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     05. Nota congiunturale - maggio 2012

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

03.05.12

 

Angelo Gennari

 

  

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. PAGEREF _Toc323719802 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc323719803 \h 1

● Tutti e ciascuno (ma proprio ciascuno) possiamo fare qualcosa…(vignetta) PAGEREF _Toc323719804 \h 1

in Cina. PAGEREF _Toc323719805 \h 7

● Ma è davvero il vostro cortile di casa questo? Ci spiace molto… (vignetta) PAGEREF _Toc323719806 \h 9

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais. PAGEREF _Toc323719807 \h 12

La minaccia nucleare (forse) incombente… e le regole che valgono solo per pochi PAGEREF _Toc323719808 \h 25

EUROPA.... PAGEREF _Toc323719809 \h 29

● I tagli di bilancio in Europa… (vignetta) PAGEREF _Toc323719810 \h 33

●La tassazione sui redditi da lavoro dipendente varia, e molto, nei 34 paesi OCSE (tabella) PAGEREF _Toc323719811 \h 35

STATI UNITI.. PAGEREF _Toc323719812 \h 43

● Se volete più lavoro, detassate i ricchi… (vignetta) PAGEREF _Toc323719813 \h 43

● I profitti d’impresa in % del reddito nazionale USA (grafico) PAGEREF _Toc323719814 \h 44

Afganistan:“Vincere il cuore e la mente” del nemico, un braccio e una gamba alla volta (vignetta)  PAGEREF _Toc323719815 \h 45

● La NATO: sì, siamo pronti ad andarcene… (vignetta) PAGEREF _Toc323719816 \h 45

GERMANIA.... PAGEREF _Toc323719817 \h 50

FRANCIA... PAGEREF _Toc323719818 \h 51

● Io sono cambiato!!! Ti prego, dammi un’altra occasione… (vignetta) PAGEREF _Toc323719819 \h 52

GRAN BRETAGNA.... PAGEREF _Toc323719820 \h 55

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per cui, abbiate pazienza… e intanto beccatevi questo e accontentavene

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Il 22 aprile si festeggia? si celebra? si ricorda?... forse si prende solo atto— che è la Giornata della Terra (che l’ONU ricorda un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera: quest’anno, alle 05:14 del 20 marzo, con due equinozi all’anno, l’altro in autunno, il momento in cui il sole si trova perpendicolare all’equatore e la separazione tra zona illuminata e zona in ombra della Terra passa per i poli), magari con una preghierina e una promessa di impegno – proprio come  l’orsacchiotto, no?

● Tutti e ciascuno (ma proprio ciascuno) possiamo fare qualcosa…(vignetta)

Ho notato che  Teddy si è buttato  pure lui  sul solare

Fonte:  Mike Lynch cartoons, 22.4.2012

 

●Le date dell’agenda economico-politica di maggio, le principali:

15-22 maggio, vertice della NATO a Chicago;

19-20 maggio, vertice del G-8 a Chicago;

23-24 maggio, Egitto, primo turno delle presidenziali; (il ballottaggio, è previsto il 16-17 giugno);

25 maggio, Consiglio europeo;

31 maggio, finisce il mandato dell’incolore presidenza del presidente del Consiglio Herman Van Rompuy (rieleggibile, purtroppo, per un altro mandato di 2 anni e mezzo);

31 maggio, referendum in Irlanda sul fiscal compact (revisione austera delle regole di bilancio);

sempre in maggio (data non precisata) dialogo strategico Cina/USA;

“                      “            referendum in Egitto sulla nuova Costituzione;

                   “                      “            elezioni parlamentari in Serbia.

●Il Brasile, nel mese, ha tagliato di 3/4 di punto il tasso di interesse[1] bancario al 9%, per il sesto mese consecutivo dovendosi anch’esso adattare a un tasso di sviluppo in calo nell’economia che finora ha continuato a tirare.

●Primo incontro bilaterale alla Casa Bianca tra la presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff, e Barack Obama. Incontro a suo modo rivelatore. Cordiale e apprezzato da entrambe le parti ma anche con evidenti riserve non proprio esplicitate. Brasilia non considera più Washington l’alfa e l’omega del suo stare nel mondo e, se come è ovvio Washington reputa e dichiara che il Brasile è il paese più importante, anche strategicamente non solo economicamente, dell’America del Sud, resiste a riconoscergli apertamente, e forse anche a ragione, pur con scarsa perspicacia e sagacia politica va detto, lo status di potenza mondiale.

Hanno notato in America che, mentre con Dilma Rousseff ormai vanno a parlare tutti quelli che contano nel mondo – prendendo nota se non altro del fatto che guida un paese la cui economia è ormai maggiore di quella britannica, che in qualche modo comunque gestisce un oceano di petrolio e che, tra l’altro, gode di un 77% di popolarità nei sondaggi che può solo sognarsi il presidente americano, per non dire del premier britannico.

Solo Barack Obama non trova che il tempo di vedere Rousseff per sì e no una mezz’ora, un’ora in tutto, dedicando il resto della sua giornata a Washington a farsi riprendere sul prato dell’ala Sud della Casa Bianca, mentre prendeva parte alla gara molto tradizionale, certo, ma che se spostavano di un giorno non succedeva niente e che consiste nel far rotolare 14.500 uova di Pasqua sode e dipinte…

Ma anche in America l’hanno presa in molti sul serio: le magnifiche rettore (si dirà poi così?) sia di Harvard che dell’MIT di Boston che l’hanno invitata entrambe a rivolgersi alle due più prestigiose università americane e perfino, udite udite, la Camera di Commercio ha steso il tappeto rosso del benvenuto e di un grande convegno scientifico in suo onore sul futuro economico del Brasile per lei, già guerrigliera marxista sotto la dittatura militare del suo paese negli anni ’70. Solo Obama ha fatto spallucce.

Come sempre hanno fatto, del resto, tutti i suoi predecessori perché è così che sempre storicamente i Norte-Americanos, i gringos, hanno visto i loro vicini continentali: è solo che così qui le cose funzionano. Nelle scuole superiori americane, del resto, la prima lezione di storia è intitolata sempre sulla Dottrina Monroe— la convinzione vecchia ormai di 200 anni che l’America latina è il cortile di casa dell’America del Nord.

Dove gli Stati Uniti fanno di regola quel che gli pare e dicono a tutti gli altri di restare fuori. Non sono i Sud-americani, sia chiaro, a dovere/poter comandare sui Norte-americanos. Solo che adesso, ormai, nel cortile di casa sta crescendo un’altra, a modo suo almeno, potenzialmente grande potenza. E l’America, bambinescamente, fa il broncio.

E, al di là della sagacia e dell’intelligenza personale, della “sensibilità” stessa di uno come Obama – che comunque in tema di realpolitick senza scrupoli ne insegna a chiunque – anche per uno statunitense un po’ anomalo come lui la reazione è automatica, un riflesso condizionato quasi fisiologicamente, patriottardisticamente, pavloviano…

In Brasile si irritano di quella che considerano anche loro, e con qualche buona ragione, come una miope alterigia degli americani quando agli occhi del mondo, ormai, i 210 milioni di brasiliani si vedono e vengono considerati da molti punti di vista quasi in dirittura d’arrivo.

Hanno trattato così del tema gli esperti, e questa è diventata la lettura comune della visita di Rousseff, sia negli USA che in Brasile – come scrive l’autorevole presidente emerito dell’Inter-American Dialogue Institute, Peter Hakim: che ha fatto rilevare come al Planalto (il palazzo presidenziale di Brasilia) sia stato letto malissimo che, malgrado cordialità e simpatia anche palese, in alcuni passaggi addirittura ostentata, la Casa Bianca – dopo averne discusso: ne aveva segnalato la “necessità” l’ambasciatore stesso Thomas A. Shannon – che aveva appena finito di ricevere con una cena di Stato, ufficiale e in pompa magna il primo ministro britannico e i presidenti di Corea del Sud e India non si sia ritenuto di dover riservare alla presidentessa del Brasile lo stesso trattamento.

Osserva un altro qualificato columnist-osservatore[2], brasiliano questi, che ha seguito passo passo la visita e ne parla con chi a Washington è riconosciuto pressoché universalmente come il massimo esperto statunitense di cose brasiliane, il prof. Walter Russell Mead, ne cita ampiamente il parere condividendolo, anzi quasi rivendicando di avere contribuito a formarlo[3]. Ma le differenze di strategia e di visione tra Stati Uniti e Brasile ci sono, come è normale ci siano e forti, e il problema è uno, soprattutto che gli Stati Uniti vanno sempre più considerando un nemico chi a loro non dica sempre e ossequiente e anche pronto il suo sissignore.

E sono differenze davvero di fondo, strategiche: sulla visione dello sviluppo dei paesi emergenti, sul rispetto della sovranità di ciascuno e di tutti non solo degli amici e famigli. E dice lampante che nessuno ha il diritto di chiedere al Brasile ma neanche all’Iran – e anche questo lo va ripetendo alto e chiaro anche se con linguaggio più attento ed amico di altri – di rinunciare al diritto di ricerca sul nucleare civile e senza fare due pesi e due misure per se stessi e gli amici e per gli altri no, se non come si fa fra paesi sovrani e mai minacciando a manca e a destra le guerre preventive o strangolamenti finanziari a nessuno…

●Contemporaneamente, però, il ministro della Difesa americano Leon Panetta si trasforma dichiaratamente in piazzista e brasseur d’affaires, come un Lavitola qualunque, e fa sapere – ma almeno lui non lo nasconde, né lo confessa: semplicemente lo dichiara, business is business, no? come dicono loro – che in cambio dell’acquisto dei caccia della Boeing, F/A-18 Super Hornet[4], che il Brasile ha annunciato di rimettere in discussione per contenere la spesa pubblica, gli Stati Uniti trasferirebbero alle Forze armate brasiliane tecnologie avanzate di tipo e qualità non pubblicamente dichiarata e finora condivisa solo, e raramente, coi più vicini alleati europei (in pratica solo il Regno Unito.

Dice Panetta, svolgendo fino in fondo il suo ruolo di banditore in fiera del made in USA, che la partnership del Brasile con gli USA metterà ora in grado São Paulo di accedere a nuovi mercati nel mondo.     

●La decisione del governo dell’Argentina di ri-nazionalizzare[5] la parte spagnola (della Repsol) di proprietà della compagnia di gas e petrolio YPF, ha sollevato strilli di oltraggio, minacce più o meno velate,  terribili previsioni di rovina, indignazione e catastrofe sulla credibilità del paese più che in Spagna, a dire il vero, dove si potevano anche capire (e dove sono state forti, ma centrate falsamente sull’interesse degli argentini a lasciar gestire la risorsa idrocarburi dagli spagnoli invece che, onestamente, su quello spagnolo a tenersele) hanno avuto davvero poco effetto), nella stampa internazionale economicamente benpensante, specie in quella nord-americana[6].

Tutte previsioni, sbigottimenti e minacce che ormai, a Buenos Aires non fanno più alcun effetto. Dopotutto qui, nel 2001, scelsero di andare deliberatamente in default per il debito nazionale, rischiando i fulmini del FMI e del mondo intero... Ma, solo e proprio grazie a quella misura drastica, riuscirono in pochi mesi a rimettere con successo insieme i pezzi di un’economia che richieste di austerità del Fondo e servilismo pedissequo dei governi nazionali avevano pressoché totalmente smembrato.

Ormai è nientepopodimeno che l’OCSE a certificare in un proprio Paper[7] ufficiale, anche se le costa molto dal tono con cui lo fa, che “malgrado [bé lasciateglielo il diritto di dire e ribadire le loro cav**late ideologiche col questo avverbio grottesco, anche se ci vuole una bella faccia tosta per non riconoscere che è, invece, proprio “a causa di...] politiche relativamente dirigistiche [decisioni e interventi statali, cioè] gli investimenti in Argentina sono aumentati del 21% del PIL [quando lor signori e i loro serventi avevano tutti preconizzato che ogni investimento dall’estero sarebbe scomparso e dall’interno sarebbe scappato] – e il paese, a partire dal 2003, ha goduto di un alto tasso di crescita. I fondamentali macroeconomici migliorarono tutti, specie dopo la ristrutturazione del debito pubblico con il default [cioè, con la proclamazione impudente dell’eresia estrema] che ha ridotto le dimensioni del debito stesso e ne ha esteso la maturità”: ricadenzandone così per la parte cui ancora riconosce una qualche validità, i tempi di scadenza.

Almeno questi, al contrario di tanti loro colleghi (salta in mente la ineffabile facci di tosta di chi, come Oscar Giannino, abile grillo parlante del buon senso convenzionale economico che vuole, convincere di come il debito sia doveroso onorarlo per non finire in rovina, chiunque e comunque a nome nostro lo abbia poi acceso) questi del tipo OCSE almeno  – magari strangugliandosi sul loro in ogni caso ipocrita “malgrado...” – alla fine, la verità almeno la accennano[8]

Il fatto è che oggi la Repsol, che possiede attualmente il 57% del pacchetto azionario, sottoproduce rispetto alle necessità dell’Argentina, preferendo conservare il greggio in attesa di prezzi in aumento più in là nel tempo, ma costringendo il paese a importare il greggio: in un momento che a Buenos Aires ancora impone attenzione all’equilibrio di bilancia dei pagamenti.

Nulla di nuovo, del resto, nella nazionalizzazione poi: lo ha fatto il Messico, dal 1938, quasi tuti i paesi dell’OPEC lo hanno seguito, dall’Arabia saudita all’Iran, ovviamente… E allora? Il problema è che adesso, dopo le prediche liberiste e il loro fallimento evidente qualcuno si azzardi a sfidare il caveat dell’economia convenzionale voluto dal Fondo, e del cosiddetto consenso di Washington che non sono rassegnati a esalare il loro ultimo respiro.

Come potrebbero, del resto, senza farsi ridere dietro dal mondo, le agenzie di rating che dopo aver  dato la loro tripla AAA al debito estero dell’Argentina all’immediata vigilia del default del suo debito, a fulminare adesso insieme al governo fallito di Spagna l’agire eterodosso ma non per questo sbagliato di un governo come quello argentino di Cristina Kirchner?

●Al vertice delle Americhe[9], Obama non riesce a trovare con gli altri l’accordo per tenere al bando Cuba ma mette il veto alla sua partecipazione col voto unico e solitario dell’alleato Canada. Quindi non ne viene fuori neanche uno straccio di comunicato congiunto finale. Non c’è più, tanto meno scontata ormai poi, l’egemonia di una volta, né c’è più la capacità di comprarsi i voti degli altri (non ci sono più i soldi), né la paura che c’era una volta a dire di no...

La maggior parte dei paesi latino-americani ormai non considerano più Cuba come una minaccia alla democrazia: ogni sondaggio conferma che a loro fa più paura proprio l’America. Per Obama, che avrebbe volentieri forse rinunciato a forzare la mano ma che in campagna elettorale non osa permetterselo (ma quando è che non è in campagna, lì?), è stato un (altro) gran brutto smacco di immagine  sul piano internazionale.

Obama cerca di rimediare, come può ma sbagliando ancora, alla figuraccia che sta facendo in diretta Tv di fronte a tutto il continente e anche ai suoi concittadini che vedono isolati gli Stati Uniti – visto che forse, dice, se Cuba cambia la prossima volta potrebbe anche esserci... Ancora, ma non ci crede neanche lui, sembra essere sotto l’impressione – l’illusione – di potersi permettere di dare voto di condotta e di profitto agli altri.

Glielo ricorda, durissima, una dichiarazione ufficiale, molto articolata e in alcuni passaggi anche piuttosto sprezzante, che arriva dall’Avana a conclusione del vertice delle Americhe: vista l’impotenza in cui ormai si ritrova, Obama farebbe meglio “a occuparsi delle sue guerre, della sua crisi, del politicantismo sfrenato di casa sua che, di Cuba, ci occupiamo noi cubani”— debiera ocuparse de sus guerras, crisis y politiquería, que de Cuba nos ocupamos los cubanos[10].

●La notizia buona di fine marzo è che dopo quasi vent’anni di carcere e arresti a domicilio per “crimini politici”, Daw Aung San Suu Kyi ha potuto candidarsi e ha stravinto un seggio suppletivo al nuovo parlamento di Myanmar[11]. Nyan Win, portavoce del partito e a capo della campagna elettorale della National League for Democracy della signora Suu Kyi, ha parlato di 40 seggi vinti dei 44 per cui il partito correva sui 45 in lizza (ma in parlamento ci sono la bellezza di 659 deputati e non sarà dunque mai l’enfasi e il soffietto su queste elezioni a mettere fine ai quasi 50 anni di dominio senza interruzione dei militari…

Però, la stessa San Suu Kyi esce adesso a dire di essere convinta che “sta davvero partendo una nuova era”. In ballo c’è la sua scommessa di fondo, non solo  tattica, come leader – discussa lei quanto la stessa sua decisione, però, almeno da parte della stessa opposizione – quella di giocare le sue carte sostanzialmente all’interno del sistema come adesso lo consentono i militari… Ma il fatto è che i militari controllano ancora tutto nella realtà quotidiana e forse è davvero troppo prematuramente speranzosa stavolta…

●Il Sud Sudan ha pensato male di attaccare il giacimento di Heglig, restato nel territorio del Nord a conclusione della divisione territoriale dalla quale, era tutto sommato pacificamente, nata la secessione, per riprenderselo manu militari, subendo la condanna immediata dell’Organizzazione per l’Unità africana per il suo atto di forza “illegale e in violazione della soluzione” trovata un ano fa per arrivare alla secessione concordata e, soprattutto, poi senza neanche riuscire a conquistarsi il territorio invaso ma subendo la controffensiva di Karthoum. Cui, però, poi l’OUA chiede di limitarsi nella risposta a bombardare moderatamente il nuovo paese territorio che era passato, appunto, esso all’offensiva.

Adesso si tentano mediazioni (la Cina è piuttosto col Nord, l’America invece col Sud[12]…) ma il Sud, che militarmente e anche economicamente è molto più debole, potrebbe lasciarsi tentare dall’alzare la posta contando sull’aiuto americano che però mai arriverà – come non arrivò quello cui a Saakashvili voleva obbligare gli americani forzando la mano a Bush forzando l’offensiva lampo fallita ignominiosamente dalla sua Georgia contro la Russia e persa in tre giorni nel 2008 anche attaccando in altre zone di confine dove il contenzioso invece tra Nord e Sud Sudan resta aperto come il territorio di Abyei.

Il 20 aprile, mentre dal Sud dopo aver vantato offensive che hanno portato, dicono i portavoce dell’SPLA, ad agguati che, nella regione di An Nil al-Azraq, lo Stato del Nilo Blu, immediatamente a sud della capitale Ed Damazin, avrebbero provocato 79 morti tra le truppe del Sudan, il ministro delle Informazioni del Sud Sudan, Barnaba Marial Benjamin, annuncia ufficialmente che il suo governo – appena condannato da Organizzazione per l’Unità Africana, Nazioni Unite e perfino dal suo grande protettore, gli Stati Uniti d’America, per l’invasione dello Heglig (assegnato nel 2009 al Sudan, allora ancora unitario, cioè al Nord, nella mediazione della Corte permanente di Arbitrato) che ha portato adesso i due paesi sull’orlo della guerra – ha deciso ora di ritirare entro tre giorni le proprie truppe regolari da quella regione ricca di petrolio[13].

Versione, a sorpresa, qualche po’ diversa dal Nord, dove il Sudan, dice il ministro della Difesa Abdel Raheem Muhammad Hussein, afferma[14] con qualche credibilità in più – diplomatici, giornalisti, osservatori – che le truppe della Repubblica del Sudan hanno liberato lo Stato di Heglig dagli invasori.

●Su un tema che come l’ambiente emerge di sua prepotenza ogni tanto, uno scienziato americano, sempre distintosi per la sua serietà ma anche per la mancanza totale di fideismo di stampo ideologicamente ambientalista, Thomas Lovejoy, che insegna biodiversità e di essa da decenni si occupa, ha fatto rilevare, invitando tutti a riflettere su quanto sia stato sciocco far prevalere qui da noi in occidente, “a partire da quando il Congresso americano rinnegò il protocollo di Kyoto, le tendenze a sdraiarsi sulla miope nozione che finché Cina e India continuavano a costruire centrali a carbone, non servisse a niente prendere impegni a tenere bassa la produzione di gas serra. Anche perché, poi, la Cina sta facendo passi concreti e ben misurabili nel decarbonizzare la sua economia ed è già diventata il paese che produce più pannelli solari di chiunque altro al mondo[15]”*.

●Ancora passa, anche se per la prima volta viene sottoposta a dibattito, nel Comitato di presidenza della Banca mondiale, la consuetudine in base alla quale a presidente americano uscente succede un altro presidente americano[16]. Alla fine, e anche col voto di altri paesi cosiddetti emergenti (Cina e India e Messico che alla fine non se la sono sentita di votare contro tradizione) hanno eletto lo statunitense Jim Yong Kim, un esperto di sanità. Ma, appunto, sono per la prima volta stati costretti a discutere della candidatura dell’ex vice presidente della Banca stessa, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala sostenuta da diversi, importanti, governi— gli azionisti della Banca mondiale, cioè.

Dove ormai – anche qui e anche se può ancora sembrare che no – non conta più come ieri il volere di uno solo, ma salta ormai anche la prospettiva stessa del sottomesso sì dei più grossi di loro al pescecane maggiore. Per dirla fuori dai denti: con Cina, Brasile e India che la volta prossima proporranno un altro presidente, non passerà più l’americano, così come la prossima volta non passerà del resto più, necessariamente, l’europeo come candidato unico alla leadership del Fondo monetario internazionale.

●Per la prima volta ormai da tre anni, in India[17], anche quella Banca centrale riduce il tasso di sconto di mezzo punto, all’8%. Lo aveva alzato per tredici volte fra marzo 2010 e ottobre 2011 contro quella che appariva una certa propensione inflattiva. Il ribasso di adesso, invece, riflette che, anche qui, la preoccupazione maggiore è diventata quella di un’economia che decelera.

●Nell’ultimo Rapporto appena lanciato adesso, ad aprile, sulle Prospettive macro-economiche di primavera, il Fondo monetario (187 paesi ormai membri) si dichiara leggermente più ottimista di quanto fosse tre mesi fa, a gennaio, sulla salute del’economia globale[18]. Intendiamoci, cresce il PIL  degli Stati Uniti, in corso d’anno, a uno stimato 2,1%  e cala invece in Europa, se va bene, a -0,3%, mentre in ragione dell’economia del pianeta intero dovrebbe registrare un non entusiasmante +3,5%.

Per l’Italia, sentenzia, non ci sarà “nessuna crescita fino al 2017”… e l’anno prossimo il PIL scenderà addirittura dell’1,9%... Bankitalia e il Tesoro istituzionalmente dissentono ma neanche provano ad argomentare il perché: si limitano a registrare che secondo loro si tratta di un “pessimismo eccessivo”. Peccato che, finora, il FMI sia sempre stato in difetto solo per pessimismo e sempre al ribasso… Si sbilancia di più Monti, dice che no, che lui azzererà il deficit a pareggio, addirittura, entro il 2013. Pinocchio lui, allora, o Pinocchio il Fondo? o, meglio, forse, incapaci di fare i conti? ma incapace lui o loro?).

Ma, il Fondo vede almeno lo sforzo di un coordinamento, adesso, tra i paesi dell’euro per cercare di far fronte alla crisi del debito, anche se l’Unione non sembra ancora, e lo dice chiaro con preoccupazione il capo economista del Fondo, Olivier Blanchard[19], decisa a cambiare strategia per prendere di petto la crisi più minacciosa e incombente: quella della crescita stessa.

● Italia e Russia, ENI e Rosneft, coi rispettivi loro presidenti Paolo Scaroni e Eduard Khudainatov, hanno firmato a fine mese un accordo per la prospezione di nuovi giacimenti di petrolio e di gas naturale nell’Artico[20] russo (mare di Barents) ma anche nel mar Nero, investendo fino a $ 125 miliardi nell’impresa per la quale costituiscono apposita joint venture cui l’ENI parteciperà per il 33% invitando in cambio la Rosneft a partecipare ad alcune delle sue altre iniziative all’estero.

Alla firma dell’accordo tra le imprese, di dimensioni per l’Italia sicuramente strategiche, ma che comunque dimostra per l’ennesima volta l’inanità di ogni preteso e comunque inesistente, sforzo comune europeo, ha presenziato anche il premier e prossimo presidente russo Vladimir Putin.

in Cina

●Il premier Wen Jiabao ha criticato duramente e pubblicamente le grandi banche cinesi perché tendono ad agire come un “monopolio”[21] e ha detto che “bisognerebbe consentire al capitale privato di accedere al settore finanziario”. Wen è ormai al termine della sua carriera politica, ma in molti ipotizzano che la sua uscita dovrebbe poter ora contribuire ad accelerare la riforma del settore finanziario. Proprio lo stesso giorno in cui Wen è intervenuto, l’Authority che regola le borse ha quasi triplicato la quantità di fondi che dall’estero possono investire sul mercato cinese dei capitali, a $ 80 miliardi.    

●E’ appena uscito, a Washington e a Pechino, e sembra utile segnalare un libro[22] firmato da due autorevoli studiosi, Kenneth G. Lieberthal, che dirige le ricerche sulla Cina alla Brookings Institution, che ha lavorato anche alla Casa Bianca e oggi dirige alla Brookings uno dei maggiori centri di studi universitari del paese e Wang Jisi, consulente ammanicatissimo presso la Città Proibita di questioni di politica estera e, in particolare, di studi americani come decano alla Scuola internazionale dell’università di Pechino.

Entrambi gli AA. condividono l’impressione che il rapporto bilaterale dei due paesi stia diventando ormai il più rilevante al mondo, ma anche l’opinione che la “sfiducia strategica” reciproca sulle intenzioni di lungo periodo dell’uno e dell’altro paese è aumentato a un livello che oggi è “pericoloso”. L’uno e l’altro dei coautori spiegano bene quali sono reciproche preoccupazioni e sospetti e quali le ragioni che stanno loro dietro— l’americano, da solo, su quelli degli americani e viceversa. Poi hanno scritto, stavolta insieme, un’analisi sui seguiti che si potrebbero dare e le loro raccomandazioni per un potenziale miglioramento dei rapporti reciproci piuttosto che del potenziale rapporto adversarial – antitetico, peggio pericolosamente antagonistico, entro qualche anno ormai.

Né Wang né Lieberthal affrontano di petto lo squilibrio tuttora enorme che sussiste tra potenze mlitari, specie proprio nel campo degli armamenti. Ma entrambi – chi con qualche fierezza chi con qualche apprensione – non possono non notare che la differenza oggi è nel fatto che con una scelta – sagace dice Wang, astuta dice Lieberthal: cioè, dicono, in sostanza lo stesso – la Cina non si è messa a rincorrere gli USA sulla spesa— impossibile: lo scarto è oggi, in potere d’acquisto reale dei rispettivi bilanci, di 5 a 1 dalla parte dell’America.

Ma ha scelto, invece, di tamponare e restringere i ritardi maggiori e nelle aree cruciali per la difesa degli spazi strategici della Cina: una politica missilistica e tecnologica spaziale avanzata, sistemi d’arma sofisticati che mirano non tanto a negare agli USA l’accesso ai mari intorno alla Cina o, tanto meno, a acquisire l’accesso alla Marina militare cinese al Mar dei Caraibi, per dire, o al Golfo del Messico ma a far sì che nel Mar Giallo o nel Mar Cinese meridionale non ci sia più il monopolio della VII Flotta americana.

E ci sono riusciti, i cinesi. Anche se gli Stati Uniti fanno finta di, o forse non sono proprio in grado di riuscire a, prender atto della realtà. Anzitutto per come sono fatti loro, con quella loro cultura unica che esalta l’eccezionalità “benedetta da Dio” dell’America[23]. Unica perfino rispetto all’arroganza dei grandi imperi storici come quello britannico, quello spagnolo, quello romano anche…

●Adesso, comunque – e leggeremo con cura, per cercar di capire meglio, i resoconti ufficiali e ufficiosi – si incontrano a Pechino il 3 e 4 maggio[24] le due delegazioni del consueto dialogo bilaterale annuale (il quarto anno consecutivo, questo) sino-americano sui temi di interesse comune strategici ed economici. Lo annuncia il vice ministro degli Esteri Liu Weimin, annunciando anche che la delegazione cinese sarà capeggiata dal vice premier Wang Qishan e dal consigliere di Stato, massimo responsabile del partito e del gruppo dirigente per la politica internazionale, Dai Bingguo e quella statunitense vedrà insieme, come l’anno scorso, a Washington la responsabile Esteri Hillary Clinton e il ministro del Tesoro, Timothy Geithner.

●L’estromissione del membro dell’Ufficio Politico del partito, Bo Xilai – allontanato quando era arrivato alla soglia del massimo organo di direzione del PCC, uno dei 9 massimi dirigenti del suo Ufficio permanente – ha rimesso forse in questione quello che sembrava ormai essere per il prossimo autunno il passaggio per la prima volta per decisione di un organismo d’élite certo ma collettivo per lo meno, e non come sempre finora di un leader soltanto.

E l’espulsione forzata, oltre ad essere stata anche “resistita” da Bo e da chi ha approvato a  appoggiarlo ha causato una piccola esplosione di chiacchiere, pettegolezzi, denunce e controdenunce su blog e Internet, producendo il blocco imposto d’autorità dei microblog in tutto il

● Ma è davvero il vostro cortile di casa questo? Ci spiace molto… (vignetta)

Spiegamento delle forze navali USA nel Pacifico  Cina

 

Fonte: IHT, 5.4.2012 , P. Chappatte

paese. Sei persone sono finite agli arresti e molti siti web sono stati chiusi anche se, dopo tre giorni di sospensione, è stato consentito loro di riaprire[25].

Bo Xilai era accusato anche di fatti di corruzione a Chongqing, la regione e la città di cui da anni era il numero uno, e dove per anni aveva lasciato mano libera al capo delle forze di sicurezza, Wang Lijun, che era anche il suo vice sindaco; per poi bloccarlo e rimuoverlo quando ha cominciato a indagare sulle malefatte della moglie del capo, signora Gu Kailai.

Accusata addirittura – pare con prove – dell’assassinio con veleno in un albergo a cinque stelle di Chongqing di un cittadino britannico, amico di famiglia e per conto suo  anche trasportatore di suoi capitali all’estero… sulla divisione finale del bottino trasportato (da lui: di qui la lite) a Hong Kong.  Alla fine il potente ex capo della polizia ormai braccato dall’ancor più potente numero uno si è addirittura rifugiato al… consolato d’America della città di Chengdu, lì vicina.

