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     05. Nota congiunturale - maggio 2009

      

  

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1.05.2009

Angelo Gennari

 


 

TENDENZE CONGIUNTURALI ITALIANE

{Lo mettiamo anche visibilmente tra parentesi, graffa addirittura,— ma, a veder bene, questa è una cosa importante. Su Berlusconi, la mette giù sinteticamente breve e molto chiara stavolta il NYT. Dopo aver parlato dei problemi della disoccupazione in vari paesi d’Europa arriva all’Italia. E riassume:

A sentire il primo ministro italiano Silvio Berlusconi, la crisi globale finanziaria ha appena sfiorato il suo paese. L’Italia ‘sta bene’, ha detto di recente, perché l’83% di italiani sono proprietari di casa, le famiglie sanno risparmiare, i piccoli e medi imprenditori sono straordinari e il sistema bancario è solido.

   Solo che, poi, in concreto, le statistiche dicono altre cose. Gli ultimi dati dell’Istituto di statistica, l’ISTAT, danno il tasso di disoccupazione al 7,1% nel quarto trimestre del 2008, in ascesa dal 6,6% dell’anno scorso.

   Gli esperti fanno notare, però, che queste cifre non prendono in nessuna considerazione la grande area dell’economia sommersa in Italia. Prima si parlava della sindrome della quarta settimana, il momento del mese in cui le famiglie cominciavano ad avere problemi di liquidità.

   Adesso, siamo alla terza settimana.

   La crisi sta anche accentuando le discrasie del sistema di sostegno italiano alla disoccupazione che è strutturato in modo tale da agire solo per selezionate categorie di lavoratori (cassa integrazione e cassa integrazione in deroga coprono circa il 30% del lavoro dipendente, non più).  

   La liquidazione” dei lavoratori licenziati “dall’Alitalia”, ad esempio, “non è andata a chi era stato assunto con contratti a termine e rinnovabili ma che, semplicemente, non erano stati rinnovati”. 

   Sono lavoratori che non hanno, poi, “diritto a nessun sussidio pubblico visto che il welfare italiano non copre i dipendenti a termine o a part-time…”.

E’ un servizio giornalistico molto completo, documentato e molto pesante[1] per l’immagine del paese (parla un po’ di tutti i principali Stati e sistemi europei e chiarisce bene che il welfare non è affatto dappertutto uguale nel vecchio continente: anche se dappertutto, perfino da noi, è superiore a quello americano). Un servizio che il Cavaliere farebbe bene a leggersi o, se necessario, a farsi tradurre: ma senza passare per le sintesi “mirate” che preparano i servizi di Brunetta o Sacconi, per carità…

In termini, ancora di sintesi ma anche sempre di giudizio sul fenomeno Berlusconi – di questo si tratta: di un vero e proprio fenomeno – riportiamo un punto di vista che condividiamo e che appare sulla rassegna pubblicata, col titolo de I nostri pallini[2], nell’ultima settimana di marzo, sotto il titolo Non-sense, anche nella rubrica Dibattito-Cisl dalla FILCA toscana che fa notare, di questa nostra Italia, come

si potrà dire tutto ma non certo che è un Paese nel quale ci si annoia. Tra l’altro a rallegrare il nostro spirito interviene il presidente del Consiglio che, come un medico attento alla salute dei suoi pazienti, ci propina ogni giorno un cucchiaio di stravaganze, di “nonsense”, di “boutade”. Andiamo nell’ordine.

   Il giorno 24 Marzo, in occasione del viaggio inaugurale del treno super veloce “Freccia Rossa”, afferma che “… per vincere la crisi gli italiani devono lavorare di più”. Il giorno successivo, a Napoli, dopo un incontro con i lavoratori della Fiat di Pomigliano, dichiara che “chi perde il lavoro non stia con le mani in mano, si trovi qualcosa da fare”. Il 26 marzo, a proposito del “Piano Casa”, tanto reclamizzato al punto che, è stato detto, alcuni paesi occidentali avevano fatto richiesta di averne copia, ha modo di affermare: “quel piano che circola non è mio”. Il 27, riferendosi all’auspicata (da parte sua) riforma del parlamento, ripete: “Lo Stato è da ammodernare, il parlamento e i suoi regolamenti sono da riformare. Spesso i deputati non fanno altro che spingere due dita su un pulsante non sapendo nulla degli emendamenti che stanno votando. Molti sono lì non per partecipare ma solo per fare numero”.

   Inutile dire che l’opposizione, che non ha il senso dell’ironia, non ha gradito questa sequela di battute. Per la verità, sul ruolo del parlamento neanche il presidente Gianfranco Fini è stato molto d’accordo. Ma anche lui non è tipo che sorrida molto…”.

E sotto il titolo L’autocritica:

A noi fa tenerezza leggere che il senatore Luciano Violante dichiari, ricordando la nascita di Forza Italia e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che allora non capimmo niente. E poi abbiamo sottovalutato… abbiamo ironizzato… non credevamo… solo Pecchioli comprese... D’Alema intuì.

   L’autocritica è sempre una bella cosa, perché attraverso essa, se fatta in maniera seria e attenta, si ha la possibilità di riconoscere gli errori compiuti, di farne tesoro e di non ripeterli più. Proprio come ha fatto il partito democratico che, da un po’ di tempo, non fa altro che collezionare una batosta elettorale dietro l’altra.

   Ora, chiusa l’esperienza Veltroni, è iniziata quella di Dario Franceschini che, però, viene considerato un leader a tempo: entro il prossimo autunno pare che dovrà lasciare l’incarico. Proprio un bel modo per accreditarsi con gli elettori. Delle due l’una: o la serena autocritica di cui fa cenno anche Violante non ha trovato ancora un suo epilogo e, dopo quasi tre lustri, sarebbe ben grave; oppure nel PD coniugano la parola autocritica e la intendono come autoapprezzamento e, quindi,  seguitano sulla stessa strada..perdente

Alla fine non si possono non ricordare le parole fatidiche dell’ineffabile Sacconi, ministro – dice – del Welfare (per pochi e non certo per tutti, come ricorda bene il NYT, vedi sopra: è vero, magari e non solo per colpa sua…; anche se, poi, lo vorrebbe estendere a tutti, ma stemperandolo e riducendolo per tutti) quando, osservando la manifestazione CGIL del 4 aprile contro il governo, annota che “mi sembra come lo sciopero contro la pioggia, cioè contro una crisi che ha una dimensione globale[3].

Il fatto è che se si può anche non concordare con tutte le parole d’ordine di quella manifestazione, come di qualunque altra di chiunque altro, sacrosanta sembra la protesta non “contro la pioggia” ma contro i ritardi, la mancanza di misure effettive e efficaci e non solo annunciate di questo governo per moderare, governare e cancellare per quanto possibile gli effetti della crisi.

Al di là, infatti, della retorica e della vuota propaganda – delle “bonaiutate” e “gasparronate” cantilenate in ogni telegiornale – le misure concrete e immediate – efficaci qui e adesso, non tra mesi e tra anni – le misure concrete sono misere assai. Per questo, è giusto far sentire la propria voce e far pressione, in ogni modo possibile, su questo governo. Come su qualunque governo che non facesse quel che va fatto— chiusa la parentesi su Belrusconi: ma per riaprila un opoco più avanti}.

Il debito pubblico, informa la Banca d’Italia[4], è salito a febbraio a 1.708.000 miliardi di € (a gennaio era a 1.699.000 miliardi): e siamo al 110% del PIL. La raccolta fiscale a febbraio è calata a 25.217 miliardi di € dai 27.902 dell’anno precedente e il reddito a gennaio è sceso a 29.675 dai 31, 271 miliardi di € dello stesso mese nell’anno precedente.

La più recente indagine previsionale[5] dà la terza economia dell’eurozona, la nostra, con una contrazione di PIL del 3,7% quest’anno. Ma il FMI prevede un -4,4%: che, in ogni caso, non sarebbe tra le peggiori performances del mondo occidentale[6]; ma per l’Italia sarebbe, comunque, la peggiore da più di cinquant’anni.

Insieme risale la fiducia del mondo degli affari, a aprile[7] a livello 64,2, il massimo aumento sul mese precedente dal settembre 2002 ma molto sotto ancora alla media di lungo periodo (88,3); e scende al minimo, nel primo trimestre del 2009, l’utilizzo degli impianti (al 65,8% dal 69,9 del trimestre precedente: al livello minimo da quando si tiene questa statistica, dal lontanissimo 1991[8]).  

Intanto a Mosca, senza il presidente del Consiglio restato in Italia per il terremoto de l’Aquila, nel corso del business forum tra Italia e Russia L’Italia e la Russia completano freneticamente una serie di accordi [9].

L’ENI ha concluso la vendita del 20% della quota che aveva nella Gazprom Neft (acquistata nell’aprile 2007 a un’asta per la bancarotta della Yukos e sempre destinata a essere rivenduta alla società russa) per 4,1 miliardi di $, firmando anche altri accordi con Rosneft, l’ente di Stato del petrolio e con due grandi costruttori di oleodotti e gasdotti, Transneft e Stroytransgaz. Le intese tra la società russa e quella nostrana sono di lungo periodo e adesso prevedono anche un accordo di massima per costruire insieme il famoso oleodotto che dovrà passare sotto il Mar Nero, il South Stream.

Con la Lockheed Martin Corp., anche la Finmeccanica ha ora perso la commessa di 13 miliardi di $ complessivi, di cui aveva una buona quota, per i 28 nuovi elicotteri Marine One che avrebbero dovuto sostituire i 30 vecchi Sikorsky (hanno un trentennio di vita) attualmente in uso nella flotta del trasporto aereo presidenziale a breve e medio raggio della Casa Bianca.

Questioni di bilancio, non ultimo il raddoppio rispetto al costo inizialmente previsto, anche se pure la cancellazione del contratto si rivelerebbe molto costosa. Probabilmente si troverà un qualche  compromesso sia sulle prestazioni (da ridurre) che sul numero degli esemplari (da fabbricare). Ma i trent’anni e passa di vita dei vecchi elicotteri pesano sulla decisione[10]. In ogni caso, la Finmeccanica si è subito in qualche modo rifatta, aprendo un nuovo fronte di affari… in Russia.

Ha, infatti, acquistato una quota del 25% nella divisione aeronautica civile della Sukhoi Super Jet, la nota fabbrica di cacciabombardieri che sta sviluppando un nuovo jet da trasporto su scala regionale (non si è saputo, almeno subito, il prezzo) e ha firmato un altro accordo con la Russian Technology per sviluppare sistemi di controllo per la sicurezza aeroportuale[11].

Sergio Marchionne, che ha doppia nazionalità italo-canadese e del quale ora si parla alla Casa Bianca come del nuovo amministratore delegato unico della Chrysler se ora, per rimetterla in piedi come fece a suo tempo con la marca torinese e prima la svizzera SWG, lasciasse la FIAT (lui ha addirittura accennato che potrebbe anche fare il capo di tutti e due i gruppi senza rinunciare a nessuno dei due incarichi…) ha messo sotto torchio l’UAW, il sindacato statunitense dell’auto, e quello canadese, la CAW: la branca canadese della Chrysler sforna il 25% delle auto prodotte in Nord-America) chiede loro altri sacrifici, e senza mediazioni verbali. Per dirla con il NYT, devono “accordarsi con la dirigenza per portare i costi del lavoro nelle fabbriche nordamericane della compagnia al livello di quelle gestite dai concorrenti giapponesi e tedeschi…

   Se nel sindacato qualcuno dice che bisogna difendere i diritti acquisiti in un’impresa che tecnicamente è alla bancarotta, quello diventa un dibattito senza senso. Non c’è, infatti, nessuna ricchezza da ridistribuire [già…ma va dimostrato che non c’è per nessuno: non solo per operai e tecnici e impiegati, ma anche per dirigenti e azionisti…]. Perciò sia chiaro che siamo pronti ad andarcene. Io non ho nessun dubbio in proposito[12].

Il suo motto, del resto, col quale si è presentato a tutti gli interlocutori in America e che tutti trova concordi, è che “dobbiamo tornare a fabbricare auto e a fabbricare soldi fabbricando auto”. Alla UAW Obama ha chiesto di fare concessioni alla Chrysler, come ha chiesto di fare lo stesso alle banche che a suo tempo hanno prestato quattrini alla compagnia.

E, alla fine, pare che l’accordo sia stato trovato, ingoiato malvolentieri magari ma alla fine ingoiato anche dai sindacati che qualcosa, ma non moltissimo pare, hanno dovuto mollare. La UAW, alla fine, ha dato l’80% di sì nel referendum di approvazione: ha dichiarato Ron Gettelfinger, segretario del sindacato dell’auto, che “gli iscritti hanno accettato questo accordo per noi doloroso, sia per gli attivi che per i pensionati, perché dà una mano a tenere la produzione dell’auto qui in America e perché dà alla Chrysler l’occasione di sopravvivere”.

E anche perché dà, darebbe, più voce in capitolo con una quota di azioni al sindacato nella gestione dell’azienda: parrebbe, oltre il 50% della quota azionaria— parte dei soldi dovuti ai lavoratori per pensioni e sanità e, in qualche modo, trasformati in azioni: tutto da vedere quanto poi conteranno davvero come peso decisionale. Perché, per maggioritari che saranno, il resto del pacchetto di proprietà (quello che, alla fine, nel voto decide?) sarà in mano al governo americano, alla FIAT e agli azionisti privati rimasti[13].

Prima ancora, anche la CWA canadese – malgrado il giudizio durissimo che il suo presidente Ken Lewenza aveva dato dell’accordo, “tortuoso e ingiusto”, raccomandando però di votarlo alla base – lo aveva accettato con l’87% dei sì: anche lì, l’intervento pubblico aveva garantito direttamente una buona fetta di quel che la Chrysler doveva ai lavoratori come fondo pensioni e assicurazione malattia[14].

Adesso, però, come hanno dovuto fare i sindacati abbassando la richiesta di veder integralmente rispettati i diritti acquisiti, dovranno accettare di abbassare le loro pretese di rimborso le banche creditrici, per consentire alla Chrysler di avere accesso ad altri contributi statali. Marchionne, però, da parte sua, rilancia ancora, interessato come sembra a prendersi anche una quota di Opel, dalla General Motors.

A parte i dubbi sollevati sulla solvibilità della FIAT (non irragionevoli, certo, ma anche impropri, troppo a freddo e sospetti, venendo da lui) dal Commissario Verheugen il 24 aprile, l’uomo di Bruxelles preposto all’industria, tedesco lui stesso come la Opel, alla fine poi anche Marchionne deve alla fine dare il suo sì finale a prendersi la quota di Chrysler entro fine aprile: la data limite perché il governo americano non faccia scattare la clausola del cosiddetto Chapter 11, cioè della procedura di fallimento della Chrysler stessa.

Che alla fine, però, scatta, inevitabilmente, proprio per poter salvare, con l’accordo anche di FIAT, solo quanto è considerato salvabile. E cancellare il resto. Cancellando così il credito dichiarato ornmai inesigibile di quelle banche creditrici che non hanno voluto accontentarsi di incassare un terzo di quel che dovevano avere e, così, adesso si trovano uno zero in mano.

Ora la Chrysler cercherà la protezione dai propri creditori, offerta dal Chapter 11, mentre procede a una ristrutturazione forzata appoggiandosi appunto alla FIAT – ed è la prima volta per un grande fabbricante d’autodal 1933, quando lo fece la Studebaker – con un procedimento “rapido, accelerato controllato e ufficiale e che non lascerà scoperto nessuno di quanti, lavoratori e comuncità locali, dalla vita dell’azienda dipendono”.

Lo ha annunciato Obama, personalmente, in conferenza stampa[15], dicendo che resteranno delusi i fondi di investimento che hanno rifiutato l’accordo sperando di far sostenere i sacrifici solo agli altri, riservandosi solo i guadagni. Però, ha assicurato, “vanamente”. Alla fine, al contribuente americano, il pacchetto Chrysler costerà 8 miliardi di $, due in più di quello che era stato previsto.

Come è noto, almeno finora, alla FIAT l’accordo non costerà un dollaro. Ma anche l’offerta di Marchionne per Opel non sarebbe, alla fine, in cambio di cash. Il fatto è che la filosofia, la visione del mondo dell’auto a venire propria di Sergio Marchionne dà per assodate cose che non costituiscono – o, forse, non costituiscono ancora – una verità accettata da tutti, specie da chi nell’ambiente ha un’idea tradizionale del capitale e del capitalismo.

Si tratta di un’interpretazione, naturalmente, non sempre di cose che lui abbia articolato e detto così chiaramente. Ma la sostanza è che l’A.D. della FIAT sconta come fatti certi del futuro dell’auto che:

• per prima cosa, nel fare automobili non ci sarà posto per tutte le presenze di oggi e che, alla fine, resteranno tre, quattro in tutto le grandi marche vitali— tra le quali se resta così com’è non ci sarebbe la FIAT, troppo piccola;

• la seconda è che le alleanze, in pratica le future acquisizioni e fusioni, tra fabbricanti non dovrebbero più farsi sula base di acquisti in contanti ma su scambi e baratti;

• la terza è che dovrebbero essere governi e spesa pubblica a farsi carico, in sostanza, dei costi di ogni ristrutturazione.

Non sono tutti d’accordo, ovviamente. Obama ha accettato l’idea che la FIAT si prenda la sua quota di Chrysler in cambio di forniture di know-how e tecnologie, ma alcuni dei creditori tradizionali della compagnia (banche, ma anche sindacati) non sembrano proprio convinti di lasciar qualcuno appropriarsi di una proprietà senza pagarla in contanti, in cambio solo della leadership di Marchionne, del suo know-how e dei suoi brevetti. Poi, nel caso della Opel la FIAT è solo uno dei tanti acquirenti interessati…

Se, alla fine, la strategia di Marchionne sarà vincente, bisognerà chiamarla capolavoro e, anche, miracolo. Ma se non riuscirà, sarà difficile mascherare la realtà: che la FIAT resterà troppo “piccola” per sopravvivere alla conseguenza prima del teorema Marchionne: per non scomparire.

Infine, c’è da prendere atto dell’ulteriore infiacchimento del peso e della voce del sindacato. Lo dimostra l’esito di questo affaire, ma anche il quadro più generale in cui esso si è sviluppato. La dice lunga il modo in cui la Casa Bianca ha sostituito un bucaniere come Rick Wagoner a capo della General Motors, licenziandolo praticamente in tronco come condizione del pacchetto di aiuto federale.

D’autorità, insomma, ma non con un uomo dell’industria, magari un filibustiere anche lui ma uno che, per dirla con Marchionne, voglia “tornare a fabbricare auto e a fabbricare soldi fabbricando auto”, bensì con un banchiere d’affari, Steven Rattner: democratico, sì, ma della consorteria solita di Wall Street da cui escono Geithner e Summers e un po’ tutti i consiglieri che contano nell’entourage, specie finanziario-economico, di Obama.

E poco conta se così le chiavi della ripresa vengono messe in mano agli stessi che hanno, alla lettera, hanno affossato il paese… Rattner, il nuovo “zar” dell’auto come chiamano qui quelli cui danno poteri speciali e totali in un qualche settore quando si tratta di salvarlo dal baratro, è un altro finanziere d’assalto la cui esperienza non è mai stata nel costruire o nel rafforzare un’industria ma nel distruggerla, nel farla a pezzi, nel rivenderla a chiunque paghi per far cassa, magari a valori ridotti, a favore esclusivamente degli azionisti.

Del resto, a elezioni avvenute, la cosa costa poco politicamente a Barak Obama perché ormai – questa è la conclusione – la vecchia lobby industriale conta assai meno a confronto con la lobby del commercio e della rivendita al dettaglio e al ribasso, dell’import alla Wal-Mart alimentato dal libero commercio (libero per tutto e per tutti, meno che per la grandi professioni cosiddette libere ma, invece, tutte estremamente regolate e protette con la forza della legge: medici, avvocati, banchieri…). Sono queste le caste che oggi contano politicamente perché contano finanziariamente, per i “contributi”  che danno alla politica ormai ben più dell’industria e del sindacato.

Ma non è detto che il peso del manifatturiero scompaia dalla produzione e dalla politica americana come da quella di altri paesi tanto facilmente quanto alcune profezie insensate prevedono. Non è detto che debba essere e che sarà per sempre così. E’ una favola quella che predica come l’America – ma anche l’Europa, noi – potrà, e magari dovrà, fare a meno ormai di fabbricarsi le cose, delle fabbriche, delle manifatture e che possa solo importarle pagandole esportando nel mondo solo servizi e know-how. E’ una ca…ta[16].

A fine mese, mentre ci accingiamo a chiudere questa Nota congiunturale, arriva la notizia del sequestro da parte della Guardia di Finanza su ordine della procura di Milano di 476 milioni di € in titoli, partecipazioni e quote azionarie, beni immobili e conti correnti della Deutsche Bank, della JP Morgan Chase, della Depfa e della UBS per frode aggravata da parte di alcuni loro dirigenti e degli stessi istituti di credito ai danni di comuni ed enti locali italiani che avevano loro affidato 2,2 miliardi di bonds municipali: ai danni, soprattutto, del Comune di Milano, turlupinato sui derivati che, babbionamente, si era lasciato abbindolare a comprare[17].

Questa è un’inchiesta separata ma congiunta ad altre che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, stanno mettendo le mani nella melma rimestata e rivenduta come oro per anni da molte banche di primissimo piano a enti, municipi, regioni, in Europa e in America. Solo in Europa, pare, per 35 miliardi di €[18].

Per l’Italia si potrebbe trattare dello scandalo bancario più grosso dai tempi di Parmalat, con le banche – aiutate da pochi, altissimi funzionari comunali: sotto inchiesta sono anche Giorgio Porta, ai tempi direttore generale del Comune, e Mario Mauri, consigliere finanziario del sindaco per le privatizzazioni fino al 2006 – a intorbidare le acque e imbrogliare le carte.

Nel 2001, va ricordato, era stato il governo Berlusconi a scoperchiare il vaso di Pandora, consentendo a (e anche incoraggiando i) governi locali ad usare i derivati per riempire, sulla carta, i loro buchi di bilancio (la finanza creativa di Tremonti…). Anche il ministro del Tesoro del Berlusca nel 2004, Siniscalco (poi licenziato anche per questo) aveva messo in guardia dal fatto che con 525 di questi “affari” condotti da altrettanti comuni italiani sui derivati il rischio si faceva eccessivo. Ma fino all’anno scorso il costume è restato diffuso e solo allora è stato vietato dalle autorità finanziarie.

In Italia, al contrario del resto del mondo, dice l’ISTAT a fine aprile, risale – di poco, ma risale: appunto in controtendenza – l’inflazione. Non sono i salari, oggi sono meno anche forse i profitti, almo alcuni. Restano le rendite e soprattutto i monopoli che impongono il loro prezzo a tutti: sono i signori delle tariffe e i signori che nei servizi e nel terziario (le professioni, il commercio, ecc., ecc.) i prezzi se li fanno da loro e li impongono a chi deve subirli in assenza totale di un qualsiasi controllo che del mercato ha una visione dogmatica e in sé teleologica…         

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

nel mondo

Le  ultimissime previsioni del Fondo monetario internazionale correggono quelle di gennaio 2009 che davano, comunque, il PIL del mondo in crescita a fine anno per lo 0,5% e danno, al contrario – per la prima volta da sessantanni, da subito dopo la seconda guerra mondiale – la ricchezza globale in diminuzione, con un -1,3%[19].  

La International Energy Agency, l’Agenzia di 28 paesi dell’OCSE – da essa formalmente indipendente, però, anche se ad essa collegata (un piccolo misterium fidei a suo modo) – che per essi monitorizza situazione e previsioni del mercato energetico, prevede che quest’anno la domanda mondiale di petrolio andrà giù di 2,4 milioni di barili al giorno, cioè del 2,8%, con il rallentamento dell’attività economica che riduce il consumo al più basso livello dal 2004. E’ l’ottavo mese di seguito in cui l’IEA taglia le previsioni, riducendo ora quella di marzo di un milione di barili al giorno, l’1,2% a 83,4 milioni di barili al giorno. E il prezzo del greggio sul libero mercato, che era a oltre 52 $ al barile, va subito giù a 49 $[20].

Ai grandi problemi che stanno schiacciando un po’ tutte le economie, e che hanno alla base l’artificiosa e fasulla ostentazione di una ricchezza costruita sul debito irredimibile, arriva oggi ad aggiungersi – ed è l’ultimissima cosa che serviva in uno stato tanto fragile dell’economia globale – il virus dell’influenza suina che ha colpito il Messico (alcune centinaia di morti nei primissimi giorni), è emerso a New York e altrove (un centinaio di contagiati) e costituirà, ora, un ulteriore ostacolo alla mobilità, agli scambi per non dire della fiducia della gente.

E che, mentre chiudiamo questa nota, il 30 di aprile, l’Organizzazione mondiale della sanità definisce tout court come una pandemia: un’epidemia, cioè, che minaccia tutto il mondo.

Con un’economia tanto depressa questa potrebbe essere anche una botta peggiore dell’epidemia di SARS: la sindrome severa respiratoria acuta che, partita dalla provincia cinese del Guandong si manifestò, tra il novembre 2002 e il luglio 2003, infettando 8.096 persone e causando 774 morti (il 9,6% di chi ne fu colpito)[21].

Ecco, sì, adesso potrebbe andar peggio… soprattutto per la delicatezza del momento rispetto alla fase di espansione di allora e l’effetto che una turbolenza come questa può avere ora, in questa condizioni, sull’economia. E stavolta sull’economia americana[22], mica su quella di Singapore, Hong Kong o la Tailandia… Verso fine aprile, il governo americano ha dichiarato l’emergenza sanitaria dopo aver scoperto due dozzine di casi e registrato che in Messico l’influenza suina aveva causato oltre 100 decessi.

Prima del G-20 di Londra, alcuni sviluppi nuovi e importanti (insieme!… cosa rara) s’erano, come dire? manifestati a segnalare che, forse per la prima volta, con la crisi selvaggia in pieno sviluppo, diventava reale, e poteva anche “pesare”,  la partecipazione di chi finora era escluso se non per un atto formale di buona creanza.

Anzitutto, l’avvicinamento al G-20 è stato colorito e anche intrigante. Lula da Silva, presidente del Brasile, ha dichiarato che “questa crisi è stata provocata dal comportamento  irrazionale di banchieri tutti bianchi e tutti con gli occhi azzurri che, prima della crisi, sembravano sapere tutto e adesso tutti vedono che non capivano niente”. Non è che stesse promovendo teorie di ordine razziale, diciamo così, alla rovescia, Lula. Ma richiamava l’attenzione sull’ingiustizia per cui la grande maggioranza degli abitanti di questo mondo, che non sono bianchi e non hanno gli occhi azzurri, dovrebbero patire e venire penalizzati dall’avidità e dalla stupidità di pochi.

Anche la Cina se ne è uscita esplodendo – a modo suo, si capisce, cinese e quasi imperscrutabile – contro gli Stati Uniti. Rilevando, in sostanza, che mentre loro, i cinesi, si sono dati una raddrizzata e stanno mobilitando massicce risorse interne per controbattere la recessione, sarebbe ora che anche quelli che hanno scatenato il caos si mettessero in riga prima di chiedere loro di prendersi ancora in spalla il carico di altri loro titoli di Stato ormai puzzolenti…

Naturalmente, queste considerazioni sono state presentate meno rudemente. Ma ormai hanno assunto una connotazione di impazienza e anche di rabbia ben lontana dal solito e dalla regola che, dal dopo Mao, guida da sempre la politica finanziaria e quella estera della Cina: di “nascondere la luce e tenersi molto cara l’oscurità”…

E è tornato sul chiodo Zhu Min, il vice presidente della Banca di Cina, un istituto bancario privato ma a gestione pubblica tra i maggiori e i più influenti (per i soldi che ha e che gestisce): se la Fed, adesso nel tentativo dichiarato di far fronte alla crisi finanziaria, continua e accelera addirittura a stampare sempre più dollari, imitando le tecniche fantasioso-innovative della Banca d’Inghilterra ma, in realtà, continuando un andazzo che è americano da anni e anni, il biglietto verde si farà “irrilevante” per finanza e scambi globali. E se non si dà presto vita a un’altra valuta globale capace di equilibrare il peso del dollaro è inevitabile che questo accada.

Perché sanno tutti che da solo non ce la fa più. In futuro “potrebbe essere anche lo yuan; ma ci vorrà ancora del tempo per renderlo convertibile”. Per ora ci sono altre possibilità già concrete: euro, yen e “Diritti speciali di prelievo del FMI soprattutto, per equilibrare il dollaro”. Ma già adesso allo yuan, pure non convertibile com’è ancora liberamente, “sta succedendo una cosa interessante”. Ne sta aumentando la circolazione un po’ il tutto il mondo e “viene sempre più utilizzato per la regolazione degli scambi commerciali[23].

Questo nuovo attivismo, chiamiamolo pure così, al tavolo dei grandi è quanto inevitabilmente succede quando si cambia la composizione del comitato ad hoc, il G-20, deputato a gestire il mondo. E quando i media focalizzano per la prima volta, quasi sorpresi, la loro attenzione e quella del mondo sui nuovi arrivi, prima tenuti al margine. Chi era già al tavolo, forse, intendeva davvero che il mutamento fosse simbolico. Ma anche cambiamenti solo simbolici possono spostare il dibattito con nuovi attori sbattuti sul proscenio dove, per la prima volta, tutti li vedono in grado di mostrare il loro peso e, magari, di oscurare un po’ i protagonisti.

Insomma, “benvenuti nel nuovo mondo multipolare[24]. Dove, come recitano i dati più recenti (di ufficiali, qui, come tali, non ce ne sono: ma ci sono quelli, autorevolissimi, resi noti e aggiornati di anno  in anno dalla CIA,  la Central Intelligence Agency,  il  più grande tra  i  tanti  servizi  segreti, di Intelligence, degli Stati Uniti) il rapporto di forza e di debolezza relativa dei vari paesi va misurato come indicato qui in nota, in ordine di indebitamento totale (governo e privati) calante[25].

Poi, al G-20 di Londra, il 2 di aprile, è emersa chiara – oltre a questa realtà nuova: ne riparliamo tra un attimo, perfino dei russi che hanno pontificato anche loro… – soprattutto una visione non identica di priorità: di qua America e Gran Bretagna, per le quali la prima cosa da fare era il rilancio con pacchetti di stimolo ingenti dell’economia globale e di tutte le economie il più coordinati possibile (lo stimolo americano oggi, è un fatto, è uguale al 2,7% del PIL; quello cinese, oltre il 3%; e lo stimolo europeo, nell’insieme, arriva appena allo 0,7% del PIL); dall’altro lato, ci sono Germania e Francia, e quasi per default l’Europa, per cui la priorità non sembra tanto spendere di più quanto regolare i mercati finanziari.

Come è ovvio ad ogni persona di minimo buon senso, è vero che la priorità con centinaia di milioni di esseri umani che nel mondo restano senza lavoro o lo perdono, col potere d’acquisto che cala e la spesa e la produzione che crollano è il primo. E, anche, che la seconda posizione ha senso se è usata come leva per costringere chi favorisce esplicitamente la prima a trangugiare la seconda (Brown che ancora un anno fa era contrario, ormai è anche d’accordo; ma Obama, che sul punto pure personalmente concorda, ha da fare i conti col totem del libero mercato che, per quanto perverso si sia dimostrato, continua a paralizzare l’America[26].

Alla fine, naturalmente, c’è stato un accordo di massima e potrebbe esserci, se la cosa verrà imposta a tutti dai fatti, come ha detto Gordon Brown che presiedeva il vertice, “il principio della fine della crisi”, l’inizio del processo che, forse, riuscirà ad avviarne la faticosa chiusura.

“Stop ai paradisi fiscali, niente bonus per i manager che falliscono e maggiori risorse per la ripresa economica. Sono questi i pilastri dell'accordo raggiunto al vertice del G20. Il presidente francese Sarkozy fino all’ultimo si è battuto per la definizione di una lista nera dei paradisi fiscali contro Gordon Brown che avrebbe voluto chiudere subito. E’ stato deciso che sia l’OCSE a pubblicare l'elenco delle zone franche dal fisco.

Berlusconi ha ottenuto che nel documento finale venisse inserito il riferimento al social summit di Roma [un riferimento non si nega davvero a nessuno, no?] e un forte richiamo alla dimensione umana della crisi [com’è umano, lui…], ovvero la necessità di sostegno e protezione a coloro che soffrono direttamente la crisi, in particolare chi ha perso il posto di lavoro.

Il vertice di Londra ha trovato un faticoso punto di equilibrio ma restano comunque distanti le filosofie di fondo che ispirano gli Stati Uniti (pronti a nuove iniezioni di denaro fresco nei circuiti economici per fermare le crisi) e la Vecchia Europa (attenta alla crescita del debito e convinta della necessità di una nuova moralità e di nuove regole di governance finanziaria internazionale)”[27].

Anche sui paradisi fiscali, forse, si è esagerato nel sottolineare la novità dell’impatto. La lista è quella stilata dall’OCSE, come dicevamo. Ma solo pochi giorni dopo il vertice del G-20 che l’ha decretata, l’OCSE stessa già ha reso noto che Costa Rica, Uruguay, Malaysia e Filippine – gli ultimi quattro paesi che restavano classificati come paradisi fiscali per ogni tipo di evasione da loro considerata non solo legale ma anche benvenuta[28], sono ormai stati cancellati.

Il che lascia aperta la curiosa domanda: perché mai, se era così facile poi liberarsene in realtà ci abbiano messo tanto: se non fosse che tutti (bé, tutti: chi sappiamo noi, no) condannano i paradisi fiscali e, poi, magari vergognandosene un pochino, tanti li adoperano (anche personalmente: vero avvocato Mills?[29]), i paradisi fiscali.

Il problema è che si tratta di una decisione puramente formale perché, come ha spiegato il direttore generale Angel Gurria[30], un paese non viene cassato dalla lista quando non lo fa più ma quando dichiara di non volerlo più fare… E, adesso, con fretta sospetta, tutti i paesi del mondo monitorati dall’Organizzazione hanno annunciato di essersi messa in regola.

Il che è semplicemente ridicolo… per esempio, la Svizzera col suo segreto bancario è scomparsa dalla lista da tempo per l’effetto annuncio soltanto. Ma, è vero, in effetti ha promesso di rivelare il contenuto di quei conti al fisco statunitense o, in alternativa, di chiudere i conti correnti segreti degli evasori fiscali americani, rimandandogli i soldi[31]… Solo che lo ha promesso solo al fisco americano!

Il compito di “dare denti”, e capacità quindi di mordere, alle regole contro l’evasione fiscale è stato affidato all’OCSE, dicevamo, e al nuovo Consiglio per la Stabilità Finanziaria del G-20, il Board presieduto ora da Mario Draghi e nominalmente con una maggioranza che vuole agire ma che, nei fatti, ha poteri soltanto, appunto, nominali … Ma domani?

Un’altra, prima, lettura che sembra andare in senso positivo in partenza, però, è quella che del G-20,  nel suo complesso, dà sul Guardian[32] un osservatore di regola non troppo business oriented.

La serie di impegni annunciati è straordinaria. Non ho alcun dubbio che nelle prossime settimane tutte le ambiguità” che ci sono “cominceranno ad emergere. Mi preoccupo anche del fatto che data la dimensione della catastrofe… troppo poco sia stato deciso per far fronte ai 2.000 miliardi di assets tossici che pesano sui libri delle banche, per mobilitare la domanda globale e contrastare il protezionismo…Ma ciò non dovrebbe impedirci di riconoscere quel che è stato ottenuto”. Due cose, anzitutto:

• che c’è un nuovo quadro globale di regolazione della finanza… e l’avventurismo sfrenato cresciuto negli ultimi vent’anni sarà ora, per la prima volta da decenni, regolamentato. Il ripetersi del fenomeno incontrollato che adesso imperversa sui mercati, così, diventa meno – fors’anche parecchio meno – probabile. Non impossibile, però, perché – è vero – alla fine della fiera, e in mancanza di misure discusse, concordate in dettaglio e insieme proclamate, questa nuova serie di regolamentazioni delle istituzioni finanziarie sarà implementata da ogni paese al suo proprio livello e a sua discrezione.

   Non impossibile anche perché, come notano in sede di partito socialista europeo, la proposta di bozza di regolamento concreto per i cosiddetti hedge funds – i fondi a rischio, quelli sull’orlo— a stare alla traduzione letterale del nome che dà bene l’idea – non è affatto incisiva, regolando più certi comportamenti dei managers che i fondi stessi e costituendo così “un errore politico di grande portata[33].

