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     05. Nota congiunturale - maggio 2013

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

03.05.13

 

Angelo Gennari

 

 

Per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarvisi: far attenzione a cancellare tutti gli spazi vuoti tra lettere e(o segni di interpunzione che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI PAGEREF _Toc355128140 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc355128141 \h 1

Salvati dai BRICS!   (grafico) PAGEREF _Toc355128142 \h 1

L’andamento del PIL reale dell’Argentina: 1998-2011  (grafico) PAGEREF _Toc355128143 \h 5

in Cina (e nei paesi dell’Asia). PAGEREF _Toc355128144 \h 8

Mediterraneo arabo (il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais) e l’Africa.. PAGEREF _Toc355128145 \h 16

EUROPA.... PAGEREF _Toc355128146 \h 25

Unione europea: una schiacciante mancanza di fiducia. PAGEREF _Toc355128147 \h 25

Nei numeri, lo specchio di una disoccupazione pesante e sbilanciata   (grafici) PAGEREF _Toc355128148 \h 29

● Soros spiega, alla Germania e alla UE, che deve scegliere che fare e perché l’austerità non può funzionare. PAGEREF _Toc355128149 \h 38

● Krugman: ma “si rassegneranno (ci rassegneremo) mai a riconoscere che l’euro è fallito?. PAGEREF _Toc355128150 \h 39

● No a Stati in concorrenza tra loro; si mangiano l’uno con l’altro e, con sé, divorano anche l’Europa. PAGEREF _Toc355128151 \h 40

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc355128152 \h 41

La corsa tra il PIL (reale) della Cina e quello dell’America… (grafico) PAGEREF _Toc355128153 \h 42

Vengo anch’io! No, tu no… E perché? Perché no!!  (vignetta) PAGEREF _Toc355128154 \h 47

Eccoli i twit e il loro peso, mai finora bene testato: dalle bombe chimiche, a Wall Street, al… M5S  (vignetta) PAGEREF _Toc355128155 \h 48

GERMANIA.... PAGEREF _Toc355128156 \h 57

● I tedeschi incavolati: la BCE dice (o sembra dire?) che i ciprioti sono più ricchi dei tedeschi…... PAGEREF _Toc355128157 \h 58

FRANCIA.... PAGEREF _Toc355128158 \h 60

Il “valore”(autocertificato) dei socialisti francesi  (grafico) PAGEREF _Toc355128159 \h 61

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc355128160 \h 63

Danse macabre  Gran Bretagna ? o gran britannica? (che la lady di ferro arrugginisca in pace)   (vignette) PAGEREF _Toc355128161 \h 63

GIAPPONE.... PAGEREF _Toc355128162 \h 64

Eh, sì, il nazionalismo furioso di questo nuovo Sol Levante rende tutto assai fragile. PAGEREF _Toc355128163 \h 66

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di maggio 2013 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza:

11 maggio, elezioni politiche generali in Pakistan;

13, elezioni politiche generali nelle Filippine;   

18, scatta la nuova scadenza su tetto massimo consentito dalla legge del debito pubblico USA;

18-19, G-20, a Washington, incontro dei ministri delle Finanze;

19-20, a Washington, vertice di primavera del Fondo Monetario Internazionale;

22, a Bruxelles, vertice europeo;

• a maggio, in Mongolia, elezioni presidenziali.

Salvati dai BRICS!   (grafico)

Il PIL del globo: % di cambiamento su un anno fa

 paesi svilupp.  paesi in via di sviluppo  BRICS‡ mondo

Fonte: The Economist, 5.4.2013 (stima basta su 54 paesi che insieme fanno il 90% del PIL del mondo, a parità di potere d’acquisto)

‡BRICS = Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica

 

●I cinque grandi paesi, che già da anni insieme costituiscono i BRICS in costante (anche se ogni tanto contraddittoria) via di sviluppo, ma che ancora oggi restano in crescita continua, forte e costante (alcuni altri, come l’Indonesia, il paese islamico più popoloso del mondo, a breve forse chiederanno di entrare nel club) si sono incontrati a inizio aprile a Durban, in Sudafrica, per discutere dei loro diversi ma anche comuni e sempre più condivisi interessi.

 L’acronimo che venne inventato dodici anni fa da uno “stratega” della Goldman Sachs s’è, da allora, formalizzato in un vero e proprio circolo di paesi che in comune hanno una crescita forte a partire da uno stato di pesante arretratezza economica e di emarginazione politica (ma anche di auto-emarginazione o isolamento, come nel caso della Russia, in parte anch’esso auto-imposto) e che nel 2010 all’acronimo ha aggiunto l’ultima lettera aggregandosi anche il Sudafrica.

E’ grazie quasi solo a loro, a queste cinque grandi economie emergenti, che il PIL mondiale complessivo è riuscito a crescere del 2,5% nell’ultimo trimestre del 2012. Dal 2009 ad oggi, con e  dopo la crisi globale, i BRICS sono stati da soli responsabili del 55% della crescita dell’economia globale. Frenati dai debiti e dalla scelta della cosiddetta austerità imposta alla gran parte degli abitanti dai 23 paesi che formano la pur cangiante numerazione di quelli convenzionalmente detti già sviluppati – o industrializzati: secondo una nomenclatura forse anche ormai superata – hanno insieme contributi alla crescita della ricchezza mondiale solo del 20%...

●Le proiezioni ultime del Fondo monetario internazionale sulla crescita a livello mondiale a fine 2013 si attestano, oggi, un po’ al ribasso rispetto a quelle di gennaio scorso: ora al 3,3% allora al 3,5 (New York Times, 16.4.2013, A. Lowrey, I.M.F. Lowers Growth Estimate Il FMI abbassa le sue stime di crescita [mondiale] ▬ http://www.nytimes.com/2013/04/17/business/economy/imf-lowers-estimates-for-global-growth-for-20 13.html?page wanted=all&_r=0).

L’FMI specifica di aspettarsi adesso una crescita che per gli USA dovrebbe aggirarsi nel 2013 a un +1,9%, sotto al 2,1 che aveva predetto a gennaio. Anche per l’eurozona prevede dati nuovi, ma questi al ribasso, predicendo adesso una contrazione dello 0,3% nell’anno (in aumento dello 0,1% dal dato del gennaio scorso); la Gran Bretagna, il presuntuoso pavone alieno d’Europa che, con la sterlina e fuori dall’euro, aveva garantito che avrebbe solo potuto crescere…, a parte la sfiducia crescente nei confronti della sua stessa solidità capitalistica (Moodys e Fitch ridimensionano foscamente il suo rating), l’FMI stesso lo vede in flessione, dall’1 allo 0,7%).

Solo il Giappone, tra i grandi paesi sviluppati e fuori dai BRICS, rovescia la tendenza e con la sua nuova politica di bilancio e monetaria è previsto nel 2013 in crescita invece più forte: dall’1,2 ad almeno l’1,6% (International Monetary Fund (IMF), World Economic Outlook— Prospettive economiche mondiali  4.2013, Hopes, Realities and Risks Speranze, Realtà e Rischi http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/ pdf/text.pdf).

Malgrado tutto, e contraddittoriamente con quanto esso stesso, l’FMI, aveva di recente affermato[1], adesso è come obbligato a piegarsi almeno un po’, disegnando anche se ormai con palese riluttanza le lodi dell’austerità virtuosa, alle eminenze politiche del Fondo stesso, ad arrendersi alla pressione politica della dirigenza politicamente nominata di quella gnorri delle Christine Lagarde.

O, almeno, resiste alla voglia che pure prorompe evidente, di ribadire la critica feroce già avanzata e motivata, coi dati che esso stesso ha documentato a una prescrizione, l’austerità, che sta colpendo ormai l’eurozona tutta, neanche più soltanto sui suoi paesi periferici: è il Fondo, adesso, a dire che nel 2013 la Germania crescerà molto meno e che Francia e Olanda quest’anno andranno anch’esse proprio in recessione.

E, peggio, arriva a scrivere, il Fondo, che, anche se “la crescita sarà ancora più bassa, non ci sono opzioni diverse da quelle di introdurre nuove misure di austerità”. Dopo aver dimostrato, cioè, anche qui ma già almeno per tutto lo scorso anno e mezzo, un campione unico del non sequitur e di un perseverare che è veramente diabolico: quello del TINA, there is no alternative non c’è alternativa di infausta thatcheriana memoria[2].

Arriva addirittura – il Fondo – dopo aver dimostrato, coi suoi dati, che dove esiste un sindacato forte e con poteri di contrattazione reali le economie vanno meglio, arriva a prostrarsi davanti al deretano ideologico del neo-liberismo affermando che comunque (TINA, appunto, non c’è alternativa!: contro quello che aveva appena finito di riconoscere…) bisogna alleggerire il peso del sindacato così, per principio: perché così vogliono lor signori.

●Il NYT ha riferito con sufficienza, prosopopea e reale incapacità di capire della riunione di Durban: i BRICS “non hanno un sentire abbastanza in comune né sufficienti obiettivi condivisi per funzionare con efficacia da contrappeso all’occidente”. Sono, assicura, in realtà “profondamente divisi su temi fondamentali…, rivali piuttosto che alleati nell’economia globale”, realizzando poco tra loro di effettivamente comune.

Peggio, si trovano ad avere economie tra di loro “largamente divergenti”, investendo poco nell’economia una dell’altra, e “hanno tra di loro fini divergenti di politica internazionale e forme diverse di governo”. Una tale variegata accozzaglia può ben dichiarare “fattibile e viabile” una banca di sviluppo dei BRICS ma come al solito il demonio si anniderà più nei dettagli con cui dovessero tentare di darle corpo

(New York Times, 26.4.2013, L. Polgreen, Group of Emerging Nations (BRICS) Plans to Form Development Banks Il gruppo di paesi emergenti (BRICS) progetta di formare una Banca dello sviluppo http://www.nytimes.com/013/3/27/ world/africa/brics-to-form-development-bank.html): ma si tratta di uno scetticismo dettato da una sottile paura…

Perché, in realtà, il cemento armato che tende a reggere insieme tutti questi fattori c’è ed è molto forte: l’esperienza comune e il comune, anche se diversamente qualche po’ calibrato rifiuto, del modello di sviluppo neoliberista degli ultimi decenni che ancora oggi Fondo monetario e Banca mondiale continuano a propugnare. E la cosa emerge abbastanza chiara dal testo stesso, per quanto impostato molto tradizionalmente della dichiarazione finale del vertice stesso (BRICS, Fifth Summit, 27.3.2013, eThekwini Durban, Dichiarazione, testo integrale ▬ http://www.brics5.co.za/assets/eThekwini-Declara tion-and-Action-Plan-MASTER-27-MARCH-2013.pdf).

Ora, sono convinti tutti questi paesi, hanno anche ragione ma pure se sbagliassero lo restano sempre convinti, che il lo rapido sviluppo sia stato fatto malgrado e non a causa del neoliberismo. I paesi i cui governi si sono comunque messi in grado di resistere a questo modello di sviluppo sono cresciuti più forte e più rapidamente degli altri. Anche se magari poi non erano neanche BRICS, come l’Argentina i cui dati richiamiamo qui subito dopo: anche se lì la resistenza più che per scelta fu per disperazione…

E tutti i BRICS sono negli anni diventati sempre più consci di questa “evidenza” con l’attacco e poi l’insediarsi dell’attuale crisi economica e finanziaria, anche se poi per ognuno dei BRICS preso a sé possono anche differenziarsi, e si differenziano, politiche specifiche, retorica, discorsi di critica alle diverse politiche neoliberiste.

Ciò inteso, si capisce come e perché la coerenza tra i BRICS avanzi, anziché precarizzarsi, da molti anni chiedono la riforma del FMI e della Banca mondiale scontrandosi con ottuse resistenze. E adesso hanno deciso che, piuttosto che aspettare in eterno, si mettono a agire.

La Banca dei BRICS per lo sviluppo venne proposta per la prima volta a New Delhi l’anno scorso. E uno dei primi dettagli “diabolici” cui adesso hanno deciso di far fronte è che, al contrario di quel che succede, hanno già deciso che in quella sede non ci sarà, come in sede di Banca mondiale e in parte anche di FMI, il diritto di veto di un solo paese (indovinate quale…): anche se si dovrà tener conto di una qualche proporzionalità in base sia al reddito che al bisogno di chi nella Banca investe. Poi, certo, si tratterà di verificare il come e il quando e il chi e il quanto di ogni dettaglio. Ma il principio è questo.

La dichiarazione di Durban non ignora neanche l’esistenza di punti dolenti e roventi sulla scena internazionale. In Siria, si insiste che tutte le parti “consentano e facilitino subito l’accesso immediato alle organizzazioni umanitarie per le decine e centinaia di migliaia di siriani che hanno bisogno di accedervi”. Ma ci sono anche prese di posizione comuni e fondate su princípi solidi e di equità come i diritti di tutti i popoli e le nazioni del mondo, e sul dramma di realtà nominate, una volta tanto, per nome e cognome tra le più attuali.

Come la Palestina (dove il vero nodo da tagliare è quello dell’iniquità insita in uno statu quo del tutto asimmetrico), il Mali, la RCA, il Congo (dove va trovato un equilibro fra la lotta al fanatismo e al terrorismo e la difesa della sovranità dalle interferenze statuali straniere e anche e perfino l’Iran (dove ciò cui bisogna mirare insieme è il diritto del paese alla sua produzione di energia anche atomica come è garantito a tutti gli Stati sovrani aderenti al TNP e, insieme, appunto la garanzia che il paese proclama ma non riesce a provare al resto del mondo che non vuole passare a fabbricarsi le armi atomiche)…

Infine, e per la prima volta pubblicamente “Cina e Russia reiterano l’importanza che assegnano allo status nei rapporti internazionali di Brasile, India e Sudafrica, sostenendo anche la loro aspirazione a giocare un ruolo maggiore nel sistema delle Nazioni Unite”. Non è una risposta di per sé soddisfacente alle aspirazioni di questi paesi a partecipare permanentemente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Ma non sono soltanto chiacchiere: è dai tempi antichi del Movimento dei Non-Allineati e del loro appello alla costruzione di un nuovo ordine economico internazionale negli anni ’70 che al mondo non si manifesta una sfida così coordinata e potenzialmente efficace non tanto in sé all’occidente quanto a una scontata supremazia economica di un pugno di paesi dominanti – e ormai neanche sempre più obiettivamente tali – da parte della grande maggioranza dei paesi del mondo

(Guardian, 28.3.2013, D. Smith, Brics eye infrastructure funding through new development bank I BRICS puntano al finanziamento infrastrutturale attraverso la loro nuova Banca per lo sviluppo http://www.guardian.co.uk/global-development/2013/mar/ 28/brics-countries-infrastructure-spending-development-bank?INTCMP=SRCH).

●Vale la pena di tornare, forse, ancora – lo dicevamo – sul caso anomalo dell’Argentina, a modo suo anche tipico però e solo in apparenza incoerente, a partire dal fallimento finanziario del 2001 a oggi. Quel fallimento, il default, fu proclamato ufficialmente dal governo Kirchner isolando il paese per qualche tempo dal mondo, rinchiudendosi in sé, per farlo uscire da una crisi economica letale.

Misura che, se l’avessero mai azzardata, le predicavano FMI e benpensanti che in alternativa  chiedevano a Buenos Aires di continuare, invece, a far stringere la cinghia a un popolo che era arrivato però ormai all’ultima asola, avrebbe affossato per sempre, o comunque per molti decenni, l’economia argentina.

Non lo richiamiamo qui, certo e sia chiaro, per farne un modello ma per mettere in chiaro che indicarla come un fallimento – lo fanno sempre tutti i rigoristi, gli austeriani, gli adoratori del vecchio Washington consensus di memoria neo-cons – costituisce una colossale menzogna allo stato puro.

Lo dimostrano, dopotutto, i loro dati, non quelli di fonte argentina o nostri. Senza dubbio alcuno: il fatto è che nel mondo, e a conoscenza di chi decidesse di usarli, ci sono gli strumenti capaci di rovesciare l’impatto di un collasso finanziario ripristinando l’economia su un normale percorso di crescita normale. Proprio questo ha dimostrato dieci anni fa l’Argentina.

A dicembre del 2001, dichiarò il default sul proprio debito estero, rompendo col dollaro e dovette far fronte a un totale collasso finanziario seguito a ruota da un crollo pesante della produzione e del PIL nel primo trimestre del 2002. Ma, già da quel secondo trimestre, iniziò una rapida ripresa economica che entro l’estate del 2003 aveva fatto già riguadagnare al pese – ma, certo, attraverso una profonda ridistribuzione del reddito che confusamente iniziava a rovesciarne la gerarchia economica oltre a quella politica: il vero peccato mortale per loro signori… – tutto il terreno perduto nel collasso finanziario.

E’ stato un vero rovesciamento del paradigma predicato e imposto dai centri del capitalismo e della finanza globale. E, da allora, qui produzione e ricchezza hanno continuato rapidamente a crescere, fin quando la crisi economica e la recessione globale scatenata dal e nel cuore del sistema, a Washington e a Wall Street, portarono per diverso tempo al fermo, nel 2009, anche l’economia argentina. Che, poi, però, e meglio di moltissime altre situazioni nazionali, si è ancora ripresa.

La realtà è che gli economisti sanno da tempo – dai tempi di Keynes – cosa si potesse e, volendo, si dovesse fare per prevenire una depressione economica. Un settore finanziario iper-gonfiato, dimostra e conclude chiaro l’abstract di un recente paper della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, mette in evidenza come “la crescita del settore finanziario va bene solo fino a un certo punto, dopo il quale si mette effettivamente a drenare l’economia reale giacché le sottrae più di quanto vi contribuisca.

   E, mettendo sotto la lente di ingrandimento di un’analisi dettagliata e accurata le economie avanzate, lo studio mostra che un settore finanziario in rapida crescita porta nocumento reale a  un

 

● L’andamento del PIL reale dell’Argentina: 1998-2011  (grafico)

 

Fonte: Fondo monetario internazionale, World Economic Outlook, 2011, Argentina ▬[http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/pdf/text.pdf]

 

 

aumento della produttività aggregata di un’economia(Bank of International Settlements/BIS, 7.2012, WP no.381, S. G. Cecchetti e Enisse Kharroubi, Reassessing the impact of finance on growth Una riconsiderazione dell’impatto della finanza sulla crescita http://www.bis.org/publ/work381.pdf).

Di più, a causa dell’ossessione con cui guarda la minaccia dell’inflazione che potrebbe decurtare il valore dei suoi assets, la finanza è sempre pronta, sollecita anzi, a usare tutto il suo potere politico per minimizzare, anche a costo di porre freno alla crescita, quel rischio.

●In India, il sistema giuridico federale/statale (cioè dei singoli 28 Stati e 7 territori) e comunale, complicato, e a volte anche un po’ “spiccio”, non è capace solo di intestardirsi in faccende di pretesa o reale giurisdizionalità come quella sul caso dei due fucilieri di marina nostrani – con qualche ragione peraltro nel caso specifico che resterà per parecchio tempo ancora di là da venire grazie anche alle cappellate del governo italiano in materia – ma è anche capace di fare giurisprudenza a livello globale.

Adesso ha respinto la petizione con cui la grande farmaceutica multinazionale/svizzera Novartis chiedeva di registrare il brevetto di un “suo” medicinale anticancerogeno, il Glivec, di cui aziende farmaceutiche indiane hanno cominciato a produrre e distribuire “copie” a prezzi per i pazienti enormemente inferiori: il costo medio del Glivec nel mondo è sui $ 1.700 al mese e quello del generico indiano con la stessa molecola attiva dieci volte di meno (New York Times, 1.4.2013, Gardiner Harris, Patents’ Defeat in India is Key Victory for Generic Act In India, la sconfitta sull’esclusiva dei brevetti costituisce una vittoria per i medicinali generici http://www.nytimes.com/2013/04/02/business/global/top-court-in-india-rejects-novartis-drug-patent.html?ref=global-home&_r=0).

Detta altrimenti, la Corte suprema indiana ha scelto a favore di chi produce farmaci generici – e la produzione, è vero, di generici è la maggiore del mondo in questo paese, rifiutando di riconoscere alla Novartis il brevetto che essa chiedeva con la motivazione, peraltro discussa ma anche secondo molti scientificamente ben motivata che non riconosce alla Glivec la qualità di innovazione specifica della molecola-ingrediente essenziale necessaria ad ottenere il brevetto e, dunque, il monopolio protetto.

Alcuni, dal lato delle grandi multinazionali, lamentano che il rifiuto frenerà l’innovazione farmaceutica in India, mentre quanti nel mondo conducono campagne e iniziative contro la povertà e per contenere l’esosità dei prezzi che dovrebbe rendere più disponibili ai molti pazienti che ne sono oggi tagliati fuori le versioni cosiddette generiche ma equivalenti degli stessi farmaci (The Economist, 5.4.2013, A fool’s game Un gioco sciocco http://www.economist.com/blogs/schumpeter/2013/04/drug-patents).  

Qualcuno, in altri termini, sta finalmente prendendo sul serio nel mondo – la Corte Suprema dell’India, cioè, che lo può fare anche perché è un mercato di 1.200.000  potenziali consumatori – il fatto che brevetti o patenti, giustificati col pagamento di una tassa obbligata per far finanziare ai pazienti la ricerca privata e la sperimentazione condotta allo scopo specifico di fare più lauti profitti, costituiscono nei fatti la garanzia di un monopolio fornita ai privati dallo Stato.

Un’argomentazione cogente, insieme liberista e progressista, già avanzata ma non accolta dai tribunali in America dove business e ideologia dominante combattono per definizione e senza tregua tutti i monopoli e le protezioni statali meno questa e quella di alcuni, pochi, e molto gratificanti ordini professionali con le loro spropositate prebende garantite dal numero chiuso. La Corte indiana ha formalmente basato la sentenza sul fatto che la Novartis, come in un caso precedente la AstraZeneca per il suo Nexium praticamente identico a un prodotto precedente, entrambi patentati negli USA ma non in India né in Cina né in Brasile, avesse solo minimamente modificato la molecola base del farmaco, non innovato niente di fondamentale.

E se il dibattito sul merito scientifico non sembra ancora del tutto chiuso – le grandi multinazionali che minacciano di interrompere la ricerca se non viene loro garantito un diritto di monopolio statale – hanno un peso commerciale e economico cruciale nel merito – la sfida che sta partendo sul fronte dei monopoli statali per brevetti e patenti stavolta diventa seria: di qua gli USA e gli interessi dei grandi istituti farmaceutici privati del mondo, di là con gli interessi di milioni di pazienti poveri, con tre dei paesi più grandi e ricchi e anche ormai tra i pochi in rapida crescita economica del mondo.

La Novartis s’è cacciata nei guai anche in America, dove gli inquirenti la stanno perseguendo per  aver versato, per anni, mazzette a molte farmacie americane nel tentativo di garantirsi maggiori vendite di una specialità della casa che serve per il trattamento dei pazienti che hanno subito trapianti di rene anche oltre e fuori dei tempi di prescrizione previsti. Già nel 2010, dicono gli inquirenti, la Novartis aveva dovuto versare una multa da 410 milioni di $ per sistemare extra processualmente una causa per mercificazione illegale di sue produzioni (The Economist, 26.4.2013).

●La grande forza che stava dietro la candidatura di Nicolas Maduro, vice presidente e presidente a interim della Repubblica bolivariana del Venezuela, alle presidenziali del 14 aprile – la stessa che aveva portato l’ex presidente brasiliano Lula e quasi tutti gli altri leaders latino-americani ad appoggiarlo – era stata la designazione di lui lasciata apertamente e pubblicamente dal defunto Hugo Chávez. Del resto, Maduro stesso aveva  detto, lanciando la sua campagna, che “se io sarò presidente sarà solo perché lo ha ordinato il presidente di questo paese”.

E i sondaggi gli davano, in effetti, un nettissimo vantaggio sul candidato della destra, Capriles: da 11 a 20 punti percentuali (New York Times, 2.4.2014, Agenzia Reuters, At Chavez's Birthplace, Maduro Swears to Win Venezuela Vote Nel paese dove Chávez è nato, Maduro giura di vincere il voto in Venezuela http://www.nytimes.com/reuters/2013/04/02/wor ld/americas/02reuters-venezuela-election.html?ref=global-home). Poi, certo, ha vinto... ma per poche decine di migliaia di suffragi di differenza che autorizzano adesso il contendente a chiedere un riconteggio anche se ha, saggiamente, invitato i suoi a stare calmi e aspettare… Ora, tra i vincitori stessi il risultato autorizza chi non era stato scelto da Chávez come suo successore, il presidente del parlamento Cabello, a dire che “bisogna fare autocritica”. E partono recriminazioni e lamentele.

Il nodo vero è che, adesso, dovranno fare i conti coi fatti, anzitutto quelli duri di un’economia che da molti punti di vista viene arrancando in un paese che continua a affidare il proprio sviluppo quasi esclusivamente alla rendita petrolifera  –  certo, avendo migliorato e non di poco nell’immediato la situazione della maggior parte della popolazione invece di lasciarne godere solo a proprietari di pozzi e a investitori stranieri: il grande merito del regime di Chávez – ma che è stata ormai in larga parte usata e comunque non dura per sempre.

Altre sfide molto complesse che avrà davanti a sé chi è il successore di Chávez – e qui per citarne soltanto i titoli – sono la situazione precaria della sicurezza pubblica (reati e omicidi a livello superiore a quello in proporzione degli USA); un livello assai elevato di inflazione; la divisione radicale del clima politico – che bisognerà comunque sforzarsi di “regolare”, in qualche modo di “normalizzare”; e la stesse scelte anti-yankee come le chiamano qui della politica estera del paese che, finite le elezioni e senza il carisma di Chávez, probabilmente Maduro che, per ora, le ha tutte mantenute e anche sottolineate, si appresterà qualche po’ a calibrare… Comunque, oggi e domani, per i sei anni restanti del mandato di Chávez, con una vittoria ora così risicata, Maduro dovrà stare ben più attento a non dare più niente ormai per scontato…     

E, adesso, mentre francamente pare difficile che, comunque, il risultato finale possa cambiare su basi legali e come tali riconosciute largamente – l’esercito, che ormai è formato da quadri largamente acquisiti alle idee della rivoluzione bolivariana, ha già proclamato che difenderà il risultato ufficiale proclamato dalla Corte: malgrado le richieste di riconteggio e gli appelli alla protesta che Capriles ha subito lanciato – e le speranze maggiori per gli anti-chávisti sembrano ormai affidate più che altro alle divisioni montanti, e sperate, nel campo degli eredi di Chávez (New York Times, 15.4.2013, W. Neumann, Venezuela Gives Chávez Protégé Narrow Victory Il Venezuela conferisce al protetto di Chávez una vittoria di corta portata http://www.nytimes.com/2013/04/15/world/americas/venezuelans-vote-for-successor-to-chavez.html? ref=americas).

●Alla fine c’è stato il giuramento del nuovo presidente eletto Nicolas Maduro, alla presenza dei capi di Stato più importanti del Sud America (da Rousseff a Kirchner) e col riconoscimento praticamente ufficiale di tutti i paesi coi quali il Venezuela ha rapporti diplomatici: anche molto difficili, come gli USA hanno confermato col portavoce del dipartimento di Stato. E’ c‘è stata anche, ai fini dell’acquietamento delle rivolte incipienti (una decina di morti), l’apertura sia di inchieste sugli istigatori delle manifestazioni delle due aree, sia l’accettazione che il 46% di suffragi che non sono stati ancora ricontati adesso lo saranno da parte della Commissione nazionale elettorale.

Ma nessuno appare convinto che il riconteggio possa riportare all’annullamento delle elezioni, a nuove elezioni e, tanto meno, alla proclamazione del candidato Capriles.

●In Colombia, centinaia di migliaia di persone, con alla testa il presidente della Repubblica Juan Manuel Santos, hanno marciato a Bogotà e altre decine di migliaia anche a Cali e Santander per far sentire il loro appoggio al dialogo che il governo sta cercando di mettere in piedi con la guerriglia delle FARC. Le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – attive dal 1964 e che, quindi, sono ormai la guerriglia più longeva del mondo, dopo più di mezzo secolo di conflitto costato forse 70.000 vite umane con milioni di colombiani resi profughi – e il capo negoziatore del governo Humberto de la Cale hanno dato via a una fase di negoziato che ha avuto inizio a Oslo nel 2012 e adesso ha ripreso a Cuba.

L’ultima settimana di marzo è stato annunciato un accordo di principio sulla riforma agraria, tema centrale della lotta delle FARC, mentre riprenderà in aprile il dialogo su altre aree del contenzioso come, ad esempio, la possibilità stessa di una partecipazione alla vita politica della guerriglia uscita dalla clandestinità. I colloqui sono ferocemente osteggiati dal vecchio presidente filo nord-americano Álvaro Uribe, al potere dal 2002 al 2010 che li ha sempre rifiutati in accordo stretto con la sua base elettorale di proprietari latifondisti e assenteisti e di quadri superiori dell’esercito.

E dice apertamente di temere che il negoziato sarà, ora, utilizzato per riportare i ribelli nell’alveo della vita politico-istituzionale del paese: come è successo in diversi altri Stati dell’America latina – è così, in fondo, che si sviluppano sempre i processi di pace, no? – tanto per dire, l’FMLN del Salvador dopo quella esecranda guerra civile, deliberatamente fomentata e sostenuta da Washington con assassinii a raffica non di guerriglieri ma di decine e decine di contadini fino a diversi gesuiti colpevoli di insegnare loro a leggere e anche, ricordate?, di un arcivescovo come Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, freddato sull’altare della cattedrale di San Salvador dai patrioti al soldo dei militari perché predicava che anche i contadini, ohibò, hanno il diritto ai loro diritti?

Qui c’è, certo, il problema ulteriore dei soldi facili che la più grande industria del paese, quella della droga, ha sempre fornito e vuole poter continuare a fornire alle controparti, per coltivare, oppio, sotto la protezione di esercito e guerriglia, raccoglierlo, raffinarlo e venderlo. E il timore, neanche manifestamente infondato, è che, se dietro alla guerra interna si attenuta o scompare la “giustificazione” ideologica (la rivoluzione, l’anti-rivoluzione), i legami tra gruppi armati di ogni tipo e industria della droga possano addirittura rafforzarsi…

   (1) The Economist, 12.4.2013, Walks to support talksMarcia a sostegno del dialogo http://www.economist.com/ blogs/americasview/2013/04/colombia%E2%80%99s-peace-march; 2) Guardian, 10.4.2013, P. Bolton e J. Watts, Colombia peace marches draw thousands Le marce della pace in Colombia riuniscono migliaia di persone http://www. guardian.co.uk/world/2013/apr/10/colombia-farc).

●Dopo l’Argentina di papa Bergoglio e della presidente Kirchner, è ora l’Uruguay il secondo paese che in America latina ha visto approvare largamente (71 su 92 parlamentari) della Câmara dos Deputados, malgrado resistenze tradizionali forti e anatemi ecclesiastici vari la legalizzazione del matrimonio tra coppie omosessuali (The Economist, 12.4.2013).

in Cina (e nei paesi dell’Asia)

●Una revisione più accurata dei dati finora divulgati ha corretto, al ribasso, la crescita del primo trimestre. Non appena sopra l’8, ma al 7,7% “confondendo” le previsioni, le attese, dei più tra gli analisti dopo le indicazioni emerse su credito ed esportazioni in aumento. Inaspettatamente debole anche la produzione industriale e qui c’è anche il prodromo di un certo infiacchimento del PIL e il consenso di previsione vede oggi un ridimensionamento della stima pre-correzione dall’8,4 a 7,8%, forse.

Sheng Laiyun, il portavoce dell’Ufficio centrale di statistica che ha diffuso questi dati ha anche tenuto a ridimensionare come “allarmismi infondati” queste preoccupazioni e richiamato che il dato ufficiale di previsione della crescita del 2013 è già a non più del 7,5%: livello che sia il governo che, ad esempio, il Fondo monetario – ricorda – giudicano adeguato a creare i posti di lavoro necessari e, insieme, a tenere il livello di crescita in equilibrio con uno sviluppo anche più sostenibile (Reuters, 15.4.2013, China growth risks in focus as first quarter data falls short La crescita economica della Cina torna sotto la lente di ingrandimento per un certo qual indebolimento nella crescita prevista del primo trimestre http://www.reuters.com/article/2013/04/15/us-china-economy-gdp-idUSBRE93E01U20130415).

●L’Australia sta approfondendo i suoi legami commerciali e economici con la Cina con l’investimento di 5% delle proprie riserve in titoli cinesi. Sempre in questo mese l’Australia è anche diventato il terzo paese – dopo Stati Uniti e Giappone – ad aver concordato con la Cina di acquistare direttamente l’uno dall’altra nella propria valuta (The Economist, 26.4.2013).

●Il 10 aprile, il ministero degli Esteri cinese ha espresso “preoccupazione” per la firma “indebita e illegittima” di un accordo sulla pesca che i governi di Taiwan e del Giappone hanno appena annunciato di avere raggiunto e che potrebbe preludere a qualche spartizione/condivisione dello sfruttamento della pésca nell’area oceanica intorno alle isole Senkaku/Diaoyu (ChinaDailyForum, 11.4.2013, Reuters, Japan, Taiwan sign deal over disputed islands Giappone e Taiwan firmano un accordo sulla questione delle isole disputate http://bbs.chinadaily.com.cn/forum.php?mod=viewthread&tid=850239&highlight=).

La preoccupazione di Pechino sembra giustificata: è la prima volta in cui un’ “entità” cinese (“la provincia ribelle di Taiwan – ricorda Pechino – esiste di fatto ma, “in diritto internazionale è parte integrante della madre patria e in quanto tale, già perciò stesso, chiunque abbia firmato un qualsiasi accordo internazionale che in qualche misura, come questo, pretenda di riconoscere una qualche sovranità straniera, come quella nipponica, sulle Diaoyu, è colpevole in base alla legge di alto tradimento e passibile della massima pena”.

Come quella che, in conferenza stampa ricorda puntiglioso il portavoce degli Esteri Hong Lei a un cronista americano, esiste anche negli Statuti federali degli Stati Uniti d’America per chi tenti anche solo di cedere a potenze straniere parte del territorio rivendicato dagli USA. L’ammonimento è preciso e mirato, rivolto personalmente a Liao Liou-yi, presidente a Taiwan  dell’Associazione dei Rapporti con l’Asia orientale che, per il governo dell’isola, ha apposto materialmente la sua firma all’accordo insieme al presidente del’Associazione nipponica di interscambio economico-commerciale, Mitsuo Ohashi. 

E lo sa anche il Giappone che, in effetti, come ogni altro paese al mondo eccetto quattro o cinque isole del Pacifico regolarmente pagate per farlo (Taiwan è un’economia ricca e forte, anche se come paese indipendente non lo riconoscono neanche gli Stati Uniti) intrattiene rapporti diplomatici solo con Pechino e non con Taiwan. Per cui – ricordano seccamente al ministero cinese all’ambasciatore di Tokyo – “il governo della Repubblica Popolare di Cina spera seriamente che il governo dell’Impero giapponese si attenga agli impegni che ha assunto sulla questione di Taiwan e agisca di conseguenza con cautela e in modo appropriato”.

●Il governo cinese ha pubblicato un Libro bianco sui problemi della Difesa che ne delinea punto di vista e interpretazioni, seguendo ed amplificando – ha spiegato il colonnello Yang Yujun, vice direttore generale dell’Ufficio informazioni e portavoce del ministero della Difesa nazionale – il discorso presentato a braccio dal presidente Xi Jiping all’Assemblea del Popolo e indirizzato un mese fa in particolare alla delegazione dell’Armata popolare cinese presente all’Assemblea sulla “nuova situazione geo-strategica”.

Il paragrafo che del documento appare il più rilevante è quello che quasi all’inizio dichiara che purtroppo “alcuni paesi hanno proceduto a rafforzare le loro alleanze militari nel Pacifico asiatico hanno allargato la loro presenza militare nella regione e anche, di frequente, esacerbato le situazioni di tensione nell’area”.

E’ un’ “argomentazione” che pare fornire, tra l’altro, una spiegazione sull’apparente posizione insieme critica nei confronti del Nord Corea e delle sue forzature ma mai dichiaratamente cooperativa e assecondante delle posizioni esplicitamente “confrontational” che gli USA chiederebbero anche  alla Cina di assumere.

In generale significa, in chiaro, che l’Armata popolare, proprio come il presidente Xi,  pensa e dice ormai, anche in documenti ufficiali, che Pentagono e USA più in generale, ora che se ne devono andare dall’Afganistan, stanno sfruttando per rafforzare la propria presenza militare in Asia anche l’incoraggiamento di “pessimi comportamenti” dei propri vicini, in modi diversi e pericolosi “cui è bene tenere presente che la Cina troverà il modo di opporsi”.

Citato esplicitamente, nel Libro bianco, come “piantagrane” avventatamente incoraggiato dagli americani, è il Giappone con riferimento esplicito alla diatriba delle Diaoyu/Senkaku e come, un certo qual chiudersi a riccio, molto sulla difensiva (China Economic Net, 16.4.2013, Agenzia Xinhua/Nuova Cina, China issues white paper on national defense La Cina pubblica Libro bianco sulla difesa nazionale http://news. xinhuanet.com/english/china/2013-04/16/c_132312449.htm).