Cosa che per lui è stata cruciale, evitandogli la consegna alla polizia locale che una volta comandava ma ora passata direttamente agli ordini di Bo Xilai… Insomma, roba degna della famiglia di papa Borgia o della congiura de’ Pazzi da noi. Così è finito invece in mano alla polizia di Stato cui ha raccontato tutto delle faccende della famiglia Bo, provocandone crollo e rimozione. Mentre l’ex vice sindaco risponderà ora di tradimento di segreti di Stato per quello che è andato a raccontare agli americani: un reato per il quale la pena prevista è, anche, però qui quella di morte…

Pare però, come accennano analisti soprattutto cinesi di cose cinesi, che ancora di più che per i reati di Bo e della sua signora, al potentissimo membro del Politburo e quasi membro ormai del suo Comitato permanente la testa sia, alla fine, saltata per l’evidente e arrogante insofferenza di sempre a piegarsi alle due regole cardine che reggono da sempre la vita della gerarchia del regime: la  ricerca del consenso e la riservatezza gelosa dei comportamenti sul piano personale[26].

Lui, invece, era un populista, uno che viveva palesemente e senza nascondxresi come un miliardario ma si atteggiava a neo-maoista e, alla ricerca di consenso popolare, si dice, sfruttasse sentimenti anti-elitari e anti-arricchimento personale in una scansione che al resto della dirigenza sembrava ormai fuori moda e vetero-ideologica[27]

●La Cina, a marzo, è tornata a un attivo commerciale di $ 670 milioni, rispetto a febbraio quando registrò un deficit “inusitato[28] di $ 31,48 miliardi nel primo trimestre. Anno su anno, a marzo, gli scambi esteri sono cresciuti del 7,1% arrivando a $ 325,97 miliardi con un attivo di bilancia commerciale di $ 5,35 miliardi, riferisce l’Amministrazione generale delle Dogane[29]. L’export ha contato per $ 165,66 miliardi a marzo, in ascesa sull’anno precedente, nello stesso periodo, dell’8,9% coi dati dell’import che raggiungono la cifra di $ 160,31 miliardi.

Con tutta la crisi del debito che si porta dietro, l’Unione europea resta il massimo partner commerciale nel trimestre anche se la crescita degli scambi è scesa del 2,6% anno su anno e ha raggiunto $ 126,87 miliardi. Nei primi tre mesi del 2012, invece, gli scambi con gli USA – il secondo partner commerciale del paese – è aumentato anno su anno del 9,3% a $ 106,77 miliardi, nei dati annunciati dalle Dogane.

Sono calati gli scambi bilaterali col Giappone dell’1,6% nel primo trimestre, ma sono aumentati del 33,1% quelli con la Russia. Col Brasile, grande esportatore verso la Cina di materiali ferrosi e di materie prime, gli scambi sono cresciuti dell’11,5% dall’anno prima, a $ 18 miliardi nel primo trimestre.

●Segnala con molto rilievo mediatico il ministro del Tesoro americano, Tom Geithner, che la decisione annunciata dalla Cina di allargare per la prima volta dal 2007 lo spazio di flessibilità la banda – del cambio dello yuan col $ – del doppio finora consentito, dallo 0,5 all’1% riflette cambiamenti “molto significativi e molto promettenti: è un impegno credibile per un cambio di strategia della crescita in una forma che ormai dipende assai meno di ieri dalla domanda esterna al paese[30].

Esagera, il ministro americano, per rafforzare soprattutto negli interlocutori del suo paese l’idea che  la Cina stia in qualche modo mollando alle pressioni statunitensi e, per lo stesso motivo, fa notare che, nel frattempo, sono arrivate al record le esportazioni americane in Cina, appena sopra ormai a $100 miliardi all’anno. Ma sa bene, anche se non dice – e forse è più grave, perché manco lo sa,  che il fatto non sia rilevato dal WP[31] che pure lo segnala – che è quattro volte di più, $  400 miliardi all’anno, il valore dell’export cinese in America…

●La Gregorio del Pilar, la nave da guerra di maggior stazza delle Filippine (che prende il nome dal giovanissimo generale, eroe della guerra antiamericana di indipendenza del 1899) e due navi di “sorveglianza” marittima della Cina popolare, a inizio aprile sono in stallo reciproco da alcuni giorni nel Mar Cinese Meridionale dove, con la loro presenza, i cinesi impediscono l’arresto da parte dei filippini degli equipaggi di otto pescherecci cinesi.

Li accusano di aver violato quelle che Manila considera sue acque territoriali al largo degli isolotti reclamati da Pechino col nome di isole Huángyán Dǎo e da Manila come la secca di Panatag Shoal. Ora entrambi i governi si sono impegnati a non fare fuoco per uscire da questa impasse quasi armata e a cercare una soluzione diplomatica al contenzioso. Che si trascina, però, ormai da oltre un trentennio…

Entrambe le parti insistono nel dire che difenderanno le loro rivendicazioni territoriali nella regione[32]. E qui, a rinfocolare la diatriba, ha provveduto al solito, anche stavolta, la segretaria di Stato americana Clinton che crede – quasi da sola, ma in una collocazione chiave purtroppo – in una politica appena possibile che sia confrontational – perché rende sempre fare la faccia feroce in politica politicante interna.

In visita alla capitale dell’arcipelago e sul ponte di una nave militare americana all’ancora proprio nella baia di Manila, a novembre scorso, pensò bene di riferirsi alla regione che tutto il mondo, America ufficialmente compresa, chiama Mar Cinese meridionale come al Mare occidentale delle Filippine: così, tanto per mettere un dito nell’occhio a Pechino, ma senza considerare neanche pensare a come in tal modo  improvvidamente avrebbe riacceso le illusioni e le voglie dell’unico paese, le Filippine, anzi di una certa politica filippina un po’ revanscista che solo al mondo chiama quel mare con quel nome…

Che si è lasciato tentare, forse, così a provarci ma, dopo solo qualche giorno, ha subito provveduto ad allentare prudentemente la stretta lasciando in zona i suoi vascelli più piccoli ma ritirandone la propria ammiraglia per “evitare ogni interpretazione di stampo provocatorio”, ha detto il ministro degli Esteri Albert del Rosario il 13 aprile

Certo sarebbe stato più congruo, anche se meno esaltante patriotticardisticamente parlando, spiegare perché la possibilità stessa di apparire provocatori fosse stata così imprudentemente messa in atto, visto che a Manila erano, e sono, perfettamente coscienti, proprio come a Washington e per questo a Pechino, che, al dunque, senza il sostegno diretto della U.S. Navy le navi filippine non sarebbero mai in grado di far fronte alla flotta militare cinese.

Al contempo, annunciando il ritiro contemporaneo di una delle sue tre navi dalla zona, l’ambasciata cinese a Manila spiega (anche qui, un po’ stranamente come se se ne fossero resi conto così, all’improvviso) che la nave avesse “una differente missione[33]”.

A questo punto Manila avanza una proposta che sembra effettivamente sensata. Dice il ministro degli Esteri che le Filippine chiederanno alla Cina di sottoporre la vertenza all’arbitrato del Tribunale internazionale sulla Legge del mare per arrivare a dirimerla[34].

Ma la Cina da sempre chiede che tutti i trattati alla cui elaborazione essa stessa non ha potuto partecipare per le condizioni storiche che glielo impedivano (il colonialismo, l’imperialismo…) vengano riviste anche con la sua partecipazione, come con quella di altri che ne fossero stati esclusi (è il caso delle Filippine che, sotto il controllo militare del gen. MacArthur, erano rappresentate, senza che nessuno rendesse conto a nessuno, dal governo americano stesso), alla revisione, della legge internazionale.

●Allo stesso tempo, però, in questo che appare ormai chiaramente (l’affaire Bo Xilai, l’Assemblea del popolo, il cambio largo all’interno dell’Ufficio politico e quello completo del suo Ufficio permanente…) come un delicato periodo di assestamento degli equilibri interni alla leadership della Cina, emerge in trasparenza ma nettamente una conflittualità di mandati e una mancanza anche di coordinamento tra agenzie, istituzioni e ministeri della Repubblica popolare cinese che, mentre tutti si allineano e si piazzano nella lotta interna di potere per conquistarsene porzioni più ingenti, sta diventando anche un po’ frenetica e abbastanza rischiosa.

E c’è chi sospetta che anche di questo stato di tensioni e conflitti interni (non è chiaro chi, quale livello del potere cinese politico e/o militare, avrebbe dato alla Marina cinese l’ordine iniziale di avvicinarsi alle coste contese nel Mar cinese meridionale). Sono state avanzate ripetutamente e anche pubblicamente, cosa qui pure inusitata, proposte di accorpare le responsabilità in materia marittima e l’unico istituto centralizzato che ne sembrerebbe avere un qualche mandato, non sembra avere né le autorità né le risorse di comando e controllo che servirebbero.

Insomma, se alle Filippine va raccomandato con insistenza di evitare di mettersi a titillare la coda del drago, alla Cina bisogna chiedere che finalmente si dia anche in questo campo l’unità necessaria all’esecuzione di una politica marittima prudente, attenta e coerente quanto quella che si confà a una grande potenza[35].

●Intanto, la Russia annuncia che sta per inviare, e poi che sono effettivamente iniziate, sette navi militari della Flotta del Pacifico a partecipare ad esercitazioni congiunte con la Flotta cinese.  alle manovre denominate Marine Interaction 2012 dal 22 al 27 aprile nel Mar Giallo, al largo della provincia cinese dello Shandong, secondo informazioni che diffonde il vice capo di Stato maggiore della Marina, contrammiraglio Leonid Sukhanov[36].

Mediterraneo arabo: il crollo, il tramonto e la resistenza dei rais

●Mese convulso in Egitto. L’ultimo giorno di marzo, il vice presidente, finanziere e massimo stratega della Fratellanza mussulmana, Khayrat el-Shater è stato ufficialmente nominato, come ormai da qualche  tempo sembrava probabile, candidato ufficiale del partito di Libertà e Giustizia per le presidenziali[37]. La decisione è stata formalizzata in reazione al rifiuto del Consiglio supremo militare di dar seguito ancora una volta alla richiesta del parlamento di poter designare il governo del paese.

E anche, forse, al fatto che al momento attuale, e senza la concorrenza di islamici “moderati” come el-Shater in campo, il candidato al momento di gran lunga in testa ai sondaggi è l’islamista salafita[38] della vecchia scuola intransigente (anche per l’implacabile persecuzione decennale mubarakiana) Hazem Salah Abu Ismail[39]. La necessità di contrastarlo (è uno che sembra portare a regime modello quello islamico iraniano, anche deplorando profondamente che sia eretico e sciita, secondo la vecchia tradizione radicale e, un po’ semplicisticamente ma in fondo realisticamente definita fondamentalista), che spiega anche perché un’intrigante di mestiere e di costume sugli affari degli altri come la Clinton non sente, stavolta, il bisogno di deprecare che la Fratellanza mussulmana si sia rimangiata l’impegno  a non schierare un suo candidato… 

Si apre così però un conflitto sicuramente più aspro, ora, coi militari che vogliono, comunque, “scudare” i propri importanti interessi economici – patrimonio, proprietà anche industriali rendite e vogliono in ogni caso impedirne supervisione e controllo ai civili. Anche il gap tra islamici e laici si allargherà per il timore di questi di un blocco di potere ancor più monolitico, ancorché democratico (deciso dagli elettori) dei partiti islamici. Ma la preoccupazione maggiore della maggioranza è molto più per la reazione dei militari che per quella, tutto sommato impotente, dei partiti laici minoritari.

La decisione, però, ha visto il fronte della Fratellanza, il consiglio della Shura, della legislatura, spaccarsi. Decisiva è stata la spinta proprio di el-Shater – l’uomo forte del gruppo, con diversi anni di galera alle spalle sotto Mubarak, il negoziatore principale forte con i militari, colui che aveva orchestrato la campagna elettorale della Fratellanza e del suo partito di L&G sia finanziariamente che sul piano della propaganda e dell’organizzazione del voto e anche il negoziatore sia con gli altri paesi arabi che con il Fondo monetario sulla gestione del debito estero del paese.

●La decisione degli islamici sembra essere stata anche innescata dalle voci autorevoli che parlano del Consiglio supremo militare deciso a presentare un suo candidato alla presidenza nella persona, dicono ma francamente non sembra probabile,  dell’ex vice presidente di Mubarak, Omar Suleiman, per vent’anni già suo ministro anche della sicurezza e dello spionaggio militare, il temuto Mukhabarat: un tentativo addirittura sfacciato (e, adesso, confermato) di riportare il controllo di quello che al momento resta il perno del potere, la presidenza, sotto il cappello dei militari.

Lui, ovviamente, lo nega: non voglio né posso “reinventarmi Mubarak né un regime che ormai il popolo ha bocciato e respinto” assicura— che invece è proprio l’accusa avanzata da el-Shater  e dalla Fratellanza che bollano l’iniziativa come “un insulto alla rivoluzione”; ma voglio, soggiunge,  “oppormi come posso all’ascesa alla massima carica del paese di un esponente religioso che sarebbe” inevitabilmente, dice, “integrista”.

E, chi sa, potrebbe anche avere ragione. Ma Suleiman è noto per la sua spietata, personale conduzione di polizia agli ordini di Mubarak e per quanto, proprio come lui, si è sempre dimostrato attento (“servo” dicono i suoi nemici) alle esigenze degli Stati Uniti (compresa la consegna ai suoi servizi segreti per i cosiddetti “interrogatori rafforzati”, cioè con tortura, di decine e forse anche centinaia di “sospetti” che Washington voleva fossero così trattati  ma senza doversene assumersene la diretta responsabilità.

Così come Suleiman è ben conosciuto anche per aver personalmente gestito il rapporto con Israele che costantemente sacrificava i palestinesi, specie quelli di Gaza, assediata a est da Israele e a ovest anche e duramente dai servizi di sicurezza del Cairo; e per la assidua rete e l’apparentemente contraddittorio rapporto che attraverso di lui, Suleiman, saldava l’innominabile e innominata alleanza di fatto tra Egitto, USA e Israele con l’Arabia saudita nel Golfo Persico[40].

Adesso, una Commissione parlamentare approva, ma ormai è sull’orlo del baratro, una proposta di legge che vieta ai “rimasugli” del regime di Mubarak di candidarsi alle presidenziali. Fa presente il ministro della Giustizia del governo installato dai militari, Adel Abdel Hamid, che parla più che per il governo proprio per conto del Consiglio supremo militare che si tratta di un’iniziativa “incostituzionale[41].

E che in ogni caso, in base alla Costituzione provvisoria approvata mesi fa per referendum – quando nessuno pensava né a una netta maggioranza islamica in parlamento né a un potere esecutivo che continuasse a essere amministrato così a lungo dai militari, anche dopo l’elezione parlamentare – la misura potrebbe entrare in vigore solo con l’approvazione delle Forze armate che non pare proprio ci sarà e, certo, non in tempo per bloccare la candidatura dell’ex vice presidente – lui stesso un generale di carriera – prima delle elezioni. Col nuovo presidente che sarà eletto e, comunque, allo stato, avrà tutti i poteri reali esecutivi per modellare come meglio desidera – ma anche se potrà e sotto la pressione della volontà popolare “islamista” come potrà: non di più… – la nuova Costituzione egiziana.

La candidatura di Omar Suleiman, se in qualche modo gradita ai militari, rischierebbe, però, adesso anche di ricompattare, quasi per disperazione, tutta la coalizione, anche i laici, che a gennaio 2011 a furor di piazza fecero fuori, senza però riuscire a espellerli definitivamente dal gioco, gli eredi di Mubarak. Ora l’elezione potrebbe vedere di fronte, al primo turno del 23 e 24 maggio almeno sei candidati:

• oltre a quello ufficiale della Fratellanza e almeno a un altro suo ex, autorevolissimo leader, Abdel Moneim Aboul Fotouh, che si è autocandidato però mesi fa e perciò è stato espulso;

• un candidato unico – se mai riusciranno a concordarlo insieme – dei laici: che potrebbe anche essere, forse, per default, ma se non si mette a pencolare troppo dalla parte dei generali dei quali potrebbe essere, invece, tentato di diventare lui il candidato per default, ex ministro degli Esteri di Mubarak ed ex segretario generale della Lega araba, Amr Moussa;

• un altro islamista salafita estremista (uno dei quali, il più forte, Abu Ismail di cui si diceva, viene  però fuori che essendo di  madre straniera (americana: la notizia è arrivata da fonti dell’ambasciata statunitense locale[42]) secondo la nuova legge elettorale vedrebbe resa con ciò inammissibile la candidatura;

• e, forse, il candidato dei militari, sempre che alla fine decidano di presentarne uno in proprio,  invece di riservarsi solo il potere/diritto basato sulla forza che hanno di fare dopo, comunque, quello che vogliono, viene fuori ufficialmente all’ultimo minuto quando i militari, nell’annunciare ufficialmente che passano la legge che vieta agli ex alti esponenti dei governi di Mubarak di concorrere alle elezioni lascia anche dire, senza smentita, che potrebbe candidare come proprio candidato, di fatto, l’ultimo primo ministro di Mubarak, Ahmed Shafiq[43].

Per anni ministro e poi, come generale dell’aria, 71enne premier per gli ultimi due anni di Mubarak, la sua candidatura pare annunciata all’ultimo anche, forse, per non correre il rischio corso con Suleiman, di coalizzare le diverse opposizioni, specificando che reclami e ricorsi alla Commissione elettorale sono presentabili solo entro il 26 aprile. Cioè, speravano forse, anche qui, fuori tempo massimo…

Ma la Fratellanza che, anche qui, aveva previsto come la candidatura vera dei militari sarebbe stata avanzata all’ultimo momento proprio per mettere fuori tempo ogni ricorso, aveva preparato in anticipo le carte e a quel punto, ha dovuto solo riempire la casella del nome e la ragione del ricorso: Shafiq, ex primo ministro del dittatore. E così li ha nuovamente fregati. Sul piano legale soltanto, però.

Perché la lista finale dei 13 candidati che sono ammessi a presentarsi alle elezioni presidenziali non l’ha decisa, come si vede ora formalmente, neanche la Commissione designata dai militari ma loro direttamente: malgrado la sentenza e la cancellazione definitiva della candidatura, alla fine, nel decreto firmato dal maresciallo Tantawi, Shafiq c’è: perché, come avevano capito qui anche i cammelli, è  lui il candidato della Giunta  che essa farà i salti mortali per far eleggere.

Alla fine, così, come sempre col ballottaggio, i due più votati – sicuramente uno dovrebbe essere l’uomo della Fratellanza che correrà, sempre che l’uomo di L&G non ce la faccia direttamente al primo turno – andranno al ballottaggio finale di metà giugno. E se il 66% dei voti – risultati ufficiali promulgati dai militari – che i partiti islamici hanno preso nelle tre fasi delle elezioni e in tutte le regioni del paese da novembre 2011 a oggi, hanno un senso, ogni altro diverso esito delle elezioni sarà una buffonata. E l’Egitto rischierebbe davvero, stavolta, l’esplosione…

●Ora, nel tentativo – molti sperano, altri si illudono che si tratti solo di questo – di evitare la dispersione dei voti islamici al primo turno verso il/i candidato/i dell’ala islamista minoritaria, ma consistente, dei mussulmani più estremisti di Hizb al-nūr— il partito della Luce, arrivato secondo alle elezioni parlamentari dopo la Fratellanza, ma il cui candidato principale è stato escluso dalla Commissione proprio come quello di L&G

A questo punto, proprio per tenere più compatto il voto religioso, L&G col suo concorrente e possibile/probabile prossimo presidente aveva, informalmente ma pubblicamente promesso, o comunque fatto sapere per via indiretta, che dopo la vittoria avrebbe dato ai religiosi mussulmani il potere di rivedere e proporre di correggere la nuova legislazione per assicurare che essa fosse sempre in linea con la shari’a, la legge islamica.

Lo avevano reso noto, dopo averlo incontrato al Cairo, un gruppo di “chierici” ultraconservatori con una proposta dalla quale L&G aveva preso le distanze di un Gruppo di studiosi e religiosi salafiti autoproclamatisi come Commissione Giurisprudenziale per i Diritti e la Riforma. L&G ha subit o deto no ma anche un po’ ambiguamente, visto che nell’Islam sunnita non c’è, e non c’è mai stata, al di là della considerazione maggiore o minore e della fama personale di un qualsiasi studioso o dottore della legge islamica, chi riconosca o possa riconoscere a nessuno la qualità, tanto meno gerarchica, di un “clero” come tale.

Per cui resta vago e indefinito come potrebbe funzionare un marchingegno come quello di cui parla el-Shater. Si tratta di una proclamazione dal valore tutto politico[44] che può, però, funzionare sia per attirare voti da “destra” che per perderli a “sinistra” e dalla quale L&G cercherà, se vincerà e se potrà riuscire a governare, forse di divincolarsi, ridimensionandola al ruolo di un possibile organismo consultivo… Ma questo snodo potrebbe ormai rappresentare la cartina di tornasole della possibilità che il partito principale degli islamici – autoproclamatosi “moderato”, anche accettando esso stesso il linguaggio di chi tale proprio lo vorrebbe – si trovi spinto verso posizioni più radicali da una concorrenza forte alla sua destra.

In Egitto, però, questo tipo di attenzione al clero sarebbe un’eccezione, potendo al limite offrire ai militari qualche alibi per re-intervenire con l’appoggio non tanto politico-parlamentare quanto del peso, sempre cruciale, che ha nell’ambito della società civile e della vita economica del paese la parte più preoccupata, anche con qualche ragione, di una scivolata del quadro societario e culturale verso una china integrista.

A metà aprile la Commissione elettorale ha, però, come accennavamo, decretato che i due candidati più forti secondo i sondaggi e il candidato dei mubarakiani alle presidenziali, gen. Suleiman, sono fuori corsa: il superspione perché, dicono,  non avrebbe raccolto il numero necessario di firme per la presentazione della candidatura (30.000)…; l’islamico salafita perché è risultato vero che ha la madre di nazionalità… americana, condizione per legge escludente; e il candidato di L&G, del partito di maggioranza, el-Shater, perché sotto il vecchio regime, che aveva poi dato una mano cruciale a far sbaraccare, era stato, come già detto, lui stesso diversi anni in galera. Altri sette candidati minori, con motivazioni varie, sono stati esclusi anche loro.

E l’unica cosa certa, per ora, è che non sarà l’ultima volta che se ne parlerà di qui alle elezioni[45]. Partono subito d’urgenza i ricorsi alla Commissione che però conferma le sue decisioni con qualche riserva, pare, per quella contraria a el-Shater[46]. Che comunque viene confermata. 

Situazione che, comunque, resta fluida e incerta. Sembrava che la Commissione elettorale, guidata da un vecchio famiglio di Mubarak e nominata tutta dai militari, si fosse riservata la decisione definitiva, e invece ha subito confermato il divieto a concorrere per tutti e dieci i candidati, compreso el-Shater, dimostrando la potente realtà di un vero e proprio filtro pre-elettorale.

Ma la Fratellanza non sembra essersi fatta cogliere di sorpresa: mettendo subito in campo un suo secondo candidato, l’ing. Muhammad Mursi, insegnante universitario e presidente del partito di Libertà&Giustizia… che, poi, è un candidato molto più radicale e integrista di el-Shater che è chiamato al volo a sostituire e che, infatti, nel primo comizio, proclama subito che, per quel che lo riguarda, “il Corano è la nostra Costituzione e la Sharia è la nostra guida[47]”.

E’ vero anche che era sembrato un po’ strano come chi lavorava per i militari, come la Commissione avesse anche respinto definitivamente la candidatura dell’ex delfino di Mubarak, il generale e suo vice presidente Suleiman. Ma chi si meravigliava aveva forse dimenticato che comunque i militari, contro il suo primo parere rimossero a suo tempo anche lui, dopo aver arrestato il Faraone e ne temono, dunque, se l’uno o l’altro mai tornassero al potere le possibili vendette.

Alla fine saranno loro, poi, i militari, con le regole che si sono andati dando essi stessi e hanno imposto al paese a tentare di avere l’ultima parola… C’è l’incognita di una situazione che non ha smesso di essere rivoluzionaria però, e che può sempre mandare a gambe all’aria con la Commissione elettorale anche chi l’ha nominata, il feldmaresciallo Tantawi ed i suoi. La bussola politica continua a segnare, cioè, tempo variabile ma che dà ancora e sempre sul temporalesco, e maggiore instabilità probabilmente in arrivo: una transizione dal militare al civile che difficilmente sarà tutta liscia coi militari che cercheranno di governare attraverso un presidente eletto, fors’anche un civile, ma tenuto per le briglie a fare loro da re travicello[48].

Non è affatto detto, lo ripetiamo che però ci riusciranno… Cominciano subito grandi dimostrazioni di massa e di protesta che ricordano tanto quelle di un anno fa: sulla piazza della Rivoluzione. E tutti, scrive il NYT[49] – “islamici, liberali e gente di sinistra, sembrano ritrovare un terreno comune su almeno un fronte: la domanda che i generali che hanno preso il potere con la cacciata di Mubarak, finalmente se ne vadano

E’ una domanda che potrebbe purtroppo finire in un bagno di sangue – senza remissione stavolta – ma potrebbe anche trasformarsi in uno tsunami schiacciante per tutti i nemici della rivoluzione, di ogni stampo siano poi i rivoluzionari, specie se i generali tengono ferma l’intenzione di far approvare una Costituzione che vogliono a loro immagine e somiglianza prima delle elezioni presidenziali…

Dopo la dimostrazioni, riprende la parola l’ex segretario della Lega araba, Amr Moussa, che cerca di riproporsi come la mediazione accettabile sia dai militari che dall’ala non etichettata come islamica del movimento, ma in fondo anche tollerabile – lui spera – dagli islamici, almeno da quelli della Fratellanza… Lui conta molto sul fatto, che spera dovrebbe deporre a suo favore, di aver lasciato il governo di Mubarak anni fa, senza sbattere la porta si capisce e anche se con la sinecura garantita della presidenza della Lega araba, non appena il Faraone aveva cominciato, una decina di anni fa, a promuovere il figlio Gamal come successore ereditario cui mancava ormai solo la designazione ufficiale: che poi fu la ragione che convinse i militari a febbraio 2011 a farlo dimettere.

Moussa scommette[50] su una paura generale e un senso di rassegnazione che possa riprendersi il paese in questi ultimi giorni convincendo i più ad accontentarsi, a rassegnarsi di fronte al meno peggio (lui) e rinunci a passioni, fede o anche speranze destinate a restare illusorie e punti, invece, al ripristino di stabilità economica fondato, in sostanza, sul rispetto dei poteri dati senza rovesciarne gli assetti fondamentali.

Per questo ora va promettendo che, con lui presidente, i militari continueranno ad avere un loro ruolo garantito come in tanti altri paesi con voce in capitolo nelle cose della sicurezza nazionale: “non solo la pace e la guerra ma questioni cruciali per la sicurezza del passe come la disponibilità d’acqua, energia, rapporti coi paesi vicini”. Formerebbe, infatti, sotto e presieduto da lui, un Consiglio nazionale di sicurezza per la conduzione attenta alla voce dei militari che dovrebbe poter “rassicurare” i generali oggi al potere, dopo il suo trasferimento al presidente eletto.

Insomma, questo suo riproporsi abbastanza netto e deciso, con la Commissione elettorale – che i militari hanno nominato, che ad essi stessi risponde e non ne ha mai messo in questione la candidatura – sembra lasciar capire che, se poi le cose vanno così, islamisti e laici e movimento non considereranno affatto conclusa la rivoluzione.

Poi, a fine aprile, tutto il quadro pre-elettorale viene sconvolto dalla decisione a sorpresa dei salafisti-islamisti-estremisti del partito della Luce, di Hizb al-nūr, che costretti dalla squalifica a rinunciare al loro candidato improvvisamente rilanciano puntando e confluendo[51] col loro voto sul vecchio leader della Fratellanza espulso dal partito di L&G mesi fa quando annunciò di candidarsi a presidente contro quella che era, allora, la decisione ufficiale della Fratellanza.

E’ un vero colpo di scena: la fazione più conservatrice e estremista, i salafiti, appoggiano adesso il più aperto e liberal, forse, dei leaders islamici “moderati”, Abdel Moneim Aboul Fotouh, confondendo così tutte le aspettative su quella che, alla fine, sarà la dinamica interna al movimento islamico e aprendo nuovi interrogativi sul suo voto (o i suoi voti diversi) alle presidenziali.

Perché, a questo punto, Fotouh potrebbe diventare davvero il favorito capace di attrarre voti dai religiosi, delle cui fila sempre è stato parte e parte influente cui da sempre si erano rivolti anche i progressisti e i radical per la sua nota e pubblica propensione a un’interpretazione aperta della legge islamica e dei comportamenti che l’Islam deve saper tollerare nel campo delle libertà individuali e dell’uguaglianza economica.

Certo, i salafiti hanno dichiarato di appoggiarne la candidatura senza riserve né condizioni. Ma è altrettanto certo che, ora, bisognerà attentamente verificare. Anche perché i salafiti non hanno spiegato la loro decisione, lasciando capire solo – e non è poco – che l’attuale candidato della Fratellanza e di L&G , Moursi, è secondo loro più debole sia di Fotouh sia di el-Shater che loro avevano originalmente designato e che i militari hanno eliminato dalle candidature.

Ha dichiarato poi l’unico portavoce autorizzato della Luce, Abdel Moneim El Shahat, che si è espressamente pronunciato su quelle che ha chiamato le differenze con Fotouh che ormai la questione delle loro differenze non è rilevante perché “oggi comunque lo Stato non ha più la possibilità stessa di obbligare nessuno in materia di fede e di religione”.

Essenzialmente, infatti, la loro differenza verteva  sul versetto del Corano che recita come “sulle cose della religione non ci possa essere obbligo[52] e che i salafiti hanno teso ad intendere a modo loro, come un potere cui lo Stato “purtroppo e di fatto” ormai non può più fare ricorso ma al quale la comunità islamica in qualche modo, magari un po’ più moderno, potrebbe sempre voler optare… Mentre la lettura che ne ha sempre dato Fotouh, e con lui la maggioranza del miliardo di mussulmani nel mondo, invece è stavolta molto più letterale e, dunque, qui, più moderna.

Fotouh aveva anche spiegato, di recente, che la sua espulsione dalla Fratellanza era stata in effetti motivata dal fatto di aver rifiutato di piegarsi a una disciplina collettiva che, all’interno, è molto più  rigida che tra i salafiti stessi e, in specie, in campo politico e che lui questo contestava. In un’intervista ormai famosa rilasciata verso fine aprile alla televisione dei salafiti[53], Abdel Moneim Aboul Fotouh si era specificamente rivolto sia a loro che alla Fratellanza.

 “Il sovrapporsi fra politica quotidiana e missione religiosa è per quest’ultima disastroso ma è anche un disastro per il partito”… Detto questo, però, “come credenti dobbiamo sempre ricordarci, anche nel far politica, che come ci ha insegnato il profeta per primo chiunque dorma bene quando il suo vicino è affamato non è un vero credente’”. E questo è un tipo di messaggio sociale che ha molta più risonanza alla base dei salafiti – contadini, operai e giovani disoccupati – che tra i ceti medi, gli avvocati e i bottegai della Fratellanza…

A fine aprile l’Assemblea parlamentare sospende le sue riunioni fino a maggio inoltrato, chiedendo, ancora una volta, al Consiglio supremo militare di sciogliere il governo che esso stesso aveva mesi fa nominato e, da allora, sempre difeso. Ma, stavolta, il Consiglio supremo dice che aderirà all’invito (in realtà una disposizione di legge) e licenzierà il governo[54] che ha messo esso stesso in carica ma che ora riconosce non riflettere la composizione democratica, eletta, del parlamento…

●Anche in Tunisia, dopo che a lungo sembrava tutto acquietato, quasi dormiente, gli equilibri cominciano a riassestarsi, o a risconquassarsi, forse. Ha ribadito a inizio febbraio, il primo ministro Hamadi Jebali, leader del movimento islamico al-Nahda Rinascita che è a capo della coalizione al governo, le elezioni parlamentari dovrebbero adesso essere celebrate entro giugno del prossimo anno.

