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     05. Nota congiunturale - maggio 2010

      

  

ATTN:cliccando” sulla voce voluta vi si perviene direttamente; così come sul no. della Nota da aprire a fondo

 

                                                                                                                                                        

 

01.05.2010

 

Angelo Gennari

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE.. PAGEREF _Toc260515463 \h 1

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. PAGEREF _Toc260515464 \h 1

nel mondo. PAGEREF _Toc260515465 \h 1

Previsioni PIL, Prezzi e Bilancia conti correnti 2010-2011: grandi economie occidentali PAGEREF _Toc260515466 \h 1                

Le date di questo mese PAGEREF _Toc260515467 \h 2

in Cina. PAGEREF _Toc260515468 \h 2

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…) PAGEREF _Toc260515469 \h 6

EUROPA.. PAGEREF _Toc260515470 \h 8

Chi detiene il debito estero della Grecia?. PAGEREF _Toc260515471 \h 12

Dati e temi delle economie più fragili dell’Unione europea. PAGEREF _Toc260515472 \h 19

STATI UNITI. PAGEREF _Toc260515473 \h 33

GERMANIA.. PAGEREF _Toc260515474 \h 53

FRANCIA.. PAGEREF _Toc260515475 \h 54

GRAN BRETAGNA.. PAGEREF _Toc260515476 \h 54

GIAPPONE.. PAGEREF _Toc260515477 \h 57

 


 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

Con la premessa che il reddito pro-capite dell’Italia declina ormai da quasi otto anni, dal 2002, adesso nel quarto trimestre 2009 cala del 2,9% il reddito delle famiglie, dello 0,25% sul trimestre precedente e del 2,8% rispetto allo stesso trimestre di un anno fa: al livello, cioè, che era stato  raggiunto in questo nostro paese nel 1990[1]. Il potere d’acquisto reale,  scontato cioè dell’incidenza dell’inflazione, non diminuisce molto di meno: -2,6% in un anno… Allegria!!!

La chicca berlusconiana (di marzo: l’abbiamo vista soltanto ora e ora la segnaliamo…). Con alleati così infidi come quelli che si ritrova in casa, Berlusconi per farsene di più solidi all’estero arriva, adesso, addirittura a… baciare le mani al colonnello Gheddafi: a Tripoli, al vertice della Lega araba cui era invitato, il 28 marzo u.s.[2]

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Secondo le previsioni a breve avanzate, a correzione dei dati preliminari, a inizio aprile dall’OCSE nella prima metà del 2010, la crescita sarà in leggero calo in USA, in Europa e in Giappone, cioè nei paesi del cosiddetto G-7 considerati insieme. Nel primo trimestre di quest’anno gli USA vedranno aumentare il PIL del 2,4% e, nel secondo, del 2,3, molto meno del 5,6% che ha segnato la crescita dell’ultimo trimestre del 2009. Ci si aspetta adesso una (moderata) ripresa di crescita nei due paesi che sono cresciuti di meno (e ti credo…), Gran Bretagna e Italia, mentre frenerà come in America anche in Francia e in Giappone[3].

Le previsioni avanzate, invece, per un più allargato spettro di economie importanti del globo[4] sono riportate nella tabella seguente:

Previsioni PIL, Prezzi e Bilancia conti correnti 2010-2011: grandi economie occidentali

                                      % di cambiamento                                          % di aumento                                  Conti correnti sul PIL 

                                                   media del PIL                                        dei prezzi al consumo                           Deficit (-) Surplus

                                              2010                        2011                        2010                        2011                         2010                       2011

Australia

3,1

3,4

2,5

2,8

-4,4

-4,2

Belgio

1,3

1,5

1,3

1,4

-0,2

0,3

Canada

3

3

1,7

1,9

-1,8

-1,6

EUROZONA

1,2

1,4

1,3

1,4

-0,2

nil

Francia

1,5

1,6

1,4

1,5

-2,1

-2,9

Germania

1,6

1,6

0,9

1,3

5,3

5,4

Giappone

1,9

1,6

-1

-0,2

3,4

3,6

Gr. Bretagna

1,3

2,1

2,7

1,9

-1,1

-0,8

ITALIA

0,7

1,1

1,3

1,5

-2,5

-2,3

Olanda

1,1

1,5

0,9

1,3

5,3

5,5

Spagna

-0,4

0,8

1,3

1,4

-3,8

-3,1

Svezia

1,9

2,6

1,4

2,2

6,8

7,1

Svizzera

1,7

1,8

0,9

1

8,7

9,5

USA

3,1

2,9

2

1,6

3,2

3.4

 

Le tre grandi tendenze da osservare e in base alle quali giudicare, alla fine, il successo o l’insuccesso delle grandi tendenze politiche impostate dai rispettivi attori, sono

• per gli Stati Uniti, i due fronti del tentativo di convincere o, comunque, obbligare l’Iran a cambiare atteggiamenti e scelte strategiche… e delle grandi manovre per portare la Cina a un significativo apprezzamento dello yuan;

• per la Russia, il test sarà sulla capacità di far avanzare in modo aconflittuale i suoi piani di ristabilire la propria sfera di influenza – o chiamatela pure come vi pare – regionale: cioè, ai propri confini;

• e, per l’Europa, la capacità di lottare contro la corrosione dovuta alla calata della tensione unitaria e al risorgere di tanti piccoli egoismi nazionali, lavorando a ricostruire un’economia e una politica in progress più integrata.

Da come andranno avanti, torneranno indietro, o si dovranno fermare tutti saranno valutati.

Le date di questo mese

• 1° maggio: in Cina, si apre  l’esposizione universale di Shangai. Resta aperta sei mesi.

• 6 maggio: in Gran Bretagna, elezioni del nuovo parlamento.

• 9 maggio: in Germania, elezioni nel Land del Nord Reno-Westfalia.

• 10 maggio: Filippine, elezioni presidenziali e parlamentari

• 28-29 magio: nella Repubblica ceca, elezioni parlamentari (1° turno) 

in Cina

Il governo intenderebbe ridurre subito, e poi rapidamente anche se gradualmente eliminare le fabbriche meno produttive, meno competitive e efficienti in moli settori della piccola e piccolissima industria. Il Consiglio di Stato, cioè appunto il governo, ha deciso di chiudere 8.000 delle miniere più piccole e fino a 50.000 dei piccoli impianti a carbone generatori di energia elettrica entro fine 2010, così come gli altoforni di meno di 4.000 m3 per la produzione di acciaio, i laminatoi da meno di 6.300 kilovolts per leghe di ferro e carburo di calcio e tutti i piccolissimi e piccoli impianti che sfornano carbone e alluminio. Contemporaneamente, si tratterà di trovare lavoro alle centinaia di migliaia di addetti che ora vi lavorano, anche se a bassissima produttività[5]

L’economia cinese cresce dell’11,9% nel primo trimestre del 2010 rispetto allo stesso dell’anno prima, segnalando così una ripresa che accelera. E’ il tasso di crescita del PIL più forte da tre anni e supera quello, già al 10,7%, dello stesso ultimo trimestre 2009, già al 10,7%[6]*. Crescono anche le vendite al dettaglio, a marzo sull’anno prima del 17,9%, e la produzione industriale che aumenta di oltre il 18%. Su un anno prima, a marzo, è anche salito del 2,4% il tasso di inflazione al consumo mentre alla produzione la crescita ha registrato il +5,2%, in linea grosso modo con le aspettative.

L’Ufficio statistico nazionale conclude che la ripresa è ben in atto e ripete che la Cina manterrà una politica monetaria “appropriatamente rilassata”, a tassi moderati, e una politica fiscale, di bilancio, espansiva. E ciò anche se il dato sull’edilizia sembra ormai denotare il formarsi di una bolla speculativa non piccola, coi prezzi che a marzo segnano un +11,7% in aumento e nell’anno addirittura un incredibile 35%.

C’è, neanche troppo latente, qualcosa di simile ad altre bolle speculative edilizie che si sono di recente già viste— certo in un’economia strutturalmente molto molto diversa da quella della Florida e dei suoi condos invenduti, di Dubai col grattacielo di quasi 1 km. d’altezza metri costruito sulle sabbie  del debito, dell’Islanda e delle sue banche che si fondono come le nevi di un ghiacciaio sciolte dai vulcani…

Lo sanno, a Pechino, e stanno anche attenti ma sottolineano pure che nel primo trimestre dell’anno le industrie delle 24 regioni cinesi hanno registrato profitti per 680,8 miliardi di yuan (101,2 di $), più del doppio del dato dell’anno scorso nello stesso periodo. Accentuato l’aumento stratosferico soprattutto nell’industria pesante, con il 3.380% di crescita dei profitti in siderurgia e il 1.540% nel settore energetico. Sono scesi, del 10,6%, i profitti della produzione del tabacco[7].

Nell’immediato, però, forse più importante per questa economia è il fatto che, malgrado i dati stupefacenti di crescita, l’inflazione resti ben al di sotto del 3%. Il che, secondo molti analisti, anche cinesi, potrebbe consentire alle autorità politiche di prendere in considerazione la possibilità di una rivalutazione della moneta cinese.

Il presidente della Banca Industriale e Commerciale di Cina mette tutti sull’avviso: l’ondata di prestiti rovesciata l’anno scorso sul mercato interno, sui consumatori, si sta traducendo in una non piccola carenza di capitale per le quattro maggiori banche di Cina. Insieme, nei prossimi anni, dovranno ora far fronte a un ammanco per quasi 500 miliardi di yuan (sui 75 miliardi di $). Che sarà difficile riempire solo facendo ricorso al mercato[8]. Insomma, ci vorrà un aiuto di Stato.    

Sembra che la Cina stia cominciando a considerare la possibilità di allentare un po’ le pressioni esterne che subisce, in apparenza da un resto del mondo unanime, per rivalutare forse un po’ lo yuan, la loro valuta. Ma sarà una rivalutazione graduale e guidata perché, secondo uno studio ben documentato e firmato da un noto economista della Banca industriale di Shangai[9], le conseguenze per gli esportatori cinesi sarebbero serie, specie quelli di prodotti manifatturieri (elettrodomestici, veicoli, cellulari, abbigliamento). Qui la controindicazione, spesso sottovalutata in America, è l’aumento immediato dei prezzi della miriade di beni di consumo cinesi importati da questo paese.

Se lo yuan finisse con l’apprezzarsi del 3% sul dollaro, i profitti delle imprese cinesi in questione, dice lo studio firmato dal prof. Lu Zhengwei, subirebbero perdite dal 30 al 50% e, in generale, soggiunge, bisogna notare con preoccupazione per i suoi consumatori che una rivalutazione troppo forte e rapida comporterebbe in generale “danni irreversibili alla e non migliorerebbe per niente la struttura economica del paese”. Di più, le PMI esportatrici che per definizione non godono di grande forza negoziale, perderebbero molto e potrebbero trovarsi costrette a chiudere, senza riprendersi.

Insomma, attenzione… Anche perché si realizza proprio adesso, a marzo, per la prima volta dall’aprile del 2004, ma anche come era stato ufficialmente previsto e annunciato da mesi, un deficit negli scambi commerciali[10] cinesi, grazie a importazioni in forte aumento con la ripresa in atto ed a un export che cresce meno. L’anno nuovo cinese è cominciato stavolta a metà febbraio e comporta due settimane di vacanza per molti lavoratori migranti interni e, quindi, un calo significativo di produzione proprio nelle grandi industrie che mandano avanti e che contribuiscono di più all’esportazione.

E’ la stessa precarietà dei contratti di molti di loro, però, che offre occasioni di lavoro a livello locale, dei loro paesi di origine, proprio dentro la ripresa che è in atto e che li ha portati, quindi, a  tornare al loro lavoro, diciamo, principale in ritardo. Di fatto, così si è passati però dai 14,2 miliardi di $ di attivo a gennaio ai 7,6 di febbraio e ai 7, 2 miliardi di $ di passivo di marzo.

In ogni caso, gli ultimi dati che provengono dalla provincia di Guandong, l’estremo sud, ai confini di Hong Kong, la fucina della produzione e della crescita cinese, attestano che c’è stata nel primo trimestre una forte ripresa delle esportazioni a livelli pre-crisi[11]. Tra gennaio e marzo, compresi i dati anche in quella regione più bassi dell’ultimo mese, gli scambi sono arrivati a 153,2 miliardi di $, in crescita del 32,7% dallo stesso periodo dell’anno prima, per un valore di 85,93 miliardi di esportazioni (+21,2% anno su anno) e 67,27 di importazioni (+50,9%). Il volume dell’export della provincia costituisce da solo il 27,2% del totale cinese e quello dell’import il 22,3%. 

Ma anche con queste novità, tra di loro anche in parte contraddittorie, lo yuan si rivaluterà un po’. Difficile resistere alle pressioni, anche stavolta, come fu già nel 2005, anche se tra allora e oggi c’è la differenza fondamentale della recessione di cui, però, la Cina sta risentendo meno di tutti gli altri… Tim Geithner, segretario al Tesoro americano, ha parlato a inizio aprile di un non insignificante cambiamento di rotta segnalando che la ripresa globale sembra seriamente avviarsi e che rivalutare o no lo yuan è una scelta “esclusivamente cinese”.

Legata – sottolinea – anche, e forse soprattutto, al fatto che la Cina si sta aprendo a un ruolo maggiore nel mondo anche della propria valuta, che in tempi ragionevoli la renderà convertibile, consentendole di assumere un ruolo internazionalmente più vasto e incisivo. E questo, soggiunge Geithner, è sicuramente “un aggiustamento salutare, oltre che necessario”.

Tono ben diverso da quello vagamente minaccioso tenuto fino ad oggi e fatto anche, forse anche apposta, per consentire alla Cina di fare la sua parte senza perdere la faccia… la stessa ragione per cui l’Amministrazione americana ha resistito – e col ministro del Tesoro Tim Geithner ha fatto sapere[12] di aver resistito – alla richiesta pressante del Congresso di bollare la Cina come un paese “manipolatore delle valute e dei cambi”: cosa che, a dire la verità, non avrebbe fatto differenza in politica interna (gli americani sono già convinti che la colpa è in gran parte cinese, qualsiasi cosa dicano i loro politicanti o i cosiddetti mercati) se non, forse, nei salotti bene di un mondo bancario in cerca disperata di alibi ma ormai, però, sputtanato del tutto.

Resta adesso da vedere – anche alla luce delle considerazioni tecnico-strategiche non certo irrilevanti avanzate dal sistema bancario cinese che abbiamo sentito – di quanto sarà la rivalutazione della “moneta del popolo” e se verrà considerata bastante. Come resta sempre da ricordare – e non si fa quasi mai – che, se gli Stati Uniti volessero, potrebbero sempre invece di chiedere alla Cina di rivalutare per esempio, come è loro prerogativa sovrana, anch’essi svalutare il dollaro, ottenendo lo stesso identico risultato di liberare così il rilancio delle proprie esportazioni…

Per il momento, al dibattito mette fine il ministero degli Esteri di Pechino: la Cina fonderà il proprio regime di cambi in considerazione di fattori sia globali che interni senza che alcuna pressione straniera aiuti a sciogliere il nodo. Naturalmente, viene detto, da parte cinese si spera di poter lavorare con l’Unione europea alla riforma (globale, si sottolinea: che non sia centrato su un sola valuta) del sistema finanziario internazionale e per opporsi al protezionismo[13].

In ogni caso, sale fino a 2.447,1 miliardi di $ il valore delle riserve valutarie nel paese, il 25,25% in più anno su anno a marzo. In questo mese, invece, si contraggono i prestiti denominati in yuan, a 510,7 miliardi (74,8 di $) dai 700,1. Il dato di marzo porta i prestiti nuovi in yuan, cioè sempre all’interno, nel primo trimestre alla cifra totale di 2.600 miliardi[14].  

Si fa dura, però, trovare una soluzione soft al problema del valore di cambio della moneta cinese anche perché in Cina sta partendo come abbiamo visto un’inusitata attenzione mediatica e, perciò, un livello di dibattito pubblico mai visto prima sul tema che ha reso più complicato che mai identificare il tempismo giusto per ogni nuova misura.

Il ministro del Commercio australiano, Simon Crean[15], dopo una serie di incontri a Pechino, dice chiaro e netto che la Cina sicuramente a questo punto rivaluta, “ma quando pare a lei, non a noi o all’America” e che ha spiegato ai cinesi come e quanto al suo paese sia convenuto un tasso di cambio fluttuante, flessibile, e che l’Australia è diventata competitiva proprio quando ha lasciato libero il suo dollaro di fluttuare sul mercato (i cinesi hanno cortesemente assentito, è vero… ma anche cortesemente ricordato al ministro che, loro, problemi di competitività non ne hanno). Più utilmente forse ha ricordato ai cinesi del bisogno del loro paese di rilanciare e sviluppare il suo mercato interno.  

E, in effetti, subito dopo aver incontrato a Washington il presidente Obama, il presidente cinese Hu Jintao ha tenuto a dire in conferenza stampa che Pechino cambierà strategia sulla sua moneta “quando le sembrerà più opportuno”. E ha osservato che qualsiasi rivalutazione di misura sensata non bilancerebbe i dati degli scambi tra Cina e USA né risolverebbe la mancanza di lavoro che esiste in America[16].

Queste dichiarazioni, in sé, sono sicuramente accettabili da parte americana – a loro interessano i comportamenti, non le dichiarazioni – invece è dubbio che una gradualità e una mancanza di scadenze come quella cui i cinesi accennano risolva il problema fondamentale per gli americani: che è quello di una crescita forte e rapida di un’economia cinese che non accetti pienamente le regole stabilite per le valute dall’occidente soltanto, cioè in sostanza, e unilateralmente, dagli americani. Non c’è, dunque, alcuna ragione di credere che le tensioni in atto nei rapporti economici e politici tra USA e Cina scompariranno presto…

Intanto, in quello che sembra un caso esemplare del bue che all’asino dà del cornuto, il presidente della Camera di commercio europea a Pechino, Jörg Wuttke, denuncia che il nazionalismo crescente e l’azione di lobbying che le imprese cinesi hanno imparato a praticare assai bene in loco dai loro concorrenti stranieri stanno rendendo il paese più protezionista e più ostile alle produzioni estere, anche se realizzate magari proprio lì, in Cina.

Lui dice che l’atteggiamento che spesso assume Pechino è quello di proclamare di non sentirsi obbligato a fare quel che dicono gli altri: un po’, aggiunge da buon tedesco che è, come fanno gli americani (e gli europei, no, eh?). E c’è da considerare che questo clima di più acceso nazionalismo è ormai costantemente alimentato dalla rete di Internet che, in questo paese, ha ormai 400 milioni di utenti… E Wuttke conta che queste sue preoccupazioni vengano presentate con forza ai cinesi nel prossimo incontro che avranno col presidente della Commissione europea.

Al solito: questo signore, come tanti, non viene sfiorato neanche dall’idea che sul tema i cinesi si riservino il diritto di dire, altrettanto forte e a casa loro anche più forte, l’idea che hanno di e su chi è davvero colpevole di protezionismo. Che, ormai, come dice lo stesso Wuttke, hanno imparato benissimo a copiare da noi che lo abbiamo inventato.

Protezionista o no, di più o di meno di altri, viene fuori che, secondo i dati forniti da Sheng Guangzu, ministro preposto alle Dogane cinesi[17], sono proprio gli investimenti esteri a essere responsabili, in Cina, per il 55% del commercio estero del paese (per il 60% circa nel manifatturato). In altri termini, le imprese estere che investono direttamente nell’economia del paese sono, insieme, la causa e il maggior beneficiario del surplus commerciale.   

nei paesi emergenti (e, magari, non proprio…)

Il presidente russo Medvedev, dopo aver preso parte a Washington il 12-13 aprile al vertice sulla sicurezza nucleare indetto da Obama, che aveva appena incontrato a Praga per la firma dello START II, è stato in visita prima in Argentina e poi a Lula in Brasile dove, il 14 e 15 aprile, si è visto col primo ministro indiano Manmohan Singh e il presidente cinese Hu Jintao nel vertice cosiddetto dei BRIC[18], i quattro paesi che una volta si sarebbero detti i maggiori in via di sviluppo ma che oggi – Brasile, appunto, Russia, India e Cina – si considerano, e sono considerati, in ipersviluppo.

Intanto il Brasile ha accettato di sospendere l’imposizione di tariffe di rappresaglia, per 591 milioni di $, cui era stato già autorizzato dall’Organizzazione mondiale per il Commercio su diversi tipi di importazioni statunitensi…, dopo che il ministero americano del Commercio s’è impegnato però, sempre su richiesta dell’OMC che ha appoggiato il Brasile, a modificare al ribasso i sussidi alla coltivatori americani di cotone[19].

Intanto l’opposizione, il partito democratico e quello socialista – così almeno si chiamano – ha deciso di appoggiare contro il candidato del PT e di Lula, Dilma Rouseff, il governatore dello Stato di São Paulo, il socialdemocratico José Serra. Come ci si aspettava.

L’Argentina ha pubblicizzato i termini dell’offerta con cui rilancia ai creditori che declinarono quella precedente di rimborsarli partecipando a condizioni non proprio favorevoli (eufemismo) al suo tentativo di ristrutturazione del debito del 2005. Ristrutturare un debito è operazione dura e complessa: significa riconoscere il fallimento, l’incapacità di continuare a onorarne il pagamento a scadenza, cancellarne parte – di regola anche importante – e prolungarne unilateralmente la durata nel tempo… E’ una rottura di contratto, in sostanza. Ma molti Stati sovrani nella storia l’hanno praticata: qualcuno, addirittura, semplicemente cancellandolo d’un botto e non riconocendolo più: la Gran Bretagna lo ha fatto due volte…

La nuova proposta è praticamente la stessa ma adesso è considerata, negli ambienti finanziari, come relativamente favorevole agli investitori che, secondo molti analisti, sembrano disposti, rassegnatamente, a accettarla[20].  

In India, la produzione industriale a febbraio è cresciuta del 15,1%, malgrado la caduta in un mese del 4,2, sull’anno prima, seconda solo alla Cina. Quella manifatturiera è aumentata del 16% nell’anno a febbraio, mentre la crescita della produzione elettrica s’è assestata a un più modesto 6,7%[21].

Il Venezuela ha concluso con la Cina una serie di accordi energetici, ha dichiarato il ministro del Petrolio di Caracas, Rafael Ramirez, informando che la China National Petroleum Company  (CNPC) pagherà 900 milioni di $ per partecipare alla produzione di greggio nell’area nota come Junin-4 del bacino dell’Orinoco[22]. L’estrazione comincerà a novembre e, per il 2012, ci si aspetta che renda qualcosa come 50.000 barili al giorno fino a un massimo di 600.000 barili dal 2016.

La Banca cinese per lo Sviluppo ha anche firmato un accordo quadro che mette 20 miliardi di $ (la metà in yuan, dunque allo stato spendibili solo in beni e servizi cinesi) a disposizione del governo venezuelano, rimborsabili poi con forniture di greggio petrolifero. Si tratta, al momento, di dichiarazioni di parte venezuelana che non hanno trovato ancora conferma, nel dettaglio, a Pechino. Che ha confermato, però, come accordi di principio siano stati effettivamente raggiunti.

Per Chávez si tratterebbe di un’importante afflusso di beni di consumo pagabili in natura e per la Cina di un’occasione di lavoro per le proprie grandi imprese di costruzione e di un’occasione di diversificazione per le proprie forniture petrolifere.

Con la Russia, il Venezuela ha invece aperto un pour-parler anche stringente sulla costruzione di una propria industria nucleare energetica[23]. E la cosa, se l’apertura commerciale della Cina sembra irritare Washington, preoccupa molto. Perché secondo il dipartimento di Stato e l’Amministrazione tutta, in effetti, il diritto di produrre energia atomica dovrebbe nei fatti essere riservato solo agli amici loro.

Nel mese, in Kirghizistan[24], è andato al potere un nuovo governo, presieduto da un ex ministro degli Esteri, la signora Roza Otumbayeva. C’è stata un’insurrezione popolare, con decine di morti, contro il presidente Kurmanbek Bakiyev—autocrate corrotto andato al potere lui stesso (pure qui, gli sponsor in occidente parlarono di rivoluzione dei tulipani… dal mazzo delle rivoluzioni infiorettate più o meno artificialmente, visti poi i risultati, mancherebbero pare solo le mammole) cacciandone un altro, Askar Akayev.

Attenzione, alla fine della fiera, a scatenare l’insurrezione non è stata affatto la mancanza di democrazia, né in sé la repressione che sempre ci sono state, ma la scintilla che, al dunque, ha dato fuoco alle polveri è stata un’ondata di aumenti improvvisi e consistenti delle tariffe dei pubblici servizi esatte dal Fondo monetario… Di tutti e due, di Akayev e di Bakiyev, la Otumbayeva – che ha subito cassato gli aumenti ma che adesso non avrà i prestiti del FMI – era stata ministro e di tutti e due, poi, oppositrice fiera.

Bakiyev, che aveva ordinato come sempre ai suoi uomini di reagire e reprimere, stavolta sembra non averli trovati disposti alla necessaria durezza (gas, elettricità e acqua possono costare troppo anche per le famiglie dei poliziotti e degli ufficiali dell’esercito), come lui stesso ha lamentato, accusando – ma velatamente – i russi di aver aiutato gli insorti. Per cui è stato costretto alla fine a scappare nel Sud del paese, una specie di feudo che si illudeva gli restasse ancora fedele, ma nel quale pure è molto isolato e che, in ogni caso, non lo sostiene affatto poi fino in fondo.

Il comizio che ha fatto a Jalal-Abad, a casa sua, e che sperava attirasse qualche decina di migliaia di sostenitori ne ha visto arrivare si è no un migliaio e quasi nessuno dalle regioni vicine, di Osh e Batken, che era convinto fossero “sue”. Così le sue speranze di lanciare a partire da lì la controffensiva per riconquistare il potere sono morte sul nascere e ha deciso di chiedere al nuovo governo, in cambio delle dimissioni, una garanzia di sicurezza e salvaguardia per sé e i familiari[25].

Alla fine, tutti abbiamo famiglia, no? Ma non pare che il nuovo governo insediato a Bishkek sia ora interessato a “trattare” con quel che resta del vecchio. Anzi sembra che voglia processarlo… e la Russia, qualche poco preoccupata, mette in guardia da possibili scontri perché dice di temere che nel paese vicino si sviluppi un conflitto anche aperto[26]

E sembra che i russi, i vicini di casa, siano effettivamente pronti a riconoscere subito il nuovo governo mentre gli americani che sostenevano Bakiyev, anche se con discrezione vista la sua politica interna del tutto disattenta ai diritti umani dei kirghizi, a chiacchiere altrove così predicati e sottolineati da Washington, lo siano meno. Però, visto come le cose poi vanno a finire, male cioè molto per Bakijev, si affrettano presto a correggere il tiro, mollandolo quasi di botto…

Di fatto, e in effetti, poi lo accettavano così com’era preoccupati della possibilità che venisse loro negato l’uso che, su lauto compenso (anche personale, ora risulta) a Bakiyev, era stato concesso e prorogato e ora potrebbe essere di nuovo in questione della base aerea di Manas, appena fuori della capitale Bishkek. E che serve per sostenere la guerra in Afganistan.

Ci passano (ma dopo la “rivoluzione” o, se preferite, il golpe tutte le operazioni di rifornimento, truppe e materiali, sono state sospese a tempo indeterminato: presto riprese, però, con l’intesa negoziata subito a Bishkek da un diplomatico americano appositamente inviato che l’accordo, nei fatti, e dietro un altro aumento dell’affitto sarà posticipato di almeno un altr’anno[27]) fino a 30.000 militari americani ogni mese e le tre grandi piste sono costantemente affollate dei cargo C-17 e dei grandi aerei cisterna KC-135.

Alla fine, a Bakiyev – ma da solo, senza famiglia e familiari e clienti vari – è stato consentito, dopo un tentativo difficile e finito a fucilate di tenere un comizio, di andarsene in esilio nel vicino Kazakstan: con la mediazione – pare – di Putin in persona. Anche se nel paese non è del tutto cessato il sommovimento da parte di alcuni suoi sostenitori…

E in effetti, con una mossa che sembra davvero di qualche rilievo, il presidente russo Medvedev dichiara e fa sapere per televisione a tutti i kirghizi che, se il loro governo vuole la cooperazione economica di Mosca, deve loro offrire l’occasione di esprimersi presto in vere e proprie elezioni[28].

EUROPA

Il PIL dell’eurozona è rimasto stagnante fra terzo e quarto trimestre del 2009 e si è ridotto, invece, del 2,2% nel quarto a confronto con lo stesso trimestre dell’anno prima[29].

La produzione industriale nell’Unione europea sale a febbraio, rispetto a gennaio, dello 0,9% (e del 4,1% su un anno prima) ed è cresciuta dello 0,7% nell’Unione a 27 tutt’intera[30]. A gennaio era cresciuta rispettivamente di più su dicembre: dell’1,6 e del’1,7%.

I dati più recenti dell’EUROSTAT danno il tasso di disoccupazione[31] nell’eurozona che arriva a febbraio al 10% dal 9,9 di gennaio, il più alto dall’agosto 1998, con il livello di senza lavoro ufficiali nell’Unione a 27 al 9,6%: in Spagna è al massimo, al 20,05% nel primo trimestre, dal 18,83 dell’ultimo del 2009[32]; al livello più basso in Olanda, al 4%, calcolando però come di fatto occupati quanti ricevono i diffusi e generosi sussidi di disoccupazione. In Germania, separatamente, l’Agenzia federale del lavoro calcola il tasso, destagionalizzato, di disoccupazione all’8%. In Italia, a febbraio, il tasso era all’8,5%: peggio sicuramente della Germania e di parecchi altri, ma meglio della Francia, e certamente della Spagna…

Secondo alcune letture sfrenatamente ottimistiche (e perché se non per ragioni tutte e solo politiche   dei trends?) – come, ad esempio, tal Marco Valli dell’Unicredit di Milano citato dal NYT ma che avrebbe fatto meglio, per la figura che ci fa ad evitarlo – emergerebbero segnali di qualche rallentamento del ritmo dei licenziamenti: che, però, subito dopo soggiunge, devono ancora arrivare al massimo, forse al 10,7% più avanti quest’anno o nei primi mesi del 2011 (quindi di quale rallentamento va mai cianciando, di grazia?).

Anche l’inflazione è salita più delle previsioni di molti economisti[33]. A marzo, arriva all’1,4% dall’anno prima, anche se resta ancora ben al di sotto, vista la recessione ancora in corso, del livello considerato “accettabile” dalla BCE (e da Maastricht): non proprio al 2% ma ad esso “vicino”.

L’attivo commerciale della zona euro nei confronti del resto del mondo arriva a febbraio a 2,6 miliardi di € (a febbraio del 2009 segnava un rosso di 1,2 miliardi), riflettendo un +2,7% di export e un +1,5 di import[34].

Adesso bisognerà anche fare i conti con le conseguenze sull’economia dell’eurozona della cenere del vulcano islandese che ha bloccato per giorni trasporti aerei, turismo e rifornimenti in gran parte d’Europa (solo nei primi quattro giorni, si calcola, un miliardo di $ di perdita secca per le compagnie aree) e che, ora, si abbatterà sui raccolti con un impatto economico, vista la debolezza della ripresa un po’ in tutta l’eurozona, anche brutto, specie sulla propensione al consumo di prodotti agricoli e ortofrutticoli.

Gran parte della produzione specie di frutta deperibile dal Nord Africa e da Israele (e dai Territori occupati che Israele fa passare come roba sua) ne ha già risentito e, a breve, ne potrebbe soffrire il turismo specie nelle aree mediterranee che già più soffrono per la recessione e il carico che l’indebitamento sta loro imponendo… Dicono che a Reykjavík abbia trovato grande riscontro la battuta secondo cui l’ultimo desiderio dell’economia finlandese fosse stato di veder sparse le sue ceneri fossero un po’ su tutta l’Europa. Detto, fatto, no?

La crisi greca della quale parliamo tra un momento, un esito positivo lo ha avuto sostenendo col relativo declino dell’euro l’export dell’eurozona, come indica un’indagine di Markit Economics[35].  Quest’anno, nei confronti del dollaro, la moneta europea è calata del 7,2%, rendendo la vita un po’ più costosa per importatori e consumatori ma aiutando costi e competitività dei prodotti europei in America e altrove.

