAGEREF _Toc386736823 \h 31

Il debito pubblico lordo nella UE: dopo di loro, arriviamo noi...  (grafico) PAGEREF _Toc386736824 \h 39

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc386736825 \h 40

FRANCIA.... PAGEREF _Toc386736826 \h 48

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo in generale

 

L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di maggio 2014 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza

• il 4 maggio, elezioni presidenziali a Panama: per loro fortuna non è rieleggibile quel Martinelli che faceva affari sottobanco voi sapete con chi tramite il faccendiere Lavitola...;

• il 5-6, riunione a Bruxelles di Eurogruppo e ECOFIN;

7 maggio, elezioni legislative in Sudafrica;

•) il 9, proclamazione dei risultati delle legislative in Indonesia

• l’11, in Lituania, primo turno delle presidenziali, col ballottaggio se necessario il 25 del mese;

12 maggio, chiusura delle elezioni politiche in India svoltesi in diverse date nel corso di oltre un mese; il 16 proclamazione dei risultati elettorali; il 31 scade l’attuale parlamento;

16, nella Repubblica dominicana, elezioni legislative;

15-16, a Bruxelles Consiglio dei ministri UE;

•  20, elezioni presidenziali, parlamentari e amministrative in Malawi

• tra il 22 e il 25 maggio, nei 28 paesi membri dell’Unione, elezioni del parlamento europeo;

• il 25, anche in Belgio, elezioni parlamentari;

• sempre il 25, in Colombia, primo turno delle elezioni presidenziali: il secondo, se necessario, a metà giugno;

• ancora il 25, elezioni presidenziali, le prime dopo il golpe e coi golpisti al governo, in Ucraina;

26 e 27 maggio, presidenziali in Egitto, candidato vincente il generalissimo El Sisi;

• il 28, ballottaggio tra i due candidati che al primo turno delle presidenziali in Afganistan hanno preso più voti;

• entro il 24 maggio, secondo turno (il primo non ha avuto successo) per eleggere il presidente del Libano (da parte del parlamento): il mandato del presidente Suleiman scade il giorno dopo.

●L’anno scorso, secondo l’OCSE, gli aiuti allo sviluppo da parte dei “paesi ricchi” hanno raggiunto il massimo di sempre con $ 134,8 miliardi e con l’America che resta il paese maggior donatore (ma nel suo caso non si tratta tanto di aiuti pubblici quanto – con $ 31,6 miliardi, anzitutto di origine privata, in aiuti umanitari e, in particolare, per la lotta contro l’AIDS. E, poi, si tratta solo dello 0,19% del PIL.

In proporzione al PIL, gli aiuti (soprattutto pubblici) dall’Europa del Nord sono  molto più generosi: Norvegia (1,07%, dieci volte gli americani, e la Gran Bretagna stessa 0,72%, sette volte d più... L’Italia, che ha pure aumentato il proprio aiuto allo sviluppo del 13,4% nell’anno, avendo assunto qualche anno fa l’impegno a raggiungere – quasi – il livello di aiuti degli statunitensi, lo ha fatto: ma con lo 0,16% del PIL, un contributo ancora molto basso

    (The Economist, 11.4.2014;

e OECD/OCSE, Aid to developing countries rebounds in 2013 to reach an all-time high Aiuti ai paesi in via di sviluppo rimbalzano nel 2013 al massimo di sempre http://www.oecd.org/development/aid-to-developing-countries-rebounds-in-2013-to-reach-an-all-time-high.htm).

●L’Organizzazione Mondiale per il Commercio/OMC ha leggermente aumentato la previsione di crescita globale e mondiale delle esportazioni di merci al 4,7% nell’anno in corso e al 5,3 per il prossimo: lo stesso tasso di crescita degli scorsi vent’anni, grosso modo. L’OMC parla di segnali cauti di incoraggiamento dalla ripresa in atto in America ma anche in Europa (The Economist, 18.4.2014).    

●Un intervento svolto a inizio aprile, di presentazione del suo imponente e importante nuovo libro[1] da parte dell’economista francese Thomas Piketty, studioso del tema dell’ineguaglianza sociale e economica, alla conferenza annuale dell’Istituto per un nuovo pensiero economico di Toronto, in Canada, ha avuto un’eco assolutamente straordinaria e inattesa: paragonabile solo – hanno scritto (The Observer, 12.4.2014, W. Hutton, Capitalism  simply isn’t working and here are the reasons why: the gap between rich and poor threatens to destroy us Il capitalismo, semplicemente, non funziona e eccone i perché: il baratro fra i ricchi e i poveri minaccia di distruggerci http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/apr/12/capitalism-isnt-working-thomas-piketty) all’impatto rivoluzionario che, nel secolo scorso, ebbe l’analoga presentazione che, rovesciando allora in senso anti-keynesiano tutti i paradigmi dell’ortodossia economica, ebbe il neo-liberista Milton Friedman. Ma stavolta con un segno del tutto opposto...

Qui non abbiamo né spazio né tempo neanche di sintetizzarvi le argomentazioni cogenti e dimostrate da due secoli di dati e di prove certosinamente messi insieme, riprodotti e dimostrati nelle pagine e nelle parole di Piketty per il quale, dunque, dobbiamo rimandarvi al lavoro citato in nota e all’efficacissima sintesi che ne fa Hutton sull’Observer. Sintetizzando al massimo, Piketty comprova che il motore principale dell’inuguaglianza è la tendenza a rendimenti di capitale largamente eccedenti il tasso di crescita dell’economia― che generano scontento e minano tutti i valori non solo della democrazia ma anche di una appena normale decenza.

Per le prime discussioni nostrane – e dunque in lingua italiana – di questo eccezionale lavoro, che il Nobel Stiglitz ha chiamato “seminal”, fondativo cioè di una scuola nuova di pensiero, capace di rivoluzionare ancora l’ortodossia dominante, potete leggerle su un motore di ricerca (per esempio Google) cfr. https://www.google.it/search?hl=it&q=il+capitalismo+del+XXI+secolo+piketty&gbv=2&sa=X&as_q =&nfpr=&spell=1&ei=fqtKU9ToBYPV0QXRnoDoCg&ved=0CB4QvwU).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais)

●In Libia, la Libian National Oil Corp., malgrado l’accordo raggiunto coi ribelli di riaprire gli impianti dei porti cirenaici di Zueitina e Hariga non sono stati riattivati, anche dopo giorni e giorni dall’impegno raggiunto, firmato e proclamato. E ha fatto ricorso ufficiale, così, alla proclamazione della cosiddetta “clausola di forza maggiore” come si chiama, in diritto, l’esimente che la assolve così dalle conseguenze contrattuali di non riuscire ad ottemperare a quanto legalmente doveva ai clienti. Anzi, portuali, operai e tecnici sono nuovamente scesi in sciopero generale nel secondo dei due terminali anche se non è neanche chiara la natura stessa delle rivendicazioni avanzate, smentite, rilanciate e, comunque, tali da bloccare di nuovo tutto.

 Mentre nel primo dei due porti pare che da ostacolo adesso faccia la mancata della manutenzione necessaria a far ripartire gli impianti (Agenzia Reuters/Business Insider, 8.4.2014, J. Payne, Libya’s NOC keeps force majeure in place at eastern oil ports La NOC libica mantiene in vigore la clausola di forza maggiore nei porti petroliferi dell’est del paese http://www.businessinsider.com/r-libyas-noc-keeps-force-majeure-in-place-at-eastern-oil-ports-2014-08). Lo ha comunicato, dopo ben nove mesi di blocco, Ibrahim al-Awami della NOC stessa. Adesso si dimette anche Abdullah al-Thinni, il primo ministro che è entrato in carica appena due settimane fa, denunciando le minacce e gli “attacchi codardi” che diverse frazioni ribelli hanno avanzato contro lui e la sua famiglia. E aumenta il caos (New York Times, 13.4.2014, Reuters, Libya’s Interim Premier Hands Resignation to Parliament Il premier ad interim della Libia presenta le dimissioni al parlamento http://www.nytimes.com/reuters/2014/04/13/world/africa/13reuters-libya-government.html?partner=rss&emc=rss).

Dopo l’ambasciatore giordano a Tripoli, Fawwaz Al-Eitan (Libya Herald, 16.4.2014, No news of kidnapped of Jordanian ambassador, but Interior Ministry ‘has leads Nessuna notizia dell’ambasciatore giordano rapito, ma il ministero degli Interni non ne ha alcuna traccia http://www.libyaherald.com/2014/04/16/no-news-of-kidnapped-of-jordanian-ambassador-but-interior-ministry-has-leads/#axzz2zHSyDYUx), adesso, sembra essersi aperta la caccia un po’ a tutto il corpo diplomatico accreditato presso lo sgangherato governo centrale. Viene rapito il 17 aprile a Tripoli direttamente, nel centro della capitale, il primo consigliere d’ambasciata Aroussi Gantassi, anche stavolta per esigere uno scambio con prigionieri del governo centrale e non solo, forse, per strappare un riscatto in contanti (Reuters, 17.4.2014, Feras Bosalum e Tarek Amara, Gunmen Kidnap Tunisian Diplomat in Tripoli Militanti armati rapiscono un diplomatico tunisino https://uk.news.yahoo.com/ gunmen-kidnap-tunisian-diplomat-libya-221119999--finance.html#hBzloFO).

●Il 29 aprile, militanti armati hanno invaso la sede del parlamento e ferito parecchie persone, ha detto il portavoce Omar Hobeidan― e non è davvero la prima volta. Obbligando i deputati a rinunciare al voto in programma sulla nomina del prossimo primo ministro. Secondo una serie di messaggi giunti dall’interno del Consiglio generale via Twitter, gli sparatori erano “collegati” a un candidato premier in precedenza trombato in una votazione preliminare (Deutsche Welle/Berlino, 29.4.2014, Gunmen storm Libyan General Nattional Congress in Tripoli Tripoli uomini armati invadono il Congresso generale nazionale ▬ http://www.dw.de/gunmen-storm-libyas-general-national-congress-in-tripoli/a-17601663).

●In Algeria, le presidenziali sono state ancora una volta stravinte (81,53% ma ha votato solo il 51,7% dell’elettorato) dal vecchio, 77enne, e molto malato (colpito un anno fa da un infarto, ha messo il suo voto nell’urna raggiungendola su una sedia a rotelle) ex generale Abdel Aziz Bouteflika, che adesso è stato rieletto per la quarta volta consecutiva, dopo aver preso il potere a fine 1991 rifiutando di accettare il risultato delle elezioni che avevano visto prevalere alle urne il Fronte islamico di salvezza e scatenando una guerra civile che, alla fine, dopo anni di sangue, di attentati e di repressione selvaggia e forse centomila morti si concluse con una tregua di fatto, per spossatezza della società algerina in sostanza, che lasciava al governo i militari.

Stavolta è stato rieletto contro un ex suo primo ministro Ali Benfklis, che ha preso appena il 12% dei suffragi, ma l’opposizione più che col risultato finale denuncia la percentuale dei votanti che secondo loro serebbe stata  gonfiata... Possibile, anche probabile forse. Ma il presidente degli Stati Uniti qualche volta è stato eletto da meno del 30% del corpo elettorale, ribattono, a ogni buon conto, i partigiani di Bouteflika... che in ogni caso presta subito giuramento e chiede a un altro suo ex premier, Abdelmalek Sellal, di formargli il nuovo governo

    (Al Arabiya, 18.4.2014, Bouteflika wins 4th term as president Bouteflika vince il quarto mandato come presidente http://english.alarabiya.net/ en/News/2014/04/18/Algeria-s-Bouteflika-camp-claims-election-win.html;

e New York Times, 18.4.2014, Amir Jalal Zerdoumi, Algerian President Wins a Fourth Term Il presidente algerino vince il quarto mandato http://www.nytimes.com/2014/04/19/world/africa/algerian-president-wins-a-fourth-term.html?_r =0&gwh=68D4EB30D0200EB1EE19D35EDEC6553A&gwt=regi#).

La guerra della guerriglia islamica comunque non è finita e, al ritorno da un servizio di vigilanza a seggi elettorali un po’ sperduti nelle montagne della Kabilia, nei pressi della cittadina di Iboudraren, in un’imboscata vengono trucidati 14 soldati dell’esercito regolare da insorti islamisti dell’armata nazional-popolare, gruppo sporadicamente attivo ma effettivamente dimostratasi spesso micidiale (WisTv.com,/Columbia, S.C., 20.4.2014, A.P., Aomar Ouali, Insurgents kill more than a dozen Algerian soldiers Gli insorti uccidono più di una dozzina di militari algerini http://www.wistv.com).

●Cercando di recuperare il terreno perduto per essersi permessa di criticarne – con grande cautela, si capisce... – la reggenza dittatorial-militare instaurata col golpe, l’Amministrazione americana ha sbloccato adesso, per riavvicinarsi al regime di El Sisi, la consegna all’Egitto di 10 elicotteri Apache, continuando a perseguire – ha scritto il NYT – il suo “percorso tortuoso e confuso(New York Times, 24.4.2014, edit. board, A Questionable Decision on Egypt Decisione discutibile sull’Egittohttp://www. nytimes.com/2014/04/25/opinion/a-questionable-decision-on-egypt.html).

Comunque, adesso, in qualsiasi modo gli americani cercheranno di presentarla, la decisione alla fine apparirà come un voto di fiducia in un regime dominato dai militari che si è dato un’agenda autoritaria e ha marcato un percorso di violenza contro ogni dissenso e ogni opposizione politica”. Già bella scoperta... Adesso, e nello stesso giorno, sempre la stessa fonte, non può esimersi anche dal far rilevare che “i pubblici ministeri del regime continuano a sbattere sistematicamente in galera cristiano copti, mussulmani sci’iti e cittadini atei con l’accusa di  blasfemia”. A chi ha un po’ di memoria, del resto, è facile ricordare la solenne condizione che in conferenza stampa, il segretario di Stato John Kerry, al solito moralmente inflessibile come un giunco bagnato, aveva posto allo sblocco della consegna degli Apaches: di verificare “una transizione alla democrazia del regime che fosse sostenibile, inclusiva e non violenta”. Dunque, tutto il contrario di quanto sta succedendo...

● La giustizia egiziana...   (vignetta)

  Fonte: INYT, 29.4.2014, Patrick Chappatte

Adesso, a fine maggio, El Sisi si fa eleggere, in pratica senza opposizione. Facendo precedere la farsa elettorale da un’altra sentenza sempre del tribunale penale di Minya, nell’Alto Egitto che a marzo aveva già condannato all’impiccagione altri 529 Fratelli, sostenitori del presidente Morsi, con l’imputazione di aver istigato alla violenza e dell’uccisione di agenti di polizia. Questa volta tra i condannati c’è anche il leader spirituale della fratellanza mussulmana, Mohamed Badie. Perfino il vice primo ministro turco, Bulent Arinc, il cui governo finora ha sostenuto il regime militare in Egitto, dice che una sentenza così aberrante svergogna il regime egiziano come ogni governo che nel mondo la continui a tollerare, chiedendo a USA e UE di intervenire con forza per farla annullare (MiddleEastInstitute, 28.4.2014, Egypt sentences 683 to death in another mass trial L’Egitto  condanna a morte 683 oppositori in un nuovo processo di massa http://www.mei.edu/content/egypt-sentences-683-death-another-mass-trial).

Ed è certo che, come dice Arinc ma tipicamente senza tirarne alcuna conclusione, con questa serie di sentenze all’ingrosso all’impiccagione – di cui forse alla fine, a legittimisti totalmente schiacciati resteranno solo centinaia di condanne all’ergastolo – i rapporti con quasi tutti gli Stati della regione si vanno pesantemente deteriorando (Stratfor – Global Intelligence, 25.3.2014, Egypt’s tries to find its place in a changing Middle East L’Egitto tenta di trovare un suo posto in un Medioriente che cambia http://www.stratfor.com/ geopolitical-diary/egypt-tries-find-its-place-changing-middle-east).In ogni caso, un vecchio politico socialista tradizionale, Hamdeen Sabahi, ha “osato” candidarsi  contro di lui alle presidenziali... ma l’esito è noto a tutti e l’America, si capisce, zitta e mosca (The Economist, 25.4.2014, A decent politicianthe other candidate ▬  Un politico decente – l’altro candidatohttp://www. economist.com/news/middle-east-and-africa/21601300-decent-politicianbut-fall-guy-other-man).

●All’ultimo momento salta – senza in realtà grande danno – l’annunciato e preparato, vacuo e controproducente, vertice a tre sulla pace in Palestina Israele, Autorità nazionale palestinese e governo USA – con l’annullamento della visita al solito controproducente di John Kerry ancora una volta nella regione. Tutto è saltato, infatti, per il veto fallito del governo Netanyahu – e di Kerry che gli tiene bordone – all’iniziativa del presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, che ha osato chiedere l’accesso di diritto del suo paese, diventato adesso come Stato di Palestina a grande maggioranza membro osservatore dell’Assemblea dell’ONU, a una quindicina di agenzie specializzate delle Nazioni Unite stesse (New York Times, 1.4.2014, J. Rudoren e M. R. Gordon, Kerry-Abbas Visit Canceled as Mideast Talks Falter L’incontro Kerry-Abbas cancellato con il traballare dei colloqui http://www.nytimes.com/2014/04/ 02/world/middleeast/onathan-pollard.html? hpw&rref=world&_r=0).

Il gran trafficare di John Kerry tra Ramallah  e Gerusalemme, in definitiva non ha prodotto neanche un topolino e i colloqui cosiddetti di pace hanno cominciato a fare cilecca ben prima della scadenza che egli stesso aveva dato a se stesso e ai suoi interlocutori. Le due parti si sono accusate a vicenda del fallimento e il dipartimento di Stato ha pubblicato uno stranissimo “chiarimento” di Kerry stesso che, senza poter arrivare a dirlo apertamente visto il pregiudizio in America sempre favorevole a Israele, poi, in realtà le affibbia le maggiori responsabilità del fallimento

    (lo dice chiaro, in una riunione della Commissione Trilaterale a fine aprile (Guardian, 28.4.2014, P. Beaumont, Israel risks apartheid, if no peace agreement― Israele rischia l’apartheid senza un accordo di pace ▬ http://www.theguardian.com/ world/2014/apr/28/israel-apartheid-state-peace-talks-john-kerry) aggiungendo che, realmente, Israele ormai corre il rischio di diventare a tutti gli effetti un paese dell’apartheid, che dà diritti ufficialmente diversi per i suoi cittadini ebrei da rispetto a quelli di chi ebreo non è e di diritti ne ha di simili a quelli dimidiati e più dei neri nel Sudafrica d’una volta.

    Unico problema: non osa spingersi più in là, Kerry, che parlare di un rischio... Ma lo aveva profetato, o se preferite solo diagnosticato lucidamente, molti anni fa già l’ex presidente Jimmy Carter (Peace Not Apartheid, J. Carter, cfr. stralci in A. Gennari, 15.2.2007, Cosa serve per la pace in Palestina http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=770).

In ogni caso, e non esattamente in coincidenza casuale, appena spirata la scadenza fissata dal piano Kerry, finito in coda di pesce, le forze di sicurezza (ah! ah!) israeliana hanno provveduto a distruggere insieme a una moschea anche diverse altre strutture e fabbricati a Khirbet al- Taweel , in Cisgiordania (AlJazeera, 29.4.2014, Israeli army demolishes mosque in West Bank― L’esercito israeliano demolisce una moschea in Cisgiordania http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/04/israeli-army-demolishes-mosque-west-bank-201442920220722833.html).

 

Eh, già dall’inizio si sapeva: da quando tirammo su il primo mattone...   (vignetta)

 MA NON È STATO DA IDIOTI COSTRUIRE ‘STO MURO, VISTO CHE ALLA FINE, POI, CI ANNETTEREMO L’ALTRO LATO? 

Fonte: Le Nouvel Observateur, Wiaz, 24.1.2008[2].

Del resto, nel gabinetto di Netanyahu, oltre alla ministra della Giustizia Tipzi Livni e al suo piccolo partito (6 deputati), erede dei Ariel Sharon, solo lui ance nel suo stesso partito Likud è, anche se molto tepidamente e poi solo nominalmente, aperto (ma inventandosi sempre nuovi ostacoli pratici per bloccare da cinque anni il sì definitivo) all’idea di uno Stato palestinese affiancato a Israele “in linea di principio”. Tutti gli altri membri del governo e della destra maggioritaria in parlamento sono più o meno ferocemente contrari all’idea stessa, in nome del razzismo allo stato puro e, comunque, dello status quo che deve continuare in eterno a privilegiare i cittadini ebrei su quelli palestinesi e arabi anche a costo di affondare lo Stato nell’apartheid di fatto e di diritto.

In effetti, Israele è forte si sente forte, ha un PIL pro-capite sui $ 37.000 nel 1913,  molto al di sopra di tutti gli Stati arabi vicini e anche al di sopra di non pochi paesi della UE, ha Forze armate largamente dominanti rispetto a ogni possibile avversario, dotato poi di un armamento nucleare autonomo e di effettivo rispetto. Ma sta cambiando pelle e natura, trasformandosi in uno Stato sempre più disuguale e non solo per i suoi cittadini non ebrei e che smentisce in modo sempre più insopportabile la sua stessa storia di popolo oppresso trasformandosi di giorno in giorno sempre più in oppressore di un altro popolo.

Scrive un importante osservatore israeliano, sionista convinto nel senso antico del termine, difensore appassionato delle ragioni di Israele che “l’occupazione continua della Palestina sta lentamente divorando l’integrità morale e anche il benessere fisico di Israele spingendolo sempre più sul baratro di una sua auto-distruzione. E anche se i palestinesi non sono poi passanti del tutto innocenti, Israele e solo Israele deve sostenere ormai il peso del problema perché è suo qui il potere indisputato in grado di cambiare il corso degli eventi e di prevenire il disastro incombente(Alon Ben-Meir.com, 23.4.2014, A. Ben-Meir, Forfeiting Israel’s reason to exist Come buttare via la ragione per cui Israele esiste http://www.alonben-meir.com/article/forfeiting-israels-reason-to-exist/?utm_source=Subscribers&ut m_campaign=1c33cd90ce-UA-5963141-2&utm_medium=email&utm_term=0_6e846e6217-1c33cd90ce-3099 60737).

Dalla parte palestinese, certo, c’è la debolezza infinita di Mahmoud Abbas e la sua palese incapacità a dare sostanza al proprio modo di governare; c’è la retorica ormai anche stantia e ripetitiva, e pure odiosa di Hamas come odiosa è, del resto, la retorica israeliana nei confronti di Hamas stesso in qualche modo ponderata, se così si può dire, da quella che invece è certo la sua maggiore efficacia operativa di amministrazione e di governance del giorno per giorno, anche e malgrado l’inesorabile ostilità dell’assedio di Gaza da parte di Israele― in sostanza,dal punto di vista di Israele poi, la confermata inaffidabilità di tutti i rappresentanti del popolo palestinese a poter essere presi sul serio dagli israeliani.

E c’è la contraddizione tra la crescente credibilità e l’annunciata volontà dell’OLP ad accettare Israele e, in qualche modo, anche quella di Hamas ad ingoiare l’amaro boccone e l’irriducibile no israeliano a negoziare sul serio una pace perché da parte di pochissimi israeliani c’è un’anche minima disponibilità, alla fine, a fidarsi di qualsiasi palestinese fidare; e lo stesso, naturalmente, va detto per i palestinesi di Israele

    (The Economist, 11.4.2014, Israel-Palestine – A peace progress that is going nowhere― Israele-Palestina – Un processo di pace che non sta andando da nessuna parte http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/ 21600710-john-kerrys-dogged-bid-two-state-solution-has-faltered-peace-process;

e U.S. Dep. of State, 9.4.2014, Remarks by Secretary of State John Kerry before meeting in Washington, D.C. with Israel’s Foreign minister Avigdor Lieberman ― Dichiarazioni del segretario di Stato John Kerry prima dell’incontro a Washington, D.C col ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman http://www.state.gov/secretary/remarks/ 2014/04/224611.htm).

usto punto, lui se ne potrebe anche andare dccvvero ma per cosnegabre a questo putno, le chiacvi dela cisguiiordania aìdiretamengte a israele , sneza

●Adesso comunque il fallimento, l’ennesimo, del tentativo americano – inevitabile: al dunque sfoderano le unghie solo coi più deboli e anche con loro si mostrano, al dunque, impotenti – porta a un ravvicinamento inaspettato e pare stavolta più solido dei precedenti tra i palestinesi, OLP e Hamas (si farà un governo di unità nazionale e si andrà al voto sia in Cisgiordania che a Gaza per eleggere democraticamente un nuovo esecutivo unitario).

Ma, e soprattutto, come è stato fatto notare, questo è un accordo politico esplicito e dichiarato che per la prima volta viene firmato “in terra palestinese e firmare l’intesa vuol dire ricondurre la riconciliazione totalmente all’interno delle dinamiche palestinesi”... E poi vuol dire riconoscere e valorizzare stavolta il ruolo dell’ala di Hamas a Gaza. A mettere la sua firma – e anche questo dettaglio è importante – è stato Ismail Haniyeh che riunisce nel suo ruolo una figura di governo con una di movimento, un fatto che, nella storia di Hamas, non è successo e non succede quasi mai. Insomma, non è stato Khaled Meshaal che invece, assieme a Mahmoud Abbas per l’OLP, si è tenuto ben lontano dalla firma di Gaza (Invisible Arabs.blog, P. Caridi, 24.4.2014, Riconciliazione. Tra chi? http://invisiblearabs.com/?p=5956).

Molto deve ancora succedere e mille dettagli e mille intese operative vanno negoziate e raggiunte prima che una coalizione davvero operativa sarà in grado di governare i territori palestinesi. Ma il fatto in sé che le due fazioni principali – non le uniche, però... – dei palestinesi abbiano cominciato un percorso per l’unificazione politica dei due territori ha vaste e profonde implicazioni in tutta la regione. E non solo. Perché, anche se l’impatto immediato, per la miope reazione del governo di Tel Aviv, è nel complicare lo spinoso rapporto israelo-palestinese, già esso si fa sentire sugli equilibri di tutta la regione e sulle mosse stesse brancolanti e confuse oltre che confusionarie degli Stati Uniti d’America.

Scatenando la reazione furibonda di Israele e quella stupidamente supina verso chi pure Kerry aveva mostrato di considerare il vero responsabile del fallimento, cioè proprio Netanyahu...

(“Si tratta di un evento che potrebbe seriamente complicare lo sviluppo del processo di pace”: dice, senza neanche avvertire quanto suoni ipocrita, la portavoce del dipartimento di Stato, signora Jen Psaki, nel briefing quotidiano del 23.4.2014 ▬ http://www.state.gov/r/pa/prs/dpb/2014/04/225092.htm#MIDDLEEASTPEACE): il processo di pace americano? ha prodotto finora solo un’occupazione armata e illegittima, che dura da 47 anni, di una terra altrui e nell’assedio di stampo medievale – per fame, letteralmente, cioè – di un altro e altrui territorio (New York Times, 23.4.2014, I. Kershner e Judi Rudoren, Palestinian Factions Announce Deal on Unity Government Le fazioni palestinesi annunciano un governo unitario http://www.nytimes.com/2014/04/24/world/ middleeast/palestinian-factions-announce-deal-on-unity-government. html).