   Però è anche vero che viene mandato un messaggio importante sul tipo di capitalismo che piace oggi ai G-20”: non quello “innovativo e genialoide che il primo ministro britannico, quando era [sotto Blair] cancelliere celebrò in tanti encomiastici suoi discorsi alla City” negli anni passati… “Oggi, il capitalismo in è quello che crea ricchezza, lavoro e paga le tasse. Amen[34].

   Sarà pure un “messaggio”, ma è un messaggio assai flebile: non solo non regola i Fondi, come tali, ma dispone solo che i loro managers debbano osservare regole minime, minimalissime, e anche, è vero – bontà sua – che la copertura di capitale necessaria a gestire un Fondo sia anch’essa minima. Con l’enfasi posta sull’aggettivo in modo addirittura ridicolo: nero su bianco, il suggerimento della Commissione – mai dare troppo fastidio al manovratore – è che il cash o gli assets certificati a disposizione di un manager perché venga autorizzato a gestire fino a 250 milioni di € di capitale sia considerato sufficiente se arriva a… 125.000 €.

    E’ soltanto una bozza, per ora, questa della Commissione e non si trasformerà in legge, o in direttiva comunitaria, prima del 2011: tempo sufficiente per verificare se oltre che questi burocrati la cui preoccupazione principale sembra essere quella di non dare fastidio, appunto, ai manovratori, anche i loro capi politici – i ministri delle Finanze, i capi di Stato e di governo la cui volontà ha tanto impressionato alcuni osservatori, come ci spiega ancora qui sotto uno come Will Hutton, non solo gli ingenui – a Londra, al G-20, quel giorno, facevano sul serio o solo finta…

• Altrettanto importanti sono i 750 miliardi di $ in più rispetto all’anno scorso messi a disposizione del FMI; una maggiore apertura per l’accesso dei paesi in difficoltà ai diritti speciali di prelievo, che sono poi la moneta “sintetica” emessa dal FMI; aumento anche concesso alla Banca mondiale, di fondi – sui 250 miliardi di $ – da dedicare agli aiuti alle economie maggiormente in difficoltà dei paesi più poveri: con FMI e Banca mondiale che ridiventano, così, perni centrali del sistema finanziario internazionale…;

    e anche importante è stata, potenzialmente, la definizione di compiti più incisivi e decisivi al Board per la stabilità: che, però, al di là dei ditirambi levati dal governo italiano per la conferma di Draghi alla presidenza, resta – come s’è detto – un forum di discussione più che di fissazione degli standards e non diventa certo un’istituzione di supervisione regolamentatrice internazionale.

Però – annota sempre Will Hutton[35] – “io ho scritto di molti vertici mondiali per più di trent’anni  il cui scopo era sempre stato quello di dare un’approvazione formale al cosiddetto Washington consensus per dargli una patina di azione e di presa collettiva— quando la realtà era che le ‘economie di mercato’ alzavano bandiera bianca davanti ai battaglioni della finanza globale. Questo è stato un vertice, invece, differente, il più di sostanza del suo tipo dal 1944: ci offre una chiara discontinuità col Washington consensus, con l’ideologia del libero mercato e con il turbocapitalismo finanziario— rimettendo assieme il mondo intorno a un nuovo ordine e a un nuovo set di idee”.

Certo. “E’ un lavoro fatto a metà e minacciato dalla scala della crisi” che va scatenando “gli istinti potenti del protezionismo alla ognuno per sé”. Ma ci sono segnali, primi segnali di “stabilizzazione economica”. Che, dopo questo vertice, sarebbe “sgraziato e sbagliato non riconoscere— quando potrebbero anche segnare proprio un punto di svolta”    

Non si sa, in realtà – non si sa ancora… – se è proprio così. E molto probabilmente, questa è davvero una lettura troppo speranzosa. Tanto per cominciare, alla prima riunione dei ministri delle Finanze che a Washington, verso fine aprile, avrebbero dovuto partire in sede di Fondo monetario a dar denti alle decisioni di Londra, l’FMI si è subito diviso[36]:

• sulla necessità di far partire subito il processo di riforma della distribuzione delle quote, cioè del potere, nel Consiglio di amministrazione del Fondo; o di prender atto, come ha detto il presidente della Commissione che avrebbe dovuto deciderlo, Youssef Boutros-Ghali, che sarà inevitabilmente un “processo assai lungo”: qui le resistenze maggiori sono venute dagli europei alle richieste del nuovo mondo in sviluppo – Cina, India, Brasile, ecc. – perché dei grandi paesi capitalistici sviluppati ma in crisi nessuno, pur riconoscendolo a parole – come a Londra – inevitabile, intende rinunciare a un ette del suo potere (in sostanza, non ci sarebbero stati più posti per tutti gli europei che sarebbero stati rappresentati dall’UE: ha trascinato i piedi la Gran Bretagna, ma soprattutto si è opposto il… Belgio);

• e anche, come ha spiegato il presidente dell’FMI, Strauss-Kahn, le divisioni – dure – si sono ripetute sulla “strategia di uscita” dalla crisi: tutti sono d’accordo che adesso, durante la crisi, è necessario allargare accesso al, e disponibilità del, credito; ma molti, Fondo compreso, dicono che prima bisogna mettersi d’accordo su come poi andrà a finire la crisi, per preparare una strategia di uscita: che, al dunque, significa che non vogliono decidere ora.

   Come, infatti, non hanno finalizzato la proposta di suddivisione del rifinanziamento del fondo del Fondo: che a Londra era stato detto sarebbe stato di 500 miliardi di $ per l’immissione di liquidità in emergenza ad economie di paesi poveri in particolare difficoltà; e in 250 miliardi per aumentare l’emissione di diritti speciali di prelievo che consentono ai paesi membri di prendere in prestito dalle riserve valutarie l’uno dell’altro.

   Dei tre impegni maggiori (100 miliardi di $ l’uno) l’unico che ha tenuto fede all’impegno è stato il Giappone: né USA né Europa hanno ancora neanche firmato l’assegno che s’erano impegnati a far pervenire subito alla tesoreria del Fondo…

Cioè, in meno di cento giorni dagli strombazzati annunci del G-20, il FMI ha buttato già tutto all’aria e non pare proprio disposto a fare sul serio. Tra l’altro, e non si può sottacere, c’è un buco nero colossale nel documento del G-20: l’accordo si dimentica completamente dell’ambiente— e non è davvero poco, come viene fatto notare[37].

Così come altre letture autorevoli, ma profondamente diverse – diciamo più pessimistiche, o forse soltanto più realistiche – hanno diritto di cittadinanza. Quella, disincantata, della professoressa Jayati Ghosh, ad esempio, che insegna economia all’università  Jawaharlal  Nehru di Nuova Delhi e si identifica con le paure e le speranze di una larga parte del terzomondismo razional/radicale.

Scrive, infatti, che in generale troppo spesso – è il titolo che, fedelmente, assegna al suo articolo chi glielo pubblica – Il silenzio del comunicato del G-20 è semplicemente assordante. Ci sono, dice, troppe dichiarazioni vaghe; voci ed echi di posizioni politicamente corrette; su paradisi fiscali, segretezza bancaria, regolamentazioni finanziarie: “ma in queste cose, i dettagli stampati in piccolo sono crucialmente importanti; solo che qui neanche compaiono: siamo alle dichiarazioni general-generiche perché la cosa possa sembrare seria”.

Della decisione unicamente seria, “presa come impegno reale – 850 miliardi di $ di nuovi fondi per i paesi poveri – quanti saranno poi quelli realmente versati [e quanti saranno quelli “rimpacchettati” e presentati, così, come nuovi] e quanti saranno, poi, realmente incondizionati?”; e specifica come e perché non saranno granché, alla fine… con la maggior parte dei fondi sborsati, quando deciderà di farlo, dal FMI e condizionati, appunto, alle sue condizioni.

Che se fossero come quelle fatte tre mesi fa all’Ungheria – in pratica, la cancellazione di ogni residua spesa sociale… – le raccomandiamo proprio. Così come assai potenzialmente rischiose sembrano altre “aperture”: come l’impegno contro il protezionismo, ma associato strettamente all’esito del “negoziato OMC”— che vuol dire più liberalizzazione degli scambi anche per il Terzo mondo. Una ricetta, a occhio e croce, non propriamente “compassionevole”…

E, poi, c’è l’idea di fondo che consiste – come la riassume la professoressa, tutto sommato senza forzarne troppo l’interpretazione – nel “rimettere insieme in qualche modo i pezzi rotti della vecchia economia al fine di riprodurne l’identico schema di crescita”. E conclude: “E’ proprio un peccato che i leaders potenziali del mondo abbiano mostrato tanta poca generosità e immaginazione[38].

Un po’ di sfizi, nel corso del vertice, se li sono levati in parecchi. Soprattutto i russi. Annunciando la sua adesione al comunicato finale, e malgrado l’intesa cordiale con Obama sugli armamenti strategici, il presidente russo non ha rinunciato a rilanciare l’idea già avanzata qualche giorno prima: di dar vita un nuovo paniere di valute “regionalmente forti” (America, Europa, Asia, ecc.) per rimpiazzare il dollaro come valuta di riserva internazionale.

Molti assentivano silenziosamente, per primi i cinesi che avevano parlato della cosa già qualche tempo fa – ma anche al rappresentante della BCE è stato visto scappare un qualche cenno di beneplacito – mentre il solitamente placido ministro del Tesoro Geithner scuoteva, innervosito, la testa e Obama restava cortesemente attento e impassibile[39].

Anche il Papa, come era inevitabile e giusto, ha detto la sua restando un po’ fuori del coro. Quasi a conferma della personalità complessa di Benedetto XVI emerge davvero con forza che se teologicamente si colloca ben “a destra” – conservatore della verità della fede e della tradizione, o almeno di quelle che lui tali  considera sul piano dottrinale e del costume: in fondo coerentemente con quello che, almeno da una quarantina di anni (non era stato sempre così, Josef Ratzinger) pensa essere poi il mestiere di papa – socialmente la sua è una sensibilità invece “a sinistra”: a leggerlo, almeno, poco assai in sintonia con banche e banchieri e molto di più con le preoccupazioni di lavoratori, gente comune e poveri del mondo.

Sentite, per dire, dopo l’apertura inevitabilmente cerimoniosa e formale, due passaggi della lettera aperta che il Papa ha inviato al G-20 attraverso il primo ministro Gordon Brown:

• “la finanza, il commercio e i sistemi di produzione sono creazioni umane contingenti che, quando diventano oggetto di fiducia cieca, portano in sé stesse la radice del loro fallimento. L'unico fondamento vero e solido è la fiducia nell'uomo. Perciò tutte le misure proposte per arginare la crisi devono cercare, in ultima analisi, di offrire sicurezza alle famiglie e stabilità ai lavoratori e di ripristinare, tramite opportune regole e controlli, l'etica nelle finanze”...; questo in generale e, più specificamente, sulle priorità che alla soluzione della  crisi vanno assegnate

• “scrivo questo messaggio di ritorno dall'Africa, dove ho potuto toccare con mano sia la realtà di una povertà bruciante e di una esclusione cronica, che la crisi rischia di aggravare drammaticamente… coloro la cui voce ha meno forza nello scenario politico sono quelli che soffrono di più i danni di una crisi di cui non portano la responsabilità… La crisi attuale ha sollevato lo spettro della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto estero, specialmente per l'Africa e per gli altri Paesi meno sviluppati. L'aiuto allo sviluppo, comprese le condizioni commerciali e finanziarie favorevoli ai Paesi meno sviluppati e la remissione del debito estero dei Paesi più poveri e più indebitati, non è stata la causa della crisi e, per un motivo di giustizia fondamentale, non deve esserne la vittima[40]

Insomma, sembra[41]il contributo di un anziano rettore universitario tedesco che, forse con argomentazioni non proprio da spot pubblicitario, si schiera dalla parte della gente che dimostrava e fuori della Banca d’Inghilterra e non certo a favore di chi stava dentro. Una cosa particolarmente ironica, considerando che a radicalizzare Joseph Ratzinger a destra e a convertirlo da promettente teologo liberale che era nell’uomo che ai suoi nemici sarebbe diventato noto come il ‘rottweiler di Dio’ furono proprio le rivolte studentesche del 1968”.

Non sappiamo se l’interpretazione è proprio esatta, ma sicuramente è suggestiva.

Per tornare alle conclusioni effettive del G-20 di Londra e riferirne, per ora, in tre righe i leaders del mondo che insieme – però prima della crisi (adesso?) – rappresentavano l’85% dell’economia globale, “si sono impegnati a nuove regole per la finanza e a 1.100 miliardi di $ di prestiti e garanzie, in qualche modo indiretto di stimolo insomma [tramite FMI e altre banche multilaterali internazionali], per i paesi che maggiormente sono nei guai. Ma a nessuna spesa diretta di stimolo”. Tra le nuove regole, in questione, per la finanza la pubblicazione della lista dei paradisi fiscali elaborata dall’OCSE, nella speranza (spes contra spem, forse) di sputtanare i relativi governi. Ma niente di nuovo: la lista esiste all’OCSE, e disponibile sul suo sito, da almeno due anni…

In sostanza, è stato – come non poteva non essere – un compromesso da cui viene ridisegnato il quadro delle alleanze economiche internazionali:

• USA, Cina, Gran Bretagna e Giappone, per uno stimolo più forte e più regole, ma senza strafare;

• Germania e Francia a frenare invece sullo stimolo ma a chiedere una maggiore e più capillare regolamentazione dei mercati, il superamento di fatto del neo-liberismo senza regole anglo-americano e del cosiddetto Washington consensus neo-lib, e  di fatto neo-cons, degli ultimi venti anni;

• poi gli altri paesi emergenti, Brasile, India, Sudafrica…, che per il momento preferiscono non schierarsi formalmente ma sottoscrivere anche loro il compromesso raggiunto: nel quale, in ogni caso, c’è l’impegno che i loro paesi avranno più voce in capitolo – quanta non è chiaro ancora, però – nel voto e nella gestione del FMI;

• quelli che restano – tutti – restano inevitabilmente accodati, inevitabilmente assenzienti e in realtà  abbastanza silenti.

La lettura più positiva del G-20, quella decisamente più carica di speranza innovativa, viene da un giornale, importante, canadese

C’è chi fa osservare – e sicuramente non è un entusiasta – che ha ragione Gordon Brown quando dichiara a conclusione del vertice che esso segna ‘la fine del vecchio Washington consensus e che oggi di consenso ne abbiamo raggiunto uno nuovo. Credo proprio che stia emergendo [per fortuna non ha proclamato che è già emerso…] un nuovo ordine internazionale’. Così come ricorda che anche Nicolas Sarkozy ha rilevato: ‘Da Bretton Woods in poi il mondo ha vissuto secondo un modello finanziario, il modello anglo-sassone… Oggi questa pagina l’abbiamo voltata e con chiarezza’.

   Ed è significativo che il presidente americano Barak Obama non abbia smentito né corretto queste valutazioni, giocando anzi un ruolo maggiore per costruire l’accordo tra 19 paesi che si avvicina a renderle vere”. Forse è un po’, come dire?, ottimista questa aspettativa[42], ma sicuramente è interessante.

Adesso, e comunque, allegato trovate per farvene un’idea vostra il testo del Comunicato finale del G-20[43].

Comunque, conclude il comunicato, “i G-20 si rivedranno a settembre[44], in Giappone. Così, inesorabilmente, il G-8 della Maddalena ne esce ridimensionato, come d’ora in poi sarà per ogni altro G-8, con grande disdoro del governo italiano che andava dicendo da giorni (Frattini, Tremonti, Berlusconi… uno dietro l’altro, uno insieme all’altro, uno accavallando la propria voce – Tremonti con un po’ più di discrezione, è vero… – a quella dell’altro) all’Italia e anche al mondo come i puntini sulle “i” lasciati in sospeso a Londra sarebbero stati messi proprio alla Maddalena. Ma non se ne farà niente.

{Ancora una parentesi su Berlusconi— l’ultima speriamo, sempre perché aiuta a riflettere, anche se un po’ amaramente…

Stavolta ha lasciato anche il segno – lo confessano perfino i famigli che stavolta fanno fatica ad spiegare a giapponesi, messicani e americani che hanno capito male – nella psiche del Berlusca la bacchettata (“ma perché grida tanto?”), sussurrata ma ben captata dai  microfoni ambientali, di Sua Graziosa Maestà britannica al suo curioso star fracassone in società, durante la photo opportunity dei G-20 a Buckingham Palace.

Meno imbarazzato, perché neanche si rende conto di quello che fa e di come lo fa, il nostro primo ministro si è mostrato quando ha lasciato sbigottito un navigatissimo cronista che si “confessa affascinato dalle foto di Silvio Berlusconi quando, al vertice, si intrufola appiccicandosi tra i presidenti Obama e Medvedev, mano sulla spalla dell’uno e mano su quella dell’altro, e si mette in posa: come un  turista. Ma come è possibile mai? possibilissimo in realtà nel suo caso. Lo farebbe anche a Dio”, se lo avesse accanto[45].

Questa – “ma come è possibile?” – in realtà, è la domanda— senza giustamente mai neanche osar mettere in questione sentimenti personali che (sicuramente? presumibilmente?) ci sono – come la sensibilità, la sincerità, ecc. –… Ma come è possibile? chi scrive si è ripetuto, e confessa, che quando il 9 aprile ha letto su Internet i resoconti del Times, del Guardian, del Daily Telegraph – e, poi, per scrupolo, con maggiori difficoltà per sue maggiori carenze linguistiche, la stampa tedesca – riportare tra virgolette le parole dette il giorno prima dal primo ministro a un televisione tedesca, canale N-Tv…

Parole allucinanti di chi, dopo avere il giorno prima raccomandato alle vittime del terremoto de l’Aquila di “andare al mare che paghiamo noi”, vanta adesso che a loro “non manca niente: hanno medicine, cibo caldo, un rifugio per la notte… Certo, si tratta di alloggi temporanei. Ma – conclude – le vittime del terremoto dovrebbero vivere l'esperienza come un weekend in campeggio[46].

E’ solo una noterella di fondo pagina: ma sempre la stessa, ormai da una quindicina d’anni anche questa, la sguaiatezza, il dire e tentar di non dire, le corna, la battuta un po’ grassa, le gaffes truculente… che, sicuramente, d’altronde – e bisognerà anche prima o poi prenderlo in conto, no? – fanno parte – purtroppo per noi e per chi come noi la pensa epperò, invece,  per la sua personale fortuna – del suo sganasciante carisma…

Domandina cattiva, salvo errori od omissioni— o anche nostre distrazioni di cui, se poi ci sono, ci scusiamo da subito: com’è che non siamo riusciti a vedere questo straordinario e kafkiano dialogo riportato da nessun grande mezzo di comunicazione di casa nostra? se non al massimo come ritaglio di agenzia e noterella sotto il titolo, comunque riduttivo, delle “reazioni della stampa straniera”, o qualcosa di simile[47]…— e chiusa questa seconda lunga parentesi – gossippara, se volete: ma come farebbe mai a non esserlo? – sul Cavaliere}.

Nota su cui riflettere, tra i misfatti d’altro genere di questo mese: in un altro vertice, quello “di 22 Stati membri della Lega araba in Qatar, il presidente sudanese, Omar al-Bashir, è stato accolto con grande calore malgrado un ordine d’arresto internazionale emesso contro di lui per l’accusa di crimini di guerra nel Darfur, la regione occidentale del suo paese[48].

La notizia, data brevemente in questi termini, andrebbe corretta almeno cambiando l’avverbio: non “è stato accolto con grande calore malgrado” ma proprio “a motivo” di quell’ordine d’arresto internazionale che, ancora una volta, per l’ennesima volta – a prescindere dal merito: probabilmente Bashir è colpevole dei crimini perpetrati in Darfur: anche se non tutti, lì, erano solo vittime innocenti…; come lo era il presidente serbo ex jugoslavo Milosevic, anche se non tutti i bosniaci, lì,  erano agnelli immacolati…; ecc., ecc. – registra il fatto che solo i nemici dichiarati, o considerati tali, della politica americana, i cosiddetti governi o governanti “roguecanaglia” – finiscono sotto processo internazionale.

E’ per questo che scatta il meccanismo della sfida e della solidarietà, per quanto aberrante, con chi è percepito come ingiustamente – non nel merito, forse; ma perché arbitrariamente selezionato: in un certo senso anche se diversamente, come Iran o Corea del Nord o, ancora altrimenti, Venezuela e Cuba…: colpevoli di dire, e a voce alta, “nossignore” all’America – puntato a dito dalla “comunità internazionale”, perseguitato e magari anche perseguito…    

Finché sarà così, saranno in molti ambienti – anche dichiaratamente filoamericani: come il Qatar e come la riunione che lì si teneva, con Arabia saudita, Stati del Golfo, Egitto e quant’altri…

in Cina

L’Ufficio nazionale di statistica fornisce una serie di dati non sempre collegati ma tutti significativi e informa che nel solo primo trimestre del 2009[49]

• mentre il PIL è salito del 6,1%, a 6.574,5 miliardi di yuan, 939 di $ e, in potere d’acquisto reale, una decina di volte tanto: dunque, in calo assoluto sullo stesso trimestre dell’anno prima e, in effetti, con un tasso di crescita che rispetto ai nostri sembra ed è altissimo ma è anche il più basso da un decennio: in calo dello 0,7% sul quarto trimestre del 2008, a -4,5% sotto la crescita di un anno fa ed a -11% sui primi tre mesi del 2008;

   in ogni caso, si tratta di una crescita netta, la maggiore di ogni grande economia al mondo e, dicono i cinesi, un segnale netto che il pacchetto di stimolo di ben 585 miliardi di $ voluto dal premier Wen Jiabao sta dando i suoi primi frutti;

   ma, dicono al governo, ben consci che a rilanciare davvero i consumi servono non tanto, di per sé, una maggiore liquidità quanto le riforme strutturali di sanità e pensioni – che qui vanno rafforzate non certo indebolite, giacché le coperture attuali sono troppo fiacche – capaci di far tirare fuori a tanti cittadini cinesi i loro risparmi di sotto i materassi;  

• la produzione industriale cresce del 5,1% e, solo in marzo, dell’8,3%;

• i prezzi al consumo calano dell’1,2% a marzo, dopo essere caduti dell’1,6% a febbraio;

• i prezzi alla produzione, nel primo trimestre, calano del 4,6%;

• le vendite al dettaglio salgono, sempre nel trimestre, del 15% a 2.940 miliardi di yuan (430,4 miliardi a parità di cambio, di più come abbiamo visto in potere d’acquisto)

• gli investimenti diretti esteri – che qui chiamano “fondi direttanmente utilizzati” – sono ammontati a 21,8 miliardi di $— 5,6 miliardi in meno di IDE da un anno a questa parte;

• il numero delle persone in case di nuovo affitto nelle aree urbane per gennaio e febbraio è stato registrato a 1.620.000 unità— 210.000 in meno del primo trimestre del 2008;

• nel frattempo, sempre nel primo trimestre, il reddito disponibile nelle città è aumentato del 10,2% (in realtà un punto percentuale in più tenuto conto dei prezzi) a 4.834 yuan pro-capite, più o meno 540 € (ricordando sempre il potere d’acquisto reale che va moltiplicato per dieci, però…);

• il reddito disponibile è salito anche nelle zone rurali del paese, dell’8,6%, a 1.622 yuan, però:  confermando uno scarto di 1 a 3 fra redditi delle campagne e delle città;

esportazioni e importazioni si riducono decisamente: del 19,7% e, rispettivamente, del 30,9 lasciando un attivo della bilancia commerciale di 62,3 miliardi di $: il 50% in più del marzo 2008. 

Dice, adesso, la Banca mondiale che i 4.000 miliardi di yuan (500 miliardi di €) che il governo cinese sta immettendo nell’economia riusciranno a garantire un aumento della crescita del PIL nel 2009 almeno al 6,5%[50].

Le imprese di Stato, governate e gestite dal potere governativo, hanno mostrato a marzo un aumento dei profitti del 26% in un anno., ha rivelato il capo della Commissione nazionale per la supervisione degli assets di Stato, Li Rongrong. Dopo una caduta del 33,3%, anno su anno, nei primi due mesi del 2009 sono saliti del’86% da febbraio a marzo[51].  

Intanto, i forti investimenti e la ripresa delle vendite al dettaglio hanno limitato l’impatto del calo delle esportazioni nel primo trimestre[52], mentre sembrano riprendersi gli ordinativi industriali e, in parte, anche quelli dall’estero[53].

E, naturalmente, la crisi ha anche frenato, forse solo temporaneamente ma per ora anche nettamente, le intenzioni – chiamarli piani forse è dire troppo – annunciate subito prima delle Olimpiadi di Pechino un anno fa di procedere a investire sull’ambiente e una ripulitura dell’inquinamento industriale, posponendo il tutto, nell’immediato e a breve-medio termine, alla ripresa e alla crescita[54].

La massa delle riserve valutarie cinesi, secondo la Banca Popolare di Cina, la banca centrale[55], è cresciuta a fine marzo, anno su anno, del 16% fino alla cifra senza precedenti di quasi 2.000 miliardi di $ (precisamente $1,95 triliardi: di cui, dice il Tesoro americano, i 2/3 sono in titoli o assets americani). La crescita segna un aumento di 7,7 miliardi di $ nel primo trimestre del 2009, ma è a -146,2 miliardi rispetto al primo trimestre del 2008. Le riserve di valuta estera sono aumentate di 41,7 miliardi solo in marzo, cioè 6,7 in più che nello stesso mese del 2008.

In ogni caso il trend sembra essere adesso  al rallentamento dell’acquisto di bonds stranieri, anche americani, ripreso solo a marzo dopo che, a gennaio e febbraio, la Banca centrale aveva invece venduto all’estero larghe quantità di titoli e bonds cinesi.

E, poi, c’è il paradosso: la Cina deve comprare dollari per tenere più basso del suo valore reale lo yuan e favorire così il proprio export. E’ questa l’accusa di fondo che, da almeno due anni, l’America – meno il Tesoro, che la contraddizione la vede, molto di più il Congresso, che segue l’onda – rivolge alla Cina: quella di “manipolare” così, artificialmente appunto, la propria valuta per abbassare il costo dei prodotti cinesi sul mercato americano…

Ma, adesso, se la Cina smette di comprare dollari, o rallenta il ritmo dei suoi acquisti, smettendo così di “manipolare” i cambi – cioè fa proprio quello che a prima vista le chiedeva l’America – l’America si… preoccupa. Tanto che, malgrado i fulmini minacciati dal ministro del Tesoro Geithner nelle sue dichiarazioni di accordo con il Congresso che a gennaio glielo aveva fatto solennemente promettere, gli USA non denunciano più la Cina all’OMC, come avevano detto di voler fare su spinta degli esportatori di prodotti manifatturati statunitensi[56].

Pure la ratio è chiara. Ha spiegato questo cambio di strategia, o forse solo di tattica, uno dei massimi esperti cinesi di economia monetaria, Yu Yongdinh, citando nientepopodimeno che John Maynard Keynes. L’America è troppo in vantaggio su noi. Perché “se devi al tuo banchiere mille sterline, sei alla sua mercé; ma se gliene devi un milione è lui che è alla tua mercé[57]. E l’America, alla Cina, in sterline, gliene deve anche più di mille miliardi…  

La Cina ha anche svelato un piano di riforma del sistema sanitario, affidandone la realizzazione al vice premier Li Keqiang, oggi drammaticamente e strutturalmente carente specie nelle aree rurali, da costruire quasi ex novo ed entro il 2011su una rete diffusa nelle città come nelle campagne di presidi sanitari e, entro il 2020, dando una copertura sanitaria efficace al 90% della popolazione. L’idea è quella di mettere insieme il ruolo di sistemi di assicurazioni private all’americana; ma dove, al contrario che in America dove il prezzo fissato dal “libero mercato” è notoriamente carissimo, i costi di medicine, medici e servizi vengono fissati dal governo centrale[58]

Alla vigilia del G-20, la Francia – anche se dirlo così fa molto incavolare l’Eliseo, di fatto è andata proprio a Canossa. Pechino è riuscita a strappare a Sarkozy personalmente, il riconoscimento formale e solenne che, malgrado le accoglienze calorose riservate tempo fa al Dalai Lama dal presidente francese, “la Francia riconosce pienamente e senza riserve l’importanza della questione del Tibet e che il Tibet, comunque, “è parte integrante del territorio cinese”. Non ci sono scuse, ovviamente, ne c’è dichiarazione di impegno a non incontrare più il Dalai Lama. Ma l’impegno è ufficiale e solenne e le due aperti dichiarano di potere (i cinesi) e volere (i francesi) riprendere, ora, contatti intergovernativi ai livelli più alti: quei contatti che, fino ad oggi, Pechino avevano congelato.

Del resto, ha chiarito intervistato da China Daily, l’ambasciatore di Francia a Pechino, Herve Ladsous,  bisogna che in occidente impariamo a conoscere meglio la realtà del Tibet, senza lasciarci andare a credere alle leggende: il fatto è che “fino a sessant’anni fa”, cioè fino alla conquista cinese, il Tibet era “una società di schiavi”, una società teocratica di monaci padroni assoluti e contadini servi della gleba. Del resto, “la nostra politica è sempre stata coerente, il riconoscimento che di Cina ce n’è una sola e che il Tibet è parte integrante della Repubblica Popolare  Cinese[59].

nei paesi emergenti

Sempre parlando di Cina e, in questo caso, di America latina si è cominciato a prender buona nota del fatto, nuovo, che di recente Pechino ha negoziato a ritmo almeno doppio accordi con paesi latino americani di fornitura immediata di liquidi (dollari, per lo più, che come si sa ha in grandi quantità) contro la “prenotazione” garantita, chiamiamola così, per i prossimi anni di risorse naturali come il petrolio.

Così, ora, subito, stanno arrivando al Venezuela 12 miliardi di $, cash, ne arriva 1 miliardo almeno all’Ecuador per costruirsi un impianto idroelettrico, più di 10 miliardi all’Argentina (questi in yuan, spendibili per l’acquisto di beni e servizi cinesi) e, alla Petrobas, la compagnia petrolifera di Stato del Brasile, un prestito di 10 miliardi di $.

E’ un modo poco usuale di far affari, nel mondo del capitalismo rampante, dove di regola se compri – o, almeno, se fino a poco tempo fa compravi – qualcosa in contanti invece che a rate, siccome non davi lavoro, e profitto, alle banche, eri severamente penalizzato nel prezzo che dovevi pagare. E irrita non poco chi ancora non ha capito che sta arrivando, è arrivato, un nuovo mondo.

Il fatto è che, così, la Cina non solo si assicura in anticipo soia e minerali per anni ai prezzi di oggi, ma fa contenti i venditori garantendogli comunque prezzi fissi e fornendo loro un’alternativa importante all’investimento in buoni del Tesoro americani, mentre apre la strada a un eventuale uso dello yuan stesso come possibile valuta di riserva in futuro.

Insomma, sembra delinearsi una vera e propria strategia, quella cominciata subito prima del G-20, nella crisi, con la discussione aperta anche in quella sede, sull’affidabilità del dollaro, ormai, e l’ipotesi di cercare non tanto un’alternativa quanto un “paniere” di possibili alternative. Cosa, anche questa, che irrita ancora l’America.

D’altra parte, le aperture della Cina nel subcontinente – come è stato osservato – sono state possibili solo nel varco della disattenzione degli Stati Uniti aperto da almeno dieci anni, specie sotto Bush il piccolo, verso i loro vicini del Sud. Per dirne una: solo uno dei tanti prestiti che sta facendo la Cina, i 10 miliardi di $ alla Petrobas, equivalgono quasi agli 11,2 miliardi complessivamente approvati per tutti i finanziamenti previsti nel 2008 dalla Inter-American Bank, dove di interamericano c’è solo il nome e a comandare sono solo gli Stati Uniti[60].

Le economie dei paesi dell’America latina non potranno uscire indenni dai colpi di coda feroci della crisi economica e finanziaria internazionale, anche se le loro responsabilità in proposito sono, in proporzione, quasi inesistenti. Tra Sud America ed economie caraibiche la contrazione media sarà nel 2009 dell’1,5% soprattutto a causa della diminuzione del costo delle derrate alimentari, della domanda estera e del turismo. Lo dice il Fondo monetario, adesso.

In Brasile, la disoccupazione sale a marzo al 9%, il tasso più elevato dal 2007[61].

EUROPA

La crescita del PIL nella prima metà del 2008 ha consentito che in tutto l’anno l’economia della zona euro sia cresciuta dello 0,8% e dello 0,9 nell’intera Unione. Perché, il PIL dell’eurozona è calata dell’1,6% nel quarto trimestre del 2008 rispetto a quello precedente, più delle stime precedentemente avanzate da EUROSTAT. Nella UE a 27, la contrazione è stata del’1,5%[62].

Il PIL è ulteriormente diminuito, in particolare: in Irlanda del 7,1% sul terzo trimestre, in Italia del 2,9%, in Germania del 2,1, in Francia dell’1,1. In Slovacchia, l’economia è ancora riuscita a crescere invece del 2,1%, a Cipro dello 0,6, in Grecia e in Polonia dello 0,3%[63].

La produzione industriale[64] nell’eurozona è crollata di un record del 18,4% anno su anno a febbraio e del 2,3% da gennaio a febbraio: per il sesto mese consecutivo di calo. L’EUROSTAT, che diffonde il dato, informa anche del fatto che a marzo l’inflazione[65] è scesa nell’area dello 0,4% a causa della diminuzione dei costi dell’energia e ad aprile è resta ferma: si tratta del tasso piò basso dal 2006. La disoccupazione nell’eurozona è cresciuta a marzo all’8,9%, col numero più alto di gente ormai senza lavoro dal novembre 2005[66].

Mentre si chiudeva a Londra il G-20, i lumacon-parrucconi della Banca centrale europea, mentre da una parte sottolineavano realisticamente, e anche pessimisticamente, che la situazione economica dell’Unione si sta facendo critica realmente, tanto da annunciare (peraltro vaghi) passi aggiuntivi per convincere gli istituti di credito a fare il loro mestiere riaprendo i flussi, dall’altra abbassavano il tasso di sconto soltanto di 1/4 di punto, all’1,5%[67]

Pure, solo qualche giorno dopo quella decisione, esce il Bollettino di aprile della BCE, improntato tutto a previsioni colorate da un senso di profondo pessimismo. I dati appena usciti sullo stato quasi comatoso  della produzione industriale in Germania e in Italia, con la Francia – che va appena un po’ meglio – le maggiori economie dell’Unione europea, non possono naturalmente che accrescere le preoccupazioni di esperti, studiosi e decisori centrali per quelli che saranno i risultati effettivi del primo trimestre dell’anno.

Il Bollettino, in effetti, mette in guardia, andando ben al di là delle misurate, caute, come d’abitudine timorose decisioni sui tassi prese dalla Banca sull’ “impatto globale disinflazionistico delle  condizioni di debolezza crescente del mercato del lavoro e del generale infiacchimento economico[68].    

Solo una settimana prima, il presidente BCE, Jean-Claude Trichet, diceva di “non escludere che in modo molto misurato si possa dover andare anche più giù”, nel ridurre i tassi di interesse ma intanto non la banca non li muove di molto, appena dello 0,25%, sottolineando piuttosto che dall’inizio di ottobre il tasso europeo è già stato abbassato di 3 punti percentuali. Solo che, di fronte al pericolo montante, come pur senza dirlo fa notare, però, clamorosamente il suo Bollettino stesso, non è abbastanza.

Ma loro frenano e neanche manifestano – anzi tendono ad escludere – alcuna intenzione di agire, come hanno fatto e stanno facendo Fed, BoE e Banca centrale svizzera, per aumentare la liquidità del denaro e rilanciare la voglia delle banche a prestare soldi: cioè, non hanno intenzione di mettersi a comprare né fette del debito pubblico né di quello delle imprese.

E’ questione di mentalità e di cultura. La prudenza, finora, è sembrata anche spesso pagare (le banche europee, meno “generose” ma anche meno “avventate”, stanno meglio di certo di quelle statunitensi), ma ormai siamo al dunque, come sembra temere il Bollettino della BCE. Poi, è anche sicuramente questione di potere, di poteri.

Perché – è il problema di fondo ed è il solito – al contrario di Svizzera, Stati Uniti e Gran Bretagna, l’Europa non ha un debito pubblico consolidato, non ha un vero e proprio bilancio comune, cioè una sua politica fiscale. Ma anche perché la policy della cosiddetta “facilitazione quantitativa”, dell’aumento della liquidità anche e oltre i tassi di interesse, sintetizzando un po’ grossolanamente, per facilitare il rilancio di investimenti e consumi, potrebbe comportare rischi di inflazione.