Guadagnano più di altre le economie del cosiddetto nocciolo duro dell’euro – Germania, Francia, Benelux e, in minor grado, anche l’Italia – mentre ne approfittano meno altre economie, come quella greca, meno aperta di loro e con settori che lavorano per le esportazioni non tanto vasti da fare con l’export la differenza.

Certo che se, adesso, i governi si mettono a restringere spese e bilanci la seconda metà dell’anno potrebbe essere molto più dura per le economie europee.

E’ crollato, ormai alla vigilia del suo turno di presidenza europeo che comincia a luglio, il governo del Belgio. Re Alberto II ha accettato le dimissioni del primo ministro Yves Leterme, provocate come tutte le ripetute crisi di questi ultimi anni, dalle contese tra i gruppi linguistici fiammingo e vallone sulla ristrutturazione di alcune circoscrizioni elettorali: ma, in definitiva, sulla condivisione e la divisione del potere tra le due comunità e come spartirsela, il problema di sempre[36].

Il momento è serio anche perché, qui, la crisi economia ha colpito duramente, nel paese che segna un debito pubblico del 101,2% del PIL e un rapporto deficit/PIL al 5,9% (negativo, ovviamente) ed è afflitto da una furiosa turbolenza bancaria che ha portato mesi fa alla controversa svendita forzata della Fortis, la maggiore banca del paese, per 14 milioni e mezzo di €, ai francesi di BNP Paribas. Ci sono ormai nel paese – e non solo, ormai, nell’ambito del pensiero, che pure c’è, di stampo, per capirci, leghista – alcuni che cominciano a porre il problema nel modo più radicale: se i costi economici e politici di tenere insieme per forza Wallonia e Fiandra valgono veramente la pena…

Intanto in Grecia – e certo è uno sviluppo che non dovrebbe sorprendere proprio nessuno, che insieme a un po’ di sensibilità sociale abbia anche un po’ di cervello: neanche a Bruxelles… – un sondaggio quasi ufficiale conferma[37] che il piano di austerità varato dal governo è considerato da ¾ quarti della popolazione “profondamente iniquo”, mirando agli strati più poveri della popolazione, pensionati e redditi bassi. Il 49,8% dei greci considera negativamente, perché “ingiusti”, anche i contenuti dell’accordo raggiunto al Consiglio europeo per un eventuale aiuto alla Grecia; e il 72,2% delle risposte dicono che il paese sta andando verso una direzione “sbagliata” o “molto sbagliata”.

La cosa straordinaria, e intrigante, è che malgrado questo i greci hanno una percezione esatta e politicamente equilibrata delle cose: infatti, il sondaggio dà insieme anche un netto vantaggio, in un eventuale scontro elettorale coi conservatori, ai socialisti, anche e a dispetto di questo giudizio severo. Avendo chiaramente presente che i debiti del paese li ha accumulati, maldestramente cercando poi di nasconderli, proprio il governo conservatore di Caramanlis, confermano anche altri sondaggi[38] che, se dovessero scegliere oggi tra socialisti del PASOK al governo e oppositori conservatori, voterebbero i primi con un margine di maggioranza secco del 10%: certo, forse, come male minore; ma sceglierebbero loro...

Il deficit dei conti correnti greci a febbraio sale a 3,25 miliardi di €, più di due volte e mezzo il deficit di un anno prima che era a 1,24 miliardi. Il tasso di disoccupazione è salito all’11,3% a gennaio, dal 10,2 di dicembre[39]

Emergono, in corso di mese, dall’EUROSTAT due fatti intriganti sui deficit/PIL

• Quello della Grecia viene ora ufficialmente dichiarato per il 2009, col concorso dello stesso governo, al 13,6% del PIL con l’attesa di un altro mezzo punto di aumento. Rispetto alle previsioni più recenti, cioè, ancora un +0,7%. La riserva espressa sul possibile aumento ulteriore è dovuta, secondo l’istituto statistico europeo, “alle incertezze sull’attivo della sicurezza sociale per il 2009, sulla classificazione di alcuni dati relativi a enti pubblici e sulla registrazione di alcuni swaps fuori mercato[40].

   Subito, proprio come fanno gli squali quando si gettano su una ferita che sanguina, il servizio investimenti della Moody’s ha contestualmente abbassato di una tacca, ad A3/A, il rating del credito ellenico[41]. La tragedia, ma insieme la commedia anche, è che questa agenzia ha, col suo verdetto, spinto subito oltre il 9% il differenziale di rendimento dei titoli di Stato greci a dieci anni e a un incredibile 11% quello dei titoli biennali.

   Questa agenzia è la stessa Moody’s che continua a dettar legge sul mercato mentre, sotto shock, l’America vede finire in tribunale trascinataci dalla SEC, la Consob d’America, per aver dato, dietro a versamenti di lautissime bustarelle, il suo rating di AAA alla “mondezza tossica” che la Goldman Sachs, anch’essa alla sbarra, assiemava in pacchetti e poi vendeva ai ricchi fresconi che chiamava clienti. Essi avevano il privilegio di coprire col ricavato di quelle vendite una grossa scommessa di borsa piazzata da un super “cliente favorito”[42].

   Che ora, in tribunale, si è appreso essere, il gestore di hedge fund John Paulson, uomo da dodici miliardi di $ e dal nome famoso, con legami all’ex ministro del Tesoro di Bush, l’omonimo John Paulson, uno che aveva disegnato l’investimento poi fatto passare per la promozione della banca in modo da migliorare le probabilità del suo fallimento. Si trattava di una scommessa future su chi avrebbe guadagnato da un’obbligazione di debito collateralizzata (si chiama così, CDO, e nella fattispecie si trattava di un titolo chiamato Abacus 2007 AC-1) che, andando male piuttosto che bene, avrebbe dato al super-cliente, e alla Banca che ovviamente erano al corrente di come sarebbe andata, fior di quattrini avendo scommesso contro il proprio stesso prodotto[43].

   Certo, la colpa del collasso economico e dei milioni di disoccupati e sottoccupati non è tanto dei CDO (essi sono, piuttosto, testi a carico soprattutto dell’incredibile livello di corruzione che ormai permea tutta Wall Street – e che potrebbe arrivare a far assolvere la banca in un eventuale processo, perché scommettere in borsa anche contro se stessi e i propri clienti, in fondo, potrebbe essere pure legale… – e responsabili, certo, anche di aver gonfiato le dimensioni della bolla al di là delle dimensioni che, altrimenti, avrebbe raggiunto da sola) quanto di una disoccupazione che è salita alle stelle perché è collassata la domanda.

   Che è collassata  perché è sparita praticamente d’un botto tutta la bolla speculativa che aveva creato una ricchezza fantomatica, alimentando così quella domanda. Ed è sparita semplicemente perché, secondo i modelli macroeconomici di proiezione, la bolla non poteva mai collassare tutta insieme e, guarda un po’, invece lo ha fatto…

   Ma è in questa situazione che ci troviamo… la colpa vera è di chi ha lasciato, per ingordigia e colpevole cecità, che la bolla si formasse fino inevitabilmente a scoppiare: del sistema bancario che, su questo, ha fatto fiorire le sue fortune, anche giocando sporco; e del sistema di governance, inteso in senso propriamente politico – governi e poteri legislativi – che, lasciandolo fare e coprendo del manto della legalità formale questi comportamenti, ha autorizzato il tutto.

   E il fatto è che, mentre denuncia alto e forte il prepotere e la prepotenza che la speculazione di mercato va esercitando sul suo paese, è meglio che Papandreou finché c’è il mercato si rassegni. Perché funziona così per sua natura: depreda, ruba, rovina e ammazza i più per far ricchi i meno: si chiama capitalismo allo stato selvaggio…

   La speculazione fa e farà il suo mestiere: se no bisogna tagliargli, le mani, al mercato… e non molti sembrano disposti a farlo. Così, il 23 aprile Atene ha fatto formalmente appello[44] all’offerta avanzata da UE e FMI, del pacchetto di salvataggio congiunto da quasi 56 miliardi di € (40 dalla UE, un po’ più di 15 dal FMI).

   Il problema è che, a questo punto, la palla è in mano a Berlino, visto che quel governo ha annunciato – strana smania di democraticismo acuto visto che mai prima aveva fatto qualcosa del genere – di volere l’approvazione del parlamento prima di erogare la sua parte del pacchetto previsto— e forse ci vorrà parecchio tempo per arrivarci. Solo che tempo non c’è più, pare, o quasi… mentre sale – ci torneremo sopra fra un attimo – la pressione domestica su Merkel perché lasci al suo destino la Grecia…

Ma davvero tutti dovrebbero lasciare da parte l’ipocrisia imperante. Ha detto bene, stavolta, Tremonti che se va a fuoco la casa del vicino è meglio che tu gli presti l’estintore prima che le fiamme investano anche la tua… E, da amante sfegatato delle metafore, ha aggiunto che sul Titanic andarono a fondo sia quelli che viaggiavano in terza che quanti traversavano l’Atlantico nelle cabine di lusso di prima classe…

In modo meno immaginifico, lo stesso concetto è stato ripreso dal ministro francese del Bilancio, François Baroin, secondo il quale per queste ragioni che coinvolgono tutti – Francia, Germania, Italia, FMI e Europa – tutti dovranno dare una mano alla Grecia: perché è l’eurozona, come tale, a trovarsi sotto “l’inverecondo attacco della speculazione[45]. Anche lui esclude “la ristrutturazione del debito greco”. Ma anche lui sa che più tempo passa e più l’evento si fa prevedibile.

• Il secondo fatto rivelatore è che, in realtà, deficit/PIL dell’Unione per il 2009, sempre secondo EUROSTAT, viene adesso ritoccato – e parecchio – al rialzo: nell’eurozona, dal 2% del 2008 – e a causa della crisi – non al 3, o al 4, o anche al 5% ma ben al 6,3% di media e il debito pubblico, sempre in media, è salito dal 69,4% al 78,7%[46]. A dimostrazione che nessuno – ma proprio nessuno (con irrilevanti eccezioni) – è davvero in regola…

   Nel 2009, rispetto al PIL i deficit più alti sono stati registrati per Irlanda (-14,3%), Grecia (-13,6%), Gran Bretagna (-11,5%), Spagna (-11,2%), Portogallo (-9,4%), Lettonia (-9%), Lituania (-8,9%), Romania (-8,3%), Francia (-7,5%) e Polonia (-7,1%). Nessuno Stato membro ha registrato un attivo e i più virtuosi (ma sono anche per quantità statisticamente abbastanza irrilevanti) sono stati Svezia (-0,5%), Lussemburgo (-0,7%) ed Estonia (-1,7%). In tutto, 25 Stati dell’Unione su 27 hanno peggiorato il loro rapporto deficit/PIL nel 2009 e solo due (Estonia e Malta) un miglioramento.

   Anche il deficit/PIL di altri paesi, in primis tra quelli più a rischio il Portogallo (anche se poco, +0,1%) naturalmente, col peggiorare dell’economia, va peggio. E a Lisbona, ovviamente, con un  governo di minoranza è ancora più difficile il “raddrizzamento”.

   Quanto al debito pubblico rispetto al PIL, la stessa tabella dalla quale siamo andati citando i dati percentuali del deficit/PIL riporta oggi, corretti, i dati seguenti: l’Estonia ha il tasso più basso di rapporto tra debito e PIL (il 7,2%) – ma dell’Estonia parliamo: uno dei paesi in ogni senso più “arretrati” d’Europa: quindi non sembrerebbe, no?, un grande vanto – seguita da Lussemburgo (14,5%), Bulgaria (14,8%), Romania (23,7%), Lituania (29,3%) e Repubblica ceca (35,4%). Sono dodici i paesi membri ad avere un deficit/PIL peggiore nel 2009 del 60%: in testa l’Italia (115,8%), poi la Grecia (115,1%), il Belgio (96,7%), l’Ungheria (78,3%), la Francia (77,6%), il Portogallo (76,8%), la Germania (73,2%), Malta (69,1%), la Gran Bretagna (68,1%), Austria (66,5%), l’Irlanda (64%) e l’Olanda (60,9%).

I dati su chi “possiede”, cioè chi detiene il debito estero greco, sotto forma di titoli o di buoni del Tesoro, riportati nella tabella seguente, dicono anche molto

                    Chi detiene il debito estero della Grecia?

                           Banche estere proprietarie del  debito greco (titoli e BoT)

                                                                                                         in % del totale   in €: stima minima  in €: stima massima                    

FRANCIA      

   24,9

         27

         52

GERMANIA

   14,3

         15

         30

Resto dell’EUROZONA

   18,8

         20

         39

Totale dell’EUROZONA

     58

         62

        121

SVIZZERA

   21,1

         22

         44

GRAN BRETAGNA

     4,1

           4

          8

USA

     5,4

           6

         11

RESTO del MONDO 

   11,4

          12

         23

TOTALE

   100

         106

        207

Fonti: Banca dei regolamenti internazionali, Banca di Grecia, The Economist [47]

Ora, se non se ne verrà fuori con l’uscita en catastrophe della Grecia dall’euro, verso cui continuano a spingere le agenzie di rating[48], la speculazione, i mercati[49] e, soprattutto, la paralisi decisionale di chi potrebbe altrimenti, invece, decidere e che ormai se non vuole la bancarotta del credito sovrano greco e con esso forse anche dell’euro, dovrà farlo…

… se, in altri termini, tutti si renderanno conto del fatto (non dell’opinione: del fatto…) che i debiti che non possono essere pagati non saranno pagati… che, cioè, quanto vale nella vita degli individui, vale anche per i paesi… l’euro e l’eurozona potrebbero, invece, paradossalmente dalla crisi greca – addirittura uscire più forti. Perché, adesso, potrebbero davvero finalmente passare due o tre misure che riducono la sovranità finanziaria degli Stati membri e potrebbero evidenziare anche così sempre di più l’esigenza di non “contentarsi” più della monodimensione monetaria dell’Unione facendo scattare anche quella economica.

Nel 2005, la Commissione Barroso aveva cercato di dotare l’EUROSTAT, l’agenzia statistica europea dei poteri di rivedere i dati che le venivano trasmessi dagli Stati membri. Ma la richiesta venne respinta perché si opponevano i ministri delle Finanze che, praticamente tutti, rifiutavano di trovarsi qualcuno di autorevole, e competente, a sbirciare sopra le loro spalle. Ora la stessa proposta viene ripresentata e, stavolta, con ogni probabilità gli Stati membri la approveranno.

E, stavolta, probabilmente anche se l’America continuerà ad esitare, con Obama costantemente frenato da Timothy Geithner, l’Europa messa all’angolo dalla crisi greca potrebbe – dovrebbe – riuscire a dar seguito alla proposta di una nuova regolamentazione finanziaria dei mercati che un anno fa aveva avanzato al G-20 e s’era vista stoppare dalla poco sacra alleanza tra City e cancelliere dello Scacchiere britannico di qua e Wall Street e ministro americano del Tesoro di là…

Perché la rinuncia a un qualche grado di sovranità in tema di finanza, senza la Grecia, la sua crisi, l’attacco feroce degli squali di mercato alla giugulare debole dell’eurozona – quella più debole adesso, oggi… domani, chi sa a chi potrebbe toccare… – non sarebbe certo stata decisa come stavolta, siamo quasi pronti a scommetterlo, invece potrebbe osarla l’Unione, magari forzandola anche sugli altri.

Ci sono ancora problemi, però, le resistenze saranno ancora fortissime e, infatti, sul tema anche meno contenzioso e più delimitato della ri-regolamentazione, neanche quella degli hedge funds, dei fondi a rischio, delle scommesse di pochi contro tutti (il nodo su cui Brown, l’inglese, scatena regolarmente una retorica velenosa, e sacrosanta, ma poi quando si tratta di scegliere al dunque fra la lobby della City e una riforma seria, diventa fumoso e tremebondo…), ma solo sull’opportunità di tassare le banche per profitti e extraprofitti che fanno dopo essere state salvate da interventi dei pubblici erari, i ministri delle Finanze non sono riusciti – anche e soprattutto per la sua resa totale – ad arrivare a una decisione comune.

Ha dichiarato la ministra spagnola Elena Salgado – recitando l’ovvio, magari – che non sono riusciti  a mettere giù una decisione comune perché… comune non è stata trovata[50]. E i ministri, che dopo i tecnici hanno dovuto così riprendere la discussione, che trovatisi  di fronte allo stesso stallo, col Canada soprattutto a dire di no a una tassazione extra, dovranno ancora continuare a discuterne e a far lavorare i loro tecnici alla ricerca di vari strumenti di risoluzione delle crisi.

Adesso forse bisognerà chiedere al Fondo monetario, che ha cominciato a pensare sul serio a qualche strumento di regolazione e di “freno” all’ingordigia del mondo bancario, di suggerire qualcosa di serio… ma lo stesso Fondo poi traccheggia, impaurito dalla sua stessa audacia, e consiglia al Tesoro americano di frenare perché va troppo in fretta per arrivare a un coordinamento tra tutti che non lasci indietro nessuno… Il che, tradotto, significa però riconoscere potere di veto anche soltanto al Canada[51].

Cosa che è, semplicemente, pazzesca. Perché, per dirla com’è – come già l’aveva enunciata lucidamente due secoli e mezzo or sono nientepopodimeno che Adam Smith, l’“inventore” del mercato, in persona – in nessun campo ci si può affidare davvero all’autoregolamentazione di un ramo d’industria[52]. L’ipotesi di un mercato perfetto, o anche solo efficiente, non funziona, perché un tale mercato mai c’è e mai c’è stato. I mercati non si autocorreggono. Tanto meno si autoregolano. E in campo bancario anche meno di qualsiasi altro. Lasciati a se stessi, i banchieri si mettono a speculare con soldi non loro ma loro affidati, fino a provocare, dopo qualche anno, o al massimo pochi decenni, l’inevitabile crack del sistema[53]

In ogni caso, malgrado le remore, i ripensamenti, i rifiuti, stavolta magari cominciando ognuno per conto suo – l’Europa, se tedeschi e francesi – su inglesi e italiani è inutile contare – non si calano ancora una volta le brache; gli Stati Uniti, se la linea interventista che per ora prevale non arretra di botto… – a una qualche ri-regolamentazione adesso, vedrete, si arriverà.

Il fatto è che i banchieri hanno provveduto a cacciarsi in un cul di sacco di assoluta impopolarità: negli Stati Uniti, ma anche da noi, le maggioranze accudì sano le opposizioni, i democratici accusano i repubblicani e viceversa, con assoluta credibilità, di aver leccato i piedi per non dire di peggio alle banche, di aver accettato da loro, e a partire da quelle più “delinquenti”, come la Goldman Sachs proprio, enormi contributi finanziari per le proprie campagne elettorali, a ogni livello.

Alla Casa Bianca, Obama proprio come Bush ha stretto la mano e dato il benvenuto come onorati ospiti a tutti gli uomini – e a qualche donna – senza discriminare neanche quelli che più puzzavano, del big business. I due partiti, come da noi ad esempio in Gran Bretagna laburisti e conservatori o da noi forzaitalioti e lib-lab del cosiddetto centro-sinistra, hanno speso tutti gli anni ‘90 e buona parte degli anni 2000 a deregolamentare sistematicamente la finanza, lasciandola libera di fare i propri comodi.

E, poi, hanno speso l’ultimo biennio a salvare con fior di soldi pubblici sottratti all’economia reale, le economie di carta arrivate, per colpa e responsabilità propria ma anche di chi le aveva lasciate libere di fare il loro comodo, sull’orlo del collasso… Adesso, con la gente stizzita ed esasperata, sia i democratici che i repubblicani, i conservatori-conservatori e i conservatori-progressisti vogliono farsi vedere identificati – non identificarsi che è altra cosa – con l’uomo della strada.

Adesso, ripetiamo, abbiamo l’impressione che correranno un po’ ai ripari. D’altra parte, l’Europa nella sua storia moderna s’è adattata, è evoluta e cresciuta, anche quanto a unità e integrazione, in risposta alle crisi. Dopotutto, l’America ci mise quasi cent’anni a diventare davvero, con Theodore Roosevelt intorno al 1900 e, poi, con la prima guerra mondiale, uno Stato federale con poteri politici centrali efficaci…, anche troppo – forse – efficaci. E l’Unione, comprendendoci dentro eurozona a sedici, Unione a 27, Comunità, Mercato comune e quant’altro, di anni ne ha molti di meno…

L’8 aprile, la Banca centrale europea, aveva dato due segnali, forti, ai mercati. Lasciando dov’era, all’1%, per l’eurozona il tasso di sconto – non è ancora ora di alzarlo: la ripresa non è sufficiente né sufficientemente robusta (a febbraio, rispetto a gennaio le vendite al dettaglio[54] sono scese dello 0,6%) – e sulla Grecia, in particolare, aveva detto per bocca del presidente Trichet che l’Unione non consentirà il “fallimento” del governo greco[55]: che l’impegno assunto a firma di tutti i 16 capi di Stato e di governo dell’euro è una cosa seria e i mercati farebbero bene a capirlo se non vogliono, poi, dolorosamente pentirsene…

A questo punto, e a nostro avviso, è utile portare all’attenzione dei pazienti usufruttuari di questa nostra Nota due chicche davvero sopraffine, da banchieri centrali e per di più di sponda diciamo pur progressista, e oltre che sopraffine scandalose davvero.

Il giorno dopo aver inchiodato il tasso di sconto il presidente Trichet, tornando a indossare i panni del suo ampolloso e ufficialissimo ruolo di governatore di Banca centrale, predica che alcuni paesi dell’eurozona devono accettare periodi di deflazione per poter riprendere maggiore competitività. E non si ricorda neanche – Trichet, un francese che si taccia di moderato ma deciso progressismo – che queste putt***te, in voga ai tempi di Reagan e Thatcher, ormai – almeno dopo questa recessione – non hanno più alcun corso dignitoso, diciamo. Solo che, purtroppo, contano ancora[56].

E gli dà una mano anche il suo omologo del FMI: che si considera, ed è, invece un socialista, professore universitario, già deputato e ministro delle Finanze con Mitterrand pure. Dominique Strauss-Kahn, il presidente del Fondo, dice così ora alla Grecia, papale palale, che per affrontare il suo debito deve deflazionare: perdere reddito, spesa, consumi e lavoro cioè che, sostiene, è poi in buona sostanza quello che la Commissione europea ha raccomandato. Naturalmente è una forzatura. Ma significativo è che lui senta il bisogno di dirlo.

Il problema è di tutta l’eurozona, fa presente, però che può anche mantenere i suoi programmi di sicurezza sociale ma – lui suggerisce – deve decidersi a “sforbiciare”, dice proprio così, le pensioni un po’ dappertutto e che, a quel patto, “tetti più elevati di inflazione potrebbero essere un’opzione”.

Alla faccia del socialismo e del progressismo[57]

Finalmente, prima di metà mese, comunque, l’Unione si decide a stringere i tempi: l’Eurogruppo approva, in videoconferenza e di domenica (era urgente decidere e far sapere della decisione prima della riapertura dei mercati il giorno dopo), un meccanismo d’emergenza di aiuti alla Grecia[58] che le mette a disposizione prestiti morbidi, a tassi molto inferiori a quelli di mercato – oggi i titoli decennali sfiorano l’8% – fino  alla concorrenza di 30 miliardi di €.

La Germania, che ha tenuto a mantenere il punto – formalmente l’intervento non sarà chiamato salvataggio – ha mollato, come ha sottolineato il presidente dell’Eurogruppo, il lussemburghese Juncker, sottolineando però che il Tesoro greco non ha ancora presentato una richiesta ufficiale di salvataggio e che è ad esso che spetta attivare il meccanismo.

Juncker ha tentato di salvare la faccia a Berlino insistendo che il Trattato di Lisbona non viene violato perché si tratta comunque di un prestito ad interessi, anche se – ammette un po’ sottovoce  – di parecchio inferiori a quelli che la Grecia otterrebbe presso qualunque istituto di credito o istituzione finanziaria. E il presidente della Commissione, Barroso, in un’uscita per lui anche troppo audace visto che sfruculia così la Germania, dice che la mossa dimostra come i governi dell’eurozona “siano un blocco deciso a prendere sul serio la loro stabilità e l’affidabilità certa dell’euro”.

Deciso solo fino a un certo punto, però. Sulla Merkel, ora che sembrava aver deciso, premono come accennavamo gli alleati iperliberisti liberal-democratici della FDP che, col vice-portavoce alle Finanze Franz Schäffler, deplorano che “la Germania sotto pressione si sia piegata, che non dovremmo illuderci sulla natura di un prestito come quello che ci accingiamo a fare alla Grecia, perché di un sussidio e non di altro si tratta” perché, al dunque, le faremo pagare al 5% quello che altrimenti avrebbe dovuto pagare all’interesse dell’8%.

Non aiuta molto il portavoce capo delle Finanze, Michael Offer, ricordando – peraltro correttamente – che l’accordo originale su cui si basa la decisione dell’Eurogruppo, quella del marzo 25, dà potere di veto a ogni governo dell’eurozona: insomma, ulteriori indurimenti delle condizioni fatte alla Grecia, se al governo tedesco sembrano necessari, non sono esclusi. E, questa è l’implicazione, siccome il 9 maggio ci sono le elezioni nel Land del Nord-Reno Westfalia – senza di cui il governo perderebbe il controllo del Bundesrat, la Camera alta – la politica interna tedesca potrebbe tornare a fare premio su tutto[59]

E, in effetti, con quello che sembra un assalto coordinato e ben orchestrato[60], anche se resta finora appena sotto la riga della rottura o della minaccia della rottura,

• Hans-Peter Friedrich (CSU) dice che la Grecia ormai deve “seriamente pensare a lasciare l’eurozona”…,

• Werner Langen, capo del gruppo cristiano-democratico nel parlamento europeo ripete che la Grecia “dovrebbe lasciare l’eurozona” e,

• tanto per far salire la pressione su Merkel, i liberal-democratici, l’alleato junior libero-mercatista ad oltranza in economia della coalizione di governo dice che, al Congresso di fine aprile, presenterà una mozione per “escludere dall’eurozona e dall’euro alcuni paesi inguaiati”, per ora non meglio specificati. Contemporaneamente il quotidiano tedesco di massima circolazione, il Bild, tra una tetta al vento e un amorazzo esposti in prima pagina, e il Berlin Tagesspiegel, lanciano un campagna di stampa che “invita” (eufemismo) la Grecia ad andarsene, subito…

E, infine, mentre col ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, la Germania, e di fatto l’Europa, continuano a ripetere a macchinetta che prima di avere accesso a un qualsiasi pacchetto di aiuti la Grecia dovrà implementare un nuovo, duro, programma di austerità (Schäuble[61] ricorda al ministro greco delle Finanze Pacostantinou, che né Germania né Unione europea hanno ancora preso una decisione finale e prenderla dipende dal comportamento e dalla affidabilità della Grecia)…

… Dominique Strauss-Khan, direttore del Fondo monetario, rende noto che stanno accelerando e saranno sicuramente conclusi in tempo per far fronte ai bisogni immediati della Grecia, cioè entro la prima settimana di maggio, i negoziati per la concessione del suo prestito: lo conferma[62] a Washington, allo stesso Papacostantinou, dichiarando che al Fondo sono colpiti dalla serietà con cui Atene sta perseguendo gli impegni già assunti e che riconoscono la necessità di una riposta tempestiva alla richiesta greca.

E, a questo punto, parte una campagna chiaramente concordata per “convincere” le autorità tedesche a prendersi le loro responsabilità. Schäuble, pur premettendo che i greci devono rendersi “credibili” quando si impegnano a meritarsi il salvataggio con durissimi sacrifici nel prossimo e non breve futuro, assicura che secondo lui tutti i principali partiti tedeschi, a queste condizioni, sono d’accordo a che il paese faccia la sua parte. Ma ci vorrà tempo, sicuramente dopo le elezioni regionali del 9 maggio. Solo che, forse, tanto non si potrà aspettare, se i signori dei mercati decidono di imporre il redde rationem[63].

Poi, parla di nuovo direttamente Merkel, ripetendo parola per parola il concetto del suo ministro: “sì, ma certe condizioni”. Due, soprattutto precisa: che FMI e UE concludano i negoziati; e che Atene stringa il morso alla sua economia. Ma – e questa è la novità – la Merkel non ha chiesto specificamente che le ulteriori misure di austerità siano prese subito, nel 2010— una richiesta che avrebbe destabilizzato ancora di più la Grecia di quanto già lo sia; e ha ancora una volta ripetuto di non concordare affatto con chi all’interno della sua stessa coalizione chiede alla Grecia di auto espellersi, o minaccia di cacciarla, dall’euro[64]. Fa intuire, però, anche di temere che questo prestito potrebbe essere soltanto un anticipo sui soldi che bisognerà dare per evitare il default e che bisognerà probabilmente procedere a una radicale ristrutturazione del proprio debito.

E sempre Schäuble torna a dire, stavolta allarmato ma con forza e volontà di rassicurare, che un fallimento del debito pubblico greco scatenerebbe la speculazione selvaggia contro tuta l’eurozona e, molto probabilmente contro molti paesi che nell’eurozona neanche ci stanno ma ad essa sono inevitabilmente legati (non pensa solo alla Gran Bretagna ma a chiunque nel mondo, cioè tutti, abbia a che fare con l’euro).

Il punto per il quale ormai bisognerà aiutare la Grecia – la Germania (quando, annuncia, deciderà di farlo, non più se, con almeno 8 miliardi di €, la sua parte) lo farà attraverso la banca di Stato, di proprietà federale e dei Länder, KfW, che provvede agli investimenti di lungo termine della RFT nei campi della promozione industriale, ecologica e a scala internazionale – è che bisogna aiutarla a rimettersi in piedi per rendersi nuovamente solvibile[65].  

E, infine, arriva nientemeno la Bundesbank a mettere, anche se con grande ritardo, il timbro della sua approvazione – ui quasi come un editto appale o una fatwa coran cia – qui, quasi come un editto papale o una fatwa coranica – all’operazione di salvataggio. Dice Axel Weber[66], il presidente che la Germania intende candidare alla successione di Trichet alla BCE, che proprio questa crisi dimostra la necessità di una seria riforma della regolamentazione finanziaria dell’Unione europea. Fino a ieri, è vero, sosteneva che ci doveva pensare il mercato, sua sponte, ma tant’è ora sembra averci ripensato.

Il contribuente tedesco beneficia della stabilità dell’euro che merita protezione e giustifica, dunque, la partecipazione della Germania all’operazione di salvataggio finanziario della Grecia. Ma deve essere operazione che si accompagna alla imposizione di regole più dure nell’Unione europea. Il fatto è che aiutare la Grecia ormai è la maniera migliore, forse la sola, per impedire che il contagio si diffonda a macchia d’olio. Mentre tagliare fuori dall’eurozona un paese membro, legalmente è impossibile…

I socialdemocratici  all’opposizione hanno dichiarato di essere pronti anche loro a approvare il pacchetto di aiuti ma, secondo Frank-Walter Steinmeier[67], leader del partito, vogliono che al suo finanziamento partecipino, oltre ai fondi pubblici necessari, anche le banche che dalla crisi escono, grazie agli aiuti pubblici ricevuti, con fior di superprofitti.    

Ma, a questo punto, si riaffaccia l’interrogativo che, praticamente fin dall’inizio, ha aleggiato su tutta questa faccenda. Da giorni, Olli Rehn, il Commissario europeo all’economia, aveva chiarito che 1/3 della somma del prestito avrebbe dovuto venire dal FMI. e voci, poi confermate, parlavano di un prestito a tassi di interesse sui titoli di Stato greci a tre anni al 5%, da erogare sempre in tre anni e sempre in   proporzione tra i paesi dell’euro sia al Fondo che alla BCE alla parte di capitale detenuto da ciascuno di loro (compresi quelli in difficoltà finanziaria anche loro: Spagna, Irlanda, Portogallo e anche Italia) nei due istituti internazionali. Per dire, l’Italia dovrebbe contribuire con qualcosa come un’apertura di credito di 5 miliardi, la Germania di 8 miliardi di €.