Quando la carta fondativa di Israele del 1948 prometteva – e allora non era ipocrisia: ma lo è adesso che i suoi governi e le sue maggioranze la violano deliberatamente ogni giorno – uno Stato “come predetto dai profeti d'Israele, che assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite[3]”: è vero molti sono i paesi che tradiscono le loro promesse fondative; ma questi impegni dei fondatori di Israele, tutti, senza eccezione, sono stati traditi dallo Stato di Israele, dal 1948 ad oggi...

... e, adesso, non solo Israele proclama che, se i palestinesi si mettono d’accordo tra loro (che poi anche qui sarebbe l’ennesima volta, dopo decine di fallimenti ulteriori), per Tel Aviv è inaccettabile perché, in sé, per Israele è un pericolo ma, proclama anche, subito dopo il gabinetto d’emergenza appositamente riunito, per bocca del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman che per Israele un piano di pace coi palestinesi che si rimettono insieme è impossibile (ma era impossibile anche coi palestinesi divisi, no?).

E che, in queste nuove condizioni, Israele imporrà all’Autorità nazionale palestinese oltre che su Hamas le sue “sanzioni” (come se finora non lo avesse già fatto... come se questo strumento diventasse un’opzione diversa dalla pura e semplice volontà di punire perché in qualche modo uno riesce a farlo...) (Ynet, 24.4 2014, Sanctions and suspended talks: Israel’s response to Palestinian reconciliation― Sanzioni e sospensione dei colloqui: la risposta di Israele alla riconciliazione tra I palestinesi http://www.ynetnews.com/ articles/0,7340,L-4513046,00.html).

●Il ministero degli Interni dell’Arabia saudita sta applicando, scrupolosamente e spietatamente, la nuova legge anti-terrorismo, ma in realtà contro ogni residuo spiraglio di libertà che fra qualche scudisciata in piazza o quale mozzatura di teste a sciabolate, restava ancora agibile in questo disgraziato paese. E sta applicando i regolamenti che ne derivano. La misura criminalizza di fatto, e ora anche compiutamente e formalmente, di diritto ogni espressione ogni associazione che esprima critiche all’indirizzo del re, di come lui capisce e impone l’interpretazione dell’Islam e del governo che per lui gestisce il regno. Le misure includono sotto l’etichetta del terrorismo, sotto 11 articoli:

• “Art. 1 - Il richiamo in qualsiasi forma all’ateismo o a qualsiasi suggestione che metta in questione il credo fondamentale della religione islamica.

Art. 2 - Il diniego della sua lealtà ai legittimi leaders del paese o dell’obbedienza a un partito, organizzazione, corrente di pensiero gruppo o individuo, sia fuori che all’interno del regno.

Art. 4 - L’aiuto ad organizzazioni ‘terroristiche’ gruppi, correnti di pensiero, associazioni, o  partiti ovvero con essi si affilii o ad essi mostri simpatia, li promuova o aiuti a celebrarne incontri dentro e fuori del paese, comprendendovi ogni forma di partecipazione attraverso riproduzioni audio, video o scritte, così come ai cosiddetti social media in ogni loro forma, web sites e Internet; o a chiunque ne faccia circolare in qualsiasi forma i contenuti, ne usi slogans e correnti di pensiero o ogni simbolo che sostenga o indichi simpatia nei loro confronti.

Art. 6 - Il contatto o ogni corrispondenza con ogni gruppo, corrente di pensiero, o persona ostile al regno saudita.

Art. 8 - Destabilizzare il tessuto sociale o la coesione nazionale chiedendo l’uguaglianza di tutti i cittadini o chiamando, partecipando, promuovendo o incitando sit-ins, dichiarazioni, proteste, incontri pubblicizzati in qualsiasi forma di gruppo o tale da danneggiare l’unità o la stabilità del regno in qualsiasi modo.

Art. 9 - La frequentazione o anche la sola presenza a conferenze, seminari, incontri sia nei confini che fuori del regno che mettano sotto attacco la sicurezza della società saudita o vi seminino la discordia.

Art. 11 - L’ incitazione a, o anche solo il tentativo di rendere ostili al regno, paesi, comitati e organizzazioni internazionali”.

Legislazione e regolamenti di applicazione sono stati messi in funzione lo scorso mese, a marzo. Tra l’altro comprendono anche l’ordine emesso in nome della monarchia ai jihadis di origine saudita di rientrare entro dieci giorni nel paese, lasciando la Siria. Non risulta a nessuno, né lì né in in Arabia saudita, né ad alcuna agenzia di intelligence tra quelle che nell’area pullulano che se ne sia dato per inteso anche un solo jihadi, che invece di essere però identificati e denunciati come dice il decreto del 14 marzo “per nome e patronimico” alla stregua di “terroristi e nemici di Dio e della comunità ”continuano, invece, a essere supportati finanziariamente e in mille altri pratici modi dalle casse del Tesoro dello Stato o del monarca saudita― che, notoriamente, nei fatti anche legalmente qui coincidono.

Queste leggi e queste regolamentazioni – con tutta la fluidità che sceglie poi nei fatti di applicare o non applicare ad libitum la monarchia – sono le più intolleranti e reazionarie, restrittive e aberranti sulla faccia del pianeta in tema di libertà di espressione. Perfino più della teorizzazione anche se non sempre, forse, della prassi applicata nella Corea del Nord. Ma mentre su Pyongyang il Grande Fratello predica e martella ogni giorno, su Ryiād si limita rigorosamente a lisciare le penne del re al quale in visita al soglio coronato il presidente Obama a fine marzo nemmeno ha fatto, si intende, il più vago dei cenni. Cumulativamente prese, queste misure sono un’indicazione che a molti osservatori sembrano tra le più precise e allarmate di quanto sia alta, in realtà, la preoccupazione della famiglia reale saudita.

    (Jadaliyya― in arabo جدل “jadal” dialettica [argomento in sé aberrante per il pensiero islamico maggioritario ma che questo istituto di ricerca e di studio specificamente rifiuta: anche nell’Islam sostiene, tutto è discutibile anche se non tutto, ovviamente, è accettabile], The Draft Anti-Terrorism Law in Saudi Arabia: Legalizing te Abrogation of Civil Liberties La bozza di legge anti-terrorismo in Arabia saudita: l’abrogazione legalizzata delle libertà civili http://www.jadaliyya.com/pages/index/4839/the-draft-anti-terrorism-law-in-saudi-arabia_legal;

e, sulla visita di Obama, Human Rights Watch, 31.3.2014, A. Coogle, Dispatches: Obama Refuses to Talk Human Rights in Saudi Arabia Notizie confermate: Obama rifiuta di discutere di diritti umani in Arabia saudita https://www.hrw.org/news/2014/03/31/dispatches-obama-refuses-talk-human-rights-saudi-arabia);

ancoraThe Intercept, 28.3.2024, G. Greenwald, US Takes a Break From Condemning Tyranny to Celebrate Obama’s Visit to Saudi Arabia Per celebrare la visita che fa in Arabia saudita, Obama interrompe l’indefessa campagna mondiale contro le tirannie [cioè..., le altre sì, ma questa qui lasciamola stare, eh? sa troppo per irritarlo di petrolio e di perodolari] ▬ https://firstlook.org/theintercept/2014/03/28/us-takes-break-condemning-tyranny-celebrate-obamas-visit-saudi-ara bia;

e, infine, Political outcast, 1.4.2014, M. Horne, Did Anyone Really Expect Barack Obama to Confront the Saudis on Human Rights? Ma qualcuno s’aspettava davvero che Barack Obama si scontrasse coi sauditi sui diritti umani? http://politi caloutcast.com/2014/04/anyone-really-expect-barack-obama-confront-saudis-human-rights).

●Direttamente, sul fronte del rapporto tra Arabia saudita e Iran, sembrano riaprirsi contatti diplomatici quasi senza precedenti tra i due governi con quella che sarebbe – sottolineano a Teheran, mentre a Ryiād tacciono senza per ora confermare ma neanche smentire – una vera apertura con effetti positivi per tutta la regione. All’interno dell’establishment iraniano c’è unanimità nella convinzione che l’Arabia saudita stia attivamente, anzi aggressivamente, minando ogni passo in avanti dell’influenza dell’Iran che possa comunque scaturire dai colloqui in atto tra Iran e USA (The Daily Star/Beirut, 10.4.2014, in Stratfor, 10.4.2014, Iran, Saudi Arabia: Diplomat Hints At Breakthrough In Ties Iran, Arabia saudita: gli ambienti diplomatici accennano a un’apertura nei rapporti reciprocihttp:// www.stratfor.com/situation-report/iran-saudi-arabia-diplomat-hints-breakthrough-ties).

●Intanto, dopo aver congelato i rapporti col Qatar per quasi tre mesi, ritirando anche i rispettivi ambasciatori, i paesi arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo persico hanno condotto nel loro Consiglio straordinario tenuto a Ryiād una revisione della decisone presa a causa dell’appoggio politico che l’emiro, anche dopo il golpe in Egitto, aveva continuato a dare al governo del presidente Morsi. I partecipanti al vertice (tutti, compreso il Qatar che è uscito vincitore erano presenti anche atar presente, stavolat che nominalmente alla fine ha vinmto Arabia saudita, Emirati uniti, Bahrein... che avevano scomunicato l’emirato come anche Oman,Yemen e Kuwait che non avevano interrotto mai i rapporti) hanno adesso deciso che le loro diverse politiche nazionali non dovrebbero più incidere su interessi, stabilità, sicurezza e sovranità l’uno dell’altro: in parole povere, chi aveva forzato la mano tentando di imporsi ci ha dovuto ripensare (Al Arabiya, 18.4.2014, Gulf States come to consensus after rift Dopo la loro disputa, gli Stati del Golfo tornano a un consenso [sul... diritto di dissentire l’uno dall’altro...] ▬ http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/04/18/Gulf-states-come-to-consensus-after-rift.html).

●Berlino ha deciso di non vendere ben 800 suoi carri armati moderni Leopard A2 della Krauss-Maffei Wegmann di Monaco di Baviera all’Arabia saudita: per l’opposizione determinata del ministro della Difesa Sigmar Gabriel, social-democratico, a causa – dichiara, e dichiarando di moderare “responsabilmente” la critica – “l’autocrazia insopportabile della monarchia saudita”, altrettanto deplorevole dice, e perfino più odiosa, dell’autocrazia iraniana. Scrivono diversi giornali, tipicamente però deplorando il fatto in nome dell’ “affare perso(per esempio qui citiamo l’Hamburger Abendlatt, moderatamente conservatore filo Merkel, 14.4.2014, Gabriel blockiert Panzer-Export nach Saudi-Arabien Gabriel blocca l’esportazione  di panzer all’Arabia saudita http://www.abendblatt.de/politik/deutschland/article126909 519/Gabriel-blockiert-Panzer-Export-nach-Saudi-Arabien.html).

●Sempre in Arabia saudita, del tutto insoddisfatto della perdita di peso specifico e di influenza in Medio Oriente – e degli esiti per ora complessivamente catastrofici, proprio dal punto di vista ristretto della monarchia saudita, della guerra civile che ha direttamente contribuito a scatenare in Siria – oltre che del pericoloso e irrisolto conflitto ormai del tutto palese tra Ryiād e Washington, re Abdullad con decreto reale ha dimesso dai suoi compiti di capo dei servizi segreti e, viene specificato, “su sua richiesta” il principe Bandar bin Sultan.

Detto “Bandar Bush” a Washington, dove è stato per oltre vent’anni ambasciatore, falco della prima ora che verrà rimpiazzato, per il momento ad interim, dal suo vice, il generale Yusuf bin Ali al-Idrisi che non è, una volta tanto, membro della famiglia reale e perciò ha un peso specifico di gran lunga minore (Kuwait News Agency, 15.4.2014, Prince Bandar Relieved from Saudi Intelligence Chief at His Own Request Su sua [assai dubbia] richiesta, il principe Bandar sollevato dall’incarico di capo dell’Intelligence saudita http://www.kuna.net.kw/ArticleDetails.aspx?id=2372473&Language=en).

Sembra una svolta, e la conclusione dello scontro interno al regime tra bin Sultan e il ministro dell’Interno, e possibile futuro monarca, principe Mohammed bin Nayef che ha condotto tra il 2003 e il 2006 la campagna di repressione interna al paese dei seguaci di Osama bin Laden, lui stesso a lungo “protetto” e coperto dai servizi sauditi e dagli USA per il meritorio lavoro anti-sovietico condotto negli anni ’80 in Afganistan ma ormai in parte anche tornati a casa a condurre pure lì la loro jihad dopo aver eseguito l’attentato alle Torri Gemelle.

E si pone adesso la questione vera: se il cambio è il segnale di un qualche significativo spostamento nella linea politica del governo saudita verso la Siria e nell’impegno pubblico che ha preso, col corollario di ingenti sforzi finanziari, economici e di una pesantissima interferenza dettata dal fanatismo sunnita, neo-cons e reazionario cui la sostituzione di Bush con Obama ha, in qualche modo e comunque, tagliato le gambe...

E se soprattutto riflette la divergenza di fondo con bin Nayef, sempre più allarmato dalla radicalizzazione eversiva che la guerra santa condotta in Siria sta avendo sui sauditi che sono andati a combattere e a cercare, fallendo, di rovesciare Assad: e adesso potrebbero anche tornare a  tentare di rovesciare il regime di casa per loro troppo “blandamente (sic!) islamico”, condotto da un monarca ormai  90enne e dalla salute fragile con un virgulto, 80enne lui stesso, come Salman principino della corona (Guardian, 16.4.2014, I. Black, End of an era as Prince Bandar departs Saudi intelligence post― La fine di un’era col principe Bandar che lascia il posto di capo dell’intelligence saudita http://www.theguardian.com/ world/2014/apr/16/prince-bandar-saudi-intelligence-syria).

●In Siria, gli ultimi rilievi che fanno capo alle agenzie specializzate e alle varie missioni dell’ONU calcolano ormai a ben oltre 2 milioni il numero dei rifugiati sfollati all’estero, anzitutto ovviamente concentrandosi nei campi, dei paesi limitrofi davvero quasi in condizioni di campi di concentramento. Solo in Libano ne sono ormai registrati presso gli uffici delle UNHCR 953.626,  e se ne contano 48.000 in attesa di registrazione. Dunque, sicuramente ben più di 1 milione

    (UNHCR/United Nations High Commissioner for Refugees, Official data, 3.4.2014, Syrian regional refugees in Lebanon― I rifugiati siriani nella regione: Libano ▬ https://data.unhcr.org/syrianrefugees/country.php?id=122);

e The Economist, 4.4.2014): in un paese che tre anni fa, prima dello scoppio della guerra civile siriana, contava, su una superficie di 10.400 Km(meno della Basilicata), una popolazione sui 4 milioni di abitanti.

●I calcoli della FAO indicano che la raccolta di grano e altri cereali in Siria arriverà quest’anno, al massimo, a un terzo di quanto produceva prima dello scatenarsi della guerra civile, senza neanche arrivare a toccare, per la prima volta da quarant’anni, il milione di tonnellate. Il conflitto ha inevitabilmente avuto anche questo effetto collaterale andando di gran lunga al di là di ogni attesa sia come prolungamento nel tempo, sia come intensità degli scontri, come vittime efferatamente trucidate nell’uno e nell’altro campo, sia come effetti di dislocamento forzato e di massa di popolazione (Newsnom.com/Canberra, 28.4.2014, War-ravaged Syria may face worst wheat harvest in 40 years La Siria devastata dalla guerra potrà dover far fronte al peggior raccolto di grano da 40 anni http://www.news.nom.co/war-ravaged-syria-may-face-worst-9199918-news).

●Il capo degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che il regime siriano non è più, ormai, in pericolo. Ai ribelli resta “l’opzione di una guerra di attrito, finché riuscirà a mantenere ancora dalla sua chi, tra i paesi arabi, continuerà a fargli da elemosiniere... Insomma, all’orizzonte i ribelli non sembrano più in grado di condurre una guerra per vincerla, diciamo, strategicamente...”. Quel che sta accadendo a Latakia e a Kassab, non è certo un attacco di dimensione strategica. Orma, sostiene, “il pericolo che la Siria si spacchi è passato”.

Il riscontro sarebbe anche nel fatto, insinua Nasrallah, che in particolare l’Arabia saudita abbia discretamente lanciato a sondare il regime di Assad facendogli intravvedere che se rompesse i suoi legami con l’Iran potrebbe anche rivedere il sostegno dei wahabiti ai ribelli siriani. Quanto alla Russia, dopo la riunificazione della Crimea, dovrebbe adesso incrementare “sostegno e protezione alla Siria”. Propaganda, in parte almeno, sicuramente o, magari, anche un po’ di tracotanza ma l’opinione ormai di tutti gli esperti – specie quelli americani, gli think tanks che al centro del potere che resta il maggiore più contano – che queste affermazioni riflettano una ragionevole valutazione dei fatti.

Nelle parole di Nasrallah c’è, ma ancora non annunciato, forse anche il riflesso di una decisione in via di formazione sul ritorno in Libano dalla Siria, ormai considerato possibile quest’anno, del corpo di spedizione dei militanti sci’iti libanesi.

●Negli stessi giorni, l’assassinio apparentemente gratuito ma proclamato e rivendicato “in nome del profeta”, da parte di un gruppo di ribelli wahabiti islamisti, di un anziano gesuita olandese, il 76enne Frans van der Lugt, che dal 1966 viveva e lavorava assistendo a Homs i più diseredati e assisteva, ultimo prete cattolico rimasto coi 66 cristiani rimasti in zona dopo la fuga o la morte di migliaia e migliaia che prima lì risiedevano (Papaboys 3.0.com, 8.4.2014, Padre Frans van der Lugt assassinato al grido“Allah è grande!” http://www.papaboys.org/padre-frans-van-der-lugt-assassinato-al-grido-allah-e-grande).

Qui non possiamo sviluppare fino in fondo questo discorso, come meriterebbe. Ma Frans van der Lugt è stato anche un lucido e autorevolissimo analista della guerra civile. Che adesso ha pagato anche con la vita la tersa trasparenza della sua analisi: dunque, non certo quanto presunti strateghi o fanatici assassini wahabiti hanno definito dalle loro comode scrivanie o in base al loro estremismo monoculare il classico “utile idiota” del presidente Bashar al-Assad.

A gennaio 2012, scriveva su un sito web in fiammingo del suo paese,  che la rivolta non era affatto una “rivolta popolare”. E anche molto di più di un giudizio comunque soggettivo. Van der Lugt scriveva di aver osservato con i suoi occhi, e aver raccolto decine di testimonianze dirette, come all’inizio (vanaf het begin) furono proprio i ribelli a dare inizio agli scontri armati e a una violenza cieca scatenata deliberatamente in particolare contro le forze di sicurezza provocandone la reazione. Che è esattamente il contrario della narrativa standard sulla rivolta e le sue origini (le persecuzioni di Assad) pagata dai sauditi e diffusa dalle agenzia miliardarie di Public Relations americane e seminate dai media dell’occidente tutto[4].

Poi, adesso, arriva anche la documentazione pubblicata e rilanciata dall’autorevolissima London Review of Books sull’utilizzo non solo sporadico ma sistematico, nello scorso agosto, del gas sarin, da parte di gruppi di ribelli, con l’assistenza ormai provata dei servizi segreti turchi, contro la popolazione civile siriana per attirare così gli americani, che quasi ci cascarono, nella trappola di bombardare la Siria.

La notizia, che gli americani avevano accennato da tempo di avere alla fine “scoperto” – e che ha pesato anche nella decisione finale di Obama di non bombardare Damasco accogliendo la proposta di mediazione russa (contro la rinuncia da parte siriana a tutto lo stock di gas esistente), non sta certo aiutando adesso la causa dell’opposizione siriana (London Review of Books, vol. 36. no. 8, 17.4.2014, Seymour M. Hersh[5], The Red Line and the Rat Line – on Obama, Erdoğan and the Syrian Rebels La linea rossa [aveva proclamato Obama che, se Assad avesse usato i gas, lui avrebbe bombardato...] e la linea dei sorci [ha chiamato così, notoriamente ma ufficiosamente, la CIA il canale segreto (sic!) con cui da metà del 2012 gli USA hanno fornito armi ai ribelli jihadisti e al-Qaedisti in Siria, poi largamente rimpiazzati dagli aiuti diretti dei sauditi] – su Obama, Erdoğan e i ribelli siriani http://www.lrb.co.uk/v36/n08/seymour-m-hersh/the-red-line-and-the-rat-line).

Dove particolarmente interessante è la prova provata che, anche e forse pure per i guai che aveva in casa ed in piazza, ma con la forza che la sua maggioranza popolare dava e dà al governo Erdoğan, Istanbul aveva pesantemente forzato e nascosto la mano, fornendo di gas nervino che ufficialmente neanche aveva i ribelli siriani... Certo, la notizia non ha fatto piacere né a Istanbul né Washington dove subito tutti ci hanno, a questo punto, creduto.

Come non ha sicuramente aiutato neanche gli americani più ferocemente contrari ad Assad a caricare su di lui l’ “incidente” il fatto che,  intorno al 10 aprile, denunciato da tutti, ribelli e governo, provoca con effetti analoghi – dicono – al gas uno o due morti tra i civili del villaggio di Kfar Zeita (The Guardian, 12.4.2014, Conal Urquhart, Syrian poison gas attack 'kills two and wounds up to 100’ Attacco al gas in Siria ‘uccide due persone e ne ferisce fino a 100’ http://www.theguardian.com/world/2014/apr/12/ syrian-poison-gas-attack-claim). E’ la storia di sempre dell’ “al lupo, al lupo” che, alla fine, si vendica...

●Ma la Turchia insiste, spericolatamente – lo affermano molti testimoni e lo confermano anche un paio di attivisti ribelli come oggi anche molti osservatori di parte occidentale insistono a chiamare, eufemisticamente, i fanatici jihadisti sunniti in guerra col governo siriano – e ha attivamente sostenuto anche il recente attacco alla cittadina armena ortodossa e, anzi, considerata la culla ancestrale della comunità armena di Siria e perciò kafir, miscredente, infedele e eretica, come tale sterminabili senza problemi – di Kasab, consentendo loro il 31 marzo scorso di accedervi attraverso un posto di confine sirio-turco volutamente lasciato incustodito.

Col risultato che Kasab, svuotata dalla fuga e dallo sterminio, è oggi nelle mani di una strana alleanza di gruppi islamici: anche di Jabath al-Nusra, che pure lo stesso governo turco considera e persegue come un gruppo “abnorme” (Hürriyet Daily News/Istanbul, 15.4.2014, Turkey 'aided Islamist fighters' in attack on Syrian town― La Turchia ha aiutato i combattenti islamisti ad assaltare  una cittadina siriana http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-aided-islamist-fighters-in-attack-on-syrian-town-report.aspx?pageID =517 &nID=65061&NewsCatID=352).

Ormai, qui, è però evidente, i destini di Siria e Turchia sono in molti modi legati. E la Turchia può – forse potrebbe – davvero aiutare la Siria ad uscirne e se stessa a tirarsene fuori in modo positivo, cambiando tattica e strategia, tornando a una neutralità maggiore nella spaccatura etnica e settaria che, fallendo miseramente e inguaiando se stessa, ha perseguito negli ultimi e anche mantenendo una comunicazione aperta con le controparti.

Cioè, con gli altri Stati della regione, compreso l’Iran. La Turchia dovrebbe, cioè, puntare a lavorare, in piena reciprocità, con le altre potenze o semi-potenze della regione, alla de-escalation del coinvolgimento di potenze e di militanti stranieri nella guerra, nelle guerre, di Siria e per ricostruire con pazienza e sapienza un clima più favorevole alla discussione e, alla fine, alla pace.

●In Siria orientale scontri sempre più  feroci dentro le fazioni jihadiste anti-Assad hanno fatto almeno una settantina di morti il 10 aprile nelle vicinanze della cittadina di Bukamal, nella provincia di Deir el-Zour, vicino al confine irakeno. Da una parte, i ribelli di Jabhat al-Nousra, che  ha rotto – dice – con al-Qaeda e gruppi che ad essa restano dichiaratamente fedeli, ma anche altri gruppi islamisti. E l’ultimo di una serie di scontri che si sono trascinati per mesi su aree che erano state in precedenza sottratte al controllo di Assad e dei suoi e che nel frattempo era stato quasi tutto nuovamente perduto ma continuava a restare in qualche modo disputato.

La disputa pare, però, ormai trasferita tra le fila dell’opposizione più che col regime (Al Jazeera, 11.4.2014, Syria death toll rises from rebel infighting― Dalla lotta tra i ribelli aumenta il numero dei morti in Siria ▬ http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/04/report-syria-rebel-infighting-kills-scores-201441022423446161 9 .html).

E, dai e dai, il 16 aprile giunge, a conferma eclatante, la notizia che militanti dello Stato islamista di Iraq e del Levante con legami assai laschi ad al-Qaeda che però non lo riconosce come suo affiliato  hanno “giustiziato” crivellandolo di pallottole e a freddo – insieme alla moglie, alla figlia al fratello e a una nipote – Abu Mohammed al-Ansari, capo di un altro gruppo jihadista e altrettanto estremista, quello siriano di Jabhat al-Nusra, esso stesso in un recente passato vicino agli al-Qaedisti nella provincia siriana nord-occidentale di Idlib (Agenzia Stratfor, 17.4.2014, Syria:top rebel leader killed Ucciso uno dei massimi leader ribelli [da altri ribelli] ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/syria-top-rebel-leader-killed).

●Intanto, come segno voluto di sicurezza e di forza, dopo una serie continua e significativa di avanzate sul campo di battaglia si lo speaker del parlamento siriano, Mohammed Lahham, ha annunciato il 21 aprile che le elezioni presidenziali – alle quali, è ormai certo –  si presenterà ancora il presidente Bashar al-Assad malgrado tutto o proprio a causa di tutto – si terranno il 3 giugno prossimo (Haaretz/Tel Aviv, 21.4.2014, Syria to hold presidential election on June 3 La Siria terrà elezioni presidenziali il 3 giugno http://www.haaretz.com/news/middle-east/1.586545) con ottime possibilità anche di un successo sostanzialmente vero e genuino (Stratfor – Global Intelligence, 14.4.2014, Second Quarter Forecast 2014 Previsioni secondo trimestre 2014 http://www.stratfor.com/forecast/strat fors-second-quarter-forecast-2014): perché, alla fine e dopotutto, l’alternativa sono quelli là...

Viene quasi subito annunciato che ci sarà almeno una candidatura concorrente, quella del deputato di Aleppo, Maher Abdul-Hafiz Hajjar, 46enne ex dirigente del partito comunista, eletto con  l’opposizione del Fronte popolare di sinistra alle ultime parlamentari che nel 2011 appoggiò cautamente le proteste contro il regime ma senza mai chiedere, al contrario dei jihadisti e dei ribelli, il rovesciamento delle istituzioni e della presidenza.