Il Libro bianco stavolta suona anche come uno stridulo campanello d’allarme,: in tutte le dieci precedenti edizioni – e in maniera dichiaratamente diversa dalla strategia americana  che sempre si è riservata il “primo uso” dell’arma nucleare, se lo ritenessero utile: senza che qualcuno abbia l’opportunità di usarla magari contro di loro – la discussione dell’arma nucleare cinese partiva asserendo che la Cina non userà mai, al contrario, per prima le sue forze nucleari contro chiunque; riservandosi, naturalmente, di usarle in rappresaglia, se fosse attaccata.

Stavolta no: la seconda parte (il diritto alla rappresaglia) è esplicita, la prima (la rinuncia dichiarata al primo uso) invece, questa volta, non c’è. Può essere niente, può essere molto (New York Times, 18.4.2013, J. M. Acton, Is China Changing Its Position on Nuclear Weapons? La Cina cambia la sua opposizione sull’uso delle armi nucleari? http://www.nytimes.com/2013/04/19/opinion/is-china-changing-its-position-on-nuclear-weapons.html?ref=global-home): quasi contemporaneamente, l’8 aprile, il consigliere Zhang Junan, parlando ufficialmente per il suo paese in sede di Conferenza per il disarmo dell’ONU, ha ripetuto l’impegno al no-first-use (U.N. Conference on Disarmament, Declaration of the PRC Delegation, 8.4.2013, cit. in New York Times, 24.4.2013 ▬ http://www.nytimes.com/2013/04/25/opinion/chinese-nuclear-arms-policy.html?ref= global).

Ma resta il fatto che, in questo Libro bianco, effettivamente quell’impegno è sparito.

●La preparazione sul territorio di una dislocazione di forze di carattere nettamente offensivo, e il montare della postura, bellicosa del Nord Corea (aggressive nei toni, però, ma sempre calibrata in termini di rappresaglia: se ci attaccate…), hanno avuto politicamente successo: infatti, hanno costretto americani e sud-coreani ad accettarle per quello che sono— minacce di una, comunque, in qualche modo, ormai credibile rappresaglia anche, forse, nucleare. Insomma, hanno costretto l’America a riconoscere al Nord lo status finora sempre negatole di Stato armato di bombe nucleari. Se, come a noi pare, questo – questa accettazione – era lo scopo dell’escalation del Nord, esso – appunto – è stato raggiunto.

Del resto, chi studia queste cose sul serio, ormai nella sostanza concorda. Per costruirsi una force de frappe, una forza d’urto nucleare, come la chiamava de Gaulle, servono alcuni fattori costitutivi. E non c’è più nessuno al mondo che sia in grado ormai di non riconoscere il potenziale più che credibile ormai dell’arma atomica coreana del Nord, anche se su qualità, performance e efficacia di questa, come di ogni altra forza nucleare non testata in guerra o non consolidata da decenni di sperimentazioni, è auspicabile ovviamente augurarsi che non vengano mai dimostrate in corpore vili: cioè sulla gente che abita questo nostro povero mondo.

• Il primo fattore strumentale – e essenziale – è naturalmente quello della disponibilità di mezzi. Ormai è assodato che quelli tecnico-scientifici la Corea del Nord li ha, come praticamente li ha a propria disposizione ogni Stato del mondo che oggi volesse farsi la bomba – per inconcepibile che sia anche e perfino la Repubblica di San Marino o lo Stato della Città del Vaticano – e sui mezzi finanziari che servono (qualche decina di milioni di euro, dicono gli esperti, per il primo ordigno: roba che se la può permettere pure un Berlusconi qualunque da questo punto di vista— e per fortuna, però, solo da questo punto di vista.

• Il secondo fattore che bisogna avere – e che la Corea del Nord ha dimostrato di avere – è il mezzo, il missile balistico di raggio breve, medio e grande per consegnare a destino, come si dice, l’ogiva nucleare, la bomba. Ci dice tutto anche solo già Internet. I suoi missili, è dimostrato, funzionano. Li hanno già usati Siria, Iran e Pakistan come hanno anche impiegato missili costruiti su disegno, con consulenza o su consegna proprio coreana “chiavi-in-mano”.

In Siria anche i vecchissimi ma funzionanti Scud di costruzione sovietica che, usati occasionalmente contro bersagli del governo di Assad sono stati fabbricati nel paese dei tre Kim. I missili pakistani chiamati Ghauri (dal re del primo XIII secolo della dinastia Shahabuddin Muhammad Ghauri, che gettò le basi del dominio islamico in India durato diversi secoli, sono essi stessi una variante dei razzi nord coreani di tipo Nodong—lavoratore e vengono periodicamente testati su bersagli piazzati nel Belucistan, la sua regione più vasta (quasi il 50% del territorio) e spopolata (solo 10 milioni su 180 milioni di abitanti) e sono la chiave della forza strategica del paese per l’eventuale attacco all’India.

L’Iran stesso ha lanciato e testato in guerra oltre 170 esemplari di missili Scud – che lì hanno ribattezzato Shahab Imeteora – contro l’Iraq di Saddam nel lungo e feroce conflitto da lui scatenato e che fece un milione di morti tra il 1980 e il 1988. Di quei missili oltre la metà vennero comprati direttamente in Corea del Nord. La versione III dello Shahab è stata poi collaudata da un’installazione sperimentale in Iran ma costruita proprio da Pyongyang. E nel 2005 ha anche comprato, sempre dai coreani, 18 o 19 missili balistici intercontinentali nell’ultima versione dello stesso disegno di base del Nodong, chiamato Musudan:  un ICBM a tre stadi.

Il terzo elemento di cui è necessario disporre per avere una bomba atomica è, ovviamente, una… bomba, una testata, un’ogiva: insomma un ordigno atomico capace di esplodere. E’ dimostrato che la Corea del Nord ha prodotto e produce alto esplosivo, bombe ad alta frammentazione e altri tipi di ordigni non nucleari per i suoi missili. Come accennato, alcuni di essi sono stati usati già anche in guerra. E funzionano.

La questione è se il Nord Corea è in grado di farsi una vera e propria bomba atomica in grado di essere fata esplodere dove esattamente si vuole, non solo di scoppiare in una caverna nel sottosuolo del paese. Bisogna valutare questo interrogativo dal punto di vista della fisica nucleare, della tecnologia specifica che le compete e dell’ingegneria meccanica. Quest’ultima incognita, in realtà, non è proprio tale: questo è un paese di grandi risorse minerarie e che macchine utensili le costruisce da sempre in grandi impianti, acciaierie, officine di fabbricazione e di manutenzione.

Scienziati e tecnici nord coreani hanno sicuramente avuto almeno dal 1993 la possibilità e la disponibilità di materiale fissile per lavorare e raffinare il plutonio. E è assiomatico che se il Pakistan è stato in grado di farsi le sue ogive nucleari e anche termonucleari, A e H, allora i nord coreani che hanno lavorato per anni, dopo il primo test nucleare di successo del Pakistan nel 1998, con e dentro i laboratori del padre di quella bomba, il prof. Abdul Kadeer Khan, una bomba caricata su un missile Ghauri: esso stesso costruito nei Laboratori Khan…

E c’è, poi, e ovviamente, il fatto accertato – dalle sofisticate strumentazioni satellitari, telemetriche, e di intromissione elettronica di americani, cinesi e russi – che a oggi comunque i nord coreani hanno fatto scoppiare almeno tre bombe nucleari di capacità variabile anche se finora, tutte, al di sotto della potenza nucleare delle bombe di Hiroshima e di Nagasaki, le uniche finora sperimentate nella storia su bersagli “vivi”.

Adesso, poi, a Pechino, il 22 aprile nell’incontro al vertice più importante da due anni a questa parte tra i capi militari di Stati Uniti e Cina “si discute di questioni di comune interesse”, soprattutto del tema cibersicurezza che sembra ossessionare i due paesi e della cui reciproca interferenza, poi, quasi apertamente si accusano: pur concordando, dicono, che “le conseguenze di un attacco di rilievo su uno dei rispettivi apparati di difesa potrebbe avere conseguenze tanto gravi come quelle di una vera e propria guerra nucleare”.

Esagerazione retoricamente ampollosa e sproporzionata, però, visto che la cibernetica almeno non provoca distruzioni e catastrofi umane e materiali dirette… In ogni caso, il capo di stato maggiore dell’Armata Popolare cinese, gen. Fang Fenghui, ha ora, e a latere dell’incontro, tenuto a far sapere di aver confermato al capo dei capi di stato maggiore USA, gen. Martin E. Dempsey, di sapere che i nord coreani “hanno già tenuto, anche se poco pubblicizzato, il loro terzo test nucleare e che molto probabilmente nel prossimo futuro ne faranno un quarto”.

Si tratta della prima volta in cui una fonte cinese, sicuramente informata, si pronuncia fornendo non anonimamente uno spunto di informazione non proprio inedita ma così suffragata da una fonte militare e ufficiale sull’agire concreto dei nord coreani (1) , 23.4.2013, China: new DPRK nuclear test a possibility La Cina conferma la possibilità di un nuovo test nucleare della RDPChttp://english.sina.com/world/p/ 2013/0422/584581.html; 2) New York Times, 23.4.2013, J. Perlez, U.S. and China Put Focus on Cybersecurity— USA e Cina si concentrano sul nodo della cibersicurezza http://www.nytimes.com/2013/04/23/world/asia/united-states-and-china-hold-military-talks-with-cybersecurity-a-focus.html?ref=global-home).

Invece sono meno certe, e più indirette che altro, le indicazioni sulla miniaturizzazione necessaria di un ordigno nucleare per poterlo di fatto piazzare sulla punta, nell’ogiva, di un missile nucleare e sulla affidabilità della traiettoria controllata del rientro di una testata nucleare che deve essere controllata e precisa di indirizzo a bersaglio.

Secondo uno studio che appare particolarmente informato e documentato, avvalorato da riferimenti a documenti classified, e anche precisamente identificati, dell’Intelligence americana (38 North.com, U.S./Korea Institute presso l’Alta Scuola di Studi Avanzati Internazionali della Johns Hopkins University, autore D. Albraight, direttore dell’ISIS Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale, North Korea Miniaturization La miniaturizzazione [delle teste nucleari] della Corea del Nord http://38north.org/2013/02/albright021313/SAIS) dove si arriva a concludere che la RPDK è in grado di “lanciare con successo, e di far arrivare a bersaglio entro 1.500-2.000 Km. di raggio, un ordigno esplosivo; ma ha ancora probabilmente bisogno di sperimentare il rientro guidato e preciso nell’atmosfera di un missile a più lunga gittata e di una testata atomica sulla quale potrebbe ancor essere necessario”.

●Questo quanto al riconoscimento, diciamo, de facto dei fatti. Il riconoscimento in qualche modo de jure, è cosa più complessa. De jure, in termini cioè di accettazione d’una parità di diritto e non solo come fatto, l’ONU del resto mai ha messo il bollino neanche sullo status nucleare ben accertato di Israele, Pakistan e India, gli altri Stati che oltre ai primi cinque ufficialmente – certo mai neanche per loro col timbro dell’approvazione – riconosciuti come potenze nucleari, come vorrebbero a Pyongyang. E poi neanche è chiaro che senso abbia poi farlo, visto che la realtà che poi conta è quella di fatto, per cui Israele non risulta avere una sola bomba, ma il mondo sa che ne ha da 150 a 300… 

Il fatto che al plenum del partito dei lavoratori del Nord e, subito a seguire poi, al parlamento di Pyongyang si sia anche discusso di agricoltura, di nomine politico-amministrative e di celebrazione solenne delle feste di primavera, sembra a inizio mese quasi riportare le condizioni (quasi…) a una del resto sempre precaria normalità (Korean Central News Agency/Pyongyang, 31.3.2013, Report on plenary meeting of WKP central committee Rapporto sulla riunione plenaria del comitato centrale del PCLhttp://www.kcna.co. jp/index-e.htm).

Forse è ora di ripensare alla strategia con cui già Clinton nel ‘94 e Bush jr. nel 2005 raggiunsero, o credettero di aver raggiunto, coi nord-coreani, l’intesa: gli USA avrebbero fornito soldi, derrate alimentari e il riconoscimento politico di Pyongyang (trattato di pace invece che solo un precario  armistizio con gli USA per chiudere la guerra del ‘53 e scambio graduato di riconoscimenti ufficiali) in cambio della sospensione, prima, del programma nucleare del Nord e, poi, graduandola nel tempo della sua denuclearizzazione totale. Che si bloccò, e poi saltò, quando diventò chiaro che la realizzazione del primo dei due tempi era per i coreani il sine qua non per completare a fondo la seconda fase.

Il Nord, in effetti, nel 2008 aveva distrutto – e fatto verificare all’ONU di aver distrutto – la torre di raffreddamento del suo reattore nucleare, a Yo’ngbyo’n. Ma la decisione, negoziata e attuata effettivamente, in base all’accordo raggiunto nell’ottobre 2007 tra Pyongyang e il gruppo dei 6 negoziatori ONU, non smosse niente sull’altro fronte… perché l’America, invece, aveva nel frattempo deciso – con Bush aveva prevalso l’ala dura neo-cons di Cheney e dell’ambasciatore all’ONU John  R. Bolton su Colin Powell e su Condoleezza Rice – che, prima di dar applicazione alla parte sua dell’accordo (compensazioni cash e/o in uranio già arricchito e apertura di negoziati diretti), il Nord Corea dovesse completare del tutto lo smantellamento non solo della costruzione della bomba ma di tutto il suo programma nucleare, anche solo energetico…

Così Kim Jong-il riprese a costruirsi la bomba e completò il processo e adesso che gli ordigni del Nord sono probabilmente ormai una decina viene tolto dalla naftalina e reso di nuovo utilizzabile l’impianto di arricchimento di uranio di Yo’ngbyo’ng associato anche all’attività del reattore a moderazione di grafite 5MW(e).

 E oggi le tensioni continueranno a persistere— forse aumenteranno ancora almeno per tutto questo mese. Ormai è quasi scontato, sia per il crescere della retorica rovente della nuova – e ancora, come dire, inesperta leadership nord-coreana – e per il suo impennarsi di minacce di reazione alle minacce di azione altrui – concrete se e quando mai diventassero esse concrete – sia per gli sforzi ampliati dei nord-americani – che a venire apertamente sfidati non sono adusi – di tenere sotto costante e crescente pressione il regime nord-coreano.

Insomma, il rischio c’è – e monta – di un mix di deterrenza e provocazione che potrebbe anche uscire fuori controllo: “specie se Corea del Sud e/o Stati Uniti sbagliassero a giudicare le azioni del Nord— o viceversa” come il prodromo di un attacco imminente e reale (The Economist, 5.4.2013, Korean roulette http://www.economist.com/news/leaders/21575774-kim-jong-un-has-raised-stakes-it-time-get-tougher-nastiest-regime).

Come Fidel Castro nella rubrica di commento personale che tiene sull’organo del partito comunista cubano, interrotta da mesi e ripresa proprio in questa occasione (Granma, 4.4.2013, Reflexiones del compañero Fidel - El deber de evitar una guerra in Corea http://www.granma.cubaweb.cu/secciones/ref-fidel/art284.html: “Si allí estalla [— scoppiasse] una guerra, los pueblos de ambas partes de la Península serán terriblemente sacrificados, sin beneficio para ninguno de ellos… Ahora que ha demostrado sus avances técnicos y científicos, le recordamos [alla Corea del Nord] sus deberes con los países que han sido sus grandes amigos, y no sería justo olvidar [ dimenticare] que tal guerra afectaría [ colpirebbe] de modo especial a más [— più] del 70 % de la población del planeta”)

… così anche e proprio l’Economist appena citato conclude: il costo della guerra sul piano delle conseguenze umane sarebbe enorme: nella penisola, a Nord e Sud, sono schierati 1.700.000 soldati in uniforme e le batterie del Nord sono puntate sulla megalopoli di Seul [a 50 Km. di distanza dal confine… come, anche se questo non lo ricorda l’A., i missili cruise del Sud puntati a 70 km. dal confine sulla capitale del Nord, Pyongyang, insieme a centinaia di cruise statunitensi armati di testate nucleari…]. I generali americani azzardano poi che un conflitto potrebbe ammazzare almeno 1 milione di coreani e sconterebbe l’uccisione anche di migliaia di americani. Ah, e sarebbe ovviamente la fine di un’economia asiatica che sta tirando forte”…

●Ecco perché a questo punto, se si vuole disinnescare questa crisi, bisognerà ormai ripartire dalla realtà dei fatti. In occidente tutti gli analisti della questione, senza eccezione e a partire proprio di qui, accettano oggi come  punto di partenza: che, come ormai rende pubblicamente chiarissimo il comunicato del plenum del PCL sono le armi nucleari, per poche e rozze che siano, a “garantire la vita e l’indipendenza della nazione” e che, perciò, come tali mai saranno oggetto di scambio (The Straits Times/Singapore, 31.3.2013, N. Korea calls nukes 'the nation's life' at big meeting— In una grande Assemblea il Nord Corea chiama le armi nucleari ‘la [assicurazione sulla vita] della nazione’  ▬ http://www.straitstimes.com/the-big-story/ asia-report/north-korea/story/nkorea-calls-nukes-the-nations-life-big-meeting-20130331).

E’ l’unica carta di qualche valore che resta in mano ai nord-coreani. E non la scambieranno più, come forse avrebbero fatto ancora solo qualche anno fa, contro dollari americani che fossero stati effettivamente versati. Infatti, ormai hanno capito, Kim e i suoi – perché avventuristicamente glielo hanno perfettamente chiarito – che se avessero abbandonato la ricerca della bomba come avevano deciso di fare anni fa Gheddafi e Saddam, avrebbero fatto ormai la loro fine.

E, adesso, se le fasi di attenzione spasmodica e di più normale disattenzione dell’impegno americano verso Pyongyang degli ultimi quasi vent’anni non hanno funzionato, non pare proprio probabile che la “pazienza strategica” di Barak Obama possa funzionare: fino a che, come precisa dopo il Congresso del partito anche il testo approvato il 1° aprile dall’Assemblea nazionale della Corea del Nord, “il mondo non sarà tutto denuclearizzato”.

Così come non funzionerà se continuerà a far leva su sanzioni economiche, anche con l’impegno parziale di Russia e di Cina, di fronte alle quali il regime ha imparato a mitridatizzarsi, certo a spese di un popolo che, però, patriott(ard)i(stica)mente è convinto che la colpa è dell’imperialismo che ad esso rifiuta perfidamente i diritti che a altri paesi riconosce.

Adesso, il 3 aprile – e è un segno non tanto e non solo di ultimo disimpegno ma di accelerata tensione, quasi di affermazione di uno stato di guerra, appunto, senza stato di guerra ancora – il Nord sembra anche aver chiuso l’unica attività industrial-commerciale comune (e una fonte di valuta preziosa) che manteneva ancora aperta col Sud, il complesso di Kaesong a cavallo del confine.

Ora, sembra proprio che l’unica maniera di uscire dallo stallo è se coi coreani del Nord si cambia completamente, come dicono in diplomazia, il paradigma di approccio al problema. Se ci si siede a un tavolo per trasformare l’armistizio da essi ormai considerato caduto in un vero e proprio Trattato di pace: coinvolgendo adesso quanto si volle non fare nel 1953, cioè anche la Corea del Sud.

    (cfr. Nota congiunturale no. 4-2013: “mentre per la Repubblica Democratica Popolare di Corea, il Nord, firmò allora, il 27.7.1953, il ten. gen. Nam Il e controfirmò il maresciallo Kim Il-sung, per le forze congiunte dell’ONU e contro la volontà dichiarata del Sud – che era non a caso assente – firmò il ten. gen. William K. Harrison Jr, e controfirmò il comandante in capo, gen. Mark W. Clark, cioè gli americani; e, per la Cina, il ministro della Difesa maresciallo Peng Dehuai” ▬ http://news.findlaw.com/cnn/docs/korea/kwarmagr072753.html).  E ripartendo da lì… Ma a farlo ci vuole coraggio.

●Coraggio politico… Compresa, sarebbe utile, la capacità di mettersi – essendo il più forte alla scala del 1.000 a 1 poi, ma con quell’1 che se si credesse provocato potrebbe anche reagire e far male comunque – al posto della controparte per cercare di capirne percezioni, azioni e reazioni. Scrive, al NYT, un lettore che è davvero un esperto del tema (di origine cinese, uno che ha scritto libri davvero decisivi sulla storia recente di quel paese, professore di scienze politiche al Manhattanville College di New York) che è “ormai essenziale una valutazione realistica della situazione, cioè  riuscire ad avere una comprensione chiara di quello contro cui Pyongyang sta reagendo. Non  si tratta solo delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza in rapporto ai tests nucleari di Pyongyang e neanche delle esercitazioni militari annuali congiunte USA-Sud Corea.

   E’ che queste esercitazioni militari includevano ripetute operazioni di invasione e occupazione simulate al computer del Nord Corea. Per Pyongyang si tratterebbe di provocazioni sufficientemente serie anche senza l’impiego di bombardieri ‘fantasma’che si esercitano a pochi chilometri dal loro confine. Io mi domanderei come reagiremmo noi se ci trovassimo in un’analoga situazione.

   La lettura di questi fatti che qui va per la maggiore, quella della cosiddetta saggezza convenzionale, è che Mr. Kim stia facendo scena a fini suoi tutti politici. Potrebbe ben essere questo il caso. Ma se fosse così, dovrebbe essere un’ulteriore ragione per farci esercitare una ancor  più  grande cautela. A meno che, per qualche imponderabile e sconosciuta ragione, noi stessimo davvero morendo dalla voglia di un’altra guerra in Corea(New York Times, 2.3.2013, Kwan Ha Yim, Provoking North Korea a plea for caution Una preghiera: provocare il Nord Corea impone ci vuole cautela http://www.nytimes.com/2013/04/03/opinion/provoking-north-korea-a-plea-for-caution.html?ref=global&_r=0).

●Il Giappone ha annunciato il 9 aprile che dispiegherà, nell’area di Tokyo, una batteria di missili antimissili Patriot per difendere, se ce me sarà bisogno, i 30 milioni di abitanti che vivono in quella grande area metropolitana da ogni possibile attacco nord-coreano. E’ stato annunciato che, nella zona del ministero della Difesa in particolare, saranno piazzati, due lanciatori Patriot della serie avanzata cosiddetta PAC-3.

Il Patriot è un vecchio missile, usato da quasi 30 anni in diverse configurazioni sempre aggiornate. Ad esempio, in Israele contro i grezzi missili balistici Scud di fabbricazione russa che, durante la prima guerra del Golfo le lanciò contro l’Iraq di Saddam, con esiti per lo meno ambigui quanto a efficacia dell’intercettazione e della distruzione del missile in arrivo al dire stesso, poi, degli esperti non proprio diciamo, oggettivi, della società Raytheon che li produce (Yahoo!News, 9.4.2013, Japan deploys anti-North Korean missiles in Tokyo Il Giappone schiera a Tokyo missili antimissili in funzione di difesa dal Nord-Corea http://news.yahoo.com/japan-deploys-anti-north-korean-missiles-tokyo-052102684--finance.html).

Ai Patriot si affiancheranno, viene comunicato, anche batterie di missili Aegis su navi piazzate nel mare del Giappone mentre sempre dal ministero della Difesa, il ministro Itsunori Onodera dice che tutti hanno ricevuto l’ordine di abbattere ogni missile “diretto verso il territorio nipponico”.

Rapporti di intelligence della prima settimana del mese hanno informato, senza che ce ne fosse bisogno perché lo ha dichiarato la stessa Corea del Nord, che Pyongyang ha preparato e piazzato sulla sua costa orientale due missili a medio raggio semoventi e progetta di lanciarli “sperimentalmente in occasione  del genetliaco  il 15 aprile del fondatore della Corea del Nord e del liberatore di tutta la Corea dal Giappone”, Kim Il-sung.

Proprio in contemporanea, sempre il 9 aprile, Pyongyang annuncia – e il Sankei Shimbun di Tokyo  riferisce – che, forse già il giorno dopo, uno di questi  missili “sorvolerà il Giappone” per ammarare nell’oceano Pacifico ad est dell’arcipelago (Stratfor, 9.4.2013, North Korea: Pyongyang Says It Will Fire Missiles Into Pacific Nord Corea: Pyongyang dice che lancerà missili nel Pacifico http://www.stratfor.com/situation-re port/north-korea-pyongyang-says-it-will-fire-missiles-pacific).

Poi non succede proprio niente di niente. Il che conferma solo che il tentativo, qui, da noi in occidente, di capire, prevedere, anticipare le mosse dei coreani è del tutto inutile: sfuggono proprio alla nostra capacità di capirne intenzioni, volontà, logica… Con loro è più complicato, di certo, di quanto fosse la vecchia scienza/arte della sovietologia che una volta in America occupava oltre una settantina di cattedre universitarie, fornendo quadri a iosa al Pentagono, al dipartimento di Stato e alla Casa Bianca— di quelli che scrutavano e interpretavano la gerarchia sovietica dal piazzamento della nomenclatura sugli spalti del Cremlino…

Di per sé stessa una “scienza” non molto diversa dalla lettura delle foglie bollite del tè o dei voli dei corvi nel cielo… E con lo stesso loro non conformarsi alle aspettative diplomatiche e giornalistiche previste e predette dal tempismo dei nostri guru, ricostruiscono e rafforzano le incertezze e anche le tensioni, quando vogliono e come vogliono. Perché, alla fine della fiera, i loro missili li hanno schierati e continuano a restare piazzati. E tutti lo sanno...

●Intanto, prudentemente, anche la Cina che pure dovrebbe non temere nulla dalla Corea del Nord sua alleata e dalla proclamazione formale dello stato di guerra col Sud che persiste da sempre (Seul non ha mai riconosciuti la vigenza dell’Armistizio del ’53 che non porta la sua firma), ha ordinato all’Armata nazionale di liberazione di aumentare lo schieramento di forze lungo il confine: un rafforzamento del resto progressivo, avviato da metà marzo che prevede movimenti di truppe e l’approntamento per il decollo immediato di caccia reattori e intercettori.

A Pechino sono convinti ogni giorno di più che, in effetti, tutta la manovra di escalation e la tensione voluta dal nuovo giovanissimo leader del Nord, Kim Yong-un, mira proprio, con qualche rischio ma anche qualche possibilità di riuscire, a costringere americani e sud-coreani ad aprire un negoziato vero e proprio con Pyongyang (Russia Today, 2.4.2013, China increases military presence at border La Cina aumenta la sua presenza militare al confine [col Nord Corea] ▬ http://rt.com/news/line/2013-04-02).

Sembra, insomma, che a Pechino – ma anche e in specie ormai pure a Seul – siano come rassegnati e, insieme, anche un po’ sollevati dal fatto che a Pyongyang possano decidere, al dunque, di mettere fine a questa fase acuta della loro offensiva tesa, ne sembrano anche loro convinti, a strappare un riconoscimento più attento da un nemico (non loro, la Corea del Sud, il mezzo fratello che sottovalutano troppo) ma dagli americani che troppo sembrava portato a considerarli scontati – ma adesso, forse non più – concludendola col lancio di un missile (il Musudan, o Taepodong, gittata sui 3.000 Km.) magari dimostrativo e/o celebrativo.

Che, dunque non sarebbe armato— se lo fosse e esplodesse sul bersaglio sarebbe la guerra nucleare: quella che Castro ha appena finito di bollare come sin beneficio para ninguno y sacrificios extremos por todos per l’anniversario non si sa neanche bene di qualcuno o qualcosa nella storia di quel permaloso e orgoglioso paese isolato dal mondo (New York Times, 7.3.2013, Choe Sang-hun, South Korea expects missile launch by North La Corea del Sud si aspetta il lancio di un missile dal Nord http://www.nytimes.com/ 2013/04/08/world/asia/south-korea-warns-of-missile-launch-by-north.html?ref=global-ho me&_r=0)...

A meno che, come si lascia sfuggire in seduta di Commissione parlamentare il ministro sud-coreano per la Riunificazione, Ryoo Kihl-jae, l’8 aprile – che dopo poche ore, però, poi smentisce se stesso: sono stato equivocato… cioè, l’ho detto però non lo volevo dire – si potrebbe trattare, forse, di un altro esperimento nucleare nel territorio stesso della Corea del Nord: un test al quale la reazione forzatamente non potrà essere altra che un’altro round di sanzioni (The Times of Israel, 8.4.2013, South Korean official says he misspoke on nuclear test Esponente governativo del Sud Corea dice di essersi espresso male parlando di [nuovo] test nucleare [della Corea del Nord] ▬ http://www.timesofisrael.com/north-korea-preparing-fourth-nuclear-test).

Questa è una tattica, una specie di controbuio in un rischiosissimo bluff pokeristico – tenere nemici ed amici sul bilico del dubbio – che sembra, comunque, prediligere spericolatamente il Nord della Corea. Con buonissima pace di quanti tra i guru, americani e londinesi in specie, credevano di poter vedere in un nuovo giovanissimo leader come Kim Jong-un maggiore flessibilità e disponibilità asl compromesso rispetto sia al padre che al nonno…

Amici, dicevamo, reali e potenziali, e nemici, sempre reali e/o potenziali, tenuti tutti così in precario equilibrio. Adesso è il presidente cinese Xi Jiping che il 7 aprile, nel corso di un vertice economico sull’isola di Hainan, senza fare nomi e cognomi ma in maniera del tutto trasparente, avverte: “Non si dovrebbe consentire a nessuno, a nessuno!, di gettare nel caos una regione del mondo o addirittura il mondo intero per motivi egoistici. Con l’interazione crescente fra paesi a livello globale, è inevitabile che sorgano qua e là anche tensioni. Ma è importante che le divergenze siano affrontate e risolte attraverso dialogo, consultazioni e negoziati pacifici nell’interesse superiore di una crescita e di un miglioramento dei rispettivi rapporti(Al Jazeera, 8.4.2013, China wades into Korean peninsula tensions La Cina si inoltra con qualche circospezione in mezzo alle tensioni della penisola coreana http://www. aljazeera.com/video/asia-pacific/2013/04/201347144256989979.html).      

Sembrano chiacchiere, forse sono  solo chiacchiere (non dovrebbe…, è importante…) ma anche se è così sono le uniche chiacchiere che forse, potrebbero, ma chi sa?, avere qualche effetto sui vertici di Pyongyang… Nulla, però, né in questa dichiarazione né in altre analoghe, per esempio del ministro degli Esteri, rilasciate in questo frattempo sulla questione a Pechino, punta il dito contro la Corea del Nord come l’unico soggetto responsabile delle tensioni accerchiate.

La Cina, potenza nucleare essa stessa e uno dei cinque paesi che all’ONU hanno diritto di veto, si associa – ma forse con più avvertenza di altri della contraddizione insita nella rivendicazione che al pari con gli altri avanza dell’oligopolio del nucleare – alle pressioni su Pyongyang del vertice delle Nazioni Unite— che, tra l’altro, e non aiuta di certo, si sono date come segretario generale, per volontà precisa degli USA, una nullità quasi assoluta: ma nullità già ministro degli Esteri della Corea del Sud e uomo apertamente a Washington allineato e coperto.

Anche la Cina, come tutto il mondo del resto – a parole e scartando le proprie contraddizioni – è impegnata perché la nuclearizzazione resti il più limitata possibile nella penisola coreana. Ma per farlo non può non ignorare il fatto concreto e politico che, comunque, lì e nelle adiacenze oceaniche delle penisola, sono già presenti da anni centinaia di bombe A e H, quelle americane, su aerei, portaerei e sottomarini: tutti puntati sulla Corea del Nord.

Per questo, forse, non si associa né vuole lasciar intendere di volerlo fare alle sanzioni anti Corea del Nord mirate ed esasperate degli Stati Uniti d’America. Ma ci tiene a far sapere che, riaffermando i suoi interessi nazionali anche a fronte di Pyongyang, essa sta esercitando comunque – antinomie o non antinomie – per ragioni oggettive la sua opera di pressione, o se volete di convincimento, in direzione della moderazione sulla Corea del Nord.

C’è anche il problema che, poi, in America nessuno sembra davvero capirci niente, su quel che sul serio sta succedendo in Corea del Nord. Questo è l’ennesimo fallimento di un gigantesco, separato (e perciò?) anche impotente apparato di intelligence: 16 agenzie indipendenti, nessuna davvero coordinata con l’altra che, per dirla con la sintesi che ne fa il NYT, da una parte vede schierato “coi falchi il braccio di intelligence del Pentagono, la Defense Intelligence Agency, la DIA, che teme la capacità dei nord-coreani di minacciare le truppe americane con armi nucleari piazzate magari su un missile anche assai rozzo; mentre con gli scettici si schiera piuttosto il dipartimento di Stato che nutre più dubbi sulle capacità vere di Pyongyang. E da qualche parte nel mezzo, c’è la CIA

   (New York Times, 12.4.2013, D. E. Sanger e E. Schmitt, Contrasting Views on North Korea Underscore Sensitivities and Lack of Evidence Diverse letture sul Nord Corea evidenziano sensibilità diverse e la mancanza di prove http://www.nytimes.com/2013/04/13/world/asia/contrasting-views-on-north-korea-underscore-sensitivities-and-lack-of-evidence.html?ref=global-home&_r=0).

Insomma, sono in tanti, anche qui e anche stavolta, a temere di avere troppo spesso strillato, e per ragioni di politica puramente politicante,avere  lasciato strillare  troppo di frequente strillare al lupo, al lupo e da farsela sotto per l’ennesima, possibile figuraccia  tipo quella delle armi di distruzione di massa di Saddam che non c’erano. Dunque, dentro quella che è la comunità dell’intelligence, per definizione però un ossimoro, c’è chi dice che i nord coreani possono, forse, chi dice che forse potrebbero e chi confessa di non averne la minima idea…

Mediterraneo arabo (il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais) e l’Africa

●Il Fondo Monetario Internazionale potrebbe modificare la quantità del prestito in linea di principio già concordato con l’Egitto, 4,8 miliardi di $, secondo quanto ha spiegato a Washington Masood Ahmed, autorevole direttore del dipartimento mediorientale e dell’Asia centrale dell’FMI stesso che partecipava a Dubai a un convegno di ministri delle Finanze e banchieri centrali del mondo arabo. Ahmed ha ribadito nell’occasione che quantità e termini della “necessaria” revisione dipendono dai bisogni del paese che andranno, ora, ridiscussi al Cairo vista la necessità, dopo l’accordo raggiunto a novembre ma sospeso a causa delle turbolenze politiche, di “superare gli ostacoli che ancora restano(Ahram.online, 2.4.2013, IMF could change size of $4.8 billion Egypt loan Il FMI potrebbe cambiare la dimensione del prestito da 4,8 miliardi di $ all’Egitto http://english.ahram.org.eg/NewsContent/ 3/12/ 68284/Business/Economy/IMF-could-change-size-of--billion-Egypt-loan-Offic.aspx) .

Il Fondo chiede di veder migliorare le prospettive di bilancio del paese, specifica, col taglio della spesa sociale— anzitutto, riducendo i sussidi ai consumi basilari che contengono il disagio sociale a carico del bilancio. Misure che, però, inevitabilmente peggiorerebbero l’equilibrio socio-economico e politico del paese (Agenzia Stratfor, Global Intelligence, 20.3.2013, Egypt's Careful Economic Changes I cauti cambiamenti economici dell’Egitto http://www.stratfor.com/analysis/egypts-careful-economic-changes).

●Il governo Morsi rende però noto a metà aprile di non intendere più chiedere al Fondo monetario di aumentare, come pure gli va proponendo, l’ammontare di questo suo prestito ma, appunto, alle sue condizioni. Lo rende noto il governatore della Banca centrale del Cairo, Hisham Ramez (The Star/Singapore, 14.4.2013, No Egypt request for bigger IMF loan, central banker tells paper Nessuna richiesta egiziana di aumentare il prestito, dice il banchiere centrale del Cairo alla stampa http://thestar.com.my/news/story. asp?file=/2013/4/14/worldupdates/no-egypt-request-for-bigger-imf-loan-central-banker-tells-paper&sec=Worldup dates).

In effetti, il paese che pure sta affidandosi largamente all’aiuto esterno per i bisogni finanziari che ha e le grandi ambasce della sua economia (Stratfor, Global Intelligence, 25.2.2013, Egypt’s economic crisis La crisi economica dell’Egitto http://www.stratfor.com/analysis/egypts-economic-crisis), ha deciso di puntare più che sul mercato internazionale in sé sul l’aiuto di altri paesi arabi. 

●E, in effetti, riescono ad incassare un impegno per loro di assolutamente cruciale importanza dal primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, che annuncia per conto del suo emiro, Hamad bin Khalifa Al Thani (sì, certo, sono proprio parenti stretti) di avere ora graziosamente aumentato di altri 3 miliardi di $ il credito già aperto al Tesoro egiziano per costruire e rimodernare alcune sue industrie chiave e raddrizzare un po’ gli equilibri finanziari traballanti del paese. L’impegno ora assunto si somma a quello generale, ancora in larga parte ovviamente non onorato, e che alla fine ammonterà a 18 miliardi di $ in un quinquennio.