Il fatto è che l’inflazione alligna sempre nelle visioni fantasmatiche della BCE ed è pronta a scattare, nell’economia europea pur in recessione e pressoché ormai in depressione (lasciamo perdere le cifre, notissime e appena richiamate qui sopra, sulla contrazione di PIL e produzione industriale e la crescita della disoccupazione: citiamo solo il fatto, drammatico, che l’aumento del credito privato nell’eurozona nel 2008 è crollato al 5% soltanto…

Ma è l’inflazione l’incubo frenante e dominante, ancora, nell’anima della BCE dove prevale tradizionalmente l’angst tedesca, l’ansietà, l’angoscia anzitutto della Bundesbank, col suo presidente Axel Weber che parla, adesso, dell’ “enorme sfida” per frenare i prezzi… quando ripartirà l’economia. Senza che nessuno osi ricordargli, con la stessa forza almeno, che intanto l’economia deve ripartire, però…

In tutti i sedici paesi che oggi usano l’euro (Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Olanda, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna), rileva l’EUROSTAT, sono cresciuti i deficit di bilancio: dallo 0,8% medio del 2007 al 2,3 medio del 2008. Il debito globale dell’eurozona è aumentato anch’esso, dal 66% del PIL nel 2007 al 69,3% nel 2008, mentre per l’Unione nel suo complesso il debito/PIL sale dal 58,7% al 61,5[69]. Ci sono, comunque, sette paesi dell’Unione con attivi di bilancio nel 2008: la Finlandia, con il 4,2% del PIL; la Danimarca, col 3,6%; il Lussemburgo, col 2,6; la Svezia, col 2,5; la Bulgaria, con l’1,5%; l’Olanda, con l’1%; e Cipro, con lo 0,9% del PIL.

La Commissione europea ha inviato una formale “dichiarazione di obiezione” alla Visa Europe (organizzativamente separata come tale dalla Visa, la compagnia di carte di credito nel suo complesso mondiale) avanzando riserve e accuse (costituzione di un cartello con le altre società che distribuiscono carte di credito) quanto a pagamento di servizi imposti dalle banche dei venditori a quelle dei clienti di VE. È’ l’autorità antitrust dell’Unione che spinge per un altro comportamento e altre condizioni e, sempre facendo pressioni, è già riuscita a concordarli con Master Card[70].

Invece, pare proprio che il maggiore Fondo sovrano della Cina sarebbe ora pronto a entrare in Europa: e in modo assai consistente. Ora, dice Lou Jiwei, a capo della China Investment Corporation, lo stiamo seriamente considerando. Ora che molte voci nell’Unione europea, Commissione e vari governi, hanno smesso di fare gli schizzinosi avanzando quando allarmi e quando, al minimo, preoccupazioni sulla trasparenza e i veri motivi dei nostri investimenti: la quarta colonna rossa, il nemico dentro le mura… come se i nostri soldi puzzassero più dei loro.

Io devo proprio ringraziare questi esponenti europei. Mi hanno fatto risparmiare un sacco di soldi. Perché adesso vengono da me senza porre condizione alcuna e, per questo, sto cominciando a prendere in considerazione di investire in Europa[71]. A parte, la pesante ma meritata ironia, c’è da notare anche l’inedito e curioso uso della prima persona singolare da parte di un esponente cinese…  

José Luis Rodríguez Zapatero, primo ministro di Spagna, ha rimpastato il governo sostituendo diversi ministri. Ma il rimpasto era mirato, quasi dichiaratamente, a rimpiazzare il vecchio navigante Pedro Solbes, ministro dell’Economia e già Commissario all’Economia dell’Unione europea con colei che era ministra dei servizi pubblici, Elena Salgado. La cosa è stata letta con nervosismo dai mercati, specie proprio alla borsa di Madrid, che da sempre considera e ama molto Solbes per il suo proverbiale “rigore” sempre a spese degli altri, e mai dei più ricchi— diciamola pure come sta[72].

Qui il governo deve fare i conti d’urgenza con prezzi che crollano, all’ingrosso e al dettaglio, più che ogni altrove in Europa e un tasso di disoccupazione che si sta avviando verso un intollerabile 20% (il dato ufficiale del primo trimestre 2009 è un pesantissimo 17,4%, più del doppio della media UE e in secca ascesa dal 13,9% dell’ultimo del 2008[73]) e Solbes continuava a predicare rigore e risparmio mentre già è in arrivo una deflazione feroce. Tipo quella della Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso e del cosiddetto “decennio perduto” dell’economia giapponese degli anni ’90.

La deflazione, naturalmente, non è solo un problema spagnolo (per dirne solo una, in Gran Bretagna il -0,4% di marzo dei prezzi al consumo sullo stesso mese dell’anno prima, costituisce il primo segno di deflazione addirittura dal 1960[74]). Ma qui sta arrivando per prima e più duramente e Zapatero ha deciso che il governo deve cambiare strada. Solbes non era convinto di dover violare il dogma del rigorismo monetarista e, quindi, è stato ringraziato e licenziato.

Osserva, acidamente ma accuratamente, il prof. Santiago Carbón che insegna economia all’università di Granada, riprendendo alla lettera la lagna di tutti gli euroscettici del continente che, una volta, la Banca centrale avrebbe potuto svalutare e abbassare i tassi per combattere la minaccia di una recessione, ma che adesso non può: infatti, “anche in recessione, non abbiamo più gli strumenti monetari per uscirne[75].

Che è vero e falso, insieme. Perché basterebbe volerlo per imporre – usiamo il termine giusto, una volta tanto – al banchiere centrale europeo la volontà politica che, ad esempio come in America, viene imposta alla Banca centrale – lì la Fed qui la BCE – di fare la politica monetaria che il potere democraticamente eletto e non quello tecnocraticamente designato decide. Con prudenza certo, ma anche con decisione.

In Irlanda, il governo ha presentato d’urgenza, in pratica con un voto di fiducia, che non si chiama così qui ma lo equivale, una legislazione che aumenta le tasse e riduce il deficit di bilancio montante nel tentativo di riportarlo sotto il 3% del PIL entro il… 2013. L’attesa ufficiale è che il PIL quest’anno diminuirà dell’8% e che il rapporto deficit/PIL si attesterà al 9,5%, sicuramente al primo posto tra i molti “in rosso” nell’eurozona[76]. Standard & Poors’, intanto, ha tagliato il rating dell’Eire (Éire non è un acronimo: è uguale a Irlanda, in gaelico irlandese) da AAA a AA+.

Per anni e anni, dentro la pancia tutto sommato confortevole dell’euro, dell’eurozona, dell’Unione europea, all’Irlanda tutto era andato a gonfie vele, nella riserva economica protetta di un grande mercato unico, di una moneta forte, di bassi tassi di interesse, danaro a buon mercato e alti tassi di crescita. Spinti, però, qui in Irlanda più che ogni altro dove in Europa, dal combustibile facile dell’inflazione dei prezzi dell’edilizia, del valore gonfiato delle case che così venivano ipotecate per avere soldi liquidi e consumare.

In sostanza, però, il peccato mortale dell’Irlanda è stato – a sentire quel che ne scrive Paul Krugman – di “aver fatto come noi, come l’America, solo di più. Come l’Islanda, l’Irlanda – solo una lettera di differenza nel nome – si è tuffata a piedi uniti nel coraggioso nuovo mondo dei mercati globali non regolati. L’anno scorso la Heritage Foundation [istituto di ricerca neo-cons per eccellenza] l’aveva classificata come la terza economia più libera al mondo, dietro soltanto a Hong Kong e a Singapore. E la parte dell’economia irlandese che era diventata specialmente libera era proprio il settore bancario, che della propria libertà ha usato per finanziare una mostruosa bolla edilizia”. Che, adesso, è scoppiata.

Ora l’Irlanda deve d’urgenza rimettersi al passo, fare i conti con la bolla speculativa edilizia che ormai è scoppiata e, come nota Krugman, “di fronte a questa crisi economica, per soddisfare il nervosismo di chi le presta soldi, l’Irlanda viene costretta ad alzare le tasse e a tagliare la spesa pubblica— una politica che approfondirà ancora inevitabilmente la crisi[77]. Abituata agli anni delle vacche grasse dell’eurozona, solo un anno fa aveva detto il suo no sopracciglioso al Trattato di Lisbona. Ma, adesso, è colta, da preoccupazioni, paure e scontento.

Ora, quel no probabilmente se lo rimangerà, perché l’unica alternativa che avrebbe ad anni comunque duri di sacrifici, sarebbe uscire dall’euro se non dall’Unione: per ritrovarsi, però, allora nel vortice del libero mercato selvaggio… senza più solidarietà, nemmeno verbali, certezze minime e garanzie.

La disoccupazione ad aprile è salita al record dell’11,4%, 388.600 persone ufficialmente registrate in lista di sussidio a fine aprile, secondo il Central Statistics Office della Repubblica[78] e, in pratica, un decimo dell’interra popolazione.

In Ungheria, invece, la crisi economica ha già portato a un ricambio di governo, sempre dentro la coalizione ma con spostamento del clima nettamente più a destra, per la rabbia montante dovuta all’impopolarità del partito socialdemocratico e delle politiche economico-sociali neoliberiste che da tempo  persegue istigato dal Fondo monetario, dal quale qualche mese fa aveva ottenuto, in cambio di una riduzione delle coperture sociali, 25 miliardi di $ di aiuti finanziari.

La maggioranza, nominalmente di centro-sinistra, è riuscita a respingere così l’attacco della opposizione dichiaratamente di destra, eleggendo, al posto del primo ministro dimissionario Gyurcsany, il suo surrogato naturale, Gordon Bajnai ministro dell’Economia uscente e nominando, al posto suo, di ministro dell’Economia Peter Oszko[79], più che un politico un tecnocrate puro. Che si segnala subito, in continuità col predecessore, per l’annuncio di un aumento dell’imposizione fiscale.

Non, però, quella diretta, sulle persone fisiche (non fosse mai che, per sbaglio magari colpisse qualcuno dei miliardari o milionari ungheresi (ci sono, ci sono…) ma quella indiretta, con l’aumento dell’IVA di quattro punti al 24% da luglio ed ulteriori tagli, pesanti per 6 miliardi di $ in un anno, ai (pochi e scarsi) sussidi sociali di Stato[80].

Così, però, si prepara solo la strada per un’altra scivolata più a destra. Un altro miracolo delle politiche “moderate” verniciate di centro-sinistra: che è riuscito, col suo perbenismo indolente su tutto ad eccezione dei tagli di spesa feroci che ha fatto, cedendo a una paranoia politica che noi diremmo di stampo leghista-razzista alimentata dalla crisi economica e esasperata da quella sociale, a soffiare e gonfiare le vele della destra rampante e crescente che lo rimpiazzerà, ornai, a breve termine.

Il governo socialdemocratico sta da mesi tollerando, in effetti, che girino liberamente per le strade contro rom e zingari, autorizzate dai comuni spesso e tollerate dal potere centrale, ronde in uniforme paramilitare del tipo in circolazione negli anni ’30 sotto il regime parafascista dell’ammiraglio Horthy. Tanto per dichiarare il proprio colore e dare un nome al proprio tanfo[81]

La Polonia ha visto crescere il suo PIL del 4,5% nel 2008 ma, secondo il FMI non crescerà più dello 0,9% nel 2009 e del 2,2 nel 2010. L’inflazione a marzo, anno su anno, è al 3,6%. Il deficit commerciale a febbraio, sempre nell’anno, è al 22% e quello dei conti correnti nel 2009 è atteso al 4,9%, col deficit di bilancio al 2,2% del PIL e la spesa pubblica, però, solo al 25% della ricchezza prodotta dall’economia del paese. Il tasso di interesse, di riferimento, fissato dalla Banca centrale è attualmente al 3,75%. Gli investimenti diretti esteri nel paese erano arrivati nel 2007 al massimo di 19 miliardi di €, il 5% del PIL.

A febbraio 2009, la produzione industriale era calata del 14,3% dall’anno precedente. L’export, nel bimestre gennaio-febbraio 2009, è sceso del 24,8% anno su anno, a 14,25 miliardi di € contro un calo del 28% delle importazioni a 15,89 miliardi di €. La circolazione monetaria nel paese è aumentata in un anno, a febbraio, del 17,4%. Lo zloty, la moneta nazionale, ha perso il 40% del valore rispetto al dollaro e il 30% sull’euro dal luglio 2008 e i titoli quotati alla Borsa di Varsavia hanno perso, dal massimo del luglio 2007, il 55% del valore.      

Ora, il Fondo monetario internazionale (soddisfatto della linea dura scelta dal governo polacco per far fronte ai suoi problemi (controllo del deficit pubblico e forte caduta del valore della moneta) ha aperto alla Polonia una linea di credito “precauzionale” di 20,5 miliardi di $, utilizzando le risorse designate nell’ultimo vertice G-20 per puntellare i paesi che, secondo i criteri assai discutibili definiti dal Fondo stesso, si sono dati o sono pronti a darsi politiche economiche solide: cioè, traducendo, “rigorose”, anche e soprattutto, per i tagli operati alla spesa pubblica o cui adesso, nel bel mezzo della crisi, ci si dichiara disposti riducendo ulteriormente il welfare— a nome degli altri ovviamente: dei più emarginati e più poveri[82].

Il 1° aprile il Messico aveva ottenuto lo stesso impegno per 47 miliardi e il prossimo paese in lista sembra proprio che sarà il… Regno Unito. Sarebbe la seconda volta dopo il 1976: quando c’era più inflazione ma anche assai più produzione di ricchezza, meno disoccupazione, minor deficit di bilancio e debito estero e conti correnti assai meno in rosso di oggi. Il rapido deterioramento delle finanze pubbliche britanniche potrebbe obbligare il governo a questo passo— dall’opinione pubblica, attizzata dai tabloid più reazionario/populisti del mondo, considerato, però, “umiliante”: un’altra brutta botta al governo, quasi alla vigilia ormai delle elezioni politiche generali[83].

Tutti useranno, dicevamo, i nuovi fondi messi a disposizione del Fondo. Che, però, bisognerà vedere se e quanto saranno cominciati effettivamente ad affluire nelle sue casse o saranno ancora allo stato di pura e semplice promessa…

Il bilancio della Romania nel 2008 ha marcato un deficit del 5,4% del PIL, oltre il doppio del 2,3% della media UE e il terzo più alto dell’Unione (dopo Irlanda e Gran Bretagna)[84].

La Commissione europea ha concordato, e proporrà al Consiglio dell’Unione, di fornire alla Romania fino a 5 miliardi di € di aiuto finanziario, parte di un pacchetto di aiuti multilaterale da 21 miliardi, di cui 13 dal FMI (il cui Board, nel frattempo, ha approvato l’accordo), 2 dalla Banca mondiale e 1 dalla Banca europea degli investimenti insieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo[85]. Saranno 21 miliardi di $ che la Romania utilizzerà per coprire il deficit di bilancio e lanciare alcuni progetti infrastrutturali. Sia FMI che UE si sono impegnati a supervisionare da vicino questi esborsi per assicurarsi che vadano “a buon fine”. Tanto per fidarsi meglio, cioè…

Ancora sul fronte dell’allargamento dell’Unione, nuova battuta d’arresto per la Croazia: la scadenza era il 24 aprile ma è stata ancora una volta posposta per “la non soluzione della disputa di confine con la Slovenia”, secondo la dichiarazione rilasciata dalla presidenza ceca dell’Unione[86]

In Ucraina la depressione economica vera e propria si è già scatenata: il PIL del 2009, secondo la Banca mondiale, si è ridotto del -9% su un anno fa[87]. In particolare, la crisi si è fatta pesante nel Donetsk, la regione orientale del paese, russofona, con quasi 5 milioni di abitanti, almeno per metà di origini e lingua russa, che ha visto prosciugarsi le ordinazioni di acciaio e metalli vari e affondare i prezzi, quasi del 400%.

Per il paese è un grave problema sociale e un gravissimo problema politico, questo, vista la differenza abissale di percezione tra le due parti del paese, tra chi a est tende a considerare la vicina Russia come una potenza protettrice, al contrario dell’ovest ucraino che, da sempre – e grazie certo anche a Stalin e all’oppressione con cui per trent’anni ha schiacciato l’Ucraina – si sentono e orasi mostrano anche crudamente russofobe. Una differenza che squassa e fragilizza tutto il quadro politico, complicatissimo, dell’Ucraina. Cui adesso si aggiunge anche la profondissima crisi economica[88].

All’economia dell’Estonia, toccherà – secondo la Banca centrale – contrarsi del 15,3% nel corso di quest’anno, anzitutto per il peggioramento della recessione nelle sue grandi e prossime economie di riferimento, Finlandia e Svezia. E, per restare al 3% di deficit/PIL richiesto per farla entrare come vuole – ma sempre dopo almeno due anni di attesa – nell’eurozona, dovrà ridurre le proprie spese di altri  8,5 miliardi di krooni (530 milioni di €). La Banca ha preconizzato che il PIL (16 miliardi di €) nel 2010 potrebbe riuscire a crescere nuovamente dell’1,2%— o potrebbe, invece, calare del 4,6[89]

Quanto alla Russia, l’aumento dei prezzi dell’import – a causa soprattutto dell’indebolimento del rublo – ha spinto a marzo il tasso di inflazione su base annua al 14%[90]. Nel primo trimestre del 2009l’economia s’è ristretta del 9,5%, secondo il ministero dello Sviluppo economico. Il vice primo ministro Andrei Klepach ha imputato il declino alla riduzione degli investimenti, delle vendite al dettaglio e al calo delle costruzioni edilizie dell’ordine del 20%. Secondo Klepach il PIL continuerà a scendere, dall’8,7 al 10%, tra aprile e giugno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma afferma anche che l’economia russa ha cominciato a “riprendersi[91].

Intanto, Mosca ha dichiarato ufficialmente conclusa quella che chiamava l’“operazione antiterrorismo” nel sud della Cecenia che durava ormai da dieci anni, marcando così la fine della lunga. cruenta e sporca battaglia del separatismo mussulmano nella regione[92]. Così ha vinto Putin e ha vinto anche l’uomo forte di Putin in Cecenia, il primo ministro della Repubblica, Kadyrov, autonoma ma che resta federata alla Russia e che dal 2004, dal giorno del suo misterioso assassinio (dove misterioso non è tanto l’assassinio, forse, quanto chi lo perpetrò e lo commissionò), di fatto ha sostituito il padre Akhmad, presidente della Cecenia.

Ramzan A. Kadyrov, partito come capo dell’autonomismo ceceno duro, dovendo poi scegliere tra autonomia data dai russi e irredentismo separatista islamico di tipo saudian-talebano s’è trasformato nel più spietato e efficace alleato dei russi, conducendo una campagna di repressione senza tregua, e senza andare per il sottile, contro i separatisti-islamisti. Ma ha anche cominciato a ricostruire la capitale, Grozny, praticamente rasa al suolo nella prima campagna dei russi per impedire la secessione.    

Nell’eurozona, e più in generale nell’Unione, si discute se dare una mano ai paesi dell’Est candidati ad entrare nell’euro accelerandone il processo di ingresso. Ma si va affermando l’opinione che di tutto l’Europa abbia oggi bisogno meno che di aggiungere altri membri a rischio di fallimento nel momento in cui la zona euro ha comunque difficoltà a tenersi insieme. Lo proponeva, già un mese fa, il Fondo monetario, in un memorandum che fece sapidamente filtrare alla stampa britannica[93], lo propongono Gran Bretagna ed America, ma resta dubbiosa la Commissione e contrari gli Stati dell’euro più forti.

Mentre, da una parte, al G-20, si lanciano grandi piani di stimolo delle economie anche in deficit e, se necessario, fregandosene pure del rapporto debito/PIL e, dall’altra, si mandano messaggi evidentemente contraddittori a Grecia, Irlanda, Francia e Spagna perché riportino subito i loro deficit sotto il 3% del tetto fissato nel patto di stabilità ( e la stessa cosa si minaccia, anche se ancora non si decreta anche per l’Italia) non sembra conveniente né utile aggiungere i nuovi problemi che aggiungerebbero i paesi dell’Est agli equilibri traballanti dell’eurozona.

Perché non c’è dubbio che ogni tentativo di accelerarne l’adesione esacerberebbe adesso le tensioni interne all’eurozona tra i paesi che tra loro sono più o meno in convergenza e gli altri. E che impedirebbe ai nuovi candidati – non più solo ad entrare nell’Unione, cosa fatta, ma ad entrare nella stessa eurozona – di aggiustare il loro cambio a una parità più realistica.

In altri termini: indebolire l’eurozona allargandola forse potrebbe anche aiutare, nel breve e in qualcosa, i nuovi dell’Est; ma sembra a molti – lo confessiamo, in qualche modo anche a noi – un’idea autodistruttiva per l’Unione stessa. Non si spiega altrimenti – a pensar male, come è noto, del resto si fa peccato, ma… – perché Londra sia, tra l’altro, così favorevole a far entrare nell’euro Romania e Bulgaria ad esempio, non solo Polonia e Ungheria, ma resista tanto tenacemente all’idea per se stessa…

Malgrado la lunga lista d’attesa, da tempo ormai in stallo, l’Albania ha approfittato della vacua presidenza di turno ceca per presentare formalmente la sua candidatura di adesione all’Unione europea: è andato in gran pompa a Praga il primo ministro Sali Berisha e ha consegnato la domanda al primo ministro (dimissionario) ceco, Mirek Topolánek: una richiesta presentata solo per marcare il punto, senza alcuna speranza di accoglimento[94].

Ai confini d’Europa, intanto, l’Islanda ha rivelato al mondo “un racconto di luci e di ombre— il racconto di un piccolo e aspro paese lontano da tutto che ha sofferto per mano dei bucanieri del libero mercato tanto quanto ogni altro paese del mondo sviluppato ma che sta già oggi lentamente tirandosi fuori dalle rovine del disastro finanziario”.

La nuova primo ministro, che dalla crisi esplosa a marzo già ha retto il governo ad interim, la social-democratica Johanna Sigurdardottir, una tranquilla signora sessantaseienne, la prima prima ministra del mondo dichiaratamente lesbica – senza che la cosa abbia avuto alcuna influenza nel dibattito elettorale del paese però – è persona dichiaratamente di sinistra, sicuramente più a sinistra di ogni altro social-democratico del PSE europeo oggi.

Il suo partito ha guadagnato molti seggi così come i suoi alleati verdi, ancora più a sinistra di lei. E adesso la gente islandese ha affidato loro la gestione di una difficile resurrezione dopo il collasso del miracolo islandese che aveva affidato le fortune del paese, accodandosi ai lib-lab e ai neo-conservatori di Inghilterra e d’America, agli avventurieri del mercato liberamente selvaggio.

Dallo zenith del boom economico, la corona islandese s’è deprezzata sul dollaro e sull’euro del 50%, l’inflazione nei mesi scorsi è salita dal 15 al 18%. La disoccupazione, praticamente sconosciuta per gran parte dello scorso ventennio, sta arrivando al 10%. Per strada, la gente parla di condizioni di vita che sono andate indietro agli anni ’80. C’è una paura, sottile, di fuga di professionisti [quelli che guadagnavano quel che volevano nel mondo del liberismo selvaggio e, qui, pagando certo le tasse ma con mille facilitazioni e esenzioni legali e che oggi non potranno più farlo] verso l’Europa e l’America, anche se il governo dice che non ne vede affatto i segnali.

   Nessuno è stato in grado di mettere un prezzo sul costo del crack del paese, anche se alcune stime arrivano a 10 miliardi di $, cioè a 30.000 $ per uomo, donna o bambino islandese. Solo il collasso delle banche costerà, secondo le aspettative, ai contribuenti sui 3 miliardi di $, oltre ai 3 che il governo ha già investito nelle nuove banche nazionalizzate costruite sule macerie di tutte quelle fallite[95].

STATI UNITI

Gli ultimissimi dati sul PIL degli Stati Uniti sono assai brutti, malgrado le illusioni seminate abbondantemente negli ultimi tempi da molte autorità di governo (non proprio tutte: ma quasi tutte quelle ufficiali in campo economico), da molti accademici e, soprattutto, dai media imperituramente serventi.

Adesso è ufficiale, il PIL – la ricchezza prodotta da tutti gli Stati Uniti rispetto allo stesso periodo di un anno fa – è calato per il secondo trimestre consecutivo— e questo ormai si sapeva che sarebbe accaduto. Ma va giù ben più del previsto, del 6,1%[96] — e questo no, questo chi non lo voleva prevedere non lo prevedeva. Ma erano anche in tanti, invece, ad averlo previsto e ad averlo detto— premi Nobel, economisti, accademici, comunque anche oggi tenuti rigorosamente fuori del governo, non fosse che per le spifferate informali che riescono a far arrivare all’orecchio presidenziale.      

I 100 (primi) giorni di Obama presidente sono seguiti dai media maniacamente, come succede qui— anche se, certo, non solo qui. Di seguito, elenchiamo i giudizi che ci appaiono maggiormente significativi tra quelli raccolti da fonti anche diverse (dati ufficiali, sondaggi, previsioni autorevoli) e pubblicati sul NYT[97] su come se la sta cavando il presidente.

ECONOMIA

                                     

Americani/e disoccupati/e                   12/2008                   3/2009

                                                                 11.100.000               13.320.000

          

Borsa, valore globale                    (in % del massimo a ottobre 2007)                         

                                                                      51%                          55%

 

Prezzo di un’azione                            20/1/2009               28/4/2009

   Goldman Sachs                                    $69,60                      $120,67    

   Citigroup                                                $3,45                        $2,89  

 

Vendita di case, quartiere               1° trim 2008           1° trim 2009 

residenziale The Hamptons,

Long Island, New York                             312                            145

 

Istituti finanziari “salvati”               20/1/2008                28/4/2009        

da Fondi federali                                       295                            566

 

Deficit di bilancio previsto 2010         1/2009                     3/2009

 

                                                   $703 mdi                $1.139 mdi    

  

POLITICA INTERNAZIONALE

 

Attentati (con più di                          1° trim 2008            1° trim 2009         

3 morti): in Iraq           Attentati               73                               31     

                                           Morti                  770                             339

              in Agfanistan  Attentati             1.600                          2.700     

                                   

Prigionieri a                                      20/1/2009                28/4/2009       

Guantanamo                                             242                             241

 

Militari USA                                         1/2009                       4/2009      

              in Iraq                                      141.000                       134.000   

              in Afganistan                           36.000                         41.000

 

 

POLITICA INTERNA

 

Giudizio su Obama: favorevole           2/2009                      4/2009      

                                                                      62%                           68%

 

USA: va nella buona direzione           2/2009                      4/2009

                                                                      23%                           43% 

In quello che dovrebbe essere ormai, almeno si spera, l’ultimo colpo di coda del partito repubblicano contro la vittoria dei democratici al Senato alle elezioni dello scorso novembre, un tribunale dello Stato del Minnesota ha proclamato all’unanimità che l’ultimo seggio ancora da assegnare al Senato degli Stati Uniti è stato vinto per 312 voti di margine – contati, ri-contati, ri-ri-contati e, ormai, certificati da tutti i vari panels che li hanno controllati – dai democratici.

Recita il verdetto, emesso all’unanimità, sui due punti su cui la corte era stata chiamata a dirimere il contrasto dal Governatore dello Stato del Minnesota, che l’elezione di Al Franken contro Norman Coleman si è svolta in modo “equanime, accurato e imparziale” e che il vantaggio del primo “gli conferisce il diritto a ricevere il certificato di elezione” dalle mani del Governatore per presentarlo come titolo di ingresso al Senato a Washington.

Ha dunque perso il vecchio senatore repubblicano Norm Coleman e vinto Al Franken. Dunque, e questo è il dato di sostanza, i repubblicani hanno adesso un solo voto di margine per esercitare (se non ottengono l’adesione di qualche democratico e sempre che non registrino qualche defezione tra i loro) il loro ostruzionismo sistematico alla Camera alta: rallentando di fatto, o scavalcando, la volontà della maggioranza.

Però, Coleman che la sera delle elezioni sembrava avanti di due decine di voti e ammoniva il rivale a non fare ricorso per non lasciare il grande Stato del Minnesota senza la sua piena rappresentanza senatoriale per mesi, adesso che ha proprio perso non molla e farà un ultimissimo disperato e improbabile ricorso alla Corte suprema degli Stati Uniti, contando sul fatto che in maggioranza larga lì sono destri, e il governatore del Minnesota, un repubblicano, minaccia (perché dopo l’ultimo verdetto era per legge tenuto, invece, a ratificare l’elezione) che finché non si concluderà il tutto lui non firmerà la nomina ufficiale di Franken[98].

Ora, ancora più duro si annuncia lo scontro per la defezione, di fatto già annunciata, dalle fila repubblicane a fine aprile di uno dei loro tre senatori che avevano votato per il bilancio e le proposte economiche di Obama, Alan Specter della Pennsylvania, troppo progressista per essere rieletto dal suo vecchio partito (o, meglio, nelle primarie del suo vecchio partito: dalla base repubblicana, che qui come quella democratica conta, e decide, sempre chi poi ne sarà il candidato) dopo 29 anni consecutivi alla Camera alta.

Già stavolta, nelle primarie del partito, era passato solo per il rotto della cuffia. Ed è il giudizio di quasi tutti gli osservatori che, ormai, nel partito che Bush ha lasciato dietro di sé non c’è praticamente più posto per i moderati: per i non settari, cioè, i conservatori meno che radicali, meno che ideologici, meno che fondamentalisti e fanatici.

Cambiando casacca, ora Specter ha appena dato al partito democratico il 60° voto col quale, insieme a quello di Al Franken, sul quale potrà contare al massimo dalla prossima estate, ha il potere di affossare – se vuole e non subisce esso stesso defezioni, di volta in volta – il potere di blocco dell’ostruzionismo repubblicano[99].

Iowa e Vermont sono diventati gli ultimi Stati a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso (la materia, come molte altre negli USA, è regolata da Stato a Stato e non su base federale). In Iowa è stata la Corte suprema a legiferare ex novo cancellando perché “incostituzionali” le disposizioni di legge che lo proibivano. Nel Vermont, sono stati invece i legislatori stessi a superare con i due terzi dei voti anche il veto che era stato posto alla legalizzazione dei matrimoni gay[100].

Con una vittoria importante – ma tutta e solo di principio in carenza di ogni pratica conseguenza normativa – la rinnovata Agenzia per la protezione ambientale (EPA), superando la feroce e capillare azione di lobby e di allarme lanciata dal business sui costi aggiuntivi che una regolamentazione avrebbe imposto all’industria, ha decretato, al contrario di quanto aveva deciso l’EPA sotto Bush contro ogni appello dei suoi stessi organismi scientifici, che si tratta di gas nocivi e altamente inquinanti[101]

La Task Force presidenziale sull’auto ha “ordinato”, a fine marzo, alla Chrysler come pre-condizione per continuare a finanziarne il salvataggio con fondi pubblici, federali, di accordarsi con la FIAT. Il negoziato prima, l’accordo poi, è stato salutato come un riconoscimento, importante, dell’eccellenza dei prodotti torinesi (in fondo potevano anche scegliere la Toyota, la Volkswagen, no, allo stesso fine?) aveva una scadenza temporale di un mese ma è stato concluso (in linea di principio ma, come si sa e come sempre, il diavolo – i problemi – poi si nascondono nei dettagli) da Marchionne a Detroit in meno di una giornata.

Ma era già stato impostato fin da gennaio scorso, con le due parti che per ragioni loro (la ritrosia ad ammettere l’ “umiliazione” per Detroit, il tentativo di strappare condizioni ancora migliori per Torino) andavano trascinando un po’ i piedi – prevede ora che, in cambio del suo specifico know-how tecnologico che servirà alla casa americana per fabbricare auto di piccole dimensioni, meno divoratrici di combustibile e, dunque, più eco-compatibili dei suoi colossi ormai senza mercato (il problema essendo che il primo modello “americano” difficilmente potrà arrivare sul mercato prima di altri due anni, diciamo), alla FIAT vada, senza sborsare un dollaro o un euro, il 20% delle azioni Chrysler, con la riserva di poter poi salire gradualmente al 35%.

A inizio mese viene firmata solo una “’lettera d’intenti non vincolante per la creazione di un’alleanza strategica globale’; il contratto vero e proprio dovrebbe essere siglato” più avanti nel mese di “aprile, dopo che l’azienda USA avrà ottenuto dal Tesoro USA l’approvazione del suo piano di risanamento” e il versamento del sussidio previsto.

Adesso il giudizio in Italia va dall’entusiasta (Marchionne: “una pietra miliare” ) al favorevole iuxta modum (FIOM Torino, Ariaudo: “bisogna verificare se le condizioni poste” saranno effettivamente quelle annunciate: cioè se, alla fine, “non prevedano anche la sottrazione di… investimenti in Italia e in Europa [102]: al favorevole (Farina, FIM nazionale, ma sempre iuxta modum e sempre in simile direzione: “daremo le nostre valutazioni sulla base dell’impatto che queste scelte avranno in termini di mantenimento della struttura industriale e di sostenibilità sociale nel nostro paese[103].

Quanto alla General Motors, il nuovo Amministratore delegato, Fritz Henderson, che viene dai ranghi della casa e rimpiazza Wagoner, con sintesi brutale ma efficace ha chiarito che il piano del governo è chiaro: guidare la casa alla bancarotta controllata, costringendola col condizionamento esercitato dai soldi, come azionista principale di fatto, a spezzettarsi per lo meno a metà. D’altra parte, se la G.M. rifiutasse, il Tesoro smetterebbe semplicemente di pagare e la bancarotta diventerebbe totale ed irreversibile.

E’ anche un modo diverso, insieme pesante e sottile, di far pressione sul sindacato dell’auto, uno dei creditori maggiori del’azienda (grazie ai contratti firmati per garantire l’assistenza malattia e le pensioni ai dipendenti) in modo da “obbligarlo” a dire di sì[104]. Al solito, altrimenti… Il nodo qui, anche con un presidente più “in sintonia” – ma con un’Amministrazione che nei suoi gangli vitali continua ad essere business oriented – è sempre lo stesso: bisogna certamente ristrutturare le case automobilistiche ma bisogna anche evitare che la minaccia della bancarotta e del Chapter 11 si concretizzi anche qui.  

Quella che consente ai padroni – che la legge l’hanno scritta e fatta scrivere così, si capisce – quando falliscono di sfuggire a ogni penalizzazione patrimoniale di tipo personale effettiva e la cancellazione dei debiti nei confronti dei principali loro creditori: dei lavoratori, anzitutto. Ha descritto bene questo processo, e il suo esito “predestinato”, un servizio probabilmente “profetico” del NYT[105]. E, adesso, l’ attacco ai lavoratori dell’automobile dà il tono a tutto l’andazzo…

La Ford ha annunciato, da parte sua, che dopo uno scambio di debito per azioni proprie che ha avuto successo, ha ridotto il montante del debito di 9,9 miliardi di $ da 25,8 che erano a fine anno[106].

C’è, in ogni caso, un contrasto che pare davvero scandaloso – e si spiega, forse, con la presenza strutturalmente embedded nel governo americano di fior di banchieri e finanzieri e non di costruttori di auto – tra come anche l’Amministrazione Obama, dopo quella di Bush, ha trattato le banche e i banchieri e come ha trattato la case automobilistiche e i costruttori. Due pesi e due misure, semplicemente: si sono chiusi, e si chiudono ancora, tutti e due gli occhi per le banche, dove in generale il management è stato lasciato al suo posto e cui sono state fornite montagne di quattrini a costo basso e sussidi praticamente un mese sì e l’altro pure; e regole occhiute e severe, invece, per l’auto e i suoi dirigenti.

Del resto ci sono favole tragicomiche della scuola del “delenda industria”, seminate in maniera anche incredibilmente superficiale da fior di professori di economia (anche qui come, del resto, da noi). Il colendissimo professor Steven J. Davis, che insegna economia alla Booth School of Business dell’Università di Chicago, trova il modo di scrivere sul NYT, nientepopodimeno— e senza che nessuno, sul grande giornale che lo intervista, lo faccia minimamente riflettere sulle castronerie che viene dicendo.

La principale è nella sentenza apodittica, e banalmente scontata, che i paesi avanzati ormai devono rinunciare a fabbricare le cose, puntando sull’export dei propri servizi, rinunciando in pratica al manifatturiero che si va spostando ormai inesorabilmente dai paesi sviluppati dell’occidente, in primis gli Stati Uniti, verso il mondo in via di sviluppo: “solo lo scoppio di una politica protezionistica selvaggia o una crescita secca dei costi del trasporto internazionale potrebbe rallentare o temporaneamente rovesciare il declino della parte che il manifatturiero occupa nell’occupazione americana[107].