E’ una candidatura probabilmente concordata, che serve a verniciare di una legittimità formalmente “occidentale” la vittoria inesorabile in un’elezione che comunque dovrà fare i conti con un largo boicottaggio sunnita del voto. Haijar da membro dell’opposizione leale, e con le sue antiche radici ad Aleppo, potrebbe venire a breve, dopo le elezioni, integrato nell’apparto del regime appena il governo alawita/sci’ita riprenderà con una fiducia in se stesso maggiore e più stabile per procedere a una selettiva reintegrazione di esponenti sunniti al potere.

nel resto dell’Africa

●Per evitare la peggiore carestia che abbia colpito l’Africa dagli anni ’80 e, nei fatti, sta ormai condannando a morte per fame di 3 milioni e mezzo di abitanti del Sud Sudan, un terzo della popolazione, è necessario farci arrivare al massimo, entro due mesi, cibo, acqua, sementi e strumenti agricoli per un valore sui 168 milioni di €: entro due mesi perché qui bisogna seminare entro la fine di maggio quando le piogge mettono fine al tempo della possibile semina annuale (New York Times,3.4.2014, N. Cumming-Bruce, South Sudan Will Starve Withput Aid, U.N. Warns Il Sud Sudan morirà di fame se non gli arrivano aiuti http://www.nytimes.com/2014/04/04/world/africa/south-sudan-will-starve-w ithout-help-un-warns.html?_r=0).

Tutto questo è stato anche, e soprattutto, la prima conseguenza della rivolta che nel Sud Sudan una parte minoritaria ma portante delle etnie schierate col vice presidente in carica ha lanciato su basi di conati di stampo secessionista contro il presidente dello Stato del Sud a sua volta, da poco più di un anno, uscito con una secessione costata un’altra guerra dal Sudan stesso...

●Nel corso di una sola nottata e avendo provveduto a rivedere il modo in cui calcolava finora il suo PIL, cioè usando come anno base il 2010 e non più il 1990, la Nigeria ha superato adesso il Sudafrica come il paese con l’economia maggiore del continente nel 2013: con $ 510 miliardi, l’89% in più di quanto prima calcolato. Adesso si tiene conto, soprattutto, di un fattore finora pressoché inesistente e comunque anche sottovalutato: l’industria nigeriana delle telecomunicazioni che si sta sviluppando a rotta di collo. Così come anche di un produzione di greggio petrolifero ricalcolata come è naturale in aumento.

Ma, dl di là del dubbio che il Sudafrica potrebbe sempre ricalcolare il suo PIL con criteri analoghi, non è che i nigeriani sembrino estasiati dalla notizia: la stragrande maggioranza di loro continua a sopravvivere con un reddito pro-capite che non supera $ 1,25 al giorno

    (The Economist, 11.4.2014;

e Deutsche Welle/Berlino, 6.4.2014, Nigeria overtakes South Africa as the continent’s largest economy La Nigeria scavalca il Sudafrica come l’economia maggiore del continente http://www.dw.de/nigeria-overtakes-south-africa-as-the-continents-largest-economy/a-17551016).

●Il governo del Ciad ha annunciato che ritirerà dal territorio della Repubblica centrafricana i più di 800 membri della sua missione di pace armata (contraddizione in termini, ovviamente, e stridente  ossimoro come ormai la storia sé largamente, e quasi dovunque, peritata di dimostrare), inviata a stabilizzare e mantenere la pace (peacekeeping) in una guerra civile dove i massacri degli uni (prima i mussulmani e, adesso che stanno vincendo, i cristiani) fanno a gara, quanto a gravità e efferatezze, con quelli degli altri.

I soldati del Ciad, per lo più mussulmani, si sono schierati nei fatti dalla parte dei loro correligionari; mentre quelli di tutti gli altri contingenti, quasi 7.000 soldati intervenuti con l’identica missione ma coordinati e di fatto agli ordini del contingente francese, hanno fatto l’opposto. O, comunque, non sono intervenuti così attivamente né a separare i contendenti né a combattere ma sono stati largamente a guardare...

in America latina

●Il governo dell’Argentina ha annunciato che procederà a tagliare i sussidi pubblici con cui tiene sotto controllo prezzi dell’acqua e del gas naturale al consumo. Ma il costo della vita in aumento rende difficile resistere alle pressioni di adeguamento dei salari e il governo della provincia della capitale ha adesso concordato coi sindacati degli insegnanti in sciopero un aumento del salario del 31% (The Economist, 4.4.2014).

●Come aveva promesso in campagna elettorale, in Cile la nuova e, dopo l’interruzione dei quattro anni di obbligata non rieleggibilità consecutiva, e “vecchia” presidente, Michelle Bachelet, ha presentato al parlamento il piano di riforma scolastica che, facendosi finanziare da un aumento delle tasse sulle imprese, dovrà fornire a ogni studente un’istruzione pienamente e realmente così finanziata e resa gratuita dalle elementari all’università (The Economist, 4.4.2014).

●In Costarica, il centro-sinistra, insegnante di storia e ex diplomatico, Luis Guillermo Solis, ha vinto a valanga (78% dei voti) le presidenziali dopo che Johnny Araya, candidato del partito attualmente al governo, nazionalista di centro-destra, di fronte ai sondaggi catastrofici si è ritirato dalla corsa (New York Times, E. Malkin, Center-Left Candidate, as Expected, Wins Big in Costa Rica In Costarica, e come previsto, il candidato di centro-sinistra vince largamente http://www.nytimes.com/2014/04/08/world/americas/ center-eft-candidate-wins-big-in-costa-rica.html).

in CINA

●Il vice presidente della Commissione centrale militare della RPC, Fan Chanlong, ha espresso pubblicamente l’insoddisfazione e il profondo rincrescimento del suo paese per i commenti, altrettanto pubblici profferti dal segretario alla Difesa americano Chuck Hagel nel corso di una riunione alle Hawaii dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN)― le rimostranze di Fan sono state riprese dal ministro della Difesa gen. Chang Wanquan mentre i  commenti di condanna per la decisione di Pechino di dichiarare una zona di identificazione aerea per i velivoli che sorvolano il Mar Cinese meridionale, Hagel le ha ripetute, in modo mirato e ancor meno diplomatizzato, subito dopo in Giappone.

L’episodio è rivelatore della decisione cinese di portare abbastanza inusualmente alla luce anche dell’opinione pubblica interna che pure loro e non solo gli americani sono capaci, ogni tanto, di dar voce e mettere anche loro in circolazione qualche ruggito  

    (China.org.cn, 8.4.2014, China ‘dissatisfied’ with Hagel’s remarks― La Cina ‘scontenta’ con le osservazioni di Hagel http://www.china.org.cn/china/Off_the_Wire/2014-04/08/content_32033023.htm;

e New York Times, 8.4.2014, H. Cooper, Hagel Spars with Chinese over Islands and Security Hagel apre schermaglie coi cinesi su isole e sicurezza http://www.nytimes.com/2014/04/09/world/asia/united-states-and-china-clash-over-contested-islands.html#).

● E vediamo un po’adesso chi è che fa più casino... (vignetta)

Alleanza USA-Giappone                                       CINA

 

 Fonte: INYT, Heng Kim-song, 28.4.2014

 

●In Kazakistan, annunciato un altro, ennesimo, ritardo nell’avvio della produzione del gigantesco giacimento petrolifero di Kashagan: forse altri due anni ma anche di più – per ragioni, ovviamente,  tecniche – quando il paese, che sta in una fase di crisi economica seria, contava moltissimo su un reddito crescente dal greggio. Il governo ha deciso di spostare 1 miliardo e 300 milioni di $ dal fondo petrolifero a quello degli assets tossici, ha comunicato il 14 aprile il ministro dell’Economia Yerbolat Dossayev.

Questo fondo di copertura è stato lanciato due anni fa e dovrebbe servire a comprare i crediti tossici delle banche del paese maggiormente inguaiate. Lo scorso febbraio il Kazakistan ha pesantemente svalutato il suo tenge, la maggior parte delle banche e delle imprese sono cariche di debiti pesanti  e il portafoglio di crediti irredimibili del sistema bancario soprattutto e proprio dalle imprese kazake è salito alle stelle (Agenzia Tengrinews, 15.4.2014, $1.3 billion to finance Toxic Assets Fund of Kazakhstan― Stanziati 1,3 miliardi di $ per finanziare il fondo sugli assets tossici del paesehttp://en. tengrinews.kz/finance/13-billion-to-finance-Toxic-Assets-Fund-of-Kazakhstan-252921).

Sono guai per il paese, che non ha altri redditi significativi dall’export. Kashagan è stato stimato contenere qualcosa come 13 miliardi di barili di greggio ed è in  via di sviluppo da parte di un vasto consorzio di giganti energetici compresi ENI, Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, Total e la KazMunaiGaz, l’ente di Stato kazako per gas e petrolio. La produzione iniziale di Kashagan era attesa raggiungere quasi subito a 180 mila barili al giorno col picco di produzione quotidiano a 1 milione e 660 barili― una quantità che sarebbe pari a quella odierna dell’Angola, paese membro dell’OPEC.

Il progetto è stato da tempo appesantito da molti problemi. Negli ultimi cinque anni, con la produzione che finalmente è iniziata a fine settembre 2013 quasi subito fermata dalla scoperta di incrinature crepe e anche vere e proprie rotture nel percorso del gasdotto. Ora il governo kazako ha imposto una multa di 737 milioni di $ al consorzio per l’infrazione degli impegni contrattuali (GeopoliticalMonitor.com, 27.4.2014, J. Côté, Investor Alert: Red Flags in Kazakhstan― In Kazakistan, allarme rosso per gli investitori http://www.geopoliticalmonitor.com/investor-alert-red-flags-in-kazakhstan-4969).

Ora, questo è un ritardo che fornisce alla Russia una buona opportunità di utilizzare l’altrimenti inoccupato oleodotto kazako-cinese per esportare adesso verso la Cina buona parte del greggio con cui adesso potrebbero anche rimpiazzare, in caso di boicottaggio per l’Ucraina, i clienti che le venissero a mancare in occidente cedendo eventualmente, anche se in sostanza al dunque improbabilmente, alle pressioni di Washington.

Il 10 aprile, il ministero degli Esteri cinese nel corso di un briefing di routine ha risposto col portavoce, Hong Lei, a un reporter americano che chiedeva se, come avevano lasciato capire i russi, Pechino avrebbe davvero firmato un accordo bilaterale per incrementare l’export russo e l’import cinese di greggio, che “in effetti, il giorno prima il vice primo ministro Zhang Gao-li e il vice primo ministro russo Arkadiy Vladimirovich Dvorkovich si erano incontrati a Pechino come co-presidenti del Comitato sino-russo di cooperazione energetica... e hanno trovato un nuova intesa di possibile, pronta cooperazione... ora si tratta solo di arrivare a definire l’accordo sul prezzo del gas”...

Per dirla chiara: se qualcuno dei frollocconi di Washington pensava che i cinesi dessero davvero una mano a far scattare le sanzioni anti-russe sarebbe meglio che ci ripensassero d’urgenza... (Townhall Finance, 12-4-2014, Russia Plays the Gullible Washington La Russia si fa gioco di quei sempliciotti di Washington http://finance.townhall.com/columnists/nightwatch/2014/04/12/russia-plays-the-gullible-west-n18236 14/page/full).

E la posizione effettiva cinese, che a Washington avevano, solito, corrivamente e facilmente, etichettata come anti-russa – vista la disponibilità della delegazione al FMI ad autorizzarne il direttore generale ad approfondire il dossier Ucraina: disponibilità pur accompagnata dalla deplorazione formale della tendenza generale alla rigidità che è propria non tanto delle ricerche quanto delle politiche del Fondo stesso – viene adesso chiarita a dissipare la confusione che ne vanno facendo al dipartimento di Stato.

Il governo cinese – ha postato sul sito web ufficiale Qin Gang, il portavoce del ministero degli Esteri cinese – si è mantenuto in stretto contatto con tutte le parti coinvolte nella crisi ucraina... Ma l’ennesima imposizione di sanzioni unilaterali contro la Russia non aiuta certo a risolvere il problema. Servirà, come sempre, solo a esacerbare le tensioni esistenti. Serve invece, ed è quel che  il governo cinese chiede, di continuare a dialogare e negoziare e promuovere soluzioni politiche. L’imposizione di sanzioni è contraria agli interessi di tutti(Conferenza stampa al Consolato generale  di Cina a Los Angeles, 28.4.2014 http://losangeles.china-consulate.org/eng/confenrence/t1150921.htm).

E, onestamente, sembra una posizione che sostiene i russi più che il contrario come per due giorni hanno insistito a dire, mentendo o non riuscendo proprio a capirci niente, al 2401 E Street, NW, il dipartimento di Stato: forse senza rendersene neanche conto…

●In ogni caso, sul nodo energia, Pechino si muove in ogni direzione e senza sosta: nella capitale cinese il 19 aprile arriva una delegazione turkmena per preparare la prossima visita di Stato del presidente Gurbanguly Berdimukhammedov (Trend News Services/Ashgabat, 19.4.2014, Huseyn Hasanov, Turkmen president to visit China― Il presidente turkmeno in visita in Cina http://en.trend.az/regions/casia/turkmeni stan/2265031.html).La Cina è già l’acquirente maggiore del gas turkmeno e pianifica di incrementarne l’acquisto.

L’interesse di Pechino un po’ verso tutti gli Stati dell’Asia centrale, in particolare qui in Turkmenistan (Stratfor – Global Intelligence, 13.9.2013, China’s Growing Interest in Central Asia Crescente interesse della Cina in Asia centrale http://www.stratfor.com/video/chinas-growing-interest-central-asia), è radicato soprattutto nello sforzo teso a ridurre l’esposizione dell’economia del paese a qualsiasi insicurezza energetica e a potenziali turbamenti del flusso di forniture nella Cina meridionale e in quella orientale, reperendo nuove risorse via terra, come appunto l’Asia centrale e nuove vie di trasporto terrestre.

 

●Il vice ministro delle Finanze, Zhu Guang-yao, ha detto il 2 aprile a latere del vertice primaverile di Washington del FMI che la Cina sostiene i possibili aiuti finanziari all’Ucraina prospettati dal governo americano allo stesso Fondo. Ma, quasi facetamente e a seguire, ha anche espresso scetticismo sulle possibilità reali che ormai avrebbe l’FMI di prestare miliardi e miliardi di $ di aiuti dato il rifiuto persistente del Congresso americano a ratificare il programma che il Fondo aveva approvato per la sua stessa riforma.

D’altra parte, Zhu ha anche fatto presente che la Cina non è affatto d’accordo col mantenimento di principio della linea dura che il Fondo ha insistito ad imporre come sempre con l’etichetta dell’austerità e col suo insistervi dopo che già per tre volte, e proprio perche si trattava di un sine qua non, nel recente passato il governo di Yanukovich aveva dovuto rinunciare a firmare l’Accordo di associazione con la UE.

E’ una linea sbagliata, insiste, ma bisognerebbe spiegare comunque perché adesso rinunciarvi diventerebbe possibile col nuovo governo e non lo era stato col vecchio (News.nom.com, 12.4.2014, China backs aid for Ukraine, worried by IMF funding capacity La Cina appoggia gli aiuti all’ Ucraina, ma è preoccupata dalla capacità di finanziamenti del FMI http://www.news.nom.co/china-backs-aid-for-ukraine-worried-8956996-news). Del resto, quanto sia controproducente l’austerità ormai lo mostra tutto, lo mostrano tutti, viene dimostrato dappertutto...

●I dati ufficiali, confermati dal FMI, mostrano che l’economia cinese sta crescendo ma al ritmo minore da due anni a questa parte. Il PIL, nel primo trimestre del 2014, aumenta del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2013 (e del’1,4% negli ultimi tre trimestri dell’anno scorso). L’obiettivo ufficiale del governo è una crescita del PIL al 7,5% nell’anno che diversi economisti pensano dovrà impegnarsi a raggiungere (The Economist, 18.4.2014). Bè, verrebbe da dire proprio beati loro... lmeno limitatamente al piano macro-economico...

 

 

●  A questa manica di incapaci lasciamo ancora in mano l’economia. Ma di chi è la colpa?   (vignetta)

Nessun travaglio,                Nessuna austerità,     Niente contaminazione,  

Nessun guadagno!               Nessuna prosperità!  Nessuna soluzione!           

COMMISSIONE EU                 BANCHE            MULTINAZIONALI

TE  DEUM LAUDAMUS, TE  DOMINUM CONFITEMUR... PER SORELLA (LORO)

                                                                      AUSTERITATE...

Fonte: Khalil Bendib, 16.4.2014

● Le principali importazioni cinesi dall’America latina   (grafico)  

in  migliaia di $

 ferro   soia    rame   greggio*     microprocessori

* non inclusi gli accordi crediti-per-greggio col Venezuela

Fonte: Stratfor

 

●Questa è una voce che merita qualche analisi... L’impatto immediato della crisi finanziaria sul commercio mondiale, che ha cacciato nella recessione Stati Uniti ed Europa, sull’economia latino-americana è stato tutto sommato piuttosto smorzato. L’Argentina e il Brasile hanno registrato nel 2010 una crescita lorda del PIL del 9 e, rispettivamente, del 7,5%. Ripresa forte di breve periodo, vero, ma sostenuta dalla forte domanda cinese di derrate e prodotti alimentari dai due paesi, come del resto anche per le esportazioni di Cile e Peru che hanno entrambe visto diventare la Cina il maggiore cliente in particolare per l’export metallifero.

A muovere la domanda cinese è stato, anzitutto, il boom delle costruzioni che ha utilizzato rame importato dal Peru e dal Cile e ferro del Brasile. Contemporaneamente la crescita demografica e quella del reddito globale e pro-capite del gigante dell’Asia hanno spinto la domanda di importazioni di soia. La Cina ne è diventata la maggiore importatrice, consumandone quasi il 40% degli scambi globali. Brasile, Uruguay, Paraguay e Argentina hanno le migliori e più produttive coltivazioni di soia fuori del Nord America e, insieme, rappresentano il 26% del mercato globale.

A breve, una maggiore instabilità potenziale dell’economia cinese pone serie questioni e anche se sicuramente a un +7,4% attuale anno su anno nel primo trimestre del 2014 ancora a un tasso elevato il paese sta visibilmente cambiando il suo modello di crescita. Diverse informazioni in arrivo su fallimenti o quasi fallimenti numerosi in edilizia (Stratfor – Global Intelligence, 17.3.2014, A Difficult Year Looms for Real Estate Market Incombe un anno difficile per il mercato immobiliare http://www.stratfor.com/node/ 205494) sembrano adesso sottolineare la fragilità e la potenziale instabilità del settore che ha spinto l’import di rame da Cile e Perù e di ferro dal Brasile (Stratfor – Global Intelligence, 23.4.2014, What China’s Economic Slowdown Means for Latin America Quel che il rallentamento dell’economia cinese significa [potrebbe significare...] per l’America latina http://www.stratfor.com/node/206638).

Più in generale, il rallentamento potrebbe anche colpire tutta un’altra serie di attività, dalle costruzioni navali a tutta un’altra serie di infrastrutture che consumano anch’esse rame e ferro latino-americano. E’ questo eventuale rallentamento che potrebbe presentare il rischio maggiore per il Brasile, il Cile e il Peru con la riduzione del loro reddito da esportazioni. La riduzione di import cinese di ferro sono già state avviate ma non è detto, anche se è certo possibile ormai, che si trasformino – come alcuni temono e altri sperano – in un declino prolungato con pesanti conseguenze per le prospettive di crescita dei paesi sud-americani che da questa voce di reddito maggiormente dipendono (Stratfor – Global  Intelligence, 25.4.2014, Chinese Imports from Latin America L’import della Cina dall’America latina http://www.stratfor.com/image/chinese-imports-latin-america).

 

nel resto dell’Asia

●Il gruppo di studio sulla Corea del Nord,  38 North, della Johns Hopkins University americana ha reso noto un aggiornamento sullo stato di preparazione – finora va notato ci ha sempre preso – sull’attività sperimentale atomica sotterranea del paese di Kim Jong-un, pubblicando foto satellitari del sito di Punggye-ri che, mostrando l’attività accelerata di veicoli e materiali presso alcune gallerie utilizzate anche in un recente passato per tests nucleari sotterranei e sulla presenza di diversi veicoli di controllo e comando delle operazioni  sono probabilmente – conclude – indicativi di lavori in atto per una detonazione sperimentale nel prossimo futuro (38th North, 22.4.2014, J. Liu, New Developments at North Korea’s Punggye-ri Nuclear Test Site Nuovi sviluppi dal sito di tests nucleari nord-coreano di Punggye-ri http://38north.org/2014/04/punggye042214).

Aggiunge 38th North che lo stato della preparazione del sito, rilevato dalla ricognizione satellitare non sembra completo, coi tunnel che verranno usati per farci detonare l’arma o il congegno da sperimentare non ancora neanche sigillati. E, in visita alla base militare di Yongsan in Sud Corea, Barak Obama a scopo di rassicurazione agli alleati dell’Asia orientale contro possibili minacce del Nord aggiunge intanto la sua minaccia – indovinate? – di aumentare il livello delle sanzioni americane se poi Pyiongyang procede alla quarta esplosione sperimentale nucleare.

Sì, è proprio una mania ma, contro il Nord Corea, è anche una confessione di impotenza visto che ogni volta che l’America ha profferito minacce del genere, la Corea del Nord senza fallo l’ha semplicemente ignorata (Guardian, 26.4.2014, Barak Obama warns North Korea over nuclear testing Barak Obama ammonisce la Corea del Nord sui suoi esperimenti nucleari http://www.theguardian.com/world/2014/apr/ 26/barack-obama-warns-north-korea-over-nuclear-testing). Qui, una qualche possibilità di influenza reale ce l’ha – forse... – solo Pechino.

Ma, per chiedere alla Cina di farsi sentire, l’America dovrebbe mettere tra parentesi la propensione che ha, irrefrenabile, a predicarle come comportarsi coi suoi polemici vicini e a parteggiare contro di essa a prescindere dal merito storico e politico del contenzioso che con la Cina essi hanno: Giappone, Corea del Sud, Filippine che siano...

Per le Filippine, adesso, si apprende che l’ambasciatore americano Philip Goldberg ha firmato –in modo del tutto inusuale: col ministro della Difesa Voltaire Gazmin e senza passare per i tramiti normali istituzionali, tanto da metterne a rischio la ratifica stessa  alla fine – un accordo decennale, per ora solo di principio, che da parte filippina dovrebbe consentire una maggiore presenza militare americana nel paese.

Non è previsto il ritorno di basi militari permanenti, ma la rotazione di distaccamenti più consistenti per esercitazioni congiunte quasi permanenti. Però tutti i dettagli vanno ancora negoziati, visto anche che a Washington, soprattutto al Pentagono, in parecchi sembrano essere stati presi di sorpresa dal protocollo ora siglato.

L’ottica essendo, pare, quella di legarsi il più possibile a una presenza armata americana qualsiasi sul terreno, magari anche solo di qualche centinaio di soldati, che agisca – si spera – da meccanismo automatico – da filo che fa scattare la trappola – del coinvolgimento automatico americano in caso di qualche puntata offensiva dell’ingombrante vicino (South China Morning Post/Hong Kong, 28..2014, ‘Unconstitutional’ US-Philippines defence pact to face legal challenge― Un patto di difesa USA-FilIppine sotto accusa di ‘incostituzionalità’ http://www.scmp.com/news/asia/article/1498961/unconstitutional-us-philippines-defence-pact-face-legal-challenge).

L’ottica essendo quella antichissima riproposta, con qualche aulche spudoratezza ora, dalla presidente lituana Dalia Grybauskaitė quando, riferendosi alla crisi ucraina e al dispiegamento nel suo paese di 150 paracadutisti americani – parte dei 600 che in totale gli USA stanno inviando tra Polonia, Lettonia, Estonia e Lituania – ringrazia profusamente, anche spropositatamente, gli americani perché così – lo dice esplicitamente – “finirebbero col restare coinvolti” in una, per quanto improbabile sempre possibile, azione militare dei russi nei confronti del suo paese.

Insomma, la mette in pratica proprio così, meglio un rischio possibile a livello di guerra mondiale che di un conflitto, invece, più contenuto ma anche più incombente sulla sola sua Lituania (Agenzia NightWatch/Washington, 27.4.2014, Lithuania Udate― Aggiornamenti sulla Lituania http://www.kforcegov.com/ Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000091.aspx).

●Elezioni parlamentari e municipali in Indonesia. Le indicazioni preliminari – i risultati finali arriveranno solo il mese prossimo in maggio – sembrano indicare il fallimento del tentativo del principale partito di opposizione, il Partito Indonesiano Democratico di Lotta  che contava molto sulla popolarità del suo candidato alla presidenza, Joko Widodo, nelle prossime elezioni di luglio (The Economist, 11.4.2014, Indonesian election – Parliamentary elections complicate life for the presidential front-runner: the chosen one stumbles Indonesia: le elezioni parlamentari complicano la vita e fanno inciampare il candidato in testa alla corsa per le presidenziali http://www.economist.com/news/asia/21600746-parliamentary-election-complicates-life-presidential-front-runner-chosen-one-stumbles).

●Le elezioni politiche nazionali si apriranno in India il 7 aprile e le operazioni che avanzeranno per scaglioni regionali diversi e si concluderanno il 12 maggio[6]. Un nuovo sondaggio del Centro di ricerche della PEW (PEW Research Center, 31.3.2014, Bruce Stokes, Key findings about India ahead of its national election― I fatti chiave rilevati alla vigilia delle elezioni nazionali in India http://www.pewresearch.org/fact-tank/2014/03/ 31/key-findings-about-india-ahead-of-its-national-election) informa che risulta largamente confermata l’insoddisfazione dell’elettorato per l’azione, o l’insufficiente azione, del governo centrale e prevede con margini molto elevati di probabilità che dopo un decennio di governi gestiti dal partito del Congresso cambierà, radicalmente, la maggioranza.

Non è facile anche solo tecnicamente accreditare di grande affidabilità un’inchiesta demoscopica  condotta in una democrazia parlamentare di 1 miliardo e 200 milioni di persone su un territorio così vasto e diverso (29 lingue parlate da almeno 1 milione di cittadini – hindi, dal oltre il 40% degli indiani ma poi anche bengali, telugu, marathi, tamil e urdu – e  in tutto 447 riconosciute, con 812 milioni di elettori registrati e una media di età sui 27 anni e un terzo della popolazione sotto i 15). D’altra parte, però, i rilevamenti della PEW coincidono coi risultati di analisi tutte convergenti, comprese quelle che fanno capo ai sondaggi che  lavorano per il partito del Congresso.

Candidata alla vittoria è ora la coalizione dell’Alleanza democratica nazionale conservatrice  condotta dal partito nazionalista Bharathya Janata― BJP, col probabile nuovo primo ministro Narendra Modi, attuale governatore dello Stato di Gujarat che presenta una piattaforma centrata soprattutto su creazione di posti di lavoro e sviluppo economico: con taglio più di destra liberista rispetto a quello tradizionale che ha prodotto, però, in effetti poco per dare di nuovo la vittoria al Congresso.