Il che garantisce nell’immediato, forse per alcuni mesi ancora, all’Egitto di poter pagare il conto delle importazioni che, con gli introiti del turismo e degli investimenti dall’estero in caduta libera a causa della turbolenza che dopo la rivoluzione di primavera, ha buttato giù questa economia; ma aumenta, come è ovvio, la dipendenza delle sue scelte dai desiderata islamo-fondamentalisti di S.A.R. l’emiro del Qatar (The Times of Israel, 10.4.2013, Qatar pledges additional $3 billion to Egypt aid Il Qatar promette altri 3 miliardi di $ in aiuti all’Egitto http://www.timesofisrael.com/qatar-pledges-additional-3-billion-in-egypt-aid).

●Il 2 aprile, in un incontro del suo massimo organo di vertice, il Consiglio consultivo, lo Shura, tenuto al Cairo, Hamas, come ha commentato un’osservatrice assai attenta e ben addentrata nelle cose palestinesi (P. Caridi, Meshaal (di nuovo) capo del politburo http://invisiblearabs.com/?p=5555)  sceglie la continuità: tra questione siriana, instabilità egiziana e riconciliazione palestinese (infinita) meglio non toccare troppo gli equilibri, anche geopolitici”… e così rielegge, a maggioranza e con votazione segreta ma alla luce del sole stavolta, all’Hotel Intercontinental del Cairo, alla sua massima carica Khaled Meshaal per un altro mandato di quattro anni..

Malgrado e a fronte delle rampogne dell’ala estrema militar/militante che opera nella striscia di Gaza e che critica da tempo duramente il pragmatismo/moderazione del suo presidente (The Star, 2.4.2013, Nidal al-Mughrabi, Palestinian Hamas Islamists re-elect Meshaal as leader I palestinesi dell’islamica Hamas rieleggono come loro capo Meshaal http://thestar.com.my/news/story.asp?file=/2013/4/2/worldupdates/palestinian-hamas-islam ists-reelect-meshaal-as-leader&sec=Worldupdates).

Meshaal, 56 anni e da decenni in esilio molto attivo negli ultimi mesi nel cercare un riavvicinamento, non conclusivo però, con Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese, voleva lasciare ed è stato convinto dalla forte pressione esercitata su di lui specie da Egitto e Qatar che si sono ora impegnati a insistere con Mahmud Abbas, presidente dell’ANP e di Fatah al governo, per il poco che consente Israele, nominale della Cisgiordania militarmente occupata per un effettivo loro riconoscimento reciproco, un  riavvicinamento e una collaborazione in progress tra ANP e Hamas, che porti a ritrovare l’unità dei palestinesi.

Tutto questo significa anche alcune cose in trasparenza assai chiare. Due, soprattutto:

• la conferma del cambio di alleanza di Hamas che – con l’esplodere in Siria del settarismo peggiore che quando era forse ancora possibile, all’inizio della rivolta, il regime di Assad non ha potuto/saputo tenere sotto controllo negoziando sul serio con i meno estremisti, si è spostato man mano e da ormai oltre un anno, dal fronte della Siria di Assad a quello sunnita guidato nella guerra civile dall’Arabia saudita e, soprattutto, dal Qatar, ma comprendente anche e proprio l’Egitto oltre alla Turchia— dagli emiri del Golfo ai Fratelli mussulmani del Mediterraneo e a Istanbul – ha preso una distanza crescente dall’Iran.

Attraverso l’Egitto e il valico di Rafah nel Sinai, adesso, il primo ministro di Hamas, Ismail Hanyeh, è tornato a Gaza, dopo aver incontrato a lungo in Qatar, sia Khaled Meshaal, appena rieletto a capo del partito e che da un anno ha ormai trasferito lì, proprio da Damasco, la sede ufficiale del movimento, sia l’emiro Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, suo nuovo grande protettore.

Bisogna aver chiara la complessa trama delle alleanze, dichiarate e meno, di questo nuovo protagonista dello scacchiere mediorientale. Così adesso l’emiro sostiene, finanzia e arma per quel che serve Hamas, il cui massimo leader è il nemico palestinese peggiore e più serio che abbia Israele; mentre, allo stesso tempo, sta dietro al “peggio” delle milizie islamiche – anti-Assad e, insieme, anti-sionista e anti-americana – che ci sono oggi in Siria e pure ai gruppi al-Qaedisti che oggi si scatenano in Iraq contro il governo al-Maliki e è anche dietro lo scatenarsi più estremo della rivolta in Mali…

Sono gli ultimi frutti tossici – l’eterogenesi dei fini – della fallimentare strategia americana in Asia, già testata in Afganistan quando, con successo iniziale e disastro finale a dieci anni e più di distanza , finanziarono, inventarono e armarono contro… i russi Osama bin Laden[3].

• poi, la questione del come consolidare in futuro, dopo il tramonto di Abbas e con lui di Fatah che non sembra ormai molto di là da venire, la realtà politica complessa e variegata della Palestina dove si fa ormai del tutto evidente che l’obiettivo di Meshaal è ormai esplicitamente quello della guida complessiva dell’OLP.

Significa che Hamas non ha smesso di puntare alla riforma radicale e profonda— ma bisognerà vedere quanto, poi, aperta al mondo e alla realtà come essa è della regione: sunniti, sci’iti, moderati e estremisti e anche, anche certo perché lì ci sono e contano, americani ed israeliani di quella che – l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – tutti i palestinesi ritengono l’unico organismo con la legittimità di rappresentare tutto il popolo palestinese, come nota ancora il blog (Invisible arabs) appena sopra citato a pagina precedente.

●Sul fronte della ricostruenda relazione “amichevole” tra Turchia e Israele, su cui personalmente si era speso un mese fa Obama in visita a Gerusalemme, imponendo di fatto al premier una riluttante telefonata all’omologo turco, portando – pareva – alla profferta ufficiale di scuse formali per l’assalto e il massacro del 2010 di una decina di giovani dimostranti turchi della Mavi Marmara, non se ne fa niente di serio. Le scuse promesse a Obama, e soprattutto a Erdoğan, nella forma voluta, dovuta, accettabile e accettata dai turchi e dalla loro opinione pubblica, non sono mai arrivate. C. v. d.

   (1) Stratfor, Global Intelligence, 28.3.2013, The U.S. Role in Warming Israeli-Turkish Relations Il ruolo degli USA [un fallimento] nel riscaldare i rapporti israelo-turchi http://www.stratfor.com/analysis/us-role-warming-israeli-turkish-relations); 2) del resto, un mese fa, qui scrivevamo –  e non si trattava di una scommessa, senza essere certo profeti  ma solo, forse, un pochino più accorti dei guru del dipartimento di Stato – come “pare proprio che Obama si sia lasciato, ancora una volta, prendere in giro da Binyamin Netanyahu” ▬ Nota congiunturale no. 4-2013 ▬ http://www.angelo gennari.com/notaaprile13.html).

E, lo ha annunciato adesso seccamente il PM turco: finché non arriveranno vere e formali scuse (non del tipo “ci dispiace tanto”; ma di quello, profondamente diverso e poco digeribile degli israeliani ,  di “abbiamo sbagliato e, perciò, ci dispiace tanto”…), insieme al ritiro del blocco navale che Israele impone da sei anni a Gaza, l’ambasciatore turco non tornerà a Tel Aviv e quello israeliano non rioccuperà l’ambasciata a Istanbul.

In effetti, anche così la Turchia sta provando a rafforzare la propria credibilità di alternativa ambiziosa ma unica, credibile e disponibile, agli Stati Uniti che cominciano, comunque, a ridimensionare la propria presenza nella regione: anche e proprio, come capacità di far fronte, e meglio di quanto mai abbiano fatto gli USA data la loro stra-dipendenza da Israele e dai suoi fans americani, rispetto alla stra-potenza di Gerusalemme e al bisogno di minima riassicurazione del mondo arabo-islamico ma anche della Russia e della stessa Europa del Sud, appunto, nella regione (TurkishPress.com, 14.4.2013, Turkish PM says ambassador not to return to Israel before Gaza blockade lifted Il premier turco afferma che l’ambasciatore non tornerà in Israele prima della levata del blocco navale a Gazahttp://www.turk ishpress.com/news.asp?id=384118).

E, ora, il premier turco con parole anche volutamente qualche po’ secche – ricordando che già una volta, dietro la promessa di Obama a operare “concretamente a favore” dei palestinesi, aveva rinviato una sua visita a Gaza, stavolta – anche visto quanto poco abbia reso quella promessa – non accetta l’invito, la pressione esplicita fattagli dal ministro degli Esteri americano, John Kerry, a rinviarla ancora.

Erdoğan insiste che, come previsto, si recherà in visita a Gaza a fine maggio, subito dopo la sua visita prevista proprio a Washington e in coincidenza col terzo anniversario della mattanza sulla Mavi Marmara (Arutz Sheva— Canale 7/Radio/Tv del movimento religoso sionista/Beit Al, colonia sionista della Cisgiordania, 22.4.2013, Report:Erdoğan Determined to Visit Gaza Notizia: Erdoğan deciso a visitare Gazahttp:// www.israelnationalnews.com/News/Flash.aspx/266787).

●Ora qualche nuova apertura, forse, la offrono anche le dimissioni del primo ministro dell’ANP,  un tecnocrate di alto profilo come Salam Fayyad, molto stimato in occidente e specie in America: è stato un alto funzionario del FMI, persona capace, indicata proprio dalla Clinton a Abbas a suo tempo e, proprio per questo anche da lui designata nella speranza che con questo pedigree riuscisse a sbloccargli qualche “benevolenza” americana…

Non è andata così. E proprio con Abbas si è riaperta, a questo punto, la conflittualità soprattutto e precisamente perché Fayyad non ha strappato niente di apprezzato per i palestinesi dai suoi sponsor occidentali e anzitutto dagli americani. Di qualsiasi aiuto concreto, che non sia pura e semplice elemosina ma anche qualcosa di politicamente significativo degli americani ai palestinesi si parlerà forse tra cent’anni, legata e dominata come in effetti è Washington ai desiderata di Tel Aviv.

Fayyad, poi, ha in effetti migliorato e non poco l’amministrazione palestinese fino ad allora abbastanza raffazzonata e notoriamente clientelistica dell’ANP ma non è riuscito a strappare un millimetro di spazio agli israeliani non solo rifiutando ogni intervento a favore dei palestinesi ma perfino ogni richiesta anche solo di rispetto dei loro diritti minimali e, quindi, delle aspettative, delle speranze, dell’esasperazione dei palestinesi. Così a poco a poco perdendo ogni credito che aveva altrimenti acquisito nei confronti dei suoi (Wall Street Journal, Palestinian Prime Minister Fayyad Quits Si dimette il primo ministro palestinese Fayyad http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324695104578420893 741401134.html?mod=googlenews_wsj).

E, d’altra parte, ha fallito anche perché – molto prosaicamente e, per qualsiasi agibile spazio di pace anche tragicamente – non è riuscito a sbloccare, anzi ha visto diminuire fino a interrompersi, nel corso proprio del suo mandato di primo ministro, ogni minimo aiuto che pure gli USA si erano impegnati a dargli: perché neanche l’ANP, presieduta da Abbas e in secondo luogo da lui, ha potuto accettare di piegarsi ai voleri degli USA, di obbedire rinunciando a ottenere per i palestinesi la soddisfazione almeno morale e politica di poter aderire all’ONU come Stato membro anche se, ancora, solo osservatore.

Sul NYT – e deplorandolo in modo quasi accorato ma imputando le colpe della situazione che ha portato Fayyad alle dimissioni (di fatto, al licenziamento) ai palestinesi per le loro scelte (loro, dice!) anti-USA ma anche, appunto, imputandole alle politiche sciocche, suicide a termine, di Israele e al Congresso e al governo USA, dice chiaro che le cose stanno così il noto columnist e, in fondo aedo delle ragioni di Israele – sì i palestinesi hanno diritti, Israele glieli nega ma, per averli, essi devono acconciarsi ad aspettare (New York Times, 23.4.2013, T. L. Friedman, Goodby to All That Addio a tutto questo http://www.nytimes.com/2013/04/24/opinion/friedman-goodbye-to-all-that.html?ref=global-home). Non c’è niente da fare: assicura Friedman che, se non si rassegnano ad aspettare pazientemente, peggio per loro…

●In Siria, a marzo, secondo la stima dell’Osservatorio siriano sui Diritti umani di base a Londraltamente apprezzato specie in occidente e specie in America (alto funzonario del FMI, tra l’altro) a, sono morti nella guerra civile 6.002 siriani, e questo mese risulta così il più letale della guerra civile  che, secondo la stessa fonte, ha falcidiato in due anni 62.500 persone. L’altra cifra che gira, avvalorata in qualche modo dall’ONU ma,  per sua natura impossibile da documentare, è di 70.000 siriani uccisi (The Economist, 5.3.2013, The extent of the suffering Le dimensioni della sofferenza http://www.economist.com/blogs/pomegranate/2013/04/syrias-crisis).

Dubbia però, e assai, è anche la credibilità di questa fonte, apertamente schierata contro il regime di Assad e a fianco di certi gruppi, i più filo-occidentali tra quelli ribelli, finanziata da donazioni non propriamente neutrali e, di fatto, formata dal solo  Rami Abdul Rahman, quarantaduenne cittadino siriano emigrato a Londra tredici anni fa, che campa così, bene, finanziato da quelle donazioni non proprio al di sopra di ogni sospetto mai documentando ma sempre diffondendo i dati che fornisce via web (New York Times, 9.4.2013, Neil MacFarquhar, A Very Busy Man Behind the Siryan Civil War’s Casualty Count Un personaggio indaffaratissimo dietro il conteggio delle vittime della guerra civile siriana http://www.nyti mes.com/2013/04/10/world/middleeast/the-man-behind-the-casualty-figures-in-syria.html?ref=global-home).

●Intanto, l’esplodere della rivolta siriana, il suo ristagnare sempre ribollente in quella che ormai è la vera e propria guerra civile senza soluzione di continuità che imperversa in Siria – tra un regime sempre come più chiuso in un bunker fortificato assai vasto e una rivolta essa stessa vastamente diffusa sempre più connotata da un’impronta islamista-estremista – comincia a comportare, come del resto era stato largamente previsto – ripercussioni potenzialmente destabilizzanti e preoccupanti in tutti i paesi vicini: Libano, Giordania…

Ma anche, e perfino, nella potente Israele: qui a Tel Aviv temono ogni giorno di più che il ritiro di consistenti contingenti di truppe siriane dalle zone vicine alle alture del Golan a causa della necessità di impiegarle nel conflitto interno potrebbe aver lasciato, o lasciare, il campo libero agli al-Qaedisti. Questa è diventata ormai, con forti motivazioni, anche la discriminante effettiva che pubblicamente e prepotentemente avanza in America. E ora toccherà a Obama uscire allo scoperto e pronunciarsi.

In due separate sessioni di discussione congressuale, davanti alla Commissione Forze Armate del Senato, il nuovo segretario di Stato John Kerry, seguendo le orme della signora Clinton che lo aveva preceduto, ha sottolineato con forza “le opportunità che per l’America offre – per l’America, si capisce: tutto qui è visto da questo angolo stretto di visuale l’unico che, poi, conta e trova la dignità di qualche eco – lavorare con l’opposizione siriana aumentando così la pressione esercitata sul presidente siriano”.

Dall’altra parte, si sono seccamente schierati, invece ed insieme, il nuovo segretario della Difesa, Chuck Hagel, e il generale americano più alto in grado, il capo dei capi di stato maggiore, Martin E. Dempsey. Che, sempre al Senato, hanno rilevato invece l’importanza che “il Pentagono stia già consegnando agli insorti siriani medicinali e razioni alimentari”: e si sa, anche, che divergendo da questo loro giudizio, e non si sa bene su disposizione esatta di chi, la CIA intanto va consegnando anche armamenti e materiale bellico a qualche gruppo di insorti, incrociando le dita nella speranza che alla fine non arrivino nelle mani di al-Qaeda…

Che è poi precisamente quello che paventano Hagel e Dempsey, il quale ai senatori invece apertamente lo dice. Ma sottolineando al contempo – specie il generale – che lasciar coinvolgere l’America nella palude siriana ancora di più di quanto già non lo sia sarebbe un rischio grosso visto “lo stato di confusione crescente interno proprio all’opposizione(New York Times, 17.4.2013, M. T. Gordon, Top Obama Officials Differ on Syrian Rebels in Testimony to Congress Testimoniando al Congresso, esponenti di vertice del governo di Obama divergono su quel che fare coi ribelli siriani http://www.nytimes.com/2013/04/18/world/ middleeast/key-obama-officials-differ-on-syria-in-testimony.html?ref=global-home&_r=0).

●In ogni caso, a fine mese Obama dà segnali evidenti di nervosismo sul tema Siria. E non solo per il montare delle notizie contraddittorie e del cumulo di massacri e di morti da entrambe le parti e soprattutto tra i civili stretti nella morsa ma anche perché ha improvvidamente di recente ceduto alla tentazione sempre presente nella politica americana di tracciare “linee rosse da non superare se no”… da parte di eventuali avversari o di chi sia, comunque, considerato sul terreno un nemico. Anche se non è in guerra l’America ma lo sono tra loro, a casa loro, i siriani.

In Siria la linea rossa è stato dichiarato, così, l’uso delle armi chimiche: su esplicita e insieme reticente sollecitazione israeliana— Tel Aviv non ha ancora deciso, in effetti, chi per i suoi interessi sia il pericolo davvero maggiore: se Assad o i jihadisti, estremisti e al-Qaedisti che stanno cercando di scavallarlo e di rimpiazzarlo. Ora, il 30 aprile il presidente americano dice di sapere ormai con certezza che le armi chimiche sono state usate (ma chi glielo ha detto? la CIA? i servizi segreti israeliani e britannici? quelli delle armi di distruzione di massa di Saddam dieci anni fa, che però non c’erano?).

Però, Obama confessa anche di non avere la minima idea su chi le abbia impiegate, le armi chimiche, se il regime o i suoi nemici. Aggiunge, però, che se è stato il regime “sarebbe inaccettabile: cambierebbe il paradigma”, potrebbe dover intervenire più direttamente (ma quanto?)  l’America. Non dice, però, che sarebbe inaccettabile se quelle armi le avessero usate (e se le usassero?) i ribelli estremisti. Ed è non poco pericoloso – oltre che dannatamente pilatesco – ovviamente, a noi sembra non dirlo (White House, 30.4.2013, Dichiarazioni in conferenza stampa del presidente Obama ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/04/30/remarks-president-obama-syria).    

●Per la Tunisia, il Fondo monetario ha raggiunto l’accordo su un prestito a due anni di 1,75 miliardi di $ a sostegno dell’agenda governativa che vuole preservare la stabilità del bilancio e quella esterna dei conti del paese. per stimolarne la crescita (e vorremmo vedere…) e far fronte alla vulnerabilità ormai critica del settore bancario, secondo le alate parole della direttrice generale dell’FMI, Christine Lagarde.

Che adesso, superata – o almeno, secondo lei, ormai in via di superamento – l’instabilità politica che aveva a lungo messo in dubbio la concessione del prestito (Stratfor, Global Intelligence, 21.2.2013, Tunisia's Emerging Political Stalemate Lo stallo politico che sta emergendo in Tunisia http://www.stratfor.com/analysis/tunisias-emerging-political-stalemate) presenterà l’accordo all’approvazione finale del Consiglio direttivo del Fondo (AlArabiya, 20.4.2013, IMF reaches framework agreement on Tunisia loan Il FMI raggiunge un accordo quadro sul prestito alla Tunisia http://english.alarabiya.net/en/business/2013/04/20/ IMF-reaches-framework-agreement-on-Tunisia-loan-.html).

●In Libano, la crisi improvvisa del governo di Beirut, scoppiata in marzo con le dimissioni rassegnate dall’ex premier Mikati a nome di un governo maggioritario precariamente sostenuto da una ristretta minoranza dalla coalizione formata dagli Hezbollah sci’iti e da alcune minoranze cristiane contro la coalizione di sunniti e delle frange di destra dei falangisti anch’essi, con quel nome derivante dalla mitologia franchista-fascista, di etnia e religione anch’essa cristiana. Al suo interno non riusciva a trovare un accordo su a chi il governo, nel suo insieme, dovesse affidare l’ultima parola sui temi della sicurezza militare e della gestione dell’ordine interno.

Con la nomina da parte del presidente della Repubblica, Michel Suleiman (obbligatoriamente cristiano maronita, in base all’equilibrio tra sétte voluto dalla Costituzione dettata, andandosene, dai colonialisti francesi) di Tamam Salam, già in passato ministro della Cultura (e, sempre in ossequio al dettato costituzionale, come PM un mussulmano sunnita: lo speaker del parlamento, nella stessa ottica, è necessariamente un mussulmano sci’ita), il nuovo PM  è riuscito a farsi pre-designare (qui si usa così) da un voto pressoché unanime del parlamento (in questa fase preliminare ben 123 su 128 deputati: un ottimo score, a denotare le buona considerazione di cui gode personalmente).

Per ora, almeno, anche col voto probabilmente tenuto sub judice del partito/milizia sci’ita gli Hezbollah, malgrado sia universalmente considerato vicino all’Arabia saudita e all’occidente e molto meno attento alle loro esigenze. Quindi, per ora si sa che, al dunque, ad appoggiare Salam sarà con maggior convinzione ora la coalizione avversaria a quella appena dimissionaria e non sarà facile farsi approvare definitivamente un gabinetto ministeriale maggiormente capace di decidere e agire.

Tirati come sono da una parte e dall’altra, anche qui, i libanesi tutti, dalla zizzania seminata dalla guerra civile debordante tra Siria di Assad e Siria dei ribelli, l’una sostenuta dall’Iran, gli altri tutti puntellati chi dall’Arabia saudita, chi dall’occidente, chi da tutti e due e, anche, chi con maggiore cautela anche e insieme – insieme, cioè, “sionisti” ed al-Qaedisti! – anche e perfino da Israele (ABC News, 6.4.2013, Bassem Mroue, New Prime Minister chosen in Lebanon Scelto, in Libano, il nuovo primo ministro http://www.walb.com/story/218968 24/new-prime-minister-chosen-in-lebanon).

●Come succede, pare proprio, in Giordania dove il regno ha rafforzato, raddoppiato, il numero dei soldati schierati nel dispositivo di sicurezza militare del suo confine con la Siria a nord-est (370 Km.) dopo il che il governo di Damasco ha pubblicamente avvisato il regno hashemita che “stava giocando col fuococonsentendo agli USA e a altri paesi “della regione e di fuori” (Israele?, Arabia saudita?) di addestrare ed armare ribelli siriani sul suo territorio.

Adesso Amman comincia a temere possibili rappresaglie di Damasco per il sostegno che, anche non sempre volontariamente si sente costretta a dare ai ribelli, cercando spesso ma invano di distinguere, ai più “moderati” tra loro ma senza riuscire a sapere quasi mai, poi, in verità chi è l’utilizzatore finale dei suoi aiuti: al-Qaeda e i suoi, in ultima analisi, più spesso che no.

L’ “avvertimento” siriano e le misure precauzionali giordane hanno fatto seguito a “sfortunate” dichiarazioni, dicono a Amman, da parte di esponenti dell’amministrazione di Washington che, addirittura in conferenza stampa, hanno strombazzato che la Giordania, a partire almeno dallo scorso ottobre, sta “facilitando spedizioni di armi e addestramento ai ribelli in campi appositi allestiti sul suo territorio”.

L’organo ufficiale del governo siriano al-Thawra ha accusato di ambiguità, e non a torto, il governo giordano che, da una parte, addestra, lascia addestrare e armare i peggiori estremisti ribelli e, dall’altra, auspica una conclusione negoziata e di compromesso tra i due fronti in Siria (Al Jazeera, 5.4.2013, Jordan bolsters security along Syria border La Giordania rinforza il dispositivo di sicurezza lungo il confine con la Siria http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2013/04/2013451652550741.html).

●E in effetti, si viene adesso a sapere da fonti anonime occidentali che la Giordania ha finito con l’aprire due corridoi nel suo spazio aereo per consentire ai droni israeliani di monitorare l’andamento del conflitto in Siria, Si trata dui aerei zsnea pilota di disegno israelaiano che hano copiti si sorveg lianza e, o vviament,e si spionagio ma sono anche datti del’armamento di dotazione regolamentare per colpure qualasisi bersaglio in Siria. Che, in modo comprensibile, non sembra apprezzare molto (Jerusalem Post, 22.4.2013, ‘Jordan opens skies for IAF drones flying to Syria’ ‘La Giordania apre il suo spazio per consentire agli aerei senza pilota delle Forze Aeree Israeliane i voli sulla Siria’ http://www.jpost.com/Defense/Jordan-opens-skies-for-IAF-drones-flying-to-Syria-310654).    

●A Timbuctu, l’antica capitale del Mali, nelle prime ore di inizio aprile i militanti ribelli hanno attaccato usando anche auto esplosive per coprire le incursioni condotte con successo in città. Alcune centinaia di soldati dell’esercito regolare appoggiati dai caccia francesi hanno contrattaccato e, dicono, ripreso il controllo della città. Peccato solo che, già un mese fa, l’esercito francese avesse annunciato di avere il “pieno controllo” dell’intera regione di Timbuctu (Yahoo!News, 1.3.2013, S. Daniel, Mali troops sweep Timbuktu for Islamist rebels Le truppe maliane [e qualche caccia francese, a dire il vero…] ripuliscono Timbuctu dai ribelli islamisti http://my.news.yahoo.com/mali-troops-sweep-timbuktu-islamist-rebels-023309250.html)

●Dopo che, nella Repubblica Centrafricana, negli scontri per la presa di Bangui da parte dei ribelli, sono stati uccisi tredici uomini delle truppe sudafricane inviate quasi di nascosto a addestrare i governativi e, nei fatti, a combattere – come indicano fonti di Parigi in cambio di diverse decine di milioni di $ proprio di fonte francese – e dopo che la notizia è venuta a galla, così, nel modo peggiore su ordine diretto dei militari, è subito cominciato il ritiro di molti dei 200 uomini del contingente. La notizia è stata data ai media dal presidente del sindacato professionale dei militari sudafricani e in qualche modo confermata anche dal brig. gen. Xolani Mabanga che non lo smentisce ma afferma solo di non poter commentare le voci che corrono.

Del resto, il presidente Zuma che, in proposito, ha detto e si è contraddetto su tutto – sono truppe che servono a addestrare quelle della RCA, sono truppe inviate a proteggere la trentina già lì come addestratori… – adesso dovrà decidersi a dare una qualche risposta sensata  a un’opinione pubblica che anche qui si sta facendo più esigente di quanto fosse una volta (ABC News, 2.4.2013, Agenzia Associated Press, (A.P.), M. Faul, Soldiers Union: SAfrican Troops Withdrawn From CAR— Il sindacato dei militari dice che le truppe sudafricane sono state ritirate dalla RCA ▬  http://abcnews.go.com/International/wireStory/safrica-head-troops-car-peace-18860676m).

Alla fine, in effetti, Jacob Zuma conclude il dibattito, che si andava facendo pesante, dichiarando alla radio pubblica sudafricana SABC, in una riunione di capi di Stato dell’Africa centro-australe a Ndjamena, in Ciad, che tutte le truppe del suo paese si ritireranno ormai “molto presto” dal territorio centrafricano perché, con la cacciata del vecchio governo a Bangui e l’arrivo del nuovo, è caduto l’accordo col quale Pretoria aveva raggiunto l’accordo e inviato le proprie truppe (Al Arabiya. en,  4.4.2013, S. Africa to pull out troops from C. Africa after coup: Zuma Il Sudafrica, dice Zuma, ritira tutte le sue truppe dopo il golpe nella Repubblica Centrafricana http://english.alara biya.net/en/News/2013/04/04/Two-Pakistani-soldiers-hurt-in-Afghan-attack-military-1675.html).

●Il presidente del Ciad, Idriss Déby, ha annunciato che i suoi 2.000 soldati, pagati dai francesi a difendere con le armi oggi in Mali quel governo di golpisti felloni ma fedeli agli interessi francesi , saranno ritirati presto dal paese fratello perché lui ormai rifiuterà di far fronte a una guerra prolungata contro i ribelli maliani, i tuareg e gli islamisti. Il che potrebbe imporre ai francesi – o più esattamente proprio a Hollande e alle sue scelte: lui era, con tutti i problemi anche finanziari che ciò comporta, favorevole a pagare ma far combattere gli altri al posto dei suoi – di continuare a tenere almeno legionari e forze speciali della Francia in Mali molto più a lungo e con maggiori pericoli (The Economist, 19.4.2013).

Infatti, il 22 aprile, il Senato francese, ha ratificato d’urgenza, dopo l’approvazione che conta dell’Assemblea nazionale e all’unanimità, su richiesta del PM Jean-Marc Ayrault, il governo a far restare le sue truppe a “difendere” il Mali – cioè il governo golpista del Mali che ha cacciato il paese nella guerra civile – “finché l’operazione non sarà possibile chiamarla (vuol dire, in sostanza, in modo credibile per l’opinione pubblica francese, diciamo pure un po’ credula ) un successo militare”— concetto che, però, in un contesto militare e politico come quello del Mali, è assolutamente, come si dice contraddittorio in termini— un vero e proprio ossimoro (Libération, 22.4.2013,  Agenzia AFP, Mali: l’Assemblée salue un succès militaire et s’interroge sur l’avenir du payshttp:// www.liberation.fr/societe/2013/04/22/mali-le-parlement-doit-voter-lundi-la-prolongation-de-l-operation-serval_89                                   7922).

La decisione, a leggere i resoconti come quello appena citato, è passata pressoché senza dibattito— non succede solo qua ma in tanti paesi – è vero e deplorevole – nelle occasioni montate come  patriottardiche o, come tali, dipinte. Un segnale sofferto, ma anche chiaro, di rassegnazione del potere politico al dovere del “fardello dell’uomo bianco”, di dare una mano – così come noi la concepiamo— non loro ovviamente – agli “indigeni” come li chiamava nell’Africa o nell’Asia coloniale la reazione quasi automatica – era, però, oltre un secolo fa, poffarre! – il grande cantore dell’impero britannico, Rudyard Kipling…

La Francia riesce, comunque, verso fine aprile a far votare – certo, per quel che vale… – in Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’ennesima risoluzione che stavolta dichiara di voler creare una forza di pace di 12.600 soldati (perché 600 e non 700 o 500, non è chiaro…, però) da inviare in Mali con un’operazione come parte della prossima fase di pacificazione (Stratfor, Global Intelligence, 19.4.2013, Mali: a Shift in Operations Mali: spostamento di obiettivo delle operazioni http://www.stratfor.com/ analysis/mali-shift-operations).

Questa nuova forza, quasi solo africana ma esclusivamente finanziata dall’occidente – dalla Francia anzitutto: anche se Parigi non ha ancora stanziato un euro per farlo e nessuno vede da dove possano tirar fuori quei soldi – hanno già inventato, tanto per semplificare, un nome nuovo per identificarla, Missione di Stabilizzazione Multidimensionale delle Nazioni Unite in Mali, MINUSMA, cui si dovrebbero unire anche i 6.000 soldati dell’Africa occidentale ora già schierati in Mali.

La Mission (qui, in terra francofona di lingua e di dominio post-coloniale di fatto da sempre francese, in francese sono anche gli acronimi, al contrario che in quasi tutto il resto del mondo) dovrebbe adesso focalizzarsi di più sulla protezione dei centri popolati del paese dagli assalti degli insorti piuttosto che sull’attacco alle loro basi comquneue e sempre del resto, difficilmente reperibili (Global Public Voice, 25.4.2013, UN approves new UN peacekeeping force, Minusma L’ONU approva MINUSMA, nuova forza di mantenimento della pace per il Mali http://globalpublicvoice.com/mali-un-approves-new-un-peace keeping-force-minusma).

●Viene ufficialmente annunciato, a inizio aprile, dall’agenzia di stampa nazionale SUNA, che entro fine maggio il Sudan ricomincerà a spedire dai suoi porti del mar Rosso il petrolio del Sud Sudan il cui flusso via oleodotto dalle ex sue province del Sud che era stato interrotto da oltre un anno a causa di scontri militari tra i due paesi e di ciascuno coi rispettivi ribelli e anche delle divergenze del conflitto nel negoziato sul pagamento dei diritti di transito al Nord (Yahoo!News, 6.4.2013, I. Timberlake, Sudan says S. Sudan oil exports to resume by end May Il Sudan afferma che per la fine di maggio riprenderanno le esportazioni di greggio dal Sud Sudan http://sg.news.yahoo.com/sudan-says-sudan-oil-exports-resume-end-may-061709861.html).

Un disaccordo che, intanto, ha fatto perdere miliardi di dollari di entrate a due paesi tra i più poveri in assoluto del mondo. Restano ancora dettagli da risolvere dicono, ma un accordo qualche po’ più che di massima è stato raggiunto tanto che la Trafigura, società svizzera ha già acquistato e pagato per una significativa quantità di greggio comprato nel Sud (Stratfor, Global Intelligence, 27.3.2013, South Sudan: Oil Production to Resume, but Concerns Remain Sud Sudan: il flusso di petrolio riprende, ma restano preoccupazioni http://www.tratfor.com/analysis/south-sudan-oil-production-resume-concerns-remain).

●Il 12 aprile arriva a Juba, la capitale del Sud Sudan, in visita di Stato il presidente del Sudan, Omar Ahmad Assan al-Bashir (BBC News, 12.4.2013, President Bashir orders South Sudan border to be opened Il presidente Bashir ordina l’apertura del confine col Sud Sudan http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-22119556). E’ l’uomo cui nei fatti, oltre che alla sua ribellione, il Sud deve la propria indipendenza ma è chiamato a rispondere di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale dell’Aja.

In un modo che, però, in Africa e, in generale, tra i paesi meno sviluppati del mondo è stato giudicato squilibrato, discriminante e ingiusto, mirato volutamente a scegliere chi punire e chi no a seconda della servilità o meno che ciascuno dimostra non proprio, poi, verso i diritti dell’uomo ma nei confronti degli interessi e dei “valori” veri o presunti dell’occidente…

E’ la prima visita da quando nel 2011 con l’imprimatur di Bashir, il Sud del paese ha fatto la sua scissione e si è trattato di una delegazione ufficiale composta da oltre una sessantina di esponenti del governo accolta in forma solenne dal presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit. In agenda la pace tra i due paesi, sempre in bilico grazie alla turbolenza – la guerra civile interna e anche ogni tanto tra i due Stati – e il cardine su cui alla fine dovrà fondarsi.

Una qualche politica non tanto comune quanto in qualche misura condivisa dettata dall’esigenza che ha il Sud di esportare il proprio petrolio attraverso porti che sono tutti al Nord e al Nord di garantirsi le entrate del petrolio in transito che nella regione del grande Sudan sta quasi tutto al Sud (Stratfor, 12.3.2013, South Sudan, Sudan: Agreement Reached To Start Pumping Oil Again— Sud Sudan e Sudan: raggiunto l’accordo per ricominciare a pompare il petrolio http://www.stratfor.com/situation-report/south-sudan-sudan-agreement-reached-start-pumping-oil-again).

EUROPA

●Prima la diagnosi: l’Unione europea è messa così male che, se qualcuno dovesse sognare di inventarsela oggi, lo prenderebbero per matto. Nei sei paesi maggiori della UE (Polonia, Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Spagna: globalmente, 350 milioni di europei sui 500 che fanno insieme l’Unione) la fiducia nel disegno unitario, tra prima della crisi e oggi, è scesa a livelli storici minimi, catastrofici. E cominciano a emergere con forza domande fondamentali sulla legittimità democratica stessa dell’istituzione.

Un sondaggio condotto dall’Eurobarometro, l’istituto a ciò preposto dalla UE stessa, e pubblicato contemporaneamente, il 24 aprile, su sei grandi quotidiani di quei sei paesi (nell’ordine: Gazeta Wyborcza, le Monde, la Repubblica, Süddeutsche Zeitung, The Guardian, El País) mostra il vertiginoso declino della fiducia proprio nelle nazioni europee che (Spagna, Grmania e Italia) erano storicamente le più europeiste.

Francamente ci sembra inutile commentarlo: si commenta da solo. A questo ci hanno portati. Ma qui va anche riconosciuto che questo abbiamo loro consentito— a lor signori e a chi per conto loro ma su delega nostra ci ha governato. Insomma, nessuno è innocente.

● Unione europea: una schiacciante mancanza di fiducia

% di cittadini che, nei 6 maggiori paesi UE, non avevano (5/2007) e non hanno (5/2012) in essa fiducia

               

Fonte: EUROBAROMETRO [http://ec.europa.eu/public_opinion/index_en.htm]

 

●In Italia, di cui per scelta – e per nostra fortuna – in queste nostre Note congiunturali ci occupiamo solo marginalmente, sapete dove e come hanno finito col cacciarci… Abbiamo (hanno) rieletto Giorgio Napolitano presidente della Repubblica per uscire dal cul de sac in cui s’erano andati a cacciare soprattutto i suoi nipotini del PD, con un atto di generosità vera da parte di un signore di 88 anni che avrebbe pure avuto il diritto, alla sua età veneranda, di goderseli come si dice i suoi veri bis-nipotini.