E la domanda, allora, è perché mai Atene dovrebbe mettersi a chiedere soldi a un interesse minimo del 5% dall’eurozona quando e se potrebbe ottenere praticamente subito e intanto 15 miliardi di € a condizioni analoghe, e parecchio migliori – a Washington si parla del 3% – dal  Fondo…

E, adesso, proprio Rehn, qualche po’ gelato sembra dalle notizie di quasi sommossa che arrivano dalla Germania – la decisione forzata, ad esempio, che la porzione di salvataggio della Grecia, o eventualmente di altri, spettante pro-rata al paese, dovrà essere approvata dal Bundestag[68] –  suggerisce la creazione di un nuovo fondo monetario e di altre misure che blocchino i sussidi o impongano sanzioni di tipo automatico ai paesi che violano le “regole del gioco[69]. Secondo Rehn sarebbe anche possibile, senza neanche dover ritoccare (e all’unanimità, poi: col voto dei paesi “puniti”…) il Trattato di Lisbona… Ma, in realtà, la sua tesi è assai dubbia.

A questo punto, importante, cruciale, diventa la capacità di Papandreou di mantenere – malgrado tutto – il sostegno della gente. Il ministero della Difesa annuncia che il suo bilancio diminuirà del 25%, mentre il taglio medio di ogni ministero sarà del 12. Ma è proprio sulla filosofia del taglio che i sindacati, sia quelli del settore privato che pubblico, non sono d’accordo. Respingono – e dichiarano che condurranno una dura lotta di resistenza – ogni misura indiscriminata[70]: come l’aumento dell’IVA che ricade senza proporzione alcuna ugualmente su poveri e ricchi, il congelamento triennale di tutti i salari pubblici, la cancellazione di ogni gratifica a tutti gli impiegati pubblici per ricavarne 20 miliardi di € nei prossimi due anni.

Parentesi informativa – dati e cifre, cioè – a questo punto, sullo status delle economie più fragili dell’eurozona— quindi, checché ne dica Berlusconi anche dell’Italia ma pure dell’Inghilterra, che nell’eurozona non è ma nell’Unione europea sì (c’è chi dice disgraziatamente, visto che da lì da decenni è cominciato il sabotaggio di ogni possibilità di cominciare a costruire un’Europa più politica e più integrata…, ma anche con l’osservazione, almeno altrettanto sacrosanta, che la Gran Bretagna spesso è stata usata, poi, come alibi delle infingardie e della mancanza di volontà degli altri.

Dati e temi delle economie più fragili dell’Unione europea 

Grecia[71]: Deficit/PIL al 9,8% (con ogni probabilità, alla fine, il pacchetto di aiuti alla Grecia complessivamente, in tre anni diciamo, salirà a 120-130 miliardi di €: meno non bastano…)

              Debito pubblico al 94,6% del PIL (traballa sull’orlo del fallimento dichiarato, dopo settimane di chiacchiere calmieratrici che, in realtà, hanno contribuito ad allarmare speculatori e mercati; la Commissione ha escluso per ragioni politiche la ristrutturazione del debito – in pratica svalutazione, cancellazione parziale e allungamento nel tempo – ma i mercati lo danno ormai per sicuro)

              Crescita del PIL (4° trim. 2009) -0,8%

              Per assicurare 10.000 $ di debito pubblico, servono 700 $ di “servizio”

Portogallo: Deficit/PIL al 7,6% (potrebbe essere il prossimo paese a dover ristrutturare il debito; alto qui è anche il livello di quello privato e il deficit dei conti correnti; il governo dice che anticiperà ora le misure di austerità previste per l’anno prossimo

                   Debito pubblico al 62,6% del PIL

                   Crescita del PIL (4° trim. 2009) -0,2%

                   Per assicurare 10.000 $ di debito pubblico, servono 310 $ di “servizio”

Spagna: Deficit/PIL al 8,5% (dopo Grecia e Portogallo, viene Madrid…; speculazione edilizia costruita sul credito facile ; ma se a fallire fosse la Spagna, dimensione e peso del problema sarebbero sull’Unione ben altri)

               Debito pubblico al 41,6% del PIL

               Crescita del PIL (4° trim. 2009) -0,8%

               Per assicurare 10.000 $ di debito pubblico, servono 170 $ di “servizio”

Irlanda: Deficit/PIL al 12,2% (vittima di un'altra bolla speculativa edilizia: simile al problema spagnolo, punta decisamente su una austerità dura… o, almeno, lo dichiara)

               Debito pubblico al 38% del PIL

               Crescita del PIL (4° trim. 2009) -2,3%

               Per assicurare 10.000 $ di debito pubblico, servono 200 $ di “servizio”

Italia: Deficit/PIL al 5,1% (situazione percepita dai mercati, anche al di là delle cifre nude e crude, più o meno come quella irlandese, ma le dimensioni dell’Italia sono quelle della terza o quarta economia del’Unione 

 uassi come ,’iralanda

           Debito pubblico al 100,8% del PIL

           Crescita del PIL (4° trim. 2009) -0,3%

           Per assicurare 10.000 $ di debito pubblico, servono 139 $ di “servizio”

G. B.: Deficit/PIL al 13,3% (peggio di tutti… e nessuno crede davvero che il nuovo governo farà molto in proposito; grazie allo status privilegiato, e ingiustificato – mica è Wall Street – della City, i problemi del debito sovrano, traballante più o meno come quello degli altri, qui sembrano preoccupare di meno— ma qui c’è anche un elevatissimo indebitamento privato di cui tener conto…; la svalutazione della sterlina ha aiutato ma nel lungo non garantisce agli investitori di sentirsi salvaguardati; il tasso di inflazione è testardamente più elevato che negli altri paesi

            Debito pubblico al 59% del PIL

            Crescita del PIL (4° trim. 2009) -0,8%

            Per assicurare 10.000 $ di debito pubblico, servono 79 $ di “servizio”

E, a questo punto, lasciateci fare una lunga citazione dall’analisi che propone della questione greca la Confederazione europea dei sindacati, come questione realmente e globalmente europea, che ci appare, tra le tante, forse, la meno arzigogolata e la più sensata: tecnicamente, dal punto di vista strettamente economico, oltre che politicamente. In fondo, quelle dei massimi professoroni, alla fine, non dicono molto di più e molto meglio[72]

Ai greci si chiedono oggi tagli profondi e dolorosi che deprimeranno ancora redditi e occupazione, e, intanto, spingono i differenziali di rendimenti e interessi a livelli rovinosi… Di recente i titoli greci sono stati dichiarati “immondizia”. E’ un disastro per i greci ma un indirizzo pericoloso per tutti gli europei che impone di disegnare un percorso di uscita europeo dalla crisi.

   Siamo stupefatti dal ritardo sistematico con cui hanno inseguito i fatti i decisori politici europei, lasciando il campo e la direzione ai sentimenti volatili dei mercati, a politicanti populisti e a media troppo spesso profondamente incapaci di vedere la realtà della crisi.

Sono quattro le cause della catastrofica crisi fiscale (cioè di bilancio) greca.

   • La prima è nella debolezza di sempre del bilancio del paese, della sua incapacità in particolare di generare entrate di bilancio in rapporto al PIL, paragonabili a quelle dei vicini europei, ma anche ala colpevole manipolazione statistica.

   • Secondo, la competitività relativa della Grecia è continuamente peggiorata, specie nell’eurozona: come si vede dal deficit sostenuto dei conti correnti risultato della crescita al di sopra della media dei costi del lavoro per unità di prodotto e dei prezzi e di una più forte dinamica della crescita economica.

   • Terzo, la crisi economica – vista la struttura conservatrice tradizionale del settore bancario ha assunto le caratteristiche di un classico shock esterno – ha letteralmente messo a sacco le finanze pubbliche, come in altri paesi.

   • Quarta e ultima, ma non per questo meno importante, causa della crisi, il costo del servizio del debito che, a causa di preoccupazioni reali sulla sostenibilità fiscale combinate con speculazione e disinformazione, ha drammaticamente fatto salire il tasso di interesse sull’emissione di nuovi titoli del Tesoro greco.

   Solo la prima di queste quattro ragioni giustificherebbe senza equivoci un’accettazione comunque forzata di austerità fiscale imposta a tutti i greci. Tutte le altre hanno una vasta dimensione europea e richiedono soluzioni europee. In particolare, la perdita di competitività della Grecia (ma anche di altri paesi, come Spagna e Irlanda) è lo specchio dell’aumento medio di competitività relativa di altri, in particolare di Germania, Austria, Olanda.

   Che non l’avrebbero potuta raggiungere senza l’espansione più rapida della domanda nel primo gruppo di paesi che abbiamo menzionato, i quali – altro fattore troppo spesso dimenticato – sono anche stati all’origine di gran parte della crescita economica e occupazionale degli anni recenti, mentre aumento di domanda e di produzione nei paesi dai risultati in attivo erano fiacchi. In altri termini, il problema è simmetrico e anche la soluzione deve esserlo.

   Perché non è vero che la Grecia – come spesso si afferma o si lascia intuire – sia restata indietro rispetto alla Germania nell’aumento di produttività. Al contrario, la produttività oraria del lavoro nei dieci anni dell’euro a partire dal 1999 è aumentata del doppio rispetto proprio a quella tedesca. Né i frequenti richiami alla “pigrizia” greca resistono a un esame appena appena serio: l’orario medio di lavoro in Grecia è il più lungo d’Europa (di centinaia di ore all’anno più lungo di quello in vigore in Germania!). Il problema è stato quello del salario nominale [bassissimo] e della fissazione dei prezzi [selvaggia, in tutto il settore del lavoro autonomo: proprio come in Italia, cioè…].

   E’ grazie a forti differenze nella determinazione dei salari, che i costi unitari del lavoro greci sono aumentati più del 30% dall’inizio dell’UME – e gli aumenti in Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda sono stati ancora maggiori – mentre in Germania lo stesso aumento è stato dell’8%. E la fissazione monopolistica dei prezzi è stata anch’essa critica nel consentire alle imprese di trasferire sui prezzi interni i costi salariali più alti e l’aumento dei prezzi importati. Queste, di salario e di prezzo, sono divergenze non sostenibili all’interno di un’unione monetaria dove l’aggiustamento del cambio non è più praticabile.

   Per questo l’aggiustamento che deve avvenire e che può essere, esso sì, praticato deve avvenire sia in alto che in basso. In Grecia e in altri paesi, salari e prezzi devono cadere in termini relativi. Ma, sempre in termini relativi, devono crescere più rapidamente in Germania, dove una politica di moderazione salariale aggressiva come quella finora praticata è risultata pericolosamente deflazionistica, ha esportato disoccupazione e minaccia oggi di far esplodere l’unione monetaria. E’ l’unico modo in cui l’eurozona può ritrovare un equilibrio e evitare una spirale molto rischiosa di deflazione rampante e incombente”.

Se questa analisi “tecnica” e politica – condivisa da tutti i sindacati d’Europa: compresi quelli tedeschi… e compresi quelli greci – non viene anzitutto capita e poi fatta propria da politici e analisti, l’Europa non ce la fa ad uscirne e resta affondata  nei guai.

Il documento dei sindacati fa scaturire alcune proposte di policy da questa analisi. Riassumendo al massimo e, ovviamente, col rischio di semplificazione annesso:

• I tassi di interesse della BCE devono almeno restare fermi a zero e non solo per qualche mese ancora per sostenere il consolidamento fiscale necessario di molti bilanci pubblici senza far salire il costo del denaro.

• I governi europei dovrebbero impegnarsi a venire incontro alla necessità della Grecia, per cominciare ad uscirne, di ristrutturare il suo debito per almeno un triennio.

• La Grecia deve accettare una supervisione maggiore delle proprie finanze pubbliche in cambio di un impegno molto più accentuato a lavorare più che per tagli di bilancio con una lotta davvero drastica all’evasione fiscale e a limitare nel tempo il congelamento di salari ma anche di prezzi amministrati e di prezzi dei prodotti al consumo. Solo così possono passare, senza catastrofi sociali e di ordine pubblico, i sacrifici richiesti.

• Germania, Austria, Olanda, i paesi cosiddetti in attivo, si impegnano a mantenere uno stimolo fiscale e a un periodo di aumento dei salari superiore a quello della produttività (proprio per creare un po’ di inflazione).

• Ci vuole la coscienza che la Grecia non è affatto l’unico paese in crisi e responsabile della crisi: che la crisi, insomma, è il prodotto complesso di esuberi tanto di “vizio” quanto di “virtù”, se volete. Solo se tutti prendiamo atto di questo fatto, possiamo uscirne insieme: condizione necessaria per non distruggere, magari per negligenza, l’Europa.

Negligenza, noncuranza, assenza, incapacità di leadership… Stiamo parlando della evidente assenza da ogni podio e da ogni microfono che conti, nel periodo di maggiore crisi che da decenni stia vivendo l’Europa, dei massimi esponenti dell’Europa stessa: van Rompuy, il presidente di tutta l’Unione, non solo della Commissione? non bisogna ormai chiedersi solo chi è, ma proprio dov’è andato a finire? e lady Ashton, la responsabile Esteri dell’Unione, l’avete mai vista in questi giorni drammatici, da qualche parte che non sia la sua casa di campagna dell’Hertfordshire?

La domanda, insomma, è sempre la stessa: ma l’Europa dov’è con queste presenze che fanno solo assenza, mentre quelli che titoli globali non hanno ma pesano di più, come la Merkel, a fare i bastian contrari, a dettare tempi ed agende, mentre gli altri che pesano come piume sono anche troppo gracchianti.

Certo – altra osservazione da tenere ormai in considerazione – viene ora avanzata dal Nobel Paul Krugman che era partito pensando all’euro come a uno sbaglio per l’anomalia totale di una moneta che nasce nella storia prima dell’entità statuale o federale che deve rappresentare ma che tarda molto, troppo, a concretizzarsi perché nessuno tra gli Stati membri sembra favorevole davvero alla cessione di sovranità che sarebbe necessaria per costruire, insieme a una politica monetaria, anche una politica economica, estera e di difesa; e poi aveva preso atto, senza troppo piangerci sopra – come avevano fatto altri euroscettici – del successo della moneta unica.

Finora, aveva notato, non era possibile pensare a un’eurozona in disfacimento: l’euro non poteva nemmeno per scelta, ormai, essere “distrutto” perché nessuno dei paesi membri poteva permettersi di uscirne, visto che per chi lo avesse scelto – chiunque – uscirne avrebbe significato preparare l’uscita con cura e tempo ma dando la stura a inevitabili reazioni punitive selvagge dei “mercati”: speculazioni, ecc.

Ma adesso, avanza l’ipotesi – se l’Europa non si mostra in grado di reagire, e insieme, subito – di una vera e propria reazione a catena distruttiva. Sviluppa la tesi in due articoli consecutivi sul NYT , Krugman: “mettiamola in questo  modo – dice – il governo greco non può annunciare di voler lasciare l’euro e sono certo che non ha alcuna intenzione di farlo. Ma, a questo punto, è anche troppo scontato immaginare, invece, il default sul debito, che scatterebbe una crisi di fiducia, forzando il governo a imporre la chiusura temporanea delle banche— quando, cioè, la logica di restare aggrappati alla moneta comune a qualsiasi costo diventerebbe molto meno cogente. Ma se la Grecia, di fatto, si ritrovasse così fuori dell’euro, che succederebbe agli altri paesi traballanti della moneta unica?[73]

E anche Krugman, come i sindacati europei nel loro documento, è dell’idea che l’unica maniera in cui si possa riequilibrare lo squilibrio di salari e prezzi tra Grecia e Germania “è un po’ di inflazione in Germania e un po’ di deflazione in Grecia[74]. Solo che lui alla Germania che accetti un po’ di inflazione proprio non crede: come sembrano credere invece possibile, avendo firmato quella analisi e la proposta di cui parlavamo, i sindacati tedeschi…

Intanto, dicono molti “osservatori” (analisti, speculatori, governi…), i mercati (cioè proprio quei soggetti: non un’entità astratta – e  tanto meno “oggettiva” – che risiede nell’iperuranio, secondo Platone quella zona del cielo nella quale risiedono le idee pure e perfette) hanno cominciato a ricalibrare il mirino sul Portogallo[75]; dopo la Grecia, il prossimo obiettivo: il suo “appena” 78% di debito pubblico è, infatti, quasi tutto – al contrario di quello italiano, molto più alto – finanziato dall’estero…

Sempre il Commissario europeo agli Affari monetari, Rehn, dice che il piano presentato da Lisbona per ridurre il deficit del proprio bilancio è insieme “ambizioso” e “concreto”. Ma aggiunge che ci potrebbe anche essere bisogno di qualche taglio addizionale, se le nubi speculative che si intravvedono accumularsi all’orizzonte si materializzassero[76]

Intanto, la Spagna si dichiara pronta ad implementare, come si dice: cioè a mettere in atto, un suo ulteriore piano di austerità per tagliare il bilancio senza rifiutare, se necessari, a priori altri tagli “seriali”, assicura con humour qualche po’ macabro ma che rende bene l’idea, José Luis Rodriguez Zapatero. Il primo ministro assicura, però, che il suo governo sta già mettendo in atto un piano serio e duro che valuterà a fine 2010 per decidere se e come, sempre se necessario, incrementarlo[77].

Il primo turno delle elezioni parlamentari in Ungheria ha prodotto una larga vittoria per il partito di destra, Fidesz, che ha preso il 53% dei suffragi, coi socialisti al governo che si acquattano, forse, addirittura terzi (poi non succede). E, al secondo turno, Fidesz riesce a raggiungere con 262 quella maggioranza, 4 seggi in più del necessario in un parlamento di 368 seggi. I socialisti sono arrivati a 59 deputati e l’estrema destra del partito Jobbik tocca i 47[78]. Fidesz, adesso, con quella maggioranza e l’appoggio scontato su molti temi anche di Jobbik potrà mettere in atto le sue reiterate e mai applicate promesse – alla Forza Italia per capirci: mai messe in atto neanche quando è stato al governo – di riforme strutturali.

Adesso, c’è anche da tener conto, però, dell’allarme che la vittoria di Fidesz, oltranzista-nazionalista com’è, già semina ai confini: il primo ministro slovacco Robert Fico, che parlava a una cerimonia per il 65° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, segnala attaccandone senza far nomi le posizioni che “gli appelli a cambiare gli accordi sui confini in Europa centrale, che sono spesso tema dei programmi di alcuni partiti politici, non sono soltanto un attacco diretto alla Slovacchia e alla Europa centrale ma anche un attacco diretto alle fondamenta dell’unione europea[79].

Il fatto è che in campagna elettorale Fidesz aveva promesso, e correndo per il secondo turno e una maggioranza parlamentare dei due terzi ha reiterato, che intende elargire la cittadinanza magiara alle minoranze ungheresi “irredente” dei paesi vicini— Slovacchia inclusa, dove costituiscono il 10% della popolazione. Ma anche la Romania è allertata alle rivendicazioni possibili di analogo tipo del nuovo governo ungherese nei propri confronti.

Il partito nazionalista di estrema destra, JobbikPer una migliore Ungheria – dichiaratamente antisemita: ma non perché sia filo-palestinese; proprio nel senso che si richiama espressamente a volte al nazismo: è contro gli ebrei, contro gli stranieri, contro gli zingari – ha raccolto una messe di voti molto al di là del previsto, sopra il 20% addirittura dei socialisti[80]. Insomma, la destra anti europea e neanche moderata ha vinto, con Fidesz e Jobbik: confermando il tragico appeal delle destre in Europa, e purtroppo non solo in Europa dell’Est, in quest’epoca di recessione e di crisi.

Il fatto è che qui – come talvolta, meno spesso certo, anche da noi – molti politici che servirono pedissequamente il socialismo reale, come Breznev buonanima lo chiamava, si sono messi per rifarsi una verginità anticomunista (saltano subito in mente certi portastrascico del Cavaliere nostrano, no?) a giocare nel dopo crollo del sistema sovietico le carte del nazionalismo estremo – e magari anche insieme – del separatismo...

La Lituania sta facendo la faccia feroce ai suoi poveri, ai suoi lavoratori, ai suoi pensionati oltre che a tutti i suoi cittadini. Ma, per il momento, la sta passando anche liscia e, senza proprio arrivare a proclamarlo, si offre come un modello diindustriosa severità fiscale”, la chiama così il governo, cioè di austerità. Con una popolazione di 3.300.000 abitanti sta fronteggiando una crisi pesante che rischia di mandarla in bancarotta. E così ha tagliato la spesa pubblica, di botto (o si fa subito e tutto insieme, dice il governo, o non si fa mai) del 30%, riducendo per decreto del 20% salari e stipendi del pubblico impiego e le pensioni dell’11%. E ha aumentato l’IVA dal 18 al 20% su molti prodotti, dalle medicine all’alcool, le tasse sulle imprese dal 15 al 20%, producendo – sulla carta – un risparmio previsto pari al 9% secco del PIL.

Ci sono le file per la minestra per strada e la disoccupazione – ufficiale, s’intende: quella ufficiosa, chi sa… – è salita di botto al 15%. Dice la presidente di Solidaramus – uno dei sindacati maggiori del paese, dal nome evocatore, quasi, di quando si stava meglio quando si stava peggio – che nel paese il movimento dei lavoratori è troppo debole per potersi opporre e, dunque, è condannato a “collaborare[81] – ma, almeno, non si illude di scegliere di collaborare…, qui – anche se, come dice Aldona Jasinskiene, la presidente, non è affatto vero che, come sostiene il primo ministro Andrius Kubilius la crescita, poi, sia ripresa.

Il fatto è che il costo di una stabilizzazione a corto termine che è riuscita solo a stoppare il crollo è stato l’impoverimento di massa, in condizioni di solidarietà sociale del tutto disintegrate, ed è stato  la ripresa di un’emigrazione di massa che sembrava ormai essersi fermata e regredire ma che, stavolta, non più sotto il segno della speranza come nei primi anni 2000 ma della fame e della disperazione e in un quadro che, ormai, in tutta Europa si è fatto durissimo per un’accoglienza decente.

A Cipro, le elezioni del 18 aprile hanno portato alla presidenza della parte turca dell’isola il nazionalista Derviş Eroğlu e mandato via il presidente in carica di centro-sinistra Mehmet Talati giudicato troppo tenero con la Cipro greca. A prima vista è un’elezione che sembra aver reso ancor più difficile l’approccio della madre patria turca all’Unione europea, visto che certo non sembra favorire il riavvicinamento e la riunificazione tra le due parti che la UE ha di fatto messo come una delle condizioni dell’accesso della Turchia.

Sono condizioni ipocrite, e lo sanno tutti, perché, in realtà, almeno tre veti di stampo puramente ideologico oltre quello greco (quelli tedesco, francese ed austriaco… e non sono poi gli unici, al dunque) sono contro l’adesione solo perché la Turchia è un paese a maggioranza islamica e non hanno nessuna intenzione di dire di sì ad Ankara… Tanto più che da qualche tempo il primo ministro Erdogan sta aumentando il tasso della sua opposizione a quelle che considera, qualche volta e non sempre a ragione, irragionevoli imposizioni straniere.

• Lui dice chiaro quello che tutti sanno ma hanno tutti paura di dire per non dar fastidio ai ghiribizzi di Washington e ad alcune idiosincrasie dell’Europa, che cioè l’Iran ha diritto pieno come ogni altro paese sovrano a darsi la sua tecnologia nucleare;

• e solleva anche nei fori pubblici, lui, la contraddizione, in proposito innominabile, di Israele e delle sue bombe atomiche che protesta contro quelle potenziali e future soltanto, forse, di altri;

• lui, cercando di alzare le tasse specie su alcool e tabacco, va insieme secondo ma contro corrente perché quando lo fa la Svezia, ad esempio, è per ragioni igieniche e di salute pubblica ma se lo fa la Turchia lo farebbe per ragioni islamiche…;

• lui continua a sottolineare che sono stati i ciprioti greci, non quelli turchi, a sabotare la mediazione che nel 2004 aveva tentato e proposto Kofi Annan a nome dell’ONU e dell’Unione europea e denuncia che l’UE non ne ha tenuto conto per niente;

• lui sta cercando di imporre con la sua maggioranza le regole della maggioranza – certo della maggioranza che nel suo paese è islamica – ai poteri di fatto – esercito, magistratura e media – che sulla base della tradizione storica e, a rigore, extra-costituzionalmente si sono arrogati come garanti della “laicità” del paese;

• e, di fronte alla nuova, sorda ostilità americana – fino all’Iran, gli USA erano a favore anche in modo scorretto dell’entrata di Ankara nella UE – e alla nuovamente emergente fobia anti-islamica dell’Europa, lui – da sempre col suo partito tenacemente pro-atlantico e dichiaratamente filo-europeo – comincia a coltivare una politica estera di attenzione agli altri grandi vicini, mondo arabo e Russia.

E così preoccupa europei e americani che se lo sono cercato e voluto, però…  

Ma, per la parte che riguarda Cipro, nche il nuovo presidente turco-cipriote, Eroğlu, sa bene come stanno davvero le cose e dice subito, buttando acqua ghiacciata sugli entusiasmi dei suoi seguaci più caldi, che lui intende comunque continuare a trattare con la Cipro greca (che fa parte già dell’Unione) e che, alla fine della fiera, lo status della Repubblica turca della Cipro del Nord non sarò deciso dai ciprioti turchi ma dalla nazione turca tutta intera[82], cioè da Ankara, sentiti anche si capisce i turchi ciprioti…

In Russia, il PIL del primo trimestre dell’anno, annuncia la ministra dello Sviluppo economico Elvira Nabiullina, è cresciuto, nel dato destagionalizzato, dello 0,6% rispetto all’ultimo trimestre del 2009, a un tasso annualizzato del 2,4%[83]. Cioè, al di sotto del 3,21% ufficialmente previsto per tutto il 2010. La previsione viene, però, mantenuta sulla base della ripresa annunciata ormai in avvio di investimenti e consumi.   

E, asserisce Putin, in Russia comunque avanza il mercato. Ma resta molto da fare[84]… Stiamo eliminando – rileva – dalla legislazione e dai regolamenti di applicazione la necessità per ogni nuova impresa di avere l’approvazione statale preventiva. Le imprese sotto licenza sono scese a 75 da oltre 500 che erano e il numero dei prodotti che devono essere “approvati” prima della vendita è stato ridotto della metà. Davanti al parlamento, Putin ha detto di provare qualche imbarazzo e qualche difficoltà a parlare di libertà d’impresa quando in giro ci sono imprese monopolistiche di Stato ancora tanto abbondanti… Però, promette di arrivare al più presto a quella che il mondo considera una vera libertà di mercato.

E’ stata un’insolita e, in qualche modo, rivelatrice scommessa fatta da Putin su trasparenza e apertura al mercato. Ma senza dettagli ed esempi, specie di quel che – come gli ha chiesto nella discussione un deputato, trovandolo sul punto concorde – del mercato selvaggio va comunque evitato. Il discorso è stato accolto da media e opinione pubblica con qualche interrogativo. In attesa di chiarimenti a venire dai fatti…

Il 9 aprile, hanno deposto sul fondo del mar Baltico il primo dei 100.000 grandi tubi da 12 m. di lunghezza del nuovo gasdotto duale che collegherà i giacimenti di gas russo direttamente con la Germania e l’Europa centro-meridionale[85], sono cominciati i lavori del NordStream, scavalcando il transito obbligato per quei paesi dell’Est (Ucraina e Polonia) e baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) che si sono nel recente passato mostrati anche troppo pronti a interrompere o a minacciar di interrompere il flusso verso terzi a mo’ di ricatto quando, come è capitato, non erano in grado di pagare, o non erano più d’accordo sul prezzo o le tariffe del transito, o sull’interpretazione dei contratti.

Il NordStream trasporterà 55 miliardi di m3 del gas azzurro più leggero dell’aria a partire dal 2012 da Vyborg in Russia (l’ex Viipuri in Finlandia) a nord di San Pietroburgo a Greifswald in Germania lungo un percorso di 1.210 km. Ormai senza più sottostare – questa è la novità che il percorso consente – al “ricatto” dei paesi intermedi: viene ridotta drasticamente, se non annullata infatti, così, la dipendenza dei russi dal passaggio per il loro territorio.

Ed è questo che li fa imbestialire, che non possono più ricattare. Ma nel gennaio del 2009 il blocco e la sottrazione del gas russo alla frontiera ucraina fu un serio errore che, in un braccio di ferro futile  durato quasi quindici giorni, portò come conseguenza reale e duratura a convincere i russi di Gazprom e il governo di Putin a fare gli ultimi passi per stringere il consorzio messo in piedi, sotto la presidenza dell’ex cancelliere tedesco Schröder, con E.On, BASF e Gasunie.

Prima di rassegnarsi alla situazione di fatto – che l’Europa quanto a gas metano dalla Russia dipende (per il 45% delle sue importazioni in totale, mentre il 70% dell’export di gas russo a lei è destinato) e non trova alternative reali, se non se le costruisce a suon di miliardi di € di R&S, per cominciare – l’Unione europea ha pianificato un altro gasdotto alternativo, il famoso e, visto che è ancora tutto e solo sulla carta, famigerato Nabucco per riuscire a portare sul suo territorio dal mar Caspio, dall’Azerbaijan in particolare, il gas naturale. Quando, e se, il Nabucco funzionerà – ma ci sono problemi tecnici, finanziari, politici tutti da superare ancora… – sarà una buonissima cosa. Intanto, parte il NordStream

E si prepara a partire il SouthStream[86], il gasdotto alternativo che Gazprom e l’ENI, membri diciamo così fondatori, intendono adesso allargare accogliendo la proposta della francese EDF di acquistare anch’essa quote del consorzio.

Il PIL della Russia, nel quarto trimestre del 2009, è sceso del 3,8% dopo essere calato del 7,7 nel terzo. Nel complesso dell’anno, l’economia russa si è contratta del 7,9%.

Tra i paesi dell’Est ex sovietici, membri dell’Unione e anche della NATO, quello che ha mantenuto forse i rapporti migliori con la Russia è la Slovacchia. E vuole migliorarli. A inizio aprile, prima di andare a Praga a firmare lo START con Obama, Medvedev va a Bratislava a incontrare il presidente Ivan Gasparovic, il quale ha appena finito di dire che “la Slovacchia è sempre stata e resterà alleata alla Russia e partners di essa affidabile… Non ci sono divergenze tra noi[87].

E, subito dopo la visita, la compagnia energetica slovacca, SPP, ha ritirato la denuncia contro la russa Gazprom per i danni provocati nella crisi del gennaio 2009 dal taglio delle forniture di gas russo in transito dall’Ucraina. Contano entrambi, Russia e Slovacchia, che il problema ucraino sia in via di soluzione e intendono ristabilire il buon rapporto che c’era col predecessore di Gasparovic, il presidente Meciar tra i due paesi.

Insomma, se il resto dell’Europa centrale ex sovietica potrebbe vedere la carenza di unità con e dentro l’Unione europea come una ragione forte di ravvicinamento privilegiato a Washington – per quanto la storia e la cronaca, dall’Ungheria del ’56 alla Georgia del 2008, mostrino quanto sia pericolosamente chimerica quell’illusione – proprio la Slovacchia potrebbe puntare con l’Ucraina a un cauto e concreto riavvicinamento con Mosca…

Sempre a inizio aprile, il primo ministro russo Putin[88] ha preso parte a una cerimonia commemorativa dei 22.000 ufficiali e soldati, prigionieri di guerra polacchi massacrati nel 1940 nella foresta di Katyn, vicino a Smolensk, nella Russia occidentale, su ordine di Stalin con un colpo alla testa – uno solo, per risparmiare – dalla NKVD, la polizia segreta per togliersi di torno il disturbo di potenziali futuri nemici “antisovietici”. Solo nel 1990, mentre l’URSS stava cominciando a crollare, Gorbaciov riconobbe che il delitto era da ascrivere a Stalin ma, adesso, con un gesto senza precedenti di riconciliazione, Putin ha partecipato alla cerimonia insieme al primo ministro polacco Donald Tusk.

