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     05. Nota congiunturale - maggio 2011

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.05.11

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc292027833 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc292027834 \h 1

● Quanti al lavoro, di qui al 2050, per pagare le pensioni?. PAGEREF _Toc292027835 \h 1

● Fabbisogno finanziario pubblico dei paesi ricchi (2011-2012) PAGEREF _Toc292027836 \h 3

● Le teorie del domino: tutte fasulle (Eisenhower-Kennedy-Nixon degli anni ‘50-‘70 e Bush del 2000)…... PAGEREF _Toc292027837 \h 4

Mediterraneo arabo: la cacciata dei rais. PAGEREF _Toc292027838 \h 8

● Der Preußisch Mario Draghi PAGEREF _Toc292027839 \h 12

● Bashar al-Assad, il tiranno sicuramente cattivo; e buono sarebbe al-Khalifa, re del Bahrain?. PAGEREF _Toc292027840 \h 14

● Le offerte di pace di Gheddafi Jr. (Seif al-Islam) PAGEREF _Toc292027841 \h 19

in Cina. PAGEREF _Toc292027842 \h 34

● Esportazioni americane in Cina (miliardi di $) PAGEREF _Toc292027843 \h 35

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc292027844 \h 39

EUROPA.. PAGEREF _Toc292027845 \h 40

STATI UNITI. PAGEREF _Toc292027846 \h 54

● “O noi… o loro!”. PAGEREF _Toc292027847 \h 55

● USA (ma anche Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo: i “falliti”…: post hoc, ergo propter hoc?) tra i paesi a più basse entrate fiscali del mondo (2009: PIL/tasse) PAGEREF _Toc292027849 \h 55

● Le tasse che i ricchi pagano in America sono drammaticamente crollate…... PAGEREF _Toc292027850 \h 56

● “Ci hanno pensato da sé…”. PAGEREF _Toc292027851 \h 58

● In Afganistan: le diverse exit strategies…... PAGEREF _Toc292027852 \h 63

GERMANIA.. PAGEREF _Toc292027853 \h 72

● L’ €, ottimo per i pagamenti della Germania, lo è stato meno per gli altri membri dell’eurozona. PAGEREF _Toc292027854 \h 73

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc292027855 \h 74

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc292027856 \h 75

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile qua e là la ripetizione e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nella ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E non si può. Per cui, abbiate pazienza…


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

●L’OCSE ha calcolato – e previsto: e come tutte le sue previsioni di lungo periodo, che pure sembrano le più raffinate e attendibili al mondo, ben più di quelle concorrenti del FMI, il rapporto medio di errore se va molto bene è, anche nel suo caso, almeno del 50%: dice 1 e, invece, è 1,50%... – che  per continuare a pagare pensione e benefici alle persone che sopra i 65 anni ne avranno diritto, bisognerà nei diversi paesi che il rapporto tra loro e chi è attivo in età lavorativa (20-64 anni) resti nella proporzione indicata anno per anno per i vari paesi fino al 2050.

La seconda fila è quella dei principali paesi che non sono ancora membri dell’OCSE, dal Sudafrica alla Russia. La prima fila è quella dei paesi membri: nel 2008 in media, nei 32 paesi dell’Organizzazione, si contavano 4,3 lavoratori attivi per ogni pensionato e nel 2050 l’OCSE ne prevede solo 2,1; nel caso dell’Italia, a fronte di appena più di 3,7 attivi nel 2008, nel 2050 l’Organizzazione si aspetta di vederne lavorare solo 1,5.

Con un rapporto così basso tra attivi e pensionati, con noi la Corea del Sud e, peggio, solo il Giappone. Ma è una scelta sociale e politica quella, domani, di dedicare una percentuale di PIL superiore alla spesa pensionistica piuttosto che, diciamo, all’aumento dei salari in un’economia. E anche – certo, se ce ne sarà la volontà politica: magari…, chi sa – piuttosto che a profitti e rendite.  

Quanti al lavoro, di qui al 2050, per pagare le pensioni?

Rapporto attivi/pensionati nel 2008 e nel 2050

Fonte: OCSE, 12.4.2011,  Society at a Glance 2011 - OECD Social Indicators— La società a colpo d’occhio – Indicatori sociali dell’OCSE (http://www.oecd.org/document/24/0,3746,en_2649_37419_2671576_1_1_1_37419,00.html#data/).

●In preparazione del G-20 di quest’anno, chi lo presiederà, Sarkozy, tra una bomba e l’altra seminata in Libia a protezione di quei civili (la solita legenda nera della bomba protettrice dei diritti e della vita!), ha trovato il modo di commissionare a Bill Gates il compito di esaminare “modi innovativi di finanziare lo sviluppo” nel mondo, specie in quello più povero.

La scelta dell’uomo più ricco del mondo, poteva anche sembrare strana lì per lì: ma Gates è noto tanto per la sua capacità di fare le cose che decide di fare (non sempre quelle giuste, col mestiere che fa – il miliardario – si capisce) quanto per la sua sensibilità “compassionevole”. E ha stimolato a mettersi insieme un gruppo di economisti, tutti accademici puri, di 53 paesi diversi (e molte università: da Harvard a Cambridge, a Kyoto, a la Sorbona…), poi cresciuti fino a un migliaio (da Jeffrey Sachs a Dani Rodrik a Ha-Joon Chang ai Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman…) che hanno, adesso, sottoscritto un appello ai G-20 chiedendo loro di cominciare a trovare i soldi necessari a far fronte ai problemi più gravi del mondo col semplice – e spiegano bene perché lo sarebbe – affibbiare una tassa sulle rendite degli speculatori finanziari: una tassa Robin Hood, come la chiamano.

Non è un’idea nuova: l’aveva inventata quasi trent’anni fa – sia per trovare risorse a poco prezzo, sia per moderare i mercati finanziari selvaggi – il Nobel americano dell’economia James Tobin, proponendola e raffinandola nel corso di anni fino a vedersela quasi espropriare. Aveva, infatti, commesso il peccato di convertire alla sua idea i no-global, confinandola purtroppo così all’insignificanza politica per colpa di quegli stessi speculatori dalla mazzetta facile, degli accademici che se ne lasciavano interessare e dei politici-politicanti. Ora – e sono in tanti e sono nomi grossi: grazie proprio sicuramente all’impulso che viene da Gates – però ci ripensano.

La chiamano tassa “Robin Hood” – descrivendo bene, anzi meglio va detto, gli effetti che avrebbe… – adesso e non più tassa Tobin. Ma se questo è il prezzo da pagare per farla passare, il prof. James Tobin – lo possiamo garantire avendolo personalmente conosciuto – sicuramente non avrebbe avuto e, se fosse ancora con noi, non avrebbe obiezioni[1].

Consiste – questa nuova imposizione fiscale: per riassumerla con la descrizione forse un po’ semplicistica ma tutto sommato corretta data dall’articolo che pubblicizza ora l’iniziativa[2]* – che “se sulle transazioni finanziarie che riguardano trasferimenti e scambi di valute venisse imposta una tassa dello 0,05% – non lo 0,1%, né lo 0,50, e neanche lo 0,01 ma solo lo 0,05%: per capirci, su 10.000 $ una tassa di 5, cinque, schifosissimi $... – si potrebbero accumulare riserve di centinaia di miliardi di $ con cui finanziare sviluppo, progetti di difesa ambientale e anche riparare i buchi di bilancio di tanti governi…”.

C’è anche da dire che la Tobin tax originale si applicava, più modestamente – o, se volete, meno ambiziosamente – soltanto alle operazioni di cambio tra valute al tasso corrente del giorno. Qui la Robin tax riguarda tutte le operazioni finanziarie, futures comprese, ogni trasferimento, ecc., ecc. La lettera dei Nobel e degli altri economisti (alcune decine di italiani anche[3]), cogliendo anche l’altra dimensione a suo tempo valorizzata da Tobin nel tipo di intervento che suggeriva, sottolinea come  “la crisi finanziaria ci ha dimostrato i pericoli della finanza non regolata e che il legame tra settore finanziario e società si è spezzato…”. E che “è ora di aggiustarlo costringendo il settore finanziario a restituire alla società qualche cosa”: un po’ del maltolto. Non solo una tassa sulle transazioni finanziarie come questa costa pochissimo e rende moltissimo, ma è “tecnicamente fattibile” e “moralmente giusta”.

Già… ma sarà abbastanza, secondo voi, a convincere a spostare opinione chi si è messo intellettualmente, accademicamente e politicamente al servizio degli speculatori e dei padroni delle finanze oltre che delle ferriere globalizzate?

●Il fabbisogno finanziario pubblico dei paesi ricchi (definito come somma dei deficit di bilancio e dei finanziamenti che i governi sono obbligati a trovare per continuare a “onorare” i debiti pubblici accumulati e il cui servizio matura in corso d’anno), sale quest’anno al 27% del loro PIL messo insieme: dal 25,8 di un anno fa. Spesso servirà a poco, a fronte dell’aumento nel servizio del debito causato dall’incremento globale e dalle scadenze di pagamento che invece si accorciano, la riduzione in molti casi prevista dei deficit annuali di bilancio. Nel 2012, anzi, nel caso delle Grecia – unica eccezione però data la gravità dei pagamenti cui le toccherà far fronte – il fabbisogno crescerà anche rispetto a quest’anno…

Come è ovvio, trattandosi di operazioni pure e semplici, di + e di –, cioè tanto più alto è il fabbisogno dei paesi avanzati per finanziarsi il debito tanto minore è la disponibilità (senza parlare della propensione…) dei mercati a finanziare bisogni e necessità di quelli più poveri, non c’è promessa di niente di buono da questa situazione… Certo, la tassa Tobin, o Robin Hood, che dir si voglia, risolverebbe potenzialmente tutti – tutti: gli uni e gli altri – questi problemi. Ma potrebbe alleggerire di qualche euro anche se in misura individualmente infinitesimale il portafoglio dei ricchi non come paesi ma come individui…

Torniamo a chiedere: credete che se ne potrà fare qualcosa?

● Fabbisogno finanziario pubblico dei paesi ricchi (2011-2012)

 

Fonte: elaborazione di The Economist,  16.4.2011, dati del FMI (in % del PIL)    

●A inizio anno, in sede diciamo così di previsione nostra, avevamo pensato invece a quattro grandi tendenze predominanti nel 2011 che aprono prospettive di qualche preoccupazione per la superpotenza americana in campo mondiale:

• l’assetto interno, anzitutto, che vede sempre più vicino al punto di implodere le contraddizioni crescenti tra un’economia che, da una parte, continua a farsi più ricca ma a ritmo ormai inferiore a quello di molti altri paesi e, dall’altra, ha a che fare con una società che, invece, si va facendo mediamente sempre più povera per la concentrazione dei frutti della crescita solo ai vertici;

• le complicazioni con l’Iran intorno al ritiro dall’Iraq delle forze armate americane;

• gli sforzi della leadership cinese di mantenere insieme crescita economica e, attraverso una più equa sua distribuzione, stabilità politica nel bel mezzo comunque delle turbolenze della globalizzazione che un riassetto, anche alla Cina, lo vanno imponendo;

• le scelte della Russia, anche qui – per capirci – tra la linea più assertiva e forte di Putin, che vuole certo mantenere con gli USA un rapporto amichevole ma non sembra transigere sull’esigenza di mantenerlo paritario, e quella di Medvedev, che sembra spesso puntare a una conciliazione (quasi) a ogni costo.

Adesso, dopo che quindici giorni fa sul nodo più delicato del rapporto con gli USA – il nesso tra armi strategiche nucleari offensive e scudo missilistico difensivo in Europa – Putin aveva fatto il muso duro e  Medvedev s’era al contrario dimostrato morbido – dando inaspettatamente un’indicazione curiosa ma anche rivelatrice Medvedev ha parlato del suo futuro, quando non sarà più presidente. Niente di preciso, ancora, se non per dire che gli piacerebbe tornare all’università e si sente ben qualificato, meglio qualificato, per farlo[4].

Ma non ha ancora deciso se correre nel 2012 alle prossime presidenziali contro Putin, anche se tutti qui hanno letto la sua dichiarazione come una specie di effettiva rinuncia: dopotutto Medvedev era stato il numero due di Putin, suo primo ministro, prima di sostituirlo alla presidenza della Federazione quasi a tenergli il posto visto che lui non avrebbe potuto costituzionalmente concorrere per succedere a se stesso ma adesso può. Lo sapeva tuta la Russia ma lo sano loro soprattutto e Putin ha indicato chiaramente che lui vuole correre.

Dobbiamo confessare che l’ondata di rivoluzioni in Medioriente non l’avevamo proprio prevista. E’ stato uno spostamento tettonico della storia, davvero. Al meglio – parlando del tempo suo, si capisce – colse la novità Vladimir Iliyich Lenin, uno che di rivoluzioni se ne intendeva, che “a volte passano i decenni e non succede niente; e, a volte, passano settimane e vengono percorsi tutti insieme interi decenni”. Ecco lì, siamo.

Stavolta sembra davvero aver funzionato la “teoria del domino”: non quella screditata di vietnamita memoria (se cade il Vietnam, cade la Cambogia; se cade la Cambogia cade il Laos; se cade il Laos cade la Tailandia… tutti in bocca alla Cina: e invece…), o di Bushottiana, ma rovesciata, scopiazzatura neo-cons (se ci prendiamo l’Iraq, poi diventano automaticamente “democratici”, uno dopo l’altro, per contagio, tutti gli altri regimi del mondo arabo).

No, qui e adesso, a cominciare dalla Tunisia, sono crollati, o comunque stanno traballando, regimi la cui solidità perenne era data per scontata in tutto il Mediterraneo e il Medioriente fino alla regione del Golfo Persico. E questo, invece, sembra essere ora il fenomeno globale che finirà col connotare di più l’anno 2011.

Le teorie del domino: tutte fasulle (Eisenhower-Kennedy-Nixon degli anni ‘50-‘70 e Bush del 2000)…

            

Fonte: israelmatzav.blogspot.com                                                          Fonte: Nick Anderson (Houston Chronicle)

Ci sono alcuni fili rossi comuni che sembrano legare molte di queste rivoluzioni o semi-rivoluzioni: l’età media assai bassa della popolazione, l’altissimo livello di disoccupazione giovanile, un crescente livello di istruzione elementare, media e anche superiore, prezzi crescenti dei beni di consumo essenziali, livelli elevati di corruzione e burocrazia, meccanismi di successione truccati e/o familistici, legislazioni di emergenza che durano da decenni e mancanza di quasi tutte le libertà d’espressione… meno di quella ormai non reprimibile dell’accesso di tutte e di tutti alle Tv satellitari (al-Jazeerah, ma anche CNN e BBC) e a Internet, molto più che a strumenti sofisticati e ancora largamente alieni come Facebook e/o Twitter. Però, poi, ogni paese ha certo mostrato le caratteristiche sue.

Soprattutto, appare sempre più evidente, e destabilizzante, una divaricazione di interessi geo-politici tra i paesi arabi del Golfo (e il loro grande protettore, l’America) e l’Iran: un potenziale conflitto che riproduce a questo livello la tensione sempiterna tra sunniti e sciiti. Il Bahrain è stato il caso più evidente – il prodromo forse – di qualcosa di preoccupante a venire.

Lì, la grande maggioranza della popolazione sciita aveva guardato con speranza, non proprio ben riposta poi dal suo punto di vista perché al dunque Teheran, tutto sommato saggiamente, ha preferito non intervenire, all’appoggio dell’Iran contro la dominazione prepotente della minoranza sunnita. Né c’è stato da meravigliarsi poi se questa, sentendo a rischio il proprio dominio, s’è rivolta e ha chiesto apertamente l’appoggio armato esterno e l’invasione “fraterna” (tal quale a quella che di tanto in tanto esercitavano, una volta, i sovietici nei paesi fratelli) della sunnita Arabia saudita…

Con l’America di Obama, il grande protettore come dicevamo, sempre più imbarazzata però dal dover sostenere questi regimi oppressivi anche perché ormai precarizzati sempre di più dalla sfida loro portata da una parte della loro popolazione che in essi, comunque, non si riflette, non è più disposta a riflettersi, come ieri placidamente e pacificamente.

●Nazioni unite e Francia – naturalmente: anche qui, sempre alla testa di chi bombarda – hanno provveduto, a inizio aprile, a colpire il palazzo presidenziale di Abidjan in Costa d’Avorio, scena di un braccio di ferro tra l’uomo forte, il presidente uscente Laurent Gbagbo e quello entrante, secondo l’ONU – e probabilmente a ragione – legittimamente eletto, Alassane Ouattara[5]. Legittimamente eletto, ma non per questo meno carogna dell’oppositore: a inizio aprile, 800 persone sono state massacrate in nome di quella legittimità dalle sue truppe… quelle che noi, l’occidente, appoggiamo….

Alla fine qui ha vinto Ouattara. Ma il punto è lo stesso che, in altro modo, si pone per la Libia: quale rivoluzione è “legittima” e quale no? e, d’ora in poi, spetterà all’ONU – sempre? O a seconda della maggioranza che, di volta in volta, verrà a determinarsi? o decideranno i grandi del CdS? col potere di veto in vigore? ma siamo seri… – a decidere chi in un’elezione contenziosa è il legittimo vincitore? Per esempio, e per dire, le presidenziali del 2000 tra Bush il piccolo e Al Gore, chi le vinse davvero? lo decide l’ONU? cioè sarà la maggioranza contingente della “comunità internazionale” a decidere quali elezioni approvare e quali no e, magari, bombardare quelle che non le vanno a genio. E quali altre, invece, inibirsi sempre dal giudicare; come quella del 2000, appunto? E se, per caso, la Francia è di un parere e gli Stati Uniti di un altro, che succede?

Voi, capite, il casino…  

Wikileaks continua a far vittime tra i diplomatici americani in Sud America. Prima si dimette l’ambasciatore a Città del Messico, Carlos Pascual, per il modo brutale con cui esprime il suo giudizio e l’imbarazzo che esso crea a Washington – anche se, a primo acchito, sembra anche un giudizio fondato – che il governo messicano non è assolutamente in grado di combattere con efficacia i cartelli della droga[6]... Poi l’ambasciatrice a Quito, in Ecuador, Heather Hodges chiamata a dar conto del perché si fosse considerata autorizzata ad accusare in un messaggio al Dipartimento di Stato del 2009 il presidente Correa di collusione con la corruzione di un ufficiale di polizia della capitale, non dà alcuna spiegazione e viene dichiarata “persona non grata[7]

Il fatto è che altri dispacci tirati fuori da Wikileaks, messaggi dall’Ambasciata a Bogota in Colombia al Dipartimento di Stato, svelano il coordinamento cercato tra USA e Colombia per tentare di collegare la persona del presidente Correa, per sua esplicita dichiarazione antimperialista e anti-yanquee, ai guerriglieri colombiani della FARC. E, comprensibilmente, ne scatena il risentimento[8].

Ma, fa notare comunque il ministro degli Esteri Ricardo Patino, il governo non la espelle tout court. Le chiede di andarsene per ragioni di opportunità. Infatti, sa bene che l’aveva nominata Bush, non certo Obama. E, se non può accettare di vederla restare al suo posto avendo formulato accuse gravi nei confronti del presidente Correa senza averle potute corroborare in alcuna maniera, lo vuole fare in modo da segnalare la propria intenzione di mantenere comunque un buon rapporto con l’Amministrazione attuale.

La reazione americana è pavloviana, scatta il riflesso condizionata del tit for tat, come lo chiamano loro: tu espelli l’ambasciatore mio e io il tuo, anche se devo ammettere – lo riconosce il portavoce del Dipartimento di Stato che contro di lui (Luis Gallego, l’inviato a Washington) non ci sono accuse specifiche da sollevare: solo, è così che funziona, dice...

Il nodo, però, è che coi governi latino-americani di sinistra, o anche solo appena più a sinistra del centro, e soprattutto non sempre disposti a dire sissignore a tutti i desiderata americani, il governo – anche questo di Obama, con la Clinton al Dipartimento di Stato – non riesce a stabilire un rapporto qualsiasi: in Bolivia, in Venezuela non riesce neanche a designare un nuovo ambasciatore, lasciando senza rappresentanza diplomatica gli USA.

●A Cuba, il 16 aprile, prima al mattino hanno celebrato le grandi vittorie della rivoluzione – l’insurrezione contro Batista del ’59 e la sconfitta nell’invasione del 1961dei gusanos— i vermi fatti sbarcare e poi abbandonati dalla CIA su quella che chiamò, vincendo la battaglia del nome – e fu l’unica vittoria americana davvero – Baia dei Porci e non, come la chiamano da sempre i cubani Spiaggia di Giron –; poi, nel pomeriggio, hanno inaugurato il 6° Congresso del partito comunista, il primo dal 1997— cioè, da un’era geologica.

Il presidente Raúl Castro (che ormai da tre anni ha sostituito Fidel al vertice costituzionale della repubblica oltre che come numero uno effettivo del PCC) ha subito imposto il suo segno annunciando, nel rapporto introduttivo proposto a nome della dirigenza al Congresso – un norma nuova che sarà sicuramente approvata.

Succede qui – ma, è vero, se siamo onesti come fanno poi tutti i congressi dappertutto nel mondo: con l’eccezione di alcuni dei congressi della vecchia e in qualche modo, malgrado tutto, rimpianta Democrazia cristiana da noi – di come la leadership sia “arrivata alla conclusione che è consigliabile limitare a un periodo massimo di due quinquenni consecutivi l’eleggibilità nelle cariche politiche e istituzionali massime dello Stato[9]. E come dappertutto il Congresso approva sempre. Era ora. E è importante. Adesso, però, bisognerà vedere se basterà.

L’impressione, tutto sommato abbastanza ben informata, di chi scrive è che Raúl abbia ormai meglio del pensionato Fidel il polso del paese, dei suoi bisogni e anche dei suoi pesanti ritardi. Ma, certo, la decisione di diventare ufficialmente lui, 79enne,  nuovo Primo segretario al posto di Fidel, che non lo è più di fatto da anni, e di associarsi, al posto di Secondo segretario, un veterano ancor più vecchio di lui, l’80enne José Machado Ventura, non è che lasci presagire granché di particolarmente dinamico…

Insomma, non proprio la volontà di rivoluzionare il paese. Forse anche perché, al di là delle parole, questa leadership non è affatto convinta proprio che di rivoluzione Cuba abbia bisogno: di ammodernamento, di perestrojka, di aggiornamento, questo sì… ma non – o non ancora – di altro.  Dovremo, come è naturale, tornarci sopra.

Non senza aver preso nota che, confermando come non è ormai più possibile per lo Stato essere il datore di lavoro di 4/5 dei lavoratori cubani, Raúl è costretto anche a confermare che il licenziamento di mezzo milione di lavoratori pubblici che era stato deciso andrà rinviato o, almeno, dilazionato. Che è una mossa saggia, prudente, ma anche – ancora una volta – un rinvio.

●A livello globale, il governo britannico – che ha come vice premier un dichiarato Verde, il Clegg del partito liberal-democratico – e come primo ministro quel Cameron che dichiara la sua massima preoccupazione e considerazione per il rispetto degli equilibri ambientali si è messo alla testa della manica di governi che in Europa si oppongono a norme più stringenti, più serie, per regolare le trivellazioni[10] sul fondo oceanico contro il ripetersi di “incidenti” come quello che un anno fa, con l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon, ha inquinato in modo che ancora non è stato possibile rimediare metà del Golfo del Messico.

Insomma, non hanno imparato niente dal comportamento criminale, più che irresponsabile[11], tenuto in quella occasione dalla BP, dalla Halliburton e dalla TransOcean. Per cui sono decisi a far fallire i tentativi della Commissione, presentati dal Commissario all’Energia dell’Unione, Günter Öttinger, di far passare al Consiglio dei ministri europei una serie di misure che sembravano promettere qualche efficacia. Sarebbero regole da applicarsi alle trivellazioni a grande profondità come quelle che la compagnia Chevron sta progettando e cominciando ad ovest delle isole Shetland, a Nord-Est della Scozia, nel mare del Nord, e a Cairn,  a Sud-Ovest della Groenlandia.

Ora le compagnie – le sette sorelle più altre, insieme private e di Stato – stanno tentando di bloccare il tutto: perché costa, dicono, perché diminuisce quindi i loro profitti, perché complicherebbe loro la vita… Noi non ce la sentiamo di scommettere che vincerà la Commissione, purtroppo: dovranno approvare tutti i governi, all’unanimità, e le misure – ma questo è più facile – dovranno trovare l’appoggio di una maggioranza del parlamento europeo. E di occasioni per “convincere” scettici e amici del petrolio, magari profumatamente oleati, se ne offrono tante…

E sì che ce n’era voluto, per convincere un organismo “tecnico” e “asettico” come la Commissione, per natura sua prono a tendere massima attenzione e anche ossequio ai desiderata dell’industria, specie di quella onnipossente del petrolio, a proporre di rivederne le regole. A dire dello stesso Öttinger, aveva avuto un impatto personale su di lui molto forte un commento a firma congiunta apparso a inizio aprile, ma da lui letto già prima sulla prestigiosa rivista britannica Nature, di due scienziati.

Jeffrey Short, che ha lavorato a lungo per il governo Americano, e Susan Murray, che lavora per l’Oceana, un’associazione di volontari ambientalisti euro-americani di prestigio internazionale: hanno scritto, e ampiamente documentato[12], che proprio “nella zona glaciale dell’Artico, una perdita vasta di greggio petrolifero trivellato e portato a galla dal fondo dell’Oceano non potrebbe essere né contenuta né mitigata e chiunque sia responsabile dovrebbe piantarla di pretendere altrimenti”.

Mediterraneo arabo: la cacciata dei rais

●Vi ricordate quella buffonata dell’Unione del Mediterraneo che s’era inventato Sarkozy per rilanciare qualche semestre fa una già allora pereunte “egemonia” gallicana? che fine ha fatto dopo che lui, il fondatore e membro più autorevole, ha provveduto a mobilitare gli altri perché contribuissero a bombardarla e a bombardarne direttamente un altro membro, la Libia… E, in una storica dimostrazione di solidarietà intermediterranea  ha chiuso a tenuta che vorrebbe stagna le sue frontiere non solo a altri cittadini di paesi del Mediterraneo ma anche a quelli che da lui volessero tentare di arrivare via altri paesi dell’Unione stessa: quella europea.

Ma naturalmente, e qui ci limitiamo solo a accennare il tema, è che con la politica african- mediterranea della Francia per il Mediterraneo – fatta di dosi miste e tutte sbagliate di interventismo bombarolo, di opportunismo e di menefreghismo – cui si uniscono l’inesistenza vacua e vagamente ridicolo-repellente dell’Italia berlusconiana, l’egoismo gretto piccolo-weberiano dei tedeschi di Merkel e l’antieuropeismo di sempre degli inglesi sta saltando per aria proprio e anche l’Unione europea. Come tale…

Lo stato ormai quasi comatoso dell’Europa, di cui questa dimensione fa parte, è fotografato con queste parole dal NYT: “A partire dalla crisi finanziaria mondiale, l’Unione europea si è profondamente divisa sulla propria politica economica. Con l’intervento in Libia, si è spaccata sulla politica estera. Ma ci sono poche questioni che, come l’immigrazione, stiano mettendo tanto a rischio la coesione del blocco europeo. E’ diventato chiaro quando, questa settimana – la terza del mese – una Unione europea dei 27 tra loro molto divisi – ma, in realtà, tutti da una parte e uno solo a favore: l’Italia – ha respinto la proposta italiana di facilitare l’andarsene poi altrove in Europa agli immigrati che approdano sulle sue sponde[13].

●In Tunisia, con l’Italia sulla questione immigrati, sempre di conati impotenti di realpolitik si è trattato— qualcosa in cambio di qualcos’altro ma niente di abbastanza definito e garantito da imporsi a nessuno: un do ut des, alla fine, quello che a Berlusconi non è riuscito. Maroni, a inizio aprile, è andato a ri-offrire la dichiarazione congiunta che aveva concordato con Ben Ali alla nuova Tunisia. Solo che questi qui resistono proprio alla dichiarazione congiunta che l’Italia proponeva fosse centrata contro l’ “immigrazione illegale”. Così, Berlusconi è rimasto solo a dichiarare che tra i 20.000 migranti arrivati adesso in Italia, la maggior parte di quelli trattenuti nei centri di detenzione in Sicilia torneranno in Tunisia…

Poi, alla fine, si finisce col cercare di pensare a tamponare gli arrivi futuri (ma come, precisamente, si capisce poco…) mentre per quelli passati… Il fatto è che in Tunisia, tanto per cominciare, dalla Libia sono arrivati in un mese più di 200.000 (altro che 8 o 20.000) rifugiati, clandestini, immigrati: chiamateli pure come cacchio volete chiamarli. Comunque, gli italiani non possono semplicemente ignorarli nel parlare coi tunisini.

E, in realtà, l’accordo che faticosamente, molto faticosamente, ha strappato Maroni è stato definito dalla sua stessa parte un “mezzo accordo[14]. Bossi – che stavolta di Maroni sembra fidarsi poco – ha subito bofonchiato, che “bisognerà per forza che ci fidiamo di questi tunisini”. In effetti, l’accordo che Maroni ha firmato – tra una votazione precettata e l’altra sul “processo breve” per Berlusconi – riferendone alla Camera il 7 aprile, alla fine prevede:

• per chi è già arrivato con la recente ondata di afflussi marittimi dalla Tunisia in Italia (le centinaia di affogati non contano, naturalmente) la concessione del cosiddetto transito eccezionale “europeo”: permessi di soggiorno temporanei ai migranti che chiedano di recarsi in un altro paese dell’area Schengen (se non dichiarano di voler andare altrove però, diventano subito clandestini; quindi, è scontato che lo dichiarino tutti: che poi è l’obiezione, scontata, che gli “altri”, in Europa, avanzeranno);

• bisognerà, infatti, vedere:

  ◦ se la Francia effettivamente li accoglierà: Schengen dice che potrebbero circolare come vogliono liberamente nell’area europea; ma i francesi giudicano questi particolarissimi permessi concessi da noi del tutto strumentali (come sono in effetti) a mandarli altrove e faranno ostruzione;

◦ il fatto è che le normative europee imporrebbero all’Italia osservanze cui l’Italia stessa rifugge— dicono sia Francia che, adesso, anche Germania interpretando Schengen, a modo loro ovviamente m anche, onestamente, in modo più aderente a un minimo di onestà: in effetti, la “lettera della direttiva 55 del 2001, invocata come strumento per spalmare [in altri paesi dell’Unione] i profughi arrivati in Italia, prescrive tale attivazione di fronte ad immigrazioni molto più consistenti e prodotte da eventi che impediscano il ritorno degli stessi profughi in patria[15]: persecuzioni di massa, caccia alle streghe, ecc. non problemi sociali, economici op di instabilitò politica…;

◦ che, però, purtroppo per Maroni, è lo stesso della Commissaria europea agli Affari interni Cecilia Malmström: avverte che se Berlusconi emette un decreto che proclama Schengen unilateralmente, ciò non fa scattare automaticamente le disposizioni di Schengen: anche perché di una libera circolazione tutt’altro che libera si tratta se uno per usufruirne deve avere i documenti per esercitarla e dimostrare di avere i mezzi di sostentamento che chiede la direttiva europea…;

◦ e, comunque, è vero, ammette a denti strettissimi e schiumanti Maroni – che, però, a Berlusconi pare che avesse detto tutto il contrario insieme all’approssimativo Frattini (quello col ciuffetto ribelle alla Macario, ricordate?, di cui una volta si disse che Mark Twain avesse scritto – e se non è vero è stato, di certo, ben inventato – uno dei suoi più pungenti aforismi: che “è meglio star zitti e farsi credere sciocchi che aprire la bocca e togliere di mezzo ogni dubbio[16])… – comunque è vero che Schengen, secondo le regole europee, automaticamente non scatta…

…cosa che, infatti, poi confermano tutti i ministri degli Interni d’Europa: 25 contro, 1 (Malta) in sospeso e 1 solo (proprio Maroni) neanche a favore… astenuto (forse a memoria, che non a caso da un collega gli è stata puntigliosamente ricordata, delle regole europee – ad esempio, le quote latte… – che per anni l’Italia, per volontà della Lega anzitutto, ha volutamente violato…);

• come al solito, di un’overdose di ipocrisia si tratta anche qui: gli altri se ne vogliono lavare le mani, ma Berlusconi e Bossi hanno sempre rifiutato per primi di chiedere e tanto più di battersi per l’Europa, e anzi hanno sempre detto no ai poteri comuni che avrebbero – forse – consentito di mettere in piedi un’Europa politica su questo come su tanti altri dossier: politica fiscale, politica di bilancio, politica economica, politica estera e di sicurezza…; e, poi, certo, perché l’Europa, dell’Italia di Berlusconi, non ha ormai alcunissima considerazione…;

• e Maroni (con Berlusconi accodato) sbotta dicendo che a questo punto dall’Europa forse varrebbe la pena di uscire (come se poi lo pagherebbero loro il differenziale tra BoT italiani e Bund tedeschi…);

• col suo omologo degli Interni francese, alla fine conclude a latere un accordicchio, di principio come al solito, per il pattugliamento navale congiunto e cosiddetto avanzato, cioè aggressivo (ma chi comanda? francesi o italiani?), che dovrebbe e forse potrà anche – ma a spese, se funzionasse mai, di parecchi morti per definizione “civili” ma indegni questi, s’intende, in quanto “irregolari” di qualsiasi protezione – respingere in mare quasi alla partenza i battelli dei disgraziati;

• chiarisce sempre Maroni che i nuovi arrivi (dopo la firma di questo accordo) saranno tutti respinti e “riassorbiti dalla Tunisia” (sì, a spese di chi? dietro quale ‘compenso’? dove? quando?): e sono le domande che sembrano motivare i dubbi di Bossi. Naturalmente lo dice lui: se fosse così – se la Tunisia fosse davvero disposta a riassorbire, d’ora in poi, tutti i suoi emigrati non regolari – che  bisogno ci sarebbe stato di chiedere aiuto all’Europa senza, poi, neanche ottenerlo?

• Maroni ci tiene anche a sottolineare che sono stati gli altri governi, molto più che la Commissione, a mettere i bastoni fra le ruote al governo italiano: tutti (o quasi) amici suoi, peraltro, di centro-destra, di destra o di estrema destra, si capisce e gli sta bene. Infatti il presidente della Commissione Barroso è l’unico a intervenire sul premier tunisino, Beji Caid Sebsi, a rilevare che il problema delle migrazioni va considerato “una sfida e una responsabilità condivisa”.

E a premere perché Tunisi accetti la riammissione dei suoi emigrati che si trovino in situazione irregolare in Europa. Adesso, la UE aggiungerà altri 140 milioni di € ai 257 già stanziati allo scopo per il 2011-2013[17]. Ma resta solo. Tutti gli altri sottolineano che, di fronte ai dati degli immigrati, dal Nord Africa e altrove, nei loro paesi quelli degli irregolari in Italia (25.000 ne denuncia ora il ministro degli Interni italiano o, se volete, padano) restano molto inferiori e che, quindi, non rompano tanto le scatole.

Poi, quasi a tagliare ogni nodo interpretativo per imporre il suo, la Francia annuncia ufficiosamente per ora, alla vigilia proprio del vertice Sarkozy-Berlusconi, che potrebbe sospendere quello che riconosce essere l’obbligo in base agli accordi di Schengen di consentire il libero spostamento entro i confini dell’area[18] a causa dell’influsso di migranti da Libia e Tunisia. La fonte, vicina all’Eliseo, spiega che la Francia ha la necessità di applicare una sospensione temporanea a Schengen a causa della pressione che sovverte ogni ordine normale alle frontiere esterne.

E questo, alla fine, è il contenuto dell’accordo che a palazzo Chigi viene sottoscritto dai due il 26 aprile[19]. L’Italia del Berlusca, che aveva fatto la faccia tanto feroce, molla quasi su tutto.

• Avendolo annunciato la sera prima, fa contento Sarko, dicendo che lo seguirà nel bombardare Gheddafi ed i suoi— e ovviamente a chi tocca tocca alla fine là in Libia: la distinzione fra bombe sceme e bombe intelligenti – dopo Vietnam, Iraq e Afganistan – la fanno ancora solo i sepolcri imbiancati o gli scemi di cose militari.

L’Italia molla la posizione di difesa dell’italianità di Parmalat alla fine, in nome della sacertà del mercato: qui Berlusconi perde con Sarkozy che del suo protezionismo e ben più convinto e efficace, assertore ma vince sul colbertismo e il preteso “socialismo”-dirigismo  tremontiano, che gli fa ancora più comodo.

L’Italia molla anche sul fatto che in Europa secondo Schengen le frontiere degli altri dovessero che restare aperte a chi sbarcasse dal Nord Africa inizialmente da noi e sosterrà, invece  la tesi francese della sospensione del Trattato di Schengen

In cambio, o forse no, questo sarebbe il contentino all’Italia e si dovrà poi vedere se sarà decisivo, e non è affatto detto, del via libera gallicano a Draghi come presidente della BCE per la prima nomina di taglia europea che il Berlusca riuscirebbe a strappare agli altri suoi omologhi da quando è premier, dopo ben tre fallimenti.

C’è subito da osservare però che, per cambiare Schengen, devono dire sì tutti gli Stati che lo hanno firmato dall’85: e sono ormai 25 i paesi europei ad aver smantellato i controlli di confine sia per i propri cittadini che per quelli di altri paesi, anche non europei. E’ sicuro che una lettera firmata a due Sarkozy-Berlusconi alla Commissione non serve a niente… è un piuma: e che loro lo sanno.

Difficile, vista la dissonanza di intenti – sia princìpi che interessi – tra tutti i 25 che passi facilmente una misura come questa che cancellerebbe in modo drammatico e non solo simbolico una delle poche misure di integrazione reale percepita e sperimentata sula propria pelle da anni direttamente dalla gente in Europa. E anche questo lo sanno.

Ma fanno come al solito finta, ammoina… Molto alla fine si giocherà sulla definizione di quelle che Berlusca e Sarko chiamano giustificazioni eccezionali di controlli confinari temporanei che la Commissione avrà un dannata difficoltà a precisare viste le posizioni assolutamente eterogenee, e anzi insistenti finora, sul tema interne al blocco di Schengen.

Va aggiunto anche che, due giorni dopo il vertice franco-italiano, la Corte di giustizia europea cancella per violazione patente dei diritti dell’uomo – come era stato largamente preannunciato, del resto – la legge italiana che equipara, per volontà leghista e disponibilità supina berlusconiana (e, però, va detto, non solo) la clandestinità dei migrati a un reato.

Certo, c’è poi da notare che Mario Draghi non è proprio un uomo di Berlusconi e che avrebbe – probabilmente avrà… – anche la possibilità di venire scelto in base alla sua forza e credibilità personale (ha detto, bene, Sarkozy che non lo appoggia perché è italiano ma per le sue qualità: altra botta al Berlusca, s’intende), riuscendo alla fine a scavalcare l’ultimo ostacolo che gli resta contro, la Merkel, il suo sospetto tutto tedesco sul lassismo monetario italiano.

Affrancandosi, così, da ogni dovere di riconoscenza ai suoi sponsor (Berlusconi in Tv è sembrato letteralmente sconcertato, gelato, dall’annuncio di Sarkozy che gli veniva dato evidentemente, quasi a mo’ di sorpresa, in diretta). E questo gli rode di brutto. Ma non poteva certo dire di no e, del resto, anche se Sarko non lo avesse bruciato in diretta, l’unica alternativa che aveva, cioè Tremonti – appena appena commestibile, forse, per gli altri in Europa – non appetiva all’interessato e, se fosse poi stata accettata da lui, avrebbe minacciato di sgretolargli in mano un governo ormai molto friabile.

Insomma, adesso bisognerà, comunque, fare i conti con la Germania. Lo sa Sarkozy e ben lo sa Berlusconi e bisogna vedere se, fatta la mossa, interessa ora all’uno o/e all’altro perseguire davvero l’obiettivo Draghi, soprattutto al premier nostrano. Perché, subito, a Berlino, il 27 aprile Steffen Seibert, portavoce della Cancelleria notifica a tutti che, per passare, Mario Draghi – come qualsiasi altro candidato alla presidenza della BCE – avrà bisogno di vedersi approvata la candidatura dalla Germania. Da un punto di vista strettamente statutario la Germania, da sola, non sarebbe in grado di bloccare nessuno. Ma se trova l’appoggio di altri votanti – da uno a cinque paesi a seconda del loro peso azionario nel Consiglio della BCE – ce la potrebbe anche fare.

Anche perché gli arriva subito l’imprimatur (o il “consacratur”… se volete) della ministra delle Finanze spagnola, di quello portoghese e del “nordico” presidente dell’Eurogruppo, presidente del Consiglio e ministro delle Finanze lussemburghese, Jean-Claude Juncker[20]: uno che negli ambienti conta davvero e che profetizza come alla fine – ci sarà da lavorare ancora un po’ per la “reputazione di “cicale” degli italiani presso i nord europei – anche  la Germania ci starà…

Sicuramente, essenziale per portare in fila anche i tedeschi è, però, un credibile spendersi a favore del candidato della presidenza del Consiglio e del governo italiano. Che non si sa proprio se, appunto, è credibile e, soprattutto, se non corre il rischio, in qualche momento dell’iter di  diventare, per una smorfia, o una gaffe o magari una barzelletta di troppo, addirittura controproducente e squalificante. Cosa che, purtroppo – vista la natura della bestia, per così dire – è sempre possibile. Ma forse stavolta – autoimponendosi la mordacchia – riuscirà a star zitto per qualche mese, per non fare danni…   

Insomma, non 3-1, questo vertice Francia vs Italia è finito ma, a ben vedere, nel complesso della disfatta di immagine e di sostanza che l’Italia del Berlusca – e purtroppo anche la nostra – ha incassato su tutto il fronte europeo, un secco 4 se non addirittura un 5-0…

Subito dopo, però, proprio dalla Germania – e dal tabloid greve, sboccato e super-tettuto ma difficile da ignorare per il numero di copie che vende (sopra i 4 milioni quotidiani) e l’influenza che ha sulla massa dell’opinione pubblica[21] – arriva una specie di benedizione a Draghi con una motivazione che, riassunta, suona per noi non proprio esaltante: no, non sembra proprio italiano, noi c’eravamo opposti perché giudicandolo in base a dove era nato non gli avremmo certo affidato i nostri quattrini.