● La più grande democrazia del mondo... anche se, a dire il vero, qualche po’ traballante   (vignetta)

614 milioni. 615 milioni     Ci siamo quasi... mancano solo altri 200 milioni

                                                           ELEZIONI INDIANE

 

Fonte: INYT, 8.4.2014, Patrick Chappatte

Modi, poi, ha un passato personale assai  controverso― nel 2002 è stato secondo molti osservatori anche e personalmente all’origine di un’orgia di massacri etnici (più di 2.000 persone trucidate nel suo Stato, quasi tutti islamici e pakistani in nome dell’induismo puro e duro).

Ora anche una delle sue poche idee più obiettivamente laiche e aperte – l’unificazione della legislazione religiosa che riserva a ogni indiano su questioni come matrimonio, divorzio, separazione familiare, adozioni e eredità la prassi della comunità cui obbligatoriamente la sua famiglia si iscrive: hindi, cristiania, mussulmani― e che viene letta come aggressivamente anti-islamica, attribuendo la subordinazione della donna non al patriarcato che è la tabe comune a tutta la società indiana ma solo alla differenza di status della donna nell’Islam.

Molto, molto allarmati comunque qui ambienti intellettuali ed artistici, cui danno voce una dozzina di artisti e accademici (lo scrittore Salman Rushdie, ad esempio, e lo scultore Anish Kapoor) che firmano un manifesto carico di “acute preoccupazioni” per la possibile vittoria di Modi che “preconizza il peggio per il futuro dell’India, come paese che valorizza l’idea dell’inclusione e della protezione di tutti i suoi popoli e le sue comunità”. E preoccupati anche Cina, Pakistan ovviamente e gli stessi Stati Uniti dall’estremismo nazionalista e esclusivista ostentato da personaggi che come Modi e i suoi controllerebbero il quarto, forse, arsenale nucleare del mondo...

Il candidato del Congresso, dopo una lunga riluttanza ad accettare una candidatura che il partito alla fine gli ha imposto, è Rahul Gandhi, figlio – secondo costume familiar-nepotista ormai qui radicato – della presidente in carica del partito Sonja Gandhi e dell’ex PM assassinato Rajiv, nipote dell’altra presidente del Consiglio Indira Gandhi anch’essa assassinata e pronipote dell’ex primo premier in assoluto dell’India indipendente il pandit Nehru. La piattaforma del Congresso è negli anni sempre uguale a se stessa, per una maggiore giustizia sociale. Ma in un periodo come questo non sembra proprio sufficiente a dargli la vittoria.

●L’India ha testato con successo un missile anti-balistico capace di intercettare missili in arrivo già al di fuori del’atmosfera terrestre, informa un portavoce dell’Organizzazione di Sviluppo della Ricerca per la Difesa. Le FF. AA. si stanno impegnando a sviluppare un sistema a due stadi di difesa missilistica che agirebbe come uno scudo a più strati contro un possibile attacco missilistico (Nolet.com, 27.4.2014, India test fires anti-ballistic missile L’India sperimenta un suo missile anti-balisticohttp://nolet. com/article/india-test-fires-anti-ballistic-missile).

●In Pakistan, il ministero degli Interni ha respinto la richiesta dell’ex dittatore militare Musharraf di poter andare a curarsi all’estero dove si recherebbe anche in visita alla madre, anziana e malata. Irfan Sidaiqui, consigliere del premier in carica, Nawaz Sharif, ha detto alla Tv nazionale il 3 aprile che la richiesta è respinta perché renderebbe difficile al governo garantirsi che l’imputato non cercherebbe di sottrarsi alla giurisdizione nazionale. La verità è che anche volendo in questa fase della procedura sarebbe stato politicamente impossibile per il nuovo governo Sharif consentirlo e adesso Pervez Musharraf, che finora c’era riuscito, dovrà presentarsi fisicamente in tribunale (PTV.online, 3.4.2014, Pakistan rejects Musharraf’s request to visit ailing mother Il Pakistan respinge la richiesta di Musharraf di visitare [all’estero] la madre ammalata http://amaderbrahmanbaria.com/en/?p=1526).

Ora, secondo alcuni analisti politici e un quotidiano pakistano a larga diffusione, sul processo a Musharraf emergono segni preoccupante di tensioni tra il governo del primo ministro Nawaz Sharif e le Forze armate. Secondo queste indiscrezioni, su due episodi specifici e, entrambi, molto discussi. Nel primo, il capo di Stato maggiore dell’esercito, gen. Raheel Sharif, ha espresso “gravi riserve sulla decisione del premier suo omonimo (ma non suo parente) di rilasciare unilateralmente parecchi prigionieri del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP/i talebani  pakistani).

Le Forze armate, avrebbe detto il generale, non ne erano state tenute al corrente né erano state consultate e, così, il governo aveva buttato alle ortiche i sacrifici dei soldati. Non avendo, poi, esso neanche garantito che la liberazione dei talebani (dì già 19, altri 100 probabilmente a breve) sarebbe stata accompagnata da quella dei cittadini civili e militari loro prigionieri.

Poi, il TTP il 16 aprile annuncia che non rinnoverà più il cessate il fuoco proclamato più di un mese prima per facilitare il negoziato col governo: lo accusa, o più esattamente accusa i militari di non averlo onorato e il governo di non essersi fatto obbedire; mentre le Forze armate imputano ai talebani di aver infranto ripetutamente il loro stesso impegno, incapaci come sono di farsi  seguire da tutti i diversi gruppi che loro si richiamano. Il portavoce talebano, Shahidullah Shaihid, ha adesso comunicato pubblicamente che la shura― l’assemblea generale consultiva dei talebani lo ha deciso per gli oltre 50 militanti restati “uccisi” in carcere nello scorso mese e mezzo. Ma, spiega Shaihid, se il governo sarà mai pronto a impegnarsi seriamente, il TPP è pronto a riaprire il dialogo...

In effetti per il TPP l’annuncio era ormai diventato inevitabile per non rischiare di far scoppiare all’interno tutte le proprie contraddizioni: tra i politici più raziocinanti e i g ruppi più intransigenti e intolleranti che non accetteranno mai di metter fine alla loro guerra finché non saranno riusciti a creare un emirato islamico a Islamabad. La sospensione dei colloqui era diventata, così, necessaria per preservare almeno una facciata di unità tra i combattenti islamici di là e, di qua, tra Forze armate e governo. Dove resta aperta la lotta per la supremazia, come sempre, tra chi alla fine dovrà comandare e a chi toccherà di obbedire.

Ma ormai le previsioni stanno decisamente virando verso una ripresa piuttosto che uno scemare degli scontri: e, dunque, con una vittoria per i militari che hanno creato i talebani e per i talebani che non smettono di far loro la guerra; e con un’altra sconfitta politica per il governo del Pakistan (The Shia Post/Karachi, 17.4.2014, Pakistani Taliban Terrorists Refuse to Extend Truce I terroristi talebani del Pakistan rifiutano di prolungare la tregua http://en.shiapost.com/2014/04/17/pakistani-taliban-terrorists-refuse-to-extend-truce).        

Un secondo e potenzialmente anche più serio punto di dissenso e di scontro aperto tra Forze armate e potere civile sta emergendo dal processo a Musharraf. Parlando nel corso di una visita a una base del cosiddetto Gruppo dei Servizi Speciali (SSG) dell’Esercito, i servizi operativi dell’intelligence militare qualche decennio fa creati proprio dall’allora suo predecessore gen. Musharraf, ha insistito pubblicamente sul fatto che l’esercito pakistano avrebbe “preservato il suo onore e la sua dignità” e rivendicato i sacrifici dei soldati dell’SGG.

Ora, proprio il processo all’ex presidente-dittatore che aveva pianificato e condotto da capo del Gruppo le operazioni per la presa delle alture di Kargil che, nel 1999, condussero alla guerra con l’India e che, sentendosi tradito dall’allora premier Sharif – lo stesso adesso tornato al potere – che non sosteneva fino in fondo le rivendicazioni di conquista dei militari pakistani conto l’India e, in alternativa, con essa cercò il negoziato.

Adesso, i capi delle Forze armate sembrano temere la ripetizione della stessa esperienza col rilascio senza alcuna consultazione – alla ricerca di un negoziato ancora più umiliante stavolta – del negoziato di militanti armati ribelli del TKK... mentre contro l’ex comandante dell’SGG che condusse il golpe contro l’ex governo – che è anche quello nuovo – riapre un processo da sempre in attesa ma sempre finora rinviato.

Questione complicata poi, al limite del paradosso dal ruolo che lo stesso SGG svolse, a suo tempo, in funzione potenzialmente anti-indiana e immediatamente (anni ’80) anti-sovietica, su impulso anzitutto dei servizi segreti americani, nella creazione stessa, l’addestramento, l’armamento, il finanziamento e – come lo chiamano proprio gli americani – l’empowerment, cioè la creazione del potere, la presa del potere – degli stesi talebani pakistani oltre che di quelli afgani.

In qualche modo è, potrebbe essere e certo suona, come un brontolio minaccioso di rivolta di fronte al diniego proclamato pubblicamente di fronte al popolo pakistano del ruolo di quasi supervisore della dignità della patria (il potere inerente della antica dottrina del “parens patriae” resuscitata un secolo fa dal generale Musfafa Kemal Ataturk come ruolo lì in Turchia propriamente costituzionale dell’esercito del dopo impero ottomano.

Adesso, dopo la formulazione di un’accusa formale contro l’ex dittatore militare che, in qualche modo, sembra implicare la “dignità”, cioè il ruolo stesso delle Forze armate, la minaccia neanche troppo velata è quella di un altro round di presa di responsabilità, diciamo così, militare in questo paese... (Pakistan Tribe, 2.4.2014, Hissan Khan, General Raheel wants Nawaz Sharif to let go Pervez Musharraf: Report― Il generale Raheel vuole che Nawaz Sharif lasci andare Pervez Musharraf http://www.pakistantribe.com/story/ 9527/general-raheel-wants-nawaz-sharif-to-let-go-pervez-musharraf-report).

Il problema vero è che, adesso, è cambiata del tutto l’atmosfera politica. Il precedente capo di Stato maggiore gen. Kayani aveva rigorosamente frenato le velleità un po’ revansciste sempre presenti negli alti gradi delle FF. AA. da una parte reiterando la lealtà al governo civile e dall’altra ha sistematicamente rifiutato di commentare le accuse all’ex capo delle Forze Armate e ex dittatore militare Pervez Musharraf. Il gen. Sharif, che è stato promosso a capo dell’apparato militare su indicazione proprio di Kayani e su designazione dell’attuale primo ministro, non condivide le idee lealiste del suo predecessore.

Il generale in capo ha già due volte, in due mesi ormai, manifestato la sua preoccupazione per la dignità dell’esercito macchiata dal processo a Musharraf e dalla gestione che alla faccenda il governo ha dato “lasciando” che la stampa, i media, dessero l’impressione che le FF. AA. fossero, siano, sotto accusa. E ormai il senso comune di questo paese comincia a sentire ancora una volta aleggiare nell’aria l’accumulo di condizioni che potrebbero portare nei mesi a venire a un qualche golpe militare contro il potere civile: e sarebbe la quarta volta dalla fondazione del Pakistan nel 1947. I militari hanno governato il paese per qualcosa più di metà della sua esistenza.    

●Intanto, nel braccio di ferro ingaggiato col Pakistan, ha prevalso l’Iran: il 6 aprile, il ministero delle Informazioni di Teheran dichiara che – avendo il Pakistan “restituito” i suoi quattro agenti di confine sequestrati da oltre un mese da parte di un gruppo di jihadisti della Jaish-ul-Adlin― l’esercito della giustizia, militanti di una formazione talebana pakistana nel corso di una puntata oltrefrontiera (una quinta guardia iraniana era stata sommariamente e immediatamente fucilata dai talebani pakistani) – non ci sarà più bisogno di provvedere direttamente a riprenderseli, manu militari.

Per arrivare alla soluzione – che l’Iran considera comunque insoddisfacente fino a   compensazione degli agenti illegalmente sequestrati, alle presentazione di “scuse formali” e alla “punizione adeguata” di chi ha fucilato il suo agente di frontiera – c’è voluto pero un mese di pesanti pressioni e minacce contro Islamabad. Adesso c’è stato, però, l’intervento del Pakistan che ha ridotto alla ragione col suo intervento forse anche militare gli islamisti armati autori della provocazione (Press TV/Teheran, 6.4.2014, Released Iranian border guards back at home Le guardie di confine iraniane rilasciate e tornate a casa http://www.presstv.ir/detail/2014/04/06/357431/freed-iranian-border-guards-back-home).

Adesso, poi, il ritiro in progress delle forze americane e NATO dalla regione, potrebbe anche esacerbare le tensioni da sempre latenti tra Pakistan e Iran (Stratfor – Global Intelligence, 2.4.2014, The Iranian-Pakistani Standoff Could Aggravate Regional Tensions Lo stallo [ora avviato, però, a soluzione] tra Iran e Pakistan potrebbe aggravare le loro tensioni già forti http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/iranian-pakistani-standoff-could-aggravate-regional-tensions).

●E nell’altra diuturna operazione del  braccio di ferro, giorno per giorno, tra talebani pakistani, altri gruppi ribelli e autorità, il 9 aprile un inusuale attentato condotto a Islamabad, e rivendicato da un gruppo di ribelli baluch, l’Esercito unito dei Baluch, dichiarato una banda di terroristi una quindicina di anni fa con esplosivo nascosto in diversi cesti di frutta in un mercato, fa oltre 22 morti e 100 feriti, molti in pericolo di vita: l’attentato peggiore nella capitale da più di cinque anni (New York Times, 9.4.2014, Salman Masood e Declan Walsh, Blast at Market in Pakistani Capital Kills 22 Esplosione in un mercato della capitale pakistana uccide 22 persone http://www.nytimes.com/2014/04/10/world/asia/powerful-blast-at-market-in-pakistan.html?module=ArrowsNav&contentCollection=Asia%20Pacific&action=keypress&region= FixedLeft& pgtype=article).

●Sempre in bilico, in Tailandia, il governo che ha una solida maggioranza popolare ma continua a essere minacciato da mesi dalle rivolte di piazza di un’opposizione che è, e sa di essere, minoritaria nel sostegno popolare – e infatti impedisce di rifare le elezioni, ben cosciente che le perderebbe ancora una volta – ma è anche potente, spalleggiata dalle classi abbienti, dall’establishment e dalla monarchia, vede adesso una stranissima riunione dei vertici delle Forze armate convocati a  colloquio per il 2 aprile, dal capo di stato maggiore, gen. Tanasak Patimapragorn che sul suo onore giura che non si tratta della preparazione di un golpe.... Ma, se il suo onore è tal quale, per dire, a quello del collega fellone egiziano...

Che ha informato il monarca, ma non il governo, del vertice... alla vigilia, il 5 del mese, di una grande manifestazione di massa a Bangkok delle “camicie rosse”, il Fronte unito per la democrazia e contro la dittatura che è dietro il partito di maggioranza al governo capeggiato dalla signora Shinawatra e dal fratello, già capo del governo anni fa poi rovesciato da un golpe, condannato per corruzione e costretto all’esilio. Ma il cui partito è stato poi  rimesso al governo dalle elezioni e la destabilizzazione del quale sembra, ancora una volta, l’obiettivo dell’esercito.

Il partito della premier, massicciamente sostenuto dalle masse rurali maggioritarie del Nord Est, della regione dell’Isan, e del Nord del paese e dalle classi urbane più povere di Bangkok e da alcune frange intellettuali, comincia a rimettere in questione non solo l’ordine politico dato, già sconquassato ma anche quello sociale e classista, con la spinta popolare proprio del Fronte unito anche se con metodi non sempre del tutto usuali― ma contro una rivolta delle minoranze, dei  soldi, delle caste e delle élites, essa stessa niente affatto usuale. Una spinta che può essere ancora una volta fermata e ancora per qualche tempo, forse, rovesciata da un golpe (The Nation, 1.4.2014, Top brass to step in Si intromettono [ancora una volta] gli alti gradi delle Forze armate ▬ http://www.nationmultimedia.com/ politics/Top-brass-to-step-in-30230565.html).

●Poi, già la mattina del 5, come annunciato, oltre centomila manifestanti filo-governativi scendono in piazza a Bangkok per i tre giorni di dimostrazioni previste tese per contrastare colpo su colpo quelle che da due mesi hanno scatenato gli antigovernativi. E continuano ad arrivare, dicono gli osservatori, le “camicie rosse” con forse cinquemila poliziotti schierati nella piazza di convocazione dell’incontro, situata a una trentina di km. dal centro città (Bangkok Post, 6.4.2014, Majority: say civil war is possible― La maggioranza: una guerra civile è possibile http://www.bangkokpost.com/news/politics/403702/poll-majority-say-civil-war-possible).

Le due grandi fazioni politiche e di classe che si identificano tra popolazione rurale e urbana più povera e emarginata (filogovernativa) ed élite urbana più ricca e di classe in cui il paese è nettamente spaccato, sembrerebbero, da qualche settimana, accingersi a negoziare ma sono pure prontissime a rilanciare gli scontri di piazza (Stratfor – Global Intelligence, 5.3.2014, Thai political impasse continues as sides prepare their next steps Continua lo stallo politico mentre le fazioni preparano le loro prossime mosse http://www.stratfor.com/analysis/thai-political-impasse-continues-sides-prepare-next-steps).

EUROPA

●La BCE  tiene questo mese fermo il tasso di sconto dell’euro dov’è. E l’euro perde subito qualche po’di valore nei confronti del dollaro (pochissimo ancora, però: ma solo a $1,372 per un € da $ 1,376 che era prima del’annuncio). Al contempo stavolta il presidente Draghi dice chiarissimo che il direttivo ha discusso, trovandosi unanime, della necessità ormai, anche se senza alcuna precisazione sui tempi, di adottare – per smuovere la stagnazione economica nell’eurozona e nella UE – “misure non convenzionali”. E, a domanda precisa, chiarisce che sì, sta parlando delle cosiddette “facilitazioni quantitative”: di inondare, cioè, di liquidità il mercato (stavolta davvero: lascia circolare la cifra di qualcosa come 1.000 miliardi di €... – così   forzando l’abbassamento del costo del denaro.

Non raccoglie – evita molo accuratamente di raccogliere, però – l’invito che gli viene fatto ad assicurare che i soldi che così ci mette non arrivino anche stavolta solo alle banche ma pure a imprese, risparmiatori e consumatori...

    (Guardian, 4.4.2014, G. Wearden, Euro slides after ECB 'talks about' QE to battle stagnation― L’Euro scivola dopo che la BCE parla di facilitazioni quantitative per opporsi alla stagnazione ▬ http://www.theguardian.com/ business/2014/apr/03/european-central-bank-meets-as-deflation-fears-grow-business-live?view=desktop#block-53 3d5793e4b01c75ed5855d3;

e ECB/BCE, Dichiarazioni introduttive alla conferenza stampa del presidente Mario Draghi, 3.4.2014, Frankfurt am Main ▬ http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140403.en.html).

●Le elezioni europee di fine maggio, le maggioranze che si costituiranno o no al parlamento e la nomina subito dopo dei nuovi Commissari porteranno anche alla designazione di quattro posizioni chiave del potere nelle gerarchie dell’Unione: il presidente del Consiglio europeo (al posto del belga  van Rompuy), quello della Commissione (dopo il portoghese Barroso), il Commissario, anzi la Commissaria (l’inglese lady Ashton) che ha il portafoglio di Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e il capo dell’Eurogruppo, il Consiglio dei ministri delle Finanze (attualmente l’olandese Dijsselbloem)...

Sarà curioso, sempre che Renzi – se passano, nei tempi che lui si è dati e ha annunciato (sottopena delle sue dimissioni immediate) le riforme istituzionali entro la fine di maggio – resti allora ancora a Palazzo Chigi, sarà proprio curioso vedere se riuscirà a piazzare un italiano tra quei posti chiave... quelli che contano; o se si dovrà contentare di  nominare come è diritto dell’Italia uguale a quello di tutti gli altri Stati membri il suo Commissario o il suo nullafacente vice presidente della Commissione europea...

Gazprom, l’ente di Stato che in Russia produce distribuisce e vende il gas naturale, ha annunciato che a partire dal 1° aprile il prezzo per il cliente Ucraina del suo prodotto sale di oltre l’80% da quello finora praticato, intorno ai 270 $ per migliaio di m3 per il governo “amico” di Yanukovich e che ora, naturalmente, non ha più ragione di essere. Scade, infatti, lo sconto che era stato concordato prima della crisi tra Kiev e Mosca ma che proprio dall’accordo politico dipendeva. Il presidente-amministratore delegato del monopolio energetico del gas russo ha anche comunicato che, al 1° aprile, il debito scaduto da parte dell’Ucraina e che le deve essere versato per poter continuare a dare, da parte loro e, da parte del debitore, a ricevere, il prodotto ammonta ormai s €  1,23 miliardi.

L’Ucraina, da parte sua, nel tentativo di rifarsi qualche po’ e come può, intenderebbe aumentare del 10% il prezzo di transito del gas stesso sul suo territorio (Kiyv Post, 1.4.2014, Gazprom hikes Ukraine gas price by a third Gazprom aumenta di un terzo il prezzo del gas per l’Ucraina http://www.nationmultimedia.com/ politics/Top-brass-to-step-in-30230565.html).

Intanto, il 5 aprile, col primo ministro in carica Yatsenyuk, ha formalmente respinto l’ultimo aumento deciso da Gazprom del prezzo del suo gas naturale e ha minacciato, come se potesse servire a qualcosa, di portare le disputa alla corte di arbitrato di Stoccolma. Ma l’accordo bilaterale russo-ucraino, che consentiva un prezzo politicamente facilitato del gas venduto a Kiev, non prevede nulla del genere ed era solo una concessione unilaterale di Mosca e, di fatto, o gli ucraini ora pagano l’81% in più chiesto dai fornitori – il prezzo più alto che verrebbe praticato ora dalla compagnia russa in Europa – o la fornitura cessa di venire erogata.

Yatsenyuk denuncia la misura come una forma di “aggressione economica” e il presidente di Gazprom Alexei Miller – il governo di Mosca neanche gratifica quello che chiama l’ “usurpatore di Kiev” di una risposta diretta – parla dell’ “aggiustamento” di condizioni dettato sul piano commerciale dal debito crescente di chi riceve il gas senza pagarlo e dall’ostentata politica contro Mosca di Kiev, che ha scatenato la crisi rovesciando un governo che di Mosca era più amico e, soprattutto, l’unico costituzionalmente legittimo.

Gazprom, l’8 aprile, dichiara che Naftogaz Ukraine è ora ufficialmente insolvente per non aver pagato 2,2 miliardi del debito accumulato per fornitura di gas naturale. E il governo di Kiev, contemporaneamente rende noto col ministro facente funzioni per Commercio ed Economia, Pavel Sheremeta, che il suo paese rifiuta di pagare il livello di prezzo in aumento deciso dai russi e che pagherà per gli arretrati solo quando e se avrà raggiunto con Gazprom un accordo sui nuovi prezzi... Si prospetta, perciò, un inevitabile periodo difficile di interruzioni e tagli al flusso di gas naturale all’Ucraina (Voice of Russia, 8.4.2014, Ukraine plans to pay Russia for gas after price reduction L’Ucraina si ripromette di pagare il gas alla Russia solo dopo la riduzione del prezzo http://voiceofrussia.com/news/2014_ 04_08/Ukraine-plans-to-pay-Russia-for-gas-after-price-reduction-1535).

●In un caso di scuola, quasi patetico, del “nondum matura est[7], il ministro dell’Energia del nuovo governo ucraino, Yuri Prodan – un tecnico che ha servito in tutti i governi degli ultimi dieci anni, compreso quello di Yanukovich fatto fuori con la sollevazione del 22 febbraio – ha reso noto, il  9 aprile, che Kiev bloccherà l’import di gas dalla Russia... finché i due paesi non avranno rinegoziato e concordato il prezzo di vendita del combustibile.

Che, dopo la caduta del vecchio regime e il suo rimpiazzo forzato, Gazprom, Mosca, ha aumentato – dicevamo – dell’80%, dai $ 268,50 per 1.000 m3 contrattati con Yanukovich per ragioni politiche praticate a un cliente amico sono passati sui $ 480 per l’identica quantità. Adesso la... volpe dice che il prezzo è troppo... acerbo anche se per il gas/l’uva Kiev sarebbe ormai (dice Prodan) disposta a pagare – anche se resterebbe sempre la montagna del debito arretrato da regolare... – fino al massimo di $ 387 per un migliaio di m3...

    (Novinite.com/Sofia, 9.4.2014, Ukraine temporarily halts gas from Russia L’Ucraina interrompe temporaneamente l’import di gas dalla Russia http://www.novinite.com/articles/159677/Ukraine+Temporarily+Halts+Russian+ Gas+ Imports;

ma [come aveva detto il 3.4.2014, sempre Prodan, con notevole faccia di bronzo] Ukraine is ready to receive ‘loan’ from Russia― L’Ucraina [sarebbe anche disposta] a ricevere un ‘prestito’ russo [per pagare il debito accumulato con Gazprom: insomma, o non ha capito niente, questo, o ci ‘marcia’...] http://www.novinite.com/articles/159507/ Ukraine+%27Ready+to+Receive%27+Loan+from+Russia).

●La Gazprom ha “multato” il suo cliente ucraino, la Naftogaz, per 11.4 miliardi d $, a causa dell’inosservanza della cosiddetta clausola del “prendere o pagare” inserita nel contratto del 2013: avrebbe dovuto importare un minimo di 41,6 miliardi di m3 ma ne ha acquistati solo 12,9 miliardi. E, adesso, la multa di $ 11,4 miliardi si aggiunge ai 2,2 già dovuti alla compagnia russa da quella di Kiev. Ed è una remora pesantissima sulle velleità, o sulle aspirazioni, ucraine.

   (Stratfor, 24.4.2014, Ukraine:Gazprom Fines Naftogaz Ucraina: l’Ucraina multa Naftogaz ▬  http://www.stratfor.com /situation-report/ukraine-gazprom-fines-naftogaz;

e  Stratfor – Globall Intelligence, 11.4.2014, Ukraine Faces an Energy Dilemma L’Ucraina deve far fronte al suo dilemma energetico http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-faces-energy-dilemma).

●Confermando l’andamento di tutto il suo perlomeno imbarazzante mandato, il Commissario della UE all’Energia, il tedesco Günther Öttinger, ha dichiarato che non esiste pericolo alcuno di pensare che la compagnia di Stato russa Gazprom non tenga fede agli obblighi contrattuali che ha di fornire il gas naturale all’Europa. Nel caso che lo sviluppo delle sanzioni legato ai fatti ucraini, da parte europea o russa che sia, “non dovrebbe vedere comunque messo come priorità il settore energetico (Agenzia Yahoo! Finance, 20.4.2014, Europe's gas supplies not at risk: EU commissioner― Le furniture di gas all’Europa non sono a rischio, dice il Commissario UE https://uk.finance.yahoo.com/news/europes-gas-supplies-not-risk-085729686.html).