Ha detto cose durissime contro la malvagità imperdonabile di quell’eccidio, un “massacro senza revisione possibile di giudizio”, coperte da una serie di “invereconde menzogne storiche”. Non ha lanciato, però, come a Varsavia molti vecchi anticomunisti gli chiedevano, una condanna globale di tutto il periodo sovietico: per i russi, per la stragrande maggioranza dei russi, la seconda guerra mondiale è sempre, e resterà sempre – lui lo ha detto in altra occasione, ma interpreta l’opinione del 90% dei suoi compatrioti – la Grande guerra patriottica: quella che non ha certo salvato la madre Russia e i paesi del Centro Europa dal dominio sovietico ma sicuramente dal tallone di ferro di Hitler…

E così a Katyn ha detto, invece, urticando molte orecchie polacche, che tutti “qui, dobbiamo chinare la testa a coloro che coraggiosamente in questi luoghi hanno incontrato la morte: cittadini sovietici, bruciati nel fuoco della repressione stalinista degli anni ’30; ufficiali polacchi, fucilati sulla base degli ordini segreti di Stalin; soldati dell’Armata rossa, trucidati dai nazisti”. Ricostruzione storicamente accurata e impeccabile. Ma che molti in Polonia hanno sentito come poco sensibile nei confronti dei loro incubi nazionali.

E, adesso, solo due giorni dopo, si aggiunge lo shock per lo schianto dell’aereo del presidente Lech Kaczyński[89] e di un altro centinaio di alti esponenti polacchi proprio nelle foreste intorno a Katyn, in un tentativo di atterraggio nella nebbia dell’aeroporto di Smolensk avventato, anche perché fortemente sconsigliato dai controllori di volo russi: Kaczyński voleva atterrare per forza però, per andare anche lui, che a quella dei primi ministri, russofobo com’era, non era stato invitato, a svolgere una sua cerimonia, volutamente quasi alternativa…

E’ stata – ha detto il primo ministro, che da Katyn, dall’incontro con Putin, era appena tornato e sull’aereo, dunque, non c’era – la tragedia più rilevante della storia polacca al fuori del tempo di guerra”: sull’aereo c’erano tutti i capi di stato maggiore, diversi ministri, il presidente della Banca centrale, vescovi e molti deputati.

C’era anche Anna Walentynovicz, l’operatrice di gru dei cantieri navali Lenin e, con Wałesa, la attivista di Solidarność il cui licenziamento per attività politica proibita fu la scintilla da cui cominciò tutto a Danzica, nel 1980. Aveva 80 anni e era ospite anche lei sull’aereo presidenziale. Che come dicono, con lo stesso adagio, russi e polacchi, che la terra ti sia leggera, Anna…).

E, adesso, il presidente della Camera, presidente ad interim della repubblica, Bronislaw Komorowski, dovrà procedere alla convocazione entro due mesi delle nuove elezioni presidenziali, che infatti poi fissa al 20 giugno (secondo possibile turno al 4 luglio). Si sarebbero dovute tenere verso fine anno e lo stesso Komorowski, del partito del PM Tusk, era largamente favorito nei sondaggi rispetto proprio a Kaczyński.

Ora, al posto del gemello scomparso, e sull’onda dell’emozione, dopo il minimo intervallo che serve a presentare la cosa come appena appena decente[90], si presenta l’ex primo ministro Jaroslav che alle politiche era stato sonoramente liquidato da Tusk ma che è suo gemello, anche politicamente parlando, perfettamente monozigota.

Insieme del resto avevano condotto, e perso nel 2007, uno dalla presidenza della Repubblica l’altro da quella del Consiglio, la caccia alle streghe con cui avevano tentato di mettere in dubbio, come possibili collaboratori, in un’orgia di paranoia anticomunista a comunismo da anni morto e sepolto che poi fortunatamente pagarono alle elezioni, anche  personaggi del calibro di Bronislaw Geremek, ex leader di Sołidarnosc, ministro degli Esteri e deputato europeo, ora scomparso, e perfino Lech Wałesa…

La legge da loro voluta – la lustracja o ripulitura, misura di puro stampo maccartista, chiedeva a 700.000 “sospetti” di dichiarare se avessero “aiutato” i comunisti al potere: poi avrebbe “verificate” quelle confessioni con gli archivi della polizia ex comunista: Geremek, direttamente e semplicemente, s’era rifiutato di accettare la logica stessa della “dichiarazione di lealtà”, era stato sospeso dalla delegazione polacca al parlamento europeo e aveva visto respingere la sua “sospensione” dal parlamento stesso.

Di fatto affossando così la premessa stessa della legge che, nei fatti, restò vitale solo per segnalare che il gen. Wojciech Jaruzelski, il golpista patriottico anti-Solidarność del 1981 (l’autogolpe fatto per evitare l’invasione sovietica) era stato… comunista e per affossare, una volta per tutte, il premierato del Kaczyński Jaroslaw.

Il presidente russo Dmitry Medvedev aveva subito annunciato di voler partecipare ai funerali del presidente polacco e la notizia aveva suscitato eco largamente positiva tra tutti gli strati della popolazione che l’avevano colta come una mossa sincera, di umana simpatia e senza retroterra politico. Un po’ diversa, e più preoccupata, la lettura che sembrava darne subito a Washington[91] il Dipartimento di Stato, che avrebbe convinto un Obama piuttosto reticente ad andare anche lui ai funerali (cosa che poi ha potuto non fare, come un'altra dozzina di capi di Stato e di governo, Merkel e Berlusconi compresi, grazie alla nube di cenere del vulcano islandese che ha intasato le rotte aeree d’Europa, e anche di Polonia, nei giorni delle esequie…

Si verifica – ed è come qualcuno osserva forse il legato più importante, anche se accidentale, che il presidente Kaczyński, alla fine e di fatto, lascia al paese – un fenomeno del tutto opposto e diverso da quello per cui aveva lavorato negli ultimi trent’anni. Ci sono molti dei vecchi anticomunisti di ferro, proprio del suo stampo cioè, che vogliono continuare a coltivare l’animosità tradizionale, e storicamente comprensibile, antirussa dei polacchi. Ma non sono tutti i polacchi. E non sono le persone più autorevoli e responsabili.

Come Adam Mychnik, già direttore storico e fondatore del quotidiano più “serio” e rispettato del paese, la Gazeta Wyborcza, tra i primi intellettuali a schierarsi contro il regime nel ’68 di Praga per l’appoggio che il regime dava all’invasione sovietica della Cecoslovacchia e, poi, tra i primi sostenitori-fondatori di Solidarnosc.

Lo dice chiaro e netto al NYT: “nella tristezza di questo momento, devo dire che io sono ottimista perché la dichiarazione saggia e forte di Putin – e dal contesto è evidente che parla di tutta la dichiarazione, di tutte le condanne che Putin in quel momento ha fatto – ha aperto una nuova fase nei rapporti russo-polacchi[92].

Della stessa opinione è un politico al 100%, di quelli da sempre genuinamente anti-russi e/ma più raziocinanti, come il ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski che dice alla radio polacca: “non so se questa sarà una breccia politica perché molti nostri interessi sono nei fatti contrari a quelli dei russi, ma questa è già stata una breccia emotiva cruciale. E la cosa è,di per sé,già molto importante[93].

E, adesso, il presidente ad interim, presidente della Dieta, Bronislaw Komorowski, ha accettato l’invito del collega Medvedev e prenderà parte[94], il 9 maggio, alla parata di Mosca che celebrerà la fine e la vittoria nella seconda guerra mondiale. E’ frutto del nuovo clima tra Russia e Polonia nato da questa tragedia ma è ancora da vedere se, alla fine, questa partecipazione aiuterà Komorowski che prima era il candidato favorito per l’elezione a vincerla davvero…    

Negli ultimi giorni prima delle esequie è scoppiata la diatriba, vista la “polacchità” dei polacchi quasi inevitabile, se fosse giusto seppellire un personaggio che in vita era stato così capace di dividere tra di loro i polacchi come Kaczyński – quasi un estremista della destra cattolica oltranzista, in Polonia considerato quasi universalmente il peggior presidente di sempre ma diventato adesso, di botto, un eroe nazionale solo perché è morto lì, a Katyn, proprio in quel posto della memoria che se l’aereo fosse caduto, diciamo, a Bialystock, il lutto sarebbe morto subito lì con lui – se fosse giusto inumarlo come eroe appunto nella cattedrale di Wawel, a Cracovia.

Dove sono stati incoronati tutti i re di Polonia nei secoli e nella cui cripta tutti (meno quattro) sono sepolti. Insieme, appunto, solo a personaggi preclari dell’iconografia nazionale come Tadeusz Kosciuszko, ingegnere famoso e generale, combattente per l’indipendenza del paese contro i russi e, poi, per quella degli Stati Uniti contro gli inglesi a cavallo di fine ‘700, dei grandi poeti Adam Mickiewicz e Juliusz Slowacki, i cui resti vennero riportati in patria per essere inumati lì.

A Wawel, nella cripta, sono inumati poi due grandi eroi nazionali, peraltro essi stessi discussi, come il maresciallo Jozef Pilsudski – leader delle forze armate e capo della seconda repubblica polacca, poi dittatore lui stesso – nel senso spiegava lui, e accettarono moltissimi suoi concittadini, dei dittatori della repubblica romana – negli anni ’30 del secolo scorso quando a lui comunque viene legata la salvaguardia dell’indipendenza del paese tra le due guerre mondiali; e il comandante dell’esercito polacco all’inizio della seconda guerra mondiale contro Hitler e Stalin, il gen. Wladyslaw Sikorski che, a capo poi del governo in esilio a Londra morì pure lui in uno strano incidente aereo di cui molti polacchi hanno sempre imputato la responsabilità all’alleato Winston Churchill.

Nella diatriba causata dalla decisione di seppellire adesso lì, accanto a loro, il presidente Kaczyński è finito, lanciando improvvidamente la proposta per primo, il cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanislaw Dziwisz, fino alla morte segretario personale di papa Woytila: secondo non pochi, così, “mentre il governo si prostra a pregare in ginocchio, pronto a far riappropriare  la Chiesa del suo ruolo di custode della nostra anacronistica mentalità, del monopolio del rito e dell’esperienza collettiva[95] del lutto nazionale.

Proposta subito afferrata al volo da alcuni e contrastata da altri… e brutta disputa dalla quale ha cercato di uscire Dziwisz che l’aveva innescata dicendo di confidare che “tutta la Polonia accetterà e comprenderà questa decisione perché in occasioni come questa dovremmo unirci e mai dividerci. Dividerci non serve a nessuno[96]. Quando il problema è proprio, naturalmente, intorno a che cosa unirsi o cosa dividersi e non se unirsi o dividersi; ed è il fatto che, se l’occasione è tragica non si vede proprio perché, però, un gesto di stupidità (atterrare per forza) debba essere confuso per un gesto eroico[97]

Alla fine, ha prevalso la ragion di stato che, avendo forse fatta propria al volo e senza troppo pensarci la proposta di Dziwisz, impediva comunque di arretrare dalla decisione presa  e le esequie, complicate anche dall’intralcio all’arrivo degli ospiti per lo sconvolgimento dei voli dovuto alle ceneri eruttate nei cieli d’Europa dal ghiacciaio che copre il vulcano islandese dall’impronunciabile nome di Eyjafjallajokull (“eyja” = isola; “fjalla” = montagna; “jokull” = ghiacciaio, nell’antica lingua islandese che è parlata solo da quei 400.000 abitanti).

Una delle ricadute importanti del disgelo incipiente tra Russia e Polonia è stata l’immediata desegretazione dei documenti originali del faldone speciale no. 1 dell’archivio segreto dell’Ufficio politico del PCUS sui fatti di Katyn, finora custodito da Rosarckhiv, spiega il direttore Andrei Artizov, su ordine del presidente Medvedev che ne ha ordinato la pubblicazione integrale sul sito web degli archivi ufficiali russi[98].

uie è scoppiato un

In Ucraina, invece, il nuovo viceministro degli Esteri, Kostyantin Yeliseyev, ha precisato, in risposta ai “subdoli” attacchi dell’opposizione, che la rete dei gasdotti – tubazioni, stazioni di controllo, apparecchiature, ecc. – non sarà mai venduta alla Gazprom russa in cambio di un prezzo più basso delle forniture[99]. Il sistema, è vero, ha bisogno di essere ammodernato e con urgenza…

… Ma il prezzo, dice, non può essere quello di alienarlo dal patrimonio nazionale, a prescindere dal rapporto di collaborazione stretta che Naftogaz Ukrainy stabilirà con Gazprom. L’Ucraina, in effetti, è l’unico Stato della vecchia Unione Sovietica – ricorda il ministro – in cui il sistema di transito del gas naturale non sia stato acquistato da Gazprom o da altre imprese straniere; alcune occidentali come nei Baltici.

Alla fine, Russia e Ucraina, con le rispettive agenzie energetiche firmano a metà aprile[100] una serie di nuovi accordi che, seguendo la proposta avanzata da Yanukovich (per il resto del 2010, in una gamma da 240 a 260 $ per 1.000 m3 di gas: a fronte dei 305 $ pagati nel primo trimestre) fisseranno una struttura diversa dei prezzi del gasolio. L’accordo, per ora, è di principio ma Putin ha subito ordinato a Gazprom di accelerare la stesura di una bozza che vuole concordata definitivamente al più presto.

La Russia, che come dice Yeliseyev non diventerà proprietaria della rete ucraina, acquisirà però una voce in capitolo più forte nella governance della stessa entrando in un consorzio binazionale che provvederà a una specie di cogestione del sistema (che, però, così non sarà più giocoforza solo ucraino). E’ il rovesciamento completo della politica di confrontation che era stata voluta, senza alcun esito positivo per il paese però, dal predecessore di Yanukovich, Yushenko, nei confronti di Mosca e che il paese aveva sonoramente respinto.

L’ha detto chiaro Medvedev, parlando di una ripresa di contatti ormai talmente costante da riportare di fatto insieme, anche se nella loro sovranità rispettiva ma insieme, Russia e Ucraina… D’altronde, è lo stesso presidente Yanukovich a rendere noto proprio sulla base dei suoi colloqui con Medvedev del 20 aprile che, nel corso del prossimo decennio, il paese riceverà aiuti dalla Russia sotto forma di una quarantina di miliardi di $ di gas naturale[101]. E che con essa sta per firmare un accordo che estende di altri 25 anni l’affitto della base navale di Sebastopoli sul mar Nero.

La cosa non sembra, però, del tutto pacifica. Oltre alle scontate proteste dell’opposizione – dell’ex presidente Yushenko e, in particolare, dell’ex primo ministra Timoshenko[102], anche nelle fila della nuova maggioranza emergono dubbi: il nuovo vice primo ministro e ministro dell’Economia, nominato proprio da Yanukovich, Sergei Tigipko, critica l’estensione dell’accordo su Sebastopoli[103]: dal suo punto di vista la cosa ha sicuramente senso economicamente, dice, ma lui ne fa una questione di metodo: la trattativa è stata condotta dal presidente senza trasparenza e questo è un danno per l’accordo stesso…

Tant’è. Dopo proteste, tafferugli e scontri, in piazza ma quasi solo a Kiev e, soprattutto, all’interno dell’aula del parlamento, la Verkhovna Rada, l’accordo alla fine viene ratificato. Ma riparte il dilemma di sempre: non è che, qui, in Ucraina ricomincia una gara al +1, o lo scaricabarile di sempre? e l’abbraccio russo non è che sarà troppo soffocante, alla fine[104]?

Sempre in campo petrolifero, ma anche qui con risvolti geo-politici non irrilevanti, Russia e Norvegia risolvono adesso un contenzioso economico territoriale, che si trascinavano dietro, da oltre quarant’anni. A Oslo, hanno firmato l’accordo – che regola le rispettive sovranità di sfruttamento economico nel mare polare di Barents – il presidente russo Medvedev e il premier socialista Jens Stoltenberg.

Medvedev si è detto certo che esso “aprirà la strada a una lunga serie di iniziative economiche comuni, specialmente nel settore energetico”. E Stoltenberg ha commentato che “si tratta della conferma che Russia e Norvegia, due grandi nazioni polari” – anche se ‘grande’ per la Norvegia è un titolo francamente gonfiato – “non seguono la strategia della corsa a chi arriva prima ma una politica della cooperazione[105]. Che sembra vero, specie a raffronto con quel che succedeva solo tre anni fa, quando un’avanguardia di scienziati piantava la bandiera rossa e blu della Russia sul fondo marino sottostante il Polo nord segnalando quella che sembrava proprio la strategia della corsa…

Il 9 giugno sono state anche programmate esercitazioni comuni tra i servizi di emergenza russi e norvegesi nel mare di Barents per cercare di tamponare la fuoruscita (ipotetica: ma con quel che sta succedendo nel Golfo del Messico…) di greggio da un oleodotto. L’esercitazione, Barents 2010, avrà luogo nelle regioni del confine russo-norvegese nel fiordo Varanger[106].

Putin, con Berlusconi, al vertice italo-russo del 26 aprile, tenuto in famiglia – a villa Gernetto, a Lesmo, e ad Arcore, due delle tante case del primo ministro italiano – dopo essersi guadagnato – a che titolo, è vero, non si sa bene…: ma è solo una delle tante idee balzane del cavaliere – l’invito ad inaugurare, con la prima lectio magistralis, l’Ateneo del… pensiero liberale che il Berlusca sta per fondare (o almeno dice di voler fondare: che per lui non è mai la stessa cosa, si sa…), annuncia[107] che le imprese italiane che stanno costruendo gasdotti sotto il mar Baltico per il Nord Stream di Gazprom hanno ricevuto contratti per 2 miliardi di $.

Quanto alla costruzione dell’altro gasdotto South Stream, in pianificazione, Gazprom ed ENI hanno concordato di cedere ad Electricitè de France (EDF) il 10% ciascuna delle proprie azioni per consentirle di partecipare al progetto[108].

Anche la Bulgaria ha, nel frattempo, ha rivisto i suoi conti e il ministro delle Finanze Simeon Djankov ha annunciato che il deficit di bilancio del 2009 viene rivisto al rialzo: dallo 0,8%, con cui aveva chiesto di poter entrare nell’euro al 3,7%, oltre il tetto previsto e consentito dal’UE e che, quindi, la esclude. Djankov dichiara che si è trattato di un semplice errore contabile ma anche che il suo paese non mira più ad aderire quest’anno – con questi dati, del resto, non potrebbe e, visto quel che sta succedendo nella zona euro, Grecia e quant’altro, bisogna anche ammettere che non sembra questo il momento migliore – e non indica neanche una nuova scadenza[109].

Il piano annunciato e molto molto pompato era stato, finora, quello di aderire al meccanismo di tasso di cambio, lo ERM-II (sigla, acronimo, dall’inglese: ovviamente…) che è succeduto allo SME, fra due mesi, a giugno, e di adottare l’euro nel 2013. Ora l’ammissione che i conti erano sbagliati o, peggio, truccati mina alla base la credibilità dell’istituto nazionale statistico bulgaro. Ma anche le capacità reali, o la volontà reale, di controllo dell’EUROSTAT e della UE come tale...

E la “scoperta” sembra dar ragione, non certo da sola – a truccare i conti non è stata solo la Bulgaria, né la Grecia; ci hanno provato e lo hanno fatto tutti: o quasi (anche la weberiana Germania, a suo tempo[110]) all’esigenza di una dura stretta alle regole del gioco, di tutto il gioco, evocata dal Commissario Olli Rehn.

Il parlamento della Serbia, con pochissimi voti di maggioranza, ha approvato un documento importante che, formalmente, chiede perdono[111] per il massacro di Srebrenica, quando i serbo-bosniaci nel ’95, dopo aver preso la città uccisero quasi 8.000 mussulmani bosniaci. La risoluzione votata dal parlamento lo chiama un crimine e non un genocidio e, tecnicamente, ha ragione (genocidio non è il massacro di migliaia di persone: se no ce ne sarebbe stato almeno uno ogni due o tre anni, in questo dopo seconda guerra mondiale… compresi gli assassini di massa perpetrati dai croati, contro gli stesi serbi nel corso della guerra per la dissoluzione forzata e violenta, contro quello che voleva il diritto internazionale, dell’ex Jugoslavia.

Genocidio è il tentativo di far fuori, sistematicamente, un’etnia intera, un popolo intero, o almeno un gruppo focalizzato all’interno di una popolazione. Per questo, quello nazista è stato un genocidio, così come il tentativo dei khmer rossi di Pol Pot di far fuori interi strati e classi di popolo cambogiano lo è stato e – forse – lo è stato anche quello degli armenti da parte dei turchi ottomani verso la fine della prima guerra mondiale.   

Poi c’è da considerare che il voto è passato con difficoltà, 127 voti su 250 deputati— e che non sarebbe passato se fosse stato forzato a parlare di “genocidio”. Ma è sciocco politicamente, ed insulso moralmente non considerarlo per quello che è stato:  un gesto di grande rilievo e, anche, di grande coraggio civile – unico, tra l’altro, in casi analoghi a questo – anche se – certo – serve pure a legittimare meglio la richiesta serba di essere, e essere considerata, almeno a livello di dignità e di legittimità come richiesta uguale a quella croata per l’adesione all’Unione europea— eventuale: non rapida certo né politicamente realizzabile in modo liscio, con questi chiari di luna europei…

Il Large Hadron Collider— il largo collisore di adroni (sono le particelle subatomiche, spiegano pazientemente i fisici, soggette alla cosiddetta forza nucleare forte), l’anello di 27 km di lunghezza del CERN (il Centro europeo per la ricerca nucleare) che corre nell’immenso circuito sotterraneo sotto il Monte Bianco vicino a Ginevra ed è l’acceleratore europeo di particelle che ha avuto anche diversi problemi di messa a punto, è riuscito a fine marzo a “battere” l’analogo americano, il Tevatron, realizzando la collisione tra due fasci di protoni a un’energia di 7 teraelectronvolts: tre volte e mezzo il record precedente[112].

Chi se ne intende – e a dire il vero non sono poi molti – assicura che si tratta di una grande conquista scientifica e ingegneristica che, nel campo della fisica nucleare pura, pone oggi l’Europa all’avanguardia della ricerca e non solo puramente teorica

STATI UNITI

La disoccupazione negli USA è “a livelli terribili”. E a quei livelli rimarrà ancora “per molto, moltissimo tempo”. Stavolta a constatare e predire non è uno dei soliti economisti ultraprogressisti, anche Nobel magari come Stiglitz, ma si mette a seminare dubbi lui che è il gran sacerdote, per natura e storia sua personale e per mestiere, più cauto e ponderato di tutti, il ministro del Tesoro Timothy Geithner. E se ne esce così, spaventando un po’ tutti, alla vigilia di quelli che tutti dicono invece saranno dati almeno in apparenza migliori – sempre naturalmente dentro una diagnosi molto seria dello stato dell’economia sul versante lavoro[113].

E che effettivamente dati qualche poco migliori, poi, sembrano essere quelli di marzo, quando resta immobile, al 9,7%, il tasso di disoccupazione[114] ma i posti di lavoro riescono a crescere di 160.000 unità. Solo che, dopo 8 milioni di posizioni di lavoro andate distrutte in due anni di recessione – Geithner ha ragione – ce ne vorranno di tempo e di investimenti per ricreare un sufficiente, e minimamente soddisfacente,  livello di occupazione nel paese. Ci vorrebbero 11 milioni d nuovi posti di lavoro per tornare al 5% di disoccupazione ufficiale pre-recessione, a dicembre 2007…

Il dato è reso di lettura più complessa dal fatto che un terzo dei 160.000 posti creati sono dovuti all’assunzione (precaria) di una cinquantina di migliaia di giovani per l’espletamento del censimento 2010, che di qui a maggio potrebbe ancora crescere fino a più di mezzo milione di posti temporanei ma poi scenderà ovviamente a zero, e dal rimbalzo dei lavori già iniziati in  edilizia e fermati dal maltempo in febbraio.

Il fatto è che, nel mese, il numero di senza lavoro da almeno sei mesi è aumentato, però, di 414.000 unità a 6 milioni e mezzo e, come nota l’attenta nota mensile redatta dall’Economic Policy Institute e da noi regolarmente citata, il Rapporto[115] dell’Ufficio statistico del Dipartimento del lavoro, “non offre neanche il barlume di idea di settore privato che si rimetta a creare lavoro o si mostri in salute sufficiente da cominciare ad abbattere seriamente la disoccupazione[116]. E la fiacca del mercato del lavoro è messa in risalto anche dal numero di ore di lavoro che vengono tagliate sistematicamente in molte imprese che, piuttosto che licenziare, riducono le ore lavorate.

E’ di questa situazione assai più complessa – e seria – di quella evidenziata soltanto dalla cifre nude e crude e più generali che Geithner sembra prendere atto, con qualche sgomento perché sa e dice che anche con la ripresa annunciata in arrivo ci vorrà più tempo a risollevare un’occupazione che galleggia intorno al 10% della forza lavoro che con qualsiasi altro fattore di risalita economica.

E ciò pur limitandosi a parlare di disoccupazione ufficiale (quanti, in qualche modo, ottengono un po’ di sussidio di disoccupazione: 11 milioni di persone), che non tiene conto di quanti (a milioni) si sono dovuti adattare al lavoro a tempo parziale e a lavori precari né tiene conto di quelli (sempre milioni) che il lavoro neanche lo cercano più (“scoraggiati”, si dice) e non risultano, quindi, in nessuna lista di collocamento.

Riprende la denuncia il presidente dell’AFL-CIO, la maggiore centrale sindacale, Richard Trumka, quando parla dei lavoratori americani all’università di Harvard[117], come di persone che “tentano disperatamente di tenersi un lavoro decente in un gioco di scambio delle sedie assai macabro dove, ogni volta che l’orchestra si ferma, riprende con meno posti di lavoro decenti a disposizione e più gente che cerca di prenderseli o di tenerseli…”.

Il fatto, sottolinea richiamando appunto i dati ufficiali, è che nel corso di questa recessione sono spariti otto milioni di posti di lavoro quando ce ne sarebbero voluti altri tre milioni di nuovi solo per tenere il passo della crescita demografica: “in altri termini, mancano undici milioni di posti di lavoro, ormai”.

Geithner, poi, per essere Geithner – uno dei figlioli prediletti, cioè, di Wall Street che il suo dovere  verso l’alma mater l’ha sempre fatto fino in fondo: prima, quando lavorava come presidente della Fed dello Stato di New York, poi quando lavorava sotto il ministro del Tesoro di Bush, Paulson e, poi, adesso che direttamente ha lui il posto suo sotto Obama – dice anche, esplicitamente e per la prima volta, non di dolersi né di rammaricarsi (sarebbe troppo) ma, almeno, di “prendere atto” (acknowledge) della rabbia della gente di fronte al fatto “profondamente iniquo” (questo lo riconosce) che gli istituti finanziari, aiutati dal pubblico denaro, stanno emergendo dalla crisi molto meglio di quanto tocchi a milioni e  milioni di americani.

Poi, certo, spiega – ma in realtà non spiega per niente: enuncia soltanto – che “Obama non aveva scelte” per scongiurare il peggio e che adesso si tratta di evitare che la cosa si ripeta in futuro. “C’era gente pagata tantissimo per correre rischi enormi. Ed era – dice: come se nel frattempo, qualcosa fosse cambiato! – una maniera pazzesca di mandare avanti un sistema finanziario”.

A marzo, l’indice di fiducia del Conference Board, noto istituto di ricerche economiche seguito soprattutto a livello di mondo degli affari, un po’ meno dagli analisti accademici, calcola un aumento del 6,1%, consistente dunque rispetto a febbraio[118].

Ma, quanto a fiducia proprio, si sta verificando un fenomeno che a qualcuno risulta strano ma che è, invece, assolutamente spiegabile. Ormai cominciano ad accumularsi indicazioni, più che dati veri e propri e confermati è vero, ma abbastanza chiare a mostrare che la ripresa si va rafforzando.

L’inflazione che, a marzo, è cresciuta dello 0,1% sul mese prima, si attesta a un tasso annuale del 2,3%. Salgono, ad esempio, le vendite al dettaglio a marzo, dell’1,6% rispetto a febbraio, più del previsto soprattutto per il balzo nella vendita di auto (è il 7,6% più dell’anno scorso alla stessa data)[119]. E, a marzo, i consumi aiutano a spingere un aumento del PIL del 3,2%, soprattutto con gli investimenti del quarto trimestre[120].

E la cosa è importante perché, in questo paese, i consumi costituiscono il 70% del PIL. Ma la gente, anche diversi esperti ormai, sembrano crederci poco. E altri, specie tra gli ottimisti più convinti, si chiedono il perché di tanto scetticismo.

I perché ci sono e sono diversi[121]. Prima perché l’uscita dalle due ultime due recessioni (molto meno serie di questa), nel 1990-91 e nel 2001, è stata molto lenta. Poi perché tutti i guru che ancora stanno al governo, o comunque governano sempre finanza e potere – dai  grandi banchieri a Geithner, a Ben Bernanke e a Lawrence Summers (i capisaldi finanziari di questa Amministrazione) – erano lì allora e non si accorsero di niente, con la Fed che, a recessione iniziata ormai da sei mesi, a metà del 2008 giurava che recessione non c’era e il membro del direttorio che poi s’è rivelato il più pessimista parlava di una disoccupazione che, a fine 2009, forse, avrebbe toccato il 6-6,1%... quando poi è stata del 10%.

Insomma, hanno fatto la figura dei polli, e degli incompetenti i massimi esperti in quello che, in fondo, è il loro unico, importante e solo lavoro— e non è vero che, come adesso sostengono con faccia tosta unica e memoria labile, hanno sbagliato tutti: tutti colpevoli, dunque nessun colpevole (dov’è che già l’abbiamo sentita, questa?): lì, come da noi del resto, chi ha detto la verità nuda e cruda, nel deserto dell’attenzione di chi elegantemente in pubblico si grattava le p***e e invocava l’ottimismo come dovere, c’è stato. Ma stanno lì, ancora tutti. Nessuno ha cambiato quei responsabili, oppure ha osato cambiarli.

E, poi, certo se i repubblicani a Obama non concedono niente, neanche l’evidenza che lo stimolo è riuscito se non altro a evitare il peggio, sono molti anche ma diversamente tra i democratici a chiedere un secondo timolo, convinti – alla luce dei fatti, loro – che soprattutto sul mercato del lavoro la recessione continuerà a farsi sentire ancora a lungo.

Il deficit commerciale peggiora un poco a febbraio, come mostra anche l’arrivo dei nuovi dati sulla spesa in aumento, marcata anche dall’incremento delle importazioni che, certo, nel breve, può anche segnare minore espansione economica (perché dal calcolo del PIL vengono sempre sottratte le importazioni). Esse salgono dell’1,7% a segnare una domanda che cresce.

Ma stanno gradualmente cominciando a crescere anche le esportazioni (dello 0,2% a febbraio, ai massimi livelli dall’ottobre 2008 ma troppo poco per non aumentare il deficit del 7,4% a 39,7 miliardi di $ nel mese). Mentre è calato a 16 milioni e mezzo di $, dai 18,3 di gennaio, il passivo con la Cina. L’export continuerà a crescere con un relativo indebolimento del dollaro rispetto all’euro (nei confronti del quale il biglietto verde, però, negli ultimi sei mesi si era apprezzato del 10%) e, forse, ormai anche rispetto allo yuan in mercati, come la Cina e l’India, dove la domanda è in crescita forte[122].

La scuola di pensiero economico più classicamente ortodosso sostiene – nelle parole di un suo autoproclamato esponente anche editorialista del NYT[123] – che l’impennata del debito personale degli americani dal 55 del reddito nazionale nel 1960 al 133% complessivo nel 2007 è il risultato “di una  vita che è ormai diventata assai più sicura. Il che ha eroso la paura del debito, sia privato che pubblico”. Insomma, la ragione della propensione smodata degli americani all’indebitamento è che non hanno più paura, o remore di ordine diciamo morale, a farlo…

E’ un falso, al meglio una manipolazione dei fatti. Proviamo a offrire un’ipotesi motivazionale alternativa, e più terra terra, del perché gli americani negli ultimi anni, decenni, si sono andati indebitando tanto. Ecco, forse chi gira tra gli editorialisti del NYT non è proprio aduso all’americano medio – quello vero, quello che lavora a salario, diciamo quel 50% di loro che non gioca quasi mai in borsa: noi diremmo il lavoratore medio, loro lo chiamano l’uomo della classe media: ma sono la stessa persona – uno delle decine di milioni di lavoratori i cui redditi in questi ultimi anni hanno stagnato, senza neanche riuscire a tenere il passo dell’inflazione. E’ questo, in effetti, il motivo per cui le famiglie si sono dovute indebitare.