E’ una corbelleria sesquipedale, anche tecnicamente. Perché, a meno di non voler sostenere che gli Stati Uniti potranno consentirsi per l’eternità, anche nella nuova situazione del post-crisi, vastissimi deficit commerciali – che in effetti gli stranieri continueranno per sempre a dare soldi agli Stati Uniti in cambio sostanzialmente di niente – è inconcepibile sostenere, ma anche pensare, che il la produzione manifatturiera nei prossimi anni non crescerà come parte del PIL americano (o se è per questo, italiano, o tedesco, anche) nei prossimi anni. E’ questione di pura e semplice aritmetica[108].  

E sì che, nella psiche collettiva americana, almeno fino agli anni del reaganismo, in America  sempre forte era stato, e spesso anche sensato, il “pregiudizio” antibanche. Dalla fondazione, alla crisi del ’29, ai film di Frank Capra… a partire dal monito di Thomas Jefferson, il terzo presidente e forse – di certo dal punto di vista della forza intellettuale – il maggiore dei padri fondatori.

Sono convinto che le istituzioni bancarie siano più pericolose per le nostra libertà degli eserciti sul piede di guerra. Se il popolo americano permetterà mai alle banche di controllare l’emissione di moneta, prima con l’inflazione poi con la deflazione, le banche e tutta l’industria che dietro ad esse crescerebbe priverebbero la gente di ogni proprietà fino al punto che i suoi figli si sveglierebbero un giorno senza più casa nello stesso continente che è stato conquistato dai loro padri. E’ il potere di emettere moneta che dovrebbe, quindi, essere sottratto alle banche e restituito al popolo, al quale spetta di diritto[109].

Come è noto, la Federal Reserve è una federazione di banche private, anche se i componenti del suo Direttorio sono nominati su impulso del presidente degli Stati Uniti: ma proprietà, profitti e rendite di posizione sono loro e se li spartiscono loro, quelle banche private. E con Jefferson, sono in molti d’accordo nel sospettare che anche le decisioni “indipendenti” dei vari boards, comitati, consigli su aumenti e diminuzioni del tasso di sconto, ecc., ecc., obbediscono spesso a criteri di tipo privatistico  più che a quelli che sarebbero sempre dettati dalla considerazione del bene pubblico.

E’ nel sistema bancario in sé, e nel sistema di non controllo delle banche in sé, che è profondamente radicata l’innata abitudine istituzionale americana – e non americana, sia chiaro – di mentire o di lasciar mentire sistematicamente sullo status reale della situazione finanziaria degli istituti di credito. Un po’ come per le cosiddette armi di distruzione di massa di Saddam in Iraq…

Perché della due l’una, ma non tutte e due insieme: di qua, abbiamo il ministro del Tesoro che dice al Congresso, e ripete ogni dove e ogni giorno, che ci vogliono almeno 2.000 miliardi di $ per cercare di cancellare i titoli tossici che avvelenano i libri contabili di tantissime banche; e, dall’altra, ci sono le banche stesse a giurare che no, che loro sono a posto, sono solventi… O mente l’uno, o mente l’altro, o mentono tutti e due. E la nuova Amministrazione non ci fa certo una bella figura… A dir poco.

Sull’auto, poi, a dire il vero, resta aperto un altro problema: capire il perché – carichi come sono del “peso” che comporta il pagamento contrattualmente garantito a carico dell’azienda di pensioni e assicurazioni malattia come non capita ai loro competitors di Italia, Francia, Germania, ecc., dove queste spese sono coperte per legge e per tutti, non solo per gli operai come i loro – perché i cosiddetti Big Three di Detroit non siano mai neanche stati sfiorati dall’idea di reclamare, proprio loro e anzitutto, un sistema sanitario e pensionistico universale, per legge e contribuzione da parte di tutti: tassazione magari, o lavoratori e datori di lavoro…

Se no, poi, è ridicolo continuare a lamentarsi di essere discriminati rispetto ai fabbricanti d’auto europei che da questo punto di vista (pensioni e sanità) hanno sicuramente costi minori. Tutti ci guadagnerebbero se questi costi fossero staccati dal contratto e affidati al fisco o, comunque, a un sistema universale di pagamento e/o di tassazione: dal welfare piuttosto che dal contratto, dal diritto invece che dalla forza relativa di un sindacato e, poi, quando c’è…

Per l’auto, rimane poi del tutto aperto il problema di fondo. Marchionne ha identificato la soglia di profittabilità sul mercato prossimo venturo per una casa che fabbrichi auto a 5 milioni e 500 mila automobili[110]. La FIAT produce oggi 2 milioni e 200 mila vetture e la Chrysler, che quest’anno taglia la sua produzione nordamericana del 50%, arriverà al massimo a 1 milione… Il totale, insomma, resta ancora lontano.

L’unica realtà certa è che gli altri (Giappone, Cina[111], Germania… e anche la FIAT di Montezemolo e lo stesso Marchionne) non resteranno a guardare.

Sulla disoccupazione nel paese s’è, finalmente, aperta una discussione tra statistici e esperti del mercato del lavoro che sta faticosamente e dolorosamente facendo emergere i dati effettivi. I dati ufficiali, calcolati secondo il Bureau of Labor Standards del Dipartimento del Lavoro, attestano oggi un 8,1% di disoccupazione. Ma sempre dati ufficiali e della stessa fonte – la cosiddetta e mai citata Categoria “U6” che include nel conto “tutti i disoccupati più tutti i marginalmente occupati(a), più i part-time per ragioni economiche [non volontari, cioè] come percentuale della forza lavoro[112], attestano una ben altra disoccupazione reale, a febbraio al 14,8%. Altro che all’8…

Ma, va ancora specificato che questo risultato non tiene conto, comunque, del fatto che questo paese, giustamente come gli altri, non calcola galeotti e soldati sotto le armi come disoccupati. Però qui queste categorie di persone, non calcolate dunque, nella forza lavoro, rappresentano una percentuale da quattro a dieci e più volte superiore a quella degli altri paesi…

Il dato ufficiale per marzo, intanto, ha registrato il licenziamento di altri 663.000 occupati. E un indice di disoccupazione che è salito dall’8,1 all’8,5% in un mese, il più alto dal 1983. Dall’inizio della recessione, dicembre 2007, sono andati persi 5 milioni di posti di lavoro, mentre la revisione di quelli effettivamente cancellati questo gennaio 2009 sale a 741.000 unità, indicando anche per febbraio e marzo una realtà che, alla fine, risulterà anche peggiore di quella già registrata.

E’ un dato positivo – trova il modo di commentare un esperto – perché ci aspettavamo un dato stimato subito sopra le 750.000 unità”. Ma il fatto è che le perdite sono diffuse in tutti i settori dell’economia, con l’eccezione della sanità e dell’istruzione. Molti commentatori di professione pensano che la disoccupazione ufficiale arriverà al 10% prima di regredire, ma alcuni esprimono l’opinione – forse solo la speranza – che, intanto, forse, comincerà a rallentare la decrescita dell’economia[113].

Uno ogni sei lavoratori”, questa è la realtà, uno ogni sei cittadini che potrebbero e vorrebbero lavorare ma cui non viene consentito[114]. I disoccupati salgono così a 13,1 milioni, 5,6 milioni in più che all’inizio della recessione: disoccupati, come si diceva, ufficiali. Quelli di lungo termine, definiti come la percentuale restata senza lavoro da più di sei mesi è aumentata a marzo al 24,2%: in altri termini uno su quattro tra i disoccupati lo è da almeno mezzo anno.

Sempre a marzo, il 13,3% di lavoratori neri erano contati come ufficialmente disoccupati, tra gli ispanici erano l’11,4% e tra i bianchi la percentuale era più contenuta, al 7,9% (rispettivamente in aumento, dall’inizio della recessione a dicembre 2007, del 4,4, del 5,2 e del 3,5%). La distribuzione dei disoccupati è ineguale anche per gradi di istruzione e classi di età (come, del resto, da noi): qui, sempre nella classificazione definita ufficiale dal BLS, i laureati senza lavoro sono il 4,3%; quelli con solo un diploma di scuola media superiore lo sono per il 9 (da fine 2007 , + 2,2 e + 4,4%, sempre al doppio).

Tra 16-24 anni i disoccupati sono il 16,3% e tra 25-54 il 7,6%. Chi ha più di 55 anni è disoccupato per il 6,2%. Gli uomini, in questa particolare classifica hanno “sofferto” di più delle donne: a marzo, i maschi disoccupati erano il 9,5%, le donne il 7,5— sempre per quelli e quelle che volevano lavorare ma non potevano.

Le perdite di lavoro, infine, sono diffuse in ogni settore: a marzo, nel manifatturiero (-161.000) e nelle costruzioni (-126.000), nei servizi privati (-353.000) e in quelli finanziari (-43.000). Solo la sanità e l’impiego pubblico federale (+13.500 e +7.000) incrementano un poco l’occupazione: ma sono bel lontani dal tenere il passo, ovviamente.

Ultima osservazione sul tema, per quel che riguarda l’America. Solo tre mesi fa il tetto massimo di disoccupazione – insistiamo, ufficiale – che prevedevano gli economisti nel corso di questa crisi era l’8,8%: adesso è salito già di un punto[115] e, visti gli andamenti delle ultime settimane anche solo delle registrazioni nelle liste del collocamento ufficiale, è impossibile che a fine aprile non registri già il 10%. E anche se iniziasse subito una qualche ripresa consistente, ancora per parecchio tempo l’occupazione continuerà a sfaldarsi.

Di più, anche se per miracolo l’economia non perdesse neanche un altro posto di lavoro di qui a fine anno, dicembre chiuderebbe comunque segnando un 9,5% di disoccupazione. Se invece che perdere, come ormai succede da diverso tempo, tra i 600 e i 700.000 posti di lavoro ogni mese, se ne perdessero solo 200.000 (da qui a dicembre, diciamo 1.600.000) il tasso sarebbe comunque al 10,5%. E questo pare proprio lo scenario più ottimistico possibile.

La Fed, il 1° aprile, ha comprato 6 miliardi di $ di buoni del Tesoro, direttamente, a tre e quattro anni. Un acquisto che è parte dei piani annunciati il 18 marzo per acquistare 300 miliardi di $ di titoli del Tesoro nella speranza di abbattere così il costo del credito al consumo facendolo ripartire senza toccare il tasso di sconto a breve[116]... Anche perché, sempre a stare alla Fed, la disponibilità del credito al consumo in America è scesa di 7,5 miliardi di $, lo 0,3%, a febbraio[117].

Intanto si viene anche a sapere che a marzo le vendite al dettaglio delle grandi catene americane sono andate peggio che a febbraio, ma che – e bisogna contentarsi, no? – è diminuito il ritmo del peggioramento di febbraio su gennaio[118]… Questi, però, sono solo i dati preliminari. Resta vero che il ritmo del calo è inferiore a quello di fine anno. Ma l’insieme delle vendite al dettaglio ha rovesciato, a marzo, due mesi di lento recupero (adesso, su febbraio il calo è secco, -1,1%; e le vendite al dettaglio calano del 10,7% dallo stesso mese dell’anno prima), mostrando tutta la fragilità di alcuni segnali di ripresa che qualcuno aveva volenterosamente – anzi, volontaristicamente – voluto percepire nell’economia[119].

Però, con una manifestazione che sta a metà fra il colpo di irrazionalità e la credenza nel miracolo in materia economica, ad aprile da marzo risale la fiducia dei consumatori, di più di dodici punti da 26,9 a 39,2, secondo l’indice previsionale del Conference Board. E il dato è importante perché nell’economia americana la spesa per consumi rappresenta 2/3 dell’attività economica[120]. Anche se – lo stesso istituto di previsione ci tiene a sottolinearlo più volte nel documento di rendiconto dell’indagine mensile – si tratta solo di risultati preliminari…

Per la prima volta, poi, dal 1955 – da oltre mezzo secolo… – i prezzi al consumo [121]calano sullo stesso mese dell’anno prima, del -0,4%, annullando i piccoli incrementi dei due mesi precedenti e seguendo la depressione della domanda.

Col crollo delle importazioni di febbraio, cala anche il deficit commerciale: da 36 miliardi di $ di gennaio a 26, ora, per la netta riduzione ulteriore, del 5%, di macchinari e beni di consumo dall’estero e acuisti all’estero di machianri e beni di consimo mentre un’inaspettata, debole risalita – la prima, però, dopo sei mesi di declino – delle esportazioni che alimentano anche l’idea di un qualche accenno di ripresa nell’economia[122].

Continua, e si va radicalizzando, un dibattito duro sul salvataggio del sistema bancario. A parte la posizione tanto assurda da sfiorare il ridicolo del “tutto va già di nuovo ben, madama la marchesa”, che ha ancora pochissimi difensori: che, come nel caso pressoché unico ma eclatante che abbiamo trovato, per dare qualche fondamento alle loro illusioni[123], si attaccano a episodi singoli, come il fatto che la Wells Fargo abbia registrato di nuovo un profitto nell’ultimo trimestre del 2008 che, in realtà, sembra solo un pezzo di propaganda contro lo spettro delle nazionalizzazioni bancarie—…

di qua, emerge la voce, duramente critica e quanto mai competente, di figure autorevoli come i Nobel dell’economia Stiglitz e Krugman, gente che ha votato, sostenuto e si è spesa per Obama ma che, oggi, dice che gli stanno facendo sbagliare molto, forse troppo i consiglieri economici che si è messo intorno.

Al Tesoro (Geithner), alla Fed (Bernanke), quelli delle banche stesse (quasi tutte) e i massimi consiglieri economici (Summers) della Casa Bianca. Non esitano ad accusarli, in sostanza, di non condizionare gli aiuti di Stato soltanto al pubblico interesse ma anche a quello della casta che, al fondo, è la loro. La tesi di fondo, inconfutabile in realtà, è che qui vincono le banche, per quanto sciagurati i loro comportamenti; vince chi ci ha investito, per quanto imprudente sia stato; e, a perderci – sempre – sono i contribuenti.

Le banche – spiega Stiglitz[124] – ci hanno trascinato in questa catastrofe usando senza criterio “l’over-leverage— cioè, impiegando quantità relativamente piccole del loro capitale, garantendo attraverso di esse acquisti di proprietà edilizie molto molto a rischio, attraverso un processo estremamente complesso di collateralizzazioni moltiplicatorie ad oltranza del debito”. Un castello di carte o, come è stato ben detto, una vera e propria catena di sant’Antonio. L’incentivo erano profitti sempre in crescita sulla carta e bonus e compensi, concreti invece e sempre più alti, per i managers e i dirigenti delle banche.

Adesso, il meccanismo cui pensa il Tesoro e con esso l’Amministrazione, quello che chiama partnership per il salvataggio, è di “lasciare che sia il mercato, in teoria, a determinare il prezzo degli assets tossici accumulati. In realtà, il mercato non fisserà affatto il prezzo di quegli assets ma solo di certe relative opzioni di prezzo. Perché, in effetti, il governo in pratica assicurerà tutti gli assets: poco buoni, cattivi o pessimi proprio che siano. E, siccome gli investitori privati si troveranno così al riparo da ogni perdita o quasi, quel che valuteranno nel fare il loro prezzo è il potenziale guadagno.

   Se un titolo così avesse tra un anno, la possibilità di valere 0 dollari oppure 200, il suo valore medio di mercato oggi sarebbe 100. Ma, secondo il piano Geithner, il governo fornirebbe il 92% dei soldi per l’acquisto, incassando invece il 50% dei guadagni e assorbendo pressoché tutte le perdite. Insomma, una bella partnership”, fatevi il conto di qui a un anno, in tutti i casi.

Non c’è che dire: “quel che l’Amministrazione sta apprestando è qualcosa di molto peggio delle nazionalizzazioni. E’ un surrogato di capitalismo, fatto di perdite pubbliche e profitti privati… Stiamo già soffrendo di una crisi di fiducia e, quando si faranno evidenti gli alti costi di questi progetti dell’Amministrazione, la fiducia subirà un’ulteriore erosione. E, a quel punto, la ripresa si farà ancora più dura”…

Tanto più che malgrado alcuni segnali, quanto veri poi neanche si sa, le banche americane non possono affatto contare su un altro boom dei rendimenti ipotecari[125]. Vero, gli introiti da prestiti ipotecari edilizi stano riprendendosi (alla Wells Fargo non è sembrato vero vantarsene per prima). Ma, qui come altrove, si tratta per lo più di rifinanziamenti, non di accensioni di nuove ipoteche. La Bank of America, che dopo aver inglobato la Countrywide ora ha una quota di questo specifico mercato del 20%, calcola che solo un quarto dei prestiti che ha fatto non sono puri e semplici rifinanziamenti. Insomma, düra minga

Il fatto è che sostituire ai rifinanziamenti un’ondata di nuovi affari postulerebbe un altro boom edilizio vero e proprio, prestiti a tassi più bassi o la ripetizione del déjà-vu del passato recente. Che, ormai, però fa largamente paura e, quindi,  una ripetizione quanto meno improbabile. In effetti, i dati sulle ipoteche riaccese nel primo trimestre del 2009, non saranno sostenibili nel secondo perché questo è un fenomeno strettamente legato, anzi direttamente innescato dal calo congiunturale dei tassi di interesse, difficile ormai da ripetersi (ormai qui sono appena sopra lo 0%).

Di qua, dunque, il ragionamento, le preoccupazioni e l’approccio di Stiglitz. Di là, tra le risposte maggiormente sensate a lui e a Krugman emerge un ragionamento svolto da un ex vice presidente della Fed, Alan Blinder, che ora insegna economia a Princeton ed è consigliere di molti esponenti politici di parte democratica. Blinder, pur senza nominare gli autorevolissimi autori di analisi così critiche e dure, confermando anche lui come sia in fondo vero che nel salvataggio delle banche da parte dell’amministrazione Obama a perderci saranno solo i contribuenti, e concedendo pure ovviamente che caricando così i costi sull’erario di perdite per tutti si tratta e di profitti per pochi, spiega così[126], senza anche qui dire di farlo, le scelte dell’Amministrazione.

La ripresa economica fa perno sullo stimolo della domanda, sul salvataggio delle banche e sul corretto ripristino del sistema bancario ombra… Una manciata di ricchi e, presumibilmente, abili ‘esperti’ finanziari, hanno fatto scommesse irresponsabili che, andate a male, hanno spinto la nostra economia sull’orlo del baratro e trascinato il resto di noi giù con loro. Milioni di persone hanno perso il loro lavoro in tutto il mondo. Milioni lo perderanno. E ai contribuenti vengono ora presentati conti di dimensioni mostruose da pagare per errori di cui non hanno alcuna colpa.

   E’ esasperante che praticamente nessuno di questi furfanti sia stato punito, per non parlare poi dei molti di loro che continuano ad essere assai bene remunerati. Ma l’essere scriteriati non è un reato e la maggior parte di loro non hanno infranto le leggi… Molto di quel che è successo non avrebbe dovuto succedere. Ma ora siamo dove siamo e la priorità più urgente è quella di tirarci fuori da questo caos pasticcio, il più rapidamente possibile e col minor danno possibile…  

   Per nostra fortuna, sappiamo come combattere una domanda che scarseggia— con più spesa pubblica, diminuzione di imposte e tassi di interesse più bassi… Tutte le economie funzionano sul credito e la nostra nei suoi confronti ha sviluppato un dipendenza estrema. Soprattutto per loro colpa, le banche sono state seriamente danneggiate. E i banchieri, paralizzati dalla paura di altre perdite su altri prestiti e di un capitale che si riduce esponendoli a possibili sanzioni di ordine regolatorio— o anche peggio.

   In un modo o nell’altro, è indispensabile ormai rimetterle in salute e incoraggiarle a ricominciare a prestare. Ma come? La Fed ha fatto loro prestiti colossali e le ha inondate di liquidità. Ma le banche hanno anche bisogno di capitali privati e questi soldi non rientrano in gioco… Le banche, però, sono solo una parte del problema. Gran parte del credito moderno viene ‘securizzato’ dal cosiddetto sistema bancario ombra— una rete complessa…

   Così il piano di guerra [la guerra per riportare l’economia fuori da questo marasma] ha quattro componenti essenziali che si tengono, logicamente insieme: lo stimolo alla domanda aggregata, la riduzione dei fallimenti immobiliari, il salvataggio (di gran parte) delle banche e la rivitalizzazione del sistema bancario ombra. Tre di questi quattro fattori essenziali sono in funzione. Si aspetta ornai solo il [pieno dispiegarsi] del piano di salvataggio bancario di Mr. Geithner…           

In guerra, i paesi fanno cose anche molto sgradevoli e di regola abbondano i danni collaterali. Qui è lo stesso. I deficit di bilancio in arrivo saranno mostruosi. La Fed sta stampando denaro come una trottola. La gente che merita di venire punita viene invece aiutata. La partnership offerta dal governo adesso agli investitori ne farà ricco qualcuno…

   Tutti problemi coi quali più in là avremo il tempo di fare i conti. Per ora, il paese deve concentrarsi soltanto nel vincere la guerra. C’è realmente un piano”... Anche se a questo punto, inevitabilmente, somiglia tanto al testa vinco io, croce perdi tu…

Certo. C’è il detto, che vale in America come da noi, che una volta passata la festa… Ma forse stavolta, con una maggioranza più solidamente democratica – anche se non bisogna mai farsi troppe illusioni: scaldano il cuore, ma durano poco… – e un inquilino alla Casa Bianca che – sembra – più promettente di qualsiasi altro da quasi ottant’anni è anche possibile che venga fuori una legislazione fiscale più progressiva che, in nome del bene comune, faccia pagare una parte più equa di quel che guadagna a chi ha approfittato, profitta e profitterà dei benefici del salvataggio.

Anche Nouriel Roubini, il guru degli antiguru, uno con fior di titoli accademici che da anni è andato dicendo, con raffinata capacità analitica e nient’affatto divinatoria, cosa sarebbe successo se si fosse continuato a dar retta ai maghi del libero mercato e alle loro allucinazioni deregolatorie, è tornato a battere il chiodo in una furibonda lite televisiva[127], dalla quale a forza di fatti è uscito stravincente, con uno di quei presunti stregoni ultra-neo-liberisti, il presentatore/commentatore della CNBC Jim Cramer.

Che è, per capirci, una specie di Bruno Vespa più vispo e altrettanto banale e si picca, in più, di essere esperto di borsa e di economia. Cui i disgraziati che gli hanno dato retta in questi ultimi anni devono, meritatamente, la loro rovina. Di lui, Roubini ha detto, prima, con lucidità il suo disprezzo intellettuale, estensibile a tutti per gli imbonitori del libero mercato selvaggio, ribadendo poi le ragioni forti del suo persistente pessimismo.

Cramer lo aveva accusato di essersi lasciato “intossicare” dalle sue “presunte capacità di prescienza e di previsione”, e di aver seminato cupe previsioni sul mercato. Roubini, in prima serata, letteralmente umiliandolo e riducendolo a un balbettio incoerente, ha dimostrato di fronte a milioni di telespettatori che le sue ragioni non erano presunte per niente.

E ha rilanciato: “Jim, tu sei solo un buffone. Anche a prescindere da quello che sei andato raccontando per anni, adesso per sei settimane una dietro l’altra – e non azzeccandoci neanche una volta – sei andato predicando al paese e alla borsa che stava uscendo dal mercato depresso, dal mercato orso, e che stava ridiventando un mercato toro, in ascesa. Malgrado questo,  ancora non te ne stai zitto, se non altro per un po’ di vergogna. Ma se tu sei solo  un buffone, chi ti sta a sentire è solo uno scemo…”.

Non si è limitato naturalmente all’insulto, Roubini. Ha argomentato che i picchi di temporanea ripresa in borsa riflettono, da mesi ormai, soltanto i sussulti limitati per entità e nel tempo che seguono ogni intervento del governo. In realtà, prevede, il mercato andrà peggio perché, anche scontando la sua connaturata insensibilità a dati catastrofici come quelli che si accumulano sulla disoccupazione, è poi estremamente sensibile invece all’abbassamento dei consumi e ad altri dati macroeconomici che riflettono le conseguenze della maggiore disoccupazione.

Di essa, chi taglia le cedole delle azioni dal suo punto di vista di per sé se ne impipa. Ma degli effetti sui propri immediati profitti di una domanda inesorabilmente calante no, si preoccupa: “una volta che la gente, anche questa gente, si confronta con la realtà e quel che realtà fa di male al suo portafoglio”, allora si rende conto.

Cramer ha rilanciato denunciando che Roubini e il Nobel dell’economia Krugman sono diventati ormai “jihadisti delle nazionalizzazioni”. Roubini si è limitato a rispondere che lui, se compra una cosa, ne vuole poi poter disporre, come ogni persona sensata. E non si vede perché allora lo Stato, che deve comprarsi le banche, le dovrebbe lasciare in mano alla gente che le ha rovinate e dovrebbe continuare a comandare, invece di “essere costretta a pagare per il malfatto che ha fatto” e a lasciar alla guida cotali imbecilli. E a noi è sembrato molto ben detto…

L’assillo di fondo, la tarma che rode il tessuto stesso su cui l’America e tutti – ma l’America in specie che, a botte di competition e di esaltazione delle virtù di una forsennata competition, ha convinto tutti a copiarla – hanno costruito tutto il sistema, è identificata. E’ l’aver consentito, anzi quasi ordinato, di fare profitti a breve termine correndo però rischi a lungo termine. E finché questa resterà la struttura della compensazione dell’intraprendere bancario, il problema resta e resterà.

Il fatto attestato ufficialmente adesso dallo stress test, come lo hanno immaginificamente chiamato al Tesoro americano, ordinato per misurare lo stato di salute del sistema bancario, viene verso il 20 aprile così riassunto (ma ufficiosamente, anche se nessuno provvede a smentirlo) su un blog che non avrebbe dovuto apparire ma che è ben comparso sul web[128], subito acquisendo incredibilmente una credibilità sorprendente su mercati che, ovviamente, ormai si aspettano sempre il peggio da tutto e da tutti:

• “sui 19 maggiori istituti bancari del paese 162 vanno, di fatto, considerati già oggi tecnicamente insolventi: tenuti al meglio insieme ormai, come si dice, con lo sputo dell’aiuto pubblico;

se solo 2 di queste 16 banche fallissero, assorbirebbero tutto quel che resta del fondo di garanzia della FDIC (l’Agenzia federale di assicurazione dei depositi bancari);

delle 19, le 5 maggiori sono tanto pericolosamente sottocapitalizzate da far nutrire seri dubbi sulla loro capacità di continuare ad operare sul mercato;

queste 5 (e 4 in particolare: JPMorgan Chase, Goldman Sachs, HSCB Bank of America, Citibank) hanno esposizioni sul mercato dei derivati che vanno al di là del capitale disponibile e sono, dunque, a rischio speciale;

la Bank of America ha un rapporto tra esposizione ai derivati e capitale di rischio disponibile del 179%; la Citibank del 278%; la JPMorgan Chase del 382%; la HSBC Bank USA del 550% che, aggiunto al 179% della Bank of America consorella fa ormai un corposissimo 729%; e da quando la Goldman Sachs ha dovuto cominciare a dover dare conto alle autorità come una banca normale e non più solo, com’era, una banca d’affari, il suo rapporto derivati/capitale è arrivato al 1.056%;

per queste banche, per le altre grandi come Wells Fargo e Sun Trust Fund e per ben altri 1.800 istituti creditizi di minori dimensioni, esistono – attesta lo stress test – dubbi seri di poter continuare a lavorare malgrado ogni aiuto pubblico ricevuto” e forse ricevibile.

Ma al di là del test di tensione (questa è la traduzione esatta di stress test), della sua versione ufficiale – che sarà resa nota solo il 4 maggio – di quella filtrata del nazibloggista (più precisamente un esaltatore della supremazia ariana, insomma un razzista) che ha avuto comunque i suoi effetti sulla tensione che lo stress di tensione fa crescere a Wall Street, la domanda vera è quanto hanno perso davvero le banche. O, forse più esattamente, quanto adesso bisognerà far loro recuperare a spese del pubblico.

Scrive a commento il NYT, senza però dire niente di niente se non del metodo e dei princìpi, che ora  “l’Amministrazione ha bisogno di mettere insieme un salvataggio che sia davvero globale e non a pezzi e bocconi, che sia favorevole più al contribuente che all’investitore e che punti a una soluzione rapida e trasparente. Se i tests risulteranno essere stati una cosa seria, la Casa Bianca adesso ha le informazioni di cui ha bisogno. Adesso, la questione è di vedere come le userà[129].

Insomma, niente di certo ancora a fine mese e se ne saprà qualcosa di più, ufficialmente, solo nella prima settimana di maggio. Ma, intanto, il conto che propone il Fondo monetario internazionale[130] è che le banche abbiano perso qualcosa come 4.100 miliardi di $. Di cui solo quelle americane, 2.700.000.000.000 $. Questo è l’ammontare del debito tossico che dovranno, secondo il preoccupato direttore generale del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, cancellare dai libri: ed è, come dicono loro, un guesstimate – da guessscommessa e estimate valutazione: un’ipotesi un poco azzardata, ma il fatto è che nessuno davvero lo sa…

Il che non tiene neanche conto, però, di quel che nessuno può e forse sa calcolare: cioè, l’ammontare reale degli assets tossici di cui perfino la Banca dei Regolamenti Internazionali non riesce a distinguere l’entità nel mucchio immenso di hedge funds, swaps e derivati accumulati nel mondo: mucchio del quale l’ammontare la BRI ha calcolato in 1,14.000.000.000.000.000 di $: 1,14 milioni di miliardi di $ (una venticinquina di volte tutto il PIL del mondo del 2008…)[131]?

La crisi ha colpito anche chi proprio non pareva doverselo aspettare, cioè Warren Buffet e il Fondo Berkshire Hathaway,[132] di grandissimo successo finora, che amministra per delega di milioni di soci. Il fatto è che aveva sempre diffidato, sì, tenendosene lontano di hedge-funds, derivati – che anni fa descrisse profeticamente come “armi di distruzione finanziaria di massa, cariche di pericoli per ora attenti ma potenzialmente letali” e altre monnezze varie (tutti moltiplicatori sulla carta di ricchezze vagheggiate ma in realtà a tutti ignote) ma che neanche lui aveva potuto completamente isolare se stesso e il suo Fondo dai metodi finanziari moderni.

Ne aveva scansato molti trappoloni, ma anche lui aveva dovuto accettare di mettersi in portafoglio compagnie di assicurazione come la General Re, la National Indemnity e la Berkshire Hathaway Reinsurance che trattano, anche se meno di tanti altri istituti di credito e di assicurazione, anche derivati e credit default swaps, le permute di crediti falliti, come li chiamano. Così, ha perso alcune decine di miliardi di cash in queste operazioni e, adesso, il rating del credito della BH è stato svalutato da Moody’s da AAA ad AA2.

Forse è utile “concludere”, almeno per ora, questo capitolo sulla dimensione americana della crisi con un’accurata, e sicuramente competente, valutazione dei Germogli verdi e barlumi[133] di luce che molti vedono e che, forse, ormai anche, effettivamente cominciano a far capolino dallo sfacelo fangoso dell’economia della crisi. Il Nobel Paul Krugman, che qui possiamo solo malamente e rozzamente riassumere, richiama quanto hanno detto adesso “Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve” – di cui cita nel titolo i “germogli verdi”, che vede sbucare nelle attestazioni di cinque dei suoi dodici distretti bancari costituenti quando ora affermano di vedere un declino economico in qualche moderazione – e “il presidente Obama”, che vede invece “barlumi di speranza”…

E Krugman si chiede: “ma, dunque, è ora di suonare il cessato allarme?”, rispondendosi, e rispondendoci, di no, perché

1. le cose stanno ancora andando peggio… il meglio che si può dire è che ci sono segnali sparsi di cose che vanno peggio un po’ più lentamente…;

2.  le più positive tra le buone notizie non sono convincenti per niente… perché vengono dalle banche… e lo scetticismo”, nell’era di queste banche che ci ritroviamo “viene naturale;

3. ci sono scarpe che devono ancora cadere…come nella Grande Depressione, dove dopo un anno e mezzo dall’inizio della crisi – grosso modo là dove siamo ora – c’è stata una pausa nel crollo. Ma poi…”, la crisi riprese e, ora, sono in arrivo “il crollo dell’edilizia commerciale, il debito delle carte di credito e nessuno sa quanti saranno i guai del Giappone e dell’Europa orientale…; infine,  

4. anche quando sarà finita, non sarà finita”, perché “non ci sarà da sorprendersi se la disoccupazione continuerà ad aumentare per tutto il 2010” in quanto non c’è una domanda in attesa di scatenarsi.

Del resto, ha subito provveduto a chiarire il Tesoro americano con Geithner, non bisogna farsi illusioni: il 24 aprile ha raccontato ai ministri del G-7 che non potranno contare stavolta sulla spesa facile dei consumatori statunitensi per fare da motore alla ripresa mondiale. Geithner ha anche dettagliato misure audaci per “stabilizzare” il sistema finanziario americano, dichiarando il rallentamento economico va “rallentando”. Ma è tornato più volte a ripetere che, stavolta, il sistema finanziario in crisi e globale e va bilanciato in modo equilibrato, in maniera che tutti i paesi capiscano di doversi concentrare su un’espansione sostenibile, appunto stavolta, senza affidarsi al deus ex machina della spesa al di là delle proprie possibilità che gli americani “proprio non possono più permettersi[134].

Krugman accenna appena, qui, all’affacciarsi minaccioso ormai alla ribalta del debito e del default del debito privato da carte di credito delle persone e delle famiglie[135]. Che aggiunge, ovviamente, un’altro carico di instabilità al sistema bancario. Oggi, il livello di questo specifico risvolto del debito è molto più alto che ai tempi della recessione del 1980-82 e della Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso.

Nel 2008 il debito delle famiglie americane era al 97% del PIL, sui 13.800 miliardi di $, all’incirca il doppio del 1980 quando inizio l’ultima recessione importante. E la maggior parte di questo debito (per 10.500 miliardi di $, il 74% del PIL) è rappresentato proprio dal carico ipotecario, col 18% del PIL, 2.600 miliardi – cresciuto comunque dal 13% del 1980 – di indebitamento da consumi.

In totale, questo tipo di debito, arrivato a 2.600 miliardi di $, equivale a due volte tutta la base di capitale delle banche americane. E stanno aumentando rapidamente i tassi di crescita delle perdite: il costo della ricarica imposto dal sistema bancario sulle carte di credito, computato dall’agenzia di rating Fitch (secondo cui a ogni punto di disoccupazione in aumento corrisponde l’analogo aumento quantitativo della ricarica media sulle carte di credito) è salito a febbraio all’8,41%: e ormai tende in ogni caso inesorabilmente a salire…

Conclusione, sempre di Krugman: “la storia ci mostra che uno dei pericoli strategici maggiori di fronte a una severa crisi dell’economia è un prematuro ottimismo”… Insomma, andateci, andiamoci piano con gli entusiasmi di possibili riprese. E calcoliamo tutto, prima abbandonarci a proclamazioni rosate e, soprattutto, premature e infondate…

Anche perché crescono i dubbi su costumi e pratiche quasi incestuose in campo finanziario, tra banche e organismi di controllo cosiddetti indipendenti, come rileva chiedendo un’“inchiesta approfondita” sull’andazzo da tempo in voga la presidente della SEC, la Commissione per il controllo della borsa, Mary Schapiro: una delle poche autorità di controllo e regolazione che, dalla tempesta di questa crisi, escono con la reputazione intatta.

Sotto mirino sono proprio le agenzie di rating del credito (sapete, Standard & Poor’s, Moody’s, ecc., ) che, pur avendone avuti per tempo tutti i segnali, sistematicamente hanno evitato di ridurre le loro valutazioni. La domanda è perché? E il perché, sospettato – di più, indicato – dalla SEC[136], è che è stato eliminato il conflitto di interessi tra chi emette titoli e azioni e chi, come le agenzie di rating, deve valutarne il valore indicativo.

Ma, come nel caso dei veterinari non più dei servizi di Stato ma diventati privati che dovevano certificare però, per lo Stato, i casi di non-mucca-pazza e non lo facevano troppo scrupolosamente perché “incoraggiati” da chi aveva interesse a scoraggiare controlli e ritardi, così qui le rating agencies vengono pagate dagli istituti, e dagli interessi, sottoposti a valutazione. Rimuovendo così ogni interesse a dire la verità… e sempre a favore di chi teoricamente avrebbe dovuto essere controllato.