Insomma, tradotto, se ci saranno problemi non ce li porrà la Russia ma verranno dalle nostre scelte  politiche. E non dice parola, Öttinger, sulla nessuna garanzia che invece – e dal suo punto di vista comprensibilmente – all’Europa occidentale – fornire l’Ucraina. E, sul serio, poi – concretamente, cioè – come disponibilità effettiva a darci gas e petrolio a prezzi analoghi a quelli offerti dai russi – sul mercato non c’è proprio nessuno, oggi e domani, malgrado le promesse del tutto ipotetiche che Washington sembra avanzare ma che non è assolutamente in grado di fornire.

E, infatti, Öttinger, con le spalle al muro non trova altro che raccomandare al suo paese – dove poi sulla questione la resistenza popolare anche estrema sarebbe reale – di... scegliere e adottare la soluzione della risorsa immensa del combustibile fossile che con le nuove tecniche del fracking meccanico delle scisti bituminose sarebbe ormai agibile... ma con potenziali conseguenze ambientali che a molti, ai più, mettono davvero paura...

Come faccia questo signore, a pensare ancora – con quello che non ha fatto né ha cercato di fare – che qualcuno ormai possa prenderlo ancora sul serio è un mistero né glorioso né gaudioso. Un giornalista glielo chiede anche in faccia, senza ottenere naturalmente una risposta minimamente plausibile.

●Con il colpo di coda – adesso, sferzante anche per questo nuovo prezzo del gas – della crisi economica che andrà montando e nessuno crede davvero che si ridurrà adesso in estate, va anche  considerato che dalla UE, in crisi profonda essa stessa, non si vedrà un metro cubo di gas, perché non ne ha da fornire a terzi, né un euro cash di aiuti― comunque mai gratis e sempre poi centellinati solo sotto tutela e verifica degli altri pesanti sacrifici imposti e applicati sulle classi sociali che sono già meno in grado di sopportarli. E tanto meno – si vedrà – arriverà un dollaro da un’America che chiacchiera, chiacchiera e mai poi mantiene.

Ma all’Europa manca tanto la crisi greca! in fondo, tutto è relativo, no?   (vignetta)

                                                        IN FALLIMENTO e sotto minaccia russa

 

Fonte: INYT, 11.4.2014, Patrick Chappatte 

Man mano, poi, che il richiamo nostalgico ai giorni euforici dell’insurrezione a Kiev va sfumando di fronte alla realtà e alle scelte concrete di un governo retrogrado e reazionario, coi russi che più che altro si limitano a tenere costante la pressione attiva delle loro “sanzioni” commerciali e quella passiva della stessa loro geograficamente, storicamente e strategicamente incombente presenza e aspettano fiduciosi della loro forza ma, e soprattutto, dell’avventatezza contraddittoria degli altri... (Stratfor – Global Intelligence. 1.4.2014, Russia and the United States Negotiate the Future of Ukraine― La Russia e gli Stati Uniti negoziano il futuro dell’Ucraina http://www.stratfor.com/weekly/russia-and-united-states-negotiate-future-ukraine).

Certo, non è difficile per i russi far notare l’incoerenza assoluta dei sepolcri imbiancati quando John Kerry da Bruxelles, al Consiglio energia di USA e UE se ne esce a deplorare falsamente compunto, senza che nessuno gli faccia notare come farebbe meglio a mordersi la lingua prima di azzardarsi a pontificare, che “alla fine tutto si riduce a questo: che a nessun paese dovrebbe essere consentito di usare l’energia come freno alle aspirazioni di un altro popolo”― a meno si capisce che quel paese prevaricatore siano gli USA che, come tali – perché sono gli USA –, possono loro sì prevaricare con l’arma energetica su e contro tutto quello che vogliono: Iran, Cuba, Venezuela, ecc., ecc. (Mail.com, 2.4.2014, Kerry denounces use of Energy as weapon Kerry denuncia l’uso dell’energia come armahttp://www.mail. com/int/news/europe/2754284-kerry-denounces-use-energy-weapon.html).

●John Kerry e Sergei Lavrov hanno dichiarato di concordare sul bisogno assoluto di risolvere pacificamente i problemi di sicurezza nell’Ucraina orientale: ma non hanno concordato – ancora – come farlo... Parlando al telefono il 9 aprile hanno entrambi respinto che l’uso della forza risolverebbe qualcosa (il russo ha aggiunto che, infatti, quando è stata impiegata, a Kiev come s’è visto, non ha risolto niente).

Ma l’avverbio che usano entrambi – “pacificamente” – non significa per entrambi lo stesso esito: per i russi un’uscita pacifica dalla crisi prevede l’accettazione da parte di Kiev di diventare a uno Stato ucraino federale che riconosca la lingua russa come seconda lingua nazionale. Per gli USA un’uscita pacifica significa, invece, anzitutto che Mosca non interferisca più in alcun modo nelle cose ucraine (ma se poi Kiev passasse alla forza come sembra succedere a metà mese, il 15 aprile, contro le popolazioni russofone per imporre loro con le armi l’obbedienza forzata... allora...), che riporti le sue forze armate allo status della smobilitazione totale dei tempi di pace e lasci all’Ucraina la libertà completa di decidere da sé del suo futuro e delle sue alleanze.

Che danno un diverso significato alle stesse parole e agli stessi concetti, lo sanno naturalmente benissimo loro per primi. Ma nei giorni a venire, hanno combinato (però: se l’intervento ucraino nell’est non frena la sua avanzata armata, Putin ha annunciato che fa saltare l’incontro e si riserva di “correggere” le cose sul campo... quasi lasciando intravvedere un altro intervento correttivo del tipo Georgia 2008) esponenti dei due paesi, dell’Unione europea e anche della nuova Ucraina (concessione, questa, dei russi: avevano detto che non avrebbero mai trattato con gli usurpatori a Kiev del governo legittimo...) per discutere della crisi (BBC News Europe, 10.4.2014, US and Russia urge peaceful solution to Ukraine crisis― USA e Russia premono per una soluzione pacifica della crisi  in Ucraina http://www.bbc.com/news/world-europe-26965632).

●Sulla voce al suo superiore sembra subito dare, al solito acida e iraconda, la sua vice, neo-cons di ferro dell’Amministrazione democratica, quella Victoria Nuland del vaffa**ulo all’Europa che tanto volentieri, se fosse dipeso da lei, si sarebbe già messa l’elmetto― o, meglio, lo avrebbe fatto mettere ai GIs: gli USA, dice subito dopo Kerry che aveva appena detto di sperare il contrario parlando al Congresso in audizione e contraddicendolo apertamente – ma ormai secondo noi dura poco... – non hanno grandi aspettative sugli incontri.

I russi, spiega chiaramente – il suo unico pregio, se tale poi è... – per  soddisfarla dovrebbero semplicemente, al solito, dire “sissignori” agli americani, come – nostalgicamente ricorda – facevano ancora ai bei tempi di Eltsin (Xinhua/Nuova Cina, 10.4.2014, Senior U.S. diplomat plays down expectations of four-way talks on Ukraine Diplomatica americana di peso butta giù le aspettative sui colloqui a quattro relativi all’Ucrainahttp://news.xin huanet.com/english/world/2014-04/10/c_126373571.htm).

●In Transdniestria, il pezzo di Moldova che, nei fatti, si è già reso autonomo ma vorrebbe da essa secedere per diventare Russia come la Crimea, ma che i moldavi vorrebbero invece riprendersi per puntare, proprio come la Transdniestria stessa anche e insieme ad associarsi alla UE..., ma con la coscienza di riuscire nei fatti a mantenersi separati dalla Romania da cui, all’indipendenza dall’URSS, si  staccarono solo con la protezione e la presenza di un contingente di Mosca...

In quella Moldova che da allora su richiesta delle parti, garantisce una spinosa tregua armata, la cosa che importa di più alle donne col fazzolettone legato col fiocco sotto il mento non è che in strada ci sia ancora la statua di Lenin, non è l’utilizzo del russo come lingua franca, né il permanere di certi vecchi riti ancora vicini a quelli del tempo sovietico ma, quando la temperatura si avvicina ai 30° sottozero,è il prezzo del gas che la Russia cede a Chisinaiu (la capitale della Moldavia) o a Tiraspol (quella della Transdniestria).

E poi c’è il fatto che, sussidiate da Mosca, qui a Tiraspol le pensioni sono non di poco più alte di quanto arrivino a essere in Moldavia, il paese dal tasso di povertà più alto d’Europa, mentre qui c’è occupazione e un salario dunque di fatto largamente per tutti, con l’esercito che garantisce a i coscritti un € 300 al mese, con un potere d’acquisto reale moltiplicato per cinque il sostegno di  un’economia largamente militarizzata (Guardian, 1.4.2014, P. Mason, If Transnistria is the next flashpoint between Putin and the west, how should Europe react? E se la Transnistria fosse la prossima scintilla fra Putin e l’occidente, come dovrebbe reagire l’Europa? [certo, suggerisce l’A., non offrendo alle ragazze di qui di trasferirsi da noi, se gli va bene a spazzarci i pavimenti, mentre con l’agribusiness che suggerisce la troika proponiamo a moldavi e transdnistri di sconvolgergli modi vita e esistenza] http://www.theguardian.com/commentisfree/ 2014/apr/01/transnistria-putin-west-europe-dniester-river-moldova).

●L’Ucraina ha deciso di provare a rivedere gli accordi che, ancora per il momento, regolano la permanenza nel paese di cittadini russi: prevista senza necessità di alcuna registrazione fino a 90 giorni e rinnovabile anche solo con un avanti/indietro al confine. Il problema, al solito, è che di pretesa inapplicabile si tratta, considerando che la misura è reciproca e che di ucraini che lavorano in Russia, se i russi rispondessero a tono gli ucraini a doversene tornare a casa e senza lavoro sarebbero – loro – decine di migliaia... Al solito, dicevamo, si tratta di una misura controproducente e suicida (The Moscow Times, 1.4.2014, Ukraine seeks to limit stay for Russians L’Ucraina cercherà di limitare il soggiorno dei russi nel paese http://www.stratfor.com/situation-report/russia-nato-suspends-ties-moscow).

●Gli USA hanno inviato nel Mar Nero a incrociare al largo di Crimea, Russia e Ucraina un numero e un tipo di navi da guerra che eccedono limiti di tempo e di stazza rispetto a quelli consentiti dalla Convenzione di Montreux, lo strumento internazionale firmato nel 1936 che dà alla Turchia il controllo degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli dal Mar di Marmara al Mediterraneo e ne garantisce il libero passaggio in tempo di pace e fissa limiti, appunto, a ogni nave da guerra che non appartenga a un paese rivierasco dello stesso Mar Nero.

E, come osserva, facilmente sarcastico, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che chiede espressamente all’America di rientrare nei limiti della Convenzione (Ria Novosti, 3.4.12014, Deployment Extension of U.S. Warships in Black Sea Extends International LimitsLavrov Lavrov – Il dispiegamento delle navi da guerra americane nel Mar Nero va al di là dei limiti consentiti http://en.ria.ru/world/20140403/189012378/Deployment-Extension-of-US-Warships-in-Black-Sea-Exceeds.html) non gli risulta che in effetti, gli Stati Uniti stiano diventando un paese rivierasco del Mar Nero.

La NATO, conducendo un altro strano quanto futile esercizio di public relations, annuncia alla riunione del 1° aprile dei suoi ministri degli Esteri la sospensione di “ogni pratica cooperazione civile e militare con Mosca”. Si tratta di una “pausa” che dovrebbe consentire, spiegano assai improbabilmente a Bruxelles, di tenere “intantoriunioni mirate con l’ambasciatore... russo presso la NATO stessa! e magari, poi, riprendere in esame la questione, alla riunione di giugno.

Intanto – dice la dichiarazione finale del segretario generale uscente della NATO, Rasmussen, di cui hanno nominato in questa occasione il sostituto con l’ex premier norvegese Jens Stoltenberg – NATO e Ucraina intensificheranno la loro “cooperazione”: già, ma cosa è – e in che consiste – non lo dicono... Ufficialmente, nel comunicato riaffermano che secondo la policy di sempre dell’Alleanza, la porta resta “aperta in futuro a nuovi membri”. Ma, poi, ufficiosamente...

... riprendendo da un altro punto di vista un punto per altre – o forse in parte anche le stesse ragioni – un giudizio già espresso in sede UE[8], adesso sia Germania che Francia lasciano capire che ciò potrà avvenire sempre e solo se i nuovi membri putativi non avranno vertenze territoriali o di confine aperte coi loro vicini: fuor di metafora, fu il motivo da quegli stessi paesi saggiamente addotto, citando la carta stessa dell’Alleanza, quando gli Stati Uniti proponevano nel 2008 di associare Georgia e proprio Ucraina alla NATO...

E bocciarono la proposta di George Bush e Condoleezza Rice che appoggiavano – secondo i documenti segreti spifferati da Wikileaks poi, specie col vice presidente Cheney, anche direttamente istigavano – l’avventurismo di Saakashvili (EUObserver, 1.4.2014, NATO to keep expanding, suspends Russia ties La NATO continuerà ad espandersi [ma specifica nell’assenso, scontato, di principio, di tutti coloro che suk tema contano oltre agli americani – tedeschi e francesi e, al dunque, solo i tedeschi – a condizione che prima sia risolto il contenzioso di chi vorrebbe entrare nella NATO con tutti i vicini: Russia, anzitutto, compresa...] e sospende i legami con la Russia http://euobserver.com/defence/123713).

Ora, però a fronte della decisione annunciata a Bruxelles di congelamento parziale dei rapporti diplomatico-militari tra NATO e Russia  arriva il rilancio russo: che taglia proprio e subito i rapporti militari con l’Alleanza: così, infatti, non servono a niente se non a farne una farsa. Spiega il vice ministro della Difesa, Anatoly Antonov, che “la linea di alimentare tensioni artificialmente non è la nostra. Ma non c’è modo, se si continuano a dare ultimatum e penultimatum, di far finta di continuare a perseguire una cooperazione militare con la NATO. Per questo abbiamo preso la decisione di richiamare a Mosca per consultazioni l’inviato militare permanente alla NATO, col. gen. Valery Yevnevich”.

La Russia, aggiunge con cura a questo punto il ministro degli Esteri Lavrov, chiede anche alla NATO cosa intenda quando parla di “rafforzare la sua presenza militare in Europa orientale: ci aspettiamo – dice – risposte fondate sul rispetto delle regole che tra Russia e NATO sono state già concordate”, non su nuove interpretazioni unilaterali. Né sulla risposta a richieste, appunto, unilateralmente avanzate come quella di Varsavia di chiedere all’Alleanza altre unità corazzate per almeno altre 10.000 truppe da stazionare sul suo territorio; o l’annuncio di nuovi piani di esercitazioni militari congiunte tra forze armate polacche, dei paesi baltici, di Romania e Stati Uniti nella regione.

E’, sicuramente, argomenta Lavrov, prerogativa dell’Alleanza atlantica deciderle, ma si tratta di un nuovo fattore che imporrebbe, altrettanto sicuramente, nuove contromisure da Mosca. Si capisce benissimo – aggiunge il russo anche e perfino irridente – che in realtà si tratta più che di efficaci misure militari da parte della NATO si tratterebbe di una dichiarazione tutta politica perché, al dunque, si ridurrebbe a condurre poi esercitazioni quasi solo al computer per un addestramento eminentemente virtuale. E che, “in Polonia, con ogni probabilità, non verrà aggiunto neanche un solo soldato della NATO in più sul terreno, visto che la maggioranza dei paesi dell’Alleanza sono comunque impegnati da ragiono economiche cogenti a ridurre le loro spese militari. Ma – completa puntigliosamente il ragionamento – anche  solo una misura simbolica di irrigidimento a Ovest, richiederebbe– un’altrettale misura di irrigidimento a Est”.

●Intanto, mentre nell’est russofono dell’Ucraina a Donetsk, a Luhansk e a Kharkiv assemblee popolari “spontanee” e comunque di massa chiedono di fare come a Sinferopol, proclamano la propria indipendenza e reclamano comunque il referendum sull’autonomia e l’eventuale annessione ala Russia e mentre il presidente ad interim e facente funzioni dell’Ucraina, Oleksandr Turchynov, convoca, in risposta (?) un’ennesima riunione d’urgenza e gli USA minacciano, ancora – contro Mosca, mica contro Donetsk... – le solite sanzioni se accade (BBC, 7.4.2014, Ukraine crisis: protesters declare Donetsk ‘republic’ Crisi ucraina: la protesta dichiara la ‘repubblica’ di Donetsk http://www.bbc.com/news/ world-europe-26919928)...

... e mentre da Kiev fanno arrivare truppe speciali di polizia a “sciogliere gli assembramenti” e arrestare i “facinorosi” che però chiedono ai russi di intervenire a difendere la volontà popolare...

... mentre in alcuni pezzi della sconquassatissima Ucraina i russofoni tornano a reclamare il diritto di andarsene, a Kiev, nella capitale, i neo-nazisti del Settore di destra che avevano dato la mano decisiva, quella armata e violenta, al rovesciamento del vecchio governo mentre il resto dell’opposizione tentava e trovava l’accordo subito sputtanato armi alla mano, però, appunto con Yanukovich, danno l’assalto alla Corte suprema, la occupano ne cacciano funzionari e impiegati e chiedono l’instaurazione della legge marziale (RT/RIA Novosti/Mosca, 7.4.2014, Ukraine Turnmoil – Court assault, clash between police and extreme right rioters in Kiev Turbolenze in Ucraina – Assalto alla Corte, scontri fra polizia e i ribelli estremisti del Settore di destra http://rt.com/news/kiev-clashes-rioters-police-571). Ormai, qui in Ucraina chi ci capisce qualcosa è proprio bravo...

●Secondo diversi analisti tra quelli che a Washington sembrano più informati – più informati anche se forse non col migliore accesso possibile al potere ma palesemente più vicini alla realtà delle cose e soprattutto più vicini di quelli che operano a Berlino o a Roma o a Parigi – si fa ogni giorno più chiaro, comunque, che ormai Mosca, per l’Ucraina, una volta ripresasi la Crimea – cosa ormai data per fatta e introiettata pacificamente, per forza e di malavoglia, anche dai più falchi dei falchi in occidente oltre che nella stessa Ucraina – abbia come obiettivo primario quello di portare avanti una strategia di lungo periodo che impedisca, o comunque scoraggi, il paese limitrofo dallo sfuggire all’orbita di influenza economica e militare di Mosca (New York Times, 9.4.2014, Neil MacFarquhar, Russia Plotting for Political Influence, not Invasion, Analysts Say La Russia sta tramando [cioè, in una visione appena un po’ meno mefistofelica, lavorando] per [continuare a] influenzare politicamente, e non ad invadere [l’Ucraina] concordano [molti importanti] analisti http://www.nytimes.com/ 2014/04/10/world/europe/russia-plotting-for-ukrainian-influence-not-invasion-analysts-say.html?_r=0).

●Dicevamo che anche a Kiev, sulla secessione della Crimea sembrano essersi rassegnati. E, in effetti, il servizio stampa della presidenza ad interim comunica che tutte le navi da guerra del paese sono state ritirate dalle baie del Mar Nero, da Sebastopoli e Donuzlav, e sono già, al momento, in viaggio verso Odessa. Anche il resto dell’equipaggiamento militare ucraino sarà, appena possibile portato via dalla Crimea― prima di essere bloccato e sequestrato magari dai crimeani (Interfax-Ukraine, 19.4.2014, Seven Ukrainian battle ships left Sevastopol Bay and Donuzlav Lake for Odesa, says president's press service― Sette navi da guerra ucraine lasciano le baie di Sebastopoli e Donuzlav per Odessa, dichiara l’ufficio stampa presidenziale http://en.interfax.com.ua/news/general/201459.html).  

Mosca punterebbe a una larga autonomia amministrativa che l’Ucraina dovrebbe puntare a riconoscere per le sue diverse regioni – diverse in tanto: cultura, storia, credo religioso, lingua e non solo politica. Riferisce il NYT che c’è imbarazzo in America perché “gli Stati Uniti sostengono la decentralizzazione in un paese come questo, ma si oppongono a dare alle diverse regioni troppo potere”... Già, ma cosa è troppo e cosa è poco? Per l’America? o la Russia? o – magari – l’Ucraina?

Il NYT, a questo punto, disegna un tris di possibili esiti alternativi, in ordine di probabilità decrescente:

• o una specie di finlandizzazione sul piano politico – neutralità formale del paese – e un federalismo alla svizzera per tutta l’Ucraina;

• oppure – è la minaccia latente e non dichiarata dei russi ma più che altro dei russofili dell’Ucraina – di fare altrimenti come la Crimea: i referendum in alcune città e in alcune aree a larga maggioranza russofona su loro richiesta... con l’Ucraina che, però, così  si potrebbe davvero spaccare del tutto e  la Russia che, stavolta, forse dovrebbe anche combattere, magari limitatamente, col freno tirato, ma anche con l’Ucraina che così per l’occidente andrebbe, però, “definitivamente perduta”, commenta sempre il NYT;

• o l’ultima, la peggiore alternativa, quella che sarebbe la catastrofe di un vero e proprio conflitto su larga scala in Europa centro-orientale che a quel punto sarebbe anche problematico contenere...

●Ad ammorbidire almeno un po’ il contrasto del nuovo governo centrale ucraino con le zone russofone ormai sull’orlo della dichiarazione di indipendenza, arriva l’11 aprile la dichiarazione abbastanza improvvisa del primo ministro Arseniy Yatseniuk che, nel tentativo di disinnescare le tensioni nell’Est del paese è andato a Donetsk, una delle città russofone in rivolta contro il nuovo governo centrale dove ha incontrato politici, uomini d’affari e oligarchi – tra essi anche il miliardario più miliardario del paese, Rinat Akhmetov – sentendosi dire seccamente, anche se civilmente ma all’unanimità, che quelle regioni e le loro popolazioni hanno bisogno di più potere e più risorse per far fronte ai loro problemi.

La decentralizzazione del potere è l’unica via aperta a una convivenza pacifica, anche se non è necessariamente identificabile con la proposta russa d’una federalizzazione. Il sindaco di Luhansk, altra grande città russofona della regione, Serhiy Kravchenko, gli ha detto chiaro che devono cancellare la legislazione che adesso vieta l’utilizzo della lingua russa e che essa deve riacquisire, anzi, con al lingua ucraina – che è quasi la stessa, poi – lo status di lingua ufficiale, in tutto il paese “se vogliamo conservare unito il nostro Stato-nazione”.

Il facente funzione (precaria) di primo ministro ucraino, a Donetsk – in territorio per lui molto incerto, diciamo – frena qui sulle minacce di usare la forza per riportare l’ordine che invece l’altrettanto facente funzione di presidente ucraino aveva flatulato pubblicamente e promette che le regioni  godranno di maggiori poteri per gestirsi i propri affari. Non sembra però che i suoi interlocutori lo abbiano preso molto sul serio, anzitutto perché – e glielo dicono – dubitano assai della sua reale autorità e capacità di star a farsi sentire. E lo stallo dell’occupazione delle città dell’Est di fatto continua...

    (Kyiv Post, 11.4.2014, Mark Rachkevych, In Donetsk, Yatsenyuk agrees to regional leaders' demands for greater local powers― A Donetsk, Yatsenyuk concorda con le richieste dei leaders della regione di più vasti poteri a livello locale http://www.kyivpost.com/content/politics/in-donetsk-regional-leaders-tell-yatsenyuk-they-want-greater-local-powers-343072.html;

e New York Times, 11.4.14, A. Higgins e A. E. Kramer, Pro-Russian Ukrainians Are Promised More Powers, But Remain Dubious― Gli ucraini filo russi ottengono la promessa di maggiori poteri, ma restano dubbiosi  http://www.nytimes.com/2014/04/12/world/europe/pro-russia-ukrainians-are-promised-more-power-but-remain-dubious.html?_r=0).

Ma poi viene immediatamente scavalcato dal presidente ad interim Oleksandr Turchinov che annuncia, smentendolo, l’offensiva delle forze dell’ordine mandate a riprendersi dai russofoni il controllo del territorio. Ma a questo punto rischiando davvero un qualche intervento russo a difesa della popolazione che, apertamente, chiede a Mosca di scendere in campo a difenderla...

Attenti a non litigare sulla macerie...   (vignetta)

    Oh! Scendi subito dalla mia montagna di copertoni

Fonte: Guardian, 24.4.2014, Steve Bell

●Viene anche fuori una polemica, da una parte scontata e dall’altra, però, rivelatrice. La segreteria generale della NATO, da Bruxelles, pubblica e diffonde foto satellitari e di ricognizione aerea che attestano dell’ammassarsi alle frontiere ucraine, anche se sempre dentro le frontiere russe, di forze aeree e corazzate che in poche ore sarebbero, se lo decidessero, in grado di attaccare il paese vicino...

In effetti, però, attesta un’agenzia nota per riflettere da vicino il punto di vista non solo politico ma anche tecnicamente fondato e provato del Pentagono (NightWatch, 10.4.2014, Russia-Ukraine: the pictures Russia-Ucraina: le foto http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch14000081. aspx) hanno ragione i russi quando affermano trattarsi di riprese vecchie almeno di un anno e sbrigativamente oltre che malamente ritoccate col photoshop... anche se di per sé non è sapidamente una smentita secca che possa magari riflettere una situazione anche attuale.

●Adesso, un assistente di John Kerry dice che gli USA stanno considerando di fornire armi all’Ucraina. Subito corretto, informalmente, da una precisazione che parla di “eventuali forniture di aiuti ma non di armi”... E’ questa però la richiesta che, il 16 aprile, il presidente ucraino Oleksandr Turchynov avanza adesso apertamente al Pentagono: armi da utilizzare, dice, per sbaraccare l’occupazione nell’est del paese di edifici governativi da parte di attivisti, paramilitari e popolazione russofona (Stratfor – Global Intelligence, 14.4.2014, Russia Strengthens Its Negotiating Position in Eastern Ukraine La Russia rafforza la sua posizione negoziale in Ucraina  orientale http://www.stratfor.com/ analysis/russia-strengthens-its-negotiating-position-eastern-ukraine).

Certo, sarebbe rischioso se poi i russi, un gradino appena al di là del loro pianerottolo, si mettessero a rifornire di armi e magari di armati la Crimea e il suo governo ormai autonomo e parte integrante del tutto volontaria della Federazione russa o, se prendessero quella degli USA per una provocazione dell’occhio per occhio mettendosi a far la guerra agli ucraini o anche solo (sic!) a rifornire di armi, per dire, Venezuela e Cuba... paesi che sono anche loro lì, sul pianerottolo: ma quello degli americani... Il fatto è che, prima o poi, anche gli USA dovranno in qualche modo imparare a fare i conti tra spesa e impresa. E a controllare un po’ il modo che hanno di esprimersi... su tutto e dappertutto.