L‘altra ragione principe del farlo così a ruota libera è che ricorrere al debito è stato presentato quasi come un dovere sociale – per tenere su l’economia – e patriottico – per aiutare il paese – è che la gente è stata incoraggiata in mille modi a indebitarsi sulla base del valore, gonfiato, delle proprie azioni e/o della propria casa: perché non solo l’abc del’economia ma anche il buon senso dicono che uno si mette a consumare di più quando e quanto più è ricco. Il problema era che più ricco non era. Più ricco, però, si sentiva: gli era stato fatto credere, e credeva, di esserlo.

Eccola la parola che spiega tutto: la bolla speculativa di borsa, la bolla speculativa edilizia, la bolla che ha intorpidito e poi fatto marcire i cervelli sapienti di chi alle bolle speculative non vuole credere: perché le considera del tutto normali, parte integrante – e forse a ragione – del libero mercato com’è; non come Adam Smith diceva che avrebbe dovuto essere.           

Cambiando del tutto capitolo, l’Iran sostiene, adesso, apertamente e pubblicamente quasi a mo’ di sfida[124] – lo dice Saeed Jalili, il negoziatore capo di Teheran – che, dopo trent’anni di sanzioni, ad esse il paese ormai è “abituato” e, anzi, ne è stato rafforzato avendo dovuto “ingegnarsi” a superarne il “disturbo” e che, certo, la determinazione a condurre a buon fine il suo programma di arricchimento per la produzione di energia elettrica d’origine nucleare e per la ricerca medica non gliela stopperanno altre minacce dello stesso tipo degli USA, di Israele, della Comunità internazionale, della Russia neanche e della Cina.

Tutte si sa, chi meno chi più, sospettano – e non a torto probabilmente – che invece Teheran stia facendo ricerca per armamenti nucleari… come se, invece, loro non ne facessero e, anzi, già non le avessero e a migliaia le loro bombe, si stringe la morsa dell’Amministrazione americana che tenta di mettere Teheran con le spalle al muro.

Ora, Teheran ripete a muso duro che mentre “non abbandonerà mai i suoi diritti di fronte a nessuna minaccia o pressione, risoluzione o sanzione”, resta pronto a negoziare: cioè “a considerare e discutere, anche se non a dire sì a nessun ultimatum”. Sulla base della propria proposta di “scambiare il proprio uranio a basso arricchimento contro uranio arricchito se lo scambio avviene entro i propri confini”: perché il popolo iraniano non si fida di nessuna promessa[125]. E dopo le esperienze della storia recente – dal colonialismo britannico di inizio ‘900, al golpe contro Mossadeh messo in piedi nel ’53 da MI5 e CIA per rimettere in sella lo shah – si può anche capire.

Dicono, adesso, a Washington che la Cina, forse cercando di allentare la pressione di Washington sulla rivalutazione dello yuan, si sia impegnata “a lavorare insieme per assicurare che l’Iran onori tutti i suoi obblighi internazionali[126]”, ma fatta la tara alla dichiarazione su chi davvero lo ha detto (la Cina? o chi a Washington ha detto che lo ha detto la Cina?— bisogna intendersi ancora se al dunque, secondo i cinesi e gli americani siano proprio uguali, in materia, gli obblighi internazionali dell’Iran… E non è affatto chiaro.

La Cina ricorda ancora tempi non tanto lontani quando era essa l’obiettivo delle sanzioni americane e non è troppo pronta a mettere la sua firma su nuovi avventurosi tentativi del genere... E la Cina, poi, dall’Iran importa sempre quasi il 15% del petrolio che consuma, vi esporta suoi prodotti per quantità e valore di grande rilievo. E conferma che continuerà a esportarvi benzina, mentre la Lukoil russa – come abbiamo visto sopra – piegandosi a pressioni palesi e incentivi nascosti, come alcuni altri fornitori – annuncia di voler “riflettere” sui suoi impegni in materia.

In Cina, intanto – cosa che non sembra proprio un’avvisaglia di rottura – annuncia il presidente delle Camere di commercio iraniane, Asadollah Asgrowladi che apriranno centri commerciali dell’Iran nelle città di Pechino, Hong Kong, Gwangiu e Urumqi[127]. Si tratta di aiutare lo sviluppo dell’interscambio tra i due paesi.

E specificamente sulla questione petrolio la CNPC, l’agenzia statale di esplorazione e prospezione petrolifera, ha cominciato a trivellare diversi pozzi a nord del giacimento iraniano di Azadegan. Lo annuncia il giornale della compagnia ricordando che l’esplorazione cinese ha portato già alla scoperta di tre depositi di rilievo – Sarvak, Kazhdomi e Gadvan – su un’area di 177 km2. Finora, i cinesi si erano mossi con molta ponderatezza ma da alcuni mesi hanno accelerato l’impegno, anche se ancora nessuno ha offerto stime attendibili sull’entità delle riserve effettivamente scoperte[128].

La Cina sa bene che così si apre un contenzioso delicato con gli USA che unilateralmente stanno applicando loro sanzioni all’Iran proprio in campo petrolifero e tentano di strappare al Consiglio di sicurezza dell’ONU l’estensione delle sanzioni col blocco degli investimenti stranieri proprio nel campo petrolifero. Cina e USA hanno adesso in agenda, a fine maggio, quello che sicuramente sarà un round cruciale del cosiddetto Dialogo strategico ed economico bilaterale…    

Due sole cose sembrano – il verbo qui usato è prudente e non a caso: di certo, non c’è niente di sicuro in materia – certe:

• la prima è che la Cina, ma anche la Russia, lasceranno in ogni caso passare solo sanzioni dichiaratorie che affermeranno il diritto dell’Iran all’energia nucleare di sua produzione come non possono altro che fare ma poi, contraddittoriamente, lo negheranno… in buona sostanza, cioè, ripetitive di quelle in precedenza varate e, fondamentalmente, dunque indolori;

• e la seconda è che Dubai resta Dubai, cioè lì all’angolo per l’Iran un porto sicuro di export e di import con un complesso di scambi che vale almeno 10 miliardi di $ all’anno, essenziali ormai per entrambi i paesi...

Stavolta, probabilmente, le nuove eventuali sanzioni potrebbero anche essere più dure, a parole, nei confronti di qualche individuo o di alcune istituzioni specifiche iraniane: qualche generale della Guardia rivoluzionaria cui verranno sequestrati i beni che ha in occidente – ma se ancora li avesse lasciati lì, sarebbe tanto fesso da meritare che glieli sequestrassero – o qualche filiale incauta di banca iraniana…

La Cina, dopo aver esaminato le nuove proposte americane di sanzioni contro l’Iran, afferma che bisogna cambiarle. Le proposte, in effetti, mirano a colpire la Guardia rivoluzionaria, ad estendere l’embargo sulle armi anche a quelle leggere, a bloccare ogni nuovo investimento nell’industria energetica dell’Iran, a proibire ogni assicurazione a non meglio definite operazioni che riguardino attività di proliferazione nucleare e a sequestrare in alto mare carichi “sospetti” da e verso l’Iran. Gli emendamenti di Pechino sono concentrati soprattutto su questi ultimi tre punti annacquandole fino a negarle. L’ambasciatore all’ONU, Li Baodong, ha consegnato gli emendamenti cinesi agli altri membri del P-5+1[129].

Intanto, sulla strada che persegue l’America delle nuove sanzioni all’ONU, si erge un ostacolo nuovo: Turchia e Brasile mostrano, insieme, una marcata resistenza all’idea; che conta, e molto, perché adesso i due paesi sono entrambi membri di turno del Consiglio di sicurezza.

Il Brasile dichiara con Lula che a metà maggio andrà in vista a Teheran per dare un segnale: “perché non vuole il ripetersi degli errori che sono stati fatti in Iraq” dove la guerra fu il frutto avvelenato di “una menzogna” (che Saddam avesse sue armi di distruzione di massa: dunque, non si trattò affatto di “errori”…) disseminate dalle “grandi potenze” (bè, una grande, gli Stati Uniti di Bush; l’altra, potenziucola al massimo, il Regno Unito di Blair…). Certo, un errore – quello di cui adesso Lula vuole contribuire a evitare il ripetersi – fu anche il silenzio/assenso intimorito, o vigliacco, di tutti gli altri.

Lì, dice adesso il presidente brasiliano, andrò a dire a Ahmadinejad “che sono contrario a che l’Iran si costruisca un armamento nucleare, ma che sono favorevole a che arricchisca il suo uranio, come fa il Brasile, per produrre energia nucleare[130]. Che più chiaro non si può, no?

Poi il Brasile rincara. A metà aprile il ministro degli Esteri, Celso Luiz Nunez Amorim, ci tiene a mettere in evidenza che, sulla questione, il suo governo la pensa “proprio come India e Cina”: contrario, cioè, dice, a nuove sanzioni contro l’Iran[131].

E la Turchia, proprio col Brasile, annuncia col ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, di aver trovato piena concordanza di vedute sul tema col suo collega brasiliano, in visita a Istanbul: con lui, che in conferenza stampa congiunta assente il suo accordo dopo aver detto che la cooperazione strategica tra i due paesi è andata molto avanti, annuncia che c’è uguaglianza di vedute anche e proprio sui diritti dell’Iran a condurre le proprie ricerche e sviluppare la sua tecnologia nucleare[132].

In termini pratici, ciò vuol dire che stavolta non sarà facile per niente agli Stati Uniti far passare nuove sanzioni al Consiglio di sicurezza[133] o, almeno, la propria versione di nuove significative sanzioni contro il diritto dell’Iran a darsi la propria produzione di energia nucleare. Tra l’altro, Teheran sta promettendo investimenti in campo petrolifero, e fornendo anche anticipi immediati, all’Uganda[134], altro membro pro-tempore del CdS. Ma, certo, in questo campo la prorompente concorrenza americana si farà presto sentire.

Intanto però, in America, monta l’isteria contro l’Iran. Solo che isteria, termine perfettamente descrittivo di certi stati d’animo, è anche sbagliato. Perché, se mai, naturalmente, poi si dotasse davvero dell’atomica – e le possibilità, addirittura le probabilità, certo ci sono – l’Iran potrebbe anche, Dio/Allah non voglia, esercitare la sua rappresaglia. E questo, ovviamente, per l’America è “inaccettabile”: che qualcuno, se attaccato, pretenda cioè di avere il diritto di rispondere all’attacco subito. In effetti si tratta di una comprensibilissima posizione. Anche se da un punto di vista militare non servirebbe certo a rovesciare le carte, serve comunque come deterrente: piccolo, magari, modesto, ma reale… e capace proprio perciò di impedire l’attacco.

Anche se ci sono bestie veramente isteriche, feroci – tra i neo-cons, molti – che hanno aperto campagne televisive (qui vi citiamo uno dei più famosi, Bill Kristol su Fox Tv) per convincere la gente che bisogna attaccare e bombardare, preventivamente, l’Iran: “un governo americano serio e responsabile deve portare a termine e a buon fine quanto viene lasciato intuire ma mai detto apertamente di voler fare – ha sentenziato di recente[135], concludendo una specie di “opinione informata” –. Comunque, meglio se attacchiamo noi che Israele perché di certo noi siamo in grado di fargli più male… Solo che l’amministrazione Obama è così contraria anche solo ad accennare all’uso della forza che non abbiamo neanche il tipo di preparazione che dovremmo avere se poi fosse Israele a colpire”…

C’è anche, però, chi fa autorevolmente presente che, mentre sull’armamento atomico dell’Iran ci sono sospetti – chi dice che se volesse potrebbe avere una sua bomba rudimentale tra un anno…, chi tra tre…, chi tra cinque…: nessuno è in grado di portare, però, un minimo di prova convincente che non sia solo un sospetto di fronte a nessuno – ci sono certezze sul fatto che abbia aumentato le sue capacità di difesa. Spendendo, pare, più bene che tanto visto che, per la Difesa, l’Iran spende[136] 110 volte di meno degli USA e non ha invaso un territorio non suo da più di 250 anni…).  

Oggi Teheran – attesta il ten. gen. Ronald Burgess[137], direttore dell’Agenzia di Intelligence della Difesa – è in grado di reagire a un qualsiasi attacco bloccando “sicuramente” il transito delle navi e, certamente, delle petroliere nel Golfo persico, impedendo l’accesso o il passaggio per lo stretto di Hormuz (a fine aprile la Guardia rivoluzionaria ferma, per “assicurarsi che siano in conformità coi regolamenti ambientali” e subito lascia riprendere la navigazione a due cargo[138], uno italiano e uno francese, per dimostrare che, quando volessero sarebbero sempre in grado di bloccare il traffico nello Stretto).

E annuncia che metterà nel mirino dei propri missili antimissili – se e quando fosse messo sotto attacco – le forze di un’eventuale aggressione, comprese quelle americane. Contemporaneamente annuncia che ha “coltivato”, nell’area, alleanze con forze militanti come Hezbollah per portare a bersaglio sia gli USA, le loro forze armate nella regione, che Israele. E di questo fatto bisognerebbe – dice il generale – tenere ben conto.     

Tra parentesi. Va detto che è difficile per Obama resistere qui a questa marea “preventiva” e all’insistenza delle pressioni attizzate sapientemente dai tanti amici di Israele, e perciò nemici di Teheran, che ci sono a Washington. Alla Conferenza sulla sicurezza nucleare che il presidente ha appositamente convocato, con grande successo di partecipazione alla Casa Bianca ma pochissimi esiti davvero di merito e nel merito, per parlare in sostanza delle minacce nucleari incombenti, il 13-14 aprile

• non c’e’ l’Iran, però, che gli USA non hanno invitato… pur, o proprio perché lo considerano (o dicono di considerarlo) il pericolo numero uno…;

• ci sono invece Pakistan e India, che però vanno avanti a rafforzare i loro rispettivi armamenti nucleari,come se fosse problema…;

• e, soprattutto, non c’è Israele, invitata ma assente  

  ▫ perché timorosa, secondo le dichiarazioni di Netanyahu stesso, di vedere qualcuno dei partecipanti – gli arabi, magari: Egitto, Arabia saudita… – chiedere conto pubblicamente dei due pesi e delle due misure con cui, per esempio, proprio a differenza dell’Iran e del suo arsenale nucleare inesistente, viene trattato dalla “comunità internazionale” il suo arsenale nucleare sicuramente, invece, esistente;

  ▫ e anche e di più, forse, perché messa in allarme dall’uscita esplicita del presidente Obama che, nelle stesse ore, prendendo un po’in contropiede tutti i sostenitori perinde ac cadaver di Tel Aviv e della sua intransigentemente ottusa politica, dice (nella conferenza stampa del 13 aprile in sede di vertice sulla sicurezza) di come il conflitto mediorientale, Israele-Palestina, sia “di interesse vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” e che già oggi, sottendendo tutto il quadro dello scontro tra Stati Uniti e terrorismo islamista (non islamico…) “ci sta costando moltissimo sia in termini di sangue versato che di quattrini spesi”…

Lasciando intuire, scrive un osservatore che pesa, un probabile “spostamento nel come gli Stati Uniti vedono il conflitto israelo-palestinese e su quanto aggressivamente possano ora spingere per arrivare a un accordo di pace[139].uanto può ormai decidersi a spinegere aggressivamente per arrivare a un accordo di apce”. Forse, aggiungiamo noi… Perché Israele è stata finora abituata da sempre a trovarsi da parte americana il semaforo verde per tutte le sue iniziative, o le sue mancate iniziative. E teme enormemente un qualsiasi possibile cambio di rotta: semplicemente perché, se e quando ci fosse, non terrebbe conto soltanto delle loro esigenze e dei loro desiderata.

Chiusa la parentesi sulla posizione e il peso di Israele nella faccenda Iran-Stati Uniti (prima o poi potrebbe anche succedere che la coda israeliana non riesca più a far dimenare, come dicono qui, il cane americano…). E di per sé, poi, secondo il resoconto ben informato del NYT, non è che le cose stiano poi andando un gran che bene al presidente quando si rivolge sulla questione per aiuto ai cinesi.

Scrive il quotidiano che “la Casa Bianca afferma come Obama si sia garantito l’impegno cruciale del presidente cinese Hu Jintao ad aiutarlo a ‘stringere’ le sanzioni dell’ONU – cioè del Consiglio di sicurezza – su Teheran”. Poi, non spiega in niente però in che consista lo “stringere” di cui all’impegno cinese annunciato, mentre da parte sua, dopo l’incontro, “la Cina sottolinea di volere che ogni azione verso l’Iran del Consiglio di sicurezza deve servire a promuovere un’uscita diplomatica dallo stallo nucleare[140].

Insomma, al solito e naturalmente neanche la Cina desidera vedere Teheran trasformarsi in una potenza nucleare. Ma sa bene che, per ottenerlo, bisogna rispondere anche alle esigenze che, a suo modo e in maniera non sempre condivisibile, però pone l’Iran: di rispetto, di dignità, di riconoscimento di diritti pari a quelli di tutti gli altri paesi. Esigenze, insomma, tutte politiche…

A metà aprile trapela notizia che il segretario alla Difesa Gates ha scritto a Obama un memo[141], come lo chiamano qui, cioè un appunto tale da restare poi agli atti, per metterlo in guardia dal fatto che se l’Iran poi la bomba, alla fine, se la costruisse gli Stati Uniti non avrebbero nessuna strategia reale di risposta. E, invece, devono prepararla, compresa “eventualmente”, dice senza precisare niente però, una reazione di tipo militare.

Naturalmente a nessuno, qui[142], viene neanche pensato che, forse, semplicemente non c’è niente da fare se, come dicono, l’Iran vuole diventare nucleare (e magari, purtroppo, anche farsi la bomba: come non c’è stato niente da fare quando Israele per esempio – ma l’esempio non è casuale: Israele sta lì, in Medio Oriente – ha voluto farsi la sua – perché anche bombardando il paese non glielo potrebbero certo impedire.

In altri termini, con ogni probabilità – ormai non è solo una possibilità ma quasi una certezza – anche se l’America non fosse già sovraestesa nel mondo al di là delle sue capacità militari non avrebbe la possibilità materiale, ormai, che di ritardare – forse – di qualche anno il programma nucleare iraniano. Come quello di qualsiasi altro Stato che se ne volesse dotare. Il che significa che l’unica alternativa che hanno gli Stati Uniti, e ogni altra potenza magari anche solo regionale, come tutti gli altri, è quella di imparare a convivere con la bomba iraniana. E di inventare una strategia nuova per farlo: cominciando magari a trattare l’Iran come un paese dai diritti esattamente uguali a quelli di qualsiasi altro.

Perché, alla fine, il punto è tutto qui: nella posizione assunta da Obama e sostenuta da alcuni altri – quasi tutte, a dire il vero, le potenze nucleari – c’è una presunzione che, onestamente, a chi scrive sembra davvero inaccettabile: che certe nazioni sono moralmente responsabili e, dunque, capaci di detenere armi nucleari, e altre no. Alcuna sono mature e abbastanza civili da dotarsi di armi in grado di distruggere il pianeta, altre no. E chi decide chi sì e chi no sono i soliti noti. E’ la vecchia nozione razzialmente e storicamente connotata del “fardello dell’uomo bianco” o della “missione civilizzatrice” autoproclamata di alcuni paesi nel mondo nei confronti di tutti gli altri, per definizione, meno civili, che così a modo suo si conferma.

Il timore più vero, però – più realistico – potrebbe essere un altro. E’ che l’Iran potrebbe mettere insieme tutti, o quasi, i componenti che servono a costruirsi una bomba atomica – combustibile, disegno e detonatori: ma è vero che ormai in pratica nel mondo lo può fare chiunque – ma fermarsi appena al di qua dell’assemblaggio di un’arma pienamente e immediatamente impiegabile, operativa come si dice.

Così, potrebbe continuare a restare firmatario del Trattato di non proliferazione acquisendo lo status di Stato nucleare “virtuale”: come lo sono, o sono in grado di diventarlo, forse, anche altri. E nessuno, Stati Uniti compresi, ci potrebbe far niente senza attaccare a colpi di atomiche, ma coi rischi annessi e connessi, l’Iran...

Intanto, però, l’Amministrazione Obama sul piano delle promesse – è vero, niente di più – degli impegni verbali e degli annunci, da sottoporre poi, certo, tutti a verifica e a conferma concreta “a tempo e luogo” – e  bisognerà, allora, vedere… – è riuscita con pressioni, compensazioni annunciate e quant’altro a tirar fuori

• dalla Total e dall’ENI l’impegno a “studiare” la fine dei loro investimenti in Iran; l’ENI pare ormai deciso a rinunciare alle sue operazioni nel giacimento di Darkhovin ad alcuni partners locali nel tentativo di sfuggire così alle rappresaglie statunitensi. Lo dice lo stesso ENI nel rapporto che ha dovuto inviare alla Commissione americana di borsa[143]: non ha ancora subito sanzioni ma, con la legislazione americana prevista in arrivo, se le aspetta: lo sviluppo del campo di Darkhovin è stato completato l’anno scorso, d’altra parte, e l’ENI sostiene di non avere al momento altra attività sul territorio iraniano. Meglio allora specificarlo… 

• da banche internazionali di nome come la Deutsche Bank e la HSBC quello a vedere come meglio ritirarsi da quel paese; e, soprattutto;

• da diverse compagnie petrolifere, la promessa a non fornire più – ma a partite solo da quando entrasse in vigore una legislazione americana che penalizzi chi la violasse: cioè, per non dover subire ricatti – benzina a Teheran: pare si tratti delle multinazionali Royal Dutch Shell e Vitol, della francese Total, della  russa Lukoil e dell’indiana Reliance. Cui sembrava, ma è stato smentito, essersi aggiunta anche la Petronas della Malaisia.

Come è noto, però, le promesse costano poco… E si viene anche a sapere dell’impegno, significativo soprattutto per il tempismo, assunto dal Turkmenistan ad aumentare le sue esportazioni quotidiane di gas in Iran fino a 40 milioni di m3 dai 32 attuali[144]. Nella seconda parte del 2010, assicura il governo di Ashgabat e rendono poi noto insieme i due governi, sarà aperto un secondo gasdotto per incrementare ancora e rendere più efficiente il trasporto del gas naturale verso Teheran. Che, se scattassero le misure restrittive volute per l’Iran dagli Stati Uniti, sarebbe quanto mai utile. 

Intanto, a Caracas, con Vladimir Putin, il presidente Hugo Chávez ha appena raggiunto – con altre intese – un accordo (di principio, per ora) per la costruzione di un primo impianto per la produzione di energia nucleare in Venezuela[145]. Il paese, del resto, sta attraversando una crisi grave proprio quanto a produzione e distribuzione di energia elettrica, ma la probabilità che la cosa si concretizzi, trasformandosi in realtà, sono poche: gli Stati Uniti, che stanno scatenando l’inferno per non far produrre energia nucleare all’Iran, il Venezuela ce l’hanno alle porte di casa… e poi il Venezuela non ha la valuta per pagare l’impianto, a meno che la Russia non glielo finanzi coi 2,2 miliardi di $ di prestito che sembra disposta ad accenderle.

Più che altro, a dire il vero, la mossa di Putin sembra un ennesimo strumento di pressione che la Russia si è costruita, così, nei rapporti suoi con Obama… Tale da fare il paio, controbilanciandoli, con gli incontri che a Praga Obama sta avendo in pratica con tutti, con quasi tutti, gli ex paesi comunisti della ex Unione sovietica[146].

Intelligentemente accompagnato, però, dall’analoga offerta – un poco più vaga: sulla possibilità di un’intesa intergovernativa quanto all’uso pacifico  dell’energia nucleare – avanzata dal ministro degli Esteri russo, Lavrov, al collega colombiano Jaime Bermudez Merizalde[147]: perché la Colombia è, certo, uno stretto alleato degli USA ma potrebbe anche lasciarsi tentare da un’offerta come questa che difficilmente gli USA echeggeranno nel loro “cortile di casa”.

A chiusura delle chiose che siamo andati facendo alla conferenza sulla sicurezza nucleare di Washington, c’è da aggiungere che, a tagliare le gambe alla credibilità della conferenza di Obama – e sicuramente ben al di là delle istruzioni ricevute e delle sue intenzioni: ma senza, per questo, essere richiamata all’ordine e pubblicamente “punita”: perché, certo, a quel punto la toppa poteva anche sembrare peggiore del buco – ci pensa la segretaria di Stato Hillary Rhodam Clinton che, all’immediata vigilia, pensa bene di proclamare urbi et orbi come gli Stati Uniti continuino a “essere più forti di tutti, come sempre poi sono stati, con armi nucleari a disposizione molte volte di più di quelle di cui hanno bisogno[148]: dando così, davvero, a buona parte della “comunità internazionale”, Russia in testa, per non dire dell’Iran – qualche ragione per essere, o restare, scettica sulla buona fede e gli obiettivi degli Stati Uniti d’America.   

Il parlamento, in Afganistan, si è appena ribellato al presidente Karzai e ha bocciato la sua decisione di avocare a sé la futura composizione della Commissione elettorale[149] che, composta da osservatori stranieri e iracheni, gli aveva dato tanti problemi cancellando come impropri almeno un terzo dei voti a suo favore e obbligandolo all’umiliazione del secondo turno e di un’elezione dimidiata dal rifiuto di correre, a quel punto cogli altarini svelati, del suo concorrente.

Americani e alleati occidentali sono convinti che il governo Karzai non è – chi dice da tempo, chi sospetta da sempre – in grado di guadagnarsi l’appoggio (loro la chiamano la “lealtà”) degli afgani  che, invece, da tempo o da sempre, lo considerano irrimediabilmente corrotto. E per questo pretendono di avere anche loro rappresentanti nella Commissione… Ma presumendo – su basi assurdamente improbabili – che, invece, gli afgani di loro si fidino.

Lo conferma un Rapporto del Pentagono fresco, si sarebbe detto una volta, di stampa

E, d’altra parte, Karzai che ha ben intuito e anche visto, ormai, come l’America – “scandalizzata”, almeno ufficialmente e di certo nell’opinione pubblica, per la questione della corruzione imperante che lui ignora, e avalla anzi, pienamente e personalmente – stia cercando di mollarlo ormai almeno da un anno – ipocritamente visto che l’ha creato essa stessa e che, non trovando alternative dal suo punto di vista più affidabili di lui, essa stessa alla fine lo appoggia sempre e comunque – non è che ci vada leggero quando accusa l’ONU, reagendo come sempre nella storia fanno gli apprendisti stregoni.

Perché, poi, in realtà accusa proprio gli USA – che lì, in specie, sono la spina dorsale della presenza dell’ONU: delegata, sotto l’etichetta di ISAF, di fatto alla NATO – di aver cercato di condurre “un grande imbroglio” contro di lui nelle elezioni presidenziali come parte di un efferato complotto che voleva negargli la rielezione e, non riuscendoci, poi di “macchiargliela[150]. E sta passando all’attacco. Dice alla stampa, e al mondo, che ormai la coalizione è vicina ad essere vista dall’opinione afgana come un esercito invasore: il che darebbe agli insorti la legittimità di presentarsi come un movimento di “resistenza nazionale[151]

Che, certo, dopo la guerra più lunga mai combattuta nella storia dall’esercito americano, sarebbe il massimo… per l’America e gli alleati suoi. Ma c’è anche di più: nell’intervento che svolge il 3 aprile di fronte a un’assemblea di capi tribali, Karzai – che reagisce di brutto alla sessione predicatoria e di buoni comportamenti che gli ha fatto subire nella sua visita Obama a fine narzo – come si dice sembra proprio “sbottare”: “se voi – dice rivolgendosi agli americani – e la comunità internazionale continuate a farmi pressioni, giuro che me ne andrò a raggiungere i talebani… perché alla fine c’è una parete molto molto sottile a dividere un’invasione dall’assistenza-cooperazione”. A riferire queste parole è un deputato presente all’incontro23.

Insomma, secondo Karzai gli USA vogliono prendere le distanze e scaricarlo non tanto perché lui è “corrotto” – se è per questo, sono gli americani a seminare corruzione nel mondo tra moltissimi loro alleati e gli va bene così: non hanno forse, appena, condotto l’offensiva a Marjah, nella provincia di Helmand, pagando i talebani (poco, 300 $ a testa: lì basta poco…) perché non combattessero… – ma perché lui vuole fare la pace coi talebani, non intende ignorarli perché se no non c’è proprio pace possibile.

E, invece, gli americani, specie al Pentagono, vogliono uscire dal paese senza dover trangugiare la pillola amara che qui a Kabul torni domani al governo, magari in tandem, il Mullah Omar… come già a Saigon ci andarono Vietcong e Nord-vietnamiti e a Pyongyang ci restò Kim Il-sung. E la teoria di Karzai non suona tanto avventatamente azzardata…

Per questo la linea che da mesi sta perseguendo, a vedere bene, è tanto insopportabile per l’occidente (centinaia, anzi tra tutti migliaia di morti propri e quasi ventimila feriti alle spalle e centinaia di miliardi di euro e di dollari in mezzo a una profondissima crisi economica bruciati alle spalle) quanto per il presidente afgano ha una sua cogente razionalità: convinto che così non se  ne esce, deve prendere le distanze – non fosse altro che per ragioni di sopravvivenza, fisica e politica – da una strategia profondamente bacata, fondata come la vede lui sul bombardamento quasi alla cieca e la totale ignoranza di una cultura “antiquata” ed antica quanto vincente e deve cercare di riavvicinarsi al suo popolo.

Ma tra lui e quello, ormai, ci sono i talebani e a noi sembra proprio difficile che si facciano da parte per fargli posto, no? Così come è difficile che il Pakistan lo lasci trattare coi talebani e “rafforzare” così un’indipendenza dell’Afganistan che, comunque, a Karachi mai farà comodo… E lo manifesta subito, infatti, il PM pakistano Gilani, che a Washington per il vertice sicurezza convocato da Obama dice pubblicamente che il suo governo si oppone agli sforzi di Karzai di trattare coi talebani[152] per promuovere una riconciliazione nazionale.

Sono terroristi, no? Vanno solo battuti, come stiamo tentano di fare noi coi nostri talebani in Pakistan in questi ultimissimi mesi. In effetti, solo in questi ultimissimi mesi perché il governo pakistano aveva, due anni fa e ancora l’anno scorso – ma non era lui il primo ministro allora e comandava il maresciallo Musharraf – tentato di aprire negoziati per conto proprio… senza successo, coi suoi terroristi.

In ogni caso, Obama ora frena, avverte che una rottura tonitruante con Hamid Karzai sarebbe un rischio soprattutto per l’America forse più che per il presidente/satrapo afgano e cerca di correre anche ai ripari. Karzai ha un ruolo critico, afferma, nella lotta contro il terrorismo internazionale che è la nostra, anche se esprime qualche volta opinioni diverse dalla nostre. Il fatto è che noi dobbiamo vincere sul fronte militare ma anche su quello civile.

E anche lui deve fare i conti col suo fronte civile[153]: insomma, bisogna capirlo… e capire che è impegnato a dare maggiore legittimità al suo governo (non lo dice Obama, ma questa frase vuol dire che per questo il presidente afgano tratta coi talebani: per acquisire maggiore legittimità!!!... dai talebani!). In pratica, un dietrofront e, anche, diciamoci la verità, una figura qualche poco barbina. Anche inevitabile, però, a meno di mettersi a fare la guerra, in Afganistan, anche al governo afgano che noi ci siamo inventati. Certo, è un modo di fare che non promette bene davvero…

/Il problema reale, qui come del resto in Iraq, è che i poteri “locali” (al-Maliki lì, Karzai qui) coi quali gli americani sono riusciti, almeno per il momento, a tamponare l’offensiva estremista di al-Qaeda e affini, non sono stati in grado (per incapacità, per corruzione diffusa, per qualsiasi altra ragione volete) di garantire alla popolazione il minimo di sicurezza e di fornitura di servizi, pubblici o privati, in grado di consentire un sopravvivere minimamente civile.