E questo quando, quasi a chiusura di questa Nota, all’inizio dell’ultima settimana di aprile, siamo alla vigilia della presentazione del nuovo governo: presidente del Consiglio, Enrico Letta, che ha tirato fuori letteralmente dal suo cappello a cilindro in parlamento… Strano governo, non c’è dubbio, tra ministri che solo ieri si sbranavano e si disprezzavano l’uno con l’altro ma anche, a questo punto, governo che sembra come “obbligato” quando, come Letta stesso ha detto chiaro, “la politica ha perso – le hanno fatto perdere loro, i politici – tutta la sua credibilità”…

E in questo paese, che sembra in effetti abbastanza impazzito, escono adesso fuori anche i pazzi come quel disgraziato muratore disoccupato e a dir poco, disadattato, che s’è messo a sparare, a due poveri carabinieri di servizio in mancanza di bersagli politici: qualunque, chiunque fossero nel mirino, ha detto…

Ma – e bisognerebbe che qualcuno glielo chiedesse, no?… – se avesse aspettato solo una mezzora… gli sarebbero pure sfilati davanti tutti, rientrando a palazzo Chigi, da Letta all’ultimo dei ministri senza portafoglio… 

Qui, per ora, solo un’altra osservazione un po’ amara. Letta è, di formazione – anche – un economista: ha studiato scienze politiche alla Normale di Pisa e, soprattutto, s’è fatto solide basi di economia “vicino” a Nino Andreatta. E esordisce, ora, da premier incaricato, ringraziando al Quirinale per l’incarico, con una considerazione che, per il momento, vogliamo considerare solo monca, ma purtroppo significa non avere invece capito bene la natura della crisi economica globale che sta affossando noi e l’Europa tutta: dice di aver osservato come, adesso, e che Nel ringraziare il capo dello Stato osserva, anche il presidente della Commissione europea dice che l’austerità ormai non basta più.  

Ma di colpe e di responsabilità bisogna parlare: qualcuno, naturalmente, le chiama prudenza e responsabilità. Del resto, da sempre tale lui: un uomo prudente saggio, che mai se ha appena potuto ha forzato un qualche passaggio difficile con un qualche salto, mai! Anche, sì anche, quelle di Giorgio Napolitano, il grande procrastinatore, il cunctator massimo, di questa fase complicatissima della storia della Repubblica.

La responsabilità, una volta che era scattata la diaspora finiana, di non averla valorizzata e sfruttata e, poi e soprattutto, una volta che Berlusconi si era auto-eliminato da sé, per paura però, non per responsabilità – un vero ossimoro, una contraddizione in termini, il concetti stesso di responsabilità se applicato al personaggio – nel novembre 2011 sull’altare dello spread e della sua manifesta incapacità di gestire l’economia oltre che l’onore e la dignità persa della Repubblica, la responsabilità di aver deciso (prima Napolitano e, poi, anche Bersani) di non far votare subito gli italiani. Decidendo, invece, dissero, un periodo di “decantazione” e un “governo tecnico” che, nelle intenzioni chiarissime di Napolitano, rendesse nel tempo possibile la formazione, nei fatti, di un governo di larghe intese.

Per questo – per un senso di responsabilità del PD che si è rivelato suicida – non si andò allora, quando Grillo era al 10% e Berlusconi era appena appena più su, alle elezioni…

… poi abbiamo subito un governo tecnico che si è dimostrato non solo incapace di migliorare l’economia (anzi!), ma l’ha addirittura peggiorata…

… riuscendo esclusivamente con questo supplemento di cilicio a ridurre il rapporto deficit/PIL…

… e a ridar vita, così sia a Grillo che a Berlusconi. Che, lo diciamo con qualche esitazione e qualche scongiuro a latere, adesso però dopo il ridimensionamento della strategia vincente di Grillo con la rielezione di Napolitano a questo punto, a noi sembra, disgraziatamente, proprio il vincitore.  Chi era andato, volenteroso, a smacchiare il giaguaro ha, sbagliano tattica e strategia, ridato al giaguaro un supplemento di vita politica che proprio non ci meritavamo di dover subire… 

E, alla fine, col “tradimento dei tecnici” – la presentazione di Monti stesso alle elezioni – non solo a non salvare neanche lui (se non era senatore a vita non sarebbe stato magari neanche rieletto) ma ad affossare probabilmente (per sempre a questo punto? guardate alle elezioni del nuovo/vecchio presidente della Repubblica e a come è andata) sia il PD che, forse per una generazione, anche ogni prospettiva di sinistra in Italia, dando la vittoria strategica vera all’inaffondabile corazzata berlusconiana… e alla nave corsara grillina.

Sarà anche – anzi è – ingeneroso, ma a noi ha fatto un po’ effetto l’elogio funebre di Bersani – che di questo, in effetti, poi si è trattato – apparso dopo la nomina di Letta a premier sull’Osservatore Romano che “aveva condotto – dice – una campagna elettorale sobria e realista, adatta a una forza politica che si accingeva a prendere in mano il governo del paese(l’Osservatore Romano, 24,4,.2013, A Enrico Letta l’incarico di formare il nuovo Governo http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer .setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/internazionale/2013/095q13-A-Enrico-Letta-l-i ncarico-di-formare-il-nuo.xml&locale=it)…

Dicevamo che fa un po’effetto. Peccato solo che adesso il governo lo si dovrà fare proprio come si era giurato di non farlo, “con Brunetta e Gasparri” magari, sempre che al dunque duri poi qualche giorno, anche e proprio grazie alla sobrietà e al realismo molto molto leggero, quasi passivo, come se la vittoria fosse scontata in partenza, con cui la campagna è stata condotta… E per questo adesso ci ritroviamo – diciamo chi tra di noi ha il cuore che batte un poco a sinistra e anche, magari, un poco il cervello – dove ci ritroviamo: di fatto, al governo delle larghe intese cui dal novembre 2011 mirava, col suo auspicante e procrastinante moderatismo compromissorio senza niente di serio coltivato da sempre, Giorgio Napolitano.

Grandi intese, Grosse (ma mica tanto, poi…) Koalition, inciucio o quant’altro cui Berlusconi s’è ormai trionfalmente accomodato e a cui forse la maggioranza, l’anima diciamo meno di sinistra del PD si è rassegnata, anche se solo per disperazione ormai e che per quanto esso nel frattempo s’annacquerà e si sbrindellerà tra un anno ci riporterà alle elezioni. Ma con un fronte di centro-sinistra ormai frantumato.

●Una noticina a latere. Siamo stati personalmente contenti, quando abbiamo sentito che puntavano su Franco Marini, per il grande affetto personale che per lui abbiamo maturato e sempre mantenuto dopo anni e anni di organica collaborazione— sempre come un po’ distratta ma, al dunque, sempre poi attenta e disponibile alla discussione e al confronto prima agli Esteri e poi agli Studi nella CISL, da trenta diciamo a vent’anni fa.

E ci è, dunque, molto spiaciuto come alla fine slealmente e con leggerezza di lui e del suo potenziale apporto si siano, poi, liberati i suoi “amici e compagni”, tra virgolette… incolpandolo di intenzioni inciuciste… e, poi, rieleggendo Napolitano, che del tema è stato sicuramente maestro e donno. Così come per altri motivi, forse ancor più meschini (di antipatia/simpatia), hanno poi liquidato pure Romano Prodi: più un buon conoscente, col quale pure c’è stata qualche occasione di collaborare, che proprio un amico… anche se negli ultimi anni c’eravamo sentiti, poi, a lui più vicini…

E adesso aspettiamo un governo, che sia in grado – stavolta vogliamo auspicarlo davvero anche noi – di essere tale in senso utile. O se no, aspettiamo al più presto di andare noi a scegliercelo con elezioni che ci mettano in grado davvero di farlo.

●E, infine, almeno per ora, un’osservazione qui appena delineata. E’ riflettendo un momento al titolo e al “catenaccio”[4] con cui la testata forse più famosa, prestigiosa e anche universalmente letta oggi al mondo, il NYT, rende conto il 24 aprile della possibile soluzione della crisi italiana, che ci siamo resi conto – finalmente anche in piena coscienza e non solo intuitivamente – del perché spesso carichiamo i nostri pazienti lettori, in queste Note, di mille dettagli a prima vista anche superflui quando, ad esempio, descriviamo lo sviluppo della crisi, per dire, del…Mali.

Ecco, il titolo (New York Times, 24.4.2013, E, Povoledo, Italian President Nominates Center-Left Official as Premier Il presidente italiano nomina a premier un esponente del centro-sinistra; e il catenaccio informa e precisa in più del fatto che presidente incaricato è adesso “Enrico Letta vice segretario del partito democratico”▬ http://www.nytimes.com/ 2013/04/25/world/europe/italy-prime-minister.html?_r=0): e questo è tutto se, come capita, uno legge solo i titoli di un articolo, in sé poi certo un po’ più completo e accurato…).

Non esiste qui, come vedete, niente di quello che ha fatto la sostanza e il dramma di questa nostra crisi: la novità e lo sconquasso del M5S…, la crisi forse letale del PD, col fallimento politico e la divisione interna che ha portato addirittura alla rielezione di un candidato capo dello Stato 88enne e che non  voleva essere proprio rieletto…, non esiste la vittoria, anche se oscena e figlia bastarda della peggiore legge elettorale del mondo, di Silvio Berlusconi… Insomma, non si capisce proprio niente di quel che davvero è successo, o quasi.

●L’EUROSTAT, l’istituto statistico centrale della UE che ha sede in Lussemburgo, ha diffuso, a fine aprile, i nuovi dati sulla disoccupazione in Europa a marzo:  nell’eurozona sale di un decimale di punto da febbraio, al 12,1%, il record dalla creazione dell’euro nel 1999,confermando lo stato agonico dell’economia; e appena al di sotto, al 10,9% è la media dei disoccupati nella UE a 27 (New York Times, 30.4.2013, D. Jolly, European Unemployment Sets Another RecordLa disoccupazione in Europa marca un nuovo record http://www.nytimes.com/2013/05/01/business/global/european-unemployment-sets-another-record.html?hpw; 2) EUROSTAT, 30.4.2013, #70-2013, Euro area unemployment rate at 12.1%-EU27 at 10.9%L’eurozona ha un tasso di disoccupazione al 12,1% - L’UE a 27 è al 10,9 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_PUBLIC/3-30042013-BP/EN/3-30042013-BP-EN.PDF).

Quella massa di buro-tecnocrati incapaci che continua a regolarci sempre allo stesso modo, cioè – ormai è a tutti evidente – sbagliando tutto da Bruxelles, continua a scommettere che nella seconda metà dell’anno la ripresa ricomincerà a tirare nell’eurozona: persiste nella credenza insana e supertiziosa che, secondo quel che diceva Einstein, è indice di sicura pazzia: quella di chi, perseguendo sempre nello stesso modo lo stesso obiettivo, alla fine possa cambiare qualcosa nell’esito finale. Ma è, appunto, quello che vanno blaterando a vuoto da almeno quattro o cinque anni, continuando sulla strada dell’austerità come regola generale, quelli di Bruxelles e tutti i nostri governi che tengono loro bordone.

E’ la banda degli austeriani, formata da quasi tutta l’accademia e dalla gran parte dei leaders politici – Merkel, Monti, Cameron, Rajoy… e loro famigli: i Brunetta, le Fornero ma anche, a modo loro, i Bonanni annidati nella CISL e altrove – ma, al dunque, poi – non prendendone mai le distanze in modo deciso e chiaro e lasciandoli fare – anche Hollande e Bersani, per dire che è riuscita nell’assoluto capolavoro storico di portare il tasso di disoccupazione dell’eurozona – come lo contano loro poi – al 12%: un livello mai raggiunto dalla Grande Depressione degli anni ’30, ormai  di settant’anni fa.

●La Banca centrale europea, unico strumento che di tanto in tanto dà una spallata a smuovere la politica economica di questo continente dallo stallo mortale cui è condannata dall’infingarda inazione dei propri governi e della propria inesistente politica economicamente integrata, constata nella riunione mensile del suo direttivo a inizio aprile che la crescita ristagna di brutto, che vista la paralisi di domanda e consumi l’inflazione non fa davvero più paura a nessuno (a fine aprile nella UE è all’1,2%!!, sempre secondo EUROSTAT).

Per cui, spiega Draghi – che, tra parentesi, fa vedere come alla fine la difesa di Cipro dimostri che la UE vuole mantenerlo nell’euro ed è pronta a difendere l’eurozona com’è – anche se per farlo, poi,

● Nei numeri, lo specchio di una disoccupazione pesante e sbilanciata   (grafici)

% della forza lavoro                 paesi selezionati           2.2012    2.2013

 

Fonte: EUROSTAT, 12.2012

fosse necessario strozzare Cipro… – (New York Times, 4.3.2013, M. Eddy, J. Ewing e J. Werdigier, E.C.B. Chief Says Cyprus Shows Committment to Euro Il capo della BCE afferma che Cipro mostra l’impegno sull’eurohttp://www.nytimes. com/2013/04/05/business/global/european-central-bank-holds-steady-on-interest-rate.html?_r =0)noi siamo pronti ad agire”… però non agiamo, per ora[5]!

Lui vuole, e in teoria ha ragione, che agiscano finalmente i governi. Ma non lo fanno… e lui non cambia comunque: insieme ai suoi colleghi decide, immobilizzato dal mandato rigido che ha di difendere una stabilità dei prezzi che nessuno comunque minaccia, di lasciare dov’è allo 0,75% il tasso di sconto dell’eurozona. Dopotutto, lui ci ha provato una volta comprandoci i BoT a iosa e di più non gli si chieda di fare ancora!). Mentre, contemporaneamente, la Banca del Giappone agisce, finalmente, in modo del tutto diverso (ECB, 4.4.2013, Dichiarazione introduttiva della conferenza stampa di Mario Draghi (english) http://www.ecb.int/press/pressconf/2013/html/is130404.en.html).

Anche se adesso, certo, il presidente della BCE afferma che sta studiando – se niente a livello politico-economico vero e proprio alla fine si muove – nuove misure per stimolare coi mezzi che ha lui, monetari e da banchiere centrale… Quali non dice, però (New York Times, 4.4.2013, (A.P.), Draghi: ECB Looking at New Tools for Growth Draghi: la BCE sta cercando nuovi strumenti per la crescitahttp://www.nytimes .com/aponline/2013/04/04/world/europe/ap-eu-european-central-bank.html?ref=global-home).

Purtroppo, punta il dito ancora una volta Krugman, è l’OCSE, che continua a scommettere ancora sull’austerità da far sopportare agli altri come rimedio di tutti i mali quando in realtà è essa la palla di ferro che scassa tutto l’edificio della economia moderna. Il suo capo-economista – il nostro, italiano – Pier Carlo Padoan – uno che, continuando a non capire niente e a non leggere la realtà per quella che è ma traguardandola sempre ideologicamente – dal buon neo-cons che continua ad essere, insiste a dire, al giornale-manifesto dei neo-cons, il WSJ, che questo è il momento in cui stare più attenti: perché “ora l’eurozona rischia di strappar via la sconfitta dalla fauci della vittoria, se adesso abbandona gli sforzi di tagliare i deficit di bilancio e di aggiustare i seri problemi di lungo periodo che da tempo si porta dietro”.

La percezione che va dilagando – lui stesso riconosce – è che l’austerità sia stata una cosa futile, anzi dannosa, non è corretta, insiste: lui, al riparo del suo pingue compenso mensile da € 20.000 circa, asserisce che “il consolidamento fiscale – eufemismo per i tagli ai bilanci, alla spesa e specie al welfare sta dando i suoi risultati: sono i sacrifici e la pena [della gente, non certo i suoi e quelli di lor signori] che danno i risultati(Wall Street Journal, 29.4.2013, intervista a P. Hannon, OECD Fears Euro-Zone May Snatch Defeat From Jaws of Victory L’OCSE teme che l’eurozona possa adesso strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria http://blogs.wsj.com/economics/2013/04/29/oecd-fears-euro-zone-may-snatch-defeat-from-jaws-of-victory/? mod=WSJBlog&cb=logged0.19361872924491763).   

E aggiunge, che “i politici di tutta l’eurozona hanno bisogno solo di comunicare meglio questi loro successi (ma quali? più disoccupazione? meno crescita? debiti pubblici che crescono invece di andar giù, dovunque? ma questo qui, che tra la gente normale – quelli che se gli va bene si portano a casa un decimo del suo compenso mensile – non vive più da vent’anni ormai, di che caspita viene parlando?) a una popolazione che – perfino lui se ne accorge ora  – si  va stancando”…

Conclude secco Paul Krugman che “questo è una specie di eurolinguaggio – proprio orwelliano: il bene è male, la pace è guerra – e sta a significare che questi intendono continuare a menare botte da orbi fino a far migliorare il morale” della gente (New York Times, 30.4.2013, P. Krugman, The Beatings Must Continue La punizione deve andare avanti http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/30/the-beatings-must-continue-2).

●Per il quarto trimestre di seguito, la Repubblica ceca ha registrato un calo del prodotto interno lordo e sta vivendo il periodo economicamente più brutto della sua esistenza almeno dal 1997 (pare quasi l’Italia…). Il PIL si è ridotto dell’1,7% anno su anno nel 2012 e le previsioni della Banca centrale ceca sono per una contrazione dello 0,3% quest’anno. La compagnia di consulenza internazionale Ernst & Young la vede anche meno rosea, aspettandosi una contrazione superiore di mezzo punto secco nel 2013.

Qui, poi, al contrario che da noi – e va ricordato – le esportazioni vanno bene, meglio, con un +4,1% a tasso annuo nel quarto trimestre del 2012  malgrado quella che abbiamo visto essere una situazione generale davvero difficile. E, poi, in questo paese, il debito pubblico è appena al 43,9% del PIL a fine 2012, molto al di sotto non solo del nostro – che è facile – ma anche di quello medio di gran parte dei paesi industrializzati.

E’ il motivo per cui qui particolarmente sbagliata è sembrata – a molti esperti e alla fine anche alla maggioranza dei cechi e perfino, pare, allo stesso governo – l’idea che alzare le tasse e tagliare le spese per curare entrate fiscali in calo e un’economia che stava entrando quasi in catalessi fosse una pratica demenziale, prostrata alle pratiche devozionali del cilicio austeriano neo-liberista da far patire alla gente media.

Per cui, invece, sarebbe stata più opportuna, specie con quel debito pubblico pressoché inesistente, qualche misura congiunturale di stimolo economico serio. Ora, il nuovo governo ceco, liberatosi anche di quella zavorra che era il prosopopeante e reaganiano presidente della Repubblica Klaus, finito pure, per la sua consueta protervia, poi sotto impeachment, ha annunciato che l’anno che viene diminuirà i tagli di spesa e aumenterà gli investimenti anche a costo di indebitarsi di più (China.org.cn, 1.4.2013, Czech economy stuck in record recession— L’economia ceca inchiodata in una recessione da record ▬ http://www.china.org.cn/world/Off_ the_Wire/2013-04/01/content_28420589.htm).

●Appena eletto, il nuovo presidente della Česká Republika, la Repubblica ceca, Milos Zeman, ha invitato il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, a presenziare con lui al primo alzabandiera del vessillo della UE che abbia mai accompagnato sugli spalti del Castello di Hradčany la bandiera ceca: la prima volta dall’adesione del paese ai 27 del 2004 perché solo a pochi giorni dalla scadenza del mandato del vecchio tetragono e eurofobo presidente Klaus.

Nell’occasione, Zeman ha anche apposto la sua firma all’addendum al Trattato europeo che, approvato e ratificato da governo e parlamento, Klaus aveva rifiutato di firmare e con cui, solo adesso quindi, anche la Cechia completa la sua adesione al Meccanismo Europeo di Stabilità che  già ratificato da tutti gli altri 26 paesi del blocco e in funzione anche se ancora privo del sì formale dei cechi (Russia Today, 3.4.2013, Czech president raises EU flag, signs European Stability Mechanism Il presidente ceco alza la bandiera della UE e firma il Meccanismo Europeo di Stabilità http://rt.com/news/line/2013-04-03).

●Il Lussemburgo, cedendo qualcosa alle pressioni della Commissione europea, comincerà a scambiare informazioni col resto dei paesi dell’Unione, negoziandole parallelamente anche con gli Stati Uniti, per aiutare a combatteredice e  dicono – l’evasione fiscale rendendo (un po’) più trasparente il massiccio sistema finanziario del paese. Dal 2015, scatterà un sistema col quale i cittadini europei che hanno conti correnti nelle banche lussemburghesi dovranno assicurare che “le loro tasse verranno pagate secondo la legge dei paesi di residenza”.

Il governo ha però assicurato che la tassazione dei capitali per il suo mezzo milione di cittadini residenti resterà dov’è, al 10%, coperti dall’identica segretezza bancaria che vige al momento. Il Lussemburgo è il paese dal reddito pro-capite più elevato d’Europa a causa proprio di un’industria finanziaria spropositatamente sovradimensionata rispetto a aera e popolazione del Granducato, con assets depositati in 141 istituti bancari – moltissimi filiali di banche estere – dal valore 22 volte superiore ai 44 miliardi del PIL del paese. E è anche il secondo centro mondiale di fondi di investimento, 3.800 di essi del valore di circa 2,5 trilioni di €.

Si va diradando anche con riluttanza la cortina di nebbia con cui l’altro grande paradiso fiscale fiorente d’Europa (ormai sono stati già pesantemente ridimensionati dalla crisi che li ha colpiti nel recente passato Cipro e Irlanda), l’Austria, è andato difendendo l’opacità del suo segreto bancario. Ora, il cancelliere Werner Faymann ha indicato che il suo governo, a questo punto, potrebbe essere disposto a negoziare esso stesso sulla questione.

Anche la Svizzera, tradizionalmente orgogliosa della sua neutralità della sua vetusta e indecente cultura della segretezza bancaria, ha cominciato a cedere negoziando accordi bilaterali – anche se largamente insoddisfacenti e per il momento respinti come troppo protettivi di evasori e elusori – coi governi statunitense, tedesco e pochi altri dai muscoli particolarmente forzuti (New York Times, 10.4.2013, Agenzia Associated Press (A.P.), Luxembourg Agrees to Help Fight Tax Cheats Il Lussemburgo si dice d’accordo ad aiutare a lottare contro gli imbroglioni fiscali http://www.nytimes.com/ap online/2013/04/10/world/ europe/ap-eu-luxembourg-banking-secrecy.html?ref=global-home&_r=0).

O almeno così sembra… Perché, poi, ci pensa di persona il presidente pro-tempore della Repubblica elvetica (eletto a rotazione annua tra i sette membri del Consiglio federale, il governo), Ueli Maurer, che come incarico esecutivo è responsabile della Difesa, a uscirsene dettando brutalmente a un giornale (il domenicale Le Matin romande, 14.4.2013, Ariane Daywr e Magalie Doumaz, intervista al presidente del CFH U Maurer, “La Suisse n’a aucune raison de changer de stratégie fiscale” ▬ http://www.lematin.ch/suisse/suisse-raison-changer-strategie-fiscale/story/13053156) che “il sistema fiscale e di tassazione del paese va benissimo com’è” e  resterà quello che è.

La Svizzera, al contrario del Lussemburgo, ricorda, non è un membro dell’Unione europea e, quindi, non deve sottostare alle sue regole ma solo a quelle che vota il popolo svizzero e a quelle, ben più lasche, dei diktat europei su cose concrete come il segreto fiscale ed eteree come la cosiddetta trasparenza volute dall’OECD. Per cui, alla fine di mille “ammoine” – impiega proprio il termine napoletano, Maurer – la UE se ne tornerà indietro con le pive nel sacco e senza essere neanche riuscita a suonarle.  Certo con questa UE – e la spina dorsale, la carenza di volontà che si ritrova – probabilmente  alla fine avrà ragione lui…   

●Michail Sarris, il ministro delle Finanze di Cipro – quello che negoziò il primo pacchetto di salvataggio alla UE per vederselo poi respingere dal parlamento…, quello che poi è andato a Mosca a chiedere aiuto ricevendone proprio pochino visto il secondo pacchetto nel frattempo rinegoziato e approvato che, comunque, espropriava proprio e soprattutto i depositi russi nelle banche di Cipro…  adesso, dopo aver dovuto anche imporre controlli ferrei sui trasferimenti di capitali in uno dei paradisi fiscali più facili in assoluto del mondo, si è dovuto, inevitabilmente, dimettere (New York Times, 2.4.2013, Reuters, Cypriot Finance Minister Resigns Il ministro delle Finanze cipriota si dimettehttp:// www.nytimes.com/2013/04/03/business/global/cypriot-finance-minister-resigns.html?ref=global-home).

●“Dopo un gran brutto mese in cui Cipro si è trovata sull’orlo del fallimento e di un’uscita forzata dall’eurozona, i ciprioti sapevano che sarebbe andata male. Ma non tanto così”, commenta il NYT, riferendo dei nuovi conti che hanno fatto a Bruxelles e, ovviamente, della situazione che sui ciprioti sta pesando ogni giorno di più. Dice la Commissione che l’economia si contrarrà ancora di almeno altri 12 punti e 1/2 percentuali in due anni – e con una disoccupazione  che è già oggi al 15% – con la riduzione forzata – la chiusura, il fallimento – di un sistema bancario ipergonfiato a ben cinque volte il valore del prodotto nazionale lordo dell’isola.

E siccome, adesso, questi hanno scoperto che con l’insensata ricetta austeriana imposta non ai ricconi di Cipro ma a tutti i ciprioti, anche e soprattutto ai morti di fame di Cipro, succede che – straordinaria  sorpresa, no? – il PIL crolla, scoprono anche che Cipro deve tagliare spese per almeno altri 10 miliardi di € – quasi due volte quelli che avevano calcolato un mese fa – per tenere sotto controllo (è un modo di dire, si capisce…) deficit e debito e poter così almeno incassare quegli altri 10 miliardi strappati il mese passato dal nuovo presidente eletto, Nicos Anastasiades, a Bruxelles (Commissione europea, Dir.Gen. agli Affari economici e Finanziari, 9.4.2013, Assessment of the actual or potential financing needs of Cyprus Valutazone dei bisogni finanziari reali o potenziali di Cipro http://blogs.r.ftdata.co.uk/ brusselsblog/files/2013/04/Estimate-of-financing-needs-ESMT-art-13-v09042013-1.pdf).

Così, con la necessità di rastrellare più soldi con un’economia, però, che precipita per far fronte a deficit di bilancio che aumenteranno ancora e difficilmente consentiranno di rispettare i termini del salvataggio europeo stesso. E poi il governo di Anastasiades si è anche impegnato a guarire le banche, per cui deve trovare il modo di generare i capitali necessari a farlo— specie se le perdite si moltiplicano a valanga con il crollo dell’economia.

Se, poi, Cipro dovesse come ha in vari modi lasciato capire far ricorso all’esplorazione petrolifera dei fondali mediterranei, già va avanzando il suo altolà la Turchia che sulla stessa area fa sue le rivendicazioni dell’altra metà di Cipro, il nord di etnia turca (New York Times, 11.4.2013, L. Alderman, Cyprus Bailout to Cost More Than Predicted Creditors Say Il salvataggio di Cipro costerà più del previsto, dicono i  creditori http://www.nytimes.com/2013/04/12/business/global/cyprus-bailout-to-cost-more-than-predicted-creditors-say.html?ref=global-home&_r=0).

●Gli ultimi colloqui tra Serbia e Kossovo, sponsorizzati a Bruxelles dalla responsabile (si fa per dire, ovviamente…) Esteri della UE, Catherine Ashton, non hanno dato alcun risultato positivo. Ma non escludono qualche ulteriore sviluppo nel prossimo futuro. Dice Ashton, sintetizzando, che il baratro fra le due parti s’è ristretto ma che rimane profondo e che, se i due vedono aprirsi spiragli, l’UE resta disponibile a fornire loro ogni aiuto possibile.

I colloqui che, mediati dalla Ashton, erano cominciati direttamente tra i due primi ministri – per il Kossovo, Hashim Thaci e Ivica Dacic, per la Serbia – erano sembrati marciare finora abbastanza spediti verso un accordo che resta essenziale per l’eventuale adesione alla Unione che i due paesi chiedono e di cui sentono il bisogno.

La linea del compromesso sembrava tracciata e raggiunta sul riconoscimento del diritto delle aree di maggioranza etnica e linguistica serba del nord del Kossovo a formare un’associazione di qualche tipo delle loro municipalità nel territorio dello stesso Kossovo. Ma i due governi non riuscivano hanno trovato l’accordo sul grado di autonomia, cioè sui poteri, che tale associazione di comuni avrebbe dovuto avere.

Dacic, nel corso dei colloqui, si è anche trovato nella situazione, difficile e imbarazzante pure, di negoziare, oltre che con la controparte kossovara, col vice presidente della sua stessa coalizione di governo a Belgrado, Aleksandar Vucic che, in costante collegamento telefonico, obiettava, frenava, qualche volta assentiva: sempre con la sottintesa riserva che senza il suo sì non solo non c’era accordo possibile ma, se una qualche forzatura, ci fosse stata il governo serbo sarebbe immediatamente caduto.

Alla fine, il nodo del contenzioso (più forse ancora che al ritiro delle forze serbe che controllano di fatto il territorio di loro etnia annesso formalmente e unilateralmente, con la forza delle armi della NATO più che delle proprie, dal Kossovo sembra essersi ridotto al riconoscimento del voto nelle elezioni per i 120.000 cittadini serbi del nord del nuovo paese: su cui i kossovari, magnanimamente insistono (sarebbe il riconoscimento e l’accettazione ufficiale del fatto compiuto).

Ma un’idea che proprio per questo ormai trova nemici i serbi-kossovari, perché significherebbe rinuncia, di fatto e in linea di principio, a ogni speranza di riunificazione con Belgrado ma che, a questo punto, proprio la madre patria potrebbe considerare con qualche sollievo      (The Economist, 5.4. 2013, No deal Niente accordohttp://www.economist.com/blogs/easternapproaches/2013/04/serbia-and-koso vo).

Al termine di questo fallito nuovo round di negoziato, il presidente della Repubblica di Serbia, Tomislav Nikolic, capo del partito progressista e nazionalista di vecchio stampo ma tra i più nettamente “moderati”, come li chiamano qui, ha detto che a Bruxelles la Serbia s’è scontrata “con un muro, un ultimatum; hanno cambiato forzatamente il negoziato in un dialogo sull’indipendenza [del Kossovo]: un obiettivo del quale in Serbia nessuno, però, ha il diritto di mettersi a discutere (New York Times, 7.4.2013, (A.P.), Serbia: President Hints EU deal on Kosovo a No-Go Serbia: il presidente accenna al fatto che un accordo UE sul Kossovo non c’è [e se parlasse di indipendenza non ci potrebbe mai essere] ▬ http://www.nyti mes.com/aponline/2013/04/07/world/europe/ap-eu-serbia-kosovo.html?ref=global-home).

●E pressoché inevitabile a questo punto, che avendo definito abbastanza rozzamente come ha fatto da sempre, anche se solo a maggioranza e mai cioè come posizione ufficiale dell’Unione, secondo noi e molti altri soprattutto per piaggeria verso le scelte ideologico-globali degli USA di Clinton e del secondo Bush – secondo cui il nazionalismo serbo era sempre cattivo e quello degli altri al massimo appena birichino: ma croati e anche bosniaci non è che nella guerra civile, da loro poi cominciata, fossero stati proprio diavoletti curiosi – diventa la raccomandazione che la Commissione decide di avanzare al Consiglio dei ministri di rimandare una decisione sulla domanda di adesione di Belgrado (Focus News Agency, 16.4.2013, EU Commission set to delay decision on Serbia membership talks La Commissione UE decisa a ritardare la decisione sul negoziato di adesione della Serbia http://www.focus-fen.net/?id=n304318).

E’ anche vero e va detto, però, che l’Unione nel suo complesso, specie Germania e Francia, ma ormai anche la Gran Bretagna che – nell’ottica sua del diluirne al massimo integrazione e efficacia – era sempre stata favorevole in pratica a ogni allargamento, stanno perdendo ormai l’interesse a accettare nuovi membri. Restando molto preoccupati, però, delle contro reazioni possibili dei serbi che, troppo a lungo frustrati dai soliti due pesi e due misure usati nei loro confronti dall’Unione nel suo complesso (Stratfor, Global Intelligence, 25.4.2013, Serbia's Russia-EU Balance La Serbia si bilancia tra Russia e UE http://www.stratfor.com/analysis/serbias-russia-eu-balance).

●Tutto questo considerato, pare – pare… – che assolutamente in extremis, alla vigilia immediata del vertice di Bruxelles che proprio nella cosiddetta capitale d’Europa la mediazione di lady Ashton sia riuscita a far arrivare serbi e kossovari, i primi ministri, a un principio di accordo o, meglio, a un accordo di principio (che non è proprio la stessa cosa).

Va detto che solo le credenziali iper-nazionaliste dei due firmatari – Ivica Dacic per la Serbia, portavoce di Slobodan Milosevic durante gli anni della guerra civile e dei massacri interetnici di parte serba per i quali è morto in prigione nel 2006 in attesa del giudizio del tribunale dell’Aja; e per il Kossovo Hashim Thaci, il comandante della guerriglia kossovara del KLA e dei suoi massacri interetnici  in quella stessa guerra. E per la stessa ragione – perché come diremmo noi l’inciucio è stato fatto proprio tra gli estremisti estremi – l’accordo può saltare in ogni momento.

Non tutti mettono in primo piano questo pericolo, che invece resta apertissimo. Anzi, uno studioso come Misha Glenny, accademico tra i meglio informati in Europa di cose balcaniche ma anche uno che ha il difetto – tale è – di essere “istituzionalmente” ottimista, si sbilancia a prevedere il potente simbolismo di un accordo tra serbi e albanesi etnici del Kossovo che mettono da parte le loro differenze per firmare insieme un accordo di principio e che potrebbe adesso allargarsi anche a una riconciliazione più vasta su base regionale, capace di coinvolgere anche la Bosnia che resta sempre tecnicamente divisa dimostrando che “ormai la polveriera d’Europa può cambiare e svilupparsi positivamente(New York Times, 19.4.2013, D. Bilefsky, Serbia and Kosovo Reach Milestone Deal La Serbia e il Kossovo raggiungono un accordo storico tra di loro http://www.nytimes.com/2013/04/20/world/europe/serbia-and-kosovo-reach-milestone-deal.html?ref=global-home&_r=0).

Restano intatti, in effetti, i due problemi di fondo: la difficoltà che avranno a passare dal piano dei princìpi, dall’intesa generale a quello dei fatti (smantellamento delle barricate stradali, disarmo delle milizie civili, trasferimento dei poteri istituzionali…) e poi, ormai, la riluttanza di fondo che nella UE è sempre più diffusa, a portarsi dentro altri due pesi poveri e sottosviluppati – a parte anche le loro diatribe che nessuno crede siano davvero state sanate – in un momento che per tutta l’Europa  è drammatico e non incoraggia proprio alcuna apertura.

Intanto, però, lunedì 22 aprile, come si dice con analogia calcistica proprio in “zona Cesarini”, la Commissione ha finalmente avanzato, insieme al governo serbo, al Consiglio europeo che dovrà ratificarne ora la richiesta trasformandola operativamente, di aprire il negoziato formale di accessione, come si dice, cioè di adesione di Belgrado all’Unione europea (Euro News, 22.4.2013, EU Commission recommends start of Serbia EU membership talks La Commissione della UE raccomanda l’inizio del negoziato per l’adesione della Serbia alla UE stessa http://www.euronews.com/newswires/1931794-eu-commission-recommends-start-of-serbia-membership-talks).

Che adesso sarà opportuno, nei termini indicati sopra di una decisione che non si può permettere più grandi indugi, se non correndo rischi certi di deviazione e distorsione – più verso est, cioè, che verso nord-ovest, verso la Russia come al dunque poi un po’ tutti qui sembrano essi stessi auspicare – l’unico territorio europeo schiacciato dagli eserciti nazisti che fu capace da solo di ributtare fuori dei loro confini. O meglio: non da soli, i serbi, ma insieme alle repubbliche sorelle che Tito (lui stesso un croato) mobilitò contro l’invasore, inventandosi la Jugoslavia; ma non le strutture e le istituzioni forti cha avrebbero potuto resistere alla sua morte e che così invece non la ressero riattizzando, nell’orrore della guerra civile, le scissioni etniche e religiose che trasformarono quella sorellanza in sororicidio, autodivorandosi e frantumandosi.

●La Slovenia, una di queste schegge dell’ex Jugoslavia, che da pochissimo si è data una prima ministra, Alenka Bratušek, giovane, 43enne, e nuova di zecca, (deputata da un anno e premier da cinque settimane) presidente da poco del partito liberal-progressista di Slovenia positiva, s’è trovata adesso, quasi senza preavviso, sull’orlo dell’abisso. Si sapeva, certo, che la vecchia maggioranza aveva portato i conti molto molto in disordine, ma non si era capito ancora di quanto… Ora si parla del caso Lubjana come, dopo Cipro, del prossimo obbligato esercizio di salvataggio obbligato da parte della UE: ma lei dice che no, che “la Slovenia non ha bisogno d’aiuto, ha bisogno di tempo”. Già…

Bratušek parlava il giorno dopo che l’OCSE, l’istituto che da Parigi fa da ufficio studi economici dei paesi più ricchi del mondo e di cui il paese è membro dal 2010, aveva certificato in un durissimo documento di analisi che a Lubiana, davanti a lei, veniva presentato dall’ex premier belga e vice presidente della stessa OCSE, Yves Leterme: parla di recessione profonda e di contrazione dura del PIL di lungo periodo parlando di “pessima gestione e di “fiacca prospettiva delle banche di proprietà statale del paese.