Adesso, sulla questione banche, si sta per riaprire – ed è indice delle preoccupazioni persistenti negli ambienti bancari e in quelli governativi che le cose reali le sanno – un dibattito forte. Si discute[137] della possibilità che il governo Obama possa rafforzare il nocciolo duro dei capitali bancari delle principali banche convertendo le sue azioni “privilegiate”, comprate in affanno nello scorso autunno da chi le vendeva per salvarsi mentre affondava, in azioni “normali” e normalmente quotate in borsa, negoziabili e con diritto di voto.

Il punto del contenzioso che si sta ora aprendo è a quale prezzo saranno fatte queste altre conversioni da privilegiate a normali: perché  quando, ad esempio, vennero convertite le azioni di Citigroup, il tasso di conversione fu tenuto molto ben al di sotto del valore di mercato, di fatto regalando così un sacco di soldi alla Citigroup e ai suoi azionisti.

Le cifre sono chiarissime: il valore della quota pubblica di proprietà della Citigroup, il 36%, venne calcolato a 7,2 miliardi di $. Ma l’investimento, il denaro fresco che lo stato ci ha messo sono stati 45 miliardi di $, quasi cinque volte tanto, in aggiunta alla garanzia di 300 miliardi con cui il pubblico ha dovuto garantire gli assets tossici della banca… Se adesso il governo di Obama reiterasse una scelta del genere, sarebbe un altro regalo. Tanto più inaccettabile. Ma anche, forse, ancora una volta inaccettabilmente obbligato…

Due conseguenze, solo in parte imprevedibili, della crisi, intanto. La prima è che sta allontanando da Wall Street, e da molti dei suoi istituti di credito, alcuni dei massimi dirigenti, con l’imposizione per legge – e a furore di volontà popolare – di limiti ai compensi e ai bonus. Lo segnala, preoccupandosi della cosa, il NYT, segnalando che così si sta rischiando di allontanare dal mondo della finanza e del grande credito il top talent della professione: che se ne sta andando al’estero o fonda nuove imprese proprie[138]. Già… ma con quello che il top talent in questione ha combinato, chi dice che sia una disgrazia?

La seconda emerge da un sondaggio recentissimo di uno degli istituti più celebri ed accreditati d’America (secondo solo, forse, al Gallup), il Rasmussen Report – per dire: azzeccò ai decimali, e anche quasi al 100% Stato per Stato i risultati elettorali delle presidenziali dello scorso novembre – che aggiorna adesso il suo sondaggio del dicembre scorso in base al quale il 70% degli americani si esprimeva a favore di un’economia di libero mercato ma la voleva anche, per il 52%, più regolata.

Oggi, cambiano i pareri, le impressioni di massima – molto di massima, è vero – sul capitalismo. Solo il 53% dice di essere ancora convinto che il “capitalismo”, non meglio definito ma ora per il 65%, dice, regolato, è meglio del “socialismo”[139] (proprietà largamente collettiva delle imprese maggiori e, comunque, loro gestione pubblica). Il 20% afferma che è comunque meglio il socialismo tout court e il 27% che non sono più per niente sicuri che il primo, visti poi i risultati, sia meglio del secondo.

In realtà, e a vedere bene poi, non è neanche vero che negli ultimi trent’anni il fondamentalismo del libero mercato abbia impedito di regolare i mercati. Fosse stato così, come proclamava il dogma, avrebbero dovuto lasciare che il mercato si autoregolasse davvero da solo. Cosa che, dai tempi di Adamo Smith, si sa bene però che il mercato mai fa, perché – come da allora ricorda colui che a metà del XVIII secolo si inventò il libero mercato – l’attore che può prevaricare sugli altri, chi ha il potere economico e quello politico per farlo, si autoregola sempre a proprio favore.

Infatti è successo che la linea reale di regolazione o deregolazione dei mercati, chiamatela come volete, è stata quella di disegnare e seguire policies e pratiche che massimizzassero la ridistribuzione dei redditi verso l’alto e a detrimento, quindi, di chi stava più in basso nella gerarchia dell’ordinamento capitalistico.

Questo, nel caso specifico delle banche, ha voluto dire garantire loro una specie di assicurazione di Stato contro il fallimento cui, su un mercato che fosse stato libero realmente, sarebbero altrimenti state esposte. La policy e la pratica era quella – garantita attraverso l’ente di Stato che assicurava le banche aprendo loro un credito di fatto illimitato e gratuito, la FDIC – del “too big to fail— troppo grossa per lasciarla fallire”, senza interferire nel loro comportamento o punendolo, se infrangevano come facevano sistematicamente le regole.

Insomma, il libero mercato in realtà non c’entra niente, E’ la solita storia del forte che fa il prepotente col debole, del ricco che usa il suo potere politico per strappare allo Stato, al pubblico, vantaggi per sé a scapito di altri. Dice che è sempre stato così. Ed è vero. Ma dovrà sempre essere proprio così?

Altro elemento di cui tener conto, che aggiungiamo qui, piuttosto che altrove, solo perché per gli Stati Uniti lo squilibrio è il più rilevante, il debito aggregato (quello pubblico più quello delle famiglie in percentuale del PIL) ammonta al 197,6%, per la Gran Bretagna è il 172,6, per la Francia il 155,3 e per l’Italia è il 150,4%, di cui solo 40 punti rappresentano il debito dei privati).

Ultimo fattore che si affaccia con forza all’orizzonte del futuro prossimo venturo un po’ di tutti noi, specie di noi in occidente, è la rabbia: l’effetto anche qualche po’ imprevisto che l’inuguaglianza economica rampante e per tanti anni addirittura sfacciatamente sfoggiata negli USA ma, in realtà, un  po’ dappertutto nei paesi dell’OCSE – l’elite finanziario-economica del mondo, ma con risvolti debordanti anche in altri paesi – ha lasciato accumulare una percezione crescente di ingiustizia e di rabbia.

Sì, è anche vero magari che “la crisi in atto può aver seriamente eroso la ricchezza di molti dei grandi ricchi, corrodendo come mai prima i loro patrimoni. Ma la paura, se non la disperazione, dei poveri e dei non proprio poveri è tremendamente aumentata[140].

Del resto, già in un altro suo scritto recente Moisi parlava di un espandersi a macchia d’olio, anche e perfino in America, della paura, della rabbia e dell’esasperazione popolare con le connotazioni proprio, diceva, della “rivoluzione francese. Basta che al posto della carenza di pane ci mettete i fallimenti forzati, al posto degli aristocratici i banchieri e al posto di privilegi come quelli che avevano i nobili di non pagare le tasse ci mettete i pagamenti in stock options[141] a managers e dirigenti, tutto quello che consente oggi cioè agli straricchi di non pagare le tasse e, forse, cominciate a capire…uestri di abitazioni

E’ il fenomeno da anni, a suo modo, freddamente denunciato dallo stramiliardario americano Buffet quando constata che “la guerra tra le classi l’abbiamo stravinta io e la mia classe”. Ma troppo ampiamente perché la coda non si vada facendo anche troppo pericolosa, come lui ammonisce da anni…

ualche anno Waren  anni warren Buf fet

Obama, come sembra essere un po’ ormai una tendenza generalizzata della sua presidenza, sulla faccenda delicata e dolorosa della tortura autorizzata dall’Amministrazione Bush per i cittadini stranieri sospetti che aveva incarcerato a Guantanamo, sul territorio cubano affittato agli USA in perpetuo, a Abu Ghraib, in Iraq, a Baghram, in Afganistan, e dovunque nel mondo in galere proprie o affidate ad altri, ha scelto la via di mezzo. Come per Guantanamo, da lui stesso definita una “vergogna nazionale”, di cui ha decretato subito la “chiusura”: che, però, nei fatti, “per ragioni pratiche” avverrà, se va bene, solo tra un anno…

Così, adesso, contro le richieste di CIA, di tutti i servizi segreti, del Pentagono e di ogni difensore della ragion di Stato (dobbiamo difendere i nostri segreti, dobbiamo evitare di coinvolgere i servizi segreti stranieri, amici e meno amici, che ci hanno comunque su richiesta dato una mano— siriano, egiziano, inglese e anche, sì, anche, italiano, come nel caso dell’affare Abu Omar…, ecc., ecc.) Obama ha deciso la pubblicazione di decine di pagine di documentazione[142] fino ad allora supersecretata.

Quella che, a firma del ministro della Giustizia e dei consiglieri legali della Casa Bianca e per volontà del vice presidente Cheney e del presidente Bush diceva ad agenti più o meno segreti, marines e soldati che, in nome e per conto e per ordine degli Stati Uniti, si può torturare, chiamando magari la pratica con un nome appena un po’ più decente, “interrogatorio forzoso” ad esempio— che, in sostanza, il fine giustifica i mezzi (anima di Cesare Beccaria, rivoltati pure nella tua tomba…[143]).

Poi ha decretato che “nel rilasciare questi memoranda, è nostra intenzione però assicurare coloro che hanno servito il proprio dovere dando fiducia ai consigli giuridici del Dipartimento della Giustizia, che non saranno comunque oggetti di indagine… questo è, infatti, il momento della riflessione e non della punizione[144].

A guardare bene è la difesa di Norimberga, quella di tutti i criminali di guerra nazisti che a loro unica giustificazione – ma respinta invariabilmente dai tribunali – ripetevano il ritornello dell’obbedienza dovuta[145]. Una difesa, bisogna dirlo, ora riesumata proprio da Obama… Fa senso.

Del resto, già nel 1945 la Carta istitutiva del tribunale che avrebbe guidato i processi di Norimberga giudicando dei crimini di guerra nazisti definiva i poteri e i criteri di fondo che li avrebbero governati, recitando chiarissimamente che: “Il fatto che l’accusato abbia agito in seguito all’ordine ricevuto dal proprio governo o da un proprio superiore non lo libera in alcun modo dalla responsabilità, ma può essere considerato come attenuante nella determinazione della sentenza se il tribunale decide che la giustizia così richiede[146].

Come, più in generale, fa ribrezzo la distorsione del linguaggio, quella che aveva previsto tanti anni fa George Orwell, per chiamare l’orrore con nomi blandi ed innocui o chiamare pace la guerra. Per pensare l’impensabile e condonarlo: come nel caso di Bush a priori… e ora?

Perché non c’è modo di non chiamare tortura lo sbattere per decine di volte la testa di un prigioniero “sospetto” contro un muro – ma non tanto violentemente da procurargli fratture – o privarlo di sonno per più di una settimana, o forzarlo in posizioni particolarmente penose (il classico incaprettamento, braccia e gambe piegate all’indietro e legate insieme), confinandolo dentro gabbie completamente al buio per ore e ore… tentano di mascherarla, alla Orwell appunto, come “interrogatorio rafforzato”, “tecniche coercitive”, “trattamento duro”… ma di tortura si tratta.

Oppure – è il caso di Khalid Sheikh Mohammed – sottoporlo per 183 volte alla tecnica del waterboarding, del soffocamento da acqua fatta calare in bocca filtrata attraverso un panno; o – come ci si limitò a fare con Abu Zubaydah – fargli lo stesso trattamento per 83 volte[147]. Anche se, dopo la 182a volta, probabilmente anche il più cretino dei torturatori cretini avrebbe dovuto rendersi conto che Beccaria, da lui certo mai sentito nominare, due secoli e mezzo fa aveva ragione… quando uno confessa sotto tortura, cosa confessa davvero?

E, poi!, manco che Cheney li pagasse a cottimo – più scosse elettriche e più soffocamenti impartivano, più li pagava… – i torturatori che aveva sguinzagliato nei luoghi di detenzione segreta di chi era sospettato di terrorismo— per gente mai condannata, mai processata ma solo sospettata: anche se Khalid, poi, dicono che abbia confessato; ma, certo, in quelle condizioni, forse anche voi avreste confessato di aver organizzato l’attacco alle Torri… o, chi sa, a richiesta magari di avere ammazzato Abele.

E questa non sarebbe tortura? E, oltre che a chi impartì il comando di utilizzarla[148] (ministri della Giustizia, vicepresidente, presidente degli Stati Uniti d’America, capi vari dei servizi segreti), anche gli autori materiali delle torture non dovrebbero essere processati proprio perché si erano limitati a “obbedire” tacendo?

Quando poi ormai si sa, o almeno fondatamente ormai si ha contezza del fatto che per Abu Zubaydah ci vollero 83 sedute di tortura e con Khalid Sheikh Mohammed ben 183 – e poi, sfiniti, i torturatori rinunciarono – perché quello che era stato loro ordinato direttamente dal vicepresidente Cheney e dal ministro della Difesa Rumsfeld era “di farli confessare che in Iraq prima dell’invasone c’erano le armi di distruzione di massa che non si riuscivano a trovare” e “di trovare le prove della collaborazione tra al-Qaeda e l’Iraq[149] che non si riusciva a dimostrare perché non c’era mai stata— non foss’altro che per ragioni “religiose” (fondamentalisti fanatici quelli, laici baath’isti altrettanto settari questi).

Intanto, il segretario Robert Gates, prima di presentare il bilancio della Difesa per l’anno fiscale 2010, ha sottolineato la qualità speciale di questa legislazione – i tagli incisivi effettivamente programmati a sistemi d’arma costosissimi ma ormai obsoleti perché specificamente mirati a controbattere le minacce di un tempo che fu: quello della guerra fredda e del conflitto americano-sovietico – e ha detto che, effettivamente, in senso assoluto (cioè, senza aggiustamenti per l’inflazione) il bilancio supera di 20 miliardi di $ i livelli dell’ultimo anno fiscale di Bush[150]

I presidenti di Russia e America si sono incontrati a Londra prima del G-20 (a latere, Obama ha anche parlato separatamente con il presidente cinese, Hu Jintao, e col primo ministro indiano, Manmohan Singh) e hanno rimesso in moto, “risettando il bottone di avvio”, come aveva detto la segretaria di Stato Clintoni, il confronto ed il negoziato  bloccato e cancellato negli otto anni di Bush ma anche negli ultimi della presidenza di Clinton sul tema tra tutti più potenzialmente cruciale per le sorti del pianeta: che, in realtà, è il controllo e la riduzione della loro reciproca corsa agli armamenti.

Ora ripartiranno colloqui, tecnici e politici, che mirano dichiaratamente a tagliare in modo radicale, di circa un terzo, gli arsenali nucleari delle due potenze/superpotenze nucleari. Che è anche, tra l’altro, l’unica maniera di dare il senso di qualche po’ di ipocrisia in meno e di credibilità in più agli appelli rivolti a chi ha centinaia o anche migliaia di armi nucleari in meno di loro di smetterla di costruirle e a chi ancora non le ha, magari, di non costruirle per niente.

In questo senso, vuole dare una mano – ma subito c’è chi, come si dice da noi e un po’ in tutto il mondo, la butta in politica – il ministro degli Esteri tedesco, Frank Walter Steinmeier, secondo il quale le armi nucleari americane in Germania (ma anche in Belgio, in Olanda, in Italia e in Turchia) dovrebbero essere ritirate trattandosi ormai, tra l’altro, di ordigni (un centinaio in tutto) “militarmente obsoleti”. Steinmeier spera che l’iniziativa possa far parte integrante dell’agenda della conferenza sul disarmo di cui al vertice NATO ha parlato il presidente Obama[151].  

Dall’incontro è scaturito un documento di intesa di quattro pagine già molto preciso e obbligante ed è ripartito, realmente, “dopo solo pochi mesi di lavoro intenso per stabilire un nuovo tono nei rapporti reciproci” un dialogo che sembra promettere molto. “Restano differenze sul nodo delle difese missilistiche”, certo. Ma, adesso, i due presidenti sono d’accordo “nella valutazione comune delle sfide e delle minacce missilistiche”.

Prima, da parte americana, c’era l’assoluto diniego proprio a qualsiasi valutazione comune: che tenga conto, cioè, anche delle preoccupazioni e delle attese dell’altro. Dove il termine nuovo e chiave è appunto “comune”.

Adesso, si ricomincia coi colloqui per cambiare in meglio e prolungare entro fine 2009 il Trattato START (trattato di riduzione degli armamenti nucleari strategici) dal tetto consentito di 2.200 testate nucleari a, forse, 1.500 a testa— comunque decine di volte di più di quel che servirebbe a ridurre in macerie, ceneri e fuoco tutto il pianeta. Infatti, lo START scade a fine anno, venne negoziato negli ultimi anni della guerra fredda tra Reagan e Gorbaciov e firmato 15 anni fa[152].

Dall’incontro bilaterale arriva un segnale congiunto russo-americano anche all’Iran. Anzitutto, i due grandi riconoscono insieme che, in base al Trattato di non proliferazione al quale aderisce, l’Iran ha diritto a un suo “programma di sviluppo del nucleare civile”. Non sembra poco, ma è del tutto scontato e ovvio come riconoscimento. A parte il fatto che suona un po’ curioso come a “riconoscerlo” siano le due superpotenze nucleari che, poi, del Trattato non sono firmatarie se non come testimoni. E a parte il fatto che, poi, ogni paese in materia fa comunque quello che vuole (Israele, Pakistan, India, Nord Corea si sono tutti fatti le loro bombe e del TNP se ne sono sempre, e tutti, altamente fregati[153]).

Ma affermano anche che Teheran deve fare di più per convincere il mondo del carattere “esclusivamente pacifico” dei suoi progetti[154]. A parte, ancora, la difficoltà di sottoporsi a quella che nel Medio Evo si chiamava la “prova del diavolo” – dimostrare a chi crede il contrario che non si è colpevoli di qualcosa di cui quello, accusatore e giudice insieme, ti accusa – la domanda di fondo iraniana poi – anche se così mai formulata – è sempre la stessa: perché agli altri avete concesso tutto, concedete ancora tutto a chiunque si voglia fare una centrale nucleare – anzi, addirittura  gliele vendete – e solo a noi no?

Separatamente, poi, qualche giorno dopo i russi tengono a chiarire, con Lavrov, il ministro degli Esteri, che in ogni caso le questioni Iran-scudo antimissilistico in Polonia e Repubblica ceca non esiste materia di negoziato fra questione del programma nucleare iraniano e questione delle differenze tra il suo paese e gli USA sul cosiddetto sistema antimissilistico di difesa in Europa: come ammettono gli stessi servizi segreti americani, “non esiste, in effetti, prova alcuna e neanche alcuna indicazione affidabile che [il programma nucleare iraniano] abbia obiettivi militari. E questo anche se diversi paesi [Russia compresa] e la AIEA avanzano domande che l’Iran ha bisogno di chiarire[155]. E’ quel fare di più che, insieme, hanno concordato di chiedere all’Iran americani e russi.

Il 13 aprile, prendendo atto “con soddisfazione” del cambio di posizione degli USA – che stavolta, dopo il cambio alla Casa Bianca, si uniscono anche loro all’invito avanzato da Solana all’Iran per un incontro col gruppo di contatto formato da Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania, UE e, adesso, anche dagli USA teso a “trovare una soluzione diplomatica a una situazione critica”.

Teheran ha risposto che dà il benvenuto a un “dialogo costruttivo”, che è sempre disposto a chiarire con tutti, ma che nessuno ha titolo per tornare a chiedere a nessun altro quello che lui non è disposto a concedere, come la rinuncia alla ricerca e al nucleare civile che è diritto di ogni Stato sovrano del mondo. Ne ha parlato Saeed Jalili, il capo negoziatore iraniano, in una conversazione telefonica con Solana[156].

E, a metà aprile, sembra in effetti che l’Amministrazione americana stia cambiando approccio. Cominciano a trapelare notizie, molto molto attendibili, che gli Stati Uniti ora propongono al gruppo di contatto un cambio di strategia negoziale importante, almeno per loro e per il gruppo: bisognerà vedere, però, che ne dicono gli iraniani; ma non c’è dubbio che si tratti di  un approccio diverso.

Lo “scambio” consisterebbe, da parte delle potenze già nucleari e associate, nel “consentire” all’Iran di continuare ad arricchire il suo uranio “per un certo periodo” dopo l’inizio del negoziato; e, da parte, di Teheran, nell’aprire “gradualmente” tutti i suoi programmi nucleari ad ispezioni tous azimuts: senza preavviso e senza alcun limite. Si tratterebbe sicuramente di una rottura forte con l’opzione di Bush e dei suoi, che all’Iran chiedeva di smettere senza condizioni ogni attività di arricchimento dell’uranio prima ancora di dar inizio a qualsiasi negoziato. Cioè, prima del negoziato, pretendeva di ottenere lo scopo massimo del negoziato stesso.

Per l’Iran sarebbe, con ogni probabilità, uno scambio inaccettabile: da sempre sostiene il proprio diritto, uguale a quello di qualsiasi altro paese, a fare ricerca sul nucleare e non riconosce, quindi, a nessuno di imporle limiti che ad altri non sono applicati dal Trattato di non proliferazione.

Però, la novità c’è. “Mohamed el-Baradei, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, i cui ispettori saranno gli strumenti cruciali se questa strategia sarà mai accettata, aveva appena dichiarato la settimana prima intervistato nel suo ufficio a Vienna che l’Amministrazione Obama non lo aveva consultato sui dettagli della nuova strategia”. E non lo aveva certo dichiarato a caso ma, prudentemente, per tenere le distanze da Obama; e soprattutto per consentire al presidente di tenerle da lui. Che sul tema ha idee chiarissime.

In quella intervista[157], el-Baradei, che nel 2005 e proprio per aver detto tutti suoi dubbi in faccia a Bush e ad alta voce agli americani, aveva ottenuto dal Comitato svedese il premio Nobel per la pace, aveva dichiarato nettamente di “non credere che gli iraniani avessero deciso di farsi l’arma nucleare, ma di essere convinto che fossero assolutamente determinati ad impadronirsi della tecnologia nucleare perché persuasi che essa porti a chi la possiede potere, prestigio e una specie di garanzia di sicurezza [contro aggressioni di terzi: come, in negativo, per Saddam che non ce l’aveva e per la Corea del Nord, che ce l’ha]”.

El-Baradei, sempre nell’intervista a Cohen, “aveva anche manifestato il suo scherno cocente per l’approccio al problema dell’Amministrazione di Bush: ‘la loro era un concezione ridicola – ha insistito – erano convinti che se uno minacciava abbastanza e batteva il pugno sul tavolo e mandava in giro Cheney ad atteggiarsi a Dart Vader [il Signore dei Sith, i serventi del Lato Oscuro della Forza, in Guerre Stellari], gli iraniani si sarebbero semplicemente fermati. Ma se il loro scopo, quello degli americani, era di garantirsi che l’Iran non arrivasse al know-how e alla tecnologia per fabbricarsi il combustibile nucleare allora quella strategia è stata un fallimento totale”.

Ed el-Baradei, come dicevamo, aveva voluto far sapere di non essere stato consultato affatto dallo staff di Obama. Forse perché il suo suggerimento sarebbe stato ancora diverso dalla nuova strategia che ora pure accennano a Wahington di voler mettere in moto. “Adesso – aveva detto nel’intervista – Mr. Obama ha poco da scegliere se non l’accettazione della realtà che l’Iran ‘s’è costruito 5.500 centrifughe’, quasi abbastanza per fabbricarsi l’uranio necessario a  farsi due bombe ogni anno”. Adesso per mettere questa situazione sotto controllo “bisogna disegnare un approccio capace di rispondere alla fierezza degli iraniani[158]. Se no, non se ne esce...

L’intervistatore è dello stesso avviso. “Io credo che è, a ogni effetto pratico, ormai troppo tardi per

impedire all’Iran di raggiungere uno status di virtuale potenza nucleare— qualcosa come lo stadio del know-how cui oggi sono giunti, pur senza la bomba, Brasile o Giappone. I progressi fatti dall’Iran negli scorsi otto anni non possono essere disfatti. Quel che si può cambiare, questo sì, è il contesto in cui l’Iran è chiamato a operare; il che, a sua volta, finirà col decidere quanto ‘virtuale’ resterà il nucleare [militare] iraniano.

   Quel che può effettivamente cambiare il contesto è adesso l’appello di Obama per un mondo che sia liberato dal nucleare: è difficile chiedere [ad altri] la non proliferazione senza fare [insieme] i conti anche col [proprio stesso] disarmo. [Come dice el-Baradei] ‘non è concepibile che nove paesi [USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e, ormai, Nord-Corea] dicano a potenze come l’Iran che le armi nucleari sono cattive ma che, insieme, noi dobbiamo continuare a perfezionare i nostri arsenali’ [perché per noi sono buone. Non più, ormai : perché oggi questo è già] ‘un mondo diverso’”.

Mica tanto diverso, poi: è l’identica posizione che letteralmente esprimeva da quando esiste, dal 1968 cioè, il Trattato di non proliferazione nucleare come condizione riconosciuta necessaria a frenare la corsa al nucleare di chi non è ancora una potenza nucleare— una condizione  sottoscritta anche dalle cinque potenze nucleari membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia,  Cina, Gran Bretagna e Francia, tute firmatarie del TNP ma non – uniche eccezioni tra gli  Stati delle Nazioni Unite – da quelli diventati nucleari proprio e anche per non aver firmato il TNP stesso: India, Pakistan, Israele e Nord-Corea.

Adesso, comunque, pochi giorni dopo quell’intervista, el-Baradei mette in chiaro che ora l’Iran deve essere pronto a “reciprocare” l’apertura al dialogo della nuova Amministrazione americana con una maggior “trasparenza e apertura” sul programma nucleare italiano. Lui, ha detto con chiarezza, sostiene l’approccio nuovo di Obama e spera che possa funzionare[159].

Però, ad aprile inoltrato, gli Stati Uniti con la segretaria di Stato Clinton sembrano quasi ridimensionare la loro apertura. Va detto che ciò avviene sotto la preoccupatissima pressione della “lobby ebraica” (l’AIPAC: che definisce se stessa proprio così) e di un Congresso succube quasi al completo all’opinione che quella pressione ha voluto, coltivato, diffuso. Così Clinton ritiene necessario annunciare – e, in realtà, minacciare – che, se i colloqui sul programma nucleare iraniano fossero respinti (ma non chiarisce che vuol dire precisamente “respinti”), ci sarebbero stavolta sanzioni – presumibilmente unilaterali, dunque anche solo americane – assolutamente “azzoppanti, paralizzanti[160].

Sulla questione dello scudo spaziale in Europa e della minacciata ritorsione russa contro le postazioni dove andrebbero dislocati i missili (in Polonia, ai suoi confini) e i radar intercettori (nella Repubblica ceca), ribadendo che questa è faccenda da essi ritenuta tecnicamente, strategicamente e politicamente separata da un’eventuale minaccia missilistica iraniana (perché nessuno ha ancora dimostrato che esista effettivamente e per la quale non è tecnicamente semmai la più plausibile la dislocazione degli antimissili in Europa orientale) i russi, con il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov, chiariscono subito prima del colloquio con gli americani, svoltosi a Roma all’ambasciata americana dopo l’intesa Medvedev-Obama sulla riduzione reciproca delle armi nucleari strategiche, uno o due punti precisi che avrebbero toccato con la delegata americana Rose Gottemoeller, assistente segretaria di Stato americana.

Il fatto è che i russi collegano la riduzione strategica degli armamenti in modo diretto anche con il nodo degli antimissili in Europa. Perché, dicono, se davvero la preoccupazione fossero i missili iraniani che poi non ci sono, allora la difesa antimissilistica dovrebbe essere davvero comune: americana, magari, ma certamente europea e anche russa. Gli Stati Uniti, purtroppo anche qui – come sull’Iran stesso – sembrano dice il russo ridimensionare le aperture di Obama e non sono pronti, secondo quello che riferisce Ryabkov, a liberarsi di un numero “significativo” delle loro testate nucleari, in parallelo a quello che chiedono ai russi. Alla Russia interessa, però, che gli americani si impegnino alla reciprocità vera, alla quale tenterebbero invece di sfuggire: a distruggere anche le loro testate, cioè, non solo a disattivarle e immagazzinarle.

La delegata americana, ribadisce che i colloqui sono partiti “bene”, comunque, e che lo scopo resta quello delineato nei colloqui dei due presidenti: abbassare ancora le riduzioni indicate nei colloqui eccedenti del 2002, prima che Bush congelasse e rinnegasse tutto, a un totale da una parte e dall’altra tra le 1.700 e le 2.200 testate nucleari. Ma la signora Gottemoeller, al contrario del capo del dipartimento sicurezza e disarmo del ministero degli Esteri russo, Anatoly Antonov, il suo interlocutore diretto, preferisce non entrare in dettagli[161]. Il colloquio riprende ora, già più nel merito, a Mosca, dal prossimo 18 al 20 maggio[162]

Il 60° anniversario della NATO, è stato celebrato il 3 aprile a Strasburgo (Francia) e il 4 a Kehl (Germania), appena oltre il ponte d’Europa che sul Reno segna oggi il “confine non più confine” tra i due paesi (e che nel pomeriggio dell’ultimo giorno avrebbe visto il peggio degli scontri scatenati dai black blockers stupidamente anarchici contro il vertice) e subito dopo il G-20 di Londra, alla presenza anche del vecchio nemico, la Russia.

E’ stata un’Alleanza che ha funzionato, la NATO per tutto il periodo della guerra fredda— dietro c’era la paura di Stalin e c’era la deterrenza nucleare (mai certa, perché mai effettivamente “testata”, naturalmente; ma credibile, perché comunque ha funzionato), garantita dagli Stati Uniti d’America a tutti i membri dell’Alleanza contro la minaccia sovietica. C’era, in definitiva, la Pax Americana. Ma, oggi, non c’è più.

Poi – assicurano, ma è più discutibile che sia stato merito suo – la NATO ha consentito di aprire la porta alle democrazie emergenti— ormai chi, davvero, le minacciava, in effetti? la Russia di Gorbaciov e Eltsin?; ha fatto la guerra alla “pulizia etnica”— ma non proprio a tutte le pulizie etniche…, solo a quelle che le stavano sul gozzo: non a quella croata, non quella bosniaca, solo a quella serba, di fatto; e, ora, saluta il ritorno della Francia, figliola prodiga, dopo la separazione gaullista degli anni ’60 nel comando militare cosiddetto integrato: cioè, americano.

Ma ormai nessuno può nascondere che l’Alleanza deve “fare i conti con quello che è il fallimento della prima missione militare svolta fuori dall’Europa e che sta rischiando di fratturarla[163]. Obama punta ad americanizzare la campagna portando i suoi  militari in loco da 38.000 a 68.000 entro fine anno e ad estenderla, come ritenuto necessario dai suoi comandanti, a tutta la regione, sia Afganistan che Pakistan, pakistani volenti o nolenti.

Gli alleati NATO gli stanno dando grande sostegno morale e vocale, ma poche pochissime truppe supplementari (ne hanno, tra tutti, già 30.000, però): in tutto, forse, qualche migliaio di soldati (alla fine, forse 5.000[164]) ma tutti soltanto per assicurare sicurezza alle elezioni afgane di agosto e per l’addestramento di forze di sicurezza locali. Poi si vedrà… più assistenza economica, aiuto allo sviluppo… Intanto i di sottolineano che comunque

Obama sottolinea con forza che il pericolo vero per la sicurezza dell’occidente – e, dice, dell’Europa anzitutto: anche se non spiega esattamente perché – è sempre al-Qaeda… ma proprio negli stessi minuti in cui lo va dicendo, il 3 aprile, a Strasburgo arrivano da casa sua, da Binghamton, nello Stato di New York, le immagini e le notizie d’agenzia sull’ennesimo massacro di civili da parte di un civile: tal Jiverly Wong, 42 anni, di origini vietnamite.

E’, però, cittadino statunitense da anni e appena licenziato dalla IBM, possessore – legalmente, come sempre in America – delle due armi da guerra – una Glock 9 mm. e una Beretta calibro 45 – con  le quali ha fatto 14 morti e almeno una ventina di feriti in pochi minuti: a proposito di minaccia alla sicurezza!— anche se, poi, al-Qaeda, attraverso un portavoce dei talebani, rivendica a sé il massacro: senza fornire, però, prova alcuna e con l’FBI stessa che non mostra proprio di crederci.

Ma la realtà è che “è questa la via americana. Dall’11 settembre 2001, quando l’attenzione del paese si è concentrata sul terrorismo, quasi 120.000 americani sono stati ammazzati in omicidi non da terrorismo, la maggior parte dei quali perpetrati con armi da fuoco. Pensateci— 120.000 morti: 25 volte, cioè, i morti ammazzati americani in Iraq e in Afganistan[165].

All’immediata vigilia del vertice, i segnali già non sembrano granché propizi per le aspettative, e le richieste, americane. Anzi, il cosiddetto ministro degli Esteri europeo, che per di più è anche  l’ex segretario generale della NATO Javier Solana, si incarica lui di respingere, in buona sostanza, per conto di tutti l’appello a mandare più truppe.

Non possiamo trasformare la NATO nel poliziotto del mondo e, poi, la metà delle truppe della coalizione in Afganistan sono europee (la lamentazione americana è che sono poche, però, in prima linea) e, dal 2002, l’Europa ha già contribuito per 10 miliardi di € alla ricostruzione dell’Afganistan (anche qui: un conto è mandare soldi, tutto un altro, e mai verificato, è che poi li spendano per la ricostruzione, coalizione, governo afgano e signori della guerra locali suoi alleati…)[166].

In ogni caso, dalla NATO nessun impegno preciso ancora si concretizza, tantomeno quello di affiancare gli americani al fronte contro i resistenti afgani, in una guerra che gran parte degli stessi governi della coalizione già sentono largamente perduta. E, soprattutto, forse, senza poter decidere davvero – loro – niente di niente. Insomma, un contentino, solo un contentino al Pentagono. Che, però, se l’è anche voluta.

Perché il problema, al fondo, è sempre lo stesso: gli americani decidono da soli, Bush od Obama, consultano gli altri di più adesso ma poi non decidono insieme. Annunciano la propria strategia e si aspettano che gli altri dicano loro di sì, quasi a scatola chiusa. Gli altri sono 26 paesi, che diventano adesso 28, con l’adesione da Washington (Bush, a dire la verità) fermamente voluta di Croazia e Albania (e quella ancora e sempre rifiutata a Georgia e Ucraina). 26 governi recalcitranti a dire solo di sì e 26 opinioni pubbliche che, alla missione salvifica degli afgani contro gli afgani da parte dei non afgani non credono più e sempre, a dire il vero, hanno creduto poco.

La verità – come la dice, azzeccandoci, l’ex responsabile della politica afgana nel gabinetto di Bush, Daniel P. Fata, che ora ha trovato lavoro, e assai buono, in un società di mediatori d’affari – è che “nessun paese europeo vuole essere il primo ad abbandonare l’Afganistan. Ma molti sarebbero contenti di essere il secondo, il terzo, o il quarto[167]. Ma la verità, e questo lui non lo dice, è che – malgrado Obama – un desiderio del tutto analogo è profondo, tra molti, anche in America.

Un segnale importante sull’Afganistan arriva, all’inizio del vertice NATO, dalla Russia. Non serve a cambiare granché gli esiti del dibattito interno, ma l’ambasciatore russo Dmitri Rogozin ha dichiarato che le forze dell’Alleanza nel paese (l’Afganistan che vent’anni fa cacciò l’URSS)  devono vincere la loro battaglia contro la produzione e il contrabbando di droga, perché altrimenti toccherebbe poi “ripulire il cas..o” alla Russia ed ai suoi alleati dell’Asia centrale[168]. A noi non fa proprio nessun piacere, spiega, il “fiasco attuale” dell’Alleanza in Afganistan e ai nostri servizi risulta che i talebani si stiano preparando alla sfida che Obama intende lanciare loro aumentando il numero dei soldati americani nel paese.

Sempre sull’Afganistan, invece, risultati assai magri dalla scommessa strana, fatta quasi tirando il sasso e nascondendo la mano con l’invito che Obama ha voluto fosse esteso all’Iran a partecipare alla conferenza dell’Aja sull’Afghanistan. Prima c’è stata la diatriba quasi semantica sul se Richard Holbrook e Mehdi Akhundzadeh oltre a incrociarsi si sono stretti la mano e hanno anche parlato…. Il dipartimento di stato aveva deciso di valorizzare l’incontro, il suo portavoce Duguid aveva detto di una “breve stretta di mano”. Ma l’Iran ha ufficialmente negato[169].  

E alla fine pare che proprio non ci sia stato nessun incontro, neanche informale, mentre nessun reporter importante, se non qualche iraniano, ha riferito che alla conferenza si sono levate voci critiche e dure proprio da parte della delegazione afgana. Una deputata influente nel suo paese, Shokria Barakzai, ha condannato la strategia americana troppo focalizzata sull’elemento militare per combattere gli insorti, che sottovaluta il bisogno disperato di ricostruzione e di buon governo di cui ha bisogno il paese. E l’ACBAR, il Comitato di coordinamento per gli aiuti all’Afganistan, ha reclamato un’altra strategia che rovesci l’ordine di priorità, dal militare all’umanitario.