Per cui, specie in Afganistan, la gente, molta gente, è tornata a rivolgersi per trovarla agli insorti, a qualsiasi condizione la offrissero (primum vivere...). E prima si riconosce questa consecutio storica delle cose come un fatto, meglio decisamente è. Ma non la si vuole riconoscere – questa è la verità – perché farlo equivarrebbe ad ammettere la sconfitta strategica…

Mai lo faranno perciò, lasciati a se stessi, i vecchi arnesi ancora al comando al Pentagono e il Dipartimento di Stato. E l’anima profonda dell’America profonda resisterà sordamente. Ma Obama che, con difficoltà, ha cominciato a riprendere in mano le fila della politica estera americana[154], pur dovendosi servire ovviamente di quegli strumenti, cosa potrà – e che cosa vorrà… – fare?

A proposito del Pakistan, il fatto nuovo è che, vincendo la sua sorda battaglia col presidente Asif Ali Zardari – a quel posto solo perché vedovo della signora Bhutto assassinata nel dicembre 2007 e solo a quel titolo successore, dopo l’esautorazione di inizio 2008, del maresciallo-presidente Pervez Musharraf – il parlamento ha votato all’unanimità il cosiddetto 18° emendamento che restaura la Costituzione originale del 1973, cassando le modifiche presidenzialistiche che – licenziando l’Assemblea nazionale e la Corte costituzionale manu militari – Musharraf aveva apportato[155].

Vengono così restituiti poteri esecutivi di rilievo al primo ministro Yousaf Raza Gilani, incluso – a certe condizioni oggettive – quello di sciogliere il parlamento stesso e di designare sia i governatori delle province che i capi di stato maggiore e il loro capo (anche se il presidente resta titolarmente alla testa delle forze armate, non ha più alcun potere di comando effettivo).

E’ una modifica fondamentale e ripristina il potere civile su quello militare che, in questo paese, in realtà è sempre stato dominante, titolare o meno che fosse, con il  benestare, anche esplicito a volte e implicito sempre, del Grande fratello-alleato di Washington. Ma riapre anche, proprio per questo motivo, l’antico problema che al dunque, se ci fossero nuove frizioni tra potere civile e militare, l’esercito le potrebbe risolverebbe come suo solito: destituendo il titolare civile e, poi, magari – è  successo e non una sola volta – impiccandolo… per alto tradimento, si capisce.

Nel frattempo viene fuori – insieme alle immagini scioccanti di come è davvero fatta la guerra (i video iracheni del massacro dagli elicotteri di bambini e cronisti pare perché dall’alto scambiarono quelal volta, per mitra i teleobiettivi … – che uando si massacrano dalghi elicoteru a freddo, scambiando un gteleobietitvo per un mitra - in uno scatto di onestà intellettuale – non il primo per lui né, speriamo per noi, l’ultimo – il comandante in capo del contingente americano e ISAF in Afganistan, gen. Stanley McChrystal, ha detto pubblicamente che le sue truppe “hanno sparato a un numero impressionante di persone, di cui, a sua conoscenza, nessuna è stata provata come davvero un nemico[156].

Sparatorie e, dunque, omicidi che – alla faccia degli ordini da lui personalmente e impotentemente impartiti – non sono affatto calati. Si tratta di sparatorie che si verificano sulle strade, ai posti di blocco dove i soldati americani continuano a sparare come hanno sempre fatto alla cieca e a chi tocca tocca: perché hanno paura…

Questo, pur nella sua onestà intellettuale, Mc Chrystal non arriva a dirlo: dice solo che non si spiega perché lo facciano. Forse, se qualche volta, andasse in pattuglia anche lui, lo capirebbe… E capirebbe anche uno dei motivi per cui gli americani non stanno vincendo, mettiamola così, e i talebani non stanno perdendo.

C’è anche un altra questione a preoccupare, molto, il Pentagono che ha ordinato alla CIA studi particolari per arrivarne a capo: nei paesi alleati che contano qualcosa – in Europa, in Canada e in Australia – si va sgonfiando il sostegno all’invio e al mantenimento di contingenti armati in Afganistan. Il primo è stato l’Olanda, dove sulla faccenda è addirittura caduto un governo. Ma cominciano a  montare movimenti di opinione e se la primavera e l’estate si faranno più calde e saliranno i  morti – tedeschi, italiani, francesi, inglesi ma anche quelli tra i civili afgani – tutto potrebbe cambiare,

E il compito che il Bureau di Intelligence e Ricerche del Dipartimento di Stato ha affidato a quella che chiama la sua “Cellula rossa”, è molto specifico: scovare tutti i dati, le informazioni, gli approcci che, paese per paese, servano meglio a collegare alla missione, l’Afganistan, quelle che la gente – la gente comune, non i governi – sente, può sentire, come priorità importanti in Italia,in Francia, in Inghilterra, in Germania… Cosa un po’ difficile da trovare come difficile, del resto, sarebbe oggi – al di là del patriottardismo artefatto: ma lì, non certo in Europa – anche in America trovare qualche connessione sentita a livello popolare.

Il primo risultato è un paper[157] che avrebbe dovuto, si capisce, restare segretissimo ma che, adesso, Wikileaks – il sito fatto apposta per sputtanare governi e loro segreti che aveva pochi giorni prima già messo in video l’assassinio in Iraq di giornalisti e bambini da parte dei GIs americani[158] – ha   reso pubblico. L’analisi sembra, a leggerla, anche seria. Ma le raccomandazioni suonano, al solito, molto molto ingenue, a dir poco..  

E mettono, in realtà, in piena evidenza la fragilità del sostegno per l’avventura afgana, specie in Francia e in Germania, ma anche in Italia, dove i governi hanno finora profittato soprattutto dell’apatia dell’opinione pubblica (l’Afganistan? ma in fondo chi se ne frega…) per acquisire credito nei confronti degli americani a prezzo, tutto sommato, solo di qualche decina di morti e di qualche centinaio di milioni di euro.

Intanto in Iraq, sono partite le grandi manovre post-elettorali. E non promettono bene, per niente. Le quattro liste curde che hanno vinto seggi alle elezioni del 7 marzo hanno messo almeno temporaneamente da parte, ma solo per negoziare con le altre coalizioni irachene sulla formazione del nuovo governo, le loro divergenze anche serie come blocco politico curdo[159].

Questa volta il peso specifico dei curdi nel governo sarà verosimilmente minore che in quello precedente, con 57 seggi su 325—erano 58 su 275 nel 2005 e le divisioni tra i curdi erano allora molto meno evidenti e numericamente meno rilevanti e l’accordo intra-curdo specifica anche che ogni partito non è legato ad alcuna disciplina parlamentare che non sia esclusivamente la sua.

Nel primo parlamento i curdi, allora più uniti – erano solo due gruppi politici, il più vasto di ben 53 deputati contro 5; adesso sono quattro: il primo di 43, gli altri tre con 14 seggi piuttosto rissosi tra loro – e pronti a sfruttare per diventare spesso l’ago della bilancia il frequente boicottaggio dei deputati sunniti contro la maggioranza relativa sciita, avevano assunto un’importanza cruciale. Adesso che contano meno, per le loro divisioni e il numero maggiore di eletti sunniti, sarà anche più difficile tenerli a bada per gli altri.

Sul fronte dei due maggiori partiti iracheni, quello dell’ex PM Allawi cosiddetto “laico”, vincente per due incollature appena, e quello sciita dell’attuale primo ministro al-Maliki, la lotta è aperta. Iyad Allawi accusa Nouri al-Maliki di non aver saputo assicurare al paese sicurezza e stabilità e di essere responsabile[160] della recrudescenza di morti e feriti che il ripetersi di attentati ha scatenato soprattutto a Bagdad. E rivendica il diritto in base al dettato della Costituzione di essere lui come vincitore delle elezioni a dover convocare gli altri partiti per il primo tentativo di formare il governo.

Al-Maliki, per conto suo, mentre subisce la denuncia di organizzazioni umanitarie che dimostrano la sua responsabilità diretta nella costruzione e nella gestione del centro super segreto di Muthanna, che a Bagdad imprigionava e torturava centinaia di sunniti[161], continua a cercare di far “squalificare”, anche a posteriori, alcuni deputati della lista vincente (sarebbero stati, dice, saddamiti, a suo tempo): dopo quasi un mese, ci riesce per una cinquantina di loro, a posteriori, e ovviamente facendo aumentare tensione e conflitto[162]: perché cambia, di sicuro proditoriamente, il risultato delle elezioni. Proditoriamente perché lo avrebbe dovuto – e, forse, potuto fare se ne aveva le prove – prima dellle elezioni, comunque, non dopo…

In ogni caso, l’ex PM Allawi e la lista che con lui ha vinto nel risultato finale non ci staranno a farsi correggere i risultati da cancellazioni che considerano pretestuose e minacciano apertamente una “rivoluzione popolare[163], se lo faranno.

Intanto, all’interno della fazione più turbolenta dell’ala sciita, quella che fa capo al “chierico ribelle” (come lo chiamano gli americani), Muqtada al-Sadr, dei quali è decisamente nemico, pur essendo da sempre ferocemente antisaddamita e filo iraniano, hanno tenuto un referendum su chi dei candidati a primo ministro vogliono appoggiare.

Hanno votato oltre 1 milione e 400 mila saadristi (dicono essi stessi, però) dicendo di no[164] sia ad Allawi (col 9% dei suffragi) che a Maliki (col 10) e chiedendo invece (col 25% dei voti) a Sadr di schierarsi dietro la candidatura dell’ex primo ministro del 2005, Ibrahim abd al-Karim Hamzah al-Ashaiqir al-Jaafari, che occupò per circa un anno, tra Allawi e al-Maliki, quel posto. Al-Jaafari sciita di fero (e discendente diretto del profeta: un sayyid) venne liquidato quasi subito, allora, dall’occupante perché giudicato troppo debole: cioè, in realtà, un po’ troppo “indipendente”.

Intanto l’Iran, con un cambiamento assai intrigante di posizione, chiede agli sciiti suoi amici – esattamente come sta facendo l’America… – di integrare nella nuova compagine di governo anche i sunniti. Mai finora, da quelle parti, era giunto un invito così, come dire?, aperto e sensato[165].

Non fidandosi, forse, che regga alla fine la cancellazione dei voti ai candidati che il Consiglio elettorale nazionale h accusato di essere ex saddamiti, il Consiglio stesso – che dipende dal primo ministro in carica: il perdente del voto – ordina improvvisamente, adesso, su sua richiesta e dopo settimane, anche un “riconteggio” dei voti nella circoscrizione di Bagdad (2,5 milioni, più di decimo del totale) che se cambierà qualcosa potrà cambiare, visto che adesso è dietro di poco, solo a favore del suo sponsor.

A questo punto, Ayad Allawi che è in testa chiede un riconteggio più vasto anche in altre circoscrizioni in diverse province del sud  dove denuncia parecchi episodi di frodi ai seggi. E minaccia: se il riconteggio lo fate solo a Bagdad vi faremo un contrasto durissimo, visto che saranno mirate solo allo scopo di metterci all’opposizione[166].

E, in queste condizioni, il leader più autorevole forse, sul piano morale e anche politico, di parte sciita, Ammar al-Hakim, capo del prestigioso Consiglio supremo islamico dell’Iraq[167], prende le distanze da tutte e due i candidati forti alla presidenza del nuovo governo, nel modo suo sibillino: nessuno dei due, secondo lui, ha la forza e l’autorevolezza necessaria a diventare primo ministro e lui, adesso, non dice di rifiutarsi di appoggiare un candidato tra i due ma di rifiutarsi di non appoggiare uno dei due candidati…

Più pesante, naturalmente, suona il distacco voluto esplicitamente più che dal “laico” al-Allawi (anche lui uno sciita, ma che ha deliberatamente incluso nella sua lista molti sunniti e, allo stato, ha due seggi in più in parlamento) dal primo ministro al-Maliki, sempre sciita e formalmente a capo di una coalizione di partiti sciiti…

Però, prima o poi, anche al-Hakim sarà costretto a schierarsi, con la sua Alleanza nazionale, il terzo partito sciita ma separato che, coi suoi 70 seggi, a questo punto diventa indispensabile per formare una maggioranza…

Continuando, a titolo per il momento soprattutto simbolico, a prendere le distanze dalla politica del predecessore, Yanukovich nuovo presidente dell’Ucraina ha provveduto a sciogliere la cosiddetta  “intercommissione” governativa che aveva il compito di preparare la strada all’entrata del paese nella NATO (il giorno del mai…) e ha anche dissolto, licenziandone il capo, il Centro nazionale di integrazione euro-atlantica dell’Ucraina: per rendere chiaro, è stato spiegato, che mentre la prospettiva di una futura adesione all’Unione europea resta fermissimamente in piedi, quella di un’entrata nella NATO è superata[168].

Col requiescat impartito così all’opposizione interna ucraina, appena sconfitta alle urne, ma un po’ a tutti. La Merkel, che ha incontrato Yanukovich a Washington al vertice sulla sicurezza nucleare convocato da Obama, lo ha anche, inaspettatamente, invitato a Berlino: dove la sua visita avrà l’effetto di “legittimare”, in qualche modo, sia la sua presidenza che lo spostamento da lui impresso al paese tanto all’interno che nelle sue relazioni esterne con Mosca.

In altri termini, anche se ovviamente non lo dichiara, la Germania dà – almeno sembra dare chiarissimamente – segnali di “accettare” il concetto in qualche modo anche ovvio di una sfera di influenza – di interesse, di i qualche influenza di fatto – della Russia negli ex territori sovietici. Come il precednete governo tedesco – democristian-socialdemocratico – anche quello attuale – democritian-liberaldemocratico – non ama affatto l’idea che ai confini russi Polonia, Repubblica ceca e magari altri piazzino missili antimissili americani capaci di coinvolgere – non come pensano quelli di “difendere” ma di compromettere – tutta l’Europa centrale in qualche strana avventura indesiderata…

Nei mesi recenti, Obama si è dato molto da fare a rassicurare l’Est d’Europa: in effetti, solo dopo aver lisciato il pelo nel senso giusto ai nuovi alleati dell’Est – rassicurandoli sul suo impegno a “difenderli”… se mai fossero aggrediti, avete capito da chi, non bastando loro neanche più – pare – la rassicurazione dell’appartenenza alla NATO – Obama ha potuto procedere a firmare e, simbolicamente – tutto è un simbolo qui… – a  casa di uno di loro, a Praga[169], il nuovo Trattato di riduzione degli armamenti strategici con la Russia, lo START, che nel frattempo era stato lasciato scadere.

Intanto lì, in diversi di questi paesi arriveranno comunque – dovrebbero, almeno, arrivare… – ualche decina di missili-antimissili americani, anche se non più a lunga gittata. Ma per quei governi quel che conta  non è la gittata – non hanno mai creduto alla favoletta americana che fossero contro l’Iran – è la presenza fisica di qualche centinaio di soldati americani messi lì come un filo, inciampando nel quale, un intruso farebbe scattare un sistema d’allarme…

E proprio lì, a Praga, a latere della firma con Putin, Obama infatti ha incontrato, individualmente, i capi di Stato o di governo di Bulgaria (che, nell’occasione, ha detto ad Obama di voler anch’essa ospitare gli anti-missili americani: offerta ascoltata “con interesse” ma senza aver ricevuto risposta immediata[170]: stava, del resto, per firmare con Medvedev un documento di riduzione delle armi nucleari strategiche che include, come vedremo fra qualche riga, sul punto una riserva scritta dei russi…), Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Polonia, Romania e Repubblica ceca. Per lisciar loro il pelo…

Sarà significativo o no che, dalla lista degli incontri, manchino solo la Georgia, per un motivo e l’Ucraina, per l’altro, ormai forse opposto? E il fatto che, dopo l’insurrezione che ha cacciato via il presidente kirghizo Bakiyev, l’opposizione georgiana cominci a mettere le mani avanti[171] e ricordi che quella rivolta è nata proprio dall’incarcerazione di alcuni capi dell’opposizione.

L’ex primo ministro Zurab Nogaideli, parlando subito dopo che la corte d’appello di Tbilisi aveva ordinato la scarcerazione di alcuni esponenti dell’opposizione fatti arrestare su ordine diretto del presidente della Repubblica, Saakashvili, ha detto che nell’aria c’è anche in Georgia, ormai, puzza di rivoluzione: e che, se il presidente pensasse mai, tra qualche mese, di dare per sua solo perché lo dichiara lui una maggioranza alle ormai prossime elezioni municipali e locali, dovrà fare i conti anche lui con la rivolta del popolo…

Questa del nuovo START, però, è una firma importante – che dovrà, ora, però essere ratificata… – e impegna USA e Russia a ridurre del 30% i loro arsenali nucleari. Che non è il taglio drastico e radicale di cui il mondo ha bisogno ma, venendo dopo Bush e il suo periodo di totale ostilità e anzi di rifiuto di ogni idea di disarmo – per quanto bilanciato, controllato e necessario esso fosse – che aveva portato le due superpotenze sull’orlo di una nuova guerra fredda, “effettivamente costituisce il riavvio di un rapporto importante[172].

L’accordo è stato accolto con più calore a Washington dall’Amministrazione (dopotutto era stato Obama a lanciare all’inizio della sua presidenza e nel discorso del Nobel ricevuto, diciamo così “preventivamente”, a Oslo la parola d’ordine del “nucleare zero”, di un mondo “libero da armi nucleari”: che non ha alcun senso pratico, naturalmente, ma è una straordinaria utopia di cui questo documento può – potrebbe – anche essere descritto come il primissimo passo…) che a Mosca.

Qui, il governo ha firmato solo dopo aver inserito nel testo (e Washington ha dovuto, per avere il Trattato voluto da Obama, controfirmare) una clausola che prevede esplicitamente il ritiro della Russia se, e quando, gli antimissili americani preannunciati in arrivo in Polonia, Cechia e forse anche in Romania mettessero a rischio, a giudizio di Mosca, la sua sicurezza strategica… E non sarà facile far passare il trattato al Congresso, da sempre restio ad accettare l’idea stesa della “parità” con altri paesi che del trattato steso, però, è parte integrante e essenziale.

Sarà fortissima, ad esempio, la resistenza al taglio dei 450 missili balistici intercontinentali puntati sulla Russia e dislocati nelle praterie della base aeronautica di F. E. Warren, a Malmstrom vicino a Cheyenne, nel Wyoming, e della base di Minot nel Nord Dakota (per citarne solo due): che sono, ovviamente, tra gli obiettivi americani in primissima linea nucleare ma dove tutti – politici, comunità locali e lavoratori addetti, anche dell’indotto cresciuto  intorno alle basi – sono pronti a combattere per tenersele. Cosa che avviene, di sicuro, anche a Kursk, nella Russia occidentale o a Irkutsk, in quella siberiana (sempre per dirne solo due), ma di cui si sa molto di meno…

Il 6 aprile, con un tempismo qualche po’ discutibile – e subito vedremo perché – viene pubblicata la annunciata e già rinviata Revisione della politica nucleare degli Stati Uniti d’America, la Nuclear Posture Review, un testo[173] a cadenza quadriennale (l’ultimo era del 2005) che, adesso, evidenzia soprattutto le capacità di deterrenza non nucleare delle forze armate USA e conferma la fiducia del loro governo di mantenere, anche senza far ricorso alla minaccia nucleare, forze armate di tipo convenzionale capaci di togliere, anche nel futuro prevedibile, la voglia di attaccarli – il significato di deterrenza – ad ogni possibile nemico di tipo tradizionale. Il discorso è diverso, s’è visto che è diverso, e resta aperto, per i conflitti cosiddetti a-tipici o, meglio, asimmetrici: al-Qaeda insegna.

Ma – ecco la questione delle tempestività discutibile, se non fosse il segno di una scelta voluta – siamo un poco alle solite: la pubblicazione avviene a uno o due giorni dall’incontro con Medvedev per la firma del nuovo START e meno di una settimana prima della conferenza di Washington sulla sicurezza nucleare. E l’impressione – la certezza – è che gli USA l’abbiano voluta prima per non farsi in alcun modo influenzare dalle raccomandazioni, dalle proposte o dalle richieste degli altri. Insomma, al solito appunto: avversari potenziali ma anche alleati e amici, sia chiaro che a decidere siamo sempre e da soli noi. Voi se volete, come in Iraq, come in Afganistan, al massimo potete aggregarvi… 

La filosofia del documento, però, di per sé, sembra un passo in avanti – e, infatti, ha subito provocato l’alzata di scudi di tutti i guerrafondai: politici, militari, osservatori accademici e dei media – ma è ovvio il buon senso della dichiarazione della Casa Bianca secondo cui oggi la minaccia maggiore per gli USA e la sicurezza globale, come la chiamano, anche se evitano di definirla, è la possibilità che qualche strumento di terrorismo nucleare finisca in mano ad “estremisti violenti”, tipo al-Qaeda appunto, insieme a quella di una proliferazione nucleare allargata a molti altri Stati.

E la dichiarazione con cui la Casa Bianca accompagna la pubblicazione del documento proclama che gli Stati Uniti difenderanno se stessi ed i loro partners ed alleati “con la propria insorpassata superiorità militare convenzionale”— che, però, è quella tenuta in scacco un po’ dappertutto nel mondo dalle tante guerre asimmetriche in atto…

La frase chiave che in sé sintetizza al meglio tutto e meglio annuncia la novità è quella che recita come “gli Stati Uniti non utilizzeranno né minacceranno di utilizzare armi nucleari contro Stati che non siano dotati di armi nucleari essi stessi, se aderiscono al Trattato di non proliferazione (TNP) nucleare e rispettano gli obblighi della non proliferazione”. Per completarlo, in maniera onesta, a questo testo dovrebbe aggiungersi però la brevissima clausola: che ciò vale “se e quando noi decidiamo che essi rispettano il TNP”.

Insomma, alla regola ci sono eccezioni, due per nome e cognome, Corea del Nord e Iran, motivate per la prima perché dal TNP s’è ritirata e per il secondo perché avrebbe violato le norme dell Trattato di non proliferazione nucleare. Violazione, però, mai proclamata dall’ONU e mai dimostrata neanche dagli USA né da Israele perché, appunto, non vera.

Più cautamente, Medvedev a Praga, cercando di lisciare il pelo – anche lui – agli americani, in sede di firma dello START dice che Teheran ha “volutamente ignorato[174] la volontà della comunità internazionale— ma dando – forse in malafede, forse mal consigliato – così per scontato che essa sia quella espressa di volta in volta dalla maggioranza del Consiglio di Sicurezza e volutamente ignora che mai, di per sé, in base ai poteri che la Carta dell’ONU dà al CdS, esso può costituire per alcun paese un obbligo in diritto internazionale…

Più netta era nel 1957 la politica allora annunciata dal presidente Eisenhower quando, per tagliare le ali ai falchi, repubblicani ma anche democratici, che predicavano la guerra nucleare limitata contro l’URSS di Stalin, escludeva formalmente che gli Stati Uniti avrebbero mai attaccato con l’arma nucleare alcuno Stato che non ne possedesse. Insieme agli Stati Uniti allora solo l’Unione sovietica aveva armi atomiche e la regola non era così ambigua per niente.

Finche il piccolo Bush non l’avesse offuscata con le sue pasticciate e, ovviamente, vuote minacce di guerre nucleari preventive e di primi colpi nucleari fu questa la base della dottrina della deterrenza che per quanto terribile – anche se tu mi attacchi per primo, sappi che sarò sempre in grado di annientarti completamente – da allora ha tenuto il fungo velenoso della guerra nucleare fuori dalla storia dell’uomo.

Ora, la nuova dottrina di Obama tenta di tornare a quella originale con le concessioni che ritiene di dover fare ai propri falchi per, al meglio che può, emarginarli. E, quasi pungolato da Obama che gli sta accanto sulla necessità di punire l’Iran con le sanzioni, Medvedev arriva a dire che comunque per funzionare, esse dovrebbero essere “intelligenti” e “non provocare danni alla popolazione”… Insomma, ci riserviamo di vedere la proposta concreta che presentate e, solo poi, di rispondere.

Incongruenze, contraddizioni, sparate retoriche… Ma tant’è. A livello per lo meno di dottrina enunciata, anche gli Stati Uniti di Obama, non solo quelli di Bush, continuano a riservarsi il diritto di attaccare anche preventivamente i paesi al mondo che, secondo la propria valutazione non suffragata da prove mai fatte vedere però proprio a nessuno, violano il TNP (l’Iran) o da qualche sua disposizione si sono ritirati (la Corea del Nord)… evitando di menzionare, però, gli altri Stati che non avendo aderito per niente al TNP le bombe se le sono fabbricate a bizzeffe… perché si tratta di Stati “amici” o clienti (Pakistan, India, Israele…). E poi rinviando a domani, si vedrà, chi aggiungere di volta in volta alla lista…

E’ una contraddizione talmente evidente da non poter essere superata sulla base dei fatti, ma  solo di una decisione politica: perché? non perché è logico, non perché è razionale, non perché è strategicamente o tatticamente dimostrato essere necessario…, ma perché noi vogliamo così e così noi decretiamo…

Però resta il fatto che – mentre la posizione precedente, di Bush, dava alle armi nucleari ufficialmente (nella precedente Nuclear Posture Review) un “ruolo critico” nella difesa degli Stati Uniti e dei loro alleati e ne suggeriva l’uso possibile contro paesi che minacciassero l’uso di armi biologiche, o chimiche o anche solo convenzionali contro di loro – la nuova revisione dice con grande nettezza che con quelle eccezioni “politiche”, necessarie forse per disarmare l’opposizione filoisraeliana e guerrafondaia interna, il “ruolo fondamentale” dell’armamento nucleare americano ormai è quello di agire in deterrenza dell’armamento nucleare altrui. E basta…

Naturalmente, proprio quelle eccezioni tolgono ogni credibilità all’argomento che pure fa da spina dorsale a tutto il ragionamento del documento: che nessun paese ha bisogno di dotarsi di un proprio armamento nucleare per non essere aggredito. Non è vero, ovviamente – gridano i fatti alto e forte – visto che Iraq e Afganistan, che di bombe non ne avevano, sono stati attaccati ed invasi e la Corea del Nord che, se ne era dotata anche se a uno stato rudimentale, nessuno s’è sognato di invaderla…

Ma proprio, qui – sul fatto che la regola e non l’eccezione dovrebbe essere, per loro, il diritto inalienabile dell’America a scoraggiare ogni minaccia minacciando quando e come vuole di usare la Bomba – affondano i denti i tanti fautori della vecchia “postura” alla Bush che preferirebbero vedere all’orizzonte senza remore, come da tradizione – quando a noi sembrerà necessario – la sfida, per suicida che possa poi essere, dell’Apocalisse nucleare.

Mentre Obama, al contrario dice che gli Stati Uniti intendono muoversi per diminuire il ruolo di queste armi-fine-di-mondo “preservando la superiorità militare capace di una deterrenza efficace contro ogni aggressione e di assicurare la  salvaguardia del popolo americano[175]. E qui c’è il nuovo: contraddittorio, come abbiamo già visto, ma nuovo. Nuovo e, però, anche parziale.

In realtà, viste le regole con cui nel Trattato si contano veicoli e testate nucleari e le riduzioni che, unilateralmente, anche per ragioni solo tecniche e pratiche le due parti faranno comunque ai loro arsenali, non sarebbe necessario eliminare un gran numero di armi per far fronte ai limiti fissati. Di più, il Trattato non riguarda comunque categorie intere di armamenti atomici, migliaia di testate termonucleari strategiche (quelle in grado di colpire partendo dall’una il territorio dell’altra superpotenza) della cosiddetta riserva e tattiche, comprese quelle stazionate in Europa.

Lo ripetiamo, dunque: parziale e contraddittorio, questo nuovo START, ma davvero – a suo modo – anche nuovo. Il testo sottolinea alcune scelte di fondo e, anzitutto, una filosofia ispiratrice che non è certo quella del “mondo libero da ogni arma nucleare” di obamiana originaria utopia ma in quella direzione sembra almeno avviarsi:

• Gli USA considerano l’uso delle armi nucleari solo in circostanze estreme e per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti, dei loro partners, dei loro alleati.

• Il documento, che delinea praticamente tutto – dalla dimensione dello stoccaggio di armi nucleari alle linee del negoziato con la Russia – impegna gli USA a “modernizzare e rendere più sicuro” (dunque, del tutto sicuro forse, al momento, non lo è …) il proprio arsenale (ma non a “arricchirlo” di nuove armi) insieme al sistema di vettori per portarlo, come dice, a destino (cioè, per bombardare gli obiettivi prescelti) razionalizzandone – o tentando di razionalizzarne – le motivazioni (per una deterrenza sempre migliore).

• L’idea di fondo è, però, quella di “restringere”, di definire più precisamente in modo restrittivo, quegli scenari estremi in cui concatenazione di eventi e, come si dice, piani di contingenza, vedrebbero effettivamente gli Stati Uniti pronti a minacciare e, eventualmente, a mettere in atto una propria risposta nucleare.

Naturalmente tutti – amici, nemici… tutti: dal presidente all’ultimo degli editorialisti – sanno che l’uso effettivo di armi nucleari sarebbe deciso solo in una situazione di crisi estrema, regolato da queste dichiarazioni ma anche da tutte quelle precedenti e, soprattutto, dettato dallo status mentis  portato all’estremo ovviamente di chi (nei fatti: in teoria, solo il presidente, per quanto riguarda gli USA: in pratica, chi sa…)  fosse delegato a decidere al momento cruciale: quando, cioè, di razionale non resterebbe proprio più nulla.

Insomma, in termini di una politica effettivamente nuova, al di là di alcune enunciazioni di intenzione – di per sé non  irrilevanti però – francamente c’è poco. Ma era impossibile pensare che ci potesse essere qualcosa di più.

GERMANIA

L’inflazione, a marzo, è salita su base mensile dello 0,5%. In termini annuali dell’1,1%, dallo 0,8% di febbraio[176] e il massimo da 15 mesi sulla spinta dei prezzi di energia e combustibili: gasolio da riscaldamento, +32%, combustibili in genere, +19,4. Anche i prezzi degli alimentari sono aumentati ma marginalmente, dello 0,3%, per la prima volta esattamente da un anno[177].

Forte rimbalzo, come si dice, delle esportazioni col 5,1% a febbraio, rispetto all’aumento dello 0,2% soltanto dell’import, col surplus commerciale che si allarga a 12,1 miliardi di € dagli 8,7 a gennaio[178].

Adesso, la previsione (dell’OCSE: all’interno di quella del leggero ribasso di PIL per tutto l’occidente preso insieme) è anche qui ci sarà nel primo trimestre una contrazione del PIL dello 0,4%, a tasso annualizzato; ma che poi la Germania riprenderà un’espansione che, sempre a tasso annuo, nel secondo trimestre del 2010 dovrebbe poter invece toccare il 2,8%[179].

Il PIL tedesco, è invece la previsione del ministro dell’Economia, Rainer Brüderle, crescerà globalmente dell’1,4% nel 2010 e dell’1,6 nel 2011[180]. Il ministro ha preso atto con grande soddisfazione che nel suo paese il mercato del lavoro ha “tenuto”. In effetti, l’Ufficio federale del lavoro certifica[181] che in termini destagionalizzati, ad aprile, il tasso di disoccupazione è sceso all’8,1 dall’8,5% di marzo.

Qualche scricchiolio si va invece manifestando all’interno della coalizione che da qualche mese governa il paese. Al Congresso di fine aprile, i liberal-democratici della FDP non hanno insistito nel chiedere l’espulsione dei paesi poco virtuosi dall’eurozona (hanno solo detto praticamente in ogni intervento come e quanto sarebbe giusto farlo…) ma Guido Westerwelle, il suo presidente, che è anche il vicecancelliere e ministro degli Esteri del partito più ortodossamente liberale di Germania, ripropone provocatoriamente tagli alle tasse federali dal 2012 in poi per 16 miliardi di € in poi per i tedeschi che guadagnano più di 53.000 € all’anno: e soltanto per loro[182].