E il presidente dell’Assemblea costituzionale, Mustafa bin Jafaar, ha riconfermato l’impegno ad approvare la nuova Costituzione prima di fine d’anno e si spinge a dire che le elezioni possano essere tenute il 20 marzo 2013. Si tratta anche di accelerare i tempi, ormai, per riportare e mettere meglio sotto controllo spinte radicali e anche eversive del nuovo ordine costituito. E, ora, bin Jafaar, sottolinea quanto già deciso la prima settimana di febbraio dalla Costituente, respingendo la richiesta appoggiata da manifestazioni e dimostrazioni popolari anche turbolente e ben orchestrate dai movimenti ultraconservatori islamici in tutto il paese[55].

La domanda urlata in tante piazze era netta e secca, di conferire alla Tunisia il carattere di uno Stato islamico governato dalla shari’a. Ma l’Assemblea ha votato e deciso a larga maggioranza di mantenere, come aveva già deliberato al-Nadha, l’art. 1 della Costituzione del 1959 voluta dal fondatore dello Stato, Habib Bourguiba, che definisce il paese come formalmente “laico”: di lingua araba, di religione islamica, ma non uno Stato islamico sotto le regole della shari’a, tradizioni, legislazione e cultura approvate da ulema, o autoproclamati studiosi del Corano (nell’ala sunnita dell’Islam, non esiste un clero, neanche uno tanto ufficioso ma reale e autorevole come quello degli ayatollah sciiti).

Ha detto il capo spirituale della resistenza islamica sotto il regime di Ben Ali, e adesso numero uno di al-Nahda, il partito anche a capo della coalizione di maggioranza, con la credibilità che gli viene dal suo passato di militante anti-Ben Ali e dagli anni di carcere e di torture sopportati sotto di lui, Rached Ghannouchi, che “noi non abbiamo lottato per la legge della shari’a, ma per la libertà[56]”. Che detto da lui, non suona solo bene ma anche dannatamente credibile.  

Secondo la stampa di intonazione piuttosto liberal e anti-integrista, specie ovviamente quella accessibile alla maggioranza dei corrispondenti occidentali la cui conoscenza dell’arabo è quanto meno approssimativa, entrambi gli annunci – sulla data delle elezioni e sulla riconferma dell’art.1 della Costituzione nella sua versione non religiosa – sono stati benvisti dalla popolazione il cui scetticismo, però, nei confronti della capacità d’azione del governo attuale sta crescendo (come del resto, no?, un po’ dappertutto e non solo nel mondo arabo e nel Mediterraneo).

La Tunisia si sta spostando verso una forma di governo più aperta: e questa è una realtà. Ma qui non c’è stata una vera e propria rivoluzione, né un cambio sconvolgente di sistema di governo. La capacità della coalizione nata intorno a al-Nahda di far applicare la sua volontà dipende cioè, in ultima analisi, anche qui come già era sotto Ben Ali e come è come in Egitto, dal sostegno delle forze armate: come era in fondo anche sotto Ben Ali e come succede adesso anche in Egitto.

Ghannouchi ora ha ragione quando, nell’intervista a Al Ahram,  richiama alla memoria di tutti che gli obiettivi della rivoluzione (che però si è come interrotta a metà) erano due: libertà e sviluppo. “Alla libertà siamo arrivati. I tunisini non si sono mai sentiti tanto liberi come ora, neanche nei giorni della sommossa cruenta e tragica che obbligò la Francia coloniale del dopoguerra a concedere l’indipendenza. Oggi da noi le prigioni non sono più stracolme di prigionieri politici anche se in galera si sono cittadini accusati di atti di violenza compiuti in nome del salafismo[57]”. Ma nessun giornale, ricorda, è stato confiscato, nessun partito e nessun’impresa è stata chiusa d’autorità.

E’ vero ma è anche solo una mezza verità. Sul piano dei diritti d’espressione e di manifestazione, intanto, a inizio aprile il governo ha imposto l’alt a ogni dimostrazione pubblica, vietando insieme quelle degli integristi radicali islamici e quelle dei laico-liberal che si oppongono a ogni islamismo anche blando e si affrontano in strada, respingendo coi gas lacrimogeni gli scontri dei due schieramenti su avenue Bourguiba proprio al centro della capitale[58], là dove e come più di un anno fa simili metodi, quando poi coalizzarono contro di lui insieme i due schieramenti – alla fine scatenarono il redde rationem col regime di Ben Ali…

E, poi, Ghannouchi, non dice ma qui lo ricordano molti, che all’inizio la rivolta aveva obiettivi associati e non disgiungibili dalla rivendicazione di libertà e, anzi, anche più prominenti come pane e lavoro: che ancora si sono visti assai poco. E pure Gannouchi, che è certo un uomo d’onore, non riconosce che come succede, e non solo nel Terzo mondo, poi nella realtà più vicino uno è alle idee di chi sta al potere più spazio di libertà tende a trovare concretamente agibile.

Perché la realtà è che la cosiddetta primavera araba era cominciata proprio nelle strade di Tunisi come protesta contro la penuria di cibo, gli alti prezzi e la disoccupazione, non – non tanto almeno – contro la negazione del diritto di voto. La gente che scendeva in massa per avenue Bourguiba o avenue de la Ligue arabe agitava per protesta baguettes di pane francese per strillare che nei forni non ne trovava più…

E viene avanti, con forza, avanzata da uno dei loro capifila spirituali dei liberal, un famoso opinionista un po’ quaqquaraqua a dire il vero del NYT[59], un’interpretazione che potremmo ben definire marxiana di come e perché siano davvero andate le cose, una lettura dei fatti che hanno duramente rifiutato finora qui i liberals tunisini, come quelli dell’Egitto, del Bahrain, dello Yemen, della Siria, di tutti i paesi della primavera araba: come non sia poi così vero che la motivazione prima di queste rivoluzioni sia stata l’aspirazione alla libertà di quei popoli.

Osserva Friedman 

•“che il risveglio arabo è cominciato proprio in Tunisia, ma con un fruttivendolo vessato dalla polizia perché il suo banchetto non aveva una licenza di vendita— proprio quando arrivavano al massimo sui mercati i prezzi degli alimentari…

che è cominciato in Siria quando i contadini della cittadina di Dara’a si sono messi a chiedere di comprare e vendere terra nel paese lungo il confine giordano senza dover passare per la mediazione dei boss della sicurezza locale…

e che iniziò nello Yemen – il primo paese al mondo di cui in molti prevedono che presto ormai resterà senza risorse acquifere – con una lista di recriminazioni contro l’incompetenza delle autorità la principale delle quali era che i capi locali si scavassero pozzi d’acqua nei propri cortili quando il governo proibiva ufficialmente comportamenti del genere… 

Ecco, tutte queste tensioni – sulla disponibilità e la carenza di risorse primarie come terra, acqua e alimenti – dicono qualcosa di chiaro: il risveglio arabo non è stato spinto soltanto da pressioni politiche ed economiche ma, e al fondo, visibilmente da tensioni di ordine ambientale, demografico e legato al clima. Se focalizzassimo la nostra attenzione solo sulle prime motivazioni e non le altre, non saremmo mai in grado di dare una mano a stabilizzare questi paesi

Sempre che questa presunzione, tutta americana, neo-coloniale o se volete neo-imperiale, qualcuno poi la desiderasse o ne avesse davvero bisogno…   

Poi la rivoluzione venne, come dire, quasi scippata dai diversi raggruppamenti islamici esistenti e tutti, fino a quel momento, in quell’occasione, schiacciati, soppressi o al meglio dormienti, che hanno cambiano parole d’ordine e slogan decuplicando il numero della gente in strada e i clamori. Ora Jebali, il primo ministro, non riesce a citare alcun passo avanti concreto nella situazione economica con una crescita del PIL nel 2011 allo zero per cento e  solo grazie alla (s)vendita di un asset statuale come Tunisie Telecom senza la quale alta disoccupazione, scarsa produttività, costi elevati e crescenti del petrolio e dei combustibili, tasse in aumento e rivendicazioni di maggiori diritti sociali oltre alla scarsità generale avrebbero condotto a una crisi di dimensioni e profondità anche maggiori.

Il fatto è che qui, un po’ come dovunque, è esplosa la primavera araba, c’è stata più libertà, sì, più dibattito – anche se per lo più confinato tra scuole di interpretazione islamiche che propriamente di confronto politico – ma anche più povertà diffusa e non meno, più fuga di capitali dal paese, più spazio e licenza di di agire per i fondamentalisti.

Per quel che riguarda la Tunisia, c’è adesso all’orizzonte prima delle elezioni, entro un mese forse, un scontro aperto tra i salafiti che controllano quasi 400 moschee nel paese e le truppe governative e di sicurezza, se Gannouchi non riesce a disinnescare la potenziale minaccia degli odierni seguaci dei “pii antenati”… 

●In Giordania, adesso, ma quando i buoi sembrano già scappati da tempo, stanno tentando di chiudere i cancelli della stalla. Ci vorrà ancora una seconda lettura (questa è passata con 46 voti su 83 presenti, ma su 100 votanti di cui non pochi erano assenti perché la legge diventi tale davvero; poi ci vorrà la firma del re… e, poi, bisognerà farla applicare, la legge… che è apertamente mirata a vietare il partito islamico della Fratellanza di qui, il Fronte di Azione Islamica. Perché vieta la costituzione legale di qualsiasi partito “fondato su una base religiosa[60]. Primo problema: cosa significa, giuridicamente, fondato sulla religione?

A questo punto, e senza dare al sovrano alcun preavviso, il primo ministro Awn Khasawneh, designato da pochi mesi da re Abdallah, si dimette e lui lo rimpiazza con un suo ex primo ministro degli anni ’90, che ha governato due anni ed è un noto filoccidentale, filoamericano, Fayez al-Tarawneh[61]: con una mossa che non suona precisamente di tipo nuovo. Sono quindici mesi, ormai, che il re ha promesso riforme e sono quindici mesi che ha sempre rifiutato di fissare una scadenza per farle queste riforme. E anche qui la gente protesta…

●In Siria, l’esercito dei ribelli pare ormai affidarsi sulla speranza di consolidare con appoggi esterni tanza tutta esterna al paese, e dunque poco “pagante” nella lotta interna – anche se proprio di rafforzarne la… sembra che alla fine si tratti… – visto che, sul fronte interno, proprio non ce la fa a sfondare sul piano militare, della conquista e della difesa del territorio conquistato.

Adesso, a una strombettata, e poco concludente, conferenza di alto livello (ministri degli Esteri) a Istanbul di “Amici” occidentali e arabi “della Siria”, cioè amici dei ribelli di Siria concludono di passare un (probabilmente modesto) salario mensile (senza copertura pensionistica, pare…) ai militanti siriani. E si comincia subito, tanto per dire, a discutere se a tutti i militanti (anche quelli che passano il loro tempo a maledire Assad nei bistrò degli Champs Élysées o nei pubs di Soho) o solo a quelli che stanno effettivamente combattendo ad Aleppo?

Il NYT[62] scrive esplicitamente che Stati Uniti ed alcuni paesi arabi, i soliti Qatar e Arabia saudita sono i grandi elemosinieri e che, non pubblicamente ma facendolo sapere a latere di quella straa, un po’ imbarazzata e anche imbarazzante seconda conferenza dei cosiddetti “Amici della Siria” tenuta sotto la loro sponsorship a Istanbul a fine marzo, si sono impegnati a sborsare subito fino a 100 milioni di $ ai “combattenti” dell’opposizione oltre ad apparati di telecomunicazione.

Troppo moderni tecnologicamente, pare però, per riuscire davvero utili sul campo ai ribelli che ne sono i destinatari finali, non agli ingegneri e agli avocati dell’opposizione da scrivania e da Twitter che opera a Londra, a Parigi e a Istanbul. Non armi, dunque, ma di utile soprattutto quattrini, essendo sempre estremamente dubbio a chi poi (gli estremisti wahabiti e filo-sauditi? addirittura gli al-qaedisti?) le armi davvero finirebbero in mano... E ha buon gioco Damasco commentando, col giornale ufficiale Al Baath[63], che “malgrado tutte le fanfare e le strombazzate la conferenza dei ‘nemici della Siria’ ha prodotto risultati assai magri dimostrando l’incapacità di far rifiutare ai siriani l’ingerenza e l’intervento stranieri”.

●Però… Però, adesso il ministro degli Esteri russo, in visita in America, ragiona il 2 aprile – in materia, a modo suo, coerente con quanto da tempo il suo governo va dicendo su Israele-Palestina: che il primo passo indietro[64] lì lo dovrebbe fare Netanyahu che è il più forte – che in Siria per gli stessi motivi il primo passo indietro spetterebbe ad Assad per cominciare ad avviare a soluzione il conflitto cominciando con l’avviare il “ritiro” delle truppe… un segnale tutto e solo politico anche se, aggiunge subito, perché – e lo dice – tiene a definirne la portata reale, la mossa dovrebbe essere immediatamente reciprocata dalle forze dell’opposizione.

Al momento il governo di Assad ha detto sì e s’è impegnato col mediatore dell’ONU, l’ex segretario generale Kofi Annan a “ritirare” (ma che significa, precisamente?) le truppe dai centri abitati del paese entro il 10 aprile e a fermare il fuoco entro altri due giorni se c’è la reciprocità da parte ribelle. E’ quanto Annan ha detto al CdS dell’ONU comunicando che il suo team ha avuto in proposito anche, e finalmente, colloqui “costruttivi” con le forze ribelli nel tentativo – con loro però non ancora concluso – di portarli ad annunciare l’adesione al piano sul cessate il fuoco.

E’ un assai inusuale piano di pace in quanto richiede a un governo regolarmente insediato al potere di fare il primo passo verso una soluzione di pace, anche se i primi a rompere l’ordine stabilito un anno fa  furono i ribelli. In effetti, Annan, su richiesta perfino troppo scoperta ma – certo rispetto alle velleità iniziali enunciate dalle diplomazie occidentali di squassare e far crollare il regime – anche però ormai minimale, sta chiedendo e, dati i rapporti internazionali di forza, riuscendo – di sicuro per l’ultima volta – anche a strappare una specie di ammissione di colpa iniziale ad Assad e dando ai ribelli una specie di seconda occasione di cercare di rovesciare un governo che non sono riusciti ad abbattere e che tuttora è ufficialmente riconosciuto dall’ONU come l’unico insediato al potere legittimamente a Damasco.

Che è una strana forma di diplomazia internazionale, puntando senza discrezione politica alcuna a dare al perdente una seconda occasione. Che sarebbe un rovesciamento benvenuto di politica e diplomazia a livello internazionale, magari, ma a patto di esserlo però dovunque e con chiunque: non solo con Assad perché Assad sta sul gozzo al principe e solo per questo, evidentemente.

Perché non è – se non per i gonzi e le false anime belle – questione di numero di morti. Assad ha detto sì dunque a una proposta che gli appare chiaramente inimica non per i rapporti di forza sul campo, dove continua a prevalere ma per quelli internazionali, dove deve muoversi con maggiore cautela— ma dove è anche chiaro che per qualche giorno può ben permettersi di apparire più ragionevole dei ribelli…

E francamente ci sembra un po’ strano, o forse diciamo più dilettantesco, che non riescano a sottrarsi alla loro ubriacatura di onnipotenza impotente i ministri degli Esteri della NATO… Perfino loro dovrebbero, forse, poter riuscire a vedere quale è la realtà di una rivolta ormai disfatta e strategicamente impotente, come questa di Siria. E smetterla di cercare di impapocchiare comunque  intestardendosi invano a formalizzare la scadenza ufficiale del 10 aprile “per il ritiro da parte del regime siriano – e insistono a parlare solo del regime – di truppe e armamenti dalle città che protestano”, come dice il testo della loro nuova tentata – e fallita – risoluzione[65].

E’ a questo punto che Kofi Annan in persona, il mediatore insieme di ONU e Lega araba,  interviene in CdS per ricordare a tutti i siriani, governo e ribelli, che la scadenza del cessate il fuoco è già stata dal Consiglio stesso fissata al 12 aprile[66].

E’ ovvio che la posizione dura di Annan e quella stessa ufficialmente assunta e già votata all’unanimità dallo stesso CdS – appello a tutti e scadenza fissata per tutti – rimette precisamente in questione la legittimità stessa, oltre alla credibilità già compromessa degli “amici della Siria”: che mirano esclusivamente a far credere a Damasco – ha detto Lavrov,  probabilmente a ragione – nella minaccia concreta di un intervento armato esterno: esso stesso, invece, assai poco plausibile.

La Russia l’ha impedito, decisamente, certo aiutata dai calcoli sbagliati degli occidentali: ora un cessate il fuoco sarebbe tutt’altro che l’ammissione di una disfatta da parte di Assad e questo lo trangugiano, questi, molto malvolentieri. Ma nessuno, che non facesse finta, credeva davvero che sia questione di dritto e rovescio, di diritti dell’uomo contro oppressione e dittatura tout court. C’è un regime dittatoriale di qua e, di là, c’è la minaccia concreta e realizzata – la Libia e le esecuzioni sommarie, gli eccidi e i massacri anche nei pochi territori di Siria passati per qualche tempo sotto il controllo dei “liberatori”…

C’è dunque un scontro di volontà palese e un complesso, articolato rapporto tra le superpotenze a livello della regione, America di qua[67], Russia di là e rispettivi seguaci: insomma, principalmente realpolitick. Ed è allora, diciamo opportuno, che i co-belligeranti – perché di questo si tratta – sul campo siano tenuti a obbedire tutti alle regole della tregua e sembra corretto il mandato conferito agli osservatori dell’ONU di verificare le possibili violazioni delle tregua di entrambe le parti.

A titolo non proprio casuale e sembra anzi volutamente precauzionale, intanto, lo Smetlivy, un incrociatore di classe Kashin della Marina Militare russa armato di moderni sistemi missilistici           SS-N-25 (Switchblade serramanico, nella nomenclatura NATO) è attraccato in questi giorni nel porto siriano di Tartus, la Tortosa dei crociati, prima di dar inizio a una serie di esercitazioni al largo della costa del paese che dovrebbero durare per tutto maggio[68].

Si tratta semplicemente di dimostrare che, malgrado quello che spesso sembra essere il sottinteso americano, britannico e francese ma anche israeliano, il Mediteranno non è affatto un lago interno della NATO… e di farlo proprio adesso… Dove, al di là del coraggio di chi si rivolta e disperatamente combatte, la battaglia è davvero disperata perché resta senza alcun comando e controllo centrale e frastagliata tra mille tentazioni e tensioni, istanze e illusioni e speranze e pure paure diverse.

Il fatto che vedono tutti, e basta solo ascoltare i loro autoproclamati capi per intuire, è che le forze dei rivoltosi non sembrano in grado di far mantenere alcuna parte di un qualsiasi accordo che concordassero mai con chiunque, Assad o Annan che sia, cessate il fuoco, o tregua o armistizio o pace che sia, in nessuna località e tanto meno, in tutta la Siria…

In ogni caso, appena nata sembra che già stia morendo l’occasione di far funzionare la tregua negoziata da Kofi Annan: nessuna delle parti davvero ci crede, nessuna delle parti intende mai essere la prima davvero a cedere, cioè a fidarsi dell’altra. La richiesta di Assad di avere una conferma scritta dai ribelli – che se lui comincia a ritirarsi dalle posizioni di forza assoluta che tiene loro depongono le armi come hanno, assai malvolentieri detto – è letta e denunciata al dipartimento di Stato[69], soltanto come una tattica dilatoria.

Ma il fatto è che Assad, che sul terreno sta chiaramente vincendo mentre i rivoltosi mordono poco vincendo solo a chiacchiere e solo in qualche consesso internazionale di somma inconcludenza, ha anche qualche motivo di non credere che quel che promettono i rivoltosi, a parole o per iscritto, poi riuscirebbero davvero a farlo onorare dai loro “soldati” sul campo…

Insomma, uno stallo. Che resta, tal quale, anche dopo che giovedì 12 aprile effettivamente scatta e comincia ad essere largamente applicata su tutto il territorio siriano la tregua di Annan[70]. Solo che nessuno ritira le sue truppe e le sue armi dalle posizioni che tiene e tutti sentono, sanno, che la tregua rimane molto precaria.

Intanto, si lagna flebilmente e, come al solito, con impotenza frustrata il premier inglese David Cameron che, facendo eco all’analoga frustrazione manifestata da esponenti americani, ha detto alla BBC che i russi, pur sostenendo costantemente di voler evitare una guerra civile e un conflitto regionale, “per mantenere Assad al potere e ben armato” hanno rifiutato di unirsi a noi in qualsiasi tipo di “azione costruttiva”…

Mentre l’ “azione costruttiva” cui lui aveva, costruttivamente s’intende, invitato ad unirsi i russi – altre sanzioni, interventi militari, aiuti in armi e quattrini ai ribelli, qualche bombardamento qua e là su Damasco degli aerei della RAF e dell’USAF avrebbe naturalmente aiutato la pace…

Ma forse, poi, la frustrazione vera cui Cameron pensa è quella quasi ormai rassegnata al fatto che senza il sostegno di russi e cinesi – siccome il mondo va davvero cambiando – ormai inglesi, francesi e americani coi loro clientes arabi non riescono più a contare e decidere chi vince e chi perde come facevano prima… E questo sia detto, senza dare per ora un giudizio definitivo, senza pronunciarsi nel merito: se è meglio, o se è peggio, che nessuna potenza sia poi più in grado di decidere niente da se a questo mondo…

Dopo più di un’altra settimana, scrive il NYT[71], “viene finalmente votata una risoluzione del Consiglio di sicurezza ritardata, alla fine, per un altro giorno ancora dalla discussione, molto aspra, dell’America con la Russia per la pretesa di essa che il testo imputasse anche all’opposizione la responsabilità degli scontri continuati— cambiamenti che alla fine sono stati riflessi, però, nel testo finale[72]”, registrando dunque una “vittoria” diplomatica e politica russa.

Qualche giorno ancora, e prendendo atto che a Damasco, al centro della città questi ribelli non riescono proprio a arrivare, l’ONU stessa – che pure parte da posizioni, come dire, preliminarmente già contro Assad – prende atto e dichiara, col suo capo missione di pace che, sì, come hanno riferito gli osservatori militari delle Nazioni Unite “ci sono state violazioni del cessate il fuoco da parte sia delle forze governative che dell’opposizione, qui in Siria[73].

● In Libia, il Consiglio nazionale di transizione ha decretato, il 25 aprile, la proibizione di ogni partito e movimento politico a basi etniche, tribali o religiose[74], ha riferito il portavoce Mohammed al-Harizy in conferenza stampa. Ma non ha saputo specificare se, e eventualmente come, la nuova legge riguardi anche il partito, appena formato a marzo, dalla fratellanza mussulmana e da alcune altre, minori formazioni islamiche. Ma, francamente, pare difficile che questo scombiccherato Consiglio supremo riuscirà ad andare oltre un’altra “grida”, anche qui, di stampo manzoniano

●Nello Yemen, dove tra il personale della missione militare comincia a venire il dubbio che forse per contrastare e magari riempire lo spazio aperto ai militanti di al-Qaeda invece che affidarsi solo bombardare coi droni da migliaia di metri d’altezza, le cose restano sempre in subbuglio[75]. Il comandante delle Forze speciali e della Guardia repubblicana sotto il vecchio presidente in esilio, Ali Abdullah Saleh – generale Ahmed Ali Abdullah Saleh: suo figlio – ha nominato un altro parente, Tarek Mohammed, a capo di un’unità militare d’una provincia oltre che, a suo vice nella Guardia repubblicana. Quando egli era stato già licenziato, e messo in pensione, dal primo incarico  dal nuovo presidente, Abd Rabboh Mansour Hadi.

Ma, visto che lui rifiuta di prenderne atto, stavolta l’intervento immediato e pubblico dei “mediatori”, i governi degli Stati del Golfo blocca l’alzata di testa della famiglie, e dei famigli, dell’ex presidente: sono loro che concretamente pagano i conti del governo di oggi e del ricchissimo tenore di vita garantito all’ex, a Saleh, praticamente a pie’ di lista. E gli “consigliano”, praticamente gli ordinano di lasciare il paese senza scombinare più i già scombinatissimi piani del presidente attuale.

Fonti diplomatiche a Sana’a dicono che Saleh si metterà a viaggiare, “per qualche tempo” almeno,  cominciando proprio dagli Emirati Arabi Uniti e avrebbe anche deciso di rinunciare, su pressione, alla presidenza del suo partito, il Congresso Generale del Popolo yemenita che aveva fondato anni fa e di cui aveva fatto il partito di regime. Ma l’impegno di ritirarsi che, secondo queste fonti, Saleh avrebbe preso è stato smentito sul sito web dello stesso GPC: il partito di Saleh.

La minaccia nucleare (forse) incombente… e le regole che valgono solo per pochi

●E torniamo a un problema che sta accumulando tensione e minaccia un po’ dappertutto, dovunque ci sono nel mondo discoli (rascals, paesi canaglia: quelli che non stanno alle regole come le definiscono i grandi, o anche spesso chi ancora si autodefinisce come supergrande da solo nel mondo. Corea del Nord, Iran, Venezuela ogni tanto oggi, anche, ancora e talvolta, Cuba…

E’ il caso, in questi giorni qui, specie della Corea del Nord o dell’Iran[76]: chi dice di no alla superpotenza (coi test missilistici, continuando nella ricerca nucleare… andando avanti e facendolo malgrado urlacci e minacce) forse ormai non dovrà più pagare neanche la sua insolenza con l’invasione, l’occupazione e la guerra come finora spesso è accaduto… perché è l’onnipotenza stessa d’una volta che ormai gli eventi vanno rimettendo in questione[77]

Così, ora, il 12 aprile, come previsto e annunciato, Pyongyang effettivamente lancia il suo missile balistico, Unha-3, che trasporta il satellite Kwangmyongsong— o stella luminosa brillante che, però, fa una gran brutta figura. Dicono subito americani e giapponesi che ricade in mare a 90 secondi e a soli 145 km. di altezza invece dei circa 500 necessari a mettere il satellite in orbita: notizia poi confermata anche dall’agenzia ufficiale del Nord Corea.

La Casa Bianca, che aveva fatto di tutto – con minacce e sanzioni rivelatesi, ovviamente, inutili – per evitare il lancio e, a prescindere da come poi è finito, lo ha vissuto in sé come una sfida andata a male, ingoia l’insuccesso addirittura peggio di Kim Jong-eun, “denuncia la violazione del diritto internazionale” che così, dice, è stata compiuta— ma non può far altro che fermarsi lì, senza neanche riuscire a citare in modo convincente (il solito problema: perché alla Corea del Nord il no per il test missilistico spaziale e al Giappone – o, per dire, agli USA – invece sì? o anche all’India…

Certo, è quel che dice la risoluzione 1.718 del 2006 del CdS[78]: che a Pyongyang no, non è consentito di mettere satelliti in orbita— ma, come al solito, nessuno che spieghi il perché… solo a Pyongyang e quali norme e quali regole sarebbero mai, così, state violate. E sempre e solo da Pyongyang…

●In effetti, il DRDO (l’Organismo per lo sviluppo della ricerca sulla difesa della Repubblica dell’India) ha lanciato proprio in questi giorni, dopo averlo pianificato  da tempo e senza alcuna obiezione, dall’isola di Wheeler, nella Baia del Bengala, il suo missile  sperimentale più potente e a lunga gittata, l’Agni V (Agni è il dio del fuoco nella mitologia degli antichi testi religiosi in sanscrito, i testi vedici). Prevedeva un’ascesa verticale di almeno 500 km. prima di iniziare la traiettoria balistica che, dopo aver piazzato in orbita il suo carico utile (un satellite atmosferico), ha finito col tuffo programmato dei suoi tre stadi nell’oceano Indiano, oltre il territorio dell’Indonesia.

L’Agni avrà ancora bisogno di quattro o cinque test di messa a punto definitiva e poi,  sembra entro il 2014 verrà definitivamente incorporato tra le forze indiane di attacco. Si tratta di un missile a combustibile solido, alto 18 metri, con un peso al lancio di 50 tonnellate e 5.000 km. di gittata, 2 mila in più di ogni analogo veicolo indiano e trasporta una testata nucleare da 1 tonnellata e mezzo, è semovente su strada o per ferrovia e può essere agevolmente trasformato in modo da portare testate multiple o lanciare in orbita, come è stato stavolta, un satellite di ricerca spaziale o meteorologico.

Nel raggio della possibile ogiva nucleare trasportata da un Agni V finirebbero così megalopoli come quelle “cinesi di Shangai e Pechino, oltre che naturalmente ogni potenziale bersaglio pakistano – del resto già ben coperto dai missili a corta gittata – spingendosi ai limiti stessi della classe di portata intermedia di missili balistici”. Sono parole di Vijay Kumar Saraswat, capo del DRDO e primo consigliere scientifico del ministerro della Difesa dell’Unione indiana.

E, secondo l’ottica monomaniaca di Washington e, per l’Iran, pure di Tel Aviv – e un po’, anche, di molti altri: dai 5+1 al gruppo di contatto per Pyongyang – anche, forse, materia molto più congrua del sospetto per un attacco preventivo… Ma, naturalmente, non va affatto così per chi non si chiami Nord Corea o Iran.

In effetti, poi tutto tace, per lo meno subito dopo e subito prima del lancio, il 19 aprile, dell’Agni V che, al contrario di quello della Corea del Nord, ha pieno successo. Lanciato dalla base sperimentale integrata del DRDO alle 8,07 locali ha centrato l’obiettivo nell’oceano Indiano. Lo comunica il presidente dell’Organizzazione di R&S della Difesa indiana, Vijay Kumar Saraswat[79]. Il fatto è che a bocce ferme in diritto internazionale nessuno mette o può mettere in dubbio il diritto dell’India, della Cina, di chiunque non sia Corea del Nord o Iran a mandare in orbita quello che vuole, quando vuole: non sul piano del diritto.

●L’India il suo missile lo ha pensato e fabbricato in un’ottica anzitutto anti-pakistana e, in subordine, anche anti-cinese. In realtà, oggi un secondo conflitto indo-pakistano non sembra all’orizzonte ma i due Stati sulla sua potenziale incombenza sembrano, comunque e sempre, concentrare le proprie preoccupazioni.

Però subito, e non a caso, il Pakistan notifica alla IATA, l’Organismo aereo internazionale che regola l’aviazione commerciale del mondo, e specificamente al governo indiano che, in base al diritto internazionale (come, del resto, l’India aveva fatto prima del suo Agni V) pre-avvisa tutto il sistema del trasporto aereo commerciale, passeggeri e merci, della regione, che si riserva di effettuare, e in proposito mette in pre-allarme ogni interlocutore, un “possibile lancio missilistico balistico nello spazio aereo dell’oceano Indiano “entro cinque giorni”.