In una conferenza, poi, convocata in buona sostanza per offrire alla NATO e agli USA l’occasione di consultarsi pubblicamente col peso di tutti i loro alleati per tentare di influenzare i due più importanti vicini del paese, Iran e Pakistan, proprio Iran e Pakistan hanno chiesto come prima misura per migliorare la situazione il ritiro delle truppe della coalizione occidentale dal paese. Col ministro degli Esteri pakistano, Makhdoom Shah Qureshi, a sottolineare con parole durissime che l’Afganistan e le forze alleate che “controllano” il governo di Kabul devono rispettare la sovranità e l’integrità territoriale del suo paese (niente più bombe su di noi) per non rendere ancora peggiore la situazione: devono anche dimostrare giorno per giorno, nelle dichiarazioni e nei comportamenti, di non avere “una loro agenda segreta” per modificare le cose in Pakistan[170]

Al vertice NATO, e fino all’ultimo, sembrava saltata anche la nomina del nuovo segretario generale, calendarizzata per questa occasione, e rinviata fino quasi a chiusura dei lavori. Anche i tentativi confidenzialmente telefonici, ma pubblici e condotti davanti a tutti, di Berlusconi di convincere il primo ministro Recep Tayyip Erdogan (rimasto in Turchia) sembravano essere falliti ma forse qualche breccia l’avevano aperta. Perché la Turchia, in effetti, s’era messa di traverso – come il mese scorso in pochi avevamo previsto[171] – a bloccare l’unanimità necessaria alla candidatura presentata dagli USA del candidato danese, il primo ministro di centro destra Anders Fogh Rasmussen.

Ankara aveva inteso così esplicitare la sua contrarietà ai proclamati sentimenti anti-islamici che gli attribuiva per la sua indifferenza alle ripercussioni nel mondo islamico delle vignette “blasfeme” anti-Maometto del 2005,così come si era legata al dito l’aperta e dichiarata opinione dello stesso Rasmussen che la Turchia non sarebbe mai entrata a far parte dell’Unione europea.

Poi la mediazione che ha avuto successo è stata fatta direttamente da Obama (la sua America ha un bisogno davvero cruciale dei rapporti che il governo turco mantiene con Iran, Siria, Hamas e Hezbollah se vuole realmente cercare di pervenire a una pace di qualche portata in Medio Oriente). Così in un’ora di colloquio – e di consultazione telefonica anche con Ankara – con il presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul, ha alla fine concordato:

• Rasmussen non si sarebbe proprio dovuto scusare pubblicamente della sua “indifferenza”, ma avrebbe pubblicamente “affrontato le preoccupazioni” suscitate in tanti mussulmani niente affatto estremisti col suo atteggiamento: difendendo la libertà di stampa, aveva difeso a spada tratta le vignette per quanto fossero bruttissime e davvero pesantemente offensive, soprattutto aggiungendo poi di suo che, se qualcuno era contrario, a lui non fregava niente…; adesso, il 6 aprile, appena eletto, parlando a Istanbul a un forum dell’ONU sulle civilizzazioni, una conferenza che mirava a promuovere comprensione e dialogo fra occidente e mondo mussulmano, Rasmussen aggiunge che “presterà grande attenzione” – d’ora in poi, evidentemente – a tutte le sensibilità culturali e religiose[172];

• un po’ più concretamente, ai turchi andranno due posti nella struttura NATO, compreso quello di vice del vice segretario generale (italiano: l’ambasciatore Claudio Bisogniero— questo è stato il vero contributo di Berlusconi alla soluzione,: accettare di dare un vice turco al vice italiano, speriamo solo dopo averlo almeno consultato…);

• sono anche stati sbloccati due degli otto capitoli di contenzioso che attualmente ancora congelano il negoziato sull’accordo di adesione della Turchia all’Unione europea—  anche se non si è capito ancora bene quali…;

• infine, commettendo un errore tattico e diplomatico che i turchi stessi avrebbero potuto, e dovuto, evitargli di fare – pro domo loro – e dal quale lui stesso avrebbe dovuto esimersi, Obama fa appello all’Unione europea perché si porti in casa la Turchia— errore grave per il quale subito lo bacchetta Sarkozy, al quale non pare vero di poter ribadire, a Praga, da dove anche il presidente americano parla il giorno dopo la NATO, che io “sono sempre stato contrario a questo ingresso e rimango contrario”.

   In altre parole. Sappiamo bene che Obama appoggia l’ingresso della Turchia nella UE perché ancorerebbe il grande paese musulmano che si affaccia sul Bosforo all’occidente. Ma, “quando si tratta dell’Unione europea, spetta ai paesi membri decidere[173]: non certo – non lo dice, ma è evidente – all’amica America. E prima, comunque, vanno soddisfatte le condizioni (gli otto capitoli di riserva, forse diventati sei…) su cui l’Europa ha espresso le sue riserve.

   E’ un peccato, forse, ma è necessario dare atto a Sarkozy di aver rivendicato e difeso la dignità dell’Europa verso se stessa (se ne sarebbe dovuta, ovviamente, far carico la presidenza di turno dell’Europa: ma il capo di governo ceco è dimissionario e “perdente”, quel capo di Stato è lui stesso ferocemente antieuropeo…) e questo a prescindere dal merito dell’opportunità/utilità dell’adesione della Turchia alla UE (secondo chi scrive lo sarebbe, e lo è)…

La dichiarazione finale del vertice[174], sulla quale come tale vale la pena di soffermarsi un momento,  elenca alcune decisioni ulteriori, diciamo così di principio:

• la NATO proclama di volersi impegnare a creare un’organizzazione più agile ed efficiente “per poter rispondere rapidamente a ogni crisi che coinvolga i suoi interessi” (si chiama Alleanza del Nord Atlantico: ma, ormai, Afganistan insegna, teoricamente non ha più confini…);

   e terrà aperta la porta “alle democrazie europee” che ne condividono i valori, che siano in grado di assumere le responsabilità inerenti alla propria adesione e la cui inclusione possa contribuire alla sicurezza comune. Bene…

   Ma che vuol dire contribuire? Il nodo è sempre quello: Ucraina e Georgia, possono davvero contribuire alla sicurezza comune? la loro eventuale adesione – con il contenzioso (nel caso georgiano esplicitamente territoriale e di una guerra lampo cercata, voluta e malamente persa) aperto nei confronti della Russia vicina – contribuisce davvero? o, come pensano in molti – Francia e Germania l’hanno detto chiaro – sarebbe esattamente il contrario?;

• la NATO, sempre nel documento finale del vertice, manda un messaggio complesso, e in parte anche contraddittorio, alla Russia: da una parte, le chiede di ritirare il riconoscimento dato e le proprie truppe dalle regioni secessioniste della Georgia (Abkazia  e Sud Ossezia) invase in agosto dopo dieci anni di regime di protettorato ONU, affidato in sostanza, proprio alla Russia e che alla fine portò alla controffensiva di Mosca; dall’altra, le garantisce la sua volontà di “cooperazione”, dichiarando formalmente di voler riprendere – comunque – gli incontri bilaterali a livello tecnico e  ministeriale; poi, subito dopo, mette in calendario per l’inizio di maggio una serie di manovre militari sul territorio della Georgia che, provocano le formali proteste del Cremlino, con Medvedev che dichiara come manovre di questo tipo “possono minacciare qualsiasi sforzo teso al miglioramento dei rapporti tra Russia e occidente[175].

• la NATO ha chiesto nella dichiarazione finale al nuovo segretario generale appena designato di convocare una riunione di “esperti qualificati” (cioè, nominati dagli Stati membri: qualificati o no che, poi, siano…) per gettare le basi di una nuova “concezione strategica” per l’Alleanza. Si tratterebbe di rafforzare la cooperazione con altre organizzazioni internazionali (ONU, UE, OSCE, OUA, ecc.: tutte organizzazioni di cui fanno parte paesi che non sono membri dell’Alleanza e ad essa sono, talvolta, magari in opposizione)…

Proprio mentre il nuovo primo ministro di Israele, Benjamin Netanyhahu assicurava il mondo che il suo governo di destra (che dentro ha tanto la “sinistra” laburista che i fascisti più estremisti: quelli della superiorità degli ebrei in quanto ebrei) avrebbe perseguito la pace coi palestinesi, anche senza mai parlare di “due popoli-due Stati”, il nuovo ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, ha dichiarato subito, nel suo primo discorso ufficiale che “chi vuole la pace dovrebbe preparare la guerra”, citando, si capisce il motto preferito nella storia da tutti i guerrafondai da quando, per primo, lo proclamò sedici secoli fa il romano Vegezio[176].

E, per chiarire, ha subito specificato senza smentita – dicendo, in effetti, la verità – che al di là degli impegni puramente verbali e declamatori dei “due popoli-due Stati”, resi prima da Barak, poi da Sharon e, infine, solennemente dal primo ministro Olmert, nessun governo israeliano ha mai ufficialmente approvato i risultati della conferenza di Annapolis che nel novembre 2007 negli USA approvò la formula. Nessun governo israeliano collegialmente la fece sua e, tanto meno, la ratificò mai la Knesseth israeliana, la Camera[177].

Così, con questi scuri di luna, in Israele è stato accolto quasi con sgomento il discorso di “apertura all’Islam” che Obama ha tenuto al parlamento turco[178]: l’America non è, e mai sarà, in guerra con l’Islam… Lo “sentono” male sia nel nuovo governo che in larga parte dell’opinione, convinta anche quando sa bene di credere il falso della propria stessa propaganda ogni giorno un po’ più grezza e meno vendibile. Secondo cui, per definizione Israele è sempre Davide e i filistei sono sempre Golia: solo che oggi ci sono i palestinesi e Davide sono loro.

A preoccupare, il nuovo governo di Israele è anche il commento, decisivamente positivo – troppo – del ministro degli Esteri siriano, Walid al-Moallem, al discorso di Obama in Turchia nel quale rileva cogliendone il nocciolo, quello che Natanyahu e i suoi respingono: che Obama, parlando esplicitamente della conferenza di Annapolis e richiamando l’unica iniziativa seria di Bush sulla pace in Medio Oriente ha segnalato una “chiara attenzione per la soluzione dei due Stati”. Insomma, ha risposto e nella maniera più clamorosa possibile, direttamente a Lieberman: voi non l’avete ratificata, ma per l’America quella è la soluzione…

Insomma, se Bush una volta annunciato l’esito di Annapolis se l’è subito dimenticato, e ha consentito che se ne dimenticasse Israele, questa nuova Amministrazione potrebbe anche non consentirglielo più[179]. E, infatti, su questo punta subito al-Moallem, aggiungendo che adesso si tratta di vedere come gli Stati Uniti affronteranno la questione con Israele, visto che la soluzione due popoli-due Stati continua lì ad essere respinta.

Non solo lo è ormai nei fatti, poi, come era con Olmert,  ma anche esplicitamente nel programma politico del governo. La stessa cosa – che Obama parla bene ma ripete le stesse cose di Bush – afferma anche un deputato eletto da Hamas al parlamento palestinese, Yehia Moussa, adesso in esilio in Siria. Anche lui spera, però, che i fatti poi gli daranno torto[180].

Intanto, una specie di flebile altolà arriva a darlo anche Abu Mazen il presidente dell’ANP che qualche giorno dopo l’insediamento di Netanyahu dice, e fa sapere di aver detto, ai negoziatori palestinesi che per andare avanti nei colloqui bilaterali è indispensabile che Israele tenga fede agli accordi già sottoscritti e la smetta di aprire nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme orientale e altrove nei territori occupati e/o, comunque, controllati[181].

Anche se in occidente c’è chi dubita del tempismo della richiesta, è ovvio che essa rappresenta il minimo che Abu Mazen/Mahmud Abbas si possa consentire se vuole mantenere qualche presa sull’opinione palestinese dopo Gaza e la totale impotenza che i suoi, l’ANP, come tutto il mondo arabo e l’Europa però, hanno mostrato a Gaza.

E adesso a preoccupare molto Israele – e tutti i suoi fans pregiudizialmente schierati – è anche l’intervista alla rete ABC statunitense, in prima serata, del presidente iraniano Ahmadinejad che, pur ribadendo la sua opposizione allo Stato di Israele perché, definendosi come Stato “degli ebrei”, spiega, è inevitabilmente “razzista”, per la prima volta dice che se poi i palestinesi si mettono d’accordo e raggiungono con Israele stessa un’intesa sullo schema “due popoli-due Stati”, l’Iran lo accetta e non si oppone all’accordo.

Qualsiasi sia la loro decisione, noi la sosterremo. Spetta a loro decidere, non a noi[182]. E siccome, sul principio, non solo l’ANP di Mahmoud Abbas ma ormai anche Hamas sono d’accordo, la dichiarazione iraniana preoccupa molto Tel Aviv il cui nuovo governo vede profilarsi un rischio, concreto – se Ahmadinejad stesso non trova adesso il modo di smentire se stesso – di vedersi sottrarre un bersaglio anche troppo facile dal mirino…

Novità per Cuba subito prima e, poi, al Vertice delle Americhe, dal 17 al 19 aprile a Port of Spain, a Trinidad e Tobago. Non è stata riammessa nell’Organizzazione degli Stati Americani, da cui era stata esclusa decenni fa su decisione e spinta statunitense— accettata o ingoiata, però, supinamente dagli altri governi delle Americhe[183]. Adesso, infatti, il segretario generale dell’OAS, il cileno José Miguel Insulza Salinas, dice apertamente, e prima della riunione, che l’Organizzazione dovrebbe riammettere Cuba— o come dice lui, diplomaticamente e politicamente, dovrebbe chiedere a Cuba di ri-aderire[184].

D’altra parte, anche in America – e non solo da parte degli ambienti economici che ormai, anche con impazienza, aspettano l’apertura di un nuovo mercato di dodici milioni di consumatori – oggi è la politica stessa a reclamare apertura. Perfino dalle fonti meno pensabili arrivano pressioni di segno opposto, perfino dagli ambienti che fino a ieri facevano fuoco e fiamme per alzare e aggiungere muro su muro contro Fidel e Cuba…

Per esempio è molto chiaro, e anche molto ambizioso, lo scopo dichiarato di un appello preparato dalla maggiore organizzazione fino a oggi fieramente e pregiudizialmente anticastrista d’America, la Cuban American National Foundation (la Fundacion Nacional Cubano Americana) di “una rottura con il passato” capace di tracciare “la via per una direzione nuova nei rapporti tra USA e Cuba che inizia dichiarando esplicitamente come anche “dopo la fine della guerra fredda la nostra linea verso Cuba è rimasta statica, reattiva e focalizzata a rispondere agli eventi dopo il tramonto di Fidel Castro. A nostro avviso, questa linea non avanza né promuove i migliori interessi degli Stati Uniti né quelli del popolo cubano”.

Così come importante è l’appello che la stessa Fondazione ha indirizzato all’UE per chiedere di andare oltre i boicottaggi che, accodata agli Stati Uniti, finora ha scatenato contro Cuba. Tutto, naturalmente, è ben calibrato ma il significato di questi appelli è chiarissimo e non lascia spazio a interpretazioni più riservate[185].

Anticipando tutti, in pratica, il lunedì di Pasqua il presidente Obama ha cancellato le restrizioni che senza altre misure di tipo legislativo poteva togliere di mezzo subito: ha reso possibile, per gli americani che vogliono farlo, recarsi in visita a Cuba: e ha rimosso le proibizioni poste finora alle rimesse degli emigrati cubani che vivono, da cittadini americani o no, negli Stati Uniti: quasi un milione e mezzo[186].

Uno “ spiraglio di apertura appena”, commenta il NYT[187], mentre a Cuba Fidel Castro scrive, con evidente amarezza, che “del bloqueo, que es la más cruel de las medidas, no se dijo una palabra [del blocco, che è il più crudele degli strumenti, non si è detta neanche una parola] …”. Poi aggiunge che, adesso, “están creadas las condiciones para que Obama emplee su talento en una política constructiva que ponga fin a la que ha fracasado [che è stata un fallimento] durante casi medio siglo.

   Por otro lado, nuestro país que ha resistido y está dispuesto a resistir lo que sea necesario, no culpa a Obama de las atrocidades cometidas por otros gobiernos de Estados Unidos. No cuestiona tampoco su sinceridad y sus deseos de cambiar la política y la imagen de Estados Unidos. Comprende que libró [ha condotto] una batalla muy difícil para ser electo, a pesar [contro] de prejuicios centenarios[188].

Una posizione, come si vede, intransigente sui princìpi, insoddisfatta nel merito, che però invoca, dai cubani, comprensione e pazienza per Obama. Diamogli il tempo, dice in buona sostanza, per mettere in piedi la sua politica! Peccato che Fidel non abbia anche scritto – ma forse questo ormai è fuori delle sue mani oltre che del suo volere – che Cuba pure deve dare una raddrizzata, e una nuova apertura, alla sua vita politica.

Ribadita solo due giorni dopo da Raul Castro, il nuovo leader cubano, che – escluso ancora dal vertice delle Americhe, sicuramente per l’ultima volta, e riunito prima di esso a Caracas con gli altri capi di Stato della sinistra latino americana – che ormai sono parecchi – dice in diretta televisiva, trasmessa in diretta anche a Cuba, che per quanto riguarda il suo paese “noi siano pronti a discutere di tutto, di diritti umani, di libertà di stampa, di prigionieri politici, di tutto, di tutto, di tutto quel che vogliono; ma come uguali, senza che la minima ombra ricada sulla nostra sovranità e senza  la più piccola violazione del diritto del popolo cubano alla propria autodeterminazione”.

Formulazione promettente e anche un po’ equivoca (come si esercita la sovranità di un popolo? la concezione dei diritti umani tuoi e miei è la stessa? e se le risposte non sono proprio identiche, come è inevitabile, che si fa?), ma con Obama l’interpretazione che gli americani danno alla dichiarazione è positiva. Risponde la segretaria di Stato, Hillary Clinton, di “aver visto i commenti del signor Raul Castro. Sono un’apertura e come tale li salutiamo. Li stiamo valutando molto seriamente[189].

Anche perché, come ha poi ammesso in una conferenza stampa, la linea dell’emarginazione e dell’isolamento voluta dai governi americani dal 1959, anno della rivoluzione di Castro, contro Cuba “è fallita[190]. Badate bene: non dice che era sbagliata, bacata, folle… Dice solo che non ha funzionato. Ma, rispetto alla totale cecità del passato, è già un grande passo in avanti.

Il giorno dopo, simbolicamente – ma qui i simboli acquisiscono la corposità forte degli atti e dei fatti politici – a Port of Spain i presidenti di Stati Uniti, Obama, e Venezuela, Chávez, si sono stretti a sorpresa la mano… in uno di quei tipici show di buona volontà e di empatia che Obama sembra suscitare dovunque vada, da Bagdad a Istanbul.

Poi, dal podio Obama ha ripetuto il messaggio di apertura senza condizioni al dialogo con Cuba, che al Vertice, ricordiamo, non era neanche invitata ma ha occupato di fatto in ogni momento il primissimo punto all’o.d.g., prendendo l’impegno solenne davanti a 33 capi di Stato e governo latino-americani che l’hanno applaudito, per questo, calorosamente. Tutti, anche chi tra di loro, magari, era meno convinto[191].

E molti tra i convenuti alla fine hanno espresso esplicitamente il loro rammarico, qualcuno la sua irritazione, per il fatto che, alla fine, nel comunicato finale – essendo necessaria l’unanimità – non sia stato possibile inserire, per la volontà singola del governo americano, l’auspicio altrimenti di tutti – ma proprio tutti – gli Stati presenti al Vertice che l’embargo statunitense nei confronti di Cuba fosse subito cancellato[192].

Ora l’una parte e l’altra si aspettano dall’interlocutore il prossimo passo avanti. E entrambe sono ovviamente orgogliose per aspettarlo. Sarebbe un’occasione perduta però per entrambe, America e Cuba, se aspettassero troppo… La maggior parte, la stragrande maggioranza dei paesi riuniti a Port of Spain hanno comunque martellato per due giorni su Obama perché siano gli Stati Uniti ad aprirsi per primi e non su questioni collaterali come le rimesse a Cuba o i visti sui passaporti. Ma sulla faccenda centrale, la fine dell’embargo, dopo quarantasett’anni di strangolamento economico dell’isola, del resto totalmente “fallito”.

Perfino il collaudatissimo e ossequioso primo ministro canadese, il conservatore Stephen Harper, ha detto dalla tribuna che ormai sono gli Stati Uniti a doversi muovere. Soprattutto perché, ha osservato, “se l’obiettivo è quello del cambiamento a Cuba, è difficile vedere come un embargo commerciale possa far altro che mantenere chiuso il sistema economico[193]. Già… sembrerebbe ovvio, no?

Ma il vero fatto nuovo, se volete, e ormai consolidato sulla scena mondiale, l’indicazione più forte e convincente finora in termini diplomatici dell’efficacia politica della sua azione, è che Obama riesce ad imporre, e in apparenza senza grande sforzo, il suo gioco alle sue condizioni ai suoi interlocutori. Tenendo conto, però, anche delle loro suscettibilità e dei loro problemi e anche per questo riuscendo, poi, a imporre termini e regole sue a tutti coloro che giocano con lui. Come un grande tennista è sempre lui a dettare così il ritmo del gioco, quello che fa correre l’avversario sul campo e mai viceversa… Almeno finora.

In Iraq, intanto, man mano che si avvicinano le scadenze per il ritiro delle truppe americane dalle città è cominciata una lenta marcia all’indietro sugli impegni concordati ed assunti. Stati Uniti ed Iraq, il governo di Obama e quello di al-Maliki, cominceranno a negoziare “possibili eccezioni” alla scadenza del 30 giugno prossimo prevista per il ritiro delle truppe combattenti americane dalle città. Si tratta di garantirne ancora la presenza, per esempio ma non necessariamente solo, a Mosul, la capitale della provincia di Ninive e la seconda città del paese, ai confini col Kurdistan iracheno, dove l’insorgenza però non allenta la presa.

Anche in alcune parti di Bagdad, dovrebbero restare – più esattamente, i generali americani chiedono e il governo iracheno finirà col concordare ovviamente – soldati americani ancora in armi. Qui il marchingegno è quello di ottenere dal municipio della città la dichiarazione che Camp Victory, che include due diverse basi americane, è fuori dei confini cittadini. Ma è a dieci minuti dal centro…

L’accordo per Mosul non è del tutto pacifico, però, malgrado le insistenze dell’esercito americano. Anche perché il governo regionale autonomo curdo, che nell’area conta e fa parte integrante della maggioranza che regge il governo centrale, resiste apertamente all’eccezione richiesta[194].

GERMANIA

Il PIL si è contratto nel primo trimestre del 2009 più che nell’ultimo del 2008, quando era stato registrato scendere del 2,1%: calo ormai aumentato al 3,5%[195].   

Per fine anno la previsione ferma della Bundesbank, e subito dopo del governo stesso, è che l’economia scenderà di almeno il 6% e che forse una leggera ripresa (+0,5%) si potrà cominciare a riavere nel 2010[196]. In ragione soprattutto delle prospettive dell’export, che sono oggi “estremamente fiacche”.

Finora gran parte delle previsioni economiche più nere in Europa si concentravano sulla performance fosca delle economie dei paesi dell’Europa centro-orientale, per anni gonfiate da crediti facili alimentati da prestiti in valute estere: dollari e, anzitutto, euro, provenienza le banche dell’Europa occidentale, austriache, italiane, svedesi e greche. Ma ora proprio il contrarsi dell’export e della produzione industriale sta concentrando l’attenzione sui cumuli di nuvole che pesano sull’economia tedesca: perché ci riguarda tutti e tutti da vicino.

Infatti, dobbiamo fare i conti tutti col fatto che il crollo del PIL tedesco – secondo l’OCSE, -5,3% quest’anno, o -5,6 per la Bundesbank: il calo più accentuato dopo la Grande Depressione, quando nel 1932 la crisi depennò il 7,2% della ricchezza tedesca, escludendo dal computo ovviamente i primi due anni del dopoguerra, 1945 e 1946, ma considerando che da solo questo PIL è il triplo di quello dei suoi vicini dell’Europa centro-orientale – avrà effetti onerosi e quasi incalcolabili su tutto il resto d’Europa.

Un punto importante da rilevare. In Europa, e soprattutto in Germania, il capitalismo dipende dalle banche, dal capitale che esse gli prestano, molto più che in America dove è legato alla raccolta di azioni e di titoli in borsa. I profitti delle banche sono perciò molto più legati qui di quanto lo siano in America alla buona salute delle imprese, specie di quelle sul territorio. Ma proprio per questo il tasso di non performance delle banche europee (tedesche, e italiane, in specie) è più direttamente legato di quanto lo sia in America alla salute delle imprese.

Questo potrebbe essere il tallone d’Achille di sistemi bancari come i nostrani, meno esposti (ma non esenti, di certo) di quello a stelle e strisce al flagello dei subprimes e delle bolle speculative ma legati a doppia mandata molto più di quello agli alti e, soprattutto, ai bassi dell’economia reale: produzione, domanda, vendite…

Adesso c’è la possibilità che il debito che schiaccia le economie dell’Est d’Europa facendole dipendere dalle banche europee sia, almeno in parte, risolto attraverso la ricapitalizzazione del Fondo monetario e dei pacchetti di salvataggio che sono stati annunciati. Ma il rallentamento delle economie europee, tutte, e il deterioramento delle protezioni e delle misure che costituiscono il nocciolo del nostro famoso modello sociale – specie e particolarmente proprio qui in Germania – se non resistiamo e non lo impediamo, potrebbero avere conseguenze pesanti per tuta l’Unione europea.      

Le cose continuano ad andar male, e anzi peggio, a febbraio, con una serie di cattivi dati in arrivo sul fronte economico. Il Destatis, l’Ufficio di statistica della Repubblica federale tedesca, ha annunciato che l’export, il motore più forte dietro un’economia essa stessa tradizionalmente assai forte, si è rapidamente contratto. I numeri di gennaio rispetto a quelli di un anno fa, sono scesi del 20,7%: il calo peggiore da sedici anni. Colpite particolarmente duro fabbriche d’auto e imprese meccaniche, ma anche la chimica ne ha sofferto parecchio[197].

Le esportazioni calano del 23,1% dall’anno prima, a febbraio, cioè anche di più, con le importazioni che scendono anch’esse del 16,4%. In queste condizioni, però, il valore degli scambi resta sempre in attivo (8,7 miliardi di €) anche se è in calo, di oltre il 50%, dai 17,1 miliardi dello stesso mese di un anno fa[198].

I prezzi all’ingrosso crollano dell’8% a marzo sull’anno prima e dello 0,9% in un mese dal febbraio precedente[199]: la prima volta dal febbraio 2004 e per il valore maggiore dal settembre 2002. Carenza di domanda, ormai generalizzata e, anche, forse un principio di deflazione. Insomma, effetti della recessione che ormai accompagna, e appesantisce, ogni passo dell’economia che resta la maggiore d’Europa.

Ma ad aprile, contradittoriamente, sale l’inflazione al consumo allo 0,7% dallo 0,5 di marzo, come segnala un primo rapporto del Destatis[200].

In ogni caso, l’indice ZEW delle aspettative di analisti ed investitori, uno strumento importante di misurazione della fiducia del mondo degli affari, sale nettamente a aprile a livello 13, dal -3,5 addirittura di un mese fa[201].

Cresce la disoccupazione ad aprile, con il dato destagionalizzato che raggiunge i 3.400.000 disoccupati e a marzo tocca l’8,3% dall’8,1% di febbraio[202]

Il ministero delle Finanze ammette, a fine aprile che quest’anno anche in Germania sarà necessario varare un bilancio supplementare perché il fabbisogno pubblico è previsto in aumento da 37 miliardi ad almeno 50 miliardi di €[203].

La ministra dell’Agricoltura, Ilse Aigner, ha annunciato l’intenzione del governo di bloccare l’unico ceppo di frumento geneticamente modificato attualmente coltivato nell’Unione europea: perché, dice la ministra, “c’è ragione di credere che il granturco geneticamente modificato del tipo MON 810 [della Monsanto] presenti un pericolo reale per l’ambiente[204].

Brutta sorpresa per la grande impresa agroindustriale americana – che con altre quattro, cinque gestisce forse il 90% dell’agribusiness OGM – e, probabilmente, tensioni ulteriori sul piano commerciale tra USA e UE. Tanto più che, forse dimenticando come comunque l’ultima decisione, in materia di accettazione o meno degli OGM, è stata riservata dal parlamento europeo ai singoli paesi e non certo alla Commissione, la Monsanto come le sue pari contavano proprio sul sostegno che regolarmente trovava all’interno della Commissione.

FRANCIA

Il primo ministro François Fillon ha convenuto che l’economia del paese va male e anche qui, come in molti altri paesi, il PIL nel 2009 calerà, ma un po’meno che nel resto d’Europa, dice, del 2,5%. Ha dato atto che nel quarto trimestre del 2008 il PIL è calato dell’1,1%, l’1% secco in più rispetto al trimestre precedente. E ha anche vaticinato che comincerà a riprendersi dal 2010.

Ha giurato, però, Fillon, che il governo non alzerà le tasse né prima delle elezioni presidenziali del 2012 prevede di alzare l’età pensionabile. La Francia dice poi di contare sul fatto che la crescita dell’economia americana nel quarto trimestre di quest’anno dovrebbe aiutare la crescita anche in Francia[205].

La disoccupazione, nel mese di marzo, ha comunicato la ministra dell’Economia Christine Lagarde, è cresciuta fra le 60 e le 70.000 unità. A febbraio altri 79.000 lavoratori avevano perso il posto e, nel complesso dell’ultimo trimestre del 2008, 117.300 francesi erano stati espulsi dal lavoro (nel trimestre precedente, un terzo di quella cifra). E, secondo la stima del ministro, il tasso di disoccupazione, che ora raggiunge l’8,2%, punta a superare entro fine anno il 10%.

Va avanti una deflazione, la depressione cioè dell’attività economica a cominciare dai prezzi, con quelli alla produzione per il mercato interno che scendono del 5,5% anno su anno a marzo, in accelerazione di un punto percentuale da febbraio. Sul mese precedente la crescita è dello 0,4% e anche i prezzi all’importazione, per l’INSEE, sono scesi anno su anno a marzo dello 0,3 da febbraio e del 6,7% su un anno prima[206].

Nell’industria, il clima di fiducia degli affari, ad aprile 2009, è salito rispetto al marzo precedente, rispetto all’indicatore sintetico medio che è uguale a 100, a 71 da 68.

Pare che, come da sempre in questo modello di repubblica tutta presidenziale, sarà il primo ministro il capro espiatorio della popolarità in ribasso del presidente. Che, infattti, starebbe seriamente pensando a sostituirlo[207] col socialista Dominique Strauss-Kahn, economista ed ex ministro dell’Economia sotto Mitterrand e attualmente direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale. Che, per ora, ha detto solo di non potere, e di non volere, scartare l’idea.  

GRAN BRETAGNA

L’economia britannica si è contratta, in termini di PIL, del 4,1% nei primi tre mesi del 2009 sullo stesso periodo del 2008.

I dati resi noti il 7 aprile dall’ONS, l’Ufficio nazionale di statistica, confermano che la produzione industriale – manifatturato, servizi pubblici privati e di Stato, miniere – è sceso a febbraio da un anno del 12,5%, la caduta maggiore registrata dal 1968; nei tre mesi fino a gennaio, del 5,8% e in un mese, da gennaio a febbraio, la produzione industriale è calata dell’1%, al di sotto delle attese: per il dodicesimo mese di seguito. Anche qui, la durata più lunga dalla recessione del 1980[208].

La disoccupazione arriva a marzo a 2.100.00, con un aumento secco di 177.000 unità: il massimo ufficialmente registrato dal febbraio 1997. Con le richieste di sussidio che crescono per il tredicesimo mese di seguito[209].

L’inflazione a marzo cala al 2,9% dal 3,2 di febbraio su base anua. Ma a marzo sul marzo dell’anno prima è deflazione: -0,4%[210].  

Il governo Brown, tornato al laburismo un po’ vecchio stampo dopo anni di sdirazzamento neo-liberista, prevede nella finanziaria appena presentata a Westminister dal cancelliere dello scacchiere Alistair Darling[211] un deficit di bilancio addirittura del 12,5% del PIL nel 2009 (un deficit che, dice Darling, non si azzererà certo almeno fino al 2018: con buona pace, tra gli altri, anche dell’Unione europea[212]). Ma il fatto duro è che anche quel livello di deficit, 175 miliardi di sterline (194 miliardi di €) a questo punto si rivela… ottimistico.

Ancora più preoccupante appare il fatto che il declino del PIL del primo trimestre è imputabile largamente al crollo di quel che restava di produzione industriale e manifatturiera: del 6,2% e inferiore, ormai, del 10% al livello del 2003 (solo in questo marzo, la produzione di auto – tutte marche di proprietà estera ormai, anche se per qualche decina di migliaia di esemplari ancora fabbricate qui – è calata del 51,3%). Ora, è proprio la produzione industriale il settore su cui sarà necessario puntare per una ripresa, mentre calano i consumi, la finanza si va disfacendo, l’edilizia va giù e anche la spesa pubblica – salita nel primo trimestre dello 0,5% – trova problemi a salire ancora.  

Essa, in effetti, è già largamente in deficit, malgrado il contestuale taglio previsto in finanziaria, subito per quest’anno, di 9 miliardi di sterline di spesa pubblica, 15 in tre anni, reso necessario dalla lotta alla conseguenze maligne della crisi sull’economia reale (occupazione, produzione, deflazione, squilibrio dei conti correnti) e malgrado l’annunciato aumento delle tasse di 10 punti per l’aliquota marginale dei redditi superiori alle 150.000 sterline (che passa, così, per chi non evade certo, al 50%).

Un segnale fortissimo per quello che lo stesso governo di Sua Maestà profila ormai come il quadro economico più preoccupato, e più preoccupante, nel mondo occidentale. Il cancelliere dello scacchiere ha lasciato intendere del resto che, alla fine, viste le nuove correzioni in peggio alle previsioni in arrivo costante, il governo dovrà indebitarsi anche più dei 348 miliardi di sterline già anticipati, quasi un 25% del PIL, nei prossimi due anni… e che nel 2013-2014 il rapporto debito pubblico/PIL – che non tiene conto di quello, assai superiore, tra debito delle famiglie e ricchezza nazionale – toccherà l’80%[213].

Un segnale di preoccupazione, in qualche modo, che neanche l’opposizione conservatrice ha giurato, stavolta, come da prassi consueta, di cancellare con la nuova aliquota appena vincerà le prossime elezioni. Anche non rinunciando, naturalmente, a chiamarla “una sbagliata tradizione di egualitarismo radicale”, come del resto vanno facendo anche i vecchi arnesi del New Labour stesso, ora sconfitti ma non rassegnati dalla durezza dei fatti[214].

Ecco, il fatto è che aiutare i ricchi a diventare più ricchi, sembra passato di moda e questa finanziaria, così connotata di un pizzico di sacrosanto “giustizialismo” e degli antichi colori della lotta di classe è una scommessa tutta politica del governo sul fatto che la grande maggioranza dei cittadini britannici ormai ne ha, appunto, abbastanza del neo-liberismo che trasferisce coi soldi pubblici fette di reddito e di patrimonio sempre più cospicue a chi più ha e, adesso, gliela vuole far pagare…

Se fosse davvero così, e qualcuno se lo chiede qui, neanche i conservatori avrebbero più, forse, la voglia per combattere la guerra di classe sul fronte di quell’altra, dell’altra classe, quella dei ricconi e dei privilegiati che per anni ha vinto addirittura senza dover neanche lottare[215].

E le prossime elezioni, anticipabili in qualsiasi momento dal primo ministro, ormai diventano però obbligatorie al massimo entro un anno, entro maggio 2010.

E’ tardi, è troppo tardi, commenta amara un’osservatrice autorevole molto vicina al partito laburista[216], inteso come sentire medio dei suoi lettori oggi molto, e giustamente, delusi: il cancelliere, dice, ha sfidato i conservatori urlando loro in parlamento, quando chiedevano tagli immediati alla spesa pubblica, che no i tagli verranno concentrati “dopo la ripresa perché ‘si può uscire dalla crisi crescendo e non si può farlo certo tagliando’. Ma la volontà del Labour di prendere ancora in prestito e di salvare così quel che [del welfare] si può salvare,  diventerà una linea assai traballante sotto gli slogan dei tagli alle tasse che lanceranno i conservatori” non adesso magari ma avvicinandoci alle prossime elezioni.