Riproporre perché l’idea era stata già fatta circolare prima delle ultime elezioni politiche da Westerwelle e dai suoi e c’era voluta tutta la testardaggine della Merkel per impedire che passasse, seducendo non pochi cristiano-democratici, nel corso dei colloqui di settembre-ottobre che l’anno scorso hanno dato, poi, vita alla coalizione bianco nera adesso al governo… 

FRANCIA

Sarkozy esige e il governo si accinge a presentare, a maggio, una legge che vieterà in tutto il paese di indossare il burqa, quella specie di scura corazza di stoffa che copre in pubblico le donne musulmane che la indossano (sono forse, dicono le autorità di polizia, il 3% di tutte). E’, più che altro, un’impuntatura di stampo, diciamo per capirci, simbolico-leghista, visto l’effetto irrilevante che ha sulla gente e sui suoi comportamenti reali: una grida tipicamente manzoniana che non darà effetto alcuno ma di rumore ne farà tanto, tantissimo, solleticando le peggiori velleità di quanto è di destra, e sa di destra, anche in chi è di sinistra…

Dai dati più recenti dell’INSEE, l’istituto statistico nazionale, emerge che

• la popolazione al 31.12.2010 era a 64.667.000 abitanti

• la crescita del quarto trimestre è a +0,6%

• l’inflazione a marzo tocca lo 0,5%

• la disoccupazione è al 9,6% a fine quarto trimestre 2009

• i consumi delle famiglie a marzo 2010 salgono dell’1,2%

• la produzione industriale va su dello 0,4% a febbraio 2010

• la fiducia delle imprese (base media = 100) ad aprile 2010 è a 96.

• i prezzi agricoli alla produzione aumentano leggermente a marzo;

• sempre a marzo i prezzi industriali salgono ancora su tutti i mercati;

• aumentano del 5,6% a novembre, in rapporto al mese precedente, i fallimenti d’impresa;

• si va deteriorando, ancora, in aprile la fiducia delle famiglie sull’andamento dell’economia;

• diminuisce, sempre in aprile, nettamente la domanda di nuove case;

• rimane dinamica la domanda di beni manifatturati a fine primo trimestre 2010.

GRAN BRETAGNA

Il PIL del quarto trimestre 2009, nel dato di revisione, viene corretto in aumento solo dello 0,4% e lascia così l’economia britannica nel suo insieme a -3,1% rispetto allo stesso periodo del 2008[183]. E i dati preliminari del primo trimestre 2010 registrano un PIL-lumaca che arranca allo 0,2%. Il tasso di inflazione sale forte[184], al 3,4% a marzo dal 3 del mese prima: quello dell’eurozona, si ricorderà, sempre a marzo è all’1,4%.

Il tasso di disoccupazione dei tre mesi che finiscono a febbraio 2010 è salito dello 0,1% dal trimestre precedente tocca l’8%, sempre nel conteggio parsimonioso che ne fa l’ufficio statistico nazionale ormai da anni e che esclude dal computo, letteralmente, milioni di disoccupati[185]

Il deficit dei conti correnti è uguale allo 0,5% del PIL, sugli 1,7 miliardi di sterline (1,9 di €) negli ultimi tre mesi del 2009 rispetto ai 5,9 (6,64 miliardi di €), ovvero l’1,7% del PIL nel trimestre precedente. E’ che, naturalmente, come per la riduzione dello squilibrio della bilancia commerciale (a 6,2 miliardi di sterline a febbraio dagli 8,1 di gennaio), l’ultimo trimestre ha visto nel Regno Unito una gran brutta frenata di tutti i fattori: produzione, consumi, investimenti111.

Si accorcia, man mano che si avvicinano le elezioni politiche, ormai a un mese esatto dalla scadenza la distanza tra i conservatori, che mantengono nei sondaggi un vantaggio ormai troppo effimero per essere considerato decisivo, e laburisti: 37 a 33%, coi liberal-democratici al 21 e gli “altri” al 9%[186].

Brown ha chiesto alla regina e lei gli ha concesso di fissarle al 6 maggio[187]. Sarà l’elezione che probabilmente registrerà i risultati più ravvicinati degli ultimi vent’anni. E sarà tutta giocata, quanto a grandi temi politici, sulla crisi economica e la scelta, di qua, fra il tema laburista centrale di rinviare la stretta del bilancio in attesa di tempi almeno un poco migliori e della ripresa, con grandi impegni (verbali) di forti cambiamenti sociali e, di là, il chiodo su cui battono i conservatori che predicano al paese – senza sembrare troppo convincerlo, almeno dai sondaggi – di come bisogna, invece, tagliare subito e comunque le spese.

I primi giorni della campagna sono stati focalizzati sul piano del governo laburista che vuole gradualmente e proporzionalmente aumentare la tassazione dei redditi personali per finanziarci i servizi pubblici e sull’ostilità dura dei conservatori all’iniziativa (il succo, largamente inconfessato perché inconfessabile, del loro messaggio è decentralizzare tutto: sanità, polizia, servizi pubblici, ecc., ma tenendo centralizzati i poteri di spesa, che è la drammatica contraddizione in termini di ogni federalismo a mezza’asta), appoggiati da uomini d’affari, banchieri, managers e tutta la City in falange compatta. Anche troppo apertamente, però— ed è stato un errore perché sembra proprio che gran parte della gente, ormai, anche tra chi sta meglio economicamente, della City e dei suoi gestori non si fida più tanto.

E il loro argomento principale – che aumentare le tasse sul reddito in un periodo di alta disoccupazione non serve a convincere gli imprenditori a creare nuovo lavoro – suona fesso come il rintocco di una campana incrinata e maledettamente ipocrita a un’opinione pubblica che non ha mai visto banchieri, agenti di borsa, speculatori e finanzieri preoccuparsi molto delle conseguenze del loro operare sul lavoro, sui lavoratori, sulle famiglie.

L’esito delle elezioni si giocherà, però, anche sulla percezione che qui la gente sembra avere dei Tories come partito del rule Britannia – la parola d’ordine dell’impero che ormai non c’è più – sempre, si capisce, dietro e sotto gli Stati Uniti; e di un Labour che, invece, diversamente da come lo vede il resto del mondo, viene fatto qui passare per “europeista”: e che poi, in fondo, lo è rispetto ai conservatori, se più europeista significa meno propenso a denunciare ogni cosa che sa di Europa come un complotto contro la sovranità britannica…

Infine, lo scontro sarà sulla presunta, o reale, incapacità di leadership del primo ministro uscente. Che, certo, rispetto al predecessore – per non dire di certi menestrelli suoi colleghi al governo in altri paesi d’Europa che conosciamo benissimo – è parecchio più scialbo. Ma anche, per le cose giuste da fare, non molto più concludente, però…

Dicono gli esperti che subito prima della fissazione della data – che qui è sempre scelta dal primo ministro, ovviamente in funzione di quelle che ritiene siano le convenienze per lui e il suo partito potendo anticiparla o posticiparla nel’arco diciamo di circa un trimestre – conducono ora l’analisi dei singoli distretti, potrebbe venirne fuori un risultato che, anche con meno voti in totale, consegni la maggioranza dei seggi al Labour: sempre restando, poi, da vedere però se riuscirebbe a governare da solo senza un’alleanza, non facile, coi liberal-democratici.

L’esito, ormai possibile dopo che nel primo dibattito televisivo inopinatamente il liberal-democratico Clegg è sembrato, garbatamente, quasi zittire non solo il conservatore Cameron ma anche il laburista primo ministro (sembrate Bibì e Bibò, ha detto a modo suo ovviamente: dite quasi le stesse cose… con l’esito del secondo dibattito che non è sembrato, poi, spostarsi molto dal primo), e certo il peggiore dal punto di vista di chi non vorrebbe vedere arrivare questi conservatori al potere, sarebbe che alla fine il voto loro contrario si dividesse tra questi due partiti…

Anche se, poi e senza dubbio, la lezione sarebbe meritatissima dal New Labour dell’avventura in Iraq. Ormai odiata dai più: ma per la quale gli elettori non lo puniranno alla fine, anche se comincia a temerlo un po’ – per la carica che occupa forse – il ministro degli Esteri laburista, David Miliband che, rivolgendosi in un’intervista al capo dei lib-dem Clegg, sul tragico pastrocchio gli grida: “Basta!” ma non perché è sbagliato attaccarci sull’Iraq, dice, non perché attaccandoci “tradite” il paese, perché invece “ci avete già punito abbastanza per l’Iraq”. Dice lui[188]

Se gli elettori puniranno Brown e i suoi, lo faranno invece – alla fine – per il tradimento lib-lab: perché qui come altrove non si perdono le elezioni per le avventure – anche le più catastroficamente sbagliate – condotte all’estero (che, anzi, possono pure stimolare i peggiori sentimenti patriottardici) ma per aver voluto e gestito le controriforme chiamate orwellianamente riforme e per aver smantellato (perché era la cosa “moderna” da fare…), prima spavaldamente, poi surrettiziamente, intere falde dello stato sociale.

Smantellamento dal quale solo adesso, alla vigilia delle elezioni e con la recessione che morde, Brown comincia a pentirsi, anche se ancora tra esitazioni strane e resipiscenze suicide… Perché, se in maggioranza a spostarsi sui lib-dem fossero, come sembra che sarà, i laburisti, visto che qui il meccanismo della vittoria è che in ogni collegio vince chi in quel collegio prende anche un solo voto in più, il meccanismo consegnerebbe Downing Street ai tories.

A meno che, in questo paese – è difficile: ma per la prima volta da decenni non del tutto impossibile – non passi stavolta il terzo partito, dandogli il potere di decidere con quale dei due altri eventualmente allearsi per governare. Sarebbe una vera e propria rivoluzione, imposta dall’elettorato che correggerebbe così esso stesso direttamente il sistema, buttando a mare, forse, finalmente un meccanismo bipartitico fin troppo scontato...

Il fatto è che, dopo il primo faccia a faccia, i sondaggi – la media dei sondaggi che qui è la più affidabile – consegna il 33% dei voti ai conservatori (giù di 4 punti), il 30% ai liberal-democratici (+8) e un catastrofico 28% ai laburisti (-3%) che così vedrebbero falcidiati i loro seggi. Significa che questa è diventata, per la prima volta dagli anni ‘20 – cent’anni fa – con l’eccezione del 1983 e del trionfo di Thatcher dovuto al voto diviso tra laburisti e socialdemocratici-liberali, una genuina corsa a tre…

E il secondo faccia a faccia ha confermato – di fronte al confuso balbettare del primo ministro  (rinnovare con 50 miliardi di sterline di spesa l’arsenale nucleare britannico significa proteggere il paese contro l’Iran e la Corea del Nord (sic !) e al pecoreccio assentire del candidato conservatore – che il liberal-democratico, ragionatamente assai scettico, è persona seria, preparata e capace – che di certo non guasta – anche di prendere garbatamente in giro le frescacce degli avversari. Solo che neanche con quel 30 e più per cento, lui, alla fine, con quel meccanismo, può vincere[189]

Nick Clegg, comunque, si è lasciato le mani libere: è stato il punto più ambiguo della campagna dei liberal-democratici: essi accettano il diritto del partito col “mandato elettorale più forte[190] a governare. Ma se vuol dire con più voti o con più seggi, questo non l’ha volutamente chiarito…

Chi scrive, in ogni caso, malgrado tutto – malgrado i connubi incestuosi tra lib-lab e tories in politica economica e malgrado l’avventura criminosa in Iraq, dove Blair (altro che Berlusconi!, al quale non licet proprio quod licet Iovi[191]…: è stato complice lui, certo, il bove nostrano… come forse complice sarebbe stato anche Prodi, chi sa?) fu sicuramente il comprimario cruciale del Giove americano per far accettare al mondo menzogne e invasione – fa il tifo per i laburisti – nella logica sempre, inevitabilmente, del meno peggio – anche se, nel migliore dei mondi possibili, una bella lezione starebbe loro e, alla fine, farebbe anche loro, benissimo...

Però…, però crediamo che alla fine, l’abbrivio è ormai questo,

• più o meno al 55% delle probabilità vincono i Tories, perché i voti persi dal labour, andando a Clegg, daranno loro la maggioranza. Si rilancia così la sterlina, sale la borsa e si annunciano lacrime e sangue per i meno abbienti con i 6 milioni di sterline di tagli dei conservatori annunciati alla spesa sociale subito implementati; ma, in questo caso, ovviamente, chi è causa del suo mal…

• nel caso (35%, diciamo, di probabilità: però se aumentano ancora i voti ai liberal-democratici anche concreto) di un “parlamento appeso” – come lo chiamano qui: senza una maggioranza assoluta per nessun partito – la reazione dei mercati sarà assai negativa: perché, se per essere invitato da Sua Graziosa Maestà ad insediarsi al no. 10 di Downing Street, Cameron avesse davvero bisogno dei voti lib-dem, le tensioni interne alla coalizione – sulla politica economica, su quella estera anche, ma meno, su quella europea sicuramente, saranno laceranti

• esiste la possibilità, crescente anche se ancora più marginale, che lo score finale veda primo Clegg, secondo Cameron e solo terzo – davvero – Brown… 

• la questione chiave, dal punto di vista dei cosiddetti mercati – cioè di chi li controlla – sarà quanto rapidamente verranno prese le misure di riequilibrio di bilancio comunque necessarie

• ma ancor più decisivo sarà vedere se, come del resto in questi giorni già in Grecia e in tanti altri, tutti forse, i paesi europei, quei sacrifici dovranno sopportarli – visto che sono inevitabili con quel debito pubblico, estero soprattutto, e quel deficit – soprattutto borsa e finanza, chi vive di rendita e porta a casa mille volte di più del reddito dell’inglese medio – i “gatti grassi” – o, come sempre o quasi, i poveri cristi: chi lavora e chi è senza lavoro, cioè— anche se tutti, poi, sanno che il sacrificio sarà di tutti ma la questione vera sarà di come ne verrà distribuito il peso: se sempre allo stesso modo o con qualche differenza di carattere davvero epocale.

GIAPPONE

Dopo un crescita che è durata per undici mesi consecutivi, la produzione industriale in Giappone è caduta dello 0,9% a febbraio, restando comunque del 31,3% sopra il dato, catastrofico, dell’anno prima. I prezzi al consumo, stavolta, a febbraio, registrano in un anno una caduta (ancora deflazione) dell’1,1%[192].

La bilancia commerciale è tornata in attivo, nell’anno dal marzo 2009 al marzo 2010, malgrado abbia registrato il più rapido declino dell’export di sempre, mentre la Cina ha superato il Giappone come partner commerciale maggiore degli Stati Uniti per la prima su base di anno fiscale (appunto, da marzo a marzo)[193]. L’attivo tocca i 5.230 miliardi di yen (55,6 miliardi di $) nel 2009, con l’export che scende del 17,1% rispetto all’anno fiscale 2008 e l’import che cala del 25,2%. L’export verso la Cina scende del 3,8% e quello verso gli Stati Uniti del 22,7%.

Per la prima volta dal dopoguerra, con un’interpretazione da parte del governo che lascia molti costituzionalisti perplessi, Tokyo ha deciso la creazione di una propria base navale militare all’estero a Gibuti, nel Golfo di Aden, con un investimento di 40 milioni di $[194]. Il motivo, o l’alibi, o la scusa è quella della lotta ai pirati somali che infestano la zona: come se lì se non arrivassero anche i marinai giapponesi non ci fossero già almeno una ventina di marine militari del mondo…

In realtà la cosa ha un senso del tutto diverso. E’ la prima volta che un governo giapponese, dopo la seconda guerra mondiale, esplora i limiti fino ai quali si può estendere senza dover chiedere prima il placet del Grande fratello d’America, anche a costo di forzare un po’ la mano alla Costituzione che, dopotutto, al paese è stata dettata dall’alto, anzi proprio da fuori, dopo la resa senza condizioni del 1945.


 

[1] ISTAT, 8.4.2010, Reddito e risparmio delle famiglie (cfr. www.istat.it/).

[2] Vale la pena di vederlo su You Tube! (cfr. www.youtube.com/watch?v=DB48eJTfwCU/).

[3] The Economist, 10.4.2010; e OECD , 7.4.2010, Growth seen easing back slightly in US, Europe and Japan in first half of 2010— (cfr. www.oecd org/document/59/0,3343,en_2649_34109_44929339_1_1_1_37443,00.html/).

[4] Riportate da The Economist, 10.4.2010; elaborate da un panel di banche internazionali e dall’Economist Intelligence Unit.

[5] Lo riferisce l’Agenzia Xinhua (Nuova Cina) il 6.4.2010; ma ne riferiva, già un mese fa, il National Foreign Trade Council degli USA, lobby fortissima e immanicatissima, che era venuta a conoscenza addirittura in anticipo degli studi preparatori, in un paper che poi ha messo su Internet, provocando qualche maretta a Pechino (cfr. www.nftc.org/default /Press%20Release/2010/China%20Renewable%20Energy.pdf/).

[6] New York Times, 15.4.2010, M. Wines, China’s Economy Surges in First Quarter— Sale, nel primo trimestre, l’economia cinese.

* N.d.A.- I RINVII AI LINKS DEL Guardian E DEL New York Times NON VENGONODATI SINGOLARMENGTE PER ESTESO COME PER TUTTE LE ALTRE FONTI . QUESTI ARTICOLI SONO TUTTI REPERIBILI DIRETTAMENTE E SEMPLICEMENTE RICOPIANDO SULLA STRINGA DI RICERCA DI UN MOTORE (TIPO AD ESEMPIO GOOGLE) IL TITOLO DELL’ARTICOLO CERCATO E, MAGARI, L’AUTORE.

[7] Paladin, 28.4.2010, Industrial profits skyrocket in first quarter I profitti industriali balzano alle stelle nel primo trimestre  (cfr. http://paladin-ag.com/blog/2010/04/29/the-daily-briefing-17/).

[8] The Economist, 17.4.2010.

[9] Agenzia Bloomberg, 2.4.2010, Chinese Exporters to Suffer Losses If Yuan Gains, Xinhua Says— Gli esportatori cinesi soffriranno se lo yuan si apprezza, dice l’Agenzia Nuova Cina (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601089&sid=a RryM5I8sO4I/).

[10] New York Times, 10.4.2010, K. Bradsher, China sees first trade deficit in years La Cina registra il primo deficit commerciale da anni.

[11] Xinhua (Nuova Cina), 14.4.2010, Foreign trade recovers to pre-crisis level in S China's Guangdong— Il commercio estero riprende a livelli pre-crisi nella provincia di Guandong, nella Cina meridionale (cfr. http://news.xinhuanet.com/english 2010/chi na/2010-04/14/c_13250691.htm/).

[12] Agenzia Reuters, 6.4.2010, Yuan revaluation "China's choice"-Geithner— La rivalutazione dello yuan è una scelta dei cinesi-dice Geithner (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE6351N120100406/).

[13] Wall Street Journal, 29.4.2010, China: Exchange Rate Regime Determined By Global, Domestic Situation Il regime di cambio in Cina sarà determinato sulla base della situazione globale e di quella interna (cfr. http://online.wsj.com/article/BT-CO-20100429-702976.html/).

[14] China Daily, 12.4.2010, Xinhua, China's forex reserves rise to 2.45 trillion USD Le riserve estere della Cina salgono a 2.450 miliardi di $ (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/2010-04/12/content_9718842.htm/).

[15] China Daily, 12.4.2010, Australia Trade Minister: Expects China Yuan Revaluation At Time Of Their Choosing— Il ministro del Commercio australiano afferma che la Cina rivaluterà quando sceglierà di farlo (cfr. www.chinadaily.com.cn/china/ 2010-04/12/content_9718842.htm/).

[16] Yahoo!News, 13.4.2010, S. Rabinovitch e P. Echert, Hu tells Obama: China to make its own call on yuan Hu dice a Obama: la Cina deciderà lei sullo yuan (cfr. http://news.yahoo.com/s/nm/20100413/bs_nm/us_china_usa/).

[17] People’s Daily (Il Quotidiano del popolo), 21.4.2010, Foreign investment the main reason for China's surplus Gli investimenti esteri sono la principale ragione dell’attivo della Cina (cfr. http://english.peopledaily.com.cn/90001/90778/90861/ 6958780.html/).

[18] Sito della presidenza della Russia, The second BRIC summit will take place in Brasilia— Il secondo vertice BRIC ha luogo a Brasilia (cfr. http://eng.kremlin.ru/sdocs/news.shtml/).

[19] The Economist, 10.4.2010.

[20] The Economist, 24.4.2010.

[21] The Economist, 17.4.2010.

[22] RIA Novosti, 21.4.2010, China to pay Venezuela $900mln to develop Orinoco oil deposits— La Cina pagherà 900 milioni di $ al Venezuela per sviluppare i depositi petroliferi dell’Orinoco (cfr. http://en.rian.ru/business/20100421/158682771. html/).

[23] Cfr. Nota145, qui sotto.  

[24] New York Times, 10.4.2010, A. E. Kramer e M. Schwirtz, New Leaders in Kyrgyzstan Edge Closer to Russia I nuovi leaders del Kirghizistan si avvicinano alla Russia.

[25] The Times of Central Asia, 13.4.2010, Bakiyev brothers holed up in the suburbs of Jalal-Abad— I fratelli Bakiyev rintanati alla periferia di Jalal-Abad (cfr. www.timesca.com/index.php?option=com_jcs&task=add/).

[26] New York Times, 14.4.2010, A. E. Kramer e A. Cowell, Kyrgyz Leader Calls for Trial of Ousted President— La nuova presidente kirghiza vuole il processo del presidente estromesso.

[27] Anche se il vice presidente del nuovo governo ad interim, Azymbek Beknazarov, borbotta pubblicamente che visto come gli americani sono passati sopra a tutti i soprusi e i delitti, come li chiama, di Bakiyev per tenersi a disposizione la base di Manas, lui sarebbe assai tentato di dirgli di no: al Wall Street Journal, 18.4.2010, Top Kyrgyzstan Official Says U.S. Base Unjustified Uno dei massimi esponenti del Kirghizistan dichiara che non c’è ragione di lasciare agli americani la base [di Manas] (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704065304575189960137788630.html/).

[28] ITAR-Tass, 20.4.2010, RF to have full-fledged coop with Kyrgyzstan after elections— La Federazione russa coopererà pienamente col Kirghizistan dopo le elezioni (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15044392& PageNum=1/).

[29] The Economist, 10.4.2010.

[30] EUROSTAT, 14.4.2010, Boll.#50/10, Industrial production up by 0.9% in euro area— La produzione industriale sale dello 0,9% nell’eurozona (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-14042010-AP/EN/4-14042010-AP-EN.PDF/):

[31] EUROSTAT, 31.3.2010, Boll.#46/10, Euro area unemployment rate at 10.0%-EU27 at 9.6% La disoccupazione nell’eurozona al 10%-nell’Unione a 27 al 9,6 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/3-31032010-BP/ EN/3-31032010-BP-EN.PDF/).

[32] New York Times, 30.4.2010, (A.P.), Spain Jobless Rate Over 20 Pct, Adding to Woes— Il tasso di disoccupazione della Spagna supera il 20%, aggiungendo problemi a problemi.

[33] EUROSTAT, 16.4.2010, Boll.#52/10, Euro area annual inflationup to 1.4% L‘inflazione nell’area euro sale nell’anno all’1,4% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-16042010-BP/EN/2-16042010-BP-EN.PDF/).

   I due dati, disoccupazione e inflazione, sono già commentati sul New York Times, 31.3.2010, da M. Saltmarsh, Unemployment and Inflation Inch Up in Europe— Disoccupazione e inflazione aumentano un po’ in Europa

[34] EUROSTAT, 16.4.2010, Boll.#51/10, Euro area external trade surplus 2,6 bn € L’attivo del commercio estero dell’erurozona a 2,6 miliardi di € (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/6-16042010-AP/EN/6-160420 10-AP-EN.PDF/).

[35] New York Times, 22.4.2010, Reuters, Survey Suggests Recovery Taking Hold in Europe Un’indagine di mercato suggerisce che la ripresa sta prendendo piede in Europa

[36] ANSA, 26.4.2010, Belgio: re, ok dimissioni governo Leterme – Crisi per l'abbandono del governo da parte dei fiamminghi (cfr. http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/04/26/visualizza_new.html_1766362356.html/).

[37] Alibaba.com, 2.4.2010, Majority of Greeks say austerity steps unfair-poll— Sondaggio:la maggioranza dei greci giudica iniquo il piano di austerità (cfr. http://news.alibaba.com/article/detail/markets/100271827-1-update-2-majority-greeks-say-austerity.html/).

[38] Arab News.com, 3.4.2010, Greek Socialists keep lead despite austerity: Poll— I socialisti greci semrpe in vantaggio malgrado l’austerità (cfr. http://arabnews.com/world/article38608.ece/).

[39] The Economist, 24.4.2010.

[40] EUbusiness, 22.4.2010, Greek 2009 deficit surges to 13.6 per cent of GDP Il deficit della Grecia nel 2009 sale al 13,6%  (cfr. http://www.eubusiness.com/news-eu/greece-ecb-imf.48h/).

[41] Capital.gr, 22.4.2010, Moody΄s Cuts Greece΄s Sovereign Ratings To A3 Moody’s taglia il rating sovrano della Grecia ad A3 (cfr. http://english.capital.gr/news.asp?id=951760/).

[42] New York Times, 24.4.2010, F. Rich, Fight On, Goldman Sachs! Prosegui la lotta, Goldman Sachs!

[43] The Economist, 24.4.2010.

[44] New York Times, 23.4.2010, N. Kitsantonis e M. Saltmarsh, Greece Calls for Activation of Financial Rescue La Grecia chiede l’attivazione del salvataggio finanziario.

[45] Dow Jones, 29.4.2010, Morning Briefing (cfr. http://solutions.dowjones.com/tnt/assets/scottrade/mobileMB.html/).

[46] EUROSTAT, 22.4.2010, Boll. #55/10, Euro area and EU27 government deficit at 6.3% and 6.8% of GDP respectively Government; debt at 78.7% and 73.6% Il deficit dell’eurozona e dell’Unione a 27 rispettivamente al 6,3% e al 6,8%, il debito al 78,7 e al 73,6 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-22042010-BP/EN/2-220420 10-BP-EN.PDF/).

   Stranissimamente, e senza spiegazioni, proprio e solo Italia e Germania sono “assenti” da questa tabella. In ogni caso gli ultimi dati disponibili dicono che oggi il deficit/PIL tedesco è al 3,9% e quello italiano, a fine 2009, al 3%.         qui posianmo citare dano per deficit/PIL tedesco

[47] Va notata la differenza del 100%, il doppio, tra stime minima e massima: la prima, in genere, è quella dei greci e la seconda quella dell’Economist; la Banca dei regolamenti di Basilea dichiara di non poter dare stime affidabili, ma si attesta grosso modo sul 50%... insomma almeno su 150 miliardi di € (cfr. www.bis.org/search/?sp_q=foreign+debt+ GREECE&adv=1/). La Barclay’s Bank calcola, invece, che i titoli greci in possesso di banche e investitori tedeschi ammontino oggi a quasi 40  miliardi di €. La verità è che, però, nessuno davvero sa niente di niente di certo in questo campo…  

[48] Ultime, di nuovo, Standard & Poor e la Fitch: quest’ultima lo svaluta a BBB-, di due livelli in una sola volta (cfr. New York Times, 9.4.2010, Fitch Downgrades Greece’s Credit Rating— Fitch abbassa il rating del credito greco). E nessuno che abbia il coraggio di mandarli a quel paese, una volta per tutte, questi signori così poco seri…

    A dire il vero quando, il giorno dopo aver “fatto il servizio” alla Grecia (portata al suo A-), S&P svaluta il rating pure alla Spagna (da AA+ ad AA) anche alla Commissione sembrano saltare un po’ i nervi: l’assistente di Rehn, Amadeus Altafaj, chiede irritato “ma chi c***o è mai questo S&P?”. Non che non lo sappia, è evidente…

Ma, come poi dice una dichiarazione più ponderata, “negli anni recenti sono emersi dubbi da parte dei regolatori di Bruxelles sulla funzione che svolgono davvero queste agenzie”…  (New York Times, 28.4.2010, J. Kanter, E.U. Officials Irked by Greek Downgrade— Alla UE sono irritati dalla [nuova] svalutazione [affibbiata] alla Grecia). Dubbi, a dir proprio poco. E si comincia, finalmente, a parlare di emarginare – in sostanza di cacciare via – con l creazione di un’agenzia di valutazione europea presso la BCE, le irresponsabili agenzie tutte americane che oggi imperversano e non dicono mai una parola, ovviamente, sulle mondezze finanziarie di casa propria…

    Anzi, facendosi pagare bene per farlo, come nel caso ora esploso della Goldman Sachs (qui sopra, in Nota42) la più famosa di tutte queste agenzie ha certificato come regolari le mille truffe delle grandi banche americane per far più soldi loro vendendo “monnezza” ai risparmiatori creduloni: sotto la sua autorevole firma mallevadora…

[49] Che, tra di loro, spingono il rendimento dei titoli greci dal 6,5 al 7,5% in tre giorni (cfr. New York Times, 8.4.2010, L. Thomas, As Greek Bond Rates Soar, Bankruptcy Looms— Con l’impennata dei rendimenti dei titoli, greci, incombe il fallimento.

[50] Reuters, 17.4.2010, EU finance ministers fail to reach deal on bank levy I ministri delle Finanze della UE non riescono a raggiungere un accordo sulla tassa alle banche (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE63G0C620100417/).

[51] New York Times, 23.4.2010, S. Chan, G-20 Split on the Need for a Global Tax on Banks— Il G-20 è spaccato sulla necessità di una tassa globale sulle banche.

[52] A. Smith, Teoria sulla Ricchezza delle Nazioni (W. Strahan and T. Cadell pubs., Londres, 1776), trad. in Opere Scelte 2006, ed. Il Sole 24 Ore, Libro Primo, cap. 11, p. 393.

[53] La tesi è illustrata e documentata, in modo eloquente e assai convincente, in un libro appena pubblicato in America di Simon Johnson e James Kwak, 13 Bankers, The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown 13 banchieri, la presa di possesso di Wall Street e la prossima fusione finanziaria, ed. Pantheon Books, N.Y., 2010.

[54] EUROSTAT, 8.4.2010, Boll. #49/10, Volume of retail trade down by 0.6% in euro area— Scende dello 0,6% nell’eurozona il volume delle vendite al dettaglio (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-08042010-AP/ EN/4-08042010-AP-EN.PDF/).

[55] ECB, 8.4.2010, Conferenza stampa del presidente Jean-Claude Trichet (cfr. www.thomson-webcast.net/de/dispatch ing/?ecb_100408_stream_video/).

[56] Wall Street Journal, 9.4.2010, Interview with Trichet: Some need deflation Intervista con Trichet: c’è chi ha bisogno di deflazione (cfr. http://online.wsj.com/article/SB10001424054506927023004575180161026558300.html?KEYWORDS= jean-claude+trichet/).

[57] CNBC Tv, 12.4.2010, Deflation the Only Option for Greece-IMF Chief— La deflazione è l’unica opzione che abbia la Grecia (cfr. www.cnbc.com/id/36410279/).

[58] New York Times, 11.4.2010, S. Castle, Euro-Zone Nations Offer $40 Billion to Greece I paesi dell’eurozona offrono 30 miliardi di € alla Grecia.

[59] Stratfor, 12.4.2010, Merkel under pressure, bad news for Greece La Merkel sotto pressione, cattive notizie per la Grecia (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100412_brief_merkel_under_pressure_bad_news_greece/).

[60] Tolerance.ca, 24.4.2010, Greek PM defends EU-IMF debt plea— IL PM Greco difende l’appello sul debito a UE e FMI (cfr. www.tolerance.ca/Article.aspx?ID=81079&L=en/).

[61] The 46, 25.4.2010, Greece to Face Tougher Austerity Package— La Grecia dovrà farsi carico del peso di un più duro pacchetto di austerità (cfr. http://46in08.blogspot.com/2010/04/greece-to-face-tougher-austerity.html/). 

[62] Bloomberg, 25.4.2010, S. Rastello e T. Argitis, Strauss-Kahn Sees IMF Aid Deal ‘In Time to Meet Greece’s Needs’— Strauss-Kahn vede un accordo sugli aiuti del Fondo ‘in grado di far fronte ai bisogni della Grecia’ (cfr. www.bloom berg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a0T6ps52MzC8/).

[63] Stratfor, 26.4.2010, German Decision Approaches On Greek Aid La decisione tedesca sull’aiuto alla Grecia si avvicina

(cfr. www.stratfor.com/analysis/20100426_brief_german_decision_approaches_greek_aid/).

[64] Market Watch, 26.10.2010, As Germany stresses conditions, Greece gets pressured— Con la Germania che sottolinea la condizionalità necessaria  al  prestito, sale la pressione sulla Grecia (cfr.  www.marketwatch.com/story/greece-under-pressure-as-germany-drags-feet-2010-04-26/).