Leterme concorda con Bratušek, affermando di non aver ragione per aspettarsi che la Slovenia abbia un bisogno “immediato” di salvataggio assistito. Ma l’uso di quell’aggettivo, “immediato” viene subito interpretato per quello che è: domani magari no, ma dopodomani sì(OECD Economic Survey, Slovenia 2013, 9.4.2013 ▬ http://www.oecd-ilibrary.org/oecd-economic-surveys-slovenia-2013_5k9475 bvz0f4.pdf jsessionid=sy61hs8hsy1d.x-oecd-live-01?contentType=/ns/Book&itemId=/content/book/eco_surveys-svn-2013-en&container ItemId=/content/serial/19990642&accessItemIds=&mimeType=application/pdf ).

L’anno scorso il PIL è caduto del 2,3% e quest’anno, al meglio, scenderà di altrettanto, prevede l’OCSE. La disoccupazione è arrivata al 9,7%, il doppio di quanto era nel 2008 subito dopo l’entrata nell’euro). Con una popolazione invecchiata parecchio, la metà del PIL dipende poi  dall’export che soffre, molto, ovviamente, della depressione in atto da noi, nella vicina Italia. Ormai, per piazzare sul mercato i suoi titoli di Stato Lubiana deve pagare rendimenti vicini al 7%.

Ma Bratušek, a ragione, fa notare come i depositi bancari  qui arrivino al 130% del PIL, non come a Cipro a più dell’800%. Sa bene però che questo è il punto davvero fragile, il “problema numero uno” dell’economia slovena. E il guaio grosso sono proprio le banche maggiori, di proprietà dello Stato in un piccolo paese di 2 milioni di abitanti dove chiunque conti conosce chiunque altro conti. Qui, anche peggio che da noi, i banchieri hanno fatto prestiti generosi a politici e a chiunque sarebbe stato loro riconoscente – da cui la catena di scandali che ha affossato l’ex maggioranza ma qualche anno fa anche a turno i massimi esponenti dell’opposizione attuale che per questo, anche, è stata radicalmente “ringiovanita”.

Il Rapporto dell’OCSE parla bruscamente di assets delle sei maggiori banche slovene, il 58% del credito, che si sono “praticamente liquefatti” e del 15% di crediti che ormai non sono più rimborsabili, il terzo ammontare più alto di crediti inesigibili nell’eurozona e devono venire cancellati dai libri contabili: prestati agli amici e usati per acquisire attività, società e imprese, ormai quasi tutte fallite.

A fronte di questo quadro il premier Janez Jansa fu costretto a dimettersi, proprio come da noi era successo al Berlusca, chiamato alla sbarra da un fulmineo giudizio politico di sfiducia che ha anticipato, non come da noi, quello che verrà degli organi giudiziari:  una vera e propria e salutare, qui, gogna politica dal parlamento e poi dagli elettori. Ma qui non c’è stata un’opposizione che ha avuto paura di rovesciare il governo caduto e di cacciarlo via per manifesta ignominia né un presidente della Repubblica che s’è inventato un avatar di governo tecnico a sostituire il defunto.

E, dice Bratušek, tutto è cambiato: “adesso che abbiamo cominciato dovremo concludere”. Ma di sicuro non sarà facile (The Economist, 12.4.2013, The next domino? Il prossimo domino?http://www.econo mist.com/news/europe/21576 147-markets-fret-little-slovenia-could-be-next-next-domino).

●In Islanda, tornano al governo i vecchi partiti tradizionali che avevano portato il paese alla fusione economica e finanziaria e al fallimento. Hanno perso i social-democratici che, coi Verdi, rovesciando letteralmente costituzione e istituzioni del paese dopo il tracollo finanziario e il default delle grandi banche private del paese, lo avevano fatto riprendere come una storia di relativo successo nel mezzo di un’economia europea che, globalmente, andava precipitando: l’economia ha ricominciato a crescere più che decentemente, la disoccupazione è ora sotto il 5% – dal 10 e più durante la crisi – e l’inflazione che era arrivata al 17% è tornata a un tasso annuo sotto il 4%.

E hanno anche saputo riaprire l’accesso del paese al credito internazionale provvedendo a ripagare in anticipo larga parte del debito che il paese aveva non con i creditori esteri privati ma con quell’investitore intergovernativo istituzionale che è l’FMI (New York Times, 7.7.2012, S. Lyall, A Bruised Iceland Heals Amid Europe’s Malaise Un’Islanda ferita si avvia al risanamento nel malessere che colpisce l’Europa http: //www.nytimes.com/2012/07/08/world/europe/icelands-economy-is-mending-amid-europes-malaise.html?_ r= 0).

La rivoluzione che qui aveva cambiato tutto e cacciato via a forza di popolo, senza impiccarli ai lampioni ma mandando anche in galera alcuni banchieri e qualche politico fellone, compreso il vecchio premier – anche se di galera vera poi, ne ha fatta poca: ma il segnale era passato, e come, alto e forte – aveva anche, però, dovuto tagliare le spese rispetto ad entrate che si erano andate drasticamente riducendo e aveva alzato le tasse.

Aveva anche provato, ma riuscendovi poco, a far fronte al problema del debito personale ma non è riuscito a dare sicurezze ai tanti cittadini che s’erano disastrosamente indebitati accedendo imprudentemente al credito facile messo a disposizione in valute straniere o indicizzate sull’inflazione. Aveva cercato di “compensare” in qualche modo queste limitazioni con due forti iniziative di immagine: riscrivere la Costituzione – ed è stata riscritta anche, e molto, sulla base dell’input di Internet – e chiedere di aderire all’Unione europea.

Ma sono state due iniziative che non hanno per niente mobilitato la fantasia della gente. Anzi: i vecchi partiti di centro-destra, con tutte le responsabilità del tracollo passato (all’origine di tutto c’era stata la privatizzazione da loro voluta negli anni 2000 del sistema bancario), sono tornati adesso al potere – pare proprio – sull’onda della paura, o almeno dell’incertezza, che ormai qui – solo qui? – la sola idea di chiedere di aderire all’Unione europea è andata seminando: in ogni caso hanno vinto promettendo, prima di rifare loro la richiesta di adesione – e traguardata ad almeno due anni: per vedere cioè come va, se resta o se sparisce per dirla crudamente l’Unione… – su un referendum popolare di approvazione.

Ma, adesso, i due partiti tradizionali che avevano governato il paese dal 1995 al 2007, quello cosiddetto Progressista e quello dell’Indipendenza, con 19 deputati ciascuno avranno la maggioranza nel parlamento di 63 membri e formeranno il nuovo governo di coalizione. Si troveranno a dover affrontare la sfida che essi stessi, riuscendo a convincerlo, hanno lanciato al paese di smantellare i controlli sui capitali che ormai il governo di sinistra – socialdemocratici e verdi – appena caduto aveva messo in vigore, ma sempre in maniera incompleta, da cinque anni…

E’ come, e peggio forse che se in Italia, dopo le elezioni avessimo riportato direttamente Berlusconi al governo… malgrado i casini che aveva combinato e il disastro in cui ci aveva affondati grazie all’impopolarità di chi gli era succeduto e – diciamo la verità – gli era stato fatto succedere. Ah… dite che – alla fine – con le elezioni Berlusconi al governo ce lo abbiamo riportato? o quasi? 

Adesso è Sigmund David Gunnlaugsson, a 38 anni il più ricco tra i parlamentari – una delle novità imposte dal governo appena battuto aveva imposto a lui come a tutti – che aveva pure fatto una durissima resistenza di rendere pubblici on-line tutti i suoi redditi e patrimoni. Per questo si sa che è il più ricco. Ora ha promesso che “alleggerirà il peso del debito che schiaccia ancora tanti islandesi col mutuo delle case e le ipoteche che su di esse gravano”. Promesse sicuramente da marinaio e che, se mai parzialmente venissero onorate, favorirebbero solo e sempre chi allora agì  avventatamente e non gli islandesi che avevano invece agito con maggiore prudenza e saggezza

   (1) New York Times, 28.4.2013, S. Lyall, Iceland Ousts Government That Steered It Out of Crisis L’Islanda fa fuori il governo che lo ha tirato fuori dalla crisi http://www.nytimes.com/2013/04/29/world/europe/iceland-voters-oust-govern ment.html?ref=global&_r=0; 2) Guardian, 26.4.2013, Alda Sigmundsdóttir, Iceland’s election: voters fear the EU more than a return to the bad old days Le elezioni islandesi: gli elettori hanno più paura ormai della UE che di un ritorno ai vecchi cattivi giorni del passato http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/apr/26/iceland-elections-voters-fear-eu).

●Caduta precipitosa della borsa a Lisbona – -1,6% subito e -2 a fine giornata – alla notizia del 5 aprile mattina che la Corte costituzionale del Portogallo ha dichiarato illegale, cancellandola, la decisione del governo di tagliare la spesa pubblica mirando in particolare a pensioni, stipendi e tredicesime per poter tagliare così, di un altro miliardo e qualcosa di €, il debito pubblico. Ma è una di quelle notizie da prendere con le molle ricordando che, se non altro, di per sé i prezzi delle azioni in borsa riflettono più che la salute di un’economia lo stato immediato e la previsione a breve dei profitti delle imprese rappresentate in listino.

Quanto al Portogallo, i diritti acquisiti, ha stabilito la Corte, sono il risultato di un contratto in buona e dovuta forma che il governo ha firmato con una controparte – la popolazione, gli aventi diritto a una serie, appunto, di diritti acquisiti negoziati o ottenuti comunque per legge – e da cui nessuno, neanche il governo, tanto meno il governo, è autorizzato a recedere unilateralmente. Così, quattro delle nove misure di austerità prese, inclusi appunto tagli a pensioni e stipendi per oltre 1 miliardo di €, sono state cassate: circa 1/5 del risparmio forzoso imposto dalla UE al paese col piano di austerità. Naturalmente, il ragionamento, in diritto, sarebbe tale e quale da noi ma, altrettanto ovviamente, ognuno ha la Corte costituzionale che alla fine si merita, no? E la nostra, da tempo, sul tema a noi sembra che abbia sbracato.

Il primo ministro, Pedro Passos Coelho, prigioniero degli impegni che ha preso a Bruxelles, dice che, per evitare un secondo salvataggio da parte della UE, dovrà applicare altri tagli di spesa di entità equivalente su investimenti pubblici, sicurezza sociale, sanità e istruzione. Infatti, lo ha subito avvisato la UE, rispettare il programma concordato – in realtà, prescritto come di regola si concorda sempre un credito da parte di un debitore: da una posizione di debolezza – è una precondizione per qualsiasi ulteriore intervento di aiuto.

Il governo di destra di Passos Coelho, nella speranza di riuscire forse a raffreddare paure e tensioni di tanti scontenti – molti dei quali, però, per quel governo avevano pure (irresponsabilmente?) votato – ha inutilmente impiegato il linguaggio dell’ “emergenza nazionale” come la ha definita. Prendendosi subito la correzione di fonte sindacale che non è così, che con l’evasione fiscale e la fuga di capitali che ammorba il paese da parte dei loro lor signori, di una vera e propria drammatica “emergenza sociale”, invece, si tratta (BBC News, 8.4.2013, Portuguese shares fall after court blocks spending cuts — Cala la borsa lusitana dopo che la Corte costituzionale blocca [diversi] tagli di spesa http://www.bbc.co.uk/ news/business-22061875#).

Il leader dei socialisti all’opposizione, António José Seguro, ha campo facile a far notare come il programma di austerità del governo, richiesto e imposto dalla UE, è fallito a ogni livello e ha affossato il paese oltre l’orlo della tragedia sociale”. La recessione in effetti è molto più profonda e la disoccupazione più dolorosa di ogni previsione. .. e il deficit di bilancio malgrado ciò – anzi, come ormai è dimostrato anche e proprio perciò – è passato dal 4,4% del PIL nel 2011 al 6,4% nel 2012.

Il governo vanta però, a misura di quello che chiama comunque progresso, un’importante riduzione del deficit di conto corrente, dal 10,4 allo 0,3% del PIL in quattro anni: come se alla gente fregasse niente di avere in ordine un pezzo dei conti ma non quelli che riguardano soprasttuto er proprio le sue condizioni di vita.

Adesso, alla Berlusconi – ma impotente proprio come lui – anche Passos Coelho vuole una revisione della Costituzione per non dover più subire i rimbrotti e i divieti della sua Corte costituzionale che non gli dà mano libera. Per farla approvare, però, dovrebbero votare col governo anche i socialisti e non perché siano particolarmente sagaci rispetto ad esempio ai nostri centro-sinistri ma perché hanno visto dove un malinteso senso di responsabilità ha portato il centro-sinistra italiano: a bruciarsi una volta per tutte, chi sa?, l’occasione di far fuori i Cavaliere e di fare un governo vincendo le elezioni un anno e mezzo fa…

Dunque, ci penseranno di sicuro tre volte prima di imitarli e dare a Coelho i 2/3 dei coti di cui avrebbe bisogno per far passare la misura all’Assembleia Nacional de São Bento (The Economist, 12.4.2013, Constitutional difficulties Difficoltà costituzionali http://www.economist.com/news/ europe/21576144-court-ruling-could-force-portugal-seek-second-bail-out-constitutional-difficulties).

●Intanto, i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo hanno concordato di concedere – bontà loro: nel comunicato hanno detto proprio così, “to grant” – a Irlanda e Portogallo, sette anni in più per ripagare i prestiti che per la prima scadevano nel 2013 e per il Portogallo nel 2014. Più spazio e più respiro, dunque, specie a Lisbona dopo che la sua Corte costituzionale ha bocciato non piccola parte dei tagli che adesso deve in qualche modo inventarsi come ripristinare, sotto magari altro nome e senza farseli respingere ancora, come condizione per accedere al salvataggio stesso “offerto” dall’Europa (The Sun/San Bernardino, Ca., 12.4.2013, D. Melvin e Shawn Pogatchnik, EU to extend loan repayments for Ireland, Portugal L’UE prolungherà i termini del rimborso dei prestiti di Irlanda e Portogallo http://www.sb sun.com/ci_23010447/eu-officials-push-progress-banking-union).

●Forse, però, ormai stiamo arrivando al dunque… Una delle argomentazioni più persuasive e più lucide, e certo non sospettabili di anticapitalismo preconcetto, a far oggi pressione nel denunciare natura e ragioni della crisi e che, con un altro approccio più scientifico e insieme più “popolare”, che oltre quella a noi familiare di Krugman identifica senza alcun infingimento nella Germania la responsabilità principale di una caparbia e particolarmente “perversa” la sua resistenza alla soluzione, viene da George Soros: lo squiliardario investitore e speculatore internazionale che già nel 1992 profittando della loro crassa ignoranza e impreparazione, mise a sedere destreggiandosi tra le rispettive valute il Tesoro britannico e quello italiano.

Ora, parlando a Francoforte (il testo integrale del suo discorso, nel Guardian, 8.4.2013, sul tema di “Come salvare la UE dalla crisi dell’euro”▬ http://www.guardian.co.uk/business/2013/apr/09/george-soros-save-eu-from-euro-crisis-speech) ha detto chiaro che alla Germania spetta scegliere se vuole abbracciare gli eurobonds o uscire essa dall’eurozona… Perché proprio di questo, a questo punto, si tratta. La Germania vuole, può essere ed è la potenza egemone d’Europa. Ma, in pratica, si comporta come una piccola provincia attenta al proprio “particulare” e non come un egemone: una potenza, cioè, capace di farsi carico anche dei problemi degli altri…

Alcuni passaggi, qui, del suo intervento lo spiegano bene:

Soros spiega, alla Germania e alla UE, che deve scegliere che fare e perché l’austerità non può funzionare 

In Germania, la gente non si rende conto che un accordo che faccia leva sugli eurobonds costerebbe il minimo del minimo necessario a preservare l’euro— che, però, i tedeschi vogliono preservare. In questo modo, però, continuano a perpetuare e radicare nell’opinione pubblica molti equivoci e una serie di concezioni sbagliate.

   Tocca alla Germania, ormai,  decidere se vuole autorizzare o no gli eurobonds. Ma non tocca ad essa – non ne ha proprio il diritto – vietare ai paesi più largamente indebitati di sfuggire dalla morda della miseria che stanno soffrendo mettendosi insieme e emettendo loro gli eurobonds. In altri termini, se vuole continuarsi ad opporsi agli eurobonds. La Germania dovrebbe cominciare a considerare di abbandonare l’euro e lasciare che li introducano gli altri.

   Si tratta di un esercizio che potrebbe dare un risultato sorprendente: eurobonds che uscissero da un’eurozona che escludesse la Germania sarebbero comunque e sempre forti rispetto a ai mercati come quelli di USA, Gran Bretagna e Giappone: il debito netto di questi tre paesi in proporzione al loro PIL complessivo è, in realtà, superiore a quello dell’eurozona stessa che escludesse la Germania.

   Questa la soluzione per cui Soros spinge, spiegando bene perché deve essere necessariamente il centro dell’eurozona, cioè perché è alla Germania, che spetta l’una o l’altra decisione per far uscire dalla crisi, dalla paralisi, se stessa, l’Unione europea e l’eurozona.

Non c’è dubbio che la responsabilità principale resti alla Germania. E’ la Bundesbank che ha aiutato a costruire – ma il senso della frase è più netto: vuol dire che, come sanno tutti del resto, è stata la Bundesbank, in pratica, a costruire – la velina su cui l’euro è stato disegnato con tutti i suoi difetti – la carenza di sovranità collettiva anzitutto – che al volante, di fatto, hanno messo proprio la Germania. E questo ha creato due problemi. Uno è politico, l’altro di ordine finanziario. Ed è proprio la combinazione di questi due fattori che ha reso ora la situazione intrattabile.

   Il primo problema, quello politico, è che la Germania non aveva cercato la posizione dominante in cui si è trovata spinta è non ha alcuna voglia di accettare obblighi e oneri che a quella posizione si accompagnano. La Germania, comprensibilmente, non intende diventare il portafoglio dell’euro. E’ per questo che centellina il sostegno appena sufficiente a evitargli di fallire e niente di più; e appena la pressione immediata dei mercati finanziari si allenta, riprende a tirare il freno sulle condizioni alle quali concede quel minimo di sostegno.

   Il secondo problema, quello finanziario, è nel fatto che la Germania sta imponendo a tutta l’eurozona una serie di politiche economico-finanziarie sbagliate. Perché l’austerità non funziona. Non è proprio possibile contrarre il peso del debito contraendo il deficit di bilancio. Il debito è un rapporto fra tutti i deficit accumulati e il PIL, entrambi i valori espressi in termini nominali. E in condizioni di domanda del tutto inadeguata, ogni taglio al bilancio è causa di una riduzione più che proporzionale del PIL— perché, dicendolo in termini tecnici, il cosiddetto moltiplicatore fiscale è più alto di uno.

   I tedeschi questo fatto lo trovano difficile da capire. Nel 2006, le riforme fiscali e strutturali intraprese dal governo Schröder funzionarono: e, allora, perché non dovrebbero funzionare per l’eurozona solo qualche anno dopo? La risposta è che l’austerità funziona aumentando le esportazioni e diminuendo le importazioni. Solo che, quando a doverlo fare insieme sono tutti – e non un solo paese – molto semplicemente proprio non funziona”.

Non può funzionare.

Lo dice del resto anche il Nobel Joseph Stiglitz, quando riassume la sua diagnosi in una decina di parole:  “Ci vuole più Europa, o ci vuole meno euro”. E ha assolutamente ragione – checché ne dica una economista come Loretta Napoleoni, che del resto sul web si autopresenta come “tra i massimi esperti di terrorismo ed economia internazionale”: con  la stessa faccia tosta di chi, pur figlia di Claudio Napoleoni, di lui non ha ereditato né la sapienza (vera) né francamente neanche un pizzico della grande eleganza, si mette a fare le pulci a Stiglitz (Tvla7, 15.4.2013, 21:00, Piazza pulita http://www.la7.it/piazzapulita/?pmk=programmi).

A modo suo, come sempre implacabile ed incisivo ma con un sarcasmo anche piuttosto pesante, riassume il suo punto di vista sul futuro dell’euro e dell’Europa – anche se poi le conclusioni nostre sul finale della storia non sono identiche proprio alle sue, l’altro grande Nobel dell’Economia, Paul Krugman, stila la sua anamnesi, la sua prognosi, il decorso clinico e la prognosi (infausta) per l’Europa (New York Times, 15.4.2013, Europe in Brief L’Europa in breve http://krugman.blogs.nytimes.com/ 2013/04/15/europe-in-brief).

● Krugman: ma “si rassegneranno (ci rassegneremo) mai a riconoscere che l’euro è fallito?”

C’è chi comincia a chiederci, scrive questo altro Nobel dell’Economia, “quando arriveremo ad ammettere, con noi stessi anzitutto, che l’euro è un fallimento, che ‘ l’euro e il quadro politico che lo sostiene – l ’Unione, l’eurozona – sono diventati del tutto incoerenti con qualcosa di diversO da una recessione prolungata?’ (Economist’s View, 14.4.2013, T. Duy, When Can We All Admit the Euro is an Economic Failure? Ma quando potremo mai ammettere che l’euro è un fallimento economico? http://economistsview.typepad.com/economistsview/2013/04/fed-watch-when-can-we-all-admit-the-euro-is-an-economic-failure.html).

La risposta è, naturalmente, mai. Troppa storia, troppe dichiarazioni solenni, troppi ego sono stati investiti sulla moneta unica perché coloro che  l’hanno creata e ne sono stati coinvolti come attori comunque possano in qualche modo ammettere che forse hanno – abbiamo – fatto uno sbaglio. Anche se il progetto si concludesse con un disastro totale, chi ne è stato l’agente insisterà che l’euro non ha tradito l’Europa, che è stata l’Europa a tradire l’euro.

   Ma a questo punto mi viene in mente che forse sarebbe una buona idea se tentassi di ricapitolare quel che, secondo me, davvero fa ammalare l’Europa e quel che a tutt’oggi si potrebbe fare per provare a curarla. Partiamo pure da come era messa l’Europa negli ultimi anni ’90. Un continente con grandi problemi ma niente di simile ad una crisi e senza l’impressione diffusa che, allora, ci si trovasse su una strada non più sostenibile. E, poi, arrivò l’euro.

   Il suo primo effetto fu una specie di vera e propria esplosione di euroforia: d’improvviso, gli investitori si misero a credere che il debito di ogni paese fosse diventato, in tutta Europa,  sicuro. I tassi di interesse andarono giù in tutta la periferia dell’Europa mettendo in moto vasti flussi di capitale verso la Spagna e altre economie; flussi di capitali che alimentarono enormi bolle speculative nell’edilizia in posti diversi e, in  generale, crearono nei paesi dove arrivavano veri e propri boom dell’economia.

   E flussi di capitali e di picchi economici che, a loro volta, provocarono ondate di inflazione differenziale: costi e prezzi che salirono molto più in alto alla periferia che nel centro dell’Unione. Facendo diventare così sempre meno competitive quelle economie: problema che non si era posto finché durarono le bolle alimentate dall’influsso di fondi ma che sarebbero diventate un problema non appena si fosse fermato l’afflusso di quei capitali speculativi.

   Che in effetti poi si bloccarono. Col risultato di gravi cadute delle’economie in tutta la periferia del sistema con forte perdita di domanda interna e insieme la persistente debolezza delle cpcitò di esportazione dovuta alla perdita di competitività.

   E a questo punto è venuto alla luce il problema di fondo della moneta unica: è che non c’è nessun modo semplice di aggiustare la rotta quando si scopre che i costi dell’operazione sono andati sopra le righe. Al meglio, le economie periferiche dell’eurozona si sono trovate a far fronte a un prolungato periodo di elevata disoccupazione, costretti a inseguire un lenta, dolorosa, defatigante e logorante “svalutazione interna” [riaggiustare, cioè: ma non ricorrendo alla svalutazione dell’euro ma sulla svalutazione del lavoro, del suo compenso reale, dei redditi, dell’occupazione, del risparmio di ogni singolo paese nei guai].

   Il problema, poi, s’è trovato grandemente esacerbato quando la combinazione di redditi in caduta e la prospettiva di debolezza economica tanto protratta ha portato a deficit di bilancio e a preoccupazioni di solvenza o insolvenza, anche se paesi come la Spagna poi sono entrati nella crisi con attivi di bilancio e anche debito basso. C’era panico sul mercato dei titoli di Stato— e come condizione sine qua non per dare una mano, il nocciolo duro dell’Europa impone misure aspre di austerità.

   Ma, a sua volta, l’austerità in periferia produce depressione e, siccome questa austerità periferica, non è bilanciata dall’espansione del nocciolo duro il risultato è stata la contrazione di tutta l’economia europea nel suo insieme. Una delle conseguenze di questa situazione sta fallendo anche in sé e per sé, nella sua stessa logica: perché i dati centrali del tema, come il rapporto debito/PIL, sono peggiorati, non migliorati con la strada scelta.     

   In due o tre momenti, questa gran brutta scena ha anche minacciato di creare una vera e propria fusione dell’Europa, con la turbolenza politica che ha causato la perdita della fiducia e provocato un assalto ai debiti sovrani degli Stati provocando poi l’assalto alle banche e avanti così, in un circolo vizioso.

   Finora, comunque, la BCE è riuscita a contenere la paura della fusione del nocciolo intervenendo, indirettamente o direttamente, proprio a sostenere il debito sovrano. Ma mentre, così, è stato contenuto il panico finanziario, i dati macroeconomici che a tutto questo sottostanno hanno continuato ad andare peggio.

   Ma, allora, cosa potrebbe fare di differente l’Europa? Da quando è cominciata la crisi, molti tra quelli che criticano mi hanno spinto a formulare una riposta in tre parti.

          • Primo, ci vuole la stabilizzazione dei costi del credito con l’intervento della Banca centrale europea.

          • Secondo, ci vuole una politica monetaria aggressiva e una politica fiscale, cioè di bilancio, espansiva proprio nel nocciolo duro, nel centro dell’eurozona cioè, per facilitare così il processo di riaggiustamento interno all’Unione europea.

          • Terzo, un ammorbidimento del programma di austerità alla periferia del sistema— non l’austerità zero, ma meno: così da diminuire il costo umano dell’aggiustamento.

   Alla fine, abbiamo strappato il punto 1, più o meno. Ma non è arrivato niente sui punti 2 e 3. E il nodo col quale continuiamo a scontrarci è che i dirigenti d’Europa restano ferramente ancorati alla loro linea di diniego profondo dei fondamentali veri dell’ economia. Continuano a definire il problema come dovuto all’eccessiva generosità di bilancio che è una parte della storia, certo, ma solo una parte, anche per la Grecia per dire: e solo per essa poi [la Grecia è stato l’unico governo europeo che in Europa hanno davvero falsificato i propri bilanci].

   Continuano piuttosto a proclamare il successo dell’austerità e delle politiche di svalutazione interna, utilizzando allo scopo ogni scusa che capita: un aumento assolutamente spurio della produttività in Irlanda diventa la prova che la svalutazione interna funziona [contro ogni logica e ogni ricostruzione cronologica, anche] e che il declino nei rendimenti dei titoli di Stato seguito all’intervento della BCE [dell’agosto scorso] e la prova del buon andamento dell’austerità.

   Ecco, è qui, a questo punto che siamo. Che stiamo inchiodati. E è dura oggi riuscire a scorgere un finale da lieto fine”.

●Un ultimo contributo a questa riflessione critica e autocritica su quel che non è andato e che bisognerebbe fare in Europa per tentare di uscire da questa crisi, è di fonte tedesca… ma anomala, per dirla così, offerta da Gustav Horn, presidente dell’Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung della  Hans-Böckler-Stiftung (la Fondazione di ricerche economiche della DGB, la Confederazione dei sindacati tedeschi), che ora pubblica sul quotidiano di centro-sinistra Die Zeit (16.4.2013, G. Horn, Kein Wettbewerb zwischen Staaten! Nessuna concorrenza tra Stati! ▬  http://www.zeit. de/wirtschaft/2013-04/europa-waehrungsunion-wettbewerb) la sua riflessione, niente affatto scontata, sul meccanismo profondamente sbagliato alla base della moneta unica: la concorrenza fra Stati (qui riprendiamo direttamente la traduzione italiana del contributo di Horn dal sito Keynesblog del 24.4.2013 che l’ha pubblicata col titolo di Stati disuniti d’Europa http://keynesblog.com/2013/04/24/stati-disuniti-deuropa/#more-4023).

● No a Stati in concorrenza tra loro; si mangiano l’uno con l’altro e, con sé, divorano anche l’Europa

Gli Stati in Europa dovranno essere come le imprese: più economici, in continuo miglioramento e sempre più competitivi. Questo pensiero economico sta distruggendo l’Europa.

   La crisi della zona Euro sembra non avere fine. Perché la zona Euro nonostante gli enormi sforzi di tutti i paesi membri non si è ancora stabilizzata?

   La risposta è semplice. Perché le soluzioni proposte sono ampiamente inefficaci. Solo l’annuncio di un acquisto illimitato di titoli di stato da parte della BCE è riuscito a calmare un po’ la situazione. Tutto il resto, almeno nel breve periodo, non ci aiuta molto, o addirittura può risultare dannoso. E nel frattempo il consenso politico per l’Euro viene meno. Questo processo affonderà la moneta unica – se tali sviluppi non saranno fermati.

    L’errore di fondo, commesso in particolar modo dalla Germania, è stato una concezione dell’unione monetaria completamente sbagliata. Il governo federale ha interpretato l’unione monetaria – lo stesso hanno fatto i governi che l’hanno preceduto – come una comunità di Stati fondata sulla concorrenza. In questa competizione i singoli paesi devono mostrarsi capaci di sopravvivere per poter restare legittimi membri dell’unione monetaria. Secondo tale prospettiva ogni paese dovrà adottare un proprio modello di business.

   Per alcuni – come a Cipro – il modello sarà basato su di una bassa tassazione ed una regolamentazione meno severa – a spese di altri paesi nell’unione monetaria. Un altro modello di business potrebbe essere fondato sulla moderazione salariale e lo smantellamento dei sistemi di sicurezza sociale al fine di raggiungere una maggiore competitività. Ma ciò sta portando ad una forte avversione dei cittadini verso l’Euro. E ciò non aiuta. Al contrario: le misure adottate hanno spinto la zona Euro in una dura recessione in cui né la disoccupazione né i debiti pubblici potranno essere ridotti in tempi prevedibili.

   Cosa possiamo imparare da tutto questo? Primo: una politica economica fondata esclusivamente su di un miglioramento delle condizioni sul lato dell’offerta, in una situazione economica con bassa domanda, è destinata a fallire. Senza una domanda sufficiente nessuna impresa potrà imporsi, indipendentemente da quanto economiche saranno le sue produzioni. Questo punto di vista si diffonde gradualmente anche fra i governi della zona Euro.

   Anche per questo – in maniera più o meno timida – sono stati messi in campo dei programmi per aumentare la domanda.

   Il secondo insegnamento è tuttavia ancora più fondamentale. È stato un errore trasferire all’interno di una unione monetaria composta da Stati sovrani il modello privato fondato sulla concorrenza. Mentre la concorrenza fra imprese porta a risultati macroeconomici desiderabili, quella fra Stati è improduttiva o addirittura dannosa. Il motivo è semplice: quando le aziende si fanno concorrenza, nascono nuovi prodotti e modi di produrre più efficienti – quindi nuove fonti di ricchezza. Se invece gli Stati entrano in concorrenza fra di loro, la ricchezza viene distrutta.

   Questo è nella natura della concorrenza. Dove questa esiste, deve essere possibile il fallimento. Le imprese fallite scompaiono dal mercato. La concorrenza può acquisirne i clienti e creare nuovi posti di lavoro. Gli Stati falliti restano, e soprattutto gli uomini che li abitano. Vivranno con un benessere sensibilmente inferiore. Inoltre, per evitare una destabilizzazione politica avranno bisogno di essere alimentati finanziariamente dagli altri Stati.

   E’ chiaro che nella competizione fra paesi non potrà esserci nessun vincitore netto. perché i vincitori molto probabilmente dovranno sostenere finanziariamente i perdenti, fatto che non potrebbe mai accadere nel caso della concorrenza nel settore privato.

   Ai sostenitori della concorrenza fra paesi resta un solo argomento. E concerne uno sviluppo economico relativamente dinamico realizzato grazie agli investimenti e all’export di imprese altamente redditizie, attratte grazie ad un basso costo della manodopera, ad una limitata regolamentazione e ad una bassa pressione fiscale. Suona bene all’inizio, ma potrebbe rivelarsi illusorio.

   Alla fine ci perdono tutti.

   Perché questa concorrenza è caratterizzata da un’elevata pressione: per mantenere un vantaggio competitivo e trattenere le imprese, le aliquote fiscali devono restare necessariamente basse. In questo modo anche la base imponibile degli Stati vincitori si erode costantemente. Ciò diventa evidente ad esempio con il degrado delle infrastrutture, per le quali a causa del calo delle entrate non ci sarà più denaro. Le opportunità di impiego e di crescita scompaiono. Anche il presunto vincitore finisce per perdere.

   Tutto questo avviene sotto i nostri occhi. Gli Stati perdenti come Cipro, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e gli altri barcollano insieme ai loro fallimentari modelli di business. Sono finiti in un abisso economico e dovranno essere supportati dagli altri Stati membri. I vincitori, si crogiolano ancora nel presunto successo. Le loro infrastrutture pubbliche stanno però soffrendo, le casse pubbliche sono vuote. Ogni cliente delle ferrovie pubbliche sa di cosa sto parlando. Così il futuro economico è sprecato sull’altare di un’ideologia che ha elevato la concorrenza fra paesi a leit motiv della politica economica.

   La procedura corretta sarebbe stata al contrario una maggiore coordinazione della politica economica europea. È necessario un quadro di politica fiscale comune per tutti gli Stati membri ed una minore concorrenza fiscale. La concorrenza dovrebbe essere lasciata alle imprese, altrimenti alla fine avremo solo dei perdenti.

●Per concludere, diciamo pure, in gloria questa serie di ricchi contributi (Soros, Krugman, Horn: che tutti hanno tra di loro il filo rosso, comune, del buon senso “keynesiano”, ma anche per capire le radici profondamente sbagliate del punto di vista avverso, degli austeriani, dei neo-cons, degli accademici alla Mario Monti (per ultimo), degli Alesina, dei Rogoff (per primi) e di politici alla Merkel, alla Cameron e, vogliamo fermamente sperare ma temiamo molto di sbagliarci…, al dunque, alla Letta, sempre per bollarli come fa Krugman (senza nomi e cognomi lui: noi, invece, sì), va detto che

   “al fondo, la loro è un posizione politica. E’ guidata dall’ostilità a politiche attive di intervento statale e, in molti casi, dall’ostilità a ogni approccio intellettuale che possa far spazio all’intervento statale”. E viceversa, ovvio (New York Times, 28.4.2013, P. Krugman, Knaves, Fools and Me Canaglie, cretini ed io http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/28/knaves-fools-and-me-).   

STATI UNITI

●Con un soprassalto di quello che non si può non considerare altro che come una rivendicazione di altèra e sciocca superbia, purtroppo per chi la compie profondamente bacata in radice, è quella che appare sul WP a firma di Richard N. Haass, il patriottarda presidente dell’autorevole – epperò pompatissimo e allineatissimo – Council of Foreign Relations. Che adesso, a fine aprile, scrive di come gli Stati Uniti sono ancora l’economia più ricca e grande del mondo e che lo resteranno ancora a lungo in futuro.

E’ questo nostro, il paese che resta sempre quello economicamente al mondo più forte: il suo PIL annuo di quasi $ 16 trilioni [$ 16.000 miliardi, 16.000.000.000.000] è quasi 1/4 della ricchezza globale prodotta al mondo. Paragonate questo dato coi 7 trilioni di $ della Cina o i 6 del Giappone. Il PIL pro-capite nostro è vicino ai 50.000 $: tra sei e nove volte quello della Cina (Washington Post, 26.4.2013, Richard N. Haass, How to Build a Second American Century Come costruire un altro secolo americano http://www.washingtonpost.com/opinions/how-to-build-a-second-american-century/2013/04/26/f197a786-ad25-11e2-a198-99893f10d6dd_story.html).

Tutto vero. Solo che c’è un problema. Il paragone con al Cina si fonda sulle parità di cambio ufficiale del $ e dello yuan. Che fluttuano sempre e molto e sono, in larga parte, determinate da decisioni politiche sulle parità relative assunte dalla rispettive Banche centrali e da quel che decidono di fare (secondo il ragionamento inane di Haass, se la Banca Popolare Cinese, la Zhōngguó Rénmín Yínháng, la Banca centrale, decidesse domattina di vendere i 2 trilioni di miliardi di $ in titoli e assets americani che ha in cassaforte potrebbe diventare d’improvviso, in rapporto agli USA, più ricca… del 25%).

Ma il punto, cioè il PIL, è fatto di quel che un paese effettivamente produce (non di come lo calcola). E, allora, il calcolo giusto non si fa in base al valore ufficiale del cambio ma in base alle effettive parità di potere d’acquisto di una valuta e dell’altra. Quello che ci si compra o no. E poi, bisogna anche tener conto che la Cina che pure ormai controlla Hong Kong, non calcola nel proprio anche il suo PIL.