Ma, “ripensandoci”, abbiamo sbagliato a ridicolizzarlo così: “perché a studiarlo bene sembra piuttosto tedesco, anzi perfino prussiano”. Ohibò… La voce del giornale delle tre SSS (sesso, scandalo e sport) potrebbe anche servire proprio strumentalmente all’austera Merkel per superare i dubbi del suo elettorato che da noi si potrebbe definire di stampo leghista. Anche, sì, con l’aiuto dell’elmo chiodato dell’esercito del cancelliere von Bismarck…

E pare che funzioni. A fine mese, subito dopo, arriva la notizia che la cancelliera abbia scelto di appoggiare Mario Draghi con la motivazione che è proprio il “più tedesco” dei candidati. Uno che mette in evidenza le qualità di conservatorismo sui bilanci, di impegno alla stabilità dell’euro e di volontà di spingere, di obbligare, i paesi più indebitati dell’eurozona a riformare il loro modo di agire[22].

● Der Preußisch Mario Draghi

Fonte: Das Bild, 28.4.2011  

●Il Marocco, grazie anche al combinato disposto di tradizione e storia che vede la sua monarchia  condividere, col regno di Giordania, la credenza forse anche fondata di una discendenza diretta del sovrano dal profeta Maometto – ma soprattutto a una relativa maggiore apertura alle forme moderne di democrazia del regime – appare, in effetti, come uno dei pilastri più stabili nella marea di turbolenze che squassano Mediterraneo e Medioriente. Del resto, anche se pure le monarchie sono state coinvolte dallo tsunami “rivoluzionario”, tutti i regni arabi appaiono oggi meno traballanti delle repubbliche islamiche e o “socialiste” della regione: forse perché con le due uniche eccezioni proprio di Marocco e Giordania, sono anche i paesi più ricchi di petrolio e, quindi, capaci di comprarsi con mance, prebende e aumenti di salari e stipendi un po’ più di pace sociale…

●Ma anche il Marocco viene toccato dai cambiamenti. In modo orrendo, come quando adesso, il 28 aprile, una bomba telecomandata da un telefono cellulare, caricata a chiodi e nitrato d’ammonio, nella piazza centrale di Marrakesh – misfatto pressoché unico nella storia del paese – fa più di sedici morti, una dozzina  dei quali turisti stranieri. E in modo del tutto diverso, normale per così dire nel paese arabo e nord-africano che mantiene forme di pluralismo e di equilibrio tra i poteri sempre molto condizionate ma fra le più articolate e “reali” nella regione, le proteste popolari che ci sono e si fanno sentire strappano risultati contrattualmente negoziati e importanti.

Appena il giorno prima dell’attentato, il primo ministro Abbas El Fassi  aveva firmato coi sindacati, alcuni dei quali estremamente e tradizionalmente attivi da sempre nel paese, un accordo che, per i dipendenti pubblici, prevede l’aumento immediato di 600 dirhams (80 $) al mese e pensioni minime in crescita del 70%, a 1.000 dirhams. Per i dipendenti del settore privato, il salario minimo contrattuale erogato per legge da luglio aumenterà del 10% e dall’inizio dell’anno prossimo di un altro 5% (attualmente, il salario minimo è a 2.110 dirhams). E il ministro dell’Agricoltura, Aziz Ackennouch, impegna il governo pubblicamente ad abbassare e ricalendarizzare il debito di 100.000 famiglie contadine entro qualche mese[23] (il Marocco ha 32 milioni di abitanti e un reddito annuo pro-capite medio di 38.400 dirhams, sui 5.000 $).

●Abdeel Aziz Bouteflika, presidente dell’Algeria, parlando al paese a metà mese in Tv dice che ha dato al parlamento il potere di rivedere la legislazione che riguarda l’esercizio della democrazia, che formerà una Commissione per esaminare proposte di revisione della Costituzione e presentarla poi per la discussione al parlamento. Lui, spiega, è personalmente a favore di tempi rapidi, ma non li definisce. Ha dato anche istruzioni al governo di sviluppare un programma nazionale di investimenti rivolto alle imprese che operano in ogni settore, aggiungendo che in corso d’anno saranno tenute consultazioni a livello locale con tutti i cittadini, i singoli eletti e le associazioni che aiuti a definire obiettivi di sviluppo locale.

E’ un modo di parlare, e soprattutto di agire, che riflette bene l’approccio quasi grottesco al tema i discorsi di democrazia un po’ in tutto il mondo arabo e qui, denota come anche Bouteflika sembri aver poco capito dei connotati e dei tempi di quel che sta avvenendo in tutto il Mediterraneo, con questo suo soggettivizzare tutte le iniziative: decide tutto lui— o meglio dice di decidere lui: rivedete la legislazione, formo una Commissione, desidero tempi rapidi, impartisco istruzioni al governo… Ma adesso evita di confermare che se ne andrà, anche se torna ad affermare che la cancellazione dello stato d’emergenza, già decretata dal 24 febbraio, “presto avrà applicazione[24]

●Quanto alla Siria, l’elemento più importante e rivelatore forse della situazione reale di disagio politico nel paese, ma anche del fatto che l’equilibrio tutto sommato non è ancora rovesciato, nel discorso che il presidente Bashar al-Assad ha rivolto a fine marzo al paese, è stata la promessa di cancellare lo stato d’emergenza che vige nel paese ininterrottamente da 48 anni.

Ma soprattutto indicativo è apparso il fatto che pensasse di non dover indicare, quando lo cancellerà[25]… anche se poi è stato costretto a farlo prima di fine aprile. E’ sembrato dire che la colpa dei sommovimenti in atto è tutta e solo della cospirazione antisiriana ordita da America e Israele… Le riforme che mi chiedete (in parecchi, è vero)? per quelle vedremo, vedremo…; e poi, certo, c’è da tenere presente il veleno che le Tv satellitari come al-Jazeera, pessime, antisiriane, seminano tra la brava gente…

Detto questo, però – “concessione” per questo paese fierissimamente “laico” importante – per cercare di sedare i fermenti tra la popolazione maggiormente attenta ai costumi islamici, d’ora in poi non sarà più proibito ma facoltativo per le insegnanti e le alunne della scuola pubblica portare il velo: il niqab, quello nero a figura piena (quello che contemporaneamente in Francia, altro paese diventa proibito per legge indossare in pubblico – in Francia, per la nemesi storica il paese da cui la Siria aveva importato tuta la sua legislazione laica e dichiaratamente “anti-religiosa”) e viene chiuso il casinò aperto a Damasco solo due mesi fa: l’unico nel paese[26].

●Poi Assad apre ad alcune misure tra quelle che erano state insistentemente richieste nel corso dei moti (che, comunque, nel corso di tutto il mese continuano ad aumentare): annuncia l’amnistia per chi è stato recentemente arrestato, ritira le forze di sicurezza da alcune città dove le turbolenze s’erano manifestate più accese rimpiazzandole con forze dell’esercito, forma un nuovo governo (ma di quello vecchio restano in carica almeno i ministri degli Interni, Ali Habib, e degli Esteri, Walid Mouallem) e si incontra nella città di Dar’a dove i moti erano stati particolarmente violenti con diversi leaders dell’opposizione: un insieme di mosse tese a far sbollire le proteste ma non (non ancora?) il superamento dello stato d’emergenza e la garanzie di elezioni credibilmente, e finalmente, libere.

Nessuno – se non qualche matto isolato o qualche eroe avventurista – sembra chiedere, qui, la sostituzione di Bashar al-Assad in persona e il direttore del programma di nuova Governance dell’università di Dubai, uno degli istituti di ricerca sociologica più rispettati della regione, lui steso un siriano nativo di Aleppo, Fadi Salem[27], dice con nettezza che “la maggioranza dei siriani è sempre ed ancora dalla parte di Assad: sarebbe un errore di analisi letale tentare di romanticizzare uno scontro come questo come un conflitto frontale tra popolo e autorità, come succede e è successo altrove.

Qui, le cose sono molto più sfumate e complesse… gran parte dei siriani guardano al presidente come a un riformatore che tenta di smuovere le cose dentro un sistema in decomposizione. Ma ormai, qui, tutti discutono di una corruzione che nessuno più nega, di legislazione d’emergenza, di libere elezioni. Tutti discutono a fondo, pubblicamente e senza timori, di tutto. E le posizioni non sono affatto immobili e tanto  meno unilaterali”.

Finalmente poi, mentre va avanti la repressione sempre più dura di manifestazioni che si vanno facendo anche esse sempre più dure, a Homs appena a nord di Damasco, dove pure tra gli slogan se ne sentono anche di quelli che chiedono puramente e semplicemente la sua estromissione, Assad col decreto legislativo no. 161 fa cancellare al governo il 19 aprile in modo definitivo la legislazione di emergenza[28], una misura reclamata a gran voce e che durava da ben 48 anni. Tanto, al dunque, se vuole, nessuno può impedirne la riedizione…

Bashar al-Assad, il tiranno sicuramente cattivo; e buono sarebbe al-Khalifa, re del Bahrain?[29]

 Fonte: The Guardian, 25.4.2011, vignetta di Steve Bell

E poi, avendo a Homs la protesta preso le armi contro le truppe governative, lasciandosi andare – afferma il governo e, nel caso specifico, non smentisce l’opposizione e confermano anche alcune fonti sul serio indipendenti – al trucidio con selvagge mutilazioni di diversi militari presi prigionieri e delle loro famiglie – non si tratta più di stato d’emergenza si tratta di una vera e propria rivolta armata di stampo islamista-estremista-fondamentalista-salafita che perciò va stroncata: stato d’emergenza o no, dice il governo, come si farebbe in ogni paese del mondo[30]. Ma non è in ogni paese del mondo che poi la polizia spara e fa sette, otto morti durante i funerali di altri morti (almeno due deputati per protesta si dimettono dal partito ba’ath resurrezione), il partito socialista arabo di governo.

La realtà è che, per colpa sicuramente anche dell’accesso limitato e ipercontrollato che il regime siriano consente ai media, specie stranieri, come riassume benissimo un reportage ricco di dettagli del NYT[31], sono soprattutto gli esiliati siriani, da Beirut in specie e da Londra, a formare l’immagine che il mondo si va facendo della rivolta in Siria. Che, spesso, così, risulta distorta, non solo dalla lontananza ma soprattutto dall’astio e dalla visione inesorabilmente e esclusivamente negativa che hanno del regime di Assad: una visione “anarchica, illuminante e incompleta”.

Il risultato è che il governo del presidente Bashar al-Assad deve fare ora i conti con la realtà dell’aver lasciato in mano quasi completamente agli oppositori – un esercito frammentato ma monomaniaco di ciberattivisti che hanno diffuso con successo in tutto il paese una miriade di  telefoni satellitari, iPODS e modem – il racconto della rivolta, in casa e all’estero.

In un certo senso la crisi che Assad è oggi costretto a fronteggiare somiglia molto a tutto il resto del suo decennio al potere: ha sempre suscitato grandi speranze tra chi voleva cambiare, chiedendo loro di pazientare e fidarsi di lui, ma al dunque ha sempre frenato. Gli americani e in genere gli occidentali hanno per anni aspettato che facesse la pace gratis con Israele e sospendesse il suo aiuto a Hezbollah in Libano e a Hamas in Palestina.

Ma non hanno mai fatto niente, pur circuendolo per anni diplomaticamente, per convincere gli israeliani a fare la pace con la Siria offrendole quello che chiede e cui ha diritto: il ritorno del Golan, dei territori di Damasco che ha occupato parzialmente dal 1967 insieme a tutta la Cisgiordania e Gaza e dal 1973 poi completamente, compreso il monte Hermon, in cambio della pace.

Mai niente di concreto e reale gli ha offerto, se non la promessa della sua buona volontà. Anzi, emergono adesso, per la prima volta sul Washington Post, alcuni dispacci diplomatici che attestano (fonte “originale”, sempre WikiLeaks) come, almeno a partire dal 2005, gli Stati Uniti, attraverso programmi “coperti” del Dipartimento di Stato, hanno finanziato i guardinghi oppositori interni al regime e i siriani che, dall’estero, in specie da Londra, conducevano le loro campagne anti-regime.

E’ un’informazione utilissima per Assad e dura da trangugiare e da far apprezzare alla base della protesta: lui lo andava affermando da sempre che gli oppositori erano al servizio dello straniero e ora sono gli stranieri stessi a confermarlo. E, a meno di non uscirne presto vincente, un’opposizione finanziata così, in ogni paese e sotto ogni regime, significa tradimento[32] e come tale viene largamente sentita quando non è più un’accusa da parte del regime ma diventa provata e attestata da coloro che la pagavano e ancora la pagano … Non fosse così non la terrebbero tanto segreta, né si sentirebbero tanto minacciati e indignati dalla rivelazione non autorizzata fatta da WikiLeaks

In questa situazione, e in una visione a dir poco onirica (da sogno o da incubo, ancora non è chiaro) della lettura che gran parte dei siriani danno della “benevolenza” o della considerazione da parte degli USA dei loro interessi paragonati, per dire, a quelli di Israele nel quadro mediorientale, diversi senatori americani, sia democratici che repubblicani, hanno chiesto al governo di intervenire con pressioni di ogni tipo— eccetto l’intervento militare diretto …(se è indiretto, della CIA, dei berretti più o meno verdi, ecc., ecc., va bene?)[33]. Infatti, gli Stati Uniti dovrebbero usare tutti i mezzi che hanno a disposizione per minare il regime che, dice il repubblicano del Texas Mark Kirk – quello che in campagna elettorale e in Tv puntò il righello per identificare su un mappa l’Iraq, sul… Sudan e venne eletto – si sta comunque “deteriorando”.

Purtroppo, si rammarica, con l’impegno diretto sul campo delle forze armate americane in Iraq e in Afganistan e adesso in Libia e, in qualche modo, in Giappone (per i danni dello tsunami: ma è una frescaccia considerarlo un impegno sul campo, quando in realtà sono poche centinaia di soldati del genio in particolare) gli USA non sono in grado di impegnarsi direttamente: però, “peso e autorità politico-diplomatica degli Stati Uniti possono costituire una fonte possente di forza e di sostegno all’opposizione siriana”. A meno di trasformarsi, come forse sembra più probabile a chi non abbia gli occhi foderati di prosciutto a stelle e strisce come Kirk, in una specie di estrema unzione per coloro che ne vengono attinti…

Lo stesso spesso paraocchi che ci sembra far credere all’Amministrazione che avranno un qualche effetto le sanzioni ora annunciate ad personas per “congelare” patrimoni e depositi e affari di esponenti del governo siriano in USA[34]. Come se, ad abbattere Mubarak, o a far fuori i despoti tipo Ben Ali diventati al momento poco graditi alla Casa Bianca fossero stati gli ordini di sequestro delle loro ricchezze …

Ora, che Assad e qualcuno dei suoi faccia affari con gli USA o tenga i suoi conti personali alla Chase Manhattan Bank – a portata di sequestro – a questo punto lo potrebbe credere solo un bambino assai fregnoncello. Naturalmente gli USA cercherebbero di “convincere” le banche europee a fare altrettanto: ma il ragionamento è lo stesso, ovviamente[35]: meglio evitare certe banche così sottomesse, no?

Intanto, a fine aprile, fallisce il tentativo di portare in Consiglio di Sicurezza dell’ONU una bozza di testo di condanna del regime di Assad. E’ stata la troppo smaccata partigianeria del presentatore, lo stesso segretario generale dell’ONU, il sudcoreano Ban Ki-moon che ha sempre rifiutato, e succubo com’è sempre rifiuta, di fare qualcosa di analogo verso i regimi filo americani del mondo (dal Bahrain allo Yemen, dalla Tailandia a Sri Lanka, ecc., ecc.) a far fallire la risoluzione, bloccata dalla mancanza di consenso in Consiglio (15 membri, 10 a rotazione, 9 sì necessari, compresi tutti quelli con diritto di veto, per far passare una risoluzione).

E, stavolta, anche dall’accenno niente affatto velato di Russia e Cina, che il veto lo hanno, a bocciarla se ci avessero ancora stavolta provato, considerando come hanno stiracchiato ben al di là della lettera e del senso che avevano le precedenti risoluzioni, sulla Libia ad esempio, per bombardarla non nei limiti imposti ma proprio ad libitum. Si sapeva, sicuro, lo sapevano tutti. Ma adesso è sotto gli occhi di tutti e non possono fare più finta di non saperlo. Non è detto che le posizioni restino inchiodate così: perché, almeno finora, al dunque (su Iran, Libia, ecc., ecc.),  poi Cina e Russia hanno spesso lasciato, via libera[36].

La Cina dice ora, alto e forte, che per la Siria non darà il semaforo verde che, nei fatti, ha dato per la Libia. Dice Li Baodong, ambasciatore di Pechino all’ONU[37], parlando in CdS a fine aprile, che a livello di Nazioni Unite si deve lavorare per facilitare il contatto e il negoziato politico tra le parti in conflitto. Prima di autorizzare ogni azione di pressione o di forza a livello di ONU, c’è da verificare quel che dice stia succedendo nel paese il governo così come  approfondire quel che raccontano certi media e reportage spesso, tra l’altro, di incerta attribuzione.

Bisogna verificare cosa, nei fatti, voglia dire la cessazione dello stato d’emergenza che è stata annunciata, senza le forzature di tentativi di insurrezione che la metterebbero subito in forse dovunque, e qual è il significato effettivo delle riforme annunciate e la stessa disponibilità proclamata del governo ad investigare gli scontri di questi giorni.

●“Dello Yemen, dicono esponenti americani e yemeniti che gli Stati Uniti, che hanno finora sostenuto il presidente loro leale alleato, anche di fronte all’ondata recente di proteste contro il suo regime, hanno quietamente cambiato posizione concludendo come non sia proprio probabile che sia in grado di portare al paese le riforme necessarie e che dunque bisogna aiutarne, ormai, l’uscita di scena[38].

Ora leaders tribali e religiosi (soprattutto, in una gerarchia inesistente come quella sunnita, si tratta di studiosi considerati “autorevoli” del Corano e delle shura, i consigli di esperti in questioni “laiche”, di interpretazione della scrittura e della tradizione) chiedono – e la novità rilevante è che lo chiedano insieme – a Saleh di andarsene, estendendo la richiesta chiaramente e per nome e cognome a tutti i suoi parenti dai comandi che occupano nelle forze militari e di sicurezza, dichiarando di appoggiare le esigenze pacifiche ma non per questo meno stringenti dei dimostranti e dei giovani in rivolta nel paese[39].

Verso metà aprile comincia a circolare una voce che non è solo tale secondo cui Saleh avrebbe accettato la proposta di una rappresentanza (effettivamente rappresentativa) della composita opposizione che ormai deve fronteggiare, presentatagli alla fine dal Consiglio degli (altri) Stati del Golfo persico, di trasferire i suoi poteri al vice-presidente che servirebbe ad interim come presidente del paese per i due mesi necessari alla fino alla celebrazione di nuove elezioni.

Insieme a Saleh dovrebbero contemporaneamente dimettersi anche suo figlio, gen. Ahmed Ali Abdullah, capo della Guardia repubblicana, suo nipote gen. Yahya Mohammed Abdullah, capo delle forze nazionali di sicurezza, e un altro nipote, Ammar Mohammed Abdullah, capo dei servizi segreti. Con lui, e con loro. in qualche modo a bilanciarne l’uscita, dovrebbe andare in esilio anche il magg. gen. Ali Muhsin al-Ahmar, capo della piazza militare della capitale che, la sera del 21 marzo, ha messo dato la forza della sua 1a divisione corazzata in appoggio agli insorti… Naturalmente il vero problema, di cui in pubblico qui i discute assai poco, è la composizione del governo post-Saleh a Sana’a[40].

Sembrerebbe che, in definitiva, l’unica condizione sine qua non che Saleh pare stia mettendo prima di mollare e andarsene in esilio da qualche parte – ovviamente portandosi dietro un po’ di gruzzolo accumulato – è la garanzia che il nuovo regime non lo persegua né penalmente né civilmente né tanto meno con l’accusa di crimini contro l’umanità che viene invece ventilata contro di lui e i suoi dagli oppositori più duri.

In situazioni come questa, o anche come quella libica oggi, la spartizione del potere è de facto il risultato di uno scontro senza esito definitivo tra due forze militari in approssimato equilibrio. Il territorio è diviso ma entrambe le parti che entrambe proclamano la loro completa sovranità su tutto il paese come se fosse effettiva. Lo Stato, cioè, è nei fatti spaccato – in Libia più nettamente, ovest e est, nello Yemen in modo assai più frantumato – ma l’obiettivo di nessuno dei due campi è la partizione: che, quando c’è, è così il risultato nei fatti dell’incapacità sia dell’una che dell’altra parte di riportare una vittoria chiara, militare, sul campo.

In situazioni come questa, risultato della realtà che come tale si impone, gli scontri non si fermano finché non vengono esauriti rifornimenti e forze schierabili al fronte. Quando lo stallo è il risultato, invece, di una qualche accordo, anche solo de facto, di regola cala la violenza degli scontri mentre le parti tentano di rafforzarsi prima di tentare, quando ritengano l’equilibrio a loro più favorevole, una soluzione di forza che si vorrebbe risolutiva. In ogni caso, alla fine, se ne esce solo con lo scontro.

In Libia, naturalmente – ne parliamo subito – l’impasse è complicato dal fatto che, da una parte, coi ribelli c’è tutta la coalizione onnipossente dell’occidente, della sua moderna aviazione d’attacco e dei suoi bombardamenti sul campo governativo; dall’altra, c’è sul campo un equilibrio nel controllo del territorio, favorevole alle forze fedeli a Gheddafi. Nello Yemen, il quadro è diverso: coi ribelli ci sono tante simpatie, e probabilmente c’è anche la vittoria finale, ma non ci sono, almeno non si sa che ci siano, schierate forze straniere.

E tra loro e il potere insediato a Sana’a sono in corso da oltre un mese significativi negoziati alla ricerca di una qualche intesa. Mentre almeno sei delle diciotto province yemenite non sono più sotto il controllo del governo, si combatte sul territorio di una quindicina di esse e la prima brigata corazzata dell’esercito di stanza proprio nella capitale è in rivolta conclamata, in pratica essa stessa territorio di nessuno e di tutti. Qui, ormai, la situazione, a metò aprile, riflette solo la necessità di arrivare a concordare come e quando Saleh se ne va. Sia il negoziato che lo stesso presidente su questo stano trattando: Saleh sta contrattando letteralmente per la propria esistenza.

●In Libia non va così. Lì, ormai a fine mese, lo stallo è totale[41]. Gheddafi e figli non sono affatto nella posizione di Saleh, la loro presa regge su buona parte del territorio e non ci sono negoziati di sorta tra le due parti, con il fallimento di tutti i tentativi esercitati in questo senso finora: per il no di Gheddafi, il cui sì al negoziato suona positivo solo perché il no dei ribelli è intransigente.

E mentre nello Yemen i governi membri del Consiglio degli Stati del Golfo – tutti governi di emiri e sceicchi e monarchi, tutti filoamericani, sunniti e assolutisti come era Saleh stesso da presidente, stanno cercando di mediare per lui un atterraggio morbido che garantisca di non favorire gli interessi di al-Qaeda e deghi sciiti, essi non si sono militarmente schierati nel confronto armato.

In Libia, invece, NATO e coalizione dei volenterosi – accozzati e quasi trascinati da Sarkozy ma col consenso, gradualmente poi più defilato, degli Stati Uniti d’America – hanno, letteralmente a forza di bombe, impedito al normale processo di frantumazione, o almeno di scissione, di svilupparsi secondo le sue logiche e le sue dinamiche. Se non ci fosse stato il loro intervento, concordano tutti gli osservatori, i lealisti avrebbero sicuramente riconquistato la Cirenaica. E’ stato l’intervento aereo a scombussolare il progresso normale degli eventi, riportandoli più o meno all’era prima della seconda guerra mondiale, prima che proprio esistesse uno Stato libico.

Nel 1920, il Regno Unito di re Giorgio V “riconobbe” Idris, capo dell’ordine islamico dei Senussi come emiro della Cirenaica nella Libia colonizzata e Vittorio Emanuele II re d’Italia poi lo “confermò” come emiro di Tripolitania. Con la guerra mondiale Idris dovette andare in esilio dalla Libia occupata dall’Italia fascista e, dopo la guerra, gli inglesi lo “confermarono” come emiro di entrambi i principati e re di Libia, indipendente dal ’51 e a capo dal 1963 di uno Stato nazionale federato, filo inglese e filo occidentale.

Poi, nel 1969, il colpo di Stato di Gheddafi rimandò in esilio il primo ed unico re di Libia. insomma è la storia del loro colonialismo, oltre che l’economia dove mirano a sostituire l’influenza italiana di un Berlusconi reso imbelle dalle sue sviolinate nei confronti del colonnello, a spiegare l’interesse di Sarkozy e Cameron a sostenere le forze (o le debolezze, se volete) ribelli. Ma illustra anche come uno Stato libico unitario sia un sviluppo storico molto recente…

A noi, confessiamo, sembra rivelatore della poca, pochissima considerazione in cui ormai amici e nemici, ex amici e ex nemici, tengono il presidente del Consiglio italiano che, malgrado o proprio per il suo sicofantismo di ieri incapace di garantire alcunché al suo amico nei confronti del colonnello Gheddafi, a inizio aprile Mohammed Ismail, vicinissimo aiutante e confidente di Seif al-Islam, uno dei figli del rais, sia andato a Londra – e non a Roma – per cercare di intavolare contatti/colloqui/negoziati cosiddetti “di pace”.

Pare che il figlio del colonnello (insieme anche al fratello Said) ipotizzi la possibilità che lui se ne vada lasciandogli per un periodo transitorio e fino ad elezioni libere sotto controllo internazionale le redini del governo[42]… Non è affatto chiaro, per ora, se il rais è d’accordo, né se l’idea – piena poi di contraddizioni – possa accontentare i ribelli e i loro alleati… Adesso, il 30 aprile, però, Seif al-Arab, il figlio minore del colonnello, viene ucciso in un bombardamento NATO a Tripoli contro una sua residenza (la seconda volta in sette giorni: tanto per dire che la NATO non mette nel mirino i civili; i nipotini dei capi di Stato magari sì: ne ammazza tre in questa occasione (e manca regolarmente il rais che, pure, era nella stessa casa: proprio come nel 1986, quando era rimasta, sotto le bombe altrettanto intelligenti di Reagan, la figlia adottiva di Gheddafi, Hannah: che aveva tutte le responsabilità di una bimba di un anno e mezzo).  

● Le offerte di pace di Gheddafi Jr. (Seif al-Islam)

“Prometto fiumi di sangue… o, in alternativa, una democrazia costituzionale”

Fonte: New York Times, 6.4.2011, vignetta di Chappatte

 

Tra chiacchiere e smentite di defezioni dai governativi ai ribelli, e chiacchiere e conferme di un’ondata di risacca che sta respingendo indietro i ribelli, la cui rotta sembra a inizio mese rallentata solo dai bombardamenti alleati che tengono a freno la riscossa dei lealisti, sembra montare in Libia il partito di chi rifiuta di schierarsi e lo fa, con decisione, solo per l’unità del paese, respingendo l’idea di due o più tronconi, Tripolitania di qua e Cirenaica di là, che lo riporterebbero indietro alla struttura precoloniale di dominio dei clan rivali: di fatto così sembra schierarsi, però, con Gheddafi.

●L’amm. Mike Mullen, capo dei capi di stato maggiore, e il ministro della Difesa Robert Gates hanno annunciato – dopo aver in precedenza chiarito che gli USA non armeranno i ribelli – che gli USA cesseranno di bombardare la Libia coi loro missili cruise Tomahawk (dal 19 marzo al 1° aprile ne sono stati lanciati 221; 7 ne sono partiti da navi britanniche) e ritireranno i loro aerei dalla missione NATO[43]. In particolare, gli A-10 Thunderbolt monoposto da attacco a terra (che per la loro bruttezza i piloti chiamano Warthogfacocero ) pesantemente blindati e perciò particolarmente letali nel cannoneggiare a terra e gli AC-130, quadrimotori, vere e proprie cannoniere volanti.

●Gates ha insistito che il ritiro era previsto e era stato comunicato dal principio a tutti i “volenti” che partecipavano alla missione. E ha richiamato alla memoria di tutti, non certo casualmente, il vecchio detto – a dire il vero utilizzato in altro contesto – di quel grande saggio che era John Maynard Keynes: se cambiano i fatti, io cambio opinione[44]. Cosa volesse dire non l’ha spiegato, ma è ben noto che lui, come del resto i capi di stato maggiore, e al contrario della marziale Clinton, era contrario all’intervento in Libia dal primo momento…

●Ma a nessuno sfugge, ovviamente, la coincidenza che il giorno stesso in cui a inizio aprile, non appena il comando operativo della missione passa dagli americani alla NATO – al generale canadese Charles Bouchard – gli americani se ne vanno… Ma, al solito, a pensar male si fa peccato, no? Vero è che la cosa che questi fanno meglio è inventarsi nomi… Così che, adesso, con il tramonto dell’Alba dell’Odissea, finita col cessare dell’impegno militare americano, adesso alla “nuova” operazione comandata operativamente dalla NATO hanno dato il nome fantasioso di Unified ProtectorProtettore unificato. Bo’…

Qui, in effetti, c’è una situazione che ha (quasi) dell’incredibile: l’America, da una parte, afferma che il regime change, come lo chiamano, non è l’obiettivo: non è il suo, né quello – assicura: ma questo non lo può garantire… – della coalizione dei volenti; ma, dall’altra, proclama – e, del resto era stato proprio Obama il primo a dirlo – che “Gheddafi deve andarsene”: un segnale lampante, un messaggio evidente, ci sembra, di straboccante confusione strategica…

●Contemporaneamente, la Gran Bretagna, col capo della Royal Air Force, l’Air Chief Marshal Stephen Dalton – non il governo… – sta elaborando per la RAF il progetto di un impegno in Libia che durerà, prevede, almeno fino a ottobre… altro che giorni o settimane. E lo dice cominciando  subito, spudoratamente, a battere cassa per appropriarsi di una fetta più rilevante del bilancio della Difesa[45]

●Il ministro degli Esteri di Francia Alain Juppé[46],  invece, “chiede formalmente” (a chi: a se stesso?) che d’ora in poi si verifichino minori “danni collaterali per la popolazione civile libica”. D’ora in poi: come se da quando a decidere di bombardare e come erano loro, i francesi e non operativamente la NATO, i danni collaterali fossero sicuramente minori.

Peccato, osserva il ministro che evitare morti tra i civili costituirebbe un nuovo ostacolo, un nuovo freno. Le operazioni (cioè i bombardamenti) così si farebbero più difficili— bé, dice lui, forse un po’ più pericolosi: ma poi manco è vero perché bombardare da oltre diecimila metri di altezza è una specie di sinecura contro le difese aeree, per modo di dire, di questi paesi un po’ disgraziati. E se, come è successo a Misurata ad esempio – rileva il contrammiraglio della NATO Ross Harding – i  ribelli non ingannassero chi bombarda dal cielo per aiutarli confessando anche loro di avere blindati e carri armati invece di negarlo, forse si eviterebbero anche un po’ di morti da “fuoco amico[47]. Che si ripetono diverse volte, in effetti, fino all’ammissione più clamorosa e più reticente (una dozzina di ribelli sterminati all’ingrosso, appunto, dal fuoco amico, il 27 aprile: i comandi ribelli temono di scoraggiare i bombardamenti dai quali ormai solamente dipendono…[48]).

Anche se, poi, il nodo vero è di come si faccia in buona fede a battezzare come “civile innocente” chi, appunto, è armato e adopera le armi di cui si è (o è stato) dotato per difendersi, certo, ma anche per passare all’attacco? Di combattente, magari rispettabilissimo, forse eroico pure, ma cobelligerante comunque si tratta in tutta evidenza…

●Meno ipocrita, in apparenza, l’amm. Edouard Guillaud[49], capo di Stato maggiore della Difesa, quando dice che avrebbe preferito dare un altro ritmo, più accelerato e stringente alle operazioni e non così frenato come impone la NATO e lamentano i ribelli libici che vogliono accelerare i bombardamenti su Misurata dove i gheddafiani resistono e contrattaccano. Ma, poi, non resiste neanche lui a dire piamente che, però, è giusto perché bisogna preoccuparsi di difendere le popolazioni civili. Il fatto è che la cosa sembra preoccupare un po’ più di altri i piloti del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti che – in attesa, magari, che domani poi tocchi a loro trovarsi sotto le bombe – sembrano preoccuparsi un po’ più degli occidentali di certi danni collaterali inevitabili.

●L’obiettivo dichiarato, invece, del ministro degli Esteri della Germania, Guido Westerwelle, in visita in Cina all’omologo Yang Jechi, è diverso: in Libia lo scontro armato sul campo non risolverà niente, dice, e solo una soluzione politica[50] che cominci col cessate il fuoco e coinvolga in prima linea il leader libico Muammar Gheddafi può consentire l’inizio di questo processo. Yang ha sottolineato la preoccupazione cinese per le notizie di morti e vittime soprattutto tra i civili provocate “in gran numero dalle due parti” e concorda: la soluzione deve essere “diplomatica e politica”.

Nella prima indicazione di una qualche disponibilità, per lo meno di principio, a un cessate il fuoco il premier ad interim del frastagliato schieramento ribelle, l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, denunciato lui stesso più volte nel recente passato da Amnesty International e da Human Rights Watch, Mustafa Abdul-Jalil, dichiara[51] che gli oppositori potrebbero anche accettare un cessate il fuoco se, prima, Gheddafi ritira tutte le sue truppe dalle città libiche e se consente agli oppositori di manifestare liberamente la loro protesta.

Il governo libico, che però sta difendendo le sue posizioni e anche controbattendo con discreta efficacia sul piano militare – contro i ribelli e resistendo passivamente, perché altro non può, ai bombardamenti della coalizione alleata – respinge a questo punto al mittente le truppe governative che, assicura, “non lasceranno di certo le città libiche[52].

●In definitiva, sensata soprattutto ci sembra l’opinione espressa dal vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, che sulla prospettiva del possibile esilio prospettato come soluzione a Gheddafi lascia capire che, anzitutto, lui dovrebbe accettare di stare perdendo dove conta, cioè sul terreno, e poi, e solo allora, questa potrebbe diventare una soluzione: “ma tutto dipende da come viene prospettata e da chi la prospetta”. Non potrebbe essere certo chi è intervenuto con le bombe, però. Potrebbe essere invece l’Unione africana: soprattutto paesi come, suggerisce, Senegal e Tanzania, se volessero…“Si tratta di realpolitik e a qualcuno potrebbe non piacere, ma è l’unica via per evitare il massacro[53].

●E, in pratica buon ultimo, il 4 aprile, il ministro degli Esteri annuncia che – simpatia o non simpatia personale del premier per il suo amico Muammar – l’Italia ormai riconosce come legittimo rappresentante del popolo libico il Consiglio provvisorio di Bengasi. Si vedrà se è azzeccato o, ancora una volta, sbagliato. Ma, come al solito, è una scommessa. E, come al solito, suona comunque fuori tempo massimo[54].

Come extrema ratio, bisognerà anche forse prepararsi, dice il ministro, a fornire di armi i ribelli— ha almeno il buongusto di non precisare se, o no, a pagamento: come quelle vendute negli ultimi cinque anni da Berlusconi a Gheddafi per quasi 300 milioni di €[55]. Naturalmente, per permettere loro di difendersi…

●Adesso è il rappresentante speciale per la cooperazione con gli Stati africani del presidente russo a dichiarare[56] la disponibilità di Mosca a mediare nel conflitto libico. Rileva, infatti, come la coalizione occidentale sia del tutto schierata contro Gheddafi e con i ribelli che difficilmente possono essere etichettati solo come civili in quanto sono armati mentre un cessate il fuoco può essere proposto e, sponsorizzato e garantito solo da una parte almeno un poco più al di sopra delle parti. l’una contro l’altra schierate. Ma, con ogni probabilità, seriamente, si tratta di millantato credito o di auto illusione…

●Il ministro Frattini, nel riconoscere i ribelli libici, rende anche noto che il presidente dell’ENI, Paolo Scaroni, ha già preso a negoziare da due giorni col Consiglio transitorio offrendo di riprendere subito produzione e esportazione del petrolio e la cooperazione economica. Come gli capita spesso poi deve subito correggersi, Frattini[57].

Scaroni fa sapere, infatti, di avere soltanto telefonato a Bengasi, e non altro; anche perché solo a Frattini, e non certo all’ENI, risulta che i ribelli siano in grado di garantire, anche solo dalla loro zona ovviamente – che tengono, fra l’altro con grandi difficoltà – produzione  ed esportazione di gas o di petrolio, al momento…

●Punto. Per ora. A fine mese le cose le chiarisce, ufficialmente, un po’ meglio lo stesso responsabile appena designato dal Consiglio nazionale di transizione per il petrolio, vecchio esponente lui stesso dell’ente governativo, Wahid Bugaighis, e – se i ribelli arriveranno al potere – alla sua testa. A Bengasi, con una dichiarazione lapalissiana come quelle dell’immortale Giacomo Chabannes, signore di Lapalisse, informa che la produzione e la spedizione di greggio potranno riprendere “appena le compagnie che operano (cioè che, adesso, non operano) nelle zone di Zuetina e Sirte”,  nella Libia orientale, “saranno in grado di farlo”.

Bugaighis precisa anche che i ribelli non esporteranno altro petrolio (ancora non ne hanno potuto esportare, comunque, un solo barile…) finché non ripareranno (sotto il contrattacco o l’attacco dei governativi? senza parti di ricambio? senza tecnici a riparare impianti e oleodotti?) i danni “purtroppo vasti” al campo petrolifero di Misla. Invece, chiarisce, il greggio oggi immagazzinato al terminale di Tobruk sarà utilizzato esclusivamente per rifornire, finché sarà disponibile, la raffineria locale. L’unica che al momento, “con qualche difficoltà” effettivamente funziona[58]

Certo, se ci azzeccasse anche una sola delle tante bombe e missili intelligenti che piovono ogni notte dal cielo di Tripoli – adesso forse anche per mano italiana: tutte le remore sul passato coloniale nostro che sconsigliava un ruolo da bombardiere attivo dell’Italia essendo state parentesizzate senza spiegazione alcuna – sui famosi, ma finora irreperibili acquartieramenti del rais, se anche una sola magari solo per sbaglio beccasse, davvero, il rais…

Frattini, però, che si sta dando molto da fare, quasi freneticamente, vuole segnare del suo personale marchio il rapporto con la Libia (su cui, in tutta evidenza, aveva poco gradito anche se, obbedendo, aveva come si deve sconvenientemente taciuto, il tratto personal-confidenziale-quasimalavitoso dato dal presidente del Consiglio al rapporto suo con Gheddafi). Adesso, ha deciso lui – e il Cavaliere sembra aver ingoiato – che per l’Italia la Libia sarà ormai solo quella nuova che, lui ed altri, sperano riesca a nascere dalle ceneri del colonnello Gheddafi.

Così adesso il portavoce della Farnesina dichiara, il 12 aprile, a chiusura dell’incontro del ministro con il rappresentante per l’Estero dei ribelli, Ali al-Essawi e del magg. gen. Abdul Fattah Younes che ne rappresenta le ancora un po’ sbrindellate Forze armate, ex ministro degli Interni di Gheddafi lui stesso per anni che, dicono, tenga ancora i contatti con la famiglia del rais), che l’Italia sosterrebbe (meglio: potrebbe anche sostenere) con armamenti e forniture anche di “strumenti di comunicazione e apparati per l’intercettazione delle comunicazioni radio del regime[59].

Il problema è anche che il caotico esercito ribelle, dopo due mesi di combattimenti, è pesantemente e pericolosamente spaccato al suo interno, tra le truppe più o meno regolari che obbediscono al gen. Younes e quelle che rispondono al gen. Khalifa Hifter, due “litigiosi comandanti che si portano entrambi dietro un bagaglio assai poco olezzante[60] (entrambi, come parecchi dei politici ribelli del resto, fino all’altro ieri tra i più fieri difensori del regime del rais). Col Consiglio provvisorio che, poi, in tenaglia un giorno dice che il comandante in capo è Younes e un altro che, in realtà, il comando spetta – spetterebbe – a  Hifter… 

E che con loro ha discusso di verificare la possibilità di far accedere ai fondi libici congelati al governo di Tripoli quello di Bengasi— che, però, non esiste ancora, anche se l’Italia s’è affrettata formalmente quasi da sola a riconoscerlo… ma senza completare la pratica. Insomma, dallo sdilinquimento verso Gheddafi a quello di adesso di segno opposto, verso non si capisce ancora chi bene…

Il Belgio su una fornitura di armi ai ribelli non è affatto d’accordo e, per quanto poco conti la sua opinione, lo dice: Steven Vanackere, ministro degli Esteri nel Gabinetto sempre semi-incompiuto di Bruxelles, fa osservare sempre nella riunione del gruppo di contatto di Doha, che da nessuna parte nella Risoluzione 1973/2011 del CdS dell’ONU è contemplata la logica di questa possibilità[61].

Anche i francesi, però, che un po’ di più dei belgi pesano e della cui opinione, comunque, anche perché di quella altrui se ne fregano regolarmente bisogna tener conto, non sono d’accordo con il mettersi ad armare i ribelli… loro che sono stati i primi a voler bombardare e l’hanno fatto, e lo continuano a fare, per aiutarli. Il 13 aprile dopo un incontro con un rappresentante del primo ministro britannico Cameron, un portavoce di Sarkozy – che a Doha non è voluto andare anche se personalmente invitato dall’emiro del Qatar – ha detto che la Francia non lo farà anche se secondo il suo parere la Risoluzione 1973 non lo proibisce (il fatto che non lo autorizzi non vuol dire niente) e che dello stesso parere è la Gran Bretagna[62].