E il lancio, del Hatf-4 Shaheen-1A, viene eseguito allo scadere del preavviso, il 25 aprile[80], anche qui con pieno successo: gittata intorno  ai quasi 1.000 km., portare a bersaglio anche una testata nucleare di diversi chilotoni, parecchie volte la potenza di quella di Hiroshima.

Invitando così, e di fatto forzando, ogni aereo, specie quelli indiani, a evitare di traversare quello spazio nel tempo indicato e che sarà successivamente meglio specificato. Alla notifica del dispiegamento, certo ancora sperimentale, della potenza indiana, viene così contrapposta per lo meno la contronotifica pakistana dell’ “allarme ricevuto[81]”… e di una “possibile contromossa.

C’è poi il nodo della Cina che con l’India, nel 1962, ha avuto le sue guerre e guerricciole sul tracciato del confine dettato da quello che i cinesi denunciano come un accordo ineguale dal colonialismo britannico, secondo la cosiddetta linea McMahon (dal nome dell’inglese, plenipotenziario dell’impero che, nel 1914, la tracciò unilateralmente) e che, alla fine, nel 1996, dopo altri incidenti, Cina e India hanno deciso di comune accordo di congelare.

Adesso, in India, non sono stati pochi tra politici e osservatori a lasciarsi come tentare da un qualche prurito revanscista: “l’Agni V ha rafforzato potenza e credibilità del deterrente indiano come mai prima: può raggiungere, in effetti, tutta la Cina[82]”. Anche altri giornali si mettono sulla stessa riga: “questo missile conferisce all’India una deterrenza contro la Cina realmente basata sul territorio[83]”. E c’è chi semplicemente e pomposamente e patriottardisticamente si é limitato a strillare a tutta pagina il suo Jai Hind!!! Evviva l’India!!![84].

A Pechino, da una parte, si tende a ridimensionare le preoccupazioni che qualcuno cerca di sollevare in Cina sulla nuova potenziale minaccia (la Città Proibita si affretta a far sottolineare dai portavoce ufficiali del governo che la Cina non intende ingerirsi né opporsi ai diritti sovrani del?india e che, comunque, “non ha ragione di considerare l’India un avversario” ma, dall’altra, deve anche star attenta a non accompagnare al tono revanscista che si diffonde in India un proprio tono anche troppo condiscendente: in Cina, in fondo, scrivono in molti e non solo sui giornali in lingua cinese, all’India dovrebbe essere “chiaro – e del resto lo sanno – che la potenza atomica della Cina è assai più forte e ben più affidabile della sua[85]”. Una valutazione molto condiscendente, quella di un adulto verso un giovanotto un po’ scapestrato, ma anche una valutazione tecnicamente corretta[86]

Ma, a conclusione di questa sintesi breve sullo stato dell’arte (chiamiamola così) del nucleare in Corea del Nord, il fatto che a suo modo appare sul serio preoccupante è che nel resto del mondo nessuno sembri proprio riuscire a capire che per quel regime relegato dagli altri ma anche poi autorelegatosi al margine della società civile non era la riuscita stessa del lancio, in sé e per sé, la “vittoria” vera ma l’aver sfidato, e con successo lanciandolo, il suo missile a frustrare il divieto imposto da Stati Uniti e Consiglio di Sicurezza…

E in questo clima diventa semplicemente grottesco far notare come, lo stesso giorno del lancio indiano e pochissimi dopo quello (fallito) nord-coreano, adesso è la Corea del Sud a annunciare di aver schierato in linea il suo nuovo modello di missile Cruise di lunga portata[87], lo Hyunmu-3C (il simbolo, che nell’antica mitologia coreana riproduceva, a guardiano del Nord, la tartaruga nera con coda di serpente), un veicolo balistico che può raggiungere, tanto per dire, “con quasi 1.500 km. di raggio, in pochissimi secondi, tutto il territorio del Nord”: lo sottolinea il magg. gen. Shin Won-sik, responsabile della pianificazione militare della Difesa.

Con quello che, dal suo punto di vista professionale, è pure legittimo orgoglio anche se questo missile, disegnato e prodotto in Corea del Sud, sfrutta la tecnologia americana del missile Tomahawk (introdotta già negli anni ’70 dalla General Dynamics) che, però, dalla Cina gli fanno subito notare, è un vanto forse un tantino  azzardato e, forse, anche rischioso: quel raggio d’azione raggiunge, infatti, con abbondanza il territorio cinese… oltre che parte di quello russo e giapponese. Ma nessuno sui missili sud-coreani, come indiani, come pakistani, come israeliani, naturalmente, non ha nulla da dire…

EUROPA

●A febbraio, il numero dei disoccupati arriva al massimo di sempre in Europa, attesta EUROSTAT[88]. Sono 24.550.000 di cittadini europei nell’Unione, di cui 17.134.000 solo nell’eurozona oggi, “campano” senza lavoro (e sono cresciuti di 167.000 unità dal mese precedente). Il minimo è registrato in  Austria (4,2%), Olanda (4,9%), Lussemburgo (5,2%) e Germania (5,7%); il massimo, in Spagna (23,6%) e in Grecia (21%); l’Italia è al 9,3.

●Sempre a febbraio, il tasso di inflazione dell’eurozona viene valutato al 2,6%[89]. Per ora non ci sono valutazioni paese per paese, ma l’esperienza attesta che si tratta di una stima molto attendibile.

●La Banca centrale lascia ancora una volta il tasso di sconto[90] dell’eurozona all’1%, stimando anche essa troppo lenta, dice Mario Draghi, la ripresa e, quindi, non osando alzarne il valore anche se, al solito, si preoccupa sempre parecchio di una qualche minaccia di inflazione, più fantomatica che altro però salvo eccezioni – e noi, ti pare, malgrado uno dei rialzi di PIL più fiacchi d’Europa  riusciamo a fregiarci anche, ed insieme, di uno dei tassi di inflazione più alti tra quelli dei grandi paesi: insomma, stagflazione (to’, e chi si rivede…).

Prima della sessione del direttivo, era andata a male la mattina l’asta dei titoli spagnoli per vendere i quali quanto si sarebbe sperato e dovuto non era affatto bastata la nuova promessa di tagli del governo alla spesa sociale. La mette giù bene – sempre nell’ottica “naturale” che quel che vogliono i mercati sia sacrosanto e nessuno possa loro imporre mai niente – proprio Draghi osservando[91], a proposito dell’asta spagnola, che i mercati finanziari “chiedono ai governi con maggiori problemi di mantenere tutti gli impegni” presi, non di annunciarli soltanto o di portarne a conclusione la metà. Se no, li puniscono…

Che sarebbe pure giusto, ci sembra, se qualcuno prima spiegasse perché, in democrazia, a decidere non debbano essere più ormai i voti dei cittadini elettori ma i soldi e gli interessi dei non cittadini mercati… A meno che non sia perché finalmente i veri padroni stanno lasciando cadere tutti i veli dell’ipocrisia.

●A Draghi, e alla sua BCE, di una cosa bisogna dare atto. Da novembre, da quando è diventato il presidente, la Banca centrale ha ridotto il tasso di sconto e iniettato liquidità per 1.000 miliardi di € nel sistema bancario dell’eurozona portando a una riduzione temporanea della stretta finanziaria per i paesi più esposti sul debito pubblico alla periferia dell’eurozona, i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), con un abbassamento drastico del rischio di una corsa alla liquidità nel sistema bancario di tutta l’area dell’euro e una mano rilevante per arrivare a tagliare così in Italia e in Spagna i livelli intollerabili che il loro finanziamento aveva toccato nello autunno scorso.

Ma questa luna di  miele di Draghi con risparmiatori e mercati è finita assai presto. Ma va subito rilevato[92] come, dopo questa buona partenza, la Banca ha presto stoppato lo stimolo monetario addizionale di cui l’eurozona abbisogna. In effetti, all’Eurotower, cominciano a lasciarsi ossessionare di nuovo da uno spettro inflattivo che per il rincaro del petrolio potrebbe incombere nel futuro prossimo venturo.

Il problema è che l’eurozona ha una sua strategia di austerità ma non una strategia di crescita. Senza di cui, però, tutto quel che si ritrova è una strategia di recessione che dell’austerità e della riforma fa strumenti controproducenti visto che, se la produzione continua a contrarsi il rapporto deficit/PIL e debito/PIL continua a salire a livelli sempre più insostenibili.

Di più: alla lunga – e ormai siamo lì – diventano schiaccianti le controreazioni sociali e politiche a queste misure suicide. Che è, poi, la ragione per cui gli spreads delle economie periferiche dell’eurozona si vanno ancora riallargando. Senza una politica monetaria molto più morbida e una politica di austerità che cambi la direzione del proprio oggetto – non più sempre e solo i soggetti più deboli perché sono sempre anche i più facili da colpire all’ingrosso e automaticamente in ogni economia – non ci sarà modo alcuno di rifar vita a una competitività esterna dell’eurozona e la recessione si andrà seme più approfondendo.

E senza una ripresa della crescita – non tra anni ma adesso, nel 2012 – gli squilibri di flusso e stoccaggio diventerebbero ancora più insostenibili. Altri paesi dell’eurozona si troveranno costretti a doversi ristrutturare il debito e, prima o poi, l’uno o l’altro tra questi paesi deciderà anche di uscirsene dall’Unione monetaria.

●Tanto per attizzare le ceneri delle paure che paralizzano anzitutto i tedeschi – e, con essi, l’Europa – un articolo del WP[93], greggio assai e quanto mai inadeguato (per le cose che non solo non dice ma che quel che rifiuta di riconoscere e quelle che, invece, si inventa puramente e semplicemente per fare terrorismo economico, parla di altri sacrifici tedeschi perché ormai è chiaro, dice, che sono loro a doversi caricare di finanziare salvataggi più costosi di Grecia, Spagna e chi sa ancora chi… Perché il problema maggiore col quale devono combattere i paesi tutti dell’eurozona è oggi la scarsità di domanda, non certo una mancanza di offerta.

Ma, in altri termini, risorse in più per i paesi indebitati non devono affatto andare a scapito delle condizioni di vita dei tedeschi. Quel che bisogna, invece, smetterla di assolvere è la rinuncia ad agire e a fare  che i governi europei continuano a imporre alla Banca Centrale perché, con un’economia praticamente dappertutto sofferente, non faccia fronte alla necessità sarebbe di mettersi invece a sostenere una domanda in maggiore espansione.

Si tratta di qualcosa che la BCE quasi si vergogna a fare anche se adesso ha provveduto a rimpinguare con altri 700 miliardi di € di liquidità – e quasi gratuitamente (all’1%, è noto) – le casseforti delle banche europee ma senza imporre loro di rimettere quei fondi sul serio a disposizione di chi di credito – imprese e famiglie – ha adesso un disperato bisogno e a tassi abbordabili, non a quelli esosi e da strozzo che le banche sono lasciate libere di imporre a piacere.

Qui va detto chiaro. Per la BCE si tratta di una disfatta strategica, del tipo che per la Francia fu l’aggiramento da parte dei tedeschi dell’insuperabile linea Maginot, il complesso integrato di fortificazioni, opere militari, ostacoli anti-carro, postazioni di mitragliatrici, sistemi di inondazione difensivi e valli, caserme e depositi di munizioni realizzati dal 1928 al 1940 e che i panzer tedeschi scavalcarono d’un balzo semplicemente aggirandoli dal Belgio occupato all’inizio della seconda guerra mondiale.

●Ecco, la Maginot della BCE[94] è stata da sempre l’illusione, la fede cieca, di poter erigere la muraglia contro l’inflazione identificandolo nel tetto del 2% che, giurava, garantiva la stabilità della moneta unica e avrebbe garantito anche l’espansione economica. Di questa sua Maginot, però, i mercati se ne sono fregati, e hanno semplicemente scavalcata la Maginot sviluppando le loro bolle speculative, specie quella edilizia, senza che poi tenesse in modo davvero serio il tetto indicato e senza garantire per niente, ovviamente, la crescita. 

L’unica vera differenza per il momento è chi generali francesi dopo la conquista tedesca ammisero, almeno tra di loro, la sconfitta e l’errore. I generali multinazionali di Francoforte no, continuano a perseguire e a predicare che la loro strategia era corretta malgrado il fallimento catastrofico che ha registrato.

E’ che bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere di aver sbagliato tutto— dal pensare di mettere insieme una moneta unica senza metterle a fianco e inserirla in un’economia e in una politica economica per lo meno integrata: e dal prendere per realizzarla il tempo che ci sarebbe voluto. non ex abrupto. Che, in altre parole, era sbagliata la fretta tedesca di farsi l’Europa a propria immagine e somiglianza per aiutarsi così a farsi subito l’unità tedesca.

E che, ormai, per cominciare ad uscirne, per rilanciare crescita, consumi e occupazione, il tetto d’inflazione dovrebbe mirare subito al 3-4%, come suggeriscono i Nobel dell’economia Paul Krugman e Joseph Stiglitz e concordano non pericolosi eversori ma gente come, per dire, Roubini che potrebbe dare ogni giorno lezione pure a Draghi e a Monti, per non parlare di analfabeti economici come Sarkozy e Cameron e Merkel. Per dire, il presidente attuale della Fed americana, Ben Bernanke, quando ancora insegnava a Princeton, Olivier Blanchard[95], attuale capo economista del Fondo monetario e il prof. Ken Rogoff già allo stesso posto e oggi docente a Harvard: che tutti sono andati parlando di un target, ormai,  necessario intorno al 4 e fino al 6%...

Ragiona Blanchard, e con lui gli altri ragionano – e lo dimostra, anche –, che se l’inflazione venisse programmata al target del 4% invece che al 2% attuale, allora il PIL salirebbe in media del 10%, riducendo in proporzione il fardello del debito. Per esempio, se la Grecia, che sta puntando a ridurre un rapporto del 120% di debito/PIL in cinque anni mantenendo il suo attuale tasso di inflazione, lo programmasse al doppio, in quello scenario il debito/PIL si ridurrebbe dal 120 al 108%.     

L’effetto sarebbe anche quello di abbassare in maniera più che apprezzabile il tasso di interesse reale incrementando quindi la crescita e aumentando l’incentivo per chi produce a investire negli anni futuri. E la crescita maggiore sarà un ingente aiuto anche a alleviare il deficit pubblico e il servizio del debito. Infine, anche i libri delle banche si presenterebbero meglio assai in un contesto in cui i prezzi delle case crescessero del 20%, ma tenendo il passo dell’inflazione e non di una bolla speculativa e in cui le economie si rafforzassero. E una crescita più forte ridurrebbe anche, al contempo, i fallimenti di impresa.

Certo, c’è il rischio di una maggiore inflazione. Ma a partire dallo stallo se non dalla depressione di oggi è un rischio pressoché irrilevante e in ogni caso, ad abbattere l’inflazione basta, quando se ne presentasse davvero la minaccia come quella principale, solo un ritocco ai tassi che si può operare in ogni momento…

Invece, questi, predicando e costringendo i paesi più inguaiati per primi, a praticare la loro ricetta di austerità, non fanno che peggiorare le cose per tutti. Mollano qualcosa – ma quando è tardi – sulla creazione della liquidità ma senza osare poi perseguire chi non segue lo scopo predesignato e  annunciato; vedrete che fra qualche tempo molleranno qualcosa – ma anche qui, quando sarà troppo tardi – sulla creazione possibile, cauta, micragnosa di eurobonds…; ma non vogliono, non osano, chiedere ai loro governi di dar loro l’incarico di cui, con l’Europa, hanno ormai bisogno.

Attivarsi in politiche attive e pro-crescita, affiancando questo target a quello della stabilità. E questo anche se ormai a più di due anni da quando hanno lanciato la loro politica di austerità il mondo intero celebra e proclama il suo e il loro fallimento.

●Il fatto è che ai piani alti dell’Eurotower di Kaiserstrasse, a Francoforte, restano sempre convinti che, se e finché il re nega di essere nudo, possono almeno illudersi di restare vestiti. E sono ossessionati, invece, che dal bisogno di sostenere la domanda e di rilanciare l’occupazione, dal mostro di un’inflazione che sostanzialmente non c’è e che, comunque, non è certo, oggi la minaccia principale delle economie del continente. Ma che, secondo i banchieri centrali, dalla questione ideologicamente e professionalmente assillati, sarebbe sempre pronta a rialzare i tentacoli. Anzi, vanno pure producendo bizzarri e anche un po’ grotteschi video di propaganda[96] per diffondere l’idea inconsistente dell’iper-inflazione rintanata in agguato in Europa.

Quando il vero mostro è invece la depressione che, essa sì, minaccia di portare a fondo tutto il castello della costruzione europea, lasciando ogni mese qualche milione di persone in più fuori del mercato del lavoro. Solo che chi guida la BCE non trova il minimo di coraggio per dire – e lo sanno, guardate, lo sa bene Draghi per primo: non avrebbero altrimenti allentato di fatto i cordoni della borsa – ai governi, tutti i governi europei, che sono criminalmente ormai latitanti…

Ma tant’è: da questo orecchio, questi non ci sentono proprio. Invece, tornando a girare i pollici come se potessero mai essere questi palliativi a tirar fuori l’Europa dalla sua morta gora finanziaria, i ministri delle Finanze, comunica il portavoce della presidenza di turno danese dell’Unione, Preben Aaman[97], convocano adesso per il 2 maggio un Eurogruppo speciale a Bruxelles che tornerà a gingillarsi, senza concludere proprio niente (deve trovare un’intesa preliminare tra governi, per poi negoziare col Parlamento europeo, per poi tornare ai governi che dovranno decidere all’unanimità e poi ogni parlamento nazionale dovrà ratificare l’intesa finale senza cambiarne una virgola…), a cercare un accordo “sulle regole di Basilea III che mirano, dicono, a rafforzare i fondi di riserva di capitale, gli attivi liquidi detenuti ed, eretti a difesa delle banche europee”.

Questi non capiscono proprio, annota impietoso Paul Krugman, partendo da una riflessione-lampo sui suicidi di piccoli imprenditori che stanno andando in fallimento in Italia e in Europa, che questi non capiscono proprio come ormai stia diventando chiaro a tutti che i leaders che governano l’Europa sembrano proprio decisi “a far commettere a tutto il Continente un vero e proprio suicidio[98]: economico, sociale, politico, proprio di massa.

●Ricorda anche, Krugman, di aver sperato che l’Europa ne uscisse, se ne tirasse fuori con un colpo di reni, quando, appena preso il timore della BCE Mario Draghi, subito abbassarono per due volte il tasso di sconto dell’euro e, in misura non irrilevante, aprirono i rubinetti al flusso della liquidità verso le banche.

Erano azioni “coraggiose e efficaci” e lasciavano sperare, dice Krugman, “che l’Europa politica avrebbe colto lo spazio che la Banca così le offriva per riconsiderare le politiche” che la politica europea aveva dettato alla stessa Banca, lasciandola imbrigliata nella possibilità di creare moneta e nel fare intorno all’euro anche un’unità che non fosse più solo monetaria.

E, per contro, veniva deciso di lasciare libere le briglie a mercati e finanze. Per cui, ad esempio, si creava liquidità dando alle singole banche quattrini all’1% ma senza obbligarle a ridistribuirlo a imprese e famiglie, diciamo, al 2, al 2,5%: perché, il mercato è – e deve – secondo la teologia e la fede libero-mercatista – essere lasciato libero.

Invece, è arrivato il fiscal-compact… Secondo il quale – ha ragione, come al solito, Krugman – questo è  l’harakiri dell’Europa. Ma vogliamo capirlo che applicare quest’anno la nuova dose di austerità che impone al nostro paese il fiscal-compact significherebbe un taglio immediato del 20%

I tagli di bilancio in Europa (vignetta)

Fonte: Trouw (Olanda), 16.4.2012, Tom Janssen

del debito pubblico, cioè 50 miliardi di €? Adesso, in questa paurosa fase di calo, nel 2012? Quest’anno, subito…? Ma nessun Monti e nessuna Merkel a questo mondo potrà mai davvero portarcelo a fare… E forse adesso anche lassù, dove non si puote più sempre e proprio ciò che si vuole, qualcuno di quelli che usavano potere comincia ad accorgersene.

Anche in Europa, ormai, si comincia a parlare dei guai provocati dal dogma e dalle scelte da esso dettate e imposte finora da quegli extra-terrestri che Krugman ha bollato come “austeriani[99]”: gente che vive al di fuori del mondo, come i “venusiani” o i “marziani” (non, necessariamente, i marxiani). Gente come la Merkel, dice lui, che adesso anche lei, però, dà qualche segno di ripensamento.

Dichiara, tra l’altro il 27 aprile (ma l’altro essendo un no secco alla revisione del fiscal pact chiesta dal candidato socialista alla presidenza francese Hollande— il quale le risponde opportunamente che per l’Europa lei non è comunque titolata a decidere niente da sola), per la prima volta da mesi, della necessità – per tutti in Europa – di preoccuparsi della crescita. Ne dovrà parlare il prossimo vertice europeo, afferma: ma non questo di maggio, quello del prossimo giugno. 

Solo che lei e gli altri, e tutti loro con noi, dobbiamo accelerarli quei tempi e verificare come metterci d’accordo, poi o forse prima, su quel che significa crescita: basta un PIL che sale dello 0,5% in media? (più di ora, ma quisquilie); basta un tasso di disoccupazione che scende dal 10 e più all’8%? (meglio di ora no, ma pinzillacchere)…

E, poi, sul come perseguire la crescita, bisogna fare a capirsi. Lei, ma anche Monti, intendono al  massimo lavorare un po’, e sempre a dosi omeopatiche per loro natura incapaci di far fare all’economia il salto in alto, e di qualità necessario, intorno a temi come eurobond annacquati debitamente. Noi diciamo che ci vuole subito

• la Tobin tax (con buona pace del “partito del +1”, quelli che la speculazione non va tassata ma proibita— come se, poi, ne fossero mai capaci)…;

• la trasformazione in progress, ma rapida ormai, della BCE in una Banca centrale coi poteri di una vera Banca centrale che, come in America o in Gran Bretagna ad esempio, risponda, anche se nominalmente resta indipendente, al potere politico formalmente almeno democratico…;

• che, a una politica monetaria si aggiunga, finalmente, una politica economica vera…; e anche “giusta”: per semplificare neo-keynesiana e non più neo-liberista e, sempre per specificare, qualcosa che rovesci il segno – diciamola chiara, come la diceva una volta Karl Marx e adesso il miliardario statunitense Warren Buffett – “di classe” di chi dovrà ormai sopportare il peso, almeno il peso  maggiore, dell’austerità che fosse ancora necessaria…

●Ma questi, disperatamente, non capiscono o – peggio – fanno finta di non capire… Nel vertice di fine marzo, a Copenhagen, i ministri delle Finanze dell’UE hanno deciso – dicono – di aumentare il livello di competizione tra le agenzie di rating, obbligando chi fa loro ricorso ad avvalersi “a rotazione” dei loro servizi e hanno deciso – dice – di continuare – come riferisce la ministra danese, Margrethe Vestager, a svolgere le loro complesse discussioni sulla tassazione delle transazioni finanziarie (per lo più speculazioni) sul territorio europeo. Solo annunci, in definitiva, e al solito nessuna decisione effettiva: e Dio ci scampi e liberi, nessun divieto alle agenzie di emettere le loro sentenze sui debiti sia di imprese che di Stati sovrani: non sia mai che gli dei onnipotenti dei mercati finissero poi con l’incavolarsi[100]

●Sempre al vertice di fine marzo, i ministri delle Finanze dell’eurozona hanno concordato di elevare il tetto combinato dei salvataggi permanenti e temporanei per l’eurozona a 700 miliardi di €. Ma sono in molti a mettere già avanti le mani: il fondo di salvataggio a questi livelli non sarà sufficiente comunque[101].

E subito, quasi a conferma, il solito micidiale martedì nero, il 10 aprile, di borsa[102]: tutti i mercati europei, nessuno peggio di Piazza Affari, squassati dalla paura dilagante di una ripresa non dell’economia, che resta del tutto latitante, ma proprio di una stretta recessiva, di un’altra dilagante ondata di selvaggia austerità specie in Spagna e in Italia che subito affonda di nuovo il valore dei titoli di Stato italiani e spagnoli e riallarga pericolosamente il loro spread coi Bund tedeschi.

Due giorni dopo, del resto, l’asta dei titoli di Stato italiani registra un rendimento dei BoT a tre anni si impenna: indicando tutto il nervosismo di chi è chiamato a investire e la sfiducia nella capacità anche del governo Monti di far fronte al debito pubblico…

Il fatto è che i mercati considerano sempre più probabile e obbligato il ricorso della Spagna a un piano di salvataggio ma, sia la sua concessione condizionata a altri sacrifici pesanti sia la sua non concessione, vedrebbero ormai riesplodere, ogni giorno e per settimane, resistenze e proteste. Che non finiranno né domani né dopodomani nel mezzo di una seconda recessione in tre anni, di una disoccupazione al 25% e mentre monta il numero degli spagnoli schiacciati dal debito incorso comprandosi casa, anche molte secondo case. per un totale di almeno € 663 miliardi ormai  a rischio di fallimento immediato che si trascinerebbe dietro un colossale crack bancario[103].

Intanto, il 26 aprile, la Spagna vede ancora una volta svalutato da Standard & Poor’s di due tacche in un botto, a BBB+ da A, il rating del suo debito pubblico – che in realtà non fa proprio problema, aggirandosi intorno al 70% del PIL[104], poco sopra il tetto UE del 60%  mentre il problema vero qui lo fa il deficit/PIL, sull’8%, e con grandi difficoltà a ridurlo, quindi con prospettiva “negativa” probabilmente di altre prossime riduzioni delle valutazioni anche perché subito arriveranno gli altri due squali del rating che imperversano sul mercato.

In effetti, alla vigilia la novità era stata annunciata col dato – ufficiale – di una disoccupazione che, ormai, è arrivata 5.639.500, oltre un incredibile 25% nel dato ufficiale,

Che, stavolta però (forse prendendo atto che quando hanno dato voti in passato questi signori hanno quasi sempre sbagliato – stavolta però giocano sul sicuro, al ribasso – assorbe quasi con qualche indifferenza, dandolo come per scontato, il voto di S& P’s[105], mentre il Dio-Moloch sposta la sua attenzione sul quadro più vasto cominciando a chiedersi, a voce alta e così a far fibrillare tutto di più globalmente in Europa, se adesso non toccherà proprio all’Italia…

E il fatto è che l’Italia di Monti, mentre viene fuori, ufficialmente al di là di ogni vaneggiata speranza di stampo più o meno governativo[106], che in pratica vanta (sic!) salari e potere d’acquisto tra i più fiacchi, in assoluto tra l’oltre la trentina dei paesi dell’OCSE, continua a confermare di mantenere uno dei livelli più elevati (arisic!) di cuneo fiscale (tasse su salari e stipendi) tra i paesi più sviluppati del mondo[107].

La tassazione sui redditi da lavoro dipendente varia, e molto, nei 34 paesi OCSE (tabella)

Il cuneo fiscale in % del costo globale del lavoro del dipendente medio a tempo indeterminato

 

                  ↑ Italia

Fonte: OCSE, Tassazione dei salari 2011[http://www.oecd.org/document/8/0,3746,en_21571361_44315115_50165640_1_1_1_1,00.html]

E poi continua sempre ad essere affardellata dal gigantesco debito pubblico, con la gente che non ha patrimonio e guadagna di meno sfacciatamente tosata per prima e di più (sono redditi fissi; sono poche entrate individuali ma, insieme, sono anche tante: insomma, è più facile…), oppressa dal compito di ripagarlo col taglio dei redditi (non delle rendite, non dei profitti), del potere d’acquisto (sulle spese di casa, non sulle spese di lusso), della spesa sociale (quella che serve a sopravvivere ai meno abbienti: le cure, le medicine, i sussidi…). E tutto mentre niente sembra neanche cominciare a riprendersi: né PIL, né produzione, né reddito, né occupazione: e tutto resta bloccato.

E il contagio, la paura, si espande… Al punto che ora, ma solo ora, anche Merkel parla – certo,  buonultima … – pur straniandosi e rimangiando i dogmi su cui aveva giurato della necessità di aiutare una qualche ripresa… Però, il fatto è che, ormai, se qui non obbligano la Banca centrale europea, cambiandole proprio gli ordini di marcia – lo Statuto – quelli che possono farlo, i governi europei, a fare fino in fondo quello che è il primo dovere di una Banca centrale da sempre e dovunque meno che a Francoforte, ridisegnandone scopo e  strumenti – proprio la cosiddetta mission – in modo che sia obbligata, come qualsiasi altra valuta, a fornire la liquidità che occorre al mercato, imponendogli e facendo valere però i controlli con cui va imbrigliato e regolato (Adam Smith) “in nome del bene comune”…, se non glielo facciamo fare questi ormai ci distruggono.

Alla fine, lor signori corrono il rischio di finire se gli va bene, cacciati a pedate. se non altro per manifesta incompetenza malgrado la tecnicità di cui si vantano. Gli esodati? 70-75 mila; no, contrordine – 350-370 mila!!! ambedue, si capisce, cifre ufficiali (è solo un esempio)… No, io che sono il ministro, ribadisco: sono solo 75 mila, ma… troveremo una soluzione anche per gli altri (sic!) Io non dico battute… perché, io, sono piemontese e lavoro (ari-sic!)… come se mai queste ca***te ci potessero entrare qualcosa. Quando il problema vero non sia quello come evitare senza che finiscano con l’ “esodarci” un po’ tutti…

In sintesi potremmo azzardarci a dire che

• La crisi dell’eurozona sembra essere oggi “alla fine del principio[108]”, non certo, non ancora, al principio della fine… anche se i leaders europei continuano a dirsi quasi tutti più o meno ottimisti.

• Chiave di tutto il periodo immediatamente a venire saranno le politiche interne dei singoli paesi— coi mercati che in Francia, Grecia ed Italia restano in subbuglio alla vigilia di elezioni presidenziali politiche o amministrative.

• Lo sostengono i recenti movimenti di mercato che espongono in questi giorni al ballo di San Vito dell’incertezza e del nervosismo in particolare la Spagna e l’Italia.

• Anche se, al fondo, al cuore delle preoccupazioni su questi due paesi ci sono i nodi dell’economia e della finanza, giocano pesantemente i problemi di politica interna con l’elettorato che, in entrambi i paesi, si mostra sempre più restio a perseguire la strada dell’austerità e di riforme strutturali che sembrano poi, sistematicamente, prendersela coi più deboli.

• Anche in Irlanda gli elettori sembrano pronti a dire basta ai tentativi di altre strette di austerità che impongano loro ulteriore “consolidamento fiscale” minacciando un no potenziale nel referendum del 31 maggio sul cosiddetto fiscal compact, l’accordo raggiunto tra la maggior parte dei governi dell’Unione europea.

• In Grecia, il risultato delle elezioni del prossimo 6 maggio deciderà se il paese, col suo nuovo governo, vorrà e potrà perseguire il suo programma di austerità... o cosa.