Non lo fa neanche la CIA – perché non ha interesse ad avvalorare la realtà del controllo cinese dell’arcipelago… proprio come non lo fa la Cina, per non sottolinearlo troppo – ma lo fa il Fondo Monetario Internazionale cui interessa – e comunque dovrebbe interessare – di meno. Ma, al contrario di quanto il prof. Haass e il WP si affannano invano a voler dimostrare, il calcolo vero è proprio quello anticipato da anni sul sito della CIA per tutti i paesi del mondo in parità di potere d’acquisto (Purchasing Power Parity— PPP https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rank order/2004rank.html) perché è suo interesse fare i suoi calcoli sempre e comunque (anche se non sempre lo fa…) sul valore reale delle cose, e ora ufficializzato dal FMI.

In sostanza, e su questa base reale e non favolistica, come dicono le proiezioni del Fondo che riportiamo qui sotto, ci sono ancora al massimo cinque anni (meno, se come pare probabile aumenta il divario di crescita tra Cina e USA nei prossimi anni) da qui a quando, nel 2018, il PIL della Cina scavalcherà quello degli Stati Uniti:

 

La corsa tra il PIL (reale) della Cina e quello dell’America… (grafico)

 

Paese/in trilioni $ PPP

2011

2012

2013

2014

2015

2016

2017

2018

Cina

11.305.769

12.405.670

13.623.255

15.039.001

16.647.491

18.442.890

20.440.875

22.641.047

Hong Kong

  0,357.726

  0,369.379

  0,386.558

  0,411.548

  0,438.187

  0,467.253

  0,498.588

  0,532.098

USA

15.075.675

15.684.750

16.237.746

17.049.027

18.012.185

19.020.509

20.077.908

21.101.368

Fonte: IMF, World Economic Outlook Database, 4. 2013 http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2013/01/weodata/weorept.aspx?pr.x= 33&pr.y=12&sy=2011&ey=2018&scsm=1&ssd=1&sort=country&ds=.&br=1&c=924%2C532%2C111&s=PPPGDP&grp=0&a=).

Quanto poi all’accenno che l’articolo del WP anche fa tra ricchezza USA e ricchezza in Europa – e del quale qui vi risparmiamo lo sviluppo – il punto essenziale, qui, è infatti la polemica con la Cina – è per lo meno stupido. Perché – come chi sa un po’, anche appena un po’, di microeconomia e di America sa – la ragione principale per cui il reddito pro-capite è più alto in America che in Europa è perché negli USA la durata media del lavoro per occupato è di circa il 20% superiore all’orario di lavoro in Europa.

Qui 4-6 settimane di ferie annue sono garantite per legge e lì mai (dove c’è qualcosa è solo per contratto e solo, poi, per chi un contratto ce l’ha… ); il congedo di maternità e/o parentale lì è quasi ignoto; e anche il salario in malattia spesso è sconosciuto… Sappiamo che anche da noi sono istituti in crescente difficoltà. Ma comunque, a paragone… E, in effetti, se misurato su base oraria e non su base annua, la differenza tra Europa e America nel reddito pro-capite quasi scompare.

Solo 88.000 assunzioni in marzo, tre volte in meno dei 268.000 nuovi posti di lavoro creati nell’economia a febbraio: il tasso di crescita più lento da giugno 2012 e meno della metà di quel che avevano fiduciosamente, in media, previsto economisti e analisti. Questa del 2013 è stata anche la terza primavera consecutiva che ha visto frenare le assunzioni in tutta l’economia, con alcuni tra gli economisti più critici e meno compiacenti che hanno cominciato a chiamarla il “mancamento di primavera”. In definitiva, si potrebbe sintetizzare il tutto dicendo che in questo paese ancora c’è crescita; ma che l’economia non accelera a sufficienza come in tanti avevano sperato e in diversi anche predetto.

Anche se era, in realtà, facile vedere e da molto tempo, come l’economia non stesse crescendo per niente rapidamente, ben prima di questo inizio di aprile. Certo, qui non è il nostro -0,x % (quando poi ci va bene e non l’ormai pressoché consueto -2 o -3%, Qui,  al peggio, è un “debole” tasso di crescita dell’1,7% nel secondo semestre del 2012…

In realtà, da mesi anche solo uno sguardo superficiale avrebbe informato chi voleva esserlo del fatto che l’economia – e questa economia particolare poi, di fortissimi consumi interni e di forti anche se molto più contenuti scambi con l’estero – è per i ritmi qui usuali molto al di sotto dei minimi necessari a riassorbire i milioni e milioni di disoccupati reali. Vero che sta cominciando a risalire l’edilizia come investimenti e lavoro ed è un buon segnale: ma stiamo pur sempre parlando solo del 2% totale di PIL, non dell’80% di quanto questo paese produce.

●Il tasso di disoccupazione, risultato di un’inchiesta parallela della stessa agenzia del dipartimento del Lavoro, cala al 7,6 dal 7,7%: ma non perché sia stato creato nuovo lavoro quanto per il fatto che sempre più disoccupati non si lasciano neanche registrare agli uffici di collocamento e, perciò, risultano sempre occupati (risultato dell’effetto di “scoraggiamento” come lo chiamano gli esperti. Il tasso di partecipazione, il numero cioè di chi lavora in percentuale sulla popolazione attiva potenziale è il più basso dal 1979, il 63,3%.

Bisogna tornare a riflettere, viene suggerito ad esempio dall’EPI di Washington, sul fattore della scarsa attendibilità che alla valutazione della disoccupazione assegna, con la sua massima credibilità, un organismo come il C.B.O., l’Ufficio congressuale del bilancio, autorevolissimo centro di studi e ricerche super-partes che lavora per il Congresso, ma senza rendere conto del merito e del metodo di quanto studia alla leadership parlamentare e che d’altra parte non lavora certo per il governo, ha di recente espresso la propria stima. In questione mette direttamente – e con tanta forza è forse la prima volta – il modo in cui anche qui, e qui soprattutto, viene calcolata – peraltro, su fatti, numeri e dati ufficiali – l’effettiva e potenziale “forza lavoro” che c’è nel paese.

Il Congressional Budget Office parla, così, di 159 milioni di lavoratori, che sarebbe il totale. Quando oggi la forza lavoro effettiva – quella che ha un lavoro e con esso “produce” ricchezza - è a 156 milioni. Ne mancano 4: cioè non rientrano al momento nel conteggio ufficiale della forza lavoro americana. Se venissero anch’essi calcolati tra coloro che vorrebbero, se riuscissero e soprattutto potessero, trovarlo, il lavoro, il tasso di disoccupazione rifletterebbe molto più da vicino, al 10% che al 7,6.

Perché questo è il fatto: oggi il tasso reale di disoccupazione è largamente sottostimato; molto di meno, in effetti, della realtà che oltre a quei quattro milioni di persone non calcola poi altri milioni di non occupati— i lavoratori immigrati clandestini, i milioni e milioni di persone che in America sono in galera su base pluriannuale (e così risultano avere un loro “lavoro”) e il milione e mezzo circa che non vengono calcolati nella forza di lavoro perché anche loro hanno un “lavoro” in senso alle forze armate.

Non capita solo qui, certo: anche in Italia militari e galeotti non vengono calcolati nella forza lavoro. Ma gli uni e gli altri, da noi rispetto a loro, sono una cifra infinitesimale comunque (per dire: sotto le armi lì siamo al rapporto forse di 10 contro 1— 150.000 a 1.500.000: senza neanche contare gli 800.000 americani che, in un modo o nell’altro, lavorano per il sistema di intelligence ;  mentre  per chi sta in carcere il rapporto è, sempre grosso modo, di 1 per noi – 70.000 persone – e quasi 60 per loro: qualcosa di assolutamente aberrante—  forse oltre i 4 milioni: tra i 2.300.000 condannati a oltre cinque anni e il resto, quasi 1.800.0000

   (International Centre for Prison Studies (25.3. 2011)— Centro internazionale di studi sulle realtà carcerarie, Prison Brief - Highest to Lowest Rates Compendio di informazioni sulle prigioni nel mondo: dalla massima alla minima popolazione carceraria [primi, gli USA, 743 galeotti per 100.000 abitanti; 127a,  l’Italia, 113a per 100.000; e ultimo arrivato, per sua assoluta fortuna, Timor-Leste con 20 abitanti in prigione ogni 100.000 … peraltro forse anche e va detto, cinicamente e tragicamente, perché è un paese dove tanti massacri di massa interetnici hanno lasciato anche vuote le prigioni…], King's College, London School of Law ▬ http://www. webcitation.org/5xRCN8YmR).

(I dati e i links cui qui si fa riferimento in 1) New York Times, 5.3.2013, C. Rampell, Hiring in U.S. Tapers Off as Economy Fails to Gain Speed Le assunzioni rallentano negli USA con  l’economia che non riesce ad accelerare http://www.nytimes.com/2013/04/06/business/economy/us-adds-only-88000-jobs-jobless-rate-falls-to-7-6.html?_r=0); 2) US Bureau of Labor Statistics/BLS, 5.3. 2013, USDL-13-0581, Employment Situation Summary, 3.2013 ▬ http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm); 3) Economic Policy Institute (EPI)/Washington D.C., 5.3.2013, Heidi Shierholz, The unemployment rate is hugely underestimating slack in the labor market Il tasso di disoccupazione sottovaluta largamente la debolezza del mercato del lavoro http://www.epi.org/publication/unemplo yment-rate-hugely-underestimating).

●A marzo crollano le vendite al dettaglio, dello 0,4% sul mese precedente e la maggior parte degli economisti si mostrano qui, stranamente, come sorpresi. L’ultima inchiesta della Thomson Reuters/Università del Michigan che legge il cosiddetto sentimento dei consumatori cade al minimo livello degli ultimi nove mesi (The Wall Street Journal, 12.4.2013, J. Mitchell e S. Ng, Consumers show fresh caution I consumatori mostrano più cautela http://online.wsj.com/article/SB100014241278873237410045784183701 51050516.html?mod=WSJ_hp_LEFTWhatsNewsCollection).

Due fatti gravissimi, nella vita sociale e politica di questo paese.

Sul primo, sappiamo – sapete – ormai, tutto. Riservandoci di potere, di doverci magari tornare sopra, anche presto, qui per il momento vogliamo solo aggiungere che l’attentato di Boston, alla fine della maratona annuale, messo in atto da due giovanissimi terroristi ceceno-americani esemplifica, in maniera reale anche se un po’ confusa, quella che appare parte di una vasta tendenza post 11 settembre a un’attività islamista militante di dimensione globale cui si aggiunge anche il risentimento montante, tutto interno alla società statunitense, fra frange minoritarie, razziali, sociali e etnico-religiose…

Ne torneremo a parlare se, nell’economia di questa specifica Nota, dagli sviluppi futuri emergerà qualche tratto realmente nuovo e interessante… Ci sarà molto da dire, e anche da scoprire, su come sono andate davvero le cose: per ora, quasi subito due fatti di qualche rilievo saltano, però, subito agli occhi. E tutti e due, dal punto di vista interno, americano, ci parlano – ancora e sempre – di valutazioni di intelligence sicuramente carenti e, anche, di giudizi sbagliati.

Il primo è che il servizio di intelligence di Putin – che combina insieme compiti di attività all’interno ed all’estero che, invece, in America, sono almeno teoricamente, divisi (all’interno l’FBI e per l’estero 15 diversi enti e agenzie, alcuni molto più ricchi e più forti della stessa FBI), l’FSB, successore del vecchio KGB e della miriade di quelli che furono i vari servizi di sicurezza interna sovietici: in russo, Федеральная служба безопасности Российской Федерации— Federal’naja služba bezopasnosti Rossijskoj Federacii— Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa – aveva ben avvisato gli americani.

Ecco, ora è stato reso noto, cercando in un primo momento anche di nasconderne, pudicamente, la fonte, già dal marzo 2011, l’FBI “era stata avvisata, anche con registrazioni di intercettazioni” avvenute tra loro e la madre che, al contrario dei due ragazzi da dieci anni in America e ormai cittadini statunitensi è sempre in Russia, “che dei due fratelli ceceni, il maggiore era, dicevano i russi che gli americani hanno ignorato – come si fa, no, a fidarsi dei russi? –  un giovane ceceno estremista, avvelenato con loro, invasori della Cecenia.

Ma anche e “sempre più islamicamente contagiato da una rabbia profonda  nei confronti dell’America e di tutto quello che essa significa nel mondo: un paese che usa la Bibbia, una religione del Libro, come scusa per invadere e assoggettare tanti altri paesi del mondo (Guardian, 21.4.2013, (A.P.), Boston bomb suspect under heavy guard as officials wait to question him Il sospetto attentatore della bomba di Boston sotto stretta guardia, con gli inquirenti vogliono interrogarlo http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/ 21/boston-bomb-suspect).

Che è un’esasperazione della realtà, non c’è dubbio, ma non è né perversa né – anche se gli americani (generalizzando, sì: quasi tutti gli americani, diciamo ) mai potranno accettarlo – è “immotivata” (il fondamentalismo cristiano americano…e i suoi predicatori idrofobi come certi mullah, i racconti in prima persona di Bush e dei suoi sugli ordini personalmente a lui impartiti dall’Onnipotente, di invadere ed occupare militarmente – missione sacra – l’Iraq…

●Note del tutto a latere, ora, ma forse non irrilevanti su simboli, simbolismi e natura degli strumenti di morte impiegati:

• sui due terroristi: il maggiore dei giovani ceceni, di 26 anni, Tsarnaev Tamerlan, porta l’antico nome, glorioso e  carico di antichi terrori di Tamerlano, il più grande conquistatore e sterminatore del XIV secolo, il guerriero mongolo-turco nato a Samarcanda che aveva spinto il suo impero fino ai confini d’Europa, Timūr Lang— o Timur lo zoppo, un mussulmano cui dell’Islam come fede e religione importava poco ma come strumento di dominio moltissimo per procedere allo sterminio di chiunque a lui non si piegasse supinamente: cristiani, certo, ma anche iraniani, siriani e turchi.

   (Dice adesso l’FBI che, dopo le informazioni dei russi aveva fatto le sue ricerche ma confessa anche di essere, su base logica (sic!), giunta alla conclusione che no, non erano terroristi… o, meglio, che i russi erano preoccupati solo di quel che avrebbero potuto fare a casa loro a Mosca o in Cecenia, non certo in America… per cui avevano provveduto ad aggiungere i nomi dei due Tsarnaev al database TIDETerrorist Identitities Datamart Environment Mercato [letteralmente: lo chiamano così…] dati ambientali di identità terroristil: lista sterminata di 700.000 nomi con qualche connessione al “terrorismo” e che – ovviamente e proprio perché così sterminata – come si vede non serve a niente…

New York Times, 27.4.2013, Scott Shane, Phone Calls Discussing Jihad Prompted Russian Warning on Tsarnaev Le telefonate che parlavano di jihad avevano portato i russi ad avvertire [l’FBI: eccola, la reticenza, secondo noi, del tutto  colpevole: dal titolo scompare del tutto l’identità di chi fosse stato avvertito…] del pericolo rappresentato dai [due fratelli] Tsarnaev http://www.nytimes.com/2013/04/28/us/jihad-discussions-led-to-warning-on-tamerlan-tsarnaev.html?ref=global-home ).

• sulle armi: due pentole a pressione, caricate di chiodi, pezzi di ferro, pallini da caccia— un ordigno infernale fatto apposta per frantumare ossa e sbrindellare muscoli e carne umana. In modo fortunatamente inesperto: tanto è vero che i morti si contano, alla fine, sulle dita di una mano anche se la quantità di dolore e sofferenza seminata è stata grande… (sulle bombe–pentola a pressione, agg. 27.4.2013 ▬ http://en. wikipedia.org/wiki/Pressure_cooker_bomb);

• sugli effetti, volutamente i più crudeli possibili, di quelle armi: queste casalinghe pentole a pressione trasformate in bomba hanno la stessa identica conseguenza, di ben altra efficienza e capacità di distruggere evidentemente, sui loro bersagli umani di quella delle bombe a grappolo— le cluster bombs seminate da anni dovunque dalla US Air Force in decine di paesi del mondo, in particolare islamici e/o “di colore”— ordigni infernali fatti apposta per frantumare ossa e sbrindellare muscoli e carne umana: la differenza è che qui non ci sono chiodi o ferraglie ma altrettante piccole bombe (la bomba madre come una matrioska che ne contiene tante altre progressivamente più piccole) a frantumazione con lo stesso identico effetto anche se di gran lunga più efficiente (per una scheda completa su questo ordigno, nelle varianti che sono state usate a partire dalla seconda guerra mondiale, poi in  Corea, Vietnam, Afganistan (russi e americani), ex Jugoslavia (serbi, croati, americani e inglesi) fino di recente alla Libia, ecc., ecc.: Bomba a grappolo, agg. 15.2.2013 ▬ https://it.wikipedia.org/wiki/ Bomba _a_grappolo).

Il secondo fatto, di certo anche più grave in prospettiva – nel senso che il maggior pericolo per gli americani non sono uno, o due, o tre attacchi di matrice terrorista, neanche delle dimensioni di un 11 settembre, ma è la minaccia che a tutta questa società pone una proprietà massiccia e diffusa di armi modernissime (non lo schioppo a acciarino e a ricarica singola con lo stoppaccio della guerra di Indipendenza che armava la ben ordinata milizia di cui parla il II emendamento contro la prepotenza del despota ma l’individuo dotato di mitra a ripetizione da 100 colpi a raffica per pazzo e efferato che sia e senza controllo: anche solo statisticamente, anche solo numericamente) è da imputare tutto al Senato degli Stati Uniti— ma, se volete, proprio e anche al modo di essere, di considerarsi, alla cultura stessa degli Stati Uniti.

Che ha respinto rifiutandosi anche di discuterla la proposta di legge dei democratici che aveva trovato anche qualche sostegno, ma pochi tra i repubblicani anche se risultava, ormai a ogni sondaggio, “estremamente popolare”, e che tendeva a “restringere” – niente di più! – la libera vendita di armi da fuoco sulla scia dell’emozione e dell’indignazione che, pure, aveva realmente scosso il paese dopo che, a fine 2012, a Newtown nel Connecticut, un ragazzo – squilibrato e matricida – mise in atto la sua carneficina massacrando venti bimbi e sei insegnanti.

Le proposte iniziali di Obama erano state già, e non poco ridimensionate, e di esse dopo i compromessi di rito in buona sostanza restava solo il divieto ad aumentare i controlli sul comportamento passato degli aspirati acquirenti di armi… cercando così di escluderne psicopatici e schizofrenici noti e riconosciuti… e, poi, solo là dove alcuni controlli già esistono, ma solo per i rivenditori autorizzati di armi: perché qui la vendita libera, casa per casa o in rete, oppure alle cosiddette fiere delle armi, è in molti Stati del tutto “libera”.

Me neanche questo livello, davvero infimo, di restrizione è bastato. La National Rifle Association, la lobby delle armi, associata alla variegata destra fondamentalista che imperversa in America, minacciando apertamente di negare il suo appoggio (i suoi soldi) ai senatori che avessero votato a favore pure della versione più blanda, è riuscita a portare dalla sua i 41 repubblicani e i 4 democratici di una minoranza di blocco (41 su 100 ne bastano, in questo augusto e a modo suo inverecondo consesso, per impedire che sia discussa e votata nel merito una qualsiasi legge).

Così, il sì della maggioranza, 50 + 1 senatori necessari su 100 a far passare la legge di cui c’era bisogno c’è stato (55 voti): ma non sufficiente a battere il veto procedurale e far prevalere il diritto stesso a pronunciarsi sul merito che è richiesto per passare al merito della votazione. Il vero problema non è tanto, però, lo strapotere delle lobbies in questo paese ma la codardia e la condiscendenza di chi al loro volere troppo spesso si piega.

Del resto Obama, al dunque, anche su questioni nelle quali dice di credere profondamene di rado si spende poi fino in fondo. Non sembra propriamente sempre, a dir poco, un coerente esemplare di quei Profiles in Courage, i Ritratti del coraggio, politico)[6] che tracciava John F. Kennedy nel libro omonimo del 1955, prima di diventare presidente, parlando di otto senatori americani che, sfidando l’opinione pubblica dominante, fecero ciò che credevano fosse giusto, subendo gli attacchi e le perdite di popolarità, fino alla non rielezione e anche alla morte politica conseguente[7]  ha parlato e con convinzione così è sembrato di “un giorno davvero  vergognoso per Washington(The Economist, 19.4.2013, Taken down: a modest attempt to curb arms sales fails Abbattuto: un modesto tentativo di frenare la vendita di armi fallisce http://www.economist.com/ news/united-states/21576420-modest-attempt-curb-sale-firearms-fails-taken-down).

Alla faccia, si capisce, delle prediche a Corea del Nord e a Iran di non aspirare al nucleare che solo l’ipocrisia e la prosopopea da grande potenza continua a consentire agli USA quando parlano di questi temi (ricordate?: “vengo anch’io,? no, tu no! ma perché? perché no!”, come spiegava la ferrea logica del grande Enzo Jannacci…).

Col prof. Hans Kristensen, della Federazione degli Scienziati Nucleari, che mettendo in evidenza “il rilevante potenziamento potenziale delle capacità nucleari degli Stati Uniti in Europa” offerto dalla nuova arma, chiama l’annuncio per quello che è: la smentita senza remora alcuna dell’impegno che Obama aveva solennemente preso nel 2010 di “non dispiegare mai, lui, alcuna nuova arma atomica sul campo”.

Vengo anch’io! No, tu no… E perché? Perché no!!  (vignetta)

Farò tutto quel che posso…   per eliminare il tuo osceno arsenale…   CHE COSA?  (la lobby delle armi)

No, non il tuo…  quello di quell’altro

Foto: The Economist, 26.4.2013, KAL

Lui era il presidente che, allora, dicemmo facile in tanti, aveva preso il Nobel per la Pace troppo “frettolosamente”, per qualche bella chiacchiera e ancora nessun fatto, cioè con la promessa di dare il via al disarmo nucleare globale nel mondo: a cominciare, anche se gradualmente, almeno dall’alt alla crescita dell’arsenale da quello del suo paese, così s’è rimangiato tutto. E quei bocconi ingenui di Stoccolma e quel marpione imbolsito di Giuliano Ferrara chiamavano, allora, noi gli “anti-americani”….

Adesso – e lo scrivono commentatori amici – la domanda, che angoscia tanti e molti invece rincuora, diventa su quel che davvero può e vuole fare, “spendendoci” sopra davvero il suo peso, la sua credibilità, il suo prestigio, diventa proprio questa: “se neanche su una questione come questa della verifica obbligatoria sull’idoneità ad acquistare armi da fuoco di chi volesse comprarsele – noi la chiamiamo licenza di porto d’arma: che qui non c’è proprio – questo presidente riesce a tradurre in vittoria legislativa al Congresso neanche il sostegno del 90% dell’opinione pubblica, cosa ci si può aspettare che riesca a portare a buon fine nei tre anni e mezzo che restano del suo mandato?(New York Times, 22.4.2013, M. D. Shear e P. Baker, In Gun Bill Defeat, a President Who Hesitates to Twist Arms Nella sconfitta, sulla legge di regolamentazione della vendita delle armi da fuoco, un presidente che esita a forzare la mano sulle opposizioni che trova http://www.nytimes.com/2013/04/23/us/politics/in-gun-bill-defeat-a-president-who-hesitates-to-twist-arms.html?ref=global-home).

●Infine qui, da segnalare tra parentesi ma oltre che per curiosità per il significato che ormai assume e l’allarme che getta sui nostri giorni e non solo in materia economica: per esempio, in tutte le faccende, i twits e le voci relative alla Siria e alle armi chimiche: se ci sono?, sì?, no?, di chi sono?, da dove vengono?, con quale affidabilità questi rumors vengono, ora, cinguettati?…

Dice il 23 aprile una “notizia”  di come  “Un falso tweet postato sul conto Twitter dell’Agenzia Associated Press” – dicesse di due esplosioni che avevano colpito la Casa Bianca e del presidente Obama da esse “ferito” – che, restando sul web per meno di tre minuti, “ha provocato un crollo dei valori quotati in borsa a Wall Street” di 136 miliardi di $ e più: e, in realtà poi con molto meno di 140 caratteri… Ci sono voluti 170 secondi, in questo caso, a correggere il lavoro di hackers molto efficienti e molto sagaci.

Ma non è certo che andrebbe sempre così … e comunque gli annali registrano oggi che, in quei pochi secondi passati tra il twit postato a tradimento e la smentita della stessa A.P., la borsa a New York aveva dato il via a quello che stava per essere un crollo davvero epocale (Washington Post, 24.4.2013, Dina ElBoghdady, Market quavers after fake AP tweet says Obama was hurt in White House explosions I mercati tremano dopo l’annuncio di un falso twit sul ferimento di Obama con bombe scoppiate alla Casa Bianca http://www.washingtonpost.com/business/economy/market-quavers-after-fake-ap-tweet-says-obama-was-hurt-in-white-house-explosions/2013/04/23/d96d2dc6-ac4d-11e2-a8b9-2a63d75b5459_story.html).

● Eccoli i twit e il loro peso, mai finora bene testato: dalle bombe chimiche, a Wall Street, al… M5S  (vignetta)  

Ma come abbiamo potuto perdere 136 miliardi di $ in meno di… 140 caratteri? E’ stato un tweet fasullo ha causare il crollo

 

Fonte: IHT, P. Chappatte, 25.4.2013

Il punto da considerare ora è che, forse il crash-flash di oggi che è stato reale e effettivo per pochi secondi causando una perdita reale e colossale cancellata dall’emersione pressoché immediata della realtà reale e non più virtuale, si potrebbe trasformare – se le cose le lasciamo andare avanti così – in un disastro spaziale domani o, dopodomani magari, in un incidente termonucleare…

●Sempre peggio intanto, in Iraq, dove il caos seminato, prima, dall’invasione fulminea, poi dall’occupazione americana e, infine, dal loro insensatamente procrastinato e precipitosamente eseguito abbandono, sta portando all’implosione e alla trasformazione, ormai forse scontata, in una nuova dittatura del regime messo in piedi dal loro ultimo vassallo, Nuri al-Maliki. Un capo sci’ita, per tradizione da sempre legato a filo doppio all’Iran sci’ita del post Kohmeini (anche se a Washington, forse, i tapini che ne erano naturalmente coscienti contavano, sbagliando i conti, di “controllarlo”…) segna ancora un volta la grande vittoria strategica degli ayatollah sul grande satana.

Proprio a inizio aprile, una bomba fatta esplodere contro il dipartimento di polizia del governatorato di Salah al-Din, o Salahuddin – secondo la traslitterazione – a nord di Bagdad, nella città di Tikrit – luogo natale di Saddam Hussein, dove l’hanno sepolto dopo l’esecuzione e luogo natale dove riposano anche i resti del più grande sultano dell’Oriente islamico, Saladino, da cui il governatorato stesso prende poi il nome – ha fatto una cinquantina di morti e almeno settanta feriti  (Al Iraq News Agency, 1.4.2013, 111 persons victims of Salah al-Din Police Dept bombing 111 vittime della bomba fatta esplodere al dipartimento di polizia di Salah al-Din http://alliraq news.com/en/index.php?option=com_content&view=article&id= 31311:111-persons-victims-of-salah-il-din-police-dept-bombing-&catid=36:security&Itemid=37).

Le reazioni, anche immediate, sono alla fine culminate il 23 aprile in un raid di forze di sicurezza contro un accampamento di sfollati e, dice il governo, “ribelli” – cioè a dire sunniti – ad al-Hawijah, 180 km. a nord di Bagdad e vicina a Kirkuk, città largamente curda ma con forte presenza sunnita. Una cinquantina ancora di morti e più di 100 feriti. Dice al-Maliki che si trattava – e si tratta – di  vecchi seguaci di Saddam e adepti, adesso, di al-Qaeda. Dicono i leaders tribali sunniti dell’area che la loro era una protesta contro la marginalizzazione sistematica e la vera e propria persecuzione messa in atto da anni dal governo contro i sunniti…

E fanno appello a prendere le armi e a scatenare la jihad, una guerra santa non proprio forse in senso religioso – del volere, vero e proprio, di Allah – ma della difesa di un’intera comunità. I governatorati a maggioranza sunnita di Anbar, Niniveh e Salahuddin sono scesi in sciopero generale chiudendo scuole e negozi e bazaar. Si sono così aperti nuovi scontri in diverse città, la polizia e le forze di sicurezza hanno imposto il coprifuoco e i legislatori sunniti hanno clamorosamente abbandonato il parlamento e nel gabinetto, formalmente e ipocritamente unitario, la maggioranza dei ministri sunniti si sono dimessi…

Poi, come spesso da queste parti – tra un attentato, un’esplosione e anche le vere e proprie battaglie campali anche cruente – la situazione s’è un poco acquetata: con la promessa formale del governo federale di Bagdad di compensare le vittime, fornire aiuti sanitari e aprire un’inchiesta contro ogni abuso di autorità— che tutti sanno non verrà mai iniziata ma che, al momento, al-Maliki ha composto quasi interamente di sci’iti

Ma tutto resta rischiosamente in bilico, ormai (Yahoo!News, 23.4.2013, (A.P.). A. Schreck, Iraq on edge after deadly raid on protest camp L’Iraq sull’orlo del baratro dopo il raid mortale contro l’accampamento della protesta http://news.yahoo.com/iraq-edge-deadly-raid-protest-camp-195825182.html;_ylt=A2KJ2UgEnXdRjiwAcGr_wgt). La calma è temporanea, coi rapporti settari, come li chiamano qui, tra le comunità del paese mai così tesi dopo anni di tensioni.

E’ dallo scorso dicembre che, in effetti, la protesta sunnita contro corruzione, discriminazione e emarginazione sistematica di grandi settori della popolazione irachena si è fatta anch’essa, ormai,  sistematica: permanente, continua e accesa. E è esplosa quando Maliki ha annullato le elezioni  provinciali di sabato 20 aprile proprio e solo nei governatorati di Anbar e Niniveh e a Salahuddin dove era sicuro che la maggioranza fosse più nettamente, sicuramente, sunnita. Altrove le hanno “regolarmente” tenute, ma l’afflusso ai seggi è stato bassissimo tanto che a fine mese i risultati non sono neanche stati annunciati.

Adesso, dopo la rivolta sunnita di aprile ai confini col Kurdistan iracheno, il governo ha annunciato in quella che non si può leggere altro che come una reazione di panico, che le elezioni in quei due governatorati si terranno tra tre mesi, a luglio. E, se faranno ancora in tempo a fermare la catastrofe che sembra annunciata, molto dipenderà da come andranno queste strane, uniche elezioni provinciali nella patria di Saladino e Saddam Hussein, forse— ma lo dovranno fare da soli, gli iracheni, sunniti, sci’iti e curdi che sono: senza l’ “assistenza esterna” mai necessariamente proprio disinteressata come la storia dimostra di chi, vicino o lontanissimo invece che sia, magari ha speranze altre rispetto alle loro…

●Tra Siria e Iraq sta scoppiando, ancora una volta, la contraddizione di fondo strategica e tattica, l’antinomia che da sempre affligge strategia e tattica degli americani. Adesso, Abu Bakr al-Baghdadi, che è a capo di al-Qaeda in Iraq e della sua formazione che chiama se stessa Stato islamico dell’Iraq ha annunciato, riconoscendo quel che si sapeva da tempo – di sostenere, armare, addestrare e finanziare il Fronte al-NusraJabhat al-Nusra   i più estremisti dei combattenti ribelli in Siria che stanno dominando ormai, estremizzando e, a poco a poco, emarginando la leadership stessa di tutta l’opposizione a Assad.

Ma adesso ha annunciato formalmente che i due gruppi – Stato islamico di al-Qaeda e al-Nusra si unificheranno in un solo gruppo che si chiamerà Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Però, Abu Mohammed al-Jawlani, che lui è a capo del Fronte al-Nusra, precisa che lavorano insieme e si sostengono a vicenda ma anche che al-Nusra resta affiliata ad al-Qaeda e al suo capo supremo, Ayman al-Zawahiri, l’uomo che ha sostituito il fu Osama bin Laden.

Cioè, conferma la sostanza dell’accordo ma non esattamente la forma (Al Arabiya, 10.4.2013, Syria’s Nusra refutes Qaeda merger but pledges support La banda siriana di al-Nusra nega di essersi fusa con al-Qaeda ma gli conferma tutto il suo appoggio http: //english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2013/04/10/Syria-s-al-Nusra-Front-refutes-al-Qaeda-merger-but-pledges-support.html). Viene fuori, però, in maniera clamorosamente evidente, che gli americani stanno supportando indirettamente, nei fatti, o anche sempre nei fatti anche e proprio direttamente, alleandosi il gruppo di al-Qaeda in Siria, mentre in Iraq gli americani appoggiano e sostengono il governo al-Maliki contro gli stessi al-Qaedisti.

In definitiva, l’America e l’occidente che la segue a ruota sostengono e contrastano lo stesso gruppo di combattenti della libertà e/o di terroristi estremisti della peggior specie a seconda che combatta di qua o di là del confine siro-iracheno. Quello che ancora proprio non sono riusciti a capire è che per questi militanti sunniti rovesciare il regime alawita a Damasco e quello sci’ita a Baghdad – le due branche diaboliche dell’eresia nell’Islam – è una battaglia voluta da Allah e un obiettivo unico. E questo è il punto dell’annuncio vero che ha fatto al-Baghdadi e che al-Jawlani smentisce— e non smentisce (Al Jazeera, 9.4.2013, Iraqi al-Qaeda and Syrian group ‘merge’ ‘Fusione’ di  al-Qaeda dell’Iraq col gruppo analogo in Siria http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2013/04/201349194856244589.html).

Ed è la ragione della guerra ad oltranza che, arroccato in difesa delle sue nuove conquiste e con i mezzi di attacco che le garantisce il potere statale ereditato dall’occupazione e dalla lunga reggenza americana, il governo iracheno attuale di al-Maliki – oggi sostenuto quasi solo pro-forma dagli USA e molto più dall’Iran sci’ita: appunto per questo considerato al momento il vero vincitore della guerra in Iraq contro Saddam e i suoi – ha sferrato contro la ripresa dell’offensiva sunnita.

●Ora la Commissione centrale delle Comunicazioni e dei Media, roba di al-Maliki, ha decretato la sospensione delle licenze di 10 catene televisive commerciali del paese, molte di “stampo” sunnita ma, e soprattutto, del canale attribuito a Al Jazeera— fondata e finanziata, con molte delle altre minori, da quattrini provenienti dal Golfo, dall’Arabia sunnita e dal Qatar, le grandi potenze sunnite del mondo arabo, accusate di promuovere settarismo e violenza nel paese (RSSpump.com, 28.4.2013, Sinhan Salaheddin, Iraq pulls licenses of Al-Jazeera, other channels— L’Iraq ritira la licenza ad Al Jazeera e a altri canali   ▬ http://iraq.rsspump.com/?topic=iraq-pulls-licenses-of-al-jazeera-other-channels&key=20130428190342_b9c33 fe8ee5751630ec50849d951a974).

La mossa segue di neanche una decina di giorni l’accelerazione impressa agli scontri verso una vera e propria guerra civile dai gravissimi incidenti con decine di morti, scoppiati dal 23 aprile nelle province del Nord, di maggiore presenza e più forte dissenso sunnita la cui forte tendenza a “rimilitarizzarsi” il governo ha provato, e sta provando, a gestire soprattutto con la repressione militare e con grandi, e crescenti, difficoltà (Stratfor, Global Intelligence, 24.4.2013, Provoking Sunni Militancy in Iraq La provocazione lanciata [dal governo] contro le militanze sunnite in Iraq http://www.stratfor.com/ analysis/provoking-sunni-militancy-iraq).

●Ancora e sempre stallo nel negoziato tra Iran e 5+1 sul contenzioso relativo allo sviluppo del nucleare di Teheran. Non è stato raggiunto nessun accordo in questa riunione tecnico-procedurale come era stata definita ad Almata, in Kazakistan. Prima di qualsiasi “concessione”, ha detto chiaramente agli interlocutori il capo negoziatore di Teheran, Saeed Jalili, il suo governo esige il riconoscimento pieno dei suoi diritti esattamente come glieli riconosce già, peraltro, il testo del trattato di non proliferazione nucleare al quale esso aderisce (The Back Channel, 5.4.2013, L. Rozen, Setback at Iran nuclear talks Intoppo al negoziato sul nucleare iraniano http://backchannel.al-monitor.com/index. php/2013/04/4945/setback-in-iran-nuclear-talks-western-officials-disappointed).

Il 6 aprile, i negoziatori si sono incontrati, poi, una seconda volta: ma sono restate le distanze di sempre tra desiderata e interpretazioni delle parti… E, all’istante, due giorni dopo, cioè subito dopo la conclusione inconcludente dei colloqui di Almata, l’Iran ha ripreso (nei termini riconosciuti come un diritto a tutti i firmatari del Trattato di non proliferazione nucleare: “per fini di utilizzo civile dell’energia nucleare”) la produzione in due miniere di uranio (Saghad 1 e 2) nella città di Yazd, al centro del paese e a Ardakan, nell’impianto di Shahid Rezaeinejad, quella di ossido di uranio (Haaretz/Tel Aviv, 9.4.2013, Iran opens uranium mines, yellow cake plant L’Iran apre due miniere di uranio e uno stabilimento per fabbricare ossido di uraniohttp://www. haaretz.com/news/middle-east/iran-opens-uranium-mines-yellow-cake-plant-on-national-nuclear-day-1.514489).