Insistono, invece, francesi ed inglesi a chiedere ad alta voce alla NATO di “accelerare tempi e intensità dei bombardamenti su Gheddafi e i suoi per proteggere”, naturalmente, i civili… Ma risponde piccato “pubblicamente e inusualmente il comando NATO: l’operazione militare decisa sta procedendo secondo i termini stabiliti dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU[63] e non da altri. Intanto, però, al partito franco-britannico sembra aggiungersi il neofita italiano che ha scavalcato sul tema il suo primo ministro che, se non altro per un po’di residua decenza, invece tituba.

Ma, alla fine, come in fondo è giusto – c’è sempre una gerarchia tra chi conta di più e chi non conta un c***o – anche Frattini ammette con un motivazione di per sé abbastanza ridicola che l’Italia, come paese ex coloniale “rilutta” – dice proprio così: non perché sia sbagliato, cioè – a mettersi a bombardare il paese ex colonizzato… E, infatti, anche l’Italia poi ci ripensa.

●Intanto, la Ashton responsabile, pur se nei fatti solo nominale, della politica estera dell’Unione europea, fa sapere[64] (quando il tacere sarebbe certo meglio che lo sproloquiare a vuoto) che se ad intascarne i ricavi non fosse Gheddafi l’acquisto di petrolio libico sarebbe accettabile… Peccato che i ribelli non siano certo, almeno per il momento, in grado di estrarlo e tanto meno di consegnarlo a destino, anche se non è garantito che possa farlo neanche il governo libico…

Insomma, è il concerto stonato dei mille strumenti scordati e discorsi della cosiddetta “comunità internazionale”: che in effetti non esiste, come mostra la sua assordante cacofonia neanche quando, poi, dichiara un obiettivo comune… Dopo il bombardiamo di più ma decidiamo da soli di Francia e Inghilterra, il bombardate voi dell’America, il bombardiamo anche noi… ma noi poi no di Frattini, il vertice scombinato della NATO a Berlino chiarisce nel titolo, che meglio forse ne sintetizza l’esito, che Gheddafi se ne deve andare ma non saremo noi ad obbligarlo ad andarsene[65].

●Scusate, poi, ma noi – esattamente – chi?

Obama, Sarkozy e Cameron licenziano su quattro quotidiani internazionali il 15 aprile un editoriale[66] sottoscritto in comune – escludendo sia Merkel che Putin che Wen Jabao: e, ovviamente, anche Berlusconi come se poi fossero loro il mondo – per reiterare che Gheddafi se ne deve andare e che loro – loro… – si impegneranno a cacciarlo. E forse (il rapporto di forze è del tutto squilibrato e, soprattutto, Gheddafi non è in grado di difendere se stesso e i suoi dalle bombe), forse, ci riusciranno. Ma non sarà se non alle sue condizioni: non in fuga, non in esilio, ma – come dire – quasi in pensione e negoziata attraverso l’Unione africana… I ribelli, che sul campo sono bloccati e sopravvivono solo grazie alle bombe NATO, dicono sempre di no: o se ne va o, tanto, a cacciarlo via ci sono gli amici, no?

Lo stesso ministro della Difesa francese Gérard Longuet, subito dopo, a domanda ammette quel che sapevano anche gli analfabeti, cioè che i tre grandi capi bluffavano facendo finta di non saperlo: infatti, l’abbattimento, la rimozione, la resa di Gheddafi non è proprio prevista come obiettivo della Risoluzione 1973[67] e che, quindi, a rigore, se si cambia obiettivo bisognerebbe cambiare anche risoluzione… Solo che, come precisano stavolta al volo i russi – il vertice NATO di Berlino è allargato anche alla Russia e c’è il ministro degli Esteri Lavrov – se ci provassero, il loro veto cadrebbe subito come una mannaia a nullificare questa nuova risoluzione: perché, fanno notare, coi suoi bombardamenti la NATO è andata già molto al di là di quello che in realtà autorizzava la risoluzione.

Come ci sembra del tutto normale, ma anche molto limitativo e tipicamente meschino sapendo maledettamente di ripicca – una cosa è giusta o sbagliata in sé, non se ci coinvolge o ci ignora – Berlusconi ha fatto subito riapprovare in Consiglio dei ministri la decisione italiana di non accogliere l’invito degli altri della NATO a bombardare Gheddafi. E poi non ha resistito a rilanciare, minacciando – ma mezzo sì e mezzo no, come al solito – un ritiro – mezzo ritiro forse, un po’ di ridimensionamento, pare, della presenza armata italiana in giro per il mondo… Peccato che, come al solito, probabilmente si sollazzi a celiare… e, infatti, poi ci ripensi.

●Riferisce la Reuters, citando fonti americane e europee che non può nominare ma assicura essere altamente autorevoli, che le forze ribelli al leader libico Muammar Gheddafi sono “estremamente disorganizzate e sicuramente non in grado di costituire forze combattenti con la competenza e la capacità necessaria ad opporglisi in un futuro vicino in maniera efficace[68]. Dicono questi  americani intervistati (gente della CIA dal contesto) che ci vorrebbero anni per mettere in grado queste forze, se poi restano insieme, di organizzarsi, di addestrarsi e di cacciare Gheddafi.

Pur con tutta la forza aerea della NATO schierata con loro e contro di lui, il meglio che ci si possa aspettare è uno stallo indefinito. Attacchi aerei ed embargo della NATO, se persistessero diciamo così indefinitamente contro il rais, eroderebbero l’efficacia del suo esercito e potrebbero, più in là, forzare una soluzione politica. Più in là…

●Subito prima, proprio pochi giorni prima che in Libia scoppiasse il finimondo, l’AD dell’ENI Scaroni aveva firmato con Gazprom e l’ente libico per l’energia, la Società nazionale petrolifera della Jamahiriya un accordo che prevedeva lo scambio della parte del giacimento ENI chiamato Elefante di cui era proprietaria (il 33,3%: il 44% resta in mano libica). I russi avrebbero dato in cambio all’Ente italiano il diritto di entrare nei progetti di sviluppo della Arctic Gas Co. nella Siberia nord occidentale (valore dell’affare sui 10 milioni di $)[69].

Adesso, a inizio aprile, dà notizia di aver posposto l’esecutività dell’accordo. Il presidente dell’ente libico, Shokri Ghanem avverte, infatti, che ora potrebbero venire offerti contratti in blocco per lo sfruttamento del sito a India, Cina e altri paesi considerati amici. In un curioso non sequitur, Scaroni afferma che l’ENI non ha però niente da temere dalla concorrenza francese anche nella nuova Libia che fosse in mano agli insorti perché “l’Italia è il solo paese europeo già connesso da un tubo con la Libia stessa”: già, il gasdotto Greenstream che, però, corre sotto il deserto della Libia occidentale, quella che controlla Gheddafi, e sotto il Mediterraneo, per i 1.520 km, che separano Wafa da Gela in Sicilia[70].

Per cui non ha senso, tra le altre, la dichiarazione del portavoce della Farnesina che il 13 aprile proclama[71] come l’Italia non abbia intenzione di importare combustibile dalla Libia controllata dai ribelli a causa delle “restrizioni imposte dalle sanzioni internazionali”… perché, 1. non risultano imposte al territorio da loro controllato e, 2., e forse soprattutto, perché petrolio e gas da esportare proprio non ne hanno a disposizione e, comunque, non riescono a estrarlo – come sempre, in ogni economia, è la mancanza di pezzi di ricambio, tanto umili quanto i cuscinetti a sfera magari, il punto debole di un’economia.

E anche perché – ma questo lo aggiungiamo noi che siamo iscritti alla scuola dell’ “a pensar male si farà anche peccato ma ci si azzecca”, Scaroni – lui almeno e per quel che può – prima di bruciarsi completamente i ponti alle spalle col regime di Gheddafi ci vuole pensare due volte… Anzi! Anzi, arriva l’annuncio – proprio dell’ENI e proprio mentre da Berlino la NATO le chiede di mettersi a bombardare Gheddafi – che una petroliera della compagnia di Stato italiana carica di greggio dei giacimenti della Libia occidentale, quella in mano a Gheddafi.

Il sito AIS – che aggiorna ora per ora, on-line, per la Reuters gli eventi del mercato e del trasporto di greggio petrolifero – mostra che una petroliera da 600.000 barili, dopo essere stata affittata dall’ENI, sta già attraversando il mar Ligure diretta a Genova[72]. Un portavoce dell’ENI informa che la compagnia sta cercando di portare via, comprandolo sul mercato cosiddetto stop dal terminal libico di Mellitah dove comincia anche la parte sottomarina del gasdotto Greestream che arriva a Gela, di trasferire il massimo che può di petrolio greggio per stoccarlo poi, per ragioni di sicurezza, nei suoi terminal di Mestre.

●Vale la pena, forse, di menzionare, a proposito di impotenza ad agire, anche il tentativo della Ashton che dichiara come l’Unione europea sia pronta a mandare a Misurata una missione, intestata direttamente proprio all’Unione, per portare aiuti umanitari e “rimuoverne i feriti[73]… Due problemi, però: intestata all’Unione la missione sì…, ma solo dopo che avrà avuto l’OK delle Nazioni Unite; e, poi, rimuovere i feriti, che vuol dire? per portarli ad essere curati dove? In Francia? in Italia? a casa sua, di Lady Catherine stessa, in Gran Bretagna? o alla sede dell’Unione stessa a Bruxelles, in rue de la Loi? L’ennesima buffonata, onestamente, ci pare. 

●In conclusione, per ora salta agli occhi come e quanto l’esercito dei ribelli sia una forza militare piccola, mal addestrata, mal armata, scoordinata e palesemente incapace di vincere da sola. Sono, tutto sommato, anche abbastanza limitate le forze di cui dispone Muammar Gheddafi e la perdita di reddito petrolifero potrebbe continuare ad indebolirne la presa su alcuni dei suoi che potrebbero continuare ad andarsene col mordere progressivo di sanzioni che, in ogni caso, però non sembrano riuscire a metterlo con le spalle al muro.

La verità è che qui siamo allo scontro, da una parte, tra un regime tirannico sostenuto da non pochi sicofanti, però, ma che non sembra aver sprecato o bruciato in profitti personali le ricchezze del paese come tanti altri in questo continente e in questa regione e, dall’altra, da un miscuglio disomogeneo di leaders sospetti (gheddafisti più o meno tutti), tribù, sommovimenti e ideologi, inclusi non pochi islamisti come si chiamano loro da soli.

Il che vuole dire che si potrebbe dover fronteggiare una spartizione del paese indefinitamente protraibile tra Gheddafi al controllo di Tripoli e dell’occidente e i ribelli che avrebbero sotto di loro Bengasi e l’est del paese. Significherebbe in realtà incancrenimento e allargamento della guerra. Insomma, sul tavolo della Casa Bianca, dopo l’Iraq, l’Afganistan e oltre all’impasse totale in politica interna, anzitutto quella economica, arriverebbe adesso anche quest’altro stallo in Libia. E quante sono le situazioni di stallo che una presidenza politicamente è in grado di sopportare insieme, allo stesso momento?

Il fatto è che, per la prima volta forse dalla fine della seconda guerra mondiale, gli USA si trovano come relegati in panchina, ad osservare dal lungo linea un gioco che va trasformando un cruciale pezzo di mondo: il Mediterraneo e il mondo arabo. Magari partecipando con lo stimolare i giocatori a giocare più duro. Il che sta a dimostrare, ancora una volta, il declino della superpotenza e i limiti imposti ormai al suo potere nel dopo guerra fredda: ormai non gli obbediscono più nemmeno i suoi Karzai d’Afganistan e gli al-Maliki d’Iraq[74].

Del resto, gli Stati Uniti si sono andati a impicciare, come hanno poi fatto in Libia, in conflitti di natura tribale per loro natura irrisolvibili  già in Iraq e in Afganistan, con intrusioni straniere che sono il peggio del peggio possibile: in Iraq tra sciiti e sunniti, tra curdi e arabi; in Afganistan tra i loro alleati minoritari della cosiddetta Alleanza del Nord, tagiki e uzbeki, e la popolazione pashtun largamente maggioritaria e schierata coi talebani…

Anche la Libia insomma non farebbe eccezione, osserva l’A. appena citato. Anzi, sembra proprio provare la regola anche questa avventura in cui, lasciatisi coinvolgere in un’impresa forse neanche davvero voluta, per le velleità del misirizzi francese che non hanno voluto lasciare a combinare casini da solo, e dalla quale dopo aver gettato il sasso volevano ritirare la mano, a questo punto potrebbe anche vederli in prima linea a sporcarsi di sangue gli stivali nella sabbia del deserto arabo-africano: come aveva giurato e spergiurato di non fare mai.

O, in alternativa, procedendo a una campagna di bombardamenti a tappeto sulle città libiche senza infingimenti ipocriti di difesa dei civili, un campagna come quella che quasi vent’anni fa sloggiò Milosevic ma fini col portare al potere, in Croazia e in Kosovo, leader tutti, secondo il tribunale dell’Aja, criminali di guerra suoi pari che nessuna varecchina di protezione clintonian-falso umanista riesce realmente a sbiancare. In condizioni, poi, non più come allora, ai tempi dell’impotente Russia eltsiniana, di unica superpotenza esistente.

Perché adesso si troverebbero contro Cina, Russia, mezza Europa (almeno: anche se adesso pure Berlusca a fine mese sembra rovesciare le sue posizioni e cedere all’appello a bombardare Tripoli: dal quale, forse, ci potranno salvare solo – forse, forse – le idiosincrasie della Lega…, visto che il PD non osa dichiararsi contrario e tanto meno il presidente della Repubblica) e tutto il Terzo mondo, per non dire tutto il mondo arabo, anzitutto e in prima fila l’Egitto.

Che, di sicuro, mollerebbe i ribelli anti-Gheddafi, a questo punto visti come ultimi servi sciocchi di un imperialismo ormai, per di più, quasi imbelle se non nell’esercizio inane della propria muscolatura armata. L’alternativa vera e, forse, unica potrebbe essere, come nel primo caso indicato, la spartizione della Libia, ma negoziata stavolta.

In ogni caso, come sempre il tempismo berlusconiano è esemplare. Infatti, l’Italia si mette a tirare bombe anch’essa: come ai tempi del fascismo di Balbo e Badoglio[75] anche se stavolta, pare proprio, senza iprite e fosgene… nel momento preciso in cui la NATO stessa conferma, per la prima volta e assai a malincuore, che, sì, ci sono stati “danni collaterali” nei bombardamenti di Tripoli. Ù

Anche purtroppo tra la popolazione civile— in violazione palese dei termini dell’ipocrita mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: perché anche volendo – ed è tutto da dimostrare che lo volessero – come si faceva ad evitarli buttando bombe al centro di una città? E proprio quando poi lo fa rilevare e lo denuncia la Russia, anche se sembra ancora con scarsa convinzione (insiste che una “stretta interpretazione della risoluzione 1973/2011 potrà prevenire questa escalation[76]: ma si illude, secondo noi sapendolo anche benissimo: al dunque, la NATO e gli USA del CdS e dell’ONU se ne fregano (proprio come faceva Bush). Diiamo così, operativamente.

Però è importante che a chi prudono tanto le bombe venga fatto sapere che ci sono altri che, a benedirgliele, non sono più proprio d’accordo. Dei cinesi si sa l’analoga posizione e anche i brasiliani, loro pure in CdS, con Antonio Patriota, il loro nuovo ministro degli Esteri[77], dicono chiaro alla Commissione Esteri del Senato di Brasilia che, alla luce della 1973/2011, è “più che in dubbio la legittimità dell’attacco degli aerei NATO alla residenza di Gheddafi” e che, in questo senso, sono state impartite le opportune istruzioni all’ambasciatore all’ONU.

Così si passa dalle motivazioni originarie, la difesa delle popolazioni civili da eventuali attacchi dell’esercito, al “tentativo – da nessuno legittimamente autorizzato a livello internazionale – di rovesciare il regime libico”. E, auspicando “tolleranza e solidarietà umana” nel trattamento dei civili che cercano rifugio in Francia e in Italia, Patriota ha chiesto il “ritorno immediato e rigoroso all’osservanza delle condizioni imposte dall’ONU all’intervento internazionale”.

●Nel rapporto tra Primo e Terzo mondo, tra noi e il mondo sottosviluppato in generale, e ancor più in generale tra mondo dei ricchi (il nostro, in genere bianco) e quello dei poveri (in genere, come si dice, quello dei coloured), la questione dei due pesi e delle due misure pesa su tutto e tutto avvelena: certi paesi vanno aiutati e certi no: a seconda…; certi vanno anche bombardati per aiutarli e altri no: sempre a seconda… Ma, soprattutto, tra noi e loro le regole sono diverse.

Date un’occhiata a quel che è successo adesso tra Gran Bretagna, Libia e Kenya… Che c’entra? C’entra, c’entra… Approfittando del peso specifico che in questi giorni, grazie alle sue bombe, ha Londra sui ribelli libici – per conto dei quali appunto bombarda Gheddafi e i suoi – un avvocato di Londra, col sostegno dichiarato del governo britannico, ha chiesto in questi giorni le scuse formali dei libici alleati per l’attentato che, secondo gli inglesi, i libici di Gheddafi avrebbero compiuto anni fa abbattendo un volo di linea su Lockerbie, in Scozia…

Sacrosanto, hanno scritto all’unisono i tabloid popolari. Ma si sono subito scandalizzati quando qualcuno ha chiesto allora perché ora non dovrebbe essere anche il governo di Sua Maestà a scusarsi per i massacri e la campagna di torture e decapitazioni sistematiche con cui, negli anni ’50, Londra  domò in un fiume di sangue la rivendicazione di indipendenza del Kenya nota come la rivolta dei Mau Mau.

Insomma, gli inglesi ancora oggi nel 21° secolo il loro diritto alle scuse lo ritengono indiscusso; ma al dovere di scusarsi loro neanche ci pensano: tantomeno, poi, se a pretenderlo sono quelli che Sir Winston Churchill chiamava i “coloured”. Il doppio standard emblematico, i due pesi e le due misure[78]

●In Libia, per incontrare prima Gheddafi a Tripoli e, poi, a Bengasi, una rappresentanza dei ribelli è arrivata il 10 aprile una missione speciale ad altissimo livello dell’OUA, l’Organizzazione dell’unità africana, presieduta dal presidente sudafricano Jacob Zuma e composta anche dai presidenti di Mauritania, Mohammedd Ould Abdelaziz, del Mali, Amadou Toumani Toure, del Congo, Denis Sassou-Nguesso e dal ministro degli Esteri dell’Uganda, Henry Oryem Okello.

La missione, auspicata e “approvata” pubblicamente dalla UE, chiede un cessate il fuoco, l’autorizzazione delle parti a far pervenire aiuti umanitari alla popolazione e di aprire un dialogo tra le fazioni, governo e ribelli, che in Liba si scontrano[79]. La prima reazione di Gheddafi è possibilista (“noi siamo d’accordo con le condizioni del piano”), quella dei ribelli, annunciata dal portavoce Mustafa Gheriani alla Reuters è che la proposta sarà certo presa in considerazione ma che “il popolo libico ha già reso chiarissimo che Gheddafi se ne deve andare”. Che, forse, però  è una valutazione, un po’, come dire, di parte. Di una soltanto, cioè, che fra l’altro ha serie difficoltà a prevalere sul campo…

Il giorno di Pasqua, nel messaggio Urbi et Orbi, il papa chiede per la Libia un negoziato e colloqui di pace tra i contendenti, per tutto il Medio Oriente, la pace e il rispetto dei diritti umani e per quanti sono costretti a emigrare da tutti, popoli e governi, un’accoglienza non contraddittoria rispetto alla profusa e proclamata promessa di difendere i diritti umani. Nel mezzo del fragore delle bombe, delle rivolte e delle repressioni montanti, è un appello che suona un po’ blando ma è, comunque, il più chiaro, tutto sommato, e onesto tra i bla bla che si sono sentiti…

Anche la NATO, ha dichiarato la portavoce Oana Lungescu a Bruxelles, fa ufficialmente sapere di “approvare” l’iniziativa africana. L’Alleanza, ribadisce Lungescu[80], è convinta che questa crisi non può essere risolta solo militarmente e saluta con favore un vasto sforzo internazionale teso a fermare l’esercizio di ogni violenza contro la popolazione di tutta la Libia. E, lo stesso giorno – come a sottolineare quell’ “ogni” –, aerei NATO obbligano ad atterrare un caccia militare dei ribelli che si apprestava a bombardare la periferia di Tripoli.

●Insomma, per l’Europa, e per la NATO, bisognerà ancora fare i conti con Gheddafi. Per  il nostro  Frattini, che ora sembra aver rovesciato il segno della pedissequità del paese tampinando da presso i ribelli, non più. Dopo aver slinguato per mesi dietro al colonnello, adesso il governo italiano decreta che lui, i suoi figli e tutti i membri del suo governo sono ormai fuori, dice lui, dalla vita politica della Libia[81]. E aggiunge che Italia, Francia e Gran Bretagna non accetteranno alcuna sua partecipazione in un governo ad interim: come se spettasse loro – all’Italia sopratutto col suo passato losco in proposito – decidere qualcosa in materia.

Il 20 aprile, di conserva coi francesi, il governo italiano decide di dare un appoggio diplomatico ulteriore ai ribelli, dopo la visita a palazzo Chigi e all’Eliseo del loro capo ad interim, il segretario generale del Consiglio provvisorio nazionale, Mustafa Abdel-Jalil, riconosciuto formalmente solo da Italia, Francia e Qatar che, adesso, promette democrazia ma solo un anno fa, come ministro della Giustizia di Gheddafi, era sotto accusa per crimini internazionali, ora utilmente dimenticati, da parte di Human Rights Watch e che solo nel dicembre scorso, or sono quattro mesi si è no, Amnesty International voleva portare alla sbarra con le stesse accuse[82].

Ma di un appoggio diplomatico cauto, dato cum juicio, si capisce, si tratta: non è che gli mandino  ambasciatori veri e propri con feluca sotto il braccio e spadino al fianco, che sarebbero effettivamente una sottolineature diplomatica forte. No, gli mandano alcuni “consiglieri militari”[83] che cosa abbiano a che fare con i riconoscimenti diplomatici solo Allah poi lo sa…   

●Un accenno all’unica idea assolutamente non conformista che è venuta alla luce, anche se colta da pochi, pochissimi, in questi due mesi di ebollizione e di sconvolgimento nel Mediterraneo sul tema immigrazione, l’abbiamo trovato implausibilmente sotto la penna del Commissario europeo all’Allargamento e ai problemi cosiddetti – è questa la terminologia ufficiale nella UE – di Vicinato, Štefan Füle.

Füle, che viene dalla Repubblica ceca e non s’era certo segnalato finora per le sue capacità di pensiero innovativamente strategico né particolarmente impulsivo – proprio quando tutto, sul tema di sua competenza, sembra congelato dalla paura e dalla volontà di tutti, o quasi, nell’Unione a restare fermi e a non muovere paglia – ha invitato a riflettere che l’UE, proprio adesso, perché è adesso che ce n’è bisogno, dovrebbe aprire il proprio mercato unico a tutti i paesi del Sud Mediterraneo.

Così consentendo a tutti di entrare nell’area della sua economia integrata. Tra parentesi: c’è anche una curiosa notazione, appena accennata nel suo discorso – di una banalità sconcertante se volete ma anche rinfrescante: poi quasi negata, però, per aver troppo osato probabilmente – dal fatto che se, poi, uno si mette pure a bombardare quei disgraziati non ha poi grande diritto a chiedersi perché emigrano: scappano da sotto le bombe e, questa francamente, è la parte seria ci sembra – se resta ferma – della negazione di Bossi a bombardare la Libia.

Dovrebbe offrire loro integrazione sul piano economico cioè, non limitarsi soltanto ad offrire corsi di formazione che vogliano rafforzare le loro istituzioni precarie di società civile e di sviluppo democratico ma aiutarle anche a promuovere una crescita sostenibile e solida con misure concrete, appunto, di integrazione concreta. Perché, esemplifica, alla Tunisia che forse non avrà proprio fame acuta ma comunque ha un forte appetito e una gran voglia di lavorare non possiamo offrire solo corsi e seminari sulla divisione montesqueiana dei poteri ma occasioni e opportunità concrete di crescita.

Se no, “il problema inevitabilmente diventa anche nostro[84]. Insomma, se non esportiamo oltre alle nostre chiacchiere sacrosante sulla democrazia e i diritti dell’uomo anche un po’ di sviluppo, esportiamo da loro qui parte di quel sottosviluppo… A chi scrive sembra un invito estremamente sensato. Tanto da farci meravigliare che possa avere avuto origine addirittura da dentro questa Commissione incolore, insapore e impalpabile…

Il dramma è che una volta tanto comincia a sembrarci inizialmente sensata anche la conclusione, estrema e estremista, che Maroni denuncia quando parla di un’Europa che, sempre pronta a dare una mano ai banchieri e a fare le guerre, non pensa neanche a governare come dice Bonino in “legalità e umanità” i problemi dell’immigrazione. Anche se, come hanno detto in Europa, 25.000 immigrati non possono far scattare emergenza di sorta per l’Unione nel suo complesso di fronte a situazioni che sul piano numerico sono sicuramente più ingenti….

●E’ sicuramente presto per tirare le fila di quel che si è appreso – o che speriamo si sia cominciato ad apprendere dalle rivoluzioni e dai moti e dalle turbolenze del Medioriente. Ma, forse, non è troppo presto per cominciare a farlo, almeno, ad allineare alcuni, anche se non ancora tutti, gli elementi di una conclusione sensata. Sullo sfondo di tutto c’è per tutti – per chi vende e chi compra – il petrolio ma, stavolta, sullo sfondo di tutto – e è la novità vera – c’è anche la necessità di fare i conti con una soggettività prepotente, di massa, che finora a loro – ma largamente anche a noi – era del tutto sconosciuta.

La novità, ha sottolineato una riflessione pur carica di realpolitick – che è sbagliato considerare una parolaccia: è un risvolto della vita – è che “il movimento popolare, che dalla Tunisia si è sviluppato in una spontanea reazione a catena, propagandosi e autosostenendosi mediante le ultime tecnologie di comunicazione, si è rivolto contro regimi e leaders autocratici, con cui gli Stati Uniti e i paesi europei avevano stabilito strette convivenze e connivenze, ove meno ove più (e ove troppo, come nel caso dell’Italia), tanto da essere colti in flagrante reato di incertezza e ambiguità nelle loro reazioni agli eventi inattesi, sorprendentemente inattesi[85]. Anche se poi, nei fatti, e sempre abbastanza sorprendentemente per noi, si è concentrato nella critica e nella rivolta contro le proprie autocrazie.

Il movimento… caratterizzato da un’età media bassa, da un livello culturale elevato e da una partecipazione femminile variabile, ma certo maggiore che in ogni precedente occasione” è stato visto, e non solo in America “come l’estensione popolare di quell’uditorio campione che nel giugno del 2009 aveva assistito al discorso di Barack Obama all’università del Cairo”: che, in effetti, aveva sollevato enormi e anche esagerate aspettative e ottimismi ma, certamente, anche voglia di cambiare.

Eppure la reazione dell’… amministrazione Obama è stata, in una prima fase”, in Tunisia e in Egitto, esitante fra diverse esigenze e interessi”… Poi, la Libia “ha evidenziato ulteriormente le cautele di un’America ‘reticente’, ‘riluttante’, ‘selettiva’…E’ che “gli imperativi erano diversi: non perdere influenza in un’area in sommovimento, critica per gli interessi nazionali, ma nello stesso tempo non impegnarsi in un nuovo conflitto che coinvolge l’Islam e non ritrovarsi isolati. Donde una nuova insistenza sullo strumento multilaterale”... Del tutto inedita, rispetto a Bush e al suo unilateralismo senza ritegno.

L’Europa ha risposto in maniera” che questo A. considera “più pronta e meno sfuggente che ai tempi di Milosevic”, secondo noi invece in sostanza altrettanto succube e sbagliata: schierandosi pressoché pregiudizialmente proprio mentre l’America cominciava presto a frenare, coi fautori dell’intervento (la Clinton) che riperdevano presto terreno sui contrari (tutto l’apparato militare, la Difesa, lo stato maggiore).

Così, l’Europa ha agito, o ha voluto tentare di agire, così “dimostrando fra l’altro che il legame transatlantico, dato periodicamente per morto, è poi sempre lì...”. Ma era  solo ammoina o, peggio, impressione. Perché al solito l’Europa, come tale, proprio come Europa, non è riuscita a manifestarsi. Anzi: tedeschi da una parte, inglesi di là e poi di qua e poi, alla fine, decisamente di là, accodati ai francesi che in questa occasione, e perfino con gusto assai malriposto, hanno preso il ruolo unilaterale degli americani di Bush.

E noi italiani poi, li raccomandiamo… Con Berlusconi che annuncia la sua ultima (ma ultima, poi?) decisione di bombardare Tripoli non a Merkel, tantomeno a Bruxelles, non a Sarkozy, non a Ashton né a Cameron o a Zapatero: lo preannuncia, riservandosi di farlo sapere poi agli altri che intanto lo apprendono dai titoli delle agenzie di stampa, solo a Obama: viva l’Europa insomma[86]

Insomma, anche stavolta “il profilo eccezionalmente alto degli europei in una crisi internazionale è stato accompagnato da una manifestazione plateale delle loro divisioni, superiore se possibile ad ogni precedente una cacofonia sistematica. Dalla quale, tra l’altro, è risultata definitivamente confermata l’irrilevanza degli strumenti di politica estera creati con il trattato di Lisbona”. E, al dunque, del Trattato stesso…

E l’Italia? Bè, “il passivo per l’Italia è pesante. Le sue voci più onerose non sono tanto il mancato invito alla teleconferenza dei quattro grandi occidentali alla vigilia del…vertice di Londra, né la solitudine dinanzi all’afflusso eccezionale di migranti e profughi…In entrambi i casi, non mancano giustificazioni oggettive. Più grave è stata l’incapacità, fin dall’inizio, di trovare una strategia di uscita dall’imbarazzo che, come detto, non era certo solo nostro”… per poi alla fine, accodarsi con quasi due mesi di ritardo alla scelta peggiore, quella di fare “attivamente la guerra”… tanto per cambiare

Solo nostro, infatti, è stato, ed è ancora, un presidente del Consiglio costretto a “sperimentare, com’era prevedibile, gli effetti perversi di quella politica estera ‘personale’, di cui è sempre stato convinto cultore. Donde il suo finir di essere ‘a Dio spiacente e agli inimici sui’ in quasi ogni paese o contesto di coalizione. Anche nella cacofonia europea, di cui l’Italia è ad un tempo vittima e partecipe”.

Di tutti i poteri ex coloniali e imperiali che intervengono oggi a proteggere i popoli e difenderne i diritti a forza di bombe, dobbiamo sapere che, come sempre, stanno lì in realtà solo per fare gli affari loro: affari proprio in senso stretto, si intende. Perché libertà e umanitarismo sono quello che promettono di proteggere e garantire a casa loro, in Africa, ma che non vogliono neanche sentir evocare come qualcosa (libertà, diritti dell’uomo…) che potrebbero/dovrebbero garantire loro anche in Europa: in Italia, in Francia, ecc., ecc.

Insomma umanitari sì, ma föra dei ball, si capisce

●Un po’ superficialmente hanno voluto sottolineare in diversi le analogie storiche con altri grandi moti rivoluzionari del passato: la primavera delle Nazioni che squassò l’Europa centrale nel 1848 cercando di rovesciare una serie di monarchie tradizionali – e fallendo in molti casi nell’immediato ma riflettendo poi nei decenni seguenti grandi cambiamenti che effettivamente la trasformarono (le eccezioni furono solo Gran Bretagna, Olanda e gli imperi russo e ottomano) – e la serie di movimenti che associati alla “conversione” di Gorbaciov e al cambiamento epocale della Russia rovesciarono nel 1989 i governi comunisti in tutta l’Europa dell’est.

Sono analogie troppo facili: qui, in questo inverno del 2011 la lotta è contro quelle che sono state chiamate dittature “sultanistiche”: qui questi satrapi al potere non avevano e non hanno ambizioni o obiettivi ideologici né altri scopi che non siano quelli del mantenimento della loro autorità personale e, qualche volta, come capita, anche familiare: Mubarak, Ben Ali, Gheddafi, Saleh e Assad non cadranno tutti subito ma ormai – qui l’analogia resta – a tempo sono tutti condannati.

Sono regimi che hanno retto sulla centralizzazione dell’autorità garantita dalla seminagione del potere spicciolo su una casta di delegati tutti tenuti insieme dal mecenatismo razionato del capo e dalla suddivisione del potere militare tra una casta di professionisti divisi per caste (le “armi” che formano le forze armate, rigorosamente separate tra loro e tutte da lui direttamente poi dipendenti).

Che al popolo garantisce, in qualche modo, perché poi serve a lui per mantenere il suo mecenatismo nei gangli vitali del regime, un qualche sviluppo economico, industriale anzitutto, e un qualche aumento dell’istruzione che serve, ormai, come dicono e vedono tutti alla crescita.

E finora sono restati saldi al potere con un’abile distribuzione delle ricchezze socialmente accumulate tra se stessi e le élites. Niente di nuovo, a veder bene: come si fa sempre in Europa (e si fa ancora in diversi paesi, in modi neanche troppo poi ammodernati) dal Medioevo:  tra vassalli, valvassori e valvassini verso il basso e baroni, conti duchi, principi e sovrani verso l’alto.

Ecco, queste rivoluzioni “antisultanistiche” hanno visto la distribuzione interna delle risorse cambiare troppo a favore delle caste e troppo poco a favore della gente che, a un certo punto, non l’ha più sopportato: con una popolazione sempre più giovane, una disoccupazione sempre più di massa, un’istruzione più diffusa e l’accesso ormai generale elettronicamente aperto al mondo esterno che oltre alla popolazione influisce anche, e semina dubbi e, insieme, speranze diverse, tra militari e apparati dello Stato.

Anche il grande timore occidentale di esiti estremisti islamisti di questi eventi è, finora, contrastato dalla storia. Questi non sono i primi regimi satrapisti-sultanisti a sparire di botto: Marcos nelle Filippine, Suharto in Indonesia, Duvalier a Haiti, e tanti altri sono così crollati, sostituiti da regimi magari un po’ più “deboli” certo meno monolitici e magari non proprio “puliti” ma sempre più democratici di quelli che hanno sostituiti senza mai dare la stura a esiti più estremisti. Insomma, non è detto che vada necessariamente male. Ma neanche che qualcuno possa garantirci un esito felice. Come del resto in qualsiasi rivoluzione.

In definitiva, “le rivoluzioni non hanno che raramente un successo rapido e completo— se non nei casi di quelle che scoppiano contro regimi corrotti e personalistici, ‘sultanistici’. Il che aiuta a capire perché sono caduti così rovinosamente la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubarak— e anche perché altri governi nella stessa regione mediterranea e mediorientale proveranno la loro maggiore duttilità[87].

Adesso, a fine aprile[88], ci dà una lettura che a noi sembra realistica quanto acuta della situazione, in un articolo che intitola riassumendo il punto cui siamo arrivati —Chi ridarà forma al mondo arabo: i suoi popoli, o gli Stati Uniti?, uno degli intellettuali più famosi di questa parte del mondo[89]. Dice che

la prima fase è finita. La seconda, che consiste nel respingere indietro i movimenti [rivoluzionari in tutto il mondo arabo] è cominciata. A gennaio le strade del mondo arabo risuonavano tutte dello slogan che aveva riunito le masse al di là delle differenze di classe e di credo ‘Al-Sha’b yurid isquat al-nizam!’— ‘Il popolo vuole la caduta del regime!’”…

Ecco, “Washington adesso, e per il momento, è riuscito a ridirigere il processo politico in un percorso di cambio attentamente orchestrato che in Egitto – per dire – è guidato dal ministro della Difesa di Mubarak e dal suo ex capo di Stato maggiore particolarmente vicino agli americani che, per parte loro poi, dietro le quinte, perseguono negoziati paralleli coi Fratelli mussulmani”…

In questo quadro, “il bombardamento della Libia da parte della NATO è stato il tentativo dell’occidente di riguadagnare l’iniziativa ‘democratica’ dopo che altrove i dittatori erano stati rovesciati. Peggiorando, e di molto, la situazione. La cosiddetta prevenzione del massacro ha portato allo sterminio di centinaia di soldati, molti dei quali combattevano perché erano di leva, obbligati a farlo, e ha permesso al repellente Muammar Gheddafi di mascherarsi da anti-imperialista.

E c’è da dire subito che, qualunque poi sia l’esito finale di questo scontro, il popolo libico lo ha perso. Perché o il paese verrà spartito in uno Stato che resta a Gheddafi e in uno squallido protettorato filo-occidentale condotto da affaristi selezionati o l’occidente farà fuori Gheddafi e controllerà tutta la Libia con le sue vaste riserve petrolifere.

E’ del tutto evidente che questa grande manifestazione d’affetto alla ‘democrazia’ non si estende altrove nella regione”. Né in Bahrain, né in Yemen che sono alleati degli USA, dove il regime è già saltato ma “USA e Arabia saudita stanno tentando disperatamente di mediare”.

Ma anche in Siria che non è certo un regime amico degli americani, però è un po’ troppo forte per essere sbaraccato facilmente e dove l’opposizione è, comunque, fieramente nazionalista, anti-israeliana e, si capisce, anche anti-americana.

Ormai, insomma, è chiaro: in ogni caso, “gli USA hanno a che fare con un quadro politico del tutto cambiato nel mondo arabo. Ed è troppo presto per predire come andrà a finire, ma non per dire che non è ancora finita”.

in Cina

●I dati del censimento del 2010, pubblicati il 28 aprile dall’Ufficio nazionale di Statistica della Cina[90], riferisce il direttore Ma Jiantiang, dicono che la popolazione è cresciuta a 1.370.000 di cui 1.340.000 in Cina continentale, cioè circa 74 milioni, il 2,4% più che nel 2000, l’anno del precedente censimento. Annualmente la crescita è stata in media dello 0,57% nel decennio 2000-2010, la metà circa del tasso del decennio precedente.

La popolazione continentale delle aree urbane è cresciuta arrivando a 665,57 milioni, il 46,7% del totale e il 13% in più del 2000. Il 38% della popolazione vive nelle regioni orientali del paese e, mentre gli ultrasessantenni aumentano del 13,3%, gli adolescenti con meno di 14 anni sono il 17% del totale.

Una delle considerazioni di Ma è stata che la politica delle limitazioni delle nascite, fino a poco tempo fa di fatto obbligatoria – solo un figlio per copia: attraverso “misure attive di scoraggiamento sociale” (in America si chiamano di peer pressure pressione dei pari) e la mancata assistenza alle famiglie con più di un bambino – ha avuto anche troppo successo.

Come in ogni altra società moderna, la ricchezza crescente e il diffondersi delle opportunità, la visione più edonistica e meno sacrificale dell’esistenza e il concetto che anche i diritti individuali sono veri e propri diritti che non possono venire semplicemente sussunti e sacrificati in nome del bene comune, adesso hanno portato allo sviluppo, diciamo così naturale, di una demografia dimezzata.

E, ormai, ci si comincia a preoccupare di un popolazione che invecchia e dello squilibrio dei sessi che vede – per ragioni di ancestrale retaggio – le bambine non fatte nascere (aborto, ecc.) in misura ancora assai maggiore a quella dei maschietti raggiungere “livelli che cominciano a farsi allarmanti per lo sviluppo della seconda economia del globo”.

Esportazioni americane in Cina (miliardi di $)

 

Istogramma della crescita annuale 2000-2010: dal New York Times, 7.4.2011

nei dieci anni dal 2000 al 2010, l’export in America è

aumentato del 468% e nel resto del mondo solo del 55%

 

●Malgrado la propaganda negativa su cui lavorano in tanti assiduamente in America, i fatti confermano che l’export americano in Cina è cresciuto l’anno scorso del 32%  a un record di 91,9 miliardi di $. Lo US-China Business Council ha raccolto e diffuso i dati sintetizzati nell’istogramma della figura documentando luoghi di provenienza in America, tipi di prodotto, valore… C’è un altro fatto che vale la pena di far rilevare: molto di quanto, la Cina importa dall’estero viene lavorato e riesportato verso il resto del mondo. Quasi tutto quello che entra dagli Stati Uniti, invece resta in Cina e viene lì consumato.

Mentre l’import americano in Cina nel 2010 raggiunge i 1.400 miliardi di $, l’export cinese in America resta comunque superiore, a 1.900 miliardi. E l’anno prossimo, l’aspettativa degli ambienti economici, ma anche del governo americano è che, per la prima volta, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti come il paese maggior importatore del mondo[91].

Tra parentesi, e lo segnaliamo a… Napoli, in particolare, col problema della “monnezza” che ha: l’anno scorso l’esportazione principale dello Stato di New York in Cina è stata registrata alla voce “carta, cartaccia e altri materiali di scarto”: per quasi un miliardo di $ di valore.

●In ogni caso sta montando un tentativo degli USA e di loro alleati, frustrati negli sforzi di premere direttamente sulla Cina per cambiare le sue politiche economiche, che cerca di reclutare altri paesi tra quelli in via di sviluppo in una campagna internazionale che, per la Cina, [essi sperano] potrebbe suonare più accettabile[92]. Anche se l’operazione riuscisse, però, e non c’è solo la Cina a resistere – ma la sua resistenza basta ormai comunque da sola – sarebbe difficile che i risultati fossero tangibili o, anche, soltanto chiari.

Comunque il sottosegretario americano al Tesoro che segue gli Affari internazionali, Lael Brainard, dice che ormai la questione è all’ordine del giorno: ma lo dice lui, non lo dicono i cinesi che si divertono – quasi – a prenderlo in giro e a prendere in giro l’America citando, correttamente – in una serie di articoli pubblicati sulla loro stampa specializzata – i guru sia pratici che accademici dell’economia capitalistica. Per ultimo col presidente della Morgan Stanley, Stephen Roach[93], e  per primo, addirittura John Maynard Keynes.