[65] Deutsche Welle, 29.4.2010, Aid for Greece won’t put squeeze on Germany, says Schäuble L’aiuto alla Grecia non strangolerà la Germania, assicura Schäuble (cfr. www.dw-world.de/dw/article/0,,5517080,00.html/).

[66] Al quotidiano ultraconservatore Bild, 29.4.2010, Wie gefährlich wird’s für den Euro?—  Quanto diventa pericolosa [la crisi greca] per l’euro? (cfr. www.bild.de/BILD/politik/wirtschaft/2010/04/29/bundesbank-praesident-weber/ist-mein-geld -noch-sicher.html/)

[67] Reuters, 29.4.2010, German SPD ready to move quickly on Greek aid approval— La SPD tedesca pronta ad appoggiare rapidamente l’aiuto alla Grecia (cfr. www.reuters.com/article/idUSBAT00536020100429/)

[68] New York Times, 14.4.2010, J. Ewing, Bundestag Assent Needed Before Bailing Out Greece L’assenso del Bundestag è necessario prima del salvataggio della Grecia.

[69] New York Times, 14.4.2010, S. Castle, Euro Zone Needs Tougher Rules, Commissioner Says L’eurona ha bisogno di una regolamentazione nuova e più dura, dice Commissario europeo.

[70] Stratfor, 29.4.2010, Greece: Unions Reject New Austerity Measures Grecia: i sindacati respingono le nuove misure di austerità (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100429_greece_unions_reject_new_austerity_measures/).

[71] I dati sono quelli, elaborati da P. Scruton, S. Bowers, S. Rogers, P. Allen: diversi, anche, da altre fonti per il Guardian, 28.4.2010.

[72] CES, 28.4.2010, Open letter to European policy makers: The Greek crisis is a European crisis and needs European solutions— Lettera aperta ai decisori politici d’Europa: la crisi greca è crisi dell’Europa e ha bisognodi soluzioni europee (cfr. www.social-europe.eu/2010/04/open-letter-to-european-policymakers-the-greek-crisis-is-a-european-crisis-and-needs-european-solutions/).

[73] New York Times, 28.4.2010, P. Krugman, How Reversible Is The Euro?— Ma si può rovesciare l’euro? (cfr. http://krug man.blogs.nytimes.com/2010/04/28/how-reversible-is-the-euro/).

[74] New York Times, 29.4.2010, P. Krugman, The Euro Trap— La trappola dell’euro.

[75] New York Times, 15.4.2010, P. Boone e S. Johnson, The Next Global Problem: Portugal Il Portogallo, il prossimo problema globale.

[76] Guardian, 14.4.2010, Reuters, Eu: Portugal fiscal plan concrete, but faces risks UE: il piano di bilancio del Portogallo è serio, ma deve far fronte a rischi.

[77] Financial Times, 11.4.2010, L. Barber, V. Mallet e M. Mullign, Zapatero prepared for deeper cuts— Zapatero è pronto a tagli più profondi (cfr. www.ft.com/cms/s/0/d7006c52-4584-11df-9e46-00144feab49a.html/).

[78] Reuters, 25.4.2010, Hungary's Fidesz wins historic two-thirds mandate— Il partito ungherese Fidesz vince uno storico mandato con i 2/3 dei seggi (cfr. http://uk.reuters.com/article/idUKTRE63O1KI20100425/).

[79] Slovackradio.sk, 25.3.2010, Slovak Premier Denounces Growth of Racist Ideals— Il primo ministro slovacco denuncia la crescita delle idee razziste (cfr. www.slovakradio.sk/inetportal/rsi/core.php?page=showSprava&id=28188&lang=2/).

[80] Traiamo questi dati dal sito web di Jobbik, quindi con beneficio di inventario: sembrano, tutto sommato, affidabili... (cfr. www.jobbik.com/hungary-news/3169.html/).

[81] New York Times, 1.4.2010, L. Thomas Jr., From Lithuania, a View of Austerity’s Costs Dalla Lituania, un’occhiata ai costi dell’austerità.

[82] Turkish Press, 19.4.2010, Press review (cfr. www.turkishpress.com/news.asp?id=350447/).

[83] Stratfor, 21.4.2010, Russia: GDP Grows Slightly In First Quarter In Russia: il PIL cresce leggermente nel primo trimestre (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100421_russia_gdp_grows_slightly_first_quarter/).

[84] Agenzia Ria Novosti, 20.4.10, Russia to let all new businesses start without state approval – Putin— La Russia lascerà partire le nuove imprese senza approvazione statale – dice Putin (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100420/158667008.html/).

[85] Guardian, 9.4.10, Reuters, Russia and Germany start work on £8bn pipeline under the Baltic— Russia e Germania cominciano i lavori sul gasdotto da 9-10 miliardi di € sotto il Mar Baltico.

[86] Cfr. Nota congiunturale12-2009, specie Nota71 ; e, adesso, ENI, 12.4.2010, Incontro tra Eni e Gazprom su South Stream (cfr. www.eni.com/it_IT/attachments/media/comunicati-stampa/2010/04/2010-04-12-incontro-Eni-Gazprom-South-Stream.pdf/).

[88] New York Times, 7.4.2010, (A.P.), Putin Mourns Stalin-Era Massacre of Polish Forces Putin piange il massacro di soldati polacchi dell’era di Stalin.

[89] New York Times, 10.4.2010, President of Poland killed in plane crash in Russia— Il presidente della Polonia muore in un aereo che precipita in Russia.

[90] New York Times, 26.4.2010, N. Kulish, In Poland, Leader’s Twin Joins Race In Polonia, il gemello del presidente scende in  corsa.

[91] Secondo l’Agenzia Stratfor, 12.4.2010, Significance Of Obama At Polish President's Funeral Il senso della presenza di Obama al funerale del presidente polacco (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100412_brief_significance_obama_polish _presidents_funeral/).

[92] New York Times, 13.4.2010, R. Cohen, The Glory of Poland La gloria della Polonia.

[93] New York Times, 12.4.2010, N. Kulish e C. J. Levy, Polish Crash in Russia Creates Contrarian Bond— L’aereo polacco caduto in Russia crea un legame alla rovescia tra i due paesi.

[94] Polskie.tv, 19.4.2010, Komorowski to arrive in MoscowKomorowski arriverà a Mosca (cfr.  www.thenews.pl/inter national/artykul129866_komorowski-to-arrive-in-moscow-.html/).

[95] New York Times, 15.4.2010, O.Tokarczuk, Where History’s March Is a Funeral Procession— Dove la marcia della storia è un corteo funebre.

[96] New York Times, 13.4.2010, N. Kulish e D. Bilefski, Poland’s Unity Is Disrupted by Plans for President’s Interment L’unità della Polonia a pezzi sui piani di sepoltura del presidente.

[97] New York Times, 15.4.2010, W. Osiatynski, Polish Heroes, Polish Victims Eroi polacchi, vittime polacche.

[98] KyivPost, 28.4.2010, Publication of Rosarkhiv head: Katyn files sign of Russia’s absolute openness— Il capo dei servizi di Rosarckhiv: la pubblicazione dei documenti relativi a Katyn dimostra la totale apertura russa (cfr. www.kyivpost.com/news/ russia/detail/65239/).

[99] EurActiv, 2.4.2010, intervista, Deputy minister: Ukrainians treated by EU consulates as in communist Russia— Vice ministro: [per rilasciarci un visto] i consolati della UE ci trattano come venivamo trattati nella Russia comunista (cfr. www.eur activ.com/en/east-mediterranean/ukrainians-are-treated-eu-consulates-communist-russia-says-deputy-minister-interv/).

[100] RIA Novosti, 16.4.2010, Russia, Ukraine approve new gas agreements— Russia e Ucraina approvano nuovi accordi sul gas (cfr. http://en.rian.ru/russia/20100416/158610018.html/).

[101] Stratfor, 21.4.2010, Ukraine: Russia To Give $40 Billion In Natural Gas La Russia darà 40 miliardi di $ in gas naturale all’Ucraina (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100421_ukraine_russia_give_40_billion_natural_gas/).

[102] Ma Putin – in visita a Kiev proprio nei giorni della protesta della minoranza del parlamento – dice di meravigliarsi del suo atteggiamento; quando ancora era a capo del governo, rivela, ne abbiamo parlato direttamente e lei non aveva sollevato obiezioni: il solo punto da risolvere era il costo del’affitto della base, in linea di principio già fissato tra i 40 e i 45 miliardi di $ (Kyiv Post, 26.4.12010, N. A. Fedushack e K. Kobernick, Critics pounce on deal to let Russian Black Sea Fleet stay in Crimea until 2042I critici si avventano sull’accordo che lascia in Crimea la flotta russa del mar Nero fino al 2042, cfr. www.kyivpost.com/news/nation/detail/64790/).   

[103] Chronicle Journal (Canada), 23.4.2010, D. Butler (A.P.), Ukraine deputy PM criticizes Yanukovych on Russian base extension Il vice primo ministro ucraino critica Yanukovich sul prolungamento dell’affitto delle basi russe (cfr. www.chronicle jo urnal.com/stories_world.php?id=259484/).

[104] New York Times, 30.4.10, F. Pflüger, Fighting over Moscow’s embrace— Scontro sull’abbraccio con Mosca.

 

[105] New York Times, 27.4.2010, W. Gibbs, Russian-Norwegian Accord on Barents Sea Accordo russo-norvegese sul mare di Barents.

[106] Stratfor, 27.4.2010, Russia: Norway, Moscow To Join In Drills Russia-Norvegia: Mosca condurrà con Oslo esercitazioni di emergenza (cfr.  www.stratfor.com/sitrep/20100427_russia_norway_moscow_join_drills/).

[107] RIA Novosti, 26.4.2010, Italian companies get $2 billion contracts on Nord Stream gas pipeline— Imprese italiane ottengono contratti per 2 miliardi di $ per i gasdotti di Nord Stream (cfr. http://en.rian.ru/business/20100426/158753239.html/).

[108] Itar-TASS, 27.4.2010, Gazprom, ENI to cede 10% of South Stream to EDF – Putin Putin annuncia che Gazprom ed ENI cedono il 10% del South Stream all’EDF (cfr. www.itar-tass.com/eng/level2.html?NewsID=15067885&PageNum=0/).

[109] Yahoo!News, 9.4.2010, Bulgaria delays eurozone application as deficit soars— Col deficit che si impenna, la Bulgaria pospone la domanda di adesione all’eurozona (cfr. http://uk.news.yahoo.com/18/20100409/tbs-bulgaria-delays-eurozone-application-5268574.html/).

[110] le Monde, 19.2.2010, C. Gatinoise, La Grèce n'est pas la seule à "maquiller" sa dette— la Grecia non è stata certo sola a ‘imbellettarsi’ il debito (cfr. www.lemonde.fr/economie/article/2010/02/19/la-grece-n-est-pas-la-seule-a-maquil ler-sa-dette_1308455_3234.html/).

[111] New York Times, 2.3.2010, T. Judah, Serbia’s Honest Apology Le scuse oneste della Serbia.

[112] The Economist, 3.4.2010.

[113] NBC Tv, 1.4.2010, Geithner: Disparity in recovery 'deeply unfair' La divergenza nella ripresa [dopo la crisi: tra banche, che sono ridiventate ricche, e persone, che si sono rovinate] è ‘profondamente ingiusta’ (cfr. www.nbc-2.com/Global/story.asp?s =12239624&clienttype=printable/).

[114] New York Times, 2.4.2010, K. Rampell e J. C. Hernandez, U.S. Economy Added 162,000 Jobs in March, Most in 3 Years— L’economia americana aumenta a marzo di 162.000 i posti lavoro, il massimo da 3 anni.

[115] Dipartimento del Lavoro, BLS, 2.4.2010, Employment Situation Summary— Riassunto della situazione occupazionale (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).

[116] EPI, 2.4.2010, H. Shierholz, Positive job growth, but not enough to reduce unemployment rate Crescita del lavoro, ma non  abbastanza da ridurre il tasso di disoccupazione (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobs_picture20100402/).

[117] New York Times,12.4.2010, B. Herbert,  “A Different Creature”— “Una bestia diversa”, nelle parole della speaker della Camera Nancy Pelosi, questa recessione qui…

[118] Conference Board, 30.3.2010, Consumer Confidence Index® Rebounds in March— A marzo, rimbalza la fiducia dei consumatori (cfr. www.conference-board.org/economics/ConsumerConfidence.cfm/).

[119] New York Times, 14.4.2010, J. C. Hernandez, Retail Sales Climb Despite Debt and Job Woes— Crescono le vendite al dettaglio,malgrado i debiti della gente e le preoccupazioni per il lavoro che manca

[120] New York Times, 30.4.2010, C. Rampell, Consumers Help Drive U.S. Economy to 3.2% Growth RateI consumatori aiutano a spingere l’economia a un tasso di crescita del 3,2%.

[121] Alcuni tra quelli che qui vi indichiamo, li elenca anche un osservatore ottimista ad oltranza e, di fato, quasi istituzionale come il commentatore del New York Times F. Norris, 8.4.2010, che, però, ha almeno il merito di segnalare il problema anche se poi si dà fa fare a sminuirlo (doverosamente, secondo il ruolo che s’è scelto da sempre? addirittura patriotticamente, per malinteso irrefrenabile patriottismo come altri suoi colleghi? ad esempio la famigerata Elisabeth Bumiller che, dopo aver fatto da portavoce passiva per mesi alle peggiori menzogne di Bush nella preparazione della guerra all’Iraq, passate lisce a Bush, è stata dopo quasi quattro anni di oblio riammessa a mettere la sua firma sul quotidiano): Why So Glum? Numbers Point to a Recovery… Perché tanto sfiduciati? se le cifre indicano una ripresa…

[122] New York Times, 13.4.2010, J. C. Hernandez, U.S. trade deficit widened in February Il deficit commerciale americano si allarga a febbraio.

[123] New York Times, 1.4.2010, D. Brooks, The Ecstasy of Fiscal Policy L’estasi della politica di bilancio.

[124] Agenzia Stratfor, 2.4.2010, Iran sanctions downplayed Minimizzate le sanzioni contro l’Iran (cfr. www.stratfor.com/ sit rep/20100402_iran_sanctions_downplayed/).

[125] Lo dice alla Tv araba Alalam, il 4 aprile, il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast (cfr. New York Times, 5.4.2010, Reuters, Iran Says Still Ready to Negotiate Nuclear Swap L’Iran afferma di essere sempre pronto a negoziare lo scambio nucleare.

[126] Sono parole delle conversazione telefonica del 3 aprile tra il presidente Obama e il presidente Hu Jintao… ma sono parole di Obama, non di Hu Jintao a leggere bene il comunicato sul sito della Casa Bianca (cfr. www.whitehouse.gov/ the-press-office/readout-presidents-call-with-president-hu-china/): uno parla di varare sanzioni “razionali”, le chiama,  e utili, l’altro di varare sanzioni “dure e capaci di obbligare” l’Iran a dire di sì… E non è per niente la stessa cosa.

[127] Stratfor, 21.4.2010, China: Iranian Trade Centers To Open Centri di promozione commerciale iraniana apriranno in Cina (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20100421_china_iranian_trade_centers_open/).

[128] Reuters, 21.4.2010, CNPC says Iran oil projects proceed well La CNPC afferma che i suoi progetti petroliferi procedono bene in Iran (cfr. http://in.reuters.com/article/rbssEnergyNews/idINTOE63K09520100421/).

[129] Mainichi Daily News (Giappone), 24.4.2010, China wants changes to Iran sanctions proposal— La Cina vuole cambiamenti nella proposta di sanzioni anti-Iran (cfr. http://mdn.mainichi.jp/mdnnews/international/news/20100422p2g00m 0in034000c.html/).

[130] Trend, 26.3.2010, Lula plans Iran visit to prevent a repeat of Iraq war— Lula andrà in visita in Iran per prevenire una nuova guerra come contro l’Iraq (cfr. http://en.trend.az/regions/iran/1659035.html/). 

[131] Trend, 16.4.2010, Brazil: 'Affinity' on Iran with China, India— Brasile: sull’Iran ‘posizioni affini’  quelle di Cina e India  (cfr. http://en.trend.az/regions/world/ocountries/1670640.html/).

[132] Turkishreporter.com, 26.4.2010, Turkey, Brazil cooperate on Iran's nuke issue— Turchia e Brasile cooperano sulla questione nucleare dell’Iran (cfr. http://turkishreporter.com/headlines/816-turkey-brazil-cooperate-on-irans-nuke-issue. html/).

[133] Per far passare una risoluzione al CdS è necessaria una maggioranza di 9 sui 15 componenti con nessun no (sarebbe il veto) di uno dei 5 membri permanenti. Essi sono: USA, Russia, Cin, Gran Bretagna e Francia: mentre i 10 componenti di turno (eletti ciascuno per due anni a rotazione tra i membri dell’Assemblea generale) sono Austria, Bosnia Erzegovina, Brasile, Gabon, Giappone, Libano, Messico, Nigeria, Turchia e Uganda.

[134] TradesSignal, 27.4.2010, Dow Jones, Uganda Still Studying Iran's Proposal On Oil Sector Investment— L’Ugand ha alo studio la proposta iraniana di investimenti nel settore petrolifero (cfr. www.tradesignalonline.com/Markets/Story.aspx?id= 610779&cat=5/).

[135] Fox News, 4.4.2010, ‘Better’ for US to attack Iran than if Israel did— ‘Meglio’ se sono gli  USA invece di Israele ad attaccare l’Iran (cfr. http://fns.blogs.foxnews.com/2010/04/04/panel-plus-april-4-2010/).

[136] Lo ricorda Fareed Zakaria su Newsweek, 29.10.2007, Stalin, Mao…and Ahmadinejad?— (cfr. www.newsweek.com/id/ 57346/output/print/).

[137] Bloomberg, 14.4.2010, V. Gienger, Iran Could Block Oil, Pentagon Says— L’Iran è in grado di bloccare il petrolio, dice il Pentagono (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a5zwY0O5U3y4&pos=9/)

[138] Stratfor, 24.4.2010, IRGC Detains Vessels In Straits Of Hormuz La Guardia rivoluzionaria iraniana ferma vascelli in navigazione nello Stretto di Hormuz (cfr. www.stratfor.com/analysis/20100424_brief_irgc_detains_vessels_straits_ hormuz/).

[139] New York Times, 14.4.2010, M. Landler e H. Cooper, Obama Speech Signals a U.S. Shift on Middle East— Discorso  di Obama segnala uno spostamento delle posizioni americane sul Medio Oriente.

[140] New York Times, 13.4.2010, Reuters, Obama Seeks Nuclear Safeguards, Presses Defiant Iran— Obama alla ricerca di nuove salvaguardie nucleari, preme sulla sfida dell’Iran.

[141] New York Times, 17.4.2010, D.E. Sanger e T. Shanker, Gates Says U.S. Lacks Policy to Curb Iran’s Nuclear Drive— Gates dice che gli USA mancano di una strategia per bloccare la spinta dell’Iran verso il nucleare. Il giorno dopo che la notizia è trapelata, con l’inevitabile subbuglio almeno nell’opinione che riflette un tantino di più, Gates si affretta però a dichiarare, tanto ingenuamente che sembra vero (New York Times, 18.4.2010, T. Shanker e T.E. Sanger, Gates Pushes Back on Report of Memo About Iran Policy— Gates ci ripensa sul memorandum relativo alla politica sull’Iran), che lui intendeva solo “dare un contributo a un ordinato e tempestivo processo decisionale”: che, ovviamente, è una frase senza alcun senso nel merito se non come ammissione di aver fatto una sciocchezza sesquipedale, ma si capisce senza dirlo esplicitamente…

[142] Nessuno dell’establishment, più precisamente, compreso quello mediatico rappresentato da questo giornale sempre in prima fila dietro tutte le bandiere di guerra: perché basta leggere la posta dei lettori per scoprire che su 188 lettere al giornale quasi il 90% dice, con estrema nettezza, che le argomentazioni cui così si dà spazio sono paranoicamente patriottardiche e sembrano montate apposta – come avete fatto per l’Iraq, ricorda un lettore – non per dare notizie ma per far propaganda e preparare il terreno alla guerra. Ma tant’è… (per la corrispondenza su questo articolo, cfr. http://community.nytimes.com/comments/www. nytimes.com/2010/04/18/world/middleeast/18iran.html?sort=recommended/).

[143] Iran Focus, 1.5.2010, Reuters, Eni says hands over Iran oilfield to local partners L’ENI consegna a partners locali il giacimento iraniano (cfr. www.iranfocus.com/en/iran-general-/eni-says-hands-over-iran-oilfield-to-local-partners-20267. html/).

[144] Oil & Gas Eurasia, 26.4.2010, Turkmenistan to Increase Gas Exports to Iran— Il Turkmenistan aumenterà le esportazioni di gas verso l’Iran (cfr. www.oilandgaseurasia.com/news/p/0/news/7143/).

[145] Las Vegas Sun, 5.4.2010, (A.P.), Putin deepens ties with Chavez on Venezuela visit Putin, in visita in Venezuela,  approfondisce i legami con Chávez (cfr. www.lasvegassun.com/news/2010/apr/02/putin-deepens-ties-with-chavez-on-venezuela-visit/).

[146] Cfr. qui, Nota21.

[147] The Voice of Russia, 6.4.2010, Russia seeks more cooperation with Colombia— La Russia vuole maggiore cooperazione con la Colombia (cfr. http://english.ruvr.ru/2010/04/06/6058018.html/).

[148] Consortium.news, 20.4.2010, M. A Goodman, Obama's Nuclear Spring Fell Back La ricaduta della primavera nucleare di Obama (cfr. www.consortiumnews.com/2010/042010c.html/).

[149] New York Times, 31.3.2010, R. A. Oppel e T. Shah, Lawmakers Resist Karzai’s Move on Election Panel— I deputati rigettano la mossa di Karzai sulla Commissione elettorale.

[150] CBS Tv, 1.4.2010, Agenzia Associated Press (A.P.), Karzai accuses UN of election interference Karzai accusa l’ONU di aver interferito nel processo elettorale (cfr. www.cbc.ca/world/story/2010/04/01/afghanistan-karzai-election-complaint. html/).

[151] New York Times, 4.4.2010, A. J. Rubin, Karzai’s words leave few choices to the West Le parole di Karzai lasciano poche opzioni all’occidente [un titolo, in realtà, ingannatore… le parole di Karzai evidenziano qualcosa di molto molto più grave per l’occidente…]. 

[152] Bloomberg, 13.4.2010, I. A. R. Lakshmanan, Gilani Says He Opposes Afghan Talks With Taliban— Gilani si oppone al negoziato del governo afgano coi talebani (cfr. www.bloomberg.com/apps/news?pid=20601087&sid=a4e7sFDYKz4k& pos=9/).

[153] Yahoo!News, 9.4.2010, J. Loven, Obama says Karzai must remain 'critical partner' Obama afferma [ora] che Karzai deve restare un ‘partner cruciale’ (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20100409/ap_on_go_pr_wh/us_us_afghanistan/).

[154] New York Times, 13.4.2010, P. Baker, Obama Puts His Own Mark on Foreign Policy Issues Obama mette il suo segno sulle questioni di politica estera.

[155] The Dawn (Karachi), 9.4.2010, R. Asghar, NA unanimously adopts 18th Amendment— L’Assemblea nazionale adotta all’unanimità il 18° emendamento (cfr. http://www.dawn.com/wps/wcm/connect/dawn-content-library/dawn/news/ paki stan/03-18th-amendment-approved-with-majority-vote-ss-04/).

[156] New York Times, 26.3.2010, R. A. Oppel, Jr., Tighter Rules Fail to Stem Deaths of Innocent Afghans at Checkpoints Regole più severe non riescono a tamponare la morte di afgani innocenti ai posti di blocco

    Del resto, un video coperto dal top secret militare ma reso pubblico da Wikileaks, 5-6.4.2010 (cfr. www.collateral murder.com/), insieme ai commenti sadici e cinici dei soldati americani che tirano al bersaglio come a una fiera di paese ammazzando giornalisti e bambini in questo caso iracheni, fa ben capire adesso perché gli Stati Uniti di Bush, ma pure quelli di Obama, rifiutano di sottoscrivere e ratificare il trattato di Roma che ha creato il tribunale internazionale dell’Aja contro i crimini di guerra… quello che va bene per i Milosevic dell’ex Jugoslavia o per i Bashir del Sudan… mai, però, per gli Stati Uniti, Israele e l’Arabia saudita… 

[157] Wikileaks, 26.3.2010, CIA report into shoring up Afghan war support in Western Europe— Rapporto CIA sul rafforzamento del sostegno alla guerra in Afganistan in Europa occidentale [che, in verità, è un titolo già di per sé molto ingenuo] (cfr. http://file.wikileaks.org/file/cia-afghanistan.pdf/).

[158] Cfr. appena sopra, Nota156.

[159] Rolclub Network (Kurdistan), 6.4.2010, Kurdish groups will meet the winner to discuss the post-election phase— I partiti curdi si incontreranno col vincitore per discutere della fase post.elettorale (cfr. www.rolclub.com/iraqi-dinar/47995-kurdi stan-economy-10.html#post438289/).

[160] AkNews, 6.4.2010, Allawi: Iraqi govt. is responsible for Baghdad explosions— Allawi: è il governo iracheno che è responsabile degli attentati a Bagdad (cfr. www.aknews.com/en/aknews/4/132439/).

[161] New York Times, 21.4.2010,  S. Lee Myers, Secret Baghdad Jail Held Sunnis From the North— Una prigione segreta di Bagdad incarcerava [e torturava sistematicamente] i sunniti del Nord.

[162] New York Times, 26.4.2010, S. Lee Myers, Iraq Political Crisis Worsens as Court Bars Candidates— Peggiora la crisi politica con la squalifica di [decine di] candidati da parte di un Tribunale [speciale].

[163] New York Times, 29.4.2010, T. Arango, Iraq: recount to Take Weeks Il riconteggio iracheno prenderà settimane.

[164] Today Online, 7.4.2010, Backers of anti-American cleric in Iraq want leader to shun front runners in election— I sostenitori in Iraq del chierico antiamericano vogliono che il loro leader stia lontano dai candidati più forti alle elezioni (cfr. www.todayonline.com/BreakingNews/EDC100407-0000255/Backers-of-anti-American-cleric-in-Iraq-want-leader-to-shun-front-runners-in-election/).

[165] New York Times, 10.4.2010, R. Nordland, Iran Urges Iraq to Use Sunnis in Government L’Iran preme perché l’Iraq utilizzi  I sunniti nella formazione del governo.

[166] New York Times, 20.4.2010, T. Williams, Wider Recount of Iraq Ballots Is Requested by Vote Leader— Chi è in testa chiede adesso un più vasto conteggio delle schede in Iraq.

[167] Newsvine, 19.4.2010, R. Santana (A.P.), Baghdad recount could change Iraq election results— lIriconteggio di Bagdad potrebbe cambiare I risultati elettorali in Iraq (cfr. www.newsvine.com/_news/2010/04/19/4177237-baghdad-recount-could-change-iraq-election-results/).

[168] UkraineLeader.com, 4.3.2010, Ukraine moves away from NATO L’Ucraina si allontana dalla NATO [come se poi ci fosse mai stata vicina…] (cfr. http://rt.com/Politics/2010-04-03/yanukovich-nato-dismissal-institute.html/).

[169] Guardian, 2.4.10, K. Kotarski, Prague, a fitting place for nuclear deal— Praga, luogo appropriato per l’accordo nucleare.

[170] Agenzia Novinite (Sofia), 13.4.2010, Bulgaria Wants Part in US European Missile Defense— La Bulgaria vuole partecipare nella difesa missilistica euro-americana (cfr. www.novinite.com/view_news.php?id=115188/).

[171] Rustavi 2 Tv, 8.4.2010, Activists of Georgian National Council released— Scarcerati attivisti del Consiglio nazionale della Georgia [il partito di Nogaideli] (cfr. www.rustavi2.com/news/news_text.php?id_news=36396&pg=1&im=main&ct =0& wth=/).

[172] New York Times, 5.4.2010, H. Blix [il direttore generale svedese a capo dell’AIEA dal 1981al 1997 e capo ispettore delle Nazioni Unite per le ispezioni all’Iraq dal 2000 al 2003: la persona che maggiormente aveva sgonfiato – come continuò a modo suo a fare il successore ElBaradei, che pure aveva personalmente voluto l’Amministrazione americana sbagliando i calcoli – la tragica favola delle armi di distruzione di massa che Bush gli voleva far dire avrebbe avuto Saddam] A season for disarmament— Una stagione per il disarmo.

[173] L’intero documento, Nuclear Posture Review Report, 4.2010, in cfr. www.defense.gov/npr/docs/2010%20Nuclear% 20Posture%20Review%20Report.pdf/; un breve estratto, 6.4.2010 (cfr. www.nytimes.com/2010/04/06/world/06arms-side.html?pagewanted=print/).

[174] New York Times, 8.4.2010, P. Baker, US and Russia Sign Nuclear Arms Pact USA e Russia firmano il patto sugli armamenti nucleari.

[175] White House, 6.4.2010, dichiarazione del presidente sulla pubblicazione della Nuclear Posture Review 2010 (cfr. www.whitehouse.gov/the-press-office/statement-president-barack-obama-release-nuclear-posture-review/).

[176] The Economist, 3.4.2010.

[177] DESTATIS, 13.3.2010, Prezzi al consumo, indicatori di breve periodo (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/ sites/destatis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/Prices/Content100/kpre510bv4,templa

teId=renderPrint.psml/).

[178] DESTATIS, 9.4.2010, Export e Import, indicatori di breve periodo (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/sites/de statis/Internet/EN/Content/Statistics/TimeSeries/EconomicIndicators/KeyIndicators/ForeignTradeBalance/liste__ahbi

lanz,templateId=renderPrint.psml/).

[179] Cfr. Nota3.

[180] Reuters, 21.4.2010, Germany sees GDP up 1.4 pct in 2010, 1.6 pct in 2011— La Germania vede un PIl che cresce dell’1,4% nel 2010 e dell’1,6 nel 2011 (cfr. www.reuters.com/article/idUSLDE63K0XS20100421?type=hotStocksNews/).

[181] Militarium, 29.4.2010, German unemployment fell in April In aprile, la disoccupazione in Germania è calata (cfr. www. militarium.eu/article.aspx?ID=5185/).

[183] The Economist, 3.4.2010.

[184] Office of National Statistics, 20.4.2010, March 2010, Inflation CPI— Inflazione corrente a marzo (cfr. www.statistics. gov.uk/cci/nugget.asp?id=19/).

[185] The Economist, 24.4.2010.

[186] Guardian, 5.4.2010, J. Glover, Labour could win most seats at general election, poll shows Il Labour potrebbe vincere la maggior parte dei seggi alle elezioni, mostrano adesso i sondaggi.

[187] New York Times, 6.4.2010, J. F. Burns e A. Cowell, Brown sets date for British Election Brown fissa la data delle elezioni.

[188] Guardian, 23.4.2010, P. Wintour e A. Edemariam, Liberal democrat ‘anti-politics’ is not a way to govern - David Miliband— L’’antipolitica’ dei liberal-democratici non è un modo di governare.

[189] Guardian, 24.4.2010, P. Toynbee, Your heart might say Clegg. But  vote with your head Il tuo cuore può anche dirti Clegg. Ma vota con la testa.

[191] Un adagio, in questa forma, di origine medievale (cfr. H. Walther, Lateinische Sprichtwörter und Sentenzen Mittelalters und der Frühen Neuzeit, I-III, 25847), già però nell’Heautontimoroumenos, (v. 797), di Terenzio.   

[192] The Economist, 3.4.2010.

[193] Breitbart.com, 21.4.2010, Japan marks trade surplus in FY 2009, 1st in 2 yrs+— Il Giappone segna un attivo commerciale nell’anno fiscale 2009, per la prima volta in più di due anni (cfr. www.breitbart.com/article.php?id=D9F7RS7O0 &show_article=1/).

[194] Xinhua (Nuova Cina),28.4.2010, Japan's first overseas base aimed at expanding military boundaries— La prima base giapponese oltremare mira ad estendere il raggio delle forze militari (cfr. http://news.xinhuanet.com/english2010/indepth/20 10-04/28/c_13270876.htm/).