   E’ un gran bello scherzo preparare ai tories la trappola di una bella tassa alta sul reddito personale— e funziona, adesso, cementando insieme la base laburista. Ma quando la tassa del 50% scatterà ad aprile del prossimo 13° fatidico anno dell’era del New Labour, quest’ultima bandiera socialdemocratica” – sì, di questo si tratta quando si parla di tasse alte personali e progressive per i ricchi: di socialdemocrazia, al massimo, non certo di comunismo starà probabilmente affogando, non più sventolando. Troppo tardi, decisamente troppo tardi, ormai”.

Attenzione, però. Perché anche in politica, proprio come in economia, le Cassandre che sembrano magari portare sfiga in realtà hanno spesso ragione. E sempre più gente sembra disposta a ascoltarle quando ricordano che anche solo rinunciando ai “progetti di prestigio”, cancellando ad esempio i 9 miliardi di sterline a fondo perduto necessarie a portare le Olimpiadi a Londra nel 2012, verrebbe di colpo cancellata una bella fetta del debito (come se da noi si dicesse basta con quella farsa che è il ponte sullo Stretto, quella chimera del “marciam marciamo” per cui non si marcia mai… .

Per non parlare, naturalmente, di quell’altra costosissima buffonata che è la forza termonucleare “indipendente” che, per restare come si dice “credibile” come minaccia di ritorsione possibile a un attacco atomico, avrebbe bisogno nei prossimi anni di quasi 40 miliardi di sterline di investimenti per poi continuare, però – questa è la realtà inconfutabile e oggi perfino confessa – a dipendere, al dunque, dall’OK del Pentagono… che, come sempre dal 1958 e di fatto, continuerebbe a tenere il dito sul bottone rosso.

La verità vera è che s’è sgonfiata di botto la pretesa, prima di Blair e del New Labour, poi di Brown e del suo, di costruire una società e un welfare alla svedese con la struttura fiscale e di tassazione degli Stati Uniti neo-liberisti. Mettendo in piedi un miscuglio di clintonismo e thatcherismo ribattezzato a vuoto “Terza via”. E oggi forse è ora troppo tardi per rimediare.

Adesso, questo nuovo bilancio diventa importante perché, per la prima volta da anni, mette in evidenza la durezza della restrizione del credito, evidenzia e spiattella davanti al mondo lo sbudellamento dei servizi finanziari e del mercato edilizio che sul campo hanno lasciato perdite colossali e frattaglie che, insieme a una recessione molto pesante, si sono ormai insediate nell’economia e gravano sulle finanze pubbliche del paese.

Ora, insomma, starebbero scomparendo o sarebbero, secondo molti, già proprio scomparse le pretese britanniche di restare una grande potenza: con la gestione Blair e il suo appecoronamento su Bush e con la sequela incolore di Brown, il Regno Unito ha perso ogni prestigio sul piano della voce e della presenza politica e anche militare nel mondo e, in Europa, ha conservato solo quello della propria capacità negativa di interdizione. E, adesso, a questo infiacchimento si aggiunge, determinante come un macigno appeso al collo, una nuova leggerezza economica e finanziaria.

GIAPPONE

A fine aprile, l’ultimo giorno, giunge notizia che a marzo finalmente la produzione industriale dà qualche segno vitale: per la prima volta da sei mesi il segno è positivo, +1,6% e, secondo le interpretazioni migliori, forse vuol dire che il peggio potrebbe essere passato per i manifatturieri nipponici[217].

Ma è un segnale quasi isolato. Da Tokyo e dalla sua economia, notizie in nero (assai cupo e parecchie) e pochissime in rosa (sbiadito, però: al massimo una speranza, forse un’illusione come quela apena accennata). Il Rapporto trimestrale della Banca centrale, il Tankan, dà un indice di fiducia delle imprese caduto a -58, il livello più basso dal 1974, cioè da quando venne pubblicato per la prima volta[218].

Masaaki Shirakawa, il governatore della Banca centrale del Giappone, ha avvertito il paese che la contrazione del PIL continuerà a causa della spesa per i consumi che tende fortemente al ribasso, al peggioramento dei dati sull’occupazione e sul reddito delle famiglie e delle persone. Il governo, per sua parte, quantifica la previsione parlando di una contrazione del 3,3% a fine anno fiscale 2009 (cioè, a marzo 2010) prende atto del contrarsi pesante di produzione industriale ed esportazioni e sottolinea che la disoccupazione salirà almeno al 5,2% (ufficiale)[219].

Shirakawa ha aggiunto che il Giappone rischia la deflazione, a seguito del crollo dei prezzi all’ingrosso e che i prezzi al consumo, con l’eccezione probabile di vegetali e derrate alimentari fresche cominceranno probabilmente a calare nel prossimo futuro[220].

Il governo ha, invece, proposto per quest’anno una specie di supplemento alla finanziaria, presentando al parlamento un pacchetto di stimolo extra da 56.800 miliardi di yen, cioè da 588,3 miliardi di $[221]. La coalizione di governo, il partito liberal-democratico del primo ministro Aso, e il Nuovo Komeito, vagamente diremo noi di centro-sinistra, deve far passare ora il pacchetto per l’approvazione delle due Camere.

Quella Alta – il Senato, la Camera dei Consiglieri così chiamata – la controlla, però, l’opposizione e mentre quella Bassa può scavalcare il suo probabile no col doppio voto, il premier evidentemente non si fida troppo se minaccia lo scioglimento della Camera e nuove elezioni in caso di non passaggio del novo pacchetto di stimolo colossale.

La produzione di auto per il mercato interno a febbraio ha segnato un -56% rispetto allo stesso mese di un anno prima. E le vendite di auto, a marzo, sono scese del 32% sullo stesso mese del 2008. Febbraio, però – ed ecco il barlume di luce: ma ancora non è certo la fine del tunnel – ha visto le imprese cominciare a tagliare il magazzino, le scorte, e farlo al ritmo più elevato da quando il dato viene registrato, dal 1953: con qualche speranza, dunque, che nel futuro prossimo venturo ciò possa indicare una caduta della produzione nel manifatturiero che, forse, ha toccato il fondo[222]

La bilancia commerciale, per la prima volta da ben ventotto anni, ha registrato nell’anno, a marzo, un deficit di 725,3 miliardi di yen (7,41 miliardi di $), a causa dice il ministero delle Finanze di un calo delle esportazioni del 16,4% nell’anno fiscale 2008 (marzo 2008-marzo 2009) e dell’aumento dei prezzi di materie prime e derrate alimentari. Anche le importazioni sono scese, ma assai di meno, del 4,1%[223]. A marzo dell’anno scorso l’attivo della bilancia commerciale era a 1.100 miliardi di yen, quest’anno si è ridotto di dieci volte, arriva appena a 10,9 miliardi di yen (rispettivamente, 8,5 miliardi e sugli 840 milioni di €).

 

Il partito liberal-democratico al governo ha intanto svelato la bozza del più importante e massiccio piano di stimolo del paese, un pacchetto da 154,4 miliardi di $ che punta dichiaratamente a stoppare la recessione[224]. E’ da solo il 3% del PIL e con esso, il terzo pacchetto da settembre a oggi, lo stimolo ammonta in totale a oltre 280 miliardi di $, oltre il 5% del PIL. Qui non temono, pare, di essere pessimisti. Il primo ministro Aso sostiene che “il Giappone è al bivio più cruciale della sua vita da 100 anni”: che, pure, suona grossa dopo l’attacco a Pearl Harbor e le bombe atomiche del ’46…

In ogni caso, stavolta, sembra che lo stimolo sarà fortemente caratterizzato, come si dice, in senso “verde”: per favorire produzione e vendite di auto elettriche, con sussidi mirati a produttori e consumatori, e per spingere la produzione di energia solare moltiplicandola almeno di venti volte (incentivi alle centrali perché comprino energia solare dai produttori privati e fornitura di energia di quel tipo alle decine di migliaia di scuole in tutto il paese). Finora, ed ancora, però, per l’industria i target restano volontari e il Giappone ha finalizzato alla produzione verde, a misure per il cambiamento climatico, solo il 2,6% della spesa contro il 12% degli USA e il 34% della Cina. 

Ma molti dubitano che anche queste ultime particolare misure serviranno ad avere un impatto significativo per tentare di far onorare al Giappone di onorare gli obiettivi che ha sottoscritto nel protocollo di Kyoto. Le emissioni di gas serra, in effetti, l’anno scorso sono ancora aumentate del 2,3% e il tetto ha superato del 16% il livello che il paese s’era impegnato a raggiungere entro il 2013[225].

Sul rapporto debito/Pil del Giappone, c’è da sempre un mistero che non è misterioso per niente e che, prima o poi, bisognerà pur cercare di svelare. Qui il debito pubblico (parliamo solo di quello) è più che doppio di quello degli Stati Uniti a tutt’oggi, e anche ben superiore a quello dell’Italia (i dati rispettivi, ufficializzati dall’OCSE[226]: Giappone, 173% (il FMI dice 193); Italia, 113% (FMI: 104,3); USA, 73,2% (FMI, 61,5). Per lo più, in Giappone, come risulta degli stimoli ripetuti degli anni ’90 per tirar fuori il paese dalla sua lunga fase di depressione economica.

E’ uno dei temi che, come da noi, anche in America usano in molti per mettere in guardia da un debito troppo “oneroso[227], anzi lì tanto più pesante per le finanze pubbliche che negli Stati Uniti. L’unico problema con questa linea di ragionamento non è che non sia vero. E’ – ecco il mistero –che, però, il peso di quel debito, come costo degli interessi è parecchio più basso di quello americano.

E, allora, la vogliamo dire la verità? Che il tasso di interesse in Giappone è considerevolmente, e stabilmente, più basso di quello degli Stati Uniti e, tanto più di quello che, fissato a breve dalla BCE (ma che influisce anche per i tassi a medio e lungo termine), vale per l’Italia come per ogni altro paese dell’eurozona. E che la Banca centrale di Tokyo ha semplicemente comprato gran parte del debito pubblico del paese.

Così che affermare, come fa il giornale sopra citato, che il debito pubblico del Giappone è particolarmente oneroso sarà pure vero per il paese, magari, ma non lo è poi tanto – non come quello americano, non come quello italiano – per i cittadini del paese…


 

[1] New York Times, 2.4.2009, M. Saltmarsh, Europe’s Unemployment Patchwork La coperta della disoccupazione europea, fatta tutta di toppe.

[2] Cfr. 3.4.2009, http://nuke.filcatoscana.net/.

[3] Agenzia Italia (AGI), 3.4.2009 (cfr. www.agi.it/news/notizie/200904031630-cro-rt11210-art.html/).

[4] Supplementi al Bollettino statistico, 15.4.2009, Finanza pubblica, fabbisogno e debito (cfr. www.bancaditalia.it/stati stiche/finpub/pimefp/pimefp09/sb19_09/suppl_19_09.pdf/).

[5] Agenzia Reuters, 15.4.2009, Forexyard tra 19 istituti di analisi italiani e europei (cfr. www.forexyard.com/reuters/pop up_reuters.php?action=2009-04-15T095043Z_01_LF709799_RTRIDST_0_ITALY-DEBT/). 

[6] Il Messaggero, 23.4.2009, M. Fortis, Rallentamento più basso rispetto a Germania e Giappone [e non solo].

[7] ISAE, 28.4.2009, Recupero ad aprile per la fiducia delle imprese (cfr. www.isae.it/not_ind_ita_04_09.pdf/).

[8] CSC Confindustria, Indagine sulla congiuntura: in aprile timidi segnali di stabilizzazione della caduta dell’attività, dati sull’utilizzazione degli impianti (cfr. www.confindustria.it/ancong.nsf/Indconrap/1?OpenDocument&MenuID=E1C44 EBE28E96A7CC1257547003620C6/).

[9] New York Times, 8.4.2009, A. E. Kramer, Italy and Russia Complete Flurry of Deals— Italia e Russia completano una raffica di accordi commerciali. .

[10] New York Times, 28.4.2009, C. Drew, Obama Finds That Saving on Copters Could Be Costly Obama scopre che risparmiare sugli elicotteri potrebbe costare caro.

[11] Agenzia Interfax, 7.4.2007 (cfr. www.interfax.com/search.aspx?query=ENI/Finmeccanica/).

[12] New York Times, 16.4.2009, Reuters, Fiat Chief Warns Chrysler Unions of Need for Cuts—  Il capo della FIAT avverte i sindacati della Chrysler della necessità di [ulteriori] tagli; e Globe and Mail (Toronto), 15.4.2009, intervista di E. Reguly e G. Keenan, Fiat to Chrysler: cut costs or we walk— La FIAT alla Chrysler: tagliate i costi o ce ne andiamo (cfr. http://business.theglobeandmail.com/servlet/story/RTGAM.20090414.wrfiat15/BNStory/Business/home/).

[13] New York Times, 29.4.2009, M. Maynard e N. Bunkley, As Detroit Is Remade, the U.A.W. Stands to Gain Con il rifacimento di Detroit la UAWci guadagnerà. 

[14] New York Times, 26.4.2009, N. Bunkley e B. Vlasic, Chrysler and Union Agree to Deal Before Federal Deadline Chrysler e il sindaco si accordano prima della scadenza del governo.

[15] New York Times, 30.4.2009, M. Maynard, Chrysler Bankruptcy Plan is Announced – Automaker to Enter Alliance with FIAT, White House says Annunciato il piano per la bancarotta della Chrysler – La Casa Bianca dice che la fabbrica d’auto si alleerà con la FIAT.

[16] Cfr. più avanti, sul perché questa tesi è una vera scempiaggine: nel capitolo STATI UNITI, alla voce D. Baker (Nota108).

[17] Reuters, 28.4.2009, Derivati Comune Milano: Gdf sequestra 476 milioni a 4 banche (cfr. http://borsaitaliana.it. reuters.com/article/businessNews/idITMIE53R05320090428/).

[18] New York Times, 28.4.2009, C. Gatti, Italy Seizes Millions in Assets From Four Banks L’Italia sequestra milioni di assets di quattro banche.

[19] The Economist, 25.4.2009; e, per il testo integrale, IMF, 4.2009, World Economic Outlook 4.2009— Quadro previsionale 4.2009 (cfr. www. imf.org/external/pubs/ft/weo/2009/01/pdf/text.pdf/).

[20] The Wall Street Journal, 10.4.2009, S. Swartz, IEA Cuts 2009 Oil-Demand Forecast L’AIE taglia le previsioni 2009 della domanda di petrolio (cfr. http://online.wsj.com/article/SB123935107038208281.html/).  

[21] Organizzazione Mondiale della Sanità, 21.4.2004, Rapporto conclusivo (cfr. www.who.int/csr/sars/country/table20 04_04_21/en/print.html/).

[22] New York Times, 26.4.2009, D. G. McNeil, Jr., U.S. Declares Public Health Emergency Over Swine Flu Gli USA dichiarano l’emergenza sanitaria pubblica per l’influenza suina.

[23] Money News, 9.4.2009, D. Weil, Top Chinese Banker: Dollar Soon Irrelevant— Un grande banchiere cinese dice che il dollaro presto diventerà irrilevante (cfr. http://moneynews.com/streettalk/china_dollar_irrelevant/2009/04/09/201399.html? s=al&promo_code=7DAC-1/.

[24] Guardian, 1.4.2009, M. Weisbrot, G20: welcome to the multi-polar world— G-20: benvenuti nel mondo multipolare.

[25] Lista dei paesi del mondo per ammontare di debito estero (totale del debito pubblico e privato dovuto a non residenti da pagare in valuta estera, beni o servizi) in % del PIL (stima 2008): 1°, Principato di Monaco, 1843,70%, ovvero $540.000 per abitante; 2°, Irlanda, 960,86%, $448.032 per abitante; 3°, Svizzera, 441,95%, $509.529 per abitante; 4°, Regno Unito, 374,96%, $174.167 per abitante;… Francia, 211,86%, $68.183 per abitante;… Germania, 159,92%, $54.604 per abitante;… Stati Uniti d’America, 99,95%, $42.343 per abitante;… Spagna, 79,65%, $1766.019 per abitante;… dato medio di tutti i paesi del mondo, 69,68%, $9.100 per abitante;… Italia, 55,35%, $124.049 per abitante;… Russia, 17%, $2.500 per abitante;… Cuba, 13,38%, $194 per abitante;… Brasile, 12,41%, $1.234 per abitante; Cina, 5,11%, $271 per abitante … (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_external_debt/).

[26] Del resto, non succede solo lì. Qui, sul Corriere della Sera, 1.4.2009, un accademico – mezzo americano mezzo italiano in verità, come Francesco Giavazzi, in un articolo accoratamente intitolato Non far morire i mercati, spiega che è meglio regolarli al minimo, i mercati, e “riportarli alla normalità”: come vuole fare se non proprio Obama certamente il suo ministro del Tesoro, Tim Geithner… Ma come se non fosse stata proprio la “normalìità” del funzionamento aberrante e dopato del libero mercato finanziario a precipitarci adesso nel marasma…

[27] Il Tempo, 3.4.2009, L. Della Pasqua, G20, accordo contro la crisi – Un piano da 5 mila miliardi entro il 2010 [solo che il problema c’è adesso, subito, all’inizio del 2009…] (cfr. http://iltempo.ilsole24ore.com/2009/04/03/1009313-accordo_ con tro_crisi.shtml/).

[28] OECD,  Progress Report On The Jurisdictions Surveyed— Rapporto in progress sulle giurisdizioni sotto vigilanza-lista (cfr. www.oecd.org/dataoecd/38/14/42497950.pdf/).  

[29] Ricorderete: l’avvocato inglese David Mills, all’epoca dei fatti marito della ministra del governo laburista Tessa Jowell, poi leggermente “diminuita” nella scala gerarchica ministeriale anche per questo e divorziata, non si sa se per decenza o che cosa, è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano per aver ricevuto, come aveva ammesso nel luglio del 2004 ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, una mazzetta 600.000 dollari dal gruppo Fininvest per dire il falso nei processi per paradisi fiscali procurati a Silvio Berlusconi (Il Giornale, 30.4.2009, “Intascò una mazzetta”, a Mills 4 anni e 6 mesi (cfr. www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=329509& PRINT=S/).

[30] BBC News, 7.4.2009, OECD removes tax havens from list— L’OCSE cancella i  paradisi fiscali dalla sua lista nera.(cfr. http:/newsbc.co.uk/2/hi/business/7987417.stm/).

[31] Guardian, 13.4.2009, A. Clark, Swiss bank ‘to close US customer accounts’ Banca svizzera ‘chiuderà i conti correnti dei clienti americani’.

[32] Guardian, 2.4.2009, W. Hutton, G20: best summit since 1944— Il G-20: il vertice migliore dal 1944 [cioè, da Bretton Woods].

[33] EurActiv, 22.4.2009, Socialists warn Barroso over hedge fund regulation I socialisti avvertono Barroso su una regolamentazione [seria] degli hedge funds (cfr. www.euractiv.com/en/financial-services/socialists-warn-barroso-hedge-fund-regulation/article-181467/); e per il testo integrale della dura lettera rivolta a Barroso dal presidente del PSE e dal presidente dei deputati del PSE al PE, cfr. www.euractiv.com/29/images/Letter%20to%20Barroso%2020%20April% 20 09_tcm29-181469.doc/.

[34] Cfr.Nota32, qui sopra.

[35] Ibidem.

[36] Guardian, 26.4.2009, H. Stewart e L. Elliott, IMF split on recession ‘exit strategy’ Divisioni nel FMI sulla ‘strategia di uscita’ dalla recessione.

[37] Guardian, 2.4.2009, G. Monbiot, G20 agreement forgets the environment.

[38] Guardian, 2.4.2009, 2.4.2009, J. Ghosh, G20: The communiqué’s silence is deafening—.

  Nello stesso senso, in modo anche più strutturalmente critico si pronunciano altri esperti: tra quelli che, da tempo, ci avevano azzeccato e avevano lanciato l’allarme sui pericoli incombenti, col liberismo selvaggio e trionfante, sulla finanza e l’economia mondiale, come il prof. Dean Baker. Perché – domanda – se non per cecità perversamente ostinata, dare più soldi e più potere con queste decisioni a un FMI che li ha adoprati finora tanto male? a occhi chiusi, senza accorgersi di niente di quello che andavano facendo e seminando nel mondo le banche che era compito suo sorvegliare? o, peggio, accorgendosene e deliberatamente tacendone? (cfr. Guardian, D. Baker, Why support the IMF?— Perché mai sostenere il FMI?

[39] New York Times, 2.4.2009, H. Cooper, Medvedev Resurrects Idea of Replacing Dollar as Reserve Currency— Medvedev  resuscita l’idea di sostituire il dollaro come valuta di riserva.

[40] L’Osservatore Romano, 2.4.2009, lettera di S.S. Benedetto XVI al S.E. il PM on. Gordon Brown “Fiducia nell’uomo per uscire dalla crisi” (trad. dell’O.R., cfr. www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html/).

[41] Lo annota in un intrigante articolo intitolato, significativamente, G20: The red pope— G20: il papa rosso – A. Brown,  che dirige e coordina, con occhio misuratamente rispettoso, anche se mai ossequiosamente plaudente, le pagine sulle questioni religiose del Guardian.  

[42] Del quotidiano canadese GlobeandMail (Toronto), 3.4.2009, D. Sanders, U.S. takes back seat as power balance shifts Gli USA passano in seconda fila con lo spostamento dei rapporti di potere (cfr. www.theglobeandmail.com/servlet/ story/RTGAM.20090403.wg20analysis03/BNStory/International/?page=rss&id=RTGAM.20090403.wg20analysis03/).

[43] Testo del Comunicato/Dichiarazione finale del G-20 di Londra e dei relativi Allegati, 2.4.2009 (cfr. www.london summit.gov.uk/resources/en/PDF/final-communique/). Spiacenti, non c’è il testo italiano: o, meglio, non siamo stati capaci di trovarlo – messo in  rete da alcun sito del nostro solerte governo: né Palazzo Chigi, né la Farnesina, né il Tesoro – neanche a fine aprile).

[44] New York Times, 2.4.2009, M. Landler e D. E. Sanger, G-20 Pact Has New Rules and $1.1 Trillion in Loan PledgesIl patto del G-20 ha nuove regole e impegni di crediti per 1,1 triliardi di $

[45] Guardian, 3.4.2009, M. White, G20 aftermath: cheesy Berlusconi, classy Queen and regal Michelle Obama Il dopo del G-20: la grossolanità di Berlusconi, la classe della Regina, la regalità di Michelle.

[46] Cfr. i links con questi giornali che riportano tutti la stessa frase infelice (crediamo stavolta non ci possano essere dubbi): rispettivamente, www.timesonline.co.uk/tol/news/world/europe/article6058369.ece/; www.guardian.co.uk/ world/2009/apr/08/italy-earthquake-berlusconi/; www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/ italy/5124102/italy-earthquake-berlusconi-says-homeless-should-see-it-as-camping-trip.html/.

[47] il manifesto – giornale ovviamente sospetto – sembra però azzeccarci quando in una notarella chiosa sullo “shock del commento del weekend in campeggio. Ma solo all’estero”… Digitate su Google, nel motore di ricerca in lingua italiana, “berlusconi + campeggio + terremoto”… e vedete che viene fuori!

[48] The Economist, 4.4.2009.

[49] Agenzia Xinhua (Nuova Cina), 16.4.2009, China's GDP up 6.1% in first quarter— Il PIL cinese sale del 6,1% nel primo trimestre (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2009-04/16/content_11193678.htm/).

[50] Guardian, 7.4.2009, J. Watts, World Bank sees China recovery this year La Banca mondiale vede una ripresa in Cina quest’anno.

[51] Xinhua, 19.4.2009, Official: China centrally administered enterprises saw recovery in March— Esponente del governo: le imprese gestite dallo Stato si riprendono a marzo

[52] New York Times, 16.4.2009, K. Bradsher, China’s Economic Growth Slows in First Quarter Rallenta la crescita dell’economia cinese nel primo trimestre.

[53] New York Times, 16.4.2009, K. Bradsher, China Sees a Slight Lift in Factory Orders La Cina vede un leggero aumento degli ordinativi industriali.

[54] New York Times, 18.4.2009, J. Ansfield, Slump Tilts Priorities of Industry in China— Il rallentamento economico cambia le priorità industriali della Cina.  

[55] Xinhua, 11.4.2009, China's foreign reserves hit $1.95 trillion at end of March— Le riserve valutarie estere della Cina toccano 1.950 miliardi di $ alla fine di marzo (cfr. http://news.xinhuanet.com/english/2009-04/11/ content_11167852.htm/).

[56] The Economist, 18.4.2009.

[57] New York Times, 13.4.2009, K. Bradsher, China Slows Purchases of U.S. and Other Bonds La Cina rallenta gli acquisti di bonds americani ed altri.

[58] South China Morning Post (Hong Kong), 7.4.2009, J. Ma e Z. Pinghui, Beijing puts public before profit with health reform blueprint— Pechino  mette prima del profitto  il pubblico bene nel piano di riforma sanitaria  (cfr. www.scmp.com/portal/ site/SCMP/menuitem.2c913216495213d5df646910cba0a0a0/?vgnextoid=34a78a6eebb70210VgnVCM100000360a0a0aRCRD&vgnextfmt=teaser&ss=China&s=News/); e 9.4.2009, AA. Idem, Analysts raise doubts about national medical scheme Dubbi degli analisti [delle compagnie di assicurazione private, si intende] sullo schema nazionale di riforma della sanità (cfr.www.scmp.com/portal/site/SCMP/menuitem.2c913216495213d5df646910cba0a0a0/? vgnextoid=72512b4597180 210VgnVCM100000360a0a0aRCRD&vgnextfmt=teaser&ss=China&s=News/).

[59] Testo della Dichiarazione congiunta di Londra riportato integralmente da Xinhua, 4.4.2009 e French diplomat: westerners "must know Tibet reality"— Diplomatico francese:in occidente “dobbiamo imparare a conoscere la realtà del Tibet”(cfr. http://english.sina.com/china/2009/0403/231279.html/).

[60] New York Times, 15.4.2009, S. Romero e A. Barrionuevo, Deals Help China Expand Sway in Latin AmericaGli accordi da Stato a Stato aiutano la Cina ad aumentare il suo peso in America latina.

[61] BrazilPortal, 24.4.2009, W. Wilson Institute, Brazil: Unemployment rate hits 9 percent Brasile: la disoccupazione tocca il 9% (cfr. http://brazilportal.wordpress.com/2009/04/24/brazil-unemployment-rate-hits-9-percent/).

[62] The Economist, 11.4.2009.

[63] EUROSTAT, bollettino 50/2009, 7.4.2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/pls/portal/docs/PAGE/PGP_PRD_CAT _PREREL/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009_MONTH_04/2-07042009-EN-AP.PDF/).

[64] EUROSTAT, bollettino 51/2009, 16.4.2009 (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/pls/portal/docs/PAGE/PGP_PRD_ CAT_PREREL/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009_MONTH_04/4-16042009-EN-AP.PDF/).

[65] EUROSTAT, bollettino 52/2009, 16.4.2009 (cfr.  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/pls/portal/docs/PAGE/PGP_PRD_ CAT_PREREL/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009_MONTH_04/2-16042009-EN-BP.PDF/).

[66] Stratfor, 30.4.2009, Eurozone: unemployment  raises  to  8.9%— Eurozona: la disoccupazione  cresce  dell’8,9% (cfr.

www.google.com/search?source=ig&hl=it&rlz=1G1GGLQ_ITIT313&q=bloomberg+%2B+april+30+2009+%2B+unemployment+%2B+eurozone&meta=lr%3D/).

[67] New York Times, 2.3.2009, M. Saltmarsh, European Bank Cuts Its Key Rate by a Quarter PointLa Banca europea taglia il tasso chiave di un quarto di punto; e BCE, dichiarazioni del presidente J.-C. Trichet alla conferenza stampa del 2.4.2009 (cfr. www.ecb.int/press/pressconf/2009/html/is090402.en.html/).

[68] BCE, Bollettino aprile 2009, 9.4.2009 (cfr. www.ecb.int/pub/pdf/mobu/mb200904en.pdf/).

[69] EUROSTAT, no. 56/2009, 22.4.2009, Euro area and EU27 government deficit at 1.9% and 2.3% of GDP respectively. Government debt at 69.3% and 61.5%—  Il deficit pubblico della zona euro e dell’UE a 27, rispettivamente all’1,9% e al 2,3% del PIL. Il debito pubblico al 69,3 e al 61,5% (cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/pls/portal/docs/PAGE/ PGP_PRD_CAT_PREREL/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009/PGE_CAT_PREREL_YEAR_2009_MONTH_04/2-22042009-EN-BP. PDF/).

[70] The Economist, 11.4.2009.

[71] Financial Times, 20.4.2009, T. Mitchell, China set to invest again in Europe— La Cina decisa a investire di nuovo in Europa (cfr. www.ft.com/cms/s/0/7f6d62f6-2d43-11de-8710-00144feabdc0.html/).

[72] The Economist, 11.4.2009.

[73] New York Times, 24.4.2009, V. Burnett, Unemployment in Spain Hits 17.4%— La disoccupazione in Spagna tocca il 17,4%.

[74] Guardian, 21.4.2009, A. Seager, Deflation returns to Britain for first time since 1960 Per la prima volta dal 1960, la deflazione torna in Inghilterra.

[75] New York Times, 21.4.2009, N. D. Schwartz, Spain’s Falling Prices Fuel Deflation Fears in EuropeI prezzi calanti in Spagna alimentano timori di deflazione in Europa.

[76] The Economist, 11.4.2009.

[77] New York Times, 19.4.2009, P. Krugman, Erin go broke Erin va in fallimento [Erin = Irlanda; il tradizionale grido di guerra, sempre in gaelico, è “Erin go bragh”— “Irlanda per sempre”].

[78] Irish Times, 29.4.2009, Jobless rate rises to 11.4%— La disoccupazione sale all’11,4% (cfr. www.irishtimes.com/news paper/breaking/2009/0429/breaking25.htm/).

[79] The Economist, 18.4.2009.

[80] Nepszabadsag (Budapest), 16.4.2009, citato dalla CNBC, Tv cavo dedicata al business internazionale, che intervista il primo ministro designato Gordon Bajnai (cfr. www.cnbc.com/id/30249760/).

[81] Informazioni di per sé, diciamo, come dire?, di parte – il Socialist Workers Party: il piccolo ma intellettualmente attivissimo partito trotzkysta di Gran Bretagna – ma attestate anche da fonti come i sindacati ungheresi e altre indipendenti – del Letter from Hungary, G. M. Tamás, 3. 2009 (cfr. www.socialistreview.org.uk/article.php?article number=10743/).

[82] New York Times, 14.4.2009, C. Dougherty, Poland gets $20 billion credit line from I.M.F. La Polonia otiene una linea di credito di 20 miliardi di $ dal FMI.

[83] New York Times, 14.4.2009, L. Thomas Jr., Harder-Edged Warnings About Britain’s Economy Avvertimenti più duri sullo stato dell’economia britannica.

[84] Il Messaggero, 22.4.2009, Eurostat: crescita record dei deficit pubblici nella Ue (cfr. www.ilmessaggero.it/articolo_ app.php?id=16983&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=/).

[85] Stratfor, 21.4.2009, Romania: EU Considering $6.46 Billion Aid Package Romania: l’UE considera un pacchetto di aiuti da 5 miliardi di € (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090421_romania_ec_considering_6_46_billion _aid_ package/).

[86] EurActiv, 24.4.2009, Border dispute with Slovenia delays Croatia EU entry talks— La controversia di confine con la Slovenia ritarda i colloqui per l’entrata in Europa (cfr. www.euractiv.com/en/enlargement/border-dispute-slovenia-delays-croatia-eu-entry-talks/article-181592/).

[87] Stratfor, 7.4.2009, Ukraine: GDP Decline Outlook Has Worsened - World Bank Per la Banca mondiale, il declino del PIL dell’Ucraina peggiora (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090407_ukraine_gdp_decline_ outlook_has_worsened_world ­_ bank/).

[88] New York Times, 8.4.2009, D. Stern, Depression Sweeps Eastern Ukraine La depressione imperversa nell’Ucraina orientale.

[89] Agenzia Bloomberg, 22.4.2009, Estonian Economy May Shrink 15%; Budget Cuts Needed— L’economia estone potrebbe contrarsi del 15%; il bilancio ha bisogno di tagli.

[90] The Economist, 11.4.2009.

[91] Agenzia RIA Novosti, 23.4.2009, Russia's economy shrank 9.5% in first quarter - ministry— L’economia russa si riduce del 9,5% nel primo trimestre, dice ministero russo (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090423/121270854.html/).

[92] New York Times, 16.4.2009, M. Schwirtz, Russia Ends Operations in ChechnyaLa Russia mette termine alle operazioni in Cecenia.

[93] Financial Times, 5.4.2009, S. Wagstyl, IMF urges eastern EU to adopt euro Il Fondo monetario internazionale fa pressione perché i paesi dell’Est dell’Europa adottino l’euro (cfr. www.ft.com/cms/s/0/c40f80a0-2209-11de-8380-00144 feabdc0.html/).

[94] RIA Novosti, 28.4.2009, Albania officially applies for EU membership— L’Albania presenta domanda ufficiale di adesione alla UE (cfr. http://en.rian.ru/world/20090428/121348824.html/).

[95] New York Times, 25.4.2009, J. F. Burns, At the Polls, Icelanders punish conservatives Alle urne, gli islandesi puniscono i conservatori [o, meglio, i neo-liberisti].

[96] New York Times, 29.4.2009, J. Healy, U.S. Economy in 2nd Straight Quarter of Steep Decline L’economia americana nel secondo trimestre consecutivo di secco declino (dati del Bureau of Economic Analysis, 29.4.2009, cfr. www.bea.gov/ newsreleases/national/gdp/gdpnewsrelease.htm/).

[97] New York Times, 29.4.2009, The First 100 Days: Then and Now I primi 100 giorni: allora e oggi.

[98] New York Times, 15.4.2009, edit., ‘It’s Over, Norm. O.K.?’— ‘Norm, è finita. O.K.?’. Linkedin

[99] New York Times, 28.4.2009, C. Hulse e A. Nagourney, Specter Joins Democrats; Senate Count May Reach 60 Specter si unisce ai democratici; il loro numero al Senato potrebbe arrivare a 60.

[100] The Economist, 11.4.2009.

[101] The Economist, 25.4.2009.

[102] Panorama.it/Economia, 30.3.2009, E. Rossi, Fiat-Chrysler, via libera all’accordo con la “benedizione” di Obama (cfr. http://blog.panorama.it/economia/2009/03/30/fiat-chrysler-via-libera-allaccordo-con-la-benedizione-di-obama/).

[103] Agenzia ASCA, 31.3.2009, Fiat: FIM-Cisl, Sostegno Obama dà‘solidità’ a operazione con Chrysler (cfr. http://it. noti zie.yahoo.com/19/20090331/tbs-fiat-fim-cisl-sostegno-obama-da-soli-7e999a9.html/).

[104] New York Times, 31.3.2009, M. J. de la Merced e J. D. Glater, U.S. Hopes to Ease G.M. to Bankruptcy— Gli USA sperano di far “scivolare” la G.M. in bancarotta.

[105] New York Times, 30.3.2009, M. Williams Walsh e J. Glater, Contracts Now Seen as Being Rewritable Adesso si guarda a contratti che diventano ri-scrivibili [solo che mica è tanto “adesso”, o meglio adesso è sul piano globale, nazionale: sono riscritture già imposte da anni, a forza di crisi settoriali e ora tanto più dalla crisi globale, a industrie intere come quella del trasporto aereo, quella delle ferrovie, quella dell’acciaio, per obbligare sindacati, il “lavoro organizzato” – come dicono qui – con rapporti di forza sempre più fiacchi dalla propria parte, ad accettare quello che chiamano lo “sventramento” dei contratti esistenti, la cancellazione di posti di lavoro che promettevano una pensione, una copertura sanitaria e un salario decente in cambio di trent’anni di lavoro duro e esigente].

[106] The Economist, 11.4.2009.

[107] New York Times, 22.4.2009, T. Tracey, A Label of Pride That Pays Un’etichetta orgogliosa, che paga.

[108] Il calcolo dell’impossibilità aritmetica del crescere rinunciando al manifatturiero, e puntando soprattutto e magari anche solo sui servizi esportati, specie nel nuovo mondo che esce da questa crisi, lo fa più chiaramente di altri D. Baker, su Dissent Magazine, 11.3.2009, Should We Still Make Things? Ma dovremmo continuare a costruire le cose? (cfr. http://dissentmagazine.org/online.php?id=214/): ne raccomandiamo la lettura.