Lo stabilimento di Ardakan, sempre vicino a Yazd, prende il nome Darioush Rezaeinejad e  Shahid, in farsi, significa testimone: fu il quarto giovane scienziato-tecnico ingegnere elettrico assassinato nel 2011 dai servizi segreti occidentali per rallentare il programma di ricerca atomica, civile o militare che fosse, dell’Iran (fonti autorevoli americane dissero subito che si era trattato dei servizi di Israele: che interpellati, ovviamente, hanno sempre e solo detto in proposito il loro no comment (Truthout, 17.3.2012, Gareth Porter, How Mossad Justified Its Murder of an Innocent Iranian Electrical Engineer Come il Mossad [la CIA di Israele] ha giustificato l’assassinio  di un innocente ingegnere elettrico iraniano http://www.truth-out.org/news/item/7271:how-mossad-justified-its-murder-of-an-innocent-iranian-electrical-engineer).

●Dopo questa ennesima tornata di faccia a faccia senza alcun risultato, e nei fatti solo di testardo reciproco ribadire dei rispettivi punti di vista, gli USA, con Hagel il loro nuovo e più freddo segretario alla Difesa che Obama si è scelto, hanno sentito il bisogno – comunque l’utilità – di fare un’altra iniezione di fiducia ai nervosi loro amici israeliani: certo, a rischio di innervosire ancora un pochino di più gli iraniani…

Così ha sottolineato come l’accordo appena raggiunto per la vendita a Israele, Arabia saudita e Emirati Arabi Uniti di sistemi d’arma statunitensi per 10 miliardi di $ “mandi a Teheran un segnale chiarissimo che per noi le opzioni di intervento militare contro il suo programma atomico rimangono tutte sul tappeto, tutte agibili (Hamodia/Journal of Torah Jewry, 21.4.2013, Hagel: Military Aid Sends “Clear Signal” to Iran Hagel: l’aiuto [bè, aiuto…: contro per un incasso, cash, di 10 miliardi di $] militare manda all’Iran un ‘segnale chiaro’ http://hamodia.com/2013/04/21/hagel-military-aid-sends-clear-signal-to-iran)...

Anche se si tratta in realtà non di uno ma di tre accordi rigorosamente separati tra loro: lui ha fatto la somma dei tre contratti diversi annunciandoli insieme. E così ha, anche, sottilmente (?) fatto notare agli israeliani, irritandoli anche e non poco, che loro non sono poi gli unici alleati degli USA  nella regione… con il dare il segnale che si tratta di prevenire che si doti di armamento atomico chi a loro, agli Stati Uniti d’America, non va a genio. E questo mentre – a prescindere da ogni considerazione di diritto, con uno schiaffo alla logica e a ogni pretesa di coerenza morale – gli USA hanno appena annunciato di accingersi a rinnovare il loro parco bombe termonucleari con 500 milioni di $ di spesa per ogni congegno B61 (nella logica ferrea del “lo faccio anch’io?no tu no! e perché no? perché no!!! ” della vecchia canzone di Jannacci—cfr. qui, poco sopra).

●Allo stesso tempo, però, senza più alcuna sottigliezza – di cui, infatti, tempestivamente e a alta voce anche se senza mai fare il nome di Obama, si lamenta Netanyahu – il Pentagono rifiuta, nell’accordo sulle nuove armi da fornire a Israele, di venderle quello che realmente essa voleva: le testate esplosive anche da oltre 10 tonnellate di potenza esplosiva  chiamate block-busters— i grossi ordigni demolitori, o “spianatori”, capaci – almeno in teoria – penetrando a fondo nel terreno anche roccioso di distruggere i bunker sotterranei che, secondo Israele, potrebbero proteggere le possibili armi atomiche iraniane, come sicuramente proteggono quelle loro, israeliane.

E’ che Obama non si fida, giustamente per niente, del senso di responsabilità di Netanyahu e di tutte le dirigenze israeliane – con l’eccezione di alcune gerarchie militari e dei servizi di intelligence del paese: sempre prudenti – e non desidera mettere in mano il giocattolo, come si direbbe se la materia non fosse così seria, al ragazzino. Molto acidamente, uno dei consiglieri più vicini al primo ministro di Israele, citato tra virgolette ma senza nome, dice al NYT che “sta rivenendo a galla tra noi e il governo americano la differenza fondamentale di vedute su quanto possiamo rischiare nei confronti dell’Iran”, per fortuna viene da dire (New York Times, 22.4.2013, T. Shanker e D. E. Sanger, No Bunker-Buster Bomb in Israel’s U.S. Arms Deal Non c’e alcun trasferimento di bombe block-busters nel [nuovo] accordo sulla cessione di armi americane a Israele http://www.nytimes.com/2013/04/23/world/middleeast/israel-hagel-iran.html?ref=global-home)

Anche gli iraniani, nel gioco delle parti, assumono il loro ruolo ormai un tantino scontato: il capo dell’Agenzia iraniana per l’energia nucleare, Fereydoon Abbasi-Davani, suscitando come voleva fare i “sospetti” degli “osservatori internazionali”, americani cioè e chi con e per loro lavora all’IAEA/ONU, afferma che Teheran ha ormai bisogno di arricchire il suo uranio al di là del 20%, sempre molto al di sotto ma più vicino alla soglia del possibile arricchimento necessario (una percentuale di isotopo U-235  al posto di quello che si trova in natura, l’U-238…

Secondo molti di questi osservatori, anche gli americani, però potrebbe trattarsi del gioco dell’occhio per occhio e dente per dente dove ogni tanto ci si scambiano i ruoli: una specie di gioco che, per fortuna di tutti, resta per ora soltanto teorico ma deliberatamente, anche, provocatorio e marginalmente, almeno, rischioso (Stratfor, Global Intelligence, 17.4.2013, Iran: Another ‘Provocation’ Over the Nuclear Program? Iran: altra ‘provocazione’ sul programma nucleare? http://www.stratfor.com/analysis/iran-another-provocation-over-nuclear-program).

●Sempre peggio le cose in Afganistan: per gli americani, per i governativi afgani e per tutti i loro alleati. Ormai, i generali americani e alleati e il governo Karzai, s’erano da tempo rassegnati al fatto di non poter vincere, avvicinandosi man mano con molta riluttanza e non poche resistenze politiche interne all’idea di arrivare a portare gli insorti talebani attraverso la mediazione del Qatar a potersene andare il più tranquillamente dall’Afganistan molto prossimi, almeno, a un accordo che sarà chiamato di pace ma che sarà, in effetti, di resa ai talebani: proprio come successe nel 1979 quando cacciarono via i russi— ma allora con l’appoggio aperto e segreto, insieme, finanziario,  politico e armato degli americani mentre ora hanno vinto da soli contro la super-super-potenxa e anche contro la NATO.

Hamid Karzai, che è rimasto due giorni interi a Doha, la capitale del Qatar, aspettando l’incontro che gli aveva  promesso l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani con un’ “alta e qualificata” rappresentanza dei talebani, ha avuto il tempo di visitare musei e palazzi di nuova architettura ultra-moderna ma non ha avuto l’incontro con chi lo aveva bollato e ha ripetuto di considerarlo come il capo di un “governo fantoccio”. A marzo, in un comunicato di commento, postato sul sito ufficiale (in inglese eccellente) dei talebani, alle uscite con cui Karzai stesso denunciava l’intesa di fatto tra americani e talebani per affossare, diceva, proprio lui ultimo baluardo dell’indipendenza del paese ora che questi si sono rassegnati ad andarsene…

Mullah Omar aveva così velenosamente notato, richiamandosi alla storia gloriosa del paese capace di respingere con perdite dure – umane, di risorse e di prestigio – ogni strapotente esercito abbia mai tentato di invaderlo, che “tutti sanno come Karzai è stato portato a Kabul e piazzato dall’invasore sul trono lasciato senza difese dallo Shah Shuja – il riferimento è al vecchio re esiliato e rimesso al in sella nel 1839 dagli invasori inglesi –. Così non c’è niente da meravigliarsi se gli americani lo prendono in giro e lo prendono a schiaffi perché è proprio la filosofia degli invasori quella di disprezzare il loro fantoccio quando ha ormai terminato il proprio servizio… e così di punirlo per il suo servilismo(Islamic Emirate of Afghanistan, 18.3.2013, Karzai in the vortex of frustration Karzai nel vortice della frustrazione http://shahamat-english.com/index.php/comments/29663-karzai-in-the-vortex-of-frustration).

Questi conoscono bene la storia personale e anche la “psicologia” tribale e di clan di uno come Karzai, che agli americani hanno confessato risultargli, invece, del tutto ignota: lui è un “anziano” della tribù Popalzai, diretto discendente di Shah Shuja ul-Mulk, il maggiorente che i britannici s’erano scelti come re della loro colonia afgana nel primo tentativo di regime change che l’occidente, prima del secondo tentativo inglese, di quello sovietico (per gli afgani ovviamente sempre occidentale) e di quello americano, hanno tentato in quel paese: tutti regolarmente finiti con la punizione – la morte – del “traditore”. Si tratta di una storia che in occidente nessuno conosce, e anche gli specialisti hanno spesso dimenticato, ma che qui ogni afgano, dal bambino che ancora va a scuola al Mullah Omar e a Karzai stesso, conosce a memoria (New York Times, 13.4.2013, The Ghosts of Afghanistan’s Past I fantasmi del passato afgano http://www.nytimes.com/2013/04/14/opinion/sunday/why-karzai-bites-the-hand-that-feeds-him.html?ref=global-home).

●In questo paese si va facendo sempre più pesante – anche se alla fine non sarà probabilmente più di una nota tragica, a fondo pagina di una ancor più tragica guerra durata più di dieci anni – la condizione delle migliaia e migliaia di “interpreti” afgani (di ogni tipo: dalle conversazioni nei villaggi coi contadini alle torture del giorno per giorno magari di quegli stesi contadini – che, temerariamente si direbbe proprio, hanno dato una mano agli americani e ai loro alleati nel corso dell’ “invasione”, della “liberazione” o dell’ “occupazione” e che, adesso, li lascerà senza alcuna protezione e nessun salvacondotto, non garantendoli proprio in niente per il futuro.

Adesso se ne andranno, liberatori/invasori/occupanti… E, come è successo sempre – bé, quasi sempre nella storia: solo in Vietnam, dopo la cacciata degli americani, i collaboratori vennero per lo più rieducati forzosamente, anche per anni, piuttosto che semplicemente passati per le armi o linciati: ma dopo la fine della guerra di indipendenza americana vennero impiccati sommariamente quasi 30.000 collaboratori degli inglesi, fucilati o impiccati dai partigiani in tutta l’Europa occupata dai nazisti oltre 50.000 collaborazionisti, dopo la fine della seconda guerra mondiale… e via dicendo – come sempre, cioè, i collaboratori degli invasori perdenti e partenti si troveranno da soli di fronte ai vincitori.

Karzai, no, Karzai se vorrà lo porteranno via con l’ultimo elicottero in partenza da Kabul – del resto gli americani stessi hanno documentato come si sia provvidamente inguattato (in Svizzera, a Londra, a Dubai) milioni se non miliardi di dollari degli “aiuti” ricevuti – e a lui l’America, al contrario degli altri che l’hanno aiutata/servita, non negherà mai il visto d’ingresso— come del resto tanti suoi amici arabi… Così sintetizza, con grande chiarezza, lo stato dei fatti (… e, adesso, voi – che con noi avete lavorato – arrangiatevi!) ancora una volta il NYT (New York Times, 14.4.2013, Azam Ahmed, Afghan Interpreters for the U.S. Are Left Stranded and at Risk Gli interpreti afgani dell’esercito americano allo sbaraglio e a rischio http://www.nytimes.com/2013/04/15/world/asia/american-visa-delays-put-safety-out-of-afghan-interpreters-reach.html?_r=0).

●Viene poi, adesso, anche documentato – a dire la verità, per l’ennesima volta – in un servizio velenoso del NYT, che Karzai si è fatto consegnare brevi manu, fuori sacco e senza ricevuta alcuna, dagli americani che glielo hanno graziosamente consentito, “per più di un decennio fasci di dollari imballati in valigie, zaini e occasionalmente in borse di plastica della spesa consegnati appunto così, di soppiatto e senza ricevuta, mese dopo mese negli uffici del presidente da ufficiali e agenti della CIA”.

Svela, ora, a cinico commento, Khalil Roman, vice capo dello staff di Karzai dal 2002 al 2005 che “chiamavamo questi quattrini, il malloppo fantasma: che arrivava in segreto, cioè, e in segreto partiva… Il fatto è – secondo quel che dice ora un esponente dell’Amministrazione americana – che in questo paese la fonte primaria della corruzione sono stati gli Stati Uniti d’America(New York Times, 28.4.2013, M. Rosenberg, With Bags of Cash, C.I.A. Seeks Influence in Afghanistan Con valigiate di soldi cash, la CIA cerca di comprarsi influenza in Afganistan http://www.nytimes.com/2013/04/29/world/asia/cia-delivers-cash-to-afghan-leaders-office.html?ref=global-home&_r=0).

●Di più, adesso il Pakistan – che resta, dati i legami di ogni tipo e controtipo che hanno con l’Afganistan, il suo governo e i talebani stessi, un essenziale convitato a metà tra quello presente al tavolo e quello presente come solo e proprio come il classico convitato di pietra – mette paletti e condizioni che ormai di fatto impediscono di continuare ad appoggiare anche solo nominalmente il piano d’uscita previsto (e sul quale, quasi di nascosto, avevano lavorato inviati americani e anche talebani).

Si tratta di paletti che nessun governo afgano può accettare e comunque mai certo a priori: come – questa è la richiesta formale avanzata dai pakistani – la rottura dei rapporti con l’India, l’invio sistematico di ufficiali e quadri dell’esercito afgano ad addestrarsi in Pakistan e la firma immediata di quella che a Islamabad chiamano un’ “alleanza strategica” tra i due paesi (Guardian, 2.4.2013, E. Graham-Harrison, Afghanistan peace deal: Taliban talks hits deadlock Il negoziato di pace afgano: i colloqui coi talebani sono a un punto morto http://www.guardian.co.uk/world/ 2013/apr/02/afghanistan-peace-deal-taliban-talks).

Nella corsa abbastanza affannata ora, a fine percorso, a un quanto mai improbabile suo “riaccreditarsi” di stampo nazional-popolare su cui spera di poter contare per sopravvivere all’arrivo dei talebani, Karzai sta ora sollevando alla luce del sole un conflitto che era da tempo latente ma che, non a caso proprio adesso, sta per esondare gli argini verbali, diplomatici e politici del rapporto tra due nazioni complesse e due Stati così profondamente e ingarbugliatamente annodati come, appunto, Afganistan e Pakistan.

Ha infatti adesso ordinato la “rimozione” – ma si tratta di smantellare fisicamente le strutture ormai da tempo esistenti – ai cancelli di confine e alle altre installazioni che il Pakistan ha costruito lungo il confine che è sempre stato in disputa tra i due paesi. E ha anche chiesto, in termini perentori, chiarimenti agli americani, avanzando il dubbio che abbiano istigato e anche aiutato i pakistani a costruire le loro installazioni.

In effetti, al mondo, sono solo due gli Stati (USA e Pakistan) che a oggi riconoscono come confine internazionale tra Afganistan e Pakistan, la cosiddetta linea Durand che, come sempre del tutto arbitrariamente – guardate sulle carte geografiche i confini tracciati letteralmente con la riga e la squadra di tanti paesi del Medioriente (Siria, Iraq, Giordania… e non solo) – dal 1893 disegna, ad opera di Sir Mortimer Durand, segretario generale agli esteri del Raj, l’impero indiano di Sua Maestà Britannica, che li impose agli afgani spaccando le aree tribali pashtun per conto del Pakistan, lungo i 2.640 Km. di confine tra i due paesi fratelli coltelli.

●Va detto che le prime reazioni di parte pakistana sono possibiliste: dicono che il “cancello” lo smantelleranno subito, degli altri punti sollevati si parlerà al più presto (Radio FreeEurope/Radio Liberty, 17.4.2013, Pakistan To Remove Border Installations After Afghan Objections Il  Pakistan rimuoverà le sue installazioni al confine dopo le proteste afgane http://www.rferl.org/content/pakistan-afghanistan-border-durand-remove-dispute/ 24958928.html). Ma, certo, adesso bisognerà stare a vedere non quello che viene promesso ma quanto poi viene fatto….

●In un ultimo, curioso, sviluppo che fa dubitare anche della residua possibilità di intendere la portata di quel che ormai frulla per la mente dei governanti afgani, Hamid Karzai se ne è uscito a dire, nel corso di una delle tante interviste piene di rampogne all’occidente, alla NATO e agli USA che ora gli servono per tentare di rifarsi una qualche foglia di fico nazional-patriottica, che il suo governo ha già magnanimamente concesso l’apertura di un ufficio di rappresentanza ai talebani in Qatar all’unica condizione – aggiunge – che il gruppo rompa con al-Qaeda e “rinunci” al terrorismo.

Proprio come nelle liturgie del “rinunciare al diavolo e alle sue pompe”, di certe cerimonie religiose anche attuali, pure nostrane ma di origine ormai medioevale. E avverte che il leader dei talebani Mullah Mohammad Omar potrebbe anche concorrere liberamente l’anno prossimo alla carica di presidente della Repubblica (Suddeutsche Zeitung, 3.4.2013, T. Matern, Karsai erhebt schwere Vorwürfe gegen den Westen Karzai solleva gravi accuse contro l’occidente http://www.sueddeutsche.de/politik/anti terrorkampf-in-afghanistan-karsai-erhebt-schwere-vorwuerfe-gegen-den-westen-1.1637331) …

E’ un’argomentazione che potrà avere qualche effetto positivo per la credibilità democratica di  Karzai in America, forse anche da qualche parte in Europa. Ma non certo a casa sua: Mullah Omar e con lui molti afgani che, magari a suo tempo, sono anche andati alle urne, restano infatti convinti che la shari’a, la legge islamica, vieti elezioni popolari per scegliere il leader di un popolo islamico. E che, dunque, alla fine l’obiettivo della rinascita di un califfato islamico, nel paese che nei secoli ha cacciato via tutti i conquistatori stranieri che hanno provato a prenderselo, per loro potrà passare solo “tatticamente” per un meccanismo elettorale.

Come strumento che potrebbe anche servire, all’occasione, come secondo loro è servito ai Fratelli mussulmani in Egitto, per accorciare un percorso che Allah aveva già da sempre per loro segnato. Sarebbe accettabile, dunque, alla fine come scorciatoia e solo se i talebani non riuscissero a riprendersi combattendo Kabul dopo l’uscita degli americani, già considerata, e non a torto, acquisita. Ragion per cui l’invito di Karzai a Omar – l’invito del fantoccio d’una potenza infedele, kafir, a un grande combattente di Dio, un mujaheddin! – è considerato puramente e semplicemente un insulto.

●Il punto, forse, più lucidamente manifestato sulla realtà della situazione attuale in questo paese sembra lo abbia espresso nell’ultima settimana di aprile l’ambasciatore di Francia, Bernard Bajolet che sta tornando a Parigi non per andare in pensione ma per assumere l’incarico di capo dei servizi segreti esterni, la DSGE, Direction Génerale de la Sécurité Exctérieure.

Ha detto, nel ricevimento di commiato ai rappresentanti del governo e al corpo diplomatico a Kabul, che tutto il progetto afgano disegnato dall’occidente, cioè dall’America, sta andando avanti con grande fatica e su una sottilissima lastra di ghiaccio ad assottigliare molto la quale, dice, c’è una forte responsabilità degli alleati di Karzai ma che per il resto – gran parte del totale – sono loro, degli afgani.

Non riesco tuttora a spiegarmi come noi, la comunità internazionale (bum!) e il governo afgano, siamo riusciti a cacciarci in una posizione dove tutto arriverà ora allo sbocco nel 2014 – le elezioni parlamentari, la nuova presidenza, la transizione economica, quella militare e tutto questo caotico complesso di dure realtà – mentre il negoziato di pace non è neanche cominciato davvero”: in questa situazione, a Bajolet sembra che “il 2014 si stia preparando quella che nella storia dei grandi uragani si chiamerebbe la tempesta perfetta” sul piano politico e su quello militare: che siamo riusciti a far coincidere perfettamente con la chiusura formale della missione alleata in  Afganistan.

Questa lettura della realtà afgana, fa rilevare sapidamente e non per caso il NYT, non potrebbe essere più divergente da quella forzatamente rosea che insistono a dipingere i responsabili americani attuali del dossier afgano. Il nuovo comandante generale dell’esercito USA e dell’ISAF qui, il gen. Joseph F. Dunford Jr., ha appena finito di “salutare”, dopo i pronunciamenti mielosi e encomiastici dei ministri degli Esteri e della Difesa statunitensi, Kerry e Hagel, sui “grandi progressi del paese tanto – dice – sul piano politico che su quello militare”.

Una realtà che così, dipingono però solo loro, neanche i cantori usuali della stampa semiufficiosa, come appunto il NYT, sempre e da sempre anche se col suo qual certo stile e qualche raro imbarazzo. Tra lo scetticismo ormai trasparente di chi lo sta ad ascoltare e di cui, nella realtà che non può confessare dubita forse lui stesso, Dunford arriva a dire che sotto questo angolo specifico “di sua specifica competenza, ha constatato significativi progressi nella fiducia in sé, nella competenza e nell’impegno delle forze armate afgane(New York Times, 27.4.2013, A. J. Rubin, Departing French Envoy Has Frank Words on AfghanistanL’inviato francese in partenza esprime parole franche sull’Afganistan ▬ http://www.nytimes.com/2013/04/28/world/asia/bernard-bajolet-leaving-afghanistan-has-his-say. html?_r=0).

Quanto alla rivendicazione ossessionata ed ossessionante di Karzai, nel rivendicare ormai ad ogni passo e anche quando non c’entra magari niente, la “sovranità” del paese, la verità è – come ricorda sempre l’ambasciatore francese in partenza – che bisogna essere lucidi: un paese che dipende pressoché interamente per il pagamento del soldo dei suoi militari e del salario delle sue forze di polizia come per la gran parte dei suoi investimenti e delle stesse spese correnti per l’amministrazione civile non può realmente essere un paese indipendente”.

●Può davvero finire male, per lui, il ritorno in Pakistan del vecchio presidente-dittatore militare Musharraf nel paese per candidarsi alle elezioni l’11 maggio del nuovo parlamento. Non solo non è stato accolto, come lui aveva sconsideratamente predetto, da manifestazioni di giubilo popolare ma, avendo fatto richiesta di correre in quattro diverse circoscrizioni, solo una ne ha accettato l’istanza, e per lui la peggiore: Chitral, nel Khyber del nord-ovest, nella provincia di Pkhtunkhwa e nell’immediata prossimità del confine afgano, là dove non era mai stato, neanche quando era il supremo dominatore del paese, molto gradito.

E dopo che una Commissione ristretta della Corte suprema ha, adesso, dopo anni di totale noncuranza accettato – e fatto sapere pubblicamente di averlo fatto – ha preso in esame ben cinque diverse petizioni che tornano a chiederle di processare per tradimento il generale Pervez Musharraf (di per sé è prevista la pena di morte) è stato messo definitivamente fuori corsa e escluso dalla corsa elettorale (New York Times, 16.4.2013, Salman Masood, Musharraf Is Disqualified from Pakistani Election Musharraf viene squalificato dalle elezioni in Pakistan http://www.nytimes.com/2013/04/17/world/asia/musharraf-is-disqualified-from-pakistani-elections.html?ref=global-home).

E’ bene spiegare, perché di per sé non è ovvio per niente, che – se, poi, lo processeranno…: ha sempre fortissimi appoggi tra i militari – anche se ormai non tali da levargli di dosso il carico pendente per il suo passato a capo dei militari stessi… e nell’immediato la Corte gli ha, comunque,  rinviato il processo – non lo faranno tanto per il suo colpo di Stato (non sia mai! in Pakistan il diritto a fare un golpe non viene negato, di per sé, a nessun generale da nessuna Corte suprema), quanto per aver “usurpato la Costituzione”: sospendendola senza averne l’autorità e mettendo in galera anche diversi giudici della Corte stessa, compreso l’attuale suo presidente che se l’è legata al dito, comprensibilmente (Xinhua.net, 9.4.2013, Pakistan's top court adjourns Musharraf high treason proceedings La Corte suprema del Pakistan aggiorna il processo contro Musharrafhttp://news. xinhuanet.com/english/ world/2013-04/09/c_132295918.htm).

A conclusione di questa tragicommedia, Musharaff è scappato. Non metaforicamente, ma proprio dall’aula del tribunale, scortato dagli armati del suo corpo di guardia. Non appena la corte gli ha negato l’estensione della cauzione in base alla quale non era stato, ancora, arrestato. Insomma, e comprensibilmente certo dal suo punto di vista, se l’è data a gambe o in auto, o in aereo— per non finire lui in galera come i politici, i giornalisti, gli oppositori potenziali e anche i giudici che lui ci aveva sbattuto (New York Times, 18.4.2013, Declan Walsh, Facing Arrest, Musharraf Flees Courtroom in Pakistan Di fronte all’arresto, Musharraf scappa dal tribunale pakistano http://www.nytimes.com/2013/04/19/world/ asia/facing-prison-musharraf-flees-courtroom-in-pakistan.html?ref=global-home).

Ma poi in galera Musharraf finisce (per qualche ora) dopo due giorni di fuga e ignominiosamente lo stesso: lo arresta la polizia federale su ordine dei giudici con una mossa senza precedenti per un ex capo delle forze armate e dei servizi segreti e ex dittatore-presidente per anni in un paese dove la volontà finale su ogni decisione alla fine è la loro, quella dei militari (New York Times, 19.4.2013, D. Walsh, Musharraf Is Arrested on Range of Charges in Pakistan In Pakistan, Musharraf viene arrestato in base a una serie pesante di accuse http://www.nytimes.com/2013/04/20/world/asia/pervez-musharraf-arrested-in-pakistan.html? ref=global-home).

Alla fine il governo ad interim del paese fa marcia indietro, anche sotto la pressione degli alti gradi militari: mette l’ex presidente-dittatore Musharraf agli arresti domiciliari – non in carcere e neanche confinato in caserma – fino a che i suoi difensori finiscano di espletare le procedure in tre sedi di giudizio diverse, l’Alta Corte di Islamabad, la Corte dell’Anti-Terrorismo e la stessa Corte Suprema dove deve affrontare l’accusa di alto tradimento, in tempi successivi e in parte anche concorrenti.

Ma poi, e soprattutto, il governo ha annunciato che, per quanto lo riguarda, non ritiene di avere il mandato di perseguire contro di lui l’accusa di alto tradimento lasciandone incombenza e decisione semmai al nuovo governo che emergerà a mesi dalle prossime elezioni (A.P., 22.4.2013, Pakistan’s Government won’t charge Musharraf Il governo pakistano non presenterà accuse contro Muisharrafhttp://www.niger reporters.com/lastest-news/pakistan-government-says-it-wont-charge-musharraf).

La Corte dell’Antiterrorismo di Rawalpindi, il 23 aprile ha esaminato, così, l’accusa di complicità nell’assassinio del 2007 dell’ex primo ministro Benazir Bhutto. Ma si è limitata a dissequestrargli la cauzione che era stata imposta sulle sue proprietà, terriere e edilizie, a garanzia che sarebbe tornato nel paese ad affrontare il giudizio. Essendo, adesso, in patria e ai domiciliari, almeno di quella specifica cauzione, ha detto la Corte, non c’è più bisogno…

L’Alta Corte di Islamabad ha anch’essa ripreso le udienze: aprendo formalmente un’inchiesta sul meccanismo e le complicità che solo una settimana prima avevano consentito a Musharraf di eclissarsi alla chetichella dall’aula di quel Tribunale e scappare non appena, in quella sede era stato ordinato il suo fermo. Un alto dirigente delle forse di sicurezza della capitale un sovrintendente di polizia è stato sospeso in attesa dell’inchiesta essa stessa parallelamente avviata...

Anche la Corte suprema pakistana, probabilmente alla fine dovrà arrendersi e non mettere il maresciallo-presidente in galera, come volevano per il golpe che aveva strutturato e condotto. I suoi avvocati hanno fatto, in effetti, rilevare come l’aver lui messo a suo tempo in galera proprio tre componenti, compreso il presidente della Corte suprema per il conflitto di interessi che nol consente, proprio per questo motivo, nel sistema giuridico di un paese che – parrucche incipriate comprese e toghe rosse dei giudici – ha adottato di peso quello anglosassone. E a Islamabad, a Rawalpindi, a Karachi si scommette se Musgharaf passerà mai un solo giorno in galera…

●Tornando allo stato, per così dire, interno e indefinibilmente sfuggente di vitalità della democrazia americana, una selezionata e autorevole Commissione indipendente e bipartisan, composta cioè da repubblicani e democratici, ma “affidabile” anche perché formata da esponenti politici e personalità  provenienti proveniente dalla società civile e largamente riconoscibili, ha ora accertato e pubblicato quello che tutti già perfettamente sapevano ma che, finora, non aveva mai avuto il crisma della formalità: che, negli anni seguenti all’11 settembre e all’attacco alle Torri gemelle, “non esiste alcun dubbio sul fatto che gli Stati Uniti d’America abbiano sistematicamente perseguito pratiche di tortura” con metodi che altrettanto regolarmente violavano gli obblighi che agli USA impone il diritto internazionale.

Senza alcuna solida o persuasiva prova o indicazione”, poi (ma questo glielo avrebbe potuto dire, già alla fine del ‘700, il nostro Beccaria: Dei delitti  e delle pene[8] lo spiegava in appena 117 pagine contro le oltre 600 di questo pur meritevole Rapporto) di aver prodotto, per di più, alcuna informazione valida non ottenuta con altri sistemi. E che i più alti esponenti del governo americano ne portano in definitiva la responsabilità.

L’unico altro esempio di analogo, e anche più elevato, livello di inchiesta sul tema è stato quello della Commissione senatoriale sull’Intelligence e il dopo 9/11— però esso, al contrario di questo fondato esclusivamente su centinaia di documenti disponibili sui media e in rete ha avuto anche accesso a materiale riservato, classificato e segreto: anche se nessuna delle 6.000 pagine conclusive del suo Rapporto finale è stata mai resa pubblica.

Nel 2009, forse si ricorderà, Obama che nella campagna elettorale s’era impegnato coi suoi elettori e con tutta l’America a far svolgere un’inchiesta proprio sui reati e i delitti eventualmente compiuti in tal senso da organismi, organi e esponenti dello’Amministrazione, chiunque essi fossero aveva promesso e tutti avevano ovviamente capito che ce l’aveva certo con chi aveva gestito la CIA e la miriade di servizi segreti ma, anche e soprattutto, con George Bush Jr. e il suo tirapiedi vice presidente Cheney e i suoi diretti consiglieri della Casa Bianca.

Poi si rimangiò tutto, sostanzialmente, per timore – disse – che la battaglia legale e politica su quel che aveva fatto – e non fatto – ordinato – e non ordinato – il suo tristo predecessore potesse sviare o impantanare lo svolgimento stesso del suo programma complessivo… ma anche, come è poi emerso, perché così avrebbe lui stesso creato un precedente che – per via politica e giudiziaria e non solo con lo strumento legislativo estremamente difficile, per sua natura, da portare a buon fine  dell’impeachment – avrebbe potuto domani coinvolgere anche lui stesso…

Si tratta del programma di bombardamenti segreti di nessuna legalità costituzionale, ad esempio, se non la sua stessa firma all’ingrosso tenuta segreta condotto con voli senza pilota, i drones, che ha fatto ormai centinaia di morti, mirati o meno, in estremo e in Medioriente ma – pare – anche in America e contro cittadini americani e non solo stranieri, condannati a morte e “giustiziati” senza alcun processo e anche senza alcuna accusa

   (1) New York Times, 16.4.2013, Scott Shane, U.S. Practiced Torture After 9/11, Non-Partisan Review Concludes Gli USA hanno praticato la tortura dopo l’11 settembre, conclude un’inchiesta indipendente http://www.nytimes.com/2013/04/ 16/world/us-practiced-torture-after-9-11-nonpartisan-review-concludes.html?ref=global-home&_r=0); 2) The Constitution Project Report of the Task Force on the Detainee Treatment Rapporto della Task Force sul trattamento dei detenuti  [dei detenuti – si badi bene – non dei condannati!!], 16.4.2013, testo integrale in http://detaineetaskforce. org/pdf/Full-Report.pdf).

GERMANIA

●Abbiamo riferito sopra, nel capitolo sull’EUROPA, della scelta che – sostiene George Soros – deve ormai fare questo paese tra costruire con gli altri dell’eurozona l’Europa come entità anche politica o andarsene dall’euro, lasciando che gli altri, quelli che almeno volessero farlo, ne facciano oltre a una moneta anche un’economia davvero comune.

Adesso, avvicinandosi le elezioni politiche, la posta diventa più alta e rischiosa anche e direttamente per Merkel. Non tanto forse per la minaccia social-democratica che, non alternativa com’è, qui come in tanti altri paesi corrono tutti, secondo noi dritti al centro, come tanti lemmings sconsideratamente  plagiati: fino al gorgo che, essendo il centro sempre più un vuoto pneumatico li ingoierà tutti quanti, proprio come è successo e sta succedendo in Italia.

Così, al massimo, la SPD potrà forse costringerla a un’altra Grosse Koalition che la sdilinquirebbe ancora di più e che comunque guiderebbe sempre e comunque lei. Ma, per la prima volta, adesso nasce e tutto d’un botto si gonfia una forza politica alternativa nel paese – a dimensioni di stampo quasi “grillesco” pare: ma qui composto anche da frange d’élite: accademiche, industriali, finanziarie… – che  come collante trova proprio e praticamente solo l’ostilità all’euro e a quello che vedono largamente come un condizionamento ormai inaccettabile della sovranità del paese.

● I tedeschi incavolati: la BCE dice (o sembra dire?) che i ciprioti sono più ricchi dei tedeschi

●E adesso arriva il carico da undici, una ricerca della BCE che dice ai tedeschi che i veri poveri d’Europa sono loro cui tutti, ma proprio tutti e tutti i più ricchi di loro – Grecia, Spagna, Italia e anche, anzi soprattutto, guarda un po’, Cipro! – chiedono l’elemosina… [qui di seguito ricostruiamo l’evento in base ai numeri e ai dati di fatto forniti dalla fonte stessa, la BCE, e della lettura che ne dà – e che condividiamo in larga sostanza – un economista greco, Lapavitsas, che spesso negli ultimi anni ha analizzato criticamente, il più spesso che no pure azzeccandoci, le scelte un po’ di tutti gli attori dei governi e gli istituti della governance europea (Guardian, 17.4.2013, Costas Lapavitsas, Germans are right to be upset over the 'poverty lie', but wrong about the target— I tedeschi hanno ragione ad essere inquieti sul' ‘la bugia della povertà’, ma sbagliano il bersaglio http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/apr/17/germans-right-upset-poverty-lie)].

I dati evidenziati da un recentissimo rapporto della BCE sulla ricchezza delle famiglie in Europa hanno fatto molto arrabbiare l’opinione pubblica tedesca (BCE, Statistics Papers Series, 2/2013, The Eurosystem Household Finance and Consumption Survey Rapporto sulle finanze e i consumi delle famiglie dell’eurosistema [all’inizio di questo testo una Nota indica chiaramente che “Questo paper non va presentato in alcun modo come rappresentante il punto di vista della BCE. Si tratta, invece, di quello degli Autori del rapporto stesso e non riflette necessariamente quello della Banca centrale”. Poi, però, a leggere la lista degli Autori a p. 110, si scopre che si tratta di 27 squadre di ognuna delle 27 Banche centrali di ogni paese membro. Per l’Italia, nove ricercatori della Banca d’Italia…] ▬ http://www.ecb.int/pub/pdf/other/ ecbsp2en.pdf?b557a5fd1cbddb46bbe98a508b97a54f/pdf/other/ecbsp2en.pdf?b557a5fd1cbddb46bbe98a508b97a54f]­.

Il testo ci informa che nel 2010, la ricchezza netta complessiva della famiglia media tedesca – assets, patrimoni e redditi meno i debiti – arrivava a € 195.000. Negli Stati del sud dell’Unione europea [la periferia] i dati erano spesso (Spagna,. Italia e… Cipro) sorprendentemente [più] alti, per gli altri (Portogallo e Grecia) più bassi sì, ma proporzionalmente, solo di 1/3. Più precisamente: € 291.000 a famiglia in Spagna; € 275.000 in Italia; in Portogallo hanno una ricchezza familiare sui € 153.000 e in Grecia su € 148.000. Ma lo scandalo in Germania lo ha fatto, e si può ben capire, ogni famiglia di Cipro ha una ricchezza media tre volte e più superiore a quella di una famiglia tedesca: € 671.000…

In altri termini, meraviglia e scandalo, sicuramente in sé e per sé motivati, vengono dalla scoperta che ai tedeschi sia stato chiesto di andare a salvare chi non di rado è più ricco di loro: anche più del doppio nel caso di Cipro e nella media statistica per definizione sua alla Trilussa. Scandalizzato, appunto, orripilato e molto incisivo il titolo che il più popolare settimanale del paese ha dato alla copertina con cui ha montato la notizia per un’opinione pubblica insieme indignata e preoccupata: “la menzogna della povertà(Der Spiegel, 17.4.2013, Die Armutslüge— La bugia della povertà ▬ http://www. spiegel.de/spiegel/print/index-2013-16.html).