●Inizialmente, il 17 aprile in una straordinariamente efficace riunione dell’ultima ora e durata cinque ore, a Ginevra, John Kerry, Sergei Lavrov, Andrii Deshchytsia, ministro degli Esteri ucraino facente funzione e la commissaria europea agli Esteri lady Ashton hanno trovato un’intesa di principio sull’Ucraina “concordando iniziali passi concreti per far de-escalare le tensioni e ripristinare la sicurezza di tutti i cittadini”, viene detto in una dichiarazione finale firmata a quattro mani. E tutti si impegnano “a evitare ogni violenza, intimidazione― sottintesa, di fatto, dai russi o azione provocatoria. I partecipanti condannano fermamente e respingono ogni espressione di estremismo, razzismo e intolleranza religiosa, incluso l’anti-semitismo― e, in chiaro, qui il sottinteso è agli estremisti filo-nazisti che stanno anche dietro al governo ad interim di Kiev.

C’è anche l’impegno delle parti a ritirare “tutte le truppe irregolari” presenti in Ucraina (ormai della Crimea – ricordate? – nessuno parla più... per tutti, ma proprio tutti, ormai, è andata...). Ma, poi, c’è il problema che il testo si guarda bene dall’identificare quali siano queste truppe “irregolari” (le milizie di “autodifesa” russofone a Donetsk? o anche, e forse soprattutto quelle del Settore di destra stra-armato e insofferente alleato del regime di Kiev?) e, a parte, c’è ualis iano queste truppe “irregolari” anche la dichiarazione televisiva del presidente russo immediatamente successiva alla chiusura del vertice che spiega come, in ogni caso, nulla di quanto deciso a Ginevra restringe in alcun modo il diritto e la responsabilità sua di proteggere sempre e comunque la popolazione russa che abita anche l’Ucraina orientale. Una realtà – spiega seccamente, della quale tutti – tutti: ucraini, russi, americani, europei – devono tener conto.

Insomma, la Russia riserva il proprio diritto a difendere sempre e comunque i cittadini russi che venissero perseguitati. E, aggiunge anche Putin, che ormai la Russia chiederà il pagamento anticipato del gas che verrà d’ora in avanti ordinato da parte di chi (l’Ucraina, ad esempio) è già largamente indebitato e ha già annunciato di non volerli, non poterli, comunque di non pagarli.

    (New York Times, 17.4.2014, M. R. Gordon, U.S. and Russia Agree on Pact to Defuse Ukraine Crisis― America e Russia concordano su un patto che dovrebbe disinnescare la crisi ucraina http://www.nytimes.com/2014/04/18/world/ europe/ukraine-diplomacy.html?hpw&rref=world&gwh=3B15178EA9092BDB1E56E1B63DB543F2&gwt=regi &assetType=nyt_now;

e NYT, 17.4.2014, Geneva, Text of Statement on Ukraine Crisis Testo della dichiarazione sulla crisi ucraina http://www.nytimes.com/2014/04/18/world/europe/text-of-joint-diplomatic-statement-on-ukraine.html?partner=rss& emc=rss&_r=0#).

●Cercando, in conclusione, di dare un giudizio globale, bisogna anche notare con preoccupazione, diciamo noi, i rischi enormi che il glabramente rubizzo personaggio messo in questa improbabile e disgraziata dirigenza ucraina a capo ad interim dello Stato sta facendo correre al paese aprendo bocca e dandole fiato sempre irresponsabilmente. E’ il tipo di avventurismo al quale s’è lasciato andare, mentre a Ginevra si chiudevano i lavori.

Chiedendo in Tv al ministro della Difesa di “deistituzionalizzare”― de-establish (letteralmente: insomma, sciogliere d’autorità) la 25a brigata aviotrasportata di paracadutisti che ha accusato di codardia di fronte al nemico per aver consegnato le armi, compresi i blindati e i carri di cui disponeva, su ordine del comandante: a me, aveva dichiarato il colonnello, era stato ordinato di affrontare e disarmare i terroristi; ma io rifiuto l’ordine di mettermi a sparare sui civili e di fronte a me ho trovato cittadini in subbuglio sì, ma cittadini comuni e non terroristi (The Daily Beast.com, 17.4.2014, J. Dettmer, The Ukraine army is crumbling before Putin Di fronte a Putin, l’esercito ucraino si va sgretolando http://www.thedailybeast.com/articles/2014/04/17/the-ukrainian-army-is-crumbling-before-putin.html).

Turchynov ha anche decretato che non sarà consentito ai cittadini russi tra i 16 e i 60 anni di entrare in Ucraina, così come sarà vietato di entrare in Ucraina a tutti i cittadini della Crimea. Per ridurre – dichiara il capo d’un governo che s’è insediato al posto di quello eletto che ha rimpiazzato a colpi di terrorismo – il rischio di terrorismo... E, informato dell’annuncio in diretta, Putin ha subito bollato la decisione come razzista e discriminatoria.

Oltre che stupida, a dire il vero. Perche attesta soltanto della ordinaria, ma rischiosa, pulsione cui chi a Kiev ha preso il potere pensando di farla franca una volta... compiuto il fatto compiuto, ama indulgere: per la soddisfazione, inane però, di ficcare un dito nell’occhio dell’orso ma garantendosi  così anche una rapida scomparsa dalla faccia della terra. Perché, alla fine – vogliamo scommettere? – per chi è andato al potere sulle spalle dei filo-nazisti del Pravyi Sektor― il Settore Destro, non ci sarà nessuno disposto davvero a difenderli.

In fondo la verità vera è che è stato proprio il tentativo almeno in parte palesemente etero-diretto di sfilare con la forza e non con il voto dal suo posto un capo di Stato discusso ma legittimamente eletto, rimpiazzandolo con questa manica di avventuristi avventurosi è stato esso la causa della crisi ucraina in questa ultima sua dimensione di conflitto inter-europeo.

A conclusione – almeno al momento – di quella che tra qualche tempo speriamo potrebbe anche apparire solo come una sceneggiata, viene fuori che il presidente USA, da Washington, esprime le sue riserve sugli impegni che a Ginevra hanno preso i russi. E stavolta ha assolutamente ragione perché, nei fatti e non a chiacchiere, tutte le azioni indicate nel comunicato finale di Ginevra – azioni, contrapposte a intenzioni o promesse – sono tutte responsabilità che fanno capo solo al regime di fatto di Kiev.

E’ questo che intendeva dire Lavrov quando ha dichiarato, a Ginevra, che i problemi dell’Ucraina alla fine possono essere risolti solo dagli ucraini stessi, chiarendo che i russi hanno dato il loro consenso solo a misure che devono essere messe in atto. I termini dell’accordo, così come sono stati resi pubblici, non chiedono di fare niente a russi, americani o all’Unione europea.

A noi sembra che Obama e l’UE non abbiano capito bene, o forse proprio per niente, che di questo si tratta: che in realtà a Ginevra i russi non hanno preso impegni... E sembra proprio che l’Ucraina non sia in grado di dar seguito agli impegni che nel documento, essa sì, ha presi, né di obbligare i suoi territori orientali in rivolta a disarmare. Proprio come accadde quando il Settore di destra estremista e filo-nazista a Kiev dopo l’accordo del 21 febbraio, rovesciò il regime di Yanukovich col quale l’occidente, America, UE e i capi politici dell’opposizione avevano appena firmato l’accordo su un governo di unità nazionale.

Quando cioè, l’occidente non fece niente per opporsi concretamente a un rifiuto eversivo― fornendo così il precedente, oggi e qui, per non farsi accettare dal regime di fatto di Donetsk e tanto meno che la Russia lo costringa, poi, a farlo [lo dice secco uno dei più influenti capi dei ribelli, non russi ma russofoni, Denish Puschlin, che chiariscono di non essere affatto vincolati all’accordo: che essi non hanno sottoscritto né mai potuto discutere: cfr. New York Times, 18.4.2014, Separatist Leader Vows To Ignore Deal Reached in Ukraine Il leader separatista giura di ignorare l’accordo raggiunto in Ucraina http://www.nytimes.com/2014/04/19/world/ europe/ ukraine-russia.html?gwh= 927F6DC80D2D6C2DC093A81F92ADECE2&gwt=regi& assetType=nyt_now#). E’ un fatto. Qui, il tavolo che era stato buttato all’aria a febbraio, adesso, è stato del tutto rovesciato.

Lavrov lo ha certo detto chiarissimamente: “abbiamo approvato il documento nel quale concordiamo sulla necessità di veder prese misure iniziali e certe per stemperare le tensioni e garantire la sicurezza di tutti i cittadini ucraini”. Parole scelte con estrema cura. Non sembra che il ministro degli Esteri russo abbia preso molto sul serio il negoziato come qualcosa di davvero sostanzioso e conclusivo.

La mancanza totale nel testo di un accenno alla lingua russa come seconda lingua o di una maggiore autonomia per l’Ucraina orientale, o della necessità che l’Ucraina resti formalmente un paese neutrale e non aderente alla NATO (che, del resto, mai gli ha promesso di farla entrare), questo elenco di cose non dette dimostra che la Russia considera solo preliminare l’accordo raggiunto. Non come ha teso a fare Kerry, con un maggiore scetticismo di Obama, come una specie di vero e proprio piano di azione, una road map, come lì amano dire. Un’altra dizione che, però, porta regolarmente jella…

In definitiva, i contraenti principali (USA e Russia e Ucraina) dell’accordo firmato a Ginevra usano ancora una volta gli stessi termini ma non intendono con essi le stesse cose. Come ha detto benissimo Lavrov, lui ha approvato un documento: parole, nero su bianco, ma solo parole[9]... E, certo, anche qualche speranza.

●E, c.v.d., bastano due o tre giorni e tutto sembra saltare: gli ucraini ordinano alle loro truppe di passare all’attacco, anche se su scala ancora limitata, ma provocando comunque alcuni morti fra la popolazione russofona nell’est del paese e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, il 23 aprile alza il livello della pressione su Kiev parlando apertamente delle circostanze “analoghe” che, nel 2008, “costrinsero” – dice – la Russia a mettere fine con l’intervento armato alla guerra sferrata avventurosamente dalle truppe della Georgia di Saak’ashvili nell’Ossetia del Sud – anche allora sostiene Mosca su istigazione degli USA – con la repressione armata della popolazione russofona di quella regione.

Insomma, se adesso l’ordine di attacco impartito da Turchynov, il facente funzione ucraino di capo dello Stato, fosse seguito da un attacco effettivo, la fine della faccenda è già annunciata: nel 2014, sarebbe quella dell’ordine di Saak’ashvili in Georgia nel 1008: il contrattacco certo dei russi che schiaccerebbe ogni velleità nazionalista ucraina (New York Times, 23.4.2014, N. MacFarquahar, Russia Warns Ukraine pf Potential Military Response La Russia ammonisce l’Ucraina di una potenziale riposta militare ▬ http://www.nytimes.com/2014/04/24/world/europe/ukraine-russia.html?hp&gwh=98785E1453FE99B437B5B6DF B2D02F3C&gwt=regi&assetType= nyt_now#)...

 E, dietro le voci emerge anche la sparata pubblicamente annunciata dal Pravyi Sektor― il Settore di destra, che – dichiara l’ostentatamente fascista suo leader e candidato presidenziale alle prossime elezioni, Dmitri Yarosh – sposta il fulcro della sua azione e sta costituendo un battaglione speciale da impiegare nell’Ucraina orientale, nella zona di Donetsk, per piegare all’obbedienza la popolazione russofona e tendenzialmente separatista.

E’ il tipo di notizia (una formazione paramilitare che proclama di rifarsi al nazismo, tollerata e autorizzata a intervenire manu militari contro una popolazione russa) che, se confermata dai fatti, sarebbe episodio tale da far precipitare un intervento russo. Il governo di Kiev lo sa bene, ma le sue pulsioni nazional-destrorse non riescono a dire un no secco a chi, dopotutto,  lo sostiene e anzi lo ha messo in sella (RT/RIA Novosti, 24.4.2014, Ukraine’s far-right leader moves HQ to the east, forms new squadron Il leader dell’estrema destra sposta il proprio quartier generale nell’est dell’Ucraina e forma un nuovo squadrone http://rt.com/news/154452-right-sector-yarosh-unit).

●L’operazione militare, ordinata il 24 aprile dal facente funzione di presidente ad interim dell’Ucraina, Turchynov, per riprendere ai russofoni separatisti il controllo della cittadina di Slovyansk nell’est del paese, è stata bloccata dopo che i servizi di informazione di Kiev avevano avvisato del rischio drammaticamente elevato, ormai, dell’intervento delle truppe russe in grado di passare in poche ore alla controffensiva. Prima dell’alt, gli ucraini avevano fatto sette morti tra la popolazione locale. Ma adesso, dice la stampa della capitale, stanno riformulando un altro piano operativo... pare (Kyiv Post, 21.4.2014, Moscow outraged by Easter shootout in Slovyansk― Mosca indignata per le sparatorie scatenata a Slovyansk http://www.kyivpost.com/content/ukraine/moscow-outraged-by-easter-shoot out-in-slovyansk-344407.html).

Dopo due ore dall’attacco, appena dall’intelligence di Kiev arrivano i primi allarmi da est, le truppe d’assalto ucraine – si ritirano. Poi, il premier ad interim Yatsenyuk se ne esce a dire che la Russia, continuando a premere sull’Ucraina, “vuole scatenare la terza guerra mondiale” (bum! con Kiev?!, su Kiev?!), invocando l’“unità di tutti i paesi del mondo contro la Russia(Kyiv Post, 25.4.2014, Yatseniuk: Russia wants to start third world war La Russia vuole dare il via alla terza guerra mondiale https://www. kyivpost.com/content/ukraine/yatseniuk-russia-wants-to-start-third-world-war-345108.html).

Insomma, strilla e urla ma frena anche annunciando la necessità di rimodulare (che caspita poi voglia dire, lo sa solo lui...) adeguatamente la controffensiva nazionale per riprendersi il controllo di tutto il paese (Crimea, data per persa, ormai, però in maniera scontata). Al solito, il poveraccio si lascia illudere dai rumori e dai rumors che solleva contemporaneamente Obama, convocando a conferenza via Skype (proprio come ogni tanto capita anche a noi di fare, con Pietro o Tonino...) gli altri G-7 (che, ricordiamo, non esistono più... ma che lui ha riesumato dalla tomba proprio per dire che la Russia ormai ne è esclusa...

Anche se i G-7 veri, in termine di PIL effettivo (CIA World Factbook, 2013, il ranking reale del G-7 ▬ https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2001rank.html), ormai vedono ben dentro, al sesto posto, la Russia e non più di sicuro almeno quattro dei paesi fondatori (Canada, Italia, Francia e Gran Bretagna: tutti fuori, col nuovo G-7 che, infatti, nell’ordine di grandezza della ricchezza prodotta comprende ormai USA, Cina, India, Giappone, Germania, Russia e Brasile[10].

Ma lui, imperterrito, convoca i G-7 doppiamente fasulli (perché sono fuori dal ranking e, comunque, da anni ufficialmente esso era stato formalmente soppresso) e così sicuro del loro altrettanto formale  sissignore li “invita” a “rafforzare le sanzioni antirusse”: formale perché, poi, nei fatti, pochi davvero possono permettersi di non importare o pagare più il gas o il greggio russo... al massimo diranno a Putin che non avrà più il visto per entrare senza timbro di dogana in America... i buffoni!

E, infatti, alla fine e come al solito, dopo tante roboanti e tempestose urlacchiate, vengono rafforzate misure penalizzanti le visite in America di alcuni altri personaggi di Mosca (anche se a dirgli che vogliono andare in visita lo possono solo presumere...) e i depositi bancari di alcuni russi a Londra e a New York (sempre che ci siano ancora dei russi tanto cretini da lasciarceli ancora, però...), con Washington a suonare la solita impotente carica e l’Europa supinamente a strisciargli dietro... (anche se aumenta di quindici persone il numero dei russi sanzionati: ridicolo, come sempre...).

E, inevitabilmente, poi la buffonata va avanti con la possibile, altrettanto sciocca e analoga, ritorsione dei russi... Che, cambiando le carte in tavola, però fortunatamente adesso non scatta: il presidente Putin dichiarando di aver valutato l’irrilevanza effettiva delle nuove sanzioni, a questo punto dichiara che non ci sarà bisogno di contro-sanzioni: almeno per il momento, anche se bisognerà valutare poi le potenziali conseguenze economiche per il mondo degli affari e per gli investitori in Russia.

Che, però, sarà ormai preparata a modificare condizioni e rapporti energetici del paese, a partire dalle partecipazioni di compagnie occidentali agli stessi progetti di sviluppo energetico del paese  (World Energy News, 29.4.2014, J. R. Fonseca, Putin Sees No Need To Sanction West, May Review Energy Ties― Putin non vede la necessità di sanzionare l’occident, potrebbe riconsiderare i legami energetici http://www.worldenergynews.com/ news/putin-sees-need-sanction-west-may-review-603547).

Meno freddezza da parte del vice primo ministro Dmitri Rogozin che, sul suo Twitter, cinguetta di quanto e come le pretese degli americani gli diano ormai sui nervi osservando come “Gli Usa hanno introdotto adesso sanzioni anche contro la nostra industria spaziale. Dio sa che li abbiamo avvisati: risponderemo alle dichiarazioni con le dichiarazioni e alle azioni con le azioni(29.4.2014 ▬ http://www.twitlonger.com/show/n_1s1imh0).

E, qualche minuto dopo, Rogozin torna a trillare, ricordando con una certa cattiveria all’inclita e al colto tra gli interlocutori americani di “non scordarsi, nella loro smania di emanare sanzioni contro l’industria spaziale russa, del fatto che se insistono, visto che non hanno più un loro programma di lanci spaziali, dovranno lanciarsi in orbita magari col trampolino sull’International Space Station (dove ci sono al momento,  portati lassù dalla Soyuz TMA-
11M
russa anche astronauti... americani) i loro cosmonauti e magari, come adesso, poi, se le loro sanzioni avessero effetti pratici, anche riportarseli a terra (29.4.2014 ▬ http://www.twitlonger.com/show/n_1s1irff).

●Poi, proprio l’ultimo giorno del mese, l’Ucraina sembra alzare le mani. Oleksandr Turchynov, presidente pro-tempore parla delle sue forze di sicurezza nell’est del paese come del tutto “impotenti” di fronte ai militanti filo russi che reclamano una maggiore autonomia dal governo centrale (New York Times, 30.4.2014, Alison Smale e A. Roth, Ukraine Says That Pro-Russia Militants Won the East L’Ucraina dichiara che i militanti filo-russi hanno vinto l’est del paese http://www.nytimes.com/2014/05/01/world/europe/ukraine.html?_r=0).

Di fatto, Turchynov dà atto che i russofoni hanno stabilito un controllo efficace e effettivo su gran parte della regione industriale del paese, con una popolazione di 6 milioni e mezzo di abitanti nei pressi del confine russo: “è difficile riconoscerlo, ma è così: la maggioranza delle nostre forze nell’est del paese non è in grado di compiere le proprie funzioni”. L’Ucraina orientale (Karkiv, Slovyansk, Donetsk, Horlivka, Luhansk...), “non la controlliamo più”.

●In Ungheria, le elezioni politiche sono state largamente vinte, anche se con un risultato leggermente inferiore a quello di quattro anni fa, dal partito di governo Fidesz del premier Victor Orban con un 44,5% dei voti, raccolti insieme ai cristiano-democratici, l’alleato alleato minore. Il che gli consentirà ancora una maggioranza assoluta con 133 dei 199 seggi della legislatura. L’estremissima destra apertamente filo-nazista del partito Jobbik/Jobbik Magyarországért
Mozgalom Movimento per un’Ungheria migliore – che si richiama al retaggio dell’ammiraglio Miklós Horty: il dittatore che volle schierare con Hitler il paese nella seconda guerra mondiale, rastrellando e massacrando direttamente o inviando a Auschwitz oltre mezzo milione di ebrei magiari – ha portato a casa il 20% dei voti prendendo a Fidesz il 4% di quelli conquistati in più nel 2010.

Victor Orban è lui stesso reazionario, antirusso, saldamente ancorato alla NATO ma anche saldamente filorusso quando gli serve comprare combustibile a Est, filo-capitalista e anzi iper-liberista convinto ma insieme ferocemente protezionista e contrario a ogni regola anche se da lui stesso firmata ma sempre mal sopportata dell’OCSE, uno che vuole restare dentro l’Europa – e lo dice – ma senza accettarne obblighi né soprattutto l’adesione a quelli che lui considera i “pretesi” valori che gli altri europei gli chiedono invece di onorare.

La UE, anche se frenata spesso dai propri vertici ma spronata invece dal parlamento europeo, lo ha criticato spesso. E lui sempre se ne è fregato e continua a potersene fregare date le maggioranze super-assolute che anche le apposite revisioni costituzionali da lui volute e imposte gli garantisce.

Che, poi, sono le regole, considerate di convivenza civile dovunque, il senso e l’obbligo per lo meno formale della solidarietà..., se volete anche un po’ – e su questo magari Orban ha anche qualche ragione – il rito dell’ipocrisia collettiva con cui nella buona società, come è noto, il vizio rende omaggio almeno formale alla virtù in un mondo che, per dire la verità dappertutto che da una parte celebra il diritto sacrosanto alla libera circolazione delle merci e delle persone ma poi limita quello delle persone: solo che lui poi lo vorrebbe, questo egoismo alla leghista, spudoratamente eretto da tutti a nuovo valore per tutti e di tutti.

La “sinistra” – o,  per dir meglio, tutta la galassia frastagliata di chi qui si oppone al trionfo della destra – ha preso insieme e senza alcuna efficacia (se non aver conquistato qualche voto più dei nazisti) il 25% dei suffragi. E si ritrova, ancora, emarginata non recuperando e rendendo attivo il 28% di un elettorato che, disgustato, alla fine si è astenuto (la Repubblica, 6 .4.2014, A. Tarquini, Ungheria: Orban stravince, crescono i neonazisti http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/06/news/ungheria_ netta_vittoria_di_orban_la_sinistra_tiene_sui_neonazisti -82909948); The Economist, 11.4.2014, Eastern Approaches – Hungary’s election― Approcci d’oriente – Elezioni ungheresi http://www.economist.com/ blogs/easternapproaches/ 2014/04/hungarys-election).

●Stravinte anche, e senza alcuna discussione nel merito della loro validità, le elezioni municipali e rafforzata la sua posizione, in Turchia il governo Erdoğan ha subito obbedito all’ordine ricevuto dalla Corte Suprema che gli aveva ordinato di togliere il divieto all’uso di Twitter nel paese. Le autorità turche delle telecomunicazioni hanno dovuto eliminarlo dopo che era  rimasto in vigore per due settimane, perché costituiva una violazione del diritto fondamentale alla libertà di espressione.

Il governo ne ha preso atto – del resto aveva utilizzato lo strumento assai poco, non essendocene stato neanche poi effettivo bisogno – ma si è riservato il diritto a difendersi da insulti e attentati alla propria legittimità e onorabilità attraverso il processo giudiziario ordinario (RTÉ News/Dublino – divisione della Raidió Teilifís Éireann, 3.4.2014, Turkey Lifts Ban on Twitter La Turchia toglie il bando a Twitter http://www.rte.ie/ news/2014/0403/606501-turkey-twitter) e anche chiedendogli, come finora mai fatto, di pagare le tasse sui profitti realizzati in Turchia (The Economist, 18.4.2014, Prime minister lashes out his opponents – Erdoğan vs judges again Il premier scatenato contro i suoi oppositori – Erdoğan, ancora contro i giudici http://www.economist.com/news/europe/21601042-prime-minister-lashes-out-his-opponents-erdogan-v-judges-again).

●A metà aprile, il ministro dell’Energia di Ankara, Taner Yildiz, ha chiesto a Mosca di incrementare la capacità di pompaggio del gasdotto Blue Stream (Gazprom e ENI) che attraverso 1.210 Km di percorso, 1/3 sotto il Mar Nero, porta il gas naturale dalla Russia alla Turchia. In visita alla Turchia, a dicembre del 2012, era stato Putin per primo ad accennare a questa possibilità. E, adesso, sempre la Turchia torna a suggerire che anche parte del South Stream, l’altro grande gasdotto  pianificato per trasportare gas naturale dalla Russia anche verso l’Europa occidentale venga in parte dirottato scavalcando anche il tratto bulgaro sempre attraverso il territorio turco...

Ma è Gazprom a sollevare obiezioni “tecniche” (difficile, costoso... di fatto impossibile...)  mentre la Bulgaria si affretta a specificare che, da parte sua, non è per niente d’accordo con le pressioni dei falchi occidentali (USA, Francia e Germania) e che per Sofia non ci sono ostacoli di sorta a continuare a lavorare al programma coi russi... anzi la costruzione del tratto bulgaro del gasdotto è iniziata e è già in avanzato stato di completamento (Stratfor, 17.4.2014, Russia: Gazprom Source Says No Plans For Pipeline Through Turkey Russia: fonti di  Gazprom dicono che non esistono piani di un passaggio del gasdotto attraverso  la Turchia ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/russia-gazprom-source-says-no-plans-pipeline-through-turkey; allo stato attuale quasi il 60% delle forniture di gas naturale arrivano in Turchia dalla Russia attraverso due principali percorsi.

Il fatto importante che tutto questo gran’ indaffararsi dei turchi mette in primissimo piano è che ora proprio la possibilità che lascia intravvedere la Russia, che se Kiev non paga interromperà presto il flusso di gas verso l’Ucraina ha acceso un fuoco che brucia sotto le terga della Turchia che ne è uno dei massimi importatori dal gasdotto che transita proprio per quel paese. Solo che, contrariamente alle aspettative al solito sempliciotte di Bruxelles e di Washington, a Istanbul piuttosto che lasciarsi spingere in una disperata e improbabile caccia di alternative alla forniture di energia della Russia – la proposta impotente, per mancanza di alternative realmente accessibili, che da anni avanza a chiacchiere vane la Commissione europea – sono più realisticamente convinti che è meglio cercare di stabilizzare, sviluppare e consolidare i loro legami energetici con Mosca (Stratfor – Global Intelligence, 14.4.2014, Turkey Attempts to Secure Russian Energy La Turchia cerca di garantirsi il combustibile russo http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/turkey-attempts-secure-russian-energy).

Detto questo, non sarà agevole convincere i russi. Fonti di Gazprom comunicano alla stampa che Alexander Medvedev, vice presidente dell’ente di Stato che produce e distribuisce il gas e sta andando in Turchia in questi giorni non ha in agenda di discutere una riduzione del prezzo già negoziato per il combustibile che acquista (Today’s Zaman/Istanbul, 20.4.2014, Gazprom: Natural gas discount for Turkey not on agenda― Lo sconto per il gas venduto alla Turchia non è in programma, chiarisce Gazprom http://www.todayszaman.com/news-345668-gazprom-natural-gas-discount-for-turkey-not-on-agenda.html), anche se proprio questo era stato il fine della visita annunciato pur se mi inserito in agenda dal ministro dell’Energia turco, Tener Yildiz.