Il problema se c’è, come insegnò lui tanti anni fa contestando la risposta dell’economia liberista – che il mercato avrebbe ritrovato l’equilibrio da solo – viene certo dall’eccesso di attivi commerciali ma almeno altrettanto – perché i due si danno sempre insieme – da quello dei colossali deficit di chi per consumare sempre più a buon mercato importa ingordamente merci e prodotti di consumo dall’estero[94]. Adesso, e qui finisce l’equivalenza sottolineata da Keynes, che ormai va attualizzata proprio su America e Cina…

●A metà aprile, una delle prime reazioni alla campagna americana per “convertire” la Cina, ma di segno nettamente contrario, viene al forum di politiche monetarie asiatico di Boao, sull’isola di Hainan in Cina, dal governo sudafricano. Il presidente Jacob Zuma mette in evidenza[95], parlando in termini volutamente diversi e divergenti da quelli del ministro americano del Tesoro, che proprio i grandi paesi le cui valute – “come il dollaro”, specifica – costituiscono l’architrave del sistema delle riserve internazionali abbiano il “dovere” di adottare per primi essi stessi politiche monetarie e macroeconomiche “più responsabili” – evidentemente finora non lo sono state – visto che poi pesano, nel bene e nel male, sempre e molto sull’economia mondiale.

Insomma, agli USA tocca consumare un po’ di meno, forse, importando un  po’ di meno dall’estero piuttosto che ingegnarsi a congegnare – e soprattutto a far congegnare dagli altri – equilibri dei cambi più o meno artificiali. A tutti i paesi spetta evitare sia protezionismo che svalutazioni competitive. Si tratta di pratiche che portano all’avvitarsi in una spirale universale per tutti e ciascuno che tende inesorabilmente al ribasso e che minano alla base ogni appello dei G-20 a una  crescita forte, sostenibile e equilibrata. Ma se questo è un discorso rivolto a tutti, spiega Zuma, lo è  ancora di più ai più forti tra tutti: quelli che finora del sistema hanno approfittato.

●E subito dopo, a ruota – altre poi a seguire – la reazione ancora più negativa del Brasile, un altro dei nuovi grandi. Evidenziando il problema che avranno gli USA, e con loro gli europei che intendessero loro accodarsi, quando chiedono allo yuan e ad altre monete di paesi che oggi esportano forte, come appunto il Brasile, di rivalutarsi per esportarvi più e più facilmente loro prodotti e servizi, il ministro delle Finanze del brasiliano, Guido Mantega li accusa direttamente, in sede di Comitato direttivo del Fondo monetario internazionale, di “tentare di esportare i problemi per uscire a spese degli altri dalla loro difficile situazione economica stampando moneta e tenendo bassi i loro tassi di interesse[96].

Su una cosa ci sentiamo qui e adesso, sul tema, pronti a scommettere: la Cina, soprattutto, ma con essa anche Brasile, India, Singapore, ecc., sono disponibili a discuterne. Però, solo su un piede di uguaglianza. Pechino andrà avanti di sicuro a riformare il cambio dello yuan: ma solo ai suoi ritmi; a meno di strappare in cambio, negoziando, qualcosa: qualcosa che vale; per sé e non per l’America, i suoi interessi, le sue percezioni, i suoi pregiudizi…   

●Per la prima volta dal 2004, la Cina certifica ora, ad aprile, un deficit commerciale per il primo trimestre dell’anno col salire del costo delle importazioni per il maggior prezzo delle materie prime: -1,2 miliardi di $ da gennaio a marzo con marzo che, da solo, però registra un piccolo attivo di 140 milioni di $ dal deficit di 7,3 miliardi che, invece, aveva il mese prima.

Gli analisti, in ogni caso, si aspettano un bilancio finale del 2011, ancora in netto attivo, tra i 160 al peggio e al meglio i 200 miliardi di $ che dipenderà, alla fine, sostanzialmente dal livello cui si assesteranno i prezzi di petrolio e materie prime[97] (in qualche riduzione di certo visto che, nel 2010, l’attivo mensile è stato in media di 16 miliardi ogni mese).

L’Ufficio nazionale di statistica rende noto che, a partire da aprile, pubblicherà su base trimestrale i dati di aggiornamento relativi al PIL[98], mentre su base mensile verranno forniti quelli su produzione industriale, crescita del valore aggiunto, investimenti fissi e vendite al dettaglio. Il tutto integrato nello sforzo, recita il comunicato ufficiale, più generale che l’Ufficio persegue dal 2009 di riformare le proprie prassi di rilievo e diffusione statistica.

Anno su anno, nel primo trimestre del 2011 il PIL è cresciuto del 9,7% e del 2,1 sui tre mesi precedenti. L’indice dei prezzi al consumo dà a marzo l’inflazione al 5,4% su base annua, lo 0,2% in meno di febbraio. L’aumento delle vendite al dettaglio, sempre nel primo trimestre segna il 16,3%.[99].

●Intanto vengono pubblicati i dati aggiornati del quadro economico-finanziario[100]: a marzo, dice ora la Banca centrale, aumentano i crediti elargiti, con 679,4 miliardi di yuan (sui 104 miliardi di $) rispetto ai 535,6 del mese prima e, dunque, in aumento secco di quasi il 30% del volume dei prestiti erogati in un mese. La liquidità in circolazione, calcolata secondo il metro di misura più largo, la cosiddetto M2, aumenta anch’essa del 16,6% anno su anno a fine mese.

Le riserve delle valute estere maggiormente pregiate ammontano a 3.045 miliardi di $, un aumento ancora del 24,4% anno su anno. Che alla Banca centrale non suona affatto come uno sviluppo sano: si tratta di una quantità eccessiva e Pechino ha bisogno di diversificare gli investimenti proprio utilizzandone parte, sostiene Zhou Xiaochuan[101], governatore della Banca centrale. Tra l’altro, spiega Zhou l’eccesso di riserve ha portato anche a un eccesso di liquidità. E bisogna anche cominciare a pensare alla possibilità di consentire in futuro, sotto opportuna supervisione alle amministrazioni locali di finanziarsi l’edilizia infrastrutturale a livello locale con l’emissione di titoli a livello municipale.

Quello che viene definito ufficialmente credito totale disponibile nell’economia, è ammontato, sempre secondo la Banca centrale, a 4.190 miliardi di yuan nel primo trimestre del 2011. L’inflazione a febbraio è restata ancorata al 4,9% a febbraio e aumenterà a marzo di qualche decimale.

Le imprese di proprietà dello Stato hanno registrato nel primo trimestre del 2011 un aumento del profitto netto[102] del 22,4% per 31,96 miliardi di $ e per un totale di 681,29 miliardi nei tre mesi; e, anno su anno, un +25,7%, con tasse versate allo Stato pari a 64,62 miliardi di $, il 26,6% in più dello stesso periodo dell’anno precedente.

●Il sistema si connota sempre, piagnucolano quelli dell’American Chamber of Commerce (ACC) di Pechino – che ammettono, però, di farci quattrini come in nessun altro paese del mondo – per troppo dirigismo, una pianificazione soft ma comunque, agli spiriti selvaggiamente capitalistici (ma di nascosto, perché senza rinunciarci mai un po’ si vergognano) americani. Ma il punto è che come gli replicano ogni giorno i cinesi, si devono rassegnare.

Infatti, la Commissione nazionale di Riforma e Sviluppo (NDRC) – che è un po’ oggi il Dipartimento centrale di pianificazione – pubblica il 25 aprile una lista diversificata delle industrie che “incoraggerà”, “restringerà” o “bandirà” e in quali settori[103]. La lista dovrà guidare i regolatori cinesi a definire le loro scelte politiche su tasse, credito bancario, disponibilità del territorio e sviluppo commerciale e costituirà anche il riferimento che Pechino utilizzerà per decidere quali investimenti stranieri accogliere e quali ostacolare. Insomma è – e sarà – sempre Pechino a decidere in ultima analisi se e chi investe, non chi vuole investire: in ultima analisi.

La lista, che l’ACC aveva auspicato non fosse più confermata, e adesso rende pubblica l’NDRC, rivede invece la precedente versione del 2005 a riflettere il mutamento tecnologico e lo stato attuale dello sviluppo industriale. Per esempio, risultano oggi sovraprodotti beni non ferrosi e edilizi e l’NRDC non ne incoraggerà la produzione ulteriore, mentre faciliterà in ogni modo (tasse, permessi, licenze, export dei profitti e quant’altro) investimenti in una serie precisa di settori che vengono già indicati:

nuove energie, trasporto ferroviario e della sicurezza urbana (tv e reti di sorveglianza del traffico e non solo), sistemi di controllo veicolari automatici, tutta la strumentazione di precisione meccanica e di altro tipo, ricerca e produzione di parti chiave dei veicoli a combustibile alternativo. Nei prossimi giorni, ha provveduto a informare l’NRDC, sarà resa pubblica la lista completa e dettagliata.

●Sembra che il governo cinese abbia deciso di non lasciarne passare liscia più una a quello americano sul piano dei cosiddetti diritti umani. L’attivista cinese AiWeiwei, anticomunista – cavoli suoi – e anticinese – pure – “artista”, dicono i suoi fan specie sulla stampa americana, “internazionalmente riconosciuto” ma, poi, a veder bene come quel Manzoni che da noi[104] produceva cacca, la metteva in barattolo e, battezzatala “merda d’artista”, per opera d’arte la faceva passare e la riusciva anche a vendere, dicono, a peso d’oro; e che, lì, a Pechino, semplicemente, con qualche parolaccia particolarmente laida appiccicataci in più, ci metteva sopra il nome di “Cina”[105], è stato arrestato per “crimini economici”. Che possono essere tutto e il contrario di tutto (frode, evasione fiscale…), oppure niente…

Ma che, subito, la propaganda americana (l’opinione ufficialmente scandita della segretaria di Stato Hillary Clinton: che, ovviamente, sa solo quello che le dicono i suoi servizi e i suoi funzionari… e ci crede) ha bollato come censura e persecuzione d’artista: sono profondamente preoccupata – dice – e cita una serie di “tendenze negative” sulle libertà in Cina che includono anche il caso dell’arresto di Ai: da questa, dice (sic!), “violazione dello stato di diritto[106]. Stava presentando, la Clinton, il Rapporto 2010 sui diritti umani nel mondo che stila lo stesso suo Dipartimento di Stato, che fa le pulci a tutti i paesi del globo e al loro rispetto dei diritti umani meno che, naturalmente, agli Stati Uniti stessi[107].

Questo, fa subito rilevare il ministero degli Esteri cinese, affermando a brutto muso che di un rapporto da buttare nella carta straccia si tratta e che esso proviene da un paese “affondato nella violenza, nel razzismo, un paese che è notorio per l’esercizio della tortura e che non gode di alcuna autorità, né legittima né morale, per consentirsi di dare lezioni a chiunque sui diritti umani”. Bisogna, conclude il documento cinese, presentando a grandi linee il prossimo suo controrapporto sui diritti umani in America che “chi predica di diritti umani agli altri, guardi – come insegna una grande filosofia dell’occidente ma anche Confucio – prima che alla pagliuzza che alloggia nell’occhio altrui alla trave che ha conficcata nel proprio occhio[108].

E ricorda, richiamando ancora malignamente all’attenzione degli americani, le “libertà” di cui parlava nel 1941 Roosevelt: di pensiero, di parola, ecc., ma anche – “e come!”, aggiunge – le libertà dal bisogno, dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione, dalla discriminazione…

Insomma, per chi scrive – uno che l’America la “ama” profondamente e la Cina la studia con grande interesse, ma certo non con “amore”– è tragicamente triste ma vero riconoscere che i cinesi non hanno torto qui e gli americani sì… anche se poi, a veder bene, ragione piena non ce l’ha nessuno dei due.

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

●Uno stranissimo incontro, del tutto inaspettato si è tenuto in America – in realtà, tenuto segreto fino all’ultimo momento – di una delegazione ufficiale di altissimi funzionari del governo nord-coreano, capeggiata dal direttore generale del ministero del Commercio Yon Il e composta da ben 12 dirigenti economici dello Stato. Hanno partecipato a un seminario all’università di Stanford con economisti come il prof. Gordon Hanson. Ci sono sei dirigenti dei ministeri del Commercio, dell’Industria, dell’Agricoltura e delle Finanze come il capo dell’Ufficio ricerche finanziarie della Banca centrale della Corea del Nord[109].

E’ stato qualcosa di meno emozionante, molto meno pittoresco e certo non altrettanto capace di colpire la fantasia politica dell’incontro di ping-pong fra le nazionali statunitense e cinese che nel 1971 riaprì le porte al dialogo sino-americano— Mao-Chu Enlai e Nixon-Kissinger, nel 1972, ricordate? Ma, soprattutto, la cosa ha fatto notizia in Corea del  Sud (in Corea del Nord nessuno, se non ai vertici, ne ha saputo nulla: e anche questa è stata una differenza non da poco rispetto al precedente cinese) dove è stata accolta quasi come se lo fosse stata: con un misto di timori e speranze.

Ma l’incontro c’è stato e ne ha reso conto in dettaglio la stampa sud-coreana. Il seminario ha discusso di materie una volta – e ancora adesso ufficialmente – tabù a Pyongyang: economia di mercato, protezione dei consumatori intesi come clienti, cooperazione multilaterale in Asia, sistemi monetari, sistemi fiscali in America, a livello dell’Unione e dei singoli Stati federali, cooperazione industriale e accademica e sistemi legislativi occidentali comparati.

●In Brasile un primo segnale di più forte interventismo statale[110], in politica come si dice industriale, del nuovo governo di Dilma Rousseff rispetto all’impostazione tradizionale più cauta, anche se non certo liberista, del presidente Lula. Alla faccia di quanti giuravano che lei voleva liberalizzare l’economia e dismettere regolamenti e controlli (lacci e lacciuoli).

In pratica, la prima mossa del governo è stata quella di far dimettere da capo della Vale do Rio Doce, il gigante minerario che ha una partecipazione maggioritaria dello Stato, l’amministratore delegato Roger Agnelli che voleva diversificare investimenti ed attività all’estero contro il parere del governo. E adesso paga la dimenticanza, o piuttosto la tracotanza enunciata di voler fare quello che gli pare e non quello che gli dice il governo, cioè il socio di maggioranza…

●Le esportazioni[111], a febbraio 2011, si impennano in India del 49,7% rispetto a un anno prima. Il tasso di inflazione a marzo sale all’8,98% dall’8,31 di febbraio e il ministero del Commercio e dell’Industria dichiara che i prezzi dei manifatturati sono cresciuti del 6,21%, quelli dei tessili del 27,45 e prodotti del ferro, manufatti tessili e olio alimentare più del 10% sul mese precedente. A marzo combustibili ed energia hanno segnato prezzi in aumento del 12,92% e quelli delle bevande di frutta sono saliti del 23,21 dal 15,07 di febbraio. Il tasso di inflazione[112] adesso, rivisto per gennaio 2011 sul gennaio 2010, tocca adesso il 9,35%, in significativo aumento dalla  precedente indicazione dell’8,23%.

EUROPA

●La BCE a inizio aprile ha alzato il tasso di sconto dall’1 all’1,25% nell’eurozona[113], come aveva del resto di fatto preannunciato già a marzo per “allertare” i mercati e, per la prima volta dal luglio 2008, quando ci aveva provato salvo essere quasi subito obbligata dal montare della crisi a invertire la rotta: proprio come – gli incoscienti… – se la crisi fosse superata e la ripresa già in auge…

Col solito terrore dell’inflazione in aumento che ossessiona la Banca centrale ma che, per l’economia reale – quella fatta di persone, prodotti e redditi – sembra di sicuro al momento molto meno pericolosa della bassa crescita. A pochissime ore – lo comunica il Commissario europeo Olli Rehn[114] a latere della riunione dell’Eurofin a Budapest – poi dalla richiesta ufficiale del Portogallo di chiedere all’Europa, dopo aver lungamente resistito all’idea, un pacchetto di salvataggio finanziario. A questo punto, con l’aumento del tasso di sconto, è evidente però che così – gli incoscienti…, appunto – si aumenta subito a tutti, Portogallo compreso e per primo, il costo del servizio del debito…

●La produzione industriale, destagionalizzata, è cresciuta nell’eurozona a febbraio dello 0,4%[115].

●Il tasso di disoccupazione nell’eurozona[116] scivola a febbraio di un decimo di punto percentuale, dal 10% di gennaio al 9,9%. A febbraio, oltre 15.750.000 persone sono ufficialmente senza lavoro nell’area (ormai) dei 17 paesi: sempre ufficialmente in tutto sono – sarebbero… – 77.000 disoccupati in meno di un anno fa. Anche qui, come per tutti questi dati dovunque, il condizionale – cioè lo scetticismo che manifestiamo su tutti i dati, appunto, ufficiali – è dovuto ai modi con cui tutti contano non tutti i disoccupati ma solo quelli che decidono loro di contare, anche se poi pure gli altri (ad esempio, i milioni di “scoraggiati” che neanche si iscrivono più alle liste di collocamento) pure disoccupati restano…

Il tasso di inflazione[117] nell’eurozona, su base annua, sale a marzo al 2,7% dal 2,4 di febbraio (proprio come in USA, con crescita mensile più graduale però) e al 3,1 nell’Unione nel suo complesso.

●E, a febbraio, la prima stima per l’eurozona del deficit commerciale[118] lo dà a 1,5 miliardi di € mentre per tutta l’Unione sale a 9,6 miliardi.

●Lo scarto deficit/PIL della Grecia verrà rivisto – viene ora annunciato – a ben più del 10%, al di là del traguardo inizialmente indicato all’8 e anche parecchio al di là dell’obiettivo ufficiale del governo ellenico, il 9,6%, e perfino di quello preconizzato al peggio dai creditori maggiori (FMI, Commissione e la stessa UE). Nel corso dell’ispezione compiuta dai creditori ad Atene la prima settimana di aprile, i dati sono stati discussi e è stato concordato che il deficit/PIL ormai da considerare ufficiale oscillerà tra il 10,2, al meglio, e il 10,5% nel caso, per ora, previsto come peggiore: con le conseguenti nuove misure che dovranno venire adottate, nel senso dell’austerità per tamponare gli effetti del travaso dei target[119].

Solo qualche giorno e viene confermato, da EUROSTAT[120], il dato del deficit/PIL della Grecia  ormai a fine 2010 al 10,5% e del debito pubblico che tocca il 142,8% del PIL. E si fa palesemente, ormai anche scandalosamente, evidente che tutte le misure di austerità imposte alla popolazione per mezzo del governo greco preso alla gola dal FMI e dalla BCE per concedere il salvataggio da 110 miliardi di € del maggio scorso stanno letteralmente strozzando ogni possibilità che la Grecia si riprenda economicamente. E, tra l’altro, possa – anche così – ripagare il suo debito. 

Avverte il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble[121], parlando col settimanale Die Welt che probabilmente la Grecia dovrà “ristrutturare” presto il suo debito. Se a giugno FMI, BCE e UE dovranno attestare la capacità della Grecia di far fronte al suo debito pubblico massiccio, saranno da parte sua necessarie “ulteriori misure”: di austerità, si capisce. I creditori privati del debito greco dovrebbero aspettarsi però, a partire dal 2013, secondo i piani in preparazione e ora in discussione per la regolazione dei salvataggi dei debiti sovrani in difficoltà dentro l’Unione, di sostenere parte delle perdite a proprio carico. Fino ad allora, ogni ristrutturazione del debito e ogni salvataggio saranno di carattere volontario.

●Non concorda con l’insistenza dei tedeschi Papandreou, il primo ministro greco. Non tanto con l’obiettivo, quanto col mezzo che sembra preferire Berlino: perché, dichiara[122], di lacrime e sangue comunque si tratterà: ma non abbiamo bisogno di ristrutturare il debito come tale, abbiamo bisogno, dice, di ristrutturare solo il governo stesso e il suo modo di operare! Perché ormai non abbiamo più scelta. L’opposizione non è d’accordo, su queste lacrime e questo sangue, né quella della destra politica né quella della sinistra sociale: ma non è che propongano granché di realisticamente assai alternativo…

Ormai il governo (qualunque esso sia, dice Papandreou) è obbligato a darsi una politica fiscale a medio termine per eliminare 22,5 miliardi di € dal deficit del 2015 soprattutto con tagli di spesa e attraverso un piano che consenta di rastrellare 15 miliardi di € entro il 2013 (s)vendendo pezzi del patrimonio nazionale (l’Acropoli? come, qualche mese fa, proprio alcuni deputati tedeschi avevano provocatoriamente proposto?).

Nel 2011, dice sempre il premier, la Grecia mirerà a un deficit/PIL ridotto al 7,4% malgrado abbia bucato di 1,4 miliardi di € le entrate programmate per il primo trimestre. Per il 2015, la spesa pubblica verrà tagliata del 44%, dal 53% del PIL nel 2009, e le entrate aumenteranno dal 38% di quell’anno al 44%. I dettagli del piano saranno messi a punto prima della presentazione in parlamento perché bisognerà affrontare insieme il groviglio di problemi che nasceranno dalla sua applicazione: economici, sociali e politici. Ma riuscirci senza far esplodere il paese sarà davvero un miracolo. O, piuttosto, comunque, un incubo.

●Nel primo trimestre del 2011 il deficit/PIL dell’Irlanda ha toccato i 7,1 miliardi di €, più del doppio dei 3,9 dello stesso periodo dell’anno precedente, come mostrano i dati del ministero delle Finanze pubblicati a inizio aprile[123]. Le entrate, sempre nel trimestre, hanno raggiunto i 7,5 miliardi, quasi il 4% in più del 2010 ma, dopo le tasse sui redditi e l’IVA, sotto il target dei 7,6 miliardi di € delle aspettative. La spesa pubblica sempre in questi primi tre mesi è stata di 10,9 miliardi, frenata un poco rispetto agli 11,2 che era l’obiettivo previsto nel programma.

Il nuovo governo ha appena confessato che quattro delle maggiori banche del paese hanno bisogno di trovare 24 miliardi di €[124] per far fronte nel prossimo immediato futuro al debito crescente dovuto a un’economia che sta andando peggio del previsto. E che anche questa cifra colossale probabilmente risulterà, poi, sottostimata.

Continua lo stillicidio delle agenzie di rating verso, e contro, l’Irlanda: Moody’s svaluta il credito estero e quello dei titoli di Stato di Dublino di ben due “tacche”[125], da Baa1 a Baa3, a causa dice delle prospettive più deboli dell’economia e del calo atteso delle entrate fiscali. E restano negative le proiezioni di un possibile, ulteriore degrado generale, finanziario e economico.

Poi infierisce ancora e alle grandi e già inguaiate banche private, AIB, EBS e Irish Life & Permanent, assegna un rating di appena Ba2, quello dei junk, cioè dei cosiddetti titoli spazzatura retrocedendo quasi a quel livello (solo a Ba1) anche la sua valutazione della stessa Banca centrale d’Irlanda[126]. Perché, spiega, c’è totale incertezza sull’espansione del sostegno pubblico alle banche private al di là del pacchetto di salvataggio BCE e FMI di 35 miliardi di €: che tutti sanno non essere, di per sé, sufficiente.

Dall’insieme di tutto questo, quattro conclusioni emergono subito[127]:

• la prima: nazionalizzando le perdite colossali accumulate dalle banche grazie alla loro sconsiderata politica avventurosa dei prestiti facili nel periodo delle vacche grasse edilizie, cioè di una speculazione fondiaria scatenata, adesso il governo – quello vecchio ma anche quello nuovo – sta caricando sulle spalle della gente – una volta avremmo detto del popolo – una massa di debito letteralmente schiacciante. E’ profondamente ingiusto ed economicamente insensato perché obbliga anche questo governo al pacchetto di austerità quasi demenziale che cercherà di rimetter i conti in ordine. Invano, probabilmente[128].

   Perché azzopperà l’economia garantendo che mai ci sarà la ripresa che sola potrebbe raddrizzare realmente i conti e ripulire il casino che le banche hanno creato e il governo consentito se non incoraggiato. La sola alternativa a una depressione già durata tre anni e che adesso andrebbe ancor più approfondita – per quanto sarebbe impopolare presso tutti i creditori, compresi e anzi in prima fila quelli europei: inglesi, tedeschi e francesi – sarebbe quella di tagliare il carico del debito con la cosiddetta sforbiciata agli interessi, e forse non solo agli interessi, che andrebbero pagati a chi, avventatamente, ha prestato troppi soldi all’Irlanda— per farci ancora più soldi ovviamente, mica per amore fraterno;

• la seconda conclusione: se anche adesso il governo irlandese continua a nascondere la verità – cioè a non rivelare anzitutto se stesso quanto fondo sia il pozzo nel quale è caduta l’economia – non ci sarà scampo. L’Irlanda ha ancora un sistema di export efficiente che è servito, come ha potuto, a compensare i buchi che si aprivano dovunque altrove nel panorama economico. Ma potrà continuare a farlo, profittando con tempestività della ripresa globale, solo se non viene affardellato con la palla di piombo del debito del sistema bancario;

terza conclusione, che vale tal quale anche poi per le altre economie europee in sofferenza più acuta per ragioni similari: Portogallo, Grecia, Spagna – lo squilibrio creditizio degli anni delle vacche grasse e del credito facile a ogni forma di speculazione – è che riequilibrare un’economia solo con lo strumento della moneta unica, senza cioè poter svalutare, impone un costo altissimo.

   Perché la svalutazione monetaria viene sostituita dalla svalutazione dell’economia sociale: il taglio del welfare, il taglio di stipendi e salari, il taglio di spesa pubblica, la svalorizzazione del lavoro come compenso e come qualità e l’aumento della disoccupazione che – secondo teoria e ignorando la realtà di un’economia che così si ferma – ricostituirebbero qualche margine di competitività abbassando i costi di produzione.

quarta e ultima conclusione di questa analisi: la crisi dell’eurozona non è affatto passata. Il prossimo in fila per il salvataggio sembra essere ormai il Portogallo[129] che ha ammesso di non aver potuto far fronte ai suoi “impegni” di riduzione del deficit (è all’8,6% del PIL, non al 6,8 come il governo aveva asserito per mesi; e che ha subito dovuto scontare da parte di Moody’s l’ulteriore svalutazione del povero suo debito sovrano).

●E, ora, il Portogallo – un caso molto molto specifico e sul quale diventa necessario riflettere a fondo – ha dovuto comunque, per finanziarsi le spese immediatamente correnti, rastrellare 455 milioni di € vendendo sul mercato buoni annuali del Tesoro ma con un rendimento di ben il 5,9% quando ancora il 16 marzo scorso venivano piazzati al 4,33; e a collocare altri 550 milioni di € in bond semestrali a una media di rendimento garantito, però, del 5,12%, quando era in pratica la metà solo lo scorso 2 marzo[130].

C’è anche da considerare – e ci sembra importante – che questo caso è specifico perché, al contrario di Grecia e Irlanda, che hanno sfondato tutti parametri con le loro politiche allegre e di indebitamento irresponsabile, il Portogallo non s’era affatto comportato così: fino a tutti gli anni ’90 aveva mantenuto i suoi conti in ordine e il peggioramento era stato tutto sommato ben contenuto fino all’esplosione della crisi finanziaria globale quando, comunque, stava recuperando dalla recessione meglio di diversi altri paesi d’Europa.

Finché non si è trovato messo sotto pressione arbitrariamente, in due ondate successive, da parte dei gestori dei titoli del debito (in fondo quello pubblico, sull’80% del PIL, è ancor oggi molto inferiore al nostro per non dire di Grecia, Irlanda ed Islanda e appena sopra quello britannico…) e delle agenzie di rating.

Queste hanno per ragioni essenzialmente ideologiche – la loro sfiducia aprioristica nelle politiche del moderato welfare lusitano – deliberatamente elevato a livelli insostenibili i costi degli interessi del debito e forzato così il ricorso al salvataggio esterno. Prima di gonfiare artificiosamente i rendimenti imposti ai bond portoghesi, l’economia del paese stava recuperando meglio di molte altre in Europa farlo.

Ma avere quasi triplicato in pochi mesi quei rendimenti forzando il governo ad incorrere in altri prestiti forzati per onorarne il servizio immediato, ha finito adesso col dar titolo a chi sta “salvando” il paese di pretenderne misure di austerità durissima e impopolare nei confronti della massa della popolazione: quella più bisognosa di avere accesso a quel welfare (pensioni, salari pubblici, prestiti universitari, aiuti agli indigenti) che, coi suoi diritti – gli entitlement sociali del dopo Salazar – così cancellati e “risparmiati”, rimetterà in sesto, a spese loro soltanto, i conti del paese.

Cos’altro si sarebbe potuto o dovuto fare? La BCE avrebbe potuto aggressivamente rastrellare titoli pubblici portoghesi in misura sufficiente a tamponarne la crisi artificiosamente montata – sufficiente perché si sarebbe sgonfiata la bolla speculativa finanziaria se avesse riscontrato una contromisura così forte e così decisa – e sempre la BCE, col Fondo monetario, avrebbe potuto dar seguito a una regolazione rapida ed efficace, pure da qualche parte accennata e poi pavidamente lasciata stare la regolazione dei poteri davvero sovrani delle agenzie di rating che sarebbero state adeguatamente frenate o, almeno, adeguatamente intimorite a frenarsi.

Non doveva andare così, se l’Europa avesse voluto, se codardamente – neanche con una decisione deliberatamente pesata – non avesse rinunciato a tutto se non alla libertà selvaggia da dare ai mercati e ai loro signori o, nel caso delle agenzie, meglio, ai serventi di loro signori.

E’ possibile – conclude un lungo articolo-saggio che dedica una riflessione non banale a questo specifico tema sul NYT[131]che il 2011 segnerà l’avvio di una vera e propria ondata usurpazioni da parte di mercati selvaggi e non regolati della democrazia di tutti, con Spagna, Italia e Belgio come prossime vittime potenziali.

Per parte nostra, va detto che a nessun americano piacerebbe se un’istituzione internazionale qualsiasi pensasse di poter dire al comune di New York, o a qualsiasi altra municipalità americana, di buttare a mare la legislazione che pone un tetto agli affitti nelle zone di edilizia residenziale sovvenzionata.

Ma è esattamente questa l’interferenza che ora subisce il Portogallo— precisamente come è stata imposta già all’Irlanda e  alla Grecia: anche se, nel caso, ben altre erano state la loro responsabilità sul proprio destino.

Il punto è chiaro: spetta ai governi democraticamente eletti – non a banche centrali, a Fondi monetari, a Commissioni internazionali, a accrocchi tutti intergovernativi e nessuno frutto di un’elezione democratica – assicurare che la crisi non finisca con il minare i processi della democrazia. Ma fino ad ora questi governi sembrano aver abbandonato tutto alle fisime dei mercati dei bond e delle agenzie di rating”.

●Poi e in ogni caso, come già accennato – all’Eurofin dell’8 aprile in Ungheria, nel castello  Grassalkovich di Godollo, amorevolmente restaurato e noto come residenza preferita di Sissi, l’amata moglie di Francesco Giuseppe e di Romy Schneideriana hollywoodiana memoria – il Portogallo è stato obbligato a rivolgersi al salvataggio europeo e del FMI. L’accordo che arriverà più vicino ai 90 che ai 70 miliardi di € sarà fatto, viene precisato in un secondo momento, dopo le elezioni del 5 giugno p.v. coi primi pagamenti scaglionati nel tempo in modo da condizionare a dosi dure di austerità il governo: qualunque governo uscisse dalle elezioni.

Quello socialista, ma di destra economica spinta, dell’iperausterità, che è appena crollato, o quello “alternativo” dei social-democratici più nominalmente di destra e più populisti che punterebbero a vincere… ma che, entrambi, con quel quadro punitivo e condizionante sarebbero costretti a misurarsi.

●E poi… E, poi, sentenzia Jyrki Kaitanen, ministro delle Finanze della Finlandia – senza che nessuno glielo avesse chiesto né sentisse particolarmente il bisogno di usufruire del suo parere: però influente perché, alla fine della fiera, ogni decisione dell’Eurofin deve passare all’unanimità… e perché, comunque, lui tiene a figurare come uomo duro che difende il suo orticello – al Portogallo adesso, per usufruire del prestito europeo, toccherà sopportare misure di rigore ancora più dure di quelle che il suo parlamento, facendo cadere il governo, aveva appena respinto[132].

E l’Inghilterra, per bocca dal suo cancelliere dello scacchiere, George Osborne – così chiamano lì con arcaicità loro curiosa il ministro delle Finanze – ci tiene anch’essa, gratuitamente però se non a uso e consumo interno, a chiarire che Londra non tirerà fuori un euro o una sterlina direttamente a Lisbona[133]: perché qui, dice chiaro, mica siamo a Dublino coi legami storici – di lingua, di sangue – e i miliardi di credito che la incatenano a Londra…

Emerge, e anche abbastanza chiaramente, che la Finlandia è pronta a mettere tra le ruote dell’Unione e del salvataggio del Portogallo un intoppo massiccio[134]. Lo dice un consigliere importante dello stesso ministro delle Finanze, Martti Salmi, facendo rilevare che un sondaggio dà solo il 48% dell’opinione pubblica del suo paese a favore del salvataggio, con diversi gradi di convinzione, e il 52 contro.

E, in effetti, alle elezioni di domenica 17 aprile, il partito fortissimamente euroscettico dei Perussuomalaiset— i Veri finlandesi – destra, razzista, anti-immigrati che poi ha corso proprio contro i salvataggi e adombrando l’ “opportunità” di un’uscita dall’euro – ha preso alle elezioni il 19% dei voti (+14,9%) e 39 seggi, dai 5 che aveva vinto nel 2007. Quasi il numero dei voti dei socialdemocratici (19,1%) arrivati secondi ma con una perdita secca del 2,1% dei suffragi e 42 seggi e, appena meno del primo partito che si è confermato al governo, il partito della Coalizione nazionale di Kaitanen che ha vinto, sì, ma con un margine molto ridotto (20,4% dei voti, -1,9%, e 44 seggi). Infine, il partito di Centro che adesso ha la prima ministro con la Coalizione prende il 15,8% dei voti, perdendone oltre il 7 e portandosi a casa solo 35 seggi[135].

In campagna elettorale, anche i socialdemocratici avevano poi rarefatto il loro appoggio all’Europa, e anzitutto alla partecipazione finnica proporzionata a quella degli altri ai tentativi di salvataggio in atto e in prospettiva. Ora spetterà alla Coalizione nazionale, come parte principale del centro-destra, cercare di formare il governo dal quale comunque già annunciano di sfilarsi i centristi; e la Coalizione è il maggior sostenitore della prospettiva europea – sempre assai distaccato, comunque, su un discorso d’integrazione – e siccome non potrà governare da solo si aprono diverse domande sul sostegno che alla fine (per fare il governo ci vogliono la metà dei 200 seggi del parlamento) da questo paese ci si potrà aspettare al progetto di salvataggio. Ricordando che l’approvazione della UE – non dell’eurozona soltanto – dovrà essere comunque all’unanimità…

E, adesso, dice a Helsinki la prima ministra uscente e sconfitta, Mari Kiviniemi, al quotidiano nazionale Helsingin Sanomat, non può essere certo il governo ad interim a presentare in parlamento una legge di approvazione del salvataggio europeo per il Portogallo: dopo le elezioni questa non potrò essere che la scelta deliberata della nuova coalizione, verificando se avrà dentro il partito dei Veri Finlandesi e se vorrà, quindi, e potrà farlo: cioè, nessuno oggi può avere un’idea di quando[136].

●D’altra parte, lo stesso partito socialdemocratico di quello che potrebbe essere il nuovo primo ministro portoghese, dopo la caduta dei socialisti, fa rilevare, nella sua campagna elettorale, di non essere affatto entusiasta di nuove misure di austerità dichiarando di preferire una ristrutturazione del debito che coinvolga in maniera determinante il ruolo, piuttosto, degli investitori privati. Insomma, l’opinione pubblica di Helsinki opina ormai – dice lui – per il fallimento dichiarato di Grecia e Portogallo.

Invece, confermano di essere pronti a dare il loro aiuto al Portogallo il Fondo monetario internazionale e i partners dell’eurozona: si capisce, alle loro condizioni, come da quando mondo è mondo fa qualsiasi banca che decide di far credito a uno che è in difficoltà: a condizioni da strozzinaggio applicato.

●E dopo il Portogallo, tocca alla Spagna: che, però, è un paese già troppo grande per consentirne il fallimento ma troppo grane anche per un salvataggio alla greca o, anche, all’irlandese. Significa, di fatto, che lo spettro del default, del fallimento del debito sovrano, dell’uno o dell’altro o di tutti, non se ne va qualunque cosa gli impotenti politici che guidano l’Europa, Commissione ma soprattutto governi decidano di fare.

●Allora – ma solo allora – si porrà il problema se l’Unione monetaria potrà sopravvivere nella sua forma attuale: se uscirne rischiando di pagare il prezzo alto – economico, finanziario, sociale e politico – di lasciare che l’eurozona si possa anche disfare e, con essa, l’euro; o cambiandone profondamente la natura con l’affiancare, finalmente, alle regole della moneta unica anche quelle di un’economia che magari potrà non piacerci ma unica – o, a quel punto, sicuramente almeno più unita – (fisco, economia, finanza e bilancio e legislazioni europee più stringenti: sovranità, insomma) finalmente sarà…

●A questo punto, in effetti, su questa faccenda dell’eurozona e dell’euro – del restarci penalizzati o dell’uscirne forse pagando anche di più – ma anche dei grattacapi che ne vengono alla Germania, anzitutto per i tormentoni di Merkel, ma poi un po’ a tutta l’Europa e a tutti gli europei, c’è un’ultima (ultima per ora, s’intende) riflessione che è utile fare.

Sono in molti, anche e soprattutto a vanvera spesso, a parlare di uscire dall’Europa, di uscire dall’euro, di ritrovare una sovranità che almeno dal secondo dopoguerra mondiale nessuno in Europa ha davvero mai avuto e che oggi, comunque, nel mondo globalizzato che abbiamo, non esiste più per nessuno e può essere semmai parzialmente recuperata solo a dimensioni più vaste di quelle ridotte e insufficienti di ciascuna delle nostre piccole sovranità prese a sé.

Il fatto è che forse davvero se l’euro non è per sempre, forse è ormai quasi per sempre[137]. Sì, proprio e anche adesso quando l’Irlanda, dopo la Grecia, diventa il secondo dei paesi membri in lista d’attesa del salvataggio che non vorrebbe – se potesse, ma non può – prestargli nessuno e coi mercati dei titoli lì a far sentire il fiatone sul collo di Portogallo e Spagna e, malgrado le lodi e le autolodi interessate di alcuni, anche poi dell’Italia.

E’ vero che l’Argentina è uscita di sicuro più forte di quello che era dal suo dichiarato default del 2001-2002[138]. Ma esso le è costato comunque carissimo e poi, nel suo caso, non c’erano alternative o case madri, per così dire, alle quali aggrapparsi. Se l’Europa entrasse in una spirale di defaults e di fallimenti, tre-quattro a catena, la crisi argentina impallidirebbe… I danni che un uscita dall’euro causerebbe alla valuta comune, i  fallimenti a grappolo di banca dopo banca di fronte all’assalto dei depositanti sarebbero tali che gli altri farebbero praticamente di tutto, o quasi, per impedirglielo.

E le conseguenze non sarebbero certo solo finanziarie ma economiche, politiche, strategiche, rimettendo in gravissimo dubbio proprio la credibilità del disegno. Anche perché, con l’euro così radicalmente sotto scacco, difficilmente resisterebbe lo stesso mercato unico. E la Germania, per prima, sa benissimo di non potersi consentire la perdita di mercati vitali come quelli che le garantiscono il 50% delle proprie esportazioni nell’eurozona. Non fosse che la lunga preparazione all’uscita anche di uno solo dei paesi sull’orlo del default e lo scatenarsi a quel punto automatico della svalutazione ultracompetitiva della sua moneta rispetto all’euro, innescherebbero la madre di tutte le crisi finanziarie.

Che nessuno – e tanto più proprio la Germania – può contemplare equamente. Con ripercussioni terrificanti poi su tutti i depositi in euro, non solo quelli in Grecia se toccasse ad essa ma con il blocco alla cessione di ogni euro da parte di tutti i depositanti, delle banche tutte e della stessa Banca centrale a creare il caos totale sui mercati. Sarebbe opportuno che chi ipotizza questi scenari solo aprendo la bocca per darle fiato senza pensarci, fosse invece costretto a ragionarci sopra portando il ragionamento qualche mossa in avanti, come si fa negli scacchi e non buttandosi avanti alla cieca, o… alla marona.

Contro questo discorso, con alcune differenze però rilevanti, sembra schierarsi l’Islanda[139], come riprendiamo a dire ancora tra poco. La sua è la crisi più classica, capitalisticamente parlando. Il governo in nome della libertà di mercato ha lasciato per anni che i banchieri facessero quel che volevano. Ma ora è il primo che, anticipando a subito il meccanismo finanziario europeo del 2013 che è stato per ora solo virtuosamente discusso e adombrato ma non ancora deciso se non per riparlarne a quella data dal Consiglio europeo – forza i mercati a ingoiare e i creditori a addossarsi un po’ almeno della responsabilità di quella irresponsabilità e a sopportare in parte le perdite senza accollarle tutte come altrove viene chiesto ai contribuenti e a chi le tasse le paga tutte.

Forse, alla luce di quanto abbiamo visto nel paragrafo precedente – e tenendo certo conto che l’Islanda, e non è cosa da poco, è nell’Unione ma non nell’eurozona e nell’euro – è un rischio comunque pesante che, avendo il governo deciso di restituire a Londra e all’Aja i 5,8 miliardi di $, sui 4 miliardi €, anticipati ai singoli creditori britannici e olandesi da quei governi, per due volte e a distanza di mesi la gente per referendum ha detto di no, che quei soldi perduti li deve assorbire chi li ha incautamente prestati.