• Di più: ormai politici, politicanti ed elettori di paesi del Nord Europa – in Olanda in particolare, dove è in ballo il futuro stesso del governo ma anche in Germania – sembrano sempre meno tollerare l’idea di far loro sopportare sacrifici per aiutare le più inguaiate periferie dell’Unione. All’Aja proprio, il governo di centro-destra di Mark Rutte vede sfilarsi la componente di estrema destra del partito della Libertà, si capisce, di Geert Wilders contro le nuove misure di austerità e l’attivismo non abbastanza solerte, dice, del gabinetto (tituba a fare leggi che vietino agli immigrati di usufruire dell’edilizia popolare)[109].

• C’è ormai il rischio, molto concreto, che se i targets di tagli e sacrifici imposti agli altri paesi della periferia dell’Unione non saranno rispettati, l’Europa del Nord sarà riluttante a far scattare altre operazioni di salvataggio comune. Del resto, come si vede ormai, anche l’Europa del Nord si va facendo insofferente, di sicuro a livello popolare, dell’austerità tanto amata (per gli altri sempre ma spesso anche per i propri cittadini, specie i più poveri, dai suoi governanti.

• Con conseguenze che oggi restano imprevedibili, ma che ormai lasciano anche, potenzialmente, intravvedere il possibile dissolversi, disordinato, di tutta la struttura.

Alla fine, forse, vedrete, per dirla in sintesi estrema come bruscamente ma realisticamente – e stavolta pare proprio senza fregarsi le mani – l’ha detta un autorevole osservatore britannico ed euroscettico che [110]: “il fato dell’euro verrà deciso con ogni probabilità tanto dalla politica quanto dall’economia. Gli Stati debitori si potrebbero stancare delle politiche di svalutazione interna [cioè di un’austerità senza fine]. E i creditori potrebbero voler smettere di sostenere gli altri, continuando a far loro credito [anche se a strozzo, ovviamente]. E ognuno dei 17 membri dell’euro può mettersi a recalcitrare in ogni momento di fronte alla perdita di sovranità che, per salvare la moneta [unica] andrebbe consentita”.   

●L’Irlanda, dopo essere passata per ben cinque finanziarie e strette, una più dura e austera dell’altra in quattro anni – bisogna rimettere i conti a posto, tagliando dopo che deficit e debito sono schizzati in su, e sono stati lasciati deliberatamente schizzare in su dalla bolla speculativa edilizia che qui ha aveva moltiplicato una ricchezza dalle basi in realtà fragilissime – ha visto coagularsi e, più che esplodere, implodere la rivolta popolare[111]. In forma però inusitata: senza bottiglie molotov e black bloc e, potenzialmente, assai efficace.

Il ministero delle Finanze ha dovuto dar atto che quasi il 50% del 1.600.000 contribuenti tenuti a versare entro il 31 marzo una tassa straordinaria di 100 € per dare una raddrizzata al bilancio, non l’hanno fatto. Un chiarissimo boicottaggio di massa che corre il rischio di fare altrove lezione: a Bruxelles se la stanno facendo sotto, come volgarmente si dice, i signori della troika che hanno prestato al paese quasi 70 miliardi di € ma pretendendo quei tagli di spesa pubblica. Tagli feroci a sussidi, pensioni, welfare: tagli cosiddetti lineari alla cieca, gli unici che questi “tecnici” sembrino conoscere, al dunque.

Mai mirando a chi ha frodato,evaso e rubato e punendolo nel portafoglio se non sbattendolo in galera, ma sempre all’ingrosso…C’è chi, in Italia ad esempio, per una legge ancor più tecnicamente confusa ed esosa, come la nuova IMU, ha cominciato a ragionarci sopra: e, finalmente, non necessariamente da destra. L’idea è che se il rifiuto si fa davvero di massa da parte non dei berlusconidi ma di una percentuale importante di contribuenti onesti…

Quanti, cioè, al contrario di quegli altri, le tasse le pagano tutte, lì come da noi e da noi ancora di più in quanto gliele trattengono direttamente sulla busta paga, quanti uant i cioè il cui di fronte al cui sacrosanto no di massa nessun governo decente, anche di tecnici, potrebbe più far finta di niente se non vuole vedersi direttamente spazzato via e veder spazzati via, con sé, quelli che gli hanno delegato i loro poteri… Questo per stare solo a una questione di ingiustizia e giustizia.

Quando poi, proprio lo stesso giorno, la direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde in persona si lascia andare – ma è una che sa quello che fa: parla all’incontro annuale dei corrispondenti dell’Associated Press, la più importante agenzia di notizie del mondo – e riconosce, meglio tardi che mai, che tagliare troppo e troppo rapidamente la spesa pubblica  è come dicono da tempo fior di studiosi e l’esperienza universale è un rimedio che può realmente aggravare il male[112]

Ma vedrete che neanche a lei – che pure dal suo scranno lo dice quanto sia inaccettabile il tasso di disoccupazione cui ormai è arrivata l’Unione europea: a febbraio, il 10,8% – neanche a lei daranno retta, alla fine, i grandi sacerdoti adoratori della teleologia monetarista che predica e fa praticare, perfino ai governi che non ne sembrano affatto convinti il taglio della spesa pubblica a spese altrui sostanzialmente per profonda codardia (dovrebbero nei fatti per lo meno ammettere di aver sbagliato tutto finora).

●In Grecia, il tasso di disoccupazione medio è ormai arrivato, a gennaio, al 21,8% il doppio dell’eurozona, annuncia il 12 aprile il servizio statistico EL.STAT[113]: per il secondo mese consecutivo la classe di età tra 15 e 24 anni vede la disoccupazione al di sopra del 50, al 50,8% il doppio di tre anni fa e con più giovani involontariamente senza lavoro di quelli che uno ne hanno. Siamo al punto in cui, annota un paper sfuggito alla censura interna della Banca centrale, aumentano i giovani che si inventano il lavoro spicciolo di stampo apertamente criminale: scippi, furti, piccole e più grandi rapine. Aumenta sempre di più nella tanica il livello del combustibile e basta davvero ormai, qui, una scintilla.

Anche qui i tagli di bilancio imposti dalle condizioni per il credito da Unione europea e Fondo monetario impedendole così un default dichiarato e caotico e provocando una serie di fallimenti di imprese e licenziamenti, con 1,.800.000 senza lavoro a gennaio, dopo la cura cioè  il 47% in più dell’anno prima, secondo l’EL.STAT e col numero dei cittadini al lavoro che cade dell’8,6% a un minimo assoluto di 3.880.000. E, con l’aumento di chi disoccupato si rivolge alla copertura del sussidio di disoccupazione, il governo trova difficoltà sempre maggiori ovviamente a rispettare i tetti di bilancio cui si era formalmente impegnato.

●Il ministro di Economia ed Energia della Bulgaria, Delyan Dobrev, ha annunciato che, a partire dal 1° aprile – e non pare proprio che si tratti di un “pesce” – e per i prossimi nove mesi, Gazprom, con una decisione sicuramente anche politica e non solo commerciale o di impresa, ha deciso di concedere un “sorprendente” 11% di sconto (da $ 600 a 534) per il prezzo di 1.000 m3 del suo gas naturale[114]. Esattamente come fanno però, senza le mascherature del perbenismo capitalistico, in cambio di altro (assetti e “assonanze” per lo più di politica internazionale) tutti i paesi che comunque intendono pesare sullo scacchiere geo-politico (l’America e i suoi amici tanto quanto, anche se appunto più ipocritamente, della Russia e dei suoi).

●In Romania[115], come in molti altri paesi dell’Unione europea ormai, l’austerità imposta a tutti ma, nei fatti, poi, inflitta ai poveri – di questo si tratta: non dell’austerità che prosciuga i conti in banca dei ricchi o li obbliga, o li convince comunque, a rimpatriare il mal trafugato, mai… – ha portato alla caduta del governo di destra di Mihai Ravzan Ungureanu, il cui Gabinetto che aveva solo due mesi è stato battuto da un voto di fiducia.

A rimpiazzarlo, il presidente della Repubblica Traian Basescu, un uomo della destra lui stesso, ha designato Victor Ponta, capo dell’Unione Social-Liberale di sinistra e che da tempo si opponeva proprio al piano di austerità perseguito dal PM su ordine, dice, della UE e del FMI e mirato essenzialmente al taglio facile di salari e pensioni. Deve ottenere il sì del parlamento adesso, se ci riesce (dovrà ottenere entro dieci giorni, pare, l’appoggio al suo programma di governo. punterà a ottenere l’appoggio di un piccolo partito, l’UNPR, uscito dal governo di destra e di alcuni deputati eletti da minoranze etniche.

Ponta è notoriamente un vecchio socialista, già vicino anche se criticamente al vecchio PC e adesso prenderà gradualmente le distanze dal processo di austerità cercando di rovesciarne la direzione. Ma sarà molto dura, con l’ostilità dichiarata di una forte minoranza, frustrata, di destra e dei poteri finanziari tutti.

Il governo sempre di destra di Peter Necas, nella Repubblica ceca, è riuscito invece a sfangarla per il rotto ma sa, e riconosce anch’esso, e per le stesse ragioni, di avere il fiato assai corto…

●C’è chi a Bruxelles, alla Commissione, comincia a vedere il pericolo. Ma ancora non a Francoforte dove banchieri e finanza non vedono con sufficiente allarme, dal loro puto di vista, che adesso, da Bucarest a Parigi, all’Aja, ecc.,ecc., i governi ormai si giocano tutti il posto. Constata ora il nuovo presidente del parlamento europeo, Martin Shulz[116] – ricordate? il socialista tedesco che si sentì apostrofare, anni fa – ma scherzava, no? – come un kapò da quel forbito testa di ciufolo di Berlusconi – che c’è una forte tendenza tra gli Stati membri a tentare di riprendersi il potere a livello nazionale, a pulsioni xenofobiche e ad appelli a reintrodurre i controlli di confine.

Indica Shulz – che parla direttamente al collegio di tutti i Commissari europei[117] e non è uno che la manda a dire e per ogni colpa e responsabilità ama, invece, fare nomi e cognomi dei responsabili –che nei mesi scorsi abbiamo assistito a decisioni sempre più unilaterali e a dibattiti non più pubblici ma dietro porte chiuse, mettendo tra parentesi il metodo comunitario. Per superare quest’impasse, è indispensabile che la Commissione trovi, che finalmente si dia, e si ridia, il coraggio che le manca appoggiandosi esplicitamente al potere del parlamento europeo per cooperare e difendere insieme l’Unione contro il prepotere e il revanscismo dei governi nazionali e recuperare e rilanciare il metodo, appunto, comunitario.

Perché altrimenti, conclude Shulz, bisogna prendere atto che il “collasso stesso dell’Unione europea ormai è uno scenario realistico”.         

●Arriva quasi in contemporanea, intanto, la notizia che, invece, l’Ucraina intenderebbe – anche se poi, a veder bene, si nota come in effetti, forse è pura millanteria tesa a rafforzare il proprio posto di lavoro: quello personale di tal Marchin Koziel, capo dell’ufficio di collegamento della NATO stessa a Kiev – proprio aprire un negoziato in ambito NATO.

Si tratterebbe, dice Koziel, di una possibile partecipazione al sistema di difesa antimissilistico americano da erigere ai confini russi— ma si sa ormai che anche Obama non lo vorrebbe proprio: solo qualche giorno prima Obama aveva confidato a Medvedev che adesso lui non è in condizione di dire a chi lo vuole il suo no ma, se Mosca ha un po’ di pazienza fino a dopo le elezioni di novembre, nel suo secondo e ultimo mandato potrebbe riaprire il negoziato per non piazzarli proprio quei missili visto che, poi, lui non ci ha mai neanche creduto nella loro effettiva utilità [118]

Che è una strana captatio benevolentiae sia verso l’America stessa che, in realtà sembra poco interessata al progetto se non per i falchi più scemi, sia verso la stessa Europa occidentale— non attrae per niente, in effetti, questo strano progetto fatto passare per “anti-iraniano” e non anti-russo ma ai confini russi, la benevolenza di francesi e tedeschi per dire, ma solo, sempre per dire, delle ossessioni russofobe di Lituania e Polonia.

E, certo, non attrae favore e attenzione – né porta ad offrire sconti – da Gazprom e dai russi… soprattutto se, come sembra quello lì della NATO a Kiev vanta in proposito l’antica esperienza di quando l’Ucraina era ancora un pezzo di Unione Sovietica in materia proprio di missili balistici[119]… E, coi problemi che trova l’Ucraina ad avvicinarsi all’Unione europea: se per l’affaire Timoshenko (ne parliamo ancora, qui subito dopo) le dicono di no per l’UE, come si può mai seriamente pensare che le dicano di sì per portarsela nella NATO?

Come si capisce, non solo il governo di Kiev non conferma ma senza farlo ufficialmente – in fondo aveva chiesto e, da buon pesce in barile, non ha ancora negato smentito che il paese possa essere davvero interessato a un progetto di questa natura. In fondo, uquesto è il governo di Yanukovich, grossomodo russofono, non quello di pregiudizialmente filoccidentale di Timoshenko, che tra l’altro, adesso, sta pure in galera, anche quando gli occidentali le dicevano apertamente che dell’Ucraina comunque non ne volevano proprio sapere… come ancora continua regolarmente a fare Bruxelles.

●Intanto, cedendo in qualche modo alle pressioni europee, Yulia Timoshenko viene trasferita ai domiciliari dal carcere cui era stata condannata per abuso d’ufficio e per frode per i prossimi sette anni per i “reati” di cui è stata riconosciuta colpevole nei tribunali quando nel 2009 negoziava personalmente, da premier, coi russi nel 2009 le forniture di gas naturale al paese.

Le verrà ora consentito di curare meglio a casa sua o in clinica i mali della sua spina dorsale. La convinzione diffusa nell’Unione europea è quella di una persecuzione politica mirata contro la Timoshenko: accusata, però, contraddittoriamente alla tesi premessa di aver favorito Putin nel negoziato, lei che era ed è stata sempre anti-russa, smaccatamente filo-occidentale e personalmente stramiliardaria[120]

Ma, quasi a dimostrare che il governo ucraino non cede a pressioni o “ricatti”, a Kiev un tribunale di appello la rimette in prigione e, allo sciopero della fame di protesta con cui ella risponde, la trasporta forzatamente in ospedale: lei dice anche picchiandola “sullo stomaco”. Stavolta la cosa sembra, però, un po’ montata davvero tanto che anche sulla stampa internazionale di grande peso che sempre l’ha appoggiata dando – a prescindere dal merito: accusa, difesa e verbali d’udienza da cui le sue responsabilità politiche e anche “mazzettare” effettivamente poi emergono – escono ora annotazioni curiose.

L’Economist[121] scrive velenosamente – ora: dopo aver sostenuto per settimane che fosse solo una perseguitata politica: alla Solzenytsin o alla Silvio Pellico, per intenderci – di come si debba ormai anche prendere atto che “Ms Timoshenko e il suo team hanno un approccio rozzo ma efficace alle pubbliche relazioni. Ogni risolto del racconto che fanno delle sue prigioni e della sua cattiva salute è sfruttato per tenere sempre la sua storia nei titoli dei giornali. Le sue dichiarazioni on-line [già, perché glielo consentono, qui…] sono sempre caratteristicamente drammatiche e drammatizzanti:pensavo proprio di essere giunta agli ultimi istanti della mia vita’ ”, scrive.

E, intanto, un altro tribunale sentenzia l’ex ministro della Difesa sotto Timoshenko, Valery Ivashchenko, di abuso d’ufficio per la svendita del 2009 di una serie di impianti statali a privati e gli dà quattro anni di carcere meno i 18 mesi che ha già passati in galera preventiva.

L’occidente – gli americani, che poi sono quelli che contano anche se molto meno di ieri – come sempre non sembrano saper far altro di meglio che “condannare” in sé e a prescindere da ogni merito, il fatto che questi politici siano finiti in galera[122]. Che, detta da qualche ucraino è opinione – vera o fasulla – ma più che legittima.

Ma, detta per esempio dal nuovo presidente della Germania, Joachim Gauck, che cancella la sua visita di Stato a Kiev per il caso Timoshenko[123], sembra un po’ fuori misura a confronto con casi assai più estremi e credibili per i quali, però, perfino Gauck si guarda bene dall’annunciare che rifiuta ad esempio di recarsi in visita da capi di Sstato di regimi come quello arabo saudita… Vero, non l’Ucraina ma l’Arabia saudita è un facoltoso e puntuale cliente dei sistemi d’arma da miliardi di dollari esportati dalla Germania di Gauck…   

O, ancor peggio, fuori misura sembrano interventi dall’ambasciata di un paese straniero e lontano come gli Stati Uniti d’America: l’effetto che avrebbe, o presso una parte importante dell’opinione pubblica potrebbe avere se dall’America si mettessero a criticare il processo “politico” fatto (forse) domani in Italia, per dire, al tesoriere della Margherita, o della Lega padana… Obiettivamente, l’ennesima indebita interferenza… e fatta come se andasse da sé che quella è nostra e loro, degli americani, indiscutibile prerogativa. Perché, insomma, noi siamo noi…

Sembra più concretamente minacciosa certo, ma solo per chi in Ucraina si fosse fatto ancora illusioni, la notizia annunciata adesso dall’ambasciatore tedesco, Hans-Jurgen Heimsoeth[124], che il protocollo di pre-adesione della vecchia “terra vicina” (vicina a russi e tedeschi, ovviamente, nell’antica lingua slava del posto) non verrà in queste condizioni neanche stavolta firmato. Ricorda Heimsoeth che alla fine chi decide di un sì all’adesione non sono poi Commissione e parlamento ma sempre e solo il Consiglio europeo, cioè i governi…

Forse, certo, finchè sul trattamento di Timoshenko restano dubbi, è meglio non firmarlo ma dicendo la verità a tutti e a noi stessi: agli ucraini che devono condividere le regole e le procedure giuridiche dell’Europa – quali? che chi truffa soldi pubblici (perché questa è l’accusa, a Timoshenko: incompetenza e truffa nelle funzioni pubbliche che ricopriva) incompetnez e truffa l come in Italia, come in Francia, per dire, non deve finire in prigione anche se fosse colpevole? o solo che non deve finirci prima del processo e della sentenza definitiva? e solo gli uomini e le donne di governo, poi? i rubagalline no, non sia mai…

●La Cina, in termini invece che sembrano una volta tanto concreti, ha annunciato di aver aperto una linea di credito da $ 16 miliardi per finanziare la costruzione e il funzionamento di progetti congiunti in Bielorussia: ma non lo comunica Pechino bensì lo dichiara il presidente del parlamento bielorusso, Anatoly Rubinov[125], esprimendo la gratitudine del suo paese in un incontro con l’ambasciatore di Cina a Minsk, Gong Jianwei.

●Ricordate qualche settimana fa le fanfaronate, piuttosto consuete, dell’impotenza del Consiglio dei ministri degli Esteri della UE, quando tutti insieme e quasi contemporaneamente a sottolineare l’importanza del loro scontento avevano ritirato gli ambasciatori a Minsk per protesta contro il rifiuto della Bielorussia a rendere loro conto – sono cavoli nostri! – della  propria – peraltro abbastanza indecente – politica interna: rispetto dei diritti umani, dei diritti civili, ecc., ecc?

Bene. Adesso torneranno tutti, gli ambasciatori, coda tra le gambe[126], senza strombettamenti, né conferenze stampa, né preannunci. “In segreto”, senza alcuna notifica ufficiale al governo, come se fossero stati per qualche tempo in sala d’attesa. Lo rileva, quasi vergognandosi, al posto della sua capa, Maja Kocijancic portavoce della vice presidente e plenipotenziaria della Commissione per la politica estera, lady Ashton: che si era spesa, minatoriamente, con grande flatus vocis e fuoco e fiamme qualche tempo fa contro Minsk. Fiamme e fuoco che in realtà, poi, a ben vedere e come al solito, mancando alla signora proprio la possibilità stessa di commisurare quel che vorrebbe con quel in effetti può, erano solo scintille.

●Il presidente dell’Ungheria, Pal Schmitt, ex olimpionico di scherma e ambasciatore in Spagna, fedelissimo sostenitore del premier del suo paese e capo del suo partito di estrema destra Fidesz, Viktor Orbán, è stato costretto alle dimissioni dopo che l’università Semmelweis di Budapest gli ha cancellato la laurea ottenuta nel 1992 per aver plagiato tutta la tesi di laurea[127]. E’ un problema politico per un governo che, al contrario della Bielorussia è già membro a pieno titolo e sotto osservazione nell’Unione per le violazioni preclare e spudoratamente rivendicate dei diritti civili e cui adesso viene a mancare, come era invece prima delle dimissioni di Schmitt, la firma scontata a ogni provvedimento vessatorio delle libertà civili decisa da una maggioranza parlamentare di oltre i due terzi...

Intanto, il governo Orbán cerca di ributtare in politica – sulla difesa della dignità e della sovranità nazionale – come puro e semplice “ricatto” tutto il variegato contenzioso aperto con l’Unione europea sull’adesione al minimo di valori che le regole dell’Unione prevedono dagli Stati aderenti. Comprese quelle del sottostare al volere di BCE e Fondo monetario che, secondo Orbán al dunque, poi alla UE sono quelle che davvero interessano[128]: piegare la volontà autonoma dell’Ungheria ai desiderata e alle esigenze poste dall’Unione europea in cambio dell’assistenza finanziaria di cui il paese ha bisogno. Come se, invece, le imposizioni fatte alla Grecia, alla Spagna, all’Italia, ecc., ecc., non fossero poi state esse stesse un ricatto…

●In Islanda[129], in un risvolto finale che sembra poco definire grottesco – e che, probabilmente, si trascinerà dietro nel muovo clima “rivoluzionario” che vive il paese qualche conseguenza politica – il tribunale incaricato dal parlamento di Reykjavik di giudicare l’ex primo ministro Geir Haarde, lo ha assolto. Ma, insieme, lo ha condannato.

Era accusato di “grave negligenza” per come il suo governo affrontò – o meglio affrontò male, piegandosi supinamente ai voleri del mercato – la crisi finanziaria del 2008, dalla quale i suoi successori hanno cominciato ad uscire, con qualche successo, solo dichiarando il fallimento dell’economia del paese, rinnegando le ricette del FMI e dell’Unione europea e formalmente proclamando il default del debito islandese.

E’ stato un processo cui tutto il resto d’Europa – o, meglio, il resto dei governi europei – ha guardato con qualche ipotetica preoccupazione, come a un pericoloso – per quanto poco probabile – precedente: a una possibile decapitazione del re fatta per via giudiziaria e a furore di popolo da chi si è sentito, e è stato, male servito dal proprio governo.

Ma il grottesco non sta nell’assoluzione. E’ che il giudizio ha contestualmente condannato l’ex premier a una pena carceraria intorno ai due anni: perché, nel gestire la crisi, non avrebbe fatto svolgere “sufficienti (sic!) riunioni del Gabinetto”… Il signor Haarde – la cui condanna, subito immediatamente sospesa e dichiarata “non applicabile”: ma allora perché condannarlo?– ha comprensibilmente giudicato “assurdo” il verdetto che, condannandolo lo ha assolto. O, se volete, che lo ha condannato, assolvendolo…

STATI UNITI

●A fine aprile, i dati ufficiali del governo[130] rilevano che nel primo trimestre il PIL è cresciuto sì a un tasso annualizzato del 2,2%, doppio quasi rispetto a quello europeo, ma rallentando di mezzo punto dal ritmo di aumento del trimestre precedente mantenendo quello che gli economisti accademici (quelli della scuola dello ottimismo ufficiale, della cosiddetta saggezza convenzionale,  che chiamano crescita sostenibile – ma sostenibile a modo loro – si preoccupano più del tasso di profitto che di occupazione, per dire).

Gli economisti che la vedono diversa, temono invece – e lo dicono rivendicando che è più saggia la loro prudenza di quella degli ottimisti – una ripetizione di quel che è avvenuto un anno fa, quando a primavera, malgrado un iniziale riequilibrio il riequilibrio del commercio estero, si verifico un secco rallentamento  nella ripresa  dell’occupazione  e aumentarono  i disoccupati  registrati,  il tasso della disoccupazione ufficiale (per non dire di quello reale, effettivo).

Se volete più lavoro, detassate i ricchi… (vignetta)

MENO TASSE PER I MILIARDARI!      MA HAI  UN’IDEA DI QUANTI POSTI DI LAVORO HO CREATO

                                                                        DA DUE ANNI  A Q UESTA PARTE…   IN CINA?

                                                                         PRONTO A LAVORARE  SOLO PER MANGIARE

    

Fonte: 29.3.2012, Khalil Bendib

 

Gli stessi dati preliminari del Commercio confermano che 254 delle 500 imprese del listino della Standard & Poor’s che, al 27 di aprile, hanno riportato i loro risultati, nel 72% dei casi hanno registrato un beneficio reale ben sopra le previsioni – anche se neanche qui qualcuno può sostenere che sia un risultato fedele quello poi riportato. È la natura della bestia bifronte, la natura umana e il capitalismo, che è portata a mentire per fare più soldi.

L’economia americana ha aggiunto un relativamente debole numero di nuovi posti di lavoro a marzo: -120.000, la metà di febbraio il meno da cinque mesi a questa parte… ma il tasso di disoccupazione cala all’8,2 dall’8,3%, la prima volta da gennaio in qua secondo i dati che, a fine della seconda settimana di aprile, diffonde il dipartimento del Lavoro[131]. E l’incongruenza non è solo apparente ma dipende dal modo diverso con cui vengono costruite e valutate le statistiche.

In ogni caso, l’unica cosa certa è che adesso, per la prima volta dopo un trimestre, siamo ben sotto il ritmo di crescita di 200.000 nuovi lavori che sembrava ormai acquisito ai cantori azzardati della crisi che sarebbe finita: e sembra proprio l’indicazione chiara che gli aumenti forti dei mesi precedenti di posti di lavoro siano stati dovuti, in realtà, più a cause occasionali che ad altro: cioè stagionali e non strutturali, come troppo ottimisticamente era stato invece già detto.

Anche i dati di dettaglio del rapporto sembrano flosci: la settimana media di lavoro ascende da 34,6 ore a febbraio a 34,5 e anche il calo di disoccupazione dall’8,3 all’8,2 in un mese è spiegato, secondo lo stesso BLS perché sono in aumento nel mese i lavoratori che smettono proprio di cercare lavoro e, quindi, escono dall’ambito della stessa considerazione statistica (solo chi cerca attivamente e ufficialmente lavoro, viene calcolato tra i disoccupati). L’aumento salariale in un anno è del 2,1%: molto meno, dunque, del tasso di inflazione corrispondente. E l’unico valore di dettaglio che sembra andare davvero meglio è che vanno calando i lavoratori part-time che sono obbligati ad esserlo: di 447.000 unità, che una quantità rilevante.

●Un articolo, insolito, del NYT[132] riferisce, con pezze d’appoggio ancora, però, solo preliminari, che adesso, nel primo trimestre del 2012, i profitti di impresa in America potrebbero anche ristagnare in ragione d’anno. E non sarebbe certo da meravigliarsi granché se si facesse anche notare – e il fatto che l’articolo si guardi bene dal farlo è quello che ci appare “insolito”, per non dire sciatto o peggio sospetto, in quell’articolo – che i profitti non avrebbero ulteriormente potuto crescere ancora dopo essersi accaparrati in pratica il record come fetta del PIL, visto che stava diventando comunque del tutto irragionevole continuare a presumerlo indefinitamente…

I profitti d’impresa in % del reddito nazionale USA (grafico)

Profitto netto diviso per l’ammontare di prodotto venduto delle attività non finanziarie 

 

In effetti, il diagramma misura ed attesta che ultimamente, dopo la recessione e in una fase ancora tanto esitante di ripresa, adesso si sono registrati i massimi livelli di profitto netto dal lontano 1960. E ci sembrerebbe utile – anche se non abbiamo il tempo né forse la competenza per farlo noi qui: ma staremo bene all’erta per vedere se lo fa qualcuno magari in America – studiare e spiegare perché e come si siano verificati finora livelli così alti di profitto anche in un’economia che resta tanto piatta nella ripresa.

A partire dal fatto ormai già assodato, anche se spesso pudicamente sottaciuto – se non qui soprattutto per merito del triliardario Warren Buffett che ha ripetutamente richiamato come in questo paese (e di certo non solo) “la lotta di classe” l’abbia “ormai vinta la sua”, di classe, contro il lavoro dipendente – del trasferimento di masse ingenti di profitti direttamente al settore finanziario da quello produttivo e, da questo, a salari, profitti e rendite…

●In Afganistan, i talebani sembrano anticipare i tempi dell’offensiva cosiddetta di primavera che stavolta gli americani avevano preconizzato forse potesse non aver luogo. L’avevano preconizzato senza tener conto dei gravissimi incidenti cui i loro soldati hanno dato vita  molti e diversi livelli nel paese: tutti vissuti come inaccettabili non solo dagli insorti ma dalla stragrande maggioranza dei cittadini e assai verbosamente, al dunque, denunciati dallo stesso governo.

Sono andati in giro ammazzando all’ingrosso qualche sospetto talebano e molti civili coi bombardamenti notturni dei loro odiatissimi droni; hanno continuato pi**ciando sui cadaveri di militanti che avevano appena ammazzato e, anche, smembrato; hanno proseguito mandandone per Internet le foto in America a parenti e amici che hanno pensato subito bene di postarle su You Tube per immortalare – gli idioti – le gesta dei loro “ragazzi”; e, per ora, hanno coronato l’evento

Afganistan:“Vincere il cuore e la mente” del nemico, un braccio e una gamba alla volta (vignetta)

Fonte: State-Journal Register, 18.4.2012, Chris Britt

bruciando decine di copie del Corano buttate nella spazzatura; e, in definitiva, comportandosi come si comportano di regola, specie quando hanno in pugno le armi, gli americani all’estero…

Motivato così, l’attacco dei talebani, che forse ci sarebbe stato comunque, è stato feroce e durissimo.

La NATO: sì, siamo pronti ad andarcene (vignetta)

                              Gabbia per domare                                Anni

                                              i talebani

Fonte: The Economist, 20.4.2012, KAL                                

E, soprattutto, non è stata una reazione solo e tutta declamatoria e verbale come la denuncia di Karzai e del suo “parlamento”, ma ha sottoposto per decine di ore di seguito agli assalti con bombe improvvisate, mortai, lanciarazzi e Kalashnikov al centro della capitale, nella “zona verde” fortificata dei ministeri e delle ambasciate.

E neanche solo a Kabul, anche in diverse altre città. Al dunque, confermando che l’instabilità della violenza è un fattore, come dire, centripeto. Che si muove dalle periferie verso il centro, la capitale. Che per le forze del governo, vincere significa tenerne il controllo e da lì espandere il perimetro di quell’area controllata verso la periferia.