D’altra parte, essendo oggi nell’ordine Russia e Iran i due maggiori esportatori di gas in Turchia, ma considerati i pessimi rapporti politici e, ancor prima, inter-islamici di Erdoğan con Teheran (il solito avvelenato rapporto tra sunniti e sci’iti), sembra francamente ancor più difficile che riescano a strappare ai persiani migliori condizioni di vendita (Stratfor – Global Intelligence, 20.11.2013, Turkey's Energy Ambitions and Limitations Energia: ambizioni e limiti per la Turchia http://www.stratfor.com/analysis/turkeys-energy-ambitions-and-limitations).

●Alla fine, dopo l’incontro tra Gazprom e il ministro turco dell’Energia, è stato concordato “in linea di principio” di aumentare la capacità di trasportare il gas del Blue Stream che, passando sul fondo del Mar Nero, collega Russia e Turchia. Yildiz ha spiegato che sarà aumentata da 16 miliardi di m3 all’anno a 19 e aggiunge che Ankara con Mosca vuol aprire un negoziato supplementare per un nuovo contratto che porti il settore privato a comprare il gas russo a quelli che lui definisce “un prezzo ragionevole”, anche se Gazprom ha ribadito di non essere disposto ad abbassare il prezzo: che per essa è già ragionevole (Gazprom, 21.4.2014, Gazprom and Turkey to look into possible increase in Blue Stream capacity― Gazprom e Turchia studieranno il possibile incremento delle capacità del Blue Streamhttp://www.gaz prom.com/press/news/2014/april/article189276).

●Ormai, però, questa diatriba sul South Stream è anche molto rivelatrice. Da una parte, le istituzioni UE, la Commissione e in specie quel testone del commissario Öttinger – che non riesce mai a  fare i conti coi poteri e con le risorse che ha ma sogna ugualmente di averle – insieme ad alcuni paesi dell’Europa centro-orientale si stanno muovendo come per conto loro nei confronti della Russia. Di recente, il gasdotto South Stream – che potrebbe trasportare il gas naturale russo verso i terminali dell’Europa centrale e i balcani bi-passando l’Ucraina – è diventato fonte di crescente frizione tra Bruxelles e Mosca come anche fra l’Unione e diversi Stati membri coinvolti nel progetto stesso.

La Bulgaria, come s’è visto, sta spingendo per la costruzione del gasdotto alternativo malgrado gli ammonimenti del Commissario che si potrebbe trattare di qualcosa che va contro le norme europee. E c’è anche l’Austria che ha ripreso il tema, dimostrando il suo reale interesse per essa. Ora la crisi ucraina sta approfondendo le divisioni esistenti sul tema dentro l’UE e il dibattito sul nuovo gasdotto – dove alcuni, tutti in realtà, i paesi membri stanno posizionando i loro interessi e le loro politiche energetiche al di sopra e prima di quelle formulate a Bruxelles ma in modo sempre del tutto inefficace e impotente – ne sta diventando l’illustrazione perfetta. Se l’Europa continua il processo di frammentazione politica che sta subendo, questi ormai saranno episodi sempre più frequenti.   

●“La Grecia, quattro anni dopo essere diventata l’epicentro della crisi del debito dell’Europa, ad Atene segnalano che stanno finalmente tornando trionfalmente sulla scena finanziaria globale con piani di vendita di buoni del Tesoro a lungo termine per la prima volta da quando al paese vennero prestati 240 miliardi di € di copertura con salvataggi internazionali(New York Times, 9.4.2014, L. Alderman, Greece Dives Back into the Bond Market La Grecia si rituffa nel mercato dei titoli di Stato http://www.nytimes.com/2014/04/10/business/international/greece-dives-back-into-the-bond-market.html). Poi,  di quel prestito alla fine il governo greco non ha nemmeno usufruito, essendo, in sostanza, bastato al dunque l’effetto-annuncio.

C’è il trionfalismo un po’ tronfio e auto-illuso d’un governo che ha affossato l’economia e con essa la gente... ma, un po’ come facevano da noi quando pretendevano di aver salvato l’Italia perché le hanno “ridato credibilità” riportando il deficit/PIL alla misura artificiale ma, per definizione, virtuosa di Maastricht pretendendo di essere onorati anche se per farlo, nel farlo, sono arrivati al 15, anche al 20-25 e più per cento di disoccupazione...

Il debito pubblico lordo nella UE: dopo di loro, arriviamo noi...  (grafico)     

Fonte: Commissione UE, da The Economist, 11.4.2014

●Ma resta il fatto che la domanda degli investitori è stata molto elevata alla prima asta di titoli sovrani ellenici a lungo termine in quattro anni. E, mentre calano forte i rendimenti dei decennali italiani e spagnoli intorno a un po’ più ormai del 3% – la  metà circa di un paio di anni fa – anche i decennali greci scendono adesso da qualche tempo intorno al 6% mentre due anni fa erano al 40% di rendimento.

Adesso, il giorno in cui il Tesoro greco si riaffaccia sui mercati – con successo: ha piazzato 3 miliardi di € su un’offerta che ha portato a casa ordini per 20 miliardi con la maggioranza di acquirenti rappresentati da fondi pensioni e fondi di investimento stranieri, europei e no, che hanno comprato bonds ellenici al rendimento quinquennale relativamente contenuto del 4,75% – e alla vigilia di un’altra visita a Atene di Angela Merkel, il 10 aprile mattina alle 5, dopo mesi e mesi di forzata assenza, una bomba con 75 chili di tritolo viene fatta scoppiare ad Atene.

Proprio di fronte alla sede della Banca centrale che ospita anche gli uffici della troika europea e dell’FMI che in loco fa da sorvegliante all’economia e all’austerità imposta alla Grecia. Esplosione, però, quanto mai “mirata” e “controllata” e volutamente dimostrativa, preannunciata in tempo utile per telefono a consentire alla polizia di transennare la zona e evitare vittime. Però fragorosamente altisonante (Pagina99, 10.4.2014, Atene: bomba esplode davanti a banca centrale greca http://www.pagina99.it/ news/home/5098/Atene--bomba-esplode-davanti-a.html).

●In Spagna, il parlamento ha respinto a stragrande maggioranza la proposta della Catalogna di andare al referendum sull’indipendenza. Per capirci come la Crimea. Ma a novembre i catalani dicono che loro il referendum lo faranno comunque (The Economist, 11.4.2014)

●A cavallo tra questo capitolo sull’Europa e il prossimo subito sotto, dedicati forzatamente soprattutto all’Ucraina e al rapporto a dir poco complesso e spinoso che ne sta emergendo tra Russia e Stati Uniti è utile, forse, qui inserire un accenno a quello che – secondo fonti molto accreditate ma anche non di rado strumentalizzate data la loro propensione istituzional-patriottica, o patriottardica,  a riportare quel che la Casa Bianca loro chiede da sempre (più di recente per le panzane sull’Iraq e le armi di distruzione di massa di Saddam, per il nucleare iraniano che non era proprio tale poi, per i gas nervini siriani che erano siriani sì ma, forse, al dunque, non del regime...) a Washington starebbe emergendo come il nuovo atteggiamento che Obama vuole ormai riservare a Putin. 

STATI UNITI

●Scrive il NYT che, in buona sostanza, “mentre la crisi ucraina continua a sfidare ogni facile soluzione, il presidente Obama e la sua squadra di esperti della sicurezza internazionale [o, da lui almeno, tali speranzosamente considerati― visto come tutti i loro ponzamenti sono andati e stanno andando a finire un po’ dappertutto nel mondo, rispetto a sensibilità, interessi e intenzioni degli Stati Uniti d’America...] stanno cercando di forgiare un nuovo tipo di approccio alla Russia applicando [come la chiama il giornale] una versione aggiornata della linea del contenimento in atto durante la guerra fredda”.

Proprio come gli Stati Uniti decisero dopo la seconda Guerra mondiale di far fronte all’Unione Sovietica e alle sue ambizioni globali, il presidente Obama sta puntando a isolare la Russia del presidente Putin tagliando i suoi legami economici e politici col mondo esterno, limitandone le ambizioni espansionistiche nel ‘vicinato’ e facendone nei fatti uno Stato paria [come se di là ci fosse uno Stalin e non Putin, di qua un Truman onnipotente e da tutti riconosciuto egemone e non l’ ‘anatra zoppa’ di Obama che fra due ani scompare per sempre dall’orizzonte...].

Il signor Obama è arrivato alla conclusione che anche se si arrivasse a una soluzione dello stallo su Crimea e Ucraina orientale non potrà ormai più avere un rapporto costruttivo col signor Putin, dicono i suoi consiglieri. Il risultato è che il sig. Obama spenderà i suoi due anni e qualche mese che resta alla sua presidenza cercando di minimizzare il caos che il sig. Putin potrebbe creare, preservando la poca cooperazione marginale che potrà essere ancora salvata e altrimenti ignorando il padrone del Cremlino in favore di altri settori di politica internazionale dove un progresso rimane possibile(New York Times, 19.4.2014, P. Baker, In Cold War Echo, Obama Strategy Writes Off Putin In un’eco da guerra fredda, la strategia di Obama cancella Putin [peccato, però, che non basti certo volerlo...] ▬ http://www.nytimes.com/2014/04/20/world/europe/in-cold-war-echo-obama-strategy-writes-off-putin.html?_r=0 ).

Si tratta come ovvio di una visione tutt’altro che oggettiva e tanto meno a largo raggio. E anche  dannatamente, a noi sembra pericolosa, per non dire presuntuosa: come se il suo presunto, appunto, o vero concorrente se ne stesse lì tranquillo a lasciarlo fare: della serie ormai infinita delle “cavolate” della politica americana― tipiche dell’eterogenesi dei fini cui tanto spesso sembra votata una politica che da molti anni si muove per ottenere qualcosa e ne ricava alla fine, esattamente, il contrario....

●Come di bassa propaganda puzza anche – tanto per restare in tema – ancora il NYT che, senza neanche dover mentire grassamente, travisa e distorce i dati della realtà economica della Russia. Anche solo il fatto che si dia da fare, e lo faccia, è già indicativo di un qualche timore che, patriottardicamente appunto, riflette e riproduce quelli di chi ormai si credeva l’unica superpotenza e si sta risvegliando a una realtà diventata più dura... Pubblica, così, un pezzo in prima pagina titolato “L’economia russa peggiorava già prima che la colpissero le sanzioni(New York Times, 16.4.2014, D. M. Herszenhorn, Russia Economy Worsens Even Before Sanctions Hit― ▬ http://www.nytimes.com/ 2014/4/17/world/europe/russia-economy-worsens-even-before-sanctions-hit.html? hp&_r= 0#) che è irrilevante, intanto, nel merito perché le sanzioni, finora, hanno solo negato il visto a una decina di russi che forse volevano recarsi in America... o forse no.

L’articolo prosegue, poi, descrivendo un’economia che declina raccontando di russi che vanno a vivere in massa all’estero, inguattano contanti in cassette di sicurezza e in valuta straniera, comprando come si dice assets a Londra, New York, Milano, Parigi – soprattutto edilizia – e tutto sulla base di testimonianze ovviamente anonime, di sentiti dire... Racconta di “un PIL da 2 trilioni di $ che soffre di stagflazione – un mix tossico di crescita stagnante e di inflazione elevata – tipicamente accompagnato da un picco di disoccupazione. Certo, in Russia il tasso dei senza lavoro – dice – resta basso ma solo perché anni di declino demografico hanno prodotto una forza lavoro ridotta, inadeguata”.

Si dà il caso, però, che i dati del Fondo Monetario Internazionale presentino un quadro, una realtà,  parecchio diverso. La crescita ha rallentato nell’ultimo biennio ma il reddito pro-capite dei russi è più che raddoppiato da quando Vladinir Putin è arrivato nel 1998. Il NYT lamenta che in Russia la  “forza lavoro [sia tanto] ridotta, inadeguata”. Ma chi di questa inadeguata forza lavoro è parte, i russi cioè, di questo non si preoccupa o, almeno, sembra tutto sommato contento che così il tasso di disoccupazione si mantenga qui ben contenuto...

Il FMI proietta, in effetti, un tasso di inflazione al 6,2% sia quest’anno che il prossimo che per gli adoratori del tetto al 2% che occupano le banche centrali dell’occidente e i grandi dipartimenti accademici è ovviamente elevato. Ma tanta gente, anche accademici e esperti, si intende, e soprattutto tanta gente comune, tanta comune gente che lavora, sa che molti paesi hanno goduto di buoni periodi di crescita del’economia e dell’occupazione con tassi di inflazione doppi o tripli di quelli cui questi signori vorrebbero obbligarli in nome della loro ortodossia anchilosata.

Bisogna anche segnalare che qui, ancora nel 2008, l’inflazione era comunque doppia dell’attuale (International Monetary Fund/IMF, World Economic Outlook Database― 4. 2014, Russia Macro-economic Data dal 1997 al 2014 ▬ http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/ 2014/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=76 &r.y=10&sy= 1997&ey=2015&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=922&s=NGDP_RPCH%2CNGDPRPC%2CNID_

NGDP%2CPCPIPCH%2CPCPIEPCH%2CLUR%2CGGXCNL_GDP%2CBCA_NGDPD&grp=0&a=). 

E, mentre il private equity investor – che pare la fonte principale del NYT – predice il default della Russia sul debito, non si scorge neanche lontanamente nei dati veri, quelli del Fondo, alcun fondamento di una simile previsione. Il deficit/PIL della Russia, attesta infatti l’FMI, è sotto l’1%  e anche il rapporto tra debito e PIL sta, significativamente, calando. I conti correnti sono anch’essi in attivo e i dati mostrano che gli investimenti sono al 24% del PIL stesso. Per gli USA, e per dire. sono sotto il 20%... (IMF/FMI, stessa fonte citata per gli USA ▬ http://www.imf.org/external/ pubs/ft/weo/2014/01/weodata/weorept.aspx?pr.x=45&pr.y=9&sy=2012&ey=2019&scsm=1&ssd=1&sort=count r y&ds=.&br=1&c=111&s=NID_NGDP&grp=0&a=).

Insomma, i dati veri e non quelli, riportati male o fasulli, del NYT spiegano l’altro dato che, invece, correttamente anche se non riesce a capirne il perché, riporta: che il livello di popolarità di Putin in Russia arriva  all’80%.

Qui c’è l’odiosa e non frenata, “naturale” tendenza, tutta americana, a disprezzare sempre e comunque e scioccamente chi con l’America non è d’accordo. Come quando adesso, ad esempio, il sen. John McCain, la voce ignorante della destra americana che aspirava alla presidenza contro Obama, ha sghignazzato sgangheratamente che in fondo, poi, la Russia è solo “una pompa di benzina, mascherata da paese(CNN – LightWatch, 22.4.2014, McCain on Russia http://politicalticker. blogs.cnn.com/2014/04/22/mccain-calls-russia-a-gas-station).

Peccato che le pompe di benzina non abbiano mai prodotto giganti come Tolstoy, Borodin, Rimsky-Korsakov, Prokofiev e neanche di politici del calibro di un Vlad Putin. Invece ogni tanto, sfornano o forse abortiscono gnomi intellettualmetne e politicamente grotteschi come un McCain.

●Sulla situazione economico-sociale degli Stati Uniti stessi, scrive piuttosto un po’ allarmato, ma neanche poi troppo sorpreso, un opinionista tra quelli più moderato-conservatori del NYT – che qui sintetizziamo (New York Times, 2.4.2014, N. Kristof, We’re Not no.1! We’re Not no. 1! Non, non siamo il numero uno! Non siamo il numero uno! http://www.nytimes.com/2014/04/03/opinion/were-not-no-1-were-not-no-1.html?_r=0#) – che su un fatto non c’è alcun dubbio: in un certo modo noi – gli Stati Uniti, cioè – siamo di sicuro  il no. 1 al mondo...  Ma una classifica nuova, un ranking, alla fine della fiera poi ci mette a un moderato, e realistico, 16° posto e non al primo dell’Indice mondiale del progresso sociale

    (Social Progress Index 2014, 2.4.2014 – Foundations of social wellbeing Fondamenta del benessere sociale http://www.socialprogressimperative.org/data/spi;

 e, per il testo integrale dell’Indice,http://www.socialprogressimperative.org/system/resources/ W1siZiIsIjIwMTQv MDQvMDMvMTcvMzEvNTQvNzcyL1NvY2lhbF9Qcm9ncmVzc19JbmRleF8yMDE0X1JlcG9ydF9lXy5wZGYi XV 0/Social%20Progress%20Index%202014%20Report_e%20. pdf).

O, se volete dirla così, parliamo dei fondamenti stessi del viver civile: per dire, l’Italia è al 29° posto, l’unico dei cosiddetti G-7 che è sotto il 25°– ma è riscattato, in parte ad esempio dal secondo posto al mondo per la quantità e l’accessibilità universale del nostro (pur costoso e pieno di sprechi) sistema sanitario. Noi – cioè noi americani, per riprendere il ragionamento di Kristoff – andiamo così male perché forza economica, finanziaria e anche militare (o soprattutto? pensate ai costi per mantenerla) non si traduce in benessere per il cittadino medio.

Nell’Indice, così, se gli Stati Uniti eccellono nella loro costosissima istruzione universitaria di èlite, per il sistema sanitario sono al 70° posto, al 69° come sostenibilità  del’ecosistema – di un ambiente al dunque umanamente vivibile – 39° per l’istruzione elementare, 34 per l’accesso all’acqua e ai servizi fognari e sanitari e al 31° posto per la sicurezza personale dei cittadini. Anche per l’accesso ai telefoni cellulari e a Internet gli USA sono appena a un deludente 23° posto in parte perché un americano su cinque manca proprio dell’accesso a Internet.

Il no. 1 del mondo, per l’Indice, dati alla mano, è agli antipodi geografici rispetto a noi, in Nuova Zelanda: ma poi agli antipodi della Nuova Zelanda sono Svizzera, Islanda (che due anni fa era sull’orlo del default ma ha reagito, in buona sostanza, cancellandosi una buona fetta del debito) e l’Olanda. Tutti, nel dato pro-capite, sono paesi un po’ più poveri della media americana. Ma sembrano fare un lavoro assai migliore di quanto facciano gli americani,.

Dopo una denuncia come questa, chi scrive si aspettava – anzi, no! – che un autore così lucido da vedere queste cose analizzasse e ne spiegasse anche il perché. In questo, certo, Obama è più lucido di questo Mr. Kristof. Lui infatti ha capito bene che il peccato mortale che sta facendo a poco a poco, e neanche troppo lentamente poi, sgretolare l’America e ha già affossato “il sogno americano” è la disuguaglianza che sempre più appesta questa società dove il 10% della popolazione sequestra legalmente il 90% delle ricchezze... E tutto sommato passivamente, pacificamente. Ancora…

●Arriva anche notizia di un pesante calo dei ritmi di crescita dell’economia negli USA nel primo trimestre dell’anno, con appena un +0,1% ben al di sotto delle aspettative col duro clima invernale, dicono, che porta a tagliare le attività nel settore edilizio e, più in generale, gli investimenti (New York Times, N. D. Schwartz,  Sharp Drop in U.S: Economic Growth in 1st Quarter In America, nel primo trimestre, calo secco di crescita economica americana http://www.nytimes.com/2014/05/01/business/economy/us-economy-barely-grew-in-first-quarter.html?_r=0).

●Una notizia riportata così, senza rilievo alcuno e, soprattutto, pudicamente senza commento, dal NYT (New York Times, 23.4.2014, S. Strom, Vermont Will Require Labeling of Genetically Altered Food Il Vermont esigerà l’etichettatura che identifica gli alimenti geneticamente alterati http://www.nytimes.com/2014/04/24/business/ vermont-will-require-labeling-of-genetically-altered-foods.html?gwh=030A91B6CFC85EC0AE5B73100E2133B 2&gwt=regi&assetType=nyt_now#) racconta che l’industria alimentare del paese, allarmata del possibile effetto domino del Vermont, sta scatenando la controffensiva del lobbying  e dei PR su tutti i media e, soprattutto, mazzette alla mano, su ogni singolo legislatore federale per arrivare a respingerla. In effetti, il parlamento del piccolo Stato del Vermont, tradizionalmente uno dei meno supini ai dettati di lor signori, ha passato una legge che richiede l’etichettatura dei prodotti in vendita con l’indicazione di qualsiasi eventuale contenuto di organismi geneticamente modificati.

L’articolo spiega, assai comprensivo, come “i grandi produttori di alimenti e tutta l’industria bio-tech che produce sementi geneticamente modificate sostengono che l’identificazione obbligatoria dei prodotti con OGM avrebbe l’effetto pratico di identificarli come se avessero stampigliato sul contenitore un teschio con le ossa incrociate”. E sembra dannatamente rilevante, no?, almeno a ch i scrive che l’industria alimentare senta (e non solo qui: in Europa è in atto la stessa offensiva, finora con sostanziale successo) per continuare a nascondere al pubblico le informazioni per continuare a vendergli tenendolo all’oscuro i propri prodotti.  

Gli ultimi rilevamenti del dipartimento del Lavoro dicono che, a marzo, condizioni climatiche migliorate  hanno portato  a più numerose assunzioni rispetto ai tempi più morti dell’inverno ma meno di quanto preconizzassero le attese diffuse. Il tasso di disoccupazione ufficiale è rimasto, in ogni caso, inchiodato al 6,7%. Il fatto è che, anche se il tasso di occupazione non sta proprio affondando ancora di più nella palude della recessione e ristagna, non riesce comunque a riprendere il ritmo indispensabile per recuperare i milioni di posti andati finora perduti

    (New York Times, 4.4.2014, N. D. Schwartz, U.S. Added 192,000 Jobs in March; Jobless Rate Holds Gli USA hanno aggiunto a marzo 192.000 nuovi posti di lavoro ▬ http://www.foxbusiness.com/economy-policy/2014/04/04/us-adds-12000-march-jobs-unemployment-rate-holds-at-67;

e Dep of Labor, Bureau of Labor Statistics/BLS, 4.4.2014, USDL-14-0530, Employment Situation Summary March 2014 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm;

e, infine, Economic Policy Institute/EPI, Washington, D.C., 4.4.2014, Heidi Schierholz, In March the Unemployment Rate Masked Some Good News, For Once A marzo il tasso di disoccupazione maschera, per una volta, qualche buona notizia http://www.epi.org/blog/march-unemployment-rate-masked-good-news).

●Se perfino quelle teste di papavero del WP sembrano accorgersene, anche se con molto ritardo, forse c’è ancora qualche speranza. Scrive e spiega, in un pezzo per il giornale del tutto nuovo ma obiettivamente importante, che lavorare-meno-lavorare-tutti è nei fatti una strategia capace realmente di contenere e ridurre la disoccupazione (Washington Post, 23.4.2014, An unemployed aid program could help millions. Why aren’t more states using it? Un programma di aiuti alla disoccupazione potrebbe aiutare milioni di senza lavoro. Perché non lo mettono in opera un numero maggiore di Stati? [attenzione! spiega, è vero, ma in ogni caso, nel titolo del worksharing, della condivisione del lavoro, comunque impudicamente il WP non parla...] http://www. washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2014/04/23/an-unemployed-aid-program-could-help-millions-why-arent-more-states-using-it).

In sostanza, le buone notizie che, in particolare, sottolinea l’ultima fonte appena citata è che nell’ultimo trimestre più disoccupati hanno trovato lavoro, anche se il tardo di disoccupazione non li ha presi in conto perché, nei fatti, sono stati più numerosi gli ingressi nel mercato del lavoro: per due decimi dell’1%.

Il numero dei lavoratori che “mancano” – perché, date le scarse possibilità di entrata nel mercato del lavoro, hanno lasciato perdere ogni ricerca “attiva” (gli scoraggiati), se ne sono andati o non sono mai entrati – è  così sceso da 5.700.000 lavoratori a 5.300.000. Che sono ancora un gran numero di lavoratori mancanti all’appello. In effetti, se tutti quelli che non hanno un lavoro ma lo vorrebbero avere, il BLS calcola che i disoccupati si conterebbero per il numero effettivo che sono: 9.800.000, cioè.

●Pure, le riserve di liquidità (il cash) detenute oggi dalle imprese  manifatturiere in America sono cresciute l’anno scorso del 12%, a 1,6 trilioni di $, secondo i dati che ora rilevano a Moody’s Investor Services (Moody’s Global Credit Research, 31.3.2014, Moody's: US non-financial corporates' cash pile grows, led by technology― Cresce il monte di cash delle grandi imprese americane non finanziarie , trascinate da quelle tecnologiche https://www.moodys.com/research/Moodys-US-non-financial-corporates-cash-pile-grows-led-by--PR_296106).

Quasi un altro trilione di $ (947 miliardi) sono stati piazzati, inguattati, offshore per sfuggire alle grinfie del fisco: in parte “legalmente”, in parte per pura evasione. Apple, Microsoft, Google, Verizon e Pfizer coprono il 25% del totale, Apple con 159 miliardi di $, da sola il 9,7%. Ma, a fianco di montagne sempre più alte di contanti, messi così a riserva, anche gli investimenti di capitale e i dividendi hanno toccato, nel 2013, il record da sette anni a questa parte (The Economist, 4.4.2014).

●Il Congresso americano obbliga il governo ad aprire un nuovo fronte, forse anche minore ma irritante,  nel contenzioso aperto con l’Iran. Il Congresso ha passato con voti quasi unanimi nei due rami del parlamento una richiesta, a questo punto molto determinata e anche determinante che chiede all’Amministrazione di negare il visto di ingresso all’ambasciatore che Teheran ha designato come proprio rappresentante all’ONU, l’ex ambasciatore in Belhio, in Australia e in Italia, Hamid Aboutalebi.

Lo accusano – il dipartimento di Stato non conferma, ma neanche smentisce – di essere stato uno dei capi del movimento degli studenti che nel 1979 avevano assaltato l’Ambasciata americana a Teheran dopo la caduta dello scià accusando (a ragione) l’America di averlo riportato sul trono del pavone montando con al CIA il golpe militare che piede abbatté il governo democratico di Mohammed Mossadeq nel 1953.

Tra l’altro agli Esteri, a Washington nel merito confermano che Aboutalebi ormai da molti anni è annoverato come uno dei più responsabili e professionali tra i diplomatici della Repubblica islamica iraniana. E che in America stessa tanti sono convinti che sia anche controproducente una chiusura del genere. Ma  la verità di fondo è che anche la diplomazia oggi è diventata parte di una guerra condotta con altri mezzi...

In effetti, gli USA hanno per settimane insistito perché il nome avanzato fosse ritirato da Teheran. Anche perché almeno al dipartimento di Stato sono perfettamente coscienti del fatto che l’America non ha alcun diritto di veto né il potere di negare l’ingresso all’ONU a un ambasciatore straniero e ciò proprio in base alla Carta stessa delle Nazioni Unite. Ci sono state eccezioni ma sempre e solo perché lo Stato richiedente, di raffe o di riffe, ha rinunciato a far valere il proprio diritto. Non perché l’America abbia essa stessa il diritto di negare a u rappresentate d’uno Stato straniero di andare al Palazzo di Vetro (New York Times, 12.4.2014, M. Landler e R. Gladstone, U.S. Says Iran’s Pick for U.N. Envoy Won’t get Visa Gli USA dicono che l’inviato all’ONU dell’Iran non avrà il visto di ingresso http://www.nytimes. com/2014/04/12/world/middleeast/white-house-says-no-visa-for-irans-un-envoy.html?partner =rss&emc=rss).