Il principio è giustissimo: se vai al casinò e scommetti e la scommessa la perdi, peggio per te che hai voluto rischiare. E poi, al dunque, quei 4 miliardi di € così risparmiati – e che a questo punto avranno un rimborso sia parziale (26-27 euro per €, forse) sia diversamente centellinato nel tempo – costituiscono quasi la metà del PIL islandese (più precisamente, ben il 46%)…

Però è difficile ignorare che questa è un’alternativa (un quinto del debito lo pagheranno i singoli correntisti che lo hanno ottenuto; il resto lo pagano le banche che l’hanno avuto, quel prestito, e quelle che incautamente, per fare soldi sugli interessi, glielo hanno dato). Forse sarà un’alternativa poco praticabile, al dunque, ma come l’Islanda (dopo l’Argentina) potrebbe ora dimostrare, non impossibile.

Per il momento, l’Islanda, come dicevamo sembra semplicemente fregarsene di quello che dice l’Europa e gli obblighi che pure ha sottoscritto. Anzi vorrebbe, ma adesso sarà più difficile, che le si aprisse subito il canale dell’adesione preferenziale alla UE— in forza del fatto, inconfessabile si capisce ma vero che è un paese serio, nordico, bianco anzi roseo e protestante, al contrario di quei marroncini dei balcanici o di quelli infedeli dei turchi scavalcando tutti gli altri che pazientemente restano in lista d’attesa…

… Ma il fatto è che, per la seconda volta in un referendum popolare, il popolo islandese vota col 60% di no contro il piano con cui il governo gli chiedeva di ripagare, a rate, i 4 miliardi di € che il crash del suo sistema bancario, quasi tutto della sua Landsbanki – privata ma di fatto garantita dallo Stato e costruito sulla sabbia delle speculazioni sfrenate di tutti: risparmiatori e creditori, banchieri e politicanti – gli ha lasciato di debito. Quasi tutto verso gli istituti britannici e olandesi cui ora esso è rimasto sul gozzo per aver anticipato essi, su richiesta dei governi dei Paesi Bassi e del Regno Unito, agli sprovveduti singoli risparmiatori dei loro paesi il rimborso.

Ora la prima ministra Jóhanna Sigurdardóttir dice che il governo dovrà fare “tutto quel che potrà per prevenire il caos politico ed economico che questo risultato ci impone[140]. Il fatto vero è che i contribuenti hanno respinto in radice, per la seconda volta, l’idea che venga loro accollato il conto da pagare per l’irresponsabile ingordigia dei banchieri e delle banche che, sprovvedutamente, hanno fatto debiti e concesso crediti. Ma, alla fine, si tratterà di una questione soltanto di principio perché, senza decidersi a rompere ogni rapporto – economico, politico, diplomatico – con l’Europa e col  mondo la questione per l’Islanda ora, al dunque, la decideranno i tribunali.

E il conto che alla fine gli islandesi dovranno pagare tutti, e probabilmente tutti insieme, sarà anche più caro. Lo sanno al governo – rassegnato alla propria conclamata incapacità di far pagare i colpevoli – e lo sanno anche Moody’s e Standard & Poor’s. Ma, nell’ennesima dimostrazione della regola sempiterna dei due pesi e misure, anche loro si limitano per ora ad esprimere solo preoccupazione: si fosse trattato di Grecia o di Irlanda, le avrebbero bastonate subito e ben altrimenti.

Perché, se alla fine non fosse così, se all’Islanda riuscisse di buttare a mare le regole e scamparla senza pagare dazio – all’Irlanda, forse già nel 2008 la prima vittima della fusione finanziaria e il primo paese ricco in più di trent’anni a ricorrere a un salvataggio del FMI – allora Irlanda, Portogallo, Grecia e quant’altri potranno ben farlo anche loro, no? Anche se magari un po’ tardi[141]. Allora si scherzava dicendo, negli ambienti finanziari di quale fosse la differenza tra Islanda e Irlanda e rispondendosi, faceti: un lettera dell’alfabeto e qualche mese di tempo. Ma se non fosse, invece, così?

●Il tasso di disoccupazione[142] aumenta in Spagna, a marzo, al 21,6%, cioè dello 0,8% su febbraio (+36.400 persone, a un totale di 4.910.000, del 4,01% in più che nello stesso mese del 2010), secondo i dati ufficiali ministeriali. A marzo, i senza lavoro ufficiali sono aumentati in ogni settore economico e, in particolare, in quello dei servizi. E, nel dato complessivo del 1° trimestre del 2011, i senza lavoro sono al massimo dell’eurozona, al 21,3%. La crescita industriale[143] ha rallentato al 3,3% nell’anno a febbraio, dal 5,1% nei dodici mesi fino a gennaio. E l’inflazione[144] dei prezzi al consumo si è impennata ad aprile al 3,8% annuo, due decimi di punto in più rispetto a marzo.

●José Luis Rodríguez Zapatero, che è a un punto minimo di popolarità e deve andare alle elezioni a marzo 2012, annuncia che non si ripresenta per un terzo mandato da premier[145]. Dovrebbe restare fino ad allora primo ministro, però, se la crisi non lo abbatte prima mentre il Partito socialista terrà le sue primarie (ma solo sue: primarie degli iscritti) subito dopo le elezioni del 22 maggio prossimo. Però potrebbero anche liberarsene prima.

Lui, infatti, è fra i fondatori di quella famiglia di leaders una volta di sinistra e poi di centro-sinistra e infine quasi di centro estremo che (lui, Blair, anche D’Alema), andando al governo a cavallo tra gli anni ’90 e 2000, abbacinati da Reagan e Thatcher, e seguendo lo slogan, ma soprattutto – purtroppo – il principio, del “qualsiasi cosa voi (il centro-destra) facciate, noi (il centro-sinistra) possiamo farlo meglio”, ci portarono alla catastrofe in cui siamo oggi, affidati tutti alla destra più bieca e, in alcuni casi, anche più invereconda che mai ci sia stata.

Per fortuna, adesso la Cina conferma che intende acquistare altri buoni del Tesoro spagnoli e prender parte allo sforzo che serve a sostenere la ristrutturazione delle casse di risparmio del paese. La dichiarazione arriva nel corso di un incontro a Pechino di Zapatero col premier Wen Jabao che consente al premier di annunciare come la decisione cinese aiuterà una ripresa di fiducia sulla stabilità dell’economia ispanica e di quella europea[146].

Intanto, appena passata metà aprile tanto Spagna che Portogallo sono riusciti a farsi finanziare dai mercati alle aste mensili[147] i livelli di prestito necessari ad assolvere ai loro bisogni immediati, un test importante di fiducia degli stessi mercati ma pagato a prezzo crescente con alti livelli di rendimenti dei bond a fronte dei negoziati in corso sulle condizioni del salvataggio UE per Lisbona e dei tentativi di Madrid proprio per evitare quel salvataggio.

●Per l’Ungheria, il servizio investimenti della Moody’s svaluta il rating dei depositi e del debito di cinque grandi banche ungheresi[148]: la K&H, la Banca di Budapest, la Banca ipotecaria FHB, la Erste Bank e la MKB. Per tute cita serie preoccupazioni sul deterioramento della qualità del patrimonio e gli alti livelli di credito estero ricevuti. Inoltre, Moody’s abbassa il rating dei depositi della Banca OTP e della Banca ipotecaria OTP.

●Il parlamento, in mezzo a queste cose serie e molto preoccupanti, ha rivisto, emendato e approvato la nuova Costituzione con più dei due terzi dei voti del suo reazionario partito di governo, Fidesz. Restano misure assai controverse su questioni cosiddette di coscienza privata e chiaramente conculcata – libertà religiosa occhiutamente regolata solo per i non cattolici e morale codificata secondo quella tradizione quasi esclusiva – e sulla questione dei magiari cosiddetti etnici che vivono all’estero e che la nuova Costituzione, per dirla un po’ rozzamente, ma in sostanza correttamente, incoraggia o almeno invita ad agire quasi come quinte colonne[149].

E’ un documento palesemente razzista che consacra una visione etnica dell’Ungheria[150] come di un “paese cristiano” e pateticamente evoca la storica grandezza nazionale. L’unico grande reale apporto che il preambolo della Costituzione storicamente richiama è quello che l’Ungheria diede per “salvare l’Europa dai turchi”, che sarà un dizione infelice, ma almeno in parte storicamente è vera (in parte perché gli ungheresi non agirono certo da soli). Poi c’è la lettura “interna” della nuova Costituzione che squilibra a favore dell’Esecutivo tutti i controlli di potere e di legittimità (i checks and balances di ogni Costituzione decentemente liberale, ispirata alla lezione di Montesquieu, qui praticamente spariscono.

In particolare vengono annacquati i poteri del sistema giudiziario, in generale, di condannare per reati commessi gli “eletti dal popolo” e, in particolare, della Corte costituzionale di stoppare le leggi appunto incostituzionali (l’argomento è quello ben noto da noi, praticamente anzi copiato; ma da noi, grazie a Dio e alla forza degli italiani che dicono no, è un disegno che non è passato e che è realistico pensare che non passerà): perché si evince e viene quasi detto letteralmente, qui in Ungheria, che la Corte non può superare la volontà del popolo come interpretata dalla maggioranza del momento…

C’è anche la prevaricazione per un tempo infinito, politicamente inteso, sulla base del potere di nomina che per periodi lunghi decenni la Costituzione adesso riconosce a questo governo. E che incancrenirà dentro l’Europa un regime di questo tipo e la mette già in enorme imbarazzo. Dovunque, forse, meno che a palazzo Chigi…

●L’Unione europea ha aperto una maxinchiesta su una serie di grandi banche d’investimento accusate di aver colluso tra loro e con Markit di avere escluso o intralciato l’accesso al mercato dei derivati i loro concorrenti. Markit è una specie di agenzia di rating dei derivati, un provider di valutazioni sul loro valore nel mercato finanziario che ha largamente contribuito negli anni scorsi, dice il Commissario Joaquin Almunia, a offuscare scambi di per sé, per loro natura, già molto opachi.

Le banche in questione sono diciassette, sicuramente tra le maggiori del mondo: JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Merrill Lynch, Barclays, BNP Paribas, Citigroup, Commerzbank, Crédit Suisse First Boston, Deutsche Bank, HSBC, Morgan Stanley, Royal Bank of Scotland, UBS, Wells Fargo Bank/Wachovia, Crédit Agricole e Société Générale.

E’ “il mercato europeo dei Credit default swap che finisce così sotto inchiesta” dell’Antitrust europeo. Nel mirino strumenti finanziari che nel mondo valgono chi dice 26 mila miliardi (Il Sole) di dollari, chi (come autorevolmente la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea) il doppio oltre 50.000. L’Antitrust ha ora avviato due indagini: da un lato, per capire se ci sia un abuso di posizione dominante nel rapporto tra quelle 17 grandi banche e il provider; dall'altro, per appurare se lo stesso rapporto “esclusivo” e distorsivo della concorrenza ci sia anche con la cassa di compensazione Ice Clear Europe. Insomma: l’Antitrust intende capire se la concorrenza su questo mercato, già malato di opacità, sia stata falsata.

I diretti interessati si difendono. Abbastanza maldestramente, però. Siamo innocenti – dice Kelly Loeffler, vicedirettore di Ice – Siamo  una delle varie clearing-house che operano nel settore. Le banche sono libere di scegliere”: ma sottovaluta probabilmente l’accusa e la necessità di una difesa ben più efficace, soprattutto documentata. “Non abbiamo alcun accordo esclusivo con le banche”, si difende il portavoce di Markit: un po’ sprovveduto, però, a giudicare dall’aggettivo qualificativo e restrittivo che utilizza e che fa sorgere addirittura più dubbi[151].

●Il governo dell’Olanda ha deciso il taglio di 12.000 posti nelle Forze armate, uno su sei militari di professione che come quasi dappertutto ormai le formano, come parte dei tagli di spesa necessari a equilibrare il bilancio 2015. Il primo ministro Mark Rutte parla di scelte difficili ma insiste a dire che il suo paese continuerà a fare la sua parte nelle missioni – “di pace” ovviamente – cui le chiederanno di partecipare ONU e NATO.

E’ una sciocchezza perché in ogni caso si tratterebbe di un contributo ridotto almeno di un sesto e, poi, la restrizione non sarebbe neanche puramente proporzionale. Tanto per cominciare la metà dei 12.000 saranno licenziati tout court, poi il ministro del Difesa Hans Hillen già annuncia[152] che verranno venduti/svenduti almeno un ventina di reattori F-16 dell’aviazione, un’altra ventina di elicotteri da trasporto Cougar, una mezza dozzina di battelli sminatori e che saranno inviati dallo sfasciacarrozze almeno una settantina di carri armati. Si tratterà, al dunque, di un taglio complessivo intorno ai 9 miliardi di €.

●Dopo anni di attesa, e ad anni dalla condanna per crimini di guerra di Milosevic e Mladic per i massacri perpetrati su loro ordine e/o connivenza contro le popolazioni bosniache e croate durante la guerra civile di Jugoslavia sono stati adesso condannati dal Tribunale contro i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia due comandanti che per la Croazia e su ordini avevano condotto anch’essi il conflitto secondo i criteri e i parametri della pulizia etnica.

Tra parentesi, ma per modo di dire, va ricordato che tutto è cominciato con la decisione unilaterale di croati e bosniaci, sostenuti irresponsabilmente da americani e tedeschi e anche in misura collaterale dalla diplomazia vaticana (perché la Serbia era “ortodossa”, la Bosnia “mussulmana” e la Croazia “cristiana”), di spaccare la federazione jugoslava senza aspettare tempi e condizioni del negoziato multilaterale necessari a negoziare quella che, secondo la Carta di Helsinki, sarebbe stata l’unica scissione legittima sul piano del diritto internazionale: una separazione consensuale.

Il primo dei due generali è Ante Gotovina (24 anni di carcere per il massacro di serbi perpetrato e fatto perpetrare nelle regioni di confine del 1995 e il secondo è il gen. Mladen Markac (a 18 anni), entrambi per aver eseguito su ordini dell’ex presidente della Repubblica croata, Franjo Tudjiman, l’ “impresa criminale congiunta”, dice il Tribunale di fare pulizia etnica dei serbi[153] e ripopolare la Krajna, la regione di confine, di pura razza croata. Tudjiman morì nel 1999, quando era già sotto inchiesta ma difeso a spada tratta (due pesi e, al solito,  due misure) dal governo americano.

Il governo croato li considera tutti e tre eroi nazionali. In questo, almeno, sembra più decente francamente quello serbo che Milosevic e Mladic li valuta, da anni, assai più equamente: magari patrioti – a modo loro – sì ma criminali pure. E, infatti, la primo ministra Jadranka Kosor, dell’Unione democratica croata (UDZ), il partito nazionalista in pratica al potere dall’indipendenza e che, poi, è quello fondato dell’ex presidente Tudjiman, condanna subito come “inaccettabile” la  condanna di Gotovina e Markac.

Ma si espone subito alla contraddizione palese tra la sua reiterata insistenza sull’integrazione nell’Unione europea e quella sul rifiuto persistente dello Stato croato alla cooperazione col Truibunale delì’ONU. Glielo ricorda, come non poteva non fare, il Commissario all’allargamento, Stefan Füle, che pure molto si è speso per incoraggiare Zagabria.        

●La Polonia ha marcato il primo anniversario dello schianto dell’aereo di Stato che a Smolensk, appena fuori della foresta del massacro sovietico di Katyn, ha ucciso il presidente Lew Kaczyński e 95 suoi altri dirigenti. Ma suo fratello Jarosław, che è anche il capo dell’opposizione di destra cattolico-conservatrice nel paese ha boicottato le cerimonie di commemorazione ufficiale accusando il governo di non aver “contrastato” la versione russa dell’incidente che ne ha fatto risalire la “colpa” ai piloti dell’aereo polacco[154], pressati dall’entourage presidenziale perché atterrassero malgrado nebbia, ghiaccio e tempesta per arrivare in tempo alla cerimonia. Il fatto è che di una forzatura si è trattato non riuscendo e non potendo, il Kaczyński, trovare prove e neanche indizi  che coinvolgessero responsabilità dirette o indirette dei russi.

●L’Unione europea, per bocca del presidente della Commissione Barroso in visita celebrativa a Kiev e mentre si congratula col presidente Yanukovich per i notevoli progressi nell’avvicinamento all’Unione, trova il modo di “ammonire” l’Ucraina che, se mai aderisse all’unione doganale che le è stata proposta con Russia, Bielorussia e Kazakistan, le sarebbe difficilissimo poi portare a termine i negoziati doganali con l’UE perché le due esigenze – non lo dice così perché a rigore non è automaticamente vero, ma questo è il senso – “sono contraddittorie[155].

E’ una mossa un po’ troppo grezza e brutale anche per uno come Barroso cui capitano spesso, del resto, errori che si possono ben definire per carità di patria europea, di tempismo. Infatti, a tamburo battente, e senza naturalmente far cenno a Barroso e al suo implicito avvertimento, non risponde il governo russo ma Gazprom e senza circonlocuzioni: gli ucraini farebbero bene a tenere a mente, ricorda, che all’Ucraina che non le si volesse associare di sicuro la Russia – e per essa Gazprom – non potrebbe garantire una ricontrattazione del prezzo del gas fornito uguale o magari inferiore a quello che ricontratterà con i paesi della sua unione doganale, Kazakistan e Bielorussia[156]

Insomma, regolatevi voi. Fatevi bene i conti. Se volete chiedere prezzi più favorevoli di quelli che facciamo a tutta l’Europa per il gas che vendiamo, non cercate di cambiare i contratti: perché bisogna cambiare il contesto. Vedete di trattare non solo sulla base di chimere di là da venire – se va bene, ve lo ha detto lo stesso Barroso, nella UE entrerete solo tra molti anni e dopo essere passati sotto diverse forche caudine, anche se le promesse magari sembrano davvero allettanti – ma di quel che succede anche domani mattina… magari al prezzo del gas con cui vi scaldate…

Due ulteriori sviluppi, in buona parte collegati ma anche assai contradditori sul punto. Prima, il premier ucraino Nicolai Azarov dichiara[157] che gli accordi esistenti sul gas con la Russia sono per l’Ucraina accordi capestro, ma che il paese li onorerà fino a quando non sarà in grado di strappare termini diversi e più favorevoli dalla controparte. Perché gli accordi attuali sono stati scritti, purtroppo – aggiunge, come dire molto (troppo…) candidamente – in maniera tale da “impedire all’Ucraina di romperli unilateralmente senza conseguenze”… Che è francamente un po’ ovvio, no?

Poi, il primo ministro Vladimir Putin, parlando a Mosca, alla Duma, rivela che proprio gli ucraini hanno chiesto a Gazprom di poter pagare in rubli le importazioni del gas russo. La cosa è anche possibile, afferma, perché la posizione del rublo anche in comparazione a quella universalmente più debole di altre valute – dollaro, euro e yen pure considerate “più” convertibili – si sta rafforzando molto in tutta quella che era la vecchia zona di influenza sovietica.

Ormai, esistono concrete possibilità – dice: ma forse il passo è ancora al di là della portata effettiva della gamba: e, in effetti, Putin parla solo di possibilità anche se dice, “concreta” – di farne una vera e propria moneta di riserva a scala, per il momento, almeno regionale. Già oggi, spiega, l’80% dei pagamenti tra Russia e Bielorussia vengono regolati in rubli… E, ora, c’è anche la richiesta ucraina[158]

●Sembra per ora mettere un punto (e virgola, forse: probabilmente non di più) a questa diatriba fatta di curiose minacce sottotraccia (l’Europa che dice agli ucraini di come se facessero unione doganale coi russi, non ci sarebbe speranza di adesione per loro, mai…; e i russi che all’Ucraina spiegano che certo, fuori dell’Unione doganale con loro, pagheranno il gas come i tedeschi o gli italiani, certo non come i kazaki e i bielorussi: dove tutti e due gli argomenti sembrano avere una loro cogenza ma puzzano tanto di ricatto puro e duro) una notizia che arriva adesso da Kiev.

L’Ucraina non si unirà a Russia, Bielorussia e Kazakistan nell’Unione doganale, chiarisce ora al Moscow Times il ministro degli Esteri Kostyantyn Hryshchenko[159]. D’altra parte, soggiunge e motiva la sua “opinione informata”, la Russia non minaccia affatto di interrompere ogni cooperazione se Kiev non entra nella sua unione doganale. L’Ucraina invece propone di negoziare con i tre dell’Unione doganale dell’Est la mutua abolizione o la graduale riduzione delle tariffe, delle restrizioni tariffarie e di ogni altra misura che oggi frena tale cooperazione. I russi non dicono di no, subito, ma le accennate risposte non sembrano proprio prevedere tra queste tariffe da ridurre il prezzo del gas…   

●Putin ha anche annunciato, sempre nel suo indirizzo annuale al parlamento russo, che la parte sottomarina del Nord Stream, il grande tubo del diametro di oltre un metro e mezzo che porterà il gas dalla Russia all’Europa attraverso 1.224 km. da Vyborg ai confini russi con la Finlandia a Greifswald, in Germania, oggi completata al 94% sarà terminata a luglio e che, a partire dall’ottobre 2011 – secondo progetto calendarizzato: giorno per giorno – l’Europa comincerà a ricevere il suo gas naturale via quel gasdotto[160].

Non è un trionfo da poco, specie rispetto allo scetticismo che avevano contribuito a seminare sul progetto (finanziamenti, know-how, tecnologia, capacità di tenersi alle date, ecc., ecc.) a Bruxelles e che invece hanno funzionato davvero come uno strumento di massima precisione riflettendosi, per contro, assai male e inevitabilmente su progetti ancora tutti di là da venire e di pura fantasia come il loro beneamato e inesistente Nabucco

●Sul tema energia, la Polonia – che tende spesso, anche nella speranza sempre vana finora di dare per raggiunte, così, o di anticipare che poi è anche peggio, conclusioni e decisioni che, invece, riflettono magari solo suoi desideri se non proprio sue velleità – col vice primo ministro Waldemar Pawlak dice ora[161] che l’aumento dei prezzi del gas naturale e del petrolio messo in cantiere da Gazprompotrebbe” – già, potrebbe – portare a una revisione delle politiche energetiche ed ambientali dell’Unione europea.

Questo aumento, infatti, accelererà – preconizza Pawlak, che presiede il partito di minoranza della coalizione di governo in Polonia, e già un anno fa aveva detto esattamente la stessa cosa in una occasione simile – in tutta Europa preoccupazioni e, con esse, ricerca di nuove tecnologie e nuove fonti di energia meno care. Come se non le stessero tutti cercando disperatamente da anni, come se l’unica concretamente proposta – ma adesso in declino, no? – non sia la tecnologia nucleare, visto che tutti sembrano aver deciso che eolico e solare vano già messi tra parentesi… Insomma, tra la chimera, il sogno e l’illusione.

STATI UNITI

●Qui buttiamo giù – per preparare, magari domani, un dibattito – due punti di riflessione su Obama:

1. Il presidente in carica ha adesso annunciato che intende ripresentarsi alle presidenziali del 2012 (del resto, in questo secolo nessun presidente ha mai rinunciato a correre una seconda volta). Correrà ormai, come si dice, sulla posizione che ha finora delineata: un grande moderatismo di centro-sinistra che rifugge strategicamente dal conflitto e dallo scontro anche con un’opposizione non solo conservatrice ma sfacciatamente reazionaria e che se deve al dunque scegliere tra destra e sinistra sceglie sempre per una posizione moderata di destra sia in politica estera che in politica interna con qualche puntata retorica, di tanto in tanto sopra le righe;

2. Ma – ed è la seconda notizia: se tale è, comunque mai stata così dichiarata da sinistra finora in America: nel partito democratico stesso non sono pochi ormai a dire che “Obama, sulle grandi questioni che davvero contano – guerra, economia, libertà democratiche e civili – è in realtà un repubblicano di destra[162] non un neo-cons fanatico, certo, ma un conservatore serio di quelli di una volta, alla Eisenhower per capirci..E, dicono, deve ormai scegliere…

●In effetti, sembrerebbe che Barack Obama abbia adesso deciso di spendere il proprio nome, il proprio capitale politico e la propria faccia per chiedere il passaggio di una legge di bilancio che preveda una riduzione delle tasse di ben 4.000 miliardi di $ del deficit di bilancio nell’arco di 12 anni. Il fatto nuovo è che ora dice con forza di voler coprire quel deficit con un misto di tagli di spesa ma, soprattutto, di aumento della tassazione sui ricchi.

Ha risposto così, finalmente, a muso duro a un progetto alternativo presentato dal presidente della Commissione Bilancio della Camera, il repubblicano Paul Ryan, che tagliava poche tasse ai ricchi e voleva in pratica cancellare del tutto, o quasi, le spese per i programmi in essere della sanità pubblica (Medicaid e Medicare) oltre che non mettere in moto la riforma approvata appena lo scorso anno[163].

Insomma, ma ancora non ci giurate, ha scelto: avrebbe scelto. Non proprio come gli dicono qui sotto che dovrà decidersi a fare in questa sagace vignetta ma nella direzione giusta sì.

● “O noi… o loro!”

Fonte: New York Times, 15.4.2011, vignetta di Chappatte

In effetti, due grafici appena elaborati dal prof. Paul Krugman[164] mostrano quanto aberranti siano certe premesse date per fatti provati: che un paese con meno tasse, ad esempio, sia più ricco e anche più serio. Non è vera la prima e neanche la seconda conclusione. Il primo istogramma riflette la classifica OCSE di entrate fiscali, cioè di tasse imposte e incassate nei vari paesi e mette in evidenza alcuni dati, tirando – quasi – quella conclusione che dicevamo: che sembra contro-intuitiva ma non lo è.  

USA (ma anche Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo: i “falliti”…: post hoc, er-

 go propter hoc?) tra i paesi a più basse entrate fiscali del mondo (2009: PIL/tasse)

 

 

Fonte: OCSE/Center on Budget and Policy Priorities (cbpp.org) [Tre N.B.: 1)  Se coloro che non pagano tasse perché “incapienti”, fossero considerati anch’essi come platea fiscale, le differenze – avvisa l’OCSE che però non le computa per non complicarsi ulteriormente la vita – sarebbero ancora più  eclatanti… 2) Se si tenesse poi conto, come non possono fare per definizione però i dati ufficiali, del tasso dell’evasione fiscale sull’imposizione effettiva, in particolare per ragioni e consuetudini storiche e culturali in tutti i paesi latini del Mediterraneo – ma non solo – la realtà sarebbe tale da cambiare. Nel senso che da noi si evade di più e in America, comunque, di meno. Da loro, peraltro, c’è più elusione legale. 3) Fatte le entrate fiscali pari a 100, in America larghissima parte – più del 50% di fatto – è spesa per la Difesa, largamente intesa: guerre in atto e in programma, Forze Armate, aiuti militari, raccolta di intelligence, basi all’estero, ecc., ecc.[165] ]   

Il secondo diagramma, evidenziato da Krugman, fa rilevare quanto e come in America sia crollato il tasso dell’imposizione fiscale effettiva sui più ricchi (si chiamano così, senza infingimenti, the wealthiest people… nel bel linguaggio chiaro e classista di una volta che gli americani, in questo di noi sicuramente meno ipocriti, conservano e non chiamano “aliquote”): drammaticamente negli anni ’90, con l’abbattimento della tassazione sui capitali prima e, poi, dal ’97, coi tagli delle tasse concentrati da Bush sulle “aliquote” alte ed altissime: per il 90%...

Le tasse che i ricchi pagano in America sono drammaticamente crollate…

   

Fonte: come sopra

La linea rossa del grafico segna l’andamento dell’imposizione fiscale sui redditi dei Nuclei familiari superiori a 1 milione di $ (non pagano più del 20% di tasse su quello che mettono in tasca) e quella blu  lo marca per le 400 famiglie più ricche d’America (che ne pagano meno del 15…). Insomma, e qui non c’è subbio, il paese ricco dove la tassazione è ufficialmente e assolutamente regressiva. E neanche la presidenza del democratico Obama osa davvero provare a metterci un rimedio.

E che volete farci: è una scelta di società… Secondo noi – ma confortati dal parere, trasparente, no?,del Nobel dell’economia Paul Krugman – sarebbe meglio che se la tenessero. Anche se, purtroppo, verso quella direzione ci stiamo da tempo indirizzando anche noi.

●Il dipartimento del Lavoro riferisce il 1° aprile[166] che, a marzo, l’economia ha creato 216.000 nuovi posti di lavoro, buttando giù di una tacca all’8,8% il tasso di disoccupazione ufficiale. “Dal punto più basso del febbraio 2010, l’occupazione nel settore privato – ha fatto notare la segretaria al lavoro Hilda L. Solis – è aumentata di 1.800.000 posti. In altri termini: le politiche e i programmi di questa Amministrazione funzionano”. In 13 dei 16 settori in cui il Bureau of Labor Statistics scandisce il quadro occupazionale il tasso di disoccupazione è sceso anche se in alcuni di essi è pericolosamente salito.

Ma se adesso l’economia registra questo 8,8% ufficiale e continuasse ada andare così ci vorrebbero altri sette anni per tornare a tassi “normali” di occupazione. Ed è una lunga sofferenza per chi continuerà ancora ad avere gravi difficoltà a ritrovare un lavoro: tanto più, poi, un lavoro minimamente decente.

Comunque, sempre i dati di marzo mettono in evidenza il persistere di brutti segnali della malattia. Gli americani che restano senza lavoro da più di 27 mesi di seguito restano molti, troppi, più di 6 milioni. E solo il 64,2% degli americani che sono disoccupati o in cerca di lavoro ormai si cura di farsi registrare al collocamento: così da risultare, ufficialmente, disoccupato.

Ci sono ancora almeno 5 richieste di lavoro, solo tra questi disoccupati ufficiali, per ogni posto che si rende disponibile sul mercato del lavoro, per 34,3 ore lavorative di media settimanale e compensi che restano del tutto statici (la Brookings Institution ha rilevato sempre il 1° aprile che in un anno il valore reale del salario medio è calato dell’1,1% nel corso dell’anno passato e viene ora evidenziato quello che a tutti già diceva l’esperienza comune: che —molti lavori a basso salario impediscono di far fronte ai bisogni primari[167]).

E questi sono i dati generali, su tutta la popolazione, con cifre che peggiorano seriamente per le varie minoranza etniche (neri, “ispanici” come qui chiamano i latino-americani: disoccupazione al 15,5 e, rispettivamente, all’11,3% della forza lavoro). Ora l’aspettativa generale è che in primavera l’occupazione dovrebbe un po’ salire, ma le nubi che si addensano nel panorama internazionale – dal bacino mediterraneo in rivoluzione ed in guerra al Medioriente del petrolio che potrebbe impennarsi di brutto, al debito di non pochi paesi europei, a quello combinato – pubblico e privato –di questo stesso paese, ai guai cumulati del Giappone, sembrano preludere invece a problemi seri a partire dall’estate.

Intanto, il PIL rallenta pesantemente la crescita del primo trimestre, all’1,8%, secondo i dati resi noti dall’Ufficio federale di analisi economica[168], dopo che nel quarto del 2010 era cresciuto del 3,1. Crescono i consumi, ma assorbiti quasi del tutto dal costo maggiorato di benzina e beni alimentari.

La Fed insiste a spiegare che si tratta di un rallentamento temporaneo e che si attende, invece, una ripresa più forte nei prossimi mesi: ma non si sogna neanche di azzardare una spiegazione qualsiasi, motivata, delle basi di questo suo opinare: preconizza, al solito, come una sibilla imperscrutabile di altri tempi questa sua profezia …

La produzione industriale cresce dello 0,8% a marzo, salendo da febbraio solo dello 0,1%, il 5,9%, però, in più dell’anno prima.. I prezzi al consumo sono saliti, destagionalizzati, dello 0,5% e su base annua l’inflazione è salita al 2,7% dal 2,1 a febbraio[169].

Il dollaro va al minimo da tre anni rispetto a un cesto di valute di riferimento, mentre l’oro di pari passo sale sopra i 1.500 $ all’oncia e l’argento marcia verso i 50[170].

[Sempre che non scoppi, come è possibile dato lo stallo tra esecutivo democratico e legislativo in mano ai repubblicani, la paralisi dell’apparato federale, lo shutdown— la chiusura del governo, come letteralmente la chiamano qui… Che viene evitata, poi, all’ultimo minuto concordando una mediazione al ribasso, abborracciata e tutto sommato “vigliacca” – ormai dicono proprio così – da parte del presidente in cambio della rinuncia dei repubblicani a cercare di bloccare tutto, per ora.

Anzi, in Tv, Obama si va quasi a vantare di aver presieduto lui al taglio più drastico (sui 40 miliardi di $ in un anno) mai apportato alla spesa pubblica, su una scala che neppure Ronald Reagan aveva mai osato azzardare. E la gente sua, quella che lo ha portato, votato, fatto votare e continuato a sostenere malgrado le delusioni, comincia a chiedersi ora davvero quando mai troverà il coraggio necessario per dire no e ora basta i nemici comuni: i suoi e i loro! Insomma, pericolo scongiurato al momento. Ma nel braccio di ferro che ha dovuto ingaggiare coi repubblicani, il presidente, e con lui i suoi avevano mollato su molto moltissimo.

Subito prima dell’ultima sua decisione di voler caricare il più dei sacrifici (si fa per dire…) necessari sui ricchi, del resto un esasperato Paul Krugman – che poi lo ha apprezzato: ma mettendo tutti in guardia dal fidarsi troppo, vista l’esperienza del recente passato – prima constata addirittura che Il presidente è assente[171] (come se non avesse più poteri né voglia di esercitare l’unico che forse – al momento, senza una maggioranza al Congresso – gli resta, quello di andare in Tv e denunciare il malfatto, e i malfattori, dal pulpito presidenziale) e poi accorato raccomanda di —Piantarla col trattare cortesemente il nemico[172] (proprio, come diciamo noi a tanti amici del centro-sinistra, voi sapete bene nei confronti di chi…).

Dunque, forse, di questo paragrafo sulla minacciata chiusura dell’apparato pubblico americano non c’era più bisogno, al momento. Ma abbiamo deciso di lasciamrlo, anche perché ancora il pericolo del congelamento totale non è stato definitivamente cancellato…

Ma soprattutto perché ci è molto piaciuta la vignetta che sotto riproduciamo: e che, gigioni come ogni tanto ci sentiamo, non abbiamo voluto rinunciare a condividere anche con voi]

● “Ci hanno pensato da sé…”

Il congelamento della spesa pubblica che avrebbe paralizzato/autoparalizzerebbe l’America

 

Fonte: New York Times, 8.4.2011, vignetta di Chappatte

●Intanto, arrivano notizie ancora peggiori di quelle finora all’attenzione dei mercati sull’edilizia in America. L’indice dei prezzi delle case S&Poor/Case-Shiller per 20 città americane (attendibile se si sconta che, parzialmente, i dati gli vengono forniti dall’Associazione degli agenti immobiliari d’America: parte in causa e interessata a dare la visione migliore possibile della realtà) registra che nei tre mesi a gennaio i prezzi sono ancora in calo[173] mediamente del 3,1% rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Il commento che accompagna l’indice stesso annota, asciuttamente, che tutte le indicazioni danno per “improbabile, se non impossibile” ogni forma di ripresa consolidata a tempo breve.

●Il deficit commerciale[174] americano a febbraio è sceso nel mese di un miliardo di $ da gennaio, a 59,3 miliardi di $, quasi 8 in più dello stesso mese dell’anno prima. Le esportazioni sono salite del 17,6% e le importazioni del 16,8: entrambi i dati in calo rispetto al mese precedente.

●Proprio a metà aprile, ed è un fatto nuovo e davvero eclatante, una delle grandi agenzie di valutazione della solidità finanziaria dei soggetti che operano sul mercato, Standard & Poor’s, attacca nientepopodimeno che l’America: svaluta da stabile a negativo il voto che dà al debito sovrano del paese più ricco e più capitalisticamente radicato del mondo: dalla tripla AAA, del primissimo rango mondiale, alla doppia AA.

Irritato, a dir poco, il governo di Obama[175], come prima di esso lo sono stati quelli del Portogallo, della Grecia, dell’Irlanda, ecc., ecc. Reagisce male (e non solo nel modo ma proprio nel merito: invece di dire a questi srani e presuntuosi signori dove potrebbero mettersi il loro pronostico – ed è l’unico governo che sicuramente avrebbe la forza per farlo senza grandi patemi – col segretario al Tesoro, Geithner, si affretta a “rassicurare i mercati”, come se a quelle bestie bastassero gli scongiuri,  che “mai – mai! – gli Stati Uniti perderanno la loro tripla AAA[176].

Ridicolo e anche un tantino patetico…: gli Stati Uniti d’America vs. Standard & Poor’s… — ma così viene riposto il problema che era già emerso, anche se con molta timidezza, all’o.d.g. nelle circonlocuzioni teoriche ma mmmae subito lasciato cadere per paura di aver troppo osato nel tirarne le pratiche conseguenze mesi fa dalla Commissione europea: ma in nome di quale autorità questi emettono sentenze di fronte alle quali poi i mercati si mettono in adorazione costante?

In effetti, questa specie di trinità del rating mondiale (S & P’s, Moody’s, Fitch) che porta sulla groppa molta parte delle responsabilità di aver sopravvalutato per anni il valore di titoli fasulli gonfiandoli e aiutando non poco a costituire il problema della bolla speculativa, nessuno l’ha mai eletta democraticamente e neanche alcuna autorità democraticamente eletta l’ha mai designata (almeno questo non si può dire della stessa Commissione europea, di cui pure va detto tutto il male possibile: essa, infatti, l’hanno designata i governi, loro almeno sì – diciamo – democraticamente eletti) né peraltro è stata designata da alcun’altra autorevole autorità, se non il verbo sovrano dei mercati che riconoscono autorità al loro parere: gratuitamente, senza ragione alcuna cioè (o forse no…).

In realtà:

S & P’s, come gli altri compari, fa pateticamente un po’ ridere, se non avesse fatto piangere molti: ha sbagliato, criminalmente, troppe valutazioni nel recente passato sul valore di titoli dati a 1.000 quando valevano 1;

• il deficit americano ha oscillato dal 2003 al 2008 su qualcosa fra il 2 e il 5% del PIL. Nel 2009 è schizzato all’11%: perché lo Stato ha deciso di accollare al Tesoro, cioè a tutti i contribuenti, il salvataggio del capitalismo e dei capitalisti americani prendendo in prestito i soldi: proprio come è successo poi, in Grecia, Portogallo, ecc., ecc. E’ questo, come anche e più che negli altri paesi, il buco del bilancio e non certo l’eccesso di spesa sociale, di spesa sulla sanità, ecc. ecc.

• adesso – qui, come in Portogallo, in Grecia, in Ungheria, in Irlanda  – si dà da fare, tutta questa consorteria, a dare una mano per rimettere i conti a posto facendoli pagare ancora ai contribuenti e, come è ovvio, a quelli che pagano tutto senza poter eludere o evadere, il lavoro dipendente e i piccoli risparmiatori che fanno massa. Perché solo così si può evitare di far pagare il maltolto a chi lo ha prodotto.

●Due cambi/rimpiazzi di peso al vertice dell’Amministrazione[177]. Purtroppo non – non ancora, chi sa? – di quella scriteriata di Clinton la segretaria di Stato che sta dimostrando da mesi di non capire niente di quel che va succedendo nel Mediterraneo, ma, per adesso, Gates, che fu prima ministro della Difesa dell’ultimo declinante Bush e ora lo è stato di Obama – uno dei più raziocinanti di tutti, va detto – sostituito con il falco clintoniano Leon E. Panetta che era capo della CIA, dove lo andrà a rimpiazzare il generale David H. Petraeus ora – senza poi gran costrutto, va detto – da diversi mesi alla testa di tutte le truppe americane in Afganistan. Al di là di questa primissima impressione, vedremo, ovviamente, un poco più in là.

Nell’immediato, la mossa viene letta, sia da chi l’appoggia che da chi la combatte, come il deliberato sfumare e confondere le linee di responsabilità tra spionaggio e azione militare all’estero che avevano finora caratterizzato, almeno ufficialmente, la dottrina militare degli USA[178]. Proprio Panetta, alla CIA dall’inizio della presidenza di Obama, ha accelerato la sua trasformazione in una specie di organizzazione paramilitare incrementando i voli segreti di bombardamento sul Pakistan, specie coi drones, gli aerei senza pilota, arma efficace – e per sua natura particolarmente vigliacca - di distruzione realmente indiscriminata, malgrado tutto quello che vi raccontano.

E il generale, da parte sua, ha spinto l’esercito sempre più a occuparsi direttamente di operazioni di spionaggio e, come si dice, di controterrorismo, utilizzando le truppe speciali e, in specie, i mercenari che qui si chiamano però – suona meglio – operatori a contratto. Il risultato è proprio quello della caduta di ogni distinzione. Cosa che, però, sanno tutti: anche sia chiaro, i nemici che quando fanno prigionieri, ormai, anche loro stanno lì poco a distinguere…

Missione fallita, intanto, per Obama, come venditore di armi americane nel mondo,[179] intanto, quella che lo aveva visto in visita in India a novembre scorso soprattutto per sbolognare a quella aviazione militare suoi caccia F/-A18 e F-16: per sviluppare e approfondire, si intende, i rapporti con quel grande paese in rapida crescita. Durante la guerra fredda l’India si era abituata a fare affari soprattutto con l’URSS, vista la schizzinosa alterità dell’America contro chi non le dicesse sempre di sì, Alterigia che è rimasta, perché anche adesso gli americani i loro aerei militari li vendono, ma con una serie di limitazioni dettate per legge sulle apparecchiature maggiormente sofisticate da loro considerate incedibili per chi poi, al dunque, li compra cash.

Come se poi – la  solita presunzione… – fossero gli uni a costruire strumenti avanzati! Così, adesso, per queste ragioni e anche per ragioni di prezzo maggiormente concorrenziale, New Delhi ha lasciato cadere anche le offerte russa e svedese e ha ristretto la gara alla francese Dassault 8per l suo Rafale) e all’Eurofighter europeo (per il caccia Typhoon): si tratta di un’ordinazione di 126 unità che rimpiazzerebbero i vecchi MiG di costruzione russa, per una decina di miliardi di $. Che così sono andati persi per le due società americane, Boeing e Lockheed Martin, che già, incautamente, ci avevano fatto la bocca.