Un governo che non fosse – o, che è lo stesso, non fosse percepito – più in grado di mantenere sempre sicuro il centro della propria capitale non sopravvive. Cade, cadrà… Per questo, l’attacco alla capitale è sempre il segno di una debolezza e anche di una svolta. L’unica domanda che si pone a quel punto diventa sul grado effettivo di quella debolezza. Che è evidentemente tanto forte che solo andandoci lì di nascosto, segretissimamente, Obama riesce ancora per un po’ a puntellarlo e, quindi, a puntellare qualche po’ in campagna elettorale, anche la sua credibilità[133]… perché firmano formalmente un accordo ma non dicono, né l’uno né l’altro, niente di nuovo.

Dice: anche a Damasco ci sono stati scontri armati che hanno sfiorato il centro ma nessuno neanche la propaganda neo-liberista mascherata da interventismo pseudo-umanitario osa dire che Damasco sta per cadere… Ma non ci sono stati battaglie di ventiquattrore per le strade intorno alla Grande moschea e al suk ormai in un anno di sfida al controllo del potere centrale.

Lì il centro tiene. La Siria non è l’Afganistan e le due guerre sono del tutto diverse. Ma l’importanza della sicurezza come controllo militare al centro del potere è la stessa. Gli scontri al centro di Kabul significano, al dunque, solo che senza una presenza invasiva e attiva di forze militari dell’ISAF – e anche ormai in sua presenza – Kabul non è sicura. E se il centro del centro non è sicuro, non conta altro.

●Ma la NATO, in Afganistan, è nei guai dappertutto. Se Islamabad non riapre presto le sue vie di rifornimento via terra attraverso il territorio pakistano – dice quell’aquila del ten. gen. Frank Panter, vice comandante installazioni e logistica del corpo alleato di spedizione ISAF e uno dei massimi graduati in loco dei marines americani – uno che, se prima di aprire bocca e darle fiato, farebbe meglio a dare almeno però un’occhiata a una carta geografica – si affiderà alla via alternativa che lui, con orrendo acronimo appena coniato a beneficio dei media americani (NDN = Northern Distribution Network, manco stesse parlando, diciamo, della McDonald’s…): quindi al trasporto via il territorio indiano[134].

Solo che il tapino ignora che nessuno aveva ancora avuto il consenso indiano all’idea… Anche perché – quella famosa occhiata gettata su una carta della zona – avrebbe subito svelato come, se i qualunque dela zona - confini terrestri dell’India coprono un totale di 14.103 km., poi non toccano neanche mai l’Afganistan ma si distribuiscono tra 4.053 km. di Bangladesh, 605 km. col Butan, 1.463 km. con Myanmar/Birmania, 3.380 km. di Cina, 1.690 km. col Nepal e 2.912 km. con il  Pakistan.

L’India, poi, col Pakistan appunto, ha il vecchio contenzioso sempre aperto su un breve tratto di confine che dice di condividere tra il Kashmir e l’Afganistan: che, è vero, rivendica a sé ma che, e al di là di ogni riconoscimento formale – l’America, per dire, non lo attribuisce in diritto né all’uno né all’altro Stato… – di fatto è comunque un territorio sotto il controllo militare e totale del Pakistan.

E allora? Più seria, almeno nelle intenzioni dichiarate, appare francamente la notizia che la prima settimana di aprile gli USA cercheranno di negoziare col Pakistan un nuovo quadro di regole per il trasporto di rifornimenti attraverso il paese al corpo di spedizione ISAF che resta in Afganistan. Viene a trattare, il governo americano con il vice segretario agli Esteri Tom Nides, ma al solito senza averne chiesto il mandato agli altri alleati (inglesi, francesi, italiani… insomma a nessuno di loro).

Non lo comunica neanche per sbaglio, in effetti, l’ISAF – come sempre fa, invece, in ogni occasione analoga – ma solo e direttamente il portavoce del dipartimento di Stato[135] specificando che l’incontro coinvolgerà anche la stessa ministra degli Esteri del Pakistan, Hina Rabbani Khar.

Ma è un fallimento totale. I colloqui vano subito a chiudersi in coda di pesce perché Islamabad esige soddisfazione pubblica sull’unica cosa che gli Stati Uniti pubblicamente loro non possono dare: non miliardi di aiuti, militari e civili – lì, in fondo, basta stampare dollari che non costano niente davvero: la Fed non è mica la BCE! – non un rammarico pubblico per gli errori fatti – e parzialmente anche riconosciuti.

Stavolta la richiesta è proprio di scuse formali e ufficiali e credibilmente contrite (la differenza in inglese fra il dire sorry che è una pura cortesia e si dice anche all’accattone per strada e il formulare una apology vera e propria), in buona e dovuta forma e anche pubblica per le morti di tanti civili che l’uso degli aerei senza pilota americani ha comportato e comporta e l’impegno scritto, ufficiale, solenne e dichiarato, stavolta, a non utilizzarne altri…

La ministra dice che bisogna trovare altri mezzi per combattere i militanti nelle regioni di confine con l’Afganistan perché, proprio come in quel paese anche in questo, “la gente quei metodi – i bombardamenti di precisione ordinati e guidati via satellite da Washington che poi di precisione mai sono (perché nessun satellite sarà mai in grado di distinguere fra il burka di una militante o che nasconde magari un militante, ripreso da 500 km. d’altezza e il burka d’un’anziana contadina, di una madre di famiglia o di un’adolescente…,  mai) – non li tollera più”.

E’, dunque, una questione di faccia. Ma non solo, certo, per i pakistani. In campagna elettorale soprattutto, nessun presidente degli Stati Uniti, col fiato sul collo dei segugi di un’opposizione che inneggia sempre e comunque alla guerra, anche uno che come Obama ha mostrato tantissime volte di essere addirittura più duro di Bush ma che, al contrario di quello, sa che dovrebbe farlo in coscienza, si potrebbe permettere di chiedere scusa per aver ordinato di usare armi che i militari gli dicono combattono con efficacia il nemico – lo annientano – anche, certo, con qualche “danno collaterale” purtroppo, ma soprattutto non rischiano la vita – la sola veramente preziosa – dei  ragazzi americani là, al fronte.

Quando il vero problema è che là – in Pakistan come in Afganistan – gli alleati ormai non si fidano più del loro alleato[136]

Del resto, questo Pakistan è davvero uno strano paese, mangiato al suo interno dal conflitto sempiterno tra il potere reale, quello dei militari, e quello legale della politica che porta adesso all’ennesima sceneggiata (ma, certo, dopo aver visto lo spettacolo del processo, appunto, grottesco nella nordicissima Europa, in Islanda all’ex primo ministro – insieme condannato ed assolto – e le buffonate delle prescrizioni giudiziali a un ex primo ministro italiano riconosciuto colluso e corruttore ma, appunto, misericordiosamente “prescritto”— chi nel civile occidente scagli la prima pietra è, per lo meno, un dannatissimo ipocrita.

Adesso, comunque, la Corte suprema del paese ha trovato il primo ministro Yousuf Raza Gilani, colpevole di disprezzo della Corte[137] per essersi rifiutato, come gli aveva ordinato la Corte stessa  di far riaprire il vecchio caso sempre aperto di corruzione contro Asif Ali Zardari, colui che tutto il paese chiama Mr.10%, da quando non era che il marito della ex premier Benazir Bhutto e prima di diventare a settembre 2008, vedovo di lei, assassinata alla vigilia della sua probabile elezione a presidente del Pakistan, presidente lui stesso del Pakistan

A confronto, però, con le conseguenze che questa… burlesca condanna avrebbe per i nostri primi ministri europei – nessuna praticamente cioè – neanche solo sul piano politico, malgrado questo curioso rituale, la cosa qui per lui avrà più conseguenze. Adesso, infatti, Gilani ha una condanna formale sulla fedina, sia pure solo per un ridicolo disprezzo della Corte e l’esecuzione della condanna – è stato obbligato a restare in aula per cinque minuti cinque, contati. Ma – come già è capitato all’ex primo ministro Nawaz Sharif, non potrà più concorrere come pregiudicato una qualsiasi carica pubblica.

●Non la Corte suprema ma un tribunale civile pakistano ha condannato anche, in questi stessi giorni, con un’altra condanna buffonata, per residenza illegale nel paese di oltre dieci anni le tre mogli sopravvissute di Osama bin Laden (la più giovane venne seriamente ferita nell’assalto al covo) e le sue due figlie maggiori, ma anche tutti gli altri figli minorenni, alla deportazione forzata, a 45 giorni di carcere e a una multa di 100 rupie pakistane, meno di $ 100 americani, subito pagate ovviamente.

Naturalmente alla scadenza, come sempre qui – ma, certo, non solo qui – non è successo niente e tutto è stato rinviato. Ma poi le hanno davvero espulse. Un’altra buffonata, evidentemente, che  serve però – il ragionamento è semplice e semplicistico ma è reale – a sostenere l’asserzione ufficiale del governo di aver sempre, per dieci anni, ignorato e completamente la presenza, la residenza e l’attività del nemico pubblico numero uno dell’America, e secondo gli americani dell’umanità, nel paese.

Testimoniando certo, ma forse secondo loro è il male minore, della nozione addirittura così ormai confessa dell’incapacità proclamata e scandalosa della polizia e dei servizi segreti pakistani per essersi tenuti sotto il naso per ben dieci anni bin Laden nel “covo” di Abbottabad: una villetta anche abbastanza amena, tra l’altro, dove riceveva i cataloghi semestrali dell’Ikea di cui amava molto il mobilio-del-fai-da-te svedese, nl giardinetto della quale si coltivava da sé barbabietole e patate e che era situata a poche centinaia di metri dall’Alta Scuola di Guerra dell’esercito e dell’IS-I, i Servizi segreti militari…

E, certo molto meschinamente e con assai poca cavalleria verso le signore in questione, appena Osama che nel frattempo era stato abbandonato da tutti i suoi sponsor, antichi e recenti, compresi quelli dell’intelligence pakistana – che con la CIA e i servizi sauditi lo avevano inventato negli anni ‘80 per affidargli la guida dei mujaheddin afgani anti-sovietici), adesso le hanno letteralmente sfruttate per costituirsi un alibi anche a costo di farci la figura totale dei fessi[138]: un prezzo molo elevato per un servizio di intelligence e pure militare…

E la domanda ancora una volta è perché, come mai e cui prodest, alla fine. E, poi, perché proprio adesso che tutto sembrava come dimenticato dopo l’assassinio di bin Laden e l’incarcerazione extra legem della sua famiglia da parte della squadra speciale dei killer americani.

●Intanto, pare – pare…, perché i termini dell’accordo raggiunto non vengono, dalle parti, esattamente confermati nello stesso identico modo – che i raids aerei notturni contro obiettivi comunque afgani saranno, d’ora in poi, sotto il veto delle forze armate afgane. Così potrebbe venire assicurato – dicono a Kabul – un patto capace di rendere a questo punto “accettata” una presenza americana sul terreno[139]. Che non è un paradosso: è la logica conseguenza di un’occupazione imposta, voluta e mal tollerata da una maggioranza degli afgani e richiesta, invece, e accolta  come una potenziale liberazione, che poi però si è andata concretizzando male assai da una minoranza, diciamo, più illuminata…

●A pochi giorni ormai da una ripresa dei colloqui multilaterali con l’Iran in Turchia sul programma nucleare di Teheran, Ahmadinejad se ne esce prendendo un po’ tutti di sorpresa[140]. In effetti, quegli accordi non si annunciano per niente facili con l’Iran irrigidito sulla difesa dei propri diritti sovrani alla ricerca e all’arricchimento di uranio; e gli altri, i cosiddetti “P 5 + 1, i membri permanenti del CdS più la Germania, chi più chi meno, dagli USA alla Cina, tutti alla ricerca di qualche modo di fargli fermare il programma. Su tutto già pesano le sanzioni degli USA che intralciano pesantemente l’export del petrolio iraniano e il tentativo di paralizzarne il sistema bancario insieme alla minaccia israelian-statunitense separata e/o congiunta del bombardamento preventivo degli impianti persiani.

E, adesso, Mahmoud Ahmadinejad, sicuramente anche a scopo di propaganda interna, ma riuscendo altrettanto sicuramente a spargere incertezza nel fronte avversario e a irritare specie gli americani col suo sberleffo ghignante a quella che proclama essere la loro impotenza rivela al mondo un’altra delle mille cose che sull’Iran, dice, “essi proprio non sanno e quando le sanno proprio non le capiscono”. Proclama che, in realtà, Teheran è in possesso di riserve di valuta in tale quantità che può fregarsene per anni del boicottaggio americano e sopravvivere benissimo senza dover esportare il suo greggio.

Gli esperti americani ridicolizzano l’asserzione: il paese deve pompare petrolio per mantenere l’occupazione di cui ha bisogno e non ha neanche grandi capacità di immagazzinaggio se non può poi esportare— e l’export, questo è certo, si è davvero contratto. Ma troppo spesso e in maniera troppo clamorosa le previsioni e le stime americane – economiche, politiche e strategiche – sull’Iran  sono state finora sbagliate per non accrescere dubbi e sfiducia nei pronostici del dipartimento di Stato.

●Intanto però, l’incontro dei “P 5 + 1 con l’inviato speciale iraniano, Saeed Jalili, che si presenta loro anche, soprattutto e non certo casualmente, come inviato plenipotenziario speciale e personale della Guida suprema della Rivoluzione, l’Ayatollah Khamenei, dice la ministra degli Esteri della UE, signora Chaterine Ashton, è stato “costruttivo ed utile” e le due parti torneranno a vedersi fra poco più di un mese per cominciare allora a parlare di punti contenziosi e specifici. Saeed Jalili, da parte sua, ha spiegato che le due parti hanno almeno potuto verificare, “insieme” stavolta, diversità d’opinione che sussistono ma che già sono stati trovati anche, e “insieme”, reitera, alcuni importanti punti di accordo.

La prossima riunione dei 7 dovrebbe tenersi, a Bagdad[141], e ha riferito uno dei presenti non identificato se non come un diplomatico europeo di alto rango – sarebbe la stessa Ashton – che ringraziando la Russia per il suo atteggiamento verso Teheran, relativamente più “rispettoso” sempre di quello degli altri, l’inviato di Khamenei si sarebbe sentito rispondere dallo stesso inviato russo, il vice ministro degli Esteri Sergei Rybakov, che lui apprezza l’atteggiamento degli iraniani.

Ma anche che “non c’è bisogno di ringraziare nessuno solo per essersi comportati civilmente ma che adesso hanno bisogno anche i russi come gli altri della delegazione di avere risposte precise alle domande precise che vengono loro poste”. Con Jalili, che è anche segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale iraniano e studioso del Medioevo europeo a rispondergli che da parte iraniana a domanda posta cortesemente verrà fornita sempre una risposta cortese; ma che, se si chiedono prove in negativo come nel Medioevo – fuori dai denti: che Teheran non sta preparando un bomba – sarà certo più complicato però poterle fornire…

Il primo ministro israeliano Netanyahu dà in escandescenze[142]: il “P 5 + 1” non ha fatto altro che dare il via libera agli iraniani perché intanto non ha saputo né voluto, dice, metter fine all’arricchimento di uranio che risulta continuare ad essere in corso e che continuerà ad esserlo per lo meno per cinque settimane di qui alla prossima sessione di lavoro. E ciò è deplorevole.

Deplorevole o no, risponde visibilmente piccato Obama che è in visita in Colombia, “nessuno ha riconosciuto a Teheran proprio niente[143]” di cui già non disponesse: semplicemente. Ma è del tutto evidente che gli sembra assurdo dover come “giustificarsi” di fronte alla mosca cocchiera di Tel Aviv. Però tant’è, la campagna elettorale gli impone di piegarsi… e lui si piega.

●Intanto, e tanto per mettere i puntini sulle “i”, il ministro degli Esteri dell’Iran, Ali Akbar Salehi, dichiara a metà mese, che anche se si arrivasse mai a definire il monitoraggio del nucleare in Irlan da parte delle “grandi potenze” globali – di fatto, cioè, dell’AIEA – ciò “non potrebbe mai significare una rinuncia da parte di Teheran al suo diritto ad arricchirsi il proprio uranio: perché questo è suo diritto, appunto, assoluto e sovrano”.

Al solito è una dichiarazione bifronte[144]: da una parte, accenna alla possibilità di riprendere un accordo rinnovato per ispezioni anche molto serie ma solo e rigorosamente nell’ambito dei diritti che a ogni paese, Iran compreso, riconosce il Trattato di non proliferazione nucleare cui esso, appunto, sovranamente accetta di sottoporsi..,. al contrario aggiunge sardonico “di voi sapete chi”…  

GERMANIA

●Pesa su tutto il paese l’approssimarsi delle elezioni. Ha scritto il FT[145] che “l’ascesa del cosiddetto partito dei Pirati – che arriva ora al 10-12% nelle stime di voto nazionali – va di passo in passo, loro avanti e gli altri all’indietro, al crollo dei Verdi. E questo fatto”, sia chiaro non la tenuta, che non c’è stata, anzi… “ha annullato il margine che, insieme ai social-democratici, essi hanno avuto per gran parte del 2011— un vantaggio che contavano avrebbe spazzato via dal governo la signora Merkel alle elezioni generali dell’anno prossimo”.

●E, adesso, passa all’attacco della politica della Merkel, non solo nel paese ma anche e soprattutto per l’austerità sacrificale e masochistica, come dicono bene, che sta imponendo a tutta l’Europa, la Confederazione dei sindacati tedeschi, la DGB.

Nel Manifesto del 1° maggio[146], il DGB (Deutscher Gewerkschafts Bund) il cui presidente, Michael Sommer conclude, speriamo però non affrettatamente, che ormai “l’era della deregulation sta arrivando alla fine”, constata che

“La crisi in Europa si approfondisce, la disoccupazione è in aumento, la povertà si sta diffondendo e da finanziaria essa è diventata ormai crisi sociale. Per salvare le banche, gli Stati hanno aumentato drasticamente il loro debito e adesso, sotto pressione, la trasferiscono alle popolazioni.
Ma non è stata colpa di queste e dei lavoratori dipendenti se gli speculatori hanno gettato l’economia globale nell’abisso: adesso, salario minimo, contrattazione collettiva, sicurezza sociale – tutte conquiste ottenute con dure lotte – vengono gettate a mare in tutti i paesi in crisi.

Noi non ci stiamo e chiediamo massicci investimenti per la crescita e per un’occupazione di qualità. L’Europa non può essere messa fuori gioco dal Fiscal Compact dal pareggio di bilancio le cui vittime sono i lavoratori dipendenti e le persone socialmente svantaggiate. Adesso, subito, nel sud dell’Europa e domani da noi.

In Germania, vanno  crescendo lavoro interinale, lavoro temporaneo e occupazione saltuaria e precaria. Il modello tedesco sta portando al dumping salariale e al calo della domanda interna. Se applichiamo questo modello al resto dell’Europa, finiremo col danneggiare ancor più anche la nostra economia, orientata come essa è alle esportazioni.

Non può andare bene alla Germania, se va male al resto d’Europa. Abbiamo bisogno di uguali retribuzioni a parità di lavoro e dell’introduzione del salario minimo affinché non sia più possibile che milioni di persone, pur lavorando, si trovino ricacciate in condizioni di povertà.

I sindacati si stanno battendo nella contrattazione salariale per una giusta ed equa retribuzione a chi lavora.  Si tratta anche di un aiuto contro la minaccia di ritrovarsi poveri quando si diventa anziani.
La povertà in età avanzata è una delle maggiori sfide per questa e per la prossima generazione. Dobbiamo agire oggi al fine di disinnescare e prevenire questa bomba ad orologeria che è la povertà di massa nelle terza età. L’Europa deve cambiare rotta. Chiediamo, quindi, al governo federale e ai datori di lavoro

1) innanzitutto di bloccare il cosiddetto Fiscal Pact e il pareggio di bilancio;

2) un piano Marshall europeo per la crescita e per l’occupazione;

3) un’efficace lotta alla disoccupazione giovanile in Europa;

4) una nuova ed equa regolamentazione del mercato del lavoro;

5) un salario minimo non inferiore a 8,50 € all’ora e parità di retribuzione per pari lavoro nei contratti a tempo determinato e metter fine alla frammentazione dei contratti di lavoro;

6) e, infine, di strutturare una maggiore sicurezza nella terza età: nessuna riduzione alla contribuzione pensionistica, dunque, perché significherebbe tagli alle pensioni di domani.

Il 1° Maggio è la nostra festa della solidarietà e non è certo il posto per vecchi e nuovi nazisti.

Il 1° Maggio scendiamo in piazza, in Germania e in tutta Europa, per reclamare un Buon lavoro per l’ Europa, un salario equo e la sicurezza sociale!

FRANCIA

●Il presidente Nicholas Sarkozy ha cambiato idea[147]. Ci vuole dice adesso un’altra, più attiva politica di intervento della BCE nelle cose europee dell’economia. Lo proclama, in modo si capisce molto generico, sotto la spinta del combinato disposto crisi economica-elezioni politiche, rompendo a un comizio in Piazza de la Concorde, ad appena una settimana dal primo turno delle presidenziali, il patto sempre proclamato e finora scolpito nel marmo con la cancelliera Angela Merkel di non mettere mai in discussione il ruolo da mantenere limitato della Banca centrale europea.

Che, come concordato già anni fa a Maastricht doveva restare quello che è: immobile, fermo, soprattutto tetragono hic et semper alla tentazione di mettersi a sostenere attivamente, con le necessarie politiche monetarie dinamiche, la crescita dell’eurozona. Non si capisce bene, ora, se Sarkozy si sia davvero convertito a una politica monetaria attiva o se abbia  solo strizzato l’occhio alla maestrina di Berlino spiegandole, a parte, che tanto fa solo finta.

O che magari si è proprio convinto a mandare all’aria l’accordo che a novembre aveva raggiunto con lei e con Mario Monti di evitare di discutere la cosa in pubblico, “un tabù – dice adesso – che  non è più sostenibile”. Peccato si sia accorto solo un po’ troppo tardi, forse, che – come adesso riconosce mettendo il dito negli occhi alla Merkel (in questo scontro, vero o fasullo che sia, Monti non conta – “se la Banca centrale non sostiene la crescita, la  crescita non sarà mai sufficiente…”.

Adesso dice alto e chiaro, alla Concorde, dove una volta la mannaia rivoluzionaria segava il collo del re francese – e dopo aver spiegato alla signora maestrina che fa volentieri a meno di averla al suo fianco durante la campagna elettorale perché il suo è ormai il bacio della morte – che “l’Europa deve far fronte ai suoi debiti. Ma che, se è stretta fra deflazione e crescita, non ha più niente da scegliere. Se scegliesse la deflazione, infatti, morirebbe…

Perciò noi francesi – lui si capisce buon ultimo: ma c’è chi dice che, comunque, meglio tardi… – apriremo il dibattito sul ruolo della banca centrale a sostegno della crescita”.

● Io sono cambiato! [sarà…] Ti prego, dammi un’altra occasione… (vignetta)

Fonte: IHT, 17.4.2012, P. Chappatte

Bè, no, non basta. Merkel si preoccupa subito ma per ora restano solo chiacchiere. Perché forse quello che li terrorizza un po’ tutti è  che ormai c’è ben altro da fare, però, che “aprire il dibattito”! Bisogna chiuderlo, subito, buttando a mare teologie fasulle, dogmi bugiardi, tabù che non ci sono proprio. Anche per questo a noi sembrerebbe importante che i francesi si accorgessero ora di quanto il personaggio sia incapace, ignorante e anche un po’ troppo… unto e si decidessero, proprio, come si fa con la carta straccia a cestinarlo.

Solo che i mercati sono bestie strane[148]. Hanno probabilmente capito, molti degli attori che ogni giorno ci operano, qual è il problema di fondo – che l’economia, la finanza vanno regolate, altrimenti producono il caos e la crisi: sempre e da sempre – però sono preoccupati se qualcuno poi promette a chiacchiere (Sarkozy) o magari stavolta più credibilmente (Hollande) misure di correzione effettiva.

Sarkozy poi lo conoscono, il suo principale rivale, Hollande no: ma adesso, in campagna elettorale, hanno imparato a conoscerlo. E pur avendo verificato, perfino con le perdite registrate dai loro portafogli, che finanza e gestione sregolata dell’economia producono crisi e miseria crescente, anche se per loro meno che per gli altri, e che dunque Hollande, che non solo si dice socialista – e, orrore orrore, anche lo è – magari ha ragione. Ma, forse, proprio per questo – perché oltre che soldi ormai temono di perdere davvero anche e proprio il potere politico – ne hanno una grande e anche razionale paura.

●Alla fine, l’estrema destra di Marine Le Pen fa un buon risultato, più del 17% dei voti: (batte anche il 16% con cui il padre andò al ballottaggio con Chirac nel 2002) ma è terza e fuori della corsa finale, cioè. Ha approfittato della legittimazione che Sarkozy ha conferito di fato alle sue idee estreme, marginali e speso anche sconce martellando che, se allora le sue proposte (no alla camicia forzata del rigore come unico connotato economico dell’Europa, no agli immigrati e esaltazione della civiltà occidentale europea giudeo-cristiana contro e, soprattutto – perché è la mia civiltà – sopra ogni altra) sono accettabili, allora è meglio votare come si dice “per l’originale e non per la copia”…

Adesso Sarkozy dice[149] che lui non andrà a parlare, tanto meno a trattare o a fare accordi, col Front National per garantirsene i voti e che non metterà nel gabinetto alcun ministro che al Fronte “risalga” (terminologia molto vaga, peraltro…) e che, invece, si rivolgerà direttamente a quel 18% che ha votato il FN (per esempio come fa con l’appello lanciato[150] dal suo ministro degli Interni, Claude Gueant, alla Commissione e al Consiglio dei ministri europei perché si metta mano d’urgenza in tutta l’Unione a reinstaurare i controlli che il trattato di Schengen aveva fatto cadere in modo da poter bloccare in radice l’immigrazione illegale.

Parlerà direttamente ai loro cuori – non alle loro menti: non gliene impipa niente e giustamente non ci conta proprio – dice, perché decidano di votare stavolta per lui, “contre les rouges”, e assicura di non considerae affatto gli elettori dell’estrema destra come di… estrema destra in quanto, sottintende, non considera se stesso, ovviamente, uno di… estrema destra.

Difficile, però, convincerli in numero sufficiente. Il fatto è che i tanti lavoratori dipendenti che si sono buttati qui sul FN, mollando la sinistre tradizionali e specie i comunisti, comunque non si fidano di lui – per ragioni che restano radicalmente anche se epidermicamente di classe (è, e resta sempre, un servo dei padroni). E il fatto è che, forse non tanto i giovani e i senza lavoro ma, come dicono qui, la nuova classe degli “invisibili[151]”, quelli che più che senza rappresentanza si sentono ormai proprio senza speranza, si sono andati buttando anche loro a destra.

Però, adesso, sono lì i grandi elettori potenziali del presidente Sarkozy (arrivato secondo col 27%) se la Lepen sceglie – lo dirà il 1° maggio – di sponsorizzarlo e a portargli poi quasi compatto il suo pacchetto di voti. Ma a quel punto, il prezzo che dovrà pagare sarà quello di  stravolgere la politica conservatrice-reazionaria-soft che è la sua in una politica che si faccia vedere e riconoscere, nei fatti e nel messaggio, come reazionaria-razzista-hard; questa è la prima volta che a un presidente in carica tocca andare al ballottaggio, nella deuxiéme Republique, con meno voti del suo avversario…

Che, come previsto è il socialista Hollande, primo in assoluto (29%), ma anche lui condizionato a sinistra dal pacchetto non irrilevante di suffragi del quarto arrivato, Jean-Luc Mélenchon (11,11%), che però, insieme ai verdi, al contrario della Lepen ha subito dato indicazioni di voto a suo favore e contro, dice, il “nanerottolo napoleonide”…

Le prossime settimane non saranno proprio lisce per i cittadini francesi, e per quelli europei, anche per quei cittadini speciali, i cosiddetti investitori, che non hanno diritto di voto ma, in queste nostre società per azioni, contano ben più di loro. Adesso la Merkel ha offerto nuovamente il suo appoggio, ma Sarkozy saggiamente continuerà a scansarla come se fosse appestata. E in ogni caso, che vinca l’uno o l’altro, fibrillano di brutto i rapporti franco-tedeschi e va in catalessi l’Europa.

Il secondo turno si tiene il 6 maggio. E il sette si insedia il nuovo presidente. O si re-insedia il vecchio. Speriamo proprio il nuovo, per parte nostra che, come si sa, non siamo precisamente al di sopra delle parti in contesa… Del resto perché non dirlo tondo visto che c’è chi, senza remore, scrive[152], è probabile ben più autorevolmente di noi, che “se votasse, sceglierebbe Monsieur Sarkozy— ma non perché se lo meriti, perché così resterebbe fuori Monsieur Holande”-

Lui, a lor signori infatti, puzza di socialista e sembra anche davvero un socialista “della riva sinistra”, quella che invece a noi dà in qualche occasione ancor un po’ di speranza. Noi, ormai, siamo sicuramente immuni alle illusioni. Ma ci preoccupa, francamente, che in un’elezione come questa – chiave per un futuro più serio dell’Europa, o invece per proseguire il solito tran-tran che, più che maledire la globalizzazione – che comunque è già qualcosa – di proposte su come rimpiazzarla – nell’unico modo possibile, facendo cioè male deliberatamente a banchieri, finanzieri, evasori e speculatori di ogni risma e gradazione – ne ha prodotte, finora, tanto poche… Insomma, sì, alle illusioni abbiamo imparato ormai, forse, a dire di no. Ma, certo, non siamo vaccinati, ancora, dallo sperare nella speranza…

Anche qui – e ancora una volta – siamo al dibattito sull’austerità o il suo rigetto: che però – e usiamo ancora l’esempio indecoroso del NYT[153] che, come tanti meno prestigiosi fogli e fogliacci – anche, e come!. nostrani e quelli che, poi, vanno per la maggiore – ne riferisce in modo tropo spesso disonesto e distorto. Commentando, qui, il risultato del primo turno, il più noto quotidiano USA enfatizza, in particolare, l’opposizione dura di Hollande a ogni ulteriore misura di austerità e aggiunge:

 “Ma mentre Mr. Sarkozy sottolinea la necessità di tagliare le spese, di ridurre il carico fiscale sulle imprese e di liberalizzare il mercato del lavoro, Mr. Hollande traccia invece un percorso tradizionalmente socialista di spesa pubblica e creazione di posti di lavoro che alcuni economisti dicono peggiorerà probabilmente le cose, mandando in subbuglio i mercati finanziari e portando a un caos anche maggiore.