In realtà, poi, la risposta al perché tanti tra i cittadini dei paesi periferici del Sud dell’Unione appaiono più ricchi dei cittadini tedeschi sta tutta in una parola: casa, cioè casa di proprietà. Il fatto è che il modo in cui i diversi paesi europei fanno fronte al problema comune della casa per i loro cittadini è radicalmente diverso, riflettendo storie politiche al fondo un costume del tutto diverso. Con l’inflazione che, negli ultimi 15 anni, nei paesi della periferia è stata costantemente più alta, e aggiungendovi la speculazione edilizia rampante in Spagna e a Cipro, è il valore nominale delle case che è balzato in avanti facendo balzare in avanti la ricchezza nominale, apparente cioè e non reale, che fa sembrare più ricchi i cittadini del Sud dell’Europa.

Il rapporto debito/reddito delle famiglie è del 37% in Germania, ma già in Grecia è del 47%, in Italia del 50%, del 114 in Spagna e del 134% in Portogallo e di ben il l57% a Cipro. Dunque, alla periferia non proprio così ricchi, nei fatti…

Il fatto è che il basso aumento dei salari reali in Germania, indotto dalla politica che quel governo ha voluto tesa sempre, ossessivamente, a tenere l’inflazione tedesca al di sotto di quella degli altri paesi dell’euro, puntando a risultati di un’esportazione così altamente competitiva perché aggiustata a valori di cambio validi per tutta l’Europa ma calibrati da sempre a servire al meglio l’economia tedesca e instaurando, per l’economia interna reale del paese, un reddito reale più contenuto con una domanda tenuta artificialmente bassa.

E, dunque, non ha consentito ai tedeschi di accumulare, risparmiare, mettere da parte ricchezza. Lo scambio dove la Germania ci ha guadagnato davvero rispetto agli altri così è stato – e certo non è poco – di aver tenuto una disoccupazione relativamente più bassa sostenuta proprio sulle spalle di quelle esportazioni che non solo ma anche la politica dell’euro, voluta e imposta dalla Germania, ha reso possibile.

Il piano con cui Merkel ha cercato di mettere una toppa a questa situazione confusa ha peggiorato le cose. I paesi periferici sono stati obbligati a tagliare i salari per mantenere una competitività tollerabile e ad adottare una serie di tagli voluti da lei che ha imposto la linea dell’austerità. Il primo risultato è stata una recessione ancora peggiore e una disoccupazione che monta. Il secondo, per loro, è che nella realtà e non all’apparenza i paesi del Sud che figurano come più ricchi, stanno ora barcollando sull’orlo di una vera e propria depressione con redditi che precipitano e il valore stesso delle loro case in declino.

La ricchezza in tutti questi paesi sta scomparendo col liquefarsi dei redditi reali e il deprezzamento dei valori edilizi, con la disoccupazione e la povertà reale che monta, una spesa che si impenna per il welfare che ancora residua e a fronte di debiti che invece restano tutti, anzi diventano sempre più difficili da gestire con un servizio del debito che si fa anche più oneroso di quel che non sia a rendimenti sempre più alti da dare a chi compra ancora i titoli del nostro paese.

E se la Germania obbliga questi paesi ad impegnare-vendere-svendere-mettere all’asta e in liquidazione parte della loro ricchezza putativa per far fronte così ai costi della crisi – per esempio subendo confische o forzosi tagli dei depositi bancari (come è successo a Cipro) il risultato sarebbe quello di una devastazione economica aggiuntiva e accelerata. D’altra parte è vero che l’opinione pubblica tedesca sia molto inquieta e anche inca**ata per come sono andate le cose nell’eurozona.

 E, altrettanto e anche più comprensibile, è che lo siano gli altri europei. Ma dovrebbe essere sempre, e a tutti, chiaro che la prima colpa se le cose sono andate così è qu3la di chi ha tenuto i salari bassi, la domanda interna depressa aumentando le esportazioni e tenendo l’euro rigidamente dove voleva, fregandosene delle conseguenze anche per la Germania stessa.

●Una specie di nuovo partito promosso non da una qualsiasi base ma solo dai vertici, che come slogan e fine si pone chiaro chiaro un roboante Schluss mit diesem Euro! Basta con questo euro!, creato da un fronte di élites tecno-burocratico-politiche che l’aggettivo qualificativo “questo” sembra più che circoscrivere il tema chiarire che lo vogliono invece più loro, tedesco, ancor di più cioè di quanto già poi lo sia. Lanciato da un professore di economia (liceo) Bernd Lucke di Amburgo è subito riuscito a farsi minaccioso dal suo primo congresso di fondazione a Monaco di Baviera soprattutto per la pompata che gli hanno dato i media, scandalistici e meno.

Si chiama direttamente, e senza falsi pudori da melassa centrista, Alternative für Deutschland Alternativa per la Germania (New York Times, 14.4.2013, N. Kulish e M. Eddy, Gaining Strength, Anti-Euro Party Is Trouble for Merkel Partito anti-europeo, che porta guai per la Merkel,si va rafforzando http://www.nytimes.com/ 2013/04/15/world/europe/elites-flock-to-anti-euro-party-alternative-for-germany.html?ref=global-home).

Naturalmente, come è successo da noi quando è cominciato, i sapienti dicono che arriveranno con difficoltà, sempre che raggiungano le firme necessarie a candidarsi in tutti i sedici Länder, il 5% dei voti necessari a arrivare in parlamento (sarà…) ma intanto è anche vero che non gliene servono tanti per rompere di brutto le scatole a Merkel. Il che spiega pure la ragione per cui Alternative, le cui fila crescono ogni nuova svastika che i telegiornali mostrano per le strade di Atene, è attenta da subito a purgarsi di ogni elemento tedesco di estrema destra che elogia il partito e sta tentando di entrarci.

FRANCIA

●In Francia, già andava malissimo alla popolarità di Hollande, profondamente ferita dall’incapacità di tener fede alle promesse elettorali, con cui aveva sconfitto Sarkozy, di tirare fuori il paese dalla crisi economica in cui lui l’aveva affondato per la sua subalternità, anche se meno a parole, nei fatti ininterrotta rispetto alle scelte economico-politiche europee che la signora Merkel ha imposto e ha fatto accettare a tutta l’Unione europea.

La crescita è quasi ferma, la disoccupazione è a livelli record e il numero di persone in cerca di lavoro è più alto che in ogni altro periodo della storia postbellica della Francia. La disoccupazione giovanile è al 24,4% (attenzione al senso delle proporzioni: è una percentuale esorbitante…, ma in Italia quel dato è al 38,4%, adesso— informa l’ISTAT proprio il 30.4.2013 ▬ http://www.istat.it/it/archivio/89120), con l’80% dei nuovi lavori disponibili, poi, solo su base temporanea. Quest’anno, malgrado gli impegni con la UE, ha sforato il tetto deficit/PIL del 3%, arrivando al 3,7 e anche se ha promesso che ci tornerà sotto entro il 2014, continua a mettersi alla guida della tendenza che vuole allentare il vincolo europeo contro le rigidità della Commissione e della Germania.

Questa è una brutta situazione per il governo socialista e certamente, ora, non aiuta la sciagurata avventura di Jérôme Cahuzac, che il mese scorso s’era dimesso da ministro del Bilancio, protestando di fronte all’Assemblea nazionale la propria totale innocenza dall’accusa, avanzata contro lui da gendarmerie fiscale e magistratura, e adesso confessa di essersi aperto un conto segreto bancario in Svizzera, dichiarando il proprio “pentimento per aver mentito al parlamento e il danno causato all’immagine del governo”.

Il clima sta comunque cambiando rispetto alla tolleranza che sempre l’opinione pubblica ha, qui, riservato alla vita “privata” dei personaggi politici. Sono ormai uscite cose che ieri sarebbero restate assolutamente inaccessibili sia al colto che all’inclita. Qui ormai lo chiamano “le grand dèballage”. Ormai viene fuori tutto. Era restata lungamente segreta, quasi un vero e proprio segreto di Stato, la seconda famiglia di François Mitterrand, praticamente fino alla sua scomparsa mentre era ancora presidente della Repubblica in carica.

E anche della vita segreta, da casanova seriale, dell’eminente cervello economico di Francia bruciato  dal pruriginare costante delle sue parti basse e capo del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn, sapevano tutto tutti qui, ma niente veniva fuori finché lo fecero cogliere con le mani nella marmellata i servizi segreti francesi di Sarkozy che ne temeva la candidatura presidenziale e gli preferiva – sbagliando ovviamente i conti – un altro avversario socialista più debole facendo una soffiata precostituita alla polizia di New York, costretta poi a rilasciarlo anche se, a quel punto, reo addirittura confesso: perché “lei era consenziente e pagata”, spiegò...

●Le nuove regole che Hollande ha imposto, tra mille mugugni e invocazioni al droit á la vie privée des citoyens, ha portato adesso alla pubblicazione dei redditi dichiarati di tutti i ministri principali (non più quello del Bilancio, ovviamente: rimpiazzato adesso da quello che è terzultimo nella lista), ben otto sono ultramilionari mettendo insieme conti correnti, patrimonio e azioni. Il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, ex premier con Mitterrand e anche ex segretario generale del partito socialista, ha riferito di un patrimonio globale sui 6 milioni di €.

● Il “valore”(autocertificato) dei socialisti francesi  (grafico)

in milioni di €, ad aprile 2013

Fonte: The Economist, 19.4.2013 (dal sito del governo francese)

                                                                                                    * meno debiti

 

Il fatto è che il sentimento della gente, anche qui, è nel frattempo radicalmente cambiato, anche qui: da noi, dove sempre – sempre – tutti – tutti quanti contavano un briciolo infimo qualcosa – di Gronchi sapevano che, negli anni pacelliani poi!, era un notorio donnaiolo…; di Saragat, un ubriacone altrettanto notorio; di Leone che, mentre con una mano anticipava in pubblico, ma senza Tv, le corna esibite poi da Berlusconi a rete unificate, con l’altra – si diceva… si diceva… – le allungava sull’affaire Lockheed; di Emilio Colombo che, a latere, coltivava discretamente certe sue personali passioncelle…; di Cossiga era noto, e del resto anche lui varie volte se n’era addirittura vantato, l’incestuoso rapporto coi servizi segreti di ogni ordine e grado; di Berlusconi e dei suoi lubrichi famigli come delle sue ben rimunerate e implumi, si sa, presque-pucelles…; e di Giulio Andreotti – naturalmente— al cui bacio con Riina personalmente, conoscendo un po’ il personaggio, mai abbiamo creduto anche se è un tribunale della Repubblica ad aver sentenziato definitivamente che, fino a una certa data, se l’era fatta, invece, pure con la mafia…

Bene, dicevamo, che adesso succede anche qui dove il segreto era non solo istituzionalizzato ma quasi sacralizzato… e del tutto – sembrava – introiettato, anzi interiorizzato nella morale comune. Ma, adesso, con un ex presidente della Repubblica, Jacques Chirac, condannato e un altro, il suo successore, Nicolas Sarkozy, sotto inchiesta anche lui per corruzione.

Tra l’altro per lo stesso Hollande, che aveva promesso ai francesi un governo pulito come un vetro pulito e s’era intestardito, per qualche settimana di troppo, a non rinunciare al ministro del Bilancio, suo confidente, non si è trattato neanche dell’unico inciampo su questioni del genere registrato nel suo gabinetto: dove, però, alla fine, nessuno ha neanche pensato di ricorrere all’alibi della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva; perché giustamente, come aveva ricordato lo stesso Hollande in campagna elettorale, in un paese civile e in una democrazia trasparente, la moglie di Cesare deve essere non solo innocente ma anche sembrare al di sopra di ogni sospetto.

Nel frattempo l’accusa contro Cahuzac si è anche allargata alla ripulitura di denaro sporco (The Economist, 5.3.2013, Down and out, in Paris A Parigi, giù e fuori http://www.economist.com/news/leaders/ 21575758-fran%C3%A7ois-hollande-can-still-resuscitate-his-presidencybut-he-must-tell-french-truth-down).

●Il governo francese ha stabilito – adesso: sul punto, almeno formalmente, lo ha battuto perfino il governo di Monti – che entro metà mese il valore patrimoniale di ogni ministro andrà reso pubblico. C’è voluto lo scandalo sull’evasione fiscale su conti svizzeri, in atto ormai da più di vent’anni che ha dovuto confessare il ministro del Bilancio, Jérôme Cahuzac, e che lo ha costretto a dimettersi, per forzare il parlamento a passare una proposta di legge che obblighi finalmente, introducendo misure coattive e di carcere più pesanti di quelle che poco esistevano e, comunque, non venivano poi tanto rigorosamente applicate. In ogni caso, sul paese è scesa una cappa di sospetto e sfiducia che tocca pesantemente credibilità e popolarità dello stesso presidente Hollande.

Lui reagisce lanciando una campagna di pressioni per lo “sradicamento” in tutta Europa dei paradisi fiscali ancora esistenti – comincia a dare, a livello però di princípi e poco altro per ora come s’è visto (Irlanda, Svizzera, Lussemburgo e, con più difficoltà, anche l’Austria) qualche risultato iniziale – e annuncia che le banche di Francia dovranno ora pubblicare l’elenco di tutte le filiali che hanno o che, in qualche modo, controllano. E che tutti i parlamentari dovranno sciogliere per forza di legge nuove e stringenti – dice – regole sui conflitti di interesse… Insieme alla Slovenia, asserisce Transparency International che in materia non è certo il verbo ma conta, con al Slovenia la Francia è il paese che ne esige per ora di meno dai suoi legislatori.

Regole “grottesche”, dice l’opposizione di destra, “titillamento della curiosità non sempre sana del  pubblico” aggiunge il governatore della Banca di Francia Christian Noyer e, perfino a sinistra, certe frange libertarie anche se non liberiste come quelle che si esprimono attraverso il settimanale radicale Libération prefigurano il rischio che “i deputati siano valutati sul patrimonio e la ricchezza che hanno più che sul lavoro politico che fanno”…

La difficoltà che sta incontrando Hollande è che nell’opinione non sembra passare il tentativo di circoscrivere a comportamenti individuali moralmente oltre che politicamente aberranti, alla Cahuzac, la colpa della credibilità che sta perdendo il governo. Come da noi sono cifre straordinarie quelle che bollano al 77% come corrotti i “politici” di Francia, compreso un 63% tra i gli elettori di Hollande: con la sua popolarità personale che, proprio come quella di un Monti qualunque, sfiora un’approvazione appena del 26%. Scrive acidamente le Monde che “agli occhi dei francesi, Hollande o è stato ingenuo o ha più o meno coperto un mucchio di menzogne”.

Insomma, proprio adesso che ci sarebbe bisogno di un Hollande davvero forte per rompere le corna alla Merkel – perché non lo può fare Monti, in Europa, né si vedono altri pronti e soprattutto capaci di farlo – qui sembrerebbe, a meno di un anno da un’elezione trionfale e piena di speranze, approssimarsi un’atmosfera, quasi, da fin de règne— come scrive il settimanale, popolare e un po’ populista, Paris-Match (The Economist,12.4.2013, Morality play Racconto morale http://www.economist.com/ news/europe/21576160-renewed-promises-transparency-and-morality-may-not-win-over-voters-morality-play).

Naturalmente, il peso della crisi, della riduzione delle entrate, della crescita bassa o inesistente si fa sentire anche sulle ambizioni un tantino neo-colonialiste e mini-imperiali della Francia, sulla sua capacità di spesa militare, sulle avventure quasi-da-vecchia-grandeur della Francia profonda fatte risorgere a forza a partire dagli ultimi anni della presidenza di Sarkozy (Libia e Siria) ma alacremente riprese da Hollande (sempre sulla Siria e sul Mali e l’Africa francofona tutta).

Oggi, il tentativo di Hollande e dei suoi è quello di riconciliare con una revisione strategica delle sue antiche dottrine la debole crescita dell’economia delle disponibilità di bilancio con l’ambizione di continuare a permettersi di agire unilateralmente nel mondo, forse ormai su scala un tantino ridotta, anche sul piano militare. Così il governo ha annunciato, ora a fine aprile, che congelerà le spese militari nei prossimi anni col taglio del 10% delle spese correnti per il personale della Difesa riversando i fondi risparmiati su un ammodernamento high tech (l’intelligence, con drones più “affidabili”, la capacità di rifornire in volo la flotta aerea, ecc.) che continui a mettere Parigi in grado di fare operazioni come quella del Mali.

Francamente non sembra un tratto granché di sinistra… Ma è anche vero quanto bolla in un acido titolo un popolare settimanale (L’Express, 30.4.2013, R. Rosso, Livre blanc sur la Défense: "La tendance à l'armée Bonzaï se poursuit” Libro bianco sulla Difesa: “Procede la tendenza all’Armée bonsai” http://www.lexpress.fr/ actualite/politique/livre-blanc-sur-la-defense-la-tendance-a-l-armee-bonzai-se-poursuit_1245 241.html#xtor=AL-839), che la tendenza ormai inesorabile è quella alla bonsaizzazione, alla miniaturizzazione, delle Forze armate (Livre Blanc, 30.4.2013 Défense et sécurité nationale 2013, texte integral ▬ http://www.elysee.fr/ assets/pdf/Livre-Blanc.pdf).

GRAN BRETAGNA

●Danse macabre  ● Gran Bretagna ? o gran britannica? (che la lady di ferro arrugginisca in pace)   (vignette)

Baronessa Margaret Hilda Thatcher Roberts  † 8.4.2013                  

 

Fonte: Sunday Telegraph, Trog, 10.1998 13.10.1925 -            Fonte: IHT, P. Chappatte, 8.4.2013

 

●Anche alla City, il dubbio sulla sostenibilità di certi comportamenti pochissimo etici del mondo bancario comincia, pare, a fare qualche po’ breccia: addirittura una delle banche più “serie” e, insieme, più “corsare” però del paese, la Barclays, ha incaricato un avvocato eminente – però della City stessa anche lui: insomma, uno di loro – a condurre un’inchiesta approfondita (assicurano di avergli aperto “quasi” tutti i libri e i dossiers della banca… quasi) e una revisione indipendente sull’agire dell’istituto che ha sede centrale al no. 1 di Churchill Place.

E l’inchiesta riscontra adesso come, per la grande maggioranza dei dipendenti compensi e premi rientrino nella media di quelli dell’industria bancaria. Ma dà atto che “un gruppo di 70 massimi dirigenti” sono stati pagati ben al di sopra della media, oltre il 35%, nel 2010 di quella media (di quanto oltre, però, non lo dice). E “raccomanda” di riallinearne al ribasso i compensi così fuori norma (The Economist, 5.3.2013).

Il fatto cui si va, controvoglia e scalciando, in qualche modo rassegnando anche la City di Londra è che se, ormai perfino in Svizzera e per referendum popolare, oltre che nell’Unione europea dove viene isolato e battuto l’impotente veto del Regno Unito, monta la ribellione popolare contro l’arrogante egoismo di lor signori è meglio scendere a compromessi: magari “autoriformandosi” così al 35 invece che all’80%, certo…

●Subito dopo i funerali, venerdì 19 aprile, l’agenzia Fitch, scimmiottando il giudizio già avanzato da Moody’s, raddoppia: svaluta il rating sovrano britannico e, se la cosa non sembra subito impressionare troppo i mercati, impressiona e manda poco britannicamente invece fuori dei gangheri il primo ministro Cameron che ha sempre meno scuse per continuare a predicare di buona economia in giro per il continente europeo coi guai – strutturali come ama chiamarli lui – della sua economia che si va drammaticamente indebolendo…

●A marzo è andata, intanto, a farsi friggere la visita che David Cameron, il primo ministro di S.G.M. aveva programmato in India, la seconda grande economia dei BRICS: ha dovuto rinunciare lui, senza confessarlo, quando è stato informato che il governo indiano l’avrebbe considerata come un evento di secondo piano “perché proprio il governo britannico – gli indiani gli hanno fatto sapere – sembra considerare l’interlocutore indiano come occasione di incrementare gli scambi commerciali, da volgere in proprio favore, piuttosto che come una potenza mondiale emergente”.

E adesso, ad aprile, anche la visita che Cameron aveva programmato di fare in Cina è finita— prima ancora di cominciare: lui aveva preso il governo tre anni fa annunciando di mirare a ricentrare i rapporti internazionali del Regno Unito sull’obiettivo di incrementare le esportazioni del paese, facendosene il primo procacciatore d’affari nel mondo. Ma, adesso, l’dea anche con la Cina va a catafascio…

Infatti, solo per qualcuno come lui – o, a dire il vero, prima di lui come Craxi una ventina e più di anni fa, la politica estera dovrebbe diventare per un paese anzitutto politica commerciale e promozionale del made in casa propria: Craxi parlò di un ministero degli Esteri che avrebbe dovuto trasformarsi nei fatti come un superministero del Commercio estero e, nei fatti, degli ambasciatori d’Italia come dei grandi piazzisti del made in Italy nel mondo – questo è il nucleo principale, se non proprio unico della politica estera di un paese.

Per la Cina quello che Cameron voleva considerare come un fatto in buona sostanza privato – la visita a Londra, al Governo e a Sua Maestà del Dalai Lama – è un fatto politico di portata gravissima. Per cui – malgrado Downing Street abbia discretamente ma ufficialmente ribadito che a Londra il Tibet è comunque considerato parte integrante della Repubblica popolare di Cina – la sua visita, al contrario di quella che, a fine aprile, si sta effettivamente svolgendo in Cina di Hollande sarebbe stata trattata pubblicamente, anche qui, come evento di secondo piano.

Per cui, l’ha dovuta cancellare: adducendo ovviamente scuse meschine e peregrine (Guardian, 26.4.2013, N. Watt, Blow for Cameron as China welcomes Hollande Una brutta botta per Cameron con l’accoglienza cinese riservata a Hollande http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/26/blow-for-cameron-china-hollande), alle quali nessuno, ma proprio nessuno, ha prestato ascolto alcuno.

GIAPPONE

●Dando seguito immediato alle motivazioni con cui il nuovo primo ministro Abe lo aveva scelto e alle promesse che con convinzione gli aveva fatto, il nuovo presidente della Banca centrale del Giappone, Haruhiko Hiroda, ha annunciato giovedì 4, mentre la BCE restava immobile teneva al solito fermi anche i tassi di sconto dell’euro, di avere invece deciso di “implementare aggressivamente, non col passo graduale seguito finora, insignificante e inefficace per battere davvero la deflazione l’acquisto di buoni del Tesoro decennali raddoppiandone il numero e raddoppiando la liquidità del circolante nell’economia nell’arco al massimo due anni.

L’obiettivo sarà quello di arrivare al più presto a un 2% di tasso di inflazione, non facile a partire dal -0,7% addirittura di marzo (New York Times, 4.3.2013, Hiroko Tabuchi, Japan Initiates Bold Bid to End Years of Tumbling PricesIl Giappone si muove con audacia per porre fine a anni di prezzi in caduta [alla cronica deflazione che affligge l’economia] ▬ http://www.nytimes.com/2013/04/05/business/global/japan-initiates-a-bold-bid-to-end-years-of-falling-prices.html? ref=global-home&_r=0).

Naturalmente,  adesso c’è chi ammonisce di stare attenti allo scatenarsi dell’inflazione e al temuto attacco… dei marziani (Washington Post, 5.4.2013, Howard Schneider, Japan opens the spigot, with a torrent of yen planned to boost the economy Il Giappone apre il rubinetto… e un torrente di yen pianificato per rilanciare l’economia   ▬ http://www.washingtonpost.com/business/economy/japan-opens-the-spigot-with-a-torrent-of-yen-planned-to-boost-the-economy/2013/04/04/fbd3027e-9d47-11e2-a941-a19bce7af755_story.html).

 “Sono rischi noti – dicono  – e  impossibili da quantificare. Ma questa minaccia – quella di un’inflazione che se ne sta acquattata sotto la cenere e improvvisamente esplode fuori controllo” è una paura che i dati non sostengono davvero, mentre tutto conferma che le banche centrali, compresa quella di questo paese finora, hanno mostrato un’incompetenza quasi sconfinata nel gestire liquidità, massa monetaria e tassi di interesse che le controllano.

In effetti, storicamente gli unici casi in cui un rischio di inflazione si è andato annidando in silenzio, restandovi a lungo e esplodendo improvvisamente fino ad andare fuori controllo, sono stati in paesi devastati dalla guerra o da immani disastri di ordine naturale. Le storie e i titoli dell’orrore (su torrenti di inflazione in arrivo a causa della volontà di far riprendere a tirare l’economia) sono – nelle condizioni che oggi si danno in questa schifezza di una congiuntura – solo l’invenzione di chi,  come il WP, non sa altrimenti come fare per continuare a raccomandare, a imporre (agli altri) misure austere e (sempre per gli altri) virtuose di forzato rigore.

Commenta il prof. Krugman, che con qualche ragione non riesce adesso a nascondere il suo gongolare, rivolgendosi trasparentemente ai suoi colleghi accademici austerian-liberisti (New Yprk Times, 5.4.2013, P. Krugman, Japan’s Trap— La trappola in cui sta cadendo il Giapponehttp://krugman.blogs.nytimes. com/2010/08/31/japan-1998), che “nessuno osi più dire che tanto lo scribacchiare di certi economisti accademici non ha mai poi alcun effetto pratica. Alcuni di noi hanno premuto sulla Banca centrale del Giappone perché si decidesse ad agire sul serio aggressivamente e anche avventurosamente quanto alla propria politica monetaria— e adesso succede! In fondo, ci sono voluti solo 15 anni!!”.

Si riferisce ai quindici anni che passano da quando a maggio del ‘98 pubblicò un suo paper accademico iconoclasta (allora!) quanto al solito leggibilissimo, cui il link subito rimanda direttamente (cfr, in Paul Krugman’s House, 5.1998, con lo stesso titolo di oggi sul NYT http://web.mit.edu/ krugman/www/japtrap.html) .

Due altri fronti di battaglia e anche di scontro si aprono ora per Abe. Il primo è quello dello scardinamento – almeno altrettanto difficile che in Italia, e anche di più – della testuggine delle lobbies di settori e nicchie di mercato che si chiudono protezionisticamente e alle quali lui è semrpe stato sensibile.

Il secondo si giocherà sulla sua capacità di moderare e governare, gestire cioè con qualche saggezza, le pulsioni nazionalistico-revansciste sue e quelle dei suoi sostenitori. Si tratta di inquietudini e spinte emotive che stanno in effetti riemergendo palesemente – nel rapporto tra mondo e Giappone – come adesso viene anche fatto rilevare dalla durissima nota di protesta che la Corea del Sud presenta il 5 aprile a Tokyo contro il rinnovato reclamo di parte giapponese della sovranità sugli isolotti che i coreani chiamano Dodko isole solitarie (215 km. di distanza dalle loro coste) e i giapponesi (dalle cui coste essi distano 250 km.) chiamano Takeshima— isole dei bambù: piazzati topograficamente quasi a metà, tra i due paesi,  dello Stretto di Corea.

Di quei territori, al solito disabitati e solo roccia, i giapponesi reclamano il possesso in base al fatto che erano stati conquistati militarmente cent’anni fa dell’impero del Sol Levante anche se, dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, dovettero restituirli alla Corea… Il ragionamento di stampo sempre imperiale e imperialista è come se l’occupazione nipponica fosse, di per sé, qualcosa che invece conferisce un carattere diciamo più nobile, de jure, alla conquista de facto (per la versione storica, tendenzialmente più attenta ma su basi oggettive, alle ragioni della parte coreana relative alle radici storiche della propria sovranità, cfr. ▬ http://www.dokdo-takeshima.com; una versione più equilibrata ma, tutto sommato, favorevole sempre ai coreani è quella che dà BBC News Asia, 10.8.2012, Profile of Dodko/Takeshima islands http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-19207086).

Adesso, nella terza settimana di aprile, un incontro lungamente e minuziosamente preparato tra i due nuovi ministri degli Esteri di Corea del Sud, Yun Byung-se, e Giappone, Fumio Kishida, avrebbe dovuto cominciare a gettare le base per un rapporto migliore tra i due paesi specie alla luce dell’irrigidirsi ostile della Corea del Nord nei confronti di entrambi.

Poi, però, il vice premier e ministro delle Finanze nipponico Taro Aso, lui stesso ex primo ministro, piegandosi alle pressioni più che della popolazione di media sciovinisti ed esagitati, ha cerimoniosamente visitato il sacrario di Yakusuni che, secondo la tradizione scintoista del culto della natura, ospita gli spiriti di 2 milioni e 400000 giapponesi morti nella seconda guerra mondiale per la gloria del Tenno, l’imperatore, il sovrano celeste: compresi i resti dei 14 massimi criminali di guerra impiccati nel 1945-47 dagli americani proprio per i massacri ordinati e condotti di centinaia di migliaia e milioni di prigionieri di guerra e civili coreani e cinesi.

E il ministro Yun, che ha anche lui la sua opinione cui rednere contom, ha subito cancellato la visita  che da anni è venuta acquisendo, nei confronti di cinesi e coreani anzitutto, il simbolo di una totale mancanza di “pentimento” per l’aggressione di cui il Giappone si è storicamente reso responsabile (The Economist, 26.4.2013).   

●E, poi, a mese ormai inoltrato, il PM Abe anziché – come dicevamo – gestire con sagacia le tensioni ancor più scottanti, alza improvvisamente la posta. La Cina, infatti, aveva annunciato che nelle acque ancor più calde e contese delle Diaoyu/Senkaku avrebbe inviato battelli non militari: e adesso Shinzo Abe ribatte che il Giappone assumerà “azioni decisive” e si sbilancia, anche perché per ora non c’è bisogno di farlo se non a parole, promettendo che “espellerà con la forza” ogni, eventuale, sbarco cinese…

Come è del tutto naturale – aggiunge – per noi”… (The Australian, 24.4.2013, R. Wallace, Shinzo Abe threat to use force if Chinese land on Senkakus La minaccia di Shinzo Abe di usare la forza se la Cina sbarca sulle Senkaku http://www.theaustralian.com.au/news/world/abe-threat-to-use-force-if-chinese-land-on-senkakus/ story-e6frg6so-1226627374133). Parole tonitruanti nelle acque assai mosse del Mar cinese orientale, forse troppo e troppo arrischiate. E’ un fatto che l’ “intrusione” di parecchi navigli cinesi – otto per tutto il giorno quel 23 aprile – in quel mare interno rivendicato da Giappone e da Cina.

La disputa sta avviandosi a una fase che sembra ormai prossima all’escalation. L’intenzione cinese è quella di riprendersi prima o poi – come hanno chiarito il presidente Xi e anche il recentissimo Libro bianco della Difesa – le Diaoyu. Ma, per ora, appare calibrata invece a sondare, di fronte alla rivendicazione avversa di Tokyo, insieme volontà effettiva del governo nipponico, sentimento di quella popolazione ma anche della propria e, pure, capacità militari concrete, reali, delle forze di difesa giapponesi. Non è una posizione che favorisce, da nessuna parte, uno sviluppo proprio tranquillo...

Eh, sì, il nazionalismo furioso di questo nuovo Sol Levante rende tutto assai fragile

                   ANIC   NAZIONALISMO

Fonte: NYT, 28.4.2013, Heng      FRAGILE      


 

[1] Gli stessi autori delle Prospettive – il responsabile delle ricerche economiche del Fondo, il prof. Olivier Blanchard dell’M.I.T. di Boston coi suoi – erano andati spiegando bene da mesi che l’austerità per motivi tecnici – perché impedisce strutturalmente proprio la ripresa – è una ricetta profondamente sbagliata (The Economist, già il 6.10.2011, che pure non concordava molto con le sue conclusioni, le presentava onestamente ma non avanzava, in realtà, veri argomenti contro il suo ragionare ▬ http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2011/10/olivier-blanchard-fiscal-policy); e anche Il Sole24 Ore, più di recente, 12.1.2013, sintetizzava bene il dire del prof. Blanchard in L’autocritica del FMI e il caso Italia http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-12/lautocritica-caso-italia-081037.shtml? uuid=AbF90cJH).

[2] E’ utile – per la linea critica molto documentata, per i dati che espone e per le considerazioni più specifiche e mirate alle situazioni del lavoro nel mondo e paese per paese – consultare anche il rapporto molto ben documentato della Confederazione internazionale dei sindacati (ITUC) apparso e con opinioni precise anche su quel che dice quest’ultima edizione delle Prospettive del Fondo adesso, ad aprile 2013, col titolo di FrontLines Report, 4.2013 http://www.ituc -csi.org/IMG/pdf/ituc_frontlines _rep ort_april_2013_web.pdf).

[3] Utile ricordare l’ormai antica testimonianza di Zbignew Brzezinski che, alla fine, ha riconosciuto come la CIA su ordine suo – era allora il segretario di Stato di Carter – e per provocare il crollo finale dell’URSS, istigandola a intervenire direttamente in Afganistan scatenò i suoi molossi islamisti fondamentalisti armati a Kabul almeno sei mesi prima dell’invasione dell’Armata rossa, cioè contribuendo deliberatamente a provocarla: nel ’98, cfr. Intervista al Nouvel Observateur, 15.1.1998, Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes... (cfr. http://hebdo.nouve lobs.com/sommaire/documents/008877/oui-la-cia-est-entree-en-afghanistan-avant-les-russes.ht ml).            

   Che questa fosse stata la sequenza effettiva, il prima e dopo, nel quale i russi finirono col cadere proprio come polli della loro tragedia afgana, lo aveva del resto rivelato già prima proprio l’ex direttore della CIA, poi ministro della Difesa di Bush e  di Obama, Robert Gates, nelle sue Memorie: From the Shadows— Dalle ombre, 1997, Simon&Schuster ed.).

   Cominciò così già nell’88 l’aiuto segreto – finanziario, in armi ed addestramento – che sarebbero poi continuati fino al ritiro sovietico nel 1989, già “sei mesi prima dell’intervento di Mosca” a sostegno del governo comunista afgano: cogliendo l’occasione così, come scrisse in un memorandum ora pubblico diretto a Carter, il “diabolico” immigrato polacco – e, dunque, antirusso – Brzezinski per “regalare all’URSS la sua guerra del Vietnam”.

[4] Spiega Wikipedia, l’enciclopedia libera on-line, che “il catenaccio, in un articolo giornalistico, è un secondo titolo posto sotto a quello principale ma più piccolo di quest’ ultimo e più grande dell’occhiello. Non è però sempre presente ed in genere evidenzia alcuni particolari dell’articolo, sviluppando”, come è inevitabile, non sempre correttamente “l’idea centrale del titolo” (▬ http://it.wikipedia.org/wiki/Catenaccio_(giornalismo)).

[5] Proprio come il Sant’Agostino delle Confessioni: “Dammi la castità e la continenza, Signore…  ma non subito, non subito” (libro VIII, 17). 

[6] J. F. Kennedy, Ritratti del coraggio, Roma, Gaffi ed., 2008.

[7] Adesso – ultima notizia sulla propensione di Obama a fregarsene della coerenza di fondo, quasi morale, delle sue decisioni di fondo – adesso ha annunciato di aver ripristinato la decisione del 2010. Allora, aveva cancellato – perché non era militarmente indispensabile e, soprattutto, disse, perché il paese con la crisi che lo colpiva non se lo poteva proprio permettere – la spesa di 10 miliardi di $ per l’ammodernamento dei cacciabombardieri nucleari B-61.

   Adesso, ma quasi sottobanco, l’ultimo di tanti opportunistici suoi voltafaccia (dalla chiusura di Guantánamo, alla proibizione e alla condanna inequivoca della tortura, alla difesa dei diritti civili degli americani…), l’Amministrazione annuncia che quell’investimento andrà fatto.

   Ma non spiega perché adesso esso sia diventato “militarmente” utile (e non solo utile per gli utili dei fabbricanti d’aerei e di bombe termonucleari questo ammodernamento: perché si tratterebbe, di sostituire gli alettoni di coda a 200 bombe termonucleari a caduta gravitazionale B61, con una spesa di 500 milioni di $ per ogni singolo ordigno.

   Così riciclandole magari sui nuovi controversi, costosissimi e in realtà ancora immobili cacciabombardieri F-35, che anche l’Air Force considera finora inaffidabili ma che, intanto, sono riusciti a piazzare a tedeschi, inglesi e a noi italiani cui costano decine e decine di miliardi di €, non servono e per di più neanche gli americani giurano che alla fine funzionino…

   Ma, e soprattutto, poi Obama stesso neanche osa accennare che adesso l’America, invece, con la crisi che continua e la disoccupazione che cresce, quella spesa invece di un’altra più utile se la possa improvvisamente permettere (Guardian, 21.4.2013, J. Borger, Obama accused of nuclear U-turn as guided weapons plan emerges Obama sotto accusa per il dietro-front sul nucleare e l’investimento del nuovo pino di armi guidate http://www.guardian.co.uk/world/ 2013/apr/21/obama-accused-nuclear-guided-weapons-plan).

[8] C. Beccaria, Dei delitti e delle pene Livorno Marco,Coltellini ed., 1764 ▬ http://it.wikipedia.org/wiki/Dei_delitti_e _delle _pene).