E siccome pare che, ormai, la metà del successo di una politica estera si misura sulla quantità di vendite che un primo ministro o un presidente riescono a procacciare al proprio mercato interno piazzandole all’estero – sì, proprio come i vecchi venditori ambulanti: è la tesi che dal 1994, alla sua prima premiership, Berlusconi è andato vendendo alla Farnesina e ha convertito, anche, larga parte della nostra diplomazia – bisogna dire che qui Obama ha fallito…     

●Sulla guerra in Iraq, mentre non hanno ancora successo, se non marginale, molti dei tentativi di obbligare il Pentagono a pubblicare i rapporti interni che direbbero la verità, non forse tutta ma un po’ di più sì, sull’andamento effettivo del conflitto, in Inghilterra una lunga battaglia in nome della diritto alla libertà di informazione costringe il Ministero della Difesa a pubblicare un rapporto finora tenuto segreto, diciamo pure per troppo vergogna, su come l’esercito di Sua Graziosa Maestà andò ormai otto anni fa improvvidamente alla guerra.

La macchina militare bellica britannica era mal preparata all’invasione, del tutto impreparata all’insurrezione e alla contro insorgenza e s’è mostrata lenta, lentissima, ad adattarsi a situazioni che proprio non aveva previsto, dice il rapporto. “Il Ministero della Difesa è abile a identificare problemi e lezioni post-factum, ma molto meno capace di imparare a correggerli: anche in rapporto alle forze americane il nostro apparato militare è pigro e lento nel riconoscere e adattarsi alle circostanze che cambiano[180].

Il rapporto scritto dal ten. gen. Chris Brown venne ordinato dai capi di stato maggiore ma venne fuori talmente duro, impietoso e critico che il loro capo, il maresciallo dell’Aria Sir (ora Lord) Jock Stirrup, ordinò di segretarlo e affossarlo completamente. Una delle principali conclusioni del era, però, tutta politica: ed è – sono tutti convinti – ad essa che è dovuto l’inguattamento del rapporto.

In conclusione, dice il generale, del tutto sbagliata era stata l’impostazione data dal governo di Tony Blair allo sforzo bellico del paese: ma una impostazione condivisa anche dall’opposizione dei conservatori. Il segno dato alla guerra era stato quello di un qualsiasi conflitto classico, di tipo convenzionale: quello che durò effettivamente un mese soltanto, fino alla fuga di Saddam, lasciando poi alla improvvisazione dei militari sul campo la necessità di adattarsi a una durissima guerra di guerriglia, invece, ed all’insurrezione. Di qui la “catastrofe”.

E questo, ovviamente, lasciando da parte ogni considerazione su una guerra illegale ordinata da due leaders politici criminali dei quali avrebbe dovuto occuparsi, e sempre ovviamente, non si è occupata la Corte internazionale sui crimini di guerra…

●Quanto al futuro della presenza americana in Iraq, gli Stati Uniti si chiedono adesso a voce alta, col segretario alla Difesa Gates di passaggio da Camp Marez, a Mosul, nel Kurdistan iracheno, se l’Iraq – che, però, fra parentesi, ancora non ha un governo a oltre 400 giorni dalle elezioni – vuole o non vuole che alla fine dell’anno restino ancora truppe americane nel paese. Perché se glielo chiedono, lascia capire contrariamente a quel che Obama continua a dire, loro potrebbero anche restare…

Gates ha precisato che i soldati americani saranno comunque una frazione di quelli oggi presenti (appena meno di 50.000 soldati, anche se teoricamente non ci sono già più truppe combattenti) ma che se li vogliono veder restare a Bagdad gli iracheni devono decidersi a chiederlo. Presto e apertamente[181]… Ma, se è vero come è sicuramente vero, che al-Maliki un’ulteriore presenza statunitense la vedrebbe assai bene – come, del resto, la vedrebbero anche lì in Kurdistan, dove confessano apertamente di temere senza l’interposizione USA lo scoppio di una guerra civile – ci sono pezzi, determinanti, della coalizione che gli ha dato la maggioranza anche se non ancora il governo (la fazione/ala di al-Sadr “il chierico ribelle”) che vociferano la loro assoluta determinazione a vederli tutti fuori dal paese, subito a fine anno.

Manifestano in migliaia proprio contro questa proposta, davanti alla moschea di Abu Hanifa anche a Bagdad, l’8 aprile, nell’8° anniversario della caduta della capitale, durante la visita di Gates. Ma anche nella turbolenta provincia di Anbar si sviluppano grandi manifestazioni[182] per dire no a un’ulteriore presenza americana. A bocce ferme, secondo gli accordi solennemente firmati tra i due paesi nel 2008, l’ultimo militare americano dovrebbe andarsene dal suolo iracheno a fine anno…

Ma al-Maliki lo sa bene per primo: e a Gates ha detto – facendo sapere di aver detto – che non intende accettare la proposta americana di estendere la presenza militare americana e che l’Iraq resta fermo al Trattato sul ritiro totale entro fine 2011. Lo fa sapere, e attraverso l’agenzia ufficiale iraniana (sic!), il portavoce del governo di Bagdad Ali al-Dabbagh[183]. E il deputato curdo della regione irachena che porta quel nome, Sabah Barzandi, nega seccamente che la sua parte abbia chiesto agli americani di restare: cosa che non sarebbe stata ne anche, sottolinea poi, in suo potere…

Poi, alla fine, troveranno un arrangiamento, proprio come si farebbe da noi: all’italiana (del resto, le due strutture smandrappate e sfilacciate di governo e di non-governance si somigliano molto, ormai è del tutto evidente…). E si parla già di un status speciale inventato ad hoc dal governo (che, però, va notato ancora non c’è e resta sempre sotto schiaffo del chierico ribelle e, visceralmente, anzituttto – ma anche razionalmente – anti-americano. al-Sadr…).

Al-Maliki accenna a uno status speciale per qualcosa più di 15.000 militari americani dopo il 2011 che li sottragga alla giurisdizione irachena proprio come finora – e proprio come, finora, aveva giurato che più non sarebbe successo – col compito di “proteggere” lo staff dell’ambasciata (che ha ancora più di mille dipendenti americani su un’area di 104 acri costruita e ultrablindata nel corso di tre anni per un costo che ufficialmente è stato registrato alla fine in 736 miliardi di $[184] (502 di €), magari anche il corpo diplomatico di altri paesi e gli impiegati di varie imprese multinazionali.

Il portavoce dell’ambasciata, David Ranz, potrebbero costituire formalmente il suo corpo di guardia (16.000 membri!) senza contare l’aumento delle guardie irachene di cui l’ambasciata dovrà necessariamente dotarsi “per ragioni di sicurezza e di presenza culturale e commerciale”. Vedrete che la cosa la inguacchieranno per bene a Bagdad, proprio come fossero a Napoli o a Milano. Ma vedrete, anche, che non andrà proprio de plano[185].

●In Afganistan, la protesta – sacrosanta ma debitamente montata da talebani e estremisti islamisti – per il Corano sprezzantemente bruciato in disprezzo all’Islam dal solito stupido pastore protestante fondamentalista della Florida che voleva “smuovere le acque” e, certo, c’è perfettamente riuscito (il reverendo Terry Jones: che ci sarà poi da riverire… è come per tanti onorevoli: ma che c’è da onorare?), ha fatto oltre 100 morti: nella sede ONU di Mazar-e-sharif, prima, poi a Kandahar, infine anche a Kabul. Quando si dice del fanatismo criminale: di tutti, si intende.

Le forze NATO hanno, intanto, cominciato a addestrare agenti afgani del controspionaggio per scoprire i talebani infiltrati negli anni nei ranghi dell’esercito e delle forze di sicurezza. Sono 222 e dovrebbero diventare entro l’arco di qualche mese 445 agenti, rivela – subendo anche la dura denuncia di chi non voleva sentirlo dire: anche se certo ai talebani la notizia non arrivava nuova – il gen. William Caldwell, in una conferenza all’Accademia reale di Chatham House di Londra[186].

Sempre Caldwell è anche uno dei primi, con qualche responsabilità effettiva nella condotta della guerra a dire quel che ormai pensano in molti: che la chiave per mettere fine al conflitto in Afganistan e nello smetterla di pensare a quel paese come a uno Stato unificato. Può essere un riflesso condizionato da vecchio impero, come quello per cui anche la Libia non sarebbe altro che un accozzaglia di tribù diverse nemiche e messe insieme a forza. Ma va detto che per lo meno al generale andrebbe, però, ricordato che chiunque abbia tentato di mettere in pratica quell’assioma si è ritrovato, nei secoli, a combattere una guerra senza fine e per lui con un esito solo: la resa.

E, mentre dalla prigione di Kandahar, con un certosino lavoro di scavo sotto le mura della prigione loro dedicata, i talebani applicano una loro tradizionalissima exit strategy

In Afganistan: le diverse exit strategies…

Usando un audace e ben organizzato piano di fuga…

Il che, per la NATO, solleva un interessante quesito:

Come sta venendo il nostro audace e ben organizzato piano di fuga?...

Divertente!”

Fonte: The Economist, 30.4.2011, vignetta di KAL

●Sale il nervosismo e si acutizza il disagio tra Stati Uniti e Pakistan: dopo il conflitto pubblico, addirittura in tribunale, sullo spione americano espulso o, meglio, sottratto al giudizio per aver ammazzato due cittadini pakistani per strada a Karachi dietro pagamento del “riscatto del sangue”, il governo di Islamabad ha formalizzato a quello americano una richiesta pesante che potrebbe anche costargli qualche miliardo di dollari di aiuti militari e civili.

Vuole che gli americani riducano “radicalmente” la propria presenza politica, militare e di ogni altro tipo (spionaggio ma anche programmi di aiuti non governativi che spesso accusano di essere – e qualche volta magari anche lo sono – solo una copertura di quelli di intelligence). Ed è il segno, annota il NYT[187], quasi del “collasso della cooperazione tra due alleati ormai molto molto irritabili”…

●Di più, il Pakistan apre un nuovo fronte di contenzioso aspro e delicatissimo con gli americani: il primo ministro Yousaf Raz Gilani in una visita lampo al presidente Karzai a metà aprile ha fatto forti pressioni perché l’Afganistan guardi più decisamente al Pakistan stesso e alla Cina per trovare un accordo di pace negoziata coi talebani e ricostruire l’economia del paese invece di continuare ad affidarsi a una strategia di lungo periodo di appoggio sugli Stati Uniti.

Gilani, con Karzai, ha sottolineato come gli Stati Uniti abbiano sempre mancato di appoggiare le mosse di cui i due paesi avevano bisogno perché hanno sempre privilegiato i loro obiettivi e le loro strategie – tutte centrate sulla soluzione militare di cui si sono poi dimostrati incapaci – invece che sulla necessità di arrivare alla pace che è prevalentemente quella di afgani e pakistani. Secondo le fonti afgane del WSJ, che dà la notizia[188], Karzai esita ad arrivare a una scelta e, del resto, le stesse fonti afgane hanno parlato col giornale statunitense lasciando intendere che lo hanno fatto per dare maggior forza al potere di negoziato con gli USA del presidente afgano…

●Ma il direttore della CIA, Leon Panetta – subito prima della sua nomina a nuovo segretario alla Difesa – risponde[189] subito che il compito fondamentale della Central Intelligence Agency non è certo quello di interrompere le sue operazioni, per quanto poco gradite, contro i militanti pakistani se essi, come dichiara ufficialmente Islamabad senza smentirlo mai, sono anche nemici del Pakistan e del suo governo – anche se come, ieri e forse un po’ anche oggi, i talebani dai suoi militari, finanziati e addestrati – ma quello di proteggere il popolo americano e di prevenire così qualsiasi attacco contro gli Stati Uniti.

A pelle, Panetta sembra avere ragione. Ma è anche vero che le sue decisioni mettono a rischio proprio la stabilità del regime afgano. E siamo allo stallo. Di fatto, la CIA continuerà così a fare quello che vuole

●Di riffa o di raffa, utilizzando la lettera e la propria interpretazione – l’unica realmente sovrana: che cioè (quasi) sempre riesce a imporsi agli altri – delle risoluzioni del CdS dell’ONU, gli Stati Uniti hanno imposto alla Germania l’alt a far transitare i pagamenti dell’India per il petrolio dell’Iran attraverso la banca amburghese (Europäische-Iranische Handelsbank), EIH .

Ma l’India del greggio iraniano ha bisogno – tra l’altro è di qualità media buona e a costi di trasporto moderati, data la relativa prossimità – e con Teheran sta cercando soluzioni alternative, compreso l’utilizzo della sua valuta, la rupia[190], che ormai ha dietro un’economia forte come quella del subcontinente. L’ultimo pagamento effettuato da Nuova Delhi a Teheran è stato dai primi di marzo, ha riferito il ministro del Petrolio Sudini Jaipal Reddy, anche se poi ci sono state altre consegne non compromesse perché Teheran continua a vendere su garanzia diretta delle ditte importatrici.   

●Nuova sta diventando l’attenzione verso l’Iran in buona parte dell’America latina. Se ne preoccupano molto gli Stati Uniti. Anche in modo vagamente grottesco reagendo, non come sarebbe normale con qualche dichiarazione del Dipartimento di Stato, ma facendo parlare il gen. Douglas Fraser capo del loro Comando militare per l’America meridionale che lo dice alla Commissione Servizi militari del Senato[191]: l’Iran continua ad espandere i suoi contatti e legami nella regione per ridurre l’impatto delle sanzioni internazionali connesse allo sviluppo del suo programma nucleare: civile dice, sospettiamo che sia militare dicono invece gli americani.

Fraser dice che, certo, l’ “alleanza”, come la chiama lui, fra Venezuela e Iran è diplomatica ed è commerciale ma siccome non se ne sa molto è bene sospettare… Sono stati programmati addirittura voli settimanali tra Teheran e Caracas dopotutto (e voli plurigiornalieri tra Londra e New York… ma questo che c’entra?) e quando un iraniano scende a Caracas poi, di fatto, può circolare liberamente anche in  Bolivia o in Nicaragua… E, sì, questi sono sicuramente paranoici.

●Intanto, a Teheran, c’è uno sviluppo ancora forse troppo improvviso per essere decrittato con qualche certezza. Ma la notizia[192] è che la Guida suprema, l’ayatollah Seyed Ali Hoseyni Khāmene’i (è questa la traslitterazione corretta dal persiano), ha formalmente respinto le dimissioni cui il ministro dell’Intelligence Heydar Moslehi era stato costretto e che erano state già annunciate dal presidente della Repubblica e capo del governo Ahmadinejad (anche qui: la traslitterazione corretta è Ahmadi-Nejad).

Questi imputava ai servizi di Moslehi la scarsa vigilanza che aveva consentito a CIA e Mossad israeliano di inserire con successo nei codici elettronici degli impianti del reattore nucleare di Bushehr il virus Stuxnet che ha ingrippato e ridotto per almeno sei mesi quantità e qualità del funzionamento delle centrifughe necessarie alla produzione di energia nucleare.

Non è la prima volta che si verifica una “reprimenda” e una retromarcia obbligata come questa. Ma è anche ipocrita e inspiegabile chi non riesce a spiegarselo, dicendo che capita solo perché l’Iran è un paese teocratico. Quando in America, in Francia, in Italia qualsiasi decisione del legislativo o dell’esecutivo può essere cancellata dalle rispettive Corti supreme e/o costituzionali. Di fatto, sul punto, che l’eletto dal popolo non sia in grado di fare come gli pare ma debba sottostare al parere finale di un altro potere costituzionale, Mahmud e Silvio la pensano proprio allo stesso modo.

L’unica differenza è che da noi il potere costituzionale superiore è una figura collettiva, qui è singola ed eletta a vita. L’analogia più precisa sarebbe col papa, forse… L’altra differenza è che, naturalmente, i decreti del pontefice da noi non hanno effetti coercitivamente normativi sulla vita dei sudditi, come invece è qui: ma non per mancanza di volontà, probabilmente, solo perché da noi il potere temporale è stato abolito.

Interessante, invece, è che almeno nell’immediato Ahmadinejad abbia tenuto il punto, rifiutando di invitare il “licenziato” alla riunione settimanale del Gabinetto e provocando così una nettissima nuova presa di posizione, un vero e proprio richiamo all’ordine “costituzionale” da parte della Guida suprema. Il 23 aprile, in Tv[193], parlando dalla sua residenza dichiara secco che non consentirà a nessuno  nessuna deviazione dalla “volontà del movimento di massa” che lui solo ha il dovere e il potere di interpretare. Adesso, sarà interessante seguire da vicino l’andamento di questo braccio di ferro: mai finora così esplicito al livello del variegato vertice persiano… tanto per cominciare alle due riunioni di gabinetto che hanno seguito l’ammonizione, Ahmadinejad s’è assentato mentre Moslehi ha partecipato[194]...

Poi, la situazione viene complicata da una seconda, analoga scoperta di penetrazione del sistema crittografico del paese e dal fatto, soprattutto, che la notizia sia diventata subito, e proprio adesso, di pubblico dominio: il capo dell’Organismo di Difesa passiva sistemica dell’Iran, Gholam Reza Jalali, ha reso nota[195] la scoperta, da parte di uno dei suoi scienziati di un secondo virus, che ha denominato Stars stelle, nei sistemi computeristici governativi. E’ un virus che opera in sincrono col sistema rendendo più difficile la propria distruzione in fase iniziale col suo copiare i files del computer in continuazione.

I tecnici, dice Jalali, stanno esaminando adesso il nuovo virus per arrivare ad eliminarlo. Ma la notizia di una seconda, pesante violazione di sicurezza, dopo la prima che ha ritardato per mesi il programma nucleare (civile, insistono a Teheran), crea molti problemi: sia per l’intelligence che per il governo. Anche perché non è affatto chiara la distinzione dei compiti, se l’Organismo crittologico ufficiale dipende – ufficialmente? di fatto? – dall’una o dall’altro…

●Poi, e per la terza volta di seguito, il presidente della Repubblica si assenta da un’altra riunione del suo Gabinetto e si fa chiaro che la situazione non potrà protrarsi a lungo, che qualcuno prima o poi dovrà cedere[196]… E 216 membri del Majilis su 290 gli chiedono pubblicamente di “seguire come è suo dovere la Guida suprema”, mettendo fine a un boicottaggio “errato ed inutile[197]. Solo due giorni prima di questo messaggio, del resto, lo stesso parlamento iraniano aveva approvato, con 149 voti a favore sui 225 deputati presenti, la legge di bilancio del governo di Ahmadinejad per l’anno 1390 del calendario iraniano, che inizia il primo giorno di primavera, il 21 marzo del 2011[198].

La proposta, presentata lo scorso 20 febbraio dal presidente stesso, stanzia 5.390.000 miliardi di rial (sui 515 miliardi di $), distinguendo tra fondi per il funzionamento delle compagnie di Stato e fondi per il funzionamento degli apparati dello Stato stesso. Si tratta di un aumento del 45% sul bilancio del 2010, in parte dovuto all’implementazione dei piani di sussidio mirati messi in funzione solo lo scorso dicembre e attualmente in funzione.     

●E ora anche il Pakistan, alleato e totalmente dipendente com’è dagli Stati Uniti d’America, si mette a “trescare” con l’Iran! Col quale una larga delegazione tecnica e politica sta discutendo a Teheran, il 13 e 14 aprile, di dar vita a un gasdotto che impegnerebbe capitali pakistani per 1,650 miliardi di $ e l’aspettativa di arrivare a fornire così energia per 5.000 megawatt al Pakistan entro il 2014[199].

Il contratto prevederebbe una durata di 25 anni, estendibile per altri 5, e per un’importazione di quasi il 20% del consumo dei pakistani. E, nei fatti, costituirebbe l’affossamento – già garantito, peraltro, dalla eterna guerra che devasta l’Afganistan dal 2001, del vecchio progetto americano di far arrivare il gas in Pakistan attraverso l’Afganistan stesso…

●E nuova attenzione verso l’Iran manifesta anche il nuovo Egitto. In questo caso specifico, però, è  Israele che, comprensibilmente, sembra preoccuparsi di più perfino degli Stati Uniti… Il ministro degli Esteri egiziano, Nabil Elaraby, annuncia il 4 aprile che il Cairo è pronto a ristabilire rapporti diplomatici con Teheran dopo un rottura che risale ormai al 1980, subito dopo la rivoluzione di Khomeini. Egitto e Iran non sono d’accordo sui rapporti con Israele e con gli USA: ma il Cairo, che vuole ben mantenerli, vuole anche rivederli in modo più rispettoso della propria sovranità, della propria dignità, dice adesso, e delle proprie nuove priorità[200].

Intanto, a febbraio, quando due navi da guerra iraniane hanno percorso andata e ritorno il mar Rosso e il canale di Suez col consenso egiziano – in base al diritto internazionale dovuto ma finora negato, anzi in realtà mai proprio richiesto – Israele ha reagito, in maniera tanto irrituale quanto grottesca, chiamando il percorso “provocatorio”… L’America non si è spinta a tanto ma ha, comunque, parlato del suo scontento. Subendo, nei fatti, il chi se ne frega degli egiziani, forse non dichiarato ufficialmente ma di fatto palese.

●Insomma, sono notizie, tutte queste montanti insieme nel Medioriente, che allarmano seriamente Israele. Rimettono, infatti, in questione diversi dei dati diplomatico-politici che la sua occupazione militare illegittima sembrava aver imposto come acquisiti de facto, uestione  insieme all’annuncio che i palestinesi si stanno effettivamente apprestando a chiedere all’Assemblea generale dell’ONU il “riconoscimento”  entro i confini del 1967 dei territori occupati della Palestina tal quale.

Tra gli stessi palestinesi l’idea non va liscia e de plano. Certo, se passa all’Assemblea, scavalcando eventualmente anche il veto americano – se ci fosse, stavolta: ma in Assemblea generale, comunque, non vale – la Palestina nascerebbe esattamente come è nata, nel ’48, Israele: col voto dell’ONU, allora contro la volontà degli arabi oggi contro quella degli israeliani. E così Israele non sarebbe più solo occupante militare di un territorio sovrano ma anche paese trasgressore della sovranità di un altro paese membro riconosciuto dell’ONU stessa…

La mossa dell’ANP nasce dalla disperazione e dalla frustrazione per la tetragona chiusura di Israele a ogni negoziato significativo, fosse pur esso sotto la tutela degli amici americani di Israele. Solo che il momento appare proprio curioso. Anzitutto, perché i palestinesi non sono affatto estranei al sommovimento rivoluzionario che sta dilagando per tutto il mondo arabo.

Loro, i palestinesi, che da sempre sono stati il popolo arabo sicuramente più aperto alla dialettica e anche alle forme della democrazia, sono spaccati in due: nei Territori, con un governo provvisorio ma quasi universalmente riconosciuto da quasi tutti quelli che, magari a modo loro, compresa Israele, riconoscono un governo palestinese e, a Gaza, dall’unico governo veramente eletto democraticamente dalla popolazione palestinese che, a maggioranza, alle urne, liberamente, aveva invece scelto Hamas contro l’OLP.

In realtà, però, e malgrado questo stato penoso della Palestina com’è, la proclamazione di uno Stato palestinese che di per sé non risolverebbe i problemi interni alla realtà palestinese e alla sua governance, sarebbe però potenzialmente anche l’occasione di forzare la volontà del mondo e perfino quella di Israele e, chi sa?, anche di costringere i palestinesi a ritrovare una qualche loro unità.

●Per la quale, a fine aprile, si apre finalmente uno spiraglio, il più serio da anni sembra, con l’accordo a sorpresa – mediato, non a caso, dal nuovo Egitto contro il volere esplicito di Israele[201]  – tra  i due poteri che si spartiscono tra loro la sgovernance dei palestinesi: l’ANP, di qua, che ha il sostegno dell’Occidente in Cisgiordania (forse, l’ANP più che di Abu Mazen-Mahmud Abbas del suo primo ministro Salam Fayyad, di lui ormai assai più popolare) e Hamas a Gaza, di là.

Annota, scrivendo da Gerusalemme, un’osservatrice attenta e sensibile[202], di come si sia arrivati a questo accordo: “raggiunto in fretta e su tutti i punti all’ordine del giorno, quello siglato ieri al Cairo tra Fatah e Hamas. Governo di transizione, intesa sulla sicurezza e sui prigionieri politici e tre elezioni da tenere entro un anno. Per il nuovo presidente dell’ANP, per il consiglio legislativo di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est e anche per il parlamento dell’OLP, che rappresenta tutti i palestinesi, rifugiati compresi… A segnare la svolta, anche per i palestinesi, sono state le rivoluzioni in corso nei paesi arabi.

Il regime di Hosni Mubarak, patron storico di Fatah, aveva insabbiato il processo di riconciliazione ed è invece stato il nuovo ministro degli Esteri egiziano, Nabil el Arabi, a spingere Hamas e Fatah  a mettere la parola fine a cinque anni di divisioni, di violenza, e di sangue”. Poi “mentre Abu Mazen sembra sempre più frustrato dalle inutili chiacchiere cui si riduce il suo confronto con Israele che non è mai stato un vero negoziato e neanche una parvenza di trattativa seria la leadership di Hamas a Damasco ha mitigato le sue posizioni proprio in contemporanea con la rivolta in corso in Siria contro il regime di Bashar el Assad”.

La prima reazione di Israele è incongrua, grottesca, qualche po’ furibonda e, comunque, confessa che non se lo aspettava davvero: lo consistano al gabinetto del 27 aprile e lo riferisce, con una sottolineatura piuttosto ridicola il vice primo ministro Silvan Shalom il fatto che i palestinesi si rimettano d’accordo tra loro, sentenzia, dimostra che non sono interessati a una pace con Israele[203]. Un perfetto non sequitur e fondato rigorosamente sul niente, visto che poi quelli che tra i palestinesi – come Abu Mazen – sul dialogo con Israele avevano puntato hanno dovuto constatare che non serve proprio a niente di concreto per chi non sia israeliano.

E il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman[204], nato in Moldavia e emigrato in Israele dove ha fondato il partito estremista Israel Beytenu (— Israele casa nostra), quello che propose qualche anno fa di risolvere la situazione con una bomba nucleare – piccola, eh, sotto una decina di chilotoni… – piazzata per bene a Gaza, rincara: “Hamas e Fatah, il partito dominante palestinese nell’ANP, hanno superato la linea rossa che aveva tracciato Israele e questo loro accordo potrebbe portare alla presa del potere da parte del gruppo estremista (il bue, ricordate, che all’asino dice cornuto…) in Galilea e Samaria”, cioè in Cisgiordania…

Anche la prima reazione degli americani è pavloviana, da quasi analogo riflesso condizionato. Siamo favorevoli all’accordo ma non proprio a quello con Hamas – come se sulla questione, poi, l’ANP l’avesse potuto fare con qualcuno venuto dallo spazio, magari… – perché si sa – lo diciamo noi, no? – quelli sono “terroristi che mettono nel mirino i civili[205]! Vero! ma gli F-16 e i Sikorsky dell’aviazione israeliana a Gaza, i carri armati Merkava nei territori occupati o – se è per questo – gli A-10 americani o i Tornado europei, e ora anche italiani, in Libia dicono – dicono! – che non  mettono “nel mirino” i civili, però hanno identici e anche molto più eclatanti effetti collaterali sulle stesse popolazioni civili.

La realtà registra per ora che, tra ANP e Hamas, c’è solo una bozza d’accordo— per concretizzare la quale ci vorrà ancora tempo e fatica: dopo i colloqui segreti e la mediazione del Cairo, dovrebbe nascere ora un governo ad interim di figure indipendenti, accettate da tutti, fino alle elezioni da tenersi entro otto mesi; ma, prima, ci sarà da chiarire il punto più delicato che resta aperto tra loro e sul quale sarà dura riconciliarsi.

Per ANP e Fatah/OLP, in effetti, la priorità sembra restare il negoziato con Israele e la proclamazione stessa dell’indipendenza fa parte della pressione che vogliono continuare ad esercitare, illudendosi forse su un qualche reale appoggio americano sul governo Netanyahu, mentre spiega Mahmoud al-Zahar, che per Hamas ha partecipato da capofila alla trattativa del Cairo, il patto tra le due parti palestinesi non include affatto il negoziato con Israele.

Per cui, conclude, “il governo nazionale ad interim come tale non sarà in grado di prender parte al processo di ricerca di una pace con Israele[206]. Conferma di persona lo stesso Abu Mazen, il governo di unità ha ufficialmente l’unico compito di preparare le elezioni e di cominciare a ricostruire Gaza. E non ha il compito di negoziare con Israele né altri. Sarà l’OLP e sarà l’ANP che continueranno il negoziato per conto loro[207]

Insomma, la reazione all’accordo palestinese di Israele e della destra estrema che la guida sarà ed è fuori le righe, ma è “comprensibile”: quella di al-Zahar e di Abu Mazen confermano semplicemente che l’accordo pieno è lontano. E’ già un miracolo questo abbozzo ad interim. Dovuto tutto sicuramente alle rivoluzioni arabe che hanno sovvertito tutto l’ordine dato delle cose.

Certo, dietro c’è anche, inevitabilmente, il fallimento totale del negoziato dell’ANP con Israele e c’è il rifiuto del risultato delle elezioni che nel 2006 Hamas aveva vinto liberamente alle urne palestinesi in Cisgiordania e a Gaza ma il cui risultato Abu Mazen venne incoraggiato/spinto/costretto (e anche pagato, diciamo la verità) a non accettare da Israele e dall’Occidente, portando anche a un breve e brutta guerra civile nel 2007: uno scontro che da allora mai è stato realmente sanato.

E che ha lasciato, di fatto, i territori palestinesi spaccati in due: uno occupato da Israele militarmente e l’altro da Israele militarmente assediato. Ora questa bozza di accordo vorrebbe/dovrebbe portare a un vero e proprio governo di unità nazionale a cavallo della fine dell’anno. Nel frattempo se Israele non si aprirà davvero, con ben altra forza e credibilità a un negoziato reale sull’idea dei due Stati sovrani, si preannuncia per l’autunno il voto dell’Assemblea dell’ONU che forse cambierebbe poco sul terreno, però sembra terrorizzare diplomazia e politica israeliana.

●Ma, sul punto, il fatto nuovo che ci sembra stia anche montando è che proprio tra i palestinesi avanza la sensazione per cui in realtà la questione della statualità della Palestina sembra meno rilevante: tanto per cominciare, il riconoscimento dello Stato palestinese difficilmente farà una differenza in meglio concreta, sulle loro condizioni di vita sia a Gaza che in Cisgiordania… considerato, poi, anche che le reazioni di Israele si annunciano belluine.

Poi, certo, gli abbozzi di statualità che finora i palestinesi hanno potuto sperimentare sono stati – per colpa loro anche, non c’è dubbio, ma spesso perché ce li hanno forzati – piuttosto fallimentari: Hamas di qua, troppo ideologicamente islamista e troppo dipendente dal supporto di paesi e regimi come Siria e Iran. E l’ANP di là, “più laica” certo ma, anche, senza princìpi e troppo spesso sembra quasi sena morale, dipendente o, peggio, dal consenso dell’occupante – che è sempre poi il potere reale – e dalla benevolenza pelosa dell’elemosina condizionata e centellinata di americani e europei.

Infine, scotta rovente sulla pelle di tutti i palestinesi – che non sembrano anche per questo sperare troppo da una proclamazione dello Stato – l’assoluta improduttività sia del defatigante negoziato con Netanyahu che all’ANP e al suo presidente riserva solo dinieghi e umiliazioni, sia dello scontro frontale con l’assediante israeliano che a Gaza, alla fine, con Israele a Hamas e ai civili palestinesi porta sempre mille colpi in più addosso di quelli che riesce ad assestare, comunque, porta solo altra repressione.

●E’ stato proprio per i diritti dei palestinesi che ha sacrificato la vita, senza averlo mai cercato ma sapendo ogni giorni di rischiarlo, Vittorio Arrigoni, il volontario strangolato a Gaza da nemici dei palestinesi la cui causa lui aveva completamente fatta sua. Sintetizza bene il perché, al di là di ogni identificazione, se poi sarà mai possibile, del colpevole vero il titolo anodino ma anche onesto, politicamente onesto, del NYT[208]: —L’assassinio a Gaza di un attivista italiano è un colpo per Hamas.

Di questo, in effetti, si tratta: così hanno dichiarato gli assassinii confessi (salafiti) prima di smentire la loro presunta dichiarazione, gli estremisti islamisti di Tawhid e Jihad[209], gruppo vicino ad al-AQaeda…; così hanno confermato – ma con ogni probabilità sotto, diciamo, “pressione” – i due catturati e accusati da Hamas…;  e così in effetti, poi, è: chiunque siano i nemici mortali di Hamas  magari anche i servizi segreti israeliani che, non per la prima volta di certo, sanno far sembrare per vero quello che sembra tale e magari, invece, non è… Insomma: crudeltà e stupidità assolute o totale lucidità e spietatezza. Non se ne esce… e non si sa, almeno chi scrive non sa, quale è peggio!

Del resto[210] sembra proprio “difficile in effetti non collegare questa morte… a quella dell’attore/attivista israeliano Juliano Mer Khamis: ucciso davanti al suo Freedom Theatre— il Teatro della libertà, nel campo profughi di Jenin il 4 aprile scorso. ‘Come spesso succede in Palestina, quando sembra che il peggio sia già accaduto il limite dell’orrore si sposta ulteriormente in avanti’, dicono gli amici cooperanti di Vittorio. A dar fastidio in questo conflitto israelo-palestinese sono sempre più spesso, a quanto pare, i testimoni attivi, quelli che vedono, sanno e non stanno zitti”…    

●In ogni caso per la prima volta non è solo possibile ma forse anche probabile che la proposta sullo Stato palestinese stavolta può passare. Il problema strategico vero per il governo di Tel Aviv è che ONU e, sul piano tecnico, anche Fondo monetario e Banca mondiale, hanno appena attestato che già a metà di quest’anno le istituzioni dell’ANP nei territori occupati, guidate dal primo ministro Salam Fayyad, sono “assolutamente” in grado di costituirsi in un vero e proprio Stato.

Le funzioni di governo sono ormai a un livello di sviluppo sufficiente da costituire l’impalcatura funzionante di uno Stato vero e proprio[211]” con le uniche eccezioni là dove non sono stati possibili “passi avanti importanti come” ad esempio “su Gerusalemme Est” a causa “della continuazione dell’occupazione militare e della mancanza di significativi passi da parte israeliana di cessione effettiva di poteri sul terreno e della mancanza di volontà politica israeliana nel risolvere il contenzioso definitivo sulla base del negoziato tra le parti”.

Adesso, il timore è che anche il Grande Fratello, il cui rappresentante nel Quartetto ha pure firmato questo apprezzamento, nel nuovo clima e nella nuova geo-politica che la rivoluzione arabo-mediterranea va imponendo alla storia, possa stavolta non mettere il suo veto a usbergo di quell’occupazione illegale. Ma, e soprattutto, come assai poco diplomaticamente dice[212] il vice premier israeliano Dan Meridor, il nodo adesso è se, come lui spera, gli Stati Uniti saranno in grado di riprendere la propria posizione di paese leader nella regione. Oppure no, come dimostrerebbero secondo lui votando a favore di un riconoscimento di uno Stato palestinese…

Il dilemma – si domanda – è se gli USA saranno in grado ormai di cancellare la percezione, diffusa dalla guerra in Iraq, di essere una potenza ormai declinante e un impero ormai del passato. Meridor si è retoricamente chiesto se, ove si dimostrasse che gli Stati Uniti non sono in grado di contenere la minaccia iraniana, il mondo arabo al dunque si schiererebbe con o contro l’Iran. Lo scontro col quale sarà, assicura, decisivo e assolutamente importante.

●Ma, secondo il quotidiano arabo di maggior diffusione, l’egiziano Al-Ahram[213], che riferisce la primogenitura della notizia all’israeliano Yediot Ahronot, il presidente Obama avrebbe già deciso di riconoscere la creazione di uno Stato di Palestina entro i confini del 1967 e ha aggiunto che gli USA voteranno in questo senso alle Nazioni Unite. A convincerlo pare, secondo il quotidiano di Tel Aviv, che siano stati, da una parte,

• il risentimento del presidente americano verso il premier israeliano che ha rifiutato di prestare orecchio alle sue richieste, anche le più ragionevoli, di negoziare in buona fede con l’ANP; e, dall’altra,

• i recenti sviluppi rivoluzionari nel mondo arabo che egli sembra – sembra… per ora…: perché molti interpretano questo articolo di Yediot proprio come l’appello alla comunità ebraica statunitense (e alla lobby sionista al suo interno) di cominciare a fargli pressione come tante volte già con successo in passato – perché desista dalla decisione e lasci cadere ancora una volta senza risposta lo sforzo di districare o tagliare il nodo che da sempre paralizza in quella regione del mondo ogni progresso: il futuro della Palestina.

E poi… e poi c’è che i timori di Israele sull’Iran e la sua possibile arma nucleare a venire sono tenuti vivi da una deposizione come quella che il gen. Walter Sharp, il capo delle truppe americane in Corea del Sud rende al Congresso. Pure particolarmente bellicosa nei toni è anche estremamente realistica e, in commissione senatoriale, attesta che la Corea del Nord, secondo lui che se ne intende, si terrà ben stretta la forza atomica di cui dispone perché è convinta – il generale aggiunge, dal suo punto di vista realisticamente a ragione visto quel che è successo a Saddam che non l’aveva e a Gheddafi che l’aveva data via anche solo come progetto – che essa sia un deterrente essenziale per la sopravvivenza del regime[214].

Essenzialmente quello che Israele teme possa fare l’Iran: crearsi un deterrente credibile, anche con poche bombe, contro la sua distruzione da parte di Israele… Al solito però: un ragionamento che si regge tutto sulla premessa, inaccettabile e largamente inaccettata, che Israele ha il diritto a spazzar via l’Iran per paura di quello che potrebbe domani mai fare…

Per Tel Aviv, poi, c’è ormai la minaccia potenziale di cui si deve cominciare a preoccupare di un regime egiziano meno amichevole, o meno prono – diciamo la verità – di quello di Mubarak ai suoi desiderata. Osserva il ministro delle Infrastrutture Uzi Landau a Gerusalemme che Israele deve cominciare a prepararsi a un futuro nel quale le potrà venire negata la fornitura egiziana di gas naturale cui s’era abituata col regime di Mubarak (il 40% del gas che consuma)[215]. Anche i sabotaggi del gasdotto, come quelli che lo hanno di recente ripetutamente interrotto, potrebbero diventare una tendenza cui abituarsi, avvisa l’ex capo del Mossad, il servizio segreto estero di Israele, Danny Yatom.

Una soluzione da esplorare è quella di accelerare lo sviluppo dei giacimenti di gas naturale offshore di Tamar e Leviathan, che ridurrebbero la dipendenza dal gas egiziano. In ogni caso bisognerebbe farlo perché, afferma il vice ministro degli Esteri Danny Ayalon, considerando che la regione resterà probabilmente turbolenta ancora per molto tempo. Ma la produzione effettiva obbliga a investimenti pesanti, per miliardi di $, e ci vorranno anni.

C’è la complicazione che il Libano, per esempio, rivendica anch’esso diritti allo sfruttamento di entrambi quei giacimenti essendo il mare che li ricopre non solo israeliano. E – anche se Landau si dice pronto a sostenere col diritto della forza le ragioni di Israele[216] – la rivendicazione di Beirut.  Non cervellotica, però, dice il prof. Robbie Sable[217], che insegna diritto internazionale all’università ebraica di Gerusalemme.

●In Egitto stesso, poi, la transizione si va facendo un po’ più complessa: la grande Piazza della Liberazione del Cairo è stata nuovamente invasa da centinaia di migliaia di manifestanti (tre milioni, dicono i più entusiasti) che chiedono a gran voce, stavolta, non tanto l’accelerazione del processo di recupero della democrazia  costituzionale quanto il suo immediato “approfondimento”. Questa – contenuti visibilmente nuovi: processi al regime e ai suoi maggiorenti – è la richiesta al governo provvisorio, il Consiglio supremo: di cominciare adesso, subito, a processare i ministri del regime di Mubarak.

La rivoluzione continua – diceva un grande striscione rivolgendosi direttamente al capo del Consiglio – finché non avremo raggiunta la democrazia. E siamo noi, Tantawi, la rivoluzione. Voi sete solo i nostri guardiani, meglio che ve lo ricordiate[218]… Ma guardiani sono tanto coloro che ci difendono dal nemico esterno quanto anche, spesso, coloro che magari considerano noi come avversario interno…

Poi succede che, adesso, il governo decide di aprire un’inchiesta su Mubarak, i suoi profitti di regime e la repressione armata della rivolta di piazza della Liberazione e fa interrogare l’ex presidente nella sua residenza coatta di Sharm el-Sheick. Ma, a interrogatorio ancora ai preliminari del nome e della data di nascita, a Mubarak che ha 82 anni, pare che venga quasi un coccolone[219]. Il che non impedisce che continueranno ad interrogarlo, con le dovute cautele è sperabile, nell’infermeria del luogo dove è come si dice “ristretto”, mentre i figli Gamal e Alaa, continuano a restare in custodia cautelare al Cairo[220].

Si presenta flessibile, e attenta anche alla necessità di dimostrare rispetto per le altrui esigenze e sensibilità, diversamente dal passato, la Fratellanza mussulmana. Non vuole presentare un suo candidato alle presidenziali a venire, secondo Mohamed Badie[221] che la guida, e afferma di puntare ormai a uno Stato laico (dice “civile” e vuol dire non islamico nelle sue istituzioni), sperando anche in un parlamento forte e in governi municipali liberi dalla corruzione del passato. Non cerca neanche di raggiungere da sola la maggioranza perché è convinta che nessun partito o gruppo deve e può condurre da solo la nazione egiziana e vuole, perciò, lavorare con gli altri, specie i cristiani copti. 