Il vero problema – dice Nicolas Baverez, un carneade neo-liberista della scuola di Chicago che editorializza di politica economica sul settimanale Le Pointè questa preferenza per la spesa pubblica. I candidati principali [per lui, tutto sommato, pure Sarkozy che è un po’ populista anche se gli riconosce, bontà sua, che non è ‘socialista’] continuano a credere che debba essere lo Stato a creare lavoro e a innovare [semplifica così Baverez, e sembra di sentire Marcegaglia o giù di lì, ma tutto sommato anche Monti ed i suoi, i Giavazzi, no?, gli Alesina, o anche chi, assai più brillante e rutilante di loro ma anche più radicalmente reazionario magari, come gli Oscar Giannino] e, invece, questo è sbagliato. La spesa pubblica [qui, in Francia] copre un enorme 56,6% del PIL. E l’aumento di spesa pubblica e di carico fiscale sta riducendo lo spazio del settore privato e del lavoro nel settore privato”. Cioè: lasciate fare al privato e senza sottoporlo ad alcuna concorrenza del pubblico…

Come qui: lasciano dire la loro solo a Baverez e ad “altri economisti” dello stampo ideologico suo e non ad altri come – il solito esempio, perché il più prolifico, semplice, comprensibile e accreditato: ma ce ne sono di altrettanto rilevanti – il Nobel dell’economia Paul Krugman. Che sostengono, invece e dimostrano esattamente il contrario – anche sullo stesso NYT, certo, ma non in articoli, per definizione del giornale stesso, di informazione “oggettiva” ma in editoriali che rappresentano (sempre per definizione) solo un punto di vista, per quanto quello di un Nobel dell’economia— e lo sa bene chi sa come e quanto qualificati – ma, ancor più, sensati – siano un Bavarez di là e un Krugman di qua: ma chi non lo sa?

Il fatto è che, per citare solo Krugman[154], i secondi dimostrano proprio che l’austerità come strumento di controllo dei deficit di bilancio è del tutto controproducente in una situazione come questa, di recessione rampante: perché, come del resto e un po’ meno di un secolo fa aveva insegnato Keynes, fa contrarre il PIL che, a sua volta, abbassa le entrate fiscali e aumenta le spese comunque necessarie –in una democrazia e pure per far funzionare il mercato – del welfare e, specificamente, di un qualche sostegno alla massa crescente dei disoccupati, dei precari, dei sottoccupati.

Sarebbe anche utile, magari, vedere contrapposti, nello stesso servizio non solo quel che “alcuni economisti”, sempre quelli, sproloquiano ma, visto che si tratta di un preteso articolo di informazione e non di opinione, anche il punto di vista degli altri: a parte, poi, qualsiasi considerazione sulla sensatezza delle opinioni così giustapposte. Ma, vedete, una risposta alla domanda così semplicemente identificata e sintetizzata da gente come Krugman – che l’austerità è controproducente – quando mai, e dove mai, la vedete affrontata?

GRAN BRETAGNA

●L’economia britannica è, di nuovo, in recessione (due trimestri di seguito di contrazione del PIL): la cosiddetta double dip recession: per la prima volta dagli anni ‘70, la contrattura in due picchi di sprofondamento e uno molto prossimo all’altro, ora dopo il 2009… Non è certo l’unico paese europeo in queste condizioni— come per Spagna e Grecia qui si è trattato soprattutto del crollo del mercato edilizio e dello sgonfiamento della bolla speculativa che si portava dietro l’euforia di banche e consumi.

Ma qui è dove i governi avevano sempre (in modo più temperato e con riserva, anche quelli precedenti di Blair e di Brown, questi un po’ meno) non solo dichiarato ma anche vantato che politiche economica ultrareazionarie, e come tali rivendicate, di tagli e repressione sociale – chiamate, si capisce, riforme e ristrutturazioni erano l’usbergo dietro il quale – e dietro la forza di attrazione dei capitali che aveva la sterlina – il Regno Unito difendeva la propria crescita.

La cosa, solo in apparenza curiosa, è che per fede – la stessa del cancelliere dello scacchiere George Osborne che, in fondo, è anche quella di Merkel e, un po’ meno ostentata, quella di Monti nelle virtù taumaturgiche del mercato che, lasciato del tutto sbrigliato, avrebbe automaticamente regolato da sé ogni squilibrio – quei guarguaglioni della City, guadagnandoci loro mentre mandavano in rovina gli altri e curandosi solo della fuffa del loro ombelico, ci avevano realmente creduto.

E ci credevano ancora, per cui sono rimasti sinceramente stupefatti dalla brutta notizia: che avevano ben previsto, invece, le solite prefiche, quelle che coltivano dubbi e li seminano, sempre a ragione, pare. Avevano creduto che, al contrario degli altri, quelli dell’euro (come se, poi, anche loro non stessero tagliando e comprimendo tutto in nome dello stesso principio!), da loro non sarebbe successo: e, adesso, rileva e rivela l’Office of National Statistics, si trovano a dover fare i conti con quello che da loro non poteva succedere— che, nel primo trimestre del 2012 il PIL cade dello 0,2%, dopo la caduta dello 0,3 nell’ultimo trimestre del 2011[155].

Il Labour accusa: questa è una recessione tutta made in Downing Street. E Cameron, teso, riconosce a Westminster, andando in soccorso al suo uomo del Tesoro, che appare del tutto incagliato, che le cifre “catastrofiche e deludenti” rendono peggiori i conti pubblici che stanno già andando male. Ma, aggiunge, testardamente, che “manterrà la rotta del suo piano di austerità”: quello che promette di riportare il deficit di bilancio quasi in parità entro il 2017…

●In modo inusitato per questo paese, uno dei massimi esponenti del cattolicesimo britannico, il primate di Scozia cardinale Keith O’Brien[156] ha accusato direttamente il primo ministro David Cameron, di una serie di scelte economiche e politiche del tutto immorali, tese apertamente e sfacciatamente, dice, a favorire i ricchi finanzieri della City contro chi deve invece fare i conti con le ristrettezze che alla sua e alla vita dei suoi familiari e compagni vengono imposte da un reddito basso.

O’Brien, arcivescovo di St. Andrew e Edimburgo ha detto che “i poveri in questo paese hanno sofferto moltissimo per i disastri finanziari degli anni recenti non avendo fatto niente nessuno, e meno che mai il governo, davvero, per loro. E io  ho il preciso dovere di dire personalmente al primo ministro di smetterla di preoccuparsi solo delle fortune dei suoi ricchi amici e colleghi del mondo finanziario e di riflettere sul dovere morale che ha di aiutare i poveri del paese”.

E chiede a Cameron, intervistato in diretta dalla BBC, l’introduzione di quella che viene ormai comunemente chiamata la Robin Hood tax, una tassa sulle transazioni finanziarie alla e gestita dalla City. “Il mio messaggio al capo del governo è che deve seriamente pensare a questo tipo di tassa, per aiutare i poveri prendendo ai ricchi un poco di più”. Naturalmente l’anno scorso fu proprio il governo di Cameron ad opporsi e mettere il veto al tentativo franco-tedesco di cominciare a introdurre proprio sia a livello di tutta l’Europa proprio quel tipo di tassa sulle transazioni finanziarie, molto gradualmente e per un’entità, lo 0,1%, quasi nominale.

Gli altri, praticamente tutti, avevano detto di sì… contando anche e proprio, probabilmente, sul veto inglese— tanto, a quel punto, non passava e, dunque, costava poco.

E’ un fatto, ricordato dalla nota informativa dell’ONS[157], che “l’economia britannica si sia contratta nel corso dei sette trimestri” di questo governo – non dice proprio così, l’ONS, ma data con precisione il periodo… – e che “comunque, abbia recuperato meno della metà di quel che il paese ha perso”, in PIL, reddito globale e lavoro, “nel corso della recessione del 2008 e 2009”.

E per chi è alla barra del timone, non è una accusa leggera: questa, fa osservare questo covo di supertecnici che è l’ONS – dopo che il marxista rivoluzionario e fors’anche trotzkista che è Sua Eminenza il cardinale primate di Scozia che, in più, aggiunge il rilievo oltre che sul disastro anche sulla sua iniquità sociale e morale – rilievo che, ovviamente, non spetta fare all’Ufficio statistico – è “la ripresa economica più fiacca del paese in più di un secolo”— peggio anche del periodo della Grande Depressione della crisi degli anni 1930.

E conclude che  “se, certo la crisi del’eurozona ha complicato la vita anche per noi, essa non spiega affatto tutto”, anzi poco. Il governo – lo implica il testo anche qui, mai dicendolo in prima persona l’ONS ma sempre citando date e dichiarazioni precise – s’è messo stupidamente a minacciare di una “possibile crisi greca” se non avesse tagliato drasticamente i conti pubblici, s’è dato al taglio selvaggio di spesa in aree economicamente delicatissime da toccare – investimenti, lavoro, giustizia, sanità… – e  ha efficacemente soffocato quel po’di fiducia che restava nel settore privato. E, quando perfino dal Fondo monetario gli hanno consigliato di cambiare percorso, ha cocciutamente rifiutato di farlo.

Non è che purtroppo, poi, il Labour, oltre ad aggiungere esplicitamente il capitolo del disastro sociale a quello fiscale, dei conti, faccia poi molto di più, tal quale le altre opposizioni di sinistra ufficiale in Europa, per stringere al muro il governo e reagire senza limitarsi ad accusare, per l’ennesima volta, che loro lo avevano detto che l’austerità era controproducente… Lo avevano detto, e non tutti poi e non sempre: ma adesso, che fanno? E se ora l’opposizione continua a rifiutare la mobilitazione di massa sociale e politica del paese, i conservatori potrebbero anche avere il tempo di riprendersi. Anche qui, una situazione che forse altre ne ricorda in Europa, no?

I sondaggi cominciano, sembra, finalmente, a reagire contro i Tories e le loro scriteriate politiche: gli elettori sembrano realizzare, e era ora, che proprio la loro vantata competenza economica era una leggenda. Ma dirà pur qualcosa che, finora, facessero in maggioranza e comunque più fiducia a loro che ai laburisti. Pure se questi lasciarono loro il governo, due anni fa, con una situazione economica che era in fiacca però anche sicura ripresa e, con la loro mania di rigore e cilicio per la maggioranza dei cittadini che continuavano a pagare i privilegi dei meno, questi l’hanno ridotta così.

Il cancelliere, in evidente e abbastanza umiliante imbarazzo, dice alle Camere di non essere in grado di spiegarsi il perché della perdita di lena dell’economia, aggiungendo che le  sue scelte erano sempre state appoggiate sia dal mondo degli affari che dal Fondo monetario[158] e che, perciò, “non potevano non essere giuste”. Con una dose di cieca fiducia che rende inspiegabile (o forse spiega con precisione…) come un simile allocco possa fregiarsi del collare d’oro di Lord cancelliere, visto che forse, invece, da tempo, da almeno trent’anni, proprio quel tipo di sponsorizzazioni erano ormai più garanzia di disastri sicuri che altro. Almeno, per gran parte della popolazione.

E questo non è neanche il maggior fallimento, forse, di Osborne: forse solo quello che colpisce di più. Perché lui aveva predetto, secondo dogma ricevuto e ormai dannatamente diffuso, che privilegiando il privato sul pubblico – riducendo lo spazio collettivo di questo per far spazio a quello e alla scelta privata (dimenticando, al solito – o non dimenticando per niente – che la scelta privata concretamente possibile è sempre quella dei ricchi e mai dei meno abbienti), aveva promeso un grande balzo in avanti  degli investimenti— che non c’è mai stato.

Aveva promesso un ripresa dell’economia tirata dalle esportazioni— che non s’è perché esse non si sono mai viste. E, quanto al riequilibrio, l’unico cilindro dell’economia cha ancora scoppietta è solo e proprio quello della spesa pubblica ancora esistente. Insomma, la sua è stata una colossale scommessa sull’economia nazionale che ha fallito come in tanti però gli avevano detto e per la quale perdita non pagano mai, in ogni caso, i ministri…

… Ma i ragazzi e le ragazze che si diplomano adesso, i laureati condannati per anni a restare – anche qui, non date retta – senza lavoro e che devono far ricorso a magri sussidi (certo, da noi neanche questo…), proprio a quegli aiuti di pura sopravvivenza che Osborne voleva per primi tagliare, anche se ormai almeno non osa più dirlo. E insieme a loro pagano i più vulnerabili, quelli per cui il taglio del welfare che in questo paese e èer tutta l’economia moderna inventarono, nel secondo dopoguerra, i liberals di Lord Beveridge e di Lord Keynes, può fare – fa spesso, esistenzialmente – la differenza tra la vita e la morte.

Quando ormai dovrebbe essere chiaro tanto a lui quanto ai suoi omologhi che la strategia che può funzionare non è certo quella di uscire subito, adesso a forza di purghe e salassi dal debito per tornare a crescere ma il suo esatto contrario: tornare a crescere adesso per uscire domani dal debito. E non è un gioco di parole. Certo, è un boccone amaro per chi s’era illuso in nome della sua vacua modernità di aver seppellito per sempre le lezioni di John Maynard Keynes. Ma, per uscirne, lo dovranno trangugiare anche loro.


 

[1] The Economist, 20.4.2012.

[2] Cajo Blinder, sulla rivista Veja di São Paulo, Curtas & Finas–Rabiscos estrategicos Note corte e sottili–Scarabocchi strategici (cfr. http://veja.abril.com.br/blog/nova-york/dilma-rousseff/curtas-finas-rabiscos-estrategicos-ii/).

[3] Sul Wall Street Journal, W. R. Mead, The Myth of American decline Il mito del declino americano [che, però, il saggio di Mead non smentisce affatto: in sostanza ragiona e dimostra che se il mito non è certo neanche oggi un mito, di sicuro ha avuto di recente – dopo le avventure sventurate di Iraq e Afganistan, ecc., ecc. – un bel ridimensionamento…] (cfr. http://online.wsj.com/ article/SB10001424052702303816504577305531821651026.html/).

[4] NTN24 News.com, 26.4.2012, U.S. defense chief urges Brazil to buy fighter jets Il capo del Pentagono preme sul Brasile perché acquisti i suoi caccia (cfr. http://www.ntn24.com/news/news/us-defense-chief-urges-brazil-12832/). 

[5] Cfr. qui, Nota congiunturale 4-2012, Nota21 e Clarin, 15.3.2012, C. Guajardo, Chubut y Santa Cruz le anulan concesiones petroleras a YPF Le provincie di Chubut e Santa Cruz annullano le concessioni petrolifere alla YPF (cfr. http://www.clarin.com/politica/Chubut-Santa-Cruz-concesiones-YPF_0_664133621.html/).  

[6] New York Times, 18.4.2012, S. Romero, In Brazil and Elsewhere, Dismay at Argentina’s Nationalization Move— In Brasile e altrove costernazione per la scelta argentina di nazionalizzare [dove – credeteci sulla parola ma, se volete, verificate pure – un titolo corretto avrebbe dovuto registrare non l’opinione dell’articolista servente ma quella che, forse, In Brasile e altrove, negli ambienti finanziari più conservatori e vicini al benpensantismo del Fondo monetario e, soprattutto, della finanza internazionale, c’è – è vero, lì sì – costernazione].

[7] OECD, 11.2010,  D. Artana, E. Bour, J. L. Bour and N. Susmel, Strengthening long-term  growth in ArgentinaSi rafforza in Argentina la crescita a lungo termine (cfr. http://www.oecd.org/dataoecd/5/62/47414454.pdf/).

[8] Guardian, 18.4.2012, M. Weisbrot, Argentina’s critics are wrong again about renationalising oil Sbagliano ancora i critici dell’Argentina sulla ri-nazionalizzazione del petrolio.

[9] New York Times, 15..2012, J. Calmes e W. Neuman, Americas Meeting Ends With Discord Over Cuba Il vertice delle Americhe finisce nella discordia sulla questione di Cuba. 

[10] Granma, 18.4.2012, Por la secunda independencia (cfr. http://www.granma.cu/espanol/cuba/18abril-por-la.html/).

[11] 1) Network Myanmar, 31.3.2012, Agenzia Associated Press (A.P.), Suu Kyi leads landslide win  Suu Kyi alla testa di una vittoria elettorale a valanga (cfr. http://www.networkmyanmar.org/component/content/article/88/By-Elections/); 2) Myanmar Times, 30.3/8.3.2012, Election results (cfr. http://www.mmtimes.com/2012/news/621/news62101.html/).

[12] Facile arrivare ad evincerlo dal modo stesso con cui in America la grande stampa, sempre ossequiente alla versione governativa, presenta il contenzioso: New York Times, 14.4.2012, J. Kron , Sudan and South Sudan Keep Up Their Border Attacks Il Sudan e il Sud Sudan mantengono i loro attacchi al confine [quando è a tutti chiaro, e riconosciuto perfino da Juba, che l’attacco è del Sud e che dal Nord arriva solo un contrattacco…].

uando è chiaor r ìe perfino riconosciuto che l’attaco è quelo del Sud e che euqlo del Nordn è un contrattacco…]

[13] CNN, 20.4.2012, J. Ferrie, South Sudan says it is withdrawing from disputed oil region Il Sud Sudan dice di ritirarsi dall’area contesa ricca di petrolio (cfr. http://edition.cnn.com/2012/04/20/world/africa/sudans-disputed-region/index.html/).

[14] 1) Sudan Tribune (Khartoum), 20.4.2012, Sudan declares liberation of Heglig as Juba announces SPLA pullout Il Sudan dichiara la liberazione dello Stato di Heglig e Juba annuncia il ritiro dello SPLA (cfr. http://www.sudantribune.com/BRE AKING-NEWS-Sudan-declares,42329/); 2) New York Times, 20.4.2012, Sudan Says Military Evicts South’s Army From Oil Area Il Sudan dice che il suo esercito ha cacciato le truppe del Sud dalla regione petrolifera.

[15] New York Times, 5.4.2012, T. Lovejoy, The Greatest Challenge of Our Species La sfida più grande che deve affrontare la specie.

*N.B. - I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES, RICHIAMATI MOLTO SPESSO, NON VENGONO DATI VOLTA PER VOLTA PER ESTESO,COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO PERÓ TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, IL NOME DELL’AUTORE.

ATTENZIONE: NELLA FORMATTAZIONE DEI LINKS, A CUI SI RINVIA PER IL RIFERIMENTO CITATO, PUÓ ANCHE VENIRE AUTOMATICAMENTE INSERITO UNO SPAZIO IN PIÚ TRA DUE CARATTERI DI STAMPA: BISOGNA CONTROLLARLO SULLA STRINGA INSERITA (es. in: http://www.ange logennari… dove lo spazio bianco tra “l” e “o” di angelo – che generalmente si verifica a fine riga ma non si vede fuori della stringa di ricerca – va cancellato per potere richiamare con successo il link in questione…).

[16] New York Times, 16.4.2012, A. Lowrey, World Bank Officially Selects Kim as President La Banca mondiale sceglie ufficialmente Kim come presidente.

[17] The Economist, 20.4.2012.

[18] 1) New York Times, 17.4.2012, (A.P.), I.M.F. Raises Global Forecast for Growth Il FMI alza le sue previsioni di crescita [oddio…, si fa per dire]; 2) IMF, World Economic Outlook, Growth Resuming, Dangers Remain Previsioni economiche mondiali, La crescita riparte, i pericoli restano, 4.2012 (cfr. http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/01/pdf/text. pdf/).

[19] Cfr.qui sotto, a Nota95.

ui soto a Nota

[20] Comunicato stampa dell’ENI, 25.4.2012, Eni: siglato con Rosneft accordo di cooperazione strategica (cfr. http:// www.eni.com/it_IT/media/comunicati-stampa/2012/04/2012-04-25-accordo-rosneft.shtml/).

[21] The Economist, 6.4.2012.

[22] K. G. Lieberthal e Wang Jisi, Addressing U.S.-China Strategic Distrust, Brookings Institution, Washington, D.C., e Studi Internazionali e Strategici dell’università di Pechino, Beijing, 3.2012.

[23] Discorso di addio di G. Washington al popolo americano, 17.9.1796 (che pure raccomandava ai suoi compatrioti di lasciare gli altri paesi del mondo a grattarsi da soli – e a non immischiarsi ne – i loro affari : vedi Washington Farewell Address Indirizzo di addio di Washington [al paese], pubblicato il 19.9.1796, dal Philadelphia Daily Advertiser (cfr. www. access.gpo.gov/congress/senate/farewell/sd106-21.pdf/).

[24] China Daily (U.S. Edition), 23.4.2012, China, US to hold fourth S&ED in Beijing— Cina e USA terranno a Pechino la quarta sessione del dialogo strategico economico con gli USA (cfr. http://usa.chinadaily.com.cn/us/2012-04/23/content_1511 8557.htm/).

[25] Economist, 6.4.2012, Reimposing order Reimposizione dell’ordine (cfr. http://www.economist.com/node/21552245/).

[26] New York Times, 6.4.2012, M. Wines, A Populist’s Downfall Exposes Ideological Divisions in China’s Ruling Party La caduta di un populista espone anche le divisioni ideologiche al vertice del partito in Cina.

[27] In un risvolto stranissimo – e perfino grottesco, tanto da poter far pensare che le cose siano poi effettivamente andate così… – pare che alla caduta di Bo abbia contribuito – e che forse essa sia stata proprio alla fine determinata – dall’accusa fatta a sua moglie proprio da quel suo uomo della sicurezza che era scappato al consolato d’America. La signora Gu Kailai, tra l’altro un’ “attiva” donna d’affari per conto proprio, è stata prima accusata e poi incolpata di aver ammazzato – proprio così… – un conoscente e rivale d’affari di cittadinanza britannica… Intanto il 10 aprile viene formalizzata la destituzione di Bo Xilai… Misteri imperscrutabili, per ora…, della Repubblica popolare. Ma a noi sembra utile sottolineare che già oggi, malgrado tutti i problemi di chiarezza e di trasparenza che restano, neanche in questo paese una storia come questa riesce ormai a restare segreto di Stato…

[28] Così lo definisce, malamente, il New York Times (10.4.2012, K. Bradsher, Trade Gains Put China in Quandary  L’attivo commerciale apre perplessità in Cina [che il giornale, inopinatamente però, attribuisce al dilemma che dice essere nuovo in Cina: se preoccuparsi più della crescita o dell’inflazione… Che, francamente, in questo paese sembra però un dilemma che sciolgono ancora a favore della crescita…].

   Ma il fatto è che di inusitato, nella ripresa dell’attivo commerciale di marzo dopo la caduta di febbraio, non c’è proprio niente: perché quanti lo vanno scrivendo semplicemente dimenticano che a febbraio qui è capodanno cinese  e che ad esso anche qui corrisponde un periodo di vacanza e, dunque, un abbassamento del tutto normale, infatti, ripetuto ogni anno della produzione: non certo della competitività dei cinesi…

[29] Yahoo!News, 10.4.2012, Indo-Asian News Service (IANS), China back to trade surplus La Cina torna all ‘attivo commerciale (cfr. http://sg.news.yahoo.com/china-back-trade-surplus-080036603.html/).

[30] Agenzia Bloomberg, 18.4.2012, I. Katz, Geithner Calls China’s Changes on Yuan Very Significant— Geithner dice che il cambio della valuta cinese è molto significativo (cfr. http://www.bloomberg.com/news/2012-04-18/geithner-calls-china-s-yuan-band-widening-very-significant-.html/).

[32] New York Times, 11.4.2012, F. Whaley, Philippines and China in Standoff at Sea Impasse militar-marittimo tra  Filippine e Cina.

[33] Agenzia Reuters, 13.4.2012, R. Francisco, China pulls out 1 of 3 ships, no end yet to sea standoff La Cina ritira una dele sue 3 navi, ma non finisce ancora lo stallo (cfr. http://my.news.yahoo.com/china-pulls-1-3-ships-no-end-yet-063207670.html/).

[34] ABS-CBN.com, 17.4.2012, Reuters, M. Mogato, PH wants China to join tribunal to end sea spat Le Filippine vogliono che la Cina adisca al tribunale per metter fine alla vertenza marittima (cfr. http://www.abs-cbnnews.com/nation/04/17/ 12/ph-wants-china-join-tribunal-end-sea-spat/).

[35] (International Crisis Group, 23.4.2012, Asia Report #233, Stirring up the South China Sea (I) Il Mar dela Cina meridionale ribolle (I) (cfr. http://www.crisisgroup.org/en/regions/asia/north-east-asia/china/223-stirring-up-the-south-china-sea-i.aspx?utm_source=chinaemail&utm_ medi um=exec sum &utm_campaign=mremail/).

[36] 1) ITAR-Tass, 13.4.2012, Seven ships of Russian Pacific Fleet to have joint exercises with China Sette navi della Flotta russa del Pacifico in manovre congiunte con i cinesi (cfr. http://pda.itar-tass.com/en/c154/392146.html/); 2) Agenzia Xinhua (Nuova Cina), 22.4.2012, Russia-China joint naval exercise starts Inizio delle esercitazioni navali congiunte sino-russe (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-04/22/c_131543003.htm/).

[37] Guardian, 31.3.2011, M. Michael, (A.P.), Egypt’s Muslim Brotherhood to bid for presidency La Fratellanza mussulmana correrà per la presidenza dell’Egitto.

[38] Definire la salafiyyah, il salafismo, una setta, è semplificazione non proprio corretta, visto che essa non ha nulla di centralizzato. La realtà è che si tratta di una corrente di pensiero, una modalità di lettura dell’Islam moderno che rifiuta alcune cose e ne pretende delle altre. Per intenderci, rifiuta tutto quello che è successo dalla formalizzazione del Corano dal VII secolo dopo Cristo in poi, pretendendo il ritorno immediato al testo di allora e, azzerando, di fatto, ogni evoluzione dell’interpretazione e della religione islamica. Nasce all’inizio del XX secolo e il  nome deriva dal termine arabo salaf as-salihin, che si può tradurre – dando bene un’idea – quasi alla lettera come “i pii antenati”.

[39] New York Times, 1.4.2012, D. D. Kirkpatrick, In Egyptian Hard-Liner’s Surge, New Worries for the Muslim Brotherhood Nell’ascesa del candidato islamista duro, nuove preoccupazioni per la Fratellanza musulmana.

[40] Guardian, 9.4.2012, (A.P.), Egyptian uprising created new reality, says former vice-president La rivoluzione egiziana, dice l’ex vice presidente, ha creato una nuova realtà.

[41] Yahoo!News, 11.4.2012 (A.P.), Egypt parliament votes to sideline Mubarak figures Il parlamento vota per l’emarginazione elettorale attiva degli ex esponenti del regime di Mubarak (cfr. http://news.yahoo.com/egypt-parliament-votes-sideline-mubarak-figures-172537523.html/).

[42] Dunque è totalmente strumentale ma, sembra, non per questo meno efficace: la fonte dello spiffero è stata rilevata da un sito di intelligence ufficioso ma notoriamente ben informato (cfr. NightWatch /KGS, 6.4..2012 (cfr.  http://www.kfor cegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_12000068.aspx/). 

[43] AlAkhbar, 24.4.2012, Egypt’s ruling military backs presidential bid ban Il regime dei militari sostiene in Egitto [sia] il divieto alle candidature presidenziali [sia un proprio candidato] (cfr. http://english.al-akhbar.com/content/egypts-ruling-mili tary-backs-presidential-bid-ban/).

[44] KSLTv (Salt Lake City), 4.4.2012, M. Michael (A.P.), Egypt Brotherhood hopeful promises clerics a role Il candidato della Fratellanza egiziana si impegna a riconoscere un ruolo ai “chierici” mussulmani (cfr. http://www.ksl.com/?nid=235&sid=1 9858265&title=egypt-islamists-pledge-oversight-role-for-clerics/).

[45] New York Times, 14.4.2012, (A.P.), Ten Candidates Barred from Egyptian Elections Dieci candidati esclusi dalle elezioni egiziane.

[46] Stratfor, 17.4.2012, Egypt: Rulings Upheld To Disqualify 8 Presidential Candidates Egitto: confermate le sentenze di esclusione di otto candidati alla presidenza (cfr. http://www.stratfor.com/situation-report/egypt-electoral-commission-dis qualifies-10-candidates-race/).

[47] New York Times, 23.4.2012, D. D. Kirkpatrick, In Egypt Race, Battle Is Joined on Islam’s Role Nella corsa egiziana [alla presidenza della Repubblica], ingaggiata la battaglia sul ruolo dell’Islam.

[48] G. Giusti, Il Re Travicello, 1841 (cfr. http://it.wikisource.org/wiki/Il_Re_Travicello/).

[49] New York Times, 20.4.2012, L. Stack, Egyptians Jam Tarir Square in Protest Gli egiziani protestano,riempiendo piazza della Rivoluzione.

[50] Update News (Winnipeg), 22.4.2012, Reuters, Egypt’s Moussa promises army voice in key policy body— [Il candidato] Moussa si impegna a dar voce alle Forze armate egiziane in un organismo chiave di direzione politica (cfr. http://updatednews.ca/2012/04/22/egypts-moussa-promises-army-voice-in-key-policy-body/).

[51] New York Times, 28.4.2012, Mavvy El Sheikh e D. D. Kirkpatrick, Support From Islamists for Liberal Upends Race in Egypt Il sostegno degli islamisti al candidato liberal [islamico espulso dalla Fratellanza] cambia l’ordine della corsa elettorale in Egitto.

[52] Corano: 2:256. Dal secondo, dunque, e più lungo libroSura del Qura’n la Recitazione, che deriva il titolo di al-Baraqh la Giovenca, al verso 67 dei 286 che lo compongono e recita, appunto, così al versettoayat 256.

[53] Al Rahma Tv, trasmissione del 20.4.2012, intervista a Abdel Moneim Aboul Fotouh (cfr. http://www.tv14.net/it/al-rahma/).

[54] Global Times, 30.4.2012, Xinhua, Head of Egypt's ruling military council promises to reshuffle government Il capo del Consiglio militare al potere in Egitto promette di rivedere la composizione del governo [già… promette] (cfr. http:// www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/ID/707157/Head-of-Egypts-ruling-military-council-promises-to-reshuffle-go vernment.aspx/).

[55] Reuters, 25.3.2012, T. Amara, Tunisian Islamists step up demand for Islamic state Gli islamisti tunisini premono sulla loro domanda per uno Stato islamico (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/03/25/us-tunisia-salafis-protest-idUSBRE 82O0D120120325/).

[56] Al Ahram Weekly (Cairo), 5-11.4.2012, ‘We fought for freeedom, not shari’a s law’, intervista di Al-Asaad Ben Ahmad (cfr. http://weekly.ahram.org.eg/2012/1092/re4.htm/).  

[57] Qui, in Nota subito precedente.

[58] New York Times, 9.4.2012, D. D. Kirkpatrick, Tunisia Cracks Down Again on Protesters Defying a Ban In Tunisia, ancora una volta reprimono le manifestazioni che sfidano i divieti.

[59] New York Times, 7.4.2012, T. L. Friedman, The Other Arab Spring L’altra primavera araba.

[60] Haaretz, 17.4.2012, Agenzia Deutsche Presse-Agentur, Jordanian parliament moves to ban Muslim Brotherhood party Il parlamento giordano si muove per bandire il partito della Fratellanza mussulmana (cfr. http://www.haaretz. com/news/middle-east/jordanian-parliament-moves-to-ban-muslim-brotherhood-party-1.424731/).

[61] Guardian, 6.4.2012, I. Black, Jordan's prime minister quits suddenly Il primo ministro giordano  abbandona all’improvviso.

[62] New York Times, 2.4.2012, S. Lee Myers, Syria Dismisses Notion of Foreign Intervention La Siria minimizza l’idea stessa di un intervento straniero.

[63] Solo in arabo, da cfr. http://www.albaath.news.sy/user/, citato dal NYT di Nota precedente.