[109] The Library of Congress, American Memory, The Thomas Jefferson Papers,1802, Citazione #37700, 1802, cfr. http:/ /memory.loc.gov/ammem/collections/jefferson_papers/mtjquote.html#page_content/).

[110] CSM Global Estimates, l’autorevole “barometro” di previsione sulla produzione e la profittabilità nel mondo del mercato dell’auto, sostanzialmente concorda con la stima e fornisce anche le cifre che seguono (cfr. http://automotive forecasting.com/: vedi le sottocategorie indicate).

[111] Vedi, qui, la voce auto nel capitolo CINA.

[112] Bureau of Labor Statistics (BLS), Table A-12. Alternative measures of labor underutilization, Measure U-6— Tavola A-12, Misurazioni alternative di sottoutilizzazione del lavoro, Misura U-6, ult. agg,. 6.3.2009 (cfr. www.bls.gov/news.release/ emp.sit.t12.htm/).

(a) Secondo la definizione che ne dà l’economista Steve Haugen, dello stesso BLS,  i marginalmente occupati sono ‘persone che attualmente non lavorano né stanno attivamente cercando lavoro ma che indicano di voler lavorare, sono disponibili a farlo e hanno di recente cercato attivamente lavoro.

[113] New York Times, 3.4.2009, P. S. Goodman e J. Healy, No End in Sight to Job Losses; 663,000 More Cut in March Perdite di lavoro senza fine; a marzo se ne sono andati altri 663.000 posti; e BLS, 3.4.2009, Employment Situation Summary (cfr. www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm/).  

[114] Questo il titolo del consueto studio mensile (EPI, 3.2009, 1.4.2009, H. Shierholz  e K. Edwards, Jobs Picture— Il quadro dell’occupazione – Jobs report offers no sign of light at end of tunnel— L’inchiesta sull’occupazione non mostra nessun barlume di luce alla fine del tunnel) di analisi e commento ai dati ufficiali del BLS, dell’Economic Policy Institute di Washington, D.C.: un istituto di previsione e di studio sui problemi economico-sociali degli USA sempre più stimato oggi in America, dopo anni di analisi precise rispetto a quelle rosate, fasulle e pompate di gran parte degli analisti e dei media (cfr. www.epi.org/publications/entry/jobspicture20090403/).

[115] USAToday, 26.4.2009, B. Hagenbaugh e B. Hansen, Economists see more job losses, 9.8% unemployment— Gli economisti vedono altre perdite di posti di lavoro, con disoccupazione al 9,8% (cfr. www.usatoday.com/money/economy/2009-04-26-economy-survey_N.htm/). 

[116] The Economist, 4.4.2009.

[117] The Economist, 11.4.2009.

[118] New York Times, 9.4.2009, S. Rosenbloom, U.S. Retail Chains Report Another Sales Drop in MarchLe grandi cateme USA di vendite al dettaglio riportano a  marzo un altro calo di vendite.

[119] New York Times, 15.4.2009, J. Healy, Weak Retail Data Dim Hopes of Quick Recovery— I dati fiacchi sulle vendite al dettaglio annebbiano ogni speranza di una ripresa rapida; e New York Times, 1.5.2009, J. Healy, Consumer Spending Slipped in March La spesa per consumi cala a marzo.

[120] Conference Board, 28.4.2009, Consumer Confidence Survey— Indagine sulla fiducia dei consumatori (cfr. www.confere nce-board.org/economics/ConsumerConfidence.cfm/).

[121] New York Times, 15.4.2009, J. Healy, Consumer Prices Decline on Lower Energy Costs I prezzi al consumo calano grazie ai costi più bassi dell’energia.

[122] New York Times, 9.4.2009, J. Healy, U.S. Trade Deficit Narrows as Imports Fall SharplyIl deficit commerciale si restringe con il netto calo delle importazioni.

[123] TIME Magazine, 10.4.2009, More Quickly Than It Began, The Banking Crisis Is Over— Più rapidamente di quanto ci abbia messo a iniziare, la crisi bancaria è già finita (cfr. www.time.com/time/business/article/0,8599,1890560,00.html/).

[124] New York Times, 1.4.2009, J. E. Stiglitz, Obama’s Ersatz Capitalism Il surrogato di capitalismo di Obama

[125] BreakingNews.com, 21.4.2009, A. Currie, Mortgage fizzle La bolla di sapone ipotecaria (cfr. www.breakingviews. com/2009/04/21/US%20regional%20banks.aspx?p=1/).

[126] New York Times, 12.4.2009, A. S. Blinder, Restore Order and Win a Financial War Ripristinare l’ordine e vincere una guerra finanziaria.

[127] U.S. News and World Report, 10.4.2009, L. Mullins, Nouriel Roubini Calls Jim Cramer a Shameless Buffoon— Nouriel Roubini chiama Jim Cramer un buffone senza vergogna (cfr. www.usnews.com/blogs/the-home-front/2009/4/9/ nouriel-roubini-calls-jim-cramer-a-shameless-buffoon.html/).

[128] Il fatto è che mentre stava andando avanti il braccio di ferro tra chi, all’interno dell’Amministrazione voleva tenere segreti i risultati del test e chi optava per la trasparenza, la diatriba diventava irrilevante. Perché, in ogni caso, le notizie emergono subito. Come sul sito di un blogger di estrema destra, e famigerato razzista, Hal Turner (cfr. Turner Radio Network), di per sé una specie di tragica macchietta dell’odio antiobamiano, del quale però la borsa ha colto le rivelazioni (quelle che stiamo citando tra virgolette) come se fossero vangelo, soprattutto perché così dettagliate e perché lasciate irresponsabilmente dal Tesoro senza smentita alcuna per quasi un giorno (cfr. Il Sole 24 Ore, 20.4.2009, A. Franceschi, Banche Usa, su un blog dati preoccupanti dello stress test e i titoli crollano in Borsa, cfr. www. ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/04/banche-usa-insolventi-stress-test-blog-usa. shtml?uuid=ab6cbc5e-2dd3-11de-bf43-2ea9a6202a14&DocRulesView=Libero/).

[129] New York Times, 25.4.2009, edit., The Stress Test ResultsI risultati dello stress test [dei quali, però, non dice assolutamente niente].

[130] New York Times, 22.4.2009, M. Landler, I.M.F. Puts Bank Losses From Global Financial Crisis at $4.1 TrillionIl FMI calcola le perdite bancarie nella crisi finanziaria globale a 4.100 miliardi di $; e  Guardian, 21.4.2009, L. Elliott, Global bank losses likely to reach $4.1 trillion, says IMF La perdita globale delle banche, dice il FMI, potrebbe raggiungere  i  4.100 miliardi di $.

[131] cfr. Bank of International Settlements, Semiannual Derivatives Statistics at End - December 2007— Statistiche semestrali sui derivati a fine dicembre 2007 (cfr. www.bis.org/statistics/der stats.htm/); e questa è anche la cifra che cita dalla stessa fonte, più o meno, su Il Sole-24 Ore, H. De Soto [noto liberista-populista latino-americano ma, come si definisce lui stesso, di cultura economica del tutto anglo-sassone], La regola per scacciare gli avvoltoi tossici.

[132] Guardian, 10.4.2009, T, Noyes, Financial WMDs hit Warren Buffet— Le armi finanziarie di distruzione di massa colpiscono Warren Buffet.

[133] New York Times, 17.4.2009, P. Krugman, Green Shoots and Glimmers.

[134] Le cose che ha detto quel giorno, Geithner le aveva fatte preannunciare il giorno prima: NewsDaily, 24.4.2009, P. Griffiths, Geithner says downturn may be easing— Geithner afferma che il rallentamento economico va alleggerendosi (cfr. http://newsdaily.com/stories/tre53m7jg-us-financial-geithner-ft/); poi le ha ripetuite il giorno dopo, NewsDaily, 24.4.2009,G. Somerville e C. Daly, Geithner to G7: Don't count on U.S. consumer anymore— Geithner al G-7:non contate più sui consumatori americani (cfr. www.newsdaily.com/stories/tre53m5w7-us-g7-usa/).

[135] BreakingNews.com, 21.4.2009, M. Hutchinson, Where’s the tipping point?— Ma dov’è il punto di non ritorno (cfr. www. breakingviews.com/2009/04/21/US%20consumer%20debt.aspx?p=1/).

[136] The Economist, 18.4.2009.

[137] New York Times, 19.4.2009, E. L. Andrews, U.S. May Convert Banks’ Bailouts to Equity Share— Gli USA potrebbero convertire il salvataggio delle banche in proprietà di azioni.

[138] New York Times, 11.4.209, G. Bowley e L. Story, Crisis Altering Wall Street as Big Banks Lose Top TalentLa crisi sta alterando Wall Stree, con le grandi banche che perdono i loro massimi talenti.

[139] Rasmussent, 9.4.2009, Just 53% Say Capitalism Better Than Socialism— Solo il 53% dice che il capitalismo è meglio del socialismo (cfr. www.rasmussenreports.com/public_content/politics/general_politics/just_53:say_capitali sm_better_than_ socialism/).

[140] E’ parte dell’analisi, forte e convincente, del politologo e sociologo francese Dominique Moisi, che insegna al Collegio d’Europa di Natolin, vicino a Varsavia, pubblicata sul Guardian, 25.4.2009, sotto il titolo di World united in anger— Un mondo unito dalla rabbia.

[141] Financial Times, 2.4.2009, D. Moisi, What the French revolution can teach America— Quel che al rivoluzione fracnese può insegbnare all’America (cfr. www.ft.com/cms/s/0/ea9c0da6-1fa7-11de-a1df-00144feabdc0.html/).

[142] New York Times, 16.4.2009, M. Mazzetti, Obama Releases Interrogation Memos, Says C.I.A. Operatives Won’t Be Prosecuted Obama fa pubblicare i memoranda [che autorizzano le torture] interrogatori, afferma che gli operatori della CIA non saranno indagati (per il testo dei circa 50 memoranda di autorizzazione degli “interrogatori forzosi”, 80 pp., cfr. http:// documents.nytimes.com/justice-department-memos-on-interrogation-techniques#p=1/; per chi, comprensibilmente, non avesse la pazienza, o lo stomaco, per leggerseli integrali, il NYT fornisce una spiegazione-sintesi delle tecniche e delle, flebili, spiegazioni dei torturatori tese a convincere un eventuale lettore “post factum” che, in fondo, appena appena di un solletico si trattava: New York Times, 17.4.2009, Explaining and Authorizing Specific Interrogation Techniques— Spiegazione e autorizzazione di specifiche tecniche di interrogatorio, cfr. www.nytimes.com/interactive/2009/04/17/us/poli tics/20090417-interrogation-techniques.html/).

[143] C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764, Milano: sugli effetti addirittura controproducenti della tortura, in specie: che convincono spesso anche il più duro tra i torturati a confessare cose che non ha mai fatto…

[144] (Per il testo completo del presidente, cfr. www.nytimes.com/2009/04/16/us/politics/ 16text-obama. html? _r =1/).

[145]Un ordine è un ordine Befehl ist Befehl: e non si discute (cfr, ad es., Wikipedia, Nuremberg Defense La difesa di Norirmberga, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Nuremberg_Defense/).

[146] Tribunale internazionale di Norimberga, Carta dei poteri, 8.8.1945, art. 8 (per il testo completo, cfr. www.law.umkc. edu/faculty/projects/ftrials/nuremberg/NurembergIndictments.html/).

[147] Sono casi documentati, in dettaglio, nei documenti riportati nel primo sito citato, in Nota142.

[148] Obama ha, in un secondo momento, accennato vagamente che chi autorizzò la tortura potrebbe – ma la decisione spetta alla giustizia, precisa opportunamente, non a lui – finire sotto processo (cfr. Guardian, 21.4.2009, E. Mac Askill e R. Booth, Senior Bush figures could be prosecuted for torture, says Obama Autorità importanti dell’Amministrazione Bush potrebbero essere perseguiti per [le autorizzazioni al]la tortura.

[149] McClatchy Newspapers, 22.4.2009, J. S. Landay, Report: Abusive tactics used to seek Iraq-alQaeda link— Secondo                                                                                                                                                                                               www.mcclatchydc.com/227/v-print/story/66622.html/): il Rapporto di cui qui si tratta è quello che, pubblicato già nel 2006, a novembre, della Commissione Forze Armate del Senato era intitolato Inquiry into the Treatment of Detainees in U.S. Custody Inchiesta sul trattamento dei detenuti sotto custodia americana (cfr. http://armed-services.senate.gov/Publications/Detainee%20Report%20Final_April%2022% 202009.pdf/).

[150] Bilancio degli Stati Uniti, anno fiscale 2010 (cfr. www.whitehouse.gov/omb/budget/); e specificamente per quello della Difesa (cfr. www.whitehouse.gov/omb/assets/fy2010_new_era/Department_of_Defense.pdf/): vedi l’analisi e la discussione che ne presenta sul sito dell’Institute for Policy Studies di Washington, D.C, la dr.ssa Miriam Pemberton (cfr. www.ips-dc.org/publications/); e, anche, la discussione che conduce su The Real News, 9.4.2009, Obama’s military budget (cfr. http://therealnews.com/t/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival= 3543& updaterx=2009-04-09+12%3A31%3A37/).

[151] Stratfor, 10.4.2009, Germany: remove U.S. Nukes – FM (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090410/germany_ re move _u_s_nukes_fm/).

[152] New York Times, 2.4.2009, H. Cooper, Seeking new Start, U.S. and Russia Press Arms Talks— Alla ricerca di una partenza nuova,USA e Russia premono per i loro colloqui sugli armamenti [START significa “partenza”, in inglese; ma l’acronimo vuol dire quanto già tradotto sopra]; e, per la trascrizione della conferenza stampa di B. Obama e D. Medvedev, cfr. www.nytimes.com/2009/04/01/us/politics/01medvedev-text.html?ref=europe &pagewanted=print/.

[153] Come del resto se ne impipa adesso la Corea del Nord quando, il 5 aprile, lancia nello spazio un Taep’o-dong-2 (la Vetta più alta), missile balistico capace di trasportare nello spazio oltre a una possibile ogiva contenente un satellite anche, in teoria, una testata nucleare fino a un obiettivo distante 6.000 km. Ora, mentre la Corea del Nord ha già una bomba da lancio gravitazionale, trasportabile a bersaglio da un bombardiere, dell’ogiva nucleare i servizi segreti americani dicevano già prima che Pyongyang non ne dispone ancora e le rilevazioni post-lancio confermano che non c’era: c’era, invece, effettivamente un satellite sulla testata del razzo, attestano ora.

   In ogni caso poi i “servizi”, sia americani che giapponesi, hanno detto che il lancio non ha messo in orbita proprio niente, con tutti i tre stadi del missile ricaduti in mare: cioè, lancio fallito. Obama, che quel giorno era a Praga, ha però denunciato il misfatto e accusato Pyongyang di aver “violato le regole internazionali”. Dice che “le regole devono essere obbligatorie; le violazioni vanno punite; le parole devono pur significare qualcosa”.

   Non è vero, però, che le cose stiano proprio così e, al meglio, a Obama hanno raccontato una favola. Perché non esiste nessun trattato o regola internazionale a proibire, o anche solo regolare, il lancio di missili e razzi balistici. Li lanciano da sempre tutti, americani per primi e russi e inglesi e cinesi e giapponesi e indiani, ecc., ecc. E, da qualche anno, anche organismi civili: ovviamente, dalla NASA, all’Ente spaziale europeo, a ditte private americane, indiane, cinesi, ecc…

   C’è una risoluzione dell’ONU del 2006, sì, a chiedere alla Corea di non farlo. Ma il punto debole è che lo domanda solo alla Corea del Nord: dunque, è certamente discriminatoria e, paese sovrano come tutti gli altri, per questa sua natura “odiosamente discriminatoria e unilaterale”Pyongyang non ne riconosce né diritto né autorevolezza.

Del resto, proprio negli stessi giorni, dal suo Stato orientale di Orissa, l’India procedeva, senza che nessuno osasse dire ahi o bahi – i due pesi e le due misure inaccettabili per la Corea del Nord e, in realtà, per chiunque – a un test missilistico annunciando che mirava a sperimentare precisamente un proprio più affidabile missile, il Prithvi-II, (in lingua sanscrita vuol dire Terra)  con un raggio d’azione di 350 km. capace di trasportare testate nucleari (Agenzia ANSA, 15.4.2009, India: testato missile Prithvi-II, cfr. www.ansa.it/site/notizie/awnplus/mondo/news/2009-04-15_ 1153 25705.html/).

   Per lo meno un po’ stravagante, quindi, l’appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché “agisse” per punire i nord-coreani e ancor più grottesco, che da noi i quotidiani che come il NYT pure ne parlano, non informino mai i loro lettori di tutti i lati della vicenda… (New York Times, 5.4.2009, H. Cooper e D. Bilefsky, Obama Calls on Security Council to Punish North— Obama chiede al Consiglio di Sicurezza di punire il Nord).

   E che l’appello all’ONU sia di fatto pretestuoso – quando a fondamento di legittimità – lo dimostra che il Consiglio di Sicurezza, riunito d’urgenza a poche ore dal lancio su domanda americana, dopo ben tre giorni di incontri abbia deciso di non approvare nessuna Risoluzione formale ma solo una dichiarazione del suo presidente di turno che non ha, per statuto, gli stessi effetti né tanto meno lo stesso impatto monitorio di una Risoluzione, già di per sé pressoché inefficace.

   In essa, malgrado i titoli di giornali e media quanto mai neghittosi (e quasi tutti uguali, riproducendo tutti la stessa notizia di agenzia senza averla neanche letta per bene: per es., Guardian, 13.4.2009, (A.P.), UN security council condemns North Korean rocket launch Il Consiglio di Sicurezza condanna il lancio del razzo nord-coreano) e il lavoro di lobby di Stati Uniti e Giappone non viene espressa stavolta alcuna “condanna” del test nord-coreano né, tanto meno, c’è la decretazione di alcuna sanzione. C’è l’espressione di “preoccupazioni”, anche “serie”, e di una speranza, questo sì…

   Non c’erano appigli formali per farlo o, se preferite, gli USA temevano il non raggiungimento del quorum per una condanna in Consiglio (9 voti) o, più probabilmente, il veto probabile – motivato con quella mancanza di appigli legali in diritto internazionale – che qualcuno (Cina, Russia…) avrebbe potuto avanzare bloccando tutto – non esiste mica solo il diritto di veto che serve sistematicamente agli americani per bloccare ogni Risoluzione contraria a quel che fa Israele nei territori occupati, dopotutto…) e che né Corea del Sud (tiepida), né Giappone (preoccupato: ma poi neanche tanto) e USA (pronti a fare la faccia feroce, ma poco più che la faccia…), hanno voluto rischiare (New York Times, 6.4.2009. C. Sang-Hun. H. Cooper e D. E. Sanger, North Korea Seeks Political Gains from Rocket Launch (while the U.N. tumbles into disarray over how to respond)— La Corea del Nord punta ad accrescere il proprio credito politico col lancio del suo razzo (mentre l’ONU cade nello scompiglio su come [e se] dare una risposta).

   Ma, con un governo sui generis, permaloso e irritabile a ogni supposta – tanto più, poi, se reale… – mancanza di riguardo come quello di Pyongyang, guidato dall’autosegregato, sospettoso, petulante e ormai chiaramente malato caro leader, Kim Jong-il, il tentativo di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di quella che, con qualche solido fondamento in diritto internazionale (il lancio di un satellite nello spazio: fino a prova contraria mai data… e anche allora) ritiene sua prerogativa di Stato sovrano, porta alla “rappresaglia” annunciata dei nord-coreani.

   Infatti, e subito, da Pyongyang viene reso pubblico (New York Times, 14.4.2009, M. Saltmarsh) come La Corea del Nord ricomincerà a far funzionare il suo impianto nucleare e che boicotterà i colloqui—  North Korea Says It Will Restart Plant and Boycott Talks) e che, intanto, provvede subito ad espellere dal paese gli ispettori dell’AIEA e quelli americani che aveva accettato ne verificassero gli impianti atomici (The Economist, 18.4.2009).

   Potrebbe essere la sindrome di un regime non proprio popolare, malgrado il nome, e isolato in pratica da tutto il mondo, che ha imparato, dall’esperienza e dalla storia, che per esempio, se Saddam, avesse disposto davvero anche di poche e rozze ma funzionanti armi di distruzione di massa, l’Iraq non sarebbe mai stato invaso… 

   Ma, ed è un’altra tesi credibile – l’enigmaticità degli orientali non è proprio un cliché – potrebbe anche essere tutta scena: “lo sdegno contro la ‘censura’ dell’ONU al test del suo missile è parte integrante del gioco nord-coreano di rilanciare la posta sempre più in alto alla ricerca di un compromesso sul nucleare in cambio di aiuti e assistenzaualche compromesso sul nucledafre in cambnio di aiuti ed assistenza economica” (Guardian, 14.4.2009, S. Tisdall, In the hall of ­mirrors of the ailing Kim, nothing is quite what it appears Nel salone degli specchi del malandato Kim, nulla è proprio così come sembra).

   Ancora più enigmatica, poi, la notizia secondo cui il figlio minore di Kim Jong Il, Kim Jong Un, ha – perpetuando la linea ereditaria del potere – preso posto nel Commissione suprema di Difesa del paese, anche se per ora nella posizione relativamente inferiore di “istruttore capo” (New York Times, 27.4.2009, C. Sam-Hung, Kim’s Son Is Said to Join N. Korean Defense Panel— Il figlio di Kim ha preso posto nella Commissione di difesa nord-coreana). 

[154] Dichiarazione congiunta Obama-Medvedev, 1.4.2009 (cfr. www.whitehouse.gov/the_press_office/Joint-Statement-by-President-Dmitriy-Medvedev-of-the-Russian-Federation-and-President-Barack-Obama-of-the-United-States-of-America/).

[155] Ria Novosti, 9.4.2009, Lavrov rejects link between Iran dispute and U.S. missile shield— Lavrov respinge il legame tra il contenzioso dell’Iran e lo scudo missilistico americano (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090409/121025921.html/).

[156] New York Times, 13.4.2009, Reuters, Iran Says It's Open to Nuclear Dialogue With Powers L’Iran afferma di essere aperto al dialogo sul nucleare con le altre potenze.

[157] New York Times, 12.4.2009, intervista a R. Cohen, Realpolitick for Iran.

[158] New York Times, 13.4.2009, D. E. Sanger, U.S. May Drop Key Condition for Talks with Iran— Gli USA potrebbero lasciar cadere la condizione-chiave per i colloqui con l’Iran.

[159] Reuters, 20.4.2009, C. Buckley, IAEA chief calls on Iran to reciprocate U.S. moves— Il capo dell’AIEA chiede all’Iran di reciprocare la mossa USA (cfr. www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE53J0GP20090420?feedType= RSS&feedName=worldNews/).

[160] Haa’retz, 22.4.209, Reuters, U.S.: Iran faces 'crippling' sanctions if nuclear talks fail USA: l’Iran di fronte a sanzioni ‘paralizzanti’ se i colloqui nucleari falliscono (cfr. www.haaretz.com/hasen/spages/1080233.html/).

[161] BBC News, 24.4.2009, US and Russia hold nuclear talks— Gli USA e la Russia aprono i loro colloqui nucleari (cfr. http:// news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8015897.stm/).

[162] RIA Novosti, 27.4.2009, Russia-U.S. START talks to be held in Moscow in May— I colloqui russo-americani sulla riduzione degli armamenti strategici a Mosca in maggio (cfr. http://en.rian.ru/russia/20090427/121337669.html/).

[163] New York Times, 2.4.2009, T. Shanker e S. Erlanger, NATO Meeting to Highlight Strains on Afghanistan L’incontro della NATO mette in evidenza tensioni sull’Afganistan.

[164] New York Times, 4.4.2009, S. Erlanger e H. Cooper, Europeans Offer Few New Troops for AfghanistanGli europei offrono poche truppe per l’Afganistan.

[165] New York Times, 13.4.2009, B. Herbert, The American Way La via americana.

[166] Intervista al quotidiano di Amburgo, Abendblatt, 2.4.2009, gau, Solana: Die Nato wird kein Weltpolizist— Solana: no, la NATO non sarà il poliziotto del mondo. (cfr. www.abendblatt.de/daten/2009/04/02/1109508.html/).

[167] Cfr. Nota163, qui sopra.

[168] RIA Novosti, 3.4.2009, Russia does not want NATO to fail in Afghanistan – envoy— L’ambasciatore: la Russia non vuole il fallimento della NATO in Afganistan (cfr. http://en.rian.ru/world/20090403/120905944.html/).

[169] New York Times, 1.4.2009, Agenzia Associated Press (A.P.), Iran Denies US Reports of Warm Talks at Conference L’Iran nega le notizie di fonte americana su un incontro amichevole.

[170] Guardian, 4.4.2009, M. Torfeh (School of Oriental and African Studies, University of London), The US-Iran 'meeting' that never was L’incontro americano.iraniano che mai non c’è stato.

[171] Cfr. Nota congiunturale 4-2009, p. 18, Nota58.

[172] Stratfor, 6.4.2009, NATO: New Secretary General Pledges Sensitivity Towards IslamIl  nuovo segretario generale della NATO si impegna ad essere più riguardoso nei confronti dell’Islam (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090406_nato_new_ secretary_general_pledges_sensitivity_towards_islam/).

[173] (AGI), 5.4.2009, Turchia in UE, stop Sarkozy a Obama (cfr. www.agi.it/estero/notizie/200904052000-est-rt11043-art .html/).

[174] Vertice NATO di Strasburgo/Kehl, 4.4.2009, Dichiarazione finale (in inglese: cfr. www.nato.int/cps/en/natolive/new _52837.htm?mode=pressrelease/).

[175] Yahoo!News, 17.4.2009, J. Heintz, Russian president slams NATO exercises in Georgia— Il presidente russo attacca le manovre della NATO in Georgia (cfr. http://news.yahoo.com/s/ap/20090417/ap_on_re_eu/eu_russia_nato_georgia/).

[176] Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum, letteralmente Chi aspira alla pace, prepari dunque la guerra: Publio Flavio Vegezio Renato, libtro III, Epitoma rei militaris.

[177] New York Times, 1.4.2009, I. Kershner, Israeli Minister Dismisses Peace EffortMinistro isareliano [mica quelo delle Fognature, quello degli Esteri…] rigetta i tentativi di pace.

[178] New York Times, 6.4.2009, H. Cooper, America Seeks Bonds to Islam, Obama Insists L’America cerca legami con l’Islam, insiste Obama.

[179] New York Times, 9.4.209, H. Cooper, With ‘Annapolis’, a warning to Israel Con la parola ‘Annapolis’,avvertenza per Israele.

[180] As-Safir (Beirut), 7.4.2009 (riportato da Stratfor, 7.4.2009, Syria: FM Calls Obama Speech In Turkey 'Positive' Siria: il ministro de Esteri dice che il discorso di Obama in Turchia è positivo (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090407_syria _fm_calls_obama_speech_turkey_positive/).

[181] Stratfor, 10.4.2009, PNA: Abbas Puts Conditions On Peace Talks ANP: le condizioni poste da Abbas per i colloqui di pace (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090410_pna_abbas_puts_conditions_peace_talks/).

[182] abcNews, intervista di G. Stephanopoulos al presidente M. Ahmadinejad, Ahmadinejad Supports Two State Solution If Palestinians Vote for Agreement with Israel: 'Whatever Decision They Take is Fine With Us'—  (cfr. http://blogs.abc news com/george/2009/04/ahmadinejad-sup.html/).

[183] The Economist, 11.4.2009.

[184] New York Times, 18.4.2009, S. Otterman e A. Barrionuevo, At Summit Meeting, Cuba Will Be Absent, Not Forgotten Al Vertice Cuba sarà assente ma non dimenticata.

[185] CANF/FNCA, 9.4.2009, Un Nuevo Camino para la Politica de los Estados Unidos hacia CubaElPueblo Como Eje de Cambio (cfr. http://canf2.org/artman/publish/inicio/Un_Nuevo_Camino_para_laPolitica_de_los_Estados_Unidos _ hacia _Cuba_EL_PUEBLO_COMO_EJE_DE_CAMBIO.shtml/); e CANF/FNCA, 9.4.2009, Agenzia EFE, Grupo de exilia dos busca que EU mejore relaciones con Cuba (cfr. http://canf2.org/artman/publish/inicio/Grupo_de_ exiliados_ busca_que_EU_mejore_relaciones_con_Cuba.shtml/).

[186] Guardian, 13.4.2009, D. Nasaw, 13.4.2009, Obama ceases restrictions to Cuba Obama mette fine a una serie di restrizioni contro Cuba.

[187] New York Times, 14.4.2009, S. Gay Stolberg e D. Cave, Obama Opens Door to Cuba, but Only a Crack Obama apre la porta a Cuba, ma solo una fessura.

[188] Granma, 14.4.2009, F. Castro, Reflexiones - Del bloqueo no se dijo una palabra— Del blocco non s’è detta una parola (cfr. www.granma.cu/espanol/2009/abril/mar14/delbloqueo.html/).    

[189] Cfr. Nota184, sopra.

[190] BBC News, 17.4.2009, Clinton admits Cuba policy failed— La Clinton ammette il fallimento della strategia contro Cuba (cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/8005153.stm/).

[191] New York Times, 17.4.2009, S. Gay Stolberg e A. Barrionuevo, Obama Calls for Thaw in U.S. Relations With Cuba Obama dice di voler scongelare i rapporti americano-cubani.

[192] The Economist, 25.4.2009.

[193] New York Times, 19.4.2009, G. Thompson e A. Barrionuevo, Rising Expectations on Cuba Follow Obama Aspettative crescenti su Cuba seguono Obama.

[194] New York Times, 26.4.2009, R. Nordland, Exceptions to Iraq Deadline Are Proposed Proposte eccezioni alla scadenza [sul ritiro] dall’Iraq.

[195] Wall Street Journal, 27.4.2009, German economic decline Declino dell’economia in Germania (cfr. http://blogs.wsj. com/germany/2009/04/27/).

[196] New York Times, 29.4.2009, Germany Slashes Growth Forecast La Germania riduce drasticamente le previsioni di crescita.

[197] SpiegelonlineInternational, 11.4.2009, Economy Worst Since World War II Says Merkel— L’economia, dice la Merkel, è nello stato peggiore dalla seconda guerra mondiale (cfr. www.spiegel.de/international/business/0,1518,612729,00.html/).

[198] Destatis, Statistiches Bundesamt Deutschland, 8.4.2009 (cfr. www.destatis.de/jetspeed/portal/cms/Sites/destatis/Inter net/EN/Navigation/Homepage__NT.psml/).

[199] The Economist, 18.4.2009.

[200] Stratfor, 28.4.2009, Germany: Inflation Up In April Germania: inflazione in aumento ad aprile (cfr. www.stratfor.com /sitrep/20090428_germany_inflation_april/).

[201] The Economist, 25.4.2009 (lo ZEW, il Zentrum für Europäische Wirtschaft di Mannheim è un autorevole istituto di studi economici e previsionali).

[202] Reuters, 30.4.2009, Economic indicators (cfr. www.reuters.com/article/economicNews/idUSLO12325620090430/).

[203] Agenzia Dow Jones, 30.4.2009, German MOF: Government Will Need Supplementary Budget— Ministero delle Finanze tedesco: il governo avrà bisogno di entrate di bilancio supplementari (cfr. www.dowjones.de/site/2009/04/german-mof-government-will-need-supplementary-budget.html/).

[204] New York Times, 14.4.2009, J. Kanter, Germany Bars Genetically Modified Corn— La Germania proibisce un frumento geneticamente modificato.

[205] Guardian, 22.4.2009, French PM Fillon sees serious recession in 2009— Seria la recessione nel 2009, dice il PM francese Fillon.

[206] INSEE, 30.4.2009, Indices de prix de production et d'importation de l'industrie (cfr. www.insee.fr/fr/themes/ indica teur.asp?id=25&ype=1/).

[207] Stratfor, 20.4.2009, France: Sarkozy Mulls PM Candidate Sarkozy pensa a un nuovo candidato come primo ministro  (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090420_france_sarkozy_mulls_pm_candidate/).

[208] Stratfor, 7.4.2009, U.K.: February Industrial Production Down 12.5 Percent La produzione industriale a febbraio va giù del 12,5% (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090407_united_kingdom_industrial_production_february_2009 _ down_12_5_percent/); e The Economist, 11.4.2009.

[209] Stratfor, 22.4.2009, United Kingdom: Unemployment Highest Since 1997 Regno Unito: la più alta disoccupazione dal 1997 (cfr. www.stratfor.com/sitrep/20090422_united_kingdom_unemployment_highest_1997/).

[210] The Economist, 25.4.2009.

[211] Il Sole 24 Ore, 23.4.2009, L. Maisano, Londra tassa i ricchi al 50%.

[212] New York Times, 22.4.2009, J. F. Burns, British Plan to Raise Taxes and Debt Sets Off Political SparringIl piano britannico per alzare le tasse e tagliare il debito innesca le diatribe politiche.

[213] The Economist, 25.4.2009.

[214] Guardian, 23.4.2009, M. Macdonnell e R. Murray, Budget: 50p rate leaves us all worse off Sul bilancio, un’aliquota al 50% ci fa stare peggio tutti [tutti,eh?].

[215] Guardian, 23.4.2009, J. Friedman, A return to class politics - but will Cameron dare to fight for the rich? Il ritorno della politica di classe – ma Cameron oserà lottare dalla parte dei ricchi?

[216] Sempre sul Guardian, 23.4.2009, P. Toynbee, At last, a budget where the super-rich's bluff is called. Shame it's all too late Finalmente, una finanziaria che chiama il bluff dei super-ricchi. Peccato che sia troppo tardi

[217] New York Times, 30.4.2009, H. Tabuchi, Japanese Output Rises by 1.6 Percent— La produzione industriale sale dell’1,6% in Giappone.

[218] Tankan, 3.2009, 1.4.2009 (cfr. www.boj.or.jp/en/type/stat/boj_stat/tk/gaiyo/tka0903.pdf/: tutti i dati)

[219] Financial Times, 27.4.2009, M. Nakamoto, Japan predicts record fall in output— Il Giappone prevede una caduta record della produzione (cfr. www.ft.com/cms/s/0/c4342f9c-32e2-11de-8116-00144feabdc0.html?nclick_check=1/).

[220] Agenzia Kyodo News, 17.4.2009, Japan's economy to continue deteriorate: BOJ Gov. Shirakawa L’economia del Giappone continuerà a deteriorarsi, dice il governatore della BoJ, Shirakawa (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstPhotos/ index.php?photoid=34642/).

[221] Kyodo News, 27.4.2009, Gov't submits record extra budget for FY 2009 to finance fresh stimuli Il governo propone un extra budget record per l’anno fiscale 2009 per finanziare una serie di nuovi stimoli (cfr. http:// home. kyodo. co.jp/modules/fstStory/index.php?storyid=435772/).

[222] The Economist, 4.4.2009.

[223] Kyodo News, 22.4.2009, Japan's FY 2008 trade balance falls into red, 1st in 28 yrs La bilancia commerciale dell’anno fiscale 2008 per la prima volta in ventott’anni va in rosso (cfr. http://home.kyodo.co.jp/modules/fstSearchResult/index .php? page=1&searchKind=0&searchChr=FY+2008+trade+deficit/).

[224] New York Times, 9.4.2009, H. Tabuchi, Japan Drafts $154.4 Billion Stimulus Il Giappone stila per lo stimolo all’economia 154,4 miliardi di $.

[225] Guardian, 10.4.2009, J. McCurry e J. Kollewe, Japan goes green in £100bn recovery— Il Giappone diventa verde con 100 miliardi di sterline del piano di ripresa.

[226] Stima OCSE, OECD Economic Outlook, Annex Table 32: General government gross financial liabilities—Debiti finanziari lordi generali del governo all’11.12.2008 (cfr. www.oecd.org/dataoecd/5/51/2483816.xls/).

[227] Washington Post, 30.3.2009, B. Harden, Japan Debates Digging Itself Out - After Huge Public Works Push of '90s, Some Call Tactic Unwise— Il Giappone dibatte come tirarsene fuori – Dopo la grande spinta dei lavori pubblici degli anni ’90, alcuni [chi? quanti? i soliti nemici della spesa pubblica, ovviamente… e qui sfruttati in senso anti-Obama, chiaramente, da un giornalista neo.cons] dicono che quella tattica fu poco saggia (cfr. www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/ 2009/03/29/AR2009032901931_pf. html/).