●Sul piano del rapporto geo-politico – e poi, tutto sommato, proprio politico – tra quelle che restano militarmente, in modo diverso, le due superpotenze nucleari del mondo, la Russia sta avanzando, secondo fonti diplomatiche autorevoli citate sulla stampa russa[222], una richiesta ormai esplicita: gli impegni assunti in linea di principio sul non squilibrare il rapporto difesa/offesa tra USA e URSS in campo missilistico nucleare, con lo START II da poco rinnovato ad esempio, vanno ora concretizzati per garantire anche giuridicamente lo status quo: nello scontro sempiterno tra scudo e spada bisogna garantirsi l’un l’altro l’equilibrio esistente.

Le forze strategiche dell’una parte e dell’altra non dovrebbero mai essere rimesse in questione dalla difesa dell’altra perché sarebbe così provocato uno squilibrio rischioso. La posizione sostenuta dalla parte statunitense è che, invece, lo scudo antimissilistico è indispensabile per difendere l’una e l’altra forza contro la minaccia di potenziali nemici-canaglie, come loro considerano, ad esempio, l’Iran.

GERMANIA

●L’inflazione resta inchiodata a marzo al 2,1% rispetto al mese precedente[223].

●I tre gravi errori di tempismo e forse, di mancanza di chiarezza, anzitutto, ma anche di respiro strategico della cancelliera tedesca, pagati a caro prezzo con la catastrofica debacle alle elezioni del Baden-Württenberg di fine marzo, sono ormai chiari. La Merkel si è fatta vulnerabile dopo che[224]:

• ha fatto approvare d’urgenza, mesi fa, una legge che estendeva da 30 anni a 40 l’operatività dei reattori nucleari esistenti in Germania e, poi, con l’approssimarsi della serie di elezioni dei Länder in pochi mesi (le prime due clamorosamente perdute), ha ordinato la chiusura immediata per tre mesi dei 7 reattori costruiti prima del 1980. Farlo, con quel che era successo in Giappone, era giusto. Ma ha buttato una caterva di dubbi sulla precedente sua decisione di estenderne la vita (su quali certezze tecnico-scioentifiche l’aveva basata?) e ha aperto il vaso di Pandora: che fa quando i 90 giorni di alt sono finiti?

• ha suscitato un mare di domande, e di perplessità soprattutto, anche il suo agitarsi e flagellarsi in pubblico per strappare quello che era in tutta evidenza impossibile: avere botte piena e, insieme, moglie ubriaca sull’euro a rischio. Lasciando gli elettori interdetti sulle sue reali priorità, quelle del suo governo.

   Ha cercato di descrivere la sua decisione di allargare il contribuito finanziario della Germania per superare la crisi e le ricette che in cambio ha imposto alla UE imperniate su un’austerità che inevitabilmente avrebbe strozzato la crescita nei paesi europei esposti maggiormente, come se costituissero una specie di scudo a protezione dei contribuenti tedeschi dai loro vicini europei troppo infingardi.

   Ma il gioco è stato troppo scoperto, gli elettori non si sono fidati di un machiavellismo così un po’ d’accatto e troppo palese, del suo strano picchiare sugli immigrati e poi dar loro atto di una buona fetta della crescita e l’hanno punita, comunque, per aver elargito soldi “tedeschi” al cosiddetto salvataggio di cui però ha dimenticato di spiegare perché ci fosse tanto disperato bisogno anzitutto proprio per le fortune della Germania stessa.

   Il fatto è che, proprio per poter impegnare il paese a maggiori esborsi, il marchingegno merkelian-liberista puzza, di qua, di un grottesco due pesi e due misure e, di là, di crassa stupidità economica. Infatti, prolunga e corre il rischio concreto di approfondire la crisi danneggiando la crescita nell’eurozona: l’area d cui, alla fine, dipende tanta parte della prosperità tedesca: banche, investitori, esportazioni e occupazione…

In definitiva, la Merkel sembra aver scordato quanto e come il 3% di crescita media annua del PIL del paese e il tasso basso di disoccupazione debbano alla UE e all’euro che le hanno lasciato plasmare a sua immagine e somiglianza un mercato unico, senza confini, di quasi mezzo milione di consumatori in larga parte dei suoi prodotti.

L’ €, ottimo per i pagamenti della Germania, lo è stato meno per gli altri membri dell’eurozona

Bilancia dei pagamenti, come % del PIL

Fonte: BCE (1999-2010)

Dall’introduzione dell’euro all’inizio del 1999, ha calcolato la BCE[225], la Germania non ha solo guadagnato in competitività rispetto a tutti gli altri principali paesi industrializzati ma anche contro tutti gli altri membri dell’eurozona. E, in questo, l’euro – che Berlino si è, in pratica, costruito sulle sue esigenze – è stato da tutti i punti di vista una manna per l’economia tedesca, “pagandole”, anche, larga parte dei costi della riunificazione.

L’ultima Merkel, al contrario di Kohl e di se stessa quando ne fu la prima erede designata, e al contrario di ogni altro cancelliere tedesco dal dopoguerra ad oggi – cristiano-democratico come Adenauer, liberale come Ehrard, socialista come Willy Brandt, ecc. – sembra aver dimenticato che il posto unico geografico, storico e politico della Germania, e specie della Germania riunificata in Europa, non le avrebbero potuto impunemente consentire di comportarsi come un qualsiasi leader conservatore euroscettico britannico: tacere, assentire e limitari a aspettare che i problemi sparissero alla Germania non è consentito.

• Infine, a molti elettori la scelta di defilarsi dall’impegno dei volenterosi in Libia, non è suonata come una decisione di principio, né fermamente basata su un’analisi seria dei fatti; ma solo la resa opportunistica al volere del partner minoritario della coalizione, i liberal-democratici del ministro degli Esteri sterwelle che, al contrario del corpaccio maggioritario della CDU, erano fermamente contrari ad associarsi all’avventura bellica di Francia, Inghilterra e almeno inizialmente anche degli USA…

Errori chiari, lampanti, per tutti meno che per gli elettori italiani che, da parte loro, benaltro avrebbero da respingere insieme al loro presidente del Consiglio molto più unfit a governare come dice da sempre di lui – ma non è una voce nel deserto di sicuro – l’Economist., che citiamo perché su questo punto da sempre, appunto, con esso siamo d’accordo: e, invece niente. Per lo meno, ancora…

●Anche Guido Westerwelle è stato vittima degli ultimi pessimi risultati dei liberal-democratici nelle elezioni dei Länder: manifesta la sua intenzione – ma spetterà al suo partito alla fine decidere… – di restare al suo posto di ministro degli Esteri, però si dimette[226] subito da leader della FDP e anche da vice-cancelliere. Come ministro degli Esteri è stato duramente criticato – per una politica che, in generale, ha spostato “a sinistra”, anche forzando la volontà propria della cancelliera, le posizioni sul tema della Germania:

• moderando anzitutto le velleità pantedesche e troppo poco europeiste di Merkel…,

• avanzando con moderato successo – ma facendo anche coalizione dentro la NATO con diversi altri paesi – sulla richiesta forte di ritiro delle bombe nucleari tattiche americane in Europa…,

• “costringendo” la Merkel a stoppare la costruzione delle centrali atomiche…,

• dicendo e mantenendo un no tutto sommato fermo (questo tedesco, non altri altrettanto…) ai bombardamenti sulla Libia…

Gli succederà, nel partito e nel vice cancellierato al governo, Philipp Rössler, che attualmente – a 38 anni – copre nella coalizione CDU-FDP il ruolo di ministro della Sanità.

GRAN BRETAGNA

●Il matrimonio del secolo di William e Kate – grandioso, rutilante, affascinante e anche in qualche tratto perfino “commovente”, nel senso sdolcinato ma non falso, per capirci, del Frank Capra e del James Stewart de La vita è meravigliosa – la più bissata soap opera, grosso modo una volta ogni vent’anni insieme a quell’altra che è l’elezione di un nuovo papa, è stato anche a modo suo rivelatore del grande rifiuto, tutto politico e formalmente inammissibile per questo paese. Ma anche tutto, stavolta, meno che ipocrita.

C’è stato il rifiuto pacchiano della Casa dei Windsor di invitare alla cerimonia, come gli altri primi ministri, anche i due laburisti, Tony Blair e Gordon Brown. Inaccettabile per l’etichetta – anche se fosse stato solo una dimenticanza – è stato un no anche molto meschino e forse pure parecchio stupido— i due erano stati tutt’altro che inimici alla monarchia nel suo momento più basso: alla morte di lady Diana, Blair aveva anzi dato una gran mano all’allora impopolare sovrana.

Ma ricorda al paese insieme alla capacità di rinnovarsi come efficace “oppio dei popoli” di certi cerimoniali che, anche qui, la lotta di classe è superata solo per chi la proclama superata non per la classe dirigente che continua a praticarla e a proclamarla come ha sempre fatto nei fatti. E ricorda al paese che, in fondo, il Labour, malgrado tutto il suo moderatismo, perbenismo e revisionismo, qui – dove la monarchia costituzionale è costituzionalmente conservatrice – è e sempre sarà un intruso perenne.

●Brutto calo della produzione industriale[227]che, a febbraio, sale certo del 2,4% sull’anno prima (destagionalizzato di ben il 4,9%) ma cala, inaspettatamente, dell’1,2% sul mese precedente, con immediato impatto di ribasso sul valore della £ (meno mezzo ¢ sul $) con consequenziale frenata alle aspettative di borsa di un prossimo aumento dei tassi di interesse che sembrava promettere di fare la felicità della speculazione. Nei mesi recenti proprio il settore manifatturiero aveva di non poco rafforzato la crescita.

●Il livello della disoccupazione nei tre mesi fino a febbraio è stato del 7,8%, lo 0,2% in meno che nei tre mesi precedenti fino gennaio (secondo il curioso modo di tenere questa statistica che è propriamente e, a quanto ne sappiano, solamente britannico). Il tasso di inflazione si è ridotto, su base annua, a marzo al 4%, sempre fra i più elevati in Europa, ma appunto in ribasso dal 4,4% a febbraio[228].

GIAPPONE

●Piegandosi all’inevitabile, ma ancora resistendo a tirarne tutte le conclusioni, il governo ha annunciato[229] a inizio aprile che smantellerà 4 dei 6 reattori nucleari della Dai-ichi di Fukushima. Alla fine sarà costretto a “decommissionarli” tutti e 6, si capisce, ma per ora fa resistenza.

Il fatto è che oltre alle dimensioni dei costi umani e economici della tragedia stanno emergendo qui con prepotenza all’attenzione di tutta l’industria nucleare alcuni fatti duri che riguardano l’energia atomica. Dice che, tutto sommato, ed è vero, è più pulita del carbone e non ci piove. E dice che il rapporto costi/benefici del nucleare è in definitiva molto attraente. E già è molto meno vero: se davvero fosse così, perché non c’è mai nessuno se non gli Stati che, poi, investe nel nucleare?

Il fatto ormai verificato sempre e dovunque in tutto il mondo, è che gli investitori privati sul nucleare non scommettono un dollaro o un euro o uno yen e che non sarebbe stato costruito un solo  impianto di produzione di energia nucleare nel mondo se non fosse stato finanziato dal pubblico. Almeno, anche con le tecnologie del futuro, eolico e solare, c’è una previsione possibile di break even, di raggiungimento di un effettivo pareggio nel breve e medio termine.

Invece, pare ormai sicuro che il nucleare, al contrario, non riuscirà mai a convincere un investitore a rischiare i suoi soldi senza farseli per lo meno garantire dal governo. Sono i costi magari rari, ma quando capitano colossali, di un “incidente” che si verifichi nel campo del nucleare a frenare: pensate solo che la prima stima del cosiddetto “intombamento”, come si dice, sotto cemento armato dell’impianto di Fukushima ammonta – e tutti sanno che tra prima stima e costo finale il rapporto è, sempre, almeno da 1 a 2-3: se va bene – a 12 miliardi di $.

Senza contare quel che costerà alla fine all’erario giapponese quella che potrebbe anche essere la nazionalizzazione forzata della Dai-ichi dovuta al suo fallimento… Il fatto, commenta cupo un portavoce della società proprietaria, è che la situazione degli impianti danneggiati sarà “statica” ma non è affatto “stabile” e tanto meno “stabilizzata”: dove, in giapponese, le sfumature tra i tre termini non sono affatto solo tali.

Ora, a fine mese, i russi (il presidente di Rosatom, la loro agenzia nucleare, Sergei V. Kiryenko che sviluppa un’idea originale del presidente della Federazione Medvedev che lui stesso illustrerà al prossimo G-20) suggeriscono alla stampa specializzata, con fior di documentazione a sostegno – arrivando a Fukushima ma, non a caso partendo dall’esempio del disastro di casa loro,  di Černobyl’: dove, in entrambi i casi, le considerazioni di sicurezza non fecero premio su quelle del far andare avanti la macchina, del profitto e della faccia da non perdere: mostrando come i gestori ne furono i responsabili diretti principali dovendo obbedire a quei criteri piuttosto che agli altri – e presenteranno poi formalmente la loro proposta in sede AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia nucleare.

L’idea è che i 29 paesi i quali fanno funzionare sul loro territorio impianti atomici per produrre energia accettino comuni standard di sicurezza, comuni procedure di disseminazione delle informazioni su eventuali perdite di radiazioni dal nucleo e li impongano non più attraverso la autoregolazione della stessa industria nucleare ma con la forza dei governi[230]: cioè, anche e soprattutto, con la minaccia del carcere duro davvero.

Ci sarà molta resistenza da parte dell’industria privata – soprattutto americana: la General Electric; la francese Areva; la Toshiba, nipponica – ma l’idea ormai potrebbe essere davvero matura con la paura che Fukushima ha seminato dovunque, e ci sarà anche l’accusa facile, non per questo infondata, che la proposta – anche se annunciata da Kiryenko proprio a Černobyl’ nel 25° anniversario di quel disastro – più che come contributo alla sicurezza nucleare sia stata concepita e avanzata per cercare di influenzare il dibattito pubblico e ripristinare qualche fiducia nella tecnologia stessa.

Ma è significativo, ci sembra, che dopo gli innumerevoli e immani disastri provocati dalla globalizzazione e venuti al pettine negli ultimi anni, ormai per ripristinare la fiducia sia ridiventata per tutti, o almeno per molti, i più, credibile la proposta di buttare a mare l’affidamento ai privati e si riparli di dare il controllo agli Stati…  uali oggi vedonmo funionare

●Un po’ più avanti in aprile, l’agenzia nucleare giapponese ha proclamato adesso, per Fukushima, il “livello 7” di allarme nucleare, quello di Černobyl’ per intenderci[231], anche se continua a dire (rassicurante?) che dagli impianti danneggiati sono fuorusciti materiali radioattivi per non più di un decimo di quelli che avvelenarono terra, aria acqua in Ucraina nell’aprile del 1986. Ma hai voglia a spiegare che non è affatto come a Černobyl’, che qui si tratta solo del calcolo totale delle radiazioni accumulate sfuggite dagli impianti danneggiati e non di un deterioramento improvviso dove, fra l’altro, il disastro fu il prodotto dell’errore e della stupidità umana.

Alla gente, alla gente normale – voi e me – nessuno assicura che la stupidità non entrerà mai più in gioco e tanto meno nessuno può garantire niente contro uno tsunami o un terremoto di portata disastrosa. Basta il  nome, del resto – Černobyl’ – a fare, ripetiamo irrazionalmente magari ma più che comprensibilmente paura.  E questo, proviamo, nei confronti dell’energia prodotta dal nucleare. Per questo qui, a Fukushima, che vogliano o no i razionalisti e i razionalizzatori, almeno nei paesi avanzati – altrove forse no: ma solo per bisogno assoluto – muore la produzione di questa energia.

Aggiunge, però, che la radioattività sfuggita dai reattori danneggiati non ha smesso di diffondersi e che potrebbe alla fine, specie dopo le nuove scosse di terremoto che arrivano, toccare livelli superiori a quelli di quindici anni fa… Infatti, continuano a squassare il povero Nord Est nipponico scosse di “assestamento” intorno al settimo grado della scala Richter (a Messina, nel 1908, fu il 7,1…) che stima i livelli di energia rilasciati in un terremoto…

●Per il terzo mese consecutivo i prezzi al consumo restano stabili su un anno prima. In un paese come questo, a deflazione pressoché costante, non si sa se prendere bene o male questa notizia. La crescita della produzione industriale a febbraio rallenta al 2,8% dal 3,5 del mese prima, anno su anno[232]. E rappresenta il ritmo peggiore dal novembre 2009.

●La Banca centrale del Giappone ufficializza, insieme al Gabinetto del premier, e come se ce ne fosse bisogno, che dopo l’impatto dei disastri naturali e di quello di Fukushima provocato anche perché il paese si è troppo pecorecciamente fidato di chi garantiva quel che proprio non poteva mai esserlo – la sicurezza assoluta degli impianti nucleari – che l’economia è realmente in condizioni gravi. Nel prossimo futuro la produzione resterà depressa ma riprenderà il ritmo man mano che si rilassano le difficoltà attuali riscontrate su tutte le linee di rifornimento (produzione just-in-time, trasporto, vendita).

E, naturalmente, a marzo calano le esportazioni di veicoli del 27,8%, secondo i dati resi pubblici dal ministero delle Finanze: l’export di auto verso gli USA scende del 27,2 e quello verso il resto dell’Asia del 23,4%. Il complesso delle esportazioni nipponiche cala in un mese del 2,2% a 71 miliardi di $ con import in crescita dell’11,9% a 68,81 miliardi e attivo commerciale[233]sceso dall’anno prima a un catastrofico – si spera limitato nel tempo – -78,9%, a 2,38 miliardi di $. 

Yukio Edano, il capo della segreteria di Gabinetto che ha rappresentato sugli schermi Tv ogni sera al paese in quest’ultimo mese il volto angosciato e tormentato del potere di governo, ha detto che molti in esso temono che l’eccessiva cautela di BoJ e ministeri, in presenza poi di una situazione che resta di deflazione diffusa, potrebbe esacerbare le condizioni per la ripresa economica, indebolendo ritmo e forza della ricostruzione[234].

E, con una valutazione a tinte particolarmente fosche, poi Edano stesso dice che esportazioni, consumi privati, profitti delle imprese e occupazione resteranno a lungo sotto pressione dopo i disastri gemelli di marzo. In un’economia che da tempo, poi, soffriva già di cronica deflazione. Il governo stima, ma con troppa cautela sicuramente come è sempre un po’ in questi casi (e poi coi giapponesi…) in oltre 300 miliardi di $ i danni della catastrofe. Quelli immediati, che non calcolano effetti e conseguenze dello sconvolgimento e dell’interruzione nella distribuzione elettrica, nella produzione manifatturiera e nelle reti di vendita sono tutti ancora da calcolare[235].

Intanto la Banca centrale svaluta la sua stessa previsione di crescita del 2011 a un massimo dello 0,6% con un aumento di prezzi che a fine anno potrebbe arrivare all’inaudito livello (per qui) dello 0,7%. Se la ricostruzione sarà sostenuta preconizza, però, che forse la produzione industriale potrebbe salire a un 2,9%. Il tasso di interesse bancario centrale resta fissato tra lo 0 e lo 0,1%, così come restano immutati sia il programma di credito da 30.000 miliardi di ¥ (370 miliardi di $) che il fondo speciale di acquisizione di assets che la BoJ ha fissato a 10.000 miliardi di ¥[236].

E arriva subito, anche qui, Standard & Poor’s[237] ad abbassare il rating del debito cosiddetto sovrano del Giappone a AA-, citando le ramificazioni combinate di terremoto, tsunami e disastro nucleare. Esse aumenteranno i deficit cumulativamente al 3,7% del PIL nel 2013, secondo l’agenzia che ora parla di previsione negativa e di peggioramenti possibili in assenza di un più duro programma di consolidamento fiscale.

Insomma, di austerità. C.v.d.


 

[1] James Tobin, Conferenza sulla Globalizzazione dei Mercati tenuta all'Università “La Sapienza”, Roma, 27-28.10. 1994. Rivisto l’11.1.1995, utilizza, in parte, materiali poi pubblicati dall'A. in una tavola rotonda tenuta con Barry Eichengreen e Charles Wyplosz sul tema Two cases for sand in the wheels of international finance Due buone ragioni per mettere granelli di sabbia nelle ruote della finanza internazionale, pubblicata nel The Economic Journal, vol. 105, no. 428, 1/21995 (link reperibile su Google, con questi riferimenti).

[2]  Guardian, 13.4.2011, H. Stewart, World economists urge G20 ministers to accept Robin Hood tax— Economisti di tutto il mondo fanno pressione sui ministri del G-20 perché facciano loro la tassa Robin Hood..

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL GUARDIAN E DEL NEW YORK TIMES NON VENGONO DATI SINGOLARMENTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI QUI SEMPRE CITATE. QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[3] La lista, cfr. http://www.guardian.co.uk/business/interactive/2011/apr/13/robin-hood-tax-economists?intcmp=239/.

[4] Reuters, 25.4.2011, D. Diomkyn, Russia's Medvedev speaks of life after presidency Il russo Medvedev parla della sua vita dopo la presidenza (cfr. http://af.reuters.com/article/worldNews/idAFTRE73O2T720110425/); Kyiv Post, Reuters, 25.4.2011, Medvedev speaks of life after presidency (http://www.kyivpost.com/news/russia/detail/102859/).

[5] New York Times, 5.4.2011, A. Nossiter e S. Sayare, France in Talks on Surrender of Ivory Coast Strongman La Francia conduce i colloqui per la resa dell’uomo forte della Costa d’Avorio

[6] Wall Street Journal, 19.3.2011, J. De Cordoba, U.S. Ambassador to Mexico Resigns Following WikiLeak Flap— L’ambasciatore americano in Messico si dimette dopo la botta di Wikileaks (cfr. http://online.wsj.com/article/SB100014240527 48704021504576211282543444242.html/).

[7] Yahoo!News, 4.5.2011, G. Solano, Ecuador expels US ambassador in WikiLeaks flap— L’ambasciatrice americana espulsa dall’Ecuador dopo [un’altra] botta di Wikileaks (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110405/ap_on_re_la_am_ca/lt  ecuador_us_ambassador/).

[8] Wikileaks, 27.3.2008, Colombia’s strategy to exploit info from FARCLa strategia colombiana di sfruttare le informazioni della FARC (cfr. http://213.251.145.96/cable/2008/03/08BOGOTA1145.html/).

[9] 1) Granma, 16.4.2011, Informe Central al VI Congreso del Partido Comunista de Cuba Rapporto principale al 6° Congresso del PCC (cfr. http://www.granma.cu/espanol/cuba/16-abril-informe.html/);  2) New York Times, 16.4.2011, R. C. Archibold, Cuban Leader Proposes Term Limits in Sign of New Era Il leader cubano propone limiti alle cariche [di governo e di partito] come segno di una nuova era.

[10] Guardian, 19.4.2011, F. Harvey, Plans for tough European rules on oil spills come under attack Sotto attacco I piani per regole europee più rigide sullo spargimento in mare di greggio petrolifero.

[11] Per fare solo un esempio, “la BP – e non da sola – non ha esercitato a sufficienza i necessari controlli, cioè non ha adottato un criterio di precauzione che prevedesse, prima di affidarsi alla garanzia del tappo di cemento, la qualità della cementificazione che ha praticato”: scriveva così, appena cinque mesi fa, la Commissione presidenziale americana sullo spargimento di greggio nel Golfo del Messico, 6.11.2011, nel suo Rapporto preliminare che intitola, A Failure of Management: Cumulative Risk Large and Avoidable— Un fallimento del management: un rischio cumulativo vasto e evitabile (cfr. http://www.oilspillcommission.gov/sites/default/files/documents/Advance%20Chapter%20on%20 BP%20Well%20Blow out%20Investigation%20Released.pdf/).

[12] Nature, 14.4.2011 (472, pp. 162-163), J. Short e S. Murray, A frozen hell— Un inferno di ghiaccio (cfr. http://www.natu re.com/nature/journal /v472/n7342/full/472162a.html/).

[13] E ci arriviamo, tra poco… Ma questa sintesi già spiega tutto: New York Times, 2.4.2011, R. Donadio, Fears About Immigrants Deepen Divisions in Europe— Le tante paure sugli immigrati approfondiscono le divisioni in Europa.

[14] E’ il titolo di Libero, del 6.4,2011, Mezzo accordo, nella prima edizione del giornale: poi corretto in modo più blando nelle successive edizioni…

[15] Il Mattino, 15.4.2011, F. Nicolucci, L’Italia può evitare che la crisi peggiori (cfr.  

[16] Ma forse è un detto molto più antico, che risale direttamente alla Bibbia ai Proverbi, 7:28: “Anche lo stolto, quando tace, passa per savio; chi tien chiuse le labbra è uomo intelligente(dove, però, probabilmente non pensavano proprio al ministro Frattini…).

[17] Reuters, 12.4.2011, EU awaits ‘strong action’ from Tunisia on migrants L’UE, dalla Tunisia, si aspetta ‘azioni risolute

sui suoi migranti [che se li riprenda, cioè…] (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE73B0JE20110412/).

[18] Reuters, 22.4.2011, France mulls suspending Schengen commitments-source— La Francia considera la sospensione degli impegni di Schengen, dice una fonte (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/04/22/idINIndia-56522720110422/).

[20] Euobserver.com, 27.4.2011, L. Phillips, Eurogroup chair backs Italian banker for ECB job Il presidente dell’Eurogruppo sostiene il banchiere italiano per il posto di capo della BCE (cfr. http://euobserver.com/9/32240/).

[21] Das Bild, 28.4.2011, von Nikolaus Blome, So deutsch ist der neue EZB-Chef! Ma se è così tedesco il nuovo capo della BCE! (cfr. http://www.bild.de/geld/wirtschaft/mario-draghi/ist-neuer-ezb-chef-17630794.bild.html/).

[22] Wall Street Journal, 29.4.2011, Merkel to back Draghi asEurope’s Central Banker Merkel appoggerà Draghi come banchiere centrale europeo (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703643104576291470304773298. html?mod=fox_australian/).

[23] Reuters, 26.4.2011, S. Karam, Moroccan unions win wage hikes as protests grow Con la protesta in aumento, i sindacati vincono aumenti salariali in Marocco (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20110426/wl_nm/us_morocco_ protests_ wages/).

[24] Nightwatch, 15.4.2011, Bouteflika pledges…— Bouteflika si impegna… (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/ NightWatch/NightWatch_11000082.aspx/).

[25] The Economist, 2.4.2011.

[26] Guardian, 6.4.2011, Agenzia Associated Press (A.P.), Syria relaxes veil ban for teachers La Siria allenta il bando al velo islamico per le insegnanti.

[27] Che lavora anche, in America, alla John F. Kennedy School of Government dell’università di Harvard (cfr. http:// belfercenter.ksg.harvard.edu/experts/893/fadi_salem.html/): v. New York Times, 14.4.2011, L. Stack e K. Zoepf,  Syrian Government Offers Mixed Message to Protesters Il governo siriano presenta un messaggio composito a chi protesta.

[28] Guardian, 19.4.2011, K. Marsh e I. Black, Syria to lift emergency rule after 48 years - but violence continues— La Siria leva lo stato d’emergenza dopo 48 anni - ma la violenza va avanti.

[29] L’Ambasciatore a Londra, Sheikh Khalifa Bin Ali al-Khalifa, già capo dell’Agenzia nazionale di sicurezza del regno  è stato invitato a rappresentare – e ha rappresentato – il suo boss coronato al matrimonio del secolo di William e Kate: lui che, secondo AI e molti altri, è il caporione dei torturatori del minuscolo regno del Golfo: Guardian, 28.4.2011, V. Dodd, Bahrain ‘torture service’ official to attend royal wedding Il  capo del ‘servizio torture’ del Bahrain presenzierà alle nozze reali [il 29 aprile]. Il cerimoniere in capo britannico, il ministro degli Esteri William Hague, il capo in testa dei sepolcri imbiancati di qui, aveva appena personalmente provveduto a far ritirare perché la sua presenaa sarebbe stata inaccettabile – vista la repressione in atto a Bahrain…, pardon a Damasco – l’invito alle nozze del principe William all’ambasciatore di Siria, dr. Sami Khiyami…

[30] Indymedya-Letzebuerg, 19.4.2011, ‘Armed gangs’  kill and mutilate Syrians Siriani uccisi e mutilati da bande armate (cfr. http://www.indymedia-letzebuerg.net/index.php?option=com_content&task=view&id=75337&Ite mid=28/):  la fonte è l’agenzia americana Stratfor, che oltre a quella ufficiale siriana SANA cita a conferma anche proprie fonti.

[31] New York Times, 23.4.2011, A. Shadid, Exiles Shaping World’s Image of Syria Revolt—.

[32] Washington Post, 18.4.2011, US gives secret backing to Syrian opposition— Gli USA danno appoggio segreto alla opposizione siriana (cfr. http://www.washingtonpost.com/wp-srv/special/world/wikileaks/cable-index/index.html?hp id=z1/).   

[33] Voice of America (VOA), 24.4.2011, US Senators Urge Non-Military Intervention in Syria— Membri del Senato americano chiedono un maggiore intervento non militare in Siria (http://www.voanews.com/english/news/usa/US-Se nators-Urge-Non-Military-Intervention-in-Syria-120569589.html/).

[34] Stratfor, 27.4.2011, Syria: U.S. Imposes Sanctions on Officials Siria: gli USA impongono le sanzioni su [alcuni] alti esponenti [del regime] (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110427-syria-us-imposes-sanctions-officials/).

[35] The Wall Street Journal, 25.4.2011, S. Rubenfeld, US Prepares Syria Sanctions Gli USA preparano sanzioni contro la Siria (cfr. http://blogs.wsj.com/corruption-currents/2011/04/25/us-prepares-syria-sanctions/?KEYWORDS= syria+assad+assets+US+europe/).

[36] The Wall Street Journal, 27.4.2011, N. Maulas e J. Lauria, Nations Face Quandary in Syria— Le nazioni di fronte al  dilemma siriano (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703956904576286821378488688.html?mod=WSJ EUROPE_hpp_MIDDLESecondNews/).

[37] Agenzia Xinhuanet, 28.4.2011, M. Xuequan, China hopes Syrian parties to resolve differences through political dialogue— La Cina spera che le parti in conflitto in Siria risolvano le loro differenze col dialogo politico (cfr. http://news.xinhuane t.com/english2010/world/2011-04/28/c_13849036.htm/).

[38] New York Times, 3.4.2011, L. Kasinof e D. E. Sanger, U.S. Shifts to Seek Removal of Yemen’s Leader, an Ally— Gli USA cambiano posizione, e cercano ora la rimozione dell’alleato leader dello Yemen.

[39] Reuters, 15.4.2011, Saleh must go now-Yemen religious, tribal leaders Saleh se ne deve andare subito – dicono capi religiosi e tribali yemeniti (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/04/15/idINIndia-56353820110415/).

[40] New York Times, 24.4.2011, (A.P.), Yemen's president Ali Abdullah Saleh agrees to step down— Il presidente Ali Abdullah Saleh concorda di andarsene [forse…].

[41] Lo attesta l’amm. Mullen, capo dei capi di stato maggiore delle FF.AA. americane. Da Bagdad (New York Times, 22.4.2011, R. Nordland e S. L. Myers, Libya Could Become Stalemate, Top U.S. Military Officer Says— La Libia può diventare uno stallo, dice il vertice militare degli USA), dopo che Obama delegando il compito a francesi e inglesi cui più prudevano le mani ha sfilato di mano il giocattolo, lamenta il fatto che l’esercito libico si muove, si camuffa, si mimetizza anche fra i civili (a Tripoli magari, anche volendo, sarebbe difficile evitarlo, però) e non ci sta a farsi bombardare passivamente: hanno questa cattiva abitudine i bersagli, finché sono vivi e magari rispondono rendendo così più difficile il compito di chi li bombarda… 

[42] New York Times, 3.4.2011, D. D. Kirkpatrick, 2 Qaddafi Sons Are Said to Offer Plan to Push Father Out Due figli di Gheddafi sembrano offrire un piano per allontare il padre dal potere.

[43] New York Times, 1.4.2011, (A.P.), US Pulling Tomahawk Missiles Out of Libya Combat— Gli USA ritirano I loro missili Tomahawk dalla guerra in Libia.

[44] In risposta alla critica che durante la Grande Depressione gli facevano i suoi nemici accademici di aver cambiato posizione sulla politica monetaria, citato in Alfred L. Malabre, Lost Prophets: An Insider's History of the Modern Economists Profeti perduti: storia dall’interno degli economisti moderni, Harvard Business Press, 1994, p. 220.

[45] Guardian, 3.4.2011, N. Hopkins, RAF stretched to limit, air chief warns La RAF è ormai ai limiti, avvisa il capo dell’aviazione.

[46] Agenzia Stratfor, 6.4.2011, France: FM To Talk To NATO On Collateral Damage Francia: il ministro degli Esteri parlerà alla NATO sul problema dei danni collaterali (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110406-france-fm-talk-nato-collateral-da mage/).

[47] 1) New York Times, 8.4.2011, P. Walker, No apology from Nato for air strike on Libyan rebel tanks Nessuna scusa dalla NATO per il bombardamento di carri dei ribelli; 2) BBC, 8.4.011, W. Davies, Libya: Nato 'regrets' loss of life from Ajdabiya strike Libia: la NATO si duole delle vittime del bombardamento di Ajdabiya (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-13010170/).

[48] New York Times, 27.4.2011, C. J. Cheevers, NATO Strike Kills 12 Libyan Rebels in Misurata—

[49] Arab News.com, 6.4.2011, A. MacSwan, Qaddafi using civilians as shield against air strikes-France Gheddafi usa i civili come scudo contro gli attacchi aerei [a Misurata, una città…] (cfr. http://arabnews.com/middleeast/article346 451.ece/). 

[50] Agenzia Reuters, 1.4.2011, Military no cure for Libya crisis: German foreign minister Lo scontro militare non è la ricetta che cura la crisi libica (cfr. http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE73004520110401/).

[51] Politi.Fi, 1.4.2011, Libyan opposition leader: rebels will accept cease-fire if Gadhafi pulls forces from cities Il capo degli oppositori libici: i ribelli accetteranno il cessate il fuoco se Gheddafi ritira le sue forze dalle città (cfr. http://politifi.com/ news/Libyan-opposition-leader-rebels-will-accept-ceasefire-if-Gadhafi-pulls-forces-from-cities-1841967.html/).

[52] Reuters, 1.4.2011, Libyan govt rejects rebels' ceasefire conditions Il governo libico respinge le condizioni del cessate il fuoco dei ribelli (cfr. http://af.reuters.com/article/idAFLDE73024E20110401/).

[53] Famiglia cristiana, 29.3.2011, A. Bobbio, intervista a mons. G. Martineli, Trattare con gli africani (cfr. http://www. famigliacristiana.it/chiesa/news_1/articolo/martinelli-trattativa-con-gli-africani_290311215904.aspx/).

[54] MAE, 4.4.2011, Riconoscimento ufficiale dell’Italia, Incontro del ministro Frattini col rappresentante degli Affari esteri e le Relazioni internazionali del Consiglio nazionale transitorio libico, Ali al-Issawi (cfr. http://www.esteri.it/ MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2011/04/20110404_FocusLibia_frattini_Cnt.htm/).

[55] Cfr. Nota congiunturale 4.2011, Tabella p. 1.

[56] Agenzia Interfax, 5.4.2011, Russia would be able to mediate in Libya crisis-envoy— La Russia, dice il suo inviato, sarebbe in grado di mediare nella crisi libica (cfr. http://www.interfax.co.uk/ukraine-general-news-bulletins-in-english/russia-would-be-able-to-mediate-in-libya-crisis-envoy-3/).

[57] The Star Tribune, 4.4.2011, Italy: Eni CEO went to rebel-held eastern Libyan town, had talks aimed at reviving energy ties Italia: l’AD dell’ENI si è recato in una città tenuta dai ribelli nella Libia orientale e ha avuto colloqui per rilanciare i legami energetici [ma non è vero: lo confessa in un secondo momento il MAE alla Reuters).

[58] The Libyan Youth Movement Feb. 17th, 24.4.2011, Reuters, A. Dziadosz, Libya rebels say oil firms can resume work soon— I ribeli afermano che le copmpagnie eptrolifere rirpenderano fpestyo il lavoro (cfr.

[59] Parole che il ministro reitera poi nella comunicazione resa a Doha, nel suo inglese scolasticamente corretto (sul sito del MAE, cfr. http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2011/04/20110413_gcont. htm/). Di essa, però, le agenzie internazionali citano solo la frasetta – di cui si sentiva l’assoluto, determinante bisogno – con cui proclama che “l’intervento contro Gheddafi è moralmente corretto”: in Guardian, 13.4.2011, Libya contact group meets in Doha as fighting continues Il gruppo di contatto per la Libia si incontra a Doha mentre i combattimenti proseguono).

   In quella sede, allo sconclusionato comitato di coordinamento (sic!) tra alcuni (solo alcuni, poi) dei governi sostenitori, in varia maniera, dei ribelli libici, Frattini comincia anche a far capire – più che altro intuire – che, se richiesta – forse, chi sa, sempre se poi chi decide, non certo lui ma l’amico del cuore di Gheddafi, darà, controvoglia si capisce, l’autorizzazione definitiva … – potrebbe  pure, alla fine, lasciar bombardare dai suoi aerei qualche obiettivo del regime libico.

[60] New York Times, 20.4.2011, R. Nordland, Aid to Libyan rebels Goes to Divided Force— [Ma] gli aiuti ai ribelli libici vanno a forze militari che sono [pure] spaccate.

[61] FOCUS News Agency, 13.4.2011, No case for armiong Libyan rebels-Belgian Foreign minister Non c’è logica che consenta di mettersi ad armare i ribelli libici, dice il ministro degli Esteri belga (cfr. http://focus-fen.net/?id=n247020/).  

[62] Reuters, 13.4.2011, France not planning to start arming rebels-source La Francia non ha in progetto di cominciare ad armare i ribelli (cfr. http://af.reuters.com/article/libyaNews/idAFLDE73C2EC20110413/).

[63] New York Times, 12.4.2011, S. Lee Myers e E. Schmitt, Pace of Attacks in Libya Conflict Is Dividing NATO Il tempo degli attacchi nel conflitto libico divide la NATO.

[64] Lo dice a Newsbrief.eu, il 5.4.2011, il portavoce Michael Mann, If revenues don’t reach the regime… Se i soldi non arrivano al regime … (cfr. http://www.newsbrief.eu/NewsBrief/alertedition/en/EUForeignAffairsRepresentative.html/). 

[65] Yahoo!News, 14.4.2011, (A.P.), NATO says Gadhafi must go but won't force him out— (cfr. http://news.yahoo.com/ s/ap/20110414/ap_on_re_eu/eu_nato_libya/).

[66] Le Figaro, 15.4.2011, Sarkozy, Obama, Cameron: “Kadhafi doit partir”— (cfr. http://www.lefigaro.fr/international/ 2011/04/14/01003-20110414ARTFIG00772-sarkozy-obama-cameron-kadhafi-doit-partir.php/).

[67] Le Figaro, 15.4.2011, Longuet: on sort “certainement” de la résolution 1973 “Sicuramente” stiamo uscendo dalla risoluzione 1973 (cfr. http://www.lefigaro.fr/international/2011/04/13/01003-20110413ARTFIG00677-libye-l-otan-diverge-sur-sa-strategie-kadhafi-parade.php/).

[68] Stratfor, 14.4.2011, Libya: Rebels In Disarray, Stalemate Likely - U.S Libia: i ribelli nel caos, probabile una situazione di stallo: dicono gli USA (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110414-libya-rebels-disarray-stalemate-likely-us/).

[69] RIANovosti, 16.2.2011, Gazprom to join Libya’s Elephant oilfield on Wednesday Gazprom oggi si unirà alla joint venture che svilupperà il campo petrolifero libico ‘Elefante’ (cfr. http://en.rian.ru/business/20110215/162621369.html/).

[70] Reuters, 6.4.2011, Eni postpones Gazprom deal in Libya L’ENI pospone l’accordo con Gazprom sulla Libia (cfr. http:// www.reuters.com/article/2011/04/06/uk-eni-libya-idUKTRE7354RP20110406?type=companyNews/).

[71] 1) Allroya.com (Doha), 13.4.2011, Italy not considering imports of Libya rebels’ crude L’Italia non considera l’importazione dalla Libia di greggio dei ribelli ; 2) MAE, 13.11,2011, Comunicato stampa (cfr. http://www.esteri.it/MAE/IT/S ala_Stampa/ArchivioNoti zie/Comunicati/). 

[72] Reuters, 14.4.2011, Eni books tanker to ship oil from west Libya L’ENI prenota una petroliera per inviare petrolio dalla Libia occidentale (cfr. http://af.reuters.com/article/commoditiesNews/idAFLDE73D1JG20110414/).

[73] Monsters&Critics.com, 8.4.2011, EU asks for UN green-light to send aid mission to MisurataL’UE chiede semaforo verde alle Nazioni Unite per mandare a Misurata una missione di aiuti (cfr. http://article.wn.com/view/2011/04/08/EU_ asks_ for_UN_greenlight_to_send_aid_mission_to_Misurata/).

[74] Slate, 7.4.2011, F.Kaplan, Superpowerless Supersenzapotenze (cfr. http://www.slate.com/id/2290597/pagenum/all/).

[75] La politica italiana verso il “bel suol d’amore” è esemplificata e documentata ormai dai testi per anni inguattati e a fatica recuperati  negli archivi del MAE, oltre che dalle memorie dei sopravvissuti e dagli storici seri: per citare solo questi episodi, estremi ma su larga scala, e deliberatamente voluti e ordinati, i risultati si calcolano in decine, forse centinaia di migliaia di massacrati (altro che Milosevic!). Su questo punto, benissimo ha fatto solo qualche mese fa Berlusconi a chiedere scusa non tanto a Gheddafi quanto al popolo libico a nome dell’Italia: poi pare essersene scordato però:

   “Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Per finirla con i ribelli... impieghi i gas. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici”: firmato Mussolini, al m.llo Graziani, per l’Etiopia (cfr. identiche istruzioni, non scritte perché non ce n’era bisogno, in quanto lui s’era già messo in azione in quel senso per conto suo, quelle impartite al e applicate dal m.llo Badoglio in Libia (cfr. A. Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2005, p. 183; e A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori riuniti, Roma 1996).