[64] Reuters, 30.3.2012, T. Miles, Annan wants ‘gesture of good faith’ from stronger party Annan vuole un gesto di ‘buona fede’ dai più forti (cfr. http://www.reuters.com/article/2012/03/30/syria-annan-idUSL6E8EU2GB 20120 330/).

[65] The Province (Vancouver), 3.4.2012, M. Nichols, U.S., France, Britain seek UN endorsement of peace deadline in Syria USA, Francia e Gran Bretagna cercano il sì  dell’ONU a un ultimatum [ma solo contro il governo] per la pace in Siria (cfr. http://vancouverdesi.com/news/u-s-france-seek-un-endorsement-of-peace-deadline-in-syria/).

[66] Voice of America, 5.4.2012, M. Besheer, UN Envoy Firm on April 12 Deadline for All in Syria Cease-fire L’inviato dell’ONU resta fermo sulla scadenza del 12 aprile per il cessate il fuoco da parte di tutti in Siria (cfr. http://www.voanews.com/ english/news/Envoy-Says-Syria-Cease-fire-Firm-for-April-12--146286885.html/).

[67] Coi suoi cagnolini da grembo al seguito, come li chiamano gli americani i lapdogs, scodinzolanti e obbedienti appendici: compreso – viene fuori adesso, in piena campagna elettorale francese – quel misirizzi di Sarkozy che, dice l’ex presidentessa del gruppo industrial-nucleare francese Areva, Anne Lauvergeon, imprenditrice socialista molto vicina al vecchio presidente François Mitterrand, ha tentato quasi fino all’ordine di bombardarne il palazzo dato ai Mirages per essere così il primo della NATO a colpirlo, di vendere i suoi reattori nucleari al colonnello Gheddafi… (cfr. New York Times, 10.4.2012, Ex-Areva Head Said Sarkozy Hoped to Sell Gaddafi Nuclear-Report L’ex capa dell’Areva dice che Sarkozy sperava di vendere a Gheddafi  i suoi reattori nucleari).

[68] Agenzia IANS RIA Novosti, 6.4.2012, Russian ship to hold drills off Syria Nave da battaglia russa in esercitazione al largo della Siria (cfr. http://www.wespeaknews.com/world/russian-ship-to-hold-drills-off-syria-44030.html/).

[69] Dipartimento di Stato, Briefing della portavoce Victoria Nuland, 9.4.2012 (cfr. http://www.state.gov/pa/prs/pb/2012/ 4/87595.htm#SYRIA/).

[70] New York Times, 12.4.2012, N. MacFarquahar e A. Cowell, In Syria, Activists Report Quiet but No Pullback of Forces In Siria, riferiscono gli attivisti [che poi sarebbero i ribelli e che, loro sì,  ne parlano al NYT mentre il governo neanche appare curarsene… probabilmente sbagliando], tutto è quieto ma non c’è alcun ritiro delle forze.

[71]New York Times, 14.4.2012, N. MacFarquahar, U.N. Votes to Send Observers to Syria Amid a Shaky Truce Nel mezzo di una tregua assai traballante, l’ONU vota per mandare suoi osservatori in Siria.

[72] UNSC, Risoluzione 2042 (2012), 14.4.2012, #S/RES/2042 (2012), The Situation in the Middle East – Syria La situazione nel Medioriente – Siria (cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N12/295/28/PDF/N1229528. pdf?OpenElement/).

[73] New York Times, 1.5.2012, (A.P.), UN: Both Sides in Syria Violating Cease-Fire L’ONU: in Siria entrambe le parti violano il cessate il fuoco.

[74] International Business Times, 25.4.2012, J. Davis, Lybia Bans Religious, Tribal, Ethnic Political Parties— La Libia bandisce i partiti politici religiosi, tribali e etnici (cfr. http://www.ibtimes.com/articles/333295/20120425/libya-muslim-brotherhood-freedom-development-party-gadaffi.htm/). 

[75] Reuters/Africa, 29.4.2012, Saleh to leave Yemen temporarily - diplomatic source; his party: not true… Saleh, dicono fonti diplomatiche, lascerà lo Yemen: temporaneamente; ma il suo partito dice che non è vero (cfr. http://af.reuters.com/ article/worldNews/idAFBRE83S0FN20120429/).

[76] Sul tema specifico di come, da Israele quel governo consideri, o piuttosto dica di considerare, la “sfida dell’Iran alla sua stessa esistenza” con al sua minaccia nucleare, emerge un po’ a sorpresa per chi tende a ipersemplificare (civile = buono, militare = cattivo) la voce del capo di Stato maggiore dell’IDF, le Forze armate proprio di Israele .

   Perché, ora, proprio il ten. gen. Benny Gantz contraddice pubblicamente il primo ministro Netanyahu: lui aveva appena detto il 24 aprile, alla CNN, di “non essere disposto a scommettere la sicurezza del mondo intero sul comportamento razionale dell’Iran”, facendo notare che “lì, le centrifughe continuano a girare” (come se, a Dimona e altrove in Israele, le centrifughe fossero in sciopero…

   E il generale Gantz invece – che, pure, forse anche per pararsi un poco il se**re, subito dopo dichiara l’ovvio, che cioè le Forze armate di Israele sono pronte ad attaccare, se viene loro ordinato, le installazioni nucleari iraniane – dice pubblicamente la sua, del tutto opposta all’opinione del premier: lui ritiene che “la leadership iraniana è sicuramente composta da gente molto razionale… condividendo”, sul punto “l’opinione dell’establishment militare e dell’apparato di sicurezza di Israele, compreso Meir Dagan, l’ex capo dei servizi segreti di Israele per l’estero, il Mossad (HaMossad leModi'in uleTafkidim Meyuchadim Istituto per l'Intelligence e i servizi speciali): e condividendo anche, sul punto, l’opinione, di certo non proprio disinformata, dell’establishment militare degli stessi Stati Uniti d’America (cfr. Haaretz, 25.4.2012, A. Harel, IDF chief to Haaretz: I do not believe Iran will decide to develop nuclear weapons Il capo delle Forze armate intervistato da Haaretz: No, io non credo che l’Iran deciderà di sviluppare armi nucleari (cfr. http://www.nytimes.com/ 2012/04/26/world/middleeast/israeli-army-chief-says-he-believes-iran-wont-build-bomb.ht ml?ref=global-home/).

   Anche Yuval Diskin, capo appena andato in pensione del servizio interno di sicurezza del paese, lo Shin Bet (Sherut haBitachon haKlali Servizi generali di sicurezza), conferma, anzi rincara: “io non ho alcuna fiducia, proprio nessuna, sulla capacita di una leadership che prende le sue decisioni sulla base di dei propri istinti messianici… Sono uno che ha avuto occasione di studiarli da molto vicino e ho una gran paura di gente come questa, che proprio non vorrei mai dover vedere al timone dello Stato”...

   Insomma, irrazionali, visionari e fuori di testa, dicono insieme Shin Bet, Mossad e anche le Forze armate – almeno quelli che possono o osano spingersi a dirlo – sembrano più questi nostri capi che gli iraniani… (cfr. New York Times, 28.4.2012, Ex Security Chief In Israel Questions Current Leadership L’ex capo della sicurezza interna israeliana dubita [della salute mentale] della leadership del paese.

[77] New York Times, 11.4.2012, M. Landler e J. Perlez, Few U.S. Options as North Korea Readies Missile Launching Poche [in realtà nessuna, che non sia demenziale] opzioni per gli USA mentre la Corea del Nord prepara il suo lancio missilistico.

[78] UNSC, Risoluzione 1718/2006, 14.10.2006, #S/RES/1718 (2006), Non proliferation/Democratic People’s Republic of Korea— Non proliferazione/Repubblica Democratica Popolare di Corea (cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/ GEN/N06/572/07/PDF/N0657207.pdf?OpenElement/).   

[79] The Times of India, 19.4.2012, Agenzia PTI, Agni-V launch: India demonstrates ICBM capability; China reacts cautiously, says India not rival Il lancio dell’Agni-V: l’India mostra le sue capacità sui missili balistici intercontinentali; la Cina reagisce con moderazione, dice che l’India non è un paese rivale (cfr. http://timesofindia.indiatimes.com/india/Agni-V-launch-India-demonstrates-ICBM-capability-China-reacts-cautiously-says-India-not-rival/articleshow/12730827.cms/).

[80] 1) New York Times, 25.4.2012, S. Masood, Pakistan Says It Test-Fires Nuclear-Capable Missile Il Pakistan annuncia di aver testato un suo missile capace di trasportare bombe nucleari; 2) AAJNews/Pakistan Awaz, 25.4.2012, J. Nasir, Hatf-4 Shaheen-1A ballistic missile test successful— Il missile balistico Hatf-4 Shaheen-1A eseguito con successo (cfr. http://www.aaj.tv/2012/04/%E2%80% 9Chatf-4-shaheen-1a%E2%80%9D-ballistic-missile-test-successful/).

[81] 1) Pakistan Press, 24.4.2012, Pakistan to launch long-ange missile, informs India Il Pakistan informa l ‘India che intende lanciare un missile a lungo raggio fr. http://article.wn.com/view/WNAT672FAA4FFB488D0EBAB3A3E8FDEC304B/).

[82] Deccan Herald, (Bangalore), 20.4.2012, edit., Great Leap Forward— Il grande balzo in avanti (cfr. http://www.deccanherald.com/ content/243353/leap-forward.html/).

[83] Indian Express (Mumbai), 20.4.2012, Manu Pubby, Flexing with restraint, in reach and in name— Flessibile e sotto controllo, nella portata e nel nome [bé… Agni è il fuoco immortale e 5.000 km non sono proprio una portata moderata] (cfr. http://www.indianexpress.com/news/test-by-fire/939436/).

[84] Hindustan, 20.4.2012, Jai Hind! Defense minister A.K. Antony shouts— Viva l’India! Grida il ministro della Difesa Antony (cfr. http://www.hindustantimes.com/India-news/NewDelhi/Agni-V-launch-major-milestone-Antony-shouts/Article1- 842803.aspx/).

[85] Global Times (Pechino), 19.4.2012, India being swept up by missile delusion— L’India si lascia prendere dalle sue illusioni missilistiche (cfr. http://www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/ID/705627/India-being-swept-up-by-missile-delusion.aspx/).   

[86] Federation of American Scientists, 20.4.2012, Status of World Nuclear Forces  (cfr. http://www.fas.org/programs/ssp /nukes/nuclearweapons/nukestatus.html/).

[87] Agenzia Yonhap (Seul), 19.4.2012, S. Korea deploys new missile capable of hitting anywhere in N. Korea La Corea del Sud schiera nuovi missili in grado di colpire tutto il territorio del Nord Corea (cfr. http://english.yonhapnews.co.kr/news/2012 /04/19/0200000000AEN20120419003000315.HTML/).

[88] EUROSTAT, 2.4.2012, #52/2012, Euro area unemployment rate at 10.8% - EU27 at 10.2% La disoccupazione nell’eurozona tocca il 10,8% - Nella UE a 27, il 10,2 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-02042012-AP/EN/3-02042012-AP-EN.PDF/).

[89] EUROSTAT, 30.3.2012, #50/2012, Euro area inflation estimated at 2.6% L’inflazione nell’eurozona stimata al 2,6% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-30032012-AP/EN/2-30032012-AP-EN.PDF/).

[90] New York Times, 4.3.2012, R. Minder e J. Ewing, ECB leaves eurozone interest rate unchanged in sputtering economy La BCE, in un’economia che va a singhiozzo, lascia immutato il tasso di sconto.

[91] Conferenza stampa del presidente della BCE, M. Draghi, 4.4.2012 (cfr. http://www.ecb.int/press/pressconf/2012/html /is120404.en.html/).

[92] Seguendo una ricostruzione recente, e che condividiamo, del prof. Nouriel Roubini, della New York University: in sintesi, Guardian, 13.4.2012, N. Roubini, Eurozone needs a growth strategy, not more austerity L’eurozona ha bisogno di una strategia di crescita, non di altra austerità. 

[93] Washington Post, 4.4.2012., M. Birnbaum, Germans want financial aid to start at home I tedeschi vogliono che gli aiuti finanziari comincino in casa propria (cfr. http://www.washingtonpost.com/todays_paper?dt=2012-04-04&bk=A& pg=10/). 

[94] Guardian, 11.4.2012, D. Baker, Faith-based economics at the European Central Bank L’economia basata sulla fede cieca della Banca centrale europea

[95] Qui citiamo solo lui, per economia di tempo e di spazio, rimandando a una fresca pubblicazione ufficiale del Fondo [in sostanza sottolinea che il nemico principale è sempre la mancanza di crescita, solo dopo viene – e solo se mal gestita – l’inflazione. Per cui fino ad ora noi, gli esperti “abbiamo sbagliato tutto”e bisogna proprio rovesciare le premesse  macroeconomiche da cui siamo partiti, da vent’anni almeno a questa parte]: IMF, 12.2.2012, SPN/10/03, Rethinking Macroeconomic Policy Ripensando la politica macroeconomica (cfr. http://www.imf.org/external/pubs/ft/spn/2010/spn1003.pdf/).

[96] Video “carucci”(in tutti i sensi del termine: costosi e vezzosi…), appaltati all’esterno dalla BCE stessa più di un anno fa ma “postati” proprio adesso su siti istituzionali “a scopo educativo”: un pezzo di sciocca propaganda come quello intitolato alla “Stabilità dei prezzi – perché per voi è così importante”: come se questo fosse oggi il problema, appunto (cfr. http://vimeo.com/12324309/).

[97] EUbusiness, 12.4.2012, EU to hold extraordinary talks on banks in May A maggio, riunione straordinaria della UE sulle banche (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/finance-public-debt.g0v/).

[98] New York Times, 15.4.2012, P. Krugman, Europe’s Economic Suicide Il suicidio economico dell’Europa.

[99] New York Times, 27.4.2012, P. Krugman, Death of a Fairy Tale Morte di una favoletta.

[100] New York Times, 31.3.2012, J. Kanter, Finance Ministers Clear Way for Credit Rating Competition in Europe— I ministri delle Finanze aprono la strada a una competizione di rating del credito in Europa [che, come abbiamo indicato, e come previsto, però è una buffonata].

[101] The Economist, 6.4.2012.

[102] Guardian, 11.4.2012, H. Stewart, L. Elliott e G. Tremlett, European stock markets rocked by panic selling as debt crisis reignites Col riaccendersi della crisi del debito, le borse europee vengono scosse da ondate di panico e svendite.

[103] New York Times, 24.4.2012, L. Thomas Jr. e R. Minder, Cost of Spain’s Housing Bust Could Force a BailoutIl costo dello scoppio in Spagna della bolla edilizia potrebbe rendere obbligatorio un salvataggio [europeo: ma…].

[104] Dati della media 2011 stimata da EUROSTAT, FMI e CIA (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by _public_debt/).

[105] El País, 27.4.2012, I. Lafonte, La Bolsa modera sus pérdidas tras la nueva rebaja de nota de S & P La Borsa perde più  moderatamente del previsto dopo la nuova svalutazione delpunteggio’ di S & P (cfr. http://economia.elpais.com/economia/ 2012/04/27/actualidad/1335511835_237911.html/).

[106] PMI.it, 26.4.2012, OCSE e ISTAT: in Italia stipendi bassi e troppo tassati, pensioni da fame (cfr. http://www.pmi.it /economia/lavoro/articolo/55065/ocse-e-istat-in-italia-stipendi-bassi-e-troppo-tassati-pensioni-da-fame.html/); e per i testi integrali e la documentazione originale sul sito dell’ISTAT , cfr. http://www.istat.it/.

[107] OECD/OCSE, Fiscalità: la media di tassazione dei salari continua ad aumentare nei paesi dell’OCSE, 2011[il cuneo fiscale misura il peso del fisco rispetto al salario lordo: che, come è noto, da noi – e quasi solo in Italia – è prelevato direttamente sulla busta paga dai cosiddetti sostituti di imposta, i datori di lavoro, e, quindi, non può essere evaso – materialmente – da percettori di reddito che, contrariamente agli altri, non presentano la loro denuncia e, quindi , proprio, non possono farlo…] cfr. http://www. oecd.org/document/8/0,3746,en_21571361_44315115_50165640_ 1_1_1_1,00.html/— in inglese).

[108] E’ una frase di Winston Churchill, primo ministro britannico, pronunciata il 10.11.1942 in un discorso al municipio di Londra. Dopo una serie di brutte sconfitte nella seconda guerra mondiale, e dopo qualche iniziale vittoria (specie in Nordafrica) disse: “Ora, questa non è la fine. E non è neanche il principio della fine. Ma forse è la fine del principio. [Perché] d’ora in poi, i nazisti di Hitler si dovranno scontrare con truppe ugualmente, e forse anche meglio armate, delle loro” (cfr. http://www.churchill-society-london.org.uk/EndoBegn.html/).

[109] Radio Netherlands Worldwide (RNW), 22.4.2012, Dutch government on the brink of collapse, now elections most probable—Il governo olandese sull’orlo del collasso, ora le elezioni si fanno assai probabili (cfr. http://www.rnw.nl/english/ article/dutch-government-brink-collapse/).

[110] The Economist, 7.4.2012, Charlemagne, Currency disunionWhy  Europe’s leaders should think the unthinkable La disunione valutaria–Perché i leaders europei dovrebbero cominciare a pensare ormai all’impensabile (cfr. http://www.economist. com/node/21552250/).

[111] New York Times, 2.4.2012, D. Dalby, Half of Irish Homeowners Join Boycott of New Property Tax La metà dei proprietari di casa irlandesi boicottano la nuova tassa sulla casa.

[112] 1) New York Times, 3.4.2012, (A.P.), I.M.F. Director Says Global Recovery Remains very Fragile Il direttore del FMI avvisa che la ripresa globale resta estremamente fragile; 2)  I.M.F.,intervento integrale della direttrice generale del Fondo alla conferenza annuale dell’A.P., Lagarde says job creation should be the priority Lagarde sottolinea che la priorità dovrebbe essere la creazione di lavoro (cfr. http://www.imf.org/external/np/speeches/2012/040312.htm/).

[113] Hellenic Statistical Authority, EL.STAT, 12..4.2012, Labour force survey: 1.2012 (cfr. http://www.statistics.gr/ portal/page/portal/ESYE/BUCKET/A0101/PressReleases/A0101_SJO02_DT_MM_01_2012_01_F_EN.pdf/).

[114] Novinite.com, 30.3.2012, Russia to Grant Surprising Discount on Natural Gas Prices for Bulgaria La Russia darà un sorprendente sconto sul prezzo al gas naturale per la Bulgaria (cfr. http://www.novinite.com/view_news.php?id=138055/).

[115] Reuters, 27.4.2012, S. Cage e J. Hovet, Austerity Topples Romanian Government, Czech Survives L’austerità rovescia il governo romeno, quello ceco sopravvive [per il momento…] (cfr. http://news.yahoo.com/romanian-government-toppled-czechs-face-test-too-133916566--business.html/).

[116] EURACTIV, 26.4.2012, Shulz: European Union collapse is a realistic scenario Il collasso dell’Unione europea è diventato uno scenario realistico (cfr. http://www.euractiv.com/future-eu/schulz-eu-collapse-realistic-scenario-news-512370/).

[117] Discorso di M. Shulz, presidente del parlamento europeo ai Commissari dell’Unione, 25.4.2012 (cfr. http://www. europarl.europa.eu/the-president/en/press/press_release_speeches/speeches/sp-2012/sp-2012-april/speeches-2012-april-2.html/).

[118] Cfr. Nota congiunturale 4-2012, Nota133.

[119] Agenzia RT.com (Mosca), 30.3.2012, NATO eyes deploying AMD in Ukraine La NATO mira ad installare i missili antimissili della NATO in Ucraina (cfr. http://rt.com/politics/nato-ukraine-missile-defense-835/).

[120] The Economist, 6.4.2012.

[121] The Economist, 27.4.2012, Ukrainian Politics: Body Blow La politica ucraina: colpi bassi (cfr. http://www.economi st.com/blogs/easternapproaches/2012/04/ukrainian-politics/).

[122]  New York Times, 13.4.2012 (A.P.), US Condemns Jailing of Tymoshenko Ally Gli USA condannano il carcere per un alleato dl Timoshenko.

[123] The Local, 26.4.2012, Germany pressures Ukraine on Tymoshenko La Germania fa pressione sull’Ucraina per Timoshenko (cfr. http://www.thelocal.de/politics/20120426-42187.html/)

[124] Kyiv Post (Kiev), Agenzia Interfax, 26.4.2012, German ambassador: No signs that EU will sign association agreement with Ukraine— L’ambasciatore tedesco: non c’è alcun preavviso di firma per l’accordo di associazione [della UE] con l’Ucraina.

[125] Bielorussian Telegraph Agency, 5.4.2012, China opens $ 16 billion credit lines to Belarus La Cina apre linee di credito per $ 16 miliardi alla Bielorussia (cfr. http://news.belta.by/en/news/econom?id=678520/).  

[126] Kyiv Post), Agenzia Interfax, 20.4.2012, EU ambassadors will return to Belarus secretly Gli ambasciatori europei tornano segretamente in Bielorussia (cfr. http://www.kyivpost.com/news/russia/detail/126338/).

[127] The Economist, 6.4.2012, Schmitt quits Schmitt abbandona (cfr. http://www.economist.com/node/21552258/).

[128] Portfolio, 13.4.2012, Political conditions to credit for Hungary would be blackmail – Orbán Le condizioni politiche poste all’Ungheria costituiscono un vero e proprio ricatto (cfr. http://m.portfolio.hu/en/cikkek.tdp?k=2&i=24094/).

[129] 1) The Economist, 27.4.2012; 2) Una sintetica e obiettiva ricostruzione di come è andato il processo e, prima, la crisi finanziaria e il default dell’Islanda, cfr. http://topics.nytimes.com/top/news/international/countriesandterritories/icela nd/index.html/.

[130] Dipartimento del Commercio USA, Bureau of Economic Analysis (BEA), 27.4.2012, National Income and Product Accounts:Gross Domestic Product,1st quarter 2012 (advance estimate) Conti nazionali del reddito e dei prodotti. Prodotto nazionale lordo,1° trimestre 2012 (cfr. http://www.bea.gov/newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/).   

[131] 1) New York Times, 6.4.2012, C. Hauser, U.S. Added Only 120,000 Jobs in March, Report Shows Il rapporto mensile mostra che sono stati creati solo 120.000 nuovi posti di lavoro; 2) Bureau of Labor Statistics (BLS), dipartimento del Lavoro, 6.4.2012, USDL-12-0614, Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 3)

Economic Policy Institute, (EPI), 6.4.2012, H Shierholz, Weaker jobs report is a reminder that we’re still on a rocky road Il più fiacco Rapporto sul lavoro è un richiamo al fatto che siamo ancora su un percorso impervio (cfr. http:// www.epi.org/publication/2012-04-jobs-picture/)

[132] New York Times, 5.4.2012, C. Hauser, Low Growth in Earnings Is Expected E adesso ci si aspettano profitti in rallentamento.

[133] New York Times, 1.5.2012, M. Landler, Obama, Under Veil of Secrecy, Visit Kabul to Sign Agreement Obama, sotto il velo della segretezza, visita Kabul per firmare un accordo

[134] The Express Tribune (Karachi), 30.3.2012, H. Imtiaz, 'US to rely on NDN in case Pakistan doesn't resume NATO routes’ Gli USA si affideranno alla Rete di Distribuzione terrestre del Nord attraverso l’India se il Pakistan non lascia riprendere  i trasporti della NATO sulle sue strade (cfr. http://tribune.com.pk/story/357443/us-to-rely-on-india-in-case-pakistan-doesnt-resume-nato-routes/).

[135] Dipartimento di Stato, 2.4.2012, Comunicato Stampa sul viaggio in Giordania e Pakistan del vice Segretario di Stato Tom Nides (cfr. http://www.state.gov/r/pa/prs/ps/2012/04/187335.htm/).

[136] 1) Lo spiegano bene sul New York Times, 27.4.2012, D. Walsh e S. Lee Myers, United States Talks Fail as Pakistanis Seek Apology I colloqui con gli Stati Uniti registrano il fallimento di fronte alla richiesta di scuse formali e pubbliche dei pakistani; 2)  New York Times, 30.4.2012, M. McDonald, Lack of a U.S. Apology Is Sticking Point for Pakistan La mancanza di un atto ufficiale di scuse è il unto dolente per il Pakistan.

[137] ADN-Kronos Intl., 26.4.2012, Agenzia AKI, PM Gilani convicted of contempt of court Il PM Gilani condannato per oltraggio alla corte (cfr. http://www.adnkronos.com/IGN/Aki/English/Politics/Pakistan-PM-Gilani-convicted-of-contempt-of-court_313243232795.html/).

[138] New York Times, 2.4.2012, S Masood, Pakistan Court Orders Deportation of bin Laden’s Wives Tribunale del Pakistan ordina la deportazione delle mogli di bin Laden.

[139] The Christian Science Monitor, 9.4.2012, A. Mulrine, Afghanistan night-raid deal: Does it handcuff US forces? Accordo sui raids aerei notturni in Afganistan: metterà le manette alle forze americane? (cfr. http://www.csmonitor.com/USA/ Military/2012/0409/Afghanistan-night-raid-deal-Does-it-handcuff-US-forces/).

[140] New York Times, 10.4.2012, R. Gladstone, Iranian President Says Oil Embargo Won’t Hurt Il presidente iraniano dice che l’embargo petrolifero non farà poi male.

[141] New York Times, 14.4.2012, At Nuclear Talks, Iran and 6 Nations Agree to Meet Again Nel corso dei colloqui nucleari, Iran e sei altri paesi concordano di incontrarsi ancora.

[142] Mondoweiss, 15.4.2012, A. Robbins, P5 +1 Iran nuclear talks went swimmingly! Netanyahu is fuming I colloqui nucleari sull’Iran sono stati una passeggiata! Netanyahu è furente (cfr. http://mondoweiss.net/2012/04/p5-1-iran-nu clear-talks-went-swimmingly-netanyahu-is-fuming.html/).

ui P 1 + 5 nucleari sull’Iran

[143] The Miami Herald, 15.4.2012, (A.P.), Obama: US hasn't given anything away to Iran Obama: gli USA non hanno ceduto proprio niente all’Iran (cfr. http://www.miamiherald.com/2012/04/15/2750927/obama-us-hasnt-given-anything. html#storylink=cpy/).

[144] Stratfor, 6.4.2012, Iran: Tehran Will Not Give Up Enriching Uranium - FM L’Iran, il ministro degli Esteri annuncia che Teheran non rinuncerà mai al suo diritto di arricchire l’uranio [anche se, aggiunge, accettando le ispezioni AIEA] (cfr. http://www. stratfor.com/Iran-Tehran-Will-Not-Give-Up-Enriching-Uranium-FM/).

[145] Financial Times, 8.4.2012. G. Merritt, Pirates’ gains raise Merkel’s hopes L’avanzata dei Pirati aumenta le speranze di Merkel (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/a81ec016-7e4c-11e1-b20a-00144feab49a.html#axzz1s7CCrapk/).

[146] 1.Mai 2012: Tag der Arbeit “Gute Arbeit für Europa – Gerechte Löhne, Soziale Sicherheit 1° maggio 2012: Giorno del lavoro:  Buon lavoro, Europa - salario equo, sicurezza sociale” (cfr. http://www.dgb.de/tag-der-arbeit/).

[147] Financial Times, 15.4.2012, H. Carnegy e J. Boxell, Sarkozy breaks silence over ECB role Sarkozy rompe il silenzio sul ruolo della BCE (cfr. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/9d26b6b8-870d-11e1-865d-00144feab49a.html#axzz1sAj3oIr7/).

[148] New York Times, 17.4.2012, L. Alderman, Presidential Election in France Raises New Concerns for Investors Le presidenziali in Francia sollevano altre preoccupazioni per gli investitori [in sostanza che non potranno più fare proprio tutto quello che vogliono, senza controlli…]

[149] Alla radio, discorso televisivo del 24.4.2012.

[150] le Monde , 28.4.2012,  J.P. Stroobants,  M.Guéant met l'UE en demeure sur les contrôles aux frontières— M. Gueant mette sull’avviso l’UE per i controlli [che vuole far rimettere] alle frontiere (cfr. http://www.lemonde.fr/web/recherche _breve/1,13-0,37-1190799,0.html?xtmc=claude_gueant&xtcr=4/).

[151] le Monde, 23.4.2012, Score de Marine Le Pen: le message de “la France des invisibles” (cfr. http://www.lemonde. fr/election-presidentielle-2012/article/2012/04/23/score-de-marine-le-pen-le-message-de-la-france-des-invisibles_16 89734_1471069.html/).

[152] The Economist, 27.4.2012, The rather dangerous Monsieur Hollande L’alquanto pericoloso Monsieur Hollande (cfr.   http://www.economist.com/node/21553446/).

[153] New York Times, 22.4.2012, S. Erlanger, Hollande and Sarkozy Head to Runoff in French Race— Vanno al ballottaggio Hollande e Sarkozy.

[154] Che, è vero, in questa Nota citiamo sempre. E del quale, perciò, stavolta vi diciamo non solo di un suo specifico rilevante contributo sul tema (ma date un’occhiata qui, sul suo blog del NYT, 24.4.2012, Austerity and Growth, Again (Wonkish)—Austerità e crescita, ancora (per lettori sofisticati); ma proprio del suo lavoro principale, come Autore di manuali e libri – corposi e utilissimi – di economia. Rimandandovi, per un’essenziale lettura ed informazione, a tre dei suoi più recenti lavori di vera e propria sistematizzazione sul tema:

Paul Krugman e Robin Wells, Economics, 2nd ed. 2009, Worth Publ., 1.200 pp.— (ital) L’essenziale di economia, 2008, ed. Zanichelli, trad. A. Oliveri.

           “         , The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008, 12.2008, W.W. Norton & Co., pp. 224— (ital) Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, 2009, ed. Garzanti, trad. N. Regazzoni.

            “           , The coscience of a liberal [è anche il titolo che l’A. ha voluto dare al suo blog plurisettimanale sul quotidiano di New York che pubblica anche, regolarmente, due volte la settimana, un suo editoriale personalmente firmato: ma non lo inserisce mai, appunto, nelle varie citazioni di esperti, tra Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno nei suoi articoli di informazione obiettiva] 2007, W.W. Norton & Co., pp. 315— (ital) La coscienza di un liberal, 2008, ed. Laterza, trad. F. Galimberti.   

[155] New York Times, 25.4.2012, J. Verdigier, British Economy Slips Back Into Recession L’economia della Gran Bretagna torna a affondare nella recessione.

[156] Guardian, 29.4.12, S. Malik, Cardinal accuses David Cameron of 'immoral' behaviour and favouring rich Il card.O’Brien accusa David Cameron di comportamenti immorali e di favorire i ricchi. 

[157] ONS, Ufficio Statistico Nazionale, 25.4.2012, Economic Review— La situazione dell’economia, 4.2012 (cfr. http:// www.ons.gov.uk/ons/dcp171766_263951.pdf/).

[158] Che poi è falso, detto così, e lo smentisce l’ONS appena citato in Nota157 precedente.