●Il segretario al Tesoro americano, il pimpante ma un po’ inesperto e ancora naïf, Jack Lew, ha comunicato al suo omologo russo, Anton Siluanov, che ogni accordo sullo scambio merci­ petrolio fra Mosca e Teheran “potrebbe” violare le sanzioni americane. Sentendosi rispondere dal russo, però, con un secco “e allora? le vostre sanzioni non sono la legge! noi osserviamo e siamo disposti a seguire solo quelle decise dall’ONU”:.. cioè non da voi (Arutz Sheva7/Israel National News Agency, 16.4.2014, U.S. Threatens Russia with Sanctions over Oil Deal with Iran Gli USA minacciano la Russia di sanzioni per l’accordo sul petrolio http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/179516).

Proprio a inizio mese i due paesi avevano effettivamente fatto progressi su un accordo del genere. E questo preoccupava l’America non solo, e non tanto, perché si parla di un valore globale e comunque significativo di $ 1,5 miliardi ogni mese ma perché, soprattutto, anche solo una discussione del genere offre all’Iran carte di scambio e spazio di movimento nel negoziato aperto su sanzioni e nucleare a Ginevra.

Dimostrando che Teheran non è del tutto bloccato dalle sanzioni in atto e ha ormai, anche, una certa flessibilità pure se certo esistono ragioni e spinte anche diverse su opportunità e rischi futuri di un simile scambio (greggio contro prodotti agricoli e macchinari industriali. Ma anche una mano all’Iran che, quando uscisse dal regime delle sanzioni, potrebbe diventare un concorrente potenzialmente temibile per il petrolio russo (Stratfor – Global Intelligence, 16.1.20124, Iran, Russia and an Improbable Oil-for-Goods Deal L’Iran, la Russia  e un improbabile [?!] accordo greggio-contro mercihttp://www. stratfor.com/geopolitical-diary/iran-russia-and-improbable-oil-goods-deal).     

In ogni caso il negoziato sembra stringersi e a dirlo, dopo che finora erano stati soprattutto i russi in funzione anti-americana, ora sono gli iraniani a pubblicizzarlo: verrà firmato un contratto per 20 miliardi di $ con lavori di ulteriore cavo e drenaggio iniziati da Teheran nel terminale di Neka del Mar Caspio. Se, adesso, finalizzano l’accordo la Russia potrebbe importare un mezzo milione di barili di greggio al giorno dall’Iran (Stratfor, 12.4.2014, Iran: Progress Made On Oil-For-Goods Agreement With Russia Iran: progressi nell’accordo con la Russia greggio contro merci ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/ iran-progress-made-oil-goods-agreement-russia).

●Questa è la notizia, anche se allo stesso tempo, a Teheran fanno osservare – inserisce il tema nel dibattito un tecnico, il vice ministro del petrolio che ha il portafoglio del commercio internazionale, Ali Lajedi – che non sarà comunque obiettivamente agevole arrivare a un accordo conclusivo perché, in effetti, tra i due paesi e le due economie esistono problemi di possibile conflitto essendo entrambi produttori ed esportatori che concorrono sul mercato internazionale del greggio (Stratfor, 14.4.2014, Iran: Oil Or Natural Gas Deal With Russia Would Be Difficult Iran: sia sul petrolio che sul gas naturale un accordo si scambio con la Russia non sarebbe facile http://www.stratfor.com/situation-report/iran-oil-or-natural-gas-deal-russia-would-be-difficult).

Poi, lunedì 28 aprile, in coincidenza non certo casuale con l’annuncio di Obama di incrementare le sanzioni contro Mosca, arriva notizia che, facendogli in coro trombetta, Iran e Russia stanno chiudendo l’accordo. Si tratta di un contratto da 8 a 10 miliardi di $ tra due paesi, per ragioni diverse, entrambi ostracizzati da Washington. Ed è la seconda significativa istanza di collaborazione economica negoziata tra i due paesi che taglierebbe di certo l’efficacia delle sanzioni erogate contro l’Iran (New York Times, 28.4.2014, R. Gladstone, Russia and Iran in Talks Over Energy Deal Russia e Iran negoziano un accordo sul greggio http://www.nytimes.com/2014/04/29/world/middleeast/russia-and-iran-in-talks-over-energy-deal.html?_r=0).

In ogni caso, sempre in tema di greggio iraniano, quello venduto e esportato ha raggiunto, dopo l’elezione del presidente Rouhani nel giugno scorso, 1,2 milioni di barili al giorno: quasi il doppio dell’export toccato prima. Il dato è almeno del 20% sopra le attese e la nota tecnica esplicativa del ministero del Petrolio ne aspetta l’aumento ulteriore pur riconoscendo che si tratta di quantità ancora lontane dai 2,5 milioni di barili quotidiani esportati prima delle sanzioni imposte dagli americani a fine 2011.

Nel paese resta aperto lo scontro, da una parte, tra un governo di moderato-conservatori pragmatici, quello di Rouhani teso a salvare l’economia come priorità da perseguire (Stratfor – Global Intelligence, 23.1.2014, Could a Detente with the U.S. Change Iran?― Potrebbe la distensione con gli USA cambiare l’Iran? http://www.stratfor.com/geopolitical-diary/could-detente-us-change-iran) senza rinunciare ai punti di principio che al paese detta, sorvegliandone comunque da vicino l’applicazione come vuole la Costituzione, la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei e, dall’altra, l’ala dura degli intransigenti teologi-ideologi sempre preoccupati che riformare il paese e aprire al dialogo e al negoziato con gli USA potrebbe rafforzare all’interno l’autorità delle istituzioni elette (parlamento, governo) rispetto a quelle di fatto e di diritto poi però “supreme” che fanno capo al Grande Ayatollah (i24News, Iran oil exports rise to 1.2 billion barrels per day Le esportazioni di petrolio iraniano arrivano a 1,2 miliardi di barili al giorno            ▬ http://www.i24news.tv/en/news/international/asia-pacific/140419-iran-oil-exports-rise-to-1-2-m-barrels-per-day )

●Il negoziatore americano, che guida a Ginevra la squadra a stelle e strisce degli incontri con la delegazione iraniana su nucleare e sanzioni, la signora Wendy Sherman, sottosegretaria di Stato per gli Affari politici e quarta nella gerarchia del Dipartimento, aveva appena proclamato a Washington, che alla prossima riunione del negoziato si sarebbe discusso, come parte del possibile accordo complessivo, anche  dei missili balistici dell’Iran, cioè dei vettori.

Ma, subito il gen. Hossein Dehghan, il ministro della Difesa iraniano – che l’America da sempre sospetta, ma non ha mai provato, essere stato tra gli iraniani che aiutarono gli Hezbollah a pianificare e condurre in Libano l’attentato del 1983 alla caserma dei marines che ne ammazzò più di cento e portò Reagan a ritirarli completamente da Beirut – le ha risposto che non se ne fa niente: lei lo può anche chiedere ma l’Iran non accetterà di discuterne come l’America “del resto”, ag giunge sprezzante, non discute certo dei suoi missili balistici intercontinentali.

Insomma, l’America ci prova, ma sulla cosiddetta “pari dignità” anche il governo Rouhani non molla di un centimetro. E  Sherman, ingenuamente, non rinunciando a mettersi le penne del pavone prima di averlo spiumato per ragioni di pura politica politicante e tutta domestica ha fatto la solita gran brutta figura (The Times of India, 16.4.2014, Iranian Def. Min. says his country will not discuss missile programme Il ministro della Difesa dell’Iran  afferma che il suo paese non discuterà del programma missilistico http://times ofindia.indiatimes.com/topic/Iranian-defense-minister-Gen-Hossein-Dehghan).

●Lo stesso giorno il premier Rouhani ha spiegato di avere buone ragioni per prevedere che entro sei mesi a Ginevra si possa arrivare a un accordo davvero complessivo: “se non ci saranno forzature o provocazioni”, però, prudentemente specifica: da parte nostra, garantiremo le limitazioni che da sempre abbiamo auto-imposto al nostro sviluppo nucleare, vale a dire il fine esclusivamente pacifico che ha e, da parte loro, dovranno eliminare le sanzioni commerciali e finanziarie con le quali hanno voluto colpirci (کد خبرنگار/ISNA/Iranian Students News Agency, 16.4.2014, Rouhani: Iran, sextet able to reach agreeement in 6 months Iran e il sestetto in grado di arrivare in 6 mesi all’accordo http://isna.ir/en/news/ 93012710613/Rouhani-Iran-Sextet-able-to-reach-agreement).

●Le elezioni parlamentari del 30 aprile in Iraq, per i 328 seggi del Consiglio dei rappresentanti – dell’Assemblea nazionale, cioè, che poi eleggerà il primo ministro, il potere reale, e il presidente – costituiscono la sfida maggiore portata finora al potere del premier Nouri al-Maliki: le nuove leggi elettorali hanno creato infatti, ora, le condizioni per rovesciare, forse, la tendenza decennale alle larghe coalizioni di governo, tanto larghe da lasciare il potere di fatto e quasi senza controllo e bilanciamento finora in mano al premier. Adesso, così, si intravvede, per il prossimo futuro un rapporto ancor più lacerato e conflittuale in perenne escalation verso un scontro sempre più acuto tra sunniti, sci’iti e curdi.

Il governo centrale di al-Maliki, la coalizione Stato della Legge che a lui fa capo,  dovrebbe vincere ancora confermando la linea principale, di fatto unica di governo, la sottomissione della popolazione sunnita al dominio sci’ita, ma si indebolirà quasi sicuramente con la sua autorità minata dalla paralisi ogni giorno crescente della legislatura. Il che costituisce anche un problema per l’Iran che tende naturalmente a mantenere la sua decisiva influenza (di vero vincitore della guerra d’Iraq grazie all’ottusa invasione americana) su una coalizione sempre più sparpagliata però di poteri politici e ormai sottoposta a pur caute puntata e entrature della Turchia in Kurdistan e alla sfida aggressiva dell’Arabia saudita su Teheran.

In ultima analisi, però, anche con tutto questo, le fazioni sci’ite in Iraq non ne perderanno il controllo effettivo grazie a quello che loro rimarrà in mano dei puntelli che sorreggono sempre il potere centrale: il settore petrolifero, quello militare, le finanze centrali, la politica estera. La crisi si accentuerà, invece, con un declino in aumento della capacità di gestire le richieste, tra loro in conflitto sempre più accentuato, delle popolazioni minoritarie, etniche e religiose del paese.

Prima del voto generale, sono stati attaccati, con decine di morti, seggi e siti di riunioni a Bagdad, nel nord e nell’est della città in scuole utilizzate per consentire proprio alle forze di sicurezza che dovevano garantire l’ordine di esercitare il loro diritto di voto. Si tratta di jihadisti e fondamentalisti sunniti, vicini al wahabismo saudita (ABC Net/New York , 29.4.2014, Dozens killed in pre-election bomb attacks Uccisioni a dozzine in una serie di attachi pre-elettorali alla bomba http://www.abc.net.au/news/2014-04-29/dozens-killed-in-suicide-bomb-attacks-ahead-of-iraq-election/5417006)  

●In Afganistan, alla fine ai seggi che eleggono il presidente della Repubblica e i consigli provinciali vota, più o meno, il 68% degli elettori che ne avevano titolo con mille problemi di ordine pratico e anche  numerosi attentati, alcuni anche con conseguenze mortali. Quasi dovunque l’apertura dei seggi è stata prolungata anche di ore e 959 di essi, il 15% del totale, sono restati proprio chiusi per ragioni di sicurezza. Il capo della Commissione elettorale nazionale, Ahmad Yousuf Nuristani, ha spiegato ai media che i sette milioni di votanti da lui calcolati corrispondono solo a una prima stima.

I due candidati che hanno preso la maggior parte dei voti – Abdullah Abdullah, medico e politicante del Nord del paese, e Ashraf Ghani, già funzionario della Banca mondiale e preside universitario, si fronteggeranno al ballottaggio del 28 maggio hanno entrambi detto che firmerebbero lo Status of Forces Agreement che sottrae i soldati americani alla giurisdizione afgana e che gli USA pongono come condizione  assoluta per lasciare un contingente ridotto nel paese dopo fine anno: condizione che, invece, il presidente Karzai ha sempre rifiutato di sottoscrivere (New York Times, 5.4.2014, R. Nordland, Azam Ahmed e M. Rosenberg, Afghan Turnout Is High as Voters Defy Taliban In Afganistan, alta affluenza alle urne anche in sfida ai talebani http://www.nytimes.com/2014/04/06/world/asia/afghanistan-voting.html?hpw& rref=world&_r=0#).

In ogni caso, è la prima volta che vede questo paese scegliersi, non subire del tutto la scelta, di un re o di un presidente per morte e successione dinastica, o linciaggio, o con la violenza come ultimo arbitro e in cui un presidente non viene comunque cambiato con una morte o un atto di violenza e, invece, in qualche modo,ualche modo  “democraticamente”. E a Karzai – che messo al potere dall’occupante americano ben dodici anni fa – ma anche agli USA a modo loro ne va dato atto.

Alla fine, al ballottaggio di fine maggio, si va con in testa l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah (45 contro 33% dei voti sull’ex ministro delle Finanze, Ashraf Ghani, entrambi per qualche tempo al governo sotto Karzai, e solo l’11% al candidato, Zalmay  Rassoul, appoggiato dal presidente uscente). Abdullah, negli anni ’80 del secolo scorso era stato anche medico di alcune formazioni di mujaheddin durante la guerra contro i sovietici e di tutti i possibili esiti la sua probabile vittoria è oggi quella più esplicitamente antitalebana e vicina ai desiderata della Casa Bianca.

Sarebbe anche il primo governante da tre secoli di etnia non pashtun ma tagika e ha con grande forza già dichiarato di volere che gli americani lascino un loro presidio per cui, lui, firmerà le garanzie di impunità dalla giurisdizione afgana che essi esigono, per la presenza che, in misura ridotta, resterebbe nel paese a fine anno: la confermata rinuncia, cioè, alla sovranità nazionale cui Karzai aveva invece, facendone una questione d’onore, rifiutato di dare il suo assenso (New York Times, 26.4.2014, Rod Nordland e Azam Ahmed, Afghan Voters Signaling a Turn In Afganistan i voti segnalano una svolta http://www.nytimes.com/2014/04/27/world/asia/afghanistan-elections. html? _r=0).

Bisognerà ora vedere se tredici anni di guerra, più di 3.500 soldati americani e alleati della NATO uccisi e 800.000, forse 1 milione di morti afgani, la distruzione di una civiltà antichissima, fiera e alla fine mai domata da nessuna invasione straniera ne sono valsi la pena, e lo potranno vedere g li stessi afgano nei prossimi mesi: perché è certo che queste sono anche state elezioni condizionate pedantemente anche dalle scelte profondamente anti-democratiche che ne hanno sotteso e impostato le scelte di fondo: discriminazioni, di genere, di etnia, intolleranze erette alla dignità di legge e di diritto. Non soltanto di fatto, come quasi dovunque, certo e che non depongono proprio a favore di questa democrazia.

●Gli elettori del Québec, la vastissima provincia francofona del Canada (1.542.000 km2) spesso indotto alla tentazione indipendentista, ha affibbiato una sonora sconfitta al Parti Québécois separatista che aveva pure dato il via alla campagna elettorale due mesi fa da posizioni di notevole vantaggio nei sondaggi. Adesso saranno i liberali di Philippe Couillard a condurre il nuovo governo di maggioranza relativa (The Economist, 11.4.2014, America’s view – Elections Quebec La visione americana Le elezioni in Quebec http://www.economist.com/blogs/americasview/2014/04/elections-quebec).

FRANCIA

●Il nuovo premier francese, come una lunga sequela di politicanti prima di lui, e non pochi anche da noi, è uno che si dice felice di sentirsi chiamare l’erede di Tony Blair. E lì, come da noi, andrebbe benissimo (chi si contenta...), sempre che ci risparmino, però, di chiamarsi “socialisti”. E neanche, per favore signor Renzi, e s’il vous plait M. Valls, se lasciassero perdere di richiamarsi fraudolentemente al termine “di  sinistra”. Dicano chiaro che sono liberisti convinti e affossatori, consapevoli e volenterosi, di tutto quanto è sinistra― l’uguaglianza che da obiettivo-valore, come la libertà, diventa solo utopia... e pure dannosa quando poi qualcuno magari insistesse a perseguirla  (Guardian, 1.4.2014, Is the French prime minister Manuel Valls the new Tony Blair? Ma il primo ministro francese, Manuel Valls, è un nuovo Tony Blair? http://www.theguardian.com/world/shortcuts/2014/apr/01/french-prime-mini ster-manuel-valls-new-tony-blair).

O forse la verità è che come ormai va di moda, qui in Francia come in Italia, sembrano in molti amare – per disperazione o forse, chi sa,  per speranza – l’idea del nuovo uomo forte― e qui è quello che pensano di essersi trovato in Manuel Valls, un duro col quale il presidente Hollande – forse uno che passerà alla storia, al dunque, peggio perfino di Sarkozy – ha rimpiazzato una specie di ameba di premier che non ha lasciato alcun segno di sé, con un “riformista” moderno, un contro-riformista cioè che, lui stesso immigrato dalla Catalogna dove è nato nel 1962 e naturalizzato cittadino francese solo a vent’anni, si è segnalato per la sua idee liberiste in economia e, come ministro degli Interni finora, su una linea simil-leghista diremmo noi di tolleranza zero verso gli immigrati, riverniciandosi così da duro a tutto tondo.    

Ora Hollande torna, per la prima volta dai tempi di Mitterrand, alla linea “républicaine” di stampo originariamente gaullista di un sistema nel quale “il presidente presiede, stabilisce e dirige la strategia d’insieme, mentre il primo ministro governa e gestisce le politiche che applicano la linea del presidente”: sotto di lui ma insieme a lui. Proprio quel che non faceva Ayrault; che non aveva fatto, con Sarkozy, Fillon; né, con Chirac, Raffarin e i suoi.

Tutti bruciati e inefficaci e tutti incapaci, perciò, anche di svolgere – come avevano invece fatto i diversi premier di Mitterrand – il ruolo di fusibili, di valvole di sicurezza. Lui, poi, coi piedi ben radicati nella sinistra riformista e anti-ideologica è, in realtà, proprio un liberista convinto. Molto più di Hollande. Il quale così è solo l’ultimo della lunga lista che a sinistra reagisce alla destra... andando a destra (Guardian,1.4.2014, A. Poirier, France likes a strongman – and that's what it's got in Manuel Valls Alla Francia piace l’uomo forte – e questo è quel che ha trovato con Manuel Valls http://www.theguardian.com/ commentisfree/2014/apr/01/france-strongman-pm-manuel-valls-president-francois-hollande-immigration).

Alla fine, e anche dal suo primo discorso di auto-presentazione al parlamento, emerge subito chiaro che (New York Times, 10.4.2018, Alissa J. Rubin, French Premier Blends Socialism with His Brand of Conservatism Il premier d Francia presenta una nuova marca di socialismo ▬ http://www.nytimes.com/2014/04/11/world/europe/french-premier-presents-new-brand-of-socialism.html) il primo ministro Manuel Valls è sicuramente più centrista e meno sensibile alle questioni sociali del presidente Hollande (che, comunque, come il suo omologo senior in Italia ma al contrario di diverse speranze-illusioni che su lui erano state riposte alle elezioni di un anno fa che facesse da contrappeso alla Merkel, sta stingendo il suo “socialismo” in un vago messaggio , più conservatore – e anzi più neo-liberista mdiscorsodi lui e più pugnace e litigioso, pure pronto a venire politicamente alle mani, anche all’interno del suo partito, di lui.

Insomma, proprio un altro Renzi (“c’è in giro troppa sofferenza e poca speranza” ha detto nel primo discorso come premier), uno che punta a una diversità radicale di stile (quanto alla sostanza poi si vedrà) rispetto al predecessore, ai predecessori e, qui, anche al suo capo stesso, secondo il modello del Sarkozy nominato dallo stesso Chirac a fargli da becchino per relegarlo come lui fece – se può, come può – al ruolo del fu...

Intanto, l’Assemblea nazionale ha approvato a fine mese, con 265 voti a favore e 232 contrari e con l’astensione – determinante e polemica – di 67 membri della maggioranza, il programma di stabilità finanziaria – di austerità e tagli di spesa – annunciato in linea di principio come una sepcie di legge-quadro dal nuovo premier (Stratfor, 29.4.2014, Parliament approves spending cuts Il parlamento approva i tagli di spesa http://www.stratfor.com/situation-report/france-parliament-approves-spending-cuts).


 

[1] Thomas Piketty, Le capital au XXI siècle, ed. Seuil, Parigi, 2013 (in traduzione futura da Bompiani) 

[2] Del resto, è quel che minaccia oggi il presidente della ANP, Mahmoud Abbas, di fare con Netanyahu: visto che il governo di Israele lo sta sistematicamente privando, attraverso l’occupazione militare, di ogni reale potere di governo e anche di pura e semplice, normale amministrazione della Cisgiordania, tanto vale che lui gli restituisca l’onere e il peso di gestirsela da sé l’occupazione (New York Times, 22.4.2014, I. Kershner, Abbas Renews Threat to Dissolve Palestinian Authority if Peace Talks Fail― Abbas rinnova la minaccia di sciogliere l’Autorità palestinese se il processo di pace fallisce ancora http://www.nytimes.com/2014/04/23/world/middleeast/abbas-palestinian-authority.html?_r=0).    

[3] Testo integrale della Carta di Fondazione dello Stato di Israele ▬ http://www.historama.com/online-resources/arti cles/israel/story_israel_first_independence_day_14_may_1948.html); in italiano: Dichiarazione della Fondazione, 14.5.1948, Tel Aviv ▬ http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).

[5] Hersh è il reporter investigativo statunitense cui si devono grandi e veri scoops, le inchieste giornalistiche, che hanno rivelato e documentato al mondo le nostre – nel senso di occidentali e, in specie, americane – vergogne inconfessabili in politica internazionale: per citarne solo i due più famigerati – e famosi –: il reportage sul massacro di M˙ Lai, del 16.3.1968 in Vietnam (cfr. il primo dei diversi servizi sul New Yorker, che gli fecero vincere il primo premio Pulitzer, era del 9.10.1971 e si intitolava The Reprimand L’ammonimento ▬  http://www.newyorker.com/archive/1971/0/09/971 _10_09_101_ TNY_CARDS_000302596); e sul sistema di torture instaurato dagli americani nel loro carcere militare di Abu Ghraib, in Iraq (secondo premio Pulitzer, sempre New Yorker, 10.5.2004, Torture at Abu Ghraib Tortura a Abu Ghraib ▬ http://www.newyorker.com/archive/2004/05/10/040510fa_fact).

[6] Hanno fatto osservare come questo mese sia forse il più democratico di sempre nella storia del mondo― almeno se visto attraverso gli occhiali della celebrazione delle elezioni: da quelle in India― 815 milioni di elettori, accreditate come di queste le più democratiche, a quelle meno, o quasi in assenza di decente democrazia e libertà di voto, come in Iraq― 18 milioni. Poi, dopo il voto in India, in ordine decrescente di democraticità rispetto a quelle condizioni, le elezioni in Indonesia― 186,5 milioni, Ungheria― 7,5 milioni, Afganistan―12 milioni e Algeria―21 milioni di potenziali elettori. Oltre 1 miliardo e 60 milioni di esseri umani (Guardian, 3.4.2014, April 2014: six elections,one billion people, the world's most democratic month― Aprile 2014: sei elezioni, un miliardo di persone, il mese più democratico di sempre http://www.theguardian.com/world/2014/apr/03/april-2014-six-countries-one-billion-people-the-worlds-most-democratic-month).

[7]Nondum matura est, nolo acerbam sumere― “Non è matura” e, quindi, non voglio mangiarla acerba: Fedro (4.3.4), dal greco Esopo (15ab, Corpus fabularum aesopicarum, August Hausrath, ed. B.G. Teubner Verlagsgesellschaft, 1970.

[8] Intanto, da una parte il presidente della Commissione europea Barroso torna a dire – a ripetere perché era stato detto più volte anche se mai con tale forza, forse, finora – che “gli Stati membri non solo non credono che l’Ucraina sia pronta ad entrare nell’Unione ma che l’Unione non è oggi affatto pronta a includere un paese come l’Ucraina al proprio interno: ci vuole l’unanimità... e ne siamo molto, molto lontani” (APK Inform/Kiev, 31.3.2014, EU is not ready to offer membership to Ukraine – J.Barroso La UE non è pronta a offrire l’adesione all’Ucraina, dice J. Barroso http://www.apk-inform.com/en/ politics/1028454).

[9] Qui è necessario richiamare alla memoria del lettore che queste note non vengono stilate a fine mese – non sarebbe materialmente possibile! – ma giorno per giorno, man mano che gli eventi si sviluppano. Quindi, quando scriviamo – per capirci – “in conclusione” o “in definitiva”, intendiamo sempre – e va sottinteso – “per il momento”.  

[10] Proprio in questi giorni, la Banca mondiale ha rifatto i suoi calcoli e attesta che gli Stati Uniti stano consegnando alla Cina, con un anticipo di anni rispetto alla data prevista, lo scettro di prima economia del mondo. Conclude in questo senso il Programma di Comparazione internazionale – si chiama così – (ICP) sponsorizzato, finanziato e autenticato dalla Banca stessa (e che era stato aggiornato, l’ultima volta, nel 2005). Era un posto che spettava all’America dal 1872 quando, dopo la guerra di secessione scavalcò la Gran Bretagna che ora è al 9° posto, con l’India al 3° e l’Italia, per dire, all’11° appena davanti al Messico e dietro l’Indonesia.

    Lo studio rileva e documenta che il PIL cinese nel 2011 era già all’87% di quello statunitense (a parità di potere d’acquisto – purchasing power parity/PPP –: il metro di misura reale, privilegiato dalla Banca come del resto, da sempre, dalla CIA.

    A partire da questi dati, e calcolando che dal 2011 al 2014 la crescita cinese ha cumulato un +24% e quella americana solo un 7,6, il Financial Times (30.4.2014, C. Giles, China poised to pass US as world's leading economic power this year La Cina quest’anno sta superando gli USA come prima economia del pianeta http://www.ft.com/intl/cms/s/d79ffff8-cfb7-11e3-9b2b-0144feabdc0,Authorised=false.html?_i_location=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcms%2F s%2F 0%2Fd79ffff8-cfb7-11e3-9b2b-00144feabdc0.html%3Fsiteedition%3Dintl&siteedition=intl&_i_referer=#axzz30P ji9ocA) riporta che, secondo il Fondo Monetario Internazionale, proprio quest’anno la Cina supererà gli Stati Uniti.