[76] Interfax, 25.4.,2011, Air strikes on Libyan sites impermissible-Lavrov— [Il ministro degli Esteri russo] Lavrov-Gli attacchi aerei contro installazioni libiche non sono consentiti (cfr. http://www.interfax.com/newsinf.asp?pg=5&id=239120/).

[77] Laaska News(Mogadiscio), 28.4.2011, Brazil criticizes bombing of Gaddafi residence Il Brasile critica il bombardamento della residenza di Gheddafi (cfr. https://laaska.wordpress.com/2011/04/28/brazil-criticizes-bombing-of-gaddafi-residence/).

[78] Guardian, 8.4.2011, C. McGreal, Torture and killing in Kenya-Britain's double standards Torture e opmicidi in Kenia-I due pesi e le due misure della Gran Bretagna.   

[79] BBC News, 11.4.2011, Libya: Gaddafi government accepts truce plan, says Zuma Libia: il governo di Gheddafi accetta il piano di tregua, dice Zuma (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/mobile/world-africa-13029165/).

[80] MSNBC Africa.com, 11.4.2011, NATO says takes note of AU's Libya ceasefire plan La NATO assicura di prender nota del piano di cessate il fuoco per la Libia (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/42529129/ns/world_news-africa/).

[81] Deseret News,1.4.2011(A.P.), Libya forces shell rebel-held city amid truce push Le forze libiche colpiscono le città tenute dai ribelli nel mezzo dell’offensiva di pace [un tifo palesemente “sbilanciato”… come se le forze ribelli nel frattempo fossero impegnate a distribuire fiori e non proiettili, aiutate poi dalla bombe alleate, a quelle governative!](cfr. http://www.deseretnews. com/article/700126259/Libya-forces-shell-rebel-held-city-amid-truce-push.html/).

[82] Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jelil/.

[83] Dopo quelli che gli americani nel 1962 mandarono in Vietnam, con le conseguenze note, i russi in Afganistan nel 1979, con esiti altrettanto esiziali, gli americani ancora più di recente in Afganistan e Iraq, dove ancora stanno affondando, sembra proprio che mandare “consiglieri” porti sfiga a chi li manda… Speriamo bene:.New York Times, 20.4.2011, A. Cowell e R. Somahiya, France and Italy Will Also Send Advisers to Libya Rebels— Anche Francia e Italia [dopo la Gran Bretagna] manderanno i loro consiglieri militari ai ribelli libici. Il fatto è, questa è la logica conclusione politica dell’evolversi di questa situazione, che questo, i consiglieri militari, è il giocattolo personale voluto dal ministro La Russa, così come il “riconoscimento diplomatico” è stato quello chiesto da Frattini: entrambi, in qualche modo, imposti a e subiti dal più prudente in materia, anche per ragioni e consuetudini sue personali, presidente del >Consiglio italiano… che non ha potuto non ricevere anche lui Jalil, ma lo ha fatto col piacere palese con cui si riceve un clistere…

[84] Füle ha ripreso e sviluppato, in questa intervista del 13.4.2011 cui ci riferiamo, di G. Gotev, su EURACTIVE, 13.4.2011, EU won't allow Arab revolutions to be ‘stolen’ L’UE non consentirà alle rivoluzioni arabe di essere ‘rubate’  (cfr. http://www.euractiv.com/en/global-europe/tefan-le-eu-wont-allow-arab-revolutions-stolen-interview-504001/), il discorso col quale aveva introdotto la sua prima visita in Tunisia, il 1° aprile scorso (cfr. http://ec.europa.eu/commission _2010-2014/fule/headlines/news/2011/04/20110401_en.htm/).

[85] Affari Internazionali, 31.3.2011, C. Merlini, Crisi nel Mediterraneo, Rivolte arabe, il pesante passivo dell'Italia (cfr. http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1711/).

[86] Il ragionamento è quello sviluppato nel lavoro di Nota precedente no.73 che già prediceva – ma da analista esperto e non certo da fattucchiere – quel che stava avvenendo e che sarebbe avvenuto.

[87] Questa è la sintesi di un convincente ragionamento esposto da Jack A. Goldstone, professore di Public Policy alla George Mason University, che appare sul numero di maggio-giugno 2011 della rivista di politica internazionale più influente, anche se molto i “convenzionale”, del mondo, Foreign Affairs (cfr. http://www.foreignaffairs.com/articles/ 67694/jack-a-goldstone/understanding-the-revolutions-of-2011/).

[88] Guardian, 29.4.2011, T. Ali, Who will reshape the Arab world: its people, or the US?

[89] Tariq Ali di origine mussulmana, non araba, e comunque come diremmo noi e come lui accetta volentieri di essere definito “laico”, un pakistano vispo e quasi settantenne, è un oppositore in esilio da sempre per il suo costante lavoro contro il regime militare del suo paese e/o, anche quando di tanto in tanto non è proprio militare, comunque come accusa lui sempre asservito agli interessi degli americani e incapace di emanciparsene. E’ un intellettuale internazionalista vero, come si sarebbe detto una volta, educato a Oxford e poi cresciuto nella Sorbona della rivoluzione sessantottina e da allora in giro per il mondo a dirigere la New Left Review e dare conferenze e articoli mai banali.

[90]RenMin ribao (Il Quotidiano del popolo-Pechino), 29.4.2011, Crisis looms as China's people’s growth slows In Cina col rallentare demografico,qualche segno di crisi (cfr. http://english.people.com.cn/90001/90776/90785/7365367.html/).  

[91] New York Times, 7.4.2011, D. Barboza, As China Grows, So Does Its Appetite for American-Made Products— Col  crescere della Cina, cresce anche il suo appetito di prodotti made in America.

[92] New York Times, 13.4.2011, B. Appelbaum, China Policy Main Topic for the G-20— [L’America vorrebbe che] La politica [economica] della Cina [diventasse] il tema topico del prossimo G-20.

[93] Xinhua.net, 23.3.2011, China View, Lu Hui, intervista a S. Roach: “The United States wrong in holding China accountable for its large trade imbalances”Gli Stati Uniti sbagliano nell’addossare alla Cina le responsabilità del loro vasto squilibrio commerciale”.

[94] Nella sintesi che, del complesso pensiero di Keynes in materia, faceva meno di un anno fa ultimamente (Guardian, 5.5.2010, J. E. Stiglitz, Reform the euro or bin it Riformate l’euro o buttatelo via) il premio dell’economia americano Joseph Stiglitz “sono proprio gli attivi di bilancio a portare a una domanda aggregata a livello globale più fiacca— coi paesi che li vantano ad esercitare un effetto di esternalità negativa sui loro ‘partners commerciali’. Keynes ne era tanto convinto – che a costituire una minaccia alla prosperità globale fossero i paesi in attivo molto più di quelli in deficit – da spingersi a proporre una tassa su tutti, specie ma non solo sui paesi col bilancio in attivo”.

   Chiaro… è questa parte del ragionamento che viene messa come tra parentesi dai cinesi. Ma l’altra, che le “colpe” per definizione vanno sempre insieme – che se uno è in attivo è solo perché un altro è costantemente e per sua scelta in passivo – loro ci tengono a farla rilevare. E dicono che sono disposti a discutere insieme dei due corni di questo problema. non di uno soltanto…

[95] MSNBC, 15.4.2011, Reuters: B. Blanchard, South Africa's Zuma hits out at U.S. economic policies— Il sudafricano Zuma picchia duro sulle politiche economiche americane (cfr. http://www.msnbc.msn.com/id/42602393/ns/world_news/).

[96] New York Times, 16.4.2011, B. Appelbaum, Brazilian Criticizes Wealthy nations’ Policies Brasiliano [ma guardate a  questo modo sportivo, a dir poco, di parlare degli altri che hanno spesso gli americani: sempre, o quasi, in realtà quando parlano di qualcuno con cui le loro politiche ufficiali dissentono, o che si permette – questo brasiliano qualsiasi – di dissentire, ohibò!, dalle loro politiche…] critica le politiche dei cambi dei paesi ricchi [cioè, in realtà, proprio dell’America…]

[97] New York Times, 10.4.2011, (A.P.), China Posts 1st Quarterly Trade Deficit Since 2004 La Cina registra il primo deficit commerciale trimestrale dal 2004.

[98] China.org.cn., 8.4.2011, China to publish GDP growth on quarterly basis La Cina pubblicherà i dati sulla crescita del PIL su base trimestrale (cfr. http://www.china.org.cn/business/2011-04/08/content_22315360.htm/).

[99] Xinhua.net, 15.4.2011, Chinese economy expands 9.7% in Q1 2011, inflation rises L’economia della Cina cresce del 9,7% nel primo trimestre del 2011, l’inflazione aumenta [circa della metà] (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/ 2011- 04/15/c_13830099.htm/).

[100] Yahoo!Finance, 14.4.2011, China March new financial and economic figures I nuovi dati finanziari e economici della Cina in marzo (cfr. http://sg.finance.yahoo.com/news/China-March-new-loans-hit-104-afpsg-900168701.html?x=0/).

[101] Stratfor, 19.4.2011, China: Foreign Exchange Reserves Excessive - PBC Chief Il massimo dirigente della Banca centrale cinese, sostiene che le riserve valutarie sono diventate eccessive (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110419-china-foreign-exchange-reserves-excessive-pbc-chief/).

[102] China Daily, 22.4.2011, Central State Owned Enterprises Q1 net profit up 22,4% I profitti del primo trimestre delle imprese statali salgono del 22,4% (cfr. http://www2.chinadaily.com.cn/bizchina/2011-04/20/content_12363704.htm/).

[103] Reuters, 25.4.2011, China unveils new wanted, not-wanted industry list— La Cina svela la sua nuova lista di industrie desiderate e no (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/04/25/china-economy-industry-idUKL3E7FP14C20110425/).

[104] Piero Manzoni, cfr. http://www.pieromanzoni.org/opere_merda.htm/.

[105] AiWeiwei, cfr. http://www.aiweiwei.com/ e 8.10.2009 (un sito palesemente pro questo “artista”), “F*ck your mother, Motherland”— “Sc**ti tua madre, Madrepatria” cfr. http://chinageeks.org/2009/10/ai-weiwei-fck-your-mother-mother land/.

[106] Dipartimento di Stato, 8.4.2011, Dichiarazione della segretaria Hillary Clinton sulla pubblicazione del Rapporto sul rispetto dei diritti umani nel mondo, 2010 (cfr. http://www.state.gov/secretary/rm/2011/04/160363.htm/). 

[107] Cfr. http://www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2010/.

[108] 1) Reuters, 8.4.2011, C. Buckley, China tells U.S. to quit as human rights judge La Cina dice agli Stati Uniti di piantarla  di fare il giudice dei diritti umani (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/04/10/us-china-usa-rights-idUSTRE382EH 2011 0410/); 2) China Daily (Quotidiano di Cina), 10.4.2011, China refutes US human rights report La Cina respinge il rapporto americano sui diritti umani (cfr. http://www.chinadaily.com.cn/china/2011-04/10/content_12299372.htm/).

[109] Korea Joonghang Daily, 4.4.2011, Kim Jong-wook, Capitalism 101 tour for Northerners ends Finisce per le matricole coreane del Nord il loro tour americano da matricole del capitalismo (cfr. http://joongangdaily.joins.com/article/view. asp?aid=2934330/).

[110] The Economist, 9.4.2011.

[111] The Economist, 9.4.2011.

[112] Xinhua.net, 15.4.2011, Indian inflation worsens to 8.98% in March L’inflazione in India peggiora a marzo all’8,98% (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/business/2011-04/15/c_13830780.htm/).

[113] 1) Financial Times, 7.4.2011, ECB raises rates for first time since 2008 La BCE alza I tassi per la prima volta dal 2008 (cfr. http://www.ft.com/cms/s/0/b7f5ae80-60fe-11e0-8899-00144feab49a.html#axzz1IqaVDn00/); 2) ECB President  press conference, Introductory statement Dichiarazione di apertura del presidente della BCE, 7.4.2011 (cfr. http://www. ecb.int/press/pressconf/2011/html/is110407.en.html/).

[114] Trend, 8.4.2011, Portugal makes official bailout request to EU Il Portogallo avanza richiesta ufficiale di salvataggio alla UE (cfr. http://en.trend.az/capital/business/1857942.html/).

[115] EUROSTAT, 13.4.2011, Comunicato #54/2011, Industrial production up by 0.4% in euro area - Up by 0.2% in EU27 Produzione industriale su dello 0,4% nell’eurozona e dello 0,2 nella UE a 27 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ ITY_PUBLIC/4-13042011-AP/EN/4-13042011-AP-EN.PDF/).

[116] EUROSTAT, 1.4.2011, Comunicato #49/2011, Euro area unemployment rate at 9.9%— Tasso di disoccupazione nell’eurozona al 9,9% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-01042011-AP/EN/3-01042011-AP-EN.PDF/).

[117] EUROSTAT, 15.4.2011, Comunicato #57/2011, Euro area annual inflation up to 2.7% - EU up to 3.1% Tasso di inflazione annuale nell’eurozona al 2,7% - Nella UE a 27 fino al 3,1 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-15042011-BP/EN/2-15042011-BP-EN.PDF/).

[118] EUROSTAT, 15.4.2011, Comunicato #56/2011, Euro area external trade deficit 1.5 bn euro - 9.6 bn euro deficit for EU27 Deficìt commerciale estero per l’eurozona a 1,5 miliardi di € - Per l’Unione a 27 a 9,6 (cfr. http://epp euro stat.ec.europa.eu/cache/ ITY_ PU BLIC/6-15042011-AP/EN/6-15042011-AP-EN.PDF/). 

[119] Agenzia Dow Jones, 7.4.2011, Greece 2010 Deficit Seen At 10% Of GDP, Revised From 9.4% Official Ufficiale: il deficit greco del 2010 al 10% del PIL, rivisto in crescita dal 9,4% (cfr. http://www.nasdaq.com/aspx/stock-market-news-story. aspx?storyid=201103300315dowjonesdjonline000085&title=greece-2010-deficit-seen-at-10of-gdprevised-from-94of ficial/).

[120] Dati all’interno del Comunicato EUROSTAT, 26.4.2011, #60/2011, Euro area and EU27 government deficit at 6.0%  and 6.4% of GDP respectively-Government debt at 85.1% and 80.0% Deficit/PIL nell’eurozona al  6% e nell’UE  a 27 al 6,4% -Debito pubblico/PIL all’85,1 e all’80% [gli ipocriti... i limiti, rigidissimi di Maastricht scritti nero su bianco apposta nel Trattato di Roma (ah! ah!) erano, rispettivamente, al  3 e al 60% del PIL per ogni Stato membro…] (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu /cache/ITY_PUBLIC/2-26042011-AP/EN/2-26042011-AP-EN.PDF/).

[121] Hürriyet Daily News, 14.4.2011, Germany sees Greek debt restructuring on horizon La Germania vede all’orizzonte la ristrutturazione del debito greco (cfr. http://web.hurriyetdailynews.com/n.php?n=germany-sees-greek-debt-restructuring-on-horizon-2011-04-14/).

[122] Irish Times, 15.4.2011, Agenzia Bloomberg, Greece rules out debt restructuring La Grecia esclude la ristrutturazione del debito [dice che lo taglia da sola… ma i tedeschi si fidano poco] (cfr. http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/ 2011/0415/breaking14.html/).

[123] Reuters, 4.4.2011, C. Crimmins, Bank bill nearly doubles Irish Q1 deficit— Il debito bancario raddoppia il deficit/PIL irlandese (cfr. http://uk.reuters.com/article/2011/04/04/uk-ireland-economy-deficit-idUKTRE7333QP20110404/).

[124] Citywire, 1.4.2011, M. Mcgagh, Irish banks need further €24bn cash injection Le banche irlandesi hanno bisogno di una nuova iniezione di 24 miliardi di € cash (cfr. http://citywire.co.uk/new-model-adviser/irish-banks-need-further-24bn-cash-injection/a483672/).

[125] Yahoo!News, 15.4.2011, Moody's lowers Ireland's credit rating to Baa3 Moody’s abbassa il rating del credito a Baa3 (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110415/ts_afp/irelandfinanceeconomydebtratingsmoodys_ 20110415063713/).

[126] Irish Times, 18.4.2011, Moody's cuts Irish banks to junk Moody’s svaluta i titoli delle banche irlandesi, il livello della ‘spazzatura’ (cfr. http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2011/0418/breaking9.html/).

[127] Nell’analisi che qui sintetizziamo scritta con grande, forse anche troppa – speriamo – sicurezza, per il Guardian, 1.4.2011, da L. Elliott, Ireland: a dead cert for default Irlanda: la certezza assoluta del fallimento.

[128] Scrive Kinsella, un nome noto e rispettato fra gli economisti “convenzionali”, di stampo nettamente liberista (insegna all’università di Limerick), con un esame completo e puntuale, che l’analisi condotta e presentata nel piano di aggiustamento del vecchio governo irlandese è esemplare: perfetta. C’è tutto… Manca solo il capitolo sulle banche. Incredibilmente. Quando, come documenta in dettaglio, è tutto loro il peso della situazione che sta condannando il paese al fallimento economico (Guardian, S. Kinsella, 25.11.2010, Ireland's austerity plan: an economist's view Il piano di austerità dell’Irlanda: il punto di vista di un economista).

[129] The Wall Street Journal, 1.4.2011, P. Kowsmann e A. MacDonald, Portugal Sets Vote as Crisis Deepens— Il Portogallo va al voto mentre la crisi si approfondisce (cfr. http://online.wsj.com/article/SB100014240527487038063 04576234353365867030.html?mod=europe_home/).

[130] New York Times, 6.4.2011, R. Minder, Portugal Sells Debt but at a Much Higher Rate Il Portogallo vende il suo debito, ma a tassi di rendimento molto più elevati.

[131] New York Times, 12.4.2011, R. M. Fishman, Portugal’s Unnecessary Bailout Il salvataggio non necessario del Portogallo.

[132] MarketWatch, 8.4.2011, The price of Portugal’s bailout: More pain Il prezzo del salvataggio per il Portogallo: ancora più sofferenze (cfr. http: //www.marketwatch.com/story/portugal-bailout-price-more-pain-2011-04-08/).

[133] Reuters, 8.4.2011, UK will make no bilateral loan to Portugal-Osborne Osborne-Il Regno Unito non farà prestiti bilaterali al Portogallo (cfr. http://www.reuters.com/article/2011/04/08/britain-osborne-idUSLAH00686120110408/).

[134] EURACTIV, 14.4.2011, Finland may block Portugal bailout, official warns— La Finlandia può bloccare il salvataggio del Portogallo, avverte un esponente [del governo finlandese].

[135] New York Times, 18.4.2011, J. Kanter e M. Saltmarsh, Finnish Vote Shows Bailouts to Eurozone Countries Are Vulnerable to Politics Il voto finlandese mostra che le operazioni di salvataggio ai paesi dell’eurozona sono vulnerabili alle esigenze politiche.    

[136] Finland news, 20.4.2011, True Finns Ready For Three Party Talks— I Veri finlandesi pronti a negoziare a tre (cfr. http://www.finlandnews.fi/YLE-feed/true-finns-ready-for-three-party-talks/).

[137] New York Times, 29.11.2009, P. Taylor, The Euro is Forever, and Here is Why L’euro è per sempre, ed ecco perché

[138] USA Today,  11.8.2007, D,. Lynch, Argentina's snub of conventional wisdom pays off Lo sberleffo dlell’Argentina alle prescrizioni della saggezza [economica] convenzionale ha pagato (cfr. http://www.usatoday.com/money/world/2007-11-07-argentina-economy_N.htm/).

[139] New York Times, 18.4.2011, edit., Iceland’s Way La via islandese.

[140] New York Times, 10.4.29ì011, Reuters, Iceland Again Rejects Debt Deal L’Islanda respinge per la seconda volta l’accordo sul suo debito

[141] Guardian, 12.4.2011, A Chakrabortty, Iceland broke the rules and got away with it— L’Islanda ha infranto tutte le regole e l’ha scampata.

[142] Crónica economica, 4.4.2011, Estadistica paro (— della disoccupazione) de marzo 2011 (cfr. http://www.cronica econo mica.com/articulo.asp?idarticulo=28988/).

[143] The Economist, 9.4.2011.

[144] New York Times, 29.4.2011, (A.P.), Spain Jobless Rate Hits New Eurozone Record Il tasso della disoccupazione in Spagna arriva a nuovi record per l’eurozona.

[145] The Economist, 9.4.2011.

[146] Xinhua.net, 13.4.2011, China prepared to buy more of Spain's government bonds: Premier Il primo ministro: la Cina è pronta a comprare altri bond del governo spagnolo (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-04/12/c1382 5612.htm/).

[147] New York Times, 20.4.2011, R. Minder, Borrowing Costs Rise for Spain and Portugal I rendimenti per nuovi prestiti si impennano per Spagna e Portogallo.

[148] Morning Star, 5.4.2011, Moody's Downgrades Ratings Of Seven Hungarian Banks— Moody’s svaluta i rating di sette banche magiare (cfr. http://www.morningstar.co.uk/uk/markets/newsfeeditem.aspx?id=138501957934095/).

[149] The Economist, 23.4.2011.

[150] Quella che qui vi diamo, ma che abbiamo confrontata con altre di grandi quotidiani tedeschi, francesi e spagnoli (nella non disponibilità, al momento, che pure abbiamo chiesta all’ambasciata magiara di un testo in lingua per noi un po’ meno esoterica di quella magiara – richiesta che è stata giudicata “impertinente”… – è in particolare la lettura che del testo dà il Guardian, 25.4.2011, J-W. Müller, Hungary heads in undemocratic direction L’Ungheria avanza in direzione anti-democratica.

[151] Il Sole 24 ore, 30.4.2011, Sui derivati maxi-inchiesta Ue (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-04-30/de rivati-maxiinchiesta-080959.shtml?uuid=Aa7FjBTD/).

[152] CBS News, 8.4.2011, Dutch government cutting 12,000 military jobs Il governo olandese taglia 12.000 posti nelle Forze armate (cfr. http://www.cbsnews.com/stories/2011/04/08/ap/europe/main20052184.shtml/).

[153] Yahoo!News, 15.4.2011, UN Court convicts 2 Croat generals, 1 acquitted Il tribunale dell’ONU condanna due generali croati e ne assolve uno (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110415/ap_on_re_eu/eu_war_crimes_croatia_7/print/).  

[154] The Economist, 16.4.2011.

[155] Worldwide News Ukraine, 18.4.2011, Ukraine Marks Progress in Association Talks with the European Union L’Ucraina marca I suoi progressi nei colloqui di associazione alla Unione europea (cfr. http://wnu-ukraine.com/news/?id=269/).

[156] Stratfor, 18.4.2011, Ukraine: Gazprom Warns Against Altering Natural Gas Contracts Ucraina: Gazprom mette in guardia dal cercare di alterare i contratti sul gas naturale (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110418-ukraine-gazprom-ceo-warns-against-altering-gas-contracts/).

[157] Stratfor, 21.4.2011, Ukraine Natural Gas Deal With Russia ‘Enslaving’ Il contratto dell’Ucraina con la Russia è un ‘capestro’ (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110421-russia-ukraine-honor-natural-gas-deal-seek-new-price/).

[158] Agenzia RIA Novosti, 20.4.2011, Ukraine asks Russia to switch to rubles in gas payments L’Ucraina chiede alla Russia di usare i rubli per pagare il suo gas (cfr. http://en.rian.ru/business/20110420/163615267.html/).

[159] News Kiev, 22.4.2011, Ukraine Will Not Join CSTO, Names Areas of Cooperation with Moscow L’Ucraina non entrerà nell’Unione doganale dell’Est (CSTO) e parla di possibili aree di cooperazione con Mosca (cfr. http://news.kievukraine. info/2010/03/ukraines-foreign-minister-names-areas.html/).

[160] RIA Novosti, 20 .4.2011, Nord Stream's undersea pipe-laying to finish in Jul 2011-Putin Putin afferma che l’opera di deposizione del gasdotto sottomarino Nord Stream sarà completata a luglio 2011 (cfr. http://en.rian.ru/russia/20110420/16361 1970.html/).

[161] Stratfor, 27.8.2011, Poland: Energy Price Hike May Cause EU Policy Revision-Deputy PM— Polonia: gli aumenti dei prezzi dell’energia potrebbero provocare un revisione di politiche energetiche in Europa, dice il vice premier (cfr. http://www.strat for.com/sitrep/20110427-poland-energy-price-hike-may-cause-eu-policy-revision-deputy-pm/).

[162] Common Dreams, 5.4.2011, T. Rall, Fool us twice? Presi in giro due volte? (cfr. http://www.commondreams.org/ view/2011/04/05-9/).

[163] The Economist, 16.4.2011.

[164] New York Times, 15.4.2011, Tax Facts (cfr. http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/04/15/tax-facts/)

[165] Eguaglianza e Libertà, 21.4.2010, A. Gennari, Stati Uniti, il costo dell’impero (cfr. http://www.eguaglianzaeliberta.it  articolo. asp?id=1239/).

[166] 1) New York Times, 1.4.2011, M. Powell, Job Growth Suggests Resilience of U.S. Recovery— L’aumento di posti di lavoro suggerisce una certa capacità di ripresa dell’economia; 2) BLS, 1.4.2011, 3.2011, USDL-11-0436, Employment Situation Summary (cfr. http://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/); 3) Center for Econonic Policy Research (CEPR), Washington, D.C., Job Growth Remains Weak in March, Unemployment for African Americans Rises, Despite Job Growth La crescita occupazionale resta debole   La disoccupazione degli afro-americani cresce, anche se cresce l’occupazione (cfr. http://www.cepr.net/index.php/data-bytes/jobs-bytes/2011-04/).

[167] New York Times, 31.3.2011, M. Rich, Many Low-Wage Jobs Seen as Failing to Meet Basic Needs—.

[168] 1) Dipartimento del Commercio, BEA, 28.4.2011, BEA-11-19, GDP 1st quarter advance data PIL, anticipo sui dati del 1° trimestre; 2) New York Times, 28.4.2011, C. Rampell, U.S. Economic Growth Slows to 1.8% Rate in Quarter— La crescita in USA rallenta all’1,8% nel trimestre.

[169] The Economist, 23.4.2011.

[170] The Economist, 30.4.2011.

[171] New York Times, 10.4.2011, The President is Missing—.

[172] New York Times, 17.4.2011, Let’s Not Be Civil—.

[173] The Economist, 2.4.2011.

[174] The Economist, 16.4.2011.

[175] New York Times, 18.4.2011, S.&P. Lowers Outlook for U.S., Sending Stocks Down S.&P. abbassa la previsione per gli USA, e affonda la borsa.

[176] New York Times, 18.4.2011, Geithner Tries to Reassure Investors on U.S. Credit Geithner tenta di rassicurare gli investitori sul credito americano.

[177] New York Times, 27.4.2011, Panetta and Petraeus in line for top security posts Panetta e Petraeus per la successione nei massimi posti di governo delle politiche di sicurezza.

[178] New York Times, 28.4.2011, M. Mazzetti e E. Schmitt, Obama’s Pentagon and C.I.A. Picks Show Shift in How U.S. Fights— Le scelte di Obama per Pentagono e CIA evidenziano lo spostarsi del modo di fare la guerra degli USA

[179] New York Times, 28.4.2011, V. Bajaj, India Rejects U.S. Bids for Big Order of Fighter Jets L’India rigetta la pressante  richiesta americana di un grosso ordine di caccia reattori militari.

[180] Guardian, 6.4.2011, R. Norton-Taylor, Suppressed MoD report on Iraq war damns military for being ill-prepared— Rapporto soppresso dal Ministero della Difesa sulla guerra in Iraq condanna la pessima preparazione dei  militari [ci impegnamo, appena il testo sarà disponibile non solo al Guardian che ha vinto la causa in tribunale e lo sintetizza ma al pubblico, a darvi il link per leggervi il rapporto integrale: si capisce, se volete…].

[181] Yahoo!News, 8.4.2011, M. Rabelchault, Gates says Iraq to decide on post-2011 US troops Gates dichiara che l’Iraq deve decidere [ora] sulla presenza di truppe americane dopo il 2011 (cfr. http://news.yahoo.com/s/afp/20110408/pl_afp/iraq usmilitary_20110408181414/).

[182] Journal of Turkish Weekly, 8.4.2011, Thousands of Iraqis Mark Fall of Baghdad, Call for US Withdrawal— Migliaia di iracheni marcano la caduta di Bagdad reclamando il ritiro degli americani (cfr. http://www.turkishweekly.net/news/113755/thou sands-of-iraqis-mark-fall-of-baghdad-call-for-us-withdrawal.html/).

[183] Stratfor, 11.4.2011, Iraq: U.S. Demand For Longer Military Presence Denied Iraq: negata la richiesta americana di una presenza militare più estesa nel tempo (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110411-iraq-us-demand-longer-military-presence-denied/).

[184] New York Times, 5.1.2009, C. Robertson, New U.S. Embassy Dedicated in Baghdad as Bombs Explode Elsewhere— La nuova ambasciata americana inaugurata a Bagdad mentre intorno esplodono le bombe.

[185] Daily Press.com al-Mashriq, 26.4.2011, Over 15,000 American Soldiers Will Remain in Iraq After the 2011 Deadline Più di 15.000 soldati americani resteranno in Iraq dopo la scadenza del 2011 (cfr. http://www.dailypressdot.com/o ver-15000-american-soldiers-will-remain-in-iraq-after-the-2011-deadline/751927/).

[186] Royal Institute of International Affairs, 12.4.2011, Lt. Gen. William Caldwell, NATO Training Mission-Afghanistan: Enabling Security Transition— La missione di addestramento della NATO in Afganistan – Rendere possibile la transizione verso la sicurezza (cfr. http://chathamhouse.org.uk/events/view/-/id/1932/).

[187] New York Times, 12.4.2011, J. Perlez e I. Khan, Pakistan Tells U.S. It Must Sharply Cut C.I.A. Activities Il Pakistan chiede agli USA di tagliare radicalmente le attività della CIA.

[188] Stratfor, 27.4.2011, Afghanistan: Pakistani PM Urges Karzai To Cut U.S. Tie Afganistan: il PM pakistano preme su Karzai perché tagli i legami con gli USA (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110427-afghanistan-pakistani-pm-urges-karzai-cut-us-ties/).  

[189] Indipedia, 16.4.2011 (rif. al Washington Post stesso giorno), M. Paris, Crisi di spie tra USA e Pakistan (cfr. http:// www.indipedia.it/news/crisi-di-spie-tra-usa-e-pakistan/).

[190] Business Standard of India (New Delhi), 4.4.2011, US forces Germany to stop Indian oil payments to Iran Gli USA forzano la Germania a bloccare i pagamenti indiani del petrolio iraniano (cfr. http://www.business-standard.com/india/news/ us -forces-germany-to-stop-indian-oil-payments-to-iran/131152/on/).

[191] Deseret News.com (Salt Lake City), 5.4.2011, D. Cassata, Iran makes inroads in Latin American— L’Iran avanza in America latina (cfr.http://www.deseretnews.com/article/700124576/Iran-makes-inroads-in-Latin-American.html/).

[192] KGS Nightwatch, 17.4.2011, Ahmadinejad refuted by Khamenei over intelligence flop Ahmadinejad bocciato da Khamenei sullo scacco dei servizi di spionaggio (cfr. http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_11000 083.aspx/).

[193] News 95.7, 23.4.2011, Iran's supreme leader warns he will intervene in affairs of Ahmadinejad's government if needed La Guida suprema dell’Iran ammonisce che interverrà negli affari del governo di Ahmadinejad se ce ne sarà bisogno (cfr. http://www.news957.com/news/world/article/216377--iran-s-supreme-leader-warns-he-will-intervene-in-affairs-of-ah madinejad-s-government-if-needed/).

[194] Haaretz (Tel Aviv), 27.4.2011, Iran president refuses to attend two cabinet meetings in protest at Ayatollah Khameini’s reinstatement of intelligence minister Il presidente iraniano rifiuta di prender parte a due incontri di Gabinetto per protesta alla conferma da parte dell’Ayatollah Khamenei del ministro dell’Intelligence (cfr. http://www.haaretz.com/news/interna tional/ahmadinejad-shuns-cabinet-meet-amid-reported-tensions-with-iran-supreme-leader-1.358433/).

[195] Agenzia ufficiale MehrNews, 25.4.2011, Iran target of new cyber attack L’Iran bersaglio di un nuovo attacco cibernetico (cfr. http://www.mehrnews.com/en/newsdetail.aspx?NewsID=1297506/).

[196] Al Arabyia, 29.4.2011, Ahmadinejad in political trouble? Ahmadinejad  è  in guai  politici seri? (cfr. http://scrollpost. com/blog/2011/04/29/ahmadinejad-in-political-trouble/).

[197]BBC  News, 1.5.2011, Missing Iran leader Ahmadinejad under pressure from MPs L’assente leader iraniano Ahmadinejad sotto pressione da parte dei deputati iraniani (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/world-middle-east-13250309/).

[198] Agenzia ufficiale MehrNews, 26.4.2011, Majlis approves draft of national budget bill— Il Majilis approva la legge di bilancio nazionale in prima lettura (cfr. http://www.mehrnews.com/en/newsdetail.aspx?NewsID=1298558/).

[199] International News Network, 11.4.2011, IP Gas pipeline: 2 days talks start today in Tehran Gasdotto Iran-Pakistan: 2 giorni di colloqui da oggi a Teheran (cfr. http://www.onlinenews.com.pk/details.php?id=177654/).

[200] Reuters, 4.4.2011, Egypt ready to re-establish Iran diplomatic ties L’Egitto pronto a ristabilire i rapporti diplomatici con l’Iran (cfr. http://af.reuters.com/article/egyptNews/idAFLDE73321X20110404/).

[201] Guardian, 27.4.2011, Reuters, Hamas and Fatah agree to form caretaker government Hamas e Fatah concordano  di formare un governo unitario ad interim.

[202] Invisible Arabs, 28.4.2011, P. Caridi, I frutti delle rivoluzioni (cfr. http://invisiblearabs.com/?p=3154/).

[203] YNet(Tel Aviv), 27.4.2011, Shalom: Palestinian deal shows peace not on agenda Shalom: l’accordo tra i palestinesi dimostra che non hanno la pace in agenda (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4061496,00.html/).

[204] Yahoo!News, 28.4.2011, A. Keller, Israel rejects Palestinian government with Hamas Israele respinge un governo palestinese con Hamas [come se le competesse mai farlo…] (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20110428/ap_on_re_mi_ea/ ml_israel_palestinians_3/).

[205] White House, 27.4.2011, Dichiarazione del portavoce (cfr. http://www.whitehouse.gov/briefing-room/).

[206] YNet, 28.4.2011, Hamas: negotiations with Israel not part of agreement I negoziati con Israele non sono parte dell’accordo [tra i palestinesi], dice Hamas (cfr. http://www.ynet.co.il/home/0,7340,L-4161,00.html/).

[207] Live5News.com, 28.4.2011, M. Daraghmeh, Palestinian leader downplays fears over Hamas deal Il presidente palestinese ridimensiona i timori per l’accordo con Hamas (cfr. http://www.live5news.com/story/14535447/palestinian-leader -downplays-fears-over-hamas-deal?clienttype=printable/).

[208] New York Times, 15.4.2011, F. Akram e I. Kershner, Gaza Killing of Italian Activist Deals a Blow to Hamas—.

[209] Il termine tawhid si richiama al concetto di unità ed unicità di Allah; e quello di jihad alla lotta per la perfezione dell’uomo voluta da Allah, ha anche l’accezione, secondaria ma ormai resa pressoché monopolistica da al-Qaeda, di lotta armata per conquistare il mondo all’Islam e a Allah.

[210] Lo annota sul blog Il Mondo di Annibale, 16.4.2011, I. de Bonis, Il mestiere di Vittorio (cfr. http://www.ilmondodi annibale.it/il-mestiere-di-vittorio/).

[211] Comitato ad hoc del’ONU, Ufficio del Coordinatore speciale dell’ONU per il processo di pace in Medioriente (il cosiddetto “Quartetto”: quello presieduto dall’amico di Israele Tony Blair e costituito anche dal rappresentante degli USA), Bruxelles, 13.4.2011, Palestinian State-bulding: a decisive period— La costruzione dello Stato palestinese: un periodo decisivo: 1) sintesi (cfr. http://unispal.un.org/UNISPAL.nsf/47D4E277B48D9D3685256DDC00612265/858D1 AFE556B3910852578700043E018/); 2) testo integrale (cfr. http://www.ldf.ps/documentsShow.aspx?ATT_ID=3840/).

[212] Stratfor, 12.4.2011, Iran: Israel Expresses Concern Over U.S. Power Iran: Israele esprime la sua preoccupazione sul potere effettivo degli USA (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110411-iran-israel-expresses-concern-over-us-power/).

[213] Ahramonline.beta, 12.4.2011, S. Naami, Obama to recognise Palestinian state with '67 borders Obama riconoscerà lo Stato palestinese nei confini del 1967 (cfr. http://english.ahram.org.eg/NewsContent/2/8/9879/World/Re gion/Obama-to-recognise-Palestinian-state-with--borders.aspx/).

[214] Senato degli Stati Uniti, Commissione delle FF. AA., testimonianza del gen. Walter L. Sharp, comandante in capo delle Forze armate USA e ONU in Corea, 12.4.2011 (testo integrale,  cfr. http://armed-services.senate.gov/statemnt/201 1/04%20April/Sharp%2004-12-11.pdf/).

[215] NewsFeed, 29.4.2011, Landau and gas (cfr. http://newsfeedresearcher.com/data/articles_w18/israel-egyptian.html# hdng0/).

[216] Jerusalem Post, 27.6.2010, Landau: Israel would defend off-shore gas find with force— Landau: Israele difenderebbe le sue scoperte di gas off-shore con la forza (cfr. http://www.jpost.com/Israel/Article.aspx?id=179620/).

[217]  ACUS, 4.2.2011, A. Petersen, Leviathan in the Levant (cfr. http://www.acus.org/new_atlanticist/leviathan-levant/).

[218] YouSayToobeta, 8.4.2011, Tahrir Square, Cairo, Egypt. April 8 (cfr. http://www.yousaytoo.com/tahrir-square-cairo-egypt-april-8-2011/700282/).

[219] Guardian, 12.4.2011, J. Shenker, Mubarak suffers reported heart attack before facing Egypt's corruption claims In Egitto, si dice che Mubarak soffra di un attacco di cuore, prima di dover rispondere ad accuse di corruzione.

[220] Bloomberg, 13.4.2011, M. Kassem, Mubarak, Sons Detained for 15 Days in Egypt Graft Inquiry Mubarak e i figli detenuti per quindici giorni nell’inchiesta egiziana sulla frode (cfr. http://www.businessweek.com/news/2011-04-13/mu barak-sons-detained-for-15-days-in-egypt-graft-inquiry.html/).

[221] News Egypt, 27.4.2011, Muslim Brotherhood wants open, collaborative society La Fratellanza mussulmana per una società aperta, collaborativa (cfr. http://news.egypt.com/en/2011042718661/news/-egypt-news/egypt-mb-for-an-open-socety.html/).

[222] Kommersant, 4.4.2011, Defense and Security: Trouble in Russian-American relations Difesa e sicurezza: Guai nei rapporti russo-americani (cfr. http://www.wps.ru/ru/digests/en/defense/).

[223] The Economist, 2.4.2011.

[224] New York Times, 31.3.2011, edit., Chancellor Merkel’s Shellhacking Il pesante sgambetto tirato alla cancelliera Merkel.

[225] New York Times, 22.4.2011, F. Norris, Euro Benefits Germany More Than Others in Zone L’euro è di maggior beneficio per la Germania che per gli altri nell’eurozona.

[226] The Economist, 9.4.2011.

[227] Office of National Statistics (ONI), 6.4.2011, Ind.l production (cfr. http://www.statistics.gov.uk/pdfdir/iop0411.pdf/).

[228] The Economist, 16.4.2011.

[229] The Economist, 2.4.2011.

[230] New York Times, 28.4.2011, A. E. Kramer, Russia Is Set to Propose Stricter Rules for Reactors La Russia decisa a proporre norme più rigide per la gestione degli impianti di energia nucleare.

[231] BBC News, 12.4.2011, Japan: Nuclear crisis raised to Chernobyl level Giappone: la crisi nucleare elevata al livello di Černobyl’ (cfr. http://www.bbc.co.uk/news/mobile/world-asia-pacific-13045341?%3Fpsdata=11_4_MH3CRCST8__ FV9_10CRCD11__CK12_14_/).

[232] The Economist, 2.4.2011.

[233] Yahoo!Finance, 20.4.2011, Japan trade surplus dives after quake and tsunami L’attivo commerciale giapponese affonda dopo terremoto e tsunami (cfr. http://ca.finance.yahoo.com/news/Japan-trade-surplus-dives-afp-1540613699. html?x=0/).

[234] Reuters, 8.4.2011, C. Nomiyama e Y. Nishikawa, Japan says economy in very ‘severe’ condition after disaster Il Giappone dice che l’economia è in condizioni assai ‘brutte’ (cfr. http://af.reuters.com/article/metalsNews/idAFL3E7F72Y220 110408/).

[235] New York Times, 13.4.2011, B. Wassener, Japan Lowers Its Economic Outlook Il Giappone abbassa le sue previsioni economiche.

[236] Stratfor, 28.4.2011, Central Bank Downgrades Growth and Keeps Interest RatesLa Banca centrale svaluta la crescita e tiene fermo il tasso di sconto (cfr. http://www.stratfor.com/sitrep/20110428-japan-central-bank-downgrades--growth-and-keeps-rates/).

[237] Reuters, 27.4.2011, L. Kihara, S&P cuts Japan sovereign rating outlook on quake costs— S&P’s taglia il rating sovrano per i costi del terremoto (cfr. http://in.reuters.com/article/2011/04/27/idINIndia-565876 201104 27/).